STORIA DEL FASCISMO
di Giampiero Carocci
Enciclopedia Tascabile "Il Sapere" edito dalla Newton Compton
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO
REVISIONE DI AMEDEO MARCHINI
1. Le origini
La guerra del 1914-1918, la grande guerra, aveva gettato la vecchia
Europa in una crisi profonda. Mai fino allora l'economia, le societ e
gli Stati erano stati sottoposti a uno sforzo cos intenso. Mai fino allora
masse cos grandi di uomini, nelle trincee, avevano maturato la coscienza 
di essere le protagoniste dirette della vita politica. Finivano il
secolo 19esimo e quella che, sempre pi lontana nel tempo, fu 
nostalgicamente chiamata la belle poque. Tempi difficili si avvicinavano 
per le istituzioni liberali e per l'economia capitalistica, che aveva
raggiunto un grado fino allora mai visto di concentrazione. Dappertutto in 
misura e modo diversi ma dappertutto, grandi innovazioni si affermavano
nelle strutture economiche, nei rapporti fra le classi, nelle istituzioni
politiche, nel costume.
In Russia si afferm una grandiosa rivoluzione, favorita dalla particolare
debolezza della borghesia russa e da altre caratteristiche storiche e 
politiche di quel paese. Per quanto riguarda gli altri paesi, bisogna
distinguere fra i vinti e i vincitori. Nei paesi vinti la crisi generale
e la pressione rivoluzionaria dei movimenti socialisti e comunisti furono 
molto pi violente. Dappertutto per questi movimenti si dimostrarono
incapaci di assumere o di conservare il potere. Nei paesi vincitori,
e specialmente nella Francia e nell'Inghilterra, le classi dirigenti, dopo
aver condotto la guerra in nome di ideali democratici, pensarono 
soprattutto a indebolire la Germania, a puntellare i pericolanti imperi 
coloniali e assicurarsi nuove fonti di materie prime e nuovi mercati. Con
questa politica di potenza, a sfondo nettamente conservatore, esse 
miravano anche a superare la crisi economico-sociale del dopoguerra.
Solo in parte vi riuscirono.
Fra tutti i paesi vincitori, nell'Italia la crisi assunse le proporzioni
pi gravi. I trattati di pace presentavano per l'Italia, come per gli altri
vincitori, degli aspetti positivi (il pieno conseguimento delle aspirazioni
nazionali) e degli aspetti negativi (nel campo delle colonie, dei
mandati e dei rifornimenti di materie prime). In realt gli aspetti 
positivi superavano nettamente quelli negativi, i quali in sostanza si 
limitavano alle mancate agevolazioni per i rifomimenti di materie prime. 
Infatti l'amministrazione di nuove colonie o di mandati sarebbe stata pi
un peso che un vantaggio per l'economia italiana. Viceversa, la scomparsa
dell'Austria-Ungheria non solo dava all'Italia una sicurezza
nazionale ignota alle altre potenze vincitrici ma faceva del nostro
paese, per la prima volta nella sua storia, una vera grande potenza, cui
si apriva una funzione egemonica e una prospettiva di pacifica espansione
nel settore danubiano-balcanico. Questa funzione e questa prospettiva 
furono chiaramente comprese dal conte Sforza, ministro degli esteri 
nel 1920-1921. Ma furono poi malamente interpretate e sprecate dalla
diplomazia mussoliniana, tanto che l'Italia fu scavalcata dalla Francia
come potenza egemone nell'area danubiano-balcanica. La crisi sociale
e politica ebbe inizio nei primi mesi del 1919 quando l'intero paese
fu pervaso da un malcontento e da un malessere analoghi a quelli dei
paesi sconfitti. Le cause di questo fenomeno erano complesse.
L'Italia era entrata in guerra contro la volont della maggioranza del
parlamento e anche del paese, bench l'intervento fosse stato sostenuto
in vari ambienti della media e piccola borghesia e, in un secondo
tempo, degli industriali. L'intervento era stato attuato, consenziente il
re, con un colpo di forza del conservatore Salandra, rumorosamente
fiancheggiato da una minoranza eterogenea, composta da idealisti, da
democratici, da nazionalisti, da sindacalisti e da alcuni ex socialisti
capeggiati da Mussolini.
Due motivi ispirarono la condotta di guerra dell'Italia: il motivo 
democratico delle terre irredente da liberare e della libert e giustizia
da far trionfare nel mondo, e il motivo espansionistico della potenza. 
Durante la guerra prevalse il primo motivo, nel dopoguerra prevalse il
secondo. La grande maggioranza della borghesia, soprattutto media e
piccola, aveva confermato, spesso entusiasticamente, la sua piena 
adesione alla guerra e ai suoi motivi. Invece gli operai ed i contadini ne
avevano avvertito soprattutto il peso e le sofferenze. Finita la guerra, il
paese si trov ad essere diviso in due: da una parte coloro che avevano
voluto o che avevano aderito alla guerra, dall'altra coloro che non 
l'avevano voluta.
Se in tutti i paesi che l'avevano combattuta la guerra era stata una
grande esperienza di massa, in Italia, paese povero di una moderna 
tradizione civile e politica, tale esperienza aveva assunto un carattere 
particolarmente profondo. In Italia la guerra era stato il primo reale 
movimento unificatore della pubblica opinione; ma l'aveva unificata sulla
base del contrasto fra interventisti e disfattisti. Il contrasto 
avrebbe potuto essere risolto dall'autorit dello Stato. Ma lo Stato era
uscito dalla guerra esteso, s, nelle sue competenze (soprattutto in materia
economica), ma anche distaccato come non mai dal paese, impoverito
dall'inflazione e dal deficit del bilancio, indebolito e asservito ai 
grandi interessi privati, legati alla burocrazia civile e militare. Le 
cause di questo fatto vanno individuate nel modo con cui era stata condotta
la politica interna ed economica durante la guerra: una politica 
interna di dura compressione del paese ed una politica economica diretta 
a convogliare verso i finanziamenti industriali le risorse disponibili,
scavalcando lo Stato, ridotto al ruolo di semplice intermediario o
committente.
La guerra provoc uno spostamento di ricchezza da tutti i ceti, sia
della campagna che delle citt, verso gli industriali e alcuni grandi 
commercianti: all'arricchimento di questi ultimi fece riscontro il generale
impoverimento del paese. Durante gli anni del conflitto furono 
particolarmente colpiti i ceti salariati, soprattutto quelli industriali. 
Dopo la guerra la maggioranza degli operai e una parte dei contadini 
(in particolare della Valpadana, Toscana, Umbria) aspiravano a fare la
rivoluzione, abbattere il dominio della borghesia e conquistare il potere. 
Nel 1919-1920 avvennero numerosissimi e grandi scioperi, sia nelle citt
che nelle campagne, che provocarono un generale aumento dei salari
orari reali.
Ma questi elementi, se sono indicativi di alcuni mutamenti provocati
dalla guerra nella distribuzione dei salari, non fanno comprendere lo
stato d'animo degli operai, dei contadini e degli addetti ai pubblici 
servizi (in particolare i ferrovieri) durante il 1919-1920, durante il
biennio rosso. Il problema assillante degli operai, che giustificava i 
loro ripetuti scioperi, era quello di adeguare i salari nominali
all'inflazione galoppante. C'era,  vero, un generale benessere per la
mancanza di disoccupazione, dovuta ai morti della guerra e dell'epidemia 
di spagnola, e all'emigrazione, che era ricominciata dopo la guerra. Ma 
proprio la mancanza di disoccupazione aumentava la forza contrattuale
dei sindacati e consentiva agli operai di contrastare con successo gli
effetti dell'inflazione sui salari; tanto pi che l'inflazione stessa, fino
alla met del 1920, rese euforico il mondo degli affari e indusse gli 
industriali a concedere gli aumenti salariali.
Il malcontento nelle campagne era dovuto specialmente al fatto che
il governo non manteneva fede alle promesse, fatte durante la guerra,
di assegnare terre ai contadini poveri. Il movimento rivendicativo era
rivolto non tanto a sostenere il livello dei salari quanto a migliorare i
contratti, a lottare contro la tradizionale disoccupazione (con 
l'imponibile di mano d'opera) e a tentare l'occupazione di terre incolte. 
Buone erano invece le condizioni di molti mezzadri (nelle regioni centrali)
e piccoli affittuari (nelle regioni settentrionali) i quali, a prezzo di 
grandi sacrifici, avevano fatto dei risparmi durante la guerra e nel corso
degli anni '20 acquistarono terre, trasformandosi in piccoli proprietari. 
Questa spontanea riforma agraria su scala ridotta, che solo in piccola parte
rimediava alle mancate promesse fatte dal governo durante il conflitto
fu una delle conseguenze permanenti - certo la pi importante - della
guerra nelle campagne.
Non solo fra gli operai e i contadini, ma anche fra i ceti medi, in 
primo luogo fra quelli della media e piccola borghesia umanistica, 
regnava un grande malcontento. Costoro avevano abbracciato con entusiasmo
vibrante i motivi della guerra, sia quelli democratici che quelli
espansionistici. Riusciva loro particolarmente difficile inserirsi di
nuovo nella vita civile. Molti rimpiangevano il prestigio di cui avevano
goduto da ufficiali e che era ben superiore a quello che avevano da
civili. Molti, sia per idealismo che per necessit materiali, aspiravano
profondamente ad una maggior giustizia sociale. Anche essi, come i
socialisti, erano indignati dallo spettacolo degli arricchiti di guerra, 
dei cosiddetti pescicani. Ma odiavano i socialisti, da cui venivano offesi
in quello che avevano di pi caro: nella loro sensibilit di borghesi e di
ex combattenti. Le sofferenze patite insieme nelle trincee non erano
state sufficienti a far loro superare il tradizionale distacco, se non
addirittura il disprezzo, verso il proletariato. Il contrasto fra 
interventisti e disfattisti, cui abbiamo accennato, era in buona 
parte contrasto fra borghesia e proletariato.
Tutti questi motivi, uniti ad un sentimento patriottico spesso esagerato,
spingevano adesso molti di quei borghesi a vagheggiare una politica di
potenza. Erano profondamente scontenti delle condizioni fatte
all'Italia dai trattati di pace. Sembrava loro che la perfidia degli 
alleati, al tavolo della pace, avesse mutilato l'Italia della vittoria.
Rivolgevano critiche acerbe non solo contro gli alleati, ma anche contro
il parlamento e il governo italiani, che - affermavano - non avevano 
saputo difendere gli interessi nazionali, e contro tutti i rinunciatari.
Molti erano pronti a tradurre queste critiche in azione diretta contro le
autorit legali dello Stato. Questi ceti fornirono la base di massa al
dannunzianesimo fiumano prima, al fascismo poi.
Come sappiamo, la borghesia, ad eccezione degli industriali e di alcuni 
affaristi, aveva ricevuto dalla guerra danni economici analoghi a
quelli dei salariati. Durante la guerra i danni dei salariati erano stati
maggiori. Ma dopo la guerra, mentre i salari nel complesso aumentavano,
il reddito medio dell'intera popolazione era leggermente diminuito 
rispetto all'anteguerra.
A queste generali difficolt di carattere economico-sociale se ne 
aggiungevano altre, non meno gravi, di carattere politico-parlamentare.
Il ceto politico tradizionale era diviso fra ex interventisti ed 
ex neutralisti che si erano rispettivamente raggruppati soprattutto 
intorno a Nitti e a Giolitti. Le elezioni generali del 1919, fatte con la 
proporzionale e con un suffragio pi ampio di quelle del 1913, se avevano 
dato una rappresentanza legale pi aderente alla realt del paese, avevano 
anche contribuito a scompaginare ulteriormente e a rendere impossibili le
vecchie maggioranze; tanto che quelle elezioni furono definite una 
rivoluzione elettorale.
C'era un partito socialista fortissimo e irriducibilmente all'opposizione.
C'era un forte partito nuovo, quello popolare (cattolico), che,
pur appoggiando i ministeri, aveva tolto al ceto politico tradizionale
una parte cospicua della sua base di massa. Al di l del parlamento,
il paese si agitava irrequieto fra le velleit rivoluzionarie o sovversive
di sinistra e di destra. Esempio clamoroso di queste ultime fu l'impresa 
fiumana`di D'Annunzio nel settembre 1919. Il prestigio del parlamento 
subiva cos un secondo colpo, dopo quello dell'intervento in guerra.
Il tentativo pi consistente per superare questo stato di crisi, mantenendo
intatto il regime liberale parlamentare, fu quello compiuto dal
vecchio Giolitti, tornato per un'ultima volta a dirigere il governo nel
1920-1921. In politica estera Giolitti e il ministro Sforza alla fine del
1920 riuscirono a liquidare l'impresa fiumana e a dare soddisfacente
soluzione all'invelenita questione adriatica. Sul piano interno Giolitti
si sforz di seguire due direttrici che, nelle intenzioni, avrebbero dovuto
integrarsi a vicenda: per un verso, fece una politica rigidamente
conservatrice, intesa a ridar fiato al ceto dirigente liberale, a 
deprimere, sfruttando anche la violenza armata dei fascisti, i due nuovi 
grandi partiti di massa, il popolare e soprattutto il socialista per
indurre quest'ultimo a riprendere, nei modi tradizionali d'anteguerra, 
la collaborazione con gli industriali e con i liberali; per un altro 
verso, impost una politica tributaria energicamente riformatrice per 
risanare le condizioni disastrose della finanza pubblica e per far pagare,
almeno in parte, ai ceti plutocratici, che ne avevano tratto i massimi
benefici, il costo economico della guerra.
Questa politica parve inizialmente dare buoni risultati. Abbiamo gi
detto del successo in politica estera. Nel corso del 1921 parve addirittura
che la crisi postbellica, passato il suo acme, si avviasse a soluzione.
Il bilancio dello Stato miglior nettamente. Era stata sanata la divisione
in seno al ceto politico fra ex interventisti ed ex neutralisti. Le
masse socialiste, dopo lo sforzo massimo compiuto con l'occupazione
delle fabbriche (agosto-settembre 1920), erano stanche ed avevano
praticamente rinunciato ai tentativi rivoluzionari. Il deflusso dell'ondata
rivoluzionaria era visibile anche sul piano internazionale: nel periodo
dell'occupazione delle fabbriche in Italia, l'Armata rossa, dopo
essere giunta fino alle vicinanze di Varsavia, cessava di avanzare verso
occidente.
Ma la politica impostata da Giolitti implicava, per giungere con successo
a conclusione che durasse il periodo di euforia economica, la quale 
induceva i ceti plutocratici (ad eccezione dei grandi siderurgici)
ad accettare, pur mugugnando, la dura pressione tributaria cui intendeva 
sottoporli lo statista piemontese. Invece la crisi economica, in atto
all'estero gi nel 1920, arriv anche in Italia nella primavera del 1921
dopo numerosi sintomi evidenti fin dall'autunno dell'anno precedente, 
e si sovrappose alla crisi sociale e politica. La crisi economica, cio
la caduta dei prezzi, ebbe anche in Italia alcuni effetti benefici sulla 
finanza pubblica, nel senso che contribu a frenare l'inflazione e il 
deficit del bilancio. Essa per fu pagata dagli operai in termini di
diminuzioni salariali, di disoccupazione e di un generale deflusso del 
movimento rivendicativo. L'abolizione del prezzo politico del pane, che
molto contribu a ridurre il deficit del bilancio pubblico, fu potuta 
attuare da Giolitti grazie alla diminuita aggressivit dei socialisti. 
Nello stesso tempo la crisi segn praticamente la fine del tentativo di 
Giolitti perch i ceti plutocratici, nonostante le concessioni loro fatte 
in materia di protezionismo doganale e di spesa pubblica (per forniture
di materiale ferroviario), non furono pi disposti ad accettare la sua 
politica tributaria. In conclusione: dall'autunno del 1920 si assistette
nel paese a un deflusso delle forze rivoluzionarie e a una ripresa delle 
forze dirigenti tradizionali. Non fu per Giolitti a beneficiare di questa
ripresa. Nell'autunno del 1920 apparve sulla scena politica il fascismo.
Benito Mussolini era nato in Romagna da padre popolano e socialista ed 
era stato egli stesso un acceso socialista. Aveva le virt e soprattutto
i vizi del popolano romagnolo (o meglio, del suo clich). Natura
irruenta, amante della violenza e tuttavia pauroso, non mancava talvolta
di una certa schietta umanit e di generosit: una generosit fatta
soprattutto di orgoglio e di vanit. Il rancore socialista verso i potenti
era in lui, pi che ansia di giustizia, sovversivismo fine a se stesso, 
frustrazione piccolo borghese e invidia verso i ricchi. Quando poi 
raggiunse la mta e fu potente fra i potenti si not in Mussolini qualcosa
che ricordava lo snobismo del parvenu. Non disprezzava il denaro, ma
era troppo ambizioso per farne l'oggetto principale delle sue mire. 
Malgrado l'amore per la violenza, evit, nei limiti del possibile (e in
paragone a quanto fecero altri dittatori), uccisioni e delitti: sia, forse,
per quella umanit di cui si  detto, sia, soprattutto, perch valutava 
l'elevato costo politico del sangue versato. Ma quando questo costo 
politico non esisteva, egli accettava tranquillamente stragi e massacri. 
La guerra d'Etiopia nel 1935-1936 fu condotta con uso abbondante di gas
asfissianti e con battaglie di annientamento del nemico che si conclusero
con il suo sterminio fisico; quando il popolo abissino, conquistato 
dall'Italia fascista, cominci a ribellarsi, Mussolini impart
personalmente ordini agghiaccianti di massacri in massa.
Fu un corruttore sapiente che all'occorrenza sapeva solleticare tutti
i difetti degli uomini, quelli del popolo e quelli dei potenti. Non credeva
negli uomini e li disprezzava. Non aveva amici. Rest sempre vicino al
popolo nella misura in cui il capofazione  vicino ai suoi seguaci
e, ancor pi, nella misura in cui l'attore  vicino alla platea dei suoi
ammiratori.
Contrariamente alle apparenze, nel fondo era un debole, spesso 
mutevole nelle decisioni e irresoluto. Ma nei periodi di estro questa che
sembrava irresolutezza era in realt la sua qualit politica pi alta, che
denotava in lui un grande tattico: la capacit di saper aspettare, di saper
agire al momento giusto, di ottenere il massimo del risultato col minimo 
dello sforzo. La maschera di forza dietro la quale si nascondeva
corrispondeva solo in parte a quel bisogno di imperio che caratterizza
spesso le nature autoritarie ma intimamente deboli (questo era stato 
forse il caso di Crispi). La maschera di forza corrispondeva soprattutto
alle necessit del capofazione e dell'attore.
Era quasi un grande giornalista e ne aveva, anche politicamente, le
qualit e i difetti: acuta capacit di diagnosi della situazione politica,
intuito sicurissimo di ci che il pubblico desidera, abilit di polemista,
intelligenza rapida, vivace e superficiale, cultura ampia ma disordinata,
approssimativa e dilettantesca.
Fra i dirigenti del partito socialista Mussolini era stato il pi dotato
agitatore rivoluzionario. Aveva abbandonato il partito socialista e 
partecipato alla campagna interventista del 1914-1915, affermando che la
guerra imminente avrebbe avuto un carattere rivoluzionario. Nell'immediato
dopoguerra Mussolini sembr politicamente finito. L'intero settore 
rivoluzionario o sovversivo di sinistra e di destra - il suo settore - era
occupato: a sinistra dai socialisti, a destra da D'Annunzio e dai 
nazionalisti. Ma Mussolini non si diede per vinto. La situazione politica
era fluida. Bisognava cominciare. Poi da cosa poteva sempre nascere
cosa. La sua azione fu sempre un miscuglio di opportunismo spicciolo,
che veniva chiamato realismo, e di fedelt, forse involontaria, ad 
alcune direttrici costanti. Questa  una delle ragioni per cui il ventennio
fascista, visto da lontano, appare come uno svolgimento coerente; 
visto invece da vicino, appare come un continuo e quasi caotico 
mutamento di indirizzi politici.
Il 23 marzo 1919 a Milano Mussolini, insieme a poche decine di seguaci,
fond il primo fascio di combattimento. Il nome si collegava ai
fasci di azione rivoluzionaria dell'intervento e al fascio parlamentare
di difesa nazionale, fondato dopo Caporetto. Il movimento intendeva
porsi come erede della tradizione sindacalista-rivoluzionaria e di quella
nazionalista. Esso puntava in due direzioni: per un verso, come diceva 
il nome, faceva leva sulla divisione fra ex combattenti ed ex neutralisti,
reclamava all'Italia Fiume e la Dalmazia; per un altro verso, si 
atteggiava come movimento di sinistra e quasi in concorrenza col partito
socialista. In realt, qualunque fossero allora le confuse intenzioni di
Mussolini, il fascismo era un movimento di destra, in concorrenza con
D'Annunzio e con i nazionalisti. Per questo gli ambienti dell'alta 
borghesia milanese ne favorirono la nascita, pur non facendogli soverchio
credito. Il movimento ebbe scarso successo. Alle elezioni generali dello 
stesso anno fu clamorosamente sconfitto. Allora Mussolini ritenne 
opportuno, senza rinnegare l'orientamento a sinistra, di sottolineare
il fatto che egli si proclamava liberista. Il liberismo economico era 
l'aspirazione dei ceti possidenti, che desideravano una politica 
produttivistica e intendevano liberarsi dalle cosiddette bardature di
guerra, cio soprattutto dalla elevata pressione tributaria e dai vincoli
di natura sindacale: salari elevati, contratti collettivi, imponibili di
mano d'opera eccetera. La mossa di Mussolini mirava a rafforzare o a 
procacciarsi le simpatie e l'appoggio di questi ceti, senza rinunciare 
alla direttiva di conquistare un'ampia base di massa popolare.
Nel 1921 Mussolini dichiar programmaticamente che il fascismo
avrebbe tolto allo stato ogni contenuto economico per riempirlo di
contenuto spirituale. Si aggiunga che il fascismo delle origini si 
proclamava contro i partiti, per il sindacato. Il movimento 
operaio - afferm ancora Mussolini nel 1921, facendosi eco sia delle
preoccupazioni padronali, sia, confusamente, del malessere generale che
serpeggiava nel mondo del lavoro e della produzione - deve assumere nuove
forme, diverse da quelle, vecchie e superate, del partito socialista: il 
fascismo sar la sintesi fra le tesi indistruttibili dell'economia liberale
e queste nuove forme del movimento operaio.
Fino a quando i ceti possidenti restarono sulla difensiva le fortune
del fascismo continuarono ad essere pi che modeste. Ma a partire 
dall'autunno del 1920 (D'Annunzio era ormai politicamente finito e la
sua eredit andava passando al fascismo) lo squadrismo fascista si 
afferm in modo sempre pi clamoroso nelle campagne della Valpadana, 
Emilia e Toscana. Erano le campagne rosse, dove i proprietari e gli
affittuari grandi e piccoli (compresi, in prima fila, i nuovi piccoli 
proprietari formatisi in quei tempi), i piccoli commercianti e i bottegai,
esasperati dall'aggressivit delle organizzazioni socialiste, passarono
al contrattacco non appena lo permise la mutata situazione politica 
generale. Le squadre d'azione fasciste distrussero con la violenza le
leghe e le cooperative socialiste, poi anche quelle popolari. Erano 
composte da giovani della media e piccola borghesia rurale e delle citt 
vicine. Molti erano studenti, ma non mancavano elementi socialmente pi 
umili e gente del popolo. C'erano mescolati idealisti, figli di pap,
spostati, teppisti. Erano ex combattenti, ovvero i loro figli o fratelli
minori. Tutti erano giovani o giovanissimi, orgogliosi della loro giovent
e della guerra combattuta o semplicemente sognata. Portavano nelle loro 
azioni distruttive i metodi della guerra e dell'arditismo. La vita e la 
dignit degli altri contavano poco per loro, quando non era addirittura 
giusto e meritevole umiliarle.
Il fascismo era stato fino allora un ristretto movimento cittadino.
Dalla fine del 1920 divent prevalentemente rurale. Contemporaneamente,
a partire dal 1921, i sindacati fascisti cominciarono a sostituirsi
a quelli socialisti e a diffondersi nelle campagne dominate dagli 
squadristi. Le nuove forme del movimento operaio preconizzate da Mussolini
ebbero origine concreta in questi sindacati che univano le masse
rurali, proletarie e piccolo-borghesi. Nelle campagne, oltre che presso
la piccola borghesia urbana, il fascismo trov la sua base di massa.
Nel 1921, mentre gli industriali puntavano non tanto sul fascismo
quanto su Giolitti, gli agrari delle regioni settentrionali e i grandi 
proprietari di quelle centrali aderivano o appoggiavano in modo pi 
univoco il fascismo. Le cause di questo fenomeno vanno individuate nelle
concessioni fatte da Giolitti agli industriali (protezionismo e commesse
statali di materiale ferroviario) e nel fatto che gli agrari si trovavano
in condizioni pi difficili. La crisi economica, nei suoi aspetti legati ai
problemi della mano d'opera, mentre costituiva una valvola di sicurezza
per gli industriali, si scaricava invece sugli agrari. Infatti gli operai
disoccupati che abbandonavano le citt e tornavano nelle campagne di
origine dovevano essere assunti dagli agrari, gravati dall'imponibile
mano d'opera.
Era, quello, un periodo di contrasto fra gli industriali e gli agrari. Gli
industriali chiedevano un aumento dei dazi doganali. Gli agrari invece
erano nettamente liberisti perch data la situazione generale, era 
impossibile per il momento ripristinare i dazi che li favorivano, cio
quelli sul grano e sullo zucchero, aboliti durante la guerra. Ebbero la
meglio gli industriali. Gli agrari dovettero incassare il colpo. Ma il
contrasto si attenu fin dal 1922. Superata la crisi economica, ottenuto
l'aumento dei dazi e riassestatosi il commercio internazionale, anche
la Confindustria e il governo tornarono ad avvertire l'aumento delle
esportazioni come un elemento fondamentale dello sviluppo. Dopo il
1922 fu seguita una politica doganale liberista.
Non tutte le industrie erano interessate ad aumentare le esportazioni.
Tali erano le aziende pi legate alle banche e pi interessate alla 
dilatazione della spesa pubblica, come le elettriche, le siderurgiche, 
le meccaniche di guerra, le cantieristiche e quelle degli armatori 
navali: tutte aziende che, con l'eccezione importantissima di quelle
elettriche e anche della Fiat, incontravano le maggiori difficolt ad 
adeguarsi all'economia di pace e che frenavano, con le loro posizioni di 
monopolio, lo sviluppo economico del paese. Infatti i forti immobilizzi 
delle banche sottraevano risorse finanziarie alle altre aziende.
Effetti ancor pi gravi ebbero le alte tariffe praticate durante il 
ventennio fra le due guerre mondiali dall'industria elettrica, con 
conseguenze pesanti per l'intero apparato produttivo, soprattutto nei 
periodi di crisi economica, e sempre particolarmente negative per le 
piccole e medie aziende industriali e per il Mezzogiorno. Ma le aziende
elettriche, accanto a questi aspetti negativi, avevano anche un interesse 
diretto allo sviluppo dell'intero apparato industriale e all'allargamento
del mercatO e, soprattutto, avevano, nella loro maggioranza, una 
dinamicit che consent loro, passata la crisi postbellica, di rivolgersi 
direttamente al mercato finanziario e di sganciarsi dalle banche. Analogo
ricorso diretto al mercato finanziario e all'autofinanziamento fecero le
altre grandi aziende pi vitali, come la Montecatini, la Snia Viscosa, la
stessa Fiat, le pi forti fra le tessili.
Il fascismo delle origini, oltre alle tendenze sinistreggianti, ebbe
simpatie e legami con la grande industria siderurgica, che minacciava
di risentire i danni maggiori dalla fine della guerra e che riteneva suo
interesse mantenere il paese in uno stato di agitazione.  stato 
recentemente provato che nel 1919-1920 le acciaierie Ilva finanziavano 
Il Popolo d'ltalia.  significativo il fatto che, a quanto pare, il 
finanziamento avesse inizio nell'estate del 1919, cio nello stesso 
scorcio di tempo in cui D'Annunzio stava preparando l'impresa fiumana. 
Sia D'Annunzio che Mussolini dovevano essere, nelle intenzioni dei loro 
finanziatori, strumenti per mantenere il disordine nel paese e per dividere 
il movimentO delle masse.
Ma, come abbiamo detto, nel 1920 e ancor pi nel 1921 Mussolini
sottoline la sua fede nel liberismo economico, inteso non tanto come
contenimento della protezione doganale e della spesa pubblica quanto
come contenimento delle imposte e come distruzione delle bardature
di guerra. Quando poi, in seguito alla crisi economica del 1921, le due
pi grandi aziende siderurgiche - l'Ilva e l'Ansaldo - andarono a picco,
i fascisti, pur protestando energicamente per l'assenteismo del governo, 
di fatto le mollarono.
Mussolini mir sempre a differenziare il fascismo dalla reazione
classica, mir sempre, cio, a mantenere certe distanze tra il fascismo
e la borghesia, e, in particolare, i suoi gruppi dominanti, a contrattare
con questi i vantaggi che assicurava per far accettare in cambio, ora in
politica estera ora in politica economica, aspirazioni e direttive non
sempre di loro gradimento. Anche il fascismo insomma, come il regime 
parlamentare mir a non identificarsi meccanicamente con un
solo settore della societ, ma a fare opera di mediazione politica tra i
vari settori. C'era tuttavia un legame particolare con la borghesia 
perch il fascismo, mentre soppresse il libero esplicarsi del movimento
operaio e sindacale, si guard bene dal fare altrettanto, nonostante 
alcune manifestazioni verbali, con l'attivit economica della borghesia.
Nel 1921 il fascismo si diffuse non solo nelle campagne ma anche
nelle citt dell'Italia settentrionale e centrale. Anche qui esso trovava
la sua molla negli interessi offesi, ovvero nell'esasperazione e nel 
rancore provocati dai socialisti. Talvolta si trattava di un rancore che 
affondava le radici lontano negli anni, che risaliva alla crisi 
del 1898-1899, quando i reazionari erano stati battuti dalle forze 
della democrazia. Nel fascismo  la salvezza della nostra libert,
cantavano per le strade i fascisti con la consueta aria spavalda e spesso
arrogante. Non tutti i benpensanti approvavano quell'aria. Ma tutti si 
riconoscevano in quelle parole. Vedevano nel fascismo la libert dalle
bardature di guerra e dalle elevate imposte, la libert dagli alti salari, 
dagli scioperi e dalla indisciplina degli operai, la libert dalle 
imposizioni delle leghe e dalla concorrenza delle cooperative, la libert 
dalla paura della rivoluzione e dalla tracotanza irritante ed offensiva
degli operai, la libert di poter valorizzare la guerra combattuta e la
vittoria. Un giovane di buona famiglia, figlio di un onesto professionista
e destinato a seguire le orme paterne, camminava un giorno per le vie di
Torino. Incroci un gruppo di operai. Levati il colletto!, gli gridarono
questi, guardandolo con un'aria non proprio amichevole. Non ci fu
altro. Ma da quel momento il giovane, che fino allora aveva seguito
piuttosto distrattamente lo svolgere degli avvenimenti politici, divent
fascista fervente. L'episodio  vero; ma potrebbe benissimo essere anche
un aneddoto, tanto tipiche sono la situazione e la reazione psicologica 
che esso coglie.
In pochi mesi il movimento fascista si accrebbe con la rapidit di
una valanga. Nel l919 contava 17.000 aderenti, nel novembre del 1921
ne contava 310.000. Questo successo era dovuto in primo luogo alla
situazione che abbiamo descritto. In secondo luogo era dovuto alla 
simpatia e, spesso, all'aiuto che le autorit governative periferiche 
prestavano agli squadristi, malgrado l'illegalit delle loro azioni. 
Anche Giolitti favor indirettamente i fascisti ed il loro illegalismo. 
Egli confidava di riuscire ad assorbire poi i fascisti nella legalit.
Invece i fascisti e il loro illegalismo andarono sempre aumentando.
Il successore di Giolitti, Bonomi, si sforz, con scarso successo,
di assumere un atteggiamento pi fermo nei loro confronti.
Alla fine del 1921 il movimento operaio italiano e le sue organizzazioni
politiche e sindacali erano ormai semitravolti dopo un anno di offensiva
fascista. L'obiettivo del fascismo cominciava a diventare la
conquista del potere. Nello stesso periodo - novembre - il movimento
fascista si costituiva in partito. Non era sempre facile per Mussolini
dominare e controllare il movimento e poi anche il partito, cresciuti in
modo cos rapido, tumultuoso e spontaneo. La stessa spontaneit, se
confermava la vitalit del fenomeno, ne denunciava anche le tendenze
centrifughe e, per alcuni aspetti, anarchicheggianti. Non erano rari i
casi di capi locali - i cosiddetti ras - che rifiutavano la disciplina al 
potere centrale. Abbastanza numerosi furono, allora e dopo, i casi di 
fascisti idealisti che abbandonarono il movimento e il partito perch
disgustati da quello che giudicavano un tradimento del programma iniziale.
Nel complesso Mussolini seppe destreggiarsi con un tempismo e
con un senso tattico mirabili, concentrando o sforzandosi di concentrare 
il fuoco contro quelle che man mano erano o sembravano essere
le forze portanti dello Stato liberale. Il ceto politico tradizionale aveva
visto e vedeva con favore il fascismo, in quanto indeboliva o distruggeva 
il partito socialista e le organizzazioni del movimento operaio; ne
vedeva invece con preoccupazione crescente l'illegalismo, che ormai
non aveva quasi pi significato contro il semidistrutto partito socialista.
Mussolini us contemporaneamente le armi legali e quelle illegali,
il parlamento e lo squadrismo. Con le armi legali rassicurava, con quelle
illegali colpiva. Tuttavia non sarebbe del tutto esatto dire che Mussolini
us le armi legali unicamente per mascherare quelle illegali. Egli
usava entrambe le armi e, nel complesso, tendeva a frenare il sovversivismo
degli squadristi e di alcuni ras. Ci gli serviva, fra l'altro, per 
presentarsi agli occhi del ceto politico tradizionale come l'unico capace 
di incanalare il fascismo nella legalit.
L'aspirazione dei conservatori, sincera anche se pi o meno tartufesca,
alla legalit, si mescolava ad un'altra aspirazione, pi profonda, che
 la chiave per comprendere perch il fascismo pot giungere al potere
sebbene non esistesse pi la situazione di crisi postbellica e di
pericolo rivoluzionario che ne aveva giustificato l'affermarsi. Era 
l'aspirazione dei conservatori e della borghesia a contenere l'avanzata
democratica che si era avuta dopo la guerra e a ricreare il vecchio 
equilibrio tra il ceto dirigente e le masse popolari. Per ottenere questo 
scopo bisognava deprimere i partiti di massa e i loro movimenti
rivendicativi, abbassare il livello dei salari, ridare piena libert agli 
imprenditori, abolendo i controlli o i tentativi di controllo che si
erano affermati durante quegli anni (in particolare le commissioni interne 
nelle fabbriche, i vincoli sui contratti e l'imponibile di mano d'opera
nelle campagne).
La tattica di Mussolini fu coronata da pieno successo. Nel corso del
1922, nonostante le migliorate condizioni economiche, l'instabilit
governativa e l'abulia delle leve di comando dello Stato raggiunsero il
colmo. Ci era dovuto ormai unicamente alla presenza minacciosa
dell'illegalismo fascista. Per neutralizzare questo illegalismo appariva
sempre pi necessario che il fascismo fosse chiamato a dividere le 
responsabilit di governo. In ottobre fu offerto a Mussolini di 
partecipare, con alcuni dei suoi, ad un nuovo ministero, che sarebbe 
stato presieduto da Giolitti, ovvero da Facta (presidente in carica), 
ovvero da Salandra. Mussolini, forte ormai anche dell'appoggio dei pi
cospicui rappresentanti dell'alta borghesia milanese, fin col rifiutare.
Malgrado lo scarso seguito che aveva in parlamento, giudic che poteva 
ormai pretendere di pi. Il ministero l'avrebbe fatto lui. Questa fu la
ragione della marcia su Roma.
Ad eccezione dei comunisti e della quasi totalit dei socialisti, tutti
i parlamentari, compresi i democratici antifascisti ed i socialisti della
CGL, accolsero il ministero Mussolini con un sospiro di sollievo, quasi
come si accoglie la fine di un incubo. La guerriglia civile, si diceva, era
finita; finalmente il fascismo sarebbe entrato, si auspicava, 
nella legalit.
La marcia su Roma, come l'intervento nel 1915, fu un colpo di forza
contro la maggioranza parlamentare. Il colpo di forza sarebbe fallito se
il re vi si fosse opposto. Ma il re, come gi nel 1915, reput opportuno
non opporsi. Egli aveva scarsa fiducia nel parlamento, temeva i socialisti
e detestava - da buon anticlericale - i popolari. Personalmente il
re, cos borghese e privo di retorica, non sembrava fatto per intendersi
con Mussolini. Ma temeva di averlo nemico: fino a poco tempo prima
Mussolini era stato repubblicano; l'ambizioso duca d'Aosta era 
notoriamente filofascista e non era da escludere il pericolo che potesse 
sostituire sul trono il cugino Vittorio Emanuele. Negli anni e nei mesi
precedenti il re, scartata l'eventualit di una dittatura militare, aveva
finito col puntare tutto sul vecchio Giolitti. Fallito Giolitti, la 
soluzione Mussolini gli apparve come quella che meglio sarebbe stata capace
di dare assetto al paese, conteso nel dopoguerra, come non mai, dai due 
nemici tradizionali dello Stato liberale, i preti e i socialisti, i neri e
i rossi.
2. Il fascismo al potere
Mussolini inizi la sua carriera di presidente del consiglio col sistema,
ormai consueto, della doccia scozzese. Fustig ed insult la camera dei
deputati col famoso discorso del bivacco. D'altra parte, egli
ebbe cura, subito dopo, di addolcire il senso di quel discorso. Nella 
richiesta dei pieni poteri e nella formazione del ministero segu dei 
criteri strettamente legalitari e tradizionali. Form un gabinetto di
concentrazione delle destre e dei centri, con la partecipazione di 
fascisti, popolari, democratici, liberali e nazionalisti. Ci fu 
anche qualche tentativo, fallito, per la partecipazione di un 
socialista della CGL. Particolarmente nutrita fu, dopo quella dei fascisti,
la partecipazione dei popolari. A parte il maggior peso dei fascisti, si 
trattava di un ministero in sostanza analogo a quello che nei mesi 
precedenti Giolitti, fra gli altri, aveva sperato di poter comporre.
Durante i primi due mesi di governo prevalse il Mussolini legalitario 
(nonostante gravi incidenti provocati dai fascisti a Torino). Si trattava,
all'interno, di rassicurare i ceti possidenti e benpensanti che il 
fascismo al potere, malgrado il dinamismo dei suoi atteggiamenti, era
garanzia di ordine e di conservazione. Simile, anzi pi grave, era il
problema nei confronti delle potenze estere. Qui, specialmente presso
le cancellerie alleate, l'andata al potere del fascismo aveva suscitato
qualche perplessit e preoccupazione: si ricordavano quelli che 
sembravano gli sbrigliati e fantasiosi programmi espressi a pi riprese dal
fascismo in materia di politica estera. Mussolini rivolse subito una
cura particolare alla direzione della politica estera, da lui assunta 
personalmente; ed i suoi interventi furono improntati alla massima cautela.
Del resto, la notizia dell'andata al potere del fascismo aveva fatto subito
alzare il corso dei titoli italiani sulle principali borse estere.
I primi giri di vite, sapientemente dosati nel tempo, si ebbero nel
gennaio del 1923 con l'istituzione (preparata, del resto, nei mesi 
precedenti) di due organi di parte fino allora sconosciuti allo Stato 
liberale: la milizia fascista e il Gran consiglio del fascismo. La prima 
raccoglieva, disciplinava e dava veste legale alle disciolte squadre 
d'azione; il secondo intendeva essere il massimo organo del partito 
fascista e, insieme, l'elemento di collegamento tra il partito stesso 
e il governo.
Nel febbraio ci fu l'espulsione dei massoni dal partito fascista e nel
marzo la fusione con i nazionalisti. Quest'ultimo avvenimento ribad
ufficialmente il netto orientamento a destra, ormai da tempo assunto
dal partito, e, soprattutto tramite Alfredo Rocco, il prevalere 
dell'ideologia nazionalista. Contemporaneamente un articolo di Mussolini 
pubblicato sulla sua rivista Gerarchia faceva intendere che il fascismo,
sconfitto il socialismo, si apprestava a combattere i liberali antifascisti.
Nell'aprile ci fu la cacciata dei popolari dal governo. Da allora 
Mussolini riusc con crescente successo ad accaparrarsi l'appoggio del
Vaticano, che fin con l'abbandonare il partito popolare. Gli elementi di
destra di questo partito passarono a poco a poco nelle file fasciste. Il
salvataggio del Banco di Roma, che era legato agli interessi finanziari
del Vaticano, va inteso anche nell'ambito di questa politica di Mussolini
nei confronti del Vaticano e delle forze cattoliche.
Dopo la pausa del mese di maggio (provocata, fra l'altro, dalla visita a
Roma dei reali inglesi), l'estate fu politicamente caldissima. In
giugno e luglio venne presentata e discussa in parlamento la riforma
elettorale Acerbo. Mussolini segu la sua doppia tattica della blandizia
e della forza. La presentazione e discussione del disegno di legge
Acerbo fu, anche per desiderio del re, formalmente corretta. Mussolini
fece dichiarazioni moderate e concilianti. Ma il contenuto del progetto
in discussione, dal carattere accentuatamente maggioritario, era volto
a combattere e deprimere in modo massiccio tutte le forze politiche,
socialiste popolari democratiche, che non avessero fatto adesione al
fascismo e al governo. In sostanza la riforma Acerbo fu la risposta dei
conservatori alla rivoluzione elettorale del 1919 (dopo la fallita 
risposta delle elezioni del 1921) e, insieme, fu lo strumento su cui si 
resse formalmente il regime di Mussolini - un regime,  stato detto, 
autoritario trasformistico-personale - fino al 3 gennaio 1925. Questo 
regime poteva ricordare, per il suo carattere conservatore, taluni analoghi
obiettivi dell'ultimo ministero Giolitti; ma ne differiva nettamente
per la presenza della componente autoritaria, di importanza fondamentale.
Dopo la discussione della riforma elettorale i rapporti fra il governo
e le opposizioni borghesi si fecero pi tesi. Contemporaneamente il
Vaticano accentu le sue simpatie filofasciste. Una circolare ministeriale,
per il momento non applicata, diede ai prefetti poteri grandissimi
in materia di libert di stampa. La moderazione, fino allora seguita in
politica estera, venne bruscamente interrotta dall'incidente di Corf,
che fu una clamorosa manifestazione di diplomazia mussoliniana. 
Mussolini intendeva compiere una spettacolare annessione formale del
Dodecanneso, con evidente intenzione antigreca e, implicitamente,
antiinglese. L'inopinato massacro della missione italiana presieduta
dal generale Tellini cadde sulle sue intenzioni come un fiammifero 
acceso sulla benzina. L'isola di Corf venne occupata. Mussolini sperava 
di poter mutare l'occupazione in annessione, ma il fermo atteggiamento 
dell'Inghilterra lo dissuase.
Durante il periodo elettorale, fino ad alcuni giorni prima delle elezioni, 
prevalse, nella tattica mussoliniana, l'aspetto della forza e 
dell'illegalismo. Numerosi consigli comunali e provinciali, nei quali i
fascisti erano in minoranza, vennero sciolti d'autorit. Tutte le
associazioni operaie vennero poste sotto la sorveglianza dei prefetti.
Numerosi furono gli incidenti elettorali. Il risultato delle elezioni, 
che si tennero nell'aprile del 1924, fu la vittoria della lista governativa
(il cosiddetto listone), anche se forse in misura minore di quanto ci si 
sarebbe potuto aspettare. Il listone fu battuto nella maggioranza delle 
regioni settentrionali, grazie soprattutto all'elettorato socialista. 
Riscosse invece un clamoroso successo nel Mezzogiorno.
Chiuso il periodo elettorale, Mussolini riprese la doppia tattica della
blandizia e della forza. I popolari, privi dell'appoggio vaticano, erano
ormai praticamente battuti. Accantonati abilmente i comunisti ed i 
massimalisti, le opposizioni da battere erano quella costituzionale, 
guidata da Giovanni Amendola, e quella dei socialisti unitari: il grosso,
cio, dell'opposizione legalitaria.
Alla Camera Mussolini us parole brillanti, abili e moderate. Invit
gli avversari alla collaborazione o, quanto meno, ad un'opposizione
ponderata e fattiva. Ci che non poteva tollerare - disse - era 
l'opposizione di principio. Contro un'opposizione siffatta Cesarino Rossi,
allora stretto collaboratore di Mussolini al Viminale, aveva diramato
alla stampa una dichiarazione minacciosa. Gli oppositori costituzionali 
ed unitari restarono fermi sulle loro posizioni di principio. Pochi
giorni dopo, improvviso e tragico, scoppiava lo scandalo dell'assassinio 
di Giacomo Matteotti.
Mussolini, giunto al potere, andava rafforzando la centralizzazione
del partito ed imponendo disciplina ai ras e ai loro gregari. Assai pi
raramente di prima ne permetteva o ne scatenava la violenza. D'altra
parte, tra i suoi collaboratori al Viminale era stato costituito un gruppo
segreto con lo scopo di compiere atti di violenza dietro ordine, diretto
o indiretto, dello stesso Mussolini. Gli avversari chiamarono poi questo
gruppo la ceka fascista. Ne erano magna pars il Rossi e, per la parte
esecutiva, un ex squadrista, il toscano Amerigo Dumini.
La cosiddetta ceka aggred due fascisti dissidenti, Cesare Forni e
Alfredo Misuri, nonch Amendola e il socialista unitario Matteotti. Le
aggressioni erano rivolte contro gli avversari che, in quel momento,
davano pi fastidio a Mussolini. Si evitava la loro morte, almeno 
immediata. Ci si limitava ad una energica bastonatura e ad altri atti 
di violenza allo scopo di fiaccare la resistenza, morale e fisica, 
dell'avversario.  certo che nei confronti di Matteotti si voleva 
usare una mano particolarmente pesante, quanto meno sequestrandolo per
qualche tempo. Si ignora se e fino a che punto si fosse disposti a 
giungere fino alla sua uccisione. Il deputato socialista venne rapito
a Roma in un'automobile chiusa. Siccome si divincolava e urlava, i
rapitori temettero forse di venire scoperti in flagrante, ebbero paura
dello scandalo e lo ammazzarono.
L'assassinio provoc a Roma e nelle altre citt un grande sdegno. Le
diffuse simpatie per il fascismo si attenuarono e dileguarono. Nella
prima settimana successiva al delitto sarebbe stato facile far cadere il
governo. Mussolini ebbe paura. Per sua fortuna, nessuno degli oppositori
seppe essere all'altezza della situazione. Essi si limitarono ad 
abbandonare per protesta la camera e poi a dar vita, con l'eccezione dei
deputati comunisti, al cosiddetto Aventino. Mussolini riprese in pugno
la situazione e, grazie anche al persistente appoggio delle campagne
fasciste, la mantenne.
La situazione era tuttavia profondamente diversa da prima del delitto,
e rest precaria durante tutto il secondo semestre del 1924. Alla fine
dell'anno sembr peggiorare. Di fronte alla maggior aggressivit delle
opposizioni aventiniane, guidate da Amendola, e dell'associazione
Italia libera di ex combattenti repubblicani, Mussolini, dopo una
lunga e cauta attesa, fu costretto ad accentuare in modo netto la politica 
della forza e dell'illegalismo. Ci venne finalmente e pubblicamente 
annunciato, con perfetto tempismo, il 3 gennaio 1925. Il re avrebbe
preferito evitare questa svolta, ma non fece nulla per opporsi.
Fino alla crisi Matteotti il programma di Mussolini non era di 
instaurare quello che si sarebbe poi chiamato lo Stato fascista 
totalitario. Il suo programma era, ufficialmente e formalmente, 
una restaurazione dello Stato costituzionale di sonniniana memoria; 
di fatto, l'instaurazione di un regime autoritario 
trasformistico-personale. Principale strumento per consolidare questo 
regime in fieri era, sul piano politico, la collaborazione dei cosiddetti 
fiancheggiatori, guidati dai liberali; sul piano economico, la 
collaborazione dei ceti possidenti. I fiancheggiatori liberali appoggiavano 
il governo fascista soprattutto perch temevano, in caso di sua caduta, 
un ritorno in forza dei socialisti e dei comunisti. Subito dopo le
elezioni dell'aprile 1924 e prima del delitto Matteotti, nel maggio, 
Mussolini aveva fatto preparare in segreto un'altra riforma elettorale
(a collegio uninominale) per consolidare ulteriormente il suo potere per
mezzo di nuove, future elezioni. Il 3 gennaio 1925 egli si serv anche di
questa arma, oltre a quella della forza: la camera si pieg sia di fronte
al gesto di forza, sia di fronte alla minaccia di nuove elezioni. 
La maggioranza dei liberali fiancheggiatori ader al fascismo; una 
minoranza pass all'opposizione.
Dal punto di vista economico il 1922-1925 fu complessivamente
nel mondo e in Italia, un periodo di netta ripresa e poi di prosperit.
In Italia il reddito pro capite super quello d'anteguerra. Nei primi anni
dopo la guerra la politica tributaria, culminata nell'autunno del 1920
per iniziativa di Giolitti, era stata orientata nel senso di procacciare
nuove entrate, gravando sui ceti ricchi. Nel 1921-1922 si era iniziata
una reazione a questa tendenza. La politica economica del governo 
fascista era diretta da un liberista, Alberto De Stefani. Questi stimol la
politica tributaria iniziata nel biennio precedente, rivolta a ristabilire
la tradizionale distribuzione del carico tributario e del reddito, alterata
dalla guerra e dal dopoguerra, a favorire l'accumulazione di capitali e
gli investimenti. Fu una politica di rafforzamento del bilancio e di 
agevolazioni per i ceti abbienti e produttori. Il carico tributario 
aument, e aumentarono soprattutto le imposte dirette.
Pochi giorni dopo la sua costituzione il ministero Mussolini ritir il
progetto di legge varato da Giolitti sulla nominativit dei titoli 
(malvisto anche dal Vaticano), decise di privatizzare la rete telefonica, 
di non dare corso alla relazione dell'inchiesta sulle spese di guerra e
rinunci al monopolio di Stato delle assicurazioni sulla vita. 
Successivamente venne privatizzata l'industria dei fiammiferi. I 
grandi industriali, padroni della potentissima Confindustria, premevano 
perch il governo concentrasse le agevolazioni su di loro, senza 
disperderle sui colleghi meno forti. Ma gli industriali finirono col
restare scontenti di De Stefani, non solo e non tanto per il suo liberismo
quanto perch nel marzo del 1925 prese alcuni provvedimenti che, per
frenare l'inflazione, crearono difficolt agli investimenti industriali.
Il fatto  che fino al 1925 le conseguenze della guerra, la rottura da
questa apportata negli equilibri tradizionali si fecero sentire in modo
ancora acuto sul piano economico e sociale. Gli anni 1922-1925 furono 
un periodo di transizione non solo sotto il profilo politico (instaurazione
di un regime autoritario che non era ancora, nemmeno sulla carta,
totalitario) ma anche sotto il profilo economico e sociale.
Il periodo era caratterizzato non solo da una insolita vitalit della
piccola propriet terriera ma anche da altri fattori: dalla esigenza di
portare avanti con energia la riconversione postbellica dell'economia,
il che implicava comprimere le industrie siderurgiche, navali e meccaniche
di guerra, le pi legate alla spesa pubblica; dal contrasto fra gli
interessi del grande commercio con l'estero, soprattutto triestino, e gli
interessi dell'industria.
Tutto questo cess nel 1925 con la nomina di Volpi a ministro delle
finanze quale successore di De Stefani. Furono presi dei provvedimenti
a favore degli investimenti industriali; il ripristino e l'aumento
dei dazi, compreso quello sul grano, e poi la rivalutazione della lira 
depressero la piccola propriet terriera a vantaggio della grande.
Come gli anni 1922-1925 erano stati un periodo di relativa fluidit,
stimolata da spinte inflazionistiche, gli anni 1925-1929 furono un
periodo di pieno ripristino e di consolidamento dei vecchi equilibri, 
sempre pi strettamente controllati dal capitale finanziario. Come vedremo,
anche sul piano politico gli anni 1925-1929 furono un periodo di
consolidamento e di decisivo potenziamento del regime fascista.
Nel 1922-1925 un altro campo di frizione fra il governo e gli industriali
fu quello sindacale, dove il fascismo era particolarmente sensibile
perch voleva cattivarsi il favore delle masse operaie. I sindacalisti 
fascisti, guidati da Edmondo Rossoni, miravano al cosiddetto sindacalismo
integrale, cio ad inquadrare in un'unica organizzazione tutti i datori
di lavoro e tutti i prestatori d'opera. Proprietari e salariati
agricoli erano disposti ad accettare questo progetto: in parte, e forse
soprattutto, per la loro minore potenza; ma anche perch il sindacalismo 
fascista era prevalentemente diffuso nelle campagne, dove la lotta
di classe era stata ormai soffocata. Invece gli industriali si opposero
con successo al progetto di Rossoni, che venne accantonato.
Alla fine del 1923 Mussolini dichiar agli industriali, raccolti intorno
a lui a palazzo Chigi: capitale e lavoro non dovevano combattersi,
ma collaborare; il governo avrebbe garantito l'ordine (anche la festa
del primo maggio era stata abolita), ma in cambio gli industriali 
avrebbero dovuto aumentare i salari, sufficienti nelle campagne, 
insufficienti nelle industrie. La richiesta di aumenti salariali era 
tanto pi giustificata in quanto si era in un periodo di prezzi 
crescenti che nel 1925-1926 si tradussero in vere e proprie spinte 
di accentuata inflazione. Siccome i salari industriali non aumentarono,
anzi diminuirono, ci furono, nell'estate del 1924 e soprattutto nel 
marzo del 1925, degli scioperi promossi dai sindacati fascisti. Alla fine 
del 1925 gli industriali cercarono di sottrarsi dalla competenza
dell'istituenda magistratura del lavoro. Il guardasigilli Alfredo Rocco, 
ex nazionalista, era favorevole alla loro richiesta e a sottoporre alla
magistratura del lavoro i soli ceti rurali. Ma Mussolini si oppose e 
questa volta gli industriali dovettero cedere.
Questi contrasti frenavano e limitavano, ma non impedivano a Mussolini 
di fascistizzare lo Stato italiano, come vedremo nel prossimo capitolo.
3. Lo Stato fascista
Il discorso del 3 gennaio apriva, anche formalmente, un nuovo periodo 
nella storia d'Italia. Si continu a parlare di restaurazione dello
statuto. In realt, da allora non si tratt pi di restaurare lo statuto, 
ma come poi si disse, di superarlo. L'Italia non era pi uno Stato liberale.
Si avviava a diventare uno Stato fascista, il primo degli Stati fascisti. 
Il passaggio, nelle istituzioni e nelle leggi, dallo Stato liberale allo 
Stato fascista fu iniziato tra il principio del 1925 e il 1926, fu 
portato a termine nei due anni successivi ed ebbe il suo coronamento 
nel 1929 con la Conciliazione e con il plebiscito.
La libert di stampa venne praticamente soppressa nel corso del 1925. 
Fra il gennaio dello stesso anno e la fine del 1926 furono proposte 
ed approvate diverse altre leggi: la massoneria venne soppressa; il
governo ricevette amplissime facolt di emanare decreti-legge, vennero 
riformati i codici; la burocrazia fu fascistizzata; la figura del capo
del governo divent superiore a quella degli altri ministri, indipendente
dal potere legislativo e responsabile solo verso la corona (l'analogia
con la figura del cancelliere di tipo germanico era pi apparente che
reale); furono tolti la cittadinanza e, talvolta, i beni ai fuorusciti; 
fu ristretta e poi soppressa l'autonomia delle amministrazioni comunali.
Finalmente venne introdotta la pena di morte ed istituito un tribunale
speciale per giudicare i reati contro la sicurezza dello Stato, cio 
contro il regime fascista.
Autori di tutte queste leggi, le cosiddette leggi fascistissime, furono
due ex nazionalisti: Luigi Federzoni, nella sua qualit di ministro
dell'interno, e, soprattutto, il giurista Rocco, ministro guardasigilli.
Anche questa complessa operazione venne condotta da Mussolini
con successo. Lo favor il fatto che, grazie alla prosperit economica,
le simpatie per il fascismo erano assai diffuse nel paese, almeno fino a
tutto il 1926. Inoltre Mussolini seppe agire con la consueta accortezza,
sfruttando ancora una volta sia la pressione dell'estremismo fascista,
sia il freno dell'opinione benpensante.
Fino al delitto Matteotti il ministero dell'interno - il ministero chiave 
per il controllo del paese - era stato personalmente diretto da Mussolini.
Dopo il delitto Matteotti, Mussolini lo affid a Federzoni, fino
allora ministro delle colonie. Federzoni era un conservatore, un 
monarchico, un uomo d'ordine: una garanzia, insomma, per tutti coloro
che, pur aborrendo le opposizioni, erano rimasti scossi dal delitto 
Matteotti, temevano l'estremismo fascista ed i cosiddetti salti nel buio. 
Federzoni fu dimesso da ministro dell'interno nel corso del 1926, quando
ormai la fascistizzazione dello Stato era un fatto irreversibile. La sua
presenza serv ottimamente a coprire il sovvertimento delle istituzioni
liberali e a garantire il carattere conservatore dell'operazione.
Nello stesso periodo la direzione del partito fascista fu affidata a due
estremisti: a Francesco Giunta e poi, nel febbraio 1925, a Roberto
Farinacci. Quest'ultimo era il pi autorevole e il pi facinoroso dei ras
fascisti. Mussolini non aveva simpatia per Farinacci. Sia con lui che
con Giunta assumeva spesso un tono energico, per frenarne le impazienze
e le intemperanze. Ma essi gli servivano, e li usava. Mussolini
cedeva, nella misura che riteneva opportuna, alle loro pressioni per la
fascistizzazione dello Stato, che spesso consisteva semplicemente 
nell'eliminare i funzionari ritenuti antifascisti. In tal modo, fra 
l'altro, Mussolini dava soddisfazione alle brame di conquista dei 
gregari (A chi l'Italia? A noi!).
Anche Farinacci, come Federzoni, fu dimesso dalla sua carica nel
corso del 1926. Nascevano sovente screzi e contrasti tra i funzionari
dello Stato e quelli del partito: soprattutto in provincia, tra il 
prefetto e il federale. Pi tardi ci saranno contrasti analoghi tra i 
gerarchi del partito e il sottosegretario all'interno o il capo della
polizia. Mussolini appoggi sempre di preferenza i funzionari dello 
Stato contro quelli del partito. In questi primi tempi l'appoggio fu
netto: una circolare del 5 gennaio 1927 stabiliva la preminenza del 
prefetto sul federale. Lo Stato, si diceva, era superiore al partito.
Cos aveva desiderato anche l'ex ministro dell'interno, Federzoni.
Una delle ragioni del successo di Mussolini continuava ad essere
proprio il suo senso della misura, che lo faceva apparire come il 
moderatore del partito. D'altra parte, egli si guardava bene dal 
dissolvere, come alcuni avrebbero voluto, il partito nello Stato.
Il partito e la milizia erano l'arma di riserva, da tenere in secondo
piano o da agitare in primo piano secondo le circostanze. Lo stesso 
Mussolini, nel discorso dell'Augusteo del 22 giugno 1925, aveva proclamato 
a gran voce la volont totalitaria ed imperiale del fascismo, e la 
necessit di fascistizzare l'Italia. Quest'azione era allora in corso e 
il discorso del 22 giugno le impresse vigore. Tuttavia l'opportunit, 
fortemente sentita da Mussolini per accattivarsi le simpatie dei 
conservatori, di subordinare il partito allo Stato contribu alla lunga
a indebolire il partitO stesso il quale di fatto fin, negli anni '30, col
dissolversi nello StatO e, quasi, con lo scomparire come forza politica 
autonoma. Negli stessi giorni del discorso dell'Augusteo, Mussolini 
impartiva ai rappresentanti diplomatici all'estero alcune direttive 
(preludenti alla successiva legge sui fuorusciti) per cui veniva 
praticamente tolta a Nitti la cittadinanza italiana. Nitti era allora 
il pi illustre dei fuorusciti e il pi attentamente seguito da Mussolini.
Qualche settimana dopo, Amendola subiva un'aggressione in seguito alla
quale doveva morire.
Amendola era un meridionale fermo, austero e nobile, un carattere, per
vocazione e per necessit, di una seriet tragica. Pag con la morte la
sua fermezza. Sorte analoga ebbe, pi tardi, un giovane intellettuale
torinese, ancor pi intransigente, Piero Gobetti.
L'opposizione aventiniana si disfaceva miseramente. Chi volle fare
atto di sottomissione pot rientrare alla Camera. Mussolini non respingeva
mai chi compiva quest'atto. Gli altri membri dell'Aventino vennero espulsi
dalla camera nel novembre del 1926 e furono esuli in patria o all'estero. 
In questo mese, con l'attentato a Mussolini di Tito Zaniboni, con 
l'istituzione del tribunale speciale e con l'espulsione dalla camera dei
deputati antifascisti, finivano in Italia gli ultimi residui della libera
lotta politica. Solo in Senato rimase un gruppetto di oppositori liberali,
fedeli allo Stato prefascista. Ne facevano parte, tra gli altri,
Benedetto Croce, Francesco Ruffini e l'ex direttore del Corriere della
Sera Luigi Albertini.
Fino al 1925 Mussolini aveva sostanzialmente lasciato respiro ai
comunisti. Fu una politica abile quella di agitare periodicamente 
davanti alla borghesia italiana, soprattutto in senato, il panno rosso del
pericolo bolscevico, e, nello stesso tempo, lasciare che l'opposizione 
aventiniana e l'opposizione comunista si azzuffassero a vicenda.
Caduta l'opposizione aventiniana, anche quella comunista venne soppressa. 
Molti comunisti furono processati e incarcerati. Il loro capo,
Antonio Gramsci, mor dopo undici anni di detenzione.
I nomi fatti in questa pagina sono quelli pi famosi. Ve ne furono altri,
oscuri, di uomini modesti e semplici che subirono persecuzioni e
carcere, e vissero negli ambienti dell'emigrazione o restarono esuli in
patria.
Maggiori difficolt, come si  visto, present il tentativo di sottomettere
alla nuova legge fascista i rapporti di lavoro fra industriali e
operai. Le masse operaie settentrionali erano antifasciste. Gli industriali
erano tradizionalmente ostili all'intervento dello Stato nei loro
rapporti con i prestatori d'opera.
Uno dei princpi fondamentali affermati dal fascismo era la collaborazione
tra il capitale e il lavoro. Ma le idee in proposito restavano assai
confuse. Si chiamava questa collaborazione ora col nome di sindacalismo,
ora col nome di corporativismo. Siccome, come si  detto, gli
industriali si opposero, il sindacalismo integrale fu messo da parte e si
proclam ufficialmente l'esistenza del contrasto fra le classi; contrasto,
peraltro, che il fascismo (si diceva) avrebbe composto in una sintesi 
superiore.
Infatti nel giugno del 1925 (contemporaneamente al discorso dell'Augusteo
e quasi contemporaneamente alla ripresa del protezionismo doganale) il
movimento sindacale italiano venne fascistizzato: il Gran consiglio 
decise che solo i sindacati fascisti potevano rappresentare i prestatori
d'opera nelle trattative con i datori di lavoro. Il 2 ottobre successivo
i sindacati fascisti e gli industriali stipularono un accordo di 
importanza fondamentale (il patto di palazzo Vidoni), impegnandosi a
collaborare. Da parte dei sindacati fascisti la collaborazione 
signific la rinuncia allo sciopero e alle commissioni interne di fabbrica.
Per gli industriali questo era un grande, fondamentale successo, tale da
indurli a cedere, nonostante qualche resistenza, alle richieste del 
governo per la disciplina giuridica dei rapporti di lavoro. Nel novembre
1925 si cominci a discutere il relativo disegno di legge. Nei primi
mesi dell'anno successivo il governo concesse agli industriali un altro
vantaggio (dettato, tuttavia, anche da altre considerazioni): garant
loro le forniture pubbliche anche se i prezzi avessero superato di pi
del 5 per cento (margine osservato fino allora) quelli delle similari
industrie estere.
Si arriv cos alla importante legge del 3 aprile 1926. Essa rest 
fondamentale su due punti: sanciva formalmente la rinuncia allo sciopero
ed alle commissioni interne da parte dei sindacati; estendeva a tutti i
rapporti di lavoro i contratti collettivi. Di questi due punti il primo era
a vantaggio degli industriali, il secondo a vantaggio degli operai. 
Peraltro il primo punto venne fatto osservare con un rigore affatto ignoto
per il secondo punto. Il Lavoro Fascista, organo delle unioni dei 
prestatori d'opera, mise spesso in rilievo, durante il ventennio, la mancata
osservanza della legge da parte dei datori di lavoro. Inoltre la tendenza
dei contratti collettivi fu quella di basarsi sui salari delle aziende meno
efficienti, cio sui salari pi bassi.
Tuttavia, sul piano immediato, la legge coincise con un periodo di
benessere di una parte degli operai. Sebbene le statistiche ufficiali non
lo confermino, sembra che nella prima met del 1926 i salari reali, 
grazie all'intervento dei sindacati fascisti, fossero aumentati, tanto che 
in alcuni casi tornarono al livello del 1921-1922.
La collaborazione fra capitale e lavoro non rispondeva soltanto a
opportunit contingenti, cio al bisogno di frenare e controllare il 
movimento rivendicativo degli operai, i cui salari erano colpiti dalle 
spinte inflazionistiche in atto. Essa rispondeva anche a esigenze pi 
profonde. Si trattava, come si diceva e si ripeteva, di immettere le masse
nello Stato. Il problema, che affondava le radici soprattutto nel pensiero 
politico antigiolittiano del primo quindicennio del secolo, era maturato
concretamente negli anni di guerra ed era esploso in forma drammatica 
nel dopoguerra. La classe dirigente italiana fu incapace di risolvere 
questo problema col metodo tradizionale della libert. Il fascismo
fu la risposta a questo problema. Ed infatti uno dei caratteri peculiari
del fascismo rispetto agli altri regimi reazionari fu quello di avere una
sua componente sindacalista ed una sua base di massa
Il 21 aprile del 1927 fu promulgata la Carta del Lavoro: un insieme
di princpi generali con cui, nella forma, venivano confermate le istanze 
di collaborazione fra capitale e lavoro e con cui, nella sostanza, 
veniva confermata la rigida, organica subordinazione del lavoro al 
capitale. La Carta affermava il lavoro, sia direttivo che esecutivo, sia
intellettuale che manuale,  tutelato dallo Stato. Poi specificava:
l'iniziativa privata  lo strumento produttivo pi efficace e utile 
nell'interesse della nazione; l'intervento dello Stato ha luogo soltanto
quando l'iniziativa privata manchi o sia insufficiente o quando siano in 
giuoco interessi politici dello Stato. La magistratura del lavoro, che 
entr in funzione nello stesso 1927, svolse essenzialmente il compito di 
ridurre i sa1ari, adeguandoli alla rivalutazione della lira, e di frenarne 
la dinamica.
Nel 1928 il sindacalismo fascista, sino allora prevalentemente rurale,
riusc finalmente a penetrare fra le masse del proletariato urbano.
L'affermarsi dei sindacati fascisti fra le masse operaie va messo in 
relazione, a quanto sembra, con l'aumentata disoccupazione, provocata
dalla rivalutazione della lira, e, soprattutto, col fatto che, per trovare
lavoro, divenne praticamente obbligatoria l'iscrizione ai sindacati fascisti.
Avvenuta la fascistizzazione delle organizzazioni delle masse operaie, 
Mussolini accett una richiesta degli industriali. Col regolamento
del primo luglio 1926, successivo alla legge del 3 aprile dello stesso
anno sulla disciplina dei rapporti di lavoro, tutti i sindacati dei 
prestatori d'opera erano stati riuniti in un'unica Confederazione nazionale
dei sindacati fascisti dei lavoratori, posta sotto la presidenza di 
Rossoni. Era un avvenimento di grande importanza per le forze del lavoro,
che vedevano finalmente ricostituito il sindacato unitario. Mussolini
lasciava mano libera agli atteggiamenti che Rossoni assumeva per 
cattivarsi il favore delle masse operaie. Invece i datori di lavoro 
vedevano con scarso favore l'azione di Rossoni e la confederazione unitaria
dei lavoratori. Alla fine del 1928 ottennero da Mussolini l'allontanamento
di Rossoni e lo scioglimento della confederazione, la quale venne divisa 
in sei confederazioni autonome l'una dall'altra e corrispondenti alle
sei confederazioni dei datori di lavoro.
Si disse che il provvedimento era un passo ulteriore verso l'ordinamento 
corporativo: il che, come vedremo, corrispondeva in un certo
senso a verit. Ma sembra pi esatto dire che il provvedimento mirava a 
indebolire la capacit contrattuale dei sindacati dei prestatori d'opera.
Non  improbabile che lo scioglimento della confederazione unitaria 
venisse deciso da Mussolini anche per vincere le perplessit e le 
resistenze che gli ambienti conservatori, in primo luogo i grandi 
industriali, opponevano all'ulteriore fascistizzazione dello Stato.
Conservatori e industriali temevano che una completa riforma dello Stato in
senso fascista - cio, a questo riguardo, in senso sindacalista e
corporativo - intaccasse il privatismo che era stato e che era la 
direttiva fondamentale della politica economica del governo. Taluni 
ritenevano che per garantire il privatismo economico, fosse opportuno non
abolire totalmente alcuni aspetti dello Stato liberale.
Il privatismo economico non venne toccato. Ma la riforma dello
Stato fece, nel 1927-1928, un ulteriore, definitivo passo avanti nel
campo fondamentale della rappresentanza politica e dell'assemblea
legislativa.
Le idee erano confuse; ma non mancarono spunti ed esigenze interessanti.
Il punto di partenza dei teorici del corporativismo, tra i quali
primeggiava il giovane Giuseppe Bottai, era il fallimento dello Stato
liberale nella crisi postbellica. Si criticava soprattutto, dello Stato
liberale, il divorzio tra la rappresentanza politica e le forze della 
produzione e del lavoro, della borghesia imprenditrice e degli operai. Il
problema era di sanare questo divorzio, di creare un nuovo tipo di
rappresentanza politica che aderisse plasticamente alle forze della
produzione e del lavoro, e, parallelamente, di creare un nuovo tipo di
rapporti tra datori di lavoro e prestatori d'opera. Questo affermavano 
i teorici.
Gi nell'ottobre del 1925 il Gran consiglio si era occupato della
questione. Allora il fascismo ammetteva ancora, se non altro in teoria,
la pluralit dei partiti. Era stata sostenuta una soluzione, del resto gi
proposta nel 1910-1911 e nel 1919, che contemperava il principio della
rappresentanza politica tradizionale (affidata alla camera) e il principio
della rappresentanza del lavoro: il senato sarebbe stato in parte
composto dai rappresentanti dei sindacati o corporazioni (le due parole 
venivano ancora usate promiscuamente).
Ma non se ne fece nulla, sia perch nei due anni successivi il carattere
del fascismo si afferm in modo definitivo con la soppressione degli
altri partiti, sia anche, sembra, per non urtare la corona, sottraendole
parte delle nomine dei senatori. Nel 1928 ci fu ugualmente un contrasto
tra il re e Mussolini per le larvate competenze in materia di successione 
reale attribuite al Gran consiglio. Effettivamente il provvedimento 
mirava, sia pure in modo blando, a vincolare la libert della corona.
Il senato rest di nomina regia. La rappresentanza politica tradizionale
fu soppressa e la camera venne composta dai rappresentanti dei sindacati 
o corporazioni. Queste per si limitavano a proporre i candidati, che
venivano poi selezionati dal Gran consiglio che formava la lista da
sottoporre agli elettori. La segretezza del voto venne praticamente 
soppressa. Le elezioni (Mussolini teneva a sottolineare fascisticamente 
il senso di fastidio che gli davano) si chiamarono plebiscitarie.
Un decennio pi tardi la camera, che di sindacalista o corporativo
aveva solo il nome, sub un'ulteriore riforma. Scomparve ogni traccia,
anche formale, di elettivit. La Camera venne chiamata Camera dei
fasci e delle corporazioni e fu costituita dai rappresentanti del
consiglio nazionale del partito e del consiglio nazionale delle 
corporazioni, istituite nel frattempo.
Le prime elezioni plebiscitarie, tenute nel marzo 1929 a coronamento
dell'avvenuta costruzione dello Stato fascista, furono un netto
successo per il regime. La ragione forse principale di questo va cercata
in un altro, grande successo che Mussolini aveva conseguito un mese
prima, e cio la Conciliazione.
La conciliazione con la Chiesa e la fine della questione romana furono
volute da Mussolini per motivi diversi. Egli cercava di facilitare,
con l'appoggio della Chiesa, la cosiddetta immissione delle masse nello
Stato fascista e, ancor pi, di contenere l'emancipazione di quelle
rurali. La collaborazione tra le classi, imposta dal fascismo, che si 
veniva chiamando corporativismo, aveva un precedente preciso, pur con
divergenze notevoli, nel corporativismo cattolico. Ma vi furono altri
due motivi, di importanza per lo meno pari ai primi, che spinsero 
Mussolini su quella strada: rafforzare il prestigio del fascismo, e 
quello personale del duce, cogliendo i frutti di un lavorio che era 
stato impostato gi dai governi precedenti; sfruttare l'appoggio 
della Chiesa romana come strumento di espansione nazionale. Mussolini 
aveva pubblicamente affermato quest'ultimo motivo gi nel 1921 sulla scia 
di quanto preconizzavano i nazionalisti.
Mussolini, romagnolo ed ex socialista, era stato accesamente anticlericale.
La sua politica ecclesiastica e la mira di sfruttare la religione
come instrumentum regni furono atti di una spregiudicatezza che si
pu definire cinica e che nessuno dei suoi predecessori al governo 
avrebbe mai pensato di compiere. Il re, anticlericale e rappresentante 
della tradizione, era stato da principio contrario all'idea della
conciliazione. Questa spregiudicatezza rappresent la novit e la nota
tipica portata da Mussolini e dal fascismo nella politica ecclesiastica
italiana. Per il resto, si trattava di un problema ricco di precedenti 
storici. Questi partivano dal mito giobertiano del primato italiano e 
consistevano nella tendenza, affermata pi volte da conservatori cattolici,
liberali e nazionalisti, a usare la religione come strumento per dirigere 
le masse popolari e per affermare, sulla scia dell'universalismo papale,
l'espansione nazionale. Talvolta - non sempre - si era trattato non 
soltanto di una gretta applicazione della religione come instrumentum 
regni, ma anche, in varia misura, di sincero spirito religioso. Col passare
dei decenni, questo spirito si era andato peraltro affievolendo ed il 
primo motivo era prevalso.
La politica ecclesiastica di Mussolini aveva degli addentellati anche
con la politica generale del dopoguerra. Mentre, prima della guerra la
tendenza in politica ecclesiastica era stata quella della separazione tra
Stato e Chiesa, nel dopoguerra si afferm la tendenza, presso tutti gli
Stati, a una politica di pi stretta intesa con la Chiesa. Erano tempi di
crisi, alla cui origine stavano la rivoluzione russa, la paura del 
comunismo, e si reputava opportuno cercare l'appoggio della Chiesa. Questa
d'altra parte, andava ormai sostituendo ai legami tradizionali con gli
interessi di natura terriera nuovi legami con gli interessi di natura 
finanziaria e borghese.
La politica concordataria gi avviata da Benedetto 15esimo, venne 
singolarmente favorita da Pio 11esimo. Questo papa, a differenza del 
predecessore, aveva una concezione che si potrebbe dire intransigente, 
teocratica e totalitaria del cattolicesimo e dei suoi rapporti con la 
societ civile. Gli strumenti per realizzare questa concezione dovevano
essere, nell'animo del pontefice, la politica concordataria e l'Azione 
cattolica. Egli detestava il socialismo e il comunismo, e, pur deplorandone 
le intemperanze, vedeva con simpatia il fascismo in quanto argine 
anti-bolscevico e anche per la sua natura illiberale. Abbiamo detto che, 
nel corso del 1923, il Vaticano abbandon di fatto il partito popolare per
avvicinarsi a poco a poco al fascismo. Oltre a tutti questi motivi, il
papa fu indotto a stipulare gli accordi lateranensi anche per risolvere la
crisi finanziaria che travagliava la Santa sede.
Ma Mussolini non era giunto alla conciliazione soltanto perch le
sue idee politiche gli consentivano di non tener conto dei princpi che
lo Stato liberale aveva seguito nei confronti della Chiesa. Egli sapeva
che, grazie al totalitarismo del regime fascista poteva rintuzzare 
facilmente le eventuali aspirazioni a tendenza teocratica e le invadenze 
clericali. Nei disegni di Mussolini, la conciliazione doveva risolversi in
una stretta subordinazione della Chiesa ai fini dello Stato. Il papa 
naturalmente la intese in diverso modo.
Poco tempo dopo la firma degli accordi lateranensi, l'atteggiamento
di Mussolini provoc un momento di tensione con la Santa Sede. La
tensione riapparve,in forma ben pi acuta nell'estate del 1931, perch
il governo non intendeva permettere l'attivit di carattere sindacale e
sportivo dell'Azione cattolica. Pio 11esimo fin col cedere, anche per i
suggerimenti dei cardinali Gasparri e Pacelli, perch non riteneva 
opportuno mettersi in urto col fascismo quando il nemico principale era
sempre pi il comunismo.
A parte questi momenti di tensione, i rapporti fra l'Italia fascista e la
Santa sede fino al 1938 furono in complesso corretti, anche se non sempre
cordiali.
4. Quota novanta
Un problema fondamentale dell'economia europea dopo la guerra
fu quello di frenare l'inflazione che aveva colpito, in misura maggiore
o minore, tutte le sue monete, di rivalutarle e stabilizzarle. Questa 
politica deflazionistica cre delle difficolt allo sviluppo in atto negli
anni '20, stimol la concentrazione delle aziende e fu pagata dagli
operai con un'elevata disoccupazione. Di particolare importanza era il
corso della sterlina, ancora considerata (sebbene, ormai, insieme al
dollaro) moneta regina dell'economia mondiale. Passata la crisi 
postbellica, l'Inghilterra segu una politica di accentuata deflazione, 
fatta da Churchill, allora cancelliere dello scacchiere. Nel 1925 la 
sterlina torn al valore di prima della guerra in rapporto al dollaro e 
torn altres alla libera convertibilit in oro. Era sostanzialmente una 
politica di prestigio imperiale che, sebbene giustificata dall'ambizione 
di non perdere la posizione egemonica sul mercato finanziario del mondo,
non aveva pi un'adeguata base reale (la guerra aveva provocato un
massiccio trasferimento di oro dall'Europa e dall'Inghilterra in America)
e fren fortemente lo sviluppo industriale del paese.
Nell'agosto del 1926, in un discorso pronunciato a Pesaro, Mussolini
ordin una drastica politica di deflazione della lira. La svalutazione 
di questa era andata continuando dalla guerra in poi: nel 1926 il suo
valore era di circa un settimo di quello di anteguerra. Ora doveva 
essere rivalutata in modo che 90 lire circa corrispondessero al valore 
di una sterlina: quota novanta, come fu detto con linguaggio 
combattentistico. La quota venne raggiunta nel dicembre del 1927. 
Il valore ufficiale della lira sal a un quarto, poi a un terzo di quello 
d'anteguerra. L'operazione venne attuata dal ministro delle finanze che, 
come abbiamo detto, era il conte Giuseppe Volpi, uno dei pi importanti
finanzieri italiani. Volpi, si ricorder, era succeduto nel luglio 1925 a
De Stefani perch questi aveva scontentato il mondo degli affari. La 
qualit di uomo di fiducia del mondo degli affari rendeva Volpi 
particolarmente adatto a compiere un'operazione che suscit non poche 
perplessit e opposizioni in quel mondo. Mussolini, del resto, nella 
scelta del ministro delle finanze (il ministero chiave per la direzione
economica del paese, nonostante il molto propagandato ministero delle
corporazioni) segu costantemente questa norma: dare la preferenza a un
tecnico o a un funzionario quando si trattava di fare una politica di
tipo classico, di contenimento degli interventi pubblici (tale era 
stato De Stefani e tale sarebbe stato Mosconi, ministro nel 1928-1932); 
dare invece la preferenza a una personalit direttamente legata al mondo
economico quando si trattava di fare una politica di pubblici interventi, 
che avrebbe potuto favorire ma anche suscitare in quel mondo diffidenze 
e ostilit (tale era Volpi e tali sarebbero stati Jung e anche, in qualche 
misura, Thaon di Revel, ministri nel 1932-1940).
I motivi della rivalutazione della lira furono vari. Furono motivi di
prestigio: soprattutto nei giorni intorno al 3 gennaio 1925 non erano
mancati presso le borse estere (per esempio, quella di Londra) tentativi
di speculare sul ribasso della lira, approfittando sia della congiuntura
economica che di quella politica; dal canto suo, il linguaggio ufficiale
del fascismo cominciava a essere violentemente polemico contro la
cosiddetta plutocrazia internazionale giudaico-massonica. Fu la 
preoccupazione di attenuare l'onere delle importazioni. Fu la 
preoccupazione di risanare l'apparato finanziario-industriale, sgonfiandone
drasticamente i settori pi inflazionati. Fu la preoccupazione di favorire
i detentori dei titoli di Stato e anche i capitali esteri investiti in 
Italia, in un periodo nel quale il ritmo degli investimenti privati, che 
andava diminuendo, doveva essere compensato dall'aumento degli investimenti
pubblici e di quelli esteri.
La rivalutazione della lira ebbe importanti conseguenze sull'economia 
della nazione. Essa favor le aziende elettriche, importatrici di capitali,
e, in genere, le importazioni di materie prime; danneggi le altre
industrie, le banche impegnate nei finanziamenti industriali, le 
esportazioni industriali e gli imprenditori agricoli. Gli uomini d'affari 
accolsero l'operazione con forti riserve. In maggioranza essi erano 
favorevoli alla rivalutazione e soprattutto alla stabilizzazione della 
lira, ma giudicavano eccessiva la quota imposta da Mussolini. 
Particolarmente risentiti erano i tessili, i pi legati all'esportazione. 
Il finanziere Gualino, che era il magnate della seta artificiale e che 
l'anno precedente aveva fortemente aumentato il capitale della 
Snia Viscosa, scrisse una vibrante e indignata lettera a Mussolini.
Ma pi importanti furono altre conseguenze della politica di deflazione, 
il fatto cio che, come ha osservato Vittorio Foa, essa allarg la
base di massa del fascismo, legando alla grande borghesia strati di 
piccola borghesia a reddito fisso, e depresse il movimento rivendicativo
degli operai, e che contribu in misura determinante a frenare il sorgere
di nuove aziende, a favorire la concentrazione di quelle esistenti e a
stabilizzare lo status quo nel mondo economico e sociale. (Il processo
di concentrazione fu vistoso soprattutto nei settori minerario, elettrico,
chimico e navale.) Un effetto analogo aveva il ritorno al protezionismo
doganale, iniziato da Volpi gi nel 1925.
Mussolini, lanciando la direttiva di quota 90, aveva avuto l'intenzione,
pi che di favorire le grandi aziende, di rafforzare finanziariamente 
lo Stato nei confronti del settore privato. Naturalmente egli era
ben lungi dal voler frenare lo sviluppo delle grandi aziende che erano
il nerbo dell'economia nazionale. Ma egli nutriva avversione e diffidenza 
per le grandi concentrazioni economiche, sia finanziarie (come la 
Banca Commerciale) che industriali (come la Fiat) e avrebbe voluto
controllarne lo sviluppo. Erano l'avversione e la diffidenza per i 
supposti legami internazionali della Banca Commerciale e per la sua 
tendenza a puntare sull'inflazione; per i sopraprofitti di monopolio della
Fiat e per il suo imporre la propria volont contro quella dello Stato
(per esempio, in materia di dazi doganali). Tuttavia non fu certo questa
la sola volta in cui la politica economica di Mussolini diede risultati
che erano, limitatarnente ad alcuni aspetti non secondari, diametralmente
opposti alle simpatie del duce.
Per comprendere il persistente velleitarismo delle intenzioni 
antimonopolistiche di Mussolini bisogna tener presente il fatto che egli
intendeva la produzione economica unicamente come strumento della
potenza nazionale. Una politica economica nella quale i problemi del
benessere individuale avevano un peso secondario favoriva, per un
processo spontaneo, i grandi produttori rispetto ai medi.
Giunti a questo punto, possiamo azzardare un giudizio generale, 
anticipando anche quanto diremo pi avanti, e affermare che il fascismo,
considerato nel suo complesso, fu il regime politico del grande capitale 
italiano in epoca di crisi (l'intero ventennio fra le due guerre fu 
un'epoca di crisi). Il fascismo, in quanto regime del grande capitale in
epoca di crisi, ne amplific e, quasi, ne istituzionalizz i caratteri 
fondamentali, cio quelli di promuovere uno sviluppo limitato, accanto 
al quale si approfondivano gli squilibri (e non solo quello fra Nord 
e Sud) e si consolidavano posizioni di rendita monopolistica che frenavano 
lo sviluppo stesso. Ma il rapporto tra fascismo e grande capitale non fu 
semplice ed univoco bens complesso, anche contraddittorio. Le istanze di
sinistra e sindacaliste, le velleit antimonopolistiche, l'esigenza di 
rafforzare finanziariamente lo Stato nei confronti del settore privato,
i lavori pubblici, infine, dopo il 1936, i tentativi di una politica di
piano sono esempi del carattere complesso, contraddittorio del rapporto
tra fascismo e grande capitale.
La politica di Pesaro incise solo nel 1927 sulla espansione delle 
industrie pi importanti (minerarie, elettriche, metallurgiche, chimiche,
edilizie, tessili). Diminu il peso del settore a minore concentrazione,
quello tessile, ed aument il peso dei settori a maggior concentrazione,
in primo luogo l'elettrico, che aveva ormai da anni una posizione 
egemonica nel sistema industriale italiano.
Con la fine del 1927 e con la stabilizzazione della lira a quota 90 le
grandi industrie avevano superato di fatto la crisi. Questa nel 1928 e
nel 1929 si scaric principalmente sulle medie e piccole industrie (che
cercarono di salvarsi con numerose fusioni) nonch sull'agricoltura.
Le statistiche sembrano indicare anche per questi anni un aumento
del reddito pro capite. Tuttavia l'Italia continuava a essere una delle
nazioni pi povere.  stato calcolato che il reddito medio di un italiano
occupato nel periodo 1925-1934 era meno di un quarto del reddito di
un americano, meno di un terzo del reddito di un inglese la met del
reddito di un francese. Fra le nazioni principali la povert dell'Italia
era superata solo da quella dell'URSS e da quelia della Jugoslavia.
De Stefani aveva aumentato il carico tributario. Volpi, che rimase in
carica fino al 1928, lo allegger nettamente. Furono diminuite soprattutto
le imposte gravose per i ceti abbienti: ricchezza mobile, tasse di
successione e di registro, tasse sugli scambi. Ma la riduzione delle tasse
sugli scambi ebbe effetti benefici, insieme alla deflazione, sul carovita.
Almeno a quanto dicono i dati ufficiali, i salari reali, sia industriali
che agricoli furono in aumento: i salari nominali diminuirono, ma il
costo della vita diminu in misura pi accentuata. L'alimentazione, per
lo meno di una parte della popolazione, miglior: il numero quotidiano 
delle calorie pro capite aument rispetto agli anni 1923-1925.
Ma la politica di Pesaro provoc un aumento massiccio della disoccupazione.
Il malessere era acuto soprattutto nelle campagne, colpite
da una doppia crisi: quella della deflazione interna e quella, pure in
atto dal 1927, della caduta dei prezzi internazionali, particolarmente
forte nel settore agricolo. La crisi provocata dalla politica di Pesaro
colp in misura particolare numerosi piccoli proprietari, fittavoli e
mezzadri che avevano contratto debiti per acquistare terra. Entrambe
le crisi colpirono in misura particolare il Mezzogiorno, le cui colture
ricche erano destinate all'esportazione. Il calo delle esportazioni 
contrlbu ad inasprire la questione meridionale. Nel periodo fra le due
guerre mondiali la produzione agricola aument del 22 per cento nel Nord,
del 3 per cento nel Sud, cio nel Sud diminu, se non si tiene conto 
della produzione di grano.
Nel 1928 il governo cerc di alleggerire la crisi agricola e la 
disoccupazione con due strumenti: con l'incremento della produzione di 
grano, la Cosiddetta battaglia del grano, e con un ampio programma di
lavori pubblici
La battaglia del grano era gi stata iniziata di fatto da Volpi nel 
luglio del 1925, ristabilendo il dazio di protezione sul grano. Il dazio 
venne ulteriorrnente elevato nel settembre 1928, e poi ancora nel giugno
1930, all'iniziO della grande crisi. Pi tardi venne ridotto.
Con la battaglia del grano si mir a migliorare la bilancia commerciale
(il grano era una delle pi grosse voci delle importazioni), a difendere
la produzione granicola nazionale dalla deflazione monetaria
e dalla diminuzione dei prezzi internazionali, a incrementare la 
produzione e a giungere all'autosufficienza in un settore fondamentale 
dell'alimentazione. Giusti furono gli sforzi fatti per migliorare la 
produzione unitaria. Il prodotto divent quasi sufficiente a coprire il 
fabbisogno nazionale. Il consumo dei fertilizzanti artificiali aument 
in modo massiccio: rispetto al 1922, era quasi raddoppiato nel 1926, era 
pi che raddoppiato nel 1929; poi, con la grande crisi, diminu nettamente. 
Ci favor in modo singolare la tecnica della produzione agricola e 
l'espansione della Montecatini. Questa azienda, forte della sua posizione
di monopolio, imponeva ai fertilizzanti prezzi elevati che accentuarono 
la crisi agraria.
I lavori pubblici ebbero il loro fulcro nelle bonifiche: la cosiddetta
bonifica integrale, diretta da un distinto agronomo, Arrigo Serpieri.
Volpi, che aveva indirizzato la spesa pubblica a sostegno dell'industria,
venne sostituito alla direzione delle finanze da Antonio Mosconi,
con la consegna di dare la netta preminenza ai lavori pubblici. Mosconi,
per finanziare i lavori pubblici, aument il carico tributario che da
allora, nonostante gli sforzi contrari fatti fino al 1930, sal senza pi 
interruzioni. A partire dal 1929 l'Italia detenne il primato, fra le
nazioni principali, nell'incidenza dell'imposta sul reddito. L'aumento 
tributario fu particolarmente sensibile per le imposte indirette.
I lavori per la bonifica integrale furono condotti soprattutto nel 
periodo 1928-1933. Fu una politica volta non tanto a mutare i rapporti
sociali legati alla propriet e allo sfruttamento della terra quanto a
migliorare tecnicamente la produzione. In non pochi casi ne risult 
favorita la speculazione fondiaria di grosse aziende private all'uopo 
costituite. Il fascismo, che spese una cifra vicina a quella spesa per 
i lavori analoghi compiuti dai governi precedenti nel 1870-1922, li 
consider con particolare compiacimento, anche per il loro valore 
spettacolare e propagandistico (si pensi alla bonifica delle Paludi 
Pontine). E difatti malgrado la spesa elevata (che testimoniava, d'altra
parte, l'intensit dello sforzo), i lavori di bonifica costituirono un
successo del regime.
In questo campo il fascismo riprese alcuni aspetti della sinistra 
democratica italiana (si pensi, per fare solo un nome, a Garibaldi). 
Invece la riforma del latifondo siciliano, decisa poco prima dello 
scoppio della seconda guerra mondiale, rest sulla carta.
Nonostante i lavori pubblici, le condizioni dei ceti popolari peggiorarono
nel 1929. I consumi dei generi di prima necessit cominciarono, sembra,
a diminuire. Siccome i contadini affluivano nelle citt in cerca di 
lavoro e anche nelle citt il lavoro scarseggiava, il governo riprese e 
ampli i provvedimenti contro l'urbanesimo, iniziati nel marzo 1926.
Collegata al cosiddetto ruralismo del regime fascista, e di Mussolini in
particolare, era la politica di incremento demografico: l'aspetto - cos
potremmo definirla - rivolto prevalentemente verso gli obiettivi di
politica estera di quel fenomeno pi ampio che era il ruralismo. 
L'incremento demografico (che era peraltro molto scarso) era infatti 
desiderato soprattutto perch si riteneva che il numero fosse potenza e
perch esso era lo strumento propagandistico pi efficace per giustificare
di fronte all'opinione pubblica e ai governi esteri (in particolare il 
governo inglese) le aspirazioni espansionistiche.
Giudicata col metro di oggi, la politica di incremento demografico
appare tanto pi irrazionale sotto il profilo economico in quanto 
intendeva anche essere la risposta data agli Stati americani, prima del 
nord e poi del sud, che andavano chiudendo le porte all'immigrazione 
italiana. Mussolini colpito nella sua ombrosa suscettibilit per tutto ci
che riguardava il prestigio e il decoro nazionali, pose a sua volta divieti
e limiti, fra il 1925 e il 1927, all'emigrazione.
Col ruralismo fu esaltata la campagna, considerata come elemento
conservatore e stabilizzatore, e come serbatoio per impedire che 
l'eccedenza demografica andasse nelle citt, dove il disoccupato era pi
visto (con esito negativo per il prestigio del regime) e dove pi 
facilmente le masse popolari potevano turbare l'ordine. La propaganda
amava ammantarsi di un'idealizzazione dolciastra e falsa della campagna.
L'obiettivo reale era quello di controllare strettamente, alla sua
base, la mobilit sociale. Ci dava ai ricchi un senso piacevole di 
sicurezza. Verso gli ultimi anni del regime si cantava una innocente 
canzonetta le cui parole dicevano: O boscaiolo, il sole sta per 
tramontar / lascia il lavoro, torna al tuo casolar. Che la vita del
boscaiolo consistesse nel lavorare fino al tramonto e nell'abitare in 
un casolare, che ogni possibilit di mutamento fosse esclusa, erano fatti 
ovvii, accettati come dati naturali, sempre esistiti, diventati costume.
Ci non significa naturalmente che, durante il ventennio, cessasse 
l'afflusso in citt di mano d'opera, richiesta dallo sviluppo industriale 
(proprio dopo il 1935 l'industria acquist un peso maggiore 
dell'agricoltura nella produzione nazionale); significa solo che l'afflusso
fu tenuto sotto stretto controllo.
La politica cosiddetta rurale fu anche lo strumento propagandistico
con cui Mussolini cerc di nascondere di fronte alle masse contadine
le loro peggiorate condizioni: la piccola propriet contadina fu esaltata
e mitizzata nella propaganda proprio quando, nella realt, la politica di
quota novanta e il dazio sul grano la deprimevano.  vero che con la
bonifica integrale si mir anche a potenziare la piccola propriet. Ma
si tratt di risultati marginali rispetto alla tendenza di fondo. Per cui
sostanzialmente si pu affermare che, come le velleit di Mussolini di
controllare le grandi aziende industriali si risolvevano nel loro 
potenziamento, cos la propaganda sulla piccola propriet terriera 
nascondeva il potenziamento della grande.
Qualunque sia stato il grado di coscienza che ne ebbero i protagonisti
nel 1925-1929, il protezionismo doganale, la rivalutazione della
lira, la battaglia del grano, i provvedimenti contro l'urbanesimo 
appaiono allo storico, che si sforza di intenderli razionalmente, come 
elementi di una tendenza rivolta a frenare la mobilit dell'economia e
della societ, a stabilizzare la situazione e porla sotto il rigido
controllo dello Stato e dei ceti pi ricchi. In questo quadro le zone
di ombra erano numerose. La stabilit sociale era pagata in termini di
sviluppo economico, che risultava frenato e squilibrato: frenato per
la crisi che quota 90 provocava nel paese; squilibrato perch alla crisi
del paese faceva riscontro lo sviluppo limitato alle grandi aziende. 
Tuttavia (queste considerazioni conclusive si riferiscono anche al 
capitolo precedente) nel giudizio della classe dirigente le zone di luce
prevalevano nettamente.
La prova forse maggiore del carattere reale di queste simpatie e di
come il regime corrispondesse, con l'ordine e la scarsa mobilit sociale 
che tanto contrastavano col non dimenticato biennio rosso, 
all'aspirazione profonda della classe dirigente  data dai legami tra 
il fascismo stesso e una parte cospicua - e non soltanto quella pi 
superficiale, pi chiassosa o pi opportunistica - della cultura 
etico-politica degli anni precedenti.
Semplificando forse in modo eccessivo, si pu affermare che il fascismo 
fu il frutto pi clamoroso e la conclusione di quella cultura, che
era stata soprattutto spiritualistica, antimaterialistica, 
antipositivistica antidemocratica. Benedetto Croce, che di quella cultura
era stato il principale rappresentante, forn al fascismo non pochi spunti
culturali. Occorre tuttavia non dimenticare il carattere profondamente 
liberale di una filosofia che, come quella crociana, era tutta basata 
sulla distinzione fra i diversi momenti dello spirito.
Assai diverso il caso dell'altro grande filosofo italiano, Giovanni
Gentile. Egli port, speculativamente, pi innanzi la riforma filosofica
iniziata da Croce. Batt l'accento sull'unit dello spirito e sul suo 
carattere dinamico e pugnace. Persona di ricca umanit, sent 
profondamente l'istanza religiosa ed il bisogno generoso di bruciare - per 
verificarla - la cultura nella mischia quotidiana della vita, nella 
politica. Questa generosit si accoppiava nel filosofo, in modo
commovente, ad una totale mancanza di buon senso. Egli credeva - si 
direbbe - che spettasse alla realt di modellarsi sul suo coerente e 
metafisico speculare e non viceversa. Pass dal liberalismo al 
fascismo - e vi rimase fedele fino alla morte - perch credette di veder
realizzata, nella sua barbarie vichianamente generosa, la lezione morale 
di Francesco De Sanctis cio una riforma etico-religiosa del tradizionale
carattere italiano scettico e sorridente.
Ma lo stesso Gentile, col suo formalismo (riscontrabile anche nella
importante riforma scolastica da lui attuata), contribu senza volerlo a
sollecitare e a dare un crisma alla faciloneria morale e culturale del
fascismo. Il fascismo - egli diceva - non  sistema ma pensiero in 
divenire, il fascismo  cultura perch questa  forma e stile, non 
contenuto e materia. Molta merce pi o meno avariata si ammant di 
quella forma e di quello stile. Una delle tare fondamentali del fascismo 
fu, gi lo abbiamo detto, l'abisso che spesso divise le affermazioni 
verbali e dottrinarie dalle realizzazioni e dagli atteggiamenti concreti.
Di notevole interesse fu anche l'analogo passaggio dal liberalismo
al fascismo di uno storico eminente: Gioacchino Volpe. Egli, da storico 
di razza, non era un formalista. Ma anche nel suo fascismo ci fu
qualcosa della cieca generosit gentiliana: forse per quell'amore della
vita che lo rendeva maestro nell'evocarla dal passato. Si volse verso il
fascismo nel novembre del 1920, nel momento in cui questo iniziava i
suoi successi come reazione antisocialista. Ma subito avvert la
preoccupazione che il fascismo superasse questa fase puramente negativa.
Vide nel fascismo la possibilit di una pi alta tensione morale, di una
pi forte politica estera e di una pi ampia immissione delle masse 
nello Stato borghese. Si sforz, finch fu possibile, di salvare quel 
tanto di libert compatibile con il sistema. Poi anche la sua voce si
fece pi fioca. Ma afferm, quasi en passant, che la dittatura nel regime 
fascista era di natura contingente.
In questo clima generale Alfredo Rocco, un eminente giurista di
parte nazionalista che ricopr la carica di ministro guardasigilli, pot
costruire fra il 1925 e il 1929 l'impalcatura giuridica del nuovo Stato:
uno Stato rigorosamente reazionario, totalitario nelle intenzioni, una
macchina astrattamente perfetta per concentrare tutto il potere nelle
mani di un ceto, pi o meno immaginario, di ottimati, anzi di proceres.
Sebbene questo rigore possa apparire suggestivamente indicativo di
talune tendenze autoritarie presenti oggi nel fondo dell'economia e
delle societ neocapitalistiche, nella realt lo Stato ideato e creato da
Rocco aveva, gi nel 1929, gravi limiti e difetti.
Questi limiti e difetti erano di due tipi. In primo luogo, la stessa 
coerenza reazionaria toglieva nello Stato ogni contrappeso ai proceres,
ogni strumento riequilibratore. In secondo luogo, il totalitarismo era
sottoposto a limiti, dovuti al permanere di centri di potere diversi dallo
Stato, come quelli, ben noti, della Chiesa e della monarchia.
In sostanza lo Stato nel 1929 era una costruzione formalmente coerente 
ma intimamente instabile; una costruzione che, sebbene aspirasse alla
immobile fermezza del granito, era spinta dalla sua mancanza
di reale equilibrio interno a evolversi rapidamente. Si presentavano
due tipi diversi di evoluzione: quella preconizzata dai fascisti moderati,
come Grandi e il gi ricordato Volpe, che giunsero fino ad auspicare
una parziale e controllata restaurazione delle libert, ferme restando,
come elementi portanti del sistema, le strutture reazionarie costruite
negli anni precedenti; e quella di un'estensione del totalitarismo, 
rendendo in qualche modo le masse popolari direttamente compartecipi
di questo, passando dallo Stato nazionalista creato da Rocco allo Stato
pienamente fascista.
Prevalse questo secondo tipo di evoluzione. La crisi economica
mondiale degli anni '30 ebbe certo una grande importanza nel far 
prevalere il secondo tipo di evoluzione; il quale per, occorre aggiungere,
era sempre stato quello pi congeniale al temperamento e alle
aspirazioni di Mussolini. Ma in una societ come l'italiana, scarsamente
omogenea e dotata di pi centri di potere, il totalitarismo non
poteva non essere realizzato con forti incongruenze, all'italiana 
insomma. La coerenza di Rocco, senza volerlo, spian la strada all'era di
Starace.
5. La politica estera
Fin dagli inizi, come gi si  detto, Mussolini dedic un'attenzione
particolare alla politica estera. Si affermava che per il fascismo la 
politica interna era subordinata a quella estera. Fu vero anche l'opposto:
Mussolini cerc nella politica estera dei successi e dei diversivi per
puntellare o consolidare il prestigio del fascismo all'interno. Ma nel
complesso quella affermazione era esatta.
Il fascismo della primissima ora si era proclamato contro ogni 
imperialismo: contro quello italiano e contro quello degli altri Stati. 
Ben presto per questo programma venne mutato radicalmente, non solo
per il prevalere della ideologia e degli interessi nazionalistici ma anche
per le tendenze imperialistiche seguite da Francia e Inghilterra. In 
polemica con i cosiddetti rinunciatari il fascismo intendeva opporre
un'energica concorrenza all'imperialismo di quelle potenze.
Quello di Mussolini per la politica estera fu, con qualche eccezione,
un amore infelice. Mussolini aveva la stoffa del capofazione assai pi
che la stoffa dello statista. Maestro nell'arte di sovvertire gli 
ordinamenti dello Stato, possedeva meno quella di edificarli e, soprattutto, 
di consolidarli. Sembra che egli si rendesse confusamente conto che 
qualcosa non andava, quando doveva agire lontano dall'Italia e dal suo
pubblico. Non si sentiva a suo agio quando doveva trattare da pari a pari
con gente che, pur nella correttezza formale, gli era avversaria. Fra il
1922 e il 1925 si rec tre volte all'estero: a Losanna, a Londra e poi di
malavoglia, a Locarno. Dopo, mai pi fino agli incontri con Hitler. 
assai indicativa quella specie di spavalda timidezza con cui cerc di
reagire all'ambiente antifascista e ostile che incontr fra i giornalisti
esteri convenuti a Locarno.
Si pu affermare, considerando il ventennio fascista nel suo complesso,
che la politica estera costitu il punto debole del regime, mentre
invece fra il 1922 e il 1929 esso realizz in politica interna cospicui
successi in senso conservatore. Questi successi si rivelarono effimeri
per vari motivi. Ad alcuni abbiamo gi accennato nel capitolo precedente.
Ma i motivi decisivi del crollo del fascismo vanno individuati nella 
sua politica estera. Le tendenze estremiste, sovversive del fascismo,
contenute sul piano della politica interna per non urtare i conservatori,
restarono vive e finirono con l'imporsi sul piano della politica estera.
 certo difficile tracciare in poche parole un bilancio generale del
fascismo: le perdite, da esso causate, in termini di valori morali, civili
e politici sono difficilmente valutabili. Se tuttavia volessimo riassumere
in una frase ci che il fascismo ha rappresentato nella storia d'Italia 
diremmo che esso ha permesso ai ceti dirigenti conservatori di rimandare 
di 20-25 anni quei problemi sociali che, nati negli anni 1919-1922 e
soffocati dal fascismo, si sono riproposti dopo il 25 luglio 1943 e il 25
aprile 1945; e che questo vantaggio concesso ai conservatori  stato
pagato dal paese con una guerra disastrosamente perduta.
Non bisogna per considerare come un tutto unico la politica estera
nel ventennio e non distinguere al suo interno varie fasi. La politica
estera seguita fino al 1932 e, per vari aspetti, fino al 1935 fu 
profondamente diversa da quella seguita dopo il 1935. Durante il primo 
periodo fu seguita di norma una politica pacifica, la quale consent di
sfruttare meglio, almeno nelle intenzioni del ministero degli esteri e 
poi di Grandi, quando lo diresse nel 1929-1932, un grosso atout diplomatico
del fascismo. L'atout consisteva nel fatto che i conservatori di tutto il
mondo consideravano l'Italia fascista, baluardo antibolscevico in Europa,
con un rispetto che non avevano avuto per l'Italia liberale.  indicativo
il mutato atteggiamento dei giornali d'informazione francesi:
prima del 1922 sprezzanti verso l'Italia perch paese dell'instabilit
sociale; dopo il 1922 pieni di interesse e di rispetto perch paese 
dell'ordine, grazie al fascismo.
Abbiamo detto che nel primo periodo la politica estera del fascismo
fu pacifica. Il giudizio corrente  che si tratt di una politica pacifica
nella sostanza, punteggiata dai roboanti ma innocui discorsi bellicosi
di Mussolini. Tuttavia il giudizio pu anche essere capovolto, con
maggior aderenza alla realt: fino al 1932-1935 il fascismo segu di
norma una politica estera pacifica pi nella forma che nella sostanza. A
parte i discorsi bellicosi, il duce segu una politica estera pacifica
perch riteneva che ogni possibilit di guerra in Europa fosse per il 
momento esclusa. Ma la possibilit della guerra fu sempre al fondo dei
suoi pensieri e, nell'attesa di questa, fu sua costante preoccupazione
mantenere fluida la situazione internazionale, favorendo, s, relazioni
pacifiche fra le potenze, ma sforzandosi di impedire che tali relazioni
si consolidassero stabilmente. La pace per Mussolini non fu mai un
fine ma, al massimo, un mezzo. Quello che in linguaggio diplomatico
si chiama l'interesse permanente di una potenza non coincideva, per
l'Italia fascista, con la pace. Per questo aspetto fondamentale l'Italia
fascista, che tanto amava autoesaltare i suoi caratteri di grande potenza,
si spogliava in realt delle prerogative di grande potenza 
vincitrice - custode, insieme alle altre, dell'ordine internazionale - e si
comportava come un piccolo ed irrequieto Stato balcanico.
Mussolini si sforz, mutatis mutandis, di seguire nelle relazioni 
internazionali una politica analoga a quella che, all'interno, aveva 
seguito con tanto successo nei rapporti con gli altri partiti e le 
altre forze: una politica che alternava con rapidit sconcertante o che
addirittura usava contemporaneamente la blandizia e l'arroganza, il 
desiderio dell'accordo e l'impuntatura di forza. Nei rapporti 
internazionali Mussolini si abbandon per tutto o quasi il ventennio a
quell'irrequieto e mutevole dinamismo che fu la sua caratteristica di 
diplomatico e, si pu aggiungere, di uomo. Lo favor singolarmente la 
situazione politica internazionale. Questa, nel ventennio fra le due 
guerre mondiali, fu dominata da tre elementi fondamentali: il timore 
che la Francia aveva della Germania; il timore che le classi conservatrici
nutrivano per il comunismo; il contrasto tra paesi sconfitti e paesi 
vincitori a proposito della revisione dei trattati di pace. Mussolini fece 
leva su tutti e tre questi elementi.
La politica estera fino al 1932 attravers varie fasi: una prima fase
dal 1922 al 1925, una seconda dal 1925 al dicembre 1927, una terza dal
gennaio 1928 al 1932.
Durante la prima fase, di gran lunga la migliore, Mussolini segu di
norma l'impostazione diplomatica data da Salvatore Contarini, segretario
generale del ministero degli esteri. Mussolini segu una politica
estera di tipo tradizionale e moderato (l'episodio di Corf, per quanto
importante, costitu un'eccezione) sia, come gi abbiamo detto, per
rassicurare le cancellerie estere, sia perch nel 1924 fu preso soprattutto
dalla politica interna, sia anche perch, durante alcuni mesi, una malattia
lo costrinse a tralasciare gli affari. Contarini, nel quale le simpatie 
per il nazionalismo si fondevano con la linea di politica estera iniziata
dal conte Sforza, intendeva portare avanti questa linea, sottolineandone 
per gli aspetti di concorrenza e di pressione sulla Francia e sulla sua
politica dello status quo. Era un'impostazione diplomatica di ampio respiro
europeo che aveva il suo elemento caratterizzante nel settore 
danubiano-balcanico. Si trattava di fare dell'Italia il centro animatore 
e la guida degli Stati di quel settore, a cominciare dalla Jugoslavia,
sostituendosi alla Francia e, insieme, si trattava di consolidare l'ordine
internazionale europeo, valorizzando l'amicizia con l'Inghilterra,
indebolendo l'egemonia francese sul continente e facendovi rientrare,
come elemento equilibratore, la Russia bolscevica.
La politica verso la Jugoslavia, che port alla firma di un patto 
d'amicizia nel gennaio 1924, aveva dei precedenti in alcuni accenni dello
stesso Mussolini. Gi molto tempo prima della marcia su Roma egli
aveva criticato quella che si potrebbe chiamare l'ossessione adriatica
della diplomazia di Sonnino e dei cosiddetti dalmatofili: questa 
ossessione, sottilmente favorita dagli alleati, aveva inchiodato la 
diplomazia italiana sugli scogli della Dalmazia e aveva contribuito a 
tenerla lontana dal Mediterraneo e dalla spartizione del bottino coloniale. 
In realt Mussolini nutr sempre nei confronti della Jugoslavia un fondo
di acre e sprezzante ostilit, di origine nazionalista e dannunziana, che
tuttavia altern con fasi di distensione. Paradossalmente, egli ambiva
ottenere sia i vantaggi di una politica di sopraffazione e di distruzione
dello Stato Jugoslavo, sia i vantaggi di una politica di amicizia e di 
pacifica penetrazione economica, molto desiderata, fra gli altri, dai
nostri industriali. In sostanza Mussolini fu sempre disposto all'accordo
con la Jugoslavia ma, dopo il 1925, pose quasi sempre condizioni che
il governo di Belgrado non poteva accettare senza pregiudizio della
propria sicurezza nazionale.
Il cosiddetto periodo Contarini della politica estera fascista ebbe il
suo coronamento nell'ottobre 1925 con l'adesione dell'Italia al patto
di Locarno, che depresse l'egemonia continentale della Francia, basata 
sullo status quo e sulla Societ delle Nazioni, e favor una prassi 
diplomatica pi flessibile, sotto la guida delle quattro potenze 
occidentali.
Ma col 1925 era iniziata una nuova fase della politica estera fascista,
sempre meno moderata e caratterizzata da un'accentuata aggressivit 
verbale, ora contro la Turchia, ora contro l'Etiopia, ora contro la
Jugoslavia, ora contro la Francia. A questa aggressivit fecero riscontro
i cordiali rapporti con l'Inghilterra che costituirono il cardine della
politica estera fascista dal 1924 al 1935. D'altra parte, la pedina
mussoliniana, tenuta sotto stretto controllo, serviva all'Inghilterra 
conservatrice per due scopi: per bilanciare la potenza francese nel 
continente, con particolare riferimento al Danubio e ai Balcani, e nel 
Mediterraneo; per garantire l'ordine sociale contro eventuali movimenti
comunisti. A pi riprese, in pubblico e in privato, Churchill e il ministro
degli esteri, Austen Chamberlain, esaltarono Mussolini con dichiarazioni
filofasciste e anticomuniste. L'amicizia dell'Inghilterra conservatrice
costitu nella seconda met del 1924 per Mussolini un appoggio che lo
aiut a superare vittoriosamente la crisi successiva al delitto Matteotti.
A poco a poco, fra i primi mesi del 1925 e i primi del 1926, Contarini,
anche dietro pressione degli estremisti fascisti guidati da Giunta e
da Farinacci fu messo in disparte e poi allontanato. Cominciava a
brillare l'astro diplomatico di Dino Grandi. Si trattava di fascistizzare 
la politica estera, cos come era in corso di attuazione la fascistizzazione
delle altre branche dello Stato. La faccia feroce di Mussolini nei
confronti dell'estero intendeva essere un modo di incutere timore e di
alzare il prezzo dell'accordo, e probabilmente intendeva anche essere
un modo di mascherare le difficolt inerenti alla rivalutazione della
lira e del suo prestigio sui mercati esteri. Mussolini cess di fare la
faccia feroce nel dicembre 1927: il motivo determinante fu un 
avvertimento dell'Inghilterra, che minacci di mollare il duce, diventato
troppo vivace nei confronti della Francia, e che si riavvicin poi alla
Francia stessa; ma il mutamento coincise, forse casualmente, con 
l'avvenuta stabilizzazione della lira.
Abbiamo accennato alle relazioni con la Francia che nel 1925-1927
attraversarono momenti di forte tensione. Non mancavano infatti i
motivi di contrasto, sia nel Mediterraneo (Tunisi e Tangeri), sia nel 
settore danubiano balcanico. Erano i motivi per i quali Contarini aveva
preconizzato l'opportunit di esercitare una pressione, moderata ma
costante, sulla Francia. Mussolini esasper e deform questa direttrice
contariniana, e vi un un altro elemento, per lui di importanza 
fondamentale: l'elemento ideologico, che contrapponeva il fascismo alla
democrazia e all'antifascismo. Egli infatti era irritato contro la Francia
soprattutto per l'appoggio che vi trovavano i fuorusciti e l'antifascismo.
Nell'aprile del 1926, in occasione di un viaggio in Libia, esalt
(con allusione alla Francia e anche alla Turchia) il mare nostrum e per
la prima volta mise in netta contrapposizione fascismo e mondo democratico.
Sebbene il fascismo non fosse ancora merce di esportazione, gi si
profilava la possibilit della sua diffusione in Europa. Vari esempi
incitavano Mussolini: in Spagna, gi da tempo, quello di Primo De Rivera, 
mentre la Polonia, il Portogallo e la Lituania, intorno a quegli
anni, andavano assumendo regimi autoritari e, in varia misura, illiberali.
Come abbiamo detto, il motivo determinante che alla fine del 1927
indusse Mussolini a moderare il dinamismo della politica estera fu un
avvertimento dell'Inghilterra che si strinse alla Francia e lasci isolata
l'Italia. Ma se questa fu la causa concreta e determinante, occorre tener
conto di altri elementi di natura generale, oltre a quello, gi ricordato,
dell'avvenuta rivalutazione della lira: la collaborazione franco-tedesca 
cominciava a rivelarsi sempre pi precaria e Mussolini intravedeva 
dinanzi a s un ampio margine di manovra diplomatica, grazie alla
disponibilit della pedina tedesca da usare come forza di pressione sulla
Francia; d'altra parte, la fascistizzazione dello Stato si avviava ormai
a felice conclusione e il regime godeva all'estero di un prestigio 
altissimo, che rendeva inutili e anzi controproducenti gli atteggiamenti
bellicosi, tanto pi che nel mondo sembravano affermarsi le tendenze
pacifiste; la politica di lavori pubblici e di bonifiche consigliava di 
frenare le spese militari e di far affermare i princpi del disarmo 
nelle relazioni internazionali.
I rapporti con la Francia, termometro della diplomazia mussoliniana,
migliorarono. Nell'aprile del 1924 (il cartello delle sinistre stava
avanzando) Poincar aveva rifiutato di prendere in considerazione le
richieste che Mussolini gli faceva di preparare dei provvedimenti contro 
i fuorusciti italiani in Francia. Adesso, alla fine del 1927, Poincar,
tornato intanto al potere dopo la parentesi dei governi di sinistra, 
adott delle misure contro i fuorusciti. Altre misure nello stesso senso 
furono prese un anno dopo. Contemporaneamente, nell'aprile-luglio del
1928, l'Italia otteneva giuste soddisfazioni a proposito della questione
tangerina (L'Italia era stata esclusa nel 1923 dallo statuto internazionale
di Tangeri, al quale partecipavano Francia, Inghilterra e Spagna).
Sempre nel 1928 fu avviata con l'Etiopia una politica di relazioni cordiali
che si concluse nell'agosto dello stesso anno con un trattato di amicizia.
Il 5 giugno 1928 Mussolini fece dichiarazioni intonate a un deciso
pacifismo, sostenendo un programma di moderato revisionismo dei
trattati. Il settore pi sensibile era quello danubiano-balcanico: 
l'ostilit contro la Piccola intesa, soprattutto contro la Jugoslavia, e 
l'appoggio al revisionismo ungherese e bulgaro non erano nascosti.
Mussolini ripet anche una dichiarazione gi fatta nel maggio dell'anno
precedente: fra il 1935 e il 1940, disse, l'Europa si sarebbe trovata a
un momento cruciale. Egli pensava, come molti altri uomini politici, che
la fine dell'occupazione renana, prevista per il 1935, avrebbe posto in 
modo acuto sul tappeto il problema della situazione internazionale della 
Germania e della revisione del trattato di Versailles. In quella 
dichiarazione non c'era per un tono di minaccia, ma piuttosto l'invito
alle potenze di evitare, con una tempestiva e ragionevole revisione dei
trattati, il pericolo di pi gravi complicazioni.
Tuttavia sotto questa facciata intonata a un deciso pacifismo si nascondeva
una realt pi complessa. Nelle intenzioni di Mussolini non venne mai
meno l'obiettivo di mantenere fluida la situazione internazionale,
eventualmente aiutando sottomano i molti irredentismi creati dai trattati 
di pace.
La necessit della revisione dei trattati era stata pubblicamente 
affermata da Mussolini gi nel gennaio del 1922. Questa necessit
esprimeva in primo luogo il malessere postbellico italiano. Ma una
ragionevole e moderata revisione dei trattati, che ne eliminasse o
attenuasse gli aspetti pi iniqui, era considerata con simpatia in 
vasti ambienti dell'opinione pubblica europea, soprattutto socialista e
democratica. C'erano due tipi possibili di revisionismo: uno, pacifico
nei mezzi e moderato nei fini; un altro, violento nei mezzi e radicale
nei fini: il primo sostenuto dai socialisti e dai democratici, il secondo
sostenuto dai nazionalisti degli Stati vinti. Mussolini altern sempre i
due revisionismi, il pacifico e il violento. E questa sconcertante 
mutevolezza toglieva credibilit, anche prima del 1935, alla reale
consistenza del primo.
Le tendenze revisionistiche del governo fascista trovavano tuttavia
un forte freno in Austria per il problema dell'Anschluss (unione 
dell'Austria alla Germania) e per quello dell'irredentismo tirolese in 
Alto Adige. Su questi problemi l'Italia aveva tutto l'interesse a mantenere
rigorosamente l'assetto sancito dai trattati di pace. Ma intorno al 1928
il freno cominci ad allentarsi, principalmente perch and delineandosi 
un riavvicinamento dell'Austria all'Italia. All'egemonia della Germania
di Stresemann and sostituendosi in Austria l'egemonia dell'Italia 
fascista. Le cause di questa sostituzione furono la minor forza dei
socialisti austriaci e il prevalere dei partiti di destra; la conseguenza
principale fu la sordina messa all'irredentismo tirolese da parte del 
governo di Vienna.
Cos, mentre iniziava una fase intonata a un pi univoco pacifismo
nelle relazioni con le altre grandi potenze, Mussolini poteva precisare
la sua politica revisionistica. Questa aveva il suo campo d'azione 
nell'Europa danubiano-balcanica, il suo avversario principale nella 
Jugoslavia, i suoi punti di forza nell'Ungheria e nell'Albania, i suoi 
strumenti negli irredentismi delle varie minoranze nazionali, in primo 
luogo di quella croata. La Jugoslavia si confermava come una delle 
principali direttrici, insieme all'Etiopia, dell'espansionismo fascista. 
Dietro la Jugoslavia si profilava l'intera area danubiano-balcanica, nella 
quale pi di una volta Mussolini e i suoi collaboratori aspirarono a 
costituire un sistema - politico o economico - di Stati, egemonizzato 
dall'Italia. Poich queste aspirazioni andarono sempre fallite, 
principalmente a causa del loro carattere troppo marcatamente antifrancese
e revisionistico, la politica danubiano-balcanica del fascismo consist 
in un tenace ma vano susseguirsi di iniziative diplomatiche verso i singoli 
Stati di quella regione. La conclusione fu, a differenza di quanto avvenne
in Etiopia, un insuccesso. L'attivismo fascista in quel settore serv solo
da prodromo a quanto, con ben altra forza, avrebbe poi fatto la Germania 
nazista.
Sarebbe tuttavia errato sottolineare in misura eccessiva questi aspetti
della politica estera fascista e trascurarne gli aspetti autenticamente
pacifici. Nel 1929, proprio alla vigilia dello scoppio della grande crisi,
vari mutamenti nella compagine ministeriale confermarono l'indirizzo 
pacifico in politica estera e, in politica interna, un indirizzo volto al
graduale consolidamento in senso moderato delle istituzioni create da
Rocco. Mussolini abbandon la direzione del ministero degli esteri e
la affid a Grandi, che dal 1925 ne era il sottosegretario. Abbandon
anche la direzione di altri dicasteri, fino allora accentrati nella sua 
persona, affidandoli ai suoi collaboratori. Notevole era la nomina a 
ministro delle corporazioni di Bottai, fino allora sottosegretario; 
e notevole era, per la particolare importanza del dicastero, la nomina 
di un altro moderato, Leandro Arpinati, a sottosegretario all'interno.
L'intenzione di fare una politica estera pacifica fu ulteriormente
confermata, durante i primi tempi della grande crisi economica, quando
Grandi pot svilupparla in una misura quale pi non si era vista dal 1925.
Vari motivi indussero Mussolini a permettere a Grandi il suo
esperimento. La conciliazione sembr creare nel 1929-1930 una convergenza,
su una comune piattaforma conservatrice, tra lo Stato fascista e la
Chiesa cattolica.
I rapporti tra lo Stato fascista e la Chiesa cattolica, superata la crisi
del 1931, raggiunsero l'apice della cordialit durante la guerra
d'Etiopia. L'atteggiamento tenuto in questa circostanza da Pio 11esimo, 
di sostanziale appoggio all'impresa, fu in netto contrasto con il cauto
atteggiamento tenuto dal papa durante gli anni '20 nei confronti 
dell'imperialismo.
D'altra parte, la grande crisi, pur radicalizzando ovunque il movimento
operaio, in alcuni paesi (per esempio in Inghilterra) ne accentu
le tendenze alla collaborazione di classe. In questa spinta alla 
collaborazione di classe trovava nuovo spazio il fascismo, inteso come una
variante, meno costosa per gli imprenditori, della collaborazione stessa.
Grandi intese sfruttare a fondo questa situazione e usare il fascismo,
nella sua versione moderata, come un cuneo per dividere il nascente
fronte dell'antifascismo internazionale. Lo aiutarono le simpatie 
revisionistiche e l'accentuato pacifismo dei laburisti, al potere in 
Inghilterra, e, in particolare, l'amicizia personale del ministro 
degli esteri, il socialista Henderson. Non  da escludere, del resto, 
che uno dei motivi per i quali Mussolini cedette a Grandi la direzione 
degli affari esteri fosse quello di poter meglio sfruttare il revisionismo
preconizzato dai laburisti, l'insofferenza contro l'egemonia continentale 
della Francia e contro la sua riluttanza al disarmo, diffusa sia fra i
laburisti stessi che nell'opinione pubblica americana.
A parte questi motivi di ordine generale, Mussolini fu indotto a imprimere
un tono pacifico alla politica estera da altri due motivi, pi immediati, 
che dominarono in quegli anni la scena internazionale: quello
della diminuzione delle riparazioni di guerra della Germania e, decisivo,
quello del disarmo. Su entrambi i problemi gli interessi dell'Italia
erano solidali con quelli degli ex alleati di guerra, Francia e
Inghilterra, pur nel contesto di una trattativa serrata. La soluzione di 
entrambi i problemi, e soprattutto del secondo, era universalmente sentita 
come prerequisito per uscire dalla crisi economica, perch avrebbe 
contribuito a frenare le spese militari e, si diceva, a favorire la pace e 
il commercio mondiale. Il disarmo era desiderato da Mussolini per poter 
portare a termine i lavori pubblici e perch esso era il mezzo meno costoso
per riprendere, in un domani pi o meno lontano, le minacce e le pressioni
sulla Francia.
Grandi impost una politica di conferma dell'amicizia per l'Inghilterra
e di riavvicinamento alla Francia. Coerentemente con queste direttrici
generali, si sforz di sottolineare il carattere pacifico della 
penetrazione italiana nei Balcani, cercando di giungere ad un accordo
con la Jugoslavia; e si sforz di sottolineare il carattere moderato e 
difensivo contro la Germania della penetrazione italiana lungo il 
Danubio, favorendo i tentativi di restaurazione asburgica. Indirizz invece,
pur con molta cautela, verso l'Etiopia l'espansionismo italiano, concepito
secondo gli schemi classici di un'impresa coloniale da condurre in
stretto accordo con le altre potenze pi interessate, Inghilterra e 
Francia. Fin dal 1929 fu iniziata una politica di pressione dalla Somalia
verso l'Ogaden etiopico; da questa politica doveva poi scoppiare alla
fine del 1934 l'incidente di Ual Ual.
Tuttavia l'esperimento di Grandi poteva gi considerarsi sostanzialmente
fallito nei primi mesi del 1931, sottoposto a crescenti critiche da
parte degli intransigenti del fascismo, in primo luogo da Italo Balbo.
L'esperimento di Grandi segu una parabola analoga a quella dei possibili
sviluppi positivi del fascismo in politica interna. Il 1930 fu
l'anno delle illusioni, il 1931 quello delle delusioni e quello della 
svolta decisiva in politica interna ed economica, il 1932 quello nel quale
Mussolini trasse le conclusioni dalle delusioni dell'anno precedente. 
indicativo il fatto che, a quanto sembra, nel 1931 il duce riprese a
seguire da vicino la direzione della politica estera. Invece nel 1930 si 
era sostanzialmente limitato in una sola occasione, in maggio, a fare la
consueta faccia feroce per premere sulla Francia e indurla all'accordo 
sul disarmo; faccia feroce che, come gli eccessi della stampa fascista,
erano disapprovati da Grandi e dai suoi collaboratori perch irrigidivano
la Francia in una pregiudiziale antitaliana e antifascista. Il
1931 fu anche l'anno del conflitto con la Chiesa; l'anno nel quale Grandi 
riprese, in scala maggiore, gli intrighi antijugoslavi col movimento
croato di Ante Pavelic; l'anno nel quale, in seguito all'accentuata crisi
economica, caddero le speranze, accarezzate nel 1930, di poter costituire 
nell'Europa danubiano-balcanica un'area economica egemonizzata dall'Italia.
Il motivo determinante che indusse Mussolini nel luglio 1932 a 
dimissionare Grandi fu il doppio scacco subito sul problema delle 
riparazioni e su quello del disarmo, nei quali l'Italia fu piantata in 
asso dalla Francia e dall'Inghilterra. Per quanto riguarda le riparazioni 
e le concessioni finanziarie da fare alla Germania, l'Italia, proprio 
perch la pi debole economicamente tra le potenze creditrici, tenne un 
atteggiamento frenante che aiuta a comprendere come mai, a un certo punto,
Francia e Inghilterra la lasciarono in disparte; tanto pi che l'Italia,
mentre era contraria alle concessioni finanziarie, occhieggiava sul piano
politico alla Germania, suscitando i sospetti del governo di Parigi.
Le strizzate d'occhio alla Germania erano volute e imposte da Mussolini.
Proprio queste strizzate d'occhio, come ben compresero Grandi
ed i suoi collaboratori, impedivano l'accordo sul disarmo con la Francia 
e la inducevano a stringersi di nuovo, come nel 1928, all'Inghilterra,
isolando l'Italia.
Ma in Mussolini, accanto alle considerazioni di ordine diplomatico
avevano per lo meno pari importanza altre considerazioni, legate alle
fortune del fascismo in Europa. La crisi economica in atto stava 
dimostrando la profonda vitalit e la capacit diffusiva del fascismo. 
Gi nel 1926, si ricorder, Mussolini aveva accennato al carattere
universale, e non soltanto italiano, del fascismo. Nell'ottobre del 
1930 (qualche settimana prima, in Germania, il partito nazionalsocialista 
aveva riportato una clamorosa vittoria elettorale) Mussolini riprese, con 
maggior violenza, quella affermazione. Sostenne, non senza qualche cautela,
la revisione dei trattati di pace e contrappose nettamente al fascismo in
ascesa il mondo controrivoluzionario, reazionario, conservatore, in 
declino, cio il mondo socialista, liberale, democratico, massonico. 
Ancora una volta l'allusione alla Francia era evidente.
Il fallimento dell'esperimento di Grandi, come pure il fallimento
dei possibili sviluppi positivi del fascismo in politica interna, 
rimandano in definitiva alla crisi economica. Di questa converr dunque
occuparci in modo pi diffuso.
6. La grande crisi
La crisi arriv dall'America in Italia nel 1930, dopo che Mussolini
e il ministro delle finanze Mosconi si erano illusi, come del resto molti
altri, che essa non arrivasse sul nostro continente e che potesse anzi
avere ripercussioni benefiche sull'economia europea e italiana. In Italia,
dove lo sviluppo era gi frenato dalla politica di quota novanta, la
crisi ebbe forse effetti meno devastanti che nei paesi, come gli Stati
Uniti e la Germania, dove pi intenso era stato il boom economico degli
anni precedenti. Tuttavia anche da noi la crisi fu gravissima.
La grande industria fu in grado di riprendersi pi rapidamente e meglio
degli altri settori produttivi. Per la grande industria l'acme della
crisi fu il 1932: fra il 1929 e il 1932 la produzione industriale diminu
di oltre un quarto. Poi risal e nel 1935 era tornata quasi al livello del
1929. La crisi stimol ulteriormente il processo di concentrazione.
Passato l'anno critico del 1932, la ripresa delle grandi aziende fu tanto
pi netta e rapida quanto maggiore era l'azienda stessa.
Le societ anonime di piccola grandezza furono colpite in modo assai 
pi duro. Nel 1933-1936, mentre le grosse aziende (capitale superiore 
ai 10 milioni) erano gi marcatamente in attivo, le piccole aziende 
(capitale inferiore a un milione) erano in deficit. Per le aziende 
ancora pi piccole, e per il paese in generale, l'acme della crisi fu il
1934-1935.
Nel settore agricolo la crisi present, grosso modo, un andamento analogo 
a quello delle piccole aziende.
I dati ufficiali relativi ai salari reali indicherebbero che quelli 
industriali rimasero statici, mentre quelli agricoli regredirono. Ma le
condizioni dei ceti salariati e meno abbienti, soprattutto di quelli 
agricoli, peggiorarono pi di quanto non dicano questi dati. L'emigrazione
praticamente cess, con conseguenze negative sia per la disoccupazione che 
per il deficit del bilancio (cessarono le rimesse degli emigrati). Fra
il 1929 e il 1932 la disoccupazione industriale aument di tre volte 
e mezzo. Molte fabbriche lavoravano a ritmo ridotto. Si afferm la 
tendenza a sostituire nel lavoro le donne con gli uomini: tutte cose 
che diminuivano realmente i salari e solo formalmente la disoccupazione.
Prosegu, con fasi alterne, la diminuzione dei consumi e, in modo netto,
delle calorie pro capite.  stato calcolato che il livello medio di vita
fra il 1925 e il 1932 diminu di circa il 20 per cento.
Per alleviare il malessere venne intensificata, anche in Italia, la 
politica dei lavori pubblici. Le spese relative furono inferiori, in 
cifre assolute, a quelle fatte nello stesso periodo in Francia, Inghilterra 
e Stati Uniti, ma furono analoghe se si tiene conto della minore ricchezza 
italiana. La spesa pubblica, che aument in modo acuto nel 1931-1932, 
implic un ulteriore inasprimento del carico tributario. Nel 1931-1934 
questo superava di oltre il 5 per cento il livello, gi alto, raggiunto 
nel 1922-1925, con netta prevalenza delle imposte sui consumi. Alla vigilia 
della seconda guerra mondiale il carico tributario era quasi raddoppiato 
rispetto al 1913-1914. Tuttavia l'aumento del carico tributario fu 
insufficiente, a partire dal 1931-1932, a coprire l'aumento delle spese. 
Si fece ricorso con successo in misura crescente al debito pubblico. Il 
consolidato al 5 per cento fu convertito in redimibile al 3,50 per cento.
Il bilancio dello Stato fu nuovamente in grave deficit.
Ma la politica di sostegno della lira non venne abbandonata, sebbene la
caduta dei prezzi internazionali, la svalutazione della sterlina nel
1931, quella del dollaro nel 1933, e la forte spesa pubblica ne rendessero
pi pesanti gli effetti sull'economia italiana.
Con ogni probabilit la persistenza di Mussolini a difendere il corso
della lira era sempre dovuta, oltre che a motivi di prestigio, al bisogno
di difendere i risparmiatori, che acquistavano titoli di Stato; cosa tanto
pi importante a partire dal 1931, quando lo Stato cominci a fare sempre
maggior ricorso ai prestiti per fronteggiare la spesa pubblica. 
Naturalmente quest'ultima ipotesi andrebbe verificata, anche tenendo
conto del fatto che gli ambienti pi qualificati della Confindustria 
cominciarono a dimostrarsi sempre pi riservati nei confronti dell'alto
corso della lira.
Una politica economica di pubblico intervento era chiesta con forza
particolare da due settori della produzione: dagli imprenditori agrari
che erano danneggiati pi di tutti dalla deflazione all'interno e dal
proibizionismo commerciale che si andava affermando fuori d'Italia e
che chiedevano allo Stato di regolare con un sistema di scambi bilanciati
e di dazi preferenziali il commercio con l'estero per favorire le
loro esportazioni e per difenderli dalla concorrenza del bestiame estero;
dai siderurgici, dai cantieri e dagli armatori navali, che trassero 
dalla crisi dilagante altri motivi per rinnovare le loro tradizionali 
richieste in favore dei pubblici finanziamenti.
Invece gli ambienti decisivi della Confindustria fino al 1930 batterono
di prevalenza l'accento sull'opportunit di contenere le imposte e
le spese (ci fu ottenuto diminuendo in quell'anno stipendi e salari).
Essi consideravano con la tradizionale diffidenza ogni possibile intervento
dello Stato nella gestione delle loro imprese e auspicavano che il
commercio con l'estero continuasse a essere sostanzialmente libero
sottoposto alla sola restrizione dei dazi, perch non volevano che fossero
posti ostacoli all'importazione delle materie prime e perch non
volevano legarsi, con accordi internazionali, alle aziende estere ben
pi potenti delle loro. Ma nel 1931, sotto l'urgere della crisi, gli 
industriali chiesero l'intervento dello Stato per salvare le aziende in 
maggiori difficolt.
Gli interventi dello Stato nella vita economica furono avviati nel
1931-1934 sostanzialmente in tre modi: con l'istituzione dell'IMI e 
dell'IRI, con l'istituzione dei consorzi, con la disciplina dei nuovi 
impianti industriali. Con l'istituzione dell'IRI, in particolare, si
provvide al salvataggio delle aziende pi dissestate, soprattutto nei 
settori della metalmeccanica, dei cantieri navali, delle societ di 
navigazione, e delle banche finanziatrici, cio la Banca Commerciale, 
il Credito Italiano e il Banco di Roma. Per alcuni aspetti il governo
fascista con questa politica segu, pi che non iniziasse, le analoghe
tendenze che si andavano affermando all'estero. Ma in Italia, dato il 
carattere particolarmente concentrato dell'economia, i salvataggi e quindi
la dilatazione del settore pubblico furono particolarmente accentuati.
L'IMI e l'IRI ebbero vari aspetti positivi. Il loro carattere fondamentale
fu quello non gi di dilatare ulteriormente il flusso della spesa pubblica
che era stato destinato ai salvataggi industriali e bancari gi nel
1922-1932, bens quello di dare finalmente allo Stato gli strumenti per
controllare tale spesa, che cess di essere un semplice dato di fatto e
divenne oggetto di una cosciente politica economica. Inoltre l'IMI e
l'IRI ebbero l'effetto benefico di liberare una parte dei capitali dagli
immobilizzi industriali nei quali li avevano tenuti le grandi banche, di
metterli a disposizione dei piccoli e medi imprenditori, di favorire 
l'ingresso sul mercato di nuove aziende. Sembrava che l'istituzione 
dell'IMI e dell'IRI non solo sciogliesse il legame monopolistico tra le 
banche e alcuni settori della grande industria ma potesse avere sulla 
produzione un effetto stimolante, opposto a quello che aveva avuto la 
politica di quota novanta. Ma questa tendenza fu rigidamente contenuta
da tutti i grandi industriali che, premuti dalla crisi, rinsaldarono le
loro posizioni di monopolio con l'istituzione dei consorzi e con la 
disciplina dei nuovi impianti industriali.
I consorzi (e poi la disciplina sui nuovi impianti) furono chiesti per
primi dai siderurgici. Invece gli altri industriali ne diffidavano per 
timore della vigilanza cui lo Stato diceva di voler sottoporre i consorzi
stessi. I fatti dimostrarono poi che i timori degli industriali erano 
infondati. I consorzi in pratica furono dei cartelli che servirono a 
stimolare la concentrazione delle aziende sane, a mantenere in piedi le pi
grosse aziende dissestate, a eliminare la concorrenza e contenere la 
produzione secondo le possibilit di assorbimento del mercato.
Nonostante i costi imposti alla collettivit e allo stesso sviluppo
economico da queste posizioni di monopolio, gli industriali seppero
sfruttare con abilit questo stato di cose. Abbiamo visto che nel 1935 la
produzione era tornata quasi al livello del 1929.
Il corporativismo fu, di fatto, l'ideologia con cui si tent di dare la
giustificazione dottrinaria e generale a queste tendenze. Quella che si
potrebbe chiamare la preistoria delle corporazioni fu assai lunga. Dur
per lo meno fino al 1934. La ragione di questo fatto fu dovuta, oltre che
alla mancanza di idee chiare, alla doppia ostilit che le corporazioni
incontravano, sia presso le masse operaie, sia, soprattutto, presso gli
industriali. L'opposizione delle masse operaie venne sgominata intorno 
al 1926-1928. Rest l'opposizione degli industriali.
Abbiamo detto che, nei primi tempi, i fascisti usavano promiscuamente
la parola sindacato e la parola corporazione. Si trattava, in primo 
luogo, di confusione di idee; ma non soltanto di questo. La stessa
parola sindacato aveva un significato ambiguo, a seconda che fosse
pronunciata dagli industriali o dai sindacalisti della sinistra fascista.
Gli industriali preferivano che si parlasse di sindacalismo e non di 
corporativismo perch essi non erano inquadrati nell'ordinamento sindacale.
D'altra parte i fascisti di sinistra, spesso di origini sindacaliste 
rivoluzionarie, erano pi spinti sul terreno sociale e parlavano a 
preferenza di sindacalismo (integrale); gli altri fascisti, pi 
conservatori, parlavano a preferenza di corporativismo. Man mano che 
i secondi prevalevano sui primi, man mano che la resistenza operaia 
(particolarmente forte a Torino) veniva debellata, man mano che procedeva 
la fascistizzazione dello Stato, si parlava sempre pi di corporativismo e
sempre meno di sindacalismo.
Lo scioglimento della confederazione unitaria dei lavoratori, gi lo
abbiamo accennato, favor questa tendenza. Si iniziarono allora i lavori 
che portarono alla legge corporativa del 20 marzo 1930. Ancora in
quegli anni e negli anni seguenti, fino al 1932-1934, continuarono a
manifestarsi, fra i teorici orientati pi a sinistra o pi a destra, 
fermenti e spunti abbastanza vivaci e interessanti.
Si discuteva se le corporazioni dovevano essere a base aziendale o
sindacale, di categoria o a intero ciclo produttivo. Accanto alle tendenze
pi totalitarie ve ne erano altre che si ponevano il problema 
dell'autonomia imprenditoriale, accanto alle tendenze che battevano 
l'accento sulla necessit della produzione alcune affrontavano in modo pi
deciso il problema di contemperare questa necessit con quella della
distribuzione. Per Ugo Spirito, filosofo gentiliano e, politicamente, 
fascista di sinistra, la propriet dei mezzi di produzione doveva essere
delle corporazioni, nelle quali addirittura lo Stato si sarebbe a poco a
poco identificato: utopia non priva di spunti interessanti, come, per
esempio, l'asserita necessit di una politica economica pianificata e di
una specie di rivoluzione dei tecnici.
Il corporativismo di sinistra teorizzato da Spirito nacque nel 1927 e
fu approfondito negli anni seguenti fino al 1934, come tentativo di 
risposta alla crisi economica; ma fu soffocato da Mussolini e dirottato
verso la guerra d'Etiopia. Le tendenze predominanti erano per le 
corporazioni a intero ciclo produttivo e, lungi dal far proprie le tesi 
di Spirito, battevano l'accento sulla necessit della produzione. Le 
corporazioni, che si cominciarono a istituire dal 1934, appartenevano 
a questo tipo. Ci rispondeva a un carattere fondamentale del fascismo che,
come sappiamo, sempre aveva sottolineato la subordinazione del problema 
della distribuzione a quello della produzione della ricchezza. La presenza
della crisi mondiale, anzich dare spazio reale alle teorie di Spirito,
stimol questa tendenza.
Nel maggio 1931 Bottai, constatando con preoccupazione, di fronte
al Senato, la bassa consistenza del reddito nazionale e dell'incremento
della capitalizzazione, affermava che la crisi economica in Italia era
dovuta a ragioni diverse che negli altri paesi. La crisi mondiale, 
osservava Bottai, era dovuta allo sviluppo disuguale della produzione nel
mondo e alla lotta fra i produttori. Bottai ne deduceva che la crisi 
confermava il giudizio fascista che sostituiva alla lotta fra le classi 
la lotta fra le nazioni. Egli proseguiva: mentre negli Stati Uniti, in
Canada, in Germania, in Inghilterra la crisi  dovuta alla sovraproduzione 
e all'eccessiva razionalizzazione (e quindi la via per superarla consiste
nell'eliminare questi eccessi ed eventualmente controllare i vari fattori
della produzione con una politica di piano), in Italia la crisi  dovuta ai
motivi opposti e la via per superarla e per migliorare la nostra 
deficitaria bilancia commerciale consiste nell'aumento e nella 
razionalizzazione della produzione. Di fronte agli industriali, che avevano 
al senato alcuni dei loro pi cospicui rappresentanti, il ministro delle 
corporazioni esaltava la politica produttivistica (c'era forse un'implicita
critica a quota novanta) e sottolineava l'urgenza di conquistare, con 
l'aiuto dello Stato, nuovi mercati.
Di fronte alla Camera (dove, oltre ai rappresentanti degli industriali,
c'erano i rappresentanti dei sindacati operai) e, a maggior ragione, di
fronte agli operai, Bottai toccava anche l'altro aspetto della questione.
Deplorava che nel 1930 i salari fossero stati diminuiti. Gli industriali
facevano male a trascurare le esigenze dei loro operai, a considerare
con diffidenza l'ordinamento corporativo, a vedervi, al massimo, solo
uno strumento di pace sociale e non uno strumento di produzione. Gli
operai, d'altra parte, dovevano ancora affinarsi per essere meritevoli
di partecipare alla gestione della produzione, secondo quanto preconizzava
il corporativismo teorico.
Nel luglio del 1932 Bottai fu dimesso da ministro delle corporazioni: 
il dicastero fu assunto personalmente da Mussolini. La politica economica
del fascismo era entrata nella fase interventistica. Si volle mostrare 
l'importanza fondamentale che Mussolini annetteva al problema del
corporativismo. Anche in questo problema Mussolini si sforz
di procedere col consueto tempismo. Nell'ottobre del 1932 egli non
escluse che il capitalismo (con questo termine si intendeva l'economia
a base liberista) fosse in grado di superare la crisi mondiale. Un anno
dopo afferm che il capitalismo era finito e che il corporativismo era
l'unico strumento efficace per superare la crisi.
In quell'anno erano accaduti i seguenti avvenimenti: l'elezione di
Roosevelt, nella cui politica economica e interna si vollero vedere 
alcune analogie col fascismo, l'andata al potere del nazismo, le cui 
analogie col fascismo erano evidenti; un generale affermarsi in Europa
delle tendenze fasciste; soprattutto, all'interno la politica economica
interventista si era affermata con l'istituzione dell'IRI ed era stata
sostanzialmente accettata dagli industriali. Per l'ex socialista Mussolini,
per la sua vacua avversione contro le grandi concentrazioni economiche,
fu certo un piacere poter affermare, nel novembre del 1934, che il
fascismo, dopo aver sepolto il liberalismo politico, stava seppellendo
il liberalismo economico.
Ogni corporazione raggruppava le associazioni e le unioni dei datori di 
lavoro e dei prestatori d'opera appartenenti a un determinato ciclo
produttivo. Ne risult rafforzata la stretta subordinazione dei prestatori 
d'opera ai datori di lavoro e, nell'ambito di questi ultimi, dei meno
forti ai pi forti. I dirigenti reali delle corporazioni furono i 
rappresentanti della Confindustria. Altra conseguenza fu che si rafforz 
la stretta unione fra questi e gli alti funzionari dello Stato.
L'unica attivit delle corporazioni fu quella di contenere gli stipendi
e i salari. Nel 1937 fu affidato alle corporazioni anche il compito di
vigilare sull'esecuzione dei provvedimenti che sottoponevano a licenza
governativa l'impianto di nuove aziende industriali. Nel gennaio del
1943 Bottai constatava (e si leggeva tra le righe non poca amarezza)
che !e corporazioni, fino allora, erano lungi dall'aver assolto i compiti
per i quali erano nate.
Il fallimento del corporativismo non era che un aspetto del fallimento 
dell'intero regime fascista. Come gi abbiamo detto, le ragioni di
questo fallimento andarono maturando negli anni 1929-1932. La crisi
economica ebbe certo un'importanza decisiva nello stimolarlo. Sarebbe 
pero difficile affermare (anche questo  gi stato detto) che la crisi
ne fu la sola causa, senza tener conto del fatto che questa affondava
pluttosto le sue radici in talune propensioni di Mussolini: quella di 
risolvere le difficolt di ordine interno nel dinamismo della politica
estera e quella di far evolvere le istituzioni create nel 1926-1929 in una
pratica sempre pl totalitaria.
Anche questo problema giunse a maturazione nel 1931. Occorreva
integrare nello Stato le masse, non solo in quanto strumenti del processo 
produttivo (a questo gi provvedeva l'ordinamento sindacale), ma
in quanto cittadini. Si pensava soprattutto alla giovent e si diceva che
occorreva darle un mito per legarla al fascismo. Era nelle intenzioni
una ripresa di taluni motivi del fascismo di sinistra. Nella realt furono
creati dei carrozzoni burocratici, aumentando fortemente il numero
degli iscritti al partito e potenziando le varie organizzazioni giovanili,
dopolavoristiche, di categoria eccetera. Compito principale di questi
carrozzoni burocratici fu quello di servire da platea per le esibizioni
del duce. Ne fu confermata, fra l'altro, quella componente fondamentale
del costume fascista che era l'assoluta mancanza di senso del comico.
Pi importanti di questa conseguenza sul piano del costume furono 
le conseguenze politiche: il partito fascista, che gi era stato 
subordinato rigidamente allo Stato, cess adesso di funzionare come 
organismo vivo e si avvi rapidamente verso una irreparabile sclerosi e
decadenza.
Fu il periodo nel quale, per dieci anni a partire dal dicembre 1931
Mussolini volle Achille Starace segretario del partito. Fu anche il 
penodo che si apre - segno dei tempi - con la fondazione a Milano della
Scuola di Mistica Fascista. Di Starace si diceva che fosse un abile 
organizzatore. Intellettualmente, culturalmente e politicamente la sua
nullita contrastava con la personalit, discutibile ma innegabile, dei
suoi immediati predecessori, Augusto Turati e Giovanni Giuriati.
Starace possedeva in sommo grado le qualit del cortigiano. Erano
le qualit che, forse inconsciamente, sempre pi Mussolini andava 
cercando e che sempre pi si andavano affermando insieme a quelle del
profittatore, fra le alte gerarchie del partito e deilo Stato. Pi che dei
collaboratori Mussolini voleva degli esecutori. Era disposto a chiudere 
un occhio se molti di costoro si arricchivano in modo pi o meno lecito.
Resta tipico l'esempio, pi tardo, della cosiddetta banda Petacci e
il traffico clandestino d'oro organizzato, in piena guerra mondiale, da
Marcello Petacci con la connivenza di alti gerarchi.
L'ombroso autoritarismo di Mussolini diffidava sempre pi delle
personalit politiche, anche modeste. Nel 1932 Grandi e Bottai vennero 
praticamente messi da parte. Poi la stessa sorte, anzi pi accentuata,
tocc al troppo popolare Balbo. La potenza era riservata agli
esecutori che non potevano dare ombra: ad un abile funzionario
come Arturo Bocchini, capo della polizia; poi ad un intrigante come
Buffarini Guidi, sottosegretario all'interno. Il conte Galeazzo Ciano,
che fu poi il massimo fra questi potenti e che ebbe anche una personalit
politica, doveva rappresentare, in un certo senso, l'eccezione alla regola.
I rapporti fra generali, uomini d'affari, gerarchi, funzionari, cortigiani
brulicavano di interessate amicizie, di segreti contrasti, ripicchi,
gelosie, rancori, odi. Le amicizie, le inimicizie, le fazioni di palazzo si
formavano e si disfacevano. Ogni tanto - raramente e subito 
represse - scoppiavano improvvise e violente scenate. Spesso tutto finiva, 
almeno momentaneamente, in abbracci, sorrisi, profferte di appoggio e di
amicizia. Mussolini ben conosceva l'esistenza di questi contrasti. Li
tollerava e talvolta addirittura li favoriva. Conosceva l'arte di aizzare,
magari senza parere, l'uomo contro l'uomo, di allevare una schiera
nutrita di mantenuti e di ricattati. I contrasti tra quelli che lo 
circondavano contribuivano a collocarlo sempre pi in alto, sempre
pi au dessus de la mle.
Tali, per esempio, erano i contrasti tra Balbo e De Bono, tra Lessona
e lo stesso De Bono, tra il senatore Puricelli e i fratelli Scalera, 
tra Bottai, Balbo, Federzoni da una parte, e Starace dall'altra, tra 
Badoglio e Graziani, tra lo stesso Badoglio e De Bono. I contrasti legati 
alla persona di Badoglio si manifestarono nel 1929. Quelli legati alla
persona di Starace nacquero nel 1932. Quello tra Puricelli e gli Scalera
era gi forte nel 1935, per la concorrenza negli appalti dei lavori 
stradali in Africa Orientale. Nell'insieme per si pu dire che l'origine 
di questi contrasti, molto spesso legati alla concorrenza per ottenere 
questo o quel favore dallo Stato, risale al 1930-1931, con l'affermarsi 
dell'intervento dello Stato in economia, e che dopo il 1935, con
l'ulteriore estendersi del pubblico intervento, essi andarono aumentando. 
Tipico  il caso di Farinacci il quale, pur tuonando contro le forze 
economiche dominanti, fu sempre legato, a quanto pare, al sottobosco 
affaristico.
Dopo l'introduzione nel febbraio-marzo 1935 del controllo di Stato su
tutto il commercio estero, Farinacci organizz, insieme ad un gruppo
di affaristi, una societ che, secondo la Confindustria, impose delle
vere e proprie taglie alle aziende (per esempio, la Negroni) che 
chiedevano le licenze di esportazione.
Non  difficile scorgere in questo aggrovigliarsi di contrasti due
raggruppamenti, delineati con sufficiente precisione grosso modo con
l'affermarsi di Starace: da una parte le personalit moderate del fascismo 
(eccetto De Bono) e quelle pi responsabili (come Balbo), fiancheggiate
dalle personalit pi serie del mondo economico e di quello militare;
dall'altra gli elementi dirigenti peggiori del fascismo, quelli pi 
avventurosi del mondo militare e gli affaristi.
Lo stesso Mussolini fin col restar vittima dell'atmosfera morale
creata dal fascismo. Nel carattere popolano di Mussolini c'era un
miscuglio di cinismo e di ingenuit. Fin con l'essere prigioniero della
sua propaganda, col credere davvero - poich lo desiderava - a ci che
gli adulatori gli dicevano. A poco a poco (lui, maestro nel fiutare i 
desideri della folla!) fin col perdere ogni contatto col paese; fin col 
credersi tanto forte da poter imporre al paese tutto ci che esso non 
desiderava: privazioni e, infine, una guerra sempre pi devastatrice.
Queste tendenze diventarono dominanti nell'animo di Mussolini
pi tardi, dopo la guerra d'Etiopia (il cui successo lo ubriac), e 
soprattutto a partire dal 1937. Nella prima met degli anni '30 esse si 
andarono formando. Una tappa importante  costituita dai mutamenti 
ministeriali del luglio 1932. Fino allora Mussolini, bench capo del 
governo, si comportava come un primus inter pares con gli altri ministri,
considerati come collaboratori attivi con i quali discutere collegialmente,
in sede di consiglio, le singole questioni. Dopo il luglio 1932 
l'abitudine al dibattito venne meno, i ministri non furono che degli 
esecutori. Un'altra tappa  costituita dal 1934, in relazione al fallimento
dei progetti di disarmo e alla peggiorata situazione internazionale. 
Durante l'anno un intimo collaboratore di Mussolini come Grandi, cess di 
rivolgersi a lui col familiare Caro presidente, che venne sostituito con
la fascistica invocazione Duce. Diverso invece fu il comportamento
di Farinacci, che amb sempre a essere una specie di contraltare di
Mussolini e che negli anni successivi alla guerra d'Etiopia continu a
trattarlo con particolare, ostentata confidenza.
Dal 1934 Mussolini - e Starace gli fu in questo di grande aiuto - venne
sempre pi stilizzando il mito (la caricatura, quasi si direbbe) di se
stesso: quelle studiatissime espressioni ferrigne e statuarie, maschera
di attore che fin con l'assumere spesso anche in privato, quel contrarre 
sempre pi, nelle manifestazioni pubbliche, i discorsi in proclami o
addirittura in motti.
Tutto ci avvenne sotto la pressione della grande crisi, che aumentava 
il malcontento all'interno e rendeva pi inquieta la politica estera
fascista. Ebbe, in quei primi anni, una sua funzione tipicamente 
mussoliniana: distrarre il malcontento e galvanizzare le folle verso 
obiettivi di grandezza. Fu coronato dal clamoroso successo della guerra 
d'Etiopia.
Sotto il duce, accanto alla schiera degli alti gerarchi e degli alti 
funzionari dello Stato, strettamente legata a costoro, stava la maggioranza
della grande borghesia: vecchi e nuovi ricchi, rappresentanti eminenti
del mondo economico, della burocrazia e dell'esercito, dell'aristocrazia.
Diffusa era la ricerca dei titoli nobiliari: fenomeno stimolato da un
regime come il fascista, basato molto spesso sull'esteriorit e che si
appoggiava in misura notevole su una schiera nutrita di parvenus.
Nel paese, soprattutto fra i ceti borghesi e intellettuali, il malcontento
provocato dalla crisi si manifestava con l'indifferenza, l'apatia e le
barzellette. In mancanza di meglio, cio di un consenso attivo che gli
mancava, il regime favoriva l'indifferenza e l'apatia.
In arte fu evitato in modo rigoroso ogni riferimento alla realt, che
non fosse quella di maniera e propagandistica. Per mesi gli spettatori
italiani si divertirono ad una insulsa commediola cinematografica, La
segretaria privata: si scoprirono, come antidoto della realt, i telefoni
bianchi.
Ai letterati era permesso di fare della letteratura, purch questa non
si occupasse della realt e dei suoi problemi. Gi col dopoguerra in 
letteratura erano andati prevalendo, per reazione alla cultura vociana 
(ma preparati dall'ultima Voce), gli aspetti formalistici. Talvolta 
questo formalismo, o meglio, questo disimpegno avevano avuto anche il 
significato di una implicita protesta contro la realt massiccia del 
fascismo. Si pensi alla rivista Solaria nel cui eclettismo sono abbastanza 
individuabili due tradizioni: quella letteraria della Ronda e quella
europea del Baretti. Nella misura in cui Solaria fu un'implicita protesta 
politica, espresse un antifascismo negativo, che ben rifletteva, del resto,
l'atteggiamento dei migliori intellettuali europei, riassunto nella 
Trahison des clercs di Benda.
Negli anni '20, la coscienza degli intellettuali italiani era stata 
rappresentata da un poeta e da un giovane romanziere: Eugenio Montale
e Alberto Moravia. Entrambi, per vie e con modi diversi, erano giunti
ad una rappresentazione analoga della realt: disperazione repressa, 
rassegnazione, indifferenza amara e ostentata, paesaggi desolati di ossi
di seppia e cocci di bottiglia.
Una parte degli studiosi, soprattutto di discipline storiche, conserv
il senso del valore civile della cultura. Fondamentali furono, in questo
campo, lo stimolo e la guida di Benedetto Croce. Anche lo stimolo e la
guida del Volpe furono, su di un piano pi limitato, di grande importanza 
per il progresso degli studi. Alcuni storici, di sentimenti nettamente
antifascisti, si proclamavano discepoli del Croce, anche se il maggiore 
di loro, Adolfo Omodeo, era di origine gentiliana, come Guido De Ruggero.
Altri giovani storici invece - talora i pi preparati tecnicamente -
preferirono adeguarsi, in cultura e in politica, ad un cauto eclettismo
oscillante tra Croce e Volpe. Questo eclettismo, esplicitamente 
consentito, del resto, dallo stesso Croce, era certo dovuto in primo 
luogo a un compromesso di natura pratica; ma esso era anche singolarmente
favorito dalla comune origine che legava, al di l dell'attuale contrasto
tra fascismo e antifascismo e della rivalutazione che il Croce andava
facendo dei fermenti illuministici nella civilt liberale, lo storicismo
idealistico, crociano o gentiliano che fosse. La grande Enciclopedia
Treccani, egregiamente diretta dal Gentile, simboleggi assai bene la
collaborazione che la cultura crociana, nella sua maggioranza, prest
alla cultura fascista gentiliana.
Caratteristica negativa della cultura storica fu di oscillare tra il
moralismo, talvolta astratto, dei suoi rappresentanti antifascisti e 
l'acquiescenza ad uno storicismo talvolta deteriore che accettava 
passivamente e scetticamente il fatto compiuto, da parte degli 
eclettici: due deformazioni morali opposte, anche se di diversa gravit,
provocate entrambe da quell'unico male che era la mancanza di libert.
7. Dalla grande crisi alla guerra d'Etiopia
Lo Stato liberale italiano era stato distrutto dalla crisi postbellica.
Gli altri Stati europei erano riusciti, salvo eccezioni, a`mantenere le
loro istituzioni liberali. La crisi economica mondiale contribu adesso
in misura determinante a mettere in forti difficolt le istituzioni liberali
di molti di questi Stati, soprattutto di quelli dove meno radicate erano
le tradizioni politiche e sociali liberali e democratiche e dove minori
erano le capacit di ripresa economica.
Il malessere e la disperazione provocati dalla disoccupazione e dalla
miseria spingevano le masse verso il comunismo o verso i movimenti
di estrema destra. La base su cui poggiavano le istituzioni liberali 
divent sempre pi stretta. I ceti dirigenti, posti al bivio, finirono 
quasi dovunque con l'appoggiarsi sui movimenti di estrema destra. In 
Spagna e Francia invece si form, in un primo tempo, un'ampia maggioranza
di sinistra, i cosiddetti Fronti Popolari.
In alcuni Stati gli ordinamenti autoritari si ispirarono in modo 
prevalente al cattolicesimo ed al corporativismo cattolico, in altri, 
soprattutto in Germania, furono decisamente anticristiani e paganeggianti.
Quasi sempre, in misura maggiore o minore, si proclamarono antisemiti.
In Germania il nazismo mir soprattutto a esasperare il sentimento 
nazionale delle masse, mentre negli altri Stati i movimenti mirarono
essenzialmente - talvolta unicamente - a puntellare con la forza l'ordine
sociale costituito.
Solo in Italia e in Germania il fascismo assunse le sue forme pi
complete e tipiche, totalitarie in politica interna e violentemente 
aggressive in politica estera. Alla radice di questi caratteri c'erano 
alcuni aspetti strutturali delle societ italiana e tedesca e alcune 
situazioni peculiari di politica estera. Per quanto riguarda gli aspetti 
strutturali, osserviamo che l'italiana e la tedesca erano societ 
industrializzate e di massa le quali, per i loro particolari (e diversi)
limiti storici, non erano state in grado di integrarsi pienamente i ceti
medi e popolari. Quando la societ si trov di fronte a una crisi di
particolare gravit - il dopoguerra in Italia, la grande depressione 
economica in Germania - i ceti medi proposero, e i gruppi dominanti 
accettarono, una soluzione diversa da quella conservatrice classica:  
appunto la soluzione fascista.
Per quanto riguarda le situazioni di politica estera, osserviamo che
in Germania la vittoria del nazismo fu determinata, oltre che dalla crisi
economica, dall'esasperazione, mai scomparsa, contro il trattato di
Versailles. Un fenomeno analogo si era avuto in Italia, dove grande
importanza aveva avuto nell'affermarsi del fascismo il mito della 
vittoria mutilata. Dove mancarono questi aspetti strutturali (cio nelle
societ pi sviluppate o meno sviluppate di quelle italiana e tedesca) e
dove manc l'incontro fra gli aspetti strutturali e i problemi di politica
estera ron si ebbe il pieno affermarsi del fascismo ma di regimi 
fascistizzanti variamente reazionari e autoritari: il regime di Dollfuss 
in Austria quello di Franco in Spagna, quelli stabiliti in vari paesi 
danubiano-balcanici. In questi ultimi paesi il fascismo vero e proprio and
al potere durante la seconda guerra mondiale in conseguenza della 
dominazione, pi o meno diretta, della Germania nazista.
Se il fascismo godeva di una situazione privilegiata sia in Italia che
in Germania, ben diverse erano le sue condizioni reali nei due paesi. In
Germania il nazismo pot affermare le tendenze totalitarie e 
imperialistiche con una coerenza e un vigore ignoti al fascismo italiano. 
Quest'ultimo,  stato osservato, era stato il regime reazionario tipico
degli anni '20, mentre il nazismo si apprestava ad essere il regime 
reazionario tipico degli anni '30. In sostanza, la grande crisi economica
spinse il fascismo italiano verso l'involuzione e fu la pedana di lancio 
del nazismo tedesco. Fu l'elemento che consent a Mussolini di rendere 
esplicita la sostanza imperialistica del fascismo, senza rendersi 
sufficientemente conto che l'imperialismo fascista poteva avanzare nella 
misura in cui si dispiegava il ben pi potente imperialismo nazista.
Tuttavia nel 1932, proprio grazie alla crisi economica mondiale, le
fortune del fascismo, dopo dieci anni di governo in Italia, erano in netta 
ascesa in tutto il mondo. Anche all'interno le celebrazioni del Decennale
rafforzarono il regime. D'altra parte, la situazione economica
continuava a peggiorare e la politica estera di Grandi aveva fatto 
fallimento. Cominciarono allora a maturare nell'animo di Mussolini i 
lineamenti di un disegno che si sarebbe pienamente sviluppato con la
guerra d'Etiopia e negli anni successivi: quello di dare la priorit alla
politica estera, anche per risolvere le difficolt di ordine interno. Per
questo nel luglio del 1932 egli riassunse la guida diretta del ministero
degli esteri. Qualche mese dopo, in ottobre, afferm: Fra un decennio
l'Europa sar fascista o fascistizzata. In quello stesso anno usc 
sull'Enciclopedia Treccani la voce Fascismo, scritta in parte da 
Gentile e firmata da Mussolini: vi si esaltava, sia pure in linea teorica, 
il dinamismo guerriero del fascismo. L'anno successivo Mussolini accentr
nella sua persona anche i tre dicasteri militari.
Nel luglio 1932 Mussolini riteneva che intorno al 1940 la guerra sarebbe 
scoppiata in Europa, presumibilmente (cos pare) fra le potenze
occidentali e l'URSS. In quel periodo egli non desiderava affatto la
guerra, la cui prospettiva ostacolava la realizzazione del programma di
lavori pubblici. Qualche mese pi tardi il consiglio dei ministri decise
di diminuire nel bilancio del 1933-1934 le spese militari di circa 575
milioni e di aumentare quelle per i lavori pubblici e per l'educazione
nazionale di circa 220 milioni. Ma la prospettiva della guerra rendeva,
nel giudizio di Mussolini, ancor pi fallimentare la politica estera di
Grandi, che aveva messo l'Italia nelle mani della Francia e
dell'Inghilterra e le aveva tolto ogni possibilit di autonoma iniziativa.
La prospettiva di guerra, se era da deplorare in quanto tale, era anche 
una grande occasione che apriva all'Italia un ampio campo d'azione 
diplomatica.
Un atteggiamento pi accentuato in senso analogo Mussolini tenne
nel 1934, quando accolse con preoccupazione autentica, quasi angosciata,
il fallimento definitivo dei progetti di disarmo e la riavvicinata
prospettiva di guerra che si apriva all'Europa. Come si  detto, col 1934
cessarono le spese massicce per i lavori pubblici. D'altra parte, Mussolini
intuiva che questa prospettiva favoriva in modo singolare la sua
consueta politica della minaccia e dell'accordo. Pochi giorni dopo aver
accolto con preoccupazione il fallimento del disarmo esalt alla camera
la bellezza della guerra. Si parl del riarmo morale, di identit fra
cittadino fascista e soldato. Nel settembre vennero introdotte l'istruzione
premilitare e postmilitare e, nelle scuole, l'insegnamento della cosiddetta
cultura militare.
Nel 1932 Mussolini non intendeva affatto rinnegare la politica di
Grandi di riavvicinamento alle due potenze occidentali nell'ambito
del disarmo e della Societ delle Nazioni.  indicativo il fatto che il
barone Aloisi, autorevole capogabinetto di Mussolini al ministero degli
esteri, fosse notoriamente francofilo (come il sottosegretario Suvich) e
che abbinasse alla carica di capogabinetto quella di delegato presso la
Societ delle Nazioni. Ma Mussolini intendeva integrare la direttiva
che era stata di Grandi con una maggior attenzione alla Germania, 
pedina fondamentale che dava libert d'azione all'Italia e le permetteva
di premere sulla Francia, senza tener conto del pericolo costituito da
una Germania che ambiva ad annettersi l'Austria.
Ci fu ancor pi evidente subito dopo l'avvento di Hitler al potere,
quando la pedina italiana e fascista divenne pi preziosa per i ceti 
dirigenti francesi e inglesi, quando si vide e ci si sforz di vedere 
nel fascismo moderato di Mussolini l'antidoto non pi soltanto contro il 
pericolo comunista ma anche, e soprattutto, contro il fascismo esaltato di
Hitler.
La presenza della Germania consentiva a Mussolini di riprendere e
approfondire la politica estera accennata nel 1928: una politica - come
dire? - che poteva permettersi il lusso di essere pacifica perch aveva
in mano i mezzi per esercitare una pressione sulle potenze pi interessate
alla pace. Si tratt anche, almeno in apparenza, di una politica fruttuosa,
soprattutto per il mezzo riconoscimento dato dalla Francia nel 
gennaio 1935 di mano libera in Etiopia. In realt questi frutti erano
viziati dalla presenza determinante, sullo sfondo, della Germania nazista.
Gli anni 1932-1935 furono il periodo nel quale Mussolini, Aloisi e
Suvich sfruttarono in modo leggero e avventato una situazione 
internazionale particolarmente favorevole all'Italia.
Era una situazione internazionale gravida ormai di minacce di guerra. 
Nel marzo del 1933 il Giappone, che gi nel 1931 aveva aggredito la
Cina, usc dalla Societ delle Nazioni. Nell'ottobre il Giappone fu 
imitato dalla Germania, che abbandon anche la Conferenza del disarmo.
L'anno successivo venne sul tappeto la questione austriaca. In luglio il
cancelliere Dollfuss fu ammazzato dai nazisti.
Da parte italiana non mancarono le manifestazioni di acceso revisionismo;
di un revisionismo che, pur sfruttandolo, si sforzava di differenziarsi
nettamente da quello tedesco. Nel dicembre del 1933, poco
dopo l'uscita della Germania dalla Societ delle Nazioni, il Gran 
consiglio del fascismo accenn all'opportunit di condizionare la 
permanenza dell'Italia nel consesso ginevrino a una radicale riforma di 
questo. Nello stesso periodo Mussolini, di fronte ad alcune centinaia di
giovani asiatici convenuti a Roma, agit il motivo del nazionalismo
nel mondo coloniale: attacc la civilt capitalistico-liberale,
sfruttatrice dell'Asia e attualmente in crisi, cui contrappose il 
desiderio del fascismo di collaborare con l'Oriente. A questi tentativi 
di sfruttare in funzione antinglese e antifrancese i movimenti nazionali
dei popoli coloniali aveva fatto riscontro, negli anni precedenti, la 
repressione, conclusa nel 1931, del movimento senussita in Cirenaica.
Siccome la repressione aveva suscitato, a causa della sua durezza, un moto 
di indignazione e di protesta in tutto il mondo mussulmano, il governo
italiano in questa occasione aveva fatto appello alla solidariet delle 
due potenze occidentali.
Nonostante queste manifestazioni, la politica estera seguita nel
1932-1935 fu, come abbiamo detto, pacifica. L'avvenimento diplomatico 
fondamentale del 1933 fu il Patto a Quattro (tra Francia, Germania, 
Inghilterra e Italia), preparato da Mussolini nel marzo insieme a
MacDonald e varato in estate. Il Patto a Quattro doveva essere, nelle
intenzioni di Mussolini, la prosecuzione e l'approfondimento di talune
direttrici emergenti nel Patto di Locarno del 1925; un Patto di Locarno
interpretato nel senso di integrare il principio della collaborazione
fra le quattro potenze con quello della divisione dell'Europa
in zone di influenza; e inoltre un Patto di Locarno nel quale una
Germania non pi pacifica ma minacciosamente aggressiva doveva
essere usata come strumento di pressione sulla Francia. Il Patto a
Quattro doveva essere uno strumento di direzione dell'Europa nelle
mani delle quattro potenze per procedere consensualmente, previo
accordo sulla questione del disarmo, ad una revisione dello status
quo internazionale: revisione pacifica in Europa, radicale in Etiopia. 
In concreto Mussolini mirava a ottenere dalle potenze firmatarie 
mano libera in Etiopia e, ancor pi, il riconoscimento dell'egemonia 
nel settore danubiano-balcanico. Ma l'Inghilterra neg la concessione
richiesta per l'Etiopia e la Francia, premuta dai governi della
Piccola Intesa, neg la concessione richiesta per il settore 
danubiano-balcanico. Cos il Patto a Quattro, con i suoi aspetti 
negativi e positivi non divent mai operante.
Mussolini si preoccup di far partecipare al patto, sia pure 
indirettamente, anche l'URSS. In settembre venne firmato un patto di 
non aggressione italo-sovietico. La politica russa di Mussolini
(confermata un anno dopo con l'appoggio dato all'ingresso dell'URSS nella
Societ delle Nazioni) rispondeva a tre obiettivi: allargare quello che 
per un attimo fugace pot apparire come il ritrovato concerto europeo, 
mnager la pedina sovietica in quanto eventuale strumento revisionistico e
soprattutto, soffiarla alla Francia.
In ottobre 1933, come abbiamo detto, la Germania usc dalla Societ 
delle Nazioni e dalla Conferenza del disarmo. Mussolini, sostenuto 
dall'Inghilterra, si sforz di smussare gli angoli, di far concedere 
alla Germania il diritto alla parit degli armamenti e di favorirne 
il ritorno in seno alla Societ delle Nazioni. La Francia si irrigid.
Del resto, l'accentuata pressione della Germania sull'Austria
convinse lo stesso Mussolini della inopportunit di insistere nel suo
tentativo. Il 1934 e i primi mesi del 1935 furono contrassegnati 
fondamentalmente da un ancor pi accentuato riavvicinamento a Francia
e Inghilterra.
A due riprese, in febbraio e in settembre 1934, furono emanati dei
comunicati anglo-franco-italiani, identici, sulla indipendenza 
dell'Austria. In luglio fu lanciato il progetto, con l'appoggio di
Mussolini, di una Locarno orientale. In quello stesso luglio ci fu
il Putsch di Vienna.
Mussolini avrebbe desiderato tenere un atteggiamento fermo, sebbene
il re fosse contrario ad una guerra contro la Germania. Inghilterra e
Francia, il cui amore della pace era pari alla paura della guerra, fecero
capire che non avrebbero seguito l'Italia in un eventuale conflitto. La
conferenza di Stresa nell'aprile 1935 segn l'acme della politica 
filo-occidentale di Mussolini. A Stresa ci fu una concorde presa di 
posizione anglo-franco-italiana in favore della indipendenza austriaca e
contro il riarmo tedesco.
Ma ormai il pensiero di Mussolini non era pi orientato unicamente
verso la questione austriaca. Egli aveva visto, nel luglio dell'anno 
precedente, che, in caso di una crisi definitiva di quella questione, 
Inghilterra e Francia non si sarebbero mosse. Ci dovette contribuire 
a fargli accantonare in pectore la questione. Un altro fatto che allontan 
Mussolini dalla politica filo-occidentale fu l'accordo navale cercato e 
stipulato con la Germania dalla sola Inghilterra (era l'inizio
dell'appeasement) nello stesso periodo della conferenza di Stresa. Inoltre
gi nel 1934 erano avvenuti due fatti che, dopo il rifiuto della Francia 
in occasione del Patto a Quattro, avevano gradualmente indotto Mussolini ad
accantonare i suoi progetti di egemonia nel settore danubiano-balcanico: 
la netta presa di posizione antirevisionistica di tutti quei paesi, a 
eccezione dell'Austria, dell'Ungheria e della Bulgaria; il fallimento 
definitivo della Conferenza del disarmo, cio della premessa
per poter attuare l'auspicata, pacifica revisione dello status quo europeo.
Accantonati i progetti danubiano-balcanici (o, pi esattamente, limitati
all'obiettivo di consolidare l'egemonia in Austria e in Ungherla
per arginare la pressione tedesca), l'attenzione di Mussolini si polarizz
sull'Etiopia. La conquista di quel paese non poteva essere ulteriormente 
rimandata, adesso che si profilava a scadenza ravvicinata l'eventualit 
di una nuova conflagrazione europea in seguito al fal!imento della 
Conferenza del disarmo e al riarmo della Germania. Il gludizio di 
Mussolini differiva da quello del re, degli industriali, del capo di stato
maggiore, Badoglio, dei diplomatici, degli stessi gerarchi fascisti,
tutti preoccupati delle difficolt di un'eventuale guerra contro l'Etiopia
e del fatto che questa avrebbe indebolito la posizione dell'Italia in
Europa, soprattutto nei confronti del pericolo dell'Anschluss.
Mancava il benestare dell'Inghilterra; e fu grave errore di Mussolini e
dei suoi collaboratori non essersene sufficientemente preoccupati, dopo il
rifiuto ricevuto in occasione del Patto a Quattro. Invece la Francia aveva
fatto capire pi di una volta il proprio interesse a dirottare verso 
l'Etiopia la pressione dell'Italia fascista. In passato Mussolini aveva 
respinto questi mezzi inviti, nei quali aveva visto quasi un tranello per
indebolire l'azione dell'Italia nel settore danubiano-balcanico. Adesso 
che quell'azione era accantonata, li prese in considerazione. L'accordo
fu raggiunto nel gennaio 1935 con Laval: accordo ambiguo, perch il 
ministro francese non precis se la sua concessione si applicava anche ad
un'eventuale azione armata, e Mussolini interpret il silenzio in senso
estensivo.
La decisione di risolvere quello che si chiamava il problema etiopico 
fu presa da Mussolini in seguito a considerazioni non solo di politica 
estera ma anche di politica interna. La situazione interna era pesante
come mai era stata dal 1927 in poi. Indifferenza e distacco erano i 
sentimenti che prevalevano nel paese nei confronti del regime. Per vincere
questi sentimenti, per galvanizzare le masse e tentar di spezzare il
cerchio della crisi economica occorrevano strumenti pi drastici e 
fascinosi che non i lavori pubblici (del resto, ormai, arenati), la 
propaganda sociale e corporativa, le pressioni in senso anticapitalistico 
fatte dai sindacati fascisti tra la fine del 1934 e i primi del 1935
(forse favorite da Mussolini in vista della guerra per sottolinearne il
carattere proletario). Nel 1934, era stato necessario abbandonare la
politica di deflazione, che gli imprenditori agricoli non erano pi in
grado di sostenere. Cominci ad affermarsi una tendenza inflazionistica 
che, sebbene modesta, metteva in crisi il caposaldo della politica
economica seguita dal 1926 e che rischiava di alienare ancor pi le masse 
dal regime.
Economicamente la guerra cadde in un momento quanto mai opportuno. L'anno 
che precedette la guerra, come si  detto, segn l'acme della crisi per 
la maggioranza degli italiani, mentre invece le grandi aziende erano 
gi in netta ripresa. Il periodo della guerra coincise con un 
miglioramento generale. La guerra si inser in questo miglioramento 
e lo stimol.
La guerra fu un successo clamoroso sotto due punti di vista: quello
militare e, in misura ancor maggiore, quello della politica interna. 
Mussolini present l'impresa come la guerra che un paese povero faceva
per conquistare ai suoi figli un minimo di benessere. L'operazione 
propagandistica, gi tentata al tempo della guerra in Libia (La grande 
proletaria si  mossa), riusc perfettamente a Mussolini. Quella 
trasposizione, sulla quale il fascismo, figlio del nazionalismo, amava 
battere l'accento, della lotta fra le classi in lotta fra le nazioni 
povere e le nazioni ricche ebbe nella guerra d'Etiopia il suo punto
d'arrivo. L'Italia, in tutte le sue classi, credette di riconoscervisi
e orgogliosamente si sent proletaria e fascista. L'identificazione di
italiano e di fascista, da circa un decennio affermata soprattutto a 
parole, sembr essere per qualche mese un fatto reale.
Tutto ci fu dovuto in parte all'arte demagogica e propagandistica
di Mussolini. Ma soprattutto fu dovuto all'atteggiamento dell'Inghilterra
e della Societ delle Nazioni. La loro opposizione all'impresa etiopica
diede la sensazione al popolo italiano di patire un'ingiustizia
e fu l'elemento decisivo che lo indusse a stringersi intorno al governo
fascista. Il risultato fu che mai guerra coloniale era stata altrettanto 
popolare in Italia. Il popolo si impossess dei motivi di guerra agitati dal
regime e li fece suoi, modellandoli, talora contro le direttive ufficiali,
a propria immagine e somiglianza. La gentilezza italiana ebbe talora il
sopravvento sul cipiglio fascista.
Il fascismo predicava la guerra di conquista e un popolo la cui etica
fosse quella del conquistatore. Infatti nel corso della guerra molti
furono gli episodi di ferocia, la cui violenza risultava tanto pi 
evidente in quanto l'avversario era pressoch inerme. Ma mancava 
all'italiano il cosiddetto orgoglio della razza bianca. Per mesi si
cant in Italia e in Africa Faccetta Nera. Il motivo propagandistico e 
ufficiale della schiavit da debellare nella barbara Etiopia veniva
amplificato: l'italiano andava in Africa non solo per liberare dalla
schiavit la piccola e graziosa moretta, Faccetta Nera, ma anche per 
affratellarla al proprio destino e magari - perch no - per farle 
italianamente la corte. Fra una povera abissina e un povero italiano 
non si avvertiva differenza. Pare che Mussolini disapprovasse la canzone 
e meditasse sulle prime di vietarla.
Anche la condotta diplomatica della guerra, di tipica marca mussoliniana,
si risolse in un successo clamoroso. Nonostante l'opposizione, guidata
dall'Inghilterra, della Societ delle Nazioni, Mussolini ottenne tutto 
quello che volle: l'Etiopia e l'Impero. Egli punt sulla carta vincente:
tese al massimo, senza romperla, la corda delle relazioni internazionali
dell'Italia. Contrariamente alle apparenze, nel 1935 il governo
inglese fece di tutto per abbandonare l'Etiopia. Fu costretto ad 
assumere un atteggiamento duro per la commozione filosocietaria 
dell'opinione pubblica del paese. Ma la pi importante delle sanzioni 
economiche, quella sul petrolio, non venne applicata; n il canale di Suez
fu chiuso alle navi italiane. La mancata applicazione di questi due 
provvedimenti, soprattutto del primo, consent a Mussolini di condurre 
vittoriosamente a termine l'impresa.
Il governo inglese volle evitare a ogni costo la guerra contro l'Italia
non solo e non tanto per le simpatie dei conservatori, allora al
governo, nei confronti del fascismo, quanto a causa della debolezza
della flotta dopo anni di politica di disarmo. Questa debolezza
sconsigli nel modo pi assoluto al governo di Londra la guerra che,
pur certamente vittoriosa, avrebbe dovuto essere condotta senza
l'appoggio militare della Francia e avrebbe ulteriormente indebolito 
l'Inghilterra nei confronti di due minacce, considerate ben pi
gravi, quella del Giappone e quella della Germania. Mussolini, che 
conosceva, grazie al servizio di spionaggio, la debolezza della flotta 
inglese, la sfrutt a fondo e tir diritto. In definitiva la politica
del disarmo, di cui Mussolini era stato un convinto assertore negli anni 
precedenti, gli consent adesso di condurre in porto con successo
l'impresa etiopica.
Non  da escludere che, nonostante il tono formalmente intransigente 
di Mussolini, il conflitto etiopico potesse risolversi con un 
compromesso diplomatico, secondo una transazione avanzata dai governi
di Londra e di Parigi. La sostanza di questa transazione mirava ad 
assicurare all'Italia lo sfruttamento economico dell'Etiopia, lasciando
una sovranit formale al Negus. Si trattava, mutatis mutandis, di affidare 
all'Italia una forma di mandato sull'Etiopia.
Ci che imped tale soluzione, che forn a Mussolini una specie di
moltiplicatore della sua intransigenza e che fece stringere intorno a
questa il popolo italiano fu l'antifascismo del popolo inglese il quale,
sdegnato per l'aggressione premeditata contro un popolo inerme, impose
ai suoi governanti di ritirare la transazione. Cos la guerra
d'Etiopia acquist, o conferm, i suoi caratteri tipici, sia di 
anacronistica impresa coloniale e di non meno anacronistica fondazione
formale di un impero, sia di una prima massiccia contrapposizione
a livello internazionale, tra fascismo e antifascismo, contrapposizione
che ben presto si sarebbe ulteriormente precisata con la guerra di Spagna.
Durante gli anni '20, mentre il fascismo era sulla cresta dell'onda, 
l'emigrazione antifascista aveva ripetuto stancamente i temi
dell'Aventino o si era affidata a gesti individuali di protesta. 
I comunisti facevano gruppo a parte. Questa situazione accenn a cambiare
non appena la grande crisi cominci ad incidere sul fascismo
e a favorire la sua capacit di diffusione. In alcuni degli ambienti
pi avanzati dell'emigrazione antifascista si and prendendo coscienza 
del carattere irrevocabilmente europeo del fascismo. Nel gennaio 
del 1932 fu formulato il programma rivoluzionario e, come
diceva Carlo Rosselli, postfascista del movimento Giustizia e Libert. 
Era posta l'esigenza di far uscire l'antifascismo dal suo atteggiamento
sostanzialmente passivo, di farlo maturare come alternativa concreta 
al fascismo, di gettare le premesse, in una parola, della Resistenza.
Durante gli anni successivi questa esigenza trov ampia conferma
nell'evolversi della situazione internazionale. Il 1933 fu l'anno 
dell'andata al potere di Hitler. Il 1934 l'anno nel quale fallirono 
definitivamente i progetti di disarmo. La Germania nazista si avviava 
a diventare rapidamente una grande potenza armata. Cominciava a incombere
sull'Europa l'angoscia della guerra, che gi aveva avuto i suoi prodromi 
in Estremo Oriente. La difesa contro la Germania nazista e la ricerca,
sempre delusa, dell'appoggio occidentale diventava il cardine della 
diplomazia sovietica. Le conseguenze, dirette o indirette, negli 
ambienti dell'antifascismo furono grandi. In Francia si andavano gettando
le basi del Fronte Popolare, giustificato all'interno come difesa
contro le tendenze, sempre pi accentuate, di estrema destra. I partiti
socialista e comunista italiani, messe da parte le vecchie polemiche,
stipulavano un patto di unit d'azione. Giustizia e Libert si affermava
come movimento pienamente autonomo, al di fuori della disciolta 
Concentrazione antifascista.
Carlo Rosselli parlava, con vigore mazziniano, di postfascismo.
Palmiro Togliatti dava un'indicazione concreta di ci che avrebbe 
potuto essere una componente del postfascismo e abbozzava i lineamenti
di un partito comunista che facesse propria l'esperienza cui il fascismo
sottoponeva l'Italia, organizzando grandi masse di uomini. Tuttavia 
l'antifascismo non perse, anzi accentu quel carattere composito che,
dopo la fine della seconda guerra mondiale, avrebbe limitato seriamente 
la sua capacit di dirigere l'Italia.
Lo sviluppo dell'antifascismo si inseriva in un pi ampio contesto
culturale. Quegli anni - di opposizione sul piano internazionale tra 
fascismo e antifascismo, tra guerra e pace - segnarono anche un momento 
cruciale nel campo della cultura. Pu dirsi che cessarono allora le
tendenze ideologiche, nella loro maggioranza a fondo conservatore,
che avevano dominato la cultura europea dalla fine del secolo 19esimo e
che erano state - pi o meno distorte - le matrici culturali dei fascismi;
e che si affermarono nuove tendenze, pi impegnate politicamente e a
fondo antifascista. Gli intellettuali antifascisti italiani - Benedetto
Croce in primo luogo - anticiparono in certo qual modo questo mutamento.
Gramsci, nel carcere dove era rinchiuso, andava elaborando i temi
di un pensiero marxista robusto e originale. La guerra di Spagna, nella
quale le forze della cultura si schierarono nella loro grande maggioranza
in difesa della democrazia contro la sedizione del generale Franco,
costitu la prima grande manifestazione pratica di queste nuove tendenze 
ideologiche.
Molti degli intellettuali, che durante gli anni '20 avevano riflesso in
Italia l'atteggiamento di Benda, durante gli anni '30 ebbero la loro
bandiera in un sempre pi cosciente antifascismo. Sul piano dell'arte
si deline l'esigenza di una nuova presa di contatto con la realt italiana
(che si sarebbe poi ulteriormente sviluppata negli anni successivi
alla Liberazione). La scoperta del romanzo americano ne segn l'avvio 
in letteratura. Il film di Visconti Ossessione ne segn l'avvio nel 
cinema. Mentre Ossi di seppia e Gli indifferenti avevano espresso la 
coscienza degli intellettuali italiani nel periodo dell'ascesa fascista, 
quella coscienza fu espressa alla fine del ventennio in opere come il 
film di Visconti e come il romanzo di Elio Vittorini Conversazione in 
Sicilia: manifestazioni di una protesta cosciente, politica contro
il fascismo e la guerra.
8. Dalla guerra d'Etiopia alla guerra mondiale: la situazione interna
La politica economica del regime tra la guerra di Etiopia e la guerra
mondiale continu a riscuotere il favore della grande borghesia italiana.
L'interventismo economico, che nei primi tempi aveva suscitato
presso gli industriali le perplessit che abbiamo visto, dopo la guerra
d'Etiopia venne accettato, di buona o di malavoglia. Fu il periodo, 
iniziato nel febbraio del 1935, nel quale l'interventismo in materia di
commercio con l'estero si fece pi massiccio e diede poi luogo, dopo
le sanzioni, alla coslddetta autarchia.
Una rigorosa disciplina degli scambi e dei pagamenti internazionali
era giustificata dalle analoghe tendenze che gi si erano affermate
all'estero, e dalla deficienza di riserve auree, iniziata con la politica 
deflazionistica e diventata poi sempre pi acuta, nonostante la 
svalutazione della lira nell'ottobre 1936.  interessante osservare che
l'autarchia non manc di provocare delle frizioni con l'alleato germanico.
Questi vedeva con scarso favore l'autarchia perch desiderava un'economia 
italiana puramente agricola e complementare, cio subordinata all'economia
tedesca.
Con l'autarchia si mir a comprimere i consumi e a indirizzare le 
risorse verso gli investimenti industriali. Fu essenzialmente un'economia 
di guerra che si inser nello sforzo bellico iniziato dall'industria
italiana col 1935 e che contribu a farla uscire dalla crisi economica. A
partire dal 1937 venne superato il livello produttivo raggiunto nel
1929. Ma, accanto ai meriti degli industriali italiani non bisogna 
dimentlcare che la ripresa era determinata in misura preponderante dallo
sforzo bellico. In questo sforzo l'economia italiana veniva terza, dopo
quella della Germania e quella del Giappone. N bisogna dimenticare
i costi eccessivi, gli sprechi, gli squilibri, il consolidamento di 
posizioni, quasi sempre parassitarie, di monopolio provocati dall'autarchia.
Mentre nel 1920-1929 l'industria italiana aveva realizzato un incremento 
della produzione del 60 per cento, superiore alla media conseguita nei
paesi dell'Europa occidentale, nel 1929-1939 l'incremento fu del 15 per
cento, inferiore, per la prima volta dopo il 1900, a quello medio
dei paesi agricolo-industriali dell'Europa occidentale (Romeo).
Non tutti gli industriali accolsero con pari favore l'autarchia. 
Particolarmente ostili furono, a quanto sembra, le industrie meno 
concentrate e pi interessate all'esportazione, come le tessili, il 
cui peso nell'apparato industriale continu a diminuire: mentre fino 
al 1935 le industrie che avevano assorbito pi mano d'opera erano 
state le tessili negli anni seguenti furono le metalmeccaniche.
Particolarrnente favorevoli all'autarchia furono le industrie pi 
concentrate e pi legate alla spesa pubblica.
Le aziende che meglio seppero mettere a profitto il regime autarchico 
e le agevolazioni concesse per favorire l'autofinanziamento furono
quelle che anche negli anni precedenti erano state pi dinamiche: in
particolare le elettriche, le chimiche (Montecatini, Snia Viscosa,
Agip), la Fiat. Forte, eccessivo sviluppo ebbero anche l'intero settore
meccanico e quello cantieristico. Per sviluppare la siderurgia l'IRI cre
nel 1937 una grande societ finanziaria, la Finsider. Il giudizio degli
studiosi su questa  ancora lungi dall'essere unanime. Secondo alcuni
la Finsider negli anni 1937-1943 fu una societ parassitaria, radicalmente
diversa da quella che pi tardi ha saputo imprimere alla siderurgia il 
grande sviluppo degli anni '50. Secondo altri, invece, la Finsider
negli anni 1937-1943, pur non riuscendo a funzionare per le difficolt
create dalla guerra, costitu il germe vitale dei futuri sviluppi. 
Comunque, nei programmi dell'autarchia non solo la chimica ma anche la 
siderurgia doveva acquistare un ruolo di punta.  indicativo il fatto che
nel 1938, contrariamente a quanto era accaduto in passato, gli interessi
delle aziende elettriche furono sacrificati di fronte a quelli delle 
aziende siderurgiche e chimiche, che ottennero finalmente il contenimento
delle tariffe elettriche.
Mentre fino alla guerra d'Etiopia le forze economiche avevano dimostrato
scarsa propensione a sostenere le aspirazioni espansionistiche del 
fascismo, adesso le cose cambiarono, perch la base economica 
dell'imperialismo divent l'industria di guerra, pupilla dell'autarchia. 
Invece fino alla guerra d'Etiopia gli esponenti del capitale finanziario
avevano preferito tutelare i loro interessi all'estero non tanto
con una politica di forza quanto intrattenendo rapporti politici 
amichevoli con i paesi (per esempio, la Jugoslavia) con quali avevano 
pi stretti rapporti economici.
L'autarchia stimol fortemente la concentrazione industriale. Le
grandi aziende erano favorite dalla disciplina degli scambi, come lo
erano dai consorzi. Le licenze di importazione venivano concesse solo
alle industrie pi grandi, che godevano anche di agevolazioni per le
esportazioni. Nel 1939 c'erano in Italia oltre 10.000 societ per azioni.
Pi dei tre quarti del loro capitale complessivo era concentrato in 500
societ (il 5 per cento del totale), spesso legate fra loro. Ecco alcuni
dati, che nulla perdono della loro imponenza nonostante la leggera 
inflazione in atto: la Edison, gigante dell'elettricit, aument il 
capitale da milioni 1350 nel 1934 a milioni 2000 nel 1941; la Montecatini
da milioni 500 nel 1934 a milioni 1300 nel 1938; la Snia Viscosa da 
milioni 525 nel 1937 a milioni 1050 nel 1941; il capitale della Finsider
ammontava a milioni 1800 nel 1940.
Crescente importanza acquist l'IRI il quale, nato nel 1933 con 
prevalenti funzioni di salvataggio delle aziende pericolanti, nel 1936-1937
acquist prevalenti funzioni di gestione. Ci fu dovuto, a quanto
pare, all'iniziativa del suo presidente, Beneduce, un esperto finanziere
di formazione nittiana, col fine di evitare che l'IRI stesso servisse 
soprattutto ad industriali avventurosi (come, per esempio, Puricelli) per
socializzare le loro perdite e privatizzare i loro profitti.
Non  improbabile che, nelle intenzioni di Beneduce, l'IRI dovesse
diventare lo strumento di una politica economica la quale, accanto agli
aspetti tradizionalmente produttivistici, ne assumesse anche taluni 
legati a una programmazione intesa a promuovere uno sviluppo meno
squilibrato di quello degli anni precedenti. Vari sintomi sembrano 
confermare che non si trattasse di un'esigenza isolata: l'interesse con 
cui da parte di alcuni fascisti (come il vicesegretario del partito 
Dino Gardini) si faceva il nome di Keynes; e, ancor pi, i tentativi 
attuati dal ministro delle finanze, Revel, come quello di mantenere
l'equilibrio tra redditi globali e disponibilit di beni, e quello di 
razionalizzare il sistema tributario e di dotarlo di congegni di previsione
e controllo in modo da adeguare, quasi automaticamente, l'incidenza
dell'imposta alle variazioni del reddito.
Un mese dopo la proposta di Beneduce, nel marzo 1936 Mussolini
annunci pubblicamente il programma dell'autarchia e di una politica
economica che prevedeva l'esistenza di un piano regolatore.
L'IRI fece effettivamente qualcosa per frenare gli squilibri, come il
potenziamento dell'industria siderurgica e meccanica a Napoli. Ma nella
realt l'IRI non ebbe tanto questa funzione quanto quella di potenziare
il controllo dello Stato su talune industrie chiave riguardanti la
difesa, l'autarchia e l'impero; non ebbe tanto la funzione di pubblicizzare
le industrie ed i settori strategici quanto quella di pubblicizzare le
industrie che avevano esaurito la loro spinta espansiva o che non erano
in grado di assicurare profitti rimuneratori.  indicativo il fatto che
l'industria elettrica restasse in mano dei privati, ed  altres indicativo
il fatto che l'IRI restituisse ai privati il patrimonio immobiliare di cui
era entrato in possesso, rinunciando cos ad uno strumento per alleggerire
il peso negativo che la rendita esercitava sullo sviluppo del paese.
Tuttavia, anche con questi limiti, la riforma dell'IRI del 1936-1937 resta
un fatto di importanza centrale nello sviluppo e nell'ammodernamento 
dell'economia italiana.
I salari reali degli operai diminuirono costantemente dal 1934 al 1939. 
Ma, grazie all'autarchia, anche la disoccupazione diminu, tanto
che nel 1937-1939 ci fu, a quanto pare, un aumento del reddito pro capite.
Tuttavia sulle condizioni economiche dei ceti salariati influirono
anche vari aspetti negativi. Il carico tributario continu ad aumentare
ed in modo particolarmente massiccio, con netta prevalenza, fra il
1934 e il 1937, delle imposte indirette. I consumi e la disponibilit 
giornaliera pro capite delle calorie continuarono a diminuire fino intorno
al 1937. Nel 1934-1938 l'Italia era fra gli ultimi paesi d'Europa (al 
diciottesimo posto) quanto a disponibilit giornaliera pro capite di 
calorie. Il periodo della guerra d'Etiopia e fino alla crisi economica del
1937 sembra, per le basse remunerazioni, e l'elevata incidenza delle
imposte indirette, particolarmente infelice per le masse popolari. La
situazione miglior dal 1937.
Verso la fine del ventennio la societ italiana presentava, nelle sue
strutture, divisioni profonde, cui faceva riscontro il carattere fatiscente
del partito fascista e dello Stato da esso creato.
Tanto maggiori erano l'instabilit e il malessere generali in quanto
non solo le masse popolari ma anche la grande borghesia si andava 
allontanando dal regime, nonostante il trattamento di favore riservato ai
grandi industriali. In realt l'entusiasmo provocato dalla guerra 
d'Etiopia era finito presto. Nel 1937 il distacco tra fascismo e paese 
cominci a riapparire e si accentu decisamente durante l'anno successivo.
Il fatto nuovo era che adesso il distacco dal regime penetr in ambienti
sempre pi vasti del mondo conservatore: dell'alta borghesia, del Vaticano,
della Corte reale.
La politica economica, abbiamo detto, continu a riscuotere il favore dei 
grandi industriali, i quali infatti solo alla fine del 1942 si 
allontanarono dal regime, quando questo era ormai di fatto travolto. Ma 
diverso fu l'atteggiamento dei conservatori nei confronti della politica 
estera. Siccome la posta in giuoco appariva sempre pi chiaramente essere
la pace o la guerra, l'importanza della politica estera era decisiva.
A parte la prospettiva di una conflagrazione generale, diventavano 
determinanti, per esempio, la guerra di Spagna e l'emorragia di mezzi
militari e valutari provocata da essa; e anche la valorizzazione 
dell'impero che, per lo sforzo imposto, acutizz la crisi delle
finanze italiane.
Nel 1937 si accentuarono i difetti umani di Mussolini, che da allora
raggiunsero spesso dei parossismi di carattere forse addirittura 
patologico. Nel mese di marzo il viaggio di Mussolini in Libia si risolse 
in una manifestazione clamorosa di anglofobia in nome dei diritti 
dell'Islam di cui Mussolini si proclam difensore.
Anche nel campo formale, la fascistizzazione dello Stato sub alcuni 
degli ultimi ritocchi. Per esempio, il ministero della stampa e propaganda 
divent della cultura popolare; l'istituto nazionale fascista di
cultura (fino allora presieduto da Gentile) divent istituto nazionale di
cultura fascista. Il colpo di forza compiuto contro le istituzioni liberali
col discorso del 3 gennaio 1925 venne sottolineato ed esaltato in misura 
fino allora inusitata: col 3 gennaio 1938 la ricorrenza divent festa
nazionale. Quasi contemporaneamente venne introdotto l'obbligo del
voi e, nelle forze armate, il passo romano.
I provvedimenti sul voi e sul passo romano facevano parte delle 
aspirazioni di Mussolini a temprare, come si diceva, il carattere
degli italiani. Pi tardi, nel corso della guerra, Mussolini arriv talora
a rallegrarsi dei terribili bombardamenti anglo-americani sulle nostre
citt, appunto perch - diceva - essi avrebbero contribuito a rafforzare
il carattere degli italiani. Si ignora fino a che punto questo giudizio 
fosse un'aberrazione pura e semplice, e fino a che punto nascesse invece
da una maschera di ottimismo con cui Mussolini si sforzava di reagire
alla realt. Il fascismo si avviava verso la fine in un'atmosfera 
particolare, che era, come  stato ripetutamente osservato, un miscuglio 
di farsa e di tragedia.
Nel corso del 1938 (che fu in Europa l'anno della svolta decisiva
verso la guerra) due avvenimenti - uno di politica estera e uno di 
politica interna - contribuirono ad allontanare dal regime una parte dei
conservatori: l'Anschluss dell'Austria con la Germania e la proclamazione
della campagna contro gli ebrei.
I motivi per i quali Mussolini si indusse ad abbracciare il razzismo 
furono vari: il desiderio di imitare il potente alleato germanico; 
l'intenzione di dare agli italiani una coscienza razziale (Mussolini, 
si direbbe, non aveva dimenticato Faccetta Nera) e, soprattutto, di
offrire un diversivo - la caccia all'ebreo - al malcontento del paese.
Si  parlato del carattere improvvisato e gratuito, non giustificato
dalla realt italiana, dell'antisemitismo fascista. Infatti una dottrina
come il razzismo avrebbe dovuto ripugnare alle origini dottrinarie del
fascismo, che erano spiritualistiche. Soprattutto, si  detto, 
l'antisemitismo in Italia non era giustificato dalla preminenza nel 
mondo delle finanze e degli affari che gli ebrei avevano solamente in
altri paesi.
Tutto questo  vero. Ma si ricordi che il fascismo aveva sempre tenuto 
a sottolineare il carattere subordinato della teoria rispetto alla
creativit - cio alla improvvisazione - dell'azione. Si ricordi che se
l'Italia mancava di tradizioni esplicitamente e violentemente antisemite,
anche da noi esisteva, negli ambienti dei benpensanti, soprattutto
piccolo-borghesi, un larvato antisemitismo di origine cattolica. Si 
parlava dell'ebreo con un sorriso particolare. Margherita Sarfatti, che era
ebrea, era stata l'amante di Mussolini. Ma egli si compiacque sempre
di manifestare con i suoi collaboratori, fin dai primi anni di governo
questa forma ammiccante e sorridente di antisemitismo. Tuonare contro 
la cosiddetta plutocrazia giudaica era sempre stato uno dei cavalli
di battaglia del fascismo ufficiale.
Mentre col voi e col passo romano Mussolini credeva di temprare 
il carattere degli italiani, col razzismo egli soprattutto si sforz di
usare uno dei suoi metodi tradizionali, cio di solleticare gli istinti 
della folla. Ma ormai la folla non rispondeva pi. Nelle stesse file 
del fascismo la campagna antisemita fu male accolta, per tacere del 
vecchio Gentile, dalle personalit pi moderate, come Emilio De Bono, 
Federzoni e Balbo. Quest'ultimo era passato dall'estremismo giovanile a un
atteggiamento antitedesco e critico nei confronti del regime 
(probabilmente anche per motivi di malcontento personale). Ma soprattutto 
il razzismo, ufficialmente proclamato dal fascismo, contribu ad alienargli
le simpatie della Chiesa e del Vaticano.
Anche i rapporti con la monarchia si guastarono.
Il contrasto di Mussolini e del fascismo col re e con la monarchia,
iniziato qualche tempo prima, nel corso del 1937, Si precis nel 
marzo-aprile del 1938. Mussolini cre (sembra senza consultarsi col re) il
grado di maresciallo dell'Impero, conferendolo al re e a se stesso. Il re
si offese per essere stato considerato pari grado del suo primo ministro.
La gaffe di Mussolini segn la fine della cordiale collaborazione
che fino allora c'era stata tra il re e Mussolini, sostanzialmente senza
interruzione dall'ottobre del 1922. Ci non significa peraltro che anche
il re si allontanasse dal fascismo. Come la maggioranza degli industriali,
anzi in misura ancor pi accentuata, il re si tenne prudentemente alla
retroguardia, agendo fino all'ultimo da freno sulle tendenze allo 
sganciamento dal regime.
Mussolini reag con rabbia a tali tendenze, che risultavano tanto pi
pericolose in quanto al progressivo allontanamento dei conservatori
dal regime corrispondevano le crescenti difficolt che questo adesso
incontrava nella sua azione di mediazione fra le classi. Mussolini reag
riprendendo parole d'ordine del fascismo delle origini, violentemente
- anche se solo verbalmente - antiborghesi. Non deve stupire il fatto
che a questa ripresa di temi antiborghesi facesse riscontro, nella realt,
una forte spinta alla concentrazione industriale. Carattere analogo 
avevano avuto gli slogans sociali (Andare verso il popolo nel 1931,
Accorciare le distanze nel 1934) che Mussolini aveva agitato proprio
nei periodi di acuto malessere economico o addirittura, come nel 1934,
quando le distanze sociali tendevano ad allargarsi.
La novit consisteva nel fatto che, mentre nel 1931 e nel 1934 gli
slogans partivano dal tacito presupposto che ci fosse un'intima unione
tra regime e borghesia e miravano a rinsaldarne l'egemonia sulle masse 
popolari, adesso Mussolini proclamava la rottura dell'unione tra regime
e borghesia e non si preoccupava pi di assicurare a quest'ultima
l'egemonia sulle masse popolari. Questo ritorno a taluni temi del 
fascismo estremista e sovversivo, con la connessa retorica imperiale e
guerriera, fu con ogni probabilit voluto da Mussolini in previsione
della guerra imminente; e, a sua volta, ebbe forse una certa importanza
nel determinare poi il duce ad entrare effettivamente in guerra a fianco
della Germania.
9. Dalla guerra d'Etiopia alla guerra mondiale: la politica estera
Un articolo di Giuseppe Bottai, scritto nel 1935 durante la guerra
d'Etiopia, enunciava chiaramente le aspirazioni, precisate con l'impresa
africana, della politica estera fascista. Al di l di quella impresa
affermava Bottai, c'erano i conflitti europei posti dai trattati di pace,
la guerra attuale preludeva allo smantellamento del trattato di Versailles,
ad un'opera eversiva e sovversiva dell'ordine costituito internazionale.
Dopo aver oscillato a lungo tra revisionismo moderato e revisionismo 
radicale, la diplomazia mussoliniana imbocc decisamente la seconda via.
Sarebbe peraltro eccessivo e inesatto dedurne, col senno del
poi, che dal 1936 Mussolini imbocc anche, in modo irrevocabile, la
via della guerra. Certo, il miraggio di una grande guerra vittoriosa e
della gloria militare sorrideva sempre pi al duce. Certo, il suo istinto
sempre pi gli diceva che l'Europa sarebbe stata coinvolta in una guerra.
Ma questa non era imminente. Per il momento Mussolini si limit
a proseguire la politica attuata con successo tanto vistoso in occasione
dell'impresa africana, cio a tendere al massimo, con la convinzione
che non si sarebbero rotte, le relazioni internazionali dell'Italia con
l'Inghilterra e con la Francia.
Durante la guerra d'Etiopia e il conflitto diplomatico con la Societ
delle Nazioni e l'Inghilterra, i rapporti con la Germania, pur migliorando,
non avevano oltrepassato lo stato di un'evasiva cautela. La Germania
aveva manifestato della simpatia per l'Etiopia e l'aveva rifornita di armi.
Anche in passato Mussolini aveva individuato nella Germania la
pedina fondamentale di un'eventuale politica revisionistica, ma aveva
abbinato alla Germania altri due Stati, scontenti dei trattati di pace
l'URSS e la Turchia. Un'eventuale politica revisionistica basata su 
questi due Stati avrebbe presentato il grande vantaggio di non favorire, 
sia pure indirettamente, il revisionismo della Germania verso le sue 
frontiere meridionali, cio verso l'Austria e verso il Brennero. Ma n la
Turchia n l'URSS avevano mai avuto ferma intenzione di far da sgabello 
al revisionismo fascista, sia pure nella sua versione moderata. La
Turchia si era allontanata dall'Italia verso l'inizio degli anni '30, 
quando era sembrato precisarsi il revisionismo fascista in direzione 
dei Balcani. L'URSS si era allontanata dall'Italia in seguito alla 
guerra etiopica, e la guerra di Spagna aveva ribadito questa decisione.
Adesso la diplomazia fascista si orient decisamente verso Berlino.
La via del revisionismo acceso e radicale implicava uno stretto accordo 
con la Germania. La grossa questione che divideva le due potenze
era quella austriaca. Mussolini si apprest a liquidarla e a cedere alle
pressioni tedesche. Nel giugno del 1936, poche settimane dopo la
fine della guerra in Africa, invit il governo austriaco ad accordarsi
direttamente con Berlino. Era un chiaro accenno che egli non era pi
disposto a difendere l'indipendenza austriaca: grave decisione, con la
quale l'Italia veniva di fatto a rinunciare alla pi importante 
conseguenza della guerra vittoriosa del 1915-1918. L'impero tedesco e 
nazista si apprestava a gravare con il suo peso massiccio sul Brennero e 
su Trieste.
Si  anche visto e criticato nella decisione di Mussolini uno dei tipici
voltafaccia della sua diplomazia. Ci non  esatto. Fin dal 1925, infatti,
Mussolini aveva ventilato l'eventualit di cedere sulla questione 
dell'Anschluss nell'ipotesi di una generale revisione dell'assetto europeo:
revisione, appunto, che adesso veniva sul tappeto. Tipico della diplomazia
mussoliniana  piuttosto il fatto di essersi tenute aperte, oscillando
violentemente fra l'una e l'altra, entrambe le possibili soluzioni 
della questione austriaca: da quella della netta opposizione 
all'Anschluss a quella della sua accettazione.
 giunto il momento di parlare brevemente del giovane ministro degli
esteri, Galeazzo Ciano, genero di Mussolini e considerato una specie
di delfino del regime.
Il padre di Galeazzo Ciano, il comandante Costanzo, aveva ricoperto 
importanti cariche ministeriali a fianco di Mussolini ed era ancora
una delle personalit pi rappresentative del regime. Si diceva che,
grazie alla potenza politica, avesse ammassato in breve tempo un 
cospicuo patrimonio. Certo  che i Ciano erano assai sensibili al prestigio
della ricchezza e del decoro sociale. Mentre Mussolini non dimentic
mai le sue origini popolane e consider il suo incontro con gli ambienti
tradizionalmente dominanti soltanto come una collaborazione, Galeazzo 
Ciano (il cui padre, di origini borghesi, si era fatto nominare conte)
era profondamente legato a quegli ambienti. Delle due facce del fascismo,
quella sovversiva e quella conservatrice, accettava solo la seconda.
Egli era un tipico frutto della seconda generazione, uno di quei
figli i cui padri, venendo dal nulla o quasi, avevano conquistato la 
potenza e la ricchezza.
Gli aspetti peggiori del carattere di Ciano furono il conformismo e il
cinismo. I rapporti con la moglie, Edda Mussolini, erano spesso 
tempestosi, ma Ciano, che non nascondeva i suoi sentimenti cattolici,
aveva per suo padre e per tutta la famiglia l'attaccamento sincero che il
conformista ha per il fondatore della dinastia e per la dinastia stessa.
Nel medesimo tempo, egli accettava senza battere ciglio il delitto di
Stato: fu il mandante, sembra, dell'assassinio di Carlo Rosselli; re Zogu
di Albania doveva essere ammazzato dietro suo ordine. Ma il conte
Ciano non era tutto qui: seppe affrontare la morte con dignit e fermezza.
Ambizioso, intelligente e mondano, accentratore e ostinato, gli mancava 
per la capacit di approfondire cose e problemi e di liberarsi, nel
lavoro, da un dilettantismo pi o meno brillante. Come ministro degli
esteri non fu all'altezza della drammatica situazione che egli stesso
aveva contribuito a creare.
Ciano fin col disapprovare in modo sempre pi deciso gli atteggiamenti
del suocero, sia in politica estera che in politica interna. Ma gli ci
volle molto tempo - ed  comprensibile - per sottrarsi al fascino che
esercitava su di lui l'onnipotente suocero e per assumere un atteggiamento
velatamente critico nei suoi riguardi e nei riguardi delle sue tirate
antiborghesi, belliciste e tedescofile.
Negli ultimi quattro mesi del 1937 Ciano, come si rileva dal suo Diario,
era pieno di euforia, di sentimenti bellicisti, antiborghesi e 
antibritannici, tutto per il duce e per la Germania. Divent diffidente
nei confronti dell'alleato dopo l'Anschluss (marzo 1938), poi di nuovo, 
dopo l'annessione della Boemia alla Germania (marzo 1939j; infine in modo
definitivo, dopo l'incontro di Salisburgo dell'agosto 1939, quando gli
venne inopinatamente comunicata da von Ribbentrop e da Hitler la 
decisione tedesca di far scoppiare la guerra.
Anche nei due casi precedenti Ciano era rimasto urtato soprattutto
dal comportamento irriguardoso dell'alleato tedesco, che lo aveva 
avvertito solo post factum delle drammatiche decisioni gi prese per 
conto suo. Ma la sorpresa di Salisburgo non  da imputarsi tutta al 
comportamento di Hitler e Ribbentrop nei confronti dell'Italia. Fu difetto
della diplomazia italiana non aver compreso le possibili conseguenze
delle trattative fra la Germania e l'Unione Sovietica, trattative di cui
essa non era senza notizie.
Dopo quelle date Ciano nel complesso si sforz di agire da freno sul
bellicismo e sulla tedescofilia di Mussolini. Ma sia prima che dopo di
quelle date egli non solo esegu le direttive del suocero (il che  
naturale), ma le interpret talora in modo particolarmente dinamico.
Nel luglio del 1936 Ciano, insediato da pochi giorni a Palazzo Chigi
incit Mussolini ad intervenire nella guerra civile spagnola. Il re era
contrario all'intervento. La guerra in Africa era finita da due mesi
il paese, soprattutto le sue finanze, avevano bisogno urgente di riposo;
dal punto di vista diplomatico, era molto pericoloso mettere alla prova 
una seconda volta, a cos breve distanza di tempo, l'assetto europeo.
Ma Mussolini (e Ciano lo stimolava in questo senso), come in preda
a una smania euforica di attivismo, riteneva che la guerra di Spagna
si sarebbe conclusa presto e che l'Italia fascista avrebbe allora 
aumentato ulteriormente il suo prestigio e dominato il Mediterraneo
occidentale.
L'attirava anche il carattere di guerra ideologica, tra fascismo e 
antifascismo europei, che il conflitto spagnolo assunse ben presto.
L'intervento in Spagna si risolse alla lunga in un netto fallimento.
Su un solo punto - di non poca importanza - Mussolini vide giusto: sul
fatto che le democrazie occidentali, timorose di veder sorgere in Spagna
una repubblica rossa, aiutarono solo a met il governo legittimo di
Madrid e contribuirono in tal modo, in parte volenti in parte nolenti,
alla vittoria del generale Franco e del fascismo. Ma fu una guerra lunga 
ed estenuante, nella quale le finanze ed i mezzi militari italiani si 
logorarono. Gli sperati vantaggi diplomatici non vennero o vennero in
misura ridottissima, perch Franco, accortamente, si dimostr un 
alleato meno docile di quanto non si fosse creduto a Palazzo Venezia ed
a Palazzo Chigi.
Contemporaneamente all'intervento in Spagna, Mussolini e Ciano
intensificarono i rapporti con Berlino. Questi si fecero cordiali e 
intimi, tanto che, nell'ottobre dello stesso 1936, vennero battezzati
col nome di Asse Roma-Berlino. Il 1937, dal punto di vista diplomatico,
vide intensificarsi ulteriormente questi rapporti che sfociarono, in 
novembre, nella stipulazione del Patto Tripartito fra Germania, 
Giappone e Italia. Il patto era rivolto ufficialmente contro l'URSS
(Patto Anticomintern): ma Ciano lo interpretava come rivolto in realt
contro l'Inghilterra.
L'atteggiamento di Ciano aveva un significato non solo sul piano
dei rapporti internazionali, ma anche su quello della situazione interna.
Infatti cominciavano a prevalere nuovamente negli ambienti dell'alta
borghesia le tradizionali simpatie per l'Inghilterra. Il re si era fatto
eco presso Mussolini di queste tendenze. E gi prima, nel giugno del
1937, il sovrano aveva fatto blande pressioni sul capo del governo 
perch moderasse la sua germanofilia.
Lo stesso Mussolini non era insensibile a queste esigenze. Gli intimi
rapporti tra Roma e Berlino erano stati paragonati ad un asse appunto
per sottolinearne il carattere non esclusivistico ma aperto alla 
collaborazione delle altre potenze. Fu soprattutto Ciano che, a partire 
dai giorni dell'Anschluss, insistette sulla necessit di integrare i
rapporti italo-tedeschi con la collaborazione di altre potenze, che 
facessero da contrappeso alla Germania. Queste potenze furono ora
l'Inghilterra e la Francia, ora la Spagna e i paesi danubiano-balcanici.
Quest'ultimo settore, si ricorder, era stato accantonato nel 1934 da
Mussolini, preso dalla questione etiopica e poi dalla questione spagnola.
 probabile che uno dei motivi del riavvicinamento alla Jugoslavia,
conclusosi nel 1937 con un trattato di amicizia, fosse la preoccupazione 
di sottrarre quel paese dalla sempre pi massiccia preponderanza,
per il momento solo economica, della Germania. La politica di Ciano
verso la Jugoslavia continu a riflettere puntualmente l'ambivalenza
sempre seguita da Mussolini nei confronti del vicino Stato adriatico:
all'amicizia nel 1937 segu durante la guerra la distruzione della 
compagine jugoslava, distruzione cui si cominci a pensare fin dall'agosto
del 1939 col progetto di annettere la Croazia.
Infatti nel settore danubiano-balcanico Ciano intese trovare un 
contrappeso alla Germania non solo con la collaborazione diplomatica di
quei paesi ma anche aggredendo ed occupando militarmente alcuni di
loro, come l'Albania, la Jugoslavia e la Grecia. In questo senso dicevo
che Ciano interpret talora, anche dopo il 1938, in modo particolarmente
dinamico le direttive del suocero. Ciano era imbevuto di fascismo; egli
si illuse di potersi contrapporre alla brutale preponderanza tedesca non 
rifuggendo dall'usare gli stessi metodi della Germania nazista.
Il disappunto provocato dall'Anschluss e subito dopo, in aprile
1938, il segreto malumore per l'atteggiamento assunto dalla Germania
nella questione dell'Alto Adige accelerarono le trattative in corso con
l'Inghilterra. Il 16 dello stesso aprile veniva firmato a Roma un accordo
italo-inglese. Contemporaneamente venivano iniziate trattative
analoghe con la Francia. Ma la visita in Italia di Hitler ai primi di 
maggio rinfocol la germanofilia di Mussolini e fece spezzare la tela che
Ciano aveva cominciato a tessere con le democrazie occidentali. In 
questa occasione Ciano, per non compromettere l'accordo con l'Inghilterra 
e le trattative in corso con la Francia, riusc a declinare le offerte 
tedesche di un formale trattato di alleanza (che sar poi il Patto di
Acciaio del maggio 1939).
Pochi mesi dopo, nell'estate del 1938, l'annessione dei Sudeti da
parte di Hitler sembr precipitare l'Europa nella catastrofe. Anche 
Mussolini, come Hitler, voleva la guerra. Ma, mentre Hitler la voleva 
ormai al pi presto ed era anche disposto a farla subito, Mussolini 
preferiva rinviarla di cinque o sei anni. Pur senza rendersi conto di 
tutta la tragica gravit del problema, Mussolini sapeva che l'Italia
era impreparata, sia dal punto di vista militare che da quello valutario, 
ad affrontare una guerra.
Per questo egli approv l'atteggiamento di Ciano, che cercava di
non guastare irreparabilmente i rapporti con Londra e Parigi. Per questo,
scoppiata la crisi dei Sudeti, egli fece tutto il possibile perch 
venisse composta pacificamente e promosse il convegno di Monaco.
Mussolini rest soddisfatto del suo successo. Il mondo occidentale e
gli italiani trassero un sospiro di sollievo. Di ritorno da Monaco a Roma
Mussolini fu accolto da manifestazioni di folla che gli sembrarono
forse, le pi grandi di tutto il periodo fascista. Pi che con 
compiacimento, le accolse con un leggero moto di fastidio. Gli italiani
si ostinavano a non diventare un popolo guerriero.
La decisione, presa nel giugno del 1938, di tenere a Roma nel 1942
l'Esposizione Universale rispondeva, nei progetti di Mussolini, a vari
scopi: dimostrare le intenzioni pacifiche dell'Italia (sia alle democrazie
occidentali per rassicurarle, sia alla Germania per frenarla);
accrescere il prestigio del fascismo; migliorare la situazione valutaria
con l'afflusso di valuta estera che l'Esposizione avrebbe provocato. 
Ottenuto questo scopo, Mussolini pensava di essere pronto alla guerra.
Nei confronti delle democrazie occidentali bisognava, nel frattempo,
proseguire e esasperare la consueta tattica: aumentare sempre le richieste,
sia con la convinzione che le democrazie, per tener buona l'Italia e
impedire la catastrofe, avrebbero finito col cedere, sia in vista
del conflitto ormai deciso a distanza pi o meno lunga. Questa condotta 
fu seguita soprattutto nei confronti della Francia. Il desiderio di
mantenere dei buoni rapporti con l'Inghilterra era maggiore; ma anche
quello si dilegu dopo il nulla di fatto della visita a Roma di Neville
Chamberlain e di Lord Halifax ai primi del 1939.
Venne preso allora nuovamente in considerazione il progetto di stipulare
con la Germania un'alleanza formale. L'occupazione della Boemia fu 
per Ciano una seconda, non gradita sorpresa. Ma l'esigenza di bilanciare
in qualche modo la sempre pi pesante preponderanza della Germania lo
indusse, anche approfittando del disorientamento provocato nel mondo
diplomatico dal colpo di mano tedesco, a occupare militarmente 
l'Albania (aprile 1939). Il mese successivo veniva stipulato con la 
Germania il Patto di Acciaio.
Mussolini, che calcolava di essere pronto per la guerra verso il
1943-1944, comunic subito a Hitler l'impossibilit per l'Italia di 
partecipare a un conflitto se non dopo tre anni. Tre mesi pi tardi, 
in agosto, Ciano veniva a sapere, a Salisburgo, la decisione tedesca di
aggredire la Polonia entro pochi giorni. Era la guerra.
 stato detto che la diplomazia italiana, dopo l'occupazione tedesca
della Boemia, si era divisa in due correnti: una minoranza filotedesca,
una maggioranza, di cui facevano parte Ciano, Giuseppe Bastianini
(sottosegretario agli esteri) e Bernardo Attolico (ambasciatore a Berlino),
favorevole all'accordo con l'Inghilterra. Tuttavia gli atti di Ciano
non corrisposero del tutto, fino all'incontro di Salisburgo, a questa 
presunta tendenza. Dopo l'incontro di Salisburgo, invece, egli divent
nettamente antitedesco e contro la guerra, schierandosi, su questo 
problema fondamentale, a fianco di Balbo, Bottai e Grandi.
La reazione di Mussolini fu diversa. Dopo il convegno di Salisburgo,
il suo primo impulso era stato di partecipare alla guerra a fianco
della Germania. Egli era diviso fra questo ansioso desiderio e 
l'impossibilit materiale di entrare nel conflitto, per mancanza di 
preparazione.
Solo le condizioni della marina erano buone. Quelle dell'esercito e
anche dell'aeronautica erano pessime. Eppure per spese militari erano
stati stanziati globalmente pi di 133 miliardi. Questa situazione 
disastrosa era dovuta essenzialmente a cattiva organizzazione, a scarsa
onest (quanti di quei 133 miliardi erano stati effettivamente spesi per
le voci cui erano destinati?) e soprattutto a mancanza di materie prime.
Questa mancanza era dovuta, a sua volta, alla disastrosa situazione 
valutaria.
Fu un boccone amaro, per Mussolini, dover proclamare la non belligeranza
dell'Italia: dell'Italia, almeno sulla carta, fascista e guerriera. 
Il complesso d'inferiorit nei confronti della Germania, tipico di
molti ambienti italiani, in lui stava ingigantendo. Mussolini, che aveva
avuto una formazione piuttosto francofila, non provava in origine 
simpatia per la Germania. Ma, pur con i suoi periodici sfoghi antitedeschi,
ci si era disperatamente attaccato: in parte per la stima personale che
gli dimostrava Hitler (sempre abile nel trattare con lui e nel saper 
trovare il suo punto debole), in parte per rancore antifrancese. 
Il disprezzo teutonico, alimentato dal ricordo del voltafaccia italiano
nel 1914-1915 gli faceva paura. Dicono che, durante la riunione nella 
quale fu decisa la non belligeranza, ripetesse pi volte in 
tedesco: Tradimento! Tradimento! .
Proclamata la non belligeranza, Mussolini continu ad essere intimamente
perplesso. Poi si orient per l'entrata in guerra dell'Italia
quando l'inverno fosse passato, nella primavera del 1940. L'ossessionavano
il prestigio dell'Italia fascista da difendere e il timore di passare 
per traditore dell'alleato. Prese la decisione di entrare in guerra nel
corso della primavera, il 10-11 marzo, in seguito ad una visita che gli
fece a Roma Ribbentrop. Il rapido e clamoroso crollo della Francia fu
per Mussolini, la goccia che fa traboccare il vaso.
In quei giorni tutti, o quasi, vedevano nella Germania il cavallo 
vincente. Tutti, o quasi (non il conte Ciano), prevedevano ormai molto
breve la guerra. Anche il re era favorevole all'intervento. I conservatori
si riavvicinarono al regime. Si trattava di crearsi dei titoli per non 
lasciarsi sfuggire il coronamento delle aspirazioni fasciste verso la 
Francia, di impedire che la Germania vincesse da sola e premesse poi 
sull'Italia con tutto il suo peso immane, magari occupandola militarmente.
Si cominciavano a scontare gli errori della diplomazia mussoliniana.
Epilogo
Soltanto durante i primi mesi di guerra fu concesso all'Italia ed alla
sua azione diplomatica un margine di iniziativa autonoma. Dalla fine
del 1940 l'Italia fu alla merc dell'iniziativa del nemico e della 
Germania. Quel margine fu usato da Ciano soprattutto in tentativi di 
bilanciare la preponderanza tedesca.
Nell'agosto del 1940 l'Italia avrebbe desiderato indirizzare la sua
azione, anzich contro l'Inghilterra, contro la Jugoslavia e la Grecia.
Ma la Germania tagli corto, affermando la necessit di concentrare
gli sforzi contro l'Inghilterra. Sempre in agosto, e poi ancora nel 
dicembre e nel gennaio successivi, ci furono dei tentativi di accordo 
italo-sovietico per bilanciare l'influenza tedesca nei Balcani. Anche 
questi tentativi furono troncati dal veto tedesco. L'attacco alla Grecia, 
iniziato il 28 ottobre 1940, fu deciso, senza il favore della Germania,
come implicita risposta alla occupazione della Romania fatta dall'alleato.
La campagna di Grecia fu un pesante insuccesso militare che si risolse
solo quando, con mortificazione del prestigio italiano, la Germania si
indusse a occupare militarmente la Jugoslavia ed impose la pace alla 
Grecia.
La campagna di Grecia nell'inverno 1940-1941 fu importante non solo 
sotto il profilo militare e diplomatico ma anche perch contribu,
in misura forse determinante, a scavare nuovamente il fosso fra il paese 
e il regime. Alcune tra le personalit pi moderate e pi accorte del
fascismo, come Grandi, cominciarono allora, nel febbraio-marzo 1941,
a prendere in considerazione l'opportunit di trovare un qualche modo
per sganciare il paese e per sganciarsi personalmente dal regime del duce.
Le reazioni di Mussolini contro il distacco che avvertiva sempre pi
netto tra il fascismo e il paese erano violente. Ma ci che colpisce in
queste reazioni  soprattutto l'assoluta mancanza, non dir di grandezza 
morale, ma di intelligenza: l'incapacit, da parte del duce, di fare un
esame di coscienza, di sottoporre il fenomeno a una qualsiasi analisi
politica. Le sue reazioni erano tanto violente quanto rozze, superficiali
e impotenti.
Sostanzialmente egli si limit a trasformare il suo disprezzo per gli
uomini in rancore: rancore contro il re e contro l'alta borghesia, ai 
quali aveva reso tanti favori e dai quali si vedeva ora ricompensato in
cos malo modo; rancore contro generali, gerarchi e alti burocrati,
dai quali capiva adesso di essere stato ingannato quando gli avevano 
esaltato, per farlo contento, l'inesistente preparazione militare 
(soprattutto in questo campo la prima vittima dell'atteggiamento 
cortigiano imposto da Mussolini fu lo stesso Mussolini); rancore verso il
Vaticano e i preti, contro i quali il vecchio spirito anticlericale che era
in lui sognava periodicamente di scatenare un'offensiva, facendo leva
sui sentimenti tradizionali della sua Romagna; infine, a momenti, rancore
contro i tedeschi, sia per qualche loro mossa particolarmente infida,
sia per il pericolo obiettivo rappresentato per l'Italia dalla loro 
strapotenza.
Da questo rancore antiborghese, antimonarchico e anticlericale il
popolo era escluso, non tanto perch Mussolini non si rendesse conto
della sua ostilit contro il regime (ci gli apparve chiaro nel corso del
1942) quanto perch il suo atteggiamento era, almeno apparentemente, 
pi passivo e perch gli veniva attribuita scarsa importanza politica
(gli scioperi del marzo 1943 furono un'amara sorpresa). Ed  indubbio
che quel rancore stimol in Mussolini i vecchi spiriti socialisti o 
socialisteggianti e contribu a preparare quello che fu poi Patteggiamento
della repubblica di Sal in materia sociale. Nel 1943-1945 giunse a
piena maturazione la tendenza che si era andata delineando dal 1937
le due componenti del fascismo - la moderata conservatrice e la
estremista - si scissero e si contrapposero; la componente moderata 
conservatrice si strinse intorno alla monarchia e poi intorno al 
Vaticano e al partito cattolico; la componente estremista diede vita
alla repubblica di Sal, la quale rest un fatto velleitario, come 
il fascismo del 1919.
Durante la guerra i rapporti con i tedeschi, apparentemente calorosi
non furono cordiali. Fra i due popoli non c'era simpatia reciproca, ma
timore e soggezione da una parte, disprezzo dall'altra. Anche fra i 
gerarchi e i dirigenti dei due paesi non mancavano le frizioni. Non 
sempre la Germania manteneva le promesse di forniture industriali e di
carbone. Invece era pi che puntuale nell'importare le derrate alimentari
dell'agricoltura italiana.
Mussolini talvolta si assumeva la parte di difensore d'ufficio dei 
tedeschi, talvolta si abbandonava a violenti sfoghi contro di loro. Man
mano che il tempo passava, sempre pi schiaccianti apparivano la potenza
e il prestigio della Germania e di Hitler nei confronti di quelli
dell'Italia e di Mussolini. Questi era diviso fra il rancore - cui si 
mescolava una segreta invidia - per l'alleato e la necessit di 
precipitarsi a sostenerlo in ogni iniziativa, per timore di venir poi 
escluso dal frutto della sperata vittoria.
Durante la guerra Mussolini tir a vivere, forse come non mai, alla
giornata. Si direbbe che pensare al futuro, porsi dei problemi gli 
facesse paura. I suoi stati d'animo furono una continua e caotica 
altalena di alti e bassi, di illusioni e di delusioni, a seconda della 
situazione militare. Anche Ciano seguiva, sebbene con molta pi
moderazione, questi alti e bassi. L'acme delle illusioni fu il giugno 
del 1942, al tempo dell'offensiva del generale Rommel in Libia.
Il 1942 fu anche l'anno risolutivo della guerra. Nell'ottobre-novembre 
(dalla sconfitta di El Alamein allo sbarco americano) crollarono le
posizioni italiane e tedesche sul fronte africano. Gli anglo-americani
iniziarono i massicci bombardamenti sulle citt e sulle popolazioni
dell'Italia settentrionale. In dicembre gli italiani venivano travolti sul
fronte russo. Nello stesso scorcio di tempo maturarono nascostamente
le condizioni che dovevano portare alla caduta del fascismo, ad opera
del re e di una parte dei gerarchi fascisti.
In quei tempi - nel gennaio del 1943 - ci fu un contrasto assai indicativo
tra Mussolini e Ciano. Ciano era ormai convinto della necessit
di sganciarsi dall'alleanza tedesca e di raggiungere la pace con una
parte delle potenze nemiche. Anche Mussolini si rese conto, a due 
riprese, dell'opportunit di raggiungere la pace con una parte della 
coalizione avversaria. Ma, per Mussolini, le eventuali trattative 
andavano condotte col pieno consenso della Germania. Inoltre, mentre il 
desiderio di Ciano era di raggiungere un compromesso con le democrazie 
occidentali e concentrare insieme a loro gli sforzi in funzione 
antisovietica, il desiderio di Mussolini era di raggiungere un compromesso 
con l'URSS e continuare la guerra contro le democrazie occidentali. 
Mussolini fece questa proposta a Hitler, che la respinse, la prima volta 
nel dicembre del 1942, al tempo dello sfacelo italiano sul fronte russo;
la seconda volta nel marzo del 1943.
La guerra rendeva sempre pi intollerabili le condizioni di vita nelle
citt, soprattutto del Nord. Il consumo medio delle calorie pro capite
era sceso a 2000 circa, con una diminuzione di circa un quinto rispetto
all'anteguerra. La diminuzione era ben maggiore per gli abitanti delle
citt. Alla fame si aggiungevano, ancor pi terribili, disagi di ogni 
genere, materiali e psicologici, causati dai bombardamenti aerei. 
L'acutizzato malcontento popolare contro la guerra e contro il regime 
andava acquistando, fra gli operai delle zone industriali, coscienza e 
significato politici. In quel mese di marzo, dopo 18 anni, si ebbero degli
scioperi nelle fabbriche di Torino, nello stesso ambiente operaio che
era stato fra gli ultimi, nel 1926-1928, a cedere al fascismo. Questi 
scioperi avevano esplicitamente un carattere economico, ma implicitamente
ne avevano anche uno politico.  giusto vedere in loro il prologo della
Resistenza partigiana.
Le divergenze di vedute diplomatiche tra Mussolini e Ciano si 
intrecciavano con le manovre in atto per allontanare Mussolini dal 
governo.
Tre congiure si stavano sviluppando parallelamente: la congiura dei
fascisti moderati, guidati da Grandi, i quali miravano a una 
autotrasformazione, formalmente costituzionale, del fascismo in regime 
parlamentare; la congiura dei militari, guidati da Badoglio, i quali 
miravano a un colpo di Stato militare; la congiura degli antifascisti
moderati, guidati da Bonomi. Il re scelse la soluzione Badoglio e si 
serv della congiura ordita da Grandi (voto del Gran consiglio del
fascismo del 25-26 luglio 1943) per giustificare la defenestrazione 
di Mussolini. Fu una soluzione che, dominata dalla paura dei tedeschi
e dalla preoccupazione di escludere ogni partecipazione popolare, non era
certo favorevole per i futuri sviluppi della democrazia italiana. Tuttavia
la soluzione Badoglio, per il solo fatto di implicare una rottura 
costituzionale (anche se non riconosciuta come tale dal re), riusc meno
dannosa, ai fini dei futuri sviluppi della democrazia italiana, di quello
che sarebbe stata la soluzione Grandi.
Nel settembre del 1942 Ciano ricevette una visita di Bottai. Questi,
che notoriamente apparteneva alla fronda fascista, non nascose a Ciano 
la sua estrema scontentezza e avanz l'opinione, come buttata per
caso, che la guerra era illegale perch dichiarata senza previa 
consultazione del Gran Consiglio del fascismo. Evidentemente Bottai 
(d'accordo con Grandi) intendeva sondare l'animo di Ciano per tirarlo 
dalla sua parte. Ma Ciano tagli corto, definendo un cavillo inutile la 
pretesa illegalit della guerra in corso.
I disastri militari di quei mesi fecero maturare il proposito di 
allontanare Mussolini dal governo. Il re, consigliato dal ministro 
della Real Casa, duca Acquarone, lo decise segretamente nel gennaio
successivo. Mussolini ebbe sentore di qualcosa e ne parl a Ciano, non
nascondendogli i suoi sospetti verso di lui. Ciano, che amava 
sinceramente il suocero e che non sembra fosse ancora completamente a
parte del meditato colpo di Stato, mostr di addolorarsi per questi 
sospetti.
Ci avveniva il 15 gennaio. Nei giorni successivi la congiura di 
palazzo si precis. Il 20 gennaio Ciano prospett a Mussolini l'opportunit
di sganciarsi dalla Germania e di prender contatto con le potenze
occidentali. Mussolini ascolt senza aprir bocca. Quel freddo silenzio
era di per se stesso una eloquente risposta. Il giorno dopo disse a Ciano
che non avrebbe abbandonato la Germania e che aveva fiducia nella
sua arma segreta (di cui molto si parlava).
Ormai suocero e genero battevano due strade diverse. Anche Ciano
si andava convincendo della necessit di allontanare Mussolini e vedeva 
le sole ancore di salvezza nella monarchia e nel Vaticano. Il re, che
ne conosceva le tendenze, lo aveva sempre trattato, soprattutto negli
ultimi tempi, con affettuosa, quasi ostentata benevolenza. Il Vaticano,
il cui prestigio andava aumentando nel progressivo sfacelo dello Stato
fascista e italiano, era anche il miglior canale per eventuali contatti con
gli Stati Uniti.
Il 5 febbraio Ciano venne dimesso dalla carica di ministro degli
esteri. Subito manifest il desiderio di essere destinato ambasciatore
presso la Santa Sede. Mussolini, cui non dovevano andare troppo a genio 
i motivi reconditi di quella scelta, cerc di dissuaderlo. Ciano fu 
irremovibile. Il duca Acquarone si affrett a congratularsi caldamente
con lui.
Nello stesso periodo anche Grandi venne dimesso dal governo (era
ministro della giustizia), pur restando presidente della Camera dei 
fasci e delle corporazioni. Il re lo insign del collare dell'Annunziata.
Non si trattava di coincidenze casuali.
Manovrata da Acquarone e da Grandi, la rete si andava stringendo
intorno a Mussolini. Forse il secondo progetto di pace separata con 
l'Unione Sovietica, da lui avanzato nel marzo, mirava anche a far crollare
questi maneggi, che egli oscuramente avvertiva.
Ma si trattava di una sensazione, appunto, oscura, che non divent
mai coscienza. La sorpresa provocata in lui dal 25 luglio rest sempre
tale. Non seppe mai dominarla, farne materia di un esame di coscienza,
trasformare lo sterile rancore contro i traditori in giudizio e in
azione.
Unica nota patetica, visibile soprattutto nell'ultimo periodo, quello
della Repubblica Sociale: la solitudine di Mussolini, la mancanza, in
mezzo a tanti cortigiani, di un amico, mancanza di cui egli sembr 
rendersi improvvisamente conto nei giorni successivi alla catastrofe del
25 luglio. Del resto, lo stesso Mussolini, da quell'attore incallito che
era, non manc di sfruttare questa nota patetica.
Non  qui il caso di narrare, nemmeno per sommi capi, le pagine
sanguinose della Repubbliea sociale italiana. La dominazione tedesca
spinse la grande maggioranza degli italiani, per idealit e per necessit,
a vedere con favore la Resistenza, anche se solo una minoranza vi
prese parte attiva. La Repubblica Sociale, stretta fra il martello tedesco
e l'incudine partigiana, non fu che un'appendice e un sostegno del 
primo. Non mancarono, accanto alla dominante nota sanguinaria, dei 
tentativi (analoghi, ma pi timidi di quelli del governo francese di Vichy)
per alleggerire la pesante mano tedesca, sia nei confronti degli internati
in Germania, sia nei confronti del patrimonio industriale del Nord
Italia. Questi tentativi non ebbero che scarso o nullo successo.
Non ebbero successo nemmeno gli espedienti di carattere generale
cui Mussolini ricorse per cercar di riacquistare il consenso popolare. 
Venne ammessa la legittimit di una opposizione addomesticata, che 
sembra ricordare lontanamente le dichiarazioni di Mussolini prima del 
delitto Matteotti. Il caotico programma sociale della repubblica fascista 
ricorda quanto andavano affermando, in ambienti profondamente diversi
fra di loro, anche altri governi collaborazionisti: in quello di Ptain 
era dominante la nota paternalistica, in quelli di Ante Pavelic e di 
Mussolini era dominante la nota demagogica.
Chi ricorda alcune immagini di Mussolini nell'ultimo periodo, con
l'espressione invecchiata e stanca, le guance incavate, l'occhio intenso,
doloroso, quasi stupito,  tratto ad un moto di piet. Eppure quest'uomo 
non seppe mai liberare dalla parodia il dramma che stava vivendo.
Fino all'ultimo fu attore, fu incapace di verit.
Si era nei giorni dell'insurrezione milanese. Mussolini, ormai braccato
da vicino, si congedava da un suo seguace e gli tracciava a voce
una specie di testamento spirituale. Aggiunse che, quanto a lui
personalmente, il suo sacrificio era necessario e che era pronto ad 
accettarlo. Le sue parole sembravano - e probabilmente lo erano - commosse.
Forse in quel momento pensava al progetto di difendersi a oltranza in
Valtellina. Non sappiamo se, quando lasci Milano, egli si apprestasse
a giocare l'ultima carta della difesa in Valtellina o della fuga in 
Svizzera. I partigiani lo scoprirono vicino al confine svizzero, 
travestito da tedesco.
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LA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA
E. COLLOTTI, L'amministrazione tedesca dell'Italia occupata, 1943-1945, 
Milano, 1963; F.W. DEAKIN, Storia della repubblica di Sal, Torino,
Einaudi, 1963.
Cronologia:
1919. 23 marzo. Fondazione dei fasci di combattimento su iniziativa di 
Benito Mussolini.
15 aprile. Assalto delle squadre fasciste al quotidiano socialista
milanese Avanti!
Novembre. Elezioni politiche. I fascisti riportano nell'unica lista
presentata a Milano 4.795 voti (socialisti 170.000, popolari 74.000).
1920. Settembre. Fallimento del movimento di occupazione delle fabbriche.
1921. 17 maggio. Elezioni in Italia. Affermazione del Blocco nazionale e 
successo del movimento fascista. I fascisti oltre a due deputati eletti 
in quanto tali, ottengono circa trenta deputati eletti nelle liste del
blocco governativo (tra gli altri lo stesso Mussolini).
4 novembre. Fondazione del Partito nazionale fascista.
1922. Luglio. Dopo il fallimento dello sciopero legalitario di protesta, 
indetto dall'Alleanza del lavoro e spezzato dai fascisti, un'ondata 
squadrista si abbatte su tutto il paese.
28 ottobre. Marcia su Roma e avvento dei fascisti al potere.
1923. Gennaio. Le camicie nere sono trasformate in Milizia volontaria per 
la sicurezza nazionale. Il governo Mussolini abolisce il primo maggio come 
festa del lavoro.
1924. 6 aprile. Elezioni in un clima di violenza. La lista fascista 
(o lista nazionale) ottiene con la legge truffa il 64 per cento dei voti.
10 giugno. Viene assassinato a Roma Giacomo Matteotti.
fine giugno. Secessione parlamentare dei gruppi di opposizione, il 
cosiddetto Aventino.
1925. 3 gennaio. Discorso di Mussolini che si assume la responsabilit 
storica del caso Matteotti. Segna l'inizio della dittatura e del regime
totalitario.
4 novembre. Attentato dell'ex deputato socialista Zaniboni contro 
Mussolini. Inasprimento della dittatura fascista.
24 dicembre. Viene emanata una legge per la quale la figura del capo del 
governo  distinta dal ministero, non pi responsabile verso il Parlamento. 
I poteri a Mussolini possono essere revocati solo dal re.
1926. 7 aprile. Muore, a seguito delle aggressioni subite dai fascisti 
mesi prima, Giovanni Amendola.
Luglio.  istituito il ministero delle corporazioni.
18 agosto. Discorso di Mussolini a Pesaro per la difesa della lira.
20 novembre. Promulgata una legge per la difesa dello Stato. Vengono 
disciolti i partiti e i sindacati, istituiti il Tribunale speciale e il
confino di polizia.
1927. Gennaio. Circolare ai prefetti di Mussolini per la normalizzazione
dell'estremismo fascista.
Aprile-maggio. Viene promulgata la Carta del Lavoro, base dell'ordinamento 
corporativo e avviata una politica demografica.
1928. 4 giugno. Il Tribunale speciale fascista condanna Antonio Gramsci che 
viene tenuto in carcere e poi al confino sino alla morte: insieme con lui 
viene condannato il gruppo dirigente del partito comunista.
1929. 11 febbraio. Conclusi i Patti lateramensi tra l'ltalia e la Santa
Sede Firmati da Mussolini e il cardinale Gasparri che pongono fine alla 
questione romana. Nasce lo Stato della Citt del Vaticano. Obbligatorio
nelle scuole lo studio della religione cattolica.  
24 marzo. Plebiscito fascista. Il regime si consolida per gli accordi con 
la Chiesa.
1930. Arriva in Italia il contraccolpo della Grande crisi economica.
Interventismo statale ad oltranza
1931. 3 ottobre. Il poeta Lauro De Bosis, esule in Francia, per protestare
contro il regime sorvola Roma, gettando migliaia di volantini antifascisti.
8 ottobre. Viene emanato un decreto legge che impone ai docenti
universitari un giuramento di fedelt al regime. Su circa 1.200 docenti 
solo 13 si rifiutano di firmare.
31 novembre. Creazione dell'IMI (Istituto mobiliare italiano).
1932. 11 febbraio. Mussolini in udienza dal papa fine della controversia
tra Chiesa e Stato.
8 aprile. Al Gran consiglio del fascismo per la prima volta si parla 
dell'Etiopia 
Fine luglio. Mussolini assume direttamente il ministero degli esteri.
1933. 3 gennaio. Mussolini espone per la prima volta ai diplomatici 
di maggior rilievo il piano per l'invasione dell'Etiopia
30 gennaio. Hitler cancelliere del Reich. Mussolini si congratula.
Gennaio. Creazione dell'IRI (Istituto di ricostruzione industriale).
19-20 agosto. Incontro Mussolini-Dollfuss a Riccione: promesse di aiuto 
economico militare all'Austria
14 novembre. Discorso di Mussolini contro la Societ delle Nazioni.
1934. 14-15 giugno. Incontro Mussolini-Hitler.
25 luglio. Dollfuss viene assassinato ma il putsch nazista fallisce. 
Campagna della stampa italiana contro la Germania; truppe italiane alla
frontiera con l'Austria.
5 dicembre. Incidente di Ual Ual alla frontiera tra la Somalia italiana 
e l'Etiopia.
1935. 7 gennaio. Accordi italo-francesi siglati a Roma da Laval e
Mussolini. Mano libera all'Italia in Etiopia.
3 ottobre. Truppe italiane al comando di De Bono e Graziani invadono 
l'Etiopia dall'Eritrea e dalla Somalia.
9 ottobre. La Societ delle Nazioni delibera le sanzioni economiche 
contro l'Italia fascista.
1936. 6 gennaio. Da Roma l'ambasciatore tedesco von Hassel informa il 
Fhrer che l'Italia non si opporr pi alla trasformazione dell'Austria 
in un satellite tedesco.
27-28 febbraio. Processo al gruppo antifascista torinese (Bobbio,
Ginzburg, Mila, Pavese, eccetera).
6 marzo. Inizio di una politica filotedesca.
6 maggio. Truppe italiane entrano in Addis Abeba.
Luglio. Rivolta in Spagna guidata da Franco, appoggiata dall'Italia e 
dalla Germania fasciste.
24 ottobre. Trattato di collaborazione italo-tedesco. Nasce l'Asse 
Roma-Berlino.
1937. 8-24 marzo. A Guadalajara le brigate internazionai antifasciste 
bloccano l'avanzata del corpo di spedizione italiano inviato da Mussolini
in soccorso di Franco.
Primo giugno. Nasce il Minculpop (Ministero della cultura popolare).
Giugno. In Francia vengono assassinati su ordine dei servizi segreti 
fascisti i fratelli Carlo e Nello Rosselli.
Novembre. L'Italia aderise al Patto Anticomintern.
11 dicembre. L'ltalia esce dalla Societ delle Nazioni.
1938. 11-13 marzo. Anschluss dell'Austria alla Germania nazista.
14 luglio. Il manifesto della razza. Leggi razziali.
23-28 settembre. Crisi internazionale. Mobilitazione in Cecoslovacchia. 
Mussolini viene in soccorso di Hitler e propone una mediazione con gli
occidentali.
29-30 settembre. Conferenza e Patto di Monaco.
30 novembre. I fascisti rivendicano Tunisi, Gibuti, la Corsica. Tensione 
con la Francia.
1939. 15-16 marzo. Violando gli accordi di Monaco Hitler occupa la 
Cecoslovacchia.
19 marzo. La Camera dei deputati viene sostituita dala Camera dei fasci 
e delle corporazioni.
Fine marzo. Fine della guerra civile spagnola. Con l'aiuto dei fascisti
e dei nazisti viene istituita la dittatura militare franchista.
7 aprile. L'Italia occupa l'Albania.
Primo settembre. Attacco tedesco alla Polonia: ha inizio il secondo 
conflitto mondiale.
Il Gran consiglio del fascismo dichiara la non belligeranza dell'Italia.
1940. 10 giugno. L'Italia dichiara guerra alla Francia e all'Inghilterra.
22-24 giugno. Offensiva italiana contro la Francia.
27 settembre. Patto tripartito tra Italia, Germania, Giappone per
un ordine nuovo in Europa e in Asia.
28 ottobre. Aggressione italiana alla Grecia.
Dicembre. Controffensiva inglese in Libia. Ritirata italiana dalla 
Cirenaica. Mussolini chiede aiuto a Hitler.
1941. Marzo. Con l'aiuto dell'Afrikakorps di Rommel gli italiani
riconquistano la Cirenaica e si spingono sino a Tobruk.
Aprile. L'Italia, accodandosi alla Germania, dichiara guerra alla
Jugoslavia.
22 giugno. Invasione tedesca dell'URSS. L'Italia partecipa con un corpo
di spedizione guidato dal generale Messe.
7 dicembre. Attacco giapponese a Pearl Harbour.
11 dicembre. L'Italia e la Germania dichiarano guerra agli Stati Uniti.
1942. Maggio. Offensiva italo-tedesca in Cirenaica.
Novembre. Truppe italo-tedesche occupano la Tunisia.
1943. Gennaio. Contrasti tra Mussolini e Ciano che propugna una pace 
separata.
11 gennaio. Capitolazione tedesca a Stalingrado.
5 febbraio. Ciano viene dimesso dalla carica di ministro degli esteri. 
Nello stesso periodo Grandi, ministro della giustizia, viene dimesso 
dal governo.
Marzo. Grandi scioperi operai nell'italia del Nord contro la guerra e il
fascismo.
10 luglio. Gli Alleati sbarcano in Sicilia.
25 luglio. Il Gran consiglio vota per il ripristino delle prerogative 
della Corona contro Mussolini. Arresto di Mussolini.
27 luglio. Scioglimento del partito fascista.
8 settembre. Pubblicazione dell'armistizio dell'Italia. Gran parte
dell'Italia  occupata dai tedeschi. Il giorno successivo un'armata
americana, al comando del generale Clark, sbarca a Salerno.
12 settembre. Paracadutisti tedeschi liberano Mussolini.
23 settembre. Mussolini fonda a Sal la Repubblica Sociale italiana.
14 novembre. Congresso dei fascisti repubblichini a Verona.
1944. 2 gennaio. Sbarco alleato tra Anzio e Nettuno.
Gennaio. Processo di Verona contro i gerarchi fascisti che il 25 luglio 
avevano votato contro Mussolini.
Primo marzo. Sciopero generale antifascista nell'Italia del Nord.
21 aprile. Governo di coalizione antifascista in Italia.
22 aprile. Conferenza di Klessheim dove Mussolini e Graziani incontrano 
Hitler sottoponendogli i problemi della Repubblica di Sal e richiedendogli
il suo aiuto.
4 giugno. Liberazione di Roma.
20 luglio. Nuovo incontro di Mussolini con Hitler nel Quartier generale 
di quest'ultimo nella Prussia orientale.
4-22 agosto. Liberazione di Firenze.
Agosto. Nascono (in gran parte con i resti delle squadre d'azione del '20)
le brigate nere.
La prima brigata nera mobile entra in azione nello stesso mese in Piemonte.
16 dicembre. Discorso di Mussolini al Lirico di Milano: un appello alla 
difesa della valle del Po.
1945. 22 febbraio. Mussolini rimuove da ministero degli interni Buffarini,
fedelissmmo dei tedeschi.
21 aprile. Sfondata la linea gotica, gli Alleati entrano a Bologna.
25 aprile. I Comitati di liberazione nazionale proclamano l'insurrezione
generale. Sono liberate le grandi citt del Nord.
27 aprile. Mussolini cerca di fuggire in Svizzera travestito da tedesco 
ma viene arrestato.
28 aprile. Mussolini viene giustiziato.
