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LUIGI CAPUANA.

CHI VUOL FIABE, CHI VUOLE?

Ai bambini lettori
Come abbia fatto il Raccontafiabe a mettere insieme queste altre, dopo che gli fu rubato - voi lo sapete - il sacchettino con la polvere portentosa che gli suggeriva le fiabe, certamente non riuscirebbe a dirvelo, se glielo domandaste, neppure lui.
Ora il povero Raccontafiabe  molto invecchiato e passa, al solito, le sue giornate davanti a l'uscio di casa, a godersi il sole, d'inverno, e il fresco, d'estate.
Io che lo vedo spessissimo - siamo vicini da anni - sentendolo borbottare in questi ultimi mesi, avevo creduto, da prima, che si dolesse di qualche malanno. Invece, m'accrsi che fantasticava a occhi chiusi, e borbottava:
- Se state cheti, bambini...
Gli sembrava di andare attorno, come tempo addietro, a raccontar fiabe per le vie:
- Chi vuol fiabe, chi vuole?
E infatti, sottovoce... Ed erano fiabe nuove!
Io gli ho fatto il tradimento di trascriverle, oggi una, domani un'altra, senza ch'egli se n'accorgesse. E una mattina gli ho detto:
- Raccontafiabe, volete sentire una fiaba?
- S! S!
Il poverello sorrideva, sorrideva approvando con la testa.
- Bravo! Bravo!... Mi sembra per...  strano! mi sembra di ricordarmela confusamente, quasi fosse passata per la mia testa. Bravo! Bravo!... Un'altra.
Gliele ho lette tutte, e si  divertito come un bambino. E quando ho soggiunto: - Sono fiabe vostre! Non le riconoscete? - ha risposto soltanto:
- Pu darsi!... Saranno le ultime!
Abbiatele care, bambini miei: sono proprio le ultime.
LUIGI CAPUANA
Catania, settembre del 1906



LA FIGLIA DEL GIARDINIERE

C'era una volta un giardiniere che aveva una figlia cca e un po'storpia fin dalla nascita. La mamma era morta dandola alla luce, e il povero vedovo aveva dovuto mettersi in casa una vecchia donna, perch badasse alla disgraziata. La balia l'aveva tenuta con s fino ai dieci anni. Poi, una mattina, gliel'aveva riportata.
- Perch? - domand il padre.
- Perch non la posso soffrire pi. Da due mesi in qua, non fa altro che cantare certe nenie cos lamentose, da far venire la malinconia perfino al sassi. Il vicinato brontolava: "Malannaggio la cchina e chi l'alleva!". Mio marito...
- Va bene - la interruppe il giardiniere; - mettetela a sedere l, accanto a l'uscio.
E appena la balia fu andata via, la bambina cominci a cantare lamentosamente; pareva che piangesse.
- Che cosa canti, figliuola mia?
- Canto la mia mala ventura. Ho gli occhi e non ci vedo; ho le gambe e quasi non posso camminare!.
- C' chi  peggio di te, figliuola mia. Tu hai tuo padre che ti vuol bene, e tanti fiori nel giardino.
- Se mio padre m'avesse voluto bene, avrebbe piantato il fiore che rende la vista; se mio padre m'avesse voluto bene avrebbe innestato l'albero il cui frutto raddrizza le gambe.
- Chi t'ha detto queste sciocchezze, bambina mia?
- Giacch sono sciocchezze, lasciatemi cantare!
E riprese la sua nenia; metteva malinconia anche ai sassi.
Il giardiniere and a trovare una vecchia che abitava poco lontano.
- Volete servire la mia figliola che  cca e storpia? Vi dar poco da fare.
- Mi darete da mangiare, da bere, da dormire, e un bel mazzo di fiori ogni mattina.
- Che volete mai farne dei fiori?
- Non deve importarvene.
- E sia: da mangiare, da bere, da dormire e un bel mazzo di fiori ogni mattina.
La cchina si lasciava vestire, lavare, pettinare dalla vecchia senza dire neppure una parola; poi quando questa, nelle belle giornate, la conduceva per mano a sedere in un angolo del giardino, e, nelle giornate cattive, presso la finestra della rustica casetta, quasi potesse godersi dai vetri lo spettacolo della campagna circostante e dei monti lontani, la cchina le diceva:
- Lasciatemi sola.
- Ti annoierai, cuore mio!
- Lasciatemi sola; voglio cantare.
- Ti racconter una bella fiaba.
- Le belle fiabe non sono per me.
E cominciava la sua lamentosa cantilena. Durava cos ore e ore, senza riposarsi un solo momento. Alla fine, dalla stanchezza, chinava la testa su una spalla e s'addormentava.
Il giardiniere era contento che sua figlia fosse servita bene; ma si sentiva stringere il cuore udendo sin di fondo al giardino quella nenia lamentosa, della quale non aveva potuto mai capire le parole.
- Ascoltate bene voi - si raccomandava alla vecchia, quando essa scendeva gi a prendere il quotidiano mazzo di fiori.
- Prima di mettersi a cantare mi manda sempre via.
- E di questi fiori che ve ne fate?
- Non deve importarvene.
Il giardiniere era incuriosito. Appena avuto il mazzo, la vecchia diceva:
- Vado e torno subito.
Infatti andava e tornava subito, senza che a lui fosse riuscito di vedere dove andasse, n di dove tornasse, quantunque pi volte avesse tentato di spiarla. Appena richiuso dietro a s il cancello, la vecchia seguiva il muro di cinta del giardino, svoltava il canto e spariva.
Da principio il giardiniere non ci aveva badato; ma dopo alcuni mesi era entrato in sospetto di qualche brutto mistero.
E il sospetto divenne certezza il giorno che la cchina non cant pi.
- Perch non canti pi, figliuola mia?
- Non posso cantare, babbo. Se mi provo, sento qualcosa alla gola, come una mano che mi stringa e mi voglia soffocare.
Il giardiniere che non aveva mai posto attenzione all'aspetto della vecchia, quel giorno la guard bene.
- Sembra una Strega! - disse tra s e s.
Era tutta grinze, con i capelli bianchi tutti arruffati, gli occhi orlati di rosso sotto folte e ispide sopracciglia, il naso adunco, la bocca sdentata e le mani scarne e nodose. Proprio una Strega! Come non se n'era accorto prima? E pens di licenziarla per vedere se, andata via lei, la cchina potesse riprendere a cantare. Cos muta gli sembrava pi triste di quando si sfogava con le nenie che gli stringevano il cuore.
- Sentite, comare: non ho pi bisogno di voi. Eccovi un bel regalo, tornate a casa vostra; e pi amici di prima come suol dirsi.
La vecchia non rispose niente; fece un fagotto dei suoi quattro stracci, se lo mise sotto braccio, e usc senza neppur salutarlo.
Appena partita lei, la cchina chiam:
- Babbo, babbo, vieni a sentirmi cantare!
- Ho indovinato dunque! - pens il giardiniere.
E stette ad ascoltare la figlia: questa volta ud bene le parole. La cchina cantava:

- Attendo, attendo, nella buia notte,
Ed apro l'uscio se qualcuno batte.
Dopo la mala vien la buona sorte...

Il resto non lo ricordo pi!
- Chi ti ha insegnato questa canzone?
- Nessuno.
- E chi attendi nella buia notte?
- Non lo so.
- Come ti son venute in testa cantilena e parole?
- All'improvviso; una mattina... E non potevo frenarmi.
Il giardiniere era stupito.
- Babbo, perch non pianti il fiore che rende la vista?
- Figliola mia, non c' giardiniere al mondo che lo conosca.
- Babbo, perch non innesti l'albero il cui frutto raddrizza le gambe?
- Albero e fiore te li sei sognati, forse; non ne ho sentito mai parlare.
Allora la cchina riprese sottovoce:

- Attendo, attendo nella buia notte -

e cantato un bel pezzetto, chin la testa su una spalla e s'addorment.
Da quel giorno in poi, a mezzanotte, notte per notte, accadeva un fatto strano, si sentiva un gran picchio all'uscio. Il giardiniere balzava da letto, si affacciava alla finestra e domandava:
- Chi ? Chi cercate?
C'era il lume di luna e ci si vedeva benissimo; ma non si scorgeva anima viva davanti a l'uscio n nel giardino.
- Hai sentito picchiare, figliola mia?
- No, babbo.
- Da parecchie notti a mezzanotte in punto?
- Ti sar parso, babbo.
- Dev'essere quella Stregaccia! - pens il giardiniere.
E and a cercarla per dirle: - Volete smettere, Stregaccia? - Non la trov: n le vicine seppero dirgli dove si fosse ridotta ad abitare. Risposero:
- Era pazza! Non parlava con nessuno. Filava tutta la giornata. Soltanto, quando le domandavano: "Che cosa ne fate del filato?" brontolava stizzosa: "Una cordicina per impiccarvi!" Ci metteva paura.  meglio che se ne sia andata di qui. Con le pazze non si sa mai!...
Il giardiniere, tornando a casa impensierito, si era rammentato per strada che un giorno sua moglie gli aveva detto: - Ho trovato un bel gomitolo di refe davanti al cancello del giardino. Lo tengo in serbo, se mai chi l'ha smarrito venisse a cercarlo. - Era passato quasi un anno, e allora ella lo aveva adoperato per cucire il corredino della creaturina che portava in seno. - Finita l'ultima gugliata - gli aveva raccontato sua moglie - sai?  venuta una vecchia: "Avete trovato un gomitolo di refe?". "S, ora  quasi un anno; ma l'ho gi adoprato. Se volete, ve lo pago." "Nemmeno il tesoro del Re basterebbe a pagarlo!" E mi ha voltato le spalle sdegnata. - Marito e moglie quel giorno ne avevano riso. E da quando la povera donna era morta di parto, il giardiniere non si era pi rammentato del gomitolo; la risposta di quelle donne gliel'aveva fatto ritornare in mente. Ah! la Stregaccia filava, filava tutta la giornata? Il gomitolo era certo di lei, e conteneva una mala! Infatti la bambina era nata cca e storpia perch il suo corredino era stato cucito con quel refe!
Nessuno ora avrebbe potuto levarglielo di testa! A casa trov la figliola che piangeva:
- Ah, babbo, babbo! Hanno picchiato a l'uscio e non ho fatto in tempo ad aprire. Scesi, alla meglio, tastoni le scale, ma chi aveva picchiato era gi andato via!
- Sar stato qualcuno che voleva dei fiori; torner.
- No, babbo!

Attendo, attendo, nella buia notte,
Ed apro l'uscio se qualcuno batte.
Dopo la mala vien la buona sorte...

- Era venuta, babbo! Forse non torner pi!
E la poverina si struggeva in lacrime. Il giardiniere non sapeva come consolarla.
- Zitta - le disse. - Ti d un bel mazzo di fiori. Li colgo freschi freschi apposta per te.
La cchina, avuto in mano il mazzo, cominci a tastarlo, a brancicarlo tutto, e poi a strapparlo fiore per fiore. Compiuto lo scempio, lo butt via.
- Perch hai fatto questo, figliola?
- Perch quel fiore non c'.
- Quale?
- Quello che rende la vista.
Il giardiniere si mise a riflettere:
- Se lei ne parla, vuol dire che questo fiore esiste davvero!
E per ci ogni mattina coglieva i fiori pi belli e pi rari, e fattone un gran mazzo lo portava alla figliola.
Ma erano ormai passati parecchi mesi, e la cchina, avuto in mano il mazzo, lo tastava, lo brancicava tutto e poi, strapptolo fiore per fiore, lo buttava via, dicendo con accento, desolato:
- Quel fiore non c'!
Il giardiniere, intanto, non desisteva dal portargliene ogni mattina uno nuovo. Aveva riflettuto che la Stregaccia, volendo un mazzo di fiori al giorno, doveva sapere quel che faceva. Certamente - come dubitarne pi? - il portentoso fiore capace di ridonare la vista esisteva, ma non lo conosceva nessuno. Bisognava affidarsi al caso. E la Strega, volendo un mazzo di fiori al giorno, aveva tentato d'impedire che la cchina riacquistasse la vista. Ahim! Forse quel fiore era stato colto e portato via dalla Strega in uno dei tanti mazzi ricevuti! E se non rifioriva pi? E se era di quelli che fioriscono una sola volta all'anno? Non sapeva darsene pace. Se avesse avuto la stregaccia tra le ugne, l'avrebbe ridotta a brani!
Una mattina, trin, trin, trin, si ferma al cancello del giardino una carrozza tirata da quattro cavalli con la sonagliera, e ne scende un bel giovane, vestito di stoffa di seta intramata di oro, con un gran cappello ornato di piume, collare di pizzi, e pizzi alle maniche che gli coprivano le mani.
- Siete voi il giardiniere?
- Per servirla, mio bel signore.
- Cogliete tutti i fiori che avete, e riempitemene la carrozza.
- Tutti no, mio bel signore. I pi freschi e i pi belli devo serbarli per la mia figliola.
- Che ne fa la vostra figliuola?
- Li tasta, li brancica, li strappa e li butta via.
-  quella l?
- S, mio bel signore.
La ragazza che aveva gi sedici anni, seduta all'ombra di un albero, cantava tristamente.
Il giovane era rimasto incantato a guardarla e ad ascoltarla. Rosea, coi capelli d'oro, con le mani fini, affusolate, con le pupille coperte da un velo bianco, la cchina intenta a cantare non si era accorta della presenza di quei che si erano fermati a poca distanza.
-  cca?
- Cca e storpia, mio bel signore!
- Che disgrazia!
E pareva non respirasse dalla commozione e dalla meraviglia di tanta bellezza.
- Che cosa canta?
- Dice:

Attendo, attendo, nella buia notte,
Ed apro l'uscio se qualcuno batte.
Dopo la mala vien la buona sorte...

- Il resto, la poverina, non lo ricorda pi. Ora vo a cogliervi i fiori.
Il giovane signore risal, pensoso, nella carrozza, e quando il giardiniere torn con una gran bracciata di fiori di ogni sorta, ricevette quattro grosse monete d'oro che gli fecero sgranare gli occhi.
Il giorno dopo, ecco, trin, trin, trin, la carrozza tirata da quattro cavalli con le sonagliere. Ne esce una vecchia signora riccamente vestita che domanda:
- Siete voi il giardiniere?
- Per servirla, padrona mia.
- Cogliete tutti i fiori che avete, e riempitemene la carrozza.
- Tutti no, padrona mia. I pi freschi e i pi belli devo serbarli per la mia figliola.
- Che ne fa la vostra figliola?
- Li tasta, li brancica, li strappa e li butta via.
-  quella li?
- S, padrona mia.
La ragazza, seduta accanto all'uscio, cantava tristamente. Anche la vecchia signora era rimasta incantata a guardarla e ad ascoltarla. Ma non domand: che cosa canta? Fece cenno al giardiniere di andar a cogliere i fiori, e quando questi gliene port una gran bracciata che riemp la carrozza, gli di quattro grosse monete d'oro che gli fecero sgranare gli occhi.
- Se continua ogni giorno cos, la mia figliola avr presto una buona dote.
Intanto ogni notte, a mezzanotte, si udiva un gran picchio all'uscio.
- Hai sentito, figliola mia?
- No, babbo; ti sar parso.
-  certamente la Stregaccia! - egli pensava. - Se la incontro, l'accoppo!
Ma chi veniva a picchiare, di giorno, giusto quando lui non c'era?
Decise di nascondersi e di stare in vedetta. Disse alla figlia:
- Vado al mercato. Se picchiano, non aprire.
E rimpiattato dietro una siepe da dove poteva veder bene, sti ad attendere. Passa un'ora, ne passano due, nessuno! Stava per uscire dal nascondiglio, quando, a un tratto, che cosa vede? Vede un giovinotto, vestito da contadino, che si accosta cautamente all'uscio della casetta e picchia tre volte. Il giardiniere sente la voce della cchina: - Chi ? Chi cercate? - e poi la risposta del giovinotto: - Il pi bel paio di occhi del mondo!
- Avete sbagliato uscio!
- Non ho sbagliato!
Al giardiniere gli pareva e non gli pareva di riconoscere quel viso. L'aveva veduto un'altra volta? S, s. Non era il bel signorino venuto in carrozza due giorni addietro, che aveva voluto tanti fiori e gli aveva regalato quattro grosse monete d'oro? poteva mai darsi? E se era, perch travestito da contadino? Intrigato da questo mistero, e vedendo che quegli stava per andar via non ricevendo pi risposta dalla cchina, il giardiniere si fece avanti.
- Chi siete? Chi cercate?
- Vorrei allogarmi per garzone; non chiedo salario.
- Se  cos, ti prendo volentieri. Il tuo mestiere?
- Lo stesso del vostro.
E intanto, al giardiniere, pi lo guardava e pi gli pareva di non ingannarsi. La rassomiglianza era perfetta.
- Stiamo a vedere! - pens.
Lo men in fondo al giardino, gli ordin quel che doveva fare, e lui and a trovare la figliola.
- Perch piangi, figliola mia?
-  venuto uno a beffarmi. Ha picchiato tre volte all'uscio, e alla mia domanda: "Chi siete? Chi cercate?" ha risposto: "Cerco il pi bel paio d'occhi del mondo". Ed io sono cca!
- Non angustiarti, figliola!
- Chi canta nel giardino?
- Il garzone che ho preso poco fa.
-  allegro, a quel che pare!
- Chi lavora cantando sente meno la fatica. Se ti d fastidio, lo faccio tacere.
- Anzi; ha una bella voce.
Ma non appena la cchina, cessato di piangere, si mise a cantare anche lei la solita nenia, quell'altro tacque. Il giardiniere lo trov intento ad ascoltare.
- Cos tu lavori?
- Questo lamento mi stronca le braccia!
- Devi abituarti ad udirlo:  la cchina, mia figlia, che canta, se tu non lo sai.
- Come si fa ad abituarsi? Spezza il cuore.
Intanto, al giardiniere, pi lo guardava, e pi gli pareva di non ingannarsi. La rassomiglianza era perfetta. E, cogliendo i fiori pel mazzo da portare alla figlia, lo interrogava.
- Dov'eri allogato prima?
- Dal giardiniere del re.
- E perch sei andato via?
- Perch al Reuccio  piaciuto cos.
- Senza nessuna ragione?
- Senza nessuna ragione.
- Uhm!
Il giardiniere pens di andare a informarsi se colui avesse detto la verit. Trov il palazzo sossopra; gente che andava, gente che veniva, tutti affaccendati, e con certi visi!
- Che cosa  accaduto? Qualche disgrazia?
- Il Reuccio  sparito da parecchi giorni, e non si sa dove sia. Il Re e la Regina lo piangono per morto. Doveva sposare la figlia del Re di Francia; ma dal momento in cui una zingara disse ai Re: "Se il Reuccio sposa costei, muore lo stesso giorno delle nozze. Chi dovr egli sposare glielo dir in un orecchio, se Vostra Maest me lo permette" e glielo disse in un orecchio col consenso del Re - sin da quel momento le trattative furono rotte, e il Reuccio divenne cos malinconico, che non si riconosceva pi. Tutt'a un tratto  sparito, e non si sa dove sia.
C'era tanta confusione, che il giardiniere pot entrare nel giardino reale senza che le guardie glielo impedissero.
- Dite, compare: avete mandato via un giovane garzone?
- Non ho mandato via nessuno - rispose il giardiniere del Re.
-  venuto uno ad allogarsi da me, sono giardiniere anch'io e vuol darmi a intendere che prima stava a garzone da voi e che l'avete licenziato perch cos piacque al Reuccio.
- Non gli date retta! Sar un poco di bono.
- Quanti bei fiori avete qui!
- Voglio regalarvene un mazzo. Vi dar anche dei semi, se li gradite.
- Grazie!
Trattandosi di fare un regalo a persona del mestiere, colui aveva scelto i fiori pi belli e pi rari.
Tornato a casa, il povero padre trov di nuovo la figliola che piangeva.
- Perch piangi, figliola mia?
-  venuto un'altra volta quel tale a beffarmi. Ha dato tre picchi a l'uscio, e alla mia domanda: "Chi siete? Chi cercate?" ha risposto: "Cerco il pi bel paio d'occhi del mondo". Ed io sono cca.
Stizzito, il giardiniere non pens neppure a dare alla figlia il magnifico mazzo di fiori ricevuto in regalo, e corse in fondo al giardino, dove il garzone annaffiava le aiuole cantando.
- Ti ho visto e ti ho udito, sai? Perch ti diverti a far piangere mia figlia, canzonandola: Cerco il pi bel paio di occhi del mondo?
Questi faceva il grullo, come se il suo padrone non parlasse con lui. E cantava:

- Attendi, attendi nella buia notte,
Ed apri l'uscio se qualcuno batte.
Dopo la mala, vien la buona sorte,
E viene con colui che non sa l'arte.

Queste ultime parole erano quelle che la cchina non ricordava pi? Il povero giardiniere rimase. Gli pareva di sognare, gli pareva di sentirsi portar via il cervello da un colpo di pazzia. E non sapeva che cosa dovesse fare: se dirgli: - Tu non sei un contadino, sei quel signore venuto qui con la carrozza a quattro cavalli con le sonagliere! La canzone lo cantava chiaro: - Colui che non sa l'arte! - E con lui era dunque venuta la buona sorte per la cchina?
- Se parlo, forse guasto - riflett.
E torn addietro, dalla figliola che ancora piangeva:
- Ecco un bel mazzo di fiori. Sono del giardino del Re.
La cchina lo tast, lo brancic e poi strapptolo fiore per fiore, lo butt per terra:
- Quel fiore non c'!
Il fiore che dava la vista non lo avevano neppure nel giardino reale! E il giardiniere si era lusingato che potesse trovarsi, per caso, tra quelli del mazzo.
Intanto pi egli guardava il giovane e pi gli pareva di non ingannarsi; la rassomiglianza era perfetta. Quale mistero c'era sotto? Pel bene della sua figliola, riflett di non esitare ancora - se parlo forse guasto! - e appunto stava per rivolgere al giovane una domanda, quando, trin! trin! trin! ecco la carrozza tirata da quattro cavalli con le sonagliere, e la vecchia signora dell'altra volta, riccamente vestita.
- Giardiniere, avete fiori?
- Quanti ne volete, padrona mia.
- Coglieteli tutti e riempitemene la carrozza.
- Tutti no, padrona mia. I pi freschi e i pi belli devo serbarli per la mia figliola.
E maliziosamente aggiunse:
- L c' il garzone. Dia i suoi ordini a lui. In questo momento ho da fare.
Voleva vedere quel che sarebbe accaduto tra il garzone e lei. Girando dietro la siepe, gli sarebbe stato facile anche ascoltare. Cos fece. E quel che vide e ud lo colm di stupore.
- Non ha ancora aperto l'uscio?
- Non l'ha ancora aperto. Come sente lamia risposta: "Cerco i pi begli occhi del mondo" si mette a piangere.
- Picchiate domani all'alba. Vi aprir.
- E il fiore?
- Sta per spuntare. Spuntare, crescere e sbocciare sar quasi un solo momento: ma bisogna che non abbia altri fiori attorno. Coglieteli e portateli nella mia carrozza. Intanto appena il giardiniere e la cchina saranno andati a letto, spargete davanti a l'uscio questa polvere per stornare la mala della Strega. Essa viene ogni notte, a mezzanotte, e picchia. Se la ragazza le aprisse, rimarrebbe cca per tutta la vita. Ed ora addio. Non mi rivedrete pi. Siate felice, Reuccio! Chi bene fa, bene riceve; tenetelo a mente.
Il giardiniere non credeva ai suoi occhi e ai suoi orecchi!
La vecchia signora doveva essere una Fata! E quello era il Reuccio che non si sapeva dove fosse!
Si allontan in punta di piedi, trattenendo il respiro, col cuore che, dalla gioia, pareva volesse scoppiargli nel petto. E corse ad abbracciare la povera cchina che cantava malinconicamente:

- Attendo, attendo nella buia notte.

- Babbo, perch mi abbracci cos forte?
- Perch io ti voglio bene, figliola mia!
Non le disse altro. Pensava:
- Se parlo, forse guasto!
Quella notte, a mezzanotte, il solito forte picchio a l'uscio.
- Picchiano, babbo!...  la buona sorte!
- Ti  parso, figliola mia!
- Lasciami andare ad aprire, babbo! Se va via, non torna pi!
Si ud un altro picchio, pi forte.
- Hai sentito, babbo?
- Ti  parso, figliola mia.
La cchina salt gi dal letto nonostante che le gambe la reggessero a stento; salt gi anche il padre e la trattenne.
- Ah, padre scellerato! Non vuoi che apra alla buona sorte!
Si ud un terzo picchio pi insistente.
La cchina voleva andare ad aprire a ogni costo, dibattendosi.
Allora scoppi un grand'urlo:
- Ahi! Ahi!
Il giardiniere aperse la finestra e vide la Strega in fiamme, che si arrotolava per terra e bruciava come un tizzo. Dopo pochi minuti, ne rimaneva appena un po'di cenere.
- Chi gridava, babbo? Sento puzzo di bruciaticcio.
- Non  niente; il garzone ha dato fuoco a un po'di paglia. Riaddormentati, figliola!
Non voleva spaventarla.
Ma nessuno dei due prese sonno. E di tanto in tanto la cchina si lamentava sotto voce, credendo che suo padre dormisse:
- Era la buona sorte! E mi ha impedito di aprirle!
All'alba un picchio fortissimo faceva rintronare la casetta. Questa volta la cchina salt gi, zitta zitta, dal letto, indoss alla meglio la veste, si trascin, tastoni, con le gambe storpie, per le scale, e giunta dietro a l'uscio domand:
- Chi siete? Chi cercate?
- Cerco i pi begli occhi del mondo!
- I pi miseri occhi eccoli qui!
E spalanc l'uscio disperatamente.
Si sent passare ripassare, lieve lieve, su le palpebre qualcosa di fresco, di vellutato, e sbito le parve che un violento chiarore la ferisse. Di un grido e cadde svenuta tra le braccia del garzone giardiniere, che era proprio il Reuccio. Quando la cchina, non pi cca, riapr le palpebre, egli vide splendere davvero i pi begli occhi del mondo; sembravano due soli!
Al grido era accorso il padre. Figuriamoci la sua gioia, vedendo la figliola che guardava attorno stupita, e non potea dire una sola parola! Ma dovettero metterla a sedere perch si reggeva male su le gambe storte. Si era trovato, finalmente, il fiore che rendeva la vista! Si sarebbe trovato pure l'albero il cui frutto raddrizzava le gambe; non se ne poteva pi dubitare.
Ora, con tutto quel che era accaduto, al giardiniere non passava per la testa che il Reuccio potesse voler sposare sua figlia. E sentendogli dire: - Questa sar la mia Reginotta - fu preso da spavento, temendo che il Re e la Regina non lo avrebbero mai permesso, e che ne sarebbe venuto danno a lui e alla sua figliola, se il Reuccio si fosse ostinato.
Infatti il Re e la Regina, appreso dalla stessa bocca del Reuccio la decisione di sposare la figlia del giardiniere, montarono in grandissima collera.
Invano il Reuccio rivel quel che gli aveva predetto in segreto la zingara, che poi era fata Ragno, perch il giorno era ragno e la notte bellissima Fata. Invano raccont che egli, avendo un giorno impedito a un contadino di ammazzare un ragno, la notte dopo si era visto comparire davanti la bellissima Fata venuta a ringraziarlo, perch quel ragno era lei. Gli aveva promesso: Ti far sposare i pi begli occhi del mondo e...
Re e Regina non lo lasciarono neppure finir di parlare.
- O Reuccio, o giardiniere: scegli!
- Giardiniere, Maest.
E per i pi begli occhi del mondo rinunci alla corona.
Fata Ragno per non aveva pensato d'indicargli l'albero il cui frutto raddrizzava le gambe. E gli aveva detto: - Addio, non ci rivedremo pi!
- Dove rintracciarla?
Coltivando fiori e piante, il Reuccio spesso la invocava:
- Ah fata Ragno, fata Ragno! Vi siete scordata di me!
Ma una mattina, il Reuccio guarda in un cantuccio di aiuola e vede prodursi un portento. Da una zolla nuda spuntavano due foglioline e poi un gambo e altre foglie, su, su; e il gambo si rafforzava, diventava tronco; e i rami si distendevano, e tra le fronde tanti bei fiori rossi che cascavano e lasciavano scorgere frutti piccoli come bacche che, sotto gli occhi maravigliati del Reuccio, si ingrossavano, prima verdi, poi gialli di un colore d'oro scuro, e maturavano in pochi istanti... E tra i rami, luccicavano al sole i fili di argento di un largo ragnatelo; e nel centro armeggiava con le gambe un grosso ragno verde, tessendo e ritessendo.
Il Reuccio non sti pi alle mosse, colse quanti pi frutti pot e corse dalla cchina che stava ancora a letto, quantunque il giorno fosse inoltrato. Ella aveva voluto che continuassero a chiamarla cos: le faceva piacere ricordarsi della sua disgrazia ora che sapeva di avere i pi begli occhi del mondo.
- Cchina, su, mangia questo frutto, e vedrai!
- Oh, come  amaro!
La Cchina, addentatolo, lo butt via.
- Mangiane almeno uno solo; te ne prego! uno solo!
La cchina fece uno sforzo, per contentare il Reuccio, e non aveva terminato di mangiare uno di quei frutti color di oro scuro, che sent un delizioso formicolo alle gambe, e poi lunghi stiramenti... e poi pi niente. Era guarita; aveva le pi belle gambe diritte del mondo!
La notizia di questo secondo portento giunse fino agii orecchi del Re e della Regina.
- Ma dunque quella cchina era davvero una gran bellezza?
- Ma dunque quella cchina era davvero protetta da una Fata?
- Andiamo a vedere.
- Andiamo; ma senza farci conoscere.
E si travestirono da mendicanti.
- Fate la carit a due poveri vecchi! Sono due giorni che non mangiamo!
Al lamento accorse la cchina e aperse il cancello.
- Entrate ed attendete un istante.
Torn di l a poco con pane ed altro:
- Tenete, ristoratevi. Queste monete vi serviranno pei vostri bisogni.
E cos dicendo, metteva in mano del Re e della Regina due monete d'oro per ciascuno.
- Siete voi la Reginotta?
- Se fossi Reginotta, non starei qui, ma a palazzo reale. Mio marito non  pi Reuccio;  giardiniere.
- Sono stati cattivi il Re e la Regina.
- Che ne sapete voialtri? Potevano far peggio e non lo hanno fatto.
Il Re e la Regina si guardarono negli occhi. Non era soltanto bellissima, ma anche buona. E si sentirono intenerire.
Intanto si era accostato il Reuccio umilmente vestito da giardiniere. A quella vista, dovettero fare un grandissimo sforzo per contenersi.
- Grazie, figlioli! Il cielo ve ne renda merito.
E si affrettarono ad andar via.
- Poverini! - esclam la cchina. - Non mangiavano da due giorni. Non ti dispiacer che gli ho dato quattro monete d'oro, quelle tue.
- Hai fatto bene. Vieni a vedere che fiorita, questa mattina! Sembra che tutte le aiuole siano in festa per noi.
La vera festa fu pi tardi, quando - trin! trin! trin! - si fermarono al cancello due carrozze tirate da otto robusti cavalli con le sonagliere. Erano le carrozze reali.
Al vedere discendere il Re e la Regina, il Reuccio si turb.
- Siete voi il giardiniere?
- S, Maest.
- Datemi il pi bel fiore del vostro giardino.
Il Reuccio, gongolante di gioia, prese per mano la cchina:
- Eccolo qui, Maest.
Fu cos che la cchina divent Reginotta,
- Ed io? Rimarr qui solo? - disse il giardiniere.
- C' posto anche per voi nel palazzo reale.
La sposa ebbe tanti doni, ma il pi ricco fu quello del Re: un bel ragno di pietre preziose per ricordo di fata Ragno.

Stretta la foglia, larga la via,
Dite la vostra, che ho detto la mia.



IL TESORO NASCOSTO

C'era una volta un vecchio contadino che abitava in una grotta in cima a un monte. Nessuno sapeva di dove fosse venuto e perch vivesse col solo solo, lavorando da mattina a sera il terreno attorno. Vi seminava legumi e fiori secondo le stagioni. E a chi gli domandava: - Che cosa ne fate dei fiori? - rispondeva:
- I legumi per lo stomaco, i fiori per la vista.
Se poi qualcuno gli chiedeva un fiore:
- Legumi s, fiori no.
- Perch, compare?
- Perch ogni fiore  una pietra preziosa, che va aggiunta al mio tesoro.
- E dove lo tenete nascosto il vostro tesoro?
- Nella grotta, ma c' l'incanto. Per vincere l'incanto ci vuol l'uomo senza braccia.
-  pazzo il compare!
Sentendolo parlare a quel modo, dicevano tutti cos. Un giorno si presentarono lass due cacciatori.
- Compare, c' selvaggina da queste parti?
- Non ne ho mai vista, compari.
- Quanti bei fiori! Che ve ne fate?
- I legumi per lo stomaco, i fiori per la vista.
- Se voi permettete, ne cogliamo qualcuno.
- Provatevi, vedrete.
- Ahi! Ahi!
Si erano punti maledettamente, e scotevano le dita dal gran dolore.
- Siamo stanchi. Consentite che ci riposiamo un po'nella vostra grotta?
- Volentieri, compari. Ma...

Grotta aperta,
Non c' letto n coperta.
C' soltanto un po'di strame,
Ed un sasso per guanciale.

- Ci accomoderemo alla meglio.
Appena entrati nella grotta, invece di buttarsi a dormire, quei due cominciarono a picchiare nelle pareti per scoprire dove il vecchio nascondeva il tesoro di cui avevano sentito parlare; e, ad ogni picchio, rispondeva un eco prolungato da far capire che l dietro, c'era un gran vuoto. Il tesoro doveva essere nascosto nelle viscere del monte. Nessuna buca; e quantunque le pareti, specialmente quella di fondo, sembrassero poco spesse, la pietra di cui erano formate era resistentissima. Occorreva lavorare di palo e di piccone. Per quella volta, bastava l'essersi accertati che il vecchio contadino non era pazzo, come credeva la gente. Si stesero per terra e si addormentarono.
Parecchi giorni dopo, ecco di nuovo quei due, ma questa volta travestiti da muratori, con un palo e un piccone ognuno.
- Abbiamo finito.un lavoro laggi e siamo stanchi. Consentite, compare, che ci riposiamo un po'nella vostra grotta?
- Volentieri... Ma...

Grotta aperta,
Non c' letto n coperta.
C' soltanto un po'di strame,
Ed un sasso per guanciale.

- Ci accomoderemo alla meglio.
Appena entrati nella grotta, invece di buttarsi a dormire, quei due cominciarono a dare, ora coi pali, ora coi picconi, alla parete di fondo, e in men di mezz'ora vi avevano gi praticato una larga buca, da potervi passare la testa.
- Che cosa vedi?
- Buio pesto.
- Lascia guardare a me.
- Che cosa vedi?
- Una luce, quasi cominci ad aggiornare.
- Lascia guardare a me.
- Che cosa vedi?
- Meraviglie! Oro, diamanti, e altre pietre preziose!
Si diedero accanitamente ad allargare la buca; e di tratto in tratto si fermavano per guardare, spalancando gli occhi. Ora, si vedeva a perdita d'occhio una fila di stanze illuminate da una luce pi bella di quella del sole, e alle pareti, tal splendore di riflessi d'oro, di diamanti, di altre pietre preziose di ogni colore, che la vista n'era abbagliata e non poteva tollerarlo.
- Entriamo; entra tu il primo.
- No, tu!
Avevano paura. Entrarono insieme, tenendosi per mano come due bambini, per farsi coraggio. Passavano da maraviglia in maraviglia, stupiti. Poi uno disse:
- Riempiamoci almeno le tasche!
- S, riempiamoci le tasche!
E quando se le furono riempite ben bene, prendendo a manate diamanti, rubini, topazi dai mucchi che ingombravano il suolo, si voltarono per tornare addietro. Ma allora quelle pietre preziose cominciarono a pesare, a pesare da impedir loro di muovere un passo.
- Come facciamo?
- Buttiamone via un po'!
Mossero pochi altri passi, e il peso si aggrav di nuovo.
- Buttiamone via un altro po'!
Ma fatti pochi altri passi, daccapo! Quando furono vicini alla buca, nessuno dei due aveva la pi piccola pietra preziosa. Stavano per uscir fuori; ed ecco agitarsi per aria due nodosi bastoni, mossi da mani invisibili, che cominciarono a picchiar sodo su le spalle, su le braccia, su le gambe dei malcapitati.
- Ahi! Ahi! Aiuto! Aiuto!
Scapparono fuori della grotta.
- Che cosa  stato, compari?
- Niente. Sognavamo che ci bastonassero.
- Sognavate certamente.
Potevano dire la verit? Intanto si tastavano braccia e spalle.
- Perch ridete, compare?

- Cacciatori, muratori:
Eran dentro ed or son fuori.

Li aveva riconosciuti! E andarono via mogi mogi.
Allorch raccontarono quel che era accaduto, nessuno voleva crederli. Tutti ripetevano:
-  pazzo! Dice che vincer l'incanto l'uomo senza braccia!
-  possibile? Dove si trova l'uomo senza braccia?
- Bisogna cercarlo.
E che cosa pensarono? Uno dei due doveva fare il sacrifizio di lasciarsi segare le braccia. Preso il tesoro, sarebbero diventati cos ricchi, che colui che pi non aveva braccia avrebbe potuto mantenere cento persone per vestirlo ed imboccarlo.
E avuto in mano il tesoro, spartivano soltanto?
- Chi far il sacrificio, prender per due. Lo fai tu?
- No, tu.
- Tiriamo a sorte, a pari e dispari. Io dispari e tu pari.
E buttarono le dita.
- E se poi tu mi neghi la parte? Io non potr farti niente - disse colui che doveva lasciarsi segare le braccia.
- M'impreco da me: se manco alla parola, all'istante il tesoro mi si muti in gusci di chiocciola!
Andarono da un chirurgo.
- Voglio segate le braccia.
- Siete matto! Vi danno forse fastidio?
- Mi danno fastidio.
- Coi matti non m'impiccio: rivolgetevi a un altro.
Visto che nessun chirurgo voleva prestarsi a segar le braccia a un uomo sano, decisero di ricorrere ad una Strega, e andarono a trovarla, di sera.
- Voglio segate le braccia.
La Strega, senza rispondere una parola, gli fe'cenno di nudarsele, prese da un barattolo un unguento nero e puzzolente e gliele unse torno torno, nel punto in cui dovevano esser segate. E le carni cominciarono a bruciare, a fumigare.
Colui gridava, si contorceva dall'atroce dolore.
- Coraggio, amico! Coraggio!
A quest'altro, intanto, brillavano gli occhi dalla gioia, vedendo compirsi il portento. Le braccia erano cascate per terra: i moncherini rimasti non fumigavano pi.
- E per merito vostro, nonna?
- Mi bastano quelle braccia.
Le raccolse da terra e le ripose in una cassetta.
Era gi notte quando essi uscirono dalla casa della Strega. Non bisognava farsi scorgere da nessuno. Se la gente arrivava a sapere dell'uomo senza braccia, gli sarebbe corsa dietro fino alla grotta in cima al monte dov'era nascosto il tesoro. Perci non aspettarono che si facesse giorno per andare lass.
- Quanti legumi, compare! Quanti bei fiori!
- I legumi per lo stomaco, i fiori per la vista.
- Perch non regalate mai un fiore?
- Ogni fiore  una pietra preziosa che va aggiunta al mio tesoro.  nella grotta incantata. Per vincere l'incanto ci vuol l'uomo senza testa.
- Come senza testa? Una volta dicevate: ci vuol l'uomo senza braccia.
- Ho detto sempre senza testa. Avete sentito male.
- Non ce n'importa. Siamo stanchi. Consentite che ci riposiamo nella vostra grotta?
- Volentieri, compari... Ma...

Grotta aperta,
Non c' letto n coperta.
C' soltanto un po'di strame
Ed un sasso per guanciale.

- Ci accomoderemo alla meglio.
Ritrovarono, buttati in un canto, i pali e i picconi abbandonati l mesi addietro; ma della buca nessuna traccia. Esitavano, un po'scombussolati dalla risposta del vecchio.
- Furbo il vecchiaccio! - esclam colui con le braccia. - Ha detto a quel modo per impedirci di tentar di rompere l'incanto.
E cominci a dar colpi di palo alla porta nello stesso punto ove si era richiusa la buca. La parete non cedeva: sembrava di bronzo.
Allora l'altro ebbe l'idea di appoggiarvisi con le spalle, e di far forza puntando i piedi al suolo. La parete croll.
Questa volta essi non ebbero pi nessuna esitanza di entrare, n temerono di esser bastonati di nuovo all'uscita; l'incanto era stato rotto dall'uomo senza braccia. E corsero fino in fondo, dove l'altra volta non erano arrivati. Le pietre preziose erano tali e tante, che essi non sapevano decidersi da che parte rifarsi per riempirsi le tasche. - Questa! - No, quest'altra! - No, quella l!
- Non dubitare. Ritorneremo domani, domani l'altro e altri giorni e mesi ancora. Ora i padroni siamo noi. Non c' pi incanto.
- Ricorda il patto! Ricorda il patto!
- Scelgo il meglio per te.
Questo non era vero; le pietre pi belle e pi grosse se le metteva in tasca lui. Esse pesavano, ma non come l'altra volta, da impedir loro di muovere un passo.
Sul punto di uscire dalla grotta, esitarono un po', ricordando le legnate di quel giorno; ma non vedendo balenare bastoni per aria, rientrarono nella grotta, e dietro le loro spalle la porta si richiuse tutt'a un tratto ruvida, quasi di bronzo, com'era prima.
- Avete dormito bene, compari?
- Come su un letto di rose.
- Eh? Dunque per romper l'incanto ci vuole l'omo senza testa?
- Chi l'ha detto? Avete sentito male. Senza gambe ci vuole!
- Siete allegro, compare!
Scendendo la strada del monte i due cominciarono a bisticciarsi.
- Tu m'hai truffato!
- Guarda: le tue tasche son pi piene delle mie!
- Rimettiamo tutto in comune, e dividiamo pietra per pietra. Due parti per me, una per te.
Vuotate per terra le tasche, colui con le braccia si mise a contare rapidamente.
- Dici uno... dici due... dici sei, diciassette, diciotto, diciannove e venti.  una tua parte. Dici uno, dici due... e venti.  un'altra tua parte.
Ma contando per s contava esattamente: - Uno, due, tre... - E cos prendeva il doppio.
Quando stese la mano per rimettere in tasca al compagno le pietre preziose; gett un grido quasi gli si fosse rattrappita dallo spavento, vedendo mutarsi in gusci di chiocciole tutte le pietre preziose che aveva davanti.
Allora l'omo senza braccia non ne volle pi sapere di costui. And a trovare un suo parente e gli raccont ogni cosa.
- E tu hai veduto e toccato con mano le pietre preziose?
- S, le ho vedute e le ho toccate la prima volta.
- E poi sono diventate gusci di chiocciole?
- S, poi son diventate gusci di chiocciole.
- E ti sei fatto segare le braccia per guadagnare quel tesoro?
- Per rompere l'incanto ci voleva l'uomo senza braccia.
Non la finiva con le domande, tanto gli sembrava incredibile quel racconto. Tutte quelle pietre preziose fattegli riluccicare quasi sotto gli occhi accendevano intanto l'avidit di costui.
- Tentare non nuoce.
E accompagn l'uomo senza braccia in cima al monte.
- Dov' la grotta?
- Era qua; come mai non si trova?
Gira, rigira, non vedevano altro che massi, piante selvatiche e massi ancora.
- Dov' la grotta? Te la sei sognata.
- Eppure son certo che era qui, e vi abitava un vecchio contadino che coltivava legumi e fiori, e non regalava mai un fiore a nessuno, perch, diceva, ogni fiore  una pietra preziosa pel suo tesoro.
E il poverino piangeva, pensando che si era fatto segare inutilmente le braccia.
Per un pezzo nessuno del paese ebbe il capriccio di salire in cima al monte. C'era, non c'era pi il vecchio? Lo avevano quasi dimenticato.
E se qualcuno accennava al tesoro incantato nella grotta lass, si sentiva rispondere:
- E infatti lo presero, l'omo senza braccia e quei dai gusci di chiocciola!
Quegli era morto di dolore da parecchi anni. E prima di lui era morto il suo compagno impazzito, che portava le tasche piene di gusci di chiocciole e voleva venderli per diamanti.
Ma un giorno quel paese fu messo sossopra da un inatteso avvenimento.
Andava attorno per le vie una povera donna, vestita a bruno, stracciata, magra scheletrita, con un bambino in collo, pi magro e scheletrito di lei:
- Fate la carit a questa infelice creaturina!  nata senza braccia! Fate la carit!
Da principio nessuno le aveva badato, le davano una monetina, una fetta di pane, qualche frutta secca, e non volevano neppur guardare il bambino che era denudato fino alle spalle dove avrebbero dovuto essere attaccati i braccini e non si vedevano neppure i moncherini.
Poi qualcuno disse, scherzando:
- Ecco chi romper l'incanto del tesoro lass!
Lo ripet un altro, poi un altro.
- E chi sa che non sia vero?
Parecchi ebbero la curiosit di andare a vedere se il vecchio contadino viveva ancora. Lo trovarono che zappava il terreno, forte, robusto e allegro, quasi tanti anni non fossero passati su lui.
- Quanti legumi! Quanti fiori!
- I legumi per lo stomaco, i fiori per la vista.
- E il tesoro?
-  incantato nella grotta. Per rompere l'incanto ci vuol l'omo senza braccia.
- Un grande tesoro?
- Il pi grande che sia al mondo!
La comitiva torn in paese gongolante di gioia. Lungo la strada avevano ideato un progetto per arricchire tutti. Dovevano dare alloggio e vitto a quella poveretta col bambino monco di braccia: e appena quei due si fossero un po'rimessi in carne, accompagnarli lass dal vecchio:
- Ecco l'omo senza braccia!
Quell'altro se le era fatte segare, ma era nato e cresciuto con le braccia. Questi no. Il tesoro era dunque destinato a lui. Ci voleva poco a capirlo.
E fu una gara per alloggiare e nutrire mamma e figliuolo. Ad evitare insidie e rancori, essa andava ad abitare e desinare a turno da una casa all'altra. In meno di un mese, mamma e bambino non si riconoscevano pi; lei pienotta, il bambino roseo, grassoccio, un amore.
La poveretta, che ignorava il motivo di tanta carit, benediceva l'ora e il momento in cui aveva messo il piede in quel paese, e non sapeva spiegarsi perch ai suoi ringraziamenti tutti rispondessero:
- Dobbiamo anzi ringraziarvi noi!
Ognuno pensava alla parte del tesoro che gli sarebbe toccata; giacch ormai era stabilito tra tutti che il tesoro doveva venir diviso in parti uguali: la mamma e suo figlio prenderebbero per quattro, com'era giusto.
Oh se avessero potuto far crescere il bambino a vista d'occhio! Invece, disgraziatamente, dovevano attendere che fosse diventato omo, come aveva detto il vecchio di lass. E perci tutto il paese viveva in continua trepidazione per la salute del bambino. Avrebbero voluto tenerlo tra la bambagia per non farlo sciupare. E se accadeva qualche piccola novit, la notizia passava di bocca in bocca:
- Ha tossito!
- Ha i dolorini!
- Ha messo un dente!
- Ha la rosolia!
E, di mano in mano che veniva su, le trepidazioni aumentavano:
- Non correre!
- Non ti scalmanare!
- Bada di non cadere!
E se per caso inciampicava, tutti gli erano a torno:
- Ti sei fatto male?
- Dove ti duole?
Peggio ancora quando fu divenuto un bel giovinotto. Ognuno si credeva in dovere di tenerlo d'occhio, di sorvegliarlo, di ammonirlo pi che se fosse stato proprio figlio. Fortunatamente il giovane era buono d'indole, e non si spazientiva. Veniva trattato bene in ogni casa, vestito, ripulito a spese di tutti. E siccome sin dai primi anni si era visto trattar cos, non si maravigliava di nulla, e non domandava neppure alla mamma perch ella e lui soltanto godessero in paese quella vita privilegiata.
Con l'et intanto gli cresceva anche l'intelligenza, e il vedersi privo di braccia, tronco inutile per s e per gli altri, lo rendeva cos malinconico e taciturno da impensierire tutto il paese, che appunto dalla disgrazia di lui si attendeva di diventar ricco senza lavorare, per via del tesoro.
In ogni casa, da mattina a sera, non si faceva altro che almanaccare quanto sarebbe toccato a ognuno. Ricchi e poveri, signori e contadini, vecchi, donne, fanciulli... non ci doveva essere nessuna differenza; parti uguali, prelevate le doppie parti della mamma e del figlio. E se questi volesse di pi, gli si darebbe senza fiatare.
C'era una specie di congiura fra tutti gli abitanti per mantenere il segreto. Se la gente dei paesi vicini avesse trapelato qualcosa del tesoro incantato, avrebbe potuto accorrere, stabilirsi l... Non era facile impedirlo; e allora, bisognava fare troppe parti; ch! ch! E parlavano del tesoro sotto voce anche tra loro.
Vedendo divenire il giovinotto ogni giorno pi triste, non sapevano che cosa inventare per svagarlo, per divertirlo.
- Che vi manca, figliolo?
- Niente!
- O dunque? Non sorridete, non cantate pi; eppure siete tanto ben voluto da tutti.
- Il bene  un'altra cosa. Non mi lagno di loro.
- Di che vi lagnate?
- Della sorte.
- Zitto! Non sapete quel che vi dite. Voi fate la vita di un Re; anche meglio di quella di un Re. C' chi pensa ad alloggiarvi, a vestirvi, a imboccarvi... Che cosa potreste desiderare di pi?
- Un paio di braccia!
- Zitto! Non sapete quel che vi dite. Vi toccherebbe di lavorare come tutti noi, arrostirvi al sole, bagnarvi alla pioggia, e vi toccherebbe a patire qualche volta anche la fame!
- Non m'importerebbe nulla, pur di avere le braccia!
- Andiamo!  una fissazione. Mangiate, bevete, dormite e non pensate ad altro.
Qualcuno soggiungeva:
- Non so cosa pagherei per essere come voi!
Quegli scoteva la testa, e si allontanava malinconico e taciturno. Parlava poco anche con sua madre; sembrava che gliene volesse perch lo aveva partorito senza braccia, quasi la colpa fosse stata di lei.
E accadde quel che doveva accadere: si ammal. Deperiva a vista d'occhio, con gran terrore di tutti. Gli mancavano ormai pochi mesi per compire i ventun anni per diventare omo, come aveva detto il vecchio e come ripeteva ogni volta che mandavano qualcuno ad interrogarlo.
Il vecchio era sempre lass, tra i suoi legumi e i suoi fiori, arzillo, allegro, quasi gli anni non avessero nessun potere su lui!
- Per vincere l'incanto ci vuol l'omo senza braccia!
E l'omo senza braccia minacciava di morire prima di arrivare ai ventun anni! Tutti i medici del paese gli stavano attorno. L'osservavano, lo palpavano, si consultavano tra loro. Chi ordinava una medicina, chi un'altra. Gli facevano prendere pillole, ingoiare intrugli di ogni sorta. E lui, pur sottomettendosi pazientemente ad eseguire quelle ordinazioni, ripeteva di tanto in tanto:
- La vera medicina sarebbe un bel paio di braccia!
- Zitto! Non sapete quel che vi dite!
Il paese sembrava in lutto, pi che se in ogni casa ci fosse un malato gravissimo. S'interrogavano desolatamente:
- Come va?
- Sempre peggio!
- E che ne dicono i dottori?
- I dottori, a quel che pare, ne sanno meno degli altri.
- Che disgrazia se morisse prima del tempo! Che disgrazia!
E quando fu notato un piccolo miglioramento, tutti sembravano quasi impazziti dalla gioia.
- Una settimana ancora, e saremo ricchi pi del Re!
- Come va?
- Meglio! Assai meglio!
- Tre giorni ancora, e la nostra fortuna sar fatta!
La mattina in cui l'omo senza braccia comp finalmente ventun anni, la gioia di quella gente non ebbe pi limiti. Spari, scampanii, canti, abbracci, baci. Tutti per le vie, e poi a processione dietro l'uscio della casa dove quel giorno mamma e figliolo erano ospitati.
Quel povero diavolo era sbalordito; la sua mamma pi di lui; non sapevano spiegarsi quel gran chiasso.
- Al monte! Alla grotta!
E si avviarono, portandolo sulle braccia, in trionfo.
- Al monte! Alla grotta!
I ragazzi, quantunque ignorassero che cosa si andasse a fare lass, saltando, scapricciandosi in capriole, avanti; e dietro uomini, donne, anche coi bambini in braccio, vecchi, e questi apparivano pi lesti degli altri, non ostante l'et; l'idea di esser ricchi tra pochi istanti avea lor rafforzato quelle gambe che ieri si reggevano male.
Erano cos impazienti di arrivare, che per poco non credevano a un malefizio per cui si allungasse la strada di mano in mano ch'essi avanzavano.
E quando scrsero il vecchio che zappava e non si voltava neppure, quasi fosse sordo e non udisse i loro gridi di gioia, si fermarono meravigliati di trovare soltanto piante di legumi e non un solo fiore.
- Salute, compare!
- Salute, signori miei.
Allora soltanto egli seppe perch lo avevano ospitato, vestito, nutrito per tant'anni con tanta cura. Non era stata dunque carit, ma sordido interesse. Infatti gli dicevano:
- Divideremo in parti uguali; tu e tua madre, per, prenderete ciascuno per due.

- Chi fa i conti senza l'oste,
Gli convien farli due volte.

- Perch dite cos, compare?
- M'intendo da me.
Si erano affollati davanti alla grotta; avrebbero voluto entrare tutti insieme. Ma il vecchio disse:
- Prima deve entrare lui solo; altrimenti il fondo della grotta non si apre.
E l'omo senza braccia fu lasciato inoltrare solo.
Lo videro appoggiarsi con le spalle alla parete; videro farsi un grande spacco dietro, di lui, e uscirne tale splendore da abbagliare gli occhi. Fu un istante; la parete si richiuse. L'omo senza braccia era sparito, e il vecchio insieme con esso.
Trascorsero parecchie ore di ansiosa aspettazione. Tutta quella gente non rifiatava. Si guardavano negli occhi interrogandosi. La mamma dell'omo senza braccia pareva istupidita da quel che aveva udito e visto. Con gli sguardi fissi verso il fondo della grotta, ripeteva sottovoce:
- Figliuolo mio! Figliuolo mio!
Tutt'a un tratto, la parete cadde gi e la folla si precipit dentro le grotte che si internavano nelle viscere del monte in lunghissima fila illuminate da debole luce.
Dapprima a tutti era parso di non vederci bene per la mezza oscurit. Poi la delusione fu immensa; quelle pareti che dovevano essere incrostate di oro e di pietre preziose erano rozze, affumicate, coperte qua e l di un po'di muschio verde, giallo, rossiccio che non poteva illudere nessuno.
- E l'omo senza braccia?
- Sar in fondo, in fondo. Il tesoro  l certamente. Ne avr gi preso possesso.
Ma pi andavano innanzi e pi la delusione cresceva. Nella grotta in fondo, neppure quel po'di muschio alle pareti! Rozzi massi sporgenti, buche fonde, e suolo umido e scivoloso...
- E l'omo senza braccia? E le pietre preziose del tesoro?
- Sar laggi in fondo; il tesoro  l certamente. Ne avr gi preso possesso.
E allora, proprio di laggi, in fondo in fondo, videro avanzarsi l'omo... non pi senza braccia. Ne aveva due e le agitava trionfalmente, folle di gioia, e le gettava al collo di sua madre, stringendosela forte al cuore.
Eran proprio le braccia che la Strega aveva segato a quell'altro.
- E il tesoro? Il tesoro?
-  questo: due belle braccia per lavorare!
Avrebbe voluto abbracciare gli altri, ma tutti gli voltarono le spalle.
- Tante spese, tante cure... Ed era finita cos!

Chi la vuol cruda, chi la vuol cotta;
Chi non la vuole me la riporti.



CINGALLEGRA

C'era una volta un ramaio vedovo, che aveva due figliole: una, la maggiore, bella, bionda, alta e snella, con aria cos superba, da sembrare che volesse tener discoste le persone; l'altra, bruttina ma piacente, e cos modesta cos buona, che bastava vederla e sentirla parlare per volerle subito bene.
Il padre era orgoglioso della figliola maggiore, e non nascondeva la sua predilezione. Stava tutta la giornata su l'uscio della bottega, battendo col martello caldaie, pentole, paioli, padelle sopra la incudinetta a palo fissata nel suolo; e continuando a lavorare, dava la voce ai passanti di sua conoscenza, e li faceva ridere con le sue barzellette. Qualcuno, curioso, gli domandava:
-  Ramaio, quando mariterete le figliole?
- Presto. La maggiore la dar a un Reuccio; l'altra a chi vuol pigliarsela.
E quella, approfittando della debolezza paterna, se la passava senza far niente per non sciuparsi le mani, ben pettinata, bene agghindata, affacciata alla finestra quasi stesse davvero in attesa del Reuccio, mentre la sorella doveva affaticarsi a tener pulite le stanzette del mezzanino, a preparare il desinare e la cena, a fare il bucato nell'orticello a pianterreno, a sciorinarvi i panni lavati, con l'unico svago di coltivare, nelle ore libere, una aiuola di fiori in un cantuccio.
E spazzando, spolverando, accendendo il fuoco nei fornelli, risciacquando il bucato e innaffiando i fiori, cantava, cantava, cantava. Aveva una vocina sottile, intonata, che faceva fermar la gente ad ascoltarla dalla via con grande rabbia della sorella maggiore. Le vicine per ci l'avevano soprannominata la Cingallegra del ramaio.
Alla superbiosa che se ne stava tutto il santo giorno alla finestra, ben pettinata, bene agghindata, con le mani in mano per non sciuparsele, nessuno badava; gli operai, perch sapevano che non si sarebbe mai degnata di sposare uno di loro; i signori perch non volevano abbassarsi a prendere per moglie la figlia d'un ramaio, e neppure farla insuperbire di pi, mostrando di ammirarne la bellezza.
Gli anni passavano, e inutilmente il ramaio ripeteva:
- La maggiore la dar ai Reuccio, l'altra a chi vuol pigliarsela.
Qualcuno, per ripicco, gli rispondeva:
- Ho paura, ramaio, che vi spighiscano in casa.
E lui, picchiando pi forte sull'oggetto che aveva per le mani, pentola, paiolo, padella o caldaia, rispondeva:
- La maggiore la dar a un Reuccio, l'altra a chi vuol pigliarsela.
- La vanit gli ha fatto andar il cervello a spasso - pensava la gente.
Nell'orticello a pianterreno c'era un albero di pesco. Da qualche tempo in qua, appena Cingallegra - anche il padre e la sorella la chiamavano cos, ma con tono di sprezzo - appena Cingallegra si metteva a cantare, ecco un frullo di ali che le faceva alzare gli occhi. Un pettirosso le volava sulla testa, quasi a portata di mano; si allontanava, ritornava, si posava in cima al pesco, riprendeva a volare cinguettando, trillando. Pareva volesse imitare il canto della figlia del ramaio, e che si stizzisse di non riuscirvi. E siccome essa, distratta dall'arrivo dell'uccellino, cessava di cantare, questi, dondolandosi su una rama, se ne stava zitto aspettando.
- Vuoi sentirmi cantare, bell'uccellino?
Il pettirosso con un trillo faceva intendere: si! si!
E Cingallegra cantava. L'uccellino ascoltava, continuando a dondolarsi allegramente; e, appena essa taceva, riprendeva a provarsi di modulare il canto, tentando di imitarla, ma finiva sempre con un trillo di stizza, e volava via.
Ora che Cingallegra aveva questo svago, a ogni momento di libert, scendeva sbito nell'orticello e si metteva a cantare. Il pettirosso per veniva a ore fisse, due volte al giorno, la mattina prima della levata del sole, la sera verso il tramonto. Quando egli non era l, Cingallegra si sentiva sola pi dell'ordinario, e faceva di malavoglia le faccende di casa.
La sorella, che se ne stava a grogiolarsi nel letto, non poteva soffrire il canto mattiniero di Cingallegra.
- La vuoi smettere di cantare all'alba? Mi impedisci di dormire.
- La vuoi smettere di dormire fino a tardi? Mi impedisci di cantare.
Ah! Diventava impertinente? E la maggiore se ne lagn col padre.
- Ed anche si burla di me chiamandomi Reginotta!
Il padre, che non ci vedeva dagli occhi per lei, rimprover Cingallegra.
- Le faccio la serva: non basta? Io spazzare, io spolverare, io fare il bucato, io sciorinare i panni, io preparare da mangiare!... E non  vero che voi dite: La maggiore la dar al Reuccio, l'altra a chi vuol pigliarsela? Dunque Reginotta le sta bene. Lasciatemi un po'sfogare col canto!
E la mattina, prima del levare del sole, scendeva nell'orticello, si sedeva sotto il pesco e cominciava a cantare. Da li a poco, ecco un frullio d'ali: era il pettirosso che arrivava cinguettando, trillando, gorgheggiando. Si allontanava, ritornava, si posava in cima al pesco dondolandosi su una rama, e pareva che stesse ad ascoltare. E Cingallegra cantava, cantava cantava, piano, quasi volesse fargli la lezione e dargli agio di apprenderla bene. E appena ella taceva, il pettirosso riprendeva a provarsi di imitarla; ma finiva sempre con un trillo di stizza, e volava via.
Intanto, di giorno in giorno, scendeva a dondolarsi su una rama pi bassa. Le volte, per, che Cingallegra si rizzava in piedi e alzava un braccio per afferrarlo, scappava, senza mostrarsi molto spaurito, e tornava subito allo stesso posto.
- Pettirosso, perch non ti lasci prendere?
E il pettirosso rispondeva con un rapido trillo, quasi dicesse:
- Questo no!
- Pettirosso, mi vuoi bene?
E il pettirosso rispondeva con un lieve gorgheggio, quasi volesse dire:
- Tanto! Tanto!
- Pettirosso, dovresti venire a posarti su questo dito; ti darei un po'di zucchero.
E glielo mostrava.
Il pettirosso faceva le viste di accorrere, aliava attorno alla mano con l'indice teso, e via su la rama a dondolarsi e a trillare.
- Pettirosso, sei cattivo. Non canter pi.
Il ramaio, dalla bottega, le dava la voce:
- Cingallegra, con chi parli? Parlo da me! vi dispiace?
Ah! Diventava impertinente! Indispettito della risposta, il ramaio la minacci:
- Per le matte c' il bastone.
E salito su, disse alla figlia maggiore:
- Quando Cingallegra  nell'orto, affacciati alla finestra di cucina senza farti scorgere da lei. Guarda che cosa fa e con chi parla.
Il giorno dopo egli fu stupito di sentire che Cingallegra parlava con un pettirosso.
- Cingallegra ha trovato marito! - la schern a cena la sorella.
- Meglio di Reginotta, che non trova un cane che la voglia.
Il ramaio le allung un ceffone:
- Non si risponde cos alla sorella maggiore!
L'indomani, il sole era alto, e Cingallegra non si era levata dal letto.
- Cingallegra, c' da. fare il bucato.
- Reginotta ha le mani come me.
- Cingallegra, e il desinare?
- Reginotta ha le mani come me.
Ma che cosa era accaduto da farla diventare tutt'a un tratto cos impertinente?
- Cingallegra, c' tuo marito nell'orto. Ah ah!
Il pettirosso trillava forte e gorgheggiava: pareva che chiamasse e si spazientisse di attendere.
Alla intonazione di scherno e alla risata della sorella, Cingallegra balz gi dal letto, dicendo:
- Il Reuccio non  mai venuto a cantare per te!
E, appena vestitasi, corse ad affacciarsi alla finestra, che dava nell'orticello. Il pettirosso si sgolava; volava attorno, saltellava da un ramo all'altro, e Cingallegra godeva di vederlo stizzito a quel modo. Gli aveva detto:
- Pettirosso, sei cattivo! Non canter pi.
E voleva mantenere la parola.
Ma ecco che l'uccellino va a posarsi sul davanzale e si lascia prendere e accarezzare, e risponde alle carezze con delicati colpettini di becco sulle dita.
- Ti sei finalmente deciso? Ora ti metto in una gabbia e starai sempre con me.
Cos erano due che cantavano da mattina a sera, con gran fastidio di Reginotta: Cingallegra, intanto: che spazzava, o spolverava, o faceva bollire il bucato, o sciorinava i panni, o preparava il desinare e la cena; e il pettirosso che dalla sua bella gabbia l'accompagnava con tali acuti trilli e gorgheggi da sembrare che facessero a gara a chi cantasse pi forte. La gente si fermava ad ascoltarli dalla via.
- Brava, la Cingallegra del ramaio! Brava! Brava!
Reginotta masticava bile; e se qualcuno tornava a domandare, scherzando:
- Ramaio, quando mariterete le figliole? - ella rispondeva, prima di suo padre:
- Badate ai fatti vostri, e non vi curate di quelli degli altri!
Il ramaio per, cocciuto, soggiungeva subito:
- Presto. La maggiore la dar a un Reuccio, l'altra a chi vuol pigliarsela.
- Me la piglio io!
Il ramaio si voltava di qua, e di l, per scoprire se qualcuno nascosto in fondo alla bottega avesse risposto in quel modo.
- Chi sei tu, che vuoi pigliartela?
- Io! Io! Io! Io! Io! Io!
Era il pettirosso che sembrava rispondesse cos; con uno dei suoi pi squillanti trilli. Possibile?
- Hai inteso? - disse il ramaio alla figlia maggiore che, non contenta di starsene, ben pettinata, ben agghindata, alla finestra, scendeva, da un pezzo, a sedersi davanti all'uscio della bottega, per mettersi pi in mostra.
- Hai inteso? Ti par naturale che un pettirosso risponda cosi?
E ripet:
- Chi sei, che vuoi pigliartela?
- Io! Io! Io! Io! Io! Io!
A quel trillo squillante del pettirosso, Reginotta si rizz a sedere inviperita, e corse su per afferrarlo e torcergli il collo. Ma appena tocc la gabbia per aprire la porticina: - Ahi! Ahi! Ahi! - le dita delle mani le si contorsero orribilmente; pi non parevano di creatura umana, ma di qualche bestia mostruosa, con le ugne aguzze, e tutte coperte di scaglie.
Sentendo strillare e piangere la sua prediletta, il ramaio accorse, furibondo; ma alla vista di quelle mani miseramente deformate, rimase di sasso. Accorse anche Cingallegra che non sapeva niente di quel che era accaduto.
- Scellerata! Scellerata! Guarda che cosa ha fatto il tuo pettirosso!
- La colpa non  mia, babbo!
- Voleva ammazzarmi!
Anche Cingallegra fu spaventata sentendo parlare il pettirosso. Era dunque un uccellino fatato? Cingallegra ne aveva avuto qualche sospetto; ora per non ne poteva dubitar pi. E non osava accostarsi alla gabbia, n rivolgere la parola al pettirosso. Le mani contorte e scagliose di Reginotta le fecero gran piet. Era stata punita giustamente del tentativo feroce; ma Cingallegra pensava che sua sorella aveva l'animo irritato dal non vedersi richiesta da nessuno, e che per ci era degna di compatimento e di perdono, se non aveva saputo frenarsi.
Si fece animo, si chin sulla gabbia dove il pettirosso saltava da uno stecco all'altro, e mormor teneramente:
- Te ne prego, pettirosso mio!
E intendeva dire: - Restituiscile le mani bianche e belle come prima.
La porticina della gabbia si aperse da s, e il pettirosso venne fuori, vol sulle mani di Reginotta, e cominci a beccargliele delicatamente. In meno che si dice, erano diventate belle bianche come prima.
La superbiosa non ringrazi neppure con un cenno del capo; volt le spalle e and ad affacciarsi alla finestra, come se niente fosse stato.
E il mezzanino e l'orticello tornarono a risonare dei canti di Cingallegra e del pettirosso, e la bottega del ramaio dei colpi di martello con cui egli batteva, su l'incudinetta a paio, caldaie, pentole, paioli, padelle. Sempre di buon umore, dava la voce ai passanti di sua conoscenza; ma se qualcuno gli domandava: - Ramaio, quando mariterete le vostre figliole? - invece di rispondere al solito, picchiava rabbiosamente col martello su l'oggetto che aveva per le mani: pentola, padella, paiolo o caldaia, e brontolava le parole cos sottovoce, da non far intendere quel che diceva. Diceva:
- Pur troppo ho paura che mi spighiscano in casa! - E intendeva particolarmente la maggiore.
Il pettirosso di Cingallegra, dopo quel che aveva visto e udito, lo faceva fantasticare.
- Chi era quell'uccellino fatato?Forse il Reuccio destinato alla figliola maggiore. Vedendo nell'orticello soltanto Cingallegra, l'aveva sbagliata, e forse anche si era lasciato lusingare dalla voce di lei.
- Perch non canti tu pure? Chi sa non venga un pettirosso fatato anche per te.
Reginotta alz sdegnosamente le spalle e non rispose.
- Ne ho pensato un'altra. Comprer una gabbia e un pettirosso identici a quelli di Cingallegra, li scambieremo, e...
Reginotta, senza neppure lasciarlo finire di parlare, alz sdegnosamente le spalle e non rispose.
Il padre, che le voleva troppo bene, si angustiava di vederla continuamente triste a quel modo; e malediva il momento in cui gli era venuto in testa di dire alla gente:
- La maggiore la dar al Reuccio, l'altra a chi vuol pigliarsela!
Una mattina entr nella bottega un giovane, di aspetto rozzo, vestito da contadino, con scarpe grosse e cappellone di paglia.
- Compare, che cosa cercate?
- Una pentola e una moglie.
- La pentola eccola qui. La moglie... Sentite? Ho una figlia che canta meglio d'una cingallegra; se la volete pigliatevela.
- Non compro gatta in sacco.
- Ve la faccio vedere. Ohe, Cingallegra!
Invece di Cingallegra, si present Reginotta.
- Questa non  per voi.
- Allora... torner domani.
- E la pentola?
- Pentola e moglie tutto a una volta.
E appena colui era andato via, accorse Cingallegra.
- Dov'eri? Che cosa facevi?
- Governavo il pettirosso.
- Hai perduto la fortuna: un marito.
- Il marito che mi vuole sar qui fra otto giorni.
Il ramaio e la Reginotta si guardarono stupiti. E questa fece subito:
- Dovr sposare prima di me?
Era diventata verde dalla bile.
Otto giorni dopo;.il contadino tornava.
- Compare, che cosa cercate?
- Una pentola e una moglie.
- La pentola eccola qui. La moglie... Oh! Cingallegra! Se la volete pigliatevela.
Invece di Cingallegra si presentava Reginotta.
- Questa non fa per me. Torner domani.
- Aspettate: ecco l'altra mia figliola.
Il contadino quasi cantilenando disse:

- Manine che per gli altri vi sciupate,
D'oro e brillanti coperte sarete;
Piedini che per casa troppo andate,
Su bei cuscini vi riposerete;
Vocina che nell'orto ora cantate,
Gioia di casa mia diventerete.

- Cingallegra, mi volete?
- Vi voglio se vuole mio padre.
- Ne riparleremo, compare, quando avr maritata la maggiore.
Reginotta aveva dato al padre un'occhiataccia; per questo il ramaio rispondeva cos.
- Allora... torner tra un mese.
- E la pentola?
- Pentola e moglie tutto a una volta.
Reginotta, dalla bile, era diventata ancora pi verde. Quel zoticone, aveva osato dire: - Questa non fa per me!
Cingallegra intanto era tornata su, e cantava, cantava, sventolando il fuoco sotto i fornelli. Il pettirosso che gi aveva imparato bene, cantava insieme con lei, e si facevano udire per tutta la via. E la gente:
- Brava Cingallegra e il suo pettirosso!
Un mese dopo, riccoti il giovane contadino.
- Compare, che cosa cercate?
- Una pentola e una moglie.
- La pentola eccola qui... La moglie...
- Eccola qua! Mi volete, Cingallegra?
- Vi voglio, se vuole mio padre.
- E pigliatevela e portatela via! Ma senza dote n niente! - rispose il ramaio che non ne poteva pi.
- La sola gabbia del pettirosso!
- E una pentola, Cingallegra!
- Niente, neppure una padellina! - disse il ramaio.
- Tenetevi pentole, paioli, padelline, caldaie; sono tutti bucati e non servono!...
Il ramaio non aveva badato a queste parole. Ma non appena Cingallegra e il suo sposo erano andati via portando con s soltanto la gabbia vuota, perch il pettirosso una mattina era scomparso, il ramaio cominci a disperarsi. Quando era sul punto di dar l'ultimo colpo a una pentola, a un paiolo, a una padellina, a una caldaia, gli accadeva di picchiare cos forte col martello, da farvi un buchino. E pi egli tentava di rimediare quel guasto, e pi il buchino si allargava. Gli avventori venivano, guardavano bene, e accorgendosene non compravano; e cos la bottega si screditava.
Di Cingallegra e di suo marito non si sapeva nessuna notizia. Ora il ramaio rimpiangeva quella figliola da lui maltrattata per dar ragione alla sorella maggiore; la casa era divenuta un sudiciume, non ostante che egli avesse dovuto prendere una donna per i servigi. Si desinava male, si cenava peggio: e per giunta gli affari andavano a rotta di collo con quelle caldaie, pentole, padelle, e quei paioli tutti bucati che nessuno voleva comprare.
Intanto Reginotta continuava a menare la stessa vita di prima; si levava da letto tardi, e poi ben pettinata, bene agghindata, se ne stava alla finestra o gi in bottega per mettersi in mostra: e non si accorgeva che gli anni passavano e che lei, dalla bile, imbruttiva.
Ma un giorno ci manc poco che non le cogliesse un accidente. Era venuto un giovane signore a comprare molti oggetti di rame. Sceglieva questo e quello, senza osservarli bene e faceva mettere da parte gli oggetti di suo gradimento: un gran cumulo. Il ramaio si sentiva tremare il cuore pensando:
- E se si accorge dei buchini?
Quel signore continuava a scegliere senza osservare bene gli oggetti; sembrava che volesse proprio portar via tutta la bottega.
- E questa quando la mariteremo? L'altra  stata fortunata, sposando un cugino del Re!
- Un contadino, volete dire!
- Un cugino del Re, ragazza mia. Come? non lo sapete?
- E dove si trovano? - domand il ramaio.
- Come? Non lo sapete? Si cammina un giorno e una notte e si arriva a pi di una montagna coperta di boschi. In alto, a mezza costa, c' il gran castello del cugino del Re. Per ora si trovano col... Facciamo il conto, ramaio.
Il ramaio volle mostrarsi onesto, e gli disse:
- Prima di pagare, signore, riguardare bene gli oggetti.
Guarda, volta, rivolta, con stupore del ramaio, non c'era in nessuno di essi il minimo buchino.
- Mettete ogni cosa da parte; mander un servitore domani.
Pag e and via.
- Perch piangi, figliola?
- Perch sono disgraziata!
- Non disperare. Com' venuta la fortuna per tua sorella, verr un giorno o l'altro anche per te.
Una mattina il ramaio vide fermarsi davanti alla bottega un ragazzaccio col vestito a sbrendoli e i piedi scalzi; sembrava mezzo scemo.
- Che cosa vuoi? Come ti chiami?
- Mi chiamo Reuccio.
Il ramaio trasal. E senza chieder altro, lo invit a entrare, a sedersi e corse su dalla figliola.
-  arrivato il Reuccio! Travestito, per non farsi riconoscere; i grandi sogliono fare cos.
Reginotta, fuor di s dalla gioia e dalla vanit, si alz, si agghind, e scesa gi, si fece avanti con un grand'inchino:
- Ben venuto, Reuccio!
- Questa  mia figlia, Reuccio!
Un grand'inchino anche lui, e soggiunse:
- Comandate, ordinate; fate come se foste in casa vostra.
- Datemi una bella fetta di pane. Non mangio da ieri.
- Altro che pane, Reuccio! E mand la donna a far spesa larga.
A Reginotta quegli sbrendoli parevano una ricchezza. Pensava che il Reuccio, travestendosi a quel modo, le dava una gran prova di affezione. E vedendolo divorare come un lupo, a tavola, pensava che doveva costargli molto il fingere di essere affamato.
Pi Reuccio mostrava in viso il gran stupore di vedersi trattato cos, e pi il ramaio e la figlia si confermavano che fosse venuto in incognito per conoscerla meglio.
- Ti ha detto niente? domandava il padre.
- Niente. E a te? Aspettiamo!
- Aspettiamo!
Reuccio mangiava, beveva, dormiva, ingrassava a vista d'occhio, ma di chiedere la mano della figlia del ramaio non se ne ragionava.
Il ramaio tentava di portare il discorso intorno alle nozze, ma Reuccio non capiva o fingeva di non capire.
La figlia fu meno paziente del padre, e una mattina disse a Reuccio:
- Se siete venuto per sposarmi, sposiamoci subito.
- Ah! Ah! Ah!
Reuccio si contorceva dalle risa.
- Perch ridete, Reuccio?
- Ahi Ah! Ah!.. Sposiamoci pure!
- Cos, con codesti cenci?
- Fatemi voi un bel vestito. Ah! Ah! Ah!
Reuccio rideva come un matto.
Reginotta era dispiacente di dover sposarsi senza carrozze, senza festa, come una popolana qualunque; ma, pur di diventare Reginotta davvero, si rassegnava. La festa e il resto verrebbero poi; e allora toccava alla Cingallegra di crepare di invidia e di rabbia.
Sposarono alla chetichella. Ma trascorsi parecchi giorni, e vedendo che le cose andavano come prima, cio che colui mangiava, beveva, dormiva, ingrassava, e non accennava a condurla al palazzo reale del suo regno, Reginotta non si ritenne pi:
- Insomma, Reuccio, quando andiamo al palazzo reale?
- Quando voi volete, moglie mia.
La prese sotto il braccio e la condusse davanti ai palazzo reale.
- Non entriamo?
- Non s'entra, ci sono le guardie.
- E voi non siete il Reuccio? Non comandate ad esse?
- Mi chiamo Reuccio ma non sono Reuccio.
- Non siete Reuccio? Ah furfante!
E gli si gett addosso, per accopparlo.
Ma Reuccio le assest certi pugni sul viso da illividirle le guance. Accorse gente, e li divisero. Tutti domandavano:
- Che cosa  stato? Niente. La figlia del ramaio che letica col marito!
Torn a casa sola, mezza pazza dal gran disinganno.
- Questa  una infamit di mia sorella Cingallegra!
- Non era il Reuccio?
- No babbo: si chiamava Reuccio! Che vergogna! Che vergogna! Bisogna andar via da questo paese, o m'impicco a una trave!
Il padre che ora, vedendola cos disgraziata, le voleva pi bene, fece caricare tutta la roba su due carri. Partirono di nottetempo.
Dopo un giorno e una notte, arrivarono a pi di una montagna coperta di boschi. A un punto della strada, incontrarono un cacciatore.
- Non proseguite, buona gente.  straripato il fiume e ha inondato la campagna.
- Grazie, cacciatore. E dove potremo ricoverarci?
- Venite con me. Starete bene.
Potevano mai immaginarsi di capitare nel castello dov'era sposa felice Cingallegra, e che quel cacciatore fosse il principe Pettirosso?
Ma Cingallegra li accolse con tanta cordialit, che la superbiosa Reginotta sent spezzarsi il cuore e pianse dolcissime lacrime di ravvedimento. Il ramaio poi non stava nei panni dalla contentezza di aver ritrovato sua figlia Principessa come si ostinava a chiamarla, non ostante che lei e il Principe gli ripetessero:
- Siamo sempre Cingallegra e Pettirosso.
Quel che avvenne dopo, e perch il Principe si chiamasse Pettirosso, ve lo racconter un'altra volta, se vi piacer di saperlo. Per oggi, al solito:
Larga la foglia, stretta la via
Dite la vostra che ho detto la mia.



COMARE FORMICA

C'era una volta una povera donna che viveva del suo lavoro. Arrivata in un paese dove nessuno la conosceva, aveva preso in affitto una cameretta a pian terreno e lavorava, lavorava da mattina a sera, filando, tessendo, cucendo, secondo le richieste della gente.
Di quel po'che guadagnava, un terzo lo spendeva per vivere, e il resto lo metteva da parte. Campava quasi con niente. Una fetta di pane, un pezzetto di cacio o una cipolla per companatico, e una bella bevuta di acqua era il suo desinare; e la cena nessuna differenza: una fetta di pane, un pezzetto di cacio o una cipolla per companatico, e una bella bevuta di acqua; null'altro.
Per ci le vicine l'avevano soprannominata comare Formica.
Non ostante la povert e la fatica, comare Formica era sempre di buon umore.
- Che ve ne fate dei quattrini, comare Formica?
- Quando saranno parecchi, me ne far una frittata.
- O che si mangiano i quattrini?
- Allora... li metter sotto la chioccia per farli covare.
- O che sono uova i quattrini?
- Allora... li seminer in un vaso e aspetter che vengano su.
- O che sono fiori i quattrini?
- Provate e vedrete! Intanto lasciatemi filare.
E filando cantava:

Fuso mio, gira e trotta,
La camicia della Reginotta;
Fuso mio, trotta e gira,
Le lenzuola della Regina;
Gira e trotta, fuso mio,
Corda ai piedi a chi dico io!

Le vicine, sempre curiose, tornavano a domandarle:
- Che ve ne fate dei quattrini, comare Formica? Quando ne avr parecchi li dar... a chi non li vuole.
- Come a chi non li vuole?
- Allora... saranno di chi sapr pigliarseli.
- E se vengono i ladri?
- Allora... dir ai ladri: datemi i vostri e prendetevi i miei.
- Ma i ladri, se rubano, vuol dire che non ne hanno.
- Allora... Provate e vedrete. Intanto lasciatemi cucire.
E cucendo cantava:

- Gugliata, gugliatina,
Camicie della Regina;
Gugliatina, gugliata
Lenzuola dell'amata;
Gugliata lunga e corta
Guanciali per la sposa.

Le vicine, sempre pi curiose, tornavano a domandarle:
- Che ve ne fate dei quattrini, comare Formica?
- Quando ne avr parecchi mi far fabbricare un palazzo.
- Un palazzo per voi sola?
- Allora... prender marito se posso trovarlo.
- Siete gi quasi vecchina!
- Allora .... Aspettate e vedrete. Intanto lasciatemi tessere.
E facendo andare e venire la spola tra l'ordito del telaio, comare Formica cantava:

Vola, spolina mia, vola, spolina!
Non ti arrestare mal, spolina cara;
Trama di seta e argento la mattina,
Trama di seta e d'oro verso sera.
Vola, spolina mia... vola, spolina,
Velo di sposa e veste di Regina.

Lavorava da mattina a sera, filando, cucendo, tessendo secondo le richieste della gente, e la sua voce squillava per la via cos limpida e dolce, che era una delizia stare ad ascoltarla. Le vicine per ridevano delle canzoni che accompagnavano il lavoro di comare Formica e le dicevano:
- Come mai, comare, quel filato cos grosso per le camicie della Reginotta e per le lenzuola della Regina? Ahi ah!...
- La canzone dice cos; non l'ho inventata io.
- Come mai, comare, cotesta tela cos rozza, velo di sposa e veste di Regina? Ahi Ah! ...
- Come mai, comare, quei punti cos lunghi, gugliata, gugliatina? Ah! Ah! ...
- La canzone dice cos: non l'ho inventata io... Ma ride meglio chi ride ultima, vicine mie. Ah! Ah! Ah! ...
Le vicine si struggevano di sapere chi fosse costei: ma quando le domandavano:
- Di che paese siete? - rispondeva:
- Oh bella, del mio paese!
- E dov' questo paese?
- Si va per monti, per valli e per piani, si passa fiumi, si passa il mare, e quando si arriva... quello  il paese.
Visto che non ne cavavano nessun costrutto, domandavano
- Come vi chiamate, comare?
- Come volete chiamarmi. Tutti i nomi mi stanno bene, anche il nome di comare Formica.
- E non avete padre, madre, parenti?

- Mio padre  Re, mia madre Regina,
Ed io sono una povera vecchina!

- Dunque siete Reginotta? Ah! Ah! Ah!...
- Ride meglio chi ride l'ultima, vicine mie!
Le vicine, pi curiose di prima, pensarono di metterla alla prova; e, canzonando, le dissero:
- Comare Formica, quando metterete i vostri soldi sotto la chioccia, per piacere, metteteci anche questi: sono sette.
- Va bene; date qua.
E andavano spesso da lei per sapere se la chioccia covava.
- Cova, non dubitate; tra giorni verranno fuori.
Si attendevano una beffa dall'allegra vecchina; invece, al termine giusto della covata, eccoti tanti pulcini quanti erano i soldi ricevuti... Poteva essere uno scherzo anche questo; ma, dopo qualche settimana, quei pulcini avevano una cresta particolare, della forma e del colore di un soldino; cosa da sbalordire. Sette galletti dei pi grassi, che gi cominciavano a far chicchirichi!
Una mattina per tutti a una volta, stirarono le ali, allungarono il collo, chicchirich! E caddero morti!
- Che disgrazia, comare! I nostri galletti sono morti! E i vostri?
-  venuta la volpe e li ha mangiati!
Le vicine volevano almeno riavere i sette soldi: e rammentandosi che un giorno aveva detto:
- Dar i miei quattrini a chi non li vuole - si presentarono a comare Formica:
- Ah, comare! Voi volevate restituirci i sette soldi dei galletti: ma non li vogliamo!
E aggravarono la voce su le ultime parole:
- Io? Nemmen per sogno. Non do quattrini a chi non li vuole.
- Eppure un giorno voi diceste...
- Le parole le porta via il vento.
- Avete ragione, comare Formica.! - dissero le vicine a denti stretti.
E una di esse pens una gran birbonata. Aveva sentito dire da suo marito che la grotta in cima al monte serviva di ricovero a una banda di ladri.
- Ascolta, marito mio: potremmo arricchire senza fatica. Vai a trovare il capo dei ladri e digli: "Vi insegno io un posto dove potreste fare molto bottino. Faremo a parti uguali. Volete?". E indicherai la casa di comare Formica. -
- Tu sei pazza, moglie mia!
- E tu sei sciocco, marito mio!
La cattiva donna tanto fece e tanto disse, che indusse il pover'uomo ad andare dal capo dei ladri.
- Va bene, ma se c'inganni, guai a te! Ti legheremo a quell'albero: quando saremo di ritorno con la preda, ti scioglieremo e avrai la tua parte. Ma chi c'indicher il posto?
- Ve lo indicher mia moglie: si chiama Boccabella.
Giusto la notte dopo, i ladri dovevano fare un furto nel palazzo di un riccone l vicino; passando avrebbero visitato anche la casetta di comare Formica. Verso mezzogiorno, la donna vide arrivare un omo vestito da contadino.
- Siete voi la Boccabella? Mi manda vostro marito.
La furba capi, lo fece entrare in casa, e gli di tutte le indicazioni opportune.
- Se m'ingannate, guai a voi!
Quella mattina comare Formica, avendo fatto il ranno al filato, parte ne stendeva sul tetto ad asciugare, parte sul davanzale della finestrella e su gli scalini della porta.
Passata mezzanotte, ecco i ladri carichi di ogni ben di Dio, danari, argenterie, ori, gioielli, rubati nel palazzo del riccone.
Chi dalla finestra, chi dal tetto, chi dalla porta fanno per entrare nella casa di comare Formica. E a un tratto sentono che qualcosa si avvolge attorno alle loro gambe e alle loro braccia, e glieli lega cos stretti che una fune non avrebbe potuto far meglio. Pi tentano e ritentano di distrigarsi e pi il filato si attorce attorno ad essi, quasi fosse cosa viva.
La Boccabella, che stava alle vedette, e pel buio non poteva capire perch i ladri stessero inerti, si era accostata zitta zitta.
- Ah infame! Ah traditori, tu e tuo marito!
Si sent la voce di comare Formica:
- Grazie, signori ladri! Non occorreva; vi siete disturbati a portarmi tante cose preziose. Grazie, signori ladri.
E, uscendo fuori, prendeva le bisacce ripiene che i ladri avevano deposte in un canto e le portava in casa; poi tornava fuori, frugava nelle loro tasche e ne cavava monete d'oro, pietre preziose, gioie, e li portava in casa, ripetendo:
- Grazie, signori ladri!
I ladri non fiatavano, si lasciavano svaligiare, atterriti di quelle ritorte che li tenevano immobili, spaventati del peggio che poteva accadere. Gi si vedevano in mano della giustizia.
- Avete visto, comare Boccabella? Da ora in poi potranno chiamarvi Boccamara.
- Abbiate piet di noi poveri ladri, comare Formica!
Erano pi morti che vivi. Gi spuntava l'alba. Comare Formica n'ebbe compassione.
- A patto che non facciate male al marito di costei! Il poveretto non ci ha colpa.
- Non gli faremo alcun male.
Sentendosi sciogliere braccia e gambe, i ladri si rizzarono, e via di corsa, senza voltarsi addietro: pareva che avessero le ali ai piedi. E alla Boccabella, dal gran dispiacere, rimaneva la bocca cos amara, come se avesse masticato tssico. D'accordo con le altre sei comari, ella tent un'altra bricconata.
Si present da quel riccone che era stato derubato:
- Volete trovare ogni cosa? Io so chi  stata la ladra; ma voglio una buona mancia.
- E una buona mancia avrete. Chi  stata la ladra?
- Comare Formica.
- Quella povera donnicciola? Non  possibile.
- Mandate subito, i birri: troveranno ogni cosa.
Vanno i birri: cerca, fruga, rimesta, e non trovano niente.
- Se ve l'ha detto la Boccabella, vuol dire che gli oggetti rubati sono in casa sua.
Vanno i birri, e senza bisogno di frugare, trovano le bisacce dei ladri riposte in un canto, e nella cassa e nelle cassette tanti altri oggetti di oro e di pietre preziose.
E la Boccabella presa ed ammanettata fu condotta in carcere: e la sua bocca diveniva ancora pi amara, quasi avesse masticato tssico. Dopo di questo, comare Formica fu lasciata in pace.
Le vicine, specie quelle dei galletti, avevano paura di lei.
- Dev'essere una Strega!
Lei invece filava, cuciva, tesseva, cantando sempre allegramente:

- Fuso mio, gira  trova...
o pure:
- Gugliata, gugliatina...
o pure:
- Vola, spolina mia, vola, sposina!..
e la sua voce squillava per la via, cos limpida e dolce, che era una delizia stare ad ascoltarla.
Le altre vicine, che erano curiose, s, ma non avevano preso parte alle birbonate contro di lei, le domandarono:
- E il palazzo, quando ve lo farete fabbricare, comare Formica?
- Una di queste mattine, comari.
- E il marito, lo avete gi trovato il marito?
- Verr una di queste mattine, comari.

Palazzo finito
Attende il marito.

- Sempre allegra, comare Formica. Ah! Ah!...
- Ride meglio chi ride l'ultima.
Ma quale non fu lo stupore di quelle buone comari, quando una mattina videro che la casetta di comare Formica era stata trasformata, durante la notte, in un meraviglioso palazzo assai pi grande e pi bello del palazzo reale!
E comare Formica, con la rocca al fianco e il fuso in mano, filava davanti il grande portone quasi non fosse accaduto niente di nuovo.

- Fuso mio, gira e trotta!

- Chi vi ha fabbricato questo palazzone, comare Formica?
- Venne il vento e port i sassi.
- E poi?
- Venne il vento e port rena e calce.
- E poi?
- Venne il vento e port l'acqua.
- E poi?
- Sassi, rena, calce ed acqua... e il palazzo si  rizzato.
- Sempre allegra, comare Formicai
Il giorno dopo, comare Formica cuciva, seduta davanti al portone, quasi non fosse accaduto niente di nuovo.

- Gugliata, gugliatina...

- Siete cos ricca, e vi affannate a cucire?
- Chi non lavora non mangia.
- Lasciatelo dire a noi, comare Formica!
- L'apparenza inganna, comari mie.
- E il marito?
-  in viaggio; arriver una di queste mattine.
- Come? Ce lo dite piangendo?
- Solo il mestolo sa i guai della pentola!
- Ah! povera comare Formica!
Era stata sempre di buon umore, vivendo con un po'di pane, un po'di cacio o una cipolla per companatico, e una bella bevuta d'acqua, ed ora che aveva quel palazzone e attendeva il marito, ora piangeva? Era proprio vero che solo il mestolo sa i guai della pentola!
Il giorno dopo, comare Formica, dentro il portone, tesseva, quasi non fosse accaduto niente di nuovo,

- Vola, spolina mia, vola, spolina...

- Siete ricca e vi spezzate le braccia tessendo?
- Questa  l'ultima tela, comari mie.
- Perch mai, comare Formica?
- Perch viene il fuoco e mi brucia rcca, fuso e pennecchio.
- E poi?
- Viene il fuoco e mi brucia lenzuola e guanciali da cucire.
- E poi?
- Viene il fuoco e mi brucia velo di sposa e veste di Regina.
- Non piangete, comare Formica!
- La mia mala sorte vuole cos.
- Se avete bisogno di noi, comandateci, comare Formica! Povere siamo ma di buon cuore.
Durante la nottata, le vicine sentirono soffi violenti e urli di vento attorno al palazzo di comare Formica. Ahuiii! Ahniii!, quasi il vento gli girasse da ogni lato e tentasse di buttarlo gi o di portarlo via. Non osavano di affacciarsi per vedere quel che succedeva. E se si fossero affacciate avrebbero visto il palazzo tutto illuminato, tutte le finestre spalancate e due ombre correre per le stanze, una inseguendo l'altra, come spinte da una furia di vento che urlava: - Ahuiii! Ahuiii!
Non era il vento, ma l'Orco che voleva afferrare comare Formica e non riusciva a raggiungerla.
Intanto verso l'alba il rumore cessava.
L'Orco scappava via - Ahuiii! Ahuiii! - per paura del sole, e il palazzo tornava allo scuro, con le finestre tutte chiuse.
- Avete sentito, comare Formica, che ventaccio stanotte?
- Non ho sentito niente, comari mie.
- Come? Sembrava che volesse sradicare il vostro palazzo!
- Non mi sono accorta di niente. Ho il sonno duro.
- Perch piangete, comare Formica?
- La mia mala sorte vuole cos.
- Non filate oggi, comare Formica?
- Il fuoco mi ha bruciato rcca, fuso e pennecchio.
- Non cucite oggi, comare Formica?
- Il fuoco mi ha bruciato lenzuola e guanciali da cucire.
- Non tessete oggi, comare Formica?
- Il fuoco mi ha bruciato telaio, spola, ordito, velo di sposa e veste di Regina.
E, la notte dopo, l'Orco tornava precisamente a mezzanotte. Ahuiii! Ahuiii!
- Vuoi essere l'Orchessa, s o no?
- No! No! No!
- Invece di pane, con cacio o cipolla per companatico, mangeresti carni tenere di bambini e di bambine; invece di acqua, berresti sangue fresco di giovani e di zittelle. Vuoi essere l'Orchessa, s o no?
- No! No! No!
- Prendo te e ne fo un boccone!
E le vicine, se si fossero affacciate, avrebbero visto il palazzo tutto illuminato, tutte le finestre spalancate, e due ombre correre per le stanze una inseguendo l'altra, come spinte da furia di vento. Verso l'alba il rumore cessava.
- Avete sentito, comare Formica, che urli stanotte?
- Non ho sentito niente; ho il sonno duro.
- Perch piangete, comare Formica?
- La mia mala sorte vuole cos!
- Buon tempo e cattivo tempo non durano gran tempo.
- Forse dite bene, comari!
- Parliamo di cose allegre: e il marito, comare Formica?
- Prima devo ringiovanire,
- Sempre allegra, nonostante i guai!
- Aspettate e vedrete.
Insomma, con quella comare Formica non ci si capiva nulla; metteva a covare i soldi e i pulcini nascevano; menava vita da poveretta e si faceva fabbricare un palazzo pi grande e pi bello di quello del Re; venivano i ladri per rubarle i quattrini messi da parte, e invece lei legava e spogliava i ladri; piangeva la sua mala sorte e subito dopo le scappava di bocca una facezia. Chi era? Perch aveva detto:

- Mio padre  Re, mia madre Regina,
Ed io sono una povera vecchina -?

Ed ora perch aveva detto: - Prima devo ringiovanire -?
Le volevano bene: era buona, non dava noia a nessuno; ma avrebbero pagato chi sa che cosa per penetrare il mistero che la circondava.
E la notte dopo, di nuovo, precisamente a mezzanotte, - Ahuiii! Ahuiii! - l'Orco arrivava come un uragano.
- Vuoi esser l'Orchessa, s o no? .
- No!... S!... No!...
Dal terrore la poverina non sapeva quel che si dicesse.
- S o no?
- S, s! Ma devi darmi tempo un mese e un giorno.
- Un mese, un giorno e un'ora!
- E devi promettermi che per tutto questo tempo non mangerai carni tenere di bambini e di bambine, n berrai sangue fresco di giovani e di zittelle; non mangerai carne di sorta alcuna.
- Te lo prometto.
- Porterai qui i bambini e le bambine, i giovani e le zittelle, e... e faremo un gran banchetto il di delle nozze.
- Ah! bella! Ah bella!
L'Orco, enorme, brutto, peloso, faceva cos strani movimenti di tutto il corpo per significar tutta la sua gioia, che comare Formica non pot trattenersi dai ridere.
Ma gi si avvicinava l'alba, ed egli si affrettava ad andar via per paura, del sole... Ahuiii! Ahuui!
- Avete sentito, Comare Formica, che urli questa notte?
- Non ho sentito niente; ho il sonno duro.
- E il marito, comare Formica?
- Prima devo ringiovanire.
- Sempre allegra, nonostante i guai!
Insomma con quella comare Formica non ci si capiva nulla. Le volevano bene; era buona, non dava noia a nessuno: ma avrebbero pagato chi sa che cosa per penetrare il mistero che la circondava. Invecchiava - il tempo passava anche per lei - e lei parlava di ringiovanire!
E la notte dopo, Ahuiii! Ahuiii! - ecco l'Orco con tre bambini e tre bambine, un giovane e una zittella.
- Ingrassali bene con latte e riso; da qui a un mese saranno un boccone da Re.
- Mi son dimenticata il meglio: per regalo di nozze devi portarmi una conocchia di argento e un fuso di oro; pi un.agoraio di oro e un ago di argento; pi un telaio di argento e una spola di oro.
- Vado e torno subito.
E in men che non si dica - Ahuiii! Ahuui! - le riportava i regali di nozze richiesti.
Nella giornata le vicine si stupirono vedendo comare Formica che filava davanti al portone del palazzo, come una volta.
- Oh la bella rcca! Oh il bel fuso!
- Cosine da niente, comari mie!
Pi tardi:
- Oh il bell'agoraio! Oh la bella spola!
- Cosine da niente, comari mie!
- Ci avete gente in casa? Ridono, fanno il chiasso...
- Chi vuole un bel bambino o una bella bambina, glieli regalo.
- Bocche che mangiano non ne prende nessuno. Sempre allegra, comare Formica!
Come? regalava anche dei bambini? Ora se ne capiva meno di prima! Avrebbero pagato chi sa che cosa per penetrare il mistero che la circondava.
La mattina dopo, comare Formica filava davanti al portone e cantava:

- Fuso mio, gira e trotta...

Molti ragazzi si erano radunati attorno a lei, con la bocca aperta di ammirazione per la bella rcca di argento e il bel fuso d'oro.
- Comare Formica, perch non ci raccontate una fiaba?
- Se state cheti,,ve la racconter.
- Come l'olio, comare Formica.
Dunque... C'era una volta una Reginotta, vanitosa, superbiosa, disubbidiente, gelosa, cattiva che era la disperazione della nonna. Non voleva far niente.
- Non voglio sciuparmi le mani!
- Se non ti emenderai verr l'Orco e t'inghiottir in un boccone.
- Ben venga l'Orco; quando sar cresciuta me lo prender per marito!
La nonna era una Maga, di quelle per che fanno opere buone; e per virt di filtri e d'incanti la trasform in maniera che l'Orco non potesse riconoscerla. L'Orco aveva appreso le parole di quella sventata, ed era contentissimo di sposare una bella Reginotta, e la cercava per mare e per terra.
-  finita?
- Per oggi  finita.
La mattina dopo, comare Formica cuciva davanti al portone:

- Gugliata, gugliatina...

e i ragazzi si erano di nuovo radunati attorno a lei, con la bocca aperta di ammirazione pel bel ditale d'oro e per il bell'ago di argento.
- E la fiaba lasciata in asso, comare Formica?
- La riprender, se state cheti.
- Come l'olio, comare Formica.
- Dunque... Dove eravamo rimasti? Ah! Che l'Orco contentissimo di sposare una bella Reginotta, la cercava per mare e per terra e non riesciva a trovarla. La nonna voleva, s, gastigare la cattiva nepotina e ridurla buona, e a questo fine ne aveva fatta una vecchina, l'aveva mandata in un paese lontano, dove nessuno la conosceva, lusingandosi che l'Orco non l'avrebbe trovata. E siccome pel termine del giusto castigo mancavano pochi mesi, cos la nonna gli aveva preparato un magnifico regalo...
- Quale regalo, comare Formica?
- Ve lo dir un'altra volta.
La mattina dopo, comare Formica era dentro il portone col bel telaio di argento e la bella spola d'oro e tesseva:

- Vola. spolina mia, vola, spolina!

e i ragazzi, figuriamoci se si erano di nuovo radunati attorno a lei con la bocca aperta di ammirazione pel bel telaio di argento e per la bella spola di oro.
- E la fine della fiaba, comare Formica?
- La mia fiaba non ha fine. Dunque... Dove eravamo rimasti? Ah! Al magnifico regalo della nonna. Ma appunto fu quello che fece scoprire la Reginotta all'Orco... E dovr forse sposarlo....
- No! No! Non glielo fate sposare, comare Formica!
- Le fiabe sono come sono, e non si possono mutare.
I bambini si misero a strillare, e piangendo:
- No! no! Non glielo fate sposare, comare Formicai
I bambini strillavano e piangevano e le loro mamme ridevano.
- Fteli contenti, comare Formica!
- Le fiabe sono come sono e non si possono mutare. Intanto, se mi volete bene, dovete ogni notte far guardia al mio palazzo... E quando sentirete avvicinare... il ventaccio - Ahuiii! Ahuiii! - prendetevi per le mani, da una cantonata all'altra senza lasciarvi un istante... E allora i bambini saranno contenti: non far pi sposare l'Orco con la Reginotta,
Comare Formica diventava pi misteriosa di giorno in giorno; di giorno in giorno se ne capiva men di prima. Le vicine avrebbero pagato chi sa che cosa per sapere chi veramente fosse. Una, la pi vecchia, disse:
- Volete scommettere che la Reginotta vanitosa, superbiosa, disubbidiente, gelosa, disperazione della nonna, era lei?
- Ma che! Ma che! Una vecchina che per tanti anni ha lavorato da mattina a sera, ha mangiato pane e cacio o pane e cipolla, e ha bevuto soltanto acqua pura! Non pu essere! Non pu essere!
- Stiamo a vedere!
E da parecchie notti, poverine, facevano la guardia al palazzo di comare Formica, prese per mano da mezzanotte all'alba. E ogni notte udivano da lontano il... ventaccio, come aveva detto comare Formica che soffiava: - Ahniii! Ahuiii! - e non osava di avvicinarsi.
Nessuno capiva quell': Ahuiii! Ahuiii! Soltanto comare Formica, invece di quel grido, sentiva:
- Rendimi almeno i bambini e le bambine!  un mese che non mangio carne cristiana, e non: ne posso pi! Rendimi almeno il giovane e la zittella,  un mese che non bevo sangue cristiano e non ne posso pi. Ahuiii! Ahuiii!
Erano passati un mese e un giorno: restava un'ora.
E appunto prima che finisse quell'ora le vicine videro compirsi un portento. Mentre parlava con loro e rideva e le faceva ridere col buon umore di una volta, tutt'a un tratto, comare Formica cominci a raccorciarsi, a raccorciarsi, a coprirsi di grinze, quasi la pelle dovesse staccarsi dal corpo, e uscirne fuori qualche altra persona. Le stavano attorno atterrite, senza aver animo di soccorrerla, incapaci di gridare, quando, ecco, le vesti e la pelle di comare Formica si squarciarono e ne usciva una bellissima giovanetta, bionda, con occhi celesti, sorridente, che sembrava essersi destata allora allora da. lunghissimo sonno. E aveva nell'aspetto e nei modi tanta dolcezza, tanta bont, tanta modestia, da allontanare ogni sospetto che la Reginotta vanitosa, superbiosa, disubbidiente, cattiva, gelosa, disperazione della nonna, fosse stata proprio lei, come aveva detto quella vecchia, e che il gastigo l'avesse cambiata.
- Era o non era dunque?           .
La fiaba non lo chiarisce e si arresta qui.
Se poi volete saperne di pi, mettetevi la via tra le gambe, andate nel paese dove comare Formica si fece fabbricare il bel palazzo di cui forse rimane qualche vestigio, se pure il vento, che allora apport sassi, rena e calcina e acqua, non l'ha, dopo tanto tempo, spazzato via. Ma forse fareste inutilmente questo viaggio... E poi, bambini miei, non  bene essere eccessivamente curiosi.

Larga la via, stretta la foglia
E siam rimasti tutti con la voglia.



IL PRINCIPE PETTIROSSO

C'era una volta...
S, s, non ho dimenticato la promessa; parola di Raccontafiabe  parola di Re; ed ecco la storia del principe Pettirosso.
Dunque c'era una volta un Principe e una Principessa giovani e sposati da qualche anno; lui, buono, gentile, caritatevole; lei, bella, ma piena di capricci e talvolta superbiosa e crudele. Comandava, e voleva essere subito obbedita; esprimeva un desiderio e pretendeva che fosse immediatamente soddisfatto. Se qualcuno dei servitori, dei dipendenti, non intendeva bene i suoi ordini, o li eseguiva male, diventava una furia. Invano il marito tentava di rabbonirla:
- Principessa!... Principessa!...
Si rivoltava contro di lui, gli rispondeva con parolacce che non stavano punto bene in bocca di una dama sua pari.
Una volta si era incapriccita di una pianta del giardino che circondava il castello dove essi abitavano. L'annaffiava lei, la ripuliva lei; guai se il giardiniere si permetteva di levar via una foglia avvizzita e cascata per terra!
Una pianta comune: ma la Principessa si era messa in testa che dovesse far fiori e frutti rari.
Una sera, scende in giardino e scorge tra i rami fili di paglia, con alcune piumine e il groviglio di un po'di refe. Le parve un delitto.
- Giardiniere, che significa questo?
- Qualche coppia di uccellini si prepara il nido, Principessa.
- Buttate via ogni cosa; non voglio nidi su la mia pianta.
E il giardiniere, presi quei fili di, paglia, quelle piumine, quel po'di refe, ne fece un batuffolo e lo butt via.
Fra i rami di un'alta pianta vicina due uccellini svolazzavano e strillavano, quasi piangessero di veder dispersi quei primi materiali del loro nido.
- Poverini! - esclam sotto voce il giardiniere.
E, il giorno dopo, vedendoli andare e venire affannosamente, portando coi becchi fili di paglia, piume, foglie secche, grovigli di refe, biccoli di lana e cose simili, per ricostruire con ostinatezza il nido nel posto gi scelto, il giardiniere li compiangeva:
- Verr la Principessa e vi disfar ogni cosa! Mancano piante e rami, poverini!
Ma gli uccelletti non intendevano le parole del giardiniere, e andavano e venivano affannosamente; verso sera, il loro nido era gi bell'e finito.
Appena la Principessa lo scrse tra i rami, se la prese col giardiniere.
- Che colpa ne ho io? Poverini, hanno fretta di depositarvi le ova.
- Ah s? Domani ne far una frittatina pel gattino.
Attese che la femmina avesse terminato di deporre le ova, e ordin al giardiniere:
- Portatemele in cucina, e disfate quel nido!
Il giardiniere obbed a malincuore: aveva le lacrime agli occhi sentendo gli strilli degli uccellini che parevano un pianto.
La crudele Principessa ruppe di sua mano gli ovicini in un tegamino, vi aggiunse, cacio e pane grattato, e ne fece, come aveva detto, una frittatina pel gattino che le stava tanto a cuore.
Il gattino esitava a mangiarla, miagolava, si ritirava indietro. Ma quando la Principessa si era ficcata in testa una cosa, non c'era verso di farla desistere.
- Il gattino non ha fame - gli disse il Principe.
- Fame o non fame, deve mangiare questa frittata; l'ho fatta apposta per lui.
Il gattino, preso pel collo, col muso nel tegamino, dovette mangiare per forza. Ma aveva appena ingoiato l'ultimo boccone, che - Meo! Meo! Meo! - stirava le gambe e moriva, quasi avesse preso un veleno.
La Principessa rimase scossa da quella disgrazia; il gattino era la sua bestiolina prediletta.
E la notte dopo fece un brutto sogno. Si dest atterrita:
- Ah, Principe, se sapeste che cosa ho sognato!
- Che cosa, Principessa?
- Tante piume, tante piume fioccavano gi dal cielo come falde di neve, ed io mi trovavo appesa al collo una padellina di rame. Le piume mi toglievano il respiro: la padellina pesava, pesava...  un triste presagio, certamente.
- Si sognano tante sciocchezze, Principessa!
- No, Principe! Bisogna consultare coloro che spiegano i sogni.
- Li consulteremo,.. Intanto non vi affliggete per cos poco!
Furono chiamati parecchi sapienti. Stettero a sentire, seri, con le sopracciglia corrugate, sfogliarono a lungo i libroni che avevano portati con loro. Chi diceva una cosa, chi un'altra, e ognuno affermava che la sua spiegazione era la vera.
- Mettetevi d'accordo, signori miei!
Il Principe non poteva persuadersi che quelle piume fioccanti dal cielo e quella padellina di rame appesa al collo di sua moglie  significassero tante opposte cose.
- Mettetevi d'accordo, cari miei!
Invece di mettersi d'accordo, quei sapienti finivano col darsi vicendevolmente dell'asino, e con lo scaraventarsi addosso i loro grossi,volumi.
La Principessa non si dava pace.
- Bisogna consultare un gran Mago! La cosa  troppo intrigata, se nessuno di questi sapienti  riuscito a spiegarla.
- Si sognano tante sciocchezze, Principessa!
- No, Principe! Questa volta ho un grande sgomento nel cuore.
- Consulteremo il mago Barba-d'oro. Lo mander a chiamare al castello.
E sped persona fidata con ricchissimi doni.
Il mago Barba-d'oro accett i doni, ma quando sent di che cosa si trattava, rispose sdegnato:
- Non sono il servitore di nessuno.

Sia signore, sia vassallo,
N in carrozza, n a cavallo
Chi non viene coi suoi piedi,
Barba-d'oro non riceve.

Il messaggero torn con questa risposta. Per arrivare alla abitazione del Mago bisognava camminare tre giorni e tre notti, attraverso luoghi incolti, infestati da bestie feroci, forteti, boscaglie, orridi sentieri. Il messaggero aveva temuto di non tornare vivo al castello.
- Mi sembra un bel modo di dirci: Non venite;  proprio inutile.
- No, Principe; a qualunque costo!
Se la Principessa era testarda per cosine da nulla, figuriamoci ora che viveva sotto lo strano terrore del suo sogno!
Invano il Principe si sforzava di convincerla che i sogni non hanno n capo n coda.
Le voleva bene, e vedendola ostinata a intraprendere il pericoloso viaggio, cominci a sentirsi penetrare nell'animo lo stesso sgomento di sua moglie.
Quel sogno doveva essere un cattivo presagio!
E decisero d'andare a piedi dal mago Barba-d'oro.
Si misero in viaggio all'alba e camminarono tutta la giornata. La Principessa era cos impaziente di avere la spiegazione del suo sogno, che non si curava della fatica e dei disagi del cammino.
- Riposiamoci un po', Principessa!
- Pi in l, Principe, pi in l.
Forteti, boscaglie, orridi sentieri; e la notte, sotto il cielo stellato senza luna, urli di bestie feroci, vicini, lontani, che li atterrivano e non permettevano ch'essi chiudessero un occhio.
Un giorno e una notte; e poi daccapo, un altro giorno e un'altra notte. Per quegli orridi sentieri non s'incontrava anima viva. Il povero Principe non ne poteva pi.
- Riposiamoci un po', Principessa!
- Pi in l, Principe, pi in l!
Finalmente, il terzo giorno, verso sera, ecco tra gli alberi la casa del Mago. Con la facciata annerita dal tempo, tutta coperta di macchie di umido e di muffa verdastra, coi vetri delle finestre appannati dalla, polvere e dai ragnateli, quella casa ispirava ribrezzo.
La Principessa, col fiato al denti, con le gambe che le si piegavan sotto, fece uno sforzo, giunse davanti alla porta e picchi.
Comparve il mago Barba-d'oro.
- Ah, Principessa, Principessa, quanto vi costa una frittatina!
Il Principe e la Principessa allibirono.
- Entrate, ristoratevi, e andate a letto. Domani, con comodo, riparleremo del sogno.
Il Principe e la Principessa allibirono. Quel Mago sapeva tutto!
Il giorno dopo il sole era gi alto ed essi dormivano ancora. Se non la svegliava il Principe, la Principessa avrebbe dormito fino a tarda sera.
Il Mago li attendeva nel suo laboratorio.
- Ah, Principessa, Principessa, quanto vi costa una frittatina!
- Perch, mago Barba-d'oro?
- Non lo sapete che i nidi sono cosa sacra? Distruggere un nido  come appiccare il foco a una casa. Voi avete impedito di nascere a sei creature di Dio e per malvagit, non per altro. Ne sarete gastigata. In che modo io non so dirvelo. Ve lo dir la fata Cicogna.
- E dove si trova la fata Cicogna?
- Guardate da questa finestra: laggi, laggi, su quel tetto.
- Badate per di non chiamarla fata Cicogna, ma fata Splendore. Le piume e la padellina di rame del sogno significano il vostro gastigo. Ah, Principessa, :Principessa, quanto vi costa una frittatina!
- Grazie, mago Barba-d'oro!
E all'alba del giorno dopo partirono.
Cammina, cammina, cammina, e al tetto della fata Cicogna, che dalla finestra era parso cos vicino, non si arrivava mai.
La Principessa non osava di rifiatare, pensando che tutti quei disagi il Principe li soffriva per colpa di lei. Ma forse essi erano niente, in confronto dei guai che li attendevano. Il mago Barbad'oro aveva ripetuto pi volte:
- Ah, Principessa, Principessa, quanto vi costa una frittatina!
Giunsero alfine, stanchi morti.
La fata Cicogna stava sul tetto, ritta sopra un piede, col collo nascosto sotto un'ala; dormiva.
Attesero che si svegliasse. Abbass l'altro piede, distese il collo, sbatt le ali e mand fuori un rauco grido, che parve sbadiglio.
- Fata Cicogna, fata Cicogna, ci manda il mago Barbad'oro.
Nello sbalordimento, la Principessa aveva dimenticato di chiamarla fata Splendore.

- Ha fatto mala bisogna
Chi cerca fata Cicogna:
Fra le piume nasce un giglio,
 figlio e non  figlio.
Padella preparata
Frittata e non frittata.

Aperse le ali, tese i piedi e la fata Cicogna vol via.
- E ora come faremo? Bisognava dire fata Splendore!
- Torniamo dal Mago; ci consiglier.
E rifecero la strada.
- Ah, mago Barba-d'oro! Mi scapp detto fata Cicogna!
- Non vi perdete d'animo. Fate fare un gran nido d'oro e portateglielo; non c' altro rimedio, Principessa.
- Faremo fare un gran nido d'oro - disse il Principe. - Ma che cosa significano le parole:  figlio e non  figlio? Frittata e non frittata?
- Ve lo deve dire soltanto fata Cicogna.
Tornarono al castello, che erano quasi irriconoscibili, ed ordinarono subito un gran nido di cicogna tutto d'oro. Quando fu pronto, dopo un mese, Principe e Principessa si rimisero in cammino, ma questa volta a cavallo, e andarono direttamente da fata Cicogna.
Stava sul tetto, ritta sopra un piede, col collo nascosto sotto un'ala: dormiva.
Attesero che si svegliasse.
- Fata Splendore, fata Splendore, ci manda il mago Barba-d'oro.
lo mi chiamo Cicogna e non Splendore!
Principe e Principessa si guardarono in viso, contristati.
- Accettate, vi preghiamo, questo povero nido.
Fata Cicogna stese il collo, afferr col becco il nido d'oro e lo ripose sul tetto.

Ha fatto mala bisogna
Chi non cerca fata Cicogna.
Tra piume nasce un giglio,
 figlio e non  figlio.
Padella preparata,
Frittata e non frittata.

Aperse le ali, tese  piedi e fata Cicogna vol via.
Principe e Principessa non se l'aspettavano. La Principessa non aveva sbagliato.
- Ho detto: fata Splendore:  vero?
- S, fata Splendore.
- O dunque?
- Torniamo dal Mago, ci consiglier.
- Non vi perdete d'animo - disse il Mago. - Fate fare due ova d'argento grosse quanto le ova di cicogna e portategliele.
- Ma come bisogna dire: fata Cicogna o fata Splendore?
- Sempre fata Splendore.
E un mese dopo furono di ritorno con le due ova d'argento.
- Fata Splendore, fata Splendore, ci manda il mago Barbad'oro. Accettate queste due ova.
Fata Cicogna stese il collo, afferr col becco prima uno poi l'altro ovo e li colloc nel nido d'oro e vi si accoccol come per covarli.

- Ha fatto buona bisogna
Chi ha cercato fata Cicogna.
Tra piume nasce un giglio,
 figlio e non  figlio.
Padella preparata,
Frittata e non frittata.

Quando avr covato quest'ova, tornate e saprete.
- Quanto ci vorr?
- Il sole ora spunta da quel monte, dovr spuntare da quella collina.
Il Principe calcol che ci volevano tre mesi.
E, passati i tre mesi, rifecero il cammino.
Trovarono la fata Cicogna accoccolata nel nido d'oro, quasi per covare le ova d'argento.
- Fata Splendore, fata Splendore, spiegatemi il sogno, se vi piace.
- Avrete presto un figlio, e sar uomo e sar uccello...
- Che disgrazia, fata Splendore!
- ... fino ai vent'anni, Principessa. Poi diventer un bel giovane, ma dopo aver trovato la sposa.
- E la padellina che cosa significa?
- Significa la sposa... Non dovete saper altro.
- Ma che uccello sar nostro figlio?- domand il Principe.
- Quel che la Principessa vorr; passerotto o pettirosso.
- Pettirosso, fata Splendore.
- E pettirosso sia, Principessa. Principe Pettirosso  un bellissimo nome.
- Che disgrazia, fata Splendore!
- Avrebbe potuto accadervi di peggio: i nidi sono cosa sacra.
La Principessa era in grande angoscia, pensando che suo figlio fino ai vent'anni sarebbe stato un pettirosso.
E quando partor e fece un bel bambino non credeva ai suoi occhi.
- Fata Cicogna...
- No, fata Splendore - la corresse il Principe.
- Fata Splendore ha voluto metterci paura. Tanto meglio che sia finita cos Per...
- Per?
- Non son, per, rassicurato del tutto.
- Non siate il corvo del malaugurio pel bambino.
- Stiamo a vedere.
- Stiamo a vedere.
Una mattina la Principessa, mutando i pannolini al bambino, di un grido di orrore.
Tutto il corpicino della sua creatura era coperto di una peluria gialliccia come quella dei pulcini appena nati. E il corpicino pareva gi un po'dimagrito, quasi rattrappito.
- Figliolino, figliolino mio!
La Principessa aveva fin ribrezzo di toccarlo.
Di giorno in giorno la trasformazione diveniva pi evidente. I braccini prendevano la forma di ali e si coprivano di piume; le gambine si assottigliavano e le dita dei piedi si allungavano in zampine con ugne aguzze. E di mano in mano che le piume invadevano tutto il corpicino che si rattrappiva, si rattrappiva, nasino e labbra si foggiavano in becco.
In meno di due mesi, il bambino era diventato il pi bel pettirosso che si potesse vedere.
Principe e Principessa avevano vergogna di far sapere che il loro figliolino era diventato un pettirosso. Dissero che lo avevano mandato a balia, lontano. Ma questa finzione non valse.
Quando il bambino avrebbe dovuto poter dire: - Babbo! Mamma! - lo disse il pettirosso, che la Principessa teneva posato su un dito, e n'ebbe paura e gioia quasi nello stesso momento.
Non lo potevano pi tenere in gabbia: voleva volare qua e l, fare il chiasso con gli altri uccellini su pei rami degli alberi del giardino.
- Non aver paura, mamma! Non aver paura, babbo!
E volava via; e li chiamava dalla cima di un albero, dalla grondaia di un tetto:
- Mamma! Babbo! - E spesso portava con s uno stormo di altri uccellini, passerotti, capinere, cardellini, raperini, pettirossi come lui. Entravano con un gran frullio d'ali, s'inseguivano di stanza in stanza, si posavano sulle cornici dei quadri e degli specchi, sui tavolini, sui letti, indisturbati, perch il Principe e la Principessa avevano paura d'incappare in qualche guaio peggiore di quello sofferto e per cui soffrivano ancora.
Anzi la Principessa, visto che quell'invasione ormai accadeva ogni giorno, buttava qua e l miglio, midolle, bricioli, canapuccia, scaglila, insalatina tritata, e teneva preparati beverini con acqua, ciotoline per potervisi bagnare.
Si sarebbe divertita anzi, vedendosi trattata con tanta familiarit da tutti quegli uccellini che, prima, al suo apparire in una stanza, scappavano, se essi, in compenso, avessero badato un poco alla pulizia. Invece, sporcavano da per tutto, cantando, trillando, pigolando, quasi fossero in piena campagna.
- Ah, .figliolo, figliolo! Dovresti farglielo capire.
- Compatiscili, mamma; non sanno di far male.
E in aprile e maggio, il castello era pieno di nidi. Non c'era stanza dove i passerotti, i cardellini, le capinere, i pettirossi non ne avessero collocati due, tre, come se il castello fosse stato casa loro.
La Principessa ne trovava su le mensole, su i tavolini, negli angoli per terra, su i cassettoni, su gli armadi, su i canap, su le poltrone, appesi alle branche delle lmiere, dei saloni; e dei salotti, fin sul cielo del cortinaggio di camera.
Ed era un andare, un venire, un pigolare di uccellini appena scovati e affamati con le testine in aria e i beccucci spalancati.
- Ah, figliuolo, figliuolo!
- Quando sar cresciuto, non avverr pi, mammina!...
E quantunque fossero gi trascorsi dodici anni, e il Principino parlasse spesso con lei, la povera Principessa non sapeva ancora difendersi da un'impressione di paura.
Erano passati dodici lunghi anni, che al Principe e alla Principessa erano parsi dodici secoli!
Ora il principino Pettirosso scappava via due volte al giorno e non si sapeva dove andasse. Andava certamente lontano, perch non si udiva pi nei dintorni il gorgheggio del suo canto.
- Principino, dove andate? Vado in cerca della sposa.
- Principessa come voi, non dimenticate la vostra qualit.
- E pi buona che bella. Principessa o no, non importa.
- S, mamma! S babbo!
E scappava via; e quando tardava a ritornare, Principe e Principessa passavano ore di angoscia mortale.
- Che gli sia capitata qualche disgrazia?
- Non gli facciamo il cattivo augurio ....
Appena,arrivava:
- Dove siete stato, Principino?
- Avete trovato, Principino?
- Sono stato in cento posti, ma non ho ancora trovato nulla.
- Come? Non ci sono pi Principesse a questo mondo?
- Ce ne sono, mamma, anche troppe, ma non fanno per me.
- E le altre donne?
- Babbo, le buone non sono belle, e le belle non sono buone, quelle che ho viste, intendo dire. Cercher, ho ancora tempo un anno.
- Principessa come voi, non dimenticate la vostra qualit.
- E pi buona che bella. Principessa o no, non importa.
- S, mamma! Si, babbo!
E scappava via.
La Principessa non poteva sopportare che il Principe dicesse al figlio: - Principessa o no, non importa.
- Come, non importa? Deve dunque abbassarsi fino al fango della terra?
- Chi ha mai detto questo? Pi buona che bella non significa fango, mi pare.
- Vedrete che il Principino commetter qualche sciocchezza.
- Ne commettiamo tutti
- Ah! Mi rinfacciate ancora?! ....
E continuavano a bisticciarsi, fino al ritorno del principino Pettirosso.
- Avete trovato?
- Non ho trovato!
- Mancano Principesse?
- Manca quella che vorrei io.
- E le altre donne?
- Le buone non sono belle; le belle non sono buone, quelle che ho viste, intendo dire. Cercher ancora, babbo!
- Principessa, come voi!
- E pi buona che bella. Principessa o no, non importa.
- S, mamma! S, babbo!
E scappava via.
Un giorno, finalmente, lo videro tornare con volo cos impetuoso, che lo credettero inseguito da qualche uccello di rapina. Volava per la stanza, facendo giri, intrecci; sembrava ammattito. Ci volle un pezzetto prima che si calmasse.
- Che cosa accade, Principino?
- Ho trovato, mamma! Ho trovato!
- Una Principessa?
- Una pi buona che bella?
- Principessa, e pi buona che bella! Sposer Cingallegra.
- Ah, figlio, figlio mio!
La Principessa dtte in un pianto che mai.
Chi era Cingallegra? Egli dunque s'immaginava di dover restare pettirosso per tutta la vita! Ci mancava quest'altra disgrazia!
- Chi  Cingallegra? - gli domand il Principe, angustiato anche lui.
- Colei che canta nell'orto del ramaio.
-  dunque una giovane?
- Pi buona che bella, come tu la volevi.
- Ed  figlia di un ramaio?
-  pi Principessa di me che ora sono pettirosso - rispose ridendo.
- Ah figlio! Figlio mio!
E la Principessa, sentendogli dire queste cose, dava in un pianto pi dirotto.
Ora il principino Pettirosso andava via avanti l'alba e tornava col sole non ancora alto.
- Donde venite, Principino?
- Da Cingallegra, mamma cara.
- Se mi volete bene, lasciatela andare. Cingallegra non fa per voi.
- Se la sentiste cantare, non direste cos.
Ripartiva col sole vicino al tramonto e tornava prima che fosse sera inoltrata.
- Donde venite, Principino?
- Da Cingallegra, babbo caro.
- E come canta Cingallegra?
- Canta cos.
Ma non gli riusciva di cantare con voce umana; gorgheggiava, gorgheggiava, e, dopo un pezzetto, si interrompeva:
- No, non  proprio cos!
E in camera, o su un ramo d'albero del giardino, gorgheggiava, gorgheggiava, provando, riprovando, interrompendosi all'ultimo:
- No, non  proprio costi
La Principessa era inconsolabile. Pensava:
- Se non avessi distrutto il nido e rotto quegli ovicini, tutto questo non sarebbe accaduto! Ah, figlio mio, figlio mio!
N lei, n il Principe, intanto, si ricordavano che il principino Pettirosso era gi sul punto di compire i vent'anni.
Una mattina, che lo credevano volato via avanti l'alba, non vedendolo ritornare all'ora solita; Principe e Principessa stavano in gran pensiero.
- Che gli sia accaduto, qualche disgrazia?
- Non gli facciamo il cattivo augurio!
E si misero alla finestra, guardando verso il punto d'onde pel solito lo vedevano spuntare.
Sentirono rumor di passi alle spalle...
Principe e Principessa credettero impazzire dalla gioia.
- Sono io, mamma! Sono io, babbol
Il Principino aveva cessato di essere pettirosso, ed era un bel giovane, biondo come la madre, alto e ben fatto come il padre. I baci e gli abbracci non finivano pi.
La Principessa si immaginava che ora il Principino non avrebbe pi parlato di Cingallegra.
Invece ne riparl subito. La madre ne fu desolata. II padre, pi condiscendente, diceva:
- Poich  pi buona che bella!
- La figliola di un ramaio! Non acconsento! Non acconsento!
Il Principe, per calmarla, le disse:
- Andiamo a prender consiglio dal mago Barba-d'oro.
- Andiamo a prender consiglio dalla fata Cicogna, che ne sa pi di lui!
Si decisero per la fata Cicogna.
Ma la mattina che stavano per partire, alzano gli occhi e che cosa veggono? La fata Cicogna su una torretta del castello; il nido d'oro luccicava al sole sotto di essa, e tra l'intreccio delle barrette che figuravano da sterpi, si scorgeva il bianco degli ovi d'argento.
- Oh, fata Cicogna, noi venivamo da voi!...

Ha fatto mala bisogna
Chi ha detto fata Cicogna.

- Fata Splendore! Fata Splendore! - grid allora la Principessa.

Tra le piume  nato un giglio,
Non era figlio ed ora  figlio.
Padella preparata,
Frittata e non frittata!

Aperse le ali, tese piedi, e la fata Cicogna vol via.
- Volete una risposta pi chiara? - disse il Principe.
La Principessa chin il capo, abbattuta.
- Padella preparata,  evidente, significa la figlia del ramaio.
- E frittata e non frittata che vorr significare?
- Significa, credo, che tutto ander pel suo meglio. Ci ha lasciato il nido d'oro e le uova d'argento;  il buon augurio agli sposi.
Come il principe Pettirosso sposasse Cingallegra voi lo sapete da un pezzo e sapete anche che il ramaio e Reginotta furono accolti nel castello e beneficati da loro.
Apprenderete oggi il resto, e le due fiabe saranno compiute. Quando il principe Pettirosso rispondeva, ridendo, al padre:
-  pi Principessa di me, che ora sono pettirosso - sapeva bene quel che diceva.
In uno di quei giorni che volava attorno da mattina a sera in cerca di una sposa, Principessa come voleva sua madre, o pi buona che bella come gli suggeriva suo padre, il Principino aveva incontrata la fata Cicogna.
- Dove vai, piccolo pettirosso?
- Cerco la mia fortuna, una moglie.
- Vieni con me, te la trovo io.
- Principessa?
- Principessa.
- Pi buona che bella?
- Pi buona che bella! Eccola l.
E gli mostr Cingallegra che cantava, sciorinando i panni nell'orto.
- Pi buona che bella pu darsi, ma Principessa...
- Principessa quanto te e pi di te.
- Come mai?
- L'hanno scambiata a balia: e i parenti non se ne sono accorti. La figlia del ramaio aveva una voglia di fragola sotto l'ascella, e Cingallegra non l'ha. Cingallegra  figlia di Principi. Ti basti di saper questo.
Infatti un giorno, a tavola, il principe Pettirosso disse al ramaio:
- Vostra figlia dovrebbe avere una voglia di fragola sotto l'ascella.
- Certamente; sembrava una fragoletta davvero.
- Ma Cingallegra non l'ha.
- Non l'ha?
E cos fu confermato quel che aveva detto fata Cicogna.
Ma ora alla Principessa non importava pi che Cingallegra fosse o non fosse figliola di ramaio. Non vedeva lume che per gli occhi di lei.
Accade spesso cos.

Frittata e non frittata,
La fiaba  terminata.



RADICHETTA

C'era una volta una povera donna a cui nacque un bambino cos piccinino che, invece di fasciarlo, dov tenerlo avvolto nella bambagia. Bello, ben proporzionato, sembrava una figurina di cera uscita dalle mani capricciose di un figurinaio. Non sapendo che nome dargli, ella lo chiam Radichetta.
Aveva gi sei mesi e non era pi alto d'una spanna. Mentre ella filava lo teneva in una tasca del grembiule, e, spesso, Radichetta la faceva arrabbiare, afferrando il filo o fermando il fuso col pericolo di farsi storpiare una manina.
La poveretta, quando era sola in casa, e il bambino dormiva in una piccola cesta ridotta a culla, si struggeva in lacrime pensando alla sorte della sua creatura.
Come avrebbe potuto guadagnarsi il pane? Finch campava lei, Radichetta non avrebbe sofferto la fame; quel po'che guadagnava sarebbe bastato per tutti e due. Ma dopo? E se lei moriva, com'era morto il padre, che lo aveva lasciato orfano a tre mesi?
Le vicine le dicevano:
- Non vi angustiate;  anzi una fortuna che sia un aborto cos strano. Potrete condurlo attorno: chi vorr vederlo dovr pagare un soldo, due soldi, secondo. Vi arricchirete.
Il consiglio non era cattivo, ma la povera madre non sapeva indursi a metterlo in atto: le sembrava di avvilire il bambino, menandolo attorno per dare spettacolo della sua disgrazia.
Aveva sentito dire che, a ogni luna nuova, si radunavano nel vicino bosco le Fate o le Nonne, non sapeva bene. Le Nonne, come le chiamavano, s'introducevano anche nelle case entrando pel buco della serratura, e guarivano i bambini malati. Qualche volta per, per gastigare i genitori, li storpiavano. Ma lei non poteva aver timore che le maltrattassero il figliolino; non aveva fatto male a nessuno, e non aveva mai parlato male delle Nonne.
Aspett dunque qualche mese, lusingandosi che, una notte o l'altra, esse venissero a visitarla e a far crescere di statura il bambino. E ogni notte, prima di addormentarsi, invocava:
- Nonne, Nonne buone, venite! Il mio bambino ha bisogno del vostro aiuto.
Vedendo,che le Nonne non venivano, quantunque pregate e ripregate, la poverina si decise di recarsi col figlio nel bosco vicino, la prima notte di luna nuova.
Si avvi, verso il tramonto, portando il bambino addormentato nella tasca del grembiule; ed era gi notte quando arriv l dove il bosco s'infittiva di pi. Procedeva tentoni, urtando spesso in un tronco d'albero, impigliandosi in una siepe, col cuore che le tremava ad ogni rumore, ad ogni grido di uccello notturno, a ogni sguisciare di animali impauriti dalla sua presenza. L'amore del figliolino le infondeva coraggio. E cos, prima della mezzanotte, arriv nella radura dove, secondo la gente, venivano le Fate a ballare e a divertirsi. In alto, fra i rami degli alberi, s'intravedeva un filo di luna.
Cav di tasca il bambino ancora addormentato, lo pos su l'erba nel mezzo della radura, e si nascose dietro una siepe per veder quel che sarebbe accaduto.
Ed ecco, alla mezzanotte in punto, un lumicino tra gli alberi, e poi, di qua, di l, quasi sbucassero dal tronchi, le Fate, vestite di abiti fosforescenti, coronate di fiori freschi, che si abbandonano a un ballo vorticoso, tenendosi per mano, e cos agili, cos leggre, che pareva non toccassero il suolo coi piedi calzati di sandali di oro.
La povera madre tratteneva il respiro, atterrita che, nella furia del ballo, le Fate calpestassero il bambino, dormente su l'erba. Esse intanto continuavano pi allegramente e pi furiosamente la ronda, senza accorgersi di lui. Tutt'a un tratto, si fermarono, e stettero in orecchio:

- Chi ci vede e chi ci sente,
Sorda e cca immantinente!
Chi ci sente e chi ci vede,
Cionca a un braccio e zoppa a un piede!

- Ah! Fate, Fate belle, sono una povera madre!
Al grido della donna le Fate disparvero. Soltanto una indugi alquanto avendo urtato con un piede il bambino che si dest e si mise a piangere.
La Fata per, da bella e giovane, si era trasformata in vecchia grinzosa e canuta che si reggeva su un bastone. Si chin, prese in mano il bambino e disse:
- Oh che carne tenerina! Ne faccio due bocconi!
- Per carit, buona Fata, risparmiate la mia creatura! Se avete fame, qui c' la mia carne; se avete sete, qui c' il mio sangue.
La donna, saltata fuori dal nascondiglio, si era buttata al piedi della Fata e tentava di levarle di mano il bambino.
- Eccomi pronta, buona Fata.
E si denudava le braccia, porgendole.
-  stato per provarti; le Fate non fanno male. Che cosa vorresti pel tuo bambino?
- Che abbia la crescenza uguale a quella degli altri.
- Avr qualcosa di meglio. Crescer di altre due spanne non pi. In certi momenti di gran bisogno per potr allungare la sua statura quanto vorr, fino a diventare un gigante. Baster che si metta in bocca il pollice della mano destra e che vi soffi forte come in un cannello. Mezz'ora dopo sgonfier e torner qual era prima.
- Grazie, buona Fata!
- Badi, per: di questo privilegio non deve servirsi per far del male agli altri, o per qualche cattivo scopo. Non solamente perder per sempre quella virt, ma sar gastigato.
- In che modo, buona Fata?  bene saperlo per avvertirlo.
- Gli spunteranno due gobbe, una davanti e l'altra di dietro.
- Ah! povero figlio mio! Ma non avverr, buona Fata!
- Ed ecco come dovr fare.
La Fata prese la manina destra di Radichetta, si mise tra le labbra il pollice e cominci a soffiare.
Quasi avesse gonfiato un otre, Radichetta erebbe di due spanne, bello, ben proporzionato; sembrava un altro. Sua madre piangeva dalla gioia; lo riconosceva a stento.
- E non dire a nessuno di quel che hai visto e udito. Il bambino non deve saper niente prima di aver compiuto quindici anni.
- Non sapr niente, buona Fata.
La povera madre voleva baciarle i piedi per ringraziarla; ma la Fata, diventata di nuovo bella, fosforescente, coronata di fiori, le spariva a un tratto davanti.
La donna, col bambino tra le braccia, non si saziava di baciarlo e ribaciarlo.
- Figliolino del mio cuore,  stata la tua fortuna!
E si sed su l'erba, aspettando che spuntasse l'alba, per uscire dal bosco.
Si era immaginato che il bambino sarebbe restato di tre spanne, come la Fata lo aveva fatto crescere soffiando il pollice della mano destra quasi fosse stato un cavallino. Invece, a poco a poco, se lo senti sgonfiare tra le braccia, e prima che l'alba spuntasse, Radichetta era gi tornato piccinino una spanna come prima.
Per un istante, ella cred che la Fata si fosse fatta beffe di lei.
Si era messa in bocca il pollice della mano destra del bambino e aveva tentato di rigonfiarlo, ma non era riuscita. Si riprese per sbito, pensando che le Fate non sono cattive, e torn a casa con la lieta speranza che Radichetta, a quindici anni, in momenti di gran bisogno, avrebbe potuto far crescere la sua statura fino a divenire un gigante,
Intanto torn a filare, tenendo il figliolino nella tasca del grembiule.
Egli era cos vispo, cos  allegro che formava lo spasso delle vicine e dei loro ragazzi.
- Radichetta, vuoi una chicca?
- Si, una oggi, e l'altra domani.
Rispondeva con una vocina sottile sottile, che si sentiva appena.
- Allora sono due! Sei ghiotto, Radichetta!
- Dmmene mezza, ma sbito, via!
- Vieni a prendertela; salta fuori dalla tasca.
E Radichetta, lesto lesto, scavalcava l'orlo della tasca del grembiule della mamma, si lasciava scivolare lungo la sua sottana e correva dietro a colui che gli aveva mostrato la chicca e faceva finta di non volergliela dare.
- Bravo, Radichetta! Viva Radichetta! Ah! Ah!
Era uno spettacolo vedergli muovere rapidamente le gambine; le comari e gli altri ragazzi ridevano, battevano le mani, fino a che quell'altro non si lasciava afferrare, e non gli dava la chicca.
- Hai visto? - esclamava Radichetta trionfante, quasi gliela avesse tolta a forza.
E arrampicandosi di nuovo alle falde della gonna della sua mamma, rientrava nella tasca del grembiule.
La povera donna doveva tenerlo l, per evitare che i polli non lo beccassero; era cos: piccinino, che non ne avevano paura, e lui non badava a pericoli.
Le poche volte che ella lo aveva lasciato libero per la via, se l'era visto sparire davanti. Radichetta correva di qua, correva di l, si rimpiattava dovunque, e lei dall'ansiet che potesse accadergli qualche disgrazia, non aveva avuto pace, finch non lo aveva rintracciato e rimesso nella tasca.
Gli anni passavano; Radichetta era gi cresciuto di una spanna e mezzo, e aveva dodici anni.
Sua madre non lo teneva pi nella tasca del grembiule, ma lo voleva sempre accanto a s o sotto i suoi occhi. Era troppo vivace e anche un po'manesco, quantunque uno schiaffo o un pugno di lui sembrassero piuttosto una carezza. Non era lo stesso per Radichetta. Uno spintone, un pugno, uno schiaffo degli altri ragazzi con cui attaccava facilmente lite facendo il chiasso, lo mandavano ruzzoloni per terra, o gli lasciavano i lividi sul viso. La povera mamma lo ammoniva, gli dava sempre torto, quantunque spesso avesse ragione. E minacciava i ragazzi:
- Vedrete, un giorno o l'altro, come vi concer Radichetta!
- Per ora le ha avute; se le tenga!
Radichetta, dalla stizza, si mordeva le manine.
- Mamma, perch hai detto: Vedrete, un giorno o l'altro, come vi concer Radichetta?
- Perch sar cosi; lo saprai a quindici anni.
- E quanto ci vorr ancora?
- Un altr'anno, figliolo mio.
I ragazzi avevano preso a beffarlo.
Quando ci concerai, Radichetta?
- Come ci concerai, Radichetta?
- Vi concer bene, non dubitate!
- Gridalo forte, ftti sentire.
E Radichetta, con quella vocina sottile sottile che si sentiva appena, si sforzava a gridare:
- Vi concer bene, non dubitate!
- Intanto ti abbiamo conciato noi, Radichetta!
La mattina in cui egli compiva i quindici anni, la madre lo prese su le ginocchia (era gi alto tre spanne) e gli disse:
- Sta'attento, figliolo mio.
Gli raccont punto per punto quel che aveva visto la notte di luna nuova passata nel bosco con lui addormentato e messo a giacere su l'erba in mezzo alla radura.
- E poi? - la interrompeva Radichetta.
- E poi le Fate si accorsero della mia presenza e mi avrebbero buttato addosso un'imprecazione tremenda:

Chi ci vede e chi ci sente
Sorda e cca immantinente!
Chi ci sente e chi ci vede
Cionca a un braccio e zoppa a un piede!

Ma io gridai: Fate belle, sono una povera madre! Sparirono, e fui salva.
- E poi?
La madre si affrett a raccontare il resto fino alla raccomandazione della Fata:
- Badi, non si serva di questo privilegio per far male agli altri o per qualche scopo cattivo.
- cos non potr conciare i ragazzi che mi hanno picchiato! - esclam Radichetta piagnucolando.
-  meglio far bene per male, figliolo mio!
Radichetta non la intendeva a questo modo, tanto che rispose:
- Allora non soffier mai nel pollice. Che me ne faccio di questo bel regalo, se non posso rendere male per male? E corro il pericolo di buscarmi due gobbe, una davanti e l'altra di dietro!
- Intanto prova, figliolo mio!
- Niente; non vo'neppur provare!
E non ci fu verso d'indurlo a mettersi in bocca il pollice della mano destra per accertarsi che la Fata non li avesse ingannati.
Ma ecco, una notte, urli e pianti nella via. Era una nottataccia; pioveva a dirotto e tirava un vento cos furioso, che pareva volesse sradicare le case.
- Che cosa avviene, mamma?
- Chi lo sa? Apro la finestra e sto ad ascoltare.
E, nel buio, si sentiva urlare: - Aiuto! Aiuto! Ladri! Ci ammazzano!
Radichetta salt gi dal lettino, che aveva per materassa due guanciali, e si vest in fretta.
- Dove vuoi andare, figlio mio?
- Vo a vedere questi ladri!
Si mise in bocca il pollice della mano destra, e cominci a soffiare. In meno di un minuto era diventato un omaccione.
- Costoro, s, vo'conciarli bene!
Sua madre non pot trattenerlo. Si udivano sempre pi alte le grida: - Aiuto! Aiuto! Ladri! Ci ammazzano!...
Alla cantonata Radichetta si ferm; riprese a soffiare nel pollice; in meno di un minuto era diventato un gigante. E con due sgambate si trovava davanti alla casa d'onde uscivano quelle grida: - Aiuto! Ladri! Ci ammazzano!
Trascorsi pochi istanti, non si ud pi niente.
E la mattina dopo furono visti sul tetto di quella casa quattro ladri legati come tanti salami, pallidi, atterriti, non tanto del trovarsi legati a quel modo, ma della terribile apparizione del gigante. Egli, infatti, senza scomodarsi, aveva sfondato con un pugno una finestra, aveva ficcato dentro la stanza un braccio enorme e una manona con cui li aveva afferrati tutti e quattro e stretti nel pugno come niente; all'ultimo, legtili tutti e quattro insieme, e tirtili fuori, li aveva deposti sul tetto, sollevandoli come fuscelli; ed era sparito nel buio.
Radichetta, compiuta la bella impresa, tornato zitto zitto a casa, non era potuto rientrare, ed era stato costretto a passare mezz'ora davanti all'uscio, aspettando di sgonfiarsi.
Fin sua madre, che lo attendeva alla finestra, aveva avuto paura di quel gigante che sorpassava con la testa la pi alta casa del vicinato.
- Che cosa hai fatto, figliolo mio?
- Lasciami sgonfiare; ti racconter ogni cosa dopo.
Passata mezz'ora, Radichetta era ridiventato un omino alto tre spanne.
- Ti hanno riconosciuto, figlio mio?
- Non mi ha riconosciuto nessuno; e non voglio che si sappia che ho questa virt. Se non ero io, quella famiglia era scannata e derubata.
- Sei contento di aver compiuto un'opera buona?
- Contentissimo, mamma!
E mamma e figliolo si rimisero a letto, e dormirono tranquillamente fino a tardi.
Non si parlava d'altro nel vicinato.
- Come? Non avete sentito nulla?
- Nulla. Che cos' accaduto?
Ognuno faceva un racconto a modo suo. I ladri stavano per svaligiare una casa. Passava per caso da quelle parti l'Orco e accorse. I ladri eran dieci. Sei l'Orco se li maciull in un batter d'occhio; e stava per spolparsi gli altri quattro, quando son la mezzanotte. Gli Orchi alla mezzanotte devono tornare alle loro tane; e cos li lasci sul tetto, legati perch non fuggissero.
- Siete sicuro che  stato proprio l'Orco?
- Chi volete che sia stato? Era un gigante, pi alto di un campanile.
Una delle vicine, per chiasso, disse:
- Sar stato Radichetta.  vero che sei stato l?
- Io, proprio io!
Tutti si misero a ridere. Chi poteva immaginare che Radichetta dicesse la verit?
E per prenderlo in giro, i ragazzi inventarono una canzonetta e gliela cantavano in coro:

- Radichetta ha il muso sporco,
Mangia gente come l'Orco.
Se gli danno una polpetta,
Met ne mangia, met ne getta.
Ora dice: Sono l'Orco!
Radichetta, muso sporco.

Da principio, egli li lasci dire. Rideva in cuor suo, pensando che, se gliene fosse venuta la fantasia, data una soffiatina al pollice, sarebbe stato subito in caso di sbatacchiarli nel muro come tanti ranocchi.
Sua madre si raccomandava:
- Non te ne curare, figliolo mio! Smetteranno, vedrai!
Invece, vedendogliela prendere in santa pace, quasi avesse paura di loro, quei birbi non smettevano punto, anzi rincaravano la dose. La sera attendevano che mamma e figliolo fossero andati a letto, e si radunavano dietro l'uscio sotto la finestra della casetta, per far loro la serenata:

- Radichetta ha il muso sporco,
Mangia gente come l'Orco.

La povera donna si affacciava alla finestra:
- Volete finirla, ragazzacci?
Radichetta, coricato nel suo lettino, con due guanciali per materassa, ripeteva sottovoce:
- Se scendo gi! Se scendo gi!
E i ragazzacci:

- Se gli danno una polpetta,
Met ne mangia, met ne getta!

- Volete finirla, ragazzacci? O vi butto un secchio d'acqua!
Alla minaccia, i discoli si allontanavano, e facendo capolino dalla cantonata, riprendevano pi forte:

- Ora dice: Sono l'Orco!
Radichetta, muso sporco!

E scappavano via. Ogni due o tre sere, daccapo.
Radichetta non ne poteva pi!
Una sera che il cielo era coperto di nuvole e nel vicolo faceva un gran buio, che cosa pens di fare Radichetta?
Pens di rimpiattarsi dietro l'uscio della casetta vicina, e di attendere che i ragazzacci venissero per la solita serenata.
- Per carit, figliolo mio, non far male a quegli screanzati. Ricordati! Ricordati!
Intendeva dire: ricordati delle due gobbe!
- Mamma, lasciami fare. Vedrai che non ricominceranno pi.
Cosi piccinino com'era e accoccolato dietro l'uscio, col buio della sera, i ragazzacci, venuti pi numerosi delle altre volte, non potevano scorgerlo affatto. E, al segnale di uno di loro che faceva da capo, diedero la stura alla canzonetta di loro invenzione:

- Radichetta ha il muso sporco,
Mangia gente come l'Orco!

Radichetta intanto, messosi il pollice della mano destra tra le labbra soffiava lentamente, soffiava, soffiava, e diventava un omaccione spropositato. Non ostante il buio, qualcuno dei ragazzi se n'accrse e di l'allarme. Volevano scappare, ma Radichetta, con quel corpaccio spropositato sbarrava l'uscita del vicolo, afferrava a uno a uno i ragazzi, somministrava loro una lieve sculacciata e li metteva fuori; se gliene avesse data una forte, li avrebbe conciati per le feste. Pianti, strilli, grida di spavento. Un omaccione a quella maniera nessuno l'aveva mai visto; siccome, a ogni sculacciata, Radichetta mandava un grugnito per impaurirli di pi, cos appena uno grid: L'Orco! l'Orco!, tutti si misero a urlare: L'Orco, l'Orco!
La madre era affacciata alla finestra:
- Lasciali andare, Radichetta! Basta, Radichetta!
E infatti, egli si tir da una parte e lasci scappare gli altri ragazzi senza molestarli. Poi, aperto l'uscio, era entrato carponi, con molto stento, aspettando di sgonfiare.
Ma la mattina dopo, tutto il villaggio ragionava animatamente dell'accaduto. Non c'era pi dubbio: Radichetta era Orco! Altrimenti sua madre non avrebbe gridato dalla finestra:
- Lasciali andare, Radichetta! Basta, Radichetta! - E per non farsi riconoscere, si dava quella statura di tre spanne!
Le mamme erano atterrite. Prima di sera chiudevano in casa i bambini perch sapevano che gli Orchi si nutrono di carni tenerelle. E durante il giorno non volevano pi che essi facessero il chiasso con Radichetta. In un batter d'occhio poteva trasformarsi in Orco e inghiottire qualcuno senza neppure masticarlo.
E non valeva che Radichetta non facesse male a nessuno. E non valse che in parecchie occasioni egli avesse salvata la vita di molte persone, quando il fiume vicino era straripato e aveva inondato le campagne e circondato il villaggio, e le acque torbide e vorticose portavano via pagliai, bestiame e tanta povera gente.
Radichetta, gonfiatosi fino a quattro metri di altezza, con le gambe in mezzo all'acqua, afferrava cinque, sei persone alla volta; due tre buoi a una volta, e li portava di corsa all'asciutto, fuori di pericolo. Aveva cominciato dalla sua mamma e non si era riposato fino a che non aveva salvato tutti coloro che chiedevano aiuto da ogni parte.
Allora, vistolo all'opra, tutti lo avevano invocato: Radichetta! Radichetta! con le lacrime agli occhi, con le braccia tese. Ma, dopo, nessuno gli era rimasto grato, nessuno voleva aver a che fare con quell'omino di tre spanne, che da un momento all'altro poteva trasformarsi in gigante.
- Peggio per loro! - disse un giorno Radichetta alla sua mamma. - Io me ne vado pel mondo, in cerca di fortuna. Voglio tornare ricco, mamma, e fabbricarti un palazzo.
- No, figliolo mio! Io sono contenta della nostra casetta; non saprei che cosa farmene di un palazzo. Come ti  venuta questa cattiva idea?
- Fra un anno sar di ritorno.
Non ci fu verso di distoglierlo da questa risoluzione.
- Ricordati! Ricordati!
E la poveretta intendeva dire: ricordati delle due gobbe! Radichetta si mise, come suol dirsi, la via tra le gambe, e non si ferm fino a che non fu notte. Aveva camminato alla ventura; era stanco, e per riposarsi e dormire si sdraiava su l'erba di un prato.
Appena appisolato, si senti scuotere e chiamare.
- Ehi! Ragazzino!
Al lume di luna scrse sei brutti ceffi, armati fino al denti.
- Chi siete? Che cosa volete?
- Siamo la Provvidenza. Togliamo a chi ha troppo e diamo a chi non ha niente. Vieni con noi.
Radichetta esitava, pure si era alzato in piedi.
- Quant'anni hai? - gli domand uno di quei brutti ceffi.
- Venticinque.
Ed era vero.
- Ah! Dunque tu sei l'omino di tre spanne, di cui abbiamo inteso parlare.
- Sono l'omino di tre spanne.
- E puoi, a volont, trasformarti in gigante?
- Che ve n'importa, se fosse cos?
- Puoi arricchirti e farai arricchire.
- In che modo?
- Facendo da Provvidenza insieme con noi; togliere a chi ha troppo e dare a chi non ha niente.
- Questo significa rubare.
- Non badare alle parole. Su, su; vieni con noi.
Radichetta esitava.
- Sarai il nostro capo; comanderai e sarai obbedito. Con te, in poco tempo, diventeremo ricchi sfondati.
- Potr fabbricare un palazzo alla mia mamma?
- Meglio di quello del Re.
Radichetta non esit pi. Togliere a chi ha troppo e dare a chi non ha niente, come dicevano coloro, non gli sembrava una cattiva azione. E poi l'idea di arricchire presto e di tornare al villaggio per fabbricare a sua madre un palazzo pi bello di quello del Re gli faceva girare il capo.
- Che cosa dovr fare con voi?
- Quasi niente. Quando sar il momento opportuno diventerai un gigante, stenderai il braccio fin dove nessuno di noi potrebbe arrivare, ficcherai la mano da una finestra, da un balcone e farai repulisti di quel che ci sar di troppo in una casa: oro, argento, pietre preziose, cose che non si mangiano ma che dnno da mangiare. Tu prenderai doppia parte. Le altre parti, una per ciascuno di noi.
- E che cosa daremo a chi non ha niente?
- A questo penser ognuno per proprio conto. I primi a non aver niente siamo noi.
- No, non mi piace. Ci son tanti poveretti a questo mondo...
- Daremo una parte ai poveri; hai ragione. E and con loro.
Arrivarono davanti a un palazzo che sembrava un castello. Ponti levatoi, torri, torrette, feritoie.
- Su, dunque, diventa gigante.
Radichetta si mise tra le labbra il pollice della mano destra e cominci a soffiare, a soffiare, a soffiare. In pochi istanti era gi pi alto del pi alto torrione del castello.
- Prndici in mano a uno a uno, mttici sul tetto e lascia fare a noi.
Radichetta ne afferr tre con una mano e tre con l'altra, e li pos sull'orlo del tetto, davanti a un abbaino. Con una ditata sfond l'imposta, e i ladri entrarono dentro.
Dopo un buon pezzo, riccoli, carichi di ogni ben di Dio: oro, argento, pietre preziose. Radichetta questa volta li afferr a uno a uno, li depose per terra, e disse:
- Dividiamo.
- Due parti per te; una per ciascuno di noi, e il resto pei poveri, i primi che incontreremo.
Incontrarono un vecchietto curvo sotto un gran fastello di legna.
Radichetta, che aveva voluto essere l'elemosiniere, ficc la mano in un sacco:
- Tenete buon uomo; non penerete pi.
E passarono oltre, prima che colui potesse rinvenire dalla sorpresa. Incontrarono una povera donna, vestita di stracci, secca allampanata, con due bambini per mano pi cenciosi e pi allampanati di lei.
Radichetta ficc la mano in un sacco:
- Tenete, poverina; questo per te, e quest'altro per te.
Mamma e bambini non ebbero tempo di rinvenire dalla sorpresa, che gi Radichetta e i suoi compagni si erano dileguati. Giunsero, verso sera, in un altro posto.
- Tu, Radichetta, domanderai alloggio in quel palazzo. Vedendoti cos piccolo, non sospetteranno di nulla. Quando tutti saranno addormentati, ti gonfierai, aprirai l'uscio o una finestra, stenderai gi un braccio e ci prenderai a uno, a due, a tre, come ti torner pi comodo. Pel resto, lascia fare a noi.
Gran bottino, assai pi dell'altra volta. Avevano riempito sei sacchi: oro, argento, pietre preziose. Radichetta prima cal gi i sacchi, poi i compagni; e siccome stava per sgonfiare, infil un finestrone, e si lasci cascar gi a poca altezza dal terreno.
Dividiamo.
- Due parti per te; una per ciascuno di noi; e il resto ai poveri, i primi che incontreremo.
I ladri andarono a deporre il bottino in una delle grotte dove stavano nascosti durante la giornata, e poi, con la parte destinata al poveri, si fermavano a un capo di strada, in attesa del primo povero che sarebbe passato.
Prima pass una ragazzina che piangeva, tutta smarrita.
- Perch piangi, bella figliola?
- Avevo due capre che davano da campare alla mia mamma e a me;  venuto il lupo e me le ha sbranate.
- Tieni; non avrai pi bisogno delle capre.
Radichetta le di due manciate di monete d'oro.
E prima che colei potesse rinvenire dalla sorpresa, essi erano gi lontani.
Incontrarono un contadino che tirava per la cavezza un asino spelato, sbilenco, tutto pieno di guidaleschi.
- Dove andate, compare?
- Vado a buttarmi da un precipizio assieme con la mia povera bestia. Era l'unica mia risorsa; ma la fatica e il cattivo nutrimento l'hanno ridotta tosi. Meglio morire che vivere di stenti; lasciatemi andare.
- Fatevi coraggio, compare; tenete da comprarvi un altr'asino, o un mulo, o un cavallo; non bisogna mai disperare.
- E voi chi siete?
- Siamo la Provvidenza.
E prima che il contadino rinvenisse dalla sorpresa, essi eran gi lontani.
- Hai visto, Radichetta? Nessuno ci dice grazie, nessuno ci resta grato. Il meglio  che ognuno faccia la carit per proprio conto.
Radichetta, con tant'oro accumulato da parte sua, era divenuto un po'avaro; voleva sempre accumularne dell'altro, per tornare ai villaggio e fabbricare a sua madre un palazzo pi bello di quello del Re.
Cos, dopo nuove imprese ancora pi fortunate delle precedenti, diceva:
- Dividiamo.
- Due parti per te; e una per ciascuno di noi. Per coloro che non avran niente penser ognuno per conto suo.
Incontrarono altri poveri, affamati, storpi, ciechi; e Radichetta, divenuto avarissimo, pensava:
- Per chi non ha, provvederanno quest'altri, lo devo fabbricare a mia madre un palazzo pi bello di quello del Re.
E un giorno disse ai compagni:
- Me ne vado. Porto via la mia parte, per andare a fabbricare un palazzo a mia madre pi bello di quello del Re. Quando lo avr finito, ci rivedremo.
I sei ladri lo pregarono, lo scongiurarono di restar con loro un altro mese almeno; c'erano tre o quattro bei colpi da fare; ma Radichetta terme duro.
L'ultima notte che rest con loro, Radichetta non poteva prender sonno dalla contentezza di rivedere la sua mamma di cui non aveva saputo pi notizie da tanti mesi.
Aveva detto: Me ne vado pel mondo in cerca di fortuna. E tornava con tanta ricchezza, che neppur lui sapeva quanta.
Nella notte, ai buio, credendolo addormentato, i sei ladri, sotto voce, ragionavano fra loro.
- Dovr portarsi via davvero la sua parte? Ammazziamolo nel sonno, ora che  piccino di tre spanne.
- Aspettate - disse da s Radichetta; - vi concio io.
E messosi il pollice della mano destra tra le labbra, cominci a soffiare, a soffiare, a soffiare; e quando fu diventato un omaccione da poterli afferrare tutti per le gambe e sbatacchiarli nel muro, stese le braccia e li agguant. I ladri cominciarono a urlare:
- Radichetta, che cosa fai?
- Vi do quel che meritate!
Li sbatt tutti contro il muro, e li lasci pi morti che vivi. Aveva fatto un disegno nella sua mente.
- Ora soffio nel pollice, mi carico addosso tutte le ricchezze, e via di corsa fino al villaggio. Giunger prima che sia giorno.
Ma soffia, soffia, soffia, non aveva pi fiato e intanto rimaneva un omino di tre spanne.
Figuriamoci il suo sbalordimento! Aveva perduto la gran virt di crescer di statura, fino a divenire gigante. Ma ancora non capiva perch. Che cosa aveva fatto di male? Aveva tolto a chi aveva troppo e aveva dato a chi non aveva niente, come dicevano i suoi compagni.
Si era fatto giorno. Quei sei giacevano per terra, insanguinati, e non davano segni di vita. Radichetta prese con s il poco che poteva portare addosso, e si avvi pel suo villaggio, con l'intenzione di tornare a riprese nella grotta, e portar via almeno la sua parte.
Picchi all'uscio di casa sua.
- Mamma, apri; son io, Radichetta!
La povera donna di un grido di gioia e corse ad aprire. Indietreggi, spaventata:
- Ah, Radichetta! Che cosa hai fatto?
Radichetta non si era accorto che gli erano cresciute due gobbe, una davanti e l'altra di dietro. Cos corto e piccinino, con quelle due gobbe sembrava un mostro addirittura.
- Non importa, mamma - egli disse. - Ho tanto denaro da poter fabbricarti un palazzo pi bello di quello d'un Re.
Apre il sacco, dove egli aveva messo le cose pi rare e pi di valore della sua parte, e trova tanti gusci di chiocciola vuoti!
Soltanto allora Radichetta cap che aveva fatto male ad associarsi con quei ladri, e si pent di essersi lasciato lusingare dalle parole di coloro e di esser diventato a poco a poco peggio di essi. Ma non c'era pi rimedio. E dovette portare le due gobbe, una davanti e una di dietro, per tutta la vita.

Larga la via, la foglia  stretta
Questa  la fiaba di Radichetta.



LE BISACCE DEL LUPINAIO

C'era una volta un pover'uomo, con moglie e una figlia, che campava s e la famiglia vendendo i lupini.
Ogni mattina caricava sull'asino le bisacce di tela grossolana ripiene di lupini, e andava attorno, gridando con speciale cantilena:
- Lupin dolci, lupini, lupinaio!
I ragazzacci che non avevano un soldo per comprarseli, gli facevano il verso.
Uno gridava: - Lupin dolci, lupini, lupinaioI
E gli altri rispondevano in coro: - Con mezzo soldo n'avete uno staio!
Il lupinaio un po'rideva, un po'si arrabbiava, specialmente nelle giornate in cui i compratori erano stati pochi, e qualche comare gli domandava per chiasso:
-  vero? con mezzo soldo uno staio?
Non rispondeva e tirava via:
- Lupin dolci, lupini, lupinaio!
Il guaio era quando tornava a casa con le bisacce appena dimezzate. La moglie, linguacciuta, lo assaliva:
- Vedete? Non siete pi bono a vendere due bisacce di lupini!... Di che cosa dobbiamo campare? Di vento?
La figlia stava zitta, e faceva segno con gli occhi al padre di aver pazienza.
Da qualche tempo in qua, i ragazzacci, non contenti di fargli il verso, avevano trovato un barbaro mezzo di danneggiarlo, quasi fosse colpa del lupinaio se essi non possedevano un soldo per comprarsi i lupini.
Si riempivano le tasche di sassolini di fiume e si presentavano in quattro, in sei, attorno all'asino, accompagnando uno di loro che chiedeva, mostrando il soldo:
Un soldo di lupini!
E mentre il lupinaio era occupato a versare nella tasca del ragazzo il misurino dei lupini, gli altri, rapidamente, gettavano manate di sassolini in una bisaccia dandole una rinsaccata di sotto in su, perch il lupinaio non se n'accorgesse.
Se n'accorgevano invece coloro che compravano, e se la prendevano con lui. Gli toccava di leticare a ogni po'. Sembrava una malizia di rivenditore poco coscenzioso. E il peggio era quando tornava a casa con le bisacce appena dimezzate e i lupini mescolati coi ciottoli. La moglie, linguacciuta, lo assaliva:
- Vedete? Ve la fanno sotto gli occhi e non vi accorgete di niente. Se dura cos, nessuno pi comprer lupini... e noi camperemo di vento!
La figlia stava zitta, e faceva segno con gli occhi al padre di aver pazienza.
Poteva mai sospettare di quei ragazzacci?
- Un soldo di lupini!
E vedendo che quel po'di lupini dovevano dividerseli fra cinque o sei, il poveretto faceva colmo pi dell'ordinario il misurino, e intanto che lo versava nelle tasche del compratore, quegli altri, lesti lesti, buttavano nella bisaccia quanti pi sassolini potevano, e le davano una rinsaccata, di sotto in su, perch il lupinaio non se n'accorgesse.
Se n'accorgevano invece coloro che compravano; e siccome la cosa si ripeteva tutti i giorni, cos accadde che nessuno pi comprava lupini da lui.
Inutilmente si sgolava per le vie:
- Lupin dolci, lupini, lupinaio|
Non lo chiamavano, non lo fermavano pi.
Una sera, disperato di essere andato attorno tutta la giornata senza aver venduto neppure un misurino di lupini, e non avendo animo di affrontare i rimproveri della moglie, il povero lupinaio si era deciso di finirla, andando a buttarsi nel fiume.
Si cacciava l'asino davanti e pensava:
- Prima butto nel fiume questi lupini maledetti, e poi faccio il tonfo io.
Lo ferm a mezza strada una bella signora:
- Lupinaio, lupinaio! Datemi quattro soldi di lupini.
- Signora mia, rivolgetevi a un altro. Dei miei non so pi se siano i ciottoli o i lupini.  una disgrazia, che mi accade senza che io possa capire come e perch.
- Dove andate a venderli dunque?
- Vo a buttarli nel fiume, e io dietro!
- Lasciatemi vedere.
La bella signora ficc le mani prima in una, poi nell'altra bisaccia, rimescol, rimescol i lupini e ne trasse fuori una manciata:
- Dove sono i sassolini? Vi  parso, buon uomo!
Incredulo, ficc le mani anche lui fino in fondo alle bisacce, e le cav fuori piene di lupini; neppur l'ombra di un ciottolo!
- Tornate addietro, buon uomo! Farete buoni affari; vedrete|
Si volt per ringraziarla: la bella signora era sparita. E avvenne precisamente com'essa aveva predetto.
- Lupin dolci, lupini, lupinaio!
Con sua grande meraviglia, appena venduti qua e l una ventina di misurini, vide accorrere da ogni parte donne, uomini, vecchi, bambini...
- Lupinaio! Lupinaio!
Non faceva in tempo a misurare e a intascare soldi. E in meno di un'ora torn a casa con le bisacce vuote.Il giorno dopo, daccapo!
- Lupin dolci, lupini, lupinaio!
In ogni via, in ogni piazza gran folla attorno all'asino.
- Prima a me, lupinaio!
Si spingevano, si urtavano, facevano a pugni.
- Zitti! Ce n' per tutti!
E di li a poco non ce n'era pi! E il lupinaio allegro, con le tasche gonfie di soldi, torn a casa per riempire le bisacce.
La moglie, vedendo tanta ressa, gli diceva:
- Dovresti rincararli: due soldi il misurino!
Li rincar; e la folla, invece di diminuire, ingross ancora di pi. Il lupinaio non sapeva spiegarsi come mai la gente ammattisse tutt'a un tratto pei lupini, quasi fossero pi dolci dei confetti.
Nella confusione di dover servire questo e quello, egli non aveva osservato che i compratori, appena ricevuta la loro misurina di lupini frugavano con l'indice fra essi, prendevano qualcosa che vi trovavano mescolata e, poi, la pi parte, li buttavano via, senza metterne in bocca neppur uno.
Una mattina, avviandosi ad andare attorno di buon'ora, vide accostarsi una povera donna.
- Un soldo di lupini!... E, in carit, mettetevi una monetina di pi. Sono vedova ed ho quattro figli.
- Di quali monetine parlate?
- Di quelle che voi date a tutti coi lupini!
Il lupinaio rest sbalordito. Come? Lui per un soldo dava un misurino di lupini e una monetina, senza saperlo?
Prov; di un soldo di lupini alla povera donna, e vide che questa, frugato col dito, trovava una monetina grossa quanto un lupino.
- Tenete, poveretta! Tenete!
Le di altri quattro misurini, per gratitudine, e torn subito a casa, senza gridare per via: - Lupin dolci, lupini, lupinaio!
- Moglie mia! Figlia mia; siamo ricchi!
Non pot dir altro. Rovesci per terra le due bisacce di lupini e si butt ginocchioni per frugare. Li sparpagliava di qua, di l, li rimescolava, li osservava quasi a uno a uno... La moglie e la figlia lo credettero impazzito.
- Ma che cosa cerchi?
- Le monetine d'oro!
- Quali monetine?
- Quelle che, senza saperlo, ho dato alla gente con ogni misurino di lupini! Per questo si affollavano a comprare!
- Va bene - disse la moglie. - Ora che sei sicuro che non ce n', rimetti i lupini nelle bisacce e va'a venderli! Le vere monetine d'oro saranno i soldi che riporterai.
- Ma quella povera donna dunque? L'ho vista io una monetina grossa quanto un lupino!...
- Si  burlata di te!
- Babbo, la mamma ha ragione. Come pu essere?
Il lupinaio, pur ripetendo:- L'ho vista io, con questi occhi! raccolse i lupini, mise le bisacce sull'asino e si avvi:
- Lupin dolci, lupini, lupinaio!
Gran folla, gran ressa.
- Lupinaio, prima a me!
- Prima a me, lupinaio!
- Uno per volta!
E allora si accrse che la gente, avuta la sua misura di lupini, frugava con l'indice, prendeva qualcosa che vi trovava mescolata e li buttava via senza metterne in bocca neppur uno. Dunque le monetine d'oro erano mescolate ai lupini! E come mai egli non le aveva trovate?
Torn a casa con un pretesto. Rovesci per terra quel che rimaneva in fondo alle bisacce e si butt ginocchioni a frugare. Sparpagliava i lupini di qua e di l, li rimescolava, li osservava quasi a uno a uno.
- Ma che cosa cerchi?
- Le monetine d'oro. Anche questa volta le hanno trovate tra i lupini! Ed io niente!
E faceva saltar per aria, stizzosamente, i lupini che aveva davanti.
- Domani ti accompagno io. Voglio vederci chiaro. Porteremo due misurini, cos faremo pi presto.
Uscirono per le vie molto di buon'ora. ~ Lupin dolci, lupini, lupinaio!
Gran folla, gran ressa!
Ma non appena la donna si accorse che la gente, avuto il misurino di lupini, frugava con l'indice, prendeva qualcosa che vi trovava mescolata, e li buttava via senza metterne in bocca neppur uno, si convinse che era vero delle monetine, e interruppe la ,vendita.
- Marito mio, torniamo a casa: mi sento male.
Pretesto per non dare agli estranei tante belle monetine che potevano formare un tesoretto.
A casa, chiuse l'uscio, per cautela, rovesci per terra le due bisacce di lupini e si butt ginocchioni assieme col marito. Fruga, sparpaglia, rimescola... Niente! Rimescola, fruga, sparpaglia... Niente!...
- O che dobbiamo lavorare per il bel muso della gente? Smettiamo di vendere i lupini, giacch le monetine sono per loro e non per noi!
- Dici bene: smettiamo!
- Eppure abbiamo guadagnato tanti soldi - entr a dire la figliola. - I soldi per noi, le monetine, se  vero, per gli altri.
- Sta'zitta, sciocchina!
E lo stesso giorno il lupinaio port l'asino in piazza per venderlo.
- E le bisacce?
- Quelle servono a me.
Ci non ostante, molti entravano in gara, lusingandosi che quell'asino dovesse portar fortuna. Quando la gara si arrest, l'asino veniva pagato quanto un bel cavallo da corsa.
La notizia delle monetine d'oro fra i lupini era arrivata agli orecchi del Re, un avaraccio che avrebbe voluto cavar oro anche dalle rape. E ordin:
- Mandate a chiamare il lupinaio.
Uno dei Ministri aveva suggerito:
- Maest, faremo cos: il lupinaio vender per conto suo; le guardie per fermeranno i compratori, frugheranno per trovare le monetine tra i lupini e le sequestreranno in favore della cassa reale come moneta di contrabbando.
Il consiglio era parso al Re una stupenda trovata.
Il lupinaio tremava come una foglia.
- Maest, sono innocente!
- Non vi si accusa di nulla. Per quale ragione avete smesso di vendere i lupini?
- Sono stanco di andare attorno, e il guadagno  cos scarso! Ormai! Ho venduto fin l'asino.
- E le bisacce? - domand il Ministro.
- Vecchie, di telaccia, le ho buttate in un angolo.
- Portatele a Sua Maest, che sapr ricompensarvi.
Il lupinaio si consult con la moglie:
- Il Re vuole le bisacce dei lupini.
- Quelle delle monetine?
- Quelle!
- No, marito mio. Qui sotto c' un mistero. Chi sa che un giorno o l'altro esse non si risolvano a dar monetine anche a noi? Portagli quell'altro paio.
- Le vuole piene di lupini.
- Riempile.
Il Ministro, malizioso, disse:
- Facciamo la prova.
La prova riusc male. Niente monetine.
E Sua Maest ordin che il lupinaio fosse gettato in fondo a un carcere.
Accorse la moglie piangendo.
- Grazia, Maest!
- Ma prima dovete portarmi le vecchie bisacce dei lupini.
- Ha sbagliato, il poveretto; vado a prenderle io.
E port un altro paio di bisacce vecchie, rattoppate.
- Facciamo la prova.
Anche questa volta la prova riusc male. Niente monetine.
E la moglie fu mandata a raggiungere il marito in fondo al carcere.
Accorse la figlia, piangendo:
- Grazia, MaestI
- Ma prima devi portarmi le vere bisacce dei lupini.
- Hanno sbagliato, poveretti; vado a prenderle io.
E port proprio quelle, e la prova riusc. In ogni misurino di lupini veniva trovata una monetina d'oro!
Il Re fece la grazia al lupinaio e alla moglie, e la Regina, incantata della bellezza e della modestia della ragazza, se la tenne nel palazzo per cameriera.
Il Re, da quell'avaraccio che era, non si fidava neppure dei Ministri per la vendita dei lupini. Vo!le fare da s, e si mise davanti al portone con le bisacce caricate su un asino e il misurino in mano:
- Lupin dolci, lupini, lupinaio!
Aveva detto ai Ministri:
- Tanti misurini, tante monetine! Aprite bene gli occhi!
Da principio la gente radunata davanti al palazzo reale non osava di accostarsi a chiedere un soldo di lupini. Credevano che Sua Maest volesse divertirsi, e stavano a guardare per vedere come finiva.
- Lupin dolci, lupini, lupinaio!
Sparsasi la notizia per la citt, la folla aumentava, per godersi lo spettacolo del Re che faceva da lupinaio. E intanto nessuno osava di accostarsi a chiedere un soldo di lupini. Ma non appena uno fu cos ardito da dare l'esempio, tutti vollero aver l'onore di esser serviti da Sua Maest. E fosse malizia o la fretta, Sua Maest non riempiva mai bene il misurino. A ogni misurino, lui intascava un soldo, e alle cantonate, le guardie, sotto la sorveglianza dei Ministri, frugavano nelle tasche dei compratori e sequestravano le monetine, dichiarandole di contrabbando.
E quando, verso sera, Sua Maest smise la vendita, fece subito la rassegna: tanti misurini, tante monetine. Il conto non torn esatto, ma lo sbaglio era di poco. Il Re non ci fece caso.
Alla gente quest'affare del sequestro, la prima giornata, era parso un grazioso scherzo di Sua Maest. E il giorno dopo accorse pi numerosa, lusingandosi che lo scherzo non sarebbe stato ripetuto.
Sua Maest appariva di maggior buon umore:
- Lupin dolci, lupini, lupinaio!
Dur una settimana. Poi la gente si dirad, e alla fine soltanto pochi curiosi sfaccendati rimasero fermi davanti al palazzo reale, guardando a bocca aperta Sua Maest che si sgolava inutilmente:
- Lupin dolci, lupini, lupinaio!
Intanto, in quegli otto giorni, la cassa reale rigurgitava di monetine d'oro, e il Re, da quell'avaraccio che era, le contava e le ricontava.
In quel tempo giungeva alla Corte l'ambasciata di un Re vicino: veniva per chiedere in nome del Reuccio suo figlio la mano della Reginotta. La richiesta fu gradita e, di li a qualche mese, arrivava il Reuccio, preceduto da ricchissimi doni per la sposa, e accompagnato da un gran seguito.
Entrando nel palazzo reale, scorgendo tra la folla delle persone di Corte la bionda figlia del lupinaio, cameriera della Regina, il Reuccio ne fu talmente colpito, da scambiarla per la Reginotta. Pieg un ginocchio dinanzi a lei e le baci la mano.
Uno dei Ministri del Re si affrett ad avvertirlo dello sbaglio:
- Principe, costei  la cameriera della Regina!
Il Reuccio rimase.
- Se una cameriera  cos bella, figuriamoci la Reginotta!
Invece la Reginotta non era,  vero, brutta addirittura, ma non si poteva dire neppur bella.
Il Reuccio, che non aveva ancora vent'anni, era incapace di fingere, e disse chiaro e tondo:
- Io sposo la cameriera!
Fu uno scandalo. Il Re, la Regina e la Reginotta, indignatissimi, si ritirarono nelle loro stanze. I Ministri, in nome di Sua Maest, annunziarono che avrebbero chiesto ragione di quest'offesa anche ricorrendo a una guerra. E il Reuccio torn nel suo regno, ripetendo per strada:
- Sposo la cameriera! Sposo la cameriera!
Il Re suo padre chiese scusa per evitare una guerra. E intanto ne soffr quella che non c'entrava punto, la figlia del lupinaio.
-  Strega, figlia di Stregoni! Le monetine fra i lupini non erano forse opera di incantagione?
Chiusa in un'umida cella, la poverina piangeva la sua mala sorte; se non che, verso mezzanotte, sentiva una voce dolcissima:
- Non disperarti! Sii buona; ti aiuter io!
- Chi mi parla?
- Colei che ha soccorso tuo padre.
- Fatevi vedere.
- Domani.
Ogni notte, a mezzanotte, cos; ma quel domani non arrivava mai. La povera giovane, la mattina, non sapeva se avesse udito per davvero quella voce, o se avesse sognato.
Finalmente, una notte, il buio della cella fu rotto da un vivissimo splendore, e tra quella luce le sorrideva una bellissima signora.
- Non piangere! Sii buona. Ti aiuter io. Sono colei che ha soccorso tuo padre il giorno che, sconfortato, voleva buttarsi nel fiume. Domani arriva il tuo liberatore!
La giovane era cos stupita di quel che vedeva ed udiva - ora non sognava davvero! - da non saper ringraziare quella signora prima che sparisse tutt'a un tratto.
E il giorno dopo si sentiva per la via una voce giovanile che gridava:
- Lupin dolci, lupini, lupinaio!
Era un contadinotto poveramente vestito, che si tirava dietro un asinello, carico di due bisacce di lupini. Non se ne vendevano da un pezzo, e la gente si affollava a comprarli, anche per la speranza di trovarvi le monetine, come nelle misurine del vecchio lupinaio. No, questa volta si trattava di soli lupini, ma cos grossi, cos dolci, ch'era una delizia mangiarli.
Sentendolo gridare: - Lupin dolci, lupini, lupinaio! - il Re pens di gastigare colei che avrebbe voluto sposare il Reuccio, e gli aveva fatto la malia, dandola per moglie a un lupinaio come suo padre. Fece chiamare quel giovane e gli disse:
- Vuoi prender moglie?
- E come la mantengo, Maest?
- Ti dar io una piccola dote.
- Allora...
- Devi sposarla subito e condurla via, lontano.
- Come ordina Vostra Maest.
- Cos la superbiosa avr quel che si merita! - dicevano Re, Regina e Reginotta, convinti che la povera giovane si fosse servita di male arti per farsi sposare dal Reuccio.
La disgraziata era divenuta pallida, magra, aveva perduta ogni freschezza.
Il Re, con accento canzonatorio, le disse:
-  venuto il Reuccio a chiedervi in moglie: eccolo qua.
E indic il giovane lupinaio che se ne stava tutto intimidito in un canto.
La giovane lo guard e rimase confusa.
- Non vi piace? Non importa: lo sposerete lo stesso.
- Grazie, Maest!... Anzi, lo sposo volentieri.
- Qui c' il regalo di nozze che noi vi facciamo: aprirete l'involto quando sarete marito e moglie, e lontani di qui.
- Maest - balbett il giovane che sembrava molto commosso. - Prendo tempo otto giorni per recare questa notizia ai miei genitori.
- Tu intanto tornerai al tuo carcere finch esso non viene. La povera giovane si senti stringere il cuore; le era parso di riconoscere in quel lupinaio qualcuno che ella aveva visto una volta, non ricordava in quale circostanza, insomma una fisionomia non ignota. Sentendogli dire per che prendeva tempo otto giorni, credette che fosse una scusa per andar via e non tornar pi.
La notte, a mezzanotte, ecco la solita dolcissima voce:
- Non piangere. Verr, tra otto giorni. Sarai felice.
- Ah, buona Fata! non m'ingannate... Voi siete una Fata! Indovino?
- Indovini.
Ed ogni notte, a mezzanotte, cos.
Il Re e la Regina avevano pensato di fare un dispetto agli sposi.
- Che cosa gli daremo per regalo al lupinaio?
- Una sporta di lupini.
- No, gli daremo le bisacce del vecchio lupinaio che ora non servono pi.
Il Re, da quell'avaraccio che era, dopo che la gente non aveva voluto pi comprare lupini da lui perch le guardie sequestravano le monetine con la scusa che erano roba di contrabbando, aveva provato pi volte se mai quelle bisacce conservavano l'antica virt; ma inutilmente; tra i lupini non si trovava pi traccia di monetine. Ora che erano inservibili, logore e rattoppate, ne avrebbero fatto un bel regalo di nozze agli sposi; un lupinaio e una figlia di lupinaio non meritavano di pi. Le avevano fatte involtare con una bella stoffa di seta, e Re, Regina e Reginotta ridevano, ridevano, pensando alla sorpresa degli sposi che certamente immaginavano di trovarvi chi sa che dono reale!
La mattina dell'ottavo giorno, ecco il giovane lupinaio. Per non perder tempo, si tirava dietro l'asino con le bisacce piene di lupini, e gridava allegramente:
- Lupin dolci, lupini, lupinaio!
E prima che arrivasse al palazzo reale aveva gi venduto fin l'ultimo lupino.
Si sposarono e uscirono dal palazzo reale. Lo sposo portava sotto il braccio l'involto col dono del Re.
Re, Regina e Reginotta ridevano, ridevano della burla.
Ma che , che non , si sente nella piazza un forte rumore. Re, Regina e Reginotta si affacciano a un balcone per vedere che cosa accadeva e rimangono allibiti, quasi senza respiro.
La piazza era ingombra di carrozze dorate, tirate tutte da quattro cavalli bardati con gran magnificenza; cocchieri in ricche livree sedevano in serpe, e un'immensa folla di popolo stava attorno ad ammirare quello spettacolo inatteso.
Figuriamoci la rabbia del Re, della Regina e della Reginotta, quando videro salire in carrozza gli sposi ancora modestamente vestiti, che si voltarono a guardare in su, prima di partire. Lei salutava e il giovine intonava con voce squillante:
- Lupin dolci, lupini, lupinaio!
I cavalli presero il galoppo, e in pochi minuti le carrozze degli sposi e del seguito erano fuori di vista.
La Regina e la Reginotta svennero, cadendo in convulsioni, e il Re pareva diventato una statua di sale. Avevano capito, ma troppo tardi; quel giovane lupinaio era il Reuccio che non aveva voluto sposare la Reginotta. Gli sposi furono accolti con grandi feste. All'ultimo pensarono di vedere che cosa si trovava nell'involto ricevuto in dono dalla famiglia reale.
- Ah! Le bisacce di mio padre!
- Quali bisacce?
- Quelle con cui egli andava attorno a vendere i lupini. Avevano una gran virt; ma giacch quell'avaraccio del Re ce l'ha regalate, vuol dire certamente che non la conservano pi.
E spieg in che cosa consisteva.
- Proviamo; chi sa?
- Proviamo.
Le fecero riempire di lupini, e quasi mettessero in atto un gioco nuovo, il Reuccio e la Reginotta disposero torno torno nella gran sala tutte le dame di palazzo e i cortigiani; e, prese in mano due misurine, cominciarono a cantilenare, ridendo:
- Lupin dolci, lupini, lupinaio!
Le dame e i cortigiani dovevano affollarsi a chiedere un soldo di lupini, e dare un soldo davvero.
Quando ognuno ne aveva avuta la sua misurina, e non sapeva se doveva mangiarli o no, la Reginotta disse:
- Dame, cercate tra i lupini.
E il Reuccio:
- Cercate tra i lupini, cavalieri!
Tutti cercarono con viva curiosit, e tutti trovarono una monetina d'oro grossa quanto un lupino.
Ah! Dunque le bisacce non avevano perduto la loro virt!
E la Reginotta disse:
- Sentite, Reuccio. Io vorrei che queste bisacce fossero appese a un uncino accanto al portone del palazzo reale. Dovrebbero esser sempre riempite di lupini, e che la povera gente potesse prenderne una misurina al giorno, non pi.
- La vostra volont  legge! - rispose il Reuccio.
E le bisacce quel giorno stesso furono appese a un uncino accanto al portone del palazzo reale.
Un banditore fece sapere a tutti:
- Badate! Una misurina al giorno e non pi! e soltanto la povera gente!
Fu una festa! Mille benedizioni alla Reginotta e al Reuccio! Se non che, dopo pochi giorni, nessuno voleva contentarsi di una sola misurina, e quindi di una sola monetina. Erano spintoni, urtoni, risse, legnate, ferimenti; le guardie non riuscivano a impedire i disordini.
E una mattina le bisacce erano sparite. Quelle monetine guadagnate senza nessuna fatica avevano acceso tale avidit in tutti, che la Fata - dovette esser lei! - le port via chi sa dove e non sono state pi ritrovate, n quelle n altre consimili.

Lupin dolci, lupini, lupinaio:
Con mezzo soldo ne avete uno staio.



SALTACAVALLA

C'era una volta due carbonai, marito e moglie, che vivevano in mezzo a un bosco, in una capanna di legno. Lui abbatteva gli alberi, li scheggiava, e la moglie raccoglieva la legna, la portava nel posto e preparava la catasta, con la rocchina attorno per tenerla ben legata, e vi stendeva su la pelliccia con piote o piallacci. Il marito l'aiutava a far la bocca in alto alla catasta e i buchi per darle sfogo, e appiccava il foco.
Lavoravano cos tutta l'annata, contenti di guadagnarsi il pane onestamente. Sarebbero stati felici se avessero avuto un figliolo.
E mentre la catasta ardeva, sdraiati per terra, essi facevano tanti bei castelli in aria:
- Quando avremo un bambino...
- O una bambina...
- Tu prenderai un garzone.
- E tu starai in bottega, in citt.
- Tu condurrai il carbone...
- E tu lo venderai...
- Se sar un bambino, gli faremo apprendere un altro mestiere.
- Se sar una bambina...

Carbonaia, carbonaina,
Sotto il nero, pelle fina.
Tra piallacci e tra piote,
Voi ci avete una bella dote;
Ne faremo una Regina,
Carbonaia, carbonaina!

La moglie cantava cosi; le parole erano allegre, ma la cantilena era triste. E il marito ripigliava:

Carbonaio, carbonaino,
Sotto il nero, viso fino.
Tra piallacci e tra piote,
Tu ci avrai una bella dote;
Ne faremo un Principino,
Carbonaio, carbonaino!


Le parole erano allegre ma la cantilena era triste.
Di tanto in tanto, egli si alzava per osservare l'andamento del loco, e soggiungeva:
- La catasta arde bene.
Otto giorni dopo, tornando dalla citt dov'era andato a vendere il carbone, il marito portava un grosso involto sotto il braccio.
- Che bel regalo mi hai comprato, marito mio?
- Indovina, moglie mia.
- Una veste di mussola?
- Ma che!
- Un coscetto di abbacchio?
- Ma che!
Lasciami vedere. Che sar mai, se lo posi con tanta cautela sul letto?
- Ti ho portato un figliolino.
- Di cenci?
- Di carne e ossa. Guarda!
Era davvero un bel bambino roseo, biondo, che dormiva saporitamente, avvolto in pannilini finissimi, orlati di trine.
- E chi te l'ha dato?
- L'ho trovato tra l'erba, su l'orlo di un fosso.
- Sar la nostra fortuna.
- Gli vorremo bene come a vero figliolo.
- Ma, per allattarlo?...
- Compreremo una capra.
La capra, in poco tempo, si affezion talmente al bambino, che andava a porgergli i capezzoli assai meglio di una nutrice. La carbonaia glielo posava per terra su una coperta di lana e quella, appena lo sentiva vagire, accorreva e sceglieva la posizione pi comoda perch il bambino poppasse. Ci pareva un miracolo al marito e alla moglie, che, al veder crescere quella creaturina sana, vispa e bella, ripetevano ogni giorno:
- Sar la nostra fortuna!
La donna ora, dovendo badare al bambino, non poteva pi aiutare, come prima, il marito nel far la catasta, la rocchina per tenerla ben legata, n a stendervi su la pelliccia con piote e piallacci. Avevano preso un garzone.
Il bambino, cresciuto, era diventato un frugoletto. Correva qua, montava l, si arrampicava agli alberi, non stava cheto un momento. E spiccava certi salti, come una cavalletta; per questo, col nome di una di esse, lo chiamarono Saltacavalla. Pi cresceva e pi frugolo diventava.
- Dov' Saltacavalla?
- Era qui un momento fa.
- Tu non lo tieni d'occhio abbastanza!
- E tu lo vizi con le carezze!
-  cos buono!
-  cos buffo certe volte!
- Ora appicco foco alla catasta.
- Ehi! Ehi| Adagino, ci sono io!
Dov'era andato ad accovacciarsi? In cima alla catasta, dentro la buca. Aveva preso di mira il garzone e gliene faceva di ogni specie. Gli nascondeva le scarpe nei mucchi di carbone; gli faceva sparire la camicia o i calzoni, che andava ad appendere in cima a un albero, dove non poteva arrampicarsi altri che lui. E dopo averlo fatto ammattire un bel pezzo, esclamava:
- Toh! Hanno messo bandiera bianca lass!
La camicia sventolava proprio come una bandiera.
- Toh! C' l, in alto, lo spauracchio pei passeri!
Erano i calzoni infilati a due rami. I carbonai, mal trattenendo le risa, non riuscivano a sgridarlo.
E Saltacavalla si faceva pregare un po'prima di arrampicarsi lass, e di restituire al garzone calzoni e camicia.
La donna gli lavava mani e faccia due, tre volte al giorno; ma dopo pochi minuti Saltacavalla era nero, mani e faccia, peggio di un piccolo carbonaio.
E se la mamma e il babbo - egli non sapeva che non fosse loro figlio - lo sgridavano, Saltacavalla faceva smorfie e gesti cos strani, torcendo il muso, sgranando gli occhi, cavando fuori la lingua, che non era possibile rimanere seri; e tutto finiva in una grande risata. Rideva anche il garzone.
-  il nostro divertimento; lasciamolo fare.
- Poverino, non ha altri svaghi!
- Tieni,  la colazione. Sta'l cheto, almeno mangiando.
Saltacavalla prendeva la fetta di pane e il companatico, un pezzetto di cacio o una mezza cipolla, e cominciava a masticare di mala voglia, quasi non avesse appetito. Tutt'a un tratto, dava un balzo, da quel Saltacavalla che era, e in un attimo eccolo in cima a una quercia, a dondolarsi su un ramo cos sottile, che pareva gli si dovesse spezzar sotto.
- Quass, s, si mangia bene!
E faceva bocconi grossi, con tanti forti scoppiettii delle labbra, per mostrare che pappava di gusto.
- Scendi gi, ti pu accadere una disgrazia!
- Intanto schiaccio un sonnellino!
Si stendeva tra i rami, incrociando le gambe, tenendosi aggrappato con le mani, e si addormentava. E la povera donna stava a vegliarlo a pi dell'albero, atterrita. Alla discesa, lo prendeva per un braccino, voleva sgridarlo, ma Saltacavalla le faceva una strana smorfia di scusa e la sgridata si mutava in uno scoppio di risa.
Or accadde che un giorno si trov a passare nel bosco il Re con due persone del suo sguito. Avevano smarrito la strada. Vedendo che i carbonai stavano per dar fuoco alla catasta, scese da cavallo e volle assistere all'operazione.
Il Re era triste, cupo e non diceva una parola. Non dicevano una parola neppure quelli del sguito, mentre il carbonaio appiccava il foco.
Marito e moglie avevano capito che quei signori, vestiti cos bene e con quei bei cavalli, dovevano essere personaggi di gran conto; la donna per ci si tenera in disparte e tratteneva a s Saltacavalla per impedirgli di farne qualcuna delle sue.
A un tratto, Saltacavalla scappa e va a piantarsi a gambe larghe, con le braccia dietro la schiena, in faccia al Re, squadrandolo da capo a piedi:
- Tu non sei carbonaio,  vero? Che cos'hai con quel viso scuro?
Il Re stese una mano per fargli una carezza.
Saltacavalla allung il muso, cacci fuori la lingua, sgran tanto di occhi, e torse il collo a destra e a sinistra.
Un lieve sorriso spunt su le labbra del Re, ma disparve subito.
- Me lo di quel bastone lustro che porti al fianco?
Intendeva di dire la spada. Saltacavalla non aveva mai visto spade, e non sapeva come si chiamassero, n a che uso servissero. Il Re tir fuori del fodero la spada e gliela mostr per fargli capire che non era un bastone.
-  un coltello? Troppo lungo per affettare il pane! Non serve. Guarda il mio: costa due soldi.
E cavato di tasca il coltellino, Saltacavalla lo aperse e cominci a far l'atto di tagliare una, due, tre fette di pane da una pagnotta, accompagnando il gesto con tali smorfie delle labbra, di tutto il viso, torcendo gli occhi, cacciando fuori a pi riprese la lingua, che il Re sorrise e stese di nuovo la mano per fargli una carezza.
La povera donna era su le spine e accennava a Saltacavalla di smettere, minacciando di picchiarlo.
Come se gli avesse detto: - Fai peggio!
-  tuo quel cavallo bianco? Me lo di?
E prima che il Re rispondesse, Saltacavalla era in sella, e picchiava con le calcagna sui fianchi dell'animale legato per le briglia al tronco di un albero. L'animale, abituato agli speroni, non si dava per inteso di quei colpettini e rimaneva tranquillo. Saltacavalla si arrabbiava, gridando: - Arri l! Arri l! - E faceva gesti cos scomposti, cos buffi, cacciando fuori la lingua, agitando le braccia e le gambe, che il Re, non ostante la sua seriet e il suo cattivo umore, fu preso da una vera convulsione di risa; non aveva mai riso tanto da un gran pezzo.
Quando pot frenarsi e parlare, disse ai carbonai:
- Affidatemi questo ragazzo. Lo porto via con me; ne far un gran signore.
Neppure al Re in persona! risposero insieme marito e moglie. - Lo abbiamo allevato col nostro sangue.
- Non  vero! - grid Saltacavalla. - Mi hanno detto loro stessi che mi ha allattato una capra.
Il Re fu preso da un nuovo accesso di risa. E quando pot frenarsi e parlare, disse.
- Vi far ricchi, lui e voialtri. Questo bambino  stato per me il pi gran medico del mondo: mi ha fatto ridere, ed erano anni ed anni che non ridevo. Verrte ad abitare nel mio palazzo. Sono il Re.
Marito e moglie sbalordirono. Si confondevano in iscuse.
- Perdono, Maest! Chi poteva immaginare?
Ma tutto fini in una gran risata, perch Saltacavalla, sceso gi di sella, si buttava ai piedi del Re, ripetendo in modo buffo, stralunando gli occhi, cacciando fuori la lingua, picchiandosi il petto:
- Perdono, Maest!... Chi poteva immaginare?
Cosi Saltacavalla e i carbonai, marito e moglie, furono accolti nel palazzo reale; i creduti genitori in un appartamentino a pian terreno, che aveva un orto; Saltacavalla in una camera vicina a quella del Re, che lo voleva davanti quasi in tutte le ore della giornata, anche quando teneva consiglio coi Ministri.
Gli aveva fatto cucire dal sarto di Corte un bel vestito da paggetto, e dal calzolaio di Corte un paio di borzacchini, che erano gli stivaletti allora in uso. Ma Saltacavalla vi si trovava dentro impacciato, quasi vestito e borzacchini gli impedissero i movimenti. A volte accadeva che il Re lo cercasse per le sale del palazzo senza riuscire a trovarlo. Fruga, chiama, all'ultimo scoprivano Saltacavalla in una terrazza, con indosso i vecchi cenci, scalzo, che correva da un punto all'altro, facendo salti, capriole, mosse buffe... E siccome lo cercava perch voleva divertirsi con lui, lo lasciava fare e rideva, rideva!
Un altro giorno, cerca, chiama: Saltacavalla era sparito. Scorrazzava in fondo al giardino, calpestando aiuole, stroncando rami di piante a cui si afferrava con balzi, riducendo tutto strappi il bel vestitino da paggetto, sgualcendo i borzacchini, facendosi beffe dei giardinieri che avrebbero voluto impedirgli di guastare le aiuole, di sciupare le piante... Saltacavalla si arrampicava lesto lesto in cima a un grand'albero e rispondeva impertinentemente:
- Se non viene qui Sua Maest, non mi movo! Non mi movo!
E manteneva la parola. Ma prima di scendere faceva certe mosse, certe smorfie sempre nuove, che il Re si sbellicava dalle risa, e gli perdonava volentieri l'impertinenza.
Avanti dell'arrivo di Saltacavalla, il palazzo reale era triste, silenzioso come un cimitero. Il Re, oppresso da grave malinconia, viveva solitario, appartato nelle sue stanze, dove, a lunghi intervalli, riceveva i Ministri.
- Maest, c' da far questo, c' da fare quest'altro. Vostra Maest permetta...
Il Re accennava di s col capo e non vedeva l'ora di levarseli di torno. I Ministri per ci facevano quel che a loro pareva e piaceva. Da che il Re era divenuto un altro per virt di Saltacavaila, spandeva il buon umore per tutto il palazzo e fuori. Si occupava di ogni cosa, e pi non lasciava libert ai Ministri di fare quel che a loro pareva e piaceva. Dava grandi feste, prendeva parte alle pubbliche cerimonie, accordava udienze anche alle pi umili persone. E tutti, meno i Ministri, benedicevano Saltacavalla, che aveva operato quel miracolo.
I Ministri si riunirono un giorno segretamente:
- Saltacavalla  il nostro malanno!
- Quando sar cresciuto con gli anni, il vero Ministro sar lui.
- Il Re gli vuole cos bene, che finir col dichiararlo suo successore, vedrete!
- Non ci mancherebbe altro! Bisogna dar moglie a Sua Maest!
- Dite bene, eccellenza!
E la prima volta che furono chiamati a Consiglio, il capo dei Ministri disse:
- Maest, il popolo desidera l'erede del trono.
- Non sono vecchio, n malaticcio: ho ancora tempo da pensarci.
- Maest, certe cose  meglio farle presto che tardi.
Picchia oggi, picchia domani, il Re si decise a dir di s. Appena Saltacavalla seppe che il Re aveva mandato a chiedere in isposa la figlia del Re di Francia, si fece avanti stropicciandosi le mani dall'allegrezza:
- Maest, il Re di Francia avr certamente un'altra figlia anche per me.
- Che cosa vorresti farne..
- Oh bella!... Sposarla.
- Sei troppo ragazzo per ora. Bada a crescere. Dopo...
Saltacavalla rimase pensoso, e in tutta la giornata non fece nessuna smorfia da fare ridere il Re.
Maest, son cresciuto di un giorno!
-  pochino, Saltacavalla.
- Maest, son cresciuto di otto giorni.
-  poco ancora, Saltacavalla!
Si avvicinava il mese in cui dovevano aver luogo le nozze del Re, e intanto nel palazzo reale non si faceva nessun preparativo.
Il Re, di giorno in giorno, ridiventava di cattivo umore.
- Perch non mi fai ridere pi, Saltacavalla?
- Quando non rido io, non deve ridere nessuno.
- E perch tu non ridi pi..
- Perch non mi volete dar in moglie una figlia del Re di Francia.
- Bada a crescere... Dopo... Sono gi cresciuto di due mesi!
E andava via, triste, a capo chino, pi triste di lui.
Venne un ambasciatore del Re di Francia per stabilire, d'accordo, il giorno preciso delle nozze.
- Non sposo pi! - rispose il Re.
- Maest, questo  un affronto; ce ne darete ragione!
Non sposo pi; prendetela come volete.
Il Re di Francia la prese malissimo: mand a intimargli guerra, e invase subito il regno con numeroso esercito.
- Maest, i nostri soldati sono stati disfatti!
- Mandate un altro esercito incontro al nemico.
Maest, i nostri soldati sono stati nuovamente disfatti! Mandate un altro esercito!
Si present tutt'a un tratto Saltacavalla:
- Maest, date il comando a me! Vi far vedere io!
E faceva gesti di menar la sciabola in tondo e di tagliar teste:
- Ziff! Zaff! Ziff! Zaff!
Saltava da un punto all'altro della sala, menando pugni e calci, facendo smorfiacce, cavando la lingua in faccia ai Ministri, e tornando a far finta di sciabolare in tondo, di tagliar teste e d'infilare nemici:
- Ziff! Zaff! Ziff! Zaff!
Il Re cominci a ridere a ridere... cominciarono a ridere a ridere anche i Ministri, mentre Saltacavalla continuava:
Ziff! Zaff! Ziff! Zaff!
Tutt'a un tratto il Re disse:
- Saltacavalla sia generalissimo.
- Maest! Maest! Con l'esercito nemico non si scherza!
Saltacavalla sia generalissimo!
Di fronte agli ordini del Re, i Ministri non fiatarono pi.
- Tanto meglio! -- pensarono.
-  l'unico mezzo di levarci Saltacavalla di torno!
Saltacavalla, tutto ringalluzzito, disse:
- Grazie, Maest!
E rivolto ai Ministri, con aria spavalda, soggiunse:
- Mi si mandi subito il sarto di Corte!
Il sarto, sentito che si trattava del generalissimo, accorse in fretta. Vedendosi per davanti quel ragazzino di Saltacavalla, sospett che qualcuno si fosse fatto beffa di lui. E stava per tornarsene addietro; ma intervenne il Re, e gli ordin di eseguire ,quel che Saltacavalla desiderava.
- Voglio un paio di calzoni con la gamba destra met bianca e met nera, e la sinistra met rossa e met gialla...
- Sar obbedito!
- Voglio una divisa met azzurra e met verde, con la manica verde dai lato azzurro e la manica azzurra dai lato verde.
- Sar obbedito!
- Voglio un berretto a spicchi gialli, rossi, verdi, bianchi, azzurri, e un gran gallone d'oro dattorno.
- Sar obbedito!
- Chiamatemi il calzolaio di Corte.
Il calzolaio, sentito che si trattava del generalissimo, accorse in fretta. Vedendosi per davanti quel ragazzino di Saltacavalla, sospett anch'esso che qualcuno si fosse fatto beffa di lui, e stava per tornarsene addietro; ma intervenne il Re e gli ordin di eseguire quel che Saltacavalla desiderava.
- Voglio un paio di borzacchini, quello di destra met di pelle rossa e met di pelle gialla; quello di sinistra, met di pelle bianca e met di pelle nera.
- Sar obbedito!
- E che abbiano la punta aguzza, lunga cos...
- Sar obbedito!
Saltacavalla aveva pensato alla divisa, ai calzoni, ai berretto, ai borzacchini, ma n a spada, n a lancia, n ad arma di sorta alcuna. L'esercito era pronto a partire. Saltacavalla aveva gi calzato i borzacchini, indossato la divisa, si era messo in capo il berretto a spicchi.
- Dove vai, Saltacavalla?
- Maest, vado in cucina.
- Per far cosa, Saltacavaila?
- Vado a prendere una padella per scudo e uno spiedo per spada.
- Come ti piace, Saltacavalla.
E si mise a capo dell'esercito con la padella e lo spiedo in ispalla. Cosa strana! Nessuno rideva vedendolo vestito ed armato a quel modo.
Prima di mettersi in marcia, egli disse ai soldati:
- Quando dar un colpo sul fondo della padella, voi dovete fermarvi; quando ne dar due, precipitatevi all'assalto; quando ne dar tre, cessate di combattere. Chi non mi obbedisce, peggio per lui.
Cammina, cammina, arrivarono in faccia al nemico. Saltacavalla di un colpo sul fondo della padella, e i suoi soldati si fermarono. Egli invece and avanti con certe mosse cos buffe, torcendo le labbra, sgranando gli occhi, cavando fuori la lingua, al suo solito, che i nemici cominciarono a ridere, a ridere, a ridere, contorcendosi, lasciando cascare gi le armi, tenendosi stretta la pancia, rotolandosi per terra...
Allora Saltacavalla d due colpi sui fondo della padella tan! tan! - e i suoi soldati si precipitano all'assalto e fanno strage dei nemici, che si lasciano scannare ridendo, incapaci di opporre la minima resistenza.
Quando Saltacavaila di i tre colpi: tan! tan! tan! dei soldati nemici non ne rimaneva vivo neppure uno.
Ma essi erano l'avanguardia. Saltacavalla ordin di rimettersi in marcia, e, dopo poche ore di cammino, ecco il grosso dell'esercito nemico che non s'aspettava di vedersi arrivare addosso l'avversario.
Tan!
E i soldati di Saltacavalla si fermarono. E lui si fece avanti con mosse buffe, torcendo le labbra, sgranando gli occhi, cavando fuori la lingua a riprese. E i nemici lo guardano stupiti e poi cominciano a ridere a ridere, contorcendosi, lasciando cascare gi le armi, tenendosi stretta la pancia, rotolandosi per terra...
Tan! tan!
I soldati di Saltacavalla si precipitano all'assalto, e fanno un'altra strage dei nemici, che si lasciano scannare ridendo, incapaci di opporre la minima resistenza.
Tan! tan! tan!
Rimanevano appena un centinaio di uomini che Saltacavalla voleva far prigionieri, e condurli, legati a due a due, al cospetto del suo Re. Ma parecchi dei suoi, inebriati dalla vittoria, non cessarono di combattere dopo i tre colpi, e n'ebbero la peggio. Quell'ultimo centinaio di uomini non rise pi, si di a menar le mani, e fece pagar cara la disobbedienza a coloro.
Dovette intervenire Saltacavalla, e fece prodigi di valore. Accoppava con la padella, infilzava con lo spiedo, e in pochi minuti di quel centinaio di nemici non ne rimaneva in piedi neppure uno. Quando si sparse la notizia che Saltacavalla tornava vittorioso, il popolo si rovesci per le vie, e migliaia di persone gli uscirono incontro fuori le porte della citt.
Il Re gongolava dalla gioia; ma i Ministri, diventati in viso pi verdi di limoni, doverono fingere letizia. Se, col ritorno di Saltacavalla sano e salvo, Sua Maest riprendeva a ridere e a star di buon umore, la loro cuccagna era finita!
Affacciati a un balcone del palazzo reale, ai lati di Sua Maest, essi si stupivano di non sentire applausi o gridi di evviva ma un rumore indefinibile che diveniva pi forte, di mano in mano che pareva si venisse accostando.
Erano risate. Alla vista di Saltacavalla, vestito e armato a quel modo, che, dall'alto del suo cavallo di generalissimo, faceva smorfie, stralunava gli occhi, allungava le labbra, cacciava fuori la lingua, e dondolava la testa come un burattino, per ringraziare della festosa accoglienza, il popolo aveva dovuto cessare di applaudire, e rideva, rideva, rideva; e l'onda della risata si propagava rumorosa di mano in mano che Saltacavalla si avanzava alla testa dell'esercito vittorioso. Al clamore delle risate del popolo sotto il palazzo reale si un ben tosto lo scoppio di quelle del Re e dei Ministri.
I Ministri, specialmente, si contorcevano, si davano gomitate e spintoni, si buttavano gli uni addosso agli altri, senza punto riguardo alla presenza del Re.
Il Re rideva, si, ma non con quella violenza. I Ministri erano diventati paonazzi in viso, non ne potevano pi, soffocavano, e, rientrati nel salone, si buttarono per terra, rotolandosi in convulsioni di risa, poi giacquero. Erano morti!
Il Re, paventando che accadesse qualcosa di simile tra la folla, scese incontro a Saltacavalla, che salt gi di sella, gli depose ai piedi la padella e lo spiedo, e pieg un ginocchio, ma con un gesto cos buffo, che le risate della gente raddoppiarono.
- Basta, Saltacavalla! Basta! - esclam il Re. - Vuoi tu farli morire dalle risa, come sono morti i Ministri?
- Ah! - fece Saltacavalla. - Poverini! Poverini!
E finse di scoppiare in pianto dirotto.
Allora, in un attimo, tutta la folla stipata davanti al palazzo reale pass dal riso al pianto. Si udivano singhiozzi ed esclamazioni: - Poverini! Poverini! - E le lacrime venivano gi a torrenti. Scoppi a piangere anche il Re.
Basta, Saltacavalla! Basta! - esclam il Re.
- Saltacavalla fece un gesto di stizza.
- Basta, se faccio ridere!... Basta, se faccio piangere! Il meglio  che me ne vada!
- No, Saltacavalla! No!
Ma il Re ebbe un bel gridare - No! No! -
Saltacavalla, in quattro salti, era gi sparito.
Il Re cap troppo tardi che quel pianto era anche esso una specie di risata.
Attese, attese che Saltacavalla ritornasse; ma Saltacavalla non si fece pi vedere.
Il Re mand a chiamare i carbonai marito e moglie che vivevano tranquillamente nell'appartamento a pian terreno, loro assegnato:
- Sapete niente di vostro figlio?
Quei due credettero che Saltacavalla avesse fatto qualche cattiva azione e che il Re volesse prendersela con loro.
- Maest, perdono!... - disse il marito. - Ma Saltacavalla non era nostro figlio! Io lo trovai un giorno tra l'erba su l'orlo di un fosso, e lo facemmo allattare da una capra!
- Era involtato - soggiunse la moglie - in pannilini finissimi, orlati di trine.
Il Re volle vederli. Non aveva mai visto niente di cos fine e di cos bello. Ma non pot capire altro.
E nessuno ha mai saputo chi era Saltacavalla, e da quel giorno in poi non se n' avuto pi notizia! Peccato! Se tornasse ora che si ride tanto di rado!

Stretta la foglia, larga la via,
Dite la vostra, che ho detto la mia.



LE NOZZE DI PRIMPELLINO

C'era una volta due contadini, marito e moglie, n ricchi n poveri, che avevano un campicello con la rustica casetta, un asino, un bue e una vacca, e un gallo con dodici galline. Campavano senza stenti, lavorando da mattina a sera, non lamentandosi mai, facendo anche un po'di bene ai pi poveri che ricorrevano a loro. Solamente si sentivano infelici perch non avevano figli. Non perdevano per la speranza di ottenerne almeno uno; erano ancora quasi giovani, e nelle ore di riposo facevano tanti bei castelli in aria pel giorno in cui sarebbe venuto al mondo l'erede sospirato: maschio o femmina non importava. Ma gli anni passavano, e la grazia, cos vivamente invocata ed attesa, non veniva a consolarli.
Or accadde che una notte furono svegliati di soprassalto da un forte picchio all'uscio. Dapprima credettero che fosse il vento; infatti veniva gi un rovescione d'acqua accompagnato da un ventaccio furioso, che scoteva tutta la casetta. Si ud un altro picchio, e poi una flebile voce:
- Ricoverate, per carit, una povera vecchia che ha smarrito la strada!
Senza esitare, il marito salt gi dal letto, si vest in fretta e corse ad aprire. La vecchina grondava, faceva piet.
Si era levata anche la moglie; e mentre il marito accendeva un bel fuoco, aiutava la vecchina a mutar panni, e la ristorava con un bicchiere di vino. Poi, mssala a letto, la copriva bene per riscaldarla.
La mattina dopo, nel punto di andar via, la vecchina disse:
- Non so come ringraziarvi della carit che mi avete fatto. Vi lascio questi tre semi. Seminateli d'estate; faranno il frutto in inverno. Uno all'anno, badate.
- Che semi sono?

Seme, semino,
Acqua la sera, zappa il mattino.
Seme, semetto,
Figliola o figlioletto;
Seme, semino,
Primpella o Primpellino.

Appena fuori dell'uscio, la vecchina era sparita.
- Ah, maritino mio! Questa  la nostra fortuna. Hai sentito? Figliola o figlioletto. Costei era una Maga o una Fata.
- O una pazza - soggiunse il marito. - Come vuoi che da una pianta venga fuori un figliolo o una figliola?
- Le Maghe e le Fate posson fare anche questo.
- Semineremo di estate e attenderemo il frutto d'inverno. Ma forse nascer qualche erbaccia maligna.
- Non dire cos, marito mio! Questa  la nostra fortuna.
E, al principio dell'estate, seminarono uno di quei semini.
Spuntarono due foglioline, poi altre due. Acqua la sera, zappa il mattino.
- Che pianta sar, marito mio?
- Non si capisce; ma, se dovessi dire, mi sembra pianta di zucca.
Le foglie crebbero, si allargarono; il ceppo si allung come un esile traicio...
- Che pianta sar, marito mio?
- Non vedi?  proprio pianta di zucca.
- Se mai, non di zucca come tutte le altre.
- Vernina o frataia, le zucche si valgono.
Venne il fiore, grosso, giallo, e pi tardi spunt anche il frutto; non c'era pi da dubitare.
-  stata una bella beffa! Quando questa zucca sar matura, la coglieremo, le daremo nome Primpella come disse la vecchia, e la terremo per nostra figliola!
- Non ridere, marito mio! Aspettiamo fino all'ultimo.
Acqua la sera, zappa il mattino; a questo badava la donna. La zucca cresceva d'un bel verde, e la donna la covava con gli occhi, quasi dovesse vederla, da un momento all'altro, mutarsi in una creaturina di carne e ossa.
-  strano, - diceva al marito - non ti sembra che prenda di giorno in giorno la forma di una bambina?
Infatti quella zucca, unico prodotto della pianta che si stendeva per lungo e per largo nell'orto con viticci e grandi foglie, dalla parte del piccilo aveva una rotondit che somigliava a una testa di bambino; poi si allargava, si allungava... insomma, con la buona volont che ci metteva la donna, aveva tutta l'aria di un bambino in fasce, nascosto dentro la buccia diventata cos gialla da parere dorata.
La donna - acqua la sera, zappa la mattina - la covava con gli occhi, quasi dovesse vederla, da un momento all'altro, mutarsi in una creaturina di carne e ossa.
- Coglimola,  matura.
- Attendiamo ancora, marito mio.
- S'infracider.
- Fino a quest'altra settimana, attendiamo.

- Seme, semino,
Primpella o Primpellino.

Non poteva cavarselo di mente, non ostante la canzonatura del marito. E una mattina ch'ella stava a covare con gli occhi la bella zucca, le parve di vederla agitare un pochino, senza che nessuno la toccasse. Dunque c'era dentro qualcosa di vivo! Primpella o Primpellino, forse! E la povera donna non sti pi su le mosse; corse in cucina, prese un coltellaccio e, senza dir niente al marito, spacc per lungo la zucca. Stup.
In mezzo a quella specie di rete a cui sono attaccati i semi, era una creaturina bianca bianca, piccina piccina che di un lieve vagito e spir. La donna cominci a darsi pugni in testa, a strapparsi i capelli, a piangere e a strillare.
- Ahim, Primpella mia! Ahim, Primpellino mio! O l'una o l'altro, ti ho ucciso con le mie mani!
Accorse il marito.
- Non  niente, moglietta mia. Abbiamo altri due semi. Pazienza. Attenderemo ancora un anno.
La donna pianse la intera giornata; e il marito, verso sera, scavata una buca in fondo al prato, vi seppell la zucca con entro la creaturina bianca bianca, piccina piccina.
- Primpella?... O Primpellino?...
- Moglietta mia, non ci ho guardato.
E quando torn l'estate, seminarono un altro di quei semi. Acqua la sera, zappa il mattino; a questo badava la donna. E dopo una settimana, spuntarono due foglioline; poi altre due.
- Che pianta sar, marito mio?
- Non si capisce; ma, se dovessi dire, mi sembra un popone.
- Qualunque sia, la terra lo nutrisca e il sole lo maturi!  la nostra fortuna, marito mio!
- Purch non ci entri di mezzo la fretta... tu m'intendi, moglie!
Era una pianta di popone, e produceva un solo frutto. La donna lo covava con gli occhi, non osava di toccarlo con un dito. Acqua la sera, zappa il mattino.
- Non ti sembra, marito mio, che prenda, di giorno in giorno, la forma di un bambino?

- Arancino o moscadello,
Quando  tempo di poponi
Non scordarti del coltello!
Moscadello od arancino,
Attendiamo che si spacchi,
O Primpella o Primpellino.

Il marito diceva cos per ammonire la moglie, e la moglie rispondeva cos per rassicurare il marito. Ed ora, invece di due, quattro occhi covavano il bel popone ovato, con la buccia aspra, solcata, maturante nel terreno grasso, tra le foglie diradate a posta perch il sole lo investisse da ogni parte.
- Sar tempo, marito mio?
- Non  tempo, moglina mia. Attendiamo che si spacchi.
- Si, attendiamo che si spacchi.
E restavano l, incantati a guardare, quasi dovessero veder aprirsi il popone e uscir fuori una creaturina di carne e di ossa. Arriv finalmente il giorno in cui il popone si spacc.
Era infracidito sul terreno grasso, e dentro, tra la polpa verdastra, si scorgeva imputridita una creaturina compiuta, morta per non essere stata liberata dall'involucro a tempo opportuno!
La donna cominci a darsi pugni in testa, a strapparsi i capelli, a piangere, e strillare:
- Ahim, Primpella mia! Ahim, Primpellino mio!
- Non  niente! Abbiamo un ultimo seme. Pazienza! Attenderemo ancora un altr'anno.
La donna pianse la intera giornata, e il marito, verso sera, scav una buca in fondo al prato, accanto alla prima, e vi seppell il popone infracidito e la creaturina putrefatta.
- Primpella?... O Primpellino?
- Moglietta mia, non ci ho badato.
E quando torn l'estate, seminarono l'ultimo seme.
Acqua la sera, zappa il mattino; a questo badava la donna. Quantunque molto scoraggiati, marito e moglie per non disperavano; e, appena levati da letto, andavano sul posto, e, come invocazione, ripetevano:

- Seme, semino,
Primpella o Primpellino!

Venne su una pianta, con piccole foglie che s'infoltirono nei rami; ma intanto, n fiori, n frutto, e non si sapeva che pianta fosse. Il marito diceva:
- Sar questo... Sar quest'altro!
Tirava a indovinare. Intanto, n fiori, n frutti, e i mesi passavano!
Finalmente, ecco i bocciolini e poi i fioretti stellati a cinque foglioline. Che cosa poteva seguirne? Qualche piccola bacca.
Eppure marito e moglie non disperavano; e ogni mattina, appena levati da letto, andavano sul posto, e, come invocazione, ripetevano:

- Seme, semino,
Primpella o Primpellino.

Un giorno pass di l un vecchione curvo, capelluto, barbuto, che si ferm davanti alla porta della casetta chiedendo un bicchier d'acqua. Mentre la donna lo serviva, il vecchione guardava attorno, quasi frugasse con gli occhi mezzi nascosti sotto le folte sopracciglia.
- Oh!... Che ve ne fate di quella pianta?
- Non sappiamo neppure che pianta sia.
- Si chiama Mandragora. Se voleste disfarvi della radice, ve la pagherei a peso d'oro.
Marito e moglie si guardarono negli occhi.
- Non la vendiamo! Non la vendiamo! - risposero ad una voce.
E appena quel vecchio fu andato via, scavarono con le mani la terra e trassero fuori la radice. Diedero un grido:
- Primpella? O Primpellino?
Si vedeva un omino, una creaturina scura scura, qualcosa che non era o non sembrava radice, e non era o non sembrava ancora proprio una creatura viva.
- Ah! Questa volta non saremo delusi.
E portarono la pianta in casa e la posarono delicatamente su un giaciglio, accanto al focolare.
Quella notte, marito e moglie non potevano chiudere occhio.
- Hai sentito? Si  mosso qualcosa.
- Ti sar parso; vediamo.
Il marito accendeva il lume e andava a guardare; la radice era l, rigida, ferma.
- Tentiamo di dormire, moglie mia.
Verso mezzanotte, di nuovo:
- Hai sentito? Si  mosso qualcosa.
- Ti sar parso; vediamo.
Ma prima che riaccendessero il lume, ecco qualcosa di grave che saltava sul letto e sgambettava e vagiva: 'ngue! 'ngue! 'ngue! Dalla grande gioia, non trovavano modo di accendere il lume; ma cos, al buio, la donna aveva gi preso tra le braccia la creatura viva che sguizzava con le gambettine e pareva volesse fuggirle. Era un bel bambino roseo, biondo, grassoccio, che si sarebbe detto nato da due mesi, e che aveva l'argento vivo addosso. Invece di vagire, gi parlava; poche ore dopo, si rizzava bene su le gambine; e prima di mezzogiorno, andava per casa come un frugolino, rimestando, spostando, urtando ogni cosa.
Marito e moglie sembravano impazziti dalla gioia; gli stavano attorno, temendo che si facesse male.
- No, Primpellino!
- Bada, bada, Primpellino!
Avevano un corredino, preparato da anni, ingiallito nelle cassette, e bast per vestirlo nei primi giorni. Ma quel demonietto cresceva a vista d'occhio. La donna dovette mettersi a tagliare e a cucire altre camicie, altri vestitini, e quantunque li tagliasse proprio a crescenza, bastavano appena per quindici giorni.
Nei primi mesi era stato un divertimento tutto quell'armeggio, ma ora la povera donna non aveva pi tempo di occuparsi di niente.
- Primpellino, che cosa fai? Primpellino, dove vai? Primpellino, non toccare! Primpellino, non saltare!
E spesso lo perdeva di vista.
- Primpellino, dove sei?
Le rispondeva dalla stalla. Accorreva, e lo trovava tra le gambe della mucca.
- Primpellino, dove sei?
Le rispondeva dal pollaio. Accorreva, e lo trovava che faceva saltare per aria i gusci delle uova fresche che si era succhiato.
- Primpellino, dove sei?
E le rispondeva dall'alto di un fico, di un pesco, di un gelso moro, dove si era tutto impiastricciato faccia, mani e vestiti, da riconoscersi a stento.
- Ah, Primpellino, Primpellino! Tu sei la disperazione di babbo e mamma.
Anche di babbo, perch Primpellino, per giocare, si serviva di qualunque cosa gli venisse sotto mano: zappe, rastrelli, seghe, pennati, roncole; li trascinava qua e l, n si sapeva mai dove li lasciasse.
- Ah, Primpellino, Primpellino! Tu sei la disperazione di babbo e mamma.
Ma, nello stesso tempo, egli era buono, servizievole, sollecito se gli si chiedeva di fare qualcosa. Andava e veniva, cos celermente, che certe volte babbo e mamma stentavano a credere che egli avesse eseguito l'incarico dtogli.
Non occorreva d'insegnargli, sapeva gi fare ogni cosa.
La donna impastava il pane e lo metteva a lievitare; intanto si allontanava di casa per qualche faccenda. Al ritorno:
- Ah, Primpellino, che hai fatto!
Il pane era gi bell'e sfornato, caldo, di perfetta cottura.
L'omo gli diceva:
- A potare si fa cos; quando sarai cresciuto mi aiuterai.
Senza farsi scorgere, Primpellino afferrava un pennato e via :nel folto della vigna.
- Primpellino, dove sei?
Rispondeva di col. E si vedeva Primpellino che dava colpi a ,destra, a sinistra facendo saltar per aria i tralci, quasi operasse una devastazione.
Il babbo accorreva, con le braccia in alto, gridando:
- Smetti, smetti, tristanzuolol
Ma arrivato sul posto, trovava gi compiuto un lavoro per cui non sarebbero bastate due giornate, e cos esattamente da rimanerne stupito. Era gi un bel ragazzino, forte, muscoloso; e intanto si nutriva soltanto di latte, di uova e di frutta.
La mattina, cerca Primpellino di qua, cerca Primpellino di l, lo trovavano inginocchiato per terra fra le gambe della mucca, e succhiava, succhiava il latte; quello munto non voleva berlo.
Pi tardi, cerca Primpellino di qua, cerca Primpellino di l, lo trovavano nel pollaio che frugava nei corbelli per trovarvi le uova fresche. Vi faceva due buchini sulla punta, e se le sorbiva con un sorso. Serbava i gusci in un canto.
- Perch quei gusci, Primpellino?
- Per farli covare dalla chioccia, mammina cara!
- Sei sciocco, Primpellino!
Ma appena una delle galline di il segno di esser chioccia, Primpellino preparava un corbello con paglia e fieno, vi disponeva una ventina di gusci di uova, e vi poneva su la chioccia per covarli. S'intese un gran scricchiolio.
- Hai visto, sciocchino?
Il peso della gallina avea schiacciato i gusci, ma sotto le ali e attorno al petto di essa erano accoccolati venti pulcini bianchi, neri, variegati che pigolavano e chiedevano da beccare. E in un canto era gi pronto un vassoio con midolla di pane sminuzzata intrisa col vino, e mescolata con prezzemolo tagliuzzato e qualche cima di menta. In certi momenti, marito e moglie avevano paura di quel figliuolo che riusciva a fare tutte quelle cose, quasi avesse la magia nella punta delle dita. Notavano:
-  cresciuto prestamente da principio; ora non cresce pi.
- Meglio, marito mio, se rimarr sempre ragazzino.
- Perch?
- Perch cos non prender moglie, e non metter su casa da s.
Aveva appena finito di parlare, che dalla cucina, dove si trovava, Primpellino si mise a cantare:

- Babbo bello,
mamma bella,
Primpellino vuol Primpella;
Se tra un anno non l'avr,
Primpellino se n'andr.

Accorsero in cucina, spaventati della minaccia.
Che significa, Primpellino?
Significa che tra un anno dovete farmi Primpella. Appena nata la sposer.

Se tra un anno non l'avr,
Primpellino se n'andr.

Dove, Primpellino? dove?
- Nel mio paese, sottoterra!
- E avresti cuore di lasciarci?

- Babbo bello, mamma bella,
Primpellino vuol Primpella.

Egli non rispose altro. Di un salto dalla finestra, e poi altri due o tre, e and ad arrampicarsi in cima a un ciliegio e si mise a spolpare ciliege, divertendosi a lanciare lontano gli ossi con un cannellino. E di tanto in tanto ripeteva:

- Babbo bello, mamma bella...

- Come faremo, marito mio?
- Come vorr la sorte, moglie mia.
Si sentivano attaccati a Primpellino, quasi fosse una creatura delle loro viscere. Gli perdonavano tutte le bizzarrie, tutte le stranezze; ormai si erano abituati; ma ogni loro felicit era cascata gi al tristissimo annunzio: Primpellino se n'andr! Sapevano per prova che neppure una sillaba di Primpellino andava in fallo! E si vedevano perduti, se non trovavano modo di avere Primpella per farla sposare con Primpellino. Egli intanto diventava pi strano, pi capriccioso, pi pazzerellone di prima.
Vedeva una stella filante? E gridava:
- Mamma, mamma, affrrala!
E poich la mamma non gliel'afferrava, quantunque per contentarlo ne facesse l'atto, Primpellino si arrabbiava, pestava i piedi, strillava. Per sfogarsi, saltava in cima a un pesco e faceva una bella scorpacciata delle pesche pi belle.
Vedeva un largo raggio di sole, formicolante di pulviscolo che penetrava dalla finestra? E subito gridava:
- Mamma, tienlo fermo; voglio salirvi su e montare in alto!
E poich la mamma non poteva render solido il raggio del sole formicolante di pulviscolo, Primpellino si arrabbiava, pestava i piedi, strillava. Per sfogarsi saltava in cima a un gelso moro, e faceva una bella scorpacciata di gelso tingendosi di rosso le mani, i vestiti, impiastricciandosi la faccia. Poi saltava gi dall'albero, e pareva dovesse fiaccarsi il collo; si tuffava, vestito com'era, nella vaschetta dell'orto, e ne usciva ripulito da capo a piedi. Dava una scrollatina di braccia, di gambe ed era pi asciutto di un osso. Certe mattine si levava con la voglia di fare una corsa a cavallo dell'asinello. L'asinello era vecchio, con la coda spelata, con le lunghe orecchie ciondoloni. Ma il mariuolo :sapeva come farlo correre e saltare. Prendeva una manata di spine e gliele legava sotto la coda. L'asinello, per liberarsene, correva, saltava, tirava calci; e lui, in groppa, afferrato alle orecchie. L'asinello pareva impazzito; e Primpellino rideva, gli batteva i fianchi con le calcagna, gridava:
- Bravo! Bravo! Bravo!
E quando l'aveva cos martoriato un bel pezzetto e il povero animale non ne poteva pi, Primpellino gli slegava le spine di sotto la coda, e, saltato gi, lo accarezzava, gli dava la biada, lo conduceva alla vasca per farlo bere, e poi su l'aia perch si rivoltolasse tra la polvere. Non lo lasciava tranquillo finch l'asino non si risolveva a fargli un raglio quasi di ringraziamento. ,Allora lo legava alla mangiatoia e si rivolgeva a un altro divertimento. Non lo contrariavano, lo lasciavan fare, quantunque continuamente temessero che non gli accadesse qualche guaio. Una volta la mamma gli disse:
- Primpellino, prendi la brocca e vai a riempirla alla fontana.
- La brocca  pesante; prendo un paniere.
E avanti che la mamma gli gridasse: - Che cosa fai? - egli era gi andato alla fontana e tornava, reggendo a stento il paniere che non versava una goccia d'acqua.
Un'altra volta, vedendo che il babbo, aggiogati il bue e la vacca, li aveva attaccati all'aratro, Primpellino gli disse:
- No, babbo; col solo aratro si fa meglio.
E in un attimo, staccati il bue e la vacca, impugnava, con tutt'e due le mani, il manico dell'aratro, e lo spingeva avanti quasi fosse stato un fuscello. L'aratro andava e veniva, smovendo il terreno col vomero, facendo larghi solchi e profondi, con gran stupore del contadino che non credeva ai suoi occhi.
In men di un'ora, Primpellino aveva fornito il lavoro di due o tre giornate.
E per ci, marito e moglie non sapevano rassegnarsi al pensiero che un giorno o l'altro, se non avesse sposato Primpella, Primpellino sarebbe andato via, ed essi lo avrebbero pianto per tutta la vita.
- Ah, marito mio! Ho sognato la vecchina, quella dei semi. Mi ha detto: State allegri; Primpella  per via!
Ed era vero. Quando Primpellino seppe che la mamma, finalmente, portava in seno Primpella - gi la chiamava cos - non sti pi nei panni dalla gioia.
- Mamma, lasciami ascoltare!
Poggiava un orecchio sul seno di lei e stava immobile, trattenendo il fiato.
- Primpella! Primpellal Mi vuoi per marito?
E non ricevendo risposta, si stizziva, pestava i piedi, strillava, piangeva.
- Facciamola uscir fuori subito!
Era andato in cucina, aveva preso un coltellaccio, e dovette accorrere il babbo per levarglielo di mano e impedirgli che commettesse l'orrore di ferire la mamma.
Si svincol, di un salto sul tetto, e sedutosi su la grondaia, con le gambine penzoloni, chiamava a gran voce:
- Primpella! Primpella!
E stette lass tutta la nottata, gridando:
- Voglio Primpella! Voglio Primpella!
La mattina, allo spuntar del sole, salt gi.
- Mamma, lasciami ascoltare.
Poggiava un orecchio sul seno di lei e stava immobile, trattenendo il fiato:
- Primpella, Primpella! Mi vuoi per marito?
Naturalmente non riceveva risposta, e si stizziva, pestava i piedi, strillava, piangeva.
Marito e moglie non ne potevano pi. E che cosa combinarono? Per acchetarlo, dissero:
- Primpella parler per bocca della mamma.
Preparavano le feste delle nozze.
- Voglio un bel vestito, tutto di seta.
E gli fecero un bel vestito tutto di seta.
- Voglio un bel cappello di paglia col nastro azzurro.
E gli fecero un bel cappello di paglia col nastro azzurro.
- Dovete invitare l'asinello, che raglier.
- Inviteremo l'asinello, che raglier.
- Dovete invitare il bue e la mucca, che muggiranno.
- S, come tu vuoi, Primpellino.
- Dovete invitare il gallo con le galline. Il gallo far chicchirichi e le galline chiocceranno e faranno le uova.
- S, come tu vuoi, Primpellino.
- E dovete fare una torta grande quanto un corbello.
- S, una torta, grande quanto un corbello, Primpellino.
Pur di vederlo star tranquillo, avrebbero promesso chi sa che altro!
La mamma cuciva il vestito di seta, e Primpellino cheto come l'olio, stava a guardare.
Il babbo aveva comprato il cappello di paglia col nastro azzurro, e Primpelllno si divertiva a provarselo in testa e a levarselo per osservare il bel nastro azzurro.
La mamma impastava la torta grande quanto un corbello, e Primpellino, zitto, con le mani dietro la schiena, girava torno torno alla madia, sgranando gli occhi dalla contentezza.
E il giorno delle nozze, trassero di stalla l'asinello, il bue e la :mucca e li condussero davanti l'uscio; aprirono il pollaio e, :spargendo manate di becchime, raccolsero davanti alla casa il gallo e le dodici galline.
Primpellino, vestito da sposo, si pavoneggiava, strofinandosi le mani dall'allegrezza.
- Asinello, perch non ragli?
L'asinello, a testa bassa, con le orecchie ciondoloni, pareva fiutasse il terreno.
- Bue e mucca, perch non muggite?
Essi ruminavano, ruminavano, soffiando di tanto in tanto con le narici umide, e pensavano a tutt'altro che a muggire.
- Gallo, perch non fai chicchirich? Galline, perch non chiocciate e non fate le uova?
Gallo e galline badavano a becchettare; c'era tanto buon grano, per terra!
- Non importa! Non importa! Ora sposo Primpella! Mi vuoi per marito, mi vuoi?
- No! No! No!
La povera donna non aveva potuto far a meno di rispondere cosi. Primpellino era rimasto di sasso.
- Come mai, moglie mia?
- Non posso rispondere altrimenti!
Primpellino si riscosse e torn a domandare:
- Primpella! Primpella! Mi vuoi per marito, mi vuoi?
- No! No! Noi
La voce sembrava uscisse di fondo della strozza della povera donna.
Primpellino era rimasto di sasso.
- Come mai, moglie mia?
- Non posso rispondere altrimenti!
Marito e moglie erano atterriti di quel che accadeva.
- Primpella! Primpella! Mi vuoi per marito, mi vuoi?
- No! No! Noi
Si ud un gran rumore. Veniva gi un rovescione di acqua accompagnato da un ventaccio furioso, che scoteva tutta la casetta. Marito e moglie si trovarono a letto, come quella notte. E in mezzo ad essi c'era una creaturina che vagiva.
- Accendi il lume, marito miol
Il poveretto, dallo sbalordimento, non trovava modo di accendere.
Finalmente, alla luce della candela, videro una bella bambina, come se l'eran sognata...
E Primpellino?
Non ce n'era traccia in nessun posto. Chiama, richiama; nessuno rispondeva.
- Che  mai stato? Tutto un sogno?
- Non  possibile, marito mio.
Uscirono fuori, e che cosa trovarono nell'orto?
Una bella pianta di zucca, una bella pianta di popone, ma senza fiori n frutto, e fra essi una pianticina con foglioline verde scuro e fiorellini stellati.
Per una settimana si sentivano vagellare la testa, non si raccapezzavano. Poi, a poco a poco, cominciarono a tranquillarsi, felici di avere quella bambina che li guardava con gli occhietti vaghi, agitava nel vuoto le manine e sorrideva.
- Questo non pu esser sogno!
- No davvero, moglie mia!
E non si stillarono il cervello per convincersi se avevano sofferto una lunga allucinazione, se avevano fatto un sogno dopo che la vecchina aveva dato loro quei tre semi. Di questo non riuscivano a dubitare: avevano Primpella - potevano chiamarla altrimenti? - e si sentivano felici. La vecchina, Maga o Fata, li aveva rimeritati cos dell'ospitalit di quella notte. Si sentivano felici; ma spesso rimpiangevano:
- Se avessimo anche Primpellino!
Tanto  vero che chi ha, pi vuole avere!

Larga la foglia, lunga la via
Dite la vostra, che ho detto la mia.



IL NIDO DEI DRAGHI

C'era una volta un Re che era arrivato quasi alla vecchiaia senza avere un figliolo, e non sapeva consolarsene. Finalmente quando meno se l'aspettava, il Cielo gli fece la grazia; e il giorno che il capo dei Ministri and ad annunziargli: - Maest,  nato il Reuccio! - il Re, fuori di s dalla gioia, ordin grandi feste per tutto il regno, con cuccagne, zampilli di vino e banchetti pel popolo. Furono otto bei giorni di continua gazzarra, ma pochi si rallegrarono sinceramente di quella nascita reale. Dicevano:
- I figli dei vecchi non riescono gran cosa!
Non ostante questa specie di malaugurio, il Reuccio venne su bello, vispo, gagliardo.
A dodici anni, il Re gli di un precettore che doveva istruirlo nei vari esercizi del corpo, e un altro che doveva insegnargli tutto quel che  necessario ad ornare la mente di un futuro sovrano.
Il Reuccio tirava di arco e balestra, cavalcava, ma ascoltava pi volentieri gli insegnamenti dell'altro precettore. Gli piaceva di apprendere il nome di tutte le piante, di tutti i fiori, di tutti gli animali che vedeva nelle passeggiate pei giardini del palazzo reale; e mostrava grande interesse specialmente per gli uccelli di preda, per gli animali non ancora addomesticati.
Sentendo parlare di leoni, di tigri, di leopardi, domandava:
- Perch non vengono allevati come i cani e i cavalli?
- Perch divorano gli uomini.
- Anche quando sono piccoli?
- Ma non restano sempre piccoli.
Non sapeva persuadersene, e pregava il Re:
- Maest, dovreste regalarmi un leoncino!
- Che vorreste farne, Reuccio?
- Niente: lo alleverei.
E un altro giorno:
- Maest, dovreste regalarmi una tigrettina.
- Che vorreste farne, Reuccio?
- Niente: l'alleverei.
Il Re rideva, e per non dargli un dispiacere, soggiungeva:
- Pi tardi! Pi tardi!... Quando non sarete pi un ragazzo.
E siccome le parole del Reuccio venivano riferite dai cortigiani per vantare la fierezza d'animo del figlio del Re, tra il popolo c'era chi brontolava:
- Lo abbiamo detto: i figli dei vecchi non riescono gran cosa! Ecco: gi dimostra gusti feroci, se vuole tigri e leoni invece di cani e cavalli!
A vent'anni il Reuccio era diventato appassionatissimo della caccia.
Non c'era scoscesa e boscosa montagna del regno dov'egli non andasse ad arrampicarsi assieme coi pochi compagni destinatigli dal Re. E non tirava mai agli uccelli ordinari, alle timide bestie che gli sbucavano davanti su per le balze della montagna e nel folto dei boschi. Orsi, cignali, avvoltoi, aquile, soltanto questi gli sembravano degni della sua attenzione, soltanto questi egli affrontava con un ardimento che non lo faceva badare ai pericoli a cui si esponeva.
Il Re viveva in angoscia finch non lo vedeva ritornare sano e salvo, ma lo guardava con orgoglio ogni volta che il Reuccio gli presentava orsi e cignali abbattuti dagli infallibili suoi colpi di balestra.
Il Re non aveva voluto mai permettergli che andasse a cacciare in una montagna lontana, circondata di fittissimi boschi pieni di animali feroci.
Ormai le cacce in luoghi noti non lo allettavano come prima.
- Maest, lasciatemi andare laggi laggi!
Il Re non si piegava. E il Reuccio si raccomandava inutilmente anche alla Regina sua madre. Rinunci allora al prediletto svago, divenne triste, usc raramente dalle sue stanze.
Pi il Re e la Regina gli rammentavano le disgrazie accadute ad altri cacciatori in quella remota montagna - molti erano andati e non erano ritornati - e pi si accendeva nell'animo del Reuccio il desiderio di cimentarsi su per quelle balze, tra quegli orridi boschi. La sua tristezza aumentava di giorno in giorno, la sua salute ne soffriva.
- Dobbiamo vedercelo morire di malinconia? - disse la Regina.
Il Re resistette ancora un po'. Vedendo per che il Reuccio deperiva e non intendeva ragione, fisso in quel suo pensiero di andare a caccia laggi laggi, s'indusse ad accordare, suo malgrado, il permesso richiesto.
Il Reuccio parve risanato in un istante, e si prepar sbito alla partenza. Se non che il Re volle che fosse accompagnato da pi numerosa scorta.
E il giorno in cui egli e i suoi compagni uscivano dal palazzo reale, i soliti brontoloni ripetevano:
- Lo abbiamo detto: i figli dei vecchi non riescono gran cosa! Ecco: gi dimostra gusti pi feroci, andando a caccia in quella montagna e tra quei boschi! Sar un Re sanguinario, se giunge a salire sul trono!
Per arrivare alla montagna ci vollero otto giorni di cammino. Procedendo, di mano in mano che le balze si presentavano pi orride e le boscaglie pi fitte, l'ardore del Reuccio si accresceva. I suoi compagni si stancavano, si riposavano; ma egli li rampognava e si slanciava a un nuovo assalto di quelle rupi, si apriva nuovi sbocchi tra gli intricati rami degli alberi.
Intanto, nessun animale ferocePareva che, atterriti dalla insolita presenza di tanta gente, fossero scappati tutti a rifugiarsi nelle cime pi irte, tra le boscaglie pi fitte.
Una mattina erano arrivati in un punto dove le rocce si alzavano torno torno a cos grande altezza, da non permettere che si andasse pi oltre. La cinta dei boschi si arrestava a pi di essa. Il Reuccio si era seduto sur un masso, e guardava da ogni lato per scoprire un passaggio. Si vedevano soltanto rocce lisce, a picco, e un lembo di cielo azzurro, limpidissimo, circoscritto dalle aguzze cime dorate dal sole.
S'intese un gran sibilo e poi uno strepito di ali.
Tutti alzarono gli occhi; un mostro orrendo veniva gi. Aveva un corpo da serpente ed ali da pipistrello, grandi come vele.
Il Reuccio si affrett a tender l'arco, e lanci una freccia che and a conficcarsi proprio nel petto del mostro. Di un sibilo pi forte, pauroso, agit le ali che si afflosciarono sbito, e il mostro precipit gi con grave rumore. Annodava e snodava la coda aguzza, rizzava il collo, e dalla bocca, tra due file di denti, vibrava la lingua che sembrava una spada.
Il Reuccio e i compagni gli tirarono altre frecce alla testa e al fianchi, e non si accostarono se prima non lo videro giacere inerte, tra una gran pozza di sangue nerastro.Era un drago!
Mentre essi stavano a osservarlo, ecco un altro sibilo meno acuto e uno strepito di ali meno forte.
Alzarono gli occhi, e compresero che doveva essere la draghessa, quest'altro mostro uguale al primo, ma di dimensioni assai minori.
Il Reuccio tese celermente l'arco e lanci la freccia, che colpi la draghessa alla testa e la fece cascar gi morta sul corpo del suo compagno.
- Oh, qui ci dev'essere il nido.
E non aveva il Reuccio ancora finito di pronunziare queste parole, che dallo spacco d'una roccia si affacciavano quattro piccole teste di draghi con le bocche spalancate e le linguette vibranti.
Erano nati il giorno innanzi, perch sembrava che i sottili colli reggessero male il peso delle teste, e gli occhi non erano ancora aperti.
- Dobbiamo prenderli vivi! Dobbiamo prenderli vivi!
Il Reuccio, in preda a immensa gioia, tendeva le braccia, agitava le mani, quasi potesse giungere a quell'altezza sollevandosi su la punta dei piedi. E ripeteva rivolto al compagni:
- Dobbiamo prenderli vivi! Dobbiamo prenderli vivi!
Come fare? Si diedero ad abbattere con le accette rami di alberi, li legarono in modo da costruire una rozza ma solida scala; e, quando fu pronta, il Reuccio vi mont su e prese a uno a uno i draghettini. Erano quattro, molli, quasi viscidi, con sul dorso un accenno di ali simili a pinne di pesce, poco pi grossi di un grosso ramarro. E rizzavano le teste e spalancavano le bocche, affamati.
Il Reuccio disse:
- Il drago e la draghessa certamente recavano da mangiare ai piccini.
Infatti, aperto il gozzo di essi, vi trovarono il cibo, e il Reuccio ingozz pazientemente i draghetti, finch non riapersero pi le bocche. Da l a poco, piegavano le teste, si acchiocciolavano, ed erano belli e addormentati.
Il Reuccio stim inutile di prolungare pi la caccia. Lasciarono l a imputridire il drago e la draghessa, e coi draghetti situati in fondo a una cesta sopra un letto di foglie secche, egli e i compagni presero la via del ritorno.
Quando si seppe che il Reuccio aveva riportato quattro piccoli draghi e che intendeva di allevarli e addomesticarli, i soliti brontoloni ripresero:
- Lo abbiamo detto: i figli dei vecchi non riescono gran cosa! Ecco: ora, con questi draghi chi sa quante disgrazie accadranno! Sar un Re sanguinario, se giunge a salire al trono!
Invece il Reuccio pensava che certi animali sono feroci perch nessuno si  mai incaricato di renderli domestici e miti. E voleva provare coi draghi.
Stava occupato da mattina a sera a ingozzarli, ad accarezzarli stropicciandoli leggermente con le mani, e osservava che essi godevano del tepore che quel lieve stropicciamento lor produceva.
Lo riconoscevano gi; rizzavano le teste, agitavano le code, vedendolo avvicinare. Gli si arrampicavano addosso con le zampine ugnate, gli lambivano le mani con le linguette, lunghe e sottili, e smovevano le ali che cominciavano a distendersi cartilaginose, a spicchi come quelle dei pipistrelli.
Ormai mangiavano da s, divorando golosamente, e il Reuccio se li faceva venir dietro per la stanza, imitando il loro sibilo, attirandoli con un po'di cibo.
Fin a tanto ch'essi erano piccoli, il Re non stava in pensiero pel Reuccio; ma ora che avevano gi messe le ali e si provavano a volare, il Re si atterriva vedendolo entrare nello stanzone dove stavano chiusi, perch vi si potessero muovere a tutt'agio. E lo ammoniva:
- Badate, Reuccio! Non vorrei che un giorno o l'altro...
Il Reuccio sorrideva, e per mostrargli che i quattro draghi gli s'erano affezionati come cagnolini, apriva l'uscio e se li traeva appresso pei corridoi del palazzo reale; li tastava, li accarezzava, li faceva star ritti sulle zampe di dietro, col collo proteso in avanti, con le ali che sbattevano e facevano un rumore simile a quello di piccole vele smosse da forti soffi di vento.
Erano belli nel loro orrido, con quei corpi di serpenti alati, con quel collo pieno di rughe simile a collo di tartaruga, e le creste rosse che gi spuntavano nella parte superiore delle teste, pi appariscente nei due maschi, meno pronunciate e meno vivide nelle due femmine.
Un giorno, per, che il Reuccio ebbe il capriccio di condurseli dietro per le vie, legati con catenelle di acciaio raccomandate a dei collari di ferro battuto, fu un fuggi fuggi della gente spaventata dall'aspetto di quei mostri non mai visti.
- I draghi! I draghi!
Era un chiuder di usci e d'imposte; un gridare, un piangere, quasi i draghi avessero cominciato a divorare qualcuno.
Essi, intanto, camminavano tranquillamente, scherzando tra loro con le code, con le teste, accostandosi spesso al Reuccio per leccargli la mano, elevandosi a brevi voli, a fior di terra.
E fu peggio la mattina che fu visto uscire il Reuccio a cavallo di uno dei draghi ben bardato, guidato con lunga briglia, e che appena fuori del portone spieg le ali e si elev altissimo, obbediente al richiamo della briglia, come il pi docile dei cavalli.
Anche il Re e la Regina lo guardavano atterriti da un balcone del palazzo reale, e dovettero fare uno sforzo per non ritirarsi, quando il Reuccio fece abbassare il volo del drago e lo diresse proprio verso di loro e fermossi a discorrere mentre il drago si librava su le ali e si teneva quasi fermo per aria, inarcando il collo rugoso, proprio come il pi superbo cavallo delle stalle reali.
E fatta la prima prova con uno, la ripeteva nei giorni appresso con gli altri tre.
Ora la gente gridava, s, da ogni parte: - Il drago! Il drago! - ma era rassicurata, e godeva di vederlo aliare da un punto all'altro, col Reuccio a cavallo, che lo guidava a suo talento, e saliva e scendeva e risaliva fino a perdersi tra le nuvole a grande altezza.
I brontoloni per non si davano ancora per vinti:
- Lo abbiamo detto: i figli dei vecchi non riescono gran cosa! Vedrete, con questi draghi, che disgrazie accadranno. Sar un Re sanguinario, se giunge a salire ai trono!
Un giorno il Re chiam il Reuccio nella sala del Consiglio. I ministri eran seduti gravemente attorno a lui.
- Reuccio, - gli disse -  tempo di finirla coi capricci. Io sono vecchio, e posso morire da un giorno all'altro. Voglio lasciare ben ordinate le cose del Regno e della mia famiglia. Ho deciso di darvi moglie. Scegliete voi stesso tra le principesse pi in vista.
- Non ne conosco nessuna. Sar degna della mia mano colei che, per dimostrarmi il suo affetto, avr il coraggio di fare una passeggiata a cavallo di uno dei miei draghi assieme con me.
Il Re voleva troppo bene a quel figlio unico; si strinse nelle spalle, e accett questa condizione.
Ambasciatori partirono per diverse Corti, dove erano principesse da marito.
- Dice il Reuccio: Sposer colei che avr il coraggio di fare una passeggiata a cavallo di uno dei miei draghi assieme con me. Che cosa risponde la Principessa.?
- Che il Reuccio  matto da legare.
Gli ambasciatori si aspettavano questa risposta; e, secondo gli ordini del Re, si presentarono a un'altra Corte.
Dice il Reuccio: Sposer colei che avr il coraggio di fare una passeggiata a cavallo di uno dei miei draghi assieme con me. Che cosa risponde la Principessa?
- Che il Reuccio  peggio che matto da legare.
Gli ambasciatori, dopo questa seconda, non si aspettavano risposte diverse: ma, secondo gli ordini del Re, si presentarono a un'altra Corte.
Con loro grande meraviglia, la Principessa interrogata rispose francamente:
- Dite al Reuccio che accetto!
Lieti di aver potuto compiere la loro missione, gli ambasciatori tornarono dal Re.
- La Principessa di Spagna ha risposto: Dite al Reuccio che accetto.
Il Reuccio aveva fatto costruire un'apposita stalla pei draghi, e passava lunghe ore con essi, che intendevano gi ogni inflessione della parola di lui, e lo obbedivano mirabilmente. E quando egli, molto contento della risposta della Principessa, quasi sicuro o, almeno, desiderando di esser compreso, and nella stalla ad annunziare: - Uno di voi avr l'onore di portare sul dorso la Reginotta - parve che essi avessero inteso davvero, e proruppero in sibili acuti, girando le teste, vibrando le lingue, agitando le code.
La Corte era in gran trameno pei preparativi delle nozze.
Il vecchio Re e la Regina, che aveva pochi anni meno di lui, sembravano ringiovaniti.
Il Reuccio ordinava nuove magnifiche bardature, con stoffe tramate d'oro, con galloni di oro e borchie di diamanti. Di oro era pure il freno delle briglie, e queste tutte trapunte di vere pietre preziose.
Il giorno che li prov addosso ai draghi, essi parvero orgogliosi di vedersi ornati a quel modo, e sibilavano, e rizzavano le teste, e vibravano le lingue, e agitavano le code in pi espressiva maniera.
Anche questa volta non mancarono i soliti brontoloni di malaugurio:
- Lo abbiamo detto: i figli dei vecchi non riescono gran cosa! Vedrete quel che accadr con questi draghi maledetti! E avverr anche peggio, quando costui salir sul trono!
Nella Corte della Principessa c'era un'ansiosa aspettativa, che nel popolo assumeva forza di terrore al solo pensare che il Reuccio avrebbe condotto due draghi, invece di carrozze e cavalli, e che Reginotta e Reuccio dovevano partire a cavallo di essi.
- Ma sono bell'e addomesticati! - dicevano alcuni.
- Con certe bestie non si sa mai!
Il Re di Spagna volle interrogare novamente la figlia.
- Siete proprio decisa, Principessa? -- Proprio decisa!
- Ma voi non avete mai visto draghi; sono mostri orrendi. Li ho visti dipinti e non mi hanno fatto paura.
Il Re era stupito di tanto coraggio; pure insisteva:
- Se vi figurate, Principessa, di non trovare altro marito...
- O il Reuccio dei draghi, o pi nessuno, Maest.
- Che il Cielo vi aiuti, figliola mia!
Disse cos; ma in fondo al cuore aveva un triste presentimento.
Il giorno dell'arrivo del Reuccio poche persone si avventurarono nelle vie. La gente se ne stava rimpiattata in casa, dietro le imposte e dietro gli usci aperti a fessolino per poter assistere allo spettacolo senza incorrere in qualche disastro.
Appena per s'intesero da lontano i sibili acuti dei draghi e si avvicin il rumore delle loro ali da pipistrello larghe come vele, nessuno pot frenarsi di affacciare la testa e poi di protendersi dal davanzali; la curiosit aveva potuto pi della paura.
I draghi arrivavano maestosamente, con lento volo. Il Reuccio che cavalcava su uno di essi, si traeva dietro per la briglia l'altro destinato alla Principessa.
Alla vista di quei mostri, ella impallid un po'e si senti correre un lieve brivido da capo a piedi, ma si rinfranc subito.
Il Reuccio diresse il volo dei draghi verso la terrazza dov'era raccolta la famiglia reale.
- Ben arrivato, Reuccio!
- Ben trovata, Reginotta!
- Ben arrivato, Reuccio!
- Ben trovata, Maest!
Il Reuccio scese davanti al portone del palazzo reale, introdusse egli stesso i draghi nell'ampia stalla preparata per essi; li leg con catene alla mangiatoia e chiuse a chiave, per cautela, la porta.
Il giorno dopo si celebrarono le nozze.
Il Reuccio aveva notato un'insolita irrequietezza nei draghi; ma non se ne era dato pensiero; il lungo viaggio fatto e il nuovo locale della stalla gli parvero sufficiente spiegazione.
Arrivati il giorno e l'ora della partenza, il Reuccio and a trarre di stalla i draghi, magnificamente bardati e imbrigliati.
Abbracci, baci, saluti; la Reginotta non sapeva staccarsi dal padre. Il Reuccio dov farle dolce violenza. E tra gli applausi della folla e i gridi di augurio, egli aiut a montare sul drago la Reginotta e le mise in mano la briglia, poi mont lui e di agli animali impazienti il cenno della partenza.
Distesero le ali, si elevarono lentamente, poi presero un largo volo, e sparvero dagli sguardi di tutti.
Arrivarono, dopo alcuni giorni, quelli del sguito del Reuccio, ed egli e la Reginotta, che avrebbero dovuto giungere molto prima, non si vedevano ancora.
Il Re, la Regina, i Ministri spiavano il cielo dall'alto di una terrazza; ed ogni ora, ogni istante che passavano, li riempivano di ansia e di spavento.
Alla Corte di Spagna attendevano, con uguale ansiet, notizie dell'arrivo degli sposi. Avrebbero dovuto ricevere staffette da correre a spron battuto, e non ne arrivava nessuna!Che cosa era dunque accaduto?
Era accaduto che, dopo un lungo tratto di volo, i due draghi avevano cominciato a non pi obbedire al freno della briglia. Il drago della Reginotta voltava indietro la testa quasi a fiutarla, e il drago del Reuccio, girando attorno all'altro, stendendo anch'esso la testa quasi a fiutare la Reginotta. L'odore di quelle carni fresche, non mai sentito da loro, aveva risvegliato tutt'a un tratto in essi l'istinto tenuto in freno e sopito dall'addomesticamento fatto dal Reuccio, ma non distrutto.
I draghi finalmente si fermarono, non vollero pi andare avanti n indietro. Si libravano su le ali e stendevano la testa con la bocca spalancata vibrando le lingue che parevano di fuoco, tentando di addentare la Reginotta e di farne due bocconi. Ella non capiva il pericolo, ma il Reuccio ne fu spaventato. Afferr disperatamente le redini, e con rapido moto le attorse attorno al collo del suo drago e strinse forte forte, per soffocarlo. Il drago di due trabalzi per buttar gi di sella il Reuccio, poi barcoll, pieg a met le ali e cominci rapidamente a scender gi, tramortito. L'altro segu il compagno; ma il Reuccio, colto il momento, slanciossi a cavalcioni su lui, afferr le redini e gliene attorse al collo come all'altro, e strinse forte forte. Il mostro di due, tre balzi, barcoll, pieg a met le ali e segni pi rapidamente nella discesa, tramortito, il compagno.
Appena toccata terra, Reuccio e Reginotta saltaron gi di sella. I due draghi, soffocati, davano gli ultimi tratti.
Per la campagna dove erano discesi non si vedeva anima viva. Stoppie, stoppie, stoppie, a perdita di vista e qualche albero qua e l. In fondo, una casetta di contadini; ma bisognava far molta strada per arrivarvi.
Dopo quattro giorni di cammino a piedi, Reuccio e Reginotta non si riconoscevano pi dagli stenti e dalla fatica. Finalmente s'imbatterono in un carro guidato da un contadino.
- Se ci porti fino al palazzo reale, farai la tua fortuna!
- E voi chi siete?
- Siamo il Reuccio e la Reginotta.
- Il Reuccio e la Reginotta sono morti. Il Re e la Regina hanno gi preso il lutto. A chi volete darla a intendere? Vi porto per carit, perch siete due poveri diavoli affamati e stanchi. Su, montate.
Giunti alla porta della citt, il contadino voleva che scendessero.
- Accompagnaci fino a casa nostra e sarai ricompensato.
Il contadino disse:
- Ho fatto novantanove; facciamo cento!
E tir avanti.
Il portone del palazzo reale era chiuso per lutto.
Quando il contadino cap che quei due poveri diavoli affamati e stanchi, come li aveva chiamati, erano davvero il Reuccio e la Reginotta, cominci a tremare dalla paura di averli offesi. E per ingraziarseli si di a picchiare forte, gridando:
- Aprite, aprite!... Il Reuccio! ... La Reginotta!
Le guardie lo presero per ubriaco o per pazzo, e volevano arrestarlo.
Quel che accadde nella Corte tra Re, Regina, Reuccio e Reginotta, immaginatelo voi.
Il Reuccio raccont del gran pericolo corso, e la morte dei due draghi.
- E i due rimasti qui?
Nessuno aveva voluto cimentarsi a governarli, ed erano morti di fame nella stalla. Si sentiva il puzzo delle loro carogne.
Da allora in poi il Reuccio non tent pi di addomesticare animali feroci, convinto che presto o tardi l'istinto riappare.
E poi - gli disse un giorno il padre - quando io non ci sar pi, avrai ben altro animale feroce da ammansire!
E indicava la folla che sotto il palazzo reale gridava a squarciagola, battendo le mani:
Viva il Reuccio! Viva la Reginotta!

Fiaba detta, fiaba scritta,
Ora va storta, ora va diritta.



CARBONELLA

C'era una volta una povera donna che aveva una bambina cos bruna, da sembrare quasi una mora. La lavava quattro, cinque volte al giorno per tenerla pulita; ma la pelle della piccina, specialmente quella delle mani, trasudava un umor nero che lasciava l'impronta su qualunque cosa ella toccasse, ed era la disperazione di quella povera mamma.
Le vicine le avevan messo il nomignolo di Carbonella; e anche sua madre aveva finito col non chiamarla altrimenti.
Carbonella, vispa, servizievole, si faceva voler bene da tutti. Non poteva per soffrire che gli altri bambini del vicinato la chiamassero cosi.
- Carbonella, vuoi fare il chiasso con noi?
- Ve la do io la carbonella!
Li rincorreva, e quando li aveva raggiunti, con una stropicciatina delle mani sul viso li impiastricciava di nero, in maniera da farli parere figli di carbonai.
Ed erano pianti, ed erano strilli; ma le mamme davano ragione a lei:
- Perch la chiamate Carbonella?
- E voialtre dunque? E la sua mamma dunque?
- Noialtre glielo diciamo per vezzo.
Infatti era cos. Carbonella di qua! Carbonella di l!
- Perch insudici tutto, Carbonella?
- Per farvelo lavare pi presto.
- Brava Carbonella! E perch ti arrabbi quando i ragazzi ti chiamano cosi?
- Perch la mia mamma mi lava quattro, cinque volte il giorno: e tutti quei ragazzacci sono pi sporchi di me.
Intanto la sua mamma non sapeva che mestiere farle apprendere, con quelle mani che lasciavano il segno su qualunque cosa toccassero.
- Figlia disgraziata! E come farai per campare quando io non ci sar pi?
- Il Signore mi aiuter! - quasi la povera donna prevedesse che doveva morir presto e lasciare nei guai la figliuola che aveva appena sette anni.
Le vicine per qualche tempo le diedero da mangiare: oggi una, domani un'altra. Povere anch'esse, vivevano stentatamente di lavoro ed erano cariche di figlioli. Pel momento, una bocca di pi non costituiva gravezza; e Carbonella, meschina, si contentava di quel po'che le davano. Ma quando sarebbe cresciuta? Nutrirla non bastava: bisognava rivestirla, tenerla d'occhio: e con quel difetto d'insudiciar di nero ogni cosa che toccava, non le si poteva far fare nessun lavoro.
Ora che la sua mamma era morta, le vicine avevano ben altro a cui badare che a lavarla quattro, cinque volte il giorno; e per ci Carbonella era divenuta, come dicevano, peggio Carbonella di prima.
Se ne stava accoccolata davanti all'uscio della sua catapecchia, coi gomiti sui ginocchi, col mento fra le mani, e guardava le nuvole che passavano pel cielo spinte dal vento.
- Me ne vorrei andare pel mondo come loro!
Fantasticava cos; le invidiava.
- Che stai a guardare, Carbonella? Le mosche che volano?
- Non so: guardo le nuvole! Dove vanno?
- Dove le porta il vento, lontano.
- Voglio andarmene con loro.
E una mattina, chiama, cerca Carbonella... era andata via, era sparita, senza dir niente a nessuno.
- Povera Carbonella! Chi sa a quest'ora dove le lucono gli occhi!
Carbonella aveva raccolto quei pochi stracci che costituivano tutta la sua ricchezza, ne aveva fatto un fagottino e, presa la via dei campi, era andata avanti, avanti senza sapere dove e perch andasse.
Aveva sentito dire pi volte: - Il tale, la tale hanno incontrato la Fortuna - e si era immaginata che la fortuna corresse attorno pel mondo. Poteva incontrarla anche lei. E per ci quel giorno, imbattendosi in qualche donna, vecchia o giovane, le domandava ingenuamente:
- Siete voi la Fortuna?
Tutte la guardavano stupite della domanda, e non rispondevano nemmeno; tiravano via, crollando il capo; la credevano una scema.
Verso sera incontr una carrozza tirata da due focosi cavalli, riccamente bardati. Una bella signora era quasi sdraiata sui cuscini; passava di corsa.
- Signora, bella signora!
Al grido, la signora fece fermare la carrozza e attese che quella ragazza, cos bruna da sembrare una mora, vestita poveramente, e con quel fagottino sotto braccio, le si fosse avvicinata.
- Signora, bella signora, siete voi la Fortuna?
- La donna croll il capo, e fe'cenno al cocchiere di riprendere la corsa.
Era gi notte, quando Carbonella, atterrita di trovarsi cos sola in piena campagna, vide apparire in un lato della strada una fiammolina azzurrognola che errava, sobbalzando, e non si fermava mai. Si mise a inseguirla; ma appena le era vicina e gi tendeva la mano per afferrarla, la fiammolina dava un balzo e si allontanava con bizzarro movimento di altalena. Carbonella aveva dimenticato la stanchezza, la fame che le mordeva lo stomaco, e inseguiva, inseguiva la fiammolina. Le era balenato alla mente che potesse essere la fortuna.
- Fiammolina, fiammolina azzurra! Se sei la Fortuna, lasciati afferrare!
Ah! Non era la fortuna, giacch continuava ad errare, con quel bizzarro movimento d'altalena, e non si lasciava raggiungere.
Tutt'a un tratto, la vide fermarsi e sparire, e si accrse di essere arrivata davanti all'uscio di una povera casetta di campagna.
Si fece animo e picchi. Non rispose nessuno. Attese un po'e torn a picchiare. Non rispose nessuno.
- Fiammolina, fiammolina azzurra, mi hai dunque ingannata?
E torn a picchiare per la terza volta. Si ud una voce rauca, di persona ingrugnata:
- Chi picchia? Chi cercate?
- Sono io, sono Carbonella; chiedo ricovero per questa notte.
- Carbonella? Non sono fornaia; avete sbagliato uscio.
- Datemi almeno una fetta di pane: muoio dalla fame!
Dalle fessure dell'uscio Carbonella si accrse che l dentro avevano acceso un lume; e dal rumore degli zoccoli e dal brontolio della voce rauca, cap che qualcuno veniva ad aprirle.
L'uscio scricchiol e apparve su la soglia una vecchia curva, grinzosa, coi bianchi capelli arruffati, e gli occhi insonnoliti.
- Chi sei?  questa l'ora di rompere il sonno alle persone?
- Scusate buona donna; mi ha guidato fino a qui una bella fiammolina azzurra. Mi ero sperduta per la campagna.
- Ti chiami Carbonella? Sei carbonella davvero.
E le fece una carezza sui capelli.
Le di da mangiare, brontolando sempre, ma Carbonella non capiva le parole.
La cameretta era affumicata, con pochi e rozzi arnesi, e v'era per letto un giaciglio di strame dove poteva sdraiarsi una sola persona.
Carbonella aveva su la punta della lingua la domanda:
- Siete voi la Fortuna?
Ma vedendo tutta quella miseria, si trattenne.
Quale non fu per il suo sbalordimento, quando la vecchia, preso il lume in mano, le disse:
- Ed ora, figliola mia, andiamo a dormire.
Spinse un usciolino della parete in fondo, cos affumicato anche quello, che Carbonella non se n'era avveduta... e la povera ragazza, dallo stupore della sorpresa, sent mancarsi il respiro.
Una fila di stanze, una pi bella dell'altra, illuminate da una dolce luce azzurrognola, che non si capiva d'onde venisse; stucchi, fregi dorati, tappeti morbidissimi per terra, specchi alle pareti; e vasi con belle piante, e vasi con bellissimi fiori. La vecchia andava avanti, curva, coi bianchi capelli arruffati, che, a quella luce, parevano d'argento, e non si voltava per vedere se Carbonella la seguisse.
- Questa  proprio la Fortuna - ripeteva dentro di s la ragazza.
Erano entrati in una camera con un letto col baldacchino. Coperta bianchissima, lenzuola e guanciali che abbagliavano. Doveva dormire l? Ah, povera lei! Avrebbe insudiciato ogni cosa.
- Tu qui; io dormir di l, nella camera accanto.
- Ah, no, signora! Voi non sapete! Mi hanno chiamato Carbonella, anche perch ho la disgrazia di macchiar di nero tutto quel che tocco! Dormir sullo strame della prima stanza!... Siete voi la Fortuna, buona signora?
Non pot pi trattenersi dal domandarglielo.
- Dormi, e non curarti d'altro!
E la lasci sola, sbigottita.
La mattina dopo, svegliandosi, Carbonella si trov distesa su lo strame della stanza affumicata, col suo fagottino per guanciale. Aveva sognato? Non arrivava a persuadersene.
E sentiva di nuovo, su la punta della lingua, la domanda: Siete voi la Fortuna? - Ma rammentava - oh, non aveva sognato! - di avergliela gi fatta la sera avanti; e colei le aveva risposto: - Dormi e non curarti d'altro! - segno evidente che non era la Fortuna, o che non voleva darsi a conoscere.
- Ed ora dove andrai?
- Dove mi portano i piedi, alla ventura. Se potessi incontrare la Fortuna! L'hanno incontrata tanti, dicono: essa sola potrebbe aiutarmi.
- Ah, figliuola mia! La Fortuna  capricciosa: oggi d, domani toglie; d senza discernimento, toglie allo stesso modo:  una pazza. Se la incontri, non guardarla neppure in viso; da'retta a me.
- Ma come faccio, col difetto di insudiciar di nero quel che tocco?
- Per questo c' rimedio. Non avere schifo. Ficca le mani in questo mucchio di letame, e tiencele finch potrai sopportare il bruciore che sentirai.
Carbonella esit un momento, e poi ficc le mani nel letame. Cominci a provare un lieve calore che and di mano in mano aumentando.
- Ahi! Ahi!
- Non  niente, Carbonella; sopporta ancora. Pazienza!
Le pareva di aver le mani tra la brace; si contorceva, ma l'idea di guarire di quel difetto le dava forza e coraggio.
- Ahi! Ahi!
Le ritrasse. Sembravano carbonizzate: erano pi nere di prima, ma non le frizzavano pi.
Tocc un panno... e vi lasci una macchia non nera, ma gialliccia scura, del colore del letame. Valeva la pena di essersi lasciate bruciare le mani a quel modo! O nero, o gialliccio, quelle sue mani disgraziate macchiavano sempre!
- Perch mi avete ingannata?
- Non ti ho ingannata, vedrai!
Carbonella finse di crederle. Chi sa? Quella brutta vecchia poteva farle qualche peggior male! La ringrazi e and via; avanti, avanti, per la campagna, alla ventura, poverina!
Pensava che colei le aveva detto:
- Se incontri la Fortuna, non guardarla neppure in viso! Altro che guardarla in viso, se l'avesse incontrata! Le si sarebbe afferrata alla gonna e non l'avrebbe lasciata, se non ne avesse ricevuto i pi ricchi doni!
E per ci, imbattendosi in qualche donna, vecchia o giovane, la fermava:
- Siete voi la Fortuna?
Tutte la guardavano stupite della domanda, e non rispondevano nemmeno: tiravano via, crollando il capo; la credevano una scema.
Giunse in riva a un fiume. Su l'erba erano sciorinati al sole tanti panni di bucato, e non c'era nessuno che li guardasse. Carbonella pens di lavarsi le mani con l'acqua corrente, e pi le stropicciava e pi l'acqua s'intorbidava col colore gialliccio scuro del letame; se non che, col sole, quel colore luccicava come l'oro.
Visto che a guardia dei panni non c'era nessuno, ne prese uno, il primo che le capit davanti, e si asciug le mani. Pur troppo, vi restavano tante impronte giallicce, impronte delle mani in varii atteggiamenti, e cos nette e cos precise, che sembravano dipinte.
Torn a lavarsele, a stropicciarle forte: l'acqua s'intorbidava col colore gialliccio scuro del letame; se non che, anche questa volta, col sole, quel colore luccicava come l'oro. Era inutile. E prese un altro panno (sembrava una camiciona) e vi si asciug le mani. Pur troppo, tante impronte di mani, ma cos nette e precise che sembravano dipinte.
Stava per sciorinarlo novamente su l'erba, quando accorsero da pi parti i guardiani.
- Ah, scellerata! Che cosa hai fatto? Hai macchiato la biancheria della famiglia reale!
Tent di scappare; ma coloro la raggiunsero, l'afferrarono, la legarono con le mani dietro la schiena, e la trascinarono, piangente, mezza viva e mezza morta, al cospetto del Re.
- Perch hai tu fatto questo?
- Maest, perdonatemi. Io non sapevo... Se avessi saputo, Maest...
E il pianto le impediva di parlare. Il Re si convinse che una ragazzina di quell'et non poteva aver voluto recare sfregio al bucato reale, e ordin che la mettessero in libert.
- Si rifaccia il bucato. La colpa  tutta vostra che non avete fatto buona guardia.
A Carbonella non parve vero di essere rilasciata senza nessun gastigo, e prese di nuovo per la campagna, lusingandosi sempre che, un giorno o l'altro, avrebbe incontrato la Fortuna.
Le lavandaie rifecero il bucato, ma le impronte delle mani non andarono via; e quando i panni furono asciutti, quelle impronte scure erano diventate luccicanti quasi fossero state d'oro.
Il Re, la Regina, il Reuccio vollero vederle e rimasero sbalorditi; erano infatti impronte d'oro!
Il Reuccio, pi di tutti, le guardava estasiato.
- Ah! queste mani! Le pi piccole, le pi belle manine del mondo!
Era proprio cos!
Quel camicione sembrava ornato di finissimi ricami di lamine d'oro. Le impronte erano cos nette, e cos ben modellate, che vi si scorgevano fin le pi minute accidentalit della pelle.
- Ah! quelle mani! Le pi piccole, le pi belle mani del mondo!
E da quel giorno in poi, il Reuccio fu colpito dalla fissazione di voler vedere colei che possedeva le pi piccole, e le pi belle manine del mondo.
Invano il Re diceva:
-  una ragazza nera, cenciosa, sudicia da far rivoltare lo stomaco. L'ho vista io; e quelle mani che qui sembrano una meraviglia hanno la pelle abbruciacchiata!...
- Ah! quelle mani! Le pi piccole, le pi belle manine del mondo!
La fissazione del Reuccio aumentava di giorno in giorno, quasi gli avessero fatto una malia.
Allora il Re, per amore del figlio, sped parecchi corrieri alla ricerca di quella ragazza. Colui che primo la trovava e la conduceva al palazzo reale, avrebbe potuto chiedere qualunque grazia; gli sarebbe stata concessa.
Trascorsero due settimane senza nessuna notizia di Carbonella. Chi l'aveva vista in un posto, chi in un altro: - Ieri  passata di qua; oggi  passata di l; ha preso questo sentiero; si  internata in quel bosco. - Ma corri, cerca, fruga, nessun vestigio di Carbonella.
E la fissazione del Reuccio aumentava sempre pi, quasi gli avessero fatto una malia.
Finalmente, giunge un corriere e dice:
- Maest, la ragazza  trovata.  a servizio da certi padroni che, per rilasciarla, non solamente vogliono un ordine scritto di pugno del Re, ma che Sua Maest prenda impegno di rimandargliela in casa tra due giorni, al pi tardi.
Il Re mont in furia:
- Ah, si? Un ordine scritto di pugno di Sua Maest? Andate e trascinateli qui, legati alle code dei vostri cavalli. La ragazza, all'opposto, la condurrete in lettiga.
E cos Carbonella ricomparve di nuovo in presenza del Re. Era pi nera, pi sciatta che mai, carbonella addirittura; ma ,vispa e tranquilla, perch sapeva di non aver fatto, questa volta, niente di male.
La tremarella l'avevano addosso i suoi padroni trascinati fino al palazzo regale, legati alle code dei cavalli.
- Perch non volevate lasciar venire la ragazza?
- Perdono, Maest; avevamo un patto con lei: mangiare, bere e vestire, e doveva servirci per dieci anni.
- Come mai questo patto?
- Per carit di lei, Maest.
- Infatti  cos ben nutrita,  cos ben vestita, che sembra una stracciona morta di fame! E che servigi doveva fare?
- Quasi niente, Maest. Lavava i panni, ripuliva...
Erano impacciati; non dicevano la verit; quel che la ragazza toccava, bagnato, sembrava macchiato di giallo scuro; asciutto, luccicava come coperto d'oro; ed era oro davvero. Volevano arricchirsi, facendola sfacchinare da mattina a sera; la ragazza ignorava la virt delle sue mani.
- Per ora, andate in carcere. Al patto dei dieci anni ci penseremo poi!
Il Re e la Regina, vedendo Carbone!la cos mal ridotta, con quelle mani che sembravano bruciacchiate, furono molto contenti; la fissazione del Reuccio sarebbe sbito sparita.
- Come ti chiami?
- Non lo so; mi dicono Carbonella: anche mia madre mi chiamava cos.  morta; non ho pi nessuno al mondo.
- E perch vai di qua e di l?
- Voglio incontrare la Fortuna. L'hanno incontrata parecchi, ho sentito dire. Chi sa che non la incontri anch'io!
- E che vorresti dalla Fortuna?
- Quel che le piacerebbe di darmi.
Re e Regina si guardarono in viso, stupiti di tali risposte. La Regina disse al Re sottovoce:
- Costei, Maest, ha qualche cosa che non mi piace.
- Dite bene, Regina: qualcosa che non piace neppure a me.
- Che sia una Strega?
- Pu darsi. Lo scopriremo subito. Facciamo chiamare il Reuccio.
- Alla vista di Carbonella, il Reuccio indietreggi nauseato.
- Ecco qui, Reuccio, quelle che voi credete le pi piccole e le pi belle mani del mondo!
Per piccole, erano piccole, ma belle, no davvero!
Egli le guardava, poco convinto che le impressioni lasciate sui panni provenissero proprio da esse.
- Fammi vedere! Fammi vedere!
Carbonella tese le mani, voltandole e rivoltandole, perch il Reuccio le osservasse bene.
- Chi te l'ha bruciacchiate?
- Nessuno. Dapprima macchiavo di nero tutto quel che toccavo; era una gran disgrazia. Una vecchia mi disse: Ficcale in quel mucchio di letame, e tinvele finch potrai. Quel letame scottava, e perci le mie mani sono cos bruciacchiate. Ora invece macchio in giallo scuro tutto quel che tocco;  un'altra grave disgrazia!
Il Reuccio le guardava con repugnanza, poco convinto che le impressioni lasciate nei panni provenissero proprio da esse.
- Lasciatemi vedere! Lasciatemi vedere!
Carbonella, ridendo, tendeva le mani, voltandole e rivoltandole, perch il Reuccio potesse osservarle meglio.
- No, no, no!... Non sono queste! Vi fate beffa di me!
Il Reuccio, singhiozzando e piangendo, usc dalla sala.
- Scellerata! Scellerata! Che malia hai tu fatta al Reuccio?
- Ti faremo bruciar viva, se non disfai la malia!
Carbonella, alle parole della Regina e alla minaccia del Re, cominci a tremare come una foglia, e non sapeva che cosa rispondere.
- Ti do tempo tre giorni! E intanto vai in carcere anche tu.
Il Reuccio smaniava pi che mal:
- Ah, quelle mani! Le pi piccole e le pi belle mani del mondo!
- Che vorreste farvene, Reuccio?
- Voglio sposare chi le possiede!
- Vorreste sposare Carbonella?
- Non  lei, Maest. Vi fate beffa di me?
- Non c' dubbio - disse il Re. - Qui si tratta di malia.
Carbonella, in fondo al carcere, non si lamentava, non piangeva. Di tratto in tratto solamente si metteva a chiamare:- Fortuna, Fortuna! Se tu passassi da queste parti!
La Fortuna doveva esser troppo lontana, se non accorreva alla chiamata di lei.
Il Re, tre, quattro volte al giorno, se la faceva condurre.
- Carbonella, hai riflettuto? Vuoi disfare la malia?
- Ma che malia, Maest? La trista malia  la disgrazia che mi perseguita.
- Hai tempo un altro giorno. Rifletti bene, Carbonella.
E Carbonella, tornata nella buia stanzuccia della sua prigione, non si lamentava, non piangeva. Di tratto in tratto solamente riprendeva a chiamare:
- Fortuna, Fortuna, se tu passassi da queste parti!
La Fortuna doveva essere molto lontana, se neppure questa volta era accorsa alla chiamata di lei.
Il giorno dopo fu condotta di nuovo alla presenza del Re.
- Carbonella, hai riflettuto? Vuoi disfare la malia?
- Ma che malia, Maest! La trista malia...
Il Re non la fece finir di parlare:
- Hai tempo poche ore, Carbonella; sarai bruciata viva domani.
Il Reuccio non sentiva ragione, smaniava pi che mai.
- Ah, quelle mani! Le pi piccole e le pi belle del mondo! Voglio trovare chi le possiede! Chi le possiede, voglio sposarla!
- Sono quelle di Carbonella, Reuccio! Vorreste sposare Carbonella, figlio mio?
- No, no, no, Maest! Vi fate beffa di me!
La Corte pareva in lutto per questa fissazione del Reuccio.
- Maest, ho pensato questo - disse il Ministro. - Facciamo fare a Carbonella quella impronta sotto gli occhi del Reuccio. Cos non potr pi credere che ci beffiamo di lui. E Carbonella  cos nera, cos sciatta ed ha le mani cos bruciacchiate, che il Reuccio certamente avr disdegno a sposarla.
Quel suggerimento del Ministro parve molto savio a Sua Maest. Come non era venuto in mente alla Regina n a lui?
Prepararono un catino con acqua, vi immersero un panno di tela finissima, e Carbonella venne condotta davanti al Re, alla Regina, al Reuccio, e a tutte le persone di Corte.
- Carbonella, hai riflettuto? Vuoi disfare la malia?
- Ma che malia, Maest! La trista malia  la disgrazia che mi perseguita!
- Sarai bruciata viva oggi stesso. Intanto leva questo panno dal catino e strizzalo bene.
L'acqua s'intorbid, divent di color giallo scuro; ed ecco che nel panno strizzato si vedevano parecchie impronte delle mani di Carbonella, dello stesso colore dell'acqua; qua intere, l delle sole dita, l delle palme con qualche falange di dito, secondo che potevano imprimersi strizzando.
Tutti stavano a guardare, stupiti, e pi di tutti il Reuccio. A Carbonella quelle impronte sembravano cosa ovvia e naturale.
Sciorinarono quel panno al sole, e, di mano in mano che si asciugava, le impronte risultavano come fatte di maraviglioso ricamo in lamine d'oro finissimo, quasi una Fata si fosse divertita a far parecchie prove e, qua e l, lasciarle incompiute.
Tutti guardavano il Reuccio che sembrava diventato di sasso. Sembrava di sasso anche Carbonella, che vedeva, per la prima volta, mutarsi in oro le macchie gialle lasciate su gli oggetti dalle sue mani. Per questo quei padroni nascondevano sbito le cose appena macchiate di giallo!
Tutt'a un tratto, grande scompiglio. Il Reuccio cominci ad agitar le braccia, a stralunar gli occhi:
- Largo! Largo! Scostatevi!
E ributtava indietro Re, Regina, persone di Corte.
- Largo! Largo! Scostatevi! E tu, Carbonella, non ti muovere di l! Fermi tutti; attendete!
Si era fatto un gran cerchio attorno a Carbonella, che rimaneva ritta nel mezzo, con gli occhi sbalorditi e con un doloroso sorriso su le labbra.
Nessuno osava di muoversi, aspettando che il Reuccio, uscito precipitosarnente dalla sala, ritornasse.
E fu un urlo di tutti vedendolo ricomparire con una face accesa in mano, correre addosso a Carbonella e appiccarle foco alla veste.
Quasi fosse stata di vera carbonella, la poverina di una vampata da capo a piedi, senza un grido, senza un atto di scampo. Solamente nascose il viso con le braccia e rimase in piedi, avvolta dalle fiamme scoppiettanti.
- Ah, Reucciol Che cosa avete fatto, Reuccio!
- Era Carbonella, Maest; bisognava bruciarla!
Le fiamme diminuirono, lingueggiarono un po', poi si estinsero. E dopo un po', si vedeva fitta in mezzo alla saia una forma umana, coperta di cenere, che sembrava una statua.
- Ah, Reuccio! Che cosa avete fatto!
- Era Carbonella, ora  cenere! Tanto meglio, Maest.
Ma ecco: la statua viene presa da lieve tremito che si accresce, si accresce, e fa cascar gi la cenere da ogni parte: ed ecco apparire una bellissima figura di donna, bianca, rosea, con capigliatura d'oro, ma che conserva infatti nel viso i lineamenti di Carbonella. Abbassate lentamente le braccia, apre gli occhi, quasi si destasse da un profondissimo sonno, sorride e tende le mani al Reuccio.
- Oh, le pi piccole e le pi belle mani del mondo!
E il Reuccio, caduto in ginocchio davanti a lei, gliele baciava e ribaciava.
Carbonella, diventata Reginotta, chiese la grazia pei suoi padroni che erano in carcere. Ma le sue mani non macchiavano pi gli oggetti toccati.
E qui la fiaba finisce.



PANE E CACIO

C'era una volta due poveri bambini che nessuno sapeva di chi fossero figli.
Si erano incontrati un giorno in una strada di campagna:
- Dove vai tu?
- Alla ventura; e tu?
- Alla ventura. Andiamo insieme?
- Andiamo insieme. Tu che cosa fai?
- Niente; chiedo l'elemosina.
- Anch'io.
- Hai tu babbo e mamma?
- Non li ho mai visti. E tu?
- Non li ho mai visti neppur io.
- Come ti chiami?
- Non lo so. E tu?
- Non lo so. Uguali in tutto, come fratelli.
- E saremo come fratelli. Ti piace?
- Mi piace.
Uno era biondo, l'altro era bruno. Scalzi, con quei quattro stracci addosso, ispiravano piet a tutti quando chiedevano l'elemosina a voce bassa, tendendo le mani; pareva si vergognassero di chiederla.
Vedendoli andare attorno sempre insieme, allegri e sorridenti appena avevano ricevuto di che sfamarsi, la gente li aveva soprannominati Pane e Cacio: Pane il bruno e Cacio il biondo, che sembrava avesse qualche anno meno dell'altro.
Una mattina Pane avea trovato per terra uno zufolo di canna e si era provato a sonarlo; poi lo aveva dato a Cacio perch si provasse anche lui.
- Senti: -- disse Cacio -- tu sonerai lo zufolo ed io canter. Ci guadagneremo il pane cos.
- Bravo. Io soner, e tu canterai; ci guadagneremo il pane cosi.
E per poco, quella mattina non dimenticarono di chieder l'elemosina, divertendosi l'uno a canticchiare e l'altro ad accompagnarlo con lo zufolo.
Alcuni giorni dopo si erano gi impratichiti, e andavano per le vie, fermandosi davanti alle botteghe, davanti alle porte delle case. Cominciava Pane: Ti, ti, ti, per attirare l'attenzione della gente; poi Cacio si metteva a cantare una strana canzonetta di sua invenzione:

- Buona gente, buona gente,
La canzone non val niente;
L'ha composta l'appetito.

E lo zufolo: - Ti! ti! ti! ti!

- Quando noi avrem finito,
Tocca a voi di fare il pi.

E lo zufolo: - Ti! ti! ti! ti!

Le canzoni sono belle,
Ma son meglio le ciambelle,
Noci, fichi, pere cotte...

E lo zufolo: - Ti! ti! ti! ti!

- Cose poche, cose molte,
Tocca a voi di fare il pi!

E lo zufolo: - Ti! ti! ti! ti!

Un giorno si fermarono davanti al portone del palazzo del Re. Pane cav di tasca lo zufolo e cominci la sua sonatina. Si affacciarono a un balcone il Re, la Regina, la Reginotta e due sue sorelle minori. Cacio fece una bella riverenza e di principio al canto. Quando giunse al punto che diceva:

- Tocca a voi di fare il pi!

il Re gli butt una moneta d'oro e la Regina una d'argento; la Reginotta e le sorelle tre manciatine di monetine di rame. Pane: Ttu, ti, fece anche lui una bella riverenza e si mise a raccogliere assieme con l'altro le monete sparse per terra.
Quel giorno fecero baldoria; non avevano mai guadagnato tanto da che si erano messi a sonare e a cantare.
Lasciarono trascorrere una settimana e tornarono di nuovo davanti al portone del palazzo reale. Alle prime note dello zufolo di Pane, ecco al balcone il Re, la Regina, la Reginotta e le due sue sorelle minori.
Lo zufolo: - Ti! ti! ti! ti!
E Cacio intonava un'altra canzonetta composta da lui:

- Sonare a pancia vuota  brutta cosa,
Cantare a pancia vuota  peggio assai.

Lo zufolo: - Ti! ti!
Il Re, la Regina e le Principesse ridevano.
E Cacio:

- Sonare a pancia piena  bella cosa,
Cantare a pancia piena  meglio assai!

Lo zufolo: - Ti! ti!
Il Re, la Regina e le Principesse ridevano.
E Cacio:

- Chi l'ha provato o non lo vuol provare,
A pancia piena ci faccia cantare.

E lo zufolo: - Ti! ti!
Il Re gli butt due monete d'oro e la Regina due d'argento; la Reginotta e le sorelle doppie manciate di monetine di rame. Pane e Cacio, raccolte allegramente le monete sparse per terra, fecero due belle riverenze, e andarono via.
Erano proprio Pane e Cacio; non quistionavano mai. Quel che voleva l'uno voleva pure l'altro. Si erano rimpannucciati, avevano un gruzzoletto da parte, che portavano addosso un giorno per uno nella tasca interna della giacchetta e non dormivano pi a cielo aperto, come prima. Avevano affittato una cameretta in casa di una povera donna, con un solo lettino, e la sera, avanti di coricarsi, passavano in rassegna il guadagno della giornata.
- Pane, tu sei un principe!
- Cacio, tu sei un barone!
Ripetevano ogni sera questa facezia, e ridevano. Facevano tutt'un sonno fino alla mattina dopo.
Trascorsa un'altra settimana, si presentarono, al solito, davanti al palazzo del Re. Pane stava per cavar di tasca lo zufolo, quando si accost una guardia.
- Ordine di Sua Maest, salite a sonare nelle stanze reali.
Pane e Cacio erano confusi per tanto onore; e appena si trovarono al cospetto del Re, della Regina, della Reginotta, delle due Principesse sue sorelle e di molti dignitari di Corte, si smarrirono talmente, che Pane non aveva fiato per soffiare nello zufolo e Cacio si sentiva stringere la gola da non potere cacciar fuori un filo di voce. Il Re, per rinfrancarli, domand al bruno:
- Come ti chiami?
- Pane, Maest!
Il Re si rabbui in viso e lo guard con certi occhi!
- E tu? - domand al biondo.
- Cacio, Maest!
Il Re si rabbui ancora pi in viso e lo guard con certi occhi come se lo volesse divorare!
- Andate via! Via, fuori dai mio regno! Quanto pi lontano potete. E guardatevi bene di capitarmi tra i piedi!
Nessuno sapeva spiegarsi quelle minacciose parole.
Pane e Cacio, atterriti, erano scoppiati in un gran pianto.
- Grazia, Maest! - pregava la Regina intenerita.
- Voi non sapete! Voi non sapete! - rispondeva il Re voltandole le spalle.
E Pane e Cacio, la mattina dopo, ancora sbalorditi e con le lacrime agli occhi, si avviarono per recarsi lontano, fuori del regno.
La Regina era rimasta assai mortificata della risposta e del gesto del Re davanti alle persone di Corte. E la sera, in camera, insist:
- Maest, perch mi avete detto: "Voi non sapete! Voi non sapete!". E mi avete voltato le spalle?
- Badate, Regina!  un segreto che non deve essere conosciuto da altri. Ricordate quel Mago che venne a Corte anni addietro?
Lo ricordo.
- Consultato intorno all'avvenire della nostra famiglia e del nostro regno, egli rispose: "Maest, Pane e Cacio vi daranno grandi guai!". E non volle dirne di pi. Ed ecco che Pane e Cacio sono arrivati. Se non fossero cos ragazzi, li avrei fatti ammazzare.
- Che male possono essi fare quei due poverini?
- Non lo sappiamo. I nomi per sono quelli. E non ragioniamone pi, pel nostro bene, Regina.
Di li a non molto, cominciarono i guai.
Una delle Principessine cadde malata di sfinimento. Dimagriva, impallidiva ogni giorno pi, stava muta, con gli occhi chiusi e ogni tanto sospirava.
- Perch sospirate, figliuola mia?
- Maest, voglio Pane.
La Regina ordin subito che le recassero del pane fresco, manipolato a posta per lei. La Principessina non si degnava neppure di guardarlo.
Ed ecco l'altra Principessina che cade malata anche lei. Dimagrava, impallidiva ogni giorno di pi, stava muta, con gli occhi chiusi e ogni tanto sospirava.
- Perch sospirate, figliuola mia?
- Maest, voglio Cacio.
La Regina ordinava subito che le recassero del cacio; ma la Principessina non si degnava neppure di guardarlo.
E tutt'e due le sorelle languivano, senza che i medici di Corte riuscissero a trovar rimedio a quella misteriosa malattia.
- Avete capito, Regina, che il Mago ha predetto il vero? Le Principessine sono colpite da qualche brutta malia. Quando dicono: "Vogliamo pane, vogliamo cacio" intendono di quei due! Era meglio farli ammazzare.
Quell'anno, i seminati promettevano una straordinaria raccolta. Avevano avuto in tempo piogge abbondanti, e gi accestivano sotto il sole degli ultimi giorni di maggio. Ma che  che non , ingialliscono, intristiscono prima di maturare le spighe, e il promettente ricolto va interamente perduto. Gran desolazione per tutto il regno.
E quasi questo non bastasse, che  che non , si sviluppa una gran moria tra gli animali da pascolo; in meno di pochi mesi non rimanevano vive n una vacca, n una pecora, n una capra. Quell'anno non si pot fare neppure una forma di cacio. Gran desolazione per tutto il regno.
Il popolo mormorava: - Se il Re non avesse mandato via Pane e Cacio, queste disgrazie non sarebbero accadute! Immensa folla si radunava sotto il palazzo reale.
- Vogliamo Pane! Vogliamo Cacio!
E intendevano di quei due, che non si sapeva dove fossero andati.
Il Re fu costretto a mandare banditori pel regno e fuori.
- Chi trova i due ragazzi chiamati Pane e Cacio, ne dia notizia a Sua Maest; ricever una buona mancia.
Passarono settimane, passarono mesi, e di Pane e Cacio nessuna nuova!
- Avete capito, Regina, che il Mago ha predetto il vero? Era meglio farli ammazzare!
- Non dite cos, Maest! Ci sarebbero capitati peggiori guai.
Finalmente, uno dei banditori andato fuori del regno venne a dire:
- Li ho trovati. Sono diventati due signori; hanno palazzo, giardini, terre, ma... pretendono troppo.
- Che cosa pretendono?
- Che Sua Maest vada a pregarli fino a casa loro.
Il Re, dal dispetto, si morse le labbra; sentendo per gli urli della folla davanti al palazzo: "Vogliamo Pane! Vogliamo Cacio!", si fece forza e rispose:
- Andr a pregarli fino a casa loro!
- E pretendono...
- Che cosa altro pretendono?
- Che Sua Maest dia parola di Re di sposare con loro le due giovani Principesse.
Il Re, dal dispetto, si morse le labbra; sentendo per gli urli della folla davanti al palazzo reale: "Vogliamo Pane! Vogliamo Cacio!", si fece forza e rispose:
- Parola di Re, dar ad essi in ispose le due giovani Principesse.
Il Re si mise subito in viaggio. Pane e Cacio lo accolsero con grandi onori nel loro palazzo.
- Vostra Maest ha voluto incomodarsi...
Pareva che volessero canzonarlo.
- Noi siamo agli ordini di Vostra Maest.
- Parola di Re non va indietro; sposerete le Principesse mie figlie, ma bisogna prima far cessare la carestia e la moria.
- Per la carestia, ci vuol poco.
E Pane spieg minutamente quel che occorreva fare.
- Per la moria delle vacche e delle pecore ci vuole anche meno.
E Cacio spieg minutamente quel che occorreva di fare.
- Intanto, - soggiunse Pane - la mia Principessa bionda si prepari il corredo.
- Intanto, - soggiunse Cacio - la mia Principessa bruna si prepari il corredo.
- E ricordatevi, Maest: parola di Re non va indietro! - conclusero tutt'e due a una volta.
Il Re torn verde dalla bile e pi rabbuiato di quando era partito.
- Avete capito, Regina, che il Mago ha predetto il vero? Era meglio farli ammazzare. Ora Pane e Cacio dettano leggi. Per far cessare la carestia ecco cosa bisogna fare:
Preparare la farina per una fornata di pane; la Regina stacciarla, le Principesse impastarla, il Re ardere il forno e infornare le pagnotte lievitate. Nello stesso momento, ardere i forni in tutte le case del regno, spazzarli col fruciandolo, tapparli e attendere. Appena cotta la fornata di palazzo reale, tutti i forni delle case del regno si sarebbero trovati pieni anch'essi di pagnottelle bell'e cotte.
Al Re sapeva duro di dover fare il fornaio; ma per amore delle figliole e del popolo non osava di rifiutarsi. La Regina, invece, stacciava volentieri la farina e le Principesse si divertivano a impastarla e a ridurla in pagnotte.
Le Principesse erano gi guarite e preparavano i corredi.
La sera scendevano nel giardino, mungevano una capra che il Re aveva dovuto comprare, e lasciavano il latte al fresco. I pecorai gi avvisati, preparavano le caldaie, e la mattina dopo le trovavano colme di latte.
Cos in tutte le mandre del regno potevano venir preparate ricotte e forme di cacio.
E il popolo, contento e soddisfatto, andava in folla a gridare sotto il palazzo reale:
- Viva Pane! Viva Cacio!
Intanto si avvicinava il tempo che essi sarebbero arrivati per sposare le Principesse.
Il Re non ne poteva pi di dover ardere il forno, di spazzarlo col fruciandolo, e d'infornare il pane due volte nella giornata, due volte nella nottata. E quando uno dei Ministri, per adularlo, gli disse: - A Vostra Maest stan bene in mano tanto lo scettro quanto il fruciandolo - ci manc poco che non lo inseguisse a colpi di fruciandolo per le scale.
Ma come fare? Se non infornava il pane lui nel forno di palazzo reale, sarebbe venuto meno il pane agli altri forni e la popolazione sarebbe morta di fame.
Le Principessine erano allegre; tra otto giorni dovevano arrivare i loro futuri mariti, Pane e Cacio. Se non che, da mattina a sera esse ora si bisticciavano con gran noia di tutta la Corte.
- Il mio bruno  pi bello del tuo biondo!
- Il mio biondo  pi bello del tuo bruno!
- Il tuo bruno ha gli occhi e il naso cos e cos!
- Il tuo biondo ha le labbra e gli orecchi cos e cos!
E facevano certi gesti, certe smorfie!
- Il tuo bruno non lo vorrei neppure per servo!
- Il tuo biondo non lo vorrei neppure per sguattero!
E si voltavano le spalle, con due smorfiacce.
- Voialtre vi bisticciate, - disse un giorno la Reginotta - ma prima di voialtre dovr sposare io!
- Se nessuno ti vuole!
- Se nessuno ti chiede!
E doveva intervenire il Re, minacciandole col fruciandolo, per farle stare zitte. Il Re, in cor suo, pensava:
- Ecco un bel pretesto per rimandar a tempo indeterminato le nozze di Pane e Cacio. La Reginotta ha ragione: deve sposare lei prima delle sorelle minori.
Intanto la gente aveva arato i campi, buttata la sementa, e il grano gi inverdicava, promettendo una grande raccolta. Le stalle si erano popolate di bestiame, le mandre di pecore. E quantunque fosse comodo avere il pane e i latticini con quella facile maniera, tutti godevano di veder prossimo il tempo di liberarsi dalla soggezione di dover stare alla merc di Sua Maest. Un giorno o l'altro poteva venire il capriccio alla Regina di non pi stacciare, alle Principesse di non pi impastare la farina, al Re di non pi ardere il forno e infornare le pagnotte lievitate, e il popolo avrebbe corso il pericolo di morire di fame. Per questo Pane e Cacio, al loro arrivo, ebbero accoglienze trionfali; per questo tutti volevano concorrere a preparare feste non mai viste pei prossimi sponsali.
Pane e Cacio erano diventati due bei giovinotti e facevano sfoggio di abiti sfarzosi. Avevano portato alle Principesse magnifici doni, e regali alla Regina e alla Reginotta. Alloggiati nel palazzo reale, pranzi, divertimenti, cene sontuose; ma di nozze neppure una parola.
Avevano notato che la Reginotta non interveniva nei divertimenti, nei pranzi, nelle cene.
Pane, in disparte, aveva interrogato la sua Principessa bionda.
- Perch?
- Perch  sciocca e vanitosa.
Cacio aveva fatto la stessa interrogazione alla sua Principessa bruna:
- Perch?
- Perch  sciocca e vanitosa.
Intanto pranzi, divertimenti, cene, ma di nozze neppure una parola.
E Pane e Cacio, una mattina, dissero al Re:
- Maest, parola di Re non va indietro.
- Lo so; ma prima deve prender marito la Reginotta.
- Il marito sta per arrivare. Tra giorni verr a chiederla il Reuccio di Spagna.
Il Re voleva menar le cose per le lunghe, trovava una scappatoia per non adempire la parola data; e per ci fu contrariato dalla notizia ricevuta.
- Chi sa se il Reuccio di Spagna piacer alla Reginotta?
- Se non sposer il Reuccio di Spagna, non trover pi un altro marito.
- E poi... le Principessine vogliono prima sapere chi siete, d'onde venite.

- Fui frumento e poi farina,
Pane ho nome e pane sono.
Alla mia Principessina
Io non voglio dir di pi.

Cav di tasca lo zufolo e fece: - Ti! ti!

- Erba fui e latte appresso,
Cacio ho nome e cacio sono.
Io di pi non ho promesso,
E non voglio dir di pi.

E l'altro, con lo zufolo, fece di nuovo. - Ti! ti!
Le Principesse che stavano a origliare dietro l'uscio, irruppero, furiose, nella stanza.
- Non  vero! Noi non vogliamo saper niente. Tu devi essere il mio Pane! Tu devi essere il mio Cacio!
Che cos'altro poteva inventare il Re per tirare in lungo le nozze? E si afferr di nuovo al pretesto:
- Prima deve sposare la Reginotta!
Non aveva finito di dirlo, ch'entra uno dei Ministri:
- Maest,  arrivato un ambasciatore di Spagna.
Veniva a chiedere la mano della Reginotta pel Reuccio del suo sovrano.
- Ha fretta di sposare, questo Reuccio?
- Fra otto giorni precisi, Maest.
- Reuccio e Reginotta sono troppo giovani. Sar meglio aspettare a sposarli tra un anno.
- O sposano tra otto giorni, o mai pi.
- Allora!...
Il Re si strinse nelle spalle e inghiott anche questo amaro boccone; da un pezzo non faceva altro, povero Re!
La Reginotta e il Reuccio erano partiti da una settimana.
- Maest, parola di Re non va indietro!
- Ne riparleremo tra un mese.
- Maest, parola di Re non va indietro!
- Ne riparleremo tra quindici giorni.
Intanto egli macchinava il modo come disfarsi di Pane e Cacio, che diventavano pi insistenti che mai.
Una mattina cerca cerca le corone reali e non si trovano. Tutto il palazzo reale fu in subbuglio. Erano state riposte nell'armadio la sera avanti, dopo una festa da ballo. Chi poteva averle rubate durante la notte? Persone che abitavano nel palazzo reale. Si fruga di qua, si fruga di l; tutte le stanze son messe sossopra. E, all'ultimo, dove vengon trovate le due corone? Quella del Re in camera di Pane, sotto le materasse del letto; quella della Regina, in camera di Cacio, in fondo a una cassetta dell'armadio.
Pane e Cacio, per ordine del Re, furono ammanettati come ladri, e gettati nel fondo di un carcere.
Mentre li conducevano via, scherzavano con le guardie, ridevano, quasi niente fosse stato.
- Dite a sua Maest: "Parola di Re non va indietro!".
Quando il capo delle guardie glielo rifer, il Re rispose:
- Sta bene; ho detto che li far impiccare e manterr.
Le Principessine erano inconsolabili. Non sapevano persuadersi come mai Pane e Cacio avessero potuto commettere quella mala azione. Non se ne sapeva persuadere neppure la Regina. Ma non osavano di parlarne al Re, tanto appariva adirato.
Pane e Cacio, quasi per irrisione dei loro nomi, ricevevano ogni giorno, per mantenimento, due fette di pane nero e due fette di cattivo cacio. I guardiani per sentivano venir fuori tali odori di squisite pietanze da far venire l'acquolina in bocca; entravano nella cella dei prigionieri e non trovavano niente; le fette di pane e di cacio si ammonticchiavano, indurite, in un canto, e quei due erano floridi, rosei, come se desinassero e cenassero da gran signori.
Ogni notte poi accadeva questo nel palazzo reale.
Di tanto in tanto, l'uscio della camera del Re veniva scosso da due forti picchi. Sua Maest saltava gi dal letto, apriva l'uscio e non scorgeva nessuno. Si rimetteva a letto, e di l a poco di nuovo bum! bum! Il Re, che era sul punto di appisolarsi, trasaliva; saltava gi, apriva l'uscio e non scorgeva nessuno. Non gli passava per la testa che quei picchi potessero provenire da Pane e Cacio.
Anche le Principessine sentivano ogni notte lievi picchi agli usci delle loro camere, ma avevano subito indovinato.
- Tic! tic!
- Sei tu Pane? Se s, di un picchio solo.
- Tic!
- Toc! toc!
- Sei tu Cacio? Se s, di un picchio solo.
- Toc!
- Pane, vuol dire che ci sposeremo?
- Tic!
- Cacio, vuol dire che ci sposeremo?
- Toc!
Il Re non sapeva decidersi a far impiccare i pretesi ladri delle due corone reali. Era tormentato, ogni giorno di pi, dal rimorso di essere stato lui a nasconderle tra le materasse del letto in camera di Pane, e in fondo alla cassetta dell'armadio in camera di Cacio. Cominciava ad aver paura di quei due che dovevano essere Maghi o figli di Maghi, se avevano potuto far cessare la carestia e la moria con quello stranissimo mezzo.
Quando finalmente cap che i forti picchi di ogni notte all'uscio della sua camera potevano provenire da quei due Maghi o figli di Maghi, il suo terrore non ebbe confine. E ordin che gli conducessero al cospetto Pane e Cacio.
- Ah, Maest, che disgrazia! Pane e Cacio sono scappati via, non si sa come. I catenacci degli usci e delle finestre sono l ancora intatti. Noi abbiamo fatto buona guardia giorno e notte!
Il Re rimase di sasso! Chi sa quanti altri guai sarebbero piombati su la famiglia e sul regno tutto! E invece di prendersela con se stesso, se la prendeva con le Principessine, quasi la colpa fosse stata di loro.
- Maest, voglio Pane! Maest, voglio Cacio!
Ne contraffaceva i sospiri e il tono della voce di quando erano malate, e aggiungeva gesti di minaccia. Sembrava ammattito.
In quei giorni arrivavano gli ambasciatori di un Re di paesi lontani e chiedevano udienza. Quando cominciarono a parlare nessuno li capiva: il Re e i Ministri meno degli altri. E tra le stranissime parole che quegli urlavano, irritati di non vedersi capiti, erano ripetute con pi frequenza nepa e cioca: anzi ogni volta che le pronunziavano, tutti gli ambasciatori facevano un profondo inchino fino a terra.
C'era da disperarsi. Gli ambasciatori gesticolavano, pestavano i piedi. Si indovinava che minacciavano un caso di guerra. Il Re, stizzito, esclam:
- Ma che cosa posson volere con questi lor nepanepanepa e ciocaciocacioca?
Il Re si ferm allibito. Pronunziando frettolosamente quelle sillabe, gli erano risultati all'orecchio i nomi di Pane e Cacio!
Quegli ambasciatori di un Re lontano parlavano pronunziando al rovescio tutte le parole; e per ci invece di dire pane, dicevano nepa; invece di dire cacio, dicevano cioca. Allora fu facile intendersi.
Essi venivano in nome del loro Re a reclamare Pane e Cacio, che erano suoi figli. Una Strega glieli aveva rapiti bambini, Pane di un anno e sei mesi, Cacio di un anno, e il povero padre desolato non ne aveva saputo pi nuova. Ora un mercante, andato da quelle parti, avea recata la notizia che due bei giovani chiamati Pane e Cacio erano stati arrestati e dovevano essere impiccati.
Il Re era pronto a pagare qualunque taglia, pur di riavere i figliuoli. Se non gli si restituivano a questi patti, sarebbe venuto a prenderseli con la forza, mettendo a ferro e fuoco tutto il regno.
Quando il Re disse che Pane e Cacio erano scappati di carcere e che nessuno sapeva dove fossero andati, gli ambasciatori, increduli, intimarono la guerra e stavano per andar via.
- Avete capito, Regina, che il Mago ha predetto il vero?
- Capite ora, Maest, che  stato bene non averli fatti ammazzare?
- Ma come faremo? Dove andare a pescarli?
Non aveva ancora finito di dir cos, che s'intese nella piazza un gran tumulto.
- Viva Pane! Viva Cacio! Viva! Viva!
E pochi momenti dopo, essi entravano nella gran sala con al braccio le Principessine mezze pazze di gioia.
- Questo  il mio Pane!
- Questo  il mio Cacio!
- Ora che sapete chi siamo...
Il Re, che si sentiva rivivere, li abbracci, li baci come figliuoli, e disse:
- Vi sposo sull'istante!
Allora i Re potevano; e Pane e Cacio e le due Principesse furono l per l mariti e mogli.
La sera i due Principi, ora dobbiamo chiamarli cos, raccontarono che erano stati tolti di mano alla Strega da una Fata.

Stretta la foglia, sia larga la via,
Dite la vostra che ho detto la mia.
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