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LUIGI CAPUANA.

IL RACCONTAFIABE.
Seguito al "C'era una volta..."


Prefazione
Rammentate voi, bambini, il racconta-fiabe, colui che vi raccont le storie di Spera di sole, di Ranocchino, di Cecina, di Testa-di-rospo, e di tant'altra gente meravigliosa?
Se ve ne rammentate, dovete anche rammentarvi che egli pens di regalare le sue fiabe al mago Tre-Pi, visto che voialtri non volevate pi sentirle, perch le sapevate tutte a mente.
Egli sperava che il mago Tre-Pi conservasse quelle fiabe nei cassetti del suo museo, imbalsamate insieme con le altre fiabe antiche. Il Mago disse:
- Ah, sciocco, sciocco! Non vedi che cosa hai in mano?
Il raccontafiabe guard: aveva in mano un pugno di mosche.
E torn addietro scornato; e di fiabe non ne volle pi sapere, dopo che le Fate gli avevano ripetuto:
- Fiabe nuove non ce n' pi; se n' perduto anche il seme.
Ora avvenne che non sapendo egli a qual altro mestiere darsi, rimase lungamente disoccupato.
Passava le giornate al sole, davanti l'uscio di casa sua; e spesso pensava a quelle care fiabe, che gli si erano mutate in un pugno di mosche.
I bambini che lo vedevano sbadigliare su la soglia dell'uscio, gli domandavano:
- O che non ce n'hai pi fiabe nuove, raccontafiabe?
Egli alzava le spalle, scrollava la testa e non rispondeva. Dove andare a pescarle?
Gli strani oggetti che gli erano stati regalati da fata Fantasia, non potevano pi servire. Ognuno di essi gli aveva gi suggerito la sua fiaba, appena egli l'aveva preso in mano; e dopo non c'era stato verso di cavarne pi niente. Tornare da fata Fantasia gli pareva una bella sfacciataggine. E poi, come rintracciare un'altra volta Cenerentola, Cappuccetto rosso, Pelosina, Pulcettino e tutti gli altri che lo avevano condotto alla grotta della Fata e l'avevano pregata di aiutarlo? La fiera delle Fate ricorre una volta ogni mille anni; e il capitarvi in mezzo era stata proprio una rara fortuna.
Per ci egli sbadigliava, e con le mani in mano, godevasi il sole, in mancanza d'altro, su la soglia dell'uscio.
Una notte, non potendo chiuder occhio, gli pass pel capo di cercare il sacchettino dov'erano conservati il ranocchio, la stiacciata, l'arancia d'oro, la serpicina, l'uovo nero, i tre anelli e le altre cosettine regalategli dalla Fata.
- Chi sa? Dopo tanto tempo, forse avevano ripreso la loro virt.
Salt dal letto, corse a cercare il sacchettino riposto in un armadio, e tent di fare come soleva. Prese a caso i tre anelli, e disse:
- C'era una volta...
Ma una volta, quantunque non sapesse neppure mezza parola di quel che doveva dire, appena aperta la bocca, la fiaba gli usciva filata, quasi l'avesse saputa a mente da gran tempo. Invano ora ripet:
- C'era una volta...! C'era una volta...!
Gli usciva di bocca soltanto il fiato.
Stizzito, afferra il mortaio, ci vuota il sacchettino dentro, e poi pesta e pesta; ridusse in polvere ogni cosa.
Ne prese un pizzico, e strofinandolo con disprezzo fra le dita, esclam:
- Cos non mi verr pi la tentazione di provare, e dire: C'era una volta!...
Ma non aveva ancora finito di pronunziare queste parole, che gi su la punta della lingua gli s'agitava una fiaba nuova. E se la raccont da s, divertendosi come un bambino.
Allora, sbalordito, prese un altro pizzico di polvere e:
- C'era una volta!...
Ed ecco un'altra fiaba nuova nuova, ch'egli si raccont da s, divertendosi come un bambino
Il pover'uomo, dall'allegrezza, non capiva nella pelle. Gli pareva mill'anni che si facesse giorno, per andare per le piazze e per le vie:
- Fiabe, bambini, fiabe! Chi vuol sentire le fiabe!
Raccolse delicatamente nel sacchetto tutta la polvere del mortaio, senza perderne un granellino; e, appena fatto giorno, usc di casa.
Non era tranquillo per:
- Chi sa se queste fiabe piacciono quanto quell'altre?
E gli tremava un po'la voce nel gridare:
- Fiabe, bambini, fiabe! Chi vuol sentire le fiabe!
I bambini accorsero e si divertirono:
- Un'altra! Un'altra!
E ne mise fuori pi d'una dozzina. Chi non le ha udite dalla bocca del raccontafiabe, pu leggerle con comodo in questo libro.
Sono proprio le ultime.
Al povero raccontafiabe  accaduta una disgrazia. Una sera, stanco di aver raccontato fiabe tutto il giorno, si butt sopra un sedile di pietra del giardino pubblico e si addorment. Allo svegliarsi, cerca e ricerca il sacchettino con la polvere portentosa che gli suggeriva le fiabe, non lo ritrov pi. E lo ricerca tuttavia, poverino!
Luigi Capuana
Roma, 13 settembre 1893



PIUMA-D'-ORO

C'era una volta un Re e una Regina che avevano una figlia bella quanto la luna e quanto il sole; tanto frugola per, che facendo il chiasso metteva sossopra tutto il palazzo reale; capricciosa e bizzosa poi quanto pu essere una bambina che i genitori non sgridavano mai. Pi grosse le faceva e pi questi ne ridevano:
- Ah, ah, che frugolina! Ah, ah, che frugolina!
Ma un giorno piansero, e come! della loro eccessiva benevolenza. Il Re stava per andare a caccia; al portone del palazzo trov una vecchiarella cenciosa, ricurva, che si appoggiava a un bastone per reggersi.
- Che volete, buona donna?
- Cerco del Re.
- Il Re sono io.
La vecchia gli fece una bella riverenza e gli porse una lettera:
-  del Re di Spagna.
Il Re di Spagna pregava d'alloggiarla per una notte nel palazzo reale, come se fosse stata la sua stessa persona:
- Non le domandate n donde venga n dove vada; non vi pentirete d'averle usata cortesia.
Il Re credette che fosse uno scherzo, e di ordine che le preparassero una stanzina in soffitta e la mettessero a tavola coi servitori.
- Grazie, Maest - disse la vecchia.
E and a rannicchiarsi in soffitta.
A tavola, coi servitori, mangiava zitta zitta in un canto, quand'ecco quella frugolina della Reginotta che le versa la saliera e la pepaiuola nella minestra:
- Sentirete che sapore!
E tutti i servitori a ridere:
- Ah, ah, che frugolina! Ah, ah, che frugolina!
La vecchia non fiat, e mangi la minestra come se niente fosse stato.
Il Re e la Regina, saputa la cosa, si messero a ridere anche loro:
- Ah, ah, che frugolina! Ah, ah, che frugolina!
La vecchia, levatasi da tavola, cercava il bastone e non lo trovava. Guarda nel camino e vede che il bastone era gi mezzo arso dal fuoco; e la Reginotta, contorcendosi dalle risa, le diceva:
-  ben caldo: vi servir meglio.
E tutti i servitori a ridere:
- Ah, ah, che frugolina! Ah, ah, che frugolina!
La vecchia trasse il bastone dal fuoco, e usc di cucina appoggiandosi, come se niente fosse stato.
Il Re e la Regina, saputa la cosa, si messero a ridere anche loro.
La mattina dopo, nel punto d'andar via, la vecchia trov sul pianerottolo la Reginotta che l'aspettava:

- Vecchina, donde venite e dove andate?
Vecchina, che ricordo mi lasciate?

E colei rispose, brontolando:

- Dove vado e donde vengo,
C' la pioggia e soffia il vento.
Tu col vento ci verrai,
Con la pioggia te n'andrai.

La tocc col bastone, scese le scale e spar.
Da quel giorno, la Reginotta cominci a scemare di peso. Non dimagrava, non diventava brutta, aveva la giusta crescenza, ma da un mese all'altro si sentiva sempre pi leggiera. Arrivata a diciotto anni, all'apparenza era una ragazza bella, bianca di carnagione, con un mucchio di capelli d'oro, ma pesava meno d'una piuma, e il pi lieve soffio la portava via.
Figuratevi la disperazione del Re e della Regina.
Bisognava tener chiuse tutte le finestre del palazzo reale; non potevano condurla fuori per paura che il vento non la trasportasse chi sa dove. E siccome la poverina a star rinchiusa s'annoiava, e il Re e la Regina non volevano che la gente sapesse la disgrazia della loro figliuola, cos per svagarla passavano le giornate a soffiarle attorno e a farla volare pei corridoi e per gli stanzoni del palazzo.
Ella si divertiva immensamente a sentirsi sballottare per aria, e gridava:
- Soffiate, Maest! Ancora, Maest!
Il Re e la Regina ci rimettevano i polmoni per farla andare in alto. Ma pi alto ella saliva, e pi forte gridava:
- Soffiate, Maest! Ancora, Maest!
Re e Regina non potevano mica stare tutto il santo giorno a fare da soffietto; e la Reginotta s'imbronciava e piangeva. Vedendola piangere, i poveri genitori tornavano subito a soffiare, il Re da una parte e la Regina dall'altra; e lei, riprendendo subito il buon umore, batteva le mani:
- Soffiate, Maest! Ancora, Maest!
La facevano montare fino al soffitto; le correvano dietro per i corridoi, soffiando, soffiando, soffiando per farla stare allegra, perch quella povera figliuola non poteva avere altro svago; e quando si riposavano, ansimanti dall'aver soffiato troppo, Re e Regina si lamentavano:
- Figlia disgraziata, chi ti ha fatto questa mala?
Una volta, a tali parole, la Reginotta si ramment della risposta della vecchia, e disse:
-  stata quella vecchia!
- Come mai?
- Mi rispose:

Dove vado e donde vengo,
C' la pioggia e soffia il vento.
Tu col vento ci verrai,
Con la pioggia te n'andrai.

Se avesse potuto rintracciare la vecchia, il Re le avrebbe dato un tesoro per disfare la mala. Ma chi sa dove lucevano gli occhi di quella Strega?
E Re e Regina continuarono a soffiare e a spingere in alto Piuma-d'-oro, come chiamavano la figliuola perch era bionda e i suoi capelli parevano d'oro filato. Piuma-d'-oro oramai pensava soltanto a divertirsi a quel modo. Mangiava di buon appetito, cresceva di corporatura, diventava anche pi bella; il suo peso per era talmente scemato, che una piuma vera sarebbe parsa di piombo al paragone. Bastava quasi un alito per farla salire in alto; pure non si contentava mai, se il Re e la Regina non soffiavano forte:
- Soffiate, Maest! Ancora, Maest!
Re e Regina non reggevano pi. Dopo due anni di questo lavoro, s'accorsero che, a furia di soffiare, cominciava ad allungarglisi il muso; e Piuma-d'-oro intanto diventava pi esigente, voleva spassarsela sempre per aria. Non aveva altro svago, in verit; ma i genitori potevano stare eternamente a soffiare? E quand'essi sarebbero morti, chi avrebbe avuto la pazienza di continuare? Non si davano pace.
Intanto s'era sparsa pel mondo la fama della bellezza della Reginotta; il Re di Portogallo mand a richiederla pel Reuccio che doveva prendere moglie.
Grande imbarazzo. Se rispondevano no, il Re di Portogallo poteva offendersi e dichiarare una guerra.
Re e Regina stettero un giorno e una notte a consultarsi, e all'ultimo decisero di prendere un anno di tempo per fare le nozze.
Il guaio peggiore fu allorch il Reuccio scrisse che sarebbe andato a fare una visita alla promessa sposa per conoscerla di presenza. Bisognava palesare l'infermit della Reginotta, e questo ai genitori coceva.
Vedendoli cos afflitti che non avevano pi animo e forza di soffiare e farla volare per aria, la Reginotta disse:
- Maest, giacch la vecchia brontol: "Tu col vento ci verrai", lasciatemi andare; la mia sorte vuole cos.
Pianti, grida disperate:
- Non sar mai, figliuola mia! Non sar mai!
Ma la Reginotta s'ostin:
- Lasciatemi andare. Il cuore mi predice che me ne verr buona fortuna.
Il Re e la Regina alla fine si rassegnarono; e un giorno che tirava un furioso maestrale, condussero in lettiga la figliuola sopra un monte; l'abbracciarono, la benedissero e l'abbandonarono in bala del vento.
In un batter d'occhio fu sollevata in alto e spinta cos lontano che, dopo pochi minuti, la perdettero di vista.
Lasciamo costoro a piangere, e seguitiamo la Reginotta.
Quantunque afflitta anche lei, dopo alcune ore di viaggio, vedendosi trasportata a tanta altezza e cos rapidamente come non aveva mai provato, si rasseren e si mise a guardare in gi, torno torno. Che spettacolo! Citt, montagne, pianure, fiumi, boschi, tutto le passava via sotto di s, quasi lei stesse ferma e le cose fuggissero precipitosamente per l'opposta direzione.
Se il vento talvolta soffiava meno forte, ella scendeva, girando, poi tornava a essere sollevata e sbalzata fino alle nuvole, andando sempre avanti, sempre avanti, sorpassando nuove citt, nuove montagne, nuove pianure, boschi pi fitti, fiumi pi larghi. Tutt'a un tratto s'accorse che la terra era sparita. Acqua, acqua, acqua, non si vedeva altro, acqua che si agitava in cavalloni spumeggianti, e poi acquai acqua ancora... Era il mare.
Quando il vento la faceva scendere gi, Piuma-d'-oro aveva paura. Una volta gli spruzzi dei cavalloni le arrivarono proprio alla faccia, e si credette perduta. Ma ecco una folata che la fa risalire, e la spinge a riprendere la corsa precipitosa... E ancora acqua, acqua, acqua!...
Poi le parve che il sole si spegnesse nel mare, e che un velo vi si stendesse sopra, mentre in alto, nel cielo buio, apparivano le stelle. Il cuore le divent piccino piccino, e si mise a piangere, e a gridare:
- Ah, mamma mia! Ah, mamma mia!
Il vento per la cullava cos dolcemente, che a poco a poco le si aggravarono gli occhi; senza accorgersene, si addorment quasi si fosse trovata nel proprio letto.
Quante miglia aveva fatte durante il sonno? Chi poteva saperlo?
All'alba, riaprendo gli occhi, si sent slargare il petto, rivedendo di nuovo pianure verdeggianti. Piuma-d'-oro volava cos basso, che distingueva benissimo le case di campagna, gli alberi, le vie, i rigagnoli, fra la gente; le persone sembravano tante formiche. E scendendo ancora pi gi, s'accorse che i contadini la guardavano, levando le mani in alto per accennarla agli altri; e sentiva le loro voci:
- Che sar mai?  un uccellaccio?
Il sole era gi alto. Il vento, diminuito, pareva che proprio si divertisse a cullarla per aria.
I capelli si erano sciolti e le svolazzavano attorno al collo, le vesti si gonfiavano e sbattevano, quasi ali che la reggessero su.
Stava per arrivare, finalmente, dove la sua sorte, buona o trista, voleva portarla?...
Intanto lo stomaco cominci a farsi sentire. Da un giorno e una notte ella non ci aveva messo pi niente, neppure una stilla d'acqua. Come trovar da mangiare lass per aria?
Passava uno stormo di uccelli,
- Uccellini, uccellini, datemi qualcosa di quel che portate in becco; muoio di fame.
- I figlioletti ci attendono nei nidi; questo cibo  per loro.
Gli uccelli continuarono il loro cammino. Il vento la spinse pi alto. Passava una fila di nuvole.
- Nuvole, nuvole belle, datemi una stilla d'acqua; muoio di sete.
- Quest'acqua  pei seminati; abbiamo fretta.
E le nuvole continuarono il loro cammino..
Verso il tramonto, ecco laggi, lontano, una montagna rocciosa, con in cima un palazzo che pareva di marmo bianco e nero, grande quanto una citt, meraviglioso. Piuma-d'-oro si fece animo e pens:
- Mi fermassi almeno col! Ah, mamma mia, mi sento morire!
Infatti, dalla debolezza, le venne una mancanza; non vide n sent pi niente; e quando rinvenne, si trov stesa su la terrazza del palazzo veduto da lontano.
Scese per la scaletta che conduceva all'interno, sperando d'incontrare qualcuno; non si scorgeva anima viva.
Le pareti delle stanze erano di marmo bianco, le cornici, gli stipiti degli usci e le colonne, di marmo grigiastro. Tavolini, seggiole, letti, mobili, di marmo bianco o grigiastro. E dappertutto uno strano odore di sale e di pepe.
Aperse un armadio; piatti con pietanze svariate, e panini e frutta e dolci; ogni cosa per scolpita in marmo bianco o grigiastro, e con un odore cos forte, che la faceva starnutire.
Spinta dalla fame, accost alla bocca una di quelle finte vivande. Stup; erano proprio di sale e di pepe. Allora si convinse che l'intero palazzo era fabbricato con massi di sale ben levigati e con pepe tanto sodamente impastato, da eguagliare il marmo.
Si ramment della saliera e della pepaiola da lei versata, quand'era bambina, nella minestra della vecchia, e disse:
- Questo  il suo palazzo. Mi castiga cos.
E si mise a gridare, piangendo::
- Vecchina, o vecchina! Dammi da mangiare, vecchina!
Una voce fioca fioca rispose da lontano:
- C' tanta roba cost; sentirai che sapore!
Costretta dalla necessit, Piuma-d'-oro prese un panino e una mela e cominci a sbocconcellarli. Sapevano proprio di pane e di mela, ma salati e pepati!
E Piuma-d'-oro a gridare, piangendo:
- Vecchina, o vecchina! Dammi da bere, vecchina!
La voce fioca fioca rispose da lontano:
- C' tanta roba cost; sentirai che sapore!
Prese una bottiglia e un bicchiere; l'acqua versata era torbida. Pure, costretta dalla necessit, Piuma-d'-oro bevve tutto d'un fiato. Oh Dio! Anche l'acqua era salata e pepata.
E cos tutti i giorni, senza veder mai viso di cristiano per quell'immenso palazzo. Fino gli alberi del giardino e i fiori e l'erbe erano di sale e pepe. E Piuma-d'-oro starnutiva starnutiva, versando goccioloni di lagrime.
Veniamo, ora al Reuccio di Portogallo, arrivato per visitare la Reginotta.
Il Re e la Regina gli dissero, piangendo dirottamente:
- La Reginotta se la port via il vento!
Da prima si credette canzonato; poi, udita la storia di Piuma-d'-oro, disse:
- Vado a cercarla.
- Dove mai?
-In capo al mondo. Voglio trovarla a ogni costo.
Mont a cavallo e via, solo solo, domandando dappertutto:
- In grazia, avete visto passare per aria una bella ragazza trasportata dal vento?
Molti lo presero per matto, e non gli risposero neppure.
- In grazia, avete visto passare per aria una bella ragazza trasportata dal vento?
- L'abbiamo vista. Volava, volava; pareva un uccellaccio.
- E per dove?
- Dritto, avanti, avanti.
Il Reuccio spron il cavallo. Incontr altra gente:
- Di grazia, avete visto passare per aria una bella ragazza trasportata dal vento?
- L'abbiamo vista. Volava, volava; pareva un uccellaccio. Poi il vento la spinse in alto, e spar fra le nuvole.
A questa notizia il Reuccio si perd di coraggio; e stava per tornarsene addietro, quando fra le macchie scorse un vecchio con la barba bianca, lunga fino ai ginocchi, e con una zappa in mano.
- Bel cavaliere, Che cercate da queste parti?
- Cerco la reginotta Piuma-d'-oro che fu portata via dal vento. In grazia, l'avete vista passare?
- Chiedeva da mangiare agli uccelli e da bere alle nuvole: ma nuvole e uccelli non le diedero niente, e continuarono il loro cammino. Chi va, arriva; chi cerca trova. Coraggio, bel cavaliere!
- E voi chi siete?
- Un povero vecchio. Dovrei scavare una radica qui, ma non ho forza.
- Datemi la zappa; scaver io per voi.
Il Reuccio smont da cavallo e si mise a scavare.
Scava, scava, scava, la radica non veniva fuori.
- Coraggio, bel cavaliere! Chi cerca trova.
Il vecchio aveva un bel dire; la radica non veniva fuori.
Il Reuccio grondava di sudore, si sentiva rotte le braccia.
- Coraggio, bel cavaliere! Chi cerca trova... Grazie! Eccola qui!
E il vecchio stese la mano alla radica terrosa.
- Vi do questo fischietto - poi disse. - Se avete bisogno di qualche cosa, sonate e vedrete. Badate per di non perderlo; non ne trovereste un altro simile per tutti i tesori del mondo.
Il Reuccio ringrazi, si mise in tasca il fischietto, rimont a cavallo e prosegu il viaggio. Pensava alla Reginotta:
- Se avessi chi potesse scovarla!
E tratto di tasca il fischietto, mezzo incredulo, grid:
- Aquila, aquila messaggiera, ai miei comandi!
Fischia, ed ecco l'aquila che scende dall'alto con le grandi ali tese.
- Aquila messaggiera, va'attorno e recami notizie della mia Reginotta; t'attendo qui.
L'aquila ripart subito, e per due giorni non si fece vedere.
Al terzo giorno, ricomparve con una lettera al becco.
La Reginotta scriveva:
"Sono prigioniera nel palazzo di sale, e pepe d'una Fata, dove non pu entrare anima viva".
Il Reuccio ramment allora le parole della vecchia che gli erano state riferite:

Tu col vento ci verrai,
Con la pioggia te n'andrai.

- Va bene - pens.
E cavato di tasca il fischietto:
- Nuvole, nuvole, ai miei comandi!
Fischia, ed ecco da ogni parte del cielo montagne di nuvole, che accorrono premurose, gravide di pioggia.
- Aquila, aquila messaggiera, ai miei comandi.
Al fischio, anche l'aquila ricomparve e scese a posarglisi ai piedi.
- Su su, aquila mia! Portami al palazzo di sale e pepe della Fata; e voi, nuvole, dietro a me!
Inforc l'aquila, quasi fosse stata un cavallo; e l'aquila, aperte le ali, lo trasport in alto, via pel cielo; essa col Reuccio avanti, e le nuvole dense, gravide di pioggia, montagne smisurate che oscuravano il sole, dietro a loro, via, via!
La Fata visto dalla terrazza del suo palazzo quel temporale che si avvicinava, s'accorse del pericolo; e scaten il libeccio che teneva chiuso in una stanza.
Il vento incontr l'aquila e le nuvole a mezza strada, e col suo gran soffio non li faceva avanzare. La lotta durava da pi ore, senza che l'aquila e le nuvole avessero potuto guadagnare un palmo di spazio. Il libeccio, invece di stancarsi a soffiare, prendeva anzi maggior forza.
- Aspetta un po'- disse il Reuccio.
Cav di tasca il fischietto:
- Tramontana, tramontana, ai miei ordini!
Fischi; e subito si lev una tramontana furiosa, che soffiando di dietro, spinse in avanti aquila e nuvole con violenza. In pochi istanti, tutti furono sul palazzo di sale e pepe della Fata, e si fermarono.
- Vento, chtati. Nuvole scioglietevi in pioggia!
Il Reuccio torn a fischiare. Parve si aprissero a un tratto le cateratte del cielo; e intanto che la pioggia veniva gi a torrenti, il palazzo di sale e pepe si andava squagliando; e gi per le gole della montagna precipitavano torbidi fiumi di sale e pepe liquefatti, che correvano verso il mare.
Piovve cos sette giorni e sette notti, finch del palazzo della Fata non rimase vestigio. La Fata era sparita lasciando la Reginotta aggrappata a un masso, dopo averle ripetuto all'orecchio:

- Tu col vento ci verrai,
con la pioggia te n'andrai.

Il Reuccio, montato sull'aquila, voleva prendere con s Piuma-d'-oro. Ma che! A furia di mangiare sale e pepe, ella aveva riacquistato il suo peso, e l'aquila non poteva reggerli addosso tutti e due.
- Grazie, aquila forte.
Scese a terra, e lasci l'aquila in libert.
La Reginotta, dall'allegrezza, non riusciva a dire neppure una parola. Il Reuccio intanto, cavato di tasca il fischietto:
- Cavalli, cavalli bardati, ai miei comandi!
Fischia, e due magnifici cavalli bardati sbucano di sottoterra davanti a loro, scalpitanti. Egli stava per rimettersi il fischietto in tasca; ma rieccoti il vecchio dalla barba bianca, lunga fino alle ginocchia, che gli aveva fatto quel regalo:
- Reuccio, il fischietto non vi serve pi; rendetemelo, e Dio vi accompagni fino a casa.
Il Reuccio veramente voleva trattenerselo; era cos comodo!
- Provate - soggiunse il vecchio; - in mano vostra non fischia pi.
Infatti non fischiava pi. E il Reuccio glielo rese:
- Grazie di nuovo, buon vecchio.
Dopo un mese di viaggio, Reuccio e Reginotta arrivarono sani e salvi ai palazzo reale.
Si sposarono con grandi feste e vissero felici e contenti. La Reginotta per, a ricordo della sua cattiveria di bambina, fece voto di non mangiare mai pi n pepe n sale in vita sua.
E cos finisce la storia di Piuma-d'-oro.



GRILLINO

C'era una volta due poveri contadini, marito e moglie, che campavano stentatamente, lavorando da mattina a sera. L'omo andava a giornata, la donna faceva dei servizietti alle vicine.
Abitavano una casetta affumicata a pianterreno, e avevano appena un misero lettuccio e pochi altri mobili. Pure non si lamentavano mai. Andavano a dormire di buon'ora, e la mattina, prima dell'alba, erano all'erta.
Una notte si sentono svegliare dal canto di un grillo. Trilla, trilla, trilla; non la finiva pi.
L'omo, stizzito, accende la candela e salta gi dal letto.
- Che vuoi fare, marito mio?
- Ammazzare questo grillaccio.
- Lascialo stare;  creatura di Dio.
Il grillo, veduto il lume, taceva.
Quell'omo torna a letto, spegne la candela e chiude gli occhi per addormentarsi.
Il grillo riprese il canto. Trilla, trilla, trilla, non la finiva pi.
- Non vuoi chetarti? Ora ti accoppo.
Riaccese la candela, salt gi dal letto e si mise a frugare in tutti gli angoli.
- Dove ti sei ficcato, grillaccio?
E il grillo:
- Trih! Trih! Trih!
Colui si volta e corre verso il lato donde il trillo veniva.
- Dove ti sei ficcato, grillaccio?
E il grillo, dall'angolo opposto:
- Trih! Trih! Trih!
Pareva lo canzonasse.
Quella nottata marito e moglie non chiusero occhio.
- Cerca tu il grillo e ammazzalo - disse l'omo. - Se la notte ventura ricomincia, me la prendo con te.
Il marito era manesco, e la donna, appena egli and via, si mise a cercare attentamente, per non essere picchiata. Cerca qua, cerca l, non ci fu verso di trovar niente.
- Forse, sar volato fuori dall'uscio.
Si tranquill. Ma la notte appresso, ecco di bel nuovo il grillo:
- Trih! Trih! Trih!
Non la finiva pi.
- Ah, marito mio! Ho frugato in tutti i posti e in tutti i buchi e non mi  riuscito di trovarlo.
- Cercherai meglio domani. Intanto, prendi queste!
Afferrato un legno, stava per legnare la moglie:
- Se tu picchi, picchio anch'io.
- Ripetilo un'altra volta! - url il marito.
- Non l'ho detto io, marito mio!
Il marito rimase. In camera non c'era nessun altri all'infuori di loro due. Parlava dunque il grillo?
- Creatura di Dio, che chiedi da noi? - disse la donna.
- Non chiedo nulla.
- Che fai qui dentro?
- Guardo il tesoro,
A queste parole, l'omo accenn alla moglie di state zitta. Si rimise a letto e spense la candela. Il grillo subito subito:
- Trih! Trih! Trih!
Lo lasciarono cantare in pace fino all'alba.
Appena fatto giorno, il contadino, invece di andate a lavorare in campagna, prese la zappa e cominci a scavate il suolo della cameretta, dove non c'erano neppure mattoni.
Scav fino a sera, ma trov soltanto sassi, cocci e terriccio. Aveva perduto la giornata, senza conchiuder nulla.
- Grillaccio bugiardo! Se questa notte ricominci, t'accoppo.
Si misero a letto e spensero il lume.
- Trih ! Trih! Trih !
- Che vuoi fare, marito mio?
- Ammazzate questo grillaccio.
- Attendi un po'. Creatura di Dio, che chiedi da noi?
- Non chiedo nulla.
- Che sei venuto a fate qui dentro?
- Lasciami cantate tutta la nottata; domani te lo dir.
E Trih! Trih! Trih! Non smise fino all'alba.
L'omo part per la campagna. Rimasta sola, la povera donna cominci a tremate dalla paura.
- Creatura di Dio, che vuoi da me?
- Prendimi e mangiami; vedrai.
Ella aveva schifo di mangiare un grillo; ma sentendo che esso insisteva: - Mangiami, e vedrai! - si fece coraggio. Lo prese per le punte delle ali, se lo mise in bocca e mastic. Quel grillo era di un sapore squisito. Avesse avuto davanti un piatto intero di grilli, la donna lo avrebbe ripulito in quattro bocconi.
La sera, il marito torn dai campi:
- Che ti ha detto il grillo?
- Mi ha detto: Mangiami e vedrai! E l'ho mangiato.
- Almeno non lo sentiremo cantar pi!
Non fu cos. Di tanto intanto, la notte, dai corpo della povera donna, si sentiva: Trih! Trih! Trih! E ora non c'era verso di ammazzare il grillo; bisognava prima ammazzare lei.
Nove mesi dopo, la donna partor e fece un bel bambino, il quale, appena nato, invece di piangere, si mise a trillare quasi fosse stato un grillo davvero.
- Che nome gli daremo?
Il nome lo porta con s; chiamiamolo: Grillo.
Grillino, sin dai primi mesi, fu la disperazione della sua mamma. Saltava dalla culla, dal letto, dalle braccia di lei come un grillo a dirittura.
- Grillino, ti farai male! Ti accadr qualche disgrazia.
E Grillino:
- Trih! Trih! Trih!
Non sapeva ancora parlare, e rispondeva a quel modo.
Quando crebbe fu peggio. Per un nonnulla picchiava i ragazzi che facevano il chiasso con lui, e poi spiccava un salto sul tetto d'una casa, in cima a un albero, dove nessuno poteva raggiungerlo. E di lass canzonava i compagni:
- Trih! Trih! Trih!
Era il suo verso.
Suo padre scoteva la testa a queste, prodezze:
- Grillo  nato e grillo morr.
La mamma cercava di prenderlo con le buone; se la gente veniva ad accusarglielo:
- Grillino, Grillino, non far dispiacere alla tua mammina.
- Trih! Trih! Trih! Lasciateli dire.
Finalmente Grillino ne fece una molto grossa.
Passava la carrozza reale con dentro il Re, la Regina e la Reginotta. Che fa egli? Spicca un salto sul cielo della carrozza e:
- Trih! Trih! Trih!
I cavalli si spaventano, prendono la mano del cocchiere e via a rotta di collo, nitrendo e sparando coppie di calci, fra le strida e gli urli di tutti. Grillino intanto, con le gambe larghe e le braccia aperte, pareva incollato sul cielo e rideva, rideva o riprendeva a trillare.
Quando gli parve, spicc un salto e gi. Cavalli e carrozza si fermarono a un tratto. Questa volta per Grillino non fece a tempo per scappare. I soldati che seguivano a cavallo la carrozza del Re e che le erano corsi dietro di galoppo, furono pi lesti di lui; lo afferrarono, lo ammanettarono e lo condussero in prigione.
- Ah, Grillino, Grillino! Te l'avevo predetto: T'accadr qualche disgrazia!
- Mammina, state allegra; non  niente.
Suo padre, scotendo il capo:
- Grillo  nato e grillo morr!
In prigione, Grillino non sapendo come spassarsi, si divertiva al suo solito, trillando da mattina a sera.
La sua prigione si trovava proprio sotto le stanze del Re, e quel trillo gli rompeva il capo.
- Per ordine di Sua Maest, Grillino, sta'zitto!
A chi dicevano? Al muro?
- Trih ! Trih! Trih!
Il Re, infuriato, ordin:
- Tagliategli la testa!
La Reginotta, udito che le guardie andavano alla prigione per mozzare la testa a Grillino, corse a gettarsi al piedi del Re:
- Maest; se fate ammazzare Grillino, mi accade una gran disgrazia!
- Chi te l'ha detto?
- Una voce dal fondo del cuore. Grazia, Maest!
- E se non si cheta?
- Glielo dir io; si cheter.
La Reginotta and lei in persona alla prigione.
Le guardie gi avevano legato Grillino, con le mani al dorso, e stavano per farlo inginocchiare bendato, davanti al ceppo su cui dovevano mozzargli la testa.
- Grazia di Sua Maest! Tu, Grillino, intanto devi promettermi di stare zitto.
- Non posso, Reginotta. Trih! Trih! Trih!
- Grillino, Grillino, fallo per amor mio!
Grillino questa volta si mise a cantare:

- Grillo, Grillino,
Se non gli d la figlia il suo sovrano,
Notte e giorno trih! trih! Grillo, Grillino!

Come? Voleva sposare la Reginotta? O ch'era ammattito? La Reginotta la prese in ridere e disse al Re:
- Maest, Grillino  pazzo. Vuole sposarmi. Canta:

Se non gli d la figlia il suo sovrano,
Notte e giorno trih! trih! Grillo, Grillino!

Il Re per non la prese in burla:
- Ecco come gli dar la figlia! Mozzategli la testa.
Le preghiere della Reginotta non valsero pi. Le guardie tornarono a legar Grillino con te mani al dorso e lo fecero inginocchiare bendato, davanti al ceppo:
- Grillino, raccomandati a Dio!
- Trih! Trih! Trih!
Il boia alz la scure e di il colpo.
La scure rimbalz, col taglio acciaccato, quasi il collo di Grillino fosse stato di bronzo.
A questo portento, boia e guardie, atterriti, scapparono a gambe, e non pensarono neppure a chiudere la prigione.
Grillino, in un lampo, sciolto e sbendato, di un paio di salti e fu all'aria aperta. Un altro salto e mont sul tetto del palazzo reale, proprio dov'erano le stanze del Re e subito:
- Trih! Trih! Trih!
Non la finiva pi!
Il Re aveva fatto il capo come un cestone con quel trih! trih! maledetto. Ma che fare? Come riprendere Grillino che saltava di qua e di l, da quel grillo che era?
Nel palazzo reale non si dormiva pi da una settimana; tutti avevano perduto la testa; parevano tanti matti:
- Accidempoli a Grillino!
Quella vitaccia non poteva durare. Il Re venne a patti:
- Grillino, ti d un tesoro!
- Ce l'ho, Maest.
- Grillino, ti faccio barone.
- Sono qualcosa di pi, Maest.
- Che tu sei?
- Sono Reuccio.
Il Re stup.
- E dov' la tua corona?
- Sotto il letto di mia madre.
Il Re mand a cercare nella casetta affumicata sotto il letto della povera donna, per vedere se era vero.
- Maest, sotto il letto c'era un cesto con de'cenci.
- Hai sentito? - disse il Re.
- Non hanno saputo cercare.
Il Re mand di nuovo, e mand i Ministri perch cercassero meglio.
- Maest, sotto il letto c'era un paio di ciabatte.
- Hai sentito Grillino?
- Non hanno saputo cercare.
E giorno e notte sul tetto del palazzo reale:
- Trih! Trih! Trih! Accidempoli a Grillino!
Accorse sua madre:
- Grillino, Grillino, sta'zitto! Vieni gi!
Suo padre scoteva la testa:
- Grillo  nato e grillo morr!
E se n'and in campagna pei fatti suoi.
I Ministri dissero:
- Maest, non c' verso; bisogna dargli la Reginotta.
Il Re pieg il capo:
- Figliuola mia; bisogna che tu sposi Grillino.
Quando riferirono a Grillino che il Re gli avrebbe dato la Reginotta, egli rispose con una spallucciata:
- La volevo e non me la diedero: ora me la danno e non la voglio io.
Due salti e spar.
La Reginotta s'ammal. Il Re e la Regina le domandavano:
- Che ti senti, figliuola?
- Ho male al cuore. Se non sposo Grillino, muoio.
Intanto, di Grillino nessuna notizia. Chi l'aveva sentito trillare in un posto, chi in un altro; ma nessuno l'aveva veduto. Il trillo per era quello di lui; si riconosceva. Guardie e soldati andavano attorno per tutto il regno, chiamando:
- Grillino! O Grillino!
Lontano, lontano, sentivano:
- Trih! Trih! Trih!
-  su quella montagna.
E accorrevano. Arrivati lass, il trillo si sentiva nella pianura lontano, lontano:
-  laggi!
E scendevano a corsa. Arrivati nella pianura, il trillo si sentiva tra i boschi, lontano lontano. Guardie, soldati, dal gran camminare, erano spedati, non ne potevano pi.
La Reginotta diventata una larva, col fiato ai denti disse:
- Maest, vado io! Lasciatemi andar sola.
E prima and nella casetta affumicata dei genitori di Grillino.
- Buona donna, dov' la corona di Grillino?
E a un tratto s'intese:
- Trih! Trih!  sotto il letto. Reginotta, scavate.
La Reginotta, trovata una zappa in un canto, si mise a scavare. La corona non veniva fuori.
- Grillino, sono stanca! Ho le braccia rotte.
- Trih! Trih! Reginotta, scavate.
La povera Reginotta riprese. Scava, scava, scava, la corona non veniva fuori.
- Grillino, sono stanca! Mi sento morire!
- Trih! Trih! Trih! Reginotta, scavate!
La Reginotta, sfinita, si butt per terra:
- Mi sento mancare!
E mor.
Grillino comparve; e vista la Reginotta senza vita, si mise a piangere.
- Trih! Trih! Trih! Ah, Reginotta mia! La mala sorte volle cos! Trih! Trih! Trih!
Prese in mano la zappa, di due soli colpi, e venne fuori la corona reale; sotto di essa, un tesoro non mai visto: abbacinava a guardarlo.
- Babbo, mamma, questo  vostro. Ora piangete Grillino.
E si stese come morto per terra. Babbo e mamma lo piangevano:
- Grillino bello mio! Figlio, Grillino!
Intanto il corpo di Grillino si raccorciava, si raccorciava.
- Grillino bello mio! Figlio, Grillino!
Il lamento dei genitori si sentiva per tutta la via. E il corpo di Grillino continuava a raggrinzarsi, a raggrinzarsi; non pareva pi di uomo. Infatti a poco a poco egli era gi ridiventato grillo nero, con le gambine esili, e le ali.
- Addio, mamma! Addio, babbo!
Un salto, e via per l'uscio:
- Trih! Trih! Trih!

Grillo era nato e grillo era morto.
E noi restiamo col mantello corto.



LA MAMMADRAGA

C'era una volta una bambina, figlia d'un calzolaio. La madre, cullandola, le cantava sempre:

- Dormi, figlia Regina!
Dormi, il Reuccio arriva!

Il marito, battendo le suole le faceva il verso, per ridere:

Dormi, il Reuccio arriva!
Dormi, figlia Regina!

La madre, dopo pochi mesi, mor e il calzolaio riprese subito moglie. Da prima, parve che la matrigna volesse bene alla figliastra. Spesso, accarezzandola, le diceva:
- Ora ti faccio un fratellino.
- Fratellini non ne voglio.
- Perch?
- Perch...
Pass un anno. Vedendo che non c'era nessuna speranza di avere un figliuolo, la matrigna, indispettita, cominci a prendersela con la bambina. La maltrattava senza ragione, la picchiava, le faceva patire la fame. Il suo babbo le voleva bene, ma si lasciava menare pel naso da quella donna.
- Babbo, vostra moglie m'ha picchiato!
- Perch non la chiami mamma? Chiamala mamma.
- La mia mamma non  pi qui.
- Allora, fa bene a picchiarti, figlia Regina!
Soleva dirle cos.
Una volta la poverina era stata lasciata languire di fame un'intera giornata, e la matrigna voleva che le stesse davanti, a guardarla, mentre mangiava a due palmenti.
- Ogni boccone, uno stranguglione! - borbott la bambina.
- Figlia di tua madre, via di qua! Non ti voglio pi tra'piedi. Via di qua!
E, a pugni e a pedate, la cacci fuori di casa.
Il marito era andato a consegnare un paio di stivali a un avventore. Tornato in bottega, domand:
- Dov' la bambina?
- A fare il chiasso, la fannullona!
Viene la notte, e la bambina non si vede.
- Oh Dio! Le sar accaduto un malanno! Vado a cercarla.
- A quest'ora? Lasciamo socchiuso l'uscio di casa. Quando torna, se ne va a letto.
II calzolaio, che faceva sempre la volont della moglie, non insistette. La mattina per, levatosi per tempo, il suo primo pensiero fu per la bambina.
Il letto era ancora intatto, e l'uscio socchiuso.
- Ah, figliolina mia! Dove sar mai? Vado a cercarla.
- Vuoi perdere la giornata? - disse quella donnaccia - Tu resta a lavorare; vado io. Vedi com' cattiva! Se la trovo, la picchio di santa ragione.
E usc fuori.
- Vicine, avete visto quella bambina?
- Ieri andava di corsa laggi laggi. Domandatene pi in l.
- Comari, avete visto ieri una bambina che correva?
- Andava di corsa laggi laggi. Domandatene pi in l.
- Buona nonna, ieri avete visto passare una bambina?
- Che bambina o bambino? Non ho visto anima viva!
- Perch rispondete con quella vociaccia e quel visaccio, brutta strega? Vi ho detto forse qualcosa di male?
- Il male non l'hai detto, ma l'hai fatto. Tieni!
E le butt addosso un catino d'acqua.
Di donna che era, la matrigna divent lupa; ma lei non se n'accorgeva. Credeva di parlare e abbaiava.
La gente fuggiva al solo vederla comparire.
Torna a casa e infila l'uscio. Il marito spaventato, comincia a tirarle addosso forme, gambali, tutto quel che gli capita sotto mano; poi, afferra un bastone, e gi colpi da orbo.
- Sono io, marito mio! Sono io, marito mio!
Credeva di parlare e abbaiava. Colui, che la vedeva in forma di lupa con tanto di bocca spalancata, aveva paura d'esser morsicato; e perci dava botte che rompevano le ossa.
La donna, vista la mala parata, scapp a gambe levate.
Per le vie, la gente le correva appresso con pali, forconi, spiedi e armi d'ogni sorta.
- Dgli! Dgli alla lupa! Dgli!
Tornarono addietro soltanto quando la perdettero di vista. S'era rifugiata in una tana.
E la bambina? Messasi a camminare sempre diritto davanti a s, giunse all'aperta campagna. Incontr una vecchietta.
- Bambina, perch piangi? Dove vai?
- La matrigna mi ha scacciata di casa a pugni e a pedate. Vo dove mi portano i piedi; lasciatemi andare!
- Se t'incontrano i lupi, ti sbranano.
- La mia matrigna  assai peggio dei lupi; lasciatemi andare.
- Dormi con me questa notte; domani all'alba andrai via.
La buona vecchietta la fece entrare in casa, le di da mangiare e da bere, e la mise a letto.
La mattina, prima che partisse, le regal un anellino:
- Tienlo sempre in dito; sar la tua fortuna. Quando ti trovi in qualche pericolo, di': "Anellino, aiutami tu!". Ti aiuter.
La vecchia era una Fata, e l'anellino era fatato.
Poco dopo sopraggiunse la matrigna. La Fata le butt addosso il catino d'acqua e la cambi in lupa. Cammina, cammina, cammina, la povera bambina si smarr in mezzo a un bosco. Cominciava a farsi buio, e non si vedeva faccia di cristiano.
Dattorno, si sentivano intanto gli urli delle bestie feroci.
- Ora mi mangiano viva!
La poverina piangeva, col viso tra le mani, seduta per terra.
Tutt'a un tratto, ecco un calpesto tra le macchie l accosto, e un fiuto forte forte:
- Uh! Uh! Uh! Oh, che buon odore! Uh! Uh! Uh! Oh, che buon Odore di carne umana!.
Nel buio s'intravvedeva una forma di persona che andava fiutando forte forte tra le erbe e le macchie:
- Oh, che buon odore! Uh! Uh!
La poverina, le si accapponava la pelle. Si rannicchi, dicendo sottovoce:
- Anellino, aiutami tu!
E trattenne il fiato. Quella forma nera nera le si aggirava dattorno fiutando:
- La sento e non la trovo! Uh! Uh!
Frugava rabbiosamente tra le macchie e le erbe, e tornava a fiutare. Una volta la bambina si sent quel fiato grosso proprio su la faccia, e le si gel il sangue per la paura.
- Anellino, aiutami tu! 
- La sento e non la trovo!  andata via; ha lasciato qui l'odore soltanto.
E il calpesto si allontan tra le macchie e gli alberi folti.
Fatto giorno, la bambina si rimise in cammino.
- Ho fame, anellino; aiutami tu!
Guarda davanti a s e scorge su l'erba una fetta di pane e un po'di cacio. Mangia, beve a una fonte e seguita a camminare. Cammina, cammina, cammina, esc finalmente fuori dal bosco e si sent allargare il cuore.
La campagna era tutta verde; fiori di qua, fiori di l al due lati della strada, e in fondo una villa in cima a una collinetta, che pareva un giardino. Fatti pochi passi, vede sopra un albero un grand'uccello con le piume di mille colori.
- Uccello,  questa la strada che mena lass?
- S,  questa.

L finisce ogni dolore,
Chi ci campa non ci muore.

- Che vuol dire?
- Va'e vedrai.
Pi avanti incontra una scimmia che saltava da un albero all'altro. Un po'impaurita, domand:
-  questa la strada che mena lass?
- S,  questa.

L finisce ogni dolore,
Chi ci campa non ci muore.

- Che vuol dire?
- Va'e vedrai.
Davanti il cancello della villa, trov una bella signora vestita di seta e d'oro con collane, braccialetti, anelli d'oro e di diamanti: un bagliore.
- Ben venuta, bambina! T'aspettavo.
- Mi conoscete?
- Ti conosco,
E nel baciarla, la tastava tutta.
- Che carni fresche! Che bel boccone! Vieni, vieni: questa  casa tua.
E si leccava le labbra con la lingua. La bambina entr in sospetto:
- Perch dice: Che bel boccone? Anellino, aiutami tu!
E che si vide dinanzi? Invece della bella signora una brutta megera, con naso ricurvo che toccava il mento e per capelli tanti serpenti che si agitavano aggrovigliandosi, battendole sulle spalle, avvolgendosele attorno al collo. Serpenti per braccialetti, serpentelli alle dita a mo'd'anelli: e non pi la veste di seta e ricami d'oro, ma di strane pelli di bestie selvagge.
Intanto ella si trovava gi dentro, e colei aveva subito chiuso l'uscio a chiavistello.
Era una Mammadraga, che si nutriva di bambini.
Figuriamoci che cuore fece la poverina a quella vista!
- Anellino, aiutami tu!
- Uh! Uh! Che buon odore!
La Mammadraga la fiutava tutta, ma non poteva toccarla per via dell'anellino e dalla rabbia si mordeva le labbra.
- Che ci hai addosso? Fammi vedere. Perch nascondi le mani?
La bambina, tremante, le mostr le mani.
- Oh, che brutto anello!  di rame. Te ne dar uno d'oro.
- Questo mi piace e mi basta.
La Mammadraga le volt le spalle e la lasci sola.
Di fuori, il palazzo della Mammadraga era bellissimo; dentro per una spelonca, con le pareti e le vlte tutte affumicate, e un puzzo di carne bruciacchiata che ammorbava. E su per le seggiole gatti neri che facevano le fusa, e per terra rospi che saltellavano; e sui massi sporgenti, gufi appollaiati con gli occhioni luccicanti e il becco insanguinato.
- Anellino, aiutami tu!
La bambina, rabbrividita, si mise a girare per tutte quelle grotte affumicate, sperando di trovare una buca donde scappare. In fondo c'era un uscio, dietro cui si sentivano voci allegre di bambini che facevano chiasso. Picchi e l'uscio s'aperse da s.
Ogni notte la Mammadraga andava a rubar bambini per farsi la provvista, e li teneva chiusi l a fine d'ingrassarli e averli pi saporiti quando doveva mangiarseli.
I bambini che non sapevano nulla, facevano il chiasso. Ogni giorno ne arrivava uno, due, talvolta tre e ne mancava sempre uno.
Appena videro la bambina, le furono attorno:
- Come ti chiami?
- Caterina.
- Facciamo il chiasso! Fa'il chiasso con noi!
- Ah, poveretti! La Mammadraga ci manger!
I bambini si misero a strillare e si attaccarono ai panni di lei.
- Quando viene qui la Mammadraga, teniamoci forte per le mani. L'anellino ci aiuter.
Infatti, a mezzogiorno, entr la Mammadraga per scegliere il bambino da divorarsi a pranzo.
- Bambino, vieni con me; ti porto dalla tua mamma.
- Anellino, aiutaci tu!
E, presi per mano, si strinsero tutti attorno a Caterina.
La Mammadraga dalla rabbia si mordeva le labbra, si storceva le dita.
- Scellerata, sei tu! Vuoi farmi morire di fame!
Ma non poteva toccarla, per via dell'anellino. E and via, con la spuma alla bocca, minacciando. L'anellino faceva miracoli.
- Anellino, abbiamo fame, aiutaci tu!
E avevano subito da mangiare.
- Anellino, vogliamo dei balocchi! Aiutaci tu!
E avevano subito dei balocchi.
- Anellino, vogliamo dei dolci! Aiutaci tu!
E avevano dolci d'ogni sorta. Ora che erano avvisati, appena entrava la Mammadraga, si prendevano per la mano e si afferravano ai panni della bambina.
- Scellerata, sei tu! Vuoi farmi morire di fame!
E la Mammadraga andava via, con la spuma alla bocca, minacciando. Scappare per non potevano. Una mattina, la Mammadraga torn alla sua spelonca, seguita da una lupa e la mise di guardia all'uscio della grotta dov'erano chiusi i bambini.
Era la matrigna di Caterina. La lupa la riconobbe, e disse alla Mammadraga:
- Volete l'anellino? Lasciate fare a me!
- Caterina, che ignorava quella trasformazione, veniva spesso davanti l'uscio a pregarla:
- Lupa, lupetta, lasciaci scappare!
- Che mi di?
- Una bella tana e pecore e polli per pasto.
- Me li procuro da me.
- Lupa, lupetta, lasciaci scappare!
- Che mi d!?
- Quel che tu vuoi.
- Quell'anellino.
- Questo no.
- Allora restate tutti a morire l.
Cos passarono molti mesi.
Una notte la bambina si mise a chiamare:
- Vecchina mia, dove tu sei?
- Eccomi.
- La lupa vuole quest'anellino per lasciarci scappare.
- Dalle quest'altro.
Le spieg come doveva fare e disparve.
La mattina:
- Lupa, lupetta, lasciaci scappare!
- Che mi d!?
- Quel che tu vuoi.
- Quell'anellino.
Gli altri bambini s'erano gi presi per la mano e si tenevano attaccati forte ai panni della compagna.
- Tieni qui - disse Caterina.
La lupa stese la zampa e la bambina le infil l'altro anellino in un dito.
E che accadde?
Caterina divent lupa lei, e tutti gli altri bambini tanti lupacchiotti, l'uno con la coda dell'altro fra i denti; il primo teneva fra i denti la coda di Caterina.
La lupa invece ridivenne donna, e la bambina, lupa com'era, riconobbe in lei la matrigna.
- Scellerata, che m'hai fatto! Ora la Mammadraga mi manger!
E and a rannicchiarsi nell'angolo pi oscuro della grotta.
Venne la Mammadraga:
- Lupa, e questi lupacchiotti?
- Sono miei figli; li ho partoriti stanotte.
- E i bambini?
- Se li  divorati quella l.
La Mammadraga si slanci addosso alla donna e ne fece quattro bocconi. Intanto lupa e lupacchiotti stavano per scappar via. Si ud un urlo:
-  carne avvelenata! Muoio! Muoio!
Si voltarono e videro la Mammadraga che si rotolava per terra e dava gli ultimi tratti.
- Anellino, aiutaci tu!
Ridiventati bambini, si presero allegramente per le mani e fecero un ballo attorno la Mammadraga morta, saltando e cantando:

- Qua finisce ogni dolore!
Chi ci campa non ci muore.
Chi c' morto, torni in vita.
Mammadraga l' finita!

Andarono a guardare nella grotta accanto, dov'erano ammonticchiate tutte le ossa dei bambini che la Mammadraga s'era spolpati e videro un brulichio di ossa che si ricercavano, si riunivano, si vestivano di carne, ridiventavano bambini vivi.

Chi c' morto torna in vita,
Mammadraga l' finita!

- Andate via, io debbo restar qui - disse Caterina. - Quest'anellino vi condurr fino a casa. Anellino aiutaci tu! E vi aiuter.
Si vide uscire dalla spelonca una fila di bambini presi per mano: pareva una processione che non finiva pi. I primi erano lontani un miglio, e gli ultimi appena a pochi passi dalla spelonca. E, andavano via cantando:

- Mammadraga l' finita!
Mammadraga l' finita!

Partiti loro, la bambina stette ad aspettare. La Fata le aveva detto quel che sarebbe avvenuto.
A un tratto, gran rumore, quasi la spelonca crollasse.
Invece la spelonca diventava un palazzo cos magnifico, che lo stesso palazzo del Re era niente al paragone.
Venne l'uccello dalle piume di mille colori.
- Padrona, comandate. Ora la padrona siete voi.
Venne la scimmia, saltellando, facendo mosse buffe:
- Padrona, comandate. Ora la padrona siete voi.
E Caterina veniva servita come una Reginotta.
Passarono parecchi anni. Ella si era gi fatta una bella ragazza; ma, sola sola, in quel palazzo cominciava ad annoiarsi.
La Fata le aveva detto:
- Devi attendere il Reuccio di Francia. Se non vien lui, non puoi uscire di qui.
E attendeva, stando alla finestra, guardando lontano tutti i giorni, se mai il Reuccio arrivasse. Una mattina, ecco un uomo laggi che prendeva la strada della collina:
- Sar il Reuccio.
Indoss i pi begli abiti, si orn delle gioie pi brillanti, e gli and incontro in cima alla scala. Invece era un povero vecchio.
Saliva gli scalini a stento, appoggiato a un bastone.
- Chi siete? Dove andate?
- Vo pel mondo in cerca della mia figliuola. L'ho perduta da tant'anni!
Lei finse di non riconoscere suo padre, ma dalla contentezza, aveva le lagrime agli occhi.
- Mangiate, bevete, e riposatevi. La vostra figliuola non  lontana di qui.
- Come lo, sapete, signora mia?
- Lo so.
Il giorno dopo, il vecchio si apprestava a partire.
- Non vo'chiudere quest'occhi, prima di ritrovare la mia figliuola.
-  qui vicina. L'ho mandata a chiamare. Mangiate intanto, bevete; vi servo a tavola io stessa.
Poteva mai immaginare che la sua figliuola avesse quel palazzo e fosse cos straricca?
Finalmente, una sera, ecco squilli di trombe e scalpitio di cavalli. Il Reuccio di Francia arrivava col sguito. Si trovava a caccia in quei dintorni, e visto il palazzo in cima alla collina, aveva pensato di chiedere ospitalit per quella notte. Il Reuccio era di malumore. Una zingara gli aveva predetto:
- Sposerete la figlia d'un calzolaio!
- Ti si secchi la lingua!
E, per distrarsi del brutto presagio, andava a caccia tutti i giorni. Vedendo quella bella giovane, rimase sbalordito.
- Principessa, vi saluto.
- Non sono principessa, Reuccio.
- Che cosa siete?
- Quel che vuole il Reuccio.
- La mia Reginotta, qua la mano.
- Di l c' mio padre; chiedete il suo consenso.
Trovatosi a faccia a faccia con quel misero vecchio, il Reuccio si credette burlato. Pure, per curiosit, gli domand:
- Siete voi il padre di Caterina?
- Sono io.
- Io sono il Reuccio di Francia e voglio sposarla.
- Reuccio, non sta bene farsi beffa d'un povero vecchio! Mia figlia  perduta e non so dove sia. La cerco invano da tant'anni.
- Che commedia  questa! - esclam il Reuccio, sdegnato.
Entr Caterina:
- Dite, buon vecchio: dopo tant'anni come riconoscereste la figliuola?
- Ha tre ni sotto la nuca.
- Come questi qui?
E si chin per farglieli vedere.
- Ah! Figliuola mia! Figliuola mia!
Si gettarono, piangendo, l'uno tra le braccia dell'altra. Il Reuccio, tutto contento, disse al vecchio:
- Ora manca soltanto il vostro consenso.
- E sposereste la figliuola d'un calzolaio?
Il Reuccio stup! La zingara aveva predetto il vero.
La giovane per era cos bella che non c'era Reginotta al mondo da starle a paro.
Il calzolaio divent Principe, e sua figlia Reginotta.

Dormi, figlia Regina!
Dormi, il Reuccio arriva!

Ed era arrivato davvero!

Fiaba detta, fiaba scritta,
A chi va storta, a chi va diritta.



RE TUONO

C'era una volta un Re che aveva un vocione cos grosso e forte, da poter essere udito benissimo fino a dieci miglia lontano. Quando parlava, pareva tuonasse; e per ci gli avevano appiccicato il nomignolo di re Tuono.
I Ministri e le persone di corte, dovendo praticare con lui tutti i giorni, diventavano sordi in poco tempo; ed era una disperazione. La povera gente che andava a chiedere giustizia ci rimetteva un polmone per farsi sentire, e spesso spesso non riusciva. Gli affari correvano a rotta di collo; la gente non ne poteva pi.
Ma, come dire al Re:
- Maest, siete voi che fate assordire i Ministri?
Il Re credeva di parlare con lo stesso tono di voce di tutti gli altri; e quando i Ministri, diventati sordi, non udivano pi neppure lui, ci s'arrabbiava, e li mandava via a calci, facendoli ruzzolare per le scale del palazzo reale.
Nei primi giorni, coi nuovi Ministri le cose andavano benino. Parlando con loro per, il Re s'accorgeva ch'essi, di tanto in tanto, portavano le mani, agli orecchi per tapparseli.
- Che  mai? - domandava. - Strillo forse come un maleducato, come un carrettiere?
- No, Maest - rispondevano impauriti. - Soffriamo di gattoni
I nuovi Ministri soffrivano sempre di gattoni per iscusa. Il Re non si capacitava di questa malattia cos comune a tutti i suoi nuovi Ministri. E, alla fine, aveva pensato di rimediare, dandoli anticipatamente in cura ai medici di palazzo. I medici li martoriavano di cataplasmi, ventose, salassi e altri malanni; e coloro, per l'ambizione di salire alto e avere le mani in pasta, sopportavano zitti ogni tormento.
Il Re andava a visitarli, e alzando la voce pel dubbio che quella malattia degli orecchi non li facesse sentire bene, domandava:
- Come state? Come state?
Figuratevi che tuoni, con quell'alzata di voce! Il palazzo reale ne tremava.
- Bene, Maest! Benissimo, Maest!
E stavano bene davvero, perch erano gi mezz'assorditi.
Il Re intanto credeva che gli affari del suo regno procedessero proprio a meraviglia. Nessuno gli chiedeva mai un'udienza; nessuno veniva mai a fargli un reclamo. Sfido io! Ognuno aveva paura, e preferiva ogni altro guaio a quello di restar sordo per tutta la vita.
Un giorno si present al palazzo reale un contadino:
- Voglio parlare al Re.
Il Re, stupito di questa novit, ordin subito:
- Fatelo entrare.
Squadrando quel vecchietto mal vestito, che faceva cosa tanto insolita, il Re s'accorse ch'egli aveva due tappi di sughero negli orecchi.
- Che significano quei tappi?
- Maest, ho i gattoni.
O che tutti i suoi sudditi pativano di gattoni? Insospettito, disse:
- Non me la di a bere, contadinaccio! Che significano quei tappi? Parla, o ti fo, mozzare la testa.
Tra il diventar sordo e l'aver mozzata la testa, il contadino scelse il meno male.
- Grazia, Maest, se volete che dica il vero.
- Grazia ti sia concessa.
E colui gli disse quel che nessuno aveva osato mal dirgli:
- Maest, col vostro vocione fate assordire la gente.
Dapprima il Re mont in furore; non voleva credergli. In che modo egli non s'accorgeva dei proprio vocione? Ma il contadino soggiunse:
- Tant' vero, che Vostra Maest vien chiamato re Tuono.
Il Re fu afflittissimo di questa scoperta. Tent di frenar la voce, di sussurrare pi che pronunciare le parole; ma era inutile. Anche parlando a quel modo, il suo vocione era tale, che chi stava a sentirlo ne restava intronato. E per punire i Ministri che non avevano avuto il coraggio di palesargli la verit, li fece legare come polli e li mand in prigione. Il contadino, invece, fu da lui creato unico Ministro, e gli permise di tenere i tappi di sughero agli orecchi. Il povero Re, addolorato di quel suo difettaccio, non usciva pi dal palazzo reale, dava ordini soltanto coi gesti. Ma, era vita quella? Poteva durare?
Fra le altre cose, egli voleva prendere moglie per avere l'ereditario della corona; ed ora si spiegava facilmente tutte le ripulse ricevute dalle tante principesse da lui richieste. Le principesse non volevano assordire, e per sfuggire questo pericolo rinunziavano al benefizio di diventare Regine.
Il contadino Ministro disse un giorno:
- Maest, perch non consultate un Mago? Io sospetto che il vostro vocione non provenga da qualche malefizio che voi avete addosso.
Il Re decise di fare un bando. E volendo andare per la pi corta, giacch il suo vocione poteva essere udito da dieci miglia lontano, sal sul tetto del palazzo reale e fece il bando da se stesso, ingrossando la voce pi che poteva:
- Chi sapr guarirmi dal vociooone, avr tant'oro quanto peeesa!
E and in giro per tutto il regno, salendo in cima alle montagne, gridando da quelle alture:
- Chi sapr guarirmi dal vociooone, avr tant'oro quanto peeesa!
In pochi giorni non ci fu angolo del regno dove il bando non fosse conosciuto. E quei tuoni della voce del Re erano stati cos forti, che per un paio di settimane piovve a dirotto, quasi avesse tonato davvero. Intanto i mesi passavano, uno dietro all'altro, e nessun Mago si presentava.
Il povero re Tuono cominciava gi a disperare, quando una mattina vennero ad annunziargli l'arrivo di un famoso Mago, venuto da lontani paesi; diceva di conoscere il segreto della malattia del Re e la ricetta per guarirlo.
Alla vista di quel Mago, cos grasso e grosso che pareva una botte, il Re si gratt il capo, pensando:
- Ce ne vorr dell'oro per costui!
Ma si strinse nelle spalle, pronto a qualunque sacrifizio. Avrebbe dato fin la camicia che aveva indosso, pur di guarire.
- Maest - disse il Mago. - Il vostro male proviene da un capello incantato.
Il Re si rallegr interamente. Gua'! Si sarebbe fatto radere la testa e sarebbe finita. Il Mago doveva contentarsi d'una bella mancia; ora che s'era lasciato scappar di bocca il suo segreto.
- Solamente, - riprese colui - bisogna trovare e strappare quel capello a prima vista. Sbagliato una volta, non si rimedia pi. E l'unica persona al mondo che pu fare il prodigio  la principessa Senza-lingua.
- O dove scovare cotesta principessa?
- In Oga Magoga. La chiamano cos perch le manca la lingua. Un anno, un mese e un giorno e la vedrete qui, se Vostra Maest, mantenendo la promessa, mi d tant'oro quanto peso.
- Prima di fare l'esperienza?
- Prima, Maest. Condurr con me, da ambasciatore, il vostro Ministro.
Per un momento il Re esit:
- Se quel furbo lo canzonava? Dove riacchiapparlo? Il Ministro poteva intendersela con costui... In ogni caso, - riflett - mi rifar co'miei sudditi.
Gli piangeva il cuore, guardando la montagna d'oro che ci volle per agguagliare il peso di quella botte:
- Pur di guarire!
E diede il buon viaggio al Mago e al Ministro.
Passati appena sei mesi, eccoti un giorno il Ministro solo solo; il Mago era sparito, e della principessa Senza-lingua n nova n novella. S'era messa in viaggio, dicevano, per farsi fare una lingua artificiale non si sapeva da chi; e nessuno, da un anno, ne aveva avuto pi notizia.
- Cercate e troverete. Il destino dei Re vuole cos!
Erano parole del Mago.
- Facciamo un altro bando! - esclam il Re molto seccato. E volendo andare per la pi corta, sal di nuovo sul tetto del palazzo reale, e fece il bando da se stesso, ingrossando la Voce pi che poteva:
- Chi trova la principessa Senza-liiingua, avr tant'oro quanto peeesa!
E and in giro per tutto il regno, e poi fuori del regno, in diverse parti del mondo, salendo in cima alle montagne e gridando da quelle alture:
- Chi trova la principessa Senza-liiingua, avr tant'oro quanto peeesa!
E i tuoni della voce del Re furono cos forti, che piovve dirotto dovunque, quasi avesse tuonato davvero.
I mesi passavano, uno dietro all'altro, ma neppure una mosca recava notizia della principessa.
Re Tuono cominci a perdere la pazienza. Ora, invece di affliggersi e star zitto, urlava, sbraitava. Parte dei suoi sudditi era gi assordita, parte stava per assordire, e tra questi che ci sentivano male e gli altri che non ci sentivano pi accadevano scene buffe che, spesso spesso, finivano a legnate e peggio. Il regno pareva in tumulto. Le guardie accorrevano di qua e di l; ma, essendo pi sorde di tutti, ora davano ragione a chi aveva torto, ora torto a chi non c'entrava per niente, e accrescevano la babilonia in luogo di dissipare i malintesi.
Aveva voglia, re Tuono, di gridare alle guardie:
- Fate giustizia! Fate giustizia!
Pi lui gridava e pi assordivano. Il regno sembrava un paese di matti.
Un bel giorno, davanti il palazzo reale comparve un ciarlatano che strillava:
- Pasticche per la voce! Pasticche per la voce! Chi l'ha la perde; e chi non l'ha non l'acquista! Pasticche! Pasticche!
Re Tuono, trattandosi di voce, la prese per un'offesa alla sua reale maest; e di ordine di arrestare quell'impertinente e condurglielo dinanzi.
- Che intendi dire con cotesto tuo: "Chi l'ha, la perde e chi non l'ha non l'acquista?".
- La verit, Sacra Corona. Provi e vedr.
Il Re lo guardava fisso. Dal vestito, colui pareva un uomo; ma le fattezze del volto erano cos belle e gentili, che si sarebbe detto una donna, se non avesse avuto i capelli corti.
- Chi sei? Come ti chiami?
- Mi chiamano il Senza-lingua. Ma Sua Maest vede bene che il nome  sbagliato; la ho e un po'lunghetta, anzi... Il mio mestiere richiede cos.
E in prova, senza badare che si trovava nel palazzo reale e alla presenza del Re, riprese a strillare scherzosamente, come in piazza:
- Pasticche per la voce! Pasticche per la voce! Chi l'ha, la perde; e chi non l'ha non l'acquista! Pasticche! Pasticche!
Il Re, diventato di buon umore, si mise a ridere.
- Da qua; voglio provare.
Ne prese una e la mise in bocca.
O che fu? Un tocca e sana? Il vocione del Re aveva calato di met.
Va'a trattenere re Tuono! Si butt sulle pasticche come un galletto al becchime; e mangia, mangia, mangia... le inghiottiva mal masticate, col pericolo di strozzarsi... mangia, mangia, mangia... le fin tutte in pochi istanti.
Parl, e il suo vocione parve sparito sottoterra. Re Tuono non era pi re Tuono, con quella vocina cos fievole che si poteva udire a mala pena. Per capirne le parole, bisognava accostargli l'orecchio alle labbra, e farvi coppo attorno con le mani.
- Meglio cos!
Dalla contentezza, il Re ordin che si facessero grandi feste per tutto il regno, con giuochi, cuccagne e fontane di vino schietto.
- Che cosa vuoi? - disse a quell'uomo. - Chiedi e avrai.
- Colazione, pranzo e cena tutti i giorni, e nel palazzo reale una stanza dove non deve entrare neppure il Re.
- Cos poco? Ti sia concesso!
Avendo ora la vocina flebile flebile, il Re s'infastidiva di sentir parlare fin con la voce ordinaria.
- Perch urlate? - rimproverava a tutti - Non sono mica sordo!
Star due minuti ad ascoltarlo era proprio uno sfinimento; ognuno si sentiva mancare il fiato. Col praticare con lui e col doversi sforzare a parlar piano, in breve tempo, tutto il personale di palazzo, dai Ministro allo sguattero, si ridusse effettivamente senza voce. E mentre, dopo la guarigione del Re, gli orecchi guastati dal suo vocione andavano guarendo senza bisogno di medicamenti, le voci, e per riguardo del Re, e per adulazione e poi per capriccio di moda, cominciarono ad abbassarsi, ad abbassarsi; e quello che poco prima era un paese di sordi, ora poteva dirsi proprio il paese degli sfiatati.
Soltanto l'uomo delle pasticche, che mangiava a ufo e abitava nel palazzo reale, soltanto lui udiva il Re senza bisogno di accostargli l'orecchio alle labbra n farvi coppo con le mani, e poteva parlare con lui senza abbassare il tono della voce.
Come andava questa faccenda? Sua Maest non gli aveva detto mai, come agli altri: "Perch urlate? Non sono mica sordo!". Eppure colui gli parlava sempre con la voce naturale ch'era un po'strillante. Aveva dunque la lingua fatta diversa dagli altri?
La curiosit della gente si accrebbe il giorno che il venditor di pasticche and in furia, perch uno gli aveva detto per chiasso:
- Mostrami la tua lingua! Vo'vedere com' fatta.
Non c'era niente di male in queste parole; ma colui, infuriato, pestando i piedi e piangendo, era andato a chiudersi nella sua camera del palazzo reale e non voleva uscirne pi, perch nessuno potesse pi dirgli:
- Mostrami quella tua lingua! Vo'vedere com' fatta.
Il Ministro venne a parlargli in nome del Re:
- Perch ti arrabbi? Vogliono vedere la tua lingua? E tu mostragliela, sciocco! Cos!
E fece l'atto. L'altro, sbadatamente, lo imit; ed ecco la lingua scappargli di bocca, cadere per terra e farsi in mille pezzi quasi fosse stata di terracotta.
Il Ministro rimase! Poi si di un gran colpo alla fronte, e corse subito dal Re:
- Maest, Maest, la principessa Senza-lingua! Oggi si compiono precisamente l'anno, il mese e il giorno.
Il palazzo reale fu a un tratto sossopra. La gente affollata dietro l'uscio voleva entrare in quella camera e vedere la Principessa Senza-lingua. Invano il Re diceva:
- Non pu entrarvi nessuno, neppur io; ho dato la mia parola.
Chi lo sentiva? Lo vedevano gesticolare con le braccia e muovere le labbra, quasi fingesse di parlare. Il Ministro accost l'orecchio alla bocca del Re, facendo coppo con le mani; ma il Re, infuriato, con uno spintone lo sbatacchi addosso alla folla.
Per fortuna, in quel punto l'uscio della camera s'aperse, e tutti stupirono alla vista del gran mucchio d'oro sovra cui stava comodamente sdraiata una bellissima giovane, vestita di broccato, ornata di perle e diamanti, con le bionde trecce sciolte su per le spalle, la faccia appoggiata a una mano, e un gran ventaglio nell'altra. Si faceva vento tranquillamente.
Il mucchio d'oro era proprio lo stesso regalato dal Re al Mago, grosso quanto una botte.
Il Re, in un baleno, si gett ai piedi della principessa e gli pos la fronte su le ginocchia. Ella lasci il ventaglio, stese la mano, gli ficc un dito tra i capelli e di uno strappo. Il capello incantato fece una fiammata e le svapor fra le dita.
- Grazie, principessa Senza-lingua! Grazie, mia Regina! - disse il Re col pi bel suono di voce, che nessuno avesse mai udito.
- Grazie, re Tuono, mio signore e mio Re!
Insieme con l'incanto dell'uno era sparito l'incanto dell'altra. La principessa aveva acquistata la lingua, come le aveva predetto il Mago, adattandole quella artificiale cadutale poco prima per terra.
- Il vostro destino voleva cos! - disse il Ministro. - Dovevate essere sposi. E ora posso andarmene.
- Perch mai? Perch?
Il Re non fin di dire queste parole, che il Ministro, diventato un nanino vispo vispo, si ficc, come un topolino, tra il mucchio dell'oro e spar. Era un servitore delle Fate.
Contenti come Pasque, il Re e la Principessa si sposarono, con feste e divertimenti d'ogni sorta.
Il Re perdon ai Ministri, li fece scarcerare e li rimise in carica. Non correvano pi pericolo d'assordire.
- Faranno sempre i sordi! Vedrete - prognostic la gente.
E il prognostico non fall.

Maturo  il frutto, secca la foglia;
Dite la vostra, chi pi n'ha voglia.



FATA FIORE

C'era una volta due sorelle rimaste orfane sin dall'infanzia: la maggiore bella quanto il Sole, diritta come un fuso, con una gran chioma che pareva d'oro; la minore cos cos, n bella n brutta, piccina, magrolina e zoppina da un piede. Per la sorella, non aveva nome: era semplicemente la zoppina.
La vecchia nonna, da cui erano state raccolte in casa, non avrebbe voluto che costei la chiamasse sempre con quel nomignolo:
- Che colpa n'ha, la poverina?  mancanza di carit rammentarle il suo difetto.
- O se  vero ch'ella  zoppina! Non me lo invento io.
E la cattiva rideva, per giunta.
Si fosse pure contentata di maltrattarla con quel nomignolo soltanto! Non sarebbe stato niente, perch la zoppina non se ne faceva, come se non dicesse a lei. Il peggio era che la maltrattava anche coi fatti, quasi non fosse stata dello stesso suo sangue, ma una serva.
- Zoppina, fa'questo... Zoppina, fa'quello!... Zoppina, vien qua! Zoppina, va'l.
Non le dava requie un momento; ed ella intanto se ne stava in panciolle per non sciuparsi le belle manine, o pure allo specchio o alla finestra, quantunque la nonna spesso la sgridasse:
- Chi aspetti l, a quella finestra?
- Aspetto il Reuccio
N lo diceva per chiasso. Si era messa in testa che il Reuccio, passando per la strada, dovesse restare incantato dalle bellezze di lei e farla Reginotta. E la mattina, quando il Reuccio andava a caccia, seguito da tanti cavalieri, se lo divorava con gli occhi, e si sporgeva fuori dalla finestra, facendosi quasi sventolare la sua gran chioma d'oro per attirarne gli sguardi. II Reuccio non le badava, non si voltava; passava trottando, con gran dispetto di lei. Ella per non si dava per vinta.
- Guarder domani. Se mi guarda,  fatta: sar Reginotta.
E sfogava la sua rabbia contro la sorella. Arrivava fino a picchiarla, se le pareva di non esser servita a puntino, specialmente nei giorni che il Reuccio passava di corsa, proprio quando ella credeva di essersi fatta pi bella, lavata, pettinata, e con la biancheria di bucato.
Un giorno, che s'era alzata dal letto di malumore pi del solito, aveva gridato sgarbatamente:
- Zoppina, va'a comprarmi il latte: e sia fresco, zoppina!
La povera zoppina era scesa in istrada, e, ciampicando, s'avviava verso la bottega del lattaio, quando, dalla svolta della cantonata, ecco sbucare il Reuccio e il sguito a cavallo, di carriera. Ebbe tanta paura, che inciamp, e cadde. Al grido di lei, il Reuccio pot frenare a tempo il suo cavallo e salvarle la vita. Scese subito di sella, l'aiut a rizzarsi in piedi, le domand premurosamente se s'era fatta male, e vedendo che zoppicava, credette che fosse per effetto della caduta. Allora le porse il braccio, l'accompagn dal lattaio e poi la ricondusse fino alla porta di casa.
La sorella maggiore gi s'affrettava a scender le scale per non lasciarsi sfuggire quell'occasione di farsi vedere dal Reuccio; gi borbottava le belle parole di ringraziamento da dirgli, e gi pensava al graziosissimo inchino da fargli; ma quand'ella arriv gi, il Reuccio era rimontato a cavallo, e spariva in fondo alla strada.
Figuriamoci che stizza! Quel giorno parve ch'ella avesse un diavolo per capello: niente la content, niente le and a verso:
- Zoppina! Zoppinaccia! Brutta zoppaccia!
La poverina si mise a piangere.
- Fa'la volont di Dio - le disse la nonna. - Dio ti aiuter.
La nonna, ch'era molto vecchia, si ridusse in fin di vita. Prima di morire, si rivolse alla sorella maggiore:
- Ti raccomando quella poverina. Ora che non ci sar pi io, non esser con lei sempre cattiva come pel passato.  buona, affettuosa; non si merita punto i maltrattamenti che tu le fai. E non la chiamare pi zoppina!
- O se  vero ch'ella  zoppina - fu la risposta di lei. - Non me lo invento io.
- Senti: verr un giorno che vorresti esser tu la zoppina!
E la vecchia mor.
Rimaste sole, la sorella maggiore si tenne per padrona addirittura. Se la nonna le avesse raccomandato di far peggio di prima, quella cattiva ragazza non avrebbe potuto far peggio. La povera zoppina piangeva giorno e notte.
Colei sfoggiava abiti di seta, collane, e anelli, e orecchini di brillanti: la zoppina, doveva indossare un vestituccio di stoffa scadente, scuro, sbricio sbricio, quasi da monachina. E tutti i giorni:
- Zoppina! Zoppinaccia! Zoppina del diavolo!
La poverina faceva la volont, di Dio, come le aveva detto la nonna; ma la notte, nella sua misera cameretta, si metteva a piangere, zitta zitta; e pregava:
- Nonnina mia, nonnina mia, pensateci voi per me!
Una mattina, nel far le scale per andare a comprare il latte, scrse su uno scalino qualcosa che non distingueva bene che fosse. Si chin, lo raccolse, e vide ch'era un fiorellino tutto scalpicciato e sgualcito; un fiorellino rosso, che mandava un odore di paradiso. Lo ripul, gli riaggiust le foglioline e se lo mise in petto. Tornata a casa, lo ripose in un vasetto con l'acqua, su un tavolino della sua camera, e di tanto in tanto andava a osservarlo. In quel vasetto con l'acqua, il fiorellino parve risuscitato, e riempiva la camera del suo profumo.
Quando la sorella la sgridava: - Zoppina! Zoppinaccia... Zoppaccia del diavolo! - ella, senza sapere perch, andava a guardare il fiorellino, e si sentiva consolata.
Verso mezzanotte, entrata in letto, la poverina s'era messa a piangere:
- Nonnina mia, nonnina mia, pensateci voi per me!
E sent una voce flebile flebile, dolce dolce, che diceva:
- Ci penser io! Ci penser io!
Ebbe paura e accese il lume. Nella camera non c'era nessuno: n quella era la voce della sua nonna.
- Mi sar parso!
Spense il lume e si addorment.
Cos pi notti di seguito; ella per oramai pi non provava paura a quella voce flebile flebile, dolce dolce, che pareva venisse da lontano. Anzi, una notte, fattosi animo, os domandare:
- In nome del Signore, chi sei?... Sei tu la mia nonnina?
Passato un mese, il fiore era sempre cos vegeto e cos fresco nel vasetto, dov'ella rimutava l'acqua due volte al giorno, da potersi credere spiccato allora allora dalla pianta.
La zoppina n'era meravigliata, e cominci a sospettare che esso fosse incantato, e che fosse sua quella voce da lei udita ogni notte.
Perci la notte appresso, appena sent dire:
- Ci penser io - subito gli domand:
- In nome del Signore, tu chi sei?
Ma non ebbe risposta.
La mattina si sveglia, cerca tastoni la veste, e al tatto si accorge che la stoffa era un'altra. Apre gli scuretti della finestra, e che vede? Su la seggiola a pi del letto, vede steso un vestito nuovo, cos bello, cos ricco, ch'ella rimase un pezzetto a guardarlo a bocca aperta, senza osare neppur di toccarlo.
Indoss un vestito smesso, con le maniche sdrucite ai gomiti, e quello lo nascose nell'armadio per via della sorella.
Il giorno dipoi si sveglia, cerca tastoni la veste, e al tatto si accorge che la stoffa era un'altra. Apre gli scuretti della finestra, e che vede? Su la seggiola, a pi del letto, vede steso un secondo vestito nuovo, pi bello e pi ricco di quell'altro riposto, un vestito da Regina.
Frug nel cassettone, trov un vestituccio smesso ma pi sdrucito e pi stinto del primo, e lo indoss; nascose quell'altro nell'armadio, per via della sorella.
La sorella che non le aveva badato il giorno avanti, vedendola cos cenciosa, cominci a sgridarla:
- Zoppina sudiciona! E dell'altro vestito che n'hai fatto?
- L'ho dato a lavare.
Si content della risposta e si mise alla finestra.
Da qualche tempo aveva notato che il Reuccio, passando, alzava gli occhi verso la facciata della casa loro, come s cercasse qualche persona che non c'era: scorreva con lo sguardo tutte le finestre, e abbassava gli occhi scontento.
- Ma, forse deve fingere di non vedermi, per timore del Re suo padre! - ella pensava.
E insuperbiva pi che mai.
Quel giorno, il Reuccio, passando, alz secondo il solito, gli occhi alle finestre, come se cercasse qualche persona che non c'era, e, abbassatili scontento, spron il cavallo e tir via.
Quel giorno ella fu cos cattiva con la zoppina, che la poveretta piangendo si mise a gridare:
- Ah nonnina, nonnina, vi siete scordata di me!
E la sorella, inviperita:
- Te la do io la nonnina!
E picchia. ....
- Te la do io la nonnina!
E picchia.
Le lasci le lividure.
La notte, la zoppina:
- Nonnina mia, nonnina mia, pensateci voi per me.
- Ci penser io! Ci penser io!
Svegliatasi, cerca tastoni la veste, e al tatto si accorge che la stoffa era un'altra. Apre gli scuretti della finestra, e che vede? Su la seggiola, a pi del letto, vede steso un terzo vestito nuovo tutto ricamato d'oro, tempestato di pietre preziose: neppur la Regina doveva averne uno pari.
Questa volta era inutile frugare nel cassettone; ella sapeva benissimo che non aveva altri abiti smessi.
- Come fare, per via della sorella?
Non sapeva risolversi ad indossare uno di quelli: intanto la sorella, di l, gridava:
- Zoppina! Zoppinaccia! Non senti dunque, zoppina del diavolo!
E le si rovesci in camera, furibonda.
Visto quell'abito da Regina, rimase di sasso.
- Di chi ?
- Non lo so.
- Chi te l'ha dato?
- Non lo so.
- E tu perch in sottana?
- Non ho pi vestiti da indossare: me l'han portati via.
- Zoppaccia, non me la di ad intendere.
Per acchetare la sorella, la poverina, mezzo sbalordita, le raccont tutto: del fiorellino, della voce udita di notte, degli altri vestiti trovati su la seggiola: e glieli fece vedere.
Colei non voleva crederle.
- Zoppaccia, non me la di ad intendere.
Prese i vestiti e il vasetto col fiore e li port in camera sua. La zoppina dovette indossare un abito vecchio della sorella. Ci nuotava dentro e pareva pi buffa che non era.
- Vo'provar io! - disse la sorella maggiore.
E la notte appresso, spento il lume, cominci a dire:
- Nonnina mia, nonnina mia, pensateci voi per me!
- Ci penser io! Ci penser io!
Rimase stupita.
- Dunque la zoppina non aveva mentito!
E la mattina, svegliatasi, cerc tastoni la veste; al tasto s'accorse che la stoffa non era quella. Aperse gli scuretti della finestra, e che vide? Su una seggiola, a pi del letto, vide steso un vestito vecchio, di canavaccio, tutto sbrendoli e frittelle. E nell'armadio, dov'ella aveva riposti i tre bei vestiti, ne mancava uno, il migliore.
- Ah, zoppaccia del diavolo! Sei stata tu!
E picchia e ripicchia! Le lasci le lividure.
Per volle ritentare:
- Nonnina mia, nonnina mia, pensateci voi per me!
- Ci penser io! Ci penser io!
Smaniava che si facesse giorno, per vedere se le accadeva come la mattina avanti. Le accadde peggio. Su la seggiola a pi del letto trov steso un vestito fatto di scorze di albero imputridite. E dall'armadio ne mancava un altro di quelli ripostivi, il migliore.
- Ah, zoppaccia del diavolo! Sei stata tu! Sei stata tu!
E picchia e ripicchia! Le lasci le lividure,
Caparbia, volle ritentare; ma la mattina seguente, non solo non trov nulla n sulla seggiola n nell'armadio, ma fin il fiorellino rosso era sparito dal vasetto, lasciando nella camera un puzzo che ammorbava.
- Ah, zoppaccia del diavolo! Sei stata tu!
E picchia e ripicchia! Le lasci le lividure.
Il giorno dopo si sparse la notizia ch'era stato scoperto un furto nella guardaroba della Regina: mancavano tre abiti di gala, abiti di un valore inestimabile; tutta la corte era sossopra; il Re e la Regina su le furie; i Ministri spaventati della collera reale perdevano la testa.
Il Re li aveva radunati a consiglio.
- Se fra tre giorni non mi trovate il ladro, vi faccio impiccare tutti in fila!
Eran passati due giorni, e i poveri Ministri si tastavano il collo. Del ladro, nessuna notizia.
E il Re:
- Domani all'alba, vi far impiccare tutti in fila!
I Ministri pensarono di mettere una sentinella a ogni porta e far perquisire tutte le case. Le guardie rovistavano da per tutto, ma non trovavano niente. Andate in casa delle due sorelle, cerca, ricerca, fruga, rifruga non trovarono niente neppur l. La sorella maggiore intanto, di nascosto dalle guardie, borbottava nell'orecchio della zoppina:
- Zoppaccia ladra! Zoppaccia ladra! Che tradimento volevi farmi!
La povera zoppina, atterrita di veder tanti brutti ceffi, non rispondeva nulla. E pregava dentro di s:
- Nonnina mia, aiutateci voi! Aiutateci voi!
Pregava anche per quell'altra.
Una guardia, pi sospettosa dei compagni, tastata la materassa del letto della sorella maggiore, disse:
- Scucite qui.
Scuciono e fra la lana eccoti gli abiti regali di gala, proprio quelli trovati dalla zoppina su la seggiola in camera sua.
- La ladra  lei! La ladra  lei! - urlava la sorella maggiore.
Ma le guardie le acciuffarono tutte e due, e le condussero in carcere, La zoppina neppure piangeva; guardava attorno, stupefatta. L'altra pareva impazzita:
- La ladra  lei! La ladra  lei!
Nella prigione, le chiusero in due stanze separate.
La zoppina, al buio, pregava a mani giunte:
- Ah nonnina, nonnina, pensateci voi per me!
- Ci penser io! Ci penser io!
Si volse dalla parte d'onde la voce veniva e, nel buio, vide il fiorellino rosso che luccicava come un pezzettino di carbone acceso. A poco a poco quel luccichio crebbe, crebbe, illumin tutta la stanza, e fra lo splendore comparve una bellissima donna che non toccava terra coi piedi, e pareva fatta tutta di luce, carni e vestiti.
- Sono fata Fiore; mi chiamano cos perch un mese son creatura vivente e un mese fiore:  il mio destino. Tu mi hai raccolto, mi hai ripulito, mi hai rimutata l'acqua due volte al giorno, mi hai salvato dal penare. Ora son qua io per te!
E detto questo, scomparve.
La mattina il Reuccio, nel punto di montar a cavallo, vide per terra un fiorellino rosso; uno degli scudieri stava per metterci il piede sopra.
- Bada! Bada!
Se lo fece raccogliere, e rimase incantato del gratissimo odore che il fiore mandava; un odore di paradiso.
Subito gli venne in mente la zoppina, a cui aveva molto pensato dal giorno che la raccatt da terra come quel fiore: gli era parsa tanto buona, tanto gentile, quantunque non bella. Non l'aveva pi riveduta; e non s'era mai saputo spiegare perch pensasse cos spesso a lei avendola vista una sola volta. Si mise il fiore all'occhiello, e quando torn a palazzo, lo ripose in un vasetto con l'acqua, in camera sua; lo chiam il Fiore della zoppina.
La notte, sul punto di addormentarsi, a un tratto ode: - Psi! Psi! Psi! Psi!
Accese subito il lume, guard attorno stupito; non c'era nessuno.
Poco dopo, di nuovo:
- Psi! Psi! Psi! Psi!
- Chi sei? Che cosa vuoi?
- Sono fata Fiore! Ascolta bene quel che ti dir: ma non accendere il lume.
E fata Fiore gli raccont la dolorosa storia della zoppina.
Verso la fine il Reuccio piangeva.
Non attese che fosse giorno, e corse dal Re suo padre. Rifece il racconto della Fata e poi si gett al piedi del Re:
- Maest, fatemi sposare questa zoppina! La Reginotta dev'esser lei.
Il Re non disse di s n di no. Ma quando gli parve l'ora, diede ordine:
- Conducete qui le due ladre.
Le guardie andarono prima alla prigione della sorella maggiore. Tutta arruffata e sconvolta non sembrava pi lei; pareva una Strega. L'ammanettarono e la introdussero al cospetto del Re.
Aperto l'uscio della prigione dov'era rinchiusa la zoppina, le guardie si arrestarono meravigliate su la soglia. La nera stanzaccia s'era trasformata in un magnifico giardino fiorito, e la zoppina, cos bella da non riconoscersi, con indosso un abito sfarzosissimo, coglieva fiori e ne faceva tanti bei mazzi.
- Questo pel Re, questo per la Regina, e questo pel Reuccio che sospira.
Subito il Re e la corte andarono alla prigione per condur via la zoppina con tutti gli onori di Reginotta.
La sorella maggiore, appena la vide, diede in ismanie e furori:
- Ah! Zoppina ladra! Mi hai rubato anche il Reuccio! Possa tu morire di mala morte, zoppaccia ladra!
Invece mor lei di mala morte; perch il Re non volle farle grazia, vedendola cos cattiva fino all'ultimo contro la sua buona sorella, che implorava per essa il perdono reale.
Diventata Reginotta, la zoppina che per virt di fata Fiore non era pi zoppina, a ricordo del suo passato, volle esser chiamata sempre a quel modo; anzi, quando compariva in pubblico, affettava con grazia di zoppicare un tantino.



TROTTOLINA

C'era una volta un vecchio tornitore che faceva trottole d'ogni forma e d'ogni grandezza.
Quand'era la stagione delle trottole, i ragazzi si affollavano nella sua bottega:
- Tornitore, mi fate una trottola?
- Piccola o grande? Piatta o col cocuzzolo?
Secondo che la volevano piccola o grande, piatta o col cocuzzolo, egli adattava subito un pezzetto di legno al suo tornio, e con un piede sul pedale e in mano lo scalpello, si metteva a lavorare lesto lesto, brontolando:

- Trottolina, piatta piatta,
Gira gira e fa la matta!

Oppure:

- Trottolone fatto a pera,
Gira gira fino a sera!

E continuava a brontolare cos, fino a che la trottola non era bell'e finita. Quel brontolo era lo spasso dei ragazzi, che spesso gli facevano il verso:

- Trottolina, piatta piatta,
Gira gira e fa la matta!
Trottolone fatto a pera,
Gira gira fino a sera!

- Ecco qua. Due soldi, tre soldi.
E i ragazzi andavano via contenti come pasque.
Un giorno pass davanti a quella bottega il Reuccio, e si ferm a guardare.
Il tornitore stava per terminare una bella trottola e brontolava, al suo solito, senza levar gli occhi dal lavoro.
- Tornitore, fatemi una trottola anche per me.
- Piccola o grande? Piatta o col cocuzzolo?
- Piccina piccina.
- Sar servito. Vedr che trottolina. Parler.
E subito con un piede sul pedale e in mano lo scalpello, si mise a lavorare lesto lesto, brontolando:

- Trottolina piccinina,
Pel Reuccio gira gira.

Trattandosi del Reuccio, il tornitore and egli stesso dal fabbro ferraio per far mettere alla trottolina un picciuolo di ferro ben limato e lisciato, e il giorno appresso la port al palazzo reale: si attendeva un grosso regalo. La trottolina gli era riuscita una bellezza. Prima di andare a consegnarla, l'aveva provata. Girando, faceva un briso lieve lieve; non che parlare, pareva cantasse. Dicendo al Reuccio: La trottolina parler, il povero tornitore intendeva dire appunto di quel bruso.
Il Reuccio per non l'aveva capita cos.
E visto che la trottola non parlava, si mise a strillare, a pestare i piedi:
- Voglio la trottolina che parla! Voglio la trottolina che parla!
Accorsero il Re e la Regina. Il tornitore spiegando la cosa, tremava come una foglia. Intanto il Reuccio continuava a strillare, a pestare i piedi:
- Voglio la trottolina che parla!
Disse il Re al tornitore:
- Tu hai promesso di fare al Reuccio una trottolina che parla, e bisogna che parli. Se domani non gli porti la trottolina parlante, guai a te!
Il tornitore and via pi morto che vivo.
- Ah! Poverino a me! Come fare una trottolina che parli davvero?
Quella notte non chiuse occhio, piangendo e lamentandosi: Poverino a me! La mattina venne un servo del palazzo reale:
- Sua Maest vuole la trottolina che parla.
A un tratto il tornitore ebbe un'idea; e tutto allegro and dal Re:
- Maest, la trottolina l'ho fatta io; ma la lingua gliel'ha fatta il fabbro ferraio; se la trottolina non parla,  colpa sua.
Il Re si capacit.
- Aspetta l; mandiamo a chiamare il fabbro ferraio.
E il fabbro ferraio venne:
- Maest, che comanda?
- La trottolina del Reuccio dovrebbe parlare; il tornitore l'ha fatta e tu gli hai messo la lingua di ferro; gliel'hai messa male. Se domani non mi riporti la trottolina parlante, guai a te!
Quel furbo rispose:
-  vero, Maest; io le ho messo la lingua, ma la bocca gliel'ha fatta lui; se la trottolina non parla,  colpa di chi non ha saputo farle bene la bocca.
- Ah! Ve la mandate dall'uno all'altro?... O domani riporterete qui la trottolina parlante, o guai a voi.
Andarono via tutti e due pi morti che vivi.
- Ah, poverini noi! Come fare una trottolina che parli davvero?
- Andiamo da un Mago - disse il fabbro ferraio. - Chi sa? Potr farcela lui.
E andarono subito dal Mago.
Giusto egli aveva per le mani una bambolinuccia che parlava.
- Date qua la trottolina.
V'incoll la bambola sopra, avvolse attorno al picciuolo il laccetto, e fece girare la trottola per prova.
La trottola girava e la bambola parlava:
- Buon giorno, Reuccio! Buona sera, Reuccio!
Il Reuccio, com'ebbe quella trottolina, si mise a saltare dalla gioia.
Il Re fece al tornitore e al fabbro ferraio un magnifico regalo, ed essi ne portarono una buona parte al Mago.
- Tenete tutto per voi; io non voglio nulla.
Il Reuccio passava le giornate facendo girare la trottola. E la trottola:
- Buon giorno, Reuccio! Buona sera, Reuccio!
Alla bambola egli aveva messo nome Trottolina, e non voleva fare il chiasso altro che con lei.
Crebbe, e intanto non cessava mai di giocare a trottola; il Re n'era seccato.
- Non sei pi un ragazzo. Ora devi prender moglie.
- Sposer Trottolina.
Il Re mont sulle furie; prese la trottola e la sbatacchi sul pavimento. La bambola schizz da una parte e la trottolina, spaccata in due pezzi, dall'altra.
- Ecco come sposerai Trottolina!
Il Reuccio stette zitto e and a chiudersi in camera sua. Non voleva pi uscirne. Quand'era solo piangeva:
- Ah, Trottolina mia! Non puoi dirmi pi: Buon giorno, Reuccio! Buona sera Reuccio!
Si ammal. Aveva una febbre lenta, dimagrava dimagrava; e i medici non sapevano dire che male fosse.
Il Re e la Regina erano disperati: si vedevano morire lentamente il Reuccio sotto gli occhi, senza potergli dare nessuno aiuto.
Uno dei medici domand:
- Ha avuto qualche grave dispiacere il Reuccio?
- No.
Il Re e la Regina non potevano mica immaginare che il Reuccio morisse di languore per Trottolina.
Ma il dottore insistette:
- Reuccio, vi hanno dato qualche gran dispiacere?
- Mi hanno rotto Trottolina.
Allora il Re mand a chiamare il tornitore e il fabbro ferraio:
- Fatemi pel Reuccio un'altra trottola parlante.
- Maest non sappiamo pi farla.
- O domani l'avr qui, o guai a voi!
Quei due andarono via pi morti che vivi.
- Ah, poverini a noi! Chi sa se il Mago ce ne far un'altra?
E corsero da lui.
- Voi, tornitore, fate la trottola; voi, fabbro ferraio, appiccicatele il picciuolo di ferro ben limato e lisciato, e poi tornate da me.
Il Reuccio cos riebbe la trottolina parlante e si mise a farla girare.
La trottola girava, e la bambola parlava:
- Buon giorno, Reuccio! Buona sera, Reuccio!
Ed ora aggiungeva:
- Quando ci sposeremo, Reuccio? Quando ci sposeremo?
Con meraviglia di tutti, trottola e bambola crescevano di giorno in giorno, quasi fossero vivi. Ma Trottolina parlava soltanto quando la trottola girava,
Che potevano fare il Re e la Regina? Visto questo prodigio di Trottolina che cresceva, e purch il Reuccio non tornasse ad ammalarsi, acconsentirono che la sposasse. Tanto era un matrimonio per chiasso.
Pei primi giorni pass. Il Reuccio faceva girare la trottola, e Trottolina parlava. La trottola girava per dei quarti d'ora, senza fermarsi; correva di qua e di l, e il Reuccio le correva dietro:
- Fermati, Trottolina!
Trottolina si fermava, ma allora non parlava pi. Girando girando, sembrava proprio viva. Fermata, era una bambola di legno e niente altro.
Gli venne a noia. La butt in un angolo della camera e non la cerc pi.
La notte, sentiva un lamento:
- Ah, Reuccio, Reuccio, come m'hai abbandonata!
Saltava da letto, credendo che Trottolina fosse gi diventata persona viva: andava a guardarla; niente. Trottolina era tuttora di legno e stava appoggiata contro il muro in quell'angolo dove l'aveva buttata.
Ogni notte per quel lamento:
- Ah, Reuccio, Reuccio, come m'hai abbandonata!
Il Reuccio non poteva pi dormire. Ordin che gliela levassero di camera e la portassero in cantina. Non valse.
Tutte le notti, dalla cantina sentiva fino in camera sua quel lamentio.
- Non vuoi chetarti? Aspetta: ti concio io!
Scese in cantina con un'accetta, per fare in pezzi trottola e Trottolina; ma alla vista di lei, che era cos bella e graziosa, sent intenerirsi il cuore.
Era cresciuta tanto che pareva una bella ragazza di diciotto anni; e ora, per far girare la trottola ci voleva molta forza. Non si trattava pi d'una trottolina, ma d'un trottolone, e invece d'un laccetto, occorreva proprio una fune.
I genitori del Reuccio erano morti; il Re era lui. Mancava la Regina; e i Ministri gli dissero:
- Maest, il matrimonio con Trottolina non regge: sposate una donna vera.
Il Re si lasci persuadere e risolvette di sposare la Reginotta di Spagna.
Il giorno delle nozze, la Reginotta di Spagna si sent male tutt'a un tratto e in poco d'ora mor.
Il Re se n'accor. La notte, il solito lamento:
- Ah, Reuccio, Reuccio, come m'hai abbandonata!
- Non sono pi Reuccio. Aspetta: ti concio io!
Scese in cantina, prese delle fascine, le messe torno torno alla trottola e a Trottolina e vi appicc il fuoco. Una vampata; ma la trottola in fiamme cominci a girare a girare, mettendo fuoco a ogni cosa. Saliva le scale, correva per tutte le stanze del palazzo reale, e dove passava attaccava il fuoco. In un attimo il palazzo fu in fiamme.
La trottola girava e Trottolina parlava:
- Buon giorno, Maest! Buona notte, Maest!
Il Re le correva dietro, tentando di spegnere le fiamme:
- Fermati, Trottolina!
Ma si bruciacchiava le mani inutilmente: Trottolina non si fermava; e sembrava lo canzonasse col suo:
- Buon giorno, Maest! Buona notte, Maest!
Attorno al palazzo c'era una gran folla, accorsa per spegnere l'incendio. Chi attingeva acqua, chi portava le secchie, chi le vuotava; fatica sprecata: pi acqua buttavano e pi le fiamme prendevano forza; salivano fino al cielo. Dal gran fumo non ci si vedeva. E tutti piangevano il Re che doveva essere carbonizzato a quell'ora, insieme coi Ministri e le persone di corte.
Quando fu giorno, invece che si vide? Nel luogo del palazzo reale c'era un magnifico giardino, e pi in l un altro palazzo reale, al cui confronto quello bruciato sarebbe parso una bicocca.
E pei viali del giardino il Re e Trottolina, diventata persona viva, di carne e d'ossa, che presi per mano passeggiavano come se nulla fosse stato. Trottolina diceva scherzando al Re:
- Buon giorno, Maest! Buona notte, Maest!
Ma non girava pi; non aveva pi la trottola sotto i piedi.
Ora che Trottolina non era di legno, il Re la spos per davvero.

E furono marito e moglie;
A loro il frutto, e a noi le foglie.



MASTRO ACCONCIA-E-GUASTA

C'era una volta un vecchio falegname, che aveva una botteguccia e pochi arnesi del suo mestiere: una sega, un succhiello, una pialla, uno scalpello, un martello, una tanaglia, il pancone e nient'altro.
Lavorava di grosso, e ordinariamente gli davano ad acconciare cose vecchie; per questo gli avevano appiccicato il nomignolo di Mastro Acconcia-e-guasta. Guastava un uscio e rimediava una cassa, un tavolino, due sportelli, secondo la richiesta. La colla e i chiodi dovevano comprarli gli avventori.
- Perch, mastro Acconcia-e-guasta?
- Perch s.
I chiodi che avanzavano li rendeva, la colla no; la metteva da parte.
- Perch, mastro Acconcia-e-guasta?
- Perch s.
Era la sua risposta; e tirava su una presa di tabacco.
Guadagnava pochino: intanto se la scialava meglio di un principe. Di dove li cavava tanti quattrini?
La mattina andava al mercato per far la spesa:
- Macellaio, quel filetto di bue quanto costa?
- Non  per la vostra bocca, mastro Acconcia-e-guasta;  per la tavola del Re.
- Ho la bocca come lui l
Glielo dicevano a posta ogni volta per fargli rispondere cos. E tutti ridevano:
- Bravo, mastro Acconcia-e-guasta!
- Pesciaiolo, quello storione quanto costa?
- Non  per la vostra bocca, mastro Acconcia-e-guasta;  per la tavola del Re.
- Ho la bocca come lui!
E tutti ridevano:
- Bravo mastro Acconcia-e-guasta!
Comprava un monte di roba, carne, pesce, formaggio, salame, erbe, frutta, le meglio cose.
- Chi se la mangia tutta cotesta roba, mastro Acconcia-e-guasta?
- Io e i miei figliuoli.
- O che avete dei figliuoli?
- S: Seghina, Piallina, Scalpellino, Martellino, Tanaglina e Succhiellino che  il minore.
E la gente rideva:
- Buon appetito a tutti, mastro Acconcia-e-guasta!
Tornato a bottega, riponeva in un canto la cesta con la roba, e si metteva a lavorare senza mai smettere fino a tardi, finch vi si vedeva.
- E il desinare, mastro Acconcia-e-guasta?
- Lo preparano, in cucina.
A un'ora di notte, mastro Acconcia-e-guasta si chiudeva in bottega e metteva tanto di spranga alla porta.
Ed ecco, acciottolo di piatti, tintinno di bicchieri, rumore di argenteria e di coltelli smossi, quasi l dentro apparecchiassero una gran tavola. E, poco dopo, risate, strilli, e mastro Acconcia-e-guasta che gridava:
- Sta'buona, Seghina!... Attento, Scalpellino! Tu mi rompi quella bottiglia!... Bada, non conciarti, Tanaglina!... Sporcaccione di Martellino!... Piallina, Succhiellino, a posto le mani!
I vicini, dietro la porta, stavano a sentire, stupiti.
La mattina:
- Gran pranzo, eh, mastro Acconcia-e-guasta? I figliuoli vi fanno disperare.
- Eccoli l, cheti cheti.
E mostrava gli arnesi attaccati a una parete della botteguccia; ma la cesta era vuota, e di quel monte di roba da mangiare non restava briciolo, neppure le lische del pesce, o i nccioli della frutta.
I vicini non sapevano che almanaccare per scoprire il mistero di mastro Acconcia-e-guasta; e perdevano il tempo inutilmente.
Di giorno vedevano un povero vecchio che si rompeva le braccia a lavorare fino a tardi in quel bugigattolo che pareva una tana. E tutta la roba da mangiare? E l'acciottolo de'piatti, e le risa, e gli strilli?
Invano avean tentato pi volte di far un buco alla porta per guardare dentro. Il legno sembrava mezzo fradicio; non c'era per succhiello che potesse arrivare a penetrarlo.
- Che legno  questo, mastro Acconcia-e-guasta!
- Legno-ricotta.
- Allora perch non ve lo mangiate?
- La ricotta non mi piace.
- Non ce la date a intendere, mastro Acconcia-e-guasta!
Egli alzava le spalle e tirava su una presa di tabacco:
- Lasciatemi in pace.
La cosa giunse fino all'orecchio del Re:
- Ah! dice: Ho la bocca come lui?
E ordin che a mastro Acconcia-e-guasta i venditori dessero la peggiore roba che avevano, pena la vita.
Quella mattina, mastro Acconcia-e-guasta dovette rassegnarsi a portar via certa carnaccia che non l'avrebbero voluta neppure i cani; pesce guasto, formaggio inverminito, frutta mzza.
- Siete contento, mastro Acconcia-e-guasta?
- Se son contento io, non saran contenti gli altri.
- Perch?
- Perch s.
Il Re dava un pranzo al Ministri e al dignitari di corte. Portano in tavola, e Re, Ministri, dignitari arricciarono il naso. La carne puzzava come una carogna, il formaggio camminava da s su pei piatti, tanto formicolava di vermi, la frutta ammorbava di fracidume.
- Come mai? - url il Re. - Venga qui quel birbante del cuoco.
Il povero cuoco giur e spergiur che aveva comprato roba buona; ci aveva i testimonii. In cucina, le pietanze spandevano un odore da resuscitare anche un morto.
Re, ministri, dignitari dovettero acconciarsi con un po'di pan duro, bagnato nell'acqua; altrimenti sarebbero morti di fame.
- Questo  un tiro di mastro Acconcia-e-guasta! - disse uno dei Ministri. - Vo'andare a vedere se  vero.
Si travest e via dal falegname, portando addosso una cassaccia vecchia, per pretesto.
- Acconciatemi questa cassa, mastro Acconcia-e-guasta.
- Posatela l. Andate a comprare i chiodi e la colla.
- Colla ce n'avete tanta!
- Quella serve per me.
- Che buon odore di vivande, mastro Acconcia-e-guasta!
- Sono i resti del desinare; eccoli l.
Il ministro si sent venire l'acquolina in bocca a vedere un bel tcco di filetto arrosto e mezzo pesce con la salsa che dicevano: Mangiami, mangiami!
- O dove l'avete comprata questa buona roba?
- Dove si vende, in mercato.
- So che c' ordine reale di non darvi roba buona.
Mastro Acconcia-e-guasta alz le spalle e tir su una presa di tabacco.
Il Ministro rapport tutto al Re. Tennero consiglio.
- Questo mastro Acconcia-e-guasta dev'essere un Mago! Leviamogli tutti gli arnesi; vediamo che far.
Andarono le guardie e gli sequestrarono pialla, succhiello, martello, sega, ogni cosa. Il Re li volle riposti in una stanza accanto alla sua camera, e per maggior cautela si leg alla cintura la chiave dell'uscio.
Durante il giorno, gli arnesi stettero cheti; ma dopo l'un'ora di notte, in quella stanza si ud un rumore d'inferno: la sega segava, la pialla piallava, il martello martellava, il succhiello succhiellava, la tanaglia attanagliava; e, dopo un pezzetto, strilli e pianti.
- Abbiamo fame! Abbiamo fame!
Il Re corse ad aprire; gli arnesi stavano al loro posto per terra, dove li avevano buttati alla rinfusa. Appena richiuso l'uscio, rumore daccapo, strilli e pianti:
- Abbiamo fame! Abbiamo fame!
Per quella notte il Re non pot dormire neppure un minuto.
La sera appresso fu peggio. Il Ministro disse:
- Maest, proviamo a dar loro da mangiare.
La sega segava, la pialla piallava, il martello martellava, il succhiello succhiellava, la tanaglia attanagliava.
- Chetatevi, in nome di Dio! Ecco qui da sfamarvi.
E chiusero l'uscio. Ed ecco, acciottolo di piatti, tintinno di bicchieri, rumore di argenteria e di coltelli smossi, quasi l dentro stessero ad apparecchiare una gran tavola; e poi, risa e strilli:
- Tu mi conci! Tu mi strappi! Tu mi inzuppi.
Un portento.
- Oh, mastro Acconcia-e-guasta dev'essere un Mago!
Il Re sped le guardie e se lo fece condurre davanti:
- Che  questo, mastro Acconcia-e-guasta? I vostri arnesi parlano e mangiano; come mai?
Colui si strinse nelle spalle, e tir una presa di tabacco.
- Se non svelate il mistero, vi faccio tagliare la testa.
- Che mistero o non mistero, Maest! Essi sono i miei figli.
- E perch ridotti in quello stato?
- Per aiutarmi a buscarci il pane.
Il Re gli credette, e ordin che gli restituissero ogni cosa.
- Badate per di non dire pi: Ho la bocca come lui! Ve ne pentirete.
Mastro Acconcia-e-guasta riprese a lavorare. Ma gli avventori diventarono scarsi; la gente avea paura di aver che fare con lui. Invano egli andava attorno per le vie, gridando a ogni quattro passi:
- C' mastro Acconcia-e-guasta! Chi ha roba da guastare e da acconciare!
Nessuno lo chiamava.
- E ora come farete, mastro Acconcia-e-guasta?
- Finch c' colla, s'ingolla!
Infatti di colla in bottega n'aveva una catasta. Di giorno in giorno per essa veniva mancando. Mangia oggi, mangia domani, colla non ce ne fu pi.
- E ora come farete, mastro Acconcia-e-guasta?
Mastro Acconcia-e-guasta alzava le spalle e tirava su grandi prese di tabacco.
Il Re aveva sei figliuoli, tre maschi e tre femmine, tutti belli e di ottima salute. Ma appunto in quei giorni si ammalarono tutti e sei, e il medico non capiva di che male. Languivano, senza appetito, senza poter tollerare il pi leggiero cibo nello stomaco.
Consulti dietro consulti, medicine, intrugli d'ogni sorta non giovavano a niente. La figliuola maggiore mor.
Mentre la portavano a seppellire, ecco mastro Acconcia-e-guasta, con una cassettina da morto su la spalla che andava dietro l'accompagnamento:
- Chi vi  morto, mastro Acconcia-e-guasta?
- Mi  morta Seghina!
Il giorno dopo mor uno dei maschi; e mentre lo portano a seppellire, ecco mastro Acconcia-e-guasta, con una cassettina da morto su la spalla, che andava dietro l'accompagnamento:
- Chi vi  morto mastro Acconcia-e-guasta?
- Mi  morto Martellino!
Cos, ogni giorno, ora moriva un figliuolo, ora una figliuola del Re, e mastro Acconcia-e-guasta appariva dietro l'accompagnamento con una cassettina da morto su la spalla:
- Chi vi  morto, mastro Acconcia-e-guasta?
- Mi  morto Scalpellino! Mi  morta Piallina!
Il Ministro, che era furbo, saputo che mastro Acconcia-e-guasta era stato veduto ogni volta con una cassetta da morto su la spalla dietro l'accompagnamento dei figliuoli del Re, disse:
- Maest, se non volete morti tutti i vostri figliuoli, mandate a chiamare mastro Acconcia-e-guasta. La disgrazia vi viene da lui.
Oramai restava in vita una sola figliuola del Re, ed era gi all'agonia.
- Ah, mastro Acconcia-e-guasta, salvate la mia cara figliuola!
- Ah, Real Maest, salvate il mio caro Succhiellino!
- In che modo?
- C' un solo modo: farli sposare!
Il Re, l per l, per amor della figliuola stim giusto acconsentire:
- Poi, gliela far vedere io, a mastro Acconcia-e-guasta! - disse fra s.
La Principessa, che era diventata Reginotta perch pi non c'erano altri figliuoli, in pochi giorni guar.
Il Re disse a mastro Acconcia-e-guasta:
- Conducete Succhiellino a palazzo.
- Badate, Maest: di giorno sar proprio un succhiello, la notte no. Per ora, la sua sorte  questa.
- E dopo?
- Dopo, quando Dio vorr, sar altrimenti.
- Allora, del matrimonio non ne facciamo nulla per ora.
- Come piace a Vostra Maest.
Di tratto in tratto, il Re domandava a mastro Acconcia-e-guasta:
-  ancora succhiello il giorno e la notte no?
Ancora, Maest
- Allora del matrimonio non ne facciamo nulla.
- Come piace a Vostra Maest.
Gli anni passavano. Il Re era contento che il matrimonio della Reginotta con Succhiello andasse per le lunghe, e si divertiva a canzonare mastro Acconcia-e-guasta:
- Questo  latte che non rappiglia! E voi che fate, mastro Acconcia-e-guasta? Ora non avete pi arresi e vi rimane soltanto il succhiello.
- Racconto fiabe a Succhiellino. Ieri glien'ho raccontata una bella assai. Volete sentirla, Maest?
- Sentiamola, mastro Acconcia-e-guasta!
- C'era una volta un Re che aveva due figliuoli, uno buono e l'altro cattivo. Quello buono era il Reuccio e alla morte del padre doveva essere Re. La cosa non garbava al fratello cattivo.
Il Re si turb, e lo interruppe:
- La vostra fiaba non mi piace.
- State a sentire, Maest: il bello comincia qui. Dunque, al cattivo non garbava e pens di disfarsi del fratello buono, per diventare Re lui alla morte del padre. Disse al fratello: "Andiamo a caccia". E andarono. Quando furono in un bosco, lontani dalle persone del sguito, cava fuori la spada e d addosso al fratello che non si aspettava il tradimento.
Il Re si turb maggiormente, e lo interruppe:
- No, no, la vostra fiaba non mi piace.
- Ecco il pi bello, Maest; state a sentire. Egli credeva di averlo ammazzato, e lo lasci l per morto dopo averlo coperto con erbacce e rami d'albero. E al padre rifer: "Lo hanno sbranato le fiere!".
- Ahim! - grid il Re. - Tu sei mio fratello! Perdona!
E gli si butt ai piedi, tremante e piangente:
- Non mi far male!... Eccoti la corona! Non mi far male! Sii Re!
- N tu, n io! - rispose mastro Acconcia-e-guasta. - Il Re sar Succhiellino e la tua figliuola Regina.
Mastro Acconcia-e-guasta indoss abiti principeschi; non sembrava pi lui, e and a prendere Succhiellino.
Non era pi un succhiello, ma un bel giovane che pareva proprio nato a posta per essere Re. La Reginotta non era da meno di lui.
I due fratelli si abbracciarono, si baciarono; e colui che poco prima aveva il nome di mastro Acconcia-e-guasta raccont la propria storia: in che maniera era scampato da morte; e poi diventato falegname. La gente la dice la fiaba della Figlia dell'Orco; ve la racconter un'altra volta.
Succhiellino e la Reginotta si sposarono con grandi feste, vissero lieti lunghi anni ed ebbero molti figli.

E chi pi ne vuole pi ne pigli.



LA FIGLIA DELL'ORCO

C'era una volta un Re che aveva due figli, uno buono e l'altro cattivo. Quello buono era il Reuccio, e alla morte del padre doveva essere Re.
La cosa non garbava al cattivo, e pens di disfarsi del fratello per diventare Re lui. Un giorno gli disse:
- Andiamo a caccia?
E andarono. Giunti in mezzo a un bosco, lontani dalle persone del sguito, cava fuori la spada e d addosso al fratello, che non si aspettava quel tradimento. Credette di averlo ucciso. Copr con erbacce e rami di albero il corpo insanguinato, e torn addietro.
A palazzo, il Re domand:
- E tuo fratello?
- Maest, che disgrazia! Fu sbranato dalle fiere!
Il povero padre ne fece un gran pianto. Dal dolore si ammal, e dopo pochi giorni mor.
Il Reuccio, sotto le erbe e i rami, rinvenne; e cominci a lamentarsi, a chiamare soccorso:
- Aiuto, buoni cristiani, aiuto!
Era gi buio. Udendo rumore l accosto, il poverino grid pi forte che pot:
- Aiuto, buoni cristiani, aiuto!
Sent frugare tra l'erbe e i rami; poi, due manacce con tanto di ugne lo ghermiscono, lo levano di peso quasi fosse un fuscellino, e una lingua ruvida come una raspa gli lecca il sangue addosso:
- Oh che buon sapore! Oh che buon sapore!
Il Reuccio, a quel vocione cupo cupo, rabbrivid:
- Povero a me! Son capitato alle mani dell'Orco!
L'Orco, era proprio lui! Se lo mise sotto braccio come un fardelletto, e si avvi per tornare alla sua grotta. Di tratto in tratto, si fermava, leccava il sangue delle ferite:
- Oh che buon sapore! Oh che buon sapore!
Alto, grosso, quasi un gigante, faceva certe sgambate cos larghe e leste, che non lo avrebbe raggiunto neppure il vento. In pochi minuti fu alla porta della grotta e picchi:
- Apri, apri, figliuola; il babbo ti porta roba buona!
Il Reuccio si era svenuto di nuovo e pareva proprio morto. La figlia dell'Orco, vedendo quel bel giovane tutto insanguinato, n'ebbe piet:
- Che roba buona dite mai!  morto; non vedete? Lo butto nel carnaio.
L'Orco lecc un'ultima volta il sangue, e disse:
- Hai ragione. Buttalo nel carnaio. Io torno fuori.
- Buon'andata e buon ritorno. Non venite prima di giorno.
Appena l'Orco fu partito, la figlia corse a un armadio, prese il barattolo dov'era l'unguento che sana le ferite, e ne unse quelle del Reuccio.
Il Reuccio apr gli occhi, quasi si svegliasse da una gran dormita.
- Chi siete, bella figliuola?
- Sono la figlia dell'Orco; non abbiate paura. Voi chi siete?
- Il Reuccio.
E le raccont il tradimento del fratello.
- Lasciatemi andare; mio padre dev'essere in pena a quest'ora.
- C' monti, valli e foreste; non trovereste la via. Mio padre v'incontrerebbe e ne farebbe due bocconi. Bisogna avere il suo anello per non smarrirsi; ma egli lo porta sempre in dito.
- Glielo lever, mentre dorme, se voi mi aiutate.
- E dopo?... Mi sbranerebbe.
- Vi porto via con me. Ci sposeremo.
S'intese il grido dell'Orco, che tornava inferocito per non aver fatto preda alla caccia:
- Uhii! Uhii!
- Ecco mio padre. Entrate in quella grotta. C' da mangiare, da bere e un buon pagliericcio per dormire. Non fiatate fino a questa sera; se no, mio padre fa due bocconi di voi!
L'Orco, appena entrato, cominci a fiutare attorno:
- Uh! Uh! Che odore di carne cristiana! Uh! Uh!
-  la fantasia che ve lo fa sentire. Siete stanco; desinate e andate subito a letto.
L'Orco, brontolando, si spolp mezzo bue arrosto, e si mise a letto:
- Grattami la testa, figliuola.
Non poteva addormentarsi, se sua figlia non gli grattava la testa. Con una mano ella grattava, e con l'altra tentava di cavargli l'anello dal dito.
- Che tenti, figliolaccia? - url l'Orco mezz'addormentato.
La figlia, impaurita, ritir la mano e lasci stare.
Verso sera, l'Orco si preparava a uscire per la sua caccia.
- Uh! Uh! Che odore di carne cristiana! Uh! Uh!
Fiutava attorno, sgranando gli occhi, con l'acquolina in bocca.
-  la fantasia che ve lo fa sentire. Buona andata e buon ritorno; non venite prima di giorno.
L'Orco, brontolando, tir la porta dietro a s.
- Uhii! Uhii!
Si sentiva da lontano un miglio.
La figlia dell'Orco chiam fuori il Reuccio.
- Ho tentato di cavargli l'anello; non mi  riuscito. Ritenter domani.
- Fatemi vedere tutta la casa, intanto che vostro padre non c'.
- Giuratemi prima che voi mi sposerete, se andremo insieme via di qui.
- Ve lo giuro.
La figlia dell'Orco aperse un uscio, e il Reuccio rimase a bocca aperta vedendo una stanza tutta tempestata di oro e diamanti, con mobili di marmo, di argento, di legni preziosi. Per terra per qua e l ossa spolpate, macchiate di sangue.
- Che ossa son queste?
- Non ci badate
E aperse un altr'uscio. Il Reuccio rimase a bocca aperta. Pareti di lamine di argento lucide come specchi; cornici d'oro e di perle; pavimento di marmi rarissimi; e mobili fastosi, cortinaggi di stoffe non mai viste, con ricami d'oro e frange d'oro... Una magnificenza. Per terra per qua e l ossa spolpate, macchiate di sangue.
- Che ossa son queste?
- Non ci badate,
Il Reuccio cap che erano ossa umane; tutte quelle povere creature se le era divorate l'Orco. E si sent correre brividi da capo ai piedi, pensando che forse anche colei ne aveva mangiate la sua parte.
- E l dentro che c'?
Accennava all'uscio tutto d'acciaio, con congegni complicati e due mostri di bronzo; uno a destra, l'altro a sinistra, che mettevano paura.
- L dentro c' il tesoro. Ma non vi si entra; bisogna avere in mano l'anello, per non esser mangiato vivo da questi mostri.
S'intese il grido dell'Orco che ritornava dalla caccia:
- Uhii! Uhii!
- Lesto, nella vostra grotta, e non fiatate fino a sera; se no, mio padre fa due bocconi di voi.
Il Reuccio ebbe appena il tempo di nascondersi, che l'Orco picchiava alla porta:
- Apri, apri, figliuola! Il babbo ti porta roba buona.
Il Reuccio di l sentiva urli e pianti, e ganasce che maciullavano; e poi soltanto quel maciullare di ganasce.
La figlia diceva al padre:
- Siete stanco; andate a letto.
L'Orco si spogliava:
- Grattami la testa, figliuola.
- Ora gli leva l'anello - pens il Reuccio.
Infatti, la sera dopo, appena l'Orco fu andato via per la caccia, la ragazza chiam:
- Reuccio, Reuccio, ecco l'anello! Mio padre, poverino, ora si sperder in mezzo al bosco. Per amor vostro, io l'ho tradito.
Andarono nella stanza del tesoro, presero oro e diamanti in quantit, e uscirono fuori. L'anello lo teneva in dito la figlia dell'Orco.
Passando pel bosco, sentivano da lontano:
- Uhii! Uhii!
-  mio padre che non trova la via. L'ho tradito per amor vostro, povero babbo!
Il Reuccio la guard in faccia e vide che aveva le labbra sporche di sangue.
- Che hai mangiato con tuo padre?
- Agnellini, caprettini che parevano bambini. Non mi son pulita la bocca.
Nella prima citt dove arrivarono, il Reuccio mantenne la sua parola e spos la figlia dell'Orco. L seppe che suo padre era morto, che il fratello traditore era gi Re. Ma che poteva farci? E rimase in quella citt, godendosi i tesori portati via all'Orco.
Sua moglie a tavola non mangiava, o assaggiava appena le pietanze.
- Perch non mangi?
- Non ho appetito.
O che campi d'aria?
- Non ci badare.
Una notte, il Reuccio si sveglia e non trova sua moglie nel letto. La cerca per tutta la casa, e non la trova neppure. Era in gran pensiero. Verso l'alba, eccola che rientra.
- Dove sei stata?
- A prendere un po'd'aria.
La guard in faccia; aveva le labbra sporche di sangue:
- Che hai mangiato?
- Agnellini, caprettini che parevano bambini. Non mi son pulita la bocca.
Per quella volta non ci fece caso. Intanto sua moglie lo aizzava sempre contro il fratello traditore.
- Se tu fossi Re, io sarei Regina!
- Sei meglio che Regina. Non ti manca nulla.
- Se tu fossi Re, io sarei Regina! Dovresti andare a ammazzare tuo fratello com'egli tent di ammazzar te.
- E se non riesco?
- Con l'anello di mio padre si riesce a tutto! Dovresti vendicarti. Se tu fossi Re, io sarei Regina!
Picchia oggi, picchiadomani, il Reuccio cominci a pensare sul serio alla vendetta contro il fratello. Lo tratteneva soltanto l'amore dei figliuoli. Ne aveva gi cinque e un altro era per la via. Se lui moriva in quell'impresa, come sarebbero rimasti quei poverini? Ma sua moglie ripicchiava:
- Se tu fossi Re, io sarei Regina!
Si sgrav del sesto figliuolo. Ora erano tre maschi e tre femmine.
Una notte il Reuccio si sveglia e non trova sua moglie nel letto. La cerca per tutta la casa, e non la trova neppure. Era in gran pensiero. Verso l'alba, eccola che rientra.
- Dove sei stata?
- A prendere un po'd'aria.
La guard in faccia; aveva le labbra sporche di sangue:
- Che hai mangiato?
- Agnellini, caprettini che parevano bambini. Non mi son pulita la bocca.
Questa volta per il Reuccio entr in sospetto e inorrid pensando che pasto aveva forse fatto sua moglie.
- Non  figlia d'Orco per niente!
E l'odio contro il fratello e il desiderio di vendetta gli riavvamp in cuore.
- Se non fosse stato per il suo tradimento, non avrei sposato la figlia d'un Orco.
L'odiava di pi per questo. Il sangue che lordava le labbra di sua moglie doveva essere di creature umane. Oh, che orrore!
Un giorno disse a sua moglie:
- Porto i bambini a spasso.
Prese in collo l'ultimo, che ancora non si era staccato ed era spoppato di fresco, e usc fuori citt. Cammina, cammina, la notte lo sorprese in una pianura deserta. Non c'era casolare dove rifugiarsi; non si vedeva anima viva.
- Ah, fratello scellerato, dove mi trovo per te! Voglio ammazzarti!
Coric su la terra nuda i bambini che gi cascavano dal sonno, e si sedette in un canto per vegliarli.
Tutt'a un tratto vede davanti a s due occhi di bragia, e una forma nera di animalaccio che si accostava adagino adagino.
Gli si agghiacci il sangue. Non aveva la forza di cavar la spada e difendersi. E sentiva brontolare:
- Ah! Che buon odore di carne piccina! Che buon odore!
Quella voce non gli giungeva nuova, ma non gli riusciva di riconoscerla. L'amore dei figli per gl'infuse coraggio. Cav la spada e si slanci contro l'animalaccio dagli occhi di bragia, che gi aveva addentato i bambini.
- Ahi! Ahi! Muoio! Muoio!
Era sua moglie, la figlia dell'Orco; stava per divorarsi le proprie creature. Non era figlia d'Orco per niente.
I bambini erano tutti lacerati, insanguinati, e il povero Reuccio non sapeva come medicarli. Il giorno era alto, e per la campagna deserta non si scorgeva anima viva.
Ed egli piangeva strappandosi i capelli, con quell'orrido spettacolo sotto gli occhi: la moglie morta da un canto e i bambini lacerati, insanguinati e morenti dall'altro.
- Fratello scellerato! Senza il tuo tradimento, non sarei a questo punto!
- Che hai? Perch piangi?
Si volt e si vide dinanzi una bellissima donna tutta vestita di bianco con in mano una verga d'oro.
- Ah, buona signora, aiutatemi voi! I miei bambini!... I miei bambini!
- Posso aiutarti, ma a un patto.
- A qualunque patto, buona signora!
- Ascolta bene: io so tutto. Il tradimento di tuo fratello, l'Orco, la tua fuga con la figlia di lui, il tuo matrimonio, tutto. Se vuoi per che io ti aiuti, devi perdonare a tuo fratello.
- A quell'infame? No, mai!
La bellissima signora, turbata in viso, gli volt le spalle e stava per andarsene.
- S, s, gli perdono! - grid il Reuccio. - Pei miei figliuoli!
La signora gli si accost sorridente e gli disse:
- Ascolta bene. Dei tuoi figliuoli, dopo parecchi anni, uno solo sopravviver; questo, il minore. E sai perch? Perch egli soltanto non  nutrito di carne umana. Tua moglie, per virt dell'anello, ti assopiva profondamente e usciva la notte a caccia di bambini: non era figlia d'Orco per niente. Gli altri cinque, ove campassero, diventerebbero Orchi anche loro!
Il Reuccio piangeva.
- Se tu perdoni al fratello, il tuo figliolino sar Re.
- S, s, gli perdono! Gli perdono di tutto cuore!
- Ora, guarda!
Stese la verga d'oro e cominci a toccare ad uno ad uno i bambini; e di mano in mano che li andava toccando, accadeva un portento. Questi diventava un martello, quegli uno scalpello, chi una tenaglia, chi una pialla, chi una sega. Toccato il minore, divent un succhiello.
Il Reuccio allib: si sent drizzare i capelli in testa.
La signora gli fece un cenno con la mano:
- Non disperarti: non  niente. Tu sarai falegname e questi i tuoi arnesi. Di giorno, ti serviranno per il tuo mestiere; la notte, tccali con l'anello dell'Orco; ridiventeranno bambini.
- E voi chi siete?
- Sono una Fata.
Il Reuccio si rincor:
- Fata, buona, Fata, suggeritemi voi che debbo fare.
- Raccogli questi arnesi e va'nella citt dov' il Re tuo fratello. Prenderai a pigione una botteguccia, e lavorerai di falegname. La colla e i chiodi devono comprarli gli avventori. I chiodi che avanzeranno, li renderai; la colla, no; mettila da parte. Sar buona da mangiare; vedrai.
E gli spieg tutto quel che doveva accadere.
Il Reuccio raccolse gli arnesi:
I miei figli ora si chiamano: Piallina, Scalpellino, Tanaglina, Martellino, Seghina e Succhiellino!
Piangeva e rideva consolato.
- E il cadavere di tua moglie? Lo lasci cos, in preda alle bestie feroci e agli uccelli di rapina?
-  giusto! Poveretta, Orco il padre, Orca lei: non ci aveva colpa.
Le tolse dal dito l'anello, scav una fossa e la seppell.
- Che nome prender, buona Fata?
- Il nome te lo appiccicher la gente; ti chiameranno: Mastro Acconcia-e-guasta. Parrai un vecchio; ma parrai soltanto.
- Grazie, grazie, buona Fata!
Guard attorno, vicino, lontano; la Fata era sparita.
Il resto, bambini miei, gi lo sapete. E la fiaba della Figlia dell'Orco  bell'e finita:



BAMBOLINA

C'era una volta un pescatore che vivucchiava alla meglio col prodotto della sua pesca. Partiva in barca la sera, stava a pescare tutta la nottata, e la mattina dopo all'alba era di ritorno.
Quando aveva fatto una buona retata, scorgendo da lontano la moglie che lo attendeva, ansiosa, alla spiaggia, le faceva segno di rallegrarsi, agitando per aria il berretto.
Da parecchi mesi per il povero pescatore aveva una gran disdetta; pareva che quasi tutti i pesci si fossero messi d'accordo per non farsi pescare da lui. I suoi compagni, invece, ne pigliavano tanti e poi tanti, che spesso dovevano rigettarli in mare, perch il troppo peso non facesse affondare le barche.
Disperato un giorno disse alla moglie:
- Vendiamo barca, reti e ogni cosa; almeno tireremo innanzi un buon paio di settimane con quel po'di danaro che ne caveremo. Se no, saremo ben presto morti di stento tu, io e Bambolina.
Avevano una figlioletta, nata di sette mesi, cos piccina e miserina, che la sua mamma, stando a filare davanti l'uscio di casa, la teneva comodamente in una tasca del grembiule. La creaturina non riusciva a crescere. A sette anni era rimasta tal quale di quando era nata. Non piangeva mai, sorrideva sempre con quel vestitino da bambola, e parlava con una vocina cos esile esile, che si sentiva appena. Per questo la chiamavano Bambolina.
Quanto a mangiare, invece, Bambolina aveva un appetito che sbalordiva; i poveri genitori non sapevano a qual santo votarsi per sfamarla. Ed era una bocca inutile; la moglie lo diceva spesso al marito:
- Costei  la nostra disgrazia! Ma  sangue del nostro sangue. Facciamo la volont di Dio!
Ora che il pescatore si trovava con quella disdetta addosso, ripensava continuamente le parole della moglie:
- Costei  la nostra disgrazia!
E non poteva vedere la bambina; non le faceva pi una carezza; la maltrattava anzi, quando ella, con la vocina esile esile, gridava:
- Ho fame! Ho fame!
Un giorno il pescatore, che aveva gi venduto barca, remi, reti e ogni attrezzo del suo mestiere, stava a sedere su uno scoglio vicino alla spiaggia, con la testa fra le mani, lamentandosi della sua mala sorte.
A un tratto vide sorgere in mezzo al mare una figura di donna che, dal petto in gi, aveva forma di pesce. Nuotava, nuotava, tutta grondante, e veniva diritta verso di lui.
- Pescatore, perch ti lamenti?
- Sono un disgraziato! Vo'a pescare, e non piglio pi pesci. Ho venduto barca, reti e ogni cosa, e il denaro  gi. finito. Non so fare altro mestiere. Moriremo di fame io, mia moglie e Bambolina.
- Senti - disse la donna-pesce. - Se tu mi di Bambolina, ti regalo un bel mucchietto di monete d'oro, che ti caver da ogni guaio.
- Non vendo il sangue del mio sangue.
- Pensaci bene. Torner fra otto giorni.
La donna-pesce si tuff in mare e disparve.
Giunto a casa, stava per raccontare alla moglie quel che gli era accaduto; ma si trattenne. Voleva ripensarci bene.
Ci ripens per otto lunghi giorni, e all'ultimo si decise. Senza dir nulla alla moglie, avrebbe venduto Bambolina alla donna-pesce e sarebbe uscito da ogni guaio.
Una mattina infatti disse alla moglie:
- Vo'alla spiaggia con Bambolina, per farla divertire.
Se la mise in tasca, e s'avvi.
- Babbo, dove mi porti?
- Dove vuole la tua sorte.
- Ah, babbo scellerato! Ah, babbo senza cuore!
- Zitta, o ti torco il collo.
Passava gente, e la bambina, intimidita, tacque.
Di l a pochi passi:
- Babbo, dove mi porti?
- Dove vuole la tua sorte.
- Ah, babbo scellerato! Ah, babbo senza cuore! La donna-pesce mi manger.
Il pescatore sbalord.
- Che ne sai tu della donna-pesce?
- L'ho sognata la notte scorsa. Tagliami almeno una ciocca di capelli e portala per ricordo alla mamma.
Le tagli una ciocca di capelli, e giunto su lo scoglio si sedette ad aspettare. Verso mezzogiorno, ecco a fior d'acqua la donna-pesce, tutta grondante:
- Pescatore, ci hai pensato bene?
- Ci ho pensato bene. Ho qui in tasca Bambolina. Fammi vedere il tuo gruzzolo d'oro.
La donna-pesce spinse in alto la coda e mostr un panierino tessuto di fili d'erba sottomarina, con dentro un bel mucchietto di monete di oro stralucente. Il pescatore rimase abbagliato; e port una mano alla tasca, senza guardar in viso la figliuola:
- Da'qua. Eccoti Bambolina.
- Non le manca neppure un capello?
- Neppure un capello.
Egli tacque della ciocca tagliatele poco prima, temendo che la donna-pesce non volesse fare pi il negozio, saputo che a Bambolina mancava qualcosa.
La donna-pesce si accost allo scoglio, porse il mucchio d'oro al pescatore, prese in cambio Bambolina e si allontan dalla spiaggia:
- Bada, pescatore! Chi inganna  ingannato.
Si rituff in mare e disparve con Bambolina tra le braccia.
La moglie, vedendo tornare il marito, gli domand premurosa:
- Bambolina dov'?
- Eccola qui.
E trasse di tasca il panierino col mucchietto delle monete d'oro.
A quella vista, la povera madre cominci a strapparsi i capelli, a piangere e a gridare:
- Ah, figliolina mia! L'ha venduta, lo scellerato! Ah, Bambolina mia!
- Zitta, o ti torco il collo. L'ho venduta per cagion tua. Dicevi sempre:  una bocca inutile!  la nostra disgrazia! Questa  una ciocca dei suoi capelli; te la manda per ricordo.
- Tienti l'oro per te; a me i suoi capelli mi bastano.
Li baciava, li ribaciava, li bagnava di lagrime.
- E alla gente che dirai?
- Dir che Bambolina  caduta in mare e se la son mangiata i pesci.
Il pescatore, riposto il suo tesoro in un cassettone, ne prese soltanto una manciata, per andare a far delle compere nei negozi pi ricchi. Intendeva subito godersi la vita e sfoggiare.
- Quanto lo fate questo qui?
- Cento lire.
- Uh! Una miseria! Tenete.
- A chi li date cotesti gusci di telline? Qui non si fa la burletta.
Il pescatore divent smorto come un cadavere. Mettendo le mani in tasca, sentiva di avervi una manciata di monete d'oro; cavandole fuori, si trovava in pugno tanti gusci di telline.
Gli pareva impossibile; non si sapeva persuadere. E va in un altro negozio.
- Quanto lo fate questo qui?
- Trecento lire.
- Uh! Una miseria! Tenete.
- Qui non si fa la burletta. A chi li date cotesti gusci di telline?
Se ne torn a casa sconsolato. Aveva perduto la figliolina e sarebbe morto di fame lo stesso! La donna-pesce gliel'aveva detto: "Bada, pescatore! Chi inganna  ingannato". E gi si trovava bell'e ingannato con quei gusci di telline.
- Moglie mia, come faremo?
- Faremo la volont di Dio.
- La gente, non vedendo pi la bimbetta, domandava:
- E la vostra Bambolina?
- Cadde in mare e se la mangiarono i pesci.
Il marito rispondeva cos; e la moglie stava zitta e piangeva.
Come mai nessuno aveva saputo niente di quel caso?
La gente cominci a sospettare e a ciarlare.
- Chi sa che n'hanno fatto, povera creaturina! L'hanno ammazzata per levarsi di torno una bocca inutile. Scellerati!
Le ciarle giunsero all'orecchio del Re. Il Re sped le sue guardie e si fece condurre dinanzi marito e moglie ammanettati.
- Che n' di Bambolina?
- Cadde in mare e se la mangiarono i pesci.
La donna scoppi in pianto:
- Maest, non  vero! L'ha venduta alla donna-pesce!
- Ti do tempo un mese. Se fra un mese non avrai recuperata Bambolina, avrai accarezzato il collo dal boia.
Il pescatore corse allo scoglio e si mise a chiamare:
- Donna-pesce!... O donna-pesce!
La donna-pesce comparve a fior d'acqua tutta grondante.
- Che cosa vuoi da me?
- Se mi ridai Bambolina, ti restituisco il tuo oro con qualcosa per giunta, quel che tu vorrai.
- Portami in cambio il Reuccio e la cosa  fatta.
Il pescatore si tast il collo, gli pareva di averci attorno la corda del boia che doveva strozzarlo. Quel cambio col Reuccio era impossibile. Pure si risolse di tentare.
Ogni mattina andava davanti al palazzo reale: se il Reuccio fosse uscito fuori solo a fare chiasso con gli altri bambini, egli con belle paroline l'avrebbe attirato in riva al mare e l'avrebbe dato alla donna-pesce in ricambio di Bambolina.
I giorni passavano e il Reuccio non si vedeva; o se usciva fuori, c'era sempre qualche servitore che gli faceva la guardia. Un giorno finalmente si di il caso che uscisse solo.
- Reuccio, Reuccio, il mare  tranquillo e ci sono tanti bei pesci.
- Conducimi. I pesci di chi sono?
- Sono vostri, se li volete. Venitemi dietro, per non farvi scorgere.
E lo men su lo scoglio.
- Donna-pesce! O donna-pesce! Ho menato il Reuccio.
La donna-pesce comparve a fior d'acqua tutta grondante.
Il Reuccio ebbe paura di quella donna dalla coda di pesce e si mise a strillare. Ma il pescatore lo afferr e glielo porse, e prese in cambio Bambolina. Egli s'era avveduto che Bambolina aveva strappato al Reuccio una ciocca di capelli, mentre questi si dibatteva per non andare in braccio del mostro.
- Non gli manca nulla?
- Non gli manca nulla.
- Bada pescatore! Chi inganna  ingannato.
E la donna-pesce si rituff in mare insieme col Reuccio e disparve. Il pescatore si mise in tasca Bambolina. Per via la interrogava.
- Bambolina, che cosa hai veduto in fondo al mare?
Bambolina, zitta.
- Bambolina, che cosa hai mangiato in fondo al mare?
Bambolina, zitta.
- Bambolina, non avercela col tuo babbo. La fame fa fare delle brutte cose.
E Bambolina, zitta.
Il pescatore si present al Re:
- Ecco Bambolina.
- Ah! Ti fai anche beffa di me! Impiccatelo!
Il povero pescatore rimase. Invece di Bambolina bella e viva, aveva in mano proprio una bambola di legno che le somigliava perfettamente. La donna-pesce l'aveva ingannato.
- Chi t'ha fatto questa bambola?
Il Re la voltava e rivoltava fra le mani, meravigliato della rassomiglianza. Nel tastarla, tocca una molla, e la bambola di legno si mette a parlare:

- Bambolina  in fondo al mare,
Il Reuccio dee sposare.
Chi l'ha fatta e pu disfarla
Vada subito a cercarla.

- Il Reuccio? Dov' il Reuccio? Cercate il Reuccio!
Il Re pareva impazzito dal dolore. Il Reuccio non si trovava; nessuno l'aveva veduto.
- Che n'hai fatto del Reuccio?
Il pescatore tremante di paura, raccont ogni cosa.
La bambola di legno non si chetava:

- Bambolina  in fondo al mare,
Il Reuccio dee sposare.
Chi l'ha fatta e pu disfarla
Vada subito a cercarla.

Il Re si di un colpo alla fronte:
- Questo  un incantesimo! Non ci ha colpa nessuno. Radun il Consiglio della Corona per consultare i Ministri.
- Che vuol dire: Chi l'ha fatta e pu disfarla?
Nessuno riusciva a capirlo. Chi l'ha fatta  sua madre; ma come mai pu disfarla? Ci perdevano la testa.
- Lasciatemi andare - disse la madre che smaniava di rivedere Bambolina.
Prese con s le ciocche dei capelli della figlia e del Reuccio, e sola sola se n'and in un punto di spiaggia deserto. Migliaia di pesciolini formicolavano nell'acqua.
- Pesciolini di Dio, datemi retta: dove si trova la donna-pesce?
I pesciolini si dispersero e sparirono quasi atterriti da quel nome.
Dopo poco, ecco centinaia di pesci pi grossi che formicolavano nell'acqua.
- Pesci, pesci di Dio, datemi retta: dove si trova la donna-pesce?
Anche questi si dispersero e sparirono, quasi atterriti da quel nome. Poco dopo, ecco un pesce grosso come un vitello. Apriva e chiudeva una bocca quanto quella di un forno, con doppie file di dentacci acuti e una lingua rossa rossa.
- Pesce, pesce di Dio, dammi retta: dove si trova la donna-pesce?
- Vieni con me e lo saprai.
La povera mamma non esit un istante in faccia al pericolo d'annegarsi; e si tuff in mare, tenendo stretti in pugno i capelli di Bambolina e del Reuccio. Camminava sott'acqua come in terraferma; il pesce spaventoso avanti e lei dietro, fra torme di pesci di ogni sorta, che si scansavano per lasciarla passare.
Cammina, cammina, scendi, scendi sempre pi in fondo, non s'arrivava. E ad ogni lato, sotto, sopra, torme di pesci senza fine, di ogni forma e di ogni grandezza, che nessuno aveva pescato mai. Ella, che ne aveva veduti tanti e ne sapeva i nomi, di questi qui non ne aveva idea, e stupiva che ce ne potessero essere un s gran numero.
Scendi, scendi, scendi, finalmente ecco un bosco di piante strane che parevano vive e si movevano, e grotte in fila, tutte ornate di fiori che si aprivano e si chiudevano, e sembrava nuotassero anch'essi.
- La donna-pesce abita l.
- Grazie, buon pesce. Che posso darti in compenso?
- Mi basta il buon cuore.
La povera donna picchia e chiama:
- Donna-pesce! O donna-pesce!
- Chi mi vuole? Chi sei?
- Sono la madre di Bambolina.
- Che sei venuta a fare?
- Apri e te lo dir.
La donna-pesce apr l'uscio e la fece entrare.
La grotta era uno splendore, tutta di argento e d'oro e di perle e diamanti.
- Tua figlia sta bene qui; lasciala stare. Senti? Fa il chiasso col Reuccio nella grotta accanto.
- Fammela almeno vedere.
- Non posso, non posso.
- La bambola di legno ha detto:

Chi l'ha fatta e pu disfarla
Venga subito a pigliarla.

- E tu avresti cuore di disfarla?
L'afflitta mamma fu imbarazzata. Pure disse franca:
- S, s!
Le ciocche dei capelli, tenute strette nel pugno, le avevano suggerito di rispondere a quel modo.
La donna-pesce si contorse tutta, e brontolando and di l a prendere Bambolina.
Figuratevi la povera mamma a quella vista!
- Bambolina mia! Bambolina mia!
Non finiva di baciarla; e se la divorava dai baci.
- Basta, basta! Vediamo se sei buona a disfarla.
La donna-pesce si contorceva tutta.
La mamma strinse forte la ciocca dei capelli e si sent suggerire:
- Tirale le gambe.
Afferr Bambolina e le tir le gambe.
- Ahi! Ahi! Ahi!
La donna-pesce si contorceva, quasi colei le avesse invece tirata la coda.
E le gambine di Bambolina si allungavano quanto le gambe di una bella ragazzina di otto anni.
La mamma le tir le braccia.
- Ahi! Ahi! Ahi!
La,donna-pesce si contorceva, quasi colei le avesse tirate le sue.
E, le braccia di Bambolina, si allungarono quanto le braccia d'una bella ragazzina di otto anni.
La mamma le,tir il busto, e poi il collo.
- Ahi! Ahi! Ahi!
La donna-pesce, si contorce pi di prima, quasi colei le avesse tirato il busto e il collo, e casca morta per terra.
La donna prese Bambolina per una mano e il Reuccio per l'altra e usc dalla grotta. Fuori c'erano milioni di pesci che stavano ad aspettarli, facendo guizzi in mezzo all'acqua, quasi ammattiti dalla gioia di saper morta la donna-pesce.
E salirono su, accompagnati da questo strano corteggio. Quei pesci erano cos allegri, che non vedevano neppure le reti tese dai pescatori e v'incappavano a migliaia.
Uscendo fuori dal mare, la mamma, Bambolina e il Reuccio trovarono su la spiaggia una gran festa. Le ceste dei pescatori rigurgitavano. L'arena della riva era ingombra di pesci mezzi vivi; ne prendeva chi voleva. Gli stessi pescatori li davano in regalo; non sapevano che farsene.
Alla notizia corsero il Re, la Corte, il popolo tutto, e tra essi il povero pescatore che s'era gi pentito del suo mal fatto.
Al vedere Bambolina, diventata cos bella che pareva un sole, il Re esclam:
-  proprio una Reginotta!
Infatti, alcuni anni dopo, Bambolina e il Reuccio si sposarono. E quel giorno il Re volle che, in ricordo del caso, in tutto il suo regno non si mangiasse altro che pesce.

Chi l'allunga e chi l'accorcia,
La mia  detta; ora, la vostra.



IL BARBIERE

C'era una volta un barbiere che faceva la barba alla povera gente. Scorticava le facce con un vecchio rasoio e vi trinciava braciole di quando in quando. E se gli avventori si lamentavano, egli, che era di umore allegro, rispondeva:
- Per un soldino, vi faccio la barba e una braciola; e brontolate? Una braciola costa di pi.
Gli avventori ridevano e andavano via contenti, col viso impiastricciato di ragnateli, per stagnare il sangue.
Quando non aveva da fare, prendeva la chitarra e sedeva davanti la bottega, strimpellando e cantando:

- Chi la vuol cruda, chi la vuol cotta
E c' chi vuole la Reginotta.
Chi la vuol cotta, chi la vuol cruda;
Ma io vorrei...

E si fermava. Gli domandavano:
- Che vorresti?
- Niente, niente, lo so io!
Un giorno, mentr'egli cantava, pass il Re.

- Chi la vuol cotta, chi la vuol cruda;
Ma io vorrei...

- Ebbene? Che vorresti? - domand il Re.
- Maest,  inutile ve lo dica; non me la potreste dare neppur voi.
- Voglio saperlo.
- Se ve lo dico, Maest, vi verr la voglia come a me.
- Dimmelo.

Chi la vuol cotta, chi la vuol cruda;
Ma io vorrei... tanto di coda!...
Tanto di coda! tanto di coda!

Il Re si mise a ridere.
- Cantala un'altra volta.
Il barbiere cominci daccapo:

Chi la vuol cruda, chi la vuol cotta,
E c' chi vuole la Reginotta.

- E tu non vorresti la Reginotta? Preferisci la coda? Sarai servito. Arrestatelo, e conducetelo a palazzo.
Le guardie lo afferrarono, lo legarono ben bene e lo condussero a palazzo.
Il Re ordin che tagliassero una coda a un cavallo e preparassero un paiolo da struggervi la pece.
- La vuoi? Eccola qui.
E con le proprie mani intinse la base della coda nella pece bollente e l'appiccic al barbiere nel posto dove stanno le code.
Il barbiere non disse n ahi n bahi, quasi la pece bollente non lo avesse scottato. Anzi, prima di nasconder la coda nei calzoni, si volt verso il Re, la inarc e l'agit, come soglion fare i cavalli quando sono allegri, e si curv fino a terra:
- Grazie, Maest!
- No, non devi nasconderla - disse il Re.
Gli fecero un buco nei calzoni, ne cavarono fuori la coda e lo lasciarono andare.
La gente correva dietro al barbiere, ridendo, fischiando, urlando:
- Oh, la coda! Oh, la coda!
Il barbiere se n'and difilato in bottega, senza neppure voltarsi, scodinzolando.
Quando aveva finito di far la barba agli avventori, prendeva, al solito, la chitarra e si sedeva davanti la bottega, a strimpellare e a cantare:

- Chi la vuol cotta, chi la vuol cruda;
Non tutti gli uomini hanno la coda!
Chi la vuol cruda, chi la vuol cotta,
E ora aspetto...

E si fermava. Gli domandavano:
- Che aspetti?
- Niente, niente; lo so io.
Un giorno, mentre cantava, torn a passare il Re, giusto appunto quando, egli diceva: E ora aspetto...
- Ebbene? Che aspetti? - domand il Re.
Il barbiere continu a strimpellare: trin, trin, trin, trin!
- Che aspetti? Voglio saperlo.
- Aspetto quel che verr. Trin, trin! Trin, trin!
- Impertinente! Dategli cento nerbate sotto la coda.
Le guardie fecero per afferrare il barbiere; ma questi sparava calci di qua e di l, proprio come un cavallo. Le povere guardie ruzzolavano per terra, urlando:
- Ahi! Ahi!
E un bel calcio lo prese il Re, in una gamba:
- Ahi! Ahi!
Il Re, scornato, dovette tornarsene, zoppicando, a palazzo; e le guardie lo seguirono, zoppicando peggio di lui.
- Maest, che avete mai fatto? - gli disse un Ministro: - Ora che il barbiere ha la coda, nessuno ce la pu con lui.
Il Re pens:
- Se me n'appiccicassi due io? Diventerei pi forte, e lo concerei per il d delle feste.
Fece tagliare due code ai migliori cavalli della sua scuderia, e da s, perch la cosa non si risapesse, strusse la pece nel paiolo, ve le intinse alla base e cerc di appiccicarsele nel posto dove stanno le code. La pece bollente scottava. Sua Maest cominci a strillare e saltare per la stanza, mandando accidenti al barbiere. Le code non gli si erano appiccicate, e aveva due piaghe nella schiena!
Quel giorno il barbiere si mise a cantare un'altra canzonetta:

- E una, e due, e tre,
Vuol la coda come me!
Con le code ci vuol fortuna,
Ne vuol due e non n'ha una.

La gente si domandava:
- Chi ne vuol due e non ne ha una?

- E una, e due, e tre,
Lo so io e lo sa il Re.

La gente scrollava il capo:
- Il barbiere  ammattito.
Il Re intanto schizzava foco e fiamme contro di lui; ma doveva frenarsi. Chi ce la poteva con quel demonio da che aveva la coda? E cercava un'occasione, per fargliele pagare tutte a una volta.
Uno dei Ministri gli sugger:
- Maest, costui non  del paese;  piovuto non si sa di dove; cacciatelo via.
- Come si fa a cacciarlo?
- Nessuno gli dia pane, acqua e foco, pena la vita: dovr andarsene coi suoi piedi, se non vuol morire di fame, di sete e di freddo.
- Ben pensata!
E il Re fece il decreto:
- Pena la vita, nessuno dia pane, acqua e foco al barbiere.
Il barbiere chiuse la bottega, e con la chitarra a tracolla, and a presentarsi al Re:.
- Me ne vado fuori del regno, giacch Vostra Maest vuole cos. Solamente, chiedo una grazia.
- Che grazia?
- Per l'ultima volta, vorrei cantare una canzonetta al cospetto di Vostra Maest e di tutta la corte..
- Ti sia concesso.
Il barbiere accord la chitarra e si mise a cantare:

- Chi la vuol cotta, chi la vuol cruda;
Non tutti gli uomini hanno la coda!
Chi la vuol cruda, chi la vuol cotta,
E ora aspetto... la Reginotta!
La Reginotta! La Reginotta!

- Levati di torno, mascalzone!
Il barbiere volt le spalle a Sua Maest, inarc; agit la coda, come fanno i cavalli quando sono allegri, si curv fino a terra, e and via.
- Pioggia davanti, e vento di dietro!
Il Re trasse un sospirone quando lo vide partito. E, per un pezzo, del barbiere non si seppe nuova n buona n cattiva. Il Re aveva una figliuola e voleva maritarla.
- Chi vuoi sposare, figliuola mia? Il Reuccio di Francia? Il Reuccio di Spagna? Il Reuccio di Portogallo? Ti hanno chiesto tutti e tre, e attendono la tua risposta.
- Chi debbo sposar io, deve dirlo radichetta.
- E chi mai  cotesta radichetta?
- Eccola qui.
La Reginotta cav di tasca una radichetta scura, bitorzoluta.
- Quando avr vicino chi dovr essere il mio sposo, la radichetta germoglier. Me l'ha data una Fata. Dice: Se sposi un altro, guai a te!
- Regalo d'una Fata, non pu essere cosa cattiva - pens il Re.
E invit i tre Reucci per vedere chi di loro avrebbe,avuto la virt di far germogliare la radichetta.
Arriv primo il Reuccio di Francia. Presuntuoso, superbo, disse:
- Vedrete, Reginotta; la faccio fiorire di botto. Cavatela fuori.
La radichetta, scura e bitorzoluta essa era, scura e bitorzoluta rimase.
Egli volle toccarla, strofinarla; gli pareva impossibile che il Reuccio di Francia non l'avesse fatta fiorire alla prima. Ma pi la toccava, e pi scura e bitorzoluta diventava.
- L'avete fatto a posta, per onta! Maest, me la pagherete! E and via, senza salutare nessuno, minaccioso.
Arriv, secondo, il Reuccio di Spagna, cerimonioso, pieno di gentilezze:
- Vi piacerebbe, Reginotta, se la bella sorte toccasse a me?
- Mi piacerebbe.
E cav di tasca la radichetta. Scura e bitorzoluta essa era, scura e bitorzoluta rimase.
Il Reuccio la toccava, la strofinava delicatamente, mortificato che un Reuccio di Spagna non fosse riuscito a farla fiorire. Ma pi la toccava e strofinava, e pi scura e bitorzoluta diventava.
- L'avete fatto a posta, per onta! Maest, me la pagherete!
E and via impettito e gonfio, senza salutare nessuno.
Arriv, ultimo, il Reuccio di Portogallo. Si era ringalluzzito, sentendo che gli altri due avevano fatto fiasco. E si present senza dir nulla, con un sorrisetto di soddisfazione sulle labbra, aspettando che la Reginotta cavasse fuori la radichetta. Gli pareva che gi dovesse cavarla di tasca bell'e fiorita.
Scura e bitorzoluta essa era, e scura e bitorzoluta rimase.
- L'avete fatto a posta, per onta! Maest, me la pagherete!
E and via, anche lui, senza salutare nessuno.
I Re di Francia, di Spagna e di Portogallo fecero lega tra loro e intimarono la guerra al povero Re, che non c'entrava per niente.
Alle prime battaglie, gliele sonarono bene.
Stavano tre contro uno, che non era neppure molto forte. Il Re dovette scappare a cavallo per salvare la vita.
- Ah, se fosse qui il barbiere! - esclam.
- Maest, era al portone di palazzo; veniva per farsi soldato. Le guardie gli hanno impedito di entrare;  andato via.
- Che disgrazia! E tutto questo per una radica maledetta! Dammela qua; voglio buttarla via.
La Reginotta la cav di tasca e gliela porse piangendo:
- Maest, voi buttate via la mia fortuna.
- Butterei via anche te, in questo momento!
Il Re era su tutte le furie. Aperse la finestra e scagli fuori la radichetta con la maggior forza che pot.
- Ora, di nuovo alla guerra! Fate marciare l'esercito. Sellate il mio cavallo subito subito. Questa volta vinceremo.
Gli pareva che, buttando via la radichetta, si fosse gi levato il malaugurio di dosso.
Entr tutt'a un tratto il Ministro:
- Maest! Maest! La radichetta  fiorita!  cascata in testa a uno che passava per caso sotto la finestra. Appena la raccolse, gli fior in mano. Questo  buon segno.
- Chi sar? Fatelo venire. Sar un Re, certamente.
Che Re! Era il barbiere, quello dalla coda, che veniva avanti facendo inchini, con la chitarra a tracolla e la radichetta fiorita in mano.
E prima che il Re, sbalordito, possa dirgli una parola, egli si mette a suonare e a cantare:

- Chi la vuol cotta, chi la vuol cruda;
Non tutti gli uomini hanno la coda!
Chi la vuol cruda, chi la vuol cotta,
Ora mi spetta la Reginotta.

Se non son Reuccio, sono Principe, e posso imparentarmi col Re. E vi far vedere che prodezze pu far fare la coda.
Al Re non parve vero. Lo mise a capo dell'esercito, e fu un taglia, taglia. Con la coda all'aria, e la chitarra afferrata a due mani pel manico - non volle altr'arma - il barbiere, cio il Principe, fece prodezze da non dirsi. I tre Re scapparono a precipizio, lasciando mezz'esercito morto sul campo.
E quando l'esercito vittorioso fece ritorno, a capo d'esso c'era il barbiere, cio il Principe, con la coda all'aria e la chitarra al fianco, che andava sonando e cantando:

- Chi la vuol cruda, chi la vuol cotta,
Ora mi spetta la Reginotta.

Alla Reginotta per quell'uomo con la coda non andava; le faceva schifo e paura insieme, e non voleva per nulla sposarlo; ma non diceva il perch.
Figuratevi la rabbia di Sua Maest, che aveva tanto sofferto appunto per lei e per la sua radichetta.
- E perch non vuoi sposarlo?  nobile,  giovane.
- Perch ha la coda.
- Non  nulla - disse il Principe. - Me la faccio tagliare.
Non c'era verso n di tagliarla, n di strapparla; e il palazzo reale pareva un inferno, col Re che urlava contro la Reginotta, col Principe che strepitava e cantava da mattina a sera: - Chi la vuol cruda, chi la vuol cotta; ora mi spetta la Reginotta -; con la Reginotta che piangeva notte e giorno, e intisichiva dal dispiacere di quello sposo con la coda.
Si present una vecchina; voleva parlare con la Reginotta.
- Mi riconosci?
- Non vi ho mai vista!
- Mi riconosci?
S'era trasfigurata. Pareva un sole.
- La mia buona Fata! Quella della radichetta!
E le si gett ai piedi supplicandola:
- Per piet, buona Fata; salvatemi voi. Il Principe con la coda non lo voglio! Meglio morta.
- Non t'angustiare. Ripareremo.
Le disse quel che doveva fare e spar.
La Reginotta, tutta contenta, and di l, dove erano il Re e lo sposo.
- Maest, prendete in mano la radichetta germogliata. Voi appiccicaste la coda e voi dovete farla sparire.
Infatti di mano in mano che il Re strappava le foglie della radichetta, la coda del principe si accorciava, si accorciava. Strappata l'ultima fogliolina, la coda spar interamente; non se ne vedeva neppure il segno.
La Reginotta e il Principe si sposarono, e vissero fino alla vecchiezza, con gran numero di figli attorno.

Stretta la foglia sia, larga la via,
Dite la vostra, ch ho detto la mia.



IL GATTINO DI GESSO

C'era una volta un figurinaio che andava attorno per le vie vendendo figurine di gesso:
- Chi vuol figurine, chi vuole!
Su la tavola che portava in testa sopra un crcine, vecchi panciuti, gatti e conigli crollavano il capo e parevano vivi.
- Chi vuol figurine, chi vuole!
Un giorno aveva fatto buoni affari; gli rimaneva soltanto un gattino. Non lo aveva voluto nessuno, quantunque niente diverso dagli altri venduti.
Il povero figurinaio si sgolava inutilmente:
- Oh, il bel gattino! Chi vuole questo gattino, chi vuole!
Si trovava in quel momento sotto le finestre del palazzo reale:
- Figurinaio, venite su.
Non gli era mai capitata la fortuna di vendere qualcuna di quelle sue cosucce alla casa del Re. Dalla contentezza non stava nei panni, e montava gli scalini a quattro a quattro. Arrivato all'ultimo pianerottolo, inciampa e casca quant'era lungo. Il gattino and in pezzi.
La Reginotta, ch'era corsa all'uscio, cominci a strillare:
- Voglio il gattino! Voglio il gattino!
- Reginotta, non  niente; ne far un altro.
- No ! No! Voglio questo qui!
- Se avessi un po'di colla, lo incollerei.
Non aveva ancora finito di parlare, che i pezzetti si movevano, si ricercavano tra loro e s'incollavano da s; e gi il gattino crollava la testa e pareva contento di quella prodezza. Il figurinaio era pi sbalordito degli altri. Quasi quasi avrebbe voluto riportarselo via; quel gattino portentoso forse sarebbe stato la sua fortuna. Ma col Re non si scherzava; bisognava venderlo per forza.
- Quanto ne vuoi? - domand il Re.
- Faccia Vostra Maest; il gattino non ha prezzo.
Il Re gli diede una moneta d'oro.
Il figurinaio s'attendeva di pi, e intasc la moneta di malumore.
- Non sei contento? Eccotene un'altra.
- Gliene dia tre, Maest.
Il Re, per non far dispiacere alla figliuola, diede al figurinaio altre due monete d'oro.
- Dio t'aiuti!
La Reginotta port il gattino in camera, e si divertiva tutto il giorno a fargli scrollare la testa.
- Gattino, mi vuoi bene?
E il gattino rispondeva di s.
- Gattino, vuoi la gattina?
E il gattino rispondeva di s.
- Gattino, ci sposiamo?
E il gattino rispondeva di s.
Accadde che in quel tempo la Reginotta fu richiesta da un Reuccio. Il Re se ne rallegr; era un buon partito.
Ma ecco, a mezzanotte, si sent un grido lamentoso:
- Meo! Meo! Meo
- La Reginotta si svegli:
- Che. hai, gattino?
- Meo! Meo! Meo!
- Hai forse fame, gattino?
- Meo! Meo! Meo!
Non si chetava. Si svegli anche il Re.
- Cacciate via questo gatto; non mi lascia dormire.
-  il gattino di gesso.
Sua Maest rimase.
- Il gattino di gesso?
E and a vedere.
- Meo! Meo! Meo!
- Maest, il gattino vuol qualche cosa; io non so capire il suo linguaggio.
- Vuoi della trippa? Vuoi del polmone?
- Meo! Meo! Meo!
Neppure il Re capiva. All'ultimo, stizzito, afferr un bastone per farlo in pezzi:
- Te lo do io il meo, meo!
La Reginotta gli trattenne il braccio.
- Chiamiamo il figurinaio. Lui che l'ha fatto, forse lo intende.
Fino all'alba per il gattino continu a lamentarsi:
- Meo! Meo! Meo!
Il figurinaio non fu potuto trovare; era andato in un'altra citt.
La notte seguente, a mezzanotte appunto, il gattino ricomincia.
Il Re usc fuori dei gangheri; corse in camera della Reginotta, afferr il gattino, aperse la finestra e lo butt nella via.
La Reginotta si mise a piangere:
- Povero gattino mio!
Di l a pochi minuti, dietro l'impsta si sente:
- Meo! Meo! Meo!
E un zampino picchiava ai vetri e grattava con le ugne.
La Reginotta aperse e trov il gattino di gesso sul davanzale; crollava la testa e pareva dicesse: Grazie! grazie!
- Sta'zitto, gattino; se no, il Re ti fa in pezzi.
- Meo! Meo!
- Gattino, mi vuoi bene?
E il gattino rispondeva di s.
- Gattino, vuoi la gattina?
E il gattino rispondeva di s.
- Gattino, ci sposiamo?
- Meo! Meo! Meo!
E per quella notte non grid pi.
- Dunque vuol sposarmi lui! - disse la Reginotta. - Qui ci deve essere un incanto. Gattini di gesso e che gridino non se n' mai visti finora.
Quando fu giorno, and dal padre:
- Maest, il mio matrimonio col Reuccio non pu andare. Mi vuole il gattino, e il gattino mi avr.
Il Re la credette impazzita. La Reginotta, senza scomporsi, gli spieg la cosa:
- Maest, qui c' un incanto.
Chiamarono un Mago.
-  proprio cos. Quel gattino  un Reuccio. Se l'incanto non vien disfatto, la Reginotta  perduta.
Figuriamoci la costernazione del Re e di tutta la corte!
- Come disfarlo?!
- Bisogna recuperare le tre monete d'oro date da vostra Maest al figurinaio.
Dove andare a pescarle? Colui doveva averle gi spese. Chi sa per che mani passavano in quel momento. E poi, come riconoscerle fra le altre monete d'oro fatte con l'istesso conio?
- Le riconoscer il gattino.
Il Re fece un bando:
- Chi possiede monete d'oro, deve trovarsi in tal giorno nel tal posto con le monete in tasca; pena la vita.
Quel giorno, nel posto indicato, si vide pi di un centinaio di persone che si guardavano in faccia sospettose, tenendo le mani in tasca. Venne la Reginotta col gattino in braccio e cominci a passeggiare in mezzo a loro. Il gattino scrollava il capo, ma non dava nessun indizio; avrebbe dovuto gridare: Meo! Nessuno di quella gente possedeva dunque le monete cercate.
La Reginotta disse:
- Maest, vo'andare attorno pel mondo. Mi vesto da uomo e fingo di essere un figurinaio. Il cuore mi dice che trover le monete. Se non faccio cos, sono perduta.
Il Re acconsent. La Reginotta si fece cucire un vestito da uomo, si tagli i capelli, prese il gattino, e di notte, per non essere riconosciuta, part.
- Oh, il bel gattino! Chi mi compra il gattino che miagola!
- Quanto ne chiedete?
- Una moneta d'oro.
- Non vale due soldi.
Andava di citt in citt, di paesetto in paesetto, di villaggio in villaggio:
- Oh, il bel gattino! Oh, il bel gattino che miagola!
Parecchie persone avrebbero voluto comprarlo, ma sentendo quel prezzo d'una moneta d'oro, tutte rispondevano a un modo:
- Non vale due soldi.
Cammina, cammina, una volta fu sorpresa dalla notte in una campagna. Vide una casetta di contadini e picchi:
- Buona gente, datemi alloggio.
- Chi siete?
- Un figurinaio.
Le apersero e la fecero entrare. Erano due vecchi, marito e moglie.
- Non ricoveriamo nessuno. Perch siete un figurinaio, facciamo una eccezione per voi. Il nostro figliuolo fa lo stesso mestiere.  tant'anni che non lo vediamo; non sappiamo se  vivo o morto. Questo  il suo letto; dormite l. Ci parr che voi siate quel caro figliuolo.
A mezzanotte appunto, ecco il gattino:
- Meo! Meo! Meo!
- Buona gente, voi avete una moneta d'oro.
- Ah! Tu sei un ladro!
Il vecchio afferr la ronca e voleva ammazzarla.
- Non sono un ladro! Per quella moneta ve ne do dieci! Sentite.
E raccont la sua storia.
I due vecchi ebbero piet di lei. Infatti avevano davvero una moneta d'oro; gliel'avea mandata il loro figliuolo. Presero in cambio le dieci monete e le diedero quella.
Il gattino crollava il capo e gridava: Meo! Meo! Pareva che gongolasse di allegrezza.
Si sparse la voce che c'era un figurina!o, il quale dava dieci monete d'oro contro una. La gente le andava incontro con le monete in mano per fare quel buon guadagno. Ma il gattino stava zitto.
Cammina, cammina, la Reginotta arriv un giorno davanti un'osteria. Parecchi avventori giocavano a un tavolino. Si ferm per prendere un boccone e si mise a guardare.
Tutt'aun tratto, ecco il gattino:
- Meo! Meo! Meol
- Buona gente, voi avete una moneta d'oro. Se me la date, ve ne do dieci e d'oro anch'esse.
- Fa'vedere,
La Reginotta cav fuori le monete. Quei mascalzoni le si gittarono addosso, gliele fanno cascare per terra, si azzuffano, le ghermiscono e fuggono via.
Tutt'a un tratto, ecco il gattino:
- Meo! Meo! Meo!
- Gattino, che vuoi dire?
- Meo! Meo! Meo!
Guard attorno, per terra. Sotto un piede del tavolino c'era una moneta d'oro, proprio quella che lei cercava. Nella zuffa era sfuggita di mano al suo possessore e nessuno l'aveva vista. La Reginotta la raccolse, la involt insieme con l'altra, e riprese il viaggio.
Cammina, cammina, cammina, giunse in un luogo solitario, fra rupi alte fino alle nuvole. Non si scorgeva anima viva.
Vide una grotta con una porta; si fece coraggio e picchi:
- Buona gente, aprite; ho smarrita la strada.
Non rispondeva nessuno.
- Buona gente, aprite; ho smarrita la strada.
Comparvero due visacci barbuti:
- Mal per te! Chi sei? Che vieni a fare in queste parti?
- Sono un figurinaio. Vendo questo gattino.
- Quanto ne chiedi?
- Una moneta d'oro.
- Noi lo prendiamo per nulla.
E volevano strapparglielo. La povera Reginotta era capitata in un covo di ladri. Sentendo il diverbio, n'erano usciti fuori una dozzina, minacciosi, con i pugnali in mano. La Reginotta si vide perduta:
- Non mi fate male; ve lo do!
- Tu resterai con noi; farai da servo.
Con quella gentaccia non c'era da rispondere. Per non separarsi dal gattino, la Reginotta disse:
- Far da servo.
La sera i ladri andavano via e lasciavano la Reginotta chiusa col catenaccio dentro la grotta.
- Ah, gattino mio! Che mala sorte c' toccata!
- Il gattino non diceva nulla.
Sul far, dell'alba, i ladri tornavano carichi di preda; argento, oro, pietre preziose. E il capo faceva le parti.
- A te questo! A te quello! A te questa moneta, perch ci hai preparato un buon desinare!
Ma non era la moneta che la Reginotta cercava. Infatti il gattino stava zitto.
- Ah, gattino mio! Che mala sorte c' toccata!
Intanto alla Reginotta erano cresciuti i capelli, e non sapeva pi come nasconderli. Il capo dei ladri se n'accorse:
- Chi sei? Tu sei una donna!
La povera Reginotta si sent morire; e piangendo, disse:
- Sono la figlia del Re.
- Allora ti prendo per moglie. Sono Re anch'io; Re dei ladri! Ci sposeremo domani. Giusto la notte che viene andiamo a rubare in casa del Re. Ruberemo la corona e il manto reale.
La sera i ladri andarono via e lasciarono la Reginotta chiusa col catenaccio dentro la grotta.
- Ah, gattino mio! Che mala sorte c' toccata!
E i suoi occhi eran due fiumi di lagrime. Il gattino, zitto.
Sul far dell'alba, i ladri tornarono carichi di preda; argento, oro, pietre preziose, e la corona e il manto reale.
- A te questo! A te quello! A te questa moneta, perch ci hai preparato un buon desinare!
- Tutt'a un tratto, ecco il gattino:
- Meo! Meo! Meo!
I ladri si spaventarono. La Reginotta non gli aveva mai detto che il gattino di gesso miagolava.
- Tradimento! Tradimento!
E sfoderarono i pugnali. Si sent un botto. Il gattino di gesso era crepato, facendo schizzare i pezzi da tutte le parti, e ne era uscito fuori un bel giovane, armato di tutto punto, che cominci a menar colpi di spada a dritta e a manca. In pochi minuti, tutti i ladri giacevano morti per terra, fra pozze di sangue.
La Reginotta rimaneva in un canto, atterrita. Non osava accostarsi anche perch vedeva che il Reuccio aveva tuttavia gli orecchi, i baffi e la coda di gatto; provava paura.
E la paura si accrebbe quando invece di sentirlo parlare, lo ud miagolare:
- Meo! Meo!
- Reuccio, che volete dirmi?
- Meo! Meo!
Dunque rimaneva sempre gatto, quantunque con la figura d'uomo? Dallo sbalordimento, la Reginotta gli disse:
- Ah, gattino mio, che disgrazia!
Doveva dirgli questo perch l'incanto cessasse.
Gli cascarono gli orecchi, i baffi e la coda, e il Reuccio parl:
- Grazie, Reginotta. Quanto ho sofferto! Caddi in mano d'una vecchia Stregona; voleva essere sposata; e perch rifiutai mi gitt quell'incanto. Questi ladri sono i suoi figli; ora viene a cercarli. La concio io!
- Andiamo via; sar meglio.
- Se non  morta colei, non possiamo uscire di qui.
Infatti non trovavano la porta. Gira di qua, gira di l per quella sfilata di grotte, non un buco nei muri per cui potesse passare un topolino. In alto,  vero, c'erano grandi buche che davano luce; ma come arrampicarsi fin lass? Bisognava avere le ali.
Il giorno seguente, da una di quelle buche, ecco un gufo che vola e rivola attorno, stridendo forte.
- Gufaccio, che cerchi qui?
- Datemi uno di quei morti. Che ve ne fate?
- Prendilo pure.
Il gufo afferr un cadavere con gli artigli, e lo port via.
- Era forse la Strega! - disse il Reuccio. - Se torna, la concio io!
Poco dopo, ecco una cagna, magra e pelosa, che si avanza dal fondo di una grotta a passi lenti, uggiolando:
- Cagnaccia, che cerchi qui?
- Datemi uno di quei morti. Che ve ne fate?
- Ah! Sei tu, Stregona!
E il Reuccio le assest un colpo, ma non la colse. La cagna spar.
- Era lei! Se torna, la concio io!
Poco dopo, ecco un sorcio con una coda lunga e spelata.
- Sorciaccio, che cerchi qui?
- Datemi uno di quei morti. Che ve ne fate?
- Prendilo pure.
Il sorcio afferr coi denti la punta del vestito di uno di quei cadaveri e cominci a trascinarlo.
Il Reuccio lo agguanta per la coda con una mano, e cava la spada con l'altra. Assesta il colpo, ma coglie la coda che gli rimane in pugno, divincolandosi. Sorcio e cadavere, spariti.
- Non vuol dire! Bruciamo questa coda!
Presero molta legna e accesero un bel fuoco; nel meglio della vampata, vi buttarono la coda.
Di fuori, si sentivano gli urli della Strega:
- Ahi! Non mi fate bruciare! Vi apro la porta! Ahi! Ahi!
La coda guizzava, si dibatteva fra le fiamme. Il Reuccio, per paura che scappasse, la tenne ferma con la punta della spada, finch non si ud pi nessun grido o lamento della Strega.
Il fuoco si spense, e la porta si aperse.
L'incanto era disfatto.
Reuccio e Reginotta tornarono insieme al palazzo del Re e furono accolti con grandi feste. Mandarono subito a prendere il tesoro dei ladri e lo distribuirono alla povera gente. Il giorno delle loro nozze fu baldoria in tutto il regno.

Stretta la via, larga la foglia;
Ne dica un'altra, chi n'ha la voglia.



IL MUGNAIO

C'era una volta un mugnaio che aveva due belle figliuole. A una avea dato nome Rota, all'altra Tramoggia.
La gente che andava a macinare, vedendo le due ragazze, domandava:
- Compare, quando maritate queste figliuole?
- Quando ci sar chi le vuole.
- E che dote gli date?
- Dote niente. Rota la regalo, Tramoggia la do per nulla.
- Furbo siete, mugnaio!
All'alba, se non c'erano ancora avventori, il mugnaio imboccava una grossa conchiglia marina, e si metteva prima a sonare e poi a gridare:

- Puh! Puh! Puh!
Vieni, vieni a macinare!
Nel mulino non c' da fare.

Puh! Puh! Puh!
Vieni, vieni al mio mulino,
Chi vien primo ha il contentino.
Puh! Puh! Puh!

Una mattina arriv primo un garzone del Re con una mula carica di grano. Terminato di macinare, il garzone non se n'andava:
- Che attendi?
- Il Re vuole il contentino.
- Portagli questa qui.
E gli di Rota, la figliuola maggiore.
Il Re gliela rimand:
- Contentino che mangia pane Sua Maest non ne vuole.
- Portagli questo qui.
Gli di un corno di bue.
Il Re si sent offeso, e se la leg al dito.
Un altro giorno il mugnaio s'era messo di nuovo a sonare e a gridare:

- Puh! Puh" Puh!
Vieni, vieni a macinare!
Nel mulino non c' da fare.

Puh! Puh! Puh!
Vieni, vieni al mio mulino,
Chi vien primo ha il contentino.
Piuh! Puh! Piuh!

Arriv primo il solito garzone del Re con due mule cariche di grano. Terminato di macinare, il garzone non se n'andava.
- Che attendi?
- Il Re vuole il contentino.
- Portagli questa qui.
E gli di Tramoggia, la figliuola minore.
Il Re gliela rimand:
- Contentino che mangia pane Sua Maest non ne vuole.
- Portagli questo qui.
Gli di un altro corno di bue.
Il Re, alla nuova offesa, pigli i cocci e mand ad arrestare il mugnaio.
- Che intendi con questi corni per contentino?
- Intendo i corni dell'abbondanza. Se Vostra Maest non li vuole, son pronto a riprenderli.
- Riprendili pure.
Il Re, non trovando da ridire, fece rilasciare il mugnaio.
Per la via gli domandavano:
- Di chi sono cotesti corni, mugnaio?
- Sono miei. Uno lo regalo, l'altro lo do per nulla.
E se ne torn al mulino coi corni sotto il braccio.
La gente che andava a macinare, vedendo le ragazze, domandava:
- Compare, quando le maritate queste figliuole?
- Quando ci sar chi le vuole.
- E che dote gli date?
- Quei due corni; uno a Rota, l'altro a Tramoggia.
- Furbo siete, mugnaio! I corni vanno a paio.
- Di corni come questi, con uno ce n' d'avanzo. Chi non lo crede, suo danno.
Il Re aveva ripensato la risposta del mugnaio: "Intendo i corni dell'abbondanza"; e s'era pentito di averglieli lasciati riprendere. Mand il garzone:
- Sua Maest rivuole i contentini.
- Gli ho dati in dote alle figliuole. Chi vuol possedere uno di quei corni, dee prima sposare una di esse.
Il garzone rifer la risposta. Il Re ci ripens su:
- Se fosse davvero il corno dell'abbondanza?
Rimand il garzone:
- Avanti di sposare, Sua Maest vuole accertarsi che il vostro corno  davvero quello dell'abbondanza.
Il mugnaio rispose:
- Chi non lo crede, suo danno.
Il Re si persuase che il mugnaio diceva il vero. Anche per un Re, che pu avere quattrini quanti ne vuole, il corno dell'abbondanza non sarebbe stato cattivo. Sposare per una figliuola di mugnaio, tutta infarinata, Sua Maest non se la sentiva. Giorno e notte intanto ripensava a quel corno. Dormendo, lo sognava. Gli pareva di vederne uscire ogni ben di Dio. Bastava dire: Corno, dammi questo! Corno, dammi quello! Il corno si trovava pronto a ogni richiesta. Era una bellezza.
- Se accadesse come nel sogno!
Il Re ormai aveva fitto il chiodo l; e radun il Consiglio della Corona.
- Voglio sposare una delle figlie del mugnaio!
- Maest, sangue di Re richiede sangue di Re!
- Quando avr in mano il corno dell'abbondanza, so io come fare.
I Ministri chinarono il capo. E uno di loro dovette andare dal mugnaio in nome di Sua Maest:
- Mugnaio, Sua Maest vuole una delle tue figliuole.
- Rota la regalo, Tramoggia la do per nulla. E quei corni sono la dote.
- Sua Maest sceglie Rota.
Si sposarono. La stessa sera delle nozze il Re disse a Rota:
- Vieni a vedere la tua camera.
Le fece scendere scale dietro scale, una pi buia dell'altra, e quando furono all'uscio di un sotterraneo, dove non penetrava un fil di luce, ve la spinse dentro e messe tanto di catenaccio.
- Ah, Maest, che tradimento!
Il Re torn su, prese il corno per la punta e ordin:
- Perle e diamanti!
E tosto usc dall'altra parte un mucchio di diamanti e di perle.
La mattina venne il mugnaio per vedere la sua figliuola:
- Torna pi tardi, tua figlia dorme.
Torn pi tardi:
- Torna domani, tua figlia  a pranzo.
Venne il giorno seguente:
- Tua figlia  morta e seppellita. Fu Regina un giorno solo!
Il povero mugnaio and via piangendo.
Il Re pens:
- Se possedessi l'altro corno dell'abbondanza, sarebbe meglio.
E mand dal mugnaio:
- Sua Maest vuole sposare l'altra sorella.
- Rota fu regalata, Tramoggia la do per nulla. Quel corno  la sua dote.
Il Re e Tramoggia si sposarono. La stessa sera delle nozze egli le disse:
- Vieni a vedere la tua camera.
Le fece scendere scale dietro scale, una pi buia dell'altra, e quando furono all'uscio di un sotterraneo, dove non penetrava un fil di luce, ve la spinse dentro e messe tanto di catenaccio.
- Ah, Maest, che tradimento!
Il Re torn su, prese l'altro corno per la punta e ordin:
- Oro e argento!
E tosto usc dall'altra parte un mucchio d'argento e d'oro.
La mattina venne il mugnaio per vedere la sua figliuola:
- Tua figlia  morta e seppellita. Fu Regina una notte sola.
Il povero mugnaio and via piangendo.
Un giorno, vedendo che non c'era avventori, imbocc, al solito, la grossa conchiglia e si mise prima a sonare poi a gridare:

- Puh! Puh! Puh!
Vieni, vieni a macinare!
Nel mulino non c' da fare.

Puh! Puh! Puh!
Vieni, vieni al mio mulino,
Chi vien primo ha il contentino.
Puh! Puh! Puh!

Arriv primo il garzone del Re, con una mula carica di grano. Terminato di macinare, il garzone non se n'andava:
- Che attendi?
- Il Re vuole il contentino.
- Portagli questo.
E gli di uno stivale vecchio, rattoppato.
Il Re pens:
- Anche questo stivale dee avere qualche virt. Ma prima di provare, voglio anche l'altro.
E appena intese dal balcone del palazzo reale il suono della conchiglia Puh! Puh! e la voce del mugnaio che gridava al solito: Vieni, vieni! sped il garzone con una mula carica di grano. Terminato di macinare, il garzone non se n'andava:
- Che attendi?
- Il Re vuole il contentino.
- Portagli questo.
E gli di uno stivale vecchio rattoppato, compagno all'altro. Il Re, tutto contento, si chiuse in camera coi due corni di bue e i due stivali. Voleva far la prova se mai questi erano prodigiosi al pari di quelli. E cominci dai corni. Li prese per le punte con le due mani e ordin:
- Perle e diamanti! Argento e oro!
Ma i corni versavano e gli stivali ricevevano. E appena gli stivali furono colmi fino al collo, parvero impazziti. Il Re non sapeva come ripararsi dai calci che gli assestavano alla schiena, di piatto e di punta. E ogni calcio,lasciava il segno!
Apre l'uscio e si mette a correre, urlando; lui avanti e gli stivali dietro, assestandogli calci alla schiena di piatto e di punta. E ogni calcio lasciava il segno!
Corri di qua, corri di l, non c'era verso di sfuggirli. Ministri, cortigiani, guardie tentavano invano di afferrarli; ne toccavano anche loro. All'ultimo, nel ruzzolare una scala, il Re inciamp e cadde bocconi quant'era lungo. Gli stivali gli si posarono addosso e stettero fermi; ma lo schiacciavano col loro peso.
- Chiamate il mugnaio! - urlava il Re.
Corse una guardia, a cavallo, per fare pi presto.
- Non posso venire. La rota non va, la tramoggia  guastata. Se avessi qui le mie figliuole Rota e Tramoggia, verrei subito.
Il Re, che con quel peso addosso si sentiva soffocare, disse ai Ministri:
- Scendete nei sotterranei, mettete fuori Rota e Tramoggia! Le ho rinchiuse l io, e ne pago la pena. Fate presto!
Non aveva ancora terminato di parlare, che gli stivali caddero per terra, uno di qua e uno di l, affatto vuoti.
Il Re si alz tutto pesto e addolorato, lamentandosi:
- Ahi! Ahi!
I Ministri tornarono su frettolosi:
- Maest, - dicono - il Re ci ha rinchiuse qui, e il Re ci dee far uscire.
Non aveva faccia d'andare a presentarsi alle due sorelle; ma vedendo che gli stivali si agitavano, quasi minacciando nuovi calci, s'avvi lentamente, reggendosi con le mani la schiena pesta e addolorata, lamentandosi:
- Ahi! Ahi!
Il sotterraneo dov'era Rota, di affumicato e grumoso era diventato bianchissimo; muri e pavimento tutti coperti di farina.
- Entrate, Maest; vi attendevo da un pezzo.
Tutt'a un tratto, Rota lo prende per la mano e si mette a girare torno torno come una vera rota di mulino, sballottando il Re che urlava invano: Ahi! Ahi! E si sentiva mancare il fiato. Gira, gira, gira, all'ultimo lo sbatacchia fuori a gambe all'aria e si mette a sedere:
- Andate a chiamare mio padre.
Il sotterraneo dov'era Tramoggia, di affumicato e grumoso era diventato giallo come l'oro; muri e pavimento tutti coperti di grano.
- Entrate, Maest; vi attendevo da un pezzo.
Il Re, malconcio, esitava; ma Tramoggia si fa avanti, lo prende per la mano e comincia ad agitarsi, come una vera tramoggia di mulino, dando scossoni al Re che urlava invano: Ahi! Ahi! All'ultimo, lo sbatacchia fuori a gambe in aria e si mette a sedere:
- Andate a chiamare mio padre.
Il mugnaio venne lemme lemme, dinoccolato:
- Che comanda, Vostra Maest?
- Porta via Rota, Tramoggia, corni, stivali, ogni cosa!
- Se Vostra Maest vuol vivere in pace, le dir quel che dee fare.
- Che debbo fare?
- Per un anno, un mese e un giorno, io sar Re e lei mugnaio. In questo frattempo, le mie figliuole diventeranno Regine davvero. Vostra Maest, per gastigo, rimarr a bocca asciutta; n moglie n dote.
Che poteva fare il Re con quel mugnaio indiavolato?
Pieg la testa. Gli diede il manto e la corona reale, e indoss i panni di lui tutti sparsi di farina.
La gente avea ritegno di andare a macinare al mulino del Re. Invano egli si sfiatava a sonare la gran conchiglia marina e a gridare:

- Puh! Puh! Pu!
Vieni, vieni a macinare!
Nel mulino non c' da fare.

Puh! Puh! Puh!
Vieni, vieni al mio mulino,
Chi vien primo ha il contentino.
Puh! Puh! Puh!

La rota infradiciva inerte nell'acqua; la tramoggia se la rodevano le tignole, e il Re sbadigliava davanti la porta con le mani in mano, aspettando gli avventori che non venivano mai. Per vivere pescava granchi e ranocchi nel fosso. E se passava qualcuno, lo interrogava:
- Che nuove mi date, compare?
- Rota si  maritata col Reuccio di Spagna.
- Tanto meglio, compare!
Ed eran passati sei mesi.
Il Re sbadigiiava davanti la porta del mulino con le mani in mano, aspettando gli avventori che non venivano mai. Per vivere, pescava granchi e ranocchi nel fosso. Era diventato magro allampanato. Se passava qualcuno, lo interrogava:
- Che nuove mi date, compare?
- Tramoggia si  maritata col Reuccio di Portogallo.
- Tanto meglio, compare!
Ed eran passati altri sei mesi.
Finalmente restavano pochi giorni perch il suo gastigo terminasse. Il mugnaio Re venne al mulino accompagnato dai Ministri e da tutta la corte.
- La rota  infradicita; la tramoggia  rosa dalle tignole; fatele rifare. Se no, siamo daccapo.
E bisogn farle rifare.
All'ultimo giorno, il mugnaio Re venne al mulino accompagnato dal Ministri e da tutta la corte. Ma il povero Re che per un anno, un mese e un giorno non avea mangiato altro che granchi e ranocchi, era ridotto in fin di vita.
- Ben mi sta! - disse, rivolto al mugnaio. - E giacch ti trovi Re, Re rimani.
Detto questo, mor.
La gente fu contenta. In un anno, un mese e un giorno, il mugnaio non gli aveva macinati peggio dell'altro.

Evviva Re mugnaio!
Chi ne vuole una sporta e chi uno staio.



L'AGO

C'era una volta un sarto, che campava la vita mettendo toppe e rivoltando vestiti usati.
Nella sua botteguccia ci si vedeva appena; per ci lavorava sempre davanti la porta, con gli occhiali sul naso; e, tirando l'ago, canterellava:

Il mal tempo dee passare,
Il bel tempo dee venire.
Zun! Zun! Zun!

Aveva una figliuola bella quanto il sole, ma senza braccia, ed era la sua disperazione. Le vicine lo aiutavano: oggi una, domani un'altra, si prestavano a vestire la ragazza, a pettinarla, a lavarle la faccia; egli doveva imboccarla. A ogni boccone, brontolava:
- Chi non ha braccia, non dovrebbe aver bocca!
La ragazza, invece di arrabbiarsi per questo continuo brontolo, si metteva a ridere e rispondeva:
- Dovevate farmi le braccia e non la bocca. La colpa  vostra.
- Hai ragione.
E il vecchio riprendeva a lavorare, canticchiando:

Il mal tempo dee passare,
Il bel tempo dee venire.
Zun! Zun! Zun!

Invece il cattivo tempo peggior: gli venne meno la vista, gli occhiali non lo aiutarono pi; e gli avventori vedendo quei puntacci da orbo, che facevano parere pi brutte fin le toppe, non ne vollero pi sapere di lui e del suo lavoro.
- Figliuola mia, come faremo?
- Faremo la volont di Dio.

Il bel tempo dee venire.

Per abitudine, ogni mattina il sarto, aperta la botteguccia, si metteva a sedere davanti la porta con le mani in mano, aspettando gli avventori che non comparivano, e al suo solito canterellava.
Un giorno passa una signora, che vicino a lui si china e raccatta da terra un ago lucente:
- Quest'ago  vostro, buon uomo.
- Grazie. Che debbo farne? A cucire non ci vedo pi.
La ragazza, sentendo parlare, s'era affacciata alla porta.
- Prendetelo voi, bella figliuola.
- Non ho braccia, signora mia.
- Ve l'appunto sul busto;  un buon ago.
Il vecchio disse:
- Biscotto a chi non ha denti. Cos va il mondo!
- Allegro, compare!

Il mal tempo se n' andato,
Il bel tempo  gi arrivato.
Zun! Zun! Zun!

La signora, ridendo, scanton e spar.
Poco dopo, ecco un avventore con in mano una giacca vecchia, tutta strappi e buchi:
- Rattoppatemi questa qui. Vi pago avanti; ecco uno scudo. Verr a riprenderla domani.
Il sarto, vedendosi in mano quello scudo, che arrivava a proposito, non ebbe animo di rispondergli: - A cucire non ci vedo pi. - Rimase l col naso all'aria, stupito della buona fortuna.
And subito a fare un po'di spesa, e poi si mise a cuocere la minestra, rimuginando le parole dello sconosciuto: Verr a riprenderla domani.
- Figliuola mia, e come faremo domani?
- Da qui a domani c' ventiquattr'ore.
Finito di desinare, la ragazza guarda per caso la giacca e d un grido di sorpresa: la giacca era gi bell'e rattoppata, e cos bene, che pareva quasi nuova. In una manica c'era appuntato un ago.
-  l'ago della signora!
Infatti l'ago non era pi al posto dove la signora lo aveva messo.
- Zitta, figliuola; quest'ago  la nostra fortuna.
Il padrone della giacca venne a riprenderla, e rimase contentissimo del lavoro. Chiunque vedeva quella raccomodatura, restava meravigliato.
E gli avventori tornarono ad affluire alla botteguccla del sarto. Sul banco c'era sempre una montagna di vestiti vecchi, cos stracciati che neppure il cenciaiolo li avrebbe voluti. Il sarto se ne stava tutta la giornata seduto davanti la porta con le mani in mano canterellando:

- Il mal tempo se n' andato,
Il bel tempo  gi arrivato.
Zun! Zun! Zun!

- Sarto, e il lavoro chi lo fa?
- Lo faccio io.
- Stando con le mani in mano?
- Stando con le mani in mano.
Verso sera gli avventori tornavano e trovavano tutto bell'e allestito. Le raccomodature erano fatte cos bene, che quei vestiti vecchi parevano quasi nuovi.
- Sarto, e il lavoro chi l'ha fatto?
- L'ho fatto io.
- Stando con le mani in mano?
- Stando con le mani in mano.
Un giorno il Reuccio, passando a cavallo insieme con uno scudiero davanti la bottega del sarto, vide la ragazza che stava a sedere accanto al padre, e rimase incantato di quella bellezza.
- Ha un aspetto da Regina!
- Ma  senza braccia, Reuccio!
- Peccato!
Ci ripens tutta la notte, e il giorno appresso volle rivederla. Pass a cavallo, insieme con lo scudiero, e rimase pi incantato del giorno avanti.
- Ha un aspetto da Regina. Peccato non abbia le braccia!
Ci ripens tutta la notte, e il giorno appresso volle rivederla. Giunto davanti la bottega, sentendo canterellare il sarto, ferm il cavallo:
- Che canterellate, buon uomo?

- Il mal tempo se n' andato,
Il bel tempo  gi arrivato.
Zun! Zun! Zun!

Il Reuccio intanto teneva fissi gli occhi su la ragazza. Il sarto, che non sapeva chi egli fosse, lo sgrid:
- Eh, amico! Che guardate?
- Guardo vostra figlia, che  pi bella del sole.
- Se fosse pi bella del sole, rimarreste accecato.
- Ahi! Ahi!
Il Reuccio port le mani agli occhi; a quelle parole del sarto gli occhi gli s'erano seccati.
Lo scudiero condusse per mano il Reuccio cieco a palazzo, e raccont quello ch'era accaduto.
Il Re e la Regina montarono in furore contro il sarto:
- Vecchio stregone! Arrestatelo e conducetelo qui.
Lo legarono peggio d'un ladro e lo condussero innanzi al Re.
- Maest, io non ci ho colpa!
- Vecchio stregone! O rendi la vista al Reuccio, o ti fo arrostire vivo vivo!
Il povero sarto, dallo spavento, era gi mezzo morto.
- Maest, io non ci ho colpa!
- Ti do tre giorni di tempo.
E lo fece chiudere in una prigione dello stesso palazzo reale.
Ogni. mattina il Re andava a trovarlo, e dallo sportellino dell'uscio gli diceva:
- O rendi la vista al Reuccio, o ti fo arrostire vivo vivo.  passato un giorno.
- O rendi la vista al Reuccio, o ti fo arrostire vivo vivo. Son passati due giorni.
Il povero sarto non rispondeva; si struggeva in lagrime, pensando alla figliuola senza braccia, di cui non sapeva niente da pi giorni, e che sarebbe rimasta sola al mondo in bala della cattiva sorte:
- Figliuola mia sventurata!
E il Re, dallo sportellino dell'uscio:
- O rendi la vista al Reuccio, o ti fo arrostire vivo vivo. Sono passati tre giorni.
- Maest, non ci ho colpa! Grazia, Maest! Almeno, prima di morire, fatemi rivedere la figliuola!
La grazia gli fu concessa.
Il Re e la Regina, che avevano sentito magnificare dal Reuccio la grande bellezza di costei, vollero vederla quand'ella venne a palazzo reale.
Appena entrata nel salone, dov'essi si trovavano insieme col Reuccio cieco, questi, battendo le mani dall'allegrezza, si mise a gridare:
- La vedo! La vedo! Accanto a lei c' una signora.
Il Re e la Regina credettero che il Reuccio fosse ammattito. Dov'era quella signora?
-  l, accanto a lei, e la tiene per la mano.
- Per la mano? Se non ha braccia!
- Io la vedo con le braccia; ma non vedo voialtri.
Il Re e la Regina, per accertarsi se il Reuccio la vedeva davvero, facevano muovere la ragazza, in punta di piedi, pel salone; e il Reuccio la seguiva con gli occhi inariditi:
-  l... Ora si affaccia alla finestra... Ora fa cos col capo... Ora si siede per terra; e la signora che l'accompagna fa pure quel che fa lei.
Il Re e la Regina, stupiti, non sapevano che pensare di quel miracolo.
- Chi , bella ragazza, la signora invisibile che vi accompagna?
- Maest, non lo so; son venuta sola a palazzo... Ahi! Ahi!
La ragazza sentiva acuti dolori nel punto dove avrebbero dovuto essere attaccate le braccia.
- Ahi! Ahi!
Ed ecco venirle fuori prima la punta delle dita, poi le mani, poi i polsi, poi gli avambracci, poi le braccia intere, bellissime e bianche come l'alabastro.
Il Reuccio, urtando il Re e la Regina, si precipita verso la ragazza, le prende ansiosamente le mani e comincia a strofinarsele su gli occhi:
- Manine fatate, sanatemi voi!
Ma strofinava inutilmente.
- Manine fatate, sanatemi voi!
Ma strofinava inutilmente.
- Zitti - fece il Reuccio. - La signora parla.
Il Re e la Regina, dopo tutto quello che avevano visto, erano proprio atterriti di quella signora invisibile.
- Che dice?

- Manina, manina,
Non  mano di Regina.
Per toccare e sanare
Di Regina diventare.

Era chiaro: se il Reuccio voleva ricuperare la vista, doveva sposare quella ragazza.
La Regina si sdegn:
- Sposare la figlia d'un sarto!
Ma il Re, che voleva molto bene al figliuolo, non se lo fece dire due volte.
- Siano mani di Reginotta; parola di Re!
E gli occhi del Reuccio, toccati dalle mani della ragazza, tornarono a un tratto quali erano una volta, anzi pi vivaci e pi splendenti.
Naturalmente il sarto fu cavato di prigione, e si cominciarono subito i preparativi delle nozze del Reuccio.
La ragazza, vestita con gli abiti da Reginotta, pareva davvero un sole.
La Regina non sapeva darsene pace, e le faceva ogni giorno mille dispetti. La mattina stessa delle nozze, per avvilirla al cospetto di tutta la corte, le disse:
- Reginotta, ho uno strappo nel manto reale; nessuno pu rammendarlo meglio di voi.
La ragazza, senza scomporsi, and di l, prese l'ago datole dalla signora e, inginocchiatasi, cominci umilmente il rammendo del manto della Regina.
La Regina, vedendola cos rassegnata, divent una vipera:
- Non sapete dare nemmeno un punto!
E le strapp di mano il manto reale.
- Infatti, - rispose la ragazza - non ho mai dato un punto in vita mia.
L'ago intanto era rimasto attaccato alla stoffa, e durante la cerimonia degli sponsali la Regina si sentiva cucire, cucire tutti i panni addosso, senza sapersi spiegare che diamine di lavoro fosse quello. Era cos ravviluppata, che non poteva muovere le gambe.
E l'ago cuciva, cuciva, cuciva; e quando non ebbe pi niente da cucire nei panni, cominci a cucire questi alle carni della Regina.
Figuratevi i suoi strilli! Tentava di strapparsi le vesti ma la cucitura era cos forte, che ci voleva ben altro per disfarla.
E l'ago cuciva, cuciva, cuciva; e la Regina strillava come una pazza, sentendosi trapassare le carni da quella punta aguzza che non ristava un momento. Braccia, spalle, gambe, l'ago cuciva ogni cosa, cuciva, cuciva, cuciva; e gli strilli della Regina salivano al cielo!
Alla fine, non potendone pi, si butt al piedi della Reginotta:
- Reginotta, perdono! Salvatemi voi!
La Reginotta, che aveva gi capito di esser protetta da una Fata, preg:
- Fata benigna, salvatela voi!
Appena detto questo, l'ago cess di cucire, e tutte le cuciture si disfecero da s.

Reuccio e Reginotta vissero felici e contenti,
E noi siamo qui, senz'ago n niente.



LA PADELLINA

C'era una volta un contadino che aveva una figliuola. Egli andava a giornata; la figliuola filava stoppa o tesseva tela per conto delle vicine: cos campavano la vita.
Avvenne una gran siccit: nei campi non nacque un filo di erba; e non ci fu pi da lavorare per nessuno dei due. Avevano un gruzzoletto, messo prudentemente da parte nel buon tempo, e per parecchi mesi poterono tirare innanzi, vivendo quasi a pane e acqua. Il padre sospirava pensando all'avvenire; ma la ragazza, gioviale anche nella miseria, canticchiava da mattina a sera, come quand'era al telaio e con la rocca al fianco e lo stomaco pieno. Il padre la rabbrontolava:
- Con che cuore tu canti? Ci rimane da mangiare appena per altri due giorni!
- Quando sar morta, non canter pi.
Mentre parlavano, comparve su la soglia una donna scarna, allampanata, che pareva il ritratto della fame.
- Fate la carit, buona gente!
- Siamo pi miseri di voi - rispose il padre. - Rivolgetevi altrove.
La ragazza invece prese la pagnottella, che doveva essere il suo desinare di quel giorno, e la porse alla vecchia:
- Mangiatela voi per me.
- Grazie, figliuola.
Intascata la pagnottella, la vecchina cav di sotto lo scialle unto e stracciato una padellina nuova di rame:
- Tieni, figliuola; non ho altro; forse ti servir.
E and via.
La ragazza si rimise a canterellare, picchiando con le nocche delle dita su la padellina che dava un bel suono; poi, per chiasso, la pos sul focolare spento e, ridendo, disse al padre:
- Che volete? Una costoletta? Una frittata?
E non aveva ancora finito di parlare, che una fiammata si accese, e la padellina cominci a friggere, spandendo attorno un odore che avrebbe risuscitato un morto.
- Oh, che miracolo, figliuola mia! Siamo ricchi!
Nella padellina fumavano due costolette da bastare anche per quattro persone; e quando furono cotte, il fuoco si spense da s. Met ne mangiarono padre e figlia, met ne spartirono tra le vicine pi povere di loro. L'odore si sentiva per tutta la via.
D'allora in poi, a ogni mezzogiorno, la ragazza metteva la padellina sul focolare spento e domandava al padre:
- Che volete? Una costoletta? Una frittata?
- Una frittata.
E poco dopo la frittata era bell'e cotta da poter bastare fino per otto persone. Parte ne mangiavano padre e figlia, parte ne dividevano tra le vicine pi povere di loro. L'odore si sentiva per tutta la via.
La cosa fece senso. Le stesse vicine che ricevevano la carit, cominciarono a ciarlare:
- Come mai padre e figlia, con quella miseria, senza guadagno alcuno, se la scialavano a quel modo?
Le ciarle giunsero fino all'orecchio del Re. Giusto in quei giorni la Regina s'era ammalata con un'inappetenza che non le permetteva di prendere nessun cibo, e i medici non sapevano come rimediarvi. La Regina avrebbe voluto qualcosa da ristorarla col solo odore, e il cuoco si stillava il cervello per contentarla. Ma davanti alle pietanze pi squisite, la Regina torceva il capo nauseata:
- Portatele via; mi si rivolta lo stomaco.
Il Re, che aveva sentito parlare del buon odore delle pietanze di quei contadini, disse ai medici:
- Proviamo a far preparare il pranzo della Regina da costoro. Forse, per la stranezza, lo gradir.
E mand a chiamare la ragazza.
- Vuoi essere la cuoca della Regina?
- Come piace a Vostra Maest.
- Vieni ad abitare nel palazzo reale.
- A un patto, Maest. In cucina, con me, dovr starci soltanto mio padre.
- Soltanto tuo padre.
Giunta l'ora del desinare, la ragazza si present alla Regina:
- Maest, che volete? Una costoletta? Una frittata?
- Una costoletta.
La ragazza mand via di cucina tutte le persone ch'erano a servizio del Re, dal cuoco allo sguattero, si chiuse a chiave di dentro insieme col padre, e mise la padellina sul focolare spento:
- Padellina, una costoletta!
La Regina all'odore della costoletta fumante nel piatto, si sent ristorare:
- Benedette le tue mani, ragazza mia!
Mangi con grand'appetito, come da pi settimane non faceva, e in segno della sua gratitudine regal alla ragazza una collana di brillanti.
- Maest, questa  collana da Regina, non da contadina mia pari.
- Sei Regina anche te, Regina di tutte le cuoche.
E gliela mise al collo con le proprie mani.
Ogni giorno, a ogni desinare era un nuovo regalo; ora una spilla con un magnifico smeraldo, ora buccole di perle grosse come ova, ora un braccialetto finamente cesellato e tempestato di rubini.
- Maest,  ornamento da Regina, non da contadina mia pari.
- Sei Regina anche te, Regina di tutte le cuoche.
In corte non si ragionava che di quei mirabili desinari; e i medici erano stupiti che il grave male della Regina fosse gi guarito col semplice rimedio o d'una costoletta o d'una frittata, giacch la padellina non dava altro.
Un giorno il Reuccio entr in camera della Regina che ella aveva appena terminato di mangiare l'ultimo boccone.
- Che buon odore, Maest.
- Odor di costoletta, Reuccio.
Un altro giorno:
- Che buon odore, Maest!
- Odor di frittata, Reuccio.
- Sempre le stesse cose, Maest?
- Sempre; ma ogni volta hanno un sapore diverso.
- E come fa la vostra cuoca?
- Se lo sa lei.
Il Reuccio entr in grande curiosit, e volle andare in cucina per vederla lavorare.
- In cucina dobbiamo starci soltanto mio padre e io.
- Io sono il Reuccio!
- Reuccio o non Reuccio, ho la parola di Sua Maest; in cucina dobbiamo starci soltanto mio padre e io.
Il Reuccio, indispettito, afferr la padellina ch'era l tutta affumicata e gliela strofin nella faccia, annerendogliela come quella d'una mora.
Ma da quel giorno in poi, la padellina non frisse pi; e il nero del fumo rimase su la faccia della ragazza, quasi fosse stato il color naturale della pelle; n acqua n sapone riuscirono mai a mandarlo via.
La Regina, non potendo pi mangiare la solita costoletta o la solita frittata, torn a peggiorare e si ridusse in fin di vita. Il Re, che l'amava pi dei propri occhi, mont in furore, e per poco non fece tagliar la testa al Reuccio. Alle preghiere della Regina, si content di scacciarlo dal regno coi soli vestiti che si trovava indosso.
La ragazza, non avendo pi nulla da fare nel palazzo reale, torn a casa col padre, e tutti e due ripresero la vita consueta: egli andava a giornata, ella filava stoppa o tesseva tela per conto delle vicine; ma non cantava pi, n si faceva pi vedere su la porta, di casa per via della faccia impiastricciata di nero. Aveva vergogna, temeva d'esser schernita, e spesso esclamava:
- Maledetta la padellina e chi me la di!
- Non dire cos, non dire cos! - sent rispondersi un giorno.
A quella voce fioca, fioca, che veniva dal fondo della stanza, la ragazza si volt, ma non vide nessuno; e, pi arrabbiata, ripet:
- Maledetta la padellina e chi me la di!
- Non dire cos, non dire cos!
- Chi siete che parlate? Mi fate paura.
La voce fioca fioca rispose per l'ultima volta lentissimamente:
- Non dire cos!
La sera tornato il padre dal lavoro, ella gli raccont tutto:
- Ho paura di restar sola; fatemi compagnia.
Per quel giorno il padre non and a lavorare; e poich la ragazza, dalla paura di quella voce fioca fioca, non aveva il coraggio di ripetere la sua maledizione, il padre, che voleva accertarsi se mai non fosse stato effetto della fantasia alterata della figliuola, esclam lui:
- Maledetta la padellina e chi ce la di!
- Ahi!
In risposta aveva ricevuto uno schiaffo.
Disse il padre:
- Andiamo via di questa casa, anzi di questa citt. Chi sa che guai ci accadranno, se restiamo ancora qui!
Fanno per aprire la porta e non possono smuovere il paletto della toppa; fanno per aprire la finestra e chiamare aiuto, e il lucchetto della finestra  pi duro del paletto.
- Ah, poverini a noi! Come faremo?
Quel giorno, per caso, avevano da mangiare. Il giorno dopo per cominciarono a provar la fame. Erano come murati in casa e non potevano nemmeno gridare al soccorso!
- Ah, poverini a noi! Morremo di fame.
La padellina stava appesa a un chiodo, pulita e luccicante qual era rimasta dal momento che il Reuccio l'aveva strofinata su la faccia della ragazza. La ragazza la guardava in cagnesco, con gli occhi pieni di lagrime, e si sentiva gorgogliare in gola: Maledetta la padellina e chi me la di!
La vide smuoversi e la sent risonare come quando la prima volta ella vi aveva picchiato su con le nocche delle dita. La stacc dal chiodo, la pos sul focolare spento, e disse al padre:
- Che volete? Una costoletta? Una frittata?
Non avea finito di parlare, che una fiammata si accese, e la padellina cominci a friggere, spandendo attorno un odore che avrebbe risuscitato un morto. Padre e figlia, a una voce, esclamarono:
- Benedetta la padellina e chi ce la di!
Corsero alla porta, ma il paletto non si poteva smuovere; corsero alla finestra, ma il lucchetto era pi duro del paletto. Intanto il buon odore delle pietanze si sentiva dalla via.
Il Re, saputa la cosa, mand subito per la ragazza.
- Aprite, vi vuole Sua Maest.
- Non possiamo aprire; aprite voi.
Il Re manda i magnani per forzare la serratura o sfondare la porta; i magnani tentano, ritentano, ma inutilmente. Manda allora i muratori per fare un gran buco nel muro; ma i picconi dei muratori si spuntano, il muro par fatto di bronzo.
La Regina agonizzava. Il Re avrebbe dato la met del regno pur di vederla risanare con le costolette e le frittate della padellina miracolosa. Che fare con quella serratura, con quella porta e con quel muro che resistevano a tutto?
Un giorno finalmente la Regina chiude gli occhi e rimane immobile: la credono morta, e si leva un gran pianto per tutto il palazzo reale. Il Re, dalla disperazione e dal dolore, si strappava i capelli.
A un tratto la Regina riapre gli occhi e dice:
- Ho fatto un sogno. Mi pareva d'essere stata portata dietro la porta di quella casa, e che il solo odore delle pietanze m'avesse risanata. Maest, voglio provare se il sogno  veritiero.
I servitori presero il letto come una barella e portarono la Regina dietro la porta che non poteva aprirsi.
- Regina delle cuoche, fammi sentire almeno l'odore delle tue pietanze, Regina!
Non rispose nessuno, e non si sent odore di sorta.
- Regina delle cuoche, fammi sentire almeno l'odore delle tue pietanze, Regina!
Non rispose nessuno, e non si sent alcun odore.
Il Re, quasi piangendo, grid:
- Regina delle cuoche, se fai sentire l'odore delle tue pietanze, sarai Regina per davvero.
- Maest - disse Un Ministro - che cosa vi  scappato di bocca! Parola di Re non va indietro.
- E non andr! Partano cento corrieri e vadano in cerca del Reuccio.
- E se il Reuccio non vorr sposarla?
- L'adotter per figliuola, e sar Reginotta.
Si sent subito un odore delizioso che si sparse per tutta la via. La Regina annusava e rinasceva da morte a vita. Annusavano il Re, i Ministri, il sguito di corte, la folla pigiata nella via attorno al letto della Regina, e tutti si sentivano riempire lo stomaco, quasi avessero desinato lautamente.
Per parecchie settimane, nessuno pens a fare spesa e ad accendere un fornello. Aspettavano che la Regina fosse portata col letto dietro la porta di quella casa, e appena l'odore delle pietanze cominciava a spandersi, si vedevano mille e mille nasi per aria annusare avidamente, e da l a poco scoppiavano dei grand'Ah! di soddisfazione, come dopo un desinare copioso.
I corrieri reali eran partiti subito alla ricerca del Reuccio, ma le settimane passavano, nessuno di essi tornava, e l'odore intanto veniva meno di giorno in giorno con gran terrore del Re e della Regina che non era ancora ristabilita in salute. La gente, preso gusto a quel genere di desinare cos buono e che non costava niente, malediva quegli stupidi corrieri incapaci di trovare il Reuccio.
Una mattina, inaspettatamente, ecco uno dei corrieri e poi un altro e poi un altro, scalmanati, sfiniti.
- Avete trovato il Reuccio?
- Non l'abbiamo trovato.
Due giorni dopo, ecco l'ultimo pi scalmanato e pi sfinito degli altri.
- Hai trovato il Reuccio?
- No, ma ho trovato chi sa dov'.  un pastore che guarda le pecore laggi laggi. Disse: Indovinami prima quest'indovinello e poi saprai dov' il Reuccio. Non l'ho indovinato e non me l'ha detto.
Che indovinello?

- Non ero nato per fare il pastore,
Eppur dovevo smugnere e tosare.

- Bestia!  lui! - grid il Ministro che di smugnere e di tosare se n'intendeva assai. - Conducimi dov'egli si trova.
E part insieme col corriere.
Infatti era proprio lui. Ne aveva viste e patite tante, fino a essersi ridotto a fare il guardiano di pecore, che non gli pareva vero tornare Reuccio, anche a patto di sposare la Regina delle cuoche.
Appena arrivato, and a picchiare alla porta che non si poteva aprire.
- Sono il Reuccio.
Invece della porta si aperse la finestra, e comparve la ragazza con la faccia nera e la padellina in mano; la padellina era affumicata.
- Questa  la mia dote.

Chi mi vuole per mogliera
Dee farsi la faccia nera.
E se nera non se la fa,
D'onde viene se n'andr.

Il Reuccio esitava; gli sapeva male doversi impiastricciare di fumo al cospetto di tanta gente radunatasi alla notizia dell'arrivo di lui. Poi si strinse nelle spalle, prese la padellina e, chiusi gli occhi, se la strofin su la faccia, tingendosi peggio di un moro. E mentre la sua anneriva, quella della ragazza ridiventava bianca come la cera.
- Ora potete entrare.
Infatti la porta si spalanc da s, e il Reuccio trov su la soglia la ragazza vestita come una Regina, con la collana, lo spillone, gli orecchini e i braccialetti regalatile quando faceva la cuoca; sembrava una Regina nata, tanto era bella e dignitosa.
Il popolo applaudiva:
- Viva la Reginotta! Viva il Reuccio!
E nello stesso tempo rideva, vedendo costui tutto impiastricciato a quel modo; ma rise per poco. La ragazza prese il grembiule, lo pass su la faccia del Reuccio, e in men che non si dice gliela ripul.
Prima che si sposassero, la Regina era gi bell'e guarita. Le feste delle nozze durarono un mese intero.
- E della padellina che ne faremo? - disse il Reuccio.
- Facciasi un bando: Chi ha una padellina, venga a sfregarla con questa; frigger da s egualmente.
Figuriamoci che cuccagna! Pareva tutti i giorni un festino.
La gente si dava bel tempo, e all'ora del desinare mettevano le padelline sui fornelli spenti:
- Padellina, una costoletta! Padellina, una frittata!
E tutte le padelline friggevano; la gente mangiava a ufo. Frittate e costolette avevano ogni volta un sapore diverso. Ma, purtroppo, chi non lavora non  mai contento. Cominciarono a brontolare.
- Sempre costolette! Sempre frittate!
La Fata che aveva regalato la padellina portentosa alla ragazza, in premio della carit da lei fatta; si sdegn di quell'ingratitudine, e un bel giorno, anzi un brutto giorno, prese di nuovo le sembianze di vecchietta e si present alla Reginotta.
- Sono quella della padellina. Brontolano: Sempre costolette! Sempre frittate! Ecco qui un'altra padellina, che frigge diversamente. Strofinino le loro con questa e vedranno che miracolo.
Corsero tutti, strofinarono, e si trovarono canzonati.
Le padelline friggevano, s, ma le pietanze erano pi amare del veleno, e non si potevano mangiare. E per colpa di costoro non c' pi al mondo padelline che friggano da s.



L'ASINO DEL GESSAIO

C'era una volta un gessaio che aveva parecchi asini magri e sbilenchi, sui quali caricava i sacchi del gesso da portare a questo e a quello; uno poi, il peggio di tutti, spelato, con un moncherino di coda, pieno di guidaleschi, pareva si reggesse su le gambe proprio per miracolo.
Accadde che il Re doveva spedire una staffetta a un Re suo vicino, e voleva la risposta dalla mattina alla sera.
I corrieri reali dissero:
- Maest,  impossibile. Non c' cavallo al mondo che possa fare tanto cammino in una giornata, neppure il vento.
Il Re mand attorno un banditore:
- Chi reca la risposta dalla mattina alla sera avr tant'oro, quanto pu portarne il cavallo con cui ha fatto la corsa.
Si present soltanto il gessaio a cavalcioni dell'asino spelato, pieno di guidaleschi e con la coda mozza.
- Maest, vado io.
- Con quest'asino?
- Con quest'asino.
- E se non porti la risposta dalla mattina alla sera?
- Mi farete tagliare la testa.
Il Re gli consegn la lettera, e il gessaio part.
Davanti il palazzo reale e per la via un gran folla si pigiava per vedere lo strano spettacolo. L'asino andava a passi di formica, balenando su le gambe scarne, e con le orecchie ciondoloni. E la gente rideva.
- Gessaio, arriverai fra un anno?
- Gessaio, ti pesava la testa sul collo?
Il gessaio li lasciava dire, e lasci che l'asino andasse di quel passo fino alla porta della citt, senza n gridargli un arri! n dargli un colpo di pungolo.
- Gessaio, arriverai fra un anno?
- Gessaio, ti pesava la testa sul collo?
Passato l'arco della porta dove non c'era gente:
- Avanti, focoso! Avanti, focoso!
L'asino rizza le orecchie, agita il moncherino della coda, e via come un lampo.
Verso il tramonto, il Re s'era affacciato a un balcone per vedere arrivare il gessaio:
- Se non arriva questa sera, gli faccio tagliare la testa.
Davanti il palazzo reale e per la via s'era radunata la stessa folla della mattina, curiosa di vedere come il gessaio se la sarebbe cavata.
A un tratto: Largo! Largo! Ed ecco il gessaio a cavalcioni dell'asino che, a testa bassa, con le orecchie ciondoloni, balenava su le gambe scarne, e pareva sul punto di tirare l'ultimo fiato.
- Maest, ecco la risposta.
Non c'era che dire; la lettera portava tanto di sigillo del Re ed era scritta tutta di suo pugno.
- Per l'oro, vieni domani.
- Come piace a Vostra Maest.
E la gente:
- Bravo, gessaio! Evviva l'asino dai guidaleschi! Ora dovresti fargli la coda d'oro, gessaio.
La mattina dopo egli si present con l'asino a palazzo.
- Maest, son venuto pel mio carico d'oro.
- Te ne do il doppio; dammi anche l'asino.
- Maest, la bestia fa comodo a me; non la vendo.
- Va bene - disse il Re impermalito. - Gli sia dato quel che gli spetta.
Il Ministro credeva che sarebbero bastate due, tre verghette d'oro; pesavano un buon poco.
- Ce ne vuole delle altre.
Mettono sul basto un'altra verga, poi un'altra, poi un'altra; qualunque animale sarebbe rimasto schiacciato da quel gran peso. L'asino, invece, pareva avesse addosso fuscellini non verghe d'oro; pi gliene caricavano e pi arzillo diventava.
Il Ministro corse dal Re:
- Maest, non basteranno tutte le verghe d'oro che voi possedete.
Il Re volle vedere, quel portento coi propri occhi. L'asino aveva su la schiena una montagnola e non pareva che fosse il fatto suo.
- Maest, ce ne vuole ancora.
Aggiungono un'altra verga, e poi un'altra, e poi un'altra; ma l'asino, pi gliene caricavano, e pi arzillo diventava.
-  anche troppo! - disse il Re stizzito. - Va'via!
- Il bando prometteva: Avr tant'oro, quanto pu portarne il cavallo con cui ha fatto la corsa.
- Diceva: cavallo, non asino. Se ti do tutto questo,  proprio per grazia Va'via!
- Allora non ne voglio niente. Asino mio, rendi l'oro.
L'asino di uno scossone, e tutte le verghe caddero di qua e di l per terra. Il gessaio mont a cavalcioni su la sua bestia:
- Avanti, focoso!
E l'asino via di corsa, con le orecchie fitte, agitando il moncherino della coda.
Li per l, il Re rimase sbalordito dell'arroganza del gessaio. Rinvenuto dallo sbalordimento, mont in furore:
- N verghe d'oro, n asino!
E mand le guardie alle fornaci del gesso, perch menassero l'animale alle stalle reali.
Le guardie, armate fino ai denti, partono subito e trovano il gessaio che caricava i sacchi del gesso sui suoi somari magri e sbilenchi.
- Sua Maest vuole l'asino dai guidaleschi.
- Il Re  padrone anche della mia vita. L'asino  l; menatelo via.
Fanno per accostarsi, e l'asino si rivolta, spara calci alle gambe e alla schiena delle guardie, d morsi che levano brani di carne.
Il Re, alla vista delle guardie conciate a quel modo, perd il lume degli occhi:
- Andate a dire al gessaio, se fra un'ora l'asino dai guidaleschi non  nelle stalli reali, ci va della sua vita.
Il gessaio rispose:
- Il Re  padrone; fra un'ora, il mio asino manger la biada nelle stalle reali.
E glielo men lui medesimo.
- Maest, ci rivedremo da qui a un anno.
- Che intendi dire?
- Niente. Ci rivedremo da qui a un anno.
E, con le mani. in tasca, s'allontan tranquillamente.
Il Re volle provare da s la valenta dell'animale. Ordin lo conducessero nei giardini reali, bardato bene, con sella e briglia, e vi mont a cavallo:
- Avanti, focoso!
L'asino part come una saetta, e, in men che non si dice, percorse tre volte tutti i viali.
Quei guidaleschi per facevano schifo al Re.
Quantunque ora mangiasse quanta biada voleva, l'asino non ingrassava punto, e le sue piaghe rimanevano aperte come prima.
Il Re chiam un maniscalco:
- C' un rimedio ai guidaleschi?
- Maest, in otto giorni ve li do belli e sanati.
Infatti, otto giorni dopo, l'asino non si riconosceva pi. Era grasso e tondo, col pelo lustro, e dei suoi tanti guidaleschi non si scorgeva nemmeno il segno.
Il Re pens di fare una passeggiata a cavallo, e ordin gli si sellasse quell'asino; la corte, tutti a cavallo, doveva precederlo con gran pompa.
Una folla immensa s'accalcava davanti il palazzo reale per godersi lo spettacolo. Ed ecco la sfilata, e dietro a tutti il Re montato su l'asino.
Appena uscito fuori del portone, l'asino non vuole andare n avanti, n indietro.
- Avanti, focoso! Avanti, focoso!
Che avanti focoso! Era come dire al muro. Impuntatosi, col collo teso, l'asino pareva incantato. Invano il Re si sgolava:
- Avanti, focoso! Avanti, focoso!
E accompagnava le parole con colpi di sprone. Niente. All'ultimo, l'asino si mette a ragliare e a far le boccacce, fra le risate di tutto il popolo, con gran dispetto del Re.
A un suo cenno, i servi chi d all'asino pedate alla pancia, chi legnate sul groppone, chi punture in tutte le parti; ma l'asino, duro; raglia, fa boccacce. E per non restare l esposto alle risate della gente, il Re dovette scendere da sella e rientrare in palazzo. La bella cavalcata and a monte.
Figuriamoci la rabbia del Re!
Intanto la fama di quell'asino dai guidaleschi e che correva pi del vento, s'era sparsa pel mondo; e un giorno il Re ricevette una lettera del Re suo amico e vicino, che gli chiedeva in grazia di mandarglielo a vedere per pochi giorni. Imbarazzato, glielo sped, facendogli sapere che l'animale aveva perduto, non si sapeva come n perch, la sua virt, ed era invece diventato un somaraccio intrattabile.
Quel Re non gli credette, si stim canzonato ed offeso; e, per vendicarsi, lev su l'esercito e gl'intim la guerra.
L'altro, levato anche lui l'esercito, gli corse incontro. Appicc battaglia, con gran sangue, ma fu sbaragliato; a stento pot ricoverarsi sano e salvo dentro le mura della capitale.
Nel salire le scale di palazzo, sente l'asino che raglia.
- Che ha quel somaraccio?
- Raglia da tre giorni, da mattina a sera. Con la guerra, chi poteva badare a governarlo bene? Ed  ridiventato magro e spelato e tutto coperto di guidaleschi qual era una volta. E raglia, raglia, raglia, quasi chiami il suo antico padrone.
Il Re si sovvenne delle parole del gessaio:
- Maest, ci rivedremo da qui a un anno. - Era giusto un anno da quel giorno. E il disastro della guerra gli era appunto cascato addosso per cagione del somaraccio!
Mand a chiamare il gessaio.
- Perch dicesti: Maest, a rivederci da qui a un anno?
- Me l'aveva detto l'asino.
- Parla quell'asino?
- Parla; lo intendo io solo.
- Va'a sentire che ti dice.
Il gessaio scese in istalla, e l'asino subito:
- Aah! Aah! Aah! Aah! Aah!
- Maest, dice...
E si ferm.
- Di'pure! ambasciatore non porta pena.
- Dice: Se il Re mi d la Reginotta, gli faccio vincere la guerra.
- Proprio cos?
- Proprio cos.
Il Re rimase perplesso. La Reginotta in isposa a un asino coi guidaleschi e la coda mozza? Poteva mai essere? Quell'asino per non era un asino simile agli altri.
- Qui c' un mistero! - disse il Re.
E radun il Consiglio della Corona.
I consiglieri, udita la cosa, si guardarono in viso; non sapevano che consigliare. Soltanto uno ebbe il coraggio di rispondere:
- Maest, io direi s. Vinciamo, se sar vero; poi il tempo d consiglio.
Il gessaio rifer all'asino la risposta del Re; e l'asino:
- Aah! Aah! Aah!
- Maest, dice: Prima sposare, poi andare alla guerra.
Messo dalla necessit con le spalle al muro, giacch il nemico era quasi alle porte, il Re acconsent.
E l'asino fu sposato alla Reginotta, che gettava dagli occhi due fiumi di lagrime, poverina, e voleva piuttosto morire che essere moglie di quel somaraccio schifoso.
- Ora vedrete, Maest - dice il gessaio. - Chiamate a raccolta i soldati e fate aprire le porte.
Monta su l'asino con la spada sfoderata, e:
- Avanti, focoso!
Al solo raglio, i nemici furono presi di tale paura che non ci vedevano dagli occhi; fuggivano, lasciandosi scannare come pecore; e l'asino, salta di qua, balza di l, a furia di calci ne ammazz pi di migliaia.
- Avanti, focoso!. Soldati, avanti!
Insomma fu un massacro, e ci lasci la vita anche il Re che aveva intimato la guerra.
- E l'asino, gessaio?
- Maest, il povero asino  morto in battaglia.
- Tanto meglio! - esclam la Reginotta, che non le pareva vero.
- Fatelo scorticare, e portatemene la pelle.
All'ordine del Re, partono gli scorticatori e trovano l'asino in mezzo ai morti, con le gambe all'aria,
Cominciarono dallo scorticare le gambe davanti, ed ecco che sotto la pelle compariscono due piedi umani, che muovevano le dita quasi volessero sgranchirli.
Scappano atterriti:
- Maest, dentro la pelle di quell'asino c' un uomo vivo. Non abbiamo il coraggio di scorticarlo.
Accorse, il Re, seguito dal Ministri e da tutti i cortigiani; e visto quei piedi di uomo, invece degli scorticatori, fece chiamare i chirurghi di corte perch operassero pi delicatamente con l'arte loro. Ma i ferri dei chirurghi non riuscivano a staccare la pelle.
- Maest, - disse il gessaio - qui ci vuole la mano della Reginotta; e se non fa subito, guai a voi!
Il Re che ora, trattandosi di quell'asino, non dubitava pi di nulla, senza por tempo in mezzo, mand a chiamare la Reginotta.
- Figliuola mia, scorticalo tu; se no, guai a noi!
Aveva ribrezzo e paura; ma sentendo quel: Guai a noi!, la povera Reginotta afferr con le dita tremanti il lembo di pelle staccato, e nel tenderlo si accorse che si staccava da s. Allora tir forte, e fu come se avesse strappato una coperta. Dell'asino non rimaneva pi niente, e un bel giovane, riccamente vestito, si rizzava in piedi con tanto di occhi sbalorditi, quasi si destasse da un sonno profondo.
- Chi sei?
Quegli apre la bocca per parlare; ma invece di parole gli scappa un sonoro: Aah! Aah! Aah! un bel raglio accompagnato da gesti, e dietro, fuori dell'abito, gli s'agitava un moncherino di coda, quello dell'asino morto.
Lo condussero a palazzo. Tutti ammiravano il corpo ben conformato e il bellissimo aspetto di quel giovane. Peccato che, in cambio di parlare, ragliasse!
- Che si pu fare, gessaio?
- Maest, il bando prometteva: Avr tant'oro quanto pu portarne il cavallo con cui ha fatto la corsa. E io finora non ho avuto niente.
- Che c'entri tu con costui?
- Il suo destino vuole cos. Una Maga lo incant, mutandolo in asino, per vendicarsi dei parenti di lui che le avevano fatto un'offesa. Venne da me e mi disse: Vuoi comprare quest'asino? Dovresti darmi la moneta d'oro che ti trovi in tasca. Non te ne pentirai; a suo tempo, ti frutter pi del mille per cento. E mi spieg ogni cosa. Se io non ho il mio oro, non posso rivelare in che modo il Reuccio pu riaquistar la parola. E sappiate che costui  proprio di sangue reale.
Il Re condusse il gessaio nella stanza del tesoro.
- Serviti con le tue mani; prendine quanto ne vuoi.
Il gessaio si caric peggio d'un somaro, port l'oro a casa sua e ritorn a palazzo.
- Maest, ora tocca a voi. Dovete, a forza di braccia, strappargli quel moncherino.
Il Re si rimbocca le maniche, afferra con le due mani il moncherino, e tira, e tira, e tira; ma non c'era verso. Sudava, sbuffava, non ne poteva pi.
- Forza, Maest!
Tira, tira, tira; non c'era verso.
- Forza, Maest!
La Reginotta, i Ministri, tutti i cortigiani che stavano attorno, vedendo gli sforzi del Re, si sforzavano anche loro quasi avessero tutti in mano un moncherino di coda; e gridavano:
- Forza, Maest!
Il Reuccio, volendo gridare insieme con gli altri: Forza, Maest! si mise invece a ragliare:
- Aah! Aah! Aah!
Il moncherino si strappa, e il Re, con esso in mano, batte la schiena per terra.
- Grazie, Maest!
Il Reuccio parlava; l'incanto era finito.

E Finisce pure la fiaba.
A chi non piace, la riporti al ciaba.



I DUE VECCHIETTI

C'era una volta due vecchietti, marito e moglie, che vivevano poveramente. Non potevano pi lavorare, e pensavano con terrore al giorno in cui avrebbero finito di mangiare quel poco messo da parte in tant'anni di fatiche e di stenti.
Si eran voluti sempre bene, eran sempre vissuti in pace, contenti di quel che guadagnavano, senza invidiare gli altri, senza desiderare niente che sorpassasse la loro modesta condizione. E cos erano arrivati alla vecchiaia.
Ora per, fra le privazioni e gli acciacchi, ripensavano con dolore al bel tempo della loro giovinezza. Facendo il confronto tra quelli che erano stati e quelli che erano, al presente, quasi non si riconoscevano pi. Curvi, canuti, tutti grinze, senza denti, coi piedi strascicanti, si mettevano al sole davanti la porta di casa, e stavano l lunghe ore a guardare i bambini che facevano il chiasso.
- Ricordi, moglie mia?
- Ricordi, marito mio?
E crollavano la testa.
D'inverno andavano a letto di buon'ora; almeno nel letto stavano caldi. E anche l, quando non potevano dormire, ricominciavano:
- Ricordi, moglie mia?
- Ricordi, marito mio?
Era di dicembre; nevicava, faceva un gran freddo. Neppure nel letto essi riuscivano a scaldarsi. Sentirono dei picchi alla porta e un lamento:
- Datemi alloggio per questa notte! Non mi fare morire in mezzo alla via!
- Apriamo? - disse la moglie.
- Apriamo.
Entr una vecchina come loro, tutta coperta di neve, inzuppata d'acqua e inzaccherata.
- Chi siete? Dove andate?
- Sono la Fortuna; vado pel mondo.
- Siete la Fortuna? Con quei cenci? Con quelle ciabatte?
- Per non farmi riconoscere.
I due vecchietti si rallegrarono in cuor loro. La Fortuna prima di andar via gli avrebbe lasciato un bel regalo. E le fecero posto nel letto, in mezzo, perch stesse meglio.
La mattina, prima dell'alba, la vecchina era in piedi:
- Non mi chiedete niente?
Marito e moglie si consultarono, imbarazzati.
- Che chiedere? Ricchezze? Non se le sarebbero potute godere. Onori? Non sapevano che farne. Salute? Per vecchi, non stavano male. Che chiedere?
- La fanciullezza! - disse la moglie.
- Avremmo tutto con essa! - disse il marito.
- Nient'altro? - domand la Fortuna.
- Nient'altro!
- Ecco qui.
E porse una boccettina con poche stille d'acqua limpida dentro:
- Bevete e vedrete.
I due vecchietti volevano aprir la porta per farla uscire; si voltarono; ma la Fortuna era gi lontana cento miglia.
- Buon viaggio!
- E buon ritorno!
Marito e moglie si fregarono le mani dalla contentezza.
- Ora beviamo.
- Sono proprio due stille. Guarda, una per me, una per te.
- Berr io la prima.
- No, berr io.
Cominciarono a leticare.
- Non hai fiducia in me, marito mio?
- E tu?
- Io ti ho sempre voluto bene; ho fatto tanti sacrifizi per te. L'hai dimenticato dunque tutt'a un tratto?
- Ed io? L'hai dimenticato? Sono il marito, devo bere il primo.
- Sono donna, perci tocca a me!
- Dividiamo le gocce.
- Dividiamole. Sar meglio.
Le divisero e bevvero; ma continuarono a leticare.
- Io non provo niente, forse perch non me n'hai dato abbastanza!
- Neppure io provo niente. Forse quella vecchia ci ha canzonati.
- Ho sonno; andiamo a letto.
- Andiamo a letto.
E, imbronciti, si coricarono.
- Fatti pi in l! Sto proprio su l'orlo.
- Io sto per cascare.
La moglie di uno spintone, il marito un altro; il letto traballava. Avevano una forza insolita. Ah! L'acqua operava. Allora si chetarono, aspettando.
La mattina, allo svegliarsi, si trovarono diventati ragazzi. Ma non si riconoscevano.
- Tu chi sei? E che ci fai qui?
- Io sono a casa mia. E tu chi sei?
- Che t'importa? Facciamo il chiasso.
- Facciamo il chiasso.
E si misero a ruzzare sul letto, con salti e capriole. Pi tardi, aprirono la porta e si trovarono nella via.
- Tu per dove vai?
- Per qua.
- Io per quest'altra parte.
Si voltarono le spalle, senza neppur salutarsi, e se n'andarono ognuno pei fatti suoi.
Il ragazzo incontr un signore.
- Vuoi prender servizio, ragazzo?
- Che devo fare?
- Strigliare i cavalli e portarli a bere alla fontana.
Una mattina egli vide passare davanti la scuderia la ragazza, con cui aveva fatto il chiasso sul letto tra salti e capriole.
- Oh! Tu?
- Sono a servizio.
- Sei contenta della padrona?.
- Ch! Mi sgrida, mi picchia per un nonnulla.
- Anche lo stalliere mi sgrida e mi picchia per un nonnulla. Vado a cavallo per, quando vo ad abbeverare le bestie.
- Io vo in carrozza con la signora, quando porto il bambino.
- Se fossi grande, non mi picchierebbero!
- Neppur me, se fossi grande!
La padrona chiamava dalla finestra, lo stalliere chiamava dalla stalla.
- Fannullona!
- Fannullone!
E scapaccioni e strilli su in casa; e scapaccioni e strilli gi in istalla.
Pochi giorni dopo, egli vide passare davanti la scuderia la ragazza che piangeva:
- Che hai?
- La signora mi ha mandata via.
- Vado via anch'io. Andiamo insieme?
- Dove?
- Dove ci portano le gambe,
Cammina, cammina, cammina, si spersero in mezzo a un bosco. Si faceva buio, e non riuscivano a trovare la strada. Cominciarono a strillare:
- Ah, mamma mia! Come faremo?
- Perch piangete, ragazzi?
- Nonnina, dateci aiuto! Abbiamo smarrita la strada.
- Non mi riconoscete?
- Non vi abbiamo mai vista.
- Sono la Fortuna. Che volete? Chiedete e vi sar dato.
I ragazzi si consultarono, imbarazzati.
- Che chiedere? Ricchezze? Gliele ruberebbe il primo che capitava; non si potevano difendere. Se potesse farci diventar grandi, e darci un po'di denaro, tanto da non dover star a servizio in casa altrui!
- Nient'altro?
- Nient'altro.
- Prendete; mangiate queste due focacce, e poi schiacciate queste due noci. Vedrete.
E spar.
Mangiarono le focacce e si addormentarono. La mattina, svegliandosi, si avvidero di esser cresciuti di una ventina d'anni almeno; ma non si riconoscevano.
- Chi siete? Che fate qui?
- Sono una boscaiola. Faccio legna. E voi?
- Sono un boscaiolo; faccio carbone.
- Ho una noce:  la fortuna.
- Ne ho un'altra anch'io.
Le schiacciarono e ne sgusciarono fuori tante monete d'oro, nuove di zecca.
- Questa  la mia dote.
- E questa  la mia.
Si sposarono, e lavoravano da mattina a sera. Lei faceva legna e lui faceva carbone. Ma era una vita dura. Pure mettevano sempre qualcosa da parte.
- Ci servir per quando saremo vecchi.
Spesso si lamentavano:
- Che vitaccia!
E contavano i quattrini gi messi da parte. Erano molti, non per ancora abbastanza da potere passar bene la vecchiezza.
- Quando saremo vecchi, ci riposeremo.
- C' ancora tempo, marito mio.
Una notte udirono rumore attorno alla capanna, e voci cupe che dicevano:
- Tu qua; tu l; io dalla porta, tu dal tetto!
- Oh, Dio! Sono i ladri.
Marito e moglie si sentirono gelare.
Uno scassinava la porta, uno sfondava il tetto:
- Non vi muovete o siete morti! Dove sono i quattrini?
Erano pi morti che vivi soltanto per lo spavento di quelle facce barbute che gli appuntavano i pugnali alla gola:
- Dove sono i quattrini?
- Eccoli l.
I ladri fecero repulisti e andarono via.
La mattina dopo marito e moglie non avevano forza di lavorare e piangevano in mezzo al bosco:
- Poveri a noi! Come faremo?
- Che avete, buona gente? Perch piangete?
- Ah, nonnina! La notte scorsa siamo stati spogliati dai ladri!
- Non mi riconoscete? Sono la Fortuna. Chiedete e vi sar dato.
Marito e moglie si consultarono, imbarazzati:
- Che chiedere? Il meglio sarebbe stato una tranquilla vecchiezza, con tanto da non stentare fino alla morte.
- Nient'altro?
- Nient'altro.
- Ecco qui. Mangiate queste due pere e vedrete. In questa borsa poi ci sar sempre del denaro. Pi ne spenderete e pi ne troverete.
Prima che le dicessero grazie, era sparita.
Marito e moglie mangiarono ognuno la sua pera e si addormentarono. Allo svegliarsi, strascicavano i piedi. E si ricordavano di ogni cosa passata.
- Che sciocchi! Abbiamo rifatto la stessa vita! Non metteva conto. Ricordi, moglie mia?
- Ricordi, marito mio?
Erano tornati ad abitare la loro casa d'una volta.
Si mettevano al sole davanti la porta e stavano l lunghe ore a guardare i bambini che facevano chiasso.
- Ricordi, moglie mia?
- Ricordi, marito mio?
- Che sciocchi! Abbiamo rifatto la stessa vita. Non metteva conto. Gi, farne un'altra sarebbe stato lo stesso. Fanciulli, giovani, vecchi! O poveri o ricchi, s'invecchia tutti; e tutti dobbiamo morire!
Spendevano e spandevano; mangiavano bene, si prendevano ogni sorta di divertimenti, e non avevano nessun pensiero dell'avvenire; la loro borsa era sempre piena; pi quattrini ne cavavano e pi ce n'era. Sarebbero stati felici, se non li avesse angustiati il pensiero fisso della morte. Ogni giorno che passava, era un passo verso la sepoltura. Non se ne davano pace.
Una mattina stavano seduti, al solito, davanti la porta per godersi il sole.
- Chi sa, marito mio, se rivedremo il sole domani!
- Eh, chi lo sa, moglie mia!
Videro accostarsi una vecchina:
- Fate la carit!
- Siete pi vecchia di noi; quant'anni avete?
- Gli anni miei non si contano. Non pu contarli nessuno.
La guardavano sbalorditi.
- E camperete molt'altri anni ancora?
- Finch ci sar mondo.
- Chi siete?
- Non mi riconoscete? Sono la Fortuna. Chiedete e vi sar dato. Prima di mill'anni, non ripasser da queste parti.
Marito e moglie si consultarono, imbarazzati:
- Che chiedere? Giovent, ricchezze, tutto passava, tutto andava via. Se non si potesse morir mai! L'unica felicit sarebbe questa.
- Se non chiedete altro; vi sar concessa.
- Non chiediamo altro.
- Ecco qui.
E porse una boccettina con poche gocce di un liquore rosso dentro, che pareva sangue.
- Bevete, e vedrete.
Prima che potessero dirle grazie, era sparita.
- Berr io il primo.
- No, berr io.
- Sono il marito; devo bere il primo.
- Sono donna, perci tocca a me.
- Facciamo come l'altra volta; dividiamo le gocce.
- Dividiamole; sar meglio.
Le divisero e bevvero. Si sentirono diventare quasi di acciaio.
- Oh, che felicit, moglie mia! Non morremo mai!
- Oh, che felicit, marito mio! Non morremo mai!
Passarono pi di cento anni. Marito e moglie erano sempre gli stessi, curvi, canuti, tutti grinze, senza denti, coi piedi strascicanti, e ogni giorno stavano lunghe ore davanti la porta, al sole, a guardare i bambini che facevano il chiasso:
- Ricordi, moglie mia?
- Ricordi, marito mio?
Ma non erano per cos contenti come avevano creduto di dover essere. Tutto cangiava attorno a loro, tutto moriva attorno a loro. Non si potevano affezionare a nulla e a nessuno, che gi se lo vedevano portar via dalla morte.
Passarono pi di mille anni. Marito e moglie erano sempre gli stessi, impresciuttiti; ma ora, sedendo davanti la porta al sole, non badavano pi ai bambini che facevano il chiasso; non ripetevano pi: Ricordi, marito mio? Ricordi, moglie mia? Sbadigliavano:
- Oh, Dio, che noia!
- Sempre la stessa storia!
Non ne potevano pi. Avevano visto tante e tante cose, tanta gente, tanti avvenimenti: guerre, fami, pestilenze, feste d'ogni sorta, cose belle, cose tristi, tante, tante, tante! Ma, infine, gira e rigira un continuo nascere, un continuo morire; gira e rigira, sempre quella! Non ne potevano pi; si sentivano sazii di esser vissuti tanto, stanchi di vivere ancora.
- Che facciamo, moglie mia! Io vorrei morire.
- Anch'io. Chiamiamo la morte. Se non la chiamiamo, non viene.
E la chiamarono ad alta voce:
- O Morte! O Morte!
Accorse, scheletrita, con la falce in mano.
- Che volete da me?
- Vogliamo morire.
- Non posso toccarvi; la Fortuna non vuole.
Si sentirono stringere il cuore.
Passarono altri cento anni. Marito e moglie erano sempre gli stessi, impresciuttiti; ma ora non si vedevano pi neppure avanti la porta per godersi il sole: erano sazii anche di esso che appariva tutte le mattine dalla stessa parte e andava a coricarsi tutte le sere nella stessa parte.
Il sole per non si annoiava mai, non si stancava mai!
- Noi no,  vero, moglie mia?
- S,  vero, marito mio!
- E la Fortuna non si vede pi!
- Dovr ripassare. Ripasser.
L'attesero altri cent'anni. Finalmente rivenne e non al solito da vecchina, ma sotto l'aspetto di bellissima donna, con lunga veste cosparsa di oro, di perle, di diamanti. Non la riconobbero.
- Chi siete?
- Sono la Fortuna. Chiedete e vi sar dato.
- Ah Fortuna, Fortuna! Non vogliamo nulla; vogliamo morire!
- Va bene; uno oggi e subito subito, l'altro fra cent'anni.
- Perch non insieme?
- Non si pu; uno oggi, subito subito, l'altro fra cent'anni.
- Marito mio, per amor tuo, scelgo di morire io fra cent'anni.
- Moglie mia, per amor tuo, cedo il posto quest'oggi.
- Non siete pi a tempo! A rivederci fra altri cento anni.
E per cento anni, marito e moglie leticarono continuamente:
- La colpa  tua. A quest'ora saremmo bell'e morti e dormiremmo in pace sottoterra!
- La colpa  tua! Ah! Perch non abbiamo lasciato andare le cose pel verso loro.
Contavano i giorni, le ore, i minuti, e leticavano fin sul conto di essi, tanto smaniavano di veder arrivare la Fortuna.
- Eccomi. Chiedete e vi sar dato.
- Ah, Fortuna, Fortuna! Non vogliamo niente: vogliamo morire; non ne possiamo pi!
- Vado a chiamare la Morte.
I vecchietti, contentissimi, imbandirono una bella tavola, e indossarono gli abiti di festa. La gente, meravigliata, domandava:
- Che vi accade, vecchietti?
- Oggi le cose tornano ad andare pel verso loro.  il verso giusto, tenetelo a mente!
E caddero bocconi, freddi stecchiti.
La Morte era arrivata senza ch'essi se ne accorgessero.

Fiaba oscura, nespola dura
La paglia e il tempo ve le matura.
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