C'era una volta... fiabe
di Luigi Capuana


INDICE.
Prefazione.
Spera di sole.
Le arance d'oro.
Ranocchino.
Senza-orecchie.
Il Lupo-mannaro.
Cecina.
L'albero che parla.
I tre anelli.
La vecchina.
La fontana della bellezza.
Il cavallo di bronzo.
L'uovo nero.
La figlia del Re.
Serpentina.
Il soldo bucato.
T, triti, t.
Testa-di-rospo.
Topolino.
Il racconta-fiabe.
La Reginotta.



 Ai miei cari nipotini.

 Prefazione.

 Queste fiabe son nate cos.
Dopo averne scritta una per un caro bimbo che voleva da me, ad ogni costo,  una
bella fiaba,  mi venne,  un giorno,  l'idea di scriverne qualche altra pei miei
nipotini.
In quel tempo ero triste ed anche un po' ammalato, con un'inerzia intellettuale
che mi faceva rabbia,  e i lettori non immagineranno facilmente la gioia da  me
provata  nel  vedermi,   a  un  tratto,   fiorire  nella  fantasia  quel  mondo
meraviglioso di fate, di maghi, di re, di regine, di orchi, di incantesimi, che
 stato il primo pascolo artistico delle nostre piccole menti.
Vissi pi settimane soltanto con essi,  ingenuamente,  come non credevo potesse
mai accadere a chi  gi convinto che la realt sia il vero regno dell'arte. Se
un  importuno  fosse allora venuto a parlarmi di cose serie e gravi,  gli avrei
risposto,  senza dubbio,  che avevo ben altre e pi serie  faccende  pel  capo;
avevo   Serpentina in pericolo,  o la  Reginotta  che mi moriva di languore per
Ranocchino o il  Re  che faceva la terza prova di star sette anni alla  pioggia
e al sole per guadagnarsi la mano di un'adorata fanciulla.
Avevo  anche  la  non  meno  seria preoccupazione del giudizio di quel pubblico
piccino che irrompeva rumorosamente, due, tre volte al giorno,  nel mio studio,
per sapere quando la nuova fiaba sarebbe finita.  Quei cari diavoletti, che poi
mi si sedevano attorno impazienti,  che  diventavano  muti  e  tutti  occhi  ed
orecchi  appena  incominciavo:    C'era  una  volta...,    mi  davano  una gran
suggezione. Pochi autori, aspettando dietro le quinte la sentenza del pubblico,
credo abbiano tremato al  pari  di  me  nel  vedermi  davanti  quelle  vispe  e
intelligenti  testoline  che  pendevano dalle mie labbra,  mentre io tentavo di
balbettare  per  loro  il  linguaggio  cos  semplice,   cos  efficace,   cos
drammatico, che  l'eccellenza naturale della forma artistica delle fiabe.
Non  mi    parso  superfluo  dir  questo  al benigno lettore,  pel caso che il
presente volume trovasse qualcuno che volesse giudicarlo non soltanto  come  un
libro destinato ai bambini, ma anche come opera d'arte.
Il mio tentativo ha una scusa: le circostanze che lo han prodotto. Senza dubbio
non  mi  sarebbe  passato mai pel capo di mettere audacemente le mani sopra una
forma di arte cos spontanea,  cos  primitiva  e  perci  tanto  contraria  al
carattere dell'arte moderna.
Rivedendo le bozze di stampa ho sentito un po' di rimorso. Non commettevo forse
un'indegnit   chiamando   il   pubblico   a  parte  di  quella  mia  deliziosa
allucinazione che  io  non  posso  mai  rammentare  senza  commozione  e  senza
rimpianto?
Allora  ben mi stia,  se le Fate che vennero ad aleggiare tra le bianche pareti
del mio studio mentre il sole di gennaio lo scaldava col tepore dei suoi raggi,
mentre i passeri picchiavano famigliarmente col becco all'imposta chiusa  della
finestra  e  i miei cari diavoletti non osavan rifiatare avvertendo la presenza
delle Dee;  ben mi stia,  se le Fate,  per dispetto,  abbandoneranno ora il mio
libro alla severa giustizia della critica!

Roma, 22 giugno 1882.

LUIGI CAPUANA

 Avvertenza.  Ho  usato i vocaboli  Reuccio e Reginotta  secondo il significato
che essi hanno nel dialetto siciliano e unicamente nel linguaggio delle  fiabe,
cio  invece di principe reale e di principessa reale.   Reuccio  trovasi nelle
lettere del Sassetti per Re di piccola potenza.



SPERA DI SOLE

C'era una volta una fornaia,  che aveva una figliuola nera come  un  tizzone  e
brutta  pi  del  peccato  mortale.  Campavan  la vita infornando il pane della
gente, e Tizzoncino, come la chiamavano,  era attorno da mattina a sera: - Ehi,
scaldate  l'acqua!  Ehi,  impastate!  -  Poi,  coll'asse  sotto il braccio e la
ciambellina sul capo,  andava di qua e  di  l  a  prender  le  pagnotte  e  le
stiacciate da infornare; poi, colla cesta sulle spalle, di nuovo di qua e di l
per consegnar le pagnotte e le stiacciate bell'e cotte. Insomma non riposava un
momento.
Tizzoncino  era  sempre  di  buon  umore.  Un  mucchio di filiggine;  i capelli
arruffati,  i piedi scalzi e intrisi di  mota,  in  dosso  due  cenci  che  gli
cascavano a pezzi; ma le sue risate risonavano da un capo all'altro della via.
- Tizzoncino fa l'uovo - dicevan le vicine.
All'Avemaria le fornaie si chiudevano in casa e non affacciavano pi nemmeno la
punta del naso.  D'inverno, passava... Ma d'estate, quando tutto il vicinato si
godeva il fresco e il lume di luna?  O che eran matte,  mamma  e  figliuola,  a
starsene  tappate in casa con quel po' di caldo?...  Le vicine si stillavano il
cervello.
- O fornaie, venite fuori al fresco, venite!
- Si sta pi fresche in casa.
- O fornaie, guardate che bel lume di luna, guardate!
- C' pi bel lume in casa.
Eh,  la cosa non era liscia!  Le vicine si misero a spiare e a origliare dietro
l'uscio.  Dalle  fessure si vedeva uno splendore che abbagliava,  e di tanto in
tanto si sentiva la mamma:
- Spera di sole, spera di sole, sarai Regina se Dio vuole!
E Tizzoncino che faceva l'uovo.
- Se lo dicevano che erano ammattite!
Ogni notte cos,  fino alla mezzanotte: - Spera di sole,  spera di sole,  sarai
Regina se Dio vuole!
La cosa giunse all'orecchio del Re.  Il Re mont sulle furie e mand a chiamare
le fornaie.
- Vecchia strega, se seguiti, ti faccio buttare in fondo a un carcere,  te e il
tuo Tizzoncino!
- Maest, non  vero nulla. Le vicine sono bugiarde.
Tizzoncino rideva anche al cospetto del Re.
- Ah!... Tu ridi?
E le fece mettere in prigione tutte e due, mamma e figliuola.
Ma la notte, dalle fessure dell'uscio il custode vedeva in quella stanzaccia un
grande splendore,  uno splendore che abbagliava,  e, di tanto in tanto, sentiva
la vecchia:
- Spera di sole, spera di sole, sarai Regina se Dio vuole!
E Tizzoncino faceva l'uovo. Le sue risate risonavano per tutta la prigione.
Il custode and dal Re e gli rifer ogni casa.
- Il Re mont sulle furie peggio di prima.
-  La  intendono  in  tal  modo?  Sian  messe  nel  carcere  criminale,  quello
sottoterra.
Era una stanzaccia senz'aria,  senza luce,  coll'umido che si aggrumava in ogni
parte;  non ci si viveva.  Ma la notte,  anche nel carcere criminale,  ecco uno
splendore che abbagliava, e la vecchia:
- Spera di sole, spera di sole, sarai Regina se Dio vuole!
Il custode torn dal Re, e gli rifer ogni cosa.
Il  Re,  questa  volta,  rimase stupito.  Radun il Consiglio della Corona: e i
consiglieri chi voleva che alle fornaie si tagliasse la testa,  chi pensava che
fosser matte e bisognasse metterle in libert.
- Infine,  che cosa diceva quella donna?   Se Dio vuole.   O che male c'era? Se
Dio avesse voluto, neppure Sua Maest sarebbe stato buono d'impedirlo.
- Gi! Era proprio cos.
Il Re ordin di scarcerarle
Le fornaie ripresero il loro mestiere.  Non avevan le pari nel cuocere il  pane
appuntino,  e  le  vecchie  avventore tornarono subito.  Perfin la Regina volle
infornare il pane da loro;  il Tizzoncino  cos  saliva  spesso  le  scale  del
palazzo reale, coi piedi scalzi e intrisi di mota. La Regina le domandava:
- Tizzoncino, perch non ti lavi la faccia?
- Maest, ho la pelle fina e l'acqua me la sciuperebbe.
- Tizzoncino, perch non ti pettini?
- Maest, ho i capelli sottili, e il pettine me li strapperebbe.
- Tizzoncino, perch non ti compri un paio di scarpe?
- Maest, ho i piedini delicati; mi farebbero i calli.
- Tizzoncino, perch la tua mamma ti chiama  Spera di sole?
- Sar Regina, se Dio vuole!
La Regina ci si divertiva; e Tizzoncino, andando via colla sua asse sulla testa
e le pagnotte e le stiacciate di casa reale,  rideva,  rideva. Le vicine che la
sentivan passare:
- Tizzoncino fa l'uovo!
Intanto ogni notte quella storia.  Le vicine,  dalla curiosit,  si rodevano il
fegato.  E  appena  vedevano  quello  splendore  che  abbagliava e sentivano il
ritornello  della  vecchia,  via,   tutte  dietro  l'uscio:  non  sapevano  che
inventare.
-  Fornaie,  fatemi  la  gentilezza  di  prestarmi lo staccio;  nel mio c' uno
strappo.
Tizzoncino apriva l'uscio e porgeva lo staccio.
- Come! Siete allo scuro? Mentre picchiavo, c'era lume.
- Uh! Vi sar parso.
La cosa era arrivata anche alle orecchie del  Reuccio,  che  aveva  gi  sedici
anni.  Il  Reuccio  era  un  gran  superbo.  Quando  incontrava  per  le  scale
Tizzoncino, coll'asse sulla testa o colla cesta sulle spalle,  si voltava in l
per non vederla. Gli faceva schifo. E una volta le sput addosso.
Tizzoncino quel giorno torn a casa piangendo.
- Che cosa  stato, figliuola mia?
- Il Reuccio mi ha sputato addosso.
- Sia fatta la volont di Dio! Il Reuccio  padrone.
Le vicine gongolavano:
- Il Reuccio gli aveva sputato addosso; le stava bene a  Spera di sole !
Un  altro  giorno  il  Reuccio  la  incontr  sul  pianerottolo.  Gli parve che
Tizzoncino lo avesse un po' urtato con l'asse,  e lui,  stizzito,  le  tir  un
calcio. Tizzoncino ruzzol le scale.
Quelle  pagnotte e stiacciate,  tutte intrise di polvere,  tutte sformate,  chi
avrebbe avuto il coraggio di riportarle alla Regina?
Tizzoncino torn a casa piangendo e rammaricandosi.
- Che cosa  stato, figliuola mia?
- Il Reuccio mi ha tirato un calcio e mi ha rovesciato ogni cosa.
- Sia fatta la volont di Dio: il Reuccio  padrone.
Le vicine non capivano nella pelle dall'allegrezza.
- Il Reuccio gli aveva menato un calcio: le stava bene a  Spera di sole !
Il Reuccio pochi anni dopo pens di prender  moglie  e  mand  a  domandare  la
figliuola del Re di Spagna. Ma l'ambasciatore arriv troppo tardi: la figliuola
del  Re  di Spagna s'era maritata il giorno avanti.  Il Reuccio volea impiccato
l'ambasciatore.  Ma questi gli prov che avea spesa nel viaggio mezza  giornata
di meno degli altri. Allora il Reuccio lo mand a domandare la figliuola del Re
di  Francia.  Ma  l'ambasciatore  arriv  troppo  tardi: la figliuola del Re di
Francia s'era maritata il giorno avanti.
Il Reuccio volea ad ogni costo impiccato quel traditore che non arrivava mai in
tempo: ma questi gli prov che avea spesa nel  viaggio  una  giornata  di  meno
degli altri.  Allora il Reuccio lo mandava dal Gran Turco per la sua figliuola.
Ma l'ambasciatore arriv troppo  tardi:  la  figliuola  del  Gran  Turco  s'era
maritata il giorno avanti.
Il Reuccio non sapea darsi pace;  piangeva.  Il Re, la Regina, tutti i ministri
gli stavano attorno:
- Mancavano principesse?  c'era la figliuola del Re d'Inghilterra: si  mandasse
per lei.
Il povero ambasciatore part come una saetta,  camminando giorno e notte finch
non  arriv  in  Inghilterra.  Era  una  fatalit!   Anche  la  figlia  del  Re
d'Inghilterra s'era maritata il giorno avanti. Figuriamoci il Reuccio!
Un giorno, per distrarsi, se n'and a caccia.
Smarritosi  in  un  bosco,  lontano dai compagni,  err tutta la giornata senza
poter trovare la via. Finalmente, verso sera,  scopr un casolare in mezzo agli
alberi. Dall'uscio aperto, vide dentro un vecchione, con una gran barba bianca,
che, acceso un bel fuoco, si preparava la cena.
- Brav'uomo, sapreste indicarmi la via per uscire dal bosco?
- Ah, finalmente sei arrivato!
A quella voce grossa grossa, il Reuccio sent accapponarsi la pelle.
- Brav'uomo, non vi conosco; io sono il Reuccio.
- Reuccio o non Reuccio, prendi quella scure e spaccami un po' di legna.
Il Reuccio, per timore di peggio, gli spaccava la legna.
- Reuccio o non Reuccio, vai per l'acqua alla fontana.
Il Reuccio,  per timore di peggio,  prendeva l'orcio sulle spalle e andava alla
fontana.
- Reuccio o non Reuccio, servimi a tavola.
E il Reuccio,  per timore di peggio,  lo serv a tavola.  All'ultimo il vecchio
gli di quel che era avanzato.
- Buttati l;  il tuo posto.
Il povero Reuccio si accovacci su quel po' di strame in un canto,  ma non pot
dormire.
Quel vecchio era il Mago,  padrone  del  bosco.  Quando  andava  via,  stendeva
attorno  alla  casa  una rete incantata,  e il Reuccio rimaneva in tal modo suo
prigioniero e suo schiavo.
Intanto il Re e la Regina lo piangevano per morto e portavano il lutto.  Ma  un
giorno,  non si sa come, arriv la notizia che il Reuccio era schiavo del Mago.
Il Re sped subito i suoi corrieri:
- Tutte le ricchezze del regno, se gli rilasciava il figliuolo!
- Sono pi ricco di lui!
A questa risposta del Mago, la costernazione del Re fu grande.  Sped daccapo i
corrieri:
- Che voleva? Parlasse: il Re avrebbe dato anche il sangue delle sue vene.
- Una pagnotta e una stiacciata,  impastate,  infornate di mano della Regina, e
il Reuccio sar libero.
- Oh, questo era nulla!
La Regina stacci la farina,  la impast,  fece la pagnotta  e  la  stiacciata,
scald  il  forno  di  sua  mano e le inforn.  Ma non era pratica;  pagnotta e
stiacciata furono abbruciacchiate.
Quando il Mago le vide, arricci il naso:
- Buone pei cani.
E le butt al suo mastino.  La Regina stacci di nuovo la farina,  la impast e
ne  fece  un'altra  pagnotta e un'altra stiacciata.  Poi scald il forno di sua
mano e le inforn.  Ma non era pratica.  La pagnotta e la stiacciata  riusciron
mal cotte. Quando il Mago le vide, arricci il naso:
- Buone pei cani.
E le butt al mastino.
La Regina prov, riprov; ma il suo pane riusciva sempre o troppo o poco cotto;
e intanto il povero Reuccio restava schiavo del Mago.
Il Re adun Consiglio di Ministri.
-  Sacra  Maest - disse uno dei Ministri - proviamo se il Mago  indovino.  La
Regina staccer la farina, la impaster, far la pagnotta e la stiacciata;  per
scaldare il forno ed infornare chiameremo Tizzoncino!
- Bene! Benissimo!
E cos fecero. Ma il Mago arricci il naso:

- Pagnottaccia, stiacciataccia
Via, lavatevi la faccia!

E le butt al cane. Aveva subito capito che ci avea messo le mani Tizzoncino.
- Allora - disse il ministro - non c' che un rimedio.
- Quale? - domand il Re.
-  Sposare  il  Reuccio  con  Tizzoncino.  Cos il Mago avr il pane stacciato,
impastato, infornato dalle mani della Regina, e il Reuccio sar liberato.
-  proprio la volont di Dio - disse il Re.
- Spera di sole, spera di sole, sarai regina se Dio vuole!
E fece il decreto reale,  che dichiarava  il  Reuccio  e  Tizzoncino  marito  e
moglie.  Il  Mago  ebbe  la  pagnotta e la stiacciata,  stacciate,  impastate e
infornate dalle mani della Regina, e il Reuccio fu messo in libert.
Veniamo intanto a lui, che di Tizzoncino non vuol saperne affatto:
- Quel mucchio di filiggine sua moglie? Quella bruttona di fornaia regina?
- Ma c' un decreto reale...
- S? Il Re lo ha fatto, e il Re pu disfarlo!
Tizzoncino,  diventata Reginotta,  era andata ad abitare nel palazzo reale.  Ma
non s'era voluta lavare,  n pettinare,  n mutarsi il vestito,  n mettersi un
paio di scarpe:
- Quando verr il Reuccio, allora mi ripulir.
Era possibile? E aspettava,  chiusa nella sua camera,  che il Reuccio andasse a
trovarla. Ma non c'era verso di persuaderlo.
- Quella fornaia mi fa schifo! Meglio morto che sposar lei!
Tizzoncino, quando le riferivano queste parole, si metteva a ridere:
- Verr, non dubitate; verr.
- Verr? Guarda come verr!
Il  Reuccio,  perduto  il  lume degli occhi e colla sciabola in pugno,  correva
verso la camera di Tizzoncino: volea tagliarle la testa. L'uscio era chiuso. Il
Reuccio guard dal buco della serratura e la sciabola gli  cadde  di  mano.  L
dentro c'era una bellezza non mai vista, una vera  Spera di sole !
- Aprite, Reginotta mia! Aprite!
E Tizzoncino, dietro l'uscio, canzonandolo:
- Mucchio di filiggine!
- Apri, Reginotta dell'anima mia!
E Tizzoncino ridendo:
- Bruttona di fornaia!
- Apri, Tizzoncino mio!
Allora l'uscio s'aperse, e i due sposini s'abbracciarono.
Quella sera si fecero gli sponsali,  e il Reuccio e Tizzoncino vissero a lungo,
felici e contenti...
E a noi ci s'allegano i denti.



 LE ARANCE D'ORO.

Si racconta che c'era una volta un Re, il quale avea dietro il palazzo reale un
magnifico giardino.  Non vi mancava albero di sorta;  ma il pi raro e  il  pi
pregiato, era quello che produceva le arance d'oro.
Quando  arrivava  la  stagione  delle  arance,  il  Re vi metteva a guardia una
sentinella notte e giorno;  e tutte le mattine scendeva lui stesso a  osservare
coi suoi occhi se mai mancasse una foglia.
Una  mattina  va  in  giardino,  e  trova  la  sentinella addormentata.  Guarda
l'albero... Le arance d'oro non c'eran pi!
- Sentinella sciagurata, pagherai colla tua testa.
- Maest, non ci ho colpa.  venuto un cardellino,  si  posato sopra un ramo e
si  messo a cantare.  Canta,  canta,  canta,  mi si aggravavano gli occhi.  Lo
scacciai da quel ramo, ma and a posarsi sopra un altro. Canta,  canta,  canta,
non mi reggevo dal sonno. Lo scacciai anche di l, e appena cessava di cantare,
il mio sonno svaniva.  Ma si pos in cima all'albero, e canta, canta, canta...,
ho dormito finora!
Il Re non gli fece nulla.
Alla nuova stagione, incaric della guardia il Reuccio in persona.
Una mattina va in giardino e trova il Reuccio addormentato. Guarda l'albero...;
le arance d'oro non c'eran pi!
Figuriamoci la sua collera!
- Come? Ti sei addormentato anche tu?
- Maest, non ci ho colpa.  venuto un cardellino,  si  posato sopra un ramo e
si  messo a cantare.  Canta,  canta,  canta,  mi s'aggravavano gli occhi.  Gli
dissi: cardellino traditore, col Reuccio non ti giova! Ed esso a canzonarmi: il
Reuccio dorme!  il Reuccio dorme!  Cardellino traditore,  col  Reuccio  non  ti
giova!  Ed esso a canzonarmi: il Reuccio fa la nanna! il Reuccio fa la nanna! E
canta, canta, canta..., ho dormito finora!
Il Re volle provarsi lui stesso;  e arrivata la  stagione  si  mise  a  far  la
guardia. Quando le arance furon mature, ecco il cardellino che si posa sopra un
ramo,  e comincia a cantare. Il Re avrebbe voluto tirargli, ma faceva buio come
in una gola. Intanto aveva una gran voglia di dormire!
- Cardellino traditore,  questa volta non ti giova!  - Ma durava fatica a tener
aperti gli occhi.
Il cardellino cominci a canzonarlo:
- Pss! Pss! Il Re dorme! Pss! Pss! Il Re dorme!
E canta, canta, canta, il Re s'addormentava peggio d'un ghiro anche lui.
La mattina apriva gli occhi: le arance d'oro non ci eran pi!
Allora fece un bando per tutti i suoi Stati:
- Chi gli portasse,  vivo o morto,  quel cardellino, riceverebbe per mancia una
mula carica d'oro.
Passarono sei mesi, e non si vide nessuno.
Finalmente un giorno si presenta un contadinotto molto male in arnese:
- Maest,  lo voIete  davvero  quel  cardellino?  Promettetemi  la  mano  della
Reginotta, e in men di tre giorni l'avrete.
Il Re lo prese per le spalle, e lo messe fuor dell'uscio.
Il giorno appresso quegli torn:
-  Maest,  lo  volete  davvero  quel  cardellino?  Promettetemi  la mano della
Reginotta, e in men di tre giorni l'avrete.
Il Re lo prese per le spalle, gli di una pedata e lo messe fuor dell'uscio.
Ma il giorno appresso, quello, cocciuto, ritornava:
-  Maest,  lo  volete  davvero  il  cardellino?  Promettetemi  la  mano  della
Reginotta, e in men di tre giorni l'avrete.
Il Re, stizzito, chiam una guardia e lo fece condurre in prigione.
Intanto  ordinava  si facesse attorno all'albero una rete di ferro;  con quelle
sbarre grosse,  non c'era pi bisogno di sentinella.  Ma quando le arance furon
mature, una mattina va in giardino...; l'arance d'oro non c'eran pi.
Figuriamoci  la sua collera!  Dovette,  per forza,  mettersi d'accordo con quel
contadinotto.
- Portami vivo il cardellino e la Reginotta sar tua.
- Maest, fra tre giorni.
E prima che i tre giorni passassero era gi di ritorno.
- Maest, eccolo qui. La Reginotta ora  mia.
Il Re si fece scuro. Doveva dare la Reginotta a quello zoticone?
- Vuoi delle gioie?  Vuoi dell'oro?  Ne avrai finch  vorrai.  Ma  quanto  alla
Reginotta, nettati la bocca.
- Maest, il patto fu questo.
- Vuoi delle gioie? Vuoi dell'oro?
- Tenetevi ogni cosa. Sar quel che sar!
E and via.
Il Re disse al cardellino:
- Ora che ti ho tra le mani, ti vo' martoriare.
Il cardellino strillava, sentendosi strappare le penne ad una ad una.
- Dove son riposte le arance d'oro?
- Se non mi farete pi nulla, Maest, ve lo dir.
- Non ti far pi nulla.
-  Le  arance d'oro sono riposte dentro la Grotta delle sette porte.  Ma c' il
mercante, col berrettino rosso, che fa la guardia.  Bisogna sapere il motto;  e
lo sanno due soli: il mercante e quel contadino che mi ha preso.
Il Re mand a chiamare il contadino.
- Facciamo un altro patto. Vorrei entrare nella Grotta delle sette porte, e non
so il motto. Se me lo sveli, la Reginotta sar tua.
- Parola di Re?
- Parola di Re!
- Maest, il motto  questo:

"Secca risecca!
Apriti, Cecca."

- Va bene.
Il Re and,  disse il motto, e la Grotta s'aperse. Il contadino rimase fuori ad
attenderlo.
In quella grotta i diamanti,  a mucchi per terra,  abbagliavano.  Vistosi solo,
sua Maest si chinava e se ne riempiva le tasche.  Ma nella stanza appresso,  i
diamanti,  sempre a mucchi,  eran pi grossi e pi belli.  Il Re si vuotava  le
tasche,  e tornava a riempirsele di questi.  Cos fino all'ultima stanza, dove,
in un angolo, si vedevano ammonticchiate le arance d'oro del giardino reale.
C'era l una bisaccia,  e il Re la colm.  Or che sapeva il motto,  vi  sarebbe
ritornato pi volte.
Uscito  fuor della Grotta,  colla bisaccia in collo,  trov il contadino che lo
attendeva.
- Maest, la Reginotta ora  mia.
Il Re si fece scuro. Dovea dare la Reginotta a quello zoticone?
- Domanda qualunque grazia e ti verr concessa.  Ma per la Reginotta nettati la
bocca.
- Maest, e la vostra parola?
- Le parole se le porta il vento.
- Quando sarete al palazzo ve ne accorgerete.
Arrivato al palazzo, il Re mette gi la bisaccia e fa di vuotarla. Ma invece di
arance d'oro, trova arance marce.
Si mette le mani nelle tasche, i diamanti son diventati tanti gusci di lumache!
Ah! quel pezzo di contadinaccio gliel'avea fatta!
Ma il cardellino la pagava.
E torn a martoriarlo.
- Dove sono le mie arance d'oro?
- Se non mi farete pi nulla, Maest, ve lo dir.
- Non ti far pi nulla.
- Son l dove le avete viste; ma per riaverle bisogna conoscere un altro motto,
e lo sanno due soli: il mercante e quel contadino che mi ha preso.
Il Re lo mand a chiamare:
-  Facciamo  un  altro  patto.  Dimmi  il  motto  per riprendere le arance e la
Reginotta sar tua.
- Parola di Re?
- Parola di Re!
- Maest il motto  questo:

"Ti sto addosso:
Dammi l'osso."

- Va bene.
Il Re andava e ritornava pi volte colla bisaccia colma,  e riportava a palazzo
tutte le arance d'oro.
Allora si present il contadino:
- Maest, la Reginotta ora  mia.
Il Re si fece scuro. Dovea dare la Reginotta a quello zoticone?
- Quello  il tesoro reale: prendi quello che ti piace.  Quanto alla Reginotta,
nettati la bocca.
- Non se ne parli pi.
E and via.
Da che il cardellino  era  in  gabbia,  le  arance  d'oro  restavano  attaccate
all'albero da un anno all'altro.
Un giorno la Reginotta disse al Re:
- Maest, quel cardellino vorrei tenerlo nella mia camera.
- Figliuola mia, prendilo pure; ma bada che non ti scappi.
Il cardellino nella camera della Reginotta non cantava pi.
- Cardellino, perch non canti pi?
- Ho il mio padrone che piange.
- E perch piange?
- Perch non ha quel che vorrebbe.
- Che cosa vorrebbe?
- Vorrebbe la Reginotta. Dice:

"Ho lavorato tanto,
E le fatiche mie son sparse al vento."

- Chi  il tuo padrone? Quello zotico?
- Quello zotico, Reginotta,  pi Re di Sua Maest.
- Se fosse vero, lo sposerei. Va' a dirglielo, e torna subito.
- Lo giurate?
- Lo giuro.
E gli aperse la gabbia. Ma il cardellino non torn.
Una volta il Re domand alla Reginotta:
- O il cardellino non canta pi?  un bel pezzo che non lo sento.
- Maest,  un po' malato.
E il Re s'acchet.
Intanto la povera Reginotta viveva in ambascia:
- Cardellino traditore, te e il tuo padrone!
E come s'avvicinava la stagione delle arance, pel timore del babbo, il cuore le
diventava piccino piccino.
Intanto venne un ambasciatore del Re di Francia che la chiedeva per moglie.  Il
padre ne fu lieto oltremodo, e rispose subito di s. Ma la Reginotta:
- Maest, non voglio: vo' rimanere ragazza.
Quello mont sulle furie:
- Come?  Diceva di no,  ora che avea impegnato la sua parola e  non  potea  pi
ritirarla?
- Maest, le parole se le porta il vento.
Il  Re  non  lo  potevan  trattenere:  schizzava fuoco dagli occhi.  Ma quella,
ostinata:
- Non lo voglio! Non lo voglio! Vo' rimanere ragazza.
Il peggio fu quando il Re di Francia mand a dire che fra otto giorni arrivava.
Come rimediare con quella figliolaccia caparbia?
Dallo sdegno, le leg le mani e i piedi e la cal in un pozzo:
- Di' di s, o ti faccio affogare!
E la Reginotta zitta. Il Re la cal fino a met.
- Di' di s, o ti faccio affogare!
E la Reginotta zitta. Il Re la calava pi gi, dentro l'acqua; le restava fuori
soltanto la testa:
- Di' di s, o ti faccio affogare!
E la Reginotta zitta.
- Dovea affogarla davvero?
E la tir su;  ma la rinchiuse in una stanza,  a pane ed  acqua.  La  Reginotta
piangeva:
-  Cardellino  traditore,  te  e  il  tuo padrone!  Per mantenere la parola ora
patisco tanti guai!
Il Re di Francia arriv con un gran  seguito,  e  prese  alloggio  nel  palazzo
reale.
- E la Reginotta? Non vuol farsi vedere?
- Maest,  un po' indisposta.
Il Re non sapeva che rispondere, imbarazzato.
- Portatele questo regalo.
Era uno scatolino tutto d'oro e di brillanti. Ma la Reginotta lo pos l, senza
neppur curarsi d'aprirlo. E piangeva.
- Cardellino traditore, te e il tuo padrone!
- Non siamo traditori, n io, n il mio padrone.
Sentendosi rispondere dallo scatolino, la Reginotta lo aperse.
- Ah, cardellino mio! Quante lagrime ho sparse.
- La tua sorte volea cos. Ora il destino  compito.
Sua  Maest,  conosciuto  chi  era quel contadino,  le di in dote l'albero che
produceva le arance d'oro,  e il giorno appresso la Reginotta spos  il  Re  di
Francia.
E noi restiamo a grattarci la pancia.



 RANOCCHINO.

Questa    la  bella  storia  di  Ranocchino  porgi il ditino,  e sentirete qui
appresso perch si dica cos.
Si racconta dunque che c'era una volta un povero diavolo,  il quale aveva sette
figliuoli,  che se lo rodevano vivo. Il maggiore contava dieci anni, e l'ultimo
appena due.
Una sera il babbo se li fece venire tutti dinanzi.
- Figliuoli - disse - son due giorni  che  non  gustiamo  neppure  un  gocciolo
d'acqua,  ed io, dalla disperazione, non so pi dove dar di capo. Sapete che ho
pensato? Domani mi far prestar l'asino dal nostro vicino, gli porr le ceste e
vi porter attorno per vendervi. Se avete un po' di fortuna, si vedr.
I bimbi si misero a strillare; non volevano esser venduti,  no!  Solo l'ultimo,
quello di due anni, non strillava.
- E tu,  Ranocchino?  - gli domand il babbo, che gli avea messo quel nomignolo
perch era piccino quanto un ranocchio.
- Io son contento - rispose.
E la mattina quel povero diavolo se lo prese in collo,  e cominci a girare per
la citt.
- Chi mi compra Ranocchino! Chi mi compra Ranocchino!
Ma nessuno lo voleva, un cosino a quella maniera!
S'affacci alla finestra la figlia del Re.
- Che cosa vendete, quell'uomo?
- Vendo questo bimbo, chi lo vuol comprare.
La Reginotta lo guard, fece una smorfia e gli sbatacchi le imposte sul viso.
- Bella grazia! - disse quel povero diavolo. E riprese ad urlare:
- Chi mi compra Ranocchino! Chi mi compra Ranocchino!
Ma nessuno lo voleva, un cosino a quella maniera!
Quel  povero  diavolo  non  avea  coraggio  di  tornare a casa,  dove gli altri
figliuoli lo aspettavano come tant'anime del purgatorio, morti di fame.
Ranocchino intanto gli s'era addormentato addosso.
Allora lui pens ch'era meglio ammazzarlo,  piuttosto che vederlo  patire:  gli
avrebbe ammazzati tutti, quei figliuoli, ad uno ad uno; e cominciava da questo!
Era  gi  sera:  e,  uscito fuor di citt,  si ridusse in una grotta,  dove non
poteva esser  veduto  da  nessuno.  Adagi  per  terra  il  bimbo  che  dormiva
tranquillamente, e prima d'ammazzarlo si mise a piangerlo:
- Ah, coricino mio!
E debbo ammazzarti con queste mani, debbo ammazzarti!
Ah, Ranocchino mio!
E non ti vedr pi per la casa, non ti vedr!
Ah, coricino mio!
E chi fu la strega che te lo cant in culla, chi fu?
Ah, Ranocchino mio!
E debbo ammazzarti con queste mani, debbo ammazzarti!
Spezzava il cuore perfino ai sassi.
- Che cosa  stato, che piangi cos?
Il  povero diavolo si volt e vide una vecchia seduta a traverso la bocca della
grotta, con un bastoncello in mano.
- Che cosa  stato! Ho sette figliuoli piccini e moriamo tutti di fame. Per non
vederli pi patire, ho deliberato d'ammazzarli; e comincio da questo.
- Come si chiama?
- Si chiama Beppe; ma noi gli diciamo Ranocchino.
- E Ranocchino sia!
La vecchia toccava  appena  il  bimbo  col  bastoncello,  che  quegli  era  gi
diventato un ranocchio e saltellava qua e l.
Il povero padre rimase spaventato.
- Fatti coraggio!  - gli disse la vecchia - Fruga in quel canto; c' del pane e
del formaggio: mangerete per questa sera. Domani a mezzogiorno, aspettami sotto
le finestre del palazzo reale: sar la tua fortuna.
Quando i  figliuoli  lo  videro  tornare  senza  il  fratellino,  si  misero  a
strillare.
- Zitti! Ecco del pane e del formaggio.
- Ma Ranocchino dov'?
-  morto!
Disse cos per non esser seccato.
E  il  giorno appresso,  prima dell'ora fissata,  andava ad appostarsi sotto le
finestre del palazzo reale.  Aspetta,  aspetta,  la vecchia non  compariva.  La
figlia del Re era a una finestra, che si pettinava. Lo riconobbe e gli domand,
per canzonatura:
- O quell'uomo, e Ranocchino ve l'han comprato?
Ma prima che quello rispondesse,  ecco la vecchia con una coda di gente dietro.
La gente fece crocchio e la vecchia, nel mezzo, diceva:
- Ranocchino, porgi il ditino!
E Ranocchino stendeva la zampina e porgeva il ditino alla  vecchia.  Gli  altri
avevano  un  bel  dirgli: - Ranocchino,  porgi il ditino -;  non se ne dava per
inteso. Una meraviglia non mai vista. E tutti pagavano un soldo.
La Reginotta fece chiamar la vecchia sotto la finestra; voleva veder anche lei.
- Ranocchino, porgi il ditino!
Rimase ammaliata. E corse subito dal Re.
- Babbo, se mi vuoi bene, devi comprarmi quel Ranocchino.
- Che vorresti tu farne?
- Allevarlo nelle mie stanze: mi divertir.
Il Re acconsent.
- Buona donna, quanto volete di quel Ranocchino?
- Maest, lo vendo a peso d'oro.  quel che vale.
- Voi canzonate, vecchia mia.
- Dico davvero. Domani varr il doppio. Ranocchino, porgi il ditino!
E Ranocchino stendeva la zampina e porgeva il ditino alla  vecchia.  Gli  altri
avevano  un  bel  dirgli: - Ranocchino,  porgi il ditino -;  non se ne dava per
inteso.
- Vedi? - disse il Re alla Reginotta. - Occorre anche la vecchia.
La Reginotta non s'era provata.
- Ranocchino, porgi il ditino!
Ranocchino spicc un salto, le fece una bella riverenza e le porse il ditino.
Allora bisogn comprarlo: se no, la Reginotta non si chetava.
Posero Ranocchino in un piatto della bilancia e un pezzettino d'oro nell'altro,
ma la bilancia non lo levava.  Possibile che  quel  Ranocchino  pesasse  tanto?
Colmarono  d'oro  il  piatto  ma  la bilancia non lo levava.  La Reginotta e la
Regina si tolsero gli orecchini, gli anelli,  i braccialetti e li buttarono l.
Nulla! Il Re si tolse la cintura, ch'era d'oro massiccio, e la butt l. Nulla!
- Anche la corona! Vorrei ora vedere!...
Allora la bilancia lev esatta; non mancava un pelo.
La vecchia si rovesci quel mucchio d'oro nel grembiule e and via.
Quel povero diavolo l'attendeva all'uscita.
- Tieni!
E gli riemp le tasche.
- Per bada!  Spendi tutto a tuo piacere;  ma la corona reale, se tu la vendi o
la perdi, guai a te!
La Reginotta si spassava, tutto il giorno, con Ranocchino.
- Ranocchino, porgi il ditino!
Era una bellezza. Lo teneva sempre in mano, lo portava seco dovunque. A tavola,
Ranocchino dovea mangiare nel piatto di lei.
- Una cosa sconcia! - diceva la Regina.
Ma quella era figlia unica, e le perdonavano tutti i capricci.
Arriv il tempo che la Reginotta dovea  andare  a  marito.  L'avea  chiesta  il
Reuccio del Portogallo,  e il Re e la Regina n'eran contentissimi. Lei disse di
no:
Voleva sposare Ranocchino!
Poteva darsi? Intanto non c'era verso di persuaderla.
- O Ranocchino, o nessuno!
- Te lo do io Ranocchino!
E il Re,  afferratolo per una gambetta,  stava per sbatacchiarlo sul pavimento;
ma entr un'aquila dalla finestra che glielo strapp di mano e spar.
La Reginotta piangeva giorno e notte. Povera figliuola, faceva pena! E tutta la
corte stava in lutto.
Intanto in casa di Ranocchino pareva tutti i giorni carnovale. Spendi e spandi;
mezzo  vicinato banchettava l e i danari andavano via a fiumi.  Finalmente non
ci fu pi il becco d'un quattrino.
- Babbo, vendiamo la corona reale.
- La corona reale non si tocca!
- Si dee crepar di fame? Vendiamola!
- La corona reale non si tocca.
Quel povero diavolo torn nella grotta in cerca della  vecchia,  e  si  mise  a
piangere.
- Che cosa  stato?
-  Mammina  mia,  i quattrini son finiti e quei figliuoli vorrebbero vendere la
corona reale; ma io non l'ho permesso.
- Fruga in quel canto. C' del pane e del formaggio; mangerete per questa sera.
Domani a mezzogiorno,  aspettami sotto le finestre del palazzo reale:  sar  la
tua fortuna.
Torn  a  casa,  e  trov una tragedia!  Cinque figliuoli erano stesi morti per
terra in un lago di sangue; uno respirava appena:
- Ah,  babbo mio!   venuta un'aquila forte e picchi alla finestra.  "Ragazzi,
fatemi  vedere la corona reale." "Il babbo la tiene sotto chiave." "E dove l'ha
riposta?" "In questa cassa." Allora, a colpi di becco,  cominci a scassinarla;
e siccome noi ci si opponeva, ci ha tutti ammazzati.
Detto questo, spir.
Quel  povero diavolo si sent rizzare i capelli.  I figliuoli morti e la corona
sparita!
Il giorno dopo, quando vide la vecchia, le raccont ogni cosa.
- Lascia fare a me! - rispose quella.
La Reginotta stava malissimo. I medici non sapevano pi quali rimedi adoprare.
- Maest,  - dissero,  all'ultimo - qui ci vuol Ranocchino,  o la  Reginotta  
spacciata.
Il Re si disperava:
-  Dove prenderlo quel maledetto Ranocchino?  L'aquila lo aveva gi digerito da
un pezzo.
Si present la vecchia:
- Maest, Ranocchino ve lo farei trovare io; ma ci vuole un gran coraggio.
- Mi lascerei anche fare a pezzi rispose il Re.
- Prendete un coltello di diamante,  il pi bel bue della  mandria,  una  corda
lunga un miglio, e venite con me.
Il  Re prese il coltello di diamante,  il pi bel bue della mandria,  una corda
lunga un miglio, e part insieme colla vecchia. Nessuno dovea seguirli.
Camminarono due giorni, e al terzo, verso il tramonto, giunsero in una pianura.
L c'era la torre incantata, senza porte e senza finestre, alta un miglio.
- Ranocchino  qui! - disse la vecchia.  - Quegli uccellacci che aliano attorno
alla cima, sono i suoi carcerieri. Bisogna montare lass.
- O come?
- Maest, ammazzate il bue e vedrete.
Il Re ammazz il bue.
- Maest, scorticatelo e lasciate molta carne attaccata al cuoio.
Il Re lo scortic e lasci molta carne attorno al cuoio.
-  Ora  rivolteremo questo cuoio - disse la vecchia.  - Io vi ci cucir dentro.
Scenderanno gli uccellacci e vi porteranno  lass.  La  notte,  spaccherete  il
cuoio  col coltello di diamante;  e la mattina quando l'aquila e gli uccellacci
saranno andati via per la caccia,  attaccherete la corda alla cima,  prenderete
Ranocchino e la corona reale,  metterete il coltello fra i denti e vi lascerete
andar gi.
Il Re esitava.
- E se la corda si spezzasse?
- Tenendo il coltello fra i denti non si spezzer.
Il Re, per amor della figliuola, si lasci cucire dentro il cuoio.  E,  subito,
ecco  gli  uccellacci  di preda che lo afferrano cogli arti gli e se lo portano
lass.
La notte,  spacc il cuoio col coltello di diamante e  and  a  nascondersi  in
fondo a uno stanzino.  Quando fu giorno,  aspett che l'aquila e gli uccellacci
di preda andassero a caccia,  attacc la corda alla  cima  della  torre,  prese
Ranocchino e la corona reale, e si lasci andar gi.
E il coltello? L'aveva dimenticato.
Allora la corda cominci a nicchiare:
- Ahi, ahi! Mi spezzo! Dammi da bere.
Come  rimediare?  Il  Re  si  morse  una vena del braccio e ne fece schizzar il
sangue. Intanto scivolava gi.
Ma poco dopo la corda da capo:
- Ahi, ahi! Mi spezzo! Dammi da bere.
Il Re si morse la vena dell'altro braccio e ne fece schizzar il sangue. Intanto
scivolava gi.
Ma la corda da capo:
- Ahi, ahi! Mi spezzo! Dammi da bere.
Il Re, visto che ci voleva pochino a toccar terra:
- E spezzati! - rispose.
Infatti si spezz; ma lui, per sua fortuna, se la cav con qualche ammaccatura.
Per le vene ferite delle braccia la vecchia cerc un'erba,  e gliele medic con
essa, e gli sanarono a un tratto.
Appena visto Ranocchino, la Reginotta cominci a riaversi.
- Ranocchino, porgi il ditino!
E Ranocchino porgeva il ditino, e a lei soltanto.
Il Re, per finirla, voleva far subito le nozze. Ma la vecchia gli disse:
-  Bisogna aspettare ancora un mese.  Intanto fate preparare una caldaia d'olio
bollente.
- A che farne?
- Lo saprete poi.
Quando fu il giorno, l'olio bolliva nella caldaia.  Venne la vecchia e dietro a
lei  quel povero diavolo con un carro,  su cui erano distesi i cadaveri dei sei
figliuoli.
- Reginotta, - disse la vecchia - volete sposare Ranocchino?  Bisogna prenderlo
per un piede e tuffarlo tre volte in quell'olio.
La Reginotta esitava.
- Tuffami, tuffami! - le disse Ranocchino.
Allora lei lo tuff.  Uno,  due! Ma la terza volta le scappa di mano e casca in
fondo alla caldaia. La Reginotta si svenne.
Il Re voleva far ammazzare la vecchia; ma questa, afferrati in fretta in fretta
quei morticini e buttatili nell'olio bollente,  cominci a  rimestare  col  suo
bastone, e intanto cantava:

Oh, il bel ranno! Oh, il bel ranno!
Presto fuori salteranno.

Infatti ecco il figlio maggiore che salta fuori vivo, il primo.

Oh, il bel ranno! Oh, il bel ranno!
Presto fuori salteranno.

E rimestava. Ed ecco saltar fuori il secondo. Cos tutti e sei i fratellini.

- Oh, il bel ranno! Oh, il bel ranno!
Presto fuori salteranno.

E rimestava. Ma Ranocchino venne soltanto a galla e non salt.
La Reginotta, appena lo scorse, tent d'afferrarlo; la vecchia la trattenne.
- Voleva scottarsi? Doveva fare come al solito.
- Ranocchino, porgi il ditino!
Ranocchino porse il ditino alla Reginotta...,  e chi usc fuori? Un bel giovane
che pareva un Sole.
La Reginotta lo riconobbe pel bimbo che quel povero diavolo  volea  vendere,  e
gli  domand scusa d'avergli sbatacchiato le impste sul viso.  Ranocchino,  si
capisce, le aveva gi perdonato.
Si fecer le nozze con magnifiche feste,  e Ranocchino,  a suo  tempo,  ebbe  la
corona reale.

Chi la vuol cruda, chi la vuol cotta;
Chi non gli piace, me la riporti.



 SENZA-ORECCHIE.

C'era una volta un Re che avea una bimba.
La  Regina era morta di parto,  e il Re avea preso una balia che gli allattasse
la piccina.
Un giorno la balia scese,  insieme colla bimba,  nel giardino reale.  La  bimba
avea  tre anni,  e si divertiva a fare chiasso sull'erba,  all'ombra dei grandi
alberi. Sull'ora di mezzogiorno la balia s'addormentava;  ma quando si svegli,
non  trov pi la Reginotta.  Cerca,  chiama per tutto il giardino;  nulla!  La
bimba era scomparsa.
Come presentarsi al Re, che andava matto per quella figliuola?
La povera balia si picchiava il petto, si strappava i capelli:
- Dio! Dio! Sua Maest l'avrebbe fatta impiccare!
Agli urli della balia erano accorse le guardie.
Fruga e rifruga, tutto fu inutile.
Venne l'ora del pranzo.
- E la Reginotta? - domand il Re.
I ministri si guardarono in faccia, pi bianchi di un panno lavato.
- La Reginotta dov'?
- Maest, - disse un ministro -  accaduta una disgrazia!
Il Re pareva fuori di s dal gran dolore. Fece subito un bando:
- Chi riporta la Reginotta, gli si concede qualunque grazia.
Ma eran gi passati sei mesi, e al palazzo reale non s'era visto nessuno.
I banditori andavano di regno in regno:
- Sia cristiano,  sia infedele,  chi riporta la Reginotta,  gli  vien  concessa
qualunque grazia.
Ma pass un anno, e al palazzo reale non si present nessuno.
Il Re era inconsolabile: piangeva giorno e notte.
Nel giardino reale c'era un pozzo. La Reginotta, mentre la balia dormiva, s'era
accostata all'orlo e vi si era affacciata.
Vedendo,  laggi,  nello specchio dell'acqua,  un'altra bimba sua pari,  l'avea
chiamata: - Ehi! Ehi!  -,  accennando colle manine.  Allora era sorto dal fondo
del pozzo un braccio lungo lungo, peloso peloso, che l'afferr e la tir gi. E
cos,  da parecchi anni, lei viveva in fondo a quel pozzo, col Lupo Mannaro che
l'aveva tirata gi.
In fondo al pozzo c'era una grotta grande dieci volte pi  del  palazzo  reale.
Stanze tutte oro e diamanti,  una pi bella e pi ricca dell'altra.   vero che
non ci penetrava mai sole,  ma ci si vedeva lo stesso.  La bimba veniva servita
da  quella Reginotta che era.  Una cameriera per spogliarla,  una per vestirla,
una per lavarla,  una per pettinarla,  una per recarle la  colazione,  una  per
servirla a pranzo, una per metterla a letto. S'era gi abituata e non ci viveva
di cattivo umore.
Il Lupo Mannaro russava tutto il santo giorno e la notte andava via. Siccome la
bimba,  quando  lo vedeva,  strillava dalla paura,  si facea veder di rado: non
volea spaventarla.
Intanto la Reginotta s'era fatta una bella ragazza.
Una sera, entrata in letto, non poteva dormire.  Sentito che il Lupo Mannaro si
preparava ad andar via,  tese meglio l'orecchio. Il Lupo Mannaro con quella sua
vociaccia rca, urlava:
- Chiamatemi il cuoco.
Il cuoco venne.
- Credo che siamo in punto, - gli disse - mi pare una quaglia.
- Bisogna vedere - rispose il cuoco.
La Reginotta sent che giravano adagino il pomo della serratura:
- Ahim! Dunque si trattava di lei? Il Lupo Mannaro voleva mangiarsela.
Le si accappon la pelle,  sfido io!  Si  fece  piccina  piccina,  e  finse  di
dormire. Il Lupo Mannaro s'accostava al letto, svoltava le coperte con cautela,
e il cuoco cominciava a tastarla tutta, come gallina da tirargli il collo.
- Ancora una settimana, - disse il cuoco - e sar un boccone reale.
Come intese queste parole, la Reginotta si senti rinascere:
- Otto giorni!  Oh,  quella quaglia il Lupo Mannaro non l'avrebbe mangiata; no,
no!
Pensa e  ripensa,  le  venne  un'idea.  La  mattina,  saltata  gi  dal  letto,
appostossi alla bocca della grotta,  dentro il collo del pozzo,  ed aspett che
venisse gente ad attinger acqua.  La carrucola stride,  la secchia fa un tonfo,
ed  ecco  la  Reginotta che s'afferra alla corda,  puntando i piedini sull'orlo
della secchia. La tiravano su lentamente; era un po' pesa. A un tratto la corda
si rompe, e secchia e Reginotta, patatunfete, gi!
Accorsero le cameriere e la ritirarono dall'acqua.
- Ebbi un capogiro e cascai. Non ne fate motto, per carit;  il Lupo Mannaro mi
picchierebbe.
E pass un giorno.
Il secondo giorno, aspetta aspetta, la secchia non venne gi. Bisognava trovare
un  altro  mezzo:  ma  non  era  come  dirlo.  Quale?  La  grotta non aveva che
quell'unica uscita.
E pass un altro giorno.
La Reginotta non si perdette d'animo. Appena aggiornava,  era al suo posto;  ma
la secchia non calava.
E passarono altri due giorni.
Una mattina,  mentre lei piangeva dirottamente, guardando fisso nell'acqua vide
l un pesciolino rosso,  che parea d'oro,  colla coda bianca come l'argento,  e
con tre macchie nere sulla schiena.
- Ah!  Pesciolino,  tu sei felice!  Tu sei libero in mezzo all'acqua, ed io qui
sola, senza parenti n amici!
Il pesciolino montava a fior d'acqua, dimenando la coda, aprendo e chiudendo la
bocca; pareva l'avesse sentita:
- Ah! Pesciolino,  tu sei felice!  Tu sei libero in mezzo all'acqua,  ed io qui
sola, senza parenti n amici. Fra quattro giorni sar mangiata!
Il pesciolino rosso,  dalla coda bianca e dalle tre macchie nere sulla schiena,
s'era accostato alla sponda:
- Se tu fossi di sangue reale e volessi sposarmi,  saremmo liberi tutti e  due.
Per vincere il mio incanto non ci vuol altro.
- Son sangue reale, pesciolino d'oro, e son tua sposa fino da questo momento.
Cavalcami sulla schiena e tienti forte.
La  Reginotta  si  mise  a  cavalcioni  del  pesciolino  e  gli si afferr alle
branchie;  e il pesciolino,  nuota,  nuota,  la port in fondo al pozzo.  Di l
passava  un fiume,  sotto terra.  Il pesciolino infil diritto la corrente e la
Reginotta gli si tenne sempre ben afferrata alle branchie.
Ma ecco, in un punto, un pesce grossissimo, con tanto di bocca spalancata,  che
voleva ingoiarli:
- Pagate il pedaggio, o di qui non si passa.
La Reginotta si strapp un'orecchia e gliela butt. Nuota, nuota, ecco un altro
pesce  pi  grosso  del  primo,  con tanto di bocca spalancata e una foresta di
denti:
Pagate il pedaggio, o di qui non si passa.
La Reginotta si strappava l'altra orecchia e gliela buttava.
Quando la corrente sbocc all'aria aperta,  il pesciolino depose  la  Reginotta
sulla sponda e di un salto fuor dell'acqua.  Era diventato un bel giovane, con
tre piccoli ni sulla faccia. Lei disse:
- Andiamo a presentarci al Re mio padre. Son tredici anni che non mi vede.
Al portone del palazzo reale non volevano lasciarla passare.
- Sono la Reginotta! Son la figliuola del Re!
Non ci credeva nessuno, nemmeno il Re. Pure ordin di fargliela venire dinanzi:
- Chi sa? Poteva anche darsi!
Il Re la guard da capo a piedi: gli pareva e non gli pareva.  Lei gli raccont
la  sua  storia;  ma  non  disse  nulla delle orecchie,  per vergogna.  Infatti
nascondeva il suo difetto, tenendo basse le trecce.
Ma un ministro se n'accorse:
- E le orecchie, figliuola mia? Dove le perdeste le orecchie?
Il Re,  indignato,  la condannava a rigovernare i piatti e le  stoviglie  della
cucina  reale.  Il principe Pesciolino (lo chiamarono subito cos) fu dannato a
spazzar le stalle:
- Imparassero in tal modo a farsi beffa del Re!
Un giorno Sua Maest volea mangiare del pesce. Ma in tutto il mercato c'era due
pesci soltanto,  e nessuno sapeva che razza di  pesci  si  fossero,  neppure  i
pesciaioli.  Ed erano l dal giorno avanti,  e cominciavano a passare. Ma il Re
volea del pesce ad ogni costo, e il cuoco li compr:
- Maest, non c' che questi; nessuno sa che pesci siano, neppure i pesciaioli.
Trovansi in mercato da due giorni e cominciano a passare.
- Sta bene, - disse il Re - portali in cucina.
In cucina il cuoco fa per sventrarli,  e  che  gli  trova  nelle  budella?  Due
orecchie di creatura umana, ancor stillanti sangue!
Chiamarono subito Senza-orecchie, come le aven messo il nomignolo:
- Senza-orecchie, Senza-orecchie, ecco roba per te!
La Reginotta accorse: eran davvero le sue orecchie.  Tremante dalla contentezza
se le adatt al capo e le si appiccicarono; il sangue avea servito da colla.
Colle orecchie, il Re suo padre raffigurolla ad un tratto:
-  lei!  la mia figliuola!
E band feste reali per otto giorni. Poi,  siccome era vecchio,  volle lasciare
il regno.  E il re Pesciolino e la regina Senza-orecchie regnarono a lungo dopo
di lui.

Stretta la foglia, e larga la via,
Dite la vostra, ch ho detto la mia.



 IL LUPO MANNARO.

C'era una volta un Re e una Regina che  non  avevan  figliuoli  e  pregavano  i
santi,  giorno e notte,  per ottenerne almeno uno. Intanto consultavano anche i
dottori di Corte.
- Maest, fate questo.
- Maest, fate quello.
E pillole di qua,  e beveroni di l;  ma il sospirato figliuolo non arrivava  a
spuntare.
Una  bella  giornata ch'era freddino,  la Regina s'era messa davanti il palazzo
reale per riscaldarsi al sole. Passa una vecchiarella:
- Fate la carit!
Quella per la noia di cavar le mani di tasca rispose:
- Non ho nulla.
La vecchiarella and via brontolando.
- Che cosa ha brontolato? - domand la Regina.
- Maest, ha detto che un giorno avrete bisogno di lei.
La  Regina  le  fece  correre  una  persona  dietro,  per  richiamarla;  ma  la
vecchiarella aveva svoltato cantonata ed era sparita.
Otto giorni dopo,  si presentava un forestiero,  chiedeva di parlare in segreto
col Re:
- Maest, ho il rimedio per guarir la Regina. Ma prima facciamo i patti.
- Oh, bravo! Facciamo i patti.
- Se nascer un maschio, lo terrete per voi.
- E se una femmina?
- Se una femmina quando avr compiti i sette anni,  dovrete condurla in cima  a
quella montagna e abbandonarla lass: non ne saprete pi nuova.
- Consulter la Regina.
- Vuol dire che non ne farete nulla.
Stretto fra l'uscio e il muro,  il Re accett.  Il forestiero cav di tasca una
boccettina, che gli spariva fra le dita e disse:
- Ecco il rimedio.  Questa notte,  appena la Regina sar  addormentata,  Vostra
Maest glielo versi tutto intero in un orecchio. Baster.
Infatti,  dopo nove mesi,  la Regina partor e fece una bella bambina. A questa
notizia il Re diede in uno scoppio di pianto:
- Povera figliolina, che mala sorte! Che mala sorte!
La Regina lo seppe:
- Maest, perch avete pianto: Povera figliolina, che mala sorte?
- Non ne fate caso.
La Reginotta cresceva pi bella del sole: il Re  e  la  Regina  n'erano  matti.
Quando  entr nei sette anni,  il povero padre non sapeva darsi pace,  pensando
che presto doveva condurla in cima a quella montagna,  abbandonarla lass e non
averne pi nuove! Ma il patto era questo: bisognava osservarlo.
Il giorno che la Reginotta comp i sette anni, il Re disse alla Regina:
- Vo in campagna colla bimba; torneremo verso sera.
Cammina,  cammina,  giunsero  a pi della montagna e cominciarono a salire.  La
Reginotta non potea arrampicarsi, e il Re se la tolse in collo.
- Babbo, che andiamo a fare lass? Torniamo indietro.
Il Re non rispondeva, e si bevea le lagrime che gli rigavano la faccia.
- Babbo, che andiamo a fare lass? Torniamo indietro.
Il Re non rispondeva, e si bevea le lagrime che gli rigavano la faccia.
- Babbo, che siam venuti a fare quass? Torniamo indietro.
- Siediti qui; aspetta un momento.
E l'abbandon alla sua sorte.
Vedendolo tornar solo, la Regina cominci a urlare:
- E la figliuola? E la figliuola?
- Cal gi un'aquila, l'afferr cogli artigli e la port via.
- Ah, figliuola mia! Non  vero!
- Le sbuc addosso un animale feroce e and a divorarsela nel bosco.
- Ah, figliolina mia! Non  vero!
- Faceva chiasso in riva al fiume e la corrente la travolse.
- Non  vero! Non  vero!
Allora il Re le raccont per filo e per segno ogni cosa.
E la Regina part, come una pazza, per ritrovar la figliuola.
Salita in cima alla montagna,  cerc,  chiam tre giorni e tre  notti,  ma  non
scoperse neppure un segnale; e torn, desolata, al palazzo.
Eran passati sette anni.  Della bimba non s'era pi saputo nuova.  Un giorno la
Regina si affaccia al terrazzino e vede gi nella via quella vecchiarella tanto
ricercata:
- Buona donna, buona donna, montate su.
- Maest, oggi ho fretta; verr domani.
La Regina rimase male. E il giorno dopo stette tutta la mattinata ad aspettarla
al terrazzino. Come la vide passare:
- Buona donna, buona donna, montate su.
- Maest, oggi ho fretta; verr domani.
Il giorno dopo,  la Regina,  per far meglio,  and  ad  aspettarla  innanzi  il
portone.
- Maest, oggi ho fretta; verr domani.
Ma la Regina la prese per una mano e non la lasci andar via; e per le scale le
domand perdono di quella volta che non le aveva fatto l'elemosina.
- Buona donna, buona donna, fatemi ritrovar la mia figliuola!
- Maest, che ne so io? Sono una povera femminuccia.
- Buona donna, buona donna, fatemi ritrovar la mia figliuola!
- Maest, male nuove. La Reginotta  alle mani d'un Lupo Mannaro, quello stesso
che  di  il rimedio e fece il patto col Re.  Fra un mese le domander: mi vuoi
per marito?  Se lei risponde  di  no,  quello  ne  far  due  bocconi.  Bisogna
avvertirla.
- E il Lupo Mannaro dov'abita?
- Maest,  sotto terra.  Si scende tre giorni e tre notti,  senza mangiare,  n
bere,  n riposare,  e al terzo giorno s'arriva.  Prendete  un  coltellino,  un
gomitolo  di refe e un pugno di grano,  e venite con me.  La Regina prese tutto
quello che la vecchiarella avea ordinato, e part insieme con lei.
Giunsero ad una buca, che ci si passava appena. La vecchiarella attacc un capo
del refe a una piantina e disse:

- Chi semina raccolga,
Chi ti attacca, quei ti sciolga.

Ed entrarono.  Scendi,  scendi,  scendi,  la Regina gi si sentiva le ginocchia
tutte rotte.
- Vecchiarella, riposiamo un tantino!
- Maest,  impossibile.
Scendi, scendi, scendi, la Regina non si reggeva pi dalla fame.
- Vecchiarella, prendiamo un boccone, mi sento svenire!
- Maest, non  possibile.
Scendi, scendi, scendi, la Regina affogava di sete.
- Vecchiarella, per carit, un gocciolo di acqua!
- Maest, non  possibile.
E  sbucarono  in  una  pianura.  Il gomitolo del refe termin.  La vecchiarella
attacc quell'altro capo ad una pianticina, e disse:

- Chi semina raccolga,
Chi ti attacca, quei ti sciolga.

Cominciarono ad inoltrarsi.  Ad ogni passo la Regina dovea  lasciar  cadere  in
terra un chicco di grano e la vecchiarella diceva:

- Grano, grano di Dio,
Com'io ti semino, vo' mieterti io.

Il grano nasceva e cresceva subito, colle spighe mature che penzolavano.
-  Maest,  ora  piantate  in  terra  il coltellino e sputate tre volte;  siamo
arrivati.
La Regina piant il coltellino e sput tre volte; e la vecchiarella disse:

- Coltellino, coltellino di Dio,
Com'io ti pianto, vo' strapparti io.

Lasciamo costoro e torniamo alla Reginotta.
Vistasi sola sola in cima alla montagna,  s'era messa a piangere e a strillare;
poi,  povera bimba,  s'era addormentata.  Si svegli in un gran palazzo; ma per
quelle stanze e quei stanzoni non vedeva anima  viva.  Gira,  rigira,  era  gi
stanca.
- Reginotta, sedete, sedete!
Le sedie parlavano.
Si sedette,  e dopo un pezzettino,  cominci a sentirsi appetito.  Comparve una
tavola apparecchiata, colle pietanze fumanti.
- Reginotta, mangiate, mangiate!
La tavola parlava.
Mangi, bevve, e poco dopo le vennero le cascaggini.
- Reginotta, dormite, dormite!
Il letto parlava. Era uno stupore.  Cos tutti i giorni.  Non le mancava nulla,
ma  s'annoiava  a  star l senza vedere un viso di cristiano.  Spesso piangeva,
pensando al babbo e alla mamma;  ed una volta si mise a chiamarli ad alta voce,
tra i singhiozzi:
- Babbo mio! Mamma mia! Con che cuore mi lasciate qui, mammina mia!
Ma una vociona le grid:
- Sta' zitta! Sta' zitta!
Ranicchiossi in un canto, e non ebbe animo di pi fiatare.
Passato un anno, un bel giorno si sent domandare:
- Vuoi vedermi?
E non era quella vociona. Rispose:
- Volentieri.
Ed  ecco  gli  usci  si  spalancano da loro stessi,  e di fondo alla fila delle
stanze viene avanti un cosino alto un cubito,  vestito  d'una  stoffa  a  trama
d'oro, con un berrettino rosso e una bella piuma pi alta di lui.
- Buon giorno.
- Buon giorno. Oh, bimbo mio, come sei bello!
E lo prese in braccio e cominci a baciarlo,  a carezzarlo,  a farlo saltare in
aria come una bambola.
- Mi vuoi per marito? Mi vuoi?
La Reginotta rideva:
- Ti voglio, ti voglio.
E un altro salto per aria, prendendolo fra le mani.
- Come ti chiami?
- Gomitetto.
- Che fai qui?
- Sono il padrone.
- Allora lasciami andare! Lasciami tornare a casa mia!
- No, no! Dobbiamo sposarci.
- Per ora bada a crescere!
Gomitetto se l'ebbe a male ed and via.  E per un anno non  si  fece  vivo.  La
Reginotta  s'annoiava  a  star  l senza vedere un viso cristiano.  Ogni giorno
chiamava:
- Gomitetto! Gomitetto!
Ma Gomitetto non rispondeva. Un bel giorno le domand di nuovo:
- Vuoi vedermi?
- Volentieri.
In un anno dovea esser cresciuto un pochino: ma gli usci si spalancarono,  e le
venne innanzi sempre lo stesso cosino alto un gomito, vestito di stoffa a trama
d'oro, col berrettino rosso sormontato da quella bella piuma pi alta di lui.
- Buon giorno.
- Buon giorno.
La  Reginotta,  nel  vederlo  lo stesso,  rimase sorpresa.  Lo prese in collo e
cominci a baciarlo, a carezzarlo, a farlo saltare in aria come una bambola.
- Mi vuoi per marito? Mi vuoi?
La Reginotta rideva:
- Ti voglio! Ti voglio! Ma per ora bada a crescere.
E qui un capitombolo per aria,  prendendolo fra le mani.  Gomitetto se l'ebbe a
male e and via.
Ogni  anno cos;  ed eran passati sette anni.  Intanto la Reginotta s'era fatta
una ragazza,  che ci volevan quattro paia d'occhi per guardarla.  Una notte non
potendo prender sonno, pensava al babbo e alla mamma:
- Chi sa se pi si ricordano di me? Forse mi credono morta!
E  piangeva  sui  guanciali;  quand'ecco sente buttar dei sassolini all'imposta
della finestra.
Chi poteva essere, a quell'ora?
Si fece coraggio,  salt gi dal letto,  aperse adagino  adagino  l'impsta,  e
domand:
- Chi siete? Che cosa volete?
- Son io, figliuola mia; siam venute per te!
Dall'allegrezza stava per saltar dalla finestra.
- Ascolta,  figliuola - disse la Regina sotto voce.  - Quel Gomitetto  il Lupo
Mannaro.  Ti s' mostrato a quel modo per non  farti  paura.  Ma  ora  che  sei
grande,  fra qualche giorno t'apparir col suo vero aspetto. Figliuola mia, non
atterrirti.  E se ti domanda: Mi vuoi per marito?  rispondi di  s;  altrimenti
sarai morta; ne far due bocconi. La prossima notte a quest'ora ci rivedremo.
La mattina, la Reginotta ud la solita voce:
- Vuoi vedermi?
- Volentieri.
Si spalancarono gli usci, ma, invece di Gomitetto, venne avanti il Lupo Mannaro
alto, grosso, peloso, con certi occhiacci e certe zanne, che Dio ne scampi ogni
creatura! La Reginotta si sent mancare.
- Mi vuoi per marito? Ti feci fare apposta per me.
Lei tremava come una foglia.
- Mi vuoi per marito?
Pi la Reginotta sentiva quella vociaccia, e pi tremava e si smarriva.
- Mi vuoi per marito?
Voleva rispondergli: s! Ma le scapp detto:
- Oh, no! no!
- Allora vien qui!
E l'afferr colle granfie per ingoiarsela.
- Mangiami almeno domani! Te lo chieggo per grazia!
Il Lupo Mannaro stette un momentino incerto, e poi rispose:
- Ti sia concesso! Sarai mangiata domani.
La notte, all'ora fissata, lei s'affacci alla finestra:
- Ah, mammina mia! Mi scapp detto di no; sar mangiata domani.
- Fatevi coraggio! - disse la vecchiarella.
E picchi forte al portone.
- Chi ? Chi cercate?
All'urlo del Lupo Mannaro tutto il palazzo tremava.

Son coltellino,
Son piantato nella terra dura,
Per difender la creatura.

Contro questa mala,  il Lupo Mannaro non poteva nulla. E la mattina, all'alba,
venne fuori; e come vide il coltellino, si mordeva le mani:
- Se trovo chi l'ha piantato, ne faccio un boccone!
Cerc, frug attorno, ma non trov nessuno. All'ultimo chiam la Reginotta:
- Vien qua, strappami di terra questo coltellino: non ti manger pi.
La Reginotta gli credette, e strapp il coltellino.
- Ed ora vien qui!
E l'afferr colle granfie per ingoiarsela.
- Mangiami almeno domani! Te lo chieggo per grazia.
Il Lupo Mannaro stette un momentino incerto, e poi rispose:
- Ti sia concesso.
La notte, la Reginotta s'affacci alla finestra:
- Ah, mammina mia!  Mi disse: strappa di terra questo coltellino,  ed io glielo
strappai. Domani sar mangiata!
- Fatevi coraggio!
E la vecchiarella picchi forte al portone.
- Chi ? Chi cercate?
All'urlo del Lupo Mannaro, tutto il palazzo tremava.

Son frumentino,
Son seminato nella terra scura,
Per difender la creatura.

Contro questa mala,  il Lupo Mannaro non poteva nulla.  E la mattina all'alba,
venne fuori;  e come vide il seminato colle spighe  penzoloni,  si  mordeva  le
mani:
- Se trovo chi lo semin, ne faccio un boccone.
Cerc,  frug  intorno,  ma  non  trov  nessuno.  E la mattina dopo disse alla
Reginotta:
- Vieni qua: mietimi questo frumento; non ti manger pi.
La Reginotta gli credette, e si mise all'opera.  Per lei non c'era mala,  e in
una giornata pot facilmente terminare di mieterlo.
- Ed ora vien qui!
- Mangiami almeno domani! Te lo chieggo per grazia.
Quegli stette un momentino incerto, e poi rispose:
- Ti sia concesso, per l'ultima volta.
La notte, la Reginotta s'affacci alla finestra:
- Ah,  mammina mia! Mi disse: mieti questo frumento ed io glielo mietei. Domani
sar mangiata.
- Fatevi coraggio!
E la vecchiarella picchi forte al portone.
- Chi ? - url il Lupo Mannaro.

Son refe fino
Son attaccato alla pianta matura,
Per difender la creatura.

Contro questa mala,  il Lupo Mannaro non poteva nulla.  E la mattina  all'alba
venne fuori, e come vide il capo del refe legato alla pianticina, si mordeva le
mani:
- Vien qua; scioglimi questo refe dai due capi: non ti manger pi.
La Reginotta era stata indettata dalla vecchiarella.
Non  doveva  fermarsi  un  passo,   n  mangiare,  n  bere,  ma  aggomitolare,
aggomitolare e andare avanti. Sciolse quel capo,  e lei avanti,  aggomitolando,
il Lupo Mannaro dietro.
- Ripsati, ripsati!
- Quando sar stanca, mi riposer.
Lei avanti aggomitolando, e il Lupo Mannaro dietro.
- Prendi un boccone, prendi un boccone!
- Quando avr fame manger.
Lei avanti aggomitolando, e il Lupo Mannaro dietro.
- Bevi un gocciolino d'acqua, un gocciolino!
- Quando avr sete, berr.
Eran  gi  arrivati  alla  buca  d'uscita.  Come  il Lupo Mannaro s'accorse che
l'altro capo del refe era  attaccato  alla  pianticina  di  fuori,  cominci  a
mordersi rabbiosamente le mani. E vista la vecchiarella, divent bianco come un
panno lavato.
- Ah! La nemica mia! Son morto! Son morto!
La Regina e la Reginotta si voltarono e,  invece della vecchiarella, videro una
bellissima signora, che pareva la stella del mattino. Era la Regina delle Fate.
Figuriamoci che allegrezza!
La Regina delle Fate prendeva intanto dei sassi,  e li metteva l'uno sull'altro
davanti la buca.

- Sassi, sassi di Dio,
Io vi muro e vo' smurarvi io!

Murata la buca, la Regina delle Fate spar.
E quella brutta bestiaccia crep di fame l dentro.
La  Regina e la Reginotta tornarono sane e salve al palazzo;  e un anno dopo la
Reginotta spos il Re di Portogallo.



CECINA.

C'era una volta un Re, che amava pazzamente la caccia,  e per essere pi libero
di andarvi tutti i giorni, non aveva voluto prender moglie.
I ministri gli dicevano:
- Maest, il popolo desidera una Regina.
E lui rispondeva:
- Prender moglie l'anno venturo.
Passava l'anno, e i ministri da capo:
- Maest, il popolo desidera una Regina.
E lui:
- Prender moglie l'anno venturo.
Ma quest'anno non arrivava mai.
Ogni  mattina,  appena  albeggiava,  indossava la carniera,  e col fucile sulla
spalla, e coi cani, via pei forteti e pei boschi.
Chi avea da parlare col Re,  doveva andare a trovarlo in mezzo ai boschi  e  ai
forteti.
I ministri ripicchiavano:
- Maest, il popolo desidera una Regina.
Talch  finalmente  il  Re  si  decise,  e mand a chiedere la figlia del Re di
Spagna.
Ma, andato per sposarla, si accorse che era un po' gobbina.
- Sposare una gobbina? No. Mai!
- Ma  bella,  virtuosa! - gli dicevano i ministri.
-  gobbina e basta: no, mai!
E torn alla caccia, ai boschi e ai forteti.
Quella Reginotta gobbina aveva per comare una Fata.
La Fata, vedendola piangere pel rifiuto del Re, le disse:
- Sta' tranquilla: ti sposer e dovr venire a pregarti. Lascia fare a me.
Infatti un giorno il Re,  andando a caccia,  incontr  una  donnicciola  magra,
allampanata, che un soffio l'avrebbe portata via.
- Maest, buona caccia!
Il Re,  a quel viso di mal augurio, stizzito, fece una mossaccia, e non rispose
nulla.
E per quel giorno non ammazz neppure uno sgricciolo.
Un'altra mattina, ecco di nuovo quella donnicciuola magra, allampanata,  che un
soffio l'avrebbe portata via:
- Maest, buona caccia!
- Senti, strega - le disse il Re - se ti trovo un'altra volta per la strada, te
la far vedere io!
E per quel giorno non ammazz neppure uno sgricciolo.
Ma la mattina dopo, eccoti l quella del malaugurio:
- Maest, buona caccia!
- La buona caccia te la dar io!
Il  Re  avea  condotto  con  s  le sue guardie,  e ordin che quella donna del
malaugurio fosse chiusa in una prigione.
Da quel giorno in poi, tutte le volte che il Re and a caccia,  non pot tirare
un sol colpo.  La selvaggina era sparita,  come per incanto,  dai forteti e dai
boschi. Non si trovava un coniglio o una lepre, neppure a pagarli a peso d'oro.
Gli accadde anche peggio.
Non potendo pi fare il  solito  esercizio  della  caccia,  il  Re  cominci  a
ingrassare,  a  ingrassare,  e  in poco tempo divent cos grasso e grosso,  da
pesare due quintali con quel suo gran pancione che pareva una botte.
Quando avea fatto due passi per le stanze del palazzo reale, era come se avesse
fatto cento miglia.  Soffiava peggio di  un  mantice,  sudava  da  allagare  il
pavimento;  e  doveva  subito subito riposarsi e mangiare anche qualche cosa di
sostanza, per rimettersi in forze. Desolato, consultava i migliori dottori:
- Vorrei dimagrare.
I dottori scrivevano ricette sopra ricette. Non passava giorno, che lo speziale
non mandasse a palazzo bicchieroni d'intrugli amari come il fiele, che dovevano
guarire Sua Maest.
Ma Sua Maest, pi intrugli prendeva e pi grasso diventava.
Nel palazzo reale avevano gi allargato tutti gli usci delle stanze,  perch il
Re  potesse  passare;  e una volta gli architetti dissero che se non si fossero
puntellati ben bene i solai, Sua Maest col gran peso gli avrebbe sfondati.
Il povero Re si disperava:
- O che non c'era rimedio per lui?
E chiamava altri dottori;  ma inutilmente.  Pi intrugli prendeva e pi  grasso
diventava.
Un giorno si present una vecchia e disse al Re:
- Maest,  voi avete addosso una brutta mala.  Io potrei romperla;  ma voi, in
compenso,  dovrete sposare la mia figliuola,  che si chiama  Cecina,  perch  
piccina come un cece.
- Sposer la tua Cecina!
Il  Re avrebbe anche fatto chi sa che cosa,  pur di levarsi di dosso tutto quel
grasso e quel pancione.
- Conducila qui.
La vecchia cacci una mano nella tasca  del  grembiule,  e  ne  tir  fuori  la
Cecina,  che era alta appena una spanna,  ma bellina e ben proporzionata.  Come
vide quel pancione, la Cecina scoppi in una risata;  e mentre quella la teneva
sulla  palma  della mano per mostrarla al Re,  lei spicc un salto e si mise ad
arrampicarsi su pel pancione, correndo di qua e di l,  come se il pancione del
Re fosse stato per lei una collina.
Il  Re,  con  quei  piedini,  sentiva farsi il solletico e voleva fermarla;  ma
quella,  salta di qua,  salta di l,  peggio di  una  pulce,  non  si  lasciava
acchiappare. Pel solletico, il Re rideva, ah! ah! ah!, e il pancione gli faceva
certi sbalzi buffi. Ah! ah! ah!
Allora la Cecina:

- Pancione del Re,
Palazzo per me!

Il Re dal gran ridere,  teneva aperta la bocca;  la Cecina, dentro e gi per la
gola:

- Pancione del Re,
Palazzo per me!

Figuriamoci lo spavento di Sua Maest e di tutta la corte!
Nella confusione, la vecchia era sparita.
E la Cecina, che dal suo palazzo ordinava:
- Datemi da mangiare!
E il Re doveva mangiare anche per lei.
- Datemi da bere!
E il Re doveva bere anche per lei.
- Lasciatemi dormire!
E il Re dovea stare fermo e zitto, perch la Cecina dormisse.
- Maest,  - disse uno dei ministri - che sia una mala di quella donna  magra,
allampanata, fatta mettere in prigione? Facciamola condurre qui.
I  guardiani  aprirono  la  prigione  e la trovarono vuota.  Quella donna dovea
essere scappata pel buco della serratura!
- Ed ora che fare?
E la Cecina, dal suo palazzo del pancione:
- Datemi da mangiare! Datemi da bere!
Il popolo intanto mormorava per le tasse;  giacch per riempire  quel  pancione
del Re, ce ne volea della roba! E bisognava pagare.
Il Re fece un bando:
-  Chi  gli cavava la Cecina dallo stomaco,  diventava principe reale e avrebbe
avuto quattrini quanti ne voleva!
Ma i banditori andarono attorno inutilmente.  E come la  Cecina  cresceva,  per
quanto  poco  crescesse,  il  pancione  del  Re  si  gonfiava  e pareva dovesse
scoppiare da un momento all'altro.
Il Re la pregava:
- Cecina bella, vieni fuori, ti faccio Regina!
- Maest, sto bene qui dentro. Datemi da mangiare.
- Cecina bella, vieni fuori, ti faccio Regina!
- Maest, sto bene qui dentro. Datemi da bere.
Se non fosse stato il timore della morte, il Re si sarebbe spaccato il pancione
colle proprie mani.
E il popolo che brontolava:
- Re pancione ingoiava tutto! Lavoravano per Re pancione!
Come se Re pancione ci avesse avuto il suo piacere!  Lo  sapeva  soltanto  lui,
quello  che  pativa,  con  la  Cecina dentro che comandava a bacchetta e voleva
essere ubbidita!
Finalmente un giorno ricomparve la vecchia:
- Ah, vecchia scellerata! Cavami fuori la tua Cecina, o guai a te!
- Maest, son venuta a posta coi miei dottori.
E i suoi dottori erano due uccellacci pi grossi di un tacchino,  con un  becco
lungo un braccio e forte come l'acciaio.
-  Maest,  -  disse la vecchia - dovete stendervi a pancia all'aria in mezzo a
una pianura.
Il Re, che era ingrassato da non poter pi fare neppure un passo, comand:
- Ruzzolatemi.
E il popolo cominci a ruzzolarlo come una botte, per le scale e per le vie; e,
dalla fatica, sudavano.
Arrivati nella pianura,  e messo il Re a pancia all'aria,  uno degli uccellacci
gli di una beccata sul pancione e,  che ne schizz fuori? Uno zampillo di vino
schietto, tutto il vino che Sua Maest aveva bevuto in tanti anni.
La gente riempiva botti, botticini, caratelli, tini, barili, fiaschi,  boccali;
non  c'erano  vasi  che  bastassero.  Pareva  di  essere alla vendemmia.  Tutti
cioncavano e si ubriacavano.
E il pancione del Re si sgonfi un poco.
Allora l'altro uccellaccio gli di la sua beccata,  ed  ecco  rigurgitar  fuori
tutto  il ben di Dio mangiato dal Re in tanti anni;  maccheroni,  salsicciotti,
polli arrosto, bistecche, pasticcini, frutta,  insomma ogni cosa.  La gente non
sapeva  pi  dove  riporli.  Tutti  mangiarono  a  crepapancia,  come  fosse di
carnovale.
E il pancione del Re sgonfi un altro poco.
Allora il Re disse:
- Cecina bella, vien fuori; ti faccio Regina!
La Cecina affacci la testa da uno dei buchi, e ridendo rispose:
- Eccomi qua.
E il Re torn com'era prima.
Si sposarono; ma il Re,  con quella cosina alta una spanna,  che era una moglie
per chiasso,  si credette libero di tornare a divertirsi colla caccia,  e stava
fuori intere settimane.
La Cecina piangeva:

- Ah, poverina me!
Son Regina senza Re!

Il Re per questo lamento, non la poteva soffrire.
And da una Strega e le disse:
- Che cosa debbo fare per levarmi di torno la Cecina?
- Maest,

- Spellarla, lessarla,
O arrosto mangiarla.

Mangiarla gli repugnava; pure, tornato a casa disse alla Cecina:
- Domani ti condurr a caccia, e ti divertirai.
Voleva condurla in mezzo ai boschi,  dove non potesse vederlo  nessuno.  Ma  la
Cecina rispose:

- Spellarla, lessarla,
O arrosto mangiarla.

Grazie, Maest!

Ah, poverina me!
Son Regina senza Re!

Il Re rimase stupito:
- Come lo sapeva?
Torn dalla Strega e le raccont la cosa.
- Maest,  quando la Cecina sar addormentata, tagliatele una ciocca di capelli
e portatemela qui.
Per, quella sera, la Cecina non avea voglia di andare a letto.
- Cecina, vieni a dormire.
- Pi tardi, Maest; per ora non ho sonno.
Il Re aspett,  aspett,  e  si  addorment  lui  per  il  primo.  La  mattina,
svegliatosi, vide che la Cecina era gi levata.
- Cecina, non hai dormito?
- Chi si guarda si salva. Grazie, Maest.

- Ah, poverina me!
Son Regina senza Re!

Il Re rimase stupito:
- Come lo sapeva?
Torn dalla Strega e le raccont la cosa.
- Maest, invitate re Corvo; appena la vedr, ne far un sol boccone.
Venne re Corvo:
- Cra! Cra! Cra! Cra!
E come vide la Cecina, alta una spanna, cra! cra! ne fece un boccone.
- Mille grazie, re Corvo. Ora potete andar via.
- Cra! Cra! Cra! Ma prima di andar via, debbo mangiarti gli occhi.
E con due beccate gli cav gli occhi.
Il povero Re piangeva sangue:
- La Cecina morta, e lui senz'occhi! Ah, Cecina mia!
Passato un po' di tempo, ricomparve la solita vecchia. Era la Fata comare della
Reginotta di Spagna.
- Maest,  non vi affliggete. La Cecina  viva, e i vostri occhi son riposti in
buon luogo; son nella gobba della Reginotta di Spagna.
Il Re si trascin fino al palazzo reale,  dove questa  abitava,  e  cominci  a
gridare pietosamente, dietro al portone:
- Ah, Reginotta! Rendetemi gli occhi.
La Reginotta, dalla finestra, rispondeva:
- Sposare una gobbina! No, mai!
- Perdonatemi, Reginotta; e rendetemi gli occhi!
La Reginotta dalla finestra rispondeva:

- Spellarla, lessarla,
O arrosto mangiarla.

Allora  il  Re  cap  che  la  Reginotta  di  Spagna e la Cecina erano una sola
persona; e si mise a gridare pi forte:
- Ah, Reginotta! Ah, Cecina mia! Rendetemi gli occhi.
La Reginotta scese gi e gli disse:
- Ecco gli occhi.
Il Re la guard sbalordito.  La  Reginotta  non  era  pi  gobba  e  somigliava
precisamente alla Cecina, bench fosse di giusta statura.
Cos fu perdonato, e da l a poco la spos.
Lei, per ricordo, volle sempre essere chiamata Cecina.

Vissero lieti e contenti
E a noi si allegano i denti.



L'ALBERO CHE PARLA.

C'era una volta un Re che credeva d'aver raccolto nel suo palazzo tutte le cose
pi rare del mondo.
Un  giorno venne un forestiere,  e chiese di vederle.  Osserv minutamente ogni
cosa e poi disse:
- Maest, vi manca il meglio.
- Che cosa mi manca?
- L'albero che parla.
Infatti, tra quelle rarit, l'albero che parlava non c'era.
Con questa pulce nell'orecchio,  il Re non dorm pi.  Mand corrieri per tutto
il  mondo in cerca dell'albero che parlava.  Ma i corrieri tornarono colle mani
vuote.
Il Re si credette canzonato da quel forestiere, e ordin d'arrestarlo.
- Maest, se i vostri corrieri han cercato male,  che colpa ne ho io?  Cerchino
meglio.
- E tu l'hai veduto, coi tuoi occhi, l'albero che parla?
- L'ho veduto con questi occhi e l'ho sentito con queste orecchie.
- Dove?
- Non me ne rammento pi.
- E che cosa diceva?
- Diceva "aspettare e non venire  una cosa da morire".
Era  dunque vero!  Il Re sped di bel nuovo i suoi corrieri.  Passa un anno,  e
questi ritornano da capo colle mani vuote.
Allora, sdegnato, ordin che al forestiere si tagliasse la testa.
- Maest, se i vostri corrieri han cercato male,  che colpa ne ho io?  Cerchino
meglio.
Questa  insistenza lo colp.  Chiamati i suoi ministri,  disse che voleva andar
lui in persona alla ricerca dell'albero che parlava.
Finch non lo avesse nel suo palazzo, non si terrebbe per Re.
E part, travestito.
Cammina,  cammina,  dopo molti giorni la notte lo colse in una vallata dove non
c'era anima viva. Sdraiossi per terra e stava per addormentarsi, quand'ecco una
voce che pareva piangesse:
- Aspettare e non venire  una cosa da morire!
Si scosse e tese l'orecchio. Se l'era sognato?
- Aspettare e non venire  una cosa da morire!
Non se l'era sognato! E domand subito:
- Chi sei tu?
Non  rispondeva nessuno.  Ma le parole erano,  precise,  quelle dell'albero che
parlava.
- Chi sei tu?
Non  rispondeva  nessuno.  La  mattina,  come  aggiorn,   vide  l  vicino  un
bell'albero coi rami pendenti fino a terra:
- Doveva esser quello.
E per accertarsene, stese la mano e strapp due foglie.
- Ahi! Perch mi strappi?
Il Re, con tutto il suo gran coraggio, rimase atterrito.
- Chi sei tu? Se sei anima battezzata, rispondi, in nome di Dio!
- Son la figliuola del Re di Spagna.
- E in che modo ti trovi l?
- Vidi una fontana limpida come il cristallo, e pensai di lavarmi. Tocca appena
quell'acqua, rimasi incantata.
- Che posso fare per liberarti?
- Bisogna aver la fatatura e giurare di sposarmi.
- Questo lo giuro subito,  e la fatatura sapr procurarmela,  dovessi andare in
capo al mondo. Ma tu, perch non mi rispondevi la notte scorsa?
- C'era la Strega... Sta' zitto, allontanati;  sento la Strega che ritorna.  Se
per disgrazia ti trovasse, incanterebbe anche te.
Il  Re  corse  a  nascondersi dietro un muricciolo,  e vide arrivar la Strega a
cavallo del manico di una granata.
- Con chi hai tu parlato?
- Col vento dell'aria.
- Veggo qui delle pedate.
- Son forse le vostre.
- Ah! Son le mie?
La strega afferrava una mazza di ferro e:
- Di dove vieni? Vengo dal mulino.
- Basta, per carit! Non lo far pi!
- Ah! Son le mie?
E:
- Di dove vieni? Vengo dal mulino.
Il Re,  angustiato,  si persuase che  era  inutile  il  seguitare  a  star  l;
bisognava procurarsi la fatatura. E torn addietro.
Ma  sbagli strada.  Quando s'accorse d'essersi smarrito in un gran bosco e non
trovava pi la via, pens di montare in cima a un albero per passarvi la notte;
altrimenti, le bestie feroci n'avrebbero fatto un boccone.
Ed ecco, a mezzanotte, un rumore assordante per tutto il bosco. Era un Orco che
tornava a casa coi suoi cento mastini, che gli latravano dietro.
- Oh, che buon odore di carne cristiana!
L'Orco si ferm a pi dell'albero, e cominci ad annusar l'aria:
- Oh, che buon odore!
Il Re aveva i brividi mentre i mastini frugavano latrando,  fra le  macchie,  e
raspando  il  suolo  dove  fiutavan le pedate.  Ma per sua buona sorte era buio
fitto;  e  l'Orco,  cercato  inutilmente  per  un  po'  di  tempo,  andava  via
chiamandosi dietro i mastini.
- T! T!
Quando fu giorno,  il Re, che tremava ancora dalla paura, scese da quell'albero
e cominci ad inoltrarsi cautamente. Incontr una bella ragazza.
- Bella ragazza, per carit, additatemi la via. Sono un viandante smarrito.
- Ah,  povero a te!  Dove tu sei capitato!  Fra poco ripasser mio padre  e  ti
manger vivo, poverino!
Infatti si sentivano i latrati dei mastini dell'Orco e la voce di lui che se li
chiamava dietro:
- T! T!
- Questa volta sono morto! - pens il Re.
-  Vien  qua,  -  disse  la  ragazza - bttati carponi.  Io mi seder sulla tua
schiena, e la mia gonna ti coprir. Non fiatare!
L'Orco, vista la figliuola, si ferm.
- Che fai l?
- Mi riposo.
- Oh, che buon odore di carne cristiana!
- Passava un ragazzino, e ne feci un bocconcino.
- Brava! E le ossa?
- Se le rosicchiarono i cani.
L'Orco non cessava d'annusar l'aria.
- Oh, che buon odore!
- Se volete arrivare alla marina, non indugiate per via.
Partito che fu l'Orco, il Re raccont alla ragazza, per filo e per segno, tutta
la sua storia.
Maest, se volete sposarmi, la fatatura ve la darei io.
La ragazza era una bellezza; il Re l'avrebbe sposata volentieri.
- Ahim, bella ragazza! Ho impegnato la parola.
-  la mia cattiva sorte! Ma non importa.
Lo condusse a casa,  prese un barattolo e gli strofin il petto con una  pomata
di suo padre. Il Re fu fatato.
- Ed ora, bella ragazza, dovreste prestarmi una scure.
- Eccola.
- Che cosa  quest'unto?
-  l'olio della cote dove  stata affilata.
Colla fatatura,  ci volle un batter d'occhi per tornare al luogo dove trovavasi
l'albero che parlava.
La Strega non c'era, e l'albero gli disse:
- Bada!  Dentro il tronco c' nascosto il mio cuore.  Quando dovrai  abbattermi
non dar retta alla Strega.  Se ti dir di dar i colpi in su, e tu dlli in gi.
Se ti dir di darli in gi, e tu dlli in su;  altrimenti m'ammazzeresti.  Alla
Stregaccia  poi  bisogner  spiccarle  la  testa  con  un sol colpo,  o saresti
spacciato; neppure la fatatura ti salverebbe.
Venne la Strega.
- Che cerchi da queste parti?
- Cerco un albero per far del carbone, e stavo osservando questo qui.
- Ti farebbe comodo? Te lo regalo, a patto che per atterrarlo tu dia colpi dove
ti dir io.
- Va bene.
Il Re brand la scure, che tagliava meglio d'un rasoio e domand:
- Dove?
- Qui.
E lui, invece, di l.
- Ho sbagliato. Da capo. Dove?
- L.
E lui, invece, di qui.
- Ho sbagliato. Da capo.
Intanto non trovava il verso di assestare il  colpo  alla  Strega:  essa  stava
guardinga. Il Re fece:
- Oooh!
- Che vedi?
- Una stella.
- Di giorno? E impossibile.
- Lass, diritto a quel ramo: guardate!
E mentre la Strega gli voltava le spalle per guardare diritto a quel ramo,  lui
le men il colpo e le stacc, di netto, la testa.
Rotta cos la mala,  dal tronco dell'albero usc fuori una donzella,  che  non
poteva esser guardata fissa, tanto era bella!
Il Re,  contentissimo,  torn insieme con lei al palazzo reale, e ordin che si
preparassero subito magnifiche feste per gli sponsali.
Arrivato quel giorno,  mentre le dame di corte abbigliavano da sposa la Regina,
s'accorsero,  con gran meraviglia, che avea le carni dure come il legno. Una di
esse vol dal Re:
- Maest, la Regina ha le carni dure come il legno!
- Possibile?
Il Re e i ministri andarono ad osservare. La cosa era sorprendente.  Alla vista
parevano  carni  da  ingannare  chiunque;  a toccarle,  era legno!  Lei intanto
parlava e si muoveva.  I ministri dissero che il  Re  non  poteva  sposare  una
bambola, quantunque essa parlasse e si muovesse; e contromandaron le feste.
-  Qui  c'  un  altro incanto!  - pens il Re,  che si ricord dell'unto della
scure.
Prese un pezzetto di carne e lo  tagliuzz  con  questa.  Aveva  indovinato!  I
pezzettini,  alla vista,  parevan carne da ingannare chiunque; a toccarli, eran
legno. Il tradimento gliel'aveva fatto la figliuola dell'Orco, per gelosia.
Il Re disse ai ministri:
- Vado e torno.
E si trov nel bosco, dove aveva incontrato quella ragazza.
- Maest, da queste parti? Che buon vento vi mena?
- Son venuto apposta per te.
La figlia dell'Orco non volea credergli:
- Parola di Re, che siete venuto apposta per me?
- Parola di Re!
Ed era vero; ma lei s'immaginava per le nozze.
Si presero a braccetto ed entrarono in casa.
- Questa  la scure che tu mi prestasti.
Nel porgergliela, il Re fece in maniera di ferirla in una mano.
- Ah, Maest, che avete fatto! Son diventata di legno!
Il Re si fingeva afflittissimo di quell'accidente:
- E non si pu rimediare?
- Aprite quell'armadio, prendete quel barattolo, ungetemi tutta coll'olio che 
l dentro, e sar subito guarita.
Il Re prese il barattolo:
- Aspetta che io torni!
Lei cap e si messe a urlare:
- Tradimento! Tradimento!
E gli scaten dietro i cento mastini di suo padre. Ma s!... il Re era sparito.
Con quell'olio le carni della Regina tornarono subito morbide,  e  si  poterono
celebrare le nozze.
Furono  fatte feste reali per otto giorni,  e a noialtri non dettero neppure un
corno.



I TRE ANELLI.

C'era una volta un sarto,  che aveva tre figliuole,  una pi bella  dell'altra.
Sua moglie era morta da un pezzo,  e lui si stillava il cervello per riuscire a
maritarle.  Le ragazze non avevano dote,  e senza  dote  un  marito    un  po'
difficile a trovarsi.
Un  giorno  questo  povero padre pens d'andarsene in una pianura e chiamare la
Sorte:
- Sorte, o Sorte!
Gli apparve una vecchia, colla conocchia e col fuso:
- Perch mi hai tu chiamata?
- Ti ho chiamata per le mie figliuole.
- Menale qui ad una ad una; si sceglieranno la sorte colle loro mani.
Il buon uomo, tornato a casa tutto contento, disse alle figliuole:
- La vostra fortuna  trovata!
E raccont ogni cosa. Allora la maggiore si fece avanti, ringalluzzita:
- La prima scelta tocca a me. Sceglier il meglio!
Il giorno dopo, padre e figliuola si avviarono per quella pianura:
- Sorte, o Sorte!
Gli apparve una vecchia, colla conocchia e col fuso:
- Perch m'hai tu chiamata?
- Ecco la mia figliuola maggiore.
La vecchia cav di tasca tre anelli, uno d'oro,  uno d'argento,  uno di ferro e
li mise sulla palma della mano:
- Scegli, e Dio t'aiuti!
- Questo qui.
Naturalmente prese l'anello d'oro.
- Maest, vi saluto!
La vecchia le fece un inchino e spar.
Tornati a casa, la sorella maggiore, pavoneggiandosi, disse alle altre due:
- Diventer Regina! E voi reggerete lo strascico del manto reale!
Il giorno dopo and col padre l'altra figlia.
Comparve la vecchia colla conocchia e col fuso, e cav di tasca due anelli, uno
d'argento ed uno di ferro:
- Scegli, e Dio t'aiuti!
- Questo qui.
E, s'intende, prese quello d'argento.
- Principessa vi saluto!
La vecchia le fece un inchino e spar.
Tornata a casa, quella disse alla maggiore:
- Se tu sarai Regina, io sar Principessa!
E tutt'e due si diedero a canzonare la sorella minore:
- Che volete? Chi tardi arriva male alloggia. Dovea venire al mondo prima.
Lei zitta.
Il giorno dopo and col padre la figliuola minore.
Comparve  la vecchia colla conocchia e col fuso e cav di tasca,  come la prima
volta, tre anelli, uno d'oro, uno d'argento e uno di ferro:
- Scegli, e Dio t'aiuti!
- Questo qui.
Con gran rabbia di suo padre, avea preso quello di ferro.
La vecchia non le disse nulla, e spar.
Per la strada il sarto continu a brontolare:
- Perch non quello d'oro?
- Il Signore m'ispir cos.
Le due sorelle, curiose, vennero ad incontrarla per le scale.
- Facci vedere! Facci vedere!
Come videro l'anello di ferro,  si contorcevano dalle risa  e  la  canzonavano.
Saputo  poi  che  lo  avea scelto fra uno d'oro e uno d'argento,  per grulla la
presero e per grulla la lasciarono.
E lei, zitta.
Intanto si sparse la voce che le tre belle  figliuole  del  sarto  avevano  gli
anelli  della buona sorte.  Il Re del Portogallo dovea prender moglie e venne a
vederle. Rimase ammaliato dalla maggiore:
- Siate Regina del Portogallo!
La spos con grandi feste e la men via.
Poco dopo venne un Principe. Rimase ammaliato dalla seconda.
- Siate Principessa!
La spos con grandi feste e la men via.
Restava l'ultima. Non la chiedeva nessuno.
Un giorno, finalmente, si present un pecoraio:
- Volete darmi questa figliuola?
Il sarto, che ne aveva una Regina ed una Principessa, era montato in superbia e
rispose:
- Il pecoraio, scusate, noi per ora ce l'abbiamo.
Stava per passare un altr'anno.  La minore restava sempre in casa,  e il  padre
non faceva altro che brontolare giorno e notte:
- Le stava bene, stupidona! Sarebbe rimasta in un canto, con quel suo anello di
ferro.
E all'anno appunto, torn a presentarsi il pecoraio:
- Volete darmi quella figliuola?
- Prendila - rispose il sarto. - Non si merita altro!
Si sposarono, senza feste e senza nulla, e la men via.
Allora il sarto disse:
- Voglio andar a visitare la mia figliuola Regina.
La trov che piangeva.
- Che cos'hai, figliuola mia?
-  Sono  disgraziata!  Il  Re vorrebbe un figliuolo,  ed io non posso farne.  I
figliuoli li d Dio.
- Ma l'anello della buona fortuna non giova a nulla?
- Non giova a nulla.  Il Re mi ha detto: "Se fra un anno non avr un figliuolo,
guai a te!". Son certa, babbo mio, che mi far tagliar la testa.
Quel povero padre,  come potea rimediare? E part per far visita alla figliuola
Principessa. La trov che piangeva.
- Che cos'hai, figliuola mia?
- Sono disgraziata! Tutti i figliuoli che faccio mi muoiono dopo due giorni.
- E l'anello della buona fortuna non giova a nulla?
- Non giova a nulla. Il Principe mi ha detto: "Se questo che hai nel seno morr
anche lui, guai a te!". Son certa, babbo mio, che mi far scacciar di casa!
Quel povero padre che potea farci? E part.
Per via gli nacque il pensiero d'andar a vedere l'altra figliuola,  quella  del
pecoraio.  Ma aveva vergogna di presentarsi. Si travest da mercante, prese con
s quattro ninnoli da vendere e, cammina, cammina,  arriv finalmente in quelle
contrade lontane.
Vide un magnifico palazzo stralucente, e domand a chi appartenesse.
-  il palazzo del re Sole.
Mentre stava l a guardare, stupito, sent chiamarsi da una finestra:
- Mercante, se portate bella roba, montate su. La Regina vuol comprare.
Mont  su,  e  chi  era mai la Regina?  La sua figliuola minore,  la moglie del
pecoraio.  Quello rimase di sasso;  non potea neppure aprir le  cassette  degli
oggetti da vendere.
- Vi sentite male, poverino? - gli disse la Regina.
- Figliuola mia, sono tuo padre! E ti chiedo perdono!
Lei,  che l'aveva riconosciuto,  non permise che le si gettasse ai piedi,  e lo
ricev tra le braccia:
- Siate il ben venuto! Ho dimenticato ogni cosa. Mangiate e bevete, ma prima di
sera andate via. Se re Sole vi trovasse, rimarreste incenerito.
Dopo che quello ebbe mangiato e bevuto, la figliuola gli disse:
- Questi doni son per voi.  Questa nocciuola  per la sorella maggiore:  questa
boccettina di acqua per l'altra.  La nocciuola,  dee inghiottirsela col guscio;
l'acqua, dee berne una stilla al giorno, non pi. E che badino, babbo!
Quando le due sorelle intesero la bella fortuna toccata alla  minore  e  videro
quella sorta di regali che loro inviava, arsero d'invidia e di dispetto:
- Si beffava di loro con quella nocciuola e con quell'acqua!
La maggiore butt la nocciuola in terra,  e la pest col calcagno. La nocciuola
schizz sangue.  C'era  dentro  un  bambino  piccino  piccino:  lei  gli  aveva
schiacciata la testa!
Il Re, visto quell'atto di superbia e il bambino schiacciato:
- Ol! - grid - levatemela d'innanzi; mozzatele il capo!
E, senza piet n misericordia, la fece mettere a morte.
L'altra,  nello  stesso  tempo,  avea  cavato  il  turacciolo  alla boccetta e,
affacciatasi a una finestra, n'avea versata tutta l'acqua.
Sotto la finestra passavano  dei  ragazzi  che  trascinavano  un  gatto  morto.
L'acqua cadde su questo, e il gatto risuscit.
- Ah, scellerata! - url il Principe. - Hai tolto la sorte ai nostri figliuoli!
E in quel momento di furore, la strangol colle sue mani.
Il babbo torn dalla figliuola minore, e raccont, piangendo, quelle disgrazie.
-  Babbo  mio,  mangiate  e bevete,  e prima di sera andate via.  Se re Sole vi
trovasse,  rimarreste incenerito.  Appena avr  buone  notizie,  vi  mander  a
chiamare.
La sera torn re Sole, e lei gli domand:
- Maest, che cosa avete visto nel vostro viaggio?
-  Ho visto tagliar la testa a una Regina e strangolare una Principessa.  Se lo
meritavano.
- Ah, Maest,  eran le mie sorelle!  Ma voi potete risuscitarle;  non mi negate
questa grazia!
- Vedremo! - rispose re Sole.
Il  giorno  dopo,  appena  fu  giunto  nel  luogo dov'era seppellita la Regina,
picchi sulla fossa e disse:

- Tu che stai sotto terra,
Mi manda la tua sorella;
Se dal buio volessi uscire,
Del mal fatto ti di pentire.

- Rispondo a mia sorella:
Sto bene sotto terra.
Dio gli dia male e malanno!
Vo' la nuova avanti l'anno!

- Resta l, donnaccia infame!
E il re Sole continu  il  suo  viaggio.  Arrivato  dov'era  stata  sepolta  la
Principessa, picchi sulla fossa e disse:

- Tu che stai sotto terra,
Mi manda la tua sorella;
Se vuoi tornare da morte a vita,
Del mal fatto sii pentita!

- Rispondo a mia sorella:
Sto bene sotto terra.
Male occulto o mal palese,
Vo' la nuova avanti un mese!

Resta l, donnaccia infame!
Re Sole continu il suo viaggio, e quelle due sorelle se le mangiarono i vermi.

Stretta  la foglia, larga  la via.
Dite la vostra, ch ho detto la mia.



LA VECCHINA.

C'era  una  volta  un  Re molto giovane,  che voleva prender moglie,  ma voleva
sposare la pi bella ragazza del mondo.
- E se non  di sangue reale? - gli domandarono i ministri.
- Non me n'importa nulla.
- Allora sappiate, Maest, che la pi bella ragazza del mondo  la figliuola di
un  ciaba.  Ma  il  popolo,  che    maligno,  potrebbe  chiamarla:  la  regina
Ciabatta... Maest, non sta bene: rifletteteci meglio.
Il Re rispose:
-  La  figliuola  del ciaba  la pi bella ragazza del mondo?  La figliuola del
ciaba sar dunque mia sposa e Regina.  Andr a vederla senza  farmi  conoscere;
partir domani.
Ordin  che  gli si sellasse uno dei suoi cavalli,  e,  accompagnato da un solo
servitore, s'incammin per quel paese, dove il ciaba abitava.
Per via incontrarono una vecchia che domandava l'elemosina:
- Fate la carit! Fate la carit!
Il Re non se ne dava per inteso.
La vecchina arrancava dietro il cavallo.
- Fate la carit! Fate la carit!
Il cavallo del Re s'adombr, e urt la vecchina che cadde per terra.
Il Re, senza punto curarsene, tir innanzi; ma il servitore, impietosito, scese
da cavallo,  la sollev,  e visto che non s'era fatta nulla di  male,  cav  di
tasca le poche monete che aveva e gliele mise in mano:
- Vecchina mia, non ho altro.
- Grazie, figliuolo; si vede il buon cuore. Accetta in ricambio questo anellino
e portalo al dito; sar la tua fortuna.
Arrivati  in  quel  paese,  il  Re  accompagnato  dal servitore pass e ripass
davanti la bottega del ciaba, finch non gli riusc di vedere la bella ragazza,
che era la pi bella del mondo. Rimase abbagliato!
E, senza por tempo in mezzo, disse al ciaba:
- Io sono il Re: vo' la tua figliuola per moglie.
- Maest,  c' un intoppo.  La mia figliuola ha una mala: chi  le  parler  la
prima volta e le far provare una puntura al dito mignolo,  quello dovr essere
il suo sposo. Possiamo provare.
Il Re a questa notizia rimase un po' turbato; ma poi pens:
- Se questa mala  la sua buona sorte,  costei dev'essere destinata a  sposare
un regnante.
E tutto allegro, disse al ciaba:
- Proviamo.
Il  ciaba  chiam  la figliuola,  senza dirle del Re;  e come questi se la vide
dinanzi, rest pi abbagliato di prima.
- Buon giorno, bella ragazza.
- Buon giorno, signore.
Lei non sapeva nulla della mala.  Suo  padre,  che  sarebbe  stato  felice  di
vederla Regina, le domand:
- Non ti senti nulla?
- Nulla. Che cosa dovrei sentirmi?
Il  povero  Re,  gli  parve di morire a quella risposta.  E stava per andarsene
zitto zitto;  quando  il  servitore,  ch'era  rimasto  in  un  canto,  credette
opportuno di dire sottovoce alla ragazza:
- Badate,  Sua Maest!
- Ahi! Ahi! Ahi!
La ragazza si sentiva un'atroce puntura al dito mignolo, e scoteva la mano:
- Ahi! Ahi! Ahi!
Figuriamoci  il  viso  del Re,  come cap che quella ragazza,  la pi bella del
mondo, era destinata a quel tanghero del suo servitore!
Prese in disparte il ciaba e gli disse:
- Lascia fare a me; la tua figliuola sar Regina.
Tornato al palazzo reale, chiam il servitore:
- Prima che tu sposi la figliuola del ciaba, devi rendermi un servigio: mi fido
soltanto di te. Portami questa lettera al Re di Spagna,  e attendi la risposta;
ma nessuno deve sapere dove tu vada e perch.
- Maest, sar fatto.
Prese la lettera e part.
A met di strada incontr quella vecchina:
- Dove vai, figliuolo mio?
- Dove mi portan le gambe.
- Ah, poverino! Tu non sai quel che ti aspetta. Quella lettera  un tradimento!
Se tu la presenti al Re,  sarai subito ammazzato. Portagli questa, invece: far
un altro effetto.
Allora lui prese la lettera della vecchina,  e quella  del  Re  la  butt  via.
Ringrazi e prosegu il viaggio.
Era gi passato un anno, e non si era saputo pi nuova di lui.
Il Re torn dal ciaba, e disse alla ragazza:
-  Quell'uomo dev'essere morto:  gi passato un anno e non si sa nuova di lui.
Il meglio che possiamo fare  lo sposarci noialtri.
- Maest, come voi volete.
Il Re fece i preparativi delle nozze, e quando fu quel giorno, and insieme coi
ministri a rilevare la sposa con la carrozza di gala.
In casa del ciaba trovarono una granata ritta in mezzo alla  stanza,  e  il  Re
disse ai ministri:
- Ecco Sua Maest la Regina!
I ministri, stupefatti, si guardarono in viso senza osar di rispondere.
- Maest,  una granata!
Il Re in quella granata ci vedeva la figliuola del ciaba,  la pi bella ragazza
del mondo;  e,  presala pel manico (lui credeva di prenderla per  la  mano)  la
port in carrozza e cominci a dirle tante belle cose.
I ministri erano costernati e si sussurravano nell'orecchio:
- Che disgrazia! Il Re  ammattito! Il Re  ammattito!
Per,  prima  di  arrivare  in citt,  dove il popolo aspettava l'entrata della
Regina, si fecero coraggio; e uno di loro gli disse:
- Maest, perdonate!... Ma questa qui  una granata!
Il Re mont sulle furie;  la prese per un'offesa alla Regina.  Fece  fermar  la
carrozza  e  ordin ai soldati che legassero quell'impertinente alla coda di un
cavallo, e cos lo trascinassero fino al palazzo reale.
Gli altri,  vista la mala parata,  stettero zitti.  E il Re,  giunto al palazzo
reale, si affacci alla finestra per mostrare al popolo la Regina:
- Ecco la vostra Regina!
Non  avea  finito di dirlo,  che gli cadde come una benda dagli occhi e si vide
l,  colla granata in mano,  mentre tutto il popolo rideva,  perch Sua  Maest
pareva proprio uno spazzino.
Con chi prendersela?  La colpa era della sua cattiva stella,  e di quella mala
della ragazza!
Ma intanto s'incaponiva di pi nel volerla per moglie.
Il servitore torn sano e salvo, colmo di regali.
- Che rispose il Re di Spagna?
- Maest, il Re di Spagna rispose:

Fai, fai, fai,
Non l'hai avuta e non l'avrai.

Il Re fece finta di esserne contento,  ma chiam un Mago e  gli  raccont  ogni
cosa:
- Come va questa faccenda?
-  Maest,  la  faccenda  piana.  Quell'uomo possiede l'anello incantato della
fata Regina,  e finch lo avr al dito,  non vi sbarazzerete  di  lui.  Bisogna
trovare un'astuzia per portargli via quell'anello: la forza non vale.
Pensa e ripensa,  un giorno il Re,  visto che il suo servitore era tutto sudato
dal gran lavorare che aveva fatto:
- Vien qua, - gli disse - vo' darti un bicchiere del mio vino; te lo meriti.
Quel vino era conciato coll'oppio, e il pover'uomo non l'ebbe bevuto, che cadde
in un profondissimo sonno.
Sua Maest gli cav l'anello dal dito,  se lo mise  nel  suo,  e  cos  and  a
presentarsi alla figliuola del ciaba:
- Buon giorno, bella ragazza!
- Ahi! Ahi! Ahi!
La ragazza sentiva un'atroce puntura al dito mignolo e scuoteva la mano!
- Ahi! Ahi! Ahi!
Ora  la  cosa  andava  bene,  e  il Re ordin di bel nuovo i preparativi per le
nozze.  E quando fu quel giorno,  and a rilevare la sposa  colla  carrozza  di
gala.
Giunti al palazzo reale, disse alla Regina:
- Maest, questo  il vostro appartamento.
Ma,  poco dopo,  quando il Re volle andare a vederla,  gira di qua, gira di l,
non trovava l'uscio e vedeva scritto sui muri:

Fai, fai, fai,
Non l'hai avuta e non l'avrai.

La Regina veniva ai ricevimenti di corte,  veniva nella  sala  da  pranzo  dove
c'erano molti invitati; poi si ritirava nel suo appartamento.
Il Re voleva andare a vederla;  ma,  gira di qua,  gira di l,  non trovava mai
l'uscio e vedeva sempre scritto sui muri:

Fai, fai, fai,
Non l'hai avuta e non l'avrai.

Si disperava, ma non diceva nulla a nessuno; non volea sentirsi canzonare.
Quel pover'uomo del servitore,  dopo un sonno di due giorni,  appena aperti gli
occhi,  si era subito accorto che gli era stato rubato l'anello,  ed era uscito
dal palazzo reale, piangendo la sua sventura.
Fuori le porte della citt avea trovato la vecchina:
- Ah, vecchina mia! Mi han rubato l'anello.
- Non ti disperare,  non  nulla.  Quando il Re avr sposato,  appena la Regina
sar entrata nel suo appartamento, pianta questo chiodo sulla soglia dell'uscio
e vedrai.
Perci il Re non trovava mai l'uscio,  quando voleva entrare nelle stanze della
Regina. C'era quel chiodo piantato l, che glielo impediva.
Il Re scoppiava dalla rabbia.  Fece chiamare novamente il Mago,  e gli raccont
in segreto ogni cosa.
- Come va questa faccenda?
-  Maest,  la faccenda  piana.  Quell'uomo ha avuto un chiodo incantato dalla
fata Regina,  e l'ha piantato sulla soglia.  E questa volta,  Maest,  non  c'
astuzia che valga: rimarrete un marito senza moglie.
-  Ma  che  offesa ho io fatto a codesta fata Regina?  Non la conosco neppur di
vista!
- No, Maest. Vi rammentate d'una vecchina che vi domand l'elemosina il giorno
che voi andavate la prima volta dal ciaba?  Vi ricordate  che  la  urtaste  col
cavallo e cadde per terra?
- S.
- Era lei, la fata Regina.
Il Re dovette persuadersi che era inutile lottare con una Fata, e si rassegn a
sposare  una  bella  ragazza,  s,  ma  non  la  pi bella del mondo.  Spos la
Reginotta di Francia.
Il servitore spos la figliuola del ciaba;  e il Re gli di una ricca dote e lo
fece intendente di casa reale.

Re e servitore ebbero molti figliuoli:
E noi restiamo da cetriuoli.



LA FONTANA DELLA BELLEZZA.

C'era  una  volta  un Re e una Regina,  che avevano una figliuola bruttissima e
contraffatta nella persona, e non se ne davano pace.
La tenevan rinchiusa, sola sola, in una camera appartata e, un giorno il Re, un
giorno la Regina,  le portavan da mangiare  in  una  cesta.  Quando  erano  l,
sfogavansi a piangere.
- Figliuola sventurata! Sei nata Regina, e non puoi godere della tua sorte!
Diventata grande, a sedici anni, lei disse al padre:
- Maest, perch tenermi rinchiusa qui? Lasciatemi andar pel mondo. Il cuore mi
presagisce che trover la mia fortuna.
Il Re non voleva acconsentire:
- Dove sarebbe andata, cos sola e inesperta? Era impossibile!
- Lasciatemi andare, o m'ammazzo!
A questa minaccia disperata, il Re non seppe resistere:
- Figliuola mia, parti pure!
La  di  quattrini a sufficienza,  e una notte,  mentre tutti nel palazzo reale
dormivano,  la Reginotta si messe in  via.  Cammina,  cammina,  arriv  in  una
campagna.  Il sole,  al meriggio, scottava; e lei riparossi sotto un albero. Di
l a poco ecco un lamento:
- Ahi! Ahi! Ahi!
Lei, dalla paura, si volt di qua e di l, ma non vide nessuno.
- Ahi! Ahi! Ahi!
Allora, fattasi coraggio, avvicinossi a quel punto d'onde il lamento partiva, e
tra l'erba scoperse una lucertolina,  che agitava il moncherino  della  coda  e
nicchiava a quel modo.
- Che cosa  stato, lucertolina?
- Mi hanno rotto la coda e non ritrovo il pezzettino.  O, se tu me lo trovassi,
ti farei un gran regalo.
La Reginotta,  impietosita,  si di a frugare: e fruga e  rifruga  in  mezzo  a
quell'erbe, finalmente eccolo l!
- Grazie, ragazza mia. Pel tuo regalo, scava qui sotto.
Scavato  un tantino,  la Reginotta tir fuori una cipolla poco pi grossa d'una
nocciuola.
- Che cosa debbo farne?
- Tienla cara. Un giorno, forse, ti servir.
La Reginotta se la mise in tasca.
Strada facendo, incontr una povera vecchia con un sacco di grano sulle spalle.
A un tratto si rompe il sacco,  e tutto il grano le va per  terra.  La  vecchia
cominci a pelarsi dalla stizza.
- Non  nulla disse la Reginotta. Ve lo raccatter io.
-  Ah,  i  chicchi  son  contati!  Se  ne  mancasse  uno  solo,  mio  marito mi
ammazzerebbe!
E la Reginotta,  con una santa pazienza,  glielo  raccatt  tutto,  chicco  per
chicco, senza che ne mancasse uno solo.
- Grazie, buona. figliuola; non posso darti altro che questo.
E le dette un coltellino da due soldi, di quelli col manico di ferro.
- Che cosa volete che ne faccia?
- Tienlo caro. Un giorno, forse, ti servir.
La Reginotta se lo mise in tasca.
Cammina,  cammina,  arriv  all'orlo  d'un  fosso  profondo.  Sentiva un belato
tremolante. Guard e vide laggi una capretta:
- Capretta, che cosa  stato?
- Son cascata nel fosso e mi son rotta una gamba.
Scese laggi,  la prese in collo,  e poi la fasci cos bene con un fazzoletto,
che quella, alla meglio, zoppicando, pot camminare.
- Grazie, ragazza. Che darti? Il mio sonaglino.
- Che cosa vuoi me ne faccia?
- Tienlo caro. Un giorno, forse, ti servir.
La Reginotta le stacc dal collare il sonaglino e se lo mise in tasca,  insieme
con la cipolletta e il coltellino da due soldi.
Cammina, cammina, una sera capit presso una fattoria fuori di mano.
- Anime cristiane, datemi alloggio per questa notte!
La padrona pareva una buona donna, e si misero a ragionare in cucina, mentre la
pentola bolliva.
- Chi siete? Dove andate?
La Reginotta cominci a raccontarle la sua storia.
- Zitta, zitta, chiacchierona! Zitta, zitta!
Era la pentola che brontolava; ma la sentiva lei sola.
Non le di retta e continu un altro pochino,  fino al punto della sua partenza
del palazzo reale.
- Zitta, zitta, chiacchierona! Zitta, zitta!
Era  la pentola che brontolava;  ma la sentiva lei sola.  Rimase colpita;  e si
ferm.
- E dopo? - domand la donna.
- Eccomi qui.
Quando giunse il marito, quella donna gli rifer minutamente ogni cosa.
- Sai che ho pensato,  marito mio?  Noi abbiamo una figliuola che    un  sole:
conduciamola dal Re.  Gli diremo che  la sua figliuola, resa cos bella da una
Fata. La Reginotta la chiuderemo nel granaio e ve la lasceremo morire.
- Ma il Re come potr crederlo?
- Ci ho tutti i segnali.
Cos fecero.  Nel mezzo  della  notte,  afferrarono  la  povera  Reginotta,  la
chiusero  in  un  granaio,  e  il  giorno  dopo condussero la loro figliuola al
palazzo reale.
Il Re e la Regina, sentita quella storia della Fata, rimanevano ancora incerti.
Allora la ragazza, indettata, disse:
- Maest,  non vi ricordate di quando venivate nella mia camera colla cesta,  e
poi vi mettevate a dire piangendo: "Figliuola sventurata, sei nata Regina e non
puoi godere della tua sorte"?
Il Re e la Regina rimasero.  Quelle parole non potea saperle nessun altro,  che
la loro figliuola! Abbracciarono la ragazza, e bandirono feste reali.
Ai due che l'avean condotta regalarono un monte di monete d'oro.
Intanto la povera Reginotta, dopo essersi per tre giorni stemperata in lagrime,
cominci a sentire anche fame.  Chiam pi volte,  domandando per carit almeno
un tozzo di pan duro!
Non accorreva anima viva. Allora rammentossi della cipolletta:
- Poteva ingannare un po' lo stomaco!
E la cav di tasca.
- Comanda! Comanda!
- Da mangiare!
Ed ecco pietanze fumanti, tovagliuolo, posata, coltello, bottiglia e bicchiere.
Terminato di mangiare, ogni cosa spar.
Cav di tasca il coltellino.
- Comanda! Comanda!
- Spacca quell'uscio per legna.
E, in un attimo, l'uscio fu ridotto un mucchio di legna.
Cava di tasca il sonaglino e si mette a suonarlo. Ed ecco una mandria di capre,
che non poteva contarsi.
- Comanda! Comanda!
- Pascolate per questi campi, finch ci sia un filo d'erba.
E  in  un  minuto  i  seminati,  le  vigne,  gli alberi di quella fattoria eran
distrutti.
La Reginotta part e arriv in una citt, dove c'era un Re che avea l'unico suo
figliuolo gravemente ammalato.  Tutti i medici del mondo,  i pi dotti,  i  pi
valenti,  non  n'avean saputo conoscere la malattia.  Dicevano ch'era matto: ma
egli ragionava benissimo. Aveva soltanto dei capricci, e dimagrava, dimagrava a
segno che era ridotto una lanterna.
Un giorno il Reuccio trovossi affacciato a una finestra del  palazzo  reale,  e
vide passar la Reginotta.
- Oh! Com' brutta! La voglio qui! La voglio qui!
Il Re la fece chiamare:
- Ragazza, vorresti entrare a servizio?
- Maest, volentieri.
- Dovresti servire il Reuccio.
E si mise a servire il Reuccio.
- Bruttona, fai questo! Bruttona, fai quello.
Il  Reuccio  non  la  comandava  altrimenti:  volea  perfino che rigovernasse i
piatti.
Una volta al Reuccio gli venne la voglia dei bacelli;  ed era  d'autunno!  Dove
andare a pescarli?
- Bacelli! Bacelli!
Non diceva altro,  e rifiutava di mangiare. Il Re avrebbe pagato quei bacelli a
peso d'oro.
La Reginotta rammentossi della cipolletta e la cav di tasca.
- Comanda! Comanda!
- Un bel piatto di bacelli!
Ed ecco un bel piatto di bacelli.
Il Reuccio se li mangi con gran gusto, e dopo disse:
- Mi sento meglio!
Un'altra volta gli venne voglia d'un  pasticcio  di  lumache.  Ma  non  era  la
stagione.
- Pasticcino di lumache! Pasticcino di lumache!
Non diceva altro,  e rifiutava di mangiare. Il Re avrebbe pagato quelle lumache
a peso d'oro.
La Reginotta corse di bel nuovo alla cipolletta.
- Comanda! Comanda!
- Un pasticcino di lumache!
Il Reuccio se lo mangi con gran gusto, e dopo disse:
- Mi sento assai meglio.
Infatti, s'era rimesso un po' in carne.
Un'altra volta finalmente gli venne la voglia delle polpettine di rondine.  Non
era la stagione. Dove andare a pescarle?
- Polpettine di rondine! Polpettine di rondine!
Il Re quelle rondini le avrebbe pagate a peso d'oro.
La Reginotta, al solito, cav di tasca la cipolletta.
- Comanda! Comanda!
- Polpettine di rondine!
Il Reuccio se le mangi con gran gusto e dopo disse:
- Sto benissimo.
Era  diventato  fresco  come una rosa: non si rammentava neppure d'essere stato
malato. E, un giorno, vista la Reginotta:
- Oh, come  brutta! - esclam. - Ma chi  costei? Cacciatela via!
La Reginotta and via piangendo:
- La sua stella voleva cos!
E incontr la vecchia, quella del grano.
- Che cosa  accaduto, figliuola?
In poche parole le raccont l'accaduto.
- Sta' allegra, figliuola mia! Ti aiuter io. Vieni con me.
E la condusse davanti a una grotta.
- Ascolta: l dentro c' la fontana della bellezza.  Chi pu  tuffarvisi  a  un
tratto,  diventa  bella  quanto  il sole.  Ed ora,  bada bene: questa grotta ha
quattro stanze. Nella prima c' un drago: buttagli in gola la cipolletta,  e ti
lascer passare.  Nella seconda c' un gigante tutto coperto d'acciaio, con una
mazza di ferro brandita:  mostragli  la  lama  del  coltellino,  e  ti  lascer
passare. Nella terza c' un leone affamato: appena ti viene incontro, scuoti il
sonaglino:  non  ti  toccher  neppur esso.  Ma non bisogna aver paura;  se no,
addio;  sei spacciata.  Nella quarta stanza c' la fontana.  Appena entrata l,
senza esitare un momento, tffati dentro l'acqua con tutte le vesti.
La Reginotta entr.  Ed ecco il drago con tanto di bocca, che stendeva il collo
per inghiottirsela.  Gli butta in gola la cipolletta,  e quello si  ritira,  si
attorciglia chetamente, e si mette a dormire.
Lei  passa  oltre.  Ed ecco il gigante tutto coperto d'acciaio,  che si slancia
incontro brandendo la mazza,  cacciando terribili urli.  Gli mostra la lama del
coltellino, e il gigante va a rannicchiarsi in un canto.
La  Reginotta  passa  oltre nella terza stanza.  Ed ecco il leone,  colle fauci
spalancate,  colla coda  rizzata  che  faceva  tremar  l'aria.  Lei  scuote  il
sonaglino e sbuca un branco di capre. Il leone si slancia su di esse, le sbrana
e se le divora.
E lei passa oltre. Vede la fontana, e vi si tuffa dentro con tutte le vesti. Si
sent  diventar  un'altra:  lei  stessa  non si riconosceva.  Da che il mondo 
mondo, non s'era mai vista una bellezza pari a quella.
Torn nella citt, dov'era il Reuccio, e prese a pigione una casa dirimpetto al
palazzo reale.
Il Reuccio rimase sbalordito:
- Oh, che bellezza! Oh, che bellezza!  Se fosse sangue reale,  la prenderei per
moglie.
Il Re, che voleva bene al figliuolo quanto alla pupilla degli occhi suoi, mand
subito un ministro a domandarle se mai fosse di sangue reale.
- Sono. Ma se il Reuccio mi vuole, dovr farmi tre regali.
- Che regali dovrebbe fare?
- La cresta del gallo d'oro, la pelle del re Moro, il pesce senza fiele. Gli do
tempo tre anni. Se no, non mi pu avere.
Il  Reuccio part alla ricerca del gallo d'oro,  che si trovava in certi boschi
pieni di animali feroci.  E c'era un gran pericolo:  chi  lo  sentiva  cantare,
moriva.  Dopo mille fatiche e mille stenti,  una mattina il Reuccio scoperse il
gallo d'oro appollaiato su d'un albero.  Tirargli e ammazzarlo fu  tutt'una.  E
torn trionfante.
- Va bene - disse la Reginotta. - Mettetelo l. Aspetto la pelle del re Moro.
Il  re  Moro  era  terribile.  Con lui,  fin allora non ce n'avea potuto nessun
guerriero. Il Reuccio mand a sfidarlo: ne voleva la pelle.
- Venga a prendersela.
Si combatterono colle spade,  e il re Moro lo aveva conciato cos bene,  che il
Reuccio grondava sangue da tutte le parti.
Ma in un punto questi ebbe l'agio d'assestargli un colpo al cuore.
- Son morto!
Il Reuccio lo scortic con diligenza e port la pelle alla Reginotta.
- Va bene: mettetela l. Aspetto il pesce senza fiele.
Questo  era  pi  difficile.  Fra  tante  migliaia  di  pesci  va a pescare per
l'appunto quello l! Eppure bisognava pescarlo.
Prese canna, lenza ed amo, e se n'and in riva al mare.
Stette mesi e mesi: tempo perduto!  E a compire i tre  anni  restavano  intanto
soli otto giorni!
L'ultimo giorno,  tir fuori un pesciolino di meschina apparenza. La fortuna lo
aveva aiutato: era il pesce senza fiele.
- Va bene - disse la Reginotta; - mettetelo l.  Ora si mandi dal Re mio padre.
Senza il suo consenso, non voglio sposarmi.
Spedirono un ambasciatore, ma l'ambasciatore torn presto:
- Quello dice che siamo matti. La sua figliuola l'ha l, chi volesse vederla.
- Dunque tu ci hai corbellati!
E la misero in prigione.
Le rimaneva in tasca il sonaglino. Disperata, si di a sonarlo furiosamente.
Accorse la capretta.
-  Ah,  capretta,  capretta!  Guarda  a che sono arrivata!  Non ho che te,  per
aiutarmi.
- Prendi quest'erba, masticala bene e trattienila in bocca.
E intanto che masticava,  la Reginotta  ritornava  bruttissima  e  contraffatta
nella persona come una volta.
- Per ritornar bella, ti baster sputarla fuori. Ora zitta, e vienmi dietro.
Uscirono  di prigione senza che le guardie e i carcerieri se n'accorgessero,  e
la Reginotta in quattro salti and a presentarsi ai suoi genitori.
Come la videro,  il Re e la Regina  capiron  subito  l'inganno.  E  sentito  il
tradimento di quel marito e quella moglie, li mandarono ad arrestare e, insieme
con la loro figliuola, li fecero buttare in prigione.
La Reginotta sput fuori l'erba e ridivent bellissima.
Da che il mondo  mondo non si era mai vista una bellezza pari a quella!
Fu mandato a chiamare il Reuccio,  si sposarono, e vissero fino a vecchi felici
e contenti.



IL CAVALLO DI BRONZO.

C'era una volta un Re e una Regina,  che avevano una figliuola pi bella  della
luna e del sole, e le volevano bene come alla pupilla degli occhi.
Un giorno venne uno, e disse al Re:
- Maest, passavo pel bosco qui vicino, e incontrai l'Uomo selvaggio. Mi disse:
"Vai dal Re,  e digli che voglio la Reginotta per moglie. Se non l'avr qui fra
tre giorni, guai a lui!".
Il Re, sentendo questo, fu molto costernato e radun il Consiglio di corona:
- Che cosa doveva fare?  L'Uomo selvaggio era terribile: poteva devastare tutto
il regno.
-  Maest,  - disse uno dei ministri - cerchiamo una bella ragazza,  vestiamola
come la Reginotta e mandiamola l: l'Uomo selvaggio sar contento.
Trovarono una ragazza bella come la Reginotta,  le fecero indossare uno dei pi
ricchi abiti di lei, e la mandarono nel bosco. Dovea dire che lei era la figlia
del Re.
Il giorno appresso quella ragazza torn indietro.
- Che cosa  stato?
-  Maest,  trovai  l'Uomo  selvaggio,  e  mi  domand:  "Chi  sei?".  "Sono la
Reginotta." "Lasciami vedere." Mi sbotton la manica  del  braccio  sinistro  e
url: "Non  vero!  La Reginotta" dice "ha una voglia in quel braccio!" e mi ha
rimandato. Se fra due giorni non avr l la sposa, guai a voi!
Il Re non sapeva che cosa fare, e radun di bel nuovo il Consiglio di corona:
- L'Uomo selvaggio sa che la Reginotta ha una voglia nel  braccio  sinistro;  
impossibile ingannarlo.
-  Maest,  -  disse  il  ministro  - cerchiamo un'altra ragazza,  chiamiamo un
pittore che le dipinga una voglia simile a quella della  Reginotta,  vestiamola
con  uno dei suoi vestiti,  e mandiamola l.  Questa volta l'Uomo selvaggio non
avr da ridire.
Trovarono un'altra bella ragazza,  le fecero dipingere una voglia sul  braccio,
simile a quella della Reginotta, l'abbigliarono con uno dei pi ricchi abiti di
lei e la mandarono nel bosco. Doveva dire che lei era la figlia del Re.
Ma, il giorno appresso, quella ragazza torn indietro.
- Che cosa  stato?
-  Maest,  trovai  l'Uomo  selvaggio  e  mi  domand:  "Chi  sei?".  "Sono  la
Reginotta." "Lasciami vedere." Mi osserv tra i capelli e url: "Non  vero! La
Reginotta" dice "ha tre capelli bianchi sulla nuca".  Se domani  la  sposa  non
sar l, guai a voi.
Il povero Re e la povera Regina avrebbero battuto il capo nel muro.
-  Dunque  dovean  buttare  quella  gioia  di  figliuola  in  braccio  all'Uomo
selvaggio?
- Maest,  - dissero i ministri - facciamo un ultimo tentativo.  Cerchiamo  un'
altra  ragazza.  Il  pittore le dipinger la voglia sul braccio,  le tinger di
bianco tre capelli sulla nuca;  poi le metteremo indosso uno dei vestiti  della
Reginotta  e  la  manderemo  l.  Questa volta l'Uomo selvaggio non avr pi da
ridire.
Ma il giorno appresso ecco quella ragazza che torna indietro anch'essa.
- Che cosa  stato?
-  Maest,  trovai  l'Uomo  selvaggio  e  mi  domand:  "Chi  sei?".  "Sono  la
Reginotta."  "Lasciami vedere." Mi osserv il braccio sinistro: "Va bene!".  Mi
osserv tra i capelli,  sulla nuca: "Va bene!".  Poi prese un paio di  scarpine
ricamate  e  mi  ordin:  "Calza  queste  qui".  E  siccome  i  miei  piedi non
c'entravano, url: "Non  vero!". E mi ha rimandato dicendo: "Guai! Guai!".
Allora i ministri:
- Maest,  ora succede certamente un  disastro!  Per  la  salvezza  del  regno,
bisogna sacrificare la Reginotta!
Il  Re  non  sapeva  rassegnarsi:  avrebbe  dato anche il sangue delle sue vene
invece della figliuola! Ma il destino voleva cos, e bisognava piegare il capo.
La Reginotta si mostrava pi coraggiosa di tutti: infine l'Uomo  selvaggio  non
l'avrebbe mangiata!
Indoss l'abito da sposa, e accompagnata dal Re, dalla Regina, dalla corte e da
un popolo immenso, tra pianti ed urli strazianti, s'avvi verso il bosco.
Arrivata  l,  abbracci  il Re e la Regina confortandoli che sarebbe tornata a
vederli,  e spar tra gli alberi e le macchie folte.  Non si seppe pi nuova di
lei n dell'Uomo selvaggio.
Passato un anno,  un mese e un giorno, arriva a corte un forestiero, che chiede
di parlare col Re.  Era un nanetto alto due spanne,  gobbo e sbilenco,  con  un
naso  che pareva un becco di barbagianni e certi occhietti piccini piccini.  Il
Re non aveva voglia di ridere; ma come vide quello sgorbio non seppe frenarsi.
- Che cosa voleva?
- Maest,  - disse il Nano - vengo a farvi una proposta.  Se  mi  darete  mezzo
regno  e  la  Reginotta  per moglie,  io andr a liberarla dalle mani dell'Uomo
selvaggio.
- Magari!  - rispose il Re.  - Non mezzo,  caro amico,  ma ti  darei  il  regno
intiero.
- Parola di Re non si ritira.
- Parola di Re!
Il Nano part.
E non era trascorsa una settimana, che il Re riceveva un avviso:
"Domani,  allo spuntar del sole, si trovasse presso il bosco, colla Regina, con
la corte e con  tutto  il  popolo,  per  far  festa  alla  sua  figliuola,  che
ritornava!".
Il Re e la Regina non osavano credere: dubitavano che quello sgorbio si facesse
beffa di loro: pure andarono.  E allo spuntar del sole, ecco il Nanetto gobbo e
sbilenco, che conduceva per mano la Reginotta vestita da sposa, come quando era
entrata nel bosco per l'Uomo selvaggio.
Figuriamoci che allegrezza!
Le feste e i banchetti non ebbero a finir pi. Ma di nozze non se ne parlava, e
della met del regno nemmeno.
Il Re,  ora che aveva l la figliuola,  e che l'Uomo selvaggio era stato ucciso
dal  Nano,  non  intendeva pi saperne di mantener la sua parola.  Il Nano,  di
quando in quando, gli domandava:
- Maest, e le mie nozze?
Ma quello cambiava discorso: da quell'orecchio non ci sentiva.
- Maest, e la mia met del regno?
Ma quello cambiava discorso: da quell'altro non ci sentiva neppure.
- Bella parola di Re! - gli disse il Nano una volta.
- Ah, nanaccio impertinente!
E il Re gli tir un calcio alla schiena, che lo fece saltare dalla finestra.
- Doveva esser morto!
Andarono a vedere in istrada;  ma il Nano non c'era  pi.  Si  era  rizzato  di
terra,  si era ripulito il vestitino,  ed era andato via,  lesto lesto, come se
nulla fosse stato.
- Buon viaggio! - disse il Re tutto contento.
Ma la Reginotta,  da quel giorno in poi,  divent di malumore;  non diceva  una
parola, non rideva pi, andava perdendo il colorito.
- Che cosa ti senti, figliuola mia?
- Maest, non mi sento nulla; ma... chi d la sua parola la dovrebbe mantenere.
- Come? Lei dunque voleva quel Nano gobbo e sbilenco?
- Non intendevo dir questo; ma... chi d la sua parola la dovrebbe mantenere.
Anche la Regina non viveva tranquilla:
-  Quel Nano era potente: aveva vinto l'Uomo selvaggio;  doveva tramare qualche
brutta vendetta!
Il Re rispondeva con una spallucciata:
- Se quello sgorbio gli veniva un'altra volta dinanzi!
Ma la Reginotta ripeteva:
- Chi d la sua parola, la dovrebbe mantenere!
Intanto essendosi sparsa la notizia che la Reginotta era stata  liberata  dalle
mani  dell'Uomo  selvaggio,  il  Reuccio  del Portogallo mand a domandarla per
moglie.
La Reginotta non disse n di s,  n di no;  ma il Re e la Regina non  vedevano
l'ora di celebrare le nozze.
Il  Reuccio di Portogallo si mise in viaggio,  e per via incontr un uomo,  che
conduceva un gran carro con su un cavallo di bronzo, che pareva proprio vivo.
- O quell'uomo, dove lo portate cotesto cavallo di bronzo?
- Lo porto a vendere.
Il Reuccio lo compr e ne fece un regalo a suo suocero.
Il giorno delle nozze era vicino.  La gente accorreva in folla nel giardino del
Re,  dove il cavallo di bronzo era stato collocato su un magnifico piedistallo.
Restarono tutti meravigliati:
- Par proprio vivo! Par di sentirlo nitrire!
Scese a vederlo anche il Re con la corte; e tutti:
- Par proprio vivo! Par di sentirlo nitrire!
Solo la Reginotta non diceva nulla.
Il Reuccio, stupito, le domand:
- Reginotta, non vi piace?
- Mi piace tanto, - rispose lei - che sento una gran voglia di cavalcarlo.
Fecero portare una scala,  e la Reginotta mont  sul  cavallo  di  bronzo.  Gli
tastava il ciuffo, gli accarezzava il collo, lo spronava leggermente col tacco;
e intanto diceva scherzando:

- Cavallo, mio cavallo,
Salta dal piedistallo;
Non metter piede in fallo,
Cavallo, mio cavallo.

Non  ebbe  finito  di  dir cos,  che il cavallo di bronzo si scosse,  agit la
criniera, dette fuori un nitrito,  e via con un salto per l'aria.  In un batter
d'occhio cavallo e Reginotta non si videro pi.
Tutti erano atterriti; non osavano fiatare. Ma in mezzo a quel silenzio scoppia
a un tratto una risatina, una risatina di canzonatura!
- Ah! Ah! Ah!
Il  Re  guard,  e  vide  il  Nano  che si contorceva dalle risa con quella sua
gobbetta e quelle sue gambine sbilenche.  Cap subito che quel  cavallo  fatato
era opera del Nano.
- Ah!  Nano,  nanuccio - gli disse pentito;  - se tu mi rendi la mia figliuola,
essa sar tua sposa, con mezzo regno per dote.
Il Nano continuava a contorcersi dalle risa:
- Ah! Ah! Ah!
E a vedergli fare a quel modo,  tutta quella gente ch'era  l,  cominciarono  a
ridere anch'essi, e poi perfino la Regina:
- Ah! Ah! Ah!
Si tenevano i fianchi, non ne potevano pi. Soltanto quel povero Re rimase cos
afflitto e scornato, che faceva piet.
- Ah!  Nano, nanino bello; se tu mi rendi la mia figliuola, essa sar tua sposa
con mezzo regno per dote.
- Maest,  se dite per davvero,  - rispose il Nano - prima  dovete  riprendervi
quel che mi deste l'altra volta.
- Che cosa ti diedi?
- Un bel calcio nella schiena.
Il  Re  esitava: avea vergogna di ricevere un calcio in quel posto,  davanti al
popolo e la corte. Ma l'amore della figliuola gli fece dire di s.
Si rivolt colle spalle al Nano e stette ad aspettare la pedata: per  il  Nano
volle mostrarsi pi generoso di lui; e invece di menargli il calcio, disse:

- Cavallo. mio cavallo,
Non metter piede in fallo;
Torna sul piedistallo,
Cavallo, mio cavallo.

In un batter d'occhio, cavallo e Reginotta furono l.
Allora il Nano disse al Re:
- Maest, datemi un pugno sulla gobba! Non abbiate paura.
Il Re gli diede un pugno sulla gobba e questa spar.
- Maest, datemi una tiratina alle gambe! Non abbiate paura!
Il  Re  gli  diede  una  tiratina  alle  gambine,   e  queste,   di  btto,  si
raddrizzarono.
- Maest,  afferratemi bene,  la Regina per le  braccia  e  voi  pei  piedi,  e
tiratemi forte.
Il  Re  e la Regina lo afferrarono l'uno pei piedi,  l'altra per le braccia,  e
tira,  tira,  tira,  il Nano,  da nano che era,  divent un bel giovine di alta
statura.
Il Reuccio del Portogallo si persuase ch'era di troppo e disse:
- Datemi almeno quel cavallo: far la strada pi presto.
Mont sul cavallo di bronzo, e dette le parole fatate, in un colpo spar.
La Reginotta e il Nano (lo chiamarono sempre cos) furono moglie e marito.
E noi restiamo a leccarci le dita.



 L'UOVO NERO.

C'era  una  volta  una  vecchia  che  campava di elemosina,  e tutto quello che
buscava, lo divideva esattamente: met lei, met la sua gallina.
Ogni giorno, all'alba, la gallina si metteva a schiamazzare; avea fatto l'uovo.
La vecchia lo vendeva un soldo,  e si comprava un soldo di pane.  La crosta  la
sminuzzava  a  quella,  la  midolla  se la mangiava lei: poi andava attorno per
l'elemosina.
Ma venne una mal'annata. Un giorno la vecchina torn a casa senza nulla.
- Ah, gallettina mia! Oggi resteremo a gozzo vuoto.
- Pazienza ci vuole! Mangeremo domani.
Il giorno appresso,  sul far dell'alba,  la gallina  si  mise  a  schiamazzare.
Invece d'un uovo, ne aveva fatti due, uno bianco e l'altro nero.
La vecchia and fuori per venderli. Quello bianco lo vend subito; quello nero,
nessuno voleva credere che fosse uovo di gallina.  La vecchina compr il solito
soldo di pane, e torn a casa:
- Ah, gallinetta mia! L'uovo nero non lo vuol nessuno.
- Portatelo al Re.
La vecchia lo port al Re.
- Che uovo  questo?
- Maest, di gallina.
- Quanto lo fai?
- Maest, quello che il cuore v'ispira.
- Datele cento lire.
La vecchina, con quelle cento lire, si credette pi ricca di Sua Maest.
Giusto in quei giorni la Regina avea posta una gallina,  e alle  uova  messe  a
covare aggiunse anche quello. Ma la chioccia non lo cov.
Il Re fece chiamare la vecchia:
- Quell'uovo era barlaccio.
- Maest, non pu essere; la gallina l'avea fatto lo stesso giorno.
- Eppure non  nato.
- Bisognava lo covasse la Regina.
La cosa parve strana. Ma la Regina, curiosa, disse:
- Lo cover io.
E  se lo mise in seno.  Dopo ventidue giorni,  sent rompersi il guscio.  Venne
fuori un pulcino bianco ch'era una bellezza.
- Maest, Maest! Fatemi la zuppa col vino.
E pigolava.
- Sei galletto o pollastra?
- Maest, son galletto.
- Canta.
- Chicchirich!
Era proprio galletto.  E divent il divertimento di  tutta  la  corte.  Ma  pi
cresceva  e  pi  si faceva impertinente.  A tavola beccava nei piatti del Re e
della Regina; razzolava, come se nulla fosse, nei piatti dei Ministri,  che non
osavano  dirgli  sci  per rispetto del Re;  girava di qua e di l per tutte le
stanze del palazzo reale, s'appollaiava dovunque, e insudiciava e riempiva ogni
cosa di pollna. E poi tutto il giorno:
- Chicchirich! Chicchirich!
Rintronava le orecchie. La gente del palazzo reale non ne poteva pi.
Un giorno la Regina s'era fatta un vestito nuovo ch'era una meraviglia,  ed era
costato un sacco di quattrini. Prima che lo indossasse, va il galletto e glielo
insudicia.
La Regina mont sulle furie:
- Sporco galletto! Per questa volta passi. Un'altra volta te la far vedere io!
E ordin alla sarta un altro vestito pi ricco di quello.  La sarta ci si messe
con impegno; figuriamoci che vestito!...  Ma prima che la Regina lo indossasse,
va il galletto e glielo insudicia.
La Regina perd il lume degli occhi:
- Sporco galletto! Ora ti concio io. Chiamatemi il cuoco.
Il cuoco si present.
- Mi si faccia con cotesto galletto una buona tazza di brodo.
In  cucina gli tirarono il collo e lo messero a lessare.  Appena la pentola di
il primo bollore:
- Chicchirich!
Il galletto era scappato fuori,  come se non gli avessero mai tirato il collo e
non lo avessero mai pelato e abbrustolito.
Il cuoco corse dalla Regina:
- Maest, il galletto  risuscitato!
La cosa era troppo strana,  e il galletto divent prezioso. Tutti lo guardavano
con rispetto;  qualcuno anche con un po' di paura.  Ed  esso  se  n'abusava.  A
tavola  beccava peggio di prima,  nei piatti del Re e della Regina;  razzolava,
come se nulla fosse,  nei piatti dei Ministri che non osavano dirgli  sci  per
rispetto del Re;  s'appollaiava dovunque, insudiciava perfino il soglio reale e
lo riempiva di pollna.  E poi,  notte e  giorno:  chicchirich!  chicchirich!
Rintronava gli orecchi. E il popolo imprecava a denti stretti:
- Accidempoli al galletto e a chi lo fa allevare!
Un  giorno  Sua  Maest  dovea  scrivere  a un altro Re.  Prese carta,  penna e
calamaio, fece la lettera e la lasci sul tavolino ad asciugare. Va il galletto
e gliela insudicia, proprio dov'era la firma.
- Sporco galletto! Per questa volta passi. Un'altra volta te la far vedere io!
Il Re scrisse di bel nuovo la lettera,  e la lasci sul tavolino ad  asciugare.
Va il galletto, e gliela insudicia, proprio dov'era la firma.
Il Re perd il lume degli occhi:
- Sporco galletto! Ora ti concio io! Chiamatemi il cuoco.
Il cuoco si present.
- Mi si faccia arrosto pel pranzo.
In cucina gli tirarono il collo e lo infilzarono nello spiedo.
Quando fu l'ora del pranzo,  il cuoco lo serv in tavola. Sua Maest cominci a
dividerlo,  a chi un'ala,  a chi una coscia,  a chi un po' di petto,  a chi  il
codione: serb per s il collo e la testa colla cresta e coi bargigli.
Avea  terminato  appena  di  mangiare,  che  dal  fondo  del  suo stomaco sente
scoppiare:
- Chicchirich!
Fu una costernazione generale. Chiamarono tosto i medici di corte.
Bisognerebbe spaccar la pancia del Re; ma chi ci si mette?
E il galletto, di tanto in tanto,  dal fondo dello stomaco di Sua Maest,  dava
la voce:
- Chicchirich!
- Chiamatemi la vecchia - disse il Re.
Appunto  essa  veniva a domandar l'elemosina al palazzo reale,  e la condussero
su.
- Strega del diavolo! Che mala hai tu fatta a quell'uovo? Ho mangiato la testa
del galletto, ed esso mi canta dentro lo stomaco.  Se non me ne liberi,  tienti
per morta!
- Maest, datemi un giorno di tempo.
E torn subito a casa:
-  Ah,  gallettina  mia!  Sono stata chiamata dal Re: "Ho mangiato la testa del
galletto, ed esso mi canta dentro lo stomaco". Se non lo libero, sar morta!
- Vecchia mia,  questo  nulla.  Domani prenderai un po' di becchime,  tornerai
dal Re e farai:  billi! billi!  Sentendo la tua voce, il galletto verr fuori.
E cos fu.
La cosa era troppo strana. Il galletto divent famoso, e torn a fare peggio di
prima.
Una mattina, avanti l'alba:
- Chicchirich! Maest, vo' una gallina.
- E diamogli una gallina!
Il giorno appresso, avanti l'alba:
- Chicchirich! Maest, vo' un'altra gallina.
- E diamogli un'altra gallina!
Insomma, ne volle due dozzine.
Un'altra mattina, avanti l'alba:
- Chicchirich! Maest, vo' gli sproni d'oro.
E sproni d'oro siano!
Il  galletto,  ch'era  diventato  un  bel  gallo,  con  quegli  sproni d'oro si
pavoneggiava attorno, beccando questo e quello.
Un'altra volta, avanti l'alba:
- Chicchirich! Maest, vo' la cresta doppia d'oro.
- E cresta doppia d'oro sia!
Il Re cominciava a stufarsi;  ma il gallo,  con quegli sproni  d'oro  e  quella
cresta doppia d'oro, si pavoneggiava attorno, beccando questo e quello.
Finalmente un'altra mattina, avanti l'alba:
- Chicchirich! Maest, vo' mezzo regno; ho corona al par di voi!
Al Re scapp la pazienza:
- Levatemelo di torno, questo gallaccio impertinente!
Ma come fare?  Ammazzarlo era inutile; risuscitava sempre. Portarlo lontano non
concludeva nulla: sarebbe tornato. Prenderlo colle buone era peggio; rispondeva
canzonando: - Chicchirich! Il Re, disperato, mand a chiamare la vecchia:
- Se non mi liberi del gallo, ti fo mozzare la testa!
- Maest, datemi un giorno di tempo.
E torn subito a casa:
- Ah, gallinetta mia!  Sono stata chiamata dal Re: "Se non mi liberi del gallo,
ti fo mozzare la testa". Che debbo rispondere?
-  Rispondi:  "Maest,  voi non avete figliuoli;  adottatelo per figliuolo,  si
cheter".
Il Re, messo colle spalle al muro, risolvette di adottarlo. Ma giov poco.
Con tutte quelle galline, il palazzo reale era diventato un pollaio. Il Re,  la
Regina,  i Ministri,  le dame di corte, i servitori, tutti si sentivan pieni di
pollna dalla testa ai piedi,  e non potevano reggere.  E poi,  schiamazzate di
qua, chicchiriate di l; aveano il capo come un cestone.
Il popolo imprecava a denti stretti:
- Accidempoli al gallo, alle galline e a che li fa allevare!
-  Senti,  strega  -  disse  il  Re.  -  Se fra un giorno non mi spazzi gallo e
galline, pagherai con la tua testa.
- Maest, qui ci vuole la fata Morgana; mandatela a chiamare.
Il Re mand a chiamare la fata Morgana. La Fata rispose:
- Chi vuole vada, chi non vuole mandi.
E il Re dovette andarci egli stesso in persona.
- Maest,  finch quel gallo non sar diventato un uomo al  pari  di  voi,  non
avrete mai pace.
- Ma che cosa ci vuole, perch diventi un uomo al pari di me?
- Ci vuol tre sorta di becchime.  Fate tre solchi colle vostre mani, e spargete
queste tre sementi. Mietete, trebbiate, senza mescolare il grano, e poi dite:

Billi, billi!
Chi gli piace se ne pigli!

E spargerete per terra questo grano qui. Quando non ne rimarr pi un chicco:

Billi, billi!
Chi gli piace se ne pigli!

E spargerete per terra quest'altro grano. Quando non ne rimarr pi un chicco:

Billi, billi!
Chi gli piace se ne pigli!

E spargerete per terra l'ultimo grano.
Il Re s'ingegn di far tutto a puntino. Quando fu il momento:

- Billi, billi!
Chi gli piace se ne pigli!

E una met delle galline mor.

- Billi, billi!
Chi gli piace se ne pigli!

E il resto delle galline mor.

- Billi, billi!
Chi gli piace se ne pigli!

Il gallo si mise a beccare lui  solo,  e  appena  beccato  l'ultimo  grano,  si
ritir,  s'allung,  chicchirich!  Si  scosse  le penne d'addosso e divent un
giovane alto e bello.  Di gallo gli eran  rimasti  soltanto  la  cresta  e  gli
sproni. Ma non importava.
Il Re disse al popolo:
- Non ho figliuoli, e questo qui sar il Reuccio. Rispettatelo per tale.
- Viva il Reuccio! Viva il Reuccio!
Ma, sottovoce, dicevano:
- Staremo a vedere. Chi gallo nasce dee chicchiriare.
Il  Reuccio,  dopo parecchi mesi,  divent malinconico.  Voleva star solo,  non
parlava con nessuno.
- Che cosa avete, figliuolo mio?
- Maest, nulla.
Non lo voleva dire,  provava  rossore,  ma  sentiva  una  gran  voglia  di  far
chicchirich!
Chiamarono  i medici di corte;  chiamarono anche quelli fuori del regno,  i pi
valenti. Non ci capivano niente.
- Forse il Reuccio voleva moglie?
- Non voleva moglie.
- Ma dunque che cosa voleva?  Qualunque cosa avesse voluto,  gli sarebbe  stata
concessa.
- Vorrei... fare chicchirich!
Bisogn permetterglielo: e si sfog tutta la giornata.
Allora gli tagliarono la cresta, e quella voglia non la ebbe pi.
E il popolo:
- Staremo a vedere! Chi da gallina nasce convien che razzoli.
Dopo  parecchi  mesi il Reuccio torn ad essere malinconico.  Voleva star solo,
non parlava con nessuno.
- Che cosa avete, figliuolo mio?
- Maest, nulla.
Non lo voleva dire, provava rossore, ma sentiva una gran voglia d'uscir fuori a
razzolare.
Tornarono a chiamare i dottori, ma non ci capivano niente.
- Forse il Reuccio voleva moglie?
- Non voleva moglie.
- Ma dunque che cosa voleva?  Qualunque cosa avesse chiesta,  gli sarebbe stata
concessa.
- Vorrei... uscir fuori a razzolare!
E bisogn permetterglielo.
Allora gli strapparono gli sproni, e quella voglia non la ebbe pi.
Venne il tempo di dargli moglie:
- Vi piacerebbe, figliuolo mio, la Reginotta di Spagna?
- Maest, dovendo sposare,... vorrei sposare una pollastra!
Si era dunque sempre daccapo?
Il  Re  quel  giorno  avea  le paturne.  Tira fuori la sciabola e gli taglia la
testa.
Ma, invece di sangue d'uomo, gli usc fuori sangue di pollo.
Si present allora la vecchina:
- Maest, ecco,  finita.
Gli riappiccic il capo collo sputo, e il Reuccio torn vivo.
Ora ch'era un uomo davvero stette tranquillo,  e di l a poco  si  spos  colla
Reginotta di Spagna. Poi diventarono Re e Regina, e fecero un po' di bene.
E la fiaba finisce.



LA FIGLIA DEL RE.

C'era una volta un Re e una Regina, che avevano una figlia unica, e le volevano
pi bene che alla pupilla de' loro occhi.
Mand il Re di Francia per domandarla in sposa.
Il Re e la Regina, che non sapeano staccarsi dalla figliuola, risposero:
-  ancora bambina.
Un anno dopo, mand il Re di Spagna.
Quelli si scusarono allo stesso modo:
-  ancora bambina.
Ma i due regnanti se l'ebbero a male. Si misero d'accordo e chiamarono un Mago:
- Devi farci un incanto per la figlia del Re, il peggiore incanto che ci sia.
- Fra un mese l'avrete.
Passato il mese, il Mago si present:
-  Ecco  qui.  Regalatele  questo  anello;  quando  lo avr portato in dito per
ventiquattr'ore, ne vedrete l'effetto.
Regalarglielo non potevano, perch s'eran gi guastati coi parenti di lei. Come
fare?
- Ci penser io.
Il Re di Spagna si travest da gioielliere,  e aperse una bottega dirimpetto al
palazzo reale.
La Regina volea comprar delle gioie e lo mand a chiamare.
Quello and, e in uno scatolino a parte ci avea l'anello.
Dopo che la Regina ebbe comprato parecchie cose, domand alla figliuola:
- O tu, non vuoi nulla?
- Non c' niente di bello - rispose la Reginotta.
- Ci ho qui un anello raro; le piacer.
E il finto gioielliere mostr l'anello incantato.
- Oh, che bellezza! Oh, che bellezza! Quanto lo fate?
- Reginotta, non ha prezzo, ma prender quel che vorrete.
Gli diedero una gran somma e quello and via.
La Reginotta s'era messo in dito l'anello e lo ammirava ogni momento:
- Oh, che bellezza! Oh, che bellezza!
Ma dopo ventiquattr'ore (era di sera):
- Ahi! Ahi! Ahi!
Accorsero il Re, la Regina, le dame di corte, coi lumi in mano.
- Scostatevi! Scostatevi! Son diventata di stoppa.
Infatti la povera Reginotta avea le carni tutte di stoppa.
Il  Re  e la Regina erano proprio inconsolabili.  Radunarono il Consiglio della
Corona.
- Che cosa poteva farsi?
- Maest, fate un bando: Chi guarisce la Reginotta sar genero del Re.
E i banditori partirono per tutto il regno, con tamburi e trombette.
- Chi guarisce la Reginotta sar genero del Re!
In una citt c'era un giovinotto,  figlio d'un ciabattino.  Un giorno,  vedendo
che in casa sua si moriva di fame, disse a suo padre:
- Babbo, datemi la santa benedizione: vo' andare a cercar fortuna pel mondo.
- Il cielo ti benedica, figliuolo mio!
E il giovinotto si mise in viaggio.
Uscito pei campi,  in una viottola incontr una frotta di ragazzi che, urlando,
tiravan sassate a un rospo per ammazzarlo.
- Che male vi ha fatto?  anch'esso creatura di Dio: lasciatelo stare.
Vedendo che quei ragazzacci non smettevano,  salt in mezzo ad  essi,  di  uno
scapaccione  a  questo,  un pugno a quello,  e li sband: il rospo ebbe agio di
ficcarsi in un buco.
Cammina, cammina,  il giovinotto incontr i banditori che,  a suon di tamburi e
di trombette, andavan gridando:
- Chi guarisce la Reginotta, sar genero del Re.
- Che male ha la Reginotta?
-  diventata di stoppa.
Salut  e  continu  per la sua strada,  finch non gli annott in una pianura.
Guardava attorno per vedere di trovar un posto  dove  riposarsi:  si  volta,  e
scorge al suo fianco una bella signora. Trasal.
- Non aver paura: sono una Fata, e son venuta per ringraziarti.
- Ringraziarmi di che?
-  Tu m'hai salvato la vita.  Il mio destino  questo: di giorno son rospo,  di
notte son Fata. Ai tuoi comandi!
- Buona Fata, c' la Reginotta ch' diventata di stoppa, e chi la guarisce sar
genero del Re. Insegnatemi il rimedio: mi baster.
- Prendi in mano questa spada e vai avanti,  vai avanti.  Arriverai in un bosco
tutto  pieno  di  serpenti  e  di animali feroci.  Non lasciarti impaurire: vai
sempre avanti,  fino al palazzo del Mago.  Quando sarai giunto l,  picchia tre
volte al portone...
Insomma gli disse minutamente come dovea fare:
- Se avrai bisogno di me, vieni a trovarmi.
Il giovinotto la ringrazi,  e si mise in cammino.  Cammina.  cammina, si trov
dentro  il  bosco,  fra  gli  animali  feroci.  Era  uno  spavento!   Urlavano,
digrignavano i denti,  spalancavano le bocche;  ma quello sempre avanti,  senza
curarsene.  Finalmente giunse al palazzo del  Mago,  e  picchi  tre  volte  al
portone.
- Temerario, temerario! Che cosa vieni a fare fin qui?
- Se tu sei Mago davvero, devi batterti con me.
Il Mago s'infuri e venne fuori armato fino ai denti: ma, come gli vide in mano
quella spada, url:
- Povero me!
E si butt ginocchioni:
- Salvami almeno la vita!
- Sciogli l'incanto della Reginotta, e avrai salva la vita.
Il Mago trasse di tasca un anello, e gli disse:
-  Prendi;  va' a metterglielo nel dito mignolo della mano sinistra e l'incanto
sar disfatto.
Il giovanotto, tutto contento, si presenta al Re:
- Maest,  vero che chi guarisce la Reginotta sar genero del Re?
- Vero, verissimo.
- Allora son pronto a guarirla.
Chiamaron la Reginotta,  e tutti quelli della corte gli s'affollarono  attorno;
ma le avea appena messo in dito l'anello,  che la Reginotta divamp,  tutta una
fiamma!  Fu un urlo.  Nella confusione,  il giovanotto pot scappare,  e non si
ferm finch non giunse dove gli era apparsa la Fata:
- Fata, dove sei?
- Ai tuoi comandi.
Le narr la disgrazia.
-  Ti  sei lasciato canzonare!  Tieni questo pugnale e ritorna dal Mago: vedrai
che questa volta non si far beffa di te.
E gli disse minutamente come dovea regolarsi.
Il giovinotto and subito, e picchi tre volte al portone.
- Temerario, temerario! Che cosa vieni a fare fin qui?
- Se tu sei Mago davvero, devi batterti con me.
Il Mago s'infuri e venne fuori, armato fino ai denti. Ma come gli vide in mano
quel pugnale, si butt ginocchioni:
- Salvami almeno la vita!
- Mago scellerato, ti sei fatto beffa di me!  Ora starai l incatenato,  finch
l'incanto non sia rotto.
Lo leg bene,  piant il pugnale in terra,  e vi attacc la catena. Il Mago non
poteva muoversi.
- Sei pi potente, lo veggo! Torna dalla Reginotta, cavale di dito l'anello del
gioielliere e l'incanto sar disfatto.
Il giovinotto non avea viso di presentarsi al Re; ma saputo che la Reginotta se
l'era cavata con poche scottature,  perch tutti quei della corte aveano spento
le fiamme, si fece coraggio e si present:
- Maest, perdonate; la colpa non fu mia; fu del Mago traditore. Ora  un'altra
cosa.  Caviamo di dito alla Reginotta quell'anello del gioielliere, e l'incanto
sar disfatto.
Cos fu.  La Reginotta divent nuovamente di carne,  ma pareva un  tronco:  non
avea lingua,  n occhi,  n orecchi; era rovinata dalle fiamme. E se lui non la
guariva intieramente, non potea diventar genero del Re.
Part e and in quella pianura dove gli era apparsa la Fata:
- Fata, dove sei?
- Ai tuoi comandi.
Le narr la disgrazia.
- Ti sei lasciato canzonare!
E gli disse, minutamente, come dovea regolarsi.
Il giovanotto torn dal Mago:
- Mago scellerato,  ti sei fatto beffa di me!  Lingua per  lingua,  occhio  per
occhio!
- Per carit,  lasciami stare!  Vai dalle mie sorelle, che stanno un po' pi in
l. Devi fare cos e cos.
Cammina, cammina,  arriva in una campagna dove c'era un palazzo simile a quello
del Mago. Picchi al portone.
- Chi sei? Chi cerchi?
- Cerco Cornino d'oro.
- Capisco: ti manda mio fratello. Che cosa vuole da me?
- Vuole un pezzettino di panno rosso; gli si  bucato il mantello.
- Che seccatura! Prendi qua.
E  gli butt dalla finestra un pezzettino di panno rosso,  tagliato a foggia di
lingua.
And avanti,  e arriv a pi d'una montagna  dove,  a  mezza  costa,  c'era  un
palazzo simile a quello del Mago. Picchi al portone.
- Chi sei? Chi cerchi?
- Cerco Manina d'oro.
- Capisco: ti manda mio fratello. Che cosa vuole da me?
- Vuole due grani di lenti per la minestra.
- Che seccatura! Prendi qua.
E  gli  butt dalla finestra due grani di lenti,  involtati in un pezzettino di
carta.
And avanti, e arriv in una valle, dove c'era un altro palazzo simile a quello
del Mago. Picchi al portone.
- Chi sei? Chi cerchi?
- Cerco Piedino d'oro.
- Capisco: ti manda mio fratello! Che cosa vuole da me?
- Vuole due lumachine per mangiarsele a cena.
- Che seccatura! Prendi qua.
E gli butt dalla finestra le lumachine richieste.
Il giovanotto torn dal Mago:
- Ho portato ogni cosa.
Il Mago gli disse come doveva fare, e il giovanotto stava per andarsene:
- Mi lasci qui incatenato?
- Lo meriteresti, ma ti sciolgo. Se mi hai ingannato, guai a te!
Il giovane si present al palazzo reale e si fece condurre dalla Reginotta.
Le aperse la bocca,  vi mise dentro  quel  pezzettino  di  panno  rosso,  e  la
Reginotta ebbe la lingua. Ma le prime parole che disse furon contro di lui:
- Miserabile ciabattino! Via di qua! Via di qua!
Il povero giovane rimase confuso:
- Questa  opera del Mago!
Senza curarsene, prese i due semi di lenti, con un po' di saliva glieli applic
sulle  pupille spente,  e la Reginotta ebbe la vista.  Ma appena lo guard,  si
copr gli occhi colle mani:
- Dio, com' brutto! Com' brutto!
Il povero giovane rimase:
- Questa  opera del Mago!
Ma, senza curarsene, prese i gusci delle lumachine che aveva gi vuotati, e con
un po' di saliva glieli applic bellamente dov'era il posto degli  orecchi:  la
Reginotta ebbe gli orecchi.
Il giovane si rivolse al Re e disse:
- Maest, son vostro genero.
Come intese quella voce, la Reginotta cominci a urlare:
- Mi ha detto: Strega! Mi ha detto: Strega!
Il povero giovane, a questa nuova uscita, sbalord:
-  opera del Mago!
- E torn dalla Fata.
- Fata, dove sei?
- Ai tuoi comandi.
Le narr la sua disgrazia.
La Fata sorrise e gli domand:
- Le hai tu tolto di dito l'altro anello del Mago?
- Mi pare di no.
- Vai a vedere; sar questo.
Come  la  Reginotta  ebbe  tolto  di  dito quell'altro anello,  torn gentile e
tranquilla.
Allora il Re le disse:
- Questi  il tuo sposo.
La Reginotta e il giovanotto si abbracciarono alla presenza di tutti,  e  pochi
giorni dopo furono celebrate le nozze.

E furono marito e moglie;
E a lui il frutto e a noi le foglie.



SERPENTINA.

C'era una volta un Re e una Regina. La Regina era incinta.
Un giorno pass una di quelle zingare che van dicendo la buona ventura, e il Re
la fece chiamare:
- Che partorir la Regina?
- Maest, un serpente.
Quelli trasecolarono.
- E che dovevano farne? Ammazzarlo appena nato? Allevarlo?
- Dovevano allevarlo.
La povera Regina dette in un pianto dirotto:
-  Chi  avrebbe  allattato  una  bestia  cos  schifosa?  Lei sarebbe morta dal
terrore! E poi, se le mordeva il seno?
- Maest, non abbiate paura. Avr un dente soltanto, un dente d'oro.
Infatti la Regina partor un bel serpentello  verde-nero,  che  subito,  appena
nato,  sguizz  di mano alla levatrice,  attaccossi alla poppa della mamma e si
mise a poppare.
Quando fu addormentato,  il Re gli aperse la bocca e vide che avea  davvero  un
dente  soltanto,  un  dente  d'oro.  Per,  siccome  non voleva che quella loro
disgrazia si risapesse, fece dire che la Regina avea partorito una bella bimba,
ed era stata chiamata Serpentina.
Serpentina cresceva rapidamente,  e quando apriva la bocca,  il suo dente d'oro
straluccicava.
Un giorno ripass quella zingara, e il Re la fece chiamare:
- Dimmi la ventura di Serpentina.
- Buona o cattiva, Maest?
- Buona o cattiva.
La  zingara  prese  in  mano  la  coda  di  Serpentina e si messe ad osservarla
attentamente. Scrollava la testa.
- Zingara, che cosa vedi da farti scrollare la testa?
- Maest, veggo guai!
- E non c' rimedio?
- Maest, bisognerebbe interrogare una pi sapiente di me: la Fata gobba.
- O dove trovare questa Fata gobba?
- Prendete del pane e del vino per otto  giorni  e  camminate  sempre  diritto,
badiamo!  Senza voltarvi in dietro. All'ottavo giorno vi troverete avanti a una
grotta: la Fata gobba abita l.
- Va bene, - disse il Re - partir domani.
Prese le provviste per otto giorni,  e si mise in cammino.  Quando fu  a  mezza
strada:
- Maest! Maest!
Stava per voltarsi,  ma si ricord della raccomandazione della zingara,  e tir
diritto.
Un altro giorno, ecco dietro a lui un urlo di creatura umana:
- Ahi! M'ammazzano! Ahi!
Il Re si ferm,  irresoluto;  quel grido  strappava  l'anima!...  E  stava  per
voltarsi; ma si ricord della raccomandazione, e tir diritto.
Un  altro  giorno,  ecco  alle  sue spalle un gran rumore,  come di cavalli che
corrano di galoppo.
- Bada! Bada!
Spaventato,  stava per voltarsi;  ma si  ricord  della  raccomandazione  della
zingara, e tir diritto.
Giunto davanti alla grotta, cominci a chiamare:
- Fata gobba! Fata gobba!
- Gobbo sarai te! - rispose una voce.
E  il  povero  Re,  sentitosi  un po' di peso sulle spalle,  si tast.  Gli era
proprio spuntata la gobba.
- Ed ora che fare? Come tornare indietro con quella mostruosit?
Risolse di tornar di notte, perch nessuno lo vedesse. La Regina,  accortasi di
quel gonfiore sulle spalle, gli domand:
- Maest, che portate addosso?
- Porto la mia disgrazia!
E raccont com'era andata.
La Regina risolse di tentar lei:
- Fra loro donne si sarebbero intese meglio.
Fece le sue provviste di pane e vino per otto giorni, e part.
A met strada:
- Maest! Maest!
Lei, sbadatamente, si volta, e si trova tornata al punto d'onde era partita.
- Pazienza! Ricomincer.
La  seconda  volta,  pi  in  l di mezza strada,  ecco alle sue spalle un gran
rumore, come di cavalli che corrano di galoppo:
- Bada! Bada!
Presa dallo spavento,  si volta,  e si trova  di  nuovo  al  punto  d'onde  era
partita.
Allora, da scaltra, disse al Re:
- Maest,  turatemi le orecchie col cotone e versatevi su della cera.  Cos non
sentir nulla, e potr arrivare dalla Fata gobba: altrimenti non ci sar verso.
Il Re le tur le orecchie a quel modo, e lei part.
Giunta davanti la grotta, si stur le orecchie, e picchi. Picchia,  ripicchia,
non rispondeva nessuno.  Lei non voleva chiamare, e dava all'uscio col bastone,
a due mani.
- Chi ? - url finalmente una voce - Chi cercate?
- Son io: cerco la Fata.
- Quale Fata? Delle Fate ce n' tante!
- La Fata gobba.
Le scapp di bocca.
- Gobba sarai tu!
La Regina si tast subito le spalle. Le era proprio spuntata la gobba.
Torn di notte, per non esser veduta;  e il Re,  prima di ogni cosa,  le guard
dietro.
- Maest, che portate addosso?
- Porto la mia disgrazia!
E raccont com'era andata.
-  E tutto questo per Serpentina!  Schiacciamogli la testa!  La mala fortuna ci
vien per lei.
Il Re non sapea risolversi:
- Non era sangue loro?
- Far di mio capo - disse fra s la Regina.
E, di nascosto al Re, chiam una guardia di palazzo:
- Prendi questa cassettina e vattene in un bosco.  Quando sarai l,  farai  una
catasta  di legna,  ve la metterai su e darai fuoco.  Finch non sia consumata,
non dovrai tornare indietro.
- Maest, sar fatto.
Intanto il Re ordinava gli si chiamasse la zingara:
- Dimmi la ventura di Serpentina.
- Buona o cattiva, Maest?
- Buona o cattiva.
- Maest, Serpentina corre pericolo di morte:

E se muore Serpentina,
Tutto il regno va in rovina.

- Che pericolo pu correre nelle stanze reali?
- Maest, non  pi l.
Quando il Re apprese quello che sua moglie avea fatto,  cominci a strapparsi i
capelli:
- La loro rovina era compiuta. Ah! Povera Serpentina, dove tu sei?
E una voce lontana, lontana:
- Maest, sono nel bosco.
- E che tu fai?
- Sento strani rumori.
Il Re ordin:
- Mi si selli il miglior cavallo della mia scuderia!
Mont a cavallo e via,  come un fulmine,  per la strada del bosco.  Di tanto in
tanto si fermava:
- Serpentina, dove tu sei?
- Maest, in mezzo al bosco.
Ora la voce era pi vicina.
- E che tu fai?
- Maest, ho troppo caldo.
Il Re conficcava gli  sproni  nei  fianchi  del  cavallo:  avrebbe  voluto  che
volasse. Ma quando fu in mezzo al bosco, vide una gran fiamma:
- Serpentina, dove tu sei?
- Maest, in mezzo al bosco.
La voce era vicinissima.
- E che tu fai?
- Pelle nuova, Maest!
Il  Re  corse  alla  catasta  in  fiamme,  e senza curar di scottarsi,  tir la
cassettina fuori della brace. L'aperse in fretta e furia,  e vide scappar fuori
una  ragazza  di  belle  forme;  se non che avea la pelle tutta squamosa,  come
quella d'un serpente.
- Troppa fretta, Maest! Ora non potr pi maritarmi!
Serpentina non avea avuto il tempo di far pelle nuova.  E dava  in  un  dirotto
pianto; era inconsolabile:
- Lasciatemi qui sola. Ander dalla Fata gobba.
Non  potendola  persuadere  altrimenti,  il  Re l'abbandon in mezzo al bosco e
torn al palazzo reale.
Ma Serpentina,  gira di qua,  gira  di  l,  non  trovava  l'uscita.  Vide  uno
scarafaggio:
- Scarafaggio,  bel scarafaggio!  Se mi conduci dalla Fata gobba,  ti faccio un
magnifico regalo.
- Non la conosco.
E tir via.
Pi in l, vide un topolino:
- Topolino,  bel topolino!  Se mi  conduci  dalla  Fata  gobba,  ti  faccio  un
magnifico regalo.
- Non la conosco.
E tir via.
Pi in l ancora, vide un usignuolo in cima a un albero:
-  Usignuolo,  bell'usignuolo!  Se  mi  conduci dalla Fata gobba,  ti faccio un
magnifico regalo.
- Mi dispiace, ma non posso.  Aspetto la bella dal dente d'oro che deve passare
di qui.
- Usignuolo, bell'usignuolo! Sono io la bella dal dente d'oro.
E mostr il dente.
- O Reginotta mia! Son tant'anni che t'aspetto.
L'usignuolo  divenne,  tutt'a  un  tratto,  il pi bel giovane che si fosse mai
visto, la prese per mano e la condusse fuor del bosco.
Giunti davanti alla grotta, il bel giovane picchi.
- Chi siete?
- Son io e Serpentina.
- Chi volete?
- La Fata regina.
La grotta si spalanc, e si vide il gran palazzo della Fata gobba; ma bisognava
dirle Fata regina; se no, se l'avea a male.
- Ben venuta, figliuola mia!  T'aspettavo da un pezzo.  Questo giovine  figlio
d'un regnante. Una Maga gli aveva fatto l'incantesimo, e per romperlo ci voleva
la ragazza dal dente d'oro. Ora dovrete sposarvi.
La Reginotta,  con quella pelle squamosa, era un orrore. La Fata gobba cominci
a strusciarla da capo a piedi,  e in poco d'ora la  mond,  in  guisa  che  non
pareva pi lei. Era cos bella, che abbagliava.
La Regina, come intese che Serpentina stava per tornare, mont sulle furie:
- Se vien lei, partir io!  la nostra cattiva sorte!
Ma,  saputo  che  quella  recava  l'unguento  da far sparire le gobbe,  le and
incontro col Re e con tutta la corte.  Fecero grandi  feste,  e  vissero  tutti
felici e contenti.
E noi citrulli ci nettiamo i denti.



IL SOLDO BUCATO.

C'era una volta una povera donna rimasta vedova con un figliolino al petto. Era
di  cattiva  salute,  e  con  quel  bimbo da allattare poteva lavorare pochino.
Faceva dei piccoli servigi alle vicine,  e cos  lei  e  la  sua  creatura  non
morivano di fame.
Quel  figliolino  era bello come il sole;  e la sua mamma,  ogni mattina,  dopo
averlo rifasciato,  lavato e pettinato,  un po' per buon augurio,  un  po'  per
chiasso, soleva dirgli:

- Bimbo mio, tu sarai barone!
Bimbo mio, tu sarai duca!
Bimbo mio, tu sarai principe!
Bimbo mio, tu sarai Re!

E ogni volta che lei gli diceva:  tu sarai Re ,  il bimbo accennava di s colla
testina, come se avesse capito.
Un giorno si trov a passare proprio il Re, e sentito:  Bimbo mio,  tu sarai Re
,  la  prese  in  mala parte,  perch non aveva avuto ancora figliuoli e ne era
accorato assai.
- Comarina, - le disse - non vi arrischiate pi a dire cos, o guai a voi!
La povera donna, dalla paura,  non disse pi nulla.  Per quel figliolino,  ora
che  la  sua  mamma  stava  zitta,  ogni mattina,  appena rifasciato,  lavato e
pettinato, si metteva a piangere e strillare.
Lei gli ripeteva:
- Bimbo mio, tu sarai barone!... Tu sarai duca!... Tu sarai principe!...
Ma il bimbo non si chetava.  Talch  una  volta,  per  prova,  torn  a  dirgli
sottovoce:
- Bimbo mio, tu sarai Re!
Il bimbo accenn di s colla testina, come se avesse capito, e non strill pi.
Allora  la  povera  donna si persuase che quel figliolino doveva avere una gran
fortuna; e temendo la collera del Re, gi pensava di mutar paese.
Intanto,  poich il figliuolo era spoppato,  quando le capitava di fare qualche
servizio, pregava una vicina:
- Comare, tenetemi d'occhio il bambino; vado e torno in due minuti.
Un  giorno  le  accadde di tardare.  La vicina era seccata di tenere in braccio
quel cattivello che piangeva perch voleva la mamma.  In quel punto comparve un
cenciaiolo:
- Cenci, donnine, cenci!
- Lo volete questo cencio qui?
- Se ci si combina, lo prendo.
- Ve lo do per un soldo.
Il cenciaiuolo le tolse il bimbo di braccio e le mise in mano un soldo bucato.
A  quella  scena  lei  e  le  altre vicine presenti ridevano: il cenciaiuolo in
questo mentre svoltava la cantonata e spariva. Corri, cerca, chiama...  L'avete
pi visto?
Figuriamoci che pianto, quella povera mamma, quando apprese la sua disgrazia!
Corse subito dal Re:
- Giustizia, Maest!... Mi han rapito il bambino!
-  Bimbo  mio,  tu  sarai  Re!  -  le  rispose  il  Re facendole il verso,  per
canzonarla.
E la mand via, tutto contento che quel malaugurio per la sua discendenza fosse
sparito.
Gli occhi della povera  donna  parevano  un  fiume.  Andava  attorno  tutta  la
giornata, fermando la gente:
-  Buona  gente,  incontraste  per  caso il cenciaiuolo che mi ha rubato il mio
bambino?
Le persone, che non ne sapevano nulla, la prendevano per matta e le ridevano in
viso.
Quel giorno della disgrazia, la vicina le aveva dato il soldo bucato messole in
mano dal cenciaiuolo; ma la povera donna, dalla gran rabbia che aveva, lo butt
via.
La mattina dopo, apre un cassetto... il soldo bucato era l.
- Soldaccio maledetto! Non ti voglio neppur vedere!
E lo butt nuovamente via dalla finestra.
Ma la mattina dopo, torna ad aprire quel cassetto e che vede? Il soldo bucato.
Richiuse il cassetto con stizza.
- Fossero almeno dieci lire...! Mi comprerei uno straccio di veste!
Non avea finito di dirlo,  che sent l dentro un suono di  soldi  rimescolati.
Stupita,  riapre.  Pareva che il soldo avesse figliato. Oltre a quello, c'erano
l tanti soldi, da fare giusto dieci lire.
Da allora in poi, quando avea bisogno di denaro, le bastava che dicesse:
- Soldino mio, vo' cento lire, vo' mille lire!
Le cento lire, le mille lire erano subito l.
La buona donna non si teneva questa fortuna  per  s  sola;  faceva  spesso  la
carit  a  tutte  le persone bisognose al par di lei,  ed era gi diventata una
benedizione del cielo.
Ma quel bene lei lo faceva sempre col pensiero al figliolino perduto:
- Che le importava di tanta fortuna, senza il suo figliolino?  E sperava sempre
che, un giorno o l'altro, il cielo l'avrebbe consolata.
In  quel  tempo  il  Re  ebbe  il  capriccio di comprarsi un magnifico cavallo.
Conchiuso il negozio,  and per prendere il  denaro  dallo  scrigno  ove  solea
tenerlo riposto, e si accorse che mancava una bella somma.
Appost  l due guardie per acchiappare il ladro;  e,  passati alquanti giorni,
torn a guardare: mancava un'altra bella somma!
Si mise in agguato lui stesso; cominciava a sospettare dei suoi Ministri.
Una mattina, ecco una voce nell'aria, lontana, lontana:
- Soldino mio, vo' mille lire!
E, subito, un rimescolo nello scrigno, come se qualcuno vi prendesse quattrini
a manate.
Apre in fretta in fretta...  Le mille lire mancavano,  ma l dentro  non  c'era
nessuno!
- Come andava questa faccenda?
Il Re ci perdeva la testa.
Per,  bench  fosse  un  po'  avaro,  gli dispiaceva di pi dover morire senza
figliuoli. Se la prendeva colla Regina, come se la colpa fosse stata di lei,  e
la maltrattava:
- Non era buona a fargli un figliuolo, neppure di terra cotta!
La Regina, indispettita, gli fece colle sue mani un bel puttino di terra cotta.
- Ecco, se era buona!
Tutti accorrevano al palazzo reale per vedere quel puttino di terra cotta,  che
era una meraviglia, e vi and anche quella povera donna.
- Oh Dio!   tutto il mio bambino!...  Ma  non  era  cos  che  ti  volevo  Re,
figliolino mio!
E si mise a piangere.
Il  Re,  a  quelle parole,  mont in furore.  Di un calcio al puttino di terra
cotta e lo ridusse in mille pezzi.
Alla povera donna parve di vedersi squarciare sotto  gli  occhi  il  figliolino
perduto.   Ma   che   poteva  dire  a  Sua  Maest?   Dovette  ingozzare  anche
quell'amarezza, e tornarsene a casa zitta zitta.
Intanto nello scrigno del Re i  quattrini  continuavano  a  mancare;  e  sempre
quella voce nell'aria, lontana lontana:
- Soldino mio, vo' cento lire, vo' mille lire!
E  quanti diceva la voce,  tanti il Re ne sentiva prendere dalla mano del ladro
invisibile.
Il Re mise le sue spie per scoprire di chi fosse quella voce: e  un  giorno  le
spie gli condussero dinanzi ammanettata la donna del bambino rubato:
Era lei che aveva detto: "Soldino mio, vo' cento lire!".
Il Re non volle neppure ascoltare la povera donna, che voleva raccontargli come
stesse la cosa, e la fece gettare in un fondo di carcere.
Ma da quel giorno egli non ebbe pi pace.
Voleva andare a letto? E gli strappavano le coperte:
- Maest, non si dorme!
Chi era? Non si vedeva nessuno.
Si sedeva a tavola per mangiare? E gli portavano via il piatto:
- Maest, non si mangia!
Chi era? Non si vedeva nessuno.
Se  durava  un altro po',  il Re moriva d'inedia.  Perci mand a consultare un
vecchio Mago.
Il Mago  (che  poi  era  quel  cenciaiuolo  che  avea  rapito  il  bambino  per
proteggerlo) rispose soltanto:
- Bimbo mio, tu sarai Re!
Visto che il destino era quello,  e non volendo morire d'inedia, il Re cominci
dallo scarcerare la povera donna, e torn a mandare dal Mago:
- Come rintracciare il bimbo?  Lo avea rapito un cenciaiuolo e non se ne sapeva
pi notizia.
Il Mago rispose:
-  Raccatti  i  cocci  di  quel puttino di terra cotta e li saldi insieme collo
sputo.
Il Re,  sebbene di mala voglia,  raccatt i cocci del puttino e li sald  collo
sputo.
- Ed ora?
- Ed ora - rispose il Mago - prepari una bella festa e faccia cos e cos.
Il Re fece dei grandi preparativi, poi, secondo le istruzioni del Mago, mand a
chiamare  la  mamma  del  bimbo  a  palazzo reale e la fece sedere a lato della
Regina.
Il puttino di terra cotta bello e saldato si vedeva  collocato  nel  mezzo  del
salone  e,  attorno  attorno,  ministri,  principi,  cavalieri in gran gala che
aspettavano.
Quando fu l'ora, s'intese nella via:
- Cenci, donnine, cenci!
A questo grido il puttino di terra cotta  scoppi,  e  ne  usci  fuori  un  bel
giovinotto  fra  un  gran  rovesciarsi  di monete,  che ruzzolavano da tutte le
parti.
Il Re,  contento anche perch  riacquistava  tutti  i  suoi  quattrini,  voleva
abbracciarlo  come  un  figliuolo;  ma quello corse prima dalla sua mamma e non
sapeva staccarsela dal petto:
- Bimbo mio, tu sarai Re!
Ed era gi Reuccio, poich il Re lo adottava!
Qui entr una guardia e disse:
- Maest, c' di l un cenciaiuolo; rivuole il suo soldo bucato.
Il Re non ne sapeva nulla; ma la povera donna rispose subito:
- Eccolo qui.
Sentita la storia di quel soldo,  il Re pens ch'era meglio tenerselo  per  s.
And  di  l,  buc  un  altro  soldo  e  diede  questo  in cambio di quello al
cenciaiuolo.
Ma gliene incolse male.
La prima volta che disse:
- Soldino mio, vo' mille lire!
Invece di mille lire furono mille nerbate,  che lo  conciarono  per  le  feste,
tanto che mor.
- Bimbo mio, tu sarai Re!
E si era avverato.

Stretta  la foglia, larga  la via,
Dite la vostra, ch ho detto la mia.



T, TRITI, T.

C'era  una  volta  un  contadino  che aveva un campicello tutto sassi,  e largo
quanto la palma della mano. Vi era rizzato un pagliaio e viveva l,  da un anno
all'altro,  zappando,  seminando,  sarchiando,  insomma  facendo tutti i lavori
campestri.
Nelle ore di riposo cavava di tasca un zufolo e,  t, triti, t , si divertiva
a fare una sonatina, sempre la stessa; poi riprendeva il lavoro.
Intanto quel campicello sassoso gli fruttava pi di  un  podere.  Se  i  vicini
raccoglievano  venti,  e  lui  raccoglieva  cento,  per  lo  meno.  I vicini si
rodevano.  Una volta quel campicello non  lo  avrebbero  accettato  neanche  in
regalo:  da  che lo aveva lui,  non sapevan che cosa fare per strapparglielo di
mano.
- Compare,  volete disfarvi di questi quattro sassi?  C' chi li pagherebbe tre
volte pi della stima.

- Questi sassi son per me:
Non li cederei neppure al Re.

- Compare, volete disfarvi di questi quattro sassi? C' chi li pagherebbe dieci
volte pi della stima.

- Questi sassi son per me:
Non li cederei neppure al Re.

Una  volta,  per  caso,  pass  di  l anche il Re,  accompagnato dai ministri.
Vedendo quel campicello,  che pareva un giardino,  coi seminati verdi e vegeti,
mentre  quelli  dei  campi  attorno somigliavano a setole di spazzola,  gialli,
stenti, si ferm, colpito dalla meraviglia e disse ai ministri:
-  proprio una bellezza! Lo comprerei volentieri.
- Maest, non si vende. Il padrone di esso  un uomo strano. Risponde a tutti:

- Questi sassi son per me:
Non li cederei neppure al Re.

- Oh! Voglio vederlo.
E fece chiamare il contadino.
-  vero che questo campicello tu non lo cederesti neppure al Re?
- Sua Maest ha tanti poderi! Che se ne farebbe dei miei sassi?
- Ma se lui li volesse?
- Se lui li volesse?

- Questi sassi son per me:
Non li cederei neppure al Re.

Il Re fece finta di non aversela avuta a male,  e la  notte  dopo  mand  cento
guardie  a  scalpicciare,  zitte  zitte,  quel  seminato,  da non lasciar ritto
neanche un filo d'erba.
La mattina, il contadino esce fuor del pagliaio, e che vede? Uno spettacolo!  E
tutti  i  vicini che stavano a guardare,  con gusto,  quantunque si mostrassero
addolorati.
- Ah, compare,  compare!  Se voi aveste venduto quei quattro sassi,  ora questa
disgrazia non vi sarebbe accaduta.
Ma quegli zitto, dinoccolato, come se non dicessero a lui.
Quando i vicini furono andati pei fatti loro,  cav di tasca lo zufolo,  e  t,
triti, t , il seminato cominciava a rizzarsi;  t, triti,  t ,  il seminato
si rizzava come se nulla fosse stato.
Il Re, sicuro del fatto suo, lo aveva mandato a chiamare:
- C' qualcuno che ti vuol male.  So che la notte scorsa ti han mezzo distrutto
il seminato.  Vendi a me quei quattro sassi.  La gente,  quando sapr  che  son
miei, li guarder da lontano.
- Maest, non  vero nulla. Il mio seminato  pi bello di prima.
Il Re si morse il labbro:
- Dunque i suoi ordini non erano stati eseguiti!
E  se  la  prese  coi  Ministri.  Ma appena questi gli riferirono che le povere
guardie,  dal gran scalpicciare  di  quella  nottata,  non  si  poteano  neppur
muovere, il Re rimase!
- Quest'altra notte, ad ora tarda, si mandi l tutto l'armento.
La mattina,  il contadino esce fuori dal pagliaio,  e che vede? Uno spettacolo:
il terreno brucato raso!
I vicini:
- Ah, compare, compare! Se voi aveste venduto quei quattro sassi,  questa nuova
disgrazia non vi sarebbe accaduta.
E quegli zitto, dinoccolato, come se non dicessero a lui.
Quando i vicini furono andati via pei fatti loro,  cavava di tasca lo zufolo, e
t, triti, t , il seminato ripullulava; e  t, triti,  t ,  il seminato era
bell'e cresciuto come se nulla fosse stato.
Il  Re,  questa  volta,  era  sicuro  di  aver  buono  in mano.  Volea vederlo,
quell'uomo! Chi sa che grugno!
E appena l'ebbe alla sua presenza:
- C' qualcuno che ti vuol male. So che la notte scorsa ti hanno,  a dirittura,
distrutto ogni cosa.  Vendi a me quei quattro sassi. La gente, quando sapr che
sono miei, li guarder da lontano.
- Maest, non  vero nulla. Il mio seminato  pi bello di prima.
Il Re si morse il labbro:
- Dunque i suoi ordini non erano stati eseguiti!
E se la  prese  coi  Ministri.  Ma  quando  questi  gli  riferirono  che  tutto
l'armento,  dal  gran  mangime  di  quella  nottata,  avean  le  pance  che gli
scoppiavano e che met eran gi morti di ripienezza, il Re rimase!
- Qui c' un mistero! Bisogna scoprirlo. Vi do tempo tre giorni.
Col Re non si scherzava.  I Ministri cominciarono dal  grattarsi  il  capo,  e,
pensa e ripensa,  uno di essi propose di andare, la notte, ad appostarsi dietro
il pagliaio di quel maledetto contadino  e  star  l  fino  all'alba.  Chi  sa?
Qualcosa avrebbero visto.
- Benone!
Andarono;  e siccome nel pagliaio c'erano parecchie fessure, si misero a spiare
attraverso a queste.
Il Re non avea potuto chiuder occhio pensando all'accaduto: e  la  mattina,  di
buon'ora, fece chiamare i ministri.
- Maest, oh! Che abbiamo visto! Che abbiamo visto!
- Che cosa avete mai visto?
- Quel contadino ha uno zufolo,  e appena si mette a sonarlo,  t, triti, t ,
il suo pagliaio, di botto, diventa una reggia.
- E poi?
- E poi vien fuori una ragazza pi bella della luna e del sole,  e  lui,    t,
triti, t , la fa ballare con quella sonata; e dopo le dice:

Bella figliuola, se il Re ti vuole,
Dee star sette anni alla pioggia e al sole.
E se sette anni alla pioggia e al sole non sta,
Bella figliuola, il Re non ti avr.

- E poi?
- E poi smette di sonare e quella reggia, di botto, ridiventa pagliaio.
- Glieli dar io la pioggia e il sole!  - disse il Re,  toccato sul vivo.  - Ma
prima vediamo codesto miracolo di bellezza!
E and la notte dopo, accompagnato dai Ministri.
Ed ecco il contadino cava di tasca il suo zufolo, e  t, triti, t ,  di botto
il pagliaio diventa una reggia;  e  t,  triti,  t ,  compare la ragazza e si
mette a ballare. A quella vista il Re ammatt:
- Oh, che bellezza! Dovr esser mia! Dovr esser mia!
E, senza metter tempo in mezzo, picchia all'uscio a pi riprese.
Il contadino cess di suonare;  di botto la reggia ridivenne  pagliaio,  ma  di
aprire non se ne parl neppure: e il Re,  che bruciava dall'impazienza, dovette
tornarsene a palazzo. Prima che albeggiasse, sped un corriere a spron battuto:
- Lo voleva il Re, subito subito.
Il contadino and a presentarsi:
- Sua Maest che cosa comandava?
- Comando e voglio la tua figliuola  per  sposa.  Lei  diventer  Regina  e  tu
Ministro di palazzo reale.
- Maest, c' una condizione:

Chi vuole la mia figliuola
Dee star sette anni alla pioggia e al sole;
E se sette anni alla pioggia e al sole non sta,
Fosse chi fosse, non l'otterr.

Il  Re avrebbe voluto darglieli lui la pioggia e il sole!  Ma c'era di mezzo la
ragazza. Si strinse nelle spalle e rispose:
- Star sette anni alla pioggia e al sole.
Lasci il governo ai Ministri, per tutto il tempo che sarebbe stato assente,  e
and  ad  abitare  col  contadino,  scottandosi la pelle al solleone e restando
sotto la pioggia anche quando veniva gi a catinelle.
Dopo poco tempo, povero Re, non si riconosceva pi; parea fatto di terra cotta,
colla pelle bruciata a quel modo.  Ma avea un compenso.  Di tanto in tanto,  la
notte, il contadino cavava di tasca lo zufolo, e prima di sonare, gli diceva:
- Maest, rammentatevi bene:

Chi tocca stronca,
Chi parla falla!

E  t,  triti,  t , di botto il pagliaio diventava una reggia; e  t, triti,
t , compariva la ragazza pi bella della luna e del sole.
Il Re se la divorava cogli occhi, mentre quella ballava.  Dovea fare proprio un
grande  sforzo per non slanciarsi ad abbracciarla e non dirle: "Sarai Regina!".
La passione lo conteneva.
Eran passati sei anni,  sei mesi e sei giorni.  Il Re,  dalla  contentezza,  si
fregava le mani.
Fra  poco  quella  ragazza  pi  bella  della luna e del sole sarebbe stata sua
sposa!  E lui se ne tornerebbe al palazzo reale,  Re come prima e pi beato  di
prima!
Ma  la  sua  disgrazia  volle  che  una  notte il contadino cavasse di tasca lo
zufolo, e si mettesse a sonare senza ripetergli:
- Maest, rammentatevi: chi tocca stronca, chi parla falla.
Quando,  t, triti, t ... apparve la ragazza pi bella della luna e del sole,
e si messe a ballare,  il Re non  seppe  pi  frenarsi,  le  corse  incontro  e
l'abbracci, gridando:
- Sarai Regina! Sarai Regina!
Fu  un lampo.  E,  invece della ragazza,  che cosa si trov fra le braccia?  Un
ceppo bitorzoluto!
- Maest, ve l'avevo pur detto io:

Chi tocca stronca,
Chi parla falla!

Il Re pareva di sasso:
- Bisognava ricominciare?
- Bisognava ricominciare!
E ricominci.
Si abbrustoliva al sole:

- Sole, bel sole
Patisco per amore!

Si lasciava conciare dalla pioggia.

- Pioggia, pioggia bella,
Patisco per la donzella!

E quando il contadino cavava di tasca lo zufolo e,  t, triti, t , la ragazza
ricompariva e si metteva a ballare,  lui se la  divorava  cogli  occhi,  da  un
cantuccio, zitto e cheto come l'olio. Non se la sentiva di ricominciare.
Eran  passati  novamente  sei  anni,  sei  mesi  e sei giorni,  e il Re,  dalla
contentezza, gi si fregava le mani.
Ma la sua disgrazia volle che una notte il contadino cavasse di tasca lo zufolo
e,   t,  triti,  t ,  comparisse la ragazza e si mettesse a ballare come non
aveva ballato mai, con una grazia, con una sveltezza! Il povero Re non pot pi
frenarsi e le corse incontro e l'abbracci:
- Sarai Regina! Sarai Regina!
E che cosa si trov fra le braccia? Un ceppo bitorzoluto.
- Ah, Maest, Maest!

Chi tocca stronca,
Chi parla falla!

Il Re pareva di sasso:
- Bisognava ricominciare?
- Bisognava ricominciare!
E ricominci:

- Sole, bel sole,
Patisco per amore;
Pioggia, pioggia bella,
Patisco per la donzella!

Questa  volta  per  stette  bene  in  guardia,  e  ai  sette anni fissati ebbe
finalmente la ragazza,  pi bella della luna e del sole.  Non gli parea  neppur
vero!  Intanto  che  cosa  era accaduto?  Era accaduto che i suoi Ministri e il
popolo ritenendolo per matto,  si erano dimenticati di lui e  avevan  dato,  da
parecchi anni, la corona reale a un suo parente.
Il  Re,  infatti,  si  presenta  al palazzo reale colla sposa sotto braccio e i
soldati di sentinella:
- Non si passa! Non si passa!
- Sono il Re! Chiamate i miei Ministri!
Che Ministri? I vecchi eran morti e quelli del nuovo Re lo lasciavano cantare.
Si rivolge al popolo:
- Come? Non riconoscete il vostro Re?
Il popolo gli ride in faccia e non gli d retta.
Disperato, ritorna al campicello, dal contadino. Dov'era il pagliaio, vede, con
sorpresa,  un palazzo che pareva una reggia.  Monta  le  scale,  e  invece  del
contadino,  gli viene incontro un bel vecchio con tanto di barba bianca: era il
gran mago Sabino.
- Non ti scoraggiare! - gli disse questi.
E lo prese per mano,  e lo condusse in una  magnifica  stanza,  dove  c'era  un
catino pieno di acqua.  Il Gran Mago afferra quel catino e glielo riversa sulla
testa, e il Re, da un po' invecchiato che gi era, rinverdisce, a un tratto, di
vent'anni.
Allora il vecchio:
- Affcciati a quella finestra, suona questo zufolo e vedrai.
Il Re si affaccia, si mette a sonare,   t,  triti,  t ,  ed ecco un esercito
armato  di  tutto punto,  fitto come la nebbia,  su pei colli e per la pianura.
Intimata la guerra,  mentre i soldati combattevano lui,  in cima a  un  poggio,
sonava  t, triti, t , senza cessare finch la battaglia non fu vinta.
Torn a palazzo reale vittorioso e trionfante, perdon a tutti, e all'occasione
dei suoi sponsali di un mese di feste per tutto il regno.

E presto ebbe un erede;
E noi scalzi d'un piede.



TESTA-DI-ROSPO

C'era  una  volta un Re e una Regina.  La Regina partor e fece una bambina pi
bella del sole. Insuperbita di questa figliolina cos bella, spesso diceva:
- Neppur le Fate potrebbero farne un'altra come questa.
Ma una mattina, va per levarla di culla e la trova contraffatta,  con una testa
di rospo.
- Oh Dio, che orrore!
Bench  fosse figlia unica e le volesse un gran bene,  quella testa di rospo le
facea schifo, e non volle pi allattarla.
Il Re, angustiato, disse a un servitore:
- Prendila e portala gi; mettila fra i cagnolini figliati dalla cagna. Per se
morisse, sarebbe meglio per lei!
Non mor.  La cagna,  tre,  quattro volte il giorno tralasciava di dar latte ai
cagnolini,  e porgeva le poppe a Testa-di-rospo.  La leccava,  la ripuliva,  la
scalducciava tenendosela accosto, e non permetteva che alcuno stendesse la mano
a toccarla.
Quando il Re e la  Regina  scendevano  gi  per  vedere,  la  cagna  ringhiava,
mostrava  i  denti;  e un giorno che la Regina fece atto di voler riprendere la
figliuola, le salt addosso e le morse mani e gambe.
Testa-di-rospo nel canile prosperava.  Quando crebbe,  non volle pi lasciarlo.
Durante  la  giornata abitava su nelle stanze reali;  pranzava a tavola col Re,
colla Regina,  con tutta la corte,  e prima di toccar le pietanze,  metteva  da
parte  i  meglio  bocconi;  poi  ne  riempiva il grembiule e scendeva gi,  nel
canile.
- Mamma cagna, mangiate; la mia vera mamma siete voi!
La notte dormiva l,  con mamma cagna.  Non c'era mai stato verso di indurla  a
dormire nel suo letto.
La  Regina,  sentendole ripetere ogni giorno: - Mamma cagna,  mangiate;  la mia
vera mamma siete voi!  -,  cominci a odiarla terribilmente,  come se non fosse
stata sua figliuola.
E una volta disse al Re:
- Maest,  no, costei non  la nostra figliuola. Ce la scambiarono quand'era in
culla. Che ne facciamo di questo mostro? Io direi di farla ammazzare.
Il Re non ebbe animo di commettere questa crudelt:
- Mostro o non mostro,  una creatura di Dio.
Talch la Regina giur di disfarsene in segreto.
E che pens?  Pens di dar ad intendere al Re che  era  nuovamente  gravida  e,
quando fu l'ora,  gli fece presentare una bambina nata di fresco, che lei aveva
fatto comprare a peso d'oro in un altro paese.
Il Re fu molto contento; e alla bambina mise nome Gigliolina; perch era bianca
come un giglio.
Allora la Regina gli disse:
- Ora che abbiamo quest'altra figliuola,  che ne facciamo di  quel  mostro?  Io
direi di farla ammazzare.
Per amore di quest'altra figliuola, il Re, bench a malincuore acconsent.
Ma  come  andarono per prendere Testa-di-rospo e farla ammazzare,  sulla soglia
del canile trovarono mamma cagna, che abbaiava e ringhiava mostrando i denti.
E Testa-di-rospo non voleva uscir fuori.
- Perch non vieni fuori?
- Perch mi farete ammazzare.
- E chi ti ha detto questo?
- Me l'ha detto mamma cagna.
La Regina, maliziosa, voleva indurla colle buone:
- Non  vero,  sciocchina.  Vieni su,  vieni a vedere che bella sorellina ti  
nata.

- Sorellina non me n' nata,
A peso d'oro fu comprata.
Mamma cagna, mamma cagna,
Siete voi la vera mamma.

- Che significa? - domand il Re.
- O che gli date retta? Testa-di-rospo parla da bestia.
Ma il Re disse:
-  Chi  tocca  Testa-di-rospo l'ha da fare con me.  Mostro o non mostro,   una
creatura di Dio. Lei  la vera Reginotta, perch nata la prima.
La Regina,  arrabbiata per lo smacco,  che pens?  Pens di  ricorrere  ad  una
Strega:
-  Fammi  due  vestiti  compagni,  tutti  oro  e  diamanti;  ma  uno dev'essere
incantato: deve bruciare addosso a chi se lo mette.
- Fra un anno li avrete.
In questo mentre la Regina fingeva di voler bene egualmente alle due figliuole;
anzi, se comprava un balocco, un ninnolo per la Gigliolina, ne comprava uno pi
bello per Testa-di-rospo.
La Gigliolina, vedendo il regalo pi bello, si metteva a strillare:
- Quello l lo voglio io!
E Testa-di-rospo glielo dava.
Passato l'anno, la Regina torn alla Strega.
- Maest, i vestiti sono pronti; ma badate di non scambiarli. Per non sbagliare
in questo incantato ci ho messo un diamante di pi.
- Ho capito.
Chiam le due figliuole e disse:
- Ecco due bei vestiti; provateveli subito, per vedere se vanno bene.  Questo 
il tuo, Testa-di-rospo.
Ma la Gigliolina, contati i diamanti e visto che in quello di Testa-di-rospo ce
n'era uno di pi, comincia a strillare:
- Quello l lo voglio io!
La Regina non permise che lo toccasse.
Intanto la Gigliolina continuava a strillare, e pestare coi piedi:
- Quello l lo voglio io! Quello l lo voglio io!
Accorse il Re e disse:
- Non ti persuadi che quello  un po' pi grande? Provalo, e vedrai.
E stava per infilarglielo.
- No, Maest - disse Testa-di-rospo.

Vestito bello, fatto da poco,
Vestito nuovo fatto di fuoco,
Mamma cagna, mamma cagna,
Siete voi la vera mamma.

- Che significa? - domand il Re.
- O che gli date retta. Testa-di-rospo parla da bestia.
Ma il Re disse:
- Chi fa danno a Testa-di-rospo,  fa il proprio danno. Lei  la vera Reginotta,
perch nata la prima.
La Regina, arrabbiata per quest'altro smacco, non sapeva pi che inventare.
E la sua rabbia si accrebbe  quando  vide  arrivare  a  corte  il  Reuccio  del
Portogallo, che andava cercando una principessa reale per moglie.
La Regina disse al Re:
- Almeno facciamogli vedere tutte e due le figliuole; cos sceglier.
Il Re, per contentarla, rispose:
- Sia pure.
Il Reuccio voleva visitare le principesse negli appartamenti ov'esse abitavano;
e  la Regina lo condusse prima nel magnifico appartamento della Gigliolina.  La
Gigliolina, vestita cogli abiti pi sfarzosi, sfolgorava come una stella.
Il Reuccio disse:
-  mai possibile che l'altra principessa sia bella quanto  questa?  Andiamo  a
vederla. Ma dove andiamo?
- Nel canile. L'altra abita nel canile.
Il  Reuccio,  stupito,  scese  gi  insieme  col  Re  e con la Regina,  e trov
Testa-di-rospo nel canile:
- Reuccio, entrate voi solo; c' posto soltanto per uno.
Il Reuccio entr, e Testa-di-rospo chiuse lo sportello.
Mamma cagna si accovacci l dietro, ringhiando.
Aspetta un'ora, aspetta due, il Reuccio non compariva. La Regina,  sopra tutti,
era impaziente pel ritardo:
- Chi sa che brutto scherzo Testa-di-rospo stava per farle!
Il brutto scherzo fu che il Reuccio, uscito dal canile, disse al Re:
- Maest, vi chieggo la mano di Testa-di-rospo.
La Regina non rinveniva dallo sbalordimento:
- Ma che cosa avete fatto tante ore l dentro?
-  Ho  visitato  tutto il palazzo.  Di fronte al palazzo di Testa-di-rospo,  il
palazzo reale sembrerebbe una stalla.
Il Re e la Regina si guardarono, meravigliati.
- Reuccio, dite davvero?
- Dico davvero.
La Regina dovette inghiottire quest'altra pillola amara, e che pens?  Pens di
accertarsi coi suoi occhi di quello che il Reuccio aveva detto:
- Testa-di-rospo, vorrei vedere il tuo palazzo.
- Maest, quel canile lo chiamate palazzo?
- Testa-di-rospo, una notte vorrei dormire con te.
- Chiedetene il permesso a mamma cagna:  lei la padrona.
La Regina and a trovare mamma cagna:
- Mamma cagna, vorrei visitare il vostro palazzo.
- Bau! Bau!
- Che cosa dice?
- Dice di s.
- Mamma cagna, una notte vorrei dormire con Testa-di-rospo.
- Bau! Bau!
- Che cosa dice?
- Dice di s.
La Regina, per entrare nel canile, dovette quasi piegarsi in due.
- Ed  questo il tuo gran palazzo?
- Questo: non ve lo dicevo?
La Regina,  indispettita, usc fuori brontolando contro il Reuccio, che le avea
dato ad intendere tante sciocchezze;  e appena fuori,  cominci a  sentire  per
tutto  il  corpo un brulichio e un bruco insoffribile.  Era,  da capo a piedi,
ripiena di pulci;  e,  siccome montava a corsa le scale e scoteva le vesti,  ne
seminava per terra cataste che annerivano il pavimento.
Cos per le stanze del palazzo; ma pi scoteva e pi gliene brulicavano addosso
e se la rodevano viva viva.
In un momento,  Re,  ministri, dame di corte, gente di palazzo, tutti si videro
assaliti da quelle bestiole affamate,  che davano morsi da portar via la pelle;
e tutti urlavano:
- Accidempoli alla Regina che volle entrare nel canile!
Il Re corse subito da Testa-di-rospo:
- Figliuola mia, dcci aiuto!
- Mamma cagna, dategli aiuto!
Mamma cagna si mise a girellare per le stanze:
- Bau, bau! Bau, bau!
E sentendola abbaiare, tutte le pulci saltavano addosso a lei.
La Regina non si stim castigata abbastanza e insistette:
- Testa-di-rospo, questa notte vengo a dormire con te.
- Maest, in un giaciglio!
- Per una volta, potr provare.
Si acconci alla meglio, e finse di dormire.
- In quel canile ci doveva essere un mistero; voleva scoprirlo.
Verso mezzanotte,  sent un romore come di un crollo di muro. Apr gli occhi, e
rimase abbagliata.
Avea davanti una fila di stanze,  cos ricche e cos splendide,  che quelle del
palazzo reale,  in confronto, sarebbero parse vere stalle; e Testa-di-rospo che
dormiva,  in fondo,  sopra un letto lavorato d'oro e di  pietre  preziose,  con
cortinaggi di seta e lenzuola bianche pi della spuma.
E  non  aveva pi quella schifosa testa di rospo;  ma era cos bella,  che,  al
paragone, la Gigliolina,  bella e bianca come un giglio,  sarebbe parsa proprio
una megera.
Accecata dal furore, la Regina pens:
- Ora entro, e mentre dorme, la strozzo colle mie mani.
Ma  il  muro si richiuse a un tratto,  e lei vi batt la faccia e si ammacc il
naso.
Senza aspettare che facesse giorno, torn su in camera.
Sentiva nelle carni un bruco,  un gonfiore!...  Stende una mano,  e si  scorge
che, da capo a piedi, era piena di zecche.
Si sveglia il Re:  pieno di zecche anche lui.
Si svegliano i ministri, le dame di corte, insomma tutte le persone del palazzo
reale;  son  tutti,  da  capo a piedi,  pieni di zecche;  e,  dal prurito e dal
dolore, non possono reggere:
- Accidempoli alla Regina, che volle dormire nel canile!
Il Re corse di nuovo da Testa-di-rospo.
- Figliuola mia, dcci aiuto!
- Mamma cagna, dategli aiuto!
Mamma cagna, Bau, bau! No, no! Non ne vuol sapere.
- Figliuola mia, dcci aiuto!
Che aiuto poteva dargli? Mamma cagna rispondeva sempre:
- Bau, bau! No, no!
Intanto tornava il Reuccio per sposare Testa-di-rospo.
Tutti erano occupati a tagliar le zecche,  colle forbici,  perch strappare non
si  potevano;  facevano  pi  male.  E  pi  ne tagliavano e pi ne rimaneva da
tagliare:
- Accidempoli alla Regina, che volle dormire nel canile!
Allora il Re mont in furore. Afferr la Regina pel collo, e disse:
- Trista femmina, che cosa hai tu fatto, da attirarci addosso tanti guai?
La Regina non ne poteva pi e confess ogni cosa: che avea detto come  le  Fate
non potrebbero farne una pari;  che avea comprato quella bambina a peso di oro;
che avea fatto fare il vestito incantato per bruciare viva Testa-di-rospo.
- Ora son proprio pentita, e domando perdono alla Fata!
Disse appena cos, che alla Reginotta cadde gi quella schifosa testa di rospo,
e la Gigliolina si trov vestita come una figliuola di contadini, qual era.  La
Reginotta splendeva come il sole, sicch, per guardarla, bisognava mettersi una
mano agli occhi. Le zecche erano sparite, e non se ne vedeva neppure il segno.
Il Reuccio di Portogallo e la Reginotta si sposarono;  e se ne stettero e se la
godettero e a noialtri nulla dettero.



TOPOLINO.

C'era una volta un Re,  che pi non viveva tranquillo,  dal giorno in  cui  una
vecchia indovina gli aveva detto:
- Maest, ascoltate bene:

Topolino non vuol ricotta;
vuol sposare la Reginotta;
E se il Re non gliela d,
Topolino lo ammazzer.

Il Re consult subito i suoi ministri; ed uno di loro disse:
- Maest,  mai possibile che un topolino voglia sposare la Reginotta? Io credo
che quella donna si sia beffata di voi.
Ma gli altri non furono dello stesso parere.
- Per evitare la disgrazia,  bisogna distruggere tutti i topi del regno, mentre
la Reginotta trovasi ancora nelle fasce.
Perci il Re messe fuori un decreto:
- Pena la vita a chi non teneva uno o pi gatti,  secondo  che  avesse  casa  o
palazzo. Chi ammazzava cento topi diventava barone.
Il Re di l'esempio egli il primo; e il palazzo reale fu pieno di gatti, tenuti
assai  meglio  dei cortigiani e anche dei ministri.  Inoltre,  a tutti gli usci
venivano appostate guardie con una granata in mano,  invece  di  sciabola,  che
dovevano gridare  all'armi  appena visto un topo.
Sulle prime,  con quella caccia ai topi per diventare barone, fu uno spasso per
tutto il regno.
Il Re,  ogni volta che gli portavano al palazzo un centinaio  di  topi  uccisi,
traeva un respiro dal profondo del petto.
- Voi siete barone!
- Che mi vale, Maest, l'esser barone, se non ho da mangiare? - disse una volta
un contadino, che, invece di cento, ne aveva portati un mezzo migliaio.
-  giusto - rispose il Re.
E gli fece un bel regalo.
Saputasi la cosa,  tutti quelli che accorrevano al palazzo reale, ripetevano la
stessa storia:
- Che mi vale, Maest, l'esser barone, se non ho da mangiare?
Ma il Re,  ch'era un po' tirchio,  si secc presto a dover far tanti regali;  e
all'ultimo rispose:
- Il decreto dice soltanto: sarete baroni.
E il popolo ne fu scontento; molto pi che, con tutti quei gatti per la casa, i
quali miagolavano da mattina a sera,  si viveva una vitaccia d'inferno.  Ma Sua
Maest ordinava cos; era forza ubbidirgli!
Da l a qualche anno,  non si trovava un topo in  tutto  il  regno,  neppure  a
pagarlo un milione.
Il Re gi cominciava a rassicurarsi; e siccome la Reginotta era cresciuta, egli
pensava di darle marito.  Parecchi Principi l'avevano chiesta. Ma la Reginotta,
quasi lo facesse a posta, a ogni domanda di matrimonio, rispondeva:
- Maest, chiedo un altr'anno di tempo.
Intanto era accaduto  questo:  in  un  paesotto  del  regno,  nascosto  fra  le
montagne,  una  povera  donna  aveva  partorito un bambino mostruoso,  col viso
d'uomo e il resto del corpo di vero topolino,  con le sue zampine e con la  sua
codina.
Al vederlo,  la mamma e la levatrice rimasero trasecolate: e la levatrice,  che
provava ribrezzo a toccare quel mostricino, aveva consigliato di soffocarlo.
La mamma non n'ebbe il cuore, e preg:
- Non ne fiatare con anima viva, comare!
Infatti nessuno ne seppe nulla;  e il bambino crebbe vegeto  e  vispo  da  quel
topolino ch'egli era.  Camminava su due gambe, come un uomo; solamente la mamma
lo vestiva in maniera,  che del suo corpo non si potesse vedere  altro  che  il
volto. Alle zampine anteriori gli metteva sempre i guanti.
Gli  aveva  posto nome Beppe,  e cos lo chiamavano tutti;  ma quando non c'era
nessuno, ella, per tenerezza, lo chiamava Topolino.
- Topolino, fa' questo; Topolino, fa' quest'altro!
E Topolino non le dava mai il menomo  dispiacere,  e  faceva  questo  e  faceva
quello.
- Dio t'aiuter, Topolino!
E un giorno Topolino disse:
- Mamma, voglio fare il soldato.
La poveretta che gli voleva bene, piangendo rispose:
- Ed io, come rimango sola sola? Ora sono vecchia, e non posso pi lavorare.
- Vi lascer la mia coda. Quando avrete bisogno di qualcosa, direte:

Codina, codina
Servi la tua mammina!

Ed  essa  vi  servir,  come se fossi io stesso in persona.  Se non v'ubbidir,
vorr dire che in quel momento io corro un gran  pericolo.  Allora,  lasciatevi
guidare da essa e venite a trovarmi.
Cos fece, e part. Quella coda era fatata.
Al  Re  era  stata  mossa  guerra  da  un  altro  Re,  offeso dal rifiuto della
Reginotta.  Uscito,  con tutto l'esercito a combattere,  in ogni  battaglia  ne
toccava.
Mutava generali,  chiamava nuova gente sotto le armi,  veniva alle mani, faceva
prodezze straordinarie,  ma rimaneva vinto sempre;  e una volta pot  salvarsi,
scappando sul suo cavallo a rotta di collo.
Si present Topolino, ch'era alla guerra anche lui:
- Maest, se mi date il comando in capo, vi faccio uscire vittorioso.
- E tu chi sei?
- Mi chiamo Niente-con-Nulla; ma non vuol dire. Mettetemi alla prova.
- Niente-con-Nulla sia comandante!
I generali dell'esercito credettero che Sua Maest fosse ammattito:
- Affidare il comando in capo a quel cosino, ch'era davvero Niente-con-Nulla!
Non  rinvenivano  dallo stupore.  Ma quando fu l'ora della battaglia,  Topolino
impart gli ordini,  fece sonare le trombe,  e in un batter d'occhio l'esercito
nemico fu spazzato via.
- Viva Niente-con-Nulla! Viva Niente-con-Nulla.
Non si sentiva acclamare altro.  Nessuno pi gridava: "Viva il Re!",  tanto che
Sua  Maest  cominci  a  esserne  seccato,  e  pensava  di  levarsi  di  torno
Niente-con-Nulla, che ci mancava poco non contasse pi di lui.
- Come fare per levarselo di torno? Occorreva un pretesto.
Il pretesto lo trov una mattina, che la Reginotta venne a dirgli:
- Maest, volete ch'io sposi? Datemi Niente-con-Nulla per marito.
Il  Re  mont  sulle  furie.  Ma,  per  far la cosa zitto e queto,  deliber di
sbarazzarsi di Niente-con-Nulla per mezzo del veleno.
Invitatolo a pranzo,  verso la fine gli fece porre davanti un piatto d'oro  con
su una torta di ricotta avvelenata.
- Questo piatto  per voi solo, per farvi onore. Niente-con-Nulla, mangiate.
Ma  Niente-con-Nulla,  levatosi  da  tavola  e  fatto  un inchino a Sua Maest,
rispose:

- Topolino non vuol ricotta;
Vuol sposare la Reginotta!

E and via.
Il Re e i Ministri rimasero strabiliati:
- Giacch  Topolino    lui,  -  disse  un  Ministro  -  facciamolo  arrestare,
rinchiudiamolo  in una stanza con tutti i gatti del palazzo reale,  e cos sar
divorato vivo vivo.
Lo fecero arrestare, lo spogliarono, lo rinchiusero in uno stanzone insieme con
un centinaio di gatti affamati,  e stettero ad aspettare.  Quando riapersero la
stanza,  Topolino  non  c'era  pi.  E  i  gatti si leccavano i baffi,  come se
avessero desinato saporitamente.
Il Re, dalla contentezza, ordin una festa di ballo.
Va per indossare il manto reale, e lo trova interamente rosicchiato dai topi. I
generali,  le dame di corte,  gl'invitati,  nel momento  d'abbigliarsi  per  la
festa, tutti avevano trovato le loro uniformi e gli abiti rosicchiati dai topi!
Ma questo non fu nulla.  I Ministri portavano al Re i decreti da firmare; e, il
giorno dopo, le carte trovavansi rosicchiate proprio dov'era la firma. A poco a
poco, nel palazzo reale, delle materasse, delle lenzuola, delle coperte,  della
biancheria,  degli  arnesi,  dei  mobili  non  rimase pi intatto un solo capo;
pareva che un esercito di topi fosse stato  a  divertirvisi  coi  suoi  dentini
distruttori.  N  valeva  il  rinnovare ogni cosa;  quello che oggi compravano,
domani era bell'e rosicchiato.
Centinaia di gatti, intanto, passeggiavano su e gi per le stanze,  miagolando,
o  si  stendevano al sole facendo le fusa.  Soltanto i vestiti e i mobili della
Reginotta non erano rosi.
Il Re, i Ministri, tutta la corte non sapevano dove dare il capo.
- Questa  opera di Topolino!
- Maest,  - disse il Ministro che aveva suggerito di far divorare Topolino dai
gatti - si costruisca una gran trappola, che abbia l'aspetto della camera della
Reginotta,  e  cerchisi  un Mago capace di fare una bambola grande al naturale,
somigliantissima  a  lei,   con  un  congegno  da  poter  chiamare:  "Topolino!
Topolino!"  con  lo  stesso  tono  della voce di lei.  Sono sicuro che Topolino
cascher nell'inganno. Quando l'avremo in mano penseremo al da farsi.
L'idea parve eccellente.  Senza che ne trapelasse nulla,  i magnagni  di  corte
costruirono una trappola,  che simulava la camera della Reginotta;  e un famoso
Mago fece una bambola grande al naturale,  da  scambiarsi  colla  Reginotta  in
carne e ossa, e che diceva: "Topolino! Topolino!" con lo stesso tono della voce
di questa. Collocarono la trappola nel giardino reale, ed aspettarono fino alla
dimane.
Tutta la notte, il congegno della bambola chiam: "Topolino! Topolino!". Ma chi
sa dove lucevano gli occhi di Topolino in quel punto?
Per sei notti l'inganno non giov.  Alla settima, il povero Topolino, lusingato
dalla somiglianza, era accorso alla trappola e c'era rimasto.
Figuriamoci il tripudio del Re e dei Ministri,  la mattina quando lo  trovarono
acquattato in un cantuccio presso la bambola!
- Rosicchia, Topolino! Sposa la Reginotta, Topolino!
Lo  beffeggiavano  senza piet;  e Topolino,  acquattato nel suo cantuccio,  li
guardava e non rispondeva nulla.
Giusto in quel giorno, la sua mamma, avendo bisogno d'un servigio, aveva detto:

- Codina, codina,
Servi la tua mammina!

Ma la codina non si era mossa.
- Ah,  codina,  codina!  - esclam quella  mamma  desolata:  -  Topolino    in
pericolo; andiamo a soccorrerlo, presto!
E  si  avviarono,  la  codina  avanti,  e lei dietro,  finch non giunsero alla
capitale del regno e non entrarono nel giardino reale, mischiati alla folla che
accorreva per la curiosit di  osservare  Topolino  dentro  la  trappola.  Quel
giorno Topolino doveva esser bruciato.  La trappola era stata unta tutta d'olio
e di grasso; s'aspettava il Re e la corte per appiccargli fuoco.
La codina spicc un salto e and ad appiccicarsi al codone di Topolino.
- Topolino ha la coda! Lascia vedere la coda, Topolino!
E Topolino, che si era subito ringalluzzato,  si voltava compiacente e dimenava
la coda come se non avesse capito la condanna che gli stava sul capo.  La gente
rideva e batteva le mani.  Ora che Topolino era cascato in  disgrazia,  nessuno
pi   si   rammentava  del  bene  ch'egli  aveva  fatto,   quando  si  chiamava
Niente-con-Nulla: il mondo  cos!  Al suono delle  trombe,  ecco  il  Re  e  i
Ministri e la corte,  tutti vestiti in gran gala,  preceduti dal carnefice, con
una torcia accesa in pugno. La Reginotta era rimasta al palazzo.
Il Re, per scherno, allora disse:
- Topolino, prima di morire, che grazia chiedi?
E Topolino, senza scomporsi, rispose:
- Maest:

Topolino non vuol ricotta;
Vuol sposare la Reginotta;
E se il Re non gliela d.
Topolino lo ammazzer.

E si lisciava la coda.
- Date fuoco! - ordin il Re inviperito.
Ma non appena il carnefice ebbe accostata la torcia  alla  trappola,  ecco  che
insieme con la trappola scoppia in fiamme il trono reale. Le vampe avvolsero il
Re e i Ministri, che non trovarono scampo.
La gente fuggiva,  atterrita;  ma Topolino,  trasformato in bellissimo giovane,
usciva fuori sano e salvo.
Agli urli, alle strida, accorse subito la Reginotta; e,  visto il disastro,  si
mise a piangere:
- Topolino, se mi vuoi bene, risuscita mio padre!
Topolino esitava. Allora si fece avanti sua madre:
- Topolino, te ne prego anch'io, risuscita il Re!
Poteva dire di no alla mamma e alla sua cara Reginotta?
Tocc colle mani il cadavere mezzo carbonizzato del Re,  e lo fece risuscitare.
Ma il Re era diventato un altro.  Domand umilmente perdono del  male  che  gli
aveva fatto, e conchiuse:
- Giacch questo  il volere di Dio, sposatevi e siate felici!
Il popolo fece grandi feste. Dei Ministri bruciati nessuno si di pensiero.



IL RACCONTA-FIABE.

C'era  una volta un povero diavolo,  che aveva fatto tutti i mestieri e non era
riuscito in nessuno.
Un giorno gli venne l'idea di andare attorno,  a raccontare fiabe  ai  bambini.
Gli  pareva  un mestiere facile,  da divertircisi anche lui.  Perci si mise in
viaggio, e la prima citt che incontr, cominci a gridare per le vie:
- Fiabe, bambini, fiabe! Chi vuol sentir le fiabe?
I bambini accorsero da  tutte  le  parti,  e  gli  fecero  ressa  attorno.  Lui
cominci:
-  C'era  una volta un Re e una Regina,  che non avevano figliuoli,  e facevano
voti e pellegrinaggi...
- To'!  Questa la sappiamo a mente,  - dissero i bambini -    la  fiaba  della
Bella addormentata nel bosco . Un'altra! Un'altra!
- Ve ne dir un'altra.
E cominci:
- C'era una volta una bambina, che aveva la mamma matta e la nonna pi matta di
lei. La nonna le fece un cappuccetto rosso...
- To'! Questa la sappiamo a mente:  la fiaba di  Cappuccetto rosso .
- Un'altra! Un'altra!
Quel povero diavolo, un po' seccato, cominci da capo:
- C'era una volta un signore che aveva una figliuola. Gli era morta la moglie e
ne aveva presa un'altra, vedova con due figlie...
- To'!  la fiaba di  Cenerentola . Sappiamo a mente anche questa.
E  visto  che  era  buono  a  raccontare soltanto fiabe vecchie,  i bambini gli
voltarono le spalle e lo piantarono come un grullo.
Part e and in un'altra citt. E,  appena arrivato,  si messe a gridare per le
vie:
- Fiabe, bambini, fiabe! Chi vuol sentire le fiabe?
I  bambini  accorsero  da  tutte  le  parti e gli fecero ressa attorno.  Ma non
cominciava una fiaba, che quelli non urlassero tosto:
- La sappiamo! La sappiamo!
E visto che era buono a raccontare soltanto fiabe  vecchie,  gli  voltarono  le
spalle e lo piantarono come un grullo.
Quando  ebbe  provato  pi volte e sempre con lo stesso cattivo successo,  quel
povero diavolo si perdette d'animo, e non sapeva pi dove dare di capo.
Angustiato,  si mise a camminare senza sapere dove lo portassero i piedi,  e si
trov in mezzo a un bosco.
Sopravvenuta la notte, si stese sull'erba, sotto un albero, per dormire; ma non
pot  chiuder  occhio:  aveva una gran paura.  Gli pareva che le piante,  collo
stormire delle fronde, parlassero sotto voce fra loro; gli pareva che le bestie
e gli uccelli notturni, con quei loro strani gridi e canti,  tramassero qualche
cosa contro di lui.
Il cuore gli batteva forte nel petto, e non vedeva l'ora che fosse giorno.
Alla  mezzanotte in punto,  che vede?  Vede una gran luce pel bosco,  e da ogni
pianta sbucava gente che rideva, che cantava,  che ballava;  e intanto da tutte
le  parti venivano rizzate prestamente tante bellissime tende e tavole piene di
cose non mai viste, che luccicavano pi dell'oro.  S'accrse di essere capitato
in mezzo alla fiera delle Fate; si fece coraggio e si lev. Avea pensato:
- Le Fate debbono vendere anche delle belle fiabe, nuove di zecca: vo' veder di
comprarle.
E accostatosi a una che vendeva roba sotto una ricca tenda l vicino, le disse:
- Ci avete fiabe nuove?
- Fiabe nuove non ce n' pi; se n' perduto il seme.
Poco  persuaso  di questa risposta,  and da un'altra Fata che teneva in mostra
sulla tavola e nei barattoli tante bellissime cose, che la prima non aveva:
- Ci avete fiabe nuove?
- Fiabe nuove non ce n' pi; se n' perduto il seme.
E due!
Gir attorno un altro pezzo,  osservando qua e l;  e come vide una tenda,  che
gli  parve la pi ricca di tutte,  si accost alla Fata venditrice e le domand
timidamente:
- Ci avete fiabe nuove?
- Fiabe nuove non ce n' pi; se n' perduto il seme.
E tre!
Vedendolo rimasto male, quella Fata gli disse:
- Sapete,  quell'uomo,  che dovreste voi fare?  Dovreste andare dal mago Tre-Pi
che n'ha pieni i magazzini.
- E dove si trova cotesto mago Tre-Pi?
- Lontan lontano, fra' suoi boschi di aranci.
Prima dell'alba,  la fiera fin.  Le Fate, le tende, ogni cosa disparve; e quel
povero diavolo si trov solo in mezzo al bosco,  e non sapeva  se  fosse  stato
sveglio o pure avesse sognato.
Cammina, cammina, incontr un viandante:
- Compare, sapreste dirmi dove sono i boschi di aranci del mago Tre-Pi?
- Andate avanti, sempre avanti.
Cammina, cammina, incontr una vecchia:
- Comare, sapreste dirmi dove sono i boschi di aranci del mago Tre Pi?
- Andate avanti, sempre avanti.
Non si arrivava mai!
Finalmente,  ecco  i boschi di aranci.  Ma c'erano i muri attorno,  e si doveva
entrare da un piccolo cancello guardato da un mastino.
- Chi cerchi da questa parte? - gli domand il mastino.
- Cerco il mago Tre-Pi.
-  fuori: aspetta.
Ed ecco, sul tardi, il mago Tre-Pi,  nero come il pepe,  con una barbona nera e
certi occhi neri che schizzavano fuoco.
- Ah, buon mago Tre-Pi, dovreste farmi un favore!
- Parla, che cosa vuoi?
- Vorrei delle fiabe nuove.  Voi,  che ne avete dei magazzini, dovreste darmene
qualcuna.
- Fiabe nuove non ce n' pi: se n' perduto il seme.  Di quelle che ho  io  tu
non  sapresti che fartene.  E poi,  servono a me,  per conservarle imbalsamate.
Vuoi vederle?
E lo condusse dentro, nei magazzini.
C'erano tutte le fiabe del mondo, situate nei cassetti fatti a posta,  classate
e numerate;  e il mago Tre-Pi gli guardava sempre le mani, per paura che quello
non gliene portasse via qualcuna.
- Ma non c' proprio verso di poterne trovare delle nuove?
- Le nuove, - rispose il mago - forse le sa una vecchia Fata, fata Fantasia: ma
non vuol dirle a nessuno.  Vive sola in una grotta,  e bisognerebbe andarci  in
compagnia  della  Bella  addormentata  nel  bosco,  di  Cappuccetto  rosso,  di
Cenerentola, di Pelosina, di Pulcettino e simil gente. Prova;  per ti dico che
 fatica sprecata.
- Non importa; prover.
Torn addietro e and dalla Bella addormentata nel bosco:
- O Bella addormentata, vi prego, venite con me.
- Volentieri.
- O Cappuccetto rosso, ti prego, vieni con me.
- Volentieri.
- O buona Cenerentola, ti prego, vieni con me.
- Volentieri.
Insomma  li  radun tutti,  e si misero in via.  Quelli sapevano il posto della
grotta dove la vecchia Fata viveva rinchiusa,  e ve lo  condussero  facilmente.
Picchiarono all'uscio.
- Chi siete?
- Siamo noi.
Fata Fantasia li riconobbe alla voce, e venne ad aprire.
- Che cosa volete? E chi  costui? Temerario, come osi di venire da me!
E voleva scacciarlo via.
Quelli la rabbonirono e le esposero il motivo della loro venuta:
-  Questo  povero  disgraziato  ha tentato tutti i mestieri e non  riuscito in
nessuno.  Si era anche messo a fare il racconta-fiabe;  ma i bambini,  che  gi
sanno  a  mente le nostre storie,  ora vorrebbero delle fiabe nuove,  e non gli
prestano attenzione. Bella fata Fantasia, aiutatelo voi!
- Fiabe nuove non ce n' pi; se n' perduto il seme.
- Bella fata Fantasia, aiutatemi voi!
Sentendosi pregare colle lagrime agli occhi, fata Fantasia s'intener:
- Vado e vengo.
Rientr nella grotta, e dopo un pezzetto, ricomparve col grembiule ricolmo:
- Tieni; con questa roba forse ti riescir.
E gli diede una stiacciata, un'arancia d'oro, un ranocchino, una serpicina,  un
uovo nero, tre anelli, insomma tante cose strane.
- Che debbo farne?
- Portali teco e vedrai.
Ringrazi,  tutto contento,  accompagn quegli altri alle case loro e, la prima
citt che incontr, si messe a gridare per la via:
- Fiabe, bambini, fiabe! Chi vuol sentire le fiabe?
I bambini accorsero da tutte le parti e gli fecero ressa attorno.
Lui prese la stiacciata in mano e cominci:
- C'era una volta...
Non sapeva neppure una parola di quel  che  dovea  raccontare;  ma,  aperta  la
bocca,  la  fiaba  gli  usciva filata,  come se l'avesse saputa a mente da gran
tempo. E fu la fiaba di  Spera di sole .
La fiaba piacque ai bambini:
- Un'altra! Un'altra!
E quello,  preso a caso uno dei regali della Fata,  che  portava  seco  in  una
borsa, cominci:
- C'era una volta...
Non  sapeva  neppure  una  parola di quel che dovea raccontare;  ma,  aperta la
bocca,  la fiaba gli usciva filata,  come se l'avesse saputa a  mente  da  gran
tempo.
E raccont la fiaba di  Ranocchino, porgi il ditino .
La fiaba piacque ai bambini:
- Un'altra! Un'altra!
E  cos di seguito;  ne raccont pi di una dozzina,  e lui ci si divertiva pi
dei bambini.
Poi and in un'altra citt:
- Fiabe, bambini, fiabe! Chi vuol sentire le fiabe?
E ricominci da capo. I bambini contentissimi.
Ma, infine, erano sempre quelle:  Spera di sole, Ranocchino, Cecina, Il cavallo
di bronzo,  Serpentina,  Testa-di-rospo ...  Sicch,  all'ultimo,  i bambini si
seccarono, e appena cominciava:
"C'era una volta..." lo interrompevano:
- La sappiamo, la sappiamo a mente!
Che  cosa  farne di quelle fiabe,  ora che i bambini non volevano pi sentirle,
perch le sapevano tutte a mente?
Pens di regalarle al mago Tre-Pi, per metterle nei cassetti, colle altre fiabe
imbalsamate.
E and a trovarlo.
Al cancello c'era il solito mastino:
- Chi cerchi da queste parti?
- Cerco il mago Tre-Pi.
-  fuori: aspetta.
Sul tardi, ecco il mago Tre-Pi, nero come il pepe,  col suo barbone nero e quei
suoi occhi neri che schizzavano fuoco:
- Sei tornato di nuovo? Che vuoi da me?
- Nulla,  buon Mago; vengo anzi a farvi un regalo. Queste son fiabe nuove e nei
vostri cassetti non ce le avete.  Ora che tutti i bambini le sanno a mente,  ho
pensato di regalarvele per metterle insieme colle altre imbalsamate.
- Ah, sciocco! Sciocco! - rispose il Mago. - Non vedi che cosa hai in mano?
Il racconta-fiabe guard: aveva in mano un pugno di mosche!
E torn addietro scornato, e di fiabe non ne volle pi sapere.
Perci si conchiude:
- Fiabe nuove non ce n' pi; se n' perduto il seme!
Come e perch, cari bambini, lo saprete facilmente quando sarete pi grandi.



LA REGINOTTA.

A Carluccio Ottino

 I patti erano questi:
io  dovevo  scrivere  una  bella  fiaba,  dicevi;  tu dovevi stamparla,  in una
magnifica edizione, coi quattrini delle tue strenne.
Povero editorino mio! Hai tribolato un anno, come gli editori grandi,  per aver
in mano il manoscritto.
Mi ero incaponito a volerti regalare una fiaba proprio nuova di zecca, e non ci
riuscivo. C' voluto un anno per persuadermi che le fiabe, pari ai poemi e alle
tragedie, non  possibile rifarle. Perci ho tentato, alla meglio, di ricorrere
alla memoria.
Quand'ero  bimbo,  nelle giornatacce d'inverno,  la Mamma mandava a chiamare in
casa nostra la moglie d'un ciabattino famosa per raccontar fiabe.  Son  tornato
addietro,  a quegli anni, a quelle giornatacce d'inverno, quando ci stringevamo
tutti,  fratellini e sorelline,  attorno il gran braciere di rame rosso che  il
babbo,  buon'anima!  si  teneva  fra le gambe;  e,  intanto che la zia Angiola,
filando in piedi, raccontava, senza mai stancarsi,  le sue storie meravigliose,
stavamo cheti come l'olio, a bocca aperta, incantati per ore ed ore.
  una  di quelle questa qui che io ti ripeto,  ahim non cos bene come la zia
Angiola la raccontava!
In ogni modo,  ecco adempita la mia promessa: meglio tardi che  mai.  Adempisci
ora tu, per la tua facile parte d'editorino di nove anni.
Tante  cose  alla  tua  buona  Mamma e al tuo Babbo,  e un bacio per te del Tuo
aff.mo Luigi Capuana

Milano, 16 novembre 1881


C'era una volta un Re e una Regina che avevano una figliuola  pi  bella  della
luna e del sole.
Un giorno, dopo il pranzo, il Re disse alla Regina:
- Maest, guardate qui, tra i capelli. Sento qualche cosa che mi morde.
La Regina osserv, scostando i capelli colle dita, e trov un pidocchio che era
uno stupore. Stava per ischiacciarlo.
- No - disse il Re. - Proviamo d'allevarlo.
E misero il pidocchio in uno scatolino piccino piccino.
Gli  davan  da  mangiare  ogni giorno,  e quello cresceva e ingrassava.  Presto
dovettero levarlo via di l perch non ci capiva pi,  cos grosso s'era fatto.
Il Re, curioso di vedere fin dove sarebbe arrivato, lo trattava bene, e insieme
alla  Regina,  andava tutti i giorni ad osservarlo in quella stanza del palazzo
reale dove  lo  tenevano  nascosto.  Il  pidocchio  cresceva,  cresceva.  Furon
costretti  a  levarlo  via anche da quell'altro scatolino;  era pi grosso d'un
pugno: si stentava a riconoscere  che  fosse  un  pidocchio.  Insomma,  cresci,
cresci,  divent quanto una gallina e poteva appena muoversi, dalla gran ciccia
che avea addosso.
Allora il Re lo ammazz, lo scortic e ne conci la pelle. E fece un bando:
- Chi indovina che pelle di animale sia questa, avr la Reginotta mia figliuola
in isposa. Chi non sa indovinarlo, gli si taglia la testa.
La Reginotta era angustiata.
- Che marito le sarebbe toccato in sorte?
E piangeva. Ma il Re voleva cos e bisognava ubbidire!
Accorsero parecchie persone da tutti i punti del  regno.  Chi  disse  la  pelle
essere d'un animale, chi d'un altro; ed ebbero, senza misericordia, tagliate le
teste.
Si  provarono altri.  L'idea di sposar la Reginotta era una gran tentazione,  e
pareva cosa facile il conoscere una  pelle  d'animale.  Per,  quand'erano  l,
rimanevano. E il Re, senza misericordia, gli faceva tagliare le teste.
Finalmente, ecco un bel giovane.
- Peccato! Verr fatta la festa anche a lui!
Tutti ne aveano compassione vedendolo cos giovane e cos bello.  Perfino il Re
gli disse di  pensarci  due  volte  prima  d'esporsi  al  cimento.  Ma  quegli,
ostinato, entrava nella sala dov'era esposta la pelle.
-  pelle di pidocchio!
- Bravo! - gli disse il Re. - Tu sposerai la Reginotta.
L'abbracci, lo ritenne a pranzo e ordin feste per tutto il regno.
La  Reginotta  era  contenta.  Lo sposo,  giovane e bello,  pareva anche d'alto
lignaggio.
- Chi sei? - gli domand il Re a tavola.
- Son carne battezzata e ho sangue reale nelle vene.
- E dov' il tuo paese?
- Il mio paese?  lontano, lontano. Per andarvi ci si mette un anno,  un mese e
un giorno, e chi ci arriva non fa pi ritorno.
La Reginotta sgomentossi.
Il  Re e la Regina piangevano,  pensando che la loro figliuola doveva vivere in
quel paese lontano, lontano,  che per andarvi ci si metteva un anno,  un mese e
un giorno, e chi ci arriva non fa pi ritorno. Ma parola di Re non va indietro.
E fatte le nozze, la Reginotta e il bel giovane, con un gran seguito, si misero
in viaggio.  Centinaia di carri e di cavalli portavano la dote di lei, tutta in
gioie e quattrini,  e il corredo e i magnifici regali ricevuti dal Re  e  dalla
Regina.
Cammina, cammina, cammina, non arrivavano mai!
- Dov' il tuo paese?
- Dietro quelle montagne.
Oltrepassaron le montagne e non s'arrivava ancora!
- Dov' il tuo paese?
- Pi in l di quelle foreste.
Oltrepassaron le foreste e non s'arrivava ancora!
- Dov' il tuo paese?
- In fondo a quella pianura.
Traversarono la pianura e non si arrivava ancora!
La  Reginotta  intanto non si dava pace.  Pensava al babbo e alla mamma che non
avrebbe pi riveduti.
Quel paese,  cos lontano lontano che non ci  s'arrivava  mai,  le  metteva  un
grande sgomento.
- Vuoi tu fare in fretta? - le disse lo sposo.
- S.
- Ti prender in collo e vedrai.
E la Reginotta lo lasci fare. E non gli si  attaccata al collo colle braccia,
che il bel giovane si trasforma in un Orco,  alto,  grosso, peloso, dagli occhi
di brace, con certe zanne e certe granfie!...
- Ah, Vergine santa! Ah, mamma mia!
La Reginotta avea chiuso gli occhi,  si sentiva come portar  via  da  un  vento
furioso.
L'Orco, nella sua corsa, faceva rintronar le vallate e le montagne:
- Auhiii! Auhiii!
Pareva un terremoto dovunque passasse, pareva un tempesta.

Quando  la  Reginotta aperse gli occhi,  cap che era gi arrivata nel castello
dell'Orco suo sposo.
Si sent stringere il cuore.
Il castello era tutto circondato da mura cos alte che si vedeva a mala pena un
po' di cielo. Stanzoni freddi e bui;  catenacci dappertutto;  dappertutto ceffi
di guardie che avrebbero messo spavento anche al pi coraggioso del mondo.
- Che fare? Bisognava rassegnarsi!
L'Orco le usava grandi riguardi.  La mattina andava via per la caccia e tornava
la sera carico di preda. La Reginotta riconosceva quell'alito a dieci miglia di
distanza. La preda consisteva sempre in poveri cristiani,  parte uccisi,  parte
vivi, che l'Orco poi divorava mezzo crudi, uno a colazione, uno a pranzo, uno a
cena.  Per  la Reginotta invece portava pietanze squisite,  pasticcini,  torte,
dolciumi di ogni sorta.
- Mangia! Hai paura?
- No.
- Mangia dunque!
- Non ho appetito.
- Mangia!!...
E bisognava mangiare,  perch l'Orco s'offendeva del  rifiuto  e  digrignava  i
denti.
- Bevi! Hai paura?
- No.
- Bevi dunque!
- Non ho sete.
- Bevi!!...
E bisognava bere, perch l'Orco s'offendeva del rifiuto e digrignava i denti.
Ma torniamo al Re e alla Regina.
Un  giorno,  dopo  che  il  vincitore  e  la Reginotta eran partiti,  arriv un
giovinetto: voleva, anche lui, tentar la prova della pelle.
- Troppo tardi, bel giovinetto! La prova fu vinta.
- E da chi, Sacra Maest?
- Da uno che abita un paese cos lontano,  che per andarci ci si mette un anno,
un mese e un giorno, e chi ci arriva non fa pi ritorno.
-  un Orco! Ahim, la Reginotta  alle mani d'un Orco!
Figuriamoci il dolore del Re,  della Regina e di tutta la corte a questa brutta
notizia!
Il giovinetto and via lamentandosi che la sua cattiva sorte  lo  avesse  fatto
arrivare  troppo  tardi.  Era  innamorato  della  Reginotta soltanto perch gli
avevano detto che era pi bella della luna e del sole; ed ora, pensando che lei
si trovava alle mani di quella bestiaccia, provava un dolore di morte.
E camminava, senza saper dove andasse: i suoi occhi parevano due fontane.
Giunto in una pianura,  stanco del cammino fatto,  si sedette sopra  un  sasso,
continuando a rammaricarsi.
Passava una vecchia con un fastello di legna sulle spalle.
- Che hai bel giovinetto?
- Che volete che abbia, vecchiarella mia?
E narr il tristo caso della Reginotta e dell'Orco.
La  vecchia  non  rispose  nulla  e  riprese  il cammino col suo fastello sulle
spalle.
- Voi siete stanca,  povera donna - disse il giovinetto.  - Date a  me  cotesto
fastello. Faremo strada insieme.
- Grazie, figliuolo!
Il giovinetto si caric il fastello e riprese la via insieme alla vecchia. Quel
fastello era pesante.
- Nonna, la vostra abitazione  molto lontana di qui?
-  Un albero che balla e un uccellin che parla;  appena gli avremo incontrati e
saremo giunti a casa mia.
Il fastello aumentava di peso.  Il  giovinetto  stentava  a  reggerlo,  sudava,
ansava. E intanto il sole era tramontato; faceva gi scuro.
- Nonna, la vostra abitazione  molto lontana di qui?
-  Un albero che balla e un uccellin che parla;  appena gli avremo incontrati e
saremo giunti a casa mia.
Era notte; ci si vedeva poco. Ed ecco pel prato un albero che andava saltelloni
e pareva ballasse, come se fosse stato una persona viva.
- Hai fatto buona guardia, ora basta - gli disse la vecchia.
E l'albero cess di saltellare. Il giovinetto si era fermato, stupito.
- Avanti, figliuolo; c' ancora qualche tratto.
Intanto il fastello aumentava di peso.
Il giovinetto non ne poteva pi!
Stava per maledire l'ora e il punto che lui avea fatto quella carit  a  quella
vecchia, quand'ecco uno sbattere di ali.
Era l'uccellino che parlava.
- Bene arrivata la mammina mia! Bene arrivato chi viene con lei!
Il giovinetto, dalla paura, cominci a tremare.
- Siamo giunti - disse la vecchia.
Ed entrarono in casa.
Quello si tolse di spalla il fastello,  ch'era ridiventato leggiero,  e lo pos
accanto al focolare.
Allora la  vecchia  prendeva  due  ramicelli  di  legna,  accendeva  il  fuoco,
preparava  la  minestra;  poi  stendeva  la  tovaglia  e metteva i piatti sulla
tavola.
E quando tutto fu pronto:
- Cricr, cricr, cricr!
L'uccellino diventava una bella ragazza.
Si misero a mangiare.
Il giovinetto  aveva  ribrezzo  di  toccar  le  pietanze;  temeva  non  fossero
incantate.
- Dove vai,  giovinetto,  cos sperso pel mondo? Se tu volessi fermarti qui, ti
darei le mie ricchezze e questa bella figliuola in isposa.
- Ah,  nonna mia,  lasciatemi andare!  Cerco la Reginotta del mio cuore  e  vo'
trovarla, ad ogni costo. Se non la trover monaco mi far.
- Poverino!  Ma tu non sai la via del paese dell'Orco.   lontano, lontano! Per
andarvi ci si mette un anno,  un mese e un giorno,  e chi ci arriva non fa  pi
ritorno!
- Che importa?  La mia vita  della Reginotta;  se morr per lei, tanto meglio!
Datemi un cantuccio per dormire, e domani svegliatemi all'alba; vo' mettermi in
cammino.
La vecchia lo condusse in una cameretta cos bella da star bene  anche  in  una
reggia.  Ma  il  giovinetto non poteva dormire.  Pensava alla sua Reginotta e a
quell'Orco, si svoltava di qua e di l fra le lenzuola e sospirava.
- Cricr, cricr, cricr!
Entrava in camera l'uccellino e subito diventava una bella ragazza,  quella  di
poco prima.
- Perch non dormi, giovinetto? Perch sospiri?
- Penso alla Reginotta del mio cuore e non posso chiuder occhio.
-  Prendi  me.  Sono  bella,  sono ricca,  sono di sangue reale.  Dove vorresti
trovare una fortuna migliore?
- Ah, ragazza mia, lasciatemi andare! La mia sorte vuol cos.
- Cricr! Cricr! Cricr!
La bella ragazza ritornava uccellino.
- Strappa una penna da questa coda,  strappa  due  penne  da  queste  ali.  Nei
momenti di gran pericolo, prendine una in mano e comanda. Sarai ubbidito.
Il giovinetto esitava:
- Poteva essere un tranello!
Ma quello, di nuovo:
-  Strappa  una  penna  da  questa coda,  strappa due penne da queste ali.  Nei
momenti di gran pericolo, prendine una in mano e comanda. Sarai ubbidito.
- Allora!... - disse il giovinetto.
E, rassicurato, gli strapp quelle penne dalla coda e dalle ali e se le mise in
serbo nelle tasche.
La notte era lunga e lui non poteva conciliar sonno. Pensava alla sua Reginotta
e a quell'Orco, si rivoltava di qua e di l fra le lenzuola e sospirava.
Entr in camera la vecchia.
- Perch non dormi, giovinetto? Perch sospiri?
- Penso alla Reginotta del mio cuore e non posso chiuder occhio.
- Sposa la mia figliuola.  bella,  straricca,  di sangue reale.
- Ah, nonna, lasciatemi andare! La mia sorte vuol cos.
- Tu sei un cuore fedele! Prendi questa nocciuola. Nei momenti di gran pericolo
schiacciala fra i denti e comanda. Sarai ubbidito.
All'alba il giovinetto part.
Cammina,  cammina,  giorno e notte,  arrivava in mezzo a una foresta  dove  non
c'era un segno di strada.  Alberi di qua,  alberi di l, macchie, siepi, spine.
Non poteva pi andare n avanti, n indietro.
- Ah!... Questo  il paese dell'Orco! - esclamava ad un tratto.
Prov  una  grande  allegrezza.   Prese  in  mano  quella  penna   della   coda
dell'uccellin che parlava, e:
- Penna mia, penna mia, presto, aprimi la via!
Il bosco s'aperse.  Ed ecco una strada larga,  diritta, che non finiva mai. Pi
lui s'inoltrava e pi la strada s'allungava.  Il giovinetto avea  terminato  il
pane e l'acqua portati con s;  e l non c'era acqua,  non c'era frutta, nulla!
Cominciava gi a provare tutti gli strazii della fame.  Intanto annottava;  una
notte  senza stelle,  buio come in gola;  e si sentivano pel bosco gli urli dei
lupi affamati...
- Questa volta  finita. I lupi mi divoreranno!
Ma ecco laggi, in fondo, in fondo, un lumicino che si vedeva e non si vedeva.
Il giovinetto si fece coraggio,  raccolse le  sue  forze  e  tir  innanzi.  Il
lumicino  restava sempre in fondo,  che si vedeva e non si vedeva.  Finalmente,
come Dio volle,  il poverino giunse dove quel lume luccicava dalla fessura d'un
uscio, e picchi.
Non rispose nessuno.
Lui tornava a picchiare.
- Aprite, anime cristiane! Ricoveratemi per questa notte!
Ma non riceveva risposta.
- Era dunque arrivato in terra di pagani?
E picchiava di nuovo, questa volta pi forte.
- Chi sei?
Quella vocina fioca fioca veniva di cima della casa.
- Sono un viandante smarrito.  Fate la carit, in nome di Dio! Ricoveratemi per
questa notte!
- Zitto,  non rifiatare,  se ti  cara la vita!  Aspetta che io ti cali gi  le
treccie dei miei capelli e afferrati ad esse.
Il  giovinetto  s'afferrava a quelle treccie venute gi,  e si sentiva tirar in
alto come una secchia.  Un braccio l'aiutava ad entrare per la finestra,  e lui
si trovava faccia a faccia con una bella donzella, che lo guardava sorpresa.
- Come sei venuto fin qui?  Ci si mette un anno,  un mese e un giorno, e chi ci
arriva non fa pi ritorno!
- Ah!  Dunque si trovava nel castello dell'Orco!  E quella donzella era la  sua
amata Reginotta!
Si mise a piangere dalla contentezza.
E quando disse chi era e come e perch venuto, piansero insieme.
Ma gi stava per aggiornare. Il castello rintronava degli urli dell'Orco che si
preparava  ad andar a caccia.  La Reginotta fece nascondere il giovinetto in un
armadio e finse di ricamare.
L'Orco di un calcio all'uscio.  E appena entrato nella  camera,  cominciava  a
fiutare intorno intorno.
- Perch fiutate?
- Mucci, mucci, sento odor di cristianucci!
- Andate l! Avete fatto colazione or ora e n'avete piene le narici.
L'Orco s'acchetava e partiva per la sua caccia:
- Auhiii! Auhiii!
- Fuggiamo - disse il giovinetto appena l'Orco fu partito.
- Ah,  poveri a noi!  Di qui non s'esce.  Potessimo anche uscirne, non sapremmo
ritrovare la strada in  mezzo  al  bosco  che  per  cento  miglia  circonda  il
castello.
Allora il giovinetto ricorreva all'altra penna dell'uccellin che parlava.
- Penna mia, penna mia, tutti e due portaci via!
E  di botto si sentirono come presi in collo,  per aria,  e,  in men che non si
dica, si ritrovarono ben oltre le cento miglia dal bosco.
Camminarono a piedi per tutta la giornata;  e quando furono stanchi,  veduto un
pagliaio   abbandonato,   andarono   a   ricoverarsi   l   e  s'addormentarono
saporitamente.
La mattina di buon'ora, ripresero il cammino.
Ma dopo un pezzetto,  ecco da lontano un rumore sordo sordo,  che  s'avvicinava
crescendo:
- Auhiii! Auhiii!
Era l'Orco che li inseguiva!
Affrettarono  il  passo,  anzi  si  misero  a correre;  ma l'Orco gli aveva gi
scoperti da lontano e gli veniva addosso pi lesto del vento.
Il giovinetto prese in mano l'ultima penna dell'uccellin che parlava e:
- Penna, pennina, lei fontana ed io anguilla!
L'Orco s'arrest, stupito di non pi vederli.
La fontana,  limpida come il cristallo,  gorgogliava  allato  della  strada,  e
l'anguilla guizzava nell'acqua dimenando la coda.
L'Orco ebbe il sospetto che si fossero trasmutati l'una in fontana e l'altro in
anguilla.
- Fontana, ti berr! Anguilla, ti prender!
Ma,  bevi,  bevi, quella fontana era sempre allo stesso punto, e quell'anguilla
gli sguizzava sempre di mano.
L'Orco s'era gi pieno lo stomaco d'acqua,  ne avea fino alla gola.  Non poteva
pi articolar la mano, tanto s'era stancato.
Si riposava un momento e poi daccapo:
- Fontana, ti berr! Anguilla, ti prender!
E tornava a bere, sforzandosi.
E  cercava  di  afferrare quella maledetta anguilla che gli sguizzava sempre di
mano. Finalmente buttossi per terra, morto dalla fatica,  oppresso da quel peso
dello stomaco, e subito s'addorment.
La Reginotta e il suo compagno, visto che l'Orco dormiva, ripresero la strada.
Avevano  camminato  tutta  la  notte  e  met  del giorno appresso,  quand'ecco
nuovamente:
- Auhiii! Auhiii!
L'Orco gli inseguiva, pi furioso di prima.
- Ferma! Ferma!
Pareva che tuonasse.
La povera Reginotta si perdette d'animo e svenne. L'Orco era a pochi passi; gi
arrotava i dentacci:
- Auhiii! Auhiii!
Allora il giovinetto schiacci la nocciuola.
- Nocciuola, nocciuola, trasmutaci in roccia e in farfalla che vola!
E l'Orco si trov davanti a una roccia scoscesa e brulla,  che s'alzava a picco
sulla campagna.
Una  magnifica  farfalla svolazzava qua e l colle sue ali dorate e andava,  di
tanto in tanto, a posarsi su quella.
L'Orco ebbe il sospetto che si fossero trasmutati l'uno in roccia e l'altra  in
farfalla.
- Roccia, t'atterrer! Farfalla, t'acchiapper!
E si di a scalzare la roccia,  scavando la terra colle ugne; ma non riusciva a
spostare nemmeno un sassolino.
Avea le mani tutte scorticate,  le ugne tutte rotte;  e scavava,  scavava.  Poi
lasciava di scavare e dava la caccia alla farfalla.  Ma quella volava in alto e
non si lasciava acchiappare.
Morto dalla fatica, sdraiossi per terra, sotto la roccia, e si addorment.
A un tratto la roccia gli si lasciava cader addosso tutta d'un pezzo.
- Auhiii! Auhiii! - urlava l'Orco, dando gli ultimi tratti.
Cos la Reginotta e il suo compagno poterono rimettersi in viaggio  tranquilli,
e finalmente arrivarono ai confini del loro paese.
Quando  il  Re  e  la  Regina  ricevettero la notizia del loro prossimo arrivo,
bandirono feste per tutto il regno.
Uscirono ad incontrarli fuori le porte della citt con  tutta  la  corte  e  un
immenso  popolo  dietro,  e  ordinarono subito i preparativi per le nuove nozze
della Reginotta col suo liberatore.
Ma lui disse:
- Debbo fare un viaggio. Se fra otto giorni non sar ritornato,  piangetemi per
morto.
La Reginotta si disperava:
- Anderai dopo, sposo mio!
- Anderete dopo, figliuolo mio!
Ma la Reginotta, il Re, la Regina non riuscirono a persuaderlo.
Part, e si trov nella pianura deserta dove avea incontrato quella vecchia.
Aspettava un pochino,  ed ecco la vecchia,  anche questa volta col suo fastello
di legna sulle spalle.
- Mi riconoscete, vecchiarella mia?
- Si, figliuolo, ti riconosco. O che vieni a fare da queste parti?
- Ve lo dir dopo; datemi intanto il vostro fastello. Faremo strada insieme.
Questa volta il fastello era leggiero leggiero.
- Son venuto per ringraziarvi e per invitarvi alle mie nozze.
- Bravo figliuolo che tu sei!
E,  detto questo,  la vecchia si trasfigurava.  Era  diventata  una  bellissima
signora, risplendente pi d'una stella, con una verga d'oro nel pugno.
Sorrise e spar.
Allora lui comprese che quella era una Fata.  Ritorn, tutt'allegro, al palazzo
reale, e la stessa sera vennero celebrate le nozze.

Cos furono marito e moglie:
e lui ebbe il frutto e noi le foglie.

 FINE.
