    Luigi Capuana.
    RACCONTI.
    Associazione carcere e territorio il Bivacco, Melegnao (MI) 2000.


    INDICE.


    Prefazione: pagina 2.

    Spera di sole: pagina 6.
    Le arance d'oro: pagina 17.
    Ranocchino: pagina 27.
    Senza-orecchie: pagina 40.
    Il lupo mannaro: pagina 48.
    Cecina: pagina 63.
    L'albero che parla: pagina 74.
    I tre anelli: pagina 84.
    La vecchina: pagina 93.
    La fontana della bellezza: pagina 102.
    Il cavallo di bronzo: pagina 115.
    L'uovo nero: pagina 125.
    La figlia del re: pagina 137.
    Serpentina: pagina 147.
    Il soldo bucato: pagina 156.
    T, triti, t: pagina 165.
    Testa-di-rospo: pagina 176.
    Topolino: pagina 187.
    Il racconta-fiabe: pagina 197.
    La Reginotta: pagina 207.














    PREFAZIONE.


    Ai miei cari nipotini

    Queste fiabe son nate cos.
    Dopo averne scritta una per un caro bimbo che voleva da  me,  ad  ogni
    costo,  una  bella  fiaba,  mi venne,  un giorno,  l'idea di scriverne
    qualche altra pei miei nipotini.
    In quel tempo ero triste ed anche  un  po'  ammalato,  con  un'inerzia
    intellettuale  che  mi  faceva  rabbia,  e i lettori non immagineranno
    facilmente la gioia da me provata nel vedermi,  a un  tratto,  fiorire
    nella fantasia quel mondo meraviglioso di fate,  di maghi,  di re,  di
    regine,  di orchi,  di incantesimi,  che    stato  il  primo  pascolo
    artistico delle nostre piccole menti.
    Vissi pi settimane soltanto con essi,  ingenuamente, come non credevo
    potesse mai accadere a chi  gi convinto che la realt  sia  il  vero
    regno  dell'arte.  Se  un  importuno fosse allora venuto a parlarmi di
    cose serie e gravi,  gli avrei risposto,  senza dubbio,  che avevo ben
    altre e pi serie faccende pel capo;  avevo Serpentina in pericolo,  o
    la Reginotta che mi moriva di languore per  Ranocchino  o  il  Re  che
    faceva  la  terza  prova di star sette anni alla pioggia e al sole per
    guadagnarsi la mano di un'adorata fanciulla.
    Avevo anche la non meno seria  preoccupazione  del  giudizio  di  quel
    pubblico  piccino  che  irrompeva  rumorosamente,  due,  tre  volte al
    giorno,  nel mio studio,  per sapere quando  la  nuova  fiaba  sarebbe
    finita.   Quei  cari  diavoletti,  che  poi  mi  si  sedevano  attorno
    impazienti,  che diventavano muti e  tutti  occhi  ed  orecchi  appena
    incominciavo: C'era una volta..., mi davano una gran suggezione. Pochi
    autori,  aspettando  dietro le quinte la sentenza del pubblico,  credo
    abbiano tremato al pari di me  nel  vedermi  davanti  quelle  vispe  e
    intelligenti  testoline  che  pendevano  dalle  mie labbra,  mentre io
    tentavo di balbettare per  loro  il  linguaggio  cos  semplice,  cos
    efficace,  cos  drammatico,  che   l'eccellenza naturale della forma
    artistica delle fiabe.
    Non mi  parso superfluo dir questo al benigno lettore,  pel caso  che
    il  presente  volume  trovasse  qualcuno  che  volesse  giudicarlo non
    soltanto come un libro destinato  ai  bambini,  ma  anche  come  opera
    d'arte.
    Il  mio  tentativo  ha  una scusa: le circostanze che lo han prodotto.
    Senza  dubbio  non  mi  sarebbe  passato  mai  pel  capo  di   mettere
    audacemente  le  mani  sopra  una  forma di arte cos spontanea,  cos
    primitiva e perci tanto contraria al carattere dell'arte moderna.
    Rivedendo le bozze di  stampa  ho  sentito  un  po'  di  rimorso.  Non
    commettevo  forse un'indegnit chiamando il pubblico a parte di quella
    mia deliziosa allucinazione che io  non  posso  mai  rammentare  senza
    commozione e senza rimpianto?
    Allora ben mi stia, se le Fate che vennero ad aleggiare tra le bianche
    pareti del mio studio mentre il sole di gennaio lo scaldava col tepore
    dei suoi raggi,  mentre i passeri picchiavano famigliarmente col becco
    all'imposta chiusa della finestra e i miei cari diavoletti non  osavan
    rifiatare avvertendo la presenza delle Dee;  ben mi stia,  se le Fate,
    per dispetto,  abbandoneranno ora il mio libro alla  severa  giustizia
    della critica!

    Roma, 22 giugno 1882
    LUIGI CAPUANA


    Avvertenza.  Ho  usato  i  vocaboli  Reuccio  e  Reginotta  secondo il
    significato che essi hanno nel dialetto  siciliano  e  unicamente  nel
    linguaggio delle fiabe, cio invece di principe reale e di principessa
    reale.  Reuccio  trovasi  nelle lettere del Sassetti per Re di piccola
    potenza.


    SPERA DI SOLE.


    C'era una volta una fornaia,  che aveva una  figliuola  nera  come  un
    tizzone e brutta pi del peccato mortale.  Campavan la vita infornando
    il pane della gente, e Tizzoncino, come la chiamavano,  era attorno da
    mattina a sera: - Ehi, scaldate l'acqua!
    Ehi, impastate! - Poi, coll'asse sotto il braccio e la ciambellina sul
    capo,  andava  di qua e di l a prender le pagnotte e le stiacciate da
    infornare; poi, colla cesta sulle spalle,  di nuovo di qua e di l per
    consegnar  le  pagnotte  e  le  stiacciate  bell'e cotte.  Insomma non
    riposava un momento.
    Tizzoncino era sempre di  buon  umore.  Un  mucchio  di  filiggine;  i
    capelli  arruffati,  i  piedi  scalzi e intrisi di mota,  in dosso due
    cenci che gli cascavano a pezzi;  ma le sue risate  risonavano  da  un
    capo all'altro della via.
    - Tizzoncino fa l'uovo - dicevan le vicine.
    All'Avemaria  le  fornaie si chiudevano in casa e non affacciavano pi
    nemmeno la punta del naso. D'inverno, passava...  Ma d'estate,  quando
    tutto  il  vicinato si godeva il fresco e il lume di luna?  O che eran
    matte,  mamma e figliuola,  a starsene tappate in casa con quel po' di
    caldo?... Le vicine si stillavano il cervello.
    - O fornaie, venite fuori al fresco, venite!
    - Si sta pi fresche in casa.
    - O fornaie, guardate che bel lume di luna, guardate!
    - C' pi bel lume in casa.
    Eh, la cosa non era liscia! Le vicine si misero a spiare e a origliare
    dietro l'uscio.  Dalle fessure si vedeva uno splendore che abbagliava,
    e di tanto in tanto si sentiva la mamma:
    - Spera di sole, spera di sole, sarai Regina se Dio vuole!
    E Tizzoncino che faceva l'uovo.
    - Se lo dicevano che erano ammattite!
    Ogni notte cos, fino alla mezzanotte: - Spera di sole, spera di sole,
    sarai Regina se Dio vuole!
    La cosa giunse all'orecchio del Re.  Il Re mont sulle furie e mand a
    chiamare le fornaie.
    - Vecchia strega, se seguiti, ti faccio buttare in fondo a un carcere,
    te e il tuo Tizzoncino!
    - Maest, non  vero nulla. Le vicine sono bugiarde.
    Tizzoncino rideva anche al cospetto del Re.
    - Ah!... Tu ridi?
    E le fece mettere in prigione tutte e due, mamma e figliuola.
    Ma  la  notte,  dalle  fessure  dell'uscio il custode vedeva in quella
    stanzaccia un grande splendore,  uno splendore che abbagliava,  e,  di
    tanto in tanto, sentiva la vecchia:
    - Spera di sole, spera di sole, sarai Regina se Dio vuole!
    E  Tizzoncino  faceva  l'uovo.  Le  sue risate risonavano per tutta la
    prigione.
    Il custode and dal Re e gli rifer ogni casa.
    - Il Re mont sulle furie peggio di prima.
    - La intendono in tal modo?  Sian messe nel carcere criminale,  quello
    sottoterra.
    Era una stanzaccia senz'aria,  senza luce, coll'umido che si aggrumava
    in ogni parte;  non ci si viveva.  Ma  la  notte,  anche  nel  carcere
    criminale, ecco uno splendore che abbagliava, e la vecchia:
    - Spera di sole, spera di sole, sarai Regina se Dio vuole!
    Il custode torn dal Re, e gli rifer ogni cosa.
    Il Re, questa volta, rimase stupito. Radun il Consiglio della Corona:
    e i consiglieri chi voleva che alle fornaie si tagliasse la testa, chi
    pensava che fosser matte e bisognasse metterle in libert.
    -  Infine,  che  cosa  diceva quella donna?  Se Dio vuole.  O che male
    c'era?  Se Dio avesse voluto,  neppure Sua Maest sarebbe stato  buono
    d'impedirlo.
    - Gi! Era proprio cos.
    Il Re ordin di scarcerarle
    Le fornaie ripresero il loro mestiere.  Non avevan le pari nel cuocere
    il pane appuntino, e le vecchie avventore tornarono subito.  Perfin la
    Regina  volle  infornare  il  pane da loro;  il Tizzoncino cos saliva
    spesso le scale del palazzo reale, coi piedi scalzi e intrisi di mota.
    La Regina le domandava:
    - Tizzoncino, perch non ti lavi la faccia?
    - Maest, ho la pelle fina e l'acqua me la sciuperebbe.
    - Tizzoncino, perch non ti pettini?
    - Maest, ho i capelli sottili, e il pettine me li strapperebbe.
    - Tizzoncino, perch non ti compri un paio di scarpe?
    - Maest, ho i piedini delicati; mi farebbero i calli.
    - Tizzoncino, perch la tua mamma ti chiama Spera di sole?
    - Sar Regina, se Dio vuole!
    La Regina ci si divertiva;  e Tizzoncino,  andando via colla sua  asse
    sulla  testa  e  le  pagnotte  e le stiacciate di casa reale,  rideva,
    rideva. Le vicine che la sentivan passare:
    - Tizzoncino fa l'uovo!
    Intanto ogni notte quella  storia.  Le  vicine,  dalla  curiosit,  si
    rodevano il fegato.  E appena vedevano quello splendore che abbagliava
    e sentivano il ritornello della vecchia,  via,  tutte dietro  l'uscio:
    non sapevano che inventare.
    - Fornaie,  fatemi la gentilezza di prestarmi lo staccio;  nel mio c'
    uno strappo.
    Tizzoncino apriva l'uscio e porgeva lo staccio.
    - Come! Siete allo scuro? Mentre picchiavo, c'era lume.
    - Uh! Vi sar parso.
    La cosa era arrivata anche alle orecchie del Reuccio,  che  aveva  gi
    sedici anni.  Il Reuccio era un gran superbo. Quando incontrava per le
    scale Tizzoncino, coll'asse sulla testa o colla cesta sulle spalle, si
    voltava in l per non vederla. Gli
    faceva schifo. E una volta le sput addosso.
    Tizzoncino quel giorno torn a casa piangendo.
    - Che cosa  stato, figliuola mia?
    - Il Reuccio mi ha sputato addosso.
    - Sia fatta la volont di Dio! Il Reuccio  padrone.
    Le vicine gongolavano:
    - Il Reuccio gli aveva sputato addosso; le stava bene a Spera di sole!
    Un altro giorno il Reuccio la incontr sul pianerottolo. Gli parve che
    Tizzoncino lo avesse un po' urtato con l'asse,  e  lui,  stizzito,  le
    tir un calcio. Tizzoncino ruzzol le scale.
    Quelle  pagnotte  e  stiacciate,   tutte  intrise  di  polvere,  tutte
    sformate, chi avrebbe avuto il coraggio di riportarle alla Regina?
    Tizzoncino torn a casa piangendo e rammaricandosi.
    - Che cosa  stato, figliuola mia?
    - Il Reuccio mi ha tirato un calcio e mi ha rovesciato ogni cosa.
    - Sia fatta la volont di Dio: il Reuccio  padrone.
    Le vicine non capivano nella pelle dall'allegrezza.
    - Il Reuccio gli aveva menato un calcio: le  stava  bene  a  Spera  di
    sole!
    Il Reuccio pochi anni dopo pens di prender moglie e mand a domandare
    la figliuola del Re di Spagna.  Ma l'ambasciatore arriv troppo tardi:
    la figliuola del Re di Spagna s'era  maritata  il  giorno  avanti.  Il
    Reuccio  volea impiccato l'ambasciatore.  Ma questi gli prov che avea
    spesa nel viaggio mezza  giornata  di  meno  degli  altri.  Allora  il
    Reuccio  lo  mand  a  domandare  la  figliuola del Re di Francia.  Ma
    l'ambasciatore arriv troppo tardi: la figliuola  del  Re  di  Francia
    s'era maritata il giorno avanti.
    Il  Reuccio  volea  ad  ogni  costo  impiccato  quel traditore che non
    arrivava mai in tempo: ma questi gli prov che avea spesa nel  viaggio
    una  giornata  di  meno degli altri.  Allora il Reuccio lo mandava dal
    Gran Turco per la  sua  figliuola.  Ma  l'ambasciatore  arriv  troppo
    tardi: la figliuola del Gran Turco s'era maritata il giorno avanti.
    Il Reuccio non sapea darsi pace;  piangeva.  Il Re, la Regina, tutti i
    ministri gli stavano attorno:
    - Mancavano principesse?  c'era la figliuola del Re d'Inghilterra:  si
    mandasse per lei.
    Il  povero  ambasciatore  part  come una saetta,  camminando giorno e
    notte finch non arriv in Inghilterra.  Era una  fatalit!  Anche  la
    figlia   del   Re  d'Inghilterra  s'era  maritata  il  giorno  avanti.
    Figuriamoci il Reuccio!
    Un giorno, per distrarsi, se n'and a caccia.
    Smarritosi in un bosco,  lontano dai compagni,  err tutta la giornata
    senza poter trovare la via. Finalmente, verso sera, scopr un casolare
    in mezzo agli alberi. Dall'uscio aperto, vide dentro un vecchione, con
    una gran barba bianca, che, acceso un bel fuoco, si preparava la cena.
    - Brav'uomo, sapreste indicarmi la via per uscire dal bosco?
    - Ah, finalmente sei arrivato!
    A quella voce grossa grossa, il Reuccio sent accapponarsi la pelle.
    - Brav'uomo, non vi conosco; io sono il Reuccio.
    -  Reuccio  o  non  Reuccio,  prendi quella scure e spaccami un po' di
    legna.
    Il Reuccio, per timore di peggio, gli spaccava la legna.
    - Reuccio o non Reuccio, vai per l'acqua alla fontana.
    Il Reuccio,  per timore di peggio,  prendeva l'orcio  sulle  spalle  e
    andava alla fontana.
    - Reuccio o non Reuccio, servimi a tavola.
    E il Reuccio,  per timore di peggio,  lo serv a tavola. All'ultimo il
    vecchio gli di quel che era avanzato.
    - Buttati l;  il tuo posto.
    Il povero Reuccio si accovacci su quel po' di strame in un canto,  ma
    non pot dormire.
    Quel  vecchio  era  il  Mago,  padrone  del bosco.  Quando andava via,
    stendeva attorno alla casa una rete incantata,  e il Reuccio  rimaneva
    in tal modo suo prigioniero e suo schiavo.
    Intanto  il  Re  e  la  Regina  lo piangevano per morto e portavano il
    lutto. Ma un giorno, non si sa come,  arriv la notizia che il Reuccio
    era schiavo del Mago. Il Re sped subito i suoi corrieri:
    - Tutte le ricchezze del regno, se gli rilasciava il figliuolo!
    - Sono pi ricco di lui!
    A questa risposta del Mago,  la costernazione del Re fu grande.  Sped
    daccapo i corrieri:
    - Che voleva?  Parlasse: il Re avrebbe dato anche il sangue delle  sue
    vene.
    -  Una pagnotta e una stiacciata,  impastate,  infornate di mano della
    Regina, e il Reuccio sar libero.
    - Oh, questo era nulla!
    La Regina stacci la  farina,  la  impast,  fece  la  pagnotta  e  la
    stiacciata,  scald  il  forno  di  sua mano e le inforn.  Ma non era
    pratica; pagnotta e stiacciata furono abbruciacchiate.
    Quando il Mago le vide, arricci il naso:
    - Buone pei cani.
    E le butt al suo mastino.  La Regina stacci di nuovo la  farina,  la
    impast e ne fece un'altra pagnotta e un'altra stiacciata.  Poi scald
    il forno di sua mano e le inforn.  Ma non era pratica.  La pagnotta e
    la stiacciata riusciron mal cotte. Quando il Mago le vide, arricci il
    naso:
    - Buone pei cani.
    E le butt al mastino.
    La  Regina prov,  riprov;  ma il suo pane riusciva sempre o troppo o
    poco cotto; e intanto il povero Reuccio restava schiavo del Mago.
    Il Re adun il Consiglio di Ministri.
    - Sacra Maest - disse uno dei  Ministri  -  proviamo  se  il  Mago  
    indovino. La Regina staccer la farina, la impaster, far la pagnotta
    e  la  stiacciata;  per  scaldare  il  forno  ed  infornare chiameremo
    Tizzoncino!
    - Bene! Benissimo!
    E cos fecero. Ma il Mago arricci il naso:
     - Pagnottaccia, stiacciataccia
    Via, lavatevi la faccia!
    E le butt al cane.  Aveva subito capito che ci  avea  messo  le  mani
    Tizzoncino.
    - Allora - disse il ministro - non c' che un rimedio.
    - Quale? - domand il Re.
    -  Sposare  il  Reuccio  con  Tizzoncino.  Cos  il  Mago avr il pane
    stacciato, impastato, infornato dalle mani della Regina,  e il Reuccio
    sar liberato.
    - E' proprio la volont di Dio - disse il Re.
    - Spera di sole, spera di sole, sarai regina se Dio vuole!
    E fece il decreto reale, che dichiarava il Reuccio e Tizzoncino marito
    e  moglie.  Il  Mago  ebbe  la  pagnotta  e la stiacciata,  stacciate,
    impastate e infornate dalle mani della Regina,  e il Reuccio fu  messo
    in libert.
    Veniamo intanto a lui, che di Tizzoncino non vuol saperne affatto:
    -  Quel  mucchio  di filiggine sua moglie?  Quella bruttona di fornaia
    regina?
    - Ma c' un decreto reale...
    - S? Il Re lo ha fatto, e il Re pu disfarlo!
    Tizzoncino,  diventata Reginotta,  era andata ad abitare  nel  palazzo
    reale.  Ma  non  s'era  voluta  lavare,  n  pettinare,  n mutarsi il
    vestito, n mettersi un paio di scarpe:
    - Quando verr il Reuccio, allora mi ripulir.
    Era possibile?  E aspettava,  chiusa nella sua camera,  che il Reuccio
    andasse a trovarla. Ma non c'era verso di persuaderlo.
    - Quella fornaia mi fa schifo! Meglio morto che sposar lei!
    Tizzoncino, quando le riferivano queste parole, si metteva a ridere:
    - Verr, non dubitate; verr.
    - Verr? Guarda come verr!
    Il  Reuccio,  perduto  il  lume degli occhi e colla sciabola in pugno,
    correva verso la camera  di  Tizzoncino:  volea  tagliarle  la  testa.
    L'uscio  era  chiuso.  Il Reuccio guard dal buco della serratura e la
    sciabola gli cadde di mano.  L dentro  c'era  una  bellezza  non  mai
    vista, una vera Spera di sole!
    - Aprite, Reginotta mia! Aprite!
    E Tizzoncino, dietro l'uscio, canzonandolo:
    - Mucchio di filiggine!
    - Apri, Reginotta dell'anima mia!
    E Tizzoncino ridendo:
    - Bruttona di fornaia!
    - Apri, Tizzoncino mio!
    Allora l'uscio s'aperse, e i due sposini s'abbracciarono.
    Quella sera si fecero gli sponsali,  e il Reuccio e Tizzoncino vissero
    a lungo, felici e contenti...
    E a noi ci s'allegano i denti.




    LE ARANCE D'ORO.


    Si racconta che c'era una volta un Re, il quale avea dietro il palazzo
    reale un magnifico giardino. Non vi mancava albero di sorta; ma il pi
    raro e il pi pregiato, era quello che produceva le arance d'oro.
    Quando arrivava la stagione delle arance,  il Re vi metteva a  guardia
    una sentinella notte e giorno;  e tutte le mattine scendeva lui stesso
    a osservare coi suoi occhi se mai mancasse una foglia.
    Una mattina va in giardino, e trova la sentinella addormentata. Guarda
    l'albero... Le arance d'oro non c'eran pi!
    - Sentinella sciagurata, pagherai colla tua testa.
    - Maest, non ci ho colpa. E' venuto un cardellino,  si  posato sopra
    un ramo e si  messo a cantare. Canta, canta, canta, mi si aggravavano
    gli occhi. Lo scacciai da quel ramo, ma and a posarsi sopra un altro.
    Canta,  canta,  canta,  non mi reggevo dal sonno. Lo scacciai anche di
    l, e appena cessava di cantare,  il mio sonno svaniva.  Ma si pos in
    cima all'albero, e canta, canta, canta..., ho dormito finora!
    Il Re non gli fece nulla.
    Alla nuova stagione, incaric della guardia il Reuccio in persona.
    Una  mattina  va  in giardino e trova il Reuccio addormentato.  Guarda
    l'albero...; le arance d'oro non c'eran pi!
    Figuriamoci la sua collera!
    - Come? Ti sei addormentato anche tu?
    - Maest, non ci ho colpa. E' venuto un cardellino,  si  posato sopra
    un ramo e si  messo a cantare.  Canta, canta, canta, mi s'aggravavano
    gli occhi. Gli dissi: cardellino traditore,  col Reuccio non ti giova!
    Ed esso a canzonarmi: il Reuccio dorme!  il Reuccio dorme!  Cardellino
    traditore, col Reuccio non ti giova!  Ed esso a canzonarmi: il Reuccio
    fa la nanna!  il Reuccio fa la nanna!  E canta,  canta,  canta...,  ho
    dormito finora!
    Il Re volle provarsi lui stesso;  e arrivata la stagione si mise a far
    la guardia.  Quando le arance furon mature,  ecco il cardellino che si
    posa sopra un ramo,  e  comincia  a  cantare.  Il  Re  avrebbe  voluto
    tirargli, ma faceva buio come in una gola.
    Intanto aveva una gran voglia di dormire!
    - Cardellino traditore,  questa volta non ti giova! - Ma durava fatica
    a tener aperti gli occhi.
    Il cardellino cominci a canzonarlo:
    - Pss! Pss! Il Re dorme! Pss! Pss! Il Re dorme!
    E canta,  canta,  canta,  il Re s'addormentava peggio d'un ghiro anche
    lui.
    La mattina apriva gli occhi: le arance d'oro non ci eran pi!
    Allora fece un bando per tutti i suoi Stati:
    -  Chi gli portasse,  vivo o morto,  quel cardellino,  riceverebbe per
    mancia una mula carica d'oro.
    Passarono sei mesi, e non si vide nessuno.
    Finalmente un giorno si presenta un contadinotto molto male in arnese:
    - Maest,  lo voIete davvero quel  cardellino?  Promettetemi  la  mano
    della Reginotta, e in men di tre giorni l'avrete.
    Il Re lo prese per le spalle, e lo messe fuor dell'uscio.
    Il giorno appresso quegli torn:
    -  Maest,  lo  volete  davvero quel cardellino?  Promettetemi la mano
    della Reginotta, e in men di tre giorni l'avrete.
    Il Re lo prese per le spalle,  gli di una  pedata  e  lo  messe  fuor
    dell'uscio.
    Ma il giorno appresso, quello, cocciuto, ritornava:
    - Maest,  lo volete davvero il cardellino? Promettetemi la mano della
    Reginotta, e in men di tre giorni l'avrete.
    Il Re, stizzito, chiam una guardia e lo fece condurre in prigione.
    Intanto ordinava si facesse attorno all'albero una rete di ferro;  con
    quelle sbarre grosse,  non c'era pi bisogno di sentinella.  Ma quando
    le arance furon mature, una mattina va in giardino...;  l'arance d'oro
    non c'eran pi.
    Figuriamoci la sua collera! Dovette, per forza, mettersi d'accordo con
    quel contadinotto.
    - Portami vivo il cardellino e la Reginotta sar tua.
    - Maest, fra tre giorni.
    E prima che i tre giorni passassero era gi di ritorno.
    - Maest, eccolo qui. La Reginotta ora  mia.
    Il Re si fece scuro. Doveva dare la Reginotta a quello zoticone?
    - Vuoi delle gioie?  Vuoi dell'oro?  Ne avrai finch vorrai. Ma quanto
    alla Reginotta, nettati la bocca.
    - Maest, il patto fu questo.
    - Vuoi delle gioie? Vuoi dell'oro?
    - Tenetevi ogni cosa. Sar quel che sar!
    E and via.
    Il Re disse al cardellino:
    - Ora che ti ho tra le mani, ti vo' martoriare.
    Il cardellino strillava, sentendosi strappare le penne ad una ad una.
    - Dove son riposte le arance d'oro?
    - Se non mi farete pi nulla, Maest, ve lo dir.
    - Non ti far pi nulla.
    - Le arance d'oro sono riposte dentro la Grotta delle sette porte.  Ma
    c'  il  mercante,  col berrettino rosso,  che fa la guardia.  Bisogna
    sapere il motto; e lo sanno due soli: il mercante e quel contadino che
    mi ha preso.
    Il Re mand a chiamare il contadino.
    - Facciamo un altro patto.  Vorrei entrare nella  Grotta  delle  sette
    porte, e non so il motto. Se me lo sveli, la Reginotta sar tua.
    - Parola di Re?
    - Parola di Re!
    - Maest, il motto  questo:
     "Secca risecca!
    Apriti, Cecca."
    - Va bene.
    Il Re and,  disse il motto, e la Grotta s'aperse. Il contadino rimase
    fuori ad attenderlo.
    In quella grotta i diamanti, a mucchi per terra, abbagliavano. Vistosi
    solo,  sua Maest si chinava e se ne  riempiva  le  tasche.  Ma  nella
    stanza appresso,  i diamanti,  sempre a mucchi,  eran pi grossi e pi
    belli. Il Re si vuotava le tasche,  e tornava a riempirsele di questi.
    Cos  fino  all'ultima  stanza,   dove,  in  un  angolo,  si  vedevano
    ammonticchiate le arance d'oro del giardino reale.
    C'era l una bisaccia,  e il Re la colm.  Or che sapeva il motto,  vi
    sarebbe ritornato pi volte.
    Uscito fuor della Grotta,  colla bisaccia in collo, trov il contadino
    che lo attendeva.
    - Maest, la Reginotta ora  mia.
    Il Re si fece scuro. Dovea dare la Reginotta a quello zoticone?
    - Domanda qualunque grazia e ti verr concessa.  Ma per  la  Reginotta
    nettati la bocca.
    - Maest, e la vostra parola?
    - Le parole se le porta il vento.
    - Quando sarete al palazzo ve ne accorgerete.
    Arrivato al palazzo,  il Re mette gi la bisaccia e fa di vuotarla. Ma
    invece di arance d'oro, trova arance marce.
    Si mette le mani nelle tasche, i diamanti son diventati tanti gusci di
    lumache!
    Ah! quel pezzo di contadinaccio gliel'avea fatta!
    Ma il cardellino la pagava.
    E torn a martoriarlo.
    - Dove sono le mie arance d'oro?
    - Se non mi farete pi nulla, Maest, ve lo dir.
    - Non ti far pi nulla.
    - Son l dove le avete viste;  ma per riaverle  bisogna  conoscere  un
    altro motto,  e lo sanno due soli: il mercante e quel contadino che mi
    ha preso.
    Il Re lo mand a chiamare:
    - Facciamo un altro patto.  Dimmi il motto per riprendere le arance  e
    la Reginotta sar tua.
    - Parola di Re?
    - Parola di Re!
    - Maest il motto  questo:
     "Ti sto addosso:
    Dammi l'osso."
    - Va bene.
    Il Re andava e ritornava pi volte colla bisaccia colma, e riportava a
    palazzo tutte le arance d'oro.
    Allora si present il contadino:
    - Maest, la Reginotta ora  mia.
    Il Re si fece scuro. Dovea dare la Reginotta a quello zoticone?
    -  Quello   il tesoro reale: prendi quello che ti piace.  Quanto alla
    Reginotta, nettati la bocca.
    - Non se ne parli pi.
    E and via.
    Da che  il  cardellino  era  in  gabbia,  le  arance  d'oro  restavano
    attaccate all'albero da un anno all'altro.
    Un giorno la Reginotta disse al Re:
    - Maest, quel cardellino vorrei tenerlo nella mia camera.
    - Figliuola mia, prendilo pure; ma bada che non ti scappi.
    Il cardellino nella camera della Reginotta non cantava pi.
    - Cardellino, perch non canti pi?
    - Ho il mio padrone che piange.
    - E perch piange?
    - Perch non ha quel che vorrebbe.
    - Che cosa vorrebbe?
    - Vorrebbe la Reginotta. Dice:
     "Ho lavorato tanto,
    E le fatiche mie son sparse al vento."
    - Chi  il tuo padrone? Quello zotico?
    - Quello zotico, Reginotta,  pi Re di Sua Maest.
    - Se fosse vero, lo sposerei. Va' a dirglielo, e torna subito.
    - Lo giurate?
    - Lo giuro.
    E gli aperse la gabbia. Ma il cardellino non torn.
    Una volta il Re domand alla Reginotta:
    - O il cardellino non canta pi? E' un bel pezzo che non lo sento.
    - Maest,  un po' malato.
    E il Re s'acchet.
    Intanto la povera Reginotta viveva in ambascia:
    - Cardellino traditore, te e il tuo padrone!
    E come s'avvicinava la stagione delle arance, pel timore del babbo, il
    cuore le diventava piccino piccino.
    Intanto  venne  un  ambasciatore del Re di Francia che la chiedeva per
    moglie. Il padre ne fu lieto oltremodo, e rispose subito di s.  Ma la
    Reginotta:
    - Maest, non voglio: vo' rimanere ragazza.
    Quello mont sulle furie:
    - Come? Diceva di no, ora che avea impegnato la sua parola e non potea
    pi ritirarla?
    - Maest, le parole se le porta il vento.
    Il  Re  non  lo  potevan  trattenere: schizzava fuoco dagli occhi.  Ma
    quella, ostinata:
    - Non lo voglio! Non lo voglio! Vo' rimanere ragazza.
    Il peggio fu quando il Re di Francia mand a dire che fra otto  giorni
    arrivava.
    Come rimediare con quella figliolaccia caparbia?
    Dallo sdegno, le leg le mani e i piedi e la cal in un pozzo:
    - Di' di s, o ti faccio affogare!
    E la Reginotta zitta. Il Re la cal fino a met.
    - Di' di s, o ti faccio affogare!
    E  la  Reginotta zitta.  Il Re la calava pi gi,  dentro l'acqua;  le
    restava fuori soltanto la testa:
    - Di' di s, o ti faccio affogare!
    E la Reginotta zitta.
    - Dovea affogarla davvero?
    E la tir su;  ma la rinchiuse in una stanza,  a  pane  ed  acqua.  La
    Reginotta piangeva:
    - Cardellino traditore,  te e il tuo padrone!  Per mantenere la parola
    ora patisco tanti guai!
    Il Re di Francia arriv con un gran  seguito,  e  prese  alloggio  nel
    palazzo reale.
    - E la Reginotta? Non vuol farsi vedere?
    - Maest,  un po' indisposta.
    Il Re non sapeva che rispondere, imbarazzato.
    - Portatele questo regalo.
    Era uno scatolino tutto d'oro e di brillanti.  Ma la Reginotta lo pos
    l, senza neppur curarsi d'aprirlo. E piangeva.
    - Cardellino traditore, te e il tuo padrone!
    - Non siamo traditori, n io, n il mio padrone.
    Sentendosi rispondere dallo scatolino, la Reginotta lo aperse.
    - Ah, cardellino mio! Quante lagrime ho sparse.
    - La tua sorte volea cos. Ora il destino  compito.
    Sua Maest, conosciuto chi era quel contadino, le di in dote l'albero
    che produceva le arance d'oro, e il giorno appresso la Reginotta spos
    il Re di Francia.
    E noi restiamo a grattarci la pancia.


    RANOCCHINO.


    Questa  la bella storia di Ranocchino porgi il  ditino,  e  sentirete
    qui appresso perch si dica cos.
    Si  racconta  dunque  che c'era una volta un povero diavolo,  il quale
    aveva sette figliuoli,  che se lo rodevano vivo.  Il maggiore  contava
    dieci anni, e l'ultimo appena due.
    Una sera il babbo se li fece venire tutti dinanzi.
    -  Figliuoli  -  disse  -  son  due giorni che non gustiamo neppure un
    gocciolo d'acqua,  ed io,  dalla disperazione,  non so pi dove dar di
    capo. Sapete che ho pensato? Domani mi far prestar l'asino dal nostro
    vicino, gli porr le ceste e vi porter attorno per vendervi. Se avete
    un po' di fortuna, si vedr.
    I bimbi si misero a strillare;  non volevano esser venduti,  no!  Solo
    l'ultimo, quello di due anni, non strillava.
    - E tu,  Ranocchino?  - gli domand il babbo,  che gli avea messo quel
    nomignolo perch era piccino quanto un ranocchio.
    - Io son contento - rispose.
    E  la  mattina quel povero diavolo se lo prese in collo,  e cominci a
    girare per la citt.
    - Chi mi compra Ranocchino! Chi mi compra Ranocchino!
    Ma nessuno lo voleva, un cosino a quella maniera!
    S'affacci alla finestra la figlia del Re.
    - Che cosa vendete, quell'uomo?
    - Vendo questo bimbo, chi lo vuol comprare.
    La Reginotta lo guard,  fece una smorfia e gli sbatacchi le  imposte
    sul viso.
    - Bella grazia! - disse quel povero diavolo. E riprese ad urlare:
    - Chi mi compra Ranocchino! Chi mi compra Ranocchino!
    Ma nessuno lo voleva, un cosino a quella maniera!
    Quel  povero  diavolo  non  avea coraggio di tornare a casa,  dove gli
    altri figliuoli lo aspettavano come tant'anime del  purgatorio,  morti
    di fame.
    Ranocchino intanto gli s'era addormentato addosso.
    Allora  lui  pens  ch'era  meglio  ammazzarlo,  piuttosto che vederlo
    patire: gli avrebbe ammazzati tutti, quei figliuoli, ad uno ad uno;  e
    cominciava da questo!
    Era gi sera: e,  uscito fuor di citt, si ridusse in una grotta, dove
    non poteva esser veduto da nessuno.  Adagi per  terra  il  bimbo  che
    dormiva tranquillamente, e prima d'ammazzarlo si mise a piangerlo:
    - Ah, coricino mio!
    E debbo ammazzarti con queste mani, debbo ammazzarti!
    Ah, Ranocchino mio!
    E non ti vedr pi per la casa, non ti vedr!
    Ah, coricino mio!
    E chi fu la strega che te lo cant in culla, chi fu?
    Ah, Ranocchino mio!
    E debbo ammazzarti con queste mani, debbo ammazzarti!
    Spezzava il cuore perfino ai sassi.
    - Che cosa  stato, che piangi cos?
    Il  povero  diavolo  si  volt e vide una vecchia seduta a traverso la
    bocca della grotta, con un bastoncello in mano.
    - Che cosa  stato!  Ho sette figliuoli piccini  e  moriamo  tutti  di
    fame.  Per  non  vederli  pi  patire,  ho deliberato d'ammazzarli;  e
    comincio da questo.
    - Come si chiama?
    - Si chiama Beppe; ma noi gli diciamo Ranocchino.
    - E Ranocchino sia!
    La vecchia toccava appena il bimbo col bastoncello, che quegli era gi
    diventato un ranocchio e saltellava qua e l.
    Il povero padre rimase spaventato.
    - Fatti coraggio!  - gli disse la vecchia - Fruga in quel  canto;  c'
    del  pane  e  del  formaggio:  mangerete  per  questa  sera.  Domani a
    mezzogiorno,  aspettami sotto le finestre del palazzo reale:  sar  la
    tua fortuna.
    Quando i figliuoli lo videro tornare senza il fratellino,  si misero a
    strillare.
    - Zitti! Ecco del pane e del formaggio.
    - Ma Ranocchino dov'?
    - E' morto!
    Disse cos per non esser seccato.
    E il giorno appresso,  prima dell'ora fissata,  andava  ad  appostarsi
    sotto le finestre del palazzo reale.  Aspetta, aspetta, la vecchia non
    compariva. La figlia del Re era a una finestra,  che si pettinava.  Lo
    riconobbe e gli domand, per canzonatura:
    - O quell'uomo, e Ranocchino ve l'han comprato?
    Ma prima che quello rispondesse, ecco la vecchia con una coda di gente
    dietro. La gente fece crocchio e la vecchia, nel mezzo, diceva:
    - Ranocchino, porgi il ditino!
    E Ranocchino stendeva la zampina e porgeva il ditino alla vecchia. Gli
    altri avevano un bel dirgli: - Ranocchino,  porgi il ditino -;  non se
    ne dava per inteso. Una meraviglia non mai vista.  E tutti pagavano un
    soldo.
    La  Reginotta fece chiamar la vecchia sotto la finestra;  voleva veder
    anche lei.
    - Ranocchino, porgi il ditino!
    Rimase ammaliata. E corse subito dal Re.
    - Babbo, se mi vuoi bene, devi comprarmi quel Ranocchino.
    - Che vorresti tu farne?
    - Allevarlo nelle mie stanze: mi divertir.
    Il Re acconsent.
    - Buona donna, quanto volete di quel Ranocchino?
    - Maest, lo vendo a peso d'oro. E' quel che vale.
    - Voi canzonate, vecchia mia.
    - Dico davvero. Domani varr il doppio. Ranocchino, porgi il ditino!
    E Ranocchino stendeva la zampina e porgeva il ditino alla vecchia. Gli
    altri avevano un bel dirgli: - Ranocchino,  porgi il ditino -;  non se
    ne dava per inteso.
    - Vedi? - disse il Re alla Reginotta. - Occorre anche la vecchia.
    La Reginotta non s'era provata.
    - Ranocchino, porgi il ditino!
    Ranocchino spicc un salto,  le fece una bella riverenza e le porse il
    ditino.
    Allora bisogn comprarlo: se no, la Reginotta non si chetava.
    Posero Ranocchino in un piatto della bilancia e  un  pezzettino  d'oro
    nell'altro,   ma  la  bilancia  non  lo  levava.  Possibile  che  quel
    Ranocchino pesasse tanto? Colmarono d'oro il piatto ma la bilancia non
    lo levava.  La Reginotta e la Regina si  tolsero  gli  orecchini,  gli
    anelli,  i  braccialetti e li buttarono l.  Nulla!  Il Re si tolse la
    cintura, ch'era d'oro massiccio, e la butt l. Nulla!
    - Anche la corona! Vorrei ora vedere!...
    Allora la bilancia lev esatta; non mancava un pelo.
    La vecchia si rovesci quel mucchio d'oro nel grembiule e and via.
    Quel povero diavolo l'attendeva all'uscita.
    - Tieni!
    E gli riemp le tasche.
    - Per bada! Spendi tutto a tuo piacere; ma la corona reale,  se tu la
    vendi o la perdi, guai a te!
    La Reginotta si spassava, tutto il giorno, con Ranocchino.
    - Ranocchino, porgi il ditino!
    Era una bellezza.  Lo teneva sempre in mano, lo portava seco dovunque.
    A tavola, Ranocchino dovea mangiare nel piatto di lei.
    - Una cosa sconcia! - diceva la Regina.
    Ma quella era figlia unica, e le perdonavano tutti i capricci.
    Arriv il tempo che la Reginotta dovea andare a marito. L'avea chiesta
    il Reuccio del Portogallo,  e il Re e la Regina n'eran  contentissimi.
    Lei disse di no:
    Voleva sposare Ranocchino!
    Poteva darsi? Intanto non c'era verso di persuaderla.
    - O Ranocchino, o nessuno!
    - Te lo do io Ranocchino!
    E  il  Re,  afferratolo per una gambetta,  stava per sbatacchiarlo sul
    pavimento;  ma entr un'aquila dalla finestra che  glielo  strapp  di
    mano e spar.
    La Reginotta piangeva giorno e notte. Povera figliuola, faceva pena! E
    tutta la corte stava in lutto.
    Intanto in casa di Ranocchino pareva tutti i giorni carnovale.  Spendi
    e spandi;  mezzo vicinato banchettava l e i  danari  andavano  via  a
    fiumi. Finalmente non ci fu pi il becco d'un quattrino.
    - Babbo, vendiamo la corona reale.
    - La corona reale non si tocca!
    - Si dee crepar di fame? Vendiamola!
    - La corona reale non si tocca.
    Quel  povero  diavolo torn nella grotta in cerca della vecchia,  e si
    mise a piangere.
    - Che cosa  stato?
    - Mammina mia,  i quattrini son finiti  e  quei  figliuoli  vorrebbero
    vendere la corona reale; ma io non l'ho permesso.
    -  Fruga  in quel canto.  C' del pane e del formaggio;  mangerete per
    questa sera.  Domani a mezzogiorno,  aspettami sotto le  finestre  del
    palazzo reale: sar la tua fortuna.
    Torn a casa, e trov una tragedia! Cinque figliuoli erano stesi morti
    per terra in un lago di sangue; uno respirava appena:
    -  Ah,  babbo mio!  E' venuta un'aquila forte e picchi alla finestra.
    "Ragazzi,  fatemi vedere la corona reale." "Il babbo  la  tiene  sotto
    chiave." "E dove l'ha riposta?" "In questa cassa." Allora,  a colpi di
    becco,  cominci a scassinarla;  e siccome noi ci si opponeva,  ci  ha
    tutti ammazzati.
    Detto questo, spir.
    Quel povero diavolo si sent rizzare i capelli. I figliuoli morti e la
    corona sparita!
    Il giorno dopo, quando vide la vecchia, le raccont ogni cosa.
    - Lascia fare a me! - rispose quella.
    La  Reginotta stava malissimo.  I medici non sapevano pi quali rimedi
    adoprare.
    - Maest,  - dissero,  all'ultimo -  qui  ci  vuol  Ranocchino,  o  la
    Reginotta  spacciata.
    Il Re si disperava:
    -  Dove  prenderlo  quel  maledetto Ranocchino?  L'aquila lo aveva gi
    digerito da un pezzo.
    Si present la vecchia:
    - Maest,  Ranocchino ve lo farei trovare io;  ma  ci  vuole  un  gran
    coraggio.
    - Mi lascerei anche fare a pezzi rispose il Re.
    - Prendete un coltello di diamante,  il pi bel bue della mandria, una
    corda lunga un miglio, e venite con me.
    Il Re prese il coltello di diamante, il pi bel bue della mandria, una
    corda lunga un miglio,  e part insieme colla vecchia.  Nessuno  dovea
    seguirli.
    Camminarono due giorni, e al terzo, verso il tramonto, giunsero in una
    pianura.  L  c'era la torre incantata,  senza porte e senza finestre,
    alta un miglio.
    - Ranocchino  qui! - disse la vecchia. - Quegli uccellacci che aliano
    attorno alla cima, sono i suoi carcerieri. Bisogna montare lass.
    - O come?
    - Maest, ammazzate il bue e vedrete.
    Il Re ammazz il bue.
    - Maest, scorticatelo e lasciate molta carne attaccata al cuoio.
    Il Re lo scortic e lasci molta carne attorno al cuoio.
    - Ora rivolteremo questo cuoio - disse la vecchia.  - Io vi ci  cucir
    dentro.  Scenderanno  gli uccellacci e vi porteranno lass.  La notte,
    spaccherete il cuoio col coltello di diamante;  e  la  mattina  quando
    l'aquila   e   gli  uccellacci  saranno  andati  via  per  la  caccia,
    attaccherete la corda alla cima,  prenderete Ranocchino  e  la  corona
    reale, metterete il coltello fra i denti e vi lascerete andar gi.
    Il Re esitava.
    - E se la corda si spezzasse?
    - Tenendo il coltello fra i denti non si spezzer.
    Il Re,  per amor della figliuola, si lasci cucire dentro il cuoio. E,
    subito, ecco gli uccellacci di preda che lo afferrano cogli arti gli e
    se lo portano lass.
    La  notte,  spacc  il  cuoio  col  coltello  di  diamante  e  and  a
    nascondersi  in  fondo a uno stanzino.  Quando fu giorno,  aspett che
    l'aquila e gli uccellacci di preda  andassero  a  caccia,  attacc  la
    corda alla cima della torre,  prese Ranocchino e la corona reale, e si
    lasci andar gi.
    E il coltello? L'aveva dimenticato.
    Allora la corda cominci a nicchiare:
    - Ahi, ahi! Mi spezzo! Dammi da bere.
    Come rimediare? Il Re si morse una vena del braccio e ne fece schizzar
    il sangue. Intanto scivolava gi.
    Ma poco dopo la corda da capo:
    - Ahi, ahi! Mi spezzo! Dammi da bere.
    Il Re si morse la vena  dell'altro  braccio  e  ne  fece  schizzar  il
    sangue. Intanto scivolava gi.
    Ma la corda da capo:
    - Ahi, ahi! Mi spezzo! Dammi da bere.
    Il Re, visto che ci voleva pochino a toccar terra:
    - E spezzati! - rispose.
    Infatti  si spezz;  ma lui,  per sua fortuna,  se la cav con qualche
    ammaccatura.  Per le  vene  ferite  delle  braccia  la  vecchia  cerc
    un'erba, e gliele medic con essa, e gli sanarono a un tratto.
    Appena visto Ranocchino, la Reginotta cominci a riaversi.
    - Ranocchino, porgi il ditino!
    E Ranocchino porgeva il ditino, e a lei soltanto.
    Il  Re,  per  finirla,  voleva far subito le nozze.  Ma la vecchia gli
    disse:
    - Bisogna aspettare ancora un mese. Intanto fate preparare una caldaia
    d'olio bollente.
    - A che farne?
    - Lo saprete poi.
    Quando fu il giorno, l'olio bolliva nella caldaia.  Venne la vecchia e
    dietro a lei quel povero diavolo con un carro,  su cui erano distesi i
    cadaveri dei sei figliuoli.
    - Reginotta,  - disse la vecchia - volete sposare Ranocchino?  Bisogna
    prenderlo per un piede e tuffarlo tre volte in quell'olio.
    La Reginotta esitava.
    - Tuffami, tuffami! - le disse Ranocchino.
    Allora lei lo tuff.  Uno,  due! Ma la terza volta le scappa di mano e
    casca in fondo alla caldaia. La Reginotta si svenne.
    Il Re voleva far ammazzare la vecchia; ma questa,  afferrati in fretta
    in  fretta  quei morticini e buttatili nell'olio bollente,  cominci a
    rimestare col suo bastone, e intanto cantava:
    - Oh, il bel ranno! Oh, il bel ranno!
    Presto fuori salteranno.
    Infatti ecco il figlio maggiore che salta fuori vivo, il primo.
    Oh, il bel ranno! Oh, il bel ranno!
    Presto fuori salteranno.
    E rimestava.  Ed ecco saltar fuori il secondo.  Cos  tutti  e  sei  i
    fratellini.
     - Oh, il bel ranno! Oh, il bel ranno!
    Presto fuori salteranno.
    E rimestava. Ma Ranocchino venne soltanto a galla e non salt.
    La  Reginotta,  appena  lo scorse,  tent d'afferrarlo;  la vecchia la
    trattenne.
    - Voleva scottarsi? Doveva fare come al solito.
    - Ranocchino, porgi il ditino!
    Ranocchino porse il ditino alla Reginotta..., e chi usc fuori? Un bel
    giovane che pareva un Sole.
    La Reginotta lo riconobbe pel bimbo  che  quel  povero  diavolo  volea
    vendere,  e  gli  domand  scusa d'avergli sbatacchiato le impste sul
    viso. Ranocchino, si capisce, le aveva gi perdonato.
    Si fecer le nozze con magnifiche feste,  e Ranocchino,  a  suo  tempo,
    ebbe la corona reale.
    Chi la vuol cruda, chi la vuol cotta;
    Chi non gli piace, me la riporti.



















    SENZA-ORECCHIE.


    C'era una volta un Re che avea una bimba.
    La  Regina  era  morta di parto,  e il Re avea preso una balia che gli
    allattasse la piccina.
    Un giorno la balia scese, insieme colla bimba, nel giardino reale.  La
    bimba  avea  tre  anni,  e  si  divertiva  a  fare  chiasso sull'erba,
    all'ombra  dei  grandi  alberi.   Sull'ora  di  mezzogiorno  la  balia
    s'addormentava;  ma  quando  si  svegli,  non trov pi la Reginotta.
    Cerca, chiama per tutto il giardino; nulla! La bimba era scomparsa.
    Come presentarsi al Re, che andava matto per quella figliuola?
    La povera balia si picchiava il petto, si strappava i capelli:
    - Dio! Dio! Sua Maest l'avrebbe fatta impiccare!
    Agli urli della balia erano accorse le guardie.
    Fruga e rifruga, tutto fu inutile.
    Venne l'ora del pranzo.
    - E la Reginotta? - domand il Re.
    I ministri si guardarono in faccia, pi bianchi di un panno lavato.
    - La Reginotta dov'?
    - Maest, - disse un ministro -  accaduta una disgrazia!
    Il Re pareva fuori di s dal gran dolore. Fece subito un bando:
    - Chi riporta la Reginotta, gli si concede qualunque grazia.
    Ma eran gi passati sei mesi,  e al  palazzo  reale  non  s'era  visto
    nessuno.
    I banditori andavano di regno in regno:
    -  Sia  cristiano,  sia infedele,  chi riporta la Reginotta,  gli vien
    concessa qualunque grazia.
    Ma pass un anno, e al palazzo reale non si present nessuno.
    Il Re era inconsolabile: piangeva giorno e notte.
    Nel giardino reale c'era un  pozzo.  La  Reginotta,  mentre  la  balia
    dormiva, s'era accostata all'orlo e vi si era affacciata.
    Vedendo,  laggi,  nello specchio dell'acqua, un'altra bimba sua pari,
    l'avea chiamata: - Ehi! Ehi!  -,  accennando colle manine.  Allora era
    sorto dal fondo del pozzo un braccio lungo lungo,  peloso peloso,  che
    l'afferr e la tir gi. E cos, da parecchi anni, lei viveva in fondo
    a quel pozzo, col Lupo Mannaro che l'aveva tirata gi.
    In fondo al pozzo c'era una grotta grande dieci volte pi del  palazzo
    reale.  Stanze  tutte  oro  e  diamanti,  una  pi  bella  e pi ricca
    dell'altra. E' vero che non ci penetrava mai sole,  ma ci si vedeva lo
    stesso.  La  bimba  veniva  servita  da quella Reginotta che era.  Una
    cameriera per spogliarla, una per vestirla,  una per lavarla,  una per
    pettinarla,  una per recarle la colazione,  una per servirla a pranzo,
    una per metterla a letto.  S'era gi  abituata  e  non  ci  viveva  di
    cattivo umore.
    Il  Lupo  Mannaro russava tutto il santo giorno e la notte andava via.
    Siccome la bimba,  quando lo vedeva,  strillava dalla paura,  si facea
    veder di rado: non volea spaventarla.
    Intanto la Reginotta s'era fatta una bella ragazza.
    Una sera,  entrata in letto,  non poteva dormire.  Sentito che il Lupo
    Mannaro si preparava ad andar via,  tese meglio  l'orecchio.  Il  Lupo
    Mannaro con quella sua vociaccia rca, urlava:
    - Chiamatemi il cuoco.
    Il cuoco venne.
    - Credo che siamo in punto, - gli disse - mi pare una quaglia.
    - Bisogna vedere - rispose il cuoco.
    La Reginotta sent che giravano adagino il pomo della serratura:
    -  Ahim!   Dunque  si  trattava  di  lei?   Il  Lupo  Mannaro  voleva
    mangiarsela.
    Le si accappon la pelle, sfido io!  Si fece piccina piccina,  e finse
    di dormire.  Il Lupo Mannaro s'accostava al letto, svoltava le coperte
    con cautela,  e il cuoco cominciava a tastarla tutta,  come gallina da
    tirargli il collo.
    - Ancora una settimana, - disse il cuoco - e sar un boccone reale.
    Come intese queste parole, la Reginotta si senti rinascere:
    -  Otto  giorni!  Oh,  quella  quaglia  il  Lupo Mannaro non l'avrebbe
    mangiata; no, no!
    Pensa e ripensa, le venne un'idea. La mattina,  saltata gi dal letto,
    appostossi  alla  bocca  della grotta,  dentro il collo del pozzo,  ed
    aspett che venisse gente ad attinger acqua.  La carrucola stride,  la
    secchia  fa  un tonfo,  ed ecco la Reginotta che s'afferra alla corda,
    puntando i piedini sull'orlo della secchia. La tiravano su lentamente;
    era un po' pesa. A un tratto la corda si rompe, e secchia e Reginotta,
    patatunfete, gi!
    Accorsero le cameriere e la ritirarono dall'acqua.
    - Ebbi un capogiro e cascai.  Non ne fate motto,  per carit;  il Lupo
    Mannaro mi picchierebbe.
    E pass un giorno.
    Il  secondo  giorno,  aspetta  aspetta,  la  secchia  non  venne  gi.
    Bisognava trovare un altro mezzo: ma non era  come  dirlo.  Quale?  La
    grotta non aveva che quell'unica uscita.
    E pass un altro giorno.
    La  Reginotta non si perdette d'animo.  Appena aggiornava,  era al suo
    posto; ma la secchia non calava.
    E passarono altri due giorni.
    Una  mattina,  mentre  lei  piangeva  dirottamente,   guardando  fisso
    nell'acqua  vide l un pesciolino rosso,  che parea d'oro,  colla coda
    bianca come l'argento, e con tre macchie nere sulla schiena.
    - Ah! Pesciolino, tu sei felice! Tu sei libero in mezzo all'acqua,  ed
    io qui sola, senza parenti n amici!
    Il  pesciolino  montava a fior d'acqua,  dimenando la coda,  aprendo e
    chiudendo la bocca; pareva l'avesse sentita:
    - Ah! Pesciolino, tu sei felice! Tu sei libero in mezzo all'acqua,  ed
    io qui sola, senza parenti n amici. Fra quattro giorni sar mangiata!
    Il pesciolino rosso,  dalla coda bianca e dalle tre macchie nere sulla
    schiena, s'era accostato alla sponda:
    - Se tu fossi di sangue reale e volessi sposarmi, saremmo liberi tutti
    e due. Per vincere il mio incanto non ci vuol altro.
    - Son sangue reale,  pesciolino d'oro,  e son tua sposa fino da questo
    momento.
    - Cavalcami sulla schiena e tienti forte.
    La Reginotta si mise a cavalcioni del pesciolino e gli si afferr alle
    branchie;  e il pesciolino,  nuota, nuota, la port in fondo al pozzo.
    Di l passava un fiume,  sotto terra.  Il pesciolino infil diritto la
    corrente  e  la  Reginotta  gli  si  tenne  sempre  ben afferrata alle
    branchie.
    Ma ecco,  in un punto,  un  pesce  grossissimo,  con  tanto  di  bocca
    spalancata, che voleva ingoiarli:
    - Pagate il pedaggio, o di qui non si passa.
    La Reginotta si strapp un'orecchia e gliela butt. Nuota, nuota, ecco
    un  altro pesce pi grosso del primo,  con tanto di bocca spalancata e
    una foresta di denti:
    Pagate il pedaggio, o di qui non si passa.
    La Reginotta si strappava l'altra orecchia e gliela buttava.
    Quando la corrente sbocc all'aria aperta,  il  pesciolino  depose  la
    Reginotta  sulla sponda e di un salto fuor dell'acqua.  Era diventato
    un bel giovane, con tre piccoli ni sulla faccia. Lei disse:
    - Andiamo a presentarci al Re mio padre.  Son tredici anni che non  mi
    vede.
    Al portone del palazzo reale non volevano lasciarla passare.
    - Sono la Reginotta! Son la figliuola del Re!
    Non ci credeva nessuno, nemmeno il Re. Pure ordin di fargliela venire
    dinanzi:
    - Chi sa? Poteva anche darsi!
    Il Re la guard da capo a piedi: gli pareva e non gli pareva.  Lei gli
    raccont la sua  storia;  ma  non  disse  nulla  delle  orecchie,  per
    vergogna. Infatti nascondeva il suo difetto, tenendo basse le trecce.
    Ma un ministro se n'accorse:
    - E le orecchie, figliuola mia? Dove le perdeste le orecchie?
    Il Re,  indignato, la condannava a rigovernare i piatti e le stoviglie
    della cucina reale. Il principe Pesciolino (lo chiamarono subito cos)
    fu dannato a spazzar le stalle:
    - Imparassero in tal modo a farsi beffa del Re!
    Un giorno Sua Maest volea mangiare del pesce.  Ma in tutto il mercato
    c'era  due  pesci  soltanto,  e  nessuno  sapeva che razza di pesci si
    fossero,  neppure i pesciaioli.  Ed erano  l  dal  giorno  avanti,  e
    cominciavano a passare.  Ma il Re volea del pesce ad ogni costo,  e il
    cuoco li compr:
    - Maest,  non c' che questi;  nessuno sa che pesci siano,  neppure i
    pesciaioli. Trovansi in mercato da due giorni e cominciano a passare.
    - Sta bene, - disse il Re - portali in cucina.
    In  cucina il cuoco fa per sventrarli,  e che gli trova nelle budella?
    Due orecchie di creatura umana, ancor stillanti sangue!
    Chiamarono subito Senza-orecchie, come le aven messo il nomignolo:
    - Senza-orecchie, Senza-orecchie, ecco roba per te!
    La Reginotta accorse: eran davvero le  sue  orecchie.  Tremante  dalla
    contentezza se le adatt al capo e le si appiccicarono; il sangue avea
    servito da colla.
    Colle orecchie, il Re suo padre raffigurolla ad un tratto:
    - E' lei! E' la mia figliuola!
    E band feste reali per otto giorni.  Poi,  siccome era vecchio, volle
    lasciare il regno.  E il re  Pesciolino  e  la  regina  Senza-orecchie
    regnarono a lungo dopo di lui.
     Stretta la foglia, e larga la via,
    Dite la vostra, ch ho detto la mia.





















    IL LUPO MANNARO.


    C'era  una  volta  un  Re  e  una  Regina  che  non avevan figliuoli e
    pregavano i santi, giorno e notte,  per ottenerne almeno uno.  Intanto
    consultavano anche i dottori di Corte.
    - Maest, fate questo.
    - Maest, fate quello.
    E  pillole  di  qua,  e beveroni di l;  ma il sospirato figliuolo non
    arrivava a spuntare.
    Una bella giornata ch'era freddino,  la Regina s'era messa davanti  il
    palazzo reale per riscaldarsi al sole. Passa una vecchiarella:
    - Fate la carit!
    Quella per la noia di cavar le mani di tasca rispose:
    - Non ho nulla.
    La vecchiarella and via brontolando.
    - Che cosa ha brontolato? - domand la Regina.
    - Maest, ha detto che un giorno avrete bisogno di lei.
    La Regina le fece correre una persona dietro,  per richiamarla;  ma la
    vecchiarella aveva svoltato cantonata ed era sparita.
    Otto giorni dopo, si presentava un forestiero,  chiedeva di parlare in
    segreto col Re:
    -  Maest,  ho  il  rimedio per guarir la Regina.  Ma prima facciamo i
    patti.
    - Oh, bravo! Facciamo i patti.
    - Se nascer un maschio, lo terrete per voi.
    - E se una femmina?
    - Se una femmina quando avr compiti i sette anni, dovrete condurla in
    cima a quella montagna e abbandonarla lass: non ne saprete pi nuova.
    - Consulter la Regina.
    - Vuol dire che non ne farete nulla.
    Stretto fra l'uscio e il muro,  il Re accett.  Il forestiero cav  di
    tasca una boccettina, che gli spariva fra le dita e disse:
    - Ecco il rimedio.  Questa notte,  appena la Regina sar addormentata,
    Vostra Maest glielo versi tutto intero in un orecchio. Baster.
    Infatti, dopo nove mesi, la Regina partor e fece una bella bambina. A
    questa notizia il Re diede in uno scoppio di pianto:
    - Povera figliolina, che mala sorte! Che mala sorte!
    La Regina lo seppe:
    - Maest, perch avete pianto: Povera figliolina, che mala sorte?
    - Non ne fate caso.
    La Reginotta cresceva pi bella del sole: il Re e  la  Regina  n'erano
    matti.  Quando entr nei sette anni,  il povero padre non sapeva darsi
    pace,  pensando che presto doveva condurla in cima a quella  montagna,
    abbandonarla lass e non averne pi nuove!
    Ma il patto era questo: bisognava osservarlo.
    Il  giorno  che  la  Reginotta  comp  i sette anni,  il Re disse alla
    Regina:
    - Vo in campagna colla bimba; torneremo verso sera.
    Cammina,  cammina,  giunsero a pi della  montagna  e  cominciarono  a
    salire.  La  Reginotta non potea arrampicarsi,  e il Re se la tolse in
    collo.
    - Babbo, che andiamo a fare lass? Torniamo indietro.
    Il Re non rispondeva,  e si bevea  le  lagrime  che  gli  rigavano  la
    faccia.
    - Babbo, che andiamo a fare lass? Torniamo indietro.
    Il  Re  non  rispondeva,  e  si  bevea  le lagrime che gli rigavano la
    faccia.
    - Babbo, che siam venuti a fare quass? Torniamo indietro.
    - Siediti qui; aspetta un momento.
    E l'abbandon alla sua sorte.
    Vedendolo tornar solo, la Regina cominci a urlare:
    - E la figliuola? E la figliuola?
    - Cal gi un'aquila, l'afferr cogli artigli e la port via.
    - Ah, figliuola mia! Non  vero!
    - Le sbuc addosso un animale feroce e and a divorarsela nel bosco.
    - Ah, figliolina mia! Non  vero!
    - Faceva chiasso in riva al fiume e la corrente la travolse.
    - Non  vero! Non  vero!
    Allora il Re le raccont per filo e per segno ogni cosa.
    E la Regina part, come una pazza, per ritrovar la figliuola.
    Salita in cima alla montagna, cerc, chiam tre giorni e tre notti, ma
    non scoperse neppure un segnale; e torn, desolata, al palazzo.
    Eran passati sette anni.  Della bimba non s'era pi saputo  nuova.  Un
    giorno la Regina si affaccia al terrazzino e vede gi nella via quella
    vecchiarella tanto ricercata:
    - Buona donna, buona donna, montate su.
    - Maest, oggi ho fretta; verr domani.
    La  Regina rimase male.  E il giorno dopo stette tutta la mattinata ad
    aspettarla al terrazzino. Come la vide passare:
    - Buona donna, buona donna, montate su.
    - Maest, oggi ho fretta; verr domani.
    Il giorno dopo, la Regina, per far meglio,  and ad aspettarla innanzi
    il portone.
    - Maest, oggi ho fretta; verr domani.
    Ma la Regina la prese per una mano e non la lasci andar via; e per le
    scale  le  domand  perdono  di  quella  volta  che non le aveva fatto
    l'elemosina.
    - Buona donna, buona donna, fatemi ritrovar la mia figliuola!
    - Maest, che ne so io? Sono una povera femminuccia.
    - Buona donna, buona donna, fatemi ritrovar la mia figliuola!
    - Maest,  male nuove.  La Reginotta  alle mani  d'un  Lupo  Mannaro,
    quello  stesso che di il rimedio e fece il patto col Re.  Fra un mese
    le domander: mi vuoi per marito?  Se lei risponde di  no,  quello  ne
    far due bocconi. Bisogna avvertirla.
    - E il Lupo Mannaro dov'abita?
    -  Maest,  sotto  terra.  Si  scende  tre  giorni e tre notti,  senza
    mangiare, n bere, n riposare,  e al terzo giorno s'arriva.  Prendete
    un coltellino,  un gomitolo di refe e un pugno di grano,  e venite con
    me. La Regina prese tutto quello che la vecchiarella avea ordinato,  e
    part insieme con lei.
    Giunsero  ad  una  buca,  che  ci  si passava appena.  La vecchiarella
    attacc un capo del refe a una piantina e disse:
     - Chi semina raccolga,
    Chi ti attacca, quei ti sciolga.
    Ed entrarono.  Scendi,  scendi,  scendi,  la Regina gi si sentiva  le
    ginocchia tutte rotte.
    - Vecchiarella, riposiamo un tantino!
    - Maest,  impossibile.
    Scendi, scendi, scendi, la Regina non si reggeva pi dalla fame.
    - Vecchiarella, prendiamo un boccone, mi sento svenire!
    - Maest, non  possibile.
    Scendi, scendi, scendi, la Regina affogava di sete.
    - Vecchiarella, per carit, un gocciolo di acqua!
    - Maest, non  possibile.
    E  sbucarono  in  una  pianura.  Il  gomitolo  del  refe  termin.  La
    vecchiarella attacc quell'altro capo ad una pianticina, e disse:
     - Chi semina raccolga,
    Chi ti attacca, quei ti sciolga.
    Cominciarono ad inoltrarsi.  Ad ogni passo  la  Regina  dovea  lasciar
    cadere in terra un chicco di grano e la vecchiarella diceva:
     - Grano, grano di Dio,
    Com'io ti semino, vo' mieterti io.
    Il   grano  nasceva  e  cresceva  subito,   colle  spighe  mature  che
    penzolavano.
    - Maest,  ora piantate in terra il coltellino e  sputate  tre  volte;
    siamo arrivati.
    La  Regina  piant il coltellino e sput tre volte;  e la vecchiarella
    disse:
     - Coltellino, coltellino di Dio,
    Com'io ti pianto, vo' strapparti io.
    Lasciamo costoro e torniamo alla Reginotta.
    Vistasi sola sola in cima alla montagna,  s'era messa a piangere  e  a
    strillare;  poi,  povera bimba,  s'era addormentata.  Si svegli in un
    gran palazzo;  ma per quelle stanze e quei stanzoni non  vedeva  anima
    viva. Gira, rigira, era gi stanca.
    - Reginotta, sedete, sedete!
    Le sedie parlavano.
    Si  sedette,  e  dopo  un  pezzettino,  cominci  a sentirsi appetito.
    Comparve una tavola apparecchiata, colle pietanze fumanti.
    - Reginotta, mangiate, mangiate!
    La tavola parlava.
    Mangi, bevve, e poco dopo le vennero le cascaggini.
    - Reginotta, dormite, dormite!
    Il letto parlava. Era uno stupore. Cos tutti i giorni. Non le mancava
    nulla,  ma s'annoiava a star l senza vedere  un  viso  di  cristiano.
    Spesso piangeva,  pensando al babbo e alla mamma; ed una volta si mise
    a chiamarli ad alta voce, tra i singhiozzi:
    - Babbo mio! Mamma mia! Con che cuore mi lasciate qui, mammina mia!
    Ma una vociona le grid:
    - Sta' zitta! Sta' zitta!
    Ranicchiossi in un canto, e non ebbe animo di pi fiatare.
    Passato un anno, un bel giorno si sent domandare:
    - Vuoi vedermi?
    E non era quella vociona. Rispose:
    - Volentieri.
    Ed ecco gli usci si spalancano da loro stessi,  e di fondo  alla  fila
    delle  stanze  viene  avanti  un cosino alto un cubito,  vestito d'una
    stoffa a trama d'oro,  con un berrettino rosso e una bella  piuma  pi
    alta di lui.
    - Buon giorno.
    - Buon giorno. Oh, bimbo mio, come sei bello!
    E  lo  prese in braccio e cominci a baciarlo,  a carezzarlo,  a farlo
    saltare in aria come una bambola.
    - Mi vuoi per marito? Mi vuoi?
    La Reginotta rideva:
    - Ti voglio, ti voglio.
    E un altro salto per aria, prendendolo fra le mani.
    - Come ti chiami?
    - Gomitetto.
    - Che fai qui?
    - Sono il padrone.
    - Allora lasciami andare! Lasciami tornare a casa mia!
    - No, no! Dobbiamo sposarci.
    - Per ora bada a crescere!
    Gomitetto se l'ebbe a male ed and via.  E per un  anno  non  si  fece
    vivo.  La  Reginotta  s'annoiava  a  star  l  senza  vedere  un  viso
    cristiano. Ogni giorno chiamava:
    - Gomitetto! Gomitetto!
    Ma Gomitetto non rispondeva. Un bel giorno le domand di nuovo:
    - Vuoi vedermi?
    - Volentieri.
    In  un  anno  dovea  esser  cresciuto  un  pochino:  ma  gli  usci  si
    spalancarono,  e  le  venne  innanzi  sempre  lo stesso cosino alto un
    gomito,  vestito  di  stoffa  a  trama  d'oro,  col  berrettino  rosso
    sormontato da quella bella piuma pi alta di lui.
    - Buon giorno.
    - Buon giorno.
    La  Reginotta,  nel  vederlo lo stesso,  rimase sorpresa.  Lo prese in
    collo e cominci a baciarlo,  a carezzarlo,  a farlo saltare  in  aria
    come una bambola.
    - Mi vuoi per marito? Mi vuoi?
    La Reginotta rideva:
    - Ti voglio! Ti voglio! Ma per ora bada a crescere.
    E qui un capitombolo per aria,  prendendolo fra le mani.  Gomitetto se
    l'ebbe a male e and via.
    Ogni anno cos; ed eran passati sette anni. Intanto la Reginotta s'era
    fatta una ragazza,  che ci volevan quattro paia d'occhi per guardarla.
    Una notte non potendo prender sonno, pensava al babbo e alla mamma:
    - Chi sa se pi si ricordano di me? Forse mi credono morta!
    E  piangeva  sui  guanciali;  quand'ecco  sente  buttar  dei sassolini
    all'imposta della finestra.
    Chi poteva essere, a quell'ora?
    Si  fece  coraggio,  salt  gi  dal  letto,  aperse  adagino  adagino
    l'impsta, e domand:
    - Chi siete? Che cosa volete?
    - Son io, figliuola mia; siam venute per te!
    Dall'allegrezza stava per saltar dalla finestra.
    - Ascolta,  figliuola - disse la Regina sotto voce. - Quel Gomitetto 
    il Lupo Mannaro.  Ti s' mostrato a quel modo per non farti paura.  Ma
    ora  che  sei  grande,  fra  qualche  giorno  t'apparir  col suo vero
    aspetto. Figliuola mia,  non atterrirti.  E se ti domanda: Mi vuoi per
    marito?  rispondi di s;  altrimenti sarai morta; ne far due bocconi.
    La prossima notte a quest'ora ci rivedremo.
    La mattina, la Reginotta ud la solita voce:
    - Vuoi vedermi?
    - Volentieri.
    Si spalancarono gli usci,  ma,  invece di Gomitetto,  venne avanti  il
    Lupo Mannaro alto,  grosso, peloso, con certi occhiacci e certe zanne,
    che Dio ne scampi ogni creatura! La Reginotta si sent mancare.
    - Mi vuoi per marito? Ti feci fare apposta per me.
    Lei tremava come una foglia.
    - Mi vuoi per marito?
    Pi la  Reginotta  sentiva  quella  vociaccia,  e  pi  tremava  e  si
    smarriva.
    - Mi vuoi per marito?
    Voleva rispondergli: s! Ma le scapp detto:
    - Oh, no! no!
    - Allora vien qui!
    E l'afferr colle granfie per ingoiarsela.
    - Mangiami almeno domani! Te lo chieggo per grazia!
    Il Lupo Mannaro stette un momentino incerto, e poi rispose:
    - Ti sia concesso! Sarai mangiata domani.
    La notte, all'ora fissata, lei s'affacci alla finestra:
    - Ah, mammina mia! Mi scapp detto di no; sar mangiata domani.
    - Fatevi coraggio! - disse la vecchiarella.
    E picchi forte al portone.
    - Chi ? Chi cercate?
    All'urlo del Lupo Mannaro tutto il palazzo tremava.
     Son coltellino,
    Son piantato nella terra dura,
    Per difender la creatura.
    Contro questa mala,  il Lupo Mannaro non poteva nulla.  E la mattina,
    all'alba, venne fuori; e come vide il coltellino, si mordeva le mani:
    - Se trovo chi l'ha piantato, ne faccio un boccone!
    Cerc,  frug attorno,  ma non trov  nessuno.  All'ultimo  chiam  la
    Reginotta:
    - Vien qua, strappami di terra questo coltellino: non ti manger pi.
    La Reginotta gli credette, e strapp il coltellino.
    - Ed ora vien qui!
    E l'afferr colle granfie per ingoiarsela.
    - Mangiami almeno domani! Te lo chieggo per grazia.
    Il Lupo Mannaro stette un momentino incerto, e poi rispose:
    - Ti sia concesso.
    La notte, la Reginotta s'affacci alla finestra:
    - Ah, mammina mia! Mi disse: strappa di terra questo coltellino, ed io
    glielo strappai. Domani sar mangiata!
    - Fatevi coraggio!
    E la vecchiarella picchi forte al portone.
    - Chi ? Chi cercate?
    All'urlo del Lupo Mannaro, tutto il palazzo tremava.
     Son frumentino,
    Son seminato nella terra scura,
    Per difender la creatura.
    Contro  questa mala,  il Lupo Mannaro non poteva nulla.  E la mattina
    all'alba, venne fuori; e come vide il seminato colle spighe penzoloni,
    si mordeva le mani:
    - Se trovo chi lo semin, ne faccio un boccone.
    Cerc,  frug intorno,  ma non trov nessuno.  E la mattina dopo disse
    alla Reginotta:
    - Vieni qua: mietimi questo frumento; non ti manger pi.
    La  Reginotta  gli  credette,  e si mise all'opera.  Per lei non c'era
    mala, e in una giornata pot facilmente terminare di mieterlo.
    - Ed ora vien qui!
    - Mangiami almeno domani! Te lo chieggo per grazia.
    Quegli stette un momentino incerto, e poi rispose:
    - Ti sia concesso, per l'ultima volta.
    La notte, la Reginotta s'affacci alla finestra:
    - Ah,  mammina mia!  Mi disse: mieti  questo  frumento  ed  io  glielo
    mietei. Domani sar mangiata.
    - Fatevi coraggio!
    E la vecchiarella picchi forte al portone.
    - Chi ? - url il Lupo Mannaro.
    - Son refe fino
    Son attaccato alla pianta matura,
    Per difender la creatura.
    Contro  questa mala,  il Lupo Mannaro non poteva nulla.  E la mattina
    all'alba venne fuori,  e come  vide  il  capo  del  refe  legato  alla
    pianticina, si mordeva le mani:
    - Vien qua; scioglimi questo refe dai due capi: non ti manger pi.
    La Reginotta era stata indettata dalla vecchiarella.
    Non doveva fermarsi un passo,  n mangiare,  n bere, ma aggomitolare,
    aggomitolare e  andare  avanti.  Sciolse  quel  capo,  e  lei  avanti,
    aggomitolando, il Lupo Mannaro dietro.
    - Ripsati, ripsati!
    - Quando sar stanca, mi riposer.
    Lei avanti aggomitolando, e il Lupo Mannaro dietro.
    - Prendi un boccone, prendi un boccone!
    - Quando avr fame manger.
    Lei avanti aggomitolando, e il Lupo Mannaro dietro.
    - Bevi un gocciolino d'acqua, un gocciolino!
    - Quando avr sete, berr.
    Eran  gi arrivati alla buca d'uscita.  Come il Lupo Mannaro s'accorse
    che l'altro capo del refe era  attaccato  alla  pianticina  di  fuori,
    cominci  a  mordersi rabbiosamente le mani.  E vista la vecchiarella,
    divent bianco come un panno lavato.
    - Ah! La nemica mia! Son morto! Son morto!
    La Regina e la Reginotta si voltarono e,  invece  della  vecchiarella,
    videro una bellissima signora,  che pareva la stella del mattino.  Era
    la Regina delle Fate. Figuriamoci che allegrezza!
    La Regina delle Fate prendeva intanto dei sassi,  e li  metteva  l'uno
    sull'altro davanti la buca.
     - Sassi, sassi di Dio,
    Io vi muro e vo' smurarvi io!
    Murata la buca, la Regina delle Fate spar.
    E quella brutta bestiaccia crep di fame l dentro.
    La Regina e la Reginotta tornarono sane e salve al palazzo;  e un anno
    dopo la Reginotta spos il Re di Portogallo.












    CECINA.


    C'era una volta un Re,  che amava pazzamente la caccia,  e per  essere
    pi libero di andarvi tutti i giorni, non aveva voluto prender moglie.
    I ministri gli dicevano:
    - Maest, il popolo desidera una Regina.
    E lui rispondeva:
    - Prender moglie l'anno venturo.
    Passava l'anno, e i ministri da capo:
    - Maest, il popolo desidera una Regina.
    E lui:
    - Prender moglie l'anno venturo.
    Ma quest'anno non arrivava mai.
    Ogni mattina,  appena albeggiava,  indossava la carniera, e col fucile
    sulla spalla, e coi cani, via pei forteti e pei boschi.
    Chi avea da parlare col Re,  doveva andare  a  trovarlo  in  mezzo  ai
    boschi e ai forteti.
    I ministri ripicchiavano:
    - Maest, il popolo desidera una Regina.
    Talch finalmente il Re si decise, e mand a chiedere la figlia del Re
    di Spagna.
    Ma, andato per sposarla, si accorse che era un po' gobbina.
    - Sposare una gobbina? No. Mai!
    - Ma  bella,  virtuosa! - gli dicevano i ministri.
    - E' gobbina e basta: no, mai!
    E torn alla caccia, ai boschi e ai forteti.
    Quella Reginotta gobbina aveva per comare una Fata.
    La Fata, vedendola piangere pel rifiuto del Re, le disse:
    - Sta' tranquilla: ti sposer e dovr venire a pregarti. Lascia fare a
    me.
    Infatti  un giorno il Re,  andando a caccia,  incontr una donnicciola
    magra, allampanata, che un soffio l'avrebbe portata via.
    - Maest, buona caccia!
    Il Re, a quel viso di mal augurio, stizzito, fece una mossaccia, e non
    rispose nulla.
    E per quel giorno non ammazz neppure uno sgricciolo.
    Un'altra  mattina,   ecco  di   nuovo   quella   donnicciuola   magra,
    allampanata, che un soffio l'avrebbe portata via:
    - Maest, buona caccia!
    -  Senti,  strega - le disse il Re - se ti trovo un'altra volta per la
    strada, te la far vedere io!
    E per quel giorno non ammazz neppure uno sgricciolo.
    Ma la mattina dopo, eccoti l quella del malaugurio:
    - Maest, buona caccia!
    - La buona caccia te la dar io!
    Il Re avea condotto con s le sue guardie,  e ordin che quella  donna
    del malaugurio fosse chiusa in una prigione.
    Da  quel  giorno in poi,  tutte le volte che il Re and a caccia,  non
    pot tirare un sol colpo. La selvaggina era sparita, come per incanto,
    dai forteti e dai boschi.  Non si trovava un  coniglio  o  una  lepre,
    neppure a pagarli a peso d'oro.
    Gli accadde anche peggio.
    Non potendo pi fare il solito esercizio della caccia,  il Re cominci
    a ingrassare,  a ingrassare,  e in poco tempo divent  cos  grasso  e
    grosso,  da  pesare due quintali con quel suo gran pancione che pareva
    una botte.
    Quando avea fatto due passi per le stanze del palazzo reale,  era come
    se avesse fatto cento miglia. Soffiava peggio di un mantice, sudava da
    allagare  il  pavimento;  e  doveva subito subito riposarsi e mangiare
    anche qualche cosa di sostanza,  per rimettersi  in  forze.  Desolato,
    consultava i migliori dottori:
    - Vorrei dimagrare.
    I dottori scrivevano ricette sopra ricette. Non passava giorno, che lo
    speziale  non  mandasse a palazzo bicchieroni d'intrugli amari come il
    fiele, che dovevano guarire Sua Maest.
    Ma Sua Maest, pi intrugli prendeva e pi grasso diventava.
    Nel palazzo reale avevano gi allargato tutti gli usci  delle  stanze,
    perch  il Re potesse passare;  e una volta gli architetti dissero che
    se non si fossero puntellati ben bene i solai,  Sua  Maest  col  gran
    peso gli avrebbe sfondati.
    Il povero Re si disperava:
    - O che non c'era rimedio per lui?
    E chiamava altri dottori;  ma inutilmente. Pi intrugli prendeva e pi
    grasso diventava.
    Un giorno si present una vecchia e disse al Re:
    - Maest, voi avete addosso una brutta mala.  Io potrei romperla;  ma
    voi,  in  compenso,  dovrete  sposare la mia figliuola,  che si chiama
    Cecina, perch  piccina come un cece.
    - Sposer la tua Cecina!
    Il Re avrebbe anche fatto chi sa che cosa,  pur di  levarsi  di  dosso
    tutto quel grasso e quel pancione.
    - Conducila qui.
    La vecchia cacci una mano nella tasca del grembiule,  e ne tir fuori
    la  Cecina,  che  era  alta  appena  una  spanna,  ma  bellina  e  ben
    proporzionata.  Come  vide  quel  pancione,  la  Cecina scoppi in una
    risata; e mentre quella la teneva sulla palma della mano per mostrarla
    al Re,  lei spicc un salto e si mise ad arrampicarsi su pel pancione,
    correndo  di  qua e di l,  come se il pancione del Re fosse stato per
    lei una collina.
    Il Re, con quei piedini, sentiva farsi il solletico e voleva fermarla;
    ma quella,  salta di qua,  salta di l,  peggio di una pulce,  non  si
    lasciava acchiappare.  Pel solletico,  il Re rideva, ah! ah! ah!, e il
    pancione gli faceva certi sbalzi buffi. Ah! ah! ah!
    Allora la Cecina:
     - Pancione del Re,
    Palazzo per me!
    Il Re dal gran ridere, teneva aperta la bocca; la Cecina, dentro e gi
    per la gola:
     - Pancione del Re,
    Palazzo per me!
    Figuriamoci lo spavento di Sua Maest e di tutta la corte!
    Nella confusione, la vecchia era sparita.
    E la Cecina, che dal suo palazzo ordinava:
    - Datemi da mangiare!
    E il Re doveva mangiare anche per lei.
    - Datemi da bere!
    E il Re doveva bere anche per lei.
    - Lasciatemi dormire!
    E il Re dovea stare fermo e zitto, perch la Cecina dormisse.
    - Maest, - disse uno dei ministri - che sia una mala di quella donna
    magra,  allampanata,  fatta mettere in prigione?  Facciamola  condurre
    qui.
    I  guardiani  aprirono la prigione e la trovarono vuota.  Quella donna
    dovea essere scappata pel buco della serratura!
    - Ed ora che fare?
    E la Cecina, dal suo palazzo del pancione:
    - Datemi da mangiare! Datemi da bere!
    Il popolo intanto mormorava per le tasse;  giacch per  riempire  quel
    pancione del Re, ce ne volea della roba! E bisognava pagare.
    Il Re fece un bando:
    -  Chi gli cavava la Cecina dallo stomaco,  diventava principe reale e
    avrebbe avuto quattrini quanti ne voleva!
    Ma  i  banditori  andarono  attorno  inutilmente.  E  come  la  Cecina
    cresceva,  per quanto poco crescesse, il pancione del Re si gonfiava e
    pareva dovesse scoppiare da un momento all'altro.
    Il Re la pregava:
    - Cecina bella, vieni fuori, ti faccio Regina!
    - Maest, sto bene qui dentro. Datemi da mangiare.
    - Cecina bella, vieni fuori, ti faccio Regina!
    - Maest, sto bene qui dentro. Datemi da bere.
    Se non fosse stato il timore della morte, il Re si sarebbe spaccato il
    pancione colle proprie mani.
    E il popolo che brontolava:
    - Re pancione ingoiava tutto! Lavoravano per Re pancione!
    Come se Re pancione ci avesse avuto il suo piacere! Lo sapeva soltanto
    lui, quello che pativa, con la Cecina dentro che comandava a bacchetta
    e voleva essere ubbidita!
    Finalmente un giorno ricomparve la vecchia:
    - Ah, vecchia scellerata! Cavami fuori la tua Cecina, o guai a te!
    - Maest, son venuta a posta coi miei dottori.
    E i suoi dottori erano due uccellacci pi grossi di un  tacchino,  con
    un becco lungo un braccio e forte come l'acciaio.
    -  Maest,  - disse la vecchia - dovete stendervi a pancia all'aria in
    mezzo a una pianura.
    Il Re,  che era ingrassato da non poter pi  fare  neppure  un  passo,
    comand:
    - Ruzzolatemi.
    E  il popolo cominci a ruzzolarlo come una botte,  per le scale e per
    le vie; e, dalla fatica, sudavano.
    Arrivati nella pianura,  e messo il Re a pancia  all'aria,  uno  degli
    uccellacci  gli di una beccata sul pancione e,  che ne schizz fuori?
    Uno zampillo di vino schietto,  tutto il vino  che  Sua  Maest  aveva
    bevuto in tanti anni.
    La gente riempiva botti,  botticini, caratelli, tini, barili, fiaschi,
    boccali;  non c'erano vasi  che  bastassero.  Pareva  di  essere  alla
    vendemmia. Tutti cioncavano e si ubriacavano.
    E il pancione del Re si sgonfi un poco.
    Allora l'altro uccellaccio gli di la sua beccata,  ed ecco rigurgitar
    fuori tutto il ben di Dio mangiato dal Re in tanti  anni;  maccheroni,
    salsicciotti,  polli arrosto,  bistecche,  pasticcini, frutta, insomma
    ogni cosa.  La gente non sapeva pi dove riporli.  Tutti mangiarono  a
    crepapancia, come fosse di carnovale.
    E il pancione del Re sgonfi un altro poco.
    Allora il Re disse:
    - Cecina bella, vien fuori; ti faccio Regina!
    La Cecina affacci la testa da uno dei buchi, e ridendo rispose:
    - Eccomi qua.
    E il Re torn com'era prima.
    Si sposarono; ma il Re, con quella cosina alta una spanna, che era una
    moglie  per chiasso,  si credette libero di tornare a divertirsi colla
    caccia, e stava fuori intere settimane.
    La Cecina piangeva:
     - Ah, poverina me!
    Son Regina senza Re!
    Il Re per questo lamento, non la poteva soffrire.
    And da una Strega e le disse:
    - Che cosa debbo fare per levarmi di torno la Cecina?
    - Maest,
     Spellarla, lessarla,
    O arrosto mangiarla.
    Mangiarla gli repugnava; pure, tornato a casa disse alla Cecina:
    - Domani ti condurr a caccia, e ti divertirai.
    Voleva condurla in mezzo ai boschi,  dove non potesse vederlo nessuno.
    Ma la Cecina rispose:
     - Spellarla, lessarla,
    O arrosto mangiarla.
    Grazie, Maest!
    - Ah, poverina me!
    Son Regina senza Re!
    Il Re rimase stupito:
    - Come lo sapeva?
    Torn dalla Strega e le raccont la cosa.
    - Maest, quando la Cecina sar addormentata, tagliatele una ciocca di
    capelli e portatemela qui.
    Per, quella sera, la Cecina non avea voglia di andare a letto.
    - Cecina, vieni a dormire.
    - Pi tardi, Maest; per ora non ho sonno.
    Il Re aspett,  aspett, e si addorment lui per il primo. La mattina,
    svegliatosi, vide che la Cecina era gi levata.
    - Cecina, non hai dormito?
    - Chi si guarda si salva. Grazie, Maest.
     - Ah, poverina me!
    Son Regina senza Re!
    Il Re rimase stupito:
    - Come lo sapeva?
    Torn dalla Strega e le raccont la cosa.
    - Maest, invitate re Corvo; appena la vedr, ne far un sol boccone.
    Venne re Corvo:
    - Cra! Cra! Cra! Cra!
    E come vide la Cecina, alta una spanna, cra! cra! ne fece un boccone.
    - Mille grazie, re Corvo. Ora potete andar via.
    - Cra! Cra! Cra! Ma prima di andar via, debbo mangiarti gli occhi.
    E con due beccate gli cav gli occhi.
    Il povero Re piangeva sangue:
    - La Cecina morta, e lui senz'occhi! Ah, Cecina mia!
    Passato un po' di tempo,  ricomparve la solita vecchia.  Era  la  Fata
    comare della Reginotta di Spagna.
    - Maest,  non vi affliggete.  La Cecina  viva,  e i vostri occhi son
    riposti in buon luogo; son nella gobba della Reginotta di Spagna.
    Il Re si trascin fino  al  palazzo  reale,  dove  questa  abitava,  e
    cominci a gridare pietosamente, dietro al portone:
    - Ah, Reginotta! Rendetemi gli occhi.
    La Reginotta, dalla finestra, rispondeva:
    - Sposare una gobbina! No, mai!
    - Perdonatemi, Reginotta; e rendetemi gli occhi!
    La Reginotta dalla finestra rispondeva:
     - Spellarla, lessarla,
    O arrosto mangiarla.
    Allora  il  Re  cap  che la Reginotta di Spagna e la Cecina erano una
    sola persona; e si mise a gridare pi forte:
    - Ah, Reginotta! Ah, Cecina mia! Rendetemi gli occhi.
    La Reginotta scese gi e gli disse:
    - Ecco gli occhi.
    Il Re  la  guard  sbalordito.  La  Reginotta  non  era  pi  gobba  e
    somigliava precisamente alla Cecina, bench fosse di giusta statura.
    Cos fu perdonato, e da l a poco la spos.
    Lei, per ricordo, volle sempre essere chiamata Cecina.
    Vissero lieti e contenti
    E a noi si allegano i denti.


    L'ALBERO CHE PARLA.


    C'era  una  volta  un  Re  che credeva d'aver raccolto nel suo palazzo
    tutte le cose pi rare del mondo.
    Un  giorno  venne  un  forestiere,   e  chiese  di  vederle.   Osserv
    minutamente ogni cosa e poi disse:
    - Maest, vi manca il meglio.
    - Che cosa mi manca?
    - L'albero che parla.
    Infatti, tra quelle rarit, l'albero che parlava non c'era.
    Con  questa pulce nell'orecchio,  il Re non dorm pi.  Mand corrieri
    per tutto il mondo in cerca dell'albero che  parlava.  Ma  i  corrieri
    tornarono colle mani vuote.
    Il Re si credette canzonato da quel forestiere, e ordin d'arrestarlo.
    - Maest,  se i vostri corrieri han cercato male,  che colpa ne ho io?
    Cerchino meglio.
    - E tu l'hai veduto, coi tuoi occhi, l'albero che parla?
    - L'ho veduto con questi occhi e l'ho sentito con queste orecchie.
    - Dove?
    - Non me ne rammento pi.
    - E che cosa diceva?
    - Diceva "aspettare e non venire  una cosa da morire".
    Era dunque vero!  Il Re sped di bel nuovo i suoi corrieri.  Passa  un
    anno, e questi ritornano da capo colle mani vuote.
    Allora, sdegnato, ordin che al forestiere si tagliasse la testa.
    - Maest,  se i vostri corrieri han cercato male,  che colpa ne ho io?
    Cerchino meglio.
    Questa insistenza lo colp. Chiamati i suoi ministri, disse che voleva
    andar lui in persona alla ricerca dell'albero che parlava.
    Finch non lo avesse nel suo palazzo, non si terrebbe per Re.
    E part, travestito.
    Cammina,  cammina,  dopo molti giorni la notte lo colse in una vallata
    dove   non  c'era  anima  viva.   Sdraiossi  per  terra  e  stava  per
    addormentarsi, quand'ecco una voce che pareva piangesse:
    - Aspettare e non venire  una cosa da morire!
    Si scosse e tese l'orecchio. Se l'era sognato?
    - Aspettare e non venire  una cosa da morire!
    Non se l'era sognato! E domand subito:
    - Chi sei tu?
    Non  rispondeva  nessuno.   Ma  le  parole  erano,   precise,   quelle
    dell'albero che parlava.
    - Chi sei tu?
    Non rispondeva nessuno.  La mattina,  come aggiorn, vide l vicino un
    bell'albero coi rami pendenti fino a terra:
    - Doveva esser quello.
    E per accertarsene, stese la mano e strapp due foglie.
    - Ahi! Perch mi strappi?
    Il Re, con tutto il suo gran coraggio, rimase atterrito.
    - Chi sei tu? Se sei anima battezzata, rispondi, in nome di Dio!
    - Son la figliuola del Re di Spagna.
    - E in che modo ti trovi l?
    - Vidi una fontana limpida come il cristallo,  e  pensai  di  lavarmi.
    Tocca appena quell'acqua, rimasi incantata.
    - Che posso fare per liberarti?
    - Bisogna aver la fatatura e giurare di sposarmi.
    -  Questo lo giuro subito,  e la fatatura sapr procurarmela,  dovessi
    andare in capo al mondo.  Ma tu,  perch non mi  rispondevi  la  notte
    scorsa?
    -  C'era  la Strega...  Sta' zitto,  allontanati;  sento la Strega che
    ritorna. Se per disgrazia ti trovasse, incanterebbe anche te.
    Il Re corse a nascondersi dietro un  muricciolo,  e  vide  arrivar  la
    Strega a cavallo del manico di una granata.
    - Con chi hai tu parlato?
    - Col vento dell'aria.
    - Veggo qui delle pedate.
    - Son forse le vostre.
    - Ah! Son le mie?
    La strega afferrava una mazza di ferro e:
    - Di dove vieni? Vengo dal mulino.
    - Basta, per carit! Non lo far pi!
    - Ah! Son le mie?
    E:
    - Di dove vieni? Vengo dal mulino.
    Il Re, angustiato, si persuase che era inutile il seguitare a star l;
    bisognava procurarsi la fatatura. E torn addietro.
    Ma  sbagli  strada.  Quando  s'accorse  d'essersi smarrito in un gran
    bosco e non trovava pi la via,  pens di montare in cima a un  albero
    per passarvi la notte;  altrimenti, le bestie feroci n'avrebbero fatto
    un boccone.
    Ed ecco, a mezzanotte, un rumore assordante per tutto il bosco. Era un
    Orco che tornava a casa coi suoi  cento  mastini,  che  gli  latravano
    dietro.
    - Oh, che buon odore di carne cristiana!
    L'Orco si ferm a pi dell'albero, e cominci ad annusar l'aria:
    - Oh, che buon odore!
    Il  Re  aveva  i  brividi mentre i mastini frugavano latrando,  fra le
    macchie, e raspando il suolo dove fiutavan le pedate. Ma per sua buona
    sorte era buio fitto;  e l'Orco,  cercato inutilmente per  un  po'  di
    tempo, andava via chiamandosi dietro i mastini.
    - T! T!
    Quando  fu  giorno,  il Re,  che tremava ancora dalla paura,  scese da
    quell'albero e cominci ad inoltrarsi cautamente.  Incontr una  bella
    ragazza.
    -  Bella  ragazza,  per carit,  additatemi la via.  Sono un viandante
    smarrito.
    - Ah, povero a te! Dove tu sei capitato!  Fra poco ripasser mio padre
    e ti manger vivo, poverino!
    Infatti  si sentivano i latrati dei mastini dell'Orco e la voce di lui
    che se li chiamava dietro:
    - T! T!
    - Questa volta sono morto! - pens il Re.
    - Vien qua,  - disse la ragazza - bttati carponi.  Io mi seder sulla
    tua schiena, e la mia gonna ti coprir. Non fiatare!
    L'Orco, vista la figliuola, si ferm.
    - Che fai l?
    - Mi riposo.
    - Oh, che buon odore di carne cristiana!
    - Passava un ragazzino, e ne feci un bocconcino.
    - Brava! E le ossa?
    - Se le rosicchiarono i cani.
    L'Orco non cessava d'annusar l'aria.
    - Oh, che buon odore!
    - Se volete arrivare alla marina, non indugiate per via.
    Partito  che  fu l'Orco,  il Re raccont alla ragazza,  per filo e per
    segno, tutta la sua storia.
    Maest, se volete sposarmi, la fatatura ve la darei io.
    La ragazza era una bellezza; il Re l'avrebbe sposata volentieri.
    - Ahim, bella ragazza! Ho impegnato la parola.
    - E' la mia cattiva sorte! Ma non importa.
    Lo condusse a casa, prese un barattolo e gli strofin il petto con una
    pomata di suo padre. Il Re fu fatato.
    - Ed ora, bella ragazza, dovreste prestarmi una scure.
    - Eccola.
    - Che cosa  quest'unto?
    - E' l'olio della cote dove  stata affilata.
    Colla fatatura,  ci volle un batter d'occhi per tornare al luogo  dove
    trovavasi l'albero che parlava.
    La Strega non c'era, e l'albero gli disse:
    -  Bada!  Dentro  il  tronco c' nascosto il mio cuore.  Quando dovrai
    abbattermi non dar retta alla Strega. Se ti dir di dar i colpi in su,
    e tu dlli in gi.  Se ti dir di darli in gi,  e  tu  dlli  in  su;
    altrimenti m'ammazzeresti.  Alla Stregaccia poi bisogner spiccarle la
    testa con un sol colpo,  o saresti spacciato;  neppure la fatatura  ti
    salverebbe.
    Venne la Strega.
    - Che cerchi da queste parti?
    - Cerco un albero per far del carbone, e stavo osservando questo qui.
    - Ti farebbe comodo?  Te lo regalo,  a patto che per atterrarlo tu dia
    colpi dove ti dir io.
    - Va bene.
    Il Re brand la scure, che tagliava meglio d'un rasoio e domand:
    - Dove?
    - Qui.
    E lui, invece, di l.
    - Ho sbagliato. Da capo. Dove?
    - L.
    E lui, invece, di qui.
    - Ho sbagliato. Da capo.
    Intanto non trovava il verso di assestare il colpo alla  Strega:  essa
    stava guardinga. Il Re fece:
    - Oooh!
    - Che vedi?
    - Una stella.
    - Di giorno? E' impossibile.
    - Lass, diritto a quel ramo: guardate!
    E  mentre  la Strega gli voltava le spalle per guardare diritto a quel
    ramo, lui le men il colpo e le stacc, di netto, la testa.
    Rotta cos la mala,  dal tronco dell'albero usc fuori una  donzella,
    che non poteva esser guardata fissa, tanto era bella!
    Il Re, contentissimo, torn insieme con lei al palazzo reale, e ordin
    che si preparassero subito magnifiche feste per gli sponsali.
    Arrivato quel giorno, mentre le dame di corte abbigliavano da sposa la
    Regina,  s'accorsero, con gran meraviglia, che avea le carni dure come
    il legno. Una di esse vol dal Re:
    - Maest, la Regina ha le carni dure come il legno!
    - Possibile?
    Il Re e i ministri andarono ad osservare.  La cosa  era  sorprendente.
    Alla  vista  parevano  carni  da ingannare chiunque;  a toccarle,  era
    legno! Lei intanto parlava e si muoveva.  I ministri dissero che il Re
    non poteva sposare una bambola, quantunque
    essa parlasse e si muovesse; e contromandaron le feste.
    -  Qui c' un altro incanto!  - pens il Re,  che si ricord dell'unto
    della scure.
    Prese  un  pezzetto  di  carne  e  lo  tagliuzz  con  questa.   Aveva
    indovinato!  I  pezzettini,  alla  vista,  parevan  carne da ingannare
    chiunque; a toccarli,  eran legno.  Il tradimento gliel'aveva fatto la
    figliuola dell'Orco, per gelosia.
    Il Re disse ai ministri:
    - Vado e torno.
    E si trov nel bosco, dove aveva incontrato quella ragazza.
    - Maest, da queste parti? Che buon vento vi mena?
    - Son venuto apposta per te.
    La figlia dell'Orco non volea credergli:
    - Parola di Re, che siete venuto apposta per me?
    - Parola di Re!
    Ed era vero; ma lei s'immaginava per le nozze.
    Si presero a braccetto ed entrarono in casa.
    - Questa  la scure che tu mi prestasti.
    Nel porgergliela, il Re fece in maniera di ferirla in una mano.
    - Ah, Maest, che avete fatto! Son diventata di legno!
    Il Re si fingeva afflittissimo di quell'accidente:
    - E non si pu rimediare?
    -  Aprite  quell'armadio,  prendete  quel  barattolo,  ungetemi  tutta
    coll'olio che  l dentro, e sar subito guarita.
    Il Re prese il barattolo:
    - Aspetta che io torni!
    Lei cap e si messe a urlare:
    - Tradimento! Tradimento!
    E gli scaten dietro i cento mastini di suo padre. Ma s!... il Re era
    sparito.  Con  quell'olio  le  carni  della  Regina  tornarono  subito
    morbide, e si poterono celebrare le nozze.
    Furono  fatte  feste  reali per otto giorni,  e a noialtri non dettero
    neppure un corno.
















    I TRE ANELLI.


    C'era una volta un sarto,  che aveva  tre  figliuole,  una  pi  bella
    dell'altra.  Sua  moglie  era morta da un pezzo,  e lui si stillava il
    cervello per riuscire a maritarle.  Le ragazze  non  avevano  dote,  e
    senza dote un marito  un po' difficile a trovarsi.
    Un  giorno  questo  povero  padre  pens  d'andarsene in una pianura e
    chiamare la Sorte:
    - Sorte, o Sorte!
    Gli apparve una vecchia, colla conocchia e col fuso:
    - Perch mi hai tu chiamata?
    - Ti ho chiamata per le mie figliuole.
    - Menale qui ad una ad una; si sceglieranno la sorte colle loro mani.
    Il buon uomo, tornato a casa tutto contento, disse alle figliuole:
    - La vostra fortuna  trovata!
    E  raccont  ogni  cosa.   Allora  la   maggiore   si   fece   avanti,
    ringalluzzita:
    - La prima scelta tocca a me. Sceglier il meglio!
    Il giorno dopo, padre e figliuola si avviarono per quella pianura:
    - Sorte, o Sorte!
    Gli apparve una vecchia, colla conocchia e col fuso:
    - Perch m'hai tu chiamata?
    - Ecco la mia figliuola maggiore.
    La vecchia cav di tasca tre anelli,  uno d'oro, uno d'argento, uno di
    ferro e li mise sulla palma della mano:
    - Scegli, e Dio t'aiuti!
    - Questo qui.
    Naturalmente prese l'anello d'oro.
    - Maest, vi saluto!
    La vecchia le fece un inchino e spar.
    Tornati a casa, la sorella maggiore, pavoneggiandosi, disse alle altre
    due:
    - Diventer Regina! E voi reggerete lo strascico del manto reale!
    Il giorno dopo and col padre l'altra figlia.
    Comparve la vecchia colla conocchia e col fuso,  e cav di  tasca  due
    anelli, uno d'argento ed uno di ferro:
    - Scegli, e Dio t'aiuti!
    - Questo qui.
    E, s'intende, prese quello d'argento.
    - Principessa vi saluto!
    La vecchia le fece un inchino e spar.
    Tornata a casa, quella disse alla maggiore:
    - Se tu sarai Regina, io sar Principessa!
    E tutt'e due si diedero a canzonare la sorella minore:
    -  Che volete?  Chi tardi arriva male alloggia.  Dovea venire al mondo
    prima.
    Lei zitta.
    Il giorno dopo and col padre la figliuola minore.
    Comparve la vecchia colla conocchia e col fuso e cav di  tasca,  come
    la prima volta, tre anelli, uno d'oro, uno d'argento e uno di ferro:
    - Scegli, e Dio t'aiuti!
    - Questo qui.
    Con gran rabbia di suo padre, avea preso quello di ferro.
    La vecchia non le disse nulla, e spar.
    Per la strada il sarto continu a brontolare:
    - Perch non quello d'oro?
    - Il Signore m'ispir cos.
    Le due sorelle, curiose, vennero ad incontrarla per le scale.
    - Facci vedere! Facci vedere!
    Come  videro  l'anello  di  ferro,  si  contorcevano  dalle  risa e la
    canzonavano.  Saputo poi che lo  avea  scelto  fra  uno  d'oro  e  uno
    d'argento, per grulla la presero e per grulla la lasciarono.
    E lei, zitta.
    Intanto si sparse la voce che le tre belle figliuole del sarto avevano
    gli  anelli  della  buona  sorte.  Il  Re del Portogallo dovea prender
    moglie e venne a vederle. Rimase ammaliato dalla maggiore:
    - Siate Regina del Portogallo!
    La spos con grandi feste e la men via.
    Poco dopo venne un Principe. Rimase ammaliato dalla seconda.
    - Siate Principessa!
    La spos con grandi feste e la men via.
    Restava l'ultima. Non la chiedeva nessuno.
    Un giorno, finalmente, si present un pecoraio:
    - Volete darmi questa figliuola?
    Il sarto,  che ne aveva una Regina ed una Principessa,  era montato in
    superbia e rispose:
    - Il pecoraio, scusate, noi per ora ce l'abbiamo.
    Stava per passare un altr'anno. La minore restava sempre in casa, e il
    padre non faceva altro che brontolare giorno e notte:
    - Le stava bene,  stupidona! Sarebbe rimasta in un canto, con quel suo
    anello di ferro.
    E all'anno appunto, torn a presentarsi il pecoraio:
    - Volete darmi quella figliuola?
    - Prendila - rispose il sarto. - Non si merita altro!
    Si sposarono, senza feste e senza nulla, e la men via.
    Allora il sarto disse:
    - Voglio andar a visitare la mia figliuola Regina.
    La trov che piangeva.
    - Che cos'hai, figliuola mia?
    - Sono disgraziata!  Il Re vorrebbe un  figliuolo,  ed  io  non  posso
    farne. I figliuoli li d Dio.
    - Ma l'anello della buona fortuna non giova a nulla?
    -  Non  giova a nulla.  Il Re mi ha detto: "Se fra un anno non avr un
    figliuolo, guai a te!". Son certa,  babbo mio,  che mi far tagliar la
    testa.
    Quel povero padre,  come potea rimediare?  E part per far visita alla
    figliuola Principessa. La trov che piangeva.
    - Che cos'hai, figliuola mia?
    - Sono disgraziata!  Tutti i figliuoli che faccio mi muoiono dopo  due
    giorni.
    - E l'anello della buona fortuna non giova a nulla?
    -  Non giova a nulla.  Il Principe mi ha detto: "Se questo che hai nel
    seno morr anche lui, guai a te!". Son certa,  babbo mio,  che mi far
    scacciar di casa!
    Quel povero padre che potea farci? E part.
    Per  via  gli  nacque  il pensiero d'andar a vedere l'altra figliuola,
    quella del pecoraio. Ma aveva vergogna di presentarsi.  Si travest da
    mercante, prese con s quattro ninnoli da vendere e, cammina, cammina,
    arriv finalmente in quelle contrade lontane.
    Vide un magnifico palazzo stralucente, e domand a chi appartenesse.
    - E' il palazzo del re Sole.
    Mentre stava l a guardare, stupito, sent chiamarsi da una finestra:
    -  Mercante,  se  portate  bella  roba,  montate  su.  La  Regina vuol
    comprare.
    Mont su, e chi era mai la Regina? La sua figliuola minore,  la moglie
    del  pecoraio.  Quello  rimase  di  sasso;  non potea neppure aprir le
    cassette degli oggetti da vendere.
    - Vi sentite male, poverino? - gli disse la Regina.
    - Figliuola mia, sono tuo padre! E ti chiedo perdono!
    Lei,  che l'aveva riconosciuto,  non permise che  le  si  gettasse  ai
    piedi, e lo ricev tra le braccia:
    - Siate il ben venuto! Ho dimenticato ogni cosa. Mangiate e bevete, ma
    prima  di  sera  andate  via.  Se  re  Sole  vi  trovasse,  rimarreste
    incenerito.
    Dopo che quello ebbe mangiato e bevuto, la figliuola gli disse:
    - Questi doni son per voi. Questa nocciuola  per la sorella maggiore:
    questa  boccettina  di  acqua   per   l'altra.   La   nocciuola,   dee
    inghiottirsela  col guscio;  l'acqua,  dee berne una stilla al giorno,
    non pi. E che badino, babbo!
    Quando le due sorelle intesero la bella fortuna toccata alla minore  e
    videro quella sorta di regali che loro inviava,  arsero d'invidia e di
    dispetto:
    - Si beffava di loro con quella nocciuola e con quell'acqua!
    La maggiore butt la nocciuola in terra,  e la pest col calcagno.  La
    nocciuola schizz sangue. C'era dentro un bambino piccino piccino: lei
    gli aveva schiacciata la testa!
    Il Re, visto quell'atto di superbia e il bambino schiacciato:
    - Ol! - grid - levatemela d'innanzi; mozzatele il capo!
    E, senza piet n misericordia, la fece mettere a morte.
    L'altra,  nello stesso tempo,  avea cavato il turacciolo alla boccetta
    e, affacciatasi a una finestra, n'avea versata tutta l'acqua.
    Sotto la finestra passavano dei  ragazzi  che  trascinavano  un  gatto
    morto. L'acqua cadde su questo, e il gatto risuscit.
    - Ah,  scellerata!  - url il Principe. - Hai tolto la sorte ai nostri
    figliuoli!
    E in quel momento di furore, la strangol colle sue mani.
    Il babbo torn dalla figliuola minore, e raccont,  piangendo,  quelle
    disgrazie.
    - Babbo mio, mangiate e bevete, e prima di sera andate via. Se re Sole
    vi  trovasse,  rimarreste  incenerito.  Appena avr buone notizie,  vi
    mander a chiamare.
    La sera torn re Sole, e lei gli domand:
    - Maest, che cosa avete visto nel vostro viaggio?
    -  Ho  visto  tagliar  la  testa  a  una  Regina  e  strangolare   una
    Principessa. Se lo meritavano.
    - Ah,  Maest, eran le mie sorelle! Ma voi potete risuscitarle; non mi
    negate questa grazia!
    - Vedremo! - rispose re Sole.
    Il giorno dopo,  appena fu giunto  nel  luogo  dov'era  seppellita  la
    Regina, picchi sulla fossa e disse:
     - Tu che stai sotto terra,
    Mi manda la tua sorella;
    Se dal buio volessi uscire,
    Del mal fatto ti di pentire. - Rispondo a mia sorella:
    Sto bene sotto terra.
    Dio gli dia male e malanno!
    Vo' la nuova avanti l'anno!
    - Resta l, donnaccia infame!
    E  il re Sole continu il suo viaggio.  Arrivato dov'era stata sepolta
    la Principessa, picchi sulla fossa e disse:
     - Tu che stai sotto terra,
    Mi manda la tua sorella;
    Se vuoi tornare da morte a vita,
    Del mal fatto sii pentita! - Rispondo a mia sorella:
    Sto bene sotto terra.
    Male occulto o mal palese,
    Vo' la nuova avanti un mese!
    Resta l, donnaccia infame!
    Re Sole continu il suo viaggio, e quelle due sorelle se le mangiarono
    i vermi.
    Stretta  la foglia, larga  la via.
    Dite la vostra, ch ho detto la mia.















    LA VECCHINA.


    C'era una volta un Re molto giovane,  che voleva  prender  moglie,  ma
    voleva sposare la pi bella ragazza del mondo.
    - E se non  di sangue reale? - gli domandarono i ministri.
    - Non me n'importa nulla.
    -  Allora  sappiate,  Maest,  che la pi bella ragazza del mondo  la
    figliuola  di  un  ciaba.  Ma  il  popolo,  che    maligno,  potrebbe
    chiamarla:  la regina Ciabatta...  Maest,  non sta bene: rifletteteci
    meglio.
    Il Re rispose:
    - La figliuola del  ciaba    la  pi  bella  ragazza  del  mondo?  La
    figliuola  del  ciaba sar dunque mia sposa e Regina.  Andr a vederla
    senza farmi conoscere; partir domani.
    Ordin che gli si sellasse uno dei suoi cavalli, e, accompagnato da un
    solo servitore, s'incammin per quel paese, dove il ciaba abitava.
    Per via incontrarono una vecchia che domandava l'elemosina:
    - Fate la carit! Fate la carit!
    Il Re non se ne dava per inteso.
    La vecchina arrancava dietro il cavallo.
    - Fate la carit! Fate la carit!
    Il cavallo del Re s'adombr, e urt la vecchina che cadde per terra.
    Il  Re,  senza  punto  curarsene,  tir  innanzi;   ma  il  servitore,
    impietosito, scese da cavallo, la sollev, e visto che non s'era fatta
    nulla  di male,  cav di tasca le poche monete che aveva e gliele mise
    in mano:
    - Vecchina mia, non ho altro.
    - Grazie, figliuolo; si vede il buon cuore. Accetta in ricambio questo
    anellino e portalo al dito; sar la tua fortuna.
    Arrivati in quel paese,  il Re  accompagnato  dal  servitore  pass  e
    ripass davanti la bottega del ciaba,  finch non gli riusc di vedere
    la bella ragazza, che era la pi bella del mondo. Rimase abbagliato!
    E, senza por tempo in mezzo, disse al ciaba:
    - Io sono il Re: vo' la tua figliuola per moglie.
    - Maest,  c' un intoppo.  La mia figliuola  ha  una  mala:  chi  le
    parler  la prima volta e le far provare una puntura al dito mignolo,
    quello dovr essere il suo sposo. Possiamo provare.
    Il Re a questa notizia rimase un po' turbato; ma poi pens:
    - Se questa mala  la sua buona sorte,  costei dev'essere destinata a
    sposare un regnante.
    E tutto allegro, disse al ciaba:
    - Proviamo.
    Il ciaba chiam la figliuola,  senza dirle del Re; e come questi se la
    vide dinanzi, rest pi abbagliato di prima.
    - Buon giorno, bella ragazza.
    - Buon giorno, signore.
    Lei non sapeva nulla della mala. Suo padre,  che sarebbe stato felice
    di vederla Regina, le domand:
    - Non ti senti nulla?
    - Nulla. Che cosa dovrei sentirmi?
    Il  povero  Re,  gli  parve  di morire a quella risposta.  E stava per
    andarsene zitto zitto;  quando il  servitore,  ch'era  rimasto  in  un
    canto, credette opportuno di dire sottovoce alla ragazza:
    - Badate,  Sua Maest!
    - Ahi! Ahi! Ahi!
    La ragazza si sentiva un'atroce puntura al dito mignolo,  e scoteva la
    mano:
    - Ahi! Ahi! Ahi!
    Figuriamoci il viso del Re, come cap che quella ragazza, la pi bella
    del mondo, era destinata a quel tanghero del suo servitore!
    Prese in disparte il ciaba e gli disse:
    - Lascia fare a me; la tua figliuola sar Regina.
    Tornato al palazzo reale, chiam il servitore:
    - Prima che  tu  sposi  la  figliuola  del  ciaba,  devi  rendermi  un
    servigio:  mi  fido  soltanto  di te.  Portami questa lettera al Re di
    Spagna,  e attendi la risposta;  ma nessuno deve sapere dove tu vada e
    perch.
    - Maest, sar fatto.
    Prese la lettera e part.
    A met di strada incontr quella vecchina:
    - Dove vai, figliuolo mio?
    - Dove mi portan le gambe.
    - Ah,  poverino!  Tu non sai quel che ti aspetta.  Quella lettera  un
    tradimento! Se tu la presenti al Re, sarai subito ammazzato.  Portagli
    questa, invece: far un altro effetto.
    Allora  lui prese la lettera della vecchina,  e quella del Re la butt
    via. Ringrazi e prosegu il viaggio.
    Era gi passato un anno, e non si era saputo pi nuova di lui.
    Il Re torn dal ciaba, e disse alla ragazza:
    - Quell'uomo dev'essere morto:  gi passato un anno e non si sa nuova
    di lui. Il meglio che possiamo fare  lo sposarci noialtri.
    - Maest, come voi volete.
    Il Re fece i preparativi delle nozze,  e quando fu quel  giorno,  and
    insieme coi ministri a rilevare la sposa con la carrozza di gala.
    In casa del ciaba trovarono una granata ritta in mezzo alla stanza,  e
    il Re disse ai ministri:
    - Ecco Sua Maest la Regina!
    I  ministri,   stupefatti,   si  guardarono  in  viso  senza  osar  di
    rispondere.
    - Maest,  una granata!
    Il Re in quella granata ci vedeva la figliuola del ciaba, la pi bella
    ragazza del mondo; e, presala pel manico (lui credeva di prenderla per
    la mano) la port in carrozza e cominci a dirle tante belle cose.
    I ministri erano costernati e si sussurravano nell'orecchio:
    - Che disgrazia! Il Re  ammattito! Il Re  ammattito!
    Per,  prima di arrivare in citt,  dove il popolo aspettava l'entrata
    della Regina, si fecero coraggio; e uno di loro gli disse:
    - Maest, perdonate!... Ma questa qui  una granata!
    Il Re mont sulle furie;  la prese per  un'offesa  alla  Regina.  Fece
    fermar    la    carrozza   e   ordin   ai   soldati   che   legassero
    quell'impertinente alla coda di un cavallo,  e cos  lo  trascinassero
    fino al palazzo reale.
    Gli altri,  vista la mala parata,  stettero zitti.  E il Re, giunto al
    palazzo reale,  si affacci alla finestra per mostrare  al  popolo  la
    Regina:
    - Ecco la vostra Regina!
    Non  avea finito di dirlo,  che gli cadde come una benda dagli occhi e
    si vide l,  colla granata in mano,  mentre tutto  il  popolo  rideva,
    perch Sua Maest pareva proprio uno spazzino.
    Con  chi  prendersela?  La  colpa  era della sua cattiva stella,  e di
    quella mala della ragazza!
    Ma intanto s'incaponiva di pi nel volerla per moglie.
    Il servitore torn sano e salvo, colmo di regali.
    - Che rispose il Re di Spagna?
    - Maest, il Re di Spagna rispose:
     Fai, fai, fai,
    Non l'hai avuta e non l'avrai.
    Il Re fece finta di esserne contento, ma chiam un Mago e gli raccont
    ogni cosa:
    - Come va questa faccenda?
    - Maest, la faccenda  piana.  Quell'uomo possiede l'anello incantato
    della  fata Regina,  e finch lo avr al dito,  non vi sbarazzerete di
    lui.  Bisogna trovare un'astuzia per portargli  via  quell'anello:  la
    forza non vale.
    Pensa e ripensa, un giorno il Re, visto che il suo servitore era tutto
    sudato dal gran lavorare che aveva fatto:
    - Vien qua,  - gli disse - vo' darti un bicchiere del mio vino;  te lo
    meriti.
    Quel vino era conciato coll'oppio,  e il pover'uomo non l'ebbe bevuto,
    che cadde in un profondissimo sonno.
    Sua Maest gli cav l'anello dal dito, se lo mise nel suo, e cos and
    a presentarsi alla figliuola del ciaba:
    - Buon giorno, bella ragazza!
    - Ahi! Ahi! Ahi!
    La  ragazza  sentiva  un'atroce  puntura al dito mignolo e scuoteva la
    mano!
    - Ahi! Ahi! Ahi!
    Ora la cosa andava bene, e il Re ordin di bel nuovo i preparativi per
    le nozze.  E quando fu quel giorno,  and a rilevare  la  sposa  colla
    carrozza di gala.
    Giunti al palazzo reale, disse alla Regina:
    - Maest, questo  il vostro appartamento.
    Ma,  poco dopo, quando il Re volle andare a vederla, gira di qua, gira
    di l, non trovava l'uscio e vedeva scritto sui muri:
    Fai, fai, fai,
    Non l'hai avuta e non l'avrai.
    La Regina veniva ai ricevimenti di corte,  veniva nella sala da pranzo
    dove c'erano molti invitati; poi si ritirava nel suo appartamento.
    Il  Re  voleva  andare a vederla;  ma,  gira di qua,  gira di l,  non
    trovava mai l'uscio e vedeva sempre scritto sui muri:
    Fai, fai, fai,
    Non l'hai avuta e non l'avrai.
    Si disperava,  ma non diceva  nulla  a  nessuno;  non  volea  sentirsi
    canzonare.
    Quel  pover'uomo  del servitore,  dopo un sonno di due giorni,  appena
    aperti gli occhi,  si era subito accorto  che  gli  era  stato  rubato
    l'anello, ed era uscito dal palazzo reale, piangendo la sua sventura.
    Fuori le porte della citt avea trovato la vecchina:
    - Ah, vecchina mia! Mi han rubato l'anello.
    - Non ti disperare,  non  nulla. Quando il Re avr sposato, appena la
    Regina sar entrata nel suo appartamento,  pianta questo chiodo  sulla
    soglia dell'uscio e vedrai.
    Perci  il  Re  non  trovava mai l'uscio,  quando voleva entrare nelle
    stanze della  Regina.  C'era  quel  chiodo  piantato  l,  che  glielo
    impediva.
    Il Re scoppiava dalla rabbia.  Fece chiamare novamente il Mago,  e gli
    raccont in segreto ogni cosa.
    - Come va questa faccenda?
    - Maest, la faccenda  piana. Quell'uomo ha avuto un chiodo incantato
    dalla fata Regina,  e l'ha piantato  sulla  soglia.  E  questa  volta,
    Maest, non c' astuzia che valga: rimarrete un marito senza moglie.
    -  Ma  che  offesa  ho io fatto a codesta fata Regina?  Non la conosco
    neppur di vista!
    - No, Maest.  Vi rammentate d'una vecchina che vi domand l'elemosina
    il giorno che voi andavate la prima volta dal ciaba?  Vi ricordate che
    la urtaste col cavallo e cadde per terra?
    - S.
    - Era lei, la fata Regina.
    Il Re dovette persuadersi che era inutile lottare con una Fata,  e  si
    rassegn  a  sposare  una bella ragazza,  s,  ma non la pi bella del
    mondo. Spos la Reginotta di Francia.
    Il servitore spos la figliuola del ciaba;  e il Re gli di una  ricca
    dote e lo fece intendente di casa reale.
    Re e servitore ebbero molti figliuoli:
    E noi restiamo da cetriuoli.












    LA FONTANA DELLA BELLEZZA.


    C'era  una  volta  un  Re  e  una  Regina,  che  avevano una figliuola
    bruttissima e contraffatta nella persona, e non se ne davano pace.
    La tenevan rinchiusa, sola sola, in una camera appartata e,  un giorno
    il  Re,  un  giorno  la Regina,  le portavan da mangiare in una cesta.
    Quando erano l, sfogavansi a piangere.
    - Figliuola sventurata!  Sei nata Regina,  e non puoi godere della tua
    sorte!
    Diventata grande, a sedici anni, lei disse al padre:
    - Maest, perch tenermi rinchiusa qui? Lasciatemi andar pel mondo. Il
    cuore mi presagisce che trover la mia fortuna.
    Il Re non voleva acconsentire:
    - Dove sarebbe andata, cos sola e inesperta? Era impossibile!
    - Lasciatemi andare, o m'ammazzo!
    A questa minaccia disperata, il Re non seppe resistere:
    - Figliuola mia, parti pure!
    La di quattrini a sufficienza,  e una notte, mentre tutti nel palazzo
    reale dormivano,  la Reginotta si  messe  in  via.  Cammina,  cammina,
    arriv  in  una  campagna.  Il  sole,  al  meriggio,  scottava;  e lei
    riparossi sotto un albero. Di l a poco ecco un lamento:
    - Ahi! Ahi! Ahi!
    Lei, dalla paura, si volt di qua e di l, ma non vide nessuno.
    - Ahi! Ahi! Ahi!
    Allora,  fattasi coraggio,  avvicinossi a quel punto d'onde il lamento
    partiva,  e  tra  l'erba  scoperse  una  lucertolina,  che  agitava il
    moncherino della coda e nicchiava a quel modo.
    - Che cosa  stato, lucertolina?
    - Mi hanno rotto la coda e non ritrovo il pezzettino.  O,  se tu me lo
    trovassi, ti farei un gran regalo.
    La  Reginotta,  impietosita,  si  di  a frugare: e fruga e rifruga in
    mezzo a quell'erbe, finalmente eccolo l!
    - Grazie, ragazza mia. Pel tuo regalo, scava qui sotto.
    Scavato un tantino,  la Reginotta tir  fuori  una  cipolla  poco  pi
    grossa d'una nocciuola.
    - Che cosa debbo farne?
    - Tienla cara. Un giorno, forse, ti servir.
    La Reginotta se la mise in tasca.
    Strada  facendo,  incontr  una  povera  vecchia con un sacco di grano
    sulle spalle.  A un tratto si rompe il sacco,  e tutto il grano le  va
    per terra. La vecchia cominci a pelarsi dalla stizza.
    - Non  nulla disse la Reginotta. Ve lo raccatter io.
    - Ah,  i chicchi son contati!  Se ne mancasse uno solo,  mio marito mi
    ammazzerebbe!
    E la Reginotta, con una santa pazienza, glielo raccatt tutto,  chicco
    per chicco, senza che ne mancasse uno solo.
    - Grazie, buona. figliuola; non posso darti altro che questo.
    E le dette un coltellino da due soldi, di quelli col manico di ferro.
    - Che cosa volete che ne faccia?
    - Tienlo caro. Un giorno, forse, ti servir.
    La Reginotta se lo mise in tasca.
    Cammina,  cammina,  arriv  all'orlo  d'un fosso profondo.  Sentiva un
    belato tremolante. Guard e vide laggi una capretta:
    - Capretta, che cosa  stato?
    - Son cascata nel fosso e mi son rotta una gamba.
    Scese laggi,  la prese in collo,  e poi la fasci cos  bene  con  un
    fazzoletto, che quella, alla meglio, zoppicando, pot camminare.
    - Grazie, ragazza. Che darti? Il mio sonaglino.
    - Che cosa vuoi me ne faccia?
    - Tienlo caro. Un giorno, forse, ti servir.
    La Reginotta le stacc dal collare il sonaglino e se lo mise in tasca,
    insieme con la cipolletta e il coltellino da due soldi.
    Cammina, cammina, una sera capit presso una fattoria fuori di mano.
    - Anime cristiane, datemi alloggio per questa notte!
    La padrona pareva una buona donna,  e si misero a ragionare in cucina,
    mentre la pentola bolliva.
    - Chi siete? Dove andate?
    La Reginotta cominci a raccontarle la sua storia.
    - Zitta, zitta, chiacchierona! Zitta, zitta!
    Era la pentola che brontolava; ma la sentiva lei sola.
    Non le di retta e continu un altro pochino,  fino al punto della sua
    partenza del palazzo reale.
    - Zitta, zitta, chiacchierona! Zitta, zitta!
    Era la pentola che brontolava; ma la sentiva lei sola. Rimase colpita;
    e si ferm.
    - E dopo? - domand la donna.
    - Eccomi qui.
    Quando  giunse  il  marito,  quella  donna gli rifer minutamente ogni
    cosa.
    - Sai che ho pensato,  marito mio?  Noi abbiamo una figliuola che  un
    sole:  conduciamola  dal Re.  Gli diremo che  la sua figliuola,  resa
    cos bella da una Fata. La Reginotta la chiuderemo nel granaio e ve la
    lasceremo morire.
    - Ma il Re come potr crederlo?
    - Ci ho tutti i segnali.
    Cos fecero.  Nel mezzo della notte,  afferrarono la povera Reginotta,
    la  chiusero  in  un  granaio,  e  il  giorno  dopo condussero la loro
    figliuola al palazzo reale.
    Il Re e la Regina, sentita quella storia della Fata, rimanevano ancora
    incerti. Allora la ragazza, indettata, disse:
    - Maest,  non vi ricordate di quando venivate nella mia camera  colla
    cesta, e poi vi mettevate a dire piangendo: "Figliuola sventurata, sei
    nata Regina e non puoi godere della tua sorte"?
    Il  Re  e  la Regina rimasero.  Quelle parole non potea saperle nessun
    altro,  che la loro figliuola!  Abbracciarono la ragazza,  e bandirono
    feste reali.
    Ai due che l'avean condotta regalarono un monte di monete d'oro.
    Intanto la povera Reginotta, dopo essersi per tre giorni stemperata in
    lagrime,  cominci a sentire anche fame.  Chiam pi volte, domandando
    per carit almeno un tozzo di pan duro!
    Non accorreva anima viva. Allora rammentossi della cipolletta:
    - Poteva ingannare un po' lo stomaco!
    E la cav di tasca.
    - Comanda! Comanda!
    - Da mangiare!
    Ed ecco pietanze fumanti, tovagliuolo, posata,  coltello,  bottiglia e
    bicchiere.
    Terminato di mangiare, ogni cosa spar.
    Cav di tasca il coltellino.
    - Comanda! Comanda!
    - Spacca quell'uscio per legna.
    E, in un attimo, l'uscio fu ridotto un mucchio di legna.
    Cava di tasca il sonaglino e si mette a suonarlo.  Ed ecco una mandria
    di capre, che non poteva contarsi.
    - Comanda! Comanda!
    - Pascolate per questi campi, finch ci sia un filo d'erba.
    E in un minuto i seminati,  le vigne,  gli alberi di  quella  fattoria
    eran distrutti.
    La  Reginotta  part e arriv in una citt,  dove c'era un Re che avea
    l'unico suo figliuolo gravemente ammalato. Tutti i medici del mondo, i
    pi dotti,  i pi valenti,  non n'avean saputo conoscere la  malattia.
    Dicevano ch'era matto: ma egli ragionava benissimo. Aveva soltanto dei
    capricci, e dimagrava, dimagrava a segno che era ridotto una lanterna.
    Un  giorno  il  Reuccio trovossi affacciato a una finestra del palazzo
    reale, e vide passar la Reginotta.
    - Oh! Com' brutta! La voglio qui! La voglio qui!
    Il Re la fece chiamare:
    - Ragazza, vorresti entrare a servizio?
    - Maest, volentieri.
    - Dovresti servire il Reuccio.
    E si mise a servire il Reuccio.
    - Bruttona, fai questo! Bruttona, fai quello.
    Il Reuccio non la comandava altrimenti: volea perfino che rigovernasse
    i piatti.
    Una volta  al  Reuccio  gli  venne  la  voglia  dei  bacelli;  ed  era
    d'autunno! Dove andare a pescarli?
    - Bacelli! Bacelli!
    Non diceva altro,  e rifiutava di mangiare.  Il Re avrebbe pagato quei
    bacelli a peso d'oro.
    La Reginotta rammentossi della cipolletta e la cav di tasca.
    - Comanda! Comanda!
    - Un bel piatto di bacelli!
    Ed ecco un bel piatto di bacelli.
    Il Reuccio se li mangi con gran gusto, e dopo disse:
    - Mi sento meglio!
    Un'altra volta gli venne voglia d'un pasticcio di lumache.  Ma non era
    la stagione.
    - Pasticcino di lumache! Pasticcino di lumache!
    Non diceva altro, e rifiutava di mangiare. Il Re avrebbe pagato quelle
    lumache a peso d'oro.
    La Reginotta corse di bel nuovo alla cipolletta.
    - Comanda! Comanda!
    - Un pasticcino di lumache!
    Il Reuccio se lo mangi con gran gusto, e dopo disse:
    - Mi sento assai meglio.
    Infatti, s'era rimesso un po' in carne.
    Un'altra  volta  finalmente  gli  venne  la voglia delle polpettine di
    rondine. Non era la stagione. Dove andare a pescarle?
    - Polpettine di rondine! Polpettine di rondine!
    Il Re quelle rondini le avrebbe pagate a peso d'oro.
    La Reginotta, al solito, cav di tasca la cipolletta.
    - Comanda! Comanda!
    - Polpettine di rondine!
    Il Reuccio se le mangi con gran gusto e dopo disse:
    - Sto benissimo.
    Era diventato fresco come una rosa: non si rammentava neppure d'essere
    stato malato. E, un giorno, vista la Reginotta:
    - Oh, come  brutta! - esclam. - Ma chi  costei? Cacciatela via!
    La Reginotta and via piangendo:
    - La sua stella voleva cos!
    E incontr la vecchia, quella del grano.
    - Che cosa  accaduto, figliuola?
    In poche parole le raccont l'accaduto.
    - Sta' allegra, figliuola mia! Ti aiuter io. Vieni con me.
    E la condusse davanti a una grotta.
    - Ascolta: l dentro c' la fontana della bellezza. Chi pu tuffarvisi
    a un tratto, diventa bella quanto il sole.  Ed ora,  bada bene: questa
    grotta  ha quattro stanze.  Nella prima c' un drago: buttagli in gola
    la cipolletta, e ti lascer passare.
    Nella seconda c' un gigante tutto coperto d'acciaio, con una mazza di
    ferro brandita:  mostragli  la  lama  del  coltellino,  e  ti  lascer
    passare.  Nella terza c' un leone affamato: appena ti viene incontro,
    scuoti il sonaglino: non ti toccher neppur
    esso. Ma non bisogna aver paura; se no,  addio;  sei spacciata.  Nella
    quarta  stanza  c'  la fontana.  Appena entrata l,  senza esitare un
    momento, tffati dentro l'acqua con tutte le vesti.
    La Reginotta entr. Ed ecco il drago con tanto di bocca,  che stendeva
    il collo per inghiottirsela. Gli butta in gola la cipolletta, e quello
    si ritira, si attorciglia chetamente, e si mette a dormire.
    Lei  passa oltre.  Ed ecco il gigante tutto coperto d'acciaio,  che si
    slancia incontro brandendo la mazza,  cacciando  terribili  urli.  Gli
    mostra  la lama del coltellino,  e il gigante va a rannicchiarsi in un
    canto.
    La Reginotta passa oltre nella terza stanza.  Ed ecco il leone,  colle
    fauci  spalancate,  colla  coda rizzata che faceva tremar l'aria.  Lei
    scuote il sonaglino e sbuca un branco di capre. Il leone si slancia su
    di esse, le sbrana e se le divora.
    E lei passa oltre. Vede la fontana,  e vi si tuffa dentro con tutte le
    vesti.  Si sent diventar un'altra: lei stessa non si riconosceva.  Da
    che il mondo  mondo, non s'era mai vista una bellezza pari a quella.
    Torn nella citt,  dov'era il Reuccio,  e prese a  pigione  una  casa
    dirimpetto al palazzo reale.
    Il Reuccio rimase sbalordito:
    -  Oh,  che  bellezza!  Oh,  che bellezza!  Se fosse sangue reale,  la
    prenderei per moglie.
    Il Re,  che voleva bene al figliuolo quanto alla pupilla  degli  occhi
    suoi,  mand  subito  un  ministro a domandarle se mai fosse di sangue
    reale.
    - Sono. Ma se il Reuccio mi vuole, dovr farmi tre regali.
    - Che regali dovrebbe fare?
    - La cresta del gallo d'oro,  la pelle del re  Moro,  il  pesce  senza
    fiele. Gli do tempo tre anni. Se no, non mi pu avere.
    Il Reuccio part alla ricerca del gallo d'oro, che si trovava in certi
    boschi  pieni  di  animali  feroci.  E  c'era un gran pericolo: chi lo
    sentiva cantare,  moriva.  Dopo mille  fatiche  e  mille  stenti,  una
    mattina il Reuccio scoperse il gallo d'oro appollaiato su d'un albero.
    Tirargli e ammazzarlo fu tutt'una. E torn trionfante.
    - Va bene - disse la Reginotta.  - Mettetelo l.  Aspetto la pelle del
    re Moro.
    Il re Moro era terribile.  Con lui,  fin allora non ce  n'avea  potuto
    nessun guerriero. Il Reuccio mand a sfidarlo: ne voleva la pelle.
    - Venga a prendersela.
    Si combatterono colle spade, e il re Moro lo aveva conciato cos bene,
    che il Reuccio grondava sangue da tutte le parti.
    Ma in un punto questi ebbe l'agio d'assestargli un colpo al cuore.
    - Son morto!
    Il Reuccio lo scortic con diligenza e port la pelle alla Reginotta.
    - Va bene: mettetela l. Aspetto il pesce senza fiele.
    Questo era pi difficile. Fra tante migliaia di pesci va a pescare per
    l'appunto quello l! Eppure bisognava pescarlo.
    Prese canna, lenza ed amo, e se n'and in riva al mare.
    Stette  mesi  e mesi: tempo perduto!  E a compire i tre anni restavano
    intanto soli otto giorni!
    L'ultimo giorno,  tir fuori un pesciolino di meschina  apparenza.  La
    fortuna lo aveva aiutato: era il pesce senza fiele.
    -  Va bene - disse la Reginotta;  - mettetelo l.  Ora si mandi dal Re
    mio padre. Senza il suo consenso, non voglio sposarmi.
    Spedirono un ambasciatore, ma l'ambasciatore torn presto:
    - Quello dice che siamo matti.  La sua figliuola l'ha l,  chi volesse
    vederla.
    - Dunque tu ci hai corbellati!
    E la misero in prigione.
    Le  rimaneva  in  tasca  il  sonaglino.  Disperata,  si  di a sonarlo
    furiosamente.
    Accorse la capretta.
    - Ah, capretta, capretta!  Guarda a che sono arrivata!  Non ho che te,
    per aiutarmi.
    - Prendi quest'erba, masticala bene e trattienila in bocca.
    E  intanto  che  masticava,   la  Reginotta  ritornava  bruttissima  e
    contraffatta nella persona come una volta.
    - Per ritornar bella, ti baster sputarla fuori.  Ora zitta,  e vienmi
    dietro.
    Uscirono   di  prigione  senza  che  le  guardie  e  i  carcerieri  se
    n'accorgessero,  e la Reginotta in quattro salti and a presentarsi ai
    suoi genitori.
    Come la videro,  il Re e la Regina capiron subito l'inganno. E sentito
    il tradimento  di  quel  marito  e  quella  moglie,  li  mandarono  ad
    arrestare  e,  insieme  con  la  loro figliuola,  li fecero buttare in
    prigione.
    La Reginotta sput fuori l'erba e ridivent bellissima.
    Da che il mondo  mondo non si era  mai  vista  una  bellezza  pari  a
    quella!
    Fu  mandato  a  chiamare  il Reuccio,  si sposarono,  e vissero fino a
    vecchi felici e contenti.





















    IL CAVALLO DI BRONZO.


    C'era una volta un Re e una Regina,  che  avevano  una  figliuola  pi
    bella  della  luna  e  del sole,  e le volevano bene come alla pupilla
    degli occhi.
    Un giorno venne uno, e disse al Re:
    - Maest, passavo pel bosco qui vicino,  e incontrai l'Uomo selvaggio.
    Mi disse: "Vai dal Re,  e digli che voglio la Reginotta per moglie. Se
    non l'avr qui fra tre giorni, guai a lui!".
    Il Re,  sentendo questo,  fu molto costernato e radun il Consiglio di
    corona:
    -  Che  cosa  doveva  fare?  L'Uomo  selvaggio  era  terribile: poteva
    devastare tutto il regno.
    - Maest,  - disse uno dei ministri -  cerchiamo  una  bella  ragazza,
    vestiamola  come  la  Reginotta e mandiamola l: l'Uomo selvaggio sar
    contento.
    Trovarono una ragazza bella come la Reginotta, le fecero indossare uno
    dei pi ricchi abiti di lei, e la mandarono nel bosco.  Dovea dire che
    lei era la figlia del Re.
    Il giorno appresso quella ragazza torn indietro.
    - Che cosa  stato?
    - Maest,  trovai l'Uomo selvaggio, e mi domand: "Chi sei?". "Sono la
    Reginotta." "Lasciami vedere."  Mi  sbotton  la  manica  del  braccio
    sinistro  e  url:  "Non  vero!  La Reginotta" dice "ha una voglia in
    quel braccio!" e mi ha rimandato.  Se fra due giorni non  avr  l  la
    sposa, guai a voi!
    Il Re non sapeva che cosa fare,  e radun di bel nuovo il Consiglio di
    corona:
    - L'Uomo selvaggio sa che la  Reginotta  ha  una  voglia  nel  braccio
    sinistro;  impossibile ingannarlo.
    - Maest,  - disse il ministro - cerchiamo un'altra ragazza, chiamiamo
    un pittore che le dipinga una voglia simile a quella della  Reginotta,
    vestiamola  con  uno dei suoi vestiti,  e mandiamola l.  Questa volta
    l'Uomo selvaggio non avr da ridire.
    Trovarono un'altra bella ragazza,  le fecero dipingere una voglia  sul
    braccio,  simile a quella della Reginotta,  l'abbigliarono con uno dei
    pi ricchi abiti di lei e la mandarono nel bosco.  Doveva dire che lei
    era la figlia del Re.
    Ma, il giorno appresso, quella ragazza torn indietro.
    - Che cosa  stato?
    - Maest,  trovai l'Uomo selvaggio e mi domand: "Chi sei?".  "Sono la
    Reginotta." "Lasciami vedere." Mi osserv tra i capelli e url: "Non 
    vero!  La Reginotta" dice "ha tre  capelli  bianchi  sulla  nuca".  Se
    domani la sposa non sar l, guai a voi.
    Il povero Re e la povera Regina avrebbero battuto il capo nel muro.
    -  Dunque dovean buttare quella gioia di figliuola in braccio all'Uomo
    selvaggio?
    - Maest,  - dissero  i  ministri  -  facciamo  un  ultimo  tentativo.
    Cerchiamo  un'  altra  ragazza.  Il pittore le dipinger la voglia sul
    braccio, le tinger di bianco tre capelli sulla nuca; poi le metteremo
    indosso uno dei vestiti della Reginotta  e  la  manderemo  l.  Questa
    volta l'Uomo selvaggio non avr pi da ridire.
    Ma   il  giorno  appresso  ecco  quella  ragazza  che  torna  indietro
    anch'essa.
    - Che cosa  stato?
    - Maest,  trovai l'Uomo selvaggio e mi domand: "Chi sei?".  "Sono la
    Reginotta."  "Lasciami  vedere."  Mi  osserv il braccio sinistro: "Va
    bene!". Mi osserv tra i capelli, sulla nuca: "Va bene!". Poi prese un
    paio di scarpine ricamate e mi ordin:
    "Calza queste qui". E siccome i miei piedi non c'entravano, url: "Non
     vero!". E mi ha rimandato dicendo: "Guai! Guai!".
    Allora i ministri:
    - Maest,  ora succede certamente un disastro!  Per  la  salvezza  del
    regno, bisogna sacrificare la Reginotta!
    Il  Re  non sapeva rassegnarsi: avrebbe dato anche il sangue delle sue
    vene invece della figliuola!  Ma il destino voleva cos,  e  bisognava
    piegare il capo.
    La  Reginotta  si  mostrava  pi  coraggiosa  di  tutti: infine l'Uomo
    selvaggio non l'avrebbe mangiata!
    Indoss l'abito da sposa, e accompagnata dal Re,  dalla Regina,  dalla
    corte e da un popolo immenso,  tra pianti ed urli strazianti,  s'avvi
    verso il bosco.
    Arrivata l,  abbracci il Re e la Regina  confortandoli  che  sarebbe
    tornata a vederli,  e spar tra gli alberi e le macchie folte.  Non si
    seppe pi nuova di lei n dell'Uomo selvaggio.
    Passato un anno,  un mese e un giorno,  arriva a corte un  forestiero,
    che chiede di parlare col Re.  Era un nanetto alto due spanne, gobbo e
    sbilenco,  con un naso che pareva un  becco  di  barbagianni  e  certi
    occhietti piccini piccini.  Il Re non aveva voglia di ridere;  ma come
    vide quello sgorbio non seppe frenarsi.
    - Che cosa voleva?
    - Maest,  - disse il Nano - vengo a farvi una proposta.  Se mi darete
    mezzo regno e la Reginotta per moglie, io andr a liberarla dalle mani
    dell'Uomo selvaggio.
    - Magari!  - rispose il Re.  - Non mezzo,  caro amico,  ma ti darei il
    regno intiero.
    - Parola di Re non si ritira.
    - Parola di Re!
    Il Nano part.
    E non era trascorsa una settimana, che il Re riceveva un avviso:
    "Domani,  allo spuntar del sole,  si trovasse presso il  bosco,  colla
    Regina,  con  la  corte e con tutto il popolo,  per far festa alla sua
    figliuola, che ritornava!".
    Il Re e la Regina non osavano credere: dubitavano che  quello  sgorbio
    si facesse beffa di loro: pure andarono. E allo spuntar del sole, ecco
    il  Nanetto  gobbo  e  sbilenco,  che  conduceva per mano la Reginotta
    vestita da sposa,  come  quando  era  entrata  nel  bosco  per  l'Uomo
    selvaggio.
    Figuriamoci che allegrezza!
    Le  feste e i banchetti non ebbero a finir pi.  Ma di nozze non se ne
    parlava, e della met del regno nemmeno.
    Il Re, ora che aveva l la figliuola, e che l'Uomo selvaggio era stato
    ucciso dal Nano,  non intendeva pi saperne di mantener la sua parola.
    Il Nano, di quando in quando, gli domandava:
    - Maest, e le mie nozze?
    Ma quello cambiava discorso: da quell'orecchio non ci sentiva.
    - Maest, e la mia met del regno?
    Ma quello cambiava discorso: da quell'altro non ci sentiva neppure.
    - Bella parola di Re! - gli disse il Nano una volta.
    - Ah, nanaccio impertinente!
    E  il  Re  gli tir un calcio alla schiena,  che lo fece saltare dalla
    finestra.
    - Doveva esser morto!
    Andarono a vedere in istrada; ma il Nano non c'era pi. Si era rizzato
    di terra,  si era ripulito il vestitino,  ed  era  andato  via,  lesto
    lesto, come se nulla fosse stato.
    - Buon viaggio! - disse il Re tutto contento.
    Ma  la  Reginotta,  da  quel giorno in poi,  divent di malumore;  non
    diceva una parola, non rideva pi, andava perdendo il colorito.
    - Che cosa ti senti, figliuola mia?
    - Maest, non mi sento nulla;  ma...  chi d la sua parola la dovrebbe
    mantenere.
    - Come? Lei dunque voleva quel Nano gobbo e sbilenco?
    -  Non  intendevo dir questo;  ma...  chi d la sua parola la dovrebbe
    mantenere.
    Anche la Regina non viveva tranquilla:
    - Quel Nano era potente: aveva vinto l'Uomo selvaggio;  doveva tramare
    qualche brutta vendetta!
    Il Re rispondeva con una spallucciata:
    - Se quello sgorbio gli veniva un'altra volta dinanzi!
    Ma la Reginotta ripeteva:
    - Chi d la sua parola, la dovrebbe mantenere!
    Intanto  essendosi  sparsa  la  notizia  che  la  Reginotta  era stata
    liberata dalle mani dell'Uomo selvaggio,  il  Reuccio  del  Portogallo
    mand a domandarla per moglie.
    La  Reginotta non disse n di s,  n di no;  ma il Re e la Regina non
    vedevano l'ora di celebrare le nozze.
    Il Reuccio di Portogallo si mise in viaggio,  e per  via  incontr  un
    uomo,  che  conduceva  un gran carro con su un cavallo di bronzo,  che
    pareva proprio vivo.
    - O quell'uomo, dove lo portate cotesto cavallo di bronzo?
    - Lo porto a vendere.
    Il Reuccio lo compr e ne fece un regalo a suo suocero.
    Il giorno delle nozze era vicino.  La gente  accorreva  in  folla  nel
    giardino  del Re,  dove il cavallo di bronzo era stato collocato su un
    magnifico piedistallo. Restarono tutti meravigliati:
    - Par proprio vivo! Par di sentirlo nitrire!
    Scese a vederlo anche il Re con la corte; e tutti:
    - Par proprio vivo! Par di sentirlo nitrire!
    Solo la Reginotta non diceva nulla.
    Il Reuccio, stupito, le domand:
    - Reginotta, non vi piace?
    - Mi piace tanto,  - rispose lei  -  che  sento  una  gran  voglia  di
    cavalcarlo.
    Fecero portare una scala,  e la Reginotta mont sul cavallo di bronzo.
    Gli  tastava  il  ciuffo,  gli  accarezzava  il  collo,   lo  spronava
    leggermente col tacco; e intanto diceva scherzando:
     - Cavallo, mio cavallo,
    Salta dal piedistallo;
    Non metter piede in fallo,
    Cavallo, mio cavallo.
    Non ebbe finito di dir cos, che il cavallo di bronzo si scosse, agit
    la criniera, dette fuori un nitrito, e via con un salto per l'aria. In
    un batter d'occhio cavallo e Reginotta non si videro pi.
    Tutti  erano  atterriti;  non  osavano  fiatare.  Ma  in  mezzo a quel
    silenzio  scoppia  a  un  tratto  una  risatina,   una   risatina   di
    canzonatura!
    - Ah! Ah! Ah!
    Il  Re guard,  e vide il Nano che si contorceva dalle risa con quella
    sua gobbetta e quelle sue gambine  sbilenche.  Cap  subito  che  quel
    cavallo fatato era opera del Nano.
    -  Ah!  Nano,  nanuccio  - gli disse pentito;  - se tu mi rendi la mia
    figliuola, essa sar tua sposa, con mezzo regno per dote.
    Il Nano continuava a contorcersi dalle risa:
    - Ah! Ah! Ah!
    E a  vedergli  fare  a  quel  modo,  tutta  quella  gente  ch'era  l,
    cominciarono a ridere anch'essi, e poi perfino la Regina:
    - Ah! Ah! Ah!
    Si  tenevano i fianchi,  non ne potevano pi.  Soltanto quel povero Re
    rimase cos afflitto e scornato, che faceva piet.
    - Ah! Nano, nanino bello;  se tu mi rendi la mia figliuola,  essa sar
    tua sposa con mezzo regno per dote.
    -  Maest,  se  dite  per  davvero,  -  rispose il Nano - prima dovete
    riprendervi quel che mi deste l'altra volta.
    - Che cosa ti diedi?
    - Un bel calcio nella schiena.
    Il Re esitava: avea vergogna di ricevere  un  calcio  in  quel  posto,
    davanti al popolo e la corte. Ma l'amore della figliuola gli fece dire
    di s.
    Si  rivolt colle spalle al Nano e stette ad aspettare la pedata: per
    il Nano volle mostrarsi pi generoso di lui;  e invece di menargli  il
    calcio, disse:
     - Cavallo, mio cavallo,
    Non metter piede in fallo;
    Torna sul piedistallo,
    Cavallo, mio cavallo.
    In un batter d'occhio, cavallo e Reginotta furono l.
    Allora il Nano disse al Re:
    - Maest, datemi un pugno sulla gobba! Non abbiate paura.
    Il Re gli diede un pugno sulla gobba e questa spar.
    - Maest, datemi una tiratina alle gambe! Non abbiate paura!
    Il  Re  gli diede una tiratina alle gambine,  e queste,  di btto,  si
    raddrizzarono.
    - Maest, afferratemi bene,  la Regina per le braccia e voi pei piedi,
    e tiratemi forte.
    Il  Re  e  la  Regina  lo afferrarono l'uno pei piedi,  l'altra per le
    braccia, e tira, tira, tira, il Nano, da nano che era,  divent un bel
    giovine di alta statura.
    Il Reuccio del Portogallo si persuase ch'era di troppo e disse:
    - Datemi almeno quel cavallo: far la strada pi presto.
    Mont  sul  cavallo di bronzo,  e dette le parole fatate,  in un colpo
    spar.
    La Reginotta e il Nano (lo chiamarono sempre  cos)  furono  moglie  e
    marito.
    E noi restiamo a leccarci le dita.




    L'UOVO NERO.


    C'era  una volta una vecchia che campava di elemosina,  e tutto quello
    che buscava, lo divideva esattamente: met lei, met la sua gallina.
    Ogni giorno,  all'alba,  la gallina si metteva  a  schiamazzare;  avea
    fatto l'uovo.  La vecchia lo vendeva un soldo,  e si comprava un soldo
    di pane.  La crosta la sminuzzava a quella,  la midolla se la mangiava
    lei: poi andava attorno per l'elemosina.
    Ma  venne  una  mal'annata.  Un  giorno la vecchina torn a casa senza
    nulla.
    - Ah, gallettina mia! Oggi resteremo a gozzo vuoto.
    - Pazienza ci vuole! Mangeremo domani.
    Il  giorno  appresso,  sul  far  dell'alba,   la  gallina  si  mise  a
    schiamazzare.  Invece  d'un  uovo,  ne  aveva fatti due,  uno bianco e
    l'altro nero.
    La vecchia and fuori per venderli.  Quello bianco  lo  vend  subito;
    quello  nero,  nessuno  voleva  credere che fosse uovo di gallina.  La
    vecchina compr il solito soldo di pane, e torn a casa:
    - Ah, gallinetta mia! L'uovo nero non lo vuol nessuno.
    - Portatelo al Re.
    La vecchia lo port al Re.
    - Che uovo  questo?
    - Maest, di gallina.
    - Quanto lo fai?
    - Maest, quello che il cuore v'ispira.
    - Datele cento lire.
    La vecchina,  con quelle cento lire,  si credette  pi  ricca  di  Sua
    Maest.
    Giusto  in  quei giorni la Regina avea posta una gallina,  e alle uova
    messe a covare aggiunse anche quello. Ma la chioccia non lo cov.
    Il Re fece chiamare la vecchia:
    - Quell'uovo era barlaccio.
    - Maest, non pu essere; la gallina l'avea fatto lo stesso giorno.
    - Eppure non  nato.
    - Bisognava lo covasse la Regina.
    La cosa parve strana. Ma la Regina, curiosa, disse:
    - Lo cover io.
    E se lo mise in seno. Dopo ventidue giorni,  sent rompersi il guscio.
    Venne fuori un pulcino bianco ch'era una bellezza.
    - Maest, Maest! Fatemi la zuppa col vino.
    E pigolava.
    - Sei galletto o pollastra?
    - Maest, son galletto.
    - Canta.
    - Chicchirich!
    Era proprio galletto.  E divent il divertimento di tutta la corte. Ma
    pi cresceva e pi si faceva impertinente. A tavola beccava nei piatti
    del Re e della Regina; razzolava, come se nulla fosse,  nei piatti dei
    Ministri,  che non osavano dirgli sci per rispetto del Re;  girava di
    qua e di l per tutte  le  stanze  del  palazzo  reale,  s'appollaiava
    dovunque,  e insudiciava e riempiva ogni cosa di pollna.  E poi tutto
    il giorno:
    - Chicchirich! Chicchirich!
    Rintronava le orecchie. La gente del palazzo reale non ne poteva pi.
    Un  giorno  la  Regina  s'era  fatta  un  vestito  nuovo  ch'era   una
    meraviglia,  ed  era  costato  un  sacco  di  quattrini.  Prima che lo
    indossasse, va il galletto e glielo insudicia.
    La Regina mont sulle furie:
    - Sporco galletto!  Per questa volta passi.  Un'altra volta te la far
    vedere io!
    E ordin alla sarta un altro vestito pi ricco di quello.  La sarta ci
    si messe con impegno;  figuriamoci che vestito!...  Ma  prima  che  la
    Regina lo indossasse, va il galletto e glielo insudicia.
    La Regina perd il lume degli occhi:
    - Sporco galletto! Ora ti concio io. Chiamatemi il cuoco.
    Il cuoco si present.
    - Mi si faccia con cotesto galletto una buona tazza di brodo.
    In  cucina  gli  tirarono  il collo e lo messero a lessare.  Appena la
    pentola di il primo bollore:
    - Chicchirich!
    Il galletto era scappato fuori, come se non gli avessero mai tirato il
    collo e non lo avessero mai pelato e abbrustolito.
    Il cuoco corse dalla Regina:
    - Maest, il galletto  risuscitato!
    La cosa era troppo strana,  e il galletto divent prezioso.  Tutti  lo
    guardavano con rispetto;  qualcuno anche con un po' di paura.  Ed esso
    se n'abusava.  A tavola beccava peggio di prima,  nei piatti del Re  e
    della Regina; razzolava, come se nulla
    fosse,  nei  piatti  dei  Ministri  che  non  osavano  dirgli sci per
    rispetto del Re; s'appollaiava dovunque, insudiciava perfino il soglio
    reale e lo riempiva di pollna.  E poi,  notte e giorno: chicchirich!
    chicchirich!  Rintronava  gli orecchi.  E il popolo imprecava a denti
    stretti:
    - Accidempoli al galletto e a chi lo fa allevare!
    Un giorno Sua Maest dovea scrivere a un altro Re. Prese carta,  penna
    e calamaio,  fece la lettera e la lasci sul tavolino ad asciugare. Va
    il galletto e gliela insudicia, proprio dov'era la firma.
    - Sporco galletto!  Per questa volta passi.  Un'altra volta te la far
    vedere io!
    Il  Re  scrisse  di bel nuovo la lettera,  e la lasci sul tavolino ad
    asciugare.  Va il galletto,  e gliela insudicia,  proprio  dov'era  la
    firma.
    Il Re perd il lume degli occhi:
    - Sporco galletto! Ora ti concio io! Chiamatemi il cuoco.
    Il cuoco si present.
    - Mi si faccia arrosto pel pranzo.
    In cucina gli tirarono il collo e lo infilzarono nello spiedo.
    Quando  fu l'ora del pranzo,  il cuoco lo serv in tavola.  Sua Maest
    cominci a dividerlo, a chi un'ala, a chi una coscia,  a chi un po' di
    petto, a chi il codione: serb per s il collo e la testa colla cresta
    e coi bargigli.
    Avea terminato appena di mangiare, che dal fondo del suo stomaco sente
    scoppiare:
    - Chicchirich!
    Fu una costernazione generale. Chiamarono tosto i medici di corte.
    Bisognerebbe spaccar la pancia del Re; ma chi ci si mette?
    E  il  galletto,  di  tanto  in tanto,  dal fondo dello stomaco di Sua
    Maest, dava la voce:
    - Chicchirich!
    - Chiamatemi la vecchia - disse il Re.
    Appunto essa veniva a domandar l'elemosina  al  palazzo  reale,  e  la
    condussero su.
    - Strega del diavolo! Che mala hai tu fatta a quell'uovo? Ho mangiato
    la testa del galletto,  ed esso mi canta dentro lo stomaco.  Se non me
    ne liberi, tienti per morta!
    - Maest, datemi un giorno di tempo.
    E torn subito a casa:
    - Ah,  gallettina mia!  Sono stata chiamata dal Re:  "Ho  mangiato  la
    testa  del  galletto,  ed esso mi canta dentro lo stomaco".  Se non lo
    libero, sar morta!
    - Vecchia mia,  questo  nulla.  Domani prenderai un po' di  becchime,
    tornerai  dal  Re  e  farai: billi!  billi!  Sentendo la tua voce,  il
    galletto verr fuori.
    E cos fu.
    La cosa era troppo strana. Il galletto divent famoso,  e torn a fare
    peggio di prima.
    Una mattina, avanti l'alba:
    - Chicchirich! Maest, vo' una gallina.
    - E diamogli una gallina!
    Il giorno appresso, avanti l'alba:
    - Chicchirich! Maest, vo' un'altra gallina.
    - E diamogli un'altra gallina!
    Insomma, ne volle due dozzine.
    Un'altra mattina, avanti l'alba:
    - Chicchirich! Maest, vo' gli sproni d'oro.
    E sproni d'oro siano!
    Il galletto, ch'era diventato un bel gallo, con quegli sproni d'oro si
    pavoneggiava attorno, beccando questo e quello.
    Un'altra volta, avanti l'alba:
    - Chicchirich! Maest, vo' la cresta doppia d'oro.
    - E cresta doppia d'oro sia!
    Il  Re cominciava a stufarsi;  ma il gallo,  con quegli sproni d'oro e
    quella cresta doppia d'oro, si pavoneggiava attorno, beccando questo e
    quello.
    Finalmente un'altra mattina, avanti l'alba:
    - Chicchirich! Maest, vo' mezzo regno; ho corona al par di voi!
    Al Re scapp la pazienza:
    - Levatemelo di torno, questo gallaccio impertinente!
    Ma come fare?  Ammazzarlo era inutile;  risuscitava  sempre.  Portarlo
    lontano  non concludeva nulla: sarebbe tornato.  Prenderlo colle buone
    era peggio; rispondeva canzonando: - Chicchirich!  Il Re,  disperato,
    mand a chiamare la vecchia:
    - Se non mi liberi del gallo, ti fo mozzare la testa!
    - Maest, datemi un giorno di tempo.
    E torn subito a casa:
    -  Ah,  gallinetta mia!  Sono stata chiamata dal Re: "Se non mi liberi
    del gallo, ti fo mozzare la testa". Che debbo rispondere?
    -  Rispondi:  "Maest,   voi  non  avete  figliuoli;   adottatelo  per
    figliuolo, si cheter".
    Il Re,  messo colle spalle al muro,  risolvette di adottarlo. Ma giov
    poco.
    Con tutte quelle galline,  il palazzo reale era diventato un  pollaio.
    Il Re,  la Regina, i Ministri, le dame di corte, i servitori, tutti si
    sentivan pieni di  pollna  dalla  testa  ai  piedi,  e  non  potevano
    reggere.  E poi,  schiamazzate di qua,  chicchiriate di l;  aveano il
    capo come un cestone.
    Il popolo imprecava a denti stretti:
    - Accidempoli al gallo, alle galline e a che li fa allevare!
    - Senti, strega - disse il Re.  - Se fra un giorno non mi spazzi gallo
    e galline, pagherai con la tua testa.
    - Maest, qui ci vuole la fata Morgana; mandatela a chiamare.
    Il Re mand a chiamare la fata Morgana. La Fata rispose:
    - Chi vuole vada, chi non vuole mandi.
    E il Re dovette andarci egli stesso in persona.
    - Maest, finch quel gallo non sar diventato un uomo al pari di voi,
    non avrete mai pace.
    - Ma che cosa ci vuole, perch diventi un uomo al pari di me?
    - Ci vuol tre sorta di becchime.  Fate tre solchi colle vostre mani, e
    spargete queste tre sementi.  Mietete,  trebbiate,  senza mescolare il
    grano, e poi dite:
    Billi, billi!
    Chi gli piace se ne pigli!
    E spargerete per terra questo grano qui.  Quando non ne rimarr pi un
    chicco:
    Billi, billi!
    Chi gli piace se ne pigli!
    E spargerete per terra quest'altro grano. Quando non ne rimarr pi un
    chicco:
    Billi, billi!
    Chi gli piace se ne pigli!
    E spargerete per terra l'ultimo grano.
    Il Re s'ingegn di far tutto a puntino. Quando fu il momento:
     - Billi, billi!
    Chi gli piace se ne pigli!
    E una met delle galline mor.
     - Billi, billi!
    Chi gli piace se ne pigli!
    E il resto delle galline mor.
     - Billi, billi!
    Chi gli piace se ne pigli!
    Il gallo si mise a beccare lui solo,  e appena beccato l'ultimo grano,
    si  ritir,  s'allung,  chicchirich!  Si scosse le penne d'addosso e
    divent un giovane alto e bello. Di gallo gli eran rimasti soltanto la
    cresta e gli sproni. Ma non importava.
    Il Re disse al popolo:
    - Non ho figliuoli,  e questo qui sar il  Reuccio.  Rispettatelo  per
    tale.
    - Viva il Reuccio! Viva il Reuccio!
    Ma, sottovoce, dicevano:
    - Staremo a vedere. Chi gallo nasce dee chicchiriare.
    Il Reuccio, dopo parecchi mesi, divent malinconico. Voleva star solo,
    non parlava con nessuno.
    - Che cosa avete, figliuolo mio?
    - Maest, nulla.
    Non lo voleva dire, provava rossore, ma sentiva una gran voglia di far
    chicchirich!
    Chiamarono i medici di corte; chiamarono anche quelli fuori del regno,
    i pi valenti. Non ci capivano niente.
    - Forse il Reuccio voleva moglie?
    - Non voleva moglie.
    - Ma dunque che cosa voleva? Qualunque cosa avesse voluto, gli sarebbe
    stata concessa.
    - Vorrei... fare chicchirich!
    Bisogn permetterglielo: e si sfog tutta la giornata.
    Allora gli tagliarono la cresta, e quella voglia non la ebbe pi.
    E il popolo:
    - Staremo a vedere! Chi da gallina nasce convien che razzoli.
    Dopo parecchi mesi il Reuccio torn ad essere malinconico. Voleva star
    solo, non parlava con nessuno.
    - Che cosa avete, figliuolo mio?
    - Maest, nulla.
    Non  lo  voleva  dire,  provava  rossore,  ma  sentiva una gran voglia
    d'uscir fuori a razzolare.
    Tornarono a chiamare i dottori, ma non ci capivano niente.
    - Forse il Reuccio voleva moglie?
    - Non voleva moglie.
    - Ma dunque che  cosa  voleva?  Qualunque  cosa  avesse  chiesta,  gli
    sarebbe stata concessa.
    - Vorrei... uscir fuori a razzolare!
    E bisogn permetterglielo.
    Allora gli strapparono gli sproni, e quella voglia non la ebbe pi.
    Venne il tempo di dargli moglie:
    - Vi piacerebbe, figliuolo mio, la Reginotta di Spagna?
    - Maest, dovendo sposare,... vorrei sposare una pollastra!
    Si era dunque sempre daccapo?
    Il Re quel giorno avea le paturne. Tira fuori la sciabola e gli taglia
    la testa.
    Ma, invece di sangue d'uomo, gli usc fuori sangue di pollo.
    Si present allora la vecchina:
    - Maest, ecco,  finita.
    Gli riappiccic il capo collo sputo, e il Reuccio torn vivo.
    Ora ch'era un uomo davvero stette tranquillo,  e di l a poco si spos
    colla Reginotta di Spagna.  Poi diventarono Re e Regina,  e fecero  un
    po' di bene.
    E la fiaba finisce.








    LA FIGLIA DEL RE.


    C'era una volta un Re e una Regina, che avevano una figlia unica, e le
    volevano pi bene che alla pupilla de' loro occhi.
    Mand il Re di Francia per domandarla in sposa.
    Il  Re  e  la  Regina,  che  non  sapeano  staccarsi  dalla figliuola,
    risposero:
    - E' ancora bambina.
    Un anno dopo, mand il Re di Spagna.
    Quelli si scusarono allo stesso modo:
    - E' ancora bambina.
    Ma i due regnanti se l'ebbero a male. Si misero d'accordo e chiamarono
    un Mago:
    - Devi farci un incanto per la figlia del Re,  il peggiore incanto che
    ci sia.
    - Fra un mese l'avrete.
    Passato il mese, il Mago si present:
    - Ecco qui.  Regalatele questo anello;  quando lo avr portato in dito
    per ventiquattr'ore, ne vedrete l'effetto.
    Regalarglielo non potevano,  perch s'eran gi guastati coi parenti di
    lei. Come fare?
    - Ci penser io.
    Il  Re  di  Spagna  si  travest da gioielliere,  e aperse una bottega
    dirimpetto al palazzo reale.
    La Regina volea comprar delle gioie e lo mand a chiamare.
    Quello and, e in uno scatolino a parte ci avea l'anello.
    Dopo  che  la  Regina  ebbe  comprato  parecchie  cose,  domand  alla
    figliuola:
    - O tu, non vuoi nulla?
    - Non c' niente di bello - rispose la Reginotta.
    - Ci ho qui un anello raro; le piacer.
    E il finto gioielliere mostr l'anello incantato.
    - Oh, che bellezza! Oh, che bellezza! Quanto lo fate?
    - Reginotta, non ha prezzo, ma prender quel che vorrete.
    Gli diedero una gran somma e quello and via.
    La Reginotta s'era messo in dito l'anello e lo ammirava ogni momento:
    - Oh, che bellezza! Oh, che bellezza!
    Ma dopo ventiquattr'ore (era di sera):
    - Ahi! Ahi! Ahi!
    Accorsero il Re, la Regina, le dame di corte, coi lumi in mano.
    - Scostatevi! Scostatevi! Son diventata di stoppa.
    Infatti la povera Reginotta avea le carni tutte di stoppa.
    Il Re e la Regina erano proprio inconsolabili. Radunarono il Consiglio
    della Corona.
    - Che cosa poteva farsi?
    - Maest, fate un bando: Chi guarisce la Reginotta sar genero del Re.
    E i banditori partirono per tutto il regno, con tamburi e trombette.
    - Chi guarisce la Reginotta sar genero del Re!
    In una citt c'era un giovinotto,  figlio d'un ciabattino.  Un giorno,
    vedendo che in casa sua si moriva di fame, disse a suo padre:
    - Babbo,  datemi la santa benedizione: vo' andare a cercar fortuna pel
    mondo.
    - Il cielo ti benedica, figliuolo mio!
    E il giovinotto si mise in viaggio.
    Uscito pei campi,  in una viottola incontr una frotta di ragazzi che,
    urlando, tiravan sassate a un rospo per ammazzarlo.
    - Che male vi ha fatto?  E'  anch'esso  creatura  di  Dio:  lasciatelo
    stare.
    Vedendo  che  quei ragazzacci non smettevano,  salt in mezzo ad essi,
    di uno scapaccione a questo, un pugno a quello, e li sband: il rospo
    ebbe agio di ficcarsi in un buco.
    Cammina,  cammina,  il giovinotto incontr i banditori che,  a suon di
    tamburi e di trombette, andavan gridando:
    - Chi guarisce la Reginotta, sar genero del Re.
    - Che male ha la Reginotta?
    - E' diventata di stoppa.
    Salut  e  continu  per la sua strada,  finch non gli annott in una
    pianura.   Guardava  attorno  per  vedere  di  trovar  un  posto  dove
    riposarsi:  si  volta,  e  scorge  al  suo  fianco  una bella signora.
    Trasal.
    - Non aver paura: sono una Fata, e son venuta per ringraziarti.
    - Ringraziarmi di che?
    - Tu m'hai salvato la vita.  Il mio destino  questo:  di  giorno  son
    rospo, di notte son Fata. Ai tuoi comandi!
    -  Buona  Fata,  c'  la Reginotta ch' diventata di stoppa,  e chi la
    guarisce sar genero del Re. Insegnatemi il rimedio: mi baster.
    - Prendi in mano questa spada e vai avanti,  vai avanti.  Arriverai in
    un  bosco  tutto pieno di serpenti e di animali feroci.  Non lasciarti
    impaurire: vai sempre avanti,  fino al palazzo del Mago.  Quando sarai
    giunto l, picchia tre volte al portone...
    Insomma gli disse minutamente come dovea fare:
    - Se avrai bisogno di me, vieni a trovarmi.
    Il giovinotto la ringrazi, e si mise in cammino. Cammina. cammina, si
    trov  dentro  il  bosco,  fra  gli animali feroci.  Era uno spavento!
    Urlavano,  digrignavano i denti,  spalancavano le  bocche;  ma  quello
    sempre avanti, senza curarsene. Finalmente giunse al palazzo del Mago,
    e picchi tre volte al portone.
    - Temerario, temerario! Che cosa vieni a fare fin qui?
    - Se tu sei Mago davvero, devi batterti con me.
    Il  Mago  s'infuri  e venne fuori armato fino ai denti: ma,  come gli
    vide in mano quella spada, url:
    - Povero me!
    E si butt ginocchioni:
    - Salvami almeno la vita!
    - Sciogli l'incanto della Reginotta, e avrai salva la vita.
    Il Mago trasse di tasca un anello, e gli disse:
    - Prendi;  va' a metterglielo nel dito mignolo della mano  sinistra  e
    l'incanto sar disfatto.
    Il giovanotto, tutto contento, si presenta al Re:
    - Maest,  vero che chi guarisce la Reginotta sar genero del Re?
    - Vero, verissimo.
    - Allora son pronto a guarirla.
    Chiamaron  la Reginotta,  e tutti quelli della corte gli s'affollarono
    attorno;  ma le avea appena messo in dito l'anello,  che la  Reginotta
    divamp, tutta una fiamma! Fu un urlo. Nella confusione, il giovanotto
    pot  scappare,  e non si ferm finch non giunse dove gli era apparsa
    la Fata:
    - Fata, dove sei?
    - Ai tuoi comandi.
    Le narr la disgrazia.
    - Ti sei lasciato canzonare!  Tieni questo pugnale e ritorna dal Mago:
    vedrai che questa volta non si far beffa di te.
    E gli disse minutamente come dovea regolarsi.
    Il giovinotto and subito, e picchi tre volte al portone.
    - Temerario, temerario! Che cosa vieni a fare fin qui?
    - Se tu sei Mago davvero, devi batterti con me.
    Il  Mago  s'infuri e venne fuori,  armato fino ai denti.  Ma come gli
    vide in mano quel pugnale, si butt ginocchioni:
    - Salvami almeno la vita!
    - Mago scellerato, ti sei fatto beffa di me! Ora starai l incatenato,
    finch l'incanto non sia rotto.
    Lo leg bene, piant il pugnale in terra,  e vi attacc la catena.  Il
    Mago non poteva muoversi.
    -  Sei pi potente,  lo veggo!  Torna dalla Reginotta,  cavale di dito
    l'anello del gioielliere e l'incanto sar disfatto.
    Il giovinotto non avea viso di presentarsi al Re;  ma  saputo  che  la
    Reginotta  se  l'era  cavata  con poche scottature,  perch tutti quei
    della corte aveano spento le fiamme, si fece coraggio e si present:
    - Maest, perdonate; la colpa non fu mia; fu del Mago traditore. Ora 
    un'altra  cosa.  Caviamo  di  dito  alla  Reginotta  quell'anello  del
    gioielliere, e l'incanto sar disfatto.
    Cos  fu.  La  Reginotta  divent  nuovamente  di carne,  ma pareva un
    tronco: non avea lingua,  n occhi,  n orecchi;  era  rovinata  dalle
    fiamme.  E  se  lui  non  la guariva intieramente,  non potea diventar
    genero del Re.
    Part e and in quella pianura dove gli era apparsa la Fata:
    - Fata, dove sei?
    - Ai tuoi comandi.
    Le narr la disgrazia.
    - Ti sei lasciato canzonare!
    E gli disse, minutamente, come dovea regolarsi.
    Il giovanotto torn dal Mago:
    - Mago scellerato, ti sei fatto beffa di me! Lingua per lingua, occhio
    per occhio!
    - Per carit, lasciami stare! Vai dalle mie sorelle, che stanno un po'
    pi in l. Devi fare cos e cos.
    Cammina, cammina,  arriva in una campagna dove c'era un palazzo simile
    a quello del Mago. Picchi al portone.
    - Chi sei? Chi cerchi?
    - Cerco Cornino d'oro.
    - Capisco: ti manda mio fratello. Che cosa vuole da me?
    - Vuole un pezzettino di panno rosso; gli si  bucato il mantello.
    - Che seccatura! Prendi qua.
    E  gli  butt dalla finestra un pezzettino di panno rosso,  tagliato a
    foggia di lingua.
    And avanti, e arriv a pi d'una montagna dove, a mezza costa,  c'era
    un palazzo simile a quello del Mago. Picchi al portone.
    - Chi sei? Chi cerchi?
    - Cerco Manina d'oro.
    - Capisco: ti manda mio fratello. Che cosa vuole da me?
    - Vuole due grani di lenti per la minestra.
    - Che seccatura! Prendi qua.
    E  gli  butt  dalla  finestra  due  grani  di lenti,  involtati in un
    pezzettino di carta.
    And avanti, e arriv in una valle, dove c'era un altro palazzo simile
    a quello del Mago. Picchi al portone.
    - Chi sei? Chi cerchi?
    - Cerco Piedino d'oro.
    - Capisco: ti manda mio fratello! Che cosa vuole da me?
    - Vuole due lumachine per mangiarsele a cena.
    - Che seccatura! Prendi qua.
    E gli butt dalla finestra le lumachine richieste.
    Il giovanotto torn dal Mago:
    - Ho portato ogni cosa.
    Il Mago gli  disse  come  doveva  fare,  e  il  giovanotto  stava  per
    andarsene:
    - Mi lasci qui incatenato?
    - Lo meriteresti, ma ti sciolgo. Se mi hai ingannato, guai a te!
    Il  giovane  si  present  al  palazzo  reale e si fece condurre dalla
    Reginotta.
    Le aperse la bocca,  vi mise dentro quel pezzettino di panno rosso,  e
    la Reginotta ebbe la lingua. Ma le prime parole che disse furon contro
    di lui:
    - Miserabile ciabattino! Via di qua! Via di qua!
    Il povero giovane rimase confuso:
    - Questa  opera del Mago!
    Senza  curarsene,  prese  i  due  semi di lenti,  con un po' di saliva
    glieli applic sulle pupille spente, e la Reginotta ebbe la vista.  Ma
    appena lo guard, si copr gli occhi colle mani:
    - Dio, com' brutto! Com' brutto!
    Il povero giovane rimase:
    - Questa  opera del Mago!
    Ma,  senza  curarsene,  prese  i  gusci  delle lumachine che aveva gi
    vuotati,  e con un po' di saliva glieli applic bellamente dov'era  il
    posto degli orecchi: la Reginotta ebbe gli orecchi.
    Il giovane si rivolse al Re e disse:
    - Maest, son vostro genero.
    Come intese quella voce, la Reginotta cominci a urlare:
    - Mi ha detto: Strega! Mi ha detto: Strega!
    Il povero giovane, a questa nuova uscita, sbalord:
    - E' opera del Mago!
    - E torn dalla Fata.
    - Fata, dove sei?
    - Ai tuoi comandi.
    Le narr la sua disgrazia.
    La Fata sorrise e gli domand:
    - Le hai tu tolto di dito l'altro anello del Mago?
    - Mi pare di no.
    - Vai a vedere; sar questo.
    Come la Reginotta ebbe tolto di dito quell'altro anello, torn gentile
    e tranquilla.
    Allora il Re le disse:
    - Questi  il tuo sposo.
    La  Reginotta e il giovanotto si abbracciarono alla presenza di tutti,
    e pochi giorni dopo furono celebrate le nozze.
     E furono marito e moglie;
    E a lui il frutto e a noi le foglie.


    SERPENTINA.


    C'era una volta un Re e una Regina. La Regina era incinta.
    Un giorno pass una  di  quelle  zingare  che  van  dicendo  la  buona
    ventura, e il Re la fece chiamare:
    - Che partorir la Regina?
    - Maest, un serpente.
    Quelli trasecolarono.
    - E che dovevano farne? Ammazzarlo appena nato? Allevarlo?
    - Dovevano allevarlo.
    La povera Regina dette in un pianto dirotto:
    -  Chi  avrebbe allattato una bestia cos schifosa?  Lei sarebbe morta
    dal terrore! E poi, se le mordeva il seno?
    - Maest, non abbiate paura. Avr un dente soltanto, un dente d'oro.
    Infatti la Regina partor un bel serpentello verde-nero,  che  subito,
    appena  nato,  sguizz  di mano alla levatrice,  attaccossi alla poppa
    della mamma e si mise a poppare.
    Quando fu addormentato,  il Re gli aperse la bocca  e  vide  che  avea
    davvero un dente soltanto,  un dente d'oro.  Per,  siccome non voleva
    che quella loro disgrazia si risapesse,  fece dire che la Regina  avea
    partorito una bella bimba, ed era stata chiamata Serpentina.
    Serpentina  cresceva  rapidamente,  e  quando apriva la bocca,  il suo
    dente d'oro straluccicava.
    Un giorno ripass quella zingara, e il Re la fece chiamare:
    - Dimmi la ventura di Serpentina.
    - Buona o cattiva, Maest?
    - Buona o cattiva.
    La zingara prese  in  mano  la  coda  di  Serpentina  e  si  messe  ad
    osservarla attentamente. Scrollava la testa.
    - Zingara, che cosa vedi da farti scrollare la testa?
    - Maest, veggo guai!
    - E non c' rimedio?
    -  Maest,  bisognerebbe  interrogare  una pi sapiente di me: la Fata
    gobba.
    - O dove trovare questa Fata gobba?
    - Prendete del pane e del vino per  otto  giorni  e  camminate  sempre
    diritto,  badiamo!  Senza  voltarvi  in  dietro.  All'ottavo giorno vi
    troverete avanti a una grotta: la Fata gobba abita l.
    - Va bene, - disse il Re - partir domani.
    Prese le provviste per otto giorni, e si mise in cammino.  Quando fu a
    mezza strada:
    - Maest! Maest!
    Stava per voltarsi, ma si ricord della raccomandazione della zingara,
    e tir diritto.
    Un altro giorno, ecco dietro a lui un urlo di creatura umana:
    - Ahi! M'ammazzano! Ahi!
    Il Re si ferm,  irresoluto;  quel grido strappava l'anima!... E stava
    per voltarsi; ma si ricord della raccomandazione, e tir diritto.
    Un altro giorno, ecco alle sue spalle un gran rumore,  come di cavalli
    che corrano di galoppo.
    - Bada! Bada!
    Spaventato,  stava  per voltarsi;  ma si ricord della raccomandazione
    della zingara, e tir diritto.
    Giunto davanti alla grotta, cominci a chiamare:
    - Fata gobba! Fata gobba!
    - Gobbo sarai te! - rispose una voce.
    E il povero Re, sentitosi un po' di peso sulle spalle,  si tast.  Gli
    era proprio spuntata la gobba.
    - Ed ora che fare? Come tornare indietro con quella mostruosit?
    Risolse  di  tornar  di notte,  perch nessuno lo vedesse.  La Regina,
    accortasi di quel gonfiore sulle spalle, gli domand:
    - Maest, che portate addosso?
    - Porto la mia disgrazia!
    E raccont com'era andata.
    La Regina risolse di tentar lei:
    - Fra loro donne si sarebbero intese meglio.
    Fece le sue provviste di pane e vino per otto giorni, e part.
    A met strada:
    - Maest! Maest!
    Lei,  sbadatamente,  si volta,  e si trova tornata al punto d'onde era
    partita.
    - Pazienza! Ricomincer.
    La seconda volta,  pi in l di mezza strada,  ecco alle sue spalle un
    gran rumore, come di cavalli che corrano di galoppo:
    - Bada! Bada!
    Presa dallo spavento,  si volta,  e si trova di nuovo al punto  d'onde
    era partita.
    Allora, da scaltra, disse al Re:
    -  Maest,  turatemi le orecchie col cotone e versatevi su della cera.
    Cos non sentir nulla,  e potr arrivare dalla Fata gobba: altrimenti
    non ci sar verso.
    Il Re le tur le orecchie a quel modo, e lei part.
    Giunta davanti la grotta,  si stur le orecchie,  e picchi.  Picchia,
    ripicchia,  non rispondeva nessuno.  Lei non voleva chiamare,  e  dava
    all'uscio col bastone, a due mani.
    - Chi ? - url finalmente una voce - Chi cercate?
    - Son io: cerco la Fata.
    - Quale Fata? Delle Fate ce n' tante!
    - La Fata gobba.
    Le scapp di bocca.
    - Gobba sarai tu!
    La Regina si tast subito le spalle. Le era proprio spuntata la gobba.
    Torn di notte,  per non esser veduta; e il Re, prima di ogni cosa, le
    guard dietro.
    - Maest, che portate addosso?
    - Porto la mia disgrazia!
    E raccont com'era andata.
    - E tutto questo per Serpentina!  Schiacciamogli  la  testa!  La  mala
    fortuna ci vien per lei.
    Il Re non sapea risolversi:
    - Non era sangue loro?
    - Far di mio capo - disse fra s la Regina.
    E, di nascosto al Re, chiam una guardia di palazzo:
    -  Prendi  questa  cassettina e vattene in un bosco.  Quando sarai l,
    farai una catasta di legna,  ve la metterai su e darai  fuoco.  Finch
    non sia consumata, non dovrai tornare indietro.
    - Maest, sar fatto.
    Intanto il Re ordinava gli si chiamasse la zingara:
    - Dimmi la ventura di Serpentina.
    - Buona o cattiva, Maest?
    - Buona o cattiva.
    - Maest, Serpentina corre pericolo di morte:
     E se muore Serpentina,
    Tutto il regno va in rovina.
    - Che pericolo pu correre nelle stanze reali?
    - Maest, non  pi l.
    Quando  il  Re  apprese  quello che sua moglie avea fatto,  cominci a
    strapparsi i capelli:
    - La loro rovina era compiuta. Ah! Povera Serpentina, dove tu sei?
    E una voce lontana, lontana:
    - Maest, sono nel bosco.
    - E che tu fai?
    - Sento strani rumori.
    Il Re ordin:
    - Mi si selli il miglior cavallo della mia scuderia!
    Mont a cavallo e via,  come un fulmine,  per la strada del bosco.  Di
    tanto in tanto si fermava:
    - Serpentina, dove tu sei?
    - Maest, in mezzo al bosco.
    Ora la voce era pi vicina.
    - E che tu fai?
    - Maest, ho troppo caldo.
    Il  Re  conficcava  gli sproni nei fianchi del cavallo: avrebbe voluto
    che volasse. Ma quando fu in mezzo al bosco, vide una gran fiamma:
    - Serpentina, dove tu sei?
    - Maest, in mezzo al bosco.
    La voce era vicinissima.
    - E che tu fai?
    - Pelle nuova, Maest!
    Il Re corse alla catasta in fiamme,  e senza curar di scottarsi,  tir
    la  cassettina fuori della brace.  L'aperse in fretta e furia,  e vide
    scappar fuori una ragazza di belle forme;  se non che  avea  la  pelle
    tutta squamosa, come quella d'un serpente.
    - Troppa fretta, Maest! Ora non potr pi maritarmi!
    Serpentina  non  avea avuto il tempo di far pelle nuova.  E dava in un
    dirotto pianto; era inconsolabile:
    - Lasciatemi qui sola. Ander dalla Fata gobba.
    Non potendola persuadere altrimenti,  il Re l'abbandon  in  mezzo  al
    bosco e torn al palazzo reale.
    Ma Serpentina, gira di qua, gira di l, non trovava l'uscita. Vide uno
    scarafaggio:
    -  Scarafaggio,  bel scarafaggio!  Se mi conduci dalla Fata gobba,  ti
    faccio un magnifico regalo.
    - Non la conosco.
    E tir via.
    Pi in l, vide un topolino:
    - Topolino, bel topolino! Se mi conduci dalla Fata gobba, ti faccio un
    magnifico regalo.
    - Non la conosco.
    E tir via.
    Pi in l ancora, vide un usignuolo in cima a un albero:
    - Usignuolo, bell'usignuolo! Se mi conduci dalla Fata gobba, ti faccio
    un magnifico regalo.
    - Mi dispiace, ma non posso. Aspetto la bella dal dente d'oro che deve
    passare di qui.
    - Usignuolo, bell'usignuolo! Sono io la bella dal dente d'oro.
    E mostr il dente.
    - O Reginotta mia! Son tant'anni che t'aspetto.
    L'usignuolo divenne, tutt'a un tratto, il pi bel giovane che si fosse
    mai visto, la prese per mano e la condusse fuor del bosco.
    Giunti davanti alla grotta, il bel giovane picchi.
    - Chi siete?
    - Son io e Serpentina.
    - Chi volete?
    - La Fata regina.
    La grotta si spalanc, e si vide il gran palazzo della Fata gobba;  ma
    bisognava dirle Fata regina; se no, se l'avea a male.
    - Ben venuta, figliuola mia! T'aspettavo da un pezzo. Questo giovine 
    figlio  d'un regnante.  Una Maga gli aveva fatto l'incantesimo,  e per
    romperlo ci voleva la ragazza dal dente d'oro. Ora dovrete sposarvi.
    La Reginotta, con quella pelle squamosa, era un orrore.  La Fata gobba
    cominci a strusciarla da capo a piedi,  e in poco d'ora la mond,  in
    guisa che non pareva pi lei. Era cos bella, che abbagliava.
    La Regina,  come intese che Serpentina stava per tornare,  mont sulle
    furie:
    - Se vien lei, partir io! E' la nostra cattiva sorte!
    Ma,  saputo  che quella recava l'unguento da far sparire le gobbe,  le
    and incontro col Re e con tutta la  corte.  Fecero  grandi  feste,  e
    vissero tutti felici e contenti.
    E noi citrulli ci nettiamo i denti.







    IL SOLDO BUCATO.


    C'era  una  volta una povera donna rimasta vedova con un figliolino al
    petto.  Era di cattiva salute,  e con quel bimbo da  allattare  poteva
    lavorare pochino. Faceva dei piccoli servigi alle vicine, e cos lei e
    la sua creatura non morivano di fame.
    Quel figliolino era bello come il sole;  e la sua mamma, ogni mattina,
    dopo averlo rifasciato,  lavato e pettinato,  un po' per buon augurio,
    un po' per chiasso, soleva dirgli:
     - Bimbo mio, tu sarai barone!
    Bimbo mio, tu sarai duca!
    Bimbo mio, tu sarai principe!
    Bimbo mio, tu sarai Re!
    E ogni volta che lei gli diceva: tu sarai Re, il bimbo accennava di s
    colla testina, come se avesse capito.
    Un giorno si trov a passare proprio il Re,  e sentito: Bimbo mio,  tu
    sarai Re,  la prese in mala  parte,  perch  non  aveva  avuto  ancora
    figliuoli e ne era accorato assai.
    - Comarina,  - le disse - non vi arrischiate pi a dire cos, o guai a
    voi!
    La  povera  donna,  dalla  paura,  non  disse  pi  nulla.  Per  quel
    figliolino,  ora  che la sua mamma stava zitta,  ogni mattina,  appena
    rifasciato, lavato e pettinato, si metteva a piangere e strillare.
    Lei gli ripeteva:
    -  Bimbo  mio,  tu  sarai  barone!...  Tu  sarai  duca!...   Tu  sarai
    principe!...
    Ma  il  bimbo  non si chetava.  Talch una volta,  per prova,  torn a
    dirgli sottovoce:
    - Bimbo mio, tu sarai Re!
    Il bimbo accenn di s colla testina,  come se avesse  capito,  e  non
    strill pi.
    Allora  la  povera  donna si persuase che quel figliolino doveva avere
    una gran fortuna;  e temendo la collera del Re,  gi pensava di  mutar
    paese.
    Intanto,  poich il figliuolo era spoppato, quando le capitava di fare
    qualche servizio, pregava una vicina:
    - Comare, tenetemi d'occhio il bambino; vado e torno in due minuti.
    Un giorno le accadde di tardare.  La vicina era seccata di  tenere  in
    braccio  quel cattivello che piangeva perch voleva la mamma.  In quel
    punto comparve un cenciaiolo:
    - Cenci, donnine, cenci!
    - Lo volete questo cencio qui?
    - Se ci si combina, lo prendo.
    - Ve lo do per un soldo.
    Il cenciaiuolo le tolse il bimbo di braccio e le mise in mano un soldo
    bucato.
    A quella scena lei e le altre vicine presenti ridevano: il cenciaiuolo
    in questo mentre  svoltava  la  cantonata  e  spariva.  Corri,  cerca,
    chiama... L'avete pi visto?
    Figuriamoci  che  pianto,  quella povera mamma,  quando apprese la sua
    disgrazia!
    Corse subito dal Re:
    - Giustizia, Maest!... Mi han rapito il bambino!
    - Bimbo mio, tu sarai Re!  - le rispose il Re facendole il verso,  per
    canzonarla.
    E  la  mand  via,  tutto  contento  che  quel  malaugurio  per la sua
    discendenza fosse sparito.
    Gli occhi della povera donna parevano un fiume.  Andava attorno  tutta
    la giornata, fermando la gente:
    - Buona gente, incontraste per caso il cenciaiuolo che mi ha rubato il
    mio bambino?
    Le  persone,  che non ne sapevano nulla,  la prendevano per matta e le
    ridevano in viso.
    Quel giorno della disgrazia,  la vicina le aveva dato il soldo  bucato
    messole in mano dal cenciaiuolo; ma la povera donna, dalla gran rabbia
    che aveva, lo butt via.
    La mattina dopo, apre un cassetto... il soldo bucato era l.
    - Soldaccio maledetto! Non ti voglio neppur vedere!
    E lo butt nuovamente via dalla finestra.
    Ma la mattina dopo, torna ad aprire quel cassetto e che vede? Il soldo
    bucato.
    Richiuse il cassetto con stizza.
    - Fossero almeno dieci lire...! Mi comprerei uno straccio di veste!
    Non  avea  finito  di  dirlo,  che  sent  l dentro un suono di soldi
    rimescolati.  Stupita,  riapre.  Pareva che il soldo avesse  figliato.
    Oltre a quello, c'erano l tanti soldi, da fare giusto dieci lire.
    Da  allora  in  poi,  quando  avea  bisogno di denaro,  le bastava che
    dicesse:
    - Soldino mio, vo' cento lire, vo' mille lire!
    Le cento lire, le mille lire erano subito l.
    La buona donna non si teneva questa fortuna per s sola; faceva spesso
    la carit a tutte le persone bisognose al  par  di  lei,  ed  era  gi
    diventata una benedizione del cielo.
    Ma quel bene lei lo faceva sempre col pensiero al figliolino perduto:
    -  Che  le  importava  di  tanta fortuna,  senza il suo figliolino?  E
    sperava sempre che, un giorno o l'altro, il cielo l'avrebbe consolata.
    In quel tempo il Re  ebbe  il  capriccio  di  comprarsi  un  magnifico
    cavallo.  Conchiuso  il  negozio,  and  per  prendere il denaro dallo
    scrigno ove solea tenerlo riposto,  e si accorse che mancava una bella
    somma.
    Appost l due guardie per acchiappare il ladro;  e,  passati alquanti
    giorni, torn a guardare: mancava un'altra bella somma!
    Si mise in agguato  lui  stesso;  cominciava  a  sospettare  dei  suoi
    Ministri.
    Una mattina, ecco una voce nell'aria, lontana, lontana:
    - Soldino mio, vo' mille lire!
    E,  subito, un rimescolo nello scrigno, come se qualcuno vi prendesse
    quattrini a manate.
    Apre in fretta in fretta... Le mille lire mancavano,  ma l dentro non
    c'era nessuno!
    - Come andava questa faccenda?
    Il Re ci perdeva la testa.
    Per,  bench  fosse un po' avaro,  gli dispiaceva di pi dover morire
    senza figliuoli.  Se la prendeva colla Regina,  come se la colpa fosse
    stata di lei, e la maltrattava:
    - Non era buona a fargli un figliuolo, neppure di terra cotta!
    La  Regina,  indispettita,  gli  fece colle sue mani un bel puttino di
    terra cotta.
    - Ecco, se era buona!
    Tutti accorrevano al palazzo reale per vedere quel  puttino  di  terra
    cotta, che era una meraviglia, e vi and anche quella povera donna.
    -  Oh Dio!  E' tutto il mio bambino!...  Ma non era cos che ti volevo
    Re, figliolino mio!
    E si mise a piangere.
    Il Re, a quelle parole,  mont in furore.  Di un calcio al puttino di
    terra cotta e lo ridusse in mille pezzi.
    Alla  povera  donna  parve  di  vedersi  squarciare sotto gli occhi il
    figliolino perduto. Ma che poteva dire a Sua Maest? Dovette ingozzare
    anche quell'amarezza, e tornarsene a casa zitta zitta.
    Intanto nello scrigno del Re i quattrini  continuavano  a  mancare;  e
    sempre quella voce nell'aria, lontana lontana:
    - Soldino mio, vo' cento lire, vo' mille lire!
    E  quanti  diceva la voce,  tanti il Re ne sentiva prendere dalla mano
    del ladro invisibile.
    Il Re mise le sue spie per scoprire di chi fosse  quella  voce:  e  un
    giorno le spie gli condussero dinanzi ammanettata la donna del bambino
    rubato:
    Era lei che aveva detto: "Soldino mio, vo' cento lire!".
    Il  Re  non  volle  neppure  ascoltare  la  povera  donna,  che voleva
    raccontargli come stesse la cosa,  e la fece gettare in  un  fondo  di
    carcere.
    Ma da quel giorno egli non ebbe pi pace.
    Voleva andare a letto? E gli strappavano le coperte:
    - Maest, non si dorme!
    Chi era? Non si vedeva nessuno.
    Si sedeva a tavola per mangiare? E gli portavano via il piatto:
    - Maest, non si mangia!
    Chi era? Non si vedeva nessuno.
    Se  durava  un  altro  po',  il  Re  moriva  d'inedia.  Perci mand a
    consultare un vecchio Mago.
    Il Mago (che poi era quel cenciaiuolo che avea rapito il  bambino  per
    proteggerlo) rispose soltanto:
    - Bimbo mio, tu sarai Re!
    Visto che il destino era quello,  e non volendo morire d'inedia, il Re
    cominci dallo scarcerare la povera donna, e torn a mandare dal Mago:
    - Come rintracciare il bimbo?  Lo avea rapito un cenciaiuolo e non  se
    ne sapeva pi notizia.
    Il Mago rispose:
    -  Raccatti  i cocci di quel puttino di terra cotta e li saldi insieme
    collo sputo.
    Il Re, sebbene di mala voglia, raccatt i cocci del puttino e li sald
    collo sputo.
    - Ed ora?
    - Ed ora - rispose il Mago - prepari una bella festa e faccia  cos  e
    cos.
    Il  Re  fece  dei grandi preparativi,  poi,  secondo le istruzioni del
    Mago,  mand a chiamare la mamma del bimbo a palazzo reale e  la  fece
    sedere a lato della Regina.
    Il  puttino  di  terra  cotta  bello e saldato si vedeva collocato nel
    mezzo del salone e, attorno attorno, ministri, principi,  cavalieri in
    gran gala che aspettavano.
    Quando fu l'ora, s'intese nella via:
    - Cenci, donnine, cenci!
    A  questo grido il puttino di terra cotta scoppi,  e ne usci fuori un
    bel giovinotto fra un gran rovesciarsi di monete,  che ruzzolavano  da
    tutte le parti.
    Il  Re,  contento  anche  perch  riacquistava tutti i suoi quattrini,
    voleva abbracciarlo come un figliuolo; ma quello corse prima dalla sua
    mamma e non sapeva staccarsela dal petto:
    - Bimbo mio, tu sarai Re!
    Ed era gi Reuccio, poich il Re lo adottava!
    Qui entr una guardia e disse:
    - Maest, c' di l un cenciaiuolo; rivuole il suo soldo bucato.
    Il Re non ne sapeva nulla; ma la povera donna rispose subito:
    - Eccolo qui.
    Sentita la storia di quel soldo,  il Re pens ch'era meglio  tenerselo
    per  s.  And di l,  buc un altro soldo e diede questo in cambio di
    quello al cenciaiuolo.
    Ma gliene incolse male.
    La prima volta che disse:
    - Soldino mio, vo' mille lire!
    Invece di mille lire furono mille nerbate,  che lo conciarono  per  le
    feste, tanto che mor.
    - Bimbo mio, tu sarai Re!
    E si era avverato.
     Stretta  la foglia, larga  la via,
    Dite la vostra, ch ho detto la mia.










    TI', TIRITI, TI'.


    C'era  una  volta un contadino che aveva un campicello tutto sassi,  e
    largo quanto la palma della mano.  Vi era rizzato un pagliaio e viveva
    l,  da un anno all'altro,  zappando,  seminando,  sarchiando, insomma
    facendo tutti i lavori campestri.
    Nelle ore di riposo cavava di tasca un zufolo e, t,  triti,  t,  si
    divertiva  a  fare una sonatina,  sempre la stessa;  poi riprendeva il
    lavoro.
    Intanto quel campicello sassoso gli fruttava pi di un  podere.  Se  i
    vicini raccoglievano venti,  e lui raccoglieva cento,  per lo meno.  I
    vicini si  rodevano.  Una  volta  quel  campicello  non  lo  avrebbero
    accettato neanche in regalo: da che lo aveva lui, non sapevan che cosa
    fare per strapparglielo di mano.
    -  Compare,  volete  disfarvi  di  questi  quattro  sassi?  C' chi li
    pagherebbe tre volte pi della stima.
     - Questi sassi son per me:
    Non li cederei neppure al Re.
    - Compare,  volete disfarvi  di  questi  quattro  sassi?  C'  chi  li
    pagherebbe dieci volte pi della stima.
     - Questi sassi son per me:
    Non li cederei neppure al Re.
    Una  volta,  per  caso,  pass  di  l  anche il Re,  accompagnato dai
    ministri.  Vedendo  quel  campicello,  che  pareva  un  giardino,  coi
    seminati verdi e vegeti,  mentre quelli dei campi attorno somigliavano
    a  setole  di  spazzola,  gialli,  stenti,  si  ferm,  colpito  dalla
    meraviglia e disse ai ministri:
    - E' proprio una bellezza! Lo comprerei volentieri.
    - Maest,  non si vende. Il padrone di esso  un uomo strano. Risponde
    a tutti:
     - Questi sassi son per me:
    Non li cederei neppure al Re.
    - Oh! Voglio vederlo.
    E fece chiamare il contadino.
    - E' vero che questo campicello tu non lo cederesti neppure al Re?
    - Sua Maest ha tanti poderi! Che se ne farebbe dei miei sassi?
    - Ma se lui li volesse?
    - Se lui li volesse?
    - Questi sassi son per me:
    Non li cederei neppure al Re.
    Il Re fece finta di non aversela avuta a male,  e la notte dopo  mand
    cento  guardie  a  scalpicciare,  zitte zitte,  quel seminato,  da non
    lasciar ritto neanche un filo d'erba.
    La mattina,  il contadino esce fuor del  pagliaio,  e  che  vede?  Uno
    spettacolo!  E  tutti  i  vicini  che  stavano a guardare,  con gusto,
    quantunque si mostrassero addolorati.
    - Ah, compare, compare! Se voi aveste venduto quei quattro sassi,  ora
    questa disgrazia non vi sarebbe accaduta.
    Ma quegli zitto, dinoccolato, come se non dicessero a lui.
    Quando i vicini furono andati pei fatti loro, cav di tasca lo zufolo,
    e t,  triti,  t, il seminato cominciava a rizzarsi; t, triti, t,
    il seminato si rizzava come se nulla fosse stato.
    Il Re, sicuro del fatto suo, lo aveva mandato a chiamare:
    - C' qualcuno che ti vuol male.  So che la notte scorsa ti han  mezzo
    distrutto il seminato. Vendi a me quei quattro sassi. La gente, quando
    sapr che son miei, li guarder da lontano.
    - Maest, non  vero nulla. Il mio seminato  pi bello di prima.
    Il Re si morse il labbro:
    - Dunque i suoi ordini non erano stati eseguiti!
    E  se  la  prese coi Ministri.  Ma appena questi gli riferirono che le
    povere guardie,  dal gran  scalpicciare  di  quella  nottata,  non  si
    poteano neppur muovere, il Re rimase!
    - Quest'altra notte, ad ora tarda, si mandi l tutto l'armento.
    La  mattina,  il  contadino esce fuori dal pagliaio,  e che vede?  Uno
    spettacolo: il terreno brucato raso!
    I vicini:
    - Ah,  compare,  compare!  Se voi aveste venduto quei  quattro  sassi,
    questa nuova disgrazia non vi sarebbe accaduta.
    E quegli zitto, dinoccolato, come se non dicessero a lui.
    Quando  i vicini furono andati via pei fatti loro,  cavava di tasca lo
    zufolo, e t, triti, t, il seminato ripullulava; e t,  triti,  t,
    il seminato era bell'e cresciuto come se nulla fosse stato.
    Il Re,  questa volta, era sicuro di aver buono in mano. Volea vederlo,
    quell'uomo! Chi sa che grugno!
    E appena l'ebbe alla sua presenza:
    - C' qualcuno che ti vuol male.  So che la notte scorsa ti  hanno,  a
    dirittura,  distrutto  ogni  cosa.  Vendi a me quei quattro sassi.  La
    gente, quando sapr che sono miei, li guarder da lontano.
    - Maest, non  vero nulla. Il mio seminato  pi bello di prima.
    Il Re si morse il labbro:
    - Dunque i suoi ordini non erano stati eseguiti!
    E se la prese coi Ministri.  Ma quando questi gli riferirono che tutto
    l'armento,  dal gran mangime di quella nottata, avean le pance che gli
    scoppiavano e che met eran gi morti di ripienezza, il Re rimase!
    - Qui c' un mistero! Bisogna scoprirlo. Vi do tempo tre giorni.
    Col Re non si scherzava.  I Ministri  cominciarono  dal  grattarsi  il
    capo,  e, pensa e ripensa, uno di essi propose di andare, la notte, ad
    appostarsi dietro il pagliaio di quel maledetto contadino  e  star  l
    fino all'alba. Chi sa? Qualcosa avrebbero visto.
    - Benone!
    Andarono;  e siccome nel pagliaio c'erano parecchie fessure, si misero
    a spiare attraverso a queste.
    Il Re non avea potuto  chiuder  occhio  pensando  all'accaduto:  e  la
    mattina, di buon'ora, fece chiamare i ministri.
    - Maest, oh! Che abbiamo visto! Che abbiamo visto!
    - Che cosa avete mai visto?
    -  Quel  contadino  ha  uno zufolo,  e appena si mette a sonarlo,  t,
    triti, t, il suo pagliaio, di botto, diventa una reggia.
    - E poi?
    - E poi vien fuori una ragazza pi bella della luna e del sole, e lui,
    t, triti, t, la fa ballare con quella sonata; e dopo le dice:
     Bella figliuola, se il Re ti vuole,
    Dee star sette anni alla pioggia e al sole.
    E se sette anni alla pioggia e al sole non sta,
    Bella figliuola, il Re non ti avr.
    - E poi?
    - E poi  smette  di  sonare  e  quella  reggia,  di  botto,  ridiventa
    pagliaio.
    -  Glieli  dar  io la pioggia e il sole!  - disse il Re,  toccato sul
    vivo. - Ma prima vediamo codesto miracolo di bellezza!
    E and la notte dopo, accompagnato dai Ministri.
    Ed ecco il contadino cava di tasca il suo zufolo, e t, triti, t, di
    botto il pagliaio diventa una reggia;  e t,  triti,  t,  compare la
    ragazza e si mette a ballare. A quella vista il Re ammatt:
    - Oh, che bellezza! Dovr esser mia! Dovr esser mia!
    E, senza metter tempo in mezzo, picchia all'uscio a pi riprese.
    Il contadino cess di suonare;  di botto la reggia ridivenne pagliaio,
    ma di  aprire  non  se  ne  parl  neppure:  e  il  Re,  che  bruciava
    dall'impazienza,  dovette tornarsene a palazzo. Prima che albeggiasse,
    sped un corriere a spron battuto:
    - Lo voleva il Re, subito subito.
    Il contadino and a presentarsi:
    - Sua Maest che cosa comandava?
    - Comando e voglio la tua figliuola per sposa.  Lei diventer Regina e
    tu Ministro di palazzo reale.
    - Maest, c' una condizione:
     Chi vuole la mia figliuola
    Dee star sette anni alla pioggia e al sole;
    E se sette anni alla pioggia e al sole non sta,
    Fosse chi fosse, non l'otterr.
    Il  Re avrebbe voluto darglieli lui la pioggia e il sole!  Ma c'era di
    mezzo la ragazza. Si strinse nelle spalle e rispose:
    - Star sette anni alla pioggia e al sole.
    Lasci il governo ai Ministri,  per tutto il tempo che  sarebbe  stato
    assente,  e  and  ad  abitare col contadino,  scottandosi la pelle al
    solleone e restando  sotto  la  pioggia  anche  quando  veniva  gi  a
    catinelle.
    Dopo  poco tempo,  povero Re,  non si riconosceva pi;  parea fatto di
    terra cotta, colla pelle bruciata a quel modo. Ma avea un compenso. Di
    tanto in tanto,  la notte,  il contadino cavava di tasca lo zufolo,  e
    prima di sonare, gli diceva:
    - Maest, rammentatevi bene:
     Chi tocca stronca,
    Chi parla falla!
    E t,  triti,  t,  di botto il pagliaio diventava una reggia;  e t,
    triti, t, compariva la ragazza pi bella della luna e del sole.
    Il Re se la divorava cogli occhi,  mentre quella ballava.  Dovea  fare
    proprio  un  grande  sforzo  per  non slanciarsi ad abbracciarla e non
    dirle: "Sarai Regina!". La passione lo conteneva.
    Eran  passati  sei  anni,  sei  mesi  e  sei  giorni.  Il  Re,   dalla
    contentezza, si fregava le mani.
    Fra  poco quella ragazza pi bella della luna e del sole sarebbe stata
    sua sposa!  E lui se ne tornerebbe al palazzo reale,  Re come prima  e
    pi beato di prima!
    Ma  la sua disgrazia volle che una notte il contadino cavasse di tasca
    lo zufolo, e si mettesse a sonare senza ripetergli:
    - Maest, rammentatevi: chi tocca stronca, chi parla falla.
    Quando, t,  triti,  t...  apparve la ragazza pi bella della luna e
    del sole, e si messe a ballare, il Re non seppe pi frenarsi, le corse
    incontro e l'abbracci, gridando:
    - Sarai Regina! Sarai Regina!
    Fu  un  lampo.  E,  invece  della  ragazza,  che  cosa si trov fra le
    braccia? Un ceppo bitorzoluto!
    - Maest, ve l'avevo pur detto io:
     Chi tocca stronca,
    Chi parla falla!
    Il Re pareva di sasso:
    - Bisognava ricominciare?
    - Bisognava ricominciare!
    E ricominci.
    Si abbrustoliva al sole:
     - Sole, bel sole
    Patisco per amore!
    Si lasciava conciare dalla pioggia.
     - Pioggia, pioggia bella,
    Patisco per la donzella!
    E quando il contadino cavava di tasca lo zufolo e, t, triti, t,  la
    ragazza  ricompariva e si metteva a ballare,  lui se la divorava cogli
    occhi, da un cantuccio,  zitto e cheto come l'olio.  Non se la sentiva
    di ricominciare.
    Eran passati novamente sei anni, sei mesi e sei giorni, e il Re, dalla
    contentezza, gi si fregava le mani.
    Ma  la sua disgrazia volle che una notte il contadino cavasse di tasca
    lo zufolo e,  t,  triti,  t,  comparisse la ragazza e si mettesse a
    ballare come non aveva ballato mai, con una grazia, con una sveltezza!
    Il povero Re non pot pi frenarsi e le corse incontro e l'abbracci:
    - Sarai Regina! Sarai Regina!
    E che cosa si trov fra le braccia? Un ceppo bitorzoluto.
    - Ah, Maest, Maest!
     Chi tocca stronca,
    Chi parla falla!
    Il Re pareva di sasso:
    - Bisognava ricominciare?
    - Bisognava ricominciare!
    E ricominci:
     - Sole, bel sole,
    Patisco per amore;
    Pioggia, pioggia bella,
    Patisco per la donzella!
    Questa volta per stette bene in guardia, e ai sette anni fissati ebbe
    finalmente la ragazza,  pi bella della luna e del sole. Non gli parea
    neppur vero!  Intanto che cosa era accaduto?  Era accaduto che i  suoi
    Ministri  e  il popolo ritenendolo per matto,  si erano dimenticati di
    lui e avevan dato, da parecchi anni, la corona reale a un suo parente.
    Il Re, infatti, si presenta al palazzo reale colla sposa sotto braccio
    e i soldati di sentinella:
    - Non si passa! Non si passa!
    - Sono il Re! Chiamate i miei Ministri!
    Che Ministri?  I vecchi eran morti e quelli del nuovo Re lo lasciavano
    cantare.
    Si rivolge al popolo:
    - Come? Non riconoscete il vostro Re?
    Il popolo gli ride in faccia e non gli d retta.
    Disperato,  ritorna al campicello, dal contadino. Dov'era il pagliaio,
    vede, con sorpresa, un palazzo che pareva una reggia.  Monta le scale,
    e invece del contadino, gli viene incontro un bel vecchio con tanto di
    barba bianca: era il gran mago Sabino.
    - Non ti scoraggiare! - gli disse questi.
    E lo prese per mano, e lo condusse in una magnifica stanza, dove c'era
    un  catino  pieno di acqua.  Il Gran Mago afferra quel catino e glielo
    riversa sulla testa,  e il Re,  da un po'  invecchiato  che  gi  era,
    rinverdisce, a un tratto, di vent'anni.
    Allora il vecchio:
    - Affcciati a quella finestra, suona questo zufolo e vedrai.
    Il  Re si affaccia,  si mette a sonare,  t,  triti,  t,  ed ecco un
    esercito armato di tutto punto,  fitto come la nebbia,  su pei colli e
    per la pianura. Intimata la guerra, mentre i soldati combattevano lui,
    in cima a un poggio,  sonava t,  triti,  t, senza cessare finch la
    battaglia non fu vinta.
    Torn a palazzo reale vittorioso e  trionfante,  perdon  a  tutti,  e
    all'occasione  dei  suoi  sponsali  di  un mese di feste per tutto il
    regno.
    E presto ebbe un erede;
    E noi scalzi d'un piede.







    TESTA-DI-ROSPO.


    C'era una volta un Re e una Regina.  La  Regina  partor  e  fece  una
    bambina  pi  bella  del  sole.  Insuperbita di questa figliolina cos
    bella, spesso diceva:
    - Neppur le Fate potrebbero farne un'altra come questa.
    Ma una mattina,  va per levarla di culla e la trova contraffatta,  con
    una testa di rospo.
    - Oh Dio, che orrore!
    Bench  fosse figlia unica e le volesse un gran bene,  quella testa di
    rospo le facea schifo, e non volle pi allattarla.
    Il Re, angustiato, disse a un servitore:
    - Prendila e portala gi;  mettila  fra  i  cagnolini  figliati  dalla
    cagna. Per se morisse, sarebbe meglio per lei!
    Non mor.  La cagna,  tre,  quattro volte il giorno tralasciava di dar
    latte ai cagnolini,  e porgeva le poppe a Testa-di-rospo.  La leccava,
    la ripuliva, la scalducciava tenendosela accosto, e non permetteva che
    alcuno stendesse la mano a toccarla.
    Quando  il  Re  e  la  Regina  scendevano  gi  per  vedere,  la cagna
    ringhiava,  mostrava i denti;  e un giorno che la Regina fece atto  di
    voler  riprendere  la  figliuola,  le  salt addosso e le morse mani e
    gambe.
    Testa-di-rospo nel canile prosperava.  Quando crebbe,  non  volle  pi
    lasciarlo. Durante la giornata abitava su nelle stanze reali; pranzava
    a tavola col Re,  colla Regina,  con tutta la corte, e prima di toccar
    le pietanze,  metteva da parte i meglio bocconi;  poi ne  riempiva  il
    grembiule e scendeva gi, nel canile.
    - Mamma cagna, mangiate; la mia vera mamma siete voi!
    La  notte  dormiva l,  con mamma cagna.  Non c'era mai stato verso di
    indurla a dormire nel suo letto.
    La Regina,  sentendole ripetere ogni giorno: - Mamma cagna,  mangiate;
    la mia vera mamma siete voi! -, cominci a odiarla terribilmente, come
    se non fosse stata sua figliuola.
    E una volta disse al Re:
    -  Maest,  no,  costei  non  la nostra figliuola.  Ce la scambiarono
    quand'era in culla.  Che ne facciamo di questo  mostro?  Io  direi  di
    farla ammazzare.
    Il Re non ebbe animo di commettere questa crudelt:
    - Mostro o non mostro,  una creatura di Dio.
    Talch la Regina giur di disfarsene in segreto.
    E  che  pens?  Pens  di  dar  ad  intendere al Re che era nuovamente
    gravida e,  quando fu l'ora,  gli fece presentare una bambina nata  di
    fresco, che lei aveva fatto comprare a peso d'oro in un altro paese.
    Il Re fu molto contento;  e alla bambina mise nome Gigliolina;  perch
    era bianca come un giglio.
    Allora la Regina gli disse:
    - Ora che abbiamo quest'altra  figliuola,  che  ne  facciamo  di  quel
    mostro? Io direi di farla ammazzare.
    Per  amore  di  quest'altra  figliuola,  il  Re,  bench  a malincuore
    acconsent.
    Ma come andarono per prendere Testa-di-rospo e farla ammazzare,  sulla
    soglia  del  canile  trovarono  mamma cagna,  che abbaiava e ringhiava
    mostrando i denti.
    E Testa-di-rospo non voleva uscir fuori.
    - Perch non vieni fuori?
    - Perch mi farete ammazzare.
    - E chi ti ha detto questo?
    - Me l'ha detto mamma cagna.
    La Regina, maliziosa, voleva indurla colle buone:
    - Non  vero, sciocchina. Vieni su, vieni a vedere che bella sorellina
    ti  nata.
     - Sorellina non me n' nata,
    A peso d'oro fu comprata.
    Mamma cagna, mamma cagna,
    Siete voi la vera mamma.
    - Che significa? - domand il Re.
    - O che gli date retta? Testa-di-rospo parla da bestia.
    Ma il Re disse:
    - Chi tocca Testa-di-rospo l'ha da fare con me. Mostro o non mostro, 
    una creatura di Dio. Lei  la vera Reginotta, perch nata la prima.
    La Regina, arrabbiata per lo smacco, che pens?  Pens di ricorrere ad
    una Strega:
    - Fammi due vestiti compagni,  tutti oro e diamanti; ma uno dev'essere
    incantato: deve bruciare addosso a chi se lo mette.
    - Fra un anno li avrete.
    In questo mentre la Regina fingeva di voler bene egualmente  alle  due
    figliuole; anzi, se comprava un balocco, un ninnolo per la Gigliolina,
    ne comprava uno pi bello per Testa-di-rospo.
    La Gigliolina, vedendo il regalo pi bello, si metteva a strillare:
    - Quello l lo voglio io!
    E Testa-di-rospo glielo dava.
    Passato l'anno, la Regina torn alla Strega.
    - Maest,  i vestiti sono pronti; ma badate di non scambiarli. Per non
    sbagliare in questo incantato ci ho messo un diamante di pi.
    - Ho capito.
    Chiam le due figliuole e disse:
    - Ecco due bei vestiti; provateveli subito,  per vedere se vanno bene.
    Questo  il tuo, Testa-di-rospo.
    Ma  la Gigliolina,  contati i diamanti e visto che in quello di Testa-
    di-rospo ce n'era uno di pi, comincia a strillare:
    - Quello l lo voglio io!
    La Regina non permise che lo toccasse.
    Intanto la Gigliolina continuava a strillare, e pestare coi piedi:
    - Quello l lo voglio io! Quello l lo voglio io!
    Accorse il Re e disse:
    - Non ti persuadi che quello  un po' pi grande? Provalo, e vedrai.
    E stava per infilarglielo.
    - No, Maest - disse Testa-di-rospo.
     Vestito bello, fatto da poco,
    Vestito nuovo fatto di fuoco,
    Mamma cagna, mamma cagna,
    Siete voi la vera mamma.
    - Che significa? - domand il Re.
    - O che gli date retta. Testa-di-rospo parla da bestia.
    Ma il Re disse:
    - Chi fa danno a Testa-di-rospo,  fa il proprio danno.  Lei  la  vera
    Reginotta, perch nata la prima.
    La  Regina,  arrabbiata  per  quest'altro  smacco,  non sapeva pi che
    inventare.
    E la sua rabbia si accrebbe quando vide arrivare a  corte  il  Reuccio
    del Portogallo, che andava cercando una principessa reale per moglie.
    La Regina disse al Re:
    - Almeno facciamogli vedere tutte e due le figliuole; cos sceglier.
    Il Re, per contentarla, rispose:
    - Sia pure.
    Il  Reuccio  voleva visitare le principesse negli appartamenti ov'esse
    abitavano;  e la Regina lo condusse prima nel  magnifico  appartamento
    della  Gigliolina.  La  Gigliolina,  vestita cogli abiti pi sfarzosi,
    sfolgorava come una stella.
    Il Reuccio disse:
    - E' mai possibile che l'altra principessa sia  bella  quanto  questa?
    Andiamo a vederla. Ma dove andiamo?
    - Nel canile. L'altra abita nel canile.
    Il Reuccio, stupito, scese gi insieme col Re e con la Regina, e trov
    Testa-di-rospo nel canile:
    - Reuccio, entrate voi solo; c' posto soltanto per uno.
    Il Reuccio entr, e Testa-di-rospo chiuse lo sportello.
    Mamma cagna si accovacci l dietro, ringhiando.
    Aspetta  un'ora,  aspetta  due,  il Reuccio non compariva.  La Regina,
    sopra tutti, era impaziente pel ritardo:
    - Chi sa che brutto scherzo Testa-di-rospo stava per farle!
    Il brutto scherzo fu che il Reuccio, uscito dal canile, disse al Re:
    - Maest, vi chieggo la mano di Testa-di-rospo.
    La Regina non rinveniva dallo sbalordimento:
    - Ma che cosa avete fatto tante ore l dentro?
    - Ho visitato tutto il palazzo.  Di fronte  al  palazzo  di  Testa-di-
    rospo, il palazzo reale sembrerebbe una stalla.
    Il Re e la Regina si guardarono, meravigliati.
    - Reuccio, dite davvero?
    - Dico davvero.
    La Regina dovette inghiottire quest'altra pillola amara,  e che pens?
    Pens di accertarsi coi suoi occhi di  quello  che  il  Reuccio  aveva
    detto:
    - Testa-di-rospo, vorrei vedere il tuo palazzo.
    - Maest, quel canile lo chiamate palazzo?
    - Testa-di-rospo, una notte vorrei dormire con te.
    - Chiedetene il permesso a mamma cagna:  lei la padrona.
    La Regina and a trovare mamma cagna:
    - Mamma cagna, vorrei visitare il vostro palazzo.
    - Bau! Bau!
    - Che cosa dice?
    - Dice di s.
    - Mamma cagna, una notte vorrei dormire con Testa-di-rospo.
    - Bau! Bau!
    - Che cosa dice?
    - Dice di s.
    La Regina, per entrare nel canile, dovette quasi piegarsi in due.
    - Ed  questo il tuo gran palazzo?
    - Questo: non ve lo dicevo?
    La Regina, indispettita, usc fuori brontolando contro il Reuccio, che
    le avea dato ad intendere tante sciocchezze;  e appena fuori, cominci
    a sentire per tutto il corpo un brulichio e  un  bruco  insoffribile.
    Era, da capo a piedi, ripiena di pulci;
    e,  siccome  montava a corsa le scale e scoteva le vesti,  ne seminava
    per terra cataste che annerivano il pavimento.
    Cos  per  le  stanze  del  palazzo;  ma  pi  scoteva  e  pi  gliene
    brulicavano addosso e se la rodevano viva viva.
    In un momento, Re, ministri, dame di corte, gente di palazzo, tutti si
    videro  assaliti  da  quelle  bestiole  affamate,  che davano morsi da
    portar via la pelle; e tutti urlavano:
    - Accidempoli alla Regina che volle entrare nel canile!
    Il Re corse subito da Testa-di-rospo:
    - Figliuola mia, dcci aiuto!
    - Mamma cagna, dategli aiuto!
    Mamma cagna si mise a girellare per le stanze:
    - Bau, bau! Bau, bau!
    E sentendola abbaiare, tutte le pulci saltavano addosso a lei.
    La Regina non si stim castigata abbastanza e insistette:
    - Testa-di-rospo, questa notte vengo a dormire con te.
    - Maest, in un giaciglio!
    - Per una volta, potr provare.
    Si acconci alla meglio, e finse di dormire.
    In quel canile ci doveva essere un mistero; voleva scoprirlo.
    Verso mezzanotte, sent un romore come di un crollo di muro.  Apr gli
    occhi, e rimase abbagliata.
    Avea  davanti  una fila di stanze,  cos ricche e cos splendide,  che
    quelle del palazzo reale, in confronto, sarebbero parse vere stalle; e
    Testa-di-rospo che dormiva, in fondo,  sopra un letto lavorato d'oro e
    di  pietre  preziose,  con  cortinaggi  di seta e lenzuola bianche pi
    della spuma.
    E non aveva pi quella schifosa testa di rospo;  ma  era  cos  bella,
    che,  al  paragone,  la  Gigliolina,  bella  e  bianca come un giglio,
    sarebbe parsa proprio una megera.
    Accecata dal furore, la Regina pens:
    - Ora entro, e mentre dorme, la strozzo colle mie mani.
    Ma il muro si richiuse a un tratto,  e lei vi batt  la  faccia  e  si
    ammacc il naso.
    Senza aspettare che facesse giorno, torn su in camera.
    Sentiva nelle carni un bruco,  un gonfiore!...  Stende una mano, e si
    scorge che, da capo a piedi, era piena di zecche.
    Si sveglia il Re:  pieno di zecche anche lui.
    Si svegliano i ministri,  le dame di corte,  insomma tutte le  persone
    del palazzo reale; son tutti, da capo a piedi, pieni di zecche; e, dal
    prurito e dal dolore, non possono reggere:
    - Accidempoli alla Regina, che volle dormire nel canile!
    Il Re corse di nuovo da Testa-di-rospo.
    - Figliuola mia, dcci aiuto!
    - Mamma cagna, dategli aiuto!
    Mamma cagna, Bau, bau! No, no! Non ne vuol sapere.
    - Figliuola mia, dcci aiuto!
    Che aiuto poteva dargli? Mamma cagna rispondeva sempre:
    - Bau, bau! No, no!
    Intanto tornava il Reuccio per sposare Testa-di-rospo.
    Tutti  erano  occupati  a  tagliar  le zecche,  colle forbici,  perch
    strappare non si potevano;  facevano pi male.  E pi ne tagliavano  e
    pi ne rimaneva da tagliare:
    - Accidempoli alla Regina, che volle dormire nel canile!
    Allora il Re mont in furore. Afferr la Regina pel collo, e disse:
    -  Trista femmina,  che cosa hai tu fatto,  da attirarci addosso tanti
    guai?
    La Regina non ne poteva pi e confess ogni cosa: che avea detto  come
    le  Fate  non  potrebbero  farne  una  pari;  che avea comprato quella
    bambina a peso di oro;  che avea fatto fare il vestito  incantato  per
    bruciare viva Testa-di-rospo.
    - Ora son proprio pentita, e domando perdono alla Fata!
    Disse appena cos,  che alla Reginotta cadde gi quella schifosa testa
    di rospo,  e la Gigliolina si trov  vestita  come  una  figliuola  di
    contadini,  qual era. La Reginotta splendeva come il sole, sicch, per
    guardarla,  bisognava mettersi una mano agli occhi.  Le  zecche  erano
    sparite, e non se ne vedeva neppure il segno.
    Il Reuccio di Portogallo e la Reginotta si sposarono; e se ne stettero
    e se la godettero e a noialtri nulla dettero.









    TOPOLINO.


    C'era  una volta un Re,  che pi non viveva tranquillo,  dal giorno in
    cui una vecchia indovina gli aveva detto:
    - Maest, ascoltate bene:
     Topolino non vuol ricotta; vuol sposare la Reginotta;
    E se il Re non gliela d,
    Topolino lo ammazzer.
    Il Re consult subito i suoi ministri; ed uno di loro disse:
    - Maest,  mai possibile che un topolino voglia sposare la Reginotta?
    Io credo che quella donna si sia beffata di voi.
    Ma gli altri non furono dello stesso parere.
    - Per evitare la disgrazia,  bisogna  distruggere  tutti  i  topi  del
    regno, mentre la Reginotta trovasi ancora nelle fasce.
    Perci il Re messe fuori un decreto:
    -  Pena  la vita a chi non teneva uno o pi gatti,  secondo che avesse
    casa o palazzo. Chi ammazzava cento topi diventava barone.
    Il Re di l'esempio egli il primo;  e il palazzo  reale  fu  pieno  di
    gatti,  tenuti  assai  meglio  dei  cortigiani  e  anche dei ministri.
    Inoltre,  a tutti gli usci venivano appostate guardie con una  granata
    in  mano,  invece  di  sciabola,  che dovevano gridare all'armi appena
    visto un topo.
    Sulle prime,  con quella caccia ai topi per diventare barone,  fu  uno
    spasso per tutto il regno.
    Il  Re,  ogni  volta che gli portavano al palazzo un centinaio di topi
    uccisi, traeva un respiro dal profondo del petto.
    - Voi siete barone!
    - Che mi vale, Maest, l'esser barone, se non ho da mangiare?  - disse
    una  volta  un contadino,  che,  invece di cento,  ne aveva portati un
    mezzo migliaio.
    - E' giusto - rispose il Re.
    E gli fece un bel regalo.
    Saputasi la cosa,  tutti quelli  che  accorrevano  al  palazzo  reale,
    ripetevano la stessa storia:
    - Che mi vale, Maest, l'esser barone, se non ho da mangiare?
    Ma  il  Re,  ch'era un po' tirchio,  si secc presto a dover far tanti
    regali; e all'ultimo rispose:
    - Il decreto dice soltanto: sarete baroni.
    E il popolo ne fu scontento;  molto pi che,  con tutti quei gatti per
    la casa, i quali miagolavano da mattina a sera, si viveva una vitaccia
    d'inferno. Ma Sua Maest ordinava cos; era forza ubbidirgli!
    Da  l  a  qualche  anno,  non  si  trovava un topo in tutto il regno,
    neppure a pagarlo un milione.
    Il Re gi cominciava  a  rassicurarsi;  e  siccome  la  Reginotta  era
    cresciuta,  egli pensava di darle marito.  Parecchi Principi l'avevano
    chiesta. Ma la Reginotta, quasi lo facesse a posta,  a ogni domanda di
    matrimonio, rispondeva:
    - Maest, chiedo un altr'anno di tempo.
    Intanto era accaduto questo: in un paesotto del regno, nascosto fra le
    montagne,  una povera donna aveva partorito un bambino mostruoso,  col
    viso d'uomo e il resto del corpo di vero topolino,  con le sue zampine
    e con la sua codina.
    Al  vederlo,  la  mamma  e  la  levatrice  rimasero  trasecolate: e la
    levatrice,  che provava ribrezzo  a  toccare  quel  mostricino,  aveva
    consigliato di soffocarlo.
    La mamma non n'ebbe il cuore, e preg:
    - Non ne fiatare con anima viva, comare!
    Infatti nessuno ne seppe nulla;  e il bambino crebbe vegeto e vispo da
    quel topolino ch'egli era.  Camminava su  due  gambe,  come  un  uomo;
    solamente  la  mamma  lo vestiva in maniera,  che del suo corpo non si
    potesse vedere altro che il volto.  Alle zampine anteriori gli metteva
    sempre i guanti.
    Gli aveva posto nome Beppe,  e cos lo chiamavano tutti; ma quando non
    c'era nessuno, ella, per tenerezza, lo chiamava Topolino.
    - Topolino, fa' questo; Topolino, fa' quest'altro!
    E Topolino non le dava mai il menomo dispiacere,  e  faceva  questo  e
    faceva quello.
    - Dio t'aiuter, Topolino!
    E un giorno Topolino disse:
    - Mamma, voglio fare il soldato.
    La poveretta che gli voleva bene, piangendo rispose:
    -  Ed io,  come rimango sola sola?  Ora sono vecchia,  e non posso pi
    lavorare.
    - Vi lascer la mia coda. Quando avrete bisogno di qualcosa, direte:
     Codina, codina
    Servi la tua mammina!
    Ed essa vi servir,  come se  fossi  io  stesso  in  persona.  Se  non
    v'ubbidir,  vorr dire che in quel momento io corro un gran pericolo.
    Allora, lasciatevi guidare da essa e venite a trovarmi.
    Cos fece, e part. Quella coda era fatata.
    Al Re era stata mossa guerra da un altro Re,  offeso dal rifiuto della
    Reginotta.   Uscito,  con  tutto  l'esercito  a  combattere,  in  ogni
    battaglia ne toccava.
    Mutava generali, chiamava nuova gente sotto le armi, veniva alle mani,
    faceva prodezze straordinarie,  ma rimaneva vinto sempre;  e una volta
    pot salvarsi, scappando sul suo cavallo a rotta di collo.
    Si present Topolino, ch'era alla guerra anche lui:
    - Maest, se mi date il comando in capo, vi faccio uscire vittorioso.
    - E tu chi sei?
    - Mi chiamo Niente-con-Nulla; ma non vuol dire. Mettetemi alla prova.
    - Niente-con-Nulla sia comandante!
    I generali dell'esercito credettero che Sua Maest fosse ammattito:
    -  Affidare  il comando in capo a quel cosino,  ch'era davvero Niente-
    con-Nulla!
    Non rinvenivano dallo stupore.  Ma quando fu  l'ora  della  battaglia,
    Topolino  impart  gli ordini,  fece sonare le trombe,  e in un batter
    d'occhio l'esercito nemico fu spazzato via.
    - Viva Niente-con-Nulla! Viva Niente-con-Nulla.
    Non si sentiva acclamare altro.  Nessuno pi gridava: "Viva  il  Re!",
    tanto che Sua Maest cominci a esserne seccato,  e pensava di levarsi
    di torno Niente-con-Nulla,  che ci mancava poco non  contasse  pi  di
    lui.
    Come fare per levarselo di torno? Occorreva un pretesto.
    Il pretesto lo trov una mattina, che la Reginotta venne a dirgli:
    - Maest, volete ch'io sposi? Datemi Niente-con-Nulla per marito.
    Il Re mont sulle furie.  Ma,  per far la cosa zitto e queto, deliber
    di sbarazzarsi di Niente-con-Nulla per mezzo del veleno.
    Invitatolo a pranzo,  verso la fine gli fece porre davanti  un  piatto
    d'oro con su una torta di ricotta avvelenata.
    -  Questo  piatto  per voi solo,  per farvi onore.  Niente-con-Nulla,
    mangiate.
    Ma Niente-con-Nulla,  levatosi da tavola e  fatto  un  inchino  a  Sua
    Maest, rispose:
     - Topolino non vuol ricotta;
    Vuol sposare la Reginotta!
    E and via.
    Il Re e i Ministri rimasero strabiliati:
    - Giacch Topolino  lui,  - disse un Ministro - facciamolo arrestare,
    rinchiudiamolo in una stanza con tutti i gatti del  palazzo  reale,  e
    cos sar divorato vivo vivo.
    Lo  fecero arrestare,  lo spogliarono,  lo rinchiusero in uno stanzone
    insieme con un centinaio di gatti affamati,  e stettero ad  aspettare.
    Quando  riapersero  la  stanza,  Topolino non c'era pi.  E i gatti si
    leccavano i baffi, come se avessero desinato saporitamente.
    Il Re, dalla contentezza, ordin una festa di ballo.
    Va per indossare il manto reale,  e lo trova  interamente  rosicchiato
    dai  topi.  I  generali,  le dame di corte,  gl'invitati,  nel momento
    d'abbigliarsi per la festa,  tutti avevano trovato le loro uniformi  e
    gli abiti rosicchiati dai topi!
    Ma  questo  non  fu  nulla.  I  Ministri  portavano al Re i decreti da
    firmare;  e,  il giorno dopo,  le carte trovavansi rosicchiate proprio
    dov'era la firma.  A poco a poco,  nel palazzo reale, delle materasse,
    delle lenzuola,  delle coperte,  della biancheria,  degli arnesi,  dei
    mobili non rimase pi intatto un solo capo;  pareva che un esercito di
    topi fosse stato a  divertirvisi  coi  suoi  dentini  distruttori.  N
    valeva il rinnovare ogni cosa;  quello che oggi compravano, domani era
    bell'e rosicchiato.
    Centinaia di gatti,  intanto,  passeggiavano su e gi per  le  stanze,
    miagolando,  o  si  stendevano  al  sole  facendo le fusa.  Soltanto i
    vestiti e i mobili della Reginotta non erano rosi.
    Il Re, i Ministri, tutta la corte non sapevano dove dare il capo.
    - Questa  opera di Topolino!
    - Maest,  - disse il Ministro che aveva  suggerito  di  far  divorare
    Topolino  dai  gatti  -  si  costruisca  una gran trappola,  che abbia
    l'aspetto della camera della Reginotta,  e cerchisi un Mago capace  di
    fare  una bambola grande al naturale,  somigliantissima a lei,  con un
    congegno da poter chiamare: "Topolino!  Topolino!" con lo stesso  tono
    della  voce  di  lei.  Sono sicuro che Topolino cascher nell'inganno.
    Quando l'avremo in mano penseremo al da farsi.
    L'idea parve eccellente. Senza che ne trapelasse nulla,  i magnagni di
    corte   costruirono  una  trappola,   che  simulava  la  camera  della
    Reginotta;  e un famoso Mago fece una bambola grande al  naturale,  da
    scambiarsi  colla Reginotta in carne e ossa,  e che diceva: "Topolino!
    Topolino!" con lo stesso tono della voce  di  questa.  Collocarono  la
    trappola nel giardino reale, ed aspettarono fino alla dimane.
    Tutta   la  notte,   il  congegno  della  bambola  chiam:  "Topolino!
    Topolino!".  Ma chi sa dove lucevano gli occhi  di  Topolino  in  quel
    punto?
    Per sei notti l'inganno non giov.  Alla settima,  il povero Topolino,
    lusingato  dalla  somiglianza,  era  accorso  alla  trappola  e  c'era
    rimasto.
    Figuriamoci  il  tripudio del Re e dei Ministri,  la mattina quando lo
    trovarono acquattato in un cantuccio presso la bambola!
    - Rosicchia, Topolino! Sposa la Reginotta, Topolino!
    Lo  beffeggiavano  senza  piet;   e  Topolino,   acquattato  nel  suo
    cantuccio, li guardava e non rispondeva nulla.
    Giusto  in  quel giorno,  la sua mamma,  avendo bisogno d'un servigio,
    aveva detto:
     - Codina, codina,
    Servi la tua mammina!
    Ma la codina non si era mossa.
    - Ah, codina, codina! - esclam quella mamma desolata: - Topolino  in
    pericolo; andiamo a soccorrerlo, presto!
    E si avviarono,  la codina avanti,  e lei dietro,  finch non giunsero
    alla capitale del regno e non entrarono nel giardino reale,  mischiati
    alla folla che accorreva per la curiosit di osservare Topolino dentro
    la trappola.  Quel giorno Topolino doveva esser bruciato.  La trappola
    era stata unta tutta d'olio e di grasso;  s'aspettava il Re e la corte
    per appiccargli fuoco.
    La codina spicc  un  salto  e  and  ad  appiccicarsi  al  codone  di
    Topolino.
    - Topolino ha la coda! Lascia vedere la coda, Topolino!
    E Topolino,  che si era subito ringalluzzato, si voltava compiacente e
    dimenava la coda come se non avesse capito la condanna che  gli  stava
    sul  capo.  La  gente  rideva e batteva le mani.  Ora che Topolino era
    cascato in disgrazia, nessuno pi si rammentava del bene ch'egli aveva
    fatto, quando si chiamava Niente-con-Nulla: il mondo  cos!  Al suono
    delle  trombe,  ecco  il Re e i Ministri e la corte,  tutti vestiti in
    gran gala, preceduti dal carnefice, con una torcia accesa in pugno. La
    Reginotta era rimasta al palazzo.
    Il Re, per scherno, allora disse:
    - Topolino, prima di morire, che grazia chiedi?
    E Topolino, senza scomporsi, rispose:
    - Maest:
     Topolino non vuol ricotta;
    Vuol sposare la Reginotta;
    E se il Re non gliela d.
    Topolino lo ammazzer.
    E si lisciava la coda.
    - Date fuoco! - ordin il Re inviperito.
    Ma non appena il carnefice ebbe accostata  la  torcia  alla  trappola,
    ecco che insieme con la trappola scoppia in fiamme il trono reale.  Le
    vampe avvolsero il Re e i Ministri, che non trovarono scampo.
    La gente fuggiva,  atterrita;  ma Topolino,  trasformato in bellissimo
    giovane, usciva fuori sano e salvo.
    Agli  urli,  alle  strida,  accorse subito la Reginotta;  e,  visto il
    disastro, si mise a piangere:
    - Topolino, se mi vuoi bene, risuscita mio padre!
    Topolino esitava. Allora si fece avanti sua madre:
    - Topolino, te ne prego anch'io, risuscita il Re!
    Poteva dire di no alla mamma e alla sua cara Reginotta?
    Tocc colle mani il cadavere mezzo carbonizzato  del  Re,  e  lo  fece
    risuscitare.  Ma  il  Re  era  diventato  un altro.  Domand umilmente
    perdono del male che gli aveva fatto, e conchiuse:
    - Giacch questo  il volere di Dio, sposatevi e siate felici!
    Il popolo fece grandi feste.  Dei Ministri  bruciati  nessuno  si  di
    pensiero.


    IL RACCONTA-FIABE.


    C'era una volta un povero diavolo,  che aveva fatto tutti i mestieri e
    non era riuscito in nessuno.
    Un giorno gli venne l'idea di andare attorno,  a raccontare  fiabe  ai
    bambini.  Gli  pareva  un mestiere facile,  da divertircisi anche lui.
    Perci si mise in viaggio,  e la prima citt che incontr,  cominci a
    gridare per le vie:
    - Fiabe, bambini, fiabe! Chi vuol sentir le fiabe?
    I bambini accorsero da tutte le parti, e gli fecero ressa attorno. Lui
    cominci:
    -  C'era  una volta un Re e una Regina,  che non avevano figliuoli,  e
    facevano voti e pellegrinaggi...
    - To'!  Questa la sappiamo a mente,  - dissero i bambini -  la  fiaba
    della Bella addormentata nel bosco. Un'altra! Un'altra!
    - Ve ne dir un'altra.
    E cominci:
    - C'era una volta una bambina, che aveva la mamma matta e la nonna pi
    matta di lei. La nonna le fece un cappuccetto rosso...
    - To'! Questa la sappiamo a mente:  la fiaba di Cappuccetto rosso.
    - Un'altra! Un'altra!
    Quel povero diavolo, un po' seccato, cominci da capo:
    - C'era una volta un signore che aveva una figliuola. Gli era morta la
    moglie e ne aveva presa un'altra, vedova con due figlie...
    - To'! E' la fiaba di Cenerentola. Sappiamo a mente anche questa.
    E  visto che era buono a raccontare soltanto fiabe vecchie,  i bambini
    gli voltarono le spalle e lo piantarono come un grullo.
    Part e and in un'altra citt. E, appena arrivato, si messe a gridare
    per le vie:
    - Fiabe, bambini, fiabe! Chi vuol sentire le fiabe?
    I bambini accorsero da tutte le parti e gli fecero ressa  attorno.  Ma
    non cominciava una fiaba, che quelli non urlassero tosto:
    - La sappiamo! La sappiamo!
    E  visto  che  era  buono  a  raccontare  soltanto fiabe vecchie,  gli
    voltarono le spalle e lo piantarono come un grullo.
    Quando ebbe provato pi volte e sempre con lo stesso cattivo successo,
    quel povero diavolo si perdette d'animo, e non sapeva pi dove dare di
    capo.
    Angustiato,  si mise a camminare senza sapere  dove  lo  portassero  i
    piedi, e si trov in mezzo a un bosco.
    Sopravvenuta  la  notte,  si  stese  sull'erba,  sotto un albero,  per
    dormire; ma non pot chiuder occhio: aveva una gran paura.  Gli pareva
    che le piante,  collo stormire delle fronde, parlassero sotto voce fra
    loro;  gli pareva che le bestie e gli uccelli notturni,  con quei loro
    strani gridi e canti, tramassero qualche cosa contro di lui.
    Il  cuore  gli  batteva forte nel petto,  e non vedeva l'ora che fosse
    giorno.
    Alla mezzanotte in punto, che vede? Vede una gran luce pel bosco, e da
    ogni pianta sbucava gente che rideva,  che  cantava,  che  ballava;  e
    intanto   da   tutte  le  parti  venivano  rizzate  prestamente  tante
    bellissime tende e tavole piene di cose non mai viste, che luccicavano
    pi dell'oro.  S'accrse di essere capitato in mezzo alla fiera  delle
    Fate; si fece coraggio e si lev. Avea pensato:
    - Le Fate debbono vendere anche delle belle fiabe, nuove di zecca: vo'
    veder di comprarle.
    E  accostatosi a una che vendeva roba sotto una ricca tenda l vicino,
    le disse:
    - Ci avete fiabe nuove?
    - Fiabe nuove non ce n' pi; se n' perduto il seme.
    Poco persuaso di questa risposta,  and da un'altra Fata che teneva in
    mostra  sulla  tavola  e  nei barattoli tante bellissime cose,  che la
    prima non aveva:
    - Ci avete fiabe nuove?
    - Fiabe nuove non ce n' pi; se n' perduto il seme.
    E due!
    Gir attorno un altro pezzo,  osservando qua e l;  e  come  vide  una
    tenda,  che  gli  parve  la  pi ricca di tutte,  si accost alla Fata
    venditrice e le domand timidamente:
    - Ci avete fiabe nuove?
    - Fiabe nuove non ce n' pi; se n' perduto il seme.
    E tre!
    Vedendolo rimasto male, quella Fata gli disse:
    - Sapete, quell'uomo, che dovreste voi fare?  Dovreste andare dal mago
    Tre-Pi che n'ha pieni i magazzini.
    - E dove si trova cotesto mago Tre-Pi?
    - Lontan lontano, fra' suoi boschi di aranci.
    Prima dell'alba, la fiera fin. Le Fate, le tende, ogni cosa disparve;
    e quel povero diavolo si trov solo in mezzo al bosco, e non sapeva se
    fosse stato sveglio o pure avesse sognato.
    Cammina, cammina, incontr un viandante:
    -  Compare,  sapreste dirmi dove sono i boschi di aranci del mago Tre-
    Pi?
    - Andate avanti, sempre avanti.
    Cammina, cammina, incontr una vecchia:
    - Comare, sapreste dirmi dove sono i boschi di aranci del mago Tre Pi?
    - Andate avanti, sempre avanti.
    Non si arrivava mai!
    Finalmente, ecco i boschi di aranci.  Ma c'erano i muri attorno,  e si
    doveva entrare da un piccolo cancello guardato da un mastino.
    - Chi cerchi da questa parte? - gli domand il mastino.
    - Cerco il mago Tre-Pi.
    - E' fuori: aspetta.
    Ed ecco, sul tardi, il mago Tre-Pi, nero come il pepe, con una barbona
    nera e certi occhi neri che schizzavano fuoco.
    - Ah, buon mago Tre-Pi, dovreste farmi un favore!
    - Parla, che cosa vuoi?
    - Vorrei delle fiabe nuove.  Voi, che ne avete dei magazzini, dovreste
    darmene qualcuna.
    - Fiabe nuove non ce n' pi: se n' perduto il seme. Di quelle che ho
    io tu non sapresti che fartene. E poi,  servono a me,  per conservarle
    imbalsamate. Vuoi vederle?
    E lo condusse dentro, nei magazzini.
    C'erano tutte le fiabe del mondo,  situate nei cassetti fatti a posta,
    classate e numerate; e il mago Tre-Pi gli guardava sempre le mani, per
    paura che quello non gliene portasse via qualcuna.
    - Ma non c' proprio verso di poterne trovare delle nuove?
    - Le nuove,  - rispose il mago - forse le sa una  vecchia  Fata,  fata
    Fantasia:  ma  non  vuol dirle a nessuno.  Vive sola in una grotta,  e
    bisognerebbe andarci in compagnia della Bella addormentata nel  bosco,
    di Cappuccetto rosso, di Cenerentola, di
    Pelosina,  di  Pulcettino  e  simil gente.  Prova;  per ti dico che 
    fatica sprecata.
    - Non importa; prover.
    Torn addietro e and dalla Bella addormentata nel bosco:
    - O Bella addormentata, vi prego, venite con me.
    - Volentieri.
    - O Cappuccetto rosso, ti prego, vieni con me.
    - Volentieri.
    - O buona Cenerentola, ti prego, vieni con me.
    - Volentieri.
    Insomma li radun tutti, e si misero in via.  Quelli sapevano il posto
    della grotta dove la vecchia Fata viveva rinchiusa, e ve lo condussero
    facilmente. Picchiarono all'uscio.
    - Chi siete?
    - Siamo noi.
    Fata Fantasia li riconobbe alla voce, e venne ad aprire.
    - Che cosa volete?  E chi  costui?  Temerario,  come osi di venire da
    me!
    E voleva scacciarlo via.
    Quelli la rabbonirono e le esposero il motivo della loro venuta:
    - Questo povero disgraziato ha  tentato  tutti  i  mestieri  e  non  
    riuscito in nessuno. Si era anche messo a fare il racconta-fiabe; ma i
    bambini,  che gi sanno a mente le nostre storie, ora vorrebbero delle
    fiabe nuove, e non gli prestano attenzione.
    Bella fata Fantasia, aiutatelo voi!
    - Fiabe nuove non ce n' pi; se n' perduto il seme.
    - Bella fata Fantasia, aiutatemi voi!
    Sentendosi pregare colle lagrime agli occhi, fata Fantasia s'intener:
    - Vado e vengo.
    Rientr nella grotta,  e dopo un pezzetto,  ricomparve  col  grembiule
    ricolmo:
    - Tieni; con questa roba forse ti riescir.
    E  gli  diede  una stiacciata,  un'arancia d'oro,  un ranocchino,  una
    serpicina, un uovo nero, tre anelli, insomma tante cose strane.
    - Che debbo farne?
    - Portali teco e vedrai.
    Ringrazi,  tutto contento,  accompagn quegli altri alle case loro e,
    la prima citt che incontr, si messe a gridare per la via:
    - Fiabe, bambini, fiabe! Chi vuol sentire le fiabe?
    I bambini accorsero da tutte le parti e gli fecero ressa attorno.
    Lui prese la stiacciata in mano e cominci:
    - C'era una volta...
    Non sapeva neppure una parola di quel che dovea raccontare; ma, aperta
    la bocca,  la fiaba gli usciva filata, come se l'avesse saputa a mente
    da gran tempo. E fu la fiaba di Spera di sole.
    La fiaba piacque ai bambini:
    - Un'altra! Un'altra!
    E quello, preso a caso uno dei regali della Fata,  che portava seco in
    una borsa, cominci:
    - C'era una volta...
    Non sapeva neppure una parola di quel che dovea raccontare; ma, aperta
    la bocca,  la fiaba gli usciva filata, come se l'avesse saputa a mente
    da gran tempo.
    E raccont la fiaba di Ranocchino, porgi il ditino.
    La fiaba piacque ai bambini:
    - Un'altra! Un'altra!
    E cos di seguito;  ne raccont pi  di  una  dozzina,  e  lui  ci  si
    divertiva pi dei bambini.
    Poi and in un'altra citt:
    - Fiabe, bambini, fiabe! Chi vuol sentire le fiabe?
    E ricominci da capo. I bambini contentissimi.
    Ma, infine, erano sempre quelle: Spera di sole, Ranocchino, Cecina, Il
    cavallo di bronzo, Serpentina, Testa-di-rospo... Sicch, all'ultimo, i
    bambini si seccarono, e appena cominciava:
    "C'era una volta..." lo interrompevano:
    - La sappiamo, la sappiamo a mente!
    Che  cosa  farne  di quelle fiabe,  ora che i bambini non volevano pi
    sentirle, perch le sapevano tutte a mente?
    Pens di regalarle al mago Tre-Pi,  per metterle nei  cassetti,  colle
    altre fiabe imbalsamate.
    E and a trovarlo.
    Al cancello c'era il solito mastino:
    - Chi cerchi da queste parti?
    - Cerco il mago Tre-Pi.
    - E' fuori: aspetta.
    Sul  tardi,  ecco il mago Tre-Pi,  nero come il pepe,  col suo barbone
    nero e quei suoi occhi neri che schizzavano fuoco:
    - Sei tornato di nuovo? Che vuoi da me?
    - Nulla,  buon Mago;  vengo anzi a farvi un regalo.  Queste son  fiabe
    nuove  e nei vostri cassetti non ce le avete.  Ora che tutti i bambini
    le sanno a mente, ho pensato di regalarvele per metterle insieme colle
    altre imbalsamate.
    - Ah, sciocco! Sciocco! - rispose il Mago.  - Non vedi che cosa hai in
    mano?
    Il racconta-fiabe guard: aveva in mano un pugno di mosche!
    E torn addietro scornato, e di fiabe non ne volle pi sapere.
    Perci si conchiude:
    - Fiabe nuove non ce n' pi; se n' perduto il seme!
    Come e perch,  cari bambini,  lo saprete facilmente quando sarete pi
    grandi.



















    LA REGINOTTA.


    A Carluccio Ottino

    I patti erano questi: io dovevo scrivere una bella fiaba,  dicevi;  tu
    dovevi stamparla,  in una magnifica edizione,  coi quattrini delle tue
    strenne.
    Povero editorino mio! Hai tribolato un anno,  come gli editori grandi,
    per aver in mano il manoscritto.
    Mi ero incaponito a volerti regalare una fiaba proprio nuova di zecca,
    e  non  ci riuscivo.  C' voluto un anno per persuadermi che le fiabe,
    pari ai poemi e alle tragedie,  non   possibile  rifarle.  Perci  ho
    tentato, alla meglio, di ricorrere alla memoria.
    Quand'ero  bimbo,  nelle  giornatacce  d'inverno,  la  Mamma mandava a
    chiamare in casa nostra la moglie d'un ciabattino famosa per raccontar
    fiabe.  Son tornato addietro,  a quegli  anni,  a  quelle  giornatacce
    d'inverno, quando ci stringevamo tutti,
    fratellini e sorelline,  attorno il gran braciere di rame rosso che il
    babbo,  buon'anima!  si teneva fra le gambe;  e,  intanto che  la  zia
    Angiola,  filando in piedi,  raccontava,  senza mai stancarsi,  le sue
    storie meravigliose,  stavamo  cheti  come  l'olio,  a  bocca  aperta,
    incantati per ore ed ore.
    E' una di quelle questa qui che io ti ripeto, ahim non cos bene come
    la zia Angiola la raccontava!
    In  ogni  modo,  ecco  adempita la mia promessa: meglio tardi che mai.
    Adempisci ora tu, per la tua facile parte d'editorino di nove anni.
    Tante cose alla tua buona Mamma e al tuo Babbo, e un bacio per te del
    Tuo aff.mo Luigi Capuana

    Milano, 16 novembre 1881

    ******************

    C'era una volta un Re e una Regina che avevano una figliuola pi bella
    della luna e del sole.
    Un giorno, dopo il pranzo, il Re disse alla Regina:
    - Maest,  guardate qui,  tra i capelli.  Sento qualche  cosa  che  mi
    morde.
    La  Regina  osserv,  scostando  i  capelli  colle  dita,  e  trov un
    pidocchio che era uno stupore. Stava per ischiacciarlo.
    - No - disse il Re. - Proviamo d'allevarlo.
    E misero il pidocchio in uno scatolino piccino piccino.
    Gli davan da mangiare ogni giorno,  e quello  cresceva  e  ingrassava.
    Presto  dovettero  levarlo  via  di l perch non ci capiva pi,  cos
    grosso s'era  fatto.  Il  Re,  curioso  di  vedere  fin  dove  sarebbe
    arrivato,  lo  trattava  bene,  e insieme alla Regina,  andava tutti i
    giorni ad osservarlo in  quella  stanza  del  palazzo  reale  dove  lo
    tenevano nascosto.  Il pidocchio cresceva, cresceva. Furon costretti a
    levarlo via anche da quell'altro scatolino; era pi grosso d'un pugno:
    si stentava a riconoscere che
    fosse un  pidocchio.  Insomma,  cresci,  cresci,  divent  quanto  una
    gallina e poteva appena muoversi, dalla gran ciccia che avea addosso.
    Allora il Re lo ammazz,  lo scortic e ne conci la pelle.  E fece un
    bando:
    - Chi indovina che pelle di animale sia questa,  avr la Reginotta mia
    figliuola in isposa. Chi non sa indovinarlo, gli si taglia la testa.
    La Reginotta era angustiata.
    - Che marito le sarebbe toccato in sorte?
    E piangeva. Ma il Re voleva cos e bisognava ubbidire!
    Accorsero  parecchie persone da tutti i punti del regno.  Chi disse la
    pelle  essere  d'un  animale,  chi  d'un  altro;   ed  ebbero,   senza
    misericordia, tagliate le teste.
    Si  provarono  altri.  L'idea  di  sposar  la  Reginotta  era una gran
    tentazione,  e pareva cosa facile il conoscere  una  pelle  d'animale.
    Per,  quand'erano l,  rimanevano.  E il Re,  senza misericordia, gli
    faceva tagliare le teste.
    Finalmente, ecco un bel giovane.
    - Peccato! Verr fatta la festa anche a lui!
    Tutti ne aveano compassione  vedendolo  cos  giovane  e  cos  bello.
    Perfino  il  Re  gli  disse  di  pensarci due volte prima d'esporsi al
    cimento.  Ma quegli,  ostinato,  entrava nella sala dov'era esposta la
    pelle.
    - E' pelle di pidocchio!
    - Bravo! - gli disse il Re. - Tu sposerai la Reginotta.
    L'abbracci, lo ritenne a pranzo e ordin feste per tutto il regno.
    La  Reginotta era contenta.  Lo sposo,  giovane e bello,  pareva anche
    d'alto lignaggio.
    - Chi sei? - gli domand il Re a tavola.
    - Son carne battezzata e ho sangue reale nelle vene.
    - E dov' il tuo paese?
    - Il mio paese? E' lontano, lontano.  Per andarvi ci si mette un anno,
    un mese e un giorno, e chi ci arriva non fa pi ritorno.
    La Reginotta sgomentossi.
    Il  Re  e la Regina piangevano,  pensando che la loro figliuola doveva
    vivere in quel paese lontano,  lontano,  che per andarvi ci si metteva
    un anno,  un mese e un giorno,  e chi ci arriva non fa pi ritorno. Ma
    parola di Re non va indietro.
    E fatte le nozze, la Reginotta e il bel giovane,  con un gran seguito,
    si  misero  in  viaggio.  Centinaia di carri e di cavalli portavano la
    dote di lei,  tutta in gioie e quattrini,  e il corredo e i  magnifici
    regali ricevuti dal Re e dalla Regina.
    Cammina, cammina, cammina, non arrivavano mai!
    - Dov' il tuo paese?
    - Dietro quelle montagne.
    Oltrepassaron le montagne e non s'arrivava ancora!
    - Dov' il tuo paese?
    - Pi in l di quelle foreste.
    Oltrepassaron le foreste e non s'arrivava ancora!
    - Dov' il tuo paese?
    - In fondo a quella pianura.
    Traversarono la pianura e non si arrivava ancora!
    La  Reginotta intanto non si dava pace.  Pensava al babbo e alla mamma
    che non avrebbe pi riveduti.
    Quel paese, cos lontano lontano che non ci s'arrivava mai, le metteva
    un grande sgomento.
    - Vuoi tu fare in fretta? - le disse lo sposo.
    - S.
    - Ti prender in collo e vedrai.
    E la Reginotta lo lasci fare. E non gli si  attaccata al collo colle
    braccia,  che il bel giovane si trasforma in un  Orco,  alto,  grosso,
    peloso, dagli occhi di brace, con certe zanne e certe granfie!...
    - Ah, Vergine santa! Ah, mamma mia!
    La  Reginotta avea chiuso gli occhi,  si sentiva come portar via da un
    vento furioso.
    L'Orco, nella sua corsa, faceva rintronar le vallate e le montagne:
    - Auhiii! Auhiii!
    Pareva un terremoto dovunque passasse, pareva un tempesta.
    Quando la Reginotta aperse gli occhi,  cap che era gi  arrivata  nel
    castello dell'Orco suo sposo.
    Si sent stringere il cuore.
    Il  castello  era  tutto  circondato da mura cos alte che si vedeva a
    mala  pena  un  po'  di  cielo.  Stanzoni  freddi  e  bui;   catenacci
    dappertutto; dappertutto ceffi di guardie che avrebbero messo spavento
    anche al pi coraggioso del mondo.
    - Che fare? Bisognava rassegnarsi!
    L'Orco le usava grandi riguardi. La mattina andava via per la caccia e
    tornava la sera carico di preda.  La Reginotta riconosceva quell'alito
    a dieci miglia di distanza.  La  preda  consisteva  sempre  in  poveri
    cristiani,  parte  uccisi,  parte vivi,  che l'Orco poi divorava mezzo
    crudi,  uno a colazione,  uno a pranzo,  uno a cena.  Per la Reginotta
    invece portava pietanze squisite,  pasticcini, torte, dolciumi di ogni
    sorta.
    - Mangia! Hai paura?
    - No.
    - Mangia dunque!
    - Non ho appetito.
    - Mangia!!...
    E  bisognava  mangiare,   perch  l'Orco  s'offendeva  del  rifiuto  e
    digrignava i denti.
    - Bevi! Hai paura?
    - No.
    - Bevi dunque!
    - Non ho sete.
    - Bevi!!...
    E bisognava bere, perch l'Orco s'offendeva del rifiuto e digrignava i
    denti.
    Ma torniamo al Re e alla Regina.
    Un giorno,  dopo che il vincitore e la Reginotta eran partiti,  arriv
    un giovinetto: voleva, anche lui, tentar la prova della pelle.
    - Troppo tardi, bel giovinetto! La prova fu vinta.
    - E da chi, Sacra Maest?
    - Da uno che abita un paese cos lontano,  che per andarci ci si mette
    un anno, un mese e un giorno, e chi ci arriva non fa pi ritorno.
    - E' un Orco! Ahim, la Reginotta  alle mani d'un Orco!
    Figuriamoci  il  dolore  del  Re,  della  Regina e di tutta la corte a
    questa brutta notizia!
    Il giovinetto and via lamentandosi che la sua cattiva sorte lo avesse
    fatto arrivare troppo tardi.  Era innamorato della Reginotta  soltanto
    perch  gli avevano detto che era pi bella della luna e del sole;  ed
    ora,  pensando che lei si trovava  alle  mani  di  quella  bestiaccia,
    provava un dolore di morte.
    E  camminava,  senza  saper  dove  andasse:  i suoi occhi parevano due
    fontane.
    Giunto in una pianura,  stanco del cammino fatto,  si sedette sopra un
    sasso, continuando a rammaricarsi.
    Passava una vecchia con un fastello di legna sulle spalle.
    - Che hai bel giovinetto?
    - Che volete che abbia, vecchiarella mia?
    E narr il tristo caso della Reginotta e dell'Orco.
    La  vecchia  non  rispose  nulla e riprese il cammino col suo fastello
    sulle spalle.
    - Voi siete stanca,  povera donna - disse il giovinetto.  - Date a  me
    cotesto fastello. Faremo strada insieme.
    - Grazie, figliuolo!
    Il  giovinetto  si  caric  il  fastello e riprese la via insieme alla
    vecchia. Quel fastello era pesante.
    - Nonna, la vostra abitazione  molto lontana di qui?
    - Un albero che balla e un  uccellin  che  parla;  appena  gli  avremo
    incontrati e saremo giunti a casa mia.
    Il  fastello  aumentava  di  peso.  Il giovinetto stentava a reggerlo,
    sudava, ansava. E intanto il sole era tramontato; faceva gi scuro.
    - Nonna, la vostra abitazione  molto lontana di qui?
    - Un albero che balla e un  uccellin  che  parla;  appena  gli  avremo
    incontrati e saremo giunti a casa mia.
    Era notte;  ci si vedeva poco.  Ed ecco pel prato un albero che andava
    saltelloni e pareva ballasse, come se fosse stato una persona viva.
    - Hai fatto buona guardia, ora basta - gli disse la vecchia.
    E l'albero cess di saltellare. Il giovinetto si era fermato, stupito.
    - Avanti, figliuolo; c' ancora qualche tratto.
    Intanto il fastello aumentava di peso.
    Il giovinetto non ne poteva pi!
    Stava per maledire l'ora e il punto che lui avea fatto quella carit a
    quella vecchia, quand'ecco uno sbattere di ali.
    Era l'uccellino che parlava.
    - Bene arrivata la mammina mia! Bene arrivato chi viene con lei!
    Il giovinetto, dalla paura, cominci a tremare.
    - Siamo giunti - disse la vecchia.
    Ed entrarono in casa.
    Quello si tolse di spalla il fastello, ch'era ridiventato leggiero,  e
    lo pos accanto al focolare.
    Allora la vecchia prendeva due ramicelli di legna, accendeva il fuoco,
    preparava  la  minestra;  poi  stendeva la tovaglia e metteva i piatti
    sulla tavola.
    E quando tutto fu pronto:
    - Cricr, cricr, cricr!
    L'uccellino diventava una bella ragazza.
    Si misero a mangiare.
    Il giovinetto aveva ribrezzo di toccar le pietanze; temeva non fossero
    incantate.
    - Dove vai, giovinetto, cos sperso pel mondo?  Se tu volessi fermarti
    qui, ti darei le mie ricchezze e questa bella figliuola in isposa.
    - Ah, nonna mia, lasciatemi andare! Cerco la Reginotta del mio cuore e
    vo' trovarla, ad ogni costo. Se non la trover monaco mi far.
    -  Poverino!  Ma  tu  non sai la via del paese dell'Orco.  E' lontano,
    lontano! Per andarvi ci si mette un anno,  un mese e un giorno,  e chi
    ci arriva non fa pi ritorno!
    - Che importa?  La mia vita  della Reginotta; se morr per lei, tanto
    meglio!  Datemi  un  cantuccio  per  dormire,   e  domani  svegliatemi
    all'alba; vo' mettermi in cammino.
    La  vecchia lo condusse in una cameretta cos bella da star bene anche
    in una reggia.  Ma il giovinetto non poteva dormire.  Pensava alla sua
    Reginotta e a quell'Orco, si svoltava di qua e di l fra le lenzuola e
    sospirava.
    - Cricr, cricr, cricr!
    Entrava  in  camera  l'uccellino e subito diventava una bella ragazza,
    quella di poco prima.
    - Perch non dormi, giovinetto? Perch sospiri?
    - Penso alla Reginotta del mio cuore e non posso chiuder occhio.
    - Prendi me.  Sono bella,  sono ricca,  sono  di  sangue  reale.  Dove
    vorresti trovare una fortuna migliore?
    - Ah, ragazza mia, lasciatemi andare! La mia sorte vuol cos.
    - Cricr! Cricr! Cricr!
    La bella ragazza ritornava uccellino.
    -  Strappa una penna da questa coda,  strappa due penne da queste ali.
    Nei momenti di gran pericolo,  prendine una in mano e  comanda.  Sarai
    ubbidito.
    Il giovinetto esitava:
    - Poteva essere un tranello!
    Ma quello, di nuovo:
    -  Strappa una penna da questa coda,  strappa due penne da queste ali.
    Nei momenti di gran pericolo,  prendine una in mano e  comanda.  Sarai
    ubbidito.
    - Allora!... - disse il giovinetto.
    E,  rassicurato,  gli strapp quelle penne dalla coda e dalle ali e se
    le mise in serbo nelle tasche.
    La notte era lunga e lui non poteva conciliar sonno.  Pensava alla sua
    Reginotta e a quell'Orco,  si rivoltava di qua e di l fra le lenzuola
    e sospirava.
    Entr in camera la vecchia.
    - Perch non dormi, giovinetto? Perch sospiri?
    - Penso alla Reginotta del mio cuore e non posso chiuder occhio.
    - Sposa la mia figliuola. E' bella,  straricca,  di sangue reale.
    - Ah, nonna, lasciatemi andare! La mia sorte vuol cos.
    - Tu sei un cuore fedele! Prendi questa nocciuola. Nei momenti di gran
    pericolo schiacciala fra i denti e comanda. Sarai ubbidito.
    All'alba il giovinetto part.
    Cammina, cammina, giorno e notte, arrivava in mezzo a una foresta dove
    non c'era un segno di strada.  Alberi di qua,  alberi di l,  macchie,
    siepi, spine. Non poteva pi andare n avanti, n indietro.
    - Ah!... Questo  il paese dell'Orco! - esclamava ad un tratto.
    Prov  una  grande  allegrezza.  Prese in mano quella penna della coda
    dell'uccellin che parlava, e:
    - Penna mia, penna mia, presto, aprimi la via!
    Il bosco s'aperse. Ed ecco una strada larga,  diritta,  che non finiva
    mai.  Pi  lui s'inoltrava e pi la strada s'allungava.  Il giovinetto
    avea terminato il pane e l'acqua portati con s; e l non c'era acqua,
    non c'era frutta,  nulla!  Cominciava gi a provare tutti gli  strazii
    della fame.  Intanto annottava;  una notte senza stelle,  buio come in
    gola; e si sentivano pel bosco gli urli dei lupi affamati...
    - Questa volta  finita. I lupi mi divoreranno!
    Ma ecco laggi, in fondo, in fondo, un lumicino che si vedeva e non si
    vedeva.
    Il giovinetto si fece coraggio,  raccolse le sue forze e tir innanzi.
    Il  lumicino  restava sempre in fondo,  che si vedeva e non si vedeva.
    Finalmente,  come  Dio  volle,  il  poverino  giunse  dove  quel  lume
    luccicava dalla fessura d'un uscio, e picchi.
    Non rispose nessuno.
    Lui tornava a picchiare.
    - Aprite, anime cristiane! Ricoveratemi per questa notte!
    Ma non riceveva risposta.
    - Era dunque arrivato in terra di pagani?
    E picchiava di nuovo, questa volta pi forte.
    - Chi sei?
    Quella vocina fioca fioca veniva di cima della casa.
    -  Sono  un  viandante  smarrito.  Fate  la  carit,  in  nome di Dio!
    Ricoveratemi per questa notte!
    - Zitto, non rifiatare,  se ti  cara la vita!  Aspetta che io ti cali
    gi le treccie dei miei capelli e afferrati ad esse.
    Il  giovinetto  s'afferrava a quelle treccie venute gi,  e si sentiva
    tirar in alto come una secchia. Un braccio l'aiutava ad entrare per la
    finestra, e lui si trovava faccia a faccia con una bella donzella, che
    lo guardava sorpresa.
    - Come sei venuto fin qui? Ci si mette un anno, un mese e un giorno, e
    chi ci arriva non fa pi ritorno!
    - Ah! Dunque si trovava nel castello dell'Orco!  E quella donzella era
    la sua amata Reginotta!
    Si mise a piangere dalla contentezza.
    E quando disse chi era e come e perch venuto, piansero insieme.
    Ma  gi  stava  per  aggiornare.  Il  castello  rintronava  degli urli
    dell'Orco che si preparava  ad  andar  a  caccia.  La  Reginotta  fece
    nascondere il giovinetto in un armadio e finse di ricamare.
    L'Orco  di  un  calcio  all'uscio.  E  appena  entrato  nella camera,
    cominciava a fiutare intorno intorno.
    - Perch fiutate?
    - Mucci, mucci, sento odor di cristianucci!
    - Andate l! Avete fatto colazione or ora e n'avete piene le narici.
    L'Orco s'acchetava e partiva per la sua caccia:
    - Auhiii! Auhiii!
    - Fuggiamo - disse il giovinetto appena l'Orco fu partito.
    - Ah, poveri a noi!  Di qui non s'esce.  Potessimo anche uscirne,  non
    sapremmo  ritrovare  la  strada in mezzo al bosco che per cento miglia
    circonda il castello.
    Allora il  giovinetto  ricorreva  all'altra  penna  dell'uccellin  che
    parlava.
    - Penna mia, penna mia, tutti e due portaci via!
    E di botto si sentirono come presi in collo,  per aria,  e, in men che
    non si dica, si ritrovarono ben oltre le cento miglia dal bosco.
    Camminarono a piedi per tutta la giornata;  e quando  furono  stanchi,
    veduto   un   pagliaio  abbandonato,   andarono  a  ricoverarsi  l  e
    s'addormentarono saporitamente.
    La mattina di buon'ora, ripresero il cammino.
    Ma dopo un pezzetto,  ecco da  lontano  un  rumore  sordo  sordo,  che
    s'avvicinava crescendo:
    - Auhiii! Auhiii!
    Era l'Orco che li inseguiva!
    Affrettarono il passo,  anzi si misero a correre;  ma l'Orco gli aveva
    gi scoperti da lontano e gli veniva addosso pi lesto del vento.
    Il giovinetto prese in mano l'ultima penna dell'uccellin  che  parlava
    e:
    - Penna, pennina, lei fontana ed io anguilla!
    L'Orco s'arrest, stupito di non pi vederli.
    La  fontana,  limpida  come  il  cristallo,  gorgogliava  allato della
    strada, e l'anguilla guizzava nell'acqua dimenando la coda.
    L'Orco ebbe il sospetto che si fossero trasmutati l'una in  fontana  e
    l'altro in anguilla.
    - Fontana, ti berr! Anguilla, ti prender!
    Ma,  bevi,  bevi,  quella  fontana  era  sempre  allo stesso punto,  e
    quell'anguilla gli sguizzava sempre di mano.
    L'Orco s'era gi pieno lo stomaco d'acqua, ne avea fino alla gola. Non
    poteva pi articolar la mano, tanto s'era stancato.
    Si riposava un momento e poi daccapo:
    - Fontana, ti berr! Anguilla, ti prender!
    E tornava a bere, sforzandosi.
    E cercava di afferrare quella maledetta  anguilla  che  gli  sguizzava
    sempre  di  mano.  Finalmente buttossi per terra,  morto dalla fatica,
    oppresso da quel peso dello stomaco, e subito s'addorment.
    La Reginotta e il suo compagno, visto che l'Orco dormiva, ripresero la
    strada.
    Avevano  camminato  tutta  la  notte  e  met  del  giorno   appresso,
    quand'ecco nuovamente:
    - Auhiii! Auhiii!
    L'Orco gli inseguiva, pi furioso di prima.
    - Ferma! Ferma!
    Pareva che tuonasse.
    La  povera Reginotta si perdette d'animo e svenne.  L'Orco era a pochi
    passi; gi arrotava i dentacci:
    - Auhiii! Auhiii!
    Allora il giovinetto schiacci la nocciuola.
    - Nocciuola, nocciuola, trasmutaci in roccia e in farfalla che vola!
    E l'Orco si trov davanti a una roccia scoscesa e brulla, che s'alzava
    a picco sulla campagna.
    Una magnifica farfalla svolazzava qua e l  colle  sue  ali  dorate  e
    andava, di tanto in tanto, a posarsi su quella.
    L'Orco  ebbe  il  sospetto che si fossero trasmutati l'uno in roccia e
    l'altra in farfalla.
    - Roccia, t'atterrer! Farfalla, t'acchiapper!
    E si di a scalzare la roccia,  scavando la terra colle ugne;  ma  non
    riusciva a spostare nemmeno un sassolino.
    Avea  le  mani  tutte  scorticate,  le  ugne  tutte rotte;  e scavava,
    scavava.  Poi lasciava di scavare e dava la caccia alla  farfalla.  Ma
    quella volava in alto e non si lasciava acchiappare.
    Morto  dalla  fatica,  sdraiossi  per  terra,  sotto  la roccia,  e si
    addorment.
    A un tratto la roccia gli si lasciava cader addosso tutta d'un pezzo.
    - Auhiii! Auhiii! - urlava l'Orco, dando gli ultimi tratti.
    Cos la Reginotta e il suo compagno  poterono  rimettersi  in  viaggio
    tranquilli, e finalmente arrivarono ai confini del loro paese.
    Quando  il  Re  e  la  Regina ricevettero la notizia del loro prossimo
    arrivo, bandirono feste per tutto il regno.
    Uscirono ad incontrarli fuori le porte della citt con tutta la  corte
    e  un immenso popolo dietro,  e ordinarono subito i preparativi per le
    nuove nozze della Reginotta col suo liberatore.
    Ma lui disse:
    - Debbo fare un viaggio.  Se  fra  otto  giorni  non  sar  ritornato,
    piangetemi per morto.
    La Reginotta si disperava:
    - Anderai dopo, sposo mio!
    - Anderete dopo, figliuolo mio!
    Ma la Reginotta, il Re, la Regina non riuscirono a persuaderlo.
    Part,  e  si  trov nella pianura deserta dove avea incontrato quella
    vecchia.
    Aspettava un pochino,  ed ecco la vecchia,  anche questa volta col suo
    fastello di legna sulle spalle.
    - Mi riconoscete, vecchiarella mia?
    - Si, figliuolo, ti riconosco. O che vieni a fare da queste parti?
    -  Ve lo dir dopo;  datemi intanto il vostro fastello.  Faremo strada
    insieme.
    Questa volta il fastello era leggiero leggiero.

    - Son venuto per ringraziarvi e per invitarvi alle mie nozze.
    - Bravo figliuolo che tu sei!
    E,  detto questo,  la  vecchia  si  trasfigurava.  Era  diventata  una
    bellissima signora, risplendente pi d'una stella, con una verga d'oro
    nel pugno.
    Sorrise e spar.
    Allora lui comprese che quella era una Fata. Ritorn, tutt'allegro, al
    palazzo reale, e la stessa sera vennero celebrate le nozze.
    Cos furono marito e moglie:
    e lui ebbe il frutto e noi le foglie.
