    Luigi Capuana.
    GIACINTA.
    (1879)
    Associazione carcere e territorio il Bivacco, Melegnano (MI) 2000.


    INDICE.


    Parte prima: pagina 2.
    Parte seconda: pagina 98.
    Parte terza: pagina 189.










    A Emilio Zola


    Parte prima.

    1.

    - Capitano - disse Giacinta.
    E, presogli il braccio,  lo tirava verso la vetrata della terrazza con
    vivacit fanciullesca.
    -  E'  vero  che  il tenente Brogini ha un'amante vecchia e brutta che
    talvolta lo picchia?
    Il capitano Ranzelli cess di sorridere e si fece serio serio.
    - Perdoni, signorina; ma...
    - Al solito, gli scrupoli! - esclam Giacinta con una piccola mossa di
    dispetto.  - E' una scommessa;  me lo dica,  mi faccia questo piacere.
    Dopo se vorr, potr sgridarmi.
    -  Io  non la sgrido;  non ne ho il diritto n l'autorit - rispose il
    capitano. - Per ho tanta stima di lei e le voglio...
    - Tanto bene! - lo interruppe Giacinta, ridendo.
    - S, tanto bene, che non posso vederla commettere,  senza dispiacere,
    una leggerezza da nulla.
    - Ho fatto male?
    -   Almeno  qui,   dinanzi  a  questa  gente  che  suol  dare  maligna
    interpretazione anche alle cose pi innocenti.
    - Com' severo! Oh! Oh!
    - Non dica cos.  Spesso spesso le apparenze valgono pi della realt,
    e il mondo...
    -  E'  vero  o  no  che  il  tenente  Brogini...?  -  ripet  Giacinta
    spazientita.
    - Senta qua.
    Il Ranzelli fece girare sulle rotelle la poltrona  vicina,  prese  una
    seggiola e,  appoggiate le mani sulla spalliera,  chinandosi un po' in
    avanti, soggiunse:
    - Segga, dieci minuti.
    Vedendola sdraiata l, con la bruna testa buttata indietro e la faccia
    rivolta verso di lui,  stette a osservarla,  in piedi,  dondolando  la
    seggiola.  Quella  personcina  minutina,  rannicchiata  tra la soffice
    imbottitura  della  poltrona  e  cos  ben  modellata   dalle   pieghe
    dell'abito, gli richiamava alla mente l'immagine di un gioiello tra la
    bambagia  carnicina e il raso azzurro dell'astuccio;  mentre Giacinta,
    vistagli apparire negli occhi la forte commozione che gli  agitava  il
    cuore in quel momento, sorrideva a fior di labbra.
    Il  capitano sedutosele di fronte,  molto accosto,  cominci a parlare
    sotto voce; e stando ad ascoltarlo attentamente, colle sopracciglia un
    po' corrugate,  ella intanto girava gli occhi attorno,  da  un  gruppo
    all'altro del salotto.
    Sotto  il grande specchio di Murano,  dalla cornice di cristallo tutta
    fiori e foglie scintillanti  ai  vivi  riflessi  dei  lumi,  la  bella
    signora    Clerici   rideva   delle   sciocchezze   di   quell'insulso
    dell'avvocato Ratti che gesticolava come un burattino.
    Pi in l, la signora Manzi, bionda e grassona,  movendo lentamente il
    ventaglio, con gli occhi socchiusi, da quella indolente che era, stava
    a sentire,  chi sa quale discussione tra il Gessi e il giovine Porati.
    Se n'erano appellati a lei, pareva...
    Oh! Sapevano scegliere quei due!
    - Eh?... dico bene? - domand il capitano.
    - S, s.
    Giacinta  aveva  risposto   chinando   lievemente   il   capo,   senza
    interrompere la sua rassegna.
    Dal  sedile  a  foggia  di  un'esse  posto nel centro del salotto,  la
    signora Rossi,  che ragionava col Merli  -  parlava  sempre  lui  quel
    buratto!  -  li  spiava  di  sbieco,  con la sua aria maligna di magra
    stecchita,  storcendo pi del solito gli occhi sul faccione  da  mula.
    Quei  due  occhi collo strabismo davano a Giacinta il mal di capo ogni
    volta che le accadeva di fissarli un  tantino;  e  per  ci  li  aveva
    subito  evitati.  Ma  s'era incontrata con gli sguardi pettegoli della
    Gina, la nipote della signora Rossi. Voltavasi anche essa, di tanto in
    tanto verso di loro,  forse per  distrarsi  dal  conversare  con  quel
    grullo  del  conte  Grippa  di San Celso che,  piantato davanti a lei,
    piegato in arco, colle braccia incrociate sulla schiena, le spalancava
    in viso la bocca enorme,  forse,  perch  moriva  dalla  curiosit  di
    sapere di che discorressero, con tanto interesse, quei due.
    Proprio   in  quel  momento,   Giacinta  si  era  messa  a  sorridere,
    soddisfatta,  abbassando le palpebre,  scotendo lentamente il capo  in
    segno  di  conferma,  intanto  che  il  Ranzelli,  eretto  sulla vita,
    impettito, scuro in viso,  mordevasi i baffi e si guardava,  per darsi
    un contegno, le mani.
    Alzando gli occhi,  ella scorse in un angolo sua madre che le gettava,
    di sfuggita, certe occhiate penetranti come un succhiello.
    - La mamma ci osserva - disse al capitano.
    - Tanto meglio - rispose questi, guardando dalla parte dove la signora
    Marulli,   col  vestito  nero  accollato,   orlato   da   un   goletto
    bianchissimo,  a  cartocci,  che  dava risalto alla sua bella testa di
    donna matura, pareva ragionasse fitto fitto colla signora Villa, senza
    neppure badare ai continui dinieghi di questa.
    Poco dopo, Giacinta diceva al capitano:
    - Gerace ci mangia con gli occhi.
    - Peggio per lui!
    Questa volta il Ranzelli non si degn  di  voltarsi.  Giacinta,  per,
    continu a guardare laggi, verso il pianoforte.
    Da  un  pezzetto  Andrea Gerace non prestava pi orecchio alla signora
    Maiocchi che, seduta dirimpetto a lui,  pareva gli parlasse di qualche
    cosa interessante,  facendo ballare i nastri,  i fiori, i tralci della
    sua  enorme  pettinatura.  Egli  tormentava,  ora  con  una  mano  ora
    coll'altra,  la  punta  dei  suoi  baffettini incipienti e aveva negli
    occhi tutto  il  dispetto  per  quella  eterna  conversazione  tra  il
    capitano e Giacinta.
    - E i dieci minuti? - diceva infatti Giacinta, con aria di rimprovero,
    al Ranzelli.
    - Per me non sono ancora passati..., se non la infastidisco.
    Giacinta  gli accenn di continuare,  col ventaglio di tartaruga a cui
    teneva appoggiata la faccia; e riprese a fissare Gerace, che, pallido,
    cogli occhi intorbidati,  non ne perdeva il pi piccolo movimento.  La
    signora Maiocchi,  nella foga del ragionare,  non gli aveva badato; ma
    quando gli vide rizzare  improvvisamente  il  capo,  si  volt  subito
    indietro agitando il pensile giardino della sua testa,  per vedere che
    cosa accadesse.
    Il Ranzelli,  accostata un po' pi la seggiola alla poltrona,  parlava
    con grande efficacia,  curvo,  accompagnando le parole con brevi gesti
    nervosi; e Giacinta, a fronte bassa, mordendo la punta del ventaglino,
    stava ad ascoltarlo immobile, il seno ansante, infiammata nel viso.
    - Ma dunque questa Giacinta vi fa ammattire tutti!
    La signora Maiocchi prese  stizzosamente  una  delle  tante  partiture
    ammonticchiate sul pianoforte e cominci a sfogliarla.
    - Volete un consiglio? - soggiunse, rimettendo la partitura a posto. -
    Lasciate andare; quella ragazza  impastata di ghiaccio.
    - Il capitano sta per scioglierlo! - rispose Andrea.
    - Non vi credevo cos sciocco - disse la Maiocchi, levandosi a sedere.
    Nello stesso punto Giacinta si era alzata dalla poltrona.
    - Poesia! Poesia! - mormorava, fissando il capitano negli occhi.
    E  si  stirava  graziosamente  con  un  fare di persona stanca;  ma il
    capitano,   indovinando  sotto  quella  sonnolente   indifferenza   la
    commozione  vibrante ancora nei delicati nervi di lei,  pensava un po'
    mortificato: - Strana ragazza!
    - Insomma?... - le domand tutt'a un tratto.
    E siccome a questa insistenza Giacinta non pot trattenere un sorriso,
    il Ranzelli, per ricambio, voleva darle una stretta di mano.
    - Oh, no! - ella disse, avvedendosi dell'abbaglio di lui.  Ma non pot
    aggiungere altro, sotto tanti sguardi rivolti curiosamente su di loro.
    Gli fece un piccolo inchino con la testa, e and incontro al padre che
    rientrava  dalla  stanza  da giuoco discutendo,  col signor Rossi e il
    cavaliere Clerici,  l'ultima partita di tressette.  Il Signor  Marulli
    voleva giustificare, a tutti i costi, una giocata andatagli male.
    - Babbo, devi aver torto - gli disse Giacinta, sforzandosi di parer di
    buon umore. - Ha perduto,  vero cavaliere?
    - Come sempre - rispose Clerici.
    Il Signor Marulli protestava.
    Ranzelli  intanto,   rimasto  a  riflettere  sulle  ultime  parole  di
    Giacinta,  si arrabbattava colle dita contro un bottone  della  divisa
    che  stentava  a  entrare  in  un occhiello.  Poi,  vedendo passare il
    commendatore Savani scappato da un piccolo crocchio di persone con  le
    quali era stato lungamente a discorrere, gli si accost, dicendo:
    - Buoni affari, commendatore?
    - Ah! gli azionisti son pi noiosi delle mosche - rispose Savani.
    - Il miele dei dividendi li attira!  - aggiunse il Ratti salutandolo e
    ammiccando malignamente al capitano e alla  Maiocchi  la  quale  aveva
    alzato  la  testa  lasciando  di  parlare  al  cavaliere  Mochi  in un
    orecchio.
    Questi, con la lente all'occhio sinistro,  senza smettere di osservare
    le  fotografie  del grande album aperto sul tavolino,  rispondeva alla
    signora Maiocchi:
    - V'ingannate, non mi riguarda.
    - Andate l! Come antico "cugino" della mamma, dovrebbe interessarvi.
    E dondolava il capo affermativamente, bench Mochi le dicesse:
    - Niente affatto!  Quella parentela  costava  troppo,  allora;  e  non
    valeva quel che costava. Oh! io sono sempre economo in vita mia.
    - Sia pure!
    E la signora Maiocchi rideva, ma non pareva ben persuasa.
    Nel centro del salotto,  attorno alla signora Rossi,  alla Gina,  alla
    signora Clerici e alla  signora  Mazzi  che  si  faceva  sempre  vento
    indolentemente, la conversazione era diventata animatissima.
    - Che pazzerellone quel Ratti!
    - Non c'era altri che lui per rallegrare la brigata!
    Infatti ridevano tutti.
    Giacinta, in piedi, a braccio della Gina che aveva ceduto il suo posto
    alla  signora  Mazzi,  non  perdeva  di  vista Gerace.  Egli picchiava
    leggermente con un dito sopra un tasto del pianoforte,  mordendosi  il
    labbro,  gli  occhi  rivolti  al  soffitto;  e  quella  nota,  sorda e
    continua,  irritava Giacinta,  bench il rumore della conversazione la
    facesse  appena  avvertire  dagli altri.  Ogni battuta era per lei una
    puntura di spillo.  Finalmente  non  ne  pot  pi!  Svincolatasi  dal
    braccio della Gina,  si fece largo colla mano fra il conte Grippa e il
    Porati, e fermatasi a pochi passi dal pianoforte:
    - Dio mio, signor Andrea! - gli disse. - Non ha altro da suonare?
    - Musica del cuore! - esclam la signora Maiocchi.
    E vedendo che gli altri  ridevano  di  quella  spiritosaggine  buttata
    quasi in viso a Giacinta, si ringalluzz tutta.
    Gerace, sorridendo impacciatamente, erasi gi scostato dal pianoforte.
    - Musica del cuore! - ripet la signora Maiocchi.
    -  Ton!  Ton!  Ton!...  Cotesta  musica  la  faccio anch'io che non so
    suonare nemmen le campane. Ecco qui!
    E il Ratti si  mise  a  pestare  all'impazzata  sui  tasti,  lavorando
    furiosamente il pedale.  I bassi muggivano come tori feriti; gli acuti
    stridevano con un miagolio indiavolato.
    - Bravo! Bravo!
    Il conte Grippa cominci a batter le mani il primo,  sgangherandosi la
    bocca dalle risa.
    - Bravo!...Benissimo!
    Tutti gli fecero coro.  Quella grassona della signora Mazzi,  a cui il
    gran ridere dava il convulso,  si aggravava con tutta la  sua  persona
    sopra una spalla del Merli che, piccino com'era, aveva paura di essere
    schiacciato.
    Con  tal  successo e con tanta ressa di persone attorno al pianoforte,
    il Ratti pestava,  pestava  sulla  tastiera,  stralunando  gli  occhi,
    agitando  il  capo come in preda all'ispirazione musicale,  facendo le
    viste di svenirsi nei momenti patetici.
    - Povero pianoforte! - disse allora la signora Villa a la Marulli che,
    a quel chiasso, aveva smesso di parlare,  nell'angolo dov'eran rimaste
    esse sole.
    Profittando  della  confusione,  Giacinta  si era avvicinata a Gerace.
    Imbroncito,  in disparte,  Andrea lisciava le foglie della "gypsophila
    paniculata" posta in un vaso di porcellana su un treppiede di bronzo.
    - Che ti prende?  - gli disse sdegnosamente sotto voce, passando oltre
    senz'attendere la risposta.
    - Beene!... Braavo!... Beeenissimo!
    Ratti,  dato un ultimo strappo alla tastiera,  si  applaudiva  da  s,
    battendo le mani pi forte degli altri.


    2.

    Verso  le  undici  erano  rimasti nel salotto soltanto il commendatore
    Savani, il capitano Ranzelli e Andrea Gerace.
    La signora Marulli,  stretta la mano alla signora Villa che andava via
    facendosi  accompagnare  dal Merli e dal Porati,  si era avvicinata al
    Ranzelli gi sul punto di prendere commiato.
    -  Capitano,   -  gli  disse  -  questa  sera  avete  un'aria...   una
    cert'aria!... Non saprei...
    E intanto lo guardava negli occhi, come per strappargli un segreto.
    -  Pu  darsi - rispose Ranzelli - che questa sera sia una delle poche
    veramente felici della mia vita.
    - Per parlare cos - aggiunse Giacinta, fermata pi in l col Savani -
    aspetti che sia passata da un pezzo!
    Ranzelli s'inchin,  muto,  sopra pensiero,  intanto  che  la  signora
    Marulli lanciava un'occhiataccia alla figlia.
    -   Testolina!   -  disse  a  questa  il  commendatore,   tentando  di
    accarezzarle i capelli.
    Ma ella si trasse indietro, e alz il ventaglino per sviargli la mano.
    Appena il capitano fu  andato  via,  Giacinta  fece  un  piccolo  giro
    attorno, con aria di annoiata; poi, sedutasi al pianoforte, cominci a
    suonare  a  mezzo tono una melodia del "Ballo in maschera".  Andrea la
    raggiunse come per voltarle i  fogli,  mentre  il  commendatore  e  la
    signora  Marulli,  passavano  nel  salottino  accosto  per prendere la
    solita tazza di th e latte.
    A un tratto, Giacinta cess di suonare e piant in viso ad Andrea quel
    paio di occhi scintillanti che erano la sua bellezza.
    - Che pretende il capitano? - domand Andrea seccamente.
    - Nulla - rispose Giacinta, senza cessar di fissarlo.
    - T'ama, te lo ha detto!...
    - Sta bene. Vorresti impedirglielo?
    Andrea si rizz sulla persona come morso da un serpe.
    - Per carit, non farmi scene!
    E cos dicendo, Giacinta lo aveva preso per una mano e gli scuoteva un
    po' il braccio.
    - Ho forse torto?
    Andrea le si accost col viso al viso, rabbiosamente.
    - Voleva sentirselo dire in faccia, se lei ne aveva il coraggio!
    - S - rispose Giacinta, rimanendo imperterrita, a fronte alta.
    Per alcuni momenti stettero immobili, silenziosi, guardandosi fisso.
    - Dunque sposiamoci!  - disse Andrea risoluto.  - Vo' metterti con  le
    spalle al muro, sbugiardarti con la prova.
    - Impossibile! - rispose Giacinta, abbassando il capo.
    - Ecco, dunque! Sposerai lui!
    - N te, n lui.
    - E tu m'ami?
    - Con tutta l'anima!... Ma  un'altra cosa, Dio mio!
    - Chi ti capisce?
    Giacinta fece una mossa di dispetto.
    - Mi tormenti per capriccio!  Non pu essere altrimenti. Tu sai che io
    non mento - ella aggiunse; - ti ho detto che t'amo;  sei il solo a cui
    l'abbia detto!  Non lo dir a un altro, sta sicuro!... Ma t'amo a modo
    mio... Lasciati amare cos; non tormentarmi!
    A quella dolcezza di voce che contrastava coll'altiera fierezza  degli
    sguardi, Andrea, un po' rabbonito, rispose:
    - E l'avvenire?
    Giacinta  stese  un  braccio  sul leggo,  vi pos la testa in atto di
    abbandono e chiuse gli occhi un istante. Andrea l'osservava,  ansioso,
    con le labbra inaridite.
    -  L'avvenire?  -  ella  disse,  come  destatasi da un breve sonno.  -
    L'avvenire ...  che t'amer sempre!...  Che non  posso,  intendi?  n
    voglio amare altro che te!  Ma  appunto per questo,  intendi? che non
    saremo mai sposi!... Lasciati amare cos, a modo mio. Non tormentarmi!
    Andrea si sentiva vincere da quella voce carezzevole,  insinuante.  Ma
    che significavano tali parole in bocca a una ragazza da cui appena gli
    era stato permesso, di furto, qualche bacio sulle dita?
    Non riusciva a capirlo.
    - E dopo? - insisteva.
    Giacinta si era fermata a riflettere.
    - Dopo?... Oh, no! no! - poi disse, tristamente. - E' impossibile; no!
    L'uomo  non   mai generoso.  Dimenticare,  perdonare non  per lui...
    Verrebbe un giorno,  arriverebbe un momento che anche tu saresti  cos
    vile...
    E  tacque coprendosi la faccia con le mani.  Un tremito di ribrezzo le
    correva per tutto il corpo.
    - No,  impossibile!... Tu sai...
    Esitava. Evidentemente il parlare le costava un grande sforzo.  Andrea
    le fece cenno di no.
    -  Non  mentire,  tu lo sai!  - replic con dignitosa alterigia.  - In
    questo punto non saprei tollerare nemmeno la tua piet:  comincerei  a
    disamarti.
    - T'amo!  - rispose Andrea - T'amer sempre! So dimenticare; l'hai gi
    veduto. Perdonare?... Non  il caso.
    - Non m'illudi - lo interruppe Giacinta.  -  Ti  vo'  troppo  bene  da
    mettermi  a  repentaglio di doverti odiare o disprezzare,  che sarebbe
    anche peggio. Senti, Andrea; non fare pi scene;  te ne supplico!  Non
    far  comprendere  alla  gente  che  tu  sii  per me qualcosa pi degli
    altri...  E se ti pesa l'essere amato a modo mio,  se non hai  pi  la
    forza o il coraggio di continuare ad amarmi...  lasciami in pace; sar
    quel che sar!... Che posso dirti di pi?
    - Ma io t'amo tanto!
    Giacinta, commossa, abbandon la mano in quelle di Andrea.
    - Gi,  ad una spiegazione dovevamo venirci.  Ti  vedevo,  da  qualche
    tempo, cos irrequieto, cos smanioso...
    - Come non esserlo?
    -  Ora  non  pi,    vero?  Avrai  fede  in me,  sarai prudente,  non
    t'adombrerai di nulla;  vero?  Sono un po' diversa dalle altre donne;
    forse son fatta male.  Non  colpa mia...  S,  son fatta male!  Me ne
    accorgo...  Ah se tu sapessi quello che  ho  sofferto!...Ma  non  sono
    cattiva. Orgogliosa, anche troppo. L'orgoglio  il mio coraggio.
    - E, per l'avvenire? - torn a ripetere Andrea.
    -  Oh!  -  esclam  Giacinta.  - Vuoi dunque strapparmela per forza la
    terribile parola?... Vuoi dunque...
    Tent d'alzarsi;  ma un lembo della veste,  impigliato sotto il  piede
    dello sgabello, la ritenne. Allora, chinatasi per scostare lo sgabello
    e nascondendo con quel pretesto il suo imbarazzo:
    -  Ebbene  - disse - l'uomo del mio cuore potr,  forse,  un giorno...
    diventare il mio... amante; marito mio, no; mai!
    E si lev, strappando la veste.
    Andrea, visto rientrare il commendatore Savani con la signora Marulli,
    gli and incontro:
    - Mi aveva detto di aspettarla!... Eccomi qui.
    - Ah!...  Mi rammento  -  rispose  il  commendatore,  prendendogli  il
    braccio - Venite. Buona notte, Teresa.
    La signora Marulli attese che fossero usciti dal salotto; poi, con una
    di quelle sue occhiate che dicevano tanto, le grid sotto voce:
    - Grulla!
    - Mamma! - rispose Giacinta sdegnata.
    - Che c'? - domandava il signor Marulli apparso sull'uscio.
    - C'... che tua figlia  pazza! - rispose la signora Teresa, passando
    con tanta furia da dare appena tempo al marito di tirarsi da parte.
    Giacinta con le braccia tese in gi irrigidite, coi pugni stretti, era
    diventata bianca come un cencio lavato.
    - Che vuol dire? - torn a domandare il signor Marulli, interdetto.
    - Nulla, babbo - rispose Giacinta frenando a stento le lagrime - Tu lo
    sai bene... la mamma!
    E si sforzava di sorridere.


    3.

    Quella  figliuola  venendo al mondo,  non avea fatto gran piacere alla
    sua mamma. Infatti essa se n'era presto sbarazzata, dandola a balia in
    campagna e andando a vederla il meno possibile.
    Nella rare visite,  anticipatamente  annunziate,  la  signora  Marulli
    trovava la bambina lavata,  pettinata, ravviata di tutto punto, con la
    biancheria di bucato,  e  le  bastava.  La  toglieva  in  braccio,  la
    baciucchiava,  le  faceva un po' il solletico sui labbrini e sul mento
    per vederla ridere;  poi la rendeva alla balia o la metteva  in  culla
    ella stessa.
    La  Marulli  arrivava lass sempre accompagnata ora da uno,  ora da un
    altro signore che chiamava cugino.
    - Muta cugino  quasi  ogni  anno!  -  diceva  la  balia,  sorniona,  a
    quell'altro sornione di suo marito.
    Dopo la corta visita,  la signora Marulli e il cugino si perdevano pei
    campi,  fra gli alberi,  fra le macchie,  e tornavano alla cascina sul
    tardi. Allora ella dava in fretta un paio di baci freddi alla bambina,
    montava in carrozza col cugino,  e nemmeno affacciavasi allo sportello
    partendo.
    Anche quando arrivava lass col marito,  il cugino non mancava mai per
    la passeggiata pei campi.  Il signor Marulli rimaneva alla cascina,  a
    cullar la bimba,  a dondolarsela fra le braccia,  attaccando  discorso
    col marito della balia, raccontandogli tutte le faccende di casa sua:
    -  Gran  donna  quella  sua  moglie!  Aveva energia per cento.  Lui si
    mescolava poco nelle cose di casa. Quando aveva consegnata alla moglie
    l'intiera mesata  dello  stipendio  d'impiegato  alla  Prefettura,  si
    sentiva  sgravato  da un peso.  Pur che gli rimanesse qualche soldo in
    tasca pei sigari, pel tabacco da pipa e per la partita di tressette al
    caff, a lui come lui non gli occorreva altro. - Tiravano innanzi, col
    provento dell'impiego e con alcune rendite dotali della moglie  pagate
    esattamente  da  un  parente di lei che stava a Parigi o viaggiava pel
    mondo: non lo conosceva neppur di vista. - Basta.  L'abilit di quella
    donna  moltiplicava  i  quattrini.  Pel  loro  stato,  non c'era male.
    Destavano invidia.
    Il contadino stava a sentirlo,  zitto,  pensando che forse  il  cugino
    aiutava la signora a sbarcare il lunario:
    - E il marito chiude un occhio, com'usa in citt.
    Dopo  che  certi  braconi  sventarono la storiella dei cugini,  questa
    parola rimase.
    Allora la signora Marulli,  fresca,  bella,  di  un'aria  capricciosa,
    contava appena ventotto anni,  ed era sposa da due. Aveva aspettato un
    po' troppo il marito da lei fantasticato -  che  doveva  sposarla  pei
    suoi  occhi,  come  le  diceva  la nonna - e il signor Paolo era stato
    accettato in mancanza di meglio.
    - Per se n'era compensata - malignava la gente.
    Sembrava  una   donna   seria,   tranquilla,   assennata,   dignitosa,
    senz'affettazione, sinceramente cordiale, una vera signora.
    -  Ma  bisognava  -  secondo  il cavalier Mochi - praticarla un po' da
    vicino per scoprire tutte le basse avidit che bollivano sordamente in
    quell'organismo. Tant'anni di fredda giovinezza l'avevano depravata. E
    non aveva, in quel che faceva, neppure la scusa dei sensi!
    La maternit fu per lei un peso insopportabile, un impiccio odioso. La
    piccola Giacinta rimase quasi dimenticata in campagna.  Quando la  sua
    mamma  si  rammentava  di andare a vederla una o due volte l'anno,  la
    bimba - dinanzi a  quella  persona  quasi  sconosciuta,  vestita  cos
    diversamente dalla balia,  con quel cappellino, e quelle piume, e quei
    nastri - si tirava indietro a  testa  bassa,  imbroncita,  guardandola
    sottecchi,  succhiandosi  il ditino;  e faceva spallucce a ogni parola
    della mamma, della sua mammina vera, come le diceva la balia.
    - Le vuoi bene alla tua mammina?
    - E' un'orsacchiotta, addirittura.
    La signora Marulli stentava a capacitarsi che quell'orsacchiotta fosse
    sua figlia.
    Dopo che dovette ritirarsela in casa,  la trottolina di  cinque  anni,
    che le si raggirava tutto il giorno fra i piedi e spesso strillava per
    cose da nulla, le faceva perdere subito la pazienza
    - Ah!... Aveva le bizze?
    E afferratala duramente per un braccino, la chiudeva in una stanzetta.
    - L; impara a strillare e a rotolarti per terra!
    Nemmeno  Camilla,   la  serva  di  casa,   voleva  vedersela  attorno,
    specialmente in cucina. Per con lei la bimba si rivoltava; le diceva:
    - Sciancata!
    E un giorno, ricevuto dalla Camilla uno spintone sgarbato,  le avvent
    la  parolaccia  del  marito  della  balia,  quando  questi sgridava la
    moglie.
    Camilla l'avrebbe pestata sotto i piedi. E non gliela perdon mai.
    Il signor Paolo,  tra le ore che passava all'ufficio e tra  quelle  al
    caff, vedeva poco la figliolina.
    Poi, alle figliole dovevan badare le mamme. Se fosse stato un bambino,
    allora s, sarebbe toccato a lui!
    E la piccina, che non si sentiva voluta bene da nessuno, andava spesso
    a  cacciarsi  in  una  stanza  fuori  mano;  e  in  quella  specie  di
    ripostiglio - fra arnesi smessi,  fra  cornici  guaste,  fra  cappelli
    vecchi  del  babbo,  ciabatte,  bottiglie  vuote,  seggiole che non si
    reggevano in piedi e scatole  sfasciate,  ripiene  di  cartacce  e  di
    volumi  squadernati  -  trovava facilmente modo di fare il chiasso per
    lunghe ore della giornata, senza che la sua mamma si desse pensiero di
    lei.
    La signora Marulli aveva gi il capo a rimettere  in  bell'assetto  la
    casa,  ingrandita  coll'affitto  del quartierino allato e del giardino
    che le facevano gola da due anni.
    - Voleva,  finalmente,  godersi un briciolo  di  agiatezza!  L'aumento
    dello  stipendio  del  marito,  certe piccole economie di lei...  Gi,
    siamo tre mosche in famiglia! - conchiudeva.
    Non metteva nel conto la Camilla, ora addetta soltanto alla cucina; n
    la Marietta,  la nuova servotta pratica di  stirare  e  pettinare;  n
    Beppe,  il servitorino,  un ragazzo di quattordici anni con un testone
    di capellacci neri e un collo da toro...
    - Che mangiava per quattro e non aveva mai nulla da fare! - brontolava
    il signor Paolo di nascosto dalla moglie.
    E se lo  vedeva  gingillarsi  in  giardino  a  rastiar  la  terra  col
    rastrello,  a  stuzzicare  l'oca  e  le  anitre  che  nuotavano  nella
    vaschetta,  a montar su per gli alberi in cerca di  nidi,  si  sfogava
    contro di lui:
    -  Perch  non  ripuliva  i viali?  Perch non annaffiava i fiori e le
    piante? Fannullone!
    Beppe  gli  si  piantava  dinanzi,  alla  militare,   con  un'aria  di
    canzonatura, borbottando fra i denti:
    - Sbraita, cornuto!
    E trovava sempre qualche scusa:
    -  La  bambina  aveva  voluto fare il chiasso fino allora.  Era andato
    qua... Era andato l... La signora lo mandava attorno come il vento.
    E spesso era vero.
    La bambina,  allestiti in fretta i compiti delle lezioni che veniva  a
    darle  a  casa  una  vecchia maestra,  passava il resto della giornata
    insieme con lui,  giocando  alla  palla  pel  viale  di  acacie,  o  a
    rimpiattarello  nella galleria mezza buia,  dalla volta e dalle pareti
    incrostate di sassi spugnosi e di finte stalattiti;  o nel chiosco dal
    cupolino a graticola, coperto di piante rampichine che ciondolavano in
    viticci carichi di campanule bianche.  L Beppe le raccontava le fiabe
    o i suoi casi di quand'era bambino;  ed essa  stava  ad  ascoltarlo  a
    bocca aperta.
    Quel  Beppe  aveva  fatto cento mestieri: il ragazzo di falegname,  il
    mozzo di stalla, il merciaiuolo ambulante; aveva servito in un'osteria
    di campagna dove i vetturali, mentre le bestie mangiavano la biada, si
    divertivano a ubbriacarlo,  a insegnarli canzonacce  e  bestemmie  che
    quel  figliaccio  d'una cagna,  come lo chiamavano,  imparava subito a
    mente.  Quanta gente,  quanti paesi aveva egli visto!  E  quante  cose
    sapeva!
    - E che malizia, quello scimmione! - diceva Camilla.
    Spesso  infatti,  nascosto  con  la  bimba in fondo al chiosco,  se la
    faceva sedere sulle ginocchia e le domandava:
    - Che intrugliano la mamma e il signor Porati, quando non c' il babbo
    e vanno in camera?
    - Uh! - rispondeva la bambina, senza comprendere.
    - Dovresti origliare; dovresti guardare dal buco della serratura.
    - Perch?
    - Per vedere, per sentire. Ma ve', non dir nulla alla Camilla, n alla
    Marietta, n alla mamma! Se no, addio chiasso! Vo' via.
    Questa  minaccia  atterriva  la  bimba;   e  il   giorno   dopo,   per
    ingraziarselo,  ella scendeva in giardino colla taschina del grembiule
    ricolma.
    - Indovina che ci ho qui.
    Beppe faceva il grullo.
    - Indovina.
    Beppe le accennava di avvicinarsi,  le scostava le manine  sovrapposte
    alla tasca e ne cavava fuori una manciata di confetti.
    - Che diavolo erano?
    Fingeva  di  non saperlo e se li metteva tutti in bocca e cominciava a
    masticarli,  facendo dei versacci: puh!  puh!  quasi volesse  sputarli
    via;  ma  li  inghiottiva tutt'a un tratto,  sbarrando tanto di occhi,
    mentre la bambina a quelle mossacce rideva, saltava, batteva le mani.
    Se invece gli portava una pasta,  Beppe la prendeva cautamente con due
    sole dita, e la guardava di traverso:
    - Eh! Non se ne fidava!
    E voltatala e rivoltatala da tutti i lati:
    - Che! Che! Di queste porcherie non ne mangio - aggiungeva, buttandola
    in aria, a grande altezza.
    E intanto che la pasta veniva gi,  le si piantava sotto, con le gambe
    larghe,  con la bocca aperta e  le  braccia  dietro  la  schiena,  per
    abboccarla; e non falliva il colpo neppure una volta.
    - Perch mi guardi a questo modo? - gli domand la bimba una mattina.
    Beppe era sorpreso di vederla grande,  sviluppata,  quasi una donnina;
    come se la vedesse allora per la prima  volta,  con  quel  grembiulino
    bianco,  ricamato negli orli, che le copriva anche il seno, con quelle
    gambine diritte,  tornite,  dove le calze fin sopra il  ginocchio  non
    facevano una grinza.
    - Cribbio!
    E le apr incontro le braccia, invitandola con lo sguardo.
    La bambina slanciossi a corsa; e Beppe, presala ai fianchi, la sollev
    in alto e se la mise in collo.
    - Lar! Larlliero! Zun! Zun!
    La portava attorno,  trionfalmente; e, dopo la suonata, imitava con le
    labbra i rulli del tamburo,  battendole  il  tempo  con  le  dita  sui
    polpacci delle gambine.
    Giacinta,  passatogli un braccio dietro il collo, gli suonava intanto,
    col pugno dell'altra mano, la grancassa sulle spalle.
    - Via! Via!
    E ad aizzarlo,  gli ficcava un ditino fra collo e  camicia,  sotto  la
    nuca, appena Beppe arrestavasi per spingerla in su tra le braccia.
    Cos,  fatto  due  o tre volte il giro dei viali,  erano entrati nella
    galleria;  e giunto dove questa faceva gomito e  arrivavano  appena  i
    barlumi delle due bocche,  Beppe si era buttato per terra con lei,  su
    un mucchio di fronde e di erbe ripostovi il giorno  innanzi.  Giacinta
    tent di scappare. Egli la trattenne pel braccio.
    - Vieni qui! sta' ferma!
    L'accarezzava, le passava la mano tra i capelli, la baciava forte, con
    le labbra calde.
    - Sta' ferma! - ripeteva, con una specie di rantolo.
    - Che hai?... Lasciami andare!
    - Baciami anche te! - insisteva Beppe, tenendola pi stretta.
    Sentendosi quasi soffocare dal caldo insoffribile:
    - Lasciami... Mi fai morire! - grid ripetutamente, smaniando.
    Beppe aperse le braccia.
    - Brutto!
    E,  datogli  sulla  guancia  col  rovescio  della  manina,  scapp pel
    giardino.
    - Cucuruc, Cucuruc!
    Saltellava allegramente sull'entrata della galleria battendo le  mani:
    cucuruc!  mentre  Beppe avanzasi carponi,  col fare lento di un gatto
    che stia per slanciarsi sul topolino. Ma lei, via, di corsa. Allora la
    insegu rotolandosi pel viale, grugnendo,  miagolando,  abbaiando.  La
    bambina,  fermavasi un istante per lasciarlo accostare,  e prendeva la
    rincorsa...
    - Oh, bravo! Oh, bravo!
    Beppe, poggiate le palme sul terreno e levate in alto le gambe per una
    bella capriola,  si era alzato lestamente,  a  piedi  giunti,  con  le
    braccia in croce e una smorfiaccia sul viso.
    Da quel momento non l'aveva lasciata pi in pace, minacciandola:
    - Se non voleva far il chiasso a quel modo!...
    Talch la bambina,  impaurita, ora lo invitava, prevenendolo; attratta
    anche da un inconsapevole compiacimento di cosa vietata,  dopo che gli
    sentiva ripetere:
    - Zitta!... Per la Madonna! O non pi chiasso, n nulla!
    Ma  un  giorno Camilla,  spolmonatasi invano a chiamar: Beppe!  Beppe!
    dalla finestra di cucina, discese, arrancando con la gamba storta,  in
    giardino:
    - Dove s'era ficcato quell'animale?
    Beppe e la bambina uscivano in quel punto dalla galleria, e la bambina
    piangeva e si asciugava gli occhi col grembiule.
    - Finiscila! - brontol Beppe, scuotendola brutalmente pel braccio.
    La bambina, vista la Camilla, diede in un nuovo scoppio di pianto.
    - Che cosa  stato?
    - Nulla! - rispose Beppe, con le ciglia aggrottate, coi pugni stretti.
    Camilla asciugava il viso alla bambina, tempestandola di domande:
    - Che cosa  stato?... Smetti di piangere!... Non si capisce niente...
    Che ti ha fatto quel forca?
    -  Non  dir...  nulla...  alla mamma!  - balbettava la bambina,  tra i
    singhiozzi... - Non dir... nulla... alla maa... mma!
    - S, s, non le dir nulla!...
    - Mi ha fatto male... qui...
    - Ah! maiale! - url Camilla, sputando dietro a Beppe che fuggiva.
    - Non dir nulla... alla mamma! - ripeteva la bambina,  strascicata per
    le scale come un fagotto, riluttante.
    - La mamma!... La mamma!... Accidenti! - digrignava Camilla.


    4.

    Per la signora Marulli fu un gran colpo.
    Stette   pi  di  una  settimana  a  divorarsi  internamente  con  una
    improvvisa tenerezza materna che aveva l'amarezza d'un rimorso. Quando
    suo marito cerc di Beppe, gli rispose soltanto:
    - L'ho mandato via; mangiava il pane a tradimento.
    - Lo predicavo da un pezzo! - disse il signor Paolo, approvando.
    In quei giorni la signora Marulli era stata tutta della  sua  bambina.
    Non  l'aveva  sgridata,  non  le  aveva fatto neppur sospettare che le
    fosse  accaduto  qualcosa  di  male;   e  se  l'era  tenuta   accosto,
    accarezzandola, secondandone i capricci, scendendo in giardino con lei
    quando  voleva  giocare  a palla,  o a saltar la corda,  o lanciare il
    cerchio. Ma la bambina, non abituata alla presenza della mamma,  stava
    con ritegno e,  nel suo interno,  rimpiangeva Beppe,  quantunque fosse
    stato cos cattivo con lei.
    La sua  mamma  infatti,  per  quanto  si  sforzasse  di  parer  buona,
    affettuosa,  condiscendente,  aveva un'aria troppo severa. Il dispetto
    dell'accaduto le dava un che di duro nella voce e nei  modi,  come  se
    quella figliolina ci avesse avuto colpa lei.
    -  Infine,  non poteva tenersela attorno da mattina a sera!...  Non ci
    mancava altro!
    E cos Giacinta, nell'autunno, fu messa in un istituto femminile.
    - Avrei dovuto pensarci prima!
    La signora Marulli non cessava di rimproverarselo.
    Lontana da casa sua,  in un'altra  citt,  fra  tanti  visi  nuovi  di
    ragazze  grandi  e piccine,  Giacinta si sent a disagio.  Era vissuta
    sempre quasi sola,  perch la sua mamma non  aveva  voluto  mai  altre
    bambine per la casa,  e quel chiacchiericcio, quelle risate argentine,
    quei dispettucci,  quelle intimit di amiche che facevano lega  contro
    le altre,  le mettevano addosso malumore e dispetto,  le impedivano di
    addomesticarsi con le compagne. Nelle ore di ricreazione,  rimaneva in
    camera  al  suo  posto;  o  si  affacciava alla finestra accanto,  per
    guardar fuori, lontano,  verso quella collina piena di alberi,  sparsa
    di casette bianche con le finestrine che parevan buchi nel muro.
    -  Ci  si  doveva  star  bene col,  all'ombra degli alberi,  in mezzo
    all'erba dei campi, soli soli.
    E una confusa visione della campagna e della cascina  della  balia  le
    passava per la mente quando, piccina ancora, vagava pei prati sotto la
    sferza  del  sole e sotto la pioggia,  e tornava tutta intrisa di mota
    alla cascina,  coi capelli arruffati,  pieni di sterpolini e di foglie
    secche e col vestitino in brandelli!
    Dopo  alcuni  mesi per s'era affezionata a una bambina della sua et,
    che quasi evitata dalle compagne restava anche lei in disparte.
    - Lo hai tu il  babbo?  -  le  domandava  questa  con  una  vocina  di
    tristezza.
    - Io s; e anche la mamma.
    - Io ho la sola mamma.
    - E ti vuol bene?
    - Oh, tanto! Viene a trovarmi tutti i giorni.
    Giacinta la invidiava.
    Invece, il suo babbo e la sua mamma venivano a vederla ogni sei mesi e
    la lasciavano in collegio anche durante le vacanze.
    - Come  diventata grande!
    - La malerba vien su presto!
    L'esclamazione della mamma e il motto del babbo si ripetevano, ad ogni
    visita,  colla  stessa  fredda intonazione dalla parte di lei,  con la
    identica risatina sciocca dalla parte di lui. Poi, ogni volta,  pareva
    che  la  sua  mamma  venisse  l  apposta  per sgridarla;  non era mai
    contenta dello studio, della nettezza... di niente!
    - Dio mio! Perch la mamma non mi vuol bene?
    E pensava di diventar cattiva, per meritarsi almeno quel trattamento!
    Non era pi una bambina;  aveva gi  sedici  anni.  Le  confidenze  di
    qualche amica le avevano aperto un po' gli occhi.  La sua fanciullezza
    abbandonata le si aggravava sul  cuore  terribilmente,  coi  pi  vivi
    particolari,  rimescolandola  tutta.  E quando le passava dinanzi agli
    occhi l'immagine di Beppe, con quel testone nero e quelle pupille nere
    che l'avevano tenuta cos sottomessa,  sentiva vibrare  per  tutto  il
    corpo   una   sensazione   strana,   d'inesplicabile  tenerezza  verso
    quell'unico amico della sua infanzia che l'aveva tanto divertita e  le
    aveva  voluto  un  po'  di bene!  E i baci di quelle labbra carnose le
    rifiorivano, caldi,  per un istante,  sulle gote insieme colle carezze
    delle ruvide mani di lui.
    Cos le si accresceva la smania di rivedere i luoghi dov'era trascorsa
    la  sua  fanciullezza,  cari luoghi che dopo cinque anni di lontananza
    gi  prendevano  nella  sua   immaginazione   proporzioni   grandiose,
    splendori abbaglianti.
    Che  altro  le  avrebbero rammentato quel ripostiglio,  quegli alberi,
    quei viali,  quel chiosco del giardino  di  cui  le  pareva  di  poter
    contare  ancora  sulle  piante rampichine,  i viticci spenzolanti e le
    foglie ad una ad una?
    Ma l'assaliva lo sgomento:
    - Ah!... La sua mamma non le voleva bene!
    Pensando a questo, subito le si gonfiavano gli occhi di lagrime.
    - Perch non le voleva bene? Perch?
    E dal dispetto, sentiva seccarsi il pianto.
    - Sarebbe arrivata a odiar la mamma?
    E tremava.


    5.

    La prima cosa che le di nell'occhio al ritorno  in  famiglia,  fu  la
    grande insegna nera con un "Banca agricola provinciale",  attaccata al
    terrazzino di mezzo del primo piano,  i cui  grossi  caratteri  dorati
    brillavano sulla facciata chiara, rintonacata di fresco.
    Vedendo quell'omaccione dalla livrea turchina filettata di rosso, che,
    cavandosi  il  berretto  gallonato,  prendeva  gli  ordini  del signor
    Marulli pel bagaglio, Giacinta domand al babbo:
    - Chi  costui?
    - Il portinaio della Banca.
    La vecchia scala di travertino,  con le pareti di stucco bianco  e  lo
    zoccolo scuro di finto marmo, con le belle vetrate dai vetri puliti ad
    ogni pianerottolo, non era pi riconoscibile.
    - Gran novit, babbo!
    - S; vedrai anche dentro.
    Ma dal tono della risposta cap che il povero babbo non doveva esserne
    molto contento.
    Infatti,  in  tutte le stanze,  tappezzerie rinnovate,  pavimenti alla
    veneziana lustri come specchi,  usci riverniciati  in  bianco,  doppie
    tende  di  trina  e di stoffa che scendevano con larghi panneggiamenti
    fino a terra; davanti a ogni finestra o terrazzino, bussole dai grandi
    cristalli,  il salotto tutto addobbato di nuovo...  In somma,  da  non
    raccapezzarvisi.
    -  E  quest'uscio?  -  domand  Giacinta al padre che le mostrava ogni
    cosa.
    - D nelle stanze del commendatore Savani,  il direttore  della  Banca
    agricola. Egli  solo, scapolo, e desina in famiglia con noi.
    - Babbo, e questa mia camera non era prima la sala da pranzo?
    - Tua madre!... - rispose il signor Paolo stringendosi nelle spalle.
    - Ma... come?
    Si sentiva proprio scombussolare:
    - Dov'erano andati i cari testimoni della sua fanciullezza?
    Quei  ricordi cos vivi,  cos netti pochi giorni addietro ora,  sotto
    l'impressione  di  quella  inattesa  realt,  se  li  vedeva  sbiadire
    rapidamente davanti con un senso di pena e d'indefinito terrore.
    - Anche il giardino!
    Le aiuole,  circondate da eleganti ripari di ferro fuso, parevano, s,
    ceste fiorite, ma...
    - E quelle statue di terra cotta?...  Come  stridevano,  con  la  loro
    tinta rossastra, fra il verde degli alberi!
    E poi... che vita in casa!... Col via vai di tanta gente dalla mattina
    fino  a notte inoltrata,  il salotto sembra una succursale della Banca
    del primo piano.
    - Quella mamma, Signore! Azioni, dividendi, cartelle, bilanci, fedi di
    credito,  operazioni...,  non ragionava pi d'altro!  Come trovare  un
    tantino di tempo per badare alla figliuola?
    Il povero babbo restava in disparte.  Il commendatore invece pareva il
    padrone di casa.  Questo la irritava.  E il Savani le  divenne  presto
    antipatico.
    - Povero babbo! Era molto invecchiato!
    Egli andava spesso a scaldarsi - come soleva dire - nel bel nido della
    figliuola.  Con  la  barba  e  i capelli brizzolati di bianco,  con la
    faccia piena di rughe e gli occhi un po' stupidi,  improntati  di  una
    rassegnazione  animale,  si  sedeva in un canto del canap e parlava a
    monosillabi, o non parlava affatto.
    - Babbo, a che pensi? - gli domandava Giacinta.
    - A nulla!
    Si meravigliava di quella domanda: non ne indovinava la ragione.  E un
    giorno che sua figlia,  parlando della mamma con amarezza,  aveva alla
    fine esclamato:
    - Che vita! Che vita!
    - Va! - egli rispose - Quella donna  fatta cos!
    Giacinta lo abbracci tra intenerita e stizzita.
    Passava in camera quasi l'intiera giornata,  leggendo,  lavorucchiando
    qualche cosina,  scrivendo delle lunghe lettere di sfoghi a quella sua
    amica di collegio che non sapeva chi fosse il proprio babbo,  ma aveva
    per una mamma che le voleva tanto bene!
    In  salotto compariva di rado,  massime la sera,  infastidita da certe
    occhiate di quei giovanotti, da certi maligni mezzi sorrisi che le era
    parso di scoprire sulle labbra di alcune amiche di sua madre.
    - La signorina vuol dunque farsi monaca?  - le diceva la Marietta  che
    ora spadroneggiava sola in casa, dopo che Camilla era andata via.
    - Il chiasso mi d ai nervi.
    Tutte  le mattine,  appena la padroncina suonava,  Marietta entrava in
    camera discretamente,  apriva le  imposte,  levava  via  il  lume  dal
    tavolino  da notte,  metteva in ordine le vesti e le portava il caff,
    fermandosi presso il letto,  con le mani nelle  tasche  del  grembiule
    bianco, domandando:
    - La signorina ha dormito bene?
    O  pure  stava  ad  aspettare,  zitta,  con  un benevolo sorriso sulle
    labbra,  aggiustandosi di tanto in tanto  la  cuffia  civettuola.  Poi
    l'aiutava a vestirsi,  muovendosi attorno lesta, leggiera, con un fare
    da cutrettola, per prendere questo o quell'oggetto.
    - La Camilla perch  andata via? - le domand una mattina Giacinta.
    - Quella chiacchierona!...  Oh!...  Perch diede un grosso  dispiacere
    alla signora...
    - Che dispiacere?
    - Ma, non so... Per l'affare... di Beppe.
    Giacinta  era  diventata  un  po'  rossa in viso,  senza ben capire la
    reticenza della Marietta.
    Cos, a poco a poco, fra padroncina e cameriera, era nata una intimit
    che a Giacinta serviva di sfogo.  Quel carattere allegro  le  piaceva,
    forse  pel  contrasto  col  suo.  E  nelle giornate in cui la Marietta
    doveva stirare,  Giacinta,  preso in mano un lavorino di ago andava  a
    sedersi nella stanza con lei che,  sbracciata fino ai gomiti, sbatteva
    i ferri sul tavolino, canticchiando, ridendo...
    - Per tenere di buon umore la sua cara padroncina.
    Di mano in mano,  Marietta s'infiammava;  e mentre  camicie,  sottane,
    polsini  e  altri capi di biancheria inamidati friggevano e prendevano
    il lucido sotto il ferro, la sua parlantina si accresceva.  Pareva che
    recitasse  una  parte  da  commedia;  specie  quando,  tralasciato  di
    stirare,  mettevasi a  far  la  caricatura  della  signora  Rossi  che
    somigliava a una gru, con quel collo tutto grinze e quel naso, proprio
    un becco, che voleva ficcarseli in gola!
    Allora seguiva tutta la sfilata.
    - E la signora Clerici?
    -  Alla  larga!  Uno  schizzo  di  fontana quando tira vento.  Bisogna
    accostarsele coll'ombrello.
    - E la signora Maiocchi?
    - Quella l,  santa economia!  cerca un solo marito per la figliuola e
    per s.
    - Zitta, linguaccia!
    Ma,  in  verit,  quella linguaccia non le dispiaceva,  cos malamente
    ella soffriva tutte le amiche di sua madre.
    - Per, la signora Villa...
    - Ges!  Una rigattiera...  Quel vestituccio avana lo portava  sin  da
    ragazza.  Ora, vi appunta su cogli spilli un po' di guarnizioni nuove,
    e festa!  Va attorno,  con la sua aria  di  matrona,  come  se  avesse
    indosso chi sa che cosa...
    E si dondolava,  col busto in fuori,  camminando lentamente.  Giacinta
    moriva dalle risa.
    - Pareva proprio quella!
    E il ferro tornava a far pan, pon, pan,  sul tavolino,  quasi battesse
    la solfa.
    -  Sa?  -  riprese  Marietta.  - Quel babbeo del conte di San Celso si
    permise, l'altra sera, di darmi un pizzicotto ai fianchi! Ci ebbe poco
    gusto. Con una gomitata, lo sbatacchiai al muro.
    - Poverino!
    - Poverino?... E ride? Almeno l'avvocato Ratti...
    - Ti pizzicotta anche lui?
    - Tutti, quando capita!... Ma  tempo perso. Ora dopo la disgrazia, ho
    messo giudizio. E la Madonna mi deve aiutare... Uomini? Dio ne scampi!
    A quel ricordo s'era fatta tutta seria. Pensava alla sua creatura:
    - Chi sa dove penava?... Il suo destino avea voluto cos!
    E scuoteva il capo... E il ferro, pon,  pan,  pon sul tavolino con dei
    colpi arrabbiati.
    Ma se veniva interrogata intorno al commendatore, Marietta diventava a
    un tratto discreta.
    - Un bravo signore. Spende, spande...
    Non diceva mai altro.
    La  signora  Marulli l'aveva tirata su,  a poco a poco,  una cameriera
    perfetta. Astuta, fina, pieghevole,  sapeva a tempo e a luogo chiudere
    un  occhio  e  anche  tutti  e  due,  e con la signora andava molto di
    accordo, bench il carattere di lei... cos difficile...!
    - Alla mia padroncina per voglio un gran bene  davvero.  Mi  butterei
    nel fuoco per farle piacere.
    E  quando  Giacinta,  nei  momenti pi tristi,  le apriva tutto il suo
    cuore, Marietta piangeva.
    - Quella benedetta signora!...
    Oh!  non voleva mettere male tra  mamma  e  figliuola;  sarebbe  stata
    un'infamia...   Ma,  all'ultimo  si  lasciava  andare,  e  smetteva  i
    riguardi, parlando chiaro e tondo, chiamando pane il pane:
    - La signora,  con una ragazza da marito in casa,  si conduceva  male,
    malissimo... Ecco!


    6.

    Un giorno era venuta Camilla per una visita.
    Vedendola   entrare   rinfagottata  in  quel  modo,   con  lo  scialle
    spocchioso,  con le dita piene di anelli e uno spillone grande come un
    quadrante  di  orologio  sul  petto,  Giacinta,  che  si  era  un  po'
    rimescolata all'annunzio, non pot trattenersi dal ridere.
    Camilla,  ingrassata,  ansimante per la fatica di aver  montato  tante
    scale, arrancava peggio di prima.
    - Oh,  la mia cara padroncina!  Come si  fatta grande e bella, con la
    grazia di Dio!
    Seduta con le gambe larghe,  le  mani  sui  ginocchi,  parlava  forte,
    fermandosi di tratto in tratto, come se le mancasse il respiro.
    - Vista per istrada la signora,  son venuta... La signora  in collera
    con me...oh, a torto! Ma io no: sempre la Camilla affezionata a questa
    casa dove ho servito per otto anni!  - La mia  bottega  di  ova  e  di
    pollame va benino. La Madonna m'aiuta!...
    Per mio marito...  - Oh,  cara, padroncina! Com' bella! - mio marito
    comincia a ciurlarmi nel manico...  Beve troppo!...  Ieri per la prima
    volta  mi  ha picchiata!...  Per,  signorina,  lavora tanto!  Bisogna
    compatirlo.
    Giacinta, guardandola,  con un sorriso di diffidenza sulle labbra,  la
    lasciava dire.
    -  Ho  i  miei difetti anch'io...  Sempre con tanto di lingua!...  Che
    posso farci?...Se non sbraito mi par di scoppiare...  Basta!...  -  La
    signora Teresa l'ha con me...Ma, Vergine Santa, Vergine Benedetta, non
      vero nulla!...  ho sempre tenuto la bocca cucita a refe doppio.  Fu
    quella ciarlona della portinaia...  mi lasci dire...  Dio  non  gliene
    domandi  conto  lass,   "requiesca  in  pace!"...  In  quanto  a  me,
    signorina...
    - State  zitta,  Camilla  -  la  interruppe  Marietta  per  sviare  il
    discorso.  - La signorina non si mescola nei fatti della mamma, voi lo
    sapete.
    Ma quella volea votare il sacco,  e si puliva colle dita le  estremit
    della bocca fiorite di saliva.
    - Ah! non si meritava questo! E non pensare che se non fosse stato per
    me...  se non fosse stato per me!...  L'ho riveduto,  quel tristaccio,
    giorni addietro... E' soldato ora... Un bell'arnese!  - Deve dirglielo
    lei,  cara  padroncina alla mamma;  deve dirglielo lei che la Camilla,
    poverina, non ci ha avuto nessuna colpa se la cosa si  risaputa...
    Giacinta impallidiva, sudava fredda.  Come sull'orlo di un precipizio,
    gli  occhi  le  si intorbidavano;  le girava il capo...Non comprendeva
    ancora,  ma intravedeva che quello a cui la Camilla accennava,  doveva
    essere stato qualcosa di infame!...
    - Si sente male? - le domand Marietta, accorgendosene.
    - Un po' di vertigine... non  nulla!
    - Andate, andate, Camilla! La signorina non sta bene.
    L'avrebbe pigliata per le spalle e ruzzolata di cima alla scala!
    Camilla, ponzando, si lev finalmente da sedere.
    - Signorina, dia retta a me, prenda un uovo fresco tutte le mattine, a
    bere,  ancora caldo del calore della gallina... Mandi in bottega, alle
    otto.  Ho una gallina nera che fa l'uovo tutti i giorni  a  quell'ora.
    Come se avesse l'orologio l...  E mi comandino pei polli.  L'uovo, sa
    come si fa?  Un buchino sopra,  un buchino sotto,  e si succhia da una
    parte.  Una santa cosa!...  Scappo...  Non ho tempo da perdere, con la
    bottega...  E se ne rammenti di dirlo alla mamma: polli,  con due dita
    di grasso,  ne ha soltanto la Camilla. Glielo garentisco, signorina...
    Si ricorda di quand'era bambina e mi diceva: sciancata! Ah! ah! ah!...
    Allora era alta cos,  una tombolina...  Ora,  Dio la benedica non  si
    riconosce pi... Se ne rammenti per la mamma, mi raccomando!
    Quella  notte,  verso  le  due,  Marietta andava in punta di piedi,  a
    prendere un limone dalla credenza  nella  sala  da  pranzo  e  tornava
    lesta, in punta di piedi, in camera della padroncina.
    Buttata  sul  letto,   mezza  spogliata,  la  faccia  affogata  fra  i
    guanciali,  i capelli disfatti e le mani che brancicavano le  coperte,
    Giacinta singhiozzava, convulsa.
    -  Si  calmi,  signorina,  si  calmi!  - ripeteva Marietta intanto che
    strizzava il limone in un bicchiere.
    Poi,  agitando la limonata per scioglier lo zucchero,  si accostava al
    letto,  aiutava  Giacinta  a sollevarsi e le metteva il bicchiere alle
    labbra.
    - Beva, le far bene...Si calmi, entri in letto, per carit; cerchi di
    riposarsi,  di dormire.  Io mi stender sul  canap...  Si  calmi,  si
    calmi!
    - Va' - rispose Giacinta.  - Non occorre che tu stia qui...  Verrai un
    po' per tempo domattina,  senza aspettare che io  suoni.  Quella  voce
    velata del gran pianto, straziava il cuore alla Marietta.
    - Gi la colpa  anche mia! - disse. - Se io non le avessi spiegato...
    Le  rannod  alla  meglio  i  capelli  disciolti,  fin di spogliarla,
    aggiust bene le coperte, ravvi un po' la stanza, e con la candela in
    mano, torn presso il letto:
    - Mi lasci dormire qui, sul canap - insisteva.
    - Grazie; non occorre.
    Marietta,  appena in camera sua,  lasci cadere tutte ad una volta  le
    sottane per terra, entr d'un salto sotto le coltri e spense il lume.
    -  Povera  signorina!  -  pensava.  - Ma se noi,  povera gente,  ci si
    dovesse disperare per cos poco!...  Almeno  io  avevo  ragione...  Ci
    andava di mezzo una creaturina innocente...  Quelli s furono guai!...
    Povera signorina! Ha ragione anche lei.
    Si era voltata e rivoltata pi volte da un fianco all'altro;  poi  non
    si mosse pi. Russava leggiermente.


    7.

    Il  dottor  Balbi,  chiamato  in fretta il giorno dopo,  si era subito
    impensierito del  carattere  violento  della  febbre  di  Giacinta.  E
    cominci  quasi  a  disperare  della  guarigione  quando,  due  giorni
    appresso, il tifo manifest tutti i suoi tristi caratteri.
    -  Veda...  Veda!  -  diceva  alla  signora  Marulli  col  suo  solito
    intercalare.  - Il cervello  fortemente commosso;  il sistema nervoso
    in uno stato di esaltazione  incredibile...Veda...  Dev'esserci  stata
    una causa... intendo... immediata. Qualche forte dispiacere... Veda.
    - Ma,  nulla!  - rispose la signora Teresa.  - Col carattere di quella
    figliuola!
    Marietta, alle parole del dottore, si sentiva trambasciare:
    - Uccellaccio di malaugurio!
    - Aria,  aria;  le finestre sempre aperte,  e poca gente in  camera...
    Veda, veda... Mi raccomando.
    E il salotto era pieno di signore, da mattina a sera, che restavano l
    a  chiacchierare  con  la signora Teresa,  dopo aver dato una capatina
    nella camera dell'ammalata.
    Venivano anche gli uomini.  La conversazione si animava;  e l'ammalata
    diventava un pretesto.
    -  La Teresa - disse un giorno il cavalier Mochi alla signora Maiocchi
    - deve essere contenta della malattia di sua figlia, lei che ama tanto
    le visite.
    - Maligno!
    La Penci malignava,  alla sua volta,  con la signora Villa  quando  il
    Mochi and di l, dall'ammalata.
    - Che assiduit quel Mochi!
    - Un vecchio amico di famiglia!
    E  sorridevano  maliziosamente  nel  vederlo  poco  dopo  ritornare in
    salotto col suo andare saltellante, aggiustandosi il goletto e tirando
    fuori i polsini della camicia,  come uno che si fosse levata con nulla
    una seccatura di dosso.
    Marietta  era  rimasta  per  pi  di  venti  giorni al capezzale della
    padroncina, giorno e notte.
    - Un prodigio d'infermiera!  - diceva il dottore  fregandosi  le  mani
    dalla soddisfazione,  ora che la crisi era superata.  - Ma, vedano, ci
    vuole un po' di tempo prima che l'ammalata possa rimettersi in forze.
    - Com' deliziosa la convalescenza! - ripeteva spesso Giacinta.
    Avrebbe  voluto  restar  sola,  a  godersela,  colla  Marietta  seduta
    dirimpetto,  che  la guardava di tanto in tanto,  alzando la testa dal
    lavoro di cucito che aveva  per  le  mani,  per  far  qualcosa,  e  le
    sorrideva senza parlare.
    Ma  le signore irrompevano nella stanza a due,  a tre,  affaticando la
    convalescente col loro cicalo,  massime  la  Rossi  con  quella  voce
    strillante di violino scordato.
    - L'ha scampata bella! Eh?
    - Ti rifai a vista di occhio; brava!
    La  signora  Maiocchi  lasciava  l qualche volta la sua Elisa un paio
    d'ore, intanto ch'ella andava dalla sarta, o dalla modista.
    Meno male che Elisa era una sciocchina da aver poco o nulla  da  dire!
    Cos  Giacinta  gustava tutta la delizia di quel risveglio primaverile
    che provava dentro, assaporandolo... Sentivasi come cullata mollemente
    in un'aria piena di profumi sottili;  sentivasi  correre,  da  capo  a
    piedi,  un'onda  fresca di vita nuova che le destava nel corpo e nello
    spirito ignorate energie: sentivasi maturata di parecchi anni...
    - Gli ho vissuti in un mese! - diceva a Marietta.
    E osservandosi le ceree mani scarne e coi diti affusolati  e  le  ugne
    smorte,  stentava  a  credere  che  fossero  le  sue  mani  di un mese
    addietro.
    - Si rifar presto, pi bella!
    Marietta era meravigliata della finezza che la pelle  del  viso  della
    sua padroncina aveva presa.
    - E se vedesse che occhi si  fatti!  Paiono due stelle!...  E...  non
    l'ha avvertito? anche la voce le si  cambiata.
    - Ho fatto la muda - diceva Giacinta con un leggiero  sorriso  che  le
    rallegrava il volto bianco e dimagrito. - E' vero, babbo?
    - S.
    - Povero babbo!
    Il signor Marulli stava l,  a covarla con gli occhi nelle ore libere,
    tirando  fuori  spesso  l'orologio.   Poi  scappava   per   l'ufficio,
    esattissimo.
    Ma  il  cavalier  Mochi non pi affacciava all'uscio la punta dei suoi
    baffi soltanto, n andava subito via.  Entrava in camera tutt'i giorni
    e  vi  rimaneva a lungo,  spingendo una seggiola accanto alla poltrona
    dove Giacinta, che aveva lasciato il letto da una settimana, stavasene
    sdraiata,  con le ginocchia avvolte in una  coperta  di  lana,  e  uno
    scialletto sulle spalle.
    - Sempre meglio?
    - Un pochino... Non ho fretta.
    - Benone.
    Marietta non lo poteva patire per quell'occhialino che gli faceva fare
    una contrazione alla guancia sinistra e gli dava un'aria beffarda, con
    quei baffi appuntati, con quel collo incastrato nell'alto goletto.
    A Giacinta,  per, quel vecchio raffinato, ripicchiato, vestito sempre
    all'ultima foggia,  che aveva viaggiato tanto  e  parlava  cos  bene,
    piaceva  moltissimo.   E  appena  lo  vedeva  arrivare,  scappato  dal
    Consiglio  di  amministrazione  della  Banca  agricola  dove  egli  si
    annoiava,  gli  stendeva  una  mano che il Mochi stringeva con un modo
    tutto suo, una vera carezza.
    - Hai dormito bene?
    - Benissimo.
    - L'appetito?
    - Non c' male.
    - E l'animo?
    - Tranquillo. Tornano anche le forze.  Questa mattina ho fatto,  da me
    sola, il viaggio dal letto alla poltrona.
    Un giorno egli trattenne pi del solito,  stretta tra le sue mani,  la
    mano di Giacinta.
    - Povera manina!  Com' ridotta scarna!  Ma la  ridurremo  ben  presto
    pienotta, una manina di velluto.
    E gliel'accarezzava, quasi cercasse di scaldargliela.
    Giacinta fece atto di volerla ritirare. Il Mochi glielo imped:
    - Il calore ti fa bene!
    - Che calore pu avere quella mummia! - pensava Marietta scrollando il
    capo,  mentre  si aggirava per la camera ravviando alcuni soggetti con
    quella sua aria di discrezione che chiamava sulle labbra del Mochi  un
    risolino di compiacenza.
    - Marietta, un po' di ghiaccio - diceva, a intervalli, Giacinta. Ma il
    Mochi  la  preveniva,  accorrendo  al  tavolino  dov'era il vassoio di
    cristallo col ghiaccio ridotto in pezzetti e il cucchiaino di argento.
    Giacinta stendeva la mano.
    - Sono qui per nulla, cattiva?
    E le presentava delicatamente il cucchiaio  col  ghiaccio  davanti  la
    bocca.
    - Eccomi tornata bambina. Bisogna perfino imboccarmi! Grazie.
    Allora  Mochi  riprendeva  il  discorso  interrotto,   raccontando  le
    meraviglie di Parigi e di Londra,  e  le  sue  avventure  a  Siviglia,
    quando poco era mancato che un "torero" geloso non l'ammazzasse.
    Per  da  qualche  giorno  si  accorgeva  che,  di  tratto  in tratto,
    l'attenzione di Giacinta gli veniva meno.  Gli occhi della ragazza  si
    fissavano,  senza sguardo,  nello spazio;  il volto e tutta la persona
    prendevano a poco a poco una certa rigidit,  e due lagrime scendevano
    finalmente a rigarle le guance smorte...
    - Ma che vuol dire?... Che cosa hai? - domandava, un po' contrariato.
    Allora Giacinta diventava subitamente rossa in viso.
    - Scusi...  Oh!  Non  nulla!  - balbettava.  - Un po' di debolezza...
    Nient'altro.
    Marietta accorreva, spaventata,  indovinando quali ricordi assalissero
    la sua padroncina in quel punto:
    - Signorina!
    La rimproverava, pi che con la voce, con gli occhi.
    - No - le disse un giorno Mochi.  - Non  cos che si guarisce, stando
    tutta la giornata inchiodata l... Su, su;  ecco il braccio.  Facciamo
    due passi per la stanza.
    Le  aveva  gi strappata la coperta di sopra i ginocchi e la tirava su
    per le mani.  A quella dolce violenza Giacinta  sorrideva,  serrandosi
    meglio dentro lo scialletto, aggravandosi sul braccio di lui.
    - Ecco; lo vedi che ti reggi benissimo?... Vuoi riposarti?
    - Pi in l.
    Si  era  fermata  presso la finestra che guardava sul giardino.  Tutto
    quel verde inondato di sole le pareva una  festa.  Le  casette  l  in
    fondo,  con  le vetrate spalancate e quei vasi da fiori sui davanzali,
    sorridevano tranquille.  E guardava  intenerita  i  due  piccioni  che
    facevano delle volatine su pei tetti,  da un comignolo all'altro, o si
    nettavano col becco le piume del collo.
    Che bellezza! Che pace! Si sentiva rivivere.
    E mentre facevano il giro della stanza,  Marietta le ruzzolava  dietro
    la poltrona, se la padroncina avesse voluto riposarsi.
    - Lo annoio troppo - gli diceva Giacinta.
    -  Nemmeno  per  sogno.  Solamente  non vorrei vederti ricominciare...
    Dev'esserci qualcosa l dentro,  in quel cuoricino,  che tu  non  vuoi
    dirmi.
    Giacinta rispose di no, col capo.
    Cos  giunse  fino  a  spazientirsi quando lo scalpiccio del cavaliere
    tardava a farsi udire nel corridoio che conduceva in camera.
    Aveva ripreso forze e colorito.  Quelle esitazioni,  quelle fissazioni
    erano gi svanite.  Anzi ora nella voce e nelle maniere di lei c'erano
    un che di brusco e d'imperioso.
    - Il tifo mi ha temprato come l'acciaio - diceva a Marietta,  allorch
    questa le raccomandava di darsi coraggio, di farsi forza.
    Per il vecchiaccio maneggiava quell'acciaio come una pasta; benevolo,
    paterno,  pieno  di  compassione.  Marietta  cominciava  a  diventarne
    gelosa.
    - Perch ora colui aveva sempre qualche cosa da dire alla  padroncina,
    in segreto?
    Non  osava  domandarne  ma si struggeva di saperlo.  Entrava in camera
    senza rumore,  come un'ombra,  per afferrare una parola,  una frase di
    quelle  conversazioni a mezza voce...  E un giorno intese Giacinta che
    commossa diceva:
    - A chi rivolgermi?... Al babbo?
    Il Mochi scoteva la testa.
    - Alla mamma?
    - Che! Che! Quella mamma!...
    Egli torceva il muso.
    Giacinta, dopo queste conversazioni, aveva cert'occhi cos smarriti...
    - Che le dice dunque? - si domandava Marietta.
    E un giorno non ne pot pi:
    - Scusi, signorina: questa vecchia mignatta le succhia il sangue... Si
    guardi in viso!
    Giacinta le di sulla voce:
    - Vecchia mignatta?...  Sono  parole  che  non  mi  garbano.  Dovresti
    saperlo.


    8.

    Marietta aveva bussato all'uscio con le nocche delle dita:
    - Signorina, c' la sarta nel salottino.
    Ed era andata via.
    Giacinta  chiuse il libro posandolo sulle ginocchia,  incroci le mani
    dietro il capo e si abbandon sulla spalliera della poltrona:
    - Che significava quell'insolito slancio di tenerezza della sua mamma?
    Dava un pranzo e un ballo per la  ricomparsa  di  lei  in  societ!...
    Proprio?
    Sorrideva   amaramente,   agitando   il  piedino  della  gamba  ancora
    accavalciata sull'altra, cercando, cogli occhi socchiusi,  con le mani
    incrociate dietro il capo, una plausibile spiegazione:
    - Proprio per me?
    Marietta torn a picchiare:
    - Signorina, la sarta.
    Giacinta  di  un  piccolo  sbalzo  e and nel salottino di sua madre,
    dov'era anche il commendatore in veste  da  camera  e  pantofole,  che
    esaminava colla signora Teresa le mostre delle stoffe...
    - Questa qui... Ti piace?
    A Giacinta non piacque, perch scelta da lui. Preferiva quell'altra di
    colore verde cupo, pi signorile.
    - Ma di sera si confonde col nero - disse la signora Teresa. - E non 
    da ragazza.
    - La signora dice bene - aggiunse la sarta.
    Giacinta  lasci  che  scegliesse  sua  madre;  e appena la sarta ebbe
    finito di prender le misure - Era cresciuta la signorina,  dopo quella
    malattia!  - si affrett a tornare in camera. Quel pranzo e quel ballo
    la irritavano. E si ridomandava:
    - Proprio?... Mochi ne sapr qualcosa!
    Il Mochi infatti non aspett d'essere interrogato.
    - Avremo dunque un ballo? Che diplomatica quella Teresa.
    A quel sarcastico sorriso, Giacinta si sent agghiacciare.
    - Perch? - domand.
    - Pranzo,  alle quattro...  Alle otto,  riunione degli azionisti della
    Banca agricola per l'approvazione dei conti;  tra un pranzo e un ballo
    si fa presto... Alle dieci, il ballo...  Gli azionisti non debbono far
    altro che montar poche scale... La trovata non  cattiva!... Tua madre
    diventa una diplomatica di prima forza: non lo avrei mai creduto!...
    - Oh, no! Non sarebbe comparsa in quel ballo! Assolutamente.
    Si aspettava da un momento all'altro di dover fare una scena colla sua
    mamma.
    - Ne avr il coraggio!... Mi ribeller!...
    E  la  mattina  che  la  sarta  venne  a provarle il vestito,  grid a
    Marietta:
    - Vada via!... Non voglio vestiti!... Lasciatemi in pace, tutti!
    - Per carit, signorina! - disse Marietta. - Non la riconosco pi!...
    Vedendo entrare sua madre che precedeva la sarta, Giacinta ammutol. E
    si lasci spogliare dalla Marietta,  e si lasci mettere indosso dalla
    sarta il vestito da provare muovendosi come un automa.
    -  Si volti cos...  Cammini un po'...  Stia ferma...  Le pieghe della
    sottana piombano bene...  Faremo rientrare un pochino qui...  Il busto
    va a pennello.
    E  Giacinta  ubbidiva,  paziente,  senza dire nemmeno una parola,  con
    grande stupore di Marietta.
    - E' contenta? - le domand all'ultimo la sarta.
    - Contentissima.
    Appena fu sola, cominci a rimproverarsi da s:
    - Sono una vigliacca! S, una vigliacca!
    Piangeva di rabbia, si torceva le mani.
    - Ma perch non accettava dunque la sua sorte?  Perch non si cacciava
    a fronte alta,  armata di disprezzo, fra quella brutta societ dove la
    chiamava il  destino?  A  che  disperarsi  inutilmente?  Farsi  valere
    doveva!
    E  se lo ripet ad ogni momento in quei giorni,  per rafforzarsi nella
    sua risoluzione,  per impedire che le penetrasse di nuovo nel cuore la
    debolezza delle altre volte.
    -  Vedrai!  -  si  sfogava  con  la Marietta.  - Cambier da bianca in
    nera... Vedrai!
    - Brava!
    Marietta batteva le mani, vedendole alzar fieramente la testa e agitar
    le braccia come per apprestarsi a una lotta a corpo a corpo.
    -  Vedrai!  -  le  ripet  la  sera  della  festa  quando  termin  di
    abbigliarsi,  davanti allo specchio,  mentre Marietta le aggiustava le
    pieghe del vestito contenta e superba della sua bella padroncina.
    Appena Giacinta entr nel salotto gi pieno di signore e  di  invitati
    presa per mano con la Gina che la faceva sorridere, gettandole, con un
    rapido  movimento del capo,  le sue piccole malignit in un orecchio -
    quella sua aria quasi di sfida fu subito notata.
    - Vai a ruba - le disse il commendatore entrando in mezzo alle signore
    che le facevano festa.
    Le presentava tutti ad una volta,  tre impiegati della Banca  agricola
    che  desideravano  ballare  con lei e s'inchinarono,  pretenziosamente
    impomatati sfoggianti le bianchissime e lucide camicie  fra  il  largo
    sparato  dei corpetti,  e i polsini dagli enormi bottoni che coprivano
    fino a met le mani strette nei guanti.
    Andava proprio a ruba,  specie fra i giovanotti.  La  signora  Marulli
    vedendola  parlare animatissima e ridere fra un gruppo,  in un angolo,
    era sorpresa anche lei dell'insolita spigliatezza di sua figlia.
    - E' troppo ingenua - disse al Mochi. - Bisogna avvertirla.
    - "Elle chasse de race" - rispose Mochi che si  divertiva  spesso  col
    punzecchiarla.
    -  Com'  felice  la  tua  figliuola!  - venne a dirle da l a poco la
    signora Maiocchi.  - Osserva...  Dopo  la  malattia  si    fatta  pi
    bella... Ma brava! Come balla bene!
    Giacinta  sguizzava  leggera fra le coppie che ballavano confusamente,
    abbandonata al suo ballerino che, guidandola, le domandava:
    - Si sente stanca?
    - No, punto.
    E giravano, giravano,  sguizzavano;  Andrea Gerace un po' serio,  ella
    sorridente,  da persona gi come abituata,  quantunque fosse quello il
    suo primo ballo.
    - Lei balla come una meridionale - le disse Gerace in  un  momento  di
    sosta. - E' la prima volta che io non rimpiango le feste di Napoli.
    - Son lieta - rispose - di rammentarle in qualche modo le signorine di
    laggi.
    - Me le fa dimenticare.
    - ... Che caldo! Si soffoca.
    Si  soffocava  infatti;  ed era un continuo agitar di ventagli ora che
    l'orchestra si riposava.  Gli uomini si facevano vento coi cappelli  a
    molla schiacciati.
    - Gerace, una canzonetta delle vostre!...
    La  signora  Villa gliel'aveva detto con quella smanceria di voce e di
    atteggiamento bambinesco ch'ella soleva affettare per far pi colpo.
    - S, s!
    La signora Rossi, la Mazzi, il Porati, il Gessi e gli altri ch'eran l
    appresso approvarono.
    - La "Carmenella"! "Mastro Raffaele"! - suggerirono ad una volta Merli
    e Ratti.
    Anzi il Ratti and a prenderlo addirittura pel braccio,  e  facendogli
    delle moine come una signorina,  fra le risate che scoppiavano da ogni
    parte della sala,  lo conduceva al pianoforte dove gi  preludiava  il
    Porati.
    - Che simpatico giovane!
    Giacinta si limit ad accennare col capo che era della stessa opinione
    della Gina. Non voleva perdere una nota.
    Quella melodia,  improntata di una gaiezza mesta, si dondolava col suo
    ritmo, mollemente, e faceva dondolare,  per consenso,  tutte le teste:
    poi,  all'ardito  strappo  di voce che riprendeva la frase allegra del
    ritornello, correva attorno un mormorio di entusiasmo represso.
    Gina,  presa la mano di Giacinta,  gliela stringeva forte nei passaggi
    pi belli, quasi stesse per isvenirsi.
    - Canta meglio del solito questa sera! - le diceva sotto voce.
    Quella  sera  Gerace  aveva  anche una singolare maniera di lanciar le
    note verso Giacinta;  ed essa,  che se n'era accorta,  se  le  sentiva
    aggirare   attorno  alla  persona,   posar  sulla  fronte,   strisciar
    lievemente sulle guance e sul collo,  solleticanti;  e  aggrottava  le
    sopracciglia,  e si chinava inavvertitamente verso di lui, attratta da
    quella  strana  sensazione  cos  nuova  per  lei.  Quando  alla  fine
    scoppiaron gli applausi, le parve di destarsi da un sogno.
    - Quella musica era durata un'eternit?... Un minuto secondo?
    Non sapeva rendersene conto.
    Gerace le si era avvicinato per ringraziarla degli applausi.
    - Son io che debbo ringraziar lei - rispose.  - Che musica! Mi  parso
    quasi di veder Napoli e il suo golfo, che, forse,  in realt non vedr
    mai.
    - Ti diverti dunque, malatina? - venne a dirle Mochi in quel punto.
    La sorvegliava,  inquieto,  da un pezzo; e le porse il braccio, mentre
    Giacinta rispondeva:
    - Non  difficile, a quel che pare.
    Vedendoli passare tra la folla degli  invitati,  la  Maiocchi  ammicc
    alla signora Villa seduta dirimpetto. L'assiduit del Mochi attorno di
    Giacinta cominciava a dar nell'occhio:
    - Quel vecchio dissoluto era capace di tutto!
    La  signora  Maiocchi  not  che Giacinta,  tornando in sala sempre al
    braccio del Mochi, era un po' rannuvolata. Infatti non ball pi.
    - Grazie - disse al Ratti che la invitava ad una polka. - Sono stanca.
    Ho ballato anche troppo; son convalescente. Mi scusi.


    9.

    Giacinta scriveva. Vedendo entrare sua madre, fece atto di levarsi dal
    tavolino;  ma questa le accenn di non muoversi e and a sedersi sulla
    poltroncina accosto.
    - Dobbiamo un po' ragionare insieme.
    Insospettita  di  quell'aria  benevola,  di  quella  dolcezza di voce,
    Giacinta si volse con tutto il suo corpo verso sua  madre,  strizzando
    gli occhi e le labbra, tra curiosa e diffidente.
    -  Tu non sei pi una bambina - prese a dire la signora Marulli.  -Hai
    gi messo allegramente il tuo piedino nella societ.  Ma se ti  figuri
    ch'essa  sia  sempre  quale appare in un salotto,  in una festa,  dove
    tutti sorridono, si divertono e scambiano strette di mano...
    Giacinta  accenn  negativamente  col  capo,   ma  sua  madre  non  se
    n'accorse.
    -  T'inganni  -  continu.  - Il mondo  un castello da espugnare.  La
    forza qualche volta riesce: l'arte e l'avvedutezza quasi sempre... Noi
    non siamo ricche - soggiunse dopo una piccola pausa.
    Giacinta la fiss, sorpresa.
    - Non siamo ricche - ripet la signora Marulli, che aveva capito. - Se
    possiamo fare certe spese...  sappi che   frutto  delle  economie  di
    parecchi anni; alcune, le pi grosse, sono un credito sull'avvenire...
    Siamo costrette a farle, per l'apparenza...
    - Insomma, che cosa vuoi dirmi? - interruppe Giacinta spazientita.
    -  Voglio  dirti - e lasciava cadere le parole lentamente - che da ora
    in poi tu devi pensare al posto da farti nella societ...
    - Va bene; ci penser...
    La sua voce s'era a un tratto turbata. Mentre la madre parlava con gli
    occhi fissi al tagliacarte preso in mano e che  voltava  e  rivoltava,
    Giacinta  non  aveva  cessato  di  guardarla in viso.  C'era un che di
    volpino in quegli occhi piccoli e vivacissimi, in quella fronte piatta
    con la pelle lucida, tirata,  e le sopracciglia sottili,  in quel naso
    profilato,  cartilaginoso,  colle  pinne  che  si gonfiavano,  a certi
    movimenti di quella bocca diritta, dalle labbra fini,  con le pozzette
    ai  lati  su  cui  la  peluria  pi  addensata,  metteva  una piccante
    sfumatura di virilit...  Giacinta sentiva rimescolarsi  in  fondo  al
    cuore la sua indignazione di tant'anni.
    - Parecchi giovani ti sono gi attorno - riprese la Marulli, severa. -
    Tu intanto...
    - Li lascer fare.
    A questa brusca interruzione la signora Teresa alz la testa,  come se
    le avessero dato una puntura alla schiena. Giacinta si lev da sedere.
    - Senti, mamma! - disse. - Hai ragione; non sono pi una bambina: devo
    pensare alla mia sorte,  e ci penser;  lasciami fare.  C' un destino
    per tutti.  Vo' andargli incontro sbadatamente. Che te ne importa? Con
    te sar sempre buona... Mi prester a tutto...  Hai veduto?...  Mi son
    prestata per la festa di tre mesi fa,  come se fosse stata davvero una
    festa data per me...
    - Per chi dunque?  - domand la signora Teresa,  fulminando la  figlia
    col suo terribile sguardo.
    - Non lo so!... Non vo' saperlo...
    Giacinta  port  le mani alla faccia,  singhiozzante,  intanto che sua
    madre non  rinveniva  dalla  sorpresa  di  quella  resistenza  affatto
    incredibile  per  lei;  e la guardava muta,  e le pinne del naso le si
    sollevavano nervosamente,  ad ogni contrazione delle labbra fatta  per
    contenersi.
    - Tu sei ancora malata - disse,  dopo alcuni istanti di silenzio. - Me
    ne accorgo. Questa mattina avresti fatto meglio a rimanertene a letto.
    - No,  mamma,  sto bene...  Ma tu hai ragione di dire cos;    meglio
    spiegarsi. Sappi dunque che alla mia situazione, al mio avvenire ci ho
    pensato  lungamente.  Son  cresciuta  fin  oggi quasi abbandonata a me
    stessa;  lasciami continuare cos.  Non dubitare,  non avrai noie  per
    cagion  mia.  Le  mie  idee  non sono assurde,  vedrai...  Ma lasciami
    libera, assolutamente, te ne prego!... In ogni caso, dovr prendermela
    soltanto con me.
    Aveva parlato a scatti, quasi facesse uno sforzo per frenar le parole,
    tenendo bassa la testa, con gli occhi fissi al pavimento, stirando qua
    e l convulsamente le pieghe sul davanti del  vestito;  e  la  signora
    Marulli  seguiva  macchinalmente  con  lo  sguardo  quel significativo
    arrabbattarsi delle mani di sua figlia,  intanto che  ogni  parola  di
    essa le martellava sul cuore; poi si rizz, dominandosi a stento.
    -  Per  ora  in  casa  comando  io!  - disse con la voce turbata - Che
    t'immagini?...  Che ti si  dato a intendere?...  Son forse queste  le
    lezioni apprese in collegio?
    - Il collegio ci rende quali ci ricevette! - rispose Giacinta.
    - Sei un'ingrataccia!
    - No, mamma.
    - Un'ingrataccia!...  - replic la signora Teresa. - Ma, bada, ve'! E'
    bene che tu lo sappia: a me i romanzetti non garbano  punto.  So  come
    troncarli: tientelo per detto.
    - Se tu credi che io abbia dei romanzetti pel capo!
    - Che significa dunque quel: lasciami libera?
    - Te lo spiegherei se tu fossi pi calma.
    - Sono calma,  calmissima;  ci vuol altro per agitarmi.  Che significa
    dunque?...
    E aspettava la risposta mordendosi il mignolo,  col gomito  appoggiato
    sull'altro braccio piegato sotto il seno,  scotendo irrequietamente un
    piede...
    Giacinta esitava.
    - Significa - poi disse - che l'avvenire  ancora lontano...; che, per
    ora, n io n te dobbiamo... legarci le mani. Credimi, ho in orrore la
    societ,  bench la conosca assai poco...  Non darti pensiero di me...
    Se  dovr prender marito,  non prender che una persona di mia scelta,
    risolutamente...  a costo di farti dispiacere...  Ma non lo  prender,
    mamma...  Ho  un  presentimento...  Che  so?...  Ecco...  non riesco a
    spiegarmi... Non darti pi pensiero del mio avvenire... Non ci penser
    nemmeno io...
    Qualcosa nascer... vedrai... Per,  te lo ripeto,  non avrai noie per
    cagion  mia...  Lasciami  fare...  anche  una  sciocchezza!  Che te ne
    importa?...
    La signora Teresa non aspett che  terminasse;  le  volt  le  spalle,
    sbatacchiando l'uscio con violenza.
    E  Giacinta  ricadde  abbandonatamente  sulla seggiola,  sfinita dallo
    sforzo fatto e quasi sgomenta  della  piena  coscienza  di  s  stessa
    acquistata in quel punto.


    19.

    No, ella non aveva dei romanzi pel capo.
    Tutti quegli imbecilli che le stavano attorno la infastidivano, quando
    non  la  irritavano  addirittura.  Viveva  in  un  continuo  sospetto:
    scopriva dei maligni sottintesi fin nelle parole pi  schiette:  e  si
    tormentava.
    Il  giovane  Porati,   ch'era  stato  il  primo  a  farle  una  aperta
    dichiarazione di amore, una sera per commoverla le aveva detto:
    - Ah!... Lei mi far ammattire!
    E Giacinta, tagliando corto:
    - Ci vuol cos poco!
    Poi era venuta la volta del Gessi.
    - Per lei, signorina, per lei sarei capace di... di...
    Non trovava la parola, diventato rosso in viso come un gambero.
    - Sia capace di star zitto!  - aveva conchiuso Giacinta con una risata
    che fece arrossire di pi quel povero ragazzo impicciato.
    Dopo, le si era messo attorno, assiduo, il Ratti che pure la divertiva
    con le sue fandonie e con quel gesticolare irrequieto.
    - Creda,  signorina - le tornava a ripetere - nessuno al mondo le vuol
    pi bene di me, nessuno!
    - Allora sono da compiangere - era stata la risposta di Giacinta.
    E l'avvocato, prudente, non cerc che gliela ripetesse due volte.
    Ultimo, dopo parecchi altri, si era presentato il Merli.
    - Mi chiegga una prova, signorina; la pi ardua!
    - ...Si faccia prete, per amor mio - gli aveva risposto, seria seria.
    - Oh, quella ragazza doveva essere una grulla!
    - Un po' di ciccia, pochina! con la bocca e con gli occhi.
    - Quella l? Era di razza Marulli; pi calcolatrice della sua mamma.
    - Gi... se  vero l'affare del servitore...
    - Se  vero?...
    Senza  confidarsi  l'un  l'altro   il   loro   cattivo   successo,   i
    corteggiatori  scartati  si  vendicavano  dicendone,  quando capitava,
    questo e peggio.
    Giacinta era grata ad Andrea Gerace che non le aveva mai detto  nulla,
    quantunque  ella  capisse  che  quegli occhi neri che se la divoravano
    intendessero dirle di pi di tutti quegli altri.  E vi rifletteva  su,
    di  sfuggita,  come  vagante dietro a un sogno che le scappava davanti
    lontanissimo,  tra una nebbia dove la cara melodia di quella  sera  si
    andava  perdendo.  Ma  ella  si  arrestava tutt'a un tratto,  piena di
    terrore:
    - No! No!
    E fu dolorosamente tocca la sera che Andrea,  uscito  appresso  a  lei
    sulla  terrazza  per godere il lume di luna di quella magnifica serata
    di giugno - mentre gli  altri  conversavano  in  salotto  -  le  aveva
    sussurrato all'improvviso due parole, colla voce tremante.
    - Anche lei? - disse.
    - Perch no?
    - ...Ma io non posso, non debbo amare!...
    - Non ha forse un cuore?
    - Oh s, pur troppo!... per patire - aveva soggiunto, accigliandosi.
    Andrea,  con le braccia appoggiate sulla ringhiera della terrazza, ora
    guardava lei, ora gi nella piazzetta deserta, imbarazzato.
    - Per patire?  -  si  decise  a  domandarle,  dopo  alcuni  minuti  di
    silenzio.
    - Mi crede forse felice?
    Gerace non fiat.
    Chi mai poteva supporre che quella ragazza soffrisse?
    -  Senta,  signor  Andrea,  -  rispose  Giacinta  -  Lei  mi vuol bene
    sinceramente;  certe cose non mi sfuggono.  A lei dir dunque quel che
    non  ho  detto  a  nessuno:  mi  dimentichi!...  Il  mio cuore non pu
    corrispondere al suo; deve restare un cuor chiuso.
    - A questa et?
    -  Oh,   l'et  non  conta  nulla!   Si  pu  essere  vecchi  anche  a
    diciott'anni... Appunto perch credo che mi voglia bene davvero, io le
    dico:  mi  dimentichi!...  Non  scuota il capo cos...  Mi fa male.  E
    accetti la mia confessione come una gran prova di amicizia.
    - Se ha gi qualche impegno...
    - Nessuno.  Ho serrato l'uscio del mio cuore e ne ho buttato la chiave
    in fondo al mare: ripescarla  impossibile.
    E sorrideva forzatamente.
    - E' da credere? - disse Andrea.
    - Vuol proprio angustiarmi? Parlo sul serio.
    Andrea  rimaneva  incerto.  Vedeva  Giacinta  sotto un aspetto nuovo e
    inatteso,   con  quella  profonda  tristezza  cos   meravigliosamente
    dissimulata a tutti fino allora; e da pochi minuti sentiva crescere la
    loro intimit.
    -  Non  sar  importuno  -  disse.  -  Ma  non  mi  scoraggi  neppure.
    Aspetter...  Dunque  una cosa  grave?  -  soggiunse  tosto,  vedendo
    inumidirsi di lagrime gli occhi di Giacinta.
    - Da amico,  non mi domandi altro - ella rispose, porgendogli una mano
    che Andrea strinse pi volte. - Ha un mio segreto; lo conservi bene.
    - Oh, stia sicura!
    - Che serata dolce! - mormor Giacinta dopo un pezzetto.
    - Dolcissima!
    Non dissero pi nulla. E Giacinta rientr in salotto.
    La mattina dopo, Gerace, disteso sul canap della sua camera, riandava
    col  pensiero  la  scena  della  sera  avanti,   fumando  e   sorbendo
    distrattamente il caff che gli si freddava sul tavolino.
    La  vecchia  padrona di casa,  abituata alla briosa parlantina del suo
    dozzinante,  si aggirava per la stanza,  sbattendo  sul  pavimento  le
    ciabatte  casalinghe  con  maggior  rumore  del  solito.   Ma  Andrea,
    lasciando che spostasse inutilmente questo o quell'oggetto, e tornasse
    a fermarglisi dinanzi con le mani sui fianchi - seguitava in  silenzio
    a riempir di fumo la stanza.
    - Non ha dormito? - gli domand finalmente la vecchia.
    - S.
    - Si sente male?
    - No. Perch?
    - Non dice nulla!
    - Vuol saperlo?
    Andrea   si   lev   subitamente   in  piedi  e,   dandole  un'allegra
    abbracciatina:
    - Sono innamorato - le disse.
    La vecchia rideva.
    - Che! Che! Lei non ha presa...
    - Questa volta  per davvero.
    - Tanto meglio! Metter senno. L'amore matura l'uomo.
    Andrea port le dita alla bocca e vi scocc su due baci, poi fece atto
    di gettarli dalla finestra, lontano...
    Ma la vecchia and via, con la chicchera in mano, scrollando la testa:
    - Amore?... Fuoco di paglia!


    11.

    Da  quella  sera  in  poi  la  tristezza  di  Giacinta  si  era  quasi
    raddoppiata.
    - S'ammaler di nuovo - le diceva Marietta.
    E tentava di svagarla.
    - Signorina,  stia a sentire.  Spauracchio,  giorni fa,  mi domand di
    lei. Voleva sapere, in confidenza...
    - Chi  Spauracchio?
    - Il figlio del Porati.  Non le pare una pertica con su una tuba e  un
    vestito per far paura agli uccelli?
    - Zitta!
    Ora sorrideva appena alle bizzarrie di Marietta. Lottava dentro di s,
    terribilmente. Quegli sguardi di Andrea, che pareva chiedessero piet,
    la perseguitavano ovunque.  Di notte,  prima che si addormentasse,  le
    luccicavano dinanzi, nel buio, sempre chiedenti piet.
    - Come non capiva quel Gerace che cos la torturava?... Ma gi, poteva
    anche darsi... chi lo sapeva... che non fosse sincero neppur lui...  E
    poi?... E poi?...
    Uno solo le appariva buono, compassionevole, sincero; egli solo non le
    destava invincibili repugnanze e neri sospetti nel cuore...
    - Perch no?... Perch no?
    Si faceva forza ogni giorno, per abituarsi a quest'idea.
    -  Essere  amato  per gratitudine!...  non le chiedeva di pi e glielo
    lasciava scorgere in tutti i suoi discorsi, tutti i giorni. Che poteva
    significare,  se non che tal amore per gratitudine gi lo sperasse  da
    lei?...  Con  gli  anni cresciuti,  a lui senza famiglia,  il celibato
    pesava...  E l'altra volta non glielo aveva detto  quasi  apertamente?
    Non  le  aveva  detto:  nel  tuo  caso,  hai bisogno di una protezione
    speciale,  di un affetto capace d'aumentarsi e non di venir  meno  col
    tempo;  di  un  affetto  senza illusioni giovanili,  senza pregiudizii
    sociali?... Le aveva detto cos... Aveva ragione, pur troppo!... Aveva
    ragione!
    E la penetrava un senso  di  tenerezza  filiale  per  quella  secca  e
    angolosa  figura del Mochi che sapeva generosamente compatirla,  e non
    era ingiusto come gli altri!
    - Infine, che colpa ci ho io?
    Vi eran dei  momenti,  dei  terribili  momenti,  che  non  riusciva  a
    rassegnarsi. S'impennava.
    -  E'  un'infamia!  Una  mostruosa  ingiustizia!  -  andava ripetendo,
    andando su e gi per la camera,  come un'anima  dannata,  diceva  ella
    stessa.
    - Ah!...  forse, con minor fierezza di animo, vivrei tranquilla, anche
    felice!... Ma, Dio mio! come perdonare al miserabile che - dopo, anche
    in un momento di collera - avesse la vilt di rinfacciarmi...?
    Questa possibilit le agghiacciava il sangue.
    E chiudeva gli occhi per non vedere gli sguardi  di  Andrea  chiedenti
    piet,  che l'assediavano con insistenza,  quasi importuni, turbandola
    profondamente...
    - Come se ella non fosse debole abbastanza,  o Signore!  E non  avesse
    anzi   bisogno   di   conforti  pel  gran  sacrificio  a  cui  si  era
    disperatamente risoluta!...  Ma perch il Mochi indugiava a strapparla
    da  quello stato di angoscia che la uccideva a poco a poco?...  Si era
    forse illusa?... No, non poteva essere! Non si era illusa!
    Allora,  nel mezzo della nottata,  nel pauroso silenzio  della  camera
    fiocamente  illuminata  dalla  lampada  riaccesa  quando l'insonnia si
    ostinava a tenerle sbarrati gli occhi - l'angolo della stanza  rimasto
    in  ombra  le si popolava di allucinazioni,  come se il suo intelletto
    acquistasse in quei momenti la felicit della seconda vista.
    ...Eran passati degli anni!  Avvizziva,  anima e corpo,  inchiodata  a
    pie'  del letto dove quel vecchio,  colpito da incurabile malattia che
    non  gli  concedeva  un'ora  di  tregua,   languiva.   Gli  faceva  da
    infermiera,   paziente   come   una  santa;   ma  gli  moriva  dietro,
    assottigliata  da  uno  sfinimento  senza  nome...   E  mentre   colui
    rantolava,  rantolava,  dai cristalli della finestra entrava il sole a
    traverso una larga striscia di pulviscolo  turbinoso  e  luccicante...
    Ah,   quel  sole!...  Ah,  quell'alito  di  primavera!...  Ma  la  sua
    giovinezza era ormai perduta...  Lei non si  riconosceva  pi  nemmeno
    allo specchio,  con quei capelli mal ravviati, con quelle mani scarne,
    con quegli occhi senza vita!...  E non si lagnava,  n si  rassegnava,
    indifferente...  Era il suo cattivo destino...  Doveva essere cos!...
    Lo aveva gi previsto!...
    Oh, no,  non era cos!...  La sua giovinezza fioriva tuttavia,  il suo
    povero  cuore palpitava ancora!...  Il Mochi la trattava da figliuola,
    poco esigente...  Chi del resto,  nell'intimo,  le impediva d'amare un
    altro?...  Il  passato le ritornava alla mente come un conforto...Quel
    ballo,  quella canzone napoletana,  quella terrazza al lume di luna  e
    quel giovane bruno dagli occhi neri, dai capelli neri e crespi, che le
    mormorava nell'orecchio parole dolcissime,  indimenticabili...  Ma non
    commetteva ella,  a quel modo,  un'infedelt senza scusa?...  E Andrea
    perch  veniva  a  cercarla  fin nella solitudine dove volontariamente
    s'era  condannata?...   Che  pretendeva   dunque?...   No,   non   era
    generoso!...  Voleva  abusare della propria forza,  della fragilit di
    lei?... Ed ella resisteva, lottando,  mascherando con la bruschezza la
    debolezza  che  invadevala...  Sarebbe stata un'indegnit!...  E fiera
    della sua vittoria,  si attaccava ancor pi al suo liberatore,  al suo
    benefattore... Non lo chiamava mai suo marito.
    I  tocchi  di  un orologio che arrivavano lenti e fiochi,  come da una
    gran lontananza,  la riscuotevano qualche volta.  Per terrore di  quel
    silenzio  turbato  un  istante,  rivolgeva  gli  occhi  alla  palla di
    porcellana dentro cui la fiamma della lampada guizzava,  a intervalli,
    con luce fredda,  rischiarando i mobili scuri, dando un aspetto strano
    ai disegni della tappezzeria.  Poi i suoi occhi  attratti,  tornavano,
    verso  quell'angolo,  dove  l'ombra  si  addensava;  e  da  l  a poco
    l'allucinazione riprendeva il suo corso.
    ...Che!  Che!  Quel vecchio assorbiva il giovane rigoglio  di  lei;  e
    diventava rubizzo, ma geloso, riottoso, brontolone, dai modi bruschi e
    villani...  Una serva sarebbe stata trattata meglio!...  Che calice di
    avvilimenti e di amarezza non le  toccava  di  tracannare  giorno  per
    giorno!...  Ella  non  aveva  pi  lagrime...  Non  osava lamentarsene
    neppure in segreto,  dalla paura che quello glielo leggesse in viso...
    E  cos  la vita le si consumava,  lentissimamente...  ma al fine,  si
    consumava!...  E si sentiva mancare presa da un torpore gelido...  Che
    interminabile agonia!
    Spesso,  quando  l'allucinazione  confondevasi col sogno,  Giacinta si
    levava da letto sbalordita, spossata dalla inconsapevole fatica.
    - Aveva sognato?
    Per la luce del giorno le infondeva coraggio:
    - Commetto una specie di suicidio?  Lo so.  Poich non sono  buona  ad
    ammazzarmi davvero!...


    12.

    Mochi, incontrando la Marietta per le scale, soleva fermarla e stender
    la  mano  per carezzarle il mento,  nell'informarsi della salute della
    padroncina.
    - Gi quella mano!...  Non pu tenerla a  posto?  -  essa  gli  diceva
    tirandosi indietro.
    - Come sei cattiva!
    - Non capisce che ha i piedi dentro la fossa?
    Glielo ripeteva sovente. Quella mummia le faceva rabbia, per via della
    sua  padroncina.  Massime  dopo  che  questa  le  ebbe accennato in un
    momento di sfogo, la speranza, l'unica speranza, che le sorrideva.
    - Ma dice davvero,  signorina?  E perch non uno di quegli  altri?  Il
    signor Merli, per esempio, un buon ragazzo?
    Giacinta scrollava tristamente il capo.
    -  O  il signor Porati,  che almeno deve avere i quattrini a staia con
    quell'usuraio del suo babbo.
    - Dio mio!... Non vuoi persuaderti!...
    - O il signor Andrea? Non  ricco, tutt'altro!  Ma  un giovanotto ben
    fatto, con certi occhi!... E sa cantar cos bene!
    Giacinta si spazientiva.
    -  Ma  quel figuro (scusi signorina!) tutto ripicchiato e incerottato,
    che forse,  anzi certo,  ha i denti posticci,  e porta  il  busto  per
    tenersi ritto!
    Vedendo la sua padroncina a testa bassa, Marietta soggiungeva:
    - E proprio lui le ha proposto...?
    - Oh, no!... Non mi ha detto mai nulla.
    Marietta  si  stringeva  nelle  spalle,  incredula  che una cos pazza
    risoluzione potesse durare.
    - Povera signorina!... A furia di tormentarsi!
    Non si dava pace. Oh, voleva vederci chiaro in questo imbroglio!  E la
    prima  volta che il Mochi la ferm,  si lasci prendere pel mento,  si
    lasci fare la carezzina.
    - Giusto parlavamo di lei poco fa. La signorina le vuol bene, sa? Dice
    che  il suo solo e vero amico.
    - Dice cos?
    - Proprio.
    Mochi,  sorridendo di compiacenza,  attorcigliavasi  la  punta  di  un
    baffo.
    Sorrideva  anche  la  Marietta,  decisa  quel  giorno a tirargli su le
    calze.  Infatti non scapp subito via,  e drizz gli orecchi appena il
    Mochi  cominci  a  far  gli  elogi della padroncina,  parlando a voce
    bassa, come si fosse trattato di un segreto.
    - Buona, s, ma disgraziata! - egli concludeva. - Dote,  poca o punta.
    Poi...  Capisci?...  Un pregiudizio;  ne convengo!...  Ma la societ 
    fatta cos,  impastata da cima a fondo di pregiudizi forti  pi  delle
    stesse leggi... Capisci, carina?
    -  Per,  una persona savia,  come lei!...  - insinu Marietta,  senza
    badare alla nuova carezzina con cui il Mochi le solleticava la gola.
    Parve ch'egli esitasse un momento,  aggrinzando la  guancia  sinistra,
    per la lente.
    - Se potessi parlarti con pi comodo... a quattr'occhi?
    E guardava attorno.
    - Parli pure.
    - No, un'altra volta.
    - Che voleva dirle quella mummia, a quattr'occhi?
    Marietta  smaniava  alle confidenze a miccino e a riprese che Mochi le
    andava facendo,  come  se  gli  costassero  quattrini  e  cercasse  di
    spenderli un po' alla volta.
    -  L'ha dovuta ammaliare!  - gli disse una mattina,  per spronarlo.  -
    Peccatoraccio! - A gatto vecchio sorcio tenerello.
    Ma colui non si decideva a vuotare il sacco, masticava le parole:
    - Infine,  coi pregiudizi della  societ,  capisci,  renderei  un  bel
    servigio alla Giacinta...
    - Carit pelosa!
    - Per...
    - O che non si fida?... Parli chiaro.
    Se   ne   fid   tutt'a   un  tratto,   espansivo,   carezzandole  pi
    amichevolmente le guancie e il mento.
    - Sarebbe  -  s'interruppe  -  per  legarci  meglio,  intendi?...  Per
    cominciare, insomma...
    - Gi! Gi!
    - Se tu mi dessi un po' di mano...
    - Gi! Gi!
    Era  stata  a  sentirlo  fino  all'ultimo,   guardandolo  negli  occhi
    approvando col capo,  per non insospettirlo,  intanto che le  mani  le
    prudevano e la lingua le si dimenava fra i denti attossicata..
    - Va bene cos? - conchiuse il Mochi.
    Marietta lo squadr da capo a piedi,  con gli occhi che le schizzavano
    fuori...
    - Si netti la bocca! - rispose, facendo anche il gesto.
    E scapp via.
    - Ho detto per chiasso! - balbett il cavaliere che non se l'aspettava
    - Ho detto per chiasso, sai?...
    - Si netti la bocca! - gli ripet Marietta di cima al pianerottolo del
    secondo piano. - Ah, se non parlo subito, scoppio!
    Ma da Giacinta c'erano la Elisa e la Gina venute per osservare  alcuni
    merletti  antichi  che  questa  voleva imitare;  e tutte e tre,  chine
    attorno al modello, studiavano e discutevano i punti, non si accorsero
    di Marietta che aveva aperto e richiuso l'uscio.
    Cos essa stette fino a tardi, come sulle spine:
    - Quelle due civettuole non andavano pi via!
    Poi sopravvenne la signora Maiocchi per  riprendere  la  figlia  e  la
    Gina.
    - Non la finiva pi nemmeno lei!
    E,  appena  chiuso l'uscio di casa dietro le spalle di quelle signore,
    Marietta piomb in camera di Giacinta.
    - Ah, scoppio!... Senta, senta qua, signorina!
    Parlava agitata,  mangiando mezze le parole,  correggendosi,  tornando
    addietro  se  si  risovveniva  di  un piccolo particolare dimenticato,
    minuziosissima:
    - Aveva fatto bene?
    - Benissimo! - rispondeva Giacinta, impaziente.
    E  intanto  che  quella  proseguiva,  senza  farle  grazia  di  nulla,
    ripetendole,  parola per parola, i discorsi del Mochi, imitandone, per
    abitudine e per maggiore evidenza,  anche i gesti e la voce,  Giacinta
    trasecolava;  provava, ad occhi aperti, l'incubo dei cattivi sogni che
    la opprimevano la notte.
    - Era dunque per questo?... Per questo?
    Scoppi in un pianto dirotto,  col viso  fra  le  mani,  accasciandosi
    sotto il gran peso di quell'onta inaspettata. Poi tent di svincolarsi
    dalle braccia della Marietta che piangendo anche lei le diceva:
    - Non  nulla!... Tanto meglio!...
    - Vo' andar via! Vado via!...
    Si  asciugava  in fretta le lagrime,  aggirandosi barcollante,  per la
    stanza,  in cerca di qualche cosa,  ed ella  stessa  non  sapeva  che,
    ripetendo:
    - Vo' andar via! Vado via!...
    - Dove? Vergine santa! dove?
    - In qualche posto,  a far la serva...  a chieder l'elemosina, lontana
    di qui, fuori di queste mura piene di vergogna e di angoscia!...
    - Ma le pare!... Dia retta!
    - Fossi morta un anno fa!
    Rimase per parecchi giorni come trasognata,  chiusa nella  sua  camera
    col   pretesto   d'una  emicrania,   sentendosi  sempre  sulla  faccia
    l'impronta di un piede che l'avesse calcata.
    - Ah,  la fatal catena si era ribadita!...  E lei che gi si lusingava
    di essere sul punto di spezzarla!...  Perch, perch non l'afferrava a
    due mani, per sbatterla in viso alla gente? Cos doveva fare, cos!...
    E quella sua mamma che non cessava di torturarla anche lei!...  Quella
    sua mamma!...  Oh Dio!  si sentiva diventare malvagia!... Il sangue le
    si trasmutava in fiele!...  La trascinavano pei capelli a far qualcosa
    di enorme!
    E  tramortiva  dallo  spasimo,  cogli  occhi  al  soffitto,  stanca di
    piangere.


    13.

    Andrea, che non l'aveva pi vista da una settimana,  la ferm una sera
    in mezzo all'uscio del salotto, dove si era appostato per attenderla.
    - E' tuttavia sofferente?
    - No; grazie.
    Voleva evitarlo;  ma la commozione l'arrest, impacciata, sotto quegli
    sguardi indagatori.
    - E... il mio noviziato - egli disse, esitando - dovr ancora durare?
    - Non insista, per carit!
    Andrea chin il capo mentr'ella passava.
    Quelle umili parole - il mio noviziato - le rimasero dentro l'orecchio
    tutta la serata e giorni appresso, assediandola, rimestandole in fondo
    al cuore le dolci sensazioni e il  soave  sentimento  ch'essa  si  era
    sforzata di far tacere, domandandosi atterrita: E poi?... e poi?
    - Povero giovane!... Non si stancava dunque?
    E trovossi insensibilmente ricondotta verso di lui, ma senza speranza,
    soltanto per dimenticare quell'altro che l'aveva cos offesa, e con la
    gioia d'una convalescenza interiore assai pi bella della prima.
    - Che tormento il dover dissimulare di amarlo!...  Ma doveva far cos,
    suggellarsi le labbra!...  Chi le garantiva l'avvenire?...  Se oggi la
    passione  poteva  porre a quel giovane una benda sugli occhi,  domani,
    domani l'altro,  sbolliti i primi entusiasmi,  quando non  ci  sarebbe
    stato pi rimedio...?
    Era  il  verme  che  le rodeva incessantemente il cervello e le faceva
    quasi dimenticare l'oltraggio del Mochi.
    Alcuni giorni dopo il fatto,  questi aveva avuto la  faccia  tosta  di
    avvicinarsele e dirle:
    - Quella grulla di Marietta ti avr forse riferito...
    - Non mi ha riferito nulla... - lo interruppe Giacinta.
    Egli volt le spalle.
    Andrea intanto,  rassegnato,  paziente, non lasciava sfuggirsi nessuna
    occasione di rammentarle che era l,  attendendo sempre una  risposta.
    Ad ogni nuovo assalto di lui,  la povera Giacinta sentivasi con orrore
    diventar sempre pi fiacca; e voleva resistere... ad ogni costo!...
    - Dovessi tu anche morirne! - disse a s medesima una volta, dopo aver
    tentato invano di stordirsi leggendo fino a notte inoltrata.
    Invece il suo povero cuore non aveva pi forze!
    - Ah, Ges! Ges!...
    I suoi  occhi  non  si  erano  fissati  mai  con  tanta  ambascia  sul
    crocifisso  d'avorio  dalla  croce  di  ebano appeso al capezzale,  un
    ricordo della sua pi cara amica di collegio.  E quel grido straziante
    le  era  uscito  di  bocca,  all'improvviso,  insieme  con un fiume di
    lagrime.
    - Ah, Ges!... Ges! Perch farmi soffrire a questo modo?...
    Nello stesso tempo una commozione profonda,  sopraggiunta dietro  quel
    primo  impeto  d'irritazione  e  di  rivolta,   la  spingeva  a  cader
    ginocchioni davanti la sponda del letto.
    - Dio mio!... Ges mio! - ripeteva singhiozzante,  tendendo le braccia
    verso il crocifisso con un gesto disperato. - Ges... Se siete buono e
    giusto,  fatemi  morir  subito,  prima  che io mi levi di qui!  Fatemi
    morire! Fatemi morire!
    Nell'angoscia,  appoggiava la fronte  alle  materassa,  bagnandole  di
    lagrime,   contando  i  battiti  del  suo  cuore  per  vedere  se  mai
    diminuissero,  se diventassero pi lenti...  Indi rialzava  la  testa,
    stendeva di nuovo le braccia:
    -  Se  siete  buono  e  giusto,   fatemi  morire,  Ges!  Muovetevi  a
    compassione di me! Fatemi morire!...
    Ah,  la morte invocata si faceva attender troppo!  Ges Cristo  se  ne
    stava impassibile sulla croce, non la esaudiva, non la ascoltava:
    - Fatemi morire! Fatemi morire!
    A un tratto,  le parve che il cuore le si schiantasse davvero,  che il
    respiro le venisse meno... e balz in piedi e spalanc la finestra.
    Col terrore che la scuoteva tutta, sprofondava gli occhi in quel cielo
    buio,  coperto qua e l di nuvole,  con rare stelle che  scintillavano
    fioche,  come smarrite nello spazio; e tendeva l'orecchio senza sapere
    perch, in quel vasto silenzio interrotto soltanto dagli urli del mare
    che si dibatteva laggi fra gli scogli, simile a un mostro incatenato.
    Non osava voltare il capo.  Aveva perfino paura di quel crocifisso  di
    avorio  da lei cos affannosamente pregato poco prima;  aveva paura di
    quella nera solitudine notturna: si sentiva come  lanciata  via  fuori
    del mondo.
    Poi, all'impressione dell'aria frizzante si era calmata a poco a poco.
    Un'idea balenatele in mente l'aveva fatta trasalire:
    - Perch non entrava in un convento?
    E rinchiuse la imposta, macchinalmente; perduta dietro questa idea che
    la  inondava  di un benessere strano,  di una calma affatto insolita e
    piena d'immensa tenerezza.
    - Grazie! Grazie! - mormorava, a mani giunte, rivolta al crocifisso. -
    Cos sar morta pel  mondo,  per  me  stessa,  per  tutti!...  E'  una
    ispirazione del cielo!


    14.

    - Calmatevi,  figliuola mia,  calmatevi! - le diceva di tanto in tanto
    con voce tremula il vecchio confessore, dalla grata del confessionario
    dove appoggiava la testa.
    Giacinta arrestavasi un momentino,  quasi soffocata,  poi riprendeva a
    parlare.
    E  tutta  la  sua  vita  -  dolori,  illusioni,  disinganni,  speranze
    agonizzanti - tutta,  continuava  a  ripassarle  dinanzi  agli  occhi,
    rapidamente, come una visione, come un terribile sogno... Un sogno che
    finiva l!
    - La vostra risoluzione, figliuola mia,  dunque ben ferma? - disse il
    prete.
    - S, padre!
    -  Per  mi avete detto che  nata soltanto da pochi giorni,  sotto la
    tortura di un gran dolore...
    - E' vero; ma non importa.  E' come se io mi vi fossi deliberata da un
    pezzo.
    - Speriamo che sia cos.  La grazia divina ha fatto miracoli assai pi
    grandi di questo.  Per la prudenza consiglia di non fidarsi troppo di
    un proposito di primo impeto.
    - Padre, non mi tolga il coraggio!...
    - No;  ma debbo farvi riflettere che un passo inconsideratamente fatto
    potrebbe arrecarvi dolori assai pi grandi di quelli sofferti  finora.
    Il  Signore  molto geloso delle anime che si consacrano a lui.  Prima
    di accettarvi tra le sue braccia di misericordia,  vuole essere  certo
    che  voi  non vi rifugiate in lui per un dispetto passeggiero,  per il
    turbamento di una passione contrastata, d'una speranza venuta meno...
    - Mi sento gi distaccata da tutto, interamente.
    - Pu essere un'illusione che star poco a  svanire.  L'amor  di  Dio,
    figliuola mia, non ha profonde radici nel vostro cuore. Siete vissuta,
    fino  a  pochi giorni fa,  senza darvi alcun pensiero di Lui,  come se
    egli non esistesse...
    - Ah,  padre!  Non me n'hanno parlato  quasi  mai,  neppure  quand'ero
    bambina...  Mia madre non pratica in chiesa;   troppo distratta dalle
    sue cure mondane. Mio padre odia i preti...
    - Che gli hanno fatto di male?
    - Nulla... non so.
    - Povera  creatura!...  Voi  avete  ragione.  Ebbene,  figliuola  mia,
    cominciate  dal  rassegnarvi  ai  valori  di Colui che  il padrone di
    tutto,  della vita,  dell'anima  vostra...  I  vostri  parenti  dunque
    ignorano?...
    - S;  ma non c' da temere nessun contrasto da parte loro.  Mia madre
    sar... forse... anche contenta di sbarazzarsi di me...
    - Non accusate nessuno.  Riconoscete in ogni  avvenimento  la  volont
    suprema di Dio. Preparatevi intento ad esser degna di Lui.
    - Che dovr fare?
    -  Pregate,  anzi tutto;  pregate che Dio vi dia la forza a persistere
    nel proponimento di consacrarvi al  suo  santo  servizio.  Egli  sapr
    disporre  ogni cosa come meglio creder conveniente alla sua giustizia
    e alla sua misericordia.  Il Signore fa tutto bene.  Le piaghe da  lui
    inflitte sono piaghe di vita. Egli ci prova, ci purifica con esse; non
    spetta a noi altri, miseri vermi, il giudicare delle sue vie!
    - S, s, padre! - disse Giacinta, a cui quel linguaggio cos insolito
    metteva sgomento.
    -  Siate  dunque umile,  rassegnata alla sua divina volont.  E se gli
    piacesse di richiamarvi a Lui con altri mezzi, non vi perdete d'animo;
    confidate nel suo affetto di padre.  Voi paventate un'umiliazione;  vi
    rivoltate alla sola idea di poter essere, un giorno, insultata per una
    trista  circostanza  in  cui  la  vostra volont non ebbe e non poteva
    avere parte...  Ma nel caso che Dio,  figliuola  mia,  per  la  salute
    dell'anima vostra, volesse sottomettervi a tal prova...
    - Dio  giusto; non castiga a torto...
    -  Ecco,  voi  chiamate  gastigo  ci  che  invece  sarebbe una prova!
    Rassegnatevi.   Un'anticipata  rassegnazione   potrebbe   indurre   la
    misericordia celeste a risparmiarvela affatto.
    - Oh!... Non ho questa forza!
    - Chiedendola, vi sar data.
    E  la chiese,  giorno e notte,  per una settimana,  felice di quel suo
    gesto.  Marietta,  pur avendola accompagnata  in  chiesa  all'insaputa
    della  signora,  non  sospettava  di  nulla;  e  approvava  che la sua
    padroncina,  come  continuava  a  chiamarla,  si  fosse  rivolta  alla
    Madonna.
    - La Madonna le avrebbe fatta la grazia!... L'avrebbe consolata!
    No, non la consolava, non le faceva la grazia!
    Il  suo cuore di donna si rivoltava alla possibilit di quell'insulto;
    si rivoltava anzi peggio,  dopo che non riusciva a comprendere in  che
    modo  Dio,  che  doveva essere giusto,  potesse vederla sottomettere a
    quella terribile prova.
    Il confessore le aveva detto:
    - Tornate appena vi sentirete pi forte.
    Ed era tornata, quantunque non si sentisse pi forte. In quella chiesa
    piccola e buia,  aspettando ginocchioni  che  il  prete  entrasse  nel
    confessionario,    provava    la    sensazione    indefinita   di   un
    agghiacciamento,  pi  che  del  corpo,  dell'anima,   di  un  mutismo
    scoraggiante, di una repulsione che le pioveva sul cuore dalle pareti,
    dalle colonne,  dagli altari delle cappelle dove guizzava la fiammella
    di una lampada sul  punto  di  spegnersi...  Cos  agonizzava  la  sua
    speranza!
    - E la rassegnazione  venuta? - le domand il prete.
    - No padre!
    -  Chiedetela  con  pi insistenza,  con maggior fede.  Quando meno ve
    l'aspettate, verr.
    Questa volta il confessore parl a lungo,  senza domandarle  altro.  E
    intanto  che  con voce tremula ragionava delle ineffabili consolazioni
    del Cristo in tutte le condizioni della vita,  per le anime afflitte e
    sincere;  intanto  che  le  metteva  sotto  gli  occhi,  perch non le
    ignorasse, tutte le difficolt della vita religiosa per chi non vi era
    chiamato da irresistibile vocazione,  una cupa irritazione gonfiava il
    cuore di Giacinta.
    - Come?...  Era tutto?... - Invece di incoraggiarla, di sollevarla, le
    ragionava di difficolt da vincere,  di ostacoli da  superare?...  Dio
    dunque   la   respingeva?...   Dio  dunque  la  rigettava  nell'abisso
    quand'ella, aggrappata all'orlo, gridava disperatamente: soccorso?...
    La sua ragione si smarriva!
    In quei due terribili giorni, i pi desolati della sua vita, un crollo
    di tutto il suo essere,  qualcosa di orrendo,  era avvenuto dentro  di
    lei.  Ella stessa non sapeva spiegarsi in che maniera quella idea,  da
    cui si sentiva presa e dominata come da una fatalit, le fosse entrata
    nella mente:
    - Amante s, a ogni costo; marito no, mai!
    E n'era atterrita e orgogliosa nel tempo stesso.
    - Ho sognato colla mia sorte  uno  di  quei  patti  mostruosi  che  si
    sottoscrivono  col  sangue  -  disse  ad  Andrea,  presso  il  camino,
    stendendo i piedi contro la brace.
    - Qual patto?
    Andrea aveva preso le molle,  per rassettare la legna e  ravvivare  la
    fiamma.
    -  Lo sapr,  forse,  un giorno - rispose.  - Ma stia fermo con quelle
    molle, fa peggio.
    - Dice bene. Destar fiamme non  il mio forte.
    Pure continuava ad armeggiare,  con un ginocchio piegato sul  tappeto,
    rimettendo i tizzi uno sopra l'altro per poi soffiarvi col mantice.
    Giacinta di una rapida occhiata attorno.
    Sua madre,  il Commendatore,  il Porati,  il Mochi e l'ingegner Villa,
    che pareva un gigante in mezzo ad essi, ragionavano a bassa voce in un
    canto,  preoccupati;  e certamente non della neve che cadeva fuori sin
    dal mattino e aveva spopolato il salotto.
    Giacinta sporse il capo quasi fino all'orecchio di Andrea.
    - M'ama davvero? - gli disse.
    A  quella  interrogazione  a  voce  repressa,  cos  risoluta  e  cos
    inattesa, Andrea si volt per guardarla in viso.
    - M'ama davvero? - ripet Giacinta.
    Allora, per risposta, egli le prese una mano e gliela strinse forte.
    - T'amo, Andrea! - ella soggiunse, visibilmente commossa.
    Andrea la ringrazi con un lungo bacio sulla mano tenuta  stretta  fra
    le sue.
    Giacinta di un'altra occhiata, egualmente rapida, verso il posto dove
    gli  altri  pendevano  tutti dalle labbra del Commendatore che parlava
    accalorato;  e ripresa la sua posizione,  intanto che Andrea faceva le
    viste di attizzare la legna:
    - Hai tu fiducia in me? - gli disse.
    - Illimitata!... Sono il tuo schiavo.
    -  Sei  tu  capace  di tener segreto questo nostro amore finch non ci
    sar pi bisogno di nessun riguardo?
    - Un amore noto a tutti  una gioia sciupata!
    - E non ti adombrerai di nulla?
    - Di nulla, ora che tu mi hai detto di amarmi!
    - E sarai paziente, senza lagnarti mai?
    - S! S!
    - Andrea, il mio cuore  tuo, per tutta la vita!
    La fiamma del camino si ridest crepitante in quel punto.
    - E' un buon augurio! - egli disse levandosi.
    Giacinta gli sorrideva tutta illuminata da quei bagliori.


    15.

    Il dispaccio telegrafico era arrivato di sera, mentre il salotto della
    signora Marulli era ancora pieno di gente.
    - ...Una cattiva notizia?  -  domand  la  Villa  vedendole  fare  una
    piccola scossa.
    -  S  -  rispose  la  signora  Teresa.  -  E' morto a Parigi quel mio
    parente...
    E le porse il foglio.
    - Oh!!!
    La  signora  Villa  non  aveva  saputo  frenare   un'esclamazione   di
    meraviglia.
    Il  dispaccio  del  notaio annunziava anche un legato di trecento mila
    lire per Giacinta, tutto in cartelle, gi in deposito presso di lui.
    Nella confusione  che  accadde  nel  salotto,  perch  tutti  volevano
    leggere il dispaccio,  far le condoglianze,  per mostra, e rallegrarsi
    della inaspettata fortuna toccata alla ragazza,  Andrea era rimasto in
    un  canto,  impensierito di quella notizia,  senz'avere il coraggio di
    avvicinarsi alla signora Marulli e a Giacinta per imitare gli altri.
    - E ora? - si domandava. - E ora?
    - Eh?  - gli disse il Ratti,  battendogli sulla  spalla.  -  Ecco  una
    disgrazia  che  probabilmente  non  capiter  n  a voi n a me,  caro
    Gerace!
    Andrea rispose soltanto:
    - Ma...!
    E guardava,  con una grande stretta al cuore,  il signor Marulli  che,
    accorso tutto commosso dalla sala da gioco,  abbracciava in quel punto
    la figliuola come se gli fosse tornata fra le braccia da morte a vita.
    -  Paolo!  -  disse  la  signora  Marulli,   con  un'occhiataccia  per
    rammentargli di mostrare pi contegno.
    Ella  era contegnosissima,  indispettita contro quel parente che aveva
    preferito Giacinta.
    - Perch poi?
    Non trovava una spiegazione; e se n'indispettiva maggiormente.
    Andrea,  intanto che gli ultimi rimasti andavano via,  si  avvicin  a
    Giacinta che veniva, ancora un po' sbalordita, verso di lui.
    - Ah, io non mi rallegro! - le disse.
    - Perch? - rispose Giacinta che non aveva compreso.
    - Ora sei troppo ricca...
    - Tanto meglio!
    - Chi lo sa?
    - Dubiti di me?
    - No! - soggiunse Andrea, titubante.
    - Dunque?
    Dopo qualche mese egli non dubitava pi.
    Dinanzi alle persone si trattavano con la loro solita riserbatezza. Ma
    Andrea,  riprendendo nell'anticamera il cappello,  prima di metterselo
    in capo,  ne tastava ogni sera la  fodera  se  mai  non  vi  fosse  un
    biglietto o una letterina di Giacinta. Ella, dalla stretta di mano che
    Andrea le dava arrivando in salotto, era avvertita che, al noto posto,
    il  tavolino dell'altra stanza gi nascondeva o da l a poco,  avrebbe
    nascosto qualcosa per lei.
    Quel giuoco "al segreto" li divertiva.
    Le sere che intrattenevansi un po'  pi  del  consueto,  in  disparte,
    Giacinta lo avvertiva:
    - Ora lasciami.
    - Far la corte alla signora Rossi. Muori di gelosia! Quei begli occhi
    mi fanno ammattire!
    E faceva il verso allo strabismo della Rossi.
    Giacinta ridendo:
    - Serviti pure!
    Gli  bastava  che  per  buona parte della serata ella lo cercasse,  di
    tanto in tanto, con lo sguardo.
    Una volta Andrea  si  era  accostato  al  gruppo  di  giovanotti  che,
    sapendola  ora  con  quella dote,  si disputavano pi accanitamente le
    occasioni di entrarle in grazia. Giacinta gli disse:
    - Guardi! Lei solo non mi fa la corte.
    - Se non mi dnno neppure un minuto di tempo! Largo, largo signori!
    Ella era felice di queste maliziette che davano maggior sapore al loro
    dolce segreto.
    Provava una tranquillit grande.  Non  si  voltava  pi  indietro  per
    guardare  il passato;  non tentava d'afferrar qualche barlume nel buio
    fitto  dell'avvenire.  La  sua  sorte  era  fissata.   Ma  non  voleva
    occuparsene...  Esitava... Aspettava. Che cosa? Non lo sapeva neppure.
    Le sembrava gi molto  il  sapersi  riamata  davvero  per  s  stessa,
    soltanto.  Ne  aveva avuto la prova nei dubbii,  nei timori di Andrea,
    quando da quella subita fortuna giunta cos a proposito ella era stata
    messa in uno stato d'indipendenza quale non l'aveva mai  fantasticato.
    E  come  la  stomacavano  tutti  quegli imbecilli che ora,  uno dietro
    l'altro,  chiedevano la sua  mano,  come  se  le  trecento  mila  lire
    l'avessero   gi   purificata   dalla  macchia  per  cui  prima  tutti
    arricciavano il naso!... Vili prima e dopo.
    - Ma insomma...? - le diceva spesso sua madre,  con la voce irritata -
    E' una vera follia!...
    - Voglio attendere... stare a vedere...
    Si cullava in quella decisione, e le sapeva forte l'uscirne. E siccome
    neanche Andrea arrivava a spiegarsi quell'eterno esitare:
    - Non tormentarmi anche te!  - stizzita,  gli rispose una sera. Andrea
    non si tenne l.
    - Senti: quel capitano Ranzelli ti sta troppo attorno.
    - Ti d ombra?
    - Un pochino.
    - Infatti  un bell'uomo, colto, elegante...
    - Non scherzare!...
    - Dico davvero.
    Ma soggiunse subito:
    - Sei sempre un ragazzo!
    Un po' di amarezza tornava a mescersi in questo modo nella coppa della
    sua felicit, che grado grado s'attossic intieramente.
    Quella sera che si vide stretta da tutti i lati:  dalla  dichiarazione
    del capitano,  dalla ingiusta gelosia di Andrea,  dai sospetti e dalle
    rampogne della madre,  ella sent a un tratto riaggravarsi addosso  il
    peso opprimente della cattiva sua sorte.
    Marietta,  andata  a  chiamarla  per  la  cena,  la trov sul punto di
    spogliarsi.
    - Si sente male?
    - No.
    - Vuol cenare in camera?
    - Non ceno.
    - Burrasca! - disse Marietta dentro di s.
    E stava per andar via; poi si volt:
    - Le dar una buona notizia, ma voglio la mancia.  Rida!...  Sa che mi
    ha detto stamani il conte Grippa?... Mi ha detto: Se la tua padroncina
    volesse diventare la Contessa Grippa di San Celso!
    E scoppi in una risata.
    Ma  Giacinta  aveva  alzato  la  testa,  riflettendo,  intanto  che la
    Marietta,  prese con la punta  delle  dita  le  cocche  del  grembiule
    bianco, le faceva una comica riverenza:
    - Signora contessa!!!
    - Chi lo sa? - pensava Giacinta.
    E   con  lo  sguardo  balenante  pareva  cercasse  qualcosa  nel  buio
    dell'avvenire.



















    Parte seconda.


    1.

    Andrea  Gerace,   seduto  in  un  angolo  del  Caff  della   Pantera,
    sorseggiava  distrattamente  il  bicchierino  di  cognac che gli stava
    davanti da mezz'ora e,  fra un sorso e l'altro,  si  rodeva  le  ugne,
    senza punto accorgersi di quel che facesse...
    - Ed era finita cos!
    Gli pareva impossibile.
    Tre  sere prima.  Col pretesto d'osservar bene un album di fotografie,
    aveva aspettato  Giacinta  nella  stanza  precedente  il  salotto.  Da
    qualche   tempo  in  qua  ella  rispondeva  sempre  con  ritardo  alle
    insistenti lettere di lui;  e quei bigliettini secchi  secchi,  freddi
    freddi,  che  si  facevano  attender tanto,  lo irritavano di pi.  In
    salotto, evidentemente, lo schivava. Perch?
    Un contegno strano, inesplicabile.
    Vedendolo accigliato,  risoluto,  Giacinta si era arrestata,  con  una
    mossa di rimprovero:
    - Ebbene?
    - Tu mi sfuggi - le disse. - C' qualcosa che non vuoi dirmi.
    - Nulla.
    - S, c' qualcosa: te lo leggo negli occhi.
    Giacinta  lo  fiss  con  quella  sua aria di superiorit che gli dava
    soggezione:
    - C' - e quasi balbettava - che fra  due  mesi...  sar  la  contessa
    Grippa di San Celso... Sei capace di ragionare?
    Andrea sent cascarsi le braccia:
    - Ah?...
    La commozione gli strozzava la parola.
    -  Aspetta  prima di condannarmi!  - ella soggiunse,  impallidita a un
    tratto, con voce tremante.
    - Che dovrei pi aspettare?
    - Allora... fa' pure a tuo modo!
    La notte Andrea non chiuse occhio:
    - Che tradimento!... Che infamia!... La vanit poteva dunque spingerla
    a mettere sotto i piedi il solo cuore che l'avesse amata -  lo  diceva
    ella  stessa,  ed  era cos - il sol cuore che l'avesse amata?...  Non
    voleva pi rivederla. Gli faceva orrore...
    E con che arte aveva saputo  illuderlo!...  Espressioni  appassionate,
    promesse,  giuramenti...  Donna,  menzogna!... Ah, se fosse bastato il
    turarsi gli orecchi per impedire che la voce di  lei  tornasse  ora  a
    suonargli  cos  insistente dentro!...  Ah,  se fosse bastato il tener
    chiusi gli occhi per non pi vedersi  continuamente  ballare  dinanzi,
    difformato,  quel  caratterino  inglese  delle sue lettere che ora gli
    mostrava l'atroce canzonatura nascosta!... Ed ella osava scolparsi!...
    Aspetta!... Ma che doveva aspettare?
    Non se ne dava ancora pace tre sere dopo,  in  quell'angolo  di  caff
    dov'era andato a cacciarsi,  lasciando a mezzo un desinare che gli era
    parso pi amaro del tossico...
    - Ed era finita cos!  Quei due anni di felicit diventavano un  sogno
    fallace... Ecco: aveva riaperto gli occhi; non ne restava pi nulla!
    Erano arrivati,  uno dopo l'altro,  Ernesto Porati, l'avvocato Ratti e
    il cavalier Mochi; poi il ricevitore Rossi coll'ingegnere Villa per la
    solita partita a scacchi.  Andrea li aveva salutati con un  cenno  del
    capo, rimanendo in disparte, senza neppur badare alla conversazione: e
    la  mano  pelosa  del  Villa  che,   esitante,  teneva  sospeso  sulla
    scacchiera l'alfiere bianco,  gli faceva riflettere che anche lui  era
    stato tenuto, per due anni, sospeso a quel modo, proprio come un pezzo
    da  scacchiera,  finch  la  Giacinta non si era decisa a far la bella
    mossa... di sposare il conte Grippa!... Ed era finita!
    - Volete star zitti? - brontol il Villa.
    Soltanto allora  Gerace  si  accorse  che  quegli  altri  discorrevano
    appunto di lei e del suo matrimonio.
    - Dev'essere una violenza della sua mamma! - sosteneva il Porati.
    Mochi diceva di no, scrollando la testa, da persona ben informata:
    - Eh, via! La Teresa non  una sciocca, sa fare i suoi conti...
    - Infatti fa una contessa! - disse Ratti ridendo.
    Il Ricevitore,  con gli occhi fissi sulla scacchiera,  calcava il naso
    nel barbone nero, dando ragione al Mochi. Ma il Porati insisteva:
    - Certamente, la Marulli non era una sciocca; per...
    - Volete saperla?  E' proprio la Giacinta,  lei,  che l'ha voluto.  La
    Teresa n' arrabbiatissima.
    - Quando lo assicura il cavaliere...!
    Ratti ammiccava maliziosamente al Porati, aggiungendo:
    - Il cavaliere  troppo addentro nei segreti della mamma e,  dicono le
    cattive lingue, della figliuola!
    Mochi protest,  levandosi in piedi,  abbottonandosi il soprabito  con
    piglio sdegnoso,  quantunque avesse a fior di labbra, sotto i baffi un
    sorrisino stentato che si mostrava a dispetto di lui.
    - No, no!... Certe cose non si dicono neppure per chiasso!  So a quali
    sciocche dicerie volete alludere,  ma il ripeterle vi fa torto. Povera
    ragazza!   La  Giacinta   commette,   forse,   una   pazzia   sposando
    quell'imbecille;  ma non  una buona ragione per darle addosso...  Io,
    per esempio,  non presto fede neanche a certe vecchie  ciarle...  Dico
    sul  serio,  caro  avvocato.  E  non  posso  permettere che,  alla mia
    presenza... Scusate... No! no!
    Ratti chinava il capo:
    - Oh, io rispetto troppo la discrezione di un gentiluomo!...
    - Qui non si tratta di discrezione - e  Mochi  lasciava  sdegnosamente
    cascar l'occhialino. - Riflettete che, alla mia et, coteste storielle
    non si smentiscono volentieri;  si lasciano correre. Ma io non sono un
    vanesio... Sarebbe un'indegnit, addirittura!
    - Si direbbe ch'abbia voluto provar troppo  a  posta  -  disse  Ratti,
    mentre il Mochi spariva dietro la bussola a cristalli,  nella penombra
    della piazza.
    E ghignava, guardando gli altri che restavano muti.
    - E voi Andrea, che ne pensate?
    - Io?... Nulla.
    In quel punto,  dietro un rapidissimo ragionamento quasi  incosciente,
    mentre  gli  altri  parlavano,   Andrea  pensava  ch'era  proprio  una
    stupidaggine il far  scoprire  a  Giacinta  quant'egli  soffrisse  pel
    tradimento  di  lei.  Ma  che  poteva  farci?...  Non  sapeva fingere.
    L'amava, s'era illuso...  e soffriva!  Non aveva mai sospettato che si
    dovesse soffrire tanto per un'illusione perduta!
    - Povera Giacinta!  - disse il Porati.  - Quelle trecento mila lire le
    hanno scaldato il cervello.
    - Contessa Grippa di San Celso,  - rispose il Ricevitore,  lisciandosi
    la barba - non suona mica male... Scacco matto!
    Il  Villa rovesci i pochi pezzi rimasti ritti sulla scacchiera,  e se
    la prese col Ratti che lo aveva fatto distrarre:
    - Infine, tutti voialtri sparlate per dispetto; la solita storia della
    volpe e dell'uva!
    Rossi,  Porati  e  Ratti,   ridendo  di  quella  stizza  di  giocatore
    sfortunato, si erano alzati per andar via.
    - Voi restate, Gerace? - domand il Ratti.
    Andrea si lasciava trascinare. Aveva giurato di volersi rompere l'osso
    del  collo  prima  di  rimettere  un piede in casa Marulli;  e intanto
    provava un sentimento di gratitudine verso il  Ratti  che  lo  portava
    via,  a  braccetto,  spingendolo  su per quelle scale senza che la sua
    volont quasi c'entrasse.  Gli pareva anche strano che non si sentisse
    piegare i ginocchi, n battere forte il cuore.
    Giacinta,  al vederlo entrare in salotto, aveva provato un'impressione
    come di fiamma sul viso.
    Andrea le strinse la mano e si ferm un po' a discorrere col  Merli  e
    col Gessi che, appartati con lei in un angolo, scoppiavano a ridere di
    tanto in tanto.
    - Chi le sballa pi grosse? - diceva il Ratti, voltando la testa verso
    quella parte, in mezzo a un gruppo di signore.
    Andrea,  andato  a  salutare  la signora Villa e la Mazzi,  ascoltava,
    sorridendo,  quel cicalo femminile che tagliava i panni addosso  alla
    signora  Maiocchi;  la  quale,  appoggiata alla mensola del caminetto,
    pareva mezza sedotta dalla  faccia  apoplettica  e  dal  pancione  del
    Porati.
    La signora Mazzi,  che quella sera era di buon umore,  vistosi dinanzi
    il conte Grippa avvicinatosi per salutarla,  s'interruppe a un  tratto
    e, porgendogli la mano, disse:
    - Conte, la felicit vi si legge negli occhi.
    - Grazie! Grazie! - egli rispose.
    - Grazie di che?
    A  questa  domanda  il  conte si mise a ridere,  spalancando la bocca,
    facendo degli inchini, col capo, nell'allontanarsi.
    - Si vede che la felicit lo rende pi grullo.
    - Gerace, non lo dite alla futura contessina!...
    Le due signore ripresero il loro cicalo;  ma Andrea non  vi  prestava
    attenzione;  e  seguiva  con  gli  occhi  il conte Grippa nel giro che
    andava facendo da una signora all'altra.
    Il conte si era fermato a due passi da Giacinta:
    - Disturbo?
    E a un cenno di lei,  era scattato come una molla,  tutto d'un  pezzo,
    tenendole la mano;  poi, stringendo la mano anche al Gessi e al Merli,
    sorrideva, impacciato dal silenzio che la sua presenza aveva prodotto:
    - Ma perch non continuavano? Era forse di troppo?
    - No, no.
    - Il Prefetto - egli disse finalmente -  gi partito per Firenze.
    - Una notizia freschissima!
    - Da quattro giorni!
    Merli e Gessi scoppiarono a ridere.
    - Ma io l'ho saputo or ora - riprese il conte un  po'  mortificato.  -
    M'importa assai della politica!
    Giacinta  si  mordeva  il  labbro,  seria  con gli occhi bassi per non
    guardare Andrea che si  era  accostato,  gingillandosi  col  ventaglio
    della signora Villa.
    -  Conte,  e la vostra scommessa?  - disse Andrea,  con la voce un po'
    turbata, continuando a sventolarsi.
    - E' andata benissimo. Non ne sapete nulla?
    Il conte si fregava le mani, tutto contento;  e sgangherando la bocca,
    strizzava gli occhi, tirava in su una gamba:
    - Come?... Non ne sapevano nulla?
    Merli  e  Gessi  frenavano a stento le risa,  accennandosi coi gomiti,
    mentre Gerace spingeva innanzi il volto,  affettando  gran  curiosit,
    sventolandosi pi affrettatamente.
    Giacinta,  che pareva non volesse perdere una parola della intralciata
    narrazione  del  conte,  fredda,   impassibile  agli  ironici:  bravo!
    benissimo!  con  cui Andrea lo interrompeva,  soffriva intensamente di
    quell'ostentazione di Gerace...
    - Dunque non aveva ancora compreso?...  E l'amava?...  Oh!  Gli uomini
    sono stupidi!
    Andrea,  guardatala due volte di sottecchi, credeva d'averle letto sul
    viso le umilianti torture del rimorso...


    2.

    La mattina che la signora Villa e le Maiocchi,  mamma e  figlia,  eran
    venute  in  casa Marulli per vedere il corredo arrivato da Milano e da
    Vienna,  Giacinta,  pi pallida del solito,  con gli occhi  infossati,
    pareva avesse pianto.
    - Che hai? - le domand la signora Villa.
    - Nulla. Sto bene.
    - Bene?... Ma se non ti si riconosce!
    La  Maiocchi aveva tirata la signora Teresa verso la finestra,  mentre
    Elisa e la Villa mettevano sossopra mucchi di biancheria:
    - Bada, Teresa!  Quella ragazza si lascerebbe morire prima di dirti di
    no. Ma questo matrimonio..., non vedi?...
    - E' lei che l'ha voluto!
    La signora Teresa s'irritava:
    - Ve la prendete con me! Credete dunque che io menta?
    - E' proprio inesplicabile!
    - Giulia, vieni qui; guarda che bellezza!
    La signora Villa era in estasi davanti a certe camicie di Vienna. E la
    Maiocchi  lodava,  ammirava  anche  lei,  facendo  delle crollatine di
    testa,  stringendo un pochino le labbra,  e intanto osservava Giacinta
    di sbieco:
    - Povera ragazza! Si consuma dal cordoglio di sposare quel grullo... A
    chi vuol darla a intendere sua madre?
    - Bellissimo! Elegantissimo! Una magnificenza!
    E  la  signora  Villa  faceva  passare  in mano dell'Elisa o della sua
    mamma, i diversi capi di biancheria,  rimestando,  posando un oggetto,
    tornando  a  riprenderlo  per  far  meglio apprezzare il merletto,  un
    ricamo o la qualit di una stoffa.
    Giacinta stava zitta.  E quando la signora Villa  rivolgevasi  a  lei,
    rispondeva  con  un  sorriso  sforzato,  con un monosillabo,  s o no;
    nauseata dell'odore di biancheria nuova,  della fredda  sensazione  di
    liscio  che  le  faceva  correre  dei brividi per la schiena,  come se
    quelle lenzuola di tela  di  Olanda  dovessero  servire  a  involgerla
    morta,  fra una o due settimane;  come se quelle camicie dallo sparato
    orlato di trine dovessero servire soltanto ad abbigliarla per l'ultima
    volta.
    - E sarebbe meglio!...  Sarebbe meglio!  -  ripeteva  da  s,  andando
    dietro alle amiche che volevano visitare l'appartamento degli sposi...
    -  Una  cosa  provvisoria  - diceva la signora Teresa,  conducendole a
    traverso le impalcature e gli arnesi di ogni sorta che ingombravano il
    passaggio.
    Gli operai si fermavano,  tirandosi  da  parte,  per  lasciar  passare
    quegli  strascichi di gonne che sollevavano della polvere dappertutto.
    La signora Villa saltellava, di qua e di l,  sugli arnesi buttati per
    terra,  cacciando dei piccoli gridi,  ridendo, facendo delle moine per
    la paura di conciarsi il vestito o di vedersi cascar addosso  qualcosa
    dai palchi sotto i quali bisognava passare.
    - Oh! Quell'appartamentino diventava un gioiello.
    -  Una  cosa  provvisoria  -  ripeteva  la  Marulli  -  Giacinta  si 
    innamorata della palazzina qui accanto,  ed  stata  cos  sciocca  da
    farlo  capire.  I proprietarii,  naturalmente,  ora la prendono per la
    gola.
    - Lascia andare! Qui starai da regina!
    Ma per le scale,  nell'andar via,  la Maiocchi diceva,  in un orecchio
    alla Villa, che le Marulli avrebbero dovuto contentarsi di far le cose
    alla buona.
    -  Spendono  e  spandono,  come se avessero in tasca dei milioni.  Che
    ridicolaggine!
    - E quella Giacinta che sembrava cos savia!
    - Se lasci mano libera alla Teresa, domani te n'avvredai,  come diceva
    quello!
    - Dio! Mi son conciata!
    La  signora Maiocchi voleva montar subito in casa per ripulire la coda
    della veste da parecchi schizzi  di  calce  e  di  tinta  -  Un  abito
    rovinato! - Ma la Villa la trattenne.
    -  Che  ne  diceva  lei?  Dovevasi  credere  alle assicurazioni,  e ai
    giuramenti della Teresa? Che pasticcio quel matrimonio! Eh?
    - Lo temo anch'io. Povera ragazza!
    - Ma sar contessa - disse ingenuamente Elisa.
    - Sciocchina! - rispose sua madre.


    3.

    Il portinaio della Banca agricola sudava per impedire  che  i  ragazzi
    affollati davanti il portone non penetrassero dentro e non invadessero
    anche le scale.
    -  Date  degli scapaccioni - gli diceva il Ratti,  che a stento si era
    fatto largo tra la folla dei curiosi.
    Il Merli non saliva per finir di fumare quel  virginia;  e,  preso  il
    Ratti pel braccio, gli parlava sotto voce, ridendo:
    - Che scena, mio caro! Hai avuto torto a non venire.
    - A braccetto del Mochi?
    - Una consegna in piena regola, al municipio e in chiesa!
    - Se fosse vero... Oh quel Mochi!
    - Va'! Non c' fumo senza fuoco.
    - Ecco il Prefetto.
    Merli  e  Ratti fecero una scappellata,  tirandosi da parte per far la
    rassegna delle signore che scendevano dalle carrozze.
    - Oh Dio! Come far per uscire dal legno?
    Il Regio Procuratore aveva stese le mani  a  quella  grassona  di  sua
    moglie  che  non  trovava  il verso di lasciarsi andar gi.  I ragazzi
    ridevano.  Solo il portinaio rimaneva grave  e  contegnoso.  Ratti  lo
    ammirava;  e intanto stringeva il braccio al Merli, per accennargli le
    maniche della giubba del Ricevitore:
    - Ci voleva un'allargatina!
    - E quella cravatta messa di traverso!
    Merli gli rispondeva con un pizzicotto,  per farlo tacere,  mentre  le
    signore  Rossi  zia e nipote,  agghindate con pretensione,  impettite,
    salivano le scale impigliandosi ad ogni passo,  impacciatissime  dalle
    immense code degli abiti nuovi.
    -  Scollacciate!...  Gli  scheletri  non  hanno pudore!  - sentenziava
    Ratti.
    E ad ogni arrivo di gente a piedi, diceva sottovoce la sua:
    -  Quelli  l,  due  negozianti  di  tessuti,  avevano  intrigato  una
    settimana per ottenere un invito...  La moglie del segretario comunale
    era l'amante d'un assessore...  Aveva visto?  Quel marito  portava  in
    tasca  un paio di scarpine per far cambiare alla moglie gli stivaletti
    inzaccherati... Glieli avrebbe cavati lui, a costo di insudiciarsi!...
    Glieli cavereste perfino voi, Gerace, cos "chic" come siete...  Siete
    bello, sapete!
    Andrea non rispose nulla, occupato ad abbottonarsi un guanto.
    - Peccato che questa mattina in chiesa e al municipio, mancavate anche
    voi!  -  gli  disse  il Merli.  - Avreste veduto una consegna in piena
    regola...
    - Quel Mochi  impagabile! - aggiunse Ratti.
    Andrea fingeva di non capire,  e si arrabbattava contro il guanto  che
    non voleva lasciarsi abbottonare.
    - Non faranno viaggio di nozze, si dice.
    - Per economia? - domand Andrea.
    - No,  lei che ha voluto cos.
    - Chi lo ha detto?
    -  Il  Marulli.  Se  ne  lagnava col Villa: quella benedetta figliuola
    aveva certi capricci!...
    Si avviarono tutti e tre. Andrea davanti, lentamente, quasi contasse i
    gradini; Merli e Ratti fermandosi a ragionare e a ridere, senza badare
    a Gerace.
    Questi era arrabbiato di sentirsi meno forte delle altre volte:
    - Perch gli tremavano i  ginocchi?  Perch  provava  una  stretta  al
    cuore?...
    E respir, un po' sollevato, nella gran confusione che c'era per tutte
    quelle stanze piene zeppe d'invitati.
    I  servitori,  che portavano attorno i vassoi coi rinfreschi,  venivan
    presi d'assalto.
    - Ratti, Ratti!  - chiam la signora Maiocchi,  tirandolo per la falda
    della giubba.
    Gli accennava, cogli occhi supplicanti, di prenderle un gelato da quel
    vassoio che non riusciva a farsi strada, dietro di lui: e al vedere le
    spinte  del  Ratti  che  col  braccio disteso non giungeva ad afferrar
    nulla, ella rideva, portando il fazzoletto alla bocca.
    - Guardi! - le sussurr la signora Clerici,  toccandole leggermente la
    spalla col ventaglio.
    Giacinta traversava il salone a braccio del Prefetto.
    - Che aria! - rispose la signora Maiocchi.
    - Fumi aristocratici! Non si diventa contessa di punto in bianco!
    - Che ha mai,  con quegli sguardi? Che pretende? - domandava pi in l
    la signora Rossi alla Villa.
    Infatti Giacinta s'inoltrava altiera,  con certi  sguardi  che  pareva
    volessero  sfidare le persone;  e scoteva nervosamente la testa mentre
    il Prefetto le parlava,  facendo tremolare ad ogni scossa  il  piccolo
    ramo di fiori d'arancio fermato sulle trecce.
    Andrea Gerace,  che capiva d'esser ricercato in ogni angolo,  in mezzo
    alla folla, dagli sguardi di Giacinta, non pot pi stare alle mosse:
    - Intendeva, forse, d'avvilirlo?
    E, a provarle che non si teneva per vittima - oh, no davvero! - and a
    presentarsele, facendole un inchino profondo:
    - Se non ha impegni pel walzer...
    - Cedo io - disse il conte gi sul punto di offrire  il  braccio  alla
    sposa e condurla a ballare.
    - E' fatto a posta!  - borbott Mochi all'orecchio del Ricevitore, che
    per non ridere, finse di guardare laggi, verso l'orchestra.
    Andrea sentiva tremare la mano di Giacinta che,  appoggiata al braccio
    di  lui,  lasciavasi trascinare,  come se quel walzer dovess'essere un
    vortice da travolgerla nell'abisso dov'ella non aveva pi il  coraggio
    di  buttarsi  da  s.  E  guardavansi di sfuggita negli occhi,  serii,
    taciti, con le mani che si toccavano appena,  nervosamente agitati nei
    primi giri del ballo. Poi, quando questi si fecero pi incalzanti, pi
    rapidi:
    - Sei ammutolito? - gli disse tutt'a un tratto Giacinta.
    Andrea per poco non perdette l'equilibrio. Furon costretti a fermarsi,
    ansimanti,  scansando il turbino delle altre coppie,  fra la romorosa
    stretta dell'orchestra col trombone che urlava.
    - Voglio parlarti! - ella aggiunse sotto voce.
    - Perch?
    - Voglio parlarti.
    - Ma dove?... Quando?
    Egli  balbettava;  non  sapeva  contenersi.  Ripresala  per  la  vita,
    slanciossi di nuovo con lei nei furiosi giri del walzer, ripetendo:
    - Dove? Quando?
    Alla risposta di Giacinta,  gli zufolarono gli orecchi, una nebbia gli
    vel gli occhi.  Le loro mani convulsamente allacciate rispondevano ai
    violenti bttiti dei loro cuori che picchiavano, l'uno contro il petto
    dell'altra,  nell'intimit dell'abbraccio. Cos eran rimasti soli, nel
    centro del salone, a far quel mulinello sotto gli occhi di tutti,  con
    lo strascico dell'abito bianco di lei spiegato attorno a ventaglio.
    - Vai subito?
    - S.
    E si fermarono davanti al conte Giulio che stava l, in prima fila, ad
    ammirarli a bocca aperta.


    4.

    Andrea,  sbalordito,  rimase un pochino nella stanza da giuoco, presso
    il tavolino dove il signor Marulli,  il Porati e il Regio  Procuratore
    facevano una partita a tressette; poi usc nell'andito.
    - Vuol nulla, signor Gerace?
    Non  aveva  riconosciuto il giovane del suo barbiere mascherato a quel
    modo, in giubba e cravatta bianca.
    - Grazie - rispose.
    - Che confusione,  signor  Gerace!  Non  danno  neppure  il  tempo  di
    riempire i vassoi. Una porcheria!
    Andrea  lasci  che  colui  fosse sparito,  e aperto un uscio,  entr,
    richiudendolo subito col paletto.
    Il salottino, tappezzato di color verde cupo, con la lampada di bronzo
    pendente dal  soffitto,  aveva  qualcosa  di  funebre.  Andrea,  quasi
    colpito da paura,  gir gli occhi attorno.  Un gran vaso di porcellana
    del Ginori,  gl'intagli della  consolle  di  ebano,  le  sbarre  delle
    seggiole  disposte in due righe presso la finestra,  la tavola inglese
    di noce situata nel mezzo,  le borchie di un album si  accendevano  di
    vivi  riflessi  fra  la  tinta  scura delle pareti.  Un piccolo canap
    rannicchiavasi nell'ombra,  a sinistra,  in quel silenzio  pieno  d'un
    terrore indefinito.
    -  Perch  era  venuto  l?...  Ah!...  Ella voleva parlargli!  Dunque
    sentiva il bisogno di scolparsi,  di domandargli perdono?  Che  poteva
    mai dirgli?... Il cuore di quella ragazza era proprio un enigma!
    Non poteva star fermo;  le gambe gli formicolavano.  E si rigirava pel
    salottino,   ora  guardando  la  figurina  di  donna,   incipriata   e
    scollacciata,  colle  labbra  rosse rosse,  dipinta nel medaglione del
    vaso di porcellana,  fissandola con attenzione,  come  se  non  avesse
    avuto altro da fare: ora svoltando le grosse pagine dell'album,  dagli
    orli dorati,  senza nemmeno osservare  i  ritratti;  ora  accostandosi
    all'uscio  per  origliare  fra  il  rumore  lontano  della  festa  che
    arrivava, indistinto, fin l.
    - Ballavano  una  mazurka!...  Com'era  eterna!  E  se  sopraggiungeva
    qualcuno?...  Giacinta tardava troppo...  Gi non doveva essere facile
    scomparire da una festa,  con tanti noiosi  attorno...  E  se  non  le
    riusciva? Fino a che ora doveva attendere?
    Il cuore gli di un balzo. Chi parlava nella stanza accanto? Trattenne
    il fiato; ma non afferrava le parole, non riconosceva le voci.
    - Non posso; sto male. Trova tu qualche scusa, - diceva una di esse.
    Era Giacinta!
    Quell'altra persona aveva dovuto fare delle obbiezioni,  perch questa
    le rispondesse bruscamente:
    - Te l'ho detto: non posso!
    Poi non sent pi nulla. Erano andate via?
    D'un tratto, Andrea vedevasi dinanzi Giacinta ritta in mezzo all'uscio
    spalancatosi senza rumore: una  apparizione,  nella  semioscurit  del
    salottino,  con  quell'abito  di garza bianca,  riccamente guarnito di
    svolazzi di trina, che le dava l'aria d'una forma fantastica.
    Non os d'accostarsele:  ma  visto  che,  portate  le  mani  al  viso,
    scoppiava  in  singhiozzi,  si  slanci  verso  di lei e l'afferr pei
    polsi, balbettando:
    - Che cosa  stato?... Che cosa  stato?
    Giacinta, trascinatolo nell'altra stanza, si era gittata bocconi sulla
    spalliera del canap,  piangendo dirottamente.  Andrea,  in  ginocchio
    accanto a lei, tentava di calmarla, di farla parlare:
    - Che cosa  stato?... Che cosa  stato?
    Immaginava un grosso scandalo.  Erano gi scoperti? Venivano a sfondar
    gli usci per sorprenderli insieme?  Ma Giacinta,  volgendo il capo  lo
    guardava ansiosamente, a traverso il velo delle sue lagrime:
    - Dio mio!  Non m'ami pi? - diceva con voce soffocata, brancicandogli
    la faccia colle mani tremanti: - Dio Mio!... Non m'ami pi?
    Andrea rispose abbracciandola, baciandola e ribaciandola furiosamente.
    E per alcuni minuti,  rimasero cos,  avvinghiati,  come confusi in un
    sol corpo.  Fra quei primi baci, fra quei primi abbracci di amanti, di
    tratto in tratto, scappavan fuori parole mal articolate, frasi mozze:
    - Ah, come mai potesti?
    - Zitto!
    - Che infamia!
    - Zitto! T'amo! T'amo!
    - Non hai scusa!... imperdonabile!
    - Andrea mio!
    E si divorarono, silenziosamente, con le labbra incollate alle labbra;
    non potevan pi staccarsi,  non respiravano pi.  E,  di l,  il ballo
    riprendeva,  e  l'oficleide  tornava  a borbottare da lontano.  Andrea
    salt in piedi.
    - Ed ora?
    Giacinta, presolo per le mani, lo costrinse a sedersi di nuovo.
    - Pi accosto. Non aver timore; non  nulla!
    Lo tirava a s dolcemente, sorridendo, cacciandosi indietro le ciocche
    dei capelli arruffate sulla fronte nel disordine del pianto:
    - Non  nulla; qui siamo sicurissimi!
    E vedendo Andrea ancora esitante:
    - Mi credi ammattita? - gli disse.
    Andrea arross.  Non osava di  confessarle  il  vago  terrore  da  cui
    sentivasi  oppresso,  quantunque  le stringesse,  per assicurarla,  le
    mani;  e tendeva l'orecchio al rantolo minaccioso  di  quel  maledetto
    strumento.
    -  Dimmi  che  mi  ami!...  Dimmi  che  mi ami ancora!  - gli ripeteva
    Giacinta.
    - Potreste dubitarne?
    - Dimmi che mi amerai sempre, sempre.
    - Ma...
    - Prendi!
    Giacinta,  toltosi dal dito l'anello nuziale,  cercava d'infilarlo  al
    dito di lui. Andrea resisteva, col pugno serrato:
    - No, no, non lo voglio...
    Ma quella gli aveva gi aperta per forza la mano.
    -  Prendi...!  Le mie vere nozze sono queste qui!  Sar per sempre,  
    vero?... Per tutta la vita?
    E con voce tremante di tenerezza, continuava:
    - Intendi ora?... Intendi?... Non potevo,  non volevo doverti nulla...
    Volevo  trovarmi da pari a pari con te!...  Era la mia idea fissa,  il
    chiodo piantato nel mio cuore!...  Ah,  che lotte mi costi!...  Ti  ho
    conquistato  a  prezzo di lagrime...  Perderti era un sacrifizio assai
    superiore alle mie forze... Mi costavi troppo! Intendi ora?...  Le mie
    vere nozze son queste qui!
    - Ho dubitato!...  Perdonami!  - disse Andrea, gettandosele ai piedi e
    nascondendo il viso in grembo a lei. - Non  un sogno tutto questo?
    Era commosso, esaltato.  Rimaneva l,  ginocchioni;  e voleva sentire,
    assolutamente, quella parola: perdono!
    Picchiarono all'uscio.
    Giacinta,   portato   rapidamente   l'indice  alle  labbra,   pallida,
    intentissima,  aggrottava gli occhi verso quella  parte.  Andrea,  pi
    pallido di lei, la guardava fisso, rimescolato.
    Picchiarono di nuovo, discretamente.
    - Contessa!... Giacinta!
    Il conte chiamava sotto voce, tossicchiando, dando colle nocchie delle
    dita,  ad  intervalli,  contro l'uscio dei colpettini che la pelle del
    guanto smorzava:
    - Contessa!
    - Ah?... Voleva una risposta?
    E  Giacinta  si  strinse  al  petto  la  testa  d'Andrea,   ricercando
    avidamente   con   le  labbra  quei  capelli  morbidi  come  la  seta,
    aspirandone deliziosamente il sottile profumo.
    Appena s'intese sul tappeto lo scricchiolio dei passi del conte che se
    n'andava,  Giacinta ed Andrea si levarono in  piedi.  Sorridevano,  ma
    impacciati,  ma con dei brividi per tutto il corpo,  come se un soffio
    diaccio li avesse colti;  e non riuscivano a rimettersi nello stato di
    prima.
    Andrea  chinossi  per  raccogliere  il  mazzolino  di  fiori d'arancio
    staccatosi dalla testa di lei;  Giacinta lo butt via.  E siccome egli
    faceva atto di voler tornare a raccattarlo, gli riafferr le mani e lo
    attir verso di s.
    Con  la  testa  rovesciata indietro,  abbandonatamente,  con gli occhi
    socchiusi,  pareva rapita dalla violenza del galoppo lanciato in  quel
    punto dall'orchestra e smorzato dalla distanza con soavit voluttuosa.
    E l'ombra dei loro corpi abbracciati in mezzo alla camera si allungava
    tremolante, contro il lume, sul candore del letto nuziale che, come un
    altare  parato  a  festa,  biancheggiava  tra il pallido color di rosa
    della tappezzeria e le tende azzurre del sopraccielo.


    5.

    - Dorme, - disse Marietta affacciandosi all'uscio.
    La signora Teresa,  suo marito e il  conte  Giulio  si  guardarono  in
    faccia per consultarsi. A un tratto la Marulli tese l'orecchio.
    - Mi  parso...
    E in punta di piedi entrava nella camera, seguita dagli altri due.
    Ci  si vedeva poco.  L'abito bianco di garza,  buttato negligentemente
    sulla seggiola a  pi  del  letto,  era  mezzo  scivolato  per  terra;
    accanto, le fibbiettine di acciaio delle scarpine di raso luccicavano,
    in  mezzo ai fiocchi di nastro,  come occhi di gatto.  Supina,  con un
    braccio ignudo fino al gomito fuor della coperta,  la testa un po'  di
    fianco  e le trecce nere disciolte sul bianco del guanciale,  Giacinta
    dormiva ancora, respirando lievemente.
    - Ha dovuto passare una cattiva nottata - disse il conte sotto voce.
    E nell'accostarsi al letto urt e rovesci una seggiola.
    - Che paura!
    Giacinta a quel rumore, s'era improvvisamente destata.
    - Scusate!... Scusate! - balbett il conte.
    - Abbiamo aspettato finora - soggiunse la signora Teresa.
    - E non abbiamo voluto aspettare di pi per  informarci  della  vostra
    salute...
    - Grazie.  Che ora ?  - ella domand, rannicchiandosi meglio sotto le
    coperte.
    - Sono quasi le due - rispose il conte.
    - Cos tardi!
    - Come ti senti?
    Il signor Paolo era inquieto: aveva saputo  di  quella  indisposizione
    soltanto sul finire della festa.
    - Come vi sentite? - replic il conte.
    Giacinta stette un momento senza rispondere, cogli occhi chiusi.
    - Non molto bene - poi disse.
    - Faremo chiamare il dottore. Oh, scotta.
    Il  conte  le  aveva  messo  una  mano  sulla  fronte,  ma ella gliela
    allontan con un movimento vivace.
    - Non sar nulla,  vedr - rispose la signora Teresa che osservava con
    diffidenza la figlia.
    -  Ma  se  scotta!  Ha la febbre.  Che disgrazia!  Proprio il d delle
    nozze!
    - Lasciatemi riposare.  Il riposo  val  pi  d'ogni  rimedio  -  disse
    Giacinta languidamente.
    Provava un malessere indefinibile, una stanchezza piena di nausea.
    - Era ben desta?
    Avrebbe voluto, per un gran pezzo, continuare a dormire.
    - Dunque era vero?... Il matrimonio... la festa... Andrea!
    Le  idee le si destavano pigramente,  confusamente nel cervello,  come
    avvolte da una nebbia, col tepore del letto, alla mezza oscurit della
    camera dove gli occhi semiaperti non distinguevano quasi  nulla.  Poi,
    mentre questa indeterminatezza gradevolissima cominciava a dileguarsi,
    ella risentiva sulle labbra il bruciore dei baci di Andrea:
    -  Ah!  S'era  figurata  che  quel  fatale momento non dovesse arrivar
    mai... Ed era passato!
    Fece uno sforzo per destarsi completamente e  si  mise  a  sedere  sul
    letto. Guardava attorno, con curiosit, per riconoscere la camera. Non
    si  trovava  forse  in  un albergo di una citt sconosciuta dove erano
    arrivati la sera avanti, dopo un viaggio lungo,  faticosissimo,  pieno
    di  pericoli...  e  d'onde non si sarebbero pi mossi?...  Oh no,  ora
    aveva coscienza di tutto. Era passato! Era passato!
    E sentivasi addosso un profondo sgomento. Di che?
    - Della sua audacia forse?  Ma era la sua rivincita,  il trionfo!  Non
    aveva  da  pentirsi.  Preso  un  marito,  si era posta in regola colla
    societ;  le apparenze eran salve: che si pretendeva di  pi?  Oh!  Le
    conosceva  tutte,  fino all'ultima,  quelle che si sarebbero indignate
    maggiormente,  quelle che avrebbero fatto  i  grandi  gesti  d'orrore,
    quelle  che  l'avrebbero  volentieri lapidata!...  Ma io non far come
    loro. Non muter d'amante ad ogni stagione. N'avr uno,  uno solo,  il
    mio Andrea, il mio vero marito!...
    S'era  lasciata  scivolare  dal  letto,  coi piedi ignudi sul tappeto,
    sorreggendosi  sulle  mani  affondate  nelle  materasse,  gli  sguardi
    perduti nel vuoto,  con una vampa d'indignazione che l'avvolgeva tutta
    nelle sue fiamme.
    - Aria!... Aria!... - disse a Marietta che apriva soltanto le imposte.
    Soffocava.
    - Il signor conte  in salotto - annunzi Marietta.
    - Ah!
    Giacinta quasi  non  si  rammentava  pi  che  quell'uomo  avesse  gi
    acquistato dei diritti su lei.
    - E' assurdo! Come non l'ho preveduto?...
    Il   suo  corpo,   la  sua  coscienza  si  rivoltavano  all'orrore  di
    quell'adulterio.
    - Non  possibile! Non pu essere; non deve essere!
    No,  non voleva appartenere a due.  S'era  data  al  suo  Andrea,  per
    sempre; non poteva darsi a un altro.
    - No! No!... Divento pazza!
    E lasciando di vestirsi,  tuffava ad ogni momentino le mani nell'acqua
    per rinfrescarsi la faccia.


    6.

    Entrando nel salotto dove il conte Giulio e il signor Paolo stavano ad
    aspettarla, Giacinta ebbe quasi a venir meno.
    - Come sei pallida! - le disse il signor Paolo.
    - Oh,  passer!  Un po' di nervi...  Ne avr forse per una  settimana.
    Passer.
    - Appunto il giorno delle nozze!
    Il conte non sapeva consolarsene.
    Mentre Giacinta, seduta accanto al suo babbo e tenendolo per una mano,
    guardava  attraverso  i cristalli il cielo bianchiccio,  da nevischio,
    che gittava una luce fredda sulla tappezzeria grigia della stanza,  il
    signor   Marulli  si  suonava  il  tamburo  sulla  pancia  colle  dita
    dell'altra mano.
    - Che stagione! Vuol nevicare. Ed ieri avemmo quasi caldo!
    - S, vuol nevicare.
    Il conte gli  faceva  l'eco,  per  dir  qualche  cosa,  continuando  a
    guardare con gli occhi smorti sua moglie che taceva.
    La  conversazione languiva.  Il Marulli avrebbe voluto trovare qualche
    barzelletta  da  far  ridere  gli  sposi;  ma  il  conte  gli  metteva
    soggezione  col  suo titolo,  con la storica nobilt del cognome,  col
    sangue principesco che gli traspariva dalle vene a fior di pelle, alle
    tempie e alle mani.  Gli occhi di  Giacinta  si  ostinavano  a  restar
    fissati  alla  striscia  di  cielo  bianchiccio  che  si  vedeva dalla
    finestra sul tetto della casa di faccia;  e col  mordersi  leggermente
    ora  un  labbro,  ora  l'altro,  ella  mostrava  di non aver voglia di
    parlare.
    Il conte intanto stava sulle spine,  arrabbiato contro quell'imbecille
    di  suo suocero inchiodato l sul canap,  senza accorgersi (ci voleva
    molto?) d'essere importuno.
    Il signor Paolo, osservato il cielo anche lui, ruppe il silenzio:
    - E' tempo che non dura.
    - Certamente - rispose il conte.
    - Certamente - replic Giacinta.
    E fu  stupita  d'aver  parlato.  Si  passava  le  mani  sul  viso  per
    riscuotersi,  e  sbirciava  di  sfuggita il conte Giulio che agitavasi
    sulla  poltrona  dirimpetto,  umettandosi  colla  punta  della  lingua
    frequentemente  le  labbra,  scotendo  coll'indice  il  ciondolo della
    catena dell'orologio.  Allora,  dalla paura che il suo  babbo  potesse
    andar via, ella gli strinse forte la mano. Ma il signor Paolo comprese
    a rovescio e balz su dal canap, ridendo a scossoni, maliziosamente:
    -  Ma  che  faccio  io  qui?  Eh!  Eh!  Avete delle cosine da dirvi in
    segreto... perch... perch...
    Il conte gli rispondeva con dei gesti negativi e  intanto  gli  faceva
    largo per lasciarlo passare. Ma Giacinta levatasi in piedi, ripresa la
    mano al suo babbo, gliela premeva con insistenza.
    - Ti senti male? - le domand il signor Marulli.
    - S, babbo, un pochino.
    E  si lasci ricadere sulla seggiola,  bianca bianca in volto,  con un
    lieve tremito per tutta la persona.
    - Perch ti sei alzata? Hai fatto male, malissimo.
    - Che disgrazia!  - ripeteva il conte,  ritto in piedi dinanzi a  lei,
    osservandola con tanto d'occhi.
    -  Sar debolezza,  - disse il signor Paolo - la fatica,  l'agitazione
    dei giorni scorsi...  E' cos gracile!  Vuole scommettere,  che non ha
    ancora preso nulla?... Se lo dicevo! A questo modo starebbe male anche
    un colosso.
    Il conte, per mandarlo via pi presto, accompagnandolo fino all'uscio,
    gli aveva sussurrato in un orecchio:
    - Ci pensi lei!...
    Non  appena  lo  vide  slanciarsi  per sedersele accanto,  Giacinta si
    strinse tutta e chiuse gli occhi.  Poi,  al contatto  di  quelle  mani
    dalla pelle liscia e fredda, al fiato caldo che le alit sulla faccia,
    tent subito di rizzarsi,  come atterrita da un imminente pericolo; ma
    il conte la  tratteneva,  balbettando  parole  inintelligibili.  A  un
    tratto, presale la testa fra le mani, la baci sulla bocca.
    Giacinta  lo respinse,  senza saper quel che si facesse,  diventata di
    bragia; e gli sfugg, a traverso le seggiole, correndo verso l'uscio.
    - Siate buona, contessa!... Giacinta sii buona! - supplicava il conte,
    sbarrandole l'uscita, tendendo verso di lei le lunghe braccia, aprendo
    e chiudendo le mani.
    - Perch non volete? Perch?
    Rifugiata in  quell'angolo  del  salottino,  fremente  d'indignazione,
    Giacinta spiava uno scampo:
    - Lasciatemi uscire! Lasciatemi!
    Avrebbe  anche  gridato  al  soccorso  nel vederselo dinanzi,  a pochi
    passi,  piantato sulle gambe allargate,  con le braccia aperte,  e con
    lividi  luccicori  di fosforo negli occhi,  sotto il ciuffo di capelli
    rovesciatoglisi sulla fronte;  ma la rabbia e il dispetto  le  avevano
    inaridito la gola.
    E si lasci prendere tra le braccia, cedendo, andando quasi trascinata
    verso  il  canap,  dove  il  conte si mise a baciarla sulle guancie e
    sulla nuca, ripetutamente, insaziabilmente:
    - Giacinta! Giacinta!
    Oh!  Quei baci la violavano!...  E il nome di Andrea le rigurgitava in
    gola, per buttarlo in faccia al conte:
    - Basta! Non vedete che soffro?
    - Perdono, contessa! Perdono!...
    Colpito da quel grido angoscioso,  egli si era subito tirato da parte.
    E, intimidito, a testa bassa come un fanciullo sgridato, si confondeva
    ora in mille scuse:
    - Aspetter...  quando vorrete voi...  Perdono!...  Rimettetevi;  vien
    gente!
    -  Che  ho  mai fatto!  - esclam Giacinta un'ora dopo,  torcendosi le
    mani,  appena il conte e la signora Teresa la  lasciarono  un  momento
    sola  col  Gerace,  per accompagnar la Clerici e la Mazzi che andavano
    via.
    - Che ho mai fatto!... Che terribile tortura sar!...
    - Oh, Andrea, Andrea!... E sono stata io!... Io stessa!
    - Zitta, per carit! Ritornano! - disse Andrea.
    - Che me n'importa?
    - Ti farai scorgere...
    - Hai paura?...
    - Per te.
    - Per me?...  Oh...  io porterei attorno,  come un trionfo,  il nostro
    amore!... Li disprezzo tutti. Capisci?


    7.

    Gli  aveva  dato le chiavine del portone e dell'uscio d'entrata;  e la
    notte rimaneva ad attenderlo, impazientissima, gustando l'acre ansiet
    di quelle interminabili ore d'aspettazione,  finch quei di  casa  non
    andavano  tutti  a letto,  finch le vie della citt non si riducevano
    affatto deserte.
    Verso le dieci di sera ritiravasi in camera col pretesto  di  sentirsi
    male;  e  fattasi  aiutare a spogliarsi dalla Marietta,  la licenziava
    immediatamente.
    Dalle dieci alle dodici,  contava i passi di chi andava e  veniva  nel
    salotto  della  sua mamma,  ridotto,  ora pi che mai,  una succursale
    della Banca  agricola  del  Savani.  Credeva  di  riconoscere  ciascun
    arrivato,  dal  passo,  e ne diceva il nome.  Poi,  ecco la sfilata di
    quelli che andavano via.  Poi,  ecco il rumore del portone che  veniva
    chiuso  dietro  l'ultima persona,  forse il conte Giulio che s'avviava
    mogio mogio verso la sua casa di mezzo scapolo.
    Allora balzava da letto,  tornava a vestirsi in fretta;  e  spento  il
    lume  e  aperta  con  cautela  la finestra,  si affacciava a guardare,
    impaziente,  di qua e di l nella via.  Non passava  anima  viva.  Gli
    orologi  battevano  il  tocco,  e  si  rispondevano  dalla  torre  del
    Municipio  e  dai  campanili  come  per  darsi  la  voce,  uno  dietro
    all'altro,  da  vicino,  da  lontano,  con  ondulazioni malinconiche e
    paurose.  Ma  ella  resisteva  anche  ai  frizzi  acuti  della  brezza
    notturna; voleva, a tutti i costi, vederlo arrivare.
    - Ah! Finalmente, la sua povera vita aveva un sorriso!
    Si  paragonava  a  quei  fiori  che aspettano la notte per riaprire il
    calice  ed  inondar  l'aria  di  profumi.  Il  suo  cuore,   compresso
    violentemente  per  tant'anni,  voleva  sfogarsi!  La  sua  giovinezza
    ripullulava.  Odii del passato,  repugnanze  del  presente,  sconforti
    dell'avvenire,  tutto, tutto disperdevasi e spariva, come per incanto,
    all'arrivo di Andrea.
    - Come sono felice! - gli diceva, gettandogli le braccia al collo.
    - Ed io?
    Una notte, Andrea l'aveva trovata dietro il portone,  col cappuccio di
    raso ovattato in testa, tutta avvolta in uno scialle pesante.
    - Oh Dio!... Mi hai fatto paura.
    - Andiamo.
    - Dove?
    -  Attorno.  L'aria non  fredda.  C' un bel lume di luna.  Forse non
    avremo mai pi tanta libert in avvenire.
    - E' un'imprudenza!
    Ma ella era gi fuori, stizzita di vederlo esitante.
    La luna listava di bianco met della via. Da quel lato, i cristalli di
    alcune  finestre  luccicavano,   e  le  fiammelle  dei   rari   fanali
    tremolavano giallastre nel chiarore.
    Presi  a  braccetto,   essi  andavano  rasente  il  muro  dalla  parte
    dell'ombra,  muti;   Giacinta  gongolante  per  quella  scappatina  di
    innamorati, Andrea guardandosi sospettosamente davanti e dietro.
    - Che silenzio!
    Andrea non rispose nulla.
    - A quest'ora tutti dormono - ella disse poco dopo.
    E  rizzava  la testa verso quelle persiane e quelle imposte chiuse che
    davano alla fila delle case l'aspetto d'un immenso  convento;  superba
    di trovarsi l,  al braccio del suo Andrea,  quasi in barba alla gente
    che dormiva senza sospettare di nulla:
    - L'avresti mai pensato? - gli disse.
    Andrea  si  ferm.  Qualcuno  veniva  incontro  a  loro,   di  laggi,
    nell'ombra.
    - Carabinieri in ronda,  - rispose Giacinta che se n'era accorta prima
    di lui. - Svoltano cantonata. Tanto meglio.
    Nella piazzetta quadrata,  in capo alla via,  un fanale agonizzava nel
    plenilunio, accanto al piedistallo di quel santo di pietra grigia che,
    col braccio levato in alto, appuntava l'indice verso il cielo.
    - Povero santo! Dev'essere intirizzito - disse Andrea, ridendo.
    - Quel braccio mi fa paura! Prendiamo di qua - rispose Giacinta.
    - Ma di l si scende al porto...
    - Scendiamo pure al porto. Dev'esser bello di notte.
    E  per  le  straducole  mezze buie gli premeva il braccio e gli andava
    ricercando la mano, amorosamente irrequieta.
    - Oh! Oh! - ella fece, arrestandosi dopo alcuni passi.
    Quei lampioni che fuggivano, allineati sulla banchina,  straluccicanti
    di  riflessi;  quel  mare  imprigionato  nel  vasto seno del porto che
    sbatteva le sue sorde ondate ai fianchi dei bastimenti e delle  barche
    e sui massi granitici della scogliera; quello strano intreccio di vele
    e di sartiame disegnantesi netto sul cielo oscuro,  in mezzo ai fanali
    rossi, verdi,  azzurri,  pari a pupille di mostri marini saliti a fior
    d'acqua  e  intenti a guardare,  le avevano prodotto,  di primo colpo,
    un'impressione di sgomento.
    E tendeva l'orecchio ai diversi rumori che si levavano, ad intervalli,
    nell'oscurit della notte, da quell'intreccio di sartie,  di vele,  di
    antenne  e  di  enormi  moli  nere,  accovacciate  fra  il  brulicante
    luccichio   delle   acque.   Una   catena   strideva   all'improvviso,
    precipitosamente:
    - Tirano su qualche ancora?
    - No, caricano una stiva.
    Di laggi,  in fondo,  presso alla dogana,  monotoni, quasi lamentosi,
    rispondevano gli Oh! Oh!... Oh! Oh! dei marinai,  e qualche fischio di
    comando.
    Procedettero  a passi lenti,  assorti in quell'immensit,  aspirando a
    piene nari la salsedine marina e il sito  di  catrame  che  impregnava
    l'aria pungente.
    Poco dopo,  cessato ogni rumore, il mare sonnecchiava dentro il porto,
    con le barche cullantisi tra gli spruzzi delle brevi ondate;  e dietro
    il fanale, che brillava intermittente in cima alla torretta bianca del
    faro,  l'immensa distesa dell'Adriatico tremolava, per un gran tratto,
    sotto gli argentei riflessi della luna.
    - Quei punti luminosi,  lontani,  sono barche  di  pescatori  -  disse
    Andrea.
    - Poveretti!
    Giacinta si strinse tutta a lui che gi la teneva tra le braccia.
    -  Com'era  dolce il sentirsi cos calda sul petto del suo Andrea,  al
    cospetto del mare e del cielo,  sotto quelle vive punture della brezza
    notturna!
    Addossato  ad  un  pilastro  di granito,  coi piedi sulla grossa corda
    avvolta intorno alla base di  esso  come  un  interminabile  serpente,
    Andrea per avrebbe fatto a meno,  molto volentieri, di quel capriccio
    di donna innamorata:
    - Col pericolo di farsi scoprire! - egli pensava, tirando su il bavero
    del soprabito.
    Si sentiva intirizzire; e non era punto tranquillo:
    - Perch stavano l, in quell'umido?
    Pure l'abbracciava forte,  le dava dei baci,  come per persuadersi che
    non sognasse:
    - Ell'era la sua amante!
    Lo credeva appena ancora!
    Giacinta  gli  si rannicchiava addosso,  quasi per frugarvi dell'altro
    calore, muta, spingendo gli occhi in quell'orizzonte buio che fuggiva,
    infinito, dietro il fantastico intreccio delle sartie e dell'antenne.
    E su quel fondo oscuro, vedeva passarsi dinanzi,  rapidi,  sfolgorando
    un istante, in una vertigine della memoria, tutti i tristi ricordi del
    suo passato.
    - Quanti dolori!... Quante umiliazioni!... Quante lotte! Com'era stata
    infelice!
    Le ondate che si spezzavano sulla scogliera rumoreggiavano pi forte.
    - Il mare parla - disse Giacinta riscotendosi.  - Non par di sentire i
    lamenti di creature che soffrono laggi nella profondit dell'acqua?
    - Se vedessi il golfo di Napoli! Che spettacolo!
    - Ah!... Napoli! - ella rispose, distratta.
    S'intesero  i  tocchi  argentini  d'un  orologio,  che  disperdevansi,
    ondulando, lontano lontano.
    - Le tre e un quarto! Sii ragionevole, andiamo via.
    - Andiamo.
    E gli prese il braccio.
    - Saremmo stati meglio a casa!
    - No. Qui all'aria aperta, mi sembri pi mio.
    E Giacinta batteva l'acciottolato con dei lesti passi trionfanti.


    8.

    - Oh, state benissimo, si vede, contessa, si vede!
    - No, no, v'ingannate.
    - All'aspetto, in verit...
    - L'aspetto non vuol dir nulla.
    Il  conte  veniva  a ridestarla ogni mattina da quel sogno d'amore,  a
    precipitarla dall'altezza di quel paradiso  artificiale  nel  profondo
    inferno della realt.
    Ahim!  Il suo sacrificio non l'era mai parso tanto terribile,  quanto
    ora ch'ella doveva ineluttabilmente  compirlo.  E  perdeva  la  testa.
    Avrebbe  voluto  fuggirsene  via,  col  suo  Andrea,  fuori  d'Italia,
    nell'angolo pi ignorato del mondo...
    - E dopo? - egli obbiettava.
    - Hai ragione.  Ma per riflettere bisognerebbe essere calma...  Oh,  
    pi forte di me!... Gi tu sei un uomo, e non puoi comprendere.
    - Ma dev'essere cos!
    - Dev'essere cos? Dev'essere cos?
    E  di faccia a questa inesorabilit,  contro cui non poteva pi nulla,
    rimaneva prostrata, avvilita.
    - Doveva  dunque  lasciarsi  soffocare  dal  melmoso  putridume,  dove
    affondava come pi dibattevasi per uscirne?
    - Ma dev'esser cos!
    - Era vero: doveva esser cos!
    Per il terribile momento veniva rimesso da un giorno all'altro:
    - Domani!... Dopo domani!
    Prolungava la sua agonia...
    -  Almeno questa raffinatezza di crudelt contro s stessa la lasciava
    libera qualche giorno di pi... Poi... chi sa? Chi sa?...


    9.

    Il cavalier Mochi s'era incontrato col Savani,  mentre questi  montava
    in carrozza davanti il portone della Banca nazionale.
    - A che siamo?
    - Con l'acqua fino al collo. Ma neppure questa volta annegheremo.
    Tre  giorni  dopo,  quando  la  crisi  scoppi,  egli non era pi cos
    sicuro.
    La  gente  accorreva  in  folla  a  la  Banca  agricola  assai   prima
    dell'apertura degli sportelli: facce pallide,  occhi rossi dal pianto,
    bocche  urlanti   bestemmie   e   minacce,   braccia   che   agitavano
    rabbiosamente  cambiali  e  libretti  di  deposito:  un  po'  di carta
    imbrattata!
    Andavano attorno le voci pi strane:
    - Il Savani era scappato!  - La cassa e il cassiere non  si  trovavano
    pi! - Il Savani era arrestato! - Gli arrestati eran parecchi!
    E se ne dicevano i nomi.
    Si vedeva bene che, con le promesse di grossi guadagni, la Banca aveva
    fatto delle retate in tutte le classi sociali. Qua e l, dei fattori -
    col  loro  costume campagnolo che dava negli occhi - volgevano attorno
    certi visi scuriti,  ancora increduli,  e domandavano informazioni,  o
    guardavano  fisso  quelle finestre rimaste sinistramente chiuse e quel
    portone che opponeva alla loro impazienza la sua dura faccia di legno.
    - Una manata di ladri!
    - Bisognerebbe impiccarli ai fanali, per dare un esempio!
    - Signori, un po' di largo!
    Il delegato di pubblica sicurezza stentava a farsi strada,  seguito da
    una ventina di questurini.
    - Bella giustizia! Proteggono gli assassini della povera gente!
    Ai  colpi del martello di bronzo che picchiava al portone,  prorompeva
    una salva di fischi e di urli.
    - S, s, picchiate pure! Son scappati!
    - Abbasso i ladri!... Vogliamo il sangue nostro!
    - Signori, un po' di calma!
    Il delegato gesticolava, si sgolava, mentre le guardie,  un po' con le
    buone un po' con gli spintoni, facevano indietreggiare la gente.
    - Calma, calma, signori!
    E tentava di persuaderli che forse si allarmavano a torto:
    - La cassa verr aperta all'ora solita.  Non dubitate...  Fate coda, a
    due,  a tre,  gli uni dietro gli altri.  Vorreste  rovesciarvi  dentro
    tutti ad una volta? Calma, signori!
    Al secondo piano, nel salotto della Marulli, era un andare e venire di
    amici che entravano pel cancello del giardino, dalla parte di dietro.
    Il  Porati,  bianco come un cencio lavato,  col pancione che scoppiava
    fuor della poltrona,  si asciugava continuamente il sudore e  guardava
    attorno come un ebete:
    -  Ah,  questa volta finiva male!...  Se il Savani avesse dato retta a
    lui! Aveva voluto fare di sua testa!
    Anche la signora Teresa si mostrava abbattuta.
    - Sfido io! - disse Ratti al Villa in un orecchio.  - La Banca era una
    bella poppa!
    L'ingegnere  scoppi  a  ridere:  l'idea  della poppa gli parve buffa.
    Molti si voltarono a guardarlo.
    - Che c'era da ridere in quel frangente?  Quel Villa era  un  cretino!
    Che  ne  capiva del credito e degli affari che andavano gi a rotta di
    collo?
    - Vi confondete?  L'importante  che la Banca paga,  da tre ore.  Duri
    un'altra oretta, e sar salva.
    - Pare lo facciano apposta!  La maggior parte dei libretti di depositi
    presentati alla riscossione sono con cifre grosse.
    - Meglio. Infatti, vedendo che si continua a pagare, l'effervescenza 
    scemata.
    Entr il giovane Porati,  che and difilato da suo padre e cominci  a
    parlargli sotto voce. Il signor Ottavio scrollava la testa, passandosi
    il fazzoletto sulle labbra asciutte, rianimandosi un pochino. E quando
    Ernesto  ebbe  finito,  tutti  lo  circondarono  fra  una  tempesta di
    domande.
    - Le cose andavano bene.  Quel povero diavolo del cassiere si  batteva
    come un eroe,  freddo,  imperterrito,  tirando le operazioni in lungo,
    pi che poteva,  con gli occhi all'orologio.  La Banca nazionale aveva
    mandato  dei  soccorsi.  Gi c'era un contabile di essa e il Gerace in
    conferenza col commendatore.  S'aspettava  il  direttore  della  Banca
    popolare. Bella questa solidariet dei diversi istituti di credito!
    Marietta  trasse  in  disparte la signora Marulli per avvisarla che il
    signor commendatore l'attendeva nel salotto della signora contessa.
    - Vengo subito.
    Ma continu altri cinque minuti a ragionare col cavalier Mochi  e  con
    due azionisti della Banca, per non insospettir questi; poi usc.
    Giacinta, in piedi, appoggiata alla spalliera di una seggiola, seguiva
    con  lo  sguardo  il  commendatore  che  andava  su e gi pel salotto,
    tirandosi  nervosamente  le  fedine  grigie,   lanciando  delle  torve
    occhiate di traverso.
    -   Pover'uomo!   Le   faceva  compassione.   Senza  la  compra  della
    palazzina... Ma gi, forse, avrebbe fatto una grossa corbelleria.
    All'arrivo della mamma,  Giacinta si accost  alla  finestra  dove  il
    conte   Giulio  stava  a  guardare  la  folla,   dietro  la  persiana,
    divertendosi come un ragazzo.
    - Teresa,  - disse Savani concitato,  andandole incontro e prendendola
    familiarmente per una mano; - Teresa, quelle trenta mila lire? Ricorro
    a voi proprio all'ultimo.
    - Quali? - rispose la Marulli.
    Savani cap il vero significato di quell'accento di sorpresa,  e disse
    subito:
    - Oh, non le perderete!... Uno, due giorni soltanto... Ve lo giuro.
    - Ma, ecco...
    - Non le perderete! Manca un quarto d'ora alla chiusura.  Venticinque,
    trenta mila lire possono salvar la banca da un disastro. Abbiamo fatto
    miracoli.  Ho  buttato  tutto  il  mio nell'abisso;  lo ripescher pi
    tardi.  Se oggi si chiudesse la cassa senza arrestare  i  pagamenti...
    Teresa, quelle trenta mila lire! Ve ne prego!
    - Non le ho pi, da tre giorni.
    - Non le avete pi?
    Il commendatore la guard fisso,  incredulo. Ma quella alz fieramente
    la testa, mostrandosi offesa dal sospetto:
    - Domandatene al Porati.  Ho fatto un'operazione con lui.  Volevo anzi
    consultarvi. Ma in questi giorni siete stato cos occupato!...
    Savani sent mancarsi il terreno sotto i piedi.
    -  Non  le  avreste perdute!  - mormor,  lasciandosi cadere sopra una
    poltrona.
    La signora Teresa si guardava le punte delle dita, impassibile:
    - Ha buttato il suo nell'abisso?  - pensava.  - Una ragione di pi per
    non buttarvi anche il mio.
    -  E  cos?  -  domand  Savani,  affannosamente,  al  Gerace comparso
    sull'uscio.
    - Si  chiuso pagando.
    Il commendatore,  levatosi in piedi,  di una occhiata  di  rimprovero
    alla Marulli, e usc come un lampo dal salotto.
    - Il pericolo  dunque scongiurato? - domand la signora Teresa.
    -  Tutt'altro  - rispose Andrea.  - Domani  domenica.  Un giorno,  in
    questi casi,  un enorme guadagno.  Ma,  che amministrazione!  Un vero
    caos. Temo che il marcio sia troppo.
    - Ah! - ella esclam dandosi ragione.
    Giacinta e Andrea s'erano scambiata una stretta di mano.
    - Ha chiesto del denaro anche a te? - domand la Marulli alla figlia.
    -  Povero  commendatore!  Mi  fa  piet.  Se  non  avessi  comprata la
    palazzina...
    - Ma  il fallimento! - le di sulla voce la madre.
    Entrava dalla finestra il confuso rumore della folla che cominciava  a
    disperdersi.
    -  Verrai domani?  - disse Andrea,  appena la signora Teresa fu andata
    via.
    - S.
    - C' qualcosa per aria.
    - Che mai?
    - Oh! finora, dei sospetti soltanto.
    - Sospettino pure!
    - Ti fidi troppo.
    - Eh, via!
    Giacinta sorrideva.  Quelle paure di Andrea solleticavano,  eccitavano
    il suo orgoglio di donna.
    - Bravo! Benone! - esclam il conte all'improvviso.
    I due amanti trasalirono.  Egli applaudiva una guardia di questura che
    dava, a diritta e a manca, scappellotti ai ragazzi.
    - Oh! tu? - disse, scorgendo Andrea. - Che congiurate cost?  Vorreste
    spartirvi i milioni della Banca... fallita?
    E rideva.


    10.

    Andrea Gerace camminava con lesti passi, sotto i rami degli alberi che
    ombreggiavano la viottola deserta.  Quel cielo limpidissimo, filettato
    di nuvolette bianche,  diafane,  dagli orli  color  rosa;  quel  verde
    novello delle fronde che tremolava, a ogni alito d'aria, come preso da
    fremiti  d'amore  nell'onda  d'oro  che  il  sole  vespertino spandeva
    dall'alto,  pareva lo spronassero allegramente,  quantunque egli fosse
    preoccupato.
    In  un momento di stupido abbandono - s,  s,  stupidissimo!  - s'era
    lasciato sfuggire una mezza confidenza - neppure - delle parole vaghe,
    degli accenni lontani... Basta! Gessi, capito assai di pi ch'egli non
    avesse voluto, forse aveva parlato.
    Altrimenti come spiegarsi i maliziosi "mi  rallegro"  del  Ratti  ogni
    volta  che  lo  incontrava,  da  una settimana in qua?  Meritava degli
    schiaffi quell'imbecille!
    - Ma perch prendersela con gli altri?  L'imbecille era stato lui  che
    non aveva saputo frenarsi! Scoppiava col suo segreto in corpo?...
    E   per  sfogarsi  contro  di  qualcuno,   sbatteva  rabbiosamente  la
    mazzettina  sui  cespugli  e  i  rami  degli  alberi  spenzolanti  dai
    muriccioli.
    -  Bisognava  raddoppiar  le  cautele,  per  sviare  i  curiosi.  Quel
    posticino fuori le mura parevagli al sicuro d'ogni sorpresa.  Giacinta
    arrivava da una parte,  lui dall'altra e quei due vecchietti, marito e
    moglie, erano interessati a non tradirli...
    Per, per... non convien fidarsi. Diraderemo gli appuntamenti...
    Si era  messo  a  sedere  sulla  spalletta  del  ponticello,  fumando,
    lasciandosi  invadere  dalla  pace silenziosa della campagna,  con gli
    occhi fissi alla viottolina di faccia.  Credeva di aver anticipato  di
    mezz'ora.  E  zufolava,  dondolando  le  gambe,  battendo  i  talloni,
    guardando qualche volta a sinistra,  verso la citt mezzo  arrampicata
    sulla  collina,  colle  guglie  dei  campanili  e  le  cupole,  che si
    intravedevano a traverso il folto fogliame,  di  l  dai  merli  delle
    mura.
    Era  gi rassicurato.  Quel solitario posticino cos incastrato fra le
    collinette, gli pareva proprio in capo al mondo.
    - Le cinque! Giacinta tardava... Come mai?
    Si sent colpire al cappello e alle spalle da  due  pallottole  d'erba
    lanciate da dietro alla siepe.
    - Ah!... Dovevo immaginarlo!
    E  aperto  il vecchio cancello di legno,  si trov faccia a faccia con
    Giacinta che gentilmente lo garriva:
    - Non ha fretta il signore! Si riposa!
    A braccetto, s'inoltrarono lungo la siepe di cinta.
    - Siamo di gi, ai sospetti, eh?
    Giacinta lo canzonava, leggermente,  braveggiando contro quel pericolo
    che lo impauriva.
    -  Non  scherzate!  -  rispose Andrea.  - La cosa pu diventare grave,
    gravissima.
    - In che maniera?
    - Non lo so. E' una voce del cuore. Sono superstizioso; credo al cuore
    ad occhi chiusi.
    - Intanto esso non ti ha ancora detto...!
    E fermatasi, lo guardava con le pupille scintillanti di gioia,  un po'
    arrossita, sorridendogli sotto il naso con una smorfietta bambinesca.
    I polli,  razzolanti sul mucchio del concime, scapparono starnazzando,
    chiocciando,  tosto ch'essi volsero a destra,  fra le due  strisce  di
    lino  in  fiore  che  parevano due grandi pezze di velluto verde,  con
    ricami d'argento, sciorinate sul prato.
    - Che avrebbe dovuto dirmi il cuore? - insisteva Andrea.
    - Nulla!... Nulla!... Com' bello qui!
    Il lino ondeggiava al soffio del venticello  che  faceva  stormire  le
    fronde dei gelsi intorno: i festoni di vite con le foglioline novelle,
    si dondolavano, da un albero all'altro. In fondo, dietro la collinetta
    mezza  nascosta fra gli ulivi,  il camino quadrangolare d'una fabbrica
    di mattoni, di cui si vedeva soltanto il tetto annerito, mandava fuori
    leggere ondate di fumo che disperdevansi subito.
    - Non mi vuoi bene quanto dovresti - riprese a dire Giacinta.
    - Perch?
    - Sera fa, perdesti al gioco... Non negarlo...
    - Un'inezia...
    - E,  piuttosto che a me,  hai ricorso al  Merli  per  pagare  il  tuo
    debito... Cattivo!
    - In questo tu non devi entrarci.
    - Voglio entrarci anzi!  Esigo,  sopra tutte, questa prova d'amore. Ma
    se l'ho detto! Mi tratti da amante, ecco. Sei cattivo.
    - Non giocher pi!
    - Benissimo! Per farmi dispetto!...
    Gli si stacc dal braccio,  imbizzita,  e si mise a camminare innanzi,
    sola. Andrea, raggiuntala con un salto, la prese per la vita.
    - No, no... Lasciami!
    Si dibatteva stizzosamente,  per svincolarsi,  per evitare che egli la
    baciucchiasse sulla nuca.
    - Lasciami!... Mi fai il solletico...
    - Non andare in collera, via!
    - Sta' fermo!... Sta' fermo!...
    Ma intanto gli si abbandonava sul petto, con la testa indietro broncia
    broncia, vinta da un languore dolce:
    - Sai, Andrea? Quel mio sospetto... sai? Non mi stringere cos: mi fai
    male! Io lo credo gi una certezza...
    - Oh!
    Voleva baciarla, ma ella era scappata.  Andrea le corse dietro.  Presi
    da matta allegria, si inseguivano ridendo e battendo le mani, come due
    ragazzi.  E  la vecchia contadina,  che stava seduta sopra un corbello
    rovesciato  davanti  alla  porta  della  casa  rustica,  aguzzava  gli
    occhietti  maliziosi  verso  quel  diavolino  di  signora  che  non si
    lasciava chiappare.


    11.

    Gli sconcerti della gravidanza la costringevano a letto fino a tardi.
    Rannicchiata  fra  le  coperte,   nei  momenti  di  tregua,   Giacinta
    lasciavasi  andare  a seconda delle deliziose fantasticherie provocate
    dal mistero vivente che le si agitava nel seno.
    - Chi l'avrebbe immaginato!  C'era dunque al mondo un'altra catena pi
    forte  dell'amore!  Quella  piccola creatura,  sangue del loro sangue,
    carne della loro carne,  li confondeva ora tutti e due,  Andrea e lei,
    in  un corpo e in un'anima sola!  Ora soltanto si possedevano intieri,
    per sempre!
    E restava come in orecchio in quella festa,  in quella  vera  ebbrezza
    che le montava al cervello dalla profondit del seno in gestazione: un
    dilatarsi,  un  elevarsi del corpo,  voluttuosamente,  tra il fluttuar
    dello sconcerto prorompente di tratto in tratto.
    Passava la mattina mutando posto da una poltrona  all'altra,  con  una
    grande stanchezza nelle ossa,  senza voglia di far nulla,  sopraffatta
    dagli intimi sbalzi che le raddoppiavano la pulsazione e le  fiorivano
    i pomelli delle gote sotto il bruno della pelle; rapita da quella voce
    soave  d'amore  che le cantava internamente,  quasi voce infantile del
    suo  Andrea,  ch'ella  ascoltava  con  serene  compiacenze  di  amante
    riamata, miste ad anticipate tenerezze di madre.
    Tutto il passato crollava, sprofondandosi in quel nuovo immenso abisso
    di  dolcezza.  Il  suo stato non la irritava pi con le brevi ma acute
    trafitture di tutti i momenti,  ch'ella spesso non distingueva  se  di
    sdegno o di rimorso.  Si sentiva giustificata,  si sentiva assolta. Di
    tutto il fuoco dei suoi odii rimaneva appena un pugno di cenere. A che
    curarsi del mondo!  Aveva un  mondo  a  parte,  tutto  suo;  e  vi  si
    assorbiva.
    Neppur suo marito le repugnava allo stesso modo di prima.
    La  sera,  dopo  cena,  quando  veniva ad accompagnarla fino all'uscio
    della camera - Giacinta e il dottor Balbi avevano voluto cos  -  ella
    si lasciava baciare, indifferentemente, come da un fratello. Una volta
    gli  aveva anche reso il bacio,  presa da compassione nel vederlo cos
    arrendevole,  ubbidiente come un animale domestico,  con tutte  quelle
    sue insulsaggini di mezzo grullo. E il povero conte, dalla allegrezza,
    s'era messo a batter le mani:
    - Lasciami aiutarti a spogliare!
    Glielo  chiese in grazie quella sera,  e Giacinta non ebbe il coraggio
    di dirgli di no.
    Marietta dovette starsene da canto.
    Con le mani nelle tasche del grembiule bianco,  battendo  nervosamente
    un  piede,  si  mordeva  le  labbra,  per  non  ridere del padrone che
    stentava a cavar una buccola alla signora!


    12.

    La signora Ernesta Villa era andata dalla Marulli a  un'ora  insolita,
    verso le undici di mattina:
    - Devo parlarti a quattr'occhi.
    La  signora  Teresa  credette  si  trattasse  d'uno  dei soliti favori
    ch'ella faceva qualche volta, su pegni, alle amiche pi fidate - prima
    in nome del commendatore,  ed  ora,  dopo  che  il  commendatore,  per
    evitare un processo,  era scappato in America,  in nome di una persona
    che voleva  rimanere  sconosciuta.  Vedendola  perder  in  chiacchiere
    inutili, ella s'era messa a ridere:
    - E' una cosa cos grave che non ti riesce di spiegarti?
    - Oh, gravissima!
    - Insomma?... Pi di un migliaio di lire?
    La signora Villa rise, alla sua volta; ma si ricompose subito:
    -  No;  si  tratta di ben altro!...  D'una cosa delicata,  d'un dovere
    d'amicizia.   Ci  ho  pensato  un'intiera  settimana,   senza  sapermi
    risolvere. Non mi riesce neppur ora di trovare la via!
    La Marulli stava muta:
    -  Quelle  moine di gattina la mettevano in sospetto.  Dove andavano a
    parare?
    E la signora Villa riprendeva:
    - Una cosa, certamente, da non credersi; un'infamit,  non c' dubbio!
    Lo abbiamo detto la sera scorsa colla Giulia Maiocchi,  in teatro.  Ma
    che importa?  L'amicizia ha i suoi doveri;  non voglio mancarvi.  Per
    non  facile.
    - La signora Maiocchi - annunci la cameriera.
    - Oh, giusto lei!
    La  Maiocchi entrava frettolosamente,  facendo frusciare pel salottino
    l'abito di seta e le sottane inamidate:
    - Mi fermo due soli  minuti;  non  voglio  nemmeno  sedermi...  Dimmi,
    Teresa:  quel  fisci  lo  comprasti  dal  Gola?  Il  Negri  ne ha dei
    magnifici,  arrivati di fresco da Parigi,  ma  cos  salati!...  E  la
    contessa?
    - Grazie, sta bene - rispose la Marulli.
    - O siedi, un momentino!...
    E la signora Villa la forzava, afferrandola pel braccio:
    - ...Capiti a proposito
    - Parlavate di me?
    -  Sono  d'intesa  -  pens  la  Marulli,  vedendole  cos  facilmente
    dimenticare la sua fretta.
    - Dicevo, come tu sai... - incominci la signora Villa.
    - Ah!... - fece la Maiocchi, con aria compunta - Un'infamia!
    - Un'infamia! Bel modo, eh? Di ricambiare le cortesie ricevute!  Ma io
    l'ho sempre detto: quel Gerace non mi va!
    - Si tratta di Gerace? - domand la signora Teresa, un po' intrigata.
    - E... della contessa.
    La  Villa  aveva  rapidamente  soffiato  quel titolo nell'orecchio;  e
    tentennando il capo, con le labbra strette, la fissava in viso.
    - Una vanteria di lui  -  soggiunse  la  Maiocchi.  -  Gentaccia  quei
    napolitani! Gentaccia senza scrupoli, sballoni di prima forza. Non gli
    ho potuti mai soffrire.
    La  Marulli  taceva continuando a sorridere e a guardare ora l'una ora
    l'altra.
    - Non ci credi? - disse la signora Villa.
    - Oh, non si parla d'altro, mia cara!
    La Maiocchi alzava le pupille al soffitto, era invasata d'orrore.
    - S, s,  credo tutto;  crederei anche peggio - rispondeva la signora
    Marulli tranquillamente.  - Vi ringrazio, vi sono gratissima; una cos
    affettuosa premura di  amiche  mi  rester  eternamente  scolpita  nel
    cuore...  Ma  che  volete  che  faccia?  Non  si  tappa  la  bocca  ai
    maldicenti.
    - Capisco - diceva la Maiocchi. - Per scusa, la contessa...
    - No,  il seccatore  lui - la interruppe la signora Villa.  - Le  sta
    sempre tra' piedi! Vuoi che lo mandi via? Siamo giuste!
    -  Capisco - riprese la Maiocchi.  - Per la reputazione d'una signora
    non va sacrificata a uno sciocco... Non si parla d'altro, ti ripeto!
    La signora Marulli si mordeva le labbra.  Tanta carit nel prossimo la
    indispettiva.  Quel  titolo  di  contessa,  sbattutole  in  viso  cos
    affettatamente, era, si capiva, una vendetta di pettegole...
    - Proprio?  Non si parla  d'altro?  Ma  come  impedirlo?  Suggeritemi.
    Secondo me, bisogna lasciar gracchiare chi vuole. E' il mio sistema, e
    me  ne  sono trovata sempre bene.  Col prendersela,  che s'ottiene?  I
    calunniatori rincarano  la  dose,  per  fare  pi  effetto...  Un  bel
    risultato! Obbligatissima!... Non voglio scomodarmi.
    - Forse hai ragione! - disse la signora Villa, piccata.
    -  Da' retta a un'amica - soggiunse la Maiocchi.  - Bada un po' a quel
    pulcinella!
    - Sai che mi stupisce?  Io  credevo  invece  che  volessi  fartene  un
    genero.
    - Di quello l? Oh! Piuttosto lascierei intisichire mia figlia.
    Le due amiche uscirono di casa Marulli mogie mogie, invelenite.
    -  Stupide!  - conchiuse la signora Villa.  - Dovevamo figurarcelo: la
    mamma regge il sacco alla figliuola. Se la veggano loro!...
    La signora Marulli era rimasta scossa:
    - Possibile? Sua figlia stava dunque per ammattire? Compromettersi,  e
    per  chi?  Per  un  impiegatucolo,  che viveva ristrettamente con quei
    pochini dello stipendio!  Per un coso che pretendeva farsi credere  di
    nobile  famiglia  decaduta  e non si sapeva neppure chi fosse!...  Era
    proprio ammattita!...  Possibile?  Possibile?...  Non ci mancava altro
    che  questa!...  E  lei  che  gi  sognava la vita tranquilla di chi 
    arrivato alla meta e vuol godersi il riposo!
    Si era fermata a un tavolinetto  tutto  ingombro  di  gingilli,  e  ne
    prendeva ora uno ora un altro in mano,  e li riponeva,  li cambiava di
    posto,  con gli occhi aggrottati,  mordendosi al suo solito le labbra,
    intanto  che riandava certi particolari,  confrontandoli,  compiendoli
    con parole e frasi dimezzate, afferrate a volo,  che non avevano avuto
    fino allora nessun senso per lei...
    - Ah!... E' vero!
    E  la  figurina  di  porcellana,  ch'ella teneva fra due dita,  vol a
    spezzarsi il collo contro il muro.
    - Era vero!... E quando? Quando lei, dopo la fuga del Savani,  metteva
    una  pietra sul suo passato!  Quando gi stava per cominciare una vita
    nuova  di  considerazione,  di  rispetto,  d'influenza!...   Il  mondo
    dimentica   cos  facilmente,   scorgendoci  in  alto!...   Ma  voglio
    vederla!... L'han da fare con me!
    E la sera stessa rimase da sola a sola colla Giacinta:
    - Quel Gerace ti  sempre alle costole - disse.
    - E' un buon giovane...
    - Buonissimo! Ma pare che la gente non la intenda cos...
    Giacinta alz la testa:
    - Come la intende?
    - Con una persona che non si sa precisamente chi sia, bisogna condursi
    con maggiori cautele,  essere  meno...  gentile,  tenerla  un  po'  in
    distanza...
    - Lo tratto come gli altri.
    - Pare di no. Gi te lo affibbiano... per amante.
    - Che sciocchezza!
    La signora Teresa abbass gli occhi e non aggiunse pi nulla.


    13.

    - Un mostricino!  - dicevano le persone dell'arte,  parlando di quella
    palazzina.
    Ma la facciata d'essa sorrideva all'occhio senza  pretese,  quantunque
    sovraccarica di ornati.
    Al  sito  di  calce  fresca,  di  colla d'amido,  di vernice che c'era
    dappertutto,  la signora Marulli  arricciava  il  naso.  In  parecchie
    stanze mancava la tappezzeria;  Giacinta voleva addobbarsele a proprio
    gusto;  e la signora Teresa ripeteva i  suoi  consigli,  dava  pratici
    suggerimenti,  indicando  il  pittore,  un romano,  per gli ornati del
    salone...
    - Se vuoi qualcosa  di  artistico.  Non  vedi  che  meschinit  questi
    soffitti?
    Invece, il conte e il signor Paolo trovavano tutto perfetto.
    - Bellissima la vernice degli usci!
    - E quegli uccellini lass? Son l l per volare.
    - E quelle frutta? Cospetto! Vien l'acquolina alla bocca
    -  Che!  Quegli  ornati  non  sono in rilievo?  Ma,  per accorgersene,
    bisogna toccarli!
    Il conte sfogava la sua soddisfazione:
    - Quelle stanze?... Delle scatoline da confetti!  Come vi si dee stare
    calduccini l'inverno!  E che bel fresco d'estate,  con tanti riscontri
    di usci e finestre!
    - Vi paion stanze queste qui?
    La signora Marulli  non  poteva  patire  la  moderna  gretteria  dello
    spazio.
    - Ecco: rizzandosi sulla punta dei piedi, si tocca quasi la volta!
    -  O  che?  Preferite  gli  stanzoni  antichi,  un tempio!  dagli usci
    immensi, dalle finestre immense, che rimangon sempre mezzi al buio? Li
    conosco, pur troppo!  Nel palazzo di famiglia,  - il babbo fece bene a
    venderlo,  - eran tutti cos. Quando ero bambino se dovevo traversarli
    da  solo,  morivo  dalla  paura.  In  camera  di  mia  madre,  con  la
    tappezzeria  di  cuoio  di  Cordova  impresso a cuoricini dorati,  con
    vecchi quadri  alle  pareti,  con  i  mobili  d'ebano,  intarsiati  di
    madreperla,  e  il  letto  di legno intagliato che pareva un catafalco
    sotto le cortine di raso giallo...  in camera di mia madre,  mi pareva
    di trovarmi in un luogo incantato; non vedevo distintamente neanche il
    viso di lei. Oh, non me ne parlate! Grazie tante!
    - S,  per certe comodit,  non voglio contraddirvi, c' un progresso.
    Ma non  da far confronti.  Questa qui la chiamiamo una palazzina?  Un
    alveare dovrebbero dire!
    E   portavano   attorno,   per  le  stanze  vuote,   la  interminabile
    discussione.
    Giacinta taceva.
    Finalmente!...  Finalmente aveva un  cantuccio  suo  proprio!  piccoli
    tacchi,  come  per  mettersi subito in diretta relazione con quel nido
    grazioso e allegro,  ch'ella avrebbe ideato tal quale se avesse dovuto
    farlo costruire di pianta.
    -  Tolti  due  o  tre  palazzi antichi e qualcuno dei moderni,  la sua
    modesta palazzina era quella che faceva pi figura nella  citt,  dava
    nell'occhio.  Che  vita  intima  e tranquilla voleva passare,  col suo
    bimbo,  l dentro!...  Era un bimbo,  senza dubbio;  doveva essere  un
    bimbo... Se lo vedeva dinanzi!
    E  canterellava,  felice  di quel rimuginio di delizie future;  e,  di
    tanto in tanto, s'affacciava a una finestra o al terrazzino di centro:
    - E Andrea che  non  viene  pi!  E'  gi  trascorsa  un'ora  dall'ora
    fissata! Che se ne sia dimenticato? Non gliela perdonerei.
    L'accolse un po' imbroncita quand'egli,  da l a pochi minuti, arriv;
    e lasci che il conte lo prendesse per una mano e lo menasse  attorno,
    col sussiego compiacente di padrone di casa.
    -  Bello,    vero?...  Magnifico!  Che ne dite?  Queste stanze non vi
    sembrano scatoline da confetti?  Le preferisco agli  stanzoni  antichi
    dagli usci immensi, dalle finestre immense, che rimangono sempre mezzi
    al buio... Ho ragione?... No?... Non ho ragione?... Parlate...
    - Gi! Gi! - rispondeva Andrea, distratto.
    La  signora  Teresa  aveva corrisposto appena con un cenno del capo al
    saluto di lui;  e s'era  affacciata  al  terrazzino,  diventata  seria
    tutt'a un colpo.
    -  Che  significava?  Evidentemente  l'aveva  con lui...  Forse sapeva
    tutto, e gli dichiarava la guerra!
    Per via, Andrea trov modo di farne motto a Giacinta,  che gli rispose
    con una scrollatina di spalle:
    - M'indispettisci! Non sei sicuro di me? Che t'importa degli altri?
    - Ma il contegno di tua madre...
    - Ubbie!
    Per due giorni dopo, quando Andrea le si present tutto convulso, con
    la lettera della direzione generale che lo sbalzava a Siracusa:
    - C' lo zampino della mamma! - ella esclam.
    - Te lo dicevo?... Che disgrazia!... Bisogna partire!
    - Non andrai! - disse Giacinta.
    - E l'impiego?
    -  Il mio non  anche tuo?...  Non andrai!  Manda la rinunzia,  subito
    subito.
    Gli  occhi  le  raggiavano  di  gioia,  un  fremito  di  soddisfazione
    l'agitava da capo a piedi.
    E trascinatolo verso il tavolino, lo forzava a sedersi, gli metteva la
    penna fra le dita:
    - Non m'ami dunque? Il mio non  anche tuo?
    - Giacinta, che mai facciamo? E' irrimediabile... No!
    - Scrivi! - ella disse, supplicandolo smaniante.
    Andrea  intinse  la  penna.  Curvata  su di lui,  con le braccia sulla
    spalliera della seggiola, Giacinta seguiva ansiosamente quella traccia
    nera di scritto che la penna si lasciava dietro.


    14.

    - Non pu essere! - rispose la Marulli, passato il primo stordimento.
    - Eccola - disse Mochi,  cavando da una tasca del soprabito la lettera
    d'Andrea.
    E  mentr'ella  leggeva  e  rileggeva quel foglio che le tremava fra le
    mani, il cavaliere,  a testa bassa,  contornava con la punta della sua
    mazzettina un rosolaccio del tappeto.
    -  Che  intende  di  fare?  -  domand la signora Teresa,  pallida dal
    dispetto, brancicando la lettera.
    - Oh, bella! Vivere alle spalle di Giacinta, si capisce.
    - E' un vile!... Ed essa lo stima ancora?
    - Voi altre donne! Siete capaci di tutto - esclam il cavaliere.  - In
    fin  dei  conti,  non  la  biasimo,  precisamente;  non voglio fare il
    moralista. Sono, anzi,  di manica larga;  e se debbo dirlo,  una bella
    signora che non abbia un amante mi pare una stupida...
    La Marulli sent morirsi sulle labbra una parola di protesta.
    -  Per,  in  questo  caso,  la  questione muta aspetto.  Sar un gran
    chiacchiericcio.  I vostri  nemici  (ne  avete  parecchi  non  bisogna
    dissimularvelo)  rideranno  troppo,  usciranno  dalla pelle.  Diavolo!
    Mancava bei giovani?  Qui c'entra di mezzo il puntiglio di  campanile.
    Una  citt   una persona;  ha il suo amor proprio anche essa.  Questa
    preferenza per un forestiero...
    - Che debbo fare? - domand la Marulli, risoluta.
    - Indurre Gerace a ritirar la rinunzia.  Ma temo - conchiuse il Mochi,
    con una specie di cantilena - temo che senza la Giacinta non ne faremo
    nulla!
    Giacinta trovavasi nel suo salottino,  abbandonata sulla poltrona,  in
    uno di quei deliziosi abbattimenti  che  le  montavano  all'improvviso
    dalle  viscere  agitate.  Vedendo  entrare  sua madre come un colpo di
    vento,  lasci cascare il libro di mano;  e il braccio  le  spenzolava
    fino a terra, mollemente.
    - Ma, dunque, hai perduto la testa?
    La signora Teresa le si era piantata dinanzi, con le braccia in croce,
    ancora pallida dalla rabbia. Giacinta la guardava, sollevandosi a poco
    a poco sulla vita, gi indovinando: ma rispose:
    - Perch?
    - Me lo dimandi?... Gerace ha rinunziato al suo impiego...
    E il tono della voce lasciava capire: e siete stati d'accordo!
    - Fa quel che gli pare e piace.
    - E' un miserabile, se si rassegna... a lasciarsi mantenere da te!
    La signora Marulli alzava la voce, minacciava con la mano.
    - Mentono! - disse Giacinta.
    Aveva bisogno di negare,  per contenersi, per farsi forza. Sugli occhi
    le passavano larghe ondate di nebbia;  alla gola aveva un nodo.  E  si
    contorceva sulla poltrona,  si mordeva a sangue le labbra per impedire
    che la piena di terribili rimproveri,  gonfiatasi a un tratto nel  suo
    cuore, non irrompesse, insultando.
    -  Mentono?  -  replicava  la  signora  Teresa  con  feroce ironia.  -
    Mentono?... Tanto meglio. Conviene smentirli.
    - Certe calunnie non le raccatto. Egli, forse le ignora.
    - Sar bene che tu l'avverta.
    - No.  Varrebbe come dirgli: allontanatevi di  casa  mia.  Non  voglio
    abbassarmi  fino  a  questo;  farei  troppo  piacere  a taluni.  E una
    smentita che non fosse spontanea non avrebbe,  in questa  circostanza,
    nessun valore per me.
    La signora Teresa era ammutolita: - Come? Non rispondeva altro? Alzava
    le spalle?
    -  E se colui - riprese a dire,  tornando ad alterarsi - insiste nella
    sua rinunzia!... Oh, insister!... Insister! Poich tu lo mantieni!
    Glielo buttava in faccia con tutto il  disprezzo  della  sua  collera,
    come  una  lordura,  mentre  sua  figlia,  a mani giunte,  cogli occhi
    desolati, balbettando, la supplicava di tacere.
    - Poich tu lo mantieni - ella replicava, calcando la voce.
    - Dovrei, forse... farmi mantenere da lui?
    - Oh!...
    La signora Teresa s'era sentita colpire  al  petto,  a  bruciapelo;  e
    barcoll, brancolando per trovare una seggiola.
    - Mamma! Mamma!
    Giacinta,  che  s'era  slanciata  a sorreggerla,  l'aiutava a sedersi.
    Avrebbe voluto mozzarsi la lingua,  avrebbe voluto scancellare perfino
    dall'aria l'insulto sfuggitele di bocca:
    - Mamma! Mamma!
    Ma la signora Teresa,  respingendola,  si voltava dall'altra parte per
    evitarne gli sguardi.  Non poteva parlare;  era la prima volta che  si
    sentiva addirittura vinta, calpestata; e le pareva di morire.
    - Mamma,  mamma,  perdona!  - singhiozzava Giacinta,  inginocchiata ai
    suoi piedi.
    - Un sorso d'acqua! - disse la signora Teresa.
    E mentre quella correva di l,  per servirla con le  proprie  mani  ed
    evitare  le  indiscrezioni  delle  persone di servizio,  ella s'andava
    tastando la testa,  come se vi sentisse il dolore di un colpo di mazza
    piombatovi su.
    Giacinta  le  accost,  trepidamente,  il bicchiere alle labbra;  poi,
    intinta nell'acqua la punta d'un fazzoletto, le bagnava la fronte e le
    tempie.  Sua madre la lasciava fare,  ad  occhi  chiusi,  concentrata,
    rimproverandola soltanto con lunghi tentennamenti di testa.
    - No!  Sta' zitta!  - le ripeteva Giacinta. - Ne riparleremo. Non devi
    pensarci... Perdona!
    - E' finita!  - rispondeva la signora Teresa svincolandosi dalle  mani
    che  tentavano  di  trattenerla  ancora.  -  Questo   un colpo che mi
    uccide!  Lo sento qui,  nel  cuore!  Fa',  fa'  pure  a  tuo  modo!  -
    aggiungeva   quasi   calma,   ma   piena  di  durezza.   -  Non  posso
    impedirtelo...E' gi un pezzo che non  mi  di  retta.  Te  n'avvedrai
    appresso, povera illusa, tu che ti fidi dell'amore d'uomo come quello!
    Oh,  fa' pure!... Non ti dir una sola parola: aspetter. Quando avrai
    finito di trascinare nel fango il tuo  nome,  il  tuo  onore,  la  tua
    fortuna,  per  metterli  sotto  i  piedi  di  quel  miserabile...  s,
    miserabile! Vedi? lo dico senza sdegno...
    - Zitta, mamma! ... Zitta!
    - Quando i nostri nemici,  t'avran vista arrivare dove neppure il loro
    odio  avrebbe creduto possibile che tu arrivassi;  quando la passione,
    che ora ti accieca... Ma allora...  allora,  forse,  non sar pi qui,
    per poterti rinfacciare; sar morta!...
    Non  vorr  dire;  te  lo  rinfaccerai  da  te  stessa: La mamma aveva
    ragione!...  E tutte queste parole,  che ora disprezzi...  e  non  han
    servito che a farmi insultare, tutte, sillaba per sillaba, ti verranno
    in viso... Vedrai!
    Giacinta stette un momento ad ascoltarla a capo chino,  atterrita alla
    voce  lenta  e  cupa  che  pareva   gittasse   un   infame   maleficio
    sull'avvenire di lei,  con quelle esclamazioni ripetute come rintocchi
    d'una campana d'agonia; poi scatt, con tutte le forze del suo sangue,
    delle sue fibbre, dei suoi nervi...
    - L'amo!... intendi? L'amo!... Che m'importa di voialtri?... Rester!


    15.

    Giacinta era stata parecchi giorni in  grave  pericolo  d'abortire;  e
    Andrea  non  aveva potuto ricevere,  direttamente,  nessuna notizia di
    lei.  Come presentarsi in casa Marulli dopo quel bigliettino  che  gli
    diceva: "Astienti di venire fino a mio nuovo avviso.  Non darti nessun
    pensiero dei maneggi di mia madre!".
    - Che cosa accadeva dunque? Che gli si tramava contro?
    Veramente, non s'era sentito mai tranquillo neppure prima. Appena dato
    quel passo della rinunzia all'impiego, aveva cominciato a riflettere:
    - E se i bei castelli in aria di Giacinta crollassero? E se quel colpo
    di  pazzia  di  donna  innamorata  andasse  a   finire?...   Non   era
    impossibile;  s'era  visto  tante  volte!...  Che  ne  sarebbe di lui,
    rimasto cos, in mezzo a una strada, senza impiego, n nulla?
    Il bigliettino aggiungeva: "Lascia fare a me. Non t'ho mai voluto cos
    bene come in questi giorni di lotta".  Ma di queste assicurazioni egli
    non  si  fidava  molto,  bench  le  credesse  sincere.  E  tornava  a
    rimuginare tutte le  gravi  difficolt  della  vita  che  gli  stavano
    sospese a un filo,  minacciose sul capo; la brutta prosa della realt,
    che, spietatamente, da un momento all'altro,  poteva venir a soffocare
    la spensierata dolce poesia del loro amore.  Rimuginava, rinunziava; e
    quel  romanzo   del   Montpin,   parsogli   pochi   giorni   addietro
    interessantissimo, ora non riusciva nemmeno a distrarlo un momento.
    - Che stupidaggine! Che assurdit!
    E,  buttato  via  il  volume,  accigliato,  riprendeva  a passeggiare,
    fumando, su e gi per la stanza, vuotandosi il cervello.
    - Che gli si tramava dietro le spalle?  Un pericolo conosciuto non gli
    avrebbe fatto paura...  Un duello? Oh, avrebbe servito quei signori in
    qualunque maniera, con la sciabola,  con la spada,  con la pistola!...
    Ma quelle carogne non si battevano...  Ed eccolo l, solo solo, contro
    una donna che non voleva badar a nulla, se risoluta a colpire;  in una
    piccola citt,  dove tutti,  o quasi tutti,  erano amici e parenti!...
    Intanto,  egli conchiudeva col rimanersene in casa,  col non farsi pi
    vedere al Caff della Pantera e non avvicinare nessuno.
    Le  buone notizie della salute di Giacinta lo spinsero fuori.  Aspett
    che fosse sera, e scese le scale lentamente, esitando; poi,  si mise a
    camminare in fretta,  tra la folla domenicale che invadeva il Corso un
    po' buio per le botteghe tutte chiuse.
    I Porati,  padre e figlio,  erano sull'uscio del Caff della  Pantera,
    fermati a discorrere,  osservando la gente che passava;  ma, tutt'a un
    tratto, si misero a parlare accaloratamente,  faccia a faccia come per
    evitare di salutarlo. Infatti non risposero al saluto di lui.
    -  Pu essere un caso...  Anche a me,  qualche volta  accaduto di non
    scorgere un amico che mi passava accanto...
    Pure,  l'idea che i Porati non  avessero  voluto  salutarlo  gli  fece
    stringere i denti.
    Il Caff della Pantera rigurgitava.
    In  fondo,  attorno al tavolino,  Andrea vide il Merli,  il Ratti,  il
    Gessi,  il capitano Ranzelli e due altri  ufficiali,  che  discutevano
    animatamente e ridevano a scoppi.  Andando verso di essi,  volgeva gli
    occhi da ogni parte, in cerca di un posticino.
    - N una seggiola, n uno sgabello!
    Due avventori s'erano gi rassegnati a bere la loro  birra  in  piedi,
    appoggiati all'orlo del banco coperto di zinco,  lucentissimo,  dietro
    cui sedeva il padrone colla papalina  di  velluto  nero.  Andrea  tir
    diritto fino al tavolino dei suoi amici.
    - Buona sera.
    - Oh!... Buona sera.
    Intanto  nessuno  gli strinse la mano,  nessuno mostr l'intenzione di
    volergli far posto; continuarono a ragionare e a ridere,  come se egli
    non fosse stato l.  Anzi il Merli, che gli voltava le spalle, non gli
    aveva neppure risposto buona sera. Andrea si fren a stento.
    - Quel merlo - lo chiamava spesso cos  -  meritava  un  lattone,  per
    imparare la buona creanza...
    Ma  gir  i  tacchi,  coll'aria  di  chi si affretti a raggiungere una
    persona vista da lontano.  Una gran risata  gli  corse  dietro,  quasi
    provocazione.
    - No;  un effetto della mia immaginazione alterata - pens, fremendo.
    E,  acceso  un  sigaro,  svolt  pel Corso Vittorio Emanuele,  dove il
    passeggio continuava con l'ordinaria folla serale che vuol godersi  la
    domenica.  Poco  discosto  dalla  Banca  nazionale,  Andrea  riconobbe
    l'ingegnere Villa,  la sua  signora  e  le  due  Maiocchi;  scendevano
    incontro  a  lui dal lato sinistro.  Gli erano apparsi improvvisamente
    sotto la viva luce d'un fanale; e i cappellini bianchi delle Maiocchi,
    con nastri e fiori  rossi,  gli  avevano  fatto  l'impressione  di  un
    piccolo urto nelle pupille.  La faccia violacea,  e con la barba nera,
    di quell'omaccione dell'ingegnere si vedeva ancora illuminata,  quando
    le signore,  gi immerse nell'ombra,  apparivano tre figure grigie, un
    po' confuse.
    Andrea fece un gran saluto, fermandosi,  tenendo in alto il cappello e
    inchinando  la  testa;  ma  la signora Villa e le Maiocchi,  trovatesi
    faccia a faccia con lui, si voltarono in l, affettando di guardare le
    finestre del palazzo vicino: e l'ingegnere gli rispose con una  specie
    di smorfiettina, sbadatamente.
    - Non era pi un'illusione!...Si trattava proprio d'una congiura... Lo
    sfuggivano, gli facevano il vuoto attorno!... Vigliacchi!
    - Non curartene.  E' un lavoro della mamma e del Mochi - gli diceva il
    giorno dopo Giacinta.  - Rappresaglia di invidiosi e di  sciocchi.  Si
    stancheranno...  E poi,  che te n'importa?  Non ti basta dunque l'amor
    mio?
    - S, s!... Ma,  infine,  non sono di bronzo;  e se mi mettono con le
    spalle al muro!
    Giacinta  lo  accarezzava,  sorridendogli dolcemente,  bella anche nel
    pallore della convalescenza, e con gli occhi lo pregava di calmarsi.


    16.

    Ella  sentiva  d'amarlo  immensamente  pi,  ora  che  le  costava  il
    sagrifizio  della  sua  reputazione  e  della  sua pace.  Quella lotta
    l'aizzava,  come l'anno addietro,  quando ogni sua speranza,  ogni sua
    illusione   s'era  inabissata,   e  l'orrore  dell'avvenire  le  aveva
    annebbiato la ragione. Per, si sentiva pi agguerrita e pi forte.
    Se non che ora,  di tanto in tanto,  la sincerit del suo carattere si
    ribellava,  sordamente,  contro  l'equivoca  situazione dov'ella s'era
    cacciata.  La piena rassegnazione di suo marito le destava un senso di
    piet.  E  se  egli la guardava coll'aria di un cane rivolto umilmente
    verso il padrone che lo caccia via,  Giacinta provava un soffocamento,
    come se ingoiasse, in quel punto, un sorso d'acqua fangosa.
    - Oh!... Se fosse stato meno arrendevole, anche cattivo, sarebbe stata
    pi tranquilla.
    Ma  una  sera  il conte era tornato a casa con la faccia insolitamente
    rannuvolata.  Presa da viva curiosit,  Giacinta se lo  lasci  venire
    dietro nella camera da letto, senza licenziarsi o dirgli nulla. Mentre
    egli  passeggiava  da  un  angolo  all'altro,  con  le  mani dietro la
    schiena,  Giacinta pareva intentissima a rovistare i  cassetti  di  un
    piccolo  armadio;  ma  con la coda dell'occhio,  gli vedeva torcere la
    bocca e alzar le mani per stropicciarsi le gote,  con l'abituale gesto
    di gatto che si lavi la faccia.
    - Contessa! - finalmente egli disse.
    Giacinta,   senza  nemmeno  voltarsi,   seguit  a  rovistare.  Quella
    intonazione un po' brusca l'aveva scossa: attendeva.
    Il conte riprese a passeggiare, brontolando in modo inintelligibile:
    - Che gli davano a intendere gli amici burloni?  Lo scherzo passava il
    segno...  Sua  moglie  era  cos  serena!...  Se  fosse  stato vero...
    Gliel'avrebbe letto in fronte, a prima vista.
    E si fermava per  ammirare  quella  testina  di  donna  dove  il  lume
    accendeva  di  rosee  sfumature il velluto delle guancie e di riflessi
    acciaini il nero d'ebano dei capelli.
    - Giacinta! - ripet il conte.
    Questa volta la sua voce era blanda,  dimessa,  e,  nel tempo  stesso,
    insinuante, calda di desiderio.
    Giacinta,  che  non  s'era avveduta dell'accostarsi adagino adagino di
    lui,   appena  sent  sulla  nuca  il  soffio  caldo  di  quel  fiato,
    rapidamente si volt.
    - Che significa?  - gli disse con piglio severo.  - Queste smorfie, lo
    sapete, mi dispiacciono.
    Il conte, allontanatosi un poco, torn subito indietro:
    - M'hanno detto (ma io non lo credo, oh, punto!), m'hanno detto... che
    avete un amante... Andrea Gerace!...
    Giacinta si sent venir meno. Quell'accento d'umile tenerezza le aveva
    sconvolto il cuore.
    E lasci che il conte le passasse un braccio attorno alla vita,  e  le
    desse qualche bacio.
    -  Non  lo  credo,   oh,   punto!  -  egli  balbettava,  brancicandola
    lievemente, con insistenza significativa,  nella curva dei fianchi.  -
    Come sei bella!  Come sei bella!...  Senti: resto qui, resto qui! - le
    ripeteva, serrandola pi stretta, ribaciandola con calore.
    - S: Gerace  il mio amante! - rispose Giacinta con voce turbata,  ma
    ferma.
    Si dibatteva per svincolarsi. Ma il conte ormai non voleva lasciarla.
    -  No,  non    vero.  Lo dici per celia...  Ah,  so bene perch me lo
    dici!... Come sei crudele!... Resto, resto!...
    E le correva appresso,  agitando la testa,  con le  labbra  strette  e
    sporgenti,  con gli occhi socchiusi e le braccia aperte,  cacciando un
    flebile urlo, senza parola.
    Alla strappata di campanello di Giacinta, Marietta entr in camera.
    - Accompagnate il conte. Buona notte! - indi aggiunse,  rivolta a lui,
    sorreggendosi con la destra alla spalliera del letto.
    - Buona notte! - rispose il conte, che non si decideva ad andarsene.
    E  cos  era  stato  rotto  anche  quell'esilissimo  filo che tuttavia
    legavala a lui.


    17.

    Giacinta voleva partorire nella casa nuova;  ma la vera ragione  della
    sua  fretta  era stata l'idea che l si sarebbe trovata libera da ogni
    soggezione importuna. In casa propria regnava lei: vi avrebbe ricevuto
    chi le pareva e piaceva; non doveva rendere conto a nessuno.
    La inaugurazione del suo salotto fu un affare grosso.
    La baronessa Sturini,  che stava a capo  dell'aristocrazia  e  non  se
    l'era mai detta con le Marulli,  aveva cercato, per ripicco, d'alzarle
    quella stessa sera un contr'altare.  Allora la signora Teresa,  smesso
    quel  po'  di  broncio  che  teneva  tuttavia  alla  figlia,  ci s'era
    immischiata un po' lei, aiutandosi, come diceva il Mochi,  con le mani
    e coi piedi.  In quei giorni, era raro che due persone s'incontrassero
    senza domandarsi:
    - Hai ricevuto un invito della Sturini?
    - S, e uno della contessa Grippa; ma vado da questa. E tu?
    - Chi vorr andare a morir di noia fra quelle mummie aristocratiche?
    Al Caff della Pantera, mentre il Merli, il Ratti,  il giovane Porati,
    Gessi  e  il capitano Ranzelli discutevano seriamente se dovevano o no
    intervenire,  era capitato il Mochi,  dinoccolato,  col  suo  monocolo
    all'occhio  sinistro,  che  gli  dava  l'aria maligna d'un Mefistofele
    andato a male.
    - Come?  C' chi pensa di non intervenire?  - egli disse.  - Ma    il
    colmo della sciocchezza! Ah, se avessi met degli anni che ho addosso!
    Vedreste!  Siete  giovani,  e abbandonate il campo?  Trent'anni fa,  o
    Gerace non avrebbe avuto quella buona  fortuna,  o  essa  sarebbe  gi
    finita  da  un pezzo.  Trent'anni fa,  gli avremmo dato il gambetto in
    quindici giorni.  Ed ora tocca a me,  a me  che  strascico  le  gambe,
    servir  di  sprone  alla  giovent!  Ma non capite che uno,  uno solo,
    farebbe la vendetta di tutti?
    - Viva sempre i veterani! - esclam il Ratti entusiasmato.
    E quel primo mercoled si trovarono tutti in casa Grippa,  come  tanti
    diplomatici  venuti l ognuno per conto del proprio governo,  per dare
    un'occhiata di ricognizione,  senza destar sospetti l'uno  nell'altro,
    preoccupati della rivincita.
    Mentre  la  baronessa  Sturini era riuscita a raggranellare appena una
    dozzina di vecchie carcasse e pochi giovani che,  per dovere di casta,
    non si eran potuti esimere dall'andare a sbadigliare discretamente fra
    loro,  in casa Grippa,  invece,  era accorsa in folla la ricchezza, la
    magistratura, l'esercito, l'amministrazione,  la stampa (rappresentata
    dal  direttore  e dall'unico redattore della "Gazzetta popolare"),  la
    giovent, le belle donne; insomma quanto la piccola citt possedeva di
    meglio.
    Il palazzo Sturini,  da un lato,  con le cariatidi  del  portone,  coi
    mostri  che  si  contorcevano  nelle  mensole  dei  terrazzini,  e  la
    palazzina fresca e svelta della contessa Grippa,  dall'altro,  avevano
    l'aria,  diceva  l'ingegner  Villa,  di  guardarsi  in cagnesco con le
    finestre illuminate.
    Andrea si sentiva come in casa propria,  aggirandosi a testa alta  fra
    tutta quella gente,  che ora salutava e gli stringeva la mano, per non
    romperla con la padrona di casa e con  la  signora  Marulli  diventata
    "una vera potenza".
    -  Infine  - avevano riflettuto - a loro che gliene importava?  Doveva
    badarci quell'imbecille di marito,  che andava attorno per  le  stanze
    come una mosca senza capo. La contessa era una donnina gentile, buona,
    allegra.  Faceva  tanto piacere il ritrovarsi radunati insieme in casa
    di lei!
    Le signore trovavansi di accordo nel chiudere gli  occhi.  E  se,  per
    caso, quella cattiva lingua del Ratti veniva a metter fuori in mezzo a
    loro  certe allusioni troppo aperte,  prendevano l'aria di non capire.
    La Maiocchi,  anzi,  protestava indignata,  con la  Pagani  e  con  la
    Clerici.  E  la  signora  Clerici  non  protestava meno energicamente,
    quantunque osservasse,  in confidenza con la Maiocchi,  che la  Pagani
    aveva  dei  grossi  peccati da farsi perdonare per proprio conto;  per
    questo andava ora spacciando la storiella, messa in giro dalla Teresa,
    di non so che lascito piovuto a Gerace da un parente lontano,  che gli
    permetteva  di  vivere del suo e di fare il signore.  La Pagani non ne
    credeva,  senza dubbio,  neppure una sillaba,  ma  l'andava  ripetendo
    insistentemente,  come se ci avesse creduto, per debito di consorteria
    femminile!
    Sul tardi, Giacinta si era accostata ad Andrea,  porgendogli una tazza
    di  caff  nel vano della finestra,  dov'egli se ne stava col Gessi ad
    osservare le finestre del palazzo Sturini, che si oscuravano ad una ad
    una.
    - Sono morti tutti, di noia! - ripeteva Andrea ridendo. - I carrozzoni
    dei trasporti funebri gi li portano via.
    - So che preferisce il caff - gli disse Giacinta.
    Gessi si allontanava prudentemente, diventando un po' rosso.
    - M'ingannavo? Vedi, si sono stancati! - soggiunse Giacinta.
    E si affrett a raggiungere il Gessi:
    - Vuol th o caff?
    - Grazie,  preferisco queste - egli rispose,  stendendo la  mano  alle
    chicche del vassojo che Elisa Maiocchi gli presentava in quel punto.
    -  Ah!  vi  servite  tra  voi  altri!  Sta bene - replic Giacinta con
    malizia.
    Gessi divent pi rosso di prima. Elisa,  magrissima,  diritta come se
    avesse inghiottito il manico della granata, lo guardava con civetteria
    e gli domandava, per imbarazzarlo:
    - Perch diventa cos rosso?


    18.

    Per due giorni, Giacinta tenne il broncio alla delicata creaturina che
    vagiva  a  pi  del  suo  letto.  Quella  bambina le aveva bruscamente
    distrutti tutti i bei castelli in aria fabbricati con  tanta  delizia,
    da pi di otto mesi.
    Si  aspettava cos sicuramente un bimbo,  che non aveva ammesso neppur
    la possibilit del caso contrario.  Ed ora si sentiva delusa,  come se
    qualcuno  le  avesse  fatto  la  cattiva  azione  di scambiarle la sua
    creatura; come se d'una bambina, ella non sapesse che farsene.
    Ma nel provarsi ad  allattarla,  cacci  un  piccolo  grido  di  gioia
    repressa:
    - Dio!... E' tutta lui!
    E smise subito il broncio. La camera le divamp d'un magnifico sole di
    primavera; un fiume d'ineffabile tenerezza le scatur dal profondo del
    petto,  diffondendosele  per  la persona come una ristoratrice onda di
    nettare.
    - E' tutta lui!  I suoi occhi,  il suo naso,  la sua bocca!  E  questa
    fossettina del mento!
    Passava  lunghe  ore  fissa  a  contemplarla,   muta,  con  gli  occhi
    inumiditi, col cuore che le si riempiva di tristezza, pensando ch'ella
    non aveva mai ricevuto  dalla  sua  mamma  un  solo  bacio,  una  sola
    carezza,  una  sola  occhiata da paragonarsi a quelle da lei prodigate
    alla creaturina delle sue viscere.  Ed ella,  ecco,  si  rifaceva,  si
    compensava a quel modo.
    -  Non  puoi immaginare - diceva ad Andrea,  - com' invadente,  com'
    tiranna! Ormai devi rassegnarti ad essere amato di rimbalzo, in questa
    carne della nostra carne.
    - Mi son gi rassegnato - rispondeva Andrea, celiando.
    - Cos presto? Cattivo!
    E accarezzandogli la testa,  senza levar gli occhi dalla  culla,  ella
    ricadeva  nei  rapimenti,  nell'estasi  che  la tenevano in adorazione
    dinanzi a  quella  gioia,  a  quella  stella,  a  quell'angioletta,  a
    quell'amore, a quella vita sua, che rassomigliava tutta a lui!
    Il conte Giulio per non era di questo parere.
    -  Ha  voluto farsi un ritratto vivente!  - gli aveva detto la signora
    Villa con intenzione maligna.
    E nessuno gli aveva pi potuto levare dal capo che non  fosse  davvero
    cos.
    -  Mi  son  fatto un ritratto vivente!  - era andato a dire al suocero
    che, tormentato dalla podagra, inchiodato su una poltrona,  non poteva
    andar a vedere la nipotina.
    Quella paternit lo gonfiava,  gli solleticava dolcemente il cuore,  e
    lo faceva aggirare attorno alla culla della bimba  con  una  cert'aria
    d'importanza.  Ma  ogni  volta  che  voleva  prenderla  in braccio,  o
    semplicemente baciarla, Giacinta si trovava l pronta a impedirglielo.
    - Non vi accorgete che la bimba si secca? Bel gusto farla piangere!...
    Ma no; codesti baci cos frequenti le rovinano il visino!
    E lo allontanava,  duramente,  con gli occhi fiammeggianti  di  rabbia
    gelosa!
    - La vuole tutta per s!  - diceva il conte alla suocera, una mattina,
    intanto che questa posava sul seno della bimba una  carta  piegata  in
    quattro.
    Era il suo regalo di madrina,  l'atto di compra d'una villetta firmato
    in quel giorno.
    - Ha un brutto nome,  la Storta,  - aggiunse la signora Marulli.  - Ma
    potranno ribattezzarla "Villa Adelina".  Un palmo di terreno,  in riva
    al mare, con un guscio per ripararvisi: per il posto  incantevole!
    Giacinta,  dalla sorpresa,  non pensava a  ringraziarla.  Da  parecchi
    mesi,  la  sua  mamma era diventata un'altra;  ella non la riconosceva
    pi. Da persona pratica qual era, non essendo accaduto il finimondo da
    lei paventato,  la sua mamma si era facilmente rassegnata a rispettare
    i  fatti  compiuti;  contenta che il suo sogno di una vita tranquilla,
    fra gli agi e la considerazione, cominciasse gi a realizzarsi,  e che
    la  gente,  scordatasi d'onde ella veniva,  guardasse soltanto dov'era
    arrivata.
    Andrea,  con un pretesto o con un altro,  era tutto il giorno in  casa
    Grippa. Se si trattava anche di un affare da nulla:
    - Gerace, mi faccia lei questo piacere - gli diceva Giacinta.
    - Bravo Gerace! - aggiungeva il conte.
    Gi  egli  si  era  cos  abituato  a  vederlo  sempre  l,   che  non
    incontrandolo, una mezza giornata, premurosamente domandava:
    - E Gerace? Non si  visto?
    Andavano insieme alla Storta,  per far rimettere a nuovo  il  villino;
    una   passeggiata   di  due  chilometri  di  strada  pianissima,   che
    percorrevano a piedi,  fumando,  mentre il conte  ragionava  dei  suoi
    progetti  d'abbellimento: una terrazza sul mare,  un giardinetto dalla
    parte dell'entrata.  Spesso  per  il  conte  partiva  solo,  di  buon
    mattino;  e  tornava  la  sera,  all'ora  di pranzo.  Gli mandavano la
    colazione laggi.
    Andrea si sdraiava in quel suo stato, spensieratamente, senza calcoli,
    come v'era entrato.  Trovava naturale che  un  giovane  non  si  fosse
    lasciata  scappar  di  mano  un'avventura come quella.  Chi,  nei suoi
    panni,  non avrebbe fatto lo  stesso?  La  passione  lo  giustificava!
    Coloro,  parecchi!  che  sposavano  soltanto per la dote una donna non
    amata, spesso spesso non stimata,  non agivano peggio di lui?  Almeno,
    egli amava!
    Poi,   quella  vita  dolce,   tranquilla,  senza  grattacapi,  tra  le
    affettuose carezze d'una donna che doveva essere sua moglie e  che  da
    un  sofisma  di delicatezza femminile era stata spinta a maritarsi con
    un altro,  metteva  sempre  tra  lui  e  la  donna  amata  un  che  di
    indefinibile, tale da rinnovare giorno per giorno le intime attrattive
    del  loro legame.  A questo servivano ora,  un po' il sentimento della
    paternit,  e molto quelle che  Andrea  chiamava  le  esagerazioni  di
    Giacinta.
    - Tu vai sempre agli estremi!  - le diceva.  - Sarebbe meglio,  per la
    tua salute, che prendessi una balia.
    Giacinta,  al contrario,  era orgogliosa di  porgere  il  capezzolo  a
    quella  bocchina  affamata.  E  quando  le  manine  della  piccina  le
    pizzicottavano il seno,  col fare incerto d'una creaturina ancora  mal
    sicura  dei  propri movimenti,  ed ella sentivasi correre per tutto il
    corpo quei brividi di volutt cos  nuovi  per  essa,  doveva  proprio
    farsi  violenza  per non stringere pazzamente la bimba al seno,  e non
    soffocarla nel materno delirio d'un abbraccio.
    - Tu non le vuoi bene!  - rimproverava ad Andrea.  - Tu  non  le  vuoi
    bene!
    - Che sciocchezza!
    - Tu la baci poco, l'accarezzi di rado... Ma guarda!... Ma guarda!
    E  lo  trascinava  presso  la  culla e scopriva la bimba,  che,  mezza
    nascosta fra le bianche coperte,  pareva un grazioso fiorellino vicino
    a  sbocciare.  Avrebbe  voluto vederlo disfarsi di tenerezza,  come si
    sentiva disfare lei:
    - No, tu non le vuoi bene.
    Quando la bimba era sveglia,  Giacinta si divertiva a  solleticarle  i
    labbrini e il mento con la punta dell'indice:
    - Via, un sorrisino al babbo!... Un altro alla mamma!
    E  la  levava  di  culla e la metteva in braccio ad Andrea,  perch la
    dondolasse o la spasseggiasse, intanto ch'ella,  gettatogli un braccio
    intorno  al  collo,  seguitava  a  ciangottare colla figliolina il suo
    strano linguaggio materno: parole mozze, interrogativi,  esclamazioni,
    una  fitta  di  suoni  inarticolati,  che  dicevano  pi  di qualunque
    ragionevole discorso.
    Andrea si adattava malvolentieri a la sua parte  di  balio.  E  se  la
    bimba,  svegliatasi di cattivo umore,  strillava, e non c'era verso di
    racchetarla e farla addormentare:
    - E' noiosina! - brontolava, pur continuando a dondolarla.
    E le cantava,  ridendo di s stesso,  una ninna  nanna  rimastagli  in
    mente:

    "Suonno che 'ngannaste a lu leone
    'Nganname a Nenna mia pe doje ore;
    Suonno che 'ngannaste a lu villano,
    'Nganname a Nenna mia 'fin'a dimane!"


    19.

    Dalla  stanza dove i dottori aspettavano il loro collega pel consulto,
    si sentiva di tanto in tanto un urlo,  un  guaito  del  povero  signor
    Paolo  divorato  dalla  podagra.  Questa  volta era troppo!  Quei cani
    arrabbiati che gli pareva d'aver dentro,  dopo aver rose le estremit,
    montavano su, su, per finirlo!
    - No, babbo  un accesso come gli altri: lo ha detto il dottore.
    Giacinta, accorsa a installarsi da infermiera al capezzale del malato,
    lo andava confortando cos; ma non era sincera.
    - Povero babbo!  La sola persona che non m'abbia mai fatto del male! -
    ella pensava,  guardandogli  le  mani  deformate,  i  piedi  rigonfii,
    stirati sopra un monte di cuscini.
    - Povero babbo!  - tornava ad esclamare internamente, vedendo la mamma
    che non si fermava mai pi di qualche minuto  in  camera  del  malato,
    perch - assicurava - non poteva reggere a tanto strazio!
    Di  l,  i  dottori  attendevano,  consultando  spesso l'orologio,  in
    compagnia di Andrea e del conte. Mentre questi,  seccato,  mettevasi a
    guardare  le  stampe in cornice appese alle pareti,  Andrea batteva il
    tamburo con le dita sulla spalliera d'una sedia.
    - E' stato cinque anni in America - disse il dottor Balbi  al  vecchio
    collega seduto accanto a lui.
    - Medicina americana! - rispose l'altro.
    E Andrea, vedendogli fare quella smorfia di disprezzo, pens:
    -  Hanno  paura  che  il  nuovo arrivato non ammazzi la gente pi alla
    spiccia di loro!
    Il dottor Follini, preceduto dalla contessa, giunse all'ora precisa, e
    i due dottori,  salutatolo,  lo squadrarono  da  capo  a  piedi.  Quel
    giovane,  alto,  snello e biondo, non prometteva nulla di serio. Ma il
    Balbi, con la sua aria di dottore che la sa lunga, non fu meno cortese
    per questo.  E cominci la relazione "ab  ovo",  parlando  lentamente,
    riposatamente,  con  pause  soffiate di naso,  e citazioni latine.  Il
    dottor Costa, rovesciata indietro la testa di "bulldog",  con la bocca
    e  gli occhi socchiusi,  pareva mezzo addormentato dalla monotona voce
    del collega. Il dottor Follini ascoltava attentamente,  con deferenza.
    E  di  tratto  in  tratto,  i  guaiti  del  signor  Paolo  arrivavano,
    strazianti,  a interrompere  l'intercalare:  "veda",  "veda",  che  il
    dottor  Balbi  profondeva  in  quest'occasione  con  pi frequenza del
    solito.
    Il dottor Follini non rispose nulla: volle  entrare  dall'ammalato.  E
    neppure l aperse bocca.
    I due vecchi colleghi si guardavano negli occhi, sorpresi dal silenzio
    di quel ciarlatano all'americana, com'essi gi lo chiamavano fra loro.
    Tornati in salotto, il Follini disse:
    -  A mali estremi,  rimedi estremi;  io,  disperatamente,  propongo il
    curare.
    Quegli altri si ammiccarono malignamente, diffidenti:
    - Il curare aveva detto?
    - E' un terribile veleno - continu il dottor  Follini.  -  Preso  per
    bocca,  anche a grandi dosi,  non produce cattivi effetti;  anzi, per
    le malattie nervose,  un rimedio efficacissimo.  Sciolto nell'acqua  e
    iniettato  nel  sangue  con  la  punta  d'uno spillo intintovi dentro,
    uccide in pochi minuti.  Stranissimi i  sintomi.  L'uomo  o  l'animale
    colpito  prova  una specie di stordimento,  una stanchezza,  e pare si
    addormenti.  In una foresta del  Brasile  ho  veduto  morire  cos  un
    indiano.  La freccia avvelenata,  tirata ad un uccello, gli era caduta
    addosso,  ferendolo a un braccio.  "E' finita!" esclam!  E toltasi di
    spalla,  insieme  con l'arco e le frecce,  la piccola scatola di bamb
    che conteneva il veleno,  si adagi sull'erba.  Dieci minuti dopo  era
    morto, senza il pi lieve contorcimento.
    Giacinta non aveva perduto una sillaba della strana narrazione.
    Una  settimana  dopo  la  disgrazia del suo povero babbo,  trovata nel
    taschino della veste la boccettina che il dottore  le  aveva  affidato
    per somministrare il rimedio all'infermo, prov un brivido di terrore;
    e  se  la lasci cascar di mano,  quasi avesse potuto inavvertitamente
    avvelenarsi.
    - Sciocca! Che pericolo c'?
    Ripresa la boccettina,  accostatasi alla finestra,  osserv  in  pieno
    sole,  con  viva curiosit,  quel pezzettino di roba scura simile a un
    chicco di canapuccia.
    - La morte! Pare impossibile!
    E pensava a quell'indiano che,  toltisi di spalla l'arco,  le frecce e
    la scatola di bamb, s'era sdraiato sull'erba per morire. Le pareva di
    vederlo,  sotto  gli alberi della foresta,  con tanta evidenza come lo
    aveva descritto, il Follini.
    - La morte! Una morte rapida, sicura,  dolce come il sonno!...  Ma che
    me n'importa? Oh, la vita  troppo bella; io l'assaporo appena. E' fin
    bella anche quando  trista.
    Ma intanto voltava e rivoltava la boccettina contro il sole,  intenta,
    affascinata dal chicco nerastro che poteva dare  una  morte  dolce  al
    pari del sonno.





















    Parte terza.


    1.

    La  pioggia  che  scrosciava  violenta  come la grandine sui cristalli
    della finestra,  il vento che urlava lamentosamente dentro la gola del
    fumaiolo, rendevano pi raccolto e pi intimo il silenzioso tepore del
    salotto.
    Andrea,  senza scomodarsi dalla poltrona dov'era disteso,  prendeva di
    tratto in tratto con le molle un bel pezzo di legna  e  lo  aggiungeva
    agli  altri tizzi che scoppiettavano fiammeggianti nel caminetto.  Pi
    in l,  accanto al tavolino ingombro di matassine di lana  di  diversi
    colori, Giacinta lavorava a una piccola tappezzeria, girando sul pugno
    il  filondente,  tirando  la  corta gugliata con un movimento nervoso,
    alzando il capo quando i tizzi all'improvviso crollavano,  e la fiamma
    si sminuzzava in tante linguette azzurrognole, agitantisi sulla brace.
    Il  vento  che  urlava  fuori,  la  pioggia che sbatteva sui cristalli
    rompevano  a  mala  pena  quel  silenzio  pieno   d'impaccio.   Andrea
    ricominciava  a  farsi  una  sigaretta,  assestando  diligentemente il
    tabacco, agguagliandolo,  saggiandolo fra le dita prima d'avvolgere la
    carta: e Giacinta, lasciate cader le mani sulle ginocchia, lassamente,
    lo  guardava  fisso,  con qualcosa sulla punta della lingua che non le
    riusciva di buttar fuori.
    Marietta,  che recava della  biancheria  da  tavola,  si  era  fermata
    sull'uscio.
    - E' andato a letto? - domand Giacinta.
    - Il signor conte si sta spogliando.
    - Ha cenato?
    - No, signora contessa.
    - Perch?
    - Vuole che ne domandi a Battista?
    - No. Prepara qui; sar meglio, vero?
    -  Pare anche a me - rispose Andrea,  chinato per accendere a un tizzo
    la sigaretta.
    Giacinta ripose nel cestino il suo lavoro e si alz da sedere.
    - La bambina?
    - Dorme, signora contessa.
    Mentre Marietta cominciava  ad  apparecchiare,  ella  avvicinavasi  ad
    Andrea.  Con  le  braccia sulla spalliera della poltrona,  gli parlava
    all'orecchio:
    - Dimenticone!...  Oggi compionsi quattro anni;  non  vi  hai  neppure
    badato!... E sembra proprio ieri!
    - Quattro anni! - replic Andrea.
    - Tu lo dici in un modo...
    - Come vuoi che lo dica?
    E col capo abbandonato, con le gambe accavalciate, seguitava a fumare.
    Giacinta, un po' commossa, riprendeva:
    -  Ti  rammenti  di  quella sera presso il caminetto nel salotto della
    mamma? Io ero al tuo posto; e tu, piegato un ginocchio, armeggiavi con
    le molle e facevi spegnere la fiamma...
    - S,  s!  - brontol Andrea,  stringendo la sigaretta fra le labbra,
    strizzando gli occhi.
    -  Te  ne  rammenti?  Io  ti dissi: "Stia fermo,  fa peggio".  E tu mi
    rispondesti: "Dice bene.  Destar fiamme non  il mio forte".  Quel tuo
    accento turbato mi rimase nell'orecchio.
    - S, s!
    Giacinta si rizz sulla vita, sdegnosamente:
    - Se ti annoi, se...
    Ma  frenossi,  vedendo la Marietta che ritornava con un canestro pieno
    di posate, di bicchieri e di piatti.
    Andrea,  buttata la sigaretta  nel  fuoco,  in  piedi,  si  allungava,
    stirando in gi le braccia, aggrottando le sopracciglia:
    -  Aah!...  Nulla  impoltronisce  come  la  fiamma del camino!  Non mi
    muoverei di qui giorno e notte;  mi lascerei rosolare,  senza  tirarmi
    indietro!
    E tornava a stirarsi.  Nel silenzio, si sentiva soltanto il rumore dei
    piatti e delle posate che Marietta andava disponendo sulla tavola.
    - Se ti annoi,  dillo pure!  - insist Giacinta,  appena la  cameriera
    usc  di  nuovo.  -  Sei  stato  tutta  la  serata muto come un pesce,
    ruminando chi sa che cosa...
    - Io?
    - S.  Tu cominci a diventarmi strano...  Non posso  pi  star  zitta,
    soffro troppo!... T'annoi con me; confessalo!
    - T'inganni, t'inganni!
    Giacinta crollava tristamente il capo:
    - No,  non m'inganno.  Ho notato, fra gli altri, un terribile indizio.
    Son donna, capisci?
    - Quale?
    Andrea spalanc gli occhi, aspettando ch'ella parlasse; e le stese una
    mano per rassicurarla.
    - Hai ripreso a giocare - disse Giacinta, con aria severa.
    - Oh... figurati!
    Per si voltava di l,  un po' confuso,  per evitare le di lei pupille
    che gli penetravano nel cuore come una lama.
    -  Ti  voglio  tutto  per  me!...  Ti  voglio tutto per me!  - esclam
    Giacinta.
    E lo accarezzava con la voce,  stringendogli le mani fra le  sue,  non
    sapendo rimproverarlo altrimenti. Quegli si scusava:
    - E' stato due o tre volte, per compiacere agli amici. Mi parve brutto
    rifiutare...  - E tutt'a un colpo,  mostrandosi offeso, aggiunse: - Ho
    fatto male, ne convengo.
    - Non finger di fraintendere! - ella gli disse bruscamente.
    Nel sedersi a tavola  si  passava  le  mani  sulla  fronte,  atterrita
    all'idea  che,   insistendo  ancora,  avrebbe  forse  potuto  scoprire
    qualcosa di peggio,  dietro quel dubbio che le rodeva da pi  mesi  il
    cervello.
    -  Sarebbe  un'infamia!  - pensava.  - Una cosa contro natura!...  Nel
    naufragio della mia vita,  mi sono aggrappata a lui come a una  tavola
    di salvezza, e me gli aggrappo di giorno in giorno pi fortemente, per
    passione,  per  gratitudine...  E' nello stesso caso anche lui...  Non
    dovrebbe accadergli lo stesso?
    Marietta girava attorno, presentando le pietanze, levando via i piatti
    vuoti,  un po' sorpresa dall'insolito silenzio che gli urli del vento,
    cessata la pioggia, rendevano pi tristo e pi significativo.
    Andrea mangiava in fretta senz'avvedersene,  frugando nel cervello per
    trovarvi qualcosa da sviare quell'incubo; ma non trovava nulla! Il suo
    cervello era vuoto. E si mesceva spesso:
    - Il vino, forse, gli avrebbe sciolto la lingua.
    Scorgendo che Giacinta assaggiava le  pietanze  appena  con  la  punta
    delle  labbra,  assorta  chi sa da quali pensieri,  sent maggiormente
    aggravarsi addosso l'intero malessere che lo opprimeva:
    - Un bell'anniversario, davvero?  Ma la colpa  di lei che ingrandisce
    ogni  nonnulla  e  si  foggia  continui spauracchi.  Diamine!...  Dopo
    quattro anni  naturale non si rinnovino gli entusiasmi d'una volta...
    L'abitudine ammortisce le impressioni pi acute...  Ma perch  non  lo
    dico anche a lei? Perch sto muto?
    La pioggia ricominciava,  a sbruffi, a rovesci rabbiosi, a seconda del
    vento.
    - Tempo di levante - disse Andrea. - Ne avremo almeno per tre giorni.
    Giacinta rizz la testa:
    - Finalmente!... Mi pareva che non avresti aperto pi la bocca!
    Andrea, col naso nel piatto,  strappando con due dita un po' di crosta
    da un panino, fra un boccone e l'altro continuava:
    -  Me  lo  sentivo  da  due  giorni dentro le ossa.  Un malumore,  una
    fiacchezza!... L'umido, m'irrita i nervi. Sono un barometro.
    Giacinta,  per credergli e star tranquilla,  avrebbe  voluto  potergli
    leggere  in  cuore,  come  in un libro.  Non provocava una spiegazione
    perch temeva di far peggio;  e sentendolo parlare del cattivo  tempo,
    dell'umido,  dei  nervi,  senza che la voce di lui le rivelasse altro,
    assentiva col capo,  intanto che presentavagli il bicchiere perch  le
    versasse un po' d'acqua.
    - Toh! - egli disse a un tratto. - Dimenticavo di darti la notizia che
    Gessi  ed  Elisa son tornati questa mattina dal loro viaggio di nozze.
    Gli ho incontrati in carrozza, all'arrivo dalla stazione.
    E,  lieto d'aver trovato finalmente un soggetto  di  discorso,  rideva
    anticipatamente di quel che stava per dire:
    - Sai? La Elisa (pare impossibile!)  tornata pi nera, pi stecchita;
    con  certi  zigomi,  con  certi  denti!...  Ogni  bacio dev'essere una
    contusione pel povero Gessi.
    Giacinta  fece  mostra  di  sorridere.  La  Marietta,  per  non  farsi
    scorgere, torceva il capo:
    - Meno male! Un po' d'allegria veniva a galla. Le pareva fosse tempo.
    Ma  appena  intesero  nell'altra  stanza  un  rumore  di passi gravi e
    strascicanti, si guardarono tutti e tre negli occhi.
    - Il conte non era dunque andato a letto?
    - S, signora contessa. Battista  in cucina.
    - Si sar levato - disse Andrea.
    E il conte apparve in mezzo all'uscio,  cos sfigurato dalla  malattia
    che lo affliggeva da un anno da sembrare un vecchio;  il collare della
    camicia sbottonato,  i capelli in disordine.  Non riusciva ad infilare
    una manica del vestito.
    Entr  curvo,  un  po'  barcollante;  ma la tavola apparecchiata,  coi
    bicchieri e le posate che scintillavano,  col vino che accendeva nelle
    bottiglie trasparenze di rubino, gli fecero alzar la testa.
    - Oh, bene! Oh, bene!
    Batteva  le  mani,  avanzandosi  verso  la tavola con passo mal fermo,
    facendo scoppiettare le labbra, come se gi masticasse qualcosa.
    - Qui - gli disse, Andrea, cedendogli il suo posto.
    Marietta era mortificata:
    - Quello scimunito di Battista!
    E voleva scusarsi, per la sua parte, parlando alla padrona sotto voce,
    guardando il conte che s'era messo  subito  a  mangiare  nello  stesso
    piatto di Andrea.
    - Ho capito, non importa - rispose Giacinta.
    Il  conte,  dando  un'occhiata  ora  a  lei ora ad Andrea,  faceva dei
    bocconi grossi e masticava in fretta:
    - Non mi aspettavate,  vero? Non mi aspettavate!
    - Ti si sapeva a letto - risposero ad una volta Giacinta e Andrea.
    Stavano a vederlo mangiare, muti,  un po' imbarazzati,  sebbene Andrea
    non fosse tanto dolente dell'inattesa apparizione:
    - Era un diversivo.
    -  Giulio,  no;  il  dottore  non vuole - disse Giacinta,  fermando il
    braccio al conte, che voleva versarsi del vino.
    - Ah! Ah! Il dottore!... Ah! Ah!
    Egli rideva e parlava,  con la bocca piena,  tentando di svincolare la
    mano, dando da bere alla tovaglia:
    - Il dottore non  qui... Un gocciolino solo!
    -  No,  no;  lo  sai  bene,  il  dottore  non vuole!  - ripet Andrea,
    levandogli la bottiglia di mano.
    Il conte segu con gli occhi desolati Marietta  che  la  portava  via;
    poi,  subitamente  rassegnatosi,  riprese  a  mangiare,  ingollando  i
    bocconi appena masticati,  stendendo le mani lunghe e scarne al  pane,
    alle frutta,  ai vassoi delle pietanze, mettendoseli dinanzi, tutti in
    fila.
    - Che  fai  l?  -  diceva  alla  Marietta  guardandola  di  traverso,
    diffidente.
    Giacinta,  rimescolata da una piet sorda sorda,  non poteva pi levar
    gli occhi d'addosso al marito. Provava un intenerimento strano,  quasi
    un bisogno di piangere. E siccome Andrea cercava di prenderle la mano,
    sotto la tavola, ella la ritir vivamente.
    -  Almeno  un  gocciolino!  -  replicava il conte.  - Il dottore non 
    qui... Non gli diremo nulla!


    2.

    Giacinta viveva agitatissima:
    -  Dunque  Andrea  le  sfuggiva  di  mano?   Dunque  i   suoi   tristi
    presentimenti non l'avevano ingannata?
    Un'acutissima spina confitta nel cuore! Ma ella non la dava a vedere.
    Nei  ricevimenti  del  mercoled,  sempre  affollati,  sempre allegri,
    quando il Ratti,  o qualche altro diceva una briosa stramberia,  il di
    lei  riso  argentino  partiva il primo pel salotto,  come un razzo che
    desse il segnale.
    Il suo  bel  corpo  di  giovane  donna  era  in  piena  fioritura:  ne
    convenivano tutti. I suoi occhi non erano mai stati cos scintillanti:
    mai la sua voce e il suo sorriso non avevano esercitato un fascino pi
    potente.
    - Come faceva per rendersi bella a quel modo, per ringiovanirsi cos?
    La signora Villa la pregava, ridendo, di confidargliene il segreto.
    - Questo segreto chi non l'indovina? E' amata,  felice! - rispose una
    volta la Maiocchi.
    - Proprio! - si lasci scappare Giacinta, amaramente.
    - Che voleva dire?
    - C'erano dunque dei malumori?
    Le due amiche almanaccarono un'intiera settimana.
    - Vedi? Neppur questa sera  venuta a teatro - disse la signora Villa.
    La signora Maiocchi si sporgeva un po' fuori del palco per guardare in
    platea:
    - Non c' neanche Gerace.  Credo che un po' c'entri di mezzo il dottor
    Follini. Forse Gerace prende ombra.
    - Dal dottore? E' troppo serio. Dico bene?
    - Benissimo! - rispose Porati a cui la signora Villa s'era rivolta.
    E terminato il primo atto della "Favorita", come il palco si riemp di
    visitatori,  tutti  continuarono  a  ragionare  di  quella  misteriosa
    esclamazione.
    - Nuvoli per aria!
    - Tempesta vicina!
    Porati non ne credeva nulla:
    - Quel diavolo di napoletano l'ha stregata.
    -  Dite che non c' pi giovani al giorno d'oggi!  - esclam il Mochi,
    lasciando cadere sdegnosamente il suo monocolo.
    - Piuttosto - aggiunse il commendatore Mazzi,  procuratore  del  re  -
    dite  che  quella  donna  ha  un  gran carattere.  Tanta arditezza nel
    mettere in mostra  una  condizione  anormale,  e  tanta  austerit  di
    passione, non si veggono, convenitene, tutti i giorni.
    -  E  continuava,  con  una leggiera intonazione declamatoria,  fra il
    silenzio di tutti: - Forse abbiamo l un caso di patologia morale  non
    ordinario. Che ne pensa il dottore?
    - Il dottore  sospetto.
    -  Perch,  signora Villa?  - domand il Follini che,  entrato in quel
    punto, era rimasto in fondo al palco.
    - E' il medico di casa.
    - Una ragione di pi per conoscere pi intimamente la contessa. Ma io,
    bench la studi da un pezzo,  non arrossisco di  dichiarare  che  n'ho
    capito poco o nulla finora.
    - Studii,  studii,  dottore! Intelligente com', finir col capire. Le
    donne...
    Risero tutti, interrompendolo.
    - Quel Mochi! Sempre lo stesso!
    - ...  somigliano ai vulcani.  Per comprenderne qualche cosa,  bisogna
    fare  come...  come...  insomma,  come  quel  filosofo dell'antichit:
    buttarvisi dentro.
    - Un'esperienza pericolosa.
    - Il povero conte dev'essere imbecillito per questo.
    - Lei stia zitto!  - disse la signora  Mochi  a  Ratti.  -  E'  sempre
    maligno.
    -  Se  la  malattia fosse ragionevole,  poich ci s' messa,  dovrebbe
    finire l'opera sua.
    - Ratti! Ratti!
    - In quanto a questo - entr a dire il Follini -   probabile  che  al
    Gerace gli si debba allungare un po' il collo, aspettando.
    - Povera Giacinta!
    La signora Villa,  dopo che il dottor Follini si licenzi,  non sapeva
    ancora  persuadersi  che  in  quell'affare  di  Giacinta   colui   non
    c'entrasse per nulla.
    -  Aveva,  certamente,  la  scusa  di visitare tutti i giorni il conte
    ammalato.  Ma,  entrato in casa Grippa,  quel  benedetto  dottore  non
    trovava  pi  il  verso d'andarsene.  Ella li aveva sorpresi parecchie
    volte,  Giacinta e lui,  che conversavano  nel  salotto,  intimamente.
    Anzi,  Giacinta un giorno,  quasi per scusarsi, le aveva detto: "E' il
    mio confessore, un confessore troppo severo!" Sia.  Ma quel confessore
    biondo e giovane non poteva garbare a Gerace...
    Il  Follini,  invece,  studiava Giacinta con la fredda curiosit d'uno
    scienziato  di  fronte  a  "un  bel  caso".  L'eredit  naturale,   le
    circostanze  sociali  glielo spiegavano fino a un certo punto.  Ma per
    lui, gi discepolo del De Meis all'universit di Bologna, per lui che,
    se non credeva nell'anima immortale, credeva all'anima e allo spirito,
    una passione come quella non poteva esser soltanto il  prodotto  delle
    cellule, dei nervi e del sangue. E voleva scoprirne tutto il processo,
    l'essenziale.
    Gli  interessava pel suo libro "Fisiologia e patologia delle passioni"
    a cui lavorava da due anni. Perci,  quando gli capitava,  mettevasi a
    interrogare  destramente  Giacinta,  a  confessarla,  com'ella diceva,
    ingegnandosi di sorprendere i sintomi nella loro spontanea attivit.
    Una sera che la contessa pareva  allegrissima  e  faceva  scoppiettare
    attorno  a  lei  le  sue frasi vibranti e frizzanti,  il dottore s'era
    seduto in un angolo, fuori di vista, per osservarla con pi comodo.
    - No,  quell'allegria non era sincera;  glielo dicevano gli  occhi  di
    lei,  che lampeggiavano stranamente,  le labbra le si inaridivano cos
    presto.
    Appena Giacinta si avvide delle pupille quasi severe  che  le  stavano
    addosso,  cominci,  gradatamente,  a  provare  un  impaccio anche nei
    movimenti.  Sforzatasi a continuare il discorso,  si era sentita quasi
    legare la lingua e diventar distratta,  incoerente. E si alz, traendo
    un gran respirone, come se le fosse venuta meno l'aria.
    Passando,  visto il Merli che conversava con Mochi  e  con  l'ingegner
    Villa:
    - Lei fa bene a star sempre tra gli uomini seri - gli disse ridendo.
    -  Pare  che  sia  l'unico  modo  di  farla  ridere!  - rispose Merli,
    facendole un piccolo inchino.
    - Toh! Anche dello spirito?
    Intanto aveva gli occhi sul dottore,  che si era accorto della manovra
    di lei.
    -  Insomma  -  domand alla Maiocchi incontrata nel passaggio - i tuoi
    sposini vivono proprio da romiti?
    La signora Maiocchi si strinse nelle spalle:
    - Che vuoi? Bisogna lasciarli fare.
    Follini era andato incontro a Giacinta:
    - Soffre?
    - Chi soffre non ride.
    Era un po' stizzita. Come faceva quell'uomo per leggerle cos bene nel
    cuore?
    - Ah!  lei dimentica che sono  il  suo  medico  -  disse  Follini  con
    dolcezza.
    -  Ha  ragione.  Ma,  Dio mio!  che gliene preme?  Perch mi osserva a
    quella maniera?
    - La studio.
    - Mi fa soffrire;  s,  mi fa soffrire.  Sono in via d'ammalarmi.  Sia
    buono; mi aiuti a morir presto.
    - Non  precisamente il mio mestiere.
    - A domani?
    - A domani.
    Giacinta sorrise.
    - Come deve soffrire questa donna per sorridere cos!  - rifletteva il
    dottore.
    Il giorno dopo and da lei un po' pi presto del solito.
    - Dunque  una cosa grave?
    - Forse no - rispose Giacinta.  - Forse   un'esagerazione  della  mia
    fantasia. Mi  penetrato qualcosa qui, che mi rode la vita. Vi son dei
    momenti  che  mi credo sul punto di diventar pazza addirittura...  S,
    qualcosa,  che m'impedisce di pensare ad altro,  che mi assorbe  e  mi
    succhia  il  midollo  delle  ossa.  Mi  dia dell'oppio,  dottore.  Son
    parecchie notti che non dormo.
    - Mi permette qualche domanda? Sar discreto.
    - Interroghi pure. Non ho segreti per lei.
    - Di che si tratta?
    - Di nulla.  Sospetti,  cattivi fantasmi...  Ma  intravvedo  una  cosa
    orribile.
    - ...Ha egli cambiato abitudini?
    -  Si  sforza di non farmene accorgere;  ma io indovino lo sforzo.  E'
    peggio.
    - Quest'uomo  dunque parte integrale della sua vita?
    - Tutto!
    - E' strano, inconcepibile! - esclam il dottore abbassando la voce.
    - Perch?
    - Debbo dirglielo?... E' una persona comune, quasi volgare...
    - M'ama!... Mi ha amato! - si corresse Giacinta, tristamente.
    Quelle due inflessioni di voce colpirono il dottore.
    - E' una ragione, ne convengo. Per, dopo tutto lei sentir, di quando
    in quando, un'aspirazione verso qualche cosa di pi elevato; la sente,
    ne son sicuro.
    - Amando,  la persona amata ci apparisce unicamente quale  noi  ce  la
    foggiamo; l'ho osservato un po' negli altri, un po' in me stessa. Poi,
    le circostanze modificano tutto. Le piccole qualit possono valere pi
    delle grandi; i difetti diventare un merito. Da che cosa lei crede che
    dipenda il predominio di lui sul mio cuore? Quasi unicamente da quella
    sua  mitezza di carattere,  da quella sua bont che gli altri,  forse,
    chiamano debolezza. Mi amava diversamente da tutti, compatendomi...  E
    gli ho immolato ogni cosa, e n'ho fatto lo scopo della mia vita!... Il
    disinganno mi ucciderebbe. Gi... mi sento colpita.
    Il  dottore  rimaneva  indeciso.  Certe  inflessioni,  certe sfumature
    dell'accento e della voce di lei, alcuni rapidi movimenti delle labbra
    e degli occhi gli  avevano  rivelato  assai  pi  che  le  parole  non
    dicessero.
    - Vi  un solo rimedio - rispose. - Viaggi.
    - Mi faccia dormire; non le chieggo altro!
    Follini cav di tasca il portafogli,  scrisse la sua ricetta e la pos
    sul tavolino.
    - Un cucchiaio, prima d'andare letto... Oh, la cattiva bambina!
    E si mise a fare  una  carezza  all'Adelina  che,  entrata  di  corsa,
    scalmanata, s'era afferrata al collo della mamma coprendola di baci.
    - Non si dice nulla al dottore? - la rimproverava la mamma.
    La  bambina  gli  fece  una  smorfietta,  ma  un  colpo  di  tosse  la
    interruppe.
    - Badi: la stagione  pericolosa. La difterite infierisce.
    Giacinta trasal e  strinse,  istintivamente,  la  figliolina  tra  le
    braccia:
    - E' un po' calda,  vero?... Non mi faccia paura.
    La  osservava tutta,  passandole le mani sul viso,  prendendola per le
    manine,  interrogando con occhio  inquieto  ora  la  bambina,  ora  il
    dottore:
    - Le tasti il polso.
    Adelina  stava ferma,  seria seria,  accigliata,  sospettosa di quella
    mano del dottore.
    - C' un po'  di  febbre...  La  cattiva  signorina  ander  a  letto:
    capisce?  E  star  tranquilla,  altrimenti  la mamma non le vorr pi
    bene...
    - Se lo avessi saputo! - esclam Giacinta, impallidendo. - Ier sera la
    trattenni fuori fino  a  tardi.  Aveva  freddo;  voleva  tornarsene  a
    casa...  Ma  non    nulla,  spero...  Mi  dica  che  non  nulla;  mi
    rassicuri!
    - Speriamolo!  - rispose il dottore,  impensierito  di  certe  macchie
    violette della faccia di Adelina.


    3.

    La striscia di luce rosata che il sole,  vicino al tramonto,  stendeva
    sulla coperta del lettino e sul tappeto,  parve  a  Giacinta  di  buon
    augurio.   La  camera  sorrideva,  soffusa  da  quella  soavit  rosea
    penetrante dai larghi cristalli della finestra;  e  il  cuore  di  lei
    sorrideva, egualmente, per una rosea speranza mescolata di tristezza.
    Il  respiro  affannato  della  sua  creaturina  le  dava  un  senso di
    stringimento alla gola, come se una mano gliela premesse. Di tratto in
    tratto, la bambina agitava sui guanciali la testina bionda, smaniando;
    e Giacinta rizzavasi un po'  dalla  seggiola,  trattenendo  il  fiato,
    guardando con terrore, strizzandosi forte le mani, quasi avesse potuto
    a quel modo, arrestare l'accesso:
    - Oh! Dio!... Oh! Dio!
    Poi, tosto calmatosi l'accesso, ricadeva sfinita sulla seggiola.
    - Non  nulla - le diceva Andrea per confortarla.  - La malattia fa il
    suo corso regolare. Non  nulla!
    Seduto presso il capezzale,  dirimpetto a Giacinta,  egli  sapeva  pur
    troppo  che  la  cosa era grave.  Il dottor Follini gli aveva detto in
    disparte: "Non passer la nottata!" E in quel momento Andrea osservava
    che s'era aspettato di provare un dolore pi vivo,  un grande strazio.
    Infine,   quella  creaturina  non  era  carne  della  sua  carne?   Ma
    confrontando il suo dolore con quello di Giacinta che  pareva  volesse
    impazzire, pensava che l'uomo  duro di cuore e perci si crede il pi
    forte.
    Adelina  era ricaduta nel suo stanco abbandono,  col respiro affannato
    ma uguale. Allora, nel triste silenzio della camera, Giacinta,  un po'
    rassicurata,  tornava ad avventare gli sguardi addosso ad Andrea,  che
    li evitava restando a capo  chino,  come  chiuso  nel  dolore.  Quegli
    sguardi lo imbrogliavano:
    - Che ci sia qualcosa di nuovo?
    E  accortosi  che  Giacinta  stava  per  parlare,  tent  di sviare il
    pericolo:
    - L'aria della stanza  rarefatta. Dovremmo rinnovarla. Non ti pare?
    Si alz per aprire l'invetriata, badando che la corrente non andasse a
    colpire Adelina: e rimase presso la finestra:
    -  Ora  s,  si  respira!   Bisogna  rinnovare  spesso  l'aria;   l'ha
    raccomandato il dottore.
    -  Non ho pi testa - rispose Giacinta,  mettendosi a sedere presso il
    capezzale, per scacciare una mosca noiosissima dalla faccia impaziente
    della bambina.
    Si sentiva la sua respirazione, un rantolo lieve. Intanto gli occhi di
    Giacinta restavan fissi su Andrea.
    - Sei contento del tuo nuovo alloggio?  - gli domand improvvisamente.
    Non sapeva ella stessa perch gli facesse in quel punto tale domanda.
    -  Mah!...  -  rispose Andrea.  - Io mi contento facilmente.  Due sole
    stanzine e fuori di mano; per tranquille,  arieggiate.  Posso dormire
    fino alle dodici del mattino,  senza che un rumore mi svegli. N mi vi
    sento, come altrove nei primi giorni,  un pochino spostato.  Mi sembra
    d'avervi abitato da anni. Insomma, un ambiente discreto.
    Parlava   con   un   accento   di  rassegnazione  alquanto  esagerato,
    distrattamente,  con gli occhi rivolti al cielo striato  di  nuvolette
    rossiccie.  E  un vivo sentimento di rimorso e di paura lo tormentava,
    se mai il suo imbarazzo lo  avesse  tradito.  Giacch  in  quel  nuovo
    alloggio,  una  gentile  personcina,  la figlia della padrona di casa,
    contribuiva pi di tutto a rendergli "discreto l'ambiente".  Da alcune
    settimane  egli  sentivasi dolcemente riposare gli occhi alla vista di
    quella figurina svelta, dai lineamenti puri, dal colorito vivace, come
    se qualcosa di fresco e di gentile emanasse  da  quell'aspetto  sempre
    sorridente.  Eppure  la poverina era assai minacciata dagli sbocchi di
    sangue che ricomparivano una o  due  volte  alla  settimana,  gettando
    babbo,  mamma,  e anche lui in una muta oppressione, affliggentissima.
    Pensava appunto a quella  ragazza,  quando  Giacinta  gli  rivolse  la
    parola;  e si contenne a stento.  Gli era parso ch'ella gli avesse gi
    letto nel cuore.
    Per fortuna, Adelina torn ad agitarsi, a lamentarsi, a tossire.
    - Andrea, oh Dio! Andrea!
    - Non  nulla. Vedi?
    La  bambina  spalancava  gli  occhietti  smorti,   girandoli  attorno,
    invocando soccorso...
    - Oh quegli occhi! - esclamava Giacinta. - Paion coperti di un velo di
    polvere, d'una nebbia!
    - No, anzi!
    Ella si chetava apparentemente; e continuava a ruminare il suo terrore
    invincibile:
    -  Era la sua cattiva stella!...  Quella povera innocente forse pagava
    per lei!
    E  voleva  scacciare  il  sospetto  -   Una   bestemmia!   -   diceva,
    rimproverandosi  - che l'assediava notte e d,  da quattro giorni: che
    Andrea,  col suo cattivo influsso,  attirasse quella  disgrazia  sulla
    bambina... per disfare cos il pi forte anello della loro catena:
    - Oh! una bestemmia!
    Pure, anche in quel punto, sorgevano a formicolare per la gola tutti i
    fieri  rimproveri che avrebbe voluto fargli sin dal giorno avanti.  Ma
    li ricacciava indietro,  vinta da un'inattesa debolezza  in  faccia  a
    quell'uomo  sul  quale  aveva sempre dominato e dominava con l'energia
    del proprio carattere. Si sentiva sgomenta:
    - E se le mie parole facessero peggio?
    Avrebbe voluto ridursi piccina piccina, per non urtarlo di fronte, per
    non  irritarlo,   per  rendersi  sopportabile.   E  mentre  le  veniva
    d'implorare grazia e chiedere piet, si stizziva contro di s medesima
    perch  commetteva un sacrilegio di amor materno,  pensando a lui e ai
    propri dolori di amante anche l,  innanzi al letto della sua  bambina
    in agonia!
    A un tratto,  si scosse, s'avvicin a Gerace, e presagli risolutamente
    una mano:
    - Andrea, tu m'inganni!
    E senza dargli tempo di rispondere, tratto dal taschino del vestito un
    piccolo foglio, glielo spiegazzava sotto gli occhi.
    - Vile usuraio! - borbott Andrea, riconosciuta la sua cambiale.
    - Che ti ha spinto a questo? - riprese Giacinta.
    - Ah! forse tu credi che l'abbia mandato qui io?
    - Perch una cambiale? Perch volerla rinnovare?
    - E' una cosa che mi riguarda - rispose Andrea mortificato.
    - E me no, dunque?...  Oh,  Andrea!  Tu mi inganni,  tu non m'ami pi!
    Perch ricusi di servirti del mio denaro?  Non  anche cosa tua? Ti ho
    mai chiesto conto di nulla? Non sei padrone assoluto? Tu m'inganni! Tu
    non m'ami pi!
    - Calmati! Zitta...
    Quei  rimproveri  a  voce  repressa   lo   colpivano   vivamente,   lo
    sbalordivano. Era la prima volta ch'ella glieli faceva cos aperti.
    -  Sono  sempre  lo  stesso,   credimi!...   Solamente...  non  volevo
    abusare...
    E, per rabbonirla, la stringeva tra le bracca, la baciava.
    - Non mentire! - riprese Giacinta con la voce raddolcita.  - Non me lo
    merito. Abbi il coraggio di dirmi che non m'ami pi, se mai fosse vero
    che tu non m'ami pi;  abbi il coraggio di dirmelo!  Preferisco questa
    spaventevole certezza al tormento del dubbio.  Tu sei  tutto  per  me!
    Perch non dovresti pi amarmi? Che ti ho fatto di male?
    Gli  s'era  gettata  al  collo,  ripetendo le stesse parole: - Abbi il
    coraggio di dirmelo!  Tu sei tutto per me!  - ma con intonazione  cos
    variata, che le rendevano diverse e pi efficaci.
    - Me lo assicuri?... Me lo giuri?
    - Te lo giuro. Far tutto quello che vuoi.
    - Mi basta. Ah! Il cuore mi si slarga! Respiro!...
    Al  colpo di tosse della bambina che s'era mezza riversata fuori delle
    coperte,  Giacinta si volt e spinse  violentemente  Andrea  verso  il
    letto,  senza  poter  gridare,  con gli occhi quasi fuori dall'orbita,
    guardando la sua figliolina che agitava in  una  crisi  terribile  gli
    sciolti capelli d'oro sulla sponda del letto. Poi cacci un grido e si
    lasci   cadere   sulla  seggiola,   premendo  i  pugni  sugli  occhi,
    balbettando:
    - Muore!... Muore!...
    Per la camera avveniva una gran confusione.
    Marietta,  accorsa per prima,  si dava desolatamente  dei  pugni  alla
    testa:
    - Ah, Madonna benedetta! Ah, Madonna!
    E invece di aiutare il Gerace col riporre la bambina sotto le coperte,
    lo impicciava.
    Venne  ad aiutarlo Elisa Gessi,  sopraggiunta in quel punto con la sua
    mamma e la signora Villa.
    Queste intanto cercavano di confortare Giacinta:
    - Non perderti d'animo!
    - I bambini resistono a colpi pi forti!
    La signora Maiocchi faceva valere la sua esperienza  di  quando  Elisa
    era bambina.
    - Ecco il dottore! - disse la signora Villa.
    Giacinta gli stese le braccia con le mani giunte.
    - Ah, dottore! La mia bambina! La mia povera bambina!
    Silenzio  profondo.  Tutti gli occhi si rivolsero a quel viso pallido,
    dalla barbetta bionda, che a Marietta pareva proprio il viso di nostro
    Signore sul punto di fare  un  miracolo.  Solo  Giacinta,  non  osando
    guardarlo,   annichilita,   con   la  faccia  tra  le  mani,   tendeva
    ansiosamente l'orecchio, come chi attende una condanna!
    Il dottore si era allontanato dal letto senza dir nulla.
    - Dunque? - gli domand Andrea sotto voce.
    - E' affare di minuti. Portino via la mamma - rispose il Follini.
    Allora Andrea,  la signora Villa e Marietta si schierarono davanti  al
    lettino per impedire la vista a Giacinta,  che si lasciava trascinare,
    macchinalmente dalla signora Maiocchi e da Elisa.
    Non  piangeva;   si  sentiva  fulminata,   si  sentiva  morire   sotto
    l'impressione  di  un rimorso,  come se ella medesima avesse uccisa la
    sua creatura,  con le proprie mani snaturate!  E la smania d'accusarsi
    di tal delitto al cospetto di tutti le soffocava il cuore,  le rendeva
    convulsa la lingua.
    Vagellava:
    - Oramai! Tutto  finito! Ogni nodo s' rotto!... Ahim,  forse non lo
    rivedr pi...
    Ma  come  le  lagrime  cominciarono  a  sgorgarle  abbondanti,  tra  i
    singhiozzi che parevano strozzarla, ebbe orrore del suo vagellamento:
    - E pensava a s, in quel punto?... Oh! Mamma senza cuore!...
    Con  un  tremito  che  la  squassava  tutta,  si  aggrappava  a  Elisa
    supplicandola  di lasciarla andare,  di farle vedere la sua creaturina
    per l'ultima volta. Di fargliela baciare... per l'ultima volta!...
    - Vestitela come un'angioletta, tutta di bianco; copritela di fiori...
    Il suo vestitino pi bello  l...  No,  voglio prenderlo io...  Anche
    gli stivalettini nuovi... quegli altri!...
    Poi ricadde, inerte, con gli occhi fissi fissi, sbarrati.
    - Meglio cos! - disse il dottore.


    4.

    Due settimane dopo, era tuttavia sbalordita. In ogni angolo della casa
    ritrovava  un ricordo della sua bambina;  tanti colpi di coltello!  Si
    aspettava,  di momento in momento,  che un  uscio  si  aprisse  e  che
    l'Adelina  le  balzasse  incontro,  scotendo  quei  suoi capelli d'oro
    arruffati,  da piccola selvaggia...  Ahim!  Tutti gli usci rimanevano
    chiusi,  e la casa si schiacciava sotto una tristezza enorme,  che non
    sarebbe finita mai pi!
    - Mai pi!  Oh,  n'era certa!  In quella disgrazia le s'era sviluppato
    una  terribile  facolt:  vedeva  le  cose proprio com'erano,  spoglie
    d'ogni fallace apparenza;  e si sentiva gi disillusa della vita.  Non
    gliene importava pi nulla. Per chi doveva importargliene?
    - Per chi ti vuol bene - gli rispondeva Andrea.
    - Ah!... C' ancora qualcuno che mi voglia bene?
    A  queste  parole,  pronunziate con accento di sconforto,  di distacco
    rassegnato, senz'ironica amarezza, Andrea non insistette:
    - Povera Giacinta! Gli faceva piet.
    E le stava intorno, da mattina a sera, premuroso, affettuoso,  dolente
    che le sue parole di consolazione non producessero nessun effetto.
    A  vederlo  cos,  a sentirlo parlare a quel modo,  Giacinta pi tosto
    s'irritava:
    - Mi prendi dunque per una bimba? E' inutile. Ho aperto gli occhi!  Le
    belle parole non mi lusingano pi!
    Voleva morire, lo ripeteva spesso:
    - Sar dolce riposare accanto alla propria creaturina,  sotto le zolle
    umide e fresche, nel gran silenzio, nel gran buio!...
    - Ma che discorsi son questi? - rispondeva Andrea, rivoltandosi.  - Io
    non aveva mai creduto che quella figliolina occupasse un s gran posto
    nella nostra vita,  nella mia,  specialmente,  lo confesso; ma dal mio
    dolore capisco che il tuo dev'essere immenso.  Per,  bisogna prendere
    il mondo com'. Che si rimedia?
    Giacinta lo lasciava dire.  Se ne stava sola sola nella penombra della
    camera, rannicchiata su d'un canap.
    Non voleva n pensare, n accorgersi di vivere; e si affondava, con un
    accanimento  dolorosamente  voluttuoso,   in  quel  suo  torpore   che
    somigliava  alle  sonnolenze  snervanti  di  certe tiepide giornate di
    autunno.
    Quando Andrea  o  qualche  amica  veniva  a  riscuoterla,  levavasi  a
    malincuore,  con  lentezza  da  sofferente;  talvolta  non  si  levava
    neppure, e riceveva le amiche a quel modo, scusandosi:
    - Mi sento tutta rotta,  fiaccata...  Non so.  Cos,  provo un po'  di
    sollievo.
    -  Invece  t'impoltronisci,  ti sfibri - le disse un giorno la signora
    Villa.
    - Che male c'? Tanto, non ho pi voglia di nulla!
    Il cicalio della signora Villa e di Elisa Gessi le aliava attorno  gli
    orecchi,  ma non le penetrava nel cervello. Solamente, ella rifletteva
    che quell'Elisa, dopo maritata, era diventata un'altra:
    - Mostrava le ugne, graffiava!
    Ma,  no,  non voleva saperne pi niente di tutte  le  sciocchezze,  di
    tutti  i  pettegolezzi,  di  tutte  le  malignit di cui le sue amiche
    parlavano.  E se suo malgrado sorrideva,  se accorgevasi  che  la  sua
    curiosit  femminile  si fosse lasciata un po' sedurre,  rinfacciavasi
    questi involontari abbandoni come una colpa: e si  rituffava  nel  suo
    torpore.
    Finalmente,  una  mattina  Andrea  la  sorprese  in salotto un po' pi
    tranquilla,  quantunque dagli occhi di  lei  si  scorgesse  che  aveva
    pianto da poco.
    - Hai ragione - gli disse.  - Non si fa violenza alla natura.  Oggi il
    cuore mi si riapre alla vita, e non so perch...
    - Cos mi fai piacere! Cos ti volevo!
    Giacinta gli si attacc  al  braccio,  e  intanto  si  aggiravano  per
    salotto,  lentamente,  fermandosi  a  riprese,  continuava quasi sotto
    voce:
    - Senti, Andrea: cangeremo tenore di vita,  vivremo pi raccolti,  pi
    isolati.  Che  bisogno abbiamo degli altri?  Non possiamo viver felici
    soltanto da noi?  Mi sento rinascere.  Ho qui dentro  l'effusione  dei
    primi  giorni  del  nostro  amore,  con qualcosa di pi soave,  di pi
    pacato.  Ah,  com'erano belli quei giorni!...  Andremo  in  villa.  Vi
    passeremo delle settimane,  dei mesi. Dev'essere una delizia, col mare
    che brontola a pochi passi da un lato,  con la  campagna  tutta  verde
    dall'altro. Non  vero?
    - Certamente, una delizia!
    - Andremo anche in barca.  Ci divertiremo a pescare, come due anni fa,
    te ne rammenti?  prima che la mamma morisse,  quanto tu volevi saltare
    da una barca in un'altra... (oh, che paura!) e tuffasti in mare.
    - Se me ne rammento!
    -  Ma  ora  saremo  soli;  non  voglio  vedere  altri  visi.  E non mi
    tormenter pi; avr fiducia nel tuo amore. Non  una follia vivere in
    continui sospetti? Ah! In quest'ultima disgrazia,  mi pareva d'essermi
    sperduta in una grande solitudine;  e avevo paura!  Ed ecco!  sento di
    nuovo cantarmi nell'animo i dolci  richiami  della  speranza  e  della
    felicit,  come  se  la  vita  mi s'aprisse dinanzi ora,  per la prima
    volta,  e m'invitasse ad entrare.  Donde viene questo ripullulare  del
    cuore?   Questo  rifiorire  della  giovinezza?   Non  lo  credevo  pi
    possibile, e non mi par vero.
    E il suono della sua voce dileguava pel  salotto,  mentr'ella  un  po'
    inquieta fissava il volto d'Andrea, un volto serio e pensoso.
    - Perch non dici nulla?
    -  Perch  non    facile  -  rispose  Andrea - manifestare con parole
    emozioni cos profonde.  I ricordi ci lasciano una grande amarezza nel
    cuore,  se  rammentano delizie,  dolcezze,  felicit!...  Hai ragione.
    Avverto anch'io un peso al cuore. Pur troppo, evocando il passato,  si
    capisce che qualcosa di noi  gi sparita e non potr pi ritornare!


    5.

    Ma dopo un mese d'intermittente tranquillit,  il doloroso sospetto le
    si  era  di  nuovo  svegliato  nell'animo;   e  si  ritrovava  daccapo
    martirizzata, esausta di forze.
    -  Se  potessi non amarlo pi!  Se una mattina mi svegliassi col cuore
    rassegnato o indifferente!
    - Ma dunque lei crede di amarlo ancora? - le disse il dottor Follini.
    Giacinta gli spalanc gli occhi in faccia,  come s'egli avesse tentato
    di strapparle un brano del cuore, vivo vivo!
    Il dottore, un po' sconcertato, si mise a sfogliare alcuni giornali di
    moda aperti sul tavolinetto di lacca. S'era dunque ingannato?
    - Con le donne, chi indovina  bravo.
    - Perch? - domand Giacinta, dopo alcuni momenti di silenzio.
    -  E'  inutile  che  glielo  spieghi.  Pu anche darsi ch'io non abbia
    saputo osservar bene, o abbia scambiato un fenomeno per un altro, o mi
    sia lasciato fuorviare dalle apparenze... Forse...
    - Dica!
    - Forse... non sono pi disinteressato come sul principio.
    - Scherza!
    - E se parlassi seriamente?
    - Capisco:  una gentile maniera di rimproverarmi. Ha ragione; divento
    indiscreta. Ma che vuole? Nessuno sa intendermi.  Lei solo mi tollera,
    mi compatisce, come una vera malata.
    - Purch la malattia non si attacchi al dottore!
    - E' impossibile; lei sa bene...
    Certamente,  non era possibile. Perch s'era lasciate scappar di bocca
    quelle parole?
    - Le donne come  quella  amano  una  volta  sola;  le  loro  forze  si
    esauriscono nell'unica battaglia della loro vita...
    E  scendendo le scale,  a capo chino,  il dottore sbatteva la mazzetta
    fra le colonnine di ferro fuso della ringhiera.
    Andrea, poco dopo, trov Giacinta che si asciugava gli occhi.
    - Hai pianto?... Che cosa  stato?
    - Nulla.
    - Al solito! Ti torturi per capriccio, e torturi gli altri...
    Sentendolo parlare  con  la  lingua  un  po'  impacciata  e  vedendolo
    pallidissimo, Giacinta balz dalla seggiola:
    - Ti senti male?
    - Un leggero disturbo... di stomaco, una cosa da nulla.
    Ella gli tastava la fronte:
    - Come hai ghiacce le mani! Che cosa ti senti?
    Andrea la guardava con gli occhi sbalorditi:
    - Non so... forse quel bicchierino di digestivo... preso pochi momenti
    addietro... Ero gi indisposto, sin dal mattino...
    Si butt sul canap,  per riposarsi,  chiudendo gli occhi, sforzandosi
    di vincere lo sconcerto...
    - Una tazza di caff? - disse Giacinta.
    - Grazie. Lasciami stare; non farmi parlare.
    Ella gli sedette al fianco.  Andrea restava  immobile,  senza  neppure
    rispondere alle affettuose strette della mano di lei:
    -  Il suo stomaco indebolito rifiutava i liquori,  assolutamente!  Non
    avrebbe pi ritentato.  Ed ecco un'altra distrazione  che  gli  veniva
    negata.  Ormai non sapeva pi in che modo affogare la sua noia, la sua
    stanchezza,  la  sua  vilt!...  S  la  sua  vilt!   Nessuna  poteva
    rinfacciargliela  pi  energicamente  che  non se la rinfacciasse egli
    stesso...  Ma quel  suo  tardivo  svegliarsi  di  dignit,  ch'ei  non
    riusciva a palesare, che mai valeva?
    E  quando  Giacinta,   aggrappandoglisi  febbrilmente  al  collo,  gli
    scottava la pelle del volto con le labbra di  fuoco,  e  gli  ripeteva
    angosciosamente:  "Fingi almeno!  Sappimi ingannare!" egli s'ingegnava
    di mentire con  tanta  buona  volont,  che  spesso  arrivava  fino  a
    ingannare s medesimo.
    Non lei!
    Giacinta,  una mattina, aveva fatto chiamare il dottor Follini, che da
    una settimana non la visitava.
    - Dottore, non dormo pi. Mi dia nuovamente cloralio!
    La voce era tremula, le mani convulse.
    Il Follini le gitt addosso  uno  sguardo  scrutatore,  di  scienziato
    all'erta:
    - La crisi? Se l'aspettava da un pezzo.
    - Com' vigliacco quell'uomo!  - disse Giacinta, nascondendo la faccia
    tra le mani.
    - O dunque?
    - Che importa? Dev'esser mio!... Sar mio per sempre!
    E continuava,  a scatti,  compiendo con l'efficacia della voce  e  del
    gesto il rapido accenno della parola:
    - Potevo essere anch'io un modello di moglie... Oh, provo orrore di me
    stessa...  Ma ho bisogno di lui.  E sapr farmi amare;  non sono donna
    per nulla: vedr...  Questo pure  un nuvolo passeggero...  Mi  faccia
    dormire,  intanto.  Oh! La mia povera testa riposi almeno la notte!...
    Lo creder?  Mi era stato detto d'una vecchia,  d'una specie di  maga,
    che prepara dei filtri d'amore (rida pure,  divento superstiziosa come
    una femminuccia!) e sono andata da lei.  Una stamberga umida  e  buia.
    Tremavo  dalla  paura  dinanzi  alla  brutta megera;  ma le sue parole
    ebbero,  per un momento,  la  incredibile  potenza  di  farmi  sperare
    l'assurdo.  E uscii di l consolata,  come se la boccetta di filtro da
    lei datami contenesse davvero la mia salvezza...  Ma  la  buttai  via,
    appena  giunta  a  casa,  vergognandomi...  Noi donne siamo pazze.  Ci
    tendiamo da noi stesse una fitta rete di inganni. La colpa non  forse
    tutta nostra;  abbiamo la  testa  debole.  Bisognerebbe  possedere  un
    briciolo di senno di pi; bisognerebbe...
    E  si  ferm  un istante,  con le pupille fisse su qualcosa che pareva
    sfuggirle.
    - Scusi.  Che pu importarle di  tutto  questo?  -  ella  riprese  con
    tristezza.
    - Anzi, m'interessa tanto!
    Nel  silenzio  che  segu,   gli  occhi  di  lei,  gonfi  di  lagrime,
    sorridevano al dottore diventato serio e muto.  Un alito  refrigerante
    le accarezzava il viso, un senso di riposo ineffabile la ristorava.
    E quando il dottore,  rizzatosi a un tratto e strettale forte la mano,
    and via  senza  dire  una  parola,  ella  non  si  mosse;  ma  guard
    lungamente l'uscio dietro cui egli era sparito.
    - Perch non l'aveva conosciuto prima?
    E  il suo pensiero si perdeva a poco a poco in una densa nebbia,  come
    nel sonno.


    6.

    Andrea rimaneva spesso fino alle undici della  mattina  a  crogiolarsi
    nel  letto,  finch  il sole non gli penetrava in camera per l'imposta
    lasciata socchiusa.
    Di tratto in tratto,  sentiva nella stanza accanto  il  lieve  frusco
    della  veste  della  sua padroncina di casa,  che andava e veniva.  Il
    sottile uscio intermedio lasciava  facilmente  indovinare  le  diverse
    occupazioni della ragazza:
    - Prende il caff. - Ravvia. - Si pettina. - Legge il giornale.
    E  quando ella tossiva,  Andrea sollevava il capo dai cuscini.  Quella
    tosse secca e insistente gli faceva male:
    - Povera ragazza!
    Se s'alzava un po' pi presto,  indugiava volentieri in casa fin  dopo
    mezzogiorno,    fumando,   leggiucchiando,   aspettando   di   sentire
    nell'andito il passo lesto e leggero di lei,  e allora  apriva  subito
    l'uscio:
    - Buon giorno, signorina.
    - Buon giorno, signor Andrea.
    - E' freddino oggi.
    - Non mi pare.
    Andrea  trovava  ogni  volta un piccolo pretesto per trattenerla,  per
    farla ridere.
    - Donde le cava tante stramberie? - gli diceva Elvira.
    - Sono il mio fondo di cassa.
    E se scappava via, accesa nel volto, ridendo ancora,  egli si ritirava
    nelle sue stanze col cuore in un'onda soave di mestizia.
    Da  un mese rincasava quasi periodicamente verso le otto di sera,  per
    un'oretta.
    Era sicuro di trovarla nella camera di lei, insieme col babbo e con la
    mamma, attorno al tavolino rotondo. La signora Emilia,  sempre con gli
    occhiali  sul  naso,  infilava straccamente gli eterni punti della sua
    calza; Elvira e il signor Domenico giuocavano a dama.
    - Perde,  vero?
    - Vinco invece.
    - Il babbo, troppo indulgente, la fa vincere a posta.
    - Vinco per valore. Ho vinto anche lei.
    - Una sola volta.
    - Due volte. Ha la memoria corta, a quel che pare.
    - Ma io potrei darle scacco in tre mosse, giocata per giocata.
    - Si provi.
    Allora quella testina chinata sulla scacchiera,  con le ciocchette dei
    capelli  che  le  adombravano  la  fronte;  la  bella  mano dalle dita
    affusolate,  che muoveva i pezzi bianchi lestamente;  il tiepido alito
    che  qualche  volta  gli  arrivava  sulla  faccia,  se le si accostava
    inavvertitamente un po' troppo,  gli davano una  dolce  sensazione  di
    calma,  d'intimo benessere;  gli richiamavano in mente i giorni felici
    della sua fanciullezza,  tra la mamma e le sorelle nella casa  nativa,
    sulla riviera di Posillipo tutta smagliante di sole.
    Una  mattina,  Andrea  s'era  fermato  sull'uscio  di  quella stanzina
    tagliata nell'anticamera con un paravento.
    Elvira,  smesso di cucire,  accarezzava il canino nero e  peloso  che,
    raggomitolato sul canap accosto a lei, continuava a ringhiare.
    - Non le vuole bene - gli disse. - Ha paura degli estranei.
    -  Non ha imparato a conoscermi - rispose Andrea - ma ci faremo presto
    amici. E lei come sta?  Badi al riscontro dell'uscio e della finestra;
    pu farle male.
    - Oh!
    Ella alzava le spalle seccata.
    -  Vuol  saperla?  Un  bel giorno mander a spasso il dottore e le sue
    pillole d'arsenico e digitale. Mi guarir a modo mio.
    - Avrebbe torto.
    Andrea,  sedutosi presso  il  tavolino  da  lavoro  che  Elvira  aveva
    davanti, riprendeva subito:
    - Gli sbocchi di sangue sono cessati?
    - Quasi: ma la mamma, benedetta lei! non vuol persuadersene. Ha sempre
    il   nostro  povero  Eugenio  dinnanzi  gli  occhi.   Via,   lo  dica,
    francamente: le par viso da tisica il mio?...  Ed ho un  appetito,  un
    appetito!...
    Andrea assentiva col capo:
    - S,  l'appetito  una bella cosa;  per l'arsenico e la digitale non
    bisogna trascurarli.
    Un allegro brusio di ragazzi montava dalla corte;  e i riflessi  della
    parete dirimpetto,  invasa dal sole,  diffondevano per la stanzina una
    luce mite e ridente.
    - Perch non fa delle passeggiate?
    - Mi annoio, di tutto.
    - Si faccia animo; la bella stagione  vicina.
    - Crede che mi dispiaccia di morire? Sono rassegnata.  Anzi,  anzi!...
    Una  volta o l'altra dovr accadere.  Meglio prima che poi;  avr meno
    guai...  Ma lasciamo questi discorsi.  E il suo  miracolo,  il  famoso
    miracolo  delle  carte  da  giuoco  che  debbono rimanere attaccate al
    soffitto a un suo semplice comando?  Quando me lo far vedere  cotesto
    gran miracolo?
    - Ah! Bisogna pagare per vederlo - rispose Andrea affettando gravit.
    - Quanto? Un centinaio di mila lire? Una cosina da nulla; eccole qui.
    Stese  la  mano  a  un pezzettino di carta e,  fattovi su col lapis un
    ghirigoro, glielo porse, ridendo:
    - Un buono per la Banca... dei miei sospiri; sar pagato a vista.  Ora
    vado di l a prendere le carte e a chiamare la mamma.
    Mentre Gerace,  levatosi in piedi,  rimescolava solennemente il mazzo,
    era comparsa sull'uscio la signora Emilia, pallida,  scarna coi grandi
    occhiali  sulla  punta del naso,  e la calza pendente dal filo passato
    dietro il collo.  Guardava tristamente la  sua  povera  figliola,  che
    seguiva, attentissima, l'operazione di Andrea.
    Questi,  rimboccatesi  le  maniche  del vestito,  strette le carte fra
    l'indice e il pollice d'una mano,  le faceva scoppiettare con l'indice
    e il pollice dell'altra, come un prestigiatore:
    -  Osservi  bene.  Sono  le  sue  carte;  non gliel'ho mica scambiate,
    attenta, dunque: incomincio!...
    - Chi sa quale scherzo sta per farmi, al suo solito?
    - Lo crede uno scherzo? Allora, allora...
    - No, no; un miracolone!...
    - "Voil"! Al mio comando...
    Elvira, sopraffatta da un repentino nodo di tosse, diventata livida in
    viso, s'era abbandonata sul canap, portando il fazzoletto alla bocca.
    - Non  nulla, - si affrett a dire,  rimettendosi quasi subito.  - E'
    passato: non  nulla.
    Ma  non  pot  nascondere  il  fazzoletto  senza  che  Andrea  non  si
    accorgesse della macchia rossa rimastavi impressa.  La signora  Emilia
    era scappata via per non farsi vedere dalla figlia con le lagrime agli
    occhi.
    Andrea pos le carte sul tavolino:
    - Si riguardi; continui la cura...
    - Non prenda ora questa scusa...
    - E' impossibile;  non saprei pi far nulla.  Rimandiamo il miracolo a
    un'altra volta. Ma si riguardi, si riguardi!


    7.

    Il rosso di quella macchia di sangue gli era rimasto cos nella mente,
    che nel salotto della contessa lo vedeva rifiorire sulle labbra di lei
    e della signora Villa,  sul tappeto,  sui mobili,  su le  pareti,  sui
    cristalli,  su  le doppie tende,  bianche e grigie,  che moderavano il
    luminoso sorriso di quella  giornata  primaverile;  e,  disteso  sulla
    poltrona,  le  mani  nelle tasche dei calzoni e le gambe accavalciate,
    socchiudeva gli occhi per evitarne l'opprimente persecuzione.
    Intanto la signora Villa,  nel vano della finestra,  continuava  sotto
    voce le sue confidenze a Giacinta. E si accendeva, e gesticolava, e le
    si  chinava quasi sull'orecchio per dare pi efficacia a certe parole:
    poi rizzava il capo e la guardava fissa,  interrogandola anche con  lo
    sguardo:
    - Ho forse torto? Ho forse torto?
    Quei  dissapori  tra  l'Ernesta  e  il  suo  amante interessavano poco
    Giacinta;  ma,  per convenienza,  mostrava d'ascoltarli  attentamente,
    dando  ragione  all'amica  con  lievi accenni del capo,  voltandosi di
    tanto in tanto per osservare Andrea che pareva assorto  a  contemplare
    gli stucchi dorati della volta.
    - Ne riparleremo - conchiuse la signora Villa. - Cara mia, sono stufa!
    Andrea s'era alzato per salutarla al passaggio.
    - Gerace - ella gli disse - che trista cera avete oggi!
    - Ho dormito poco, ed ho una tale accapacciatura!
    Per queste scuse,  pronunziate con visibile impaccio,  non persuasero
    Giacinta. Il suo cuore di donna gi presentiva un pericolo.
    - Che ti  accaduto? - gli domand,  appena la signora Villa fu andata
    via.
    - Nulla! Nulla!
    L'insolita vivacit della risposta la colp.
    - Hai dei segreti per me?
    - Vorresti farmi una colpa anche del mal di capo?
    Per alcuni minuti stettero zitti.  Andrea picchiava con la punta della
    mazzettina sul tappeto; Giacinta, di faccia,  con la fronte corrugata,
    si  mordeva  le  labbra,  sfilacciando  nervosamente  la frangia della
    cravatta di seta che le scendeva sul petto.
    - Hai perduto la parola?
    - Senti - disse  Andrea,  rizzandosi  bruscamente  sulla  vita.  -  Da
    qualche tempo, sei diventata assai strana. Mi rimproveri senza motivo;
    mi tratti come un amante venuto in uggia,  quasi cercassi un pretesto,
    una scusa per romperla.  Questa vita di diffidenza,  di  sospetti,  di
    rancori nascosti,  oh!  insopportabile! Tu pretendi l'assurdo. Non si
    pu essere, tutti gli anni, tutti i mesi, tutti i giorni, dello stesso
    umore.  I nervi,  la stagione...  che so io?  Ogni anno che  passa  ci
    lascia  cambiati.  Si diventa pi seri;  si guarda la vita da un altro
    punto di vista; si ama quanto prima, forse pi...
    - O si finisce d'amare!
    Andrea rest confuso al tono freddo e vibrato della risposta.
    - A chi alludi?
    - Non a me, certamente.  Io mi striscio ai tuoi piedi,  come un verme;
    io, che ti ho dato spontaneamente e generosamente tutta me stessa, ora
    mi rassegno a chiederti,  quasi in carit, quel ricambio d'affetto che
    avrei diritto d'esigere; io...  io che ho abbassato il mio orgoglio di
    donna  fino  a  implorare  una  terribile dichiarazione,  che potrebbe
    uccidermi sul colpo!...  E tu  intanto?  Non  sai  parlarmi  schietto;
    t'avvolgi  in  una  nebbia  di mezze negazioni che complicano i nostri
    equivoci e ne creano dei nuovi. Fai di pi: inverti le parti. Ah!  Son
    io che ti tratto da amante venuto in uggia?  Sono io?  Mia madre aveva
    ragione: "Povera illusa,  tu che credi all'amore di  un  uomo;  povera
    illusa!". S, mia madre aveva ragione!
    - E colui che crede a quello di una donna?
    - Che intendi dire?
    Andrea s'alz dalla poltrona, masticando una risposta.
    - Parla, parla! - insisteva Giacinta.
    - Parler; non voglio pi fingere!
    Ella  rimase a guardarlo,  ansante,  sollevando lentamente la persona,
    tesa verso di lui come per aiutarlo nello sforzo.
    - Sono geloso!... Quel tuo dottore... - balbett Andrea.
    - ...E' geloso?
    Giacinta se lo ripet,  non osando credere ai suoi orecchi;  poi,  con
    uno scatto di gioia, gli si gett al collo:
    - E' geloso!... Fanciullo!... E hai potuto sospettare?...
    Andrea, che non s'attendeva questo scoppio, non osava di resistere.
    - E hai potuto sospettare!... Oh!
    -  Non negarlo - egli rispose,  tentando debolmente di svincolarsi.  -
    C' stato un giorno...
    - S,  perch negartelo?  C' stato un giorno in cui per disperazione,
    desiderai di poterti non pi amare. Credetti non mi restasse altro che
    rimpiangere la mia felicit morta per sempre,  il tuo affetto svanito!
    Ma... come non amarti pi? E' mai possibile?
    E si stringeva a lui con un  gesto  di  paurosa,  quasi  ci  fosse  l
    qualcuno  che  volesse rubarglielo.  Andrea sorrideva,  stentatamente,
    sentendo gi allacciarsi da una nuova e  irresistibile  malia.  Quelle
    mani  tremanti  di  commozione  che  gli  brancicavano  i capelli e la
    fronte;  quella voce stranamente  melodiosa,  che  gli  carezzava  gli
    orecchi e gli ricercava il cuore con un deliziosissimo serpeggiamento;
    quelle  pupille  accese  dai  crescenti  bagliori  d'una  felicit non
    sperata,  gli producevano il solito effetto di rammollirgli  le  ossa,
    d'intorpidirne la volont, di stroncarlo, com'egli diceva.
    Giacinta,  presolo  per  le  mani,  dondolando  lentamente la persona,
    continuava a parlare con quella voce stranamente efficace, simile a un
    mormorio:
    - Che sciocchi siamo stati!... Ma non ricominceremo;  abbiamo sofferto
    troppo.  Capisci? Col tacere si fa peggio; le ombre prendono corpo, un
    fuscellino sembra un trave... Geloso? Ma non lo ripetere!...  Vuoi che
    il dottore non venga pi qui? Sar fatto subito... No?... Che vorresti
    dunque? Son pronta a tutto... Ah!... Un'idea. Se tu venissi ad abitare
    il quartierino del secondo piano?
    - Ti pare? La mia condizione  abbastanza difficile. La gente...
    - La gente? - lo interruppe Giacinta. - Ne ho mai tenuto conto?
    - No, no, sarebbe un capriccio soverchio...
    E  intanto  che  svincolatosi  da  lei  si  lasciava cadere sul canap
    accosto,  Giacinta  con  un  rapido  movimento  gli  si  sedeva  sulle
    ginocchia, avvolgendogli di nuovo le braccia al collo:
    - Mi vuoi bene?
    - S.
    - Mi vorrai sempre bene, sempre?
    - Sempre!
    - Oh, se un'altra Adelina, venisse a legarci ancora pi forte!
    - Ma!...
    - Come ti voglio bene!
    Andrea,   vinto,   la   faceva  saltare  leggermente  sulle  ginocchia
    baciandole e ribaciandole una mano.


    8.

    - Oh,  ecco Gerace!  -  esclam  il  Ratti,  che  s'accorse  il  primo
    dell'entrata di lui.
    In  quella  stanzetta  sul  mezzanino  del  Caff  della Pantera,  col
    pretesto di  bere  fra  amici  un  bicchiere  di  Chianti  o  di  vino
    marchigiano,  si  faceva  quasi  ogni sera un giochetto d'azzardo,  da
    vincervi o perdervi belle centinaia di lire.
    Andrea mancava di rado;  un'aura di  fortuna  lo  favoriva,  dopo  una
    disdetta  di  parecchi mesi.  Quella sera per non si sentiva in vena;
    era di cattivo umore.
    - No, non seggo - rispose al Ratti,  che voleva fargli posto accanto a
    s.
    E  and  vicino  al  cavalier  Mochi,  da  cui gli era stato accennato
    d'accostarsi.
    - Sapete? L'ha messo alla porta il povero Merli.
    - Come ne sar contento! - rispose Andrea.
    - Ah, questa  carina!
    - Che c'  di  nuovo?  -  domand  Porati,  alzando  il  suo  faccione
    apoplettico, rimescolando le carte.
    Mochi ripet la risposta d'Andrea.
    - Non  carina?
    - Perfetta!
    Mentre  tutti  ridevano,  il  Mochi s'era piegato verso l'orecchio del
    ricevitore, che si mangiava i baffi zitto zitto.
    - Un giorno o l'altro - gli disse - Giacinta far lo stesso  con  lui.
    Il dottor Follini sta per dargli il gambetto.
    Colui continu a rodersi i baffi, senza rispondere; perdeva.
    - Ecco il vostro fante di cuori!  - esclam il Porati,  rivolgendosi a
    Gerace.
    Andrea, dopo aver risposto col capo che quella sera non giocava,  a un
    tratto, mutato parere, cav dal portamonete un biglietto da cinquanta,
    lo  avvolse  a  pallottola  e lo butt sul tappeto verde.  Il fante di
    cuori vinceva.
    - E bisogna anche pregarvi! - disse il Porati con stizza.
    Ratti insisteva perch Andrea andasse a sederglisi accosto:
    - Voi portate fortuna.
    Ma Andrea girava attorno al tavolino,  fermandosi dietro le spalle  di
    chi  teneva  la  mano,  lasciando  sul  tappeto  la sua posta,  che si
    raddoppiava ad ogni colpo.
    Trovatosi vicino al Ratti, questi lo afferr per la falda del vestito:
    - Senza di voi,  sarebbe stato un vero disastro per me.  Non vi lascio
    pi andare.
    Le  carte  erano  ritornate  in mano al Porati,  che le mescolava,  ne
    faceva dei  mucchietti  da  rimescolare  a  parte  accuratamente,  per
    rompere  la  sua  disdetta.  Quei  tre biglietti da cento,  che Andrea
    lasciava l,  sul tappeto,  gli facevano gola e se li divorava con gli
    occhi.  Ma  come perdette anche lui,  butt via le carte e si alz dal
    tavolino sbuffando. Si alzarono tutti.
    - Badate, Gerace - venne a dirgli il Mochi.  - Da qualche tempo in qua
    voi vincete spessissimo...  Non  buon indizio.  Fortunato in amor non
    giochi  a  carte,  insegna  il  proverbio...   E  quel  povero  Merli!
    Dev'essersi ridotto noioso parecchio, col suo romanticismo, se neppure
    l'Ernesta non ne ha potuto pi.
    - E' un bravo ragazzo - rispose Andrea.
    - Certamente. Ma noioso. Buona notte, signori.
    E  il  Mochi  andava via,  aggiustandosi la lente all'occhio sinistro,
    sorridendo appena, con le labbra un po' contorte.
    Nel tornare a  casa,  Andrea  s'era  sciorinato,  come  per  scuotersi
    d'addosso  nella frescura notturna l'opprimente,  indefinito malessere
    portato via da casa Grippa di San  Celso.  Nell'anticamera  accese  un
    cerino  e  infil  l'andito  in punta di piedi.  Ma,  passando davanti
    l'uscio a cristalli della camera d'Elvira,  al vederlo  socchiuso,  si
    ferm: e accese un altro cerino.
    - Era una dimenticanza?...  O la povera ragazza, sentitasi venir male,
    aveva aperto l'uscio, chiamato al soccorso, e nessuno aveva udito?
    Stava per affacciarsi dentro, ma si trattenne:
    - No; poteva sembrare una sconvenienza.
    E, sempre in punta di piedi, pass oltre.
    Appena Elvira, agitandosi sul letto, fu ripresa dalla tosse, Andrea si
    mise ad origliare dietro l'uscio chiuso a chiave,  che separava le due
    camere:
    - Povera ragazza! Dorme cos poco la notte!
    Al  tossicchiare dell'ammalata egli provava,  ogni volta,  un senso di
    oppressione al petto,  un'intima  commozione  dolorosa,  della  quale,
    intanto,  si compiaceva.  Quella sera per, il ricordo della scena con
    Giacinta lo spingeva, negli intervalli di silenzio, a divagare:
    - Come s'era impigliato da s  stesso  in  una  rete  pi  fitta!  Gli
    accadeva  sempre  cos!   Geloso,  lui?  Nemmeno  per  sogno.  Avrebbe
    abbracciato con gratitudine chi fosse riuscito a  soppiantarlo...  S?
    Menti.   Alle   strette,   diventi   vile!   -   egli  s'interrompeva,
    apostrofandosi a bassa voce.  - Perch non era stato coi volontari  di
    Garibaldi?  Non gli era bastato l'animo. La sua schiavit, in fondo in
    fondo, non gli dispiaceva!
    Se la rinfacciava,  spietatamente,  per  incitarsi  con  la  vergogna,
    insistendo,  ecco  nell'altra  camera  un  lieve  rumore di tazza o di
    bicchiere posato sul marmo:
    - Povera ragazza!  Ingoia tanti intrugli!...  E  sar  inutile:  morr
    consunta!
    Al brivido che gli corse per la schiena rest immobile, cogitabondo.
    E  mentre  la gentile figura d'Elvira gli sorrideva pietosamente nella
    fantasia, come una bella visione inondata di mite luce argentea,  ecco
    l'altra,  quella  di  Giacinta,  che gli si piantava di faccia,  muta,
    senza un gesto, terribilmente irta di rimproveri...
    - Che colpa n'aveva lui?  C'entrava forse la volont nel mutamento del
    suo cuore?  Non si ama quando si vuole,  ma quando si pu.  Ah! La sua
    vera e sola colpa era il mentire!  Che vita!...  Che  catena!...  Dio,
    come le si spezza il petto a questa povera ragazza!
    Lo  scricchiolio  del  lettino  ad  ogni  scossa di tosse,  gli pareva
    proprio quello di tutte le costole del magro corpicino dell'ammalata.
    Stette ancora  un  pezzo  in  ascolto;  poi,  sentendosi  intirizzire,
    cominci a spogliarsi.  E cos in maniche di camicia, aperto senza far
    rumore un cassetto per riporvi delle carte,  trasal  alla  vista  del
    ritratto di Giacinta,  che, ora tenuto nascosto, gli era balzato sotto
    gli occhi come un'improvvisa apparizione.
    La testa china da una parte un po' indietro,  con lo  sguardo  intento
    che  pareva  volesse  penetrargli  sino  al fondo del cuore,  la bocca
    ingrandita dall'esagerazione delle ombre, le labbra quasi sarcastiche,
    il mento rilevato,  che spiccava sul nastro di velluto nero attorno al
    collo;  l'atteggiamento  della  persona,  con  quella  tunica di felpa
    bianca, dal largo bavero, allacciata con grossi cordoni,  il gesto con
    cui teneva fra le mani il ventaglio; tutto le dava un aspetto civile e
    superbo che in realt non aveva.
    Andrea la guardava, scrollando il capo:
    - Era ben cambiata!...  Ah!  I bei giorni del loro amore non sarebbero
    tornati pi... Ed eran passati cos presto!... Che sbaglio per tutti e
    due!
    Al rapido svegliarsi di tanti dolci ricordi,  s'impietosiva per lei  e
    per s.
    -  Quell'attaccamento,   quella  sommissione  d'animale  domato,   non
    l'avrebbe mai vinta? Mai?
    E alzava rabbiosamente gli occhi al soffitto.
    - Aveva torto!... Era un ingrato!... Fatalit! La sua liberazione per
    doveva arrivare!
    E il portafoglio di bulgaro ch'egli contorceva tra le mani, mandava un
    leggiero  scricchiolio,   facendo  le  boccacce  dagli  scompartimenti
    foderati di seta celeste, pieni di biglietti di banca.
    - Settecento lire!
    Lo butt con disprezzo nel cassetto e si dispose a entrare in letto. E
    intanto  che  finiva  di  spogliarsi,  i  suoi  occhi  neri  e grandi,
    luccicanti d'avidit, erano abbagliati da una confusa fantasmagoria di
    carte febbrilmente rimescolate,  di mucchi di biglietti di banca e  di
    monete  d'oro,  che  apparivano  e  sparivano  sopra un tappeto verde,
    continuamente.


    9.

    Questa volta la tranquillit di Giacinta dur appena una quindicina di
    giorni.
    Ella tentava di confortarsi.
    - Il dolore ci lascia un'incancellabile impronta;  per questo,  forse,
    ora non posso pi sentirmi pienamente sicura.  Com' difficile l'esser
    felici! Ci si abitua. Ci si abitua pi facilmente a le sofferenze,  ai
    tormenti! Gi, interrotta una volta la corrente di scambievole fiducia
    che lega due amanti,  non si riesce a rimetterla nello stato di prima.
    Rassegnamoci!  I morti non risuscitano,  dice il  dottor  Follini.  E'
    vero! E' vero!... E il mio cuore, questo povero cuore,  forse rimasto
    lo stesso?
    Se  lo  domandava  quel  giorno  con  un  senso di terrore,  risalendo
    lentamente il corso del suo passato,  quasi  guardandosi  attorno  per
    evitare un'insidia.
    Il  canarino cantava ne la bella gabbia dorata,  riempiendo il salotto
    d'acuti gorgheggi.  Ed ella,  con la  testa  fra  le  mani,  i  gomiti
    appoggiati  sul tavolino,  lo sguardo perduto nello spazio,  riviveva,
    cullata da quel  canto,  la  sua  trista  infanzia,  la  sua  dolorosa
    giovinezza.  Rivedeva  luoghi,  persone  da un pezzo non pi viste,  o
    sparite;  sentiva voci che tacevano da  anni;  provava  di  bel  nuovo
    sensazioni  dimenticate,  palpitando  e soffrendo al ricordo delle sue
    prime lotte,  delle  sue  disperazioni  di  ragazza;  felice,  per  un
    istante,  dell'immensa  felicit  allora conquistata a un prezzo senza
    pari, al prezzo di tutta s stessa.
    - E poi?...  E poi?...  Oh,  s,  il suo cuore era anch'esso cambiato!
    Restava,  tuttavia incredula, per riflettere, per fare il suo esame di
    coscienza, per scrutarsi l'anima spietatamente...
    - Che? Poteva illudersi ancora?... No, no!
    E intanto la bionda visione del dottor  Follini  continuava  a  starle
    dinanzi.  Le  sembrava  ch'egli  le  parlasse con un accento di grande
    piet, la guardasse compassionevolmente, come quando ella aveva dovuto
    dirgli: "Non mi guardi cos; mi fa soffrire!"
    Nel vederlo comparire in persona,  quasi evocato da quell'intima  voce
    che le ragionava di lui, Giacinta rimase muta.
    -  Entro  soltanto per salutarla - disse il dottore - e per avvertirla
    d'una cosa.  Quel Battista  un imbecille.  Il conte,  nel suo  stato,
    avrebbe bisogno di un servitore pi abile,  pi rispettoso.  Or ora ho
    sorpreso Battista che si divertiva a contrariarlo, a farlo arrabbiare.
    L'ho sgridato; lo sgridi anche lei.
    - Lo sgrider - rispose Giacinta macchinalmente.
    - Si sente  male?  -  riprese  il  Follini,  dopo  alcuni  istanti  di
    silenzio.
    Ella  lo  guardava,  quasi  non  avesse  inteso,  con  le sopracciglia
    corrugate e gli occhi mezzo chiusi.
    - E' un cattivo momento - disse il dottore, sorridendo.  - Scappo via;
    ho fretta pe' miei malati.
    - Non sono un'ammalata anch'io?
    -  Oh,  s!  Ma  una di quelle capricciose che si ostinano a non voler
    guarire, e si compiacciono anzi del proprio male.
    - Non mi ha mai dato un rimedio.
    - Il rimedio verr da s.  Per certi mali,  del  corpo  e  dell'anima,
    bisogna  lasciare  che  agisca la divina Natura mediatrice...  Scrolli
    pure la testa... Vedr.
    - Non sa dirmi altro!
    Il dottore, un po' piccato, rispose subito:
    - A rivederci. Scappo via.
    Giacinta lo trattenne per la  mano  ch'egli  le  stringeva  con  brevi
    scossettine.
    - A rivederci! - soggiunse anche lei, tutt'a un tratto.
    E lo lasci libero, reprimendo un sospiro.
    -  Ah!  Dinanzi  a lui perdeva ogni sua forza;  diventava timida;  non
    sapeva neppur parlare! Ma che avrebbe potuto dirgli?... Vi amo?... Non
    lo amava; non sarebbe mai divenuta la sua amante, oh, no!...  Che cosa
    dunque?
    Eppure sentivasi attratta verso quell'uomo da un cos forte sentimento
    d'elevazione  purificatrice,  che  il  semplice contatto della mano le
    produceva una sensazione  d'inesprimibile  conforto,  di  ristoro,  di
    calma.
    Ed  ora,  rimaneva l,  chimerizzando dietro quella visione bionda che
    pareva  fuggita  rapidamente  via,   portando  seco  qualcosa  di  lei
    nell'ardue altezze dello spazio, dove era impossibile raggiungerla...
    -  Perch  non  l'ho  conosciuto prima!...  Perch non l'ho conosciuto
    prima!
    Si rizz,  subitamente impallidita,  come se una  voce  insultante  le
    avesse soffiato in un orecchio: e Beppe, eh?
    - Ah!... Beppe! - balbett, nascondendo il volto fra le mani.
    Cos aveva fatto dianzi,  quando il testone arruffato,  i grandi occhi
    neri e le labbra carnose di quel tristo l'avean fatta  fremere  tutta,
    con un brivido ghiaccio, ricordando.


    10.

    Da  una settimana,  per espiazione,  come un po' superstiziosamente se
    l'era imposto,  ella passava un paio d'ore al  giorno  in  camera  del
    conte, da solo a solo.
    Quella  mattina,  tornando  da  una  visita  a  Elisa  Gessi che aveva
    partorito il suo primo figlio, Giacinta era entrata distrattamente dal
    marito col largo cappello all'Ernani,  stretta nella mantiglia  ornata
    di  trina,  le  mani  infilate  nel  manicotto di volpe azzurra che le
    pendeva dal collo.
    Il conte,  ancora a letto,  sollevatosi sul gomito,  a  bocca  aperta,
    agitando la punta della lingua fuori dei denti,  la guard un pezzetto
    con aria attenta e concentrata: non la raffigurava. Il malefico germe,
    trasmessogli nel sangue  dalla  sua  nobile  razza  deperita,  si  era
    sviluppato  in  cinque anni con s spaventevole rapidit,  ch'egli gi
    pareva un vecchio decrepito;  si reggeva male sulle gambe  infrollite,
    connetteva poco e riconosceva le persone soltanto a intervalli.
    - Battista!... Battista!... - cominci a urlare.
    - Che vuoi, Giulio? Son qua io - disse Giacinta.
    Ma  non  osava  accostarglisi.  Un  senso  di  paura  e  di repugnanza
    invincibile la  inchiodava  dappi  del  letto,  a  quattro  passi  di
    distanza.
    - Battista!... Battista!...
    Il conte si voltava di qua e di l,  chiamando, brancicando la coltre,
    cercando sulla seggiola vicina qualcosa che non trovava:
    - Il mio vestito?... Mi han portato via il vestito...
    - Rimani a letto; il dottore vuole cos.
    - Mi han portato via il vestito  -  egli  ripeteva.  -  Siete  voi  il
    dottore?... Tastatemi il polso... Mi han portato via il vestito!
    Ogni  giorno,  a  ora  fissa,  verso le undici,  la idea di levarsi da
    letto,  per andar via,  gli si ridestava  ostinatissima  nel  cervello
    ringrullito:
    - Che faccio qui solo?...  La contessa mi aspetta... Voglio tornarmene
    a casa mia...
    - Ma non t'accorgi che son qui, e che sei in casa tua?
    - Sei qui?...  Oh,  bene!...  Mi fa  proprio  piacere...  Battista!...
    Battista!... Non trovo pi il mio vestito.
    Url,  divag,  ancora un pezzo, per quella fissazione di tornarsene a
    casa sua dove la contessa lo  aspettava;  poi  rannicchiatosi  tra  le
    lenzuola, chiuse gli occhi e parve dormisse.
    Giacinta gli si era seduta dirimpetto,  presso la finestra,  ripetendo
    le stesse risposte  alle  stesse  domande  incoerenti,  rispondendogli
    sempre con dolce pazienza, quantunque lo spettacolo di quella creatura
    umana ridotta a una vita quasi animale, la facesse soffrire. E restava
    l,  con gli occhi intenti su quel corpo immobile, agitata da una idea
    che non le riusciva di scacciare,  dall'idea che il povero cervello di
    lei non dovesse,  un giorno o l'altro, sconvolgersi parimenti, come un
    orologio in cui si sia rotto qualcosa.
    - Certe volte... oh Signore!... le pareva d'impazzire?
    E col restar l, costretta soltanto dall'impero della propria volont,
    ella intendeva di fare un grand'atto d'espiazione, una vera penitenza,
    a  fine  di  scongiurare  quella  cattiva  stella  da  cui   sentivasi
    minacciata pi da vicino in quei giorni...
    - Lo capiva da certi indizi, chiaramente!
    Il conte riaperse gli occhi, brontolando:
    - Mi lasciano solo! Mi fanno patire la fame!
    Una forte scampanellata fece accorrere Battista.
    - Il conte non ha ancora fatto colazione?
    - La colazione  gi pronta, signora contessa. Ma io non sapevo se...
    - Portatela subito.
    Accost ella stessa alla sponda del letto il tavolinetto a tre piedi e
    vi stese il tovagliolo.
    - Suoner,  quando avr finito - disse a Battista,  levandogli di mano
    il vassoio con la zuppierina.
    Deposto  il  manicotto  sulla  poltrona,   ella  serviva   il   conte,
    porgendogli  ad  uno  ad  uno i biscotti ch'egli andava intingendo nei
    tuorli di uova sbattuti mescolati col caff;  mettendogli in  mano  il
    cucchiaio,  se  un  pezzettino  di biscotto cascavagli nella zuppiera;
    badando a rincalzare sulla rimboccatura delle coperte,  che  il  conte
    scompigliava,   l'altro   tovagliolo   messovi  sopra  perch  non  le
    insudiciasse. Egli intanto mangiava golosamente, senza alzare il capo,
    lanciando bieche occhiate ai biscotti e alle mani di Giacinta,  se mai
    non gliene rubasse qualcuno.
    - Grazie, grazie! - disse all'ultimo. - Ora mangiate voi... Non volete
    mangiare?
    Giacinta  usc  di  camera  lentamente,  voltandosi  a ogni due passi.
    Quella creatura umana tornata a rannicchiarsi sotto la coltre  con  la
    volutt d'un animale sazio di cibo, le stringeva il cuore.
    - Come sei bella quest'oggi!  - le disse Andrea,  vedendola entrare in
    salotto e andandole incontro.
    Giacinta alz la testa e  si  ferm,  tutto  commossa  dall'orgogliosa
    soddisfazione  che ravvivava cos inattesamente la moribonda fiammella
    della sua speranza:
    - Ah!... Poteva dunque strappargli ancora una parola d'ammirazione?
    Da pi giorni un penoso silenzio rattristava il salotto, quando ella e
    Andrea rimanevano soli, l'uno di faccia all'altra;  e Andrea,  disteso
    sulla poltrona,  con gli occhi mezzo addormentati,  le braccia stirate
    sui bracciuoli,  le mani ciondoloni,  lasciava sfuggire  annoiatamente
    gli intermittenti sbuffi di fumo del suo "virginia".
    Giacinta riprendeva spesso, ad alta voce, la lettura d'un romanzo, per
    forzarlo a tendere l'orecchio,  a prestare attenzione,  per impedirgli
    cos d'andarsene via col pensiero lontano da lei. Talora, smettendo di
    leggere, gli domandava a un tratto:
    - Ti pare una cosa possibile? Non , per lo meno, un'esagerazione?
    - Tu prendi i romanzi sul serio!
    - Ma infine, sul serio o no,  assurdo che una donna parli e agisca in
    questo modo.  Riflette troppo,  si osserva troppo da s.  La  passione
    ragiona forse?
    - Dovresti dirlo all'autore.
    Egli  non voleva discutere.  Temeva che dai finti casi del romanzo non
    si passasse - gli era accaduto due volte - al loro caso reale.  Perch
    inasprire la piaga?
    - Dovresti dirlo all'autore - ripeteva, senza voltarsi.
    - Non l'ho mica con te!... Mi fai stizza.
    Giacinta  chiudeva  il  libro,  imbronciata;  e  il silenzio tornava a
    pesare nell'aria del salotto, sinistramente Andrea,  osservando con la
    coda   dell'occhio,   sotto   le   palpebre  abbassate,   l'irrequieto
    incresparsi  delle  labbra,  l'abbuiarsi  degli  occhi  di  lei,  dove
    passavano  e  ripassavano  nuvoli  di  dispetto,   non  osava  neanche
    rimettersi il sigaro alla  bocca,  per  non  provocare  una  scena.  I
    diverbi  gi scoppiavano cos facilmente tra loro!  Cos facilmente le
    parole, le frasi pi dure prorompevano dalla collera di tutti e due!
    - Non era un divertimento!...  E il suo destino lo teneva  l,  legato
    mani e piedi, peggio d'uno schiavo!
    Allora  egli scattava dalla poltrona,  per riscotersi,  per difendersi
    contro la tormentosa oppressione di quell'uggia...
    - Sei gi stanco... d'annoiarti? - gli diceva Giacinta.
    - Chi dice che m'annoio?
    - Lo veggo, tuo malgrado.
    Andrea si lasciava ricadere sulla poltrona:
    - Hai ragione! Hai ragione!
    E l'ironica amarezza della voce costringeva Giacinta a non insistere.
    Ma quell'esclamazione: "Come sei  bella  quest'oggi!"  le  parve  cos
    spontanea  e cos sincera,  ch'ella si mostr in tutta la giornata pi
    compiacente, pi sommessa del solito. Risero anche, come da gran tempo
    non accadeva, quando Andrea, ritornato di buon umore,  prese a parlare
    del bambino dei Gessi.
    -  Uno scimmiottino!  L'Elisa dovrebbe vestirlo col casacchino rosso e
    il cappellino a tre punte,  mettergli in mano  i  piatti  di  latta  e
    portarlo attorno per le fiere.  Il Gessi suonerebbe la grancassa: bum,
    bum,  bum!  Avanti,  avanti,  signori!  lo scimmiottino addestrato che
    balla, suona e fa l'esercizio a fuoco! Avanti, signori? Bum, bum!
    Per quando fu sola,  ripensando a quell'esclamazione, si sent offesa
    e avvilita:
    - Come sei bella quest'oggi!... E il mio affetto, i miei sagrifizi, la
    mia abnegazione non contano dunque nulla per lui?...  Non  c'  dunque
    altro per lui che questa vana apparenza?
    E  pur cedendo ogni giorno all'impulso dell'amor proprio con le minute
    cure  per  rendersi  pi  bella,  pi  attraente,  tremava,  convulsa,
    nell'abbigliarsi,   nell'arruffarsi   le  ciocchettine  sulla  fronte,
    nell'appuntarsi un fiore, nell'annodarsi un nastro al collo:
    - Come una meretrice!  - esclamava,  portando le mani agli occhi,  per
    non vedersi nello specchio.
    Aveva ribrezzo di s stessa,  quasi acconsentisse a denudarsi a poco a
    poco in pubblico, per far piacere a quell'uomo.
    - Fin dove arriverebbe?
    Vi rifletteva su,  atterrita di sentirsi in tutto il  corpo  il  sordo
    rinascere  delle  brutali sensualit che l'educazione e la vita civile
    comprimono  o  uccidono  in  germe.   E  nei  soliti  mercoled,   che
    conservavano  sempre  la  loro  voga  e  le servivano a mascherare una
    sconfitta che sarebbe stata un trionfo pei suoi nemici,  se incontrava
    lo  sguardo  del  Follini,  cos  sereno,  cos pieno di compatimento,
    abbassava  gli  occhi  mortificata.  Il  disgusto  del  suo  stato  la
    rivoltava, le dava la nausea.


    11.

    Oramai ella viveva alla giornata, aspettandosi da un momento all'altro
    una  catastrofe.  Quale?  Non  avrebbe  saputo dirlo;  ma l'ansia,  la
    prostrazione,  bench si sforzasse di nasconderle,  le si leggevano in
    viso.
    Si abbandonava. Ogni giorno che passava le pareva tanto di guadagnato.
    Andrea  mostravasi  buono,   affettuoso?   Mostravasi  freddo,   quasi
    indifferente? Era lo stesso per lei.
    - Mi pare che tu non stia bene - le disse una sera la signora Villa.
    - No - rispose Giacinta. - Che ti passa pel capo?
    Rideva, scoteva la testa,  come se Ernesta Villa avesse detto qualcosa
    d'assurdo.  Ma colei la guardava un po'incredula, un po' intrigata: in
    quel riso,  in quella vivacit  di  risposta  c'era  un  che  di  cos
    sforzato, di cos eccessivo da far pena.
    Giacinta se n'accorse.
    - E tu? Come ti trovi ora? - le domand, per deviare il discorso.
    - Chiodo schiaccia chiodo - rispose la signora Villa tranquillamente.
    - Dev'esser una cosa assai triste!
    - La prima volta s;  ma ci si abitua subito. Gli uomini, cara mia, al
    giorno d'oggi...  Provatone uno,  gli hai provati  tutti.  Comincio  a
    credere che i mariti (sia detto tra noi) valgono pi degli amanti.  Se
    non che, capisci?...
    Giacinta non capiva nulla.
    Nei momenti pi desolati,  quando giungeva ad esclamare: - Perch  non
    faccio come le altre? - all'idea d'un secondo amante abbrividiva.
    - Come fanno a mutar d'amante ogni stagione?
    Allora  non  si abbandonava pi alla fatalit della sua sorte,  non si
    lasciava andare come un corpo morto in balia delle circostanze  e  del
    caso;  la impotenza della rassegnazione si mutava in furore.  E voleva
    riprenderselo tutto  per  s  quell'uomo,  che  tentava  di  fuggirle;
    trattenerlo fermo,  col valido polso d'una volta,  anche a dispetto di
    lui;  fargli sentire nuovamente la  saldezza  del  suo  carattere,  la
    prepotenza del suo affetto, domarlo, prostrarlo, attaccarselo con ogni
    mezzo, poich sapevasi la pi forte.
    E la tempesta scoppiava.
    - Come sei ingiusta!- disse Andrea uno di questi giorni.
    - Sta zitto!... Non recitar la commedia!
    - Come sei ingiusta!
    Ella lo squadrava da capo a piedi,  fieramente. Era gi sicura ch'egli
    mentiva; pure replic!
    - Se tu menti, commetti un'infamia! Se tu menti, commetti un'infamia!
    - Ah!... Commetto un'infamia? - esclam Andrea, scattando in piedi.  -
    Ma l'ho commessa egualmente,  peggio,  avvilendo la mia giovinezza con
    questa catena strascicata al piede sei anni!  L'ho commessa nel  darti
    tutto  il  mio cuore,  tutta la mia vita,  tutto il mio avvenire,  nel
    sacrificarti la mia dignit d'uomo,  la mia  coscienza,  ogni  cosa...
    corpo e anima...  ogni cosa!  Ma la commetto tuttavia, non tentando di
    ribellarmi,  non osando d'alzare il capo,  continuando nel sagrifizio,
    mentre  il  mio  cuore  mutato,  la mia coscienza scossa mi torturano,
    m'insultano,  non  mi  lasciano  in  pace  un  momento!...   E  tu  mi
    rimproveri?  E tu levi la voce? Non ti accorgi dunque ch'io soffro pi
    di te? E che, se mento,  per te,  unicamente per te?...  Per piet di
    noi?...
    - Taci! Taci! - ella grid.
    Un groppo di pianto la strozzava.
    Andrea,  sbalordito  a  quell'incredibile suo impeto di sincerit e di
    coraggio,  scappava via per le  scale,  come  se  avesse  commesso  un
    delitto.


    12.

    Giacinta era rimasta, tutta la nottata, seduta a pi del letto, con il
    capo  rovesciato  sulla  sponda,  le braccia abbandonate,  agonizzante
    sotto i colpi di quel dolore che tardava ad  ucciderla.  Di  tanto  in
    tanto alzava la testa,  apriva gli occhi smarriti,  si passava le mani
    sulla fronte.
    - Non era dunque un orribile sogno?...
    E ricadeva nella prostrazione che la teneva l senza moto, quasi senza
    pensiero, da tante ore; da un'infinit di anni, le pareva!
    Dalle stecche rialzate della persiana,  il sole  accendeva  strisce  e
    punti di luccicanti riflessi sui mobili,  sugli oggetti di cristallo e
    di porcellana,  lasciando in penombra uniforme tutto il resto dove non
    frangevasi  la  viva  punta  dei  suoi raggi.  E a un tratto,  in quel
    silenzio e  in  quel  tepore,  che  sembrava  tenessero  in  deliziosa
    sonnolenza  anche  gli  oggetti  inanimati,  arrivava,  da la via,  la
    stridula voce d'un organino suonante una melodia del "Ruy Blas".
    - No, non era un sogno! Era la verit! Aveva parlato lui!  Proprio lui
    le  aveva  ingratamente  rinfacciata  la  sua passione...  e le si era
    rivoltato contro...
    Uno sbuffo di pazzia tornava a montarle al cervello.
    Oh!...  Avrebbe voluto meritarselo almeno!  Avrebbe voluto meritarselo
    con qualcosa di spregevole,  di ributtante,  dove la sua coscienza, la
    sua  volont  fossero   intervenute   deliberatamente!...   Quel   suo
    miserabile cuore diceva di no, quelle sue vilissime carni fremevano di
    ripugnanza,  avrebbe  dovuto buttarle in preda al primo capitato,  per
    sbarazzarsi d'ogni scrupolo, d'ogni pudore! A che le servivano pudore,
    scrupoli, cuore? Solo a renderla infelice!... E poich non poteva, no,
    no!... e poich non sapeva...!
    L'organino aveva ripreso da capo:  "Oh  dolce  volutt!  Desio  d'amor
    gentil"!  Uno  scherno,  in quel punto.  E le pareva che il letto,  le
    poltrone,  i mobili della  camera  le  danzassero  attorno  una  ridda
    infernale,  gridando confusamente, gettandole in faccia tutte le gioie
    da lei godute in quel santuario d'amore,  quando la loro felicit  era
    al colmo ed ella non chiedeva pi nulla n alla terra,  n al cielo! E
    le pareva che  quei  testimoni  di  tante  dolcezze  ora  ghignassero,
    irridendola,  in una perversa esultanza: e facessero volar per aria, a
    folate, tutte le sue parole d'affetto,  tutte le sue carezze,  tutti i
    suoi   baci,   come   inutili  cenci,   a  ludibrio  contraffacendola,
    sbertandola fra ringhi e fischi,  quasi  volessero  chiudere  con  tal
    chiasso indecente quell'ultima scena del suo dramma.
    - E poich non poteva!... E poich non sapeva... Ah! meglio morire!
    La testa le scoppiava.  La bocca era riarsa.  Ella aveva gi avvertite
    delle interruzioni nella sua intelligenza, lungo la nottata, quando il
    passato e il presente le  erano,  a  poco  a  poco,  spariti  dinanzi;
    quando, stupidamente fissa verso un punto luminoso, un oggetto vicino,
    un fiore della tappezzeria,  era rimasta a guardare a lungo,  a lungo,
    senza vedere, senza capire, proprio come una pazza...
    - Meglio morire!
    Il castello incantato della sua  passione  era  crollato,  da  cima  a
    fondo, alle terribili parole di Andrea. Perch pi vivere, dunque?
    - Meglio morire!
    Cess  di  piangere,  s'asciug il volto.  Aperti i cristalli,  aspir
    avidamente  l'aria  fresca  che  invadeva   la   camera:   poi   corse
    all'armadietto d'ebano.
    -  Dev'essere  qui - mormorava,  rovistando i cassetti.  - Deve essere
    qui.
    Frugava,  disfaceva  gl'involtini  che  le  capitavano  tra  le  mani,
    ributtando  indietro  oggetti  e carte,  impazientissima.  Non trovava
    nulla. Arrivata all'ultimo cassetto, lo vuot intieramente;  dal fondo
    un boccettina ruzzol.
    - Eccola!
    Ella  sorrideva  tristemente,  scotendo  il capo.  Il cuore le batteva
    forte.  Una lassezza dolcissima,  simile a quella provata alcune volte
    nei  pi  bei  momenti di felicit,  le rammollava gambe e braccia,  e
    mentre non sapeva staccar gli occhi dal chicco nerastro  chiuso  nella
    boccettina,  sentivasi  lentamente  invadere  da  una  pace  profonda.
    Finalmente era prossima a staccarsi dalla vita e  da  ogni  vanit  di
    essa!  Finalmente  si sarebbe addormentata per sempre nel fatale sonno
    del curare!...
    - Grazie!  Grazie!  - mormorava,  baciando la  boccetta,  rivolgendosi
    verso  a  un assente,  a cui non era mai stata cos grata come in quel
    momento.
    Si sentiva forte.  Durante  la  terribile  notte,  l'energia  del  suo
    carattere, che la passione e il dolore avevano negli ultimi mesi alcun
    poco  infiacchita,  erasi  destata con la vigoria di una volta.  Pure,
    ella stava in guardia contro s stessa,  a quel  vivo  ripullulare  di
    ricordi,  di  sensazioni  e  di  sentimenti  che  pareva  cercasse  di
    stornarla dal tristo proposito.
    - No; voleva morire...  Doveva morire!  Era vita la sua?  Una continua
    agonia!
    Ma i ricordi insorgevano, la spingevano indietro, fino a quella stanza
    ingombra   di   arnesi  smessi,   dove  le  ore  solitarie  della  sua
    fanciullezza eran trascorse in un monotono  interminabile  soliloquio.
    Vent'anni volati via in un baleno!
    - Com'era stata felice allora, nell'ignoranza di tutto!
    Chiuse  la  finestra.  La  tepida giornata primaverile,  smagliante di
    luce,  che i passeri salutavano col loro cinguetto dalle  grondaie  e
    dai  tetti,   la  commoveva  troppo.   La  vocina  limpida  e  allegra
    d'un'operaia che cantava "Giulia gentil" nella casetta dirimpetto, fra
    il grido dei ragazzi,  dei rivenditori,  il rumore dei carri  e  delle
    carrozze che passavano per la via, gi cominciava a turbarla.
    - No; meglio morire! - ella disse ad alta voce.
    E suon.
    Marietta a vederla straordinariamente pallida, domand:
    - La signora contessa ha passato una cattiva nottata?
    - Anzi! Ho dormito troppo.
    Nel camerino,  seduta davanti allo specchio,  tutta avvolta nel bianco
    accappatoio,  Giacinta osservava il suo  viso  squallido  e  disfatto,
    dalle occhiaie livide, dalle labbra contratte. La testa, con i capelli
    disciolti  sulle spalle e gli occhi stralunati,  aveva una cos strana
    espressione, ch'ella n'ebbe quasi paura.
    Marietta le raccontava intanto  la  piccola  avventura  capitatale  al
    veglione la sera innanzi. Il Ratti, scambiatala sotto il "domino", chi
    sa per chi,  dopo averle detto un mondo di grullerie, l'aveva invitata
    anche a cena.
    - Cenasti con lui?
    - Sempre in maschera. Poi insistette per accompagnarmi a casa...
    - E ti lasciasti accompagnare?
    - Dovevo affliggerlo?  Quando mi vide  fermare  al  portone...  Povero
    signor Ratti!
    Giacinta sorrise.
    Pi tardi,  venne il dottor Follini. Chiedeva qualche soccorso per una
    sua ammalata.
    - E' giovane? - domand Giacinta.
    - Giovanissima e bella. Il lavoro la uccide.
    Giacinta gli diede un biglietto da cento lire.
    - Grazie!... E' anche troppo. Come sar contenta quella infelice!
    - Guarir? - riprese Giacinta, dopo una breve pausa.
    - Oh, no! E vorrebbe vivere!
    - Con una vita cos piena di stenti?
    - La sua povera mamma,  cieca e paralitica,  perir di fame  senza  di
    lei.  Trista cosa il mondo! Nessuno pu saperlo quanto noi medici, che
    vediamo miserie e dolori incredibili,  non  possiamo  alleviarli.  Che
    sono  mai  in  confronto,  i  dolori  quasi  artificiali delle persone
    ricche, della gente elevata?
    - Come s'inganna!
    - Pu darsi.  L'immediato contatto con la miseria ci fa  perdere  ogni
    filosofia. Il cuore non ragiona. E lei, sta bene?
    - ...Benissimo! - ella rispose, distrattamente. - Va via?
    - Vado da quella disgraziata.
    Il  dottor  Follini,  in  piedi,  trattenuto  per la mano da Giacinta,
    sorrideva imbarazzato.  Ella  comprese  l'intimo  linguaggio  di  quel
    sorriso, e di quella calda stretta di mano:
    - Mi perdoni! - gli disse con voce tremante.
    - Che cosa?
    - Forse le ho fatto del male... senza volerlo.
    - Mi ha fatto un gran bene.
    - Quanto  generoso!
    -  Sono  stato  un  fanciullo!  -  soggiunse  quasi subito il dottore,
    diventando un po' rosso in viso.  - Noi che viviamo nel pantano  della
    pi schifosa realt, sentiamo assai pi degli altri il bisogno d'alzar
    gli occhi a un cielo dove la realt si purifica, senza punto smarrirsi
    in vaporose idealit.  Sono stato un fanciullo...  Avrei dovuto tacere
    anch'oggi;  avrei dovuto contentarmi  soltanto  del  delicato  profumo
    delle anime nostre, aspirato quasi di nascosto... Non importa. Fra tre
    giorni  sar  a Parigi.  La lontananza terr sempre vivo un sentimento
    che noi, probabilmente, uccideremmo da vicino.
    - Ha ragione!
    Come gli era grata d'esser venuto a vederla  per  l'ultima  volta!  La
    vita le dava con lui l'estremo sorriso!
    Fino  a  quel  momento  la  figura  d'Andrea  era rimasta rannicchiata
    nell'ombra,  tenuta in disparte dal  sentimento  d'odio  e  disprezzo,
    scoppiatole  nel  cuore  la sera avanti,  quando egli aveva detto: "Se
    mento,  per te, unicamente per te!...".
    - Ingrato!... Vigliacco!...
    Ma ecco, ella cominciava a provare una strana inquietudine, un bisogno
    di vederlo arrivare da lei alla solita ora.  Sul punto di  staccarsene
    per sempre,  la stringeva una tenerezza piena di compassione per colui
    ch'era stato tutto, proprio tutto, per lei.
    - Perch accusarlo?  Una forza superiore  ci  preme  tutti  e  due!...
    M'amava  davvero,  senza  secondi  fini,  con lo stesso ardore con cui
    m'ero gettata fra le sue braccia!  Se ora non m'ama pi,  se il nostro
    amore,  creduto  tale  da dover durare eterno,   stato pi corto d'un
    sogno,  che colpa n'ha lui?...  E tarda a venire appunto oggi!...  Oh!
    Vorrei  morire  perdonandogli,  dicendogli che muoio per averlo troppo
    amato!
    Indugiava,  con una specie di crudele piacere,  pi non temendo che la
    volont e il coraggio le fallissero nel punto di metter in atto la sua
    decisione,  o  che l'istinto della conservazione le arrestasse in mano
    lo spillo avvelenato.  Provava  un'intensa  serenit;  si  teneva  gi
    morta.  Le  pareva  gi  di  vivere quella seconda vita,  di cui aveva
    parlato una sera il Mazzi, procuratore del re, uomo grave e spiritista
    convinto.
    -  E  poi,   morire  come  quell'indiano   rammentato   dal   Follini,
    tranquillamente,   senza  soffrire,  forse  senza  che  nessuno  possa
    sospettare un suicidio...
    A un tratto s'accost alla gabbia del canarino e l'apr.  L'uccellino,
    addomesticato,   usc  fuori,   saltandole  sul  dito,  beccandoglielo
    delicatamente.
    Quando Giacinta lo punse con lo spillo avvelenato, ei mostr appena di
    risentirsene.  Becc il pezzettino di  zucchero  immollato  nell'acqua
    ch'ella gli porgeva;  e, rientrato nella gabbia, continu a saltellare
    qua e l,  irrequietamente,  dopo aver intinto il becco nel beverino e
    levato il collo per sorbire l'acqua.
    Giacinta, pallida, strizzandosi le mani ghiacce, attendeva.
    Dopo  alcuni minuti,  il canarino non saltell pi.  Appollaiato sulla
    stecca,  volgeva la testina  attorno,  come  preso  da  stupore  e  da
    stanchezza.  Stir  una  zampina,  si frug col becco tra le piume del
    petto, nascose la testa sotto un'ala... e cadde in fondo alla gabbia.
    Immobile col cuore che batteva forte,  gli  occhi  pieni  di  lagrime,
    Giacinta quasi credeva di aver assistito alla propria agonia:
    - Oh!... Morire in quel modo era quasi un addormentarsi!


    13.

    Andrea rincas tardi.
    -  E' venuta la solita cameriera - gli disse Elvira.  - Lo cercava con
    urgenza.  Quando le dissi che sarebbe partito col treno delle  undici,
    non volle pi attendere. Torner.
    Andrea non pot frenare un movimento di dispiacere.
    - Non voleva che si sapesse?
    - Oh, non  nulla - rispose dopo aver guardato l'orologio.
    La partenza,  una fuga,  era stata risoluta la notte avanti,  dopo una
    grossa vincita fatta lass, nel mezzanino della Pantera.
    - Con venti mila lire, era libero!  Un colpo di fortuna aveva spezzato
    tutt'a  un  tratto  l'ultimo  anello  della  sua catena!  Andar via di
    nascosto,  senza lasciar traccia;  perdersi  a  Milano,  a  Torino,  a
    Napoli, in una grande citt, vivervi di lavoro!...
    Egli non voleva far altro...  Ma, era sicuro della propria volont, se
    Giacinta avesse conosciuta l'intenzione di lui?
    E partiva, come un colpevole che volesse sottrarsi alle ricerche della
    polizia.
    - Non gli pareva vero!
    Elvira, quasi risanata e pi bella,  era rimasta nel vano dell'uscio a
    guardare,  mentr'egli dava un'occhiata attorno,  sui mobili,  prima di
    chiudere le valigie.
    - Quando torner - ella disse - trover  sempre  una  stanza  da  noi,
    dovessi anche cederle la mia!...
    -  Chi  non  muor  si rivede!  - rispose Andrea,  guardando nuovamente
    l'orologio. - Lei mi scorder presto;  naturale.  Per me lo scordarla
    non  sar  tanto  facile,  mi  creda...  Il  cocchiere    puntuale  -
    s'interruppe con un gran respiro,  non  appena  intese  nella  via  il
    rumore della carrozza fermatasi al portone.
    Elvira,  preso in mano il lume, and di l per far entrare il facchino
    che doveva portar gi le valigie.
    - E' partito? - domand Giacinta, arrestandosi su la soglia.
    E guardava sospettosamente Elvira che,  diventata rossa  in  viso,  la
    precedeva  col  lume  verso  le stanze d'Andrea.  Senza darle il tempo
    d'annunziarla,   si  spinse  avanti,   attraversando  rapidamente   il
    salottino,  chiudendo  dietro di s l'uscio della camera da letto dove
    Andrea si trovava. Egli, allibito, non si mosse.
    - Perch vai via?
    - Zitta! Non alzare la voce!
    - Non temere. Non vengo a farti una scenata. Lo so: tutto  finito tra
    noi. Ma partire cos, di nascosto, oh!  un'indegnit.
    Aveva buttato in un canto la veletta e lo scialle.  La spalliera della
    sedia su cui appoggiava le mani, scricchiolava.
    - Hai torto. Avresti dovuto avere il coraggio di confermarmi colle tue
    labbra  quello  che  tante  volte  ti  dissi d'averti letto nel cuore.
    Perch hai mentito?  Perch vuoi ora lasciarmi  sotto  l'insulto  d'un
    abbandono che mi renderebbe favola delle persone che ho sfidato a viso
    aperto  unicamente per te?  Confessalo: stai per commettere un'infamia
    inescusabile.  Ti trattenevo con altre catene che queste  mie  braccia
    d'amante?  Ho forse abusato del tuo affetto?  Mi son forse risparmiata
    in nulla,  da farti cos presto scordare ch'io son di  quelle  che  si
    danno una volta e per sempre?
    - Non alzare la voce! - balbett Andrea.
    Era  alla  tortura.  Temeva  che Elvira non origliasse,  per curiosit
    femminile.
    - Resterai,  vero? - riprese Giacinta, accostandoglisi di pi.  - Per
    una  settimana,  per  due,  tre  giorni,  finch non avremo trovato un
    pretesto!   Facciamo  almeno  le  viste  di  dividerci   amici.   Sar
    tranquilla; mi sforzer. Eviteremo uno scandalo.
    Resterai, dunque?... Ma rispondi! Resterai?
    - S... S...
    - Non menti?
    - Rester; te lo giuro.
    -  Sta  bene.  Non  mi  uscir di bocca una sola parola di rimprovero.
    Perch illuderci ancora?  Sarebbe stoltezza.  Da questo  istante,  sei
    libero; farai quello che ti parr. Non pretendo troppo, mi pare!
    Avendogli messo inavvertitamente una mano sulla spalla, Andrea fece un
    leggero movimento per evitarla.
    -  Oh,  non temere!  - ella disse.  - E' la mano di un'amica che vuole
    ringraziarti per l'amante. Povere donne!  Dobbiamo esservi grate anche
    del male,  immeritato,  che v'astenete di farci!...  Taci. Non occorre
    scusarti... Doveva essere cos!...  Poteva accadere anche a me;  ma io
    sarei stata sincera. T'avrei detto: Non t'amo pi; finiamola! E, senza
    ipocrisie,   senza   menzogne,   sarebbe   finita.   Basta:    finita
    egualmente...  Chi  lo  avrebbe  sospettato?...  Eppure    cos!  Che
    importa?  Ci  siamo amati come pochi in questo mondo.  Abbiamo provato
    gioie cos grandi, cos intense, che la parola non pu esprimerle... E
    ora tutto  finito!  Per sempre!  Vivremo...  vivrai di  ricordi.  Chi
    dimentica, lascia morire gran parte di s...
    Andrea,  che s'aspettava ben altro,  era stupito. Sentendo quella voce
    fatta di singhiozzi repressi;  osservando quelle labbra contratte a un
    sorriso desolato, e quelle dita armeggianti inconsapevoli, l'egoistica
    rigidezza,  di  cui  s'era  armato al primo apparire di Giacinta,  non
    seppe resistere.
    - Come sei buona! - le disse. - Siedi.
    Aveva quasi vergogna di non amarla pi;  e si sentiva gi pungere  dal
    rimorso di aver voluto abbandonarla di soppiatto.
    -  Non partirai dunque - riprese Giacinta.  - Ti farai vedere,  ancora
    una volta, in casa mia da tutta quella gente che ci crede innamorati e
    felici!   Lasciamola  nell'inganno.   Non  vorrai  farmi  un   inutile
    sfregio...
    - Rester due,  tre giorni,  anche pi;  quanto vorrai.  Cercheremo un
    pretesto; dici bene.
    Voleva contentarla,  gli sembrava giusto.  Povera donna!  Si  meritava
    questo piccolo sacrifizio!
    - Siedi - replic, prendendola per una mano.
    - No - rispose Giacinta,  che guardava fisso le due valigie pronte per
    la partenza.
    - Come sei buona!... Ti ho fatto soffrire... Ma, credimi,  ho sofferto
    anch'io! Se avessi avuto il coraggio... di confessarti....
    -  Senti  Andrea,  -  lo  interruppe Giacinta -  una mia debolezza...
    Assicurami, con una prova,  che manterrai la promessa...  Disfa quelle
    valigie, sotto i miei occhi... Non vuoi?...
    Andrea,  in risposta, le porse le chiavi. E mentre le mani febbrili di
    Giacinta cavavano fuori ogni cosa, buttando vestiti, camicie, goletti,
    polsini qua e  l,  alla  rinfusa,  sul  letto,  sulle  poltrone,  sul
    tavolino, egli provava la strana sensazione di qualcosa che gli veniva
    sconvolto  dentro;  e  cominciava  a  pentirsi  d'aver cos facilmente
    acconsentito a quel capriccio di donna.
    Vuotata la valigia, Giacinta apriva l'altra;  ed era di nuovo un volar
    di  pantaloni  qua  e l,  di panciotti,  di cravatte,  di guanti,  di
    stivaletti, di spazzole, di libri.
    - Cos!  -  ella  esclam,  sorridente  d'una  gioia  convulsa,  d'una
    soddisfazione fanciullesca, guardando la camera stranamente ingombra.
    - Ed ora andiamo.
    Andrea  le  porse  lo  scialle.  Nell'acconciarsi il velo sulla testa,
    Giacinta parve, tutt'a un tratto, ricordarsi di qualcosa.
    - Chi  quella bambola?... Quella che  venuta ad aprirmi?
    - La figlia della padrona di casa...  Una vera  bambola  -  soggiunse,
    intimidito dagli sguardi di Giacinta.
    Ella lo trascinava con s,  come una preda,  senza sapere precisamente
    perch lo trascinasse via.
    - Doveva essere suo, fino all'ultimo momento!
    E gli si stringeva al braccio, battendo i denti, convulsa, con un gelo
    di morte in tutto il corpo,  quasi brancolante fra  le  tenebre  della
    pazzia che le oscurava il cervello.
    Davanti al portone, Andrea s'arrest.
    - Non vieni su? - ella disse, insospettita.
    -  Fra dieci minuti.  Bisogna che disdica un appuntamento,  non voglio
    che l'amico con cui dovevo partire perda la corsa per me.
    Giacinta lo tratteneva pel braccio, guardandolo in viso.
    - Fra dieci minuti - replic Andrea, rassicurandola con una stretta di
    mano.
    - Fa' presto, fa' presto!
    E rimase un  po'  sulla  soglia,  seguendo  con  l'occhio  Andrea  che
    s'allontanava frettoloso.
    Era  sfinita;  montava  a stento le scale.  Aveva diacce le mani;  ma,
    dentro, sentiva un'arsura insopportabile,  un fuoco che le bruciava il
    sangue.
    Passando davanti la camera del conte,  si ferm un istante; poi spinse
    l'uscio.
    Battista,  che trovavasi troppo familiarmente seduto allato al  conte,
    con i gomiti appoggiati sul tavolino dove questi cenava, si lev tutto
    confuso, all'inaspettata apparizione, balbettando una scusa.
    Giacinta gli accenn d'uscire.
    Il  conte,  voltandosi  per  vedere  chi fosse,  seguitava a masticare
    facendo scoppiettare le labbra, fissandola.
    - Giulio! - disse Giacinta, inginocchiandoglisi accanto.
    Il conte si nett la bocca col tovagliolo,  le  mise  una  mano  sulla
    testa, come per raffigurarla meglio; poi, lentamente:
    - Che cosa volete? - balbett.
    - Giulio,  muoio!...  Perdonami! - singhiozzava, baciandogli la scarna
    mano. - Muoio!... Perdonami!
    Egli la fiss un poco, senza comprendere.
    - Va bene! va bene! - poi disse.
    E riprese a mangiare.


    14.

    Fatto una cinquantina di passi,  Andrea s'era  guardato  attorno,  per
    assicurarsi  d'essere proprio libero.  Una rapida reazione accadeva in
    lui:
    - Vigliacco!  Incapace d'un fermo proposito!  Non era un uomo,  ma  un
    bruto, una carognaccia!
    Gesticolava,  batteva  i  tacchi,  quasi  per  calcarsi sotto i propri
    piedi, in disprezzo.
    - No,  non doveva tornare addietro.  Aveva  fatto  troppo  per  quella
    donna!...  S'era  disonorato,  s'era  lasciato coprire di vituperio...
    L'amore, la passione lo scusavano, prima... Ma ora? Vigliacco, torna a
    casa, rifai le valigie; parti subito!...
    Gli suonava dentro l'orecchio  l'acuto  fischio  della  vaporiera,  il
    rumore  dei carrozzoni che dovevano portarlo via...  E andava quasi di
    corsa,  senza badare alle persone che urtava,  come se le botteghe e i
    caff, che gi spegnevano i lumi, gli facessero fretta anch'essi.
    Quando si trov presso la Porta Vecchia,  davanti i casotti del dazio,
    non si raccapezzava:
    - In che modo era arrivato fin laggi?
    Una fitta nebbia invadeva lentamente la via, ravvolgendo l'arco romano
    della  Porta  e  le  case  attorno,   velando  i  fanali  che   pareva
    agonizzassero nella lattea densit brulicante.
    Il piazzale era deserto. La guardia daziaria di sentinella, che andava
    avanti e indietro,  pareva uno spettro nero dileguantesi a poco a poco
    nella caligine; e Andrea la guardava stupidamente,  senza risolversi a
    passare oltre o a tornare a casa.
    Una  confusione  di  ombre enormi s'agitava intanto sotto l'arco della
    Porta;  voci e rumori uscivano di mezzo  alla  nebbia,  che  i  fanali
    rischiaravano appena.
    Andrea  si tir da parte,  per lasciar passare quei carri che andavano
    via pesantemente, facendo dondolare le loro lanterne di tela, visibili
    appena tra le ruote nere,  dietro le gambe dei cavalli...  Qualcosa di
    funebre, di malauguroso...
    Per aveva un bel dire:
    - Voglio essere forte!
    Gi tentennava nuovamente, gi si piegava a transigere:
    -   Perch   aveva  promesso?...   Povera  Giacinta!...   Pareva  cos
    rassegnata! In quel momento lo attendeva smaniosa, impaziente...
    E torn addietro,  ondeggiando  fiaccamente  fra  l'andare  e  il  non
    andare:
    - E' gi tardi...  Pioviggina.  Son tutto fradicio!  Andr domani.  Mi
    scuser!...


    15.

    La mattina dopo, quando la signora Emilia,  che non sapeva nulla,  gli
    disse:  - E' morta la contessa Grippa: l'hanno trovata morta in camera
    - Andrea ne fu  atterrato,  come  se  quella  voce  l'avesse  accusato
    d'assassinio.
    - E' morta!
    Piangeva  con la testa fra le mani,  i gomiti sul tavolino,  guardando
    sbigottito il ritratto di lei.
    - E' morta!
    Non poteva crederlo. Gli pareva impossibile!
    E intanto sentiva penetrarsi da un occulto senso di sollievo.
