    Luigi Capuana.
    TORTURA.


    Con una nota di Carlo A. Madrignani.
    1987 Copyright Sellerio editore - via Siracusa 50 - Palermo.
    1992 Seconda edizione.
    Su concessione Sellerio editore.














    Nota biografica.

    Luigi Capuana (Mineo 1839 - Catania 1915),  scrittore,  giornalista  e
    critico,  fu  rigoroso  seguace  del  Verismo  e  teorico  del  metodo
    oggettivo e impersonale in letteratura.  Pubblic  fiabe  ("C'era  una
    volta",  1882),  volumi di novelle,  e romanzi ("Giacinta",  1879, "Il
    marchese di Roccaverdina", 1901).















    Indice.

    Tortura: pagina 4.
    Teresa, povera pazza di Carlo A. Madrignani: pagina 36.


















    Com'era avvenuto? Non avrebbe saputo dirlo neppur lei.
    Insidia,  aggressione!...   Qualcosa  di  vigliacco  e  di  brutale...
    Un'infamia!
    E  al  ricordo  di  quell'istante in cui la violenza del cognato aveva
    impresso a tradimento un bollo di fuoco  nelle  sue  carni  di  moglie
    immacolata,  ella  agonizzava  senza  tregua,  senza  poterne dire una
    parola a nessuno,  all'infuori che al Crocifisso a pi del quale s'era
    buttata,  protestando  per  la  propria  innocenza,  sciogliendosi  in
    lagrime nel buio della camera,  la terribile notte seguita  alla  sera
    della violazione, quando le era parso d'impazzire, di morire..., e non
    era n impazzita, n morta!
    Com'era avvenuto?
    Se lo domandava spesso, tentando d'illudersi per non pi ricordarsene,
    per non pi crederci;  per ottenere, almeno cos, un momento di riposo
    in   quello   straziante   travaglio   del    sangue,    dei    nervi,
    dell'intelligenza che tornavano a ribellarsi contro l'oltraggio, quasi
    continuasse  tuttavia  l'opera sua vituperosa;  indignata di se stessa
    quando credeva che la volont non reagisse abbastanza da  scancellarle
    dalla memoria l'orribile impressione; irritata contro tutti perch non
    la soccorrevano, anche ignorando la causa dell'incessante tortura...
    Non si accorgevano che soffriva?
    In  certe  giornate,  allorch  il  cielo  era  coperto,  o la pioggia
    scrosciava sui vetri del salottino dove ella tentava di distrarsi  ora
    leggendo,  ora  applicandosi  a  un  lavorino manuale,  sentiva ahim!
    invadersi a poco a poco da una specie di  fascino  che  la  forzava  a
    ricordare, a rappresentarsi fino i minuti particolari dell'atrocissima
    scena. I grandi occhi neri si dilatavano enormemente sul volto pallido
    e  affilato;  le  mani scarne e bianchissime brancicavano i bracciuoli
    della poltrona dov'ella  si  distendeva  con  l'abbandono  di  persona
    morta;  e mentre le labbra aride articolavano di tanto in tanto parole
    inintelligibili e sconnesse,  quell'altra stanza che prima serviva  da
    salottino,  i mobili, i quadri, gli oggetti d'arte sparsi allora qua e
    l su le pareti e negli angoli,  il  tavolino  tondo,  il  lume  della
    ventola  giapponese,  le  si  rizzavano  rapidamente  attorno  con  la
    solidit del vero;  quasi fossero ancora l,  e  non  li  avesse  ella
    dispersi  due  giorni  dopo,  perch  sparisse  anche  ogni  inanimato
    testimone dell'incredibile onta...
    Ma... e la sua debolezza non ci aveva concorso per nulla? Ma...  e non
    c'era stato dalla parte di lei un cieco assentimento di sensi?...  Oh,
    no! Oh, no!...  Ella non sospettava;  non diffidava...  Il fratello di
    suo marito!... Sarebbe stato un delitto.
    Colui  parlava  quasi  sottovoce,   stranamente  commosso,  seduto  di
    rimpetto; ed ella agitava il largo ventaglio nero,  senza guardarlo in
    viso,  sorridendo di quel ch'egli diceva e del modo con cui lo diceva,
    distratta,  nell'intimit dell'ora tarda o da una canzone  che  saliva
    inattesamente dalla via e si allontanava affievolendosi,  o dal rumore
    di una carrozza che passava di corsa; il silenzio, poco dopo,  rendeva
    pi  dolce  e  pi  intimo il conversare,  lasciando un po' di libert
    all'immaginazione e non obbligando a rispondere.
    Durava da parecchie settimane.  Nella lontananza del marito,  egli era
    venuto pi di frequente,  anche per affari... Come sospettare?... Come
    diffidare?...  Mai una parola,  mai  un'occhiata,  mai  un  gesto  che
    potesse metterla in guardia!
    Si  era levato da sedere continuando a parlare,  facendo qualche passo
    su e gi davanti a lei, con certi sguardi che le avevano dato un senso
    di meraviglia e le erano parsi un po' buffi in quel momento...  E a un
    tratto...
    Ella  si dibatteva,  come se quelle labbra le ricercassero di nuovo il
    viso, il collo,  le mani che si difendevano: - No!  No!  No!  - Ed era
    soggiaciuta  per  l'annientamento  d'ogni  forza,  vinta da un immenso
    stupore,  quasi fosse stata non gi  vittima,  ma  testimone  di  quel
    delitto!...  E si era rizzata, ravviandosi istintivamente i voluminosi
    capelli disordinatisi nella breve lotta,  cercando con lo sguardo  lui
    che  era  scappato  via  come  un  ladro,  lui che ella avrebbe voluto
    chiamare in soccorso, tanto quell'infamia le pareva incredibile!  Cos
    rizzavasi  ora,  ogni  volta  che  l'allucinazione la vinceva;  e cos
    riportava istintivamente le mani al capo per ravviarsi i capelli  alla
    rinascente sensazione del disordine di allora.
    E  rivedevasi  ritta in mezzo al salottino,  come si era vista in quel
    momento nello specchio di faccia,  senza  riconoscersi,  atterrita  di
    quel fantasma pallido e sconvolto che non si moveva,  l, non parlava,
    e pareva non respirasse neppure...  E compreso l'orrore che era  stato
    consumato  -  e  non  si  poteva  pi  cancellare  - aveva nascosto le
    improvvise vampe del volto tra le mani diacce e convulse.
    - Lui!... Lui!... Il fratello di mio marito!
    Barcollava,  come allora ch'era andata tentoni per le stanze buie fino
    alla  camera  da  letto;  e,  come  allora,  i  singhiozzi e il pianto
    tornavano a farle nodo alla gola:
    - Lui!... Lui!... Il fratello di mio marito!
    La mattina,  quando s'era trovata ancora piangente,  accoccolata  come
    una mendicante sul pavimento,  con la testa appoggiata alla sponda del
    letto,   le  mani  avviticchiate  attorno  ai  ginocchi;   al  barlume
    dell'alba,  penetrato  nella  camera dai cristalli rimasti aperti,  la
    prima sensazione che le aveva dato la coscienza di se stessa era stata
    un invincibile ribrezzo dei vestiti che trovavasi in dosso;  poi,  una
    pazza  paura  che  non  le  si  fossero  appiccicati  alle  carni  per
    perpetuare la sua onta.  Rapidamente  s'era  spogliata,  strappando  i
    bottoni,  i  ganci,  ogni  cosa  che faceva intoppo;  e rivestitasi in
    fretta, aveva spinto coi piedi fuori della stanza quel mucchio di roba
    e di biancheria,  quasi fosse stato un sudiciume  da  potere  appestar
    l'aria.
    Era  rimasta  tutta  la  giornata  chiusa  in  camera,  scusandosi con
    un'emicrania,  senza voler vedere  nessuno,  neppure  la  sua  bambina
    venuta a picchiar all'uscio colle manine, chiamando: - Mamma! Mamma! -
    Ed  era  rimasta  l,  buttata  sul  letto,  col  volto  affondato nei
    guanciali, al buio, smaniante di urlare forte, forte, forte, perch il
    marito lontano la sentisse,  turandosi nello stesso tempo con le  mani
    la  bocca,  per  impedire che qualche grido non le sfuggisse mentre si
    sentiva soffocare.  E quando suo marito sarebbe tornato?  Oh,  non  ci
    voleva pensare!  Sarebbe morta,  prima.  Non si sentiva gi morire? Ed
    era bene.
    Al terrore di quel prossimo arrivo,  all'idea di sentir sovrapporre ai
    baci  maledetti  i  dolci  e affettuosi baci di lui,  brividi acuti le
    correvano per le ossa. Dio!... Non si sarebbe accorto subito?  Intanto
    ella,  no,  non poteva accusare,  non doveva... Quell'infamia era cos
    enorme,  che nessuno l'avrebbe creduta.  - Un fratello!  - e  meno  di
    tutti  suo marito...  In certi momenti riusciva forse a prestarsi fede
    ella stessa? Non le pareva d'essere sotto l'incubo d'un cattivo sogno,
    mostruoso,  prodotto dall'immaginazione malata?...  Ed era una realt!
    Sentendo  che egli aspettava in salotto,  - aveva avuto la temerit di
    tornare e chiedere di parlarle! - tremante e convulsa era sbalzata dal
    letto, senza sapere quel che intendesse fare; e si era strascinata fin
    l, arrestandosi in mezzo all'uscio per appoggiarsi e non cadere.
    Egli le si era buttato ai piedi, soffocato dai singhiozzi:
    - Perdonami, Teresa, perdonami!... Parto... Non ci vedremo pi...  Ero
    pazzo!...  Ho  orrore  di  me...  Perdonami...  Ti ho amata...  Da due
    anni... Mi ero allontanato di casa tua per questo... Perdonami!
    - Andate via... Neppure Iddio pu perdonarvi!... Andate via!
    Rantoli  pi  che  parole,   fremiti  di  odio,   che   ne   rendevano
    irriconoscibile la voce.
    - Teresa!... Risparmiamogli un inutile dolore...
    Non aveva soggiunto altro,  implorando. Ed ella, nel vederlo andar via
    col passo malfermo d'un uomo a cui  traballasse  il  terreno  sotto  i
    piedi,  gli  aveva  ripetuto: Andate,  andate!  Maledizione,  sputo di
    disprezzo,  dove si riversava tutta l'ambascia del  suo  povero  cuore
    avvelenato per sempre!


    E al ritorno del marito?
    Voleva essere forte, per non tradirsi con la menoma esitanza o col pi
    lieve  movimento  delle labbra e degli occhi...  Perci parlava spesso
    del  ritorno  del  babbo  alla  bambina,  tenendola  sulle  ginocchia,
    accarezzandola;  quasi  l'innocente  creatura,  incapace  di  mentire,
    dovesse poi,  occorrendo,  testimoniare in favore della  mamma!...  Ma
    stringendo  al  petto  la  figliolina  che le fissava in viso,  un po'
    meravigliata, i begli occhi azzurri,  e pareva tentasse di penetrarne,
    a  quelle  eccessive carezze,  le nascoste intenzioni;  come pi l'ora
    dell'annunziato ritorno si  avvicinava,  come  pi  il  momento  della
    terribile  prova  diventava  imminente,  ella  si sentiva di giorno in
    giorno assai meno rassicurata, assai meno forte.  E allorch il marito
    le  scrisse  che  sarebbe  stato trattenuto ancora una settimana dagli
    affari respir alleviata;  senza curarsi che il ritardo prolungasse la
    tortura  dell'incertezza,  illudendosi  di  doversi  sentire tanto pi
    coraggiosa e pi forte,  quanto meglio si fosse preparata e assuefatta
    al terribile colpo di quell'incontro.
    Si occupava soltanto di lui.  Nel salottino, rinnovato da cima a fondo
    e che gli avrebbe procurato una sorpresa,  le  pareva  di  amarlo  con
    maggior tenerezza,  quasi con ineffabile piet materna; giacch ora le
    accadeva di chiamar pi facilmente: Figliolo mio!  colui  che,  datole
    cuore,  nome,  agiatezza, e rimasto modello di marito innamorato della
    moglie,  sapeva  mettere  nell'intima  affezione  coniugale  tutte  le
    delicatezze  dell'affetto  fraterno  e  l'alta  devozione  della  vera
    amicizia. Si occupava soltanto di lui;  voleva occuparsi unicamente di
    lui,  anche per scacciar via l'immagine di quell'altro, del colpevole,
    che talvolta la faceva sobbalzare,  pallida di indignazione,  come nel
    punto  ch'egli  le  aveva balbettato ai piedi: Perdonami,  Teresa!  Ti
    amavo, da due anni!
    Da due anni?...  Ah!...  Intendeva forse che ella doveva essersene gi
    accorta?...  E  perci  aveva  supposto...  Le lagrime,  che allora le
    sgorgavano dagli  occhi,  le  bruciavano  il  viso:  -  Miserabile!...
    Miserabile!
    E  almeno  aveva ancora la forza di sdegnarsi!  E almeno poteva ancora
    buttargli  in  faccia,  quasi  fosse  stato  presente,   quel  feroce:
    Miserabile!  che  le  scoppiava  simile  a  un  fulmine  dalle  labbra
    contratte.
    Ma tosto che le parve di sentir dentro di s un accenno,  un preavviso
    di  cui  le sue stesse viscere inconsapevolmente provavano nausea;  ma
    quella mattina,  seguita a una  mortale  nottata  d'insonnia,  in  cui
    l'accenno,  il  sospetto  era  divenuto certezza per lei,  si era d'un
    colpo  sentita  annientare,   quasi  le  sue  membra  avessero  voluto
    sciogliersi,  disgregarsi,  per  uccidere  l'empio germe vitale da cui
    sarebbe accusata al  marito,  alla  figlia,  a  tutti,  spietatamente,
    inesorabilmente...
    Oh, Signore!... Era mai possibile?
    Quella  mattina  ella  respinse  in  modo  brusco anche la bambina che
    voleva saltarle  al  collo  per  darle  il  buon  giorno.  Sbalordita,
    atterrita,  neppur  capiva  il  significato  delle  parole  che andava
    pronunziando interrottamente, ad alta voce, come una pazza, torcendosi
    le mani, appoggiata al letto colle gambe irrigidite,  puntando i piedi
    sul tappeto.  Era mai possibile?...  Oh,  Signore! Poi, si era sentita
    inattesamente tranquilla,  con disperato abbandono alla  fatalit  dei
    casi umani e un lontano,  quasi fanciullesco, luccicore di speranza...
    - Dio, con un miracolo, Dio solo potr salvarmi!


    Al rumore dei propri passi  nell'oscurit  silenziosa  e  vuota  della
    chiesa, le era parso che qualcuno l'avesse inseguita fin dov'era corsa
    a chiedere consigli e conforti al vecchio confessore.
    Da  due giorni la ragione le vacillava.  Uno spaventevole suggerimento
    le brontolava insistentemente nell'orecchio;  e  non  gli  aveva  dato
    ascolto  per  paura,  per  vilt,  quantunque  la  morte  le sembrasse
    liberazione e anche espiazione.  Ma  non  sapeva,  non  poteva...  Ora
    sarebbero stati due delitti in uno... No! No!
    In un angolo, perduta nell'ombra, una donna in ginocchio e colla testa
    appoggiata alla balaustrata di marmo che chiudeva la cappella,  pareva
    singhiozzasse pregando.  A lei per non riusciva n di pregare,  n di
    piangere;  le lagrime le si erano disseccate dentro gli occhi.  Ebete,
    simile a un accusato che paventi l'apparire del giudice da  cui  dovr
    essere  condannato,  attendeva  seduta che il vecchio confessore,  gi
    fatto avvisare,  giungesse: e intanto si  distraeva,  guardando  fisso
    quella  figura di donna curva sul marmo della balaustrata,  provandone
    una viva compassione.  Quando costei,  levatasi in piedi e pregato  un
    istante  col  volto  alzato verso l'immagine dell'altare,  - Madonna o
    santo,  non si distingueva bene,  - era sparita  via  silenziosamente,
    simile a un fantasma doloroso,  ella era rimasta sola, sopraffatta dal
    terrore di  quella  oscurit,  di  quel  silenzio,  di  quelle  statue
    biancheggianti   nell'ombra,   di   quelle   lampade  agonizzanti  nel
    misterioso fondo dell'abside... Ma n'era uscita consolata, alleggerita
    del peso enorme che le schiacciava il petto,  rassegnata  a  tutte  le
    conseguenze del volere di Dio.
    Una voce piena di dolcezza e di piet le aveva detto:
    -  No,  tu  non  sarai rea,  tacendo.  Poich la tua coscienza non pu
    rimproverarsi niente,  poich non hai trovato niente in fondo  al  tuo
    cuore  da doverne chiedere perdono a quel Dio che legge i pi nascosti
    abissi dell'uomo; va, tu sei ancora pura e innocente anche al cospetto
    di tuo marito; e faresti molto male, e ne saresti responsabile innanzi
    agli uomini e innanzi a Dio,  se ti lasciassi fuggir di bocca quel che
    ormai dovr rimanere un triste segreto fra Dio e te!
    Che gentile carezza al viso l'aria fresca della via!  Il cielo pallido
    ancora degli ultimi riflessi del crepuscolo,  e lucente  alto,  fra  i
    tetti  nereggianti,  con limpidezza profonda,  come corrispondeva alla
    mite luce che le sorrideva nell'animo  dal  vero  cielo  della  parola
    divina!  E  come  sentivasi  dolcemente  stanca,  in  quella deliziosa
    convalescenza dello spirito, che la rendeva immemore e meravigliata di
    poter passare lieta, tra la gente lieta dei marciapiedi!  E che fretta
    di trovarsi in casa per abbracciare la bambina!  Da due giorni, povera
    creatura,  doveva essere afflitta  di  vedersi  cos  poco  baciata  e
    abbracciata! Camminava svelta e leggiera. Tutto era finito; non ci era
    pi da temere. Il miracolo che doveva salvarla era dunque avvenuto?
    Nell'avvicinarsi a casa,  per, ecco qualcosa che le saliva, le saliva
    lentamente dal profondo del cuore; ed ecco di nuovo quel cieco terrore
    di cui le pareva d'essersi sbarazzata  lass,  nella  penombra  e  nel
    silenzio della chiesa,  dietro la grata del confessionale. S, avrebbe
    taciuto... S, avrebbe mentito... Ma se suo marito tardava ancora?
    Accelerando sempre pi il passo di  mano  in  mano  che  quel  terrore
    riprendeva  intero  possesso  di lei,  era arrivata a pi della scala,
    ansante, con le ginocchia fiacche, peggio che se avesse fatto una gran
    corsa;  e dovette reggersi al ferro della  ringhiera  per  montar  gli
    scalini,  e  poi  fermarsi  un  momento  dietro l'uscio per riaversi e
    ricomporsi prima di suonare il campanello.  La bambina le  era  venuta
    incontro  saltellante,  agitando  il  telegramma del babbo.  Teresa lo
    aveva mezzo strappato per aprirlo; e lettolo,  si era lasciata cascare
    sulla seggiola,  trattenendo a stento le lagrime,  coprendo di baci la
    testina bionda che le domandava:
    - E' del babbo? Verr domani?
    - S, s, domani!...
    La gioia della bambina le dilaniava il cuore. Domani!
    Forte della sua innocenza, durante l'interminabile nottata ella si era
    ripetuta una dietro l'altra, per fissarsele meglio nel cuore, tutte le
    confortanti parole del vecchio sacerdote;  e aveva invocato dal  cielo
    il   coraggio   di  risparmiare  al  marito  l'immeritato  strazio  di
    quell'onta.  Neppure  la  sua  bambina  doveva  un  giorno  arrossire,
    quantunque  a  torto,  della  povera  mamma!  Dio  certamente  avrebbe
    impedito che quest'altra creatura,  per  la  quale  ella  non  avrebbe
    potuto mai avere viscere di madre - lo sentiva,  mai!  mai!  - venisse
    viva alla luce.
    Le ore scorrevano con tormentosa lentezza sul quadrante  dell'orologio
    che  ella  osservava  a  intervalli;  le  pareva  intanto  che  le sue
    preghiere,  nella vasta calma  della  notte,  dovevan  pi  facilmente
    arrivare lass.  E gi si sentiva ascoltata,  gi si sentiva consolata
    di nuovo.
    - Perch doveva repugnarle  mentire?  Non  era  per  buon  fine?  Come
    facevano  dunque  quelle  altre  che  mentivano a fronte alta,  a cuor
    leggiero, tradendo? Infine... se non le fosse riuscito,  se quegli per
    caso si fosse accorto...  Ebbene,  che poteva farci?  Avrebbe parlato,
    avrebbe confessato... s, s!  Era forse meglio...  Soltanto le otto e
    mezzo? Altre otto ore di agonia!
    Si  voltava e si rivoltava nel letto,  tastandosi spesso la fronte che
    le  bruciava,  tentando  invano  di  distrarsi,  di  non  pensare;   e
    brancicava  furiosamente le lenzuola quando l'immagine di quell'altro,
    scacciata via o tenuta lontana un pezzo,  tornava ad assalirla come un
    invasamento,  parlando dal profondo delle viscere di lei;  irridendola
    quasi col mandarle a traverso lo spazio, dall'oceano che egli forse in
    quel momento traversava, le infami parole: Ti amavo! Da due anni!  Non
    avrebbe taciuto mai?
    Era  rimasta  a  letto  fino  a  tardi,  incapace di fare lo sforzo di
    levarsi;  quasi,  restando immobile,  potesse anche ritardare la corsa
    del  treno  con  cui  suo  marito tornava;  poi s'era alzata tutt'a un
    tratto,  irrigidendosi contro ogni impressione capace di  infiacchirle
    l'animo,  improvvisamente  risoluta  di  affrontare faccia a faccia il
    pericolo.  Con la cipria rosea  e  colorandosi  lievemente  le  labbra
    sbiadite,  aveva scancellato dal volto qualunque traccia di pallore; e
    provava,  come una attrice la parte  da  recitare,  quel  che  avrebbe
    dovuto  fare  e  quel  che  avrebbe  dovuto  dire all'arrivo di lui...
    Sarebbe stato un attimo,  ma le tardava che  gi  non  fosse  passato!
    Perci and incontro al marito franca, sorridente, - col cuore, s, un
    po' agitato,  mordendosi le labbra - e gli stese le mani sicura; e non
    trem tra le braccia di lui,  e  resistette  all'impressione  di  quei
    caldi baci con l'alterezza della innocenza. Era commossa nel vederselo
    dinanzi gentile, buono, affettuoso, qual era partito; e si stupiva che
    il  fingere  e  il  mentire  non  costassero  insomma maggiore sforzo.
    Soltanto quando il  marito,  alla  vista  della  trasposizione  e  dei
    mutamenti   da  lei  fatti  nel  salottino,   le  domand  perch  non
    glien'avesse scritto mai niente, ella, con qualche imbarazzo e alzando
    le spalle, rispose: - Capriccio. Non sdegnartene, Giulio.
    In verit n'era malcontento.  Non gli pareva  di  ritrovarsi  in  casa
    propria;  quasi  avesse  fatto  uno  sgombero,  egli  che  odiava  gli
    sgomberi.  Viveva da sette anni in quella casa.  La sua  felicit  era
    nata  e  cresciuta  l,  in quelle stanze ariose,  fra quei mobili che
    avevano veduto e sentito, quasi persone vive e di famiglia, tutto quel
    che pi intimamente lo interessava e  gli  era  caro,  sin  dal  primo
    giorno dopo il viaggio di nozze.
    - Volevo farti una sorpresa, - ella aggiunse, esitante...
    Giulio  sorrise.  Infine,  i mobili e oggetti d'arte avevano solamente
    mutato di posto,  dalle altre stanze nel nuovo salottino;  e  la  loro
    disposizione  era  cos  gentile  e  intonata  che  poco dopo egli non
    provava pi il cattivo effetto della prima  impressione.  La  bambina,
    arrampicataglisi   sulle  ginocchia,   lo  accarezzava,   lo  baciava,
    aggrappata al collo, chiamandolo: - Babbino bello... Babbino caro... -
    Intanto, fra i baci e le carezze, egli osservava sua moglie:
    - Sei un po' dimagrita...
    - Ti pare?
    - E un po' pallida. Non sei stata ammalata, spero.
    - Ho avuto l'emicrania...
    Rispondeva tranquilla,  senza abbassare gli occhi sotto quegli sguardi
    che la scrutavano, anzi interrogava a sua volta:
    - Tu per mi sembri pensieroso. Che hai?
    - La partenza di Carlo...
    - ... E' partito?... Per dove?
    - Come? Tu non sai?... Carlo  partito per l'America, improvvisamente.
    Non disse niente neppure a te?
    - No.
    Lo  sforzo  di  fingere  la  rendeva  quasi sincera.  A quel nome,  un
    leggiero brivido le era passato per la schiena; ma,  subito rimessasi,
    ella mostrava di ascoltare con curiosit e meraviglia il marito che le
    raccontava l'improvvisa partenza del fratello.
    - Risoluzione inesplicabile...  Temo che qualche grosso affare non gli
    sia andato male... M'informer, senza destar sospetti... Ne sono molto
    impressionato.
    - Torner presto.
    - Dice che non torner pi!...
    Ella ebbe un senso di sollievo, e devi il discorso.
    - I tuoi affari vanno bene?
    - Benissimo.
    La bambina,  presa in quel punto una mano alla mamma e  mettendola  in
    quella del babbo, gli diceva ridendo:
    - Non vedi?... La mamma vuol essere baciata anche lei.


    Ogni apparenza era salva, ogni ragione di timore sparita; ella avrebbe
    potuto  viver tranquilla,  seppellendo nel pi profondo del petto quel
    terribile segreto, ed ecco che la sua tortura ricominciava pi atroce.
    Con la irritazione contro l'incestuosa creatura che  le  palpitava  in
    seno  e  non  le  dava  nessuna  delle  sofferenze provate nella prima
    gravidanza,  Teresa era divenuta cos nervosa,  cos  eccitabile,  che
    ogni  insignificante contrariet le produceva strani scoppi di stizza,
    seguiti spesso da sfoghi di singhiozzi e di pianto.
    - Ma che ti senti insomma? Sei malata? - le ripeteva suo marito.
    - Non dire cos;  peggio! - rispondeva piena di rabbia e di vergogna.
    Una mattina che  Giulio,  turbato  e  tenendola  per  le  mani,  aveva
    insistito pi del solito perch parlasse, Teresa gli si era buttata al
    collo  piangente,  stringendolo  forte,  premendo  con la faccia sulla
    spalla di lui.
    - Non lo capisci? Tu sei malata...
    - No! no!
    E quasi gli aveva morso il collo,  spaurita,  sentendosi  salire  alle
    labbra la terribile rivelazione che la strozzava.
    - No... No... E' per la bambina... Ho il cuore grosso... Che so io?...
    E  gli  era  cascata  quasi  in  convulsione  tra le braccia.  Giulio,
    spaventato, aveva mandato subito pel dottore.  Il dottore,  dopo poche
    interrogazioni e osservazioni,  s'era messo a sorridere;  e nell'andar
    via gli aveva raccomandato:
    - Bisogna che la signora stia molto calma.  Le conseguenze d'un aborto
    potrebbero essere gravi.
    Ella  era  rimasta  sdraiata sulla poltrona,  con tale abbattimento di
    forze da non poter tenere nemmeno semiaperti gli occhi;  e  mentre  il
    marito  la  confortava,  lieto  del  male  passeggero,  pregandola  di
    riguardarsi, giusta le raccomandazioni del dottore, lagrime silenziose
    le scorrevano sul bianco  volto,  e  le  mani  ghiaccie  le  tremavano
    stringendo la mano di lui.
    -  Mi  hai  fatto  paura!  -  egli le diceva,  asciugandole la faccia,
    accarezzandola,  dandole lievi baci sulla fronte...  -  Mi  hai  fatto
    paura, sai?
    Ma  Teresa  non  rispondeva,  immobile,  sfinita;  e  pensava  fisso a
    quell'aborto che sarebbe stato  la  sua  salvezza,  se  fosse  davvero
    avvenuto.   E   ruminando   cattivi   propositi   contrariamente  alle
    raccomandazioni del dottore,  vedeva  passare,  quasi  in  sogno,  una
    minuscola  cassetta funebre portata via di nascosto da un uomo vestito
    di nero,  come ben si addiceva alla  trista  cosa  l  racchiusa...  E
    pareva  che  quell'uomo  vestito di nero,  con quella funebre cassetta
    sotto braccio andasse, andasse, andasse...  e si perdesse lontano,  in
    una nebbia fitta, mentre le viscere dilaniate le doloravano ancora.
    Non avveniva cos.  Il suo fragile corpo diveniva pi resistente e pi
    forte,  il tormento dell'animo prendeva maggior vigore.  E intanto non
    solo ella non si riguardava,  ma commetteva imprudenze;  s'affaticava,
    si stancava,  si esponeva a serii pericoli,  e senza approdare  nulla!
    Cos, di giorno in giorno, mentre il seno le si arrotondava con la pi
    benigna  e  pi  sana gestazione che mai donna potesse desiderare,  un
    odio sordo la invadeva contro quell'ostinato germe che  voleva  vivere
    per  forza  e crescere e venire alla luce...  E picchiando sul proprio
    seno,  intendeva schiacciare il capo dell'invisibile nemico l  dentro
    nascosto,  finch  inorridita  di  quel  soffio di pazzia che le aveva
    attraversato il cervello,  non s'arrestava e non cadeva  in  ginocchio
    invocando il perdono di Dio, e dell'innocente creatura.
    Era  ingiusta.  Non  doveva  risentire solo colei il peso dell'infamia
    altrui, n scontarne la pena!


    Poco dopo la bambina s'era ammalata gravemente.  Teresa  aveva  voluto
    restare notte e giorno al capezzale della inferma. Preghiere non erano
    valse,  n  minacce  del  marito  per  indurla a rimuoversi di l.  Il
    rimorso le lacerava il cuore.  Ella rammentava con  spavento  la  vile
    menzogna: - E' per la bambina... Ho il cuore grosso... Che so io?... -
    E  il  ricordo  di queste parole le si mutava in terribile rimprovero,
    quasi avesse buttato cos una cattiva sorte  addosso  alla  creaturina
    che  ora  smaniava  nel  letto  riarsa dalla febbre,  tra la vita e la
    morte...  Oh,  lei stessa la uccideva!  La  bambina  avrebbe  espiato,
    vittima pura,  l'infame delitto di quell'uomo!  E credendo d'assistere
    all'agonia della creatura che era stata la sua gioia,  la sua superbia
    di  madre  immacolata e felice,  si sentiva intanto sussultar nel seno
    quell'altra con festoso anelare alla luce, con vivo senso d'allegrezza
    pel vicino sprigionamento.  E presso il capezzale dove le  pareva  che
    l'alito  freddo della morte gelasse il sudore sul viso sfigurito della
    sofferente,  ecco il fantasma di colui - dello scomparso - che  le  si
    ripresentava  dinanzi con umile aria di preghiera: - Ti amavo,  da due
    anni. Per questo m'ero allontanato da casa tua! - Perch se lo sentiva
    cos pertinace nell'orecchio?  Perch il di lei pensiero vi si fissava
    dispettosamente,  con  una  specie di sdegnosa compiacenza?  E quando,
    Signore!  quando?  Ora che la sua figliolina era all'estremo,  ora che
    avrebbe dato volentieri in olocausto la propria inutile e triste vita,
    pur di sviare il pericolo da quel capo diletto!


    Il Signore era stato misericordioso; non le aveva preso la bambina!
    Teresa  riviveva  con  lei.  E  al  rifiorire  del  roseo colore sulle
    guancine  dimagrite,  le  fioriva  in  cuore  una  nuova  dolcezza  di
    maternit,  un senso di pace che neppure quei rapidi sussulti del seno
    riuscivano a turbare.
    La sua bambina era salva!
    Si sentiva felice;  non odiava pi,  con l'istessa intensit di prima,
    l'altra  creatura  che  gi  si  faceva sentire maggiormente col grave
    pondo e coi vaganti dolorini, preludi di un'altra fase di tortura...
    S, di un'altra fase di tortura. La infelice non poteva pensare, senza
    raccapriccio,  alla continua presenza  di  quell'insultante  testimone
    della ignominia di lei,  di quella menzogna,  di quell'inganno vivente
    che sarebbe stato di continuo  sotto  i  suoi  occhi,  e  ch'ella  non
    avrebbe mai potuto, mai! tenere come sangue e carne sua!... E allorch
    il marito la rimproverava dolcemente, non vedendole preparar nulla pel
    prossimo  arrivo  del  figliolino  tanto desiderato - egli credeva con
    certezza che sarebbe stato un figliuolo - Teresa gli rispondeva: - Chi
    sa quel che accadr?
    Presentimento e mal augurio.  S'era fissata nell'idea di dover  morire
    soprapparto  insieme  con la creatura da nascere;  e se ne rallegrava,
    provando pure un indefinito terrore di quel momento, e non per s,  ma
    per  coloro  che  sarebbero rimasti,  il marito e la bambina.  E se la
    teneva stretta al suo seno per ore intere, accarezzandola, baciandola,
    quasi gi fosse orfanella,  dicendole cose strane che la  bambina  non
    capiva:
    - Se me ne andassi?... Se non tornassi pi?
    - Saresti cattiva.
    - Non vorresti pi bene alla mamma?
    - Dovresti portarmi con te.
    - Oh, no, figliolina mia!
    La bambina,  impressionata da questi discorsi, la denunci al babbo: -
    La mamma dice che se n'andr, che non torner pi.
    Giulio impallid.  La persistenza di quel presentimento gli aveva dato
    nel cuore. - La mamma  una sciocchina! - disse, tentando di scioglier
    la mano da quella di sua moglie.
    Teresa lo trattenne. - Hai ragione: sono una sciocca!
    Provava  insolite  tenerezze  anche  per  lui.  Spesso  gli gettava le
    braccia al collo,  guardandolo fisso  negli  occhi,  muta,  quasi  per
    compensarlo; vergognosa di non poter essere sincera e di dover tacere,
    lei,  lei  che non gli aveva mai nascosto un sentimento,  un pensiero,
    com'egli a lei!  E non potergli dire:  Taci!  quando  le  parlava  del
    bambino che sarebbe stato il colmo della loro felicit coniugale!  Ah,
    se egli avesse saputo!...
    Giulio intanto progettava di dare il nome di Carlo al  nascituro,  per
    ricordo  del  fratello  creduto morto da che non scriveva pi e non se
    n'era potuto aver notizie n dai consoli,  n  dalla  legazione...  Il
    mistero lo tormentava.  - Cos buono!  Di carattere un po' chiuso,  un
    po' fantastico,  ma docile nella stessa impetuosit.  Qualche passione
    malaugurata! - rifletteva talvolta.
    Ed  ella  tremava  nel  sentirglielo  ripetere.  -  A che stillarti il
    cervello? - gli rispondeva con durezza.  Ma si riprendeva subito: - E'
    tuo  fratello;  hai  ragione...  Al bambino per,  se sar un bambino,
    daremo il nome di tuo padre. Non ti pare pi giusto?


    Negli ultimi quattro mesi era frequentemente ritornata dal confessore,
    ogni volta che si era  sentita  a  estremo  di  forze.  E  il  marito,
    lasciandole pienissima libert, la canzonava un pochino, senza cattive
    intenzioni,  credente  anche  lui,  quantunque  troppo  distratto  dal
    rimescolo degli affari.
    In quella chiesa dove tante  volte  aveva  dato  pienissimo  sfogo  al
    proprio  cuore,  ella  trovava  sempre  il balsamo che le addolciva la
    piaga,  e gliela rendeva sopportabile,  se non  riusciva  a  guarirla.
    Ribellioni,  indignazioni,  tetri  propositi,  tutto si ammansiva,  si
    acchetava in lei alla voce consolante  che  le  parlava  in  nome  del
    Signore.
    Un'intima corrispondenza si stabiliva allora tra lei e Dio.  Egli solo
    sapeva la verit!... Egli solo poteva giudicarla e compatirla! E,  una
    o due volte,  si era sorpresa con parole di preghiera, con invocazioni
    di perdono sulle labbra anche in favore di colui che  le  aveva  fatto
    tanto  male.  Era  morto?  O  espiava  terribilmente  il delitto di un
    istante? L,  in chiesa,  poteva pensarci senza che la coscienza le si
    rivoltasse, senza che un'ondata d'odio e d'orrore le si sollevasse nel
    petto.  - Dovete perdonare anche voi,  figliola mia!  - le ripeteva il
    confessore. E dietro il confessionario, a pi dell'altare, le riusciva
    facile.  Ma da l a poco,  in casa,  ai primi sussulti del  seno,  non
    sapeva, non poteva pi!
    In  quell'ultima settimana,  con la fissazione di dover presto morire,
    un senso pi vasto di pace e  di  serenit  la  penetrava  tutta,  una
    tenerezza  di distacco e di rimpianto,  che involgeva persone e cose e
    le gonfiava gli occhi di lagrime.  Non ne parlava per non  rattristare
    anticipatamente suo marito.  Si sforzava anzi di mostrarsi allegra;  e
    preparava il corredino,  quantunque lo credesse  inutile,  e  la  sola
    vista  di  quelle fasce,  di quei pannolini,  di quelle camicette,  di
    quelle cuffiettine le desse  i  brividi...  Ma  il  suo  Giulio  n'era
    contento; voleva apparir contenta anche lei.
    Acuti  dolori  l'avevano  tormentata  fin  dalla  mattina,  senza  che
    n'avesse detto niente al marito. La morte,  invocata e aspettata,  ora
    le  metteva spavento;  e le pareva di allontanarla con l'illudersi che
    quelli che la incalzavano,  non fossero i dolori prenunzi  del  parto.
    Andava da una stanza all'altra,  appoggiandosi alle pareti e ai mobili
    nelle strette che  si  rinnovavano  sempre  pi  forti,  intestata  di
    avvertire il marito soltanto all'ultimo, quando non avrebbe pi potuto
    nascondergli  le  sofferenze.  A  un  tratto  aveva  gridato: - Giulio
    Giulio!  - E gli s'era aggrappata al collo,  baciandolo  desolatamente
    con le labbra diacce: - Giulio!.. Muoio! Giulio!


    Neppure  allora  era morta!  Si tastava tutta,  tastava le coperte del
    letto,  per convincersi d'essere ancora in vita,  per  accertarsi  che
    proprio suo marito accarezzasse e baciasse il bambino ignudo,  vagente
    tra le mani della levatrice. Girava gli occhi attorno,  stupita che il
    presentimento l'avesse ingannata;  con tale confusione nella mente,  e
    tal'indicibile prostrazione di forze  da  credere  di  sognare,  o  di
    vedere  ogni  cosa  attraverso una nebbiolina leggiera,  in mezzo alla
    quale si muovevano silenziosamente le  persone,  mormorando  parole  a
    voce  bassa  e  che ella non riusciva ad afferrare.  Forse si muore in
    questo modo! - pensava.
    Al destarsi dal sonno riparatore che l'aveva vinta,  allo  scorgere  a
    pi  del  letto  il marito in amorosa contemplazione del neonato,  che
    riposava coperto d'un velo di tulle; al: Come ti senti?  di Giulio,  a
    cui  dalla  commozione  e  dalla gioia tremava la voce,  ella lo fiss
    spalancando  gli  occhi,   sorridendogli  inconsapevolmente.   Sentiva
    intanto  dentro  di  s  un'oppressione  non mai provata,  uno strazio
    nuovo: la  barbara  violazione  del  cuore  materno,  che  le  rendeva
    repugnante la bella creaturina dormente l accosto.
    - Guardalo... Che bocciuolo di rosa!
    Giulio  non  si  era  contentato  di sollevare il velo di tulle da una
    parte;  ma,  spinte le mani sotto il guanciale  dove  il  piccino  era
    adagiato,  lo aveva deposto delicatamente a fianco della mamma, perch
    potesse ammirarlo senza scomodarsi.  Ella si trasse un po' indietro  e
    serr gli occhi...
    - Che hai, Teresa? Ti vien male?
    -  Allontana  cotesto guanciale...  Mi opprime il respiro...  E questa
    coperta...
    Non era vero.  Voleva soltanto,  a ogni costo,  evitar di  baciare  il
    piccino; avrebbe voluto, se fosse stato possibile, impedire egualmente
    che suo marito lo baciasse.
    Quelle  carni  rosee non gli avrebbero dato alle labbra una sensazione
    rivelatrice? A lei poi... sarebbe parso di baciare...
    Oh no... mai,  quantunque il suo cuore di madre la invitasse intanto e
    la spingesse!...  Avrebbe voluto,  almeno, che qualche tregua si fosse
    stabilita tra la innocente creaturina e lei;  ma nel tempo stesso  che
    parte  di  lei  cos  desiderava  e  voleva,  l'altra  parte,  la  pi
    orgogliosa,  si tirava indietro,  s'adontava  di  quel  desiderio,  si
    ribellava  a  quella  volont e cercava di paralizzarla!  Voleva forse
    baciare?.. E restava l, cogli occhi serrati, inerte, sotto lo spasimo
    della chiusa tortura; pensando con terrore che finalmente, una volta o
    l'altra,  doveva vincere la ripugnanza  per  non  dar  nell'occhio  al
    marito.  E  inorridiva  dell'inevitabile contatto che le avrebbe fatto
    risentire pi immediata la violenza patita.  La mattina che dinanzi al
    marito  non pot fare a meno di baciare il figliolino prima di tentare
    di dargli la  poppa,  appena  sfiorate  con  le  labbra  quelle  carni
    delicate, Teresa gett un urlo e cadde in deliquio.


    Si  era  immaginata  che  dando  il  bambino  a balia,  avrebbe dovuto
    sentirsi alleviata,  sollevata;  invece  era  peggio.  Giulio  parlava
    continuamente  del  piccino.  Ogni  due  o tre giorni le proponeva una
    scarrozzata fuori Porta, fino alla cascina della balia.  La figliuola,
    anche  lei,  rammentava  in ogni istante il fratellino con cui avrebbe
    voluto  gi  fare  il  chiasso  insieme.   Cos  l'odiata  creaturina,
    quantunque  lontana,  riempiva  la  casa  di s pi che se fosse stata
    presente...  E poi...  - Come?...  Perch ora?...  - ella si domandava
    spaventata.  E  poi,  qualcosa  di strano,  di mostruoso cominciava ad
    avvenire dentro di lei... - Come?... Perch ora?... Dio! Dio!
    Quell'altro,  lo scomparso,  tornava a poco a poco a farsi  risentire,
    dimessamente al suo solito, supplichevole: T'amavo! Da due anni!...
    Come?...  E  lei,  lei  pi  non  se  ne offendeva?...  E lei stava ad
    ascoltare,  mezza indignata,  s,  ma pari a  chi  lascerebbesi  forse
    commuovere  se  lui avesse insistito?  Ahim!  Nella solitudine in cui
    volentieri rimaneva per lunghe ore della giornata, il ripeto di quel:
    Ti amavo!...  Da due  anni!  diveniva  sempre  pi  insinuante  e  pi
    forte...  E  all'allucinazione del suono delle parole,  s'univa quella
    della figura,  alta,  bruna,  dal viso serio,  dal lo sguardo severo e
    contenuto  a  stento...  E qualcosa si ridestava in tutto il suo corpo
    con lento brulicho di sensazioni e  vibrazioni,  qualcosa  rimasto  a
    germogliare nell'oscurit feconda,  e che usciva fuori a un tratto,  e
    si espandeva e fioriva...  Questo le pareva pi abbietto  della  prima
    violazione del suo corpo...
    - No!  No!  No! - protestava sdegnata, come in quel triste istante, in
    quella sera. - No! No! Inutile! - Ti amavo da due anni! - E lei non se
    n'era mai accorta!... Quanto avea dovuto soffrire colui!  Che tormenti
    e  che  lotte,  povero  giovane!  E  si era esiliato per lei!  E aveva
    abbandonato tutto..  per lei...  per espiare la colpa d'un istante!  -
    ella pensava trasognata,  quasi un'influenza esteriore le spingesse la
    povera mente verso quel punto e ve la tenesse fissata.
    E riscuotendosi tutt'a un tratto,  guardava attorno atterrita,  feroce
    contro colui,  riboccante di disprezzo di se stessa,  con cos tragico
    pallore sul viso,  e sguardi  cos  smarriti,  che  Giulio  tornava  a
    impensierirsi.  La  gravidanza ora non c'entrava pi.  Certe stranezze
    del carattere di sua moglie diventavano addirittura inesplicabili. Non
    la riconosceva! Nei momenti,  nei giorni ch'ella tentava di rifugiarsi
    in  lui  per vincere il tristo dmone,  egli la vedeva sempre agitata,
    eccessiva in quei baci ed abbracci pi da  amante  che  da  moglie,  e
    affatto diversa da quella ch'era stata fin allora.
    Poi,  ella  mostr  improvvisamente desiderio di lanciarsi fuori della
    cerchia intima e tranquilla che li  aveva  accolti  tant'anni,  ignari
    quasi  ed  ignorati,  paghi  e  contenti della felicit di amarsi e di
    sentirsi amati fra le consapevoli  pareti  dove  non  giungeva  nessun
    rumore della vita cittadina.  E a quegli scatti di sensazioni,  a quei
    capricci di passeggiate,  di visite,  di  teatri,  di  feste,  che  lo
    meravigliavano  assai,  Giulio cominci a temere che la gravidanza non
    avesse lasciato in lei qualche funesto germe d'esaltazione  nervosa...
    Il  dottore,  ripetutamente  consultato,  senza  che Teresa ne sapesse
    nulla, era stato d'ugual parere.  Avevano fissato insieme un metodo di
    cura abilmente combinato;  viaggi,  bagni,  regime ricostituente... Ed
    ella aveva subito  acconsentito,  lietissima.  Capiva  che  gi  v'era
    qualcosa  di  guasto  di  s,  di  affievolito per lo meno.  Lo stesso
    confessore non le consigliava di distrarsi,  di fuggire la solitudine,
    perch in questa il demonio conduce meglio il suo scellerato lavoro di
    tentazione?
    Era andata pi volte ad accusarsi,  ingenuamente,  chiedendo perdono a
    Dio  della  sua  debolezza,  implorando  la  forza  di  resistere;   e
    confessore e dottore, quasi d'accordo, le ripetevano: Si distragga!
    -  Ma  che  posso  farci?...  Il  nemico   accovacciato qui,  nel mio
    interno! - Da un mese ella dormiva soltanto a brevi intervalli; poi le
    palpebre le si ritiravano  in  su.  Doveva  svegliare  ogni  volta  il
    marito? E il nemico la sopraffaceva.
    Andati per vedere il bambino, avevano trovato la balia piangente.
    - Signora mia, non vuol poppare.
    - Da quando? - domand Giulio.
    - Da ier sera dopo le otto. Alle quattro aveva poppato benissimo.
    Giulio disse: - Non  nulla... Riportiamolo in citt -. Fingeva di non
    essere  turbato,  per  rassicurare  Teresa  che teneva fissi gli occhi
    sulla culla dove il bambino,  col viso pallido,  i  labbrini  violacei
    semi aperti e le manine increspate, dormiva.
    Che  triste ritorno!  Ella si era rovesciata in fondo al legno,  muta,
    stringendo  una  mano  di  Giulio.   La   balia   seduta   dirimpetto,
    canticchiando  sotto  voce,  cullava il piccino;  e la bambina,  su le
    ginocchia  del  babbo,  stringendogli  la  testina  alla  spalla,  ora
    guardava  lui,  ora  la mamma,  e non osava rompere il silenzio.  Solo
    Giulio,  che invece avrebbe voluto  piangere,  tanto  aveva  il  cuore
    ingrossato,  ripeteva  di tratto in tratto,  monotonamente: - Non sar
    nulla! Non sar nulla!
    Alle prime parole della balia, Teresa aveva avuto un sussulto:
    - Se il bambino morisse! - E il malvagio istintivo movimento era stato
    subito seguito da un senso di ribrezzo e  di  orrore.  Poi,  in  casa,
    attorno al lettuccio del bambino, quando gi si poteva leggere in viso
    al   dottore   il   destino   della  povera  creaturina,   la  brutale
    preoccupazione  della  propria  salvezza  aveva  preso  di  nuovo   il
    sopravvento,  snaturata,  senza piet.  Sentendosi quasi affogare,  la
    infelice s'aggrappava  a  tutto.  Pur  di  salvarsi  lei,  che  doveva
    importarle  degli  altri?...  Perci s'irritava contro suo marito che,
    inconsolabile,  forsennato,   pregava,   scongiurava  il  dottore  con
    insistenza  bambinesca,  quasi  lo credesse padrone della vita e della
    morte e capace di fare un miracolo!... Il maleficio le pareva legato a
    quel filo di esistenza che non  voleva  spegnersi,  che  non  volevano
    lasciar spegnere...  lui specialmente,  suo marito!... Ed ella vibrava
    tutta, si sentiva tirare, strizzare tutta; vedeva fiammelle.
    E immediatamente, senza stacco, cadeva in grande prostrazione,  mutata
    di  punto  in  bianco,  con  le lagrime agli occhi per quella creatura
    agonizzante;  stupita  che  poco  prima  avesse  potuto  desiderare  e
    affrettare coi voti l'empio scioglimento.
    Ma s,  ma s!...  Lo voleva!  Aveva sofferto troppo!... Non resisteva
    pi! E vedendo il marito chino sul lettuccio, dolorantemente intento a
    spiare il mancante  respiro  del  figliolino,  si  sentiva  spinta  ad
    afferrarlo per un braccio e strapparlo di l, e urlargli una terribile
    parola. Il sangue le affluiva al cervello, le martellava le tempie, un
    violentissimo  tremito  tornava  a  scoterle la persona.  - Giulio!...
    Giulio!...
    Voltandosi al grido sommesso, egli l'aveva vista accostare cautamente,
    in punta di piedi, con gli sguardi smarriti e un dito sulle labbra.  -
    Lascialo  andare,  Giulio!...  Lascialo  andare!...  - E lo tirava via
    dolcemente,  sorridendo  triste,  scuotendo  la  testa  con  movimento
    significativo...
    - Teresa! Teresa mia! - balbett Giulio, non comprendendo ancora tutta
    la sua sventura da quegli occhi smarriti, da quelle parole incoerenti.
    - Lascialo andare...  Ti vorr pi bene...  Vorr bene a te solo. A te
    solo! - ripeteva la misera pazza, tirandolo pel vestito: - A te solo!
    Sei mesi dopo, al ritorno della ragione, ella credeva di aver fatto un
    lungo sogno orrendo,  e  lo  raccontava  al  marito,  domandandogli  a
    intervalli:
    - Ho sognato,  vero?
    -  S,  hai  sognato,  -  egli rispondeva fremendo.  - Abbiamo sognato
    tutti! - soggiunse all'ultimo.
    E pensava quasi con invidia al fratello che aveva cessato di  sognare,
    uccidendosi in Australia.













    Teresa, povera pazza
    di Carlo A. Madrignani.

    A  livello  elementare "Tortura" si fonda su due dati significativi: 
    una storia di follia,  la cui protagonista  una donna.  In  effetti
    tutta  la vicenda ruota intorno a una vicenda femminile,  assunta come
    ottica e come vettore della logica narrativa. Il femminile di questa
    storia narrata da un uomo nasce dal confronto col diverso  da  s;  il
    femminile  insomma    reso  possibile  dallo  sguardo maschile che lo
    investe.  Non a caso la storia di Teresa  iscritta in  un  microcosmo
    maschile,  in  una sorta di confronto obbligato e qualificante.  Prima
    che una donna, Teresa  una moglie.  Accanto a lei c',  in ombra,  ma
    ben  presente,  il  marito,  con  le  sue  prerogative  di dominazione
    maschile. Il narratore ce lo mostra di scorcio,  ma nettamente,  senza
    titubanze  o sfumature critiche.  Egli  l'Uomo della Ragione e l'Uomo
    dell'Ordine,  che tollera le stranezze della moglie,  i  suoi  eccessi
    religiosi,  sempre col dovuto distacco. Arriva a prenderla in giro, ma
    senza cattive intenzioni,  da buon  marito,  che    ragionevolmente
    credente,  come  vuole il buon senso.  E' il tipico uomo positivo,
    tutto moderazione  e  ponderatezza,  estraneo  alle  tortuosit  della
    psiche femminile e alle complicazioni della coppia. La sua virilit si
    esercita  fuori,  secondo una saggia separatezza,  in un campo che 
    tutto mascolino,  gli affari,  quelli che allontanandolo da casa  sono
    l'occasione imprevedibile del dramma della moglie.
    Se  la  figura  del  marito  si  staglia  su  un  fondale di sicurezze
    istituzionali e affettive,  quella dell'altro uomo,  il cognato,  si
    muove  in  direzione  opposta.   Anche  lui  ha  piccola  parte  nella
    narrazione; inoltre la sua funzione si avvale di sfumature ben diverse
    da quelle impersonate nel fratello. La cui caratteristica fictionale 
    quella del fantasma e dell'ossessivit, incombe e stravolge il destino
    di Teresa in un rapporto  di  allucinata  distanza.  Il  narratore  ne
    aumenta  il  fascino  in due maniere,  contrapponendolo tacitamente al
    fratello positivo e nel farne il personaggio dell'assenza,  una  larva
    che domina e s'insinua dalla sua marginalit nel centro della vicenda.
    E'  lui  a  giocare  un ruolo decisivo nella tragedia della donna ed 
    ancora lui che complica,  anche da  lontano,  i  rapporti  fra  i  due
    coniugi  e incrina,  con la sua assenza intrigante,  la lucidit della
    mente di Teresa.  Tutto infine ricade  su  di  lei;  gli  uomini  sono
    all'origine  di  una  catena di eventi interiori che straziano l'animo
    della donna. La dialettica del triangolo amoroso ha effetti solo nella
    soggettivit di  Teresa;  il  narratore  manovra  le  figure  maschili
    lasciandole  sempre  sullo  sfondo,  con  un  tasso  di  autonomia ben
    limitata,  anche se la loro azione  determinante ai fini della storia
    femminile  che  sta maturando.  E decisiva  soprattutto la figura del
    cognato,  che pure s'intravede appena nei ricordi del fratello e nelle
    allucinazioni  della moglie.  Egli si configura nebbiosamente,  con le
    tonalit chiaroscurate della passione. Il fratello ce lo presenta come
    un giovane d'un carattere un po' chiuso, un po' fantastico, ma docile
    nella sua stessa impetuosit, insomma l'opposto della sua concretezza
    e della sua semplicit. Alla superficialit del raziocinante marito si
    contrappone la diversa sensibilit di Teresa,  che coltiva un'immagine
    tutt'altro  che  innocua  del  giovane  fantastico  nell'intorbidito
    ricordo di ci che  le    proibito  rievocare.  Nella  sua  mente  il
    personaggio assume altre sfumature,  ha un'imprevista imperiosit, una
    carica fascinatrice oscura,  il fascino della passione  repressa,  che
    trapela negli stessi lineamenti dell'uomo innamorato e schivo,  con la
    sua figura alta, bruna,  dal viso serio,  dallo sguardo quasi severo,
    contenuto a stento. Questa seriet, malcompresa e sottovalutata dal
    fratello,  nasconde una carica che far esplodere, senza che il marito
    sappia capacitarsene,  le potenzialit della  latente  follia  della
    donna.
    E' lei a dover subire,  fisicamente e psicologicamente,  il confronto,
    anzi lo scontro,  fra i due caratteri maschili e  lo  subisce  con  la
    passivit  di  chi  non ha scelta,  di chi si sente legata a priori ai
    suoi doveri di donna, di sposa, di madre a tal punto da trasferire sul
    piano della colpa e del rimorso lo stupro  subto.  Qui  s'innesta  la
    tortura,  la  perversa  forma di autoannientamento in cui si rivela in
    tutta la gravit il peso della  strutturale  subordinazione  ai  ruoli
    maschili,  siano  essi  rappresentati  dalla ragione o dalla passione.
    Teresa  vittima non solo del marito comprensivo, ma anche del cognato
    innamorato,  la cui violenza va al di l della sfera  sessuale,    il
    simbolo  di  un'effrazione  contro la Ragione maschile,  alla quale la
    donna vuol adeguarsi ora pi che mai,  dopo il colpevole  cedimento,
    sia  pure  involontario.  La vera tortura  proprio questa impossibile
    volont di identificazione  col  modello  della  moglie  incorrotta  e
    incorruttibile cos come lo voleva il marito. La volont di cancellare
    la  colpa    tanto  pi  perentoria  quanto  pi  essa si mescola a
    sensazioni proibite e rimosse,  con cui la donna non vuol  permettersi
    nessuna  forma  di  abbandono.  Ma  la drastica operazione  di per s
    impossibile come  impossibile ritrovare l'antica innocenza muliebre.
    Il marito,  estraneo ad ogni sorta di sospetto e pi che mai a  questa
    logica   perversa   del  femminile,   gioca  il  ruolo  del  paziente,
    esterrefatto testimone apparentemente senza alcuna incidenza, e invece
     l'occhio maschile che determina le regole del gioco. Il cognato poi,
    coll'incestuoso fascino di chi ha osato ribellarsi ad un ordine voluto
    dalla natura e  dalla  societ,  diventa  il  momento  oscuro  di  una
    pulsione alla negazione totale, al rifiuto impossibile. Alla donna non
    resta  che  torturarsi  senza  ragione  e senza sbocchi fino al crollo
    psichico.
    Di fronte alla follia femminile emerge un motivo di fondo, peculiare
    non solo del naturalismo psicologico di Capuana,  ma di  tutta  l'arte
    psicologica di quei decenni, per cui la malattia si presenta secondo i
    paradigmi   di   un  fenomeno  squisitamente  femminile.   Come  nella
    psichiatria ottocentesca si credeva che l'isteria  fosse  un  fenomeno
    morboso solo femminile, cos Capuana (e altri insieme a lui) assume la
    donna  come  luogo deputato per sperimentare il suo tipo di narrazione
    patologica,  che  rinverdisce,  in  maniera  scientifica,   l'antico
    primato  negativo  della  donna.  Se   vero che,  con l'evolversi dei
    costumi,  la  donna  dell'Ottocento  ha  perso  molto  del  suo  alone
    angelicato,  ella  non  viene pi investita solo dalle certezze di cui
    l'uomo ha bisogno a livello istituzionale e affettivo,  ma anche dalle
    sue insicurezze,  dalle sue fobie,  insomma da ogni tipo di proiezioni
    irregolari  e  pericolose.   Insomma   la   tradizionale   debolezza
    femminile,  tanto  celebrata  dall'uomo come garanzia del suo ruolo di
    protettore,  vale come presupposto da cui discenda la necessit di una
    medicina  e  di  una clinica "ad usum mulieris".  E intanto l'immagine
    femminile perde il suo alone spiritualistico e,  venuta a contatto con
    l'ideologia  provocata dalle nuove scienze sperimentali,  da una parte
    si va scientifizzando, mentre dall'altra provoca risonanze nuove e pi
    sottili.  Il mistero spirituale si concretizza in vibrazioni  nervose,
    inafferrabili   stati  d'animo,   incongruenze  e  stranezze.   L'uomo
    abbandona il generoso programma di  difensore  ufficiale  della  donna
    debole,  traviata  dall'egoismo  dell'uomo,  cos come lo pensavano un
    Dumas fils o un Capuana giovane; egli pretende di arrivare a conoscere
    questa misteriosa diversit fino a darne una trascrizione  scientifica
    (e  insieme  artistica,  poich  solo  l'artista  moderno  -  proprio
    Capuana a teorizzarlo - pu assumersi questo compito).
    Negli  anni  '80  Capuana  si  propone,   a  tale  livello  artistico-
    scientifico,  di  rappresentare  la  donna  moderna,  il che in realt
    significa darne l'immagine che l'uomo delle  scienze  positive  ne  va
    elaborando.  In questo risiede la modernit ottocentesca di "Tortura",
    nelle  cui  pagine  riesce  al   meglio   il   metodo   materialistico
    dell'analisi psicologica, quella stessa che spesso si volatilizza o si
    va  dissolvendo  in  luoghi  comuni  ideologico-espressivi.  E' lecito
    parlare di metodo materialistico per "Tortura" non facendo riferimento
    ad una consapevole e articolata professione filosofica,  ma  piuttosto
    alla  diffusione  di  un  gusto  e  di  una mentalit che traducono in
    sistema narrativo i risultati dello studio sulle condizioni storiche e
    fisiologiche di una certa  situazione  realisticamente  improntata.  A
    questo  genere  di verosimiglianza "Tortura"  fedele senza eccessi di
    tipo sociologico.  I riferimenti al  mondo  sociale  sono  sobriamente
    efficaci mentre prevale la dinamica dell'analisi e dell'introspezione.
    Si  indotti a pensare che questa rappresentazione tenda a riprodurre,
    in  forma  esemplare,   un  modello  antropologico,  quello  dell'uomo
    borghese e delle sue istituzioni pi sacre, al cui interno  possibile
    rintracciare il  significato  del  rapporto  uomo-donna  e  le  stesse
    funzioni  maschili  vi  acquistano  la giusta risonanza.  La storia di
    Teresa si staglia fra le figure del marito  e  del  cognato;  un'altra
    figura  va  aggiunta  ed  quella del confessore,  appena accennata ma
    essenziale nell'economia di tale sistema  borghese.  E'  significativo
    che  nelle opere precedenti Capuana fosse solito affidare questo ruolo
    non al confessore,  ma al medico,  visto  come  osservatore  neutrale,
    extraistituzionale  e perci pericoloso.  Verso la fine degli anni '80
    la fede scientistica va calando e  anche  Capuana  reintroduce  figure
    sociali legate ai valori tradizionali.  Il confessore di Teresa sembra
    l'unico interlocutore  della  donna,  non  certo  partecipe  dei  suoi
    conflitti;  piuttosto il mediatore autorizzato fra le esigenze di lei
    e  quelle  dell'uomo,  confidente  delle  tragedie femminili e garante
    della gerarchia familiare.  Cos si  salda  la  serie  delle  presenze
    maschili, senza che nessuna crepa incrini la solidariet degli uomini.
    Circondata da uomini Teresa non conosce la possibilit del dialogo.  I
    suoi sono monologhi senza senso,  cos almeno li recepisce il  marito.
    In  effetti  il  dramma  di  Teresa    un  dramma  di solitudine,  di
    ossessione e in fine di afasia. Nessuno la pu ascoltare,  ella stessa
    non  sa  come  spiegare  la  sua  tortura,  la  sua sofferenza senza
    ragione,  la sua colpa incolpevole.  Il linguaggio  del  femminile  si
    trasferisce   naturalmente   sul  piano  della  sofferenza  e  della
    pazzia. Capuana usa due metodi per analizzare questo fenomeno. Sotto
    lo sguardo del  razionalista  scientifico  si  snoda  un  episodio  di
    patologia  psichica e Teresa  considerata una povera pazza;  ma c'
    anche,  intrecciato ma non omologo a questo  trattamento,  un  diverso
    punto di vista, non del tutto coerente con l'ottica clinica, che tende
    a trasferirsi all'interno di quella pazzia, alla sua logica e al suo
    svolgimento. Siffatta strategia della ri-creazione narrativa non punta
    alla    linearit    dimostrativa,    cerca    piuttosto    impreviste
    trasformazioni,  strane sregolatezze.  La storia di Teresa non   solo
    riconducibile  al bel caso clinico;   solo esteriormente la storia di
    un peccato o di un adulterio terribile (anzi il peggior adulterio, che
    sfiora l'incesto).  Questa pazzia segue un proprio  tracciato  fuori
    dal  reale,  si  allontana  sempre pi dai parametri delle convenzioni
    vigenti e guadagna una sua autonomia;  diventa un'indicibile storia di
    fantasmi  e  di ossessioni,  che toccano una zona di oscuri conflitti.
    Teresa  segnata da un  contrasto  doloroso,  fra  i  sussulti  di  un
    desiderio   rimosso   e  la  volont  di  condannarlo,   o  meglio  di
    annientarlo.  Seguendo il  suo  materialismo  psicologico  Capuana  fa
    affiorare le tracce segrete lasciate da un ricordo fissato sulla carne
    e  nella  mente.  Il  sesso,  mai nominato e solo,  ma prepotentemente
    alluso,  filtra fra  le  parole  della  donna  con  una  sua  perversa
    pertinacia; rimosso riaffiora nelle fantasticherie della mente turbata
    e  scissa  fra  repulsione  e  attrazione.  Il  cognato appare come un
    fantasma  dai  contorni  deliquiscenti,   non  gi   violentatore   ma
    appassionato  e intimidito amante che si offre e chiede attenzione,  e
    reclama perfino una paradossale  piet.  Il  corso  di  questa  storia
    segreta,  fatta di revenants,  di piaceri e desideri inconfessabili, 
    sconvolto dall'imperioso richiamo alla realt delle istituzioni  e  al
    ricatto  della colpa dall'insorgere e dal maturare della mostruosa
    gravidanza.  Solo la morte del neonato riporter l'ordine,  nell'animo
    della donna e nel mondo che la circonda.
    Teresa  un esempio di trasgressione femminile tanto pi significativa
    quanto  pi inconsapevole e innocente.  Di tale trasgressivit Capuana
    ha esplicitato tutto il potenziale assimilandola alla natura femminile
    con  la  sua  predisposizione  al  fantasticare,   al  regredire,   al
    colpevolizzarsi.  La  vera  difficolt  consisteva,  oltre che nel ri-
    creare una tale situazione narrativamente, nel tradurre nel linguaggio
    della ragione maschile la follia della donna.  E'  la  grande  sfida
    della  narrativa  (e del teatro) psicologica dell'ultimo Ottocento: in
    "Tortura" e in poche altre  novelle  s'intravede  una  possibilit  di
    tradurre  in linguaggio comunicativo l'incomunicabilit femminile;  da
    questa problematica,  oltre che dai risultati acquisiti dalla  scienza
    psicologica di questi anni,  prende le mosse anche Pirandello,  la cui
    modernit avr sempre i segni di tale formazione ottocentesca,  specie
    per quello che riguarda il problema donna-ragione. Per approssimarsi a
    questa  scrittura  (pseudo) femminile,  Capuana ricorre alla sua ricca
    inventivit e  al  suo  gusto  per  il  disoccultamento  di  estenuate
    situazioni   femminili,   che   si   offrono   a   un  trattamento  di
    verbalizzazione drammatica.  Non trova,  n era nelle sue  possibilit
    provarcisi,  un  linguaggio  che  mimasse  dall'interno  il linguaggio
    diverso della pazzia  e  del  femminile  (quest'ultimo  doveva  ancora
    scontare  l'inquinamento  di  leziosaggini  secolari).  In  effetti il
    risultato pi significativo di queste pagine (e  di  altre,  sia  pure
    sempre  in  qualche  maniera  compromesse) si attesta a livello di una
    cifra narrativa drammatica e scientifica nello  stesso  tempo,  quando
    riesce  a  sfuggire  all'enfasi  della  teatralit  o  alla tentazione
    dimostrativa.  E' un tipo di narrazione e  di  scrittura  modernamente
    atteggiate che segnala,  con la sua passione intellettuale, la zona di
    frontiera di tutto un sapere in via  di  trasformazione  nei  cruciali
    anni  '90.  Sulla  strada  aperta  dal  moderno  connubio  fra  arte e
    psicologia,  Capuana tenta di trovare nuove  modulazioni  senza  osare
    infrangere  i sigilli di una scrittura da sempre convalidata,  e nella
    cui resa egli  non  supera  interamente  la  barriera  che  ideologia,
    scienza  e  linguaggio  oppongono  alla  rappresentazione  verbale del
    femminile.  E intanto cerchiamo di leggere  la  narrativa  psicologica
    dell'Ottocento  senza  cedere  alla  comoda scienza dei precorrimenti;
    sarebbe auspicabile ritornare a questa letteratura  con  la  ritrovata
    consapevolezza  che  tale  narrativa  corrisponde  a  una modalit del
    sapere razionale che ancora pu toccarci e  coinvolgerci,  proprio  in
    tempi  come  i  nostri di raffinata confusione di stili,  di strumenti
    critici e di prospettive di contorta e oscurata razionalit.
    Un'analisi a parte meriterebbe la storia del testo di "Tortura".  Come
    si  sa  (o  forse  come  si  dovrebbe  sapere) il modo in cui lavorava
    Capuana crea non  poche  difficolt  per  il  suo  lettore  che  abbia
    legittime  ambizioni  filologiche.  E'  noto,  e  si    cominciato  a
    studiarlo,  quanto  complesso,  tortuoso,  contraddittorio  sia  stato
    l'impegno  di  scrittura,  correzione  e  riscrittura  di  opere  come
    "Giacinta",  cos come ci  testimoniato dal succedersi delle edizioni
    rivedute  e  corrette e come pu convalidare a fortiori la lettura dei
    manoscritti,  quando ci sono.  Le cose non  vanno  meglio  per  quanto
    riguarda  il  testo  delle  novelle,  anche se non sono state raccolte
    ancora prove sistematiche al proposito.  Nel loro caso,  oltre e prima
    del  pungolo  alla  revisione artistica da parte dell'autore,  bisogna
    considerare il pungolo delle scadenze pratiche,  legate alle necessit
    economiche  a  cui  Capuana  cercava  di far fronte coi proventi delle
    collaborazioni ai  giornali.  Scrivere  per  una  rivista  significava
    accettare scadenze e ritmi di produzione che non potevano non influire
    sulla  natura  stessa  della  scrittura.  E  molta parte dell'opera di
    Capuana porta il segno di  questo  stato  di  necessit,  per  cui  il
    lettore  dovrebbe  essere avvertito che molta scrittura delle opere di
    Capuana  in realt  una  sorta  di  ri-scrittura,  quasi  sempre  una
    seconda   o  terza  redazione  che  si  sovrappone  alla  prima  e  la
    sostituisce (bisogna risalire alle dimenticate pagine di  una  rivista
    per ritrovare la primitiva redazione). Di fronte a tale maniera di ri-
    scrittura  complessiva    difficile  applicare  la cosiddetta critica
    delle varianti,  proprio perch invece di variazioni singole si  ha  a
    che   fare   con   un'operazione  di  riscrittura  totalizzante.   Per
    un'edizione filologica la proposta  testuale  dovrebbe  concretizzarsi
    nella  sinossi  delle varie stesure a stampa,  lasciando al lettore il
    giudizio  sul  significato  dei  singoli  testi  e  sul  senso   delle
    variazioni   che  si  succedono  nel  tempo.   Riuscirebbe  fuorviante
    accettare "sic et simpliciter" una lettura  storicistica  che  accetti
    come  miglior  risultato  quello  rappresentato nell'ultima edizione a
    stampa.
    Intorno al testo di "Tortura" si raccolgono notizie in alcune  lettere
    a  De  Roberto.  Il  31 agosto del 1888 Capuana annuncia che presto si
    sar sbarazzato  di  questo  lungo  racconto  "Tortura",  il  quale,
    scritto   sotto  la  pressione  delle  scadenze  giornalistiche,   era
    diventato una vera tortura per lui.  In effetti la novella usc  sul
    Corriere di Napoli in settembre,  su richiesta della direttrice,  la
    Serao,  la quale ebbe qualche esitazione di ordine  morale  di  fronte
    alla  scabrosit  dell'argomento,  ma  la super per poter dare subito
    alla stampa lo scritto di un autore molto amato  dai  lettori.  Cinque
    anni  dopo  ritroviamo  la  novella  nella  raccolta "Le Appassionate"
    pubblicata da  Giannotta  a  Catania  nel  1893.  Questa  edizione  si
    presentava con qualche pretesa di ufficialit, a quanto si pu dedurre
    dalla Prefazione (non firmata), in cui si danno alcune indicazioni sia
    sull'ispirazione  delle  novelle,  a cui il titolo complessivo accenna
    (casi passionali... casi di coscienza dolorosi o tragici,  studi di
    caratteri e d'ambiente siciliani),  sia circa la storia interna della
    ormai vasta materia  novellistica  dell'autore.  Per  il  lettore  che
    volesse  formarsi  un'idea  della vita percorsa dallo scrittore dai
    primi  agli  ultimi  lavori  si  consiglia   come   guida   l'indice
    complessivo  per  ordine  di  date.  E  infine si legge: Il testo di
    quest'edizione  l'unico riconosciuto dall'autore, che  affermazione
    assai rara e avventata per uno scrittore come Capuana,  abituato a ri-
    scrivere  senza  requie  i  suoi  lavori,  specie  quelli  brevi,  e a
    ripresentarli in sempre nuove collocazioni collettive.
    Contro ogni aspettativa "Tortura" apre il volume,  si deve pensare per
    il particolare significato che vi annette lo scrittore.  L'indice poi,
    invece di disporre cronologicamente  le  novelle,  le  presenta  senza
    alcun  ordine  (  d'altronde difficile trovare una qualche omogeneit
    anche  nelle  agglomerazioni  tematiche).  Come  orientamento  possono
    valere le date che si trovano segnate alla fine di ogni novella, anche
    se   sempre bene diffidare e controllare.  Al termine di "Tortura" si
    trova indicato: Roma,  maggio 1889.  Per la prima volta,  come si  
    detto,  la  novella usc nel settembre del 1888: cosa significa questa
    postdatazione?  Evidentemente Capuana  non  considerava  ufficiale  la
    prima redazione e voleva offrire col testo postdatato quello che nella
    Prefazione   chiama   l'unico   riconosciuto   dall'autore.   Questa
    precisazione sarebbe superflua considerando che di fatto  le  edizioni
    apparse  su  rivista  non  hanno  quasi mai valore definitivo.  Ma per
    "Tortura" la precisazione era necessaria,  poich la  si  trovava  gi
    pubblicata  nella  raccolta  "Fumando.  Novelle",  edita  dallo stesso
    Giannotta nel 1889,  prima che l'autore rivedesse  il  testo.  Insomma
    Capuana ha riscritto "Tortura",  evidentemente scontento della stesura
    primitiva,  e ha dovuto attendere la raccolta  "Le  Appassionate"  per
    dare alle stampe il testo definitivo.  E ha colto l'occasione per dare
    la sigla di autenticit solo a  questa  redazione  successiva,  ancora
    ignota al lettore,  segnando la data non della composizione,  ma della
    riscrittura.  Con tutta probabilit l'autore non ha solo  riscritto,
    ma  anche  riscoperto  la  novella  al  momento della revisione,  come
    starebbe a dimostrare il fatto che ad essa viene  assegnato  il  primo
    posto, contro ogni canone cronologico, mentre in "Fumando" la si trova
    in zona intermedia, di nessun rilievo.
    Vien  fatto  di  domandarci  se  questa riconsiderazione e ridatazione
    della novella siano motivate,  al punto da voler far  dimenticare  non
    solo  l'edizione  del  Corriere  di  Napoli  (di  per  s  destinata
    all'oblio) ma anche quella di "Fumando".  Di fatto un confronto fra le
    due  edizioni  in  volume  porta alla luce un lavoro di revisione cos
    capillare che giustifica questa volont di sostituzione. Tutto  stato
    veramente rivisto,  ritoccato,  aggiustato;  quasi ogni riga,  certo
    ogni periodo, punteggiatura compresa ed anche, spesso, la divisione in
    periodi.  Insomma si pu davvero dire che lo scrittore scontento della
    prima redazione ha considerato questa come una prima prova  imperfetta
    e  rudimentale  su  cui  lavorare  a  fondo  per  arrivare  alla forma
    definitiva.  A prima vista sembrerebbe trattarsi dello stesso  assillo
    con  cui Capuana lavor alla terza edizione di "Giacinta",  ma le cose
    non stanno cos. Per quello che riguarda "Giacinta" la revisione aveva
    un carattere, per cos dire, teorico,  faceva parte del lungo tragitto
    attraverso  il  quale  Capuana  aveva  elaborato la SUA concezione del
    romanzo moderno,  partendo da posizioni  di  naturalismo  zoliano  per
    arrivare  alla  forma  di  un  romanzo  psicologico  e  di costume pi
    moderata,  armonica e italianeggiante.  La revisione di "Tortura"  non
    segue un tracciato cos ambizioso, anche perch in quegli anni, fra la
    fine  dell''80  e  l'inizio  del  '90,  la  concezione  della  novella
    psicologica  aveva  trovato  una  sua  formulazione  stabile,  se  non
    definitiva.  Non  a  caso  le  correzioni  a  tappeto di "Tortura" non
    riguardano mai le  linee  maestre  della  scansione  narrativa  n  le
    caratteristiche di fondo dei vari attanti. Ambiente, personaggi, parti
    descrittive,   forme  dialogate,   suddivisione  interna,   monologhi
    interiori,  tutto rimane intatto,  mentre gli aspetti  linguistici  e
    stilistici  subiscono forti cambiamenti.  L'effetto voluto  quello di
    una lingua pi corretta, di una resa pi fluida,  meno teatrale,  meno
    insistita.
    Fra  il  testo  di "Fumando" e quello delle "Appassionate" corrono non
    solo differenze assai frequenti,  ma anche  qualitativamente  decisive
    cosicch  la riscrittura rappresenta un vero e proprio rinnovamento,
    che  assume  tonalit  e  movenze  nuove,   frutto  di   un'operazione
    complessiva  di prosciugamento e di snellimento.  Pressocch tutti gli
    interventi tendono a  eliminare  cacofonie,  durezze,  ripetizioni,  a
    purificare elementi di ridondanza, segni di superfluit: possessivi,
    aggettivi,   pronomi  relativi,   esclamativi  eccetera.   Inoltre  la
    revisione si esercita su uno dei fenomeni pi moderni e delicati della
    narrazione psicologica,  quei cosiddetti monologhi interiori  per  i
    quali  ci  si avvaleva della recente scoperta del discorso indiretto
    libero.  Verga e De Roberto fecero un uso largo ed esperto  di  questo
    strumento  secondo finalit adeguate ai diversi contesti (psicologici,
    naturalistici, drammatici eccetera). Per Capuana l'indiretto libero fu
    sempre una prova irta di difficolt, e mai genialmente risolta, se non
    forse,  nelle forme meno audaci del "Marchese di Roccaverdina",  sulla
    scia del "Mastro" verghiano. Nel passare da una redazione all'altra di
    "Tortura"  Capuana  si  prova  a  migliorare questo momento calato nel
    pieno del discorso introiettivo e lo fa rafforzando i  legami  fra  le
    varie  forme  del discorso,  in cui  espressa la vicenda interiore di
    Teresa,  in un andirivieni di  oggettivit  e  soggettivit  abilmente
    intrecciate,  anche  se  l'amalgama  lascia intravedere le suture (per
    citare un caso,  nella revisione viene  sempre  tolta  la  lineetta  e
    spesso anche i punti di sospensione,  quando si passa dalla narrazione
    al monologo interiore).
    Se dunque l'edizione del '93 migliora per moltissimi versi quella di
    "Fumando" e mostra i frutti di una riscrittura controllata in tutti  i
    suoi movimenti,  c' poi un elemento di novit nella chiusa finale che
    va al di l del piano della riscrittura.  Mentre nel testo dell''89 la
    novella  si  chiude con l'invocazione pietosa e tremenda della povera
    pazza  rivolta  al  marito  che   non   comprende   ancora,   nelle
    "Appassionate" dopo questo brano se ne aggiunge un altro. Si tratta di
    una nuova sequenza,  o capitoletto,  di una diecina di righe,  segnato
    come  i  precedenti  dalla  spaziatura  con  in  mezzo  i  soliti  tre
    stelloncini.  Evidentemente  c' stato un vero e proprio ripensamento.
    L'autore non vuole che l'incompresa pazzia di Teresa abbia la funzione
    di concludere la narrazione e  riprende  le  fila:  sei  mesi  dopo,
    quando  il ritorno della ragione ha cacciato il sogno orrendo e la
    moglie si rivolge al marito con un Ho sognato,   vero?.  Insomma la
    situazione  si    ribaltata;   la  moglie  rinsavita  sa  di  potersi
    appoggiare al marito,  il quale a sua volta sembra  aver,  finalmente,
    preso  coscienza  della  situazione.  Lo  si desume dal fatto che egli
    risponde fremendo alla moglie: Abbiamo sognato tutti! e intanto il
    suo pensiero va,  quasi con invidia,  al fratello che aveva cessato
    di  sognare,  uccidendosi  in Australia.  E' come se la tortura sia
    passata dalla donna all'uomo e cos l'ombra della follia  continui  ad
    aleggiare sulla coppia.  Ma questa chiusa, con l'evidenza che vuole il
    luogo deputato del finale,  ha una sua opaca  ambiguit,  attraversata
    com'  dalla  volont  consolatoria  di  chi  vuol  chiudere bene il
    racconto e sostituire alla vittoria della pazzia  il  prevalere  della
    ragione  e  della  sua proiezione pratica,  la giustizia,  che non pu
    lasciare impunito il colpevole. Il conformismo sovraggiunto inficia la
    drammaticit della situazione con la sua coerenza tragica ed opera  un
    vero  e  proprio  rovesciamento  delle parti,  per cui la tortura si
    tramuta in sogno e la donna guarisce mentre sull'uomo ricadono  le
    conseguenze del peccato.  Ma,  come si  visto,  tutta la novella si
    reggeva sulla connotazione femminile di  questa  fuga  della  ragione;
    solo  una  donna  poteva  render  credibile  quell'incredibile tortura
    psichica.    Il   recupero   del   principio    maschile    normalizza
    ideologicamente e svilisce a livello di senso comune una vicenda,  che
    si poteva muovere solo secondo le non-regole del vivere femminile.

