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A Carla e Ennio

ALESSANDRA BUSCHI

SE FOSSI VERA





A Ginevra e Sibilla, che sono vere






Mi sarei dovuta chiamare Vera. Se mi fossi chiamata Vera, allora forse sarei stata mora, avrei portato gli occhiali, avrei avuto la pelle chiara. Avrei avuto una bella risata di gola, di quelle contagiose, e quando avrei chiamato al telefono mi avrebbero subito riconosciuto perch avrei avuto una voce inconfondibile, dal tono basso, un po'nasale, ma molto molto sensuale. Avrei fatto il liceo, mi sarei laureata in lingue, sempre una tra le pi brave ma senza essere antipatica a professori e compagni; perch sarei stata di quelle studiose ma non troppo, che vanno bene a scuola senza essere secchione, perch io le cose le avrei capite al volo, senza bisogno di spenderci gli occhi, sui libri. Poi, da grande, avrei trovato, grazie alle mie capacit, un lavoro interessante, soddisfacente, fa'conto public relations o cose del genere. Se ne avessi poi avuta voglia, verso i trenta-trentacinque avrei anche potuto togliermi lo sfizio di avere un figlio, ma questo proprio se ne avessi avuta voglia, visto che, se mi fossi chiamata Vera, sarei stata una donna di quelle con le palle, di quelle che dentro le cose ci sanno stare, dall'agenda sempre zeppa di appuntamenti anche il giorno di capodanno, sempre di qua e di l, insomma una considerata, di cui tutti nel giro conoscono il nome e che riceve telefonate in continuazione.
Tutto questo se mi fossi chiamata Vera, invece mi chiamo Paola e con Vera non ho niente a che vedere, perch Vera  una mia fantasia. Non si tratta di quella specie di amica immaginaria che ti disegni in testa quando sei piccola, l'invidiato fantasma di ci che vorresti essere ma che non sei o cose del genere. No: niente di tutto questo; anzi, praticamente il contrario. Perch, se fossi stata Vera, lo giuro, mi sarei data cazzotti in faccia, anche se so che questo sarebbe stato impossibile: infatti, se fossi stata Vera, non avrei potuto odiare Vera e tutte le Vere del mondo, in quanto non sarei stata consapevole di essere cos come io, che non sono Vera, vedo le Vere. E manco mi sarei potuta immaginare di darmi cazzotti in faccia per il fatto di essere Vera e non un'altra. Per cui tutto questo lo posso dire soltanto perch non sono Vera, e anzi sono Paola.


Per mia madre mi avrebbe voluta chiamare Vera, perch questo era il nome che avrebbe voluto dare alla sua prima figlia femmina, che poi il caso vuole sia stata io, visto che sono la maggiore di tre fra sorelle e fratelli, e cio ho un fratello e una sorella. Chiss perch, ma a mia madre questo nome era sempre piaciuto; niente a che vedere con i nomi delle nonne e dei nonni morti da rinnovare in famiglia oppure il nome dell'attrice letto in una rivista in attesa della permanente dalla parrucchiera. No: a mia madre questo nome era sempre piaciuto e da sempre pensava di chiamare cos la sua prima figlia femmina.
Invece mi chiamo Paola, che  s il nome di una mia zia, ma alla lontana, e la zia Paola con il mio nome non c'entra niente, visto che io e lei, anche se portiamo lo stesso nome, non abbiamo niente a che vedere l'una con l'altra, se non il fatto di avere un qualche parente in comune.
Il fatto  che a mio padre il nome Vera non andava gi manco per idea. Diciamo che con lui non c'era stato modo di discuterne: se fosse nata una femmina, questa non si sarebbe mai e poi mai chiamata Vera. Stop, il caso era chiuso. Poi, quando io nacqui e mi vide, anche mia madre si convinse a darmi un altro nome, ch la mia faccia non era una faccia da Vera, e io credo che questo le dispiacesse perch avrebbe voluto che la sua prima figlia femmina avesse quella faccia che si era immaginata per la sua prima figlia femmina, ma lei mi guard e io penso pens: Questa bambina non ha la faccia da Vera; pi che altro ha una faccia da Giovanna, Mariella o via discorrendo. E cos, una volta fatta la mia conoscenza diretta, si trov per forza di cose schierata dalla parte di mio padre e decisero di darmi il nome che ho, cio Paola.
Infatti io non sono Vera, ma Paola, e io immagino una molto diversa da quella Vera che mia madre si era immaginata. Che poi manco mia sorella si chiama Vera, visto che invece l'abbiamo chiamata Federica; dico l'abbiamo perch anch'io, che a quel tempo avevo sei anni e mezzo, e mio fratello Giorgio, che ne aveva cinque, fummo interpellati prima della nascita della sorellina e con i nostri genitori scegliemmo di comune accordo il nome da dare al nuovo nato, e questo  stato Federica. Che poi adesso Federica ha quasi vent'anni e mi stranisce pensare che una che ha quasi vent'anni possa chiamarsi Federica, visto che per me Federica  la mia sorellina piccola appena nata di quando avevo sei anni e mezzo, e adesso che invece ho una sorella di quasi vent'anni non mi sembra possibile che il suo nome sia questo, e cio Federica.
Invece mio fratello si chiama Giorgio, come uno che tanti anni fa aveva fatto il filo alla mamma, ma questo il babbo non lo sa perch la mamma lo ha raccontato a me e a mia sorella ma a lui no, che lei ha chiamato suo figlio con il nome di uno che le ha fatto il filo a sedici anni, ch senn il babbo quel nome a suo figlio non l'avrebbe mai dato. La mamma dice che non ha scelto il nome per mio fratello per via del suo spasimante, ma perch quel nome le era sempre piaciuto, che da sempre le dava l'idea di una persona tutta seria e importante, come un re o gi di l, ed  un puro caso che quel nome fosse proprio quello del suo innamorato. Cos mio fratello si chiama cos, cio Giorgio.
Io ho ventisei anni, quasi ventisette. Mi chiamo Paola. So ricamare perch sono andata all'asilo dalle suore e suor Zita mi ha insegnato tutti i punti che si possono ricamare, anche se a me piace pi degli altri il punto croce, che invece a lei non piaceva, ma io l'ho imparato lo stesso, ch tanto se hai imparato il mezzo punto non ci metti poi molto a imparare anche il punto croce, e io lo preferisco perch riempie tutto lo spazio, mentre il mezzo punto mi sembra una cosa a met, lasciata l, ma suor Zita diceva che il punto croce non era bello da vedersi, troppo grezzo, che andava bene solo per quelle cose tipo tirolese, tanto pacchiane, come i grembiuli da cucina o le tovagliette per la colazione, e che non c'era da far paragoni con i ricami a mezzo punto, che sono tutta un'altra cosa, molto pi fine, pi elegante.
Io ricamo molto. Lo faccio di mestiere. Ricamo tutto quello che si pu ricamare: cuscini, copriletti, bavaglini, tovaglie, lenzuola, tendine. E ogni volta che ho finito un lavoro, subito ne inizio un altro, e anzi non vedo l'ora di iniziarne uno nuovo quando sono ancora a met di quello che sto facendo. Ho iniziato presto a ricamare, e siccome ricamavo ricamavo da quando avevo otto nove anni, e i fili costano, ch ogni matassina non ti dura mica in eterno, e ogni volta devi avercene una bella scorta dello stesso colore se non vuoi rimanere a mezzo con un lavoro, e poi di colori ce ne sono un'infinit, tutti uno diverso dall'altro, appena appena diversa la sfumatura, una pi chiara una pi scura, tendente al verde tendente all'azzurro, tendente all'arancio tendente al giallo, allora mia mamma, che all'inizio della mia carriera era tanto contenta che Paola, la sua figlia maggiore, anche se non si chiamava Vera, avesse questa passione, che fa tanto femminile e poi c' sempre il discorso che una ragazza lavorando dentro casa almeno cos ce l'hai sempre sotto controllo invece che se ne vada in giro a far chiss che, e poi in questa societ il recupero delle tradizioni  una cosa importante, ch adesso va a finire che i figli dei figli le mani le usano solo per vai a sapere cosa, visto che ora sono le macchine che fanno tutto per filo e per segno, mentre  una bella cosa saperle usare in modo creativo, le mani, invece che farci un bel niente, con le mani, e allora, anche se all'inizio mia madre era contenta di questa mia passione per il ricamo, con il passare del tempo, visto che io ricamavo e ricamavo e appena finivo un lavoro volevo subito iniziarne un altro, allora mia madre ha detto: Paola, questa tua passione dobbiamo farla fruttare nel vero senso. Perch non troviamo il modo di guadagnarci qualche lira, che poi sarebbe anche meglio, visto che le matassine costano, e matassina dopo matassina se ne va via un patrimonio?
Cos questo  diventato il mio lavoro, e adesso io lavoro in casa e di lavoro faccio proprio questo: ricamare. Lo faccio per chi me lo chiede, vale a dire: chi ha bisogno di un corredo o deve fare un regalo viene da me, mi commissiona il ricamo e io lo eseguo. E poi c' sempre il discorso del passaparola, che non  niente male, cio della pubblicit che praticamente ti fanno i clienti senza dover pagare di tasca tua che so i volantini da mettere nelle cassette della posta che tanto vanno sempre a finire nella carta straccia, oppure la pubblicit alla radio locale eccetera eccetera, perch cos la voce passa: da un cliente che rimane soddisfatto del tuo lavoro, il calcolo dice che potenzialmente ne arriveranno altri tre, e cos io faccio il mio lavoro con molta precisione e velocit e seguendo alla lettera quello che mi viene detto di fare, che cos da un cliente poi ne ho altri tre, e da questi tre altri ancora moltiplicando per tre ognuno di questi tre, e questi sono calcoli esponenziali che ti portano un sacco di clienti, e coi clienti anche soldi, e cos adesso non solo mi sono ripagata tutte le matassine di filo che ho consumato da quando andavo all'asilo, ma ho anche un bel gruzzolo da parte, e io l'ho messo alle poste, perch se vai a fare bene i conti, alle poste conviene rispetto alle banche, perch le banche ti danno uno schifo d'interesse e poi a me le banche non hanno mai dato tanta fiducia, nel senso che mi sembra che dentro una banca ci possano lavorare tutte le Vere che dicevo prima, quelle in carriera e con le palle, e allora io preferisco andare alle poste, ch l mi sembra un ambiente pi familiare, con lo sportello con la fessura ancora come quando ero piccola, e poi l ci trovi tutti i signori anziani che vanno a riscuotere la pensione e mi sembrano tanto umani, non come quelli con la cravatta e giovani che trovi alle casse della banca, che profumano di quel profumo e che parlano di soldi come fossero loro, e allora: che senso ha mettere i soldi in un posto del genere, che poi i miei soldi vanno in circolo in mani che non mi piacciono? Vuoi mettere con le mani dei pensionati che vanno a riscuotere la pensione alle poste? A me piace di pi cos.


Io lo so che la mamma voleva una figlia che fosse Vera e non una che fosse Paola, e questo non  un segreto per nessuno, nemmeno per me, visto che non ha senso far finta di niente, illudere il prossimo e cose crudeli del genere. Cos mia madre non ne ha mai fatto un mistero, e anzi io l'ho sempre saputo di non essere la Vera che mia madre avrebbe voluto io fossi. E ormai ci siamo abituati, io per prima, a non essere Vera. La mamma ha ragione: mica abbiamo, noi e la gente, gli occhi e le orecchie imbottite di prosciutto. E poi anch'io sono in grado di capirlo e con il tempo mi ci sono abituata.  come imparare a rispondere alla domanda Come ti chiami oppure a tirar su le dita della mano per indicare quanti anni hai: un'indicazione come un'altra del resto. In questo modo, come dice la mamma, tutto  pi semplice, chiaro, senza bugie, le carte in tavola: io, Paola, ho dei problemi. Nel senso che sono nata cos: con dei problemi. Forse li avevo anche prima di nascere, questo non lo so con precisione, fatto sta, se nascevo Vera forse non li avrei avuti, invece sono nata Paola.
Cos ci siamo tutti abituati, punto e basta, senza tanti misteri. E alla gente che incontriamo e che fa la faccia d'occasione, la mamma dice  tutto sotto controllo, e questo mi fa stare tranquilla, perch a me dispiacerebbe sapere che qualcosa non  sotto controllo per il fatto che io sono Paola invece di essere Vera; ma la mamma rassicura tutti, me compresa, e quando le viene chiesto qualcosa, lei dice Paola  una brava ragazza, ha un mestiere in mano, ha le mani d'oro, eccetera eccetera, perch lei  fiera di me, ch lei le cose me le insegna e io le imparo, e cos sapr sempre cavarmela nella vita, anche quando - dice lei - dovr cavarmela da sola, che prima o poi succeder che dovr cavarmela da sola, anche se mio fratello e mia sorella, quando la mamma fa di questi discorsi, dicono Ma mamma! Lascia perdere! Che vai a pensare?, ma si vede che lei ogni tanto questi pensieri li fa, visto che a volte le vengono fuori ad alta voce, e allora quando questo capita e i miei fratelli dicono Ma mamma che vai a pensare?, lei dice Prima o poi, e io dico Cosa?, e lei dice Niente, e i miei fratelli dicono Lo sai benissimo mamma che ci siamo noi.
Perch, da quando il babbo  morto, la mamma questi discorsi li fa pi spesso, diciamo anche una volta alla settimana, e se non ci sono i miei fratelli e io e lei siamo in casa da sole, e io ricamo e lei rammenda un calzino, e allora  seduta vicino a me nella mia stanza, accanto alla finestra per vederci meglio, allora lei lo dice improvvisamente, e dice cos: appunta l'ago sul golf all'altezza del petto, fa ricadere le mani e il calzino da rammendare sul grembiule, fa un sospiro, dice Paola Paola, e quando lei dice Paola Paola  uguale a quando dice Prima o poi ai miei fratelli, ch a me sembra quello stesso pensiero che le viene fuori dalla bocca dopo esserle passato dal cervello. Allora io dico Mamma mamma che vai a pensare?, proprio come le rispondono i miei fratelli, ch visto che loro le rispondono cos, quello deve essere il modo migliore per farglieli passare, quei pensieri, e difatti lei allora fa un sorriso, perch si vede che i pensieri le sono andati via, e tira su il calzino, riprende l'ago e si rimette a rammendare.
Passiamo ore cos, in silenzio: io a ricamare, lei a rammendare, oppure, se non ha niente da rammendare, a sfogliare una rivista. Capita di solito il pomeriggio, dopo che ha sbrigato le faccende. Siamo spesso sole in casa, visto che i miei fratelli lavorano. Federica va alla palestra, che non  sua ma  come se lo fosse, nel senso che ce l'ha in gestione, e allora  lei che la manda avanti con tutto quello che comporta, cio un sacco di tempo per organizzare eccetera eccetera, e mio fratello Giorgio va all'officina, che non  sua in nessun senso ma, proprio come Federica, anche qui  lui che deve mandare avanti tutto, visto che Armando gli dice Fai questo fai quello, e capita che cinque minuti prima della chiusura gli dica Ci sarebbe quel lavoretto urgente per il signor Tal dei Tali, e allora Giorgio deve inghiottire il boccone amaro se non vuol farselo nemico, il padrone Armando, e cos a volte fa tardi per cena, proprio perch deve farlo per forza quel lavoretto urgente al signor Tal dei Tali. E cos io e la mamma il pomeriggio siamo quasi sempre da sole, e lei, quando ha finito di fare le faccende o di preparare la cena, si mette vicino a me, nella mia stanza, e io intanto lavoro, e lei intanto sta vicino a me.
Perch io ho una stanza per lavorare tutta mia, che  stata una gran conquista, visto che mica  da tutti avere una stanza da lavoro tutta per s. Avrei potuto arrangiarmi in soggiorno, nell'angolo vicino alla finestra, tra il tavolo da pranzo e la macchina da cucire, ma invece quella volta la mamma s'era impuntata col babbo, e allora il babbo aveva detto Ma ti sembra proprio il caso? e la mamma aveva detto Certo:  giusto che Paola abbia il suo spazio. E cos il mio spazio adesso  la mia stanza da lavoro, ch io e Federica ci abbiamo messo le mani, in quella che era la stanza di sgombero, vale a dire una specie di stanzino ricavato vicino al bagno dove la mamma teneva l'asse da stiro e i vestiti del cambio di stagione, fa'conto i cappotti e le sciarpe se era estate, oppure i costumi da bagno e le magliette se era inverno; e cos l'abbiamo trasformata nel mio spazio, che  stretto e lungo, con una bella cassettiera con tutti i cassetti e ogni cassetto le matassine dello stesso colore, che allora Giorgio ha detto: A questo punto conviene farci delle etichette, per ogni cassetto, cos che Paola lo trova subito il colore che le serve, e cos Giorgio ha comperato i caratteri trasferibili e le etichette bianche, e su ogni etichetta ha scritto il nome del colore delle matassine, e poi ha attaccato le etichette sul davanti dei cassetti, e ora io non devo perdere tempo ad aprire tutti i cassetti se devo andare a cercare che so il verde smeraldo o il giallo ocra, perch basta leggere l'etichetta e aprire il cassetto giusto e dentro ci sono proprio le matassine di quel colore, anche se ormai, per la verit,  come se i nomi dei colori fossero stampati anche nella mia testa oltre che sulle etichette dei cassetti, perch ormai io lo so dove stanno il verde smeraldo e il giallo ocra, e praticamente non le leggo pi, le etichette; comunque sia, quella volta Giorgio ha fatto un bel lavoro e se adesso me lo ricordo dove stanno i colori,  perch Giorgio ha fatto tutto quel bel lavoro.
E nel mio spazio ho una sedia comoda dove star seduta a ricamare, e la mamma mi ha anche fatto fare uno sgabello di quelli imbottiti, cos io ogni tanto tiro su le gambe, ch senn mi si aggranchiscono a stare ore e ore sempre seduta, e una volta la mamma l'ha letto anche sulla Settimana Enigmistica: quand' possibile, conviene sempre tirarle su, le gambe:  per un fatto di circolazione e di riposo. Poi c' anche un ripiano di legno, e sopra il ripiano di legno una lampada, se devo lavorare di sera, quando la luce del giorno non entra dalla finestra, e io ho bisogno di luce buona per salvare gli occhi, ch senn si sforzano, e infatti ho messo gli occhiali quando avevo sedici anni, e anche a questi mi sono ormai abituata,  come averceli sempre, anche quando li togli per andare a dormire o la mattina quando ti lavi la faccia.
Il babbo diceva che forse non c'era bisogno di una stanza da lavoro tutta per me, ma la mamma quella volta si era proprio impuntata: diceva che tanto lei il cambio di stagione poteva benissimo sistemarlo nell'armadio di camera sua, e l'asse da stiro poteva tenerla incastrata tra la stufa e il muro, quando non le serviva, e quando le serviva poteva stirare anche in cucina: non c'erano problemi. E cos il babbo aveva detto S, e io e Federica avevamo fatto il mio spazio, che voleva dire togliere tutto quello che c'era, sistemarlo in altri posti, ripulire un po', rimbiancare, comprare la cassettiera, metter su il ripiano di legno e spostare la lampada dal soggiorno alla mia nuova stanza.


Il babbo  morto. Perch non stava bene.  stata una cosa veloce, dice la mamma, ma a me  sembrato che il babbo ci mettesse molto a morire, perch da quando l'ho sentito dire la prima volta Mi sento male da morire a quando  morto davvero, di tempo a me  sembrato passarne parecchio. Perch  come se il tempo fosse andato piano piano da quel momento in poi, e io non saprei dire quanti giorni o settimane o mesi, ma mi  sembrato tanto, ch ogni cosa sembrava durare un eterno, come ad esempio le analisi che doveva aspettare, e dopo aver aspettato quelle analisi il babbo doveva aspettarne altre, e dopo quelle altre ancora, che io non so se il babbo poteva aspettare tutto quel tempo, mi sono chiesta, tutto quel tempo ad aspettare, e poi  morto che stava ancora aspettando. Ma anche avesse fatto in tempo a farne altre, di analisi, sarebbe poi cambiato qualcosa? dice la mamma, perch lei ai dottori quella volta non ha proprio creduto, nel senso che vabb loro hanno studiato, quello per loro sar pure l'ordine del giorno, ma invece di fare qualcosa di concreto, con tutta 'sta storia delle analisi  andata a finire male, cio il tempo  passato troppo in fretta e il babbo ha fatto in tempo a morire prima che loro, i dottori, avessero detto Allora si fa cos, allora si fa cos. Niente: loro non hanno avuto tempo per finire di fare tutte le analisi, e mio padre non ha avuto il tempo di aspettare. Ch la morte quando arriva arriva, mica  previsto che aspetti qualcosa di concreto: arriva quand' ora e basta.
Cos mio padre  morto e non era ancora vecchio come i vecchietti che riscuotono la pensione quando vado alle poste a fare il deposito. Diciamo che il babbo era grande, ma non abbastanza grande da essere vecchio come loro, e non ha avuto tempo di aspettare di diventare vecchio perch  morto prima.
 da dopo la morte del babbo che la mamma ha iniziato a fare quei pensieri che dicevo. Prima, quando c'era ancora il babbo, non li aveva mai fatti, e tante volte l'avevo sentita dire, parlando con un parente o con un conoscente, che Tutto  sotto controllo. Da quel momento in poi, invece, ha iniziato a dire Prima o poi o Paola Paola, a seconda dei casi, e questa cosa mi preoccupa, perch mi sembra che questi pensieri la intristiscano.
Io, che ho dei problemi lo so da sempre. Il fatto  che, quando sono nata, alla mamma hanno detto Dei problemi, nel senso che, gi da appena nata, era chiaro io avessi dei problemi. Poi, con il tempo, questi problemi si sono chiamati in un modo ben preciso che adesso non mi ricordo perch la parola  difficile e non mi sta in testa, e se una cosa non ti sta in testa, dice la mamma,  perch non  importante, ch se una cosa  importante da ricordare, allora non ti si cancella dalla mente, e siccome questa deve essere una cosa poco importante, allora io non me la ricordo mai. Siccome avevo dei problemi, allora io ero in un certo modo, che voleva appunto dire avere quei problemi. Ma lievi, nel senso di poco, perch una cosa che  lieve non  pesante, e se una cosa non  pesante, allora non dovrebbe dare molto fastidio, come un pacco che pesa poco e che puoi trasportare senza fatica fino a casa, mentre se una cosa  pesante, allora non riesci nemmeno a trascinarti e sudi molto. I miei problemi invece sono lievi, che di sicuro  meglio che pesanti.
Comunque sia, il fatto che io abbia dei problemi lievi vuol dire che io posso fare tutto quello che fanno gli altri, e anche quando ero piccola mia madre me lo diceva sempre perch me lo ricordassi: Paola, mi diceva, puoi fare tutto quello che fanno gli altri, ricordatelo: non devi credere di essere inferiore a nessuno. E infatti io ci credevo e me lo ricordavo sempre, che io potevo fare tutto quello che facevano gli altri. Ch non  che io non potessi camminare e correre come gli altri bambini, e anzi all'asilo era tutto regolare e io potevo benissimo fare le stesse cose che gli altri facevano: nascondino, mosca cieca, la giostrina, eccetera eccetera, ch io non ho problemi fisici, nel senso che il mio corpo  sano: i dottori lo hanno detto subito a mia madre quando sono nata: La bimba fisicamente  sana. Perch io, dice la mamma,  come se fossi un'anima fragile, e questo  come dire lieve, perch una cosa lieve pu essere anche fragile, e mi viene in mente la neve quando cade lenta, non quando c' la bufera, e allora la neve  lieve e anche fragile, perch quando cade si disfa, e quando si posa non ci sono pi fiocchi di neve uno sull'altro, ma neve, e neve e basta. Cos la mamma mi ha sempre spiegato che sono un'anima fragile, e questo, dice lei, vuol dire anche sensibile, perch una cosa fragile ha la qualit di essere sensibile, e sensibile non  una brutta parola, perch sensibile  chi sente, e io credo che se uno sente, questa non  una brutta qualit, anzi. Il brutto  invece essere insensibili, cio non sentire, mentre se si sente, allora questo  buono.
La mamma dovrebbe essere meno triste di come  adesso che il babbo  morto, perch, se si ricorda bene, prima era lei a dirmi Devi essere allegra, Paola: la vita  comunque bella, e io questo me lo ricordo, ma adesso sembra lei a essersene scordata, e allora io ogni tanto glielo rammento: Allegra mamma, le dico, la vita  comunque bella. E allora lei fa quel sorriso, riprende l'ago o apre di nuovo la sua rivista e si rimette a rammendare o a leggere, ma con la testa china, e io non le vedo pi gli occhi e non riesco a capire se quei pensieri ancora ce li ha in mente oppure le mie parole sono riuscite a farglieli passare.


Sono andata a scuola, dopo l'asilo. Le elementari e poi le medie. Avrei dovuto avere un insegnante di sostegno, diceva la mamma, ma non so perch questo non arrivava mai, e ogni anno era la stessa storia: la mamma faceva richiesta scritta alla direzione didattica, poi, siccome non riceveva mai risposta, andava a parlare con il preside, e questo diceva Ne parler in consiglio, ma poi il consiglio o non si riuniva o aveva faccende pi complicate da discutere, e allora la mamma s'arrabbiava e andava a parlare coi professori, e i professori dicevano Ne parleremo con il preside, e cos via per tutto l'anno. Poi l'anno passava e l'insegnante di sostegno non era ancora arrivato. Perch io avrei dovuto avere del sostegno, cio qualcuno che mi sostenesse, come dice la parola stessa, perch io da sola non ce la facevo bene per via dei problemi. Le maestre e i professori, quando parlavano di me con la mamma o tra di loro, mi chiamavano Caso particolare, ma ancora a quel tempo di queste cose si parlava poco perch prima era una cosa che non si poteva fare, e per fortuna oggi i tempi sono cambiati, ch oggi non  pi ieri, e c' l'informazione e tutto il resto, mentre allora c'era il tab, che era come una parolaccia o una bestemmia, e allora avevano fatto le classi differenziali, proprio per non doversela rammentare troppo spesso questa cosa di cui era meglio non parlare. La mamma questo non lo poteva sopportare, proprio per il fatto che lei era convinta di quello che diceva, e cio che io ero come gli altri bambini e quindi dovevo essere trattata come gli altri bambini, e non stare in una classe differenziale che  discriminante, ma inserita con gli altri con un insegnante di sostegno. Per fortuna i miei problemi erano lievi e mia mamma l'aveva cantata chiara, cosicch mai nessuno s'era provato a farmi trasferire in una classe differenziale. Poi - ero alle medie - per un anno intero la mamma aveva fatto un sacco di riunioni, e spesso mi aveva portato con lei, ch le riunioni si facevano dopo cena in un locale che era uno scantinato messo a disposizione da qualcuno del gruppo proprio per fare quelle riunioni, e allora la mamma parlava e gli altri parlavano e scrivevano delle cose perch volevano che tutti sapessero quello che loro volevano, e loro volevano cose giuste, democratiche, non discriminanti eccetera eccetera, e loro facevano un sacco di riunioni per decidere quali fossero le cose giuste, democratiche e non discriminanti. A un certo punto il babbo aveva iniziato a scocciarsi di tutte quelle riunioni serali e diceva  inutile, non otterrete mai niente, figurati se, ma la mamma ci si era proprio buttata a capofitto ed era riuscita a partecipare a una riunione importante, e quella volta non mi aveva portata con s perch il viaggio era lungo e doveva prendere il pullman con gli altri, ch avevano fatto un gruppo consistente, abbastanza consistente da riempire un pullman intero, ed era andata in una citt dove disse erano arrivati tanti altri pullman, e dentro i pullman tante persone che la pensavano come lei, e tutti insieme avevano fatto qualcosa di importante, ch questa era una battaglia sociale, e le battaglie sociali devono essere giocate fino in fondo, mica uno  un burattino: o s o no, e se  s, che sia s fino in fondo.
Comunque sia, io l'insegnante di sostegno non lo ho mai avuto, anche se la mamma diceva che era un mio diritto, ma questo perch le cose hanno bisogno di tempo per maturare, proprio come un frutto, che prima  acerbo e poi maturo, e questo vuol dire che ci vuole del tempo per tutte le cose, e siccome io sono capitata nel momento in cui le cose erano ancora acerbe, non ho potuto raccogliere i frutti maturi, cio l'insegnante di sostegno che poi hanno avuto altri dopo di me. Ma che ci vuoi fare: mica si pu nascere quando ci fa comodo, e io appunto sono nata quando non mi faceva comodo, cio quando ancora gli insegnanti di sostegno non erano un diritto per un bambino con i problemi, e casomai avessi potuto nascere quando faceva comodo a me, allora sarei nata in un altro momento, che so, magari quando gli insegnanti di sostegno erano previsti, oppure, meglio ancora, quando doveva nascere Vera, ch a quel punto io non sarei stata Paola, ma Vera, e allora non avrei manco avuto bisogno di insegnanti di sostegno.
Perch la mamma dice che bisogna essere chiari fino in fondo, ch lei ad esempio me lo deve proprio dire che io sono stata fortunata, perch ci poteva anche essere il caso che la mamma non fosse la mamma e il babbo non fosse il babbo, e che allora questi altri due genitori di una bambina con dei problemi che non ero io ma che mi assomigliava, potevano anche non essere contenti di avere una figlia con i problemi. E io devo ritenermi fortunata rispetto ad altri, perch vai a vedere se ancora non esistono i cottolenghi e cose simili, dove i genitori ce li lasciano, i bambini con i problemi, perch in quel caso, che nasce a fare un bambino? E allora hanno ragione a non farli proprio nascere fin dall'inizio, nel senso che allora che cosa ci viene a fare al mondo un essere con dei problemi se non ha nemmeno i genitori che lo sostengono? Io per lo meno, anche se l'insegnante di sostegno non ce l'ho avuto, i genitori li ho avuti, e questa fortuna sembra che non tutti i bambini con i problemi riescano ad averla, e io sono fortunata. E allora  meglio che non nascano, dico io, perch io non ci posso pensare a non avere quel babbo e questa mamma, anche se, se non avessi avuto quel babbo e questa mamma, allora io non sarei stata io ma un'altra, oppure un altro, senza apostrofo, che vuol dire maschile, cio un maschio e non una femmina, e in questo caso non sarei stata Paola, ma forse Vera o forse Angela o forse Mario, e allora era tutta un'altra cosa, diversa.
Invece sono Paola, e questo perch, come mi ha spiegato la mamma a tempo debito, una persona  esattamente quello che  proprio per il fatto che il suo babbo e la sua mamma sono quelli che sono e non altri. La mamma me lo ha raccontato quando sono diventata grande, cio abbastanza grande da capire certe cose, che per un ragazzino coincide pi o meno con una certa et, mentre per quanto mi riguarda il momento per certe cose  arrivato pi tardi, e questo perch - mi hanno spiegato - non tutti hanno gli stessi tempi. Nel senso che si cresce, ma non tutti nello stesso modo, per cui c' chi cresce prima e c' chi cresce dopo, e poi c' anche chi non cresce mai, e questo  il caso del problema grave, non del mio. Io cresco dopo, ed  questo il mio problema, ma la mamma dice che se uno si mette in testa di rispettare i tempi dell'altro, allora va tutto bene e si pu vivere serenamente. Ch questa  una cosa importante: vivere serenamente. Che poi io mi chiedo: se uno cresce prima e uno cresce dopo, cosa vuol dire? Nel senso: c' un momento in cui quello che cresce prima si ferma e allora prima o poi quello che cresce dopo lo raggiunge, oppure quello che cresce prima continua sempre a crescere e non si ferma pi e allora quello che cresce dopo non lo raggiunge mai, oppure  quello che cresce dopo che smette di crescere prima che smetta quello che cresce prima, e allora resta inevitabilmente indietro? Ma poi, mi chiedo ancora, qual  la data precisa, e c' una scadenza? Quand' che uno smette di essere piccolo e diventa grande? Quand' che uno smette di essere grande e diventa vecchio?
Comunque sia, quando sono diventata abbastanza grande, la mamma mi ha raccontato certe cose che uno sufficientemente grande deve sapere, se non altro per non essere preso alla sprovvista e per avere le idee chiare su certe faccende senza che altri possano approfittarsi di lui. Perch questo succede: che uno pu approfittarsi. Nel senso che se credono che tu non sai, ti possono fregare, mentre se tu sai, allora non ti fregano. Perch l'ignoranza  la cosa peggiore: chi sa non si fa fregare perch ragiona con la sua testa e pu reagire. Ed  per questo che la mamma mi dice tutto quello che io devo sapere, ed  per questo che i miei genitori e i miei fratelli mi hanno insegnato un sacco di cose utili: perch non  detto che uno che ha dei problemi non debba sapersela cavare nella vita e il suo destino sia necessariamente quello di farsi fregare dagli altri.


Io l'ho visto Il mio piede sinistro. Federica mi ci ha portato quand' uscito. All'inizio aveva detto Forse non  il caso, e si era consultata con la mamma per decidere se quello fosse o non fosse il caso, poi, siccome la mamma dice che non c' peggior male che l'autocommiserazione, che vuol dire piangersi addosso, allora hanno deciso che era il caso, e cos io e Federica siamo andate a vedere il film al cinema. Prima di andare me l'ha spiegato un po', tanto per darmi un'idea, e siccome l'idea mi piaceva, ero molto contenta che lei e la mamma avessero deciso che quello era il caso. Il film mi  piaciuto molto, e poi l'ho visto altre volte, ch adesso lo danno spesso in tivu, e io ogni volta voglio rivederlo, anche se ormai so la storia a memoria e conosco tutte le battute.
Di film ne ho visti parecchi: prima ci andavo col babbo, adesso invece o  Federica a portarmi al cinema oppure  Giorgio, e allora quando  Giorgio a portarmi, ci andiamo in macchina. Prima passiamo a prendere Elisa, che  la sua fidanzata, poi andiamo al cinema, e dopo il cinema, se non  tardi, andiamo a prendere un gelato.
Giorgio e Elisa sono fidanzati da diversi anni, da prima che il babbo morisse ma da dopo che lo sgabuzzino della mamma  diventato la mia stanza da lavoro. Si sono conosciuti in discoteca, ch Giorgio spesso ci va, la domenica pomeriggio, visto che dopo tutta la settimana di lavoro ha bisogno di svagarsi e di non pensare ad altro, e cos la mamma  sempre preoccupata quando il sabato sera Giorgio esce, che se ne sentono dire tante, ma ormai Giorgio  un adulto e lei non ha pi il diritto di stargli dietro come a un bambino, dice lei, e questo, dice sempre lei, perch uno ha diritto alla sua vita, indipendentemente dai genitori, nel senso che Giorgio ormai ha una certa et, quella giusta per farsi una famiglia, ed  lui a dover badare a se stesso, anche se per adesso sta ancora a casa con noi, ma questo perch lui e l'Elisa non hanno ancora trovato la casa dei loro sogni, cio da marito e moglie, ma appena l'avranno trovata andranno ad abitare insieme, e allora faranno un'altra famiglia, perch cos  la vita.
Infatti trovare una casa  difficile, anche se noi abitiamo in una cittadina, che sarebbe un posto non grande come una citt ma nemmeno piccolo come un paese, cio una via di mezzo, una cittadina appunto. Ma ormai anche in una cittadina  difficile trovare un appartamento, figuriamoci poi quello dei sogni, e cos spesso devi accontentarti di quello che trovi, ma Giorgio e Elisa non hanno quest'intenzione, visto che i soldi non crescono mica sugli alberi e buttarli al vento  un'altra cosa che non si deve fare, per cui loro sono disposti ad aspettare finch non avranno trovato quel che cercano.
Federica invece non  fidanzata, anche se  molto carina. Perch dice che non  il momento. Lei adesso ha la palestra, una carriera, un sacco di idee sul suo futuro, e dice che c' tempo per pensare a certe cose. E cos anche lei vive ancora qui con me e la mamma, che siamo quelle che in casa ci stanno di pi, visto che io lavoro qui e lei non lavora. Ma prima la mamma lavorava, fino a prima di sposarsi con il babbo. Quand'era signorina lavorava in un ufficio, faceva la segretaria, ma poi, quando ha conosciuto il babbo e si  sposata, ha lasciato il lavoro per stare in casa. Dice che prima tutte facevano cos, che una volta le donne stavano in casa, che era l'uomo a portare i soldi, non come adesso che per fortuna le cose sono cambiate, ma poi le cose sono davvero cambiate, visto che le faccende di casa devono comunque farle loro, le donne, almeno la maggior parte, non dico tutte ma almeno la maggior parte. Quando tornano dal lavoro debbono pure mettersi a sgobbare in casa, e il marito si mette in poltrona con le pantofole davanti alla tivu, che almeno prima la tivu non c'era e allora tutto era pi umano, ma ora che c' la tivu non c' pi via di scampo e l'uomo ci si piazza davanti e fine.
Io non lo so se gli uomini sono tutti uguali, come dice la mamma, oppure se  vero, come dice Federica, che non bisogna fare di tutta l'erba un fascio, che vuol dire che di erbe ce ne sono tante e allora una  diversa dall'altra, una pu essere buona, una pu essere cattiva, e questo perch non ho avuto tante esperienze con gli uomini nella mia vita. Nel senso che  difficile che una che ha i problemi possa avere tante esperienze con gli uomini nella sua vita, e questo io lo capisco pure, ch un uomo e una donna a vivere insieme hanno gi tanti problemi anche senza averne di loro, capirai se uno dei due ci parte gi dall'inizio, con i problemi. Oppure  uguale, non lo so. Perch forse non  una questione matematica, nel senso di una somma, ma qualcos'altro.
Per mi sono innamorata, e avevo sette anni. E questo si pu fare, cio non c' niente di male,  naturale. Perch questo  come un sogno, e i sogni anche chi ha i problemi pu farli tranquillamente come se i problemi non li avesse; e poi anche altre cose si possono fare tranquillamente, ma questo non tutti lo sanno e se lo sanno fanno finta di non saperlo o di non crederci, oppure, ancora peggio, di non volere che queste cose accadano, forse per la questione del frutto che non  ancora maturo oppure a causa dell'ignoranza, che la mamma dice imperante, e allora quando l'ignoranza  imperante  un macello perch bisogna fare in modo che non imperi pi, e perch questo accada ci vogliono molte battaglie, che sono praticamente delle idee che diventano concrete e che a volte, se si fanno insieme agli altri, possono sconfiggerla, l'ignoranza.
Cos a sette anni mi sono innamorata, e ancora lo sono, e della stessa persona, che si chiama Celeste, e questo  un nome da uomo anche se uno non lo crederebbe mai, eppure la persona che ha questo nome  uomo, cio ha trentatr anni e abita in fondo alla via dove abito io, in una casa a due piani che i suoi hanno comprato vent'anni fa, e lui allora aveva tredici anni e io sette ed ero una bambina come le altre ma con i problemi, ma questo non voleva dire che non potessi andare a giocare a nascondino, a strega comanda colore e a tutti i giochi che i bambini fanno a quell'et, e allora io andavo a giocare e c'era pure lui ai giardini, che per era pi grande e stava con i pi grandi, ma comunque c'era, ed era Cel, che cos tutti lo hanno sempre chiamato.


Cel ha un trattorino di quelli piccoli, rosso e nero, e lo usa per falciare l'erba del suo giardino perch lui ha un giardino grande, praticamente un prato, e ha pensato di comprarsi un trattorino invece di un tosaerba, perch tanto valeva fare la cosa pi comoda visto che i soldi si dovevano spendere, e allora, dato che il trattorino  pi comodo perch ti ci metti a sedere e chi s' visto s' visto, allora perch spendere i soldi per un tosaerba, che  pi faticoso? Quindi Cel s' comprato il trattorino.
Siccome ha il trattorino, spesso lo chiamano a falciare l'erba di altri giardini, e allora lui passa davanti a casa nostra con il trattorino al minimo, che fa un gran rumore ma va pianino, visto che  un trattorino e mica ha lo scopo di correre per strada. Cos a volte lo vedo passare mentre io sto nella mia stanza a ricamare, vicino alla finestra, e lui va lemme lemme, di solito con la tuta, ch quando si fanno quei lavori magari ci si sporca, allora conviene mettersi sopra i panni qualcosa di adatto, appunto una tuta, come poi del resto fa mio fratello Giorgio quando va in officina, che si mette una tuta sporca e unta sopra i vestiti puliti. E cos anche Cel ha una tuta, ma la sua tuta non  unta come quella di Giorgio, semmai macchiata di verde, visto che con il trattorino Cel ha a che fare con l'erba e non con i motori come mio fratello, e poi del resto manco si sporca molto Cel quando taglia l'erba, ch il trattorino  fatto con tutti i crismi, cio non sparpaglia l'erba a destra e a sinistra, ma la taglia facendola cadere sul terreno delicatamente, e quando Cel falcia col trattorino, dietro si lascia una scia regolare d'erba tagliata di fresco che profuma di erba tagliata di fresco che profuma.


Io di Cel sono davvero innamorata, e io credo che lui lo sappia. Nel senso che  sempre stato molto gentile con me fin da quando eravamo piccoli, e mai e poi mai  successo che lui mi facesse pesare il fatto dei problemi, come  invece accaduto qualche volta con altri bambini, anche se in realt io non me la sono mai presa molto, debbo dire la verit, perch si sa che i bambini sono cos: con la lingua lunga, e se la lingua  lunga non sempre si riesce a trattenerla, e allora i bambini a volte dicono cose che sarebbe meglio non dicessero, cio cose che potrebbero ferire un'anima sensibile, e ferire vuol dire far male, cio dare dolore, ma io non me la sono mai presa perch i bambini sono anime innocenti e senza cattiveria, e poi, a dire il vero, non  successo troppo spesso che i bambini mi prendessero in giro, e comunque se questo in passato  successo, io ho sempre saputo cosa rispondere, proprio per il fatto che i miei mi hanno insegnato a non essere sprovveduta e ignorante, cos che ho sempre saputo rispondere per le rime, e se uno sa rispondere per le rime, allora gli altri bambini lo lasciano in pace, ch allora non ci trovavano pi gusto a ferire. Comunque sia, Cel mai e poi mai ha avuto qualcosa da dire sul mio conto, manco una risatina, e anzi mi ha sempre trattato con gentilezza. Perch lui  un'anima gentile, e se uno  un'anima gentile allora capisce che non  giusto provare gusto a ferire gli altri, e la sua lingua, anche se lunga, viene comandata dalla ragione, che insomma vuol dire il buonsenso, che poi sarebbe ci che si dice la cosa migliore da fare, ch tanto tutti sanno sempre qual  la cosa migliore da fare, anche se poi in certi casi si decide di fare la peggiore, ma questa  una questione di scelta, e cio un'altra storia, cio voluta.
Cos Cel mi ha sempre trattato gentilmente, e io credo sappia che io sono innamorata di lui da quando avevo sette anni, perch da quando siamo diventati ragazzi lui con me  pi timido, ch infatti prima si giocava insieme eccetera eccetera, e invece da un certo momento in poi le cose sono cambiate, cio  come se lui avesse messo le mani avanti, cio Alt: adesso siamo grandi, le cose sono cambiate. E io non so se questo  accaduto perch ha capito che io sono innamorata di lui o perch un ragazzo a una certa et diventa timido e scontroso per forza di cose e mette le mani avanti, ma cos  stato: a un certo punto Cel ha messo le mani avanti, e ora mi saluta gentilmente e si ferma a chiacchierare con me sempre gentilmente, ma c' qualcosa in lui che dice Alt, e questo a me non piace perch io non vorrei che Cel mi dicesse Alt, bens mi dicesse qualcos'altro, so io cosa vorrei mi dicesse, e quel che vorrei sentirmi dire tutte le ragazze innamorate, con o senza problemi, lo sanno cos'.


Cel legge molto. Deve averne pi di cento di libri, in casa, tanti sono quelli che gli ho visto fra le mani durante questi anni. L'ho visto leggere in autobus, l'ho visto leggere seduto sul balcone, d'estate, prendendo il fresco, l'ho visto leggere nel suo grande prato, sulla sdraio, l'ho visto leggere ai giardini, su una panchina. Cel legge molto. Sono libri piccoli e grandi, con le copertine colorate, disegnate, oppure copertine di un solo colore, a volte chiaro a volte scuro. Spesso tiene il libro con la mano sinistra, reggendolo in basso, nel mezzo, e con la destra lo sfoglia, girando la pagina dall'alto. Se legge in giardino, sulla sdraio, tiene invece il libro appoggiato al petto e le mani ai lati delle due pagine.
Non so che libri siano, che cosa ci sia scritto dentro. Tante volte ho provato a indovinare sbirciando le copertine, ma mai sono riuscita a capire. Solo una volta, che l'ho visto entrare in biblioteca con un libro in mano e poi uscirne senza, allora mi sono azzardata a entrare, ho salito le scale e sono andata dritta dritta in sala di lettura. Sulla scrivania del bibliotecario, il libro che poco prima Cel aveva in mano e che adesso aveva restituito. Mi sono avvicinata alla scrivania e mentre il bibliotecario era impegnato a scrivere una cosa su una scheda, ho preso il libro in mano. Si trattava di un romanzo poliziesco. Lo so perch l'ho chiesto in prestito io subito dopo Cel. Ho detto: Guarda guarda, proprio questo cercavo. Lo posso prendere in prestito? E allora il bibliotecario, che si chiama Gino e che conosco perch in un posto che  una cittadina quasi tutti si conoscono, chi pi chi meno, e per di pi Gino  un vecchio compagno di scuola della mamma, allora Gino ha alzato gli occhi dalla scheda e ha detto: Ma guarda un po'! Ti interessano i romanzi polizieschi? E io, con la faccia pi semplice che potevo ho detto: S, perch? E allora lui ha preso una scheda nuova, ancora vuota, l'ha compilata con il mio nome, ch tanto non c'era bisogno di chiedermelo visto che lo sapeva, e tutti i dati lui li sapeva, a parte la data di nascita, e io l'ho detta per filo e per segno, e lui mi ha consegnato il libro. Cos sono uscita dalla biblioteca con il libro in mano, ed era il libro di Cel. Adesso ce l'avevo io: l'avrei potuto sfogliare, leggere, e ogni riga Cel l'aveva avuta sotto gli occhi come adesso ce l'avevo io, e a ogni inizio capitolo lui aveva girato pagina, e io anche, uguale a lui, e solo alla fine avrei saputo chi era l'assassino, proprio come lui che fino alla fine non aveva saputo chi fosse l'assassino.
Ho provato a leggerlo come fa lui, reggendo il libro nel mezzo, in basso, con la sinistra, ma cos mi stava scomodo, e ho preferito tenerlo aperto sul tavolo, le braccia incrociate di fronte al petto. Comunque sia, ho letto il libro che ha letto Cel, dall'inizio alla fine, dalla prima all'ultima parola, e mentre lo leggevo dicevo Questo l'ha letto anche lui, e a me questo bastava. Che poi era anche un bel libro, mica dico di no. Ch io libri polizieschi non ne avevo mai letti, e anzi a dire la verit io libri ne leggo pochi, e lo so che non si dovrebbe fare, che anzi bisognerebbe diventare amici dei libri, come dice il bibliotecario Gino che dei libri  davvero amico, e questo lo si vede da come li prende in mano, da come li sa tenere bene in mano, come se fosse naturale per lui tenerne sempre uno in mano: come ci fosse nato, lui, con un libro in mano. Eppure io coi libri non ho mai fatto amicizia, chiss perch. Anche la mamma dice che dovrei sforzarmi un po'di pi a leggere, che se prendo il via poi mi rendo conto che ne vale la pena, ma per me  un grande sforzo, ch dopo un paio di pagine perdo il filo e debbo tornare indietro, rileggere diverse righe avanti per riacchiappare il senso, e cos ci metto un secolo a leggere un libro intero, e questo mi viene a noia, perch se una cosa ti pesa, allora ti viene a noia e non ti va di continuare a farla. Per il libro di Cel, giuro, l'ho letto tutto, parola per parola, e quando  stato il momento di riconsegnarlo l'ho riconsegnato tutto letto, e allora Gino, che mi ha vista arrivare in biblioteca, ha detto: Allora, ti  piaciuto? E io ho detto S, niente male. E lui: Ne vuoi un altro in prestito? E io ho detto: No grazie, questo basta. E lui s' messo a ridere, perch l'avevo fatto ridere, e io sono uscita dalla biblioteca a mani vuote, ch tanto era quello il solo libro che volevo leggere: perch quello era il libro di Cel.
Queste, io lo so, sono le cose che capitano a chi  innamorato. Quando mio fratello Giorgio tocca, che so, fa'conto una forchetta, mica sto a pensare: Questa forchetta l'ha toccata mio fratello Giorgio. Invece se la forchetta la toccasse Cel, io vorrei prenderla in mano, toccarla a mia volta, e dire: Questa forchetta l'ha toccata Cel. Cos capita a chi  innamorato: diventi un po'scemo.
Metti Giorgio, quando ha conosciuto Elisa, anni fa: davvero sembrava impazzito, e a me dava addirittura sui nervi, mentre la mamma diceva: Abbi pazienza,  l'amore. Ma io pazienza non ce l'avevo, e anzi mi montava su la rabbia, ch se io dovevo andare in bagno, questo era sempre occupato da mio fratello che, o si faceva la barba, o si rimirava allo specchio facendo le boccacce o strizzandosi un brufolo in fronte, o si faceva un'ennesima doccia, e infatti era sempre una doccia ennesima quella che si faceva, perch se ne faceva in continuazione di docce in quel periodo, e ognuna era l'ennesima di un'altra, e quindi inutile, perch si puliva sul pulito.
Lui diceva: Non sentite anche voi? Puzzo ancora di grasso e di unto di motore! e si annusava qua e l, sentendo puzze che io non sentivo ma che lui aveva paura Elisa sentisse. In realt era per via dell'innamoramento, mi spiegava mia madre, e allora bisognava aver pazienza, ma io, anche se sapevo che era tutta colpa del suo innamoramento, non riuscivo ad averla, tutta 'sta pazienza, e allora, quando proprio non ne potevo pi, picchiavo alla porta del bagno e dicevo: Apri o butto gi la porta! e solo dopo un quarto d'ora di pugni Giorgio usciva, tutto lindo e pulito e profumato che faceva impressione, con quello stupido sorrisetto che in quel periodo aveva eterno sulle labbra, come se niente potesse infastidirlo, nemmeno il quarto d'ora di pugni che avevo dato alla porta: niente. Tutto, per lui, era bello e rose e fiori, come se tutto dovesse marciare cos come marciava lui. Infatti, innamorati, si diventa scemi.


Una volta un ragazzo pi grande di me mi ha dato un bacio. Eravamo ai giardini. C'era un albero cavo che dentro ci potevi entrare comodamente in due. Se la gente non ci avesse buttato fazzoletti di carta e coni gelato smangiucchiati, allora avresti potuto anche metterti a sedere per terra, l dove la terra era sempre umida perch regnava l'ombra e faceva sempre fresco. L dentro nessuno poteva vederti e nemmeno sentirti, per cui ci potevi anche urlare, l dentro, e nessuno se ne sarebbe accorto. Era come stare in una grotta segreta: a me piaceva.
Giordano aveva pi o meno gli anni di Cel, e cio a quel tempo circa sedici. Non so perch, ma a un certo momento s'era allontanato dal gruppetto dei pi grandi ed era venuto verso di me, che me ne stavo appena fuori l'entrata dell'albero cavo a giocare con uno stecchetto. Facevo salire le formiche sul bastoncino, poi mettevo il bastoncino a testa all'ingi e m'inventavo che quello era il circo delle formiche: ed ecco a voi la formica equilibrista! Che poi la formica forse nemmeno si rendeva conto di ritrovarsi a testa all'ingi, scendendo il bastoncino, perch lei come faceva a sapere che quella cosa che aveva appena risalito adesso improvvisamente era diventata una discesa? Comunque sia, io giocavo al circo delle formiche e Giordano mi si era avvicinato. I suoi amici erano rimasti dov'erano, cio a una panchina, e ci guardavano.
Che c', chiesi, visto che Giordano mi si era messo di fronte e mi parava il sole, e adesso con tutta quella penombra non riuscivo pi a individuare tra le altre la formica equilibrista che era appena scesa dal bastoncino, e allora la cosa mi aveva scocciato, cio che Giordano fosse arrivato in un momento inopportuno, ch adesso dovevo trovare un'altra formica che le andasse di fare l'equilibrista, e mica  facile trovarne una, ch dopo un po'le formiche a fare i giochetti si stufano, cio come si dice mangiano la foglia, e allora appena vedono il bastoncino avvicinarsi lo schivano, se ne vanno per un'altra strada, ch tanto sanno che quella non porta da nessuna parte, o anzi porta nello stesso punto di partenza, solo che cos la strada si allunga, e allora le formiche, che non sono sceme, capiscono, e dopo un po'non ci cascano pi. Cos io ero scocciata per il fatto che Giordano aveva interrotto il mio circo, e volevo sapere per quale motivo l'aveva fatto. Per questo gli chiesi: Che c'?, e lui disse, con le mani in tasca: Che fai? Giochi con le formiche? S, dissi io. Senti Paola, disse lui, lo sai che dentro l'albero cavo di formiche ce ne sono tantissime? S, dissi, lo so. E allora perch non giochi con quelle? chiese. Perch l dentro  buio, dissi - perch cos era. Ma no, disse lui, se hai un fiammifero e l'accendi, l dentro non  pi buio e puoi vedere quante formiche ci sono. Sono molto pi grandi di queste, lo sai?, disse indicando col piede il formicaio sul quale ero chinata. Be'? chiesi io per capire cosa voleva da me. Be', fece lui, se vuoi te le faccio vedere io, quelle formiche. Ecco qui i fiammiferi, e tir fuori dalla tasca dei calzoni una scatola di fiammiferi da cucina. Non mi va, dissi, visto che non mi piaceva la storia di entrare con Giordano nell'albero cavo. Ma dai, fece lui, tirandomi per un braccio, Non avrai mica paura? No, dissi io alzandomi in piedi. Non mi era piaciuto che Giordano mi avesse tirato per il braccio, e allora io lo avevo scansato e mi ero alzata da sola. Non ho paura, dissi, ma adesso non ci voglio entrare. Dai, fece lui, e siccome da l all'entrata dell'albero cavo non c'era che un passo e io stavo di schiena, lui mi aveva dato una spintarella e io ci ero finita dentro. Sentii un rumore, il fiammifero che si accendeva, poi, nel buio, vidi la faccia di Giordano. Vedi quante formiche?, chiese, ma io non le vedevo le formiche, e anzi mi ero messa con le spalle contro il legno dell'albero, e vedevo solo la sua faccia illuminata dal fiammifero da sotto in su, ch a me questa storia non piaceva, e allora gli dissi: No, non le vedo, e lui disse: Vieni pi vicina alla luce, che cos le vedi meglio. E cos dicendo aveva buttato il fiammifero e ne aveva acceso un altro, e invece di andargli io vicina, fu lui a venirmi vicino, e poi il fiammifero si spense e lui mi diede un bacio. Dur poco, poi capii che era uscito di corsa.
Da dentro non si sentiva niente, da fuori non arrivava alcun rumore, attutito dal legno dell'albero. Stetti ancora l per un po'prima di uscire. Non volevo ritrovare Giordano fuori l'entrata dell'albero: non volevo vederlo. E difatti non lo vidi, perch quando finalmente mi decisi a uscire, n lui n i suoi amici c'erano pi, e allora io corsi a casa, e quella cosa io me la ricorder per sempre perch a me non era piaciuta, ch era un bacio con l'inganno, e a me queste cose non piacciono proprio perch c' l'inganno, e allora io a giocare vicino all'albero cavo non ci sarei andata mai pi, ch tanto di formicai ne avrei trovati fin che ne volevo anche da altre parti, anche sul marciapiede, tra le pietre di un muretto, intorno a un'aiola.
Dopo quella volta Giordano non mi ha pi salutata, non so perch, forse perch sapeva che aveva fatto una cosa che non doveva fare. Comunque sia, Giordano a me non mi saluta pi, nemmeno adesso, ch ormai c' l'abitudine fra di noi di non salutarsi, e questo da quella volta del bacio nell'albero cavo.
Che poi io non so se questo era stato approfittarsi, come disse la mamma quando glielo raccontai, perch io glielo raccontai, visto che, appena salita in casa, lei cap subito che c'era qualcosa che non andava, e doveva essere la mia faccia ad averglielo fatto capire. Ma guarda un po'come vanno ad approfittarsi!, fece, ed era molto arrabbiata, ma poi si calm e disse: Forse non  il caso di farne un dramma: forse  stata solo una sbruffonata e nient'altro. Anzi, mi disse, vieni qua. Cos io mi misi a sedere sulle sue ginocchia, e lei mi spieg cose importanti, che sono quelle che dicevo, e cio che uno non deve farsi ingannare, che se in futuro mi fosse ricapitato allora avrei dovuto essere pi sicura e decisa e non farmi fregare. Che poi, dissi io, mica sarebbe stato facile con Giordano: era molto pi grande di me e gli era bastato darmi una spintarella per farmi ruzzolare dentro l'albero cavo. Io, cosa avrei potuto fare? La mamma mi spieg che non si trattava di una questione di muscoli bens di cervello, cosicch mi fosse successo di nuovo avrei saputo cosa fare. Comunque, anche se adesso sapevo cosa fare, volevo che una cosa del genere non mi ricapitasse mai pi. Ch quella volta mi ero sentita proprio male: non avevo potuto far niente perch quel bacio non capitasse. Sentirsi cos era come non sentirsi. Perch io quel bacio mica l'avevo dato io a Giordano: era lui che me l'aveva dato. Io, non ho mai baciato nessuno.


Quando avevo preso in prestito dalla biblioteca il libro di Cel, la mamma ci aveva sperato che mi mettessi finalmente a leggere qualche buon libro, e infatti mi aveva subito comprato un paio di romanzi che lei diceva belli, e io ero stata contenta perch a un regalo non si guarda in bocca visto che  un regalo. Uno era una storia d'amore, e gi si capiva dalla copertina, dove c'erano due che si abbracciavano, l'altro la storia di una famiglia di conigli, ma la mamma disse che quello era simbolico perch in realt si trattava di conigli come fossero persone. Comunque io non li ho letti. Stanno in camera mia, sul comodino, ma non li ho letti.
La mamma deve aver capito che sotto a quel prestito della biblioteca bolliva qualcosa, che il libro non l'avevo preso in prestito cos, tanto per leggerlo, ma che sotto sotto c'era dell'altro, e cio le scemenze che fai quando sei innamorato.
Lei non lo sa che io sono innamorata di Cel da quando avevo sette anni, e questo perch non gliel'ho mai detto. Il perch non lo so, visto che le ho sempre raccontato tutto. Tutto eccetto questo. Di solito le dico ogni cosa che mi capita e anche tutto ci che mi passa per la testa, e anzi questo  proprio uno dei sintomi del mio problema: che non so stare con la bocca chiusa. Spesso infatti debbo parlare, e io capisco anche che a lungo andare tutto questo mio parlare pu venire a noia, ma tante volte  pi forte di me, perch  come se i miei pensieri, anzich esser solo pensati, dovessero parlare. Questo non capita ogni giorno, e anzi in certi momenti, quando ad esempio io e la mamma siamo sole in casa a lavorare, io a ricamare, lei a rammendare o leggere una rivista, allora mi piace anche il silenzio fra di noi. Poi per ci sono altri momenti in cui devo parlare e non ne posso fare a meno, e cos dico tutto quel che penso, e anche quello che non penso ma che mi passa per la testa in quel momento, e lo so che a volte posso anche scocciare, ma io non posso farci niente.
A Giorgio questo rompe, sopratutto quando torna a casa dal lavoro la sera ed  stanco. A lui, tutto il mio parlare lo fa stancare ancora di pi, dice. E allora era meglio starsene ancora in officina, invece di doversi sorbire questa palla che sarei io. La mamma, quando questo accade, gli dice: Ci vuol pazienza, e mi chiama di l in cucina per aiutarla a preparare la tavola, e io vado s ad aiutarla, ma non sono contenta perch io vorrei parlare a Giorgio e non a lei, ma Giorgio  stanco e non riesce a concentrarsi su quello che dico, e questa cosa dev'essere un po'come il fatto che capita a me quando cerco di leggere una storia e perdo il filo, e se perdi il filo allora non puoi andare avanti, oppure, se vai avanti, ci vai cos tanto per fare, ch ogni parola  come se non esistesse, corre via,  staccata dalle altre e non significa nulla.
C' stato un periodo in cui questo fatto di parlare parlare non finiva mai. C'era ancora il babbo e mi ricordo che non riuscivo pi a fermarmi. Parlavo, parlavo, parlavo, e pi parlavo, pi mi venivano in mente cose da dire, e non potevo fare a meno di dirle. Ma i pensieri corrono veloci e le parole vanno pi piano, cos io cercavo di dire tutto quello che pensavo, ma le parole che mi uscivano dalla bocca erano pezzi di parola e pezzi del nuovo pensiero che stavo pensando. Non dovevo far caso a quello che dicevo, ch senn i pensieri se ne uscivano ancora pi veloci e io perdevo il filo, e allora se perdi il filo hai perso tutto.
Quel periodo era durato parecchio, giorni e giorni direi. C'era il babbo, e il babbo era preoccupato. Quando tornava a casa dal lavoro la prima cosa che diceva entrando in casa era: Ha fatto cos tutta la mattina? La mamma faceva di s con la testa e lui ciondolava la sua, e lo vedevo che si preoccupava. Io glielo avrei voluto dire di non preoccuparsi, che io in quel momento dovevo seguire i miei pensieri, e ci provavo anche a dirglielo, ma forse non riuscivo a spiegarglielo come si deve, e lo vedevo sempre pi preoccupato.
La mamma non avrebbe voluto - questo me lo disse - e neanche il babbo, ma quando si arriva a un certo punto le decisioni bisogna pur prenderle nella vita, e quella volta si era arrivati a quel certo punto, e siccome io non ero in grado di prendere decisioni, le presero loro per me, e questo fu fissare un appuntamento urgente, fare una visita, ingoiare per un mese, pranzo e cena, delle pillole rosa e delle pillole gialle che dovevo buttar gi con un sorso d'acqua. Mamma non avrebbe voluto perch, diceva, dovevano pur esserci mezzi alternativi. Pap, invece, diceva  tutto inutile. Inutile in realt non fu, perch io, nel giro di qualche giorno, iniziai a parlare di meno, e anzi a parlare pochissimo, e quando parlavo era proprio perch volevo dire qualcosa, non perch seguivo i miei pensieri. E anche se non mi piaceva l'idea di dover buttare gi pillole rosa e gialle, ero contenta di non dover pi parlare cos tanto: perch ero stanca, avevo la testa che mi bolliva in quei giorni, e la gola sempre secca dal tanto parlare. Perch quando cerchi di seguirli tutti, i tuoi pensieri, e poi alla fin fine non ci riesci, allora  come se dentro si formasse una cosa che ti fa male dappertutto, e questa  l'angoscia, e io in quei giorni mi sforzavo pi che potevo di dire tutto quel che pensavo ma non ce la facevo, e questo era l'angoscia.
Le pillole servirono a farmi stare pi calma, forse troppo, perch adesso mi sentivo depressa e non volevo quasi pi parlare. Ero dimagrita. Tutte le energie le avevo messe nel parlare e avevo consumato le forze nel rincorrere i miei pensieri, e poi avevo dormito pochissimo, visto che non avevo mai tempo di farlo, e anzi quando stavo per addormentarmi i pensieri si facevano ancora pi veloci e sfrecciavano di qua e di l in tutte le direzioni, e io, per cercare di fermarli nelle parole, facevo uno sforzo tremendo e non trovavo il tempo per dormire.
Poi mi ripresi. Questi momenti brutti mi sono poi di nuovo tornati, ma mai per cos tanti giorni, e ogni volta la mamma mi ha subito dato le pillole rosa e gialle e tutto  tornato come prima. A parte questo, a me parlare comunque piace, ma questo rientra nella norma di chi ha i miei stessi problemi, e allora se ogni tanto parlo troppo, questo non  grave, semmai palloso per chi, come mio fratello Giorgio, torna stanco dal lavoro, e allora lui la testa ce l'ha gi piena dei suoi pensieri e mettercene altri capisco pu essere un problema. Ma io non ce la faccio:  pi forte di me e debbo parlare.
Invece con Cel parlo poco, e non mi  mai capitato di parlargli dei miei pensieri. Chiss perch: forse perch sono innamorata e quando lo incontro mi si bloccano sia i pensieri sia le parole.
Ci salutiamo. Lui  gentile. Abita ancora con i suoi. Di lavoro fa il ferroviere. Nei giorni liberi falcia i giardini. Che faccia il ferroviere non significa necessariamente che vada sui treni, e infatti vuol dire che lavora in ferrovia, e per la precisione in stazione. Il suo lavoro  quello di dire  in partenza il treno per x sul binario y, oppure Avviso ai passeggeri: lui, di lavoro, fa di parlare in un microfono e dire cose ad alta voce, che tutti sentano. Uno che deve parlare perch tutti sentano deve avere una bella voce, e difatti lui la bella voce ce l'ha, direi armoniosa. Quando Cel parla nel microfono tutti si fermano: i passeggeri, i macchinisti, i capostazione, gli addetti alle pulizie, perch quello che dice Cel  un messaggio. Quando Cel ha finito di parlare, tutti riprendono le loro faccende.
Cel deve aver trovato il modo di poter leggere anche quando lavora, perch quando esce di casa la mattina ha sempre un libro sottobraccio, solo che, dico io, deve leggerlo a pezzi e bocconi, tra un annuncio e un altro, e io penso che a lui leggere deve piacere davvero parecchio se riesce a farlo anche tra un annuncio e un altro, e chiss come fa a non scordarsi le poche righe che ha avuto il tempo di leggere e riprendere il segno dal punto giusto: deve metterci il dito, sulla pagina, fin dove  arrivato, se riesce poi subito a ritrovarlo. Sta davanti a un computer che gli fa capire quali sono i messaggi che deve dare, e allora lui subito accende il microfono, parla, lo spegne, poi forse riprende a leggere.
Neanche Cel saluta Giordano quando lo incontra. Ci ho fatto caso una volta che ero alla finestra della mia stanza e Cel stava passando col trattorino. Passava Giordano con sua moglie, ch lui si  sposato con la Luisa, che  venuta a far dottrina con me gi dalle suore e ha pi o meno la mia et, qualche anno di pi forse, ma adesso  una signora che ha gi tre figli, uno ancora in passeggino, e il quarto deve nascere, e mia madre dice che Luisa non ha perso tempo e che fa sempre quel mestiere.  difficile vedere Giordano e Luisa passeggiare insieme e da soli, e semmai vedi Luisa carica di buste della spesa che con una mano spinge il passeggino, mentre gli altri figli corrono avanti e indietro sul marciapiede, e lei dice Vieni qui, stai fermo, torna indietro, stai zitto, eccetera eccetera, sempre accaldata, anche d'inverno, per la fatica che fa con tutti quei marmocchi e la spesa. Che poi quando facevamo dottrina, Luisa si chiamava Acciuga, perch era molto secca, e invece ora che  una signora a nessuno verrebbe pi in mente di chiamarla cos. Insomma, caso vuole che Giordano passasse con sua moglie e senza nemmeno un figlio per strada proprio mentre Cel sfilava in trattorino per andare a falciare l'erba di un qualche prato. Be': non si sono salutati. Come niente fosse: Giordano ha continuato a guardarsi le scarpe mentre camminava lungo il marciapiede, Luisa, a braccetto del marito, si  voltata verso la strada nel momento in cui Cel passava loro di fianco e gli ha fatto un sorriso. Cel le ha fatto un cenno con il mento, ma con Giordano non si  salutato. Per erano dello stesso gruppo, l ai giardini, quando eravamo piccoli, e mi ricordo di averli visti tante volte insieme, loro due soli o con altri, a tirar di fionda ai pipistrelli, al tramonto, o a parlottare di questo e di quest'altro, va a sapere di che cosa, ridacchiando. Fino a quel giorno non ci avevo fatto caso che Giordano e Cel non si salutavano pi. Proprio come due che non si fossero mai visti o conosciuti: proprio come due che s'ignorano a vicenda.


Quella volta che Giordano m'ha baciata, lui, Cel, nel gruppetto degli amici sulla panchina vicino all'albero cavo non c'era. Non so se era poi venuto a sapere del fatto del bacio, e io per tanto tempo ho sperato che no, perch me ne vergognavo. Perch non avrei voluto che uno che non era Cel mi baciasse, anzi a quel tempo nemmeno mi sognavo che Cel mi baciasse: mi bastava incontrarlo e vederlo e questo era quanto di pi bello potesse accadermi in tutta una giornata. Non volevo lui sapesse che Giordano m'aveva baciata: speravo proprio non lo venisse a sapere. Pi tardi ho invece cercato d'immaginarmi le cose in modo diverso: che Cel fosse venuto a sapere del bacio e ci avesse litigato, con Giordano. In effetti cos potrebbe anche essere accaduto: Cel  un'anima gentile, e forse anche a lui, come a me, queste cose di forza non piacciono, ch - sono sicura - se fosse stato lui al posto mio, anche lui ci sarebbe stato male. E cos m'immaginavo la scena, speravo fosse quella la verit: che Cel era venuto a sapere di quello che Giordano mi aveva fatto e che si fosse arrabbiato, gli avesse detto Sei uno schifoso, e da quel giorno gli avesse tolto il saluto, e per sempre. Io ci spero che questo sia accaduto, ma non lo so con esattezza, e cos posso solo immaginarmelo.
Che poi ho provato anche a immaginare che nell'albero cavo non ci fosse stato Giordano, ma Cel, ch allora la cosa sarebbe stata diversa, ma talmente diversa che non sarebbe neppure potuta accadere. Perch io lo so che Cel non mi avrebbe mai ingannata con la storia delle formiche per farmi entrare e darmi un bacio, e magari poi vantarsene con gli amici. Perch  questo che credo sia successo con Giordano, e io ci ho pensato ben bene: ho avuto tanto tempo per pensarci e sono arrivata a questa conclusione: che Giordano l'avesse fatto per vantarsi con gli amici, che ci aveva fatto su una scommessa, che avrebbe baciato Paola, e pu anche darsi che quella volta la scommessa l'abbia pure vinta, ma di sicuro qualcosa ha perso, e se quello che mi sono immaginata  vero, allora s' perso un amico, s' perso, e non so se ne sia valsa la pena, ch secondo me conveniva rimanere amico di un tipo come Cel piuttosto che prendersi un bacio da una ragazzina coi problemi che ancora non sapeva che bisogna sapersela cavare nella vita. Ch mia madre non me l'aveva ancora spiegata tutta, ma a quel punto era giunto il momento, e mia madre quella volta me l'ha detto papale papale come vanno le cose della vita.
Ch tanto Cel non mi avrebbe mai e poi mai attirata nell'albero cavo con l'inganno, e nemmeno mi avrebbe dato una spinta per farmici entrare. Per mi piace pensare che sia stato lui a darmelo, il bacio, e allora in quel caso io glielo avrei restituito. Ch in quel caso, allora, non sarebbe stato solo un avere, ma io penso anche dare.


La mamma e il babbo di Cel sono anziani. Non hanno altri figli oltre Cel. Hanno abitato tanti anni in Francia, dove suo padre lavorava in miniera e sua madre si occupava dei pasti dei minatori. Poi suo padre si era ammalato e avevano deciso di tornare in patria. Con i soldi che erano riusciti a mettere da parte avevano comperato nel loro paese d'origine quella casa che adesso abitano. Dico paese perch quand'erano partiti questa cittadina era un paese e non una cittadina, e - cos mi hanno raccontato - c'erano s e no quattro case, la chiesa, lo spaccio. Poi, durante il periodo che loro hanno trascorso in Francia, da paese il paese era diventato un paesotto, con altre case, una scuola, una farmacia; quindi una cittadina, con l'ufficio postale, negozi di scarpe e vestiti, strade sempre pi trafficate. Ed  cos infatti che me la ricordo io la cittadina di quando ero piccola e la famiglia di Cel era appena rientrata in patria: mi ricordo il lattaio che ti portava il latte con il bidone, e bussava alla porta, e mia mamma mi mandava gi con il pentolino da riempire, che dopo lo dovevi far bollire, il latte, e stare all'erta che non schiumasse fuori; e l'arrotino che passava gi in istrada e chiamava per farsi sentire; e lo straccivecchi; e il carbonaio che aveva il deposito al pianoterra di un palazzo a due piani poco distante da casa mia e che vedevo tutto nero di carbone, con la canottiera sempre sudata, caricare i sacchi sulla carriola per andarli a consegnare; e l'acquaiolo, che portava l'acqua potabile con la cisterna, e allora in casa si tenevano sempre due taniche pulite proprio per farsele riempire; e il cartonaio, che andava a cercar cartoni, e se glieli mettevi da parte allora ti dava un tanto al chilo, e poteva scapparci anche un gelato se riuscivi a racimolarne abbastanza.
Poi la cittadina era ancora cresciuta, allargata. Al lattaio si erano sostituiti i cartoni del latte triangolari che potevi comperare prima al generi alimentari poi al supermarket; il figlio dell'arrotino aveva aperto una coltelleria, cos che tu, se avevi forbici e coltelli da affilare, andavi al negozio e lui te li arrotava; gli stracci vecchi non si tenevano pi in casa, ch ingombravano gli appartamenti, adesso sempre pi piccoli; al carbone era stato sostituito il gas, prima nelle bombole, poi quello di citt, cio per tutti e dappertutto, e al posto del magazzino del carbonaio era stato costruito un palazzo a sei piani, tutto marrone, e al pianterreno, l dove una volta veniva ammucchiato il carbone, era stata aperta una boutique; l'acqua arrivava in tutte le case, e dicevano adesso potabile, senza schifezze nocive dentro, direttamente da una fonte, e tu se ci credevi la bevevi, se non ci credevi non la bevevi e compravi quella certificata nelle bottiglie, che prima erano di vetro, poi sono state di plastica, poi di nuovo di vetro, e per farla pi buona potevi metterci le cartine, prima una e poi l'altra, agitavi la bottiglia, lasciavi riposare, poi stappavi e l'acqua adesso aveva il sapore; carta e cartone iniziarono a essere raccolti nelle apposite campane, ma ci fu un momento in cui le campane per la raccolta della carta non erano state ancora previste e nessuno sapeva che farsene di tutta quella carta e di quel cartone che si accumulava in casa, e cos tutti lo buttavano nella spazzatura e fine, come fosse un rifiuto, perch quando c'era ancora il cartonaio almeno un rientro economico c'era, ma adesso che non passava pi, la gente non vedeva il motivo per cui doveva perder tempo a raccogliere robaccia.
Adesso la cittadina  grande. Ci sono tante strade, i bar, i ristoranti, gli alberghi, i negozi, gli ipermercati, le officine e le palestre. C' stato un momento che c'erano due cinema, adesso ne  rimasto uno solo. E un momento che avevano aperto un centro sociale al posto del vecchio dancing, ma dalla primavera scorsa ci hanno inaugurato un centro commerciale. Nella nostra cittadina adesso ci sono le banche, le gioiellerie, una lavanderia a gettoni proprio come in America, e se vuoi ordinare una pizza per cena puoi farlo anche per telefono, che te la portano a casa in motorino in un battibaleno.
Il babbo e la mamma di Cel, quando sono tornati in paese, non hanno pi trovato un paese, ma una cittadina. Devono essere rimasti stupiti di fronte a tanti cambiamenti. Che poi, se le cose cambiano mentre ci sei, allora i cambiamenti non ti fanno tanto effetto perch li vedi progressivi, mentre se qualcosa cambia mentre tu non ci sei, allora quando te ne accorgi questo ti sbalordisce, tipo che ti senti spaesato, che forse vuol dire proprio questo, cio fuori dal paese. E infatti loro, quando sono tornati dalle miniere della Francia, con un figlio di tredici anni e i soldi giusti per comprarsi una casa a due piani con giardino, si sono trovati proprio cos: senza pi il paese.


Il punto croce  uno dei punti pi antichi, e nella mia enciclopedia del ricamo c' scritto che  conosciuto in quasi tutto il mondo ed ancor oggi  molto usato per la sua facilit e versatilit.  popolarissimo: lo conoscono bene in Scandinavia, in Grecia, nell'Europa orientale, in Romania e in Ungheria. I motivi e i disegni a punto croce sono stati tramandati di generazione in generazione come il folklore. Ogni paese ha i suoi colori preferiti: per esempio il punto croce polacco viene ricamato con un filo rosso scuro, mentre quello ungherese con una combinazione di fili neri, blu, rossi e verdi.
Il punto croce  formato da due punti obliqui: uno eseguito in una direzione, l'altro nella direzione opposta, ad angolo retto sopra il primo. Una croce appresso all'altra, si formano cos delle aree di ricamo compatte.
Il punto croce si esegue su tessuti a trama regolare, poich ogni croce deve formare un quadrato perfetto. Per ricamare a punto croce su un tessuto molto leggero come l'organdis bisogna imbastire del canovaccio sull'area da ricamare: il punto croce va eseguito sopra il canovaccio, quindi uno alla volta i fili del canovaccio vengono tirati via, lasciando il ricamo scoperto.
Quasi tutti i fili da ricamo sono adatti per il punto croce, sopratutto il cotone perl numero otto, che essendo lucido fa un gran bell'effetto, ma vanno bene anche il filo da ricamo a mano, il filo da ricamo in lana, il cotone moulin e quello lanato.
Io tutte queste cose le so perch sono il mio lavoro, e visto che la mia  una professione,  giusto conoscere bene quel che si vuol professare. Ogni lavoro ha bisogno di una certa professionalit: fa'conto mio padre, che di lavoro faceva l'autista delle corriere: lui di cose ne doveva sapere: di motori, di itinerari, di orari, di fermate, di biglietti. E poi doveva stare attento, ch il suo era un mestiere con la responsabilit, mica scherzi. Io tutt'al pi potrei bucarmi un dito, e se per caso un lavoro non mi venisse alla perfezione (ma questo io spero non capiti mai) non sarebbe poi la fine del mondo: perch a tutto si pu rimediare, eccetto gli incidenti gravi, ch se a repentaglio c' la vita, allora la cosa  diversa: non  come bucarsi un dito con un ago, che poi, come specificato nella mia enciclopedia del ricamo, l'ago migliore per il punto croce  quello a cruna grossa e punta arrotondata, per cui  difficile pungersi con un ago del genere. Oppure il mestiere di Cel: anche l c' una certa responsabilit: ad esempio se ti scordi di dare un annuncio potrebbero nascere guai, forse anche seri. Insomma: il proprio lavoro bisogna saperlo fare con tutti i crismi, cio bene, o per lo meno metterci tutto l'impegno possibile, la buona volont, l'esperienza, l'abilit e tutto quello che ci vuole, a seconda del caso.
Come fare il genitore, ad esempio: la mamma lo dice sempre: anche questo non  facile:  come un lavoro, anzi  un lavoro. Ch allora di responsabilit ne hai a bizzeffe: fa'conto quello che insegni a un bambino: lui dopo cresce con quello che un genitore gli ha insegnato perch si fida del suo genitore, pensa che tutto quello che dice sia la verit, che il suo genitore sia la verit in persona. E fai conto che poi, da grande, viene a scoprire che quello che il genitore gli ha detto verit non : allora lui ci rimane male, ha la delusione, impara a conoscere la sfiducia. Per questo mia mamma mi ha sempre detto tutto, senza misteri: perch per lei fare il genitore  un mestiere, anzi di pi, perch di mezzo c' anche la questione dell'amore materno e dell'affetto, e se di mezzo ci sono anche queste cose, allora si tratta di un lavoro davvero importante, da dover fare con tutti i sentimenti, cio benissimo.
Se fossi stata Vera, l'ho detto, forse a una certa et avrei anche fatto un figlio. Questo perch, se si ha la fortuna di esser nata donna, sarebbe un peccato non far figli visto che si pu. Un uomo no che non pu, ma per sua fortuna ha almeno la possibilit di fare il padre, che  gi qualcosa, anche se io credo non sia come avercelo in pancia un figlio per tutto quel tempo e sentire che il tuo corpo si trasforma. Perch il corpo di una donna  come se si sdoppiasse: cio da uno diventer due, e questo se ci pensi  proprio una cosa incredibile, che ancora non mi sta nella testa: che una donna da una diventa due, e dopo torna di nuovo una ma in pi c' un altro, e questo  suo figlio.
Cos, se fossi stata Vera, forse avrei fatto un figlio. E se fossi stata Vera avrei saputo organizzarmi: avrei allattato al seno perch cos  giusto che sia, ma di sicuro al sesto mese avrei iniziato lo svezzamento, di modo tale che pian piano avrei potuto riprendere il mio lavoro come public relations o gi di l, e avrei lasciato il bambino nelle mani di una brava baby-sitter, prima soltanto per qualche ora al giorno, poi sempre di pi, cosicch avrei potuto riprendere la strada della mia carriera, perch senn mi sarei sentita una donna frustrata che non fa altro che cambiare pannolini e preparare pappine e giocare a giochini. E senza ombra di dubbio avrei avuto una donna di servizio, che pi che donna di servizio sarebbe stata una specie di governante che avrebbe badato alla casa e fatto anche la spesa, e controllato che la baby-sitter facesse il suo dovere e lo facesse bene. Praticamente una donna di fiducia, magari di una certa et, vedova, di famiglia. Casa e bambino sarebbero state in buone mani, e anche la carriera. Tutto a posto: nemmeno una grinza.
Questo se fossi stata Vera, ma io non sono Vera, e anzi sono Paola, e ho i problemi, per cui tante volte me lo sono chiesta, io, se sarebbe giusto che facessi bambini. A parte il fatto che ci vorrebbe un uomo con il quale fare bambini, perch, quando manca la materia prima,  impossibile ottenere un prodotto finito: fa'conto mi mancassero aghi e fili: come farei a fare un ricamo? Ci sarei io, che potrei ricamare, ci sarebbe la tela da ricamare su cui far crescere il ricamo, ma senza ago e filo, come potrei lavorare, creare un prodotto finito?
Quindi il problema non si pone, e caso mai posso solo immaginare che, se fossi stata Vera, un figlio l'avrei potuto fare, visto che, verso i trenta-trantacinque anni, lo sfizio me lo sarei potuto togliere. Ch io ero Vera: mica una qualunque, e allora avevo la voce sensuale e tutte le cose a posto, e per di pi la carriera sulle spalle e un sacco di conoscenze, e vai a vedere se non sarei riuscita a rintracciare, tra tutti quei conoscenti, un buon padre per un buon figlio.
Perch io avrei un sacco di esigenze in pi in fatto di bambini, rispetto a Vera. Intanto, per prima cosa, un uomo che non avesse problemi, visto che ci sono gi io e questo basta e avanza. Poi che quest'uomo riuscisse a sopportare le mie parole e i miei pensieri anche quando ne ho molti che mi girano per la testa, che mi stesse ad ascoltare. Quindi che potesse essere un buon padre, perch se un uomo avesse le due prime qualit ma non questa, allora io figli con lui non li farei comunque, ch non mi andrebbe di avere un figlio con un uomo che non  il padre giusto. Ch io lo so cosa vuol dire esser nati fortunati come sono nata fortunata io, e questo non me lo scorder mai vita natural durante. Perch  facile fare i paragoni con chi sta meglio di te: prova invece a farli con chi sta peggio: allora vedi che bella differenza, dice la mamma. Allora s che capisci come sei nato fortunato!
Insomma, da Paola come sono, di esigenze ne avrei tante, e io penso non sarebbe una cosa facile, sempre ammesso che quest'uomo che vorrei fosse il padre dei miei figli - cio Cel - si innamorasse di me. Ch lui s, sono sicura sarebbe l'anima giusta, quella mia gemella: cio uno che risponde alle mie esigenze, cio senza i problemi, gentile, buon padre. E che sarebbe un buon padre, io ci scommetterei: non so perch, ma ci scommetterei. Dev'essere per come si  sempre dimostrato gentile verso di me dal giorno in cui  arrivato in paese ed  venuto a giocare con noi ai giardini.


Quand' arrivato, Cel parlava ancora quasi solo il francese: d'italiano sapeva s e no tre quattro parole, ma presto ha imparato. Solo la erre gli  rimasta moscia - bleso si dice correttamente - ma questo non  un problema, ch anzi questa sua erre poco arrotata gli d un'aria sofisticata, e quando parla nel microfono della stazione le parole "binario", "ritardo", "signori passeggeri", gli vengono fuori in un modo cos elegante e francese da far tenerezza, ch sempre vorrei sentirlo parlare, qualsiasi parola, con quell'erre sua francese.
L ai giardini si stava tutti insieme. Si giocava, si scherzava, chi pi chi meno. C'erano i timidi, gli sbruffoni, i solitari, i gruppettari, c'erano Cel, Giordano, il Lele, Sandrina detta Milli, il Baco, Vince, Giovanna, mio fratello Giorgio, io e tanti altri. Poi eravamo cresciuti e ai giardini non ci si andava pi. Ora c'erano la dottrina, l'oratorio, il bar, le vasche per il corso, il cineforum, la discoteca. Adesso toccava a mia sorella Federica e ai suoi amichetti stare ai giardini. Noi eravamo cresciuti, chi prima chi dopo, e tutti avevamo lasciato il posto ad altri pi piccoli, ch cos ai giardini di bambini ce n'erano sempre, ma anno per anno si rinnovavano, ch ne arrivavano di nuovi e quelli cresciuti se ne andavano.
Io, per quanto mi riguarda, dopo i giardini parecchio tempo l'avevo passato gi dalle suore, e precisamente in una delle stanze pi grandi del convento, quella che loro usavano come locale per ricamare.
Iniziavano a ricamare appena faceva l'alba, e facevano lavori stupendi: a fili distesi, a petali, a triangoli, punti annodati, catenella, catenella annodati, punti corallo e corallo doppio, croce e mezzo punto, erba, erba annodato ed erba rovesciato, nido d'ape e finto nido d'ape, indietro, lanciato, margherita, mosca, ragno, a onde. E orli a giorno (a colonnette, incrociati, italiani), punti piatti e punti pieni. E smerli, e punti smock e finti punti e punti tessitura. Ricamavano con nastri, con il tombolo, in argento e in oro. Facevano ricami Mountmellick e su fili contati.
La stanza era fresca d'estate, calda e accogliente d'inverno. Tutte le suore che ricamavano portavano occhiali e mentre ricamavano sorridevano. Sembravano non essere mai stanche di ricamare e anzi di farlo sempre con piacere. Mi piacevano quei loro volti distesi malgrado le ore e le ore di lavoro, gli occhi chini sulla tela, le reni stanche per mantenere sempre la stessa posizione. Ma sembravano sempre tranquille, contente, liete, in pace con se stesse e dio e il mondo intero. Insieme a me qualche altra bambina, mandata come me a imparare il mestiere, ma quasi nessuna resisteva molto a lungo, e anzi presto si stancavano di tanto ricamare e per la pazienza che ci vuole in questo mestiere. E cos spesso trascorrevano mesi interi in cui ero l'unica loro allieva, e io sola, con le suorine - suor Zita in particolare, che era quella che pi mi seguiva, mi insegnava, consigliava, sorrideva - restavo nella grande stanza del convento, fresca d'estate, calda d'inverno.
Pregavano. Ogni tanto, come se improvvisamente fosse arrivato il momento di farlo - quello fosse il momento e non un altro - una di loro iniziava a pregare, e immediatamente le altre le si univano in coro. Le loro voci erano dolci, sembravano un canto, una nenia, una ninna nanna. Io continuavo a ricamare in silenzio, ch non mi era permesso parlare mentre lavoravo, e le stavo ad ascoltare. E le loro preghiere erano un suono piacevole, una canzone di cui non capivo le parole ma che infrangeva le intere mezz'ore di silenzioso e alacre lavoro.
Quando tornavo a casa raccontavo alla mamma quello che avevo imparato, le facevo vedere, improvvisavo un punto nuovo su un vecchio tovagliolo per mostrarle quante cose avevo imparato quel giorno. E avevo una gran voglia di parlare, di raccontare, dire qualsiasi cosa. Chiss: forse la mia era una reazione dopo tutte quelle ore di silenzio con le suore, o forse perch ero contenta di imparare, ch questo mi faceva sentire importante e grande, grande come tutti gli altri bambini, quasi non esistessero pi differenze tra me e gli altri, e che fossimo tutti uguali: tutti cresciuti nello stesso modo e nello stesso momento, senza problemi.


Dopo le medie, Cel era andato a studiare in citt. Ci andava con il treno. Faceva le superiori. Lo vedevo la mattina uscire di casa molto presto e dirigersi verso la stazione con i libri legati con il laccio. Tornava a casa che erano le due e mezzo passate. Usciva poco di casa. Studiava.
Appena arrivato in Italia aveva dovuto ripetere qualche classe per imparare bene la lingua e mettersi al pari degli altri ragazzi, cos aveva perso qualche anno e aveva iniziato le superiori che era gi grande. Per era bravo: lo sapevo dalle chiacchiere di mia madre con le altre madri gi ai giardini o al negozio di alimentari: era un ragazzo che s'impegnava, ce la metteva tutta, e in poco tempo si era messo al pari, tale e quale gli altri della sua et.
Durante quegli anni lo vidi poco: lui a scuola o a casa a studiare, io o a casa o dalle suore. Lui impar a costruire cose elettriche, a intendersene di valvole e transistor, di schemi elettrici e di impianti, io di trame e di filati, di punti e di tessuti. E anche di come scegliere le patate giuste per preparare un buon pur, qual  il modo migliore per mandar via le macchie di biro dai tessuti di cotone, come si condisce un'insalata, ogni quanto si debbono cambiare le lenzuola al letto: ch era mia mamma che mi insegnava tutte queste cose, mentre con lei facevo le faccende.
Vedi Paola, diceva mia madre tirando gi la riversina del lenzuolo, Bisogna saper fare pi o meno tutto nella vita, che cos non ti trovi svantaggiata, perch saprai sempre come cavartela. Sembrano cose sciocche, mi diceva, Ti chiederai: che me ne importa a me di sapere come si puliscono i fornelli o come si prepara un pollo arrosto? Ma, credimi, non  tempo sprecato: tutto serve nella vita: ci sono tante cose da imparare: tutto si pu imparare. E ognuno ha qualcosa da insegnare.
E difatti questo anch'io penso: che ognuno ha qualcosa da insegnare. Come ad esempio suor Zita, che - mi domando - chi gliel'ha fatto fare a lei di sprecare tutto quel tempo dietro a me che zuccona non volevo imparare altro che il punto croce e allora lei l a spiegarmi che c' anche il punto erba e che se fai cos e che se fai cos, ch si tratta dell'esperienza diretta degli altri e cio dell'insegnamento migliore. Oppure il bibliotecario Gino: da lui puoi imparare ad amare i libri, e chi  quest'autore, e chi  quest'altro, chi ha scritto cosa, quando e perch, ma in questo caso sono io che non mi sono fatta insegnare, anche se lui cose ne avrebbe, ne sono sicura. E io penso che se da tutti qualcosa si pu imparare, allora anch'io potrei insegnare qualcosa a qualcuno, ma questo io ancora non so cos', ch oltre al ricamo non me ne vengono in mente altre di cose che potrei far conoscere agli altri, anche se mi piacerebbe essere utile al mondo in qualche modo: come un'impronta su questa terra, ch tutti chi pi chi meno ce la lasciano un'impronta su questa terra, e c' chi la lascia pi profonda, chi invece ci cammina leggero, sfiorandola appena la terra, e tante volte mi chiedo se non sia meglio soltanto sfiorarla piuttosto che lasciarci impronte profonde, ch allora rischi di rovinarla, questa terra, con la tua impronta profonda, di cambiarla troppo, e questo potrebbe essere un male, nocivo, ch se si rompono gli equilibri allora le cose non vanno pi bene, la terra subisce, e questo non  giusto, perch  come sputare sul mangiare, cio su quello di cui viviamo, cio la terra che abitiamo, e allora forse  meglio lasciarle lievi, le impronte, con il nostro passaggio, ch allora ci sei stato ma non hai dato fastidio, non hai rischiato di distruggere e di rovinare.
Ch poi la mamma un'idea me l'avrebbe pure data, e cio quella di prendere qualche ragazza con me alla quale insegnare il mestiere. Lei dice che una volta questo si faceva, di andare a imparare un mestiere sul campo, cio senza tanti preamboli ma con la pratica pura e semplice, che  la via pi diretta per imparare sul serio qualcosa. E in effetti io potrei pure seguirla questa sua idea, ch porterebbe di certo qualcosa, a me e ad altri, ma ci debbo ancora pensare se questo sar il mio futuro. Ch non  semplice insegnare anche se hai tutti gli strumenti a tua disposizione, e inoltre bisogna vedere in che modo si insegna, ch non sempre lo si sa fare, e vai a sapere se si fanno pi danni che altro, e allora io penso che prima di mettersi a insegnare bisognerebbe imparare a farlo. Quindi ancora non so se questo sar il mio futuro, uguale a quello di suor Zita, che adesso per non pu pi insegnare a nessuno, ch  diventata cieca, e io a volte la vado a trovare, ch lei sta ancora in convento, ma adesso non ricama pi, per se io faccio un bel lavoro, particolare, allora glielo porto a far sentire, e dico sentire perch lei tocca la stoffa, passa le mani sul mio lavoro, cerca di vederselo nella mente cos come lo vedesse con gli occhi, e se le sembra ben fatto e bello, allora mi fa i complimenti, perch lei dice che pu accadere che l'allievo superi il maestro, e questo, detto da suor Zita,  un complimento coi fiocchi, perch lei era espertissima nel ricamo, la pi esperta del convento, e vorrei fosse vero quello che mi dice.
Allora, mentre Cel andava alle superiori, io ricamavo e imparavo a fare le faccende con mia madre. Le facevamo insieme, la mattina, dopo che Giorgio e Federica erano usciti per andare al lavoro: Giorgio in officina, Federica in palestra.
La mattina Federica ha il gruppo delle signore. Loro sono donne che fanno le casalinghe e si vogliono tenere in forma. L'orario della mattina per loro  il migliore: sbrigano le faccende, mandano i figlioletti a scuola, poi escono, fanno un po'di esercizi in palestra, passano a fare la spesa, vanno a riprendere i bambini. Sono mamme cicciottelle e quindi con l'urgenza di riacquistare la linea perduta, o magre e ancora atletiche che non intendono perdere la linea. A volte, se il tempo  buono, Federica fa uscire il gruppo di signore, e allora le puoi vedere tutte in fila, ben allineate, lungo gli stradelli in periferia che fanno jogging, stiramenti, flessioni. Ch l'aria aperta fa bene, dice loro Federica, e quando l'aria  secca e non piove, anche d'inverno conviene uscire, star fuori, respirare a pieni polmoni.
Il pomeriggio invece Federica insegna ai bambini. C' il gruppo di artistica e quello di aerobica. Qualche volta vado con lei. Siccome non vuole che le si dia fastidio mentre insegna, allora le ho promesso che me ne star sempre buona buona tutto il tempo al di l della riga gialla, ai bordi della palestra. Di solito mi metto a sedere in terra, a gambe incrociate. Mi piace guardare Federica che insegna. La sua voce  forte, l dentro: lei deve urlare, per farsi sentire.  brava, agile, snella. I bambini che vanno in palestra a fare ginnastica sono quasi tutti bambine. Portano una tutina, oppure pantaloncini e calzettoni. Sembrano sempre divertirsi un mondo con Federica. Quando mi vedono, mi vengono a salutare.
Federica  molto carina: ha un personalino da invidiare. Muscolosa ma non troppo, magra ma il giusto, begli occhi. Le piace vestire sportiva: una tuta ed  perfetta, ma quando la sera esce con gli amici, allora vuol essere alla moda, e mi piace proprio quando con la minigonna mette le sue scarpe nere, quelle alte col tacco. Ch lei pu permetterselo, di portare la minigonna: ch Federica non ha certo niente da nascondere. Per quanto mi riguarda, invece, di vestire non mi  mai interessato molto, ch per prima cosa voglio star comoda, e cos preferisco sempre una gonna e una camicetta oppure i jeans e una maglietta e non ci penso pi. Per abbinare bene i colori  importante, ch certi abbinamenti sono colpi in un occhio, anche se soggettivi, e questo vuol dire che ognuno pu vederla un po'come gli pare: fa'conto a me il rosa e il grigio insieme piacciono molto, e anche il rosa con il marrone, ma forse per un altro questi sono un colpo in un occhio, mentre non lo sono invece il nero insieme al blu o il rosa assieme al rosso, che, per quanto mi riguarda, non posso invece sopportare. Ch ogni cosa  soggettiva, cio variabile da persona a persona, e questo perch siamo tutti diversi, e allora va bene essere diversi, ch cos c' pi variet nel mondo, e i colori  bello vederli tutti, abbinati e mischiati, combinati e mescolati.
Io le voglio molto bene, a Federica: per sempre sar la mia sorellina piccola, anche adesso che ha vent'anni, lavora, ha la sua vita, la sua indipendenza, le sue amicizie.
Quando riguardo le foto di quand'eravamo piccole, trovo una somiglianza tra di noi che adesso non riesco pi a vedere.  una questione d'espressione, pi che di una somiglianza vera e propria. Ad esempio in quella che ci ha scattato la mamma per un carnevale: io ero vestita da principessa, Federica da Cappuccetto Rosso: tutte e due guardiamo verso la macchina fotografica, stiamo abbracciate, le guance vicine, sorridiamo alla mamma che ci sta scattando la foto e abbiamo la stessa espressione, lo stesso sorriso.  vero che io fisicamente ho preso dalla mamma e Federica invece dal babbo: io sono pi tondetta, ho la stessa forma del viso che ha la mamma, mentre Federica ha, proprio come era il babbo, un fisico asciutto, ben proporzionato. I capelli sono dello stesso colore, ma io ho capelli mossi, mentre lei li ha lunghi e lisci. Adesso che siamo cresciute, questa somiglianza per non riesco pi a vederla, forse proprio perch siamo cresciute, o forse perch siamo cambiate, non so.
Me la ricordo quand' nata: finalmente la mamma ci aveva fatto dire dall'ostetrica che potevamo entrare in camera, ch l c'era una sorpresa. Io e Giorgio ci eravamo guardati: quale sorpresa aveva da farci vedere la mamma? Ci aveva comperato un gioco nuovo? Era arrivata zia Marta, quella che portava sempre le caramelle mou? E tutto quel trambusto, che cos'era? Perch fino a quel momento non eravamo potuti entrare nella camera della mamma, che tanto ci piaceva saltare sul lettone?
Entrammo nella stanza: la mamma aveva le lenzuola tirate fin sotto il mento. Vicino a lei, una testina tondetta e pelosetta. Avvicinatevi, disse la mamma sorridendo, e io e Giorgio ci eravamo avvicinati.  la vostra nuova sorellina, disse lei. La stavate aspettando, no?, disse. Ah, ecco cos'era tutto quel mistero: era la nuova sorellina che era arrivata! E s che lo sapevamo che doveva arrivare: il nome lo avevamo gi scelto assieme alla mamma e al babbo: Marco se fosse stato un maschio, Federica se fosse stata una femmina. Ma le cose erano andate avanti pian piano senza che n io n Giorgio ce ne rendessimo conto: la pancia della mamma era cresciuta, ma noi, abituati a vederla giorno dopo giorno, non ce ne eravamo accorti, fintanto che la mamma non pot pi prenderci in braccio e allora aveva detto: Giorgio, Paola: ormai siete grandi: non  pi il caso di stare in braccio alla mamma, e da quel giorno la mamma non ci aveva pi preso in braccio, ch la sua pancia ormai era grande davvero.
Adesso in braccio alla mamma ci stava invece Federica, ch quello era il momento che un bambino in braccio alla mamma deve starci, visto che  ancora piccolo e non pu cavarsela da solo. Poi Federica  cresciuta,  diventata una bambina, piccola ma comunque abbastanza buona da poterci giocare, se non altro alle bambole, oppure al nostro gioco preferito, che era quello di far finta di essere io un cane, lei un altro cane, e allora si potevano fare le avventure dei due cagnolini randagi che andavano a esplorare il bosco magico, e questo era lo sgabuzzino della mamma, pieno di scatole e cose, quello che poi  diventato la mia stanza da lavoro, ma allora era il bosco magico dei due cagnolini randagi, Billi e Bulli, e Federica era Billi e io ero Bulli.
Di Federica non sono mai stata gelosa: lei era la mia sorellina piccola, quella che doveva nascere e infatti era nata, e adesso caso mai era mio fratello a sentire i problemi della gelosia, ch infatti si comportava in modo strano, per esempio quando la mamma non lo vedeva andava vicino la culla della piccola e le dava un pizzicotto, e io me ne accorgevo e gli davo una spinta, ch non bisognava far male a un esserino cos minuscolo, questo era da vigliacchi, e allora lui mi diceva Pensa per te, che voleva dire Io faccio quello che mi pare e non me ne importa se poi vai a dirlo alla mamma, ch io lo faccio lo stesso, e difatti questo lui faceva: le dava un pizzicotto e Federica si svegliava di soprassalto e si metteva a piangere. E una volta la mamma  arrivata che mio fratello era gi sparito dalla circolazione, furbo lui, e io ero rimasta l in piedi vicino alla culla e anzi cercavo di calmarla, la piccola, con una carezza, e la mamma quella volta mi ha fatto piangere, ch ha creduto l'avessi svegliata io, la piccola, e mi ha detto: Gi che stava dormendo, che avevo un momento di pace... Paola, ti prego: non mettertici anche tu a complicare le cose. Ma io quella volta non c'entravo, anzi. E avevo anche provato a dirlo, alla mamma, che io non c'entravo niente, che io non avrei mai fatto una cosa del genere, che anzi mi sembrava crudele far del male a un esserino cos indifeso, invece non ero riuscita a far uscire una sola parola dalla mia bocca, ma solo qualche suono che la mamma non aveva capito, e allora se non riesci ad esprimerti gli altri non ti capiscono, e tu soffri ancora di pi per il fatto di non essere riuscita a dire quel che volevi dire, non puoi difenderti, gli altri credono di te cose che non sono la verit, ti credono diversa da come sei, pensano che puoi far cose che invece non faresti mai, e allora a letto piangi, ancora le parole in gola, chiuse, e non sai come fare.


Che Cel possa essere un buon padre, di questo sono sicura. Se non altro per il fatto che l'ho visto come si comporta con i bambini, e nel caso specifico con Eva, la figlia della signora Ersilia.  affettuoso, giocherellone, rimane simpatico ai bambini.
La signora Ersilia era venuta per un lavoro. Quando una cliente viene a casa nostra per un lavoro, la mamma la fa accomodare in salotto e la fa sedere sul divano, poi mi viene a chiamare. Aveva da far ricamare le cifre sul grembiulino della piccola, che ora si era messa a sedere accanto alla mamma, trastullandosi con i bottoni del suo golfino. Eva  una bimba molto carina, ma dall'aria un po'triste. Ersilia, pure, ha l'aria triste, sempre tirata.  una bella signora, sempre ben vestita, ch si vede ci tiene, con i tailleur, i capelli a posto, mai troppo vistosa, anzi sobria. Dev'essere per il fatto che  rimasta vedova cos giovane, appena dopo la nascita della piccola. Un brutto colpo. Se ne era parlato: quella povera donna, con la bambina appena nata, si era ritrovata vedova di un uomo tanto per bene, tanto gentile come era il geometra Feliciani suo marito. Un attacco di cuore: cose che non perdonano. Improvviso. E la signora Ersilia si era dovuta subito rimboccare le maniche: aveva iniziato a lavorare: lei che non aveva mai lavorato, si era messa a fare la commessa in una pasticceria, a mezza giornata, ch per il resto della giornata aveva da badare alla piccola. La mamma era andata al funerale. Si sa: gente che si conosce da sempre, del vicinato, e poi tanta pena per quella signora cos riservata, cos dignitosa anche di fronte a un brutto colpo del genere.
Allora la signora Ersilia era a casa nostra e la piccola era con lei sul divano. Mi fece vedere dove dovevano essere ricamate le due iniziali, una E e una F. Disse di che colore voleva il filo, chiese quanto le sarebbe venuto a costare, quando sarebbe potuta tornare.
Avevano suonato alla porta e la mamma era andata ad aprire. Sul pianerottolo c'era Cel. Sentii che si scusava con la mamma, ma che se aveva un minuto e se poteva entrare. Entra pure, disse la mamma, e lo fece accomodare in salotto, dove appunto c'ero io con la signora Ersilia e sua figlia. Entrando Cel ci aveva salutate, poi aveva preso a parlare con la mamma facendole vedere dei fogli: si trattava di una raccolta di firme, e, visto che c'era anche la signora Ersilia, allora lui si rivolgeva anche a lei, coglieva l'occasione, e spieg che si trattava di una richiesta per un controllo da parte del comune alle fognature del nostro quartiere, che ultimamente subivano troppe rotture, e se tanto gli dava tanto, allora l sotto c'era qualcosa che non andava, cio geologicamente parlando la terra cedeva troppo facilmente, e allora c'era bisogno di un controllo accurato, di un esperto che facesse un rilievo, eccetera eccetera.
La mamma era interessata alla faccenda, firm, firmai, e firm anche la signora Ersilia. Mentre noi firmavamo, Cel s'era rivolto alla piccola Eva. Come sei cresciuta, aveva detto dandole un buffetto su una guancia. Quanti anni hai adesso? La piccola aveva alzato le dita della manina: due. Quasi tre, l'aveva corretta la mamma, Ormai puoi dire che ne hai tre, e le sollev il medio perch indicasse il numero giusto di anni che quasi aveva.
Cel non si era trattenuto molto, giusto il tempo di spiegare il motivo della sua visita, farci firmare e dirci che ci avrebbe tenute informate sugli sviluppi della faccenda, ma avevo notato come era stato carino con la piccola, anche quando l'aveva salutata, scherzandoci, e lei per un attimo aveva perso quell'aria triste che aveva di solito e gli aveva sorriso.
Cel a casa nostra  venuto poche volte, e quelle poche volte che  entrato  stato fatto accomodare da mia madre in salotto. Per mi ricordo una volta che era venuto a portarci una cartolina che per sbaglio era stata imbucata nella sua cassetta delle lettere, e io ero nella mia stanza da lavoro a ricamare. Avevo sentito Cel dire a mia madre: E Paola? Non c', Paola? E allora la mamma aveva detto: Sta lavorando, e lui s'era affacciato alla mia stanza e aveva detto: Ciao Paola, tutto bene? E io avevo fatto cenno di s, che andava tutto bene, anzi in quel momento benissimo, che lui era l, nella mia stanza da lavoro, e allora certo che andava tutto bene, che meglio di cos non sarebbe potuta andare. Ma tutto questo l'avevo solo pensato, perch mai avrei avuto il coraggio di dirglielo, a Cel, e invece gli avevo solo sorriso, fatto cenno di s con il capo, e Cel era gi uscito dalla mia stanza, arrivato all'ingresso preceduto da mia madre, che aveva aperto la porta, salutato, e lui era gi andato.


Quando il babbo c'era e non stava ancora male, era lui a portarmi al cinema. Se c'era qualcosa di buono da vedere e lui non aveva un turno sballato, ci si andava anche durante la settimana, che cos il cinema era mezzo o quasi vuoto. A me piaceva moltissimo perch allora era come se il film lo proiettassero solo per noi, e questo creava una certa intimit. Il babbo di cinema se ne intendeva: riconosceva attori, sapeva dirti chi faceva quella parte nel tal film, il nome del regista, spesso anche date ben precise. Questo, a me, ha sempre stupito: a me che invece non ricordo mai niente, e gli attori mi sembrano tutti uguali, ch sono cos presa dalla trama da non riuscire a far mente locale e riconoscere nemmeno un attore. Invece lui tutto sapeva: ti diceva nomi e cognomi per filo e per segno che faceva impressione.
Una volta eravamo andati a vedere un film che non ricordo e il babbo, uscendo dal cinema, aveva osservato: Bella la fotografia di tizio tal dei tali, allora io al babbo avevo detto che avrebbe dovuto partecipare a un qualche quiz, ch di sicuro avrebbe fatto una bella figura. E allora il babbo mi aveva raccontato che in effetti lui a un quiz ci aveva partecipato, e io ero rimasta stupita, ch non lo sapevo che il babbo era andato alla televisione, ma lui mi aveva spiegato che quella volta la televisione ancora nemmeno c'era, qui da noi in Italia, e che si trattava di un quiz radiofonico. Perch c'era andato, gli avevo chiesto. Perch era giovane, mi aveva risposto. E a cosa aveva dovuto rispondere, gli avevo chiesto. A domande di attualit, sopratutto indovinare titoli di canzoni. E se aveva vinto, gli avevo chiesto. E no, aveva risposto lui, che non aveva vinto, ma per il rotto della cuffia, cio s'era fatto fregare giusto all'ultima domanda. "Natalino Otto": questo avrebbe dovuto rispondere, e invece aveva dato un altro nome, sbagliato appunto, e aveva perso. Avrebbe potuto vincere cinquemila lire e diventare campione della puntata, cosicch sarebbe tornato la settimana successiva per un'altra sfida. Invece cos non era andata, per poco male, aveva detto lui, ch era stata comunque una bella esperienza, si era divertito e gli avevano pure pagato il pranzo al ristorante. Era tornato a casa con un premio di consolazione, e quando saremmo arrivati a casa me lo avrebbe fatto vedere, ch lui lo teneva ancora come ricordo della sua partecipazione al quiz radiofonico, e difatti, una volta a casa, me lo fece vedere, cosa che per mi lasci delusa perch non si trattava altro che di una targhetta di metallo con su scritto il nome della trasmissione e niente pi.
Lui tutto sapeva, di cinema, e quando mi ci portava allora mi raccontava vita e miracoli degli attori: quali film avevano fatto, quanti anni avevano in verit, con chi erano sposati e con chi lo erano stati, se avevano figli o amanti segreti. Lui tutto sapeva, e io ascoltavo i suoi racconti come fossero favole, ch tanto io i nomi non li avrei mai ricordati, ma a me sentirlo raccontare piaceva, ed erano come favole fantastiche, alcune a lieto fine, altre invece che andavano a finire davvero male.
Ormai era un rito: aspettavo che tornasse a casa dal lavoro e subito gli chiedevo: Si va? E lui, se non era stanco, ne aveva voglia e non aveva altro da fare, diceva: Si va. Per me era una gran festa e subito andavo ad avvertire la mamma.
A volte Giorgio voleva venire con noi. A me questo non piaceva: mi disturbava la sua intromissione tra me e il babbo. Le nostre serate al cinema erano qualcosa di speciale e non mi piaceva quando mio fratello iniziava a far storie e insisteva perch il babbo portasse anche lui. Per fortuna a Giorgio andare al cinema non piaceva poi tanto, e anzi spesso s'annoiava e a volte addirittura si addormentava sulla poltrona, cosicch alla fine del film, quando le luci si riaccendevano, il babbo doveva caricarselo in braccio e portarlo addormentato fino a casa. Per Giorgio lo faceva perch non gli piaceva il fatto che il babbo uscisse con me, ch io capisco poteva sembrare qualcosa di speciale tutto per me, e questo era pure vero, ma che dovevamo farci noi due, che al cinema ci piaceva davvero andare, non come lui, che ci voleva venire a tutti i costi solo per mettersi in mezzo?
C'erano film d'amore e film d'azione, film di guerra e film western e anche film tanto per ridere. Questi ultimi al babbo non piacevano, e quando li davano era una vera scocciatura, ch allora dovevamo rimandare la nostra uscita fintanto non avessero dato un film migliore, di quelli che qualcosa dicono, non soltanto stupidaggini. A me piaceva qualsiasi tipo di film, bastava fosse un film e ci potessi andare con il babbo, ch allora a me piaceva qualsiasi tipo di film.
Quando il babbo si  ammalato, ai film abbiamo dovuto rinunciare. Camminare fino al cinema gli faceva venire il fiatone, e se non era Giorgio ad accompagnarci in macchina, allora non ci potevamo andare. A me dispiaceva. Sapevo che il babbo a un film in cui avesse recitato Al Pacino non avrebbe mai rinunciato, e sapere che preferiva invece restarsene in casa, davanti alla tivu, seduto nella sua poltrona, la coperta sulle ginocchia, la testa poggiata al palmo della mano, il gomito sul bracciolo, lo sguardo perso nelle immagini della tivu, assorto nei suoi pensieri e dolori: questo mi faceva davvero star male.
Allora a vedere il nuovo film con Al Pacino c'ero andata con Giorgio ed Elisa. Avevo cercato di memorizzare pi battute possibile, di ricordarmi i particolari, di seguire la trama per filo e per segno per poterglielo poi raccontare, al babbo, e quando glielo avevo raccontato, lui era a letto e da qualche giorno non si alzava pi se non per andare in bagno, ch la testa gli girava e nemmeno la tivu guardava, e se ne stava invece a letto e voleva le tende tirate perch solo la penombra sopportava, ch tutto gli dava noia. Me l'aveva chiesto lui di raccontarglielo il film, e questo volevo fare: ero entrata in camera sua cercando di capire se fosse sveglio oppure dormisse, e quando lui aveva parlato dicendo Paola sei tu?, io avevo avvicinato una seggiola al letto e mi ero messa a raccontarglielo, il film. Ma non ero arrivata nemmeno a met che mi ero accorta che il babbo si era addormentato, e allora avevo chiesto Babbo, dormi? e siccome lui non aveva risposto, allora avevo messo a posto la seggiola ed ero uscita pian piano dalla stanza chiudendomi la porta alle spalle. E questo era strano: ch il babbo mai e poi mai si sarebbe addormentato mentre gli si raccontava la trama di un film con Al Pacino, ma allora il babbo stava gi parecchio male e non aveva pi tempo di pensare ai film.
Quando il babbo  morto io non ero in casa, e questo la mamma dice sia stato un bene. Ero da zia Marta, quella delle caramelle mou, in citt. La mamma e la zia si erano messe d'accordo e la zia era venuta a prendermi accompagnata da un'altra sua nipote, la Lella, che a me non mi  parente e nemmeno simpatica, ma la zia comincia ad essere anziana e non pu girare per mezz'Italia da sola, per cui quando il babbo  morto io ero ospite in casa della zia, che poi sarebbe anche casa della Lella, visto che la Lella s' presa l'impegno di tener compagnia alla zia e di badare alla sua vecchiaia in cambio dell'eredit, che consiste appunto in quella grande casa al centro, dai soffitti alti e dalle innumerevoli stanze, troppe e troppo vuote.
Non ero contenta di andare da zia Marta, ma la mamma aveva insistito e allora avevo capito che quello era il caso. Cos, quando il babbo era morto, io ero in citt, e per telefono me lo disse la mamma, che il babbo era morto: che non ce l'aveva fatta, che non c'era stato niente da fare. Ch io penso in effetti  stato un bene, che io non fossi stata a casa in quel momento, ch non so come avrei reagito, e invece, siccome la distanza riempie sempre un pochino le cose, tutto mi era sembrato pi lontano. L dalla zia avevo qualcosa di cui occuparmi, tipo della zia che ha bisogno di una pillola ogni quattro ore, e cos a me era stato dato l'incarico di controllare che le ore passassero, di quattro in quattro, e di portarle alla zia la sua pillola con un bicchier d'acqua. Poi, ogni giorno, c'era la gabbia dei canarini da custodire: ch se non ha sempre acqua e cibo a sufficienza, un animale in gabbia muore, ch sei tu che ce lo tieni, in gabbia, e siccome sei tu che ce lo tieni, allora hai il dovere di occupartene, visto che lui non pu farlo da solo come invece potrebbe se fosse libero.
Cos rimasi da zia Marta per un mese intero, e quando tornai le cose mi sembravano un po'pi lontane. Per si vedeva che qualcosa era cambiato e che la mamma non era pi come prima: ch un'ombra le passava negli occhi ogni tanto, e ogni tanto piangeva.


Mi hanno detto che la signora Ersilia si risposa. Dicono che la piccola Eva sia contenta, cos finalmente un pap ce l'avr anche lei, ch ne ha il diritto.  un pezzo che non la vedo, ma mi hanno detto che sembra pi allegra, che ha perso un po'di quello sguardo triste che sempre aveva. Io sono contenta: del resto la signora Ersilia  una donna ancora giovane e bella e credo che per lei questo matrimonio sar come ricominciare daccapo, ch la vita le aveva riservato brutte sorprese ma c' sempre la speranza che le cose vadano meglio se s'imbrocca una strada nuova, e cos io spero sia felice, e anche la bambina, che  troppo piccola per non avere un padre.
La signora Ersilia si sposa con un uomo pi giovane di lei di qualche anno, ma questo non sembra essere un problema, visto che quando si  adulti la differenza di et tra due persone si sente di meno, ch la vita vissuta ormai ce l'hanno tutti e due e non si  mica due ragazzini sprovveduti, ma adulti.
L'uomo adulto che sposer la signora Ersilia  Cel. Me l'hanno detto: fanno una bella coppia, tutti e tre insieme. Li hanno visti passeggiare per il corso la domenica pomeriggio, sono andati in chiesa a parlare con don Ugo, e li hanno incontrati mentre portavano fiori freschi sulla tomba del marito di lei, e Cel aveva l'aria compita, seria, d'occasione, ch sui morti non si scherza, nemmeno se si tratta del marito della donna che stai per sposare.
Mi hanno raccontato queste novit come una qualsiasi altra novit: c' sempre qualcuno che nasce, qualcuno che muore, qualcun altro che si sposa. Chiacchiere. Di mia madre, di mia sorella, di mio fratello, delle clienti, all'alimentari sotto casa, ai giardini: Cel e la signora Ersilia si sposano.
La mamma non lo sa che io sono innamorata di Cel da quando avevo sette anni, e io mi ricordo bene la prima volta che l'ho visto ai giardini, quando lui ancora sapeva s e no tre quattro parole in italiano.
Era con sua madre, e sua madre era a una panchina e salutava le sue vecchie conoscenze, e tutte volevano notizie, quand'erano tornati, come stavano, dove avevano preso casa, quanti anni aveva il ragazzo, come si chiamava, e lei salutava, spiegava, indicava suo figlio, diceva Si chiama Celeste, come suo nonno paterno. E lui, Celeste, le stava di fianco e si capiva che era imbarazzato, ch non capiva quasi niente di quello che quelle signore gentili gli chiedevano, e allora lui sorrideva e basta, perch era imbarazzato, e guardava noialtri bambini che poco distanti, facendo finta di occuparci delle nostre cose, sbirciavamo quel nuovo arrivato che educatamente si presentava dicendo Buonasera e dando loro la mano gi proprio come un ometto.
Poi, finalmente, sua madre aveva detto: Vai, vai pure a giocare, ma Cel non sapeva dove andare, ch per lui quei giardini erano ancora anonimi, sconosciuti, ch mica li conosceva lui, e non sapeva ancora quali erano gli angoli migliori per nascondersi quando si giocava a nascondino, oppure che laggi c'era un albero cavo vecchissimo dove potevi anche entrare, e l dentro le voci non arrivavano ed era un silenzio ovattato, bellissimo, silenziosissimo, che ti pareva di essere fuori dal mondo. E che bisognava rispettare l'orario per giocare a pallone, ch nelle ore di sole c'era il divieto per via delle mamme con le carrozzine che portavano i pi piccoli a fare la passeggiata salubre e non si poteva infastidirle con i palloni e gli schiamazzi. E che se attraversavi la strada arrivavi a un chiosco, e al chiosco vendevano pizzette e granite e bastoncini di liquirizia, che ti bastavano poche lire per comprarli, e se per caso ti capitava di non averle, quelle poche lire, allora era facile che l'Augusta te la dava lo stesso, una gomma americana, e te la allungava da dietro il banco senza che nemmeno gliela dovessi chiedere, ch lei era gentile e per una gomma regalata mica sarebbe andata in rovina.
E cos Celeste si era avvicinato a noi, titubante, imbarazzato. L per l i bambini avevano fatto finta di niente, continuato a fare i loro giochi. Portava pantaloni corti, una maglietta blu girocollo, i capelli ben pettinati con la riga da una parte. Si era fermato a pochi passi da noi, guardandoci. Dalla tasca dei pantaloncini aveva quindi tirato fuori un sacchetto di biglie e aveva preso a giocherellarci, passandosele da una mano all'altra. Poi finalmente qualcuno aveva preso il coraggio e gli si era avvicinato: Possiamo giocare con te? gli era stato chiesto, e Cel, che non sapeva l'italiano ma aveva intuito cosa gli si stava chiedendo, sorridendo aveva fatto cenno di s con la testa.
Io ero con mio fratello Giorgio. Stavamo badando a nostra sorella che era in passeggino. La mamma si era allontanata un attimo per andare a ritirare la divisa del babbo in lavanderia. Avevamo l'ordine di badare alla piccola e di non allontanarci nemmeno per un istante da lei. Avevamo seguito tutta la scena e adesso mio fratello Giorgio fremeva per andare a giocare alle biglie con Celeste e gli altri ragazzi. Devi stare qui, avevo detto seria, vedendolo gi in piedi, pronto a raggiungere gli altri. Pensa per te, aveva detto Giorgio, ch quella era la sua frase preferita quando voleva fare qualcosa che alla mamma non piaceva. E cos s'era allontanato per raggiungere gli altri, ma io, dal punto in cui ero rimasta, potevo ancora vederli, e Cel aveva distribuito una biglia ciascuno, grandi e piccoli, che gli si erano fatti vicino, e a cenni aveva iniziato a dare le direttive per la costruzione del percorso e per decidere l'ordine di gioco. Si era poi voltato e, indicandomi l'ultima biglia rimasta, mi aveva fatto capire che se volevo potevo prenderla io. Ma io no, che non potevo, ch avevo da badare alla piccola, io, e aspettare la mamma. Per lui era stato comunque gentile, lui, a pensare anche a me. Quella era stata la prima volta che avevo visto Cel, e aveva tredici anni.
Adesso Cel ne ha trentatr.  un uomo, ed  giusto che segua la sua vita, che si sposi. Ormai ha una certa et: quella giusta per farsi una famiglia. Ed  anche giusto che la signora Ersilia si risposi, ch se lo merita, e anche la piccola. Io spero soltanto che si comportino bene: che Cel non rimanga deluso e che la signora Ersilia altrettanto, perch sarebbe un altro brutto colpo per lei se le cose fra di loro non dovessero funzionare.


Ho molto lavoro in questo periodo e ho dovuto rimandare l'appuntamento per una visita che dovevo fare alla fine del mese. Si tratta di un metodo alternativo, dice la mamma, che d delle speranze: qualcuno deve averle raccontato di aver conosciuto chi ha ottenuto dei risultati, e se la mamma dice che ne vale la pena, io ci credo, ch lei prima di fare una scelta dev'esserne convinta, e se ne  convinta allora deve avere le sue buone ragioni.
Perch la mamma  proprio cos: proprio come ha detto zia Marta quando  morto il babbo: la mamma  un carattere forte, e questo vuol dire che tutte le qualit che formano un carattere forte si sono unite per formare il carattere della mamma. Essere un carattere forte vuol dire saper prendere le redini della situazione, e questo non sempre a tutti riesce, ch chi non ha un carattere forte le redini non le sa tenere, e pi che guidare si lascia portare, e questa non  la stessa cosa, visto che se un cavallo sei tu a guidarlo, allora ti porta dove vuoi arrivare, mentre se lo lasci andare dove gli pare, allora arriverai dove lui vorr, e non  detto che il posto che raggiunger sar quello che tu avevi intenzione di raggiungere, ma forse un altro, forse anche lontano.
Insomma ultimamente ho parecchio da fare. Ci sono stati diversi battesimi, e quindi corredini da preparare e abiti da cerimonia, e anche un paio di commissioni urgenti da parte di due negozi. Una delle due riguarda sei asciugamani in tela di lino da bordare con un ricamo molto bello, delicato e floreale, che andranno a far parte dell'arredo del bagno di una nuova pensione, molto chic, che hanno aperto da poco in periferia, quasi in campagna. Diciamo che questi primi sei asciugamani faranno da campione: se la signora li trover di suo gusto, allora l'ordinazione successiva sar pi consistente. L'altra commissione riguarda invece un corredo.
Mi capita spesso che i lavori mi vengano passati direttamente dai negozi: i clienti vanno a scegliere le stoffe, poi sono i negozianti stessi che si impegnano per la confezione e il ricamo. Cos a me arrivano tessuti gi tagliati ai quali manca solo il ricamo, il cui modello mi viene indicato su carta. A me non resta altro da fare che farmi dire per quale giorno il lavoro deve essere pronto, quindi fare di tutto per consegnarlo ben fatto e in tempo. A volte per consegnare un lavoro urgente devo lavorare anche di notte, e quando questo capita allora accendo la lampada nella mia stanza e mi ci metto vicina per poter vedere meglio, ch a me le cose piace farle per bene, con precisione, sopratutto i corredi, che debbono durare a lungo, a volte anche tramandati da madre a figlia e ancora da figlia a figlia, e allora si tratta di lasciare un segno nel tempo, e questo mio segno voglio che sia un buon segno, preciso.
Non so se il corredo che mi  arrivato da ricamare sia stato commissionato dalla signora Ersilia. Loro, i negozianti, non me l'hanno specificato, io non l'ho chiesto. Per a me piace pensare che s: che i ricami che sto facendo siano per il matrimonio di Cel.
Che poi potrebbe anche essere vero, visto che la data per la quale il lavoro deve essere pronto coincide con quella che don Ugo ha fissato per le loro nozze, e poi anche perch non si tratta di un corredo molto consistente, ch di sicuro la signora Ersilia il corredo lo aveva gi dal precedente matrimonio, ma lei, che  una donna che ai particolari ci tiene, potrebbe comunque averlo voluto rinnovare di qualche capo, proprio per dare importanza al suo nuovo marito tale e quale al primo.
Ci sono un paio di tovaglie: una rettangolare, da sei, e una rotonda, da quattro, con i relativi tovaglioli. La tela per la tovaglia rotonda  di lino e il motivo che  stato scelto per il ricamo in bianco  un Mountmellick. Si tratta di una tecnica tradizionale irlandese ideata nel 1825 dalla signora Johanna Carter, membro della Societ degli Amici, per aiutare i poveri della citt di Mountmellick. Inizialmente per questa tecnica veniva usata una tela di cotone robusta, poi si inizi a eseguire questo genere di ricamo anche su lino, satin e cachemire, a volte anche con fili di seta. I motivi si ispiravano alla natura: more, fiori, foglie di quercia, ghiande, felci e spighe di grano, ma presto questo tipo di ricamo pass di moda. Solo nel 1880 e poi nel 1930 il ricamo Mountmellick torn alla ribalta e venne anzi arricchito di nuovi punti ornamentali. Il modello del ricamo per la tovaglia rotonda ha come motivo una ghirlanda di passiflore: quattro passiflore identiche formeranno una bella ghirlanda al centro di questa tovaglia.
La tovaglia rettangolare  invece decorata a punto intaglio, e per la precisione con delle farfalle a guipure. La tela  un tessuto di cotone a intreccio fitto e ogni angolo sar ornato da una farfalla, ricamata in tinta con il tessuto.
Poi ci sono gli asciugamani, di spugna bianca, ai quali a un'estremit sar ricamato un motivo a punto tessitura. Il punto tessitura  conosciuto in tutto il mondo: in Messico e in Guatemala viene usato fin dall'antichit per ornare camicette e gi nell'antico Per si ricamavano bordure geometriche intorno agli ampi mantelli. Ancor oggi i discendenti degli Incas decorano i loro poncho con queste fasce ricamate. Anche in Europa il punto tessitura ha una lunga tradizione: uccelli e fiori sono soggetti molto popolari in Svezia. In Russia meridionale gi nel medioevo le donne del popolo ricamavano ricche bordure di seta rossa in fondo agli asciugamani di lino, usati per decorare la casa, per coprire le icone e per ornare carri e slitte cerimoniali, raffiguranti di solito aquile a due teste e uomini a cavallo. Anche in Ucraina, in Grecia e nel nord Etiopia il punto tessitura ha una storia importante. In questo secolo le donne inglesi hanno scoperto il punto tessitura, spesso combinandolo con il ricamo in nero, per ottenere fasce decorative per tovagliati e cuscini.
Poi le lenzuola, con gli amorini. Un ricamo classico, che verr ripreso sulle federe. La tela  grossa, molto pesante, quasi ruvida, bella. Quindi un servizio all'americana in un tessuto panama di un verde brillante. Qui il ricamo sar a punto croce: finalmente il mio preferito. Ci vorranno due matassine di cotone moulin in quattro diversi colori: rosso, giallo, arancio e blu. Lo schema del motivo  semplice e allegro: un motivo di quattro cuori che viene ripetuto a fascia sulle tovagliette, eseguito poi da solo in un angolo dei tovaglioli.
Per tutto il corredo, tre mesi mi basteranno. Far un bel lavoro: perch un bel lavoro voglio fare, ch voglio pensare sia per Cel.
Che quando si asciugher la faccia la mattina appena alzato sar con questi asciugamani di spugna, e quando far colazione, prima di andare al lavoro, la sua tazza sar su una di queste tovagliette. E quando torner a casa per il pranzo, sulla tavola sar stesa una di queste tovaglie, e si pulir le labbra con uno di questi tovaglioli. E quando andr a dormire e pogger la testa sul cuscino, la sua testa pogger sul mio ricamo. Sar un po'come lavarsi, mangiare, dormire con lui: ch questo  il mio lavoro, e io voglio farlo per bene, un punto dopo l'altro, sopratutto se sar per Cel.
Che poi io credo sia tutto giusto, quello che capita, e poi di una cosa sono contenta: che la signora Ersilia non assomigli affatto a Vera: ch Vera, se le fosse capitato di restare vedova e giovane con una bambina piccola, non so se avrebbe saputo cavarsela come se l' invece cavata la signora Ersilia: lei che non aveva mai lavorato in vita sua e che si  fatta assumere come commessa. Non so se Vera se la sarebbe saputa cavare cos bene, nel senso della forza d'animo e di spirito.
E cos io sono contenta che Cel non si sposi con Vera, che non sono io e che non  la signora Ersilia. Perch questo non l'avrei mica sopportato e mi sarei sentita offesa: ch Cel lo vedo un'anima gentile e in quel caso voleva dire che si era fatto fregare e avrebbe di certo sofferto una delusione. Invece cos ha ancora delle speranze: ch questo  l'importante nella vita.
Non so ancora dove andranno ad abitare: se nella casa di lei oppure con i genitori di lui o in un'altra casa, solo per loro. Questa notizia non mi  ancora arrivata, ma prima o poi mi arriver: qualcuno lo dir, o a mia madre oppure a mio fratello o a qualche cliente.
E allora, quando sapr come sar la sua casa, potr immaginarmelo, Cel, nella sua nuova casa. E se porter con s i suoi libri, allora me lo immaginer mentre sta leggendo e che gira la pagina in alto con la destra. Ch chiss se avr ancora tempo di leggerli, tutti quei libri, e di falciare ancora giardini, quando sar sposato. Comunque sia, anche se ne prenderanno una nuova, io spero che la sua casa sar ancora in questo quartiere, ch cos ogni tanto potr ancora incontrarlo, e se avr un posto dove tenere il trattorino, allora potr ancora sentirlo passare per strada, e allora lui passer pian pianino sotto la mia finestra facendo un grande rumore. E io ci spero di poterlo ancora sentire passare mentre va a falciare l'erba di un qualche giardino, ch se Cel falcer ancora giardini, dietro di s lascer una scia regolare d'erba tagliata di fresco che profuma di erba tagliata di fresco che profuma, e io sar contenta di vederlo ancora, ch lui, Cel, per me sar sempre Cel, e io me lo potr ancora immaginare, ch immaginare tutti lo possono fare, anche chi ha dei problemi, e questo nessuno me lo potr mai vietare, n grandi n piccoli, n la signora Ersilia n Vera.
Ch poi, a pensarci bene, se fossi nata Vera non potrei essere Paola, cio quella che sono, e questo potrebbe anche dispiacermi, ch allora s sarebbe stato tutto diverso. Dunque io credo che nascere Paola ne sia valsa la pena. Ch se fossi nata Vera - tanto per dirne una - forse Cel non l'avrei mai neppure incontrato. E questi sono i casi della vita.


MAGICO ALVERMAN



A tutte queste donne





Che volete che succeda in un giorno di neve improvvisa e inaspettata, a fine marzo? Come prima cosa ci si stupisce,  chiaro. Poi la giornata ti passa via senza aver fatto altro che faccende quasi inutili, ch tanto quella  una giornata persa perch fuori c' la neve e non puoi far altro che andar piano.
Si dorme: di solito quando la neve arriva improvvisa e inaspettata a fine marzo, si dorme. Ci si scalda, si butta pi legna sul fuoco oppure si sistema una stufetta elettrica d'emergenza nella stanza pi fredda, spostandola poi, la sera, nelle camere. Si dice:  incredibile, Chi l'avrebbe immaginato. Lo si dice al telefono a chi ci telefona, lo si ripete a chi per caso, sfidando il freddo, ti viene a trovare.
T'informi com' la strada, se ci vogliono le catene, e tu le catene logicamente non le hai, per cui se hai da far la spesa a tutti i costi devi metterti d'accordo con qualcuno pi previdente di te, calzare stivali col pelo, tirar fuori la giaccavento che avevi gi riposto nell'armadio, coprirti le orecchie e aspettare che quel qualcuno pi previdente di te passi a prenderti. Ringrazi. Adesso sai che nel momento del bisogno c' sempre quel qualcuno disposto a darti una mano.
Si va piano, tutto  rallentato, tutto  bianco come quel bianco che copre tutto, anche i germogli di fine marzo appena sbocciati, anche il grano che va a piegarsi, anche i rami gi fioriti di mandorli, ciliegi e peschi, anche i vasi con le piantine grasse che avevi gi sistemato fuori. Si guarda dalla finestra la neve che scende, ora a fiocchi grossi cos, ora fitta cos. Questo si fa se per caso alla fine di marzo, diciamo il ventotto, cade improvvisa e inaspettata la neve.
Poi, inevitabilmente, torna il sole.

Avete presente il Magico Alverman? Ecco: di diverso aveva solo il cappello, in questo caso non cos a punta.
La neve si stava gi sciogliendo, dopo appena due giorni. Le previsioni l'avevano detto, e cos era stato. Quindi c'era il sole e le poche chiazze di neve rimanevano solo nelle insenature tra i monti e lungo gli argini dei fossi pi ombrosi. Per il resto, tutto era pulito.
Magico Alverman si chiamava Stefano e, proprio come il Magico Alverman, aveva un'et diciamo imprecisata, visto che  difficile precisare l'et di un folletto (un folletto pu avere duecentoventinove anni e dimostrarne appena ottanta, oppure averne otto e dimostrarne una quarantina).
Ma che cosa faceva il vero Magico Alverman? Ricordo soltanto che viveva in una grotta semibuia, riusciva a leggere nel pensiero, suonava il flauto e portava un pizzetto sul mento. Stefano, per quanto lo riguardava, abitava al di l di una collina, parlava poco, s suonava il flauto e s aveva la barba.
L'avevo sentito al telefono e durante la chiamata aveva dovuto dire Aspetta un attimo che c' la vicina che mi chiama. Avevo poi sentito dire al di l del filo, distante la cornetta: Va bene Rosina ci vediamo dopo.
Che avesse una vicina di casa che si chiamava Rosina non mi aveva fatto una buona impressione, chiss perch. Mi ero immaginata la Rosina: con un fazzolettone in testa, il naso rosso dal freddo, forse un cesto sottobraccio. Mica una cattiva persona, tutt'altro. Solo che sapere che Stefano aveva per vicina una che si chiamava Rosina mi aveva fatto una strana impressione.
Ci si salutava, come tutti del resto. Nel senso che, in campagna, se t'incontri ti saluti, non come in citt, dove sfiori centinaia di persone al giorno senza farci caso. In campagna  diverso: se incontri qualcuno, tu non passi inosservato e lui non ti passa inosservato: in campagna ti ricordi sempre di chi  passato. Cos io e Magico Alverman ci si salutava: se ci si incontrava in paese, al bar, oppure ci si incrociava per strada, in macchina, o uscendo io - entrando lui dal supermercato per la spesa settimanale.
Il fatto era che avevo due capretti giusti da macellare e sapevo che lui lo andava facendo quando ce n'era bisogno. A me queste faccende non sono mai andate gi e preferisco farle fare ad altri. Fu per questo che gli telefonai.
Quindi una mattina (era gi aprile) Magico Alverman arriv puntuale alle otto, prese i capretti uno alla volta, sgozz, scuoi, macell. Erano appena le nove e un quarto e gi avevo riposto nel freezer i sacchetti pronti da congelare.
A lui spettava una mezza pacca, come d'accordo. Tieniti pure le teste, dissi io, Ch meno le vedo e meglio sto. A me queste faccende non sono mai andate gi, spiegai.
La mia casa  tra due colline, non troppo addosso n all'una n all'altra, di modo che c' un bello spazio aperto intorno. Non c' nessun recinto che la circondi e arrivi alla casa direttamente seguendo la strada sterrata, passando un ponticello, poi facendo qualche curva tra i pioppi che crescono lungo il fosso.
Non c' nessun recinto perch non mi piacciono i recinti, ecco perch, avevo risposto a Magico Alverman che mi aveva chiesto come potessi starmene tranquilla in quella casa isolata: io, sola, una donna, con i bambini, senza recinti.
Ci sono i cani, dissi. Dei bei cani, osserv lui. Sfido, dissi io, Li ho pagati quel che li ho pagati! Sono addestrati per la guardia. Li tengo a catena, ma la catena  lunga: arriva fino in strada. Se ci sono io, stanno buoni: nemmeno abbaiano se vedono che tutto  tranquillo. Ma fa che arrivi la notte e qualcuno venga su: allora devi stare proprio attento, ch quelli non ci pensano due volte a saltare addosso a chi non conoscono.
Bel lavoro, dissi poi cambiando discorso e osservando il pulito che c'era dopo che i capretti erano stati macellati.
Uhm, fece lui, Mestiere.
Ma non ti fa senso? Voglio dire: lo farai pure tutti i giorni, ma non ti fa senso ammazzarli?, chiesi io.
Mestiere, ridisse lui, poi aggiunse: Perch, a te fa senso mangiarteli quei capretti?
No, dissi io, in effetti... Ma ai bimbi mica glielo posso dire che cosa stanno mangiando: dico che  ciccia e basta, senza tante spiegazioni, ch senn mica la vogliono.
Quanti ne hai? chiese lui, con l'espressione di chi sta cercando di ricordare.
Di che? chiesi io.
Di figli, rispose lui.
Quattro, risposi io.

Del vero Magico Alverman non ho altro che un vago ricordo. Voglio dire: non so cosa accadesse di preciso nelle varie puntate. Ho solo quest'immagine: lui, il Magico Alverman, che se ne sta accoccolato per terra contro il muro della sua grotta, le gambe ripiegate contro il petto, che sorride. E il fatto che lui leggeva nel pensiero e che suonava il flauto. Di quello che succedeva non ricordo niente.
Ad esempio, del cavallo Poly non ricordo nessuna avventura in particolare, ma so per certo che si trattava di un cavallo intelligente che a ogni puntata doveva salvare qualcuno, stavolta il suo padroncino, quest'altra gli amichetti del suo padroncino. Del Magico Alverman invece non ricordo quale fosse la trama portante delle varie puntate, soltanto mi rammento della sensazione di magia e di mistero che mi costringeva a rimanere incollata al televisore per tutta la durata dell'episodio.
Dopo aver sistemato i pezzi di carne nei sacchetti, li chiusi con l'apposito laccetto e feci uscire l'aria. Magico Alverman era seduto nella mia cucina e sorseggiava caff. La faccenda era stata sbrigata presto e bene e poteva prendersela comoda, permettersi di rimanere per fare due chiacchiere. Anche per me non c'era fretta, visto che di solito sono sola fino alle quattro del pomeriggio e fino a quell'ora posso fare e disfare a mio piacimento in e fuori casa. In specifico ho in generale molte cose da fare, nel senso che una che ha quattro figli, una casa a cui badare, polli e conigli, capre e cani, orto eccetera, ha sempre molto da fare, e anzi sopratutto dopo le quattro del pomeriggio.  a quell'ora che i bimbi tornano a casa, chi dall'asilo, chi dalla scuola. Dopo quell'ora, per me,  la baraonda: riesco s a continuare le mie faccende, ma con un ritmo diverso, diciamo pure nevrotico, diciamo a sprazzi, tra una merenda e l'altra, tra un litigio e un altro, tra un discorso e un altro. C' sempre bisogno di me, dopo quell'ora: o per scegliere quale programma tivu guardare, o per cancellare uno scarabocchio fatto per dispetto sul quaderno del fratello maggiore. C' da ascoltare, da parlare, da rispondere, da domandare.  strano come, dopo tante ore di silenzio fra me e me, con il solo rumore delle mie faccende o della mia voce che richiama i cani, improvvisamente, allo scoccare di un'ora ben precisa del giorno, le voci si facciano tante e i rumori si accavallino gli uni sugli altri fino a notte fonda, quando tutti noi andiamo a dormire, ognuno tornando al proprio silenzio.
Nessuno comunque mi toglie dalla testa che questa sia la cosa giusta: voglio dire, stare con i propri figli. Sentirli e vederli crescere, non perdersi nemmeno un attimo di tenerezza, di aggressivit, di dubbio, di crescita. Se la si pensa cos, allora si cerca di fare del proprio meglio per ottenere tutto questo. Per prima cosa bisogna sapersi organizzare: fa'conto una tabella di marcia giornaliera che s'inserisce in una pi ampia mensile, che fa parte di un'altra, ancora pi generale, annuale. In linea di massima si va per stagioni: ogni stagione un qualcosa di particolare (d'estate i bimbi stanno a casa e ci sono i pro e i contro, d'inverno i bimbi stanno a scuola e anche qui ci sono i pro e i contro; d'estate c' da curare di pi l'orto e il giardino, d'inverno c' da sistemare la casa e preparare un nuovo guardaroba di maglioni e magliette di lana che durino almeno un paio di figli). Quotidianamente, poi, le varie cose da fare: la famosa tabella di marcia che inizia appena apri gli occhi e che finisce quando li richiudi la sera andando a dormire. Ogni ora del giorno (che dico: ogni minuto)  scandita da un qualcosa che non pu essere rimandato ad altra data. Rimandare, con quattro figli, suona come una barzelletta: guai a non rispettare gli orari per il bagno, gli orari per i pasti, gli orari per i compiti. Praticamente un orologio vivente: ad ogni scatto delle lancette gi proiettata nella faccenda successiva, la mente meccanicamente protesa nell'elaborazione di quel qualcos'altro da fare subito dopo.
Detta cos sembrerebbe una tragedia, invece non lo , e per il fatto che ho detto prima: cio per non perdere nemmeno un attimo della loro tenerezza, della loro aggressivit, del loro dubbio, della loro crescita. Ch  questo che conta nel crescere i figli. Questo per me. Altro, invece, per il mio ex marito.
Con il suo assegno mensile non avevo altre scelte: se fossi rimasta in citt, non sarei arrivata nemmeno a met del mese. Sarei dovuta andare a lavorare,  chiaro. E per andare a lavorare avrei dovuto trovare qualcuno (pagato) che dopo le quattro del pomeriggio avesse fatto le veci mie con i miei figli, e qualcun altro (sempre pagato) che almeno un paio di volte alla settimana avesse provveduto alle faccende di casa in modo decente. Sarebbe venuto meno quel che per me  invece importante, quello che nel mio quotidiano invece adesso non manca: stare con loro, trovare il tempo di sentirli parlare e di sentirmi parlare, di giocarci al gioco dell'oca o alle belle statuine, cercare di fargli capire cosa accade loro intorno, le possibilit che hanno perch le cose restino oppure cambino.
Se fossi rimasta in citt, con quell'assegno mensile, tutto questo non sarebbe esistito. Io sarei stata stanca, loro sarebbero stati stanchi. Saremmo stati pallidi e nervosi e solo la domenica avremmo pranzato finalmente tutti insieme, ognuno talmente preso nel tentativo di trascorrere diversamente quel giorno di festa da ritrovarsi a litigare per un nonnulla. Un'orribile prospettiva, questa, alla quale ho senza alcun dubbio subito rinunciato, concentrandomi invece nell'idea di trovare una soluzione migliore.
E quella che ora ,  stata la soluzione migliore. Di certo.

Per quel giorno avevo gi previsto una mattinata persa, per cui no, non c'era problema: due chiacchiere me le potevo concedere.
Di questo parlammo: del fatto che io abito questa casa, e come faccio a far tutto, e come mi sono organizzata per la legna, e come me la cavo con i quattro figli. Rispondevo alle domande che il Magico Alverman mi faceva. Questo mi piace, adesso che questa  la mia vita: parlare di cose pratiche con gente che parla di cose pratiche perch le fa. Niente di astratto, niente di vago: soltanto quel che  e quel che sar, quel che si fa e che non si fa, dove si  e dove si andr.
Che si trattasse del Magico Alverman lo avevo pensato subito, gi dalla prima volta che lo avevo incontrato durante una passeggiata primaverile su per la collina. Lui legava fascine al margine del bosco; ne aveva gi preparate almeno una decina e gliene rimanevano da legare solo un paio. Ci vide arrivare e quando fummo a pochi passi da lui disse Salve. Salve, risposi. Ciao, dissero i ragazzi. A spasso, eh? disse lui. Gi, con una giornata cos, dissi io rallentando il passo.
Thomas, il piccolo, si era dovuto fermare. Per togliere il sasso dalla scarpa si era seduto al margine della strada.
Abitate al di l della collina, vero? aveva chiesto. S, la casa di pietra vicino al ponte, aveva subito risposto Anna, la maggiore. Si sta cos bene qua, aveva quindi aggiunto Giada. Gi, aveva osservato lui, Sono belli questi posti.
Tutti ci eravamo voltati per guardare verso le colline alle nostre spalle, poi di nuovo verso il bosco. Buon lavoro, allora, avevo detto io riprendendo la marcia. Grazie, aveva fatto lui.
Sembra il Magico Alverman, avevo detto ai bimbi quando fummo abbastanza distanti perch lui ci potesse sentire. Chi? avevano chiesto loro. Il Magico Alverman, avevo ripetuto io, Un folletto che abita nelle grotte, suona il piffero e legge nel pensiero. E dove lo hai conosciuto te questo folletto? aveva chiesto Thomas. Non l'ho conosciuto, avevo risposto io, Lo vedevo in televisione quand'ero piccola. Ci fu un attimo di silenzio. Era a cartoni? aveva chiesto Diana. No no, in carne e ossa, faccio.
Per qualche minuto continuammo a camminare in silenzio. Sta'a vedere che  proprio lui, ripresi poi col dire, Sta'a vedere che l'abbiamo trovato proprio noi, il Magico Alverman...
Altri attimi di silenzio, quindi Thomas sbott: Maval! Quello l non  uno che abita nelle grotte! Lo so io dove abita: ci passo vicino col pulmino della scuola, a casa sua. Sta l, dietro quella collina. E poi: non hai visto che ha parlato e che non ci ha letto nel pensiero? Giusto, dissi, Ma forse lo ha fatto apposta per non farsi scoprire.
Ridemmo, continuammo la passeggiata.

Forse quello che mi frega, a me,  essere del segno dei pesci. Per fortuna ho l'ascendente in vergine, che bene o male mitiga gli effetti collaterali del mio segno. Il mio ex marito, invece, toro ascendente scorpione.
Eppure, malgrado tutto, siamo stati insieme dieci anni. Eppure abbiamo avuto, desiderandoli, quattro figli. Eppure (adesso mi sembra impossibile, ma questa  la verit) siamo stati bene insieme. Proprio cos, e mi spiego: a tre anni di distanza mi sento quasi in imbarazzo nel ricordare di aver avuto momenti cosiddetti belli e sereni con lui. Non mi sembra possibile aver vissuto con un uomo che adesso mi pare cos lontano dal cuore e nel tempo. E per "vissuto con" intendo anche tutte quelle cose che vanno dall'aver fatto innumerevoli volte la spesa insieme scegliendo tra gli scaffali questo o quell'altro prodotto pi conveniente; all'avere innumerevoli volte detto Che ne dici di un caff? e, sapendo gi l'altrui risposta, aver preparato caffettiera e tazzine; dall'essermi innumerevoli volte trovata in bagno a vestirmi e lavarmi mentre lui si faceva la barba davanti allo specchio, diceva Sentiamo il notiziario delle sette, e accendeva la radio sistemata sopra la mensola; all'aver avuto momenti di tenerezza, sollievo, passione. Averlo baciato innumerevoli volte, averlo toccato, sfiorato, guardato, amato.
Ch senn, in caso contrario, ci avrei fatto quattro figli insieme? Ma le cose vanno cos: non te le puoi immaginare per come saranno. Fai supposizioni, ipotizzi, immagini altro da quello che , ma poi accade qualcosa che non hai previsto, salta fuori un elemento che era sfuggito a tutte le tue ipotesi.
In specifico un'altra donna. A questo non avevo pensato, dopo tutti quegli anni. Invece c'era, e si chiam Margherita. Un bel nome del resto: floreale. Che nascondeva sotto quelle quattro sillabe l'elemento appunto imprevisto, e cio una ragazza pi giovane di me, carina e dai capelli rossi, innamoratasi di quello che allora era mio marito e della quale quello che allora era mio marito si era innamorato. Evidentemente molto, se  vero che lui non aveva avuto dubbi sulla scelta da farsi per il bene suo, mio e dei bambini, e cio separarsi il pi in fretta possibile.
Non dico di no agli eventi, cio so che quel che accade c' e non si pu cancellare. Che dovevo fare? Scenate di gelosia? Cercare in tutti i modi di riconquistarlo? (e poi: che vuol dire "riconquistare un marito"?). Se si era innamorato di una donna che non ero io, allora qualcosa si era ormai incrinato, sciupato, perso. E comunque sia, se era innamorato, di certo il suo amore non sarebbe svanito di fronte alle mie scenate (del resto sarebbe stato in un certo senso poco serio nei confronti di Margherita se lui avesse ceduto di fronte alle mie argomentazioni).
I figli che hanno bisogno di un padre a tutti i costi? Una donna ormai non pi ventenne che si ritrova da sola? La solitudine? La paura di restar soli? Balle. Tutto era stato deciso a tavolino (capirai, con Margherita presente, nel suo vestito primaverile di cotone a piccoli fiori, i capelli rossi raccolti sulla nuca, l'espressione seria e dolente di chi sa di essere coinvolta e di coinvolgere ma che sente di dover dar retta al cuore pi che alla testa).
I bimbi erano stati informati. Lui, il mio ex marito, mi aveva aiutato a trovare la sistemazione che avevo proposto. Ci eravamo poi separati. Un'ultima cena (non so perch, ma avevo cucinato proprio pollo fritto, quella sera: il suo piatto preferito). Poi noi cinque ci eravamo trasferiti con la nostra roba. Avevamo scelto due bei cani da guardia. Avevo chiamato un paio di muratori, un imbianchino, un idraulico. La casa pian piano era andata sistemandosi. Mi piaceva. Mi piace tuttora.  la mia casa.

L'assegno mensile arriva alla fine di ogni mese. Quando arriva l'avviso, vado in paese a riscuoterlo. In paese ci capito poche volte, e se ci vado  o per riscuotere l'assegno, oppure per partecipare a una qualche riunione scolastica.
Quand'ero uscita dalla banca mi ero soffermata a leggere le due righe che di solito lui, l'ex marito, scrive in occasione dell'invio dell'assegno. Stavolta suonavano pressappoco cos: Come stanno i miei ragazzi? A presto, pap. Altre volte scrive: Fate i bravi a scuola, mi raccomando, oppure Non fate arrabbiare la mamma.
Com' tutto lontano, adesso: come fossimo altre persone da quelle che siamo state. Io, per lo meno, mi sento cos: un'altra. La mia vita  diversa, quel che faccio  diverso, quel che penso  diverso, io sono diversa.
Quelle poche frasi mensili mi fanno sorridere: che significano ora, dopo anni di distanza? Niente, n per me n per lui n per i nostri figli. Niente se non il ricordo di un passato che ci ha visti insieme, ma niente adesso, in questo presente che ci vede ormai come persone altre.
Sarebbe venuto quella primavera a trovare i bambini, lo aveva scritto allegando la notizia all'assegno di febbraio. I bambini avevano accolto la notizia come una qualsiasi altra notizia. Vivono bene la situazione, non fanno domande. Solo ogni tanto mi chiedono di raccontar loro com'era quando vivevamo in citt, cosa facevano, come giocavano.  come se si fossero dimenticati presto della loro infanzia (e il piccolo allora era piccolo davvero, troppo piccolo per ricordarselo).
Ero allora uscita dalla banca con il mio assegno riscosso. Avevo letto le due righe di cui sopra, poi ero andata verso il bar. Avrei ordinato caff.
Magico Alverman era l. Di schiena, appoggiato con le mani al bordo di uno dei tavoli, leggeva il giornale.
Ogni tanto ti si vede, mi aveva salutato Luciana, la proprietaria del bar.
Ciao, avevo risposto al suo saluto, Come va?
Magico Alverman si era voltato per vedere chi fosse. Ero io, cos mi salut cordialmente lasciando il giornale aperto sul tavolo.
Tutto bene? aveva chiesto.
Bene bene, avevo detto, E tu?
Al solito, aveva risposto lui.
Quale fosse il suo solito io non sapevo. Non avevo la pi pallida idea di cosa di solito facesse, come di solito vivesse, come di solito si sentisse. Quel giorno a casa mia avevamo per lo pi parlato di me, lui aveva domandato, io avevo risposto. Avevo s provato a far qualche domanda a mia volta, ma le risposte non erano state un granch esaurienti, e anzi avevo avuto l'impressione che Magico Alverman avesse poca voglia di parlare di s. Cos avevo continuato a rispondere alle sue, di domande, fintanto che per lui era proprio arrivata l'ora di dover andare.
Ordinai il mio caff. Chiesi: Prendi qualcosa? No grazie, rispose lui, Ho appena fatto colazione.
Al bar tengono anche i giornali, cos scelsi una rivista e un bel mucchio di figurine degli animali. Quando uscii, salutai Luciana. Anche Magico Alverman stava per uscire. Aveva ripiegato il giornale e stava pagando la sua consumazione. Uscimmo insieme dal bar.
Finalmente la primavera, disse lui.
Gi, dissi io.
Dovevamo andare nella stessa direzione, verso il parcheggio appena sotto le mura.
Vai al supermercato, per caso? mi chiese appena fummo arrivati alla mia auto.
Perch? Tu devi andarci?
Be's, rispose, devo fare un po'di scorta. Se anche tu hai da fare la spesa, potremmo andarci insieme.
Ci pensai un po'su: Potrei farla oggi invece che domani, per me  la stessa cosa. Poi proposi: Possiamo usare una sola macchina.
Buona idea. Potremmo andarci con l'Ape, disse indicando il motocarro celeste parcheggiato poco distante,  pi comodo per caricarci la spesa.
Ok, dissi, Va bene.
Salii sull'Ape. L'abitacolo era chiaramente stretto, e chiaramente a ogni dosso, a ogni buca, si sobbalzava. Lungo tutto il tragitto fino al supermercato parlammo del tempo e dell'ora legale.
Per praticit di cose, usammo lo stesso carrello. Fu strano per me fare la spesa insieme a un uomo dopo tanto tempo. Valutammo prezzi, quantit e contenuti. Ci scambiammo consigli e preferenze. Alla cassa preparammo le nostre due spese divise, che poi sistemammo nel retro dell'Ape. Una volta di nuovo in paese, caricai le mie buste sull'auto. Ci salutammo. Dissi Grazie, ma non sapevo di cosa. Lui disse Di niente (e di che cosa del resto?). Disse: Alla prossima. Dissi: Alla prossima.
Che si trattasse del Magico Alverman l'avevo pensato gi dalla prima volta che l'avevo incontrato a far fascine, se non altro per una questione di somiglianza fisica. Si trattava soltanto di una sensazione, niente pi, ma gi questa sensazione era bastata perch io pensassi di trovarmi davanti a un folletto in carne e ossa. Avevo infatti avuto l'impressione che, dopo ogni sua domanda, la mia risposta potesse anche non finire di essere data: come se, mentre io stavo ancora parlando, lui, sapendo gi quello che avrei risposto, potesse immediatamente passare alla domanda successiva. Voglio dire: come se sapesse gi quello che avrei risposto e me lo chiedesse cos, tanto per chiedere. E in questa mia sensazione avevo creduto di leggere un'ulteriore conferma a quello che avevo presupposto, e cio che Stefano fosse proprio il Magico Alverman.
Adesso dovevo spicciarmi, se per le quattro volevo essere a cavallo con tutte le mie faccende. Per lo meno la spesa era gi stata fatta, e l'indomani avrei potuto avvantaggiarmi in qualcos'altro. Il pane: ecco cosa avrei fatto domani. Cosicch per cena ci sarebbero stati panini e grissini freschi e croccanti per tutti e cinque.

Per tutti e sei, perch Magico Alverman la sera dopo mangi con noi.
Era quasi ora di cena ma avevo deciso che prima avrei fatto il bagno ai bambini, cos avevo gi apparecchiato la tavola, messo sul fuoco l'acqua per la pasta e un paio di pentole per avere acqua calda a sufficienza per lavarli tutti e quattro.
Sentii il rumore di un motore che scendeva la strada e si fermava nell'aia. Poteva trattarsi o di Rina, una mia vicina che per una qualche ragione passava a trovarmi, oppure, come infatti fu, del Magico Alverman.
Ciao, dissi, indaffarata tra i fornelli e negli ultimi preparativi per il bagno. Com' da queste parti?
Ciao, disse lui togliendosi il berretto e lasciandolo penzolare sulla maniglia della porta, Ho pensato di passarvi a trovare.
Scusa, dissi prendendo su una delle due pentole d'acqua calda da portare in bagno, Ma sono un po'impicciata: debbo fare il bagno a tutti e quattro e ogni volta  la stessa storia: sembrano le grandi manovre, qua dentro.
Ti do una mano, disse lui e, prendendo l'altra pentola dal fornello, mi segu su per la scala.
I bimbi erano gi tutti nel bagno e facevano un gran baccano litigandosi l'ordine di entrata nella vasca.
Possiamo entrare? chiesi da dietro la porta.
Silenzio. Chi c'? chiese quindi Anna, accortasi della prima persona plurale che avevo usato nel formulare la domanda.
Stefano, risposi, E se non si sbriga a entrare, finir per scottarsi.
Ok, rispose qualcuno, No no aspetta, si affrett a dire qualcun altro.
Finalmente entrammo con le nostre pentole d'acqua calda.
Ciao, disse Stefano.
Ciao, risposero i bambini, tutti rigorosamente di nuovo in mutande e canottiera.
Vuotammo le nostre pentole nella vasca gi piena d'acqua: adesso la temperatura era giusta.
Allora, chi entra per primo? chiesi.
Ci fu di nuovo una gran confusione: Tocca a me, disse uno. Veramente s'era detto che sarebbe toccato a me, disse un altro. Ma mamma, piagnucol un terzo. A me non m'importa, disse il quarto.
Chi  , dissi, Basta che vi sbrighiate a entrare.
Non ci vorr molto, dissi a Magico Alverman che aveva ripreso le due pentole vuote e stava per uscire dal bagno, Se non ti dispiace...
Ti aspetto in cucina, fece lui.

Anche questa  fatta, dissi infilando l'ultimo pigiama. Forza, tutti a mangiare.
Stefano mangia con noi? chiese Thomas.
Non so, risposi io. Forse s.
In effetti avevo intenzione di chiedergli di rimanere a cena, ma non so per quale motivo mi sentivo un po'in imbarazzo nel domandarglielo. Se solo si fosse proposto lui di rimanere a cena...
Finalmente, dissi di nuovo in cucina.
I bimbi si erano gi sistemati ai loro posti e avevano iniziato a sbocconcellare grissini.
Ehi ehi, dissi, Calma. Non  ancora pronto. Ci vuole ancora un po'.
Mi ero poi voltata verso Stefano. Cercando di superare il mio imbarazzo lo avrei invitato a restare. Ma fu lui a parlare: Se non vi scoccia, cenerei con voi, disse. Per carit, dissi davvero sollevata, Stavo giusto per chiedertelo. Puoi sistemarti qua, feci indicando un posto libero, Adesso apparecchio anche per te.
Lascia stare, disse, Ci penso io. Tu pensa alla pasta, piuttosto, ch li vedo tutti molto affamati, disse rivolto ai bambini che continuavano a sgranocchiare grissini.
Era stato un caso oppure Magico Alverman mi aveva proprio letto nel pensiero? Aveva intuito il mio imbarazzo nel chiedergli di rimanere a cena oppure era riuscito a leggere nella mia mente la speranza che fosse lui ad autoinvitarsi? Comunque sia, adesso mi sentivo pi sollevata e meno imbarazzata.
Uhm, devono essere proprio buoni, disse lui allungando la mano verso un grissino.
Uhm uhm, fecero i bimbi continuando a masticare.
Avevo intanto salato l'acqua per la pasta e acceso il fornello per riscaldare il sugo. Quanta pasta? chiesi a Magico Alverman.
Oh, per me va bene un etto, disse lui, e cos pesai le mezze penne, aggiungendone giusto un etto alla quantit che ero solita cuocere.
Ho fatto il forno oggi, dissi indicando i grissini che pian piano andavano a diminuire nel cestino, Quando cuocio il pane, faccio sempre un po'di grissini o di panini. A loro piacciono.
Sono buonissimi, disse lui, Cosa ci metti? chiese rigirandosi in mano il mezzo grissino.
Sesamo, dissi, Semi di sesamo, specificai.
La pasta era cotta, al dente come ci piaceva. La condii, portai in tavola. Prima di sedermi scolai un po'di olive nere che sistemai in una ciotola e tirai fuori il formaggio.

Sapete che io so fare una magia? disse Magico Alverman rivolto ai bambini, tutti ormai sazi, al loro posto ma ancora per poco.
Quale magia? chiese Thomas.
Scommettete che se io tiro questa noce contro il vetro della finestra, il vetro non si romper?
Ci fu un tumulto di Ma va', Non ci credo, Non  possibile.
E io scommetto, disse di nuovo lui con la faccia di chi la sa lunga.
Divertita, restavo in silenzio a godermi la scena. Presi un'altra noce dal cestino che era stato portato in tavola e mi allungai per recuperare lo schiaccianoci finito sotto un cumulo di gusci rotti.
Vediamo un po', disse Anna, aggiungendo scettica: Io non ci credo.
State a vedere, disse allora Magico Alverman, e, alzatosi in piedi e facendo scorrere indietro rumorosamente la sua sedia, scagli con violenza la noce contro il vetro della finestra.
Attimi di silenzio. Un rumore sordo: un tumc sul vetro, seguito dal crac della noce che, andando a rimbalzare sulla stufa, si andava a rompere in due pezzi.
Tutti guardammo i due gusci che ancora dondolavano per terra. Poi tutti di nuovo guardammo verso il vetro della finestra: intatto.
Dopo il silenzio, un'esplosione di Com' possibile, Non pu essere,  incredibile, Come hai fatto, da parte dei bimbi.
Magico Alverman riavvicin la sedia al tavolo, si sedette.
Una magia, disse lisciandosi la barba, Ve l'avevo detto che si trattava di una magia.
Anch'io avevo seguito incredula tutta l'operazione, e adesso, visto che ero anche un po'brilla, mi ero messa a ridere.
I bambini si erano precipitati a recuperare la noce spezzata e adesso si erano accalcati contro la finestra per vedere se ci fosse almeno un'incrinatura nel vetro.
Io e Magico Alverman continuavamo a ridere. Che razza di magia era? chiesi io. Rideva. Presi un'altra noce dal cestino, feci per schiacciarla e risbruffai a ridere.
I bambini intanto erano andati nell'altra stanza e, chi da una parte chi da un'altra, si erano messi o a giocare o a leggere o a fare qualcosa, lasciandoci soli in cucina.
Si parl, si rise, si dissero cose. Magico Alverman si era sistemato pi comodamente sulla sedia e anzi adesso aveva allungato le gambe per poggiare i piedi su quella che gli stava di fronte.
Ma dove lo prendi 'sto vino? aveva chiesto ridendo.
Come "dove lo prendo"? avevo risposto ridendo, Lo faccio io.
Lo fai tu? aveva esclamato lui ridendo, Ma va'?
S io, avevo risposto ridendo, Come no!
E anche il pane, disse lui ridendo.
Certo, dissi io ridendo, Te l'ho detto che l'ho fatto io.
Allora dovrei dire "Beato chi ti sposa", disse lui ridendo. Poi, improvvisamente tutto serio: Posso dirlo?
E allora dillo, dissi io ridendo.
Beato chi ti sposa, disse allora lui.
Ridemmo ancora, insieme. Del resto, a quel punto, eravamo pi che brilli, forse ubriachi.
Oddio, dissi poi io tutt'ad un tratto.
Che c'? chiese lui.
C' che  tardi e debbono andare a letto.
Anche Magico Alverman guard l'orologio a muro. Mi tirai su e andai nell'altra stanza.
Forza, tutti a letto. E prima lavatevi i denti, dissi ai bambini.
La solita trafila di Dai mamma, Ancora un po'e di Uffa, debbo finire di, fu subito messa a tacere dal mio Ma guardate che ore sono. Si affacciarono quindi alla porta della cucina: Buonanotte, dissero a Stefano. Buonanotte, rispose lui cercando di ricomporsi come meglio poteva sulla sedia e di apparire il pi serio possibile.
Su per le scale si sentivano gli ultimi borbottii, poi la porta del bagno che si apriva e che si richiedeva e il clic degli interruttori nelle camere che scattavano.
In cucina, mi misi di nuovo seduta. Stavolta di fronte al Magico Alverman.
E la magia? chiesi. Come hai fatto quella magia?
Quale magia? chiese lui.
Quella della noce, risposi io, Come hai fatto?
 una magia, spieg, Non posso dirti come ho fatto. Per, aggiunse, Se vuoi, puoi farla anche tu.
Anch'io? chiesi stupita.
S, prova, disse.
Ci provo? chiesi.
Provaci, disse lui.
Ci provai, un po'titubante. Di nuovo il tumc della noce sul vetro. Di nuovo il crac della noce che andava a spezzarsi, stavolta direttamente sul pavimento.
Come hai fatto? chiesi.
Come hai fatto cosa? chiese.
A fare la magia, risposi.
Ma non sono stato io, rispose, Sei stata tu.

Adesso che si era nella bella stagione, i traffici con la legna per riscaldare la casa erano stati sostituiti da altre faccende quotidiane, e nello specifico annaffiare orto e giardino e portare a pascolare le capre.
Stavo giusto seminando in semenzaio le zucche e facevo attenzione a pigiar bene gi con un dito i semi nella terra. Ero poi andata a riempire l'annaffiatoio per bagnare i semi appena piantati.
Carla, che mi aveva seguito passo passo prima in semenzaio, poi al pozzo, poi di nuovo in semenzaio, adesso si era appoggiata al muretto basso e si era messa a giocherellare con un getto di sambuco che sporgeva l dietro.
Che vuoi dire? aveva chiesto.
Voglio dire proprio questo: che mi sembra di stare dentro un film. O, meglio, dentro una pubblicit.
Una cosa che si prevede idilliaca insomma..., aveva detto Carla con un sorrisetto malizioso sulle labbra, continuando a tormentare il sambuco.
Praticamente s, avevo risposto. Sistemai il contenitore di polistirolo in cui avevo piantato i semi in un ripiano ben esposto al sole ma riparato dal vento.
S, praticamente s, avevo detto di nuovo dopo un attimo di silenzio.
Non sapevo nemmeno io che cosa mi attirasse in Stefano e stavo cercando di capire se il mio invaghimento fosse soltanto, semplicemente e stupidamente condizionato dalla sua somiglianza con il Magico Alverman. Fatto sta, mi era subito piaciuto.
Debbo capire cos' che mi attrae in lui, avevo detto a Carla, tacendole comunque la storia del Magico Alverman.
Le cose spesso accadono cos, aveva spiegato lei seguendomi adesso in fienile.
Aperta la porta, staccai dal chiodo il falcetto. Carla continu a seguirmi. Passando davanti a uno stipetto, le indicai uno dei cesti: Ti dispiace prenderlo?
Non si sa bene cos', aveva continuato lei seguendomi su per il pendio con il cesto sottobraccio. Poi aveva continuato col dire: Probabilmente si tratta del cosiddetto colpo di fulmine: un nonsocch ti attrae di quella persona e praticamente non puoi fare a meno di pensarci. Cos: senza una ragione apparente. Se all'altro capita la stessa cosa, allora il gioco  fatto: prima o poi i due s'incontreranno: non c' via di scampo.
La fai facile, tu dissi, Detto cos, sembra che basti quest'attrazione misteriosa a far s che due stiano bene insieme. Ma io, io non credo che sia cos: ci dev'essere dell'altro.
S certo,  chiaro, aveva risposto Carla, che si era intanto seduta in terra mentre io, china, tagliavo con il falcetto dell'erba medica.
Per, il fatto che inizialmente ci sia quest'attrazione apparentemente senza senso, diciamo istintiva, significa qualcosa che va al di l del puro e semplice coinvolgimento fisico, aveva continuato a dire.
Cio? avevo chiesto cercando una spiegazione.
Cio, se si tratta di attrazione fisica e basta, questo lo capisci subito. Quel che provi con il cosiddetto colpo di fulmine, ti coinvolge non solo fisicamente ma anche mentalmente:  diverso.
Per un po', solo il rumore della lama del falcetto che, con colpi netti, recideva gli steli d'erba e il rumore del vento che faceva ondeggiare giovani canne lungo il fosso mandandole a strusciare disordinatamente una contro l'altra.
Dici? avevo finalmente chiesto cercando in lei una conferma.
 cos, asser Carla rialzandosi a sedere e stropicciandosi la gonna per ripulirla dall'erba.
E tu che ne sai? avevo allora chiesto.
Esperienza personale, aveva risposto.
Il cesto era pieno. Sempre seguita da Carla, avevo preso a ridiscendere verso casa.
Pensavo adesso a Guido, il mio ex marito. Con lui le cose erano andate diversamente. Ci eravamo conosciuti a scuola: tutti e due al liceo, due classi di differenza ma la stessa sezione, cosicch avevamo in comune professori e libri. Facemmo qualche gita assieme e dopo un po'iniziammo a far coppia fissa. Lui passava a prendermi a casa nel pomeriggio. Io cercavo di finire i compiti scritti prima di quell'ora e lasciavo l'orale per la sera. I primi tempi stavamo insieme pi o meno come amici. Pian piano poi era stato naturale trasformarsi in coppia fissa. Non so bene come, ma con il passare del tempo ci eravamo praticamente innamorati, e con il passare del tempo ci eravamo sposati, e con il passare del tempo avevamo desiderato e avuto bambini, e con il passare del tempo ognuno aveva trovato una strada diversa da quella dell'altro, per cui pian piano ci eravamo allontanati; uno di noi (nel caso specifico lui) si era innamorato di un'altra persona, ci eravamo divisi, adesso eravamo come due amici che si conoscono bene, che, anche se non si frequentano pi assiduamente come una volta, sentono di potersi comunque considerare vecchi amici.
Non sono sicuramente un caso raro, casomai una rarit, ma la verit  che lui, Guido, era stato l'unico uomo della mia vita. Sapevo di avergli voluto bene, di essermene innamorata a poco a poco, ma adesso questa confusione di sentimenti che mi aveva colto di sorpresa dopo aver conosciuto Stefano, mi rendeva nervosa, o per lo meno mi trovava spiazzata. Non sapevo quel che era: se invaghimento, se bisogno di sentirmi importante per qualcuno che non fossero soltanto i miei figli, se colpo di fulmine cos come sosteneva Carla, se attrazione fisica, se altro.
Se da una parte ero spaventata dall'idea di una storia nuova, dall'altra ero tentata di cedere alle mie intuizioni. Adesso ormai posso dirlo: sapevo (anche se non me lo ero ancora confessato apertamente) che, quando ce ne fosse stata l'occasione, avrei fatto in modo che quella storia iniziasse davvero.
Sul retro, il pollaio. Posai il falcetto a terra, sui mattoni dell'aia, quindi svuotai il contenuto del cesto al di l della rete. Nel giro di pochi secondi, in uno schiamazzo agitato, le galline furono tutte sull'erba, a beccare.
Ogni tanto gliene butto un po', avevo spiegato a Carla indicando le galline, Gli fa bene.
S s, aveva detto lei, Lo faccio anch'io. E tu, gliele dai ogni tanto da mangiare le uova? aveva chiesto.
Se ne ho in pi, allora le faccio sode e le mischio al resto del pastone. Per devi rompere i gusci: non puoi dargliele cos come sono, ch senn le galline ci prendono gusto e allora  un casino: ogni volta che fanno l'uovo, se lo mangiano. Devi camuffargliele in qualche modo.
S s, sopratutto per i pulcini: ai pulcini le uova fanno proprio bene per la crescita, aveva puntualizzato lei.
Dopo aver sistemato al loro posto falcetto e cesto, eravamo entrate in casa. In cucina mi ero finalmente lasciata cadere seduta su una seggiola. Ormai era quasi mezzogiorno, ero affamata e avevo bisogno di un po'di riposo prima di riprendere le mie faccende. Avevo sospirato e mi ero tolta il cappello, che avevo lasciato sulla seggiola vuota accanto a me.
Comincia a picchiare questo sole, avevo detto asciugandomi la fronte sudata con il dorso della mano.
Gi, aveva detto Carla, che intanto si era seduta di fronte a me.
Per fortuna in cucina si stava bene (come spesso accade nelle case di campagna, anche la mia cucina  la stanza pi calda d'inverno e la pi fresca d'estate, e quindi, in ogni stagione, la pi usata e vissuta). Dopo tanto sole, era piacevole sentirsi addosso un po'di fresco.
Se facessimo un caff? aveva proposto Carla.
Che ne dici invece di uno spuntino vero e proprio? avevo controproposto io, Ci sono ancora questi due mezzi dolci da finire, e se invece ti va qualcosa di salato: ecco il formaggio, e l c' il pane, avevo detto indicando un piatto dove erano sistemati i dolci avanzati dalla merenda del giorno prima, il tagliere con una mezza forma di pecorino fresco e quindi il cesto con il pane.
Tanto se vado a casa sono sola, aveva detto Carla accettando la mia proposta, E quando sono sola, non ho voglia di cucinare niente: tiro fuori dal frigo quel che c' e me lo mangio: tante volte nemmeno mi metto seduta a tavola. Non c' gusto a mangiare da soli, aveva concluso.
A chi lo dici, avevo fatto eco io, Se non fosse perch a mezzogiorno mi vien fame, nemmeno mangerei. Mi fa una tristezza mangiare da sola, a pranzo.
Cos mangiammo: prima pane e formaggio, quindi un paio di fette di dolce ciascuna. Dopo bevemmo caff.
Danno le notizie, a quest'ora: accendiamo la radio?, avevo proposto guardando l'orologio a muro.
Sentimmo il radiogiornale: ancora una volta una nuova bambina nata in provetta e un nuovo capo di governo facevano discutere tutti, dividendo - pare - il paese a met.

Quell'anno, nell'ettaro di terra che circonda casa e giardino, avevo fatto piantare soia, e adesso, a maggio, se ti chinavi appena un po'vedevi gi, rasoterra, le file delle piantine appena appena spuntate dal terreno.
E per batterla?, aveva chiesto Magico Alverman affondando le mani nelle tasche dei jeans.
Era passato da me subito dopo pranzo, e siccome era venuto fuori il discorso, lo avevo accompagnato a vedere il campo di soia.
Da queste parti non c' nessuno che la coltiva, avevo spiegato, E di conseguenza nessuno ha gli attrezzi giusti per la battitura. Ho saputo, per, che si pu mieterla come se si trattasse di grano o di un altro cereale. Ci sar comunque dello spreco,  chiaro: le piante di soia non crescono molto in altezza, e cos, mietendo, parte della pianta rimarr in terra, baccelli compresi. Poco male, per me, per: potr comunque farci pascolare le capre ogni tanto, ch alle capre la soia piace molto, secco compreso. E cos, oltre al raccolto, avr anche cibo per gli animali.
Giusto, aveva osservato Magico Alverman alla fine del mio discorso, quindi aveva aggiunto: Se vuoi, posso fartelo io, il lavoro, quando sar ora.
Si pu fare, avevo praticamente accettato.
Erano quasi le due del pomeriggio. Gi a quell'ora, in quel mese, in certi giorni particolarmente caldi  difficile resistere per pi di mezz'ora sotto al sole.
Andiamo gi? Mi segu lungo il viottolo che riporta a casa.
La lavatrice doveva aver finito la centrifuga: mi sarei assentata giusto qualche minuto per prendere i panni. Avevo riempito due secchi. Quando uscii dalla porta per scendere dalla scala esterna, un secchio per mano, vidi che Magico Alverman si era avvicinato ai cani. Accoccolato sulle ginocchia, accarezzava adesso uno, adesso l'altro. Entrambi sembravano gradire molto quell'imprevista grattatina sulla testa.
Gli stai simpatico, avevo detto io scendendo i primi gradini.
Magico Alverman aveva alzato lo sguardo e io avevo continuato col dire: Mica si fanno toccare cos facilmente da tutti. Si vede che tu gli stai simpatico.
Si era rialzato ed era venuto verso di me. Aveva allungato una mano perch gli porgessi uno dei due secchi con i panni lavati.
Ti aiuto, aveva detto. Grazie, avevo fatto io.
Mi passava le mollette di legno. Entrambi in silenzio, tutti intenti a coordinare i tempi e i modi rispetto ai tempi e ai modi dell'altro. Mi chinavo, prendevo su una maglietta o una canotta e mentre la sistemavo sul filo spiegandola il meglio possibile, lui pescava dal cestino due mollette. Allungavo poi una mano verso la sua per prendere le mollette che mi porgeva tenendole dalla punta, di modo che, quando io le avessi prese, avrei potuto immediatamente stringere la molla perch queste si aprissero.
Tempi e modi. Coordinare il tutto. Far s che del tempo venisse fatto il pi giusto e proficuo utilizzo.  questo praticamente quel che faccio ogni giorno. Lui invece, semplicemente viveva. Erano seguite varie domande, varie spiegazioni, ora da parte dell'uno, ora da parte dell'altra. La conclusione a cui arrivammo fu la stessa, e cio che anche se i nostri ragionamenti partivano da concetti ed esperienze diverse, quel che pensavamo la vita fosse, in generale, era per me e per lui la stessa cosa. Concordammo.
Apriamo una parentesi. Avete presente come si comporta un cane tenuto per la maggior parte del tempo alla catena? Si agita, tira la corda, si alza sulle zampe posteriori, nella speranza di arrivare il pi lontano possibile. Ma quando, inaspettatamente, qualcuno lo scioglie, lui, il cane, per un po'non capisce quel che sta succedendo, e inevitabilmente rimane fermo impalato al suo posto, proprio come se avesse ancora la catena agganciata al collare. Non prova a fare un passo in pi di quel pi cui  solito arrivare, fintanto che chi lo ha slegato glielo fa capire, portandolo al di l di quel confine oltre il quale di solito non pu andare. Diciamo un limite al quale  abituato, un invisibile muro che lo separa da quello che  oltre. Diciamo, in definitiva, una questione di abitudine che pu essere rotta soltanto da segnali ben precisi (il guinzaglio per la passeggiata, il solito orario di libera uscita quotidiana). Senza la presenza di questi segnali, il cane non sa di poter essere libero di andare, e crede invece di dover rimaner confinato in quello spazio limitato.
Ecco: era questo pi o meno quello che mi stava capitando: non ricevevo segnali che mi potessero far capire di essere libera di sconfinare, di superare quello che per me era ormai d'abitudine. Mi mancava quel segnale che me lo facesse capire, che potesse far scattare in me la molla giusta.
Poi, per fortuna, questo segnale era arrivato. Ed era stato Magico Alverman. Non sapevo perch, non sapevo percome, ma Magico Alverman m'intrigava. Forse, come diceva Carla, una storia che avrebbe potuto avere dell'idilliaco, o un colpo di fulmine, o chissacch.
Mi stavo perdendo in questi pensieri come una scema mentre, sistemati io sull'amaca, lui su una delle altalene dei bimbi, parlavamo del pi e del meno, in attesa che il pomeriggio si facesse pi fresco per riprendere ognuno le proprie faccende.
Ormai sono anni che abito da solo, aveva risposto lui a una mia domanda, Da quando mio padre  morto, specific.
Mi raccont quindi di suo fratello, che ormai da pi di dieci anni si era trasferito in citt, e con il quale non era mai andato d'accordo: Troppo diversi, mi aveva spiegato, Uno l'opposto dell'altro. Lui la terra non l'ha mai sopportata e non vedeva l'ora di andarsene a lavorare da un'altra parte, e cos con mio padre sono rimasto io. Quando  morto, mio fratello non ne ha voluto sapere, della casa e della terra: per lui  stata una vera e propria liberazione firmare l'atto con il quale cedeva tutta la sua parte a me. La casa, la terra, la stalla: a lui di tutto questo non importava niente. Secondo me, anzi, se ne vergognava. Pensa un po', disse infine ridacchiando, Vergognarsi di terra e alberi, piante e animali...
Incredibile, dissi io, aggiungendo: Non credere per che sia l'unico. Voglio dire: ce ne sono di persone che la odiano sul serio, la terra. Di solito  una questione di disprezzo per quello che la terra ha rappresentato per loro: forse un'infanzia non ricca, o l'illusione di poter avere di pi facendo lavori che sporcano meno. Chiss.
Io per lo meno, disse allora Stefano alzandosi dall'altalena, Io per lo meno qui ci son sempre stato, ma pensa che assurdit: mio fratello se ne  fuggito via, mentre tu ci sei venuta apposta...
Infatti, dissi, Le cose vanno cos: per me questo  lo star bene, per lui, evidentemente, lo star bene  quello che per me era lo star male. Le cose vanno cos, dissi io filosofeggiando dall'amaca con gli occhi semichiusi contro il riverbero del sole. Dai due ciliegi ai quali l'amaca era legata usciva il brusio continuo delle api e dei calabroni.
Stefano mi si era avvicinato: per continuare a guardarlo avevo dovuto portare una mano alla fronte e pararmi gli occhi. Il sole, nascosto dietro la sua figura, formava una stella di raggi che sembravano uscirgli direttamente dalla testa. Quando si era spostato per chinarsi su di me, la luce mi aveva colpito improvvisamente e avevo dovuto chiudere gli occhi. Quando li avevo riaperti, Stefano mi era gi molto vicino.

Quando insegni ai tuoi figli cos' la democrazia, senti di aver fatto una cosa giusta. Vale a dire: credi di aver trovato il modo pi giusto per insegnar loro a rispettare gli altri e le opinioni altrui. Capita poi il momento che ti penti di averglielo insegnato, o comunque in certi momenti preferiresti poter scegliere liberamente senza doverti scontrare con una maggioranza a sfavore.
Il problema  questo: loro sono in quattro, io sono una, per cui spesso e volentieri, ad alzata di mano, loro sono in maggioranza e io in minoranza. E vai un po'a spiegargli che tu sei il genitore e loro i figli: a loro questo, dal momento in cui hanno capito e accettato il concetto di democrazia, non interessa pi.
Siamoallesolitecalimero!, avevo esclamato io battendo la mano aperta sulla tavola apparecchiata.
Insomma mamma, aveva detto Anna, Siamo in maggioranza: quattro contro uno. Quindi non puoi dir niente.
Insomma, avevo detto io con fare lamentoso.
Insomma niente, aveva ribattuto subito lei seccamente.
Thomas, cos come altre volte era accaduto, mi era venuto in soccorso: Per forse la mamma ha ragione, aveva provato col dire, ma subito era stato messo a tacere dagli altri tre.
Il fatto era questo: decidere se andare alla gita che Stefano aveva proposto. Ai bambini l'idea era subito piaciuta, a me meno. Secondo me si sarebbe trattato di una giornata persa, e poi pensa che caldo in macchina a quell'ora, a che ora saremmo tornati, e dover preparare panini sufficienti per tutti, e insomma avevo trovato mille scuse perch non ero dell'umore adatto per una gita.
Ai panini ci penso io, aveva detto Giada gi in piedi per mettersi subito all'opera.
Ci porteremo dietro un paio di borracce, aveva aggiunto Diana, anche lei pronta a scattare sull'attenti.
Uffa, avevo fatto io sconsolata puntando i gomiti sul tavolo. Intanto Stefano se ne stava tranquillo tranquillo sdraiato pancia in su, di fuori sul prato. Potevo vederlo attraverso la finestra aperta con gli occhi chiusi e uno stelo d'erba in bocca.
Va bene, avevo detto alla fine, sconfitta da quella maggioranza rumorosa che subito si scaten ulteriormente in una baraonda di wow, evviva e cose del genere.
In fondo  gentile da parte sua proporci questa gita, avevo infine pensato, Praticamente un modo per conoscere meglio e farsi conoscere dai bambini. Praticamente un gesto carino e gentile.
Non che i bambini non avessero accettato la presenza sempre pi frequente di Magico Alverman in casa nostra, solo avevo capito che avevano bisogno di conoscerlo meglio per riuscire ad accettare il fatto che io (loro madre) e lui (un estraneo fino a poco tempo prima) ci frequentassimo.
La conferma a queste mie supposizioni mi fu data proprio quel giorno, subito dopo aver accettato la gita. Avevamo infatti dato il via ai preparativi: le bimbe si erano prese la briga di occuparsi di panini e borracce, mentre io ero stata incaricata di sceglier loro i vestiti adatti. Stavo giusto finendo di infilare un paio di pantaloni puliti a Thomas quando lui, improvvisamente e candidamente come fanno tutti i bambini, mi aveva chiesto: Mamma, ma tu e Stefano siete fidanzati?
La domanda, cos come tutte le domande dei bambini, mi aveva colta di sorpresa, ma, cos come tutti i genitori fanno in casi del genere, avevo cercato di apparire il pi distesa possibile, cercando nel frattempo di indagare sulla faccenda.
E che cosa te lo fa pensare?, avevo chiesto infilandogli la maglietta dentro i pantaloni.
Boh, aveva detto lui facendo spallucce, forse gi pentito di quella sua domanda, oppure imbarazzato.
Lo dicono le bimbe?, avevo azzardato.
S, aveva fatto lui, aggiungendo: Per mi sembra anche a me.
Be', avevo allora detto io andando a prendere un pettine per ravviargli i capelli, Se fosse cos, a te dispiacerebbe?
No no, aveva risposto lui, facendo di nuovo spallucce forse per non esporsi troppo.
Praticamente stiamo bene insieme, avevo finalmente detto cercando di rispondere pi o meno esaurientemente alla sua domanda.
Allora siete fidanzati, aveva incalzato lui subito dopo aver ricevuto risposta.
Diciamo di s, avevo affermato.
Allora dopo vi sposate..., aveva poi continuato con fare interrogativo.
Vi sposate? Mica ci si sposa cos!, avevo spiegato, Mica  detto che due che sono fidanzati debbano per forza sposarsi!
Ma tu e pap vi eravate sposati..., aveva detto lui.
S, certo, avevo risposto io.
E prima vi eravate fidanzati..., aveva detto lui.
S certo, avevo risposto io.
E allora tu e Stefano potete anche sposarvi, no? aveva chiesto alla fine.
Vedremo, avevo detto tagliando corto ed evidentemente in imbarazzo a quelle sue domande che esigevano risposte ben precise, un s o un no, nessuna via di mezzo.
Poi avevo aggiunto: Ma te, vorresti che noi ci sposassimo?
Boh, aveva allora fatto lui.
Avevo finito di vestirlo e pettinarlo e potevamo scendere per andare a dare una mano alle bimbe nell'operazione panini, ma mentre stavamo uscendo dal bagno, Thomas aveva ripreso il discorso: Allora Stefano  come un pap...
Mi ero voltata, di nuovo colta di sorpresa. Insomma, dissi sorridendo, Mi sembra che tu corra un po'troppo. Non  proprio come un pap. Diciamo che per il momento  un amico. Un amico grande come un pap, dissi alla fine sforzandomi a trovare le parole adatte.
E se vi sposate, io potr chiamarlo pap? aveva chiesto Thomas con quell'innocenza stupenda e tremenda che hanno i bimbi quando fanno domande del genere.
S... credo di s, avevo risposto io balbettando un po', imbarazzata, Andiamo dai, avevo quindi aggiunto troncando l il discorso.
Io e Magico Alverman logicamente non eravamo fidanzati, o meglio non lo eravamo in senso stretto, ma per Thomas (i bambini sono in realt molto pi formali di quanto si possa pensare: hanno bisogno di certezze cos come hanno bisogno di risposte senza mezzi termini) ma per Thomas, adesso che mi aveva fatto sputare il rospo, i conti finalmente tornavano e quello che avevo detto gli sarebbe bastato per farlo sentire pi tranquillo.
Non ero dell'umore adatto per una gita, questo l'ho gi detto. Senza un perch, in realt. Soltanto non mi andava di mettermi in macchina in quella calda domenica tardo-primaverile. Avrei invece preferito trascorrere le ore pi calde del pomeriggio bighellonando tra una partita a carte con i bimbi e un pisolino sull'amaca, poi sbrigare le mie faccende fino all'ora di cena.
Unica cosa che mi attirava di questa gita era il luogo che Stefano aveva proposto: le grotte. Questo s che mi stupiva: perch non una gita al lago oppure sulla costa? Perch proprio una gita alle grotte? Non potei fare a meno di pensare anche quella volta che si trattava di una strana coincidenza con il vero Magico Alverman.
Perch proprio alle grotte? chiesi a Stefano, ancora sdraiato sul prato in posizione da relax post-prandiale.
Cos, aveva risposto lui evasivamente, Visto che i bimbi non ci sono mai stati..., Allora, si va? chiese tirandosi finalmente su a sedere.
Un attimo e siamo pronti, dissi io, tornando di nuovo in casa per vedere a che punto erano i preparativi.
Non che la gita non mi piacque, per carit, soltanto non ero dell'umore adatto. Comunque sia, fu istruttiva, non troppo faticosa, non eccessivamente lunga. Facemmo merenda appena fuori l'ingresso delle grotte subito dopo averle visitate. Poi i bimbi si misero in testa di comperare souvenir, cos Magico Alverman, che per tutto il tempo ci aveva fatto da guida illustrandoci questa e quella grotta, dicendo Stai attento a dove metti i piedi, Guardate lass, Per di qua, Per di l, malgrado la mia disapprovazione compr loro alcuni di quegli stupidi e inutili oggetti, dei quali i bimbi lo ringraziarono pi e pi volte, accattivandoseli cos in modo certo e definitivo.
Durante il tragitto di ritorno, i quattro, sul sedile posteriore, non facevano la loro solita confusione, ed erano anzi stanchi e accaldati. Thomas, pi degli altri, se ne stava zitto zitto seduto al suo posto, girandosi e rigirandosi tra le mani il gingillo di plastica che Stefano gli aveva regalato. Poi, improvvisamente, era saltato su a sedere e, sporgendosi in avanti, mi aveva abbracciata da dietro. Mi ero voltata quel tanto per dargli un bacio sulla guancia che aveva avvicinato alla mia. Poi, improvvisamente, aveva esordito con:  vero, mamma: il tuo fidanzato  proprio come un amico grande come un pap.
Avevo accennato un sorriso, pi nell'imbarazzo di pensare Stefano in imbarazzo che per un mio personale imbarazzo. Ma Stefano non sembrava affatto turbato, anzi. Si era voltato verso Thomas giusto un attimo, quindi aveva ripreso a guidare fissando la strada davanti a s. Adesso sorrideva. Non aveva chiesto spiegazioni, esclamato alcunch. Sorrideva soltanto. A guardarlo attentamente, di profilo, ti accorgevi che aveva qualche ciuffo di barba pi chiaro sul mento.

I bimbi erano ormai conquistati, la mamma pure. Il nostro sembrava davvero il preludio a una di quelle storie idilliache di cui andava raccontando Carla.
A proposito di Carla, andammo a trovarla. Aveva organizzato una festa di compleanno e ci aveva invitati.
Ti dispiace se viene anche Stefano? le avevo chiesto per telefono.
Nient'affatto, aveva risposto lei, Ti pare. E poi, cos, finalmente me lo presenti.
Guarda, le avevo detto, Che di vista lo conosci gi di sicuro: lo avrai incontrato mille volte da queste parti.
Staremo a vedere, aveva detto lei, Allora: a sabato.
A sabato, avevo confermato.
La festa era stata vivace, sopratutto perch, oltre ai soliti amici comuni, Carla aveva invitato anche persone che non conoscevo. Si era cos formato in giardino un gruppo eterogeneo davvero curioso che andava dal tipo fricchettone a quello intellettuale, dal tipo mistico a quello sonoquisolopersbaglio, dal tipo tirato a lucido per l'occasione a quello bisognaconosceregentenuova. Carla, dal canto suo, spiccava nel suo vestito viola acceso di seta indiana e sempre la vedevi indaffarata a chiacchierare con questo e con quello, far presentazioni, indicare il tavolo dove erano sistemati i dolci, invitare qualcuno a sedersi pi comodo.
I miei avevano subito legato con i figli degli altri invitati alla festa, cosicch per tutto il pomeriggio non ebbi altro da fare che godermi le chiacchiere e gustarmi i dolcetti di Carla.
Stefano fu accolto con gran sorpresa: ma certo! Carla lo conosceva: lo aveva incontrato mille volte da quelle parti! Si salutavano da tanto tempo ma senza conoscersi davvero.
Chiacchierammo, ci scambiammo ricette e pareri sul tempo, sulla campagna, sulla scuola vista dalla parte dei genitori e dalla parte dei professori, l'inquinamento, i pesticidi, i malanni di stagione, i nostri cani i nostri gatti. Cose cos, tranquille e cordiali, sia con i soliti amici sia con i nuovi conosciuti.
Salt poi fuori una chitarra. Quindi dei bonghi e un'armonica a bocca, infine un flauto. Stefano inizi a suonare con gli altri, appunto il flauto. Inizialmente vennero fuori suoni inauditi, smorzati e stridenti, che richiamarono l'attenzione dei bimbi, che per un poco smisero di giocare per venire a vedere cosa stavamo combinando noi grandi. Poi, pian piano, dopo la cacofonia iniziale, qualche suono buono inizi ad uscire dal gruppetto improvvisato, tant' vero che noialtri non suonatori rimanemmo in silenzio ad ascoltare fintanto che non si fece tardi e, chi prima chi dopo, tutti dicemmo Su bambini  ora di andare.
Quella era stata la prima volta che avevo sentito Stefano suonare, e mi era piaciuto ascoltarlo. Era come scoprirlo a poco a poco, venire a sapere man a mano che stavamo insieme quel che era e quel che faceva. Niente di scontato, niente di raccontato: era come se sia io sia lui fossimo quello che eravamo in quel momento, n prima n dopo. Soltanto in quell'adesso. Anche questo mi piaceva.

Giugno fu un mese difficile, all'insegna del nervosismo. Anna aveva gli esami di terza media, Giada quelli di quinta elementare, cosicch per parecchi giorni ci fu un gran trambusto in tutta casa, tra ricerche e quadernoni, ripassi vari, frasi e frasi di analisi logica, tormentoni di prime e seconde guerre mondiali, anfibi e rettili, triangoli rettangoli e triangoli isosceli, la differenza tra, non ci riuscir mai, io questo non l'ho capito, eccetera eccetera.
Diana e Thomas, per fortuna, erano fuori da tutta questa confusione, e anche se ogni tanto si facevano vedere in casa fermandosi a seguire per un po'gli sforzi delle sorelle maggiori, per lo pi stavano in giardino a giocare.
Era un periodaccio per me, tra le bimbe da seguire e i lavori da sbrigare, e come se questo non bastasse, la stagione andava facendosi sempre pi calda e siccitosa e sia l'orto sia la coltura a soia avevano bisogno di cure. Per non parlare poi di come se la passavano i miei tre filari di vigna e gli alberini da frutto piantati l'anno prima: da pi di quaranta giorni non pioveva e non ero sicura che la neve e la pioggia cadute quell'inverno fossero sufficienti a garantire per tutta la stagione la riserva d'acqua nel pozzo. Era necessario annaffiare ogni giorno e abbondantemente piante gi cresciute e semi da poco piantati, e questo mi portava via un sacco di tempo, mattina e sera.
Stefano doveva essersi accorto della baraonda di quei giorni, se non altro per le cene e i pranzi alla comevieneviene e per i mucchi di panni da stirare che andavano via via ammucchiandosi un po'per tutta casa. Cos, spesso, appena prima del tramonto, subito dopo aver finito le sue faccende, veniva da noi e mi aiutava come poteva, o offrendosi volontario per sentire un ripasso di storia, o scendendo nell'orto ad annaffiare, o andando a riprendere le capre al pascolo e sistemarle al coperto per la notte.
Non volevo essere nervosa, e anzi, visto che la storia da poco iniziata con Stefano si prospettava cos bella e intensa, avrei invece avuto voglia di godermi quel periodo nel miglior modo possibile. Invece ero nervosa, e, come sempre accade in questi casi, pi mi rendevo conto di essere nervosa, pi m'innervosivo.
Per fortuna Stefano era calmo e riusciva sia a darmi una mano nelle faccende pratiche, sia a farmi rilassare almeno la sera, quando, finalmente i bimbi a letto, potevamo rimanere in giardino da soli, complici i grilli, le ultime lucciole e un usignolo.
Qualche volta restava a dormire, poi, la mattina presto, si alzava e tornava a casa per iniziare il suo lavoro. Mi piaceva quando mi chiedeva di poter restare: sapeva che avrei detto S e sapevo che dopo avremmo fatto l'amore.
Avevo cercato di spiegargli come fosse bella e importante per me la storia con lui, e credo l'avesse capito. Gi pi di una volta era venuto fuori il discorso del mio matrimonio, della vita che facevo prima, di come allora ero diversa, e anche quella sera il discorso era andato a finire l.
Con il passare del tempo io e Guido ci siamo ritrovati a percorrere strade diverse e ci siamo allontanati l'uno dall'altra, stavo dicendo a Stefano. Poi, improvvisamente, era stato lui a finire la frase: Poi lui si  innamorato di un'altra, vi siete separati, e adesso vi sentite come due vecchi amici.
Ero stupefatta. Tentai di ricordare se ne avessi gi parlato con lui usando quelle stesse, identiche parole, ma no: non dovevo avergli mai accennato al fatto che adesso io e Guido ci consideriamo come vecchi amici. Di nuovo la sensazione che Stefano riuscisse a leggere nei miei pensieri proprio come il Magico Alverman.
Gi, avevo fatto io dopo attimi di silenzio, Proprio come vecchi amici.
Quando verr a trovare i bambini?, aveva allora chiesto lui.
Doveva venire in primavera, gli avevo risposto ancora sovrappensiero, ma evidentemente ha avuto da fare e non ha potuto prendere giorni di ferie.
Potrebbe venire subito dopo gli esami delle bimbe, aveva detto lui.
In che senso?, avevo chiesto io, sempre pi turbata.
Che potrebbe liberarsi fra poco e venire a trovarvi presto, aveva specificato lui.
E tu, avevo allora chiesto, piuttosto allarmata e all'erta, E tu come fai a saperlo?
Cos, aveva risposto lui come niente fosse, Faccio per dire: pu darsi riesca a prendere qualche giorno di ferie e venire prima della fine del mese, aveva detto di nuovo, cercando di spiegarsi il meglio possibile.
Rimanemmo in silenzio, lui apparentemente tranquillo, assorto e seduto, io invece confusa.
Fu lui a rompere quel silenzio: Posso restare a dormire qui? aveva chiesto.
S, avevo risposto automaticamente come risvegliandomi all'improvviso.
Avevamo chiuso le sedie a sdraio ed eravamo entrati in casa. Dovevo finire di piegare i panni e passare lo straccio in cucina, poi avremmo salito le scale.

Guido aveva telefonato qualche giorno prima che iniziassero gli esami delle bimbe.
Allora, come va? Immagino ti facciano impazzire..., aveva detto proprio come un vecchio amico. Soltanto che, di fondo, la realt era un'altra: i due vecchi amici avevano qualcosa in comune, e cio figli. Per cui, in questi casi il suo tono comprensivo e partecipe mi dava alquanto sui nervi.
Te lo puoi immaginare..., avevo detto evitando di polemizzare anche se sarebbe stato il caso.
Mi dispiace non essere venuto, aveva ripreso a dire, Ma non sono riuscito a trovare nemmeno un paio di giorni liberi. E poi, aveva continuato, E poi Margherita ha qualche problema in questi ultimi tempi e non possiamo allontanarci.
Qualcosa che non va? avevo chiesto.
Il fatto , aveva risposto Guido, Che Margherita sta facendo un ciclo di analisi e non pu assentarsi per pi giorni.
Che tipo di analisi? avevo chiesto.
 che sembra abbia qualche problema a rimanere incinta, aveva detto lui, sempre con quel tono di confidenza da vecchio amico.
Ah, avevo fatto io, poi avevo aggiunto: Ma,  molto che ci provate?
Ormai  pi di un anno, aveva risposto Guido.
Mi venne spontaneo: Logicamente  escluso che il problema venga da te...
Be'gi, aveva fatto lui con un filo di imbarazzo nella voce. Poi, cambiando subito tono, aveva detto: Comunque sia, alla fine del mese dovremmo riuscire a trovare un po'di giorni liberi. Avremmo pensato di fermarci una settimanella, se non c' niente in contrario.
No no, feci io, Capirai non ci sono problemi.
E tu? aveva chiesto Guido, E tu come stai?
Bene, avevo risposto, Nervosa ma bene.
Ok allora, aveva tagliato corto, Ti far sapere con precisione quando verremo. Salutami i bimbi e di'loro di non farti impazzire.
Ok, dissi, Riferir.
Cercai d'immaginare come sarebbe stata la loro vacanza qui da noi. Lui, Margherita, i bimbi, io, Stefano. Era la prima volta che Margherita accettava di venirci a trovare, e Guido, le poche volte che lo aveva fatto, era venuto da solo, approfittando o di un viaggio di lei o di una sua visita a parenti.
Avevo riferito notizie e raccomandazioni ai bimbi e a Stefano.
Quando pap verr avr finito gli esami? aveva chiesto Giada.
S, presumo di s, avevo risposto.
E dove li metteremo a dormire? aveva chiesto Anna, quella che tra i quattro ha pi spiccato il senso pratico delle cose.
Mah, avevo fatto io, Non ci ho ancora pensato. Potremmo sistemare un paio di materassi per Thomas e Diana in camera vostra, proposi ad Anna e Giada, Cos pap e Margherita potranno dormire l.
Sii! avevano esclamato tutti, in previsione di baldoria e cambiamenti.
Mamma, aveva subito fatto Giada piagnucolosa, Possiamo dormirci gi da stanotte?
Da stanotte?! avevo detto io, Nemmeno per sogno: ho detto che ci sistemeremo cos quando arriveranno loro.
Dai mamma, aveva insistito lei, seguita a ruota da Thomas.
Toglietevelo dalla testa, avevo concluso io.
Invece, guarda un po', gi quella sera i due materassi e i due cuscini che teniamo nello stanzino per ogni evenienza spuntarono fuori come per incanto. Qualcuno si era preso la briga di trovare federe e lenzuola, qualcun altro di sistemare sul pavimento un paio di stuoie, un altro ancora di preparare i letti. Avevo da fare parecchie faccende fuori casa, e quando mi accorsi delle grandi manovre, i materassi erano gi bell'e pronti e sistemati tra gli altri due al centro della stanza. Dovetti arrendermi di fronte al fatto compiuto.
Eccitati com'erano della novit, quella sera ce ne volle prima che si addormentassero. Unico lato positivo della faccenda, salirono in camera molto presto, subito dopo cena.
Finalmente arrivarono gli esami, prima quelli di Giada, che delle due era apparsa la meno sicura e la pi preoccupata, poi quelli di Anna.
Andr tutto bene, aveva detto Stefano con quel suo solito tono profetico quando, lasciata Giada tutta timorosa all'entrata della scuola, avevamo ripreso la strada di casa.
In effetti and bene ad entrambe, cosicch una sera, per festeggiare, andammo a mangiare fuori tutti e sei, in pizzeria. Ci divertimmo, ridemmo, ci facemmo scherzi, mangiammo tanto. Stavamo bene.

Adesso che era davvero caldo, se la sera avevamo voglia di uscire, andavamo a prendere un gelato in paese. Era questa la pausa che ci concedevamo dopo la giornata di lavoro. Il chiosco dei gelati aveva aperto quando le giornate si erano allungate e avrebbe richiuso, come ogni anno, dopo ferragosto, quando i giardini si sarebbero di nuovo spopolati dopo i primi temporali estivi e le serate pi fresche.
Se Stefano non cenava da noi, ci incontravamo direttamente ai giardini, e di solito lo trovavamo gi a discorrere con questo o quell'altro amico. I bimbi trovavano subito qualcosa da fare, o una partita a pallavolo, o nascondino, o, sopratutto per Anna, chiacchiere con amiche e compagne di scuola. Io e Stefano intanto prendevamo il fresco, o seduti sul muretto vicino al chiosco leccando i nostri gelati, o a uno dei tavoli sistemati l attorno, magari per una briscola.
Quando Guido telefon per avvertirci la data esatta del suo arrivo, io non ero in casa e furono i bimbi a riferirmelo.
Perch non fai un salto da me? mi aveva chiesto Stefano per telefono un pomeriggio.
Perch? avevo fatto io, stupita dall'insolita proposta.
Cos, aveva detto lui, Visto che non ci sei mai venuta.
Ok, avevo detto, Fra un po'sono l.
I bimbi, occupati com'erano nelle loro faccende e nei giochi, non avevano proprio intenzione di muoversi.
Far presto, avevo detto, Giusto un salto. Mi raccomando.
Non ti preoccupare, aveva detto Anna, con un'aria seria e compita.
In effetti era vero: io, a casa sua, non c'ero mai andata. Non era per partito preso o chissacch: non ci ero mai andata perch non era mai capitato. Capitava che fosse lui a venire da me, per cui non mi ero mai posta il problema.
Sapevo logicamente dove abitava e qual era la strada pi breve per arrivarci. Vederla da cos vicino, la casa sembrava pi grande di come l'avevo sempre intravista, l, subito ridiscesa la collina.
In effetti  un bel casolare di campagna, di quelli vecchi, con la scala esterna che porta all'abitazione vera e propria e con il piano terreno adibito a stalla e magazzino. Il fienile, la porcilaia, il pollaio. Tutto intorno il vigneto, frammisto ad alberi da frutto e filari di carciofi.
Stefano stava ad aspettarmi seduto su di un ciocco vicino alla legnaia. Quando mi vide arrivare, mi venne incontro.
Vieni, disse subito prendendomi sottobraccio. Prima di entrare, mi port a dare un'occhiata in giro.
 tutta tua questa vigna? chiesi.
S. Fino a laggi, disse indicando col dito un confine lontano che si riconosceva per lo scorrere di un largo fosso che divideva la sua propriet da quella dei vicini.
Accidenti: ne hai da fare, dissi io.
Emb, fece lui.
Che precisione!, non potei fare a meno di esclamare: ogni vite potata alla stessa altezza delle altre, i due tralci dell'anno prima ricoperti ormai da un abbondante fogliame e dai piccoli grappoli dei fiori, ripiegati ad arco perfetto, equidistanti da quelli della vite successiva. Ai piedi della vigna, mucchi di fascine ben allineate aspettavano di essere riposte per l'inverno. Era talmente tenuta bene la sua vigna, in confronto ai miei tre filari.
Aveva diversi motori e parecchi attrezzi, tutti ben sistemati nel fienile.
Questo  quello che uso pi spesso, disse indicandomi il trattore pi piccolo, Gli altri li uso per i lavori che vado a fare in giro.
Il giardino era un bel prato verde macchiato qua e l da ciuffi di camomilla e dai fiori gialli del tarassaco. Nella stalla, le pecore, gli agnelli e le conigliere, dalle quali, appena entrammo, uscirono i rumori attutiti dal fieno dei conigli che, tremanti, si erano andati a rintanare in un angolo.
Dalla parte della scala esterna, una vecchia rosa rampicante piena di boccioli e di api saliva su per il muro seguendo l'andamento della scala.
Mi sembrava cos strano star dentro quella casa, vederne per la prima volta i particolari, cercare di trovarci qualcosa che mi dicesse di pi del mio Magico Alverman.
Capii che ogni stanza, ogni oggetto, parlava di cose a me sconosciute, eppure evidentemente comuni e solite a lui. Fu come se, per tutto il tempo, tentassi - invano - di addentrarmi nella storia di quella casa.
Pensavo a ci che gli oggetti che vedevo in quella grande cucina significavano per lui: la sua infanzia, i suoi genitori, suo fratello: ogni oggetto una sua storia e tutti gli oggetti di quella casa una storia intera, sua.
La mia casa  cos: ad ogni oggetto appartiene un ricordo, a ogni ricordo appartiene un oggetto: come se ogni cosa non parlasse solo di s, ma si portasse dietro, inevitabilmente, anche un pezzetto di me.
Cos, mi fece uno strano effetto aggirarmi tra quelle grandi stanze piene di vecchie cose, mobili, attrezzi a me tutti sconosciuti.
Quanta roba qua dentro, non  vero? aveva osservato Stefano distogliendomi improvvisamente da quel mio assurdo tentativo di compenetrazione nelle cose.
Tutti oggetti che appartengono alla tua famiglia, dissi io.
Cose che ho sempre visto in casa, o che si sono andate aggiungendo via via con il passare degli anni, quando i miei erano ancora vivi e mio fratello viveva con noi, aveva spiegato lui.
 come se..., avevo allora fatto io cercando le parole giuste ad esprimere quel che volevo dire, Come se a ogni cosa appartenesse una storia...
Gi, disse Stefano, con tutta l'aria di aver afferrato il concetto. Poi continu: Come se ad ogni oggetto appartenesse un ricordo, a ogni ricordo appartenesse un oggetto...
Proprio quello che stavo pensando, avevo subito fatto io.
Aveva proseguito:  come se ogni cosa esistesse solo per il fatto che qualcuno ha dei ricordi legati ad essa: come se la vita di quell'oggetto potesse durare esattamente quanto la vita della persona alla quale appartiene. Poi, finita la vita di quella persona, anche la memoria dell'oggetto finisce.
Io penso..., avevo fatto io, Io penso che non ci si dovrebbe legare agli oggetti che ci appartengono: dovremmo considerarli cose che adesso ci sono, ci servono, ci aiutano, ma che poi passeranno, cos come passeremo noi.
Be', aveva fatto lui, Non la vedo proprio cos: a me piace sapere, che ne so, che il tavolo che ho in cucina  lo stesso al quale anche mia madre e mio padre si sedevano a mangiare, o che, disse indicando un angolo del salotto dove adesso eravamo, quel bastone da passeggio lo ha intagliato chiss quanti anni fa un mio bisnonno nel legno del grande ciliegio ai piedi della vigna.
S certo, avevo fatto io seguendo il suo ragionamento.
Non  sbagliato legarsi agli oggetti che ci suscitano ricordi, piuttosto trovo inutile cercare di trovarne in quelli che non ci appartengono, continu col dire.
Cio? avevo chiesto.
Cio cercare di dare a tutti i costi un qualche valore a oggetti che per noi non hanno storia, che sono appartenuti ad altri. Prendi ad esempio i collezionisti, o semplicemente chi si riempie casa di vecchie cose:  un'illusione credere di riuscire a ricreare una storia da oggetti che per te non hanno storia. A meno che, aveva poi aggiunto, A meno che questi ti ricordino la persona che le ha possedute: in questo caso  diverso.
Gi, avevo fatto io, d'accordo con lui.
Vieni, aveva poi detto facendomi strada, Usciamo fuori.
Eravamo di nuovo scesi in giardino e adesso ci eravamo seduti all'ombra della quercia su due grossi sassi rotondi che facevano da sedili.
Qui si sta bene, aveva detto Stefano guardando in su, verso la fitta chioma dell'albero che, alto altissimo, si alzava sopra le nostre teste, Ci vengo spesso qua sotto, quando mi voglio riposare e stare tranquillo. Si sta comodi, non  vero? Quindi, senza aspettare risposta e accarezzando con il palmo della mano la superficie levigata a candida della pietra sulla quale era seduto, aveva spiegato, indicando un punto lontano oltre la strada, sotto la collina: Li ho trovati laggi, sulla riva del torrente. Praticamente sono uguali:  incredibile, non ti pare? Due sassi, vicini e uguali in tutto e per tutto. Mi affascinava l'idea di queste due pietre che chiss da quanto tempo stavano l sulla riva, vicine, cos bianche e cos uguali. Non sapevo se spostarle da quel posto, cambiare la loro storia, ma non ho saputo resistere, mi piacevano troppo: le ho trasportate fin sotto la quercia, e adesso, quando mi siedo qui, mi sento tranquillo. Se ne ho voglia, mi metto a suonare.
Il flauto? avevo chiesto.
S, il flauto, aveva risposto.
Allora glielo chiesi: Senti, dissi, te lo ricordi te il Magico Alverman?
Chi? chiese con l'aria di chi tenta di ricordare.
Il Magico Alverman, avevo ripetuto io, Il folletto che abita nelle grotte, suona il piffero e legge nel pensiero.
E dove lo hai conosciuto questo folletto? aveva chiesto Stefano con aria divertita.
Non l'ho conosciuto, avevo risposto io, Lo vedevo in televisione quand'ero piccola.
Ci fu un attimo di silenzio. Sembrava che Stefano cercasse nella sua memoria una qualche immagine che si potesse legare alla descrizione che avevo fatto. Infine aveva chiesto: Era a cartoni animati?
Ero scoppiata a ridere fragorosamente, mentre Stefano mi guardava sorridendo, divertito e stupito. No, ne era sicuro: lui Magico Alverman non l'aveva mai visto e conosciuto.
Fu quando tornai a casa, prima dell'ora di cena, che i bimbi mi riferirono della telefonata di Guido. Lui e Margherita sarebbero arrivati tre giorni dopo, verso sera.
Finalmente il giorno successivo, e per due giorni di fila, piovve.

Diana aveva da poco imparato ad andare in bici. Thomas all'asilo, durante tutto l'anno, aveva raccolto un bel quadernone di disegni. Giada e Anna avevano un sacco di cose da raccontare sugli esami.
Guido aveva tutta l'aria di essere interessato a quello che i bimbi avevano da fargli vedere e da raccontargli, mentre Margherita mi aiutava a preparare la tavola che avevamo sistemato in giardino per la cena.
Era il tramonto. Dai campi vicini il ronzio continuo dei motori accesi che lavoravano per la mietitura. Stefano non si sarebbe liberato molto presto, quella sera, ma aveva promesso che, appena possibile, ci avrebbe raggiunti.
Se inizialmente Margherita mi era sembrata un po'nervosa e imbarazzata, adesso sembrava finalmente essersi sciolta e tranquillizzata. Le avevo fatto vedere la casa e il giardino, poi le avevo chiesto a che punto era con le analisi e quali erano i risultati.
S'intuiva fosse un vero problema, per lei. Capisci, aveva detto, ormai non ho pi vent'anni, e se non riesco ad averli adesso, fra non molto sar troppo tardi per aver bambini.
La cena era iniziata tranquillamente.
Aspettiamo qualcun altro? aveva chiesto Guido, notando il posto vuoto accanto a me.
S, aveva detto Thomas, Deve arrivare Stefano. Quando arriva, mamma? mi aveva poi chiesto.
Appena ha finito il lavoro, avevo risposto a Thomas, quindi, rivolta a Guido, avevo detto: Un nostro amico.
Ma (ci avrei scommesso), Thomas, come suo solito, aveva dovuto precisare: Stefano  il fidanzato della mamma. Come te e Margherita.
Ah, aveva fatto Guido.
Margherita aveva abbassato lo sguardo, imbarazzata forse per me, chiss, oppure per la candida sincerit con cui i bambini riescono a dire le cose come stanno senza usare inutili giri di parole.
Guido, adesso, aveva monopolizzato la situazione raccontando ai bambini qualche storiella buffa che gli era capitata, facendoli ridere tutti quanti.
Quando Stefano arriv, il sole era gi tramontato da un pezzo. La luce della luna rischiarava abbastanza e, abituati all'oscurit, non avevamo ancora acceso il faretto.
Avevo fatto le presentazioni, quindi ero rientrata in casa per riscaldargli la cena.
Quando ero uscita di nuovo, Stefano aveva acceso la luce e i bambini stavano spiegando entusiasticamente a Guido e a Margherita come Stefano sapesse lanciare noci contro i vetri delle finestre senza che questi si rompessero.
Formavamo proprio un bel quadretto, tutti e otto. La cosa, lo so, potrebbe a prima vista sembrare imbarazzante, ma in realt non lo era. Era come se ognuno di noi giocasse un ruolo ben preciso nella storia, senza interferire nel ruolo dell'altro: non ci davamo fastidio, ecco tutto. Lo so che sembra strano, ma  cos, e quei giorni di permanenza di Guido e Margherita a casa nostra trascorsero serenamente e in armonia.
Margherita aveva da dare un concorso, quindi spesso la vedevi o seduta all'ombra di un albero o sdraiata sull'amaca intenta a studiare, mentre Guido pass gran parte del tempo a giocare con i bambini e a cercare di risolvere questioni di lavoro passeggiando nervosamente avanti e indietro per il giardino discorrendo animatamente al suo cellulare.
Carla era passata da me un pomeriggio. Come d'accordo, le avevo messo da parte dell'insalata, delle ciliegie e un sacchetto di fagiolini. Immaginai avesse improvvisato quella spesa per un parente in visita proprio per trovare una scusa buona per venire a tastare la situazione di persona, comunque sia la vidi arrivare tutta pimpante e sorridente come al solito e, appena arrivata in giardino, dirigersi verso Guido e Margherita, entrambi assorti nella lettura di un qualche quotidiano, per autopresentarsi.
Una bella stretta di mano, aveva notato subito dopo aver ritirato la sua da quella di Guido, quindi aveva spiegato: Chi d la mano in modo energico  una persona sicura, sincera. Chi invece ha la stretta molliccia, furtiva,  una persona di cui non puoi fidarti troppo, o perlomeno una persona insicura e guardinga.
Come al solito Carla si era subito fatta conoscere, senza bisogno di un mio intervento. Avevo portato fuori, per il gruppetto, un cesto con della frutta.
Stavo quindi rientrando in casa per preparar loro un caff, quando mi accorsi che Carla aveva lasciato Guido e Margherita per seguirmi in cucina.
Debbo parlarti, aveva detto quasi in un soffio mentre stavo avvitando la macchinetta del caff.
Che c'? avevo fatto allarmata.
Succedono cose, aveva detto lei, Ho bisogno di parlarti.
Quali cose? avevo chiesto.
Non potevo spiegartelo per telefono, ma ho bisogno di dirtelo, disse sottolineando in modo particolare l'ultima parte della frase.
Dirmelo cosa? feci ancora, adesso accendendo il fornello.
Hai presente Ciro? disse.
Ciro... feci io cercando di ricordare.
S, Ciro: lo hai conosciuto da me alla festa di compleanno: quello che sta al Colle e che  sposato con Emma.
Ho capito, avevo fatto ricordandomi il tipo.
Be', insomma, aveva fatto lei, sempre parlando a voce bassa e molto, molto concitatamente, Be', insomma, praticamente ho una storia con lui.
Cosa? avevo fatto io davvero stupita, Una storia?
S, una storia, aveva detto lei, subito aggiungendo a valanga: Guarda, non so nemmeno io com' successo, non me lo so spiegare, pensa che lo conosco da una vita, e sono amica della moglie da quando andavamo a scuola. Insomma  successo cos, non me lo sarei mai immaginata, non sono mai stata il tipo che fa certe cose, praticamente ho tradito Francesco e non so nemmeno perch. Dici che  perch sono nell'et critica? Sar che mi sono rinscemita? Ma guarda che questa storia mi prende! Il fatto  che non mi passa nemmeno per la testa di darci un taglio, e tantomeno di sconvolgere la vita mia, di Francesco e dei ragazzi. Per voglio che continui, capisci?  una bella storia, ma non mi sarei mai immaginata di trovarmi in questa situazione. Che debbo fare?
Fammi capire, avevo detto cercando di ricapitolare la situazione, Vuoi dire che vuoi continuare ad avere la storia con Ciro ma che non vuoi lasciare Francesco e i ragazzi?
Certo,  cos, aveva fatto lei, Mica voglio sconvolgere tutto.  che potrebbe andare avanti cos, non credi? Non voglio fare del male a nessuno.
Quindi vorresti, come dire?, tenere i piedi su due staffe? E se Francesco lo venisse a sapere? O la moglie di Ciro, come si chiama, lo scoprisse?
No no, guarda, aveva detto lei gesticolando nervosamente,  tutto sotto controllo: non facciamo mattate, stiamo attentissimi.
Che debbo dirti, allora, avevo fatto io spegnendo il gas e iniziando a preparare le tazzine, Non saprei che dirti. Non mi  mai capitato. Mi sembra impossibile. Eppure tu e Francesco...
No no, mi aveva interrotta Carla, Io e Francesco andiamo d'accordissimo, non abbiamo problemi.  che questa storia mi prende da matti.
Ma che vuol dire? avevo chiesto.
Che  importante, che io e Ciro stiamo bene insieme, e mi sembra assurdo dover rinunciare a una cosa cos bella solo perch ormai sono sposata e ho dei figli. Voglio dire: perch dovrei rinunciare a una cosa bellissima? Si vive una volta sola: e se in seguito dovessi pentirmi per non aver avuto il coraggio di farmi questa storia?
E se poi, in seguito - feci l'uccello del malaugurio - dovessi invece pentirti di averla fatta?
Guarda, disse lei, ormai tutta presa dai suoi ragionamenti e senza la minima intenzione di sentire altre campane, Adesso so che questa  la cosa migliore da fare perch me la sento:  cos forte, non posso rinunciare a lui.
Madonna che casino, avevo fatto io, aggiungendo: Sar, ma io avrei il terrore di farmi beccare. Sai che macello sarebbe, per Francesco e per i ragazzi?
Lo so, lo so, aveva detto lei, Ma per questo non ci sono problemi, te l'ho detto: stiamo attentissimi e nessuno sospetta niente.
A chi lo hai raccontato, a parte me?, chiesi.
Oh, aveva fatto lei, Lo sa l'Elisa, che del resto  stata praticamente testimone dell'inizio della nostra storia, visto che  successo a casa sua, una volta che ero andata a portarle la spesa perch aveva l'influenza. Ciro passava da quelle parti ed era andato a trovarla. Praticamente la storia  iniziata quel giorno. Sai: gli sguardi, cose di questo genere. E pensare che ci conosciamo da sempre. Eppure quel giorno... Va'a sapere perch...
E non hai paura che in un modo o nell'altro la cosa trapeli e qualcuno vada a dirlo a Francesco?
Guarda, disse prendendomi un braccio per rafforzare la frase, Lo sapete solo tu e l'Elisa, e io mi fido di voi. Posso fidarmi?
Certo!, esclamai, Ti pare? Non voglio mica far scoppiare un casino!
Grazie, aveva detto lei lasciando la presa, Sapevo che di te potevo fidarmi. Avevo proprio bisogno di dirtelo. Andiamo, aveva fatto poi riprendendo il suo solito tono di voce, ch senn il caff si raffredda.
Ero come sballata. Praticamente sballata. Perch non sapevo come poteva esserle capitata quella cosa. Eppure su lei e Francesco ci avrei messo la firma: non me lo sarei mai immaginato.
Cosa voleva dire, allora: che non si pu esser certi nemmeno delle proprie certezze? Io sono sicura di essere un tipo fedele: non accetterei mai di tenere in piedi due storie contemporaneamente, e, nell'evenienza, farei in modo di scegliere definitivamente o l'una o l'altra, cercando magari di sistemare le cose nel modo pi soft e meno scioccante possibile. Ma, vista l'esperienza di Carla, adesso non ero pi sicura di quello che poteva accadere. Se le cose capitano cos, improvvise come fulmini a ciel sereno, senza che nemmeno te le cerchi, allora non potevo pi dar per certa nessuna delle certezze che avevo sul mio conto... Io, che non ho mai tradito, che sono stata fedele a Guido per tutti gli anni che siamo stati assieme (ma lui no) e che davo per scontato lo sarei stata a Stefano, adesso mi ritrovavo in dubbio.
Bevemmo caff all'ombra degli alberi e Carla riprese a ipnotizzare Guido e Margherita con le sue chiacchiere allegre e spensierate, come niente fosse.
Dovevo dirlo a qualcuno, quel segreto: non potevo tenermelo per me. Per fortuna avevo Stefano, di cui mi fidavo, e cos quella sera, quando fummo soli, a letto, glielo dissi. Anche lui si stup, ma non tanto quanto me.
Succede, disse, So che succede. Credo che non potrebbe mai accadere a me, ma non potrei giurarci. Voglio dire: vedi cos' successo a Carla? Lei non l'avrebbe mai immaginato, eppure le  capitato. Cos,  sempre meglio non dar niente per definitivo. Non possiamo fidarci ciecamente di noi stessi.
Incredibile, avevo detto, Non ci avevo mai pensato.

Stefano quei giorni era molto impegnato nei campi, e pi di una sera lavor fino a notte fonda, accendendo i fari del trattore fintanto che il lavoro non era finito. Spesso arrivava da noi quando i bambini erano gi a letto.
Per fortuna aveva chi, in sua mancanza, badava gli animali. Rosina e Gianni lo sanno che tutti gli anni, in questo periodo, non posso fare a meno di loro, aveva spiegato, Gli ricambio il favore lavorandogli la terra e seminando in autunno.
Cos, se non doveva rimettersi a lavorare di buon'ora, trascorreva quasi tutta la mattinata a dormire, per poi alzarsi all'ora di pranzo e riprendere verso le quattro del pomeriggio.
La vacanza di Guido e Margherita stava per finire: si sarebbero trattenuti fino alla domenica mattina, quindi sarebbero tornati in citt, ognuno per riprendere le proprie faccende gi da luned.
Quel sabato Stefano era riuscito a liberarsi un po'prima del solito, cosicch era prima passato a casa sua per cambiarsi e dare un'annaffiata all'orto. Era l'ultima volta che avremmo cenato tutti insieme e per l'occasione Margherita aveva voluto prendere il comando della situazione e prepararci una cenetta coi fiocchi. Alle otto eravamo a tavola, mentre ancora lei sfaccendava tra dentro e fuori con pentole, teglie e piatti, sempre rigorosamente con il grembiule sopra a uno dei suoi vestitini floreali e leggeri.
Proprio una cenetta coi fiocchi, aveva detto Guido, facendo il gesto di allontanare il piatto proprio perch ormai sazio.
Davvero, avevamo detto noi, Complimenti.
I bimbi, che erano ancora seduti a tavola con noi, si erano abbuffati delle leccornie insolite che Margherita aveva preparato e ora stavano dando l'ultimo colpo di grazia alla macedonia che alla fine del pasto Margherita aveva portato in tavola.
Ogni tanto mi ci vorrebbe qualcuno che cucinasse al posto mio, avevo detto io, spiegando: Non  che non mi piaccia cucinare, ma quando devi farlo ogni giorno ti annoi: diventa una cosa come tutte le altre e non ti vengono pi idee nuove. Mi ci vorrebbe proprio qualcuno che lo facesse al posto mio, ogni tanto.
Certo che hai un bel daffare..., venne spontaneo dire a Margherita, toccando senza pensarci un tasto sbagliato.
Direi, avevo subito fatto io acchiappando al volo l'inconsapevole provocazione, Con quattro figli...
Guido aveva mosso la sedia, Margherita aveva ripiegato ben benino il suo tovagliolo, Stefano era rimasto immobile al suo posto, evidentemente intento a osservare le nostre reazioni.
 chiaro: Guido stava cercando qualcosa da dire, mentre Margherita era nell'ottica fosse meglio tacere.
Ma fui io a continuare a parlare, cercando comunque di mantenere la calma e un tono il pi distaccato possibile: Lo avete visto anche voi questi giorni, quanto c' da fare qua. Ma non mi lamento: mille volte meglio questa vita che quella che avrei potuto fare in citt con i bimbi.
Non c' dubbio, aveva allora fatto Stefano, intervenendo in mio aiuto, Te la immagini una giornata in citt, con tutti e quattro? Vuoi mettere la libert che hanno qua, la possibilit di vivere serenamente con te sempre disponibile e vicina? In citt non sarebbe stata la stessa cosa.
Gi, aveva fatto a questo punto Guido, mentre Margherita, che ormai il danno l'aveva fatto, si sentiva in dovere di continuare a tacere.
Poi, cercando forse di rimediare la situazione, Guido si era rivolto a me dicendo: Credo avresti bisogno di una vacanza per riposarti un po'.
Riposarmi?, avevo fatto io con un risolino ironico, E come?
Non so, aveva allora fatto Guido, Andando da qualche parte, forse...
Con i bambini? avevo chiesto, E che tipo di vacanza sarebbe? Sarebbe praticamente la stessa cosa che stare a casa, solo in un ambiente diverso.
Be'certo, aveva dovuto convenire Guido, Per cambiar aria, che so, andare al mare, oppure in montagna...
Non mi sembra una buona idea, avevo fatto subito io, cercando di mettere un freno al moto di irrequietezza che avevo gi notato tra i bimbi.
Margherita, che fino a quel momento aveva taciuto, ebbe la bell'idea di intervenire, forse nel tentativo di rimediare in extremis la situazione, causando invece un nuovo parapiglia generale.
Be', una possibilit ci sarebbe, aveva detto, Mio fratello ha una casa al mare, e per tutto il prossimo mese sar libera. Di solito io e Guido ci passiamo le vacanze, ma quest'anno per luglio abbiamo altri progetti.
Gi, aveva fatto Guido, Sono stato invitato a un congresso in Scozia e io e Margherita abbiamo pensato di approfittarne per farci una piccola vacanza. Cos la casa al mare rimarr libera. Non sarebbe una cattiva idea andarci con i bimbi. Che te ne pare? aveva chiesto rivolto a me.
Non sapevo che rispondere: non ero sicura mi piacesse n l'idea di dover organizzare una faticosa trasferta al mare con i bambini, n accettare la proposta di Margherita.
I bambini chiaramente erano gi con la testa tra le nuvole, o meglio stavano gi mentalmente (e non solo mentalmente) organizzando la loro vacanza al mare.
Non saprei, avevo detto io.
Guarda, aveva fatto Guido, un'occasione cos quando ti pu ricapitare? Praticamente un villino, vero Margherita?, un villino con ogni comfort, a due passi dal mare. Con Raffaele, il fratello di Margherita, ci possiamo mettere d'accordo: magari giusto un contributo per le spese di luce e acqua. Di sicuro sar d'accordo. Che ne dite, ragazzi? aveva quindi chiesto Guido rivolgendosi ai bimbi, e quindi praticamente tagliandomi fuori da ogni possibile discussione.
La solita esplosione di Wow, Come no, eccetera eccetera, seguita poi da una raffica di domande pratiche e meno pratiche del tipo: Ma quant' alta l'acqua l? C' la sabbia o ci sono gli scogli? C' anche il giardino? Possiamo portare anche Stella? (la nostra gatta di casa), Ci sono i letti a castello? Se s, io sto sopra.
Insomma, mi avevano fatto fuori: come al solito ero in minoranza.
E qui? avevo provato a dire, Non  mica facile organizzare una settimana fuori casa. Bisogna pensare agli animali, all'orto: prima di una risposta definitiva bisogna che senta Rina se  disposta a badarci lei.
Allora, aveva fatto Guido alzandosi da tavola, Siamo d'accordo: la mamma prima vedr di organizzare la partenza, poi: tutti al mare!
I bimbi saltavano dalla gioia, piovvero baci a destra e a manca come poche volte accadeva, mentre io tentavo ancora di dire: Piano piano, ancora non  detto, senza che qualcuno mi stesse a sentire.
Ormai si erano tutti alzati da tavola, e i bimbi avevano preso a salterellare intorno a Margherita e Guido continuando a far loro domande sulla casa al mare.
Io e Stefano eravamo ancora seduti.
E tu che ne dici? gli avevo chiesto, visto che fino a quel momento non si era pronunciato.
Mah, aveva fatto lui, Non sembrerebbe una cattiva idea. Se riesci a organizzarti, pu darsi che vi possiate anche divertire.
Ehi, avevo allora fatto io, E tu? Che ne diresti di venire anche tu con noi al mare?
Guarda, aveva allora detto Stefano, Te lo avrei detto proprio stasera: a luglio dovr andar via per una decina di giorni, forse pi, e non posso prendermi altri giorni di vacanza.
Come mai? avevo chiesto.
Certe storie da sistemare con mio fratello, su a Milano. Cose che riguardano ancora l'eredit, documenti da firmare, cose del genere. Se fosse per me, capirai, nemmeno mi muoverei. Per fortuna i miei vicini mi hanno assicurato di poter badare a casa e animali durante la mia assenza.
Peccato, avevo fatto io, Speravo almeno in un tuo aiuto. Non ci posso pensare: sar una settimana terribile: tra scottature, creme abbronzanti, spese al supermercato, ombrelloni, sabbia... Altro che vacanza, per me: praticamente un suicidio.
Dai, non esagerare, aveva fatto Stefano abbracciandomi, Anzi, facciamo una cosa: cerchiamo di organizzare le nostre partenze nello stesso periodo, di modo che cos staremo lontani il meno possibile.
Hai ragione, dissi, Quand' che partirai?
Il cinque, rispose, Il cinque di luglio. Con mio fratello ci siamo gi messi d'accordo, cos mi verr a prendere in stazione.
Praticamente fra una decina di giorni, avevo fatto io contando mentalmente i giorni che mancavano da l al cinque luglio. Se voglio partire anch'io per quella data, ne ho di cose da organizzare, dissi, dando ormai per scontata quella vacanza imprevista.
Quando torneremo, saremmo giusti giusti per mietere la soia, aveva osservato Stefano.
Gi, la soia, avevo fatto io. Poi, a voce alta perch Guido e Margherita, impegnati in una partita di bocce con i bimbi sull'aia di casa, sentissero: Potrebbe essere libera la casa per il cinque di luglio?
Il cinque di luglio? aveva fatto Guido interrompendo il suo tiro e soppesando la boccia che aveva in mano, Certo, aveva detto, Sar libera dal primo del mese, e per tutto il mese. Possiamo gi lasciarvi le chiavi, non  vero Margherita?
Questa data, il cinque luglio, venne ripetuta pi volte dai bimbi per potersela ben imprimere nella mente: cinque luglio cinque luglio cinque luglio.
Ma quanto manca per il cinque luglio?, aveva infine chiesto Thomas pensieroso.
Poco, avevo fatto io, Molto poco.
Poco quanto? aveva insistito lui, sempre da lontano.
Stavo cercando un paragone di tempo che potesse fargli capire quanto mancasse al cinque di luglio: Fa'conto, all'incirca, i giorni che ci sono tra il tuo compleanno e quello di Anna.
Thomas aveva dovuto far mente locale sul ricordo di quell'arco di tempo che dal giorno del suo compleanno andava a quello della sorella, quindi aveva esclamato: Ma  poco: pochissimo!
Pochissimo, avevo fatto io sconsolatamente, Proprio pochissimo.
Dai, disse Stefano, Non  mica una tragedia!
Sar, avevo detto, Ma se almeno fossi venuto con me...
Ce lo potremmo fare prima o poi un viaggetto, aveva detto lui.
S..., avevo fatto io poco convinta.
Davvero, aveva detto lui, Prima o poi.
E magari io e te da soli, avevo continuato ironicamente, Senza i bimbi...
E perch no?, aveva detto Stefano, Pu darsi che prima o poi troveremo l'occasione.
S..., avevo fatto di nuovo io, sbocconcellando un avanzo di crostino al salmone.
Raggiungemmo gli altri per prender parte alla partita a bocce in notturna sull'aia. Quando per i bimbi fu ora di andare a dormire, anche Guido e Margherita decisero di andare a letto. Per poter partire di buon'ora, la mattina successiva si sarebbero dovuti svegliare presto. Cos, dato che non avrebbero rivisto Stefano, Guido e Margherita lo salutarono gi da quella sera: sai, di quei saluti un po'imbarazzati e tirati che si fanno certe volte, quando non si sa bene che cosa dire. Stefano ricambi con un'energica stretta di mano ad entrambi e uno dei suoi larghi sorrisi. A presto, disse, A presto.

Quei dieci giorni prima della partenza furono davvero pieni, in tutti i sensi. Dopo essermi accertata della disponibilit dei vicini a badare alla casa in nostra assenza, mi ero preparata una lista di cose indispensabili da portare al mare, che, giorno dopo giorno, andava sempre pi allungandosi. Avevo quindi telefonato a Guido e Margherita per chiedere conferma e farmi spiegare bene la strada per arrivare al cosiddetto villino. Le chiavi le avevo gi, visto che Guido e Margherita me le avevano lasciate prima di partire.
E se per una qualche ragione non dovessimo andarci? avevo chiesto indicando il portachiavi che Guido mi aveva dato.
Per il momento non ci servono, aveva detto.
Comunque sia, avevo fatto rivolgendomi ad entrambi, Saranno una buona scusa per tornare a trovarci.
Gi, aveva fatto Guido.
Gi, aveva fatto Margherita.
A parte l'affanno per i preparativi e per le solite faccende di tutti i giorni, era come se avessi in mente qualcosa d'importante da dire o da fare prima di partire che per non sapevo spiegarmi. Era un arrovellarmi continuo, nella ricerca di spiegare a Stefano un qualcosa che mi angustiava ma che non sapevo rendere a parole.
Stefano adesso era a buon punto con i lavori nei campi che aveva accettato per quella stagione, cosicch aveva un po'pi di tempo da dedicare alle sue faccende e a me.
Furono dieci giorni, quelli, pieni, come ho detto, in tutti i sensi. A volte mi sentivo stupida, pensavo di essere rimbecillita: era normale ritrovarsi a quell'et, con quattro figli a carico, innamorata come una quindicenne di un uomo di cui sapevo poco e niente, che stavo imparando a conoscere giusto in quel momento e che inizialmente mi aveva attratto perch ricordava un personaggio tiv della mia infanzia? Per rendere la cosa anche pi intricata, mi chiedevo anche se fosse davvero giusto farsi queste domande, e se invece non fosse il caso di vivere la storia con Stefano giorno dopo giorno, senza porsi a tutti i costi degli interrogativi o immaginare possibili sviluppi futuri. Era cos, del resto, che viveva lui la storia con me: pian piano mi conosceva, pian piano raccontava di s, pian piano imparava ad amarmi e ad essere amato.
Di una cosa ero certa: con lui riuscivo a lasciarmi andare, essere quel che in realt ero, senza nessuna reticenza o impaccio. Ero come Stefano mi vedeva ed ero sicura che fosse cos anche per lui. Cos, quei dieci giorni di fine giugno inizio luglio, furono dei gran bei giorni, anche se, appena lui se ne andava, provavo la strana e inquietante sensazione di essermi dimenticata di dirgli ancora qualcosa, e per questo non vedevo l'ora tornasse.
Avevo telefonato a Carla. Volevo avvertirla della mia vacanza e nello stesso tempo avevo bisogno di tentare di spiegare a qualcuno quella mia angoscia. Ma, dopo i primi convenevoli di rito (scambio di saluti, stato di salute dei familiari, condizioni meteorologiche degli ultimi giorni), Carla aveva iniziato un soliloquio interminabile per raccontarmi le ultime nuove, belle e brutte, della sua storia d'amore e i vari intrighi collaterali, al quale potevo intervenire giusto ogni tanto, coprendo a malapena la sua voce, con dei Ma va', Incredibile, Davvero, del tutto superflui ma che per lo meno le potevano far capire che dall'altro capo del filo qualcuno ancora stava ad ascoltarla. Quando, alla fine dei suoi discorsi, mi chiese: E tu, come va?, ero talmente frastornata da quella girandola di fatti, persone e parole che non seppi risponderle altro che un debole e insignificante Tutto bene. La informai quindi, con poche parole, della nostra partenza per il mare e della data del nostro ritorno. Quando, dopo averla salutata, misi a posto la cornetta del telefono, mi sentivo ancora pi angosciata di prima, certa che, anche se gliene avessi parlato, Carla non avrebbe capito assolutamente il mio stato d'animo.
Ormai era tutto pronto, la macchina stipata di valigie, borsoni, cose varie, bambini: era ora di partire. Stefano, che avrebbe preso il treno nel pomeriggio, si era trattenuto per darmi una mano e per salutarci.
Davvero, mi aveva detto quella mattina, ancora a letto, abbracciandomi, Davvero: verrei con te, se potessi. Ma sar per pochi giorni, vedrai: passeranno in fretta.
Fosse stato davvero cos. Fosse venuto con noi al mare. Suo fratello non avesse fissato quegli appuntamenti. Per una qualche ragione le cose fossero andate diversamente...
Il villino al mare si rivel un vero e proprio villino di tutto punto, un gran lusso per noi, fonte di mille meraviglie da parte dei bimbi, a quel punto entusiasti di qualsiasi cosa vedessero, felici di quel cambiamento improvviso di rotta.
Ci eravamo organizzati bene la giornata: ci si svegliava presto, si faceva colazione, quindi si andava al mare nelle ore meno calde, rientrando quando il sole iniziava davvero a picchiare. Andavamo al vicino supermercato a far la spesa, poi, mentre loro si facevano la doccia e si cambiavano, preparavo il pranzo e mangiavamo sul terrazzo con vista mare. Il primo pomeriggio era tutto riposo: o si sonnecchiava, o si facevano parole crociate o qualche gioco di societ assieme agli altri bambini villeggianti conosciuti in spiaggia e che i miei invitavano "a casa nostra". Quando la calura non era pi cos asfissiante, scendevamo di nuovo al mare (davvero a due passi da l), dove restavamo finch la spiaggia si spopolava di sdraio e ombrelloni. Era quella l'ora migliore per stare di fronte al mare, assorti nei propri pensieri o nella lettura di un buon libro, a godersi gli ultimi raggi del sole, non pi cos violenti e diretti. Cenavamo, quindi uscivamo di nuovo per andare a prendere un gelato oppure per assistere a uno spettacolo di burattini o di clown che si teneva nella piazza principale del paese.
Avevo cos tanto tempo per pensare, l al mare. Non facevo altro. Avevo s da fare le solite faccende di casa, ma il ritmo era diverso. Non dico migliore, ma diverso, come tutto fosse teso verso un solo, rilassante scopo: quello di scendere in spiaggia per prendere il sole e fare un bel bagno. I bambini erano contenti, allegri, soddisfatti di quella vacanza che avrebbero voluto durasse ancora pi a lungo, quando invece io, anche se non rimpiangevo di aver accettato la proposta di Guido e Margherita, non vedevo l'ora di tornarmene a casa. Per vedere Stefano, naturalmente.

Mi sembrava non lo vedessi da mesi, eppure non erano passati che pochi giorni e poche notti. Eravamo cos lontani, adesso: ognuno a un capo del paese, ognuno all'insaputa di quello che l'altro stava facendo o pensando.
Su questo stavo riflettendo, stesa a pancia sotto sulla stuoia, i piedi che giocherellavano con la sabbia ancora tiepida, le braccia conserte sotto il mento, lo sguardo perso nel mare arrossato dal tramonto.
Anna mi si era avvicinata mentre gli altri giocavano a rincorrersi dietro le cabine. Era venuta a sedersi accanto a me, spostando appena il libro che avevo lasciato aperto all'ultima pagina letta ma che la leggera brezza che si era alzata aveva chiuso. Com'era cresciuta, Anna, in quell'ultimo anno: continuavo a considerarla come gli altri tre, ma in realt della bambina non aveva quasi pi nulla. Ormai andavano sempre pi diradandosi gli episodi d'ingenuit infantile che negli ultimi tempi l'avevano resa buffa, fuori posto, in bilico tra la voglia ancora di giocare e il desiderio di essere considerata grande.
Cosa fai mamma? aveva chiesto.
Penso, avevo risposto voltando il capo verso di lei ma restando nella stessa posizione distesa e mantenendo la stessa espressione languida e sognante.
Vediamo se indovino, aveva fatto lei, Stai pensando a Stefano, vero?
Hai indovinato, avevo fatto io sorridendo.
Mamma, aveva detto subito dopo portandosi anche pi vicina, Devo chiederti una cosa.
Cosa? avevo domandato, adesso puntando i gomiti sulla stuoia e appoggiando il mento sui pugni chiusi.
Sai Marco? disse.
Marco? feci.
S, quel ragazzo moro, riccio, di Napoli che viene qui in spiaggia e che ieri pomeriggio  venuto da noi a giocare a carte, spieg.
Avevo capito di chi si trattava e avevo fatto un segno di assenso con la testa.
Be', aveva continuato lei, Mi ha chiesto se stasera posso uscire con lui. Per un gelato, aveva aggiunto subito dopo immaginandosi la mia domanda successiva.
Ah, avevo fatto io.
Ci posso andare mamma? chiese infine con un tono piuttosto lamentoso, nella speranza di strapparmi quel s a cui sembrava tenere tanto.
Con chi uscite? avevo chiesto dopo un attimo di riflessione.
Con altri ragazzi, aveva detto lei, Sai: Eleonora, Sandro, Valentina...
Ah, avevo fatto di nuovo io.
Era praticamente la prima volta che Anna mi chiedeva di uscire da sola con altri ragazzi della sua et. Fino a quel momento non era mai capitato, a parte qualche festa di compleanno a casa delle compagne di scuola o qualche torneo di pallavolo che veniva organizzato al di fuori dell'orario scolastico.
Ma me lo dovevo immaginare. Prima o poi sarebbe successo, e io allora sarei automaticamente diventata la mamma di un'adolescente che ha le stesse esigenze e gli stessi desideri di tutte le altre adolescenti. Adesso, proprio durante la nostra vacanza al mare, quel prima o poi era davvero arrivato: Anna si era fatta un gruppetto di amici, tutti figli di villeggianti, e voleva uscire con loro la sera. Chiaramente i suoi fratelli erano stati tagliati fuori dalla compagnia dei pi grandi, che dal loro punto di vista sembravano rinstupiditi e musoni, avendo tutta l'aria di guardare con disprezzo i pi piccoli che ancora si divertivano a fare castelli di sabbia sulla riva oppure organizzare nascondini. Adesso era arrivato quel momento, e per di pi c'era la presenza mora, riccia e abbronzata, dal torso liscio e glabro e con l'espressione intelligente e maliziosa di quel Marco di Napoli, che inteneriva anche me.
Pensai a come sar Thomas a quell'et: pi o meno lo stesso, solo pi chiaro di pelle e capelli, probabilmente pi pienotto.
S, Anna poteva uscire con il suo Marco per un gelato. Per sarebbe rientrata presto, senza storie. E sarebbe stata attenta.
Ma mamma..., aveva fatto lei dopo tutte le mie raccomandazioni praticamente inutili e di rito, senza dubbio automatiche, Certo che torner presto, certo che star attenta!
Mi aveva dato un grosso bacio, aveva detto Grazie, quindi era corsa via, andando a raggiungere gli amici per avvertirli che il permesso le era stato accordato.
Mi ero di nuovo voltata verso il mare, adesso pi scuro perch stava scendendo la sera. Di nuovo mi era tornato in mente Stefano. Per: com'era dolce starsene l: pensare a Stefano, alle sue dita, alla sua voce, ritrovarsi a sorridere nel ricordare qualche cosa di buffo detto o fatto assieme.
E poi c'era Anna, con quel suo giovane amore: talmente tenero da commuovere, talmente pieno di significati per me quanto di sicuro non lo era, in quel momento, per lei. Il rivedermi nel suo desiderio di diventar grande, il ricordo della bellezza di quei momenti alla sua stessa et, la trepidazione, l'impazienza, la passione che si vivono durante l'adolescenza, l'energia e la voglia di sapere e conoscere.
Si era fatto quasi buio ormai. I gabbiani, che fino a quel momento erano rimasti a volare al largo oppure al riparo in qualche spiaggiola tranquilla, adesso si erano radunati l sulla riva davanti a me, incuranti della mia presenza, peraltro quasi invisibile, distesa immobile e silenziosa com'ero.
Dopo una corsa sfrenata, Thomas, Diana e Giada mi si erano buttati addosso, affannati per la gara a chi arriva primo.
Non  ora di andare?, avevano chiesto, pi ligi di me in fatto di orari, sopratutto se si tratta dell'ora di cena.
Gi,  vero, avevo fatto io, scuotendomi infine da quel torpore e alzandomi lentamente a sedere, cercando di sgranchirmi gli arti, ormai da tempo obbligati a una stessa posizione.
Anzi, avevo detto, Dobbiamo sbrigarci. Anna esce, dopocena, ed  gi tardi.
Che cosa fa Anna stasera?, venne subito chiesto con aria stupita. Quindi, sentite le mie spiegazioni, senza far commenti, iniziarono a radunare le loro cose e a infilarsi i vestiti. Quando raggiungemmo Anna, seduta sul muretto che costeggiava la strada, in compagnia di un gruppetto di altri ragazzi tra i quali distinsi il bel Marco, lei stava appunto salutando, ripetendo ancora una volta il luogo e l'ora esatta dell'appuntamento per quella sera.
A mezzanotte, appena rientrata, Anna aveva stampata in faccia un'espressione che conoscevo. Praticamente, senza mezzi termini, sprizzava felicit da tutti i pori. C' bisogno che lo dica? La sua era l'espressione di chi si sente improvvisamente cresciuto, di chi ha finalmente fatto quel salto di cui aveva intimamente paura ma che sapeva di dover fare.
Un bacio, un bacio le aveva dato il suo Marco. Quella sera, molte cose per lei erano accadute: per la prima volta aveva sentito il bisogno di chiedermi qualcosa che fino a quel momento non aveva sentito necessario (uscire), per la prima volta era uscita da sola dopocena (senza il solito codazzo di mamma e fratelli), per la prima volta si era trovata ad affrontare i suoi sentimenti, accettando quel primo bacio (da Marco).
Si era venuta a creare, tra noi due, quella sorta di complicit che solo tra donne, e sopratutto tra madre e figlia, pu nascere. Nel pi totale disorientamento degli altri tre, che sicuramente si sentivano esclusi dalla nostra intimit, avevo aiutato Anna a scegliere tra i pochi abiti a disposizione qualcosa di adatto per la serata. Un bacio prima di uscire, un'ultima inutile ma inevitabile raccomandazione, quindi Anna era scesa in strada e, saltellando gi per il viottolo, aveva raggiunto il gruppetto che stava gi ad aspettarla in strada.
Quando chiusi la porta alle sue spalle tirando un grosso sospiro, mi accorsi che gli altri tre girovagavano apparentemente in modo distratto per casa, in realt tutti tesi a cogliere qualche segnale che potesse soddisfare la loro curiosit.
Forza, avevo detto allora nel tentativo di smorzare un poco l'atmosfera inquieta, Usciamo.
C'erano stati i soliti preparativi per uscire, ma con un insolito silenzio, rotto soltanto quando, giunti in paese, scoprimmo era giorno di fiera. Cosicch furono il luccichio degli oggetti e l'odore forte dei dolci a cancellare la loro inquietudine.
Tra le altre bancarelle, un piccolo banco coperto da un telo blu di velluto dove risaltavano, piccolissime, delle spille in argento. Vere miniature, una diversa dall'altra, dai soggetti pi diversi, sistemate meticolosamente con una precisione incredibile una accanto all'altra. Mi ero fermata a osservare quei piccoli gioielli e subito un ragazzo dall'aria buffa e simpatica, con in testa un gran cappello di paglia, si era alzato dallo sgabello sistemato dietro il banco, nella speranza fossi interessata a un acquisto.
Le fai tu? avevo chiesto indicando le spille.
S, aveva risposto con un largo sorriso cordiale, Io e mia moglie, precis indicando una ragazza che poco lontano era intenta a ripulire dalle tracce di gelato le mani grassottelle di un bimbetto di un paio d'anni dall'aria vispa e birbante.
Sono molto belle, avevo fatto io sinceramente.
Grazie, aveva detto lui, allargando ancora di pi quel suo gi largo sorriso.
Il costo delle spillette, scritto su un cartello giallo che campeggiava sul blu del banco, era pi che accessibile: un piccolo regalo per Stefano e per Carla potevo permettermelo.
Cerca qualcosa in particolare? aveva chiesto il ragazzo, notando che con gli occhi frugavo fra i cento e pi soggetti esposti.
Non so, avevo detto, Ci sono degli strumenti musicali? Che so, un flauto, un piffero insomma...
S s, aveva fatto lui, adesso portandosi a lato del banco per raggiungere la spilla che cercavo.
Ecco qua, aveva detto sollevando con due dita il piccolo oggetto lucente e lasciandomelo cadere sul palmo della mano.
 molto carino, avevo fatto, osservando il minuscolo flauto posato sulla mia mano.
Ne vorrei prendere anche un'altra, avevo detto poi, chiudendo nel palmo la spilla che pensavo di regalare a Stefano. Non so, avevo detto,  per un'amica...
Una rosa?, aveva proposto il ragazzo indicando col dito, Una farfalla? disse portandosi all'altro lato del banco e indicandone una fra le altre.
Una farfalla potrebbe andare, dissi, aspettando che anche questa mi venisse deposta sulla mano aperta.
Carina, feci osservandola bene, Allora vanno bene queste due.
Il ragazzo prese le due spille dalla mia mano, una con la destra, una con la sinistra, quindi le sistem in due minuscoli sacchetti di velluto rosso, che chiuse tirando un cordino.
Sul banco, adesso, i due piccoli spazi vuoti interrompevano la sequenza precisa con la quale erano state inizialmente sistemate le spille. Quando salutai e ringraziai, mi accorsi che la ragazza che lui aveva indicato come sua moglie stava gi sistemando due nuovi oggetti nei posti vuoti che avevo lasciato.
Raggiunsi i bimbi che si erano fermati ad osservare un ometto pallido e grassottello che arrotolava velocemente zucchero filato attorno a bastoncini di legno. Feci veder loro le due piccole spille, una per Stefano, una per Carla.
E a noi? aveva chiesto Thomas, A noi non regali nulla?
Cos tutti e tre ebbero un pezzo di cocco da mangiare e, dopo il cocco, una fetta d'anguria ciascuno.

Dovevo riprendere il ritmo, e sapevo che avrei impiegato qualche giorno perch tutto tornasse a scorrere senza intoppi.
Innanzitutto spalancare le finestre, quindi scaricare i bagagli e iniziare a mettere a posto tutte le cose che avevamo portato con noi in vacanza, i panni da lavare da mettere nel cesto della biancheria, caricare subito una prima lavatrice, improvvisare velocemente un pasto che non lasciasse troppi piatti da lavare, un salto nell'orto per vedere la situazione, dar quindi da mangiare e da bere agli animali. Si era fatto scuro quando mi accorsi di essere stanca morta e ancora in alto mare.
I bimbi, cos come erano stati entusiasti di andare in vacanza, adesso lo erano altrettanto tornando a casa.  vero: ogni volta che ti allontani, anche se si tratta di pochi giorni, la tua casa al ritorno ti appare, in un primo momento, diversa. Non so: come distorta, con una luminosit che credevi di ricordare meno intensa. E fa sempre un bell'effetto riaprire le finestre, far entrare aria e luce, ritrovarti finalmente in quelle stanze che conosci talmente bene da poterci girare a occhi chiusi. Cos i bimbi, una volta tornati, sembravano contenti di ritrovarsi a casa, anche se quella mattina, fino al momento di partire, avevano tenuto il muso, ostentando un'aria avvilita e triste, proprio come di chi sa di dover tornare al solito tran tran quotidiano e alle solite cose.
Le solite cose: quelle che si odiano proprio perch sono solite e sempre le stesse, e che si amano esattamente per la stessa ragione. Le solite cose che fanno stare con i piedi per terra, che legano, che danno quel senso di sicurezza di cui spesso e volentieri si ha bisogno.
Cos la mia cucina, gli oggetti, i libri. Il posto per gli oggetti, il posto per i libri. Ogni oggetto al suo posto, ogni posto al suo oggetto. La comodit dell'occhio che sa dove andare a frugare se si vuol cercare qualcosa, la tranquillit mentale che si crea nel poter rintracciare facilmente punti fermi nello spazio di tutti i giorni.
Ma, come ho detto, si era fatto scuro quando mi accorsi di essere stanca morta e ancora in alto mare, cosicch - i bimbi nelle loro stanze a raccontarsi e riraccontarsi le avventure delle loro vacanze, ripetendo nomi e luoghi come se, adesso che erano entrati nella storia della loro vita, non dovessero essere dimenticati in fretta e anzi dovessero rimanere bene impressi nella memoria come qualcosa di davvero importante - cosicch, dicevo, mi ero finalmente lasciata andare per riposarmi un po'e per tirare le somme, elaborando mentalmente quanto ancora avevo da fare e quello che avrei potuto rimandare al giorno successivo.
Mi ero seduta su una delle altalene, puntando i piedi a terra di modo che dondolassi appena appena.
A parte tutto, a parte tutte le cose da fare, finalmente ero a casa. I miei fiori, i miei alberi... Gli alberi: la grande quercia alla quale porta la strada sterrata, grande e imponente come un benvenuto a chi arriva a casa nostra, riparo nella cattiva, ristoro nella calda stagione; il salice, addormentato sul ciglio del fosso, grande animale con i piedi nell'acqua e la criniera in balia del vento; il cipresso, la punta sempre pi aguzza con il passare degli anni, dall'odore forte e intenso, il tronco perfetto e scuro; le tamerici, incuranti del vento e dai tenui fiori rosa filiformi e contorti; e i pioppi, il noce, i ciliegi selvatici: sono questi i miei alberi. I miei alberi: come suonano strane queste parole, che incredibile affermazione! Posso considerare miei esseri viventi cos grandi, cos forti, cos annosi?
Comunque, ad ogni modo, finalmente a casa, nella mia casa. E ancora pochi giorni d'attesa e avrei finalmente rivisto il Magico Alverman.
Non ci eravamo sentiti in quei sette giorni di lontananza, ognuno in un luogo diverso da quello che ci vedeva di solito vicini, ma adesso, passati ormai sette giorni e visto che io mi ero riavvicinata, la distanza era diminuita ed era solo una questione di poco tempo: fra tre, al massimo quattro giorni, anche lui sarebbe rientrato.
La luce dei fari di una macchina che scendeva abbastanza velocemente verso casa illumin improvvisamente un triangolo di strada, rendendo visibili per un secondo appena i tronchi dei pioppi e i rovi che crescono lungo il fosso. Passato il ponticello, fatta poi qualche curva, l'auto si era fermata e qualcuno ne era uscito sbattendo violentemente lo sportello e dimenticando di spegnere i fari, che adesso rischiaravano tutto il giardino di una luce bianca e irreale. Il ticchettio nervoso di passi corti e veloci sulla breccia mi aveva annunciato la visita inaspettata di Carla. L'avevo riconosciuta e adesso, alzatami dall'altalena, le stavo andando incontro.
Carla..., l'avevo chiamata, di modo che potesse individuarmi nella semioscurit. Adesso che camminava sul prato, il rumore dei suoi passi era attutito dall'erba e la sua sagoma scura era affiorata dal buio entrando nell'arco di luce creato dai fari.
Elena..., aveva chiamato di rimando, adesso a un passo da me, il viso stravolto da un'espressione che non mi era familiare, le sopracciglia inarcate e le labbra talmente tirate da vederne appena un filo.
Che c'? avevo fatto io, allarmata dalla sua visita fuori orario e dall'espressione che le sconvolgeva i lineamenti.
Elena..., aveva fatto di nuovo, immobile, tesa, le braccia ciondoloni quasi non avessero forza. Mi si era gettata al collo, sollevando quelle braccia che finalmente si erano strette sulle mie spalle.
 terribile, aveva detto quasi singhiozzando,  terribile.
Terribile? Cos'era terribile? Cos'era successo? La sua storia d'amore? Francesco l'aveva scoperta? Ciro l'aveva lasciata?
Stefano..., mi aveva sussurrato all'orecchio, ancora singhiozzando, ancora abbracciata a me, che, ricambiando il suo abbraccio, le cingevo la vita.
Stefano cosa? avevo chiesto, sciogliendomi da lei di scatto e allontanando il viso dal suo per poterla guardare dritta negli occhi.
Stefano cosa? avevo di nuovo domandato, di certo gi con un'espressione sconvolta pi o meno quanto la sua. Esigevo subito, immediatamente, una risposta, una spiegazione, ma nello stesso tempo ero terrorizzata dall'idea di sentire quel che non avrei voluto sapere.
Morto. Stefano era morto. Magico Alverman non c'era pi.
Non sono riuscita a rintracciarti, gemeva ancora Carla fra le lacrime, cercando di spiegarmi che non sapeva dove mi trovassi in vacanza e dove fossero Guido e Margherita, peraltro in Scozia, chiss dove di preciso.
Era vero? era vero quello che Carla mi stava dicendo? che giusto due giorni dopo la sua partenza Stefano si era sentito male, era stato portato in ospedale e che nel giro di poche ore era morto per una peritonite fulminante? Poteva essere vero, questo? Non era possibile: Magico Alverman non poteva andarsene cos, improvvisamente, per una ragione cos stronza e banale: a un folletto immortale e senza tempo come il Magico Alverman questo non poteva accadere!
Ero come di pietra, mentre Carla, adesso asciugatasi le guance con il dorso della mano e ingoiando lacrime, continuava a spiegarmi l'accaduto (Nel giro di poche ore, Non ha avuto il tempo per soffrire, Non c' stato nulla da fare), m'informava del funerale che c'era stato, quanta gente, tutti sbalorditi, gli amici che avevano tentato inutilmente di rintracciarmi, il fratello e la cognata di Stefano coi bambini (gli unici suoi parenti, del resto) che si erano dati un gran daffare, fiori, lacrime.
Ed ero ancora di pietra quando i bambini, sentite le nostre voci e avvertita l'auto che si era fermata davanti casa, avevano aperto le finestre delle camere e si erano affacciati chiedendo cosa stesse succedendo.
Dentro dentro, aveva fatto Carla rivolgendosi loro con un diverso tono di voce, cercando di renderlo il pi naturale possibile, Ch senn entrano le zanzare.
I vetri erano stati richiusi e i bimbi erano scesi in pigiama, uscendo in giardino e raggiungendoci a piedi scalzi.
Su su, rientrate, aveva subito fatto Carla sospingendoli di nuovo in casa malgrado le loro proteste e domande, Non sentite che umidit? Vi si bagneranno i piedi!
Ancora nello stesso punto del giardino in cui io e Carla ci eravamo incontrate, andando una verso l'altra, nella luce adesso insopportabile di quei dannati fari accesi, non sapevo che dire, che pensare, e lasciavo fosse Carla a continuare a parlare (ma la stavo davvero a sentire? capivo quel che mi stava dicendo?).
Il funerale: allora Stefano Magico Alverman era gi sottoterra, nel cimitero del paese, e io non l'avrei pi visto... E la sua casa era vuota di lui e cos sarebbe rimasta per sempre... La nostra storia appena nata, adesso finita: quante cose avrei avuto da raccontargli, quante ancora ne avrebbe potute raccontare lui a me. E delle mie vacanze: Anna innamorata, il suo primo bacio, il tormento di dover lasciare Marco, anche lui di partenza per il rientro in citt, le lettere lunghissime che avrebbero scritto, inizialmente ogni settimana, poi sempre pi raramente e con frasi sempre meno intense e appassionate, quasi le parole e le immagini dovessero inevitabilmente sbiadirsi col tempo, restando solo ricordi. E il regalo che gli avevo fatto: la piccola spilla ancora chiusa nel sacchettino rosso di velluto, il cordino ben tirato, che avevo in borsa e che avrei voluto dargli. E il mare, il mare al tramonto; i gabbiani sulla riva; il sole; io sulla spiaggia che pensavo a lui.
Non poteva accadere cos: quante cose non sapeva ancora di me, del mio passato, quanto avrebbe potuto ancora conoscere della mia storia: gli avevo mai detto quali libri avevo letto? gli avevo raccontato di quella volta che? e quando invece? No: non aveva senso pensare a ci che Stefano non aveva conosciuto della mia vita, sopratutto ora che anche lui, per forza di cose e per sempre, era entrato a far parte del mio passato.
Ti ho portato un regalo, dissi.
Cosa? aveva chiesto Carla, spiazzata dalle mie parole inopportune che andavano a interrompere la sua tormentosa descrizione dei fatti, alla quale a rigor di logica avrei dovuto reagire diversamente.
Un regalo: ti ho portato un regalo, avevo detto di nuovo.
Mi sentivo come ipnotizzata, gli occhi che bruciavano come se stessero spalancati da ore, senza che le palpebre potessero scendere a lenire quel bruciore. Ero entrata in casa. In cucina, avevo sistemato una sedia fuori posto, con una mano raccolto delle briciole di pane rimaste sulla tavola e, facendole scivolare nel palmo aperto dell'altra, le avevo chiuse nel pugno per poi farle cadere nel secchio.
Carla, che era entrata dopo di me tirandosi dietro la porta, era ammutolita di fronte alla mia reazione e appariva tutta intenta a osservare i miei movimenti, forse solo pi lenti del solito.
Ecco, avevo detto tirando fuori dalla borsa i due sacchettini identici.
Poi, allentando appena il cordino del primo e infilandoci dentro pollice e indice, avevo tastato la piccola spilla per capire se si trattava di quella che avevo comperato per Carla.
No, avevo detto, riponendola e stringendo il cordino, Dev'essere nell'altro. Questo, avevo poi spiegato indicando quello che dei due sacchetti avevo preso per primo, Questo  per Stefano.
Avevo quindi allungato a Carla, adesso seduta, ancora imbambolata e immobile, il secondo sacchetto: Tieni, questo  per te.

Quando avevo parcheggiato la macchina, avevo notato che il cancello era aperto.
Salve, avevo sentito dire appena mi ero avvicinata. La donna, che stava riempiendo un secchio con l'acqua del pozzo, continu a sbrigare le sue faccende. Doveva sicuramente trattarsi di Rosina, la vicina di casa di Stefano, che badava agli animali nei periodi in cui lui lavorava fuori casa, davvero diversa da come me l'ero immaginata. Era infatti una donna giovane, all'incirca della mia et, dalla pelle abbronzata e dai capelli lunghi fino alle spalle, tagliati a caschetto: niente a che vedere con la contadina grassottella e col fazzolettone in testa che mi ero figurata io.
Dal pollaio, la voce di un uomo che richiamava i polli per beccare: sicuramente Gianni, il marito di Rosina.
Entri, entri pure, aveva fatto lei dopo aver spento la pompa del pozzo e prendendo su il secchio pieno d'acqua. Doveva sapere chi fossi, se non mi aveva chiesto cosa ero andata a fare l e come mi chiamassi.
Entrata nella stalla, la sentii versare l'acqua nell'abbeveratoio per le pecore. Quando usc con il secchio vuoto, venne verso di me. Eh, fece, Queste povere bestie! Chiss dove andranno a finire...
Posso fare un giro qua intorno? chiesi, allungando la destra verso di lei.
Prego prego, disse contraccambiando la mia con una stretta di mano energica e sincera.
Se vuole, disse, Pu anche entrare in casa: le chiavi sono sulla porta.
No no, grazie, dissi, Far solo un giro qui fuori.
Rosina riprese le sue faccende, adesso raccogliendo del fieno e riempiendone una carriola.
Sul prato davanti casa, fiori di camomilla e trifoglio; in un'aiola addossata alla casa, il rosa acceso dell'acetosella e, pi scuri, i fiori, a mazzetto, della verbena. La vigna, i getti nuovi che avevano ormai bisogno di essere legati, carichi di foglie lucide e dei grappoli appena appena abbozzati dell'uva. Ai piedi della vigna, il grande ciliegio. Quando mi avvicinai, uno stormo di tordi, disturbati dai miei passi, si alz in volo dai rami pi alti, rasentando i primi filari di vigna.
Tornai di nuovo davanti casa. Adesso Gianni, il marito di Rosina, finito di rigovernare i polli, radunava gli attrezzi e li riponeva in fienile. Quando mi vide mi venne incontro e, come aveva fatto sua moglie, mi salut con una cordiale stretta di mano.
Mah, fece visibilmente in imbarazzo e abbassando lo sguardo, Guarda come vanno le cose...
Gi, feci io abbozzando un sorriso per fargli intendere che avevo capito quel che voleva dire.
E adesso, continu col dire, Chiss che ne sar della casa e della terra... Deve pensarci Giovanni, ma va a sapere che intenzioni ha.
Il fratello di Stefano? chiesi, La metter in vendita?
Penso proprio di s, aveva risposto Gianni scuotendo il capo in segno di disapprovazione, Ed  un peccato: pensare a quanto ci teneva il padre... Vuole entrare in casa? aveva poi chiesto cambiando discorso.
No no, grazie, avevo fatto io, Adesso vado. Senta, avevo aggiunto poi, Posso chiederle una cosa?
Dica pure, aveva fatto lui in tono disponibile.
Mi segu dietro casa, fin sotto l'ombra della grande quercia.
Vede queste due pietre?, avevo chiesto indicandogliele, Crede che potrei prenderle?
Mah, aveva fatto lui perplesso grattandosi la nuca, Penso di s: chi se ne accorge se mancano due pietre? disse infine.
Dice che potrei caricarle nella mia macchina? chiesi ancora.
S, come no. Adesso l'aiuto io, fece Gianni andando a prendere la carriola dal fienile.
Sistemate nel bagagliaio della Diane, a ogni curva rotolavano un po', sbilanciando l'auto ora a destra, ora a sinistra.

Quando voglio stare un po'tranquilla, mi metto qui a sedere, sotto la quercia. Per sedile, una delle due pietre gemelle. Bianche, levigate. Le ho sistemate una accanto all'altra, cos come Stefano le aveva trovate gi al torrente. Si sta bene, qua sotto: la quercia  cos grande e ombrosa, silenziosa e generosa dimora per tanti piccoli animali, dai topi quercini alle cinciallegre, dal pettirosso che ogni inverno ripara nel nostro giardino all'usignolo che ogni aprile e per tutta l'estate trova ancora qui il suo nido.
D'autunno, la quercia  l'ultimo degli alberi a perdere le foglie, quasi la vecchiezza rendesse tutto pi lento, e le stagioni, prima di riuscire a vincere la linfa di un essere cos grande, dovessero combattere contro la sua grandezza. Cos, quando gli altri alberi sono ormai spogli, le foglie ammucchiate dal vento lungo il fosso o disordinatamente sull'aia, la quercia ancora resiste al cattivo tempo, mantenendo verde quest'angolo del giardino.
Si sta bene qui. Si sta bene per pensare e per scrivere: i fogli bianchi raccolti sulle mie ginocchia, china sulla pagina a finire di scrivere questa storia, le pagine gi scritte che sono andate ad ammucchiarsi le une sulle altre sulla pietra bianca che sta di fianco a quella dove sono seduta.
Debbo rientrare, ora: c' ancora tanto da fare. Adesso che l'autunno  tornato e le giornate si sono fatte pi corte, le faccende sono di nuovo cambiate: la legna da preparare per l'inverno, i ripari per gli animali da sistemare, i trapianti, la raccolta delle ultime colture estive, ancora qualche barattolo di salsa.
Thomas mi sta chiamando: debbo proprio smettere di scrivere. Eccolo, si sta avvicinando. Mamma, mi chiede, Pensi che Stella far pi di sei gattini?


PAOLO, MARTA, GLI ALTRI


	Ai Paolo che conosco, ho conosciuto, conoscer
				Anche a Marta






Siccome era ormai un dato di fatto - lui era un sentimentale - allora andava in giro proprio come un sentimentale a tutti gli effetti. Cio sorrideva, e con quel sorriso malinconico e distaccato di chi ha stampato in faccia che il mondo  bello malgrado tutto, che prima o poi qualcosa di buono accade (basta solo aspettare), che bisogna saper vivere bene la solitudine, che sono in pace con me stesso e quindi con l'umanit intera. Sicch andava con quel sorriso.
Lui era Paolo, io ero Marta. Loro, gli altri, sono gli agenti atmosferici, vuoi il vento vuoi la pioggia, che ci hanno visti ora vicini ora lontani. Tant' vero che nessuno mi toglie ancora dalla testa che tutto quello che  accaduto  accaduto proprio per questo: perch c'era la neve, perch soffiava il vento, perch stava arrivando l'estate. Non solo perch c'eravamo noi, Paolo ed io.
Per me, che frequentavo certi ambienti, incontrarlo sarebbe stato facile, visto che dopo aver fatto il servizio civile al circolo naturisti, vi era stato poi assunto come segretario factotum. Fatto sta, invece, che per molto tempo non l'incontrai: o stava seguendo un congresso sulla flora appenninica o un corso di micologia, o era impegnato in un'assemblea dei soci o in un incontro-dibattito con gli inquinanti di turno. Fatto sta, insomma, che m'ero stufata di recarmi inutilmente al circolo per chiedere informazioni e non trovare mai l'interessato.
Quello di quel marted pomeriggio di novembre era il mio ultimo tentativo: trovai un po'di tempo libero tra gli altri impegni della giornata, suonai il campanello, qualcuno fece scattare l'apertura del portone senza domandare Chi  al citofono, salii le quattro rampe di scale e spinsi la porta che avevano lasciato accostata. Ero sicura che sarebbe andata buca per l'ennesima volta, e in quel caso sarebbe stata l'ultima.
Invece Paolo c'era, e sorrideva come sopra da dietro la sua scrivania carica di riviste, giornali, libri, carte e penne: un disordine che avevo notato anche le volte precedenti, quando lui non c'era e un qualcun altro mi aveva detto di ripassare.
Un disordine allegro, avevo pensato la prima volta che avevo visto la sua scrivania, dove, oltre a oggetti pertinenti il lavoro, stavano ninnoli vari, buffi temperamatite, scatoline di legno, passatempi e cose varie.
Un disordine allegro, dissi quando Paolo disse: Scusa la confusione qua sopra, ma  tutto sotto controllo: so benissimo dove andare a cercare quello che mi serve. Poi aveva aggiunto: Dovrei farmi sistemare una cassettiera qua dietro, ma poi lo so come andrebbe a finire: pian piano tutto tornerebbe sulla scrivania e dentro i cassetti non rimarrebbe pi nulla. Accenn una mezza risata. Accennai una mezza risata.
In effetti trov subito quel che cercava: sotto una pila di agende che si trovava in bilico sopra una pila di quotidiani. Da l estrasse un registro. Apr all'ultima pagina scritta. Disse: Duecentocinquantasei.
Pensavo di pi, dissi io. Ma solo per quanto riguarda la regione, aggiunse lui. Senn... senn, continu sfogliando un altro registro, diverso dal precedente solo nella scritta a pennarello nero sulla copertina, Pi di trecento e meno di quattrocento, disse. Poi, alzando lo sguardo dalla pagina: Un attimo e faccio la somma precisa. Quindi da un angolo remoto della scrivania venne fuori una calcolatrice piccola piccola. Pigi sui tasti piccoli piccoli, quindi, avvicinando gli occhi al display piccolo piccolo disse, sempre sorridendo: Trecentotrentanove, in totale.
Lui aveva tempo libero, finalmente: niente convegni, niente incontri, niente aggiornamenti, per quel pomeriggio. E cos si dichiar disponibile a rispondere alle mie domande.
Io domandavo, ascoltavo, prendevo appunti, annotavo velocemente dati, spiegazioni e concetti. Lui ascoltava, tirava fuori dossier, cartelle, documenti vari, rispondeva, aspettava la domanda successiva.

Paolo era un sentimentale: glielo aveva detto anche l'omeopata. S, abitava da solo ormai da un paio d'anni. No, non vedeva spesso i suoi, adesso che quel lavoro era diventato un vero lavoro, stipendiato eccetera. Ok certo, come no, sicuramente, ti pare non c' di che, capirai, di solito io, e tu, non mi dire che, raccontami un po', ma va'non posso crederci, ma allora conosci, e anche, ma guarda che combinazione  incredibile, che ne diresti se, mica per altro, se non hai da fare.
Fatto sta, cenammo insieme in un ristorante cinese vicino alla stazione.
Invece io ero una razionale. Non me l'aveva mai detto nessuno, ma me lo sentivo. Non  possibile, disse lui. Perch non  possibile, chiesi io. Perch una che sta facendo una tesi sulle associazioni ambientaliste, che si occupa insomma di queste cose, non pu essere una razionale, disse lui. Razionale non  mica una parolaccia, dissi io. No, disse lui, ma  un modo di prendere la vita, e non posso credere che la tua sia un'esistenza razionale. Insomma, feci io, non proprio razionalerazionale, diciamo piuttosto che cerco di stare coi piedi in terra. Ma sentimentale non  mica essere con i piedi per aria, disse lui ancora sempre sorridendo come sopra e sempre in ogni momento, ad ogni domanda ad ogni risposta sorridendo come se tutto andasse sempre e comunque bene.
Paolo era un bel ragazzo: potrei anche descriverlo, ma non so se riuscirei a renderlo bene, ovverosia come lo vedevo io. Facciamo quindi conto che io lo abbia descritto e che corrisponda pi o meno a quello che ognuno considera Un bel ragazzo.
Di questo fatto, cio che era un bel ragazzo, chiaramente mi ero subito accorta. Voglio dire: se uno ti chiede Com' quello l, e se tu rispondi Guarda, non saprei che dire, allora vuol dire che quello non  Un bel ragazzo. Mentre se alla domanda di cui sopra rispondi S, non c' male, allora vuol dire che comunque qualcosa di interessante in quella persona c'.
Io e Paolo diventammo amici. Io continuavo a lavorare alla mia tesi, a cercare di crearmi i contatti giusti per il mio incerto dopolaurea, a svolgere lavoretti saltuari che mi permettevano di giustificare i miei ventotto anni ancora in famiglia. Lui continuava col suo lavoro, a interessarsi di ambiente e natura, a leggere, studiare casi, aggiornarsi, seguire dibattiti eccetera eccetera. Solo che adesso ci vedevamo spesso, diciamo quasi ogni giorno, e se non ci vedevamo ci sentivamo, cosicch ognuno sapeva come andava all'altro, cosa si faceva in giro, che c'era di nuovo, se qualcosa non andava; ovverosia le cose degli amici, anzi degli amici nuovi, che  diverso, perch c' anche la curiosit di sapere dell'altro quello che non sai e che t'immagini solo vagamente, e lo stupore di sapere quello che non ti saresti immaginato e che invece .
La tesi assorbiva gran parte della mia giornata, e se non ero da qualche parte ad assumere informazioni e prendere appunti, ero in autobus che mentalmente organizzavo il mio lavoro, oppure ero in bagno che mentalmente elaboravo dati, oppure ero a cena che mentalmente tiravo conclusioni. Cos, quando stavo con Paolo evitavo di introdurre l'argomento, oppure, se era lui a domandarmi Allora a che punto sei con la tesi, a farla corta, dir su qualcosa di vago e breve, e portarlo poi a parlare di qualcos'altro.
Non volevo essere noiosa, tutto qua. Anche perch sapevo che se avessi iniziato a parlare non l'avrei pi finita, e se non l'avessi pi finita, lui pure avrebbe iniziato a parlare e non l'avrebbe pi finita, cosicch la serata sarebbe andata spesa unicamente a parlare di quest'argomento, a discapito di tutto quello che avremmo potuto dire o non dire su mille altre questioni.
E queste altre questioni potevano essere: o le donne, o gli uomini, o i film, o i media, o la situazione politica che si stava delineando o che si era appena delineata, o i genitori di lui o i genitori di me, o i genitori in generale, o i figli o i non figli, o la guerra, o la fame, o l'aids, o tuttoquellocheaunovieneinmente di dire a un amico, in modo tale da poter discutere, dire Sono d'accordo con te, Non sono d'accordo con te perch, confrontarsi, eccetera eccetera.
Lui, del suo lavoro, faceva altrettanto. Quindi era naturale che ci ritrovassimo a parlare delle nostre principali occupazioni quotidiane, vuoi adesso raccontandoci di un fatto letto la mattina sul giornale, vuoi adesso dicendo all'altro Sai che mi  successo oggi, ma cercavamo entrambi di non fare dei nostri incontri (una pizza e una birra oppure una carbonara a casa sua, un cinema, una passeggiata sui colli, un sabato pomeriggio in centro in vena di compere economiche e soddisfacenti), cercavamo insomma di non fare dei nostri incontri un inutile e squallido prolungamento del solito trantran. Cercavamo di divertirci, di star bene. Eravamo una buona compagnia l'un l'altro.
Poi venne il compleanno di Paolo. Si era in febbraio e l'inverno, che sarebbe dovuto finire di l a un mese, era invece nel pieno delle sue forze, anzi peggio che mai. Faceva infatti molto freddo, fintanto che nevic.

La festa per i suoi ventidue anni si snod allegramente lungo i tre piani della sua sessantametriquadri. Snod perch la casa di Paolo pi che una casa era una specie di torretta (antica, diceva lui, anche se in s per s di antico, una volta che era stata ristrutturata, non era rimasto nulla) che saliva su per tre piani, pi o meno una stanza per piano: sai, di quelle case tuttoscale, che, visto il dislivello con la strada, era provvista di ben tre porte d'ingresso, di modo che Paolo, quando stava in casa, non faceva altro che andarsene su e gi: una volta per aprire al postino che suonava al terzo, un'altra a un amico che suonava al secondo, un'altra ancora per uscire a stendere i panni al pianterreno.
Ero stata io a proporgli di festeggiare alla grande, quindi lo aiutai con i salatini e tutto il resto. Avrei cos avuto modo, gli dissi, di conoscere finalmente i suoi amici. Si trattava di un paio di ex compagni di liceo che lavoravano come Paolo in citt, alcuni colleghi, quattro ragazze che aveva conosciuto un paio di anni prima a una serie di incontri e con le quali era poi rimasto in contatto, un ragazzo che, quale unico punto in comune con Paolo, aveva, ora come ora, solo quello di esser stato suo amico d'infanzia. Poi c'ero io, poi c'era Paolo.
Sistemammo tutto al pianterreno, dove c'era la cucina. Musica, tartine, biscotti salati, un paio di giochi di societ, le vecchie foto di Paolo, una recente pubblicazione del circolo sul mangiar sano, chi voleva poteva anche ballare, procurarsi un paio di film in videocassetta: che stupidi a non averci pensato prima, una buona dose di tetris, tutti accalcati intorno al computer a dire daidai a quello che a un certo punto aveva avuto la bella idea di chiedere C'hai qualche gioco.
Mai vista una compagnia pi eterogenea in vita mia, ma, malgrado non fosse gente che si frequentasse e solo alcuni facessero gruppo o si conoscessero almeno di vista, la festa non fu delle pi brutte. Diciamo tranquilla, normale.
Io, per quanto mi riguarda, feci insieme a Paolo gli onori di casa, a chi me lo chiedeva dicevo dov'era il bagno, se c'era bisogno di un apribottiglie lo andavo a cercare e cose del genere, cosicch fu logico dovessi rispondere a domande quali Abiti qui con Paolo, State assieme, eccetera eccetera.

Infatti nevic, proprio quel giorno. Quando, appena dopo pranzo, avevo raggiunto Paolo per sistemare la casa per la festa, buttava un nevischio fitto fitto che presto cominci a imbiancare le auto e i tetti. Quando iniziarono ad arrivare gli ospiti (arrivarono in perfetto orario, anzi in anticipo, solo le quattro ragazze degli incontri, che ci diedero una mano a spostare il tavolo della cucina e a sistemare le casse dello stereo), gi nevicava di brutto, e cos continu a scendere per tutto il pomeriggio.
Per le sette anche l'amico d'infanzia, certo Franco, salut Paolo rinnovandogli gli auguri, con la promessa di farsi vivo qualche volta, Perch sarebbe un peccato perdersi di vista,  importante restare amici, Legati dal passato e cos via.
Chiusa per l'ultima volta la porta (stavolta erano tutti usciti dal terzo piano per raggiungere il prima possibile le auto ferme al parcheggio vicino), Paolo tir un sospiro di sollievo.  andata, disse. Mica male, no? dissi io. No no,  andato tutto bene mi pare, disse lui. Affond le mani nelle tasche di dietro dei jeans. Sorrise, o almeno cos credo di ricordare, ma forse Paolo lo stava gi facendo e l'aveva fatto per tutto il pomeriggio.
Bene, disse. Non devi preoccuparti per il casino, le cose da rimettere a posto ecc. Ci penso io con calma.
Non se ne parla, dissi io. Ti do una mano e vedrai che in quattrequattrotto mettiamo tutto a posto.
Ma  tardi, disse lui, quasi ora di cena. Hai gi fatto abbastanza: la festa, le tartine. E poi, guarda l come viene gi: se non ti sbrighi, a casa non riesci ad arrivarci.
Eravamo adesso incollati al vetro di una delle finestre del terzo: la neve, che aveva ormai coperto abbondantemente cose case strade macchine, andava adesso ammucchiandosi un fiocco dopo l'altro.
Quanto sar? chiese Paolo. Boh, venti centimetri? azzardai io. Ma che venti centimetri, disse lui. Almeno trenta. Trenta?! esclamai io. Se va avanti cos per tutta la notte, disse Paolo, domattina saranno almeno settanta centimetri di neve e dovr spalare davanti alle porte.
Per cambiare aria e fare uscire il puzzo di fumo, aprimmo la finestra della cucina. Da fuori entr il rumore della neve: un silenzio ovattato che portava anche i suoni pi lontani. Adesso dovevamo sparecchiare, buttare i bicchieri e i piatti di carta, vuotare i posacenere, rimettere a posto il divano, lo stereo, il tavolo, le sedie, dare una riordinata qua e l, spazzare via le briciole. Invece ci affacciammo alla finestra, entrambi i pugni sotto il mento, i gomiti puntati sul davanzale.
Senti che roba, disse lui. Senti cosa? chiesi io. Senti che silenzio, rispose lui. Ma si pu dire senti se parli del silenzio? chiesi io. Non lo so, rispose lui.
Poi, quel che sentii fu la leggera pressione del suo gomito contro il mio, e le nostre guance furono vicine. Ma molto vicine: attaccate. Era come essere contro uno specchio. O no, meglio: avere due guance da una parte, una sola dall'altra. Adesso Paolo si era voltato. Le sue labbra avevano premuto contro la mia guancia. Sentii il suo respiro quando socchiuse le labbra staccandosi da me dopo quel bacio. Poi, pi tardi, sentimmo anche il fischio del treno.

Marta?, chiam Paolo dal terzo, puoi portarmi il xxxxx? Cosa? feci io dal primo, interrompendo ogni movimento per poter sentire cosa dovevo portargli. Il xxxxx!, ripet inutilmente lui. Sbuffai, mi affacciai alle scale. Non ho capito niente, dissi a voce molto alta. IL CACCIAVITE PICCOLO, url lui. Ok ok, feci io, andando verso la cassetta degli attrezzi.
Il fatto era che il vento, che in quel giorni aveva soffiato incessantemente e inaspettatamente, aveva fatto sbattere la porta in modo cos violento che la maniglia si era inceppata, e cos, adesso che era sabato e non lavorava, Paolo cercava di sbloccarla. Per quell'operazione gli erano gi serviti vari attrezzi, e ogni volta avevo dovuto salire e scendere le scale per portarglieli. Cos, per l'ennesima volta, risalii, stavolta con l'intera cassetta. Te l'ho portata tutta, gli dissi indicandogliela. Ah, grazie, fece lui, Forse  meglio. Scusa, eh. Poi, trovato il cacciavite piccolo, continu ad armeggiare intorno alla maniglia, fintanto che non l'ebbe smontata.
Dopo la neve c'era stato un gran gelo, tant' vero che l'intera citt sembr trasformarsi: stalattiti lunghissime pendevano dalle insegne dei negozi e dalle gronde sui tetti, nelle fontane una spessa lastra di ghiaccio copriva la superficie dell'acqua, le auto e gli autobus transitavano lentamente; la gente per strada, i piedi nei doposc, lo sguardo per lo pi rivolto a terra, camminava con passi brevi e misurati, attenta a non far mosse false. Fu come se quella parentesi di freddo l'avesse inceppata, la citt. Era bellissimo.
Fu solo dopo la Tregiornidineve e durante quel gran gelo che tornai a casa. E allora mia madre, dopo che la ebbi salutata allegramente come niente fosse (ma gi prevedevo tempesta dalle sue secche risposte durante le mie precedenti telefonate), allora mia madre disse: Senti, a che gioco giochiamo, non mi dire che non potevi venire a casa per la neve e che sei dovuta rimanere per forza a casa sua (e disse sua come se stesse dicendo una cosa spiacevole, o almeno disdicevole). Va be', feci io, cercando in lei quel po'di complicit che avrei voluto trovare riguardo le mie faccende di cuore. Va be'non  una risposta, disse lei, poi ripet: A che gioco giochiamo? e continu con un'interminabile tiritera di Che grilli hai per la testa, hai da finire gli studi, e la tua tesi? va avanti troppo per le lunghe, non mi sembra il momento di pensare ad altro adesso.
Insomma mamma, feci io in tono lamentoso ma senza alzare troppo la voce (non avevo per niente voglia di litigare, anzi proprio il contrario: stavo cos bene: perch rovinarmi la giornata?), Insomma mamma, non sono mica pi una quindicenne!
Appunto, disse lei, aggiungendo: Infatti, se non te lo ricordassi, hai quasi trent'anni.
Vero: avevo quasi trent'anni. Per l'esattezza ventotto, e gi compiuti da un pezzo. Quindi quasi trenta. Di me nessuno poteva parlare come di una ventenne: a tutti gli effetti ero ormai una trentenne.
Il ghiaccio pian piano si sciolse, la citt torn come prima, il traffico per le strade pure. Arriv anche la primavera: lentamente, ma arriv. E con la primavera arriv il vento, che inizi a soffiare subito molto forte, e poi ancora pi forte di quel forte, tanto che io e Paolo ci chiedevamo, chiusi in casa sua in silenzio, intenti ad ascoltare il rumore del vento che si incuneava per le strade e nei vicoli, faceva mulinelli nelle piazze, ci chiedevamo quanto ancora pi forte avrebbe potuto soffiare e quanto pi forte ancora di quel forte avrebbe poi soffiato.
Fu durante una di quelle giornate superventose che la porta del terzo sbatt cos violentemente da far bloccare maniglia e serratura. Finalmente ero arrivata a casa di Paolo: era stata una lotta incredibile contro le folate che ostacolavano i miei passi, paralizzandomi quasi con la gamba a mezz'aria nel momento stesso in cui dovevo poggiare il piede a terra per fare il passo successivo. Dopo aver sospinto con tutta la forza la porta che faceva resistenza, dovevo aver tergiversato un secondo di troppo (forse con una mano mi ero ravviata i capelli che erano andati a finire davanti agli occhi), e la porta alle mie spalle aveva dato un colpo pauroso che mi aveva fatto sobbalzare. Adesso che il vento era passato, Paolo cercava di aggiustarla usando aggeggi vari: cacciaviti di varie misure, punte di trapano usate a mo'di leva, fil di ferro, martello.
Il Guaio: cos venne chiamata da allora in poi la porta del terzo. Nel senso che un vero e proprio guaio (il vento? io? chiss cosa ne pensava davvero Paolo) l'aveva bloccata, e per molto tempo rimase cos: chiusa irrimediabilmente.
A causa del Guaio qualcosa cambi in quella casa, ovverosia ci dovemmo abituare, sia io sia Paolo, ad entrare e uscire dal/al secondo o dal/al primo piano. A parte lo sforzo iniziale per convincere il postino a lasciare la posta nella cassetta che avevamo trasferito all'entrata del secondo, scrivere in bella calligrafia con un pennarello indelebile SUONARE ALL'ALTRA ENTRATA e bloccare con un cerotto il campanello di quella porta rotta, a parte tutto questo, il Guaio entr a far parte della nostra storia nuova nuova come un fatto strettamente legato proprio a noi due. Il Guaio fu il primo evento tangibile del nostro stare insieme, o per meglio dire della mia presenza in quella casa: io, causando il Guaio, qualcosa avevo pur modificato.

Dopo il vento venne davvero la primavera. Quindi rondini, fiori che sbocciano nei giardini pubblici, saldi di fine stagione, giornate pi lunghe, sole.
Avevo terminato gli esami e tutto presupponeva dovessi finalmente diventare una laureata. Invece la mia tesi andava, cos come diceva mia madre, a rilento. Davo la colpa al professore, che ora era in ferie ora indisposto ora nonsopichecosainventare; in realt ero io che andavo a rilento, ovverosia stavo bene, quindi non m'importava di correre.
Paolo, dal canto suo, era uno che naturalmente non andava di fretta, cio tutto gli veniva a tempo.
Cos, se c'era da fare la spesa, la spesa si poteva rimandare al giorno dopo, e il giorno dopo di sicuro qualche cosa d'imprevisto avrebbe fatto s che non la si potesse fare, ma, come per incantesimo, accadeva anche che dal fondo della dispensa saltasse fuori un bel sacchetto di fagioli e una scatola di tonno. Oppure, se c'era da fare il cambio di stagione (via i maglioni di lana - fuori le canotte e le magliette), per Paolo non c'era fretta, sarebbe venuto a tempo anche la settimana successiva, e guarda caso proprio la settimana successiva le temperature di sarebbero inaspettatamente abbassate e Paolo, al contrario di tutti quelli che avevano gi preso maggio, non si sarebbe dovuto arrampicare su sedie e scale per cercare un maglione tra i panni invernali gi riposti nell'armadio.
Diciamo che aveva culo. O forse era ottimista. O forse era incosciente e gli andava bene. O forse era pigro. O forse aveva ragione lui: perch correre se ad andare lentamente si fa meno fatica?
Se le cose debbono succedere, succedono: questo doveva essere il concetto filosofico che faceva da sfondo ad ogni sua azione. Ne avevamo discusso varie volte, e anche animatamente. Ok ok, dicevo io, Lo so che teoricamente  vero, cio nel senso che uno lavora, fatica, fa degli sforzi enormi per vivere e sopravvivere e poi tutt'a un tratto: patatrac, gli casca una tegola in testa e tutto il suo lavoro, la sua fatica i suoi sforzi enormi per vivere e sopravvivere se ne vanno cos come sono venuti, cio nel nulla. Ok ok sono d'accordo, dicevo, Per secondo questo principio uno pu stare fermo immobile come un vegetale ch tanto qualcosa accade comunque e non vale la pena di andare a cercare niente. Allora tu metti in discussione la conoscenza intera! l'esperienza voglio dire.
No no, non  cos, diceva lui, Non esagerare.  il correre e il rincorrere che non vanno bene. Seguire s, apprendere, cercare di capire, ma correre e rincorrere no. Capisci?
Capivo. Pi o meno capivo. Soltanto non riuscivo a intuire su quali concetti potesse allora basarsi il suo lavoro. Voglio dire: a quelli che inquinano, che sfruttano il pianeta per puri scopi economici, che vivono su questa terra come se fosse loro propriet privata e non un bene comune, a questi: cosa bisogna dire? Fate pure che tanto dopo qualcosa accadr e tutto andr per il meglio? Oppure bisogna prendere di petto la situazione, incazzarsi se ce n' bisogno, non aspettare che il tempo passi e le cose vadano deteriorandosi sempre pi?
Allora non era vero che avevo capito! diceva Paolo.
Arrivati a questo punto: o lasciavamo cadere il discorso perch non arrivavamo a capo di nulla, oppure continuavamo sempre pi animatamente finch a uno dei due non veniva fame o sete o bisogno di andare al bagno o qualsiasi altra cosa che finalmente interrompeva questo nostro delirare di capirsi e non capirsi, che in fondo non era altro che cercare di scoprire l'altro, di conoscersi meglio, di mettersi alla prova se vuoi.
Poi sempre si faceva la pace, ognuno sicuro di aver capito qualcosa in pi dell'altro o di averci capito meno. Comunque sia, si faceva la pace, e allora ci si baciava, ci si strusciava un po'. Di solito era molto e bello.

Sentimentale? aveva chiesto Paolo. Ma la domanda in realt l'avevo formulata io, chiedendogli: Che cosa vuol dire sentimentale? E lui (o perch viene naturale rispondere cos, o per dar tempo al cervello di elaborare il concetto in parole, o perch preso di contropiede, o chiss per quale altro motivo), lui aveva risposto alla mia domanda con quest'altra domanda: Sentimentale? Affermativo: avevo detto proprio sentimentale.
Non saprei, aveva detto lui. Forse nel senso di persona sensibile, romantica, che si emoziona facilmente. Forse in questo senso.
Ah, avevo risposto.
Perch, chiese allora lui, Non trovi che io sia un tipo cos?
E tu? Come ti vedi tu? chiesi a mia volta.
Sentimentale, rispose sorridendo, poi ridisse e risorrise: Sentimentale.
S, forse era vero: forse Paolo era davvero un sentimentale, ma se avessi dovuto attribuirgli un aggettivo, prima di tutto avrei usato gentile, nel senso letterale del termine, di "persona che rivela sentimenti delicati, usa modi garbati e cortesi".
E tu? Come mi vedi tu? chiesi ancora.
Ci pens, sorrise, disse: Forte.
O perch viene naturale rispondere cos, o per dar tempo al cervello di elaborare il concetto in parole, o perch presa di contropiede, o chiss per quale altro motivo, dissi: Forte?
Forte, ridisse lui.
Ma che forte e forte! feci io. Se fossi una vera forte a quest'ora avrei finito quella benedetta tesi e in qualche modo mi sarei imbucata a lavorare da qualche parte.
No, disse lui,  proprio il contrario: proprio perch sei una persona forte hai accantonato la tesi.
Che vuoi dire? chiesi io.
Che quando trovi qualcosa che ti interessa sul serio, ce la metti tutta perch questa cosa diventi grande davvero.
E cio? feci io.
Cio io. Cio noi due. Disse.
E la tesi? chiesi dopo un po'di silenzio.
Per la tesi c' tempo, mentre per te l'importante adesso  concentrare tutte le tue forze in questa nostra storia.
Allora sono forte? chiesi io facendo una faccia.
Sei forte, rispose lui facendo una linguaccia.
Forse era vero, forse no: chi pu dirlo? Non ci avevo mai pensato, ma forse forte lo ero davvero.
Fatto sta, sentimentale o non sentimentale, forte o non forte, le cose andavano avanti. Anche la primavera, che nel frattempo si era tramutata in quasiestate, e cio in quell'ambiguo ma bellissimo periodo dell'anno in cui di giorno sudi e la sera senti fresco.
Per cui si facevano passeggiate nei dintorni sfruttando tutte le ore di sole possibili. Per cui ci si metteva d'accordo con un gruppo di amici e ci si organizzava per un pomeriggio sulla costa, ancora libera da traffico e turisti. Per cui ci si ritrovava ad ascoltare grilli, a prendere il sole nel bel mezzo di un bosco, a cercare di contar lucciole, a leggere ad alta voce l'un l'altro sotto l'ombra di un grande albero, eccetera eccetera.
Tir vento, ma poco. Un giorno piovve. Quel giorno io e Paolo ci trovavamo al mare.

Eravamo andati soli, quella volta. Avevamo preso il treno e subito avevamo cercato una pensione per la notte. Avevamo deciso di trascorrere il week-end al mare per goderci gli ultimi giorni tranquilli sulla spiaggia semideserta, prima che venisse presa d'assalto dai villeggianti.
Infatti in spiaggia c'era poca gente. Qualche coppietta del luogo, qualche pescatore, qualcuno col cane. Sistemammo le nostre cose, borse asciugamani, vicino a noi, quindi ci sedemmo, schiena contro le rocce, a goderci quel perfetto primo sole: n troppo caldo da sudare, n troppo fresco da rabbrividire.
Era la prima volta che io e Paolo ci trovavamo al mare in costume e il vederci cos, quasi nudi, ci fece a entrambi una buffa impressione. Non era logicamente la nudit dell'altro a metterci in imbarazzo, capirai!, non era questo: piuttosto era l'essere fuori dall'abituale intimit della nostra torretta a tre piani: come se, cambiando il luogo, anche il corpo apparisse diverso. O forse era solo una questione di luce, o forse una questione d'abitudine, vallo a sapere. Fatto sta, ci fece un'iniziale buffa impressione.
Parlavamo, appoggiati alla liscia roccia calda, ad occhi chiusi contro il sole. Scherzavamo. Poi iniziammo a darci fastidio: sai, quelle cose che si fanno giocando in due: Scstati un po'che mi pari il sole. Dai, togli di mezzo quel braccio. Uffa, vuoi spostarti s o no. Ma allora lo fai apposta. Stai al tuo posto. Ti pareva che non invadevi il mio campo. Stai nel tuo. Con tutto lo spazio che c'. Eccetera eccetera.
Non so comefu comenonfu: questa storia dell'invasione, del mio del tuo, degener. Vallo a sapere perch: forse perch doveva proprio accadere.
Sicch dopo poco s'annuvol. Sicch dopo poco litigammo. Paolo, che fino a quel momento, e come al solito suo, aveva sorriso, adesso aveva perso la sua solita espressione.
No no, stammi bene a sentire, dicevo io, Le cose non stanno esattamente cos.
Certo, per te  diverso.  chiaro che per te le cose vanno bene: bella comodit.  a me che non va bene questa situazione, diceva lui.
Ma guarda un po'che roba, dicevo io, Incredibile! Pazzesco! Va'a vedere che adesso mi si d della sfruttatrice! continuavo io.

 necessario fare un passo indietro: spiegare un po'le cose. Il fatto  che gi da qualche tempo avevo avuto l'impressione che Paolo avesse qualcosa che gli rodeva dentro, qualcosa che forse neppure lui sapeva rendere a parole, ma che ogni tanto faceva s che il suo sorriso calasse di un solo ma percettibile millimetro.
Non avevo dato importanza al fatto: stavamo cos bene. Continuavamo a vederci nella sua torretta a tre piani. Se potevo, andavo a casa prima che lui uscisse dal lavoro, di modo che potessi cucinargli qualcosa di buono a sorpresa. Se di tempo me ne rimaneva, allora davo un'occhiata ai panni o ai piatti da lavare.
Muovermi su e gi per la torretta mi era ormai diventato familiare e facile. Sapevo dove trovare asciugamani puliti, dove Paolo teneva i sacchetti della spazzatura, dove riponeva la posta. Se il tubetto del dentifricio in bagno era finito, allora aggiungevo la parola DENTIFRICIO alla lista della spesa. Se la zuccheriera era quasi vuota, prendevo il sacchetto dello zucchero dalla dispensa e la rimboccavo. Se c'era un bottone da riattaccare, cercavo ago e filo.
Per me era come vivere. Nel senso che fino a quel momento ero vissuta con mia madre nell'unica casa della mia vita. Che amavo, che conoscevo a menadito, che mi aveva vista piccola, media, grande. Adesso, quella torretta a tre piani era diventata importante per me: era stato bello iniziare a conoscerne tutti i segreti, gli angoli, ogni ripostiglio, ogni crepa, ogni segno lasciato dal tempo. Era stato come entrare a far parte di un'altra storia: quella che il passare delle stagioni, le persone, le cose, avevano lasciato impresso su quelle mura e che io, adesso, potevo continuare. Insieme a Paolo.
Mi sbagliavo, invece. Il problema era qua: Paolo si sentiva detentore di questa continuit nel tempo: era lui che, malgrado me, malgrado la mia presenza, si considerava il protagonista principale della storia di quella casa. Era lui l'abitante: io andavo e venivo, non stavo. E non avevo capito che tutti i miei interventi erano da lui considerati un'invasione bell'e buona.
Aver comperato la scopa nuova, aver insistito per installare la segreteria telefonica, aver sistemato le sue riviste sugli scaffali, aver usato chiodi e martello per appendere due nuove stampe nello studio: i miei interventi, per lui, erano davvero invasioni, intromissioni. Per me, invece, era naturale, anzi piacevole: era come essere complice di qualcosa. Ma secondo lui lasciavo tracce troppo evidenti: modificavo, cambiavo, stravolgevo.
 questo il problema, allora? avevo chiesto mentre radunavamo in fretta le nostre cose, prima che il temporale arrivasse.

Era bastato un attimo e la luce del sole si era offuscata, coperta da una spessa coltre di nubi grigie e pesanti. In lontananza, sul filo dell'orizzonte, i fulmini iniziavano gi a zigzagare a intervalli sempre pi ravvicinati.
La spiaggia si spopol in pochi minuti. Fummo gli ultimi a raggiungere lo stradello che dal mare porta alla nazionale. Le prime gocce iniziarono a cadere appena raggiungemmo la pensilina della fermata degli autobus.
La nostra litigata era stata interrotta, e ora - accalcati con altre trequattro persone sotto la pensilina, la pioggia a goccioloni che cadeva sul tettuccio facendo un gran rumore sordo - stavamo zitti, immobili, ognuno nei suoi pensieri, in attesa che la pioggia calasse d'intensit, impazienti di riprendere il discorso interrotto, in bilico tra il desiderio di assalire l'altro con parole grosse e quello invece contrario, nella speranza che non si trattasse di un vero problema e che tutto si risolvesse il pi presto possibile nel migliore dei modi.
La pioggia ci fece star zitti e buoni per almeno un quarto d'ora. Un silenzio, il nostro, interrotto solo a tratti dagli altri scampati al temporale, che ora si pronunciavano in un Prima o poi spiover, ora in un E pensare che fino a mezz'ora fa.
Se fosse stato per me, a quel punto, avrei fatto l'amore. Nel senso che per me (sul serio) quello non era un problema. Non mi sentivo cos invadente come Paolo mi diceva, e non credevo di essere dalla parte di chi sfrutta una situazione, che si adagia in ci che  di un altro. Per cui, se fosse stato per me, avrei chiuso il discorso dandogli poca importanza.
Invece Paolo no: e mi bast sbirciare la sua espressione mentre ci dirigevamo verso la pensione camminando l'uno fianco all'altro rasente i marciapiedi, tutti e due apparentemente concentrati nel non finire in qualche pozzanghera. Non c'era alcuna parvenza di sorriso sul suo volto, nessuna espressione che lasciava trasparire la minima possibilit di lasciar cadere il discorso, di non farne un dramma. No: quella non era certo la faccia di uno che aveva voglia di fare l'amore. Anzi.
La guerra. Si pu dire proprio la guerra. E guerra infatti fu, visto che Paolo, appena arrivati alla pensione e saliti in camera, si butt sul letto, tale e quale era arrivato, ovverosia bagnato fradicio dalla pioggia. Tir su il lenzuolo fin sopra la testa e continu a tacere.
Non sapevo che fare: quale sarebbe stata la sua reazione a un mio qualsiasi approccio? Avrei dovuto sedermi sul letto, dire Ma dai parliamone? Oppure dovevo andare all'attacco, riprendere la discussione interrotta, usare subito le maniere forti? Oppure, ancora, dovevo radunare su la mia roba, uscire dalla stanza senza dire una parola, arrivare alla stazione, chiedere del primo treno?
Non sapevo che fare, anche se sapevo bene cosa avrei voluto fare. Quindi andai in bagno, mi cambiai, mi asciugai i capelli. Quando rientrai in camera, Paolo era nell'identica posizione in cui l'avevo lasciato.
Sospirai. Poi sospirai pi forte, di modo che potesse sentirmi sospirare. Lui non si mosse.
Fu questione d'attimi, e il mio probabile e prossimo futuro mi sfil davanti, un fotogramma dopo l'altro, chiaro e inevitabile. Io che cerco di organizzarmi le vacanze estive, alla disperata ricerca di almeno una delle vecchie amiche. Io che, nella calura estiva, torno a casa (casa mia), saluto mia madre, lascio la borsa nell'entrata, mi butto sul letto. Poi accendo lo stereo. Ascolto i Doors, oppure i Led Zeppelin. Io che fisso il soffitto. Io che, laureata, cerco lavoro. Io che sfoglio vecchi album di foto. Io che sola, senza Paolo.
Allora m'incazzo. Perch non  giusto che tutto possa essere rovinato dai malintesi. Perch non  giusto che ci si debba sentire condannati per un qualcosa che non si  fatto, e che se si  fatto  stato fatto inconsapevolmente, sicuri di non essere dalla parte del torto.
Allora m'incazzo. Non ti dico che lo tiro gi dal letto, ma quasi. Deve avergli fatto impressione, a Paolo, quella mia nuova faccia: perch era la faccia della disperazione, la mia. Visto che l'amavo.
Se era una questione economica: va bene, allora ci saremmo divisi le spese. Se era una questione di spazi: va bene, allora ci saremmo divisi gli spazi. Se era una questione di vivere insieme: va bene, allora avremmo vissuto insieme. A tutto questo ero disposta. Perch mi andava bene cos. Perch se questo era il problema, il problema poteva essere risolto. Cos Paolo avrebbe di nuovo sorriso a me e al mondo e non avrebbe dovuto sentirsi rodere dentro da chissacch.
Voleva fare l'amore? Voleva fare l'amore adesso con me? Immaginavo di sciogliergli i piedi da quel lenzuolo ormai umido che avevo tirato via con forza. Accarezzargli i capelli, scostare le ciocche bagnate dagli occhi, pian piano sfilargli la Lacoste ormai incollata al petto, i jeans umidicci che avrebbero fatto resistenza sulle cosce. Immaginavo di vederlo in costume, l in quello spazio altro dalla nostra torretta e dalla spiaggia di poco prima. Di nuovo sarebbe stato bello provare quella buffa impressione. Di nuovo sarebbe stato bello stupirsi di essere nudi.
Ma Paolo non dava l'idea di voler fare l'amore.

In quel momento avrei voluto tornare indietro, riavvolgere il nastro, fermarmi a quando gli avevo fatto l'orlo ai pantaloni, a quando, dopo i miei giri e prima di andare da lui, mi fermavo a comperargli quell'insalata di mare che tanto gli piaceva, a quando riordinavo i suoi cassetti, a quando spolveravo il lampadario di cucina, a quando prendevo appuntamento con l'idraulico per lo scarico rotto.
A quegli attimi volevo tornare, perch erano quelli gli attimi a cui davo la colpa della mia sofferenza, di tutta quella valanga di tristezza che mi si era appoggiata sulle spalle e che pesava pesava pesava. E che faceva star male anche Paolo: ch era lui quello che ne aveva sofferto per primo, senza che io lo sapessi.
Ma per quanto mi potessi concentrare e sforzarmi, continuavo a non capire come Paolo avesse potuto equivocare i miei sentimenti, credendoli una situazione di comodo o un'intromissione molesta nella sua vita. Del resto, gli avevo mai chiesto qualcosa? No, mai. N matrimoni n figli n niente di niente. E se adesso gli chiedevo di vivere con lui, era soltanto perch cercavo di trovare una soluzione che ci facesse di nuovo vedere insieme tranquilli come lo eravamo stati (apparentemente?) fino a quel momento.
Avevo ben presente (mi ci aveva fatto pensare mia madre fin dall'inizio della nostra storia e non me ne ero dimenticata) la differenza di et fra di noi. O per meglio dire, non tanto la differenza d'et, quanto la nostra et.
Ventotto a ventidue. Anzi, per la precisione, visto il tempo che era intanto passato, ventinove a ventidue. Anche se in certe occasioni mi ero accorta di fare i conti proprio con quei numeri, mai e poi mai mi era venuto in mente di propormi come madre dei suoi figli o assurdit del genere (oddio: poteva essere qui il problema, per Paolo? sentirsi troppo giovane? sentire me troppo vecchia?). Ero una quasi laureata di quasi trent'anni, ma preferivo dare tempo al tempo: avevo e avevamo tante cose da fare e da pensare.
Aveva mai pensato, lui, a come vivevo io la situazione? Si era mai chiesto cosa significava per me la torretta a tre piani, come era cambiata per me la mia vecchia casa, a come era diverso, adesso che davvero usavo casa mia quasi fosse un albergo, il rapporto con mia madre? Si era mai fatto queste domande, lui?
In quel momento tutto e niente mi passava per la testa: dalla previsione catastrofica sul mio futuro, ai ricordi, alle supposizioni, ai buoni propositi. Era come sentirsi dentro a una di quelle storie che leggi sui libri. Di incomprensioni, di routine, di insoddisfazione. Rifiutavo l'idea di trovarmi davvero (IO?!) in una di quelle aborrite situazioni. Come entrare a far parte di una statistica: una delle cifre del totale percentuale che confermano la regola, una delle donne che amano troppo delle quali avevo letto sui libri, che si attaccano al proprio uomo fino a nausearlo, che confondono il proprio amore con il masochismo e il vittimismo. O ero una donna di una certa et che si vede sfuggire il ragazzino per il quale ha perso la testa e che la fa sentire pi giovane? O era la paura di rimaner sola? A tutto questo pensavo: mi avvilisco al solo ricordo.
Finalmente feci scivolare il lenzuolo fuori dal letto. Gli accarezzai i capelli, scostai le ciocche bagnate dagli occhi. Pian piano sfilai la Lacoste ormai incollata al petto, i jeans umidicci che fecero resistenza sulle cosce. L, in quello spazio altro dalla nostra torretta e dalla spiaggia di poco prima, di nuovo fu bello provare quella buffa impressione. Di nuovo fu bello stupirsi di essere nudi. Fuori, la pioggia aveva ripreso a cadere.

Avevo telefonato a Silvia. L'indomani sarebbe partita per andare a trovare Monia a Firenze.
 un'idea magnifica, rispose sinceramente Silvia dall'altro capo del filo. Monia ne sarebbe felicissima. Anzi, potremmo non dirle niente e farle una sorpresa. No no, capirai: che problemi ci potrebbero essere: con tutto lo spazio che ha alla villa.
Preparai un paio di borse, scelsi qualche libro da portar via, uscii di corsa per comprarmi un paio di sandali comodi e bassi.
Andare a Firenze d'estate non  una grande idea. Sopratutto per l'afa, che in certi giorni  talmente pesante da rallentare il respiro. Per fortuna Monia abitava in una zona fuori citt, verde e fresca di alberi.
Silvia, dopo il liceo, era gi andata diverse volte a trovarla dopo il suo trasferimento in Toscana, mentre io non la vedevo dai cosiddetti vecchi tempi. Allora eravamo proprio amiche, noi tre: sempre assieme, stesse storie, stesse cose, stesse esperienze. Erano bei tempi, ma andati.
Monia si era sposata subito dopo il diploma. Ricordo quando quell'anno io e Silvia iniziammo a vederla di meno. Si parlottava di una sua storia con uno, non si sapeva bene chi fosse: uno grande, comunque, si diceva. Poi un giorno Monia, durante l'ora di ricreazione, ci prese da parte e ci disse che era incinta. Quando facemmo l'esame, sotto la gran gonna fiorata gi le si intravvedeva una bella pancia tondetta.
Si era trasferita subito a Firenze, dove Alberto abitava e lavorava. Alberto era davvero uno grande, per noi: capirai, aveva gi trentacinque anni quando si erano conosciuti, e per noi, allora non ancora ventenni, quella era una gran cifra.
Silvia e Monia erano rimaste in contatto per tutti quegli anni, mentre io mi ero allontanata da entrambe, vuoi per l'universit vuoi perch le cose cambiano e le persone anche.
Le colline, il parco attorno alla villa dove Monia e Alberto abitavano, le grandi stanze della casa che ancora vivevano degli oggetti e dei mobili dei nonni dei nonni dei nonni di Alberto.
Suo figlio, Nicol, era ormai un ragazzino. Lei, Monia, per passare il tempo in quella grande e ricca villa, dipingeva. Se non fossi stata sicura della sua et, proprio identica alla mia, avrei detto di trovarmi in un'altra epoca a casa di una vecchia zia. Era come essere in un teleromanzo: la grande villa ottocentesca, il marito che c' e non c', i vecchi genitori di lui che appaiono solo per il pranzo e per la cena, la tata per il bambino, cavalli a dondolo appartenuti a chiss quali avi, trine e merletti, i piccoli quadri di Monia, che sulla veranda stava a dipingere per ore, e per ore taceva, e per ore poi sorrideva, ma sempre con la stessa espressione sul viso.
Mi venne da pensare spesso a Paolo, in quei giorni fiorentini. Pi che altro mi venne da paragonarlo (con terrore) a Monia. O meglio, pensai che in fin dei conti poteva essergli davvero capitato di provare paura della mia e della sua et: paura di avere vent'anni e di doversene sentire almeno dieci di pi, con la netta sensazione di aver saltato a pie'pari tutto un intero periodo di vita.
Cos a Monia era capitato. E osservandola adesso, rinchiusa nei riti quotidiani e maniacali della grande villa con parco, arrivai a pensare che no: non avrei voluto che Paolo diventasse cos, che il suo sorriso fosse andato, millimetro dopo millimetro, a diminuire per poi fossilizzarsi in uno di quei lunghi e impenetrabili sorrisi di Monia.
Non furono comunque, quelli, giorni tristi, e anzi fu bello rivederci, parlare, ricordare, ridere e sorridere tutte e tre di nuovo assieme. Di me, raccontai di Paolo, della torretta a tre piani, della nostra storia che sembrava essere finita quel fine settimana d'inizio estate, per ora in sospeso, chiss si vedr. Silvia e Monia mi ascoltavano parlare, annuivano, facevano domande, mi chiedevano questo e quello. Sembravano capire, certo  che rimasero stupite nel sapere che il mio famoso Paolo non era altro che un pocopicheventenne.
Quindi il viaggio di ritorno con Silvia. Di nuovo nella calura estiva che attanaglia.
Cosa avrei fatto, appena tornata a casa? Avrei salutato mia madre, lasciato le valigie all'entrata, mi sarei buttata sul letto? Poi, sudata, avrei acceso lo stereo, ascoltato i Doors oppure i Cure? Meglio forse i Dire Straits. Fissato il soffitto, sfogliato vecchi album di foto.
S.

C'era ancora un po'di tempo: se mi fossi messa di buzzo buono, per settembre sarei stata a cavallo. Ripresi quindi a riordinare i miei dati e finalmente iniziai a tirare le conclusioni di quella mia ormai straodiata tesi.
Ero pur sempre una razionale, una forte, no? Dovevo pur reagire in qualche modo all'angoscia che ormai mi accompagnava da quel famoso week-end d'inizio estate, finito, se cos si pu dire, in bellezza, nel senso che s: io e Paolo avevamo fatto l'amore, ma era stato cos bello e cos triste da lasciarci, stravolti, abbracciati per ore su quel letto ormai fradicio e sfatto, ognuno un'idea nella testa. La morte del cigno, insomma.
Tornati in citt, ci eravamo salutati con un bacio, poi ognuno aveva aspettato il suo autobus e ognuno era sceso alla propria fermata, diversa da quella dell'altro.
Tra la vacanza in Toscana e gli ultimi ritocchi alla tesi, anche quell'estate era ormai quasi finita. Restavano gli ultimi bagliori del sole di settembre: i migliori della stagione, i meno violenti.
Ormai era tutto pronto: bastava battere la stesura definitiva a macchina, farne fotocopie, portarla a rilegare. Pensai a come sarebbe stato bello poterci lavorare con Paolo nella torretta a tre piani: io avrei dettato dal manoscritto, lui avrebbe impostato margini, scelto caratteri e battuto il mio lavoro al computer. Del resto la mia tesi era stata la causa del nostro incontro, e poterla finirla con lui sarebbe stato come dar conferma alla nostra storia.
Ci pensai, in verit: sarebbe stato un modo per rivederlo, una scusa stupida forse, ma se solo avessi avuto il coraggio di presentarmi a casa sua e chiedergli il computer in prestito, avrei potuto vederlo, sapere come stava, e chiss e chiss.
No, non volevo fare il primo passo: adesso ne ero sicura: non ero io il problema di Paolo: era Paolo a veder problemi dove non ce ne erano. Ero pur sempre una razionale, no? E, razionalmente, avevo deciso che doveva essere lui a capire per quale motivo viveva cos male la nostra storia, perch accusava la mia spontaneit come si trattasse di una congettura contro il suo personale vivere.
Mi chiedevo anche, del resto, cosa avrei fatto se fosse venuto lui a cercarmi: in realt non facevo che sperarci e fantasticarci sopra. Mi venivano in mente immagini strappalacrime da fotoromanzo, oppure scene stoiche, da duri. Comunque sia, anche se in realt non aspettavo altro, ero disgustata all'idea di essere nella parte di quella che resta momentaneamente parcheggiata, in attesa di una decisione altrui.
E poi, se Paolo, telefonicamente o personalmente, si fosse fatto vivo, non era detto che lo avrebbe fatto per scusarsi, dire Ho capito tutto, Che ne dici di ricominciare, o cose del genere. Magari invece, se si fosse fatto vivo, sarebbe stato per chiedermi indietro i libri che mi erano rimasti in prestito, o per informarmi si sarebbe tenuta una tavola rotonda che lui, gentilmente, riteneva interessante per gli sviluppi della mia tesi. Oppure (peggio che peggio) per sistemare definitivamente la faccenda, dicendo: Ci ho pensato bene: la libert prima di tutto: sono troppo giovane per te:  meglio per tutti e due. Questo sarebbe stato il caso peggiore, quello che temevo accadesse.
Cos portai la tesi in una copisteria e l'affidai per la battitura e per la rilegatura a una signorina seria e compita che nel giro di pochi giorni mi present conto e lavoro.
Al: fatta. Adesso non mi restavano che pochi giorni e sarei automaticamente diventata anch'io come tanti altri, una laureata. Trascorsi quegli ultimi giorni di sole abbastanza tranquillamente, tra letture e riletture, cercando di star calma, rilassarmi, alleggerirmi la testa per arrivare al giorno fatidico il pi concentrata possibile.
Poi quel giorno venne. In bocca al lupo Marta, mi augur Silvia per telefono quella mattina. Era per le undici. Prima di me altri tre studenti, che conoscevo giusto perch avevano frequentato con me qualche lezione, ma che quella mattina si comportarono (ma solo per via della tensione nervosa) come fossimo amici di vecchia data, con baci sulle guance e gran pacche sulle spalle.
Quando fu il mio turno, feci bene e presto. Mentre andavo avanti nell'esposizione, mi accorsi che il mio professore annuiva sorridendo. Evidentemente era soddisfatto del mio lavoro pi di quanto mi aveva dato a vedere durante tutta la stesura della tesi, e questo forse perch era arrivato al punto da credere che la mia fosse una farsa infinitamente dilatata nel tempo che non avrebbe mai visto la conclusione.
Invece finalmente uscii, tra i pi sentiti complimenti e calorose strette di mano, e fu come togliersi di dosso qualcosa di molto ma di molto pesante: un peso che grava talmente sulle braccia da farle tremare, adesso che da quel peso ci si  finalmente liberati.
Cos, tremante, le mie cose sottobraccio, la borsa a tracolla, uscii. La vista appannata, gli occhi sgranati, credo. Un'espressione ebete sulla faccia, insomma.
 stato scendendo lo scalone, appena al secondo gradino ( quasi superfluo dirlo, praticamente scontato) che vidi Paolo.
Se ne stava dall'altro lato della strada (una stradina stretta del centro, senza marciapiede, le auto che passano rasente i muri in un gran viavai rumoroso) con il suo solito sorriso, le mani affondate nelle tasche dei jeans.
Sorrideva adesso, Paolo. Ed era come vederlo per la prima volta, quel sorriso: il sorriso di un sentimentale, il sorriso malinconico e distaccato di chi ha stampato in faccia che il mondo  bello malgrado tutto, che sono in pace con me stesso e quindi con l'umanit intera. Era senza ombra di dubbio il suo solito sorriso, che adesso mi sembrava nuovo e che eppure avevo conosciuto cos bene.
Fu questione di un attimo (il solito attimo, perdio!), e con la stessa faccia ebete con la quale avevo iniziato a scendere quei primi due gradini, continuai a scendere il resto dei dieci che portano in strada.
Un attimo, certo, ma una bufera di pensieri e domande mi ronzavano in testa. Che faccio? Faccio finta di non averlo visto e volto l'angolo? Che faccio? Sorrido e vado a salutarlo come niente fosse? Salutarlo s: ma come? Quale bacio?
Dio mio: com'era bello! Forse pi di come me lo ricordavo, adesso che era passato del tempo dal nostro ultimo incontro. Se non l'avessi gi conosciuto, quello sarebbe stato sicuramente un colpo di fulmine.
Ecco, questo sarebbe potuto accadere: trentenne appena fresca di laurea, ventenne con diploma magistrale, occupato, bella presenza. Lei scende le scale dell'universit, lui sta passando giusto l davanti per un qualsiasi caso fortuito. Lei  al secondo gradino, lo vede. Lui, chiss perch, si volta proprio nel momento in cui lei lo guarda. Sguardo intenso tra i due. Inquadratura sul viso di lei che guarda lui. Inquadratura sul viso di lui che guarda lei. Lei, dopo un attimo di esitazione, riprende a scendere le scale. Lui, attratto magneticamente come da una folgorazione improvvisa, attraversa la strada, incurante delle auto che passano. Ora sono uno di fronte all'altra appena sotto l'ultimo gradino. Continuano a guardarsi negli occhi. Ecco: il dardo  partito e il colpo  andato a segno: i due inizieranno ad amarsi, anzi hanno gi iniziato. La loro sar la pi grande e travolgente storia d'amore della storia dell'umanit. The end.
Che faccio, sorrido oppure continuo a mantenere quest'espressione ebete? Che faccio, tremo?  la tensione nervosa per la tesi, si tratta solo di tensione nervosa. Perch  qui? La sua innata gentilezza d'animo, i suoi modi comunque cortesi? Oppure ha intenzione di continuare questa nostra storia? Se  qui per questo,  consapevole del fatto che cos facendo accetter la mia presenza nella sua vita quotidiana, permetter che questa venga in qualche modo stravolta da noi due?
Un attimo o poco pi. Qualche secondo, forse meno di dieci. Come devo comportarmi? Allora, ricapitoliamo: se gli cado fra le braccia  come se avessi accettato di esser lasciata in parcheggio per tutto questo tempo ad aspettare che fosse lui a decidere per me; se invece faccio la dura, rischio di rovinare tutto quello che potrebbe essere e che per colpa mia non sar. Quindi?
Attimi, quelli, in cui tutto si gioca, in bene o in male. Che fanno soffrire, ma che ( una questione di masochismo o di estrema tenerezza?) vorresti non finissero mai, si dilatassero nel tempo e nello spazio. E non solo perch ti  difficile prendere decisioni o hai paura di quello che dopo potr accadere, ma anche perch talmente intensi da travolgerti completamente, dalla punta dei capelli fino alle unghie dei piedi.
Paolo attraversa la strada, io sono all'ultimo gradino. Un altro passo e sono di fronte a lui. Ma non mi sono accorta che, in aggiunta all'espressione ebete con la quale sono uscita dall'universit, sulla mia faccia sono adesso colate due lacrime.
Ecco:  bastato il tempo che si impiega a scendere quei pochi gradini (pochi attimi, quindi) e tutto si  deciso da solo. FANCULO LA RAZIONALIT, allora! Tutti i miei buoni propositi, i miei cheffaccio chennonfaccio, dove sono andati a finire, se non mi sono nemmeno accorta che mi son colate gi due lacrime? Il corpo che si ribella, ecco che cos'! Quelle lacrime che hanno deciso di venir gi senza che io le volessi: dov' andato allora il cervello? Che razza di comandi ha sparato gi, questo stronzo? Piangere, dovevo: piangere!
Della serie Una lacrima sul viso e ho capito molte cose, Paolo mi sta di fronte e con l'indice spazza via prima una, poi l'altra lacrima.
Sono stanca, riesco a dire, probabilmente con un filo di voce. Chiss di che cosa, penso. Di tutto, certamente: di tutto il tempo speso dietro a questa tesi, di tutto il tempo passato ad aspettare di rivedere Paolo, di tutto il tempo che ho impiegato a cercare di capire e di capirci.
Mi lascio andare sulla sua spalla. Lui mi abbraccia forte. Forse piango, o non lo so.
 quasi autunno, dice Paolo.
Gi, faccio io, soffocata tra i suoi capelli.
Un attimo ancora: un altro attimo, per favore! Sentire di nuovo il suo odore, con il naso toccargli la pelle liscia del collo, sotto l'orecchio.
E della tesi? chiedo. Della tesi non mi chiedi niente?
Bene, vero? fa lui, ancora stringendomi forte (chiss se ha gli occhi chiusi, umidi come i miei).
Certo, benissimo, dico soffocando la frase in una risatina mezz'isterica.
Certo, dice lui con un tono strafottente, Sei una forte.
Ma va l, dico io, Lascia perdere.
Mi sciolgo da quell'abbraccio, ma il suo odore mi rimane addosso, lo sento ancora. Guarda qua, faccio poi indicando la mia faccia che immagino stravolta, con lacrime, goccia al naso e tutto il resto. Ti pare la faccia di una forte, questa? chiedo.
Come no, dice lui. Pi forte di cos!
E adesso, della serie Riusciranno i nostri eroi, che faranno i due? S'incammineranno verso il centro tenendosi per mano, in direzione torretta a tre piani? Oppure: primo piano sui due che, ancora davanti all'universit, mentre studenti professori passanti li guardano di sottecchi, si baciano appassionatamente e si giurano eterno amore? Oppure, finale ragionevole: sorridendo iniziano a parlare, a spiegare, scusarsi l'un l'altro, e sempre parlando e sorridendo si allontanano e appena arrivati al primo vicolo, lei spalle al muro, si baciano? Allora, come volete finisca (o meglio riprenda) la storia?
Comunque sia, ormai era davvero quasi autunno, e le foglie dai viali stavano andando ad ammucchiarsi un po'dappertutto. Camminandoci sopra, ne usciva un gran scricchiolio.

Sembra di essere dentro un sacchetto di patatine, diceva Paolo. Che assurdit, diceva Marta. Perch? chiedeva lui. Perch non si pu camminare dentro un sacchetto di patatine, spiegava Marta. Perch no? chiedeva allora Paolo. Perch dovrebbe trattarsi di un sacchetto enorme, diceva Marta. Oppure noi molto piccoli, continuava Paolo.
Quell'autunno trascorse molto velocemente. Poi venne di nuovo l'inverno.

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