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MICHELANGELO BUONARROTI IL GIOVANE.

LA TANCIA.

SERENISSIMA GRANDUCHESSA
Io potrei credere che la Tancia, semplice, e rustica donzella usasse molto di temerit in ardire di comparire al cospetto di V. A. S. se pi anni sono ella non fusse stata inanimita, e protetta talmente dalle Serenissime Gran Duchesse Christiana, e Maria Maddalena Arciduchessa, che non isdegnaron farla veder in Teatro pubblico: e se eziamdio  non si potesse sperare, che si come la singular bont, e umanit di V. A. costuma di gradire, e di accorre con particolar cortesia quelle donzelle , che  fiori,  vero primizie le recano, cos non fosse per isdegnare la festa, e 'l riso che questa incolta villanella par che n'apporti nel suo inartificioso parlare. Non sar n io ancora peravventura accusato di temerit, mentre io (che per opera delle stampe, e di questa mia dedicazione, la conduco alla Real presenza di V. A.) vengo ad esprimer quella divozione, che a natural servitore, quantunque inutile, si richiede: eccitando intanto nella magnanima mente di V. A. occasion di esercitare la sua infinita benignit. Ma perche io s che nell'introdurre al cospetto de'Principi alcuna persona conviene per molti rispetti esprimerne i nomi, e le condizioni ad essa attinenti, quello che fin'a ora, tutte quelle volte che la commedia della Tancia fu data alla stampa, si tralasci, si produce al presente; cio il nome dell'autore, che fu il Signor Michelagnolo Buonarroti, Il quale mentre vive non par che a m sia lecito imaginare, e descriver qui allegoria alcuna intorno a niuna scena di una tal Favola, avvenga che non di rado sotto l'imagine di un suggetto umile si racchiudano sentenziosi sentimenti, si come par cosa manifesta della Bucolica di Vergilio, e d'altre. Et a V. A. S. umilissimamente inchinandomi, prego a quella da Dio ogni maggior felicit.
In Firenze gli 16. Agosto 1638.
Di V. A. S.
Umilissimo servo
Gio: Batista Landini.



Persone della Favola.

Fesola   		Prologo
Cecco.
Ciapino.		villani
Pietro Cittadino.
La Tancia.
La Cosa. 		villanelle
Mona Antonia.
La Tina.		villane
Fabio Cittadino.
Giannino villanello.
Il Berna.
Giovanni.		villani vecchi.
Il Pancia servidore del zio di Pietro.


FESOLA PROLOGO.

Se 'l crin di stelle inghirlandato, e 'l manto
Sparso di lune, se la verga aurata
Oggi non mi palesa,  perche tanto
Vissuta sono a gli occhi altrui celata.
Ma chiara esser vi dee la fama, e 'l vanto
Del mio nome: io son pur Fesola Fata,
Quella da cui Fiesole ancor si dice
Quest'alma villa, gi Citt felice.
Cos la disse il mio gran padre Atlante,
	Atlante che col dorso il mondo estolle,
	Allor che d'alte mura, e leggi sante
	Illustre rese il fortunato colle;
	Perche sendol'io cara sovra quante
	Haveva figlie, m fra tutte ei volle
	Altamente onorar di questa gloria,
	Eternando cos la mia memoria.
Regnai beata entro la nobil terra,
	Nido de'Toschi ancor si gloriosi,
	Finch de'Fiorentin l'invida guerra
	Con lei distrusse i figli suoi famosi.
	Allor con l'altre Fate anch'io sotterra
	Entro l'oscura buca mi nascosi,
	Per pianger quivi il mio scempio fatale,
N pi veder l'inreparabil male.
Pensato avea di mai non uscir fuora,
	Per non veder delle mie spoglie altera
	Laggi sull'Arno insuperbirsi Flora,
	E lieta festeggiarne ogni riviera;
	Ma perche Fata io son, vidi pur'ora
	Nel benigno rotar d'amica sfera,
	Che sotto i rai delle Medicee stelle
	Dovean le rive mie rifarsi belle.
E presaga che questa piaggia amena
	Oggi vostro splendor dovea far chiara,
O miei Gran Duci COSMO, e MADDALENA,
O coppia di valor inclita, e rara,
Son venuta alla dolce aura serena
Di quel favor ch'ogn'animo rischiara,
Per inchinare, e riverir'umile
L'alta mia Donna, e 'l mio Signor gentile.
E perche la virt che ci mi mostra,
Egualmente mi fa veder ch'Amore,
Per far dell'arte sua piacevol mostra
A voi ch'amate di si degno ardore,
Per questa di bei colli ombrosa chiostra
Ferira dolcemente pi d'un quore;
Vengo a gioir con voi delle parole,
E de'sospir di chi d'Amor si duole.
D'una favola nuova il nuovo gioco
Ascoltar vi sar soave, e grato:
Dian l'auree scene, dia 'l coturno loco
Ad umil selva, a rustico apparato.
Quel magnanimo quor s'inchini un poco,
Dall'ali del desio di gloria alzato:
E i profondi pensier de'vostri petti
Giovi rasserenar con tai diletti.



ATTO PRIMO.

SCENA PRIMA.
Cecco, e Ciapino.

Cec. Ascoltami Ciapino, a dirti 'l vero
tu fresti 'l meglio a non te ne 'mpacciare.
F a m d'un pazzo, levane 'l pensiero,
E attendi 'l podere a lagorare.
Tu hai gi speso un'anno intero intero
Per voler questa rapa confettare,
E ti becchi 'l cervello, e dico, e sollo,
Che costei ti far rompere 'l collo.
Non vedi t com'ell' stiticuzza,
	Fantastica, incagnata, e permalosa?
Ciap. 	Eh quando l'appetito a un s'aguzza,
	Non val a dir che la carne  tigliosa.
	Cecco 'l morbo d'amor tanto m'appuzza,
	Che 'l guarirne sar difficil cosa.
	Cecco i mi muoio, e vonne a maravalle:
	I ho 'l nodo al collo, e 'l boia in s le spalle.
Cec. St dicessi davver, t la lasceresti,
	N le staresti a fiutar pi d'attorno.
	Ciapin se questa via troppo calpesti,
	T non ti rinverrai a suon di corno.
	Chi 'n sul pero d'amor vuol far de nesti,
	Vede le frutte via di giorno in giorno,
Ma s'oggi son bugiarde, e zuccherine,
Saran doman cotognole, e sorbine.
Ciap. Io son troppo rinvolto nel paniaccio,
n mi s cos presto sviluppare.
Cec.   	Che ti venga 'l parletico in un braccio,
Cavatela dal quor col non l'amare.
Ciap. 	S'io sapessi far testo fuor d'impaccio
Sarei, n t m'haresti a rampognare.
Cec.	Se n 'l sai va lo 'mpara.  Ciap. E chi lo insegna?
Cec.	E'si suole insegnar a suon di legna.
Ciap. A suon di legna? Che con le tabelle
	Forse in qualche m Amor s'usa incantarlo?
Cec.	Col darti del bastone in su la pelle
	Mi dare'l quor d'addossoti cavarlo:
	Io farei un sonar di manganelle,
	Che n'uscire'se t v'avessi'l tarlo.
Ciap.	Hai tu miglior ricetta d'un'altr'erba?
Cec.	Non io.  Ciap. Cotesta a te s te ne serba.
Ma t sei sempre mai su le billere,
	E i mi sento sfanfanar d'Amore,
	Tu ti pigli la Berta per piacere,
	E pi ribobol hai ch'un ciurmadore.
	Non mi star pi s per le tentafere,
	Aiuta trarmi 'l diascolo del quore;
	E fammi, se tu puoi, qualche servizio
	Nanzi che'l prete m'habbia a dir l'ufizio.
Cec. O che vuoi tu da me: che poss'io farti?
Ciap. 	Tu mi po'atar, se t vuo, con costei.
Cec. 	Quand'io potessi in ogni modo atarti,
	In fine, in fine che vuo tu da lei?
Ciap.	Che tu le dica ch'io sono in duo parti
	Doviso su dal capo infino a'piei,
	E ch'io son mezzo suo, e mezzo mio;
	Ma quel pezzo ov''l quore a lei mand'io.
Cec. Vuo ch'ella faccia di te del prosciutto?
	Il porco si sal gi  un pezzo.
Ciap.	Si vede ben, che tu se'un Margutto,
	Rimarro'n ogni m cos d'un pezzo;
	E ben ch'io sia doviso i'sar tutto.
	E'mi par che co'dami non sij avvezzo.
	Non sai ch'Amor quand'entra in un cervello,
	Insegna sempre qualcosa di bello?
Cec. B s, tu sa'di lettera Ciapino,
	Tu ne sa'pi che 'l Notaio del Vicario.
	E'par che tu sij nato cittadino,
	E intenda le leggende, e 'l calendario:
	Pensa che cosa  saper di latino,
	E saper dicifrar bene il lunario,
	E intender del messo le richieste,
	E far con l'oste il conto delle preste.
Ciap. Lasciamo andar or questi ghiribizzi,
	M'importa pi la Tancia ch'ogni cosa.
Cec.	Che diavol hai? e'par che tu t'aggrizzi,
	Tu ha'fatt'una faccia pricolosa.
Ciap. 	E'par n'un certo mo che'l cuor mi sfrizzi,
	Come chi mangia cipolla acetosa.
	Deh pensa a farmi presto qualche bene;
	Cecco, i colpi d'Amor son male pene.
Tu che se'suo vicino, e insieme seco
	Bazzichi spesso, e se'del parentado,
Che la Bita tua zia moglie  di Beco
Suo cugin, che si chiama Caporado,
Deh cos di soppiatto a teco meco
Dille ch'io son caduto in un mal guado,
e che se presto ella non mi ripesca,
non sia possibol mai che vivo io n'esca.
Cec. O tu mi fresti fare un lagorio,
Ti so dir'io, da non se ne'impacciare.
Ciap. Perche no'l vuoi tu fare? Cec. Addio addio,
Ch'oggi teco i non vo mal capitare.
Ciap. Main. Cec. Mais. Ciap. Deh vien qua Cecco mio.
Cec. No no, che tu mi fresti mazzicare.
Ciap. O perche? l' fanciulla, e i'h a tor moglie.
Cec. Ciapin tu rimarrai fuor delle soglie.
Ciap. Perche mi ti fai tu si scorrubbioso?
Cec. Quest'orzo non  fatto pe'tuo'denti:
Ell'h un'altro di te pi bel moroso,
E sai, che'la cavr forse di stenti.
Ciap. O ecc'egli huom si poco rispettoso,
Che me la voglia tor? Cec. Non so, tu senti.
Ciap. Chi diacin  costui, che me la imbola?
Cec. Un che ti fra venir la cacaiuola.
Ciap. Dimmel se vuoi, deh non mi dar pi fune,
Tu mi stravolgi 'l quor com'un balestro.
Cec. Tanto dir, che tu dirai, non piune,
Che d'erba amara t'empier'l canestro.
Ciap. Dillo, che tu arrabbi. Cec. Il dico, orsune.
Gli  un che va vestito di cilestro.
Ciap. O tu mi fai venire il battiquore.
Cec. A dirti il vero, egli  Pietro Belfiore.
Ciap. L'oste di Ton di Drea? Cec. Cotesto si.
Ciap. O sgraziato Ciapin; che mi di tu?
Cec. Dissit'io che tu haresti oggi un mal di?
Ciap. Mi veggo rovinar gi colaggi.
Un cittadin la Tancia? ol, tol.
Cec. Non bisogna pensarci troppo s.
Ciap. E che vuo'tu ch'io faccia? egli  impossibole,
Che di tal bastonata io non mi tribole.
Cec. Per lasciala andar al brulicame,
N volerti intrigar la fantasia.
Ciap. Ehim Cecco il fatto delle dame
Chi non lo prova il crede una bugia.
Cec. Basta, che se di questa tu hai fame,
Tu ti morrai digiuno sal mi sia.
Ciap. Con questa nuova tua tu m'hai diserto.
Ma dimmel Cecco, salo tu di certo?
Cec. Ell' piuvvica infamia, e io lo seppi
Cre'che sia gi un mese amman ammano;
Ch'io er'andato a portar certi ceppi
Un di di sciopro al sere a Settignano:
Io giunsi gi da Mensola in que'greppi
Due che ne cicalavan di soppiano,
E io m'accostai lor cos di dreto,
E intesi allotta dir questo sagreto.
Ciap. O come pu egli esser che fin'ora
Io non habbia saputo nulla mai?
Cec. Se tu sei stato due mesi di fuora,
Che miracol' ei se tu nol sai?
Ciap. Fui comandato a Livorno in malora
Per venti d, ma mi tennon pi assai.
Cec. Omb, nel tempo, che tu vi se'stato
Ci s' scoperto questo innamorato.
Ciap. O va un p a Livorno, e 'l fosso vota,
Lagora l per opra,  piglia in sommo
Per toccar or nel capo questa piota,
Che mi sgomini tutto a imo a sommo.
Cec. Il mal' poi ch'ella non  carota.
Beccati su Ciapin questo sommommo.
Ciap. Mi sento un certo che, che mi rattarpa.
Cec. T'ho fitto in corpo oggi una mala ciarpa.
Ciap. Ell' si mala, ch'io ne cre'crepare
Nanzi ch'io pensi d'averla ingoiata.
Ma dimmi, hai'l tu mai visto vagheggiare?
Cec. Quand'e'si fece un d la scappanata
In pianmugnone il vidi stralunare,
E sentij che'diceva, ella mi guata,
A un certo cittadin ch'io cre'dottore,
Perche tutti ballaron da lui 'nfuore.
Ciap. Guataval'ella in fine? Cec. Io non m'arristio
A dir di si, ch'io non lo veddi bene:
L'h ben un occhio com'un basilistio
Che qu, e l si volta, e v, e viene.
S'ella favella, ella par proprio un fistio,
Che chiami a una festa chiunque v'ene.
Ciap. O, se tu non sa'altro io sono in piede,
Se tu m'aiuti come si richiede.
Cec. Tu sai che mai non ti disdissi nulla,
E se bene i ci veggo del travaglio,
Io ti v percurar questa fanciulla,
Ma voglia Dio la non mi sappia d'aglio;
Io temo non entrar n'una maciulla
Ch'abbia il colt di troppo sottil taglio.
Ciap. S Cecco allegramente, i't'imprometto.
Cec. E che? Ciap. Da darti aiuto a ogni stretto.
Cec. Lo credo, a pricolar mi dara'aiuto.
Ciap. Basta, f pur qualcosa oggi di buono.
Cec. I ci far quel che sar dovuto,
Ma non vuo'tu mandarle qualche dono?
Ciap. Si, queste due roselline, ch'io fiuto.
Cec. Ti s dir io tu le dara'l perdono.
Uno scheggiale, un chiavaquore, un vezzo
Sarebbe'l fatto, o qualcosa di prezzo.
Ma un bel fior s' lei tu vuoi mandallo,
Sarebbe un Moscon greco, un Aglio criso,
Mandale un Tolilpane  rosso,  giallo,
Un Nonnannome, un Vinciglio, un Narciso.
Ciap. Tu mi par diventato un pappagallo.
Questi nomi a gettarli a un can nel viso,
E haver a sorte qualche mazza in mano,
Lo faresti fuggir fino a Maiano.
Io non ho queste cose ora di punta,
Queste tu le darai per gentilezza.
Dille che col suo spillo amor m'appunta,
Lo spillo  d'oro, e  la sua bellezza.
E s'ella a Ciapin vuol farsi congiunta,
Io le imprometto fare ogni carezza,
E tutto quel ch'ho in casa, e'n sul podere
Sar col suo Ciapino al suo piacere.
Cec. Queste parole io gliele dir io,
Perche tu vuoi ch'io meni un parentorio:
Perch'altrimenti non sre'l fatto mio;
Che dell'onore anch'io, vedi, mi borio.
Ciap. Io 'l s, non mi far'ora il ripitio.
Or si che di dolcezza i mi gallorio.
Cec. I me la coggo. Ciap. Va che Dio ti dia
Sempre 'l buon anno, e alla Tancia mia.


SCENA II.
Ciapino solo.

Ciap. O se Cecco sapesse ciarlar tanto,
Ch'e'mi potesse costei sibillare,
E la facesse venire allo 'ncanto,
Ch'a suo dispetto ella m'havesse a amare,
A fe de'dieri i non hare'pi 'l ranto,
E mi parrebbe di risucitare.
O Cecco Cecco, i ti vo dar la mancia,
S'un d tu mi fai sposo della Tancia.


SCENA III.
Pietro solo.

Piet. Oltre qui h per uso in su quest'otta
Venir la Tancia a far l'erba all'armento:
Mi vo porre a seder su questa grotta,
Dove ci tira sempre un po di vento:
Forse ch'ella potrebbe questa dotta,
S'ella ci vien, lasciarmi pi contento:
E mentre ch'io l'aspetto io voglio intanto
Passarmi 'l tempo, e trastullar col canto.
Ma forse io canter stanza,  canzone
Del Tasso, del Furioso,  del Petrarca?
N ch'io non canterei della cagione
Com'Amor nel suo pelago m'imbarca,
Musa, deh dammi tu qualche invenzione
Di quelle di che gi nun fusti parca,
Quando la sera doppo l'oste a'marmi
Soleva all'improvviso cimentarmi.

CANTATA.
Io che gi libero, e sciolto
Corsi i d di giovanezza,
Senza fren, senza cavezza
Resto a'lacci d'Amor colto.
Gi d'Amor fuggendo l'arte,
Per le bische, e pe'raddotti
Mi vegliai intere le notti
Sin'a d tra dadi, e carte.
E giocando fatto 'l collo
Mi fu spesso, e messo in mezzo
Ben fui si ch'io andai al rezzo,
E diei gi l'ultimo crollo.
Sol signor di quattro zolle,
Traversal fidecommesso,
Mi rimasi, e stommi adesso
Per le ville al secco, e al molle.
Ma pur che la Tancia m'ami,
Vadia mal la mia grillaia,
Tolga 'l vento il gran su l'aia,
e l'ulive di'n su rami,
Che se'l ciuffo, e 'l collaretto
Dispregiai di cittadina,
Piacem'or di contadina
Una rete, e un fazzoletto.
Se di gemme ornato 'l crine
Non curai di donna bella,
Amon un di nipitella
Ghirlandato, e roselline.
Tancia mia, deh vieni  Tancia,
Vieni, e passa, e fa du inchini,
E i vermigli ballerini
Scopri a me della tua guancia,
E se forse mia querela
Tra le frondi ascolti intenta,
Esci fuor pria che sia spenta
Del mio viver la candela.
				Fine del cantar di Pietro.
L'ora trapassa, e pur non vien costei,
N altrove me che qui posso incontrarla,
Perche s'io son veduto dove lei,
Sempre ognun mi pon mente, e ognun ciarla
Si ch'io non posso fare i fatti miei,
E son forzato pur di seguitarla,
Se bene il zio me ne riprende, e sgrida,
E par ch'ognun di me si burli, e rida.
Ma chi si sente stringer col randello
Del destino, e del cielo a far qualcosa,
Che non paia cos star a martello,
E che le genti tengan vergognosa,
Faccia se sa per disciorsi da quello,
Gli  un voler notar n'una ritrosa,
Conosco l'error mio, n so negarlo,
Ma posso dir d'esser costretto a farlo.


SCENA IV.
La Tancia, e Pietro.

La Tancia cantando sola.
E S'io son bella, io son bella per mene,
n mi curo d'haver de'gaveggini.
Piet. Certo ch'io l'odo qua venir cantando,
E tutto quanto ella mi riconsola.
La Tancia cantando sola.
E non mi curo gnun mi voglia bene,
N manco v ch'altri mi faccia inchini.
Piet. Questo  'l cantar, vadia ogni zolfa 'n bando,
E 'l trillo, e 'l brillo, e 'l dimenar di gola.
La Tancia cantando sola.
Agnun non v prometter la mia fene,
Se ben mi voglion ben de'cittadini.
Piet. Senti com'ella va la voce alzando,
E'se n'intende almen qualche parola.
La Tancia cantando sola.
Ch'i h sentito dir che gli amadori.
Son poi alle fanciulle traditori.
Piet. Questi intermedi, e queste lor cocchiate,
	Che non s'intendon, mi paion orsate.
Ma poi ch'io veggo ch'ella viene in qu,
	N par ch'ella s'accorga ch'io ci sia,
Mentre ch'a suo piacer cantando v,
Gli  bene, acci che noia io non le dia,
Che tra le frasche io mi ritiri l,
E finche dura a cantar io vi stia,
Poi cerchi uscendo fuor, col lusingarla,
S'egli  possibil d'addomesticarla.
La Tancia cantando sola.
Ma s'un che me ne piace haver credessi,
E ch'io pensassi di parergli bella,
E'potrebb'esser ch'io mi risolvessi
A ber'anch'io d'Amore alla scodella.
Gli h i pi beg'occhi che mai si vedessi,
Gli h quella bocca che par'una stella.
Gli  mansovieto, dabben, e binigno,
Non  come qualcun bizzoco, e arcigno.
Piet. P fare il cielo, com'ella st 'n tuono,
Come le voci ella sa ben portare?
Ma que'rispetti detti a mente sono,
credo havergliene uditi gi cantare.
S'ella gl'improvissasse per di buono,
Com'elle soglion co'lor dami fare,
A questo m l'harebbe paglia in becco,
E i murerei la mia fabbrica a secco.
La Tancia cantando fuori.
Quel che si sia l'Amore io nol s bene,
E non s s'io sono innamorata,
Ma gli ver che c' un ch'io gli v bene,
E sento un gran piacer quand'e'mi guata,
E 'l sento pi quand'e's'appressa a mene,
E pel contradio, poiche'm'ha lasciata,
Par che'mi lasci un nidio senza l'uova.
Che cos' Amor? Ditelmi un p ch'il prova.
Fine del cantar della Tancia.
Ma or ch'io ho colta un'insalata bella,
S'io riscontrassi a sorta il mio sprendore,
Io gnene vorre'dare una giomella,
S'io l'annuso, uh l'h pure il buon'olore.
C' della Menta, della Nipitella,
Della Borrana, che rallegra 'l quore,
Quest'Acetosa, ch' si grata al dente,
Lui, ch' tutto sapor, par propriamente.
Io non credo, che mai per San Giovanni,
Ch' Firenze si f la processione,
Quand'ognun v a caval con que'be'panni,
Innanzi al Duca vadia un tal garzone.
O guarda un po s' lui Ciapin,  Nanni
Si pu agguagliare,  Sabatino,  Mone.
Quel visaggio, quel dosso, quella cera,
Quel parlar, quell'andar, quella luchera.
Piet. Chi sa? chi sa? forse ch'oggi non sono
Venuto qui a sproposito a aspettare;
Che pi dell'ordinario mi par buono
Pe'fatti miei questo suo ragionare.
Che s'io n'h inteso per l'appunto il suono,
Par ch'ella voglia al fin significare,
Ch'io sia quell'io a chi la porta amore;
Quelle parole m'hanno tocco il quore.
Se ben la dice di non mi volere,
E st ritrosa, chi sa poi, che questa
Fanciulla non lo faccia per vedere
Se nell'amarla io son fermo di testa?
Le donne son astute, e san parere
Di fuor n'un modo, a dentro  chi la pesta:
Et  impossibil chi dura a amarle
A qualche p d'amor non isvoltarle.
La T. Ohim ch'egli  qua quel cittadino,
Che mai mai non mi lascia pigliar sosta,
O mamma,  babbo mio,  fratellino,
Ohim pover'a me se mi s'accosta.
Piet. Non fuggir, non  temer angiol divino.
La T. Uh, par che'venga per rubarmi apposta.
Piet. Il mio sperar h hauto un poco fiato:
Gli  morto appunto, ch'egli  appena nato.
Non mi par altrimenti d'esser quello
A chi ella pareva voler bene.
Ella m'haveva dipinto a pennello,
Ma 'l color fu a guazzo, che non tiene.
Animo in ogni modo. O viso bello,
Che fai tu sola? La T. Che dite voi, chene?
Piet. Io dico che sarebbe otta oramai
Di non mi fuggir pi, come tu fai.
E dico Tancia mia, che tu h'l torto
A essermi crudele in questo modo.
La T. Che vi fo io? Piet. O tu mi guardi torto,
O tu non vuoi vedermi, e sempre t'odo
Proverbiarmi; e non ho maggior conforto
Ch'udirti, e di vederti sol io godo:
E dico che tu sei sempre pi bella,
E mi pari una ninfa,  una stella.
La T. E io non son la sninfia, io son figliuola
Di mona Lisa, e di mio p Giovanni.
Ma lasciatem'andar ch'io son qui sola,
E anche h a ir al fossato co'panni.
Piet. Non ti partir; ascolta una parola
Di grazia. La T. Orsu cavatemi d'affanni,
Che mi par di star qui a un gran risco.
Piet. Non vedi tu com'io per te languisco?
La T. O che vuol dir languisco? dell'anguille?
Piet. N, vuol dir moro. La T. Un moro bianco,  nero?
Piet. E n i'mi disfo a stille a stille,
I'mi consumo, i'mi distruggo, i'pero.
La T. Vo mi sonate in capo certe squille,
O che vien a dir pero? forse un pero?
Un pero, un moro, e dell'anguille attorno,
Le saran serpi, addio. Dio vi dia 'l giorno.
Piet.  Non ti partir si presto, odimi ascolta,
Ch'io parler, che tu m'intenderai.
Torna di qua, che 'n quella macchia folta
Fra tanti pruni tu ti pugnerai.


SCENA V.
Pietro solo.

Ella mi s' con tanta furia tolta,
Che'par ch'ella  non m'habbia visto mai,
Par che le mie parole siano state
Per farla fuggir via quasi incantate.
Quand'io mi metto seco a favellare,
Par ch'amor mi costringa a scer parole
Appunto apposta per farnela andare;
Che 'l dir a lei mio cor, mio ben, mio sole,
Io moro  un volerla avviluppare.
Ma e'mi vien sempre detto, il diavol vuole,
Perche non m'intendendo pigli il volo,
E io rimanga in asso un bel fagiuolo.
Ma 'l non m'intender sarebbe un piacere.
Il mal' ch'ella non vuol pur udirmi.
E spesse volte per non mi vedere
H per usanza cos di fuggirmi.
Or finalmente s'io la voglio havere,
Voglio ora mai a'suoi pi chiaro aprirmi;
Infino a ora i'n'h gettat'i motti,
Gli ha fatto il sordo, e sono stati chiotti.
Suo padre non puo creder ch'io la voglia,
E impossibil gli par ch'io l'addomandi,
E pensa ch'io, per cavarmi una voglia,
Finga volerla, e poi glie la rimandi:
Ci non fare'io mai; Iddio lo toglia,
Che questi son peccati troppo grandi.
Lo v stringer or or tra l'uscio, e il muro,
E v d'haverla mettermi in sicuro.
In qualche modo i'v venir a'ferri;
Non  pi tempo di star a vedere,
Non v che quel Ciapin per s l'afferri,
E mi sian guaste l'uova nel paniere.
E se questo, e se quel dir ch'i'erri,
Dica chi vuole, un tratto io v godere,
Far per ora orecchi da mercante.
Almanco almanco i'non piglio una fante.
				Fine dell'Atto primo.

Intermedio de'frugnolatori
cantato e ballato.
Su compagni quatti quatti,
Chi di qu,
Chi di l
Per la selva ognun s'adatti,
Frugnolando
Ramatando,
grossa preda riportando.
Guata guata quanti tordi,
Guata guata quante merle,
Ch' vederle,
Gi di lor ci fanno ingordi.
O che belle stidionate,
Se da noi son ramatate.
Vedi v que'petti bianchi,
Come par che bene aspettino,
N sospettino
Sonnacchiosi, grulli e stanchi.
Fate pur che 'l frugnuol arda,
La ramata stia gagliarda.
Del frugnuol s'alcun di voi
Piglia spasso
Muova il passo,
E ne venga dreto a noi,
Frugnolando,
Ramatando,
Grossa preda riportando.



ATTO SECONDO.

SCENA PRIMA.
La Cosa, e la Tancia.

La C. S'i'avessi per damo un cittadino
Che del suo Amor mi desse tal caparra,
Ch'io credessi d'haver su 'l gamurrino
A cignermi 'l colletto, e le zimarra,
N havessi a filar pi stoppa,  lino,
E 'n cambio della falce, e della marra,
I guanti, il manicotto, e'manichini
Portare, e a gli orecchi ciondolini,
Io non farei come s tu si strana,
Verso Pietro, e faregli miglior patti.
A dirti 'l ver, tu sei una villana,
E si t'avvolli. La T. Orsu bada a'tuo'fatti.
La C. Tu se'una fraschetta, una fanfana,
La T. Oh nella pacienza tu mi gratti.
La C. Io te lo dico, perch'io ti v bene.
La T. Lascian'a me 'l pensier, che'non t'attiene.
La C. In fin, se tu nol vuoi, si sia tuo 'l danno.
La T. E mio danno si sia, non ti dia noia.
Che se della mia stizza io scaldo 'l ranno
Ti lever d'in sul ceffo la loia.
La C. Tu vai brucando, ch'io ti dia 'l malanno,
E t'appicchi sul muso questa gioia.
La T. Guarda chi s'h a impacciar de'casi miei.
La C. Tu va'caiendo i'dica chi tu sei.
La T. Chi son io? che pu tu, che pu tu dire?
La C. Un'arrabbiatellaccia: hottel'io detto?
La T. Doh che tu possa di fame morire.
La C. E tu di peggio, dimon maladetto.


SCENA II.
Cecco, la Tancia, e la Cosa.

Cec. O i'veggio la Tancia, i'v l ire,
E'sar ben ch'io faccia quell'affetto.
Ma e'v' la Cosa, e sono imbufonchiate.
Sta a veder ch'elle s'enno abbaruffate.
Che s'ha a far l, ch'havete voi doviso?
La T. Cecco la me n'ha data scasione.
Cec.  Di che? La T. Ch'io l'habbia a infragner oggi 'l viso.
La C. Le son false bugie. Odi Ceccone,
Ti v contar, ascolta. Cec. O bello 'ntriso.
La T. E che tu dirai? La C. Va cercalo. La T. E i'lo sone.
La C. E tu no 'l sai, perch'io non v dir fiato;
O va. Cec.O questo si, ch' un bel piato.
Secondo m, le vostre fantasie
Saran forse pe'dami una triocca.
La T. Certo Ceccon se tu non eri quie
Le sbarbava i capegli a ciocca a ciocca.
La C. Di un'altra volta, i'non ho inteso, die.
Vu tu giucar, ch'io ti chiuggo la bocca?
Cec. Orsu per non accender pi la brace
V ch'or or voi facciate qui la pace.
La T. I non le volli mai male alla Cosa;
Ma la mi vuole a suo mo stramenare.
La C. N i'a lei, ma l' troppo stizzosa.
E sa'tu Tancia, vaglia a perdonare,
A dirti 'l vero e'ti pute ogni cosa.
Cec. Su ch'io vi vegga insieme rallegrare;
Fatevi innanzi, e su la man vi date,
E come v'eri prima amiche siate.
Infatti pur le donne son di mele,
Le son di cacio, e di ricotta fresca,
L'er'ora l'una, a l'altra si crudele
Ch'io m'aspettava qualche mala tresca.
Le donne propiamente non han fiele;
E se la stizza lor d fuoco all'esca,
Duo fregagioni con quattro parole
Le fanno al fin poi far ci che l'huom vuole.
Io v che questa pace con un ballo
Qui fr noi tre si venga a sconfermare.
La C. Uh, i'metter forse i piedi in fallo,
Perch'io non son tropp'usa di ballare.
Cec. Reggi con l'una mano il grembiul giallo,
E lascia l'altra al fianco ciondolare.
Tancia, f tu 'l medesimo, e tal volta,
Fate uno inchino, e una giravolta.
Cantiamo in questo mentre uno strambotto
Di que'che no'cantammo all'Impruneta.
La T. Deh diciam quel che dice. Non far motto
Perche tu se'fanciulla, e statti cheta.
La C. Main, quel che comincia. I'h diciotto
Bachi alla frasca, e v far della seta.
Cec. N n questa canzona s, ch' nuova,
Che principia cos. Chi Amor non trova.

Canzone a ballo cantata da
tutti e'tre.
Chi Amor non trova,
E cerca Amore,
Mi tasti 'l cuore,
Che quivi cova,
Dalle sue uova
Nascon pensieri,
Sempre vari, bianchi, e neri.
Questi le sere,
Quest'i mattini
Quasi pulcini
Ne vanno  schiere.
Beccar, e bere
Sempre cercando.
N se stessi mai saziando.
La lor pastura,
E la speranza,
Che lunga usanza
Ogn'or pi indura,
N mai matura
Quant'altri brama,
E pasciuta mai non si sfama,
Avventurato
Colui tengh'io,
Ch' suo desio
O aia,  prato
S' procacciato
Da far satolli
Tutt'i suoi pulcini, e polli.
Cec. Dio vi dia tanto ben di questa pace,
Che d'ogni carestia siate satolle.
La C. Io me ne voglio andar s'e'non vi spiace,
Che s'io st troppo fuor mia madre bolle,
Adio. Cec. Addio. La T. Addio.


SCENA III.
Cecco, e la Tancia.

Cec. Orsu mi piace
Ch'ora costei dinanzi ci si tolle,
Ch'a dirti 'l vero, i'ti v favellare.
La T. Di pur su Cecco, ch'io ti str ascoltare.
Cec. I't'h sempre ma'hauta in prodizione,
E tengo di te conto, e voti bene,
Che'tuo'parenti son buone persone,
E tuo padre, e 'l tuo zio, e chi t'attiene,
Per voglio a tuo utole, e tuo prone
Ragionar teco, come si conviene,
Ma intanto piglia queste roselline,
Ch'hanno un olor, deh fiuta, di quel fine.
Conosci tu Ciapin di Meo del Grigio?
La T. Si conosco, che'possa dilefiare.
Cec. O, io gli posso far poco servigio,
Questo non mi par tempo da 'mpaniare.
La T.  E'tel'h date? Cec. Si. La T. Ve, ch'io le pigio,
I'le v per dispetto calpestare.
Cec. Lascia ch'io dica prima due palore,
E poi t'adira se'ti vien l'umore.
Ma sai, non bisogn'esser si crudela,
Tu non ha'pacienza un miccichino,
Tu mi riesci una rubida tela,
Pi tosto di capecchio, che di lino.
La T. Uh i'sento una pecora che bela,
Ch'ella non habbia perso un'agnellino,
Di presto, ch'i'voglio ir a porlo in branco.
Cec. Orsu ascolta mostacciuzzo bianco.
La T. Oh tu faresti 'l meglio, Cecco, v.
S'io non son bianca, i'son quel che mi pare,
E'ce n delle nere pi di m.
Cec. Con chi l'hai tu? La T. Tu mi sta'a uccellare,
Tu non harai la figliuola del R
Tu mica no. Cec. E'non si pu burlare
Con esso teco Tancia, i'non t'ho morta.
La T. Tu mi strazi, ma basta, non importa.
Cec. Mai no, mai no, i'vo la burla, e sono
Venuto a favellarti di Ciapino.
La T. I'non ti voglio udire. Cec. I'non ragiono
Di cosa, ch'habbia a farti 'l capo chino:
I't'ho portato da sua parte un dono.
La T. Non v suo'doni, ho del pane, e del vino.
Cec. Omb, appunto i'ti reco 'l suo quore,
Tu 'l puoi mangiar col pane a grand'onore.
La T. Dov' e'? mostra, in che mo si quoc'egli?
Cec. Fa conto che una ghiotta sia 'l tuo petto,
Fanne'nsieme col tuo due fegategli,
E lega l'un, e l'altro stretto stretto;
Cos verranno stagionati, e begli,
Se 'l fuoco del tuo Amor far l'effetto.
La T. Io 'l mio quor non vo'metter in infilza,
Se 'l suo  poco cavisi la milza.
Cec. Se ben io dico, che 'l suo quor ti porto,
Gli  quel dettato , e'non  'l quor davvero,
Che se'se 'l fusse tratto e'sare'morto,
E di te non harebbe pi pensiero.
La T. Donche, che quore  questo? Cec. Eh tu ha 'l torto
A far le lustre del bianco pe 'l nero.
La T. S'io non t'intendo. Cec. Tu 'ntendi capresta,
Ti porto di Ciapino una richiesta.
La T. Una richiesta debb'ire a mio p,
Ch'h debito col Prete cinque lire.
Cec. Malan che Dio ti dia: vien un po qua,
Fai tu le viste,  non mi vuoi udire?
E'dice che l'amarti mal gli fa,
E che vorrebbe in tutti i m guarire,
Ti vorre'per sua donna, e ti scongiura,
Tu gli voglia oramai dar la ventura.
Ve com'in seno 'l capo ella s' messo,
Par ch'io le rechi qualche nuova rea.
Ma ve com'or mi guarda, i'son ben desso:
Tancia tu se'salvativa, e malea.
To ve di nuovo gi la l'ha rimesso:
Alza 'l capo po far la nostra dea.
La T. Cecco s'altri che tu mi favellassi
Di queste cose, i'gli trarre de'sassi.
Cec. Di tu da vero? Pensaci un po bene,
Che ci sar chi 'l piglier, dappoca,
La Cosa, so ben io che gli vuol bene.
La T. Che mi fa a m? Cec. E non  mica un'oca.
La T. A cah, si si, or conosco perchene,
La mi volea dar Pietro la bizzoca.
Cec. O basta donche. La T. Vedi non parlarmi
Pi di Ciapino,  tu fara'adirarmi.
Cec. Ohim hott'io ferita? hott'io percossa?
La T. Non v che tu mi parli di costui.
Cec. O 'l vuoi tu veder morto intruna fossa?
Vuo'che s'impicchi? che vuo'far di lui?
Vuo'che 'n un rovinio s'infranga l'ossa?
Se'non s'ammazza, e'ne star infra dui,
Si monder gli stinchi con un segolo,
O nel capo a due man si dr d'un tegolo.
Stara'a veder che'fr qualche pazzia.
La T. A sua posta, far su la sua pelle.
Tal noia mi desse un'altra fantasiia.
Ch'ho nel quor fitta, e mai non se ne svelle.
Cec. E che domin ha'tu? che diavol fia?
La T. So ben io, ma. Cec. Deh dimmi, ecci cavelle?
La T. Lasciamen'ir. Cec. Ha'tu qualche malore?
La T. Non v dir nulla, addio. Uh il mio quore.
In fatti quand'io sono a Cecco presso
Mi sento tutta drento ribollire,
Mi s' ora pel dosso un fuoco messo
Che quasimente io st per isvenire.
O Tancia tapinella, quest' desso
Che h un tratto di t a far dire.
M' stata quasi per uscir di gola
Per dirgli del mio Amor qualche porola.


SCENA IV.
Cecco solo.

Cec. Ella se n' andata grulla grulla,
E m'h lasciato attronito, e confuso.
Che diacin pu haver questa fanciulla?
A certi favellari io non son uso.
Ma per Ciapino i'non h fatto nulla,
So ch'egli h hauta la pesca nel muso.
Ma coste'infine, che diamin h ella?
La m'h messo sozzopra le budella.
Scasimoddeo la far 'nnamorata
D'un altro, e Ciapin habbia pacienza.
Sta a veder ch'egli  Lapo del Granata
Ch'and unguannaccio un d seco a Fiorenza.
Sar forse Drein di mona Mata.
E'potrebb'esser Nanni del Valenza.
I'non cre'che di m l'havesse  'l verme,
Ch'ella  m'har richiesto di volerme.
I'non saperre'ire scompensando
Quel ch'ella s'habbia cos a un tratto.
Bisogna andarci un po su strogalando,
Forse i'potre'aocchiar questo fatto.
I'v ghiribizzarlo: e se mai, quando
Amor per m l'havesse un colpo tratto,
I'havessi piet pur di costei,
Che potre'dir Ciapin de'casi miei?
L' una badalona rigogliosa,
Ch' di latte, e di sangue, e mi s'addrebbe,
L' cresciutoccia, fresca, e gicherosa,
La pare una ricetta per la frebbe.
Ell'h quella boccuzza rubinosa,
Ch'a porvi su un coral non si vedrebbe:
Mentr'io ci penso mi vien appipito,
S'ella volesse, d'esser suo marito.
Perdonimi Ciapin per questa volta,
Se poiche seco ella non vuole 'l bacco,
Cercher io d'Amor far la ricolta
Dove la falce sua non hebbe attacco.
Quand'io m'abbatto in lei s'ella m'ascolta
Senza concrusion io non mi stacco.
I'v cavar da lei cappa,  mantello,
Ceseri,  Niccol, i'v vedello.
Ma ecco qua quell'altro damerino;
O questo si mi mettere'paura,
Perch'egli  sgherro, e poi  cittadino,
D'haverne un tratto la mala ventura.


SCENA V.
Pietro e Cecco.

Piet. Differenza non fa dal cittadino
Al contadin la legge di natura;
E manco Amor vi fa differenza,
Come si vede per esperienza.
Non sono 'l primo, e non sar anche 'l sezzo,
Che moglie pigli, che non sia sua pari;
Ma molti son che si vendono a prezzo,
E la pigliano ignobil per danari.
Io non istimo mille scudi un bezzo,
E so 'l gastigo de'mariti avari:
Di m non si pu dir se non ch'amore
Mi ci habbia spinto, e non vilt di quore.
E finalmente i'h considerato
Ch'egli  impossibil ch'io viva senz'essa,
I'h suo padre poco fa trovato,
Hogliela chiesta, e dopo una gran ressa,
Che'dubitava d'essere ingannato,
Giurandogli io che n, me l'h promessa:
Cosa fatta cap'h: non me ne pento,
Lei mi piace, i'l'h presa, e son contento.
I'son contento, e lieto, e per diletto
Vommmene or qu, or l di lei cantando;
Perche s'io v, s'io st, s'io son nel letto,
Sempre l'h 'n fantasia desto, o sognando,
E ogni mio pensiero in un sonetto,
O stanza,  madrigal vo dispiegando;
Che poiche del suo Amor mi feci ardente
Son poeta, e son musico eccellente.
Cec.  Gli accorda 'l suono, e'dee voler cantare,
Quelle corde mi paion campanegli,
Senti com'elle squillano:  po fare,
A dir ch'elle sian fatte di budegli.
Piet. Diavol che questo bischer voglia entrare.
Cec. Canti mai pi, che domin aspett'egli?
I'non l'intender s'io non m'accosto.
Ma i'no 'l v sconturbar, v star discosto.
Pietro cantando.
Questo ciel, queste selve, e questi sassi
	Pi non risoneran de'miei lamenti,
Io pi non havr gli occhi umidi, e bassi,
N pi trarr dal sen sospir dolenti,
Versar diletto, e gioia il cor vedrassi,
E risplendermi 'n volto i miei contenti:
La villanella mia schiva e ritrosa
Goder pur alfin fatta mia sposa.
		Fine del cantar di Pietro.
Cec. Canchitra, cos ben non canta 'l sere
Quando s'accozzan egli, e 'l cherichino.
Son'ito in visibilio per piacere,
Capperi e'canta com'un lucherino,
So stato di dolcezza per cadere,
I'star senza pane, e senza vino
Tre ore a ascoltar questa musca,
E a sentir trillar quella ribca.
O se'la ricantasse un'altra volta
Quella frottola, i'cr ch'io andre'matto,
Cr che 'l cervello mi dar la volta,
Che v gli st per darla tratto tratto.
Piet. Huomo da ben, vien qua, odimi, ascolta.
Cec. Dite v a m? Piet. Si, odi. Cec. Eccomi ratto.
Gli  si allegro, che'mi vien disio
Di voler oggi fare 'l fatto mio.
I'hebbi 'l cervel sempre a quel podere,
Ch'egli vuol allogar presso al cesale:
Io gliel v chiedere daddover: messere
I'son qui ritto vostro servigiale.
Piet. Che vai tu qui facendo? Cec. Ora di bere,
E'si fa poco in questo temporale
Non sendo l'annual di piovitura:
E anche v cercando mia ventura.
Piet. Gli  vero i temporali vanno strani.
Cec. Si gran seccore, e sempre tirar vento
Smugne le barbe pe'poggi, e pe'piani,
Che la terra h perduto ogni alimento,
E screpolati son sino a'pantani.
C' spaccature si larghe, e si adrento,
Ch'un che non badi vi capitr male:
Non  piovuto sin da Carnesciale.
Piet. In modo che no'harem mala ricolta?
Cec. Leggete voi come st la campagna:
Fuor che del vino ella non sar molta,
Per ingenito ogn'uno se ne lagna.
Piet.Grano? Olio? Cec. La paglia  poco folta:
Olio io non h, ma 'l fattoio ne guadagna.
Le fave poi son tutt'ite al bordello,
Non s' veduto quest'anno un baccello.
Se voi voleste la signoria vostra:
Non so far cilimonie, i'dir tosto,
Piet. Che vuoi tu dir? di su. Cec. In casa nostra
Tutti ci dilettiam di ber del mosto,
E 'l poder vostro imbuondato ne mostra,
Che vo'havete allogar poco discosto
Qui dal muraccio; se vo''l deste a noi,
Siam sei persone a non contar i buoi.
I'son io, che mi chiamo Cecco Zampi,
E h un mio fratel ch'h ben vent'anni,
E un'altro ve n' da andar pe'campi
A scacciar le cornacchie, e'facidanni.
Mia madre  mona Tea di Ton da Campi.
Piet. E'basta, buono. Cec. E ci h 'l cugin Bargianni.
Piet. Orsu, i'h 'nteso. Cec. E h amman'ammano
Una sirocchia da darle 'l cristiano.
Piet. Voi siate certo una bella famiglia
Da trovar d'acconciarvi a buon podere;
Ma qualcun'altro c' che mi bisbiglia
Di ci, per non ti v trattenere;
F intanto i fatti tuoi, se trovi piglia,
Se tu non trovi viemmi a rivedere.
Cec. Io vi ringrazio, n men m'aspettavo
Da un cittadin che sia come voi siavo.
Ma vedete, i'so far la parte mia
Di quel ch' di bisogno alle faccende:
Pur che la terra sia lagoratia,
So com'ella si vanga, zappa, e fende.
E nessun me'di m, sia chi si sia,
Alle fiere, a'mercati compra,  vende.
So potar, so diverre, e far propaggine,
E son nimico della sfingardaggine.
Piet. Mi piace, che tu se'un huom da bene.
Cec. Non si pu ir pi l, caso a di questo.
Ma or che volavate voi da mene
Quando voi mi chiamaste, e i venni presto?
Piet. Haresti tu? ma ecco ch'ella viene,
Per fia ben ch'io non ti sia molesto,
N ti ritardi l'opra. Ora va con Dio.
Cec. Quest' poco servigio a un par mio.
Lo credo che di lei gli  innamorato,
La sta aspettar com'alla quercia 'l porco,
Le ficca un'occhio addosso stralunato,
Par che'la voglia ingoiar come l'orco:
Io non mi sono appena intabaccato,
Che gi ne'denti del martel m'inforco,
V veder quel che'fa, e quel che'dice,
E s'ella gli d appicco,  gli disdice.


SCENA VI.
La Tancia, Pietro, e Cecco.

La T. Uh, io non lo trovo, che dir mio p?
Pover a me, e'mi grider a testa.
Brigate un'agnellin chi lo s?
Oh ch'egli  'l cittadino. Piet. Ferma, resta,
Se tu cerchi un'agnel piglialo qu.
La T. Dov' e'? non lo trovo per la pesta.
Piet. Smarrito agnello in selva io son di guai.
La T. Voi siate d'un castron pi grande assai.


SCENA VII.
Ciapino, Pietro, La Tancia, e Cecco.

				    Ciapino cantando dentro.
Chitarrin mio disquillante, e bello,
	Dimmi di grazia se sai favellare,
Piet. Volgiti in qu, chi credi tu che'sia?
Ti v dir cosa che t'importa molto.
				    Ciapino cantando dentro.
E dimmi un p mentre ch'i'ti strimpello
Se la mia Tancia tu mi sai 'nsegnare,
Piet. Glie un che canta, che va per la via,
Di grazia attendi a m, volgi 'n qu quel volto.
				    Ciapino cantando dentro.
Se mel di v rifarti 'l ponticello,
E ti v tutto quanto rincordare.
Piet. Tancia ascoltami un poco. La T. Ohim chi fia?
Certo ch'egli 'Ciapin s'io ben l'ascolto,
Cos gli venga 'l morbo com'egli ,
Ch'ogni sempre m' dreto. Pietr. Eh bada a m.
				    Ciapino cantando dentro.
Se tu m'insegni oggi la mia morosa
Ti v rifar i bischeri, e la rosa.
			   Fine del cantar di Ciapino.
Cec. Sent'un che canta, che par'una troia:
Oh gl  Ciapino, e sai se'vien di netto.
				         Ciapino fuori.
Traditoraccia, che mi giunga 'l boia
S'ora non ti rigiungo in questo stretto.
Piet. Chi  la? Cec. No no, i'non gli v dar noia,
I'me ne voglio andar per un tragetto,
Ch'i'veggo una cert'aria ingarbugliata,
E Ciapin cerca haver la rea giornata.
La T. Pover'a m, h dato in mala via,
Ciapin di l, e di qu 'l cittadino.
Piet. Sciagurato poltron levati via.
Cec. Tancia accorda tra lor questo sgomino.
Ciap. I'v dret'a costei ch' dama mia.
Piet. Ribaldo. La T. Cecco mio i'mi t'inchino,
Sta qui un poco. Cec. Pongli tu d'accordo,
Ch'a star qui troppo i'hare'del balordo.
La m'ha guatato con un'occhio storto;
L'ha sospirato; l'ha qualcosa drento.
Quell'haver detto, Cecco mio, m'ha morto:
La non vuol dir quelle parole al vento.


SCENA VIII.
Pietro, Ciapino, e la Tancia.

Piet. Ghiottone i't'ho prima che ora scorto;
E ti far, furfante, il pi scontento
Che porti santambarco, poltronaccio
Ti v romper cotesto mostacciaccio.
Tu villan gatto affronti le fanciulle?
Ciap. Io voleva signor. La T. Deh non gli date
Per questa volta, elle son state brulle.
Piet. Sappiane grado a lei se l'hai scampate.
Ciap. Le mie ragioni io non sapre'addulle,
Per vi prego che mi perdoniate.
Piet. Per ora io ti perdono, un'altra volta
Fa ch'io non habbia a sonar'a raccolta.
Va per le tue faccende, e fa che mai
Non t'habbia a veder pi presso a costei.
Ciap. Dio vi dia Dio. Tu vai pe'gineprai
Ciapino, e or ci sei, e non ci sei.


SCENA IX.
Pietro, e La Tancia.

Piet. Orsu vien qua Tancia mia bella ormai,
Ceder dovresti pure a'desir miei.
La T. Eh lasciatemi star ch'io me ne vada;
Ch'io non sia colta con voi per la strada.
Piet. Che fretta  questa tua? e che paura
Hai tu d'esser trovata insieme meco?
La T. Potrei per questo perder la ventura.
Piet. La ventura tu l'hai quand'io son teco.
La T. L'esser con voi mi pare una sciagura.
Piet. Io che vergogna,  che danno t'arreco?
La T. Che direbbon di m le genti poi?
Piet. Son sempre teco pur, vuoi,  non vuoi.
La T. E quando? e dove? e come?  me sgraziata.
Piet. Com'io diceva pur tra m or ora:
Col pensier, con la voglia innamorata,
Con l'immaginazion, col sogno ancora.
La T. O sapete i'non voglio esser sognata.
Piet. Io ti vorrei sognare 'n su l'aurora,
Che i sogni veri son, vero ben mio.
La T. Vostra non son, son del babbo, e del zio.
Piet. Se tu se'di tuo padre io t'h 'n potere.
La T. O qual' lo 'mperche? Piet. Perch'egli adesso
Havendogliti io chiesta, de'sapere
Che di darmiti al fine m'ha promesso.
La T. O gli  tempo ch'io torni a rivedere
Se l'agnellin nel branco s' rimesso.


SCENA X.
Pietro solo.

Piet. Guarda s'ell'h cercar or dell'agnello:
Com'h i'a fare con questo cervello?
Il fine dell'Atto secondo.

Intermedio delli uccellatori con la civetta,
cantato, e ballato.
Passa ogn'altro passatempo,
D'ogni gioco pi diletta
L'uccellar con la civetta,
Donne pur che'sia bel tempo,
Zufolando pe'boschetti,
Zufolando a gli augelletti.
Deh faccianne un p la prova,
Noi farem gli uccellatori,
E gli augei questi amatori,
Voi civette se vi giova,
Zufolando 'ntorno 'ntorno,
Zufolando tutto giorno.
Forasiepi e cingallegre,
Se voi ben civetterete,
Ratti a voi volar vedrete,
Talche ne sarete allegre,
Zufolando noi maestri,
Zufolando esperti, e destri.
A'panion noi darem mano,
E qui ci accoccoleremo,
Le civette uccelleremo,
Zufolando da lontano,
Zufolando a'pettirossi,
Zufolando a ucce'piu grossi.



ATTO TERZO.

SCENA PRIMA.
Cecco solo.

Cec. Il fatto non and com'io voleva,
N s poi fra lor tr com'egli andasse.
Gnaffe, in quello scompiglio io non doveva
Veder quelche per aria si volasse.
Dir'a Ciapin non potei quel ch'haveva
Rispostomi la Tancia, e fra due asse
mi trovo stretto, e se drento,  se fuora,
Di m quel ch'habbia a esser non so ancora.
Se quel ch'ella ha risposto a Ciapin dico
Io lo rovino di strafinefatto.
Ma s'io nol so, io gli son pur'amico,
E'non parr ch'io gli habbia sodisfatto.
I'mi trovo allacciato in un intrico,
Ch'io non ne sapre'uscir cosi di fatto;
Assendo che di lei m' tocco umore,
E credo che per m la quoca Amore.
Che, perch'anch'io non h 'l viso di dreto,
Certo ch'io cre'ch'ella mi voglia bene.
Ma questo mi convien tener sagreto,
Ch' quel che sopra tutto vale, e tiene.
Guai a me s'io 'l dicessi, perche Preto
Si sente anch'ei d'Amor bruciar le vene.
Io gli h chiesto 'l podere, e s'io mi scropo,
Io resto 'n bocca della gatta 'l topo .
In fede mia gli  ben ch'io mi stia chiotto
Che'mi darebbe 'l poder  Legnaia,
E s'io volessi uscirgli poi di sotto,
Non troverei a dotta la callaia.
Roda donche Ciapin questo biscotto;
O's'h pur tanto a voltolar s l'aia
Quand'io dir ch'ella non vuol udire
Nulla di lui, e h pur a ratire.
Ciapin sgraziato i'mi ti raccomando,
Tu ha'a trasecolar com'un briaco.
Ma ecco qua la Cosa cicalando
O'i'credo ch'anch'ella habbia 'l suo baco.
I'vo'addopparmi qui, e origliando
Far tr questi remi baco baco
Per rinvenir un po'questi rigiri,
Dond'io acconci meglio i miei desiri.


SCENA II.
La Cosa, e Cecco.

La C. Sempre  Giannino,  Bobi, ovunque io sia,
Con le bestie,  far l'erba,  spazzar l'aia,
Mi vien dreto, e d'attorno; e per la via
Di qu, e di l trovo le genti  paia,
N posso svaporar la fantasia,
S'io non mi ficco per qualche ragnaia,
Ma or, lalde d'Iddio, che gnun non c',
Posso un po'del mio Amor pensar fr m.
Amor m'h messo 'n un gran pensatoio,
Tal che n'h perso 'l gusto, e 'l lagorare,
Condotta son che gnun boccone 'ngoio,
S non quand'i'h voglia di mangiare:
S'io non h sonno, egli  un dir io muoio
A voler ch'io mi possa addormentare:
Ma da poi ch'io ci sono sdrucolata,
Tu che mi ci ha'condotta Amor, tu m'ata.
Dimmi com'i'h far che 'l mio amadore
Ciapino m'habbia  voler un gran bene,
E ch'egli 'ntenda quel ch'i'h nel quore,
E habbia discrezion delle mie pene.
Io per m questa cosa dell'amore
Non so s'all'altre com'a m intravviene,
Vorrei senza parlar'essere 'ntesa,
Vorrei fuggir, ma vorre'esser presa.
Poiche la Tancia h annoia Ciapino,
Secondo ch'i'h inteso dir qu dianzi,
Perch'io gli volli ben fin da piccino,
Oramai tempo  ch'io mi faccia innanzi.
Confortai lei a torre 'l cittadino,
Per veder di levarmela dinanzi.
Ma a m mi basta che Ciapin non ami,
O togga,  lasci tutti gli altri dami.
In prima e'sar uopo ch'io 'l saluti
Quand'io lo 'ntoppo, e 'l buon giorno gli dia,
E sottorida, e ch'io faccia a gli astuti:
Ma biasimo io n'harei da chinchesia.
Ma chi teme gli odor nulla non fiuti:
V fare in qualche m ch'e'sen'addia:
S'io son seco alle feste io v 'nvitallo,
E a lui render la mestola, e 'l ballo.
Quando noi siamo 'nsieme a far la frasca
Io v lasciar'a lui la tenerina;
E fra lui, e fra m non v che nasca
Ignun rimprotto mai per medicina,
Non v appiattarmi, non v star fuggiasca;
Ch'a chi si fugge gnun dreto cammina.
Che s'oggi un ti vien dreto, doman poi,
Se tu lo fuggi andr pe'fatti suoi.
Io non v gi che 'l sappia anima nata,
Se non Ciapino, i'non v tra la gente
Come qualcuna esser po'mentovata,
E che di m si parli reamente.
Cec. Eh Cosa oramai tu sei scovata.
La C. Oh, uh, pover'a m, chi qua mi sente?
Cec. Non dubitar di nulla ch'io son Cecco.
La C. O che fa'tu qui or viso di stecco?
Cec. Son uno stecco, che pugner potreti,
S'i'havess'il cervello a far del male.
La C. Ohim ch'egli h intesi i mie'sagreti.
Cec. Non ti temer ch'io non son facimale,
E voglio atarti, ma v tra no'cheti,
V che no'ci prestiam l'un l'altro 'l sale,
V atarti con Ciapin, tu con la Tancia
M'aiuta, e sar pari la bilancia.
La C. Non h bisogno, e non v aiuto a nulla,
Cec. Confessal ch'oggimai i't'ho scoperta,
Non se'la prima,  la sezza fanciulla
Che 'n su 'l poggio d'amor valichi l'erta;
E s'Amor ti dibatte, e ti maciulla,
Tu fara'bene a dir la cosa aperta;
Che chi h drento 'n corpo del malore
Bisogna il qualche m che 'l mandi fuore.
La C. Se ben Ciapino mi va pel cervello
Son fanciulla da bene, e cara, e buona.
Cec. So che se'senza macula, e l'anello
Tel potr dar fin un R di corona.
I'vorre'anch'io fare 'l buon, e 'l bello,
N vorrei 'l mio mal dire a persona,
Ma infatti allor che'viene 'l temporale,
Il fare 'l fatto suo non  mai male.
Per io che non v la sorte mia
Mentre ch'io l'aggavigno lasciar ire
H delibrato, seguane che sia,
A qualche patto con costei venire:
Questo tempo non  da gettar via,
Che sar mai? non mi v sbigottire.
Adoprati per m Cosa garbata,
Ch'anch'io fr del bene alla giornata.
La C. Non mi s'addice entrare in simil cosa.
Cec. E'non c' mal nessun, la v per dama,
A poi s'io posso la v per isposa.
La C. Chi da per s risponde non si chiama.
Cec. Che vuo'tu dir? La C. Ch'io non la cre'ritrosa
Che'si va bucinando ch'ella t'ama,
Se ben del mio Ciapino hebbi paura.
Cec. Ciapin non ama n, stanne sicura.
La C. Ma tu da quand'in qua le vuo'tu bene?
Tu eri gi tenuto un dileggino.
Cec. Amor non vien'altrui da huom dabbene,
E par ch'egli entri per un bucolino
Quan'un nol vede. La C. Chi 'l s m di mene?
So com'ella m'and col mio Ciapino.
Cec. Amor disotto accenna e da disopra,
Duo paroluzze m'han messo sozzopra,
Duo paroluzze, ch'una donna dia,
Un saluto, un'inchino, o un sol guato
Posson pi altrui svoltar la fantasia
Che quanti buoi si siano a un mercato.
La C. Non ti so or negar cosa che sia,
Tanto ben parli, e tanto se'garbato.
Cec. E s'io non sono, e'ti potre'parere,
Pur che tu faccia a m qualche piacere.
La C. Che vuo'tu con la Tancia io faccia,  dica?
I'le dir di te del ben buondato,
Ma i'non vorre'la mi fusse nemica,
Tu sai ch'ell'h 'l capriccio arrovellato.
Cec. E'basta: e d'altro non mi curo mica,
E s'ell' capricciosa, i'so arrabbiato:
Ma per quel ch'io sentii, i'h speranza
Non l'habbia a dispiacer d'esser mia amanza.
E io come m'h io per te a oprare?
La C. Non lo v dir da m, i'non m'ardiscio.
Cec. Orsu buon buono, i'so quel ch'i'ho a fare:
Ve com'ella h mandato fuora 'l liscio,
Ell' arrossita: Non ti dubitare,
Che'non infragne d'Amor lo scudiscio.


SCENA III.
Giannino, la Cosa, e Cecco.

Gian. O Cosa vienne. La C. Ohime ch'i'son chiamata
Gian. Vienne, mia m la micca ha scodellata.
Cec. Debb'esser ora d'asciolver, va via.
La C. I'vengo i'vengo. Gian. Orsu vienne, su alto,
Vienne, ch'io non harei la parte mia,
Glie  un cavolon che fummica tant'alto.
La C. Addio Cecco. Cec. Addio Cosa, pr vi fia.
Gian. Io v or far per l'allegrezza un salto.
Cec. Evvi cipolla? Gian. Si, f tu, tamanta,
L'ho 'nsalata, condita, e holla 'nfranta.


SCENA IV.
Cecco solo.

Cec. Il veder che costei ami Ciapino,
Se la Tancia non vuole utol fia mio,
Che s'egli h altrove d'attacar l'oncino
Il lasciar questa gli parr men rio,
E i'mi potr scoprir per damerino,
E farmi intanto innanzi a chiederl'io:
E forse s'a lui dico, com' vero
Ch'ella non vuol, ne lever 'l pensiero.
Be si, i'ho tanti affari per le mani,
Ch'io n'esco a ben se gnun me ne riesce;
Ma s'io dibarbo questi pastricciani,
Se queste noci non mi son malesce,
E se la Tancia acchiappano i mie'cani,
D'haverci dato d'opra non m'incresce,
Che s'i'ho di Ciapin rimordimento,
E pi pel cittadino io mi sgomento,
Qualche cosa sar, in l s'h a ire.


SCENA V.
Fabio, e Cecco.

Fab. Che si fa huom da ben, ch'hai tu costi?
Cec. Ecco qua un che mi vien'a impedire.
Vossignoria Dio vi dia 'l buon d,
ho qui certe rigaglie. Fab. Come dire?
Cec. Un panierin di ciliege buond,
Della insalata, e un mazzuol di spagheri,
E un pa'di pollastrin magheri magheri.
Se ve ne piace, e'son vostri messere.
Fab. Tu se'un galant'huom, dove gli porti?
Cec. A un cittadin ch'i'ho chiesto un podere,
Del casato di que'che fan pe'gli orti.
Fab. Di quale? Cec. Del Belfiore. Fab. Sta a vedere,
Per voler ir pe'tragetti pi corti,
Non ritrovo 'l suo luogo, ch'io non l'erri,
Vien meco. Cec. Andate su fra questi cerri.
Perch'io aspetto qui un mio compare,
Non vorre'per disgrazia mi scappasse.
Fab. Io ti ringrazio.


SCENA VI.
Cecco solo.

Cec. Lasciamlo un po'andare,
Sagga da s quell'erta se'crepasse,
Ch'i'non v per costui badaloccare,
Che se la Tancia oltre qui capitasse,
S'io fussi colass non la vedrei,
Vada da s ch'io far'fatti miei.
O guarda un p se'mel'haveva fitta,
Eccola ch'a lavar la va 'l bucato.


SCENA VII.
La Tancia, e Cecco.

La T. Vo posar il vassoio quiciritta:
Non posso pi. Cec. Che h ella? che  stato?
La T. O Cecco ascolta. Cec. Tu se'si affritta,
Tu piagni, che ha'tue? chi t'h dato?
Se'tu cascata? La T. Ho dato un gran cimbottolo,
E ho battuto del capo in un ciottolo.
Cec. Che vuo'tu dir? tu parli per gramata.
La T. Tu non m'har'a parlar pi di Ciapino.
Cec. Perche? di. La T. Mi vergogno. Cec. Ella non fiata.
Dillo boccuccia mia di sermollino.
La T. Si dice che mio p m'h maritata.
Cec. A chi? non piagner, dillo. La T. Al cittadino.
Cec. Pr ti faccia. Ciapino questo ti costa,
N accorre i'ti faccia altra risposta.
E i'appunto ho hauto 'l mio dovere,
Che 'n su 'l bel del venirmi una gran sete
Mentre ch'io mescio s' rotto 'l bicchiere:
O innamorati, si che voi vedete.
Di 'l ver, mi cominciavi a ben volere?
La T. E di che sorta, e n'han piata le prete,
Mala cosa  'l cervel volger n'un lato,
E a forza altrui sentirlo in l tirato.
Cec. O Tancia appunto mi grillava 'l quore,
Sendomi avvisto di parerti bello,
E m'era messo gi su 'l fil d'Amore,
Pensando un tratto di darti l'anello.
La T. Ohime mi svengo, tu mi dai dolore.
Cec. Sfibbiati 'l sen. La T. C' 'l nodo. Cec. To 'l coltello,
Piglialo, taglia, appoggiati al vassoio.
La T. Cecco i'mi svengo, Cecco mio mi muoio.
Cec. Ohime la se ne v, ohime la passa,
Che l'ho io fatto ch'ella se ne muoia?
Ella si strugge in un tratto, e s'appassa,
Povera Tancia, ella tira le quoia.
Oh oh ella straluna, e gli occhi abbassa,
To v ch'ella intirizza,  cocoia.


SCENA VIII.
Pietro, e Cecco.

Piet. O ribaldaccio, che fai cost?
Briccon, ghiottone, levati di l.
Cec. La vostra signoria state ascoltare.
Piet. Che h costei? su dillo a un tratto.
Cec. I'vel di v mi fate spiritare,
I'vel dir, l' svenuta di fatto.
I'era qui per volerla aiutare,
E non l'ho fatto gnun mal non l'ho fatto.
Piet. Eri tu seco,  se'venuto poi?
Cec. I'era quel che vo'volete voi.


SCENA IX.
Pietro, e la Tancia.

Piet. Tu ti scosti, tu fuggi, torna, ascolta,
Tu fuggi ribaldon, qualcosa  stata:
Ma io ti giugner un'altra volta,
Non la v lasciar qui abbandonata.
Che hai tu Tancia? rispondimi, volta
In qua la faccia, hatt'egli svergognata
In qualche modo si che per dolore
Ti sia mancato in tal maniera il quore?
O Tancia mia che ti senti tu? parla,
Risvegliati, appoggimiti al seno.
I'v provar'un poco a sollevarla:
Ell' venuta interamente meno.
Havess'io qualch'odor da confortarla,
O fusse qui dell'acqua fresca almeno:
Non la posso aiutar con cosa alcuna,
O mia disgrazia,  mia trista fortuna.
Che fo? che poss'io fare?  l,  l,
Deh se cost passa nessun per via
Venga a far l'opra della carit:
Ma i'non so quel che fr pi mi si dia.
Gli  un coltello: ohime, che sar?
Certo che 'l har fatta villania.
Domin che'le volesse tor la vita.
Ma io v pur veder se l'h ferita.
Se l'h ferita, e'l'h ferita sotto,
Che fuor non se le vede nessun male.
Forse da qualche brutta voglia indotto
L'h voluto far forza l'huom bestiale.
O l,  l: ancor nessun fa motto,
Nessun risponde. Or se 'l chiamar non vale,
Io voglio andar per quella contadina
Senza pi indugio, che sta qua vicina,
Ma io non la vorrei per lasciare
Qui sola meza morta nella strada:
Pur che volerla finalmente aiutare
Per qualche donna egli  pur ben ch'io vada.
Torner presto presto, i'v sperare
Ch'altro di male intanto non l'accada.
Forse, poiche qui 'ntorno nessun sente,
Torner innanzi che'ci passi gente.
Non cr che Cecco sia si poco accorto
Che ci torni, s'egli h cara la vita,
Che s'io ce 'l trovo, e'pu darsi per morto
S'io posso addosso attaccargli le dita.


SCENA X.
La Tancia sola.

La T. Cecco,  Cecco deh va fin nel mio orto,
Comi una ciocca di salvia fiorita.
Tu non odi eh? va col, e nel vin pretto
Tuffala, e me la spruzza poi su 'l petto:
Ohime, ecco un'altro sfinimento.
Aiuto Cecco.


SCENA XI.
Cecco, e la Tancia.

Cec. Io v di qua tornare
Per veder se colei usc di stento;
Ma i'v pian piano vu p ben ben guatare
S'io veggo oltre qui Pietro,  s'io lo sento;
Cancherusse e'mi fu per ingoiare:
Non era tempo da piantar la 'nvilia,
Diaschigni, ho digiunato la vigilia.
O vacci scalzo, so che'm'hare'concio,
So stato ascosto in una quercia vota.
Mi sarei fitto certo anche nel concio,
E sto per dir n'un destro, nella mota;
Non ch'altro a veder fargli sol quel broncio
Par che tutto pe 'l dosso mi risquota.
Gli  delle mani che'pare uno sguizzero,
Un trucco, un lanzo, un birro, un giovannizzero.
Oh oh, che diavol fia? che ti diss'io?
L' l distesa, e ciondola le mani.
L' morta certo: ohime che lagorio,
E stato questo a un tratto?   sa Brandani.
Vi debb'essere 'l morbo in quel bacio.
E'sar ben lasciar questi pantani,
E c' qualche serpente avvelenato,
Ch'ammazza forse le genti col fiato.
La T. O poverin'a m. Cec. Sta sta ch'pare
Ch'ella rinvenga, la parla. La T. Deh atami.
Cec. La si comincia un poco a ruticare:
Tancia i'ci son, non ti dubitar, guatami.
La T. O Cecco tiemmi, ch'io mi v rizzare.
Cec. Appoggiati. La T. Ohime che 'l quore sfiatami.
Cec. Sta un p salda. La T. Io sto, che guardi tu?
Cec. Guardo se Pietro intorno fa c c.
Che per chiapparmi al valico a un tratto,
Cr che'ti sia qui presso a far la scorta.
La T. Qualche mal m'har fatto di soppiatto,
Se'c' venuto quand'i'era morta.
Cec. I'mi fuggi, che'ne veniva ratto,
E tu basivi, e non te ne se'accorta:
Poi ritornando t'ho vista sdraione,
E e'qui 'ntorno deve fare 'l gattone.
Per e'sar ben dar de'pi 'n terra,
Che se costui ci fusse per mia f,
Noi fremmo ti so dir la brutta guerra,
Ti v lasciar, addio, riman da t.
La T. Sta un pochino. Cec. E se Pietro m'afferra
Non gli esco pi di man, tu sai chi egli ,
Se tu se'sua bisogna ch'io l'ingozzi,
E 'l mio amor vadia altrove a accattar tozzi.
Ma che diascol d'infrusso ho io addosso,
Che'mi convien fuggire a ogni poco?
I'harei tolto a roder'un mal'osso,
Se con un cittadin volessi 'l giuoco.
Contender seco a lung'andar non posso,
E del poder sar ben farne fuoco.
La T. Non ti partir ancora. Cec. S'io lo s.
La T. Sta un p digrazia Cecco. Cec. No no no,
La T. Deh sta un p che 'l quore ancor mi duole,
Mi sento addosso un gran formicolio.
Cec. Orsu io sto su. La T. Parami un po 'l sole.


SCENA XII.
Pietro, Cecco, la Tancia, mona Antonia, e la Tina.

Piet. Su donne camminate ch'io m'avvio.
Cec. Senti che'ciarla, io non v sue parole,
Non pi Amor, non non, addio, addio,
E 'l ben che per due ore io t'ho voluto
Rannunzio a lui, e per m lo rifiuto.
La T. Orsu i'verr anch'io, dammi la mana
Ch'io non mi reggo. Cec. Vello, di dov'esco?
La T. Va via si, fuggi pur verso la piana;
Che se'ti giugne, Cecco tu sta'fresco.
Piet. Ogni paura sar stata vana,
Il viso l' tornato bello, e fresco,
Ella s' sollevata non vedete?
La Ti.E'non occorre donche andar pel prete.
M. A. Farle qualcosa in ogni modo  bene,
Veggo ben'io ch'ell'h le labbra smorte.
Piet. Che si pu far? M. A. Gratterle un p le rene,
Spruzzarle 'l viso con l'aceto forte.
La Ti. Ma la ricasca 'n gi, la non s'attiene,
E'fu 'l miglioramento della morte.
Piet. Eh Mon'Antonia non l'abbondate,
Aiutatela pur non dubitate.
M. A.Guardate qua i'cre'ch'ella sia morta.
La Ti. L' viva, v che par ch'ella s'allunghi.
M. A. O v com'ella fa la bocca torta.
La Ti. Ch'ella non habbia mangiati de'funghi.
M. A. Se le dar quel benedetto a sorta:
Bisogner che con qualcosa io l'unghi.
Piet. Mettetele un p 'n seno Mon'Antonia
Questa barba ch'io porto di Peonia.
Che questa  buona per il mal caduco.
M. A. Il mal caducio  e'quel Benedetto?
Piet. Si . M. A. Coglian due foglie di sanbuco,
Stropicciamle ben ben con esse 'l petto
Tanto che n'esca affatt'affatto 'l suco,
Poi piglieremla, e metteremla a letto,
E l'ugnerem con l'olio di lucerna
Da capo a pi, che ogni male spenga.
Piet. E v per rima. O pazze medicine.
Guardate a non le dar troppo tormento.
M. A. Pensate che noi non sian cittadine
D'haver qualch'alberel di buon'unguento.
La Ti. Fareste 'l meglio a levarvi di quine,
E lasciar far'a noi, che gi io sento
Ch'ell' 'n su 'l riaversi, e se si rizza
A veder voi n'har vergogna, e stizza.
Che se ben'ell'ha esser vostra moglie,
Habbiate pacienza per adesso,
Nonne sta ben, che mentre le'si scioglie
Il gammurrino, voi le stiate appresso.
Piet. Gli  ver, ma fate pian con quelle foglie.
M. A. E non ci state a veder per un fesso,
Andate via. Piet. Ma dove la merrete?
M. A. O a casa suo Padre, che credete?
Piet. Habbiatene di grazia buona cura,
E fate 'ntanto, che gnun le s'accosti.
La Ti. Andate via non habbiate paura.
M. A. V com'ella ci h addosso gli occhi posti.
La Ti. L'har qualche malia per isciagura.
Piet. Ma a que'villani i v lor ch'ella costi,
Con Cecco forse, Ciapin ch' un tristo
Ci sar stato, e i'non l'har visto.
L'haver qui Cecco da costei trovato,
In questo stato, non mi par buon atto:
Temere, e non poter parlar m'h dato
Da dubitar di lui qualche mal fatto,
Poi quand'e's' con parole aggirato
Fuggir di colta m'h chiarito affatto.
E sai se'non m'havea chiesto 'l podere
Il furbo: ma i'v fargli il suo dovere.


SCENA XIII.
Mon'Antonia, la Tina, e la Tancia.

M. A. Frega, frega, stropiccia, e ristropiccia,
Par ch'ella un p rinvenga, e poi dia 'n gi.
La Ti. V com'addosso ella ci s'aggraticcia,
Ell'havr forse i bachi, che di t?
M. A. Chi s che'non sia 'l mal di mona Riccia,
La moglie di Fruson da Mirans.
La Ti. Sai tu parole da 'ncantar gnun male?
M. A. Per chi h mangiato funghi. La Ti. Dille avale.
M. A. Dimmi tu dreto. La Ti. S. M. A. Fungo di pino.
La Ti. Fungo di pino.
M. A. Fungo di pino, che nato iarsera.
La Ti. Fungo di pino, che nato iarsera.
M. A. Che nato iarsera a quell'acquitrino.
La Ti. Che nato iarsera a quell'acquitrino.
M. A. Cresci bel fungo, cresci fin'a sera.
La Ti. Cresci bel fungo, cresci fin'a sera.
M. A. E sin'a sera, e sin'a mattutino.
La Ti. E sin'a sera, e sin'a mattutino.
M. A. Fatti 'l cappello, mettiti la ghiera.
La Ti. Fatti 'l cappello, mettiti la ghiera.
M. A. E cresci tanto, e tanto innanzi al Sole.
La Ti. E cresci tanto, e tanto innanzi al Sole.
M. A. Che guarisca costei dove le duole.
La Ti. Che guarisca costei dove le duole.
Questa non veggo che le giovi punto:
Se'se le desse per sorta quel male
Saci tu nulla? M. A. Io soglio tor dell'unto
A cotesto, e vi spargo su del sale,
Piglio un fuscel di sanguine, e l'appunto,
E poi v'infilzo un formicon con l'ale,
Tuffol nel lardo cinque volte almeno,
Poi metto altrui quel formicon'in seno.
Ma qui lardo non c', non si pu fare.
La Ti. Questa debbe altrui far gran giovagione?
M. A. Dico ch'ell' la man del ciel comare.
La Ti. Ma che vi di tu su? M. A. Parole buone,
Che pensi? La Ti. Non sarebbe ben provare
A dirle senza stecco,  formicone?
M. A. I'v prima veder s't'h qui 'n tasca
A sorta qualche chiave. La Ti. E che accasca?
M. A. Ma io non l'h. Perch'in tal male, altrui
Si mette addosso una chiave di cheto,
Ch'egli non senta, e non vegga colui,
Ch'egli la mette. La Ti. O se'ci fusse Preto
N'har fors'una da metterle lui.
M. A. Non doveva saper questo sagreto,
Che'ce l'har lasciata, e l'ugna ancora
Ch'egli h della gran bestia. La Ti. Or di 'n buon'ora.
M. A. Benedetto, maledetto,
Che trovasti aperto 'l tetto,
E scendesti al buio al letto,
E entrasti in questo petto,
Vienne fuor, non ci star pi.
Odi t? senti t?
Vien tu su? odi t?
Vienne via, dammi la mano,
Vienne via pian pian pian piano;
E s'esser non vuoi sentito
Piglia in bocca questo dito.
Mettile Tina in bocca un dito, e senti
Se 'l mal le vien su alto per la canna.
La Ti. Non lo v far la diruggina i denti,
Ella digrigna, guata un p che stanna.
M. A. Egli  ch'ella rinvien, non ti spaventi.
La Ti. L'h una bocca ch' larga una spanna.
M. A. Mettivel piano, adagio, e gentilmente.
La Ti. Opra del metter voglio ir'rilente.
Metteglielo pur t. M. A. Io glielo metto,
Che sar poi? La Ti. To v com'ella frugola.
M. A. Drento per tutto c' pulito, e netto:
Sta sta c' non so ch. La Ti. La sar l'ugola.
M. A. Io sento che le batte molto il petto.
La Ti. Fa un p pian, senti tu ch'ella mugola?
S'ella havesse pigliata una malia?
M. A. Io ci so questa bella diceria.
Mi succionno gli orci i sorci,
Mi becconno i polli i porri,
Mi mangionno gli agli i porci;
Io gridava corri corri,
E'sorci, e'polli, e'porci fuggir via.
Malia malia
Succinti i sorci,
Becchinti i polli,
Manginti i porci,
Come'succionno,
Come'becconno,
Come'mangionno
Gli orci, e'porri, e gli agli mia.
L'h altro mal, la si sta gi, e chiosa,
E queste medicine non apprezza,
Vo che no'andiamo a farle quella cosa.
La Ti. Che cosa? M. A. Un argomento con prestezza.
La Ti. Cotesta i'l'h per troppo pricolosa.
M. A. Ma s'ella h 'n corpo qualche ripienezza,
Bisogna pur'aiutar la natura:
E tu di pian, non le metter paura.
La si sbigottirebbe. La Ti. In quanto a questo
L'har ragione,  va un po te 'l f.
M. A. Tu tel fresti, e rifresti presto presto,
Iddio ti guardi dalle nicist.
La Ti. Gli  un lagoro molto disonesto.
M. A. Non h tante vergogne chi 'l mal'h.
La Ti. Chi gliel far? sapragliel tu far tu?
M. A. Buono, io n'ho fatti da cinquanta 'n su.
Meniamla via, non  pi da indugiare,
Io la reggo di qua, va tu di lae.
La Ti. O l' gravaccia, la mi fa crepare.
La T. Dove son'io? meschin'a m, chi m'hae
Portata qui? che vuoi, che vuo'tu fare?
E tu perch mi strigni? M. A. Sta su, e vae.
La Ti. Oh la si muov'un poco. La T. Cecco mio
Dove se'tu, la mi menan con dio.
M. A. Quest'or crescer, e or scemar'affanno
Mi fa pensar ch'ella sia spiritata.
La Ti. Ohime no digrazia. M. A. Perch'unguanno
C' spiritata di molta brigata.
La Ti. E'sar proprio un peccato, e un danno,
Non ce n'e un'altra come lei garbata:
L' lo spasso, e 'l trastullo di suo padre,
L'era 'l fico dell'orto di sua madre.
Il fine dell'Atto Terzo.

Intermedio de'Pescatori, e delle Pescatrici
cantato, e ballato.
Chi 'mpar l'arte d'Amore
Sa far'anche 'l pescatore;
Preso quore,
Quor che ami
Sa che cosa sono gli ami.
Con ami, reti, mazzacher, e esca
Fa anch'Amore de'quori la pesca.
Dunque noi d'Amor compagni
Per li ratti e per gli stagni
Ove bagni
Il Mugnone
Seguitiam la pescagione:
Gettisi l'hamo, la rete si stenda,
La zucca si porga, 'l pesce si prenda.
Vedi qua com'egli sguizzano,
E la coda in alto drizzano
E s'aizano,
E 'n quel tonfano
Laggi godono, e trionfano:
Tu fruca, tu fruca la 'n quella buca,
Tu fruca, tu fruca, tu fruca fruca.
Ma se 'l fiume si fa grosso,
Se'ci vien la piena addosso,
Qualche fosso
Ci sar;
E se quel ci mancher,
Almen fuor dell'acqua per piagge, e ville
Alfin piglieremo di queste anguille.



ATTO QUARTO.

SCENA PRIMA.
Ciapino, e Cecco.

Ciap. Non ti fidar mi diceva mio padre,
Non ti fidar di gnun, ma fa da t,
Non ti fidar s'ella fusse tua madre,
Che sai pur quanto dabben donna ell'.
Corpo del ciel le son pur cose ladre,
Che tu habbia tradito cos m,
Che fidato t'harei quanto tu vuoi
La casa, il pan, e 'l vin, la stalla, e'buoi.
Tu m'hai trattato in m ch'io non credetti,
Tu se'venuto a mieter nel mio campo
E 'n sul tuo hai portati i cavalletti,
Tu m'hai 'ngannato, e si ne meni 'l vampo.
Cec. Vorrei che noi venissimo a gli affetti,
Che nel mio favellar tu dai d'inciampo,
Non tel voleva dire, e tu volesti,
E ti son'or tropp'agri quest'agresti.
Ciap. Tu per questo la Cosa mi lodavi,
Ch'ell'era si grandona, e rigogliosa?
E per questo oggi tu mi sconsigliavi
A cercar pi la Tancia per mia sposa?
E ingoiartela tu te la pensavi
Con questa bella carit pelosa.
Cec. Non ci havea 'l cervello, poi ce l'ho messo,
Perch'ella non vuol t, m'intendi adesso?
Ciap. Pensa che s'io guardassi al brulichio
Ch'io mi sento di drento pe'l rovello,
Ti mostrerrei che tu se'stato rio,
E se'un mal bigatto, un trufurello.
Cec. Stravolgi un p gli orecchi Ciapin mio,
Ti v 'nsegnar un'assempro ch' bello,
E se questo non t'entra per l'umore
Allor ci che 'l tuo Cecco  traditore.
Fa conto ch'a Firenze tu andassi
In beccheria per mercato vecchio,
E d'un pezzo di bestia domandassi,
E 'l beccaio non volesse darti orecchio,
Perch quivi scevrata la serbassi
Per un'amico,  un bottega'vecchio,
Non potresti dolerti di costui,
Se 'l beccaio l'h serbata a posta a lui.
Cos la Tancia  di carne un bel pezzo,
E Amore appuntamente n' 'l beccaio:
S'Amor non ti vuol darla a nessun prezzo,
E vuol donarla a m sanza un danaio,
S'io gnene fo 'l buon grado, e s'io l'apprezzo,
Non dei metterti 'n capo l'arcolaio,
Tu non dei imbizzarrir, vuo'tu a'cani
Darla, perche l'habbiano i christiani?
Ciapino intendi ben. Ciap. Tu hai ragione,
L' la sorte ch'h tolto a forbottarmi.
Cec. Non si vorr si presto far cristione,
E venir come fan gli sgherri all'armi.
Ciap. Lasciar Ciapino,  Tancia, per Ceccone?
Fortunella d'Amor, che puoi tu farmi?
Lasciar Ciapino,  Tancia, ch'altro bene
Non hebbe al mondo,  altro quor che tene?
Ciapin che sempre da sera, e mattino,
Vuo d di festa,  d di lagorare,
Ti venia dreto com'un cagnolino,
Che lo potevi a tuo m far saltare:
Ciapino, Tancia cruda, quel Ciapino,
Che per tuo amor non s' volso ammogliare;
E h lasciat'andar tutte le dame,
Perche tu pigli un viso di tegame?
Cec. O l Ciapino. Ciap. Chetati digrazia.
Perche tu pigli Cecco, e lasci lui
Per di manco valuta ch'una crazia.
Orsu va via goditi costui,
Piglialo, portal teco, se'tu sazia?
Cec. Ciapino non l'har niun di noi dui;
Ehim ch'io non t'h detto 'l resto ancora:
La non  tua, n mia questa signora.
Ciap. O dalle del signora per la testa.
O di chi  ella? dillo. Cec. Ho detto 'l dritto
A dir signora: il cittadin l'h chiesta,
E l'har poi, ch' peggio. Che'v' fitto,
E vuolla al certo, e ella si tempesta,
E cadden'or pe 'l duolo a capofitto.
Ciap. Oh che di tu? Cec. Io non v pi pensarci,
Non v che Petro in duo pezzi mi squarci.
Ciap. Dunche bisogner ch'io mi disperi?
Cec. Fa 'l conto tu, disperati a tua posta.
Ciap. Mi veggo a pricission pe'cimiteri,
Per entro un catafalco andar in giostra.
Cec. E io che era degli amanti veri,
So dir che questa stincata mi costa.
Ciap. Le pillole d'Amor son molto amare,
I'v 'mpiccarmi, i'mi v strangolare.
Cec. Io st per disperarmi teco anch'io,
Ch'io l'havea posto amor dirottamente;
E 'l vederla svenir per amor mio
Mi cav 'l quor del corpo veramente;
Almanco almanco i'mi voglio ir con Dio.
Ciap. Non val fuggirlo chi dreto se 'l sente
L'Amore. Cec. E che s'h far? Ciap. Crepar affatto.
Cec. Io no so se s' ben. Ciap. Proviamlo un tratto.
Io per m v morir nessun mi tenga,
Se tu se'disperato fa 'l simile.
Cec. Io son contento su, la morte venga
Levami 'n spalla a uso d'un barile.
Ciap. Entrimi 'n corpo 'l fuoco, e non si spenga,
Struggami fin ch'io sia sottil sottile,
Poi l'ossa abbruci sin che've n' lisca,
E l'Amore, e la rabbia, e m finisca.
Se tu l'havessi hauta te a sposare
Del mal del mal l'har vista talvolta:
Tu m'haresti un d fatto tuo compare
Chi sa? Cec. Ben sai. Ciap. Ma or s'ella c' tolta,
L'andr a Firenze, e non vorr degnare
Nell'ormussin da capa a pi rinvolta;
Porter al collo una gran gorgiera,
E un baver'alto com'una spalliera.
Cec. L'har a schifo la grascia, e 'l camoiardo,
Porter 'ndosso un vestir signolire
Pietro dralle un diamante, uno smelardo,
Pi su di questo non si pu salire,
E'suo'cugini Iapoco, e Ghelardo,
Quel picchinin che par'alto un balire,
Presenteranle qualche bel lagoro,
Qualche dificio,  d'ariento,  d'oro.
L'andr 'n carrozza gonfia pari pari,
Si far vento con la rosta 'n mano,
S'ella sedr, parr 'l Re di danari,
Se mangier, masticher pian piano.
Tutt'i bocconi le parranno amari,
Le verr annoia 'l vino, e 'l pan di grano;
E questi giuochi sol far per boria,
Pensa tu se di noi l'har mimoria.
Ciap. Cos gettato ho via ci ch'io se mai
Per lei, e doni, e feste, e serenate:
In vano al maggio i'l'ho attaccato  mai,
E all'Impruuneta fatte l'incannate.
Cec. E io appena me ne innamorai,
Ch'i'ho dato cos nelle scartate:
Amore in campanil portommi alt'alto
Per farmi or fare a rompicollo un salto.
Ciap. I'ho versato la farina, e 'l Grano,
Pe'pellicini m' rimasto 'l sacco,
Sol m' restato qui 'l tegame in mano,
E dato ho per la via la volta al macco,
Io son'andato a caccia per un piano,
E tracciando le lepre ho perso 'l bracco,
Per la ragnaia i'ho bussato a voto,
E 'n darno or senza frutte un pero squoto.
Cec. A m la secchia  balzata nel pozzo,
E della fune sol mi resta un pezzo,
Credetti a un pippione empiere 'l gozzo,
E 'n quel cambio ho 'mboccato un nibbio,  un ghezzo,
Sperai di farmi bello, e mi fo sozzo,
Io volli essere 'l primo, e resto 'l sezzo,
Pensai far fuoco, e ho perduta l'esca,
Pensai pescare, e'pesci fuggir l'esca.
Ciap. Or venga de baleni un centinaio,
Si spampinino i tuoni a dieci a dieci;
E tu versa granuola con lo staio
O cielo, e a pi non posso pioggia reci:
Vada 'n mal'ora l'orto, e 'l pisellaio,
E'baccelli, e'carciofani co'ceci:
E vadia invisibilio ogni ricolta,
Poiche la dama mia m' stata tolta.
Cec. Si straformino in vespe, e 'l calabroni
Tutte le pecchie mie, e 'l mele in pegola,
E l'olio in morchia, e 'n zucche i miei poponi,
E 'l grano in fieno, e 'n lappole la segola,
E le faine ammazzino i pippioni,
E del tetto mi rompano ogni tegola,
E del mio forno il ciel crepi, e la bocca,
Poiche la dama mia a me non tocca.
Ciap. Meschin'a m ch'io son pur disgraziato,
Ogni cosa fra man mi piglia vento;
Par ch'alla sorte habbia 'l padre ammazzato,
E voglia vendicarsi a tradimento;
S'io lagoro col bomber rappuntato,
In quanti sassi  al mondo i'urto drento;
Il Luglio il fango m' fina'ginocchi,
M'entra 'l Gennaio la polver negli occhi.
Cec. S'a m vien la sete, si secca ogni fiume,
Se'mi vien fame, fermansi i mulini,
S'io vo di notte, mi si spegne 'l lume,
S'io vo 'n viaggio, d ne'malandrini,
S'io dormo, tolto m'en sotto le piume,
Se spender voglio, i t'ho perso i quattrini,
S'io vo a Firenze, e piscio per le mura,
Gli Otto vi proibiscon far bruttura.
Ciap. Orsu gli  tempo d'ir a far quel giuoco,
E veder se'si pu d'uscir di stento.
Cec. Eh digrazia Ciapino aspetta un poco,
Ch'a venir poi al fatto io mi sgomento.
Ciap. Vo per ispegner d'Amor'il gran fuoco,
Col soffion della morte farmi vento.
Cec. Cr che sia meglio il brucior dell'Amore,
Che quel freddo ch'aggrezza un che si muore.
Ciap. L' ostinata io voglio ir'a morire.
Cec. Vuo'tu per morir cos digiuno?
Ciap. In sul pero del Berna io vo salire,
Satollarmi e poi dire addio a ognuno.
Cec. Stent'anche m, ch'io sto anch'io per venire,
Per un compagno s'impicc un tratt'uno.
Ciap. Andianne via, ma bel sar lo scherzo
Se ci venisse il cittadin per terzo.
Vien pur via Cecco. Cec. Va pur l ch'io vengo:
Costui mi par del morir troppo 'ngordo;
Sangue di m se compagnia li tengo
Ognun dir ch'io sia stato balordo.
Ch'ho io a far di me? a che m'attengo?
Muoio  non muoio? i'vorre'farne accordo;
Perche di questo voler'ammazzarsi,
Par che di dimeno anche potesse farsi.


SCENA II.
Giovanni, e la Tancia.

Giov. Mocciosa scioccherella che tu s',
Ti bisogner far quel ch'i'voglio io,
Tu lo torrai, e dirai gran merc.
La T. I'non lo v perche'non  par mio.
Giov. Pi gi st mona luna, altro c':
Ma se d'haverti egli h tanto disio,
Se noi non siam suo'par, gli e'che erra,
Gli  cittadino, e noi zappiam la terra.
La T. So ben'io poi quel che m'intravverrebbe
Quand'io annoia li fussi venuta.
Giov. Che cosa? La T. Che'mi bastonerebbe,
Com'intravvenne alla Bruna ricciuta,
Ch'anch'ella un cittadin per marit'ebbe.
Giov. Perch'ell'era caparbia, e maliziuta,
E stava con lui sempre a t per t,
Appunto come fai or con meco t.
Tu potresti esser t la sorte mia,
E cerchi d'esser pur la mia rovina;
Chi 'l tien ch'a forza e'non ti meni via,
E tu diventi un d sua concubrina?
Non piagnere, che pensi tu che sia?
Oramai tu non se'una bambina:
I cittadin non mordon v, che credi?
E'son di carne, e han le mani, e'piedi,
E tutti gli altri membri come noi.
Accordati ormai Tancia, habbi a mente,
Ch'io son tuo padre, e considera poi
Che doventando di Preto parente,
Mi potre'tor da lagorar co'buoi,
E menarmi a Firenze tra la gente,
Si ch'un tratto in mercato bello, e intero
Comparirei vestito anch'io di nero.
Degli altri pi di un paio io n'ho veduti
Doventar cittadin col lucco addosso,
Ch'i'haveva da prima conosciuti
Vestiti d'un bigel come 'l mio grosso,
Se tu lo togli, st non lo rifiuti,
Nanzi che sian quattr'anni creder posso
Col saion di dammasco, chi lo sa?
Di venir anch'a Fiesol Podest.
Ti so dir'io che se questo accadessi
Vorre'veder se certi ghiottoncegli
Qui del paese gastigar potessi
Che mi tolgon le mandorle, e'baccegli.
Dov'al contradio se tu nol togliessi,
Noi ci strem sempre cos poveregli;
Ma se or tu vorrai esser sua sposa
Vo arristio anch'io di doventar qualcosa.
Piglialo Tancia, piglial con le buone,
E lascia andar se tu hai altri dami:
Vo che tu 'l pigli, non c' paragone
Tra lui, e gli altri, se nessun tu n'ami.
Non vedi tu ch'egli  un bel garzone
Da ir a posta a pigliallo co'lami.
La T. Mi dice ognun che rovinat'egli .
Giov. E chi  rovinato pi di m?
Ti vuole gnuda, ti vuol sanza dota;
Ma s'io ti d per moglie a quel Ciapino
Tu mi lascera'tutta la casa vota:
Se ben ti suona 'ntorno 'l chitarrino,
Che'non voglia danari, ell' carota,
Ch'ormai aperto h gli occhi ogni mucino,
N si vergognan questi sciagurati
Voler di dota i be'cento ducati.
Ma gli  ben ver ch'egli han qualche ragione,
Perche voi fate troppa spampanata:
Tale un penzol d'argento in sen si pone
Che non h pan da fare una stiacciata:
Chi non h al letto st per dir saccone,
Vuol la gammurra tutta lagorata;
Lagor dinanzi, e lagori di dreto,
E 'n capo 'l ciuffo, e'l pennacchin di vreto.
Che le padrone per nulla non sonci,
Che fanno pur tanti sbracij, e sfoggi,
(E Dio sa poi come'rimangon conci
I cittadin ch'io sento del d d'oggi.)
Bisogna ch'a tor Preto tu t'acconci,
E non volere or pi moine,  stoggi.
La T. E s'io lo toggo i'non gli vorr bene.
Giov. Tu mi par matta, dimmi un p perchene.
La T. Io ve l'ho detto, ma se voi volete
Bisegner ch'io habbia pacienza.
Giov. O sciocche  tutte quante voi sete,
Ch'al ben dal mal non fate disferenza:
E se pigliate 'l ben voi v'abbattete,
Non gi che voi n'habbiate conoscenza:
Tua M ch'haveva del cervel buondato
Un cittadin non hare'rifiutato.
O Lisa mia quand'io ti ricordo
Ancor per casa mi ti par vedere,
E starti meco a un dischettin d'accordo,
E 'n santa pace manicar, e bere;
S'ancor col pane una cipolla mordo,
Par che tu la tua parte n'habbia a havere,
Par che tu dica ancora a ogni p,
Mangia Giovanni, mangia col buon pr.
La T. Voi mi fate morir di passione
Vedervi a un tratto cos tribolato.
Giov. E per mi dei dar consolazione,
E non volermi veder adirato.
La T. Orsu se quel che voi volete io sone,
Or non ve ne vogliate pi dar piato,
Che se di buone gambe io non poss'irci,
Debbo per ubbidirvi al fin venirci.
Giov. O cos fanno le buone figliuole,
I't'imprometto che tu t'avvedrai,
Non c' un mese, di chi ben ti vuole,
E loderami, e mi ricorderai,
Ringraziandomi un d queste parole,
E mille volte mi benedirai.
Oggi un fa quello a forza, che domani,
Che'nol s prima si morde le mani.
Ma sta sta che'mi par tra gli apricessi
Veder la Preto che vien verso noi;
E'sar ben che prima io me gli appressi
Per fargli liverenza, e tu qui puoi
Aspettare, e poi udir quel che'dicessi,
O volessi ordinar de'fatti tuoi.
La T. Omb andate, io aspetto.


SCENA III.
La Tancia sola.

La T. 			Ove se'tu?
O Cecco mio io non ti vedr pi.
Ma i v pi tosto torre 'l cittadino,
E non saper dove'mi meni via,
Che vedermi d'attorno quel Ciapino,
Che pi annoia i'ho d'una malia;
Se non m' dato Cecco a mio dimino,
N ch'io 'l chiegga da m par che ben stia,
Accomodarmi bisogna,  crepare,
E questa acerba nespola ingoiare.
Eccolo l; a vedello non ch'altro
Con quel pugnale mi mette pensiero;
Gli vorr ben per non poter far'altro,
Ma non gi  ch'io gli voglia ben da vero;
Mio Pa'poteva pur darmi a quell'altro,
E levarmi dinanzi questo cero:
Dicon ch'i'acconcio 'l fornaio cos,
Non mangio pi che quattro volte 'l d,
Mi dicon ch'egli  nobol, ch'egli  bello,
Ma questa nobolt che se ne fae?
Quanto a bellezza Cecco  un gioiello,
Che val pi che non val'una cittae.
O poverin'a m, eccolo, vello,
Che far io? che dir io? Gli  quae:
Par che'mi venga la mala ventura,
Se'fusse Cecco i'non hare'paura.


SCENA IV.
Giovanni, Pietro, e la Tancia.

Giov. Ecco qua ch'ella aspetta, messer Preto,
Quanto  per m ell' al piacer vostro,
N cr ch'anch'ella si ritiri addreto,
Ch'al fin pur di volervi m'h dimostro.
Richiedetela or voi ch'io star cheto.
Poi qua de'frati no'andrem nello 'nchiostro,
Ne chiamerem qualcun del refrettorio
che faccia il distendio del parentorio.
E dica che, e come io v'imprometto
Darvi la Tancia col nome d'Iddio,
Figliuola della Lisa gi di Betto,
E di Giovanni Bruchi, che son'io,
E scriva ch'io non ho casa n tetto
Da darvi per sua dota che sia mio,
E che voi consumiate il patrimonio
A luogo, e tempo. Piet. No no, 'l matrimonio,
Che 'l patrimonio io 'l consumai  un pezzo.
Giov. Tant', io non intendo di latino.
Piet. Ma della scritta parlerem da sezzo,
Lasciate un p farmele pi vicino,
Intanto io m'avvedr s'io l'accarezzo.
S'ella mi sia ritrosa. Giov. Fa lo 'nchino,
Piglialo pella man, fagli sant,
Non vedi tu ch'egli la sua ti d?
Piet. Tancia, io mi rallegro ch'oggimai,
Tu hai pure 'l tuo meglio conosciuto,
Tuo Padre dice ch'or tu mi torrai
Se prima tu non mi havevi voluto;
Ma s'egli  ver tu stessa mi dirai:
Vuomi tu? dillo. Giov. Ponla in su 'l liuto,
Pena un bel pezzo: la vi vuol di certo.
Leva la man, tieni 'l viso scoperto.
La v'h data la man, l' obbrigata,
Non vi bisogna su n sal, n olio.
La T. Voi me 'l diceste voi s'io glien'ho data.
Giov. Io tel dissi, e 'l confermo, e me ne grolio,
L' sempicaccia, habbiatela scusata,
L' pura pi che non  un'avolio:
La piglier ben'animo: Ch'io muoia
Se per troppo ciarlar non vienvi annoia.
Piet. Le dar anim io quant'ella vuole,
Gratter tanto 'l corpo alla cicala,
Che senza esser di state,  che'sia sole,
E'ti parr ch'ella canti di gala:
E s'or la non s'ardisce a far parole,
Conosco ci non essere cosa mala,
Che questo vien ch'ell' savia, e modesta,
Giov. Sers, la fa un p la mon'onesta.
Piet. Ma perche'mi convien'in questo fatto
Certe faccende andar'a ordinare,
Io v di qui partirmi ratto ratto,
E tu intanto va a far quel che tu h'a fare:
Ma sai quel ch'io t'h a dir? con questo patto,
Che tu non habbia parenti a chiamare,
Fa ch'io non trovi l la casa piena;
Verr stasera, e mander da cena.
Giov. Voi siate troppo amorevol signore,
Vo'siate certo, vostra signoria,
Vo'ci volete far troppo favore,
Venite col buon'an che Dio vi dia,
Di nostri par noi vi farem'onore.
Grazia d'Iddio la tavola  mia,
N ho accattar la pentola al presente.
Piet. Orsu buon giorno. Tancia allegramente.
Giov. Andate che san Pier vi benedica.


SCENA V.
Giovanni, e la Tancia.

Giov. Chi  ritratto ne fa dimostrazione:
Infatti non occorre ch'io lo dica,
Questo Pietro fu sempre huom di ragione;
Ma tu rubida assai pi dell'ortica
Gli se'stata d'attorno a far musone.
La T. Ch'havev'i'a far? non son pi sposa stata.
Giov. Parlargli non istar sempre intronfiata.
Non vedi tu com'egli  amorevole?
Ci vuol mandar da cena, e quel ch'i'ho caro,
Com'io t'ho detto, e che c' pi giovevole,
Ti vuole gnuda, e'non  punto avaro:
Non gli dar nulla mi par disdicevole
Da un canto, che chi vende un somaro
Suol pur dar'anche 'l basto. La T. Ho io andarne
a casa sua col mostrar le carne?
Giov. Tu se'pur goffa, gnuda non vuol dire
Che tu non habbia la camicia indosso.
Gnuda s'intende, che'vuol'infruire
Che'non vuol dota, tu hai 'l cervel grosso.
La T. Ditemi un p non m'ho io a vestire
Della robetta, e del gammurin rosso?
Giov. Quel che tu hai sotto, e sopra gnun tel toe.
La T. E 'l mio corredo, che lo lasceroe?
La mia gammurra co'nastrin di stame,
E la becca ch'i'ho di taffett,
Il vezzo di coralli, e 'l mio carcame
S'io nol porto, a chi domin rimarr?
E quel dell'orciolin nuovo di rame,
Le mie stoviglie bianche chi l'har?
E'miei sei sciugatoi col puntiscritto,
E'duo lenzuoli cuciti a sopraggitto?
Giov. Non mancher chi gli torr sciocchina;
Ma egli che far de'nostri cenci?
E'ti rivestir da cittadina,
E sentirai stasera com'e'vienci
Che'vorr che'ci vengan domattina
Sarti, e merciai, e tutto giorno stienci:
E anche mander po 'l calzolaio,
Ch'habbia scarpe, e pianelle pi d'un paio.
La T. Io non mi vi sapr su attenere,
Quelle pianelle sono un precipizio.
Giov. Io n'ho ben viste pi d'una cadere.
(Cos non fusse'vero in lor servizio.)
Ma candendo le gravide valere
Si soglion della scusa ch'egli  vizio.
Ma 'l m che puoi vi t'accomoderai,
E 'n tanto quel che'vuol, quel tu farai.
Che'mi par un bel ch, poiche gli basta
Non voler nulla, e massime quest'anno,
Che di vino una botte ci s' guasta,
E la tempesta ci f tanto danno,
E riscaldata nell'arca  la pasta,
(Volsi dir la farina) e'topi m'hanno
Quella coltrice rosa, che 'impegnare
Soglio quand'ho fanciulle a maritare.
Ma lodato sia Dio, via l cammina,
A spazzare, e levare i ragnateli
Per casa qu, e l, ch'una dozzina
Ve n' almanco, grandi come veli
Da porre in capo  ogni cittadina:
E s'hai pel dosso bruscoluzzi,  peli,
O pillacchere,  altro, tu ti netti,
Acciocche in ordin ben lo sposo aspetti.
Ma, corpo non v dir: ch'h io fatto?
Di far la scritta uscito emmi di mente.
Quest'allegrezza fuor di me mi h tratto;
Io non son pi quel Giovanni valente,
Son cominciato a esser mentrecatto.
Ors fremla domani, e chiaramente
Diremo 'l come, e 'l quando, e 'l giorno, e 'l mese
Io te gli detti perche'mi ti chiese.
La T. Voi mel havete fatta, messersi
Vo'havete voluto ch'io lo toglia,
S ch' forza i'h hauto  dir di s,
Per andar poi a ristio e'non mi voglia.
Dissi ben io: pensa ch'ognind
M'aspetter che 'l parentor si scioglia.
S ben da un in inlato Giov. Che borbotti
Dappocucciaccia? e perche ti sbigotti?
La paura t'entra ora troppo presto;
E'si v adagio  far di questi scherzi:
Che 'l podest, e 'l vicario st lesto,
E c'entrerebbon di mezzo per terzi.
E non v anche che noi crediam questo,
Che'par che troppo forte Amor lo sferzi,
E cre'ch'egli habbia paur pi di te
Che tu nol voglia. La T. S'egli stesse  me.


SCENA VI.
Fabio, e Pietro.

Fab. Forbice 'n somma. Piet. Tu sai ch'io tel dissi
Di posta, non ci occorre pensar sopra.
Fab. O buono, io veggo che son umor fissi,
E invano ogni discorso ci s'adopra.
Piet. Si v, f conto che se tu venissi
Con tutti quanti gli argani dell'opra,
Da smuovermene un pelo e'non c' verso,
Non c' rimedio alcuno, io ne son perso.
Fab. Tu non se'in t. Piet. Faccegli. Fab. Ehim fratello
Tu ti sotterri. Piet. Io non lo stimo un zero.
Fab. Quando di t si dir vello vello,
Tu dirai, Fabio mi diceva 'l vero:
L'onor tuo st test su 'l tavolello,
E giuoca teco  petto il vitupero.
Se t ti lasci vincer l' finita;
Io vorrei perdere innanzi la vita.
Piet. L'onor io stimo al par d'ogni persona,
N mai me 'l tolse gnuno. e tu lo sai,
S'io piglio una fanciulla onesta, e buona,
Non s perche tu disonor il fai.
Fab. Perch'ell' contadina, e mal consuona
al grado tuo, che tu la sposi mai,
S'ella ti piace tu puoi vagheggiarla,
Seguirla, e sol per tuo trastullo amarla.
Piet. Allor s mi potresti biasimare
S'a lei togliessi in questo m la fama;
Ch'un nobil troppo nuoce a lungo andare
Quando da men di s fanciulla egli ama,
Come quando un signor piglia a amare
Qualche par nostra, che 'n duo d l'infama
Sol col guardarla, e senza mal nessuno
Ne dice presto presto male ognuno.
Fab. Dunque 'l miglior partito  lasciarl'ire
Per salvar l'onor tuo, e l'onor della
Fanciulla insieme. Piet. Ci sarebbe un dire
Ch'io m'andassi a rinchiuder n'una cella:
N spero che 'l mio onore sminuire
S'habbia per questo. Fab. Piglian'una bella,
Piglian'una tua pari, e troverai,
Forse pi che non credi, dote assai .
Che 'n su l'assegnamento del tuo zio,
E della redit che ti perviene,
Forse che'c' pi d'uno al creder mio,
Che gli parrebbe d'allogarla bene,
E volentieri mi mettere'io
Per amor tuo con l'arco delle stiene,
Tra di qu, e di l co'miei parenti,
Perche tu dessi in cosa da'tuo'denti.
Piet. Chi vuo'tu che mi dia nulla di buono?
In che cosa poss'io mai dar di cozzo?
V dire 'l vero, io non me la perdono,
Chi me la desse non harebbe pozzo.
Fab. Per ognuno i partiti scarsi sono,
Non c' pi cittadin che habbia un tozzo,
Bisogna in qualche m ber,  affogare,
Chi h fanciulle, e le vuol maritare.
Piet. Fabio, di questa io sono innamorato,
E d'ogn'altra parlando tu m'attristi.
Fab. Sa che tu hai l'Amor ben collocato.
Piet. Anche tu per un tratto ci venisti,
E sai ch'Amor non la guarda al casato,
N fa provanze,  leggi prioristi,
Ma ch'egli agguaglia il piccin col maggiore.
E nobilt non guarda, n onore.
Fab. Che donna bassa, e ignobile tu ami,
Or questo non  il punto ch'io ti tocco,
Ma che d'haverla per tua sposa brami,
Questo sol di mal, qui diace Nocco:
Gli  ver ch'io sono stato in tai legami,
Ma i'ho hauto sempre un p di stocco:
V cavarmi ogni voglia che mi viene
S'io posso, ma restar'un huom da bene.
E quando io fui col presso al Portone
Innamorato si ardentemente
Della figliuola di Martin Cozzone,
E ch'i'era canzona della gente,
E ognun diceva e'l'h tolta 'l guidone,
Doman la mena, e'non ne fu niente,
Crepava ben d'Amore, e di martello,
Ma i'hebbi all'onor mio sempre 'l cervello.
Pensa digrazia che contento sia,
Pietro, una tua pari come moglie havere,
Ch'habbia creanza, e ingegno, e tuttavia
Si mostri ubbidiente al tuo volere,
Quel brami sol che da te si desia,
Che ti conforti d'ogni dispiacere,
E massime la sera in su 'l ritorno,
Quando s'h travagliato tutto giorno.
Dove s'una villana come questa
Venir ti vedi a rincontrar'in sala,
Voglia tu harai di romperle la testa,
E di batterla a terra della scala:
Ch'avvezza a maneggiar per la foresta
Or la zappa, ora 'l forcolo, or la pala,
Deh con che grazia t'accarezzer?
La botte versa di quel vin ch'ell'h.
Piet. In quanto a m s'un'humil donna io amo,
Spero haverne ogni ben s'io l'ho per moglie,
Rimanga preso un'altro a maggior amo,
Ch'anche forse maggior n'har le doglie:
Tolg'una della costola d'Adamo,
Che si voglia cavar tutte le voglie,
E perch'habbia di dote sei danari
L'habbia a tener d'una Regina al pari.
Poi stia vent'anni in su 'l vestir da sposa,
Perche la spesa duri sepremai,
Che stia 'n contegno, stucchevol, lezziosa,
Nulla che tu le faccia l'empia mai:
Talvolta ingrugni superba, ambiziosa,
Perche la paia haverti dato assai,
Si che'ti sia di grazia il favellarle,
E di berretta tu t'habbia a cavarle.
I'ho fatto a miei d ben cento scrocchi,
Ma moglie con gran dote quel sarebbe
Che tra richieste, bullettini, e tocchi,
Alla fin nelle stinche mi merrebbe:
Paggi, staffier, serve, matrone, e cocchi,
E veste, e gioie anche la mia vorrebbe,
E forse alla finestra il pappagallo,
La monna all'uscio, e co'don spesso il ballo.
Toggala chi la vuol moglie s fatta,
E non voglia, e non sappia far niente;
Oggid per le pi di questa fatta
S'usan le mogli se tu pon ben mente,
Chi non h cocchio da per s l'accatta
Per ir a farsi veder tra la gente:
Visite tutto d, passeggi, e spose,
Donne di parto, e altre simil cose.
Ch'io non v star'a dir di que'festini,
Di que'giul sino alle sette, e l'otto,
Dove tal'una h perso oltre a'quattrini
Forse gli anelli, e forse 'l manicotto,
Mentre a casa rimangono i bambini
Con le calze stracciate, e 'l giubbon rotto.
Fab. Io credo molto ben che tu discerna
Che questo nasce da chi le governa,
E non istima queste cose nulla.
Ma Pietro tu che questo vedi, e sai,
Pigliando anche per moglie una fanciulla
Nobil, con dote, regger la saprai
Piet. Difficil cosa sarebbe il ridurla,
Che comune  'l disordine oramai,
Il male  penetrato insino all'osso,
E la mia non harebbe il cintol rosso.
Fab. Ma dimmi un p, se pur tu ti movessi
A questo a puro, e a sano intelletto,
E non fusse l'Amer che ti spignessi,
Ma fusser le ragion che tu hai detto,
Diavol che poi tu ti ci risolvessi,
Poiche costei non t'ama:  poveretto,
Tor moglie che si scopra non t'amare
E un tor l'orso a Modana a menare.
Piet. Questo sarebbe 'l mal, ma i'me ne rido;
S'ella st meco i'non vo dir'un mese,
Ma quattro d, al certo io mi confido,
Che l'habbian a dar gusto le mie spese.
Fab. Tant', tant' ognun ti leva 'l grido,
Non passeranno queste tue difese,
Queste gretole tue non ti varranno,
N per lavarti si trover ranno.
Pensaci, non la correr per la posta,
Spesso la fretta h 'l pentimento accanto:
Ti v lasciar'a digrumarla apposta,
E v avviarmi inverso casa intanto.
Piet. Non son per farti mai altra risposta,
Se non ch'io v costei ch'io amo tanto:
Ognuno  buono a dar delle parole,
A chi consiglia il capo non gli duole.


SCENA VII.
Pietro solo.

Piet. So ben'anch'io che s'io non fussi stretto
Dalle funi d'Amor troppo possenti,
Ch'io non dovrei venir' tal'effetto,
Che disgustassi gli ami, e'parenti,
Poss'io romper 'l collo da un tetto
S'io tolgo moglie su gli assegnamenti
D'haver governo,  di successione,
La star fresca la propagazione.
Amor mi fa tor moglie ch'altra via
Non c'era da potermici allacciare:
Ma 'l cos torla  forse men pazzia
A chi la vorr ben considerare,
Perch'almanco si sa chi colei sia,
Che qualche tempo s' durata a amare:
Ma chi toglie una che'non vidde mai,
Com'oggi s'usa, h del minchione assai.
Ma non c' ignun che habbia discrezione,
O piet alcuna d'un'innamorato;
Fin chi d'Amor prov la passione,
Quando n' fuor se l' dimenticato;
Amor par'uno scherzo alle persone,
Quando non vi s' drento, e un legato
Da'suo'vincigli, vinto dalla pena,
Abbacchiato ne v dov'e'nel mena.
Orsu io credo ch'a quest'otta ormai
Il Busca mio a que'due sciagurati
Fatt'habbia il giuoco ch'io gli comandai,
E com'asini gli habbia bastonati.
Il pi grosso batacchio ch'io trovai
Gli detti, e 'l feci metter'in agguati
Dov'eran per passar Cecco, e Ciapino,
Perche'ne desse lor un rivellino.
V un p saper com' ita la cosa,
E s'egli h fatto loro il lor dovere,
Che 'l villan' una bestia ritrosa,
Che le parole suol poco temere,
E le lusinghe la fanno viziosa,
Ma col baston se n'h ogni piacere.
Allo sprone i cavalli, al fistio i cani,
E al bastone intendono i villani.


SCENA VIII.
Giovanni solo.

Giov. Pensa, e ripensa, finalmente io trovo
Nel mio cervello ch'io ho fatto bene,
E lo farei da capo, e di bel nuovo,
Che Pietro  cittadino, e le vuol bene:
Ma io che per isquoter non mi smuovo
Sono stato un gran pezzo in su le stiene,
Perch'io credei che costui ci uccellasse,
Ma pur di questi ucce'ce ne passasse.
Orsu stasera e'la verr a vedere,
So che'l' per recar sei gentilezze:
Vorre'anch'io pur qualcosa provvedere
Recipiente per farli carezze;
La casa nostra non  havvezza a havere
P 'n qua ch'io son nat'io, queste grandezze:
Ben diceva mio p, s'io ho a mente,
Che'nostri furon conti anticamente,
Di que'conti, che'chiaman paladini.
Tant' non me ne 'ntendo, che so io?
I'ho preso meco parecchi quattrini
Per ir qua al beccaio amico mio,
Che s'egli ammazz ier degli agnellini,
Mi dia quattro peducci.


SCENA IX.
Il Berna, e Giovanni.

Il Ber.  		   Gianni addio.
Giov. Chi mi chiama? Chi  la? Il Ber. Un gran tuo amico,
E molto pi ch'io non vorrei antico.
Giov. Doh che ti mangi 'l verbo, egli  po 'l Berna:
Gli  molto allegro: donde va e'dove?
I'vo giucar che'vien dalla taverna,
E'vien al certo;  quest' bella to ve,
Egli  di d, e porta la lanterna.
1 Il Ber. I'vo'contarti le pi belle nuove,
Pi bel trionfo che tu udissi mai.
Giov. Che domin fia? Il Ber. So che tu riderai:
Ah, cha, cha, cha. Giov. O tu mi fai storiare,
Tu ridi, i'vorrei pur ridere anch'io.
Il Ber. Sa'tu Giovanni i'er'a lagorare
Per m l'ortaccio la 'n quel gemito,
E mi parve sentir rammicare
Gente oltre l, sangue del nico mio,
Io m'accostai, e veddi stramazzati
Cecco, e Ciapino ch'eran disperati.
Giov. E perche? Il Ber. Fa un poco il serfedocco:
Perche tu hai la Tancia maritata
Al cittadino, e essi il colpo han tocco,
E l'uno, e l'altro h hauta la gambata;
Fa tu Giovanni, e'facevano al tocco
(Guarda se la lor rabbia era montata)
Per chi haveva a morir prima di loro.
Giov. Morire? Il Ber. Si morire. Giov. O to ristoro.
Ma questa cosa a Cecco che importava?
Di Ciapin ch'era damo non vo dire.
Il Ber. La Tancia tua di sagreto l'amava,
Dicono, e se gli volle oggi scoprire,
E egli, perche 'l sangue gli tirava,
Per la dolcezza se le lasci ire,
E poi morir voleva per martello.
Giov. Doh gli haveva ben tenero 'l budello.
Il Ber. Tu gli haresti veduti voltolarsi,
Come chi 'n corpo habbia la medicina,
E pe 'l capo, e pe 'l viso pugna darsi,
E la Tancia chiamar ladra assassina:
Abbruciar si volevano, o 'mpiccarsi,
O pricolarsi giu da una rovina,
E dicevan di t tal vitupero,
Che fina l'aria? Giov. E egli vero? Il Ber. Vero.
Giov. Doh sciagurati, ch'ho io fatto loro?
Di che si posson'e'doler di m?
Il Ber. I sta pur'a sentir che bel lagoro.
Giov. Fa conto che'debb'esser bel per t,
Che 'n quanto a m, per dirtela, costoro
Vanno cercando, al corpo di mia f.
Il Ber. Non t'alterar, non t'alterar Giannone.
Giov. Elle son pazze cose. Il Ber. Discrezione.
Anche noi fra'diciotto, e fra'vent'anni
L'Amor ci fava far delle pazzie:
Ma st pur'a sentir caro Giovanni:
Com'io t'ho detto i'm'accostai lor lie,
E dissi lor: ditemi un p ch'affanni
Son questi vostri? O Berna tu se'quie
Disse Ciapino, ascoltami digrazia ,
E mi contaron quella lor disgrazia.
E ch'eran risoluti, e dilibrati
Di non voler'in nessun m campare,
E che per gli havessi consigliati
Qual morte era pi agevol'a pigliare,
E ch'a un bisogno gli havessi aiutati,
Se'non sapean finirsi d'ammazzare:
Io che stava per rider tratto tratto,
Qui mi lasciai scappar le risa affatto.
E a sganasciar ricominciai si forte,
Ch'io credo che, s'ell'era ivi vicina,
Voglia di rider venisse alla Morte:
Rizzatevi diss'io gente tapina,
Mattacci da legar con le ritorte:
Non si desta a sua posta la mattina
Chi con la Morte va la sera a letto,
Muoia la Tancia pure, e chi l' stretto.
Giov. Berna a salvare. Il Ber. Io non volli dir questo
Ch'io mal volessi a nessun di voi dui.
Giov. Bene sta. Il Ber. Cecco si lev su presto,
Che moriva per far servizio altrui.
Ciapin che volentier facea del resto
Gli parve i'gli guastassi i fatti sui;
Ma 'l presi per un braccio, e su 'l rizzai,
E lui, e Cecco meco ne menai.
Giov. O mi sa mal che tu gli scomodassi,
Le sono scortesie. Il Ber. Si eh compare?
Giov. S'un vuol del suo un capriccio cavassi,
L' villania non lo lasciar fare.
Il Ber. Vogliam noi dir che se tu t'impiccassi
Tu havessi caro alla fin di scampare?
Giov. Berna, i'non far mai questa pazzia:
Ma dove gli menasti? Il Ber. A casa mia,
Che m'havea dati du'fiaschi di vino
Ieri, l'ostessa della Torre a Scossi,
Perch'io son'ito per lei a mulino
Pi volte, e un quattrin mai non riscossi,
E m'havea con que'dato un tacconcino
Di carnesecca, ch'a costor la cossi,
Fevi su quattro fette di pan santo,
Che fu un rimedio a stagnar loro il pianto.
O l'odor fosse della carbonata
Condita ben con dell'aceto forte,
O che la carne del porco appropiata
Habbia qualche vert contro alla Morte;
Appena innanzi a costor fu portata,
Che'parve allotta che'mutasson sorte,
Se gli rallegr lor la vista, e 'l quore,
E 'l viso a un tratto miglior colore.
A quel piattello si messon'attorno,
Che'parevan'usciti di prigione:
Tornava appunto mogliema dal forno.
Giov. O Berna tu di 'l ver ch'io riderone.
Il Ber. Tornava appunto mogliema dal forno.
E havea in grembo quattro stiacciatone.
Giov. Sta a veder, sta a veder. Il Ber. Come nabissi
Gliel'acchiapponno tutte. Giov. Che ti dissi?
Il Ber. E fecero in quel vin zuppon tant'alti
Per discacciar l'umor maninconoso ,
Si che'si fer ben ben ciuscheri, e alti,
Ch'egli era, vedi, di quel grolioso,
E gi pe 'l capo lor facea ta'salti,
Che 'l parlar lor si fece brobbioso,
E sporco. Giov. O la Cosa eravi allora?
Il Ber. N, diavol alla faccia, ell'era fuora.
Giov. Io muio dalle risa,  l' garbata.
Il Ber. Mogliama ch'havea al naso il moscherino,
Perch'io fe loro quella carbonata,
N a lei serbato haveva un p di vino,
Di queste lor sporcizie scorrubbiata,
Si volt dreto a Cecco, e a Ciapino,
E chiappata la pala da 'nfornare,
Dattorno a lor la 'ncominci arrostare.
E dava lor di buone ramatate,
S'io non er'io, da spianar lor le spalle.
Giov. Pensa se tu redevi. Il Ber. Le brigate
V'eran gi corse sin di quinavalle:
Fuggiron come golpi spaventate,
Quand'ogni vicin grida dalle dalle.
Giov. E ove andonno e'poi? Il Ber. Io gli scampai
Dalle percosse, e poi ir gli lasciai.
E dov'andasser non anda'a vedello,
Ma mi messi po a fare i fatti miei,
E la mia donna ch'a questo, e a quello
Hebbe voglia di darne pi di sei,
Postasi po'a seder in sul pratello
La se ne messe a ridere anche lei;
Che passata che l' quella furiaccia,
L' tutta dolce, e  piacevolaccia.
Giov. Tu mi fai ricordar or della mia,
Della mia Lisa, quell'agnol biato,
Che quando anch'ella entrava in bizzarria
Voltati 'n l l'era un crespel melato.
Il Ber. Tu la lasciasti, Giovanni, andar via
Quand'un non se 'l sarebbe mai pensato.
Giov. Poi 'n qua ch'ell'hebbe quel mal si spiacevole,
Ella fu sempre bolsa, e cagionevole.
Poi gli venne una sera un'occidente,
E un giel per le gambe, e per le rene,
che la squoteva si dirottamente,
Che'non l'haren fermata le catene.
Il Ber. Che le facesti tu? Giov. Subitamente
La messi a letto, e la copersi bene.
Il Ber. Facesti tu altro? Giov. Il tutto feci,
Ma fu un quocer senza ranno i ceci.
Un buon sacco di cener calda calda
Le posi in su le rene, e non giovolle,
La legai sur'un'asse ferma, e salda
Messila in forno, e vennonle assai bolle:
Ma quella malattia fu s ribalda,
Ch'uscirle mai d'addosso non le volle.
Il Ber. Non chiamasti tu 'l medico? Giov. Io 'l chiamai.
Il Ber. E che le fece? Giov. De gli impiastri assai.
Le tast 'l polso, e brancicolle 'l petto,
Per veder di che sorta era la frebbe.
Finalmente per ultimo ricetto,
Una presa di cassa a pigliar hebbe:
Fu per ischizzar gli occhi a suo dispetto,
E ingoiolla crepando col Giulebbe:
E quand'egli hebbe varie cose fatte,
Le cav sangue poi con le pignatte.
L'unse po 'l corpo con di molti unguenti,
Poiche le catapecchie usciron fuori.
Le fece pi cerottoli, e formenti
Al capo, alle ginocchie, al petto, al quore,
Che la stette tre d sempre in istenti.
Che scorre pi? l'and poi via 'n tre ore:
Pensa se duro ogni d pi mi paia,
Ch'era 'l puntello della mia vecchiaia.
Il Ber. Orsu almen tu hai questo contento
D'haver fatta oggimai la Tancia sposa.
Giov. Io non tel niego, i'n'ho gran piacimento.
Il Ber. Cos facess'io presto della Cosa.
Giov. Fuss'io buon'io. Il Ber. Da che noi ci siam drento
Ti v dir'il pensier della mia Rosa;
Che se ben dianzi f seco cristione,
A Ciapin sempre h hauta incrinazione.
E infino a ora entrati non ci siamo,
per non te ne voler far dispiacere,
Perche Ciapin della Tancia era damo:
Ma oramai ch'ella no 'l pu pi avere,
Egli  ben che per noi no ce n'atiamo
Dapoi che gnun non se ne pu dolere.
Giov. Drestigliela? Il Ber. Se noi fussimo d'accordo.
Giov. Io non v che tu l'habbia detto a sordo.
Or dami tu licenza ch'io trameni
Questa faccenda, quando sia a proposito?
Il Ber. Io te la d. Giov. Non t'importi ch'io peni,
Ma credi pur ch'io ci far l'opposito:
Lasciati riveder talvolta, e vieni
Da m, ch'io non v far qualche sproposito
Che tu nol sappia. Il Ber. Io te ne fro onore,
Mi fido pi di t, che d'un dottore.
E perch'io v stasera valicare
Sin di l d'Arno per finir quel muro,
Quel mur'a secco che tu sai compare,
Habbimi intanto a mente. Giov.Sta sicuro:
Per tu dei la lanterna portare?
Il Ber. La notte pe'bisogni io mi percuro.
Giov. Quanto vi strai? Il Ber. Duo d. Giov. Or su addio,
Non indugiar. Il Ber. Tu sa 'l bisogno mio.
Giov. Se viene il taglio io ci far buon'opra,
Vatti con Dio ch'i'ho tardato troppo.


SCENA X.
Giovanni solo.

Giov. Quand'io son nun servigio ognun mi sciopra.
Ti sa ch', ti sa ch' do 'n qualche 'ntoppo,
La casa mia andrebbe sottosopra,
Se prima Pietro vi giugnesse, e i'doppo:
Forse s'io stessi qui molto a piuolo,
Gli impalmer la Tancia a solo a solo.


SCENA XI.
La Cosa, e Giannino.

La C. Va t'innamora va, va t'innamora,
Tu m'hai ficcati cento aghi nel cuore:
O fortunaccia trista traditora,
O sventurat'a m. Gian. Non far romore,
Che vu tu far se'son morti in buon'ora?
La C. Non ti par e'ch'io n'habbia a haver dolore?
Ma ricontami un p com'ell' ita.
Tu m'hai messo un gran tribolo per la vita.
Gian. Per ricontarti la loro sciagura,
Dico ch'essondo entrato la pe 'l mezzo
Del bosco a far le legne con la scura
Pe 'l padron, m'era posto un poco al rezzo,
E viddi due fuggir con gran paura,
(Ohim ch'a ricordarmel n'h ribrezzo)
E'correvan si forte per que'sassi
Che'pareva che 'l diavol gli portassi.
Quando mi furo accosti io gli aocchiai,
E riconobbi esser Ciapino, e Cecco,
E dissi all'uno, e all'altro dove vai?
E dove vai mi rispondeva l'ecco:
Io gli chiamava, e'non fiataron mai,
e atteser'a darla per quel secco,
Giunsero a una cava dirupata,
E gi capolevaro alla spacciata.
Io cre'per m che'non l'havesser vista,
Ch'al certo e'si sarebber fatti 'ndreto.
La C.  O Cosa sventurata,  Cosa trista,
Eravi gnun che corresse lor dreto?
Gian. Non mi pass gnun'altro per la vista,
Ma i'sent tra le frasche un roviglieto,
Un certo dimenio, i malandrini
Chi sa? forse scaccionno i poverini.
La C. Corresti tu a vedergli laggi basso?
Gian. Non io, hebbi timor de'fatti miei,
Ma me n'andai catellon passo passo,
Temendo di non dare anch'io ne'rei:
Io gli sentij gridar gi da quel masso,
Che due, e tre volte dissero ohimei:
Poi giunti colaggi su 'l lastricato
Secondo m non raccolser pi 'l fiato.
La C. Va t'innamora va, va t'innamora,
O che sar di m senza Ciapino?
Vieni morte deh vieni oggi 'n malora,
E pigliami pe 'l collo, e a capochino,
Gettami in qualche borro,  in qualche gora,
E fammi macinare a un mulino:
O tu mi ficca se tu hai fornace
Drentovi, e fa dell'ossa mie le brace.
Gian. Uh quel che tu di Cosa. La C. Io voglio ir via,
Non v che pi mi vegga mai persona.
Gian. O voti tu morire Cosa mia?
La C. Forse che si. Gian. O Prete a morto suona.
La C. Addio Giannino, addio mamma, addio zia.
Gian. V come con le mai ella si sprona,
Par ch'ella vadia a morir dietamente:
O Cosa aspetta un poco, ella non sente.
Il fine dell'Atto quarto.

Intermedio de'Segatori del Grano
cantato, e ballato.
Per tutti i campi 'ntorno
Gi son maturi i grani:
Lodato 'l ciel, un giorno
Noi farem come balle grandi i pani.
Meniam le mani
Su via seghiamo,
Doman battiamo,
L'altro al mulin, poi 'l pan facciamo,
Poi lo 'nforniam, poi col godiamo.
Deh che bella sementa
Fu fatta in questi colli;
Non so se vi rammenta
De'tempi com'andaro umidi, e molli:
Ora satolli
N'andrem di gi,
N'andrem di s,
Satolli pur sarem mai pi,
E satoll'io, satollo t.
Quest'anno il gran s'aspetta
Per tutto a buon mercato,
E par che cel prometta
Cospo pio, Cosmo giusto, e fortunato,
Torniamo al prato
Per riposare,
che pi segare?
Se s'h da mangiar, se s'h a sguazzare
Senza penar, senza sudare.
Il primo d di festa
Andrenne in Pratolino,
E farenvi una festa,
Chi s che'non vi venga il Principino?
E pan, e vino
Daracci, e cena:
Vita serena
Ci far far di gioia piena
Christiana, e Cosmo, e Maddalena.



ATTO QUINTO.

SCENA PRIMA.
Fabio solo.

Fab. I Suoi parenti questo disonore
Non han voluto alla fin comportare,
Ma di tal cosa sempre hebbi timore,
Ch'io conosceva con chi egli havea a fare,
Per quando de'birri udij 'l romore
Io dissi a Pietro va via non badare,
Come s'io fussi indovino di questo,
Ma e'non gli riusc d'esser si lesto.
Color ch'havevan ben gli occhi alle starne,
Ecco ch'in un'istante l'accerchiaro,
Che tempo non vi fu da scapolarne,
Messergli l'ungna addosso, e lo legaro,
Talche per forza gli bisogn andarne:
Io volli oppormi, et e'mi minacciaro,
Rivoltandomi al petto ronche, e stioppi
E d'uopo, e or che questa boccia scoppi.
Perche se 'l diavol f, si com'io intendo
Da un ragazzo che qua 'l raccontava,
Che quel Ciapino, e quel Cecco fuggendo
Dal Busca, sian caduti in una cava,
(Cosa ch'io credo vera, gi sapendo
Che 'l Busca con gran fretta gli cercava
Per bastonargli) forse essendo stato
Costui veduto, Pietro  rovinato.
Se cos st che'sian mal capitati,
Ne sar tosto nota la cagione,
E cos Pietro che li ha bastonati,
A questo m trovandosi in prigione
Pagherebb'or la pena de'peccati
Da lui commessi senza sua 'ntenzione:
V saper certo s'egli han rotto 'l collo,
S'egli  ver, quanto posso aiuterollo.
E mostrer come 'l suo error sia poco,
Se solo h fatto dar quattro percosse
A questi duo'villan quasi per gioco,
E ch'anche senza cagion non si mosse,
Ch'ognun l'harebbe tenuto un dappoco,
Se fino allor ch'egli era in su le mosse
Di tor costei, costor l'eran d'attorno
A vagheggiarla, non senza suo scorno.


SCENA II.
La Cosa, e Tancia.

La C. A Te ti st 'l dover, che maritata
T'eri a un'altro, e ti si puo ben dire
Che da per t tu te la sia cercata:
Ma Ciapin mio er'andato a morire
Senza mia colpa. La T. Se mio p m'h data
Al cittadin, no 'l debb'io ubbidire?
La C. No'habbiam ragion tutt'a due, e sol Preto
Ne fu cagion col far correr lor dreto.
La T. Pietro ne fu cagione, e 'l suo servente.
La C. Ma Preto ne far la penitenza.
La T. Forse d'havermi amata ora si pente.
La C. Ma tu che or ne se'rimasa senza?
La T. Gavacciol habbia dove me'si sente:
So che l'han tolto via con diligenza.
La C. Tu se'senza marito. La T. E senza damo
Ch' peggio. La C. E di duo'pesci hai perso il lamo.
La T. O cecco Cecco. La C. O Ciapino Ciapino.
La T. Se'tu finito? La C. Se'tu morto affatto?
La T. Perch'andasti tu gi a capochino?
La C. Che non saltastu gi 'n pi com'un gatto?
La T. Chi domin t'h ricolto poverino?
La C. Dove t'hann'e'riposto di soppiatto?
La T. Domin se t'han portato ancora al santo?
La C. Chi ti far l'essecole col pianto?
Io senza 'ndugio Ciapin ti v fare,
E piangnendo, e gridando lo scorrotto,
Vo pelarmi, e mi v tutta graffiare,
E andar qua, e l col viso rotto.
La T. Tu Cecco mio, mio Cecco vatti a stare
Con la buon'ora al buio in terra sotto,
E 'n pace toi questo mio piagnisteo,
Poiche la sorte si t'h detto reo.
Io vo venirti a accender le candele,
Ti v sparger i fior per m l'avello,
Io ti v tutto imbalsimar di mele,
Che non si smunga mai viso si bello,
E a dispetto di morte crudele,
Che t'h condotto a si strano macello,
Ti v far'un pitaffio generale,
Come qualmente capitasti male.
La C. Io v baciar la bara, e 'l monimento,
E voglio aprirti, e serrart'io 'l chiusino,
Io 'l v da imo a sommo spazzar drento,
Poiche tu v'ha'a dormir tu 'l mio Ciapino:
E vi v por, perche'non vi pu 'l vento,
Per tua consolazione un lumicino.
Vovi piantar'intorno un sorbo,  un noce,
Per memoria del tuo caso feroce.
La T. Poi ch'io h perso t, pi di mariti,
O di dami non sia chi mi ragioni,
I cape'non v pi portar fioriti,
N a balli non voglio ir, n a pricissioni,
E s'avvien ch'alle feste gnun m'inviti,
Mi scuser d'haver i pedignoni,
Per m ogni festa h spenti i candellieri,
E son condotti al verde tutti i ceri.
La C. Tu Ciapin ti sotterri in sepoltura,
E io nel petto mio satterro Amore :
Dapoi ch'i'h perduta la ventura,
Caschi pur per m morto ogni amadore,
E s'io divento in faccia magra, e scura,
No v portar pi liscio, n colore,
E 'l viso mi si faccia nero, e crespo,
E caschinmi i capegli a cespo, a cespo.
La T. O Cecco mio quel bel viso amoroso,
O Cecco mio debb'esser fragellato:
O Cecco mio quel parlar gralzioso,
O Cecco mio non debbe haver pi fiato:
O Cecco mio se t'eri mio sposo,
O Cecco mio ti sare'stata allato:
O Cecco mio, e se pur tu cascavi,
O Cecco mio a me tu t'attaccavi.
La C. Ohime Ciapin tu non tornerai pi,
Ohime Ciapin tu debb'esser fredd'ora,
Ohime Ciapin tu strai chiuso laggi,
Ohime Ciapin, e io rimarr fuora,
Ohime Ciapin v po fidati t,
Ohime Ciapin  v po'ti ristora,
Ohime Ciapin, poi ch'al ciel cosi piace,
Ohime Ciapin requiescatt'in pace.
La T. Che debb'io far di m, chi me lo dice?
S'io v a casa, mi par d'ire in prigione,
E l'andar per le vie non mi s'addice,
Mal se qui st, peggio s'altrove vone.
La C. Io che far pover'a me sfelice?
Io mi vo'dileguar dalle persone.
La T. Oh ecco qu mio p pien di scorruccio,
Tiriamci tramendue 'n questo cantuccio.


SCENA III.
Giovanni, la Tancia, e la Cosa.

Giov. O povero Ciapin, Cecco sgraziato,
E quant' egli ch'io vi favellai,
E che no'andamo a Scarperia al mercato,
E ch'io bevvi con voi, e merendai?
O servidor di Pietro sciagurato,
Che 'n malora cos mandat'hai
Duo giovanoni ch'era una bellezza,
Che tu possa strappare una cavezza.
Le disgrazie son sempre apparecchiate,
Ma troppo  strana quella del morire:
Quant'era meglio a quelle bastonate
Chinar le spalle, che darsi a fuggire.
Che per cento che'lor n'havesse date,
Ch'er'egli mai? Ma ch'occorre pi dire,
A'fatti lor pi rimedio non ,
E'non mi manca da roder per m.
Quella fraschetta della Tancia mia,
Quel cervelluzzo della mia figliuola
S' sempre mai recata in fantasia
Non voler di Ciapino udir parola,
Perche poi lo sconsenso a Pietro dia
S'h hauto a stracinarla per la gola:
Or questo a un tratto in prigion' balzato,
L'altro da un masso  gi capolevato.
S'al cittadino il bentipiaci dava
Un p pi presto, e'non ne seguia danno,
Gnun de'parenti suoi se ne'mpacciava,
N havean tempo d'ordir questo panno,
S' farle dar l'anello poi s'avacciava
Potean haver a lor posta il malanno,
Che non val poi volerla arrosto,  a lesso,
Quando in presenza al ser l'anel s' messo.
Son gi pi d ch'io m'era in fine accorto
Che Pietro la voleva daddovero,
Ch'a ser Marchionne di non farmi torto
Giur su 'l muricciuol del cimitero,
E che voleva prima cader morto,
Che d'ingannarmi havesse mai pensiero;
Talche dargliela m'era risoluto,
E lei capona mai non l'h voluto,
Se non oggi, che poi che'me la chiese,
E ch'io gliene promessi apertamente,
Da ch'io son stato con lei alle prese
Per farla dir di s, pur finalmente
Ci s'era svolta: e or le reti tese
Stender senza haver preso niente,
E bisogna altre frasche, altro piuolo
Or cercarle,  impaniarle altro querciuolo.
Queste figliuole son mala sementa,
E erba son da non voler per l'orto,
Il fatto della mia s mi sgomenta,
Ch'io non so s'io son vivo,  s'io son morto,
Ma e'mi par pur ch'anch'ella se ne senta,
Ch'ella ne va rata senza conforto,
E se di Pietro non si straccia gli occhi,
Par che di Cecco il mal tutto a lei tocchi.
Mi son stati gli orecchi stuzzicati
Ch'ell'era bruciolata un p di lui;
Tutti i partiti mi son'or mancati,
Che con Ciapin rotto 'l collo h costui;
Se'fusse vivo, a f se Dio mi guati
A lui la drei, perche degli altri dui
L'un m' scappato, ch'era il cittadino,
E da lei scruso affatto era Ciapino.
Ma pacienza, io v cercar di lei,
Ch'ella non sdrucolasse in qualche male:
O Tancia mal'andata dove sei?
Dove se'tu? rispondi, e vieni avale.
La T. E non gridate in malorcia. Giov. Ohimei.
La T. Vo'fate una boccaccia si bestiale,
Che 'n quant'a mene. Giov. Orsu che fai tu qu?
Hass'egli a ir meriggion tutto 'l d?
Passa un p qua, ch'azzoppi da un fianco,
E da quell'altro poi, se non bast'uno:
To c' la Cosa seco, e di lei anco
M' stato detto ch'ell'h a portar bruno:
Le si sono accoppiate fuor del branco,
E vanno via raminghe sanza gnuno,
Bella coppia di pecore smarrite,
Venite meco, or ascoltate, udite.
La T. Va innanzi Cosa. La C. Va tu che se'sua.
La T. Non vorre'ci cogliesser le sue grida.
Giov. Ascoltatemi insieme tramendua.
La T. Deh Cosa in cortesia fammi la guida.
La C. Vai tu, che fia maggior la parte tua.
La T. Ohime che par che 'l quor mi si dovida.
Giov. Tancia Tancia s'io piglio in man qualcosa,
E t'esco dreto. La T. Andiam l 'nsieme Cosa.
Giov. Che fate voi cost? di che cercate?
Non gi de'funghi, che'non vi puo 'l sole:
Ditemi civettuzze che voi siate,
Parv'e'ch'egli stia bene andar si sole?
Che fate? che pensate? dov'andate?
Ch'havete? che piagnete? che vi duole?
Tu dispettosa, e'si vorre'strozzarti,
Che fusti si caparbia a maritarti.
Poi quando tu havevi l'acqua attinta,
Venne la sorta dreto, e dalla sponda
Alla mezzina t'h data la pinta:
O va raccola tu or ch'ell'affonda.
Tanto indugiasti a voler'esser vinta,
Che't' cascata questa pera monda,
Or va or tu, e leccati le dita
Sgraziata, mona merda, scimunita.
Fatevi innanzi, andate qua bestiuole,
Ch'a casa sanza indugio io vi rimeni:
Cosa a te non far troppe parole,
Tu la farai con que'che tu attieni:
Su camminate, che'va sotto 'l Sole.
Or qui dallato Tancia mi vieni,
Vien qua Cosa, e pigliala per mano.
E camminate, e non vi paia strano.


SCENA IV.
Giannino, la Cosa, la Tancia, e Giovanni.

Gian. Aspetta aspetta Cosa. La C. Chi m' dreto?
Gian. Ciapino  vivo. e va via co'suoi piedi.
La C. Cos ste st. Gian. Mai s. La C. Dhe statti cheto.
Gian. Gli  ver. La C. Tu se'un bugiardo. Gian. Tu no 'l credi,
E'son qui egli, e Cecco appi 'l cerreto.
La T. Cecco dov'? Gian. Di qui tu non lo vedi;
Gli  vivo anch'egli. Giov. Andate via cicale.
Gian. Spettate un p. Giov. Spettiam, che fia di male?
La T. Ha 'l  tu veduto tu? Gian. Si ho. La T. E dove?
La C. E Ciapin'anche? Gian. E lui, e sono in coppia
Gi dalla doccia dove l'acqua piove.
Giov. Di 'l vero. Gian. Io 'l dico. La T. Ohime che 'l quor mi scoppia.
Giov. Se'son resuscitati,  buone nuove,
S'elle son vere, e l'allegrezza  doppia.
Gian. E'son per certo. Giov. Hai tu lor favellato?
Gian. Sern. Giov. Do che ti possa uscir il fiato.
O che sai che sian dessi? Gian. Diacin fallo
Ch'alla lucheria lor non gli ravvisi:
Cecco havea come'suole il cintol giallo,
E Ciapino allorecchio i fioralisi.
Giov. Perche non t'accostasti a salutallo
O l'uno,  l'altro? Gian. Io volli dar gli avvisi,
E venni in fretta con questa faccenda.
Giov. Orsu che'sar stata la tregenda,
O ver le fate della buca uscite.
Gian. Non mel credete n. La C. Eran'e''nfranti?
Gian. E'si divincolavono. La T. Udite
Mio p. Gian. E'son per certo i vostri amanti.
La T. E'denno haver le gote scolorite.
La C. E le mani sbucciate. Giov. Orsu via avanti,
Andate l che'sono indozzamenti,
Costui h mangiato cicerchie, e non lenti.
Gian. La st appunto cos com'io v'ho detto,
Ma che scade pi dir? mi par vedergli.
Giov. E dove? mostra un poco. Gian. Su quel netto.
Giov. Non gli scorgo. La T. Ne io. La C. Ne io, n egli
Se'dir 'l ver. Gian. Mi paiono in effetto.
Ci bisognerebb'un di que'bordegli,
Ch'havea l'altrieri il padron del mio zio,
Che mai non viddi il pi bel lagorio.
Giov. Perche ne far? ch'er'egli? Gian. Perche tosto
Noi vedessim se'son? gli era un cotale,
Che fa veder le cose da discosto...
Giov. Come si chiama? Gian. Il chiamano un'occhiale
Che quand'un per me'gli occhi se l'h posto,
Gli fa veder ci ch' sin quinavale.
Giov. Non ci arrivan gli occhiali a mille miglia
Di qui  a color? Gian. Gli  una meraviglia.
Gli  lungo, e par degli organi un cannone,
H duo vreti, un da capo, e un da piede:
Si chiude un'occhio, e l'altro vi si pone,
Sotto si guarda, e di sopra si vede:
F crescer si le cose, e le persone,
Che chi mira un pulcino un'oca il crede:
La luna un fondo di tin mi pareva,
E drento monti, e pian vi si vedeva.
Giov. O tu di le gran cose scioccherello.
Gian. Se drento anche voi gli occhi vi mettessi,
Non diresti cos, ite a vedello,
P e'non  cristian chi lo credessi:
Giovanni, Cosa, Tancia,  gli era bello.
La T. Che importa questo a m? fusser'egli essi.
La C. O se Ciapin tornassi. La T. O se'tornassi
Il mio Cecco. Giov. Via l movete i passi.
Gian. Fermatevi, fermatevi, tornate.
Eccogli qu che'vengon di buon passo.
La T. Ohime mio p, guatategli, guatate.
Giov. Io non gli veggo, fate un gran fracasso.
La C. Mai si, mai si, e'son, non dubitate.
Giov. Com'esser pu che nel cader dal masso,
E'non si siano uno stinco,  un fianco
O qualche braccio rotto,  guasto almanco?
Gian. No 'l so, gli han tutt'a due le mani in mano,
N veggo che gnun zoppichi,  s'appoggi,
Segno ch'ognun di lor debb'esser sano.
Giov. O quest' ben un gran miracol'oggi,
In sur'un letto sprimacciato, e piano,
Non n'una cava di questi poggi
Par che caduti sian.


SCENA V.
Cecco, Ciapino, Giovanni, la Tancia, la Cosa, Giannino.

Cec. 			Ciapin, Ciapino
Ve l la Cosa, e Giovanni, e Giannino.
E la Tancia, ch' pi. Ciap. A m l'umore
De'fatti suoi  sfiatato a ritrosa.
Cec. Vuo'ch'io ti dica? per guarir d'Amore
Cader da una cava  buona cosa.
Ciap. Ma non da farla da un tratto 'nfuore,
Ch'ella m' riuscita faticosa:
Mi par haverne hauto molto buono
Questa volta. Cec. No'habbiam la vita 'n dono.
E havemm'oggi ben del moccicone
Quando no'andammo a posta per morire.
Ciap. Parve che noi facessimo ragione,
Che'fusse appunto com'ir a dormire:
Ma tocco della morte ora 'l coltrone,
Per me non me ne vo'pi ricoprire,
Muoia l'Amore, e la dama e ogn'altro
Ch'io morr allor ch'io non potr far altro.
Giov. Siate vo'voi. Cec. No'siam noi daddovero.
Giov. Chi v'h portati qui? Cec. Le nostre zanche,
Giov. Ognun di voi  egli tutto intero?
Ciap. No'habbiamo 'l capo, e 'l corpo, 'l didreto anche.
Giov. Io vi pensai segnar su 'l cimitero.
Cec. E le spalle, e'ginocchi, e'pi, e le branche.
Giov. Non cadeste voi gi con le persone?
Cec. Cademmo al certo. Giov. Chi vi liberone?
Cec. Ciapin dil t, che saltasti pi forte.
Ciap. Io 'l dir, ch'io non l'h sdimenticato.
La T. Gli han fatto visi che'paion la morte.
La C. Uh, l'un, e l'altro mi par disformato.
Giov. Come scampaste voi la mala sorte
Doppo che quel da orso immascherato,
E sconosciuto v'hebbe bastonati,
E che vo'andaste gi capolevati?
Ciap. Ven'er'un ben da orso travestito
Tra color, che ci vennero a affrontare,
E'mi parv'anche pi de gl'altri ardito,
Io non mi potei mai d lui campare.
Giov. E'non fu se non uno. Ciap. Io l'h sentito
Me'di voi quanti e'funno, e vo'giucare,
S'il potessi saper, che'fur pi d'otto.
Cecco non  ver? Cec. Pi di diciotto.
Giov. E fu quel solo con quella pelliccia
D'orso. Ciap. Per un me 'l sare'messo a'piedi.
Cec. N'hare'voluto al certo far salsiccia.
Ciap. Vo'che 'l diciate a me. Giov. Ciapino vedi,
Si s per tutto, domandane 'l Ciccia
Tuo zio, te 'l dir e', s' me nol credi.
Gian. O questa mi parrebbe stralagante.
Come poteva un sol darcene tante?
Giov. Tu odi, l' cos, io non ti mento.
Cec. O'noi saremmo stati i bei poltroni.
Giov. In quant' me io cre'che fusser cento,
L'aria pareva pien di bastoni.
Cec. E l'ar fatto per incantamento,
Per farci rimaner duo gran minchioni,
Facendoci un huom solo parer tanti.
Ciap. Le mie percosse non furon gi 'ncanti.
Ma s'io credeva che'fuss'uno appunto,
Dove ch'addreto io non mi volsi mai,
Fatto harei fuggir lui, e l'harei giunto.
Venga la rabbia ch'io non ci pensai.
Cec. Ma e'c'era forse un'altro pi bel punto,
Ch'era il fermarsi, e lasciarlo far, sai,
Perche's'havesse ben ben  straccare,
Poi 'l baston torli, e lui ribastonare.
O l'era bella. Ciap. Ma chi fu costui?
Giov. E'fu 'l fante di Pietro del Belfiore.
Cec. Non ti diss'io ch'io temeva di lui?
Giov. Cos si dice: e ch' porvi in timore
Pietro, e  bastonarvi tramendui,
Mandato havea questo suo servidore,
Che tor la Tancia gi sendo rimaso,
Volle levarsi i moscherin dal naso.
Ciap. To'to'. Cec. V bella invenia, che  questa.
Ciap. S ben gli  cittadin, chi s ch'un tratto
E a lu', e al fante i'non faccia la festa?
Apponla a me s'io non me ne riscatto.
Giov. Gli  stato tratto il ruzzo dalla testa.
La T. Mio p lasciate seguitargli 'l fatto.
Giov. Orsu contalo su. Ciap. Dite vo'voi
Che h hauto Pietro, e poi dir di noi.
Giov. Pietro  ito in prigion sanza rimedio,
Che'l'han fatto pigliar i suoi parenti,
I birri or or senza tenerlo a tedio,
N'han fatto un fascio, come di sermenti.
Ciap. Ve che non ci potr pi por l'assedio.
Cec. Che lo sbranino i cani a duo'palmenti.
Giov. Dagli pur che'non sente:  che tagliata
Si fa quand'una querce  rovinata.
Ciap. Mal'habbia e egli, e tutti de'suoi pari.
Giov. Sta cheto, e'ci potrebbe un d tornare.
Ciap. Se'ci ritorna quand'io poti,  ari,
Ho delibrato volermi scioprare,
E se'buoi n'andassero, e'somari
Fo boto di volermi vendicare.
Cec. Ciapin manco parole. Ciap. Io 'l fr da vero.
Gian. Orsu vuo'tu contarci ancor l'intero?
Ciap. Si voglio, ma la stizza si risente:
Dico che disperati, e 'n furia messi,
Perche la Tancia tua, ch' qui presente
Non potevan patir ch'un'altro havessi,
C'eramo risoluti finalmente,
Vadane quel ch'andar se ne volessi,
Non ci voler pi star, voler crepare,
Cio no'ci volevam'ammazzare.
La C. Pensa tu comm'io st. Ciap. Ma gli  ben vero
Che Cecco non moriva volentieri
Come m a un pezzo. Cec. Io per m v'ero
Come disse colui. Ciap. So che tu v'eri
Pi tosto che salire in su quel pero
Che altro. Stando noi 'n questi pensieri
Eccoti 'l Berna, e veggendoci affritti
Gi stramazzati ci f sta su ritti.
E con belle parole, e con pietae
A confortar ci cominci 'n un tratto,
E che 'l morir'era bestialitae,
Che non si potea far se non un tratto,
E ch'era una vergogna, che l'huom fae
Per una donna pi pazzie ch'un matto,
E ch'era me'cento dame giucarsi,
Che di sua man per una giustiziarsi.
La C. Pensa tu poverini. La T. Pensa in quanto:
Povero Cecco. Ciap. E con questo bel dire
A casa sua c'hebbe menati 'ntanto,
E quivi cominciacci a rinvenire
Con buon vin, con prosciutto, e con pan santo.
E perch'a un tratto io te la vo'finire,
Ci rallegr di modo, e in tal maniera,
Che 'l desio del morire uscito c'era.
Quell'era un vin ch'a non ti dir novelle
Se ne sarebber beute due botti.
Cec. Cacio gli sgangherava le mascelle.
Ciap. Noi ci partimmo di l mezzocotti.
Giov. Di mona Rosa tu non di covelle?
Ciap. Che voi 'l sapete eh? Giov. Ciapin dirotti,
E'me lo disse 'l Berna. Ciap. Mena Rosa
M' riuscita troppo scrupolosa.
Gian. Che har ella lor fatto in malora?
La T. L' bizzarra tua madre e? Giov. Qualche scorno.
Cec. Non si poteva dire una palora
Ch'ella non fesse tanto di musorno.
Giov. Ma dapoi ch'ella v'hebbe spinti fuora
Con quella  fusse pala,  spazzaforno,
Dove n'andaste voi? che fin qui 'l seppi.
Ciap. Ci mettemmo a dormir su certi greppi.
Quel vin ci haveva di modo alloppiati
Che tener non potevam gli occhi aperti,
Noi non ci eramo appena addormentati
Che sognando ci parve sentir certi
Bastonarci ben ben da tutti i lati,
Talche noi eram gi tutti diserti,
Nanzi che ci paresse d'esser desti.
Cec. A f diss'io che'sogni non son questi.
Ciap. Storditi ci rizzammo, e barcolloni
Chiamando aiuto, e non sentiva gnuno,
E attendea pure a trionfar bastoni:
Noi correvamo stretti a uno a uno
Perche n'eramo li fra due ciglioni.
Cec. Ma io rimasi addreto per un pruno
Che m'intrattenne, e n'hebbi pi di t
Ciap. Mi doggon quelle che tocconno a m.
La C. L' stata ben una gran villania.
La T. S'io n'havessi a dar loro il gastigo io.
Ciap. Fuggi fuggi, e pur dreto tuttavia,
Talche giugnemmo al nostro pricolio;
Perche dove fa capo quella via
N'un certo pratellin che sta pendio,
E una certa macchia alta assai bene,
Che quasi sol su le barbe s'attiene.
Quivi giugnemmo correndo a gran passo,
E Cecco, e io che mai non ci spartimmo,
E in un tratto rovinar'al basso
Con delle piote sotto ci sentimmo,
E ci rovin dreto pi d'un sasso.
Cec. Credete a me che noi ci sbigottimmo.
Giov. Colui come non cadd'egli con voi?
Cec. E'gli bast che no'cadessim noi.
Gian. O che badavi voi dismemorati?
Se'fusse stato di notte allo scuro
Gli era un piacer, v'harei per iscusati.
Ciap. No'haremmo percosso anche 'n un muro
Di modo ci havea 'l vino abbarbugliati.
Giov. E'vi valeva haver il capo duro.
Ciap. Un'altra volta bisogna annacquarlo.
Cec. Quand'egli  buono, egli  un giustiziarlo.
Ciap. Ve ne sar 'ncresciuto certamente;
Noi sfondolammo con s gran fracasso,
E andammo giu s rovinevolmente,
Ch'io credett'ire in bocca a Satanasso,
E lasciar tra le prete pi d'un dente,
E pi d'un braccio; i'pensa'andare 'n chiasso.
Cecco, per aria ti ricord'egli ora,
Ch'io dissi un tratto, no'andiamo 'n malora?
Cec. Io mi ricordo che tutti i capegli
Mi s'arriccionno come que'd'un verro,
La C. Odi t Tancia? La T. Si. La C. O'poveregli.
Giov. State un p chete che'piglier erro.
Ciap. Veddi lucciole grandi com'uccegli.
E mentre  capo innanzi gi m'atterro,
Credei del ventre sfondare il liuto,
E fui 'n quel tratto in aria rattenuto.
Sur una tenda duo matarassate
Demmo a un tratto ch'era in aria appesa,
E s'attenea con duo funi legate
A certi sterpi spianata, e distesa,
Che per far rezzo gi certe brigate
Di scarpellini ve l'havevan tesa.
Che merendando allegri a gran sollazzo
Si scompiglionno tutti a quel rombazzo.
Pensonno che d gli alberi,  d'allocchi
Fusse caduto un nidio,  d'altri uccelli,
Corser chi qu, chi l, po'alzando gli occhi
Vedder per l'aria questi duo fastelli,
S'arrampiconno s, e noi balocchi
Trovonno sbatacchiati, e cattivelli,
Nell'altro mondo certo pi che 'n questo,
E a rinvenirci ci sceser gi presto.
Perche con esso lor dandoci bere,
Mentre noi gli contammo lo sciopino
Da morte a vita ci f riavere
Un grande 'nsalatone, e un p di vino.
I'nostri intanto vennerci a vedere
Infino a la sua Sandra, e 'l mio Bechino,
E non visto gnun male andaron via,
E noi pigliammo verso qui la via.
Giov. Vo'havete pur la sorta hauta a vento.
P far la nostra, chi l'hare'pensato?
Cec. Se voi con noi vi rovinavi drento
A f che 'l panno si sare'sfondato.
Ciap. E'pesa delle libbre ben trecento,
Certo non cre'che'sia porco al mercato
Che sia di maggior peso di Giovanni.
Giov. Eh fanciullacci, e'mi pesano gli anni.
Cec. Eri voi 'ncor nato per l'assedio?
Giov. Innanzi ch'io nascessi io non ci fui,
E venni al mondo per istarci a tedio.
Ciap. Chi h pi voi,  tempo,  Nencio Bui?
Giov. La vecchiaia  un mal sanza rimedio
Non vo'ghiribizzarla con l'altrui.
Ma la vecchiaia non mi sare'nulla,
S'io havessi acconcia questa mia fanciulla.
Cec. O Ciapin. Ciap. Tu ti grati? Cec. Per la vita
Mi sento rinnovar un p 'l bruciore.
Ciap. Che vuoi tu dir? Cec. La Tancia  si pulita
Che mi rinvien la cenere d'Amore.
Ciap. Ella non fredda mai: ma io l'h finita,
Non vo'pi suo'bordegli intorno al cuore.
Cec. Tu della Tancia pi non sent'il fuoco?
Ciap. E s'io 'l sentissi mi giovere'poco.
Tante zizzanie, e tanti scompigliumi,
L'essermi addato ch'ella non mi vuole
Fanno che dell'Amore esca de'fiumi,
E vadia un tratto a rasciugarmi al sole.
La C. O Tancia mia e'par ch'io mi consumi
A sentirgli ora dir queste parole.
La T. Forse le non saran per te cattive,
Se di quel ch'io non mangio il tuo cuor vive.
Cec. Costei, or che voi siate in queste peste,
Da poi che Preto  andato a patrasse,
Ditemi 'l ver la rialloghereste?
Giov. Si s'io credessi che'non ci tornasse.
Cec. E'c' chi la torr se gliene deste,
Un ch'h del pan nell'arca,  almen l'asse:
Gli  un ch'h della robba in casa, e fuora,
E d, e notte adoprasi, e lagora.
Giov. Buono, ma io non posso delibrarmi,
Che vuo'ch'io faccia? Cec. Hagli e'dato l'anello?
Giov. Non egli. Cec. E  detto in chiesa? Giov. N. Cec. A m parmi,
Che 'l fatto ancor non habbia 'l suo suggello.
Giov. Non vorre'haver po'a venir'all'armi
In Vescovado con lo scartabello.
Cec. O vo'fareste il degno parentorio.
Giov. Non vorre'ir a ristio d'un mortorio.
Cec. Chi  l? La C. Gli  'l servidor del zio di Preto.
Giov. Che fa egli a quest'otta qui stasera?
Gian. E'ne vien via correndo tutto lieto.
E'non har gi a far si allegra cera
Se Preto  andato 'n prigione. Giov. Sta cheto,
Stiam'un poco a vedere.


SCENA VI.
Il Pancia servidor del zio di Pietro, Giovanni, Cecco, la Tancia, la Cosa, Ciapino, e Giannino.

Il Pan. 			 Buona sera,
Giov. Buona ser e buon'anno. Il Pan. Io sono stracco,
V un p sedere. Cec. Egli ansa com'un bracco.
Veder qui or costui mi fa pensare
Che Preto a'birri habbia dato la mancia,
E'l'habbian lasciat'ire, e che pigliare
Voglia per moglie ancor ancor la Tancia,
E che vel mandi per costui avvisare.
La T. O messersi. Giov. Com'ha e'nome? Cec. Il Pancia.
Giov. E'se gli pare: Dicci un p che fai
Tu quassu Pancia, e che nuove ci dai?
Che fu di Pietro?  egli vivo,  morto?
Hanne'l messo 'n prigione colaggie?
Il Pan. Egli  vivo, e to moglie. Cec. E'mi fa torto.
Giov. Vuol pur la mia figliuola, eh? Il Pan. Pensal tue.
La T. O lodato sia Dio, mi riconforto.
Ciap. Quant'a m sto a sentire e quoco bue.
Giov. E chi piglia e'per moglie? Il Pan. E'gli han proposta
Una fanciulla per lui fatta a posta.
Giunto che'fu laggi non fu condotto
Nelle buiose no, ma a casa 'l zio,
Dove di suoi parenti era un raddotto,
Che fecer seco un gran rammarichio;
Sgridandol ch'a pigliar si fusse indotto
Una villana. Giov. E che colpa ci h io?
Il Pan. E minacciatol prima, e poi pregato
A torre un'altra l'hebbero sforzato.
Per vengo a menarne la casiera
Che venga a far laggi certe faccende,
Che s'hanno a far nanzi domandassera.
Giov. E egli fatta la scritta? Il Pan. S'intende.
Giov. Se della mia innamorato egli era,
Com'ha e'fatto? Il Pan. Ognun po'poi s'arrende
Al manco mal, che se'ci s'ostinava
N la tua, n quell'altra gli toccava.
Gli han mostro che quest' la sua ventura,
E che dimolta roba e'fia padrone,
E 'l danno della sua scapigliatura
S'h a ristorar'or con un buon dotone:
E se'negava gli mettean paura
Di volerlo cacciar n'una prigione,
Donde'sarebbe uscito Dio 'l sa quando;
E gli f giuoco andarvisi accordando.
Giov. Cos donche per forza l'hebbe a torre?
Il Pan. Si, ch'egli  me'tor moglie a suo dispetto
Che 'l volersi far chiuder n'una torre,
Se ben la cosa  simile in effetto.
Ma inquanto al fatto tuo pi non occorre
Che la figliuola tua metta in assetto:
E procacciati pur d'altro partito,
Che quel di Pietro tu lo puo'far'ito.
Giov. Non mi mancan le chieste, faccia Dio:
Mi basta d'appoggiarla a un cristiano.
Il Pan. Io voglio ir per costei, restate, addio.


SCENA VII.
Cecco, Giovanni, Ciapino, la Tancia, la Cosa, e Giannino.

Cec. Va pur che Dio t'aiuti. Oh forse in vano
Io non har cercato il fatto mio:
Giovanni date un p qui su la mano,
Volete darla a me? nol dite a stento,
Un bel s, un bel n mi fa contento.
Giov. Al sangue di mio p, che sempre mai
Co'cittadin se ne va a capo rotto:
A darla a Pietro indugiai indugiai,
Or ch'io ci haveva l'animo dibotto
Mi scappa delle mani: e oramai,
Poiche'non c' rimedio, a starci sotto
Bisogna ch'io m'acconci: Ch'h io a fare?
Costui la vuole, e io glie la v dare.
H delibrato voler contentarla:
S'ella ti vuol, la si sia tua 'n buon'ora.
Vuo'tu lui,  Ciapin? Chi vuo'tu? parla.
Ciap. Io sent'anch'io che 'l quor mi salta fuora,
Mi ritorna anche a m disio d'amarla:
Ma i'non ci v pensar, vadia in mal'ora.
Giov. O parla bufonchiella, che vuo'tue?
Rispondi chi vuo'tu di questi due?
Tu se'pur parlantina, e linguacciuta.
Ciap. Parli,  non parli, h poco che sperare.
Cec. Ve non ci h fallo s'ella ti rifiuta.
Ciap. O maladetto chi m'insegn amare:
Altro ci vuol che matricale,  ruta
A un'ammorbato d'amor medicare;
Che quando mi pensai d'esser sanato,
Nanzi a costei son ricapoficcato.
Giov. Chi vuo'tu? ch'io non m'habbia a azzuffar teco?
La T. La zia non vuol ch'io risponda alla prima,
Quand'i'h haver marito. Giov. Ma or meco
Tu non dovresti stare in sulla scrima.
Cec. Ve come sotto ella mi guata bieco.
La T. Io torr Cecco. Ciap. O Ciapin lima lima.
La T. Se dar voi mel volete. Ciap. O vatti appicca:
Tu fiuti, e un'altro manica la micca.
Cos 'ntravviene a chi la dice buono;
La t'ha voluto ben buon pr ti faccia.
Cec. O Tancia or si ch'affatto il quor ti dono,
E son tuo con le gambe, e con le braccia.
Giov. Ciapin non disperarti ch'io qui sono
Per far qualch'altra cosa che ti piaccia:
Se tu volessi lei dimenticarti,
Che non ti vuol, perche torni a 'nfrascarti?
Or tempo  pi che mai di lasciarl'ire,
Che 'l quor delle persone  un'uccello,
Che s'al voler'altrui non vuol venire,
Non val pania adoprar, fistio,  zimbello:
Ve qui la Cosa; e sai ch'io ti so dire
Ch'a suo pa 'l Berna tu vai pel cervello:
E piacer gli farei, poh, infinito,
S'a lei io t'accattassi per marito.
Voltati 'n qua Giannin, non credi tu
Che tuo p se ne sia per rallegrare?
Gian. Non hebbe un tal contento a'suo'd pi;
Mena Rosa mia m s'ha scompisciare.
Giov. Quanto al partito domandane altru',
Di qui a Mont'Asinaia non c' un sue pare.
Ciap. Egli  per vostra grazia. Gian. Fatel pure,
S'ella vuol lei. Cec. Le son cose sicure.
Giov. E tu 'l vuoi Cosa? Cec. La se ne contenta,
La ride, io 'l so. La C. Nonne scorre uccellarmi.
Cec. Cosa vuoi tu? non so se'ti rammenta
Quelche tu oggi mi. La C. E pur straziarmi.
Giov. E'mi par che la Cosa ci acconsenta,
Se bene la fa un po 'l viso dell'armi:
Ma b Ciapin che me ne di tu? vuola?
Cec. Non ci pensar pi sopra, Ciapin tola.
Ve l' bella anche lei, guarda musino.
Giov. Non ti cansar, fatti un p pi 'n qua Cosa.
Ciap. Te 'l vo'dir pian, tu hai beuto 'l vino,
E a m vuoi dar dell'acquerello aiosa.
Cec. Par con gli anici, e'l mele un zuccherino,
Guatala in viso com'ell' frescosa.
Ve come negli occhiuzzi ella par vispa.
Ciap. Forse che 'ntorno v' bruscol di cispa.
Giov. Fa a mio m tola. Ciap. Io la torr vedete:
Che s'alla fonte non arriva 'l nano,
Drento un rigagnol si cavi la sete.
Giov. Venite qua datevi su la mano.
Ciap. Star a veder che voi mi ci correte.
Giov. E tu Cosa p far san Balarano
Porgigliela, e tu Tancia al tuo Ceccone,
E a tutti a quattro facciavi 'l buon prone.
Ciap. Sendo che 'l Berna, come s' da dire,
Oggi mi dette bere, e mostra amarmi,
Gli  dover ch'io mi debba seco dire,
E con le carni sue debba 'mpacciarmi:
Ma dite un p, statem'un p a sentire,
Quant'alla dota? Giov. No no, non parlarmi
Di questo, ma i'vo'che la rimetti
N'un valent'huomo. Ciap. In chi? Giov. In Chel Brachetti.
Ciap. Gli  huom da fatti, pi che da parole,
E rimetterla in lui io son contento.
Giov. Tanto mi v far'io, se Cecco vuole.
Cec. Io v far sempre il vostro piacimento:
Ci che fa Chel Brachetti far ben suole,
Io per m non ci ho nulla che dir drento.
Giov. Ognun si fida in lui, ognun s'acconcia
A quel che'f, senza levarne un'oncia.
Cec. To forse che la Cosa l'h pensata.
Giov. Cos si f, non tante sicumere:
Quando altrui casca in bocca la 'mbeccata,
L' dappocaggin non la ritenere.
La C. Perche vo'dite havermi maritata
A uno che mio p n'har piacere.
Giov. N tu l'harai per male. Cec. Orb Giovanni
Buon pr ci faccia. Giov. E con cento buon'anni.
Giannin va per tuo p. Gian. O e'non c' egli,
Gli  valico Arno per istar duo d
A far'un mur'a secco a Tan Bucegli.
Giov. Io lo so ben, ma gli  ben che sin l
Tu vada tu,  un de'tuo'frategli
Quanto prima per lui. Gian. Messers:
Gli  sera, io induger a domattina.
Giov. Orsu che via farai? Gian. La pi vicina.
Giov. Vorrei che tu passassi dal Barbigio,
Sai tu Giannin? che 'ntanto tu farai
Per mio amor duo viaggi, e un servigio.
Gian. Ch'ho io a far? Giov. Di a Renzo Gennai,
Che mi renda oramai 'l mio mantel bigio.
Gian. Io gliel dir. Giov. E poi di dov'andrai?
Gian. Dall'Arcolaio a Gignoro, e Varlungo,
Poi 'n verso Rovezzano andr a dilungo.
Passer Arno, e per fuggire 'l caldo
Sarr su su per quella strada stretta,
E lascerommi, andando dal Giraldo,
Giron di dreto, e la nave all'Anchetta.
Giov. Ve se tu la sai ben, vedi ribaldo.
Gian. E ber al Camicia una mezzetta:
Poi l mio p trover sul lagoro,
E gli dir di questo parentoro.
Giov. Di che gli sposi ne son gi contenti,
N ci rest'altri che egli a risolvere,
Per rassetti tutti i ferramenti,
E venga domattina innanzi asciolvere.
Gian. Io dir che gli sposi son parenti,
E ch'egli sol domattina s'ha assolvere
De'ferramenti per asciolver tolti.
Giov. O buono, non occorre ch'io t'ascolti.
Brigate dite un p, non s' e'fatto
Delle faccende assai in poca dotta?
Cascata  'n pi la Cosa come un gatto,
E a Cecco  piovuta la ricotta:
Ciapino  ver ch'egli ha scambiato piatto,
Ma la basoffia sua non  men cotta;
E la Pasqua 'n domenica ha la mia.
Cec. E Pietro habbia 'l malan che Dio gli dia.
Giov. In buona f gli  vero quel dettato,
Ch'un parentado in Cielo  stabilito:
Vedete voi? chi har mai pensato
Della Tancia Ceccon fusse marito,
E Ciapin di costei, che disperato
Si voleva impiccare, e far romito?
Ognun s'avvolle, e nel pensier s'aggira,
E si coe rado ove si pon la mira.
Partiamci un p di qui ch'io voglio ir ratto
Da mona Rosa a renderle ragione
Quanto per essa, e per la Cosa h fatto.
Cec. Non vogliam no'un p qui far colizione?
Giov. Faremla a casa. Ciap. Almen balliamo un tratto
Per l'allegrezza. Giov. Balla tu Ceccone,
E tu Tancia per m ch'io str a vedere.
Ciap. Deh balliam tutti, egli  pi bel piacere.
Giov. Che sar poi? io v ballar, su via:
Per le nozze ogni vecchio si risente:
Io ballai, e cantai la parte mia
Quand'io presi la Lisa, e h a mente
Ch'un cittadin che pass per la via
Disse ch'io era un ballerin valente.
Cec. Orsu balliam cantando alla spartita,
E ognun di noi ne faccia una stampita.
E seguitate m, ch'io vi v 'mporre
Una canzone a ballo a gran diletto.
Giov. Seguitiam lui, che'non se gli pu torre,
Che'non sia certo un canterin prefetto.
La C. Ma non si potrebb'egli anche intraporre
Tra la canzona qualche bel rispetto?
Cec. O buono,  questa vale ogni danaio.
La T. E cantianne per uno almanco un paio.


CANZONE A BALLO
Tutti insieme ballando, e pigliando le parole della canzone da Cecco.

Da piani, e da valli,
Monti, e colline,
Belle vicine
Venite a'balli,
Liete, e festose
Spargete rose,
Cinte 'ntorno d'un guarnello
Di bucato bianco, e bello.
E voi da Careggi
Sin'a Trespiano,
Da Settignano
A Montereggi,
Con le scarpette
Gessate, e nette,
Col grembiule, e verde, e giallo,
Deh venite al nostro ballo.
			Cecco cantando solo.
S'io ti conduco viva a casa mia,
Io t'imprometto Tancia mia galante
Porti la casa intera in tua balia
Con le sue masserizie tutte quante,
Come tu giugni per galanteria
Vo darti un pa'di scarpe nuove, e spante,
E con le nappe un bel pa'di pianelle,
E un fazzoletto con le recitelle.
		           Ciapino cantando solo.
I'h una covata d'anitroccoli,
Che stanno a diguazzarsi in un pantano
Cos piacevolin che quando io toccoli
Mi beccan la lattuga in su la mano,
Te gli vo'dare, e 'nsieme un pa'di zoccoli
Ch'hanno le guigge rosse, e son d'ontano,
E un cappel co 'l vel co'dinderlini,
E sei cappi di seta incarnatini.
		       Tutti insieme come sopra.
E voi vangatori
Voi che sarchiate,
Voi che potate
Lavoratori,
Lasciate l'opre,
Ognun si sciopre,
Lasci 'l campo, lasci i buoi
Per ballar con esso noi.
La Cosa hoggi danza,
La Tancia scherza,
Amor le sferza
Con bell'usanza,
Ciapin si squote,
E f le ruote,
Su 'l terren Cecco si sbalza,
E'pi batte, e'fianchi innalza.
		           La Tancia cantando sola.
Proverbio egli  ch'una buona fanciulla
Non debbe haver orecchi, occhi, n bocca,
Ma in bocca chiusa non entr mai nulla,
E a chi non chiede 'l ben, non gliene tocca.
Che poiche 'l lin d'Amor nella maciulla
S' gramolato dee filarsi a rocca:
S'io non spiegava del quor le matasse,
Non era mai, che Cecco a me toccasse.
		             La Cosa cantando sola.
Io ti ringrazio Amor con boce chiara,
Che 'n sul bisogno m'hai mandato aiuto.
E te ringrazio ancor Tancia mia cara,
Che Ciapin per marito t' spiaciuto.
Questa 'nsalata, ch'a t parve amara,
M'ha 'l quore, e 'l petto tutto rinvenuto:
Se con Ciapino t volevi 'l giuoco,
La Cosa assiderava all'altrui fuoco.
		       Tutti insieme come sopra.
Noi siam sempre a tempo
A affaticarci;
Per ristorarci
Diamci hor bel tempo,
Temp' di noia,
Temp' di gioia,
Chi s'affanna, e pena ogn'hora
Sollazzar si dee talhora.
Balliam pur cantando,
Balliam contenti,
Tutti gli stenti
Dimenticando,
Sfumi dal petto
Nostro diletto,
L'allegrezza non si celi,
Il piacer dal quor trapeli.
		       Giovanni cantando solo.
Carico i'era d duo lati dianzi,
Or pur comincio  riavere 'l fiato
Che poi ch'io m'h costei tolta dinanzi
Da una spalla mi sono sgravato:
Sol degli anni il fastel par che m'avanzi.
Ma l'allegrezza oggi me l'h scemato.
L'allegrezz'anche sminuisce gli anni,
Come chi per la state scema panni.
		       Giannino cantando solo.
La Cosa  maritata, or non ci resta
Pi 'n casa nostra di fanciulle 'l morbo.
Quest'era del nostr'orto la tempesta
Che ci guastava il melo, il noce, e 'l sorbo.
A me toccher ora a far la festa
S mai del mal d'Amor anch'io m'ammorbo:
Comunque io sia pi alto una mezzetta
Vo'faranch'io d'Amor alla civetta.
		       Tutti insieme come sopra.
S 'l nostro bel canto
Piace a chi ascolta
Un altra volta
Cantiamo in tanto:
Ricominciamci
Rirallegriamci:
Si ricanti, e si riballi,
E 'l terren tremi, e traballi.
Ballate, e cantate
Spose novelle,
E alle stelle
Le voci alzate:
Cantin gli sposi
Lor amorosi,
E s lodi ognun d'amore,
Che ci inzuccher'oggi 'l quore.
			Cecco cantando solo.
Sono i capegli della Tancia mia
Morbidi com'un lino scotolato,
E 'l suo viso pulito par che sia
Di rose spicciolate pien un prato:
Il suo petto  di marmo una macia
Dov'Amor s'accovaccia e st appiattato:
Sue parole garbate mi sollucherano,
Gli occhi suoi mi succhiellano, e mi bucherano.
		           Ciapino cantando solo.
Cosa tu m'hai gi messo un fuoco addosso
Che'par ch'i'habbia beuto vin pretto,
Mi sento abbruciar tutto insino all'osso,
Ch'i'cre', s'i'v'entro, ch'i'arder 'l letto.
Che ne 'l fossato tuo quand'e'vien grosso,
N potrebbe Arno rinfrescarmi 'l petto:
Pi foco h il petto ch'al cul cento lucciole,
Mi struggo, e me ne vo 'n brodo di succiole.
		       Tutti insieme come sopra.
Ciapino la Cosa,
La Tancia Cecco
Guarda sottecco
Alla ritrosa.
Fanno 'l crudele,
Ma poi col mele
D'un bel gaio, e lieto riso
Addolciscon gli occhi, e 'l viso,
Ch'aspetti tu Tancia?
Cosa ch'aspetti?
Su duo rispetti
Per gioco, e ciancia,
Vedete di qu
Vedete di l
Che'christian sono infiniti,
Gi comparsi a'nostri inviti.
		           La Tancia cantando sola.
O'Cecco mio tu se'un bel fiore
Che fior son io? tu mi risponderai,
Fior che f 'l frutto senz'egli uscir fuore,
E non si vede, e non si fiuta mai:
Innanzi che tu m'habbia hauto Amore
A un tratto damo, e sposo mi ti fai:
Par ch'io t'habbia rubato a un vicino,
Per traspiantarti nel mio orticino.
		             La Cosa cantando sola.
Anche tu un bel fior s 'l mio Ciapino,
Un fior da porti in fresco in un vasello,
O porti in vetta d'un bel mazzolino.
Ch'i'habbia in seno il d ch'i'h l'anello.
Tu se'un'altro fiore, un fior vernino
Rosso, frescoso, lodoroso, e bello:
Quand'io men l'aspettai s s spuntato
Tra 'l diaccio, e la brinata del mio prato.
		       Tutti insieme come sopra.
2Ecco qua la Mea
Ecco l la Lena,
Che seco mena
La sua Mattea.
Ecco la Tina ,
E la Tonina.
Ecco qua tutti i lor dami,
Beco, Fello, e Nando Strami.
E Pin da Montui
F capolino,
Dreto  'l Bernino,
E Mon con lui
V la 'l Ramata
Di Camerata
Col Bruschin da san Cerbagio,
V Taddeo, v Ton v Biagio.
		       Giovanni cantando solo.
Tancia io ti do la mia benedizione
D capo a pi, d tutti quanti i lati
E benedico 'l tuo sposo Ceccone,
Che Dio vi tenga sempre mai legati:
Il ciel vi dia tanta generazione,
Che voi habbiate a rifar tutti i passati:
Ma quando Cecco h rifatto suo padre,
Rifa la Lisa mia, che fu tua madre.
		       Giannino cantando solo.
Cosa col per quella vicinanza,
Dove tu torni a star col tuo Ciapino,
S tu saprai buscarmi qualch'amanza
Spesso a veder ti verr il tuo Giannino,
E se nella tua madia sar usanza
Di star del pane, e nella botte vino,
Un fratellin tanto benigno harai
Che non vedrai che't'abbandoni mai.
		       Tutti insieme come sopra.
Il ballo s'intrecci,
Braccia con braccia.
Mentr'un s'allaccia,
L'altro si strecci.
Qualcun si scoppi,
Chi si raddoppi.
Poi ciascun pigli per mano
La sua dama e andiam pian piano.
Andiam di brigata
In tanto a bere,
E a godere
Una 'nsalata.
E doman cialde
Faremo a falde,
Berlingozzi, e bastoncelli,
Per le nozze di duo anelli.
		Cecco Licenziando senza cantare.
Ma perche noi siam troppi a s poca erba,
E scarso,  'l nostro sale, e'condimenti,
Ispettator che ci ascoltaste attenti,
Un'altra volta a 'nvitar voi si serba.
Povera  nostra cena, e al gusto vostro,
Al pizzicor de'buon sapori avvezzo,
Una cipolla, e di pan nero un pezzo
Non farebbe quel pr come f al nostro.
E mentre a casa vostra poste a fuoco
Debbon esser ormai le gran pignatte
Sarebbe strazio lasciarle alle gatte,
O che la fante le godesse,  'l quoco.
Per fia ben se vo'havet'appetito
Che di qu vi partiate or se'non piove,
E a vostra posta andiate a cena altrove,
Che 'l nostro passatempo  gi fornito.
E voi Signor, che quando vi sposasti
Sguazzar faceste allegramente ognuno,
Sarebbe farvi fare un gran digiuno,
Chi v'invitasse a'nostri magri pasti.
Fu ben disagio assai sur'una sedia
Star a seder tre ore intere intere,
Senza per s gran caldo un tratto bere,
Per udir di villani una commedia.

					IL FINE
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