    traduzioni telematiche a cura di
    Rosaria Biondi, Nadia Ponti, Giulio Cacciotti, Vincenzo Guagliardo
    (casa di reclusione - Opera)



    GIORDANO BRUNO NOLANO.
    LE OMBRE DELLE IDEE

    Coinvolgenti l'arte di Cercare,
    Trovare, Giudicare,
    Ordinare e Applicare:

    Esposte per una scrittura interna, e non volgari operazioni con la
    memoria.

    A ENRICO TERZO, SERENISSIMO RE
    dei Francesi e dei Polacchi, eccetera.

    DICHIARAZIONE.

    Ombra profonda siamo; non tormentateci, o inetti.
    Non voi richiede un'opera cos seria, ma i dotti.

    PARIGI
    Presso Egidio Gorbino,
    all'insegna della Speranza,
    dalla regione del ginnasio Cameracense.

    1582
    CON PRIVILEGIO DEL RE.













    FILOTEO GIORDANO BRUNO NOLANO
    AL LETTORE AMICO E ZELANTE.

    E' in alto posto
    di Diana in Chio il volto,
    che triste sembra a chi nel tempio entra,
    allegro a chi ne esce.

    Anche la lettera di Pitagora,
    eseguita con bicorne linea,
    a chi mostra il truce aspetto del destro sentiero,
    offre un'ottima fine.

    Dell'ombre, che dalle profonde
    tenebre emersero,
    alfin diventeran graditi, ora pi aspri,
    e il volto e la lettera.





    A ENRICO TERZO
    SERENISSIMO RE DEI FRANCESI E DEI POLACCHI, ECCETERA
    Filoteo Giordano Bruno Nolano.
    A sue spese.

    Chi ignora,  o santissima  Maest,  che  i  doni  importanti  sono
    riservati  ai personaggi importanti,  quelli pi importanti ai pi
    importanti,   e  quelli  importantissimi  ai  massimi  personaggi?
    Nessuno   perci  dubiti  perch  quest'opera,   degna  di  essere
    annoverata tra le pi grandi sia per la nobilt del  soggetto  che
    tratta,  sia  per  la singolarit dell'invenzione su cui si fonda,
    sia per la seriet della dimostrazione con la quale   comunicata,
    sia   stata   dedicata  a  te,   egregia  meraviglia  dei  popoli,
    ragguardevolissimo per il valore dell'animo prestante, celeberrimo
    per  l'altezza  del  sublime  ingegno,   e  perci  illustrissimo,
    magnanimo  e  degnissimo del giusto ossequio di tutti i dotti.  E'
    proprio di te,  poich sembri eminentemente  generoso,  potente  e
    saggio,  accogliere quest'opera con animo cortese, proteggerla con
    grande favore ed esaminarla con maturit di giudizio.

    STA BENE.

    MERLINO ARTISTA.

    Un tale ha dipinto galli domestici,
    che, poich non  del tutto inesperto,
    affinch non possano essere sorpresi pi gravemente
    i tratti inetti, da inetto artista,
    ha ordinato a servitorelli e compagnelli,
    di cacciar lontano i polli naturali.

    Non ignorando ci, dovrai temere,
    mentre tu, vero gallo, ti avvicini ai dipinti
    che fan meravigliare gli orecchiuti, che,
    cacciato da un servo importuno, te ne dolga.

    MERLINO AL GIUDICE SOBRIO.

    C' un fiume nella Frigia detto Gallo
    che, se ne bevi poco,
    guarisce i mali fisici.

    Se assorbirai insobriamente, t'assorbir
    al punto che l'animo caccerai
    e una seconda volta non berrai.

    Cos pure le lettere di saggezza, poco toccate,
    giovano alla vita civile,
    e danno grandissimo diletto.

    Se troppo ne ingurgiti, ti turberanno,
    e alla pazzia ti condurranno
    o alla rovinosa gloria.

    Perci, essendo stato finora prudente,
    per non incorrere in cos gran danno,
    con l'approvazione dei maestri

    Soltanto ti  piaciuto la saggezza assaggiare,
    solo con le labbra gustare
    e con le nari annusare.

    Perci dichiaro che tu bene non fai,
    mentre da giudice qui ti affretti
    per scrollare le orecchie di Mida.

    MERLINO AL GIUDICE IDONEO.

    C' un motivo per cui il cane s' avvicinato per arare,
    per cui il Cammello vuol salire alle stelle, per cui,
    trascinandolo la rana, il sorcio passa a nuoto il fiume,
    per cui i pigri asini corrono a cacciare,
    per cui il cuculo tenta di catturare i lupi,
    c' un motivo per cui i porci bramano volare:
     qualcosa di sconveniente per natura.

    Non  invece di Organete questo difetto dell'arte,
    o quando invita a scavare
    sia a pescare
    sia a trascorrere l'aria con le penne adatte,
    o quando insegna a cacciare e uccellare.

    Se voi vi sentite abili scavatori,
    e per nulla inadatti a volare,
    a pescare, cacciare e uccellare,
    e perci quindi non ci sono lamenti,
    sar d'accordo con voi, se concordate che
    siete entrati nel labirinto senza filo.
    FILOTEO GIORDANO
    BRUNO NOLANO

    Preliminare dialogo apologetico in difesa delle ombre  delle  idee
    per la sua invenzione della memoria.

    INTERLOCUTORI.
    ERMES. FILOTIMO. LOGIFERO.

    ERMES.-  Continua  liberamente;  infatti sai bene che il sole  lo
    stesso e l'arte  la stessa.  Lo stesso sole innalza all'onore  le
    gesta dell'uno,  conduce al biasimo le azioni del l'altro.  Per la
    sua presenza si rattristano i barbagianni notturni,  il rospo,  il
    basilisco,  il gufo,  esseri solitari, notturni e sacri a Plutone,
    invece smaniano il gallo, la fenice, il cigno, l'oca, l'aquila, la
    lince,  l'ariete e il leone.  Al suo  stesso  sorgere  quelli  che
    operano  nelle  tenebre si raccolgono nelle tane,  ma l'uomo e gli
    animali diurni escono per la loro opera . Invita questi al lavoro,
    spinge quelli nell'ozio.
    Al sole si volgono il lupino e l'elitropia, ma da esso si ritirano
    le erbe e i fiori della notte.  Innalza i vapori  rarefatti  sotto
    forma  di  nuvola,  invece rovescia a terra i vapori condensati in
    acqua.
    Ad alcuni distribuisce una  luce  perenne  e  continua,  ad  altri
    vicissitudinale.  L'intelletto  che  non erra insegna che esso sta
    fermo,  ma il senso fallace induce a credere che si muove.  Questo
    sorge per questa parte esposta della terra ruotante,  nello stesso
    tempo  tramonta  per  quella  posta  agli  antipodi.  Il  medesimo
    apparentemente   gira   intorno   ai  circoli  che  dicono  artici
    attraverso le differenze di quello destro e sinistro,  ma a  molti
    altri  sembra  percorrere  un  arco  che passa al di sopra e al di
    sotto. Questo appare pi grande alla terra che occupa il punto pi
    alto del suo giro,  ma appare pi piccolo  a  quella  regione  che
    occupa il punto pi basso (proprio perch  pi distante da esso).
    In  alcune parti dei semicerchi viene a mancare lentamente,  ma in
    altre velocemente.  Questo risulta pi boreale per la terra che si
    protende  verso  l'Austro,  ma pi australe per la terra che volge
    verso Borea.  Per coloro che hanno l'orizzonte  retto  riceve  una
    latitudine  in  misure  uguali  da  una  parte  e  dall'altra;  ma
    disuguali per coloro che lo hanno obliquo.
    Il medesimo distribuisce le tenebre, perennemente commisurate alla
    luce,  agli abitanti della regione posta tra i due paralleli  medi
    di  questa  mole;  agli altri invece in un determinato tempo.  Nel
    caso che la divina terra,  che ci alimenta con la sua crosta,  gli
    mostri  la  nostra  fronte,  otterr per noi i suoi raggi obliqui;
    retti invece per coloro di cui  gli  avr  sottoposto  la  sommit
    della testa. Alcuni pianeti (che molti pensano siano animati e Di
    secondari  sotto  l'egida di un solo capo),  avvicinti appunto al
    sole,  ricevono sempre la luce dall'auge o  dall'apogeo  (cos  lo
    chiamano);  invece,  gli  altri;  perch  l'hanno  di  fronte,  la
    ricevono  piuttosto  a  medie  (come  le  chiamano)  latitudini  e
    intervalli.  Quando la luna (che moltissimi tra i filosofi pensano
    sia un'altra terra) nel suo emisfero rivolto  al  sole  riceve  la
    libera  luce di tutto quel medesimo,  allora la terra,  triste per
    l'interposizione di quel globo,  mostra all'emisfero opposto della
    luna la faccia ombrata in direzione del sole.
    Perci  il  sole,  che  resta  e  permane sempre uno e identico si
    presenta diverso di volta in volta a alcuni e a  altri,  dato  che
    sono  disposti  chi  in un modo chi in un altro.  Non diversamente
    potremmo credere che questa arte solare sar  di  volta  in  volta
    diversa per gli uni e per gli altri.
    FILOTIMO. - Per quale motivo, o Ermes, parli fra te? Qual  mai il
    libello che hai tra le mani?
    ERMES.  -  E'    il libro "Le ombre delle idee",  raccolte per una
    scrittura interna;  sono incerto se debba essere pubblicato oppure
    continuare a rimanere nelle stesse tenebre in cui un tempo  stato
    nascosto.
    FILOTIMO. - Perch mai?
    ERMES.  - Perch (come dicono) il suo autore si porta nel segno in
    cui volgono insieme i Sagittari armati non di un sol genere.
    FILOTIMO.  - Se in verit tutti dovessero temere  e  evitare  ci,
    nessuno  mai  avrebbe  tentato  opere degne e niente di buono e di
    egregio si sarebbe mai realizzato.  La provvidenza degli  Di  (lo
    dissero  i  Sacerdoti  egiziani) non smette di mandare agli uomini
    alcuni Mercuri  in  certi  tempi  stabiliti,  bench  sappiano  in
    anticipo  che questi non saranno accolti per niente o saranno male
    accolti. N l'intelletto, come anche questo sole sensibile,  cessa
    d'illuminare continuamente per il motivo che n sempre n tutti ce
    ne accorgiamo.
    LOGIFERO.  -  Io  sarei facilmente d'accordo con quegli stessi che
    pensassero che le cose di tal genere  non  devono  essere  affatto
    divulgate: sento che Filotimo ha dubbi a questo proposito; per se
    avesse  ascoltato  con  le  sue  orecchie  quelle cose che abbiamo
    sentito noi,  certamente le getterebbe sul  fuoco  per  bruciarle,
    anzich  farle pubblicare.  Infatti queste fin qui hanno recato al
    loro maestro una messe non propizia;  ora ignoro cosa mai si possa
    sperare  per il futuro;  infatti,  tranne pochissimi che gi da s
    possono capire queste cose,  per niente potranno dare un  giudizio
    obiettivo sul le cose stesse.
    FILOTIMO. - Senti cosa dice costui?
    ERMES.- Sento; ma perch io senta di pi, discutete tra voi.
    FILOTIMO.- Quindi discetter con te,  o Logifero, e per prima cosa
    direi questo: il tuo discorso non  di nessuna persuasione,  tanto
    che  il  vigore  del  tuo ragionamento non valga anzi a confermare
    l'opinione contraria.  Infatti quei  pochi  che  avranno  compreso
    questa  tua  invenzione  (e  tra  questi  siamo  io  e  Ermes)  la
    esalteranno con non piccole lodi;  ma  coloro  che  non  capiranno
    minimamente il discorso, non potranno n lodarla n biasimarla.
    LOGIFERO.  - Tu dici ci che dovrebbe essere,  non ci che sar, 
    stato.  Molti non  comprendendo,  per  il  fatto  stesso  che  non
    comprendono, per giunta anche con malanimo, dal quale sono spinti,
    raccolgono calunnie contro l'autore stesso e la sua arte.  Non hai
    forse sentito con le tue orecchie il dottore Bobo,  che disse  che
    non esiste alcuna arte della memoria,  ma che essa viene procurata
    solamente con l'abitudine e con  la  frequente  ripetizione  delle
    lezioni,  che  avviene  rivedendo  molte volte le cose gi viste e
    riascoltando molte volte le cose gi sentite con le orecchie?
    FILOTIMO. - Se questi avesse la coda, sarebbe un cercopiteco.
    LOGIFERO. - Cosa risponderai al maestro Anthoc, il quale considera
    maghi o indemoniati o uomini  di  qualche  altra  specie  siffatta
    quelli  che  presentano operazioni della memoria oltre alle solite
    volgari? Tu vedi quanto si  incanutito nelle lettere!
    FILOTIMO.  - Non dubiterei che costui  nipote di quell'asino  che
    fu salvato sull'Arca di No per la conservazione della specie!
    LOGIFERO.  -  E  poi  il maestro Rocco,  archimaestro delle arti e
    della medicina, il quale preferisce la mnemonica empirica a quella
    teorica,  stimerebbe queste cose sciocchezzuole pi  che  precetti
    fondati su un'arte.
    FILOTIMO. - Non oltre il pitale!
    LOGIFERO. - Uno degli antichi dottori disse che quest'arte non pu
    essere  accessibile a tutti,  ma solo a coloro che sono forniti di
    memoria naturale.
    FILOTIMO. - E' il parere di un ultrasessantenne!
    LOGIFERO.  - Farfacone,  dottore in entrambi i diritti e  filosofo
    erudito,    dell'opinione  che quest'arte arrechi pi aggravi che
    sollievi: e infatti,  quando dobbiamo ricordare le cose senz'arte,
    ormai  siamo obbligati a ricorrere all'arte per ricordare le cose,
    i luoghi e moltissime immagini,  da cui  non  c'  dubbio  che  la
    memoria naturale sia maggiormente confusa e impacciata.
    FILOTIMO.  -  Il pensiero acuto di Crisippo dev'essere cardato con
    un grande pettine di ferro.
    LOGIFERO.  - Il dottor Berling disse che dal  discorso  di  costui
    anche  i  pi dotti non possono mietere niente,  credo perch egli
    stesso niente miete.
    FILOTIMO. - Sotto quei ricci neppure una castagna?
    LOGIFERO.  - Il maestro Maines ha detto: anche se piaccia a tutti,
    a me non piacer mai.
    FILOTIMO. - N il vino che giammai guster.
    LOGIFERO.  -  Cosa  credi  che  penser riguardo a questa cosa chi
    conosci come tuo amico?
    FILOTIMO.  - L'inchiostro  di  seppia  aggiunto  alla  lucerna  fa
    sembrare Etiopi gli uomini; cos pure una mente corrotta da livore
    giudica turpi anche le cose indubbiamente belle.
    LOGIFERO.  -  Si racconta che anche l'eccelso maestro Scoppet,  di
    gran lunga il primo tra i medici di  questa  nostra  epoca,  disse
    all'autore  di  mostrargli la sua naturale memoria prima dell'arte
    della memoria;  ed  incerto se per sdegno o per incapacit quegli
    non ha voluto mostrargliela.
    FILOTIMO.  - Se gli avesse detto: "Mostrami la tua urina prima che
    io esamini gli escrementi pi solidi",  forse il nostro autore  lo
    avrebbe compiaciuto e trattato in modo pi ospitale,  urbano e pi
    conveniente alla sua dignit, al suo ufficio e all'arte?
    LOGIFERO. - Cosa diremo del maestro Clyster,  dottore medico,  che
    non    lecito che si accosti al discorso?  Infatti non differisce
    affatto da quel medesimo che, secondo Aknaldo e Tiberide, sostiene
    che una lingua di upupa trapiantata su uno smemorato conferisce, a
    chi la porta, una memoria tenacissima.
    FILOTIMO.  - Aristotele  disse:  "Suonando  la  cetra  si  diventa
    citaredo".  Se  qualcuno  trapianter  su  questo infelicissimo un
    altro cervello dopo avergli tolto  quello  stesso  che  ha,  forse
    medicando diventer medico.
    LOGIFERO.  -  Anche il dottor Carpoforo,  secondo Proculo e Sabino
    itacese,  disse che la sede della mente e della memoria  distinta
    in tre parti.
    Infatti  tra  la  poppa  e  la prua c' in mezzo la nave la quale,
    giacch aperta,  quando  con  la  memoria  cerchiamo  di  revocare
    qualcosa,  da prua a poppa offre accesso allo spirito animato. Del
    resto mai fece progressi  uno  spirito  animato,  se  non  sereno,
    lucido,  chiaro; d'altra parte, lo spirito, ottuso da un'eccessiva
    freddezza,  inebetisce e illanguidisce la nostra memoria.  Invero,
    se  questa  freddezza  sar  unita  a secchezza,  arrecher veglie
    eccessive e insonnia;  se  sar  unita  a  umidit,  arrecher  il
    letargo.
    Per allontanare questi mali, sono stati escogitati con arte questi
    rimedi: l'esercizio che stimola e eccita i sensi e quasi risveglia
    gli  spiriti  assopiti da una turpe insensatezza e dall'abbandono;
    l'accoppiamento moderato;  la malinconia scacciata  e  la  letizia
    ricondotta dal piacere;  una purga di tutti i meati del corpo;  lo
    sfregamento della testa con un pettine d'avorio e un panno ruvido;
    l'uso di vini piuttosto leggeri o annacquati,  affinch  le  vene,
    aprendosi   per   l'ardore  del  vino,   non  brucino  il  sangue;
    l'occlusione dello stomaco con cose che procurano  naturalmente  o
    artificialmente la stitichezza,  affinch la fumosit,  evaporando
    dallo stomaco con l'ebollizione del cibo,  non provochi  il  sonno
    che  oscura  la  mente e l'ingegno;  l'astinenza dai cibi freddi e
    umidi,  come dai pesci in generale,  dal cervello e dalle midolla,
    non meno che dai porri scottanti e fumanti,  dai ravanelli,  dagli
    agli,  dalle cipolle,  che non siano stati  consumati  dal  fuoco;
    l'uso di sostanze aromatiche;  la pulizia del capo e dei piedi con
    la cottura dell'acqua in cui abbiano bollito la melissa, le foglie
    d'alloro,   i  finocchi,   le  camomille,   le  canne  e   simili;
    l'esercitazione  pitagorica  che si tenga nel crepuscolo notturno,
    proprio perch giova  massimamente  alla  memoria,  alla  mente  e
    all'ingegno.
    Queste  sono  le cose che possono sollevare la memoria,  come pure
    quelle che Democrito,  Archigene,  Alessandro  e  il  peripatetico
    Andronico affidarono alla testimonianza degli scritti, non codeste
    arti  futili  che si vantano di formare una memoria solida con non
    so quali immagini e figure.
    FILOTIMO.  - Ha concluso il discorso altrui con un proprio raglio;
    il  venerabile  dottore  ha  sostenuto  la  parte del pappagallo e
    dell'asino.
    LOGIFERO. - Il maestro Arnofago, esperto di diritto e di leggi,  e
    molto lodato,  ha detto che ci sono moltissimi dotti che non hanno
    quella perizia, ma l'avrebbero se esistesse.
    FILOTIMO. - La ragione  una bambina che non mette ancora i denti;
    perci non gli tiriamo un cazzotto.
    LOGIFERO.  - Il dottissimo teologo e patriarca  Psicoteo,  maestro
    sottilissimo  di  lettere,  dichiara di avere conosciuto l'arte di
    Tullio, Tommaso, Alberto,  Alulide e di altri autori sconosciuti e
    di non avere potuto trarre da loro alcun frutto.
    FILOTIMO. - Giudizio di prima tonsura!
    LOGIFERO.  - E infine,  per sintetizzare tutto in una sola parola,
    vari uomini hanno varie opinioni;  diversi  dicono  cose  diverse;
    quante sono le teste, tanti sono i pareri.
    FILOTIMO.  - E tante le voci.  Perci i corvi gracchiano, i cuculi
    fanno cuc,  i lupi  ululano,  i  maiali  grugniscono,  le  pecore
    belano,  i  buoi  muggiscono,  i  cavalli  nitriscono,  gli  asini
    ragliano.   E'  turpe,   disse  Aristotele,   essere  sollecito  a
    rispondere a chiunque faccia domande; i buoi muggiscano ai buoi, i
    cavalli nitriscano ai cavalli, gli asini raglino agli asini: a noi
    tocca  nel  colloquio  fare  un  qualche  esame dell'invenzione di
    costui.
    LOGIFERO.  - Benissimo!  Perci Ermes si compiaccia di  aprire  il
    libro affinch esaminiamo i pensieri dell'autore.
    ERMES.  -  Lo  far con molto piacere.  Ecco,  leggo la prefazione
    dell'opera.

    "A nessuno (dice) penso che sfugga che sono  state  pubblicate  da
    altri  molte  arti  della  memoria,  delle  quali  tutte  e ognuna
    singolarmente, servendosi proprio degli stessi canoni,  si trovano
    quasi nella stessa difficolt: per questo noi abbiamo provveduto a
    presentare  piuttosto  i frutti di questa invenzione,  con i quali
    fosse trattata pi seriamente,  pi facilmente e  pi  agevolmente
    una  questione  tanto  illustre,  per  raggiungere  un'arte che si
    desidera tanto.
    Le scuole pi antiche,  ricercando una  quotidiana  esercitazione,
    troppo  inopportunamente  distoglievano  gli  ingegni  pi fecondi
    dalla prosecuzione di esse e dallo studio: infatti gl'ingegni sono
    meno costanti e  (per  dirla  pi  francamente)  pi  intolleranti
    quanto  pi  sono sottili e pronti;  alcuni di loro si preoccupano
    pi di sfiorare tutte le cose che apprenderne fino  in  fondo  una
    sola".

    FILOTIMO. - Mi piace, appunto, di questo autore che non appartiene
    alla schiera di coloro che,  raccogliendo insieme di qua e di l i
    pensieri degli altri,  per ottenere l'immortalit a spese  altrui,
    si  mettono  nel numero degli autori che lavorano per i posteri e,
    come la maggior parte di coloro,  si presentano dottori di  quelle
    discipline  di  cui  non  hanno  certamente  alcuna  conoscenza  e
    comprensione;  e per giunta molte volte non possono evitare  (dopo
    essersi  adattata  addosso  alla  meglio la pelle del leone con le
    invenzioni degli  altri)  di  rientrare  abbastanza  spesso  nella
    propria  pelle e infine forzare la voce,  quando lanciano qualcosa
    fuori dal loro fiacco  Marte  (poich    facile  aggiungere  alle
    invenzioni  altrui),  o gettano fuori qualcosa dalla deficienza di
    una  stupida  sensibilit.  Quelle  cose  sono  gli  arieti  delle
    incapacit oratorie,  le catapulte degli errori, le bombarde delle
    sciocchezze, e i tuoni,  i lampi,  le folgori e le grandi tempeste
    delle ciucaggini.
    LOGIFERO.  -  Non pensi la stessa cosa circa i nostri raccoglitori
    di poesie e versificatori,  i quali,  servendosi delle invenzioni,
    semiversi  e  versi  altrui,  vogliono  passare ai nostri occhi al
    posto dei loro poeti?
    FILOTIMO. - Lascia perdere i poeti.  Infatti,  come sappiamo che i
    re a seconda delle occasioni hanno le mani lunghe,  cos i poeti a
    tempo e luogo sogliono avere  voci  alte  e  lunghe.  LOGIFERO.  -
    Parlavo dei versificatori, non dei poeti!
    FILOTIMO.  -  Bene,  perci pochi o nessuno stimer che la cosa si
    riferisca  a  lui.   Ma  questo  che  ci  interessa?   Basta   che
    nell'intenzione  degli  autori  ci  sia  stata  la  cognizione  di
    quest'arte.
    LOGIFERO. - Non dei poeti.
    FILOTIMO. - Ma andiamo avanti: leggi il seguito.

    HERMES.

    "Di qui (dice) avendo applicato l'animo a ossequiare  alcuni  miei
    amici,  dopo altre arti della memoria di genere diverso,  le quali
    abbiamo indirizzato privatamente a diversi destinatari e,  secondo
    i vari indirizzi,  abbiamo comunicato ad altri per la loro dignit
    e intelligenza,  abbiamo composto quest'arte che   preferibile  a
    tutte  le  altre  per il valore dei princpi che sono contenuti in
    essa e non  da posporre a nessuna in base ai risultati.
    In questa prometto certamente un sistema facile e una scienza  per
    nulla  faticosa  al  posto  della  prassi,  ma  un libro per nulla
    accessibile a tutti con i suoi  pensieri,  contro  l'abitudine  di
    coloro  che hanno tramandato libri facili e brevi intorno a questa
    arte,  ma l'arte stessa difficile e  prolissa.  Pochi  eruditi  la
    comprendano  e,  poi,  con  la  loro comprensione venga in uso per
    tutti; e sia tale che tutti, sia i rozzi sia gli eruditi,  possano
    facilmente  saperla  ed  esercitarla;  e  tale che senza una dotta
    guida possano  comprenderla  soltanto  quelli  ben  versati  nella
    metafisica e nelle dottrine dei Platonici.  Questa arte,  infatti,
    offre  il  vantaggio  che,  per  quanto    contenuta  in  termini
    difficili,  che presuppongono capacit speculative, tuttavia potr
    essere spiegata a ognuno (purch  non  si  tratti  di  un  ingegno
    assolutamente ottuso);  contiene infatti termini molto appropriati
    e massimamente adatti a significare le cose.
    Quest'arte non porta a una semplice arte della memoria, ma avvia e
    introduce anche alla scoperta di molte facolt.  Inoltre coloro ai
    quali sar dato di coglierne i valori pi interni,  ricordino: non
    la  rendano  familiare,   stando  alla  sua  regale   dignit,   a
    chicchessia   senza  una  selezione  e  spieghino  i  suoi  canoni
    esplicitamente ai singoli, in modo pi intenso e pi dilazionato a
    seconda dei meriti e della facolt ricettiva di  coloro  ai  quali
    deve essere comunicata.
    Inoltre,  sappiano  nelle  mani  di  chi   giunta questa arte: il
    nostro ingegno non  tale n da essere legato  a  una  determinata
    corrente  di  filosofia  altrui  n  da disprezzare universalmente
    qualunque indirizzo filosofico.  Davvero non c' nessuno  che  non
    teniamo in gran conto tra coloro che si sono appoggiati al proprio
    ingegno per contemplare le cose e che hanno costruito qualcosa con
    arte  e  metodo.  Non  trascuriamo  i misteri dei Pitagorici,  non
    sminuiamo la fede dei  Platonici  e  non  disprezziamo  neppure  i
    ragionamenti dei Peripatetici,  finch hanno trovato un fondamento
    reale.  Questo lo diciamo proprio per attenuare la  preoccupazione
    di  coloro  che vogliono misurare gl'ingegni altrui con il proprio
    ingegno;  di tal fatta  quel genere sventurato  che,  pur  avendo
    speso la propria fatica troppo a lungo sui migliori filosofi,  non
    spinse il proprio animo fino al punto di non servirsi, sempre fino
    alla  fine  dell'ingegno  altrui;   essendo  privo  del   proprio,
    tuttavia,  bisogna  compatirlo  pi  di  coloro che,  ignorando la
    propria povert, osano cose che non devono osare, e sotto un certo
    aspetto (se non vi rimanga per  incuria)  bisogna  anche  lodarlo.
    Simili uomini,  in quanto riempiti di spirito aristotelico (perch
    sia lecito ormai vedere i  libri  sonori  e  progressivi),  quando
    udranno o leggeranno "Le ombre delle idee", ormai si appiglieranno
    alla  parola  dicendo  che  le idee sono sogni o fantasmi.  Quando
    abbiamo ammesso che  cos,  si chiede allora se  sia  conveniente
    che  ci  che  si  conforma alla natura corre sotto le ombre delle
    idee.    Quando   invece   attaccheranno   il   luogo   dell'anima
    raziocinante, "O Giordano," diranno, "ormai tu affermi che l'anima
    tesse  o  fila".  Gonfiando  le  bocche similmente anche in alcune
    altre sciocchezze,  per  una  specie  di  nemico  interno  saranno
    distolti dal partecipare al frutto di questa disciplina. A costoro
    vogliamo  dire  apertamente  quanto segue: anche noi,  pur essendo
    meno dotti,  ci siamo applicati nelle stesse cose;  allora infatti
    ci  servivamo  (com'era  giusto)  della  fede  per  conquistare le
    scienze.  Ma ora che possiamo servirci,  con l'aiuto  divino,  dei
    mezzi acquisiti e ritrovati per ulteriori proprie operazioni senza
    un giusto rimprovero di contraddizione, se  vantaggioso il limite
    platonico e l'intenzione  vantaggiosa,  si accettano; se anche le
    intenzioni peripatetiche si adoprano per una migliore  esposizione
    dell'oggetto in questa arte,  sono fedelmente ammesse.  Similmente
    si giudichi delle altre.
    Infatti non riusciamo a trovare un unico  artigiano  che  fornisca
    tutte le cose necessarie a uno solo. Non sar lo stesso artigiano,
    dico,  che fonder e fogger l'elmo, lo scudo, la spada, le lance,
    i vessilli,  il timpano,  la tromba e tutti  gli  altri  armamenti
    militari.  Cos  l'officina del solo Aristotele e del solo Platone
    non  baster  a  coloro  che  tentano  opere  maggiori  in   altre
    invenzioni:  anche se talvolta (e per giunta raramente) sembreremo
    usare termini non consueti, ci accade perch desideriamo spiegare
    con essi intenzioni non consuete.  D'altra parte,  ci serviamo  in
    generale  degli  studi  diversi  di  vari  filosofi per presentare
    meglio il proposito della nostra invenzione.  Perci non c' nulla
    che  impedisca agli esperti in vari indirizzi filosofici di potere
    capire da se stessi facilmente  (purch  vi  prestino  attenzione)
    questa e altre nostre arti.
    Trattiamo  quest'arte  sotto una duplice forma e via,  delle quali
    una  sia pi alta e generale per  ordinare  tutte  le  operazioni
    dell'animo,  sia  anche  principio di molti metodi,  con i quali,
    come con strumenti diversi,  pu essere  tentata  e  inventata  la
    memoria  artificiale.  Essa  consiste  in  primo  luogo  in trenta
    intenzioni delle  ombre,  in  secondo  luogo  in  trenta  concetti
    d'idee,  in  terzo  luogo  in  parecchi  collegamenti  che possono
    derivare  da  intenzioni  e  concetti  attraverso  un  industrioso
    adattamento  degli  elementi della prima ruota agli elementi della
    seconda.   La  seconda  parte  che  segue    pi  limitata  a  un
    determinato modo di acquistare la memoria attraverso l'artificio".



    TRENTA INTENZIONI DELLE OMBRE.

    A. PRIMA INTENZIONE.
    Con l'assenso,  quindi,  dell'unico Dio e con il favore dei grandi
    Numi sotto la protezione dello  stesso  altissimo  Principe,  cosi
    incominciamo.
    Il  pi saggio degli Ebrei,  presentando la perfezione dell'uomo e
    la conquista della cosa migliore che si possa ottenere  in  questo
    mondo,  fa  dire cos alla sua amica: "MI SONO SEDUTA ALL'OMBRA DI
    COLUI CHE AVEVO DESIDERATO (Cantico dei cantici, 2,3).
    Infatti questa nostra natura non  cos grande da potere  abitare,
    secondo la sua capacit,  il campo stesso della verit.  Infatti 
    stato  detto:  "L'uomo  vivente     vanit,   soltanto   vanit".
    (Qoelet,1,  2).  E ci che  vero e buono  la prima e unica cosa.
    D'altronde come potrebbe accadere che ci  il  cui  essere  non  
    propriamente vero e la cui essenza non  propriamente verit abbia
    in s efficacia e atto di verit?  Perci a esso basta, ed  anche
    molto, che sieda all'ombra del bene e del vero. Non dico all'ombra
    del vero e del bene naturale e razionale (cos infatti si  direbbe
    male  e  falsamente),  ma  metafisico,  ideale e sovrasostanziale;
    donde  reso partecipe di ci che  bene e vero,  secondo  la  sua
    facolt,  l'animo  che,  anche  se  non  possiede  tanto da essere
    l'immagine di quello,  tuttavia  a immagine di quello;  allora la
    trasparenza,  che  l'anima stessa, delimitata dall'opacit, che 
    il  corpo  stesso,  esperimenta  nella  mente  dell'uomo  qualcosa
    dell'immagine, finch approda a essa; ma nei sensi interni e nella
    ragione,   nei  quali  ci  volgiamo  nella  nostra  vita  animale,
    esperimenta l'ombra stessa.

    B. SECONDA INTENZIONE.
    Io vorrei che tu, proprio in considerazione di ci,  ti ricordassi
    anche  di  tenere  distinta l'ombra dalla propriet delle tenebre.
    Infatti l'ombra non  tenebre,  ma o traccia delle  tenebre  nella
    luce  o  traccia della luce nelle tenebre o partecipe della luce e
    delle tenebre o un composto di luce e di tenebre o un miscuglio di
    luce e di tenebre o nessuna delle due cose,  separata dalla  luce,
    dalle  tenebre  e da entrambe.  E questo deriva o dal fatto che la
    verit non sia piena di luce o perch sia una luce  falsa,  oppure
    perch non sia n vera n falsa, ma traccia di ci che  veramente
    o  falsamente,  eccetera.  Perci  si tenga presente che l'ombra 
    traccia di luce, partecipe di luce, ma non piena luce.

    C. TERZA INTENZIONE.
    Inoltre,   quando  accade  di  cogliere  una  luce   doppia,   sia
    nell'ambito della sostanza,  sia nell'ambito di quelle cose la cui
    consistenza  in relazione alla sostanza o nella  sostanza  (donde
    si assume come principio l'ombra secondo una duplice opposizione),
    bisogna  che  tu  ricordi  questo:  la  luce  che    intorno alla
    sostanza,  come ultima traccia di essa,  parte dalla  luce  che  
    detta  atto  primo,  e  anche  l'ombra che  intorno alla sostanza
    emana dall'ombra che,  si dice,  proviene dalla sostanza.  Proprio
    essa    il  primo  soggetto  che  i  nostri fisici chiamano anche
    materia prima: tutte le cose che partecipano a essa, non ricevendo
    una luce pura, si dice che sono e operano all'ombra della luce.

    D. QUARTA INTENZIONE.
    Conseguentemente non ti sfugga che,  poich  l'ombra  ha  qualcosa
    dalla  luce e qualcosa dalle tenebre,  accade che qualcuno  sotto
    un'ombra duplice: evidentemente  l'ombra delle  tenebre  e  (come
    dicono) della morte; e ci si verifica quando le potenze superiori
    o s'infiacchiscono e si rilassano, o diventano sottoposte a quelle
    inferiori,  finch  l'animo  rimane  legato  a  una  vita soltanto
    corporale e al senso.  E poi  l'ombra della  luce,  cosa  che  si
    verifica  quando  le  potenze  inferiori  sono sottoposte a quelle
    superiori rivolte a mete eterne  e  pi  eccellenti,  come  accade
    all'animo  aggirantesi nei cieli,  il quale con lo spirito soffoca
    gli eccitamenti della carne. Nel primo caso l'ombra si getta nelle
    tenebre,   nel  secondo  l'ombra  si  getta  nella  luce.   Invero
    nell'orizzonte  della  luce  e  delle tenebre nient'altro possiamo
    comprendere che l'ombra.  Quest'ombra si trova nell'orizzonte  del
    bene e del male,  del vero e del falso;  quest'ombra  proprio ci
    che pu essere reso  buono  e  cattivo,  falsato  e  conformato  a
    verit,  e che,  tendendo in qua, si dice che sia sotto l'ombra di
    questo (cio del male e del falso),  ma che,  tendendo in  l,  si
    dice che sia sotto l'ombra di quello (cio del bene e del vero).

    E. QUINTA INTENZIONE.
    In  proposito  noi  consideriamo  sopratutto quelle ombre che sono
    obiettivi degli appetiti  e  della  facolt  cognitiva,  concepiti
    sotto l'aspetto del vero e del bene, che lentamente allontanandosi
    da   quell'unit   sovrasostanziale   avanzano,   attraverso   una
    moltitudine crescente fino  all'infinita  moltitudine  (per  dirla
    alla  maniera dei Pitagorici);  queste ombre di quanto si separano
    dall'unit,  di tanto si allontanano anche  dalla  verit  stessa.
    Infatti, l'allontanamento avviene proprio dal sovraessenziale alle
    essenze,  dalle essenze alle cose stesse che sono,  da quelle alle
    tracce,  alle immagini,  ai simulacri e alle ombre: sia  verso  la
    materia,  perch siano prodotte nel suo seno, sia verso il senso e
    la  ragione,  perch  siano  riconosciute  attraverso  la  facolt
    sensibile e razionale.

    F. SESTA INTENZIONE.
    L'ombra  si  fonda  sulla  materia  o natura,  sulle cose naturali
    stesse,   sul  senso  interno  e  esterno,   come   sul   moto   e
    sull'alterazione. Ma nell'intelletto, dato che la memoria consegue
    all'intelletto,   come in uno stato.  Perci quel saggio presenta
    la vergine soprannaturale  e  soprasensuale  come  una  conoscenza
    raggiunta,   che  siede  all'ombra  di  quel  primo  vero  e  bene
    desiderabile. La quale positura o stato,  poich non perdura molto
    nella vita naturale (infatti presto e all'istante le sensazioni ci
    assalgono e ci turbano,  e proprio le nostre guide, i fantasmi, ci
    seducono  circuendoci),  quella  positura    indicata  dal  tempo
    perfetto o dall'imperfetto,  anzich dal tempo presente.  Infatti,
    dice: mi sono seduta all'ombra o sedevo.

    G. SETTIMA INTENZIONE.
    Ma poich in tutte le cose c' una connessione ordinata,  in  modo
    che  i  corpi  inferiori  succedono  a  quelli mediani e questi ai
    superiori,  allora i corpi composti  si  uniscono  ai  semplici  e
    quelli  semplici  ai  pi semplici,  quelli materiali si accostano
    agli  spirituali  e  quelli  spirituali  a  loro  volta  a  quelli
    immateriali,  sicch uno solo  il corpo dell'Ente universale, uno
    solo l'ordine,  uno solo il governo,  uno solo il principio e  una
    sola  la fine,  uno solo il primo e uno solo l'ultimo.  E poich 
    data (come non ignorarono i pi autorevoli tra  i  Platonici)  una
    migrazione  continua dalla luce alle tenebre (quando alcune menti,
    attraverso  una  conversione  alla  materia  e   una   digressione
    dall'atto,   si  sottopongono  alla  natura  e  al  fato),  niente
    impedisce che al suono della cetra universale di  Apollo  le  cose
    poste  in  basso  a poco a poco siano richiamate a quelle alte,  e
    quelle pi basse attraverso le mediane si  accostino  alla  natura
    delle superiori: come anche dalla sensazione risulta chiaro che la
    terra  si  trasforma  per  rarefazione in acqua,  l'acqua in aria,
    l'aria in fuoco, come pure per condensazione il fuoco si trasforma
    in aria,  l'aria in acqua,  l'acqua in  terra.  Cos  in  generale
    vediamo  in  quelle cose che mutano che il moto confina sempre con
    lo stato e lo stato con il moto.  Che poi ci esiste sempre  e  si
    verifica  anche in cielo,  ottimamente lo hanno considerato alcuni
    dei Peripatetici;  proprio perch dicono che il  cielo  stesso  ha
    l'atto  misto  con la potenza (per quanto anche altri siano i modi
    di questa commistione),  intendono che il suo moto ,  alla  fine,
    rivolto verso il passato e, al principio, verso il futuro. Quindi,
    qualunque  cosa  sia  la  discesa da un'altra specie,  della quale
    potrebbero giudicare i Teologi  con  la  loro  sapienza,  dobbiamo
    assolutamente  sforzarci  - avendo davanti agli occhi,  secondo le
    eccelse operazioni dell'animo,  la scala della natura - di tendere
    sempre,  attraverso  operazioni  intrinseche,  dal  moto  e  dalla
    moltitudine allo stato e all'unit;  quando eseguiremo ci secondo
    la  nostra facolt,  anche secondo la facolt ci conformeremo alle
    opere divine,  ammirate da tutti.  A ci stesso  ci  confortino  e
    esortino  il  vincolo  prestabilito  delle  cose  e le conseguenti
    connessioni.
    Invero gli antichi seppero e insegnarono come giovi il trascorrere
    dell'uomo che ascende dai molti  individui  alla  specie  e  dalle
    molte  specie a un solo genere;  inoltre,  come poi l'infima delle
    intelligenze  attraverso  tutte  le  forme  comprenda  le   specie
    distintamente,    e   le   intelligenze   inferiori   concepiscano
    distintamente tutte le specie  attraverso  pi  numerose  e  molte
    forme stesse,  mentre quelle superiori attraverso un numero minore
    di forme, la suprema attraverso una sola e quella cosa che  sopra
    ogni cosa comprenda senza bisogno di qualche forma. E inoltre,  se
    gli  antichi  seppero  come giovi la memoria,  procedendo da molte
    specie ricordabili a una sola specie di  molte  cose  ricordabili,
    certamente per questo non lo insegnarono.

    H. OTTAVA INTENZIONE.
    In  verit  la  cosa  vicina  inferiore    spinta  dalla  stretta
    somiglianza alla  cosa  pi  vicina  superiore  attraverso  alcuni
    gradi;  certamente, una volta conseguiti tutti questi gradi, ormai
    dovr essere considerata non simile, ma identica a quella.  Invero
    come ci avvenga,  lo apprendiamo proprio per mezzo del fuoco, che
    non attrae l'acqua se non assimilata in calore  rarefatto.  Perci
    attraverso una comune somiglianza si verifica l'accostamento dalle
    ombre alle tracce, dalle tracce alle immagini speculari, da queste
    a altre cose.

    I. NONA INTENZIONE.
    Ma,  poich  ci che  simile al simile  anche simile ai simili a
    esso medesimo sia per salita sia per discesa sia per ampiezza,  da
    qui  accade  che (entro i suoi limiti) la natura pu fare tutte le
    cose da tutte e l'intelletto o ragione pu conoscere tutte le cose
    da tutte.  Come la materia-dico- modellata in tutte le  forme  da
    tutte  le cose,  anche l'intelletto passivo (come lo chiamano) pu
    essere modellato in tutte le forme da tutte le cose,  cos,  anche
    la  memoria in tutte le cose ricordabili da tutte le cose,  poich
    ogni simile  fatto dal  simile,  ogni  simile    conosciuto  dal
    simile,  ogni simile  contenuto dal simile. A sua volta il simile
    lontano tende al suo simile distante attraverso il simile  mediano
    e vicino a esso.
    Da   qui  la  materia,   spogliata  della  forma  dell'erba,   non
    immediatamente assume la forma di questo animale, ma attraverso le
    forme mediane  di  chilo,  sangue  e  seme.  Di  conseguenza,  chi
    conoscer   i  medi  connessi  agli  estremi,   potr  ricavare  e
    naturalmente e razionalmente tutte le cose da tutte.

    K. DECIMA INTENZIONE.
    Del resto,  quella somiglianza che scorre in  modo  eguale  e  che
    finisce  per  identificarsi  con  l'uniformit  (ci  che  diciamo
    equiparazione)  ritienila  inutile  e  non  giovevole,  nel  senso
    proposto   delle   altre  operazioni,   sia  in  riferimento  alle
    sensazioni interne sia alle esterne.  Infatti in un'uniformit  di
    calore accade che tu non avverta l'affezione,  n se l'affezione 
    simile,  n se l'affezione consiste in un grado inferiore a quella
    somiglianza  (di  scorrimento).   Avvertirai  invece  solo  quella
    somiglianza che supera la somiglianza gi  presente  nel  soggetto
    sensitivo.  Da  qui potrai prevedere di quale somiglianza tu debba
    in pratica tenere conto, affinch le cose cercate dagli adepti non
    trovino impedimento al loro realizzarsi.

    L. UNDICESIMA INTENZIONE.
    Considera che questo mondo  corporeo  non  avrebbe  potuto  essere
    bello,  se  le sue parti risultassero del tutto simili.  Perci la
    bellezza delle  parti  si  manifesta  nella  connessione  di  vari
    elementi  e  la  bellezza del tutto consiste nella variet stessa.
    Segue da ci che la  visione  umbratile  di  una  cosa    la  pi
    imperfetta delle visioni, poich, mentre l'immagine mostra le cose
    con  variet,  l'ombra  presenta  quasi  senza  variet  ci che 
    all'interno dei contorni di una figura esterna, contorni per altro
    massimamente falsati.  Questo direi per ci che  riguarda  l'ombra
    come ombra: non certo quale l'assumiamo nel proposito.

    M. DODICESIMA INTENZIONE.
    Il  vero  Caos  di Anassagora  una variet senza ordine.  Proprio
    cos come nella variet stessa delle cose distinguiamo  un  ordine
    meraviglioso,  che,  instaurando  una  connessione  degli elementi
    sommi con gli infimi e degli infimi con  i  sommi,  fa  concorrere
    tutte  le  parti  insieme a costituire il bellissimo aspetto di un
    solo grande  essere  animato  (qual    il  mondo),  poich  tanta
    diversit  richiede  tanto  ordine  e  un cos grande ordine tanta
    diversit.  Non ci pu essere,  infatti,  nessun ordine  dove  non
    risulti  alcuna diversit.  Perci non  lecito intendere il primo
    principio n ordinato n in un ordine.

    N. TREDICESIMA INTENZIONE.
    Certamente,  se una concordia pressoch indissolubile connette  le
    estremit  finali  dei  primi  elementi  agli  inizi dei secondi e
    unisce il calcagno di quelli che precedono alle  teste  di  quelli
    che seguono immediatamente,  tu sarai capace di abbracciare con la
    mente quell'aurea catena che si forma sempre tesa dal  cielo  alla
    terra;  cos  pure,  come  puoi avere fatto una discesa dal cielo,
    facilmente potrai ritornare al  cielo  per  una  salita  ordinata.
    Possiamo  sperimentare un grande sollievo della memoria con questa
    connessione artificiale, la quale vale anche a presentare ordinate
    le cose che a loro volta di  per  s  non  mantengono  affatto  la
    successione della memoria.
    Proprio   questo   si  manifesta  nel  carme  seguente:  in  esso,
    comprendendosi che l'Ariete avanza contro il Toro e questo,  mosso
    da  un diverso genere di azione,  avanza contro i Gemelli e,  poi,
    questi, mossi da una diversa e conseguente azione,  si portano nel
    Cancro  e,  similmente,  si  verifica  a  turno  negli altri segni
    zodiacali,   accadr  che  dalla  vista  di  uno  ci  guadagneremo
    l'incontro dell'altro che segue immediatamente.

    Il capo del gregge, levatosi in ira su due piedi,
    con impetuosa fronte ferisce il re dell'armento.
    Donde vndice, fuori di senno, spintosi il TORO assale
    con sfrenato colpo i fratelli GEMELLI.
    Subito le onde accolgono i fratelli giovani parenti.
    Il CANCRO si dirige ai rugiadosi prati.
    Repente in moto obliquo il Cancro, alunno delle onde,
    s'accosta al fiero volto del villoso LEONE.
    Perci irritato s'alza il Leone sulle spalle crinite,
    onde vagante  apparsa alla rapace fiera la VERGINE.
    L'assale: ella fugge e folle con fugace passo
    s'imbatte nell'uomo che BILANCIA con un piatto persiano.
    Questi arde d'amore, e mentre incalza in cupidi abbracci,
    lo ferisce l'adunco pungiglione del duro VERME.
    Mentre, temendo la morte, ricorre alle mediche arti,
    avverte che dietro s'accosta un SAGITTARIO.
    Questi, offeso per la vergine che crede violentata,
    con il dardo, con cui assale costui, ecco ferisce il CAPRO.
    Appena di malanimo avverte confitto il ferro,
    fugge precipitoso alle rapide ACQUE.
    Cos il capro infelice, trascinato dal gorgo delle acque,
     dato come insolita esca agli immersi PESCI.

    O. QUATTORDICESIMA INTENZIONE.
    Invero l'ascesa che avviene per elementi connessi e concatenati, a
    proposito delle ombre ideali, non  tramite una catena continua di
    anelli  simili,  come  s'intende dalle cose dette ultimamente e da
    quelle che saranno enunciate in seguito.  N  l'anello  di  questa
    catena  deve  essere  l'ombra  sotto  cui  s'intende  che dorme il
    Leviatan: non dico dunque l'ombra che allontana dalla luce, ma che
    conduce alla luce, la quale,  per quanto non sia verit,  tuttavia
    deriva dalla verit e porta alla verit; e perci non devi credere
    che in essa ci sia l'errore, ma il nascondiglio del vero.

    P. QUINDICESIMA INTENZIONE.
    Perci  cerca  assolutamente  di  non  incappare,  confondendo  il
    significato delle ombre per un'occulta omonimia,  in questo genere
    di  stoltezza,  cio  di  pensare,  ragionare  e  giudicare  senza
    discernimento intorno alle  ombre;  infatti  quell'ombra,  che  le
    altre ombre proteggono (per la quale si dice: "Le ombre proteggono
    la  sua  ombra"),  si  oppone  a  quella  che si eleva al di sopra
    dell'altezza dei corpi al confine delle intelligenze, per la quale
    si dice: "La sua ombra copr i  monti".  Da  essa  sono  tratte  e
    emanano quelle cose che producono in noi intelligenza e memoria, e
    in essa infine terminano quelle che salgono verso la luce.  Questa
    ombra,  o una simile a questa,  l'hanno figurata coloro  che  sono
    detti  Cabalisti,  poich  il  velo,  che  era  allegoricamente  o
    figurativamente  sul  volto  di  Mos  (Esodo,  34,   33-35),   ma
    figuratamente sul volto della legge,  non mirava a ingannare, ma a
    spingere avanti ordinatamente gli occhi degli uomini, nei quali si
    provoca una lesione nel  caso  che  all'improvviso  passino  dalle
    tenebre alla luce.
    E  infatti  la  natura  non sopporta un progresso immediato da uno
    degli estremi all'altro, ma con la mediazione delle ombre e con la
    luce adombrata gradualmente.  Parecchi  hanno  perso  la  naturale
    capacit della vista,  avanzando repentinamente dalle tenebre alla
    luce:  fino  a  tal  punto  essi  sono  lontano  dal   raggiungere
    l'obiettivo ricercato.  Perci l'ombra prepara la vista alla luce,
    l'ombra tempera la luce,  per mezzo dell'ombra la divinit tempera
    e propina le apparenze che anticipano le cose all'occhio,  avvolto
    da  caligine,  dell'anima  che    affamata  e  assetata.   Perci
    riconosci  quelle  ombre  che  non  estinguono,  ma  conservano  e
    custodiscono la luce in noi,  e  per  le  quali  siamo  avviati  e
    condotti all'intelligenza e alla memoria.

    Q. SEDICESIMA INTENZIONE.
    A  suo  modo,   il  Teologo  ha  detto:  "Se  non  crederete,  non
    comprenderete",  e a loro modo i filosofi confermano  che  bisogna
    conquistare  le  scienze  sulla  base  di quelle ipotesi e di quei
    presupposti nei quali si dice di confidare (questa fede  presso  i
    Pitagorici  era  intorno  alle  cose  non  dimostrate,   presso  i
    Peripatetici intorno a quelle non dimostrabili, presso i Platonici
    intorno a entrambe);  e da quelle cose che si fondano sulla virt,
    sull'origine e su una certa implicazione dobbiamo procedere con un
    corso sia naturale sia razionale alla spiegazione delle forme.  La
    natura  d  immagini  involute  prima  di  presentarcele   chiare;
    similmente  fa  Dio,  similmente  anche  le arti che perseguono un
    ordine divino e naturale per dignit. Ma se ad alcuni sembra arduo
    esercitarsi sulle ombre per il sospetto che sia vano attendersi da
    esse un accesso alla luce,  sappiano che tale difetto  non  deriva
    dalle  ombre;  sappiano  anche  preparare  adeguatamente  o tenere
    celato ci che non si potrebbe cogliere nudo.

    R. DICIASSETTESIMA INTENZIONE
    Riguardo alle ombre fisiche,  ve ne sono che derivano dagli alberi
    e  dalle  erbe,  che  fugano  i  serpenti  e accolgono animali pi
    docili,  e ve ne sono anche contrarie a  esse.  Ma  riguardo  alle
    ombre  ideali  (nel caso siano veramente ideali),  poich tutte si
    rapportano all'intelletto e al senso interiore purificato,  non ve
    ne sono che non facciano ottimamente da guida,  se avviene tramite
    esse un'ascesa e non si dorme sotto esse medesime.

    S. DICIOTTESIMA INTENZIONE.
    Non dormirai se dall'osservazione delle ombre fisiche procederai a
    una considerazione proporzionale delle  ombre  ideali.  Quando  un
    corpo allontanato dai nostri occhi si avvicina alla luce distante,
    la sua ombra si accorcia ai nostri occhi;  ma se quel corpo stesso
    si allontana di pi dalla luce,  l'ombra emessa  da  esso  diventa
    maggiore ed  arrecato alla vista un ostacolo maggiore.

    T. DICIANNOVESIMA INTENZIONE.
    L'ombra  diventa  pi  penetrabile  alla  vista  per  una maggiore
    intensit della luce e densit del corpo:  resa pi  delineata  -
    ripeto  - e pi definita,  cosa che dipende dal fatto che imita il
    corpo in densit e rarit, continuit e discontinuit.  Ma in vero
    tale imitazione  svelata per mezzo del corpo.

    V. VENTESIMA INTENZIONE.
    L'ombra  segue  contemporaneamente il moto del corpo e della luce.
    Il corpo si muove? L'ombra si muove. La luce si muove?  L'ombra si
    muove.  Si  muovono l'uno e l'altra?  L'ombra si muove.  Contro le
    norme fisiche il medesimo soggetto (intendo il soggetto del  moto)
     sottoposto a spostamenti diversi e contrari. E perch? Forse che
    l'ombra  non segue necessariamente il moto del corpo verso la luce
    e il moto della luce verso il corpo?  Forse che questa necessit 
    eliminata  dal  movimento  concorde  di  entrambi  [corpo e luce],
    quando si sposteranno in direzioni opposte? Inoltre fa' attenzione
    al modo in cui l'ombra al moto della luce si muove quasi fuggendo,
    invece quasi seguendo al  moto  del  corpo;  pertanto  non  sembra
    essere  implicata  la  contrariet,  ma  la concordanza nella fuga
    dell'una e nella scorta dell'altro opposto e contrario.  Del resto
    tu  stesso  indaga e rifletti come avvenga in queste e nelle altre
    cose  proporzionalmente:  infatti  per  opera  nostra  la  cosa  
    rivelata,   pi   di   quanto  basta,   a  coloro  che  volgeranno
    l'attenzione a queste e altre cose.

    X. VENTUNESIMA INTENZIONE
    Non ti sfugga infine la  simiglianza  delle  ombre  con  le  idee;
    infatti  sia  le  ombre  sia  anche le idee non sono contrarie dei
    contrari.  In questo genere attraverso una sola specie si  conosce
    il bello e il turpe, il conveniente e lo sconveniente, il perfetto
    e l'imperfetto, il bene e il male. Infatti il male, l'imperfetto e
    il  turpe non hanno idee proprie con cui siano conosciuti;  poich
    tuttavia si dice che sono conosciuti e non sono ignorati e  quanto
     conosciuto intelligibilmente lo  attraverso le idee,  allora il
    male,  l'imperfetto e il turpe vengono conosciuti  in  una  specie
    altrui,  non nella propria,  che non esiste affatto.  Infatti quel
    che  a essi proprio,   un non-ente nell'ente o  (per  dirla  pi
    chiaramente) un difetto nell'effetto.

    Y. VENTIDUESIMA INTENZIONE.
    Se  chiami  l'ombra  accidente  del  corpo da cui  proiettata hai
    l'accidente del solo soggetto da cui eventualmente si separa o cui
    ritorna,  o secondo la  medesima  specie  o  secondo  il  medesimo
    numero.  Se  stabilirai che essa sia accidente di quel soggetto su
    cui  proiettata, ormai la considererai accidente separabile da un
    solo soggetto,  tanto che,  identico per numero,  percorra diversi
    soggetti; come quando per il moto della luce o del cavallo l'ombra
    equina,  che veniva proiettata sulla pietra,  ora  proiettata sul
    legno. Ci  contro la propriet fisica dell'accidente, a meno che
    tu non ti getti in braccio a Scilla  dicendo  che  l'ombra  non  
    accidente.
    Inoltre,  che  diciamo delle ombre ideali?  Potresti ben intendere
    che esse non sono n sostanze n accidenti,  ma una certa  nozione
    di  sostanza  e di accidente.  Se a qualcuno piacer dire che esse
    sono accidenti dell'animo e della  ragione,  mostrer,  dicendolo,
    inesperienza;  infatti  non  sono atteggiamenti n disposizioni n
    facolt innate o aggiunte,  ma da esse e per esse sono prodotte  e
    esistono alcune disposizioni, atteggiamenti e facolt. Infatti, se
    si  esaminano  rettamente,  la sostanza e l'accidente non dividono
    tutto quanto si dice che  sia  per  l'universo,  come  solitamente
    supponiamo.  Questa  considerazione  vale  non  poco per farsi una
    conoscenza razionale delle ombre.

    Z. VENTITREESIMA INTENZIONE.
    L'ombra non  soggetta al tempo,  ma al tempo di  questa,  non  al
    luogo,  ma al luogo di questa,  non al moto, ma al moto di questa.
    Similmente bisogna  intendere  riguardo  agli  opposti.  Perci  
    astratta da ogni verit,  ma non  senza essa e non rende incapaci
    di  raggiungerla  (nel  caso  sia  un'ombra  ideale):  infatti  fa
    concepire  i  contrari  e  i  diversi,  pur essendo una sola cosa.
    Infatti niente  il contrario dell'ombra,  e  precisamente  n  la
    tenebra n la luce. Perci l'uomo si rifugi all'ombra dell'albero
    della  scienza  per la conoscenza della tenebra e della luce,  del
    vero e del falso,  del bene e del male,  quando  Dio  gli  chiese:
    "Adamo, dove sei?" (Genesi, 3, 9).

    (psi greca). VENTIQUATTRESIMA INTENZIONE.
    Non  bisogna  neanche tralasciare di considerare che un solo corpo
    opaco,  opposto a due o pi sorgenti di luce,  proietta due o  pi
    ombre.  Perci capisci in che modo e in virt di che l'ombra segue
    il corpo e in che modo e in virt di che segua insieme la luce;  e
    considera  come una luce molteplice produca un'ombra molteplice da
    un solo corpo e  come  innumerevoli  luci  producano  innumerevoli
    ombre,  anche  se  non appaiono in modo sensibile.  Perci l'ombra
    segue la luce in un modo,  sebbene sembra che la fugga in un altro
    modo.

    A. VENTICINQUESIMA INTENZIONE
    N  ti  sfugga  che  l'ombra,  affinch fugga la luce,  simula una
    quantit di corpo;  e soltanto in una precisa  e  unica  distanza,
    luogo  e disposizione,  secondo la lunghezza e larghezza uguale al
    corpo,  l'ombra  prodotta dalla luce opposta in  modo  che  nulla
    sembra  fuggire  la  stessa luce pi che insinuare una quantit di
    corpo attraverso l'ombra.  Infatti il sole in  alcuni  luoghi  non
    rende mai l'ombra uguale al corpo, invece in altri pi raramente e
    per un po' di tempo.

    E. VENTISEIESIMA INTENZIONE.
    Nel caso che la grandezza di un corpo opaco superi la grandezza di
    un corpo lucido, produce un cono d'ombra sul corpo, ma proietta la
    base  a  un'infinita o indeterminata distanza.  Ma nel caso che la
    grandezza della luce superi la grandezza di un corpo opaco, allora
    produce una base di ombra sul corpo,  ma determiner un cono nella
    sua  proiezione  al  di  fuori  del  corpo  stesso  a tale e tanta
    distanza per quanta misura proporzionale la  grandezza  del  corpo
    lucido  risulta  ottenere  al  di  sopra della grandezza del corpo
    opaco.  Di qui,  l'ombra che il corpo lucido della luna producesse
    dalla  terra  nella  parte  opposta (posto che il sole sia lontano
    dall'emisfero inferiore) avrebbe per cono un preciso margine della
    terra, ma la base di essa al di fuori della terra, quasi crescendo
    all'infinito,  non sarebbe determinabile.  Invece l'ombra  che  il
    corpo  del  sole  produce  dalla terra ha determinati limiti della
    terra per base,  ma il cono non tocca la sfera di Mercurio stesso.
    Similmente ormai giudicherai delle idee e delle loro ombre.

    VENTISETTESIMA INTENZIONE.
    Di  conseguenza,  nota  come  dalla  luce e dalla tenebra (infatti
    chiamo tenebra la densit del corpo) nasce l'ombra, di cui la luce
     padre e la tenebra  madre: e  essa  non  ha  luogo  se  non  in
    presenza  di  questa  e  di  quello,  e  segue  la luce in modo da
    fuggirla,  come se si vergognasse di presentare al padre l'aspetto
    stesso  della  madre,  per  dimostrare almeno con il pudore la sua
    regale progenie,  come i  nobili  per  nascita  che,  non  potendo
    mostrare  la  nobilt con il proprio comportamento,  la dimostrano
    abbastanza con il pudore stesso del proprio comportamento. Da qui,
    crescendo la luce, si attenua l'ombra, che si dilata se la luce si
    contrae;  se questa medesima  circonda  tutto  il  corpo,  l'ombra
    fugge.

    VENTOTTESIMA INTENZIONE.
    Come  dallo  gnomone  posto  perpendicolarmente sopra un piano tra
    Arcton  [l'Orsa  Maggiore]  e  l'occhio,  dall'ombra  immaginabile
    traiamo   una   linea  meridiana  e  infallibilmente  molte  altre
    differenze di tempi,  che nel notturno cerchio delle stelle polari
    portano  alle  differenze  delle  parti  del  circolo,   che  sono
    manifestate  attraverso  i  numeri  dalla  linea  tesa  verso   la
    circonferenza  di quello;  cos anche le ombre ideali attraverso i
    corpi fisici potranno manifestarti le propriet  e  le  differenze
    delle cose per innumerevoli idee.

    VENTINOVESIMA INTENZIONE.
    E  come  il sole emana sei differenze fondamentali di ombre;  una,
    quando, sorgendo, proietta l'ombra del corpo verso occidente;  una
    seconda,  quando, tramontando, la estende verso oriente; una terza
    a mezzogiorno e nella latitudine australe la estende verso  Borea;
    una  quarta,  nella  latitudine  settentrionale verso Austro;  una
    quinta,  se non ammette alcuna latitudine: dalla "zona" del  cielo
    (cos  la  chiamano)  stendendo  i  raggi perpendicolari,  produce
    l'ombra della terra verso il  suo  nadr;  di  poi,  dall'antipodo
    stesso  dell'altro  emisfero  espander  verso l'auge un'ombra che
    dovr attenuarsi proprio avanzando;  cos per noi che ci  troviamo
    nell'orizzonte della natura e nella sua equilibrata e retta sfera,
    sotto l'equinoziale del senso o sotto l'equidiale dell'intelletto,
    si  formano  sotto  le idee eterne sei differenze di ombre,  dalle
    quali possiamo ricevere ogni tipo di conversione verso la luce.

    A. TRENTESIMA INTENZIONE
    Ma come comprendi che tutte le differenze delle ombre  si  possono
    infine  ricondurre  a sei fondamentali,  nondimeno devi sapere che
    tutte infine dovrebbero essere ridotte a una sola fecondissima e a
    una generalissima fonte delle altre. Nel nostro proposito - ripeto
    - una sola pu essere l'ombra di  tutte  le  idee,  che  accresce,
    giudica e presenta tutte le altre con l'addizione,  la sottrazione
    e l'alterazione generalmente dette,  come nell'arte  materialmente
    per  mezzo  del  sostantivo  soggetto,  formalmente  poi per mezzo
    dell'aggettivo,  che accolgono  in  se  stessi  gli  elementi  che
    alterano,  traspongono  e universalmente diversificano.  Una certa
    analogia, infatti, ammettono la metafisica, la logica e la fisica,
    cio le cose  prenaturali,  naturali  e  razionali,  come  verit,
    immagine  e  ombra.  D'altra  parte l'idea nella mente divina  in
    atto totale simultaneamente compiuto e unico;  nelle  intelligenze
    le idee sussistono con atti discreti;  nel cielo sussistono in una
    potenza attiva molteplice e successiva;  nella natura  a  modo  di
    traccia come per un'impressione;  nell'intenzione razionale a modo
    di ombra.
    Ecco l'esempio di una sola idea,  la quale  ha  in  atto  infinite
    differenze  delle  cose,  e  di  una  sola ombra nella possibilit
    d'infinite differenze.  La linea orizzontale A B riceve la linea C
    D,  che cade perpendicolarmente e forma due angoli retti. Ora, nel
    caso che  la  linea  perpendicolare  s'inclini  verso  B,  render
    l'angolo  da  una  parte  acuto,  ma dall'altra ottuso.  Inclinata
    sempre pi in E, F, G,  H,  I,  K e cos via,  dar gli angoli pi
    acuti di qua e pi ottusi di l.
    [...]
    Cos  risulta  chiaro  come  nella possibilit di quelle due linee
    rette ci siano infinite  differenze  di  angoli  acuti  e  ottusi.
    Questa possibilit non differisce dall'atto nella prima causa,  la
    quale e nella quale  tutto ci che pu essere,  dal  momento  che
    essere  e  potere  s'identificano  in  essa.  Pertanto nel punto D
    stesso le differenze degli angoli sono nello stesso tempo infinite
    e una sola cosa.  Nel motore celeste   in  potenza  attiva,  come
    nella mano che pu muoversi al punto E, F, G e altri innumerevoli,
    tuttavia  non  si muove;  nel cielo,  come in un misto di attivo e
    passivo,  come nella linea C D che pu muoversi per formare questo
    e  quell'angolo;  appunto  in  base a molte ragioni i Peripatetici
    comprendono che  il  cielo  ha  l'atto  misto  alla  potenza.  Nei
    movimenti  conseguenti  e  nella  materia    in  potenza passiva,
    significata  per  il  punto  D,   che  accoglie  le   innumerevoli
    differenze  di  angolo acuto e di angolo ottuso attraverso il modo
    di essere nella materia e nell'efficiente, e il modo che partecipa
    dell'atto e  della  potenza,  come  appare  chiaramente.  Ci  che
    abbiamo  detto  delle  differenze  degli  angoli  riferiscilo alle
    differenze delle specie,  che si dice sono come numeri.  Per cui 
    chiaro che qualsivoglia cosa si pu raffigurare in tutte le cose e
    per mezzo di tutte le cose.

    TRENTA CONCETTI DI IDEE.

    Accostiamoci   ora   successivamente  a  trenta  concetti  d'Idee,
    dapprima in modo semplice; in un secondo momento con le intenzioni
    delle ombre da concepire in modo complesso.

    A. PRIMO CONCETTO.
    Dio (dice Plotino) ha creato sul viso occhi luciferi e ha aggiunto
    strumenti agli altri sensi affinch con ci e  fossero  conservati
    naturalmente  e  anche  contraessero  qualcosa  con la luce a essi
    congiunta.  Invero con queste parole manifesta che c' qualcosa di
    precipuo che si estende a essi dal mondo intelligibile.

    B. SECONDO CONCETTO.
    Non    lecito  pensare  che  questo  mondo abbia pi signori e di
    conseguenza abbia pi ordini tranne uno solo. E, conseguentemente,
    se uno solo   l'essere  ordinato,  le  sue  parti  sono  unite  e
    subordinate  alcune  ad  alcune parti,  altre ad altre,  sicch le
    parti superiori  si  collocano  subito  dopo  l'essere  pi  vero,
    espandendosi  in  una  mole estesa e in molteplice numero verso la
    materia;  di qui l'accesso dall'ente che  massimamente per  s  a
    quello  che  ha il minimo di entit e che non a caso  detto quasi
    nulla.  Chi concepir con la mente quest'ordine con i suoi  gradi,
    contrarr  una  somiglianza del grande mondo diversa da quella che
    ha in se stesso secondo natura.  Donde,  quasi agendo per  natura,
    trascorrer senza difficolt le universe cose.

    C. TERZO CONCETTO.
    Poich non c' ricerca e argomentazione a proposito di quelle cose
    che  accadono  sempre,  se sar noto che qualche cosa fa sempre la
    stessa cosa,  si distoglier da essa ogni attivit argomentativa e
    ogni  ragionamento,  come  nel  caso di una forma che manifesti se
    stessa quasi naturalmente o che  porti  a  effetto  le  sue  opere
    liberando  e  diffondendo  ci  che  proprio della sua natura.  A
    questo modo di operare si avvicina di pi  in  somiglianza  quella
    cosa  che  fa  la  stessa  cosa  quanto  pi  e pi frequentemente
    possibile.  Infatti accadr che essa proceda all'atto  perfetto  e
    eccellente con un minimo di pensiero e di decisione.  Chi, perci,
    consistendo nel luogo e nel tempo,  liberer le ragioni delle idee
    dal  luogo  e dal tempo,  si conformer agli enti divini nelle sue
    opere sia che esse riguardino l'intelletto  sia  le  volont.  Ci
    faceva  forse colui che disse: "Consistendo in carne,  viviamo non
    secondo la carne" (Paolo, Lettera ai Romani, Ottavo, 12).

    D. QUARTO CONCETTO.
    Se ci   possibile  e  vero,    lecito  apprendere  che  l'anima
    intellettiva non  veramente insita, fissa e insistente nel corpo,
    ma in verit come assistente e governante del corpo, tanto che pu
    vantare una specie perfetta,  separatamente dal corpo.  Alla quale
    opinione (senza controversia) aderisce massimamente  quel  Teologo
    che,  intitolandola  con  un  nome  pi  preciso,  la chiam "uomo
    interiore".  Che,   se  in  base  all'affermazione  di  questo  tu
    ricercassi  operazioni  possibili  alla  stessa anima senza corpo,
    ecco che essa si unisce alle idee,  non determinate da luogo certo
    e  da tempo,  ogniqualvolta l'uomo libero nella mente o nell'animo
    abbandona la materia e il tempo.

    E. QUINTO CONCETTO.
    L'anima ha una sostanza  che  si  comporta  verso  gli  intelletti
    superiori,  come  il corpo diafano verso le luci (come anche i pi
    importanti Platonici  hanno  compreso),  poich,  secondo  la  sua
    diafanezza  e  trasparenza,  accoglie  una  certa  luminosit come
    innata.  Questa  sempre in atto,  quando  spogliata  del  corpo,
    come  se  abitasse  la  regione della luce.  Ma quando permane nel
    corpo,   come  un  cristallo  la   cui   diafanezza      limitata
    dall'opacit,  ha  visioni  sensibili vaghe che si avvicinano e si
    allontanano attraverso una convergenza  e  divergenza  secondo  le
    differenze dei tempi e dei luoghi.

    F. SESTO CONCETTO.
    Le  forme delle cose sono nelle idee,  sono in un certo modo in se
    stesse,  sono in cielo,  sono nel cerchio del  cielo,  sono  nelle
    cause  prossime  seminali,  sono  nelle cause prossime efficienti,
    sono individualmente nell'effetto, sono nella luce, sono nel senso
    esterno e sono in quello interno, secondo il loro modo.

    G. SETTIMO CONCETTO.
    Perci la materia non  riempita dalla ricezione delle forme (come
    essa indica attraverso un'eterna ricerca di nuove  forme),  poich
    n  accoglie  quelle  vere  n  veramente  riceve  quel che sembra
    ricevere.  Infatti le cose che sono veramente non sono di  per  s
    sensibili  e  individuali,  come  pensa  chi  le chiama anzitutto,
    principalmente e massimamente sostanze.  Infatti le cose che  sono
    veramente  permangono sempre;  quelle che,  invece,  sono soggette
    alla  generazione  e  alla  corruzione,   si  dice  che  non  sono
    veramente.  Il che non solo si accorda con un corretto filosofare,
    ma anche con il fatto  che  alcuni  dei  Teologi,  come  sentiamo,
    chiamano  vanit l'uomo esteriore,  soggetto com' alla condizione
    naturale.  E altri  invero  sostengono  che  sono  affette  da  un
    universale carattere di vanit tutte le cose che accadono sotto il
    sole, cio che abitano la regione della materia. Perci alle idee,
    alle  idee  l'anima  chieda  la fissione delle concezioni,  se ben
    ragiona.

    H. OTTAVO CONCETTO.
    Plotino,  quando tratta della propriet  della  moltitudine  delle
    idee,  chiama  idea il primo uomo,  anima il secondo,  ma il terzo
    quasi ormai non pi uomo.  Il secondo dipende dal primo,  il terzo
    dal secondo, mentre per mezzo di un ordinamento, una contrazione e
    una composizione si dispone all'esistenza fisica.  Perci, secondo
    il concetto metafisico,  il terzo salga al secondo,  il secondo al
    primo.

    I. NONO CONCETTO.
    L'identico,   il   permanente  e  l'eterno  coincidono.   Infatti,
    l'identico,  poich identico,  permane ed  eterno.  L'eterno,  in
    quanto  eterno,  permane ed  identico.  Il permanente,  in quanto
    permanente,  identico e eterno.  Perci bisogna che tu ti appoggi
    proprio  all'identico  o  a  ci che ha una condizione d'identit,
    perch tu l'abbia in modo permanente e  perseverante.  Se  capirai
    ci,  avrai  un  principio  con  cui tu possa operare una fissione
    delle specie nell'anima.

    K. DECIMO CONCETTO.
    Questo pensiero  ben degno di ricevere l'attenzione della  mente.
    L'intelletto primo, Amfitrite (VEDI NOTA) della luce, cos effonde
    la  sua  luce  dall'interno all'esterno e l'attira dalle estremit
    che qualsivoglia cosa possa da esso,  secondo la capacit,  trarre
    tutte  le  cose  e  qualsivoglia cosa,  secondo la facolt,  possa
    volgere a esso per la via della luce stessa.  Ci  forse quel che
    un  tale  intese dicendo: "Attinge dalla fine sino alla fine" e un
    altro dicendo: "Non c' chi si separi dal calore di esso".  Qui io
    intendo la luce come intelligibilit delle cose che sono da esso e
    tendono  a  esso,  e ci che accompagna l'intelligibilit.  Queste
    cose, quando sgorgano quale da una e quale da un'altra, diverse da
    diverse,   si  moltiplicano  all'infinito,   tanto  che   le   pu
    determinare  solo chi conta il numero delle stelle;  quando invece
    rifluiscono,  si uniscono fin proprio a quell'unit che  fonte di
    tutte le unit.

    Nota dei curatori: "Amfitrite" ha il significato di "fonte".

    L. UNDICESIMO CONCETTO.
    L'Intelletto  primo  con  la sua fecondit a suo modo propaga idee
    non nuove,  n in modo nuovo.  La natura produce  nuove  cose  nel
    numero,  ma tuttavia senza novit (nel suo modo),  se opera sempre
    allo stesso modo.  La ragione forma specie nuove e in  modo  nuovo
    all'infinito:  componendo,   dividendo,   astraendo,   contraendo,
    aggiungendo, sottraendo, mettendo e togliendo ordine.

    M. DODICESIMO CONCETTO.
    Le forme degli animali deformi divengono belle in cielo,  le forme
    dei  metalli che non risplendono in se stesse risplendono nei loro
    pianeti. Infatti n l'uomo n gli animali n i metalli l esistono
    come sono qui.  Ci che qui corre di qua e di l,  l si trova  in
    atto,   in  un  livello  superiore.   Infatti  le  virt,  che  si
    moltiplicano  andando  verso  la  materia,   si  uniscono   e   si
    coimplicano  andando  verso  l'atto primo.  Donde  chiaro ci che
    dicono i Platonici,  cio che una qualsivoglia  idea  anche  delle
    cose  che  non  vivono    vita  e,  per cos dire,  intelligenza;
    egualmente anche nella mente prima una sola  l'idea di  tutte  le
    cose.  Pertanto illuminando,  vivificando e unendo, c' motivo per
    cui,   conformandoti  agli  agenti  superiori,   tu  giunga   alla
    conoscenza e al ricordo delle specie.

    N. TREDICESIMO CONCETTO.
    La luce,  la vita, l'intelligenza e l'unit prima contengono tutte
    le specie,  le perfezioni,  le verit,  i numeri e  gradini  delle
    cose,  mentre  quelle  cose  che  nella  natura  sono  differenti,
    contrarie e diverse,  risultano in essa identiche,  concordanti  e
    una   sola   cosa.   Perci   tenta  se  puoi  con  le  tue  forze
    d'identificare,  conciliare e unire le specie recepite;  cos  non
    affaticherai l'ingegno, non turberai la mente e non confonderai la
    memoria.

    O. QUATTORDICESIMO CONCETTO.
    Quando  perverrai  alla  ragione  conforme  al  cielo corporeo che
    contiene le forme degli esseri animali inferiori anche spregevoli,
    in un modo non spregevole,  non poggiarvi il piede,  ma  cerca  di
    giungere  alla conformit del cielo intellettivo,  che possiede le
    forme di tutto il mondo in un modo superiore a quello celeste.

    P. QUINDICESIMO CONCETTO.
    Certamente  allora  ti  accorgerai  di  fare  veramente  un   tale
    progresso e lo sperimenterai accostandoti da una pluralit confusa
    a  un'unit  distinta.  Ci infatti non equivale ad accumulare gli
    universali logici che dalle infime  specie  distinte  traggono  le
    medie specie confuse e da queste le supreme pi confuse ancora, ma
    equivale quasi a prepararsi, partendo da parti informi e numerose,
    un uno e un tutto ben formato. Come la mano congiunta al braccio e
    il piede alla gamba e l'occhio alla fronte, quando sono collegati,
    diventano   pi   facilmente  conoscibili  di  quando  sono  posti
    separatamente, cos,  dato che nessuna delle parti dell'universo e
    delle  specie    posta  in  disparte  e sottratta all'ordine (che
    semplicissimo,  perfettissimo e senza numero  nella mente prima),
    se  noi  le  concepiamo  connettendo  le une alle altre e unendole
    secondo un processo logico, qual  la ragione per cui non possiamo
    capire, ricordare e agire?

    Q. SEDICESIMO CONCETTO.
    Una sola cosa  quella che definisce tutte le cose,  uno solo  lo
    splendore della bellezza in tutte le cose, un solo fulgore luccica
    dalla moltitudine delle specie.  Se tu congetturi ci,  tra i tuoi
    occhi e le cose visibili in modo universale  interporrai  un  tale
    oculare che non c' niente che possa assolutamente sfuggirti.

    R. DICIASSETTESIMO CONCETTO.
    Cadiamo  nell'errore  e  nell'oblio,  poich presso di noi vige la
    composizione della forma con l'informe. In quanto formazione di un
    mondo corporeo,  questa  una forma inferiore,  poich   composta
    dalla deforme traccia del mondo stesso.  Perci ascendi l dove le
    specie sono pure, dove niente  informe e dove ogni essere formato
     la forma stessa.

    S. DICIOTTESIMO CONCETTO.
    Plotino,  principe dei  Platonici,  annot:  "Finch  qualcuno  si
    occupa d'indagare intorno alla figura,  manifesta solo agli occhi,
    non  preso ancora da amore; ma appena l'animo,  allontanandosi da
    essa,   concepisce   in   se   stesso  la  figura  indivisibile  e
    ultravisibile,  subito sorge l'amore".  Il giudizio  intorno  agli
    oggetti  intelligibili    simile  a  quello  che    intorno agli
    appetibili. Perci, partendo da questo, investiga e contempla come
    le specie possono essere concepite pi in fretta,  pi vivacemente
    e pi tenacemente.

    T. DICIANNOVESIMO CONCETTO.
    Plotino  comprese che  fatta di sette gradini (cui ne aggiungiamo
    due) la scala per la quale  si  ascende  al  principio.  Il  primo
    gradino  la purificazione dell'animo, il secondo l'attenzione, il
    terzo  l'intenzione,  il quarto la contemplazione dell'ordine,  il
    quinto il confronto proporzionale secondo l'ordine,  il  sesto  la
    negazione  o  separazione,  il  settimo il desiderio,  l'ottavo la
    trasformazione di s nella cosa,  il nono la trasformazione  della
    cosa in se stesso.  Cos si aprir la via,  l'accesso e l'ingresso
    dalle ombre alle idee.

    V. VENTESIMO CONCETTO.
    Tutto  ci  che    dopo  l'uno    inevitabilmente  molteplice  e
    numeroso. Perci, tranne l'uno e primo, tutte le cose sono numero.
    Donde  sotto  l'infimo  gradino  della  scala  della natura c' il
    numero infinito o materia; invece nel sommo gradino c' l'infinita
    unit  e  atto  puro.  Pertanto,  la  discesa,  la  dispersione  e
    l'espansione avvengono verso la materia;  l'ascesa, l'aggregazione
    e la delimitazione avvengono verso l'atto.

    X. VENTUNESIMO CONCETTO.
    Attraverso i numeri (dicono alcuni) gli enti si rapportano  a  ci
    che veramente , o vero ente, come la materia attraverso l'abbozzo
    delle forme si rapporta alle forme.

    Y. VENTIDUESIMO CONCETTO.
    Considera  la  forma quadruplice.  Di esse la prima  quella dalla
    quale tocca alla cosa stessa di essere formata,  proprio in quanto
    produce l'atto: e questa chiamiamo non propriamente idea,  o forma
    della produzione delle cose;  la seconda  quella  dalla  quale  
    formata la cosa stessa come da una parte: e a questa non si addice
    essere  detta  somiglianza  di  quella di cui  parte;  la terza 
    quella che,  come  una  qualit  inerente,  delimita  e  raffigura
    qualcosa:  essa  non  pu accogliere la propriet dell'idea poich
    non si separa da ci di cui  forma.  Ce n' una quarta secondo la
    quale  si  forma  qualcosa  e che  imitata da qualcosa: e questa,
    secondo l'uso del parlare, suole avere il nome d'idea.  E questa 
    chiamata  in  quattro  modi: nelle cose artificiali stesse,  prima
    della realizzazione delle cose artefatte;  nelle intenzioni prime,
    prima delle seconde;  nei principi della natura,  prima delle cose
    naturali;  nella mente divina,  prima della natura e di  tutte  le
    universe cose.  Nelle prime l'idea  detta tecnica,  nelle seconde
    logica, nei terzi fisica, nella quarta metafisica.

    Z. VENTITREESIMO CONCETTO.
    Alcune forme  imitano  come  per  natura,  come  l'immagine  nello
    specchio  imita  la  forma  di  una  cosa  riflessa;   alcune  per
    istituzione,  come una figura impressa imita il sigillo;  e ancora
    alcune  imitano  come di per s,  come una pittura che rappresenta
    qualcuno secondo l'intenzione  del  pittore;  alcune  in  un  modo
    intermedio fra l'imitazione per accidente e quella di per s, come
    se   fosse  fatta  una  pittura  per  presentare  quello  che  pu
    presentare.  Ma alcune imitano come capita,  a caso:  come  quando
    accade   che   un'immagine   dipinta   imita   qualcuno   in  modo
    preterintenzionale.  Alcune poi imitano n per s n per caso,  le
    quali  inoltre  non  si  riferiscono  n possono essere riferite a
    imitare nessuno,  se  possibile che tali siano  le  forme.  Nelle
    prime  c'  una  maggiore propriet ideale,  nelle seconde minore,
    nelle terze minima, nelle quarte non ce n' assolutamente.

    I. VENTIQUATTRESIMO CONCETTO.
    Ci che  agisce  secondo  natura  o  a  caso  e  non  secondo  una
    deliberazione della volont, non presuppone le idee. Se tale fosse
    il  primo  efficiente,  non  ci  sarebbero le idee e nessun agente
    opererebbe secondo una  volont.  Del  resto,  valgano  Democrito,
    Empedocle  e  Epicuro.  Se  ritieni  impossibile  che  la  ragione
    dell'agente venga  separata  da  chicchessia,  allora  ricercherai
    minuziosamente  proprio  ci  che  pi inaccessibile a tutti cos
    che,  se non ti si renderanno tutte le cose possibili,  moltissime
    almeno lo diventeranno.

    E. VENTICINQUESIMO CONCETTO.
    Uno  dei nostri compatrioti disse: "La forma esemplare possiede la
    ragione del fine e da essa l'agente riceve la forma con cui compie
    ci che sia fuori di lui".  Non  invece conveniente  credere  che
    Dio  agisca  per  un fine diverso da s e riceva da un'altra parte
    ci con cui sia sufficiente ad agire: per questa  ragione  non  ha
    idee  fuori di s.  Invece noi,  poich abbiamo in noi soltanto le
    loro ombre, bisogna che le indaghiamo fuori e sopra di noi.

    I. VENTISEIESIMO CONCETTO.
    Attraverso l'immagine, che  nell'intelletto, si apprende qualcosa
    meglio che non attraverso l'immagine che   nel  soggetto  fisico,
    poich  essa    pi  immateriale.  Similmente si conosce qualcosa
    attraverso l'immagine della cosa, che  nella mente divina, meglio
    di quanto si possa conoscere attraverso la sua stessa essenza. Due
    cose si richiedono per l'immagine che  mezzo  di  conoscenza:  la
    rappresentazione  della  cosa  conosciuta,  la  quale  si  unisce,
    secondo la vicinanza,  al conoscibile,  e  l'essere  spirituale  e
    immateriale, come ha da essere nel conoscente.

    O. VENTISETTESIMO CONCETTO.
    Come  le  idee sono forme principali delle cose secondo le quali 
    formato tutto ci che nasce e muore;  e non solo hanno riferimento
    a  ci che si genera e si corrompe,  ma anche a ci che pu essere
    generato e morire: cos allora  vero che noi ci siamo formate  in
    noi le ombre delle idee,  dato che esse ammettono una tale facolt
    e  plasmabilit  da  essere  adattabili  a  tutte  le   formazioni
    possibili. E' con una certa somiglianza che abbiamo formato quelle
    che  consistono  nella  rivoluzione  delle ruote.  Se puoi tentare
    un'altra via, tentala.

    V. VENTOTTESIMO CONCETTO.
    Platone  non  stabil  le  idee  degli  accidenti  proprio  perch
    comprendeva che esse sono le cause prossime delle cose;  donde, se
    qualche cosa, eccetto l'idea,  fosse la causa prossima della cosa,
    non  voleva considerarla idea,  e perci sostenne che non c' idea
    comune in quelle cose che sono dette per ci che  prima  e  dopo,
    ma che il primo fosse idea del secondo. Donde il filosofo Clemente
    affermava  che  le  cose superiori negli enti sono idee delle cose
    inferiori.
    Sostengono che ci sono le idee degli accidenti i teologi,  i quali
    intendono  che Dio  causa immediata di ciascuna cosa,  per quanto
    non escludano secondi Dei e cause.  Perci anche noi in  proposito
    affermiamo che ci sono le idee di tutte le cose poich risaliamo a
    esse medesime da ogni cosa concepibile. Di tutte le cose, infatti,
    formiamo  ombre  ideali.  N  per  questo distruggiamo la dottrina
    platonica, come  chiaro per chi capisce.

    A. VENTINOVESIMO CONCETTO.
    Platone non stabil idee delle singole cose,  ma  solamente  delle
    specie, sia perch le idee riguardano soltanto la produzione delle
    forme, non della materia, sia anche perch principalmente le forme
    sono intese per natura, non invece i generi e gli individui.
    I  teologi pongono le idee delle singole cose,  poich asseriscono
    che Dio  causa totale e per quanto attiene  alla  materia  e  per
    quanto  attiene  alla forma.  Anche noi in proposito ammettiamo le
    idee  delle  singole  cose,   poich  poniamo  come  principio  la
    conoscenza  razionale di ci che  "ideato" secondo la somiglianza
    universale di ci che  figurato e  compreso,  sia  che  essa  sia
    'ante  rem'  sia  in 're',  sia 'res' sia 'post rem',  cos pure e
    nella sensazione e  nell'intelletto,  e  questo  sia  pratico  sia
    speculativo.

    TRENTESIMO CONCETTO.
    Certuni collocano la nascita delle idee meno comuni nelle idee pi
    comuni  e  infine  uniscono  i  generi  di  tutte  le idee proprio
    nell'ente primo che chiamano sommo intelligibile.  Tu ricordati di
    collocare le ombre delle idee meno comuni in quelle pi comuni e i
    soggetti esterni di esse meno comuni in quelli pi comuni.


    INTORNO ALLA COMPLESSIONE
    CHE SI VERIFICA PER L'INCONTRO DELLA PRIMA RUOTA CON LA SECONDA.

    Occorrer  perci  che chi vuole conquistare da s l'arte generale
    per l'attitudine dell'intelletto,  della volont e  della  memoria
    (per  quanto  noi  al  presente la limitiamo alle percezioni della
    memoria),  per prima cosa conosca i princpi elementari con i loro
    significati,  per seconda i princpi secondari, per terza tragga i
    princpi secondari per mezzo dei primari.  I primi due,  che  sono
    ottimamente   accessibili   a   quelli   versati   nelle  dottrine
    peripatetiche e platoniche, li abbiamo forniti noi.  La terza cosa
    l'affidiamo alla diligenza di quello stesso che vuole apprenderla.

    E'  ora  di  affrontare l'applicazione pratica e la concentrazione
    dell'intenzione universale per raggiungere l'arte della memoria.

    
