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Il teatro e Gianni Brera

di Paolo Brera




L'amore di Gianni Brera per il teatro veniva da lontano. Lo vediamo iniziare, infatti, quando ancora lo scrittore lombardo  un liceale che nei giorni feriali corre dietro alle ragazze, la domenica a un pallone da calcio e nel tempo che gli resta a tutto ci che gli cpita fra le mani da leggere. Prima ancora, la sua conoscenza dell'arte drammatica si era nutrita delle rappresentazioni che le compagnie di attori girovaghi (come ad esempio quella di Guglielmo Stefanini) mettevano in scena al suo paese, San Zenone al Po. Le pices pi rappresentate erano Il padrone delle ferriere, Il romanzo di un giovane povero, La portatrice di pane, Le due orfanelle, I miserabili.  Ancor pi di frequente venivano in paese gli spettacoli di marionette: storie di maschere, di briganti e di paladini, simili ai pupi siciliani.
Sia come sia,  certo che a vent'anni, quando Brera scrive sotto forma di racconto la prima bozza di ci che poi verso il 1947 diventer la commedia radiofonica Don Giovanni alla svolta,  ha gi fatto la conoscenza di un autore drammatico spagnolo come Tirso de Molina (El Burlador de Sevilla y Convidado de Piedra, primo vagito del mitico don Giovanni al mondo delle lettere. Anno di nascita, 1630),  che di sicuro non  il primo drammaturgo che si presenta alla mente di un liceale se gli intimano, sotto minaccia di morte, di citarne uno:  facile presumere, quindi, che Brera avesse gi al suo attivo diverse letture e avesse gi assistito a qualche rappresentazione non del tutto banale.
Il passaggio dalla fruizione all'attivit creativa deve essere stato quasi immediato, ma a dire il vero di quell'attivit rimangono poche tracce. Sappiamo tuttavia che pi tardi, tra il 1942 e il 1943, quando Brera sar responsabile dell'ufficio stampa della Scuola di paracadutismo di Tarquinia, scriver e riuscir anche a far rappresentare un rifacimento del Miles gloriosus  di Plauto1. Questa non pu essere la stessa pice di cui racconter (attribuendola al periodo del Corso allievi ufficiali universitari): "Personalmente, anticipai Beckett facendo entrare in scena un personaggio avente al guinzaglio la propria anima".
L'interesse per l'arte drammatica non si spegne neppure durante il periodo in cui Brera - agli ordini, come dice lui, del "colonnello Fugoni" - sta sulle montagne dell'Ossola come partigiano. Se  consentita una piccola divagazione,  forse questo il luogo per rivelare che alla necessit di uccidere, in ogni modo, Brera  sempre riuscito egregiamente a sottrarsi, nonostante la sua carriera di paracadutista. Per lanciarsi da ottocento e pi metri appesi a pochi ettogrammi di seta solo il coraggio  indispensabile, non la ferocia: come l'altro pavese Italo Pietra, Gianni si vanter per tutta la vita di aver attraversato la guerra senza mai sparare addosso a un altro essere umano, n da tenente del Regio Esercito n da ufficiale partigiano. Cos la racconta lui stesso:

No: non ho mai sparato su un uomo. Quando ho tentato di farlo, il cuore ha preso a battermi cos furiosamente che ho desistito.  S, sono mancino: il calcio del Mauser-Skoda - un fucile magnifico - mi posava proprio sul giro dell'aorta: cos l'ho abbassato, spiegando al giovane partigiano Sardo, rimasto al mio fianco, che la cosa migliore era non sparare affatto: di l dalla colmine, salendo da Varzo, erano appostati sicuramente altri soldati nemici...
Sardo ha riconosciuto saggia la mia decisione. L'uomo che avevo puntato una trentina di metri sotto di noi ha sparato una raffica di rispetto ed  sceso fra i suoi. Avevano mortai someggiati sui muli ma, non trovando bersagli utili, sono tornati a valle senza perdite. Oltre la colmine erano davvero i nemici. Non sentendo sparare da presso, sono scesi a lor volta! Sardo e io eravamo salvi. I nostri compagni credevano che ci avessero impiccati.
Abbiamo tentato di dormire in una baita coricandoci presso l'arola. Fuori, gemevano subdole volpi in sospetto. I pidocchi della parte pi calda, esposta al fuoco, si muovevano cauti destando brividi sulla nostra pelle bisunta. Il mattino presto siamo discesi per un sentiero quasi cancellato dal bosco. D'improvviso ci siam sentiti perduti: una violenta raffica  risuonata davanti a noi. Istintivamente ho imbracciato il fucile a difesa. Erano due pernici rosse meravigliose: ci erano saltate quasi dai piedi sbattendo forte le ali.2

Tra un combattimento e l'altro, tra una fuga e la successiva, Brera si trascina dietro non solo il fido Sten, ma anche la fida Olivetti - due strumenti che possono emettere lo stesso tipo di suono, da mitragliatore, ma solo il primo a buon diritto. Oltre alle circolari del Comando della Brigata Comoli, Brera usa la macchina per scrivere anche per affidare alla carta una traduzione di tre commedie di Molire - Tartufo, Il misantropo e L'avaro - e la sua monumentale introduzione all'opera del grande teatrante francese. Di questa traduzione riuscir a fare un libro, grazie a un piccolo editore dell'epoca, nel 1948.

I lavori radiofonici del 1946-48. La produzione di lavori radiofonici o teatrali si intensifica negli anni del dopoguerra, perch Gianni Brera punta su questi come via privilegiata per l'ingresso nel mondo della letteratura. Questi tentativi drammaturgici vedono la luce sotto la sferza della necessit economica, ad alleviare la quale, del resto, non serviranno affatto.
Come per l'Italia nel suo insieme, infatti, anche per Brera chiuso il periodo della Liberazione occorre pensare alla ricostruzione. L'ex ufficiale ed ex partigiano, smobilitato nell'estate del 1945 dopo aver consegnato alla storia l'archivio del movimento partigiano dell'Ossola, torna a casa con la sua uniforme, la sua Beretta e il problema ancora irrisolto di decidere che mestiere fare. A dire il vero, un'offerta di lavoro gi ce l'avrebbe: il Partito comunista lo vuole alla direzione di un quotidiano che sta per nascere a Novara. "Se vai a fare il redattore all'Unit  ti prendono subito", gli ripete Aldo Aniasi, il futuro sindaco di Milano e ministro, il quale - per avergli dopo la Liberazione affidato l'incarico di raccogliere il materiale per il diario storico della divisione partigiana3 - lo vede spesso. Gianni ci pensa seriamente. Ma alla fine, la sua risposta  no. Alla politica non si sente votato: e neppure ai pochissimi soldi che la stampa di partito sarebbe in grado di dargli per il suo lavoro. Bruno Roghi gli offre un posto alla Gazzetta dello Sport. In fondo,  quello che sempre ha voluto fare. Cos accetta.
L'impiego alla Gazzetta -  il giornale ricompare nelle edicole il 2 luglio 19454 -  il primo primissimo passo di una lunga carriera. Ed , di certo, fra quelli pi ardui. Gi che la seconda met degli anni Quaranta  tutt'altro che facile per Gianni. Occupa con la moglie un bilocale di cinquanta metri quadri in via Catalani 43 a Milano, lo stesso indirizzo del fratello Franco. Dormir nei cassetti della sua casa, per cinquant'anni, un foglio di carta da bozza, dattiloscritto, che riporta il menu del pranzo del Natale 1945. La pagina  datata Mansarde des Frres Brra, Rue Catalani 43 - Milan, e questi sono i cibi: Antipasto misto; ravioli asciutti e in brodo; bollito di manzo misto; arrosto di vitello; arrosto di pollo; dolci "misticamente assortiti"; frutta secca e fresca; caff caff (la ripetizione della parola, ovviamente,  per distinguerlo dal  surrogato di caff che si beveva negli anni precedenti). Contorni: Insalatina; finocchi e carote al burro. Vini: Chianti; Brachetto 1938; Oltrep; Cognac. Sigarette: Nazionali ed estere. Un Natale opulento: ma, appunto,  Natale, non un giorno qualsiasi. Nei giorni normali il pasto serale  il caff e latte con un pezzo di pane: e anche a mezzogiorno si fa quel che si pu.
Nell'agosto del 1946 viene un figlio, Carlo Maria Franco, che simbolicamente riporta la famiglia a una normalit da tempo di pace5. Gianni lavora molto al giornale, fa un'intensa vita di relazione e occupa tutti i momenti rimasti ancora liberi alla macchina da scrivere. La famiglia  cresciuta e c' anche pi bisogno di denaro: manca addirittura l'armadio, il primo frigorifero e la prima lavatrice verranno solo due o tre anni dopo. Per guadagnare qualche soldo di pi Gianni vende racconti alle riviste femminili, che allora (e poi fino agli anni Settanta circa) fungono da nave-scuola per gli aspiranti narratori. Va da s che il messaggio deve essere adeguato al mezzo; se il mezzo  Gioia, sar ben difficile parlar d'altro che d'amore. Come ho gi ricordato, Brera scrive in quegli anni anche diverse brevi commedie radiofoniche, di valore ineguale, che per non saranno mai rappresentate e nemmeno pubblicate6. Neppure un suo lungo saggio politico in francese vedr mai la luce.

Mille e non pi mille. La commedia Mille e non pi mille fu originariamente concepita per Tino Buazzelli, che non pot mai rappresentarla. And invece in scena con una compagnia meno celebre, a Milano, verso la met degli anni Settanta. Pi tardi ne venne tratta una versione ridotta (quella in nostro possesso), da cui furono espiantate le parti dialettali e ridotti, in omaggio al mezzo, gli artifizi scenici: e fu questa versione ad andare in onda alla radio, sul terzo programma Rai, con Franco Parenti nel ruolo principale.
La trama della commedia  questa. Siamo nell'anno 999, a Pavia. L'avvicinarsi del 1000, anno con un numero tondo, riempie la gente di paura superstiziosa; predicatori fanatici soffiano sul fuoco e istigano alla violenza contro gli ebrei, il pi usuale capro espiatorio per le inquietudini sociali. Mentre si svolgono queste vicende Davide Bassani, protomedico israelita dell'Universit di Pavia, si associa a Carlo Vittadini, fabbro pavese di condizione servile, per realizzare un maglio idraulico di nuova concezione e trasferirsi a Milano, dove "chi sa lavorare  uomo libero" per decreto del vescovo Ariberto. Dopo qualche peripezia riesce nel suo intento, e sua nipote Marianna Bellisomi sposa Carlo. Arriva il Capodanno dell'anno Mille e il mondo risulta non essere finito. Ad essere decisamente finito ( la morale della commedia)  solo il vecchio ordine sociale, fatto di feudatari e servi. A Milano nasce, insieme alla nuova Lombardia, la nuova Europa.
Inutile sottolineare l'attualit della commedia in questi anni in cui si approssima la fine del secondo millennio dopo Cristo. Siamone sicuri, non mancher chi vorr reinterpretare la profezia di Pietro l'Eremita nel senso che il mondo dovr finire prima del 31 dicembre 1999, senza concludere il secondo millennio.
Il tema centrale della commedia, comunque, non  la pavida credulit della gente e il cinismo con cui viene sfruttata dai mestatori, ma il riscatto sociale delle persone dotate di intelligenza pratica e laboriosit. Nel mondo nuovo, rappresentato da Milano, trover spazio chi era oppresso dal conservatorismo provinciale di Pavia. Resta legato alla sua terra, dei cui limiti  il pi acuto critico, l'intellettuale ebreo che ha saputo anticipare con la sua intelligenza teoretica l'evoluzione dei tempi.

"Pavia, sulle tue torri fiammeggia il nostro sangue". C' un altro protagonista in Mille e non pi mille  oltre al professor Bassani, ed  la citt di Pavia, sulla quale si impernia l'identificazione etnico-territoriale di Gianni Brera. Il paese natale dello scrittore, dal quattordicesimo secolo in poi7, ha sempre fatto parte del contado pavese, ma non risulta che Brera avesse avuto molti contatti con la citt capoluogo prima del momento in cui ci arriv, pi o meno diciassettenne, da Milano, dove lo allevava una sorella maestra nata dodici anni prima di lui. Il trasferimento era una punizione: a Gianni piaceva troppo giocare a calcio, sport nel quale si era illustrato come giovane promessa dei boys milanisti: per una forma di contrappasso il giovane aspirante calciatore fu, dal padre Carlo, costretto appunto a pedate ad aspirare invece alla maturit scientifica, foriera di un avvenire pi sicuro. A evitare che fosse di nuovo indotto in tentazione, il pater familias lo trasfer pertanto in una citt pi vicina alla casa ancestrale dei Brera e pi lontana dal Milan.
La casa di quei particolari Brera stava infatti a una quindicina di chilometri da Pavia, a San Zenone al Po, paese che nei romanzi e racconti di Gianni viene ribattezzato Pianariva. Nella formazione intellettuale e culturale di Brera il microcosmo di Pianariva  il punto di partenza e la chiave pi sicura per ogni interpretazione profonda: Pavia  il luogo dell'elaborazione, dove si decantano le tendenze interiori pi caratteristiche: e Milano  l'arena in cui alla fine scender, da giornalista e scrittore, con in resta la lancia polemica che gli conosciamo.
Borgo agricolo, Pianariva/San Zenone si rappresenta l'umanit come divisa in clan patrilineari legati da vincoli di consanguineit. E'un mondo arcaico, dove le differenze sociali riconducono immediatamente allo status dei padri. "Siamo poveri, non miserabili", suole ripetere in famiglia il sarto Carlo Brera ad Gabariel (fu Gabriele); e Giovanni Brera fu Carlo viene avviato alla professione del giornalista (non precisamente controvoglia) per riscattare la sorte dei poveri. Il socialista Carlo, ai primi exploit del figlio pi giovane sul Popolo d'Italia, si lamenter che avrebbe avuto pi caro scrivesse sul Corriere della Sera. "Non sapevo che avessimo un cugino monsignore", controbatte ironico e amaro Gianni, conscio che la stampa fascista  l'unica, in pieno regime, che offra qualche spiraglio alla mobilit sociale dei subalterni. Ma gi prima della guerra Gianni si rende conto alla perfezione della natura della societ in cui vive. La fuga a Milano del fabbro Carlino Vittadini  una trasfigurazione della fuga nella stessa citt dell'autore. "Un gran pittur qull l? Ma s'al sta 'rent a m~e!"8  la frase che descrive, nel repertorio dell'immaginazione breriana, l'atteggiamento meschinamente provinciale di troppe persone del Pavese. Ma intendiamoci, Brera ha scritto su Pavia pagine di autentica celebrazione: una "squadra" di soli scrittori pavesi, si legge in uno dei suoi Arcimatti,  vincerebbe senz'altro un ideale campionato letterario italiano.
Allo scoppio dell'ultima guerra Giovanni Brera fu Carlo  non pi un liceale, ma uno studente di Scienze Politiche all'Universit di Pavia. Qui ha gi avuto modo di sublimare con le letture il concetto di clan, che tanto corso ha in quel di Pianariva, nella sua idea di etnos. Studia de Gobineau, legge gli autori tedeschi, e mentre si occupa di razza elabora la sua vocazione allo scrivere, seguendo Goethe, in una Lust zu fabulieren. Scienze Politiche non , a quel tempo, la facolt-sinecura che  oggi (absit iniuria verbis). Si studia seriamente la storia, la politica, il diritto, un po'di economia. Sopratutto la storia attira l'attenzione di Brera. Rivisiter in seguito le vicende d'Italia con lo storico anticonformista Fabio Cusin: siamo una nazione, dir insieme a lui, in cui la Liberazione  endemica: e i padroni di prima non possono mai aspettarsi grazia presso i servi di quelli che vengono dopo.
Applichiamo il principio, prima che ad ogni altro, ai longobardi. Furono chiamati "stirpe germanica ferocissima" dopo messi in rotta dai franchi: per hanno lasciato il segno nella storia d'Italia, e non solo perch il loro nome  passato in eredit prima agli italiani del nord (fino al quindicesimo secolo, la parola "lombardo" designava in tutta Europa chi proveniva dalle regioni d'Italia dalla Toscana in su) e poi agli abitanti della Lombardia propria. Le parole di origine germanica nella nostra lingua sono infinite: le scaviamo fuori, a volerlo, da tutti i possibili registri lessicali: da "landa" a "fette" (voce dantesca per indicare i piedi, sentita chiss perch nel nostro secolo come una recente coniazione di slang), da "albergo" a "sgraffignare", da "stecco" a "guardare". Di queste parole, molte sono arrivate con i longobardi.
E'vero che nelle patrie lettere il loro ricordo  stato spennellato di scolorina, per non dire di fango. C' una citt, d'altra parte, dove il ricordo rimane pi vivo: l'avrete gi capito,  Pavia: nella quale, e che io sappia fra tutte le citt d'Italia solo in essa, esiste una "via dei longobardi": qui, e solo qui in Europa, i giuristi del Tardo Medioevo cercarono di battere una strada alternativa al ritrovato diritto romano fondandola sul codice longobardo. Gianni Brera respira questa atmosfera da studente, e ripone nel suo magazzino mentale tutto quanto sar il suo stock in trade di scrittore di cose storiche. Nasce proprio qui il suo amoreodio per Don Lisander Manzoni, imparentato con i Beccaria di infausta memoria (infausta, si capisce, a Pavia).
Gianni Brera, diciamolo chiaro e tondo, si sente prima di tutto un pavese. Del resto, ha molte patrie: a scatola cinese: San Zenone, il Pavese, la Lombardia, la Padania, l'Italia, l'Europa. Il purista Brera  la stessa persona che trapunge i suoi periodi di espressioni in dialetto o di citazioni originali nelle diverse lingue europee che conosce. Per questo la sua Lust zu fabulieren lo riporta sempre, per quanti giri possa compiere, alle rive del Ticino e del Po, alla citt "sulle cui torri fiammeggia il nostro sangue" - come scrive in un memorabile racconto?, saggio?, articolo? Non stupiamoci che sempre Pavia sia lo sfondo dell'unica commedia della sua maturit.
1 Datata "gennaio 1943" e ritrovata nel 1996 negli archivi dell'Universit di Firenze dalla dr.ssa Giovanna Grifoni, alla  quale va il ringraziamento della famiglia e di tutti gli aficionados di Gianni Brera.
2 L'Arcimatto, 15.02.71.
3 L'archivio sar pi tardi trafugato da uomini di fiducia di Moscatelli, allo scopo di poter se necessario riscrivere la storia della Resistenza nell'Ossola l dove poteva rivelarsi scomoda. Parti di esso saranno recuperate da Aniasi.
4 Per il Guerin Sportivo,  al quale aveva collaborato nell'anteguerra,  bisogner aspettare settembre. Le annate della rivista sono andate perdute e non  chiaro l'anno esatto in cui ricominci la collaborazione di Brera.
5 Gli altri due figli, Paolo Alberto e Franco Maria Giovanni, nascono di settembre nel 1949 e nel 1951, ma sono psicologicamente meno importanti. A quel punto n la paternit n la pace sono pi cosa nuova per Gianni. Nei confronti del primogenito Gianni Brera conserver per tutta la sua vita un atteggiamento di critica distruttiva, dovuto forse a un inconscio sentimento di rivalit per un figlio che aveva dirottato lontano da lui una parte dell'attenzione della moglie.
6 Una di queste, la gi citata Don Giovanni alla svolta,   stata inclusa di recente nell'antologia Quel diavolo di don Giovanni,  Periplo, Lecco, 1996,  e si trova anche nel presente volume.
7 Fino al 1388  San Zenone si trovava a sud del Po, la cui antica riva settentrionale  ancora percettibile nelle campagne tra i paesi di Torre dei Negri e Costa de'Nobili. Poi un'alluvione biblica copr tutte quelle terre. Quando il Po torn a farsi ragionevole il meandro lombardo si era ridotto a una lanca: il corso principale del fiume passava ormai pi a sud, con la conseguenza che San Zenone cess una volta per tutte di far parte dell'Emilia.
8 "Un grande pittore quello l? Ma se abita alla porta accanto alla mia!"
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