LE GRANDI RELIGIONI
di FRANCESCA BREZZI
Enciclopedia Tascabile "Il Sapere" edito dalla Newton Compton
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO
REVISIONE DI AMEDEO MARCHINI
INDICE.
INTRODUZIONE
1. L'induismo
La pi antica fase della religione indiana: i Veda
Il brahmanesimo (decimo-sesto secolo a.C.)
L'induismo
Movimenti filosofici dell'induismo
Il neoinduismo
Il giainismo
2. Il buddhismo
La vita del Buddha
Il canone buddhista
Le basi dottrinali del buddhismo antico e la scuola del Piccolo Veicolo
Il Grande Veicolo o Mahayana
La scuola Vajrayana o Veicolo di diamante
3. Le religioni cinesi
Il taoismo
Il canone taoista
Il confucianesimo
Il buddhismo cinese o Ch'an
4. L'ebraismo
Brevi cenni storici
Contenuti religiosi
Testi sacri e letteratura religiosa
Correnti religiose
5. Il cristianesimo
Vita di Ges
I testi sacri del cristianesimo
Contenuti dottrinali
Chiese, istituzioni ecclesiastiche e confessioni
6. L'islamismo
Vita di Maometto
Le correnti dell'islamismo
Contenuti dottrinali
Il sufismo
Bibliografia
Cronologia
INTRODUZIONE
La religione  un fenomeno complesso, articolato e poliedrico,
non univoco, s che uno studio di essa presenta, e non da oggi, numerose
difficolt, che tuttavia non vanno eluse, n devono spingere a
escludere tali tematiche dall'ambito del razionale, ma possono essere 
assunte consapevolmente a cifra significativa del nostro tempo,
cifra appunto ambigua e contraddittoria.
Se da un lato studiare criticamente la religione pu sembrare inattuale,
constatata l'incredulit psicologica che ci circonda, dall'altro
tuttavia si assiste anche a una grande popolarit di questa problematica,
determinata dall'allargamento delle nostre esperienze e conoscenze, 
dall'aprirsi davanti a noi del continente immenso delle diverse religioni.
Dalla World Christian Encyclopedia (Oxford 1982) apprendiamo
che su questa terra vivono quattro miliardi e duecento milioni di 
uomini: di essi un miliardo e quattrocento milioni si dichiarano 
cristiani, 723 milioni sono musulmani, 583 milioni ind e 274 milioni 
buddhisti, a cui bisogna aggiungere un miliardo di cinesi. Queste cifre,
che andrebbero necessariamente aggiornate, esprimono gi la totalit 
immensa, in parte sconosciuta, che si apre alla nostra conoscenza:
se infatti con le grandi scoperte geografiche si  ampliato il nostro
orizzonte culturale, oggi assistiamo al dissolversi di antichi confini,
specie religiosi e, come  stato detto da H. Kng, i fedeli di altre
religioni compaiono numerosi nel nostro paese, nella nostra citt, 
fabbrica, scuola e persino spesso nella medesima strada.
Di qui la necessit di offrire una panoramica sulle grandi religioni,
non senza una previa riflessione sul fenomeno religione, cio la
sua presenza o meno nella cultura contemporanea. Sia sufficiente 
ricordare il susseguirsi di parole d'ordine che hanno caratterizzato il
nostro tempo: eclissi del sacro, demitizzazione, morte di Dio, 
secolarizzazione, ma anche rinascita del sacro, nuovi movimenti religiosi,
crisi della ragione, eccetera. Al di l delle mode, tuttavia, queste
espressioni sono cifre indicative (e contenuti) di precisi movimenti
di pensiero, che evidenziano la ricchezza e la complessit del nostro tempo.
Se negli anni Sessanta, infatti, l'ottimismo generalizzato e la fiducia
nel progresso scientifico consentivano, sulla scia della nietzscheana
morte di Dio, la marginalizzazione della religione e la sua
caratterizzazione come fenomeno anacronistico o retrogrado, il 
panorama odierno  mutato, sembra anzi che l'homo faber voglia 
riscoprire le proprie radici religiose e si avverte, come notava Fromm,
una sorta di nostalgia di trascendenza al di l del crollo delle 
ideologie e delle scommesse mancate dai miti storici.
Se il nostro  quel drftige Zeit (tempo squallido) di cui parlava
Heidegger sulla scia di Hlderlin, ma in quanto  il tempo
degli di fuggiti e del Dio che viene, l'atmosfera che si respira
 quella di una ricerca, di una domanda, di un dialogo e non solo
nel mondo cristiano occidentale, ma anche nelle religioni orientali,
s che il fenomeno religioso appare quale prisma dai molteplici
aspetti che si rifrange diversamente nelle varie culture e tradizioni 
che ne sono state investite.
Si comprende allora perch le tematiche religiose occupino una
posizione particolare nella modernit, o post-modernit, e molti
studiosi siano concordi nel caratterizzare il campo religioso come
zona di sommovimenti tellurici (Filoramo), sempre in sospeso tra
radicali dislocamenti e provvisori assestamenti; pertanto si tratta
di comprendere come e perch i rapporti tra fede e cultura, religione 
e societ civile, istituzioni clericali e potere politico frequentemente 
si presentino sotto il segno della tensione nella societ secolarizzata.
Si apre cos un ulteriore campo di indagine, gi implicito nelle
cosiderazioni fin qui svolte, l'ambito della secolarizzazione, che
 poi il nucleo tematico verso cui convergono molteplici indagini
di ricerca, dal momento che i temmini stessi, secolarizzazione,
spirito secolare, secolarismo, eccetera, possono avere accezioni
diverse. (Cfr. la voce secolarizzazione in Dizionario teologico, 
Torino, Marietti, 1977, e in Enciclopedia del Novecento, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia ITaliana, 1982, vol. 5 pagine 415-430).
Accettando, per necessit di semplificazione le definizioni di Larry 
Shiner a cui si ricollega anche G. Marramao (G. Marramao, Potere e 
secolarizzazione, Roma, Editori Riuniti,1983), si pu considerare
la secolarizzazione come:
a) declino della religione; 
b) conformarsi della organizzazione ecclesiastica al mondo; 
c) sacralizzazione del mondo; 
d) privatizzazione della religione; 
e) trasposizione di credenze e comportamenti dalla sfera religiosa 
a quella secolare.
Si comprende quindi come la secolarizzazione sia categoria 
complessa che accomuna (e talvolta confonde) concezioni e modi di 
pensare diversi, che, se hanno come centro unificatore il sapere aude
kantiano, la maggiore et dell'uomo, tuttavia assumono significati
filosofici, politici, religiosi, sociologici eccetera. Ricordiamo 
solo gli autori significativi al riguardo come M. Weber, K. Lwith, 
H. Blumenberg, D. Bonhoeffer, H. Cox, J.B. Metz, Fr. Gogarten, rinviando 
per una panoramica complessiva alla bibliografia finale.
Delineati pertanto i confini di questa tematica, confini sempre
aperti e continuamente soggetti a mutamenti, che pemmettono di spaziare
anche in zone limitrofe (per esempio il rapporto religione-morale,
religione-politica), passiamo all'individuazione di itinerari precisi,
diversi ma complementari, che sono il risultato delle differenti
prospettive con cui si affronta il tema: la religione infatti, come 
fenomeno unitario pur nella sua prismaticit,  materia di indagine da
parte di una molteplicit di scienze (la storia, la sociologia, la
psicologia, la fenomenologia, la filosofia e la teologia) e il risultato, 
lontano da forme di riduttivismo, che pure in maniere suggestive si 
talvolta presentato nella storia della cultura occidentale,  
un pluralismo di voci interpretanti ... che cerca di mettere a 
fuoco quell'oggetto proteifomme e sfuggente che  la religione, 
circuendolo, descrivendolo, definendolo, interpretandolo
(G. Filoramo, a cura di, Introduzione allo studio della religione,
Torino, UTET, 1992, pagina 11).
Prima di affrontare direttamente questi vari ambiti rimangono due
nodi teoretici da risolvere: il problema della scientificit di tali 
discipline e il possibile articolarsi dei loro rapporti.
Molti studiosi sottolineano l'importanza del primo punto, come
interrogazione sullo statuto epistemologico e delineano una possibile 
risposta: nell'Ottocento si  avuta la nascita di alcune di queste 
discipline sotto la spinta di istanze positivistiche o razionalistiche, 
come la storia comparata delle religioni che, con l'ausilio di altre
scienze quali la linguistica, l'antropologia culturale, la psicologia e 
la sociologia, assunse immediatamente un ruolo antagonistico nei confronti
di filosofia e teologia, che fino ad allora avevano avuto il monopolio
di tali tematiche.
Nel Novecento in seguito alla crisi del positivismo e allo sviluppo
delle Geistwissenschaften (scienze dello spirito) la situazione culturale
si modifica: allo spiegare (Erklren) si affianca il comprendere
(Verstehen), pertanto lo studio della religione non privilegia soltanto
i dati storici o filosofici, ma anche l'esperienza vissuta (Erlebnis).
Nel mondo contemporaneo le contrapposizioni metodologiche
sono venute meno e anzi si verifica l'accettazione di un pluralismo o
politeismo metodologico (G. Filoramo, C. Prandi. Le scienze delle 
religioni, Brescia, Morcelliana, 1987, pagina 13).
Circa il secondo nodo, il rapporto tra loro delle varie discipline
che si occupano del dato religioso, la soluzione pu essere 
intravista nel riconoscimento dell'autonomia e della complementariet,
ma anche nella rivendicazione di un proprio ruolo da parte di ogni
scienza: nella cultura contemporanea infatti si avverte un clima di
disponibilit reciproca e di rispetto, lontano dall'atteggiamento
predatorio o gerarchico, per cui una disciplina aspirava ad essere
l'unica scienza religiosa, culmine dell'edificio del sapere. Oggi si
parla di costellazioni di saperi, nelle quali i rapporti reciproci sono
fondati sul terreno di una epistemologia aperta, struttura dischiusa e
dinamica, sorta di circolarit ermeneutica di scambio e acquisizione.
Ricordiamo brevemente quali sono queste discipline; l'ordine
con il quale si analizzeranno non rispecchia alcuna valenza assiologica,
ma solo una intenzionalit sistematica: dalle scienze empiriche che
fanno uso di metodi induttivi quali la storia, l'antropologia, 
la psicologia e la sociologia, alla fenomenologia comparata, alla 
filosofia e alla teologia che si configurano, come vedremo, diversamente.
1. La storia delle religioni come disciplina autonoma, con un 
proprio oggetto e metodo nasce nella seconda met dell'Ottocento, nel
clima caratterizzato da un lato da istanze positivistiche, dall'altro
dalla grande fioritura dello storicismo tedesco.
In estrema sintesi si pu affermare che la storia delle religioni 
studia i fatti religiosi su base documentaria e secondo il metodo storico
critico, per coglierli nella loro genesi e nel loro divenire; focalizza
altres i miti, le credenze e le dottrine che determinano la specificit
di una religione rispetto a un'altra, nonch i processi di 
istituzionalizzazione di esse.
Strettamente collegato con questo tipo di indagine  lo studio
comparato, o storia comparata delle religioni, che confrontando pi
religioni tra loro tenta di raggiungere una visione globale e complessiva,
indagando anche sul nesso causale che esiste tra un certo popolo e 
la sua religione, o tra fatti religiosi di popoli e religioni diverse.
Infine c' un'ulteriore accezione di questa disciplina che va menzionata,
anche perch ci permette il passaggio alle altre; come ricorda 
Filoramo la storia delle religioni coincide con l'area semantica
designata dal termine tedesco Religionswissenschaft (scienza delle
religioni), cio studio integrale dei fatti religiosi compiuto con 
l'aiuto di altre discipline come la psicologia e la sociologia della 
religione.
2. La sociologia della religione studia la religione intesa come
prodotto sociale, e pertanto focalizza i rapporti intercorrenti tra
fenomeni religiosi e vissuto sociale, come afferma B. Wilson (La 
religione nel mondo contemporaneo, Bologna, Il Mulino, 1985, pagina 20).
Inizialmente (nell'Ottocento) la sociologia della religione coincideva
con la sociologia tout court, in quanto tutti i grandi pensatori,
che oggi sono riconosciuti come i classici (Comte, Durkheim, Mauss,
e poi via via Weber, Troeltsch, eccetera), hanno lasciato interessanti studi
sul fenomeno religioso come momento significativo della trasformazione
della societ borghese, ma soltanto nei primi decenni del Novecento 
essa assume una fisionomia autonoma.
La riflessione odierna, continuando il discorso iniziato dai classici,
si  particolarmente concentrata, con diversi esiti, sul rapporto fra
prorompente e irreversibile sviluppo della societ industriale 
moderna e declino del sacro, e di conseguenza della religione: il tema
weberiano del disincanto del mondo ha costituito un punto di 
riferimento obbligato sia per coloro che vedono nella religione un 
fattore di integrazione e conservazione dell'ordine costituito, sia 
per chi, al contrario, la considera elemento di innovazione.
3. La psicologia della religione  quella disciplina psicologica
che cerca di osservare, descrivere e spiegare attraverso quali processi
psichici l'individuo umano, rispondendo a sollecitazioni che provengono
da simboli religiosi, diventa o meno religioso.
(L. Pinkus, Psicologia e religione, in Introduzione allo studio della
religione, citata, pagine 105-138, 112).
Da questa definizione si evince immediatamente la complessit e
problematicit di tale approccio al fatto religioso, non solo per le 
caratteristiche insite nella psicologia e nell'oggetto religioso, ma 
anche per il necessario differenziarsi o collegarsi con aree limitrofe,
nonch per il continuo mutamento e trasformarsi dei problemi che
essa deve affrontare. Se si presta attenzione allo sviluppo storico
della psicologia della religione, si nota come essa sia nata, quale 
disciplina autonoma, negli Stati Uniti alla fine dell'Ottocento e abbia
avuto uno sviluppo fiorente fino ai primi anni Venti del Novecento:
sia sufficiente ricordare il nome di W. James, la cui opera Le varie
forme della coscienza religiosa del 1902 (W. James, citato, traduzione 
italiana, Milano, Bocca, 1945),  tuttora considerata il capolavoro 
della psicologia religiosa statunitense. Il lavoro di James 
significativamente importante perch, criticando il metodo scientifico
di stampo positivistico e contrapponendovi un metodo 
descrittivo-fenomenologico, preannuncia quelle che saranno le coordinate
metodologiche di tutti i successivi studi in questo settore, anche se
nel dibattito attuale non si presenta pi una alternativa nei termini di
aut-aut, ma di et-et, come nota Filoramo.
Accanto al nodo metodologico, un altro importante settore  rappresentato
dagli studi sulla genesi e sul significato della religione
per la personalit umana: il dibattito  vivacissimo in quanto il tema
viene a inserirsi nell'ambito delle teorie psicodinamiche, basate sul
metodo clinico, all'interno cio di modelli teorici precisi. I riferimenti 
obbligati si possono riassumere nel titolo di un celebre saggio
di E. Glover, Freud o Jung?, pubblicato da Feltrinelli nel 1978, ancora
oggi infatti, al di l della contrapposizione, le interpretazioni in
chiave psicologica della religione si rifanno o al metodo psicoanalitico
di Freud, o a quello psicologico-analitico di Jung.
Al primo sono riconducibili i lavori di Rank, Reik, Abraham e via
via di Erikson e Fromm; al secondo sia gli studi di J. Hillmann che di
G. Adler.
4. L'antropologia della religione indaga i rapporti del fatto religioso 
con la cultura, sia considerando questo come momento essenziale
di quella, sia cogliendo i significati che la religione assume per gli
uomini che la praticano.
Seguendo C. Prandi possiamo individuare i filoni pi significativi
di tale disciplina nell'antropologia culturale, nell'antropologia 
sociale, nello strutturalismo e nelle scuole simboliche. Se il caposcuola
pu essere considerato E. B. Taylor, innovatore appunto del concetto
di cultura in Primitive culture del 1871, il vero teorico e 
sistematizzatore  B. Malinowski, che elabor lo statuto epistemologico
dell'antropologia culturale in genere. Con prospettiva funzionalista egli
colse il ruolo della dimensione religiosa nell'insieme della cultura,
studiando il rito e il mito come momenti essenziali di espressione
del sacro. 
Diversa ma non incompatibile, anzi intrecciata con l'antropologia
culturale,  l'analisi antropologico-sociale applicata sempre al fatto
religioso: essa, privilegiando la societ come contenitore di cultura,
indaga il legame che si instaura tra rito e societ, studiando la 
magia e la stregoneria in quanto momenti di protezione di quella.
Difficile da inserire in una corrente precisa, ma considerato come
un maestro dell'antropologia religiosa  R. Bastide, che si muove
con uguale competenza nella psicologia, nella sociologia e nella storia
delle religioni. Studioso delle religioni africane, interessato ai 
fenomeni di sincretismo e di interazioni culturali, con grande suggestione
(e radicalit) aveva indicato il nucleo essenziale dell'antropologia:
strapparsi la pelle per entrare in quella degli altri.
Per quanto riguarda lo strutturalismo si deve ricordare C. Lvi-Strauss,
la cui opera di etnologo, fondamentale per tutta la cultura
contemporanea, ha avuto ripercussioni anche nell'ambito delle scienze
della religione. Seguendo le ipotesi e i postulati del metodo 
strutturalista, Lvi-Strauss indaga i miti e le religioni, dapprima 
scomponendoli nei loro momenti originali o mitemi (strutture elementari ed
espressione del rapporto natura-cultura com' vissuto da un determinato 
gruppo etnico) e poi cogliendone alcune possibili combinazioni.
Molto diverso invece l'approccio delle scuole simboliche, particolarmente
fiorenti negli Stati Uniti: rifiutando una semplice spiegazione del
fatto religioso, gli studiosi si pongono il problema del significato e
si interrogano sulle specificit del simbolo in relazione al
contesto sociale e culturale che lo produce. Da ricordare due autori
che risentono dell'influenza della filosofia tedesca del ventesimo 
secolo (Husserl, Heidegger e Cassirer): C. Geertz e V. Turner.
5. La fenomenologia della religione  la scienza che studia la religione
come fenomeno umano nel suo essenziale manifestarsi. Nonostante 
l'espressione fenomenologia della religione sia usata per la 
prima volta dallo studioso olandese P. D. Chanmtepie de la Saussaye 
nel suo Manuale di storia delle religioni (1878), il fondatore 
G. van der Leeuw, che con il suo testo Fenomenologia della religione
(Fenomenologia della religione, Torino, Einaudi, 1960 (edizione 
originale 1933), ha offerto il vero e proprio manifesto metodologico 
della disciplina.
Frutto della temperie culturale in cui si super l'evoluzionismo
positivista e in genere ogni atteggiamento scientista, la fenomenologia
della religione si collega strettamente alla svolta fenomenologica
husserliana e alla sua parola d'ordine: Torniamo alle cose stesse.
Se, come sottolinea G. Filoramo, determinante  lo sforzo antimetafisico
e realistico di investigare le realt che ci circondano, cogliendo,
grazie alla sospensione del giudizio (epoch) e alla capacit intuitiva
del ricercatore, la loro essenza (visione eidetica) (Le scienze delle
religioni, citata, pagina 34), forte  anche l'esigenza antiriduttivistica
che vuole restituire alle varie realt, e pertanto alla realt religiosa,
la sua complessit e la sua autonomia.
Ci soffermiamo su van der Leeuw, sia per l'intrinseca importanza,
sia perch il suo  uno dei pochi testi di fenomenologia della religione 
tradotto in italiano.
Molte sono le componenti del metodo delineate dallo studioso
olandese: oltre lo sfondo filosofico husserliano, gi evidenziato, si
deve sottolineare la dimensione psicologica, cio la centralit della
religione come esperienza vissuta (in consonanza con le affermazioni 
di R. Otto (Das Heilige (1917), traduzione italiana, Il Sacro, MIlano
Feltrinelli, 1966), da alcuni considerato un precursore della fenomenologia
della religione). Da qui una terza caratteristica del metodo,
quella ermeneutica, per cui la fenomenologia di van der Leeuw 
comprendente, in quanto sulla base di una certa sintonizzazione 
affettiva con l'oggetto (Einfhlung) si raggiunge la conoscenza 
(Verstehen). Un'ultima componente (presente in van der Leeuw, ma non
in tutti i successivi studiosi)  quella teologica: mostrare il modo o i
modi in cui l'uomo pu naturaliter giungere a intuire e a cogliere le
verit religiose (Filoramo, citato, pagina 38).
Dopo van der Leeuw, una corrente prosegu il metodo della fenomenologia
comprendente, un'altra invece rivisit criticamente quell'approccio,
giungendo anche a conclusioni radicalmente differenti.
Nel primo gruppo si deve ricordare F. Heiler (F. Heiler, Le religioni
dell'umanit, Milano, Jaca Book, 1985), nonch G. Mensching e 
G. Lanczkowski, dei quali non possediamo opere in italiano.
Esiti diversi invece si sono avuti nella fenomenologia storica della
religione che si  sviluppata in quei paesi che risentono delle influenze
culturali neopositivistiche o storicistiche: da ricordare G. Widengren,
in Italia R. Petazzoni e U. Bianchi, e lo svedese A. Hultkrantz.
Un cenno infine va fatto a Mircea Eliade, che se in senso stretto
non appartiene alla fenomenologia della religione, tuttavia, come
nota Filoramo, ha molti rapporti con essa, e lo studio pi significativo
in questo contesto  il Trattato di storia delle religioni 
(Torino, Boringhieri, 1972), dall'autare stesso definito 
opera di morfologia religiosa.
Se finora si sono passate in rassegna le scienze della religione che
fanno uso di metodi empirici, dobbiamo ora volgere l'attenzione alla
filosofia della religione e alla teologia, che sono discipline con 
ulteriori diverse connotazioni. E vogliamo ricordare come momento di
passaggio dalla fenomenologia della religione alla filosofia della
religione, l'opera di Max Scheler: essa, senza analizzarla nei particolari,
si segnala come esempio insigne e fecondo di un'analisi dei rapporti 
tra filosofia e religione che, pur affermando la loro autonomia,
si risolve in quello che Scheler chiama il sistema di conformit.
(Cfr. L'eterno nell'uomo, Milano 1972, nuova edizione, Roma Edizioni Logos,
1991).
6. La filosofia della religione, come dice Dumry rappresenta:
l'insieme delle riflessioni del filosofo in quanto filosofo sul dato
religioso (H. Dumry, Critique et Religions, problmes de methode en
philosophie de religion, Paris, 1957), definizione, necessariamente
generica, ma che in quanto tale non esclude pregiudizialmente 
nessun tipo di filosofia.
Volendo precisare si pu affermare che la filosofia della religione
presuppone gi in atto la religione e quindi non si propone alcuna 
dimostrazione, a differenza della teologia naturale, n vive all'interno
del vissuto religioso, come la teologia riflessiva.
In secondo luogo quindi il suo oggetto sar l'evento rivelatore di
un A priori divino, oggetto immenso, che si incontra con l'a priori
umano (I. MANCINI, Filosofia della religione, Genova, Marietti, 1986). 
Non possiamo ricordare ora le difficolt inerenti a tale focalizzazione
dell'oggetto, che appare quanto di meno fattuale esiste, molto 
distante dai fatti protocollari di cui parlano le scienze empiriche.
Strettamente congiunto con il problema dell'oggetto  quello del
metodo: tutti gli studiosi sono concordi nell'affermare che esso non
pu essere indicato in modo univoco, perch vari possono essere i
modi legittimi di affrontare filosoficamente il fatto religioso e 
pertanto ritroviamo una grande variet di essi: deduzione razionale o 
induzione positiva, fenomenologia descrittiva o analisi trascendentale,
ermeneutica del significato o indagine critica dell'efficacia storica
eccetera. Se poi si volesse fornire un profilo della filosofia della 
religione si possono seguire due direttrici, non necessariamente
antinomiche: una storica e una teoretica.
7. La teologia. In senso generale si intende la scienza di Dio, in se
stesso e nei suoi rapporti con le creature. In senso stretto, teologia
sacra indica la scienza di Dio che si fonda sulla rivelazione divina,
mentre teologia naturale o razionale  quella che si fonda esclusivamente 
su princpi razionali.
La teologia sacra si differenzia in quanto il suo contenuto comprende,
oltre alle verit naturali, anche i misteri o verit di fede, e pertanto
il suo metodo si articola e si fonda su quella. Si divide poi in
teologia dogmatica (relativa alle verit da credere), teologia morale
(relativa a verit-precetti da mettere in pratica) nonch teologia 
spirituale e teologia fondamentale che indicano una sorta di trattazione
apologetico-introduttiva alla teologia dogmatica.
Dobbiamo a S. Agostino la definizione di teologia naturale, anche
se gi in Platone tuttavia  presente in contrapposizione al mito. Essa
indica una trattazione sistematica di ordine razionale su Dio e ci che
viene considerato alla luce di Dio. In ci  vicina e contigua con la 
filosofia, specie con la metafisica, intesa come dottrina dell'assoluto.
CAPITOLO 1. L'induismo
Con l'espressione induismo si indica la terza e ultima fase nella
storia delle religioni dell'India dopo il vedismo (1500-900 circa a.C.) e
il brahmanesimo (900-400 circa a.C.), ma si deve sottolineare subito
che tale tripartizione rispecchia un modo di vedere occidentale e non
 una autodenominazione di una religione indiana: i fedeli di questa
religione, riconoscendo il ceppo comune e le Scritture del brahmanesimo
definiscono la loro fede con quest'ultimo termine.
La parola persiana hindu fu usata inizialmente dai musulmani
penetrati in India per indicare gli abitanti di quella regione percorsa
dal grande fiume Indo; in seguito design con una connotazione pi
religiosa coloro che non si convertirono all'Islam, e soltanto nel
secolo 16esimo gli europei separarono il concetto di indiano, a cui 
attribuiranno un significato profano, da ind (e poi induismo) cui fu 
data un'accezione religiosa.
In linea generale, e per evitare fraintendimenti, c' da aggiungere
ancora che l'induismo  un vasto, composito complesso di idee, 
concezioni e aspirazioni religiose, che si esprimono in movimenti 
diversi; tali movimenti, se da un lato manifestano chiaramente una 
origine comune, dall'altro mostrano divergenze dottrinali e liturgiche 
molto precise.
Come afferma H. von Stietencron: con induismo si intende
non una religione, ma un collettivo di religioni, collegate fra loro
dal comune spazio geografico con la sua storia e dalle condizioni
socio-economiche e relazioni culturali sviluppatesi in esso (H. Kng,
opera citata, pagina 175). Da un lato si  consapevoli che una molteplicit 
di posizioni  necessaria per trovare un cammino proprio di accesso alla
divinit, dall'altra la molteplicit  tale solo in superficie e al di 
sotto troviamo un'unit d'intenti, in quanto tutte le religioni operano 
per aiutare il cammino verso l'assoluto e la salvezza. Come si legge in
uno dei testi fondamentali, la Bhagavadgita lo stesso Krishna afferma: 
Anche i fedeli di altri di, che li onorano con fede piena, pure essi
non fanno che venerare me, bench non proprio in forma giusta (9, 23).
Lo sfondo comune che consente questa unit nelle differenze  la
religione vedica (con la lingua sacra, il sanscrito), un patrimonio di
credenze e liturgie proprio degli Arii, cio di quella gente originaria
dell'Asia centro-occidentale che si stanzi in India nella prima met
del secondo millennio a.C.; questa popolazione fu anche progenitrice di 
tutte le stirpi indoeuropee, ed  significativo che la religione vedica
mostri notevoli somiglianze con le credenze greco-romane e germaniche.
Attualmente gli induisti sono la terza comunit religiosa mondiale,
dopo i cristiani e gli islamici, rappresentando il 13 per cento circa
della popolazione: la quasi totalit di induisti (99 per cento) vive in
Asia meridionale, in particolare nella Repubblica indiana, dove
costituisce la maggioranza, permeando profondamente la vita sociale
e politica.
In seguito ad emigrazioni l'induismo si  diffuso anche in Asia, in
Africa e in America Latina, ha dato luogo a forme significative di
sincretismo a Bali, mentre in Europa  conosciuto pi per la presenza
di nuovi movimenti religiosi come gli Hare-Krisna, Ananda marga, 
Meditazione trascendentale, eccetera.
1. La pi antica fase della religione indiana: i Veda
I Veda sono i testi sacri fondamentali degli ind, e il termine 
significa conoscenza, dal momento che si ritiene che alcuni antichissimi
veggenti e poeti (rsi) abbiano udito (sruti, letteralmente ascolto)
questo sapere; allo stesso tempo si crede che queste siano rivelazioni
eterne, senza principio e non prodotte in un certo momento
dagli di. Tale conoscenza, inoltre,  necessaria per mantenere un
giusto rapporto con le potenze sovrannaturali, dal quale poi deriver
il benessere nella vita quotidiana, come vedremo tra poco.
Questa caratteristica di religione rivelata si manterr in tutte le
correnti ind, cos come  molto forte il collegamento con la tradizione
vedica, anche se il contenuto dei testi rivelati in vigore oggi
ha ancora poco a che fare con il contenuto dei Veda.
(cfr. H. Kng, opera citata, pagina 182).
Si  detto prima che i Veda sono l'espressione delle credenze sviluppatesi 
in India in seguito all'immigrazione delle popolazioni di lingua
e cultura aria, che tra il 1800 e il 1600 a.C. si spostarono dalla
Russia meridionale e dall'Asia centrale verso l'Oriente. In India
queste popolazioni guerriere si sovrapposero alla cultura autoctona
dravidica: gli invasori di carnagione chiara si definivano arya (signori
della terra); gli altri, di carnagione scura, che furono sottomessi,
presero il nome di dasyu (schiavo).
La composizione dei Veda non pu essere ricondotta a uno stesso
periodo, ma secondo gli studiosi la parte pi antica risale al 1500 a.C.,
mentre la rimanente si data intorno al 600 a.C. Essi sono costituiti 
da quattro raccolte di inni:
a. Rigveda, o Veda della lode, la pi antica e anche la prima opera
memorabile dal punto di vista linguistico e culturale, oltre che religioso,
dell'India. Costituito di dieci libri (mandala o cerchi) comprendenti 
1.028 inni per circa diecimila versi.
b. Samaveda, o Veda dei canti sacri, costituito in gran parte di
inni rituali gi presenti nel Rigveda, con una parte (75 strofe) originale.
c. Yajurveda o Veda dello yajus, una sorta di manuale con le istruzioni
necessarie per il sacrificio che, insieme alla conoscenza, rappresenta
un momento essenziale anche dell'induismo strettamente inteso, come
vedremo.  costituito di due raccolte chiamate Yajurveda bianco 
e Yajurveda nero.
d. Atharvaveda o Veda della conoscenza delle formule magiche, composto 
di venti libri, rappresenta il testo pi popolare poich si occupa 
di incantesimi, formule protettive o magiche ed esorcismi.
Se i Veda sono scritti in lingua sanscrita, la loro peculiarit  anche
quella di essere trasmessi oralmente fino ai tempi recenti da maestro
a discepolo, da padre in figlio nelle famiglie di brahmani: di qui 
un'altra caratteristica della religione ind, la fede nell'attivit
diretta della Parola divina.
Venendo alla cosmogonia che si ricava, non senza difficolt, dai
Veda, troviamo all'origine del mondo l'Entit Assoluta, indivisibile
ed eterna, o Uno, che si manifesta grazie all'energia generata dalle
pratiche ascetiche, energia che d luogo altres al mondo conosciuto
dall'uomo, alle forme e ai nomi.
Nel Rigveda l'Uno  presentato come divinit androgina, cio
avente in s il principio maschile e quello femminile, dalla cui unione 
nasce l'uomo cosmico o Purusa, che ha in s l'intero universo:
dal suo sacrificio infatti e dal suo corpo smembrato, come vedremo,
scaturiscono il mondo, costituito a sua volta di tre ambiti (cielo, 
atmosfera e terra) e le quattro caste principali.
Ma prima di chiarire la concezione del mondo e dell'uomo dobbiamo
ancora delineare il pantheon della religione vedica, che  pantheon 
ricco di potenze ed entit, benevole o avverse all'uomo, ma che 
comunque vengono a rappresentare la totalit dei fenomeni naturali,
oltre a impersonare forze sovrannaturali.
In particolare il Rigveda parla di trentatr divinit, undici in ognuno 
degli ambiti dell'universo, che si dividono a loro volta in due gruppi 
i deva con a capo Indra e gli asura con a capo Varuna. Dei primi
si possono ricordare Dyaus Pitar (padre cielo) e la sua sposa Prthivi
Matar (madre terra), Usas, dea dell'alba, presente in molti inni come
figura danzante, Surya, il sole, Vayu, dio del vento, Parjanya, la pioggia.
E se queste sono divinit naturali non mancano figure antropomorfizzate,
come Indra, considerato appunto il capo, nume tutelare degli ariani, 
con la sua sposa Indrani, Agni, dio del fuoco, Soma, divinit
legata al sacrificio, le due divinit gemelle Asvin, protettrici 
dell'agricoltura e degli allevatori, Rudra, dio delle tempeste e delle
devastazioni.  interessante sottolineare che nel Rigveda troviamo come
figura secondaria una divinit che diventer centrale nell'induismo
classico: Visnu.
Nella classe degli asura, che solo in seguito saranno considerati
dei demoni, troviamo Varuna, garante dell'ordine e vincitore del caos,
e protettore, insieme con Mitra, del diritto e della verit, Aryaman,
Prajapati e altre divinit minori.
Si  detto che Purusa  il maschio primordiale e insieme rappresenta 
la totalit dell'universo, ma  significativo sottolineare che se
dal sacrificio di Purusa e dal suo smembramento nasce la molteplicit
delle cose che ci circondano, il fine ultimo sar la ricomposizione
dell'Unit, il ritorno al Principio originario. Comunque tutta la vita
del mondo (comprese le orbite del sole, delle stelle e della luna) 
derivano da questo smembramento e tutto  regolato dalla Rta, legge
impersonale.
Anche la divisione in caste, che doveva sancire la differenza tra
conquistatori arii di pelle chiara e popolazione indigena di pelle pi
scura, viene fondata mitologicamente, in un canto del Rigveda, dal
sacrificio dell'uomo cosmico che cos suona: Il brahmana fu la sua
bocca le braccia divennero lo ksatriya, le sue cosce il vaisya e dai
piedi nacque il sudra.
Le quattro caste varna (o colore) pertanto sono: i sacerdoti o brahmana,
i guerrieri o ksatriya, i mercanti e agricoltori vaisya e infine
gli schiavi indigeni o sudra (si veda dopo).
L'ullimo aspetto da ricordare della religione vedica  l'importanza
del sacrificio, came momento di legame tra uomini e divinit: I
sacrifici possono dividersi in due gruppi fondamentali, l'uno finalizzato
a ottenere l'intercessione degli di, l'altro a scopo espiatorio.
2. Il brahmanesimo (decimo-sesto secolo a.C.)
 questa, come abbiamo detto, la seconda delle tre fasi in cui si
suddivide la religione indiana: il termine brahmanesimo deriva da
brahmano, colui che dispone del brahman, cio una formula che ha
insieme potere religioso e carattere magico; pertanto i brahmani
sono gli appartenenti alla casta sacerdotale, che in questo periodo
acquistano sempre pi importanza e potenza come custodi della 
parola sacra trasmessa dai Veda e come unici officianti dei riti 
sacrificali. Tale supremazia durer fino al sesto secolo a.C., quando
in seguito ai movimenti rinnovatori (buddhismo e giainismo) si verificarono
profonde trasformazioni.
I testi letterari del brahmanesimo sono costituiti, oltre che dai Veda,
dai Brahmana, dalle Aranyaka, e dalle Upanishad.
I Brahmana, o Testi sacerdotali, si collegano strettamente con i Veda
costituendo l'esegesi ufficiale e il commento di quelli: si ritiene che
risalgano al 900-700 a.C. e sono scritti in prosa sanscrita. Contengono
precetti molto minuziosi e particolareggiati sui riti sacrificali e
l'interpretazione di antiche leggende.
Le Aranyaka, o Testi della foresta, come dice il titolo, sono testi
redatti da e rivolti a eremiti, quindi con forte accentuazione 
mistico-ascetica e con riferimenti a certi riti sacri.
Infine le Upanishad, o Dottrina segreta (letteralmente sedersi accanto
riferito alla vicinanza di maestro e allievo), chiamate anche
nel loro insieme Vedanta, o Fine dei Veda, rappresentano uno dei
patrimoni pi preziosi e duraturi della spiritualit indiana. 
Composte in et diverse a partire dall'800 a.C., sono trattati 
(108 secondo la tradizione) mistico-filosofici di contenuto 
esoterico (appunto dottrine segrete per gli allievi dei brahmani).
Anche se il loro contenuto non  sistematico, pur tra qualche 
contraddizione emergono le concezioni pi importanti di questa religione,
come vedremo, e i tentativi di risposta alle domande sul senso 
dell'esistenza, sul principio del mondo eccetera.
Le pi antiche sono le Brhadaranyaka e le Chandogya, in prosa e
versi, seguono la Kausitaki, la Kena, la Svetasvatara e altre, che 
segnano il distacco con i Brahmana.
La caratteristica principale (e la differenza) del brahmanesimo 
rispetto al periodo vedico  la minore importanza attribuita alle divinit,
a favore appunto della casta sacerdotale.
Di conseguenza la divinit principale divenne Prajapati, il signore
delle creature, cui fu attribuita anche la personificazione del 
sacerdozio: padre degli di e dei demoni, egli libera da s il principio 
femminile, che accoppiandosi con il principio maschile d inizio al mondo
empirico.
Inoltre Prajapati diventa l'immagine e la manifestazione de11'Assoluto
o Uno, che prende il nome di brahman.
Se nel vedismo questo infatti indicava una sorta di rituale magico,
nel brahmanesimo diventa l'oggetto di quel rituale, l'Essere dal quale
ogni cosa deriva come dal ragno il filo e dalla scintilla il fuoco,
un principio cosmico eterno, infinito e inconoscibile, fondamento del
tutto, principio e fine delle cose. Vedremo poi come nell'induismo
tale principio diventer Brahma, dio della creazione.
Tuttavia ritroviamo anche nel brahmanesimo una ricerca di unit
nell'essere umano, per cui se il brahman  il principio del macrocosmo,
l'atman lo  del microcosmo: atman o respiro, alito,  l'essenza
dell'individuo, S cosciente, ma anche riflesso della divinit o del
brahman nell'uomo.
Un passo molto significativo delle Upanishad esprime questa
identit: Che cos' quella sottigliezza, il mondo intero l'ha come
anima. Questa  la verit, questo  l'atman, tutto questo sei tu stesso.
Ed  da sottolineare come l'atman venga sempre pi ad indicare
una sorta di anima individuale, che deve identificarsi con il soffio
vitale del mondo, ma che  molto diversa dal corpo sottile del singolo
di cui parlava il vedismo pi antico.
Tale unit o identificazione rappresenta il sapere pi alto e 
attraverso un lungo cammino di ascesi, che investe anche molte 
reincarnazioni, l'individuo raggiunge questa liberazione dai desideri o
dalle paure, cogliendo l'Essere (moksa).
Collegata con quanto detto si afferma un'altra nozione fondamentale
del brahmanesimo, il karman, o atto, azione, nozione che gi presente
nel vedismo assume nuove connotazioni.
Il karman infatti  l'azione compiuta dall'individuo e anche l'opera 
e il frutto che ne deriva: la vita poi non si conclude in una sola 
esistenza, ma da una si trapassa in un'altra e il genere di questa  
determinato dalle azioni precedentemente compiute. Si  visto come gi
nell'epoca vedica esistessero quattro caste che rimangono anche in
questo periodo con caratteristiche tuttavia diverse: innanzi tutto 
aumenta di gran lunga la supremazia dei sacerdoti, custodi dell'antica
sapienza, ma anche coloro che potevano rendere efficaci le formule
rituali e quindi legare quasi gli di all'esaudimento, come si
afferma in un proverbio del tempo: Il cosmo intero  sottomesso
agli di, gli di sono sottomessi agli scongiuri imploranti e gli 
scongiuri dipendono dai brahmani. Perci i brahmani sono i nostri di.
In particolare, poi, la vita dei brahmani si dispiegava in quattro
momenti o stadi, detti ashrama, che divennero poi l'ideale di vita a
cui attenersi: il primo grado era quello del brahmacarin, o allievo,
periodo di tirocinio da trascorrere nella casa del Maestro studiando i
Veda; il secondo momento era quello del grihastha, o padre della
casa, in cui il futuro brahmano costituiva la propria famiglia e si 
perfezionava nel culto dei sacrifici. Il terzo periodo (con cui si faceva
iniziare la maturit) era detto del yanaprastha, o eremita del bosco
in quanto il brahmano lasciava la famiglia e si ritirava nella solitudine 
per dedicarsi a una vita di meditazione e di ascesi; l'ultimo stadio
era quello di sannyasin o mendicante senza patria, in cui il brahmano 
poteva vagare come pellegrino.
Dopo i brahmani, come si  detto, seguiva la casta dei guerrieri
che, seppure aveva perso l'egemonia precedentemente goduta essendosi
conclusa la conquista ariana della pianura indiana, manteneva 
sempre il potere politico difendendo il paese dai nemici. La terza
casta era rappresentata dai coloni di razza ariana, contadini, 
commercianti che dovevano fornire i mezzi di sostentamento alle altre
due. Infine veniva la casta dei sudra, o non ariani, o ariani impuri, che
erano braccianti nullatenenti o schiavi.
In conclusione,  da sottolineare come il ciclo delle esistenze, con
il loro fluire, che prende il nome di samsara, sia una corrente senza
fine e senza gioia di nascite e morti: di qui una visione pi pessimistica
presente nelle Upanishad rispetto a quella sostanzialmente serena e
naturalistica dei Veda; emerge infatti un desiderio di evadere
da questa ruota delle esistenze e di spersonificarsi nella pace del
nirvana, anche se con la dottrina del karman si comincia a privilegiare
il comportamento etico piuttosto che attardarsi sulla correttezza 
e formalit rituale.
3. L'induismo
Si  detto che l'induismo rappresenta un vasto, composito complesso 
di idee, concezioni e aspirazioni religiose che si esprimono in
movimenti diversi; aggiungiamo che, mancando la figura di un fondatore, 
non  facile fissarne con precisione la nascita: gli studiosi sono
concordi nel coglierne le originarie elaborazioni intorno alla prima
met del primo millennio a.C.
Vedremo tra poco in particolare i singoli movimenti dell'induismo,
ma per comodit riassumiamo quelli che sono i fondamenti comuni, 
accettati da tutti i fedeli, anche se non sono riconosciuti dogmaticamente
da alcuna autorit:
a. Fede nel brahman, principio e fine della realt e forza in esso operante.
b. Accettazione di un ordine dinamico a tutti i livelli della realt,
fisica e morale (dharma), legato quindi a una concezione ciclica del
tempo, senza inizio e senza fine.
c. Concezione del karma, del samsara e del moska, di cui abbiamo 
gi parlato, con una rielaborazione delle vie della liberazione,
che possono essere molte (via meditativa, via delle esecuzioni rituali
e via della devozione), ma non incompatibili.
d. Fede nei Veda, che comporta la credenza nello stato sacrale dei
brahmani e nella supremazia dell'aristocrazia di sangue, con relativo 
irrigidimento della divisione in caste.
I principali movimenti induisti si possono dividere in correnti teiste 
e in movimenti filosofici. Le prime sono tre: visnuismo, sivaismo
e saktismo. I secondi sono sei: samkhya, mimamsa, vedanta, yoga,
vaisesika e nyaya.
Abbiamo detto correnti teiste, e in effetti nel ricco pantheon indiano
(che comprende una molteplicit di potenze che operano e distruggono 
o conservano le vicende terrene, e si parla di di celesti o
deva, e di sotterranei o asura) acquistarono particolare popolarit o
importanza i culti di Visnu e Siva, che con Brahma costituiscono la
Trimurti, o triade divina: con essa si vuole personificare, pur nei vari
aspetti, l'unit, pertanto Brahma  la forza vitale e creatrice 
dell'universo, Visnu il conservatore e quindi la bont del mondo, e 
Siva non soltanto la forza che lo distrugge, quanto quella che lo
trasforma. Pertanto non  esatto parlare di politeismo riferendosi 
all'induismo, o almeno ci  possibile solo in relazione agli di celesti, 
che in seguito saranno considerati in un piano inferiore rispetto alla 
Trimurti, la quale, lo ripetiamo, va vista come differenziazione funzionale 
della divinit suprema, sia questa Visnu, Siva e la Grande dea, che 
trascende e abbraccia tutte queste forme.
Si pu aggiungere che mentre Brahma per il suo carattere astratto
e speculativo non fu mai oggetto di culto popolare, le altre due figure
originarono delle vere e proprie correnti devozionali.
Il visnuismo
Anche se all'interno del visnuismo si possono rintracciare numerose
scuole e varie sette, qui ricordiamo solo le caratteristiche pi
generali: Visnu, che era una divinit minore nel vedismo, assurge a
figura principale, riunendo in s tuttavia varie peculiarit: forza 
benefica, sostenitore dell'Universo, Signore (Isvara) misericordioso,
difensore del diritto e della verit.
Sua sposa (Sakti)  Laksmi; inoltre nella sua opera di opposizione
alle forze negative Visnu si presenta agli uomini in varie incarnazioni
o apparizioni (avatara), che sono una specie di rivelazione sensibile
della sua divinit. Finora ne sono avvenute nove nelle epoche
passate (la decima e ultima si avr alla fine dell'epoca attuale) e se le
pi antiche sono state sotto forma di pesce (matsya) e di cinghiale
(Varaha), in altri momenti si  incarnato in Rama, il principe 
protagonista del poema epico Ramayana, e in Krisna, divinit presente
nell'altro poema indiano Mahabharata. Infine, a prova delle capacit 
di assimilazione dell'induismo, si pu ricordare che un'ulteriore
incarnazione di Visnu  in Buddha.
Questa concezione delle incarnazioni permette di comprendere
anche l'idea del tempo, che  tempo cosmico e ciclico, senza inizio
n fine, in cui si individuano quattro et. Nei momenti di pericolo
interviene appunto il dio Visnu, che interrompe il ciclo cosmico 
per ristabilire l'ordine. Da qui deriva anche il concetto di
potenze di dio, cio la capacit di volere, conoscere e agire: per i
visnuiti tali potenze non si sono rese autonome (come sar per i
sivaiti) ma sono parte di Visnu, che mediante esse manifesta la
sua onnipotenza.
In particolare Visnu ha il potere di trasformare, simulare e incantare,
potere riassunto nel termine di maya, illusione, fantasia o gioco, 
per cui Visnu  considerato giocatore divino e Maya  il suo partner 
in tale gioco.
La diversit tra Visnu e Siva (di cui parleremo tra breve)  proprio
nella partecipazione attiva da parte di Visnu a questo gioco; egli 
sempre presente, attento al mondo, pronto a intervenire quando la 
situazione pu sembrare drammatica, quindi  un dio buono, talvolta
astuto, sempre equilibrato.
Contenutisticamente alcune scuole visnuite sostengono una forma
di monismo, in quanto ritengono che tutte le realt (anime individuali, 
mondo delle cose materiali e dio, Visnu) pur distinte, sono 
indissolubilmente legate; altre invece professano un deciso dualismo,
in quanto Visnu  autonomo e le anime e il mondo dipendono da lui
che ne  il motore. Infine alcune correnti tentano un'armonizzazione
di dualismo e monismo paragonando il rapporto di dio alle altre 
sostanze, a quello dell'oceano con le onde.
Il sivaismo
I seguaci del dio Siva lo ritengono la personificazione dell'Assoluto,
principio distruttore e rigeneratore del mondo, colui che dispensa 
vita e morte, e tale dinamica, sorta di gioco (lila), avr termine 
solo quando l'uomo avr conosciuto la propria identit con Siva e
confluir in lui.
Siva pertanto  il dio che con le sue tensioni mette in moto il mondo;
la sua capacit generativa e distruttiva  illimitata, la sua 
vibrante danza ritmica forma il mondo e lo tiene in movimento, finch
alla fine, preso dai ritmi sempre pi frenetici, lo calpesta. La sua ira 
micidiale per i suoi nemici (von Stietencron). Il timore dell'ira di
dio, presente in altre religioni come il giudaismo, il cristianesimo e
l'islamismo, nell'induismo pu essere spiegato anche in base alla
storia primitiva di certe zone e di certe popolazioni, in cui le
concezioni religiose dovettero lottare per far riconoscere la propria 
autonomia. Inoltre un'altra differenza rispetto a Visnu consiste nello 
spirito individualista che circola nel sivaitismo, in quanto Siva 
innanzi tutto  dio degli asceti ed  egli stesso asceta, immerso nello
yoga, disinteressato del mondo; in secondo luogo, quando  risvegliato
e annienta i demoni, questi sono da intendere dentro gli uomini, come 
concupiscenza, cecit spirituale eccetera. In altre parole Siva
opera per la liberazione individuale: liberazione per la maggior
parte dei sivaiti  unione con Siva. Essa pu attuarsi nella meditazione 
e nell'estasi. In entrambe il mondo viene estinto, bruciato, an-
nientato per la coscienza individuale (von Stietencron).
Anche Siva (come si  detto di Visnu) pu assumere diverse forme 
caratteristiche e nomi, 1008 secondo la tradizione. Ricordiamo
solo le pi importanti: come creatore e signore dell'universo (Mahasiva,
Mahadeva, Mahasvara); come asceta e yogin (Mahayogi); come
distruttore (Mahakala, Ugra, Bhairava); e infine come danzatore
cosmico (Nataraja), per simboleggiare sempre il ritmo delle nascite e
delle morti. Solo in seguito, cio in epoca precristiana, Siva perde la
connotazione di asceta diventando signore del sapere, e non unicamente
del sapere supremo, ma anche delle arti, delle scienze e della danza.
Anche nel sivaismo si trovano correnti diversificate a seconda se
seguono forme di monismo assoluto, monismo qualificato o pluralismo:
in generale tuttavia la dialettica  tra le anime individuali,
tenute lontane dal dio e sempre desiderose di ricongiungersi ad
esso, vincendo la materia e attraverso la meditazione e la devozione
(bhakti).
Il saktismo
I fedeli di questa corrente sviluppano il culto della dea-madre
Sakti o sposa, culto che in certe forme arriva a sostenere la prevalenza 
del principio femminile: la figura pi popolare e venerata  
Durga-Kali-Parvati, moglie di Siva, ma  adorata anche la sposa di
Visnu, Laksmi, e quella di Brahma, Sarasvati.
In questa scuola si sottolinea l'energia creativa della divinit, la
sua forza e potenza; la dea diventa elemento centrale perch essa
soltanto  il principio motore e operativo. Addirittura con un gioco
di parole alcuni affermano che senza Sakti, Siva non sarebbe che un
cadavere o sava. Pi equilibratamente si pu dire che Siva e Sakti
sono fin dall'inizio in vicendevole rapporto, il che permette altres di
superare la distanza tra trascendenza divina e immanenza terrena: il
principio maschile infatti agisce attraverso la sua sposa o talvolta si
ritiene che la stessa energia femminile genera e nutre costantemente
la natura materiale.
Un'altra caratteristica tipica del saktismo sta nel legame quasi
emotivo che unisce i fedeli alla Grande Dea: mentre non troviamo
mai nelle altre correnti la definizione di Visnu o Siva come padre
Sakti  venerata quasi carnalmente come madre che dona la vita, e
talvolta tuttavia si trasforma in madre sdegnata che castiga.
Ne consegue che nel saktismo, pi che in altre scuole dell'induismo,
le donne godono di alta stima e considerazione e nell'unione fra uomo
e donna si vede ripetuta l'unione perfetta dei dio con la sua sposa.
4. Movimenti filosofici dell'induismo
Secondo gli studiosi, i sistemi filosofici classici presenti 
nell'induismo sono sei (va aggiunto che nella tradizione indiana vengono
ordinati in coppie, in quanto il loro sviluppo  stato in rapporto 
dialettico). Essi sono: samkhya, mimamsa, vedanta, yoga, 
vaisesika e nyaya, e ognuno  il risultato di una complessa elaborazione 
dottrinale e speculativa, che si attinge nella vasta letteratura che da 
essi deriva.
La caratteristica che li accomuna  che essi nascono per fornire
un'interpretazione del mondo e con lo scopo di indicare all'uomo la
sua liberazione, attuabile con la conoscenza.
1. Samkhya  uno dei pi antichi e dei pi caratteristici sistemi 
filosofici della spiritualit indiana: il termine significa enumerazione,
dal momento che si sostiene la necessit di enumerare e indagare le
categorie del mondo fenomenico. Il samkhya concepisce due realt
fondamentali: la prakrti o principio attivo, privo di coscienza,
causa prima dell'universo, sorta di natura naturans e il purusa 
o anima, principio intelligente e cosciente ma passivo, non
soggetto a gioia o dolore. Dall'opposizione dei due momenti 
scaturisce tutta la vita dell'universo, secondo il ritmo gi detto del
samsara. In particolare, poi, la materia primordiale  costituita da
tre elementi o guna (fili): sattva (intelligenza), rajas (energia),
tamas (resistenza). Finch essi sono in equilibrio nella prakrti
esiste lo stato di riposo ma, una volta che si rompe l'equilibrio per
la prevalenza di uno sull'altro, inizia il processo dinamico 
dell'universo, la nascita della materia e dei cinque elementi. 
 da sottolineare che questo schema di sviluppo verr adottato da 
altre scuole induiste. A loro volta le coscienze individuali o purusa
sono di per s immateriali ma legate (o precipitate) nella materia,
dalla quale si devono distaccare, riconoscendo la propria estraneit 
e ritornando allo stato di quiete.
2. Mimamsa, che significa investigazione, si proponeva l'esegesi
sistematica dei testi e rituali vedici, insistendo quindi sull'importanza
di questi e del sacrificio per interrompere il ciclo del samsara.
3. Vedanta, o scuola di Sankara, dal nome del fondatore, che  anche
uno dei pi famosi filosofi indiani, vissuto dal 788 all'820. 
Sostenitore di un rigido monismo, egli ritiene che la molteplicit e la
dualit sono solo apparenza, o meglio sono il velo illusorio (maya)
che copre la pura unit e identit (advaita) di brahman universale e
atman individuale. Una scala di conoscenze, da quella inferiore a
una superiore, permette il raggiungimento della verit assoluta di
tale identit.
4. Yoga, una delle scuole induiste pi famose; se il termine, che
significa unione, indica generalmente il metodo per ottenere il dominio
di tutte le forze spirituali e il raggiungimento della pace interiore, 
qui si riferisce alla scuola che manifest una notevole forza speculativa.
Pur ammettendo due sostanze opposte ed eterne, purusa e prakrti,
lo yoga afferma anche l'esistenza di un dio (Isvara) come supremo
regolatore del moto della natura, causa intelligente della sua evoluzione.
Per quanto riguarda poi il cammino yoga, delineato da Patanjali, 
si deve ricordare che il termine  ambivalente, in quanto significa sia
imbrigliare, mettere sotto controllo le funzioni del corpo, i
sensi, il pensiero stesso, sia il risultato di ci, l'unione di io 
individuale e di io assoluto, Atman e Brahman. Esso comprende otto gradi
suddivisi in due fasi, in cui si raggiunge dapprima il controllo del
corpo mediante esercizi fisici e poi la sospensione della molteplicit
delle rappresentazioni interiori, e si conclude con l'estasi mistica,
cio la separazione del purusa dalla prakrti, illuminazione fulminea
e omnicomprensiva della conoscenza, momento non facilmente raggiungibile
e non da tutti.
5. Vaisesika, fondata dal sapiente Kanada, sostiene la necessit di
definire le categorie fondamentali del mondo, e propone pertanto
una teoria atomica, specificando la natura degli atomi, la loro 
combinazione eccetera. L'assoluto controlla gli atomi e le loro unioni
e in tal modo controlla anche il karma.
6. Nyaya, fondata dal brahmano Gautama,  molto simile alla precedente, 
e si  sviluppata per un periodo di venti secoli, con molte 
differenziazioni. Scuola tipicamente filosofica, considera proprio lo 
sforzo speculativo dialettico come momento essenziale per la conoscenza 
della realt, non propone una nuova visione del mondo, ma si sforza di 
fornire i mezzi per dare consistenza logica all'argomentazione.
5. Il neoinduismo
Il contatto della societ indiana con il mondo occidentale e il 
cristianesimo ha comportato una serie di reinterpretazioni della
religiosit tradizionale, reinterpretazioni molto sensibili alle 
istanze ecumeniche e al possibile incontro con culture diverse. Un
tentativo in questo senso fu quello di M. K. Gandhi: padre dell'India, 
di famiglia visnuita, ma aperto ad altre influenze, un l'impegno
religioso di purificazione del politeismo verso un certo teismo con
l'azione politica di liberazione dal dominio inglese. L'antica virt
indiana della non violenza, da lui aggiornata, gli serv non solo per 
la lotta politica, ma anche per combattere la divisione in caste, contro
ogni tipo di intolleranza e pregiudizio. Gandhi riteneva che Dio  unico
pure se chiamato con nomi diversi da musulmani, cristiani e induisti.
6. Il giainismo
 necessario un cenno a questa corrente che, nata dal ceppo 
dell'induismo come riforma di quello, si  poi sviluppata come religione
distinta, e oggi conta pi di tre milioni di seguaci, presenti soprattutto
nella zona nord-occidentale dell'India. Il fondatore  considerato
Vardhamana, vissuto secondo la tradizione fra il 539 e il 467 a.C.;
intorno ai trent'anni lasci la famiglia e si dette alle pratiche 
ascetiche e alla meditazione, raggiungendo il dominio completo del 
samsara, e della via della salvezza; pertanto gli fu attribuito il titolo 
di Jina (il vincitore), da cui poi il termine giainismo, e si raccolsero 
intorno a lui i primi discepoli, e via via la nuova religione si diffuse,
anche perch annover fra i suoi seguaci anche un sovrano, il re
Chandragupta (322-298 a.C.).
Verso la fine del primo secolo d.C. la religione giainista sub una 
scissione a causa di alcune divergenze sulla vita monastica: alcuni 
denominati digambara (vestiti d'aria), pi radicali e conservatori, 
ritenevano che i monaci dovevano vivere nudi, non avendo bisogno di
nulla e non dovendo ostacolare il cammino verso la liberazione; altri,
detti svetambara (vestiti di bianco), accettavano l'uso dell'abito
monastico.
Il canone riconosciuto dagli svetambara  chiamato Siddhanta (libro
didattico) e le parti pi antiche risalgono al terzo-secondo secolo a.C.; 
in tutto  costituito di quarantacinque testi divisi in due sezioni.
I digambara, invece, non riconoscono valore canonico a questo testo
e considerano tali solo gli scritti di alcuni maestri della loro scuola,
in particolare l'opera in versi di Kundakunda, vissuto nei primi
secoli dopo Cristo.
Contenutisticamente la dottrina giainista ha molte somiglianze
con l'induismo: l'universo  eterno e solo attraverso rigide pratiche
ascetiche si pu superare la legge, o karma che regola il ritmo
delle varie vite, o samsara. Le anime, cos salvate, possiedono
conoscenza infinita, gioia e forza e dimorano in un luogo sopra i cieli.
In particolare poi la vita etica  guidata da cinque princpi:
1. Il massimo rispetto verso qualsiasi forma di vita (ahimsa),
quindi assoluta non violenza nei confronti anche delle pi piccole e
insignificanti creature animali, nonch delle piante e di tutti gli 
elementi di base (terra, aria e acqua). Questo spiega perch ai seguaci
del giainismo sono precluse molte attivit lavorative e perch essi si
siano dedicati particolarmente ad attivit accademiche e commerciali.
2. La sincerit.
3. Il rispetto della propriet altrui, a meno che non ne venga fatto dono.
4. La castit.
5. Il non attaccamento ai beni materiali.
Per i monaci sono tutti e cinque obbligatori, per i laici solo i primi
tre, ma va sottolineato che tra comunit monastiche, rette dagli
acarya (maestri), e i laici vi sono profondi legami e rapporti molto
stretti.
CAPITOLO 2. Il buddhismo
Con questo termine si indica la dottrina predicata dal principe
Siddharta Gautama (563-483 a.C. circa) detto Buddha, cio l'Illuminato,
dottrina che nacque in India come alternativa al brahmanesimo, ma
 diventata poi una delle grandi religioni mondiali; non solo
ma essa pu essere considerata anche come filosofia, visione del
mondo, insegnamento etico, senza che tali definizioni ne esauriscano 
la complessit.
In questa sede focalizzeremo gli aspetti religiosi, cio il suo 
manifestarsi come dottrina di liberazione e di salvezza: dai testi 
buddhisti infatti emerge con chiarezza la primariet di questo viaggio,
e nave o veicolo (yana), con cui si deve attraversare il mondo,  il 
termine che ritroviamo significativamente nelle denominazioni delle tre 
grandi correnti del buddhismo: Hinayana o Piccolo Veicolo, Mahayana o
Grande Veicolo, Vajrayana o Veicolo del diamante, come si vedr meglio dopo.
Attualmente il buddhismo costituisce la quarta comunit religiosa
del mondo (dopo il cristianesimo, l'islamismo e l'induismo) con circa 
trecento milioni di seguaci, cio il 6 per cento della popolazione 
mondiale:  maggiormente diffuso in Asia meridionale (51 per cento), 
in misura minore in Asia orientale (48 per cento);  religione di Stato 
in Thailandia e in Bhutan ed  religione molto importante in Giappone,
Birmania, Vietnam, Sri Lanka, Cambogia e Laos, ma anche nei paesi in cui 
presenza minoritaria (Cina popolare, Taiwan, Corea del Sud e India)
esercita una forte influenza spirituale. Anche in Europa vi sono 
comunit buddhiste, specie in Gran Bretagna, Germania e Francia.
1. La vita del Buddha
La vita del Buddha ci  giunta trasformata dalla leggenda, e non 
facile separare notizie storiche da racconti fantastici;  certo tuttavia
che la figura del Buddha ha fondamento storico e sono state abbandonate
le teorie che la consideravano un mito solare; generalmente
si divide la sua esistenza in tre fasi principali, ognuna segnata da un
evento centrale.
La nascita e l'infanzia.
Siddharta (colui che ha raggiunto il suo scopo) Gautama nasce intorno 
al 563 a.C. a Kapilavastu, una regione himalayana, ora ai confini
del Nepal, in una nobile famiglia del bellicoso clan dei Sakya: la
prima parte della sua esistenza trascorre nel lusso e nelle mollezze
della casa paterna, dove riceve un'educazione adeguata al suo rango,
acquisendo anche nozioni di legislazione e di amministrazione,
che gli saranno utili in seguito. Prende in moglie una principessa 
Sakya e avr un figlio cui viene dato il nome di Rahula (legame).
In questi stessi anni, tuttavia, iniziano i primi smarrimenti e le 
inquietudini sulla vanit e transitoriet dei beni terreni, inquietudine
aggravata dagli incontri che ha con il dolore e le sofferenze 
dell'umanit. Un successivo incontro con un eremita segner una svolta
decisiva: dopo la notte della grande rinuncia Siddharta, a ventinove 
anni, abbandona genitori, moglie e figlio, lascia gli agi e il lusso,
si rade il capo, indossa la veste gialla dell'asceta e si d alla vita del
monaco itinerante.
La via verso l'Illuminazione.
Inizia il periodo dell'errare alla ricerca della verit: Siddharta prima
segue gli insegnamenti di asceti famosi (Aradhakalama e Udraka
Ramaputra), presso i quali trascorre un anno, senza riuscire a placare
le ansie del suo spirito; in un secondo momento si reca da altri asceti
e con loro vive sei anni sostenendo rigidi digiuni e severe mortificazioni.
Ma neanche in tal modo raggiunge la quiete dello spirito e tenta 
una nuova via, via intermedia fra il godimento esagerato e la 
rinuncia totale, iniziando un cammino di meditazione e distacco dal
mondo. A trentacinque anni, giunto a Uruvela, in una notte di 
meditazione sotto un albero, riceve l'illuminazione piena (bhodi) 
attraverso tre visioni: nella prima rivede tutte le sue nascite e 
trasmigrazioni e comprende pertanto che il ciclo della vita  infinito. 
Nella seconda vede la condizione attuale del mondo come risultato, 
costituito di luci e ombre, delle azioni precedenti. Nella terza visione 
infine coglie come il dolore derivi da questo perpetuo movimento di causa
ed effetto.
Siddharta ha raggiunto cos la consapevolezza della verit, o meglio
della quadruplice verit che riveler al mondo nel celebre sermone 
di Benares, la prima volta in cui parla in pubblico, dando inizio
al suo magistero. Le quattro auguste verit diventano il fulcro
dottrinale del buddhismo: 1. l'esistenza  dolore; 2. la causa del 
dolore  il desiderio; 3. l'eliminazione del desiderio comporta la 
cessazione del dolore; 4. esiste un ottuplice sentiero, cio otto forme 
di rettitudine per giungere a ci.
Gli anni della predicazione e la fine della vita.
Dopo un primo momento di dubbio e di tentazioni il Buddha decide 
di comunicare la grande esperienza da lui vissuta e, di fronte ai
cinque asceti che un tempo considerava suoi maestri, pronuncia il
discorso di Benares, appunto, detto anche discorso sulla messa in
moto della ruota della legge. I primi discepoli sono proprio i cinque
asceti che ricevono i voti monastici. In tal modo i tre pilastri 
(o gioielli) del buddhismo sono costituiti: il Buddha, la dottrina 
(dharma) e la comunit (sangha). Il movimento si diffonde rapidamente, 
avvengono numerose conversioni, anche di laici, e si costituisce ben
presto anche una comunit femminile.
Il Buddha stesso per quarantacinque anni diffuse senza sosta la
sua dottrina, trasmise il suo messaggio spirituale in tutta l'India 
occidentale, ritirandosi in alcuni periodi in un boschetto a meditare.
All'et di circa ottant'anni, mentre  in viaggio verso Kusinaga,
muore avvelenato da cibi guasti proferendo le ultime parole: Monaci,
io vi dico: tutto trascorre e perisce. Ma il vostro compito  cercare 
la verit e mirare alla salvezza eterna. Spira e percorre poi i
vari stadi estatici, entra nel parinirvana, cio nello stadio di chi ha
gi raggiunto il nirvana e completato la relativa incarnazione, 
eliminando ogni ulteriore rinascita.
2. Il canone buddhista
La dottrina buddhista ci  pervenuta in un'immensa produzione
letterario-filosofica e religiosa, redatta in molte lingue diverse, sia
indiane (sanscrito, pali, pracrito) che extraindiane (tibetano, cinese,
eccetera). La fonte principale per noi  rappresentata dal corpus 
canonico redatto in pali, intitolato Tre canestri (Tipitaka), perch
i libri di ogni raccolta, scritti su foglie di palma, potevano essere 
contenuti in una cesta.
Le tre sezioni del Tipitaka sono: Suttanipata, cio i discorsi dottrinari
del Buddha; Vinaynipata, che verte sulle regole dell'ordine monastico;
Abhidhammanipata, che ritoma sulle questioni dottrinali, filosofiche 
e teologiche.
Naturalmente questo canone non  il frutto delle sole dottrine 
predicate dal Buddha, ma la rielaborazione in un insieme organico di
quelle e di ulteriori teorie, spunti, convinzioni, rielaborazione che
con molta probabilit risale all'epoca del primo concilio, tenutosi
nel 477 a.C. Rappresenta quindi la formulazione pi antica della
dottrina e il canone sacro accettato dalla scuola del Piccolo Veicolo
(Hinayana), cio di quella corrente, sviluppatasi soprattutto nel Sud
dell'India, a Ceylon, e anche in Birmania, Cambogia, Thailandia, che
si contrapporr alla scuola del Grande Veicolo, diffusasi nel Nord.
Questa  la corrente pi diffusa che attrib agli avversari solo la
dignit di Piccolo Veicolo, in quanto i primi, come vedremo, allargarono 
molto il corpus canonico, rappresentando un'interpretazione laica 
del buddhismo, di contro a quella monacale. Una terza corrente
sar chiamata Veicolo del diamante, o Vajrayana.
3. Le basi dottrinali del buddhismo antico e la scuola del Piccolo
Veicolo
Si  detto dei tre gioielli che costituiscono il buddhismo: il Buddha,
la dottrina (dharma) e la comunit (sangha) e che la dottrina 
rappresentata dalle quattro verit, da cui si deduce la onnipresenza
nel mondo del dolore, ma anche una possibilit di redenzione o di
salvezza: attraverso un addestramento lungo e faticoso, mediante
una severa pratica meditativa, si pu giungere a superare i desideri,
causa del dolore, e conquistare la condizione di illuminati. La via
che conduce a questo stadio  costituita dall'ottuplice sentiero: 
retta visione, retto pensiero, retto discorso, retta azione, retta vita,
retto sforzo, retta consapevolezza, retta meditazione.
Ma prima di approfondire questo tema occorre soffermarsi sulla
concezione dell'esistenza secondo il Buddha: l'essere umano, cos
come anche il mondo,  il risultato dell'unione di vari elementi
(dharma) che fluiscono continuamente in un perenne gioco di associazione 
e dissociazione guidato dalla legge del karma, che porta alla 
costituzione dei vari individui e dei vari mondi; non esiste
pertanto una sostanza permanente che trasmigri di esistenza in
esistenza e rappresenti l'individualit, essendo il dharma riunito
a formare cinque skandha: forma e materia (rupa), sensazione (vedana),
idee (samjina), impressioni ed emozioni (samskara) e co scienza (vijnana).
Pertanto il complesso psicofisico non  sorretto dall'atman (come
in altre dottrine indiane), ma  il karma, nell'azione che l'uomo 
compie, a trascinare e trasformare il tutto e a determinare la sorte 
futura, una specie di legge della causalit trasportata sul piano psichico.
Buddha predic una dottrina della reincarnazione diversa da quella
del brahmanesimo: Ogni esistenza infatti inizia da un residuo
determinato dalle azioni delle vite precedenti, quindi, come si  detto,
non esiste un'entit individuale (come per esempio nelle Upanishad),
l'unico elemento di continuit tra un'incarnazione e l'altra  il
dharma, una sorta di minimo psicofisico che si disintegra 
immediatamente (L. Arena).
In tal modo il buddhismo rappresenta una novit rispetto alla 
concezione aristocratica della reincarnazione predicata dal brahmanesimo,
in quanto la reincarnazione viene sciolta da ogni legame con il 
sistema delle caste, ed  questo un aspetto di notevole dissacrazione
rappresentato dal buddhismo: il destino di ogni essere  legato al
comportamento tenuto nelle precedenti esistenze e, se da questo 
dipender la sua forma futura, la dottrina del karma rende conto della
diversit dei destini umani e delle vite singole mediante una logica
rigorosa.
Ma qual  la dialettica del karma? In che modo esso costituisce 
insieme l'origine, il mantenimento e la dissoluzione di ci che viene
chiamato individuo? Il buddhismo rispose con la dottrina dei dodici
nessi causali o anelli (nidana), ciascuno dei quali determina il 
successivo e allontana dall'Illuminazione. Il primo anello rivelatosi al
Buddha durante l'Illuminazione  l'ignoranza, causa originaria del
dolore, seguono poi le predisposizioni, la coscienza, l'individuo, i
sei organi, il contatto, la sensazione, la sete, l'attaccamento, 
l'esistenza, la nascita, la vecchiezza e la morte. Solo quando questo 
ciclo di vita e morte verr spezzato, quando il karma si  esaurito e 
gli elementi che costituiscono il complesso psicofisico restano inerti 
perch manca la forza motrice, si realizza uno stato di serenit 
ineffabile, chiamato nirvana.
Il Buddha non definisce precisamente questo momento, preoccupato 
pi di insegnare il modo per porre fine al dolore attuale; il nirvana 
 al di l di esso, cessazione della legge di causalit che, come
si  detto, regola il ciclo delle nascite.
Per la scuola del Piccolo Veicolo dunque il nirvana  l'antitesi del
samsara (ruota delle nascite e delle morti) e come tale sfugge a ogni
definizione; invece altre scuole buddhiste lo hanno connotato in senso 
positivo come stato di pace totale e di gioia assoluta, verit ultima
che solo gli illuminati scorgono; per il buddhismo Mahayana si parla
quasi di un paradiso vero e proprio, luogo di beatitudine e di esaurimento
di ogni desiderio. Tutte queste possibili interpretazioni del
nirvana sono accettabili dal momento che una sua definizione in
senso positivo  difficile: il termine significa propriamente 
estinzione e quindi un primo livello di caratterizzazione  mediante 
asserzioni negative, come si  visto: cessazione del dolore, fine 
dell'avidit, dell'odio e della follia. Ma d'altra parte esso non  un
annientamento assoluto (e il buddhismo non pu essere considerato come
una sorta di nichilismo), ma regno di pace, come si  detto. Il nirvana 
 beatitudine, afferma Sariputta, uno dei due principali discepoli
del Buddha, in cui non c' pi sensazione, ma solo libert interiore.
Collegata con quanto detto  in un certo modo la cosmologia buddhista,
che  caratterizzata dal senso dell'enorme grandezza degli
spazi e dei tempi. Essa prende le mosse da un corso ciclico della 
storia del mondo che riflette in qualche modo su scala cosmica il ciclo
delle nascite individuali: vi sono determinate, ripetute evoluzioni
del mondo e ripetute catastrofi cosmiche, cui hanno fatto seguito
nuove cosmogonie. Infiniti mondi, dunque, o infiniti universi, alcuni
gi esistiti e periti, cos come quello attuale  destinato a scomparire,
e ogni mondo ha la durata di un periodo denominato mahakalpa,
equivalente a venti kalpa (periodo). Gli infiniti universi, inoltre,
fluttuano nello spazio o sostanza primordiale (akasa), e ognuno 
costituito di quattro parti: una superficie, un centro, una zona inferiore 
e una superiore. Nella inferiore si trovano gli esseri che subiscono
pene temporanee a seguito delle loro azioni, al di sopra si trova
il disco terrestre con il monte Meru al centro, da cui si separano i
quattro continenti, circondati dal mare e abitati da animali, uomini,
spiriti e demoni. Se intorno al monte Meru ruotano il sole, la luna e
le stelle, nella zona superiore, detta anche regione della pura forma,
vivono gli di.
Come si comprende, non c' nel buddhismo una sistematizzazione 
teoretica che si attardi sui concetti di creazione del mondo, o 
intorno alla divinit: ai monaci che chiedevano spiegazioni di
complesse questioni metafisiche il Buddha rispondeva con un nobile
silenzio, indicando la via di una grande pratica etica unita ad un
atteggiamento antidogmatico. Cos afferma egli in un testo canonico:
Io so assai di pi di quel che vi ho esposto: le cose che vi ho
esposto sono poche. E perch, o monaci, io non ve le ho esposte?
Perch esse sarebbero senza vantaggio dal momento che non 
promuovono la santit della vita e non conducono... all'Illuminazione,
al nirvana.
Teorie e dottrine dunque sono inutili ai fini dell'Illuminazione e il
Buddha  libero dalle opinioni, e nel momento dell'Illuminazione
avrebbe intuito un preciso imperativo etico: liberarsi dalle opinioni
(ditthi).  interessante sottolineare invece come l'ottuplice sentiero
che rappresenta, come si  detto, la via di liberazione sia una forte
disciplina etica che avvia poi alla pratica meditativa.
L'ultimo aspetto che si deve indagare del movimento Hinayana 
la comunit monastica (sangha) che, fondata dallo stesso Buddha,
divenne il centro propulsore di diffusione del buddhismo; i membri
maschi prendono il nome di bhiksu, le donne di bhikkuni, mentre nel
buddhismo tibetano sono i lama e in Giappone i bonzi.
I monaci, organizzati in una collettivit di tipo egualitario, conducono
una vita di distacco dal mondo e con maggiore rigore di altri
percorrono il sentiero che porta alla salvezza: loro modello  il santo
perfetto buddhista (arhat), ma se il monaco non se la sente pi di 
seguire le regole dell'ordine pu tornare allo stato laicale, dal momento
che, seppure preceduto da un'ordinazione, lo stato monacale non
ha valore di investitura divina, ma solo di tappa in un cammino.
I momenti importanti della vita monastica sono l'ingresso nella
comunit e l'ordinazione, cerimonie entrambe ricche di elementi di
precisa ritualit. Le regole a cui il monaco deve rigorosamente
attenersi sono tre: 1. assoluta povert (infatti i monaci vivono di 
elemosine); 2. non essere causa di dolore per alcun essere vivente (animali
compresi); 3. astenersi dai rapporti sessuali.
Pur partecipando in posizione particolare e distinta alle cerimonie
rituali, il monaco dunque non svolge funzioni sacerdotali, e questo si
spiega ancora con il fatto che nel buddhismo le pratiche rituali non
sono essenziali alla liberazione, che rappresenta il fine ultimo: anche
le divinit (deva) sono sottoposte alla legge delle reincarnazioni e
del karma e quindi non sono di aiuto nella salvezza, ma possono 
rappresentare un esempio di uno stadio pi avanzato sulla via del 
perfezionamento.
Prima di passare alla corrente Mahayana, c' da aggiungere che
all'intemo della scuola del Piccolo Veicolo si sono formati altri 
indirizzi di pensiero, tra cui il Theravada e la scuola dei 
Sarvastivadin: il Theravada o Scuola degli anziani  una corrente 
tradizionalista che ha avuto una grande diffusione dapprima a Ceylon,
poi in tutta l'Indocina, diventando la forma di buddhismo pi diffusa
nell'Asia sud-occidentale; i principali rappresentanti sono 
Buddhaghosa (vissuto nel quinto secolo d.C.), autore del Visuddhi magga, 
interpretazione dell'insegnamento di Buddha, e il birmano Anuruddha 
(vissuto nel 12esimo secolo d.C.). I Sarvastivadin, che si oppongono 
ai Theravada, sostengono che tutti gli eventi esistono insieme 
(da cui la loro denominazione, sarva = tutto, asti = esistente, 
vadin = testimoni), in un continuo fluire (santana). Massimo 
rappresentante di questa scuola  Vasubandhu (vissuto tra il quarto 
e il quinto secolo).
4. Il Grande Veicolo o Mahayana
Con circa centosessantacinque milioni di seguaci il buddhismo
Mahayana rappresenta la fomma di buddhismo pi diffusa nel mondo
e viene definito anche buddhismo del Nord essendosi affermato 
soprattutto nel settentrione dell'Asia, in Cina, Giappone, Corea, 
Mongolia, Nepal, India del Nord, Tibet, assumendo via via il ruolo di 
religione mondiale.
Se la delineazione compiuta di questa corrente si ha nel primo secolo
dopo Cristo, con centro nell'universit di Nalanda (tendenze scismatiche
si erano verificate gi durante la vita del Buddha storico
Gautama Siddharta),  tuttavia in occasione del secondo concilio di
Vaisali, intomo al 377-367 a.C. che ha inizio la controversia che 
determiner importanti ripercussioni nella storia del buddhismo e che
in estrema sintesi si pu caratterizzare come una contrapposizione
tra una corrente pi rigida e quasi elitaria (Piccolo Veicolo) e una di
pi ampio respiro (Grande Veicolo): questa reinterpreta i vecchi
dogmi alla luce delle nuove condizioni di vita e di pensiero, non 
ritenendo di doversi chiudere in una ristretta cerchia di iniziati, ma di
aprirsi a tutti gli uomini. Il primo oggetto della controversia, infatti,
verteva proprio sul conseguimento della condizione di illuminato,
che il buddhismo Hinayana reputava possibile raggiungere solo 
attraverso una stretta osservanza di regole da parte di alcuni 
arhat (saggi), i quali non hanno poi alcun legame con gli altri uomini,
mentre la speculazione mahayanica crede che tale condizione possa, con un
adeguato addestramento, essere conseguita da tutti. Si insiste pertanto
sull'evidenza della liberazione progressiva, ponendo l'accento
sulla pratica morale, sull'etica attiva, pi che sulla suprema conoscenza,
per cui l'ideale non  pi il singolo che ha raggiunto l'Illuminazione
per se stesso, ma il Bodhisattva (illuminato pietoso), colui che, pur 
in grado di giungere all'Illuminazione, vi rinuncia e in nome della
compassione si adopera per aiutare tutti gli altri esseri umani a 
trovare la via della perfezione.
Inoltre, riprendendo la dottrina delle vite precedenti del Buddha,
si giunse a considerare la sua esistenza storica non come un avvenimento 
unico, ma come una delle varie manifestazioni del vero Buddha, che
in sostanza coincide con l'Assoluto ultraterreno, dotato di
una triplice essenza o di tre corpi: la prima, o corpo della creazione,
 legata al tempo e allo spazio e corrisponde al Buddha storico; la 
seconda, o corpo del godimento,  la manifestazione del Buddha ai
soli Bodhisattva e rappresenta lo stato di beatitudine di cui il Buddha
gode nel suo paradiso celeste; nella terza, o corpo della legge, il
Buddha coincide con l'Assoluto, pura essenza, Illuminazione suprema, 
presente nella struttura pi profonda di tutti gli esseri, sorta quasi 
di anima del mondo.
Vedremo tra poco in particolare la corrente Mahayana,  da aggiungere 
ancora, circa le differenze, che il Piccolo Veicolo usa la lingua pali
e in tale lingua redige il canone buddhista, attenendosi rigidamente
a questo testo, mentre il Grande Veicolo ricorre al sanscrito
e non si riferisce a nessun canone, reinterpretando il contenuto dei
tre canestri, assumendo quindi una posizione pi eterodossa rispetto 
all'immobilismo dell'altra corrente.
Le principali scuole del Grande Veicolo sono la Scuola del vuoto
(Sunyavada) o della via di mezzo, e la Scuola della mente sola 
(Vijnanavada).
Il nucleo centrale della prima  l'affermazione della insostanzialit 
di tutte le cose: non solo non esiste un Io, una individualit personale
che sopravviva alla morte del singolo, ma anche i dharma,
quei minimi psicofisici di cui si  detto, sono vuoti di realt, non
sostanziali.
Si dovr alla grande mente speculativa di Nagarjuna, verso la fine
del primo secolo d.C., una sistematizzazione logica e una base 
metodologica di questi princpi. Egli affermer che i concetti di
essere e non essere non hanno alcun senso poich tutto  relativo, 
la realt  di per s indefinibile e vuota di ogni definizione, ad
essa ci si pu riferire solo negativamente come 
vuoto assoluto (sunyata). Questo termine non caratterizza una 
condizione privativa, uno stato di manchevolezza, esso si riferisce 
ad una realt estremamente ricca e concreta (tathata) che si riveler
finalmente come tale non appena smetteremo di deformarla col 
pensiero (Arena). In questo senso si spiega anche la definizione 
di scuola di mezzo, perch tale corrente si pone in una posizione
intemmedia fra i due estremi, le dottrine dell'essere e del non essere.
La Scuola della mente sola o Vijnanavada ebbe come fondatore
Maitreya, la cui storicit tuttavia non  sicura; altri rappresentanti
illustri furono i fratelli Asanga a Vasubandhu. La loro  una teoria
nettamente idealista e, seppure in contrapposizione con l'altra
corrente, condivide con essa la concezione che la concretezza empirica
 un'illusione e che l'Assoluto  entit da attingere con l'intuizione
mistica.
L'unica realt che pu essere definita tale  una realt mentale,
della quale tuttavia non possiamo dare le caratteristiche, perch 
priva di sostanza e di qualit. La grande illusione consiste nel percepire
il mondo come altro da s, laddove  emanazione della coscienza: se
la mente non esistesse, nemmeno le cose esisterebbero, si ammette
pertanto una sorta di principio coscienziale, l'alayavijnana (coscienza 
deposito), che non ha mai avuto inizio, esiste da sempre e non
verr mai distrutto. In questo contesto si comprende come il raggiungimento
del nirvana e la possibilit di diventare Bodhisattva  affidato alla
pratica yoga, o annullamento delle funzioni mentali, ottenuto
paradossalmente attraverso la mente.
Altre correnti all'intemo del Grande Veicolo sono le scuole
buddhiste giapponesi come Hossoshu, Tiantai e soprattutto l'Amidismo, 
cio i vari filoni del buddhismo che si richiamano al Buddha Amida, 
nonch il buddhismo Zen che riprende il Chanzong cinese (introdotto 
in Cina a sua volta dall'India, si veda la religione cinese). Il 
buddhismo Zen inizi a diffondersi in Giappone intorno al 1200, 
quando il monaco Eisai fond la scuola di Zen Rinzai e il monaco 
Dogen la scuola Soto, scuole che ancora oggi vantano molti seguaci.
5. La scuola Vajrayana o Veicolo di diamante
La terza grande corrente del buddhismo  la scuola Vajrayana o
Veicolo di diamante, che conta oggi circa venti milioni di seguaci
soprattutto nelle regioni himalayane, in particolare nel Tibet, ma 
anche in Nepal, Cina e Giappone.
Sinteticamente pu essere caratterizzata come corrente esoterica
in quanto, chiamata anche Mantrayana o Veicolo delle formule magiche, 
sottolinea il veicolo esoterico per giungere al nirvana, grazie
agli insegnamenti segreti che come un filo teso legano il maestro e
il discepolo. Essa si svilupp soprattutto dal secolo sesto- settimo d.C., 
attribuendo importanza centrale proprio alla ripetizione di formule
sacre (mantra) che, insieme con la meditazione e con particolari 
posizioni della mano, cariche di valori espressivi simbolici, permettono
al fedele di ottenere l'Illuminazione.
Ricollegandosi al tantrismo (complesso di liturgie e pratiche esoteriche
basate su testi sanscriti, Tantra, libri), si configura un allargamento
della via della liberazione, in quanto il credente pu raggiungere 
la condizione di felicit suprema anche nel corso di una sola
esistenza.
La scuola Vajrayana si diffuse, come abbiamo detto, in Giappone,
prendendo il nome di Shingonshu, il cui centro  presso il tempio
Kongobunji, fatto erigere dal fondatore giapponese di questa corrente,
il monaco Kukai (774-845), in Cina, dove  chiamata Mizong o
Scuola dei misteri, ma  soprattutto nel Tibet che ha assunto particolari
caratteristiche e notevole risonanza, assumendo il nome di lamaismo,
da Lama, maestro, in quanto i monaci hanno il compito di
guidare il fedele sul cammino della salvezza, mediante rituali e 
pratiche meditative.
Se il primo diffusore di questa dottrina in Tibet fu il monaco 
indiano Padmasambhava agli inizi dell'ottavo secolo d.C., ben presto
sorsero numerose scuole e sette, i cui seguaci, dai copricapi indossati,
vengono chiamati berretti rossi o berretti gialli. Un ordine
conosciuto in Occidente  quello istituito nell'11esimo secolo 
dall'asceta Mar-pa, che ebbe come discepolo e continuatore il famoso poeta
Milarepa, autore dei Centomila Canti, in cui rievocando la propria
vita offre al Tibet un'epopea grandiosa.
La setta gialla, fondata da Tson-ka-pa nel 1407, rappresenta un
grande rinnovamento del buddhismo tibetano, insistendo soprattutto
sulla via meditativa, e promuovendo la costruzione dei giganteschi
monasteri tibetani in cui vivevano i capi o Dalai Lama, ritenuti 
incarnazioni di uno dei cinque Buddha o di un Bodhisattva; dopo la loro
morte quindi un Buddha o un Bodhisattva si trasferisce in un bambino,
che sar riconosciuto da certi segni, accettato come guida spirituale 
e temporale della comunit e trasferito nel monastero. Dalai Lama 
(Dalai in lingua mongola significa grande oceano, Lama in tibetano 
bla-ma, maestro, quindi oceanico maestro)  il titolo pi alto
della gerarchia ecclesiastica tibetana. Egli risiedeva nel monastero
di Lhasa, ma nel 1951 il Tibet fu occupato dai cinesi e il Dalai Lama,
che  anche un capo politico, fu costretto all'esilio in India, dove
vive tuttora. Nel 1989 fu insignito del Premio Nobel per la pace.
CAPITOLO 3. Le religioni cinesi
La caratteristica generale delle religioni cinesi  di essere religioni
sapienziali, e anche se gli intrecci culturali sono tanti, gli apporti di
credenze vicine, come vedremo, notevoli, il carattere sapienziale pu
essere considerato il denominatore comune del confucianesimo, del
taoismo e del buddhismo Ch'an, che sono le tre confessioni pi
importanti nello sviluppo della civilt cinese: il taoismo  la forma
religiosa locale pi antica, laddove il confucianesimo rappresenta
una evoluzione e una codificazione della religione tradizionale, il
buddhismo Ch'an  di provenienza indiana, pur assumendo via via
caratteristiche tipicamente cinesi.
1. Il taoismo
Questo termine non denota semplicemente una scuola, ma una
quantit di dottrine con valore filosofico e religioso, e la complessit
rende impossibile fornire una definizione univoca per una serie di
difficolt. Innanzi tutto il termine Tao (la Via) compare in tutte le
correnti di pensiero e in tutte le religioni cinesi, inoltre il taoismo 
sempre stato circondato da un'aria di mistero, e se come filosofia
preferisce l'esposizione mediante indovinelli ed enigmi, come religione
esoterica rivela molti segreti solo agli iniziati.
Comunque gli sviluppi filosofici (Tao-chia) e quelli religiosi
(Tao-chiao) sono profondamente intrecciati e non sempre facilmente 
distinguibili, quindi parleremo di entrambi: il momento originario
 visto nella leggendaria figura di Lao-zi (Vecchio maestro) (sesto o
quinto secolo a.C.), cui viene attribuito il pi antico testo taoista, 
il breve e criptico saggio in versi, intitolato con il suo 
stesso nome Lao-zi.
Secondo la leggenda, la madre di Lao-zi rimase gravida del figlio,
concepito da un raggio di sole, per ottant'anni e poi lo partor
dall'ascella sinistra sotto un susino. Divenuto archivista nella citt 
di Luoyi, Lao-zi qui avrebbe conosciuto Confucio, come lui preoccupato
della grave crisi politica e morale attraversata dalla Cina, ma 
diversamente da Confucio, come vedremo, Lao-zi fu spinto da questo 
stato di cose alla meditazione e all'abbandono del mondo. Rinunci al
suo lavoro e a dorso di un bufalo si diresse, sempre secondo la leggenda,
verso ovest, verso il regno del riposo dell'anima, dove avrebbe 
ottenuto la vita eterna. Secondo altre leggende Lao-zi sarebbe 
andato verso ovest per diffondere presso i popoli barbari, cio
non cinesi, il suo messaggio, e da ci l'idea secondo cui Buddha fosse 
Lao-zi stesso, che avrebbe adattato alla mentalit indiana la sua
dottrina. Comunque sia, prima di passare il confine gli fu chiesto
dalla guardia di lasciare una testimonianza del suo insegnamento ed
egli scrisse la breve opera Lao-zi, sopra citata.
Questo testo detto anche Tao-te-ching (libro del Principio e della
sua virt) si concentra inizialmente sul Tao, come principio primo,
assolutamente indefinibile; inizia infatti con i celebri versi: 
Il Tao che pu essere chiamato Tao non  l'eterno Tao. Se il suo 
nome pu essere pronunciato non  il suo eterno nome. Ci che  senza 
nome  il principio del cielo e della terra.
Si evidenzia subito una caratteristica del pensiero taoista, la sua
dialetticit e il suo sforzo di individuare nel Tao senza nome il 
principio primo, immutabile, indeterminato dal quale tutte le cose 
scaturiscono per poi raggiungere la propria determinazione.
Il Tao infatti pu essere considerato la madre del mondo: esso
non solo genera tutti gli esseri, ma li nutre, li plasma e li completa.
Inoltre il Tao  anche inteso come unit fondamentale nella quale si
risolvono le differenze particolari tra gli esseri e le contraddizioni; di
qui il risvolto pratico di questa dottrina, secondo la quale gli uomini
devono regolare la propria vita al Tao, partecipare ad esso mediante
il wu-wei (letteralmente, non agire), che non sta a significare 
un'assenza di azione, ma un'azione non artificiale, una sorta di
assecondamento del flusso naturale delle cose e dell'originario ordine
cosmico, senza turbarlo o modificarlo. Se si ritrova nel taoismo una
certa forma di ascetismo e di ritiro dal mondo, dai suoi piaceri e dai
valori in esso propugnati, in positivo le virt del non agire si 
realizzano come modestia, umilt, mitezza, tolleranza, desiderio di 
tranquillit, altruismo.
Un altro testo fondamentale per la comprensione dei princpi taoisti
 il Chuang-tzi (dal nome dell'autore Chuang, maestro del quarto 
secolo a.C.), raccolta di scritti ricchi di parabole, allegorie e 
descrizioni fantastiche. Oltre alle concezioni gi esposte nell'altro
testo, qui si focalizza la ricerca della beatitu&e assoluta, che l'autore 
ritiene potersi raggiungere superando le distinzioni tra io e universo e
quindi in una sorta di annullamento - trasformazione nel Tao.  necessaria
una conoscenza superiore, che vada oltre le distinzioni, anche quella
della vita e della morte, conoscenza definita anche come digiuno del
cuore, in altre parole uno svuotamento dei sensi e della mente.
A questo proposito si deve ricordare l'importanza attribuita dalla
religione taoista alla meditazione, che aveva lo scopo di cogliere un
nuovo io, di raggiungere l'armonia con il ritmo del cosmo e dialogare
con gli di.
Sotto l'influenza del buddhismo (si veda poi) il taoismo svilupp
la meditazione in senso pi spirituale, parlando quasi di una immortalit
che l'io spirituale raggiunge dopo la morte fisica, e di un'unione 
mistica con il Tao, come si  detto.
Collegato con la meditazione  anche il rituale taoista, molto 
complesso e complicato, a cui viene attribuito valore sacrale: 
iniziazione, purificazione e rinnovamento sono i suoi momenti essenziali,
e una funzione importante  svolta dai sacerdoti. Le cerimonie pi
note sono il Capodanno cinese (con danze di draghi e fuochi d'artificio
per scacciare i demoni) e il rito del Rinnovamento cosmico (all'epoca 
del solstizio d'inverno per ricordare la rinascita cosmica),
tutti rituali soteriologici che risentono dell'influenza buddhista.
Se come dottrina filosofica il taoismo era di tipo individualistico e
rappresentava una razionalizzazione di concezioni precedenti, come
religione invece, diffondendosi cio in pi ampi strati della popolazione,
si mescoler con elementi delle religioni popolari come lo
sciamanesimo e con dottrine buddhiste, pur non identificandosi 
totalmente con esse, nonch assimiler princpi pi generali del 
pensiero cinese come quello della scuola yin-yang, che concepisce l'ordine
naturale alla luce dei due aspetti, complementari e insieme antitetici:
yin, momento di attivit, yang, momento di passivit.
Lo scopo principale della religione taoista  il raggiungimento
dell'immortalit fisica, e il credente deve conquistarla mediante 
pratiche dietetiche, ginniche, sessuali, alchemiche e meditative. Rispetto
alla morte del corpo la religione taoista ritiene che sia solo apparenza
e che in realt gli immortali si rechino in uno dei paradisi o alle
Isole della Felicit, situate oltre i confini della Cina. Accanto agli
immortali celesti vi sono anche gli immortali terrestri che vagano
nelle foreste sacre e sui monti, e infine gli esseri umani, che si 
limitano ad abbandonare il loro corpo fisico.
In questa prospettiva la religiosit popolare, fondendosi con i pricpi 
taoisti, d vita a un pantheon molto ricco di figure divine, come 
Yunhuangdi, signore del cielo e padre di nove figlie, che guida e governa 
il mondo insieme con i cinque divini sovrani che sovraintendono ai punti
cardinali (in Cina oltre ai quattro noti  considerato anche il centro); 
via via Yunhuangdi perder, specie nel culto ufficiale, le caratteristiche
antropomorfiche presentandosi come forza e come essere.
 interessante comunque sottolineare, come fa J. Ching, che se
durante il secondo secolo questi era la divinit suprema, subito dopo,
all'inizio dell'epoca Han, si prese a venerare una triade di di che 
in tempi diversi porteranno nomi diversi: i Tre puri. Essi erano i 
signori dei tre princpi vitali o movimenti respiratori. I loro nomi 
erano: il Primo celeste, il Prezioso celeste e la Via e il suo potere 
celeste. Dal punto di vista metafisico ognuno di essi rappresentava 
qualche aspetto del Tao ineffabile, trascendente e insieme capace 
di incarnarsi, specialmente mediante la rivelazione di Laotzu.
(J. Ching, Cristianesimo e religiosit cinese, Milano, Mondadori, 1989.)
Anche i saggi che raggiungono l'immortalit (xien ren) entrano a
far parte di questo olimpo di di, e per perseguire questo fine sorsero
in alcuni periodi i maestri delle ricette, che facevano uso di pratiche
magiche e invitavano i fedeli a una vita ritirata secondo il principio 
(gi ricordato) del wu wei, e nacquero comunit monastiche e sacerdotali.
Tra le molte sette taoiste va ricordata quella del Maestro celeste,
titolo questo attribuito per la prima volta (intorno al secondo 
secolo d.C.) a Zang Lu, secondo la leggenda, da Lao-zi stesso, che gli
apparve lamentando l'assenza di bene nel mondo e dando pertanto a Zang Lu
l'incarico di sopprimere le pratiche demoniache e instaurare la vera
ortodossia: furono aboliti infatti i sacrifici cruenti e si introdusse la
confessione dei peccati, come cura delle malattie. Inoltre Zang organizz
i suoi seguaci in comunit provviste di sacerdoti e sacerdotesse,
contrapponendoli ai numerosi sciamani o medium della religione
popolare. Questa setta sostiene l'esistenza di un mondo invisibile al
di l della vita, nonch la necessit che l'esistenza terrena sia guidata
da una casta incaricata della mediazione spirituale, cio di pregare
ufficialmente per la guarigione di certe malattie.
Rafforzandosi la setta, il titolo di Maestro celeste divenne ereditario, 
i suoi sacerdoti si trasferirono sul Monte del Drago e della Tigre e 
dopo la conquista comunista del potere (1949) la base fu trasportata 
a Taiwan, dove ha pure sede la Societ taoista nazionale fondata nel 1965.
Un'altra setta importante, ancora oggi presente,  quella della Perfetta 
Verit, sviluppatasi nella Cina settentrionale sotto dinastia
Yuan: sostenitori di una vita di celibato e di astensioni varie, i monaci
di questa setta seguivano le pratiche della meditazione e praticavano
l'alchimia.
2. Il canone taoista
Gli scritti taoisti che costituiscono il canone, quale ci  stato 
tramandato dal secolo quinto, si articolano in sette sezioni 
distribuite a loro volta in tre parti dette le Tre Caverne; questo
termine (tung) viene usato probabilmente perch i testi pi importanti
sarebbero stati rivelati a degli eremiti o da essi scoperti in grotte.
(J. Ching, opera citata, pagina 162)
La prima Caverna comprende gli scritti che fanno corona al pi
importante, cio gli Shang-ch'ing, poema liturgico con nomi segreti
di di e spiriti.
La seconda Caverna  raggruppata intorno agli scritti Ling-pao;
composti come i precedenti nella Cina meridionale, rivelano una 
influenza buddhista.
La terza Caverna, formatasi intorno agli scritti San-huang,  di
origine incerta, forse opera di maestri taoisti presenti a corte e in 
collegamento con la setta del Maestro celeste.
3. Il confucianesimo
 questo il termine usato dagli occidentali per indicare una scuola
di pensiero cinese, scuola dei letterati, che si costit intorno 
all'opera di Kong-fuzi, latinizzato in Confucius, il quale non pu essere
considerato il fondatore come Buddha o il Cristo, ma l'organizzatore 
e riordinatore di un vasto materiale, patrimonio dell'antica religione
cinese, che in un particolare momento della travagliata vita di
questo paese assunse il valore di diga rispetto al disfacimento morale 
e spirituale. Anche per questa forma di religione si pu dire (come
per il taoismo e in genere per la cultura cinese) che molto stretto  il
legame e il rapporto con la vita politico-sociale e quindi con il 
sostrato morale e intellettuale della antica civilt.
Anche se inizialmente il confucianesimo si pu definire (e cos 
stato considerato) come un umanesimo etico, dal momento che 
l'interesse per l'uomo  uno dei suoi punti di forza, noi dobbiamo poi
concentrarci sulla sua indiscutibile dimensione religiosa.
La vita di Confucio.
Innanzi tutto va ricordato che Confucio visse nel periodo detto
delle Primavere e Autunni (770-454 a.C.) e nacque nel 551 a.C. 
nell'odierna localit di Zhufou, principato di Lu; anche se la sua vita 
avvolta da leggende, sembra che non abbia avuto una esistenza 
particolarmente brillante per incarichi o impegni: inizialmente fu al 
servizio della famiglia feudale di Qi, come sovrintendente dei granai e
dei campi e a ventidue anni divenne insegnante, circondandosi di 
ragazzi di tutte le condizioni.
Momento determinante di un'esistenza fino ad allora grigia fu il
viaggio che intraprese a Luoyi dove comp ricerche, e dove sembra
sia avvenuto l'incontro con il fondatore del taoismo, Lao-zi, come si
 detto. Dal viaggio Confucio torn con la fama di saggio stimato e
rispettato e, convinto com'era di vivere tempi calamitosi e di 
profonda decadenza morale, si impegn con il suo insegnamento a 
riformare la societ, sia in senso politico-sociale che in senso 
religioso, reinterpretando le antiche norme e le antiche dottrine 
affinch fossero di aiuto per il presente.
Caduto in disgrazia presso il principe Ding di Lu, di cui era nel
frattempo diventato ministro, Confucio trascorse gli ultimi anni 
della sua vita peregrinando per tutta la Cina, insieme con i suoi 
discepoli, formandone di nuovi, occupandosi di poesia e musica. Si dedic
altres alla raccolta delle testimonianze e memorie dell'antichit,
contribuendo direttamente o indirettamente alla costituzione dei
Cinque Libri classici del confucianesimo.
Il canone del confucianesimo.
Gli scritti canonici sono nove, cinque sono i libri classici (Jing): il
Libro delle mutazioni o I-ching, il Libro della storia o Shu-ching, il
Libro delle elegie o Shih-ching, il Libro dei riti o Li-ching, gli Annali
della Primavera e dell'Autunno. Se un tempo questi testi erano tutti
attribuiti a Confucio, sia come autore che come editore, gli studiosi
contemporanei ritengono che il nucleo di molti libri risale a Confucio,
ma ciascuna opera si  poi sviluppata nel corso di periodi molto
lunghi e quindi ha subito vari apporti nel tempo.
Accanto a questi vanno ricordati i quattro libri (shu): i Dialoghi,
in cui i dettami di Confucio sono presenti nella vivezza dell'insegnamento
e nel dialogo, appunto, con i suoi discepoli; il Libro di Mencio, 
raccolta di conversazioni, Daxue o grande insegnamento, breve
trattato politico-filosofico e Zhongyong o il giusto mezzo, indicato
nell'equilibrio interiore.
L'etica confuciana.
Come si  detto Confucio si dedic molto all'educazione dei giovani,
e questo perch egli era convinto che la riforma della collettivit
si sarebbe attuata solo attraverso la rigenerazione del singolo e
della famiglia, ma soprattutto riteneva la virt una ricchezza interiore
che ognuno pu acquisire, dal momento che la natura umana di per s 
non  n buona, n cattiva; di qui l'importanza di una giusta educazione.
Il fine dell'etica confuciana sar quello di formare dei saggi, cio
dei nobili di spirito, e se non si raggiunger tale scopo gli uomini si
comporteranno come degli stolti: il centro di tale etica  il concetto di
jen (concetto introdotto proprio da Confucio, che tuttavia rielabora
altres i concetti di Li e di Ming, gi presenti nella filosofia cinese).
Il termine li  complesso perch indica sia l'armonizzazione dell'uomo 
con la natura, sia l'osservanza di regole e riti religiosi, sia infine
l'amore per il sereno vivere sociale. Il li, come  stato detto,  la 
forza ordinatrice che guida l'uomo nei suoi doveri, sia verso gli altri 
uomini (rispetto, cortesia, tatto, decoro, autocontrollo), sia verso gli 
esseri spirituali superiori, che secondo l'antica religione erano il 
rien (cielo), o dio supremo da cui il sovrano riceve il regno, e i 
sudditi, sui quali governa tramite il Mandato dal Cielo (Ming o 
T'ien-ming). Per Confucio la vita individuale e la storia della nazione
sono oggetto della particolare provvidenza del Cielo, e ogni uomo  
responsabile nei confronti di esso.
Ma il novum della dottrina confuciana  rappresentato dall'elaborazione 
della virt detta jen, o giusta organizzazione delle relazioni
umane: jen pu indicare un complesso di virt (bont, benevolenza,
mitezza) che potremmo sintetizzare come umanit; se talvolta in Cina
si definiva questa qualit come caratteristica del nobile nei confronti
dell'inferiore, per Confucio  una virt universale, la virt che 
costituisce il saggio, l'essere umano perfetto, stadio raggiungibile da 
tutti, anche se egli divide gli uomini in tre categorie: i saggi o uomini
perfetti, che costituiscono il modello da seguire, avendo raggiunto il
grado pi alto della perfezione (per esempio gli imperatori della
Cina). Seguono i nobili, o uomini superiori, infine gli uomini comuni 
che costituiscono la maggioranza.
Un aspetto importante della religione confuciana  il suo presentarsi
anche come religione civile: la dottrina dello jen viene infatti
estesa all'ambito politico: si parla di governo benevolo, basato cio
sulla persuasione morale e il cui capo  esempio di integrit morale e
dedizione disinteressata. Se il saggio confuciano  stato descritto
come dotato del cuore del saggio e della sapienza del re, anche l'uomo 
viene sempre concepito in armonia con se stesso e con la societ,
la quale rispecchia a sua volta la perfezione spirituale ed etica. Come
religione civile inoltre il confucianesimo, oltre a essere culto dello
Stato, deriv tutta una serie di grandi rituali, messi in atto dallo 
stesso imperatore per onorare il Cielo (culto importantissimo in Cina
fino al 20esimo secolo), la Terra e i suoi Antenati; il Culto degli
Antenati  un aspetto molto noto della religione cinese. Altri rituali
poi erano dedicati al Sole, alla Luna e agli spiriti terrestri, o a 
divinit minori, nonch a quei saggi e magistrati incorruttibili venerati
come Di della citt, e in seguito anche Confucio divenne oggetto di culto.
Il confucianesimo verr poi sviluppato dai seguaci di Confucio, tra cui 
vanno ricordati Mengzi (latinizzato in Mencius) e Hsun-tzu.
Il primo, vissuto fra il 372-289 a.C., perfezion il pensiero di
Confucio, in senso pi ottimistico, parlando di un'innata bont degli
uomini e di un amore universale di Dio per tutti gli esseri. Hsun-tzu
(312-238 a.C.), al contrario, ha una visione pi pessimistica; secondo 
lui l'uomo, fondamentalmente cattivo, pu tuttavia raggiungere
la perfezione con una severa e giusta educazione morale.
All'epoca della dinastia Song (960-1280 d.C.) si svilupper il
neoconfucianesimo iniziato da Zhou Dunyi e portato al massimo
splendore da Zhu Xi, pensatore sistematico e padre dell'ortodossia
confuciana. Altri pensatori pi recenti sono Kang Yowei (1858-1927),
vero e proprio interprete del confucianesimo religioso e Liang 
Qichao (1873-1929), che invece ne evidenzia le caratteristiche di 
religione civile.
4. Il buddhismo cinese o Ch'an
Il buddhismo inizi la sua lenta penetrazione in Cina nel primo secolo
d.C. sotto la dinastia Han posteriore, in seguito alla predicazione di
missionari stranieri, quando erano passati circa cinque-seicento anni
dalla morte del Buddha storico (che secondo alcuni studiosi fu 
contemporaneo di Confucio); tale penetrazione fu senza dubbio un 
avvenimento di grande portata per lo sviluppo della cultura e della 
religione cinese.
Ma va subito sottolineato come a quel tempo sia il buddhismo che
il confucianesimo avevano alle spalle un loro svolgimento, una 
propria tradizione consacrata dal tempo, per cui l'incontro inizialmente
dette luogo a controversie e discussioni e si risolse solo quando il
buddhismo si adatter all'ambiente cinese, rendendo giustizia ai 
valori morali confuciani, come la piet filiale, e insieme servendosi
delle idee e della terminologia cinese per la propria sopravvivenza e
sviluppo. (J. Ching, opera citata, pagina 215)
D'altra parte  da aggiungere che durante le dinastie T'ang (618-907 d.C.)
e Sung (960-1279 d.C.) il buddhismo svolse un ruolo determinante per 
il rinascimento culturale cinese. Si pu dire quindi che lo scambio
fu proficuo per ambo le parti, n si deve dimenticare la mediazione
taoista: ci avvenne in occasione della rinascita del taoismo per opera
della corrente della dottrina oscura, definita anche neotaoismo.
I primi pensatori che cercarono di adattare il buddhismo alle 
conoscenze cinesi, Tao-an e Huiyuan, lo fecero proprio ricercando e
valorizzando le analogie con il taoismo, convinti che le due correnti
esprimessero gli stessi concetti con una diversa terminologia. 
In effetti molte erano le somiglianze, sia nell'etica che nella concezione
della vita: repressione dei desideri, distacco dal mondo, non attivit,
e ancora spontaneit di vita, naturalezza e non artificiosit, rifiuto
della speculazione dogmatica.
Questo processo di acculturazione del buddhismo in Cina fu poi
accelerato dalla traduzione in cinese della letteratura buddhista in
pali e in sanscrito, e ci avvenne nel corso dei secoli a opera di
monaci e missionari: verso la fine della dinastia T'ang (906) si pu dire
che la formazione del canone buddhista cinese, cio grosso modo la
traduzione del canone pali (Tipitaka) era ultimata. Il buddhismo all'inizio
si diffuse in Cina sia nella linea Theravada che in quella Mahayana; 
diventato poi una dottrina di questo grande paese, presenta
una grande variet di scuole, la cui divisione tradizionale  la seguen-
te (Cfr. Arena):
l. Chu-she tsung, o Scuola della consistenza del tutto: trasporta in
terra cinese una corrente indiana del Piccolo Veicolo, quella dei 
Sarvastivadinah, che sosteneva un realismo esasperato. Fu introdotta in
Cina intorno al sesto secolo ma si estinse nel decimo e non esercit 
grande influenza.
2. Ch'eng shi tsung, o Scuola della realt compiuta, anch'essa
continuazione della setta indiana del Piccolo Veicolo, i Sautrantikah,
che si rifaceva ai sutra, cio alla seconda parte del canone buddhista.
Il concetto centrale  che le cose (dharma) sono transitorie ed esistono 
solo nel loro manifestarsi immediato. Si diffuse in Cina intorno ai
primi anni del quinto secolo e si estinse tra il settimo e l'ottavo.
3. Fa-hsiang tsung, o Scuola delle qualit delle cose,  invece una
corrente del Grande Veicolo d'ispirazione idealista: l'io  reale e le
cose sono prodotte dal pensiero; l'opera principale, Vidya matra sastra
o Trattato della conoscenza unica, ricalca vagamente la teoria della
mente sola. Fu introdotta in Cina nel secolo settimo e si estinse 
nel decimo.
4. San-lun tsung, o Scuola dei tre trattati, fu sviluppata da Kumarajiva,
che tradusse le opere (i tre trattati) di Nagarjuna e Aryadeva;
in seguito ebbe come grande rappresentante Chi-tsang (549-623),
sostenitore, come tutta questa scuola, della categoria della natura
vuota, come la scuola indiana della via mediana. Il periodo di 
svolgimento di questa scuola fu dal secolo quinto all'ottavo.
5. Hua-yen tsung, o Scuola della ghirlanda, una delle pi importanti
scuole buddhiste cinesi, la cui opera principale Avatamsaka Sutra 
(Sutra della ghirlanda)  nota solo nella versione cinese.
Fondata da Tun-shun (557-640) la scuola si svilupp tra il quinto e il
decimo secolo e i suoi seguaci elaborarono un'originale sintesi tra le 
varie correnti del buddhismo; in particolare il loro principio centrale 
 l'uguaglianza o indifferenza di unit e molteplicit. In ogni minimo
frammento della realt  racchiuso l'intero universo. Tutta la realt 
vista come un immane corpo buddhico. Anche in questa scuola si
sostengono dottrine idealistiche (le cose sono prodotto della mente),
in una visione tuttavia molto composita e articolata, che riassume
tendenze anche di altre correnti.
6. T'ien-t'ai tsung, o Scuola del T'ien-t'ai,  una delle poche scuole
autoctone, cio tipicamente cinese e non riconducibile a nessuna
influenza del buddhismo indiano. Fu fondata nel sesto secolo e si 
conserv pur con minore risonanza fino al nostro secolo: le sue 
caratteristiche, che emergono dal testo Saddharma pundarika sutra (Sutra
del loto della vera dottrina) sono una sorta di sintesi tra princpi 
idealistici e realistici, e l'intreccio di studio (chih) e 
meditazione (kuan) nella pratica esistenziale.
7. Lu tsung, o Scuola della disciplina, come la precedente unicamente 
cinese, sorta intorno al settimo secolo e con una presenza anche
oggi. Dalla sua stessa denominazione si comprende che gli interessi
maggiori erano volti alle tematiche etiche, morali e disciplinari, 
lasciando quindi in secondo piano la speculazione, come recita il titolo
del testo base: Dharmagupta vinaya sutra o Sutra della disciplina,
posta a protezione della dottrina.
8. Chin-t'u tsung, o Scuola della terra pura, che insieme con la
scuola Ch'an  una delle pi importanti scuole del buddhismo cinese; 
la sua origine era indiana ad opera di Hui-yuan, ma poi per la
semplicit e insieme per la forza delle sue concezioni ha avuto una
grandissima diffusione in Asia orientale, come nel Sud-est asiatico e
in Occidente, conquistando le masse alla ricerca della salvezza.
La terra pura  (secondo il Sukhavati vyuha o Descrizione del paradiso)
il paradiso presieduto dal Buddha Amitabha (o Amitayus), al
di qua del nirvana, e raggiungibile da chi avr fede in lui, 
pronunciandone il nome o meditandovi sopra, e che col rinascer da un
fiore di loto. Come si comprende, questa scuola gener una sorta di
religiosit popolare con tratti teistici, lontana dal buddhismo 
originario: al posto del Buddha che indicava la via della liberazione 
subentrava una divinit quasi salvifica, compassionevole, che accoglieva
presso di s i fedeli. La trasformazione (in origine la terra pura era
intesa come una metafora) fu dovuta anche alle diverse versioni dei
testi: l'opera di base infatti  il Sutra del paese puro, di cui esistono
due versioni appunto, una pi lunga che ribadisce l'uguale importanza
della fede e dedizione al Buddha e delle opere buone, e una pi
breve (Amitabha sutra) che dice espressamente che  necessaria soltanto
la fede nell'infinita compassione del Buddha, manifestata mediante 
l'orante e meditativa ripetizione del nome di Amitabha.
(J. Ching, opera citata, pagina 228)
Un altro scritto importante  l'Amitayur dhyana sutra (Sutra della
meditazione su Amitayus), che ribadisce la necessit di un singolo
atto di fede-invocazione del nome di Amitabha, anche se poi i fedeli
moltiplicarono questi atti, servendosi anche di rosari, con lo scopo di
rinforzare la propria disposizione di fede.
9. Chen-yen tsung, o Scuola della retta parola, che sorse nell'ottavo 
secolo in Tibet, in sintonia con culti locali; si svilupp, pi che in
Cina, in Giappone con il nome di scuola di Shingon. La sua caratteristica
 di essere una corrente esoterica, che fa un uso frequente di formule
magiche (mantra) e di rituali iniziatici.
10. Ch'an tsung, o Scuola della meditazione, pur fondata dal monaco 
indiano Bodhidarma  una setta tipicamente cinese ed  la pi
importante e nota delle dieci correnti esaminate. La parola Ch'an,
conosciuta anche nella pronuncia giapponese di Zen,  la traslitterazione
del sanscrito dhyana, che significa appunto meditazione, e si riferisce 
alla disciplina religiosa che tende a rasserenare lo spirito e a
far conoscere a ognuno l'intimit della propria coscienza.
Una delle caratteristiche della scuola, infatti,  la convinzione che
la realt ultima (sunya o vuoto), talvolta indicata anche come natura
del Buddha, si raggiunge solo con un'intuizione diretta e senza 
ricorrere necessariamente a speculazioni metafisiche, n a letture. Per
raggiungere l'Illuminazione spirituale (wu) servono s la disciplina e
l'allenamento meditativo, ma anche la libert e la spontaneit,
l'attenzione alle cose quotidiane e agli aspetti minori della natura, 
e soprattutto  richiesta la trasmissione da spirito a spirito (o da
mente a mente), cio da maestro a discepolo, senza argomentazioni 
razionali. Anzi si propugna l'assenza di pensieri e la mente sgombra come
appare da questa competizione in versi tra un giovane monaco e il
suo dotto e anziano maestro che afferma: Il corpo  l'albero
dell'illuminazione, lo spirito  uno specchio limpido. Tienilo sempre
diligentemente pulito, liberalo dalla polvere. (J. Ching, opera citata,
pagina 226).
Per finire si deve sottolineare che tale diffidenza per le scritture,
per riti eccetera, delinea nel Ch'an un riassorbimento del taoismo, nella
misura in cui anche quello accentuava la spontaneit e la naturalezza,
nonch la tradizione orale, e questo spiega anche la grande diffusione 
del Ch'an come vera e propria religione cinese.
CAPITOLO 4. L'ebraismo
Il termine indica in generale l'intera civilt ebraica, fino alla fine
della comunit nazionale, e per quanto riguarda pi specificamente
la religione si suole dividere in due fasi: la religione israelitica e 
quella giudaica. La prima  riferita al culto e alla fede delle dodici 
trib dei figli di Giacobbe (chiamato anche Israele) nipote di Abramo, e
termina con la caduta del regno di Giuda.
La seconda designa quel periodo della storia di questo popolo che
comprende, dopo la fine del regno di Giuda, l'esilio babilonese, ma  
sostanzialmente la continuazione delle tradizioni delle antiche trib.
Religione israelitica e giudaismo fanno parte delle religioni semitiche
dell'Asia Minore e vengono annoverate tra le religioni universali.
Attualmente gli ebrei sono circa diciotto milioni, cio lo 0,4 per cento
della popolazione mondiale, l'ebraismo  diffuso in centododici paesi
e nello Stato di Israele costituisce la religione della maggioranza
della popolazione.
1. Brevi cenni storici
Gli studiosi oggi sono concordi nel ritenere gli ebrei antichi come
un gruppo di khabiru, di cui si parla in vari documenti del secondo
millennio a.C., come apolidi che prestavano servizio militare e di 
lavoro. Il nome deriva probabilmente da Eber, discendente di Sem, 
figlio di No (Genesi, 10, 21) o da abar (passare) che indicherebbe un
popolo venuto di l dal fiume.
Gli ebrei narravano che il loro capostipite Abramo aveva abbandonato 
per ordine di Dio la zona mesopotamica nel secondo millennio e si
era trasferito con il suo popolo a Sud della Siria; la comunit
costituita dalle dodici trib dei figli di Giacobbe fu chiamata Israele,
altro nome di Giacobbe, come si  detto. Mos viene considerato
l'iniziatore della religione israelitica (che  chiamata infatti anche
mosaica), ed  la prima figura storicamente delineata, anche se in
parte ancora avvolta in un alone mitico. Nacque nella casata di Levi
durante il periodo del faraone Ramesse secondo (1290-1224 a.C.), che
aveva sottomesso come schiavi i nomadi ebrei, ma il suo nome di
origine egiziana, che significa figlio, ci informa sulle vicende
della sua infanzia: avendo il faraone ordinato agli ebrei di uccidere 
tutti i neonati, Mos era stato posto in una cesta di canne e affidato
al Nilo, da cui lo aveva tratto in salvo una delle figlie del faraone, 
che lo aveva poi allevato a corte come principe. Tuttavia,
una volta adulto, Mos aveva avvertito la sua condizione di ebreo,
era fuggito in seguito a un omicidio commesso e si era stabilito
presso i pastori di Madian. Qui, sul monte Horeb, considerato sacro 
dalle trib nomadi del deserto, ebbe la visione di un roveto ardente
che non si consumava, cio la teofania o manifestazione di Jahweh.
Questi gli ordina di liberare il suo popolo dalla schiavit; Mos 
ritorna allora in Egitto e, dopo varie vicissitudini e scontri con il 
faraone, gli ebrei riescono ad abbandonare il paese sotto la sua guida.
Nel deserto del Sinai Dio stringe un patto di alleanza: sar il loro
unico Dio e doner loro prosperit e vittoria sui nemici. Con questo
atto fu fondata formalmente la religione israelitica (Esodo, capitoli 
19-24), che avr espressione visibile nelle Tavole della legge, 
conservate da allora nell'Arca detta dell'alleanza, punto sacrale 
della comunit.
Dopo quarant'anni di peregrinazioni, gli ebrei iniziano la conquista 
della Terra promessa (Palestina) costituendosi in monarchia con
Saul prima, David e Salomone poi e facendo di Gerusalemme la capitale 
dello Stato (intorno al 1000). Il regno di Salomone  ricordato
per l'ampliamento e lo sfarzo di Gerusalemme, nonch per la straordinaria
cultura di Salomone stesso, ritenuto autore di numerosi libri
della Bibbia (I Proverbi, Il Cantico dei cantici, l'Ecclesiaste e il
Libro della Sapienza).
Tuttavia l'unit nazionale non dur e nel 993, dopo la morte di Salomone,
si formarono due regni. Quello del Nord (Israele), ebbe termine
nel 721 per la conquista degli Assiri; molti abitanti di questa
zona iniziarono l'esilio in Media e in Mesopotamia. Nel regno del
Sud, Giuda, dapprima furono introdotti culti estranei, per cui fu 
necessaria, intorno alla met del 700 a.C. e grazie all'opera del profeta
Isaia, una restaurazione religiosa, la riforma deuteronomista, che 
ristabil l'autentico culto di Jahweh; mentre nulla in seguito si fece di
fronte alla predicazione di Geremia che annunciava la fine a opera
dei Babilonesi: nel 598 vi fu il primo assedio di Gerusalemme e i
primi esilii, segu un altro assedio, durato un anno e mezzo, e nel 587
Gerusalemme e il tempio di Salomone furono distrutti; il regno di
Giuda cesser di esistere nel 586 con la deportazione in massa a 
Babilonia. Durante questo esilio, che dur quarant'anni, gli ebrei
mantennero e rafforzarono le loro tradizioni religiose e dopo la caduta
del regno babilonese a opera dei Persiani (539), tornarono in patria,
e la Palestina verr riconosciuta come una provincia persiana. Gli
ebrei poterono ricostruire il Tempio e sotto la guida di sommi sacerdoti
svilupparono un sistema teocratico.
Pi che ricordare le successive vicende storiche (rivolta dei Maccabei,
riedificazione del Tempio da parte di Erode il grande, dominio di Roma 
e conseguenti ribellioni)  interessante sottolineare il rapporto tra
giudaismo e aree culturali circostanti, in particolar modo il mondo 
ellenistico. Negli ultimi tempi infatti, prima dell'ra cristiana,
l'ebraismo viene a contatto con la civilt ellenistica e con il
mondo latino, e ci avviene in due modi diversi: da un lato mediante
le comunit della diaspora, dall'altro con l'ingresso del Vicino 
Oriente e quindi della Palestina nell'orbita greca e romana dopo le 
conquiste di Alessandro Magno. Se questo secondo rapporto fu in genere
uno scontro per l'intenzione dei vari sovrani (da Antioco Epifane a
Vespasiano e Adriano) di grecizzare la Palestina non solo dal punto
di vista politico, ma anche religioso, diversamente andarono le cose
nei paesi della diaspora.
Infatti le comunit degli ebrei esiliati (o dispersi) sorte nelle grandi
citt ellenistiche (Antiochia, Efeso, Atene, Corinto, Alessandria) e
a Roma, veri centri cosmopoliti dove regnava tolleranza di idee e di
religioni, operano per una sorta di integrazione tra le due culture
(ebraica ed ellenica), accettando una riflessione sulla religione dei
Padri alla luce delle categorie speculative dell'ellenismo, dal momento
che gli stessi greci colti, consideravano gli ebrei, come filosofi. 
Innanzi tutto gli ebrei, parlando come i loro concittadini il greco,
non solo introducono questa lingua nel culto, ma traducono la Bibbia
in greco (detta dei Settanta), compito assolto dalle comunit giudaiche
dell'Egitto; ne segue un apprezzamento da parte del mondo greco che
ritrova negli scritti biblici la filosofia greca, ma anche la 
consapevolezza, da parte degli ebrei ellenisti, della superiorit del
pensiero monoteista biblico su quello politeista greco. Inoltre tali
comunit della diaspora saranno anche il punto di partenza dell'attivit
missionaria del giovane cristianesimo, anche se poi i rapporti tra
le due religioni si logoreranno sempre pi e purtroppo la lotta religiosa
si rifletter anche nella vita sociale, in modo sempre pi doloroso per
gli ebrei.
2. Contenuti religiosi
Il nucleo centrale della religione ebraica, il suo punto di forza e il
suo contributo alla storia della cultura sono il monoteismo, in 
opposizione al politeismo dei popoli vicini, che divinizzavano le forze
della natura, e la fede nell'intervento di Dio nella storia della sua
gente.
Il suo nome  Jahweh, che in ebraico viene scritto solo con le consonanti,
e nel racconto del roveto ardente (Esodo, 3,14), cio nell'apparizione
a Mos, si autodefinisce come Io sar presente come colui che sar
presente (per intervenire) o Io sono colui che sono secondo la
traduzione dei Settanta.
Un altro nome di Dio  Elohim, forma plurale di El, la divinit per
i semiti; inoltre il nome El  talvolta usato insieme con Shaddaj 
(onnipotente).
Jahweh infatti  l'unico Dio dell'universo, onnipotente creatore
del cielo e della terra, giusto e indipendente, ma anche temibile per
coloro che si manifestano come suoi avversari o disobbediscono alla
sua volont. La professione di fede giudaica sull'eternit e unicit di
Dio, che deve essere recitata mattino e sera da ogni adulto, ripete le
parole bibliche (Deuteronomio, 6, 4): Ascolta Israele (Shema Israel),
Jahweh  il tuo dio, Jahweh  unico.
Se ricordiamo che un altro appellativo collegato al nome di Dio 
Sebaot (schiere di eserciti), comprendiamo anche come l'esperienza
religiosa abbia rappresentato per le trib nomadi un momento di
autocoscienza sulla strada dell'unificazione: se inizialmente le varie
trib manifestavano credenze singole e diverse, l'alleanza con Dio
sul monte Sinai con la rivelazione della legge diventa esperienza
comune ed elemento costitutivo dell'unione. Il nucleo della legge
sinaitica  rappresentato dal Decalogo (o Dieci comandamenti),
ma  da sottolineare anche l'atteggiamento del fedele che, se 
comprende come la via verso l'aiuto di Dio passa attraverso il 
riconoscimento della regalit e unicit di Dio, coglie anche che il 
peccato non  solo una ribellione a leggi sacrali, ma un essere peccatore
davanti a Dio, un mancare, una carenza in opposizione a una integrit.
Questo legame particolare con il Dio unico trova il suo sostegno
nell'azione e negli insegnamenti dei capi spirituali d'Israele nelle
varie epoche della sua storia, da Mos ai Giudici; poi, sorta la 
monarchia, David diventa il prototipo del re giusto e pio; da allora il
messianesimo, cio l'attesa di un discendente di David, come lui fedele
a Dio e difensore del suo popolo, diventa una costante dell'ebraismo.
Altre figure essenziali di questa religione sono i profeti,
che cominciarono ad agire intorno al secolo nono fino al terzo a.C., 
custodi dell'originario e autentico messaggio religioso e quindi molte 
volte fustigatori delle masse o critici violenti dei re, quando questi 
cedevano al fascino dei culti politeistici e orgiastici. I profeti, per 
esempio Amos e Isaia, cercano inoltre di spiritualizzare il culto stesso
senza dimenticare la difesa delle classi pi umili. A poco a poco tuttavia
il profetismo perde la sua carica e cede il posto alla precettistica delle
scuole rabbiniche, nelle quali si privilegiava la formalit e quantit
dei precetti; in questo periodo si completa la sistemazione dei testi
sacri dell'ebraismo.
3. Testi sacri e letteratura religiosa
Questo vasto patrimonio degli ebrei si divide in tre parti che riflettono
epoche e generi diversi:
1. Letteratura biblica (11esimo secolo a.C. - primo secolo d.C.), che
comprende la Bibbia ebraica e gli Apocrifi.
La Bibbia (dal greco biblia = libri)  a sua volta divisa in tre parti:
Torah, Nabim e Ketubin, che hanno valore di testi sacri; la Torah
(che in ebraico significa insegnamento, mentre in greco si usa il 
termine Pentateuco o cinque libri) comprende i cinque libri attribuiti a
Mos e precisamente: Bere'shit (Genesi), Emot (Esodo), 
Wayyiqra' (Levitico), Bamidbar (Numeri), Haddevarim (Deuteronomio).
I Nabim comprendono i primi profeti con Giosu, Shofetim (Giudici),
Samuele (due libri), Melakim (Re) (due libri) e gli ultimi profeti
con Isaia, Geremia, Ezechiele e i dodici profeti minori.
I Ketubin (scritti) comprendono i Tehillim (Salmi), mirabile testo
poetico, i Mishle (Proverbi), Giobbe, il Shir-ha-shirim (Cantico dei
Cantici), Rut, Eka (Lamentazioni), Qohelet, Ester, Daniele, Esdra-Nehemia
e Dire-ha Jamin (Cronache) in due libri.
Il libro di Ester, insieme con la Torah, fu trascritto per primo in rotoli
di pergamena (Megillot) e tuttora viene letto in occasione delle
cinque feste principali del calendario ebraico: Pasqua, Festa delle
Settimane, Festa in ricordo della distruzione del tempio di Gerusalemme,
Festa delle Capanne e Purin (si veda dopo).
La Bibbia ebraica fu tradotta in aramaico e usata nel culto sinagogale,
mentre si designa Bibbia dei Settanta quella tradotta in greco che, 
terminata nel secondo secolo d.C., fu accolta dal cristianesimo e
con il nome di Antico Testamento, insieme con i libri del Nuovo 
Testamento, costituisce la Bibbia cristiana;  da sottolineare che tale 
testo ha influenzato anche popolazioni estranee all'ebraismo e rappresenta
una delle opere letterarie pi diffuse nel mondo.
Gli Apocrifi e gli Pseudoapocrifi sono testi di minore importanza
in quanto, a differenza dei precedenti, non sono considerati ispirati
da Dio e pertanto vincolanti per la fede.
2. Letteratura talmudico-midrashica (fino al nono secolo d.C.).
 rappresentata dal cosiddetto insegnamento orale, cio insegnamento
post-biblico della legge, riportato nella Mishnah e nel Talmud. 
Quest'ultima opera , dopo la Bibbia, uno dei capisaldi della
letteratura ebraica e raccoglie un vasto materiale della tradizione dal
primo secolo a.C. al quinto d.C.; in senso stretto comprende solo la 
Gemarah, in senso pi ampio anche la Mishnah.
La Mishnah (ci che viene imparato pi volte) rappresenta il nucleo
pi antico dell'insegnamento orale e verte sia sulla dottrina legislativa
tramandata, che sull'interpretazione della legge:  costituita di sei
sedarim (ordinamenti), ognuno con altri trattati per un totale
di sessantatr; il contenuto  indicato da brevi titoli: sementi, feste,
donne, danni, cose sacre, purezza.
La Gemarah (completamento) rappresenta un commentario della
Mishnah, redatto dagli Amorei (parlanti), e si possono distinguere,
sulla base del contenuto, due parti: la Halakah, pi legislativa, e la
Haggadah, pi narrativa. Per comprendere la grande importanza del
Talmud e il suo influsso sul popolo ebreo si devono considerare i
suoi princpi ispiratori: la convinzione che esiste una legge orale 
accanto a quella scritta e che la santit, ideale di vita per ognuno, si
raggiunge proprio con l'osservanza dei precetti divini (mizvot).
Infine la letteratura midrashica indica quella letteratura di commento
alla Bibbia (midrash = interpretazione) redatta con intenti consolatori 
e per aiutare la meditazione, la cui caratteristica  il tono narrativo.
3. La letteratura rabbinica (fino al 1800 d.C.).
Se il rabbinismo  il complesso di dottrine esegetiche, morali, 
giuridiche e rituali dei rabbini, cio dei maestri ufficiali della
religione, e quindi comprende anche la Mishnah e il Talmud, in senso 
pi specifico per letteratura rabbinica si intendono le produzioni 
post-talmudiche e post-midrashiche fino al secolo 19esimo, durante il 
quale le accademie talmudiche, o yeshibot, si trasformeranno in istituti
con un proposito di ricerca pi ampio e vario.
Tale letteratura pertanto comprende i commenti alla Bibbia, il commento
al Talmud e la codificazione del diritto talmudico; rientrano
sempre in questo ambito anche gli scritti cabalistici e chassidici: i
primi sono i testi mistici, frutto di varie correnti, che
all'interpretazione del midrash affiancavano una pi approfondita 
esegesi biblica, tramite l'interpretazione dei caratteri e dei numeri.
Il chassidismo, il pi recente movimento mistico-religioso, fondato 
alla met del 1700 dal rabbino ucraino Israel ben Eliezer, si diffuse 
nell'Europa orientale: affondando le sue radici nella Cabala si 
approfondisce il valore della devozione, sentita come momento di gioia
che sfocia nell'estasi dell'unione con Dio.
Si  detto della grande importanza del Talmud e del suo influsso
sul popolo ebreo, i precetti divini a cui si ispira sono 613, dei quali
alcuni (248) imperativi positivi, altri (365) divieti. Nei comandamenti
positivi grande importanza hanno, oltre alle leggi etiche vere e
proprie, le regole di purezza, quelle alimentari e le norme riguardanti 
il matrimonio. La distinzione di puro e impuro, infatti, prescrive le
abluzioni cultuali, il lavaggio delle mani prima della preghiera 
mattutina e prima e dopo i pasti. Anche le regole alimentari sono 
codificate con precisione sulla base dell'esistenza di cibi perfetti 
e della separazione di carni e latticini, nonch sul divieto di mangiare
la carne di particolari animali.
Altri comandamenti fondamentali della religione ebraica sono la
preghiera, l'osservanza della festivit del sabato (sabbath, riposo) e
l'obbligo della circoncisione.
Il sabato  il settimo giomo della settimana dedicato alla santificazione 
e al riposo, in ricordo del riposo di Jahweh al termine della
creazione e, se da un lato presenta caratteristiche tipiche di una via
negationis astensione da, negazione assoluta del lavoro, rifiuto di
ogni affanno od occupazione, dall'altro assume una valenza molto
pi grande di santit del tempo e nel tempo, come dice il filosofo
ebreo Heschel, di ricordo dell'Alleanza e di anticipo dell'eternit.
La preghiera pu essere recitata in casa o nella sinagoga (Bet ha-Kenesset,
luogo di riunione o casa di preghiera) a orari fissi e in occasioni 
ben precise. La forma pi usata  forse la gi ricordata shema' Israel,
espressione della fede nell'unico dio, altra preghiera  la
baraka (benedizione o lode) che recita: Tu sii lodato, Eterno, Dio
nostro, re dell'universo. Preghiera comunitaria  invece la shemone
esre (diciotto benedizioni), che comprende richieste di vario tipo,
spirituali, materiali e patriottiche.
L'altro comandamento fondamentale, la circoncisione, rappresenta il
simbolo e il rito di iniziazione, il segno mediante il quale si entra
a far parte dell'Alleanza che Dio stipul con Abramo (Genesi, 17, 10) e
si esegue otto giorni dopo la nascita.
A tredici anni, poi, il giovane (nelle comunit ebraiche riformate
anche le ragazze) diventa Bar-mizwa (figlio del comandamento),
cio obbligato a osservare i comandamenti, e fa parte a tutti gli effetti 
della comunit religiosa. Anche il matrimonio ha valore di comandamento
divino e ha luogo sotto la chuppa (cielo delle nozze), una
tenda sostenuta da quattro pali.
Un momento importante della vita religiosa ebraica sono le festivit,
che si dividono in festivit gioiose, feste solenni, commemorazioni
liete e commemorazioni tristi. Delle prime fanno parte la Pesah (pasqua),
Savu'ot e Sukkot, le celebrazioni cio del pellegrinaggio, che ricordano
tre momenti fondamentali della storia del popolo di Israele: la 
liberazione dalla schiavit egiziana, l'elezione a popolo santo nel 
Sinai e le peregrinazioni nel deserto. Tra le feste solenni si devono 
ricordare il Capodanno (Ro'sh ha-shanah) e il giomo dell'espiazione 
(Jom ha-kippurim). Giomo commemorativo lieto  Hanukkah (consacrazione 
del Tempio) e Purin (ricordo del pericolo scampato, secondo il racconto
del Libro di Ester). I giorni festivi tristi sono cinque e fra questi
i pi significativi sono il ricordo della prima (587 a.C.) e 
seconda (70 d.C.) distruzione del Tempio, durante i quali viene
osservato il digiuno.
4. Correnti religiose
Molte furono le correnti e i movimenti religiosi all'interno 
dell'ebraismo. Ne ricordiamo solo i principali: i samaritani, i sadducei,
i farisei, gli zeloti, gli esseni, la comunit di Damasco, oltre al 
rabbinismo e allo chassidismo, di cui abbiamo gi parlato.
I samaritani erano una popolazione che prese il nome dalla citt di
Samaria, capitale del regno del Nord, costituita dall'unione degli
ebrei rimasti in patria dopo la deportazione con i coloni assiri. In 
seguito, quando si ripristin la comunit giudaica a Gerusalemme, i
capi (Esdra e Neemia) vietarono i rapporti con la popolazione mista
e i samaritani formarono da allora una corrente autonoma dell'ebraismo.
I sadducei erano i rappresentanti dell'alto clero, in maggioranza
aristocratici e conservatori, che si opponevano ai farisei: essi infatti
riconoscevano come imperativa solo la legge scritta (Torah) e 
respingevano quella orale, sostenuta dai farisei, inoltre negavano ogni
sviluppo in senso escatologico della religione giudaica (come fu 
elaborata dopo il secondo secolo a.C.). Furono molto autorevoli 
all'interno del Sinedrio o alto Consiglio, potendo designare i 
sommi sacerdoti.
I farisei erano una corrente non solo religiosa ma anche politica,
in quanto attendevano il riscatto del popolo dal dominio romano, ma
non ritenevano di dover ricorrere alla forza come gli zeloti, che si
staccarono da loro. Dal punto di vista religioso essi sostenevano
una rigida osservanza della legge, privilegiandone gli aspetti 
formalistici con atteggiamenti di intransigente chiusura nei confronti
dei peccatori.
La corrente degli zeloti (o fanatici) ebbe inizio intorno all'anno
67 d.C., su iniziativa di Giuda il Giudeo, che sosteneva la necessit
di ribellarsi contro i dominatori stranieri. Essi vivevano di scorrerie
nel deserto e per questo motivo lo storico Giuseppe li chiama briganti.
Sotto la loro pressione scoppi la guerra contro Roma, nel 66 d.C.,
che si concluse nel 70 con la caduta di Gerusalemme, dove si era 
asserragliato il loro capo Giovanni di Giscala.
Gli esseni (i puri) furono una comunit ascetica, organizzata come
un ordine monastico, nata in polemica con quella che consideravano
un'eccessiva ellenizzazione dell'ebraismo; si svilupparono soprattutto
in Palestina e il capo della comunit era un sacerdote detto
maestro di giustizia in contrapposizione al sacerdote del tempio di
Gerusalemme, detto empio. Importante centro degli esseni era il
monastero di Qunram, sulle rive del Mar Morto, riservato ai membri
celibi della comunit, sul quale si sono avute notizie in seguito al 
ritrovamento nel 1947 di notevoli manoscritti. I fedeli conducevano
una vita in comune, regolata dall'obbedienza e dal silenzio, con una
cura particolare per la purit corporale, culminante in frequenti 
abluzioni, con valore anche di purificazione spirituale; inoltre il 
rispetto della legge mosaica, il distacco dai piaceri materiali, la
convinzione che l'anima umana viene dal cielo e vi ritorna, se 
meritevole, dopo la morte del corpo, l'apertura al prossimo e il rifiuto
di ogni uso di violenza erano le caratteristiche di questa comunit.
La comunit di Damasco deriva dagli asidei (pii o devoti), che risalgono 
al secondo secolo d.C. e che avevano fondato la comunit della
Nuova Alleanza, sotto la guida di un maestro di giustizia; perseguitati,
si trasferirono a Damasco in attesa di un messia, in seguito tornarono 
in Palestina. La loro organizzazione  simile a quella degli esseni: si
riscontrano somiglianze teologiche con il gruppo giudeo-cristiano 
degli ebioniti.
CAPITOLO 5. Il cristianesimo
 questa la religione che prende il nome da Cristo, l'unto o il consacrato
del Signore, appellativo attribuito a Ges di Nazareth, nato secondo 
il nostro computo tra il 7 e il 4 a.C.; i suoi seguaci vengono
detti cristiani. Se il nome Jesus era abbastanza comune nell'ebraismo,
Cristo era usato originariamente come titolo messianico, e solo
in seguito Ges Cristo venne inteso come nome unico.
Il cristianesimo  fra le grandi religioni quella con un maggior numero
di fedeli, circa un miliardo e mezzo, cio il 32 per cento della 
popolazione mondiale, e con la maggiore diffusione geografica, 
prevalentemente in Europa e America Latina.  religione di Stato in Gran
Bretagna, nella forma dell'anglicanesimo, in Finlandia e Norvegia
(confessione evangelico-luterana), in Bolivia, Colombia e Paraguay
(cattolicesimo romano). Il capo della cattolicit  il papa, che vive
nella Citt del Vaticano, di cui  anche sovrano temporale.
Essendo il cristianesimo la religione pi conosciuta dagli occidentali,
daremo solo pochi cenni sulla vita del Cristo per soffermarci invece 
sui contenuti religiosi del pensiero cristiano, focalizzando il
nucleo originario e via via i successivi sviluppi. Una osservazione va
fatta sul valore storico delle fonti, dal momento che, se le varie
discussioni teologiche dei primi secoli del cristianesimo partivano 
dalla premessa comune dell'accettazione della realt soprannaturale
e dell'ispirazione divina dei testi sacri, dall'Illuminismo
nacquero gli interessi di critica storica e da allora i testi biblici 
furono letti con l'intento di trovare in essi i segni delle varie fasi di
composizione.
Oggi comunque si possono fissare alcuni punti universalmente
accettati: la storicit di Ges, nato da donna e vissuto in un 
determinato periodo e ambiente storico, sul quale conosciamo dati 
precisi e circostanziati. Inoltre i testi scritti che noi possediamo 
(vedi oltre) sono il punto di arrivo di un lungo lavoro di fissazione 
letteraria di un materiale catechetico, che in precedenza era stato
predicato oralmente e adattato alle orecchie degli ascoltatori.
I libri del Nuovo Testamento, come vedremo, sono anche il prodotto 
di un certo ambiente storico, soggetto quindi a certi criteri di
composizione e a precise finalit.
1. Vita di Ges
Ges nacque a Betlemme negli ultimi anni dell'impero di Augusto da
una famiglia ebraica discendente da David, quando Erode era
il re della Palestina: gi la sua nascita  un evento soprannaturale in
quanto Maria, promessa sposa di Giuseppe, apprende dall'angelo Gabriele
che avrebbe concepito un figlio per opera dello Spirito Santo.
Ges, secondo l'usanza ebraica, fu condotto dai genitori al Tempio
di Gerusalemme, dove il vecchio Simeone profetizza che egli sar il
salvatore di tutti i popoli.
Dopo la fuga in Egitto per scampare all'ordine di Erode di uccidere 
tutti i bambini nati a Betlemme, Ges e la sua famiglia si stabiliscono
a Nazareth.
La storia dell'infanzia di Ges  narrata nel Vangelo di Luca in 
parallelo a quella di Giovanni Battista, il quale viene a rappresentare 
il momento battesimale messianico: Giovanni infatti, raggiunto 
dalla parola di Dio nel deserto, si sposta sulle rive del Giordano,
esortando tutte le genti al battesimo, mediante immersione e con la 
concomitante confessione dei peccati. Secondo il Vangelo di Marco 
anche Ges viene battezzato e in quell'occasione riceve la conferma
della propria missione dal Padre celeste: Tu sei il Figlio mio
prediletto. In te mi sono compiaciuto (Marco, 1, 9). Dopo questa 
esperienza Ges si ritira nel deserto, imponendosi un digiuno di 
quaranta giorni, durante i quali subisce le tentazioni del demonio, ma
lo respinge.
Incomincia cos, a circa trent'anni, la missione pubblica di Ges
in Galilea: raccoglie intorno a s un gruppo di discepoli (anche donne),
con i quali percorre tutta la Galilea; in particolare si reca a 
Cafarnao e nella regione del lago di Tiberiade; il proposito  di 
insegnare le Scritture nelle sinagoghe, intervenendo anche nelle dispute
sulla validit della legge antico-testamentaria.
Ges annuncia la lieta novella (eu-angelion), cio il prossimo avvento
del regno di Dio e di conseguenza esorta gli uomini a cambiare modo 
di pensare e di agire; ma la novit  rappresentata soprattutto dal
fatto che tale messaggio  rivolto a tutti, ebrei e non, adulti e
bambini, uomini e donne, giusti o peccatori, nonch agli oppressi e
ai perseguitati, che Ges chiama beati nel celebre passo delle 
beatitudini (Matteo, 5, 3-10).
La predicazione e l'opera di Ges suscitarono forti ostilit presso i
contemporanei, sia tra gli ebrei, scandalizzati dalle posizioni di Ges
nei confronti dei precetti tradizionali, sia tra i Romani che lo 
considerarono un pericoloso capo politico. Pertanto in occasione di un
viaggio a Gerusalemme per la Pasqua, Ges, inizialmente osannato
come messia, viene arrestato e condannato a morte per crocefissione,
secondo l'usanza romana per i malfattori e i rivoltosi. L'anno della
sua morte cade nel periodo in cui procuratore romano della Giudea
era Ponzio Pilato; secondo i calcoli pi attendibili era il 30 d.C. Ma
dai Vangeli si apprende che Dio non abbandona il Figlio nel sepolcro, 
ma lo resuscita e poi lo innalza a s nella gloria.
2. I testi sacri del cristianesimo
Sia per l'ebraismo che per il cristianesimo il termine Bibbia designa 
le Sacre Scritture, cio i testi che esprimono la parola di Dio, 
essenziali per la fede e per la condotta dei fedeli. (Si veda il capitolo
sull'ebraismo per quanto riguarda la Bibbia ebraica.)
La Bibbia cristiana comprende due parti: l'Antico Testamento (o
Bibbia ebraica) e il Nuovo Testamento, scritto in lingua greca. Circa
l'Antico Testamento, oltre a quanto gi detto nel capitolo sull'ebraismo,
esso rappresenta per il cristianesimo il periodo anteriore alla
venuta di Cristo, ma  da intendere in maniera unitaria con il Nuovo
Testamento.
Inoltre  da sottolineare la divergenza tra protestanti e cattolici
circa l'autenticit dei testi: i primi infatti accettano il canone 
adottato dagli ebrei e considerano autentici solo gli scritti redatti 
in ebraico, pur considerando trentanove libri (cio sdoppiando i libri 
di Samuele, dei Re, di Esdra e Neemia, delle Cronache e dei profeti 
minori), a differenza degli ebrei che ne contano ventiquattro. 
I cattolici e gli ortodossi, oltre i trentanove testi ebraici, aggiungono
i sette desunti dall'antica traduzione greca dei Settanta (Giuditta, Tobia,
Maccabei, due libri, Sapienza, Ecclesiastico o Siracide e Baruc), 
arrivando pertanto a considerare quarantasei libri.
Il Nuovo Testamento comprende ventisette scritti, divisi in tre gruppi:
1. i cinque testi di contenuto storico, e cio i quattro Vangeli e gli
Atti degli Apostoli; 
2. scritti a carattere dottrinale e morale, e precisamente ventuno 
lettere apostoliche; 
3. il testo profetico per eccellenza: l'Apocalisse di Giovanni.
1. I Vangeli, o buona novella, sono quattro e sono indicati con il
nome dei loro autori: Matteo, Marco, il pi antico, Luca e Giovanni;
i primi tre raccontano i fatti con tale accordo che si pu seguire la
narrazione in parallelo, pertanto sono detti sinottici. La loro
struttura  (con piccole variazioni) la seguente: presentazione di
Ges, descrizione della sua opera e del suo messaggio, rapporti
con i discepoli e con gli oppositori, infine umiliazione della Passione
e glorificazione della Resurrezione. Da ci si comprende come essi
offrano al lettore non solo l'annunzio salvifico di Ges, ma anche
la vita e le azioni del Cristo, venendo quindi ad assumere un significato
storico biografico e un valore di messaggio religioso.
Il Vangelo di Giovanni invece, scritto intorno all'anno 100, presenta
una struttura e un contenuto, oltre allo stile, molto diversi dai
sinottici: la figura del Cristo assume il significato del Figlio eterno
di Dio e del portatore della salvezza, e quindi sono in primo piano
i contenuti dottrinali del messaggio, evidenziati per temi: la luce
e le tenebre, la vita, la verit, il mondo, la gloria del Cristo, la sua
missione.
Gli Atti degli Apostoli, che risalgono agli anni 95-100 e sono attribuiti 
all'evangelista Luca, narrano la prima espansione della Chiesa
attraverso l'opera dei discepoli, in particolare nella comunit di
Gerusalemme, guidata dagli apostoli Giacomo e Pietro, e l'attivit di
Paolo dalla Palestina a Roma.
2. Le lettere apostoliche costituiscono libri didattici in quanto vi si
trovano la risoluzione di dubbi, chiarimenti dottrinali, esortazioni a
dirimere controversie eccetera.
Le prime 14 (e non solo nel senso dell'ordine) appartengono a
Paolo, il grande teologo della nuova rivelazione e prendono il nome
dai destinatari: Romani, Corinti 1 e 2, Galati, Efesini, Filippesi, 
Colossesi, Tessalonicesi 1 e 2, Timoteo 1 e 2, Tito, Filemone, Ebrei. La
Lettera ai Romani (scritta alla comunit cristiana di Roma per prepararla
alla visita di Paolo) non  solo la pi lunga, ma la pi importante 
per il suo contenuto dottrinale e teologico e per le conseguenti
interpretazioni.
Oltre alle lettere paoline rientrano in questo gruppo le sette lettere 
cattoliche, sempre indirizzate alla Chiesa delle origini ma designate
con il nome dell'autore presunto: Giacomo, tre di Giovanni,
prima e seconda di Pietro e Giuda.
3. L'Apocalisse di Giovanni, o Rivelazione di Giovanni come viene 
indicata in ambito protestante, uno dei libri pi difficili del Nuovo 
Testamento, composto probabilmente intorno al 90, si propone
di consolare i fedeli colpiti dalle persecuzioni di Domiziano, e li
invita pertanto alla speranza nel ritorno del Cristo, che completer il
suo regno di giustizia e di pace, simboleggiato nella Gerusalemme
celeste.
Questi scritti del Nuovo Testamento, nell'ordine in cui li abbiamo
elencati, che  quello sancito dall'attuale canone (dal greco, misura
o norma), costituiscono la rivelazione divina e hanno pertanto valore
normativo. Tale canone fu fissato nel secolo sesto e in questa forma la
Bibbia  stata tradotta in circa milleduecento lingue e dialetti: per i
cattolici fondamentale  stata la traduzione latina di S. Gerolamo,
detta Vulgata, mentre per i protestanti  considerata ufficiale la 
traduzione tedesca portata a termine da Martin Lutero nel 1521 per il
Nuovo Testamento, nel 1523-1534 per l'Antico Testamento; tale traduzione,
oltre a segnare un momento importante e decisivo per la Riforma, 
rappresenta una tappa nello sviluppo della moderna lingua tedesca.
3. Contenuti dottrinali
Dio
Dalla matrice giudaica  derivata al cristianesimo la concezione di
un Dio, unico e signore di ogni cosa, che tuttavia abolisce ogni 
distinzione razziale, essendo il Dio di tutti, e acquista accanto ai 
caratteri della giustizia, onnipotenza, grandezza e fedelt, quelli 
dell'amore, del padre amorevole e generoso che instaura con i suoi figli 
un rapporto di intimit tutta particolare.
Diversamente da altre dottrine religiose contemporanee al cristianesimo,
salda e chiara era la concezione della trascendenza di Dio rispetto a
tutte le cose e pertanto si precisava l'idea della creazione dal nulla,
con le conseguenze relative: inizio del mondo nel tempo, sua fine, sua
insufficienza, per cui Dio vigila sul creato continuamente, e questo
continuo atto creatore si definisce Provvidenza, per indicare il potere 
di Dio sugli avvenimenti e sulla vita umana.
Un altro nodo teologico molto importante  la rappresentazione
trinitaria di Dio: quando Ges affida agli apostoli l'incarico missionario,
cio di rendere tutti i popoli discepoli, esprime nella formula
battesimae la Trinit: Battezzateli nel nome del Padre, e del Figlio
e dello Spirito Santo (Matteo, 28,19).
La Trinit sta a indicare la fede nelle tre persone divine (il Padre 
Dio, il Figlio  Dio, lo Spirito Santo  Dio), ma esse sono un unico
Dio, quindi non triteismo, ma monoteismo. Nell'unica natura divina
sono compresi il Padre che non  generato da nessuno, il Figlio nato
dal Padre prima di tutti i tempi e lo Spirito Santo, che dall'eternit
deriva dal Padre e dal Figlio. Tale dottrina della Trinit fu formulata
dai concili di Nicea (325) e Costantinopoli (381) ed  riconosciuta
da tutte le maggiori Chiese cristiane.
Ges Cristo il Salvatore
Se  incerto che il giudaismo abbia avuto una concezione chiara
del peccato originale dell'umanit, si deve affermare che il cristianesimo
imperni su di essa la visione della realt e fece della salvezza
dell'uomo decaduto un punto nodale della sua dottrina. Secondo il
racconto della Genesi (3, 1-24), Adamo ed Eva, la prima coppia
umana, simbolo dell'intera umanit, erano passati dallo stato di 
perfezione creato da Dio al peccato originale, radice di ogni altro
peccato, come afferma anche Paolo in Romani (5, 12-21). Circa il
tipo di peccato e il modo e il grado in cui si trasmette a ogni uomo
non c' concordanza nelle Chiese e tra gli studiosi. In sintesi si
pu dire che qualunque sia l'elemento materiale che lo rappresenta,
il peccato  da intendere come disobbedienza alimentata dalla
superbia, un atto di orgoglio. Le conseguenze quindi sono la perdita
dei doni soprannaturali della grazia e l'indebolimento della
volont dell'uomo, per le Chiese orientali e la Chiesa romana,
mentre le Chiese protestanti parlano di una conseguente e radicale 
corruzione della natura umana: ogni uomo, dal momento che nasce, 
in quanto uomo  peccatore davanti a Dio, cio irrimediabilmente corrotto.
Comunque per tutte le Chiese dalla concezione del peccato originale 
deriva la necessit di un'azione salvifica, di una redenzione, e a
tale scopo Dio ha inviato sulla terra il Figlio come Salvatore.
Il Cristo
Si deve sottolineare che la dottrina che tratta di Ges Cristo, detta
cristologia,  una delle parti pi complesse del cristianesimo, e ha
raggiunto una sua formulazione definitiva, dopo lunghe disquisizioni, 
solo nel corso dei secoli che vanno dal quarto al settimo, e non senza 
il permanere di divisioni.
Indubbiamente, infatti, il Ges dei Vangeli sinottici non  cos
esplicitamente il Salvatore come troviamo in Paolo o l'apportatore
di una nuova vita come in Giovanni, ma in tutti si avverte la 
consapevolezza della sua missione e dell'adempimento di un compito.
Dapprima si afferma la messianit del Cristo, cio la convinzione
che egli era colui tanto atteso, anche se si presentava in modo diverso
dalle aspettative degli ebrei in un trionfo temporale; in un secondo
momento si afferma il concetto di rigenerazione (come ritorno a una
condizione primitiva) potentemente tratteggiata da Paolo nell'opposizione
tra il primo Adamo e il secondo Adamo, cio Cristo: l'uno 
colpevole e causa di morte per l'intero genere umano, 
l'altro, Figlio di Dio fattosi uomo, il giusto per eccellenza
e causa di vita per tutti, grazie alla sua volontaria morte in croce e
alla susseguente Resurrezione e Ascensione. Collegato strettamente 
con quanto detto  il problema relativo alla divinit e umanit
stessa del Cristo, e si  ricordata pi sopra la complessit della
cristologia: se al Concilio di Nicea (325) si afferma che Ges Cristo
 vero Figlio di Dio e ha la stessa natura del Padre (in greco homousios),
nel Concilio di Calcedonia (451) si sostiene che nel Cristo sono
presenti due nature (divina e umana), unite in maniera indivisibile 
ma non mescolate (in greco hypostasis).
L'antropologia cristiana e l'insegnamento morale.
Prima di cogliere come si sviluppa questo itinerario di salvezza
messo in moto dalla venuta del Cristo,  necessario soffermarsi sulla
concezione dell'uomo secondo il cristianesimo e di conseguenza sul
contenuto etico di questa religione.
Nella Bibbia, dalla Genesi all'Apocalisse, moltissime sono le 
indicazioni antropologiche che offrono una visione poliedrica e
complessa dell'essere umano; volendo sintetizzare si pu affermare
che questo  posto in una triplice, essenziale relazione: con
Dio, da cui fu creato a immagine e somiglianza, suo capolavoro,
che gli consente una posizione privilegiata nell'universo; con il
mondo naturale, con la terra (in ebraico la adamah) e infine con gli
altri esseri umani, come  detto nel versetto Dio cre l'uomo a sua
immagine: maschio e femmina li cre (Genesi, 1, 27), in cui la 
relazione con Dio come relazione d'amore  a fondamento del rapporto
interpersonale.
Da qui dunque la grande rilevanza della persona, in quanto nelle
Scritture si afferma il valore ultracorporeo (o immortalit) 
della persona umana (per esempio Matteo, 16, 26): l'uomo vive per
un soffio di Jahweh ed  illuminato dalla luce del Logos. Comunque
caratteristica del cristianesimo non  la contrapposizione
dualistica di anima e corpo, in quanto la prima, pur continuando a
esistere dopo la dissoluzione del secondo,  destinata a riassumerlo 
alla fine dei tempi e l'essere umano sar salvo nella sua interezza,
come dice Paolo nella prima Lettera ai Corinti: I morti si desteranno 
incorruttibili.
Ancora la centralit dell'essere umano emerge dal fatto che esso
non  subordinato a nessuna finalit mondana e si pone rispetto a tutti
gli altri esseri e cose come un fine e mai come un mezzo. Se il fine
dell'uomo  solo Dio, a questi  indirizzata la responsabilit individuale
cui sono legati i destini dei singoli: l'importanza data alla libert
personale e alla libera scelta comporta che l'uomo ha il dominio delle
sue azioni, il merito e il demerito. Inoltre l'affermazione
dell'interiorit umana, del bene e del male, nonch la superiorit
degli interessi spirituali su quelli temporali (con forti possibilit
di capovolgimenti sociali e politici, che tuttavia non erano nelle
intenzioni di Ges) fa s che il male sia nella volont pi che nella
carne o nella materialit, come un certo malinteso platonismo 
faceva credere nel pensiero greco. Cos come il pregio e la virt di
un'azione non dipendono dal successo, ma solo dall'intenzione, quindi 
sempre dalla volont dell'uomo, di cui all'esterno si riveler solo
un aspetto.
Prima di completare questa parte sull'etica cristiana occorre tuttavia
riallacciarci a quanto detto sul peccato originale: se la rinascita
spirituale dell'uomo  resa possibile dal sacrificio del Cristo, le
confessioni cristiane si dividono sul modo di concepire questo cammino
di riconciliazione.
Le Chiese orientali e la Chiesa romana ritengono che gli uomini
siano aiutati e sorretti dallo Spirito Santo e, ricevuta la grazia,
possono con le opere buone meritare la grazia divina e guadagnarsi la 
felicit eterna. La Chiesa luterana e calvinista invece, ribadendo che lo
stato dell'uomo  quello di peccatore davanti a Dio, affermano che
tale stato si modificher con la giustificazione (concetto fondamentale 
in Paolo), cio solo per volont di Cristo con la grazia.
In altre parole, se gli uomini non possono iniziare da s questa 
rinascita, essa avviene per l'aiuto esclusivo dello Spirito Santo, aiuto
che viene a intrecciarsi con la dottrina della predestinazione sviluppata
soprattutto da Calvino: Dio salva con la grazia coloro che con
suo imperscrutabile disegno ha eletto alla vita beata, e il successo
terreno  solo segno visibile di questa elezione.
La grazia di Dio, invisibile direttamente, viene impartita mediante
segni visibili, cio i sacramenti, che per i cattolici producono la 
grazia ex opere operato, secondo l'intenzione di Cristo, indipendentemente
dalla persona che li impartisce e in collegamento con l'intenzione di
chi li riceve (ex opere operantis), cio libero da peccati. Per
le Chiese orientali e la Chiesa romana i sacramenti sono sette: battesimo,
cresima, eucarestia, penitenza, unzione degli infermi, ordine e
matrimonio. Le Chiese luterane e riformate riconoscono solo due
sacramenti: battesimo ed eucarestia.
Ritornando all'etica, strettamente collegata con questo messaggio 
soteriologico e con la portata escatologica di esso (l'instaurazione 
del regno di Dio lungamente preparato e giunto alla pienezza dei 
tempi), l'impegno etico del cristiano si concretizza nella
conversione o metnoia, in risposta al dono della grazia e in vista
appunto della venuta del regno: l'agire morale, tuttavia, prescinde 
dalla ricompensa ed  da intendere solo come risposta al dono ricevuto.
Principio del comportamento  secondo le parole stesse di Ges
l'amore o agape, che nel Nuovo Testamento significa amore di Dio
per gli uomini e amore degli uomini per Dio, esemplificato 
nell'amore reciproco tra gli esseri umani.
Com' noto, Ges con la parabola del buon samaritano non circoscrive
l'amore del prossimo ai soli connazionali, ma a tutti gli uomini,
che in quanto figli di Dio sono fratelli, e anche ai nemici, proclamando
in tal modo l'annullamento di ogni formalismo o barriera giuridica
in nome dell'universalit esistenziale.
Nel Nuovo Testamento, accanto al precetto dell'amore, i Dieci
Comandamenti, risalenti alla tradizione ebraica, mantengono il loro
valore di decalogo, seppure con diversit di ordine di successione nei
vari catechismi cristiani; per i cattolici, poi,  prevista l'osservanza 
di altri precetti e divieti, che per distinguerli dai comandamenti sono 
detti precetti della Chiesa: i cinque pi importanti sono: 
1. santificazione del giorno festivo; 2. partecipazione alla messa; 
3. osservanza del digiuno e astinenza; 4. confessione almeno una volta
all'anno; 5. comunione almeno una volta all'anno a Pasqua.
4. Chiese, istituzioni ecclesiastiche e confessioni
Dopo la morte e la Resurrezione del Cristo i suoi discepoli 
cominciarono a riunirsi per pregare, per celebrare insieme l'eucarestia;
in seguito iniziarono a somministrare il battesimo e a invocare il 
dono dello Spirito Santo: era in tal modo costituita la prima
comunit cristiana di Gerusalemme.
In seguito alla rivolta ebraica contro i Romani (66-70) tale comunit
si trasfer a Pella nella Transgiordania, mantenendo le caratteristiche
di comunit giudeo-cristiana. Il distacco dal giudaismo e quindi il 
primo cristianesimo si ebbe dal 70 al 150 d.C., che conclude il 
periodo post-apostolico.
Nel corso della storia si sono avute varie comunit e Chiese che
differiscono tra loro in base alla professone di fede: oggi le pi
grandi Chiese organizzate sono: la Chiesa cattolica, le Chiese orientali,
le Chiese protestanti e la Chiesa anglicana.
La Chiesa cattolica  considerata originariamente la Chiesa tutta,
universale (katholiks in greco vuol dire universale), istituita da
Ges stesso, come comunit sopranazionale con fini religiosi, di 
ordine e di magistero, con struttura monarchico-gerarchica, con a capo
Pietro, cui fu conferito un primato di giurisdizione da perpetuarsi nei
secoli. Successore di Pietro nel primato universale  il vescovo di
Roma, o papa, che guida tutti gli arcivescovi e vescovi della sua 
confessione. Se il papa ha il potere giurisdizionale sui vescovi, nonch il
privilegio dell'infallibilit per quanto riguarda le affermazioni 
dottrinali e morali ex cathedra (emanate, cio dalla cattedra apostolica
di Pietro, quindi raramente), un'importante funzione di guida per la
Chiesa hanno i concili ecumenici di tutti i vescovi cattolici, che si
svolgono sotto la guida del papa stesso.
Dalla Riforma in poi (si veda dopo) il termine cattolico ha assunto
un significato confessionale per distinguere le Chiese che si collegano
a Roma e ne riconoscono l'autorit da quelle protestanti, sorte
dalla Riforma.
Attualmente i cattolici sono il 57 per cento di tutti i cristiani 
(pi di 884 milioni) e al loro interno si dividono in Chiesa cattolica
romana o latina e Chiesa cattolico-orientale o chiese uniate, che contano
circa nove milioni, e si tratta di Chiese orientali che mantengono il 
rito orientale e la lingua liturgica del loro paese, ma riconoscono il
primato del papa e la comunit con la Chiesa di Roma.
Le Chiese orientali sono le Chiese sorte nell'antico Impero Romano 
d'Oriente o da esse derivate: le pi numerose sono le Chiese ortodosse,
cos definite in quanto accettano le deliberazioni dei
concili di Nicea, Efeso e Calcedonia, in contrapposizione quindi
agli Ariani, Nestoriani e Monofisiti (che costituiscono altre
Chiese orientali). I fedeli ortodossi sono circa l'8 per cento di tutti i
cristiani (circa 130 milioni). Tali chiese, pur concordando tra
loro per la dottrina e le forme del culto, si definiscono autocefale 
(autos = proprio, kephal = testa), cio ciascuna con un proprio 
capo nazionale, praticano il rito bizantino e riconoscono al 
patriarca (capo delle sedi metropolitane) di Costantinopoli un certo
primato d'onore; altri patriarcati importanti sono quelli discendenti
dai quattro antichi dei primi secoli del cristianesimo, e precisamente
Alessandria (sede attuale a Il Cairo), Antiochia (sede attuale Damasco),
Gerusalemme, e la sunnominata Costantinopoli. Anche queste
Chiese presentano una struttura gerarchica articolata in tre gradi:
diaconi, preti, vescovi.
La pi importante fra le chiese ortodosse  quella russa, con il
patriarcato di Mosca e di tutte le Russie: il patriarca di questa chiesa,
dopo la caduta di Costantinopoli (1453), si autodenomin patriarca
della terza Roma, per sottolineare la propria importanza quale
guida del mondo ortodosso.
Altre Chiese orientali sono, come detto, i Nestoriani, e i Monofisiti;
i primi si richiamano a Nestorio, patriarca di Costantinopoli dal
428 al 431, seguono il rito caldeo e come lingua liturgica usano 
il siriaco.
I Monofisiti (in greco: monos, fysis = natura) sono coloro che 
sostengono il valore unicamente divino della natura del Cristo, e se
questa dottrina fu condannata al Concilio di Calcediona (451), ad
essa si continuano a richiamare oggi le chiese Copta, (o chiesa Cristiana
di Egitto), Etiope (chiesa presente in Etiopia che  caratterizzata 
dalla liturgia protocristiana), Giacobita (che si divide in siro 
occidentale e siro malabarica, presente quest'ultima in India) e 
Armena (la pi antica chiesa autocefala dell'Oriente, detta anche Chiesa
gregoriana).
Le Chiese protestanti ebbero origine nel secolo 16esimo in seguito alla
Riforma sviluppatasi originariamente in Germania per opera di
Martin Lutero (1483-1546), autore delle Tesi che, se prendevano a
pretesto le indulgenze e la corruzione della Chiesa di Roma, di fatto
presentavano contenuti dottrinali nuovi o rinnovati. Se il termine
protestante deriva dalla solenne protesta o testimonianza espressa
nella dieta di Spira, i fedeli stessi preferiscono definirsi evangelici,
in quanto lo spirito della Riforma fu proprio quello di rifarsi in modo
radicale al Vangelo e al cristianesimo primitivo. Attualmente i 
protestanti contano circa 292 milioni di seguaci, cio il 18 per cento 
di tutti i cristiani. All'interno delle Chiese evangeliche si
distinguono: i luterani (circa 43 milioni), presenti soprattutto 
nell'area germanica, i riformati, che sono le comunit che si rifanno 
alle dottrine di U. Zwingli (1484-1531) e di J. Calvino (1509-1564), 
presenti in Svizzera, Germania e Paesi Bassi, mentre in Inghilterra 
e Stati Uniti prendono il nome di presbiteriani (il loro numero totale 
 di 32 milioni di fedeli), i puritani anch'essi di derivazione 
calvinista, presenti in Scozia, Inghilterra e Nord America; altri
gruppi sono i battisti, i metodisti, i quaccheri. Va menzionata anche 
una Chiesa vicina al protestantesimo, la valdese, fondata nel 1176 da 
un mercante di Lione, che afferma un'idea rigorosa di povert evangelica.
L'organizzazione interna delle Chiese evangeliche  di tipo 
presbiteriale: le singole comunit godono di un'amministrazione 
autonoma, i presbiteri (in greco = i pi anziani) formano un consistoire o
presbiterio, sotto la presidenza di un pastore, e assolvono a quattro
distinte funzioni spirituali: il servizio dell'annuncio della parola
(riservato al pastore e ai predicatori); l'insegnamento (riservato ai
dottori), il governo della comunit (di spettanza del presbiterio) e
la funzione di aiutanti (spettante ai diaconi). Soprattutto in Germania,
accanto al presbiterio, si  affermato anche il sinodo, composto di 
religiosi e laici, che ha il compito di stabilire la legislazione
ecclesiastica nonch la suprema direzione e amministrazione delle chiese.
La Chiesa anglicana nasce in Inghilterra all'epoca di Enrico ottavo
(1509-1547), che si separ dalla Chiesa romana, ed  Chiesa di Stato
in Gran Bretagna dal 1534, quando il parlamento la riconobbe come
tale, mediante l'Atto di Supremazia, in cui si ritiene il re capo
supremo della Chiesa; primate  l'arcivescovo di Canterbury, che ha 
dimora a Londra e siede di diritto nella Camera dei Lord insieme con
l'arcivescovo di York. Il numero degli anglicani  di circa 68 milioni
(4 per cento di tutti i cristiani); come contenuti dottrinari 
l'anglicanesimo ha sviluppato una sintesi di elementi luterani, cattolici
e calvinisti.
Le correnti principali di questa Chiesa, sviluppatesi dal secolo 19esimo
sono: 1. Low Church (Chiesa bassa), cio gli evangelicals, vicina ai
protestanti, che svolge soprattutto attivit sociale; 2. High Church
(Chiesa alta) pi vicina al cattolicesimo e che privilegia gli elementi
rituali e gerarchici; 3. Broad Church (Chiesa larga), corrente liberale
vicina alla teologia storico-critica.
CAPITOLO 6. L'islamismo
Il termine Islam significa abbandono, sottomissione totale e 
incondizionata ad Allah (Dio), nome quest'ultimo presente 2697 volte
nel Corano, libro sacro dell'Islam, come contrazione di al-ilah, la
divinit per eccellenza.
L'Islam  una religione rigidamente monoteista, e fu rivelata 
dall'arcangelo Gabriele, lo spirito fedele, a Muhammad (italiano: Maometto),
il profeta; i princpi dogmatici di questa predicazione sono raccolti 
nel Corano, la cui forma attuale riproduce la compilazione fatta
per ordine di Othman, il terzo califfo, e la cui autenticit  
universalmente riconosciuta. Il Corano consta di 114 capitoli detti sure.
I seguaci della rivelazione coranica sono in tutto il mondo circa
ottocento milioni e costituiscono la seconda comunit religiosa del
mondo dopo il cristianesimo; vengono chiamati musulmani, dal termine 
turco-persiano muslim, dedito a Dio. Gli arabi, popolo di Maometto,
sono il 20 per cento di tutti i musulmani, tuttavia rappresentano  
il vero nucleo dell'Islam sia geograficamente che culturalmente. 
Attualmente l'Islam  diffuso in 162 paesi, come religione di Stato e 
della maggioranza della popolazione (Arabia Saudita, Yemen del nord,
Kuwait, Pakistan, Iran, Irak, Egitto, Marocco, Sudan, Tunisia, Siria,
Algeria, Maldive, Malaysia, Bangladesh, Turchia, Afghanistan), ma
anche quale comunit di minoranza come in India o in Europa.
1. Vita di Maometto
Come per gli altri fondatori di religioni, anche la vita di Maometto
 stata arricchita di elementi leggendari e gi prima della sua venuta
al mondo si raccontano vari prodigi e annunci alla madre incinta;
egli nasce da una famiglia di commercianti, appartenenti alla trib
dei Qurays che dominava alla Mecca intorno al 571 d.C. Rimasto fin
dalla nascita orfano di padre, fu affidato a una nutrice nomade e 
trascorse i suoi primi anni custodendo greggi nella zona montuosa del
Taif. Persa poi anche la madre, sotto la guida di uno zio, Abu Talib,
partecipa alle carovane commerciali dirette in Siria, diventandone
guida e venendo cos a conoscenza del suo popolo, delle difficolt
della vita nomade, ma imparando altres ad affrontare i disagi e i 
pericoli. Inoltre, essendo la citt della Mecca un importante centro di
smistamento e transito tra Arabia meridionale, Siria, Egitto e India,
Maometto incontra e conosce uomini di diverse religioni (ebrei e
cristiani soprattutto, ma anche giacobiti e manichei). A venticinque
anni, dopo una breve parentesi militare, entra al servizio della vedova 
quarantenne di un ricco commerciante, la sposa dopo aver trovato
in lei la prima seguace e la prima credente, vivono un matrimonio
felice per venticinque anni, mettendo al mondo due o tre figli maschi,
morti precocemente, e quattro figlie femmine.
Secondo alcuni studiosi (Caetani) la vita di Maometto come profeta
e uomo di Stato si pu dividere in tre periodi: il periodo della
Mecca, quello medinese e gli ultimi anni.
612-622
Nel 605 Maometto viene incaricato di risistemare in un angolo
dell'edificio della Ka'ba la pietra nera, un meteorite oggetto del culto
popolare, che si riteneva essere stato collocato in quel luogo da
Abramo e che era stato spostato per alcuni lavori. Da quel momento
Maometto si ritira per alcuni giorni all'anno a meditare sul monte
Hira, interessato alle questioni riguardanti il giudizio di Dio e le
mancanze umane.
Nei suoi viaggi infatti aveva constatato come al politeismo idolatrico,
in cui era caduto il santuario della Mecca, si contrapponesse la
purezza del monoteismo ebraico-cristiano. E ci, a suo parere, grazie
alla predicazione degli speciali inviati di Dio, i profeti; sempre
pi si convince della necessit che ogni popolo abbia i suoi, e comincia
a considerarsi l'inviato di Dio per purificare la religiosit del
suo popolo restituendola alla purezza abramitica.
Nella Notte del Destino (ultima decade del mese di ramadan del 610),
in una caverna del monte Hira gli appare in sogno un angelo
recante in mano un rotolo di stoffa coperto di segni, e gli comunica
una prima rivelazione di Allah. Risvegliatosi e uscito dalla caverna,
sente una voce che lo saluta dal cielo: Maometto tu sei l'Eletto di
Allah e io sono Gabriele.
Per i primi tre anni da quella Notte la rivelazione di Allah rimase
circoscritta ai parenti di Maometto, successivamente penetr soprattutto
fra le classi pi umili (artigiani, operai e schiavi), suscitando la
reazione dei Qurays, preoccupati sia dalla composizione sociale di
questa nuova comunit, sia dalla predicazione antipoliteista del 
profeta, che veniva a colpire gli interessi economici del loro clan, 
custode del tempio in cui si veneravano una moltitudine di divinit, e 
centro di pellegrinaggi.
La comunit di Maometto fu fatta oggetto di persecuzione e di
vessazioni, fino al 622 in cui si verifica la svolta fondamentale: la
fuga (o Egira) di Maometto e i suoi seguaci a Yatrib, che prese il nome
di Medina (citt del profeta); da questo momento si fa iniziare l'era
musulmana.
622-630
Il periodo di Medina rappresenta la trasformazione di Maometto
da predicatore disprezzato a uomo di Stato e condottiero.
In questa citt Maometto fa costruire la prima moschea islamica e
costituisce una comunit comprendente, oltre gli emigrati dalla Mecca,
membri delle trib locali, ebrei in attesa del messia: tutti questi gruppi
sovrapposero ai legami originari l'autorit incontrastata del profeta, e
dove questo non avvenne si verificarono misure repressive da parte
di Maometto. Inoltre, in questo periodo, egli aggiunse al contenuto
delle precedenti rivelazioni, che riguardavano la fine dei tempi (fine
del mondo, gioie del paradiso, pene dell'inferno), nuovi contenuti
pi a carattere politico-sociale, giuridico ed etico, in conformit al
suo rango di capo politico, legislatore e guida militare. Da qui deriva
anche il progetto di riconquista militare della sua citt natale, che si
protrae con alterne vicende fino al 627 quando respinge un attacco a
Medina; in occasione delle vittorie Maometto attribuiva sempre il
merito all'intervento di Allah, introducendo cos il concetto di guerra 
santa (gihad), come strumento di espansione politica degli arabi.
In seguito a questo successo ottiene di fare un pellegrinaggio alla
Mecca, alla testa di diecimila uomini, di entrare trionfalmente nella
citt, distruggere i simulacri delle antiche divinit arabe, prendere
possesso della pietra nera e proclamare la Mecca citt santa dell'Islam,
con l'obbligo per ogni fedele di compiervi un pellegrinaggio
almeno una volta nella vita.
630-632
Gli ultimi anni della vita di Maometto rappresentarono il periodo
di maggior trionfo, e insieme furono decisivi per la nuova religione,
che si leg intimamente al mondo arabo, recidendo gli ultimi legami
con le origini giudaico-cristiane: se prima Maometto si considerava
continuatore dell'opera di Mos e di Ges, visto come profeta, ora
proclama che la vera fede  quella di Abramo, che non era n ebreo,
n cristiano, ma semplicemente uomo sottomesso all'autorit di
Dio, in arabo appunto muslim. Di conseguenza, nelle loro preghiere
i musulmani non dovevano volgersi pi verso Gerusalemme, ma
verso la Ka'ba; fu abbandonato altres il divieto di poligamia, 
ereditato dalla tradizione giudaica, il venerd fu sostituito al
sabato ebraico, e il ramadan divenne il mese del digiuno.
Inoltre Maometto si adoper a riorganizzare la societ beduina
su basi religiose, anzich su legami di sangue: con il suo rientro
vittorioso alla Mecca i mercanti ritennero prudente convertirsi e
sottomettersi ad Allah per salvare il ruolo della citt come citt
santa, per conservare la posizione di preminenza e assicurare la
pace alle proprie carovane. Alla sua morte (632) l'Arabia era unita,
si presentava con un'organizzazione politica pi avanzata rispetto
a quella tribale e, anche se il particolarismo non era scomparso 
del tutto, il profeta aveva sovrapposto la propria autorit religiosa 
e temporale alle diverse trib: nel discorso pronunciato durante 
l'ultimo pellegrinaggio alla Mecca Maometto aveva sostenuto che 
tutti coloro che appartenevano alla comunit musulmana erano fratelli.
2. Le correnti dell'islamismo
Se la forma pi antica dell'Islam risale a Maometto e ai suoi primi
seguaci, gi nel secolo settimo si verifica una scissione a causa dei 
contrasti nati sulla successione al profeta alla guida nella comunit 
musulmana (ummah). Possiamo distinguere tre grandi correnti principali:
i sunniti, gli sciiti e gli scismatici.
Secondo i sunniti la carica di califfo (successore o luogotenente di
Maometto) doveva essere riservata al parente pi prossimo del profeta,
discendente in linea maschile dalla stirpe dei Qurays, anche se
poi accettavano la libera elezione fatta dalla comunit all'interno di
questa cerchia.
I sunniti sono i musulmani che si mantengono fedeli alla Sunnah
(o tradizione) e al Corano e costituiscono ancora oggi circa l'83 per 
cento di tutti i musulmani. La Sunnah contiene le tradizioni sulle 
parole, sull'operato e la vita di Maometto, raccolte negli hadit, 
e insieme al Corano costituisce la base normativa di comportamento 
di ogni musulmano sunnita. Essi si considerano i musulmani ortodossi e
ritengono pertanto veri e propri errori dottrinari, definendoli 
come bid'a (innovazioni) tutte le modifiche alla Sunnah e alle regole 
di comportamento dettate dalla tradizione.
Nell'ambito dei sunniti sono sorte quattro scuole giuridiche: gli
hanifiti, i malikiti, gli sciafiiti e gli hanbaliti, scuole tuttavia che
si differenziano solo superficialmente e la cui coesistenza  pacifica.
Gli sciiti (o alidi) sono chiamati i seguaci della shi'a (partito di Al),
cio di coloro che considerano legittimi successori di Maometto solo
Al (602-661, califfo dal 656), cugino e genero del profeta, e la 
discendenza dal suo matrimonio con la figlia di Maometto, Fatima. 
Secondo l'insegnamento della shi'a Maometto prima di morire avrebbe
iniziato ai segreti pi profondi Al, il quale a sua volta
avrebbe trasmesso questo sapere alla famiglia: i suoi diretti 
discendenti pertanto sono considerati imam, ovvero guide e custodi di 
tale sapienza.
Dal punto di vista dottrinale la principale differenza con i sunniti
consiste nel fatto che gli sciiti aggiungono alle cinque verit 
fondamentali dell'Islam (di cui si dir tra poco) una sesta, appunto 
la figura dell'imam, a cui si riconosce un'autorit assoluta perch 
discendente diretto di Maometto.
Anche all'interno degli sciiti sono presenti varie correnti e le 
principali sono: gli zaiditi, gli ismailiti, gli imamiti.
Gli scismatici comprendono numerose correnti: la principale 
quella dei kharijti, nome che significa coloro che vanno in battaglia 
in contrapposizione a coloro che restano a casa (ga'idun). Essi
sono sostenitori di un rigido codice etico, e l'imam dev'essere un
uomo moralmente integro, cos come il califfo, senza alcun riferimento
al grado di parentela con il profeta, pu essere anche uno schiavo 
abissino, se  il pi degno.
Un ramo dei kharijti  rappresentato dagli ibaditi, che a loro volta
hanno dato origine agli wahhabiti, che proclamano il ritomo all'Islam 
originario di Maometto, con l'annullamento di tutte le innovazioni
successive, non esclusa la venerazione del profeta, dei santi, 
le reliquie e i sepolcri. Il credo wahhabita  religione di Stato 
nell'Arabia Saudita.
Un'altra corrente scismatica  quella degli yazidi, presente soprattutto
tra i curdi: prendono il nome dal califfo Yazid primo che combatt
contro il figlio di Al, Husayan, nel 680. Vengono anche chiamati
timorosi di Satana per il divieto-paura che hanno a pronunciare il
nome di Satana o parole a quella vicina. Il loro credo risente, oltre
che dei princpi islamici, di antichi riti orientali, zoroastriani e 
cristiani.
Un altro gruppo etnico-religioso  quelio dei drusi, che prendono
il nome dal turco Muhammad ibn Isma'il ad Darazi, predicatore vissuto 
intorno al 1017-1018 in Egitto: egli consider il califfo dei fatimidi 
al-Hakim un'incarnazione di Allah. Essi credono che la divinit si
incarni per gradi, durante periodi ciclici, in alcuni uomini eccezionali,
l'ultimo dei quali fu appunto il califfo al-Hakim. I loro doveri
comprendono l'obbligo di dire sempre la verit, la professione di
fede nell'unit di Dio e la completa sottomissione a lui, mentre non
ritengono necessario il digiuno e il pellegrinaggio alla Mecca. I fedeli
sono divisi tra iniziati e non iniziati, e a capo del movimento vi 
un emiro. I drusi si diffusero poi in Siria.
Infine sempre tra le correnti scismatiche  da ricordare il movimento 
degli ahmadiya, fondato in India intorno al 1879-1880 dall'indiano 
Mirza Ghulam Ahmad, il cui centro  Rabwah, in Pakistan,
anche se in seguito si ebbe una seconda sottocorrente con centro a
Lahore.  questo un movimento che unisce sincreticamente elementi 
vari di derivazione cristiana e ind, ma significativo per certe
aperture come la possibilit di traduzione del Corano nelle lingue
nazionali (a differenza dei musulmani ortodossi dell'epoca) e la
convinzione di una diffusione dell'Islam in forma pacifica, rifiutando
quindi il concetto di guerra santa.
3. Contenuti dottrinali
L'Islam  una religione monoteista, il cui dogma principale  l'unicit 
di Dio, chiamato Allah. Egli  l'unico Dio, trascendente e onnipotente,
nonch clemente e misericordioso, e tale assoluta unicit
spiega la fiera opposizione non solo verso ogni forma di politeismo
o associazione di di, ma anche dlla Trinit cristiana. La professione
di fede islamica  espressa nella sura 21, con le parole stesse di
Allah: Non c' altro Dio fuori di Me: perci adorate Me soltanto.
In seguito si aggiunse a questo un altro dogma: Maometto  l'inviato 
di Allah, l'ultimo e il pi grande dei profeti. Islam pertanto sta a
significare non solo, come si  detto, sottomissione, dedizione nei
confronti di Allah, ma anche la vera religione (come afferma il 
Corano: certamente la vera religione di Allah  l'Islam), e infine i 
doveri religiosi che tale credo comporta per ogni musulmano (il termine 
muslim  participio del verbo salima, sottomettersi, il cui infinito
 appunto islam).
La forza principale dell'islamismo  rappresentata proprio da questo
monoteismo senza compromessi e relativamente semplice, che
imped il sorgere di questioni e dispute dottrinarie, rafforzato dalla
proibizione di rappresentare con immagini la divinit; quando il 
Corano afferma che Allah possiede tratti umani (mani, orecchie, voce),
questi sono reali ma non colti dalla mente umana e, a partire dal 
secolo ottavo, si diffonder l'interpretazione in senso figurato di 
questi passi, contro ogni deviazione in senso antropomorfico. Allah 
 uno e i suoi attributi (sapienza, visione, volont) sono eterni come 
eterna  l'essenza divina, dalla quale emanano senza essere realmente 
distinti.
Allah  il creatore di tutte le cose, e Signore del mondo, in una 
visione occasionalista di esso, in quanto Dio  anche l'unica causa
della realt: tutte le cose sono costituite di atomi creati e distrutti da
Dio con atti continui e ripetuti.
Egli cre gli esseri umani (Quindi aveva fatto di essi una coppia,
il maschio e la femmina) e nel giorno del Giudizio sar giudice 
supremo. Egli  creatore anche degli atti umani e pertanto salva e danna
chi vuole, anche se nel Corano vi sono passi che non escludono la
responsabilit e la libert umana, perch su questa si basa poi la 
dottrina del Giudizio finale, secondo la quale alla fine dei tempi, dopo
grandi catastrofi naturali come terremoti, incendi, oscuramento del
sole e caduta delle stelle, alcuni saranno destinati al paradiso (al-ganna,
il giardino) e altri al castigo dell'inferno (an-nar, il fuoco).
C' da aggiungere a questo proposito che la fede islamica non pone
il problema della conciliazione tra onnipotenza divina e autonomia
dell'uomo: i musulmani infatti accettano la coesistenza dei due
aspetti, anche se alcune scuole insistono sull'assoluto arbitrio di Dio
e altre mantengono la libert dell'uomo.
Il paradiso e l'inferno vengono descritti nel Corano (e immaginati
nella fantasia popolare) con colori vividi: il paradiso offre al beduino 
tutto ci di cui era privo nel deserto, per cui si hanno giardini ombrosi,
ruscelli d'acqua, sorgenti, latte, vino e miele, la compagnia di
fanciulle incantevoli ed eternamente belle (sura 52), ma accanto ai piaceri
sensuali nel paradiso vi  anche il godimento della visione di Allah.
L'inferno  diviso in zone: la pi elevata (gehenna)  destinata ai
musulmani peccatori, le altre sono riservate a peccatori diversi o a
peccatori di altre religioni. Solo coloro che perdono la vita nella
guerra santa vanno immediatamente in paradiso dopo la morte, gli
altri attendono il Giudizio finale nelle loro tombe. Intorno ad Allah
vi sono gli angeli, spiriti creati da lui e asessuati. I pi importanti
sono Jabra' (Gabriele), dal quale Maometto ricevette la rivelazione,
Mikal (Michele), guida degli uomini, Israfil (Raffaele), che suoner
le trombe della Resurrezione e Izra'il, l'angelo della morte.
Inferiori agli angeli sono i ginn, esseri intermedi tra gli angeli e gli
uomini, figure sessuate che mangiano e bevono; possono essere
buoni o cattivi, credenti o infedeli. Ogni uomo ha due di tali geni
al suo fianco, appunto uno buono e uno malvagio. Vi sono infine anche
i demoni, a capo dei quali si trova Iblis o Saytan (Satana), angelo
ribelle che si rifiut di prosternarsi dinanzi al primo uomo, Adamo,
sedusse Eva e fu cacciato dal paradiso (sura 38).
Per aiutare gli uomini sviati da Satana, Allah ha mandato 124.000
profeti, tra i quali esiste tuttavia una gerarchia: 313 sono messaggeri
superiori e apostoli (rasur) e di questi 28 vengono nominati nel 
Corano: il primo  Adamo, seguito poi da Abramo, amico di Dio, Mos
e Ges, a cui  attribuito il titolo di al-masih, il messia, e che gode di
particolare rispetto, anche se non si ammette la morte in croce e si
crede che sia stato assunto in cielo e un sosia sia stato crocifisso e sia
morto. L'ultimo  Maometto, chiamato il sigillo dei profeti
(sura 33). Con lui si conclude la Rivelazione; la legge da lui rivelata
sar valida fino alla fine dei tempi ed egli si pu fregiare del titolo
sia di nabi, in quanto beneficiario della Rivelazione, che di
rasul, in quanto messaggero di Allah nella comunit islamica
(ummah). Inoltre, come si  visto, Maometto fu anche capo politico,
in quanto non ha valore per l'Islam la distinzione tra sacro e profano, 
tra religione e politica.
Grande importanza ha in questa religione il messaggio etico, e di
conseguenza la shari'a (legge) rappresenta il fulcro di esso. La 
shari'a (che in origine era la via che conduceva al luogo dove si 
abbeveravano le bestie) assume il significato metaforico forte di via 
da seguire, legge canonica, complesso dei doveri religiosi, e anche fonte
del diritto statale. In altre parole essa comprende in s e abbraccia
tutta la vita religiosa, politica, sociale e individuale dei musulmani,
regolando i rapporti verticali con Allah e orizzontali della comunit.
In questo contesto vanno considerati i cinque pilastri (arkan)
dell'Islam, cio i cinque precetti fondamentali che l'uomo deve 
rispettare per meritare il paradiso: 1. credere nella professione di fede
(shahada), riassunta nella formula coranica: non esiste altro Dio 
all'infuori di Allah e Maometto  il suo profeta. 2. La preghiera rituale
(salat), prevista cinque volte al giorno con il viso rivolto alla Mecca. 
3. La carit o elemosina legale (zakat), che ha valore di purificazione 
religiosa (e non esenta il credente dall'elemosina individuale).
4. Il digiuno (sawan) dall'alba al tramonto nel mese di ramadan.
5. Il pellegrinaggio (hagg) alla Mecca almeno una volta nella vita.
Presso alcune correnti dell'Islam (ismailiti e kharijti) esiste anche
un sesto precetto, la guerra santa o gihad, e presso gli sciiti, come si
 detto, anche la fede negli imam  considerata un dovere fondamentale.
Il rituale.
Dei cinque pilastri bisogna approfondire il comando del digiuno e
del pellegrinaggio, che vengono a rappresentare i momenti rituali e le
festivit dell'islamismo. Il digiuno della durata di un mese fu introdotto
da Maometto nel secondo anno dell'Egira e ha sostituito il digiuno di 
un giorno fino ad allora osservato a imitazione degli ebrei.
Il mese di ramadan  il nono del calendario musulmano, ma non ha
cadenza fissa, e viene detto anche mese del digiuno: durante questo
periodo ogni musulmano adulto e sano si esime da particolari azioni,
non mangia, n beve, non ha rapporti sessuali; importante  la notte
tra il 26 e il 27 chiamata la notte della decisione, in ricordo della
decisione di Allah di inviare il Corano.
Il grande pellegrinaggio alla Mecca (hagg), prescritto una volta
nella vita a ogni musulmano, dev'essere intrapreso nell'ultimo mese
lunare e rappresenta il compimento della vita religiosa (una volta
condotto a termine, infatti, il fedele prende il titolo di haggi, 
pellegrino) e nei casi che venga compiuto in gruppo da fedeli provenienti
da varie parti del mondo rafforza lo spirito comunitario. Al 
pellegrinaggio sono legati vari riti e cerimonie (come l'abluzione, i 
giri rituali dell'edificio sacro, il bacio della pietra nera).
Altri momenti importanti sono le festivit di bayram: il piccolo
bayram  la festa della fine del digiuno, al termine del ramadan, il
grande bayram, settanta giorni dopo, o festa del sacrificio perch si
immola un animale, ha inizio il dieci del mese di dku-'l higga e dura
quattro giorni.
4. Il sufismo
Con questo nome, che deriva dal mantello di lana grezza (suf) 
indossato dagli asceti, si designa il movimento che all'interno 
dell'Islam approfond alcuni aspetti della religione in senso interiore, 
mistico-ascetico e spiritualista: inizialmente il movimento che poneva
in primo piano la virt dell'amore e la possibilit di unione con
Allah piuttosto che l'obbedienza alla sua legge, fu avversato. Tuttavia
si svilupp nel nono secolo in Iraq, in Egitto e soprattutto in Persia,
raggiungendo il suo apice con Husayn ibn Mansur al Hallag (858-922),
mistico sostenitore dell'unione anche attraverso il dolore con Allah.
Questo asceta e mistico fu per condannato a morte e l'opera di 
conciliazione con l'ortodossia sunnita fu compiuta dal filosofo e 
scienziato Abu Hamid al Ghazali (1058-1111). Dal secolo 13esimo poi 
acquistarono importanza i dervisci, gruppi di seguaci del sufismo riuniti
in confratemite simili a ordini religiosi; da allora sono circa cento le
confraternite all'intemo del sufismo.
Le caratteristiche comuni sono: abbandono alla fiducia di Allah,
insistenza sull'unicit di Dio e svalutazione di tutto ci che Dio non
, riconoscimento e venerazione degli amici di Dio o santi intercessori,
grande sviluppo dell'interpretazione allegorica dei testi sacri.
Molto importante poi  la pratica ascetica per il raggiungimento 
dell'estasi, costituita di preghiera, di esercizi spirituali e 
liturgici, singoli e collettivi, abluzioni, musiche e danze.
I sufi vivono in monasteri in cui, oltre alle stanze per i religiosi, vi
sono camere per visitatori e pellegrini. Proprio per questa azione di
solidariet, oltre che per l'opera missionaria, il sufismo ha molto
contribuito alla diffusione dell'islamismo.
FINE.
BIBLIOGRAFIA:
OPERE INTRODUTTIVE
Autori vari, Le scienze della religione oggi, a cura di C. Cantone, Roma, 
Las, 1978; G. RAGOZZINO, Il fatto religioso, Torino, EME Ed. 
Messaggero, 1990; A. N. TERRIN, Introduzione allo studio comparato delle
religioni, Brescia, Morcelliana, 1991; Autori vari, Le metodologie della
Ricerca Religiosa, a cura di A. Molinaro, Roma, Herder, 1983;
G. FILORAMO-C. PRANDI, Le scienze delle religioni, Brescia, 
Morcelliana, 1987; Autori vari, Introduzione allo studio della religione,
a cura di G. Filoramo, Torino, UTET, 1992; Autori vari, La secolarizzazione,
a cura di S. Acquaviva e G. Guizzardi, Bologna, Il Mulino, 1973; 
F. FERRAROTTI, Il paradosso del sacro, Roma-Bari, Laterza, 1983; 
A. J. NUK, Secolarizzazione, Brescia, Queriniana, 1986; Autori vari, La
teologia contemporanea, Torino, Marietti, 1980; Autori vari, Le forme del
sacro, a cura di F. Brezzi, Roma, Anicia, 1992, con ricca bibliografia 
sui vari ambiti di studio della religione.
LE RELIGIONI NEL MONDO
Opere a carattere generale
In una cornice di informazione di base si devono ricordare: Le grandi 
religioni del mondo, a cura di P. Rossano, Roma, Ed. Paoline, 1988; 
Guida alle religioni. Ideologia e vita delle pi grandi fedi del mondo, 
1989; Le Religioni del mondo, 1984, dello stesso editore; Enciclopedia 
delle religioni, Milano, Garzanti, 1989; Il dizionario delle religioni 
non cristiane, di G. Lanczkowski, Milano, Mondadori, 1991. Inoltre un 
primo contatto con i testi delle religioni maggiori si trova nella
Storia delle Religioni di M. Guerra, Brescia, La Scuola, 1989;
A. DONINI, Breve storia delle religioni, Roma, Newton Compton, 1993.
Tra le non molte traduzioni di opere straniere sono da ricordare: 
E. BRUNNER-TRAUT, Le cinque grandi religioni del mondo, Brescia, 
Queriniana, 1977; Storia delle religioni, a cura di H. Ch. Puech, Roma-Bari,
Laterza, 1970-1978; sempre a cura di Puech Le religioni dell'Estremo 
Oriente, volume 1: India, Cina, Giappone, voi, 2: Il Buddhismo,
Bari, Laterza. Opere impegnate in senso ecumenico sono: Comunit di 
S. Egidio (a cura di), Religioni in dialogo per la pace, Brescia, 
Morcelliana, 1991; D. MASSON, Acqua, il fuoco e la luce secondo la Bibbia,
il Corano e le tradizioni monoteiste, Roma, Ed. Paoline, 1988; H. KUNG, 
Cristianesimo e religioni universali, Milano, Mondadori, 1986; 
H. KUNG- J. CHING, Cristianesimo e religiosit cinese, Milano, 
Mondadori, 1989. Sempre in questa prospettiva dialogica si pu leggere:
M. K. Gandhi, Buddhismo, Cristianesimo, Islamismo. Le mie considerazioni,
Roma, Newton Compton, 1993; G. KEPEL, La rivincita di Dio, Milano, 
Rizzoli, 1991: l'ebraismo, il cristianesimo e l'islamismo, sono visti come
risposte necessarie al moderno o post-moderno, rivincite di fronte alle
delusioni e alle sconfitte della ragione.
Induismo
Dopo l'approccio diretto ai testi: Upanisad antiche e medie, a cura di
P. Filippani Ronconi, 2 volumi., Torino, UTET, 1961, e la classica 
lettura di G. TUCCI, Storia della filosofia indiana, Bari, Laterza, 1957,
si possono consultare: D. ACHARUPARAMBIL, La spiritualit dell'induismo,
Roma, Edizioni Studium, 1986; M. DHAVAMONY, La luce di Dio nell'Induismo,
Roma, Edizioni Paoline, 1990; J. GONDA, Le religioni dell'India, volume 1:
Veda e antico induismo, volume 2: L'induismo recente, Milano, Jaca Book, 
1981; di facile lettura e consultazione negli Oscar Mondadori, 
M. BIARDEAU, L'induismo. Inoltre R. PANIKAR, Dialogo intrareligioso,
Assisi, Cittadella, 1988; Religione e religioni, Brescia, Morcelliana,
1964, di carattere pi teoretico e Il Cristo sconosciuto dell'Induismo,
Milano, Vita e Pensiero, 1974; Maya e apocalissi, Roma, Abete, 1989; 
P. FILIPPANI RONCONI, Miti e religioni dell'India, Roma, Newton 
Compton, 1992.
Buddhismo
Per un approccio diretto ai testi si veda: Canone buddhista. Discorsi lunghi, 
a cura di E. Frola, 2 volumi, Bari, Laterza, 1961-1962; altres nei 
Classici della Religione, UTET, Iti vuttaka, traduzione italiana di 
V. Talamo, Torino, 1978; e Sutta Nipata, traduzione italiana di V. Talamo,
Torino, 1979.
Una informazione generale, ma esauriente in E. CONZE, Il buddhismo, 
Milano, 1957; e in G. BOTTO, Buddha e il Buddhismo, Milano, Mondadori,
1984; G. DE LORENZO, Gli ultimi giorni di Gotamo Buddo, Bari, Laterza, 1981;
G. DE LORENZO, India e buddhismo amico, Bari, Laterza, 1981; M. ZAGO, 
La spiritualit buddhista, Roma, Studium, 1986; L. HEARN, Spigolature nei
campi di Buddha. Studi sull'Estremo Oriente, Bari, Laterza, 1983; 
P. FILIPPANI RONCONI, Il buddhismo, Roma, Newton Compon, 1994. Anche se
limitati ad una setta del Buddhismo vanno menzionati G. TUCCI, Il Buddhismo
tibetano, Torino, UTET, 1987 e L. ARENA, Storia del Buddhismo Ch'an,
Milano, Mondadori, 1992, con ricca bibliografia,
Religioni cinesi
M. GRANET, La religion des Chinois, Paris, 1951 (traduzione italiana 
Milano 1953); D. H. SMITH, Chinese Religione, New York, 1968; L. THOMPSON,
Chinese Religione: An Introduction, Encino, Cal., 1975; C.K. YANG, Religion
in Chinese Society, Berkeley, Cal., 1961; WING-TSIT CHAN, Chu Hsi and 
Neo-Confucianism, New York, 1985; H. G. CREEL, What is Taoism?, Chicago,
1970.
Se la produzione in lingua inglese  molto ricca, in italiano abbiamo 
poco; da ricordare pertanto il libro del sinologo francese J. GERNET, 
Chine et christianisme, action et raction, Paris, 1983, traduzione
italiana, Cina e Cristianesimo, Casale Monferrato, 1984; F. CAPRA, The
Tao of Physics, 1982, traduzione italiana, Il Tao della fisica, Milano,
Adelphi, 1982, in cui si dimostra assai efficacemente la convergenza 
della fisica occidentale e della sapienza orientale.
Ebraismo
A. PENNA, La religione d'Israele, Brescia, Morcelliana, 1958; G. RICCIOTTI,
Storia d'Israele, 2 volumi, Torino, 1932 e G. RiCCIOTTI, La religione
d'Israele, in Storia delle Religioni, a cura di P. Tacchi Venturi, 
Torino, 1962; un aggiornamento ed estensione dell'opera di Ricciotti in 
C. SCHEDL, Storia del Vecchio Testamento, 3 volumi., Roma, 1959-1966;
E. ZOLLI, L'ebraismo, Roma, 1953; G. SCHOLEM, Le grandi correnti della
mistica ebraica, Milano, 1965.
Cristianesimo
M. ADRIANI, L'Europa cristiana dal declino della romanit alle soglie 
dell'anno Mille, Roma 1971; K. BIHLMEYER-H. TUECHLE, Storia della
chiesa, Brescia, 1955, volumi 4; E. BUONAIUTI, Storia del cristianesimo,
Milano, 1942; La Chiesa Cattolica nella storia dell'umanit, a cura di 
P. Brezzi, volumi 5, Fossano, 1963; P BREZZI, Breve storia del
cristianesimo, Napoli, 1957; P. BREZZI, Storia del cattolicesimo, 
volumi 3, Paris-Genve, Roma, 1965; P. BREZZI, Il Cristianesimo nella
storia, Roma, Bonacci, 1993; W. JAEGER, Cristianesimo primitivo e paideia 
greca, Firenze, 1966; J, LORTZ, Storia della Chiesa nello sviluppo delle
sue idee, Roma, 1960; A. OMODEO, Religione e civilt, Bari, Laterza, 1948;
A. OMODEO, Saggi sul Cristianesimo antico, Napoli, 1958; A. PINCHERLE,
Introduzione al Cristianesimo antico, Bari, Laterza, 1978; Storia delle
Religioni, a cura di H. Ch. Puech, Il Cristianesimo, Bari, Laterza, 
1970-1978; L. STEFANINI, La Chiesa Cattolica, Brescia, 1952; 
E. H. SCHILLEBEECKX, La Chiesa, l'uomo moderno e il Vaticano asecondo,
Roma, 1966; Storia delle Religioni, a cura di P. Tacchi Venturi, La 
religione cristiana, Torino, 1962; A. M. DI NOLA, Ges segreto, 
Roma, Newton Campon, 1989.
Islamismo
Oltre alla lettura de Il Corano, introduzione traduzione e commento 
di E Peirone, Milano, Mondadori, 1979, si possono consultare con grande
profitto: NOJA, Maometto, Milano, Mondadori; NOJA, L'Islam e il suo 
Corano, ibidem; inoltre F. PEIRONE- G. RIZZARDI, La spiritualit islamica, 
Roma, Edizioni Studium, 1986.
Un ventaglio molto ampio di proposte troviamo nella Biblioteca 
arabo-islamica diretta da Khaled Fouad Allam per la casa editrice Marietti 
di Genova. Non solo la religione, ma i vari aspetti della vita politica,
culturale e sociale, nonch la narrativa di quel mondo si offrono allo 
sguardo, che si vuole comparato, all'attenzione e al dialogo con 
l'Occidente. Per il nostro proposito sono da ricordare: A. M. DI NOLA,
L'islam, Roma, Newton Compton, l99l; Voci dall'Islam moderno, con
un'ampia e documentata introduzione di P. Branca, Genova, Marietti, 1992; 
E. DALL'OGLIO, Speranza nell'islam, 1992. Sempre presso lo stesso
editore l'opera ormai quasi classica di A. J. ARBERRY, Introduzione alla
mistica dell'Islam, 1986. Per un confronto pi diretto tra le religioni 
 molto utile Cristianesimo e Islam, a cura della Comunit di 
S. Egidio, Brescia, Morcelliana, 1989.
CRONOLOGIA:
L'induismo
terzo-secondo millennio a.C. Periodo di fioritura della civilt ind.
1750-1700-1200 a.C. Fine della civilt ind, immigrazione degli ariani 
in India.
1500-600 a.C. Composizione dei Veda.
600-300 a.C. Periodo di grandi rivolgimenti con vari tentativi di 
riforma e con il sorgere dei primi ordini monastici (buddhismo, giainismo).
terzo secolo a.C. - terzo secolo d.C. Rafforzamento delle religioni
ind (visnuismo, sivaitismo); in questo periodo si ha l'origine delle
grandi opere letterarie ind Mahabharata e Ramayana, in seguito si ha 
la formazione dei sei sistemi filosofici. Penetrazione di buddhismo e
sivaismo in Asia centrale, di sivaismo e visnuismo in Indocina e Indonesia,
mentre nella zona nord occidentale dell'India si afferma la dominazione
degli indo-greci, parti, sciiti e Kusana.
320-500. Dinastia Gupta nell'India settentrionale ed et dell'oro delle
religioni ind.
712. Iniziano le invasioni degli Arabi e la conseguente affermazione 
dell'islamismo, con il tramonto del buddhismo.
1056-1137 (circa). Rumanuja, il pi grande teologo visnuita.
1206. Fondazione del sultanato di Delhi.
12esimo-13esimo secolo. Formazione del Saiva-Siddharta ad opera di 
teologi come Shrikanta e Meykanda.
1440-1518. Vita di Kabir, il primo poeta mistico in lingua indiana e
fondatore del Kabir panth, sintesi di islamismo e induismo.
1498. Vasco de Gama compie un viaggio in India.
1526-1702. Fondazione e dominio dell'impero Moghol.
1600. Nascita della Compagnia delle Indie orientali.
1758-1947. Dominazione coloniale britannica in India.
1869-1948. Vita di Mahatma Gandhi. In questo stesso periodo sorgono 
movimenti di riforma neoinduistici.
1947. Indipendenza dell'India e del Pakistan. La prima diventa uno Stato
laico, l'altro una Repubblica islamica. Si assiste alla comparsa di 
numerosi guru che hanno molto successo anche in Occidente 
come Krishnamurti, Cinmayananda, Sai Baba eccetera.
Il buddhismo
563-483 a.C. Vita del principe Siddharta Gautama, il Buddha storico. 
Dal 483 si fa iniziare l'era buddhista.
268-233 a.C. Regno di Asoka, prime riforme e introduzione del buddhismo 
a Ceylon (Lanka).
primo-quinto secolo d.C. Nascita dei grandi testi dottrinali del Mahayana.
65-67 d.C. Introduzione del buddhismo in Cina.
200 (circa). Nagarjuna fonda la scuola dei Madhyamika e i monaci 
diffondono il buddhismo in Vietnam.
300 (circa). Maitreyanatha.
470 (circa). Dignaga.
526. Il fondatore del Chan (giapponese: Zen) Bodhidharma arriva in Cina; 
in seguito il buddhismo si diffonde anche in Giappone.
620-649. Introduzione del buddhismo nel Tibet ad opera del re Srong-tsen.
700-800. Il buddhismo Mahayana sa diffonde in Indocina (Thailandia, 
Birmania), e nel 1044-1077 diventa religione di stato in quest'ultimo 
paese.
972. Si ha la prima edizione del Tripitaka cinese.
1000-1200. Il buddhismo scompare dall'India per opera dei musulmani.
1130-1212. Shonin Honen, fondatore del Jodo-shu.
1290-1364. Bu-ton redige il canone tibetano.
1357-1419. Vita di Taong-kha-pa, riformatore del buddhismo tibetano, e 
fondatore dell'ordine dei berretti gialli.
1642. Il quinto Dalai Lama diventa sovrano del Tibet in quanto capo dei
monaci.
18esimo secolo. Tempio dei diecimila Buddha a Pechino.
1891. Fondazione della Malta Bodhi Society a Ceylon ad opera di Anagarika 
Dharmapala.
1950. Prima conferenza mondiale buddhista a Kandy (Ceylon) e fondazione 
della World Fellowship of Buddhist con centro a Bangkok.
1956-1957. 2500esimo anniversario della morte del Buddha e quarta 
conferenza mondiale buddhista in Nepal.
1959. Il quattordicesimo Dalai Lama fugge dal Tibet in India in seguito 
all'invasione cinese.
1989. Il Dalai Lama riceve il Premio Nobel per la pace.
Le religioni cinesi
722-481 a.C. Considerato il periodo delle Primavere-Autunni o Ch'un-ch'iu 
in particolare nei secoli sesto-quinto a.C. si colloca la vita leggendaria
di Leo-zi, a cui si fa risalire il Taoismo, e intorno al 551-479 la vita 
di Confucio, l'iniziatore del confucianesimo.
453-221 a.C. Periodo dei Regni combattenti o Chan-kuo, in cui vissero i
riformatori delle varie religioni: Mencio (371-289) del confucianesimo 
e Chuang-tzi (quarto secolo) del taoismo.
terzo secolo a.C. - quinto secolo d.C. Periodo antico della Cina imperiale;
sotto la dinastia Han (206 a.C. -220 d. C.): il confucianesimo diventa 
religione di Stato nel secondo secolo a.C., il buddhismo viene introdotto 
in Cina nel primo secolo d. C. circa e il taoismo si riafferma con
Chang-Tao-lin nel secondo secolo d.C.
sesto-nono secolo d.C. Periodo medio; sotto la dinastia Sui (581-617) il 
buddhismo  proclamato religione di Stato in Giappone; nei secoli 
settimo-ottavo si ha il vertice del buddhismo con Hsuan-tsang e Hui-neng, 
mentre nel 845 si verificano gravi persecuzioni di questa religione.
decimo-20esimo secolo. Periodo tardo; Le Cinque Dinastie (907-960);
dominazione Jurcin al Nord (1115-1234) con il massimo espandersi del 
neoconfucianesimo; dal 1260 al 1367 si ha la dominazione mongola con 
il diffondersi del buddhismo tra queste popolazioni; missionari 
francescani in Cina; Marco Polo in Cina; dal 1644 al 1911 domina la 
Dinastia Ch'ing (manci).
1912. Nascita della Repubblica cinese.
1940. Repubblica popolare.
L'ebraismo
2100-1600 a.C. Medio impero tebano in Egitto in cui si collocano i 
patriarchi, semiti dell'ovest, appartenenti al gruppo dei Protoaramei 
(che intorno al 1500 si stanziano in Palestina).
1290-1224 a.C. Dominio del faraone Ramesse secondo che sottomette come 
schiavi i nomadi ebrei. Sotto il suo dominio nasce Mos.
1250-1200 a.C. (secondo altri studiosi 1190). Insediamento degli ebrei 
in Palestina, che corrisponde al declino dell'Egitto dopo le campagne 
di Merneptah (1232-1224) e di Ramses secondo (1198-1116). Composizione 
politica di Canaan: popoli del mare (filistei) sulla costa mediterranea,
aramei e amorrei in Transgiordania, altri gruppi minori (ammoniti,
moabiti, eccetera). Le trib di Israele si stringono in una federazione 
(anfizionia) sotto la guida dei Giudici.
1020-930 a.C. Regno di Saul prima e David poi, con susseguenti vittorie
sui popoli vicini, unificazione delle stirpi di Giuda e Israele in un 
unico grande regno con capoluogo a Gerusalemme. Con Salomone 
(966-926 circa), figlio di David, si ha un periodo di pace e di
rafforzamento dello Stato.
926 a.C. Lo Stato di Israele si divide in regno di Giuda (925-587) a sud 
e regno di Israele (926-722) a nord. Egitto e Assiria riprendono 
gradatamente il loro dominio sulla Palestina, che si concluder con la
conquista della Samaria e la distruzione del regno di Israele da parte 
del re assiro Sargon secondo nel 722. Nel 701 gli Assiri invadono anche
il regno di Giuda, ma cominciano ad entrare in crisi per i colpi dei 
babilonesi che li sconfiggono nel 612 radendo al suolo la loro
capitale Ninive. Nabucodonosor restaura cos la potenza babilonese 
compiendo due spedizioni contro Giuda, deportandone gli abitanti:
una nel 597, e una seconda, pi grave, nel 587 con la distruzione di
Gerusalemme e l'inizio della diaspora di israeliti e giudei (586-538).
538 a.C. Ciro il grande di Persia permette agli ebrei il ritorno 
dall'esilio babilonese e nel 515 si avr la consacrazione del secondo 
Tempio a Gerusalemme.
167-141 a.C. Rivolta dei maccabei dopo la profanazione del Tempio da 
parte di Antioco quarto Epifane, re di Siria.
40-34 a.C. Erode il Grande riedifica il Tempio di Gerusalemme.
66-70 d. C. Rivolta degli ebrei contro Roma e conquista di Gerusalemme 
da parte dei romani, nuova distruzione del Tempio.
132-135 d.C. Periodo di nuove rivolte degli ebrei contro i Romani che 
si concludono con la distruzione di Gerusalemme da parte dell'imperatore
Adriano e con la fine dello Stato ebraico.
Dal 700 (circa). Gli ebrei si diffondono in Oriente, nel Nord Africa e 
in Europa per sfuggire alle conquiste islamiche.
1200-1600. Nasce e fiorisce la Cabala e dal 1750 il chassidismo.
1881-1883. Prime immigrazioni di ebrei in Palestina in seguito ai
pogrom (distruzione) nella Russia zarista. Nel 1896 esce il libro 
Lo Stato ebraico di T. Herzl, fondatore del sionismo.
1935. In Germania vengono tolti i diritti di cittadinanza agli ebrei, 
in seguito si incendiano le sinagoghe, e infine nei campi di sterminio
nazisti vengono uccisi circa sei milioni di ebrei.
1948. Fondazione dello Stato d'Israele in Palestina.
Il cristianesimo
7-4 a.C. (circa). Sotto il regno di Erode (40-4) nasce a Betlemme in 
Palestina Ges di Nazareth, secondo un calcolo errato intorno a questa
nascita (compiuto da Dionigi il Piccolo nel 525) si fa iniziare con 
l'anno 1 d.C. l'era cristiana. Nel 28-33 circa Ges di Nazareth viene
crocifisso a Gerusalemme quando era imperatore romano Tiberio (14-37)
e governatore della Galilea Ponzio Pilato (26-36), e Sommo sacerdote 
Caifa.
45-58. Periodo dei viaggi missionari dell'apostolo Paolo.
48. Concilio apostolico di Gerusalemme.
50-51. Lettera di Paolo ai Tessalonicesi, che rappresenta lo scritto 
pi antico del Nuovo Testamento.
64 (circa). Prima persecuzione contro i cristiani promossa 
dall'imperatore Nerone (54-68), in cui trovano la morte per 
crocifissione gli apostoli Pietro e Paolo.
70 (circa). Redazione del Vangelo di Marco; 
80, redazione dei Vangeli di Matteo e Luca; 
90, redazione del Vangelo di Giovanni.
250. Persecuzione anticristiana promossa dall'imperatore romano 
Decio (249-251).
303-304. Persecuzioni anticristiane promosse dall'imperatore
romano Diocleziano (284-305).
313. Editto di Milano con cui l'imperatore Costantino (306-337) ammette 
la religione cristiana nei territori dell'Impero.
325. Concilio di Nicea in cui si condanna l'arianesimo.
350. L'imperatore Costanzo (337-361), figlio di Costantino, proclama 
il cristianesimo religione ufficiale dell'Impero.
381. Concilio ecumenico di Costantinopoli.
391. L'imperatore Teodosio (379-395) proclama il cristianesimo religione 
di Stato, vietando tutti i culti non cristiani.
354-430. Vita e opere di Agostino di Ippona, uno dei pi importanti Padri
della Chiesa.
431. Concilio di Efeso: condanna del nestorianesimo.
440-461. Pontificato di Leone primo Magno.
496. Conversione al cristianesimo del re dei franchi Clodoveo.
590-604. Pontificato di Gregorio primo Magno.
728. Il re longobardo Liutprando (712-744) dona al pontefice i territori
di Nepi e Sutri dando inizio al potere temporale dei Papi.
800. Carlo Magno, re dei franchi  incoronato dal papa Leone terzo 
imperatore del Sacro Romano Impero.
1054. Frattura tra la Chiesa di Roma e la Chiesa ortodossa di 
Costantinopoli.
1075-1122. Lotte tra papato e impero.
1095. Viene bandita la prima crociata da parte del papa Urbano secondo 
per la riconquista di Gerusalemme; le crociate si protrarranno 
fino al 1270.
1176. Pietro Valdo d vita a Lione al movimento dei valdesi che verranno 
scomunicati nel 1184.
1210. Fondazione dell'ordine dei francescani da parte di Francesco 
d'Assisi (1181-1226).
1215. Quarto Concilio Lateranense, indetto dal papa Innocenzo terzo 
stabilisce le norme per la riforma della Chiesa e la lotta alle eresie.
1378. Grande scisma d'occidente.
1415. Concilio di Costanza, che pone fine allo scisma.
1453. Conquista di Costantinopoli da parte dei turchi.
1517. Affissione delle 95 Tesi teologiche da parte del monaco 
Martin Lutero, e inizio della Riforma protestante.
1522. Inizio della Riforma a Zurigo ad opera dello svizzero U. Zwingli.
1531-1534. Distacco della Chiesa d'Inghilterra da Roma con l'Atto di 
Supremazia con cui il re Enrico ottavo si proclama capo supremo della 
Chiesa anglicana.
1541. Giovanni Calvino (1509-1564) introduce la Riforma a Ginevra.
1545-1563. Concilio di Trento che fissa i principi della riforma 
cattolica contro i Protestanti.
1555. Pace di Augusta.
1562-1598. Guerre di religione in Francia tra cattolici ed ugonotti 
(calvinisti); si concludono con l'Editto di Nantes, che sancisce la 
tolleranza religiosa. Nel 1685 Luigi 14esimo revocher tale editto 
con la conseguenza che mezzo milione di ugonotti abbandoneranno
la Francia.
1648. Pace di Westfalia che conclude la guerra dei Trent'anni con 
l'affermazione del principio cuius regio eius religio.
1789. Abolizione della propriet ecclesiastica da parte dell'Assemblea 
Costituente di Parigi.
1869-1870. Concilio Vaticano primo.
1870. Lo stato della Chiesa  conquistato ed annesso all'Italia.
1929. Patti Lateranensi tra la Chiesa e lo Stato italiano: viene istituito
lo Stato del Vaticano.
1962-1965. Concilio Vaticano secondo promosso dal papa Giovanni 23esimo, 
per una riforma della Chiesa.
1965. Revoca della scomunica reciproca tra cattolici e ortodossi.
L'islamismo
570-632 d.C. Vita di Maometto.
622. Migrazione (egira) di Maometto a Medina da cui si fa iniziare 
l'era islamica.
632-661. I quattro califfi elettivi (Abu Bakr, 0mar, Othman e Al).
632-714. Periodo delle conquiste arabe: Siria, Mesopotamia e Nord Africa
e intorno al 711 inizia la conquista della Spagna e ad oriente i musulmani
invadono la valle dell'Indo.
732. Battaglia di Poitiers.
750-1258. Califfato degli Abbasidi con sede a Bagdad.
756-1031. Dominio degli Omayyadi in Spagna (Cordoba).
1096-1187. Periodo delle crociate: 1099 conquista di Gerusalemme da parte
dei cristiani e (1187) riconquista da parte di Saladino.
1453. Il sultano turco Maometto secondo conquista Costantinopoli e mette
fine all'impero bizantino.
1492. Caduta del regno di Granada e fine della dominazione islamica 
in Spagna. Cacciata dei musulmani e degli ebrei da questo paese.
1529. I turchi sono alle porte di Vienna; nel 1571 vengono sconfitti 
dai veneziani a Lepanto.
1501-1732. Dominio dei safawidi di Iran.
19esimo secolo (seconda met). Indebolimento dell'impero turco per la 
fondazione di colonie e protettorati europei in territorio islamico
(India, Egitto, Africa settentrionale).
1917. Dichiarazione Balfour: la Gran Bretagna promette alle popolazioni
di fede ebraica una sede nazionale nella Palestina abitata dagli arabi.
1922-1938. Laicizzazione della Turchia sotto Kemal Ataturk.
1945. Fondazione della lega araba al Cairo; nel 1947 il Pakistan diventa
uno Stato islamico indipendente; nel 1948 fondazione dello Stato di 
Israele e prima guerra contro i paesi arabi.
