JULIUS BOGATSVO.

LA STRAGE DI SENIGALLIA.

Dobbiamo incominciare con una premessa a nostro giudizio indispensabile. I
protagonisti degli avvenimenti che rievocheremo in queste pagine hanno ricoperto
cariche altissime e dense di responsabilit spirituali senza esserne degne.
E' il caso di Alessandro VI, il pi vergognoso pontefice che la Chiesa abbia mai
avuto, o di Giulio II, pi occupato a fare guerre che ad assolvere il suo
compito di pastore di anime, o dei molti cardinali che vedremo implicati nei pi
abietti commerci e nei pi sordidi intrighi. Il racconto delle loro imprese non
vuol tuttavia coinvolgere il valore spirituale della Chiesa, di cui essi non
furono i rappresentanti, ma gli autentici avversari.
Anche nel tempo traviato in cui essi vissero, migliaia di intelletti puri e di
animi degni sapevano indicare al mondo quale fosse la via da seguire: non la
simonia n i tremendi vizi del corrotto pontefice, non il sacrilegio n
l'irrisione del sacro, non il buffonesco atteggiarsi pietistico nelle occasioni
che il cerimoniale richiedeva, non le guerre fratricide scatenate per favorire i
membri della propria famiglia, non il nepotismo...
Non  nemmeno necessario ricordare la figura di un Savonarola, in cui la
certezza fideistica si univa ad una qual superbia, n la decennale espiazione di
una Lucrezia Borgia, la cui conversione pu sempre essere giudicata tardiva, per
dare l'altro volto della Chiesa.
Basta ricordare che questa Chiesa, quella vera,  sempre vissuta nel cuore dei
semplici e degli umili, i quali, lontani dal fasto corrotto di una famiglia di
spagnoli o di una Curia traviata e indegna, hanno cercato nella fede e nutrito
nell'animo la speranza di un domani migliore.
Paolo Orsini, Giampaolo Baglioni, Oliverotto da Fermo, Vitellozzo Vitelli...
Quanti ricordano ancora questi nomi? Essi sono i nomi di persone
indissolubilmente legate alle vicende di un personaggio famoso le cui gesta,
forse un po' romanzate, certo notevolmente esagerate troveranno un credito
notevole presso la fantasia popolare: Cesare Borgia. Gi quel cognome di origine
spagnola (i Borja) suscita echi di stragi, di venefici, di peccati innominabili,
dall'incesto al fratricidio; un cognome che per i pi significa lotta spietata
per il potere, doppiezza inaudita, ferocia oltre ogni limite. Facile 
romanzare, e troppi hanno romanzato, fatti che gi di per s sono tutto un
romanzo, tutto un mistero. Eppure basterebbe raccogliere come tante piccole
tessere di un grande e variopinto mosaico gli avvenimenti sui quali abbiamo
ricerche sicure e testimonianze attendibili per comporre il quadro di un intero
secolo, anche partendo dal pi limitato degli eventi, dal pi circoscritto degli
episodi. Tanto importanti e cos complessi sono i personaggi di cui dobbiamo
occuparci, che in fondo il fatto da esaminare sembra perfino dover passare in
secondo piano, per lasciare il campo alla statura dei suoi principali
protagonisti. Perch, per poter spiegare come si arriv e che cosa realmente
signific la strage di Senigallia, occorre presentare attori come Giulio II,
ovvero Giuliano della Rovere, come Isabella d'Este duchessa di Mantova, come la
prefettessa, ovvero la consorte di Giovanni della Rovere, come i membri
pressoch al completo della famiglia Borgia, come i signori di Montefeltro,
eccetera.
Occorre, in  altre parole, dare un quadro di tutta una situazione, dato che gli
eventi di quella fascia centrale della penisola italiana, fascia che comprendeva
gli Stati della Chiesa, bastano da soli a riempire intere biblioteche dedicate
agli anni e alle vicende del Rinascimento. Senigallia quindi non  solo un
qualunque episodio nella storia di Cesare Borgia;  come uno di quei pezzi dei
rompicapo per bambini che pu essere visto solo se collocato al giusto posto e
in corretta relazione con gli altri, frammento di quel puzzle le che ha nome
storia...

11 marzo 1507. In una mischia notturna, durante l'assedio di Viana, muore Cesare
Borgia. Una fine pi simile a un suicidio che a una morte in battaglia.lietissimo di udire quello che gli aveva detto di Ramiro e gli aveva aggiunto che ben presto lui e gli altri avrebbero avuto modo di rimanere soddisfatti. E avendo messo tutto per iscritto, conged l'Orsini con la preghiera di portare quell'accordo a Vitellozzo e agli altri, e qualora fosse stato di gradimento, di farglielo riavere in Imola debitamente sottoscritto da ciascuno, soggiungendo ancora che una volta firmate quelle clausole lui avrebbe perdonato a tutti e dimenticato le recenti offese patite.
Il Valentino era cos certo che da loro avrebbe ricevuto, molto pi di prima, fedelt e servigi e dal canto suo, oltre a voler rispettare le clausole, di tenerli in grande considerazione prometteva, soprattutto nei riguardi di lui, Paolo Orsini, con il quale s'impegnava, andata a buon fine ogni cosa, di aumentargli lo stato. E per dimostrargli di che animo fosse nei suoi confronti gli aveva donato un vestito di broccato, cavalli e denaro tanto da mandare in visibilio l'Orsini. Allorch questi torner dai compagni con l'accordo da firmare, verr pregato dai confederati di aggiungere una clausola, che cio fosse lecito in tempo di pace di poter liberamente starsi alle parti loro e dove altrove gli piacesse, senza obbligo di andare a Roma n altrimenti, pi che loro si volessero, alla corte del Valentino. E cos (questi accordi) furono rimandati a Imola e dal Valentino senza altra replica accettati e sottoscritti e mandatone copia a Roma ad Alessandro VI resoluto e ben conforme (interessante, sia detto per inciso, questa precisazione di connivenza e di colpevolezza del pontefice nei confronti dei disegni di suo figlio) con esso Valentino di quanto si avesse a fare di loro e per Cornarano, gentiluomo spagnolo suo, diede disposizione, dopo aver fatto nuovamente firmare Vitellozzo e gli altri in merito, continuando per ad ammassare truppe. Il Baglioni, avendo compreso che cosa bolliva in pentola, si era recato da Perugia al campo e incontrato Vitellozzo che con gli altri se ne stava a discutere nella chiesa fuori citt, aveva incominciato ad esporre i propri dubbi specie nei riguardi di Paolo Orsini, che sembrava il pi convinto della sincerit del Valentino e che era sicuro del fatto che il Borgia fosse disposto a passare un colpo di spugna su tutto pur di avere in loro dei fedeli alleati. Per il Baglioni tutto quello che c'era scritto in quei fogli non era altro che una serie di chiacchiere senza significato, fumo negli occhi perch meglio cadessero nella rete. Per quanto lo spettava, aggiunge il codice, non voleva accettare n consentire all'accordo.
Alle parole del Baglioni si uniranno pi tardi quelle di alcuni ufficiali e soldati, preoccupati della sorte dei loro signori cui erano rimasti fedelissimi. Saranno costoro che andranno anzi a parlare allo spagnolo, mandato dal Borgia con il testo da firmare in via definitiva, per cercare di fargli scoprire le carte; ma evidentemente senza risultato. Per giunta chi veniva soprattutto accusato era Paolo Orsini, cui venivano lanciate le accuse di imbelle e di connivente con il Valentino. Ma l'Orsini anzich adontarsene faceva notare come l'influenza di Alessandro VI in Francia avrebbe messo loro ben presto in tali condizioni di inferiorit che resistere sarebbe stata davvero la follia. Ma il Baglioni persisteva nella sue tesi e andava dicendo che ben presto Paolo Orsini avrebbe trascinato se stesso e gli altri in una situazione senza scampo. Dal canto suo, aggiungeva, non soltanto non avrebbe firmato nulla, ma il Valentino lo avrebbe avuto unicamente con la forza delle armi, dato che immediatamente sarebbe corso a trincerarsi in Perugia. E dopo queste parole il Baglioni era balzato a cavallo e se n'era andato di furia.
Nel codice, dopo la narrazione di questi fatti viene riportato il testo dei capitoli che furono fatti firmare ai confederati. Eccolo: che il cardinale Orsini fosse perdonato dal pontefice e restituto in tutti li gradi, onori, dignit, e benefici come era avanti la loro confederazione; che Guidobaldo partisse dallo stato d'Urbino e che tutti questi popoli fossero perdonati in genere e particolare e che n per la ribellione n per altro qual fosse commesso errore, dovessero patire in le facult (cio dovessero subire confische di beni) n in le persone, pena n danno alcuno. E che li fosse lecito andare e stare dove li piacesse e cos tornar libero e immune; che Paolo Orsini, Vitellozzo Vitelli, il Gravina e Oliverotto da Fermo che avevano sottoscritto i capitoli fossero reintegrati nella condizione precedente, con relativo perdono per qualunque cosa che avevano architettata o comunque eseguita ai danni del duca Valentino o del papa Alessandro; e che anche i soldati e i loro seguaci venissero perdonati; che le stesse incombenze e gli stessi onori di prima fossero loro resi con in pi un aumento delle prebende per loro; che fossero liberi di rifiutarsi a qualunque comando che non venisse dal Valentino e che non dovessero riconoscere nessun'altra autorit; che in tempo di pace, senza obbligo H 67   66   66  0     0     0     0   1 1     0     0     0     0     0     0     0Hdi andare a Roma n seguire il duca Valentino, fosse loro lecito di starsene nei loro castelli o dovunque loro piacesse; e che loro e i loro soldati fossero obbligati a servire il Valentino, obbedendogli solo nelle circostanze consentite e convenute con lealt e fede come facevano prima e come era in armonia con la loro natura di soldati; che il pontefice dovesse approvare, confermare, mantener fede e consentire all'osservanza di questi paragrafi. E qui non verr menzionato (fa notare l'anonimo cronista) l'accordo segreto fra Paolo e Cesare Borgia.
abate d'Alviano...
durne da altri paesi per sostentare l'esercito e i popoli. E quanto alle prove, queste vennero immediatamente trovate, tant' che la mattina stessa di Natale (come si vede il nostro Cesare Borgia non perdeva un'occasione per celebrare degnamente le festivit) il malcapitato Ramiro venne giustiziato.
o il Valentino. Eppure da quella riunione verr la prima botta nei confronti di Cesare Borgia, vale a dire la ribellione di Urbino gi preannunciata dai moti di San Leo del 7 ottobre... Contraddizioni della storia. E' come se infatti decidendo di assassinare un rivale, un malvivente decidesse prima di avvertirlo...
etto del fratello apparecchiava; tutte le terre di Romagna, obbedienti a Cesare Borgia, si inchinavano alla sorella di lui...
o... Il mattino seguente il papa, stanco, non assister alla messa. Con queste esperienze dietro le spalle, avendone viste, nonostante l'et, davvero di tutti i colori (o tempora, o mores...) Lucrezia si apprester a conquistare la corte di Alfonso.
adre. Questo qualcuno era naturalmente Carlo VIII.
argandosi. Il sogno di d'Albret era quindi davvero tale, essendo impensabile che anche ridotto alla ragione il suddito ribelle egli potesse un giorno operare con le sue scarse truppe contro il gigante spagnolo. Ma Borgia si mostrava ottimista, di quel sinistro ottimismo che viene soltanto da un odio cieco, senza confini.
Il d'Albret era suo cognato, l'unico che ancora potesse dargli ospitalit, dopo una delle pi romanzesche fughe di tutti i tempi, fuga che da sola dimostra il coraggio e la spericolatezza dell'individuo. Infatti Cesare Borgia sar stato davvero l'anima pi nera di tutto il Rinascimento, ma indubbiamente dimostr sempre di avere fegato da vendere. Imbarcato a Napoli nel settembre del 1504 e trasportato in Spagna, il Valentino era stato rinchiuso nel castello di Chinchilla, un luogo che presto venne considerato troppo poco sicuro, avendo immediatamente Cesare tentato la fuga; un tentativo andato, per sua sfortuna, a vuoto. Era stato pertanto trasferito nell'inaccessibile castello di Mota, uno dei luoghi pi sinistri di tutta la Spagna, una roccaforte formata da pi cinte murarie una dentro l'altra, quasi insomma si trattasse di  Questo 
almeno il parere dello scudiero Juanito Grasica, il quale racconta la fine del
suo signore al segretario di Alfonso d'Este, Magnanini. Lo stesso Grasica si
recher poi a Ferrara per dare ragguagli a Lucrezia sulla morte del fratello.
Questa  la tesi numero uno. C' infatti un'altra versione che vuole il duca
Valentino morto in pieno giorno e precisamente il giorno 17 febbraio sempre del
1507. Se discordano sulle date e sull'ora, le due versioni concordano
soprattutto su di un punto: il Valentino sarebbe morto per eccessiva imprudenza.
Spintosi troppo avanti nell'inseguire un manipolo di soldati nemici fuggitivi,
si sarebbe trovato improvvisamente solo, avendo perso il contatto con i suoi;
gli avversari si sarebbero allora trasformati da inseguiti in inseguitori e lo
avrebbero accerchiato sopraffacendolo in breve. Resta un enigma: perch un
condottiero come Cesare Borgia si sia abbassato a inseguire un manipolo di
soldati qualunque, gettandosi a corpo perduto nel combattimento locale, nella
scaramuccia senza importanza, nella mischia con soldatesche della retroguardia.
Certo si  che il suo corpo verr trovato lordo di sangue e crivellato di
ferite, segno che il Valentino prima di soccombere aveva venduto cara la pelle
ed era stato al centro di un violento corpo a corpo, sostenuto da lui solo
contro un numero soverchiante di avversari. Una morte feroce, senza gloria. Per
giunta gli erano state strappate di dosso le armi, che non verranno mai pi
ritrovate, come del resto il suo cavallo e i suoi stivali!
Il cadavere giaceva infatti seminudo, privo di qualunque ornamento, come i
preziosi anelli che Cesare aveva alle dita. Ma non sar questo il solo e ultimo
insulto cui il corpo del terribile Valentino dovr sottostare; infatti poco
tempo dopo, sepolto il cadavere nella chiesa di Viana, sede del vescovato di
Pedro de Aranda, si scoprir che il tumulo  stato riaperto, le spoglie
prelevate e trasportate, in segno di disprezzo, in terra sconsacrata...
La morte a Viana fu davvero la calata del sipario sulla pi avventurosa delle
vite rinascimentali. Viana, una piazzaforte di Luis de Beaumonte, conte di
Lerins, rappresentava il primo degli obiettivi che Cesare in qualit di
comandante dell'esiguo esercito del re di Navarra, Giovanni d'Albret, doveva
conseguire e nello stesso tempo era il necessario epilogo di una politica di
espansione. Infatti Luis de Beaumonte, gi feudatario e vassallo dello stesso re
di Navarra, era passato poi dalla parte di Ferdinando il Cattolico la cui
potenza andava sempre pi allargandosi. Il sogno di d'Albret era quindi davvero
tale, essendo impensabile che anche ridotto alla ragione il suddito ribelle egli
potesse un giorno operare con le sue scarse truppe contro il gigante spagnolo.
Ma Borgia si mostrava ottimista, di quel sinistro ottimismo che viene soltanto
da un odio cieco, senza confini.
Il d'Albret era suo cognato, l'unico che ancora potesse dargli ospitalit, dopo
una delle pi romanzesche fughe di tutti i tempi, fuga che da sola dimostra il
coraggio e la spericolatezza dell'individuo. Infatti Cesare Borgia sar stato
davvero l'anima pi nera di tutto il Rinascimento, ma indubbiamente dimostr
sempre di avere fegato da vendere. Imbarcato a Napoli nel settembre del 1504 e
trasportato in Spagna, il Valentino era stato rinchiuso nel castello di
Chinchilla, un luogo che presto venne considerato troppo poco sicuro, avendo
immediatamente Cesare tentato la fuga; un tentativo andato, per sua sfortuna, a
vuoto. Era stato pertanto trasferito nell'inaccessibile castello di Mota, uno
dei luoghi pi sinistri di tutta la Spagna, una roccaforte formata da pi cinte
murarie una dentro l'altra, quasi insomma si trattasse di pi castelli
congegnati come le scatole cinesi. Al centro di questo incredibile sistema
difensivo, davvero imprendibile, un maschio, una torre tonda insomma, altissima,
senza un'apertura, senza una finestra, o meglio con una finestrella, lass, in
alto, a strapiombo sul cortile sottostante. E quella feritoia dava su una cella:
quella del Valentino. Ebbene quest'uomo oser concepire un piano d'evasione cos
rocambolesco da parere l'assurdit fatta sistema. Grazie all'amicizia di alcuni
che non lo avevano abbandonato, egli riuscir a farsi recapitare in cella
tramite un confessore una corda di seta, resistentissima ma sottile, corda che
il frate aveva arrotolato sotto la tonaca. Con quella fune il Valentino si
lasci scivolare in basso, pur sapendo che la sua lunghezza era insufficiente e
che gli sarebbe stato indispensabile compiere un salto di circa dieci metri.
Non stiamo a narrare tutti i particolari della vicenda, che peraltro presenta
alcuni punti controversi data l'assenza di testimonianze sulla fase
d'esecuzione; basti dire che la corda di seta piagher orribilmente le mani al
Valentino, incidendole fino all'osso e rendendole inservibili per alcuni mesi.
E' questo un altro particolare che dimostra come la ferocia venisse anche
indirizzata, se necessario, contro se stesso, e alla luce del quale Cesare
Borgia ci d il suo ritratto pi veritiero, la sua qualit pi genuina: una
volont superiore a qualunque ostacolo, sprezzante di ogni barriera, di ogni
morale, di ogni convenzione. Feroce nell'annientare i suoi avversari, rivolger
contro il proprio corpo questa ferinit, pur di poter conseguire quella libert
che gli era pi necessaria dell'aria che respirava, una libert che dal momento
della fuga in poi sar dedicata alla sola passione rimasta nel suo cuore:
l'odio.
L'Italia della seconda met del quattrocento  un ben strano paese. Un paese
che, nella miriade di odi familiari e intercomunali,  ridotto a una vera terra
di nessuno. A dimostrarlo basta unicamente gettare uno sguardo sull'incredibile
impresa di un inetto: Carlo VIII. Mai conquistatore fu pi balordo e vacuo di
questo giovanottino pieno di boria e imbottito di ridicolaggini. Ignorante,
superbo, vizioso, incompetente...  il ritratto di uno stupido, uno stupido che,
per, riesce a conquistare, come dir Machiavelli, l'Italia col gessetto, il
gessetto che gli serviva per segnare quelle case che riteneva idonee ad
alloggiare le sue truppe.
Queste truppe, come tutte quelle del tempo, non venivano certo per godersi il
panorama, anche se giunte davanti ai giardini napoletani parleranno di paradiso
terrestre, ma rappresentavano una vera orda di fameliche cavallette agli ordini
di un sovrano troppo giovane, stolido e squattrinato. Eppure ci fu qualcuno, e
non solo fra i contemporanei, che vide nell'impresa di Carlo VIII quella
calamita che poteva attirare verso un unico centro il pulviscolo degli
staterelli della penisola, per poterli cementare in un'unit nazionale; sogno
assurdo e assai ottimistico giudizio sulla personalit di quel monarca...
Pi che un'invasione, quella di Carlo VIII fu una vera e propria passeggiata
turistica, una passeggiata che port in Italia uno dei pi brutti sovrani che
mai abbiano calcato le orme della storia, tanto da rappresentare una vera
delusione per i romani, preoccupati unicamente del lato estetico della faccenda
e perfettamente ignavi circa il resto. Riassumiamo comunque in due parole
l'impresa, intorno alla quale sono state scritte montagne di carta.
Il 29 agosto del 1494 il re si congeda dalla consorte, destinata a rimanere nel
castello d'Amboise. E parte per una spedizione che durer quattro mesi,
un'autentica orgia di pillages e di grandeur a buon mercato, grazie all'imbelle
popolo che abita lo stivale e che, troppo impegnato nelle beghe intestine, si
serve dello straniero per dirimerle, di un mercenario che si dimostra lietissimo
d'intervenire, non parendogli vero di poter metter mano su un'intera penisola
senza colpo ferire. Carlo VIII  alla testa di circa 32.000 uomini. Caracolla
con quella statura bassa, l'enorme naso aquilino tutto proteso in avanti,
ridicola caricatura di un sovrano. Per giunta la sua salute lascia a desiderare
e ci nonostante eccolo gettarsi a cuor leggero, lontano com' dalla noia di una
consorte, nei piaceri della vita:
...Chatillon, Bourdillon, e Bonnesal sopi castelli congegnati come le scatole cinesi. Al centro di questo incredibile sistema difensivo, davvero imprendibile, un maschio, una torre tonda insomma, altissima, senza un'apertura, senza una finestra, o meglio con una finestrella, lass, in alto, a strapiombo sul cortile sottostante. E quella feritoia dava su una cella: quella del Valentino. Ebbene quest'uomo oser concepire un piano d'evasione cos rocambolesco da parere l'assurdit fatta sistema. Grazie all'amicizia di alcuni che non lo avevano abbandonato, egli riuscir a farsi recapitare in cella tramite un confessore una corda di seta, resistentissima ma sottile, corda che il frate aveva arrotolato sotto la tonaca. Con quella fune il Valentino si lasci scivolare in basso, pur sapendo che la sua lunghezza era insufficiente e che gli sarebbe stato indispensabile compiere un salto di circa dieci metri.
Non stiamo a narrare tutti i particolari della vicenda, che peraltro presenta alcuni punti controversi data l'assenza di testimonianze sulla fase d'esecuzione; basti dire che la corda di seta piagher orribilmente le mani al Valentino, incidendole fino all'osso e rendendole inservibili per alcuni mesi. E' questo un altro particolare che dimostra come la ferocia venisse anche indirizzata, se necessario, contro se stesso, e alla luce del quale Cesare Borgia ci d il suo ritratto pi veritiero, la sua qualit pi genuina: una volont superiore a qualunque ostacolo, sprezzante di ogni barriera, di ogni morale, di ogni convenzione. Feroce nell'annientare i suoi avversari, rivolger contro il proprio corpo questa ferinit, pur di poter conseguire quella libert che gli era pi necessaria dell'aria che respirava, una libert che dal momento della fuga in poi sar dedicata alla sola passione rimasta nel suo cuore: H 67   66   66  0     0     0     0   1 1     0     0     0     0     0     0     0Hl'odio.
uܠ+y	+
't;F}>}t> t	n +u+
+C t;Fu6l	l cedere. Una famiglia di contagiati dal mal francese, ecco i Borgia. E appestati come loro saranno anche i generali di cui si serviranno, come lo stesso Vitellozzo Vitelli, per esempio. Marci e purulenti fin nelle meningi i Borgia; due sifilidi sommate il matrimonio di Lucrezia e Alfonso.
Non c' studio, non c' lettura pi deprimente dei fatti dell'uomo. In qualunque epoca si guardi, qualunque sia il personaggio di turno, qualsivoglia donna s'incontri, e davvero sempre la medesima storia; proprlo cos; tutte le pagine di questa purtroppo assai vecchia Europa grondano sangue e miseria umana; la natura stessa dell'uomo  fradicia, crolla da tutte le parti come legno di palude incrostato di fango. Basta grattare un poco sotto l'orpello dei costumi, delle parate; basta alzare leggermente il velo, la cortina di raso per posare lo sguardo su una coorte di vermi, su tessuti in putrefazione.
In questo letamaio, le campane romane che festeggiano la caduta di Camerino hanno davvero un suono sinistro. Pare ancora di udirlo attraverso i tempi, con quelle onde sonore che s'intrecciano e giungono fino a noi; osanna al tradimento, evviva al delitto...
Tre giorni di feste, di baldoria, di lazzi, di pasquinate di carnevale. Alessandro VI  all'apice della gioia. Il regno per suo figlio  quasi a punto.
Quasi.
Nella storia c' sempre lo zampino del destino. Cesare Borgia non arriver mai a vedere il suo regno solido sotto le sue mani, perch sempre ne mancher qualche pezzo al suo completamento. Pacificata o meglio sottomessa una zona, ecco che quella che era stata prima conquistata si ribella nuovamente e cos via. In questo caso, il destino mette sulla strada di Valentino re Luigi di Francia. E' l'epoca in cui Lucrezia giace a Ferrara, ammalata. Per giunta  in attesa di un H 67  792  792  0     0     0     0   1 1     0     0     0     0     0     0     0Hfiglio.
Luigi  a Milano. Incontro a lui si fanno subito il duca d'Urbino, uno dei Varano, e il Bentivoglion lor i padroni del sangue regal... cos
cantano le strofette satiriche dedicate alle morbose passioni del giovanotto per
i propri ufficiali, passioni che non gli impediscono tuttavia di apprezzare le
bellezze della natura e qualche volta anche quelle delle donne, specie quando
gli verranno addirittura recapitate nelle stanze in una portantina chiusa agli
sguardi indiscreti, magari con un bigliettino di accompagnamento della madre che
loda e raccomanda al sovrano le nascoste virt della figlia. Il fatto accade a
Napoli: la madre  la duchessa di Melfi, la bella  Eleonora Marzano, pelle
ambrata, fianchi opulenti, seno leggermente acerbo, un vero frutto esotico.
Viene condotta da Carlo VIII in una sontuosa veste d'oro e su una vettura, un
calesse, ...bene in ordine come non mancheranno di precisare i cronisti.
E il nostro Carlo, alla vista di quei giardini, di quelle visioni paradisiache,
di quei panorami, al ricevere simili doni non sta pi nella pelle e scrive al
cognato duca di Borbone: Non potete certamente immaginare la bellezza dei
giardini di questa citt, ma davvero ho la sensazione di essere capitato nel
paradiso terrestre di Adamo ed Eva, tanta  la loro belt e la loro ricchezza,
come vi racconter non appena vi rivedr...
Quelli che poi erano addirittura al settimo cielo erano gli ufficiali del
seguito, che se avessero potuto avrebbero fatto un contratto di soggiorno
permanente, non passando giorno senza feste, canti, balli e amori; un vero
bengodi sulla terra, un breve sogno che solo Fornovo potr cancellare.
Chi si ricorda pi ora del legittimo titolare del regno, Alfonso d'Aragona?
Napoli  l'ultimo anello di una catena incominciata da mesi con Bianca di
Savoia, la marchesa di Monferrato, Lodovico il Moro...
Gi, Lodovico il Moro, il miglior fico del bigoncio si potrebbe dire. Tutto era
cominciato infatti per colpa sua. Volendo drizzare una quinta sommaria che
rappresenti schematicamente questi avvenimenti, si potrebbe dire che Lodovico
non aveva nessuna intenzione di usurpare il potere al duca Giovanni Galeazzo
Sforza. Ma, in pratica, dal 1489 al 1491 aveva operato numerose sostituzioni fra
i vassalli, mettendo tutta gente di sua fiducia. Il 31 gennaio del 1491 aveva
poi sposato Beatrice d'Este, una ragazzina di diciassette anni destinata in
moglie a un orco di quaranta. Beatrice per aveva un carattere piuttosto
indipendente e si era subito scontrata con Isabella, moglie di Giovanni. Avendo
Galeazzo infatti sposato il tutore del duce e il virtuale signore del milanese,
non poteva tollerare che fosse lei a doversi inchinare, a rendere omaggio, a
ossequiare Isabella. Cose che succedono. In tutti i guai cherchez la femme, e la
femme era lei, Beatrice. Lodovico allora aveva deciso di dare un taglio netto. E
si era messo a disporre a suo piacimento dell'erario, lasciando appena di che
vivere a Giovanni Galeazzo e ad Isabella. Apriti cielo. Per giunta ai due sposi
era nato un fanciullino nel febbraio del '91. Con quel che passava Lodovico non
c'era di che scialare. E Isabella ricorre al padre, Alfonso di Napoli. Detto e
fatto arrivano a Milano ambasciatori del regno del sud che perorano la causa
della figlia di Alfonso. Buco nell'acqua, ma pulce nell'orecchio di Lodovico il
Moro il quale, non appena partiti gli ambasciatori, si mette a sorvegliare le
mosse del reame napoletano. Che avrebbe fatto adesso il padre di Alfonso,
Ferdinando? E i fatti gli daranno ragione di questa sua cautela. Gli verr
infatti riferito che i napoletani stavano allestendo in fretta e furia una
flotta. Certo non per andare a conquistare l'Oriente. Ma i progetti dei
napoletani erano anche altri. A Milano c'erano parecchi malcontenti della
politica di Lodovico il Moro, che avrebbero appoggiato entusiasticamente
qualunque tentativo di ridare autorit a Giovanni Galeazzo. Ma Lodovico il Moro
non se la sentiva di affrontare una sedizione entro i propri confini; tanto
valeva rendere la pariglia e chiamare qualcuno che avrebbe potuto ridurre alla
ragione i soldati di Alfonso e di suo padre. Questo qualcuno era naturalmente
Carlo VIII.
Ecco, spiegata in modo piuttosto semplicistico la vera ragione della venuta di
quel ventiquattrenne sovrano di Francia. Infatti Lodovico il Moro manda alla
corte francese Carlo Barbiano, suo ambasciatore di fiducia, che fa balenare agli
occhi del brutto re il diritto degli Angioini conculcato dagli Aragonesi. Ma
Carlo aveva in capo un'idea fissa: la crociata contro i turchi.
Buon Dio, era un po' tardi. Ma neanche a farlo apposta quell'offerta gli faceva
venire in mente di servirsi del napoletano come base d'operazioni per la
crociata. Forse che ai tempi della prima i migliori conquistatori non erano
venuti proprio dal napoletano? Forse che non erano stati proprio normanni
provenienti dall'Italia meridionale? Poi c'era un argomento formidabile, un vero
asso nella manica di Carlo Barbiano: Lodovico avrebbe posto a disposizione del
sovrano di Francia le sue truppe e il suo denaro. E garantiva che tutti i
principi italiani, il papa, i fiorentini, i veneziani, avrebbero dato man forte
o comunque favorito l'impresa. Carlo VIII si vedeva gi emulo di Carlo Magno. Il
suo nome sarebbe rimasto nella storia accanto a quello dei maggiori
conquistatori dell'umanit. Il suo ritratto, per quanto brutto, avrebbe dominato
il mondo intero. Basta. Era deciso. I turchi erano pronti a ghermire Dalmazia e
Ungheria; una provocazione intollerabile. Adesso per sarebbe intervenuto lui,
il re di Francia, e avrebbe salvato i regni cristiani.
Barbiano era contento. Il sovrano ormai era partito e nessuno lo avrebbe pi
fermato. I napoletani avrebbero ricevuto quello che si meritavano e il suo
padrone, il furbo (ma non troppo...) Lodovico il Moro avrebbe potuto fregarsi le
mani soddisfatto. Le armi francesi erano state abbindolate dalla furbizia
italiana. Ahim...!
Nel museo di Vienna c' un ritratto del Tiziano che raffigura un busto di donna,
ornata di ricchissimi paramenti, di quelle pesanti stoffe di broccato che
impedivano fin l'incedere e sotto la cui mole occorreva sapersi muovere con
lentezza e grazia. Il volto  quello di una giovane, i capelli biondi, I'ovale
pieno, il naso dritto, i grandi occhi di un azzurro intenso, i boccoli
saggiamente divisi da una scriminatura alla sommit del capo, una ombra di
sensualit sotto le palpebre. Le labbra sono piene anche se la bocca  piuttosto
piccola, a forma di cuore. Le orecchie sono invece grandi, non molto belle,
appesantite da orecchini di perle grosse come nocciole. La pelle  serica e
bianca, il collo pieno. Le spalle e il seno di quella donna verranno celebrati
da molti, i suoi vezzi faranno impazzire mezza Italia, per quella bocca
compiranno i pi mortali peccati mille pretendenti, per quegli occhi saranno
disposti a scendere in Inferno i pi alti fra i prelati. E' giunto per il
momento di dire di chi si tratta:  Isabella d'Este, duchessa di Mantova. Non
c' storia rinascimentale che non debba imbattersi in lei, che non trovi il suo
nome legato a centinaia di avvenimenti.
Isabella: una di quelle creature che scivolano leggere sui peggiori avvenimenti
senza esserne contaminate, una di quelle Veneri che fanno da perno a una ridda
di vicende, attraverso le quali la loro bellezza sfolgora sovrana.
Isabella: una creatura di sogno la cui vita sar sconvolta da una donna sicura
di s, meno intelligente, meno colta, meno bella ma pi perfida, pi
femminilmente crudele, una donna dallo sguardo vellutato e carico di
significati, abilissima danzatrice, che sar il tema di decine e decine di
biografie: Lucrezia Borgia. Lucrezia sar infatti colei che colpir nel profondo
del cuore Isabella, un duello senza sangue ma con molto dolore.
Fra i mille e uno regali e doni sontuosi che papa Alessandro Borgia aveva fatto
a sua figlia Lucrezia per le nozze con Alfonso d'Este c' una portantina; il
cronista riferisce che anzi si tratta di una portantina dorata alla francese e a
due posti. Alfonso d'Este, il promesso sposo, era figlio di Ercole d'Este e
d'Isabella d'Aragona, la figlia del re di Napoli. Il bell'Alfonso aveva una
sorella, Isabella, andata sposa a Francesco Gonzaga duca di Mantova, proprio la
Isabella insomma che abbiamo appena descritto nella pagina precedente. Ora,
nella mente tutt'altro che ingenua di papa Borgia, quei due posti di cui era
dotata la portantina avrebbero dovuto servire a un colloquio esplorativo con la
cognata, la quale avrebbe fatto il viaggio con Lucrezia da Urbino a Ferrara. Un
po' per le fatiche dell'itinerario, un po' per la necessaria intimit che viene
a crearsi quando due persone compiono molti chilometri a fianco a fianco, un po'
per la naturale fiducia di Alessandro nei confronti di sua figlia, fatto si 
che quella portantina avrebbe dovuto rappresentare il cavallo di Troia della
bella Lucrezia alla corte del marito.
Alessandro VI era perfettamente consapevole del fatto che sua figlia in mezzo a
tutti quei nobili d'altissimo lignaggio, quali gli Estensi e i Gonzaga, era un
po' una parvenue. Lucrezia era figlia di Vannozza la prima amante, il primo
amore insomma di Alessandro VI.
Una parvenue che si presentava tuttavia munita di due armi formidabili: la
potenza del denaro, la ricchezza, e la fondamentale depravazione del suo animo,
eredit familiare, corruzione che attirava come un morbo sottile e incantatore i
cortigiani che l'avvicinavano. D'altronde, al momento di unirsi ad Alfonso, la
sua vita era gi lastricata di amori e di cadaveri; morto Pedro Calderon, il suo
amante appassionato dopo lo scioglimento del matrimonio con Giovanni Sforza (una
versa farsa), ucciso il secondo marito Alfonso d'Aragona, morto anche il vanto
della giovinezza, l'innocenza, dato che su di lei circolano voci terribili
d'incesto e corruttela, Lucrezia pu anche far paura; ma la paura a volte
attira, specie se dietro di essa c' il morboso, il marcio.
Poi c' la ricchezza. Quando si presenter ad Alfonso d'Este avr una balzana
(cintura) di oltre quindicimila ducati, duecento camicie di cento ducati
ciascuna, e ogni manica (infatti le maniche erano intercambiabili allora) era
lavorata con frange d'oro e mille ornamenti che facevano stimare il suo valore a
non meno di trenta ducati. Un solo suo vestito era stimato sui ventimila ducati,
mentre si parlava di cappelli del costo di diecimila ducati, tanto da far
ritenere che le oreficerie avessero lavorato negli ultimi due mesi pi che negli
ultimi due anni. Certo che con le somme sfoggiate sul corpo di Lucrezia, con la
beata incoscienza della vanit femminile si sarebbe potuto comperare un piccolo
stato.
Che cosa avrebbe fatto, con che armi avrebbe risposto Isabella Gonzaga d'Este,
la moglie del duca di Mantova? Indubbiamente Isabella era la primadonna non solo
d'Italia, ma si potrebbe dire anche d'Europa, capace di stare a petto e di
vincere in bellezza e in virt qualunque rivale del tempo. Poteva la giovane
Lucrezia far fronte a questo pericoloso e dubbio confronto? E' certo che, per
quanti gioielli avesse sfoggiato la figlia del papa, avrebbe dovuto gettare sul
tappeto verde anche altre carte molto pi significative. Isabella non era solo
una bellezza, era anche una donna colta che sapeva unire il cervello di un
letterato alle moine di una disincantata e disincantatrice donna di gran mondo.
Che cosa avrebbe pensato di quella giovane dal sangue spagnolo, andata in sposa
all'et di quattordici anni, gi resa vedova per forza all'et di diciannove,
abituata ad assistere alle pi singolari cerimonie orgiastiche che mai curia
avesse visto, abituata ad aggirarsi fra le corrottissime e spudodate cortigiane
romane? E che le cortigiane di Roma fossero le pi... brave nel loro mestiere
era arcinoto. A Roma convergevano uomini da ogni parte d'Europa per ammirare
questi prodigi viventi. A confermarlo basti quest'episodio.
E' il 21 ottobre del 1501. Cesare Borgia ha deciso di sorpassare qualunque
satrapo orientale, qualsiasi sultano. Ha invitato a cena cinquanta prostitute,
le migliori della capitale, fra le quali molte spagnole. La cena si svolge con
una conversazione fatta di sottintesi sempre pi scoperti a mano a mano che si
ci approssima al finale. E il finale sar un vero spettacolo pirotecnico, una
sarabanda, un fuoco d'artifici amatori. Le donne, stando alla fredda e
imparziale cronaca di quello spirito alsaziano che  il Burchard, il quale
indubbiamente ne aveva visto delle belle, si getteranno a corpo perduto sui
presenti, letteralmente aggredendoli; questi le avranno cos, vestite, accanto
ai tavoli; poi fra gli schiamazzi le donne si libereranno delle vesti con premi
per coloro che fossero riusciti a possederle pi volte senza perdere il proprio
ardore; quando i partecipanti alla fine saranno esausti arriver il clou dello
spettacolo. Sgomberata la sala e disposte tutto attorno sul pavimento delle
candele accese verranno fatte rotolare decine di castagne che le donne rimaste
completamente nude avrebbero dovuto raccogliere avanzando a quattro zampe;
durante il gigantesco partouze nuovamente alcuni daranno prova del loro
singolare valore, con conseguente premiazione finale (...exposita dona ultima,
diploides de serico, paria caligarum... pro illis qui pluries dictas meretrices
carnaliter agnoscerent; quce fuerunt ibidem in aula publice carnaliter tractatae
arbitrio praesentium, dona distributa victoribus...). Come si vede il compassato
Burchard non fa un commento; riferisce e basta, da perfetto cronista e da buon
teutonico. Fra i presenti saranno notati papa Alessandro VI e sua figlia
Lucrezia, che si divertir un mondo... Il mattino seguente il papa, stanco, non
assister alla messa. Con queste esperienze dietro le spalle, avendone viste,
nonostante l'et, davvero di tutti i colori (o tempora, o mores...) Lucrezia si
apprester a conquistare la corte di Alfonso.
Il quale Alfonso non era neppur lui beninteso uno stinco di santo, ancorch non
arrivasse certo alle raffinatezze borgiane. Il duca veniva da una famiglia dove
di figli se ne facevano a carrette. Un Niccol d'Este era rimasto talmente
famoso (aveva generato ventisette figlioli) che su di lui correva questa
filastrocca: ...di qua e di l del Po, tutti figli di Niccol. Quanto ad
Alfonso, egli si dava da fare come meglio non avrebbe potuto; non c'era
cortigiana, per quanto valente, che potesse tenerlo a bada, e quanto pi si
trovava di fronte donne mastodontiche e violente tanto pi il prode Alfonso
perdeva la testa; e come Alessandro VI e lo stesso Cesare Borgia anche lui aveva
finito per prendersi un formidabile mal francese. Troppo impegnato fuori
dell'ovile trascurava la moglie, Anna Sforza, una donna che peraltro non aveva
gusti esattamente ortodossi, tant' vero che era solita dividere le sue coltri
(in assenza del marito, beninteso) con una giovane e graziosa mulatta che faceva
parte della servit. Per giunta Anna Sforza era sottile e delicata, mentre come
abbiamo ora visto Alfonso era invece di appetito robusto e gagliardo. In
Lucrezia avrebbe avuto finalmente la moglie capace di tenergli testa, che gli
avrebbe fatto immediatamente dimenticare le delusioni cagionategli da Arma
Sforza.
Ad Alfonso erano poi giunte le voci da parte dei suoi informatori (non
dimentichiamo infatti che a Roma era andata una sua legazione per trattare tutti
i punti del matrimonio) di quella singolarissima orgia avvenuta con la presenza
di tutte le migliori cortigiane di Roma; ma anzich dolersene si era anzi
incuriosito e non stava nella pelle al pensiero di trovarsi a petto di una cos
smaliziata consorte. Tutti i gusti son gusti. Fatto si  che Alfonso arriver
anche a stancarsi della figlia del papa, permettendole gli amori con il Bembo,
con il marito di Isabella d'Este, Francesco Gonzaga, e fors'anche con il
letterato che faceva da tramite fra quest'ultimo e la spagnola per sangue,
ovvero Ercole Strozzi, un altro che a causa dei languidi occhi di Lucrezia far
davvero un'indegna fine, sgozzato di primo mattino come un maiale.
Se, forse, Alessandro VI aveva pensato a Isabella nel regalare la portantina a
sua figlia, il destino o il protocollo vorr che a viaggiare da Urbino a Ferrara
insieme con Lucrezia sar una donna altera, dagli zigomi rilevati, il portamento
fiero, gli occhi penetranti, la bocca dura; un viso non bello forse ma
interessante. Indubbiamente Elisabetta Gonzaga, moglie di Guidobaldo da
Montefeltro e cognata di Isabella, era la persona pi indicata per studiare da
vicino quel serpente in gonnella che il caso aveva posto sul cammino del
gagliardo Alfonso. Elisabetta poi era la persona meno adatta a lasciarsi mettere
i piedi sul collo, tanto era compresa del suo ruolo di nobildonna e tanto si
sentiva superiore per cultura e per lignaggio a quella serpe di cui si dicevano
mille diavolerie e sulla quale correvano le pi nefande dicerie. E i fatti
daranno ragione alle supposizioni. Per tutto il viaggio le due donne parleranno
del pi e del meno, ma senza lasciarsi andare alla minima confidenza.
Per tutto il viaggio Lucrezia avvertir su di s quello sguardo altero e
indagatore che la scruter fin nel profondo lasciandole un indefinibile senso di
disagio. E quando arriveranno a dover fronteggiare insieme i festeggiamenti dati
per l'occasione ad Urbino o quando staranno per arrivare al castello dei
Bentivoglio, al ponte di Peledrano, la figlia del papa capir per ben due volte
quanto le sarebbe stato difficile sormontare quella cortina di diffidenza e, in
fondo, di sottile disprezzo.
Urbino rappresenta la fase iniziale, ma anche la pi significativa. Elisabetta e
Guidobaldo non soltanto facevano pesare tutta la loro augusta nobilt, ma anche
facevano capire come avessero intuito i disegni di Alessandro VI di costituirsi
quasi un feudo personale con i loro stessi domini. Quanto questa intuizione
fosse esatta vedremo in seguito. Tutto il loro comportamento del resto
manifestava il loro giudizio su quel matrimonio, che ritenevano imposto con la
forza da una famiglia che essi consideravano formata da veri e propri
avventurieri. Viceversa Alessandro VI manteneva il classico comportamento del
padre preoccupato che le nozze della figlia riuscissero nel migliore dei modi e
soprattutto desideroso che la fanciulla trovasse nel marito il necessario
affetto e la indispensabile comprensione; per cui non cessava di importunare il
cardinale Ippolito d'Este al riguardo: che Alfonso non si facesse ritegni,
amasse con tutto se stesso quella donna che il destino aveva posto sulla sua
vita e desse tutte le prove di voler giacere con essa, facendosi vedere assiduo
la notte presso di lei. Mai cosa avrebbe potuto fargli pi piacere e recargli
maggiore allegrezza.
Ma se Alessandro VI si mostrava preoccupato dell'atteggiamento che avrebbe
potuto assumere il futuro genero, Isabella d'Este si preoccupava delle toelette
che la figlia del papa avrebbe potuto indossare. Quella cognata cominciava a
turbarle i sonni prima ancora che il matrimonio con suo fratello fosse
celebrato, tant' vero che in Roma vi era un ecclesiastico incaricato unicamente
di farle pervenire i pi completi ragguagli sulle gioie e sugli abiti sfoggiati
dalla figlia del pontefice. Le sue lettere, che giungevano a Isabella in gran
copia, erano firmate semplicemente il prete. Per sfortuna della pi bella e
famosa delle donne del tempo, quelle lettere le rivelavano che la sua avversaria
le avrebbe dato parecchio filo da torcere; non solo, infatti, veniva
universalmente giudicata affascinante, ma anche molto abile. Un punto
quest'ultimo ancora controverso fra gli studiosi dei diversi partiti. I
filo-borgiani sostengono che Lucrezia aveva effettivamente una personalit non
comune, nascosta sotto quel comportamento da fanciulla che amava soprattutto
danzare e divertirsi. E a dar loro ragione c'era l'accanimento con il quale
aveva discusso tutti i preliminari del suo matrimonio, appoggiando in pieno le
tesi di suo padre e mostrandosi attaccatissima al denaro, anche se si era
trovata a combattere con un vero uomo d'affari come Ercole d'Este, tanto abile
da convincerla in seguito a cedere e a persuadere suo padre a fare altrettanto.
Ercole era rimasto colpito dall'abilit della donna, tanto da scriverle
complimentandosi con lei e da scrivere, poco dopo, anche al papa. La lettera,
datata da Ferrara il 2 settembre 1501, diceva che dal canto suo si dichiarava
disposto a prendere in esame la possibilit di un accordo con il Santo Padre,
accettando la sorella del duca di Romagna come moglie del suo primogenito
Alfonso d'Este. Una decisione che Ercole diceva di aver preso in base alle
insistenze di sua maest cristianissima. Sempre che fossero rispettati gli
accordi sul matrimonio stesso. Eccetera.
Perch tante parole su questo matrimonio? Perch esso rappresenter l'acme
raggiunto dalla potenza borgiana in Italia. E quest'impressione si ricaver
anche dalla lettura delle lettere che invieranno al duca di Ferrara Gian Luca
Pozzi e Gerardo Saraceni. Ed ecco l'itinerario della bionda Lucrezia (il colore
dei capelli, pi scuri di quelli della rivale Isabella, era con tutta
probabilit un retaggio materno) e del suo codazzo di cinquecento persone.
Partita il 6 gennaio 1502 da Roma verso le venti, la sera stessa sar a
Castelnuovo, il 7 eccola a Narni, l'8 a Terni, il 9 e il 10 a Spoleto, l'11 e il
12 a Foligno, il 13 a Nocera, il 14 a Gualdo, il 15 a Gubbio, il 16 a Cagli, il
18 e il 19 a Urbino, il 20 e il 21 a Pesaro, il 22 e il 23 a Rimini, il 24 a
Cesena. eccetera; l'arrivo a Ferrara sar per il giorno 2, dopo che avr
trascorso la giornata del 1 febbraio sul canale, giungendo al borgo di San
Luca, fuori Ferrara.
Come dir un commentatore: il viaggio fu tutto un viaggio trionfale. Le citt
del territorio romano, bench al solito tutta l'accoglienza e gli alloggi
fossero a loro carico, fecero a gara per onorare la sposa, Foligno soprattutto,
i cui archi e carri trionfali Gian Luca Pozzi e Gerardo Saraceni, descrivono con
entusiasmo. Le onoranze e le feste che Lucrezia ricevette poi nel territorio del
ducato feltrano furono ancora maggiori di quelle che fino allora Lucrezia aveva
incontrato sul suo cammino: l'arte e la cortesia che regnavano a gara nella
corte pi geniale d'Italia nel Rinascimento s'inchinarono insieme alla sposa e
le resero pi lieti e pi belli quei giorni. Pesaro non dovette essere
altrettanto cara dimora alla sposa, che dovette ripensare ai giorni sereni e
senza cure goduti ivi un tempo e ora volati tanto lontani; e ben dovette
morderla quivi amaramente il fiero e onesto detto della gentildonna pesarese che
a lei, sposa ora d'Alfonso d'Este, ricordava mordacemente le nozze conculcate
dal signore di Pesaro. Raccontano certe vecchie memorie di Pesaro che, essendo
quivi Lucrezia visitata da molte gentildonne pesaresi le quali, quando ella era
consorte di Giovanni Sforza, avevano acquistato servit seco, madonna Lucrezia
Lopez moglie di maestro Giovanni Francesco Ardizio, medico, interrogata dalla
sposa se volesse andar seco a Ferrara, rispondesse prontamente: Io no, ch non
voglio che si dica poi che abbia doi mariti... Pur dopo Pesaro si rinnov
attraverso la Romagna la dolce festa dei primi giorni di viaggio: pi agevole e
lieto il cammino lungo la molle pianura dopo l'aspro Appennino coperto di nevi,
pi familiari e gentili le feste, che non la sola letizia costretta delle
popolazioni ma qui anche l'affetto del fratello apparecchiava; tutte le terre di
Romagna, obbedienti a Cesare Borgia, si inchinavano alla sorella di lui...
Un vero viaggio da trionfatrice in altre parole. O per amore o per forza non le
mancavano fior di omaggi lungo la via, con quelle genti attonite a mirare il
magnifico corteo delle cinquecento persone, roba mai vista, da lustrarsi gli
occhi per tutta la vita. La figlia del pontefice poteva ben, dunque, esserne
contenta.
Le voci e il resoconto fatto ad Alfonso dai corrieri mandati in avanscoperta non
solo gli avevano messo addosso una vera curiosit di vedere con i propri occhi
lo spettacolo, ma anche il desiderio di dare un'occhiata a questa moglie, di cui
si dicevano troppe cose per non esserne incuriosito oltre misura. Tuttavia la
norma voleva che lo sposo sarebbe rimasto in Ferrara ad attendere l'arrivo della
promessa consorte. Ma Alfonso non aveva nessuna intenzione di rispettare le
regole; se non avesse potuto infrangerle a viso aperto, lo avrebbe fatto in
tutta segretezza. E cos, allorch il corteo con la famosa portantina sulla
quale avanzavano dondolando le due donne (Lucrezia ed Elisabetta) fu nei pressi
di Bentivoglio, il 31 gennaio, eccoti il prode estense comparire davanti alla
bella Lucrezia con grande disappunto di Elisabetta, che non avrebbe mai e poi
mai perdonato una simile mancanza di etichetta (che significava un palese
omaggio alla figlia del papa). Fra i due vi sar un colloquio durato circa un
paio d'ore e alla presenza di Annibale Bentivoglio, signore del castello di
Peledrano, e del fratello di Alfonso, don Ferrante, che aveva accompagnato
Lucrezia sin dalla partenza romana. Lucrezia con le sue grazie e i suoi inchini
conquister il futuro marito, che rimarr soprattutto attratto da un'ombra
misteriosa e piena di malizia scorta negli occhi della promessa sposa. Il primo
round era dunque guadagnato.
Gi alla ripresa del secondo si capiva poi che il successo di Lucrezia sarebbe
continuato. Le due donne, Isabella e la figlia del papa, finalmente
s'incontreranno. Lucrezia dir pi tardi che l'abbraccio di Isabella le era
sembrato un po' troppo caloroso, tanto l'aveva serrata fra le sue braccia
baciandola fraternamente. Certo che entrambe erano il ritratto dell'eleganza e
della rivalit femminili. Isabella in nero e verde con l'oro dei suoi capelli
che faceva capolino a ciocche dal copricapo, splendida e calda in quel gelo
invernale sul fiume coperto di nebbia. Ma bellissima anche lei, Lucrezia, in oro
ed ermellino accanto alla duchessa di Urbino, Elisabetta, tutta in nero e oro.
Magnifico.
E quando arriveranno a Ferrara, il 2 febbraio, sar davvero un trionfo. Lei, la
spagnola, accompagnata dal galante ambasciatore di Francia, l'altra, la
mantovana, accompagnata dal legato veneto deferente e compito. La cerimonia sar
degna dei fasti orientali.
Le feste ferraresi rappresentavano l'omaggio dovuto alla consorte d'Alfonso, la
necessaria conseguenza della cerimonia che c'era stata il 30 dicembre nella
camera Paolina del Vaticano. Allora il papa sul soglio era circondato da tutti i
cardinali e dopo la breve ma indispensabile orazione (tenuta dal vescovo di
Adria) ci si erano scambiati i doni con l'ambasciata di Ferrara al completo ed
Ercole, il padre dello sposo, in rappresentanza di quest'ultimo. Questa volta
sotto il baldacchino, un drappellone scarlatto retto dai docenti
dell'universit, sarebbe avanzata lei, Lucrezia. Feste da dare veramente il
capogiro.
Il corteo era aperto da arcieri e trombettieri, con cornamuse e tamburini, poi i
nobili, carichi di collane d'oro, e quindi il seguito della duchessa d'Urbino,
quindi ancora lo sposo accompagnato da Annibale Bentivoglio. Soltanto le
gualdrappe dei cavalli valevano un patrimonio. Poi ecco la scorta della sposa,
seguita da cinque vescovi e dagli ambasciatori scortati dai tamburini. Infine
Lucrezia sotto il baldacchino, seguita a distanza da Isabella d'Este col suo
accompagnatore veneziano e il padre di Alfonso, Ercole. E dietro ancora il
parentado di lei e le nobildonne romane. Orchestre, archi di trionfo, funamboli
e giocolieri, danzatori... nulla era stato lasciato d'intentato pur di far
divertire la sposa, pur di dar lustro a quella giornata che doveva rimanere
indimenticabile nella mente e negli occhi dei presenti.
Altrettanto fastosa, ma pi solenne, sar la cerimonia dell'ingresso a palazzo e
in particolare dell'accesso alla Sala Grande. Seducente e davvero graziosa. Ecco
come la giudicheranno i presenti. Indubbiamente Lucrezia faceva una gran bella
figura posta su quel trono accanto allo sposo. La sua espressione dolce e
amabile conquistava tutti, tutti s'intende meno la rivale Isabella di Mantova,
la quale se la divorava con gli occhi, avvertendo in s un'indefinibile
sentimento, un misto di gelosia, di invidia e di preoccupazione. Eppure di tutte
le persone che avevano accompagnato la spagnola durante il viaggio da Roma a
Ferrara nessuna avrebbe potuto mai dire che il comportamento della sorella di
Cesare Borgia fosse stato men che amabile; da tutto il suo essere traspariva una
calma fiducia e una simpatica allegria; molti ricordavano i primi giorni,
allorch per un tratto l'aveva accompagnata anche la spiritosa e bella Emilia
Pia, la damigella d'Elisabetta. Ogni tanto si udiva il loro riso argentino, poi
le due ancor giovanissime donne si avvicinavano per stringersi la mano e
scambiarsi baci. Quel riso era talmente fresco e spontaneo che mai e poi mai si
sarebbe sospettato in Lucrezia l'animo perverso del fratello.
Eppure su quell'essere stava sempre vigile uno sguardo, quello d'Isabella.
Scrivendo al marito, la duchessa di Mantova dir che la sera delle nozze il
congiungimento dei due sposi non aveva suscitato quell'emozione che ci si
sarebbe potuto attendere e che al mattino dopo era mancato il solito codazzo di
nobili che si venivano a complimentare; in sostanza si trattava, come scriver,
di nozze fredde. E' probabile. Forse il focoso Alfonso s'aspettava, dopo tutta
l'eccitazione della vigilia, qualcosa di pi. Indubbiamente una certa freddezza
vi fu, il che pu anche spiegare come immediatamente Lucrezia abbia trovato il
modo di garantirsi la compagnia di gentiluomini amabili e cortesi. Fra i primi
l'ambasciatore di Francia. Invano Isabella, piccata nell'intimo, combattuta sul
suo stesso terreno di seduttrice, ospiter l'ambasciatore nelle sue stanze alla
presenza delle sue damigelle e si metter a cantare con quella sua voce soave
alcune arie alla moda, guardando di sottecchi, sotto quelle ciocche di capelli
biondi sui quali le candele accendevano strani riflessi, il suo compagno, mentre
le dita leggere correvano sul liuto. Invano gli ceder in segno di sfida e di
pegno i suoi guanti profumati; chi aveva fatto breccia nel petto del francese
era stata per il momento Lucrezia. Il guaio poi verr pi tardi, allorch la
figlia illegittima di Alessandro VI riuscir a conquistare il cuore dello stesso
marito d'Isabella, Francesco. E improvvisamente i grandi occhi azzurri della
duchessa di Mantova perderanno quella calda simpatia dello sguardo appena
sottolineato da una leggera ombra di sensualit sotto le palpebre per caricarsi
delle luci dell'odio e di un'irrefrenabile gelosia. Incredibile ma vero. La pi
corteggiata, forse, donna d'Italia, la lieve Isabella era tramutata in vipera
morsa dalla pi cocente ostilit.
Questi per sono avvenimenti che interessano relativamente il nostro lettore.
Dobbiamo infatti parlare di una strage, e soffermarci troppo sui protagonisti o
sulle figure di contorno (e in questa vicenda le donne lo sono) rischia di farci
allontanare dal seminato. Gli avvenimenti di cui ci occupiamo riguardano la
cosiddetta terza campagna di Romagna. Nel desiderio che aveva il papato di
consolidare il regime degli Stati della Chiesa c'era un impedimento dato dalla
stessa struttura degli Stati, tutti composti, come da minuti frammenti, da
altrettante signorie in lotta fra loro o, pi spesso, indifferenti al potere
centrale. La Romagna indubbiamente era, forse, fra le pi turbolente regioni.
Nel quadro politico tracciato nella mente di Alessandro VI c'era la necessit di
far piazza pulita di tutti quei tiranni e tirannelli che si mostravano piuttosto
scalpitanti nei confronti di Roma e segnatamente dei Borgia. Perch il problema,
pi che come interesse della Chiesa o del papato in s e per s, va considerato
sotto il profilo della convenienza di una famiglia, quella dei Borgia
naturalmente.
L'autorit papale nella persona del vicario Albornoz era un mito in Romagna.
Alessandro, le cui crisi andavano facendosi sempre pi frequenti, specie di
mancamenti d'origine epilettica, sapeva che il tempo a sua disposizione per
garantire uno stabile possedimento a suo figlio e sistemare gli altri membri
della famiglia e consorteria, era davvero esiguo. La Romagna, che era un patente
esempio di malgoverno, avrebbe dovuto essere imbrigliata. Per seguire questa
politica, per raggiunger questo scopo c'era una strada: la forza, ovvero le
armi. E il primo ostacolo da abbattere era rappresentato da una donna: Caterina
Sforza. Andata sposa a Girolamo Riario, nonostante l'opposizione di una donna
come Gabriella Gonzaga, era divenuta grazie ai quarantamila ducati sborsati da
papa della Rovere, Sisto IV, signora di Imola. La citt era stata infatti ceduta
da Galeazzo Sforza al papa per quella somma e il papa l'aveva allora data a
Girolamo. Con il recente acquisto Girolamo riceveva inoltre il titolo di conte.
A dire il vero quella specie di mercato era convenuto soprattutto a Galeazzo
Sforza, che aveva potuto accasare a un prezzo assai elevato, quarantamila ducati
non erano certo una somma qualunque, la sua figlia illegittima. L'insediamento
di Girolamo nel territorio di Imola veniva poi a far parte di un complesso
disegno di Sisto IV, nel quale entravano anche le mosse del cardinale di San
Pietro in Vincoli, ovvero il famoso Giuliano della Rovere. Giuliano, duro e
senza scrupoli, qualit che sfogger anche una volta giunto al soglio
pontificio, riuscir a ridurre alla ragione alcune citt dell'Umbria sostenendo
dure lotte contro gli Orsini e i Vitelli.
Nonostante la nascita illegittima, era infatti nata da Galeazzo e da Lucrezia
Landriani, Caterina Sforza era stata educata dalla consorte legittima di
Galeazzo, Bona di Savoia. Bona aveva curato che la fanciulla ricevesse una
perfetta educazione, vernice che ne faceva un prodotto apparentemente delicato,
un fiore di serra, mal assortito nel matrimonio con un'ambizione spietata come
quella di Girolamo. Eppure c'era nel viso ancora immaturo della giovane un che
di volitivo, specie in quella mascella piuttosto pronunciata e nel naso
leggermente aquilino che promettevano un carattere indomabile. Certo che il suo
destino le riservava brutte sorprese. Non per nulla il suo promesso sposo poco
prima di convolare con lei a nozze sfuggir, davvero per un soffio, a un agguato
che gli sarebbe costato altrimenti la vita, attentato che tutti diranno ispirato
da Vincoli, come talvolta veniva soprannominato, ovvero da Giuliano della
Rovere.
Caterina Sforza, una mattatrice dell'epoca sua. Sebbene fosse appena
adolescente, la sua bellezza aveva risvegliato le attenzioni un po' di tutti;
Caterina, giungendo a Roma, capiter in una vera e propria tana di lupi (e
qualcuno far osservare che perfino le attenzioni di Francesco della Rovere,
ovvero Sisto IV, non sembravano cos innocenti). Ma il carattere davvero
irriducibile della giovane sembrava volesse dimostrare a chiunque che non si
potevano fare tanto facilmente i conti senza l'oste.
Girolamo divent quindi a spinte signore di Imola; non era poi una persona che
sapesse vedere i propri limiti; quella sua ambizione lo dannava facendogli
farneticare progetti di espansione nel napoletano, oppure inducendolo a
partecipare alla congiura dei Pazzi, complotto che con il suo fallimento lo
obbligher a fare l'impossibile per dichiararsi innocente.
Ma saltiamo a pie' pari qualche anno. Passiamo, di colpo, al 1496. Girolamo non
 pi da tempo. E' morto assassinato. Il carattere di Caterina, divenuta
prigioniera degli Orsi, poi nuovamente vittoriosa, si  indurito. Ora la donna 
pi simile a una tigre assetata di potere e di sangue. Le sue vendette sono
state terribili. Il suo governo adesso  esercitato con mano di ferro. Il 1496 
la data del suo matrimonio segreto con l'amante Giovanni Popolano, ambasciatore
della repubblica fiorentina. Giovanni morir due anni dopo essersi ammogliato.
Dall'unione era nato un fanciullo che portava lo stesso nome del padre. Sul
fanciullo era nato un piccolo dissidio fra i fiorentini (che avrebbero voluto
averlo con s educandolo a proprie spese) e Caterina che non voleva
assolutamente distaccarsi dal bimbo. Comunque i rapporti fra Caterina e i Medici
non verranno certo per questo incrinati anche se la bellicosa donna dovr
accondiscendere alle richieste medicee di vedere riconosciuto il matrimonio
ufficialmente, anche se in via postuma...
La morte del Popolano non  tanto importante di per s, quanto risulta un
pratico termine di riferimento cronologico per un periodo fra i pi travagliati
che Caterina si trova ad affrontare. Infatti alla morte di Innocenzo VIII, in
pratica un uomo di paglia del cardinale Giuliano della Rovere, attraverso il
quale Vincoli aveva fatto sentire tutta la sua pesante influenza, si era
scatenata la lotta per la successione con la violenza che solo un'epoca come
quella rinascimentale pu dimostrare. Da ultimo era risultato vincitore, come
noto Rodrigo Borgia che aveva finito per comperare i voti di tutti, Giuliano
della Rovere compreso. Rodrigo, con il profondere a destra e a manca donativi e
benefici, aveva gi in mente quel progetto tenuto in serbo per suo figlio Cesare
di formare un piccolo regno nell'Italia centrale, reame che sarebbe sorto sulla
rovina dei piccoli e minuscoli principati delle Marche e delle Romagne.
Quello che insomma abbiamo gi detto, sia pure in altro modo, poco fa. Ovvio che
appunto Caterina Sforza fosse il primo scoglio da levare di torno.
Ora, il Valentino aveva raccolto un buon numero di truppe svizzere e francesi,
milizie che si dimostreranno un pessimo acquisto per i miseri abitanti di quelle
terre, costretti a subirne di tutti i colori. Particolarmente insofferenti di
qualunque controllo e tetragoni a qualsiasi disciplina i francesi, che si
comporteranno come le faine nel pollaio. Per quanto ai nostri giorni gli storici
tentino di ravvisare nel comportamento delle truppe del figlio del pontefice la
fedelt ad una specie di codice d'onore, noi non ci sentiamo di condividerne il
parere; i francesi in Romagna rappresentarono l'equivalente dei predoni e dei
filibustieri, seguiti, con un certo margine di distacco per, dagli svizzeri,
preoccupati sempre e solo di una cosa: la mercede.
Neppure ci sentiamo di sottoscrivere il ritratto che faranno altri (in
particolare Collison-Morley) di un duca Valentino sollecito del benessere dei
propri sudditi, affabile e gentile con le popolazioni sottomesse anche se
spietato con i propri nemici. Niente affatto; quel poco di diplomazia che il
duca dispieg era pura tattica; per il resto c'era unicamente un fondo di
spietata crudelt sotto le parvenze di cortese hidalgo spagnolo.
A piegare la resistenza della donna, della rivale numero uno, viene comunque
mandato da Cesare Borgia un membro della famiglia Tiberti, uno del quale si
diceva che fosse stato addirittura amante della fiera Caterina. Imola non 
certo la citt che pu essere convenientemente difesa: da un lato per la poco
sicura cinta di mura, dall'altro per la pessima volont degli abitanti di
combattere in favore di Caterina. Costei dunque ha scelto come baluardo di
resistenza Forl. A Imola c' un bravo condottiero, Dionigi Naldi, sul quale la
donna conta molto. Ma il Naldi non  quel carattere adamantino che potrebbe
sembrare a prima vista ed ecco che, dopo aver dato prova di essere perfettamente
in grado di resistere, asserragliato com' nella rocca, probabilmente in seguito
a un'intesa segreta con Cesare Borgia si arrende con le sue truppe e Imola 
persa. Che Naldi abbia tradito  evidente per due motivi; primo, nelle file
avversarie milita un suo amico, Vitellozzo Vitelli, colui che comparir ancora
in queste pagine ma questa volta come congiurato anti-borgiano; secondo, dopo
che si sar arreso passer armi e bagagli nel campo avversario, divenendo anzi
uno degli uomini di punta di Cesare Borgia. Cos  la storia.
Il 17 dicembre la cittadina conquistata rimette il giuramento di fedelt nelle
mani del cardinale Giovanni Borgia. Caterina Sforza non  pi che un ricordo. E
tuttavia l'indomita donna  decisa a far pagare cara al Valentino la sua
tracotanza. Il 18 un violento bombardamento prende di mira le mura della rocca
sui cui spalti la fiera creatura, spada in pugno, non cessa di esortare i suoi
uomini. E' questa una pagina fra le pi famose della storia italiana. L'indomita
Caterina che resiste, che assume il comando come non avrebbe fatto il migliore
generale, che ceder soltanto di fronte al tradimento e alle forze soverchianti,
colpir la fantasia delle tradizione popolare che vedr in lei una specie di
Giovanna d'Arco, tenuto beninteso conto delle debite differenze; diranno infatti
i versi d'una canzone che correr di bocca in bocca:
...o italiani impauriti; io verr, io stessa, armata; io vo' perder per
battaglia; e morire con honore; ma se ne dole ben d'ltalia...
Nulla verr lasciato intentato, infatti, per piegare la resistenza della donna;
l'acquedotto della rocca verr tagliato; si cercher di corromperla offrendole
una grossa somma; verr fatto venire il giovane cardinale Raffaele Riario per
convincerla in nome degli antichi legami che vi erano stati con il matrimonio
(di Caterina e di Girolamo) ad abbandonare il campo. Niente da fare. Solo una
miriade di cannonate (il pezzo principale nel campo borgiano esploder) e un
violento assalto costato quattrocento morti da ambo le parti riuscir a piegare
il morale degli assediati fra i quali vi sar chi, a dispetto degli ordini di
resistenza ad oltranza, innalzer bandiera bianca. E nonostante tutto Caterina,
spalleggiata dall'amante Giovanni da Casale, resister ancora. Non per nulla la
donna era capace di rispondere, a chi la minacciava di ucciderle i figli, di non
mancare del necessario per farne degli altri... Difficile trovare un carattere
uguale al suo in un secolo di gente infida e imbelle, perfetto prodotto del pi
volgare qualunquismo e della migliore vigliaccheria. Mai come in quell'epoca gli
italiani diedero, prova di scarsa dignit e di debole volont; queste sono,
purtroppo, pagine nere che sarebbe meglio non leggere e contro le quali
l'orgoglio nazionale grida vendetta.
A nulla serve il tentativo di mettere ogni cosa a ferro e a fuoco; le truppe
francesi agli ordini del Valentino sono gi entrate nel castello e sar appunto
per mano di un capitano francese che Caterina verr catturata e fatta
prigioniera del bailli di Digione. Quella vipera di trentasette anni aveva
finito dunque di mordere. Forl era caduta. Adesso il Borgia poteva davvero
cantare osanna. Una vittoria comunque pagata davvero a duro prezzo. Per giunta
l'indomita donna aveva gi mandato in salvo a Firenze tutti i suoi figli e in
particolare colui che il Borgia avrebbe voluto far assassinare immediatamente:
Ottavio Riario. Per sfogare la sua rabbia egli se la prender con la donna, la
quale sopporter con stoicismo prove che, come dir lei stessa, a raccontarle
avrebbero sollevato un'ondata di enorme indignazione. E che la poveretta ne
avesse visto di tutti colori  vero. Contemporaneamente spariva misteriosamente
dalla scena un altro personaggio, il cardinale Giovanni Borgia, probabilmente
avvelenato da Cesare, come dice il Sanudo, per gelosia, dato che Giovanni era il
prediletto di Alessandro VI.
Tanto comunque l'indomita resistenza di quella donna aveva acceso le fantasie,
che nel 1503 Luigi XII di Francia far fondere un cannone battezzato in onore di
lei: Signora di Forl.
Nominato Ramiro de Lorqua, suo uomo di fiducia (vedremo pi tardi quale
ricompensa vi dovesse essere per questi servigi), governatore della cittadina di
Forl, Cesare si apprestava a continuare la campagna militare con l'attaccare
Pesaro, quando le truppe francesi dovettero lasciare il campo per accorrere nel
milanese, dove tutto faceva prevedere una violenta insurrezione anti-francese.
Decisamente i francesi si erano dimostrati i lavativi fra i lavativi. Non c'era
centimetro del suolo da loro calpestato che non detestasse la loro boria e i
loro saccheggi. Lo stesso poteva dirsi dei guasconi ed anche degli svizzeri che
proprio in questo torno di tempo, approfittando del marasma, riuscirono a
mettere le mani sul Bellinzonese che da quel momento sar perso per l'Italia.
Sparito dalla scena il cardinale Giovanni Borgia, al Valentino non restava che
sbarazzarsi di un altro incomodo, il marito di Lucrezia. Il duca di Bisceglie
verr prima ferito in un attentato che lo colpir a una gamba, al capo, e a un
braccio, poi verr strangolato nel suo letto. Roma cominciava a tremare foglia a
foglia. Per giunta nella citt si era scatenata un'ondata di peste.
Decisamente erano tempi duri. A questo punto, comunque, Cesare poteva dirsi
pronto per la seconda campagna di Romagna. Eccolo preoccupato di garantirsi i
servizi di Giampaolo Baglioni, signore di Perugia, di Paolo Orsini, di
Vitellozzo Vitelli, signore di Citt di Castello, celebre per la sua abilit di
comandante delle artiglierie.
Il 2 ottobre Cesare lascia Roma. E' riuscito a radunare un esercito di circa
diecimila uomini. I denari, cos si dice, gli sono venuti dalla creazione, idea
di Alessandro VI naturalmente, d'una dozzina di nuovi cardinali, sei dei quali
spagnoli. Ovvio che i candidati avrebbero dovuto versare una somma proporzionale
ai benefici che avrebbero potuto trarre dalla nuova carica; ecco dunque il
vescovo di Catania pagare venticinquemila ducati, mentre gli altri pagheranno
somme decrescenti fino a cinquemila ducati d'oro. Tra questi c'erano Francesco
Borgia, vescovo di Cosenza, Pietro Borgia-Lancol, figlio di Callisto III e nuovo
arcivescovo di Valencia, e Amedeo d'Albret, cognato dello stesso Valentino:
nepotismo dunque, ma pagato salato!
Grosso modo la composizione delle truppe del Valentino sar pi o meno la
medesima e nella seconda e nella terza campagna di Romagna. Di fronte circa
cinquemila fanti che saliranno a settemila nella terza campagna, ai lati, un
migliaio di mercenari e cinquecento spagnoli, in pi la cavalleria. Naturalmente
l'esercito era seguito come di regola a quei tempi da un codazzo di donne
(all'incirca duecento), vivandiere e meretrici.
Se gli italiani avevano il dente avvelenato nei confronti di francesi e
guasconi, con la seconda campagna di Romagna avranno in altrettanta simpatia gli
spagnoli, che saranno subito odiati a morte in particolare dai sudditi dei
Baglioni di Perugia. Cesena, alle voci dei saccheggi e delle gratuite
devastazioni, si era subito schierata dalla parte del duca, come pure aveva
fatto Rimini il cui signore, Pandolfo Malatesta, si era dichiarato disposto a
trattare. I cittadini di Pesaro, poi non avevano voluto saperne di condividere
le idee di resistenza a oltranza del loro signore Giovanni Sforza e l'avevano
costretto a fuggirsene a Mantova. L'unico episodio che a questo punto merita di
essere ricordato  quello di Faenza il cui giovane signore, Astorre Manfredi,
far una delle pi brutte morti che mai i Borgia abbiano comandato.
Le cose andarono cos. Il 17 novembre, quando i cittadini hanno deciso di
appoggiare senza riserve Astorre, incomincia l'assedio da parte delle truppe del
Valentino. Questi non immagina neppure lontanamente la capacit di resistenza
degli abitanti di Faenza, tant' vero che rimane addirittura sbalordito allorch
non solo il primo attacco fallisce ma addirittura ci rimette la vita uno dei
suoi migliori ufficiali, vale a dire Onorio Savelli. Per giunta l'inverno  alle
porte e protrarre l'assedio pu divenire pi un danno che un bene. Cesare Borgia
decide quindi di sospendere per il momento le operazioni, pur tenendo la citt
sotto controllo. Personalmente si ritira a Cesena, mentre il Baglioni ritorna a
Perugia.
Era destino per che le soverchianti forze del Borgia dovessero aver ragione
dell'entusiasmo degli abitanti e del loro coraggio. Nonostante i disperati
sforzi, Faenza dovr infatti cedere le armi. Dagli occhi di Isabella d'Este
cadr qualche lacrima. Ma la bella donna dir fieramente che con la loro volont
di tener testa all'invasore, tenuto in scacco per mesi, i faentini avevano
dimostrato di saper salvare l'onore d'Italia. Lo stesso Cesare Borgia fece
rendere l'onore delle armi ad Astorre e con una maschera mirabile di gentilezza
tanto fece e brig che il povero giovane venne persuaso a unirsi alla sua gaia
corte e a recarsi a Roma. Neppure un anno dopo, per la precisione il 9 giugno,
quando ormai il giovane aveva perfino dimenticato la sua impresa alla testa dei
faentini, il suo cadavere gallegger sulle acque del Tevere, essendosi rotta la
fune che lo legava a una palla di cannone. Prima di venire strangolato, il
poveretto era stato indegnamente violentato in segno di estremo disprezzo.
Il Guicciardini scriver che gli autori dell'ignominioso oltraggio, prima di
affidarlo agli esecutori materiali del delitto, erano stati Cesare Borgia e suo
padre, vale a dire Sua Santit Alessandro VI. Rimanevano i Bentivoglio.
Prenderli di petto non conveniva. Quello che si doveva fare era ottenere da loro
qualche fortificazione e soldati per le proprie imprese; cos pensava, e a
ragione il Valentino. Troppo erano legati questi signori con la politica del re
di Francia, il quale non avrebbe esitato a intervenire qualora le pretese di
Cesare Borgia fossero risultate eccessive.
Cesare riuscir in ogni caso a metter le mani sulla piazzaforte di Castel
Bolognese, il che poteva gi dirsi un risultato tutt'altro che disprezzabile, e
a ottenere dai fiorentini (che lo vedevano come la peste) il permesso di
transito per la Toscana. A conclusione della spedizione occuper poi Piombino.
Terminava cos la seconda campagna di Romagna, di cui abbiamo dato qualche cenno
tanto per seguire il filo logico degli avvenimenti che adesso andremo narrando e
che rappresentano il contorno della strage di Senigallia. A questo punto infatti
le cronache del tempo dedicano tutto il loro spazio all'avvenimento del secolo:
quel matrimonio fra Lucrezia e Alfonso d'Este di cui abbiamo gi parlato.
I Borgia si sono frattanto rivelati in pieno per quelli che sono. Soltanto i
biografi francesi, Dio sa il perch, si ostinano con una costanza davvero
commovente a voler vedere in questo crogiolo di ribalderie un modello di virt,
virt che si sarebbe traviata al contatto con gli usi perfidi e mostruosi di un
paese come l'Italia. Fra i campioni di questo genere di falsificazione storica
c' il Gastine, che nel suo Csar Borgia pubblicato a Parigi nel 1911 parla
della casata spagnola come di discendenti d'antichi cavalieri generosi e
intrepidi. Franchi e fieri, ecco come sarebbero stati. Purtroppo per, immessi,
per volont del destino, in un paese che era il regno della furberia e del
tradimento, a contatto quotidiano con la corruzione sotterranea, la duplicit e
la falsit, immersi nel brago della curia, simile a una mela marcia, di fuori
risplendente e dentro covo di vermi, i nostri personaggi, Alessandro VI in
testa, sarebbero stati ben presto vittime... interessate, giungendo a far propri
quei sistemi e a servirsene per la scalata sociale. Pi di chiunque altro Cesare
Borgia; il pi intelligente, il meglio dotato, si sarebbe adeguato a questo
costume... perfezionandolo (si!). Siffatte tesi hanno davvero dell'incredibile.
Incredibile soprattutto quando nella corte di Francia, alla stessa epoca, se ne
vedono di tutti i colori, di tutte le specie. Un simile modo di giudicare,
snatura le vere tinte che colorano questi giorni di sventura. Che l'Italia sia
il paese pi sfortunato dell'Europa  un fatto. Proprio nel momento in cui le
sue arti, la sua lingua, la sua tecnica (non dimentichiamo infatti che nel
seguito del Valentino c' un cervello come quello di Leonardo da Vinci!)
raggiungono le pi alte vette, proprio quando dalla situazione potrebbe
scaturire, qualora vi fosse l'uomo capace di fungere da catalizzatore, il
despota innamorato non del potere ma dell'efficienza, un'unit nazionale e un
paese destinato a portare avanti la propria civilt, proprio in quel momento in
virt di mille circostanze avverse succede il caos. Quella stessa frammentariet
che potrebbe garantire il facile predominio del migliore diventa la garanzia
dell'asservimento allo straniero; quelle ricchezze che potrebbero fare della
nazione una delle pi progredite in Europa diventano preda ambita di tutti i
mercenari della terra. Perch altro non sono questi Borja o Borgia che dei
banditi, dei capitani di ventura piovuti come i falchi a dilaniare una terra, a
far strage di un'istituzione come la Chiesa, a dilapidare le sostanze di un
popolo. Invece del potenziale catalizzatore dell'unit (come fra l'altro si
vorr vedere in lui), il duca Valentino  il primo delinquente della storia:
anzich principe, pirata.
Prima che un esame dei fatti la storia dovrebbe essere uno studio degli
individui. Che cosa importa, al limite, sapere che il tal paese  preso,
quell'altro resiste, se non si guarda all'individuo che c' dietro quella
resistenza, o che vince quella opposizione. Secoli dopo un celebre generale,
intendiamo parlare di Rommel, di fronte alla sortita compiuta da un pugno di
audaci delle forze francesi che combattevano in Africa Settentrionale contro i
tedeschi, dir che solo il coraggio del loro comandante aveva permesso di
credere nell'impossibile e di sortire da una situazione senza vie d'uscita. E in
quella stessa pagina di storia che vedr a El Alamein truppe italiane
arrendersi, come verr detto, a divisioni intere, qualcuno scriver: ...non
esiste il cattivo soldato; esiste solo il pessimo generale.
Parole sacrosante.
Quanto alla storia che adesso abbiamo sott'occhio, come si potrebbe, ad esempio,
capire esattamente l'influenza e la personalit di una donna come Elisabetta
Gonzaga se non la si inquadrasse nel suo ambiente, se non la si considerasse
accanto alla sua inseparabile amica, quella Emilia Pia di cui abbiamo gi
parlato in occasione del viaggio di Lucrezia da Roma a Ferrara? E chiunque abbia
nella mente le pagine dell'opera del Castiglione pu rendersi conto di ci.
La stessa vicenda di Senigallia riuscirebbe poco chiara, se non si guardasse
attentamente alla personalit di ciascuno dei magioneschi, tutti quanti tesi a
venir fuori da una battaglia giudicata persa dato lo strapotere del Valentino e
a farsi belli di fronte a quest'ultimo, a danno naturalmente dei propri
compagni. Solo avendo bene in mente che razza di animale fosse Oliverotto da
Fermo si potr capire il dipanarsi di certe vicende. Un serissimo commentarore
dir che di fronte a tipi come Oliverotto nasce nell'animo un senso di piet per
la povera nostra umanit che sembra dannata a realizzare la sua attivit
politica attraverso gli orrori...
Giugno 1502. Il Valentino lascia Roma. Nel frattempo sono successe alcune cose.
Vitellozzo Vitelli ha cercato di sollevare contro i fiorentini Arezzo e la Val
di Chiana, tanto che il 7 giugno il condottiero pu entrare nella citt. Qui
viene raggiunto dal Baglioni, il signore di Perugia. Il 15 giugno, comunque, il
duca Valentino  gi a Spoleto. Non ha alcuna intenzione di disturbare i piani
del suo condottiero Vitellozzo, la citt cui egli mira non  certo Arezzo ma
Camerino. E' Camerino che, secondo lui, deve far parte del suo nuovo stato. Ma
Camerino  fortemente munita e non ha affatto intenzione di aprire le proprie
porte alle truppe di Cesare Borgia. Il Valentino chiede allora mille uomini a
Guidobaldo d'Urbino. Ma Guidobaldo nicchia. Risponde che se si vogliono armati
venga pure Vitellozzo a prenderseli assoldandoli, ma non pi di cinquecento
uomini in ogni caso. Solo un breve del papa avrebbe potuto fargli acconsentire a
una richiesta cos onerosa come quella fattagli dal Valentino. Ma questi ha ben
altro in mente.
Senza preavviso si mette in marcia e fa oltrepassare in due punti il confine
dello stato di Guidobaldo da Montefeltro. Poi arriva come un falco sulla
fortezza di Cagli e la occupa senza colpo ferire. Infine scrive una spudorata
lettera di scuse al suo amico fra gli amici, signore di Urbino, dicendo che
Cagli gli serve unicamente come tappa per marciare pi rapidamente con i
rinforzi sopra la citt di Camerino che ancora resiste.
Con Guidobaldo c' il giovane Francesco Maria della Rovere, il figlio di
Giovanni. I due decidono di rifugiarsi nella fortezza di San Leo, un luogo
imprendibile che avrebbe permesso di tener testa anche a un esercito pi
numeroso di quello del duca Valentino. Di raggiungere San Leo per non  neppure
da parlarne. Le strade sono interrotte e i presidi di Cesare controllano ogni
accesso. Non resta che correre alla disperata attraverso lo stesso territorio
del duca Valentino e raggiungere Mantova, dove si trova Giovanna, la moglie di
Giovanni, la prefettessa insomma, ospite di Isabella di Mantova.
Frattanto il Valentino entra trionfalmente nella cinta urbinate. Era stata una
vera impresa. In poco pi di ventiquattr'ore il Valentino e i suoi uomini
avevano percorso oltre sessanta miglia, exploit davvero notevole per l'epoca.
Non si erano neppur fermati per mangiare o per dissetarsi, ma avevano proceduto
senza sosta. Per giustificare quel colpo mancino, i partigiani del Borgia
diranno che era stato costretto a operare in quel modo poich sapeva come
Guidobaldo di Urbino soccorresse segretamente i cittadini di Camerino e il loro
signore (il Varano). Ma prima di tutto non c'erano affatto prove che il
Montefeltro aiutasse il Varano, poi tutto era stato condotto come se il piano
fosse stato concepito da tempo e la pesante richiesta di armati risultasse
quindi soltanto un pretesto.
Che il Montefeltro fosse quanto meno innocente  desumibile dal fatto che la
stessa Lucrezia non manc di esprimere apertamente (cosa inaudita) il proprio
dissenso. A Urbino arriver Francesco Soderini, vescovo di Volterra, inviato di
Firenze. Aveva chiesto la sua venuta lo stesso Valentino. Francesco Soderini
arriver anche accompagnato da un uomo magro, il viso piuttosto tirato, gli
occhi rotondi e la bocca sottile quasi priva di labbra: Machiavelli. All'epoca,
Niccol ha trentatr anni. Non  ricco, anzi riesce appena a sbarcare il
lunario; la sua carica di segretario non d certo da vivere;  quindi costretto
a far pressioni di continuo su amici e parenti, ora per chiedere dei vestiti,
ora per farsi mandare un libro. Eppure se c' una persona che ama il bello anche
nel vestire, che se potesse si circonderebbe di magnificenza, grandi
biblioteche, ville perse nel verde e nel silenzio,  proprio lui, Machiavelli.
Invece...
In luglio comunque, cade anche Camerino. Cade non per mancanza di coraggio dei
Varano, ma per la vigliaccheria dei suoi abitanti, che temono pi di ogni cosa
la vendetta di Cesare Borgia. Infatti fino a quel momento la cavalleria di
Giulio Cesare Varano, il vecchio condottiero al servizio, un tempo, di Venezia,
ha perfino battuto la cavalleria di Cesare Borgia, infliggendole anche una
cocente disfatta in campo aperto. Poi il vecchio generale aveva cercato di
temporeggiare. Ma all'improvviso gli abitanti avevano stolidamente aperto le
porte. E per i Varano non restava che arrendersi, dal momento che resistere ad
oltranza nella rocca voleva significare una cosa sola: la strage. Ma nonostante
la resa, la vendetta sul Varano sar ugualmente terribile.
Obbligato a dividere per tutto giaciglio lo strame della sua mula, verr fatto
morire lentamente in prigione, mentre due suoi figli saranno uccisi agli inizi
dell'ottobre. Questo era il Borgia. Solo il progredire della sifilide, la tabe
al cervello, pu giustificare questo modo di procedere. Una famiglia di
contagiati dal mal francese, ecco i Borgia. E appestati come loro saranno anche
i generali di cui si serviranno, come lo stesso Vitellozzo Vitelli, per esempio.
Marci e purulenti fin nelle meningi i Borgia; due sifilidi sommate il matrimonio
di Lucrezia e Alfonso.
Non c' studio, non c' lettura pi deprimente dei fatti dell'uomo. In qualunque
epoca si guardi, qualunque sia il personaggio di turno, qualsivoglia donna
s'incontri, e davvero sempre la medesima storia; proprio cos; tutte le pagine
di questa purtroppo assai vecchia Europa grondano sangue e miseria umana; la
natura stessa dell'uomo  fradicia, crolla da tutte le parti come legno di
palude incrostato di fango. Basta grattare un poco sotto l'orpello dei costumi,
delle parate; basta alzare leggermente il velo, la cortina di raso per posare lo
sguardo su una coorte di vermi, su tessuti in putrefazione.
In questo letamaio, le campane romane che festeggiano la caduta di Camerino
hanno davvero un suono sinistro. Pare ancora di udirlo attraverso i tempi, con
quelle onde sonore che s'intrecciano e giungono fino a noi; osanna al
tradimento, evviva al delitto...
Tre giorni di feste, di baldoria, di lazzi, di pasquinate di carnevale.
Alessandro VI  all'apice della gioia. Il regno per suo figlio  quasi a punto.
Quasi.
Nella storia c' sempre lo zampino del destino. Cesare Borgia non arriver mai a
vedere il suo regno solido sotto le sue mani, perch sempre ne mancher qualche
pezzo al suo completamento. Pacificata o meglio sottomessa una zona, ecco che
quella che era stata prima conquistata si ribella nuovamente e cos via. In
questo caso, il destino mette sulla strada di Valentino re Luigi di Francia. E'
l'epoca in cui Lucrezia giace a Ferrara, ammalata. Per giunta  in attesa di un
figlio.
Luigi  a Milano. Incontro a lui si fanno subito il duca d'Urbino, uno dei
Varano, e il Bentivoglio, che teme soprattutto che un giorno non debba capitare
a lui. Quanto a Francesco Gonzaga, questi  il pi acceso, contro il Borgia;
invano sua moglie Isabella di Mantova cerca di indurlo a pi miti consigli: non
conviene inimicarsi adesso il papa; conviene portare pazienza; la fine di
Alessandro VI non  lontana; le voci dei suoi mancamenti fanno il giro della
penisola. E una volta morto il papa se ne fa un altro, ma un altro che non
permetter certo a Cesare Borgia tutta quella boria e tutta quella potenza. Si
aspetti dunque, suggerisce l'intelligente Isabella, le cose finiranno per
cambiare; nel frattempo si temporeggi e si cerchi di trarre il massimo utile
dalla situazione. Una situazione che per  davvero ingarbugliata.
Mezza Italia  insofferente degli spagnoli, non li pu pi vedere. E' ora che
tutta questa gente, spagnoli, francesi, svizzeri, prenda la strada dei suoi
confini, se ne vada. Ma facile  il dirlo. Impossibile il farlo.
Colui che viene considerato il bastardo, figlio di prete, Cesare Borgia, il
parvenu, lo sa e guarda con calma le mene dei suoi rivali presso Luigi, a
Milano. Adesso in ogni caso viene mandato quel famigerato monsignor Troccio (una
delle anime veramente nere di Roma, colui che doveva far fuori Giuliano della
Rovere) in missione esplorativa a Milano. Dalla citt lombarda Troccio torna con
alcuni avvertimenti per Cesare. I suoi nemici stanno trovando credito. Occorre
dunque cercare di bilanciare quest'influenza prima che nella mente del sovrano
si faccia strada l'immagine di un suddito troppo ambizioso e troppo desideroso
di estendere i confini degli Stati della Chiesa a un limite insopportabile; in
altre parole che un Borgia abbia la sua area d'influenza va bene, ma che questa
sia limitata come si conviene. La prima conseguenza dell'operare di coloro che
vedono con preoccupazione il crescere della potenza di Cesare si ha allorch
Luigi, convinto delle argomentazioni dei fiorentini, impone a Cesare di lasciar
perdere le mire su Arezzo. E il Borgia deve fare buon viso a cattivo gioco e
ordinare a sua volta a Vitellozzo Vitelli di abbandonare subito l'osso. Possiamo
immaginare la... faccia del condottiero dopo aver ricevuto un dispaccio pieno di
minacce, fra le quali quella di mettere a ferro e a fuoco il suo dominio
personale, vale a dire Citt di Castello, qualora egli si fosse rifiutato di
ottemperare agli ordini del Borgia.
Poi, all'improvviso, con una di quelle mosse subitanee che tradiscono l'uomo
d'azione, il felino che dopo aver raccolto in silenzio i propri muscoli balza,
simile a una molla, sulla preda, Cesare Borgia, il 25 luglio, abbandona
clandestinamente Urbino. Indossa la divisa di cavaliere di San Giovanni. A spron
battuto arriva a Ferrara dove sua sorella Lucrezia si trova ancora ammalata. Ha
impiegato, per divorare il percorso, solamente tre giorni. Rimarranno famose
nella storia le cavalcate del Valentino. Non per nulla arriver a sfiancare
decine di splendidi cavalli, in genere morelli arabi, tant' che una volta,
giunto a destinazione, appena smontato dalla bestia, fumante e con il muso
coperto di schiuma, la vedr piombare a terra, stecchita. Questo suo accanimento
nel voler compiere alla maggiore velocit possibile per quei tempi le distanze
che lo separavano dai suoi obiettivi sar superato soltanto da un altro
personaggio pi bizzarro che inquietante, il quale verr ricordato pi per
l'abilit nell'andare a cavallo che per la sua indubbia valentia di condottiero;
intendiamo parlare di Carlo XII di Svezia, un tipico rappresentante del 1700.
Il padre di Alfonso, Ercole, capisce benissimo che quella visita inaspettata, in
quella tenuta, non  certo ispirata dalla cattiva salute di Lucrezia.
Evidentemente Ferrara non  che una tappa. E la meta non pu essere che Milano,
dove Francesco Gonzaga di lui sta dicendo peste e corna. Perci la prima cosa
che fa Ercole  quella di spedire in tutta segretezza un corriere a re Luigi per
avvisarlo della prossima venuta del Borgia. Infatti, non appena il messo degli
Estensi arriva a Milano, avvisa i presenti che Cesare Borgia  partito da
Ferrara alla volta di Milano. Con un sorriso indefinibile, allora, il nuovo
governatore della citt, Chaumont, risponde che le notizie del duca non erano
poi tanto aggiornate, dato che il Borgia era gi in vista della capitale
lombarda...
E a Milano il pi affabile, il pi gentile, il pi cordiale nell'accogliere il
caro, amicissimo Cesare  il nostro Francesco Gonzaga... Ha fatto forse tesoro
degli avvertimenti della prudente e accorta Isabella? Tendiamo a pensarlo, dato
che Francesco non era una persona capace di fingere, n la frequentazione dei
falsissimi Borgia gli era servita a tal punto. Piuttosto Francesco e Isabella
cercavano un'alleanza, tant' vero che con Cesare Borgia si arriver al seguente
accordo con relativo matrimonio: la figlia di Carlotta d'Albret, Luisa, avrebbe
sposato un figlio dei signori di Mantova. Ma Luisa, a quel tempo, era ancora
decisamente troppo giovane; era nata infatti nel 1500! Tant' vero che nella sua
vita troveremo due mariti, un La Trmouille e Filippo di Borbone-Cusset.
Incidentalmente abbiamo parlato qui della moglie francese del Valentino,
Carlotta d'Albret, appunto. Orbene questa donna si rifiuter sempre di seguire
il consorte nei suoi piani per la conquista di un feudo personale nell'Italia
centrale e non vorr mai lasciare la terra di Francia, nonostante pi volte il
Valentino avesse fatto pressioni al riguardo.
D'altra parte Cesare Borgia aveva altri due figli illegittimi: uno era Gerolamo,
l'altra era Lucrezia, che morir in et avanzata come superiora di un convento
ferrarese, quello di San Bernardino, un convento fondato dall'altra Lucrezia e
nel quale la moglie di Alfonso d'Este, presa da crisi mistiche e da ardori
religiosi finir per ritirarsi sempre pi spesso, tant' che dal silenzio delle
celle monastiche finir per scrivere a Francesco Gonzaga di cessare l'invio di
una corrispondenza profana per iniziarne una pi improntata a... nobilt di
sentimenti. Contraddizioni di un animo prossimo alla vecchiaia. Perch, come
faranno perfidamente notare i cronisti e i commentatori d'oltralpe, le italiane
del sud (e le spagnole o comunque le genti di quel sangue) maturano presto, ma
invecchiano altrettanto precocemente. A quarant'anni eccole gi sfiorite,
appesantite dalle gravidanze e dalla vita sedentaria, flaccide e scarsamente
attraenti.
Al decadimento di Lucrezia Borgia far riscontro il sempre pi rapido
intristirsi di Isabella di Mantova, la sua rivale, che finir per chiedere
soccorso alla Borgia affinch induca Francesco Gonzaga a preferire i consigli
della moglie a quelli del suo segretario, un certo Spagnoli, divenuto a tal
punto la sua anima nera che Francesco Gonzaga in sostanza non  pi lui, non d
pi retta alla moglie, non ne rispetta pi i pareri. E di questo Isabella si
duole, chiamando a soccorso la sua nemica, l'unica che secondo lei possa ancora
ridurre alla ragione il marito. Povera Isabella!
Tanto per curiosit anticiperemo qui quella che sar la fine della donna che
tanto far parlare di s contemporanei e storici futuri accendendo (pi a torto
che a ragione) la fantasia popolare: Lucrezia Borgia. Nell'ultima fase della sua
vita, divenuta donna pia per una di quelle singolarissime mutazioni che
avvengono nei pensieri delle persone dell'epoca (dalla polvere e dal fango agli
altari, insomma) Lucrezia entra nell'associazione dei frati e delle suore della
penitenza, vale a dire nel Terzo Ordine di San Francesco. C' un codice, scritto
con tutta probabilit nel 1520, che parla proprio di quest'episodio; il codice
contiene un'esposizione della regola dei terziari e inoltre ci d notizia di
santi, re, regine, principesse, eccetera, che fecero parte dell'ordine stesso.
Qui si legge appunto il nome di ... madonna Lucretia, duchessa di Ferrara, che
sarebbe stata vestita dell'abito del terzo ordine da frate Lodovico della Torre,
vicario generale, aggiungendo per anche un'imprecisione, dato che la far
morire nel loco nostro di Ferrara, con decto abito (cio con gli abiti
dell'ordine). Invece sappiamo che la sinistra Lucrezia verr sepolta nella
chiesa delle suore del Corpus Christi, sempre a Ferrara, il che ci  detto in
una lettera che scriver Giovanni Gonzaga allo zio, il marchese Federico,
soltanto quattro giorni dopo la morte della donna. Lo stesso Giovanni Gonzaga ci
dar poi il particolare, assai interessante, che Lucrezia negli ultimi anni
della sua vita aveva indossato il cilicio, tant' che coloro i quali ne
prepareranno il cadavere rimarranno assai meravigliati della circostanza.
E' un altro di quei misteri che ci ha lasciato la storia. Dopo tutto quello che
aveva visto, dopo la pessima prova data da suo padre come papa, dopo gli
infiniti episodi di corruzione cui aveva dovuto assistere, dopo aver preso parte
lei stessa alla vita del tempo suo immergendosi in essa con la foga e la
passione di una creatura tutta terra, Lucrezia ci lascia sconcertati mostrandosi
nelle vesti di ottima penitente...
Difficile immaginare qualche cosa di pi complicato e di meno chiaro degli
avvenimenti che vengono adesso. Prima di tutto bisogna, infatti, cercare di
comprendere la mentalit del tempo per poter avere un'idea di quello che dovette
passare nella mente dei protagonisti (anche, se come  ovvio, non si possono
fare che delle congetture). Quando infatti parliamo di congiurati, di ribelli,
di cospiratori, abbiamo subito in mente un che di segretissimo, di tacito;
I'idea di un legame saldo che si spezza solo con la morte: ecco quello a cui
pensiamo allorch ci viene in mente la parola congiura. Nulla di tutto questo
per i magioneschi. Prima di tutto vediamo perch vengono chiamati cos e chi
sono... I magioneschi derivano questo nome da un luogo, detto appunto La
magione, situato sul lago Trasimeno e appartenente al cardinale Orsini, il luogo
scelto da Paolo Francesco, Franciotto Orsini, da Giampaolo e Gentile Baglioni,
da Oliverotto da Fermo, da Vitellozzo Vitelli e altri personaggi che manderanno
alla riunione dei loro osservatori a rappresentarli; questi ultimi sono
Guidobaldo da Montefeltro e Pandolfo Petrucci. Pi tardi si unir anche uno dei
Bentivoglio. Chi era venuto alla Magione in rappresentanza di Guidobaldo da
Montefeltro era Ottaviano Fregoso. Abbiamo detto che non si pu parlare di
congiura nel senso moderno del termine; infatti una delle prime mosse di quasi
tutti i convenuti sar quella di denunciare la cosa al clan dei Borgia, facendo
capire che la presenza al convegno era un fatto puramente casuale o addirittura
era avvenuta per forza e cercando insomma di mettersi le spalle al sicuro
qualora, per avventura, avesse ancora una volta vinto il Valentino. Eppure da
quella riunione verr la prima botta nei confronti di Cesare Borgia, vale a dire
la ribellione di Urbino gi preannunciata dai moti di San Leo del 7 ottobre...
Contraddizioni della storia. E' come se infatti decidendo di assassinare un
rivale, un malvivente decidesse prima di avvertirlo...
Imola, 7 ottobre 1502. Dieci giorni dopo la riunione tenutasi alla Magione,
Machiavelli giunge a Imola. Il 7 ottobre, il giorno dei moti di San Leo dunque,
Machiavelli deve svolgere un ruolo importante e al tempo stesso assai difficile.
Si trova a dover difendere gli interessi di Firenze di fronte a un signore che
attualmente  il vincitore sul campo e che con tutta probabilit lo sar ancora
per un bel pezzo. Non per nulla fra le prime mosse di Cesare Borgia nei riguardi
dell'allampanato Machiavelli ci sar quella di fargli vedere una lettera di
Luigi XII indirizzata a Chaumont, nella quale si ordina a quest'ultimo di
inviare al duca Valentino le forze a lui necessarie per le sue imprese. Questo
in risposta a una precisa richiesta da parte del Borgia, che ha domandato aiuto
contro Bologna. Per poter aver mano libera nei confronti della terra dei
Bentivoglio  necessario che i fiorentini se ne stiano tranquilli, anche se non
hanno intenzione di tenergli bordone, cosa che, tutto sommato, a loro
converrebbe parecchio. Questo  il pensiero del Valentino.
Quanto ai falsi sentimenti, il Borgia traccia di s quel ritratto ottimistico e
filoitaliano cui abbiamo gi accennato; ma  sintomatico che su questo punto vi
sia anche una precisa insistenza da parte del pontefice, che come al solito
subissa di chiacchiere il Giustinian: Vi diciamo, scrive in una lettera del 13
ottobre il Giustinian a Venezia, riferendo parola per parola il discorso che gli
ha fatto il papa, che, ancor che siamo di nazione spagnolo, semo per italiano;
il fondamento nostro  qua in Italia, qui abbiamo a vivere e anche questo
medesimo il nostro duca: non ci pare avere sicurt alcuna a le cose nostre senza
quella signoria. La non si fida di noi e queste sue diffidenze fanno che, non
possendo noi far fondamento sopra lei, convegnimo far delle cose che non le
facessimo. Io vorria dar il cuor mio in mano a quello stato, perch lo esistimo
pi che stato del mondo ed  pi al proposito nostro che niun altro. In tutte le
azioni nostre avemo sempre rispetto a quello; siamo chiamati da pi lochi e
sempre l'occhio nostro  a veder che fanno i signori veneziani, desiderando
esser con quella parte che loro sono...
Ma Venezia nonostante l'esplicito appello, sebbene papa Alessandro faccia
continue proteste di italianit allegando alla sua anche quella di Cesare,
sebbene faccia veste di voler sempre rispettare il volere e gli intendimenti
della signoria veneta, pure la citt lagunare, come stavamo dicendo,
temporeggia. Questa tecnica alla Fabio Massimo  quella che riuscir ad evitarle
gli uragani peggiori, datosi che quando cercher, attraverso i Malatesta di
Rimini, di estendere la propria signoria sull'Adriatico verr apertamente
osteggiata dai francesi che tolleravano a fatica un'espansione veneta maggiore
di quella che sino a quel tempo si era avuta.
In ogni caso  davvero sintomatico il comportamento di papa Borgia, un
comportamento che qualche volta non teme di scoprire con tutta sincerit una
carta come quella della volont di espansione e di consolidamento dello stato
del Valentino (il fondamento nostro  qua in Italia, qui abbiamo a vivere e
anche questo medesimo il nostro duca), mentre della Chiesa come tale non fa
nemmeno una parola. Alessandro VI amministra i beni ecclesiastici come suoi
propri.
Quanto ai legami che Cesare Borgia vuole allacciare con i fiorentini, questi
rappresentano un altro vero guazzabuglio; infatti se da un lato i fiorentini
vedono come la peste Vitellozzo Vitelli (il quale, sia detto per inciso,
duramente provato dalla lue parteciper alla riunione della Magione sdraiato su
una barella), dall'altro erano per legati agli Orsini, altri partecipanti a
quello che potremmo definire un complotto, dato che l'attuale capo della
famiglia de' Medici, Piero, era figlio di una Orsini e marito di un'altra donna
della famiglia romana... Senza poi contare la presenza a Roma del cardinale
Giovanni de' Medici.
Come abbiamo visto, siamo davvero in un ginepraio, un intrico profondo di
ramificazioni che vanno per ogni dove e che sono difficilmente dirimibili.
Soprattutto singolare  poi la posizione dei Baglioni i quali aderiscono alla
congiura e diventano magioneschi unicamente per timore, timore di vedere prima o
poi arrivare il loro turno e di non poter fare altro che constatare la caduta
della loro citt, Perugia, in mano al Valentino. I Baglioni saranno per anche
quelli che vedranno pi chiaro nella faccenda, i pi decisi a non farsi mettere
nel sacco dalle mene del Borgia.
Tanta decisione da parte dei Baglioni non trova per riscontro presso gli
Orsini; tanto sono decisi i primi, quanto incerti e poco coerenti i secondi;
tant' che Giulio Orsini subito si mette in collegamento con il pontefice,
cercando di stipulare un'alleanza separata, mentre l'ormai anziano Paolo Orsini
si offre d'andare di persona a Imola (dove se ne sta il Valentino) per
assicurare quest'ultimo dei sentimenti di fedelt dell'intera famiglia nei suoi
riguardi. Cose da matti.
La prima azione dei congiurati consiste nel far capitolare la fortezza di San
Leo; dopo di che  la volta di Cagli, di Gubbio e di Urbino. Con la conquista di
questa citt e la secca sconfitta delle truppe borgiane sembra che l'intera
costruzione del Valentino debba cadere completamente in pezzi; ma, anzich
turbarsene, il Valentino pare non curarsi minimamente dell'accaduto, sicuro
com' della propria vittoria; e i fatti gli daranno ragione. Vediamo adesso
perch. In primo luogo ci sono la divisione e gli interessi contrastanti dei
congiurati. Abbiamo gi visto quanto equivoca fosse la posizione degli Orsini;
ma quella di Pandolfo Petrucci non  certo da meno. Pandolfo manda, per la
precisione il 20 ottobre, il suo segretario Antonio da Venafro per trattare con
Cesare. Di che cosa sar latore Antonio? Pandolfo ha due mire, mettersi in pace
con il Borgia la cui potenza teme e cercare in lui un alleato contro la potenza
fiorentina. Questo modo di agire fa s che il Valentino pensi di avere di fronte
(e probabilmente aveva ragione...) dei falliti, degli incapaci e dei folli.
Paolo Orsini gli pare un individuo pieno di rogna, mentre Vitellozzo, uno dei
pochi che dimostrer vero coraggio, gli ispira un pensiero di questo tenore:
...mai posso dire di averlo veduto fare una cosa da uomo di cuore, scusandosi
col mal francioso: solo  buono a guastar paesi che non hanno difesa e a rubare
a chi non gli mostra il volto... calunniate, calunniate, qualcosa rester; sono
le armi dei tiranni di sempre, sono le forme di lotta di chi per il potere si 
piegato a qualunque compromesso. E quale carattere coraggioso avesse lui, il
Borgia, lo si vedr allorch, finiti i bei giorni, prigioniero di una scorta
armata, verr messo di fronte al Bentivoglio, al quale aveva depredato una
biblioteca e numerose opere d'arte. Allora lo si vedr riversare ogni colpa su
quel padre che essendo ormai morto, carogna putrefatta e verminosa, non avrebbe
potuto dire nulla; e tanto si abbasser arrivando persino a piangere al momento
di essere tradotto in prigione, adducendo a sua discolpa la giovinezza, la
dissipazione, i cattivi consigli e le cattive compagnie: povero gelsomino
calpestato dallo stivale fangoso... Questo il Borgia. Questo il terrore della
Romagna, delle Marche, dell'Emilia. E che fosse davvero il terrore, non solo per
la nomea che correva su mille bocche ma anche nei fatti e nella sostanza baster
questo a confermarlo: dopo la strage di Senigallia tutti i contadini correranno
a nascondersi, nessun soldato oser allontanarsi dal bottino per timore di
prossima confisca, nessuno oser pi uscire per paura di essere grassato o,
peggio, assassinato. Chi se la prende con i pavidi e non con i coraggiosi non 
certo un capitano sperimentato e disposto a correre ogni rischio come Vitellozzo
Vitelli ma proprio il Borgia, piaccia o non piaccia questo agli esaltatori della
sua figura. Solo il Borgia si dimostra vile oltre qualunque definizione.
Solo lui.
Il ritorno di Guidobaldo da Montefeltro in Urbino  trionfale. Riecheggiano
nuovamente le grida di Feltro-Feltro che avevano sempre accompagnato il signore
durante i giorni della sua potenza. Nonostante l'interdetto lanciato dal papa,
il vescovo e tutti i prelati della citt fanno ala in gran pompa al signore. Uno
spettacolo da saga medioevale.
Nel frattempo anche gli altri magioneschi si danno da fare, per quanto in pi
direzioni e senza armonia fra di loro, il che porter i loro sforzi a
disperdersi e ad essere poco produttivi. Comunque il Baglioni assedia in Pesaro
le truppe del Valentino, mentre Oliverotto da Fermo contribuisce alla
riconquista di Camerino da parte di Gian Maria Varano.
Nella famiglia Borgia c' intanto un certo trambusto. Non si sa bene in base a
quali ragioni, fatto sta che Alessandro VI fa rinchiudere in Castel Sant'Angelo
Sancia d'Aragona, la sorella del principe di Bisceglie, il marito numero due di
Lucrezia Borgia che era stato da lei sposato nel 1498 e poi tolto di mezzo nel
1500. Sancia era andata sposa a Goffredo, principe di Squillace, figlio di
Alessandro VI... ergo era sua nuora. Quanto alla sventurata, la si vedr come
un'ombra guardare attraverso le inferriate del castello e apostrofare quelle
persone che le sembravano spagnole onde poter scambiare due parole. Il marito di
lei, un vero fallito e una nullit sotto tutti gli aspetti, continuava come se
nulla fosse a far ridere con le sue incredibili prodezze tutta Roma. Si dice
anzi a questo proposito che fosse assolutamente incapace di ottenere dai suoi
scherani la minima disciplina, tant' che un giorno, dovendo presentare la
propria guardia all'illustre padre che voleva passarla in rivista, non pot
nemmeno farla stare sull'attenti, offrendo il pi pazzesco spettacolo di
incapacit e di balordaggine. Ma torniamo ai magioneschi.
Il 25 ottobre ecco una mossa dei congiurati che far inarcare le sopracciglia
agli storici e a parecchi contemporanei (se non andiamo errati anche allo stesso
Machiavelli). Una mossa che ha un protagonista: Paolo Orsini.
Paolo, come vedremo nella compiuta relazione che faremo pi avanti sulla scorta
di un codice che citeremo ampiamente, edito dal Tommasini, si reca dal Valentino
per proporre delle condizioni. In sostanza i congiurati non solamente non si
rendono conto che la loro situazione  precaria (e quanto lo sia  dimostrato
dal fatto che il re di Francia ha accettato di dare man forte al Valentino, e
non solo perch questi ha sposato Charlotte d'Albret ed  appunto duca del
Valentinois...) ma addirittura pensano di avere il coltello per il manico.
Questo Orsini, senza dubbio il meno dotato della famiglia, viene facilmente
abbindolato dall'eloquenza e dalle false promesse del Borgia, il quale dopo
avergli fatto dei doni di valore e avergli detto in un orecchio che sar molto
generoso, pi tardi, nei suoi confronti, lo rimanda dai congiurati in compagnia
di uno spagnolo che nel codice citato viene chiamato il Cornarano. I due
arriveranno a Cartoceto, una borgata nei pressi di Fano, dove troveranno ad
attenderli gli altri magioneschi e qui decideranno, sempre alla presenza dello
spagnolo, se accettare o no le condizioni proposte dal Valentino in controfferta
a quelle enunciate dall'Orsini...
Adesso per lasciamo da parte per un momento il punto di vista dei congiurati
(che riprenderemo appunto nel riferire la versione dei fatti di Senigallia come
contenuta nel codice sopra menzionato) per esaminare le mosse pratiche del
Valentino, dopo che questi ha rimandato il poco intelligente Orsini con le
controproposte.
Per seguire passo passo le mosse del Valentino ci avvarremo delle cronache,
anche se questo modo di procedere rischia di allungare la narrazione, cronache
che ci mostrano un Borgia quanto mai deciso e dalla mente lucida e determinata a
conseguire il fine di far dei magioneschi una vera strage.
Cesare Borgia parte da Imola tirandosi dietro tutto l'esercito. E' il 10
dicembre; destinazione Cesena. In due mesi ha speso, cos si dice, pi di
sessantamila ducati. La guerra contro Senigallia  ormai un fatto deciso.
Per Giuliano della Rovere, colui che diverr papa con il nome di Giulio II, era
svanita qualunque speranza di poter salvare lo stato del nipote. Nessuno aveva
voluto dare ascolto alle sue parole. N il re n, tantomeno, il papa. Rimaneva,
a giudizio del pontefice, il reato di aver favorito Guidobaldo nella sua ultima
ribellione, reato compiuto dalla prefettessa. La Romagna formicolava di soldati;
non erano stati concentrati tutti in un solo luogo forse per non dover gravare
troppo su una medesima citt o su uno stesso circondario. Ma comunque si fosse
pensato di alleggerire quella tegola sul capo dei romagnoli restava pur sempre
il fatto che i soldati erano soldati ingombranti, pericolosi, saccheggiatori
nati; un flagello. Cesare Borgia aveva in ogni caso provveduto a far venire
grano da tutte le parti, ma bastava dare un'occhiata ai magazzini delle varie
citt per rendersi conto che c'era chi ne era privo per circa un mese, chi
addirittura per due rispetto al fabbisogno abituale. E a Cesena si era adottato
il provvedimento, davvero impopolare e foriero di gravide conseguenze, di
prelevare a basso prezzo grano dai privati; un ammasso forzato, insomma. Per
giunta il malcontento cominciava a farsi strada anche fra i soldati, ai quali il
dittatore Valentino non risparmiava fatiche, tant' vero che in pieno inverno
con le strade malagevoli o addirittura impraticabili, aveva fatto transitare le
truppe lungo la strada del castello di Oriolo e non per Forl. E per non far
pesare troppo la mano e mitigare con qualche provvedimento pubblicitario le pene
che la regione doveva sopportare per lui, aveva fatto uscire di prigione, con
amnistie sottoscritte caso per caso, mariti o parenti di postulanti. E l'11
dicembre era giunto in Cesena dando disposizioni perch l'esercito si accampasse
fuori delle mura e passandolo in rivista.
A Cesena Cesare Borgia contava sull'appoggio della famiglia Tiberti. Ma non
tutti i membri di questa casa avevano preso le parti del Borgia. Alcuni avevano
fatto anzi causa comune con i ribelli, da un lato perch legati a Guidobaldo di
Montefeltro, dall'altra in seguito all'uccisione avvenuta in Roma del pi
influente membro della famiglia, Polidoro, ammazzato per faida da Pietro
Martinelli, che aveva voluto cos vendicare l'eccidio della sua famiglia
compiuto qualche anno prima nella chiesa di san Francesco, sempre in Cesena. Il
Martinelli era stato catturato subito dopo il feroce delitto e giustiziato.
Comunque a questo punto la famiglia Tiberti era, come si  detto, divisa in due
tronconi, pro e contro Borgia. Quelli pro avevano offerto al Valentino il
castello di Monteglutone. Per contro rimaneva a disposizione degli antagonisti
dei Borgia il castello dell'arcivescovo di Ravenna. Ma il Valentino non star
troppo a sottilizzare; il 15 dicembre scaraventer in prigione la maggior parte
dei membri della famiglia, con la messa al bando di Palmerio e Dario che avevano
trovato scampo a Ravenna. Era l'annunzio di un Natale piuttosto singolare, un
Natale passato sul piede di guerra con dodicimila armati alle porte.
20 dicembre: Machiavelli mentre si reca al quartier generale s'imbatte in un
certo numero di ufficiali francesi che hanno l'aria piuttosto scura o, come si
esprimer il fine cronista, paiono alterati. Dalle loro parole apprende che sono
stati rispediti senza tante cerimonie in Lombardia; il duca Valentino non
avrebbe trattenuto presso di s che due compagnie di cinquanta uomini.
In totale, come ci si esprimeva allora, cento lance al comando di monsignor di
Viana. Ci poteva anche significare che si sarebbe cancellato con un colpo di
spugna l'ordine d'operazioni dato per Senigallia; invece, con stupore pressoch
di tutti, Cesare Borgia aveva mantenuto tutte le disposizioni precedenti,
rifiutandosi di apportarvi il bench minimo cambiamento. Quanto ai francesi
voleva semplicemente toglierseli di torno per sostituirli con i pi efficienti
svizzeri (un migliaio circa) e con seicento soldati, tutti fanti, arruolati in
loco. Tuttavia il Machiavelli continuava a rimanere perplesso.
Le sue titubanze erano dovute al fatto che, non essendo ancora padrone dello
stato di Urbino e non essendo neppure certo della reale consistenza e
dell'affidamento che potevano dare le truppe e per giunta non conoscendo il
valore degli avversari, le cose si presentavano sotto una luce piuttosto
incerta. Quanto alle ragioni che avevano determinato la cacciata dei francesi,
una specie di licenziamento in tronco, erano da ricercarsi primo nel loro costo,
secondo nel sistematico saccheggio, disinvolto metodo per procurarsi il
necessario, che aveva sollevato ondate di malcontento fra le popolazioni, terzo
nella scarsa fiducia che potevano dare, considerato che fino a quel momento si
erano dimostrati poco malleabili.
Una manica di lavativi, in altre parole, e il Valentino non aveva pi voluto
saperne. Il 22 l'ultimo soldato dall'erre moscia lascia Cesena. Uccisi o messi
in carcere o banditi i vari oppositori, accaniti e tiepidi, spediti in Lombardia
i militari malfidi, si poteva finalmente festeggiare. Rimaneva un'unica
formalit. Ricevere gli ambasciatori della citt di Rimini. Questi lo pregarono
che non si fermasse per pi di un giorno con il suo esercito, data la grande
penuria di viveri di cui soffriva la citt. Il Valentino aveva risposto che
stessero pure tranquilli, tanto non si sarebbe trattenuto con le sue truppe pi
di una giornata, mentre gli constava invece che Cesena, qualora lo avesse
ritenuto opportuno, avrebbe potuto ospitarlo anche per un mese senza subire
troppi danni. La cronaca a questo punto non dice che cosa pensassero gli
abitanti della povera Cesena delle parole del duca.
Comunque ecco che la sera compaiono i cittadini Domenico di Ugolino, Vincenzo
Casini, Geronimo Bertuccioli, Roberto Bucci e Roberto Moro. Sono venuti a
offrire al potente Cesare Borgia una festa da ballo. Cesare, che  un ballerino
provetto, come sua sorella, esulta e sar lui a guidare la danza per tutta la
festa. Ciononostante non aveva perso di vista i suoi diretti interessi, tant'
vero che aveva gi fatto mandare ad arrestare Don Ramiro de Lorqua; l'ordine di
arresto era stato notificato dal segretario Cipriano dei Numai.
Da una valutazione sommaria, valutazione poi confermata dai proclami fatti
affiggere in tutto il territorio romagnolo, sembrava che il Lorqua fosse stato
arrestato a causa delle numerose accuse di frode che erano state mosse contro di
lui e che avevano indotto il Valentino a quel passo contro il suo maggiordomo.
Come infatti scriver un commentatore: ...quelle querele erano dispiaciute al
duca che di natura d'ogni avaritia alieno e continente da qualunque esazione
oltre le remissioni fatte, non aveva voluto imporre mai nuove gravezze. E fra le
molte accuse era principale quella del traffico dei grani fatto da don Ramiro,
il quale ne aveva mandata fuori tanta quantit, che con grandissimo dispendio il
duca aveva dovuto condurne da altri paesi per sostentare l'esercito e i popoli.
E quanto alle prove, queste vennero immediatamente trovate, tant' che la
mattina stessa di Natale (come si vede il nostro Cesare Borgia non perdeva
un'occasione per celebrare degnamente le festivit) il malcapitato Ramiro venne
giustiziato.
Rotolata la testa di Ramiro, il duca non era ancora soddisfatto. Fece allora
esporre il cadavere sopra una stuoia, mentre la testa spiccata dal busto era
infilata in una picca. La gente non credeva ai propri occhi. Quello spettacolo
appagava davvero la loro sete di giustizia? Ne dubitiamo. Quella che era caduta
era semplicemente una testa di turco, che il Valentino non aveva esitato a
sacrificare per stornare da s l'odio e l'insofferenza che cominciavano
lentamente a salire accentuandosi a mano a mano che passavano i giorni.
La notizia di quel supplizio, aggiunge ancora il commentatore di cui sopra,
diede gran meraviglia a tutti e si dubit che oltre la causa delle corruttele
non ve ne fosse qualcun'altra occulta. Il segretario fiorentino, vedendo il
cadavere di don Ramiro in due pezzi sulla piazza (sic!), nota: Non si sa bene la
cagione della sua morte se non che gli  piaciuto cos al principe, il quale
mostra di saper fare e disfare gli uomini a sua posta, secondo i meriti loro. Ma
l'osservazione riguarda non la causa del fatto, ma solo il carattere del
principe. Verissimo.
Ma qual era la vera realt, quella che si celava dietro la crudele esecuzione
del Lorqua? Quali i profondi motivi che avevano indotto il tenebroso Valentino a
disfarsi in modo cos teatrale del suo prezioso collaboratore? Il 24 dicembre, a
Bologna correva voce che l'imminente supplizio del Lorqua era da imputarsi ai
legami che lo univano al Bentivoglio, all'Orsini e al Vitellozzo. Se era cos
allora tutto si spiegava, perch, come aveva gi detto una volta Alessandro VI
in un colloquio con l'ambasciatore veneto, il duca aveva una natura tale che non
avrebbe mai perdonato a chi gli si fosse messo contro e non avrebbe neppure
permesso ad altri di far vendetta in sua vece; tant' che nella medesima
occasione il Valentino parlando di Oliverotto aveva profferito sorde minacce
giurando di volerlo impiccare con le sue stesse mani.
Finita la macabra cerimonia, il mattino seguente, il 26, Cesare lascia Cesena.
Il 28  a Pesaro dove riceve la notizia che i ribelli sono entrati in
Senigallia, il 29  a Fano: qui vengono degli ambasciatori dalla citt di Ancona
a rendergli omaggio.
Il 30 il Valentino fa sapere che il giorno dopo sarebbe arrivato in Senigallia
con le artiglierie. D quindi disposizioni perch i suoi... antagonisti, che
dovevano attenderlo l, uscissero dalla citt per far posto alle truppe che
avrebbe portato con s e si disponessero invece nei villaggi vicini. Cos
Oliverotto si dispose nell'immediata periferia, mentre Vitellozzo, seguito dagli
Orsini, avrebbe occupato il circondario sulle rive del fiume Esino a dieci
miglia, o poco pi, da Senigallia. Quanto alla reale consistenza delle truppe
del Valentino, questa rimaneva un mistero per tutti, poich il Valentino aveva
dato disposizioni ai suoi di avanzare a drappelli e per vie diverse, in modo da
presentare sempre nuclei di scarsa consistenza e difficilmente classificabili da
parte degli osservatori dei suoi antagonisti. In sostanza i magioneschi non
avevano alcuna idea del reale pericolo che correvano. Con Oliverotto da Fermo
c'erano Paolo e Francesco Orsini, duca di Gravina, e Vitellozzo Vitelli.
Paolo Orsini aveva con s il figlio Fabio, mentre Vitellozzo aveva portato un
nipote. Quanto ai rimanenti, il Baglioni sembrava che fosse a Perugia, ammalato,
mentre Giovanni e Giulio Orsini se ne stavano nei loro castelli o a Roma. Le
forze di Oliverotto e degli altri, messe assieme, erano superiori a quelle di
Cesare Borgia. Solo Oliverotto aveva la bellezza di settemila fra fanti e
cavalieri, mentre gli altri avevano qualcosa come tremila cavalieri e
balestrieri.
In ogni modo il 31 dicembre il Valentino parte da Fano. Alla testa della
fanteria c' un drappello di duecento soldati. In pratica si muovono duemila
cinquecento soldati italiani e altrettanti stranieri, pi seicento appartenenti
a diverse specialit d'arma. All'altezza del ponte sul Misa, pressoch di fronte
alla porta di Senigallia, la cavalleria viene fatta fermare per lasciare modo ai
fanti di penetrare nella citt. Oliverotto in quel momento sta passando in
rassegna i suoi.
Fin qui abbiamo seguito passo passo la narrazione delle cronache. Da esse
traspare soprattutto un fatto: il Valentino aveva gi perfettamente in mente un
suo piano, un piano nel quale entrava anche l'uccisione del Lorqua. Non si
spiegherebbe infatti altrimenti come mai, a cos breve distanza, abbia deciso di
disfarsi in modo sommario del suo collaboratore e dei magioneschi; poich se
veramente don Ramiro fosse stato colpevole di peculato e di malversazione
avrebbe potuto benissimo essere tradotto in tribunale e sottoposto a processo
indipendentemente dal resto degli avvenimenti. Viceversa vediamo che, dopo la
rapida scomparsa dei francesi e la loro sostituzione cogli svizzeri
(evidentemente perch, come si  gi supposto commentando l'episodio, il
Valentino dei primi non si fidava gran che...), il duca passa a togliere di
mezzo il primo incomodo, il Lorqua. Perch mai dunque tanta fretta nel farlo
fuori, se realmente non lo avesse sospettato a torto o ragione di essere
implicato nelle mene dei magioneschi? Questa rapidit nel decidere e nel far
eseguire una condanna viene poi messa in atto dal Valentino anche di fronte agli
altri congiurati; sul modo con il quale il duca metter le mani sui suoi
antagonisti esistono versioni contrastanti che adesso esporremo. Prima per ci
preme sottolineare come la citt di Senigallia, nella quale verr soffocato il
putsch, sar l'innocente teatro di un barbaro saccheggio. Ancora una volta, come
sempre accade nelle leggi spietate della guerra e dell'odio fra le fazioni, a
farne le spese saranno i malcapitati abitanti, esposti alla bestiale e
incontrollabile furia della soldataglia. Il Borgia dapprima non se ne
preoccuper poi, vista la piega degli avvenimenti che minacciavano di divenire
troppo caotici per essere imbrigliati, comincer a dare ordini perch vengano
uccisi i soldati pi facinorosi. Con quest'altro sangue che tinger di rosso il
selciato, una relativa calma scender sulla sfortunata cittadina; una pace
davvero sinistra.
La prima delle versioni della cattura e del conseguente imprigionamento dei
magioneschi  la seguente. Vitellozzo Vitelli e Paolo e Francesco Orsini
sarebbero andati incontro al duca Valentino che avrebbe mostrato gioia nel
vederli, una gioia che pareva davvero sincera e priva d'infingimenti, tanto
poteva la duplicit d'animo di quell'uomo. Addirittura avrebbe dato loro la mano
all'uso francese e li avrebbe baciati sulla guancia;  il caso di dirlo, proprio
un bacio da Giuda. Poi, non scorgendo fra di loro il volto dell'Oliverotto da
Fermo, lo avrebbe mandato a chiamare. Oliverotto, lasciate le sue truppe che,
come abbiamo riferito, stava passando in rivista (nella piazza del borgo per la
precisione) sarebbe subito accorso e si sarebbe inchinato di fronte al
Valentino, che avrebbe mostrato di gradire molto l'omaggio. Il gruppetto si
sarebbe poi diretto, pianamente, a cavallo nella citt. Nel palazzo del comune
il Valentino avrebbe loro offerto di restare a cena con lui. Non appena ricevuta
risposta affermativa li avrebbe fatti immediatamente arrestare. Questa la prima
versione. La seconda invece vuole che i magioneschi venissero arrestati appena
giunti dinanzi al Valentino. Comunque sia, quando il Machiavelli, che non aveva
potuto seguire il duca e i suoi, giunger verso sera in Senigallia, trover la
citt in preda alla pi pazza confusione con le vie percorse in lungo e in largo
da drappelli di soldati. Mentre era in procinto di entrare nel palazzo comunale
aveva poi visto Cesare Borgia armato di tutto punto in procinto di montare a
cavallo; il duca lo aveva fatto avvicinare e gli aveva raccontato a suo modo i
fatti, aggiungendo queste precise parole: ...questo  quello che volsi dire a
monsignor di Volterra, quando venne in Urbino, ma non mi fidai mai del segreto,
s che sendomi venuta ora l'occasione l'ho saputa molto bene usare, et ho fatto
un grandissimo piacere e servizio ai vostri signori.
Poi era stato diramato l'ordine per tutti i soldati del duca di dare addosso
alle truppe degli Orsini e di Vitellozzo, attestate nei castelli nei pressi
della cittadina e contemporaneamente di piombare addosso alle truppe di
Oliverotto da Fermo che erano alloggiate in citt alla periferia. I soldati del
Borgia approfittando del fattore sorpresa e dell'assoluta incredibilit di un
simile modo di procedere faranno a fette i militi dei magioneschi. Poi, eccitati
dalla bravata, ripiomberanno sulla citt mettendo tutto a sacco e depredando
tutte le botteghe comprese quelle dei mercanti veneziani che non perdoneranno
mai il gesto. Per ore, quella plebaglia in usbergo o morione sacchegger ogni
cosa, incendiando, spogliando, distruggendo. Alle undici della sera, fra
bestiali clamori quei manigoldi andavano e venivano dalle case carichi di
bottino. E in quel momento il Valentino decise di reagire. Con compagnie a lui
fedelissime incominci a percorrere le strade, a sua volta facendo ammazzare
tutti i renitenti agli ordini di sgombero. Poco dopo il sangue dei soldati
bagnava il lastrico e sulle case devastate tornava la calma. Ma gli abitanti di
Senigallia non sarebbero comunque riusciti a chiudere occhio.
E' una notte che vede decisa anche la sorte dei prigionieri. Gli Orsini vennero
lasciati in una sala del palazzo sotto buona scorta, poich Cesare Borgia
intendeva condurli a Roma. Nel frattempo, e proprio a Roma, papa Alessandro VI
avrebbe cercato di prendere nella rete anche gli altri membri della famiglia.
Diversa invece doveva essere la sorte di Vitellozzo e di Oliverotto.
Questi vennero subito sottoposti alla tortura. Imbastita una parvenza di
processo, verr sentenziata per loro la condanna capitale. Ecco di nuovo la
medesima rapidit che aveva contraddistinto il giudizio di don Ramiro. Si dice
fra l'altro che per sottrarsi alla tortura Oliverotto avesse estratto un pugnale
tentando di uccidersi, ma che ne fosse stato immediatamente impedito dalle
guardie. Certo si  che contro i due malcapitati verranno applicate le pi
feroci torture, tanto da spezzare non soltanto il corpo ma anche la resistenza
morale. E allorch sar giunto il momento di strangolarli, come Cesare Borgia
aveva deciso, si vedranno due corpi grigi e insanguinati, due visi spenti
implorare grottescamente grazia e clemenza... A notte inoltrata i ribelli
saranno sepolti nella chiesa dell'ospedale della Misericordia. La mattina
seguente, come se nulla fosse successo, Cesare Borgia aveva dato l'ordine di
partenza: destinazione Corinaldo. La rocca di Senigallia, l'unico punto della
citt che aveva cercato di resistere, si era arresa. Andrea Doria era riuscito a
fuggire.
La sera Cesare Borgia detter una valanga di lettere. I destinatari erano i
signori che gli erano stati fedeli; la loro sostanza non variava gran che; in
esse si sosteneva che i due Orsini e i loro complici, nonostante il perdono che
era gi stato loro accordato, avevano male interpretato la partenza dei francesi
e arguendone che il Borgia fosse rimasto indebolito avevano macchinato un nuovo
tradimento. Sotto pretesto, infatti, di tenergli bordone nell'impresa di
Senigallia, si erano concentrati nella cittadina disponendo i militi in maniera
da organizzare una vera e propria trappola. In sostanza i magioneschi avrebbero
sistemato negli alloggiamenti solamente un terzo delle truppe a disposizione,
mentre il resto sarebbe stato da loro occultato nelle case e nei dintorni in
modo da potere, una volta che fosse sopravvenuta la notte, assalire il Valentino
d'ogni lato. Ma poich avevano a che fare con una persona che non era
evidentemente uno sprovveduto, con mossa subitanea i capi erano stati fatti
prigionieri, mentre i soldati venivano presi alla sprovvista e sbaragliati dalle
lance del Borgia. I magioneschi venivano poi definiti peste dei popoli e
pericolo pubblico, e quanto al successo che aveva arriso all'operazione si dir
che lo si doveva unicamente al favore divino...
2 gennaio notte. Papa Alessandro VI riceve la notizia della cattura degli
Orsini. La mattina seguente trattiene il cardinale Orsini presso di s, insieme
con altri della famiglia, fra i quali Jacopo Santacroce. Quanto al cardinale
Orsini, questi era stato costretto a condividere per giorni i divertimenti di
papa Alessandro, che andavano da sfilate carnevalesche con maschere a forma di
priapo a serate al tavolo verde dove si perdevano centinaia di ducati, come
quella del 29 dicembre allietata da una adatta compagnia femminile. Tutto
puntualmente annotato dall'alsaziano Burckhardt.
Lo stesso giorno 3, Alessandro VI scrive ai fiorentini raccomandando loro di
custodire attentamente i passi affinch Guidobaldo, che aveva trovato rifugio a
Citt di Castello, non potesse scampare alla sorte che lo attendeva e
comunicando loro altres che i due Orsini catturati in Senigallia sarebbero
stati condotti da Cesare Borgia a Civita Castellana.
Il giorno 4 Alessandro riceve l'ambasciatore Giustinian. A lui espone la sua
personale versione dei fatti, una versione cos incredibile che val la pena di
riportarla tanto  fantastica. Inutile aggiungere che non ingann nessuno e
tanto meno il Giustinian.
Per Alessandro dunque tutto sarebbe incominciato con la deposizione di don
Ramiro. Questi per salvarsi dalla mannaia avrebbe spifferato ogni cosa,
cominciando con il rivelare i suoi accordi segreti con gli Orsini, accordi che
prevedevano addirittura la soppressione di Cesare Borgia con il consenso di
Oliverotto; il delitto avrebbe dovuto essere compiuto da Vitellozzo. Il piano
era semplice: un balestriere di Vitellozzo avrebbe teso un agguato al duca e lo
avrebbe colpito alle spalle. Il Valentino avrebbe ascoltato queste parole senza
batter ciglio, ma da quel momento non sarebbe uscito se non perfettamente armato
con tanto di corazza e cos difeso se ne sarebbe andato fino a Senigallia. Qui,
dopo aver ricevuto come ospiti e amici i magioneschi, avrebbe imbastito
immediatamente un processo sommario nei confronti di Vitellozzo, il quale
avrebbe confessato ogni cosa; dopo di che Cesare avrebbe deciso di far mozzare
il capo e a Vitellozzo e al suo compare Oliverotto; quanto agli Orsini per il
momento li avrebbe trattenuti prigionieri. E proprio per accertare la
colpevolezza della famiglia Orsini avrebbe, Alessandro VI, trattenuto anche il
cardinale omonimo a Roma, insieme con l'abate d'Alviano...
Un simile racconto non poteva che fare inarcare le sopracciglia al povero
Giustinian, che dir come gli fosse sembrato di essere tratto in inganno nel
momento stesso in cui ascoltava quelle parole...
La sera del 2 gennaio  anche quella in cui il figlio di Paolo Orsini e il
nipote di Vitellozzo giungono a Perugia, dove hanno cercato rifugio anche
Guidobaldo e Gian Maria Varano; per tutti loro il colpo di Senigallia non 
stato altro che uno sporco tradimento, quello che dalla parte interessata...
verr invece chiamato bellissimo inganno. Punti di vista. Dimmi con chi ti
accompagni e ti dir che cosa ti aspetta.
Il 3 l'ambasciatore di Perugia, Galasso, confidandosi con Pietro Ardinghelli,
commissario di Castiglione Aretino, dar una terza versione dell'accaduto. Paolo
Orsini si sarebbe presentato infatti al Valentino e gli avrebbe fatto le scuse a
nome di Vitellozzo e degli altri che non si erano potuti presentare; Cesare
Borgia avrebbe allora fatto grandi meraviglie dicendo che non capiva le ragioni
di quella strana prudenza, posto che da parte sua c'era stato il perdono
completo. Paolo Orsini sarebbe dunque tornato indietro ad esortare i compagni
affinch si presentassero al duca che li avrebbe visti con piacere, ma
Vitellozzo si sarebbe mostrato ancora pi recalcitrante di prima, avvertendo
anzi che questo accondiscendere alla richiesta del Valentino significava una
cosa sola: morte. Infatti, non appena ammessi alla presenza del terribile Borgia
questi li avrebbe fatti afferrare dalle guardie e trucidare senza piet,
rallegrandosi poi nel vedere a terra quei corpi insanguinati che si contorcevano
negli spasmi dell'agonia.
Comunque siano andate le cose un fatto tuttavia  certo: il Borgia con l'inganno
e il tradimento ebbe ragione dei magioneschi e non serve dire che fra costoro
c'erano dei ribaldi quanto lui. Oliverotto in particolare era un lestofante e un
assassino di prima categoria. E va bene. Sappiamo che Oliverotto aveva
addirittura sfracellato il capo a due fanciulli di dodici anni figli di due suoi
nemici. Conosciamo la quantit di assassini di cui si macchi per conquistare
Fermo. Ma caso vuole che accanto a un Oliverotto compaia anche un Guidobaldo da
Montefeltro, che era di tutt'altra pasta e che per un vero miracolo del destino
per il momento era ancora in vita.
Giustificare il modo di procedere di Cesare Borgia sarebbe un voler giudicare
con la benda sugli occhi, per non vedere, per non rendersi conto della
mostruosit del suo operare. Lasciamo stare il problema del Cesare e torniamo a
quello della strage.
Probabilmente la verit, la versione esatta della strage di Senigallia 
contenuta in un codice, il cosiddetto 490, edito dal Tommasini. In esso i fatti
vengono riportati come segue: (abbiamo cercato ovviamente di trascrivere il
testo in un italiano un p pi accessibile.)  ...giunto che fu Paolo (Orsini) a
Imola, con molta letizia lo ricevette il Valentino, il quale per attirarlo e
farlo cadere nella rete, avendo gi ben chiaro nell'animo quello che voleva fare
di lui e dei suoi compari, gli si mostrava in pubblico e in privato prodigo di
gentilezze. Di modo che, allorch Paolo, nel miglior modo che pot, rec le
scuse dei confederati, mettendo sul piatto della bilancia tutti i servigi che
avevano fatto al Valentino e dicendo che il breve contrario ai loro interessi
era stato unicamente la causa per la quale si erano risentiti e avevano preso le
armi contro di lui, il Valentino lo star ad ascoltare con grandissimo
interesse. Paolo allora, fattosi animo, scaric ogni colpa addosso a don Ramiro
de Lorqua, il governatore generale del Valentino e contro il quale Paolo Orsini
aveva del risentimento, dicendo che troppa era la superbia dimostrata dal Lorqua
con gli altri colleghi e con i soldati, troppo severi i suoi modi, privi di
rispetto e di umanit, troppo grande la disperazione nella quale aveva gettato
le genti, tant' che si erano verificati dei movimenti d'insofferenza nei
riguardi dello stesso Valentino. Il Borgia, dimostrando di accettare tutte le
scuse e i motivi addotti dall'Orsini, gli aveva risposto che era stato
lietissimo di udire quello che gli aveva detto di Ramiro e gli aveva aggiunto
che ben presto lui e gli altri avrebbero avuto modo di rimanere soddisfatti. E
avendo messo tutto per iscritto, conged l'Orsini con la preghiera di portare
quell'accordo a Vitellozzo e agli altri, e qualora fosse stato di gradimento, di
farglielo riavere in Imola debitamente sottoscritto da ciascuno, soggiungendo
ancora che una volta firmate quelle clausole lui avrebbe perdonato a tutti e
dimenticato le recenti offese patite.
Il Valentino era cos certo che da loro avrebbe ricevuto, molto pi di prima,
fedelt e servigi e dal canto suo, oltre a voler rispettare le clausole, di
tenerli in grande considerazione prometteva, soprattutto nei riguardi di lui,
Paolo Orsini, con il quale s'impegnava, andata a buon fine ogni cosa, di
aumentargli lo stato. E per dimostrargli di che animo fosse nei suoi confronti
gli aveva donato un vestito di broccato, cavalli e denaro tanto da mandare in
visibilio l'Orsini. Allorch questi torner dai compagni con l'accordo da
firmare, verr pregato dai confederati di aggiungere una clausola, che cio
fosse lecito in tempo di pace di poter liberamente starsi alle parti loro e dove
altrove gli piacesse, senza obbligo di andare a Roma n altrimenti, pi che loro
si volessero, alla corte del Valentino. E cos (questi accordi) furono rimandati
a Imola e dal Valentino senza altra replica accettati e sottoscritti e mandatone
copia a Roma ad Alessandro VI resoluto e ben conforme (interessante, sia detto
per inciso, questa precisazione di connivenza e di colpevolezza del pontefice
nei confronti dei disegni di suo figlio) con esso Valentino di quanto si avesse
a fare di loro e per Cornarano, gentiluomo spagnolo suo, diede disposizione,
dopo aver fatto nuovamente firmare Vitellozzo e gli altri in merito, continuando
per ad ammassare truppe. Il Baglioni, avendo compreso che cosa bolliva in
pentola, si era recato da Perugia al campo e incontrato Vitellozzo che con gli
altri se ne stava a discutere nella chiesa fuori citt, aveva incominciato ad
esporre i propri dubbi specie nei riguardi di Paolo Orsini, che sembrava il pi
convinto della sincerit del Valentino e che era sicuro del fatto che il Borgia
fosse disposto a passare un colpo di spugna su tutto pur di avere in loro dei
fedeli alleati. Per il Baglioni tutto quello che c'era scritto in quei fogli non
era altro che una serie di chiacchiere senza significato, fumo negli occhi
perch meglio cadessero nella rete. Per quanto lo spettava, aggiunge il codice,
non voleva accettare n consentire all'accordo.
Alle parole del Baglioni si uniranno pi tardi quelle di alcuni ufficiali e
soldati, preoccupati della sorte dei loro signori cui erano rimasti fedelissimi.
Saranno costoro che andranno anzi a parlare allo spagnolo, mandato dal Borgia
con il testo da firmare in via definitiva, per cercare di fargli scoprire le
carte; ma evidentemente senza risultato. Per giunta chi veniva soprattutto
accusato era Paolo Orsini, cui venivano lanciate le accuse di imbelle e di
connivente con il Valentino. Ma l'Orsini anzich adontarsene faceva notare come
l'influenza di Alessandro VI in Francia avrebbe messo loro ben presto in tali
condizioni di inferiorit che resistere sarebbe stata davvero la follia. Ma il
Baglioni persisteva nella sue tesi e andava dicendo che ben presto Paolo Orsini
avrebbe trascinato se stesso e gli altri in una situazione senza scampo. Dal
canto suo, aggiungeva, non soltanto non avrebbe firmato nulla, ma il Valentino
lo avrebbe avuto unicamente con la forza delle armi, dato che immediatamente
sarebbe corso a trincerarsi in Perugia. E dopo queste parole il Baglioni era
balzato a cavallo e se n'era andato di furia.
Nel codice, dopo la narrazione di questi fatti viene riportato il testo dei
capitoli che furono fatti firmare ai confederati. Eccolo: che il cardinale
Orsini fosse perdonato dal pontefice e restituto in tutti li gradi, onori,
dignit, e benefici come era avanti la loro confederazione; che Guidobaldo
partisse dallo stato d'Urbino e che tutti questi popoli fossero perdonati in
genere e particolare e che n per la ribellione n per altro qual fosse commesso
errore, dovessero patire in le facult (cio dovessero subire confische di beni)
n in le persone, pena n danno alcuno. E che li fosse lecito andare e stare
dove li piacesse e cos tornar libero e immune; che Paolo Orsini, Vitellozzo
Vitelli, il Gravina e Oliverotto da Fermo che avevano sottoscritto i capitoli
fossero reintegrati nella condizione precedente, con relativo perdono per
qualunque cosa che avevano architettata o comunque eseguita ai danni del duca
Valentino o del papa Alessandro; e che anche i soldati e i loro seguaci
venissero perdonati; che le stesse incombenze e gli stessi onori di prima
fossero loro resi con in pi un aumento delle prebende per loro; che fossero
liberi di rifiutarsi a qualunque comando che non venisse dal Valentino e che non
dovessero riconoscere nessun'altra autorit; che in tempo di pace, senza obbligo
di andare a Roma n seguire il duca Valentino, fosse loro lecito di starsene nei
loro castelli o dovunque loro piacesse; e che loro e i loro soldati fossero
obbligati a servire il Valentino, obbedendogli solo nelle circostanze consentite
e convenute con lealt e fede come facevano prima e come era in armonia con la
loro natura di soldati; che il pontefice dovesse approvare, confermare, mantener
fede e consentire all'osservanza di questi paragrafi. E qui non verr menzionato
(fa notare l'anonimo cronista) l'accordo segreto fra Paolo e Cesare Borgia.
Con questi fogli debitamente sottoscritti in tasca, lo spagnolo se ne torna dal
Valentino, il quale per prima cosa fa venire da Roma l'assoluzione in piena
forma per il cardinale Orsini, unitamente agli stessi accordi debitamente
ratificati e sottoscritti. E avendogli lo spagnolo fatto parte dei mille dubbi
che avevano colto Vitellozzo e i suoi prima della firma degli articoli, il
Valentino per allontanare ogni ulteriore sospetto e bandire ogni diffidenza si
decider a sbarazzarsi di don Ramiro de Lorqua... A questo punto, aggiungeremo
noi, come non avere il sospetto che Ramiro (il quale fino ad allora si era
mostrato uno dei pi ligi servitori del Borgia) se si era reso colpevole di
peculato e malversazione lo abbia fatto per ordine dello stesso Borgia e che
quanto alla congiura ne sia stato perfettamente ignaro? Come non pensare che
egli rappresenti la vittima di comodo, la testa fatta rotolare tanto per
addormentare le vigili coscienze dei confederati, forse prese dal rimorso d'aver
firmato cos alla leggera?
Quanto ad Alessandro VI valeva bene il detto popolare: sotto il color di
religione quante birbonate!
Scorre il sangue di don Ramiro, s'acquieta l'animo dei congiurati. Paolo vedendo
il consenso del pontefice, la morte di Ramiro e l'onorato parlare che il
Valentino faceva di Vitellozzo, s'arrecava che tutto procedesse per sincerit
dell'animo suo verso loro... Cos il codice. Con li compagni, soggiunge
l'anonimo, diceva che queste eran pur cose che testificavano non solamente di
lui la vera riconciliazione con essi, ma la certezza ancora per l'osservanza dei
capitoli. Il Valentino intanto, raccolta e messa insieme la gente sua, scrisse a
Vitellozzo che con quella dei compagni estendesse la sua da Fiumicino a
Senigallia e che ivi tutti si fermassero, dove, al venir suo, consultamente
risolveria l'impresa di Ancona.
La sorte peggiore spetter a Guidobaldo che avrebbe dovuto lasciare, secondo gli
accordi, Urbino e trasferirsi a Castello. Egli giace a letto ammalato; lo
prendono e lo mettono su una portantina. Stando al cronista la sua partenza
sarebbe avvenuta fra le molte lacrime degli abitanti che sarebbero stati da lui
confortati per il meglio; pi che un uomo libero Guidobaldo  un prigioniero,
stanco e disincantato.
Quanto a Vitellozzo Vitelli, partendosene da Fano egli camminava dubbioso fra
due pensieri: pensava infatti che gente come Alessandro e il Valentino si
presentava con un passato piuttosto preoccupante, tante erano ormai le vittime
di cui era costellata la loro strada; poi gli tornavano alla mente gli
avvenimenti che avevano portato alla sollevazione d'Urbino per cui, forse
davvero pentito di quella sua forzata adesione, di quella firma messa in calce,
temeva il peggio. C'era,  vero, la sua parola di soldato, ma era giusto farla
valere di fronte a gente il cui comportamento non lasciava adito a dubbi?
Pur con questi pensieri tormentosi Vitellozzo Vitelli disporr ugualmente le sue
truppe come gli era stato indicato; parte in quel di Iesi, parte nella zona di
Torre Fregosa, parte sulle saline nei pressi di Senigallia; cos dispersi i suoi
soldati non avrebbero potuto far pi nulla per lui.
Come adesso aggiunge il codice, anni prima Oliverotto da Fermo aveva ucciso in
Fermo il nipote di Giovanni della Rovere, Raffaele. Contro di lui la casa della
Rovere aveva giurato odio eterno. Giovanni, il figlio come si ricorder di
Raffaello della Rovere e di Teodora di Giovanni Manirola, aveva infatti sposato
Giovanna di Montefeltro sorella di Guidobaldo, duca di Urbino, proprio il
Guidobaldo, che infermo  costretto a lasciare il suo reame per trasferirsi a
Castello. Ora Giovanna era chiamata la prefettessa, nome che era stato
affibbiato da quando suo marito era stato prefetto di Roma sotto Francesco della
Rovere, ovvero Sisto IV.
La prefettessa, donna dal carattere forte, anche se non come quello di Caterina
Sforza, diverr nella Roma di Giulio II famosa per le sue vesti, tanto da essere
considerata regina della moda. Si ricorda ad esempio la prima riunione al
completo dei membri della famiglia avvenuta in Roma l'11 gennaio del 1504,
riunione che aveva visto presente anche Felicia, la figlia illegittima di
Giuliano della Rovere (ora Giulio II). Felicia ancor prima che suo padre fosse
eletto al soglio, e cio quando era in auge la potenza di Cesare Borgia, era
stata sottoposta a pericolose pressioni da parte del Valentino. Timorosa per la
sua vita, Felicia allora era fuggita da Roma imbarcandosi a Ostia per Savona
dove avrebbe trovato rifugio presso i parenti. Ma aveva notato con terrore che
la nave su cui si trovava era stata inseguita da alcune galere pontificie che
per un contrordine erano state fatte poi tornare indietro. Ancora adesso non si
sa se Cesare volesse semplicemente sedurla (Felicia era bellissima e aveva avuto
un'educazione perfetta per quei tempi) o piuttosto, data la rivalit sempre
accesa fra suo padre e i Borgia, non dovesse servire come ostaggio o
alla peggio, come vittima. Misteri della storia. Ma torniamo a Senigallia.
La presenza di Oliverotto da Fermo accampato con le sue truppe appena fuori le
mura  un pessimo segno. La prefettessa governava Senigallia a nome di Francesco
della Rovere, suo figlio. Ma non era solamente la perfidia di un assassino di
mestiere come Oliverotto che la intimoriva. Temeva tutte le mosse del Valentino,
sia perch Giovanni della Rovere si era urtato con Alessandro VI sempre a causa
dei tributi, sia per il fatto che avere tutte quelle truppe in casa avrebbe
potuto far nascere ai suoi nemici qualche idea balzana. L'unica risoluzione da
prendersi dunque era la fuga, ma una fuga clandestina. Perci la prima mossa che
la prefettessa compie  quella di lasciare a capo delle truppe della rocca il
genovese Andrea Doria, insieme con altri gentiluomini fra i quali Sebastiano
Bonaventuri da Urbino.
Poi Giovanna di Montefeltro ha un'idea geniale; travestitasi da uomo esce
cautamente la notte dalla citt insieme con Felice da Sora il suo fedelissimo
segretario. Con lui cavalcher attraversando gli Appennini fino a Pisa, dove
s'imbarcher per recarsi a Sora, cittadina nella quale vi era il figlio
Francesco Antonio della Rovere.
Nel frattempo a Senigallia un luogotenente di Cesare ha gi posto gli occhi
sulla casa di Bernardino da Parma, una costruzione con due uscite perfettamente
adatta al disegno che il Valentino ha in mente. La casa viene dunque requisita
per il duca. Paolo Orsini continua intanto la sua opera di convinzione presso i
compagni; probabilmente lo sciagurato ha intuito il disegno di Cesare ma crede
che le promesse fattegli a quattr'occhi dal Valentino siano valide;
probabilmente mettendosi nella pelle della pecora nera che conduce le altre al
mattatoio pensa di avere non solamente salva la vita ma addirittura di ricavarne
chiss quali benefici. Fatto si  che l'Orsini riuscir ad avere ragione anche
delle diffidenze di Vitellozzo, che avr per un ultimo ripensamento. Dopo gli
abbracci scambiati con il Valentino la comitiva si  messa lentamente in marcia
verso la cittadina; al momento di passare il ponte levatoio Vitellozzo Vitelli
ha uno scatto, cerca di trarsi indietro; legittima difesa, arma personale, il
veleno era come la pistola nei film western: non lo si abbandonava mai.
La sinistra frase che correva a Roma (Bibit calicem) indica che i tremendi
spagnoli si servirono sempre di veleno da mescolarsi alle bevande, un veleno
incolore inodoro, insaporo. Con tutta probabilit questo veleno era a base
d'arsenico, come proveranno alcuni fatti quali l'annerimento immediato della
salma di Alessandro VI o quali le forme di infiammazione intestinale riscontrate
dopo aver bevuto il bicchiere avvelenato e la presenza di convulsioni, delirio o
paralisi.
Speziali capaci poi, da una base di arsenico, di fare mille variazioni sul tema
ce n'erano a bizzeffe a Roma. Certo che nella citt si parlava con una certa
insistenza di una misteriosa acqua tofana e di una cantarilla, nomi che stavano
a indicare chiss quali intrugli, dato che  impensabile fossero unicamente
usciti dalla fantasia popolare. Immaginaria invece  la creazione di una sorta
di veleno a termine, che agisse cio parecchio tempo (si parla di mesi) dopo la
sua somministrazione, non ci risulta infatti che clinicamente ci sia possibile
tenuto anche conto delle conoscenze tecniche della chimica di allora.
In ogni caso coloro i quali sperimentarono i veleni dei Borgia, i vari cardinali
Orsini, Michiel e Ferrari (tanto per fare qualche nome) non s'accorsero nel
portare il calice alle labbra che il vino o la bevanda in esso contenuti erano
letali. Con la stessa tecnica furono messi a morte in breve periodo di tempo
mille altri, i cui nomi non ci sono giunti e che andarono a ingrossare le acque
del fiume Tevere, uccisi da gente che aveva perfettamente appreso la tecnica dei
loro maestri.
19 gennaio 1503. Il fatto di Senigallia  stato per chiunque una vera doccia
scozzese. Si pu pertanto capire perch al momento in cui le sorti del Valentino
cominceranno a declinare nessuno, dico nessuno, oser o vorr levare la propria
voce in favore del Borgia. Se il Valentino pu agire come agisce  semplicemente
perch sul trono pontificio c' ancora un papa che si chiama Alessandro VI, c'
ancora un'autorit che appoggia pienamente l'operato di suo figlio. Si dir che
papa Borgia prometteva sempre quello che non avrebbe mai fatto, mentre il figlio
faceva sempre quello che non aveva mai detto; ma se c' una cosa che Alessandro
dir di fare e far sar appunto quella di dare il massimo e pieno appoggio a
Cesare in tutte le circostanze. Fra i due, due potenze infernali davvero, c'
come un filo continuo d'intesa. A guardare il comportamento del padre e del
figlio, mettendo insomma vicine per un confronto le loro azioni, dopo aver
considerato il loro agire giorno dopo giorno, si vede che nonostante si vivesse
in un'epoca in cui le comunicazioni non erano molto agevoli e rischiavano di
venire spesso travisate essendo per lo pi relazioni orali, il pontefice e il
Valentino agirono sempre, come si dice, di conserva. Le vuote parole delle quali
Alessandro VI riempir le orecchie all'ambasciatore veneto Giustinian, le mene
continue e sotterranee di Cesare, tutto tende a comporre un gioco sottile e
inquietante che ha come obiettivo il dominio dell'intera Italia centrale. Ma 
un dominio effimero, giocato com' sul tappeto verde di un'Italia disunita,
piena di contraddizioni. Quelle stesse caratteristiche che permettono agli
avventurieri del calibro del Valentino di farsi in brevissimo tempo padroni di
uno stato sono poi anche quelle che consentono la altrettanto facile
disgregazione di quel territorio; basta che il padrone giri un attimo il capo e
tutto ritorna come prima;  la dannazione ma anche la salvezza di un paese;
l'Italia insomma si salva grazie al fatto che mai nella storia c' stato un
territorio altrettanto disorganico e frammentario pur attraverso l'unit di
lingua e di tradizioni e anche, in certo qual modo, di cultura.
Comunque quel 19 gennaio da cui abbiamo preso le mosse, il senato veneto
rispondeva a un francescano che era stato mandato come messo dai Baglioni: noi
compiangiamo le vittime della strage avvenuta in Senigallia (questo il succo del
discorso) e constatiamo come sarebbe stato assai peggio per noi se avessimo
continuato a tener fede alle parole di un individuo come il Borgia, un uomo che
si  sempre retto sulla menzogna e sulla duplicit. Senigallia  la logica
conseguenza di una credulit e di una ingenuit davvero strane ed esagerate.
Questo i veneziani potevano ben dirlo, se si pensa che lo stesso loro
ambasciatore, il Giustinian, era stato rimproverato dal pontefice (si osservi da
che pulpito veniva la predica!) di essere troppo... diplomatico (che si
imputasse a un diplomatico di esser tale  davvero il colmo...) D'altra parte il
quadro che il Valentino voleva tracciare di s come quello di un liberatore
d'Italia e del condottiero sotto le cui bandiere vi sarebbe stato unit e buon
governo non ingannava pi nessuno, dopo che lo stesso papa aveva agito in modo
da arrestare il cardinale Orsini a Roma. Un quadro tragicomico che trover
seguaci solamente negli storici d'oltralpe di qualche secolo dopo.
L'interpretazione che daranno della figura del Borgia  veramente... commovente.
Essi non solo tenteranno di tutto per dimostrare che solo uno straniero come il
Borgia poteva contribuire all'unit italiana, non essendovi in questo paese
nessuno in grado di poter svolgere un simile ruolo, ma vedranno in questo
davvero bastardo, figlio di prete e lestofante, un individuo quale l'Italia non
avrebbe mai potuto avere: forte fisicamente, democratico, saggio governante, e
chi pi ne ha pi ne metta.
Lo zelo del Borgia arriver perfino a voler liberare Siena, una citt che non
aveva nessuna intenzione di... essere liberata. Tanto pi che il Valentino
(ufficialmente) agiva come gonfaloniere della Chiesa e non aveva pertanto il
minimo diritto di cacciare il becco nelle faccende della Toscana e tanto meno
della citt di Siena. Ma la lotta veniva giustificata dalla volont di
annientare Pandolfo Petrucci. Una tale balorda sfacciataggine e spudoratezza non
si era mai veduta neppure in un secolo che tuttavia ne aveva viste di ogni
colore.
Ma i Borgia avevano fatto i conti senza l'oste; Senigallia era infatti la goccia
che faceva traboccare il vaso, non gi l'inizio di un potere forte; tant' vero
che non appena correr in Roma la voce dell'arresto del cardinale Orsini,
immediatamente i vari Colonna e Savelli stanzieranno le loro truppe a Cerveteri,
Palombara, Bracciano, pronti a rintuzzare qualunque attacco della fazione
papale.
L'ambasciatore Giustinian era stato uno di quelli che aveva immediatamente
compreso quale sarebbe stata la sorte che attendeva il cardinale Orsini: la
morte. Era da escludere che papa Alessandro avesse intenzione di ucciderlo
subito (la bomba dell'arresto era appena scoppiata e il suo rumore agitava
ancora la citt), ma Giustinian era d'altra parte certo che il passo sarebbe
stato effettuato non appena le acque si fossero un poco calmate.
L'arresto era stato poi un capolavoro di doppiezza. Il poco informato cardinale
Orsini stava infatti dirigendosi in compagnia del governatore della citt (che
si era unito a lui quasi per caso) in Vaticano per... congratularsi con il papa
del magnifico successo di Senigallia. Quando il povero Orsini era entrato nella
celebre camera detta del Pappagallo vi aveva trovato ad attenderlo un drappello
d'armati che l'avevano preso e impacchettato.
Seguendo evidentemente un piano gi accuratamente preparato, altri si recavano
contemporaneamente al palazzo del cardinale per asportarvi tutto quanto vi fosse
contenuto. E di quello che il palazzo conteneva non rimarr neppure uno spillo:
perfino la paglia delle scuderie verr portata via. Quanto alla scorta che aveva
accompagnato in Vaticano lo sfortunato Orsini, questa era stata obbligata con le
cattive maniere a seguire un altro drappello di armati dopo essere stata
spogliata di ogni avere, cavalcature comprese.
Il peggio capiter per alla madre del cardinale, un'anziana signora di circa
ottant'anni che poteva muoversi appena. Verr deposta senza tante cerimonie in
mezzo alla strada, lasciandole unicamente il vestito che aveva indosso e due
cameriere del suo seguito, mentre nessuno oser portarle soccorso. Il timore
degli armigeri del papa era davvero grande.
Tanto poteva il terrore delle mene papali a quel tempo che dopo la notizia della
disgrazia che era capitata all'Orsini e del trattamento riservato alla madre di
lui, un vescovo, quello di Chiusi, era stato colto da infarto ed era deceduto
subito dopo. E fin dal pomeriggio si vedranno prendere la via della campagna,
fuggendo a rotta di collo dalla citt, decine di autorit e alte personalit,
naturalmente con tanto di scorta e di bagaglio appresso.
Ma se c'era un responsabile della cattura dell'Orsini questi era proprio lui
stesso, il cardinale. Infatti poteva ben dire mea culpa, mea maxima culpa, in
quanto la sua condotta fin dalla riunione alla Magione non era stata che un
susseguirsi di manovre contraddittorie e poco sincere. Non solo, ma era stato
uno dei primi ad avvisare il Borgia di quello che stava succedendo, forse per
rendersi bello e garantirsi dalle mosse del papa, con pieno successo come
abbiamo visto. Era, in altre parole, una vera vittima di se stesso.
Alessandro frattanto, con una di quelle mosse davvero straordinarie che
condivider unicamente con Giulio II, data la repentina esecuzione e la
sbalorditiva audacia cui erano informate, mander a ciascuno dei suoi avversari
che stavano facendo le valigie un messo con il compito di rassicurarli sulla
loro sorte, dato che non avevano nulla da temere; partecipassero anzi al
carnevale e si divertissero, lasciando stare quelle che erano le loro
preoccupazioni; a loro, papa Alessandro lo garantiva, non sarebbe successo
assolutamente nulla...
E abbiamo qui un altro dei tratti distintivi di questo singolarissimo pontefice:
dopo il delitto o il tradimento si fa festa; arriva la baldoria. Che Alessandro
VI fosse un gaudente  arcinoto. Ma mai lo fu come dopo una cattiva azione;
quasi uno scarico di coscienza l'allegria del suo animo, di cui, dobbiamo dirlo,
abbondava e che gli veniva fuori spontanea. Egli aveva e sentiva sinceramente il
bisogno di divertirsi e di trovarsi in mezzo a gente che si divertiva. Da qui il
culto per i nani, i buffoni, le cortigiane che non mancavano mai attorno a lui;
spesso infatti si vedranno alcune donne sedute tranquillamente ai piedi del suo
trono, al punto da divenire quasi un'abitudine e da finire inosservato; ogni
tanto la mano inanellata e grassoccia del papa, con quelle unghie piccole e
appuntite, si chiner benevola ad accarezzare il capo di una delle sue
protette...
Si  sostenuto spesso che i criminali abbiano in genere delle mani bellissime;
mani dalle dita lunghe e affusolate, dalle unghie ben fatte, mani che pur
appartenendo all'anima criminale di sesso maschile hanno per, pi che un
aspetto di forza e vigorosit, una grazia quasi femminile. Ebbene si guardino le
mani di Alessandro VI, ma si osservino ancora di pi quelle di Cesare Borgia.
Si guardi come la destra afferri l'impugnatura dello spadino e come la sinistra
sia posata leggera, quasi una farfalla, con le dita distese sul velluto nero
della casacca. Si guardino quelle unghie ben fatte e come il polso leggero
anch'esso, fuoriesca tornito e liscio dalle trine. Nessuno sospetterebbe in esse
quella forza che permetteva a Cesare di cimentarsi fra i contadini e fra i
lottatori consentendogli di spezzare d'un colpo un'asse pesante o di torcere una
grossa sbarra di ferro o di gettare a terra con una violenta presa il suo
avversario.
Pi largo e rozzo il polso di Alessandro VI. Pi ampia la palma. Meno affusolate
le dita. Ma pur sempre delle belle mani. Pur sempre delle unghie ben fatte,
piccole e minute, anch'esse con una certa qual grazia femminea.
Giunte nella preghiera, le mani di Alessandro VI nel ritratto del Pinturicchio,
mostrano un mignolo che si distacca leggermente dalle altre dita con una piega
quasi vezzosa. Che pensare a questo punto? Hanno effettivamente ragione coloro
che sostengono quello che abbiamo poco prima detto e che cio fra criminalit e
mano leggiadra nell'uomo esiste un rapporto profondo? Certo che guardando quelle
di Cesare Borgia si ha una sensazione di disagio, altrettanto inquietante di
quello sguardo vellutato o di quella bocca rossa, piccola e a cuore, che fa
capolino sotto l'ornamento dei baffi. Vedendo quella carnagione scura e quella
pelle liscia, quella fronte ampia e spaziosa, apparentemente priva di pensieri
men che onesti, quel naso forte e prorompente, quelle palpebre incavate,
trovandosi insomma all'improvviso di fronte a un individuo del genere non si pu
non reagire; anche non conoscendolo, anche non sapendo chi fu Cesare Borgia,
vedendolo poniamo adesso, in abiti moderni per la strada, abbigliato come un
cittadino qualunque, c' in lui un che di misterioso e distaccato, un qualcosa
che turba e che ci fa dire, per una di quelle reazioni istintive tanto
caratteristiche dell'animo umano: attento, quell'uomo ha qualche cosa che non
va, non mi piace, stai lontano... Un avvertimento che riesce incomprensibile
come non l'abbiano avuto e sentito i suoi contemporanei.
Mai come in quei secoli si assiste a un rapido capovolgimento delle sorti di
coloro che in un battibaleno divengono potenti o di quelli che per censo o per
ereditariet ricevono un trono od una signoria. Guardiamo ad esempio alle sorti
di colui che abbiamo gi nominato, vale a dire Carlo VIII. Guardiamo ai suoi
rapporti con una citt della quale in fondo poteva fare benissimo a meno, data
la diversa statura... delle due parti in causa, intendiamo parlare dell'Aquila.
Con la citt abruzzese Carlo intrattiene una fitta corrispondenza; lettere dalle
quali viene fuori, pi che da qualunque altro documento, il ritratto di un sire
prima superbo poi implorante, d'un aggressivo giovane che perde a poco a poco
tutta la sua prosopopea per divenire, lui, il re di Francia, supplice e umile
postulante nei confronti degli abruzzesi. Proprio cos.
Quando i signori della camera aquilana gli invieranno gli omaggi d'obbligo, ecco
cosa risponder il nostro augusto personaggio: Fedelissimi, nobilissimi e
dilettissimi amici nostri, con eguale allegrezza, voi e questo a noi devotissimo
popolo siete ritornati all'alta superiorit e obbedienza nostra imitando
l'osservantissima e inviolata fedelt tenuta dai vostri fedelissimi
predecessori; e ci abbiamo inteso tanto per il tenore delle vostre lettere come
da quelle del nostro commissario e vicereggente, signor de Soliers, il quale
raccomanda assai voi e ogni vostro atto. E quantunque della vostra e dei vostri
predecessori integrissima fede fossimo certi, ora, avendola effettivamente
conosciuta, vi siamo pi affezionati e fatti desiderosi di ogni vostro bene e
accrescimento. Cos conoscerete che se per lo passato non vi  seguto quel
merito che aspettavate dai nostri antecessori prevenuti da morte o impediti
dalla sinistra fortuna, vedrete ora esservi reso utile e compiuto, come vi
accorgerete fra pochi giorni che speriamo in persona visitarvi per i
contentamenti vostri e nostri per la grazia dell'onnipotente Dio. Al marescaldo
di Bretagna, quantunque sia un personaggio che si comporta benissimo in ogni
cosa, pure al fine di venire incontro ai vostri desideri e per la grande fiducia
che noi abbiamo nella vostra esperienza che vi guider par il meglio (essendo la
vostra citt fatta di cuori fedelissimi alla qual continuazione vi esortiamo e
vi confortiamo quanto possiamo), scriviamo che se ne ritorni e lo mandiamo
altrove, cos non sarete da lui n da altri oppressi o affaticati. Circa il
rilascio di quel vostro concittadino, da lui ritenuto prigioniero, noi scriviamo
a detto nostro commissario vicereggente di farlo rilasciare, ci che egli far
immediatamente. Fedeli, sinceri, diletti amici nostri, salve: data da Roma il 25
gennaio 1495.
C' un personaggio inviso agli aquilani? Ebbene Carlo VIII nella sua magnanimit
lo allontaner... C' un cittadino che si trova in prigione e dev'essere
liberato? Ebbene sia. Adesso Carlo VIII  ancora il re la cui avanzata in Italia
 stata fulminea, senza quasi colpo ferire.
Ma ecco il voltafaccia della fortuna. Ed ecco, l'11 dicembre 1496, un'altra
lettera, scritta questa volta da Lione, quando le cose vanno proprio male per il
giovanotto, il quale non sapendo dove dar di capo va a chiedere soldi proprio
agli aquilani. Pensate un po': la corona di Francia chiede quattrini a una citt
abruzzese. Fantastico e incredibile. Eppure leggete qua:  ...vogliate, nostri
fedeli e diletti, per amor nostro spendere quando occorrer cosa alcuna per
servizio nostro, quella quantit di denari che sar necessaria secondo quanto si
ordiner e sarete per questo richiesti dal magnifico e carissimo bailli
(governatore, balivo) De Vitri: perch vi promettiamo con la presente di
restituirvi, con questa a guisa di pegno, integralmente tutta quella quantit di
denari che fino ad ora avete spesa o da qui in avanti spenderete; oltrech
essere questo un piacere e un servizio graditissimo vi compenseremo per tutto il
vostro fedele e buon comportamento. Scritta in Lione, eccetera.
Come Carlo VIII andr bussando a denari alle porte di Aquila, il che sta a
dimostrare in quale stato fosse ridotto e come poco accorta fosse la sua
politica, Cesare Borgia in difficolt andr a rifugiarsi sotto la porpora del
suo peggiore nemico. Il duca Valentino, il terrore della Romagna, la serpe di
Roma, l'assassino temuto urbi et orbi andr chiedendo appoggio a Vincoli, ovvero
a Giuliano della Rovere, il quale naturalmente da gran politico si barcamener
fino a causarne senza parere la rovina. Non per nulla Giuliano della Rovere  un
carattere che non dimentica e che non ha certo dimenticato il tentativo fatto
dall'emerito monsignor Troccio e da quelle due cortigiane, la Tommasina e la
Maddalena, accompagnate dal cognato di Cesare Borgia, il cardinale d'Albret, un
episodio del giugno 1502 all'epoca, grosso modo, della terza campagna di Romagna
intrapresa dal Valentino. Che fiducia poi poteva avere uno che era sempre stato
sul chi va l come Giuliano, il quale sapeva forse anche l'esatta verit
sull'assassinio di quel cameriere di papa Alessandro, certo Perotto, che era
stato trovato anche lui in mezzo agli altri corpi galleggianti sul Tevere? Un
corpo ritrovato il 14 febbraio 1498, un mese prima che Lucrezia, dichiarata
ufficialmente vergine e casta, mettesse al mondo un bambino di cui si diceva che
il padre fosse stato lo stesso Perotto? Ma era veramente Perotto il padre?
O non avevano forse ragione le terribili voci popolari che dicevano quel figlio
nato da un amore incestuoso della donna? E perch, se era Perotto il padre,
verr gettato nel Tevere anche il cadavere della cameriera personale di
Lucrezia, Pentesilea?
E' il tremendo mistero del cosiddetto infante romano, una pagina insoluta della
storia dei Borgia, sparita nella tomba insieme con Lucrezia della quale diranno:
In questa tomba giace, Lucrezia se ti piace, di fatto Taide, del papa figlia,
del papa sposa, del papa nuora...
Prima di tornare in tema vogliamo aggiungere una precisazione; la morte di Carlo
VIII, sopravvenuta per colpo apoplettico il 7 aprile 1498, rappresent una vera
manna per la famiglia Borgia. Alessandro VI aveva colto, infatti, la palla al
balzo. Il futuro re, Luigi XII di Francia, avrebbe avuto senza dubbio bisogno
del suo aiuto, come infatti avvenne. Luigi XII quanto ad ambizione era
senz'altro superiore a Carlo VIII. Non solo ma univa alle sue mire una maggiore
intelligenza e una superiore capacit organizzativa, cose che gli varranno una
pi pronta e profonda penetrazione nel territorio italiano.
Strano destino questo, di una nazione che viene considerata come il terreno di
prova delle ambizioni e della validit di certe premesse politiche e militari
dei sovrani d'oltralpe. Eredi del sacro romano impero, sovrani di Spagna, re di
Francia faranno a gara nei secoli per cacciare il naso nelle faccende italiane e
per mala sorte tutto si prolungher talmente in avanti nei secoli che si
arriver addirittura a Napoleone, che dico, a Francesco Giuseppe. Luigi XII
aveva s un'idea chiara, quella che mancava al suo predecessore: far valere i
suoi diritti sul milanese. Un milanese che conoscer una delle pi profonde
umiliazioni della storia, con quella pagina tristissima di Lodovico il Moro,
camuffato da mercenario svizzero e mescolato ad altri svizzeri, tradito proprio
da quella caratteristica che gli aveva dato il soprannome: la tinta della pelle
troppo scura che lo far individuare fra quei soldati e gli varr la cattura da
parte del Trivulzio comandante delle truppe di Francia. Cos van le cose.
Aveva ragione in altre parole il Vico. La storia  fatta di corsi ma anche di
ricorsi, di avvenimenti cio che si ripetono quasi secondo una regola fissa, un
fattore comune che s'intravede in una serie di vicende. (Forse che un altro
dittatore, il Mussolini del fascismo, non verr catturato travestito da tedesco
a bordo di un autocarro carico di soldati teutonici?...)
Abbiamo parlato del capovolgimento delle sorti. Ebbene da trionfatore ben presto
Cesare diventa prigioniero, da vincitore, vinto. E' sufficiente la morte del
padre per mandare a monte ogni cosa. Un uomo muore e un impero va in frantumi
prima ancora di venire consolidato. E i vinti di ieri divengono i vincitori di
oggi. Cos, senza battaglie o quasi.
Dunque, come si  accennato nelle pagine precedenti, Guidobaldo, Antonio Varano,
il figlio dell'Orsini e il nipote di Vitellozzo Vitelli si rifugiano nella citt
del Baglioni, dove questi ha detto di volersi trincerare e resistere a oltranza:
Perugia.
Il 5 gennaio 1503, il giorno dopo che in Roma papa Alessandro ha dato la sua
personale versione degli avvenimenti all'ambasciatore della repubblica veneta
Giustinian, la citt di Vitellozzo Vitelli, Citt di Castello, si sottomette
all'autorit del Borgia. Il cammino di Cesare, sempre con la bandiera di
gonfaloniere della Chiesa spiegata al vento, sembra trionfale. Infatti ecco che,
nonostante i tentativi di Baglioni, anche Perugia viene abbandonata in fretta e
furia alla sua sorte e il 6 gennaio la citt apre le sue porte alle truppe del
Valentino. Nel frattempo quei pochi magioneschi