JULIUS BOGATSVO.

LA VERITA' SULLA PRIMA CROCIATA.

Come tutti gli avvenimenti che hanno segnato una svolta nella storia, anche le
Crociate, spogliate della loro coltre di retorica e di leggenda, si rivelano
una feroce operazione di conquista, condotta con tutti i crismi che una tale
espressione contiene: una guerra di conquista  sempre accompagnata dal
macabro contorno di devastazioni, di saccheggi, di massacri, di stupri. Uno
che volesse ricercare negli eventi umani la legge che in essi  sempre
presente, il denominatore comune insomma, troverebbe un solo verbo: uccidere,
un solo sostantivo: assassinio, un solo effetto: morte.
E la morte, un puzzo tremendo, un lezzo di cadavere, aleggia su tutte le
imprese dei Crociati. Tuttavia questo desiderio di conquista, seppure
inconscio nell'animo dei pi, non spiegherebbe il motivo per cui migliaia e
migliaia di persone abbandonarono il loro paese per correre dietro al miraggio
della Terra Promessa. Non spiegherebbe il perch un piccolo uomo dalla barba
fino alla cintola, a dorso di un asinello, abbia trovato tanto credito alla
sua predicazione, da riunire dietro di s migliaia di seguaci; non giungerebbe
a farci comprendere le ragioni profonde di un vero sconvolgimento sociale che
butt sulle strade d'Europa dirette in Palestina fiumane di persone.
E' per questo che abbiamo cercato di rispondere ad alcuni interrogativi posti
dalla prima Crociata, vedendo il tutto non tanto come successione logica di
avvenimenti, quanto piuttosto come serie di episodi apparentemente slegati,
scene indipendenti le une dalle altre, che servono per a illuminare
determinati aspetti della promulgazione della prima Crociata e della
predicazione di Pietro l'Eremita, l'uomo dalla barba appunto, personaggio la
cui inquietante ambiguit  accentuata dalla serie di lacune che le fonti ogni
tanto presentano su di lui.
Pietro  veramente un personaggio enigmatico e, dalle poche notizie
tramandateci, sembrerebbe esser stato un duplice di prima forza, un
calcolatore astuto, uno che, in altre parole, la fece sempre franca. Eccolo
infatti ricattare le comunit ebraiche sotto la minaccia di massacri e
saccheggi e lasciare invece questa incombenza ai suoi successori tedeschi,
come Gottschalk e Emich von Leisingen; eccolo a Costantinopoli che getta fango
sui suoi compagni di pellegrinaggio (o di rapina) massacrati dai Turchi,
dicendo all'imperatore Alessio Comneno che se le cose sono andate cos male,
lo si deve imputare unicamente alla stoltezza degli uomini che guidava verso
la Terra Promessa; eccolo tentare la fuga dal campo crociato quando la
carestia comincia a mietere vittime fra le sue file, fuga conclusasi
ingloriosamente; eccolo spargere voci di prodigi e miracoli durante l'assedio
di Gerusalemme e infine eccolo vicario della stessa citt tutta d'oro.
Poi, verso il 1100, epoca in cui i Milanesi tentavano la loro propria
Crociata, come si dir nelle pagine che seguono, lo ritroviamo in Europa nelle
vicinanze di Liegi. Qui, nei pressi di Huy, fonda addirittura un monastero, di
cui sar priore fino alla morte avvenuta l'8 luglio 1115. Quindici anni in cui
ha finalmente potuto godere in pace i frutti del lungo e travagliato
pellegrinaggio.
Ma pi che su di lui, figura parecchio interessante indubbiamente, ma in
fondo, come vedremo, del tutto secondaria nonostante l'aura di leggenda
incrostatasi sul suo nome nel corso dei secoli, e soprattutto figura discussa
a causa della scarsit di notizie sul suo conto, apriremo delle luci sul
contorno umano e anche bellico nel quale visse e si svilupp l'idea della
prima crociata, con quei filoni cos diversi ed eterogenei: la Crociata dei
pellegrini e dei pitocchi, quella antisemita e prettamente tedesca, quella
infine dei nobili che a pi riprese convennero su Costantinopoli per spiccare
da l il balzo verso la Palestina...
Israele oggi. Una strada litoranea corre bordeggiando le onde, quasi
un'increspatura del mare:  la via che porta da Cesarea a San Giovanni d'Acri.
Cesarea  un porto piccolo, in disuso da tempo; qualche casetta araba dalle
finestre vuote, riquadri neri sotto la luce accecante, un vecchio minareto,
sbrecciato e grigio, un altrettanto consunto molo. Un porto come tanti,
silenzioso e inerte perch disabitato. Il mare  uno specchio d'acqua pigra
che lambisce spuntoni di colonne romane messe di traverso a guisa di
frangiflutti; nulla potrebbe far pensare che siamo di fronte a un porto dalla
storia cos antica e movimentata... tranne quelle colonne e l'acquedotto che
si erge appena dalla marea di sabbia, o forse i ruderi dell'anfiteatro, l in
lontananza. Eppure qui giunsero le navi crociate e questa strada percorsero
coloro i quali si dirigevano lasciando la costa per l'interno sulle spoglie
colline che conducono alla citt santa, Jerushalaim, Gerusalemme...
Gerusalemme tutta d'oro, dice una canzone popolare; ma di oro a Gerusalemme
non c' ombra; anche qui case grigie o biancastre, una pietra caratteristica,
che sotto la luce del sole pare talco, minareti, cupole, mura, antiche porte;
poi naturalmente edifici modernissimi, l'universit, gli alberghi, ma questo 
un altro discorso, un discorso di epoca che verr molti ma molti anni dopo,
quasi un migliaio, il miraggio che spinger verso questa meta eserciti di
uomini.
Pare incredibile,  difficile per noi immedesimarci in quell'atmosfera nella
quale maturarono e presero forma concreta i sogni che animarono i crociati.
Erez Israel, la terra d'Israele,  a due passi, un tiro di schioppo, o meglio
qualche ora d'aereo. E da Cesarea a Gerusalemme c' lo spazio di un breve
tragitto d'auto... Tutte le strade portano a Gerusalemme; sia che si
attraversi la piana, Binjamina, Hedera, sia che si salga da Tel Aviv, la
collina della primavera, con un tragitto rapido e diretto, inerpicandosi sulla
strada circondata da cipressi e costeggiando il luogo dove  sepolto Theodor
Heazl...
Come mai i Crociati impiegassero tanto ad arrivarci, secoli addirittura,
guerre a non finire, lotte incredibili,  un vero mistero. Ebbene, per anni,
per secoli ci si accan contro la terra d'Israele, quella che nelle preghiere,
nelle invocazioni e nelle speranze di un popolo disperso veniva semplicemente
definita con il solo nome terra, Erez; una parola ben diversa da adam, che
significa terra ma con quell'intendimento che diamo noi alla parola suolo,
vocabolo quindi prosaico, privo di quella carica emotiva e sentimentale che
invece aveva il primo. E che cosa fosse questa terra  presto detto. Una
distesa brulla e arida, una serie di avvallamenti con qualche chiazza di
vegetazione, qua e l; definita, ma solo nelle speranze, paese del latte e del
miele. Promessa s, ma non certo un paradiso. Terra piuttosto ingrata,
senz'acqua, con la profonda depressione del Mar Morto, un'allucinante conca
d'acqua salmastra in un ambiente d'un bianco abbagliante sotto la vampa del
sole: quasi un paesaggio vulcanico o lunare nella luce irreale.
Tranne la fascia costiera e qualche orto della Galilea, la Palestina anche al
tempo dei Crociati offriva realmente poco. Ancor oggi possiamo vedere le
vestigia di qualche villaggio o citt d'epoca bizantina, vecchio centro
carovaniero perso nel selvaggio deserto del Neghev.
Ci inoltriamo lungo le vie che si dipartono dalla mitica Beersheva e ci
spingiamo a sud fino ad incontrare Subeita: spuntoni di una basilica,
architravi, perimetri di case ridotte al solo pavimento. Poi una serie di
pozzi comunicanti fra loro, uniti da una fitta rete di canalizzazioni che si
inerpicano lungo le colline circostanti, rocce e sabbia e basta; pietraie
infinite, qualche arbusto secco da secoli, nano, poi pi nulla. E' quella la
dimostrazione che la civilt nabateana era una civilt fondata sul commercio,
fittizia, che non poteva fare assegnamento su un paese ingrato. E quei pozzi,
quei canali a cogliere il poco di rugiada mattutina, quei cunicoli freschi e
sotterranei, profondi onde poter mantenere a lungo senza farla evaporare la
linfa vitale, dimostrano che da quei tempi ad oggi il paesaggio non  gran che
mutato; forse comincia a trasformarsi adesso, con le irrigazioni forzate, con
la colonizzazione accanita.
Eppure nelle folli speranze, nei miraggi di conquista dell'Oriente che
animarono le truppe crociate, questo deserto chiazzato di verde che un tempo
era la Palestina venne ad acquistare un'attrattiva gigantesca, tale da far
volgere per secoli tutte le attenzioni di un'Europa travagliata e in preda
allo sconvolgimento pi assurdo. E' qui l'enigma delle Crociate,  qui il
punto interrogativo. Ai tempi del Migne la Palestina era definita il peggior
paese dell'Asia minore; e invano il commentatore ecclesiastico s'accanisce a
difendere il ritratto di un paradiso terrestre che non  mai esistito, se non
nella fantasia di qualche cronista medievale... a corto di notizie. Le uniche
acque disponibili, quelle del Giordano, del laghetto Hula oggi scomparso
risucchiato dalle idrovore, e di qualche torrentello dal corso capriccioso
lungo le pendici del monte Hermon, pi simile a un uadi desertico che a un
corso d'acqua, non hanno mai potuto dare da bere a un mare di terra assetata e
languente sotto la sferza del caldo. Solo attorno al Kineret, il lago di
Tiberiade, solo in prossimit della costa c' respiro, verde, alberi.
Altrimenti sono uliveti a perdita d'occhio, crescenti fra i sassi e gli
sterpi. L'aveva detto anche Voltaire che la Palestina, nonostante tutti gli
sforzi, non avrebbe mai potuto dare da mangiare a tutti i suoi abitanti. E i
quattro palmizi di Gerico cantati da Plinio non possono cancellare la
giustezza di questa definizione di Villamont, cronista del XVI secolo: un
paese che  un deserto; e la parola ricorre anche in San Gerolamo...
Certo, si poteva soffermare l'occhio sulla piana di Sharon, sul Carmel, il
cocuzzolo che sovrasta Haifa, coperto di vigneti, un vino denso come quelli
dell'Italia meridionale, una produzione limitata; si poteva guardare attorno a
Giaffa, agli uliveti che circondavano Gerusalemme, alla piana di Gerico, terra
ricca questa, l'odierna Cisgiordania. Ma era sufficiente questo poco di verde
ad attirare le mire di mezza Europa? Poteva rappresentare l'ideale per il
quale affrontare mille disagi e pericoli? Ne dubitiamo.
Nelle Crociate, che per decenni drenano uomini e forze nell'occidente
cristiano, c' un che di irrazionale che sfugge ad ogni analisi. Da qualunque
parte si guardi il problema, qualunque base di partenza si abbia, ecco a un
certo punto arrivare l'imprevisto, l'assurdo. Il pensatore medievale
concepisce la Crociata come una guerra santa, ci vede unicamente prodigi e
miracoli, attesa fideistica e premio consolatore, attacco in nome della croce
e vittoria come osanna a Cristo. Ci vede la mano della Provvidenza, volta a
guidare i destini degli uomini, a diffondere il verbo cristiano fra gli
infedeli. Ci vede addirittura un pellegrinaggio collettivo, un andare verso la
salvezza eterna imboccando la strada di Gerusalemme, ombelico del mondo. E
tutti gli avvenimenti hanno questa coloritura mistica, anche i pi prosaici o
scontati: naufraga una nave carica di pellegrini nei pressi di Brindisi? Ed
ecco il solerte cronista parlare di una croce comparsa per miracolo sulle
schiene degli annegati in balia delle onde; muoiono dei guerrieri in un
assedio? Ed ecco ancora la croce apparire, questa volta sulla spalla dei
cadaveri.
Nella furia iconoclasta che anima i filosofi e gli storici del rinascimento
verso tutto ci che  medievale, anche le Crociate finiscono per sembrare
rozzo e bigotto fanatismo di turbe accecate dalla superstizione, tesi che
verr ripresa e ampliata dagli illuministi e dai razionalisti. Ma che dire
allora della grottesca interpretazione delle Crociate come puro movimento
antesignano del moderno colonialismo? O come espansione economica, quasi
insomma una penetrazione commerciale nelle... aree depresse? O dell'esatto
contrario di questa tesi che scopre invece una migrazione in direzione di
spazi aperti e suolo ricco da coltivare? Insomma ogni scuola ha dato la sua
interpretazione del fenomeno e, come sempre accade allorch si parte da
posizioni preconcette, non c' barba di teoria che possa farci realmente
comprendere in concreto che cosa in realt furono, queste crociate. In altre
parole il fenomeno  talmente complesso e cos variamente articolato che dare
una sola definizione, onnicomprensiva,  impossibile.
Piuttosto  preferibile vedere isolatamente i vari fenomeni che accompagnarono
o rappresentarono parte integrante del movimento delle Crociate ed
accontentarci di volta in volta di aprire qualche luce, modesto spiraglio, su
due o tre dati di fatto la cui ricorrenza, nel corso degli anni, pu darci una
via di partenza.
A guardare di lontano, quello delle Crociate sembra essere un grosso volano il
quale, essendogli stata impressa una violenta oscillazione, dopo alcuni
movimenti in avanti e all'indietro finisce per trovare una sua certa qual
velocit inerziale e si muova sempre nella medesima direzione fino ad
arrestarsi. E si fermer con la caduta della fortezza di San Giovanni d'Acri,
un brutto castellaccio grigio sugli scogli in riva al mare, nelle mani del
sultano al-Ashraf Khalil. L'anno? Il 1292...
Rimarranno in seguito le vestigia, le costruzioni, magari sonnacchiose entro
la radura di una microscopica valle, come il castello di Montfort, oppure quei
moli artigianali del porto di Cesarea di cui abbiamo gi parlato. Rimarranno
migliaia di testimonianze, figure leggendarie e cronache d'episodi, annali di
seguaci del movimento, resoconti d'assedi, imprese di re e di cavalieri.
Cos gli annali di quel nobile genovese di nome Caffaro, partecipante, a
vent'anni, alla Crociata che culmin nella conquista di Cesarea nel XII
secolo, ci descriveranno gloriose e mirabolanti imprese di truculenti
personaggi dell'epoca come Guglielmo Embriaco genovese e suo fratello Primo;
Guglielmo testa di maglio, console dell'esercito genovese e la conquista della
citt di Cesarea per via di terra; un episodio che potrebbe benissimo figurare
in un technicolor made in Usa tanto  ricco di spunti guerreschi, d'episodi
sanguinosi e mirabolanti e di avventure mozzafiato; con il patriarca che, in
un impeto profetico, annuncia che Cesarea assediata sarebbe caduta se assalita
di venerd, non servendosi per di macchine e di torri ma di scale,
utilizzando anzi le scale delle galee e con il pensiero di prenderla non pel
valore ma per voler di Dio.
All'udire la profezia del patriarca, Guglielmo si alza e arringa i Crociati
dell'esercito genovese: Da bravi, cittadini e guerrieri di Dio, affrettatevi a
seguire gli ordini che il Signore stesso tramite la voce del patriarca vi ha
impartito. Domani si attaccher il muro della citt non con le macchine
d'assedio ma con le scale; avanzer, primo fra tutti, e voi mi seguirete.
Ed ecco che al mattino Guglielmo e i suoi son sotto i bastioni della piccola
Cesarea. Le scale sono gi state appoggiate alle mura. Guglielmo d'un balzo
afferra la prima e incomincia a salire proteggendosi con lo scudo dalle frecce
dei difensori. Sale con cautela seguito da una turba di Crociati. A fatica
riesce a issarsi e manovrando di spadone, a conquistarsi un posto sugli
spalti. In quel momento la scala, per il troppo peso, cede e quelli che vi
erano abbarbicati cadono pesantemente a terra. Sotto una pioggia di frecce e
di proiettili lanciati dalle frombole, i saraceni intanto hanno fatto una
manovra di ripiegamento sulla cinta di mura interne lasciando pochi difensori
su quella esterna. Guglielmo testa di maglio (il nome dice tutto) nonostante
abbia visto che nessuno lo segue decide di proseguire da solo la lotta. E si
butta di corsa, camminando sugli spalti e menando fendenti di qua e di l,
verso una torre che domina il perimetro di cinta. Fa per salirvi quando viene
trascinato in basso da due saraceni con i quali ingaggia una furibonda lotta.
Grazie alla sua indomabile energia riesce a sopraffare i suoi antagonisti e a
issarsi sul sommo della costruzione. Poco dopo, dal basso, la folla
tumultuante dei Crociati potr vedere il suo console agitarsi frenetico dalla
torre, urlando a squarciagola e roteando nell'aria lo spadone: Via, salite!
strepita, e la citt di un solo impeto prendete.
A quelle grida tutti si fanno coraggio e inerpicatisi nuovamente sul muro
superano di un balzo la prima cinta di difesa facendo un massacro al loro
passaggio. Sotto quella furia era scritto che anche la seconda cinta non
potesse resistere a lungo, tanto pi che: salendo su un albero di palma che
coi rami s'incurvava sulle mura, quei genovesi, che s'avevan sull'omero destro
il segno della Croce, fecero irruzione nella citt. Cos termina la conquista
di Cesarea e gli annali di Caffaro non mancheranno di annotare che: dov'era la
moschea, venne costruita in sua vece una chiesa. Finita la battaglia inoltre,
si provveder alla spartizione del bottino e, come annoter scrupolosamente
l'annale, a ciascuno degli ottomila partecipanti verr assegnata una somma di
quarantotto soldi e due libbre di pepe, oltre le parti per i consoli, i
capitani, e i marinai delle galee. Giornate memorabili, che saranno superate
unicamente dal trionfo che aspettava i Crociati genovesi all'arrivo in porto,
finalmente a casa dopo tante vicende. Correva l'anno 1101, come riporteranno
gli annali...
Ma se questo resoconto rientrava per la sua coloritura avventurosa nel filone
che sar poi ripreso dalle chanson de geste, quello che ora riportiamo faceva
parte invece di quell'altra coloritura, quella mistica, densa di prodigi e di
fatti mirabolanti che tanta fortuna doveva avere nel Medio Evo; basti infatti
pensare alla voga di una leggenda come quella di Sant'Alessio e a tutte le
sacre rappresentazioni di epoca pi tarda. Un calore mistico questo, che
sembra permeare ogni riga degli annali genovesi, allorch si soffermano a
narrare della marcia verso Gerusalemme effettuata di venerd santo. Il sabato
sono tutti nel sepolcro aspettando digiuni; attendono, questi Crociati, che
scenda il fuoco di Cristo. Ma n questo scendendo quel d e la notte dopo,
cos, senza lumi, se ne stettero nella chiesa del Sepolcro, spesso tutti ad
una voce gridando: "Kyrie eleison, Kyrie eleison". E venuto il mattino, era il
d della Risurrezione, il patriarca Damberto, che aveva seco Maurizio vescovo
di Porto, legato pontificio, tenne questo discorso al popolo: "Datemi ascolto
fratelli, se vi piace..."
Le parole del vescovo giungono nel cuore di ognuno. La sostanza del discorso 
questa: Dio non ha mandato segni della sua benevolenza. Ma non c' da
preoccuparsi per questo. Dio compie i miracoli non per coloro che hanno fede
ma bens per quelli che ne sono privi. Ecco perch quando la citt era nelle
mani degli infedeli cos spesso si avevano segni della presenza divina. Ma
adesso occorre fare una cosa: recarsi in massa alla casa del Signore e
pregare, pregare anche per coloro che non credono. La forza della preghiera 
immensa. Lo aveva scritto anche Salomone allorch aveva detto che chiunque,
ponendo piede nel tempio, chieder con il cuore puro, ricever da Dio la
promessa di concederglielo. Cos, proseguono gli annali, il patriarca in
compagnia del legato, con Baldovino e con gli altri cristiani che li seguivano
a pie' scalzi, si recarono con divozione grande al tempio e col si misero a
pregare a lungo, affinch si mostrasse ancora quel fuoco che una volta l'anno
soleva scendere nel sepolcro. Dopo che tre volte il patriarca e il legato
entrarono nell'edicola del sepolcro, finalmente il fuoco apparve
all'improvviso in una delle lampade. A quella vista subito una profonda
letizia scese nei cuori e si levarono le note del Te Deum. Ma non era finito
qui. Nell'interno della chiesa, in una delle lampade fuor del sepolcro, dicono
gli annali, il fuoco in cospetto di molti all'improvviso brill; e risonando
la voce di tanto miracolo per la citt, tutti accorsero, e mentre ciascuno
stava guardando in alto, le lampade che pendeano, fuor dal sepolcro, in giro
alla chiesa, si andarono una dopo l'altra accendendo per un certo vapore di
fuoco... E per ben sedici volte il fenomeno si ripet, finch tutte le sedici
lampade sfolgorarono di luce...
Guerra di fede, profano e sacro. Questo sono le Crociate ma sono anche
qualcos'altro: movimento di popolo, irrazionale della condotta umana,
sconvolgimento della vita di interi villaggi o regioni; sono anche avventura,
devastazione, saccheggio. Sono carneficina e massacro, sono ricchezze immense
che cambiano velocemente di mano, sono spedizioni che hanno tutt'altra meta
che non la citt di Gerusalemme, sono la ricerca di fasti e di allori, sono il
tentativo di espiazione o la fuga da una situazione insopportabile, da
condizioni di vita diventate insostenibili; sono di tutto ci un po' e di
preciso nulla. Dietro il lato mistico c' anche il lato prosaico. Dietro lo
sfavillio delle parole c' spesso una realt sofferta.
E' il 6 giugno 1099. Raimond Pilet e il suo omonimo di Turenna guidano alcuni
Crociati contro un manipolo di beduini. Questi sono all'incirca duecento. I
Crociati sono stanchi. Manca l'acqua e la peste miete una vittima dopo
l'altra. Eppure riescono a sgominare il piccolo nucleo di cavalieri e a
impadronirsi di trenta cavalli. Dopo questo breve episodio la paura
s'impadronisce, sottile e velenosa, degli animi. La peste infuria. Occorre
trovare un rimedio che non c'. La calura  intensissima; la sete sempre pi
intollerabile. Vescovi e monaci consigliano di rivolgersi a un eremita che se
ne sta rincantucciato sul monte degli Ulivi. Solo lui potr guidare i Crociati
alla conquista della citt santa, della Gerusalemme tutta d'oro. Erano due
giorni che s'aggiravano sotto le sue mura, in quella calura infernale, senza
successo, vanamente cercando un poco di refrigerio sotto la tenue ombra degli
uliveti.
L'eremita consiglia di attaccare per l'indomani 13. Assicura i Crociati del
felice esito della battaglia. Ma, sfortunatamente, il 13  unicamente un
giorno di lutti e di sventure. I Crociati attaccano sin dall'alba e fin dal
principio subiscono numerosissime perdite. Sono decimati allorch alle
diciotto smettono il combattimento. La mancanza di scale, di macchine
d'assedio, di torri, ha reso l'impresa disperata. Cercare di oltrepassare
quelle spesse mura con il solo entusiasmo  follia pura. Valicarle con alcuni
compagni, impresa assurda. Reinhold di Chartres ha tentato il tutto per tutto
e si  issato alla disperata, riuscendo a mettere la mano sul ciglio della
muraglia. Ma improvvisamente si ode un atroce urlo, una voce agghiacciante e i
compagni fanno appena in tempo a sostenere Reinhold che brandisce nell'aria il
moncherino del braccio; perde sangue in abbondanza: la mano gli  stata
troncata di netto.
Nonostante le perdite, nonostante l'insuccesso cocente, i Crociati decidono
ugualmente di ritentare l'impresa e l'indomani mattina, il 14, eccoli di nuovo
all'assalto. Ma ancora una volta l'ondata degli attaccanti s'infrange
pesantemente contro le mura disperdendosi in una miriade di spruzzi senza
conseguenze apprezzabili. Ancora una volta le perdite sono notevoli e
l'insuccesso grande. Occorre tuttavia prenderla questa maledetta muraglia;
occorre entrare ad ogni costo in citt; non c' pi nulla da mangiare, l'acqua
non esiste, il caldo  sempre pi feroce. Paese d'arsura e di morte, non del
latte e del miele: ecco la Palestina.
E quei pochi pozzi, insufficienti a soddisfare il bisogno di una cos grande
massa d'armati, erano ridotti a depositi di acqua melmosa dai miasmi
pestilenziali, acqua mefitica e velenosa. Nemmeno gli animali potevano
accostarvisi senza timore. Eppure era giocoforza avvicinarsi ad essi, filtrare
quel poco che rimaneva, suggerlo avidamente malgrado il pericolo di una morte
atroce. E il nemico che questo sapeva, si appostava al calar delle tenebre
dietro i tronchi degli ulivi pronto a scoccare la freccia traditrice, a
razziare cavalli e armenti. Realt della Crociata, realt di sudore e di
sangue, realt di puzzo e di carneficina.
Gli ultimi giorni di giugno e i primi di luglio rappresentano pertanto un vero
calvario per gli assalitori dell'ombelico del mondo. Nonostante vengano di
continuo salmerie cariche di otri di pelle rigonfi d'acqua, nonostante che fra
il Giordano e la citt vi sia una spola continua di animali, i Crociati, il
giorno 15, si guardarono in faccia costernati; di questo passo era gi tanto
se potevano ritirarsi senza perdere. Invece dopo lunghe discussioni prevale il
parere dei pi di continuare l'assedio fino al crollo dei difensori. Occorre
per costruire delle macchine idonee ed evitare di gettarsi cos, allo
sbaraglio. Ma la Palestina non ha alberi. Non ha legname. Roberto di Fiandra,
al quale Raoul di Chartres aveva affidato la sovrintendenza ai lavori, parte
con duecento soldati alla volta di Nablus con il compito di rastrellare tutto
il legno che trova e di reclutare manovalanza araba, in prevalenza donne.
E Roberto di Fiandra parte. Recluta le donne che serviranno per la costruzione
dei graticci di protezione e per cucire le pelli onde fabbricare dei
rudimentali scudi di cuoio, e apporta del legname, quel poco che ha trovato.
Il 17 viene annunciato l'arrivo a Giaffa dei genovesi, sei navi che hanno il
compito di approvvigionare i Crociati. Cento Crociati comandati da Raimond
Pilet vengono spediti incontro alle galere della citt ligure. Strada facendo,
ecco comparire di fronte un notevole contingente di Arabi e Turchi, forse
cento o duecento, va a sapere. Non si ha il tempo di contarli ch la battaglia
si accende immediatamente. Gli Arabi sono sopraffatti e il loro avere 
confiscato. Il loro capo  trasportato di peso sotto le mura di Gerusalemme
perch abiuri in presenza dei difensori della citt. L'arabo rifiuta e viene
ucciso seduta stante.
Nonostante la venuta delle navi genovesi, la penuria di legname  tale che si
decide di smantellare le galere per trarne il fasciame. La ragione  duplice
per. Infatti circola nei pressi la flotta egiziana, di fronte alla quale
sarebbe stoltezza cercare di prendere il mare. E per evitare che le navi
cadano in mano nemica si preferisce demolirle. Gli equipaggi genovesi andranno
a ingrossare il numero dei Crociati sotto le mura di Gerusalemme, citt che 
tempo ormai che cada.
Alla sete, alle difficolt di approvvigionamento, alla resistenza accanita dei
difensori che non si piegano, si  aggiunta poi un'altra piaga, quella delle
defezioni. Inalberata moralmente bandiera bianca, centinaia di Crociati,
abbandonate le armi, fuggono verso il mare, verso il porto di Giaffa con la
speranza di riuscire ad imbarcarsi e ritornare in Europa. Gli Arabi, anzich
osteggiare questo movimento, sembrano anzi favorirlo evitando di molestare i
disertori e permettendo loro di raggiungere il porto. E' un segno che il
morale comincia a essere basso nei vari strati dei combattenti. Il segno che o
si conquista Gerusalemme ora, o mai.
Lasciamo per, adesso, questi cristiani andare incontro al loro destino;
occupiamoci, dopo aver visto che la realt delle Crociate  quindi di una
dimensione assai prosaica, dopo aver stralciato una o due pagine dai resoconti
dell'epoca, occupiamoci dunque di quel movimento collettivo al quale diede
avvio ufficialmente papa Urbano II, movimento che doveva appunto sfociare
nella Crociata, la prima cui avrebbero fatto seguito le altre.
E' il novembre del 1095. Urbano II ha convocato il concilio di Clermont. Nei
verbali di apertura c' l'espressione: liberare la Terra Santa. Urbano II ha
appena finito, si pu dire, di presiedere un altro consesso, quello tenutosi a
met quaresima e che ha raccolto tante persone che la stessa cittadina di
Piacenza si  rivelata inadeguata ad accogliere, obbligando giudici, relatori
e pubblico a trasferirsi in piena campagna. La ragione  molto semplice. Il
tema dibattuto, quello principale naturalmente, era la pubblica confessione
della viziosa vita matrimoniale della principessa Prassede la quale, a suo
dire, era stata costretta dal marito, l'imperatore Enrico III, ad
accondiscendere a pratiche poco nobili.
A Clermont, comunque, Urbano ripropone ci che incidentalmente aveva gi
anticipato nel concilio di Piacenza: la spedizione in Palestina. E nel
ripresentare la sua tesi fa votare tutta una serie di proposizioni, regole
secondo le quali questa spedizione potesse procedere senza intoppi. Ci si
preoccupava per pi della materia diciamo cos logistica, che di quella
morale, mettendo ben chiaro soprattutto che n vescovi n preti potevano
prestare giuramento ad autorit civili, imponendosi cos di servirle fino alla
morte; ci valeva in particolare nei confronti dei sovrani.
Inoltre si stabiliva che la Crociata avrebbe fatto vece di ogni sorta di
penitenza, semprech, beninteso, il Crociato avesse intrapreso il viaggio per
sincero desiderio di devozione e non per cupidigia di ricchezze. Si favoriva
inoltre la partenza mettendo al bando le guerre e le lotte intestine e
invocando una tregua di almeno tre giorni la settimana.
Veniva poi stabilita una norma che nei futuri anni avrebbe avuto notevole
successo: vale a dire si decretava che chi avesse trovato rifugio nei pressi
di una croce godesse della protezione, come se avesse trovato riparo dai
propri inseguitori entro una chiesa. In sostanza non si poteva attentare alla
sua vita, n recargli in qualche modo offesa alla persona. Da qui verr dunque
il costume di piantare croci lungo le strade e i crocicchi.
Tuttavia non  che Urbano II avesse inventato, lui, la Crociata, se cos ci si
pu esprimere. Prima di lui era stato nel 999 papa Silvestro II ad esortare
alla liberazione della Terra Santa dal dominio arabo-turco, per non parlare di
Sergio IV allorch si era accentuata l'intolleranza anticristiana di Hakem.
Certo Urbano II fu colui che direttamente propagand, recandosi in Francia,
l'idea di Crociata.
In pratica la tesi era questa. Se inizialmente i cristiani di Palestina erano
stati semplicemente sottoposti a tassazione per poter praticare il loro culto,
dopo il califfo fatimita Hakem e la feroce persecuzione da lui indetta,
occorreva ristabilire il diritto di quelle genti con la forza. Non era stata
sufficiente la breve parentesi di tolleranza avutasi subito dopo la morte del
terribile Hakem, nel 1002. Era invece di poi apparso chiaro che, con la presa
di Gerusalemme da parte dei fanatici selgiucidi, nel 1076, i tempi per i
cristiani si erano fatti davvero duri. Prova ne era la difficolt di culto a
Gerusalemme e il duro oltraggio cui era stato sottoposto il patriarca della
citt santa.
Bisognava tenere poi presenti anche le ragioni dei numerosi pellegrini, che da
secoli si recavano in Palestina da tutte le parti d'Europa, i quali dovevano
avere almeno la garanzia di poter giungere alla loro meta indisturbati, cosa
che oramai non avveniva quasi pi.
19 settembre 1096. E' la data del cosiddetto regolamento pavese, col quale il
papa faceva precisare alcune modalit che non erano state trattate nel
concilio di Clermont. Si contemplava il caso di giovani coniugati le cui mogli
non fossero state d'accordo sulla partenza per la Palestina e si raccomandava
ai fedeli di consultarsi dapprima con i loro parroci, insomma di prendere la
decisione di partire con tutte le cautele del caso. Infatti il voto non poteva
essere revocato, una volta che fosse pronunciato, pena la scomunica. Per
Urbano l'impresa non era una passeggiata e tanto meno un avventura. Durante la
loro assenza, inoltre, i beni dei Crociati dovevano esser posti sotto la
protezione della chiesa: sarebbe stato il vescovo in persona a prendersi cura
dei beni lasciati dai Crociati nella propria diocesi... In altre parole c'era
qui un vero tentativo, anche se empirico e abbozzato, di fare una legislazione
della Crociata.
E' lo stesso papa Urbano II a sottolineare, nel suo viaggio in Francia, gli
aspetti positivi della partecipazione a una simile impresa. Questo viaggio di
penitenza, con le indulgenze che ne sarebbero seguite, avrebbe aperto al
credente le vie del cielo. Ed ecco quindi Urbano che se ne va a Limoges, a
Poitiers, ad Angers, a Bordeaux, a Tolosa, sempre predicando instancabile, non
cessando di elargire raccomandazioni e inviti. Invia ai fiamminghi una bolla
circa la partenza per la Palestina, e spedisce a Genova due suoi
rappresentanti, il vescovo Ugo di Grenoble e Guglielmo d'Orange.
E' un lavoro infaticabile, condotto attraverso mille difficolt; non  infatti
la Crociata il primo pensiero del papa quanto la lotta contro la simonia e
contro l'ingerenza dei laici nelle faccende ecclesiastiche. In altre parole 
l'annoso problema delle investiture che travaglia profondamente Urbano II.
Tant' vero che gi nel 1089, assistito da centoquindici vescovi, aveva
indetto il celebre concilio di Roma contro l'imperatore Enrico II. E il
problema delle investiture era ritornato puntuale nel concilio, sempre romano,
del 1099, al quale erano convenuti numerosissimi vescovi di Francia.
La predicazione di Urbano II non era destinata a chiunque. Ci che attirava
massimamente il papa era la classe dei cavalieri, quella dei milites,
valvassori e nobilt minore in generale. Non era quindi un'apertura verso il
popolo. Questo per non significa affatto che l'idea di abbandonare tutto per
recarsi nella Palestina non attirasse anche la plebe, anzi. A parte tutti
coloro che avevano qualche conto con la giustizia, a parte la folla di
pitocchi desiderosi di rifarsi altrove, a parte l'inquietudine profonda di
quegli anni, che serpeggiava ovunque, c'era il fascino irrazionale esercitato
dalla parola messianica dei predicatori erranti.
Fin dal 1033 c'era stato un considerevole afflusso di gente di ogni ceto verso
la Palestina; un'accozzaglia di persone guidate non si sa bene se unicamente
da fanatismo religioso o speranza di trovare al di l del Mediterraneo chiss
che. Solamente qualche anno prima, anzi, e precisamente nel 1026, un abate di
Saint-Vanne, Riccardo, era partito imbarcandosi con settecento pellegrini alla
volta di Gerusalemme. Poco dopo era stato seguito dal duca di Normandia,
Roberto il Magnifico, il quale era riuscito a trascinare dietro di s un
enorme seguito; correva l'anno 1030...
Tutti questi movimenti non si spiegherebbero se non si considerasse
attentamente la situazione dell'Europa occidentale in quel periodo. Le
campagne si stavano spopolando, la carestia colpiva intere regioni. Le guerre
intestine falcidiavano le poche ricchezze, esclusivo appannaggio delle classi
nobili e fortunate per giunta, ch i nobili minori spesso erano ridotti allo
stato di miseria.
Nel 1042 Vi sar una spaventosa epidemia dovuta al cosiddetto fuoco di
Sant'Antonio o ignis sacer, una sorta di cancrena che, oltre a rivelarsi
contagiosissima e a produrre la morte di migliaia di persone, si rivelava
ribelle a qualunque cura. I poveretti che ne venivano colpiti mostravano crisi
di carattere epilettoide, con sofferenze a non finire; la carne, che anneriva
a poco a poco nella zona colpita, andava gradualmente staccandosi, a lembi
incancreniti, come si trattasse di lebbra a decorso rapidissimo.
I colpiti, quasi dei maledetti da Dio, erravano senza pace fino ad abbattersi
in qualche recesso, lontani dalla vista del prossimo, essendo diventati
ripugnanti ai loro stessi occhi: s'osservavano, guardandosi morire, nel lezzo
irrespirabile, con quel fuoco che li divorava consumandoli come carne in
decomposizione. Ecco l'ignis sacer, due parole tremende che significano
un'incredibile calamit, una calamit che in particolare colpisce la Francia
del Nord e la regione parigina.
Nel 1076 il male imperversa come non mai. Sigeberto di Gembloux lo annovera
fra i castighi che il Signore avrebbe inviato sulla terra per la condotta
oltre misura peccaminosa degli uomini. Nel 1089 ecco il male infierire
un'ennesima volta, riaccendersi in pi regioni, condurle alla disperazione.
Sono anche i territori renani e parte della Germania ad esserne colpiti.
Cosmas, un cronista dell'epoca, parla della chiesa di Magonza ridotta a un
solo lazzaretto. Ma non sono dei malati coloro che giacciono a centinaia lungo
le navate e sul sagrato. Sono dei cadaveri: cadaveri dappertutto, in sfacelo,
in decomposizione. Non sembra di esser penetrati in un luogo consacrato a un
culto, ma nella cripta di un cimitero collettivo, una fossa comune. Nel tanfo
irrespirabile, alla vista di quei corpi putrefatti pare di esser di fronte a
una di quelle scene infernali tante volte descritte dai poeti.
E non  solo il fuoco sacro a travagliare le povere popolazioni di quei tempi
da tregenda. Sono gli uragani, le carestie improvvise, la terribile escalation
dei prezzi dei generi di prima necessit: l'avena, il frumento, l'orzo; sono
le tempeste che flagellano le coste, il gelo invernale che soffoca ogni
traccia di vita. Certo l'ignis sacer rimane pur sempre quello che
maggiormente, per la sua virulenza, la morbilit che ne consegue, la facilit
di contagio, atterrisce di pi le folle. La cronaca di Bernoldo parla della
citt di Ratisbona devastata dal male; in sole dodici settimane muoiono, nella
Baviera, pi di ottomila persone. Non bastando i cimiteri per tutti quei
morti, vengono scavate fuori delle citt gigantesche fosse comuni.
In questo mondo di disperazione che per troppi era diventato l'Europa, terra
ingrata che non dava da mangiare ai suoi figli, lembo del mondo appestato e
tormentato dalle guerre, era quindi logico che l'idea di emigrare verso altri
lidi, sia pure per poco tempo e allo scopo di procurarsi la salvezza
dell'anima con l'espiazione di tutti i peccati, prendesse sempre pi piede.
Insieme all'idea di esodo appare sempre pi frequente anche quella di
ritirarsi nei monasteri, di abbracciare il sacerdozio, di abbandonare lo stato
laico.
Nel 1091 una vera febbre religiosa appare in alcuni villaggi renani: le
fanciulle prendono in massa la via del monastero. Ma gi prima, nel 1083, la
stessa febbre aveva contagiato le famiglie di nobile origine, i cui membri
avevano varcato la soglia dei conventi. E se l'entusiasmo popolare per l'idea
del ritiro dal mondo si affievolisce, ecco apparire figure del mondo religioso
ad operare tentativi di persuasione. Vitale di Mortain e Roberto d'Arbrissel
si volgono alla conversione di quelle donne che rappresentano un'altra piaga
del Medio Evo, impestando le citt dopo aver contagiato interi eserciti: le
prostitute; per esse i due aprono le porte del monastero di Fontevrault.
In questa atmosfera permeata di misticismo, il pi delle volte totalmente
cieco e irrazionale, ecco verificarsi un altro non meno singolare fenomeno,
quello delle lettere piovute dal cielo. Circolano infatti tra la popolazione
francese in particolare ed europea in generale, in una specie di catena di
Sant'Antonio, lettere che sarebbero state scritte da Ges in persona e che
vanno trasmesse di mano in mano; in esse non si risparmiano i castighi ai
trasgressori della legge divina. A questa superstizione ecco poi aggiungersi
quell'altra, non meno singolare, di marca tedesca questa, della contadina che
segue l'oca, la quale da sola trova la via verso Gerusalemme (forse 
opportuno precisare che l'oca a quei tempi era considerato animale
onnipresente ai sabba delle streghe...)
Logico quindi che non debba adesso stupire se ritroviamo fra i vari
predicatori erranti, fra coloro che vantano di possedere lettere giunte dal
cielo, fra gli eremiti e i personaggi bizzarri che dicono di seguire una
qualche regola e che promettono remissioni dei peccati, una creatura tanto
stravagante come pu essere quel misto di leggenda e di realt (forse) che si
chiama Pietro l'Eremita.
Pietro l'Eremita  uno di coloro che si  messo in testa di convertire le
prostitute; ma non vuole farle entrare nel convento; vuole redimerle, far loro
mutar vita; in altre parole desidera accasarle e, animato da questo
intendimento, unisce ai temi consueti della sua predicazione anche l'appello
in favore di qualcuna delle sue protette. Indubbiamente Pietro era di quelle
personalit che affascinano con la loro sola presenza. I pellegrini lo
seguiranno a migliaia, attirati non tanto dalla predicazione, dalle parole, ma
dalla sua personalit magnetica. E il suo asino, la sua abituale cavalcatura,
diventer altrettanto leggendario quanto la sua figura, come per San Norberto;
gli abitanti dei villaggi strapperanno qualche pelo dell'animale a guisa di
preziosa reliquia; si faranno mostrare dalle donne di malaffare, che
tratteranno con il massimo rispetto, le croci miracolose, quasi stigmate, che
apparivano sui corpi delle infelici; assisteranno con devozione ai
frugalissimi pasti dell'uomo, un po' di vino, qualche pesce, niente pane.
Piccolo di statura, la pelle olivastra, un mantellaccio bigio sopra il corpo
smagrito, i piedi sempre scalzi qualunque fosse la temperatura, estate o
inverno, gli occhi brillanti dietro le spesse sopracciglia, questo predicatore
ambulante legher nei secoli il suo nome alla prima Crociata, tanto da
acquistare una specie di nomea popolare, una fama che gli storici
considereranno usurpata e inadeguata al suo breve periodo di guida di una
turba di pezzenti verso l'Oriente. La sua predicazione era di quelle che
risultano pi accette al popolo, un misto di semplicit, di proverbi e di buon
senso, di frasi messianiche e di certezze assolute. Piccardo di origine, verr
ricordato come Piccolo Pietro, o kioko, dai suoi contemporanei. La tradizione
dir che aveva avuto i natali in Amiens, in un anno imprecisato. E quel buffo
soprannome con il quale passer ai posteri, di Eremita (buffo in quanto Pietro
d'Amiens era tutt'altro che tale, di eremita non avendo proprio nulla) gli
verr da quello sdrucito mantellaccio che rappresentava il suo unico vestire.
Con tutta probabilit di estrazione contadina, fra i contadini Pietro trova il
suo pubblico migliore. E' la gente dei villaggi e delle campagne, la gente
umile e sofferente che accoglie con gioia la sua parola, che lo segue con
fervore. La visione di una terra lontana, una terra ricca, biblicamente tutto
latte e tutto miele, di quella citt definita come l'ombelico del mondo, tutta
una chiesa, tutta una reliquia, accendeva gli occhi di quel pubblico di mille
speranze e visioni da paradiso terrestre. Vedevano un solo nemico: gli
infedeli; comprendevano un solo obiettivo: partire. Di fronte all'aridit di
un suolo troppo coltivato, perennemente devastato dai cataclismi naturali e
dalle truppe di questo o quel signore, l'idea di zolle fertili, coperte di
ricca vegetazione faceva capolino dietro il pensiero religioso, dietro la
ricerca di una salvezza ottenuta con l'indulgenza plenaria...
E dovunque quell'asinello appariva, ecco una folla strabocchevole far ala al
suo passaggio. Pietro pregava la carit e la necessit del pentimento, faceva
vedere quei flagelli che tanto atterrivano le genti (nel 1095 c'era stata
anche una pioggia di meteoriti che aveva sconvolto la mente dei servi della
gleba, sprovveduti e analfabeti), come una precisa volont divina di operare
una sorta di ammonimento. Non era n monaco n prete, e sar forse per quel
suo tono ieratico, per quella sua incredibile sicurezza, ma molti ci volevano
vedere, nella sua persona, sangue di nobile, sangue di cavaliere. E forse per
questa diceria, forse per il fatto che la predicazione del piccardo toccava
anche i loro cuori, fatto si  che molti rappresentanti della nobilt minore
lo seguiranno entusiasti.
Aprile 1065. Un venerd. Siamo in Puglia. Nella notte, una notte senza luna,
alcuni contadini e pastori fuggono terrorizzati. Dal cielo stanno scendendo
come lapilli infuocati, quasi stelle che si fossero staccate dal firmamento e
fossero discese sul suolo, piccole, luminosissime. Il fenomeno  talmente
insolito che si pensa subito all'Apocalisse. Sembra in altre parole che si
avveri la profezia che le stelle scenderanno dal cielo cos come l'albero che,
squassato dal vento, perde le sue foglie di qua e di l, per ogni dove. Questo
fenomeno in realt naturalissimo trattandosi di semplici scorie di un
meteorite, induce le persone a credere che l'ora della partenza sia venuta:
destinazione Palestina. Si  quasi di fronte a una crisi di suggestione
collettiva; neppure le persone colte, neppure gli elevati per censo sfuggono
alla magia del fenomeno ma vi scorgono, davvero, un segno del destino.
E al richiamo della suggestione collettiva anche i monaci, i frati,
abbandonano i loro ritiri, fuggono all'aperto, seguendo chiss quale voce
interiore.
Se da una lato vi  entusiasmo popolare, ansia religiosa, ardore mistico,
dall'altro vi  anche calcolo e sfruttamento dell'occasione propizia. Non 
detto infatti che il Crociato ritorni a prendere possesso dei suoi beni;
qualche volta il contadino analfabeta che abbandona il campicello non ha
neppure pensato a lasciarlo a parenti o amici;  c' chi naturalmente
approfitta di ci; il brigante, il ladro il mariolo di mestiere e di vocazione
vedono nella Crociata un meraviglioso mezzo per vivere alla ventura alle
spalle delle regioni attraversate, per fare del buon bottino al seguito della
turba famelica, simile a un'orda di cavallette migratici che tutto devasta al
proprio passaggio; e fra le prostitute (la minoranza), i poveracci, i monaci
fuggiti dal chiostro, i ladri, i briganti, i mentecatti, i mendichi, e chi pi
ne ha pi ne metta, spesso quella che  partita come Crociata si trasforma in
una specie di corte dei miracoli ambulante.
Urbano II, l'abbiamo detto, aveva pensato alla Crociata come a qualcosa di ben
diverso, di ben definito. Si trattava, nel progetto del pontefice, di una vera
e propria spedizione militare, con i suoi corpi e i suoi gonfaloni, bene
armata e bene equipaggiata, formata dai nobili e dalle truppe da loro
assoldate, profondamente estranea a quell'accozzaglia di gente che aveva fatto
perfino ferrare i buoi per far loro trainare il carro con le loro povere
masserizie, che vedeva nel viaggio una vera e propria migrazione, un
trasferimento, insomma, che nella sua stretta e angusta prospettiva il
contadino piccardo, vallone, lorenese, pensava come definitivo.
Lo speculatore, di fronte a quei poveracci, davanti a simile ingenuit, aveva
buon gioco nel vendere carissimo tutto ci che doveva servire al viaggio,
acquistando come contropartita e a un prezzo irrisorio case, terreni, armenti.
La piaga si era tanto estesa, da far scrivere a uno spirito osservatore come
Foucher di Chartres che si era di fronte a una palese mancanza d'intervento
della provvidenza divina; come a dire, in altri termini, che Dio aveva
abbandonato quei derelitti al loro destino. Infatti si arriver all'assurdo
che per cinque denari si potevano acquistare ben sette pecore!
Eppure quanti di costoro partirono cos, alla ventura, senza neppure attendere
il segnale del vescovo di Puy, Ademaro, il quale era stato incaricato dal papa
di fissare una data per l'impresa?
Quanti di questi poveracci errarono con il loro carrettino, le loro ridicole
cose, di castello in castello, nelle direzioni pi impensate, chiedendo a
destra e a manca la direzione per Gerusalemme e rimanendo inebetiti di fronte
alla lunghezza del cammino che ancora li attendeva?
Forse, la vera odissea delle Crociate  ancora da scoprire, l'odissea dei
poveri diavoli, dei plebei. Un'odissea tragicomica che far scrivere a
Guiberto di Nogent che quelle partenze pittoresche erano al limite del
ridicolo: ...si prs de faire rire... parole atroci a ben vedere, ma
terribilmente indicative.
I nobili, nel frattempo, continuano i loro preparativi. Si accingono
all'impresa Roberto duca di Fiandra Ugo di Vermandois, Stefano di Blois,
Roberto di Normandia, Raimondo di Tolosa... Si prepara anche un nome famoso,
vero pilastro della politica dell'imperatore Enrico IV, un nome che forse non
si merita tutta quella gloria di cui viene circondato dai contemporanei e che,
nonostante tutto, diverr quasi leggendario: Goffredo di Buglione.
Con lui accettano di vestire le insegne crociate Eustachio, conte di Boulogne,
e Baldovino; essi fanno capo a personalit del mondo ecclesiastico come il
vescovo di Bayeux. Cominciano allora a sorgere qua e l, come bizzarri fuochi
fatui, dei sottili giochi di rivalit che ben presto sarebbero sfociati
(ancora prima di raggiungere la Palestina) in contrasti a cielo aperto.
Questi nobili, pur nei preparativi comuni, hanno l'occhio aguzzato a spiarsi a
vicenda, cercando di anticipare le mosse del rivale e dell'avversario, in modo
da non farsi sfuggire eventuali vantaggi, come quello della tregua imposta
dall'autorit ecclesiastica, e di vedere qual  il cavallo che da un momento
all'altro pu rivelarsi vincente...
Cos si uniranno al movimento generale di conquista dei territori d'oltremare,
Boemondo principe di Taranto che apporter fra le varie truppe crociate i
migliori soldati, e ancora l'altro normanno, Tancredi, e signori frisoni,
fiamminghi, tedeschi; molti di questi ultimi, anzi, come Ugo di Tubinga,
Enrico di Schwarzenberg, Gualtiero di Teck, o i figli del conte Zimmern,
anzich unirsi alla spedizione dei nobili preferiranno seguire Pietro
l'Eremita.
Per comprendere appieno gli avvenimenti che da questo momento in avanti si
dipanano in un gioco assai intricato,  opportuno aprire una parentesi,
anticipando a grandi linee il corso degli eventi che andiamo descrivendo.
Abbiamo dunque nella prima crociata due grossi filoni: la spedizione dei
nobili che seguono la parola di Urbano II e quella popolare che segue il
discorso messianico di Pietro l'Eremita. Ma il fenomeno di una predicazione
come quella che Pietro va conducendo non  isolato. Vi sono altri monaci e
predicatori erranti che vanno facendo la medesima opera di proselitismo in
favore della conquista della Terra Santa, fra questi ad esempio, il fondatore
dell'ordine di Fontevrault, Roberto d'Arbrissel. Quella di Pietro, per,  la
predicazione che attira maggiori seguaci e s'impone sulle altre. Ora, le turbe
che lo seguiranno nella sua spedizione contro gli infedeli (che esamineremo
passo passo) seguono un loro itinerario che si distacca grandemente da quello
adottato poi dalla spedizione militare vera e propria, quella dei nobili, che
esse peraltro anticipano. Le folle al seguito del piccolo monaco procederanno
infatti lungo il corso del Danubio, essendo provenienti dalla Germania.
Si  a lungo parlato poi dell'antisemitismo che animava le file crociate;
indubbiamente e fra i nullatenenti che procedevano dietro l'asinello di Pietro
e fra i cosiddetti baroni, l'antisemitismo infieriva; ma mentre il monaco si
accontenter di minacciare le comunit della Germania per farsi elargire
cospicue somme in danaro, i baroni scateneranno delle vere e proprie cacce
all'uomo che terrorizzeranno per anni le regioni del Reno. Gli esempi dei
pogrom ante litteram di Colonia e Magonza stanno a testimoniarlo. Pogrom
seguiti o preceduti da conversioni forzate.
1096. Lentamente, da ogni parte d'Europa, dai punti pi disparati, cominciano
a mettersi in cammino i nobili Crociati; il termine indica il fatto che ognuno
di essi reca cucita sulle spalle una croce, in stoffa rossa, che qualche volta
appare anche sul davanti della cotta di maglia o del corto mantello. E' il
simbolo, il distintivo della loro adesione al bando papale. Capo indiscusso,
per il momento,  Goffredo di Buglione, duca della Bassa Lorena. Divisi in
parecchie colonne e per vie diverse i Crociati giungono a Costantinopoli, dove
accettano di fare omaggio all'imperatore Alessio, il quale dal canto suo 
costretto a fare buon viso a cattivo gioco, essendo per lui assai pi
pericoloso un esercito crociato sul suo territorio che un'intera spedizione di
Turchi. Da Costantinopoli i cristiani della prima crociata vengono traghettati
sulle coste dell'Asia Minore; all'incirca si valutano le loro forze in mezzo
milione di uomini, fra i quali centomila cavalieri e trecentomila fanti, pi
arcieri, frombolieri, genieri, ecc. Il 20 giugno 1097 questi Crociati
regolari, attraversano il territorio di Nicea dopo aver espugnata la citt. Il
4 luglio hanno praticamente ragione del sultanato d'Iconio. Nel luglio
dell'anno successivo (la traversata dell'Asia Minore dura in sostanza un anno
con alterne vicende e duri scontri), i Crociati espugnano Antiochia con il che
hanno finalmente il visto d'ingresso in Palestina. La via per Gerusalemme era
quindi aperta. Ma di tutto quell'immenso esercito non rimaneva che un decimo
delle forze originarie, essendo i Crociati ridotti a circa sessantamila uomini
o poco meno. Ed ecco l'episodio dell'assedio gi da noi narrato, che culmina
con l'espugnazione di Gerusalemme: 15 luglio 1099.
Questa vittoria, con conseguente saccheggio generale e massacro degli abitanti
secondo il costume dell'epoca e di ogni guerra, rincuora un poco le forze
crociate che Pietro l'Eremita ha raccolto e che riescono poco dopo ad
espugnare anche la citt di Askelon, diventando cos padroni dell'intera
regione.
Non appena pacificata, la Palestina viene costituita in regno sotto l'egida di
Goffredo di Buglione e il suo territorio  diviso fra quanti, principi e
cavalieri, decidono di non ritornare pi in Europa. Ecco quindi sorgere la
contea di Edessa, il principato di Galilea e di Tiberiade, il principato di
Antiochia e la contea di Tripoli, di cui solo quello di Galilea e Tiberiade
poteva considerarsi a buon diritto territorio palestinese. Quanto al ruolo di
Genova, con cui abbiamo introdotto il discorso sulla crociata, esso si pu
riassumere, grosso modo, nell'aver inviato circa ventotto galee e sei vascelli
sotto il comando di Guglielmo Embriaco; i genovesi oltre che adoperarsi per la
conquista della Palestina svolgono un proficuo commercio con il nolo delle
loro navi.
Ma delle repubbliche marinare non  solo Genova a partecipare. Ecco Pisa e le
sue quasi cento navi capitanate dall'arcivescovo Daimberto, che divenne poi
patriarca di Gerusalemme; ecco le oltre centocinquanta navi della repubblica
veneta il cui doge, Vitale Michiel, espugner Smirne. Ed era naturale che
fosse cos, essendo le repubbliche marinare le pi esperte dei territori
asiatici, da un lato per i continui commerci che svolgevano, dall'altro per i
combattimenti che erano costrette a sostenere contro Turchi ed altri avversari
per la difesa dei primi.
E' quindi anche sotto il profilo dell'indubbia utilit al commercio con
l'Oriente che va vista la costituzione del regno di Gerusalemme, il quale
peraltro sortisce a un effetto forse non previsto dai capitani crociati:
quello di allontanare dai confini dell'impero di Bisanzio la minaccia dei
Turchi. E le repubbliche, sulla scia delle loro galee, riceveranno un impulso
economico grandissimo: i pisani potranno disporre della citt di Giaffa di cui
un quarto verr loro addirittura ceduto; ai genovesi verr un terzo della
citt di Tripoli, una testa di ponte in Cesarea, un'altra a Giaffa, eccetera.
I veneziani, poi, la faranno da padroni, godendo in ogni citt del regno di
Gerusalemme di esenzione dai tributi, di una piazza, una via, un forno, un
bagno a loro disposizione, pi interi quartieri a Gerusalemme e nelle citt
una volta fenicie, pi alcuni possedimenti in Antiochia...
Tanto per curiosit diremo che i milanesi, i quali non volevano sentirsi da
meno, faranno anche loro una brava spedizione che partir per nel 1100, a
Crociata... finita, con alla testa l'arcivescovo Anselmo da Bovisio; una
Crociata che tuttavia sar maciullata da Greci e da Turchi coalizzati, mentre
lo stesso arcivescovo morir nei pressi di Costantinopoli.
Abbiamo accennato ai preparativi per la conquista di Gerusalemme ma non
abbiamo detto di come i Crociati pervennero ad espugnare la citt. Dopo
l'arrivo della flotta genovese, il 17 giugno, e dopo aver intrapreso la
costruzione dell'apparato bellico che avrebbe consentito di spezzare la
resistenza dei difensori, il campo cristiano era pronto a sferrare il colpo
decisivo. Nel frattempo, con quel solito miscuglio di sacro e di profano che
caratterizza tutti i resoconti o, meglio, le relazioni dell'epoca, i cronisti
ci avvertono che l'anima del defunto legato pontificio, gi vescovo di Puy,
Ademaro di Monteil, uno dei pi valorosi e brillanti protagonisti della
crociata, si aggirava per il campo cristiano istruendo i soldati sul modo di
venire incontro ai desideri divini. Non sembra per che i convenuti sotto le
mura di Gerusalemme fossero realmente convinti delle parole del defunto, dato
che l'ombra di questi appariva ancora a Pietro Desiderio, il quale, in qualit
di sacerdote, avrebbe dovuto convincere i Crociati a digiunare e a compiere
penitenze, camminando a piedi nudi lungo le mura della Citt Santa. E alle
raccomandazioni, l'anima di Ademaro univa anche una profezia; qualora avessero
ottemperato a questi suoi consigli, entro nove giorni il Signore avrebbe
concesso loro di penetrare nella citt.
Pietro Desiderio si mostra meno sordo alla raccomandazioni del defunto di
quanto non lo fossero gli altri Crociati. E subito comunica quella visione,
che lo ha tanto turbato, al fratello del morto, Ugo di Monteil.
6 luglio 1099. Si riunisce una specie di conferenza dei capi cristiani per
discutere il da farsi. La tradizione vuole che la visione di Pietro Desiderio
sia considerata effettivamente un segno premonitore e che venga deciso
nell'occasione anche un digiuno di tre giorni. L'8 luglio, un venerd, si ha
una processione lungo le mura della citt.
I Crociati camminano effettivamente a piedi nudi ancorch conservino le armi.
Dall'alto delle mura, dietro gli spalti, i difensori fanno un fracasso
indiavolato, facendo piovere nugoli di frecce. Una di queste colpisce a morte
un officiante. Nell'occasione della processione alcuni predicatori, fra i
quali la tradizione mette anche Pietro l'Eremita e Arnolfo di Rohs,
cappellano del conte di Normandia, cercano di riconciliare le fazioni avverse,
che rappresentano una vera calamit anche per l'andamento delle operazioni.
Nei tre giorni successivi vengono spostate le torri d'assedio in un punto pi
ad est, in direzione della valle di Giosafat. Si vuole infatti colpire nella
parte meno difesa della muraglia per poter avere una maggiore forza d'impatto.
L'ordine  stato dato da Goffredo di Buglione in persona. Contemporaneamente
ecco, sul lato meridionale, i provenzali, guidati dal conte Raimondo di Tolosa
e aiutati dai genovesi, costruire una torre d'assedio enorme. Nottetempo poi,
squadre di soldati, silenziosamente, gettano terra nei fossati onde colmarne
il dislivello.
Durante tutti i preparativi, gli assediati cercano di fare l'impossibile per
infliggere le maggiori perdite agli attaccanti. E ci riescono. Quel che invece
non possono evitare sono i terribili colpi di maglio inferti dai giganteschi
arieti e i massi scagliati dalle catapulte contro le mura. Invano cercano di
farvi fronte rivestendo tratti di muraglia con balle di paglia. Avvalendosi di
frecce incendiarie, infatti, i Crociati neutralizzano anche questo rudimentale
tentativo di difesa. Quello che per mette in condizione d'inferiorit gli
assediati  il fatto di non avere molte risorse belliche; la citt non pu
fornir loro tutte le pietre di cui avrebbero bisogno, le armi cominciano a
scarseggiare, la popolazione accusa la fatica di quei giorni di sofferenza.
Invano cercano di ostacolare i lavori dei Crociati; costoro, rinforzati dai
genovesi, sono troppo numerosi, pronti a rifare in un attimo quello che i
difensori hanno faticato terribilmente a distruggere.
Ecco quindi avanzare lentissimamente sul campo la gigantesca torre fatta
costruire da Goffredo di Buglione il quale, con suo fratello, guida dall'alto
di essa le operazioni. La torre sovrasta, di circa un metro e passa, le mura
stesse di Gerusalemme. Gli abitanti, atterriti, mandano allora un messo a
chiedere aiuto al califfo d'Egitto. Ma, malauguratamente per loro, i Crociati
sanno perfettamente tutto ci che avviene nella citt, dai piccoli ai grandi
fatti, dall'umore della popolazione alle sue speranze; Goffredo si avvale per
questo di una miriade di spie, in prevalenza arabi disertori, i quali fanno la
spola, nottetempo, fra la citt e il campo cristiano.
Due ambasciatori mandati dal califfo, cui i gerosolimitani hanno chiesto
aiuto, vengono cos braccati dai Crociati e presi in un'imboscata. Uno di essi
 ucciso sul posto, l'altro cacciato nel cucchiaio di una gigantesca
catapulta, dopo esser stato legato come un salame; il poveretto si sfraceller
come un ortaggio fradicio contro il muro.
Di fronte a questo biglietto da visita, che non lasciava alcun dubbio sulla
sorte che li attendeva una volta che la citt fosse caduta nelle mani degli
attaccanti, i difensori raddoppiano le energie, ben decisi a difendersi,
nonostante l'evidente sproporzione, fino all'ultimo. Invano si prodigano per
lanciare frecce incendiarie e torce contro le torri, le cui pelli poste a
difesa vengono di continuo imbibite d'acqua dai Crociati; invano fanno piovere
sulla testa degli assalitori valanghe di proiettili d'ogni genere. La stessa
pietra di cui sono costruite le mura si dimostra fragile sotto i colpi vibrati
dagli arieti. Per giunta dall'alto della torre cristiana piovono sui
malcapitati gerosolimitani nugoli di frecce. In mancanza di materiale da
costruzione, i difensori cercano allora d'improvvisare dei ripari di fortuna
avvalendosi di paglia e di pelli; ma la mancanza d'acqua fa s che questa
volta siano i Crociati ad aver buon gioco nell'incendiare quelle fragili
difese. Infine, probabilmente con l'aiuto di complici all'interno delle mura,
i Crociati riescono a far abbassare il ponte levatoio; per gli abitanti della
citt tutta d'oro  la fine.
Quella che aveva ceduto era la porta Saint-tienne prospiciente la valle del
Cedron, nei pressi della cosidetta spianata del tempio che racchiude le
moschee d'Omar e di Al Aqsa. Non appena  creata una breccia, avviene il
finimondo. Tutti coloro che si fanno incontro ai Crociati vengono passati per
le armi. Nel cortile del tempio si sono rifugiati molti pellegrini, in
prevalenza israeliti e alcuni arabi, donne e bambini. I Crociati vi fanno
irruzione e sgozzano chiunque, senza badare n al colore della pelle, n
all'et, n alla religione, n al sesso. E' sufficiente che una persona si
trovi entro la cinta delle mura perch ne venga fatto atroce scempio.
Si mozzano le teste alle donne per strappare pi facilmente le collane, si
tagliano le mani per poi sfilarne gli anelli, si sventra, s'infilza, si
calpesta. Il sangue scorre come al mattatoio, rendendo viscido il suolo.
Sembra di assistere non alla venuta di liberatori del Santo Sepolcro, ma al
trionfo delle potenze infernali. Si distingue nella carneficina soprattutto
Eberardo di Puiset, per opera del quale periscono a centinaia anche i
cristiani maroniti. Drusi, turchi, commercianti levantini, imam, ebrei, greci,
tutti vengono massacrati senza distinzione. Sessantamila civili arabi vengono
parimenti sgozzati, uno per uno. E in ogni casa si fa razzia; tutto quel che
c', anche gli oggetti meno utili, anche le masserizie pi povere, viene
distrutto o depredato.
Non tutta la citt  per presa. Il resto si difende con la forza della
disperazione. Ci raddoppia la ferocia dei Crociati che sfogano le proprie ire
contro i pochi civili indifesi che si sono rintanati, tremebondi, nelle
cantine o nei recessi delle moschee. Al Aqsa diventa ben presto un ricettacolo
di cadaveri orrendamente dilaniati. Neppure la notte riesce a portare un po'
di requie alle sofferenze della citt. La carneficina non ha sosta. All'alba,
inoltre, i Crociati ritornano all'assalto. Nelle retrovie del campo cristiano
sono intanto affluite le prime prede, fra le quali i pesanti candelabri
d'argento della moschea di Omar, oltre quaranta, e cavalli, tappeti, stoffe
preziose e monete, vettovaglie e masserizie di ogni genere.
Nel corso dell'assedio-massacro. si vedr ancora l'ombra del defunto vescovo
Ademaro aggirarsi fra i cavalieri. E si vedranno anche alcune streghe salite
sui tetti della citt incitare i difensori a resistere. Ma l'apparizione che
pi infervorer i Crociati sar quella di un cavaliere di notevole statura che
dall'alto del monte degli Ulivi agiter in direzione dei Crociati uno scudo
bianco; mistica e tragica realt, sogno e follia, desiderio di compiere un
voto e brama sanguinaria di conquista: la presa di Gerusalemme  tutto questo
ed altro ancora.
E fra gli ebrei verranno reclutati a forza quelli incaricati del compito pi
triste: una volta presa la citt, una volta distrutto tutto ci che poteva
essere distrutto, occorreva sgomberare le migliaia di cadaveri il cui puzzo,
nella calura, cominciava gi a diffondersi acre nell'aria. E per giorni gli
israeliti prenderanno quelle spoglie coperte di sangue e le trascineranno
fuori, alle fosse comuni. Fra le lacrime e i lamenti, seppelliranno anche i
corpi carbonizzati dei loro correligionari arsi vivi nella sinagoga e i
cadaveri delle donne e dei bimbi che avevano trovato momentaneo rifugio sul
tetto del tempio.
Il 15 luglio calava il sipario su questa sanguinosa conquista, mentre squadre
di soldati facevano incetta di piombo, smantellando il tetto del tempio
stesso: ordine personale di Baldovino...
La conquista di Gerusalemme segna l'epilogo ideale di una crociata riuscita.
Un altro massacro, questa volta per di cristiani, segna l'epilogo di una
spedizione fallita, quella di Pietro l'Eremita. Prima di parlare di questo
episodio vediamo di ripercorrere a ritroso il cammino scoprendo cos'era
successo del monaco e dei suoi accoliti.
Vediamo quest'uomo dalla intelligenza pronta e viva (particolare sul quale
spenderanno alcune parole i suoi cronisti) percorrere durante l'inverno del
1095-1096 l'Alvernia, la Lorena, l'Ile de France; secondo quanto scriver
Guiberto di Nogent siamo con lui di fronte all'avverarsi della profezia di
Salomone: Le cavallette non hanno re eppure marciano ugualmente in bande...
particolare anche questo che far il giro dei commentatori coevi fino ad
essere travisato in un'immagine che avr una considerevole popolarit: le
parole della profezia di Salomone vogliono significare, si dice, che sul
fronte della turba raccolta da Pietro vi  un vero esercito di cavallette
migratrici; la stessa Anna Commena, come vedremo, cadr nell'equivoco.
Nessuno fra quelle turbe, simili a orde di locuste, dubitava del fatto che lo
stesso Signore marciasse davanti, lieto di intraprendere quel viaggio per Sua
volont e per Sua ispirazione, felicitandosi di averlo per appoggio e
consolatore in tutte le necessit, come sempre scriver Guiberto.
E il 25 aprile 1096 Pietro arriver a Colonia, di Pasqua. Ora, come dir il
cronista tedesco Ekkehard: ...il popolo tedesco ignorava sulle prime la causa
di una simile migrazione: considerava quei pellegrini come vittime di una
stoltezza senza uguali e di un vero delirio collettivo, guardandoli
attraversare il proprio paese, cavalieri e fanti compresi, donne e bambini,
nobili e contadini. Gente che aveva lasciato il certo per l'incerto, il luogo
in cui erano nati per una terra sconosciuta dove li avrebbero attesi
inevitabili delusioni, rinunciato ai propri beni per mirare a quelli altrui; e
nonostante tutto, anche se la nostra razza vede pi in l di tante altre, il
furore teutonico (dio!) non tard a piegarsi agli stessi sentimenti e ideali
di rinuncia una volta che si ud la predicazione di quelle folle peregrine...
Ed erano veramente delle folle; qualcosa come ventimila uomini, una vera
fiumana che attraversava il suolo tedesco. Discepoli del Piccolo Pietro e
anch'essi alla testa di compatti gruppi di pellegrini erano Gualtiero
Sans-Avoir (probabilmente un soprannome), Rinaldo di Breis, Goffredo Burel,
Gualtiero di Breteuil, tutti francesi. Allorch la predicazione di Pietro
valicher i confini della Francia avremo l'adesione di Orel e Gottschalk,
tedeschi come Emich von Leisingen.
Non tutti si erano fatti accompagnare dalle famiglie. Molte donne erano
rimaste a custodia del focolare, una lacrima che scendeva lungo la guancia, il
viso triste, la sensazione che non avrebbero mai visto un'altra volta il loro
uomo: Patienee, en mon domtnage! Quand le verrai j'rerenir? Il est en
plerinage. Ou Dieu le meuill garantir... occorreva portare pazienza in quella
dolorosa circostanza. Chiss quando avrebbe potuto rivederlo...
E' partito pellegrino, che Dio lo protegga! E anche la donna di nobili natali
s'esprimeva con i medesimi accenti aggiungendo: ...et, malgr tout mon
lignage, Ne Jeux prtexte trouver, D'autre faire mariage: Fol est qui m'en os'
parler... proprio cos, non si sarebbe mai pi maritata, rifuggendo da
qualunque pretesto per farlo; e folle sarebbe stato colui che avesse osato
proporle una cosa simile. E invocava ancora il Signore: Sire, aide au plerin,
Pour qui suis espourante, Car flons sont Sarrasin... che dunque lo aiutasse;
lei era terrorizzata, conoscendo la malvagit dei saraceni...
E per tutta l'estate del 1096 una marea caotica di pellegrini imbocc la via
dell'Oriente da ogni parte d'Europa. Come gli affluenti di un fiume, la
maggior parte di essi convergeva nel grosso dei seguaci di Pietro e dei suoi
accoliti. A Colonia Pietro convince con le sue parole anche dei nobili; sono i
nomi che abbiamo gi fatto, quelli di Ugo di Tubinga, Enrico di Schwarzenberg,
Gualtiero di Teck, dei figli del conte di Zimmern. Il primo a lasciare la
ricca citt tedesca, dove Pietro aveva trovato modo di far riposare quelle
masse gi stanche per un viaggio rivelatosi pi lungo del previsto, sar
Gualtiero Sans-Avoir, che il marted di Pasqua si mette in marcia diretto in
Ungheria seguendo cio, grosso modo, il corso del Danubio. Infatti eccolo
risalire parte del corso del Reno e il Neckar, poi procedere lungo la riva del
possente corso d'acqua. L'8 maggio Gualtiero  gi in vista della frontiera
magiara.
A quei tempi a sud-est della Germania si era appunto costituito il regno
d'Ungheria, popolato da quelle genti di razza finnica che sono i Magiari. La
loro storia era relativamente recente (intendiamo parlare naturalmente dei
tempi in cui Gualtiero penetrer nei confini del loro reame). Nel periodo
rappresentato da un arco di tempo abbastanza breve, vale a dire dall'880
all'896, i Magiari avevano valicato i Carpazi penetrando nelle vallate della
Theiss e del medio Danubio. Poi, suddivisi in orde guidate da capi veramente
bellicosi, si erano riversati parte in Italia, parte sulle regioni circostanti
il territorio danubiano e cio sulla Baviera, sulla Turingia e sulla Sassonia.
Erano dei veri e propri predoni, abbandonandosi a scorrerie che avevano fatto
in breve della parte d'Italia da loro invasa un tappeto di rovine e di lutti.
Solo la vittoria di Ottone I ad Augsburg, nel 955, e la conseguente annessione
del Friuli alla Baviera e alla Carinzia, metter un freno a quelle spedizioni
di rapina. Il processo di stabilizzazione di questi nomadi coincider per con
l'ascesa al trono di Stefano I d'Ungheria, il quale regner dal 997 al 1038.
Stefano, per raggiungere il suo scopo, aveva fatto assegnamento sul clero che
aveva rafforzato fino a farne l'organismo pi potente dello Stato. Vescovi e
maggiorenti locali facevano parte di un'assemblea, una specie di parlamento,
che doveva ratificare e appoggiare le decisioni reali. Il regno di Stefano era
per poggiato su fragili basi, sia per il costante pericolo rappresentato
dagli elementi slavi, i quali circondavano da ogni parte la Pannonia, sia per
le continue infiltrazioni di elementi turchi, le cosiddette trib dei
Peceneghi, che avevano fatto della Transilvania una terra di nessuno.
L'unico argine era rappresentato dalla presenza di una solida frangia
germanica nella marca d'Austria, la quale faceva da cuscinetto per gli
scossoni continuamente subiti dal regno di Stefano.
Gli slavi erano per di gran lunga i pi temibili. Ai tempi del re Svatopolk,
il quale aveva regnato dall'870 al 907, si era formato il regno di Moravia,
una specie di confederazione di trib e popolazioni slave. Questa
confederazione si estendeva dall'Elba alla Vistola, dai Carpazi alla Boemia
orientale. Una confederazione tuttavia fittizia, se bast l'urto delle orde
magiare a mandarla in pezzi. A nord di essa, per, si era formato da tempo il
cosiddetto ducato di Boemia, il quale si era trovato tributario della
confederazione morava ai tempi del re Svatopolk. Finita l'egemonia di
quest'ultimo, ecco la debole struttura del ducato di Boemia divenire
tributaria dei re germanici, poi della Polonia, e ritornare infine sotto
l'egida dell'impero di Germania. Questo ducato di Boemia era governato dalla
leggendaria dinastia di Prtemisl, dinastia di duchi che dopo il 1009 avevano
assoggettato anche la Moravia. E' nel IX secolo che si forma poi nel seno di
questi territori la potenza nascente della trib dei Polacchi, che avr
complicate e alterne vicende fino al regno del figlio di Boleslao (il pi
autorevole dei suoi rappresentanti) Miesco II, il quale porter in breve la
trib alla rovina.
Sono proprio questi territori con le loro complicatissime relazioni
intertribali, un vero gioco di influenze, che saranno attraversati dalle
fameliche orde dei pellegrini di Pietro l'Eremita e dei suoi accoliti; orde
che si riverseranno come un'incontenibile fiumana contro gli argini posti
dall'impero bizantino.
Le vicende di Bisanzio non erano state meno tribolate. Bench si trattasse di
un regno elettivo, in pratica tre sole erano le case che si avvicendavano sul
suo trono: quella Isaurica, quella Frigia e quella Macedone. Le mille
rivoluzioni e congiure, tutte di palazzo, alle quali il popolo rimaneva
profondamente estraneo, erano divenute una prassi, si pu dire, davvero
quotidiana, con il solo risultato di indebolire oltre ogni dire il potere
centrale e di turbare in sommo grado l'intera struttura governativa. A questo
si dovevano aggiungere mille e pi disastri militari, dovuti naturalmente alla
causa primaria e cio la decadenza nel reggimento dello Stato. A una fase di
decadentismo in politica, corrispondeva, come sempre accade in simili
situazioni, un dilatarsi della produzione letteraria e artistica davvero fuori
del consueto e senz'altro superiore a quello di ogni altro Stato confinante.
La cultura insomma diveniva lo sfogo e il rifugio, una vera fuga dai problemi
contingenti che parevano senza soluzione.
A questo si deve aggiungere la perenne rivalit fra bizantini e latini,
culminata poi con la scissione della chiesa d'Oriente da quella d'Occidente;
anche questo era stato un riflesso inevitabile di quella eccessiva liberalit
culturale inficiata dai mille dissensi e alimentata continuamente dalla
pluralit delle tesi avvicendantisi di continuo sullo scenario governativo;
ecco quindi sorgere come funghi le eresie, i tentativi di scrollarsi di dosso
un... sistema imposto da Roma, troppo lontana e soprattutto troppo ignara dei
fatti e delle vicende del regno di Costantinopoli. E l'inevitabile accadr nel
1054 con un distacco davvero completo, una scissione incolmabile.
Contemporaneamente, per, la classe dominante bizantina doveva fare miracoli
per salvare la sua stessa esistenza, guerreggiando a destra e a manca onde
tutelare la propria integrit nazionale. Ecco quindi le continue lotte contro
gli Arabi, le drammatiche vicende del conflitto coi Normanni, e quelle, che
pi travagliarono il veramente fragile stato bizantino, contro i Turchi.
Nel 1081 era salito al trono Alessio Comneno, nipote di Isacco (che si era
impadronito del trono nel 1056 dopo la scomparsa dalla scena della dinastia
macedone). Alessio doveva soprattutto fronteggiare l'invadenza dei Turchi
selgiucidi che avevano esteso il loro dominio praticamente sull'intera Asia
minore. Come se non bastasse, ecco affacciarsi al tormentato orizzonte
dell'imperatore Alessio la prospettiva di vedersi il regno invaso dalle orde
dei Crociati e dei pellegrini di Pietro l'Eremita...
Pietro, sulla groppa del suo asinello, aveva lasciato Colonia alla fine di
aprile. Era stata una partenza tutt'altro che tranquilla; mai i laboriosi
contadini renani avevano assistito a una iniziativa cos confusionaria; non
era neppure ben chiaro nella mente di ciascuno l'itinerario, tant' vero che
parte dei pellegrini segu il monaco lungo il Reno e il Neckar, parte si
sparse nelle campagne circostanti a far razzie (e sarebbe partita pi tardi al
seguito di Emich von Leisingen), parte ancora decise di seguire Pietro fino al
corso del Danubio per poi proseguire a bordo di imbarcazioni. Mentre Gualtiero
Sans-Avoir (dopo aver chiesto al re ungherese Coloman di attraversare il suo
regno e averne ricevuto l'assenso) valicher la frontiera magiara senza
incidenti, Pietro l'Eremita, giunto a Sopron, passer il confine credendo
erroneamente di poter effettuare il viaggio senza intoppi. Il seguito
turbolento del monaco infatti far di tutto per creare conflitti, riuscendoci
benissimo...
20 giugno 1096. Pietro e i suoi sono in vista di Zemun. Gli uomini che
seguivano la singolare figura di Monaco avevano avuto notizia che nei dintorni
di Belgrado i seguaci di Gualtiero Sans-Avoir erano stati aspramente
combattuti per essersi abbandonati a saccheggi indiscriminati. Vero o falsa
che fosse la notizia, gli animi erano esacerbati.
Ecco che improvvisamente, scoppiate furibonde liti nel campo crociato, gli
uomini comandati da Goffredo Burel si erano buttati contro la citt come
un'orda di lupi inferociti e, dopo un breve e violento combattimento,
l'avevano presa di forza. Ne era seguito un tremendo massacro. Quattromila
ungheresi erano Stati passati per le armi con il solito contorno di incendi
appiccati, donne stuprate, bambini uccisi. Dopo aver saccheggiato tutto quello
che potevano trarsi dietro, gli uomini di Burel si erano poi affrettati ad
attraversare la Sava, certi che al di l del fiume la vendetta ungherese non
li avrebbe raggiunti. Il governatore di Belgrado, dopo aver invano atteso
istruzioni da Costantinopoli, aveva allora cercato di allontanare la minaccia
rappresentata da quella barbarica accozzaglia inferocita ed era intervenuto
con i suoi mercenari peceneghi; ma mentre questi erano pochi e incerti sul da
farsi, gli uomini di Burel erano molti e decisi a tutto. Cos avranno
facilmente ragione dei Peceneghi e si apriranno con la forza un varco fino a
Belgrado che nel frattempo era stata precipitosamente evacuata dai suoi
abitanti.
Belgrado fu presa alla fine di giugno; non potendo sfogare la propria ira
contro gli abitanti, fuggiti tutti senza eccezione sui monti, i Crociati
rasero al suolo ogni cosa, dopo aver asportato tutto ci che poteva esser
portato via. Alla fine, dopo una settimana di cammino, quel mare di fameliche
cavallette era alle porte di Nis. A Bisanzio si vivevano giorni di terribile
incertezza. I corrieri facevano miracoli per divorare l'enorme distanza che
separava la capitale dall'esercito crociato. E tuttavia le notizie prendevano
sempre di contropiede, come  logico, l'imperatore. Dopo aver raccomandato a
Nicetas di scortare quei devastatori perch uscissero al pi presto dai
confini bizantini, si era affrettato ad assicurare Pietro delle sue buone
intenzioni. Con quella gente era meglio far buon viso a cattivo gioco,
altrimenti tutto il regno e non solo Belgrado sarebbe stato raso al suolo.
Era destino per che lo scontro fosse inevitabile, scontro determinato da
questi continui saccheggi e interminabili razzie. Infatti pellegrini tedeschi
avevano appiccato il fuoco a dei mulini situati nei dintorni di Nis, mentre
gruppi di sbandati andavano sistematicamente ripulendo le campagne. Nicetas,
dopo aver sopportato anche troppo, decise quindi di intervenire drasticamente
e mand la sua cavalleria all'attacco. Lo scontro fu cruentissimo. Ad averne
la peggio furono naturalmente le donne e i bambini che sui carri, in
condizioni di incredibile disagio, flagellati dall'indigenza, seguivano i
sogni di Pietro. Molti di essi non riuscirono a scampare alla furia dei
cavalieri bizantini, altri vennero fatti prigionieri e mandati a lavorare come
schiavi nelle regioni di confine. Per essi il sogno di Gerusalemme si era
concluso nel peggiore dei modi.
Anche il Piccolo Pietro non se la caver senza danni: perder infatti il suo
forziere contenente il tesoro...
Per fortuna doveva essere questo l'ultimo incidente che avrebbe funestato i
Crociati in territorio bizantino. Commosso dalla sorte di quei poveri infelici
che seguivano i cavalieri e i soldati unicamente per razziare, considerando di
aver dato loro una notevole lezione (erano morti, infatti, nello scontro sotto
le mura di Nis circa diecimila uomini di Pietro), l'imperatore permise al
resto della spedizione di andare avanti nel cammino e, per evitare che quella
masnada di quarantamila persone si abbandonasse nuovamente al saccheggio, la
colm di viveri e di provviste. Cos, con un colpo al cerchio e uno alla
botte, il bellicoso Pietro era riuscito nell'intento; la prima parte
dell'impresa era dunque riuscita. (Abbiamo detto bellicoso, e non a torto,
ricordando alcuni Peceneghi che Pietro aveva fatto decapitare in sua presenza
dopo che gli erano stati gettati ai suoi piedi come prigionieri di guerra al
momento del passaggio della Sava: un episodio che dimostrer come anche da
parte crociata si volesse ottenere unicamente con la forza ci che si sarebbe,
forse, avuto con maggiore organizzazione e persuasione.)
Nel frattempo si erano messi in cammino, seguendo grosso modo il medesimo
itinerario, anche le bande di Emich von Leisingen e del suo compare
Gottschalk. I loro accoliti e pellegrini, dopo aver scatenato una vera e
propria caccia all'ebreo, aver fatto versare fiumi di sangue e devastato
intere regioni, si erano rovesciati come un torrente in piena sui territori
slavi.
Quanto poi alle imprese di cui si glorieranno, queste sono facili a
individuarsi. Quelle di Gottschalk e di Emich sono vere e proprie compagnie di
ventura ante litteram, orde di lanzi sanguinari mossi unicamente dalla
prospettiva di immani saccheggi. Crociati sui generis, insomma. (Ma  proprio
vero che nella Crociata vi furono anche dei motivi ideali, delle vere e
proprie coscienze pulite? Ne dubitiamo. Tutta la storia della prima Crociata
, indipendentemente dalle ragioni ideali che l'avevano ispirata, una storia
di sangue e di sterminio.) Alessio Comneno lascia libero il passaggio e fa
ponti d'oro proprio perch non ne pu fare a meno, altrimenti l'episodio di
Nis sarebbe divenuto realt costante, tramutandosi da battaglia sporadica in
vera e propria campagna anti-crociata. Ma il ricordo delle devastazioni subite
ad opera dei Normanni o, come pi in generale li chiamer con termine
dispregiativo la figlia di Alessio, Anna, dei latini, era troppo fresco e il
senso della propria impotenza troppo evidente perch l'imperatore di Bisanzio
osasse mutare politica.
Il giorno che si fosse risolto a frenare le orde crociate, immediatamente
avrebbe avuto le spalle colpite dagli attacchi turchi, che avrebbero soffiato
sul fuoco per sbarazzarsi una volta per tutte dell'incomodo dominio di
Bisanzio che impediva loro di estendere al nord e all'ovest le proprie mire
ambiziose. Non basta: i Crociati, con le loro idee di dominio a Oriente,
avevano realmente intenzione di battersi contro il pericolo n. 1 del regno
bizantino, i Turchi appunto; il che non poteva non convenire a un astuto
politico come Alessio Comneno.
Abbiamo per adesso il compito di far vedere la questione sotto un punto di
vista diverso da quello sinora adottato di cronaca a posteriori, fatta a
secoli di distanza; c' infatti il dovere di far sentire la voce di un
contemporaneo, di una persona che direttamente o indirettamente visse quegli
eventi; ecco dunque come questo movimento di Pietro l'Eremita verr visto
dalla figlia dell'imperatore di Bisanzio, Alessio Comneno.
Mentre questi ...respirava dalle tanto durate fatiche, corse la voce che nel
territorio stessero avanzando sterminati eserciti franchi; una notizia che
(Alessio) accolse con disappunto tanto, a buon diritto, paventava quella
nazione. Infatti aveva gi spiacevolmente avuto modo di conoscere nella guerra
contro Roberto (il Guiscardo) il modo repentino e impetuoso dei loro assalti,
e conosceva anche, e purtroppo, il carattere volubile e la disinvoltura con la
quale si erano fatti strada valicando i suoi confini. Queste impressioni
legate al loro comportamento, gli erano rimaste scolpite nell'animo ed era
quindi certo di ricavarne ancora una volta del danno. Per giunta questi suoi
timori venivano ad essere indirettamente confermati dalle voci popolari per le
quali i galli (ovvero i francesi...) erano sempre in caccia di nuove avventure
e mancavano con estrema facilit alla parola data o agli accordi stabiliti,
anche per i pi futili motivi. Avendo riflettuto su queste cose, decise allora
di non starsene inattivo, ma di allestire immediatamente un esercito in modo
da avere a disposizione per qualunque evenienza truppe perfettamente
ammaestrate.
E i fatti che seguiranno gli daranno pienamente ragione. In realt, a quanto
fu poi dato appurare, si era mosso nientemeno che l'intero occidente quanti
barbari, insomma, vi erano al di l dei confini, dal mare Adriatico fino allo
stretto di Gibilterra; tutti gli europei, abbandonati i propri paesi, si erano
incamminati sulla via dell'Asia. Causa di un tale sommovimento era stato un
francese nominato Pietro, soprannominato anzi Piccolo Pietro, il quale
essendosi gi recato pellegrino (a Gerusalemme) per adorare il Santo Sepolcro,
era stato cos osteggiato da Turchi e Saraceni che era appena appena riuscito
a riportare la propria pelle indenne a casa; e qui, ricordandosi della
protervia di quei perfidi che gli avevano impedito di ottemperare al voto come
si era ripromesso, aveva deciso di intraprendere una seconda volta il viaggio
mettendoci maggiore impegno per evitare un altro disastro. Pienamente edotto
dall'esperienza passata che era da evitarsi (il mettersi da solo in cammino
per visitare il luogo santo), pens con notevole astuzia di accingersi
all'impresa traendo dietro di s numerosi seguaci...
Come si vede per Anna Comnena tutta la Crociata di quel piccardo chiamato
Cucupetro, o Piccolo Pietro, vale a dire di Pietro l'Eremita come siamo
abituati a chiamarlo noi, altro non  se non un tentativo meramente personale
di soddisfare una propria ambizione; ritornare da vincitore in quei luoghi che
lo avevano visto sconfitto; e ritornarvi quindi accompagnato da tutta una
serie di persone che con la sua parola sarebbe riuscito a convincere a
seguirlo nel viaggio. Questo tentativo di interpretazione , ammettiamolo,
abbastanza originale, specie se si considera che l'angolo di visuale di Anna
, come ovvio, diametralmente opposto a quello dei Crociati o dei pellegrini o
dei loro ispiratori.
Quanto alla predicazione di Pietro, ecco poi come la vede Anna: Onde ottenere
il suo scopo, prese a predicare in tutto l'occidente che aveva ricevuto ordine
dal Signore di annunciare la sua missione ai Francesi. Dio voleva che i
Francesi strappassero dalle mani saracene il Santo Sepolcro e le sacre mura di
Gerusalemme, dando tutti il massimo di s e servendo con pieno zelo. A questa
predicazione arrise un successo al di l di qualunque previsione. Infatti,
scossi da quella voce, gli animi dei Francesi aderirono pienamente; la gente
cominci ad accorrere anche con armi, cavalli e ogni guerresco apparato;
ciascuno sembrava pervaso da una gioia grandissima e sospinto da una foga
inusitata nel divorare le strade. E non era soltanto gente dell'esercito, ma
anche proveniente da ogni ceto con tanto di mogli e di prole. Le loro vesti
erano state fregiate da una croce, color rosso, sulle spalle, quasi simbolo
della nuova servit militare. E questi eserciti interi che convergevano in un
solo punto d'ogni parte, parevano le acque di un fiume che dopo molte strade
si uniscono in un solo alveo.
Giungevano fino a noi (a Bisanzio) dopo aver attraversata la Dacia, che era
terra da loro pi conosciuta e frequentata. Avendo con s sciami di cavallette
se ne servivano da guida per il cammino: questi insetti, forse uguali come
numero alla gente che essi precedevano, solevano apparire come segno imminente
del loro arrivo. La cosa strana era che detti animaletti non infierivano sulle
messi ma sulle viti, fatto che agli interpreti d'eventi arcani sembrava
presagio di gravissime sciagure per Arabi e Turchi, gente dedita abitualmente
a Bacco e a Venere; ci era viceversa da interpretarsi come segno favorevole
ai cristiani, simboleggiati dalle messi, per la loro temperanza. E per la
verit, effettivamente, i Saraceni conducevano una vita assai lontana
dall'antica moralit, abbandonandosi quasi quotidianamente alla crapula con
eccessivo consumo di vino e abbandonandosi anche a qualunque scelleratezza...
Ancora una volta, come sempre allorch scorriamo le pagine dei contemporanei
delle Crociate, il sacro e il profano, il magico e il prosaico si mescolano
indissolubilmente; anche Anna Comnena non fa naturalmente eccezione. Alle
osservazioni da manuale geografico o da libro di storia sulla progressiva
degenerazione dei costumi nelle popolazioni del medio oriente, si accompagna
la voce leggendaria, accettata per veritiera e integrata dalle osservazioni di
maghi e fattucchieri continuatori dell'antica aruspicina (che, per quanto si
dica la civilt esser progredita, in realt, a ben vedere non  mai morta;
anzi sembra che con il progredire della scienza cresca la volont dell'uomo di
rifugiarsi nell'irrazionale). Anna Comnena, quindi, vede anche lei nella turba
di gente d'ogni risma e razza un fenomeno che sfugge a qualunque
giustificazione, tanto da essere preceduto addirittura da un segno
soprannaturale come l'orda di cavallette, che distingue il verde della foglia
di vite, da quello del grano ancora da maturare...
Quegli innumerevoli eserciti latini, che con tremore Alessio Comneno vedeva
avvicinarsi ai suoi territori, non marciavano insieme, ma divisi e a varia
distanza fra loro per quindi unirsi, dai luoghi pi diversi donde venivano,
sulle spiagge delle Calabria; e di poi eccoli attraversare il mare, sbarcare
sulle spiagge opposte...
E di fronte all'arrivo, imminente come si  visto l'imperatore che fa? Ecco
che cosa ci dice Anna: ...l'imperatore, informato dei frequenti traghetti
dalla Calabria delle armi latine divise in molte coorti convocati alcuni duci
della milizia, impose loro di muovere verso Durazzo e Aulone occupandone la
spiaggia; avrebbero provveduto a vettovagliare i Francesi convenuti col e
fatto in modo che i commerci e la loro tutela fossero salvaguardati. Inoltre
avrebbero seguito di conserva quell'orda, per impedir loro di abbandonare la
strada militare e di spargersi nelle campagne circostanti. Nell'impresa
sarebbero stati spalleggiati da interpreti di lingua latina, i quali avrebbero
facilitato i contatti e avrebbero fatto da mediatori nelle dispute. Queste
misure cautelative furono applicate in tutti i luoghi in cui venne segnalato
il passaggio degli eserciti franchi.
Dopo aver descritto sommariamente i preparativi dei Bizantini per fronteggiare
quella sterminata invasione, facilitando la strada ai Crociati in omaggio al
detto che al nemico che se ne va  meglio fare ponti d'oro, tanto pi in
quanto l'obiettivo erano i Saraceni, Anna parla di Goffredo di Buglione.
Questi era stato il primo che, avendo accolto l'invito di recarsi in Terra
Santa, aveva venduto i suoi beni e aveva preso la via di Gerusalemme. Goffredo
era, a dire della Comnena, uomo di grande ricchezza, di altissimo lignaggio e
coraggiosissimo. Era stato lui a tracciare la via, mentre gli eserciti franchi
si contendevano il primato di marciare sull'Asia Minore... (Mai come
nell'occasione delle Crociate si udr un cos vasto vociferare di uomini e di
donne aventi tutti in bocca il Santo Sepolcro del Dio fattosi uomo e la sua
adorazione.)

Gli spiriti pi semplici e gli animi pi puri si recavano in Palestina, dice
Anna, per sincero desiderio di compiere un voto e guardare con i propri occhi
quei monumenti della vita e della morte di Cristo. I pi scaltri, invece, fra
cui  da annoverarsi Boemondo di Taranto e tutti coloro che avevano seguito i
suoi consigli, avevano in cuore il segreto desiderio di impadronirsi, via
facendo, di Costantinopoli e di metter mano, sotto il pretesto di una guerra
contro i Saraceni, su tutto l'impero. L'arrivo di questo personaggio, anzi,
aveva non poco preoccupato l'animo dei nobili romani, conoscendo essi bene
l'indole di costui e non avendo affatto dimenticato le sue ostilit, gli
antichi odi e il resto patito a causa di quel tremendo nemico dichiarato
dell'imperatore. Nel frattempo (cio, intende dire Anna Comnena, mentre si
stavano svolgendo questi avvenimenti, compreso lo sbarco di Boemondo di
Taranto, proveniente da Brindisi) Pietro l'Eremita era stato il primo ad
uscire dai confini dello stato franco e a passare in Ungheria giungendo alle
porte di Costantinopoli. E aveva coperto il percorso, come si direbbe
umoristicamente oggi, con tale velocit che Anna ne era sinceramente stupita.
A questo Pietro, che correva con tanta precipitazione incontro ai Turchi,
Alessio Comneno, pratico degli affari e dei costumi di quella gente, dava con
liberalit e prudenza molti consigli opportunissimi a prevenire i sinistri, ai
quali poi egli and incontro. Fra questi vi era anche la raccomandazione di
attendere il grosso della spedizione; ma quegli, fidando di avere con s
numerosi guerrieri, non volle saperne e, attraversato con le truppe il mare,
si attest in una citt detta Elenopoli. Lo seguivano circa diecimila normanni
i quali, separatisi dal resto della spedizione, misero a ferro e a fuoco la
regione intorno a Nicea, con tali crudelt che i Turchi ne rimarranno
profondamente colpiti. Infatti, come continua a riferire Anna, gli uni
mettevano a pezzi i fanciulli poppanti e gli altri, pigliati quei pargoli e
infilzatili in schidioni di legno, arrostivanli sopra la brace; n paghi
ancora, molestavano vecchi e adulti di qualunque condizione assoggettandoli ai
pi crudeli supplizi...
Poco dopo questi episodi, i Turchi, sortiti a furia da Nicea danno atroce
battaglia, ma, incontrata fortissima resistenza, battuti e sconfitti riparano
di nuovo nella citt. I vincitori, quindi, raggiunto il resto dell'esercito
presso Elenopoli, vengono aspramente rimbeccati dai compagni di viaggio; e
poco dopo il campo era sull'orlo della guerra civile. Al che i Normanni
disertano nuovamente e occupano una seconda localit turca la quale, dopo
aspri combattimenti, ricade per in mano ai precedenti occupanti. Adesso per
l'obiettivo dei Turchi  l'intero esercito, come lo definisce Anna Comnena, di
Pietro l'Eremita...
Lasceremo per da parte questi eventi, che esamineremo pi diffusamente e con
maggiore precisione di dati di quanti non ne possa offrire nella sua pur vasta
cronaca Anna Comnena, e riferiremo unicamente la conclusione: Una volta visto
il suo esercito sgominato, Pietro con pochi suoi seguaci retrocesse ad
Elenopoli, dove rimase paventando una nuova mossa dei Turchi per ucciderlo.
Alessio Comneno, turbatosi all'annuncio dell'eccidio, non giudic opportuno
che, abbandonando Pietro alla sua sorte, i Turchi traessero nuovo vanto dalla
loro vittoria con la cattura del capo della spedizione; pertanto decise di
inviare, con alcune navi da guerra, Catacalone Costantino Euforbeno,
appoggiato da truppe idonee. Il nemico, all'annuncio del suo arrivo, si mise
in fuga. Euforbeno, dopo essersi trattenuto in quei luoghi poco tempo, pot
cos presentare all'imperatore Pietro, con quel suo scarso seguito, adesso
finalmente in salvo. L'imperatore rimprover al Francese di non aver prestato
orecchio ai suoi consigli. Ma quello, non deviando di un passo dalla sua
cocciutaggine latina, incapace di modestia, rispose che a torto gli si
rimproverava quello che era successo, dato che era imputabile unicamente alla
caparbiet dei suoi, i quali non avevano ottemperato ai consigli e agli
ammonimenti che aveva elargito, abbandonandosi poi all'eccidio; e li chiamava,
quasi a sfogare la sua collera, predoni e ladri, dicendo che avevano ricevuto
il meritato castigo prima di raggiungere la meta del pellegrinaggio, avendo
Cristo giudicato indegne di essere ammesse all'adorazione del Santo Sepolcro
anime cos prave...
Il resoconto che ci d Anna Comnena  indubbiamente assai suggestivo. Ma, come
abbiamo detto, sorvola su certi particolari che invece appaiono grandemente
interessanti per gli occhi di noi moderni.
Ad esempio, non ci dice che mentre Alessio cercava di indurre i seguaci di
Pietro alla ragione, quelli di Gualtiero, in trepida attesa dei loro...
colleghi nei pressi di Costantinopoli, si abbandonavano a saccheggi di ogni
genere, giungendo perfino a svellere le coperture in metallo dei tetti delle
basiliche. Non si conteranno poi, per un' orda allontanatasi in direzione
dell'Oriente turco, i casi di donne violate senza troppo sottilizzare
sull'et, di case incendiate proditoriamente, di furti compiuti alla luce del
sole, nelle case pi in vista di Costantinopoli e sotto lo sguardo impotente e
atterrito dei suoi abitanti, come non mancher di sottolineare Funck Brentano
(...entraient sans falcon dans les demeures somptueuses, volaient et
pillaient; embrassaient les darres, un peu rudement parfois, houspillaient les
filles de chambre:  quelques rsidences ils mirent le feu. Ils arrachaient le
plomb aux toitures des glises et le vendaient aux grecs...) Altro che
Crociata,  un flagello divino! Nulla per in confronto della Crociata
cosiddetta dei signori, quella organizzata militarmente; infatti uno di questi
baldi (o ribaldi?) cavalieri arriver a sedersi sul trono di Bisanzio, alla
presenza dello stesso imperatore, dicendo ad alta voce che se si permetteva a
un figuro come quello di starsene seduto sul trono, non vedeva perch non si
concedesse altrettanto a ben pi nobili figure come quelle dei cavalieri,
costretti a starsene per tutto il tempo dell'udienza in piedi...
Fortunatamente, l'8 agosto (data accettata dai pi), tutto il gruppo delle
forze di Pietro l'Eremita, di Gualtiero Sans-Avoir, unitamente a dei
pellegrini italiani che erano nel frattempo arrivati via mare da Brindisi,
valic i Dardanelli. Una volta al di l del Bosforo il sistematico saccheggio
delle zone attraversate ricominci; lungo la costa del mar di Marmara gi gi
fino a Nicomedia, citt sfortunatissima questa, al momento dell'arrivo dei
Crociati perfettamente deserta. Infatti qualche anno prima era stata messa a
sacco dai Turchi tanto bene che i poveri abitanti erano scomparsi senza
lasciare traccia, oppure non erano stati pi in grado di ricostruire le
proprie dimore.
Nel frattempo, nel gruppo eterogeneo dei pellegrini, non passava giorno che
non si accendessero delle dispute furibonde. Alle volte per il possesso del
bottino, delle donne, o per questioni razziali. Per una di queste, proprio a
Nicomedia, Tedeschi e Italiani vennero a diverbio con i Francesi in modo tale
da causare nel campo una vera spaccatura. I primi infatti si separarono dagli
altri, eleggendo a proprio capo un certo Rainaldo, un italiano come dice il
nome. Quanto ai Francesi questi seguitavano a riconoscere l'autorit del
terribile Goffredo Burel. La crociata di Pietro era cos divisa in due
tronconi, che per il momento si dirigeranno di conserva verso Helenopolis,
precisamente a un campo fatto installare da Alessio per i suoi mercenari e che
si chiamava Kibotos. La marcia proseguiva con una lentezza esasperante
rispetto alle medie che erano state tenute agli inizi. Se, infatti, nei primi
tempi ai seguaci di Pietro veniva attribuita la media di venticinque miglia il
giorno, adesso risulta pressoch impossibile stabilire una cifra anche
approssimativa; troppo repentine sono le soste, troppe scorribande vengono
compiute a scopo di rapina nei dintorni, ritardando considerevolmente
l'avanzata del grosso, troppa incertezza vi  sulle mete da raggiungere.
Alessio Comneno ha esortato Pietro ad aspettare a Helenopolis il grosso delle
truppe provenienti dall'Italia, quelle della Crociata dei signori. Ma il
cocciuto monaco non ha voluto sentire ragioni e continuando imperterrito nella
sua avanzata lascia che le varie bande di Italiani, Francesi, Tedeschi
saccheggino a man salva le regioni degli infedeli (che altro non sono se
non... greci cristiani). Ma non solo questi infelici hanno modo di
sperimentare la presenza dei Crociati; anche il sultano Ibn Suleiman si vede
piombare addosso le turbe di predatori occidentali. Ecco, in questa occasione,
gli episodi narrati da Anna: gli impalamenti e gli eccidi di fanciulli.
Pochi storici si sono soffermati sull'aspetto crudele della Crociata, sul
cumulo di efferratezze senza limiti cui si sono abbandonati indistintamente
tutti i Crociati pellegrini al seguito di Pietro o baldanzosi cavalieri della
Crociata dei nobili. Eppure basterebbe leggere la Chanson d'Antioche: di
fronte alla sfortunata citt i Crociati, catturato qualche prigioniero, lo
uccidono selvaggiamente; presi poi i corpi senza vita di quegli infelici: Les
testes lor trenehoient, s pieus les font boter, Parmi ces champs les font et
drecier et leller... e quelle teste, infilate a guisa di ammonimento sulle
picche, levandosi di fronte alle mura, susciteranno un'ondata di commozione
nei Saraceni. Al nipote di un emiro mozzano il capo e lo fanno scaraventare da
una catapulta entro le mura (...au neveu Jagi-Sian ont fait le chef couper, et
par des mangonneaux en la cit jeter...) Ai morti turchi non danno neppure la
sepoltura, ma se li mangiano. Divorano anche i prigionieri. Ammazzano quelli
che si allontanano isolatamente dal campo per spogliarli del loro misero
avere. Arrivano al colmo allorch si spander la voce, appena presa
Gerusalemme, che molti Saraceni avevano ingoiato le monete d'oro per non
farsele confiscare; detto e fatto li sventreranno seduta stante, frugando con
le mani nelle viscere ancora calde dei malcapitati; poi, scoprendo che si
sarebbe impiegato troppo tempo per... controllare tutti i cadaveri e i
prigionieri, si allestiranno immense pire sulle quali verranno buttati a
centinaia i corpi dei massacrati; una volta spento il rogo, i conquistatori
della citt d'oro si accaniranno a rovistare fra le ceneri nella speranza di
veder comparire qualche moneta...
La verit sulla Crociata: una verit di sangue e di morte; di crudelt senza
nome e di orrori senza fine. L'uomo non  mai cambiato nel corso dei secoli:
nato fiera rimarr sempre tale, e sotto gli Egizi o sotto i Romani, sotto il
cielo di Costantinopoli o quello di Gerusalemme, qualunque vessillo inalberi,
qualunque insegna campeggi al di sopra delle sue schiere, dei suoi eserciti,
la realt  pur sempre quella: lutto e tragedia.
I Francesi di Goffredo Burel erano stati coloro i quali avevano fatto la parte
del leone nelle scorrerie alle porte di Nicea. Tutto il bottino da loro
effettuato era stato venduto a caro prezzo ai marinai greci o agli altri
pellegrini. Nel vedere l'esito fortunato delle spedizioni di razzia, Tedeschi
e Italiani non avevano voluto sentirsi da meno. Ecco allora Rainaldo staccarsi
dal grosso con circa seimila uomini ed effettuare una puntata in una zona
ov'era un castello chiamato Xerigordon, situato su una piccola altura. Dopo
una breve lotta se ne era impadronito e ne aveva fatto un punto di partenza
per le scorribande che avvenivano in qualunque momento, di giorno o di notte,
in qualsiasi direzione, purch vi fosse qualcosa da predare. Da quel punto non
solo era possibile ai soldati di Rainaldo dominare la vallata, ma altres
c'era la possibilit di immediata difesa. Soltanto non era stato previsto un
particolare. Il castello era privo di pozzo proprio, ma l'acqua veniva da una
sorgente situata nella valle o da un pozzo distante qualche centinaio di metri
dalle mura. Ecco che gli uomini di Ibn Suleiman, conoscendo perfettamente i
luoghi, decidono di porre l'assedio al castello e per prima cosa obbligano gli
uomini di Rainaldo a rinserrarsi tra le mura dell'edificio; con questo essi
hanno cos libero accesso alla sorgente e al pozzo, mentre i Crociati
rimangono di colpo senza una goccia d'acqua. Ben presto la sete  tale che
dopo otto giorni Rainaldo chiede la resa. Nonostante i misfatti di cui i
Crociati si sono macchiati, le condizioni sono abbastanza clementi; viene
concessa salva la vita a condizione che si abiuri; quelli che rifiutano
saranno uccisi seduta stante. Pochi osano scegliere la morte e Rainaldo e i
suoi vengono fatti prigionieri; essi saranno deportati a gruppi nelle pi
diverse regioni, dalla Siria al remoto Khorasan e di loro non si sapr mai pi
nulla.
Ma il peggio doveva ancora venire. Pietro l'Eremita aveva lasciato il campo
per Costantinopoli. L'intenzione era quella di chiedere al basileus aiuti e
concrete promesse d'assistenza. Quello che trasportavano i marinai greci si
era rivelato paurosamente insufficiente e le razzie non servivano ad altro che
a rinfocolare gli odi fra le varie popolazioni del campo, odi mai sopiti ma
sempre covanti sotto la cenere.
Durante l'assenza della guida spirituale, i capi campo decidono di riunirsi
per discutere la strategia da adottare in conseguenza dell'episodio di
Xerigordon. Ecco riuniti quindi Gualtiero Sans-Avoir, il suo omonimo di
Breteuil, Folco d'Orlans, Ugo di Tubinga, Gualtiero di Teck, Rinaldo di
Breis, Goffredo Burel. Fra le varie tesi presentate quella che si impone  la
meno accorta. E' il progetto di Goffredo Burel, il pi acceso fra quanti
prendono parte alla Crociata. Goffredo intende marciare contro i Turchi,
sorprenderli nei loro covi e farne polpette. E' certissimo dell'esito
favorevole dell'impresa.
21 ottobre 1096. Pi di ventimila Crociati in pieno assetto di guerra lasciano
il campo. Nei dintorni di Helenopolis hanno posto di guardia pochi soldati;
rimangono naturalmente i vecchi, le donne, i bambini. Hanno appena fatto
qualche miglio quando succede l'irreparabile. I Turchi, evidentemente
preavvisati da spie che si trovano nel campo, hanno predisposto accuratamente
un agguato. Le file crociate si sono appena messe, infatti, in ordine di
marcia, che vengono fatte segno a una grandinata di frecce e di colpi di
frombola. Presi di mira sono soprattutto i cavalli, la cui caduta suscita lo
scompiglio e il terrore. E nel caos seguito alla sorpresa, la cavalleria
saracena ha buon gioco nell'attaccare i fanti e la retroguardia, mentre altri
devastano il campo non risparmiando nessuno.
Poche ore dopo, ogni cosa era finita. Dei quarantamila uomini ne rimanevano in
vita ben pochi. Avevano avuto salva la vita le donne pi giovani e i
fanciulli, deportati come schiavi; erano riusciti a scampare all'eccidio circa
tremila Crociati che si erano asserragliati in un vecchio fortilizio sulla
riva del mare dove avevano improvvisato una resistenza con la forza della
disperazione; si erano salvati fuggendo a cavallo Gualtiero di Breteuil,
Enrico di Schwarzenberg, Federico di Zimmern, Rodolfo di Brandis, Guglielmo di
Poissy e Goffredo Burel; ma molti di loro erano feriti in modo piuttosto
serio. Erano invece morti tutti gli altri; morto Gualtiero Sans-Avoir (che
aveva gi perduto lo zio, Gualtiero di Poissy, nei pressi di Filippopoli),
morto Ugo di Tubinga, morti gli altri due fratelli Zimmern, Corrado e
Alberto...
Solamente il provvidenziale arrivo di qualche nave dell'imperatore di Bisanzio
eviter ai superstiti di venire massacrati a loro volta. Un arrivo sollecitato
appositamente in seguito a una richiesta d'un Crociato, che nottetempo sarebbe
riuscito a prendere il mare recandosi fino a Costantinopoli per avvisare
Alessio Comneno. Non si sa poi se quest'ultimo sia stato addolorato della fine
fatta dalla spedizione o non piuttosto si sia rallegrato di vedere il primo
ostacolo e la prima minaccia per i suoi confini finita in modo cos orribile e
inglorioso... Certo si  che le navi bizantine, presi a bordo i pochi
superstiti, li trasporteranno a Bisanzio sani e salvi ma disarmati.
Abbiamo parlato della prima minaccia: la Crociata popolare era infatti la
prima; rimaneva la seconda, quella dei nobili, quella che rappresenter la
Crociata vera e propria insomma. Comunque sia, era gi tanto che quell'orda di
predoni fosse sparita nel nulla, inghiottita dal suolo nel pi grosso massacro
di quegli anni. Tutto dipendeva adesso dal modo con cui Alessio sarebbe
riuscito a spedire via da Bisanzio i nobili e i cavalieri della seconda
ondata...
Se la fine della crociata promossa da Pietro l'Eremita era stata ingloriosa,
non meno tragica sar la sorte che incontreranno il terribile Emich von
Leisingen e Gottschalk: questi, dopo aver massacrato ebrei un po' dappertutto,
si era presentato alle porte di Wiesselburg chiedendo al re il permesso di
transito per il territorio magiaro. Il permesso era stato inizialmente
concesso, poi, di fronte al solito comportamento (saccheggi, devastazioni,
incendi), gli Ungheresi erano piombati sui Crociati a Stuhlweissenburg e ne
avevano fatto scempio. Gottschalk, dopo un fallito tentativo di fuga, verr
catturato e i suoi uomini saranno passati per le armi. Rimaneva adesso da
affrontare il ben pi temibile Emich. A costui il re magiaro oppose un divieto
di transito sul suo territorio. Emich face finta di non aver ricevuto alcun
ordine e valic ugualmente la frontiera. I combattimenti con le truppe del
feroce tedesco si protrassero per pi settimane (pare che durassero una
quarantina di giorni). Alla fine, di fronte alla fortezza di Wiesselburg, le
truppe di Emich vennero sopraffatte e la maggior parte degli uomini fu uccisa
sul campo. Emich riusc per a fuggire e con numerosi suoi seguaci riguadagn
la frontiera tedesca. Altri, invece, fra cui alcuni Francesi, dopo esser
scampati al massacro si unirono a gruppi che tentavano per la prima volta la
spedizione verso la Palestina.
Quanto invece alla cosiddetta Crociata dei cavalieri ecco come andarono le
cose. Alberto di Aix aveva definito questa seconda ondata come formata,
oltrech di gente di alto lignaggio, anche da spergiuri, ladri e assassini.
Non foss'altro che per la vastit del movimento cui aveva dato luogo, la
Crociata dei nobili partir parecchio tempo dopo quella, pi caotica e
irrazionale, di Pietro l'Eremita. L'esercito dei nobili si componeva di cinque
corpi principali di cui daremo qualche cenno. Il primo di questi corpi era
formato da gente della Lorena, della Renania della Normandia e della Bretagna.
Fra questi cavalieri c'erano il celeberrimo Goffredo di Buglione e i suoi
fratelli, Eustacchio e Baldovino di Boulogne. Essi, seguendo la via di terra,
arriveranno a Costantinopoli il 23 dicembre 1096.
Ma per arrivare alla notevole cifra di circa centomila cavalieri, quale
riporteranno quasi tutti i cronisti, occorre considerare adesso gli altri e
pi numerosi gruppi. Nonostante le defezioni avvenute lungo il cammino e i
ripensamenti (che obbligarono parecchi, incuranti della scomunica di papa
Urbano II, a gettare alle ortiche o a vendere al primo offerente le armi e a
ritornarsene mogi mogi in patria), numeroso sar il gruppo di fiamminghi e
frisoni. Questi, discesi al sud, si imbarcheranno a Bari e raggiungeranno
Costantinopoli nella primavera dell'anno successivo, il 1097. La figura di
maggior spicco era senza dubbio quella di un cavaliere senza macchia e senza
paura come il conte Roberto di Fiandra. Vi era poi un terzo gruppo nel quale
brillava un cavaliere come Raimondo di Saint-Gilles, conte di Tolosa e
marchese di Provence, il quale giunger con i suoi sotto le mura della
capitale di Alessio Comneno, nel mese di aprile, all'incirca insieme ai
colleghi fiamminghi e frisoni, avendo per seguito un itinerario completamente
diverso: era infatti passato per la Lombardia, la Dalmazia e l'Epiro.
Il nucleo per pi interessante, e per il fatto che si trattava di cavalieri
insediatisi sul suolo italiano e per l'essere fra i pi agguerriti e
combattivi che mai parteciparono alla Crociata e per l'avere alla testa un
personaggio senza alcun dubbio davvero singolare, un misto fra il brigante
d'alto bordo e l'avventuriero, fra il coraggioso spadaccino e il crudele
sovrano orientale, cio Boemondo di Taranto, il gruppo pi interessante
dicevamo,  quello normanno; questo comprendeva, oltre ai normanni beninteso,
anche molti signorotti e cavalieri italiani dell'Italia meridionale. Altra
figura di primo piano, oltre a Boemondo, era in esso quella di Tancredi, il
nipote di Guiscardo, il celebre Roberto il Guiscardo insomma. Tutti questi
Normanni e i loro compagni Siciliani, Calabresi e Pugliesi fecero capo a
Brindisi, donde s'imbarcarono alla volta di Durazzo. Qui giunti proseguirono
via terra in direzione di Costantinopoli.
I pi lenti a muoversi saranno per i Francesi dell'Est e della Francia
centrale, che inizieranno a confluire verso Costantinopoli solo agli albori di
maggio, maggio 1097... Li guidava Roberto Courte-Heuse. Goffredo di Buglione
intanto aveva gi lasciato Costantinopoli fin dalla seconda met di febbraio
dello stesso anno...
Indubbiamente crediamo che non vi fu nulla di pi pittoresco di queste
partenze di armati e cavalieri. Ciascuno con il suo gruppo di signorotti che
lo accompagnavano e il codazzo di servi e palafrenieri, tanto pi numeroso
quanto pi elevato era il lignaggio e il censo di chi partiva. Molti fra di
essi non facevano mistero delle loro ambizioni di conquista. Orifiamme al
vento, armi perfettamente in ordine, gualdrappe nuove di zecca, scudieri e
armigeri dietro, partivano effettivamente come se si trattasse di compiere una
lunga spedizione militare e non un pellegrinaggio e tanto meno la liberazione
del Santo Sepolcro. Parecchi di loro, anzi, sapevano perfettamente che non
sarebbero mai pi ritornati, non perch si aspettassero la morte beninteso, ma
perch avevano ben in mente di crearsi un feudo quanto pi grande fosse stato
loro possibile in terra d'Asia.
Ed ecco come nella Chanson d'Antioche verranno visti questi cavalieri: Hanstes
ont fort et roiJes  gonfalons plis; Bien list en lors eses et l'argent et
l'or tniers. Es abers et s elnes li fers et li aeier. Dunque  tutto uno
sfavillio d'armi e di cimieri, di scudi araldicamente partiti, di aste, d'oro
e d'argento con i quali sono ornate le armature. Cos, gonfaloni spiegati in
testa, questo composito esercito avanza.
Si  spesso detto che Alessio Comneno avr un terrore folle dei Normanni e
far di tutto per allontanarli dal proprio territorio: l'osservazione 
esatta. Alessio non avr pace fin quando non vedr Boemondo e i suoi uscire
dai confini meridionali del regno... Terrore folle non vuol dire per che ci
si trovasse di fronte a un secondo esercito normanno alla conquista
dell'impero bizantino, anche se probabilmente qualcosa del genere nel capo di
Boemondo di Taranto, che in patria non aveva nulla da guadagnare,
effettivamente frull. Non bisogna pensare, infatti, che la Crociata dei
nobili fosse qualcosa di compatto o che i signori di maggior rinomanza
avessero davvero il ruolo di duci e comandanti della spedizione. Neppur per
sogno. La Crociata non faceva che portare in Oriente un lembo di feudalesimo,
preso cos com'era, con le sue divisioni intestine, le sue rivalit, il
desiderio di salvare ad ogni costo i propri privilegi. Non esisteva quindi un
capo in senso assoluto, esistevano per, fra gli altri, nobili che avevano
qualche voce in capitolo, o perch effettivamente pi potenti e con maggiore
disponibilit di denaro, o perch si erano gi acquistati la fama di esperti,
essendosi battuti contro i mori di Spagna, come per esempio era il caso di
Tommaso di Marle, signore di Coucy, di Guglielmo di Charpentier e di
Clarembaud de Vendeuil...
Fra i tre nominati quello che per era famoso sopra tutti era senz'altro
Guglielmo, detto appunto Charpentier, non perch avesse lontane origini
artigiane, ma perch era solito battersi in battaglia impugnando la spada a
guisa di un'ascia e menando colpi all'impazzata, con velocit incredibile,
come un provetto carpentiere. In altre parole Guglielmo era un vero
mestierante della guerra con in pi un... tocco d'originalit.
Se manca un'autorit centrale, c' per un personaggio gi da noi nominato che
gode di un'indiscussa autorit fra i nobili Crociati. Questi  il legato
pontificio Ademaro di Monteil che, come dir il Funck-Brentano: reprsente une
autorit comparable  celle du roi au sommet de la France fodale, un'autorit
come quella regale: non c' che dire, significa che il suo potere su quelle
masse mobilitate dalla parola di Urbano II  davvero notevole. Questa parola
papale era stata la calamita che aveva attirato tante ambizioni, fondendole in
un solo crogiolo, gettandole allo sbaraglio sulla Palestina, facendole
intraprendere cammini interminabili nelle condizioni pi disagevoli. Era stata
una parola, quella di Urbano, che pur pronunciata nei riguardi di chiunque, si
era per volta, per ragioni di forza maggiore e di convenienza, onde
assicurare pieno successo all'impresa, agli onesti; per anche gli altri, come
si  detto, non erano stati dimenticati, tant' vero che il papa dir
espressamente: Coloro i quali fino a questo istante furono dei briganti,
diverranno dei soldati; quelli che persero il proprio tempo a combattere i
propri fratelli e i propri parenti, adesso combatteranno in piena legittimit
contro gli infedeli; quelli inoltre che per quattro denari si rendevano
mercenari, meriteranno adesso la ricompensa eterna...
Quell'adesso, stava a significare una volta che avessero aderito alla
Crociata...
E il giorno 15 agosto 1096 tutta quella marea di persone, conformemente agli
ordini di Urbano che aveva fissato quel giorno per la partenza, puntualmente
si metter in marcia. Era senza dubbio il movimento pi corale che mai si
fosse verificato in Europa fino a quella data. Con tutta probabilit infatti i
partecipanti alla prima Crociata, famigli e servi compresi, pellegrini e
poveracci, contadini e cavalieri, arrivano a una cifra che, considerata la
scarsa popolazione di quei tempi, d le vertigini: oltre un milione di
persone, un vero mare formicolante di croci cucite sulle spalle...
Ecco quindi Ugo, il conte di Vermandois, lasciare per primo il suo castello.
Ugo era chiamato le maisn, cio il piccolo, il minore (ancora oggi sopravvive
nel dialetto piemontese la parola con la forma masn, nel senso di fanciullo
appunto). Questo Ugo aveva per passato da tempo l'adolescenza; al momento in
cui si mette in cammino con il suo seguito alla volta di Gerusalemme, aveva
infatti circa quarant'anni; rappresentava il classico esempio di nobile che
non avendo grandi prospettive in patria preferiva cercare l'avventura.
Infatti, a ben vedere, per lui il futuro sarebbe stato certamente grigio,
nonostante fosse il figlio cadetto di Enrico I di Francia e della principessa
di Kiev, Anna, una scandinava. La sua situazione era insomma uguale a quella
del pi interessante fra i capi virtuali della Crociata dei nobili, vale a
dire colui che abbiamo gi nominato, Boemondo di Taranto. La situazione di
quest'ultimo era indubbiamente difficile. Alla morte di Roberto il Guiscardo
gravi contrasti erano sorti nella famiglia e Boemondo si era trovato presto in
lite con suo fratello Ruggero e guerreggiando contro di lui era riuscito a
impadronirsi della citt di Taranto e di una fascia costiera attorno alla
citt stessa. Nella disputa era intervenuto con funzioni di paciere anche lo
zio di Boemondo, Ruggero di Sicilia, il quale non era per riuscito a calmare
lo spirito irrequieto del nipote. Questi aveva allora pensato, dopo aver
riflettuto a lungo sulle scarse possibilit che gli offriva la resistenza di
suo fratello e di suo zio che gli teneva bordone, di unirsi alla Crociata e di
crearsi in Oriente quella fetta di potere che si vedeva negata in patria. Sar
tuttavia, come abbiamo detto, la migliore pedina che mai l'esercito cristiano
abbia avuto. Uomo dal coraggio indomabile e dalle mille astuzie, baster un
solo episodio a illustrarne le doti.
Durante la battaglia di Antiochia c'era fra le file crociate un contingente
bizantino, uomini mandati da Alessio Comneno per aver giornalmente un panorama
della situazione e per rammentare ai Crociati le promesse fatte
all'imperatore. Per sbarazzarsi di quell'incomoda presenza, Boemondo arriver
a seminare fra i Bizantini la certezza che i Franchi tramavano ai loro danni;
naturalmente i soldati di Alessio non si faranno ripetere il tacito invito e
fuggiranno a gambe levate da quel campo di infedeli e mentitori. Fuggiti i
Bizantini, Boemondo si presenter trionfante ai Franchi dicendo che quei
traditori di Bizantini avevano abbandonato i Crociati al loro destino; tanto
valeva quindi mancare ad ogni promessa fatta ad Alessio Comneno, dato che i
soldati di lui non sapevano mantenere la fedelt al campo cristiano...
Questo  Boemondo: crudele e cinico, valoroso e sprezzante del pericolo,
ambizioso e insofferente d'ogni disciplina, capace di metter mano alla spada
per ogni sciocchezza, in guerra secondo a nessuno. Altrettanto ambizioso,
anche se forse non pari in valore  il celebre (anche troppo) Goffredo di
Buglione, duca della Bassa Lorena. Poco pi che trentenne, questo discendente
di Carlo Magno da parte di madre, era un cavaliere senza un soldo; infatti
aveva ricevuto per tutto possesso la contea di Anversa e il feudo di Bouillon,
sperduto nelle Ardenne. Il ducato di Lorena gli era poi stato elargito pi
come carica onorifica che altro, per cui questo combattente aveva aperto le
orecchie al richiamo della Crociata. Era forte, Goffredo, di una forza
addirittura mitica; altissimo, biondo, maneggiava la spada come una clava e
dar spesso prova della sua incredibile possanza con il tranciare di netto pi
teste alla volta.
Goffredo aveva due fratelli, Eustachio, conte di Boulogne, e Baldovino. Il
primo, ricco e dai feudi tranquilli, non si capiva bene perch se ne fosse
venuto al seguito di Goffredo alla Crociata; non far, infatti, che
rimpiangere per tutto il tempo le sue terre al di l del mare. Il secondo,
Baldovino, era il pi povero della famiglia, ancor pi povero di Goffredo.
Aveva quindi tutto da guadagnare e nulla da perdere in quella spedizione. I
tre fratelli avevano naturalmente trascinato dietro di s un vero codazzo di
nobili e feudatari minori; c'era nel gruppo il loro cugino, Baldovino di
Rethel, c'era Baldovino II di Hainault, Baldovino di Stavelot, Rainaldo conte
di Toul, Garnier di Grez, Dudo di Konz-Saarburg, Pietro di Stenay, ecc.
Per il reame bizantino tutta questa gente significava una cosa sola:
difficolt a non finire; e queste non mancheranno. Goffredo di Buglione
saccheggia e incendia le case di Pera, arriva ad attaccare la stessa Bisanzio
al di l del Corno d'Oro; Boemondo semina rovine in Macedonia; Raimondo di
Tolosa se ne arriver con una schiera di prigionieri dalmati orribilmente
mutilati, che accompagnavano le sue truppe a guisa di monito vivente per
quanti avessero voluto attaccarle; la citt di Roussa viene saccheggiata da
cima a fondo e solo il pronto intervento delle truppe bizantine che
impartiranno una dura sconfitta ai Francesi impedir pi gravi episodi di
violenza...
Questa gente, indurita dalle battaglie e dalle privazioni, spinta sempre pi
in avanti da un'ambizione sfrenata, avrebbe potuto causare la rovina
dell'impero di Alessio Comneno, il quale eviter di un soffio la catastrofe
elargendo doni a non finire, vettovagliando le truppe perch non si
abbandonino a saccheggi indiscriminati, ricevendo a palazzo notabili e capi
militari. Molti di essi rimarranno letteralmente stupefatti di fronte alla
raffinatezza della corte bizantina; apriranno gli occhi increduli, di gente
rozza e dalla vita in fondo provinciale, quando verranno introdotti nella
celebre sala di musica ottagonale in cui le note di un organo invisibile
aleggiavano nell'aria. Fra le colonne vi erano degli alberi completamente
d'oro, dalle foglie formate di sottili lamine finemente lavorate, e sui cui
rami si muovevano grazie a complicatissimi meccanismi invisibili piccoli
uccelli in oro, argento e pietre preziose che fischiavano e cantavano, veri
perfezionatissimi antenati dei cuc della Foresta Nera. Quello sfavillio di
gemme e di pietre preziose, di arazzi e di tappeti non aveva mancato di
accendere sguardi cupidi in pi di un cavaliere, che era stato soltanto
tacitato dai munifici doni sparsi a piene mani da Alessio Comneno. D'altra
parte l'imperatore di Bisanzio avrebbe fatto di tutto pur d'allontanare da s,
al pi presto, quel potentissimo esercito crociato che tanto danno gli aveva
causato e gli stava provocando.
E c'era poi, pur sempre, la speranza che alla fine avrebbe potuto servirsi di
loro per recuperare quelle terre che i Turchi gli avevano strappato. E i primi
avvenimenti sembreranno dargli ragione...
15 maggio 1097. L'esercito crociato cinge d'assedio Nicea. Sovrasta tutti e
viene da chiunque rispettato Boemondo di Taranto, la cui autorit sembra
prevalere su quella altrui, nonostante come numero di soldati non possa certo
competere con quello degli altri... colleghi. Un assedio che pu presentare
notevoli prospettive di riuscita, grazie alle macchine da guerra fornite da
Alessio Comneno, grazie ai viveri e alle munizioni trasportate dalle navi
bizantine, grazie alle truppe dello stesso imperatore che, in guisa di corpo
di spedizione con compiti di appoggio tattico e controllo, seguivano i
Crociati. Lo stesso Comneno d'altra parte era presente all'assedio, anche se
aveva posto il proprio campo il pi distante possibile da quello crociato.
Osserviamo adesso un momento la cartina. Da Crispoli e Calcedonia,
immediatamente al di l del Bosforo, partiva una strada militare la quale
andava serpeggiando lungo la costa del Mar di Marmara fino alla citt di
Pelacanum, proseguendo poi sino a Nicomedia e da qui arrivando, attraverso una
zona sempre pi arida, fino al lago Sophor. A Sophor la strada imperiale
deviava bruscamente a sud aggirando l'altopiano per giungere a Nicea. Nicea
era il vero crocicchio, il punto di volta dell'intera rete. Infatti da l
partiva l'altra strada militare che ritornava verso nord-ovest in direzione di
Helenopolis, costeggiando prima il lago Ascanio poi il fiumiciattolo Dracon.
Un'altra strada, seguendo la sponda meridionale del lago, arrivava fino a
Prusa, quasi alle falde del monte Olimpo, mentre una terza lungo gli abitati
di Malagina e di Dorileo giungeva fin nel cuore dell'Asia minore.
Ecco quindi il previdente Comneno mandare sul lago Ascanio una flottiglia di
leggere imbarcazioni sulle quali vi erano dei mercenari arabi che avrebbero
avuto il compito di assalire Nicea dalla parte opposta a quella in cui
l'attacco veniva sferrato dalle truppe crociate. Il pericolo che la citt
venisse messa a ferro e a fuoco dai barbari occidentali era notevole.
L'assedio, nonostante la valentia dei difensori i quali avevano tutte le
intenzioni di vendere cara la propria pelle, era ormai alla fine, una fine che
poteva giungere unicamente con la vittoria dello strapotente campo crociato.
Allora Alessio Comneno che voleva s rientrare in possesso di Nicea, ma non
certo trovarsi di fronte a un cumulo di rovine e a montagne di cadaveri,
ricorse ad un abile stratagemma; mand dei parlamentari a trattare la resa dei
Turchi i quali accondiscesero, a condizione che la citt venisse occupata
unicamente dalle truppe bizantine. Alessio non aspettava altro. Attraverso la
via del lago Ascanio, i Bizantini occuparono silenziosamente la citt,
permettendo alle truppe turche l'esodo alla chetichella.
Il 19 giugno 1097, mentre dal campo crociato si stava sferrando l'attacco
decisivo, improvvisamente apparvero sugli spalti gli orifiamma e gli stendardi
dell'imperatore Alessio, il quale arriver ad ammettere i Crociati nella citt
solo a sparuti gruppi per volta e disarmati per giunta. Questa volta il colpo
gobbo era davvero riuscito: Nicea tornava sotto la sovranit di Alessio
praticamente senza colpo ferire, indennizzandolo cos, sia pure parzialmente,
delle ingenti spese cui era andato incontro per evitare che i Crociati
devastassero ogni cosa sul suo territorio. Per il furibondo signore di Taranto
non rimaneva che far buon viso a cattivo gioco e, data la posizione di forza
in cui veniva cos di botto a trovarsi l'imperatore, rinnovare nelle mani di
quest'ultimo il giuramento di fedelt. Alla beffa si aggiungeva lo scorno.
20 ottobre 1097. I crociati arrivano ad Antiochia. Non si sa bene come siano
riusciti ad arrivare sin qui, nel cuore della Siria con tutto quello che hanno
sofferto. I Saraceni avevano adottato la tattica della terra bruciata, non
lasciando in piedi un solo villaggio, inquinando tutti i pozzi, distruggendo i
pochi campi. Il loro armamento pesante su quelle aride alture, sotto
l'immobile calura estiva, si rivelava quanto di pi funesto vi fosse. I dardi
solari si riverberavano sul luccicore delle corazze e dentro quella specie di
torre ferrea il cavaliere soffriva le pene dell'inferno, come se fosse stato
messo a cuocere entro un forno; eppure abbandonare la corazza o lo scudo, cosa
che molti avevano fatto, presi dalla disperazione, poteva costare la vita.
All'improvviso, dal niente, in quel biancore accecante, ecco in una nuvola di
polvere apparire la leggera cavalleria turca; una pioggia di dardi poi pi
nulla, gli attaccanti essendo stati risucchiati da quel deserto di pietre e di
sterpi rinsecchiti da secoli. Rimanevano a contorcersi orribilmente sul
terreno i cavalieri crociati che imprudentemente avevano abbandonato lungo la
via la cotta di maglia o l'usbergo. Reggere sotto quel sole, lungo quei
sentieri a malapena tracciati sui fianchi dei monti, quei pesantissimi scudi
triangolari, l'ascia che pendeva dalla spalla, lo spadone che, sospeso alla
correggia di cuoio creava un vero solco sull'omero, era pi che essere
sottoposti alla tortura. E prima uno, poi gli altri si risolvevano a
sbarazzarsi (per pochi soldi se trovavano delle carovane di mercanti, per
niente se non c'era nessuno in vista) di quelle armi preziose, costate tanto
denaro.
Molti, pi prudenti e previdenti, avevano gi dichiarato forfait all'assedio
di Nicea e si erano messi sotto la tutela dell'imperatore di Bisanzio che li
aveva arruolati nelle proprie truppe. Quelli che avevano deciso di proseguire
stavano adesso soffrendo il loro calvario.
La sete era per la tortura peggiore. Invano ci si strofinava le labbra con
uno spicchio d'aglio, invano si beveva il sangue dei cavalli uccisi. Ecco come
descrive quell'esercito messo a terra dalle condizioni naturali, il cronista
Foucher: Voi avreste riso o piuttosto vi sareste messi a piangere nel veder
quanti di noi, mancando i cavalli, avevano ammonticchiato le loro cose sul
dorso dei maiali, delle capre, delle pecore, perfino dei cani: c'era di tutto,
vestiario e vettovaglie. La schiena di quelle povere bestie era in breve
divenuta tutta una piaga... e si vedevano dei cavalieri procedere stancamente
a dorso di bue...
Molti, a causa della calura e dell'arsura, cadevano sfiniti lungo la via,
cadaveri messi a costellare come pietre miliari il cammino seguito dai
Crociati. E vedrete molti cimiteri lungo i campi, lungo le strade, cimiteri di
tombe di Crociati... sono parole di Foucher. Come dir invece Guiberto, quei
cristiani attraverso localit deserte e lontano dalle strade, si erano spinti
in un paese inospitale, senza un'anima o una goccia d'acqua...
Nell'esasperazione degli animi fioriscono a non finire i dissidi e i duelli;
Fiamminghi contro Valloni, Greci contro Armeni, Francesi contro Normanni,
Italiani contro Spagnoli, Renani contro Tedeschi... e chi pi ne ha pi ne
metta. A tutto aggiungasi la confusione dovuta alla vera babele di lingue e di
dialetti, ai diversi usi e costumi. In pi le rivalit fra i capi che sono
ferocissime. Di fronte alla citt di Tarso il duca di Puglia, Tancredi, litiga
a morte con Baldovino di Boulogne, il fratello di Goffredo di Buglione. Solo i
numerosi tentativi degli altri Crociati potranno mettere un po' di acqua su
quel fuoco di discordia. Baldovino ricever la citt di Tarso, Tancredi
s'accontenter di una cittadina nella parte pi fertile della Cilicia, Adana,
e del paese di Missis sulla riva destra del Djihoum...
Comunque sia, a piedi, caracollando sui buoi, trascinandosi dietro i cani...
portatori, i Crociati arrivano sotto le mura di Antiochia. Fino al 1085 anche
questa citt era stata sotto l'egida bizantina, prima di cadere preda, come
tante altre, dei Turchi selgiucidi. Alessio spera ardentemente di poter
ripetere con essa il colpo che gli era riuscito cos bene con Nicea. Ma,
malauguratamente per lui, le condizioni questa volta sono davvero differenti.
L'esercito crociato non ha neppur pi la parvenza di un esercito. Desidera una
cosa sola: rifarsi di tutte le sofferenze subite, trarre il massimo vantaggio
dalla conquista. E Costantinopoli  ormai un ricordo lontano.
I dintorni d'Antiochia erano ricchissimi di ogni ben di Dio; selvaggiamente
distruggendo in brevissimo tempo ogni cosa, quello che era una specie di
paradiso terrestre si ridusse di l a poco a un deserto e gi
all'approssimarsi del Natale i viveri cominciarono un'altra volta a
scarseggiare. Fra coloro che cominciarono a diventare pessimisti troviamo,
guarda caso, Pietro l'Eremita. L'astuto monaco, dopo aver atteso a
Costantinopoli l'arrivo dei nobili, si era unito al grosso dell'esercito nella
speranza di rifarsi un po' dello scacco subito. Adesso, dopo tante
vicissitudini, cominciava a pensare di trovarsi in un paese davvero stregato
se a ogni pie' sospinto si era all'orlo della rovina. Guardando le provviste
scemare di giorno in giorno, vedendo lo spettro della fame avvicinarsi sempre
di pi, Pietro aveva deciso di abbandonare ogni cosa e tornarsene a Bisanzio
per rimettersi un po' in forze.
Di uguale parere era anche stato Guglielmo Charpentier, il visconte di Melun.
Guglielmo era di quelli che vedeva con preoccupazione il continuo
assottigliarsi delle file crociate e lo scarso bottino che sinora si era
fatto, bottino che non ricompensava certamente delle fatiche sopportate. Cos,
con qualche sparuto nucleo di armati, Guglielmo e Pietro avevano abbandonato
il campo. Ma erano stati presto riacciuffati dai soldati dell'indomabile
Tancredi; il pi feroce contro di loro si era poi dimostrato Boemondo di
Taranto il quale voleva addirittura mettere a morte il valoroso Charpentier.
Ma Guglielmo, di quella Crociata non voleva pi saperne; era davvero stufo;
non riusciva poi a comprendere quali vantaggi mai avrebbe potuto conseguire
dal rimanere accanto agli altri a combattere, mettendo a repentaglio la vita
dei pochi suoi fidi. Per tutta la notte Guglielmo rimarr comunque nella tenda
del furibondo principe di Taranto, accoccolato sulla nuda terra. Per tutta la
notte sentir sospesa sul suo capo la spada di Damocle e temer per la propria
vita. Per tutta la notte udr la voce sovreccitata del Normanno che gli
rimproverer aspramente la sua con dotta e che ricorder un analogo episodio
accaduto al tempo della guerra di Spagna allorch, dovendo combattere contro i
Mori, Guglielmo aveva preferito svignarsela e ritornarsene a casa. Solo
l'intervento dei pi influenti cavalieri riuscir a strappare il malcapitato
Guglielmo dalle grinfie dei Normanni che si stavano rivelando i pi accaniti e
bellicosi di tutti i Crociati, quelli che sarebbero andati, lo si avvertiva,
fino in fondo, costasse quel che costasse.
Morale, il mattino seguente una delegazione di cavalieri si recher a
intercedere per Guglielmo alla tenda di Boemondo di Taranto. Dopo mille
insistenze riusciranno a ottenere la libert dell'incauto Charpentier il quale
dovr per giurare solennemente di seguire i Crociati fino alla conquista di
Gerusalemme. Lo stesso giuramento avrebbe dovuto fare Pietro l'Eremita. E
Guglielmo giura... ma con riserva mentale; infatti non appena si ripresenter
l'occasione se ne fuggir con i suoi dopo aver organizzato la fuga in modo pi
accorto; e non verr mai pi ripreso...
Che Guglielmo avesse visto giusto nel prevedere altre difficolta era chiaro.
Dopo aver devastato i luoghi attorno ad Antiochia, protraendosi l'assedio
oltre ogni previsione, i Crociati stavano adesso imparando che cosa volesse
dire carestia. Scene incredibili, gi da noi anticipate nelle pagine
precedenti, si ripeteranno fino a divenire un fatto consueto. Ecco come
descrive una di queste la celebre Chanson d'Antioche: Pietro l'Eremita sedeva
di fronte alla sua tenda; venne il re dei ribaldi seguito da un codazzo di
persone, pi di mille, gonfi per la fame che li attanagliava: Signore,
consigliateci voi, per carit di Dio, dato che noi stiamo morendo
letteralmente di fame. E Pietro rispose: E' l'espiazione dei vostri peccati;
adesso andate, prendete quei Turchi che giacciono l, morti, si riveleranno
buoni da mangiare purch cotti e salati...  E il re dei ribaldi: Voi dite una
cosa giusta.
E questo sovrano di una masnada di pitocchi, ci che rimaneva dei pellegrini
al seguito della Crociata, radun quei diecimila disperati, dagli occhi
scavati e lucidi di follia, dal corpo scheletrito, nudo sotto i quattro
stracci e, sotto gli occhi dei Turchi che dall'alto delle mura aguzzavano lo
sguardo, incominci lo spaventoso banchetto, mentre il lezzo della carne
bruciata si spandeva orribilmente all'intorno... E non bastando i Saraceni
uccisi nelle sortite, non bastando i pochi prigionieri, ecco quella marea
famelica spandersi all'intono alla ricerca di cadaveri da fare a pezzi:  ...e
corsero al cimitero, disseppellirono i corpi, li ammonticchiarono in un luogo
gettando quelli putrefatti nel fiume, scorticando gli altri e facendoli
seccare al vento...
Era davvero la fine di ogni ideale, la morte dell'uomo, l'abominio fatto
sistema di sopravvivenza. Nulla da stupirsi quindi che, ben presto, la peste
cominciasse a mietere vittime su vittime. Ma era comunque scritto che questo
non fosse n l'unico episodio di cannibalismo n che nei giorni successivi le
bande di pitocchi si sarebbero astenute dal ricorrere a una cos comoda fonte
di vettovagliamento, ancorch dipendente dalle alterne sorti della battaglia,
tanto che nelle cronache crociate correr il detto che: cadavere di saracino 
migliore del prosciutto al mattino.
Al macabro si aggiungeva il grottesco, all'inaudito l'accettazione di un fatto
divenuto realt quotidiana; orrore e tragedia si davano il braccio procedendo
uniti sulla strada che portava alla Citt Santa. Per giunta l'intero campo
crociato era caduto in preda a una promiscuit senza paragoni. Alle donne che
erano partite al seguito dei cavalieri si erano aggiunte quelle che erano
state catturate lungo la strada come preda bellica: slave, turche, circasse,
armene, greche. Le loro condizioni di vita erano semplicemente inenarrabili,
tanto che in una seduta di consiglio i maggiorenti e i capi militari decisero
di sbarazzarsene e di mandarle nei villaggi vicini che erano caduti nelle mani
dei pellegrini, aggravando cos le loro condizioni gi precarie. Con esse
venivano allontanati tutti i bambini che ancora sopravvivevano, dato che
quelli nati lungo il cammino morivano come le mosche per le spaventose
condizioni igieniche e gli stenti.
Molti allora avevano tentato un'estrema via d'uscita. Nottetempo, eludendo la
sorveglianza e crociata e turca si erano riversati sulla costa, dove avevano
preso posto a centinaia sulle barche di pescatori, facendosi quindi portare a
Cipro nella speranza di trovarvi migliori condizioni di sopravvivenza. Costoro
saranno forse i pi lungimiranti, riuscendo con gli anni a mescolarsi
all'elemento greco della popolazione dell'isola.
Il 29 marzo 1098, riuscir a prendere il largo nientemeno che il capo
riconosciuto del campo crociato: tienne de Blois, conte di Chartres, il
marito di Adele, figlia di Guglielmo il Conquistatore. Era lui che presiedeva
il consiglio dei crociati, lui che portava lo stendardo principale, lui che
aveva la parola nei contatti diplomatici facendo insomma da oratore
ufficiale... La sua fuga getter la costernazione nel campo crociato facendo
scuotere il capo a Boemondo di Taranto il quale desiderava adesso una sola
cosa: impadronirsi d'Antiochia e farne il suo feudo personale. E questo
desiderio di bottino era, si pu dire, la sola cosa che muovesse ancora i
Crociati.
Baster un solo fatto a confermarlo. Durante una delle numerose sortite, che
causavano un gran numero di perdite da entrambe le parti, i Turchi che ancora
resistevano nella citt di Antiochia, avevano avuto poco tempo per portare gli
uccisi nello scontro dentro la cerchia delle mura. Nottetempo quindi avevano
scavato una larga fossa comune di fronte a una delle porte cittadine e vi
avevano gettato, cosi come si trovavano, i cadaveri dei loro compagni con le
loro armi. Al mattino per ecco avvicinarsi alla fossa, nonostante la
resistenza nemica, un folto stuolo di Crociati che comincia a dissotterrare
quei cadaveri. Li tireranno fuori uno per uno, li spoglieranno diligentemente,
s'impadroniranno delle loro armi e ributterrano quei corpi nella fossa dopo
averne mozzato il capo; questo verr invece portato al campo crociato per
poter fare l'inventario delle vittime causate al nemico. Poi quel macabro
bottino di vesti insanguinate, di scudi, di lance, di elmi sfondati, di monete
d'oro, di archi e di calzari verr tranquillamente spartito fra i partecipanti
alla triste impresa.
E tuttavia, nonostante gli sforzi crociati, Antiochia, con le sue numerose
torri e la triplice cinta di mura resisteva ancora. Se le armi si rivelavano
per incapaci di venire a capo di quella caparbia resistenza, pensava
Boemondo, occorreva arrivare con l'astuzia e la corruzione a impadronirsi
della citt. Ed ecco quindi, attraverso un complicato gioco di spie, Boemondo
riuscire a mettersi in contatto con un armeno divenuto, dopo aver abiurato,
vizir fra i Turchi. I cronisti ci tramanderanno il nome di questo figuro:
Firuz.
Promesse e concrete elargizioni in denaro persuaderanno Firuz ad aprire una
delle porte della citt e a permettere l'insediamento del nucleo di crociati
normanni che avrebbe creato il varco per l'espugnazione finale. Antiochia
aveva cosi i giorni contati. Infatti poco dopo l'assalto alla porta e il
tradimento di Firuz, i Crociati si spanderanno come un'orda di predoni fra la
popolazione atterrita. Non faranno affatto caso che la maggioranza degli
abitanti di turco non aveva neppure il nome. Per giorni interi si uccider, si
sacchegger, si brucer; tutto verr devastato; solo le donne verranno
risparmiate come genere prezioso; ammassate in temporanei campi di raccolta
verranno impiegate per il trastullo dei famelici crociati ebbri di vino e di
sangue; le pi belle saranno costrette a danzare fino allo sfinimento negli
innumerevoli banchetti che seguiranno ai massacri, le altre dopo esser servite
al diletto bestiale della truppa, ridotte a poveri cenci spiegazzati, verranno
massacrate, essendo divenute all'improvviso corpi inutili e febbricitanti,
lordi di sangue e di sozzura.
Questa dei Crociati sar per una gioia breve; gli assediati dopo tanto tempo
avevano pressoch esaurito le provviste accumulate in anni di duro lavoro, e
il poco rimasto era stato letteralmente volatilizzato dai conquistatori. Il 5
giugno, si profilava all'orizzonte, oltre alla carestia, un altro non meno
terribile pericolo: il califfo di Mossul avanzava a bandiere spiegate di
fronte a un esercito che sollevava nubi di polvere nella piana. Gli occhi
delle sentinelle crociate non riuscivano neppure a vedere il numero di quelli
che si stavano cosi paurosamente avvicinando; e nel delirio della paura
parleranno di mezzo milione di uomini... Certo che quell'esercito nemico era
davvero tale; immenso a dir poco e possente. Questa volta i Crociati avrebbero
avuto filo da torcere.
Ma, stranamente, quei soldati turchi non attaccheranno subito la citt; si
accontenteranno per il momento di tagliare il cordone ombelicale che univa
Antiochia al mare e alle navi che di continuo Alessio Comneno mandava cariche
di vettovaglie, nella speranza di poter un giorno metter lui le mani sulla
citt, una volta partiti i Crociati alla conquista di Gerusalemme.
Con il taglio dei viveri, come si direbbe oggi, la carestia che fino a quel
momento era aleggiata come uno spettro sul campo antiochiano diverr per
l'ennesima volta dura realt; si mangeranno le foglie di vite, i gatti, i
cani, i topi, i cavalli, i cammelli, qualunque animale ancora vivesse nei
dintorni e nella cinta della povera fortezza; solo i cavalieri pi elevati in
grado rifiutavano di ammazzare quei cavalli che rappresentavano il loro
maggior vanto, bestie che avevano portato con ogni cura dalla lontana Europa e
che erano costate loro un patrimonio. Tuttavia, spinti dall'inedia, alcuni di
loro ne berranno lentamente il sangue, cercando nel contempo di mantenere in
vita la povera bestia, come ogni tanto fa ancor oggi il beduino a corto di
risorse con il suo cammello. Ma non si poteva certo far morire dissanguato il
povero animale. Occorreva trovare dunque un'altra via d'uscita. E molti, anche
fra i pi valorosi, non la vedranno che nella fuga. Dalle mura di Antiochia,
nottetempo, scenderanno i disertori; saranno tanti e tanti che da questo
episodio nascer addirittura una parola: funambolo. Infatti  con l'aiuto di
corde e complicati equilibrismi che questi sciagurati si caleranno, nel
silenzio pi assoluto, lungo le alte mura per poi infiltrarsi attraverso le
linee nemiche seguendo i sentieri sui monti e marciando a tappe forzate verso
il mare; qui, con i pochi averi rimasti, s'imbarcheranno sulle navi di Alessio
alla volta di Bisanzio.
Gente che ritorner in patria sconfitta due volte; come cavalieri e come
uomini; gente che si vedr arrivare addosso la furibonda scomunica papale per
aver abbandonato in maniera cosi ignominiosa il campo crociato, venendo meno
al giuramento prestato. Gente che finir mestamente i propri giorni qualche
volta lungo la via, avendo la peste o le malattie contratte nella spedizione
orientale fatto breccia nel loro organismo. Cavalieri che arriveranno qualche
volta al proprio feudo pi miserabili dei pellegrini di Pietro, pi diseredati
dell'ultimo dei loro sudditi.
La vera storia delle crociate  questa; ed  ancora tutta da scrivere. La vera
realt della prima crociata  nel risvolto di queste prevedibili reazioni, di
queste defezioni, di questi pentimenti. La vera storia  quella di questi
ritorni, della faccia nascosta della medaglia; si svolge dietro le quinte del
movimento promosso da Urbano II. Chiss quando potremo leggerla. Chiss
quando, attraverso la storia di ogni singolo feudo, verr fuori quella di un
suo titolare che, partito al bando di Urbano, ritorn in un lontano giorno del
1098 o gi di li, nelle pi miserande condizioni... Quand' che potremo
leggere le pagine relative a questi cavalieri noti o oscuri? Quand' che ci si
dir che cosa avvenne dopo che lasciarono il campo crociato? In qual modo e
attraverso quali vicissitudini pervennero in patria?
Certo  una storia che potrebbe esser scritta, bench ne dubitiamo. Troppo
poco ci rimane di quel tempo ed i falsi incominciarono subito dopo. Guardiamo
infatti alla Chanson d'Antioche, da noi tante volte nominata. Ebbene
quest'opera del pellegrino Richard venne duramente violentata dai
rimaneggiamenti di Graindor de Douai e da quasi tutti i trovatori che presero
a cantare quel testo che in breve aveva raggiunto un'enorme popolarit. Non
c'era castello in cui non venisse presentato e non c'era famiglia di
partecipante alla Crociata, che ove compariva il nome di un parente, non
s'affrettasse a farci aggiungere dal compiacente trovatore versi e versi sulle
mirabolanti imprese di quel cavaliere, tutto falso naturalmente. E quei pochi
che nello scritto originario erano stati dipinti secondo la realt, verranno
trasformati dagli epigoni, desiderosi di acquistarsi benemerenza dal signore
ospitante, in guerrieri da Santo Graal, creature davvero senza macchia e senza
paura; l'agiografia, questa peste tremenda, questo esiziale cancro della
storia, cominciava a compiere le sue inenarrabili devastazioni.
12 giugno 1098. Al mattino i Crociati scoprono che fra i fuggiaschi vi sono
stati nientemeno che i fratelli Grandmesnil, Guillaume e Aubri; fuggito 
anche il signore di Monthlry, il conte Lamberto di Clermont-ls-Lige, e
tutti quelli del loro seguito che li hanno naturalmente imitati... Lo scacco
per i nobili rimasti nella citt era grave.
Due giorni dopo ecco la trovata di un monaco provenzale, Pietro Barthlmy, il
quale si presenta trionfante con in mano la lancia che secondo lui avrebbe
forato il costato di Ges Cristo. Mentre la maggior parte dei cavalieri rimane
scettica, numerosi soldati credono entusiasticamente al ritrovamento e
riprendono lena. Anzich ringraziarlo per quell'alzata d'ingegno, i signori e
i prelati al seguito della Crociata si metteranno a discutere per intere
settimane su quella lancia sospetta e tanto i pareri saranno contrastanti che
il povero disgraziato provenzale verr sottoposto all'ordalia. Ecco come si
svolsero i fatti.
E' l'8 aprile 1099. Dopo quasi un anno i giorni d'Antiochia sembrerebbero
morti e sepolti. E invece no. Sono ancora li che aspettano il giudizio di Dio.
Ed ecco che il poveretto viene allora trascinato davanti a un mare di braci
ardenti, sulle quali i Crociati fanno a gara nell'aggiungere fascine di sterpi
spinosi: in mezzo a quel mare di fuoco scoppiettante, sui carboni ardenti il
malcapitato scopritore della lancia  costretto ad avanzare, sospinto dalle
grida bestiali e dagli spintoni della fiumana di uomini convenuti per
assistere a quell'orribile prova. Pietro  in pratica gettato in mezzo al
rogo; con la forza della disperazione, saltando come una grottesca cavalletta,
il monaco riesce a giungere dall'altra parte; allora  tutto un accorrere
verso di lui, uno strappargli i lembi bruciacchiati del mantello, a mo' di
reliquia, una folle danza di gioia di fronte a un uomo che  tutta un'ustione.
Trasportato svenuto al campo, messo nella tenda del conte di Tolosa, vi morir
poco tempo dopo, in un'agonia straziante per le ustioni riportate.
Ma questa sar storia di poi. Per ora i cristiani se ne stanno ancora in
Antiochia, attanagliati dalla fame e continuamente sottoposti agli assalti dei
Saraceni. I soldati, estenuati, trascurano perfino la sorveglianza degli
spalti; ecco allora il terribile capo normanno, Boemondo di Taranto, ricorrere
a uno stratagemma, a un espediente che doveva rivelarsi efficace quasi quanto
quello del ritrovamento della lancia; metter a fuoco gli alloggiamenti della
truppa appiccando incendi per ogni dove, finch tutti i soldati saranno
stanati dai loro rifugi; poi raccoltili in una delle piazze, con l'aiuto dei
suoi cavalieri li sospinger a piattonate fin sulle mura.
E sar appunto questo accanimento, questa ferocia dimostrata dal normanno che
permetter di capovolgere le sorti. Dopo qualche sortita a vuoto, conclusasi
con la piena disfatta dei Crociati, Boemondo decider per l'attacco in massa,
l'impatto in forze: o la va o la spacca, insomma. E per meglio giungere ad
ottenere la completa disfatta dei Turchi divider le truppe crociate in vari
squadroni di cavalleria secondo... affinit etniche, e con compiti molteplici;
al primo urto del nucleo centrale sarebbe seguita una manovra aggirante su uno
dei lati con progressivo intervento dell'altra cavalleria alle spalle del
nemico. Il 28 giugno 1098, il normanno dar il segnale; come convenuto, subito
usciranno con l'impeto di una fiumana Francesi e Fiamminghi, tallonati dai
Brabantini. I Normanni sarebbero intervenuti per ultimi, mentre i Francesi di
Normandia avrebbero sostenuto l'urto turco come ondata di rincalzo. Quindi la
cavalleria pesante avrebbe fatto da maglio, mentre i reparti pi leggeri,
cavalieri normanni e brabantini, sarebbero intervenuti alle spalle del nemico.
E cosi avvenne. I Turchi, che non si aspettavano di certo quell'intervento
dell'intero campo crociato, subirono in pieno l'impatto della cavalleria
pesante che piomb su di loro con la violenza di una valanga. E mentre
cercavano scampo nella fuga, ecco arrivare all'improvviso Normanni e
Brabantini, mentre il grosso interveniva ai lati dello schieramento saraceno;
un massacro, una carneficina; tutto dovuto a due fattori: la rapidit
dell'intervento e la sorpresa. Il capo dei turchi, Kerbogha, fuggi fino ad
Aleppo poi, sentendosi inseguito, giunse fino a Mossul: caccia al nemico
voluta anche questa da Boemondo che aveva proibito, pena la morte, di
attardarsi a saccheggiare il campo saraceno che sarebbe stato ripulito al
ritorno.
Che un'offensiva sarebbe stata imminente, il Turco che comandava gli
assedianti avrebbe dovuto comprenderlo; fin dal 27 giugno Pietro l'Eremita in
qualit di ambasciatore era andato al campo a trattare lo sgombero delle
truppe saracene, con i risultati per che possiamo immaginare... Infatti che
fossero i cristiani a dettar legge in quelle condizioni pareva ai Turchi
affatto assurdo ed era gi tanto se avevano permesso a Pietro ed ai suoi
seguaci di tornarsene indietro, in Antiochia, indenni. Ma, troppo fiducioso
nella propria superiorit, Kerbogha aveva preferito considerare questa mossa,
anzich una reale manifestazione delle intenzioni del nemico, nulla pi di un
volgare bluff.
Questa battaglia sar poi commentata in vario modo dai cronisti, che ci
vorranno vedere un evento affatto soprannaturale: ecco quindi la sequela di
apparizioni che avrebbe accompagnato i Crociati, la descrizione di una
cavalleria raccogliticcia, chi a bordo di asini chi in sella a cammelli, un
misto di Tartarino di Tarascona e di Legione Straniera. Nulla di tutto ci; al
piano di Boemondo partecip il fior fiore della cavalleria, i pi provetti, i
pi sanguinari fra quanti militavano fra i Crociati. E che fossero i pi
accaniti lo dimostrer il loro ritorno, allorch devasteranno l'accampamento
nemico. Tutte le donne che non erano riuscite a fuggire, colte da smarrimento
e incerte sul da farsi, verranno sventrate, lasciate li, corpi senza vita,
orribilmente squarciati, in pasto agli avvoltoi e ai corvi. Il resto verr
portato via, tende, tesori, armi, vettovaglie... Rimarranno soltanto le tracce
sul terreno e quei cadaveri a testimoniare che, tempo addietro, uno sterminato
esercito turco aveva cinto d'assedio l'esercito crociato. E sui resti del
saccheggio s'aggireranno per giorni interi i pitocchi pellegrini con la loro
spaventevole miseria e il loro sguardo allucinato, veri sciacalli e iene del
campo cristiano.
A questa battaglia la tradizione vuole che abbia partecipato anche Pietro
l'Eremita, il quale si sarebbe fatto onore brandendo una mazza ferrata e
facendola piombare sul capo dei Saraceni. Non possiamo garantire che le cose
siano andate davvero in questo modo; certo si  che i cristiani combatterono
con un accanimento senza uguali nelle battaglie precedenti; con la forza della
rabbia, una rabbia disperata.
Finito il pericolo di cadere in mano turca, l'esercito cristiano poteva
pensare a medicare le proprie ferite. L'enorme quantit di provviste trovata
nell'accampamento turco sarebbe bastata a mettere un punto alla carestia. Il
solo male adesso era la peste, ma a questo i Crociati finiranno per farci
l'abitudine anche quelli che partiranno nei secoli successivi. La peste  nel
medioevo un fatto altrettanto domestico quanto l'influenza nel mondo d'oggi;
appare e scompare, ma  pur sempre presente con il suo contagio. C'era invece
la solita difficolt da superare, quella dei dissensi che continuavano a
mantenere accesi tizzoni di discordia e focolai di divisioni. Soprattutto
erano i Tolosani a non voler sopportare i Normanni e viceversa. L'odio trovava
la ragione nella rivalit che metteva di fronte Boemondo a Raimondo di Tolosa.
Quest'ultimo rappresenta un'altra personalit enigmatica della prima Crociata.
Meridionale d'indole e di temperamento, nervoso, ambizioso ma facile allo
scoraggiamento, Raimondo  famoso nel campo per i suoi sbalzi d'umore. Ora
coraggiosissimo, ora incredibilmente vigliacco, arriver anche ad abbandonare
di notte i propri soldati: questo accadr per esempio nella campagna anatolica
del 1101. Era uno dei pochi, Raimondo, che avesse davvero rifiutato il certo
per l'incerto, uno dei pochissimi che avesse lasciato ricchi domini e pingui
possedimenti. I motivi per cui Raimondo ha abbandonato ai suoi rivali, i conti
di Poitiers, il dominio della Francia del Sud, sfuggiranno agli storici; forse
sono da ricercare nell'irrequietezza profonda del suo carattere pi che nel
fervore religioso, come qualcuno ha creduto di vedere. Infatti durante tutto
il corso della campagna, che lo porter fino alle mura di Antiochia, Raimondo
si dimostra litigioso e insofferente, ambizioso e desideroso di territorio
come i pi cupidi fra i vari cavalieri senza regno. Tant' vero che pi
facilmente metteranno a segno le loro frecce coloro che vedranno in lui un
fanatico di potere che ammantava le sue mire sotto un fervore religioso da
ispirato. La prova la si avr allorch, dopo un'ennesima lite fra lui e
Boemondo, i Crociati vedranno sbigottiti i Tolosani abbandonare il campo, per
seguire il loro capo alla conquista di Gerusalemme...
La cosa era tanto pi singolare in quanto Raimondo procedeva in testa a tutti
e a piedi nudi come un pellegrino che parta per un viaggio d'espiazione;
Raimondo voleva con questo simbolico gesto ricordare ai Crociati il loro vero
compito? Non lo crediamo. Piuttosto pensiamo che in esso vi fosse un tentativo
di sviare l'attenzione da quelle che erano le sue vere mire. Raimondo sapeva
che nel cammino fino a Gerusalemme il paese era costellato di piccoli emirati
perpetuamente in guerra fra loro e sui quali incombeva sempre il pericolo
egiziano, desiderando l'Egitto giungere a dominare l'intera Palestina.
Raimondo era sicuro inoltre che i suoi soldati, ora riequipaggiati dalla testa
ai piedi e perfettamente riposati, avrebbero avuto facilmente ragione di
qualsiasi tentativo locale di resistenza. Anzi credeva giustamente che, pur di
non subire danni irreparabili da quel piccolo esercito che avanzava con tanta
sicurezza, gli stessi emiri avrebbero provveduto a colmare le sue truppe di
omaggi e ad aprire le porte delle cittadine: e cosi fu. Per una volta aveva
visto giusto. Raimondo aveva quasi interamente assoggettato il Libano, terra
fertile e dal clima che sembrava ideale dopo i mesi di feroce calura
sopportati attraversando l'Anatolia, e Goffredo di Buglione e gli altri
Francesi accorrevano simbolicamente a dargli una mano e a trascinarlo con loro
lungo la via di Giaffa per la conquista della citt di Davide. L'intenzione di
evitare un altro caso come quello di Boemondo di Taranto (che aveva preferito
tornarsene dopo qualche fortunata scaramuccia nella sua Antiochia, ben deciso
a trasformarla in proprio feudo) era evidente...
Non staremo, giunti a questo punto della vicenda, a narrare il seguito che
peraltro si ricollega alla presa di Gerusalemme della quale abbiamo gi
diffusamente parlato.
Infatti da questo momento, cessato il pericolo di una carestia, persi per la
strada migliaia di uomini, o perch erano caduti in combattimento o perch
erano fuggiti dal campo nonostante la stretta sorveglianza normanna o perch
si erano... fermati lungo la strada, insediati in qualche citt della Siria o
del Libano, i Crociati non faranno altro che spartire quello che si profilava
sempre pi come un enorme bottino: una conquista di territori abitati da
popolazioni non molto ricche, a volte nomadi, a volte poveri pastori, ma che
avevano lungo la costa fiorentissimi porti dall'intenso commercio, porti che
avrebbero, come si  gi detto, aperto la via alla penetrazione commerciale
delle repubbliche marinare.
Con la fine della prima Crociata si potrebbe fare punto e chiudere
l'argomento; in realt  arbitrario qualsiasi punto in qualunque frase, in
qualsivoglia pagina di questa storia intricata. Con la conquista di
Gerusalemme incominceranno le liti furibonde per la spartizione dei territori
e prender sempre pi avvio quel movimento di penetrazione e di conquista
verso est che si articoler nelle Crociate successive. Abbiamo detto verso
est, ma avremmo potuto dire, come  intuibile, anche verso sud...
Di quel che accadr a Pietro l'Eremita, le cui apparizioni sporadiche nelle
vicende della Crociata dei nobili avranno gettato una luce poco simpatica
sulla sua figura, abbiamo gi parlato agli inizi del racconto e non staremo
quindi a ritornarvi. Piuttosto accenniamo qui a un fenomeno davvero curioso
(di cui il ritrovamento da parte del Pietro provenzale della lancia che
avrebbe colpito il costato di Cristo, non  che un esempio): questo fenomeno 
quello delle reliquie trovate nei luoghi santi, che andranno da un pelo della
barba di Ges Cristo, portato in una preziosa scatoletta d'argento dal conte
Arnoul di Guines, alle ampolle contenenti un liquido sieroso e biancastro che
verr spacciato come o latte della Vergine!
Altro aspetto non meno singolare, questo, e conturbante della Crociata.
L'abbiamo gi detto: sacro e perfino, grottesco e magico, irrazionale e
prosaico, nella crociata c' di tutto, mescolato in gran quantit; c' ardore
di fede e crudelt di conquista, c' massacro e c' espiazione, c' lotta per
il potere e umile sottomissione alla parola papale, c' guerra e c' pace
mistica...
Gli aspetti enigmatici, i problemi insoluti nella prima Crociata sono dunque
innumerevoli; pi che un fenomeno davvero complesso si pu dire che la
Crociata stessa  un enigma, un enigma sul quale da secoli ci si china
sperando di gettarvi un fascio di luce chiarificatrice.

FINE.
