JULIUS BOGATSVO.

IL CARDINALE ALBERONI: IL RICHELIEU SPAGNOLO.

Alberoni era il figlio di un giardiniere, che comprendendo di essere
intelligente, aveva scelto il solino inamidato per poter, in qualit di abate,
giungere l dove il grembiule gli avrebbe sbarrato le porte... Era spiritoso e
piacque quindi al signore di Parma come pu piacere un valletto divertente; ma
fra le facezie si scopr che aveva un certo talento e che avrebbe potuto quindi
svolgere qualche incarico...
Come biglietto di presentazione non c' male; in gergo lo si definirebbe una
stroncatura. L'umore sarcastico tradisce lontano un miglio il francese, e il
giudizio appartiene infatti a Saint-Simon, un uomo che nei casi dubbi o quando
si richiedeva una certa cautela, preferiva adottare il tono sprezzante del
nobile di alto lignaggio. Ma  attraverso questa lente, ancorch deformante, dei
suoi Memoires, che ci risultano incredibilmente vicini, quasi li avessimo al
nostro tavolo o seduti dirimpetto in una piacevole serata mondana, molti
personaggi di un trentennio circa, quello che va dal 1694 al 1723, e fra i quali
ritroviamo colui del quale dobbiamo occuparci.
A vederne i ritratti si ha la netta impressione che il cardinale fosse un uomo
astuto, fine politico, un personaggio mondano votato pi al settecento che non
radicato nel secolo precedente, anche se essendo nato nel '64, avrebbe dovuto
assorbire pienamente gli umori seicenteschi. Un carattere complesso per e che
va visto nel contesto del mondo d'allora per poterne comprendere appieno alcuni
lati. La bocca larga, sensuale nella giovent, si affina con gli anni, come pure
assume una patina d'aristocratica finezza un viso nato certamente con tratti
piuttosto grossolani. Alberoni fu un uomo che suscit violente antipatie, ma
anche che seppe destreggiarsi in un mare abbastanza in burrasca che avrebbe
sicuramente condannato alla rovina anche un diplomatico dei giorni nostri. Se
andassimo a cercare il suo nome fra le righe di un'enciclopedia vedremmo
elencate fra le sue qualifiche e le non poche qualit, anche le parole uomo
politico, cardinale; e senz'altro fu pi il primo che non il secondo, molto pi
permeato dei problemi del tempo suo che non delle aspirazioni ultraterrene di un
ecclesiastico. D'altro canto il Saint-Simon colpisce giusto allorch parla del
solino come via d'accesso alle classi superiori; nel settecento la cosa 
pressoch d'obbligo. Non bisogna dimenticare, in effetti, che solo attraverso
una rigorosa educazione e una cultura, quale quella che si poteva apprendere nei
collegi e nei seminari dei vari ordini religiosi, si riusciva a ottenere una
specie di lasciapassare, che l'individuo avrebbe utilizzato secondo il suo
talento e le sue aspirazioni per l'ascesa sociale.
E' il 1692. Laura Alberoni, la madre di Giulio, ha 49 anni. Giulio ne ha 28. La
famigliola  tutta qui, se si eccettua una ragazzina di diciassette primavere,
Margherita Baiti, che entrata a servizio due anni prima, verr congedata alla
morte della madre, vale a dire proprio nel '92, quando inopinatamente quella
donna, ormai sfiorita e pi anziana a vedersi di quanto non comportasse l'et,
lascia il mondo.
La persona dell'Alberoni  di quelle che, se risultano ben accette in certi
ambienti, riescono per profondamente antipatiche in altri; la sua condotta deve
quindi essere monda da ogni appiglio per qualunque critica; che un uomo
dall'abito ecclesiastico abbia una perpetua di diciassette anni  cosa che non
pu essere ammessa; ecco perch il futuro cardinale  costretto a congedare la
giovane e a prendere una cinquantenne, Cecilia Ansali, donnetta che doveva
essere un'intrigante e una pettegola di prima categoria se rimane pochi mesi a
servizio, per essere poi sostituita con la quarantanovenne Francesca Busona, la
quale rimarr presso il religioso fino all'anno 1696.
E' un vero peccato che la maggior parte delle domestiche d'allora fosse
totalmente analfabeta e che soprattutto non fosse ancora diffusa la moda dei
memoriali. E' un peccato perch proprio dalle osservazioni di una mente fresca
come quella della Baiti avrebbero potuto venir fuori tutta una serie di
osservazioni che ci avrebbero illuminato parecchio sulla famigliola e
sull'ambiente in cui si muoveva. In quei tempi Giulio faceva il precettore, ma
un precettore, se vogliamo, sui generis, dato che doveva imparare il giorno
prima quello che avrebbe dovuto spiegare il d seguente... E sinceramente nulla
faceva presagire l'ascesa verso pi alte vette dell'ormai trentenne, o quasi,
Giulio.
Il 7 settembre 1697 nello studio del notaio piacentino Antonfrancesco Cotta ci
sono due personaggi, l'Alberoni e Carlo Perini; il Perini  l'acquirente della
casetta in cui il sacerdote  nato; la vendita viene conclusa sulla cifra di
ottocento lire in moneta d'allora, una somma abbastanza cospicua se si pensa che
si trattava di una costruzione di sole due stanze, appollaiate una sopra
l'altra, decisamente modesta; era nel cantone (cio nel vicolo) stoppo, un
carrugio che sfociava nel cantone del Cristo.
La famiglia del futuro cardinale era quanto di pi umile si potesse immaginare.
Laura Ferrari, la madre, era una filatrice, mentre il padre, Giovan Maria,
faceva l'ortolano. Il loro figlio, che avrebbe lasciato una traccia nella
storia, era nato il 21 maggio 1664 ed era stato battezzato da Gianbernardo degli
Uomini, prevosto della parrocchia dei SS. Nazaro e Celso; testimoni della
semplice cerimonia Bernardo Masini e Angela Maria Criminosi della stessa
parrocchia.
Una famiglia decisamente numerosa quella degli Alberoni, dato che dopo il figlio
Giulio nasceranno Giustina Maria, Camilla Domenica, Giovanni Maria Bernardo, e
un secondo Giovan Maria nato quando ii padre non c'era gi pi; infatti Giovan
Maria senior morir il 16 giugno 1676 mentre l'ultimogenito vedr la luce il 13
ottobre...
Come facesse quella povera donna a mandare avanti tutta la famiglia e a sfamarla
non si sa bene; certo che qualcuno dovette pur aiutarli altrimenti con quanto
ricavavano dall'orto e dal saltuario lavoro di filatura della madre, fra una
gravidanza e l'altra, sarebbero morti di fame.
Poco lontano dal circondario della parrocchia dei SS. Nazaro e Celso c'era un
convento di suore, quello di Santa Maria di Valverde; qui il piccolo Giulio
viene accolto in qualit di sagrestano, il che gli permette poi di servir messa
nella parrocchia del prevosto Gianbernardo degli Uomini.
Il povero Giovan Maria senior era morto all'et di soli quarant'anni, logorato
dalla fatica; il suo atto di morte non era stato trascritto debitamente sul
registro, ma inizialmente era stato redatto su un foglietto poich in quei
giorni il gi nominato Gianbernardo degli Uomini era seriamente ammalato. E
fortuna che qualcuno aveva poi pensato di allegare il pezzetto di carta al
registro stesso, altrimenti di tutta una vita non sarebbe neppur rimasta quella
traccia; una vita chiusa negli orizzonti di un paesello come Vigolo dei Marchesi
prima di scendere in Piacenza citt e rinserrarsi in quella casetta con il
piccolo orto di fianco. Vanga e pan di segala, cesoie e calzature imbrattate di
terriccio: ecco il soggiorno di Giovan Maria in questo mondo.
Un sagrestano che diventi chierichetto e che venga successivamente, com' il
caso di Giulio, educato dai padri Barnabiti (quelli di Santa Brigida per la
precisione) non pu che esser destinato alla carriera ecclesiastica; una
carriera che poteva avere molti sbocchi ma anche non portare a nessun risultato.
Pievi e parrocchie minuscole non mancavano certo a quei tempi e si sarebbe
potuto benissimo verificare il caso di un Alberoni invecchiato progressivamente,
senza infamia e senza lode, in mezzo a quelle poche anime sulle quali esercitare
il ministero di pastore fra una benedizione, un funerale, un matrimonio.
Migliaia e migliaia di tonache hanno finito cos i loro giorni senza scrivere un
rigo sul registro della storia, senza partecipare ai grandi rivolgimenti
politici e sociali che formano il tessuto connettivo, l'epitelio pulsante del
mondo. Migliaia di tonache che avrebbero potuto elevare se stesse sul grigiore
di una mesta realt circostante, ma che per eccessiva umilt o per tranquillit
di spirito hanno preferito la canonica silente fra i monti, le quieti pareti di
un monastero.
L'Alberoni, invece, non era n umile n tranquillo. Dentro di s avvertiva
quell'intelligenza e quella mobilit di spirito che se non ben guidate possono
anche condurre a traguardi poco onorevoli, facendo di un individuo un draein,
uno sradicato permanente, un irrequieto cronico, uno sbandato. I secoli
ridondano di questi draeins che specie nei periodi di minore tranquillit e di
instabilit, affollano a legioni i sobborghi cittadini, s'addensano come
profughi lungo le strade, abbracciano le pi pazze avventure. Alberoni per non
aveva solamente il senso dell'avventura, ma aveva altres i piedi saldamente
poggiati per terra; era soprattutto un animale politico.
Ma all'epoca in cui abbandona i barnabiti per fare il suo ingresso fra i gesuiti
(le cui scuole di San Pietro lo accoglieranno come allievo) nulla di tutto ci
appare ancora alla superficie. E' il 1680; a sedici anni il giovincello, che si
d agli studi teologici e filosofici sotto la guida di padre Agostino Varoto, ha
gi una personalit che si traduce in una scrittura matura e persuasiva che
varier di poco nel corso degli anni.
Armonica e decisamente destrorsa: cos la definirebbe un grafologo, aggiungendo
che vi si potevano scorgere gi da allora alcuni tratti distintivi del carattere
dell'uomo di domani, quali una naturale astuzia, una spiccata capacit di
piegarsi di fronte alle difficolt, ma anche una notevole tenacia nel perseguire
i propri scopi, un'intelligenza vivida e aperta non disgiunta da un fine senso
dell'umorismo. Non sappiamo fino a che punto realmente queste congetture
corrispondessero all'intimo del futuro cardinale, poich la storia lascia vedere
solo a squarci i lati del carattere dei suoi protagonisti; certe cose vengon
fuori solo dalle testimonianze di persone vissute a diretto e perenne contatto
con gli uomini d'ingegno. Ecco quindi diventare preziose le testimonianze di
mogli, favorite e amanti, che con la naturale penetrazione psicologica
dell'animo femminile illuminano i posteri attraverso le noticine intime della
loro corrispondenza o per mezzo dei loro diari. Ma nel caso dell'Alberoni,
ovviamente, una circostanza simile non c'.
Gli studi, costosi, presso i gesuiti gli vengono con tutta probabilit pagati da
una famiglia nobile, che aveva gi avuto il modo di aiutare materialmente la
sventurata madre, vale a dire quella dei Tedeschi-Radini. Certo che, grazie a
questa protezione, egli potr esser messo in contatto con una vasta cerchia di
persone, e ci gli permetter di allargare un poco la sua finora modesta
esperienza.
La prima nube nell'esistenza del giovane chierico, appare allorch viene espulso
dagli Stati parmensi il suo amico Ignazio Gardini, un ravennate che era uditore
delle cause criminali piacentine e che il quasi ventenne Alberoni aiutava nel
disbrigo delle questioni forensi. Per non dover perdere l'amico e in parte
coinvolto anche lui nel pasticciaccio poco onesto che aveva determinato
l'espulsione, Giulio Alberoni pianta baracca e burattini e si trasferisce a
Ravenna. In questa citt ha modo di conoscere il vicelegato pontificio,
monsignor Giorgio Barni, un lodigiano. L'amicizia e la protezione del Barni gli
valgono il ritorno a Piacenza;  l'anno in cui riceve gli ordini e diviene
sacerdote: il 1689.
Il 15 gennaio 1691 la duchessa Maria Maddalena Farnese scrive a una nostra
vecchia conoscenza, proprio il Gianbernardo degli Uomini dei SS. Nazaro e Celso:
Molto magnifico e reverendo mio carissimo, dall'intendervi gi inclinato alla
rinomanzia della vostra prevostura nella persona di don Giulio Maria Alberoni,
parmi superfluo che a questo effetto ve lo raccomandi. Dal persuadermi per che
siate per fargliela assai pi volentieri ancora con la sicurezza della mia
approvazione, non lascio di rappresentarvi che come del suddetto sacerdote ho
ottime informazioni cos non potr che con particolare gusto sentire esercitata
per questo conto la vostra amorevolezza a favore del medesimo; e resto con
augurarvi ogni bene. firmato: Maria Maddalena Farnese.
Ma era destino che Giulio Alberoni, a causa di una serie di circostanze che
adesso vedremo, non dovesse metter piede nella parrocchia che l'aveva, si pu
dire visto nascere. Infatti da un lato erano state soprattutto le pressioni
vescovili a indurre Gianbernardo, ormai vecchio e pieno di acciacchi, a lasciare
libero il campo, dall'altra nel predisporre ogni cosa per fare il posto
all'Alberoni si erano fatti i conti senza l'oste, vale a dire senza l'umore dei
parrocchiani, i quali di Giulio proprio non ne volevano sapere e tanto
brigheranno che Gianbernardo sar virtualmente costretto ad accettare di
rimettersi sulle spalle la cura della parrocchia, dichiarando nullo il
precedente atto notarile con due successivi rogiti.
Ed  cos che per non lasciare il giovane Alberoni sul lastrico, il Barni gli d
il posto di precettore affidandogli in tal modo l'educazione del proprio nipote
Giovan Battista.
Inutile adesso stare a vedere la serie innumerevole di conoscenze intrecciate
dall'Alberoni a partire dal '96. Sottolineeremo solamente che il figlio
dell'ortolano arriver a intrufolarsi nell'ambiente di corte Farnese, grazie
soprattutto a una persona, monsignor Alessandro Roncovieri vescovo di Borgo San
Donnino, incaricato delle trattative con l'esercito francese. Ammalato di
cancro, Roncovieri non avr alcuna difficolt a lasciare il suo posto in favore
del suo protetto. Ormai vicino alla quarantina, siamo infatti nel 1703,
l'Alberoni sale cos sul cavallo vincente, quello della diplomazia.
Che fosse pienamente tagliato per quel mestiere (ammesso che sia lecito
definirlo cos) non si pu sostenere a spada tratta. Era ancora lontano da quel
clich fatto di parrucchini e di belle maniere che rappresentava la quintessenza
dell'arzigogolata strada diplomatica settecentesca, un secolo indubbiamente
quanto mai difficile, senz'altro pi arduo del nostro in cui conta solo la
potenza materiale e il farsi strada a gomitate. Allora bisognava invece saper
vivere, esser uomini di mondo e avere uno spirito duttile, sottile, sagace.
Tanto per fare un esempio, un Ribbentrop, nel settecento, sarebbe stato
insopportabile anche nelle pi rozze corti europee e tutti conosciamo le tristi
impressioni e le grida di... raccapriccio che suscit a suo tempo la condotta
selvaggia di un Carlo XII di Svezia.
Che arrivi solamente a quarant'anni nell'agone politico non ha quindi
importanza. L'importante  invece che l'Alberoni rappresenti il duca di Parma
presso il duca di Vendome, comandante delle truppe franco-spagnole.
Luigi Giuseppe di Borbone, duca di Vendome e duca altres di Penthivre,
parigino puro sangue, aveva tutti i difetti del condottiero e del gaulois. Prima
di tutto era un libertino fuori del comune, tanto da indurre quella mala lingua
del Saint-Simon a dipingerlo poco meno che un Gilles de Rais, secondariamente
aveva assorbito dalla caserma tutto quanto di meno piacevole si possa
immaginare, che aveva successivamente condito con la patina di aristocratico
dalle belle maniere. In ogni caso era, a detta dei suoi ufficiali, un gran
simpatico, un commensale eccezionale e, quello che pi importa data la sua
professione, un condottiero di prim'ordine. Con questo personaggio l'Alberoni,
spirito pratico anche lui, lega subito. Va spesso a trovarlo e partecipa sovente
ai banchetti con la truppa. Ogni tanto fa la parte del severo, come si conviene
all'abito che indossa, prendendosela coi francesi e con la loro volont di
scambiare la guerra per un piacevole passatempo in cui la buona tavola, le belle
divise e le donne (belle o brutte non importava) avevano una parte non
trascurabile insieme col gioco e le scommesse. Ma sono passeggeri fuochi
d'artificio che lasciano il tempo che trovano. L'Alberoni non sar mai un severo
censore e un Catone dei costumi altrui. Si mostra invece e soprattutto
diplomatico alla lombarda... cio assai spiccio e sbrigativo; chiede alla corte
di Parma l'invio di formaggi perch coi culatelli e con il parmigiano si aprono
le vie dei cuori e ci manca davvero poco che non chieda l'arrivo di qualche
bella emiliana dalle anche snelle e dal seno florido!
Lo scrive anzi chiaro e tondo lui stesso al ministro delle finanze Ignazio
Rocca: ...sapete che son stato io che ho stretta l'amicizia fra lui e voi, e
l'ho nutrita con delle bagatelle che non costan nulla, ma che un giorno potranno
produrre del gran bene. Intelligenti et sapienti pacificat...
Quel lui si riferisce al potente Vendome. E dal momento che c', fa anche da
guida turistica e da cicerone per le bellezze di Piacenza; non  raro, infatti,
vederlo in compagnia di eleganti ufficiali con tanto di parrucchino incipriato
mentre mostra loro chiese, monumenti e vie o li riceve nella dimora
appositamente destinata a questo scopo e gentilmente offerta dal lungimirante
Farnese, vale a dire Palazzo Landi. Qui l'Alberoni svolge realmente le funzioni
di un diplomatico, tanto che  perfettamente al corrente di qualunque movimento,
anche il pi piccolo, vi sia fra le truppe franco-spagnole.
La guerra si sposta, straccamente, in Piemonte e l'uomo di fiducia del Farnese
va dietro al condottiero Vendome; i suoi dispacci dimostrano come continui ad
essere sempre perfettamente informato e come nulla gli sfugga di quanto accade.
Quello di seguire un esercito in marcia, battaglia dopo battaglia, scaramuccia
dopo scaramuccia, non  un compito piacevole; la vita sotto la tenda pu anche
non convenire a un ecclesiastico; ma non dimentichiamo che l'Alberoni ha in s
vigoroso sangue contadino e sopporta agevolissimamente fatiche che sarebbero
costate pi di un acciacco e di un reumatismo a parecchi suoi colleghi. Anche in
ci dunque si rivela un alleato prezioso. Si pu dire anzi che egli si
appassioni all'andamento delle operazioni; chiama scherzosamente il Vendome buon
compare, e non nasconde l'ammirazione per l'uomo d'armi, il talento del quale
non gli sfugge di certo.
Dal canto suo il Vendome  pi che soddisfatto del sacerdote tanto da scriverne
a Parigi. Nell'epistola a corte il Vendome parla dunque del son cher abb; il
quale abb viene descritto addirittura come un fido consigliere e un uomo
tutt'altro che inesperto delle due scienze principali cui deve tener fede un
buon comandante: tattica e strategia.
Una lettera siffatta  pi di un salvacondotto;  in pratica la segnalazione di
una persona da tirare a bordo della propria barca perch pu rendersi altamente
utile. Luigi XIV comprende l'antifona e nel 1705 assegna all'abb una generosa
pensione per permettergli quella vita che una persona del suo valore doveva
poter praticare. Allo scarso borsellino dei Farnese si sostituiva dunque quello
ben pi capace (anche se all'orizzonte dell'economia di Francia c'erano nubi
assai nere) della corte di Luigi XIV. Ma erano soldi che andavano a finire in
una scarsella perennemente assetata di quattrini, tanto che prima di lasciare
l'Italia per la Fiandra, sempre al seguito del suo generale, l'abate penser
bene di chiedere un po' di monetine anche al duca Farnese, il quale accetter di
venire incontro ai desideri di un uomo cui una potenza come il condottiero
francese sembrava tener tanto.
Passando per Parigi, il futuro cardinale ha modo di conoscere il monarca di
Francia Luigi XIV. Luigi XIV le Grand, bocca stretta dalle pieghe all'ingi,
enorme parrucca, occhi ridotti a fessure sotto le rade sopracciglia, ha
sessantasette anni. Nato a Saint-Germain-en-Laye,  salito al trono di Francia
nel 1643. Ha preso molto da sua madre, la celebre Anna d'Austria, spagnola di
Valladolid, e ha avuto la fortuna di vedere i suoi primi passi guidati da un
asso della politica come il Mazarino. Nel 1660 ha sposato Maria Teresa di Spagna
e un anno dopo, essendo morto il Mazarino, ha potuto finalmente regnare a modo
suo. Maniaco della grandeur (un male davvero... francese, si potrebbe dire se
non suonasse troppo equivoca l'espressione) ha cercato di accrescere la potenza
economica della Francia con il chiamare a ministro delle finanze Colbert, il
quale vara una serie di riforme nei pi diversi settori, dal commercio
all'agricoltura, e di allargarne i confini con una lunga ed estenuante catena di
guerre. Ecco dunque la guerra ai Paesi Bassi contro la Spagna, la guerra
d'Olanda culminata con la pace di Nimega e l'acquisizione della Franca Contea,
la guerra contro la lega di Augsburg culminata con la pace di Ryswick, e quella
della successione spagnola...
6 agosto 1706. Il cher abb giunge a Valenciennes, la patria di Froissart, di
Watteau, di Carpeaux... Poi eccolo a Lille, sempre a ruota del duca. Lo
spettacolo che gli s'imprime nella mente  quello di truppe ridotte in uno stato
pietoso, soldati il cui morale  a terra che non sanno bene che fare n di se
stessi, n delle armi. E' l'anticipazione delle condizioni nelle quali Luigi
lascer la Francia, quel re cui il popolo di Francia e dintorni assoggettati
rivolger la seguente preghiera: Padre nostro che sei a Versailles, non  pi
santificato il tuo nome, cessi il tuo regno, non sia fatta la tua volont...
Padre nostro che sei a Versailles, dacci oggi il nostro pane quotidiano, non
rimettere i peccati ai tuoi generali ma ai nemici finche t'hanno sedotto, non
indurti in tentazione con la Maintenon ma liberaci da Chafillart e cos sia.
Ed effettivamente, nonostante tutte le riforme economiche e rurali, il povero
paese paga ancora una volta il fio di quella politica che ha sempre
rappresentato nella sua storia il male dei mali. In tutte le et, lungo il corso
dei secoli, il flagello della Francia  sempre stato l'uomo politico che credeva
nella missione di ridare prestigio a un paese che non ne aveva affatto bisogno
essendo gi grande di per s. Che si chiami Luigi o Napoleone o perfino (fatte
le debite proporzioni) De Gaulle, poco importa; in qualunque momento della
storia si sia affacciata una simile personalit sono stati lutti, rovine,
umiliazioni: nessuno ha osato contare i morti seminati nelle varie parti
d'Europa da Luigi XIV, o quelli, legioni, che hanno insanguinato la bandiera di
Napoleone; nessuno si  ancora chiesto quale prezzo abbia pagato la Francia per
seguire la politica di grandeur, fatta di deterrente atomico e di orgoglioso
isolamento nazionalistico, di autodeterminazione algerina, di un De Gaulle i cui
amari riflessi sull'Europa sono ancora visibili oggi.
Giulio Alberoni deve comunque aver tratto le sue poco lusinghiere conclusioni se
scriveva che le cose si erano deteriorate a tal punto da non vedere alcun
rimedio possibile. Che cosa avrebbe dunque fatto un uomo come il Vendome?
Ma soprattutto che ci faceva l'Alberoni ancora alle costole del duca, quando da
Parma si udiva solo... il silenzio assoluto? Questa domanda sembra essersela
fatta anche lui, il cher abb, se, approfittando della stagione invernale,
decide di fare una capatina a Versailles, dove non giungono certo gli echi della
miseria o del freddo. La corte  tutta uno sfavillio di luci; giade e diademi
fanno la loro figura sui seni incipriati delle favorite e delle dame il cui
sorriso e i cui squilli argentini riempiono i boudoirs ed echeggiano nelle vaste
sale.
Qui c' la giovane e piacevole Maria Adelaide di Savoia, moglie di Luigi duca di
Borgogna, che si distingue per il suo charme, la sua perenne voglia di
divertirsi, il suo buonumore; e ci sono tante tante altre che vezzose incantano
attempati ministri e marpioni della politica, azzimati militari accreditati a
corte e giovincelli di primo pelo ma di altissimo lignaggio. Pi che una corte 
un intero mondo che vive di una vita sua propria, con le sue ferree regole, la
sua estraneit all'ambiente che lo circonda e al paese che, incidentalmente si
direbbe, lo ospita.
Le danze, i giochi fanno le ore piccolissime; la danza  un pretesto per
allacciare alla vita la dama prescelta e farle capire con una sottile pressione
delle dita sul fianco, mentre i piedi scandiscono i due tempi della gavotta di
turno, come la sua compagnia sarebbe pi che gradita. Basta un lieve ammiccare
sotto la spessa coltre di belletto, una lieve impertinenza sussurrata a mezza
voce passando rapide per il corridoio e sfiorando un augusto consesso di
gentiluomini, per far comprendere al cavaliere prescelto che da quella parte,
ove intenda rivolgersi, non trover ostacoli; oppure  un fuggevole mostrare la
tornita caviglia un impercettibile tantino pi in su del dovuto mentre si
discende dalla carrozza o si sale per l'ampio scalone; oppure ancora  un
fingere di chinarsi, la mano guantata che si copre gli occhi in un risolino
soffocato di fronte a una facezia un po' ardita, per permettere all'attento
cortigiano, al fine cicisbeo, di scoprire quanto profonde siano le grazie
elargite da madre natura...
L'amore  l'argomento principale; le relazioni fra dama complice e cavalier
servente, compito gentiluomo, il fatto pi importante; non per nulla il primo
vero romanzo psicologico, La principessa di Clves, nasce alla corte francese,
per opera di Madame de La Fayette, nel 1678...
In questo mare di tentazioni e di inganni di Satana il nostro abb, temprato da
tutti quei giorni di guerra e di dura vita militare, fa timidamente la sua
comparsa. E la cosa ha un sapore tanto pi esilarante in quanto il nostro
personaggio, avendo gi sperimentato quale successo avessero i culatelli e i
parmigiani sulla tavola del Vendome, si avvale del medesimo sistema per far
breccia a corte. Evidentemente non pu, nella sua condizione, farsi strada
carpendo segreti come fanno gli altri diplomatici che trascurano le procaci
forosette per adulare, sotto l'imperativo categorico della diplomazia del
proprio paese, attempate cortigiane dalle grazie ormai sfiorite ma dal cervello
pieno d'interessanti particolari. Per l'abb non pu avere significato il detto
che la chiave dell'animo umano passa attraverso la donna, n pu quindi
penetrare nel talamo altrui per carpire segreti di stato; ma la frequentazione
del Vendome gli ha rivelato molto del carattere francese e sa che anche
attraverso le vie delle tovaglie a merletti e delle prelibatezze si pu giungere
molto lontano. Perci, nonostante il preoccupante silenzio di casa Farnese, non
si perita di scrivere per farsi inviare quanti pi generi commestibili e
leccornie si pu. E le orecchie di casa Farnese a queste richieste non sono mute
(experientia docet).
Ecco quindi arrivare come primo assaggio due dozzine di salcicce che suscitano
l'entusiasmo dei gourmets gourands, dei fini palati che fra vini e piatti rari
si sono rivelati una vera enciclopedia gastronomica.
Alle salcicce segue il resto e contemporaneamente, guarda il caso, arrivano sul
tavolo dell'Alberoni anche gli inviti a questa o quella tavola. La tavola...
nessuno ha mai pensato di scrivere un trattato per dimostrare, documenti alla
mano, quanti fatti (a volte decisivi per il destino del mondo) siano stati
discussi e conclusi proprio a tavola; a tavola si stringono le alleanze o si
rompono le amicizie, a tavola nascono o appassiscono gli amori, a tavola si
impara di pi sul paese visitato che in qualunque altro posto, a tavola ci si
confessa pi volentieri, a tavola si tasta il polso dell'anfitrione (e il suo...
portafogli), a tavola... Quante cose si fanno a tavola! La donna che vuol far
capire al suo vicino o dirimpettaio quanto le risulti interessante gli fa
piedino o lo tocca, in modo accidentale, per carit, con il gomito, o s'espone,
addirittura, con l'avvicinare la propria gamba a quella del prescelto; la
cameriera nel servire sfiora, quasi per caso, con il petto o il braccio l'uomo
che non le  indifferente, il siniscalco pu farvi comprendere come le vostre
chances siano esigue o ampie, a seconda dei casi o meglio dei... tagli, il
maitre giudica il vostro rango sociale e la vostra educazione, l'ospite vi
ammette o no nella sua cerchia, i commensali vi valutano... La via scelta
dall'Alberoni  dunque una via maestra, di quelle che portano dritto al successo
o alla rovina e all'ostracismo. Ma con il sorriso accattivante, la gentilezza
dei modi, lo sguardo ammiccante, l'italiano trouve la gioie de l'estomace e del
cuore dei suoi partners, penetra nel difficilissimo mondo di corte dove basta un
solo, piccolissimo passo falso per mandare tutto all'aria. Non potendo
percorrere la via di Casanova percorre quella del Savarin...
A Versailles Giulio Alberoni conosce il duca d'Alba, la Maintenon, e si fa
benvolere dallo stesso Luigi XIV. Pi di cos...
Aprile 1707. L'inverno, con le sue preoccupazioni, i suoi timori, le sue attese,
 finito;  giocoforza lasciare il caldo rifugio di corte e tornare a casa, agli
ufficiali, fra i soldati.
Ma la vita di corte ha avuto i suoi inconvenienti; nonostante i sussidi elargiti
dal re di Francia e i quattrini inviati dal Farnese, il nostro ecclesiastico si
trova di nuovo al verde. Stare fra i pari di una fra le pi potenti case
regnanti costa e parecchio anche; non ci si pu presentare fra i pi bei nomi
dell'aristocrazia francese, sotto le mille luci che si riflettono nei cristalli
di Boemia, fra le paludate uniformi e gli abiti di corte, con indosso una
vecchia zimarra; ci pu essere accettato sul campo, fra le tende, in mezzo al
fango di un accampamento. Ma se ci vogliono cotte all'ultimo grido, anche le
scarpe, la servit, la carrozza devono essere all'altezza dell'ambiente che si
vuol frequentare. Il signorotto milanese dei giorni nostri che ha una villa a
Punta Ala e che vuol praticare il polo o il golf non pu presentarsi sul campo
con un golfetto lavorato dalla zia o la camicia del grande magazzino di
periferia... Ogni cosa ha il suo prezzo, anche la collocazione sociale; e mai
come nel settecento le differenze di classe furono cos sensibili, la distanza
che separava i contadini da coloro che stavano al sommo della piramide, cos
grande. Il signore aveva castelli persi nel verde, scudieri, carrozze, cavalli;
il paria una bicocca d'una sola stanza, col tetto di paglia, col camino (quando
c'era), dall'aria viziata, satura di fumo e di umidit. E l'Alberoni paga di
tasca propria questo biglietto da visita che gli consente la permanenza alla
corte; dopotutto  pur sempre un diplomatico accreditato presso il re di
Francia... Ma per sua sfortuna non ci sono nel piacentino campi e ville che
possano assicurargli una rendita cospicua, non c' niente anzi, dato che anche
la casetta con l'orticello, unico bene della famigliola,  stata venduta da
tempo. E chiedere altri soldi al Farnese non si pu, altrimenti il duca pu
cominciare a pensare che quel suo diplomatico, pur utile, ha un costo eccessivo
e non... remunerativo. Allora? Allora c' il Vendome, ma anche quest'ultimo non
 un pozzo di San Patrizio; occorre dunque scrivere al Rocca perch dica a suo
fratello di mandargli una spruzzatina di monete, mentre al Farnese, dopo i
copiosi arrivi di cibarie, chiede i semi di alcuni fiori che sono cos piaciuti
a una dama di corte...
Povero Alberoni! Secoli dopo comprendiamo benissimo le sue difficolt e i suoi
crucci; ci pare quasi di vederlo, dopo una faticosa giornata mondana, badando a
non pestare i piedi di nessuno, a rendersi sempre ben accetto perch non abbia a
diventare un italien qui gene, ritirarsi nelle sue stanze e rimuginare fra s e
s sul modo migliore di rimpinguare le esili finanze.
Non si possono capire, nel frattempo, le attese dei due eserciti in lizza,
quello francese e quello degli alleati, se non si pone mente al fatto che le
campagne una volta si decidevano dallo spuntar dell'erba... Gi. Se un'armata
aveva, poniamo, trentamila cavalli, questi dovevano pur mangiare; altrimenti si
fermava tutto il meccanismo; niente cavalleria, niente marce, niente attacchi e
niente artiglieria. E' un po' come se in un'unit modernamente armata venisse a
mancare la benzina; e la benzina, il carburante del cavallo  l'erba (ecco
perch d'inverno era meglio non avventurarsi in lunghe campagne ma darsi
unicamente alle scaramucce permesse dalla... quantit di fieno a disposizione).
E in quell'aprile del 1707 di erba non ve n'era nemmeno un filo.
Sarebbe oltremodo interessante (e amaramente istruttivo) poter parlare della
dicotomia che regnava fra Versailles e le campagne scatenate dalle ambizioni del
re di Francia. Ma un discorso siffatto porterebbe indubbiamente assai lontano e
a considerazioni che solo marginalmente potrebbero interessare il nostro lavoro.
Vogliamo qui accennare al fatto che a Versailles, l'Alberoni si  trovato non
solamente nel mezzo di una delle tante stagioni degli amori, ma anche nel pieno
dell'intrigo: carezze di dame e perfide calunnie, tiri mancini, colpi gobbi, si
mescolano indissolubilmente; una situazione che ha del grottesco se si pensa che
giorno dopo giorno la Francia sprofondava nel baratro. Non  ancora giunto il
dluge di Luigi XV (o meglio della Pompadour) ma quasi... Luigi XIV  a bordo di
un vascello che fa acqua da tutte le parti e che si trova in mezzo a perniciosi
cavalloni, ad onde che scrollano la sua fragile e gi minata struttura. E' in
questo mondo difficile, in questa sfera empirea di Versailles che l'Alberoni
ritorna dopo che, nel gennaio del 1709, il duca di Vendome decide di vender
carrozza e cavalli e tornare nel suo castello di Anet, dove gi Enrico II per la
sua Diana di Poitiers, la figlia del conte di Saint-Vallier, aveva creato il
nido d'amore con l'aiuto dell'architetto Filiberto Delorme. Ad Anet la bellezza
di Diana, una splendida creatura dal nasino sottile e impertinente, il viso che
scendeva in un ovale perfetto, la bocca piccola e dolce, gli occhi sognanti,
aleggiava ancora nell'aria, sebbene fosse morta nel 1619; era divenuta insomma
quasi un mito per gli abitanti che se n'erano tramandati il ricordo di padre in
figlio. Difficile davvero trovare una donna che anche oggi possa avere tanta
grazia da stare alla pari con la favorita di re Enrico, un'amante il cui unico
difetto era forse nel corpo un po' ampio, come d'altra parte s'usava al tempo.
Proprio ad Anet, comunque, il Vendome ritrova quella pace e quel riposo di cui
ha davvero bisogno, dopo tanti anni di guerra. Ormai di armi non vuol neppure
pi sentire parlare; basta con gli spari, con il sangue versato, con le grida e
le urla, con le cannonate e gli incendi; basta con le crudelt, gli stupri, le
razzie, i massacri; basta con il fango, le piogge torrenziali, la sete, il
caldo, il gelo... basta soprattutto con la morte sempre davanti agli occhi, con
la sofferenza quotidiana dell'uomo. E basta anche con il cher abb che l'ha
davvero stufato; dopo tanti mesi e giorni di sodalizio, dopo aver vissuto giorno
dopo giorno, ora dopo ora, momenti anche brutti, il nostro Vendome dell'italiano
e del suo duca, quello di Parma, non sa che farsene; che il Farnese se la cavi
da solo e richiami pure quel diplomatico in tonaca: a lui non gliene importa pi
niente; con le cose belliche e politiche ha finito, ha chiuso.
All'Alberoni per poco non viene una crisi di sconforto e di scoramento. Proprio
in un momento cos delicato in cui avrebbe bisogno di sentire vicino a s tutti
e godere dell'appoggio di quante pi persone  possibile, quell'improvvisa
freddezza da parte di un uomo che ha sempre stimato gli cade addosso come una
doccia scozzese; e chiede altre vettovaglie a Parma ma senza che queste aprano
pi la breccia di un cuore che vuol essere lasciato davvero in pace. Ma
freddezza c' anche a corte, dove fioriscono, come sempre accade allorch la
stella di un personaggio comincia a impallidire, le pi feroci calunnie e
dicerie sul suo conto. A questo punto, anzich piegare la testa e ritornare
scornato a Parma, l'Alberoni alza le spalle: delle dicerie se ne infischia e
riparte all'attacco con il Vendome; egli  stato l'artefice del suo ingresso
alla corte di Luigi ed attraverso costui si deve cercare un nuovo punto
d'appoggio. Il suo fiuto non l'inganna; freddezza o no sapr pure piegare alla
ragione il suo amico e protettore anche se tiepido e scettico...
3 giugno 1710. Il Vendome viene richiamato a corte.
Il naso di Giulio Alberoni non si  ingannato. Come non si  ingannato
sull'accoglienza che in fondo in fondo il condottiero gli ha riservato e sulla
condotta che ha tenuto nei suoi confronti. Il Vendome ritorna dunque su una
scena che gli  sempre stata profondamente ostile e fra gente che non ha mai
cessato di soffiare sul fuoco della discordia pur di screditarlo presso il
sovrano. Sono soprattutto le donne, Maintenon a parte, dato che s'interessa poco
o nulla di politica, checch ne dicano le malelingue e checch ne pensi lo
stesso Alberoni. E che il cavallo del Vendome possa risultare vincente di
parecchie lunghezze, il cher abb ne  perfettamente sicuro, tanto che il duca,
grazie anche ai suoi consigli e alle sue mene,  doveroso dirlo, ottiene
l'incarico di continuare le operazioni in Spagna cosa la quale  lungi dal
sorprendere il nostro piacentino. L'unica nota di esilarante esultanza la
troviamo nelle sue lettere, quando ad esempio scrive di sospendere l'invio di
salsicce e formaggi perch ormai non servono pi... E, naturalmente, se il
Vendome se ne va in Spagna dove va l'Alberoni? Ma anche lui nella terra dei
toreri,  chiaro...
E' ormai agosto inoltrato quando i due personaggi il duca e la sua ombra,
arrivano alla residenza di Maria Anna di Neuburg. La figlia di Filippo
Guglielmo, conte palatino, aveva sposato Carlo II. Dopo la morte di Carlo era
stata confinata a Toledo poi a Bayonne dove appunto si recano i due. Non era una
donna che avesse mai contato un gran che; piuttosto un'intrigante che un fine
cervello della politica; aveva combinato pi pasticci che altro; adesso nel suo
esilio non dava fastidio a nessuno e, logicamente, contava ancora meno di prima.
Ma per l'Alberoni si tratta di una visita necessaria, di una tappa d'obbligo, in
quanto Maria Anna  sorella di Dorotea Sofia, la sposa prima di Odoardo Farnese,
poi del fratello di lui, Francesco... E dell'incontro fra l'uomo in abito talare
e la nobildonna rimane questa lettera di pugno dell'Alberoni: ...il Vendome mi
fece l'onore di presentarmi ieri alla Regina vedova. Ella mi rivolse mille
interrogazioni riguardo a sua altezza di Parma, sua sorella, e sua altezza il
duca, suo cognato; mi trattenne lungo tempo a parlare della principessa sua
nipote dicendomi di sapere che madama sua madre la amava teneramente e che anche
sua altezza il duca le voleva bene come se fosse sua figlia. La conversazione
poi si svolse insomma quasi totalmente sulla serenissima casa Farnese e
particolarmente sulla saggia condotta del duca. Il Vendome lo lod vivamente per
la neutralit da lui religiosamente osservata... eccetera.
La principessa nipote di cui si parla nella lettera  Elisabetta, colei che
diverr regina di Spagna nel 1714, grazie al matrimonio con Filippo V convolato
a seconde nozze, matrimonio nel quale il nostro avr parte non piccola. Dopo le
mille bellezze, alcune davvero fuori del comune, della reggia francese,
Elisabetta Farnese, donna non priva di qualit, sfigura un pochino dato che non
era stata molto favorita da madre natura; aveva una bruttissima bocca, enorme e
sgraziata, un naso accentuato, un grosso mento, il volto nell'insieme lungo e
massiccio.
A met settembre i due, a fianco a fianco come Castore e Polluce, appaiono a
Valladolid dove vengono accolti dai sovrani. Particolarmente l'Alberoni riceve
una calorosa accoglienza il che dopo le traversie francesi gli fa immensamente
piacere. Neppure un mese dopo l'abate e il duca sono sul campo...
Grazie all'apporto delle cognizioni e della valentia del generale francese, le
sorti delle traballanti armi spagnole subiscono un improvviso raddrizzamento e
di riflesso anche l'Alberoni viene a trovarsi al centro dell'euforia che
conseguentemente regna a palazzo reale.
Le loro maest, scrive, mi fecero un mondo di complimenti. La regina, in piena
anticamera, mentre si recava alla messa, si rivolse a me chiedendomi notizie del
Vendome che chiamava il suo salvatore, e disse a voce alta: Ebbene, abate
Alberoni eccoci in una situazione ben diversa da quella di Valiadolid, e questo
meraviglioso e sbalorditivo cambiamento io lo debbo a Dio e al signor duca di
Vendome... Finita la messa, mi fece l'onore di condurmi nel suo privato
appartamento, trattenendomi insieme col re quasi un'ora e parlandomi di molte
cose, specie della guerra. La lettera  datata da Saragozza il 28 gennaio
1711...
Bisogna a questo punto citare l'apporto che Giulio Alberoni ebbe nella faccenda;
da abate  divenuto intendente, una specie di factotum che si occupa di tutte le
faccende che rappresentano il corollario indispensabile per qualunque successo
militare; tutti i servizi logistici, dunque, passano attraverso le sue mani e a
quei tempi, non essendovi ancora n trasporti meccanizzati n tutti i moderni
mezzi di comunicazione (dalla radio all'elicottero) non si trattava certo di una
cosa da ridere. Immaginatevi un po' lo spostamento di diecimila cavalli e il
loro contemporaneo vettovagliamento e avrete un'idea di che cosa il compito
dell'Alberoni dovesse dire; dalle forniture per l'esercito alle comunicazioni,
il nostro personaggio in abito talare che ormai, senza ombra di dubbio ne sa pi
di guerra che di chiesa,  quasi uno dello stato maggiore. Fra ordini, dispacci,
munizionamenti, sussistenza passa le sue giornate affaccendato e infervorato,
come se tutte le sorti della guerra dipendessero da lui e i maggiori benefici
della campagna militare andassero a lui. Attorno alla sua persona poi si forma
una specie di corte all'italiana, vale a dire che tutti gli italiani che
gravitano nella sfera dei sovrani di Spagna gli si stringono attorno, quasi si
trattasse di un clan che cerca di far pressioni a favore degli interessi comuni
sulle auguste persone, sulle Loro Maest. La manovra, che forse fu anche
favorita ad arte dallo stesso Alberoni, il quale si era legato con quanti
italiani influenti c'erano, aveva naturalmente provocato vivaci reazioni fra
spagnoli e cortigiani di diverso avviso. La barca del cardinale si trova dunque
esposta anche qui a critiche e a commenti poco lusinghieri; ma l'Alberoni, dopo
l'esperienza della corte di Francia, assai pi complessa di quella spagnola,
questa volta naviga da maestro, aggirando gli scogli, evitando le secche, e
filando ovunque la corrente gli paia buona e sicura. Una riprova di questo
comportamento la si ha nel suo modo di procedere verso una creatura per la quale
non doveva nutrire molta simpatia, vale a dire la principessa Orsini, dama di
compagnia e prima cameriera della regina. Ora, se l'Alberoni la trovava
antipatica, il Vendome la trovava addirittura odiosa e, mentre il prelato non
faceva nulla per manifestare la sua antipatia ma la celava con tutte le forze di
cui era capace, il francese si comportava nella maniera opposta; ecco allora la
regina incaricare proprio lui, l'Alberoni, di rimetter pace fra il condottiero e
la dama, che avendo grandissima influenza a corte avrebbe potuto arrecare
serissimi danni ai due...
Seguire le mene dei vari cortigiani, le contromosse dell'Alberoni, le finte, le
schivate, porterebbe a scrivere un'intera enciclopedia. I personaggi della
vicenda sono molti, tantissimi; ma quello che pi di tutti d fastidio  il duca
di Noailles, il nipote della megera, la Maintenon. Il bersaglio degli intrighi
di costui  il Vendome, ma se il duca cade in disgrazia l'Alberoni  spacciato;
ecco quindi il cher abb partire in quarta per far da cuscinetto, smorzare gli
urti, appianare i contrasti, tessere reti sottili e segrete per controbattere
ogni mossa, vigilare attentamente sugli avvenimenti o cercare di precederli. E
tutto questo mentre si barcamena coi pochissimi soldi della corte spagnola, che
bastano appena a sostentare le truppe e qualche volta neppure per questo, con
conseguenti gravi ritardi nella conclusione delle operazioni.
Le cose si trascinano comunque fra alti e bassi, finch un brutto giorno arriva
l'irreparabile: il Vendome muore. L'Alberoni lo dice il 10 giugno 1712: Voi
resterete ben sorpreso sentendo la notizia della morte del duca di Vendome senza
aver saputo nulla della sua malattia. Ecco come finiscono gli uomini. Le lacrime
non mi permettono di dirvi di pi. Il breve biglietto  diretto a Parma al
solito amico e consigliere, ben addentro alla piccola corte Farnese, e cio al
Rocca.
La morte del Vendome  avvenuta alle due del mattino, proprio quello stesso lo
giugno. Sar ancora l'Alberoni a raccontare per filo e per segno il decorso
della rapida malattia e il successivo decesso: ...egli fu obbligato a purgarsi
il 20 del mese passato, a causa di un forte imbarazzo di stomaco e osserv la
dieta, credendo cos di cavarsela presto. Invece il giorno 22 fu assalito dal
vomito che gli dur fino a ieri l'altro, e contemporaneamente gli cess il
beneficio delle orine, dimodoch l'infezione cominci a salire e a soffocarlo.
Tutto questo grande male  stato trattato come se non fosse nulla, al punto che,
pur trovandosi alle porte di Valencia, lo hanno lasciato morire senza medico.
Ieri l'altro alle cinque della sera si confess, ma non si pot fargli la
comunione, a causa del forte imbarazzo di stomaco. Nel suo contratto di
matrimonio egli aveva gi fatto donazione di tutti i suoi beni alla moglie,
riservando per s soltanto cinquecentomila franchi, dei quali  stato subito
costituito un legato in favor suo. Ecco dove vanno a finire i grandi disegni
degli uomini sia grandi che piccoli... Ho gi detto altre volte che sono molto
disingannato del mondo, ma quest'ultima catastrofe ha finito per disingannarmi
del tutto. Quanto prima partir per Madrid per aver l'onore di mettermi ai piedi
delle loro Maest; penso che sar per me una scena ben triste. Che il Signore mi
aiuti, affinch io non cada ammalato!
Una perdita, questa del Vendome, per la quale l'Alberoni si definisce
inconsolabile e non  certo difficile credergli, se si pensa che con la morte di
colui che gli era stato, pi che protettore, amico, il piacentino perde anche...
il posto. Il Farnese infatti lo aveva nominato rappresentante degli interessi
del ducato di Parma proprio presso il condottiero francese, morto il quale
l'incarico del sacerdote finiva essendoci gi un rappresentante ufficiale del
Farnese, il marchese Casali, alla corte di Madrid. E allora?
Allora sembra che, nonostante le innumerevoli e indubbie difficolt, sul nostro
personaggio vigili la buona stella, dal momento che il Farnese, contrariamente a
ogni supposizione pessimistica dello stesso Alberoni, decide di lasciarlo dov',
considerando che dopotutto gli  stato parecchio utile e tenendo anche conto
della considerazione con cui lo circondavano i reali.
Chi comunica per lettera all'Alberoni che deve rimanere sur place  il gi
nominato Rocca, il quale gli fa un po' di coraggio per quanto riguarda il
sipario di intrighi che si  drizzato da tempo a corte. L'Alberoni gli risponde:
...mi dite che dappertutto trover degli intrighi; ed io vi rispondo che la vita
ch'io menerei non creerebbe intorno a me n gelosie n invidie. Anche nei paesi
pi barbari non si va a tormentare un uomo che vuol vivere in riposo; e sotto la
protezione di un principe giusto ed equo io potrei sperare di passare il resto
dei miei giorni tranquillamente... Come dire che a quarantotto anni suonati
qualche cosa, almeno, ha davvero imparato...
Rimane solo l'eterno problema: i quattrini; sempre per i medesimi motivi: la
vita di corte costa. I Farnese infatti sono a capo di uno stato minuscolo e
senza troppe risorse, e se inviano qualcuno... all'estero non vogliono per che
ci rappresenti un costo eccessivo per le loro misurate finanze. Il nostro non
trova per il momento niente di meglio che chiedere vitto e alloggio al Casali e
farsi imprestare un po' di quattrini da un cardinale, il Del Giudice. Ma 
solamente una soluzione di ripiego che fa vedere come Giulio Alberoni fosse
davvero con l'acqua alla gola o quasi.
Non rimaneva che cercare di abbinare gli interessi dei Farnese con quelli della
corona di Spagna la quale, almeno, non si era mai mostrata troppo avara nei suoi
confronti. Cos qualche spruzzatina di denaro arriva ancora, anche se qualche
volta il piacentino comincia a pensare che sta davvero facendo una vita da
zingaro, squattrinato come tutti i nomadi...
Camminando dunque sul filo dell'acrobata, cercando di servire come meglio pu i
vecchi datori di lavoro e di compiacere ai nuovi, egli si avvia verso un'altra
pagina della sua appassionante storia.
Com'era facile intuire, per la corte di Parma due inviati presso i sovrani di
Madrid erano troppi. L'anziano marchese Casali viene quindi richiamato in patria
per lasciare il posto al quasi cinquantenne Alberoni. Per il futuro cardinale 
un successo solamente a... met. Infatti l'anziano marchese non aveva fatto
proprio nulla per migliorare la dotazione ricevuta dalla corte e aveva lasciato
marcire in cortile due carrozze logore e decrepite delle quali l'Alberoni, come
lui stesso racconter con fine umorismo, non sapr che farsene, dato che
nessuno, ma proprio nessuno voleva comperarle. Il successo sta invece nel fatto
di essere nominato incaricato d'affari della corte parmense, il che  davvero
inconcepibile per chi non  nato nobile, ma  semplicemente il figlio di un
ortolano e di una filatrice.
Ma torniamo alle carrozze. Tre vetri rotti, tetto marcio, legno vecchio e
tarlato, cuoio strappato in pi punti, balestre arrugginite senza rimedio:
queste le condizioni della prima; sedili sfondati, velluto scomparso, legname
fradicio : ecco le condizioni della seconda; peggio ancora stanno le mule, dal
pelo tutto a chiazze, vecchie anche loro e stanche. Occorre bussare a coppe; ma
a Parma si fanno orecchie da mercante: Troppo si lascia veramente trasportare
l'Alberoni e conviene assolutamente moderare le di lui vaste idee. Potrete
valervi delle cognizioni che vi ha somministrate il marchese Casali per
insinuargli qualche maggior restrizione, e particolarmente addurrete la
specificazione delle spese, che potean bisognare, da lui mandata alcuni mesi
prima della sua partenza, onde all'abate medesimo non pu rendersi odiosa.
Singolarmente poi l'avvertirete a non fare spesa veruna senza darne un avviso
preventivo ed aspettarne la nostra approvazione, intimandogli che altrimenti non
saranno bonificate. Staremo fra questo mentre, attendendo la lista che mander,
e vi faremo sopra le opportune considerazioni (sic !)...
Insomma questo Alberoni  un gran spendaccione; ma non  solo uno spendaccione 
anche un gran diplomatico. E per far vedere che, soldi o non soldi, conta di
curare sempre gli interessi dei Farnese alla corte spagnola, egli scrive a
Parma: Siamo in alto mare e bisogna navigare, andare in porto se si potr... Non
voglio accampar spese avendo pienissima rassegnazione di supplire del mio,
giacch Iddio me l'ha dato credendo honorevolmente e gloriosamente impiegato
quel danaro che spender in honore e servizio del mio padrone.
Che sia un finissimo diplomatico lo provano le mille manovre in un periodo
difficile come questo anche per la corte di Madrid. Per giunta la situazione a
palazzo reale  tutt'altro che rosea, essendo la regina in pessime condizioni di
salute. La tisi ha minato profondamente il suo organismo e non lascia sperare
nulla di buono, tanto che, il 16 febbraio 1714, Maria Luisa di Savoia passa a
miglior vita. Puntualmente l'abb ne d fedele resoconto a Parma: All'ultimo
accidente che le sopravvenne chiam soccorso al primo medico di corte, dal quale
fu risposto non doversi lusingare d'avvantaggio, perch poche ore pi le
restavano di vita. Soggiunse ella con atto heroico che, se cos era,
dimandassero il Padre Confessore, intimando alle dame sue, che l'assistevano al
letto piangendo, che non era pi tempo di piangere, ma che sortissero e la
lasciassero sola con il confessore. Poco prima havevano fatto uscire dalla detta
camera il re, nella quale ha sempre dormito. Si confess dunque e si comunic la
terza volta per viatico, protestando al suo confessore che sulle prime aveva
appreso con dolore e disgusto di dovere morire, ma dopo aver inteso esser il suo
caso disperato, moriva con tanta indifferenza e intrepidezza come se non havesse
mai vissuto...
La morte della regina doveva provocare uno sconvolgimento facilmente
immaginabile nel ristretto entourage della corte spagnola e abbattere
profondamente il re. Del caos approfittano i nemici dell'Alberoni per spargere
una marea di dicerie, i cui echi arrivano sino a Parma. Il sospettoso Farnese,
sempre all'erta, chiede quindi spiegazioni allo stesso prelato che risponde con
quel tono secco e conciso che gli  ora abituale:  ...se havessi voluto fare
maneggi, mi sono trovato in situazione a volare ben alto o a precipitare ben
basso; per Iddio con la sua infinita misericordia mi fece conoscere che uno
stato mediocre, per honorevole, era quello in cui dovevo accontentarmi e vivere
il resto dei miei giorni con un tale quale disinganno, del quale ne sareste
stato convinto, se havessi potuto andare a vivere ove pensavo, lontano da
imbrogli ed imbarazzi, offertomi in questa corte pi volte, come tutto il mondo
sa. Piegai il capo e mutai volont quando per parte del mio principe naturale mi
s'intim di doverlo servire... Da tutto questo mal discorso vi supplico restare
persuaso che non troverete in me n raggiri n seconda intenzione sperando mi si
far cost la giustizia di credermi candido, puntuale e fedele, e che sar a
questa condizione che servir e non altrimenti...
E quanto alle persone che seminavano zizzania: ...vi assicuro che compatisco la
loro mala inclinazione e non lascerei di farli del bene se potessi, quando anche
sapessi potessero pregiudicarmi nell'essere creduti. In tale caso sarebbe per me
disgrazia della quale sempre mi consolerei, quando non havessi a rimproverarmi
d'havere male operato. In queste cose vivo con disinganno e superiorit tale a
burlarmene, e pi mi premerebbe una minima parola che mi potesse far pensare che
S.A. non fosse contenta di quello che fo per suo servizio, che tutti i rapporti
che possino fare tutti i birbanti del mondo...
La battaglia contro i detrattori si innesta in un complicatissimo gioco politico
che adesso esporremo compiutamente. Finora, infatti, ci siamo solo accontentati
di piluccare qua e l nella complessit degli avvenimenti alberoniani alcune
notizie, alcune frasi o lettere illuminanti per il carattere e la personalit
dell'uomo; tutto il resto, la politica europea, gli intrighi di corte, gli
avvenimenti bellici,  stato lasciato volutamente in disparte.
Non dimentichiamo che ci troviamo, in effetti, in mezzo alle pagine pi
aggrovigliate della prima met del diciottesimo secolo; dal 1700 al 1721 si
svolge il terribile scontro fra Svezia e Russia, dal 1701 al 1714 c' la guerra
di successione spagnola che vede in un modo o nell'altro coinvolte tutte le
potenze europee. Per capire il ruolo svolto dal futuro cardinale in questa
guerra, bisognerebbe scrivere un volume apposito e lasciare volutamente da parte
i fatti, episodi e particolari, di sapore marginale e aneddotico; niente drammi
finanziari quindi, niente problemi di carrozze, niente donativi di cibarie e
nemmeno eatseries con il Vendome. Insomma un lavoro esattamente contrario a
quello che abbiamo fatto sin qui. L'anno 1713, per esempio,  un anno...
miliare,  quello del trattato di Utrecht: i possedimenti spagnoli in Italia
passano all'Austria, i Savoia ottengono la Sicilia (che verr poi barattata a
suo tempo con la Sardegna), la Gran Bretagna ha fatto gi da un pezzo capolino
sul continente ed  diventata la vera arbitra dei destini europei e per giunta
sul trono di Prussia  salito Federico Guglielmo I... Questo cos, a volo
d'uccello, tanto per dare una pallida idea... Ma allora se bisogna addentrarci
in simili complicatissime vicende, addio ritratto umano dell'Alberoni, addio
virt e debolezze di un carattere e si faccia invece largo posto ai documenti e
all'opera diplomatica. C' tuttavia una pagina nella vita del futuro cardinale
che ci permette di abbinare le due opposte esigenze, dell'aneddotica e
dell'indagine storica, ed  quella che riguarda un vero colpo da maestro mandato
a segno dall'Alberoni alla corte di Spagna, in favore dei suoi signori di Parma:
un affondo che gli permette di insediare sul trono spagnolo una Farnese:
Elisabetta.
Vediamo dunque da presso questo incredibile matrimonio e soprattutto seguiamo
lui, l'Alberoni, navigato personaggio che riempie di s la scena teatrale con le
sue mosse, i suoi raggiri, le sue vicissitudini e le sue schermaglie.
Defunta la regina tisica, neppure un paio di giorni dopo nessuno si ricorda pi
di lei; cos  fatto il mondo; ma c'cra stato anche chi aveva spiato
attentamente la morte mentre compiva le sue devastazioni in quel corpo fragile e
indifeso, e fra questi c'era stato l'Alberoni, il quale pur partecipando
umanamente alle sofferenze della corte non poteva dimenticare di essere innanzi
tutto un informatore e un diplomatico. Da tempo il fine intelletto aveva capito
che la sorte della povera donna era segnata e che quel trentenne (o gi di l)
marito sarebbe rimasto presto vedovo. Un uomo che ha passato di poco la trentina
non  per tale da rimanere afflitto per tutta la vita e non volersi pi
accasare; e si sa che se i matrimoni fra le classi meno abbienti non interessano
nessuno, un connubio a livello di re interessa tutte le case regnanti. Un re,
anche vedovo, non  una persona che venga lasciata... celibe; va sposato ad ogni
costo e da quel matrimonio dipende una miriade di cose; con un matrimonio si
spezzano o si allacciano ferree alleanze, si cambia la cricca predominante a
corte o la si rafforza, si travolgono interessi o si accendono irragionevoli
speranze, si suscita malanimo o si rinsalda la fedelt dei sudditi. La sposa di
un monarca infatti non  solo la dolce met dell'augusto sovrano, ... mezza
monarchia!
La tattica dell'Alberoni si svolge quindi in due tempi e sempre nella massima
segretezza. Dapprima si fa quanta pi strada  possibile nell'animo dell'Orsini,
l'abile principessa che per anni ha dominato l'animo della defunta regina; poi,
una volta padrone della scelta della sposa (grazie proprio all'Orsini), si
avvale della stessa neoeletta al rango di consorte reale per mandare
letteralmente a quel paese, ovvero in esilio, l'Orsini... Apertura di regina,
salto di cavallo e... il gioco  fatto. L'Alberoni  modesto quando
entusiasticamente scrive a Parma che Elisabetta Farnese  un cervello pari a
quello di Mazarino, o di Richelieu... In realt alla maggior parte degli
intenditori viene in mente s questo confronto, ma nei riguardi dell'Alberoni
stesso. Ma cosa ha fatto?
Lo dice chiaro nella lettera che scriver il 16 aprile 1714 da Madrid alla
serenissima altezza il duca il Parma Francesco Farnese: il primo passo verso
il... capolavoro.
Serenissima altezza, Il foglio clementissimo di V.A.S.  del 16 passato, in
risposta del quale devo dire che dal primo istante che mor la regina mi posi in
agguato per penetrare ogni pi profondo arcano e per promuovere con tutta
destrezza le disposizioni, quando l'avessi potuto credere favorevoli. Dir
dunque a V.A. che per ora non si vede nel re segno alcuno che possa far credere
che pensi a rimaritarsi, per la comune opinione  che non pu star senza
rimaritarsi. Tanto mi dice il suo confessore e il marchese di Mecorada,
confermando il discorso fattomi dalla principessa Orsini, che un giorno della
settimana santa mi disse: e bene siete voi uno di quelli che vogliono maritare
il re? Io risposi che stavo persuaso ch'ella non mi credeva capace di tale
pazzia dicendomi con ammirazione il passo dato dall'ambasciatore di Savoia col
medico del re appena morta la regina. E' certo che la principessa Orsini non
dar mano se non in caso che veda che non si pu far di meno, essendo oggi
padrona dispotica della monarchia...
Il re ha trentadue anni; ama la caccia, sport che per lui  al di sopra di ogni
altro;  un re tentennante, con un carattere debole, che va volentieri a
rimorchio delle donne, mogli o consigliere. Da qui il ruolo preponderante che ha
l'Orsini.
Morta Maria Luisa, la vera padrona  dunque questa anziana e intrigante donna:
settantadue anni, carattere indocile, scaltrezza a tutta prova. La via che da
tempo segue il prelato per penetrare nelle stanze e nel cervello dell'Orsini 
la solita: leccornie caserecce, alle quali aggiunge capaci fiaschi di vino
italiano del quale l'Orsini fa volentieri consumo; la donna trinca e il fine
uomo l'asseconda. Per non dare a vedere che gli importa accasare la ventenne
Elisabetta, anche se gi da tempo ha proposto la cosa all'incredulo Farnese, per
il quale un simile matrimonio rappresenterebbe il colpo pi bello di tutta la
sua vita, gira intorno all'argomento come il cane da punta che, coda ritta,
annusa le tracce della pernice senza risolversi a trovare una direzione precisa.
Comunque, tre giorni dopo la morte della consorte di Filippo V, butta l con
nonchalance, quasi per caso, in un colloquio con l'Orsini, che forse quel re
cos giovane non sarebbe stato a lungo senza una seconda moglie. L'Orsini, come
morsa dalla tarantola, aveva sussultato facendo capire che si trattava di un
punto debolissimo e delicato. La donna comprendeva perfettamente che una nuova
regina, con i suoi consiglieri magari importati dal paese d'origine, avrebbe
potuto metterla in disparte facendole perdere quel credito che godeva, ancora e
pi che mai, presso il debole sovrano. Che l'Orsini fosse il ponte levatoio per
accedere alla cittadella reale l'aveva capito anche l'ambasciatore dei Savoia,
che ronzava attorno alla donna con l'attenzione e la testardaggine di un
moscone.
Il messo dei Savoia propagandava la grazia e la virt di Maria Vittoria e di
Isabella Luisa, quello della casa bavarese magnificava Maria Carlotta, il re del
Portogallo aveva timidamente fatto sapere che c'era anche sua figlia e
l'Alberoni aveva suggerito Elisabetta, la figlia del suo duca. Quale scegliere?
Ecco il dilemma. Allora non si guardavano le fotografie e neppure i ritratti,
almeno non subito; la tela veniva in secondo tempo quando ormai la scelta era
caduta su questa o quella donna; e solo se si fosse trattato di un vero mostro
di natura (...guercia, zoppa, gobba o che so io) ci si sarebbe tirati indietro.
Ma bastava che il ritratto mettesse in evidenza la giovent e i gioielli su un
corpo non sgradevole e il gioco andava a buon fine; se era poco bellina di viso
si diceva che aveva molta grazia nelle movenze, o che le sue mani erano assai
delicate; se era priva di seno come una tavola si parlava del suo animo
spirituale e volto alle cose nobili; se aveva le estremit come delle pale, le
spalle tozze, il collo taurino, si parlava del suo carattere nobile ed altero...
Oh, mirabile costume del settecento, che faceva apparire cammei le volgari
pietruzze e i sassi raccolti sulla battigia, et dell'oro in cui il manto
arcadico ricopriva la rovina delle citt e il parrucchino incipriato quella del
cranio, splendido periodo di cembali e di spinette, di tacchi e di fiocchi,
d'alamari e di volute barocche! Allora gli occhi delle dame avevano la dolcezza
dei ritratti di Rosalba Carriera, le trine la leggerezza del Watteau e le stanze
risuonavano dell'ouverture all'italiana e delle arie da camera di Alessandro o
di Domenico Scarlatti...
L'Orsini  una specie di roccaforte: la sua gelosia e diffidenza, dice
l'Alberoni, sorpassa qualunque immaginazione; ma da sola non pu certo combinare
un matrimonio; le occorre l'appoggio di qualcuno. Ma fra tutti quegli intriganti
di chi si pu fidare?
E cos, abbastanza ingenuamente in verit, decide di affidarsi a colui che meno
far pressioni per metterle sotto gli occhi la sua candidata. Essa non desidera
affatto che il re si sposi; ma siccome non pu certo opporsi a una cosa pi che
legittima, a un dovere anzi, deve pur fare buon viso a cattivo gioco. Le occorre
dunque trovare il partito pi tranquillo e pacifico che esista, una donnetta
capace solo di portarsi dietro, lungo i chilometrici corridoi reali, un paio di
forbici d'oro legate a un nastro azzurro di velluto, una mite giovincella che
non sapendo nulla della corruzione e dell'intrigo pensi solo al puntaspilli e al
corredino, e tutt'al pi alla buona tavola...
Ma che farebbe la povera anziana donna se le venisse una di quelle che amano
circondarsi di zerbinotti e cicisbei, che con una sola parolina sollevano
cicloni che ficcano il naso dappertutto e brigano alle spalle del marito? Che
farebbe lei, l'Orsini, se le giungesse una di quelle spose che hanno il loro
confessore che ne sa una pi del diavolo e manovra astutamente i fili della
politica reale, o che sono sempre accompagnate da attempati consiglieri e
diplomatici della corte paterna? Se desse retta all'ambasciatore del Savoia,
presto vi sarebbe una tale trama segreta di alleanze e di complotti da perdere
il sonno anche la notte; se desse credito al bavarese avrebbe un'intera tavolata
di consiglieri tedeschi, fra i quali si muoverebbe come un vaso di coccio fra
quelli di ferro; se desse fiducia ai portoghesi presto fra lusitani e spagnoli
si creerebbe una lega santa e per lei vi sarebbe solo l'esilio; se continuasse
ad ascoltare il mellifluo piacentino... Malauguratamente sceglier proprio
questa soluzione; abbiamo detto malauguratamente, per lei s'intende...
Senza dar troppo nell'occhio, dopo aver cacciato di tasca sua i quattrini che
gli servono per metter in sesto un nuovo equipaggio (mule, lacch, carrozza e
palafrenieri) il nostro Giulio Alberoni  partito all'attacco. Gi nel corso
della mesta cerimonia dei funerali della regina, mentre sono l, tutti e due, ad
osservare da una finestra il corteo che si snoda lentamente, l'Orsini fa ad alta
voce l'inventario dei partiti possibili. Evidentemente intende far scoprire le
carte al suo Alberoni; ma questo Machiavelli della diplomazia lascia cadere solo
qualche osservazione banale come se la cosa lo interessasse fino a un certo
punto, fino al limite cui possono spingersi i suoi interessi privati. C' un
unico punto sul quale forza un po' la mano e proprio su quel tasto che l'Orsini
vuole sentir suonare: la docilit e la remissivit, la nullit insomma, della
sposa; per il prelato la futura sposa di Filippo dev'essere un modello di
modestia, di riservatezza, una monachina senza ambizioni e senza pretese... Pi
belle e flautate parole l'Orsini non si sarebbe mai aspettata e comincia a
guardare con malcelato interesse quell'uomo che, con gli ammiccamenti e la
familiarit del buongustaio, parla di una creatura che abbia la dolcezza del
parmigiano, sia tenera come una ricotta lombarda e abbia il carattere di
burro... Sotto il belletto e i merletti gli occhi della donna non perdono un
attimo il movimento delle labbra di lui, la direzione del suo sguardo, il
battito delle ciglia; cerca di scrutare il carattere di chi le parla in quel
modo, con il tono bonario e accattivante del curato di campagna. O  uno per il
quale la cosa presenta davvero scarso interesse oppure  un mostro... Ma
l'Orsini ha i suoi canali di informazione. Sa che le finanze del cardinale
risentono alquanto delle strizzatine e dell'avarizia dei Farnese e non lo crede
capace a tal punto d'immolarsi per dei signori che mostrano di tenerlo a
stecchetto, tanto da battersi a spada tratta con ogni mezzo per collocare sul
trono la ventenne Elisabetta. Certo qualcosa deve pur fare, dopotutto  il loro
rappresentante a corte, ma senza soverchio entusiasmo. Accoglie quindi facendo
finta di nulla, ma dentro di s mostrandosi interessata, le osservazioni che
l'Alberoni lascia cadere sulla pasta davvero provinciale di cui era fatta
Elisabetta; una donnina, non brutta per carit, dolce e sottomessa, una cosina
che si poteva lasciare in un cantuccio, sicuri che ella avrebbe ubbidito. Certo
non era fare gli interessi del sovrano proporre una simile candidatura, ma dopo
tante traversie, lui personalmente, l'Alberoni, sentiva il bisogno di un poco di
requie, e il vedere un domani una personcina come Elisabetta non gli sarebbe
affatto spiaciuto, tanto pi che, pensava, avrebbe ascoltato con estremo
interesse e devozione i consigli impartiti da quelle persone che ne sapevano
assai pi di lei, come per esempio... l'Orsini.
Mai come in questo periodo si odono dei timidi bussare alla porta del palazzo
dell'anziana dama: ora  un valletto dell'abb che porta maccheroncini arrivati
freschi freschi da Parma, ora  un servo che reca una damigiana di quello buono,
da consolare le ugole della principessa ora  lui stesso che si fa premura, con
la grazia e la cortesia imparate dall'Alberoni negli anni di corte parigina, di
venire a salutare il... mostro e informarsi garbatamente sulla sua salute.
Spesso si fa tavola assieme, onde gustare sotto i diretti consigli del gourmet
un tipo di vino o l'altro, onde apprezzare qualche forma ben stagionata di
parmigiano. Mentre il re  puntualmente a caccia e nella degenerazione della
corte che si  riempita di partorienti ( l'Alberoni stesso a farlo notare;
tutte le dame di compagnia e quelle dell'entourage dell'Orsini sono incinte: il
palazzo  un continuo andirivieni di servi che recano brodini e piatti
appositamente cucinati dalle famiglie delle donne in attesa, le quali avanzano
goffamente coi pancioni a ingombrare scale e anditi), la settantaduenne
principessa e il piacentino complottano a tutto spiano.
Probabilmente in quei colloqui a tavola ciascuno dei due amici-nemici pensa al
modo con cui far lo sgambetto all'altro una volta accasato il re. La Orsini si
ritiene pi scaltra; pensa di dare molto spago all'Alberoni e di lasciare pure
che egli imponga la sua Farnese; non appena questa sar giunta a palazzo penser
lei a metterla sulla buona via e a indurla ad allontanare un prelato che
comincia a rivelarsi troppo insistente...
Dal canto suo l'Alberoni si avvale dell'arma che gli  sempre stata la favorita:
temporeggia; fra una salciccia e l'altra, fra un sorriso e l'altro, pensa a
mettere in guardia Elisabetta; il carattere di lei, pur essendo della corte di
Parma, piccola e modesta, non  certo quel tutta sfoglia e pan di zucchero
dipinto dal prelato; per quanto giovane Elisabetta  un'indomita, una peste in
miniatura... E sai la sorpresa quando arriver a Corte!
Dai e dai, parlane oggi e parlane domani, l'Orsini accetta di tener bordone al
sacerdote e il 10 giugno 1714 l'affare  combinato.
Le tappe di questo rompicapo pazientemente ricomposto sono state descritte nella
lettera gi parzialmente citata e che essendo, come si  detto, del 16 aprile 
ancora lungi dal lumeggiare una situazione definitiva: (l'Orsini)... mi disse
che sinora non credeva disposizione alcuna nel re di rimaritarsi, per che
potrebbe darsi con il tempo che gliene venisse voglia, che a quest'effetto
voleva essere informata delle principesse nubili e fra queste sapendo esservi
quella di Parma, mi pregava con la solita confidenza di dargliene distinta,
fedele informazione. Pu credere V.A. che non omisi alcuno di quei motivi
presenti e futuri che potessero lasciarla persuasa che fra tutte le principesse
d'Europa niuna forse conveniva pi al re, che quella di Parma, con assicurarla
che quando ci succedesse, V.A. lo riconoscer intieramente da lei e che di
quante principesse venissero in Spagna non si avr la pi riconoscente di quella
di Parma...
(In altre parole se l'Orsini si adoprer per far diventare Elisabetta Farnese
legittima consorte del re Filippo, non solo la stessa Elisabetta ne sar
perpetuamente riconoscente alla vecchia dama, ma anche lo stesso Francesco
Farnese, suo padre, non mancher di testimoniare alla donna quella gratitudine
che si conviene da parte di chi ha ricevuto un cos grande favore... Davvero
perfido il nostro Alberoni!)
Mostr meco (l'Orsini, s'intende) avere avuto grandissimo gusto della
conversazione, la quale fin che io con tutta destrezza senza darmi a intendere
procurassi avere un ritratto; anzi, avant'ieri, che la vidi un momento, mi
domand se avevo scritto per il medesimo ed io dicendole di s, mi rispose
ridendo: so bene che non l'avreste scordato...
(Dunque il nostro uomo chiede se la principessa intenda vedere, prima di
prendere una qualunque decisione, il ritratto della candidata al trono, e
l'Orsini che  tutt'altro che un'ingenua capisce immediatamente che se le viene
rivolta una simile domanda  perch il ritratto c' gi o  stato gi ordinato a
Parma: come infatti...)
So pure che da alcuni giorni in qua che ha parlato con l'ambasciatore di Savoia,
cosa insolita, o come donna accorta non sapendo dove possano andare a parare le
cose, m'immagino vorr dare ad ognuno buone intenzioni. Nel primo discorso mi
parl della principessa del Portogallo, per disse di non convenire in alcun
modo al re; di quella di Baviera, come bruttissima; di quella della regina di
Polonia, vedova con l'esclusione nello stesso tempo per la parentela della casa
Sobisa in Francia.
Dunque, stando alle parole dell'Alberoni al suo duca, la scaltra Orsini ha gi
fatto tutte le valutazioni possibili, scartando questo o quel partito per i
motivi pi diversi dal criterio estetico a quello... pratico. Quanto ai
rimanenti personaggi pi o meno implicati nel voler dare a ogni costo una
consorte al sovrano: Gli altri soggetti poi, che possono indirettamente o
direttamente influenzare, sono a mio credere il confessore del re, il primo
cavallerizzo, amatissimo del re, che non si ingerisce in cosa alcuna, per in
questo affare parler, dandosi l'apertura, e il marchese di Mecorada, tutti e
tre amici fra loro, uniti ed ansiosi di vedere il re rimaritato. In quanto al
confessore del re sa V.A. essere mio amico; per gli altri due sono continuamente
nelle loro case con tutta confidenza e libert come nella mia, e di questi tre
ne ho piena sicurezza, avendo con tutti e tre lungamente conferito, anzi loro
medesimi mi vanno suggerendo li modi di tenere guadagnata la principessa.
Se poi l'affare si consultasse all'uso delle altre volte nel consiglio di stato,
V.A. deve credere fermamente che non vi sar neppure un voto contrario, tanto mi
assicur ieri sera il marchese di Bedmar dal cui voto dipendono tutti gli altri.
Dir di pi, che questa soverchia parzialit spagnola potrebbe essere di
pregiudizio e porre in guardia e in sospetto la principessa nemica della
nazione. Io, grazie a Dio, mi sono mantenuto ugualmente bene con tutti, ed
assicuro V.A. che non  stato poco. Non so poi se il medico vi avr parte:
questi  pure mio amico, ma credo che sar per chi far maggior offerta. Ecco il
sistema purissimo nel quale oggi si trova l'affare, di cui pu V.A. credere
essere informata. Mi resta supplicare quanto so e posso V.A. a non dare orecchio
a chi si sia per parlare dell'affare, perch qualunque persona, senza
eccettuare, potrebbe far del male e non del bene, mentre la gelosia e la
diffidenza della principessa passa ogni immaginazione, quantunque forse da s
sola tiene potere e capacit di rompere quello che non sar di sua
soddisfazione. Il giorno che la principessa mi mand a chiamare stavo a pranzo
con il cardinale Del Giudice, onde per mettermi al coperto e per molti fini non
stimai fuor di proposito fargli confidenza di quanto mi aveva detto la
principessa sapendo peraltro che  tutto interessato al servizio di V.A.: per
questi  uno di quelli che la dama guarda con gelosia ed egli lo sa.
Dopo di che passa al suo tema preferito: quello del denaro e delle carrozze.
L'inviato della Baviera fa sfoggio di un'opulenza notevole, tanto da porre in
vendita una carrozza seminuova che non gli serve pi avendone delle altre; per
questa chiede una cifra esorbitante, ma si tratta pur sempre di un prezzo che si
potrebbe pagare tenuto conto che una vettura simile, nuova, costa ben di pi...
Insomma quello dei veicoli  una delle spine nel cuore del prelato, il quale
vorrebbe mettersi finanziariamente alla pari con i potentati accreditati a
corte. Vo pure prevenendo le livree con tutta diligenza.
Insomma, sembra dire l'Alberoni, io sto facendo l'impossibile perch le cose
vadano per il meglio e la casa Farnese sia accontentata, ma una maggiore
liberalit nello spendere da parte del duca non sarebbe male accetta, anzi
andrebbe appena bene, dato che per quanti sforzi si faccia una vita trascorsa a
cena dal tizio o dal caio, a pranzo dal cardinale o dalla principessa, in visita
al sovrano, richiede un certo decoro e una presenza di primo piano. Che figura
ci farebbe la corte Farnese nel proporre al sovrano di Spagna una consorte,
quando il suo rappresentante a corte se ne va in giro con equipaggi logori e
carrozze di terza o quarta mano? Quale successo potrebbe avere Elisabetta, se
raccomandata da chi si trova sempre a corto di quattrini? Che il Farnese dunque
si decida: o mirare al sole e ungere le ruote e fornir equipaggi e carrozze o
starsene nel chiuso della sua piccola Parma...
Non appena Anna Maria de la Trmoille, principessa degli Orsini, cameriera
maggiore della defunta regina di Spagna ha dato il suo placet, un piccolo dubbio
comincia ad insinuarsi nel suo animo. Da quel momento, infatti, le visite
dell'Alberoni si diradano singolarmente e allorch la sposa  in viaggio per la
Spagna comprende appieno l'intrigo in cui  cascata, il bidone all'italiana (o,
meglio, alla piacentina...) che le  stato preparato. Le giungono notizie
strabilianti su Elisabetta: piuttosto rozza, sgarbata, ha il vizio di cibarsi
come un carrettiere; invitata a Monaco, servita a puntino da cuochi francesi,
aveva mangiato con avidit incredibile per chiedere poi a gran voce che le fosse
dato dell'aglio crudo e del pi forte. Quando dopo lunghe traversie e giri
viziosi giunger a corte, si riveler una cacciatrice appassionata, un mezzo
buttero insomma, sempre a cavallo, il che, se mander in visibilio il marito,
attrister non poco i raffinati cortigiani. La sua voracit poi, trascorsi i
primi giorni in cui la fatica del viaggio le avr causato lievi imbarazzi di
stomaco, diverr presto proverbiale.
Eccola quindi al mattino mangiare a colazione un paio di uova, alle dieci farsi
un pantagruelico banchetto e a mezzod ripetere l'exploit, tanto che il cher
abb sar costretto ad ammettere che la fanciulla divorava in un pasto solo
quello che lui non sarebbe riuscito a mandar gi in un giorno intero. Per giunta
tracannava che era una delizia vederla... Elisabetta, comunque,  in viaggio, un
viaggio fatto di detours, di giri viziosi.
Il re infatti aveva fatto spianare strade, attrezzare porti, arredare case lungo
la via, pensando che sarebbe venuta dal mare; lavori ciclopici che, oltre a
sfinire le maestranze impiegate in pratica l'intero giorno, per non dire la
notte, assillate dal pensiero di fare in fretta, erano costati un patrimonio. La
vorace arriva invece per via di terra mandando cos all'aria tutto quanto. Tutti
soldi spesi per niente... andava urlando in quei giorni il ministro delle
finanze; e in effetti fra colline rase al suolo per permettere alle pesanti
carrozze di transitare senza difficolt, fra case acquistate e arredate oltrech
rifornite di cavalli e stallieri per far da tappa verso Madrid, fra provviste e
vettovaglie, vesti e doni, mandati incontro alla sposa, era un capitale che
gravava un'enormit sulle stanche finanze reali... E di punto in bianco cambiare
rotta era l'assurdo, lo spreco.
Ma con leggerezza e infischiandosi allegramente di qualunque cosa, Elisabetta
pian piano, lungo la via che costeggia la costa francese, si dirige al confine
spagnolo. Per l'Orsini sono giorni neri; per giunta la poveretta non sa che la
fanciulla, addestrata ad arte dall'Alberoni, giunge intimamente prevenuta nei
suoi riguardi. Ed Elisabetta, che accuseranno perfino di parlar male l'italiano,
sar al centro del pi scandaloso ripudio che mai regina abbia fatto di una dama
di corte: l'Alberoni non si  accontentato di vincere, ha voluto stravincere,
umiliare, distruggere l'antica rivale, e questo senza badare troppo ai suoi
anni, senza preoccuparsi del grave incidente diplomatico che la ripulsa
susciter sentendosi i francesi troppo punti sul vivo quando vedranno la Orsini
rimandata a Parigi (e... in che condizioni!).
Ma ecco i fatti.
Fin dalla fine di novembre Giulio Alberoni si  recato a Pamplona, la capitale
della Navarra, per attendervi il corteo della regina. Avrebbe voluto
attraversare la catena dei Pirenei, ma preferisce godere il tepore di un
focolare perennemente acceso piuttosto che mettersi in cammino nel pieno della
stagione invernale lungo i valichi montuosi. Si  fatto beffe di un inviato
della corte di Parma, la quale nutrendo qualche diffidenza nei suoi maneggi
voleva almeno che accanto a lui vi fosse un uomo che ne controllasse i movimenti
e non avesse troppo a influenzare il gi abbastanza turbolento carattere della
regina. Si  beffato di lui nella maniera migliore, rispedendolo dove era
partito, cio in Italia. Il fatto pu significare una sola cosa; che,
improvvisamente, il prelato ha deciso di gettare la maschera e di non nascondere
i suoi progetti.
Il giorno 11 dicembre avviene l'incontro tra l'Alberoni e Elisabetta. Gioia,
onori, doni e oratoria alberoniana. I due personaggi paiono intendersi a
meraviglia; non per nulla nel fondo dell'animo di ciascuno c' un po' di quel
che viene definita la schietta anima emiliana: badano entrambi al sodo.
Elisabetta vuole godere la vita di corte, sogna gi di andare a caccia da mane a
sera,  giovane, il sangue le pulsa nelle vene; il prelato vuole salire molto in
alto e manovrare la politica di Spagna all'ombra della donna. Ma pi che
schiettezza e accordo negli... affari, c' un che di popolaresco nell'animo di
lui, in quanto il vero sottofondo  rimasto quello del figlio dell'ortolano che
mira all'astro che brilla in cielo e che sotto la patina signorile acquisita
negli anni, pu all'improvviso rivelarsi brutale; nel cuore di lei c',
nonostante la nascita, un che di plebeo derivato dal fatto che ha trascorso la
sua esistenza nel piccolo mondo di una corte provinciale; rozzezza e brutalit
si mettono quindi a braccetto e ben presto i frutti di questa msalliance
involontaria del buon Filippo verranno alla luce fra la perplessit generale.
Lo stesso giorno, Elisabetta riceve dal suo abb l'assicurazione che il destino
della Spagna  nelle sue mani. L'Alberoni lo scriver anche in una lettera che
invia a Parma il 14. Rara avis in terris nigroque simillima cycno: ma anzich un
uccello raro, un cigno nero, una donna umile e dimessa pur essendo una regina,
la Orsini scopre di aver nutrito nel seno il serpente. Per giunta i dispacci dei
suoi informatori tracciano di lei ritratti poco piacevoli anche dal punto di
vista fisico: il viso, dicono,  butterato dal vaiolo, il collo  come quello di
una giraffa, il corpo esile come un giunco, tanto da far pensare che di l a
poco seguir la sorte della defunta Maria Luisa di Savoia... e poi ci sono
quelle incredibili descrizioni del suo pantagruelico appetito tanto da far
subodorare non una sovrana ma una donna che ospiti almeno una decina di tenie,
il che sarebbe ancora poco se non fosse quell'apprezzare sapori e cibi da
popolano! Una fanciulla che ti mastichi una testa d'aglio al termine di un
pranzo copiosissimo trincando allegramente vino a tutt'andare (anche il prelato
Giulio Alberoni scorgendo, piuttosto seccato per la verit, il debole della
Farnese arriver all'artificio di far travasare il vino, leggero, in bottiglie
recanti etichette diverse e nel frattempo annacquandolo per benino, dopo aver
visto la... dimensione dei bicchieri di cui amava servirsi la sposa regale), una
creatura siffatta, dunque, che sarebbe stata a suo agio fra le osterie, come
poteva andar bene per un trono?
La Orsini frattanto, scrivendo improvvisamente a destra e a manca, non cessa di
calcare ancora la mano su queste pennellate gi crude e di palesare infinite
preoccupazioni e timori quasi a confessare apertamente d'essersi sbagliata sul
conto della candidata. A onor del vero, e per desiderio di obiettivit, la
Farnese non era poi quest'orco della tavola e la sgraziata creatura che si
dipingeva; bruttina, certo, e lo abbiamo gi detto pi volte, ma non poi un
mostro. Nelle corti europee c'era ben di peggio, tanto pi che lui, Filippo, non
era neppure un Adone. Il difetto principale della giovane Elisabetta non
consisteva nelle... qualit che facevano tanto arricciare il naso alla Orsini,
la quale ora levava tutti quegli scudi perch capiva il tranello in cui era
cascata, quanto nel fatto che la giovane era una tremenda provinciale e un
carattere esasperante.
Che Anna Maria de la Trmoille, principessa degli Orsini, fosse caduta nel pi
abile degli inganni lo aveva intuito il giorno in cui aveva annunciato la sua
partenza per Jadraque, il luogo in cui si sarebbe abboccata con Elisabetta e
l'avrebbe, finalmente, vista in faccia. La partenza era stata fissata per il 19
di dicembre. Nel congedarsi dalla principessa, Filippo era stato gentilissimo e
l'aveva colmata di attenzioni, ma parecchi avevano osservato che all'uscita
dallo studio reale la Orsini, che si era accomiatata con un largo sorriso sulle
labbra, era corsa precipitosamente nelle sue stanze dove era scoppiata in un
pianto amaro...
Ma il peggio, un vero dramma, doveva ancora venire. Niente lasciava presagire il
colpo gobbo che, dopo qualche scaramuccia, le assester in pieno petto
l'Alberoni. Dalla regina la principessa riceve biglietti affettuosi e pieni di
tatto (suggeriti da chi, non  difficile indovinarlo). La stessa corte di Parma
ha raccomandato all'Alberoni diplomazia e ancora diplomazia, tatto e savoir
faire. Ma questa volta Giulio Alberoni  ben deciso a infischiarsene apertamente
anche delle raccomandazioni del suo signore. E se inizialmente, per necessit e
per non scoprire subito le sue carte, l'abile prelato star al gioco, appena
capir di avere Elisabetta dalla sua getter, come si  detto, la maschera.
Che cosa i due, la donna e il sacerdote, si siano detti a Pamplona  un mistero;
certo i colloqui furono lunghissimi. Comunque, poco dopo l'Alberoni se ne va e
precede la regina a Jadraque, il luogo dove nel frattempo  giunta la Orsini. A
lei l'Alberoni ha indirizzato i pi dolci e zuccherosi biglietti della sua vita,
e ci ha messo ancor pi in allarme la tutt'altro che ingenua principessa, la
quale non appena le arriva a tiro il sacerdote lo investe come una valanga. E'
lo stesso Alberoni a raccontarlo e non abbiamo ragione di dubitare delle sue
parole: Giunsi a Jadraque il giorno 23, tre ore prima della regina, dalla quale
ebbi il comando di avanzarmi. Appena entrato io nella camera della dama
(l'Orsini, n..r.), venne questa ai soliti rimproveri sopra il viaggio e sopra la
risoluzione presa da S.M. di rendersi a Guadalajara il giorno 24... Alla Orsini
questo ennesimo detour (quasi che la regina intendesse ritardare il pi
possibile il momento finale dell'incontro con il sovrano) non piace minimamente.
Ma dopo aver fatto le sue rimostranze all'Alberoni per la condotta, a suo
giudizio, criticabile, della sposa, l'Orsini aggiunge ancora: ...mi disse che le
qualit di questa regina erano ben diverse da quello che avevo io rappresentato,
mentre ogni sua azione era ridicola, e che sino il suo mangiare da paesana
faceva conoscere la leggerezza del suo spirito e la povert del suo talento
(sic!).
Il fulmine a ciel sereno giunge comunque il 23, ma di sera. Sono le venti.
Elisabetta arriva a Jadraque. L'Orsini, gi piuttosto stizzita per il
comportamento dell'Alberoni e messa in cattiva disposizione di spirito da tutti
quei dispacci negativi avuti dai suoi informatori, scende la scala di palazzo
come se la regina fosse lei e non colei che  giunta in quel preciso istante.
Infatti l'anziana principessa, la cui tenuta  quanto di pi aristocraticamente
corretto si possa immaginare, si ferma a met dei gradini, la mano guantata
appoggiata con noncuranza sulla balaustra. Elisabetta, con irruenza, le si fa
incontro e l'abbraccia; le due donne sembrano madre e figlia che si siano
incontrate di nuovo dopo una lunga assenza della pi giovane... Poi l'Orsini,
preceduta dai valletti e mentre i servi s'affaccendano a scaricare i bagagli,
mostra alla giovane le stanze dell'appartamento preparato appositamente per lei.
Dopo i mille convenevoli d'uso, per una di quelle burle che il destino si
compiace di fare, la Orsini compie un passo falso che rappresenta il pretesto
atteso lungamente dal duo Elisabetta-Alberoni per agire: ...appena S.M. e la
dama furono nella camera, che questa venne ai soliti rimproveri, e in certo modo
alle minacce, credendo forse fosse bene far prova se si potesse in principio
intimorire una principessa giovane, la quale con spirito superiore si vide
portata a quel giusto risentimento... Cos l'Alberoni. In realt le cose vanno
un po' diversamente.
L'Orsini dopo aver chiesto notizie del viaggio e tutte quelle cose che
solitamente si domandano in circostanze analoghe, le gentilezze d'obbligo
insomma, parla del re; lo descrive in termini quanto mai elogiativi, si dichiara
estremamente lusingata della fiducia che il sovrano aveva riposto in lei, donna
di una certa et e di una certa esperienza, tanto da affidarle in pratica la
scelta della sposa e dice di essere veramente contenta che la scelta in
questione sia stata cos felice. Fin qui tutto bene. Elisabetta ascolta quelle
parole distrattamente, con una cortesia appena mascherata di un'ombra di noia.
Umilmente l'Orsini chiede poi la confidenza della regina, sicura che le sue
premure avrebbero avuto anche il riconoscimento della giovane sovrana; anzi,
l'assicurava fin d'ora che fra il re e lei vi sarebbe stata la sua fedelt di
principessa Orsini sulla quale poter contare per mantenere le cose nello stato
in cui dovevano essere... Ahi! Era fatta... Come morsicata da una vipera,
all'udire che l'Orsini vuol fare da tramite fra lei e il sovrano, Elisabetta
balza in piedi e le grida in faccia che per quanto la riguardava non aveva
bisogno di nessun tramite con il suo sposo, che l'offerta era senza dubbio
impertinente e che l'Orsini avrebbe fatto meglio a tacere...
L'anziana principessa nonostante il pesante belletto diventa cerea; tenta di
scusarsi, balbetta che non ha nulla da rimproverarsi, non comprende che cosa
abbia voluto dire la regina, anzi...
Tacete! tacete! urla Elisabetta. Uscite subito di qui, ve lo ordino!
Le urla da pescivendola o da carrettiere feriscono a morte l'Orsini; mai in
tutta la sua vita essa  stata trattata cos, con simile mancanza di tatto e
d'educazione; mai ha dovuto, lei che tutto poteva alla corte di Maria Luisa,
subire un simile affronto e per giunta da una provinciale che si nutre a spicchi
d'aglio.
E drizzando subitamente il capo in un senso di superiorit e d'orgoglio di
fronte a quelle villanie, prega la regina di moderarsi, dato che non ha detto
nulla di offensivo e tanto meno di...
Fatela tacere! Arrestate questa pazza! E come una furia Elisabetta va a chiamare
l'Alberoni, il quale in anticamera, sornione, non aveva perso una sillaba del
colloquio.
Chiamate il luogotenente delle guardie...
Alberoni s'inchina... Era gi tutto pronto.
Non appena arriva Amezaga, il luogotenente della scorta di guardie della regina,
Elisabetta, gli occhi accesi, il respiro affannoso, come se ancora la rabbia la
divorasse, gli intima indicando l'Orsini: Arrestate questa pazza,
quest'insolente, ve lo ordino. Preparate una carrozza e conducetela alla
frontiera con 50 uomini di guardia. Lasciatele soltanto una cameriera e un
lacch, tutti gli altri suoi domestici siano imprigionati. Partite subito e che
non le sia permesso n di scrivere n di parlare ad alcuno.
Inaudito. Senza neppure sentire il parere del suo sposo, senza nemmeno
consultare qualcuno della corte, Elisabetta allontana di un sol colpo una donna
che ha fatto della reggia di Spagna la sua reggia, che ha retto per anni le fila
sottili di un gioco arduo, dietro il consenso e la stima tributatele dalla
regina precedente.
Ma non basta. C' la profonda umiliazione: la scorta armata, una sola cameriera,
i servi imprigionati, il bando oltre frontiera e la proibizione di parlare e
scrivere; neppure un pericoloso delinquente si comporterebbe cos nei confronti
di un suo rivale altrettanto nefasto...
L'unica spiegazione possibile (dato che non si pu pensare che l'Alberoni avesse
tratto dalla sua parte in poche ore di colloquio una donna, legandola ai suoi
piani in maniera tanto forte)  che, astutamente, il prelato sia venuto in
possesso di qualche scritto poco lusinghiero della Orsini nei confronti della
regina, una di quelle lettere in cui ella sfogava il suo malumore, facendo
l'elenco delle stramberie e degli atti scandalosi riferiti dai vari informatori
che avevano seguito il viaggio della Farnese. Ci spiega almeno il motivo di
questo piano accuratamente preparato, come del resto dimostra il fatto che la
carrozza e la scorta armata erano gi pronte.
Quando arriva a corte, con tutta la fretta del caso, la notizia dell'espulsione
sui due piedi della vecchia Orsini, per poco al re non prende una sincope; ma
pi addolorati ancora sono i suoi ministri, che scoprono di botto come
l'Alberoni abbia allungato destramente la mano.
Dopo vari tentennamenti, Filippo si decide a lasciar partire due nipoti della
principessa e d nel contempo l'ordine di sospendere il suo viaggio: fare
affrontare alla donna le catene dei Pirenei in pieno dicembre sarebbe esporla a
gravi pericoli per la sua salute, tanto pi che non le si  nemmeno lasciato il
tempo di far caricare un po' di corredo.
E la scorta di cinquanta uomini fa alt. Ma per poco.
Non appena fra feste, cerimonie religiose e pranzi, la sposa giunge a corte, la
prima cosa che fa  di trarre in disparte il suo novello sposo e di parlargli
lungamente all'orecchio. Che cosa Elisabetta abbia detto alle auguste orecchie
non  dato sapere; sappiamo invece quali furono i risultati immediati di quel
confabulare: ordine imperativo all'Orsini di proseguire il viaggio. L'ultima
umiliazione la principessa la ricever a Bayonne, allorch sar costretta a
prendere alloggio in casa di un ebreo. Per una donna del suo lignaggio e per
quei tempi, la cosa era estremamente disdicevole...
Il fulmine era dunque scoppiato con inaudita violenza. Tutta Madrid era
diventata un immenso ufficio postale; corrieri si recavano dovunque per portare
nei pi lontani angoli d'Europa l'incredibile notizia; senza eccezione le
comunicazioni in cifra dei diplomatici rivelavano tutte la stessa
preoccupazione: che cosa avrebbero fatto gli italiani, adesso che con uno di
quei voltafaccia tanto cari alla loro politica si erano resi padroni della
Spagna? S, perch dopo il colpo tutti gli italiani di corte, schieratisi dietro
la regina e il suo abb, avevano rizzato improvvisamente la testa.
Dal canto suo Giulio Alberoni non stava pi nella pelle; ma niente trapelava
all'esterno e tantomeno nelle sue missive a Parma; deplorava l'incidente ma lo
giustificava dicendo che il comportamento dell'Orsini era stato scandaloso; e
subito dopo magnificava le doti tattiche della giovane Elisabetta che aveva
saputo sbarazzarsi cos bene della sua... avversaria. Ma per quanto concerneva i
grandi disegni che il futuro cardinale aveva in capo non c'era un motto; per i
Farnese doveva semplicemente rimanere il loro inviato a corte e basta, anche se
una Farnese era salita adesso sul trono, un avviso questo che non era certo
quello dell'Alberoni.
Che cosa bolla in pentola non lo sa nessuno; o meglio lo sa la sola Elisabetta,
la quale gi da tempo ha pregato il sacerdote di giocare pure con lei a carte
scoperte; non stia, il caro Alberoni, a gingillarsi con le vie diplomatiche, con
le perifrasi; a lei non gliene importa nulla del tatto e della cortesia; dica
schietto che cosa vuole, dove mira, e lei gli risponder s o no, se le conviene
seguirlo oppure se  meglio che taccia... Un accidenti! Appena uscita dal
collegio, si pu dire, appena cacciato il naso fuori del guscio, questo pulcino
mette al muro il marpione della politica e lo fa con la brutalit del sensale di
bestiame di fronte alla vacca che vuol comprare; insomma, sembra dire la fragile
Elisabetta, io son qua e in gran parte se non in tutto lo devo a te; intendo
comunque farmi gli affari miei, ma siccome non sono un'ingrata dimmi che cosa
vuoi e vedr di renderti il favore...
Quali fossero gli affari che intendesse svolgere nei primi mesi la fragile
Elisabetta, lo abbiamo gi detto: interminabili cavalcate, battute di caccia e
scorpacciate pantagrueliche di beccacce, tanto che in breve il povero uccello,
braccato la sera mentre se ne va alla pastura, alla ricerca di insetti e vermi,
si fa raro e si d spesso il caso che il re e il suo seguito ritornino a mani
vuote, infangati da capo a piedi: lo stomaco di Elisabetta non perdona...
Adesso in ogni caso tocca all'Alberoni affrontare la levata di scudi, il muro
d'ostilit che subito si  rizzato nei suoi confronti: francesi e spagnoli hanno
fatto causa comune di fronte al pericolo di quella che i ministri di Luigi XIV
chiamano cette race, ovvero degli italiani. Fin dai primi giorni il programma di
Giulio Alberoni  chiaro: sminuire a poco a poco l'autorit reale, spazzare via
il vecchio entourage, aprire le finestre e immettere aria fresca, a lui
favorevole brezza che venga dallo stivale, e innalzare sempre di pi Elisabetta
dietro la quale reggere come un mastro Geppetto le fila dei vari pinocchi.
A Parma piovono sui tavoli della reggia Farnese dispacci a decine; molti sono
dell'Alberoni ma altri sono di persone che non potendo affrontare di petto il
prelato cercano di sminuire in patria la sua posizione, di fare in modo che
venga richiamato, il che sarebbe davvero un gran sollievo per quanti non
ricevono beneficio alcuno dal suo crescere di potenza.
Il Rocca, allarmato da quella valanga di insinuazioni e di accuse e temendo gli
effetti che avrebbero potuto esercitare sulla diffidenza del Farnese lo mette in
guardia, al che l'Alberoni gli scrive: ...voglio lusingarmi che n Sua Altezza
n la Regina permetteranno che venga tormentato da alcuno; che se poi venisse il
caso di quelle teste che voi chiamate poco docili e alte sappiate signor mio che
ne troveranno una altissima... Come a dire che se questi suoi detrattori
vogliono una battaglia ebbene l'avranno; l'Alberoni si sente abbastanza forte da
non aver paura di nessuno per quanto in alto si trovi: ...ben vedo, signor conte
mio, che non mi conoscete e siete in grandissimo errore se credete che gente del
mio paese possa solamente pensare a farmi da superiore; il disinganno del mondo
mi ha appreso a temere Iddio e a sprezzare la pi gran parte degli uomini...
Come si pu notare il tono  grandemente mutato; non c' pi quella deferenza e
quell'ossequio delle lettere precedenti, quasi che ora l'Alberoni voglia
sottolineare che la corte Farnese  piccola e conta poco e che le persone che
possono avere voce influente presso il signor duca sono in fondo povera cosa
rispetto all'ambiente della corte di Spagna; la Spagna  un paese solo, non 
una congerie di staterelli perennemente in guardia e in lotta fra di loro come
invece  l'Italia. Non solo, ma la potenza dell'Alberoni sta salendo al punto
tale che pu farsi beffe di qualunque accusa possa essergli mossa al coperto del
segreto epistolare; si facciano pure avanti, sembra dire, quei papaveri che
cianciano e mormorano alle sue spalle ed egli sapr bene di qual moneta
ripagarli. In brevissimo tempo ha fatto il balzo in avanti; non  pi l'umile
supplice che chiedeva, come avveniva poco tempo prima, una spruzzatina di denaro
per riparare delle sgangherate carrozze che facevano acqua a catinelle e che
lasciavano passare tutti gli spifferi e le bufere del mondo dai vetri rotti, che
si fermavano continuamente perdendo addirittura i pezzi per la strada, mentre le
mule ad ogni salita non ce la facevano a trascinarne il peso tant'erano vecchie
anche loro e decrepite. Non  pi l'inviato di una piccola corte che cerca di
farsi strada presso la mente e i favori di una ristretta cerchia di cortigiani
controllata da francesi e da spagnoli o che chiede dimessamente aiuto al Casali,
domandandogli addirittura un letto per dormire e un piatto per mangiare, dato
che i soldi gli bastano appena per vestirsi, mentre per l'equipaggio deve
provvedere postulando prestiti e attingendo alle misere sue sostanze.
Adesso le cose si sono rovesciate; il Casali  tornato in patria, il cardinale
cui chiedeva prestiti  in completa disgrazia, la corte di Parma con le sue
misere risorse  lontana e la stessa Elisabetta  in sue mani... Che quindi il
Rocca lo lasci fare, dato che sa benissimo come fare e non gli mancano le armi
per ridurre alla ragione le malelingue. Ci sono dei conti da pagare lasciati da
alcuni inviati del Farnese a Madrid e il Rocca chiede all'Alberoni se li pu
onorare; ma Giulio Alberoni, bench ammalato, palesa adesso tutti i disprezzi
del mondo per la misera corte senza un quattrino e scrive che lo si lasci in
pace, dato che non solo a Parma si vuole che egli continui a servire i Farnese
pur non ricevendo un soldo, ma addirittura si pretende che egli paghi ancora dei
conti lasciati in sospeso da persone che non era stato certo lui a chiamare; e
facciano attenzione a Parma, perch altrimenti egli  anche capace di prendere
straordinarie risoluzioni... Ahi! Di questo passo si va alla rottura; anche se
la lettera  diretta come sempre al Rocca, pu essere benissimo un parlare al
servo perch il signore intenda.
E' difficile cercare di scoprire perch Giulio Alberoni, dopo la cautela che gli
ha permesso di giungere dove  arrivato, adesso si decida a parlare anche troppo
chiaro; forse  una certa stanchezza di tutto quel girare intorno alla preda,
forse  insofferenza: egli si sente un po' stanco e comincia ad avvertire anche
il peso degli anni: soffre di frequentissimi mal di testa e di epistassi. Le
fatiche fisiche lo lasciano abbattuto; per questo preferisce non viaggiare. Per
giunta salta i pasti a causa della frenetica attivit cui si  sottoposto e che
a volte lo costringe a trangugiare in fretta, ormai a sera tardi, il suo primo e
unico pasto della giornata. Spesso deve mettersi a letto con febbriciattole o
soffrire le pene d'inferno per i mali classici della stagione inclemente. Ma
continua a tenere duro, conscio che questa  la fase pi delicata.
1716. In gennaio  nato l'erede; evidentemente la buona cucina e l'avidit
materna hanno contribuito non poco alla sua salute, perch nasce pasciuto e
robusto da far invidia. Elisabetta e Filippo sono raggianti. Nel frattempo i
siluri dell'Alberoni continuano...
Sono siluri che non risparmiano nessuno; ce n' per tutti; ecco quelli per il
cardinale Del Giudice, quelli per il Consiglio delle Indie di cui in un colpo
solo vengono giubilati cinque funzionari, ecco quelli per il Consiglio di Stato
che viene addirittura polverizzato e ridotto a una pura parvenza. Le bordate
sbrecciano cittadelle secolari e fanno volare in pezzi le staccionate recenti;
ovunque arriva un colpo dell'Alberoni se ne vede il segno.
Tutti i provvedimenti sono presi all'unico fine di accentrare il pi possibile
nelle mani della corona i vari cespiti di reddito e le varie decisioni,
sottraendo ogni autonomia a privati e a persone estranee: solo la famiglia reale
deve aver piena giurisdizione. La guerra si fa accanita. Dietro le ostilit e
gli ostracismi, dietro i fallimenti economici procacciati ad arte, sotto le
bancarotte fraudolente, si nasconde spesso la longa manus della potenza che ha
dichiarato guerra all'Alberoni e che mina sotterraneamente il terreno spagnolo:
la Francia.
L'Alberoni spara quasi sempre per primo, colpisce dove sa che il segno rimarr
pi profondo. Ma accusa anche i colpi mancini assestati con la corruzione, la
delazione il sotterfugio. Ciononostante, poco tempo dopo il suo governo non di
nome ma di fatto, la Spagna cambia volto:  vero, quelli che gli spagnoli
definiscono sprezzantemente i romanos, hanno in mano le redini ma anche il
popolo spagnolo ne gode i frutti: i commerci sono pi rapidi e redditizi, le
campagne rifioriscono, l'arte della tessitura  in pieno fulgore.
Alberoni: un politico, un guerriero, un ambizioso, un tiranno per vocazione e un
sacerdote per necessit? Forse. Su questo personaggio ne sono state dette tante.
C' chi lo ha accusato di aver strumentalizzato l'intera Spagna per le sue
ambizioni e la sua politica di potenza; chi ha visto in lui un cinico e freddo
calcolatore; chi gli ha rimproverato un'ambizione spasmodica, fuor d'ogni regola
e misura... Ma c' anche chi lo ha giudicato semplicemente un grande statista,
una di quelle personalit che fanno realmente la storia. E indubbiamente ci
doveva essere nel carattere o nella vita dell'uomo un quid che gli permise di
elevarsi al di sopra dei chiusi orizzonti di una Piacenza settecentesca o della
piccola corte dei Farnese; c'era, insomma, in lui una capacit di vedere a fondo
negli avvenimenti e quel che pi conta molto prima degli altri; ecco in che cosa
consiste il fiuto che tanto spesso si ritrova nelle personalit di rilievo.
In tutti i grandi condottieri, da Cesare a Napoleone, da Carlo XII di Svezia a
Garibaldi, si nota sempre, attraverso il loro agire, un fiuto singolare: il
saper subodorare gli sviluppi futuri di un determinato complesso di circostanze;
 questo che li pone al di fuori di ogni logica e di ogni comportamento seguito
dagli altri, dal resto degli uomini. Indipendentemente, quindi, da ogni giudizio
sulla loro personalit (che pu avere tragici lati negativi e risvolti poco
simpatici), al di fuori di ogni considerazione circa la nevrosi di fondo del
loro vivere (si pensi a quel mal di cuore d'origine puramente nervosa, le crisi
di petit mal come vennero definite, di cui soffrirono uomini come Napoleone e,
pare, lo stesso Cesare), al di fuori dunque di ogni corollario e giudizio
accessorio si deve partire dalla primaria osservazione che in loro vi era la
capacit cui abbiamo accennato. Questo, s'intende, vale anche per l'Alberoni.
In una cartella conservata tuttora all'archivio di Stato della citt di Venezia
esiste una relazione dell'inviato della Serenissima a Madrid, Daniele Bragadin,
e datata 24 maggio 1725. Ecco che cosa scriveva il diplomatico veneto a
proposito dell'opera del futuro cardinale: ...conviene dar luogo al vero: deve
la Spagna il proprio risorgimento all'abilit di detto ministro, il quale seppe
farla riverire e comparire armata sul mare ed in terra con apprensione di tutta
l'Europa allora quando si credeva pi oppressa e concentrata in se stessa...
Gli Stati sono come le personalit individuali; come l'uomo debole tende a
rinchiudersi fra le quattro pareti domestiche e a non cacciare mai il naso fuor
di casa, cambiando unicamente dimora nel recarsi fra altre quattro mura per
svolgervi le funzioni lavorative, cos lo stato debole si rinserra fra i suoi
confini cercando con l'isolamento (quello che in politica si chiama la
neutralit) di proteggersi dagli Stati pi grandi ed aggressivi; e come
nell'uomo vi sono giovent, maturit e vecchiaia cos anche nella storia degli
Stati si possono vedere queste fasi cui corrispondono altrettanti momenti di
potenza e vigora o di debolezza e isolamento. Nel caso della Spagna
dell'Alberoni si tratta di uno Stato che una volta debole e oppresso, circondato
da vicini minacciosi e intolleranti come la Francia, o isolati e in attesa come
il Portogallo, improvvisamente acquista nuovo vigore ed esce in campo aperto per
farsi largo nella vita anche lui come l'individuo che, nel pieno delle proprie
facolt e forze naturali, sente urgentemente il bisogno di scendere nell'agone
della vita e lottare per la riuscita propria e per il benessere dei figli...
Accentramento, taglio dei rami malati e potatura di quelli secchi o parassitari,
concimazione con elementi ed esperienze provenienti dall'esterno, innesto e
trapianto di nuove tecniche: ecco come si potrebbe descrivere in sintesi l'opera
alberoniana in questo periodo della storia spagnola.
Gli anni 1717 e 1718 sono dedicati pressoch esclusivamente alla riforma
dell'esercito e della flotta. In essa Alberoni profonde le proprie energie e i
capitali della nazione. C' perfino un corpo di marines in chiave settecentesca,
in tutto trentatremila uomini perfettamente equipaggiati, cosa unica nella
storia di quegli anni. La Francia osserva preoccupatissima queste iniziative e
cerca in ogni modo di mettere i bastoni fra le ruote del prelato; che un
sacerdote e per giunta non spagnolo si sia permesso di mettere cos le mani
addosso alla nazione spagnola da divenire pi potente del primo ministro e pi
autorevole dello stesso monarca, che pure avalla gli ordini da lui dati,  una
cosa semplicemente incredibile: eppure... Eppure bisogna arrendersi alla realt:
Alberoni fa tutto ci e con il pieno appoggio della regina Elisabetta si prepara
a far anche di meglio!
Il 13 febbraio 1716 (dopo che era gi morto Luigi XIV) il governo francese
considera la personalit dell'Alberoni come sospettabile di doppiogioco, ma
invano manda allo sbaraglio uno dei suoi migliori diplomatici per... far
scoprire le carte al prelato. Costui, che agisce invece perfettamente alla luce
del sole, non fa molta fatica a costringere con le spalle al muro il
rappresentante di Francia (il Saint-Agnan, per la precisione) che da tempo briga
per metterlo in urto con la regina, fulcro di tutte le pressioni straniere
intese a far cambiare vento alle vele spagnole. I francesi capiscono per primi,
infatti, che solo buttando fuori l'Alberoni si riuscir a far condurre alla
penisola iberica una politica pi consona agli interessi di Francia o
addirittura, a rimorchio di quella d'oltre Pirenei. Ma gli italiani (los
romanos, come vanno continuamente dicendo con una punta di insofferenza gli
spagnoli) sono pi forti di quanto non sembri a prima vista...
Basta un esempio per dimostrare come la figura di Giulio Alberoni tenda sempre
pi ad assomigliare a quella di uno spaventacristiani... amico per della Chiesa
di Roma. Un avvicinamento all'autorit pontificia, promosso sotterraneamente dal
sacerdote, che in fondo non dimentica di esser tale, porta infatti a un
concistoro segreto, tenutosi a Roma il 1 luglio 1717. In esso Clemente XI
pronuncia un'allocuzione che diventer celebre e che figurer in primo piano
nelle pagine dedicate alla vita e all'opera alberoniana. In essa si dice che,
essendo giunto il momento di riconsiderare le cose spagnole, si pu finalmente
prender atto della mutata politica di Filippo il Cattolico; ecco quindi
reintegrati nei pieni diritti il nunzio apostolico e il relativo tribunale (il
nunzio di cui si parla  l'arcivescovo di Neocesarea). Poi si spiega il come si
 giunti a questa totale rappacificazione: ...tutte le trattative che finalmente
portarono a un s felice ristabilimento di cose, furono condotte e compiute
specialmente per l'opera assidua del diletto figlio abate Giulio Alberoni, di
cui re Filippo si  unicamente servito in tale affare. A raccomandare l'Alberoni
si aggiunge anche il fatto che egli, l'anno passato, avutone incarico dal re,
fece diligentemente allestire una forte squadra di navi da guerra e di triremi
che il re, a nostra richiesta mand in aiuto della flotta cristiana contro i
Turchi. N si adoper con minor cura perch il re, anche quest'anno, inviasse
allo stesso scopo un altro pi valido aiuto di sedici navi da guerra partite
gi, come non  molto abbiamo saputo, dal porto di Cadice ben fornite di tutto
il necessario. Per questo noi stimiamo giusto di ascrivere nel nostro numero
quest'uomo, grato al re e insieme benemerito della sede apostolica e del bene
pubblico per i suddetti motivi e anche perch tanto il sovrano quanto il
ministro Alberoni s'infiammino per l'avvenire con pi ardore e con pi alacrit
ad altre maggiori imprese che possano esser di gioia e di utilit alla
cristianit e alla Chiesa cattolica.
Che significava quella frase: stimiamo giusto di ascrivere nel vostro numero
quest'uomo? Semplicemente questo: l'Alberoni veniva messo ai voti, ovvero il
papa chiedeva ai cardinali di ammetterlo nel loro numero. La nomina a cardinale
viene approvata quasi all'unanimit. E cos il piccolo chierichetto della chiesa
dei SS. Nazaro e Celso  divenuto cappello rosso e ha il diritto di vestirsi con
tanto di piviale e mantello porporino. L'abate adesso  un'eminenza.
Tutto per il meglio dunque... o quasi.
Per non uscire dai limiti di una breve biografia come questa, non staremo adesso
a considerare punto per punto le vicende europee e il dipanarsi dei fatti
politici nei quali pi o meno l'Alberoni aveva avuto uno zampino; diciamo
piuttosto del primo fatto che port la stella dell'Alberoni dopo un'ascesa
costante e progressiva ha un rapido tracollo. La buccia di banana sulla quale
scivola il cardinale  quella rappresentata dalla flotta. Poich si tratta di un
avvenimento cos importante, avviciniamo dunque la lente ai dati e guardiamo da
vicino l'episodio.
16 giugno 1718. La flotta spagnola, nuova di zecca si pu dire, vanto della
politica e dell'opera alberoniana, lascia le coste spagnole, precisamente si
stacca dai moli di Barcellona per destinazione segreta: la quale per non  un
mistero per nessuno e tantomeno per i nemici del cardinale che sono in primo
luogo gli inglesi. Scopo della flotta  quella di invadere la Sicilia, punto
d'appoggio per l'attacco al regno di Napoli. Il 5 luglio i soldati del re di
Spagna sbarcano nei pressi di Palermo; alla fine del mese la flotta rivale,
quella inglese,  nelle acque di Napoli pronta ad ostacolare le manovre degli
spagnoli. Questi hanno un terribile handicap; la mancanza dell'esperienza.
Dall'epoca della tremenda sconfitta subita dalla Invencible armada, la
gigantesca flotta inviata da Filippo II contro l'Inghilterra nel 1588,
sconfitta... impartita dai flutti e dal mare in tempesta pi che dalle cannonate
avversarie, la Spagna non ha pi avuto una marina degna di tal nome. E
l'Alberoni, pur avendo dato alla nazione da lui diretta una marina decente, non
pu certo permettersi di rivaleggiare con la strapotente Inghilterra, le cui
tradizioni marinare conserveranno il predominio dell'acqua per secoli, in tempi
in cui il solcare da vincitori i mari voleva in fondo dire tutto.
In tal modo anche Filippo, marito di Elisabetta, dovr segnare nei passivi del
suo regno la perdita di una flotta a causa degli inglesi...
L'11 agosto, infatti, le unit britanniche al comando dell'ammiraglio Byng
sorprendono la squadra spagnola, ignara del pericolo, e la fanno letteralmente a
pezzi. Un diluvio di proiettili cade a bordo degli scafi di Filippo; sono in
breve catturate il San Filippo, il Principe delle Asturie, il San Pietro, il San
Carlo, il Reale, il Santa Rosa... e tante tante altre unit il cui allestimento
era costato un patrimonio. In totale, alla fine del combattimento breve e
micidiale, ben tredici unit saranno perdute per la corona iberica. Tredici fra
le migliori.
Per l'Alberoni  una mazzata. Ma apparentemente la prende con filosofia; non
dispera, nonostante il tremendo scacco riveli immediatamente la fragilit della
costruzione da lui eretta (non si possono, infatti, improvvisare in pochi anni
le forze per le quali altri paesi hanno speso generazioni e fortune immense),
non dispera dunque di ridare un assetto di navigazione alla barca della sua
politica, scrollata da questa violenta ondata che ha fatto imbarcare tanta
acqua. Ma sono speranze fallaci. Per il re di Spagna si tratta di un rospo
difficilissimo da digerire, anche perch in gran parte dovuto all'inettitudine
del comandante, l'ammiraglio Castaneta.
Poco dopo questa tremenda batosta si assiste a un irrigidimento diplomatico di
tutti gli Stati nei confronti della Spagna. Quando si  forti si pu contare su
un seguito, sulle adulazioni, sui favori; quando si  deboli si  abbandonati da
tutti. La sconfitta dell'irresponsabile e inetto Castaneta ha aperto gli occhi a
quanti cominciavano a vedere la potenza spagnola con occhio novello, non pi
come una millantata forza messa su in quattro e quattr'otto da un cardinale.
Rompe le relazioni diplomatiche la Francia, poi l'Inghilterra. Gli inviati dei
due paesi abbandonano precipitosamente un terra, il cui suolo sembra addirittura
che scotti loro sotto i piedi. L'Alberoni fa fuoco e fiamme, giudicando gli
inglesi dei bricconi; adesso sono loro in testa alla classifica degli odi, in
cima alla quale c'erano sempre stati finora i tedeschi, gena che il cardinale
non aveva mai sopportato, considerandoli figli di barbari, rozzi e guerrafondai.
Ma chi non  bersaglio degli odi o degli strali dell'Alberoni in questo periodo?
Odiati sono gli inglesi per il loro immischiarsi nelle faccende politiche
europee e per voler sempre farla da padroni in questioni che non li riguardano
minimamente; odiati i tedeschi per motivi... viscerali; detestati i francesi per
essere degli intriganti, dei falsi, e dei politicanti a tutto spiano... E
perfino per gli italiani non mancano le dosi di invettive: Gi vedo, scrive al
solito Rocca il giorno 2 gennaio 1719, che il re mio signore non pu fare il
minimo fondamento sopra gli italiani, avviliti fra l'ozio e la poltroneria; n
vi  pi chi pensi che altre volte s'erano fatti i Vespri Siciliani. Di maniera
che hanno ragione i barbari (cio i tedeschi, n.d.r.) di dire che uno dei loro
reggimenti basta per assoggettare una provincia. Oggi la repubblica di Genova
impedisce di far reclute nei suoi porti e il granduca fa lo stesso, e i
veneziani fanno ancora peggio; questa  una miserabile infingarda nazione degna
d'essere trattata come schiava e ricolmata d'obbrobri e di sciagure. E cos
succeder...
Gi altre volte aveva detto che gli italiani vogliono essere schiavi, vogliono
essere nelle catene... Ma il cardinale ha altro cui pensare. Per quanto le sorti
del suo paese di origine lo rammarichino, ora deve correre ai ripari. La
Francia, dopo lunghi tentennamenti, ha dichiarato guerra alla Spagna e alla met
di giugno del 1719 tutti i paesi baschi sono gi caduti sotto il dominio
francese; per giunta l'Inghilterra si  schierata risolutamente dalla parte
della Francia e minaccia di complicare ancora pi drammaticamente eventi gi
poco felici di per s. Occorreva dunque chinare la fronte. Il sogno di fare
della Spagna una grande potenza era sfumato...
E il re Filippo? Oh, quanto ai due piccioncini Filippo ed Elisabetta erano
ritornati da tempo alle loro occupazioni preferite: la caccia e la buona tavola.
Per giunta il monarca mostrava sempre pi numerosi i segni di un profondo
esaurimento nervoso, espressione che di per s non vuol dire assolutamente
nulla, ma che viene impiegata per definire un complesso di turbe del carattere
quando non del comportamento. Lo stato di Filippo era quello di un nevrastenico;
tremende cefalee, estrema facilit all'affaticamento, nessuna tolleranza per
qualunque lavoro che non fosse l'andare a cavallo e sparare. Per l'Alberoni era
un peso inutile, capace talvolta (e qui sta l'aspetto pi dolente) di avere
decisioni proprie e di difenderle con la tipica ostinazione dei deboli e degli
immaturi. Contro la cocciutaggine infantile di Filippo c'era ben poco da fare,
tanto che il sovrano aveva pensato di mettersi lui alla testa delle truppe che
dovevano cacciare i francesi e buon per la sua persona che la Francia si fosse
mostrata propensa ad accettare le proposte di pace spagnole, altrimenti la
storia avrebbe annoverato un Filippo tragicomico protanista e... prigioniero dei
francesi vittoriosi.
Nevrastenie o no, una decisione Filippo la prender e sar quella che
significher per il cardinale il tracollo. A questa prova di forza del debole ha
contribuito tutta una serie di cause che gli storici hanno esaminato ad una ad
una. Gli odi suscitati dai provvedimenti del cardinale, la sua scarsa o nessuna
malleabilit, hanno indotto le grandi potenze a fare tutte le pressioni sui
sovrani perch il loro consigliere fosse allontanato; lo stesso hanno fatto
presso il Farnese, che a un certo punto si  risolto a tener loro bordone, tanto
pi che da tempo l'autonomia decisionale di un cardinale diventato pi che primo
ministro di un paese come la Spagna gli d terribilmente fastidio. Come possa
Alberoni conciliare ancora il servizio per una pulce come il Farnese con la
carica di ministro  un mistero; tuttavia, almeno a giudicare da ci che appare
dalla corrispondenza, egli manterr sempre, pur negli alti e bassi di una
politica estremamente complicata, un atteggiamento equo e rispettoso.
Ma veniamo al fattaccio.
E' il 5 dicembre 1719, Alla scalinata di palazzo reale una carrozza attende i
sovrani; li condurr sul luogo dove sono stati approntati i cavalli per la
consueta battuta di caccia. Contemporaneamente, un messo reca al cardinale
Alberoni un messaggio firmato dal segretario generale Miguel Duran che non
lascia nessuna possibilit di conciliazione. La ditta Filippo Elisabetta & C. ha
significato in quel biglietto il licenziamento in tronco dell'impiegato di prima
categoria, con mansioni dirigenziali; neppure un licenziamento con preavviso;
nemmeno una buonuscita, niente. I sovrani esonerano sic et simpliciter un uomo
sul quale per anni hanno pur contato. La storia si  dunque vendicata a suo
modo, facendo subire al cardinale il medesimo affronto che questi aveva inflitto
alla Orsini. E Giulio Alberoni china ancora una volta la fronte.
Il paragone con l'Orsini viene spontaneo alla mente quando si considerano le
disavventure del cardinale, ma non  del tutto appropriato. Vediamone il perch.
In primo luogo c' una differenza a suo favore, mentre la principessa Orsini era
partita con una sola cameriera e un lacch, Alberoni se ne va come un cardinale
e un potente; la sua scorta armata, composta di soldati comandati da gente a lui
fedele,  numerosa; nove mule trasportano faticosamente i bagagli e le ricchezze
del cardinale e quattro carrozze seguono quella del prelato con a bordo i suoi
quattordici domestici. In secondo luogo, invece, c' una differenza a suo
sfavore: la Orsini lasciava una corte dove improvvisamente era stata giudicata
una nemica, ma aveva trovato dovunque, e specialmente in Francia, appoggio e
amicizia. L'Alberoni invece attraversa un paese che gli  divenuto profondamente
ostile e una regione, la Catalogna, che lo ha sempre odiato; si reca in Francia,
un paese il cui ambasciatore ha rotto i ponti con lo Stato spagnolo e questo, si
dice, proprio grazie alla politica del cardinale.
Comunque sia l'Alberoni se ne va e attraversa per ordine reale la Catalogna: un
affronto che il prelato deve subire. Ma  tutt'altro che finita. L'Alberoni  un
essere pericoloso: sa troppo della corte e degli intrighi politici che si sono
svolti al riparo delle sue mura, e nelle casse che ha portato con s ci sono dei
documenti compromettenti; occorre dunque farlo sparire dopo avergli portato via
tutto. Questa  la terribile decisione cui arrivano Filippo cacciatore ed
Elisabetta mangiabeccacce capovolgendo d'un tratto con irresponsabile
indifferenza tutta una politica e tutto un modo d'agire. Sono soprattutto i
documenti segreti in cui il re affidava al cardinale istruzioni delicate e
incarichi precisi a impensierire i sovrani; ma  anche la corrispondenza con il
Farnese ad essere oggetto delle mire di Elisabetta...
La via verso i Pirenei  lunga e irta di pericoli. Il segretario di Stato,
marchese Giuseppe Grimaldo, gli fa notificare di restituire immediatamente un
codicillo segreto rilasciato da Filippo al cardinale, nel quale la posizione
reale si troverebbe assai compromessa. L'Alberoni risponde alla sua maniera: di
quel che va cianciando il Grimaldo egli non sa nulla; che lo lascino dunque in
pace. E contemporaneamente d ordine alla scorta di accelerare quanto pi 
possibile l'andatura. Ma il Grimaldo ha mandato un messo alla volta della
guarnigione di Barcellona con l'ordine per il comandante della piazza di inviare
subito una pattuglia a perquisire i bagagli del cardinale. L'ordine viene
immediatamente eseguito: undici chili e cinquecento grammi di documenti vengono
sequestrati; la persona stessa del prelato  frugata da cima a fondo; tutto
quanto l'Alberoni si portava dietro, anche il pi insignificante foglio di
carta, viene coscienziosamente confiscato; gli rimangono gli effetti personali e
i gioielli. Per l'Alberoni  la seconda mazzata. Ma non si arriva ad essere
ministro senza aver appreso alcuni piccoli sotterfugi. Infatti, non solo quello
che il Grimaldo aveva fatto cercare non verr mai trovato, ma anche i documenti
particolari, delicati e spinosi per la posizione della pulce Farnese, rimarranno
al riparo dalle grinfie degli scherani. Qualcuno della scorta parler
apertamente di cassette a doppio fondo, ma probabilmente quei documenti erano
stati spediti gi da tempo in luogo assai pi sicuro. Che tuttavia il cardinale
avesse con s due cassette a doppio fondo  noto: la prima gli serviva anche da
sgabello per i piedi ed era solito tenervi le cose pi preziose, denaro o altro.
La seconda era celata nel fondo della carrozza e in essa procurava l'Alberoni di
occultarvi la corrispondenza pi riservata. Ma, come abbiamo detto, n nell'una
n nell'altra il prelato doveva aver nascosto le carte pi scottanti.
Quando il fascio di scartoffie arriva a Madrid, dopo il primo fregar di mani
soddisfatte appaiono visi bui e preoccupati;  in questo momento che si fa
strada il progetto di sbarazzarsi di quella persona divenuta ormai un serio
grattacapo. E sulla via che da Barcellona porta ai Pirenei un gruppo di guardie
che hanno ricevuto istruzioni segrete dal Grimaldo attacca proditoriamente la
carrozza e il suo seguito. La scorta, non sapendo nulla dei provvedimenti reali
che stanno dietro quell'azione e ritenendosi in cospetto di banditi (che allora
pullulavano su tutte le strade d'Europa) reagisce vivacemente. Si spara e
quattro soldati dell'Alberoni e un suo servo cadono fulminati. Ma, mentre i
colpi s'intrecciano l'Alberoni, che ha fiutato il tranello, balza in groppa a un
cavallo e tirandosi dietro le nove mule, legate l'una all'altra, se la svigna.
Siamo dunque in pieno western. Ma non  certo finita qui.
All'altro capo della frontiera vi sono i francesi. Aspettano quel personaggio
che ne deve sapere di cotte e di crude. L'ordine del governo  quello di mettere
a disposizione del prelato una scorta armata, il cui comandante dovr abilmente
far cantare a tutto spiano l'oggetto delle sue cure. Al reggente di Francia
Filippo d'Orlans interessano le confidenze dell'uomo; il Filippo francese vuole
spremere l'Alberoni come un limone e per questo ha scelto una persona che
indubbiamente ha le carte in regola per farlo; si tratta del cavaliere de
Marcieu, che avendo gi servito lunghi anni sotto il Vendome e conoscendo
perfettamente il cardinale pu quindi trovare il tasto giusto e godere della
confidenza necessaria.
Gi il 6 gennaio 1720 avviene un lungo colloquio; la tecnica dell'Alberoni
appare chiara; il cardinale ha deciso di rendere pan per focaccia; e lo far da
par suo. C' tutto un memoriale che lo attesta. Sono consigli micidiali quelli
che l'Alberoni fa conoscere al reggente; vere cariche di dinamite tali da far
saltare in mille pezzi il trono di Filippo e di Elisabetta. Chi altri, infatti,
meglio di lui, l'Alberoni, avrebbe potuto sapere quello che bolliva in pentola?
Chi altri era pi a conoscenza dei talloni d'Achille delle finanze e della
monarchia spagnola?
Quanto agli effetti delle confidenze alberoniane, si pu dire fanno pi male le
sue pagine, precise e spietate come una condanna, di tutta una guerra a lungo
combattuta. Mentre a Madrid ci si dispera per non aver potuto far fuori il
testimone troppo imbarazzante, a Parigi si va in giro con un aperto sorriso di
trionfo: il reggente Filippo ha in mano quanto basta per manovrare i due
piccioncini della corona spagnola come due marionette.
Ma che cosa poteva dire di tanto importante l'Alberoni?
Sciocchezzuole come queste: ... necessario che Sua Altezza Reale si metta
d'accordo con gli alleati in modo da non far uscire dalla Sicilia le truppe del
re cattolico finch la pace non sia stata ratificata... Per tirare in lungo
l'uscita di queste truppe si potrebbe assegnare nel trattato di pace l'obbligo
per la Spagna di pagare le spese di trasporto (sic!)...
O questa: ...si devono chiedere gli arretrati di soldo e di stipendio dovuti
alle truppe francesi per il tempo del loro servizio in Spagna...
Oppure: ...non bisogna restituire le navi spagnole che si trovano in Sicilia.
Tranne due nuove unit da settanta cannoni... tutto il rimanente  costituito da
vecchie carcasse su cui non c' da contare; una delle sette galere spagnole
(ancora disponibili)  in pessimo stato... Allo stato attuale non rimane alla
Spagna che il legname tagliato in Galizia e all'Avana e che, sicuramente, sar
lasciato marcire. Gli arsenali sono completamente a terra, tutte le fortezze
sono senz'armi e senza munizioni... E via di questo passo.
Punto per punto l'Alberoni mette a fuoco la situazione interna della penisola
iberica e scopre magagne che neppure una legione di diplomatici e spie avrebbe
potuto scoprire in cinquant'anni di attivit. Basta notare che solo nei tre
paragrafi da noi riportati e che concernono la spedizione in Sicilia, la buccia
di banana sulla quale era scivolato il gi tentennante cardinale, egli rivela
alla Francia che la Spagna  una nazione ridotta al muro e obbligata ad
accettare qualunque patto le venga proposto da chi  pi forte di lei. Ma chi
non  pi forte di una fragile costruzione retta sui debiti?
Per giunta, quando dopo la situazione bellica il cardinale passa a radiografare
quella politica e interna, si comporta meglio di una tremenda quinta colonna. Vi
sono addirittura dei consigli che, se sulle prime appaiono azzardati, di fatto
per si rivelano davvero idonei a mettere in ginocchio la nazione che aveva
osato cercare di disfarsi del cardinale. Questo gli spagnoli non lo perdoneranno
mai, tanto che la condotta del prelato verr giudicata all'insegna della...
italica doppiezza e non, come doveva essere, alla luce dell'antico detto occhio
per occhio, dente per dente... Non  machiavellismo quello alberoniano, 
ritorsione. Volevate farmi fuori, pare dire il cardinale, e adesso beccatevi
queste...
L'Alberoni, abbiamo detto, non  uno sprovveduto, anzi. Lo dimostra il fatto che
lungo la via da Barcellona a Genova riceve ed  in continuo contatto con gente
di ogni ceto, la quale apparentemente confabula con lui unicamente per
testimoniargli la propria devozione in cos funeste circostanze. Il Marcieu
segue come pu quest'andirivieni e cerca di scoprire che cosa i misteriosi
visitatori del cardinale abbiano da dirgli. In realt, nonostante i molteplici
sforzi, il povero francese non approder a nulla. C' un episodio in cui
addirittura si sfiora il comico e che dimostra con quale accanimento Marcieu
cercasse di fare il proprio dovere. Entrato un tipo sospetto nella camera del
cardinale, egli pretender infatti di assistere al colloquio e scoprir che, ad
alta voce il cardinale e il visitatore non fanno che scambiarsi un diluvio di
esagerati complimenti, salvo ritirarsi ogni tanto nell'angolo della finestra a
confabulare (a bassissima voce) in italiano, senza che il Marcieu ci capisca
un'acca... Rosso di vergogna e stizza il francese dovr uscire accampando un
qualunque pretesto.
Il quadro che l'Alberoni traccia al Marcieu della propria opera politica in
Spagna, pur essendo fatto a quattr'occhi e fissando il francese ben addentro
nelle pupille, non  sincero. Schietto  il timbro della voce, pacati e misurati
i gesti, come di chi non sa che cosa sia l'ira (mentre il cardinale aveva
repentini accessi di furore che passavano come un lampo ma che lasciavano sempre
il segno: e di questo suo carattere saranno i servi a farne soprattutto le
spese...), convincente il tono; eppure al Marcieu, Alberoni racconta quello che
volgarmente si dice un mucchio di balle. Fa vedere la sua politica come un
continuo osteggiare la pazzia del sovrano e un voler fare gli interessi della
Francia, cui era sempre stato legato fin dal tempo del Vendome, mostra carte
apocrife o passi veri ma... interpretati ad arte, in cui appare che lui,
l'Alberoni, ha svolto una politica cripto-francofila, e, infine, dice la verit
quando afferma che nella guerra ha avuto una parte di secondo piano, essendo
stata questa un capriccio di Elisabetta, istigata dal padre Farnese, e una
debolezza di quell'inetto di suo marito.
Poi, fra una chiacchiera e l'altra, vien fuori una frase che fa andare in
sollucchero il Marcieu tanto  azzardata e buttata l forse con il gusto
d'pater le bourgeois, anche se pi che pat, monsieur Marcieu est interloqu,
ed anche un po' divertito come abbiamo gi accennato; si tratta della confessata
aspirazione dell'Alberoni di conseguire la tiara. Egli traccia infatti del
papato un quadro tutt'altro che lusinghiero e pensa che se la Francia far le
debite pressioni sui cardinali, facilmente un uomo come lui potrebbe diventare
papa. Pi che una reale aspirazione si tratta evidentemente di uno sfogo di
malanimo; Alberoni non  mai stato un religioso nel senso vero della parola, ma
piuttosto ha sempre guardato per terra,  sempre stato un uomo d'azione, un
essere incapace costituzionalmente di aspirazioni metafisiche o semplicemente di
misticismo. Ha scelto la via del clero perch ha compreso, dapprima
inconsciamente poi sempre pi lucidamente, che essa poteva portarlo molto
lontano e che per il figlio di un ortolano e di una filatrice era l'unico modo
per non morire di fame o di ignoranza. E' un fenomeno tipico dell'epoca. Come
c' chi oggi s'avvale del partito per far la sua scalata e giungere l dove
altrimenti non sarebbe mai potuto arrivare, cos allora per una serie di
fortuite circostanze anche un nullatenente destinato tutt'al pi a diventare un
semplice curato di campagna poteva ascendere con pazienza ad uno ad uno i
numerosi e alti scalini che portavano in cima alla piramide. Per questo qualcuno
ha osato scrivere che l'Alberoni fu un cinico e un... sacrilego, mentre altri
hanno semplicemente allontanato dalla propria mente anche solo l'idea che un
uomo come lui potesse servirsi della Chiesa come strumento, preferendo vedere
nell'Alberoni il cardinale... Ma Giulio Alberoni non fu n un cinico n un pio;
fu un uomo e anche di grandezza e di abilit non comuni; vissuto nel ventesimo
secolo sarebbe diventato un grosso industriale o un parlamentare di primo piano;
vissuto agli albori del diciottesimo secolo fu cardinale e ministro...
Ma proprio la sua caratteristica di cardinale sar quella che attirer i dardi
dei pavidi e degli scornati. Fra i pavidi c' il Farnese, il quale vuole
assestare lui il colpo che non  riuscito a sua figlia; se Elisabetta non ha
potuto cancellare dalla faccia della terra l'Alberoni, il Farnese lo distrugger
come individuo: questo  quello che si propone; purch il cardinale non abbia
nel frattempo la possibilit di far vedere a certe persone dei documenti che
riguardano proprio l'opera del Farnese...
E' questa una delle fasi pi delicate e intricate della vita del cardinale;
egli, da potente che era,  diventato un uomo braccato, ricercato come un vero e
proprio delinquente, senza che si capisca bene, dal di fuori, il perch, cio di
quale nefasta colpa si sia mai macchiato.
La vera ragione  che con la sua spregiudicata politica (per sua sfortuna non
andata a buon fine, grazie anche all'inettitudine profonda di certi
ammiragli...) Giulio Alberoni ha pestato i piedi a tutti e lo ha fatto in modo
piuttosto brutale, non servendosi pi di quelle accortezze e finezze
diplomatiche che gli erano servite per farsi benvolere alla corte di Francia o
nello stesso entourage spagnolo.
Adesso  in urto con quello stesso papa Clemente XI che lo aveva voluto
cardinale; il Farnese vorrebbe far di lui polpette, e deve alla carit
dell'impero se gode ancora di un passaporto valido per il milanese. Solo Genova
accetta di portarlo a Sestri Levante che sar, per un po', la sua residenza;
provvisoria dunque ma pur sempre un luogo dove potersi rinfrancare un tantino
dopo le traversie.
Malauguratamente gli strali papali dovevano giungere fin l, nella gelida
casetta in cui il cardinale pativa le pene dell'inferno data la stagione davvero
dura: pioggia, neve, freddo dappertutto. Giulio Alberoni comincia decisamente a
sentire il peso degli anni. Tanto aveva fatto e strepitato il nostro Filippo che
Clemente, gi di per s mosso da ostilit nei riguardi dell'antipapa...
Alberoni, si decide a scrivere a Genova perch il governo della repubblica
arresti il cardinale e lo traduca a Roma. Ma se Genova ha dato ospitalit
all'Alberoni  per tutta una serie di buone ragioni politiche. Se, infatti,
l'impero ha dato al cardinale un passaporto per il milanese lo ha fatto, forse,
per la possibilit di venire a sapere qualcosa sul Farnese; e se il Farnese
strepita anche lui contro l'Alberoni e fa fuoco e fiamme per venire in possesso
dei documenti riservati,  proprio per il timore che un giorno malaugurato
questi papiri cadano in mano ai messi imperiali con tutte le conseguenze che si
possono immaginare... Ma torniamo a Genova; i genovesi nicchiano e vogliono
spiegazioni; queste arrivano, ma non sono troppo convincenti e chi dimostra la
loro fallacia , guarda caso, un gesuita, il sacerdote Picimbono. Per quale
motivo, al di fuori della palese non religiosit delle richieste papali, il
gesuita si opponesse alla richiesta di estradizione e consigliasse in questo
senso il governo di Genova non  dato sapere ma non  poi troppo arduo
l'intuirlo. Quindi il papa  costretto a vedere l'Alberoni, vigilato s, ma pur
sempre lontano e in certo qual modo al sicuro. Per giunta la Francia, che ormai
aveva fatto la parte del... leone grazie alle rivelazioni del cardinale,
nicchiava anche lei a mettersi nelle vesti di persecutrice e d'altra parte, come
abbiamo visto, l'imperatore d'Austria era... sul piede d'attesa. La situazione
subiva perci ancora una volta i capricci della politica del momento che,
bisogna dirlo, girava in modo non del tutto avverso alla sorte del cardinale.
Questi dal canto suo passava le giornate a scrivere valanghe di dispacci, di
lettere, di comunicazioni alla volta della Francia, dei cardinali a lui
favorevoli in Roma e delle persone sulla cui neutralit o sul cui appoggio
poteva o credeva di poter contare.
Mentre il Farnese continuava a strepitare, messo senza dubbio sul chi va l
dall'ambasciatore di Parma a Parigi che era venuto a sapere dei tiri mancini che
le lettere e i consigli dell'Alberoni avevano consentito al Reggente nei
confronti della Spagna, a Genova il senato  perplesso; tutto questo can-can nei
confronti dell'Alberoni rischia di turbare i sonni alla repubblica e gentilmente
si fa capire al cardinale che la sua persona non  pi gradita. Alberoni,
accampando gli acciacchi e i disagi dell'inverno, nicchia. Le pressioni si fanno
maggiori, finch un bel giorno  lo stesso Alberoni che di sua iniziativa
scompare senza lasciare traccia.
E' il 19 marzo, notte. Nel porticciolo di Lavagna il cardinale e il suo
segretario si imbarcano per ignota destinazione. Questa la si sapr solo pi
tardi e per vie traverse: il cardinale  a... Genova, dove si sta dando da fare
in mille modi per tappare le falle della propria imbarcazione. Altre lettere,
altre giustificazioni partono per ogni dove; infine, dopo aver cercato di fare
il possibile per difendersi dalla pioggia di accuse, il 31 dello stesso mese,
proprio nel giorno di Pasqua, sembra sul calar delle tenebre, il cardinale
abbandona la Superba. I suoi nemici si mordono le mani, impotenti.
Se tutti si mettono quindi in caccia del cardinale, sta di fatto che questi
sapr farsi beffe di ciascuno. I suoi appoggi sono infiniti e proprio fra le
persone pi insospettabili, quelle che pi gridano contro di lui. Ma il 19 marzo
era avvenuto un fatto abbastanza sintomatico e rivelatore della gravit della
situazione in cui il cardinale veniva a trovarsi. In quella data, infatti,
Clemente XI aveva riunito i cardinali chiedendo loro se ritenevano opportuno
istruire un processo nei confronti del loro collega; e qualche giorno dopo la
risposta era stata affermativa.
Gli effetti di questa decisione non tardano a manifestarsi. Il giorno 1 aprile
viene nominato dal papa l'arcivescovo di Toledo, Francesco Valero Losa, perch
istruisca un regolare processo contro il cardinale. Una parte dell'istruttoria
viene anche affidata a Giorgio Barni, vescovo di Piacenza e nostra vecchia
conoscenza, colui che era stato prima vicelegato pontificio a Ravenna e poi,
appunto, vescovo dei piacentini, e il cui nipote era stato affidato proprio
all'Alberoni, allora ai suoi primi passi nel composito mosaico della societ,
una societ verso la quale l'Alberoni non aveva mai nascosto il suo pi profondo
disprezzo. In pi di una sua lettera si possono infatti leggere parole di
disprezzo e di condanna per le vicende e le lotte dei suoi contemporanei e al
tempo stesso parole di elogio per la lettura dei grandi del passato, perch solo
con i morti si pu dialogare, dal momento che con i vivi qualunque parola pu
rivelarsi pericolosa. Parole amare come si vede e non sempre dettate da uno
stato d'animo passeggero e che dovevano quindi riflettere abbastanza fedelmente
il reale sentire del prelato.
Pur navigando da par suo in mezzo alle acque procellose (e per lui in particolar
modo) del suo secolo, l'Alberoni non si risparmier certo gli strali; peli sulla
lingua non ne aveva mai avuti e, davvero, non ne avr mai.
Il cardinale Alberoni dai suoi nascondigli (ne cambier parecchi nel corso della
sua fuga da Genova)  perfettamente informato di quanto si va tramando ai suoi
danni. Sa bene che la persona che gli  pi ostile  il papa, il quale ha dato
il via al processo con un motu proprio, ma sa anche che la Francia far una
certa qual pressione su alcuni cardinali (ai francesi serve un Alberoni libero
non un cardinale in prigione a Castel Sant'Angelo) ed  anche riuscito a sapere
che la decisione papale  apparsa a molti altri intempestiva e inopportuna. Ma
deve lo stesso stare in guardia. Clemente lo ha attaccato su tutti i fronti,
accusandolo di non aver mai servito messa e neppure essersi comunicato il giorno
di Pasqua. Inoltre nelle accuse del pontefice si parla espressamente di condotta
riprovevole e con ci si scende sul terreno pi facile sul quale attaccare un
uomo come Giulio Alberoni, dal momento che la sua carica, prima alla corte di
Francia al seguito del Vendome, poi alla corte spagnola, lo ha fatto incontrare
con gente di tutte le risme e di tutti i ceti: dai soldati agli impettiti
ufficiali del regno di Luigi XIV e alle cortigiane della sua Versailles, dai
diplomatici ai postulanti, dagli affaristi ai banchieri, dai mercanti ai
corrieri e perfino con gli ortolani e gli approvvigionatori delle cucine di Sua
Maest Elisabetta...
Il cardinale sa benissimo quanto danno potrebbe fargli un collegio intestardito
a volere la sua rovina, e scrive a Roma elencando tutta una serie di autorevoli
testimoni che possono garantire di averlo assistito nella celebrazione dei
sacramenti; e in verit, credente o no, penetrato d'essenza cristiana o uomo
profondamente del suo tempo, Giulio Alberoni era in ogni caso uomo troppo
accorto per essersi sbagliato su un punto cos delicato; intendiamo dire che
qualora egli fosse stato il pi incallito dei cinici, la messa e gli uffici
religiosi li avrebbe in ogni caso celebrati o si sarebbe procacciato..
autorevoli testimoni pronti in ogni caso a garantire la sua assoluta innocenza
di fronte a tale accusa. Ecco perch una denuncia come quella di Clemente
rischia di cadere nel ridicolo. Non rimane quindi che dargli battaglia sul
caposaldo pi scabroso, quello della supposta scostumatezza nella vita privata:
e qui le accuse se eviteranno di misura il ridicolo cadranno per nel grottesco.
Oggi che viviamo in piena permissiveness suonano davvero inconcepibili le
obiezioni di Clemente ad Alberoni; sono accuse di... fornicazione. In altre
parole il cardinale avrebbe di tanto in tanto avuto rapporti sessuali con alcune
donne, come vedremo. Oggi molti sacerdoti si stanno battendo per l'abolizione
dello stato laicale, milioni di persone in tutto il mondo si sono scrollati di
dosso le regole di una morale dichiarata sorpassata ed arcaica, repressiva e
intollerante; ma nel settecento queste regole erano quelle del mondo e guai a
non rispettarle, almeno formalmente s'intende, perch pochi secoli sono pi
spregiudicati e pragmatistici di quello di Voltaire. La morale settecentesca 
una patina di rispettabilit borghese, pi che aristocratica, che sta sopra il
secolo, come il parrucchino sul capo calvo dei notabili: copre una magagna. E la
magagna  quella dello scetticismo:  un mondo di scettici e di blass, di
scaltri politici e spregiudicati trafficanti, di abati per forza e per...
comodit e di tarlate monarchie di diritto divino. Che di fatto l'Alberoni abbia
sollevato le gonne di qualche formosetta incontrata sul suo cammino a noi non
interessa; la cosa anche se fosse davvero successa come sosteneva Clemente non
ci scandalizzerebbe affatto, non toglierebbe nulla alla grandezza, fatta di
abilit e di conoscenza profonda della vita unita al disprezzo appena malcelato
per i suoi contemporanei, di Giulio Alberoni. Non ci riguarda il fatto che abbia
portato una veste d'abate e poi di cardinale: la cosa potrebbe al pi
interessare un suo biografo che vestisse anche lui l'abito talare; a noi il
discorso suonerebbe invece ostico come se si volesse giudicare il Parini
dall'osservanza dei precetti cristiani o degli obblighi di fede.
Nel 1713, comunque, il futuro cardinale aveva portato con s a Madrid una certa
Camilla Bergamaschi e il figlio di lei Giuseppe. Camilla era stata assunta come
donna di servizio; all'epoca del processo aveva cinquantatr anni. Una donna
insignificante, come ce ne sono tante. Che cosa potesse dire a favore o a
sfavore del cardinale nessuno poteva sapere. Era una piacentina che aveva
sposato un poco di buono, un muratore, Daniele Bergamaschi, che sulle prime
aveva pensato di sfruttare la situazione conveniente di sua moglie mangiando
alla stessa mensa della cucina alberoniana e poi se n'era andato per la sua vita
raminga, piantando in asso moglie e figlio e disinteressandosi di loro; aveva
subito anche qualche condanna, furtarelli e cose del genere. Mai e poi mai
Daniele aveva voluto impugnare la cazzuola: preferiva vivere alla giornata, a
spese degli altri. L'Alberoni aveva dunque tenuto sempre con s la donna durante
il periodo spagnolo, e portandosela seco insieme col figlio e col proprio
nipote, il chierico Faroldi.
Sar appunto questa donnetta che verr interrogata nella fase piacentina del
processo intentato contro il cardinale Giulio Alberoni, latitante. Una donnetta
che puliva l'argenteria, rassettava le stanze, lavava e stirava gli abiti; in
cambio riceveva il solo vitto e alloggio e naturalmente il vestiario. Ogni tanto
le giungeva da parte del cardinale anche qualche regalia, poca cosa: in ogni
caso dipendeva dalle condizioni finanziarie attraversate al momento
dall'Alberoni, e noi sappiamo che almeno agli inizi erano tutt'altro che rosee.
A questa creatura dunque gli abili interrogatori dei giudici incaricati dal
Farnese di far piena luce (sic!) sulla vicenda faranno dire tutto quello che si
vorr; verranno quindi alla ribalta i nomi di Maria Eler, di Giovanna Gravier e
della stessa... Camilla. Proprio cos, ma andiamo per ordine.
La prima a venir messa sotto la luce del sospetto  Giovanna Gravier. L'Alberoni
l'aveva chiamata perch desse una mano alla Camilla. Erano i primi tempi in cui
il cardinale si era insediato a Madrid. Giovanna, la figlia di un maniscalco,
aveva circa tredici anni. Era una ragazzina dalla fantasia un po' vivace, tanto
che neppure due anni dopo era fuggita col giardiniere, Giovanbattista Petteluga.
Come la stessa Camilla dir al processo, Giovanna non sapeva n leggere n
scrivere, era insomma totalmente analfabeta e per giunta non aveva nessuna
voglia di imparare alcunch. Dormiva in uno stanzino attiguo a quello della
Camilla, mentre il cardinale aveva i suoi alloggi al piano sottostante. Qualche
volta il cardinale si fermava con le due donne a scambiare quattro chiacchiere e
ci di solito avveniva quando l'Alberoni andava a depositare il proprio mantello
nel guardaroba, che si trovava sullo stesso piano delle stanze delle due donne.
Ed  proprio su questo punto che si accentrano gli sguardi sospettosi degli
inquirenti. In prima istanza infatti gli interrogatori della Camilla non
approdano a un bel nulla. La Giovanna addirittura non scendeva quasi mai da
basso, svolgendo la sua vita al piano di sopra e vedendo quindi raramente il
cardinale. In successivi interrogatori la Camilla dir che il cardinale aveva un
certo debole per le grazie non mature della Giovanna. Anzi, anche dopo che, in
seguito alla fuga con il giardiniere, era stata costretta a sposarsi con lo
spasimante, il cardinale si sarebbe incontrato pi volte con lei a tu per tu.
Sembra infatti che l'Alberoni avesse approfittato della giovane allorch questa
scendeva da basso per recarsi all'orto a cogliere dell'insalata, e che la cosa
fosse appunto continuata per parecchio tempo.
Dalle confuse dichiarazioni della donna, nel frattempo sempre tenuta in carcere,
appare dunque sulle prime il ritratto di un uomo che svolge la sua vita senza
minimamente curarsi della servit, se non quel tanto per garantire ad essa un
vivere decente, mentre poi, indubbiamente su pressioni degli inquirenti, il
racconto si aggroviglia e vien fuori l'immagine di un uomo collerico,
indaffarato, mondano e anche cinico che non disdegna di prendersi sulle
ginocchia di quando in quando la servotta ed infilare le mani sotto il corsetto
di lei...
Ma c' di pi. Quando Giovanna fugge con il Giovanbattista giardiniere,
l'Alberoni deve trovare una sostituta, ed ha la infelice idea di recarsi di
persona, insieme coi patriarca delle Indie, in un collegio per trovatelle o per
indigenti, tenuto da suore, l'istituto di Santa Elisabetta.
E qui l'occhio gli cade su Maria Eler, chiamata familiarmente Mariquita, orfana
di padre, quindicenne. Mariquita, secondo Giovanna, era una ragazza che non
aveva voglia di far nulla e che se ne sta ore e ore alla finestra a guardare le
nuvole in cielo e a sognare, una ragazza che sapeva leggere e scrivere, ma che
non andava pi in l; precoce per nello sviluppo. Sembra dunque che per quanto
le difficolt per arrivare dalla stanza della ragazza all'appartamento
dell'Alberoni fossero notevoli, la fanciulla si trovasse quasi sempre da basso e
che pi volte l'Alberoni la cercasse quando saliva per entrare nel guardaroba;
allora la Mariquita accorreva e i due si chiudevano dentro, fingendo di dover
fermare la porta per evitare correnti d'aria. Stando al racconto della
sventurata Camilla, anche la Mariquita si sarebbe concessa al cardinale, ma con
lei le cose sarebbero state in ogni caso meno... gravi di quelle avvenute con
Giovanna.
E nella deposizione salter fuori un altro particolare: quando il patriarca
delle Indie si recava a far visita al cardinale, questi chiamava sempre da basso
la ragazza perch il patriarca voleva vederla e passava parecchio tempo prima
che la giovane risalisse nella sua stanza.
Su queste labili deposizioni della Camilla, che verr pure lei accusata di
concubinato con l'Alberoni e il cui figlio Giuseppe, sacerdote pure lui, si dir
nato dalla relazione adulterina della donna con il futuro cardinale, il Farnese,
e dietro di lui il papa, fonda tutto il suo castello di accuse. Resta da capire
come mai un uomo come il navigato cardinale, che sapeva riuscire simpatico e
trovare anche la via del cuore degli uomini oltre a quella del loro... appetito,
dovesse compromettersi con giovani servotte sotto gli occhi della sua... amante
di ieri e quasi moglie, quando nelle corti da lui frequentate, e particolarmente
nel corrotto ambiente francese, c'erano fior di donne, colte e spiritose,
attraenti e dotate, che non avrebbero certo considerato la tonaca un
apprezzabile ostacolo tra s e colui che ne sapeva apprezzare il fascino. Perch
mai dunque un uomo di quel rango si dilettasse di scomodi amori da guardaroba e
delle grazie un tantino acerbe di quindicenni analfabete o illetterate, vestite
pi che dimessamente,  davvero un mistero. Questi amours de canap sanno troppo
d'aglio e salciccia, sentono la cipolla insomma e non possono che esser nati
dalla fantasia di una persona che passa tutta la sua vita fra le pignatte: una
servotta in altre parole, proprio come la povera Camilla. Della quale pensare
poi che, anche... un po' meno stagionata e avvizzita, avesse condiviso il letto
dell'ambizioso abate  davvero presumere troppo nei confronti del... fascino
femminile.
Concludendo: a chi occupa un posto di potenza e di dominio come quello che per
qualche tempo aveva mantenuto il cardinale si presentano da s innumerevoli
occasioni, qualora voglia concedersi qualche svago o passare delle ore in
piacevole compagnia. Fra lo stesso seguito della Orsini c'erano visi tutt'altro
che disprezzabili, per non parlare che di questo minuscolo settore degli
ambienti attraversati o conosciuti profondamente dall'Alberoni. Ma, mentre nei
confronti di una povera popolana divisa dal marito (che, sia detto per inciso,
fornir una testimonianza del tutto favorevole al contumace accusato) si poteva
muovere ogni genere d'accuse (e bastava la minaccia della tortura per far
confessare quel che si fosse voluto, o addirittura, come nel caso della Camilla,
erano sufficienti semplici pressioni orali e qualche giorno di carcere), nei
confronti delle persone di sangue blu ogni sospetto era un innominabile
oltraggio. Ci serve anche a spiegare l'accanimento con il quale Clemente
proceder contro Giulio Alberoni, che restava pur sempre il figlio di un
ortolano e di una filatrice anche se cardinale.
La prova, secondo noi, dell'insussistenza delle accuse mosse all'Alberoni  il
rifiuto del cibo (quello che oggi verrebbe definito uno sciopero della fame)
attuato dalla Camilla dopo le ultime deposizioni sfavorevoli al prelato e dopo
aver descritto il suo protettore come uno sfrenato libertino e un frugatore di
gonnelle. Non solo la povera donna non vorr pi mangiare, ma passer intere
giornate a piangere dimessamente: non  questo il comportamento di chi abbia
davvero vuotato il sacco sulle colpe di un padrone dispotico ed egoista o,
peggio, vizioso.
Il nostro parere  diverso dunque. Noi non crediamo affatto alla piena
inattaccabilit del cardinale, come molti suoi biografi hanno sostenuto, n alla
sua completa innocenza; ma abbiamo troppa stima della sua intelligenza e del suo
savoir faire per accettarne l'immagine di chi si lascia trascinare nel fango da
pettegolezzi di donnicciole. Spregiudicato in politica e nelle relazioni,
servile quando necessario e spesse volte altero pi del dovuto, il carattere
dell'Alberoni pu anche non piacere; ma fu soprattutto un uomo radicato
profondamente nel tempo suo. Si potrebbero rimproverargli mille cose; ma non ci
sentiremmo mai di condividere accuse cos puerili come quelle mossegli dal
pontefice Clemente XI, ovvero papa Giovanni Francesco Albani. Puerili nella
forma e nella sostanza. Nella forma, perch in una faccenda esclusivamente
ecclesiastica permetteva che ficcasse il naso una persona che, come il Farnese,
con la Chiesa e i suoi ministri non avrebbe dovuto avere niente a che fare.
L'Alberoni poteva interessare al Farnese in quanto non avesse seguito a puntino
le sue istruzioni, ma in ci l'Alberoni era inattaccabile, avendo sempre detto
di s, anche dissentendo, al suo antico padrone. In certa corrispondenza dopo la
sua ascesa in quel di Madrid il tono poteva essere mutato,  vero, ma non esiste
documento di sorta che provi una ribellione vera e propria del cardinale al
Farnese; tutt'altro.
Puerili nella sostanza perch ci si basava su fatti che avrebbero dovuto essere
oggetto, al pi, di qualche sanzione al coperto della censura ecclesiastica,
come la questione delle messe non celebrate o dei sacramenti o finanche, qualora
ne fosse stata provata la veridicit, i problemi inerenti alla condotta morale:
bastava una sanzione dunque, e senza neppure arrivare alla sospensione a
divinis. Non certo c'era bisogno di tutto quel can-can, di quella menzognera
messinscena che rivelava pi l'intenzione di screditare il personaggio che non
la volont di far luce su supposte sue mancanze.
Dal canto suo l'Alberoni, dal luogo in cui s' cacciato e che nessuno conosce,
riesce a far sapere attraverso innumerevoli giri viziosi che il duca pu correre
serio pericolo qualora alcune lettere che l'Alberoni stesso ha in mano vengano
conosciute: e la pulce Farnese trema. Sono quelle stesse lettere che aveva fatto
cercare freneticamente dagli scherani di Filippo. Cos si moltiplicano gli
arresti, aumentano le delazioni e le fatiche fatte dal Farnese per...
raccogliere prove.
Perch il Farnese si desse tanto da fare potrebbe apparire un mistero, se non si
considerasse che con l'Alberoni si era compromesso troppo e non solo a causa del
matrimonio di sua figlia, ma per tutti i disegni politici e d'ingerenza fra gli
affari delle grandi potenze che aveva pensato di mandare a buon fine grazie allo
zampino alberoniano e grazie anche alla figlia. Ma come le ambizioni politiche
erano miseramente naufragate, cos anche le mille ore passate a dar la caccia al
cardinale e a rovinarlo per sempre non approderanno a un bel nulla. Il Farnese
era insomma quello che si dice nel linguaggio moderno un loser, un perdente.
A scombinargli tutti i programmi verr, infatti, la morte di Clemente XI
avvenuta il 19 marzo 1721. Scompariva cos dalla scena il principale antagonista
del cardinale e l'uomo che pi l'aveva osteggiato dopo averlo a suo tempo
innalzato; n pi n meno come il Farnese... E' davvero singolare, in effetti,
che siano proprio questi due uomini, due artefici in fondo, specie il Farnese,
della fortuna di Giulio Alberoni, a pararsi improvvisamente di fronte alla loro
creatura in veste di giudici e di persecutori, se non altro sul piano politico.
In pratica perdeva cos significato anche il processo spagnolo peraltro assai
pi serio nell'orditura che non la commedia farnesiana a base di particolari
piccanti e di servotte arrendevoli. Non staremo a dilungarci sulle vicende
processuali. Ci limiteremo ad enunciare sunteggiandoli, i capi d'accusa. Fra i
capi d'imputazione per reati commessi contro la persona del re di Spagna c'erano
i seguenti: Contraffazione, uso ed abuso dei sigilli reali. Occultamento di
documenti e scritti riservati ad uso personale. Collusione, divulgazione di
segreti d'ufficio e di Stato nei confronti e a favore di una potenza straniera
dopo l'espulsione da Madrid. Appropriazione indebita (si riferisce ai campioni
d'oro e di gioielli ordinati per la regina e tenuti poi dopo l'espulsione senza
restituirli come avrebbe dovuto). Malversazione e concussione (si riferisce qui
specialmente alle somme stornate a proprio favore abusando dell'autorit e del
credito). Circonvenzione di persona ammalata (si riferisce alle carte fatte
firmare al re in momenti di depressione nervosa o sotto l'effetto di gravi
turbamenti: fra queste un rescritto che lo autorizzava ad agire a sua totale
discrezione senza neppure render conto al re). Consiglio fraudolento. Truffa
pluriaggravata. Calunnia.
C'era di che mandarlo alla forca. Purtroppo, per l'Alberoni intendiamo, molte di
queste accuse erano tutt'altro che campate per aria, anche se il re doveva
unicamente dir grazie alla propria dabbenaggine. Non si pu parlare di truffa
quando il primo ad acconsentire era lui; quindi o si ammetteva pubblicamente che
il re era un inetto e un incapace e quindi se ne richiedeva l'abdicazione a
favore del figlio o la delega dei poteri... alla moglie, oppure era persona in
grado di intendere e di volere e dunque era nel pieno possesso delle proprie
facolt mentali allorch aveva dato pieni e assoluti poteri al navigato
cardinale, ministro plenipotenziario senza carica, ma di fatto pi potente del
re... Che il cardinale, arrivato povero in canna partisse poi ricco,  noto;
come  noto che nel suo scrigno c'erano alcune prove di gioielli fatti poi
eseguire per la regina, prove che valevano almeno quanto gli autentici indossati
dalla sovrana.
Ma veniamo adesso ai delitti contro il papato... Decisamente questo
dell'Alberoni contumace in Spagna  un processo davvero interessante; non per
nulla  stato oggetto di un notevole lavoro, quello di A. Arata che s'intitola
appunto Il processo del Cardinale Alberoni e che conduce un'attenta disamina
anche e soprattutto da un punto di vista giuridico.
Nei riguardi dello Stato della Chiesa Giulio Alberoni si sarebbe reso colpevole
di: Calunnie, ingiurie, diffamazioni. Appropriazione indebita. Falso in
scrittura. Inosservanza di promesse e accordi.
Infine c'era il paragrafo che riguardava la morale... E qui si faceva un
lunghissimo elenco: Condotta riprovevole. Turpiloquio. Ingiuria. Consiglio
fraudolento. Falso. Oscenit.
Su quest'ultimo punto il re aveva dato mano libera alla propria... ispirazione o
al proprio impulso. Il ritratto che d dell'Alberoni  quello di un formidabile
mandrillo che corre dietro a qualunque gonnella gli si pari davanti, senza
curarsi n dell'et n dell'aspetto estetico. Un uomo dalla vitalit
incredibile, un Pantagruele in abito talare, che si getta avido nei corridoi e
negli angoli bui sulle ignare dame di corte sfogando i suoi possenti istinti su
rosee carni indifese, sorprese con l'inganno e possedute di forza... Filippo
aveva firmato il suo capolavoro, un vero afflato di morbosa fantasia. Che
peccato! S'era dimenticato di un banale particolare. Descrivendo cos il
cardinale aveva gettato un'ombra preoccupante sulla sua stessa persona che, pur
conscia di avere accanto a s un simile mostro, tuttavia l'aveva sopportato per
cos lungo tempo. Si trattava forse di una... coincidenza d'interessi?
La morte del pontefice veniva comunque a dare un aspetto assai diverso a tutta
la vicenda, per cui altri interessi consiglieranno lo stesso Filippo di Spagna a
non calcare troppo la mano su una faccenda che, in fondo, per lui era gi
conchiusa da un pezzo. Che l'Alberoni poi avesse, com' vero, detto peste e
corna del pontefice Clemente e del suo pontificato era sacrosantamente vero, ma
con la morte del principale oggetto delle... contumelie, pur rimanendo il reato,
veniva a mancare il... diretto interessato.
Sale infatti al soglio un papa, Innocenzo XIII (Michelangelo Conti), che doveva
di l a poco, e precisamente il 7 marzo 1724, abbandonare anche lui la vita
terrena. Innocenzo XIII avr comunque il merito di aver voluto sollecitare al
massimo la definizione della pendenza alberoniana che, com' noto, terminer con
un verdetto di assoluzione. Il castello di carte messo cos faticosamente in
piedi era dunque crollato addosso al direttore dei lavori, l'architetto
Francesco Farnese, duca di Parma, e rovinato sulle persone dei suoi stessi
artefici.
Il risultato sar che il 20 marzo 1724 fra i cardinali entrati in conclave per
l'elezione del nuovo pontefice e per la classica fumata si annoverer, guarda un
po', Giulio Alberoni, il quale nel frattempo, libero cittadino, s'era acquistato
una tranquilla villa sulla via Nomentana nei pressi di Porta Pia, costruita in
mezzo a una vigna. Una via di mezzo fra masseria o casa colonica e dimora.
Il resto della vicenda alberoniana appartiene pi alla cronaca della vita di un
uomo che alla storia o alla ricerca dell'aneddoto: dopo l'acquisto del suo
tranquillo eremo di fuori citt, il cardinale non fa pi notizia;  divenuto un
tranquillo e stimato prelato. L'abitazione sulla Nomentana verr cambiata per
una costruzione pi lussuosa e confacente al suo bisogno di tranquillit e pace
in quel di Castelromano. Nel frattempo  morto anche il papa Benedetto XIII
(Pietro Francesco Orsini) e si  riaperto nuovamente il conclave: il giorno 6
marzo 1730, per l'esattezza. Da questo uscir il nome di Lorenzo Corsini, che
assumer quello di Clemente XII. E sar appunto questo papa che lo spinger a
occuparsi di un'impresa che suggella una vita movimentata e chiacchierata (come
si direbbe oggi) quant'altri mai; intendiamo parlare della costruzione del
collegio alberoniano di Piacenza.
Giulio Alberoni lascer, infatti, la villa di Castelromano per essere a Piacenza
il 28 agosto 1732 e decretarvi la totale distruzione del vecchio convento di San
Lazzaro divenuto... lazzaretto per le malattie celtiche. Su queste rovine
sorger la nuova costruzione, fatta senza progetto n pianta, cos alla brava,
come un capomastro tira su la sua casetta di campagna a un piano; solo che in
questo caso il... capomastro improvvisato era lui, l'Alberoni, e il collegio di
piani ne avr tre. Il grosso edificio verr ultimato solamente nel '34. L'anno
successivo il davvero indomito cardinale sar legato di Romagna, mentre nel 1740
ricever la nomina alla legazione bolognese... La parola fine alla vita del
nostro personaggio verr per assai pi tardi, precisamente nel 1752, all'et di
quasi novantanni. Anche in questo Giulio Alberoni si dimostrava dunque un
fuoriclasse.
A questo punto qualcuno potrebbe obiettarci che forse il periodo che intercorre
tra la fondazione del collegio e la legazione di Bologna e da questa nomina alla
morte  interessante quanto le altre pagine della vita del cardinale. Pu darsi;
ma noi, come abbiamo gi spiegato, non siamo andati a caccia della dimensione
storica, fatta di dati e di informazioni, ma del pettegolezzo, del particolare,
della dimensione umana del soggetto; e questa la si ritrova proprio nei
battibecchi sotto le tende del Vendome, nella frenetica risistemazione politica
tentata in Spagna, nell'eludere la caccia all'uomo scatenata dal Farnese: cose
tutte che fanno assomigliare un po' la vita dell'Alberoni al protagonista dei
romanzi picareschi; molta avventura, qualche dramma, numerosi spunti
tragicomici. E ci senza venir meno al rispetto, pi che dovuto, all'uomo e alla
sua opera.
E' per questo che non ci siamo neppure soffermati sui torti che, come abbiamo
gi fatto notare, il cardinale ebbe e in numero non certo piccolissimo. Ma
proprio nell'averne accennato, sorvolando sulle magagne che chiunque ha (e
quanto pi grande  la statura del soggetto tanto pi vistose appaiono) e che il
cardinale in special modo ebbe, abbiamo cercato di evidenziarne anche le
indubbie qualit. Lavoratore infaticabile, dinamico, pieno di idee, ecco
l'Alberoni che ci piace ricordare; uomo d'azione, impulsivo, violento e
collerico ma anche generoso, sagace interprete delle pieghe dell'animo umano e
giudice spietato verso il suo prossimo, abile diplomatico ma combattente in
prima linea se il caso lo richiedeva; in particolare Alberoni fu un uomo che non
si lasci mai abbattere dalla malasorte o dalla sventura: mai domo, ecco il
migliore elogio che si possa fare di lui.

FINE.
















































