    Giovanni Boccaccio.
    ELEGIA DI MADONNA FIAMMETTA.
    Il Bivacco, Melegnano, 2000.



















    INDICE.

    Prologo: pagina 3.
    Capitolo 1: pagina 5.
    Capitolo 2: pagina 43.
    Capitolo 3: pagina 64.
    Capitolo 4: pagina 81.
    Capitolo 5: pagina 88.
    Capitolo 6: pagina 154.
    Capitolo 7: pagina 199.
    Capitolo 8: pagina 217.
    Capitolo 9: pagina 239.










    Incomincia il libro chiamato Elegia di Madonna Fiammetta,  da lei alle
    innamorate donne mandato.


    Prologo.

    Suole a' miseri crescere di dolersi vaghezza,  quando di s discernono
    o sentono compassione in alcuno. Adunque, acci che in me, volonterosa
    pi che altra a dolermi,  di  ci  per  lunga  usanza  non  menomi  la
    cagione,  ma s'avanzi, mi piace, o nobili donne, ne' cuori delle quali
    amore pi che nel mio forse felicemente dimora,  narrando i casi miei,
    di farvi,  s'io posso, pietose. N m' cura perch il mio parlare agli
    uomini non pervenga,  anzi,  in quanto io posso,  del tutto  il  niego
    loro,  per che s miseramente in me l'acerbit d'alcuno si discuopre,
    che gli  altri  simili  imaginando,  piuttosto  schernevole  riso  che
    pietose  lagrime  ne  vedrei.  Voi  sole,  le quali io per me medesima
    conosco pieghevoli e agl'infortunii pie,  priego  che  leggiate;  voi,
    leggendo,  non  troverete  favole  greche  ornate  di molte bugie,  n
    troiane battaglie sozze per molto sangue,  ma  amorose,  stimolate  da
    molti  disiri,  nelle  quali  davanti agli occhi vostri appariranno le
    misere lagrime, gl'impetuosi sospiri,  le dolenti voci e li tempestosi
    pensieri,  li  quali,  con istimolo continuo molestandomi,  insieme il
    cibo,  il sonno,  i lieti tempi e l'amata bellezza hanno da  me  tolta
    via.  Le  quali  cose,  se con quel cuore che sogliono essere le donne
    vederete,  ciascuna per s e tutte insieme adunate,  sono certa che li
    dilicati  visi  con  lagrime bagnerete,  le quali a me,  che altro non
    cerco,  di dolore perpetuo fieno cagione.  Priegovi che  d'averle  non
    rifiutate,  pensando che,  s come li miei,  cos poco sono stabili li
    vostri casi,  li quali se a' miei simili ritornassero,  il che cessilo
    Iddio,  care  vi sarebbero rendendolevi.  E acci che il tempo pi nel
    parlare che nel piagnere non trascorra, brievemente allo impromesso mi
    sforzer di venire, da' miei amori pi felici che stabili cominciando,
    acci che da quella felicit allo stato presente argomento  prendendo,
    me pi che altra conosciate infelice;  e quindi a' casi infelici, onde
    io con ragione piango, con lagrimevole stilo seguir come io posso. Ma
    primieramente,  se de' miseri sono li prieghi ascoltati,  afflitta  s
    come io sono, bagnata delle mie lagrime, priego, se alcuna deit  nel
    cielo  la  cui  santa mente per me sia da piet tocca,  che la dolente
    memoria aiuti, e sostenga la tremante mano alla presente opera, e cos
    le faccia possenti,  che quali nella  mente  io  ho  sentite  e  sento
    l'angoscie,  cotali  l'una  profferi  le parole,  l'altra,  pi a tale
    oficio volonterosa che forte, le scriva.


    Capitolo 1.
    Nel quale la donna discrive chi essa fosse,  e per  quali  segnali  li
    suoi futuri mali le fossero premostrati,  e in che tempo, e dove, e in
    che modo, e di cui ella si innamorasse, col seguito diletto.

    Nel tempo nel quale la rinvestita terra pi che tutto l'altro anno  si
    mostra  bella,  da  parenti  nobili  procreata venni io nel mondo,  da
    benigna fortuna e abondevole ricevuta.  Oh maladetto quello giorno,  a
    me  pi abominevole che alcuno altro,  nel quale io nacqui!  Oh quanto
    pi felice sarebbe stato se nata non fossi, o se dal tristo parto alla
    sepultura fossi stata portata,  n pi lunga et avessi avuta,  che  i
    denti  seminati  da  Cadmo,  e  ad  una  ora rotte e cominciate avesse
    Lachesis le  sue  fila!  Nella  piccola  et  si  sarebbero  rinchiusi
    gl'infiniti guai,  che ora di scrivere trista cagione mi sono.  Ma che
    giova ora di ci dolersi? Io ci pur sono,  e cos  piaciuto e piace a
    Dio  che io ci sia.  Ricevuta adunque,  s come  detto,  in altissime
    delizie,  e in esse  nutrita,  e  dall'infanzia  nella  vaga  puerizia
    tratta, sotto reverenda maestra, qualunque costume a nobile giovine si
    conviene  apparai.  E  come  la  mia  persona  negli  anni trapassanti
    crescea,  cos le  mie  bellezze,  de'  miei  mali  speciale  cagione,
    multiplicavano.  Ohim,  che io,  ancora che piccola fossi, udendole a
    molti lodare,  me ne gloriava,  e loro con sollecitudini e arti faceva
    maggiori.
    Ma  gi  dalla  fanciullezza  venuta  ad et pi compiuta,  meco dalla
    natura ammaestrata sentendo quali disii a' giovini possono porgere  le
    vaghe  donne,  conobbi  che  la  mia  bellezza,  miserabile dono a chi
    virtuosamente di vivere disidera, pi miei coetanei giovinetti e altri
    nobili accese di fuoco amoroso. E me con atti diversi,  male allora da
    me  conosciuti,  volte  infinite  tentarono di quello accendere di che
    essi ardevano,  e che me dovea pi  che  altra  non  riscaldare,  anzi
    ardere nel futuro; e da molti ancora con istantissima sollecitudine in
    matrimonio  fui addomandata;  ma poi che de' molti uno,  a me per ogni
    cosa dicevole,  m'ebbe,  quasi fuori di speranza cess  la  infestante
    turba  degli  amanti da sollecitarmi con gli atti suoi.  Io,  adunque,
    debitamente contenta di tale  marito,  felicissima  dimorai  infino  a
    tanto che il furioso amore, con fuoco non mai sentito, non entr nella
    giovine  mente.  Ohim!  che  niuna  cosa  fu  mai  che il mio disio o
    d'alcuna  altra  donna  dovesse  chetare,   che  prestamente   a   mia
    satisfazione  non venisse.  Io era unico bene e felicit singulare del
    giovine sposo,  e cos egli da me era igualmente amato,  come egli  mi
    amava.  Oh quanto pi che altra mi potrei io dire felice, se sempre in
    me fosse durato cotale amore!
    Vivendo adunque contenta,  e in festa continua dimorando,  la fortuna,
    sbita volvitrice delle cose mondane,  invidiosa de' beni medesimi che
    essa avea prestati,  volendo ritrarre la mano,  n sappiendo  da  qual
    parte  mettere  li  suoi  veleni,  con sottile argomento a' miei occhi
    medesimi fece all'avversit trovare  via;  e  certo  niuna  altra  che
    quella  onde  entr  v'era al presente.  Ma gl'iddii,  a me favorevoli
    ancora,  e a' miei fatti di me  pi  solleciti,  sentendo  le  occulte
    insidie  di  costei,  vollero,  se  io prendere l'avessi sapute,  armi
    porgere al petto mio,  acci che disarmata non venissi alla  battaglia
    nella quale io dovea cadere;  e con aperta visione ne' miei sonni,  la
    notte  precedente  al  giorno  il  quale  a'  miei  danni  dovea  dare
    principio, mi chiarirono le future cose in cotale guisa.
    A  me,  nello  ampissimo  letto dimorante con tutti li membri risoluti
    nell'alto sonno,  pareva,  in un giorno bellissimo e  pi  chiaro  che
    alcuno altro,  essere,  non so di che, pi lieta che mai; e con questa
    letizia, a me,  sola fra verdi erbette,  era avviso sedere in un prato
    dal  cielo difeso e da' suoi lumi da diverse ombre d'alberi vestiti di
    nuove frondi; e in quello diversi fiori avendo clti,  de' quali tutto
    il  luogo  era  dipinto,  con  le candide mani,  in uno lembo de' miei
    vestimenti raccoltili,  fiore  da  fiore  sceglieva,  e  degli  scelti
    leggiadra ghirlandetta faccendo, ne ornava la testa mia. E cos ornata
    levatami, quale Proserpina allora che Pluto la rap alla madre, cotale
    m'andava per la nuova primavera cantando;  poi,  forse stanca,  tra la
    pi folta erba a giacere postami,  mi posava.  Ma  non  altramente  il
    tenero pi d'Euridice trafisse il nascoso animale, che me sopra l'erbe
    distesa,  una  nascosa  serpe vegnente tra quelle,  parve che sotto la
    sinistra mammella mi trafiggesse;  il cui morso,  nella prima  entrata
    degli acuti denti,  parea che mi cocesse; ma poi, assicurata, quasi di
    peggio temendo,  mi pareva mettere  nel  mio  seno  la  fredda  serpe,
    imaginando  lei  dovere,  col  beneficio  del caldo del proprio petto,
    rendere a me pi benigna. La quale,  pi sicura fatta per quello e pi
    fiera,  al dato morso raggiunse la iniqua bocca,  e dopo lungo spazio,
    avendo molto del nostro sangue bevuto,  mi pareva che,  me  renitente,
    uscendo  del mio seno,  vaga vaga fra le prime erbe col mio spirito si
    partisse.  Nel cui partire il  chiaro  giorno  turbato,  dietro  a  me
    vegnendo,  mi  copria  tutta,  e  secondo  l'andare  di quella cos la
    turbazione seguitava,  quasi come a lei tirante fosse  la  moltitudine
    de'  nuvoli  appiccata,  e seguissela;  e non dopo molto,  come bianca
    pietra gittata in profonda acqua a poco a poco si  toglie  alla  vista
    de'  riguardanti,  cos  si tolse agli occhi miei.  Allora il cielo di
    somme tenebre chiuso vidi,  e quasi partitosi  il  sole,  e  la  notte
    tornata  pensai,  quale  a'  Greci  torn  nel  peccato d'Atreo;  e le
    corruscazioni correano per quello senza alcuno ordine,  e i crepitanti
    tuoni  spaventavano le terre e me similemente.  Ma la piaga,  la quale
    infino a quella ora per la sola morsura m'avea stimolata, piena rimasa
    di veleno vipereo,  non valendovi medicina,  quasi tutto il corpo  con
    enfiatura  sozzissima  parea  che  occupasse;  laonde io,  prima senza
    spirito non so come parendomi essere rimasa,  e ora sentendo la  forza
    del veleno il cuore cercare per vie molto sottili, per le fresche erbe
    aspettando  la  morte  mi  voltolava.  E  gi  l'ora  di quella venuta
    parendomi, offesa ancora dalla paura del tempo avverso, s fu grave la
    doglia del cuore  quella  aspettante,  che  tutto  il  corpo  dormente
    riscosse, e ruppe il forte sonno; dopo il quale rotto, sbito, paurosa
    ancora  delle  cose  vedute,  con  la destra mano corsi al morso lato,
    quello nel presente cercando che nel  futuro  m'era  apparecchiato;  e
    senza  alcuna  piaga  trovandolo,   quasi  rallegrata  e  sicura,   le
    sciocchezze  de'  sogni  cominciai  a  deridere,   e  cos  vana  feci
    degl'iddii la fatica.  Ahi,  misera me!  Quanto giustamente,  se io li
    schernii allora,  poi con mia grave doglia  gli  ho  veri  creduti,  e
    piantili  senza  frutto,  non meno degl'iddii dolendomi,  li quali con
    tanta oscurit alle grosse menti dimostrano i loro secreti,  che quasi
    non mostrati se non avvenuti si possono dire!  Io,  adunque, escitata,
    alzai il sonnacchioso capo,  e per piccolo buco vidi entrare nella mia
    camera il nuovo sole; per che, ogni altro pensiero gittato via, sbito
    mi levai.
    Quello giorno era solennissimo quasi a tutto il mondo; per che, io con
    sollecitudine li drappi di molto oro rilucenti vestitami e con maestra
    mano  di  me  ornata  ciascuna parte,  simile alle de vedute da Pars
    nella  valle  d'Ida   tenendomi,   per   andare   alla   somma   festa
    m'apparecchiai. E mentre che io tutta mi mirava, non altramente che il
    pavone le sue penne, imaginando di cos piacere ad altrui come io a me
    piacea,  non  so come,  uno fiore della mia corona preso dalla cortina
    del letto mio o forse da celestiale mano da me non veduta, quella,  di
    capo trattami,  cadde in terra;  ma io,  non curante alle occulte cose
    dagl'iddii dimostrate, quasi come non fosse, ripresala,  sopra il capo
    la  mi  riposi,  e  oltre andai.  Ohim!  che segnale pi manifesto di
    quello che avvenne mi  poteano  dare  gl'iddii?  Certo  niuno.  Questo
    bastava  a dimostrarmi che quello giorno la mia libera anima,  e di s
    donna, disposta la sua signoria,  serva dovea divenire,  come avvenne.
    Oh,  se  la  mia  mente  fosse  stata  sana,  quanto  quel giorno a me
    nerissimo avrei conosciuto, e senza uscire di casa l'avrei trapassato!
    Ma gl'iddii,  a coloro verso i quali essi sono adirati,  bench  della
    loro  salute porgano ad essi segno,  elli privano lui del conoscimento
    debito;  e cos ad una ora mostrano di fare il loro dovere  e  saziano
    l'ira  loro.  La  fortuna  mia  adunque me vana e non curante sospinse
    fuori;  e accompagnata da molte,  con lento passo  pervenni  al  sacro
    tempio,  nel  quale  gi  il  solenne  oficio  debito a quel giorno si
    celebrava.
    La vecchia usanza e la mia nobilt  m'avea  tra  l'altre  donne  assai
    eccellente luogo servato; nel quale poi che assisa fui, servato il mio
    costume,  gli occhi subitamente in giro vlti, vidi il tempio d'uomini
    e di donne parimente ripieno, e in varie caterve diversamente operare.
    N prima, celebrandosi il sacro oficio,  nel tempio sentita fui,  che,
    s come l'altre volte soleva avvenire,  cos e quella avvenne, che non
    solamente gli uomini gli occhi torsero a riguardarmi,  ma eziandio  le
    donne,  non  altramente  che se Venere o Minerva,  mai pi da loro non
    vedute, fossero in quello luogo,  l dove io era,  nuovamente discese.
    Oh,  quante fiate,  tra me stessa ne risi,  essendone meco contenta, e
    non meno che una da gloriandomi di tale cosa!  Lasciate adunque quasi
    tutte  le  schiere  de'  giovini  di  mirare  l'altre,  a me mi posero
    d'intorno,  e diritti quasi  in  forma  di  corona  mi  circuivano,  e
    variamente fra loro della mia bellezza parlando, quasi in una sentenza
    medesima concludendo la laudavano.  Ma io che,  con gli occhi in altra
    parte voltati,  mostrava me d'altra cura sospesa,  tenendo gli orecchi
    a'  ragionamenti  di quelli sentiva disiderata dolcezza,  e quasi loro
    parendomene essere obligata,  tale fiata con  pi  benigno  occhio  li
    rimirava; e non una volta m'accorsi, ma molte, che di ci alcuni, vana
    speranza pigliando, co' compagni vanamente se ne gloriavano.
    Mentre che io in cotal guisa,  poco altrui rimirando, e molto da molti
    rimirata,  dimoro,  credendo che la  mia  bellezza  altrui  pigliasse,
    avvenne  che  l'altrui  me miseramente prese.  E gi essendo vicina al
    doloroso punto, il quale o di certissima morte o di vita pi che altra
    angosciosa dovea essere cagione,  non so da  che  spirito  mossa,  gli
    occhi con debita gravit elevati, intra la multitudine de' circustanti
    giovini  con  acuto  riguardamento  distesi;  e oltre a tutti,  solo e
    appoggiato ad una colonna marmorea, a me dirittissimamente uno giovine
    opposto vidi; e,  quello che ancora fatto non avea d'alcuno altro,  da
    incessabile fato mossa, meco lui e li suoi modi cominciai ad estimare.
    Dico  che,  secondo il mio giudicio,  il quale ancora non era da amore
    occupato,  egli era di forma bellissimo,  negli atti piacevolissimo  e
    onestissimo  nell'abito  suo,  e  della  sua giovinezza dava manifesto
    segnale crespa lanugine, che pur mo' occupava le guance sue;  e me non
    meno  pietoso che cauto rimirava tra uomo e uomo.  Certo io ebbi forza
    di ritrarre  gli  occhi  da  riguardarlo  alquanto,  ma  il  pensiero,
    dell'altre  cose  gi  dette estimante,  niuno altro accidente,  n io
    medesima sforzandomi,  mi pot trre.  E gi nella mia  mente  essendo
    l'effigie della sua figura rimasa,  non so con che tacito diletto meco
    la riguardava, e quasi con pi argomenti affermate vere le cose che di
    lui  mi  pareano,  contenta  d'essere  da  lui  riguardata,   talvolta
    cautamente se esso mi riguardasse mirava.
    Ma  intra  l'altre  volte  che  io,   non  guardandomi  dagli  amorosi
    lacciuoli,  il mirai,  tenendo alquanto pi fermi che l'usato ne' suoi
    gli occhi miei, a me parve in essi parole conoscere dicenti: "O donna,
    tu sola se' la beatitudine nostra".  Certo, se io dicessi che esse non
    mi fossero piaciute, io mentirei;  anzi s mi piacquero,  che esse del
    petto  mio  trassero  un  soave  sospiro,  il  quale veniva con queste
    parole: "E voi la mia".  Se non che io,  di me  ricordandomi,  gli  le
    tolsi. Ma che valse? Quello che non si esprimea, il cuore lo 'ntendeva
    con  seco,  in s ritenendo ci che,  se di fuori fosse andato,  forse
    libera  ancora  sarei.  Adunque,  da  questa  ora  innanzi  concedendo
    maggiore arbitrio agli occhi miei folli,  di quello che essi erano gi
    vaghi divenuti li contentava; e certo, se gl'iddii,  li quali tirano a
    conosciuto fine tutte le cose,  non m'avessero il conoscimento levato,
    io  poteva  ancora  essere  mia,  ma  ogni  considerazione  all'ultimo
    posposta,  seguitai  l'appetito,  e  subitamente atta divenni a potere
    essere presa;  per che,  non altramente il fuoco se stesso d'una parte
    in  un'altra  balestra,  che  una  luce,  per  un  raggio sottilissimo
    trascorrendo,  da' suoi partendosi,  percosse negli occhi miei,  n in
    quelli  contenta  rimase,   anzi,   non  so  per  quali  occulte  vie,
    subitamente al cuore penetrando,  se ne  go.  Il  quale,  nel  sbito
    avvenimento  di quella temendo,  rivocate a s le forze esteriori,  me
    palida e quasi freddissima tutta lasci. Ma non fu lunga la dimoranza,
    che il contrario sopravvenne,  e  lui  non  solamente  fatto  fervente
    sentii,  anzi  le  forze  tornate  ne'  luoghi  loro,  seco uno calore
    arrecarono,  il quale,  cacciata la palidezza,  me rossissima e  calda
    rend come fuoco, e quello mirando onde ci procedeva, sospirai. N da
    quell'ora innanzi niuno pensiero in me poteo, se non di piacergli.
    A  cos  fatti  sembianti,   esso,   senza  mutare  luogo,  cautissimo
    riguardava,  e forse,  s  come  esperto  in  pi  battaglie  amorose,
    conoscendo con quali armi si dovea la disiata preda pigliare, ciascuna
    ora  con  umilt  maggiore  pietosissimo si mostrava e pieno d'amoroso
    disio.  Ohim!  quanto inganno sotto s  quella  piet  nascondea,  la
    quale,  secondo  che gli effetti ora dimostrano,  partitasi dal cuore,
    ove mai poi non ritorn, fittizia si mostr nel suo viso.  E acci che
    io  non  vada ogni suo atto narrando,  de' quali ciascuno era pieno di
    maestrevole  inganno,  o  egli  che  l'operasse,   o  i  fati  che  'l
    concedessero,  in s fatta maniera and,  che io, oltre ad ogni potere
    raccontare,  da sbito e inoppinato amore mi trovai  presa,  e  ancora
    sono.
    Questi adunque,  o pietosissime donne,  fu colui il quale il mio cuore
    con folle estimazione fra tanti  nobili,  belli  e  valorosi  giovini,
    quanti  non  solamente  quivi  presenti,  ma  eziandio in tutta la mia
    Partenope erano,  primo,  ultimo e solo,  elesse per signore della mia
    vita;  questi  fu colui,  il quale io amai e amo pi che alcuno altro;
    questi fu colui,  il quale essere dovea principio e cagione d'ogni mio
    male,  e,  come io spero,  di dannosa morte. Questo fu quel giorno nel
    quale io prima, di libera donna, divenni miserissima serva;  questo fu
    quel giorno nel quale io prima amore,  non mai prima da me conosciuto,
    conobbi;  questo fu quel giorno nel  quale  primieramente  li  venerei
    veleni contaminarono il puro e casto petto.  Ohim misera! quanto male
    per me nel mondo venne s  fatto  giorno!  Ohim!  quanto  di  noia  e
    d'angoscia  sarebbe  da  me lontana,  se in tenebre si fosse mutato s
    fatto giorno!  Ohim misera!  quanto fu al mio onore nemico  s  fatto
    giorno!  Ma  che?  Le  preterite cose mal fatte,  si possono molto pi
    agevolmente biasimare che emendare. Io fui pur presa, s come  detto;
    e qualunque si fosse quella o infernal furia,  o inimica  fortuna  che
    alla mia casta felicit invidia portasse,  ad essa insidiando,  questo
    d con speranza d'infallibile vittoria si pot rallegrare.
    Soppresa adunque dalla passione nuova,  quasi attonita e di me  fuori,
    sedeva infra le donne,  e li sacri oficii,  appena da me uditi non che
    intesi,  passare  lasciava,   e  similemente  delle  mie  compagne  li
    ragionamenti diversi. E s tutta la mente avea il nuovo e sbito amore
    occupata,  che,  o con gli occhi o col pensiero sempre l'amato giovine
    riguardava,  e quasi con meco medesima non  sapeva  qual  fine  di  s
    fervente  disio  io  mi  chiedessi.  Oh  quante  volte,  disiderosa di
    vederlomi pi vicino,  biasimai io  il  suo  dimorare  agli  altri  di
    dietro,  quello tiepidezza estimando,  che egli usava a cautela! E gi
    mi noiavano i giovini a lui stanti dinanzi,  de' quali mentre  io  fra
    loro alcuna volta il mio intendimento mirava,  alcuni,  credendosi che
    in loro il mio riguardare terminasse, si credettero forse da me essere
    amati. Ma,  mentre che in cotali termini stavano li miei pensieri,  si
    fin  l'oficio  solenne,  e  gi  per  partirsi  erano le mie compagne
    levate,  quando io,  rivocata l'anima,  che d'intorno alla imagine del
    piaciuto  giovine  andava  vagando,  il  conobbi.  Levata  adunque con
    l'altre, e a lui gli occhi rivolti,  quasi negli atti suoi vidi quello
    che io ne' miei a lui m'apparecchiava di dimostrare,  e mostrai,  cio
    che il partire mi doleva. Ma pure, dopo alcuno sospiro,  ignorando chi
    elli si fosse, mi dipartii.
    Deh,  pietose donne,  chi creder possibile in un punto uno cuore cos
    alterarsi? Chi dir che persona mai pi non veduta sommamente si possa
    amare nella prima vista?  Chi penser  accendersi  s  di  vederla  il
    disio,  che,  dalla vista di quella partendosi, senta gravissima noia,
    solo disiderando di vederla?  Chi imaginer tutte  l'altre  cose,  per
    addietro molto piaciute,  a rispetto della nuova spiacere? Certo niuna
    persona,  se non chi provato l'avr o pruova come fo  io.  Ohim!  che
    Amore  cos come ora in me usa crudelt non udita,  cos nel pigliarmi
    nuova legge dagli altri diversa gli piacque d'usare!  Io ho pi  volte
    udito che negli altri i piaceri sono nel principio levissimi,  ma poi,
    da' pensieri nutricati, aumentando le forze loro,  si fanno gravi;  ma
    in me cos non avvenne, anzi con quella medesima forza m'entrarono nel
    cuore, che essi vi sono poi dimorati, e dimorano. Amore il primo d di
    me  ebbe  interissima  possessione;  e  certo  s  come il verde legno
    malagevolissimamente riceve il fuoco,  ma quello ricevuto pi conserva
    e con maggior caldo, cos a me avvenne. Io, avanti non vinta da alcuno
    piacere giammai,  tentata da molti, ultimamente vinta da uno, e arsi e
    ardo, e servai e servo pi che altra facesse giammai il preso fuoco.
    Lasciando molti pensieri che nella mente quella mattina, con accidenti
    diversi,  mi furono,  oltre alli raccontati,  dico che di nuovo furore
    accesa,  e con l'anima fatta serva,  l onde libera l'avea tratta,  mi
    ritornai.  Quivi,  poi che nella mia camera sola e oziosa mi ritrovai,
    da  diversi  disii  accesa  e  piena  di  nuovi  pensieri  e  da molte
    sollecitudini stimolata,  ogni fine di quelli nella imaginata  effigie
    del piaciuto giovine terminando,  pensai che,  se amore da me cacciare
    non poteasi,  almeno cauto si reggesse e occulto nel tristo petto;  la
    qual  cosa quanto sia dura a fare nullo il pu sapere,  se nol pruova:
    certo io non credo che ella faccia meno noia che amore  stesso.  E  in
    tale  proponimento fermata,  non sappiendo ancora di cui,  me con meco
    medesima chiamava innamorata.
    Quanti e quali fossero in me da questo amore li pensieri  nati,  lungo
    sarebbe a tutti volerli narrare;  ma alquanti,  quasi sforzandomi,  mi
    tirano a dichiararsi, con alcune cose oltre all'usato incominciatemi a
    dilettare. Dico adunque che, avendo ogni altra cosa proposta,  solo il
    pensare  all'amato  giovine  m'era  caro,  e parendomi che,  in questo
    perseverando,  forse  quello  che  io  intendeva  celare  si  potrebbe
    presumere,  me  pi  volte  di  ci  ripresi;  ma che giovava?  Le mie
    riprensioni davano luogo larghissimo alli miei  disii,  e  inutili  si
    fuggivano co' venti.  Io disiderai pi giorni sommamente di sapere chi
    fosse l'amato giovine;  a che nuovi pensieri mi dierono aperta via,  e
    cautamente il seppi,  di che non poco contenta rimasi.  Similmente gli
    ornamenti,  de' quali io prima,  s come  poco  bisognosa  di  quelli,
    niente  curava,  mi  cominciarono ad essere cari,  pensando pi ornata
    piacere;  e quindi li vestimenti,  l'oro e le perle e l'altre preziose
    cose pi che prima pregiai.  Io infino a quella ora alli templi,  alle
    feste,  alli marini liti e alli giardini andata senza  altra  vaghezza
    che solamente con le giovini ritrovarmi,  cominciai con nuovo disio li
    detti luoghi a cercare,  pensando che e vedere e veduta potrei  essere
    con diletto.  Ma veramente mi fugg la fidanza,  la quale io nella mia
    bellezza soleva avere,  e mai fuori di s la  mia  camera  non  m'avea
    senza  prima  pigliare del mio specchio il fidato consiglio,  e le mie
    mani,  non so da che maestra nuovamente ammaestrate,  ciascuno  giorno
    pi leggiadra ornatura trovando,  aggiunta l'artificiale alla naturale
    bellezza, tra l'altre splendidissima mi rendeano.
    Gli onori similmente a me fatti  per  propria  cortesia  dalle  donne,
    ancora  che  forse  alla  mia  nobilt  s'affacessero,   quasi  debiti
    cominciai a volerli,  pensando che,  al mio amante parendo  magnifica,
    pi giustamente mi gradirebbe;  l'avarizia, nelle femine innata, da me
    fuggendosi,  cotale mi lasci,  che cos le  mie  cose  come  non  mie
    m'erano care,  e liberale diventai; l'audacia crebbe, e alquanto manc
    la feminile tiepidezza,  me follemente alcuna cosa pi cara  reputando
    che prima;  e oltre a tutto questo,  gli occhi miei,  infino a quel d
    stati semplici nel guardare,  mutarono modo e mirabilmente artificiosi
    divennero al loro oficio. Oltre a queste, ancora molte altre mutazioni
    in  me  apparirono,  le quali tutte non curo di raccontare,  s perch
    troppo  sarebbe  lungo,  e  s  perch  credo  che  voi,  s  come  me
    innamorate,  conosciate  quante  e  quali  sieno quelle che a ciascuna
    avvengono, posta in cotal caso.
    Era il giovine avvedutissimo,  s  come  pi  volte  esperienza  rend
    testimonio.  Egli  rade volte e onestissimamente vegnendo col dove io
    era,  quasi quel medesimo avesse proposto che io,  cio di  celare  in
    tutto l'amorose fiamme,  con occhio cautissimo mi mirava.  Certo, s'io
    negassi che,  quando  ci  mi  avveniva  che  io  il  vedessi,  amore,
    quantunque  fosse  in  me s possente che pi non potea,  alcuna cosa,
    quasi l'anima ampliando per forza crescesse, io negherei il vero. Egli
    allora in me le fiamme accese facea pi vive,  e non so quali  spente,
    se  alcuna  ve  n'era,  accendeva;  ma  in  questo non era s lieto il
    principio,  che la fine non rimanesse pi trista,  qualora della vista
    di quello rimanea privata: perci che gli occhi, della loro allegrezza
    privati,  davano al cuore noiosa cagione di dolersi, di che i sospiri,
    e in quantit e in qualit diventavano maggiori,  e  il  disio,  quasi
    ogni mio sentimento occupando, mi toglieva di me medesima, e quasi non
    fossi  dov'era,  feci pi volte maravigliare chi mi vide,  dando poi a
    cotali accidenti cagioni infinte, da amore medesimo insegnate. E oltre
    a questo,  sovente la notturna quiete e il cotidiano cibo togliendomi,
    alcuna  volta  ad  atti pi furiosi che sbiti,  e a parole mi moveano
    inusitate.
    Ecco che li cresciuti ornamenti, gli accesi sospiri, li nuovi atti, li
    furiosi movimenti,  la perduta quiete,  e l'altre cose in  me  per  lo
    nuovo amore venute,  tra gli altri domestici familiari a maravigliarsi
    mossero una mia balia, d'anni antica e di senno non giovine, la quale,
    gi seco conoscendo le triste fiamme, mostrando di non conoscerle, pi
    fiate mi riprese de' nuovi modi.  Ma pure un giorno me trovando  sopra
    il  mio letto malinconiosa giacere,  vedendo di pensieri carica la mia
    fronte,  poi che d'ogni  altra  compagnia  ci  vide  libere,  cos  mi
    cominci a parlare:
    "O  figliuola a me come me medesima cara,  quali sollecitudini da poco
    tempo in qua ti stimolano?  Tu niuna ora trapassi  senza  sospiri,  la
    quale altra volta lieta e senza niuna malinconia sempre vedere solea".
    Allora io, dopo un gran sospiro, d'uno in altro colore pi d'una volta
    mutatami,  quasi di dormire infignendomi,  e di non averla udita,  ora
    qua ora l rivolgendomi,  per tempo  prendere  alla  risposta,  appena
    potendo la lingua a perfetta parola conducere, pur le risposi:
    "Cara nutrice, niuna cosa nuova mi stimola, n pi sollecitudini sento
    che io mi sia usata;  solamente li naturali corsi,  non tenenti sempre
    d'una maniera li viventi, ora pi che l'usato mi fanno pensosa".
    "Certo, figliuola, tu m'inganni, - rispose la vecchia balia - n pensi
    quanto sia grave il fare alle persone attempate credere in parole  una
    cosa,  e  un'altra negli atti mostrarne;  egli non t' bisogno celarmi
    quello che io, gi sono pi giorni, in te manifestamente conobbi".
    Ohim!  che  quando  io  udii  cos,  quasi  dolendomi  e  sperando  e
    crucciandomi, le dissi:
    "Dunque,  se tu il sai,  di che addimandi? A te pi non bisogna se non
    celare quello che conosci".
    "Veramente - disse ella allora - celer io quello che non  licito che
    altri sappia;  e avanti s'apra la terra e me tranghiotta,  che io  mai
    cosa  che a te torni a vergogna,  palesi: gran tempo  che io a tenere
    celate le cose  apparai.  E  perci  di  questo  vivi  sicura,  e  con
    diligenza  guarda non altri conosca quello che io,  senza dirlomi tu o
    altri,  ne' tuoi sembianti ho conosciuto.  Ma,  se quella sciocchezza,
    nella  quale  io ti conosco caduta,  ti si conviene,  se in quel senno
    fossi  nel  quale  gi  fosti,  a  te  sola  il  lascerei  a  pensare,
    sicurissima che in ci luogo il mio ammaestrare non avrebbe. Ma perci
    che questo crudele tiranno,  al quale,  s come giovine, non avendo tu
    presa guardia di lui, semplicemente ti se' sommessa, suole insieme con
    la libert il conoscimento occupare,  mi  piace  di  ricordarti  e  di
    pregarti che tu del casto petto esturbi e cacci via le cose nefande, e
    ispegni  le  disoneste  fiamme,  e  non ti facci a turpissima speranza
    servente.  E ora  tempo da resistere con  forza,  per  che  chi  nel
    principio bene contrastette,  cacci il villano amore, e sicuro rimase
    e vincitore;  ma chi con lunghi pensieri e lusinghe il nutrica,  tardi
    pu poi ricusare il suo giogo, al quale quasi volontario si sommise".
    "Ohim  - dissi io allora - quanto sono pi agevoli a dire queste cose
    che a menarle ad effetto!"
    "Come ch'elle sieno a fare assai malagevoli,  pure possibili  sono,  -
    disse  ella  -  e  fare  si  convengono.  Vedi  se  l'altezza  del tuo
    parentado, la gran fama della tua virt,  il fiore della tua bellezza,
    l'onore  del  mondo  presente,  e  tutte  quell'altre cose che a donna
    nobile debbono essere care,  e sopra a tutte la grazia del tuo marito,
    da  te  tanto amato e tu da lui,  per questa sola di perdere disideri.
    Certo volere nol dei, n credo che 'l vogli, se savia teco medesima ti
    consigli.
    Dunque,  per Dio,  ritienti,  e i falsi diletti promessi  dalla  sozza
    speranza caccia via, e con essi il preso furore. Io supplicemente, per
    questo vecchio petto e nelle molte cure affaticato, dal quale tu prima
    li nutritivi alimenti prendesti,  ti priego che tu medesima t'aiuti, e
    alli tuoi onori provvegga, e li miei conforti in questo non rifiutare:
    pensa che parte della sanit fu il volere essere guarita".
    Allora cominciai io:
    "O cara nutrice, assai conosco vere le cose che narri; ma il furore mi
    costrigne a seguitare le piggiori,  e l'animo consapevole,  e ne' suoi
    disideri strabocchevole,  indarno li sani consigli appetisce; e quello
    che la ragione vuole  vinto dal  regnante  furore.  La  nostra  mente
    tutta possiede e signoreggia Amore con la sua deit,  e tu sai che non
     sicura cosa alle sue potenzie resistere".
    E questo detto,  quasi vinta,  sopra le mie braccia ricaddi.  Ma ella,
    alquanto  pi  che  prima  turbata,  con voce pi rigida cominci tali
    parole:
    "Voi, turba di vaghe giovini, di focosa libidine accese, sospingendovi
    questa,  vi avete trovato Amore essere iddio al quale piuttosto giusto
    titolo sarebbe furore; e lui di Venere chiamate figliuolo, dicendo che
    egli  dal terzo cielo piglia le forze sue,  quasi vogliate alla vostra
    follia porre  necessit  per  iscusa.  O  ingannate,  e  veramente  di
    conoscimento  in tutto fuori!  Che  quello che voi dite?  Costui,  da
    infernale furia sospinto,  con sbito volo visita tutte le terre,  non
    deit, ma piuttosto pazzia di chi il riceve, bench esso non visiti al
    pi  se  non  quelli,  li quali,  di soperchio abondanti nelle mondane
    felicit,  conosce con gli animi vani e atti a fargli luogo: e  questo
    ci   assai manifesto.  Ora non veggiamo noi Venere santissima abitare
    nelle piccole case sovenente,  solamente e utile al necessario  nostro
    procreamento?  Certo  s;  ma questi,  il quale,  per furore,  Amore 
    chiamato,  sempre le dissolute cose appetendo,  non altrove  s'accosta
    che alla seconda fortuna.
    Questi,  schifo cos di cibi alla natura bastevoli come di vestimenti,
    li dilicati e risplendenti persuade,  e  con  quelli  mescola  i  suoi
    veleni,  occupando l'anime cattivelle; per che, costui cos volontieri
    gli alti palagi colente,  nelle povere case rade volte si vede  o  non
    giammai;  per che  pestilenza, che solo elegge i dilicati luoghi, s
    come pi al fine delle sue operazioni inique  conformi.  Noi  veggiamo
    nell'umile  popolo  gli  affetti  sani;  ma  li ricchi d'ogni parte di
    ricchezze splendenti, cos in questo come nell'altre cose insaziabili,
    sempre pi che il convenevole cercano,  e quello che non pu chi molto
    pu  disidera  di  potere;  de' quali te medesima sento essere una,  o
    infelicissima giovine,  in nuova sollecitudine e isconcia entrata  per
    troppo bene".
    Alla quale dopo molto averla ascoltata, io dissi:
    "O vecchia,  taci,  e contro agl'iddii non parlare. Tu oramai a questi
    effetti impotente, e meritamente rifiutata da tutti,  quasi volontaria
    parli contro di lui, quello ora biasimando che altra volta ti piacque.
    Se l'altre donne di me pi famose, savie e possenti, cos per addietro
    l'hanno  chiamato e chiamano,  io non gli posso dare nome di nuovo;  a
    lui sono veramente suggetta, quale che di ci si sia la cagione,  o la
    mia  felicit o la mia sciagura,  e pi non posso.  Le forze mie,  pi
    volte alle sue oppostesi, vinte, indietro si sono tirate.  Adunque,  o
    la morte o il giovine disiato resta per sola fine alle mie pene;  alle
    quali tu,  piuttosto,  se cos se'  savia  come  io  ti  tengo,  porgi
    consiglio e aiuto, il quale minori le faccia, io te ne priego, o tu ti
    rimani di inasprirle, biasimando quello a che l'anima mia, non potendo
    altro, con tutte le sue forze  disposta".
    Ella allora sdegnando,  e non senza ragione, senza rispondermi, non so
    che mormorando con seco, me, della camera uscita, lasci soletta.


    Gi s'era,  senza pi  favellarmi,  partita  la  cara  balia,  li  cui
    consigli male per me rifiutai,  e io,  sola rimasa,  le sue parole nel
    sollecito petto fra me volgea;  e ancora che abbagliato fosse  il  mio
    conoscimento,   di   frutto   le   sentiva   piene  e  quasi  ci  che
    assertivamente  avea  davant  a  lei  detto  di  voler  pur   seguire,
    pentendomi,  nella mente mi vacillava,  e gi cominciando a pensare di
    volere lasciare andare le  cose  meritevolmente  dannate,  lei  voleva
    richiamare  alli  miei  conforti;  ma  nuovo  e sbito accidente me ne
    rivolse,  per che nella secreta mia camera,  non so onde venuta,  una
    bellissima  donna s'offerse agli occhi miei,  circundata da tanta luce
    che appena la vista la sostenea. Ma pure stando essa ancora tacita nel
    mio cospetto,  quanto potei per lo lume gli occhi  aguzzare  tanto  li
    pinsi avanti, infino a tanto che alla mia conoscenza pervenne la bella
    forma,  e  vidi lei ignuda,  fuori solamente d'uno sottilissimo drappo
    purpureo, il quale,  avvegna che in alcune parti il candidissimo corpo
    coprisse, di quello non altramente toglieva la vista a me mirante, che
    posta  figura  sotto  chiaro vetro,  e la sua testa,  li capelli della
    quale tanto di chiarezza l'oro  passavano,  quanto  l'oro  de'  nostri
    passa  li  vie  pi  biondi,  avea  coperta  d'una  ghirlanda di verdi
    mortine,  sotto l'ombra della quale io  vidi  due  occhi  di  bellezza
    incomparabile,  e vaghi a riguardare oltremodo, rendere mirabile luce;
    e tanto tutto l'altro viso avea bello quanto quaggi a  quello  simile
    non si trova.  Ella non dicea alcuna cosa, anzi o forse contenta ch'io
    la riguardassi,  ovvero me vedendo di riguardarla contenta,  a poco  a
    poco tra la fulvida luce di s le belle parti m'apriva pi chiare, per
    che io bellezze in lei da non potere con lingua ridire, n senza vista
    pensare intra' mortali, conobbi. La quale poi che s da me considerata
    per  tutto  s'avvide,  veggendomi  maravigliare  e della sua beltade e
    della sua venuta quivi,  con lieto viso e con voce pi che  la  nostra
    assai soave, cos verso me cominci a parlare:
    "O  giovine,  assai  pi  che  alcuna  altra mobile,  che per li nuovi
    consigli della vecchia balia t'apparecchi di fare?  Non conosci tu che
    essi  sono  molto pi difficili a seguitare,  che l'amore medesimo che
    disideri di fuggire?  Non pensi tu quanto e quale e  come  importabile
    affanno essi ti servino?  Tu,  stoltissima,  nuovamente nostra, per le
    parole d'una vecchia,  non nostra farti disideri,  s come  colei  che
    ancora  quali  e quanti sieno i nostri diletti non sai.  O poco savia,
    sostieni,  e per le nostre parole riguarda se a te quello che al cielo
    e  al  mondo  bastato  assai.  Quantunque Febo,  surgente co' chiari
    raggi di Gange, insino all'ora che nell'onde d'Esperia si tuffa con li
    lassi carri, alle sue fatiche dare requie,  vede nel chiaro giorno,  e
    ci  che  tra  'l  freddo  Arturo  e  'l  rovente  polo  si  inchiude,
    signoreggia il nostro volante figliuolo  senza  alcuno  niego.  E  ne'
    cieli,  non che egli s come gli altri sia iddio, ma ancora vi  tanto
    pi che gli altri potente,  quanto alcuno non ve n' che stato non sia
    per  addietro  vinto  dalle  sue  armi.   Questi,   con  dorate  piume
    leggierissimo in un momento  volando  per  li  suoi  regni,  tutti  li
    visita,  e  il forte arco reggendo sovra il tirato nervo adatta le sue
    saette da noi fabbricate e temperate  nelle  nostre  acque;  e  quando
    alcuno  pi  degno  che  gli  altri  elegge  al  suo servigio,  quello
    prestissimamente manda ove gli piace.
    Egli commuove le ferocissime  fiamme  de'  giovini,  e  negli  stanchi
    vecchi  richiama  gli spenti calori,  e con non conosciuto fuoco delle
    vergini infiamma li casti petti,  parimente le maritate  e  le  vedove
    riscaldando.  Questi con le sue fiaccole riscaldati gl'iddii,  comand
    per addietro che essi, lasciati li cieli, con falsi visi abitassero le
    terre.  Or non fu Febo vincitore del gran Fitone,  e accordatore delle
    cetare di Parnaso,  pi volte da costui soggiogato, ora per Danne, ora
    per Climens e quando per Leucotoe e per  altre  molte?  Certo  s;  e
    ultimamente,  rinchiusa  la  sua  gran  luce  sotto la vile forma d'un
    piccolo pastore, innamorato guard gli armenti d'Ameto.
    Giove medesimo,  il quale regge il cielo,  costrignendolo  costui,  si
    vest minor forma di s. Egli alcuna volta in forma di candido uccello
    movendo  l'ali  diede  voci  pi dolci che 'l moriente cigno;  e altra
    volta, divenuto giovenco e poste alla sua fronte corna, mugghi per li
    campi, e i suoi dossi umili alli giuochi virginei,  e per li fraterni
    regni  con le fesse unghie,  imitando oficio di remi,  con forte petto
    vietando il profondo,  god della sua rapina.  Quello che  per  Semel
    nella  propria  forma  facesse,   quello  che  per  Almena  mutato  in
    Anfitrione,  quello che per Calisto  mutato  in  Diana,  o  per  Danae
    divenuto  oro gi fece,  non diciamo,  ch sarebbe troppo lungo.  E il
    fiero iddio delle armi,  la cui rossezza ancora spaventa  li  giganti,
    sotto la sua potenza temper li suoi aspri effetti,  e divenne amante.
    E il costumato al fuoco fabro di Giove,  e  facitore  delle  trisulche
    folgori,  da  quel di costui pi possente fu cotto.  E noi similmente,
    ancora che madre gli siamo,  non ce ne siamo potuta guardare,  s come
    le  nostre  lagrime  fecero  aperto nella morte d'Adone.  Ma perch ci
    fatichiamo noi in tante parole?  Niuna deit  nel cielo da costui non
    ferita,  se  non  Diana:  questa sola,  ne' boschi dilettandosi,  l'ha
    fuggito,  la quale,  secondo l'oppinione  d'alcuno,  non  fuggito,  ma
    piuttosto nascoso.
    Ma  se  tu  forse gli essempli del cielo incredula schifi e cerchi chi
    del mondo gli abbia sentiti, tanti sono,  che da cui cominciare appena
    ci  occorre;  ma  tanto  ti  diciamo  veramente,  che tutti sono stati
    valorosi.  Rimirisi primamente al fortissimo figliuolo di  Almena,  il
    quale,  poste  gi le saette e la minaccevole le pelle del gran leone,
    sostenne d'acconciarsi alle dita i verdi smeraldi, e di dar legge alli
    rozzi capelli,  e con quella mano,  con la quale poco innanzi  portato
    avea  la  dura  mazza  e  ucciso il grande Anteo e tirato lo infernale
    cane,  trasse le fila della lana data da  Jole  dietro  al  procedente
    fuso,  e  gli omeri,  sopra li quali l'alto cielo s'era posato mutando
    spalla Atlante,  furono in prima dalle braccia di Jole premuti,  e poi
    coperti,  per  piacerle,  di  sottili vestimenti di porpora.  Che fece
    Pars per costui, che Elena, che Clitemestra,  e che Egisto,  tutto il
    mondo il conosce;  e similmente di Achille,  di Silla,  di Adriana, di
    Leandro, di Didone, e di pi molti, non dico, ch non bisogna. Santo 
    questo fuoco, e molto potente, credimi.
    Udito hai il cielo e la terra soggiogata dal mio figliuolo  negl'iddii
    e negli uomini;  ma che dirai tu ancora delle sue forze,  estendentisi
    negli animali irrazionali,  cos celesti come terreni?  Per costui  la
    tortora il suo maschio sguita,  e le nostre colombe alli suoi colombi
    vanno dietro con caldissima affezione,  e nessun altro n'  che  dalla
    maniera  di  questi fugga alcuna volta;  e ne' boschi li timidi cervi,
    fatti tra s feroci quando costui li tocca,  per le disiderate  cervie
    combattono,  e,  mugghiando,  delli costui caldi mostrano segnali; e i
    pessimi cinghiari, divenendo per ardore spumosi,  aguzzano gli eburnei
    denti;  e  i  leoni africani,  da amore tocchi,  vibrano i colli.  Ma,
    lasciando le selve,  dico che li dardi  del  nostro  figliuolo  ancora
    nelle fredde acque sentono le greggie de' marini iddii, e de' correnti
    fiumi.  N  crediamo  che  occulto  ti  sia,  quale  testimonianza gi
    Nettunno, Glauco e Alfeo e altri assai n'abbiano renduta,  non potendo
    con le loro umide acque,  non che spegnere,  ma solamente alleviare la
    costui fiamma; la quale, ancora gi sopra terra e nell'acque saputa da
    ciascuno,  se ne venne penetrando la terra e infino al re  dell'oscure
    paludi si fe' sentire.
    Adunque  il  cielo,  la  terra,  il  mare,  lo  'nferno per esperienza
    conoscono le sue armi;  e acci che io  in  brievi  parole  ogni  cosa
    comprenda  della  potenza  di  costui,  dico che ogni cosa alla natura
    suggiace,  e da lei niuna potenza  libera,  ed essa medesima   sotto
    Amore.  Quando  costui  il comanda,  gli antichi odii periscono,  e le
    vecchie ire e le novelle dnno luogo alli suoi fuochi;  e ultimamente,
    tanto  si  distende  il  suo  potere,  che alcuna volta le matrigne fa
    graziose a' figliastri,  che   non  piccola  maraviglia.  Dunque  che
    cerchi?  Che  dubiti?  Che  mattamente  fuggi?  Se tanti iddii,  tanti
    uomini, tanti animali,  da questo son vinti,  tu d'essere vinta da lui
    ti vergognerai? Tu non sai che ti fare. Se tu forse di sottometterti a
    costui aspetti riprensione,  ella non ci dee potere cadere, perci che
    mille falli maggiori,  e il seguire  ci  che  gli  altri  pi  di  te
    eccellenti  hanno fatto,  te,  come poco avendo fallito e meno potente
    che li gi detti, renderanno scusata.
    Ma se queste parole non ti muovono, e pure resistere vorrai,  pensa la
    tua virt non simile a quella di Giove,  n in senno potere aggiugnere
    Febo,  n in ricchezze Giunone,  n noi in  bellezze;  e  tutti  siamo
    vinti.  Dunque tu sola credi vincere?  Tu se' ingannata, e ultimamente
    pur perderai.  Bastiti quello che per  innanzi  a  tutto  il  mondo  
    bastato, n ti faccia a ci tiepida il dire: "Io ho marito, e le sante
    leggi  e la promessa fede mi vietano queste cose";  per che argomenti
    vanissimi sono contro alla costui virt.  Elli,  s  come  pi  forte,
    l'altrui leggi non curando annullisce,  e d le sue. Pasife similmente
    avea marito, e Fedra, e noi ancora quando amammo. Essi medesimi mariti
    amano le pi volte avendo moglie: riguarda Giasone,  Teseo,  il  forte
    Ettore e Ulisse.  Dunque non si fa loro ingiuria,  se per quelle leggi
    che essi trattano altrui, sono trattati essi; a loro niuna prerogativa
    pi che alle donne  conceduta, e per abandona gli sciocchi pensieri,
    e sicura ama,  come hai cominciato.  Ecco,  se tu al potente Amore non
    vuoi suggiacere,  fuggire ti conviene;  e dove fuggirai tu ch'egli non
    ti sguiti e non ti giunga?  Egli ha in  ogni  luogo  iguale  potenza:
    dovunque  tu vai,  ne' suoi regni dimori,  ne' quali alcuno non gli si
    pu nascondere,  quando gli piace il  ferirlo.  Bastiti  solamente,  o
    giovine,  che di non abominevole fuoco, come Mirra, Semirams, Bibls,
    Canace e Cleopatra fece,  ti molesti.  Niuna  cosa  nuova  dal  nostro
    figliuolo  verso  te sar operata: egli ha cos leggi,  come qualunque
    altro iddio,  alle quali seguire tu non se' prima,  n d'essere ultima
    dei  avere  speranza.  Se  forse al presente ti credi sola,  vanamente
    credi.  Lasciamo stare l'altro mondo,  che tutto n' pieno: ma la  tua
    citt solamente rimira,  la quale infinite compagne ti pu mostrare; e
    ricorditi che niuna cosa fatta  da  tanti,  meritamente  si  pu  dire
    sconcia.  Sguita  adunque noi,  e la molto riguardata bellezza con la
    deit nostra vera ringrazia,  la quale del numero  delle  semplici,  a
    conoscere il diletto de' nostri doni, t'abbiamo tirata.
    Deh,  donne pietose,  se Amore felicemente adempia i vostri disii, che
    doveva io,  e che potea rispondere a tante e tali parole,  e  di  tale
    da,  se  non:  "Sia come ti piace"?  Adunque dico che ella gi tacea,
    quando io,  le sue parole avendo nello  'ntelletto  raccolte,  fra  me
    piene d'infinite scuse sentendole, e lei gi conoscendo, a ci fare mi
    disposi.  E subitamente del letto levatami, e poste con umile cuore le
    ginocchia in terra, cos temorosa incominciai:
    "O singulare bellezza ed etterna, o deit celeste, o unica donna della
    mia mente, la cui potenza sente pi fiera chi pi si difende,  perdona
    alla   semplice  resistenza  fatta  da  me  contro  all'armi  del  tuo
    figliuolo,  non conosciuto,  e di  me  sia  come  ti  piace,  e,  come
    prometti,  a luogo e tempo merita la mia fede, acci che io, di te tra
    l'altre lodandomi, cresca il numero de' tuoi sudditi senza fine".
    Queste parole aveva io appena dette,  quando ella del luogo dove stava
    mossasi,  verso  me  venne,  e  con ferventissimo disio nel sembiante,
    abbracciandomi, mi baci la fronte. Poi, quale il falso Ascanio, nella
    bocca a Didone alitando, accese l'occulte fiamme, cotale a me in bocca
    spirando fece li primi disii  pi  focosi,  com'io  sentii.  E  aperto
    alquanto  il  drappo  purpureo,  nelle  sue  braccia  tra  le dilicate
    mammelle,  l'effigie dell'amato giovine,  ravvolta nel sottile pallio,
    con  sollecitudini  alle  mie  non dissimili,  mi fece vedere,  e cos
    disse:
    "O giovine donna, riguarda costui: non Lissa, non Geta, non Birria, n
    loro pari t'abbiamo per amante donato: egli    per  ogni  cosa  degno
    d'essere da qualunque da amato;  te pi che se medesimo,  s come noi
    abbiamo voluto,  ama,  e amer sempre;  e per lieta e sicura nel  suo
    amore  t'abandona.  Li  tuoi  prieghi hanno con piet tocchi li nostri
    orecchi s come degni,  e per spera che secondo l'opera  senza  fallo
    merito prenderai.
    E quinci senza pi dire sbita si tolse agli occhi miei.
    Ohim  misera!  che  io non dubito che,  le cose seguite mirando,  non
    Venere costei che m'apparve,  ma Tesifone fosse  piuttosto,  la  quale
    posti  pi  gi  gli  spaventevoli crini non altramente che Giunone la
    chiarezza della sua deit, e vestita la splendida forma,  quale quella
    si  vest  la  senile,  cos  mi  si  fece  vedere come essa a Semel,
    simigliante  consiglio  di  distruzione  ultima,   qual   fece   ella,
    porgendomi;  il quale io miseramente credendo,  o pietosissima fede, o
    reverenda vergogna,  o castit santissima,  delle oneste donne unico e
    caro tesoro, mi fu cagione di cacciarvi. Ma perdonatemi, se penitenzia
    data al peccatore pu, sostenuta, perdono alcuna volta impetrare.
    Poi che del mio cospetto si fu partita la dea, io ne' suoi piaceri con
    tutto l'animo rimasi disposta; e come che ogn'altro senno mi togliesse
    la passione furiosa che io sostenea, non so per quale mio merito, solo
    un  bene  di molti perduti mi fu lasciato,  cio il conoscere che rade
    volte,  o non mai,  fu ad amore palese conceduto felice fine.  E per,
    tra  gli  altri  miei  pi  sommi  pensieri,  quanto che egli mi fosse
    gravissimo a fare,  disposi di non preporre  alla  ragione  il  volere
    recare  a fine cotal disio.  E certo,  quanto che io molte volte fossi
    per diversi accidenti fortissimamente costretta,  pure tanto di grazia
    mi fu conceduto,  che senza trapassare il segno, virilmente sostenendo
    l'affanno passai.  E in verit ancora durano le forze a tal consiglio,
    per  che  quantunque io scriva cose verissime,  sotto s fatto ordine
    l'ho disposte che,  eccetto colui che cos come io le sa,  essendo  di
    tutte cagione, niuno altro, per quantunque avesse acuto l'avvedimento,
    potrebbe  chi  io  mi  fossi  conoscere.  E io lui priego,  se mai per
    avventura questo libretto alle mani gli perviene, che egli, per quello
    amore il quale gi mi port,  che celi quello che a lui  n  utile  n
    onore pu,  manifestandol,  tornare. E s'egli m'ha tolto, senza averlo
    io meritato,  s,  non mi voglia trre quello onore,  il quale avvegna
    che  io ingiustamente porti,  esso come s,  volendo,  non mi potrebbe
    rendere giammai.
    Cotale proponimento adunque servando, e sotto grave peso di sofferenza
    domando li miei disii volonterosissimi di  mostrarsi,  m'ingegnai  con
    occultissimi  atti,  quando  tempo  mi  fu  conceduto,  d'accendere il
    giovine in quelle medesime fiamme ove io ardea,  e di farlo cauto come
    io era.  E in verit in ci non mi fu luogo lunga fatica, per che, se
    ne' sembianti vera testimonianza della qualit del cuore si comprende,
    io in poco tempo conobbi al mio disiderio esser seguito  l'effetto;  e
    non  solamente  dell'amoroso ardore,  ma ancora di cautela perfetta il
    vidi pieno;  il  che  sommamente  mi  fu  a  grado.  Esso  con  intera
    considerazione,  vago di servare il mio onore, e d'adempiere, quando i
    luoghi e i tempi il concedessero,  li  suoi  disii,  credo  non  senza
    gravissima pena,  usando molta arte,  s'ingegn d'avere la familiarit
    di qualunque m'era parente, e ultimamente del mio marito; la quale non
    solamente ebbe, ma ancora con tanta grazia la possedette,  che a niuno
    niuna  cosa  era  a grado,  se non tanto quanto con lui la comunicava.
    Quanto questo mi piacesse,  credo che senza scriverlo il conosciate: e
    chi  sarebbe  quella  s  stolta,  che  non credesse che sommamente da
    questa familiarit nacque il potermi alcuna volta,  e  io  a  lui,  in
    publico favellare?
    Ma gi parendogli tempo da procedere a pi sottili cose,  ora con uno,
    ora con un altro,  quando vedeva che io e udire potessi e  intenderlo,
    parlava cose,  per le quali io,  volonterosissima d'imparare,  conobbi
    che non solamente  favellando  si  poteva  l'affezione  dimostrare  ad
    altrui  e la risposta pigliarne,  ma eziandio con atti diversi e delle
    mani e del viso si poteva fare;  e ci  piacendomi  molto,  con  tanto
    avvedimento  il  compresi che n egli a me,  n io a lui,  significare
    voleva alcuna  cosa,  che  assai  convenevolmente  l'uno  l'altro  non
    intendesse.  N  a  questo  contento  stando,  s'ingegn,  per  figura
    parlando, e d'insegnarmi a tale modo parlare, e di farmi pi certa de'
    suoi disii, me Fiammetta, e s Panfilo nominando. Ohim!  quante volte
    gi  in  mia presenza e de' miei pi cari,  caldo di festa e di cibo e
    d'amore,  fingendo Fiammetta e Panfilo essere stati greci,  narr egli
    come io di lui,  ed esso di me primamente stati eravamo presi,  quanti
    accidenti poi n'erano seguitati, e a' luoghi e alle persone pertinenti
    alla novella dando convenevoli nomi! Certo io ne risi pi volte, e non
    meno della sua sagacit che della semplicit degli ascoltanti;  e  tal
    volta  fu  che  io temetti che troppo caldo non trasportasse la lingua
    disavvedutamente dove essa andare non voleva;  ma egli,  pi savio che
    io non pensava, astutissimamente si guardava dal falso latino.
    O pietosissime donne,  che non insegna Amore a' suoi suggetti, e a che
    non li fa egli abili ad imparare?  Io,  semplicissima giovine e appena
    potente  a  disciogliere la lingua nelle materiali e semplici cose tra
    le mie compagne,  con tanta affezione li modi del  parlare  di  costui
    raccolsi,  che  in  brieve  spazio  io  avrei  di fingere e di parlare
    passato ogni poeta;  e poche cose furono  alle  quali,  udita  la  sua
    posizione,  io con una finta novella non dessi risposta dicevole. Cose
    assai, secondo il mio parere, malagevoli ad imprendere, e molto pi ad
    operare ad una giovine,  ho raccontate,  ma tutte piccolissime,  e  di
    niuno  peso  parrebbero,  scrivendo  io,  se  la  materia  presente il
    richiedesse,  con quanta sottile esperienza fosse per noi  provata  la
    fede  d'una  mia  familiarissima  serva,  alla  quale  diliberammo  di
    commettere il  nascoso  fuoco  ancora  a  niun'altra  persona  palese,
    considerando  che  lungamente senza gravissimo affanno,  non essendovi
    alcuno mezzo, non si poteva servare.
    Oltre a questo sarebbe lungo il raccontare quanti e quali  consigli  e
    per lui e per me a varie cose fossero presi; forse, non che per altrui
    operati,  ma  appena ch'io creda che pensati giammai;  le quali tutte,
    ancora che io al presente in mio detrimento le  conosca  operate,  non
    per mi duole d'averle sapute.
    Se io,  o donne,  non erro imaginando, egli non fu piccola la fermezza
    degli animi nostri,  se con intera mente si  guarda  quanto  difficile
    cosa sia due amorose menti, e di due giovini, sostenere un lungo tempo
    che  esse,  o  d'una  parte o d'un'altra,  da soperchi disii sospinte,
    della ragionevole via non trabocchino; anzi fu bene tanta e tale,  che
    li pi forti uomini, ci facendo, laude degna e alta ne acquisterieno.
    Ma  la  mia  penna,  meno  onesta che vaga,  s'apparecchia di scrivere
    quegli ultimi termini d'amore, a' quali a niuno  conceduto il potere,
    n con disio n con opera, andare pi oltre.  Ma in prima che io a ci
    pervenga,  quanto  pi  supplicemente posso la vostra piet invoco,  e
    quella amorosa forza,  la quale ne'  vostri  teneri  petti  stando,  a
    cotale fine tira li vostri disii, e priegole che, se 'l mio parlare vi
    par  grave (dell'opera non dico,  ch so che,  se a ci state non sete
    gi, d'esservi disiate),  che esse prontissime in voi surgano alla mia
    scusa.  E tu,  o onesta vergogna, tardi da me conosciuta, perdonami; e
    alquanto ti priego che qui presti luogo alle timide donne,  acci che,
    da  te  non  minacciate,  sicure di me leggano ci che di s,  amando,
    disiano.
    L'uno giorno all'altro dopo traevano con isperanza sollecita li suoi e
    miei disii;  e ci ciascuno agramente portava,  avvegna che  l'uno  il
    dimostrasse all'altro occultamente parlando,  e l'altro all'uno di ci
    si mostrasse schifo oltremodo,  s come voi medesime,  le quali  forse
    forza cercate a ci che pi vi sarebbe a grado, sapete che sogliono le
    donne amate fare. Esso adunque, in ci poco alle mie parole credevole,
    luogo  e  tempo  convenevole  riguardato,  pi  in ci che gli avvenne
    avventurato che savio, e con pi ardire che ingegno, ebbe da me quello
    che io,  s come egli,  bench del  contrario  infignessimi,  disiava.
    Certo,  se  questa  fosse  la  cagione  per  la quale io l'amassi,  io
    confesserei che ogni volta che ci nella memoria mi tornasse, mi fosse
    dolore a niuno altro simile;  ma in ci mi sia  Iddio  testimonio  che
    cotale  accidente  fu  ed   cagione menomissima dell'amore che io gli
    porto;  non pertanto niego che ci,  e ora  e  allora,  non  mi  fosse
    carissimo. E chi sarebbe quella s poco savia, che una cosa che amasse
    non volesse, anzi che lontana, vicina? e quanto maggiore fosse l'amore
    pi sentirsela appresso? Dico adunque che, dopo cotale avvenimento, da
    me avanti non che saputo,  ma pur pensato, non una volta, ma molte con
    sommo piacere, e la fortuna e il nostro senno ci consol lungo tempo a
    tale partito,  avvegna che a me ora in brieve  pi  che  alcuno  vento
    fuggitosi  mi  si  mostri.  Ma  mentre  che  questi  cos  lieti tempi
    passavano, s come Amore veramente pu dire,  il quale solo testimonio
    ne  posso  dare  alcuna  volta  non  fu  senza tema a me licito il suo
    venire, che egli per occulto modo non fosse meco.  Oh,  quanto gli era
    la  mia camera cara,  e come lieta essa lui vedeva volontieri!  Io lui
    conobbi ad essa pi reverente che  ad  alcuno  tempio.  Ohim!  quanti
    piacevoli  baci,  quanti amorosi abbracciari,  quante notti ragionando
    graziose pi che il chiaro giorno senza sonno  passate,  quanti  altri
    diletti  cari  ad  ogni  amante  in  quella avemmo ne' lieti tempi!  O
    santissima vergogna,  durissimo freno alle vaghe menti,  perch non ti
    parti tu pregandotene io?  Perch ritieni tu la mia penna a dimostrare
    gli avuti beni, acci che, mostrati interamente, le seguite infelicit
    avessero forza maggiore di porre per me  piet  negli  amorosi  petti?
    Ohim!  che tu mi offendi,  credendomi forse giovare; io disiderava di
    dire pi cose, ma tu non mi lasci.
    Quelle adunque alle quali tanto di privilegio ha la  natura  prestato,
    che per le dette possano quelle che si tacciono comprendere, all'altre
    non cos savie il manifestino.  N alcuna me,  quasi non conoscente di
    tanto,  stolta dica,  ch assai bene conosco che pi sarebbe il tacere
    stato onesto,  che ci manifestare che  scritto; ma chi pu resistere
    ad Amore, quando egli con tutte le sue forze operando, s'oppone?  Io a
    questo punto pi volte lasciai la penna e pi volte, da lui infestata,
    la ripresi; e ultimamente a colui al quale io ne' principii non seppi,
    libera ancora,  resistere,  convenne che io, serva, obbedissi. Egli mi
    mostr altrettanto li diletti nascosi valere,  quanto li tesori  sotto
    la  terra  occultati.  Ma  perch mi diletto io tanto intorno a queste
    parole?  Io dico che io allora  pi  volte  ringraziai  la  santa  da
    promettitrice e datrice di que' diletti.  Oh,  quante volte io li suoi
    altari visitai con incensi, coronata delle sue fronde,  e quante volte
    biasimai  li  consigli  della vecchia balia!  E oltre a questo,  lieta
    sopra tutte l'altre compagne, scherniva li loro amori, quello ne' miei
    parlari biasimando,  che pi nell'animo mi era caro,  fra  me  sovente
    dicendo: "Niuna  amata come io,  n ama giovine degno come io amo, n
    con tanta  festa  coglie  gli  amorosi  frutti  come  colgo  io".  Io,
    brievemente,  aveva  il  mondo  per nulla,  e con la testa mi parea il
    cielo toccare,  e nulla mancare a me al sommo colmo della  beatitudine
    tenere,  reputava,  se  non  solamente in aperto dimostrare la cagione
    della mia gioia,  estimando meco medesima che cos a ciascuna persona,
    come a me, dovesse piacere quello che a me piaceva. Ma tu, o vergogna,
    dall'una parte,  e tu,  paura, dall'altra, mi riteneste, minacciandomi
    l'una d'etterna infamia,  e l'altra di perdere ci che nemica  fortuna
    mi tolse poi.  Adunque,  s come piacque ad Amore,  in cotal guisa pi
    tempo,  senza avere invidia ad alcuna donna,  lieta  amando  vissi,  e
    assai  contenta,  non  pensando  che il diletto il quale io aliora con
    ampissimo cuore prendea,  fosse radice e pianta nel futuro di miseria,
    s come io al presente senza frutto miseramente conosco.



















    Capitolo 2.
    Nel  quale Madonna Fiammetta descrive la cagione del dipartire del suo
    amante da lei;  e la partita di lui;  e 'l dolore che a lei ne seguit
    nel partire.

    Mentre che io,  o carissime donne,  in cos lieta e graziosa vita,  s
    come di sopra  descritta, menava i giorni miei, poco alle cose future
    pensando,  la nemica fortuna a me di nascoso temperava li suoi veleni,
    e  me  con  animosit  continua,  non conoscendolo io,  seguitava.  N
    bastandole d'avermi,  di donna di me medesima,  fatta  serva  d'Amore,
    veggendo  che  dilettevole  gi m'era cotal servire,  con pi pungente
    ortica s'ingegn d'affliggere l'anima mia.  E venuto il tempo  da  lei
    aspettato,  m'apparecchi, s come appresso udirete, li suoi assenzii,
    i quali a me mal mio grado convenuti gustare,  la  mia  allegrezza  in
    tristizia e 'l dolce riso in amaro pianto mutarono. Le quali cose, non
    che  sostenendole,   ma  pur  pensando  di  doverle  altrui  scrivendo
    mostrare,  tanta di me stessa compassione m'assalisce che,  quasi ogni
    forza togliendomi,  e infinite lagrime agli occhi recandomi, appena il
    mio proposito lascia ad effetto producere;  il quale,  quantunque male
    io possa, pur m'ingegner di fornire.
    Noi,  egli  e  io,  come caso venne,  essendo il tempo per piove e per
    freddo noioso,  nella mia camera,  menando la tacita notte le sue  pi
    lunghe dimore,  riposando nel ricchissimo letto insieme dimoravamo;  e
    gi Venere,  da noi molto faticata,  quasi vinta ci dava luogo,  e uno
    lume grandissimo in una parte della camera acceso gli occhi suoi della
    mia  bellezza faceva lieti,  e i miei similmente faceva della sua.  Li
    quali,  mentre che di quella,  parlando io cose varie,  essi soperchia
    dolcezza beveano, quasi d'essa inebriata la luce loro, non so come per
    piccolo spazio da ingannevole sonno vinti, toltemi le parole, stettero
    chiusi. Il quale cos soave da me passando, come era entrato, del caro
    amante  ramarichevoli  mormorii  sentirono  li miei orecchi,  e sbito
    della sua sanit in varii pensieri messa, volli dire: "Che ti senti?".
    Ma vinta da nuovo consiglio mi tacqui, e con occhio acutissimo,  e con
    orecchie  sottili,  lui  nell'altra  parte  del  nostro letto rivolto,
    cautamente mirandolo per alcuno spazio l'ascoltai.  Ma nulla delle sue
    voci presero gli orecchi miei,  bench lui in singhiozzi di gravissimo
    pianto affannato e il viso parimente e il  petto  bagnato  di  lagrime
    conoscessi.
    Ohim!  quali  voci  mi sarieno sufficienti ad esprimere quale in tale
    aspetto, la cagione ignorando, l'anima mia divenisse mirandolo?  E' mi
    corsero  mille  pensieri  che  la mente in uno momento,  e quasi tutti
    terminavano in uno, cio che egli,  amando altra donna,  contra voglia
    dimorasse  in  tal  modo.  Le  mie parole furono pi volte infino alle
    labbra per domandarlo qual  fosse  la  sua  noia;  ma,  dubitando  che
    vergogna  non  gli  porgesse  l'esser  da  me  trovato  piagnendo,  si
    ritraevano indietro;  e similmente  trassi  gli  occhi  pi  volte  da
    riguardarlo,  acci  che  le calde lagrime cadenti da quelli,  venendo
    sopra di lui,  non gli dessero materia di sentire ch'egli fosse da  me
    veduto.  Oh quanti modi, impaziente, pensai da operare, acci che egli
    desta mi sentisse non  averlo  sentito,  e  a  niuno  m'accordava!  Ma
    ultimamente,  vinta  dal  disio  di  sapere la cagione del suo pianto,
    acci che egli a me si volgesse,  quali coloro  che  ne'  sogni  o  da
    caduta, o da bestia crudele, o da altro spaventati, subitamente pavidi
    si riscuotono,  il sogno e il sonno ad un'ora rompendo,  cotale sbita
    con voce pavida mi riscossi,  l'uno de' miei bracci gittando sopra  li
    suoi omeri.  E certo l'inganno ebbe luogo,  perci che egli, lasciando
    le lagrime,  con infinta letizia sbito a me si volse,  e  disse,  con
    voce  pietosa:  O  anima  mia  bella,  che temesti?  Al quale io senza
    intervallo risposi: Parevami che io ti perdessi.  Ohim!  che  le  mie
    parole,  non so da che spirito pinte fuori, furono del futuro e agurio
    e verissime annunziatrici, come io ora veggio.
    Ma egli rispose: O carissima giovine, morte, non altri potr che tu mi
    perda operare.
    E queste parole senza mezzo segu un gran sospiro; del quale non fu s
    tosto,  da me,  che de' primi  pianti  disiderava  saper  la  cagione,
    dimandato,  che  le  abondanti  lagrime  da'  suoi occhi,  come da due
    fontane,  cominciarono a scaturire,  e il mal rasciutto petto di lui a
    bagnare con maggiore abondanza;  e me in greve doglia e gi lagrimante
    tenne per lungo  spazio  sospesa,  s  l'impediva  il  singhiozzo  del
    pianto, anzi che alle mie molte dimande potesse rispondere. Ma poi che
    libero  alquanto  dall'mpito  si  sentio,  con  voce spesso rotta dal
    pianto, cos mi rispose:
    "O a me carissima donna e da me amata sopra tutte le cose, s come gli
    effetti aperto ti possono mostrare,  se i miei  pianti  meritano  fede
    alcuna,  credere  puoi  non  senza  cagione  amara con tanta abondanza
    spandano lagrime gli occhi miei, qualora nella memoria mi torna quello
    che ora, in tanta gioia con teco stando, mi vi torn, e cio solamente
    il pensare che di me far due non posso,  com'io vorrei,  acci che  ad
    Amore e alla debita piet ad un'ora satisfare potessi qui dimorando, e
    l dove necessit strettissima mi tira per forza,  andando. Dunque non
    potendosi, in afflizione gravissima il mio cuore misero ne dimora,  s
    come  colui che da una parte traendo piet,   fuori delle tue braccia
    tirato, e dall'altra in quelle con somma forza da Amore ritenuto".
    Queste parole m'entrarono nel misero cuore  con  amaritudine  mai  non
    sentita,  e  ancora  che  bene  non  fossero  prese  dallo intelletto,
    nondimeno quanto pi di quelle ricevevano le orecchie attente a' danni
    loro,  tanto pi in lagrime convertendosi m'uscivano  per  gli  occhi,
    lasciando  nel  cuore il loro effetto nemico.  Questa fu la prima ora,
    che io  sentii  dolori  al  mio  piacer  pi  nimichevoli;  questa  fu
    quell'ora,  che  senza modo lagrime mi fece spandere,  mai prima da me
    simili non sparte;  le quali niuna sua parola,  n  conforto,  di  che
    assai  era  fornito,  poteva ristringere.  Ma poi che per lungo spazio
    ebbi pianto amaramente,  quanto potei ancora il pregai che pi  chiaro
    qual piet il traeva delle mie braccia mi dimostrasse;  onde egli, non
    ristando per di piangere, cos mi disse:
    "La inevitabile morte, ultimo fine delle cose nostre, di pi figliuoli
    nuovamente me solo ha lasciato al padre mio,  il quale d'anni pieno  e
    senza  sposa,  solo  d'alcuno  mio fratello sollecito a' suoi conforti
    rimaso, senza speranza alcuna di pi averne, me a consolazione di lui,
    il quale  egli  gi  sono  pi  anni  passati  non  vide,  richiama  a
    rivederlo.  Alla  qual  cosa  fuggire per non lasciarti,  gi sono pi
    mesi,   varie  maniere  di  scuse  ho  trovate;   e  ultimamente   non
    accettandone  alcuna,  per  la mia puerizia nel suo grembo teneramente
    allevata,  per l'amore da lui verso di me continuamente portato e  per
    quello che a lui portar debbo,  per la debita ubidienza filiale, e per
    qualunque altra cosa pi grave puote,  continuo  mi  scongiura  che  a
    rivedere  lo  vada.  E  oltre  a ci da amici e da parenti con prieghi
    solenni me ne fa  stimolare,  dicendo  in  fine  s  la  misera  anima
    cacciare del corpo sconsolata,  se me non vede.  Ohim, quanto sono le
    naturali leggi forti! Io non ho potuto fare,  n posso,  che nel molto
    amore  che  io  ti  porto non abbia trovato luogo questa piet;  onde,
    avendo in me,  con licenza di te,  diliberato d'andare a rivederlo,  e
    con  lui  dimorare  a consolazione sua alcuno piccolo spazio di tempo,
    non sappiendo come senza te viver mi possa,  di tal cosa  ricordandomi
    tuttavia, meritamente piango".
    E qui si tacque.
    Se  alcuna  di  voi  fu  mai,  o  donne  a  cui io parlo,  alla quale,
    ferventemente amando, tale caso avvenisse,  colei sola spero che possa
    conoscere  quale allora fosse la mia tristizia;  all'altre non curo di
    dimostrarlo, per che cos come ogn'altro essemplo che il detto,  cos
    ogni parlare ci sarebbe scarso.  Io dico sommariamente che,  udendo io
    queste parole,  l'anima mia cerc di fuggire da  me,  e  senza  dubbio
    credo fuggita sariesi,  se non che essa di colui nelle braccia cui pi
    amava si sentiva stare;  ma nondimeno paurosa rimasa,  e  occupata  da
    greve  doglia,  lungamente mi tolse il poter dire alcuna cosa.  Ma poi
    che per alquanto spazio si fu assuefatta a sostenere il  mai  pi  non
    sentito dolore, a' miseri spiriti rend le paurose forze, e gli occhi,
    rigidi  divenuti,  ebbero  copia di lagrime e la lingua di dire alcuna
    parola. Per che, al signore della mia vita rivolta, cos li dissi:
    "O ultima speranza della mia mente,  entrino le mie parole  nella  tua
    anima con forza di mutare il proposito,  acci che, se cos m'ami come
    dimostri,  e la tua vita e la mia cacciate non sieno dal tristo  mondo
    prima  che  venga il d segnato.  Tu,  da piet tirato e da amore,  in
    dubbio poni le cose future;  ma certo,  se le tue parole per  addietro
    sono  state  vere,  con  le  quali me da te essere stata amata non una
    volta,  ma molte hai affermato,  niun'altra piet a questa potenza dee
    potere resistere, n mentre ch'io vivo, altrove tirarti; e odi perch.
    Egli t' manifesto,  se tu sguiti quello che parli,  in quanto dubbio
    tu lasci la vita mia,  la quale appena per addietro s' sostenuta quel
    giorno  che  io  non t'ho potuto vedere;  dunque puoi esser certo che,
    cessandoti tu,  ogni allegrezza da  me  si  partir.  E  ora  bastasse
    questo!  Ma  chi  dubita che ogni tristizia mi sopravverr,  la quale,
    forse, e senza forse, mi uccider?  Ben dei tu oramai conoscere quanta
    forza  sia  nelle  tenere giovini a potere cos avversi casi con forte
    animo sostenere.  Se forse vuogli dire che  io  per  addietro,  amando
    saviamente e con forza, gli sostenni maggiori, certo io il consento in
    parte,  ma  la  cagione  era  molto diversa da questa: la mia speranza
    posta nel mio volere mi faceva lieve quello  che  ora  nell'altrui  mi
    graver.  Chi  mi negava,  quando il disio m'avesse pure oltre ad ogni
    misura costretta, che io te, cos di me come io di te innamorato,  non
    avessi potuto avere?  Certo nessuno; quello che, essendomi tu lontano,
    non m'avverr. Oltre a ci,  io allora non sapeva,  pi che per vista,
    chi tu ti fossi, bench io t'estimassi da molto; ma ora io il conosco,
    e  sento  per  opera  che  tu  se'  d'avere troppo pi caro che non mi
    mostrava allora il mio  imaginare,  e  se'  divenuto  mio  con  quella
    certezza che gli amanti possono essere dalle donne tenuti loro.  E chi
    dubita che egli non sia molto maggiore dolore il perdere ci che altri
    tiene,  che quello che egli spera di tenere,  ancora che  la  speranza
    debba riuscire vera?  E per,  bene considerando, assai aperta si vede
    la morte mia. Dunque, la piet del vecchio padre preposta a quella che
    di me dei avere mi sar di morte cagione, e tu non amatore, ma nemico,
    se cos fai. Deh, vorrai tu, o potrail fare, pur che io il consenta, i
    pochi anni al vecchio  padre  servati,  a'  molti,  che  ancora  a  me
    ragionevolmente si debbono,  anteporre?  Ohim!  che iniqua piet sar
    questa? E` egli tua credenza, o Panfilo, che niuna persona,  sia di te
    quantunque  egli  vuole  o  puote per parentado di sangue o per amist
    congiunta,  t'ami s come io  t'amo?  Male  credi,  se  di  s  credi:
    veramente niuno t'ama cos come io. Dunque, se io pi t'amo, pi piet
    merito,  e  perci degnamente antiponmi,  e di me essendo pietoso,  di
    ogni altra piet ti dispoglia che offenda questa,  e senza  te  lascia
    riposare  il  tuo  padre;  e cos come,  tu non con lui,  lungamente 
    vivuto, se gli piace, per innanzi si viva, e se non,  muoiasi.  Egli 
    fuggito  molti  anni  al  mortal colpo,  s'io odo il vero,  e pi ci 
    vivuto che non si conviene;  e se egli con fatica vive,  come i vecchi
    fanno,  sar  vie maggior piet di te verso lui lasciarlo morire,  che
    pi in lui con la tua presenza prolungare la fatichevole vita.
    Ma me, che guari senza te vivuta non sono,  n vivere saprei senza te,
    si conviene aiutare,  la quale,  giovanissima ancora, con teco aspetto
    molti anni di vivere lieti. Deh, se la tua andata quello nel tuo padre
    dovesse operare che in Esone i  medicamenti  di  Medea  operarono,  io
    direi la tua piet giusta,  e comanderei che s'adempiesse,  ancora che
    duro mi fosse; ma non sar cotale, n potrebbe essere, e tu il sai. Or
    ecco, se a te, forse pi che io non credo crudele, di me, la quale per
    tua elezione, non isforzato, hai amata e ami, s poco ti cale,  che tu
    vogli  pure  al mio amore preporre la piet perduta del vecchio padre,
    il quale  tale quale il ti di la  fortuna,  almeno  di  te  medesimo
    t'incresca  pi che di me o di lui,  il quale,  se i tuoi sembianti in
    prima,  e poi le tue parole non m'hanno ingannata,  pi morto che vivo
    ti  se'  mostrato,   quale  ora,  per  accidente,  senza  vedermi  hai
    trapassata;  e ora a s lunga dimora,  chente richiede la  mal  venuta
    piet,   senza  vedermi  ti  credi  potere  dimorare?  Deh,  per  Dio,
    attentamente riguarda,  e vedi te possibile a morte ricevere  (se  per
    lungo  dolore  avviene  che  l'uomo  si  muoia,  come  io intendo) per
    l'altrui vita,  di questa andata,  la quale che a te sia durissima  le
    tue  lagrime  e del tuo cuore il movimento,  il quale nell'ansio petto
    senza ordine battere ti sento, dimostrano; e se morte non te ne segue,
    vita piggiore che morte non te ne falla. Ohim!  che lo innamorato mio
    cuore insieme dalla piet che a me medesima porto, e da quella che per
    te sento  ad un'ora costretto. Per che io ti priego che tu s sciocco
    non sii che,  movendoti a piet d'alcuna persona,  e sia chi vuole, tu
    vogli te a grave pericolo di te medesimo sottoporre.  Pensa che chi s
    non ama,  niuna cosa possiede.  Tuo padre,  di cui tu se' ora pietoso,
    non ti diede al mondo perch tu stesso divenissi cagione di tortene. E
    chi dubita che,  se  a  lui  fosse  la  nostra  condizione  licito  di
    scoprire,  che egli,  essendo savio,  non dicesse piuttosto: "Rimanti"
    che "Vieni"?  E se a ci discrezione non  lo  inducesse,  egli  ve  lo
    inducerebbe piet;  e questo credo che assai ti sia manifesto.  Dunque
    fa' ragione che quel giudicio che egli darebbe,  se  la  nostra  causa
    sapesse,  che  egli  l'abbia  saputa  e  dato,  e  per la sua medesima
    sentenza lascia stare questa andata, a me e a te parimente dannosa.
    Certo, carissimo signor mio,  assai possenti cagioni sono le gi dette
    da doverle seguire, e rimanerti, considerando ancora dove tu vai; ch,
    posto  che  col  vadi ove nascesti,  luogo naturalmente oltre ad ogni
    altro amato da ciascuno, nondimeno,  per quello che io abbia gi da te
    udito,  egli t' per accidente noioso,  per che,  s come tu medesimo
    gi dicesti,  la tua citt  piena di voci pompose  e  di  pusillanimi
    fatti,  serva non a mille leggi, ma a tanti pareri quanti v'ha uomini,
    e tutta  in  arme,  e  in  guerra,  cos  cittadina  come  forestiera,
    fremisce,  di  superba,  avara  e invidiosa gente fornita,  e piena di
    innumerabili sollecitudini: cose tutte male all'animo tuo conformi.  E
    quella  che  di lasciare t'apparecchi so che conosci lieta,  pacifica,
    abondevole,  magnifica,  e sotto ad un solo re: le quali cose,  se  io
    alcuna conoscenza ho di te,  assai ti sono gradevoli;  e oltre a tutte
    le cose contate, ci sono io,  la quale tu in altra parte non troverai.
    Dunque,  lascia l'angosciosa proposta,  e, mutando consiglio, alla tua
    vita e alla mia insieme, rimanendo, provvedi; io te ne priego".
    Le mie parole in molta quantit le sue lagrime aveano cresciute, delle
    quali co' baci mescolate assai ne bevvi.  Ma egli dopo  molti  sospiri
    cos mi rispose:
    "O  sommo  bene dell'anima mia,  senza niuno fallo vere conosco le tue
    parole, e ogni pericolo in quelle narrato m' manifesto;  ma acci che
    io,  non  come  io  vorrei,  ma  come  la necessit presente richiede,
    brievemente risponda,  ti dico che il  potere  con  un  corto  affanno
    solvere un debito grande,  credo da te mi si debbia concedere.  Pensar
    dei ed esser certa che,  bench la piet del vecchio padre mi  strnga
    assai e debitamente, non meno, ma molto pi, quella di noi medesimi mi
    costrigne; la quale, se licita fosse a discoprire, scusato mi parrebbe
    essere,  presumendo  che,  non  che  da  mio padre solo,  ma ancora da
    qualunque altro fosse  giudicato  quel  che  dicesti;  e  lascerei  il
    vecchio  padre,  senza  vedermi,  morire.  Ma  convenendo questa piet
    essere occulta,  senza quella palese adempiere,  non veggio come senza
    gravissima   riprensione   e  infamia  far  lo  potessi.   Alla  quale
    riprensione fuggire,  adempiendo il mio dovere,  tre o quattro mesi ci
    torr  di  diletto fortuna;  dopo li quali,  anzi innanzi che compiuti
    siano, senza fallo mi rivedrai nel tuo cospetto tornato,  a me come te
    medesima  rallegrare.  E  se il luogo al quale io vo  cos spiacevole
    come fai (ch  cos a rispetto di questo,  essendoci tu),  ci ti dee
    essere  molto  a  grado,  pensando che,  dove altra cagione a partirmi
    quindi non mi movesse,  per forza le qualit del luogo  al  mio  animo
    avverse me ne farebbono partire e qui tornare. Dunque concedasi questo
    da  te,  che  io vada;  e come per addietro ne' miei onori e utili se'
    stata sollecita,  cos ora in questo divieni paziente,  acci che  io,
    conoscendo  a  te  gravissimo  l'accidente,  pi sicuro per innanzi mi
    renda, che in qualunque caso ti sia l'onor mio quant'io stato caro".
    Egli avea detto, e tacevasi, quando io cos ricominciai a parlare:
    "Assai chiaro conosco ci che fermato nell'animo non pieghevole porti,
    e appena mi pare che in quello raccogliere vogli pensando di quante  e
    quali  sollecitudini  l'anima  mia lasci piena da me lontanandoti;  la
    quale niuno giorno, niuna notte,  niuna ora sar senza mille paure: io
    star in continuo dubbio della tua vita,  la quale io priego Iddio che
    sopra i miei d la distenda quanto tu vuoi. Deh,  perch con soperchio
    parlare  mi  voglio io stendere dicendole ad una ad una?  Egli non ha,
    brievemente,  il mare tante arene,  n il cielo  stelle,  quante  cose
    dubbiose  e di pericolo piene possono tutto d intervenire a' viventi;
    le  quali   tutte,   partendoti   tu,   senza   dubbio   spaventandomi
    m'offenderanno.  Ohim!  trista  la vita mia!  Io mi vergogno di dirti
    quello che nella mia mente mi viene;  ma per che quasi possibile  per
    le  cose  udite  mi  pare,  costretta tel pur dir.  Or se tu ne' tuoi
    paesi,  ne' quali io ho udito pi volte essere  quantit  infinita  di
    belle  donne  e  vaghe,  atte bene ad amare e ad essere amate,  una ne
    vedessi che ti piacesse,  e me  dimenticassi  per  quella,  qual  vita
    sarebbe la mia? Deh! se cos m'ami come dimostri, pensalo come faresti
    tu se io per altrui ti cambiassi!  La qual cosa non sar mai: certo io
    con le mie mani, anzi che ci avvenisse, m'ucciderei.
    Ma lasciamo stare questo,  e di quello che  noi  non  disideriamo  che
    avvenga,  non tentiamo con tristo annunzio gl'iddii. Se a te pur fermo
    giace nell'animo il partire,  con ci sia cosa che niun'altra cosa  mi
    piaccia,  se  non  piacerti,  a  ci  volere  di necessit mi conviene
    disporre.  Tuttavia,  se essere pu,  io ti priego che  in  questo  tu
    sguiti  il  mio volere,  cio in dare alla tua andata alcuno indugio,
    nel quale io,  imaginando il tuo partire,  con continuo pensiero possa
    apparare  a  sofferire  d'essere senza te.  E certo questo non ti deve
    essere grave: il  tempo  medesimo,  il  quale  ora  la  stagione  mena
    malvagio,  m'  favorevole.  Non  vedi  tu  il cielo pieno d'oscurit,
    continuo minacciante gravissime pestilenze alla terra con  acque,  con
    nevi,  con venti e con ispaventevoli tuoni?  E come tu dei sapere, ora
    per le continue piove  ogni  piccolo  rivo    divenuto  un  grande  e
    possente fiume.  Chi  colui che s poco se medesimo ami,  che in cos
    fatto tempo si metta a camminare? Dunque, in questo fa il mio piacere;
    il quale se far non vuogli,  fa il tuo dovere: lascia i dubbiosi tempi
    passare, e aspetta il nuovo, nel quale e tu meglio e con meno pericolo
    andrai,  e  io,  gi  co'  tristi pensieri costumata pi pazientemente
    aspetter la tua tornata".
    A queste parole egli non indugi la risposta, ma disse:
    "Carissima giovine,  l'angosciose pene e le sollecitudini varie  nelle
    quali io contro a mio piacere ti lascio,  e meco senza dubbio ne porto
    l'une e l'altre, mitighi la lieta speranza della futura tornata; n di
    quello che cos qui come altrove, quando tempo sar,  mi dee giungere,
    cio  la morte,   senno d'averne pensiero,  n de' futuri accidenti a
    nuocere possibili e a giovare: ovunque l'ira e la grazia di Dio coglie
    l'uomo,  quivi e il bene e il male,  senza potere altro,  gli conviene
    sostenere.  Adunque  queste  cose  senza  badarci,  nelle mani di lui,
    meglio di noi consapevole de' nostri bisogni, le lascia stare, e a lui
    con prieghi solamente addimanda che vengano buone.  Che mai  di  niuna
    donna io sia altro che di Fiammetta, appena, pure se io il volessi, il
    potrebbe fare Giove,  con s fatta catena ha il mio cuore Amore legato
    sotto la tua signoria.  E di ci ti rendi sicura,  che prima la  terra
    porter  le  stelle,  e  il  cielo  arato da' buoi producer le mature
    biade,  che Panfilo sia d'altra donna che tuo.  L'allungare di  spazio
    che chiedi alla mia partita,  se io il credessi a te e a me utile, pi
    volontieri che tu nol chiedi il farei;  ma tanto quanto  quello  fosse
    pi  lungo,  cotanto  il  nostro  dolore  sarebbe  maggiore.  Io,  ora
    partendomi,  prima sar tornato,  che quello spazio  sia  compiuto  il
    quale  chiedi per apparare a sofferire;  e quella noia in questo mezzo
    avrai, non essendoci io,  che avresti pensando al mio dovermi partire.
    E  alla  malvagit  del tempo,  s come altra volta uso di sostenerne,
    prender io salutevole  rimedio;  il  quale  volesse  Iddio  che  cos
    ritornando  gi l'operassi come partendomi il sapr operare.  E perci
    con forte animo ti disponi a ci che,  quando pure far si conviene,  
    meglio  sbito  operando  passare,  che con tristizia e paura di farlo
    aspettare".
    Le  mie  lagrime  quasi  nel  mio  parlare  allentate  altra  risposta
    attendendo,  udendo quella,  crebbero in molti doppii;  e sopra il suo
    petto posata la grave testa,  lungamente dimorai senza pi  dirgli,  e
    varie  cose nell'animo rivolgendo,  n affermare sapea,  n negare ci
    che e' diceva. Ma ohim!  chi avrebbe a quelle parole risposto se non:
    "Fa quel che ti piace,  torni tu tosto"?  Niuna credo. E io, non senza
    gravissima doglia  e  molte  lagrime,  dopo  lungo  indugio  cos  gli
    risposi,  aggiungendogli  che gran cosa,  se egli viva mi trovasse nel
    suo tornare, senza dubbio sarebbe.
    Queste parole  dette,  l'uno  confortato  dall'altro,  rasciugammo  le
    lagrime,  e a quelle ponemmo sosta per quella notte. E servato l'usato
    modo, anzi la sua partita, che pochi giorni fu poi, me pi volte venne
    a rivedere;  bench assai d'abito e di volere trasmutata dal primo  mi
    rivedesse.  Ma  venuta quella notte la quale dovea essere l'ultima de'
    miei beni, con ragionamenti varii non senza molte lagrime trapassammo;
    la quale, ancora che per la stagione del tempo fosse delle pi lunghe,
    brevissima mi parve che trapassasse.  E gi  il  giorno,  agli  amanti
    nemico,  cominciato  aveva  a  trre  la  luce alle stelle;  del quale
    vegnente poi che 'l segno venne alle mie  orecchie,  strettissimamente
    lui abbracciai, e cos dissi:
    "O dolce signor mio,  chi mi ti toglie? Quale iddio con tanta forza la
    sua ira verso di me adopera che,  me vivente,  si dica: "Panfilo non 
    l dove la sua Fiammetta dimora"?  Ohim! che io non so ora ove ne vai
    tu.  Quando sar che io pi ti debba abbracciare?  Io dubito  che  non
    mai.  Io  non  so  ci  che  il cuore miseramente indovinando mi si va
    dicendo".
    E cos amaramente piagnendo,  e riconfortata  da  lui,  pi  volte  il
    baciai. Ma dopo molti stretti abbracciari ciascuno pigro a levarsi, la
    luce del nuovo giorno strignendoci, pur ci levammo. E apparecchiandosi
    egli gi di darmi li baci estremi,  prima lagrimando cotali parole gli
    cominciai:
    "Signor mio,  ecco tu te ne vai,  e in  brieve  la  tornata  prometti;
    facciami di ci,  se ti piace, la tua fede sicura, s che io, a me non
    parendo invano pigliare le tue parole,  di ci prenda,  quasi come  di
    futura fermezza, alcuno conforto aspettando".
    Allora egli le sue lagrime con le mie mescolando,  al mio collo, credo
    per la fatica dell'animo, grave pendendo, con debole voce disse:
    "Donna,  io ti giuro per lo luminoso Apollo,  il quale ora surge oltre
    a'  nostri  disii con velocissimo passo,  di pi tostana partita dando
    cagione,  e  li  cui  raggi  io  attendo  per  guida,   e  per  quello
    indissolubile amore che io ti porto,  e per quella piet che ora da te
    mi divide, che il quarto mese non uscir che,  concedendolo Iddio,  tu
    mi vedrai qui tornato".
    E quindi,  presa con la sua destra la mia destra mano,  a quella parte
    si volse, dove le sacre imagini dei nostri iddii figurate vedeansi,  e
    disse:
    "O  santissimi iddii,  igualmente del cielo governatori e della terra,
    siate testimoni alla presente promessione,  e alla fede data dalla mia
    destra; e tu, Amore, di queste cose consapevole, sii presente; e tu, o
    bellissima camera,  a me pi a grado che 'l cielo agl'iddii, cos come
    testimonia secreta de' nostri disii se' stata, cos similemente guarda
    le dette parole;  alle quali,  se io per difetto  di  me  vengo  meno,
    cotale  verso di me l'ira d'Iddio si dimostri,  quale quella di Cerere
    in
    Erisitone,  o di Diana in Atteone,  o in Semel di Giunone apparve gi
    nel passato".
    E  questo  detto,  me  con volont somma abbracci ultimamente dicendo
    "Addio!" con rotta voce.
    Poi che egli cos  ebbe  parlato,  io  misera,  vinta  dall'angoscioso
    pianto,  appena li pote' rispondere alcuna cosa; ma pure isforzandomi,
    tremanti parole pinsi fuori della trista bocca in cotale forma:
    "La fede a' miei orecchi promessa,  e data alla mia destra mano  dalla
    tua,  fermi  Giove  in  cielo  con quello effetto che Inachide fece li
    prieghi di Teletusa, e in terra, come io disidero e come tu chiedi, la
    faccia intera".
    E accompagnato lui infino alla porta del nostro palagio,  volendo dire
    "Addio!",  sbito fu la parola tolta alla mia lingua,  e il cielo agli
    occhi miei.  E quale succisa rosa negli aperti campi  infra  le  verdi
    fronde  sentendo  i  solari raggi cade perdendo il suo colore,  cotale
    semiviva caddi nelle braccia della  mia  serva;  e  dopo  non  piccolo
    spazio,  aiutata  da  lei fedelissima,  con freddi liquori rivocata al
    tristo mondo, mi risentii;  e sperando ancora d'essere alla mia porta,
    quale  il  furioso toro,  ricevuto il mortal colpo,  furibondo si leva
    saltando, cotale io stordita levandomi, appena ancora veggendo, corsi,
    e con le braccia aperte la mia serva abbracciai credendo  prendere  il
    mio signore, e con fioca voce e rotta dal pianto in mille part dissi:
    "O anima mia, addio".
    La serva tacque,  conoscendo il mio errore; ma io poi, ricevuta veduta
    pi libera,  il mio avere fallito sentendo,  appena un'altra volta  in
    simile smarrimento non caddi.
    Il  giorno  era  gi  chiaro per ogni parte,  onde io nella mia camera
    senza il mio Panfilo  veggendomi,  e  intorno  mirandomi  per  ispazio
    lunghissimo,  come ci avvenuto si fosse ignorando,  la serva dimandai
    che di lui avvenuto fosse, a cui ella piagnendo rispose:
    "Gi  gran pezza che egli, qui nelle sue braccia recatavi,  da voi il
    sopravvegnente giorno con lagrime infinite a forza il divise".
    A cui io dissi:
    "Dunque si  egli pure partito?"
    "S" rispose la serva.
    Cui io ancora seguendo addimandai:
    "Or con che aspetto si part? Con grave?"
    A cui ella rispose:
    "Niuno mai pi dolente ne vidi".
    Poi seguitai:
    "Quali furono gli atti suoi? E che parole disse nella partenza?"
    Ed ella rispose:
    "Voi quasi morta nelle mie braccia rimasa, vagando la vostra anima non
    so dove,  egli vi si rec, tosto che tale vi vostra anima non so dove,
    egli vi si rec, tosto che tale vi vide, nelle sue teneramente;  e con
    la  sua  mano  nel  vostro  petto  cercato se con voi fosse la paurosa
    anima, e trovatala forte battendo,  piagnendo,  cento volte e pi agli
    ultimi  baci  credo  vi  richiamasse.  Ma  poi  che  voi  immobile non
    altramente che marmo vide,  qui  vi  rec,  e,  dubitando  di  peggio,
    lagrimando pi volte bagn il vostro viso, dicendo: "O sommi iddii, se
    nella  mia  partenza peccato alcuno si contiene,  venga sopra di me il
    giudicio, non sopra la non colpevole donna.  Rendete a' luoghi suoi la
    smarrita  anima,  s che di questo ultimo bene,  cio di vedermi nella
    mia partita e di darmi gli ultimi baci dicendo addio,  ed  ella  e  io
    siamo  consolati".  Ma  poi  che vide voi non risentirvi,  quasi senza
    consiglio,  ignorando che farsi,  pianamente in  sul  letto  posatavi,
    quali le marine onde,  da' venti e dalla pioggia sospinte, ora innanzi
    vengono e quando addietro si tornano,  cotale da voi partendosi infino
    in sul limitare dell'uscio della camera pigramente andando, mirava per
    le  finestre  il  minacciante  cielo nemico alla sua dimora;  e quindi
    subitamente verso voi ritornava,  da capo  chiamandovi  e  aggiungendo
    lagrime  e baci al vostro viso.  Ma poi che cos ebbe fatto pi volte,
    vedendo che pi lunga  non  poteva  essere  con  voi  la  sua  dimora,
    abbracciandovi  disse: "O dolcissima donna,  unica speranza del tristo
    cuore, la quale io, a forza partendomi,  lascio in dubbia vita,  Iddio
    ti renda il perduto conforto, e te a me tanto servi che insieme felici
    ancora  ci  possiamo  rivedere,  s  come sconsolati ne divide l'amara
    partenza".  E cos come le parole diceva,  cos continuamente piagneva
    forte, tanto che i singhiozzi del suo pianto pi volte mi fecero paura
    che non che da' nostri di casa, ma che da' vicini sentiti non fossero.
    Ma   poi,   pi   non   potendo   dimorare  per  la  nemica  chiarezza
    sopravvegnente,  con maggiore abondanza di lagrime disse  "Addio!",  e
    quasi   a  forza  tirato,   percotendo  forte  il  piede  nel  limitar
    dell'uscio, usc delle nostre case. Onde uscito, appena si saria detto
    che egli potesse andare,  anzi ad ogni passo volgendosi,  quasi pareva
    sperasse che, voi risentita, io il dovessi chiamare a rivedervi".
    Tacque allora quella;  e io, o donne, quale voi potete pensare, cotale
    dolendomi della partita del caro amante, sconsolata rimasi piagnendo.









    Capitolo 3.
    Nel quale si dimostra  chenti  e  quali  fossero  di  questa  donna  i
    pensieri  e  l'opera,  trascorrendo  il  tempo  a  lei  dal suo amante
    promesso di ritornare.

    Quale voi avete di sopra udito,  o donne,  cotale,  dipartito  il  mio
    Panfilo, rimasi, e pi giorni con lagrime di tal partenza mi dolsi, n
    altro era nella mia bocca,  bench tacitamente fosse,  che: "O Panfilo
    mio,  come pu egli essere che tu m'abbi lasciata?".  Certo  intra  le
    lagrime mi dava tal nome,  ricordandolo,  alcuno conforto. Niuna parte
    della  mia  camera  era  che  io  con   disiderosissimo   occhio   non
    riguardassi, fra me dicendo: "Qui sedette il mio Panfilo, qui giacque,
    quivi  mi  promise  di  tornare  tosto,   quivi  il  baciai  io".   E,
    brievemente, ciascuno luogo m'era caro.  Io alcuna volta meco medesima
    fingeva  lui  dovere ancora,  indietro tornando,  venirmi a vedere,  e
    quasi come se venuto fosse,  gli  occhi  all'uscio  della  mia  camera
    rivolgeva,  e rimanendo dal mio consapevole imaginamento beffata, cos
    ne rimaneva crucciosa come se con verit fossi stata ingannata. Io pi
    volte per cacciare da me i non  utili  riguardamenti  cominciai  molte
    cose  a  voler fare;  ma vinta da nuove imaginazioni,  quelle lasciava
    stare.   Il  misero  cuore  con  non  usato  battimento  continuamente
    m'infestava.  Io  mi  ricordava di molte cose,  le quali io gli vorrei
    aver dette, e quelle che dette gli aveva,  e le sue ripetendo con meco
    stessa;  e  in  tal  maniera,  non fermando l'animo a nulla cosa,  pi
    giorni mi stetti dogliosa.
    Poi che la doglia gravissima per  la  nuova  partenza  incominci  per
    interposizione  di  tempo alquanto ad allenare,  a me incominciarono a
    venire  pi  fermi  pensieri;  e  venuti,   se  medesimi  con  ragioni
    verisimili difendevano. Egli, non dopo molti d dimorando io nella mia
    camera  sola,  m'avvenne  ch'io  con meco a dir cominciai: "Ecco,  ora
    l'amante  partito, e vassene; e tu,  misera,  non che dire addio,  ma
    rendergli  i  baci  dati  al  morto viso o vederlo nel suo partire non
    potesti;  la quale cosa egli forse tenendo a  mente,  se  alcuno  caso
    noioso gli avviene, della tua taciturnit malo agurio prendendo, forse
    di  te  si biasimer".  Questo pensiero mi fu nel principio nell'animo
    molto grave,  ma nuovo consiglio da me il  rimosse,  perci  che  meco
    pensando  dissi:  "Di  qui  non dee biasimo alcuno cadere,  perci che
    egli,  savio,  piuttosto il mio avvenimento prender in agurio felice,
    dicendo: "Ella non disse addio, s come si suol dire a quelli, i quali
    o  per  lungamente  dimorare  o  per  non  tornare si sogliono partire
    d'altrui;  ma tacendo,  me seco quasi  reputando  d'avere,  brevissimo
    spazio  disegn  alla mia dimora".  E cos,  me con meco racconsolata,
    lascio questo andare, intrando in altri.
    Alcun'altra volta con pi gravezza mi venne pensato lui avere  il  pi
    percosso  nel  limitare  dell'uscio  della  nostra camera,  s come la
    fedele serva m'avea ridetto;  e ricordandomi che a niuno altro segnale
    Laudomia  prese  tanta fermezza,  quanta a cos fatto del non redituro
    Protesilao, gi molte volte ne piansi, quello medesimo di ci sperando
    che n' avvenuto. Ma,  non capendomi allora nell'animo che avvenire mi
    dovesse,  quasi  vani cotali pensieri imaginai da dover lasciare andar
    via.  I quali per non si partiano a  mia  posta,  ma  talvolta  altri
    sopravvegnendone, questi m'uscivano di mente, pensando a gi venuti, i
    quali  tanti  e  tali erano,  che di quelli il numero,  non che altro,
    graverebbe a ricordarsi.
    Egli non mi venne una volta sola  nell'animo  l'avere  gi  letto  ne'
    versi  di Ovidio che le fatiche traevano a' giovini amore delle menti,
    anzi mi veniva tante quante  volte  io  mi  ricordava  lui  essere  in
    camino.  E sentendo quello non piccolo affanno, e massimamente a chi 
    di riposo uso, o il fa contro voglia, forte meco dubitava in prima non
    quello avesse forza di torlomi,  e appresso non la invita fatica n il
    noioso tempo gli fosse cagione d'infermit,  o di peggio.  E in questo
    molto mi ricorda pi che negli altri dimorare occupata, bench sovente
    io e dalle sue medesime lagrime da me vedute, e dalle mie fatiche,  le
    quali  mai non mutarono la mia fermezza,  argomentai non potere essere
    vero,  che per s piccolo affanno  si  spegnesse  amore  cos  grande,
    sperando  ancora  che  la  sua  giovine  et e la discrezione da altro
    accidente noioso me 'l guarderebbero.
    Cos adunque a me opponendo,  e  rispondendo,  e  solvendo,  trapassai
    tanti  giorni,  che  non  che  lui  alla  sua  patria pervenuto pensai
    solamente,  ma ancora ne fui per sua lettera  fatta  certa.  La  quale
    essendo  a me per molte cagioni graziosissima,  lui ardere come mai mi
    fece palese,  e con maggiori promesse vivific la mia speranza del suo
    tornare.
    Da  questa  ora innanzi,  partiti i primi pensieri,  nuovi in luogo di
    quelli subitamente ne nacquero.  Io alcuna volta diceva: "Ora  Panfilo
    unico  figliuolo al vecchio padre,  da lui,  il quale gi  molti anni
    nol vide,  con grandissima festa ricevuto,  non  che  egli  di  me  si
    ricordi,  ma io credo che egli maledice i mesi i quali qui con diverse
    cagioni per amor di me si ritenne;  e ricevendo onore  ora  da  questo
    amico e ora da quell'altro, biasima forse me, che altro che amarlo non
    sapea  quando  c'era.  E  gli  animi pieni di festa sono atti a potere
    essere tolti d'uno luogo, e obligarsi in un altro.  Deh,  ora potrebbe
    egli essere che io in cos fatta maniera il perdessi? Certo appena che
    io il possa credere. Iddio cessi che questo avvenga; e come egli ha me
    tenuta  e tiene,  tra' miei parenti e nella mia citt,  sua,  cos lui
    tra' suoi e nella sua conservi mio".  Ohim!  con quante lagrime erano
    mescolate  queste  parole,  e con quante pi sarebbero state,  se vero
    avessi creduto ci che esse medesime vero  indovinavano!  Avvegna  che
    quelle  che allora non vennero,  io poi in molti doppii l'abbia sparte
    invano.
    Oltre a cotal ragionare,  l'anima,  spesse volte conoscitrice de' suoi
    futuri mali,  presa da non so che paura,  tremava forte; la qual paura
    pi volte in cotal pensiero si  risolvette:  "Panfilo  ora  nella  sua
    citt, piena di templi eccellentissimi e per molte e grandissime feste
    pomposi,  visita  quelli,  li  quali senza niuno dubbio trova di donne
    pieni, le quali s come io ho molte fiate udito, ancora che bellissime
    sieno, di leggiadria e di vaghezza tutte l'altre trapassano, n alcune
    ne sono con tanti lacciuoli da pigliare animi, quanti loro.  Deh,  chi
    pu  essere  s  forte  guardiano  di  se  medesimo,  dove  tante cose
    concorrono, che,  posto che egli pure non voglia,  egli non sia almeno
    per  forza  preso alcuna volta?  E io medesima fui per forza presa.  E
    oltre a ci le cose nuove sogliono pi che l'altre piacere.  Adunque 
    leggier  cosa  che egli a loro nuovo ed esse a lui,  e possa ad alcuna
    piacere,  e a lui similmente alcuna  piacerne".  Ohim!  quanto  m'era
    grave  cotale  imaginare,  il  quale,  che  egli non dovesse avvenire,
    appena poteva da me cacciare, dicendo: "Or come potrebbe Panfilo,  che
    te  pi che s ama,  ricevere nel cuore da te occupato un altro amore?
    Non sai tu qui alcuna essere stata ben degna  di  lui,  la  quale  con
    maggior  forza che con quella degli occhi s'ingegn d'entrarvi,  n vi
    pot onde trovare? Certo appena,  non essendo egli tuo s come egli ,
    trapassando  ancora  qualunque  donne  si sono di bellezza e d'arte le
    de, che egli cos tosto, come tu di', innamorare si potesse.  E oltre
    a questo, come credi tu che egli la fede a te promessa volesse rompere
    per  alcun'altra?  Egli  nol farebbe giammai;  e similemente nella sua
    discrezione ti dei fidare. Tu dei ragionevolmente pensare che egli non
     s poco savio,  che egli non conosca che mattamente  fa  chi  lascia
    quel ch'egli ha,  per acquistare quello che non ha;  se gi quello che
    lasciasse non fosse piccolissima cosa per acquistare una  grandissima,
    e  di  ci  speranza  avere  infallibile;  il  che  in  questo non pu
    avvenire,  per che se tu hai il vero udito,  tu  saresti  nel  numero
    delle belle nella sua terra, la quale niuna pi ricca di te ne tiene o
    gentile;  e oltre a questo,  cui troverebbe egli, che s l'amasse come
    tu l'ami? Esso,  s come in ci esperto,  conosce quanta fatica sia il
    disporre  una donna,  che di nuovo piaccia,  a farsi amare,  le quali,
    ancora che amino, il che di rado avviene, sempre il contrario mostrano
    di ci che disiano. Egli,  quando pure te non amasse,  intorno a molte
    cose  da  altri  suoi  fatti  impedito,  non  potrebbe  ora  vacare  a
    dimesticare novelle donne;  e per di ci non pensare,  ma  tieni  per
    certa regola, che quanto tu ami, cotanto se' amata".
    Ohim!  quanto falsamente argomentava, fatta sofistica contro al vero!
    Ma con tutto il mio argomentare mai non mi pote'  dell'animo  cacciare
    la miserabile gelosia, entratavi per giunta degli altri miei danni. Ma
    pure,  quasi veramente arguissi,  alquanto alleviata,  a mio potere da
    tale pensiero mi scostava.
    Carissime donne, acci ch'io non metta il tempo in raccontare ciascuno
    mio pensiero, quali le mie opere pi sollecite fossero ascolterete; n
    di ci piglierete ammirazione,  se furono nuove,  perci che non quali
    io l'avrei volute, ma quali Amore le mi dava, seguire le mi conveniva.
    Egli trapassavano poche mattine che io,  levata, non salissi nella pi
    eccelsa parte della mia casa, e quindi non altramente che li marinari,
    sopra la gabbia del loro legno saliti,  speculano se scoglio  o  terra
    vicina scorgono che gli impedisse,  riguardo tutto il cielo; poi verso
    l'oriente fermata, considero quanto il sole,  sopra l'orizonte levato,
    abbia  del  nuovo  giorno  passato;  e  tanto  quanto io il veggio pi
    innalzato,  cotanto diceva pi il termine avvicinarsi della tornata di
    Panfilo.  E  quasi con diletto quello molte volte rimirava salire;  n
    discernendolo, ora alla mia ombra fatta minore,  e quando dallo spazio
    del  suo  corpo  alla terra fatto maggiore,  di lui la salita quantit
    estimava,  e meco stessa diceva lui pi pigramente che mai  andare,  e
    pi  dare  a'  giorni  di spazio nel Capricorno che nel Cancro dar non
    solea; e cos similmente lui al mezzo cerchio salito,  dicea a diletto
    starsi a riguardare le terre, e quantunque egli velocemente si calasse
    all'occaso,  s  mi parea tardo.  Il quale,  poi che,  tolta al nostro
    mondo la luce sua, alle stelle la loro lasciava mostrare,  io contenta
    molte  volte  meco  i d trapassati annoverando,  quello con gli altri
    passati con  una  piccola  pietra  segnava,  non  altramente  che  gli
    antichi,  i  lieti  dalli  dolenti  spartendo,  con bianche e con nere
    petruzze solevano fare.  Oh quante volte gi mi ricorda che anzi tempo
    io la vi giunsi,  parendomi tanto del termine dato scemare, quanto pi
    tosto l'aggiungeva al trapassato,  ora  le  petruzze  per  li  passati
    segnate,  e  ora  quelle,  che per quelli che erano a passare stavano,
    annoverando,  bench di ciascune ottimamente  il  numero  nella  mente
    avessi;  ma  quasi  ogni volta sperava l'une cresciute e l'altre dover
    trovare scemate.  Cos il disio mi trasportava volonterosa  alla  fine
    del tempo dato.
    Usata adunque questa sollecitudine vana,  il pi delle volte nella mia
    camera mi tornava,  e quivi pi volontieri sola che accompagnata.  Per
    fuggire  i pensieri nocevoli,  quando sola mi vi trovava,  aprendo uno
    mio forziere, di quello molte cose gi state sue ad una ad una traeva,
    e quelle,  con quello disiderio ch'io soleva gi  lui  riguardare,  le
    mirava, e miratele, appena le lagrime ritenute, sospirando le baciava;
    e  quasi  come  se intelligenti creature state fossero,  le dimandava:
    "Quando ci fia il signor nostro?".  Quindi,  riposte queste,  infinite
    sue  lettere  a  me da lui mandate traeva fuori,  e quelle quasi tutte
    leggendo,  quasi  con  lui  parendomi  ragionare,   sentiva  non  poco
    conforto.  E  molte  volte  fu  che io,  la mia serva chiamata,  varii
    parlamenti con lei tenni di lui,  ora dimandandola qual fosse  la  sua
    speranza della tornata di Panfilo,  ora dimandandola quello che di lui
    le paresse, e talvolta se di lui avesse udito alcuna cosa.  Alle quali
    cose  essa,  o  per  piacermi,  o  pure  secondo il suo parere il vero
    rispondendomi,  non poco mi consolava;  e cos molte volte gran  parte
    del d trapassava con poca noia.
    Non  meno  che  le  gi  dette  cose,  o pietose donne,  m'era caro il
    visitare li templi,  e il sedere alla mia porta con le  mie  compagne,
    dove  spesso da ragionamenti varii alquanto erano da me rimosse le mie
    sollecitudini infinite. Nelli quali luoghi stando, pi volte m'avvenne
    che io vidi di quelli giovini quali io molte volte  con  Panfilo  avea
    veduti; n mai che io gli vedessi avvenia che io tra loro non mirassi,
    quasi tra essi dovessi Panfilo rivedere. Oh quante volte io fui in ci
    avvedutamente  ingannata!  E  come,  ancora  che  ingannata fossi,  mi
    giovava di loro vedere!  Li quali,  se il loro aspetto non mi mentiva,
    io  gli  vedea della mia compassione medesima pieni,  e quasi del loro
    compagno rimasi soli, mi pareano non cos lieti come soleano. Oh,  che
    voler  fu  pi volte il mio di dimandarli che fosse del loro compagno,
    se la ragione non m'avesse tenuta!  Ma certo la fortuna in ci  alcuna
    volta  mi  fu benigna,  ch,  non credendo essi di lui in alcuno luogo
    essere da me intesi, dissero la sua tornata essere vicina.  Quanto ci
    mi piacesse,  invano mi faticherei ad esprimerlo. E in questa maniera,
    con cotali pensieri e con cos fatte opere e con molte altre a  queste
    simili m'ingegnava di trapassare li giorni, a me nella loro piccolezza
    gravosi, la notte appetendo, non perch io a me pi utile la sentissi,
    ma perch, venuta, meno era del tempo a trapassare.
    Poi  che  'l d,  le sue ore finite,  era dalla notte occupato,  nuove
    sollecitudini le pi volte mi s'apprestavano.  Io dalla  mia  puerizia
    nelle  notturne  tenebre  paurosa,  accompagnata da Amore era divenuta
    sicura;  e sentendo gi nella mia casa ciascuno riposare,  sola alcuna
    volta l onde la mattina il sole montante avea veduto, me ne saliva, e
    quale  Arunte  tra' bianchi marmi de' monti Lucani i corpi celesti e i
    loro moti speculava,  cotale io  la  notte  lunghissime  ore  traente,
    sentendo  alli  miei  sonni le varie sollecitudini essere nemiche,  da
    quella parte il cielo mirava, e i suoi moti pi ch'altri veloci,  meco
    tardissimi  reputava.  E  alcuna  volta  vlti  gli occhi attenti alla
    cornuta luna, non che alla sua ritondit corresse,  ma pi acuta l'una
    notte che l'altra la giudicava, tanto era pi il mio disio ardente che
    tosto  le quattro volte si consumassero,  che veloce il crso suo.  Oh
    quante volte,  ancora che freddissima luce porgesse,  la rimirai io  a
    diletto  lunga  fiata,  imaginando che cos in essa fossero allora gli
    occhi del mio Panfilo fissi come i miei!  Il quale io ora  non  dubito
    che,  essendogli  io  gi  uscita  di  mente,  non  che egli alla luna
    mirasse,  ma solo un pensiero non avendone,  forse nel  suo  letto  si
    riposava.  E  ricordami  che  io,  della  lentezza  del  corso  di lei
    crucciandomi, con varii suoni,  seguendo gli antichi errori,  aiutai i
    corsi  di  lei  alla  sua  ritondit  pervenire;  alla  quale  poi che
    pervenuta era, quasi contenta dello intero suo lume,  alle nuove corna
    non  pareva  che  di tornare si curasse,  ma pigra nella sua ritondit
    dimorava, avvegna che io di ci l'avessi quasi in me medesima talvolta
    per iscusata,  pi grazioso reputando lo stare con la sua  madre,  che
    negli  oscuri  regni  del  suo marito tornare.  Ma bene mi ricorda che
    spesso gi le voci in prieghi per li suoi  agevolamenti  usate  io  le
    rivolsi in minacce, dicendo:
    "O  Febea,  mala guiderdonatrice de' ricevuti servigi,  io con pietosi
    prieghi le  tue  fatiche  m'ingegno  di  menomare,  ma  tu  con  pigre
    dimoranze le mie non ti curi d'accrescere.  E per,  se pi a' bisogni
    del mio aiuto cornuta ritorni, me cos allora sentirai pigra,  come io
    ora  te  discerno.  Or non sai tu,  che quanto pi tosto quattro volte
    cornuta,  e altrettante tonda t'avrai mostrata,  cotanto pi tosto  il
    mio Panfilo tornerammi?  Il quale tornato, cos tarda o veloce come ti
    piace corri per li tuoi cerchi".
    Certo quella demenza medesima che me a fare cotali  prieghi  induceva,
    quella  stessa tolse s me a me,  che ella mi fece parere alcuna volta
    che essa,  temorosa delle mie minacce,  s'avacciasse nel crso suo  a'
    miei  piaceri;  e  altre  volte,  quasi  non curantesi di me,  pi che
    l'usato parea che tardasse.  Questo riguardarla sovente ma s nota del
    suo  andamento  rendeo,  che  ella  n di corpo piena o vta in alcuna
    parte era del cielo o con  qualunque  stella  congiunta,  che  io  non
    avessi   il   tempo   della   notte  passato  e  l'avvenire  giudicato
    dirittamente;  similemente l'una e l'altra Orsa,  se  essa  non  fosse
    paruta,  per lunga notizia me ne facevano certa.  Deh,  chi crederebbe
    che Amore m'avesse potuto mostrare astrologia,  arte  da  solennissimi
    ingegni  e  non  da  menti  occupate dal suo furore?  Quando il cielo,
    d'oscurissimi nuvoli pieno,  trascorso da varii e sonanti  venti,  per
    ogni  parte questa veduta mi toglieva,  alcuna volta,  se altro affare
    non mi occorreva,  ragunate le mie fanti con meco nella mia camera,  e
    raccontava  e  facea  raccontare  storie diverse,  le quali quanto pi
    erano di lungi dal vero,  come il pi  cos  fatte  genti  le  dicono,
    cotanto  parea  che  avessero  maggior  forza a cacciare i sospiri e a
    recare festa a me ascoltante,  la quale alcuna  volta,  con  tutta  la
    malinconia,  di  quelle  lietissimamente  risi.  E se questo forse per
    cagione legittima  non  potea  essere,  in  libri  diversi  ricercando
    l'altrui  miserie  e  quelle alle mie conformando,  quasi accompagnata
    sentendomi, con meno noia il tempo passava. N so qual pi grazioso mi
    fosse,  o vedere i tempi trascorrere,  o trovarli,  in  altro  essendo
    stata occupata, essere trascorsi.
    Ma  poi  che le operazioni predette e altre me aveano per lungo spazio
    tenuta occupata,  quasi a forza,  assai  bene  conoscendo  che  invano
    ancora me n'andava a dormire,  anzi piuttosto a giacere per dormire. E
    nel mio letto dimorando sola, e da niuno romore impedita,  quasi tutti
    i  preteriti pensieri del d mi venivano nella mente,  e mal mio grado
    con molti pi argomenti e pro e contra mi si faceano ripetere; e molte
    volte volli entrare in altri,  e rade furono quelle che io il  potessi
    ottenere;  ma  pure alcuna volta,  loro a forza lasciati,  giacendo in
    quella parte ove il mio Panfilo era giaciuto,  quasi sentendo  di  lui
    alcuno  odore,  mi  pareva  essere  contenta,  e  lui  tra me medesima
    chiamava e, quasi mi dovesse udire, il pregava che tosto tornasse.
    Poi lui imaginava tornato, e meco fingendolo, molte cose gli dicea,  e
    di molte il dimandava, e io stessa in suo luogo mi rispondea; e alcuna
    volta  m'avvenne  che io in cotali pensieri m'addormentai.  E certo il
    sonno m'era alcuna volta pi  grazioso  che  la  vigilia,  perci  che
    quello che io con meco falsamente vegghiando fingeva,  esso, se durato
    fosse,  non altramente che vero mel concedeva.  Egli mi pareva  alcuna
    volta, lui tornato, vagare in giardini bellissimi, di frondi, di fiori
    e di frutti varii adorni, con lui insieme quasi d'ogni temenza rimoti,
    come gi facemmo;  e quivi lui per la mano tenendo,  ed esso me, farmi
    ogni suo accidente contare;  e molte volte,  avanti che  'l  suo  dire
    avesse  fornito,  mi  parea  baciandolo  rompergli le parole,  e quasi
    appena vero parendomi ci che io vedea, diceva: "Deh,   egli vero che
    tu  sii  tornato?  Certo s ,  io ti pur tengo".  E quindi da capo il
    baciava.  Altra volta mi pareva essere con lui sopra i marini liti  in
    lieta festa, e tal fu che io affermai meco medesima, dicendo: "Ora pur
    non  sogno io d'averlo nelle mie braccia".  Oh,  quanto m'era discaro,
    quando ci m'avveniva,  che 'l sonno  da  me  si  partisse!  Il  quale
    partendosi,  sempre seco se ne portava ci che senza sua fatica m'avea
    prestato;  e ancora ch'io ne rimanessi  malinconiosa  assai,  non  per
    tanto  tutto  il d seguente,  bene sperando,  contentissima dimorava,
    disiderando che tosto la notte tornasse, acci ch'io, dormendo, quello
    avessi che vegghiando aver non poteva.  E bench cos grazioso  alcuna
    volta  mi  fosse  il sonno,  nondimeno non sofferse egli che io cotale
    dolcezza senza amaritudine mescolata sentissi, perci che furono assai
    di quelle volte che egli il mi parea vedere  in  vilissimi  vestimenti
    vestito,  tutto  non so di che macchie oscurissime maculato,  palido e
    pauroso,  e come se cacciato fosse,  inverso me  gridare:  "Aiutami!".
    Altre,  mi  pareva  udir parlare a pi persone della sua morte;  e tal
    volta fu ch'io mel vidi morto davanti,  e in altre molte e varie forme
    a  me  spiacenti.  Il  che  niuna  volta avvenne,  che il sonno avesse
    maggiori le forze che il  dolore;  e  subitamente  risvegliata,  e  la
    vanit  del  mio  sogno  conoscendo,  quasi  contenta d'avere sognato,
    ringraziava Iddio;  non che io turbata non rimanessi,  temendo non  le
    cose  vedute,  se non tutte,  almeno in parte fossero vere o figure di
    vere.  N mai,  quantunque io meco dicessi,  e da altrui  udissi  vani
    essere  i  sogni,  di  ci  non  era contenta,  se io di lui non sapea
    novelle,  delle  quali  io  astutissimamente  era  divenuta  sollecita
    dimandatrice.
    In  cotal  guisa,  quale  udito avete,  i giorni e le notti trapassava
    aspettando. Vero  che, avvicinandosi il tempo della promessa tornata,
    io estimai che utile consiglio fosse il vivere lieta, acci che le mie
    bellezze, alquanto smarrite per l'avuto dolore,  ritornassero ne' loro
    luoghi  acci  che egli tornando,  io essendo sformata non gli potessi
    spiacere.  E questo mi fu assai agevole a fare,  per che per  il  gi
    essermi negli affanni adusata, quelli con pochissima fatica portava, e
    oltre  a  ci la propinqua speranza del promesso tornare con non usata
    letizia ogni d mi si  faceva  pi  sentire.  Io  le  feste  non  poco
    intralasciate,  dando  di  ci  al  sozzo tempo cagione,  venendone il
    nuovo,  ricominciai  ad  usare;   n  prima  l'animo,   da  gravissime
    amaritudini  ristretto,  si cominci in lieta vita ad ampliare,  ch'io
    pi bella che mai  ritornai;  e  li  cari  vestimenti  e  li  preziosi
    ornamenti,  non  altramente  che  il cavaliere per la futura battaglia
    risarcisce le sue forti armi dove bisogna, li feci belli, acci che in
    quelli pi ornata paressi nel  suo  tornare,  il  quale  io  invano  e
    ingannata aspettava.
    Adunque,  s  come  gli  atti  si  tramutarono,  cos si fecero i miei
    pensieri.  A me il non averlo nel suo  partir  veduto,  n  il  tristo
    agurio del pi percosso,  n le sostenute fatiche di lui, n li dolori
    ricevuti,  n la nemica gelosia pi nella  mente  venivano,  anzi  gi
    forse a otto d alla sua promessa vicina, fra me diceva:
    "Ora al mio Panfilo rincresce l'essere a me stato lontano,  e sentendo
    il tempo vicino a ci che promise,  di tornar s'apparecchia;  e  forse
    ora,  lasciato il vecchio padre,   nel camino". Oh quanto m'era cotal
    ragionare caro, e quanto sopr'esso volontieri mi volgeva,  molte volte
    entrando  in  pensiero  con  che  atto  a  lui pi grazioso mi dovessi
    ripresentare! Ohim! quante volte dissi:
    "Egli fia nella sua tornata da me centomilia volte  abbracciato,  e  i
    miei baci multiplicheranno in tanta quantit,  che niuna parola intera
    lasceranno della sua bocca uscire;  e in cento doppii  render  quelli
    che esso, senza riceverne nullo, diede al tramortito viso".
    E  nel  pensiero  pi  volte dubitai di non poter raffrenare l'ardente
    disio d'abbracciarlo,  quando prima il  vedessi  innanzi  a  qualunque
    persona.  Ma  a queste cose provvidero gl'iddii per modo a me noievole
    pi che troppo.  Io ancora,  nella mia camera stando,  quante volte in
    quella  alcuna  persona  entrava,  tante credeva che venuta mi fosse a
    dire: "Panfilo  venuto".  Io non udiva voce alcuna in  alcuno  luogo,
    che io con gli orecchi levati non le raccogliessi tutte,  pensando che
    di lui tornato dovessero dire. Io mi levai, credo,  pi di cento volte
    gi da sedere correndo alla finestra,  quasi d'altro sollecita, in gi
    e 'n su rimirando,  avendo prima a me medesima  pensando  scioccamente
    fatto  credere:  "Egli    possibile che Panfilo ora venuto ti venga a
    vedere".  E vano ritrovando il mio avviso,  quasi  confusa  dentro  mi
    ritornava. Io, dicendo che esso alcune cose dovea al mio marito recare
    nella  sua  tornata,  spesso e se venuto fosse o quando s'aspettasse e
    dimandava e facea  dimandare.  Ma  di  ci  niuna  lieta  risposta  mi
    pervenia,  se  non come di colui che mai pi venire non dovea,  se non
    come ha fatto.













    Capitolo 4.
    Nel quale questa donna dimostra quali pensieri e  che  vita  fosse  la
    sua, essendo i termine venuto, e Panfilo suo non veniva.

    Cos,  o pietose donne,  sollecita, come udito avete, non solamente al
    molto disiderato e con fatica aspettato termine pervenni, ma ancora di
    molti d il passai;  e meco medesima  incerta  se  ancora  il  dovessi
    biasimare,  o no,  allentata alquanto la speranza,  lasciai in parte i
    lieti pensieri,  ne' quali forse troppo allargandomi era rientrata,  e
    nuove  cose  ancora  non  istatevi mi si cominciarono a volgere per lo
    capo. E fermando la mente a volere, s'io potessi, conoscere qual fosse
    o essere potesse  la  cagione  della  sua  pi  lunga  dimora  che  la
    impromessa, cominciai a pensare, e innanzi all'altre cose in iscusa di
    lui  tanti  modi  truovo,  quanti  esso  medesimo,  se presente fosse,
    potrebbe trovare, e forse pi. Io dicea alcuna volta:
    "O Fiammetta,  deh,  credi tu il tuo Panfilo dimorare senza tornare  a
    te,  se  non  perch  egli non puote?  Gli affari inoppinati opprimono
    sovente altrui,  n  possibile cos preciso termine  dare  alle  cose
    future  come  altri crede.  Or chi dubita ancora che la presente piet
    non istringa pi assai che la lontana?  Io son ben certa che  egli  me
    sommamente  ama,  e  ora  pensa  alla  mia  amara  vita e di quella ha
    compassione e,  da amore sospinto,  pi volte n'  voluto  venire;  ma
    forse  il  vecchio  padre  con  lagrime  e  con prieghi ha alquanto il
    termine prolungato e, opponendosi a' suoi voleri, l'ha ritenuto;  egli
    verr quando potr".
    Da  cos fatti ragionamenti e scuse mi sospignevano sovente i pensieri
    ad imaginare pi gravi cose. Io alcuna volta dicea:
    "Chi sa se  egli,  volonteroso  pi  che  il  dovere  di  rivedermi  e
    pervenire  al  posto termine,  posposta ogni piet di padre e lasciato
    ogni altro affare,  si mosse e forse,  senza  aspettare  la  pace  del
    turbato mare, credendo a' marinari bugiardi e arrischievoli per voglia
    di guadagnare,  sopra alcuno legno si mise,  il quale venuto in ira a'
    venti e all'onde, in quelle  forse perito?  Niuna altra cagione tolse
    Leandro  ad  Ero.  Or  chi  puote  ancora  sapere se esso,  da fortuna
    sospinto  ad  alcuno  inabitato  scoglio,   quivi  la  morte  fuggendo
    dell'acqua,  quella della fame o delle rapaci bestie ha acquistata?  O
    in su quelli come Achemenide, forse per dimenticanza lasciato, aspetta
    chi qua nel rechi?  Chi non sa ancora che il mare   pieno  d'insidie?
    Forse    esso  da  inimiche  mani preso,  o da pirate,  e nell'altrui
    prigioni con ferri  stretto    ritenuto.  Tutte  queste  cose  essere
    possono, e molte volte gi le vedemmo avvenire".
    Dall'altra parte poi mi si parava nella mente non essere per terra pi
    sicuro il suo camino, e in quello similmente mille accidenti possibili
    a  ritenerlo  vedea.  Io,  subitamente  correndo con l'animo pure alle
    piggiori cose,  estimando a lui pi giusta scusa  trovare  quanto  pi
    grave la cosa poneva, alcuna volta pensava:
    "Ecco,  il  sole,  pi che l'usato caldo,  dissolve le nevi negli alti
    monti, onde i fiumi furiosi e con onde torbide corrono; de' quali egli
    non pochi  ha  a  passare.  Or  se  egli  in  alcuno,  volonteroso  di
    trapassare, s' messo, e in quello caduto e col cavallo insieme tirato
    e ravvolto ha renduto lo spirito,  come pu egli venire?  Li fiumi non
    apparano ora di nuovo a  fare  queste  ingiurie  a'  caminanti,  n  a
    tranghiottire gli uomini.  Ma se pur da questo  campato,  forse negli
    agguati de' ladroni  incappato,  e rubato e ritenuto    da  loro;  o
    forse nel camino infermato in alcuna parte ora dimora e, ricuperata la
    sanit, senza fallo qui ne verr".
    Ohim!  che  qualora cotali imaginazioni mi teneano,  un freddo sudore
    m'occupava tutta, e s di ci divenia paurosa,  che sovente in prieghi
    a Dio che ci cessasse rivolgea il pensiero,  n pi n meno,  come se
    egli davanti agli occhi in quello pericolo mi fosse presente. E alcuna
    volta mi ricorda che io piansi,  quasi come con ferma fede  in  alcuno
    de' pensati mali il vedessi. Ma poi fra me diceva:
    "Ohim!  che  cose  sono  queste,  che  i  miseri  pensieri mi porgono
    davanti?  Cessi Iddio che alcuna di queste sia!  Innanzi dimori quanto
    gli  piace,  o non torni,  che,  per contentarmi,  a caso si metta che
    alcuna di queste cose avvenga.  Le quali  ora  veramente  m'ingannano;
    per  che,  posto  che  possibili  siano,  impossibili  sono ad essere
    occulte,  e molto credibile  la morte di cotale  giovine  non  potere
    essere   nascosa,   e   massimamente  a  me,   la  quale,   sollecita,
    continuamente di lui fo dimandare con investigazioni non poco sottili.
    E chi dubita ancora che, se le cose male da me pensate alcuna ne fosse
    vera,  che la fama,  velocissima rapportatrice de' mali,  gi qui  non
    l'avesse condotta?  Alla quale la fortuna,  in ci ora poco mia amica,
    avrebbe data apertissima via per farmi  tristissima.  Certo  io  credo
    piuttosto  che  egli  in gravissimo affanno,  come io sono se egli non
    viene, ora a forza ritenuto dimori,  e tosto verr,  o della dimora in
    mia consolazione, scusandosi, scriver la cagione".
    Certo li gi detti pensieri, ancora che fierissimi m'assalissero, pure
    assai  lievemente  erano  vinti,  e  la  speranza,  che per lo passato
    termine da me di fuggire si sforzava,  con ogni  mio  potere  ritenea,
    ponendole innanzi il lungo amore da me a lui e da lui a me portato, la
    data fede,  i giurati iddii,  e le infinite lagrime;  le quali cose io
    affermava essere impossibile che inganno coprissero.  Ma io non poteva
    fare che essa,  cos ritenuta, non desse luogo alli lasciati pensieri,
    i quali con lento passo e tacitamente lei a poco a poco pignendo fuori
    del mio cuore, s'ingegnavano di tornare nel loro primo luogo,  a mente
    riducendomi  e li malvagi agurii e l'altre cose;  n quasi me n'avvidi
    prima,  che io e la speranza quasi cacciata  e  loro  potentissimi  vi
    sentia.
    Ma  tra gli altri che me pi forte gravava,  niuna cosa in processo di
    pi giorni udendo della tornata di Panfilo,  era gelosia.  Questa  pi
    che  io  non  voleva  mi  spronava;  questa ogni scusa che meco di lui
    faceva, quasi consapevole de' suoi fatti, annullava; questa spesso ne'
    ragionamenti per addietro da me dannati mi rimetteva dicendo:
    "Deh, come se' tu cos stolta,  che piet di padre,  o altro qualunque
    stretto  affare o diletto,  ora potesse Panfilo soprattenere,  se cos
    t'amasse come diceva?  Non sai tu che Amore vince tutte le cose?  Egli
    fermamente, d'un'altra innamorato, t'avr dimenticata, il cui piacere,
    molto  possente s come nuovo,  l ora il ritiene,  come il tuo qua il
    teneva.  Quelle donne,  s come tu gi dicesti,  per ogni cosa atte ad
    amare,  ed  egli  altres  naturalmente  a  ci  disposto  e degno per
    ciascuna cosa da essere amato,  conformatesi al suo piacere ed egli al
    loro,  di  nuovo l'avranno innamorato.  Non credi tu che l'altre donne
    abbiano occhi in capo,  s come tu,  e conoscano in queste cose quanto
    tu conosci?  S fanno bene.  E a lui altres non credi tu che ne possa
    pi che una piacere?  Certo  io  credo  che,  se  potesse  te  vedere,
    malagevole  gli  sarebbe  alcuna altra amarne;  ma egli non ti pu ora
    vedere,  n ti vide gi sono cotanti mesi passati.  Tu dei sapere  che
    niuno mondano accidente  etterno;  cos come egli s'innamor di te, e
    come tu gli piacesti,  cos    possibile  che  un'altra  ne  gli  sia
    piaciuta,  e che egli, avendo il tuo amore abandonato, n'ami un'altra.
    Le cose nuove piacciono con pi forza che le molto  vedute,  e  sempre
    quello  che l'uomo non ha,  si suole con maggiore affezione disiderare
    che quello che l'uomo possiede, e niuna cosa  tanto dilettevole,  che
    per lungo uso non rincresca. E chi non amer pi volontieri a casa sua
    una  nuova  donna,  che una antica nell'altrui contrade?  Egli altres
    forse non t'amava con cos fervente amore come mostrava,  e  alle  sue
    lagrime  n  a  quelle d'alcuno altro non  da credere cos caro pegno
    come  cotanto amore, quanto tu forse estimi che egli ti portasse.
    Eziandio gli uomini alcuna volta,  non avendosi  mai  pi  veduti  che
    alcuno  giorno,  sono  crucciosi e piangono spartendosi;  e molte cose
    similemente si  giurano  e  impromettono,  le  quali  altri  ha  fermo
    intendimento  di fare;  ma poi,  nuovo caso sopravvegnendo,  fa quelli
    giuramenti uscire di mente.  Le lagrime e' giuramenti e le promessioni
    de'  giovini  non sono ora di nuovo arra di inganno futuro alle donne.
    Essi generalmente sanno prima fare queste  cose  che  amare:  la  loro
    volont  vagabunda  li  tira  a  questo;  niuno  n'  che  non volesse
    piuttosto ogni mese mutare dieci donne che essere dieci d d'una. Essi
    continuamente credono  e  costumi  nuovi  e  nuove  forme  trovare,  e
    gloriansi  d'avere  avuto l'amore di molte.  Dunque che speri?  Perch
    vanamente ti lasci menare alla vana credenza?  Tu non se' in  atto  da
    poterlo  da  ci  ritrarre:  rimanti  d'amarlo,  e  dimostra  che  con
    quell'arte che egli ha te ingannata tu abbi ingannato lui".
    E dietro a queste parole con molte altre sguito a me  dicendo,  e  in
    esse  accendevami  di  fiera ira,  la quale con tumorosissimo caldo s
    m'infiammava l'animo,  che quasi ad atti rabbiosissimi m'induceva.  N
    prima    il    concreato    furore   trapassava,    che   le   lagrime
    abondevolissimamente per gli occhi  uscissero,  con  le  quali,  molto
    alcuna volta duranti,  esso del petto m'usciva; nel quale per conforto
    di me medesima,  dannando ci che l'indovina anima mi diceva,  quasi a
    forza  la  gi  fuggita speranza con ragioni vanissime rivocava.  E in
    cotal guisa, quasi ogni ripresa allegrezza lasciata, stetti sperando e
    disperando molto spesso  pi  giorni,  sempre  sollecita  oltremodo  a
    potere acconciamente sapere che di lui fosse, che non veniva.










    Capitolo 5.
    Nel  quale  la  Fiammetta  dimostra  come  alli  suoi orecchi pervenne
    Panfilo aver presa moglie,  mostrando appresso quanto del suo  tornare
    disperata e dolorosa vivesse.

    Lievi  sono  state infino a qui le mie lagrime,  o pietose donne,  e i
    miei sospiri piacevoli a rispetto di quelli, i quali la dolente penna,
    pi pigra  a  scrivere  che  il  cuore  a  sentire,  s'apparecchia  di
    dimostrarvi.  E  certo,  se  bene  si considera,  le pene infino a qui
    trapassate,  pi di lasciva giovine che di tormentata quasi si possono
    dire;  ma le seguenti vi parranno d'un'altra mano. Adunque fermate gli
    animi,  n vi spaventino s le mie  promesse,  che,  le  cose  passate
    parendovi   gravi,   voi   non  vogliate  ancora  vedere  le  seguenti
    gravissime;  e in verit io non vi conforto  tanto  a  questo  affanno
    perch voi pi di me divegniate pietose, quanto perch pi la nequizia
    di  colui per cui ci m'avviene conoscendo divegniate pi caute in non
    commettervi ad ogni giovine.  E cos forse ad un'ora a voi m'obligher
    ragionando  e  disobligher  consigliando,  ovvero  per  le  cose a me
    avvenute ammonendo e avvisando.
    Dico adunque,  donne,  che con cos  varie  imaginazioni,  quali  poco
    avanti  avete  potute  comprendere  nel  mio dire,  io stava continuo,
    quando,  di pi d'uno mese essendo il tempo trapassato promesso,  a me
    cos dell'amato giovine un d novelle pervennero. Io andata a visitare
    con  animo pio sacre religiose,  e forse per fare per me porgere a Dio
    pietose orazioni,  che o rendendomi Panfilo o cacciandolmi della mente
    mi ritornasse il perduto conforto,  avvenne che, sedendo io con le gi
    dette donne,  assai discrete e piacevoli nel loro  ragionare  e  a  me
    molte  per  parentado  e  per antica amist congiunte,  quivi venne un
    mercatante,  n altramente che Ulisse e Diomedes  a  Deidamia  e  alle
    suore,  cominci  diverse  gioie e belle,  quali a cos fatte donne si
    conveniano, a mostrare.
    Egli, s come io alla sua favella compresi, ed esso medesimo da una di
    quelle dimandatone confess,  era della terra di Panfilo mio.  Ma  poi
    che egli mostrate molte delle sue cose, e di quelle da esse alcune per
    lo  convenuto  pregio  prese,  e l'altre rendutegli,  entrati in nuovi
    motti e  lieti,  e  esse  ed  esso,  .mentre  che  egli  il  pagamento
    aspettava, una di loro d'et giovine e di forma bellissima e chiara di
    sangue  e di costumi,  quella medesima ch'avanti dimandato l'avea onde
    fosse,  il dimand se egli Panfilo suo compatriota  conosciuto  avesse
    giammai.  Oh,  quanto cotale dimanda di per lo mio disio! Certo io ne
    fui contentissima,  e gli orecchi alla risposta levai.  Il  mercatante
    senza indugio rispose:
    - E chi  quegli che meglio di me il conosca?
    A cui segu la giovine quasi infignendosi di sapere che di lui fosse:
    - E che  egli ora di lui?
    -  Oh,  -  disse  il  mercatante  -  egli    assai che il padre,  non
    essendogli rimaso altro figliuolo, il richiam a casa sua.
    Il quale ancora la giovine dimand:
    - Quanto ha che tu di lui sapesti novelle?
    - Certo,  -.disse egli - non poi che da lui mi partii,  che ancora non
    credo che siano quindici giorni compiuti.
    Continu la donna:
    - E allora che era di lui?
    Alla quale esso rispose:
    - Molto bene;  e dicovi che il d medesimo che io mi partii,  vidi con
    grandissima festa entrare di nuovo in casa sua una bellissima giovine,
    la quale, secondo che io intesi, era a lui novellamente sposata.
    Io,  mentre che il mercatante  queste  cose  diceva,  ancora  che  con
    amarissimo  dolore  l'ascoltassi,  fiso nel viso la dimandante giovine
    riguardava,  maravigliandomi quale cagione potesse essere  che  costei
    inducesse  a  dimandare  cos  strette particolarit di colui,  cui io
    appena credeva che altra donna il conoscesse che io,  e vidi che prima
    a' suoi orecchi non venne Panfilo avere moglie sposata, che, gli occhi
    bassati, tutta nel viso si tinse, e la pronta parola le mor in bocca,
    e per quello che io presumessi, essa con fatica grandissima le lagrime
    gi  agli  occhi  venute  ritenne,  Ma  io prima,  ci udendo,  da uno
    gravissimo dolore presa,  sbito,  ci vedendo,  fui da un  altro  non
    minore assalita, e appena mi ritenni che io con gravissima villania la
    turbazione  di  colei non riprendessi,  invidiosa che da lei s aperti
    segnali d'amore verso Panfilo si mostrassero, dubitando,  non meno che
    essa,  cos,  come  io,  non avesse legittima cagione di dolersi delle
    udite parole.  Ma pure mi tenni,  e con noiosa fatica,  alla quale non
    credo  che simigliante si truovi,  il turbato cuore sotto non cambiato
    viso servai, di piagnere pi disiosa che di pi ascoltare.
    Ma la giovine,  forse con quella  medesima  forza  che  io,  ritenendo
    dentro  il  dolore,  come  se stata non fosse quella che s'era davanti
    turbata,  fattasi far fede di quelle parole,  quanto pi dimandava pi
    trovava  la  cosa  contraria  al  suo  disio e al mio.  Onde,  dato al
    mercatante commiato, ch l domandava, e ricoperta con infinite risa la
    sua tristizia,  con ragionamenti diversi insieme quivi per  pi  lungo
    spazio ch'io non averei voluto ci rimanemmo.
    Venuti meno i nostri ragionamenti, ciascuna si dipart, e io con anima
    piena  d'angosciosa  ira,  non altramente fremendo che il leone libico
    poscia che nelle sue insidie scuopre i cacciatori, ora nel viso accesa
    e ora palida divenendo, quando con lento passo e quando con pi veloce
    che la donnesca onest non richiede,  tornai alla mia casa.  E poi che
    licito  mi  fu  di  potere  di me fare a mio senno,  entrata nella mia
    camera, amaramente cominciai a piagnere,  e quando per lungo spazio le
    molte  lagrime  parte  della  gran  doglia  ebbero sfogata,  essendomi
    alquanto pi libero il parlare, con voce assai debole incominciai:
    - Ora, o misera Fiammetta, sai perch il tuo Panfilo non ritorna;  ora
    sai  la  cagione della sua dimora tanto da te disiata;  ora hai quello
    che tu andavi cercando di trovare. Che,  misera,  chiedi pi?  Che pi
    addimandi?  Bastiti  questo:  Panfilo non  pi tuo.  Gitta via omai i
    disiderii di riaverlo, abandona la mal ritenuta speranza,  poni gi il
    fervente amore, lascia i pensieri matti; credi omai agli agurii e alla
    tua  divinante anima,  .e comincia a conoscere gl'inganni de' giovini.
    Tu se' a quello punto venuta,  l dove  l'altre  sogliono  venire  che
    troppo si fidano.
    E con queste parole mi raccesi nell'ira,  e rinforzai il pianto;  e da
    capo con parole troppo pi fiere ricominciai cos a parlare:
    - O iddii ove sete?  Ove ora mirano gli  occhi  vostri?  Ov'  ora  la
    vostra ira? Perch sopra lo schernitore della vostra potenza non cade?
    O spergiurato Giove, che fanno le folgori tue? Ove ora le adoperi? Chi
    pi empiamente l'ha meritate?  Come non scendono esse sopra il pessimo
    giovine,  acci che gli altri  per  innanzi  di  spergiurarti  abbiano
    temenza?  O luminoso Febo, dove sono ora le tue saette, male merite di
    ferire il Fitone,  a rispetto di  colui  che  falsamente  te  a'  suoi
    inganni  chiam testimonio?  Privalo della luce de' raggi tuoi,  e non
    meno gli torna nemico che tu fosti  al  misero  Edippo.  O  voi  altri
    qualunque dii e de,  e tu Amore, la cui potenza ha schernita il falso
    amante,  come ora non mostrate le vostre forze e la dovuta  ira?  Come
    non convertite voi il cielo e la terra contra il novello sposo, s che
    egli nel mondo per essemplo d'ingannatore e d'annullatore della vostra
    potenza  non rimanga a pi schernirvi?  Molto minori falli mossero gi
    l'ira vostra a vendetta men giusta. Dunque ora perch tardate? Voi non
    potreste appena tanto incrudelire verso di lui,  che egli  debitamente
    punito fosse.
    Ohim  misera!  Perch non  egli possibile che voi l'effetto de' suoi
    inganni cos sentiate come io,  acci che  cos  in  voi  come  in  me
    s'accendesse  l'ardore  della  punizione?  O  iddii,  rivolgete in lui
    alcuni di  quelli  pericoli,  o  tutti,  de'  quali  io  gi  dubitai;
    uccidetelo  di qualunque generazione di morte pi vi piace,  acci che
    io ad un'ora tutta e l'ultima doglia senta,  che mai debba sentire per
    lui,  e voi e me vendichiate ad un'ora. Non consentite che io sola per
    li peccati di lui pianga la pena,  ed egli,  voi e me avendo  beffati,
    lieto si goda con la nuova sposa, e cos per contrario tagli la vostra
    spada.
    Poi,  non  meno  accesa  d'ira,  ma  con pianto pi fiero rivolgendo a
    Panfilo le parole, mi ricorda che io cominciai:
    - O Panfilo,  ora la cagione della tua  dimora  conosco,  ora  i  tuoi
    inganni mi sono palesi, ora veggo che ti ritiene, e qual piet. Tu ora
    celebri i santi imenei, e io, dal tuo parlare e da te e da me medesima
    ingannata,  mi consumo piagnendo e con le mie lagrime apro la via alla
    mia morte,  la quale con titolo della tua crudelt debitamente segner
    la  sua  dolente  venuta;  e  gli  anni,  i quali io cotanto disiderai
    d'allungare, si mozzeranno, essendone tu cagione.  O scelerato giovine
    e  pronto  ne'  miei  affanni!  Or con che cuore hai tu presa la nuova
    sposa?  Con intendimento d'ingannare lei,  come tu hai me  fatto?  Con
    quali occhi la riguardasti tu?  Con quelli con li quali miseramente me
    credula troppo pigliasti?  Qual fede le promettesti tu?  Quella che tu
    avevi a me promessa?  Or come potevi tu? Non ti ricordi tu che pi che
    una volta la cosa obligata non si pu obligare?  Quali iddii giurasti?
    Gli  spergiurati  da  te?  Ohim  misera!  che io non so quale avverso
    piacere l'animo t'accec,  sentendoti mio,  che tu d'altrui divenissi.
    Ohim!  per  qual colpa meritai io d'esserti cos poco a cura?  Dove 
    fuggito da noi cos tosto il lieve amore? Ohim! che fa trista fortuna
    cos .miseramente costrigne i dolenti!  Tu ora fa promessa fede e a me
    dalla  tua  destra  data,  e  li spergiurati iddii per li quali tu con
    sommo disio giurasti di ritornare,  e le tue lusinghevoli parole delle
    quali  molto eri fornito,  e le tue lagrime con le quali non solamente
    il tuo viso bagnasti,  ma ancora il mio,  tutte insieme  raccolte  hai
    gittate a' venti, e me schernendo, lieto vivi con la nuova donna.
    Ohim!  or chi averebbe mai potuto credere che falsit fosse nelle tue
    parole nascosta e che le tue lagrime fossero con arte  mandate  fuori?
    Certo  non  io;  anzi  cos come fedelmente parlava,  cos con fede le
    parole e le lagrime riceveva E se forse  in  contrario  dicessi  e  le
    lagrime  vere  e  i  saramenti  e  la  fede  prestati  con puro cuore,
    concedasi;  ma quale  scusa  darai  tu  al  non  averli  servati  cos
    puramente come promessi?  Dirai tu: "La piacevolezza della nuova donna
    ne  stata cagione?".
    Certo debole fia, e manifesta dimostrazione di mobile animo. E oltre a
    tutto questo, sar egli per satisfatto a me? Certo no. O malvagissimo
    giovine!  Non t'era egli manifesto l'ardente amore che io ti portava e
    porto  ancora  contro  a mia voglia?  Certo s era;  dunque molto meno
    d'ingegno ti bisognava ad ingannarmi. Ma tu,  acci che pi sottile ti
    mostrassi  poi  ne' tuoi parlari,  ogni arte volesti usare;  ma tu non
    pensavi quanto poco di gloria ti sguita ad ingannare una giovine,  la
    quale  di  te si fidava.  La mia semplicit merit maggior fede che la
    tua non era. Ma che? Io ci credetti non meno agl'iddii da te giurati,
    che a te,  li quali io priego che facciano che questa sia la pi somma
    parte della tua fama,  cio avere ingannata una giovine che pi che s
    t'amava.
    Deh, Panfilo,  dimmi ora: avea io commesso alcuna cosa per la quale io
    meritassi  da  te  d'essere  con cotanto ingegno tradita?  Certo niuno
    altro fallo feci verso di te giammai se non che poco saviamente di  te
    innamorai,  e  oltre  al  dovere  ti  portai fede e t'amai;  ma questo
    peccato almeno da te non meritava ricevere cotale penitenza. Veramente
    una iniquit in me conosco, per la quale l'ira degl'iddii, faccendola,
    giustamente impetrai; e questa fu di ricevere te,  scelerato giovine e
    senza alcuna piet,  nel letto mio,  e avere sostenuto che il tuo lato
    al mio s'accostasse; avvegna che di questo, come essi medesimi videro,
    non io, ma tu se' colpevole; il quale col tuo ardito ingegno, me presa
    nella tacita notte sicura dormendo,  s come colui che altre volte eri
    uso d'ingannare, prima nelle braccia m'avesti e quasi la mia pudicizia
    violata,  che io appena fossi dal sonno interamente sviluppata.  E che
    doveva io fare,  questo veggendo?  Doveva io gridare e col mio grido a
    me  infamia perpetua,  e a te,  il quale io pi che me medesima amava,
    morte cercare? Io opposi le forze mie, come Iddio sa, quanto io potei;
    le quali,  alle tue non potendo resistere,  vinte,  possedesti la  tua
    rapina.  Ohim!  ora  mi  fosse  il d precedente a quella notte stato
    l'ultimo, nel quale io sarei potuta morire onesta! Oh, quante doglie e
    come acerbe m'assaliranno oggimai!  E tu con la menata giovine stando,
    per pi piacerle,  i tuoi antichi amori racconterai, e me misera farai
    in molte cose colpevole, e la mia bellezza avvilendo e i miei costumi,
    la quale e li quali da te con somma laude solevano sopra tutti  quelli
    e  quelle  dell'altre  donne  essere  essaltati,  sommamente  li  suoi
    lauderai; e quelle cose, le quali io pietosamente verso di te da molto
    amore sospinta operai, da focosa libidine dirai nate.
    Ma ricorditi, tra le cose che non vere racconterai,  di narrare i tuoi
    veri  inganni,  per  li  quali me piagnevole e misera potrai dire aver
    lasciata,  e con essi i ricevuti onori,  acci che bene facci  la  tua
    ingratitudine   manifesta  all'ascoltante.   N  t'esca  di  mente  di
    raccontare quanti e quali giovini gi d'avere il mio amore tentassero,
    e i diversi modi,  e le inghirlandate  porte  da'  loro  amori,  e  le
    notturne risse e le diurne prodezze per quelli operate; n mai dal tuo
    ingannevole amore mi poterono piegare.  E tu per una giovine appena da
    te ancora conosciuta,  sbito mi cambiasti;  la quale,  se come me non
    fia  semplice,  i tuoi baci prender sempre sospetti e guarderassi da'
    tuoi inganni,  da' quali io guardare non mi seppi.  La quale io priego
    che  tale con teco sia,  quale con Atreo fu la sua,  o le figliuole di
    Danao con li nuovi sposi, o Clitemestra con Agamennone, o almeno quale
    io,  operandolo la tua nequizia,  col mio marito,  non degno di queste
    ingiurie,  sono dimorata; e te a tale miseria perduca, che come io ora
    per la piet di me medesima piango, cos mi sforzi di spandere lagrime
    per te: e questo,  se dagl'iddii verso i miseri  con  piet  nulla  si
    mira, priego che tosto sia.
    Come  che  io  fossi  molto da queste dolenti ramaricazioni offesa,  e
    sovente sopra esse tornassi,  e non solamente quello d ma molti altri
    seguenti,  nondimeno  mi  pungeva d'altra parte non poco la turbazione
    veduta della giovine sopraddetta,  la quale alcuna volta  m'indusse  a
    cos  con  greve  doglia pensare;  io,  s come molte volte era usata,
    diceva con meco stessa:
    "Deh, perch, o Panfilo, mi dolgo io del tuo essere lontano,  e che tu
    di  nuova giovine sii divenuto,  con ci sia cosa che,  essendo tu qui
    presente, non mio ma d'altrui dimoravi?  O pessimo giovine,  in quante
    parti  era  il tuo amore diviso,  o atto a potersi dividere?  Io posso
    presumere che come questa giovine con meco insieme, alle quali hai ora
    aggiunta la terza,  t'eravamo donne,  che tu  a  questo  modo  n'avevi
    molte,  dove io sola mi credeva essere;  e cos avveniva che, credendo
    le mie medesime cose trattare, occupava l'altrui. E chi pu sapere, se
    questo gi si seppe per alcuna, la quale,  pi della grazia degl'iddii
    di  me  degna,  pregando  per  le ricevute ingiurie,  per li miei mali
    impetr che io cos sia, come io sono,  d'angoscie piena?  Ma chiunque
    ella ,  s'alcuna ,  perdonimi,  ch ignorantemente peccai,  e la mia
    ignoranza merita il perdono. Ma tu con quale arte queste cose fingevi?
    Con quale coscienza l'adoperavi?  Da quale amore o da quale  tenerezza
    eri a ci tirato? Io ho pi volte inteso non potersi amare pi che una
    persona  in  un medesimo tempo,  ma questa regola mostra che in te non
    avesse luogo: tu n'amavi molte ovvero facevi vista d'amare.
    Deh,  desti tu a tutte,  o almeno a questa una,  che  male  ha  saputo
    celare quello che tu hai bene celato, quella fede, quelle promessioni,
    quelle lagrime che a me donasti?  Se ci facesti,  tu puoi, s come a
    niuna obligato,  dimorarti sicuro,  perci  che  quello  che  a  molti
    indistintamente si dona,  non pare che ad alcuno sia donato. Deh, come
    pu egli essere che chi di tante piglia i cuori non sia il suo  alcuna
    volta  preso?  Narcisso,  amato  da molte,  essendo a tutte durissimo,
    ultimamente fu preso dalla sua forma;  Atalanta,  velocissima nel  suo
    crso,  rigida  superava  i  suoi  amanti,  infino  che  Ipomenes  con
    maestrevole inganno, come ella medesima volle, la vinse.  Ma perch vo
    io  per  gli essempli antichi?  Io medesima,  non potuta mai da alcuno
    essere presa,  fui presa da te.  Tu adunque come tra le molte non  hai
    trovato chi t'abbia preso? La qual cosa io non credo, anzi sicura sono
    che  preso  fosti;  e  se fosti,  chi che colei si fosse che con tanta
    forza ti prese,  come a lei non torni?  Se tu non vuogli a me tornare,
    torna a costei che celare non ha saputo il vostro amore; se la fortuna
    vuogli che a me sia contraria, che forse secondo la tua oppinione l'ho
    meritato,  non  nocciano  all'altre  li miei peccati.  Torna almeno ad
    esse, e serva loro la promessa fede forse prima che a me;  non volere,
    per  far noia a me,  offenderne tante quante io credo che in isperanza
    qua n'abbi lasciate,  n possa cost  una  sola  pi  che  qua  molte.
    Cotesta    oramai  tua,  n pu,  volendo,  non essere;  dunque,  lei
    sicuramente lasciando, vieni, acci che quelle, che non tue si possono
    fare, per tue con la tua presenza le conservi".
    Dopo questi molti parlari e vani,  per che n  l'orecchie  degl'iddii
    toccavano n quelle del giovine ingrato,  avveniva alcuna volta che io
    subitamente mutava consiglio, dicendo:
    "O misera,  perch disideri tu che Panfilo qui  torni?  Credi  tu  con
    maggiore  pazienza sostenere vicino quello che gravissimo t' lontano?
    Tu disideri il tuo danno.  E cos come ora in forse  dimori  che  egli
    t'ami o no,  cos,  lui tornando,  potresti divenire certa che non per
    te, ma per altrui fosse tornato. Stiasi,  e innanzi,  essendo lontano,
    te tenga del suo amore in forse,  che vegnendo vicino,  del non amarti
    ti faccia certa.  Sii almeno contenta che sola non  dimori  in  cotali
    pene,  e  quello  conforto  piglia  che  i  miseri sogliono fare nelle
    miserie accompagnati."
    Egli mi sarebbe duro il potere,  o donne,  mostrare con quanta  focosa
    ira, con quante lagrime, con quanta strettezza di cuore, io quasi ogni
    d cotali pensieri e ragionamenti solessi fare;  ma per che ogni dura
    cosa in processo di tempo si pur matura  e  ammollisce,  avvenne  che,
    avendo  io  pi  giorni  cotale vita tenuta,  n potendo pi oltre nel
    dolore procedere che proceduta mi fossi,  esso alquanto si cominci  a
    cessare.  E  tanto  quanto  egli  della  mente  disoccupava,  cotanto,
    fervente amore e tiepida speranza ne raccendevano,  e cos  a  poco  a
    poco con esso il dolore dimorandovi,  me fecero di voglia cambiare,  e
    il primo disiderio di riavere il mio Panfilo ritorn.  E quantunque in
    ci mi fosse alcuna speranza di mai dover riaverlo contraria, tanto ne
    divenne  maggiore  il  disio;  e cos come le fiamme da' venti agitate
    crescono in maggiore vampa,  cos amore,  per  li  contrarii  pensieri
    stati,  tutte le sue forze contra di loro adoperate, si fece maggiore.
    Laonde delle cose dette sbito pentimento mi venne.
    Io,  riguardando a quello a che m'avea l'ira condotta  a  dire,  quasi
    come se udita m'avesse,  mi vergognai,  e lei forte biasimai, la quale
    ne' primi assalti con tanto  fervore  piglia  gli  animi,  che  alcuna
    verit a loro essere palese non lascia.
    Ma  nondimeno  quanto pi viene grave,  tanto pi in processo di tempo
    diventa fredda,  e lascia chiaro conoscere quelle  che  seco  male  ha
    fatte adoperare; e riavuta la debita mente, cos incominciai a dire:
    -  O  stoltissima  giovine,  di che cos ti turbi?  Perch senza certa
    cagione in ira t'accendi?  Posto che vero sia ci  che  il  mercatante
    disse,  il che  forse non vero, cio che egli abbia moglie sposata, 
    questo cos gran fatto e cosa nuova,  o che tu  non  dovessi  sperare?
    Egli    di necessit che i giovini in cos fatte cose compiacciane a'
    padri.  Se il padre ha voluto questo,  con che colore  il  potea  esso
    negare?  E  credere  dei che n tutti coloro che moglie prendono e che
    l'hanno, l'amano,  come fanno dell'altre donne: la soperchia copia che
    le   mogli  fanno  di  s  a'  loro  mariti,     cagione  di  tostano
    rincrescimento,  quando pure nel principio sommamente piacesse,  e  tu
    non  sai quanto costei sipiaccia.  Forse che sforzato Panfilo la prese
    e,  amando ancora te pi di lei,  gli  noia d'essere con essa;  e  se
    ella gli pur piace,  tu puoi sperare che ella gli rincrescer tosto. E
    certo della sua fede e de' suoi giuramenti tu non ti puoi con  ragione
    biasimare,  per  che  egli  a  te  tornando  nella tua camera l'uno e
    l'altro adempie.
    Priega adunque Iddio che Amore,  il quale pi che saramento o promessa
    fede puote,  il costringa a tornarci.  E oltre a questo, perch per la
    turbazione della giovine di lui prendi sospetto?  Non  sai  tu  quanti
    giovini  te  amano  invano,  i quali,  sappiendo te essere di Panfilo,
    senza dubbio si turberebbero?  Cos dei credere possibile  lui  essere
    amato  da  molte,  alle  quali  pare duro di lui udire quello che a te
    dolse, bench per diverse ragioni a ciascuna ne incresca.
    E in cotale modo me medesima dimentendo quasi in sulla prima  speranza
    tornando, dove molte bestemmie mandate aveva, con orazioni supplico in
    contrario.
    Questa  speranza  in  cotal  guisa  tornata,  non  avea  per forza di
    rallegrarmi,  anzi con tutta essa con turbazione continua e nell'animo
    e  nell'aspetto  era  veduta,  e io medesima non sapeva che farmi.  Le
    prime sollecitudini erano fuggite;  io avea nel primo impeto della mia
    ira gittate via le pietre,  le quali de' giorni stati erano memorevoli
    testimonie,  e aveva arse le lettere da lui ricevute,  e  molte  altre
    cose  guastate.  Il  rimirare  il cielo pi non mi gradiva,  s come a
    colei che incerta era della tornata allora, s come certa me ne pareva
    essere avanti.  La volont del favoleggiare se n'era ita,  e il tempo,
    che molto aveva le notti abbreviate, nol concedea, le quali sovente, o
    tutte o gran parte di loro,  io passava senza dormire, continuamente o
    piagnendo o pensando  passandole;  e  qualora  pure  avveniva  che  io
    dormissi,  diversamente era da' sogni occupata, alcuna lieti vegnenti,
    e alcuna tristissimi. Le feste e i templi m'erano noievoli,  n mai se
    non di rado, quasi non potendo altro fare, li visitava. E il mio viso,
    palido  ritornato,  faceva tutta malinconiosa la casa mia,  e da varii
    variamente di  me  parlare:  e  cos,  aspettando,  e  quasi  che  non
    sappiendo, malinconica e trista mi stava.
    Li  miei  dubbiosi pensieri il pi mi traevano tutto il giorno incerta
    di dolermi o di rallegrarmi;  ma vegnendo la  notte,  attissimo  tempo
    alli  miei  mali,  trovandomi  nella  mia camera sola,  avendo prima e
    pianto e molte cose con meco dette, quasi mossa da consiglio migliore,
    le mie orazioni a Venere rivolgea, dicendo:
    - O del cielo bellezza speciale,  o pietosissima da,  o santa Venere,
    la  cui  effigie  nel  principio  de' miei affanni in questa camera fu
    manifesta, porgi conforto alli miei dolori,  e per quello venerabile e
    intrinseco amore che tu portasti ad Adone,  mitiga li miei mali.  Vedi
    quanto per te io tribulo;  vedi  quante  volte  per  te  la  terribile
    imagine  della  morte  sia gi stata innanzi agli occhi miei;  vedi se
    tanto male ha la mia pura  fede  meritato,  quanto  io  sostegno.  Io,
    lasciva  giovine,  non conoscendo li tuoi dardi,  al primo tuo piacere
    senza disdire mi ti feci suggetta. Tu sai quanto per te mi fu promesso
    di bene,  e certo io non niego che parte  gi  non  n'avessi;  ma,  se
    questi  affanni che tu mi di,  di quel bene parte s'intendono perisca
    il cielo e la terra ad un'otta, e rifacciansi col mondo che seguir le
    leggi nuove a queste simili.  Se egli  pur male,  come a me  il  pare
    sentire,  venga,  o graziosa da, il bene promesso, acci che la santa
    bocca non si possa dire come gli uomini avere apparato a mentire.
    Manda il tuo figliuolo con le sue saette e con le tue fiaccole al  mio
    Panfilo, l dove egli ora da me dimora lontano, e lui se forse per non
    vedermi nel mio amore  raffreddato, o di quello d'alcun'altra  fatto
    caldo,  rinfiammilo per tal maniera che,  ardendo come io ardo,  niuna
    cagione il ritenga che egli  non  torni,  acci  che  io,  riprendendo
    conforto,  sotto questa gravezza non muoia.  O bellissima da, vengano
    le mie parole a' tuoi orecchi, e se lui riscaldar non vuoi,  trai a me
    di cuore i dardi tuoi acci che io,  cos come egli, possa senza tante
    angoscie passare li giorni miei.
    In questi  cos  fatti  prieghi,  ancora  che  vani  gli  vedessi  poi
    riuscire,   pure  allora  quasi  essauditi  credendomi,  alquanto  con
    isperanza alleviava il mio tormento,  e nuovi mormorii  ricominciando,
    diceva:
    - O Panfilo,  dove se' tu ora?  Deh,  che fai tu ora?  Hatti la tacita
    notte senza sonno e con tante lagrime quante me, o forse nelle braccia
    ti tiene della giovine male per me udita?  O pure senza alcuno ricordo
    di me soavissimamente dormi? Deh, come pu questo essere che Amore due
    amanti  con  disiguali  leggi governi,  ciascuno ferventemente amando,
    come io fo, e forse come tu fai? Io non so,  ma se cos ,  che quelli
    pensieri  te,  che  me,  occupino  quali  prigioni  e  quali catene ti
    tengono,  che quelle rompendo a me non torni?  Certo io non so chi  mi
    potesse  tenere  di venire a te,  se lamia forma sola,  la quale senza
    dubbio d'impedimento e di vergogna in pi luoghi mi  sarebbe  cagione,
    non  mi  tenesse.  Qualunque  affari,  qualunque  altre  cagioni cost
    trovasti,  gi deono essere finite;  e il tuo padre,  gi  di  te  dee
    essere sazio,  il quale, come gl'iddii sanno, io priego sovente per la
    sua morte, fermamente credendo lui cagione della tua dimora; e se cos
    non ,  almeno del tormiti pur fu.  Ma io non dubito che,  della morte
    pregando,  non  gli  si  prolunghi  la  vita,  tanto  mi sono gl'iddii
    contrarii e male essaudevoli in ogni cosa. Deh, vinca il tuo amore, se
    cotale  quale essere solea, le sue forze,  e vienne.  Non pensi tu me
    sola gran parte delle notti giacere,  nelle quali tu fida compagnia mi
    faresti, se tu ci fossi,  come gi facesti?  Ohim!  quante il passato
    verno  lunghissime  senza  te fredda nel grandissimo letto,  sola n'ho
    trapassate!  Deh,  ricrditi de' varii diletti da noi molte  volte  in
    varie  cose  presi  de' quali ricordandoti tu,  sono certa niuna altra
    donna mai mi ti potr trre.  E quasi questa credenza pi che altra mi
    rende  sicura  che  falsa  sia  l'udita novella della nuova sposa,  la
    quale, ancora che vera fosse, non spero mi ti potesse trre, se non un
    tempo. Dunque ritorna;  e se i graziosi diletti non hanno forza di qua
    tirarti,  tritici  il  volere  da morte turpissima liberare colei che
    sopra tutte le cose t'ama. Ohim! che se tu ora tornassi, appena ch'io
    creda che tu mi riconoscessi, s m'ha trasformata l'angoscia. Ma certo
    ci che infinite lagrime m'hanno tolto, brieve letizia, vedendo il tuo
    bel viso,  mi renderebbe,  e senza fallo tornerei quella Fiammetta che
    gi fui.
    Deh  vieni,  vieni,  ch  'l cuor ti chiama: non lasciar perire la mia
    giovinezza presta a' tuoi piaceri.  Ohim!  ch'io non so con che freno
    io  temperassi  la  mia letizia,  se tu tornassi,  in modo che a tutti
    manifesta non fosse; per che io,  e meritamente,  dubito che 'l nostro
    amore,  lungamente e con grandissimo senno e sofferenza celato, non si
    scoprisse a ciascuno.  Ma ora pur venissi tu a  vedere,  se  cos  ne'
    prosperi  casi  come  negli  avversi l'ingegnose bugie avessero luogo!
    Ohim!  or fossi tu gi  venuto,  e  se  meglio  non  potesse  essere,
    sapesselo chi volesse, ch a tutto mi crederei dare riparo.
    E questo detto,  quasi come se egli le mie parole avesse intese sbito
    mi levava e correva  alla  finestra,  me  nell'estimazione  ingannando
    d'udire  quello  che io udito non avea,  cio che egli la nostra porta
    toccasse,  come era usato.  Oh quante volte,  se  i  solleciti  amanti
    avessero saputo questo,  forse sarei stata potuta ingannare, se alcuno
    malizioso s Panfilo avesse finto  a  cotali  punti!  Ma  poi  che  la
    finestra aperta aveva, e riguardata la porta, gli occhi del conosciuto
    inganno  mi  faceano  pi  certa;  e  cotale la vana letizia in me con
    turbazione sbita si volgeva, quale, poi che il forte albero rotto da'
    potenti venti con le vele ravviluppate in mare a  forza  da  quelli  
    trasportato,  la  tempestosa  onda  cuopre  senza  contrasto  il legno
    periclitante.  E nel modo usato alle lagrime  ritornando,  miseramente
    piango,  e  isforzandomi  poi  di dare alla mente riposo con gli occhi
    chiusi allettando gli umidi sonni,  tra me mdesima in cotal guisa gli
    chiamo:
    "O Sonno,  piacevolissima quiete di tutte le cose,  e degli animi vera
    pace,  il quale ogni cura fugge come nemico,  vieni a  me,  e  le  mie
    sollecitudini alquanto col tuo operare caccia del petto mio. O tu, che
    i  corpi ne' duri affanni gravati diletti,  e ripari le nuove fatiche,
    come non vieni?  Deh,  tu di ora a ciascun altro riposo: donalo a me,
    pi che altra di ci bisognosa.  Fuggi degli occhi alle liete giovini,
    le quali ora tenendo i loro amanti in braccio nelle palestre di Venere
    essercitandosi, te rifiutano e odiano, ed entra negli occhi miei,  che
    sola  e  abandonata,  e  vinta  dalle lagrime e da' sospiri dimoro.  O
    domatore de' mali e parte migliore dell'umana vita, consolami di te, e
    lo stare a me  lontano  riserva  quando  Panfilo  co'  suoi  piacevoli
    ragionari  diletter  le  mie avide orecchie di lui udire.  O languido
    fratello della dura morte, il quale le false cose alle vere rimescoli,
    entra negli occhi tristi!  Tu gi i  cento  d'Argo  volenti  vegghiare
    occupasti;  deh,  occupa ora i miei due che ti disiderano!  O porto di
    vita,  o di luce riposo,  e della notte compagno,  il quale  parimente
    vieni  grazioso  agli eccelsi re e agli umili servi,  entra nel tristo
    petto,  e piacevole alquanto le mie forze ricrea.  O dolcissimo Sonno,
    il  quale l'umana generazione pavida della morte costrigni ad apparare
    le sue lunghe dimore,  occupa me con le  forze  tue  e  da  me  caccia
    gl'insani movimenti, ne quali l'animo se medesimo senza pro fatica".
    Egli,  pi  pietoso  che  alcuno  altro  iddio a cui io porga prieghi,
    avvegna che indugio ponga alla grazia chiesta da' prieghi  miei,  pure
    dopo  lungo  spazio,  quasi  pi a servirmi costretto che volonteroso,
    pigro viene, e senza dire alcuna cosa, non avvedendomene io, sottentra
    al  lasso  capo,  il  quale  di  lui  bisognoso,   quello  volonteroso
    pigliando, tutto in lui si ravvolge.
    Non viene, posto che il sonno venga, per in me la disiata pace, anzi,
    in luogo de' pensieri e delle lagrime,  mille visioni piene d'infinite
    paure mi spaventano.  Io non credo che niuna furia rimanga nella citt
    di Dite, che in diversi modi e terribili gi pi volte mostrata non mi
    si sia,  diversi mali minacciando,  e spesso col loro orribile aspetto
    li miei sonni rotti,  di che io quasi,  per non vederle,  mi sono  con
    tentata.  E  poche  sono brievemente state quelle notti,  dopo la male
    udita novella della menata sposa,  che rallegrata m'abbiano  dormendo,
    come  davanti  mostrandomi  lietamente  il  mio  Panfilo assai sovente
    solean fare: il che senza modo mi doleva, e ancora duole.
    Di tutte queste cose,  delle lagrime e del dolore dico,  ma non  della
    cagione,  s'avvedea il caro marito;  e considerando il vivo colore del
    mio viso in palidezza essere cambiato, e gli occhi piacevoli e lucenti
    veggendo di purpureo cerchio  intorniati  e  quasi  della  mia  fronte
    fuggiti,  molte volte gi si maravigli perch fosse; ma pure veggendo
    me e il cibo e il riposo avere perduto,  alcuna volta mi  dimand  che
    fosse di ci la cagione.  Io gli rispondea lo stomaco averne colpa, il
    quale,  non sappiendo io per  quale  cagione  guastatomisi,  a  quella
    deforme  magrezza m'avea condotta.  Ohim!  che egli intera fede dando
    alle mie parole,  il mi credeva,  e  infinite  medicine  gi  mi  fece
    apparecchiare; le quali io per contentarlo usava, non per utile che di
    quelle  aspettassi.  E  quale  alleviamento di corpo puote le passioni
    dell'anima alleviare?  Niuno credo;  forse che quelle  dell'anima  via
    levate  potrebbero  il corpo alleviare.  La medicina utile al mio male
    non era pi che una, la quale troppo era lontana a potermi giovare.


    Poi che l'ingannato marito vedea le molte medicine poco giovare,  anzi
    niente, di me pi tenero che il dovere, da me in molte nuove e diverse
    maniere  la  mia malinconia s'ingegnava di cacciare via,  e la perduta
    allegrezza restituire, ma invano le molte cose adoperava.  Egli alcuna
    volta mi mosse cotali parole:
    - Donna, come tu sai, poco di l dal piacevole monte Falerno, in mezzo
    dell'antiche  Cume  e  di  Pozzuolo  sono le dilettevoli Baie sopra li
    marini liti, del sito delle quali pi bello n pi piacevole ne cuopre
    alcuno il cielo.  Egli di monti bellissimi tutti d'alberi varii  e  di
    viti  coperti    circundato,  fra le valli de' quali niuna bestia  a
    cacciare abile,  che in  quelle  non  sia;  n  a  quelli  lontana  la
    grandissima pianura dimora, utile alle varie cacce de predanti uccelli
    e  sollazzevole;  quivi  vicine  l'isole Pittaguse e Nisida di conigli
    abondante,  e la sepultura del gran Miseno,  dante  via  a'  regni  di
    Plutone;  quivi gli oracoli della Cumana Sibilla,  il lago d'Averno, e
    'l Teatro, luogo comune degli antichi giuochi,  e le Piscine,  e monte
    Barbaro,  vane fatiche dello iniquo Nerone: le quali cose antichissime
    e nuove,  a' moderni animi sono non  piccola  cagione  di  diporto  ad
    andarle  mirando.  E oltre a tutte queste,  vi sono bagni sanissimi ad
    ogni cosa e infiniti, e il cielo quivi mitissimo in questi tempi ci d
    di visitarle materia. Quivi non mai senza festa e somma allegrezza con
    donne nobili e cavalieri si dimora. E per tu, non sana dello stomaco,
    e nella mente,  per  quel  che  io  discerna,  di  molesta  malinconia
    affannata,  con meco per l'una sanit e per l'altra voglio che venghi;
    n fia fermamente senza utile il nostro andare.
    Io allora,  queste parole udendo,  quasi dubbiosa non nel mezzo  della
    nostra dimora tornasse il caro amante,  e cos nol vedessi, lungamente
    penai a rispondere;  ma poi,  vedendo il suo piacere,  imaginando che,
    vegnendo  egli,  esso  dove  che io fossi verrebbe,  risposi me al suo
    volere apparecchiata, e cos v'andammo.
    Oh,  quanto contraria medicina operava il mio marito alle mie  doglie!
    Quivi posto che i languori corporali molto si curino, rade volte o non
    mai vi s'and con mente sana,  che con sana mente se ne tornasse,  non
    che l'inferme sanit  v'acquistassero.  E  in  verit  di  ci  non  
    maraviglia,  ch  o  il sito vicino alle marine onde,  luogo natale di
    Venere,  che il dia,  o il tempo nel quale egli pi s'usa,  cio nella
    primavera,  s come a quelle cose pi atto,  che il faccia, non so; ma
    per quello che gi molte volte a me paruto ne sia,  quivi eziandio  le
    pi oneste donne,  posposta alquanto la donnesca vergogna, pi licenza
    in qualunque cosa mi pareva si convenisse,  che in altra parte;  n io
    sola  di cotale oppinione sono,  ma quasi tutti quelli che gi vi sono
    costumati. Quivi la maggior parte del tempo ozioso trapassa, e qualora
    pi  messo in essercizio,  si  in amorosi ragionamenti,  o le  donne
    per  s,  o  mescolate  co' giovini;  quivi non s'usano vivande se non
    dilicate,  e vini per  antichit  nobilissimi,  possenti  non  che  ad
    eccitare  la  dormente  Venere,  ma a risuscitare la morta in ciascuno
    uomo;  e quanto ancora in ci la  virt  de'  bagni  diversi  adoperi,
    quegli  il  pu  sapere  che  l'ha  provato;  quivi  i marini liti e i
    graziosi giardini e ciascun'altra parte  sempre  di  varie  feste,  di
    nuovi giuochi,  di bellissime danze,  d'infiniti strumenti,  d'amorose
    canzoni,  cos da giovini  come  da  donne  fatti,  sonati  e  cantate
    risuonano.  Tengasi  adunque  chi  pu quivi,  tra tante cose,  contra
    Cupido,  il quale quivi,  per quello che io creda,  s come  in  luogo
    principalissimo de' suoi regni, aiutato da tante cose, con poca fatica
    usa le forze sue.
    In  cos  fatto  luogo,  o pietosissime donne,  mi solea il mio marito
    menare a guarire dell'amorosa febbre; nel quale,  poi pervenimmo,  non
    us Amore vr .me altro modo che vr l'altre facesse; anzi l'anima che
    presa  pi  pigliare  non  si  potea,   alquanto,  certo  assai  poco,
    rattiepidita,  e per lo lungo dimorare lontano a me che Panfilo  fatto
    aveva,  e per le molte lagrime e dolori sostenuti,  raccese in s gran
    fiamma,  che mai tale non mi ve la  pareva  avere  avuta.  E  ci  non
    solamente  dalle  predette  cagioni procedeva,  ma il ricordarmi quivi
    molte volte essere stata da  Panfilo  accompagnata,  amore  e  dolore,
    vedendomivi senza esso, senza dubbio nessuno mi cresceva. Io non vedea
    n  monte  n  valle  alcuna,  che  io da molti e da lui accompagnata,
    quando le reti portando,  e quando i cani menando ponendo insidie alle
    selvatiche  bestie,  e  pigliandone,  non  conoscessi per testimonio e
    delle mie e delle sue allegrezze essere stata. Niuno lito, n scoglio,
    n isoletta ancora si vedea,  che io non  dicessi:  "Qui  fui  io  con
    Panfilo, e cos mi disse, e cos quivi facemmo." Similmente niun'altra
    cosa vedere vi potea, che prima non mi fosse cagione di ricordarmi con
    pi efficacia di lui, e poi di pi fervente disio di rivederlo o quivi
    o in altra parte, e ritornare in ieri.
    Come al caro marito aggradiva,  cos quivi varii diletti a prendere si
    cominciarono.  Noi alcuna volta,  levati prima che  il  giorno  chiaro
    apparisse,  saliti sopra i portanti cavalli,  quando con cani e quando
    con uccelli e quando con amenduni, ne' vicini paesi di ciascuna caccia
    copiosi, ora per l'ombrose selve e ora per gli aperti campi, solleciti
    n'andavamo;  e quivi  varie  cacce  vedendo,  ancora  che  esse  molto
    rallegrassero  ciascuno  altro,  in  me solo alquanto minuivano il mio
    dolore.  E come alcuno bello volo o notabile  crso  vedeva,  cos  mi
    ricorreva alla bocca: "O Panfilo,  ora fossi tu qui a vedere, come gi
    fosti!" Ohim!  Che infino a quel punto alquanto avendo con meno  noia
    sostenuto e il riguardare e l'operare, per tale ricordarmi quasi vinta
    nel nascoso dolore,  ogni cosa lasciava stare.  Oh, quante volte e' mi
    ricorda che in tale accidente gi l'arco mi cadde e le saette di mano,
    nel quale,  n in reti distendere o in lasciare cani,  niuna che Diana
    seguisse fu pi di me ammaestrata giammai.  E non una volta, ma molte,
    nel pi spesso uccellare qualunque uccello si fu  a  ci  convenevole,
    quasi essendo io a me medesima uscita di mente, non lasciandolo io, si
    lev  volando  delle  mie mani;  di che io,  gi in ci studiosissima,
    quasi niente curava.  Ma poi che ciascuna valle e  ogni  monte,  e  li
    spaziosi  piani  erano  da  noi  ricercati,  di  preda  carichi i miei
    compagni e io a casa ne tornavamo,  la quale lieta per molte  feste  e
    varie trovavamo le pi volte.
    Noi alcuna volta sotto gli altissimi scogli sopra il mare estendentisi
    e  facienti  ombra  graziosissima,  sulle  arene  poste  le  mense con
    compagnia di donne e  di  giovini  grandissima  mangiavamo.  N  prima
    eravamo da quelle levate,  che sonantisi diversi strumenti,  i giovini
    varie danze incominciavano,  nelle quali me medesima,  quasi sforzata,
    alcuna  volta  convenne  pigliare;  ma  in esse,  s per l'animo non a
    quelle conforme, e s per lo corpo debole,  per piccolo spazio durava;
    per che indietro trattami, sopra gli stesi tappeti con alcune altre mi
    ponea a sedere.  Quivi ad un'ora i suoni ascoltando entranti con dolci
    note nell'animo mio,  e a Panfilo pensando,  discorde,  festa con noia
    comprendo;  perci  che  i  piacevoli  suoni,  ascoltando,  in me ogni
    tramortito spiritello d'amore fanno risuscitare, e nella mente tornare
    i lieti tempi, ne' quali io al suono di quelli variamente con arte non
    piccola, in presenza del mio Panfilo laudevolmente soleva operare;  ma
    quivi  Panfilo  non vedendo,  volontieri,  con tristi sospiri,  pianti
    l'averei dolentissima, se convenevole mi fosse paruto.  E oltre a ci,
    questo  medesimo  le  varie canzoni quivi da molte cantate mi solevano
    fare;  delle quali se forse alcuna n'era conforme alli miei mali,  con
    orecchia l'ascoltava intentissima,  di saperla disiderando,  acci che
    poi fra me ridicendola,  con pi ordinato parlare  e  pi  coperto  mi
    sapessi  e  potessi in publico alcuna volta dolere,  e massimamente di
    quella parte de' danni miei che in essa si contenesse.
    Ma poi che le danze in molti giri volte e reiterate hanno  le  giovini
    donne  rendute  stanche,  tutte  postesi  con noi a sedere,  pi volte
    avvenne che i giovini vaghi,  di s d'intorno a noi accumulati,  quasi
    facevano  una corona,  la quale mai n quivi n altrove avvenne che io
    vedessi, che ricordandomi del primo giorno,  nel quale Panfilo a tutti
    dimorando di dietro, mi prese, che io invano non levassi pi volte gli
    occhi  fra  loro  rimirando,  quasi  tuttavia  sperando in simile modo
    Panfilo rivedere.  Tra questi  adunque  mirando,  vedea  alcuna  volta
    alcuni con occhi intentissimi mirare il suo disio, e io in quegli atti
    sagacissima  per  addietro,  con occhio perplesso ogni cosa mirava,  e
    conosceva chi amava e chi scherniva;  e talora l'uno laudava e  talora
    l'altro,  e in me diceva talvolta che il mio migliore sarebbe stato se
    cos io come quelle facevano avessi  fatto,  servando  l'anima  libera
    come quelle,  gabbando,  servavano;  poi dannando cotal pensiero,  pi
    contenta (se essere si  pu  contenta  di  male  avere)  sono  d'avere
    fedelmente  amato.  Ritorno adunque e gli occhi e l pensiero agli atti
    vaghi de giovini amanti,  e quasi  alcuna  consolazione  prendendo  di
    quelli,  li quali ferventemente amare discerno, pi con meco stessa di
    ci li commendo,  e quelli lungamente con intero animo avendo  mirati,
    cos fra me medesima tacita incomincio:
    - Oh felici voi a' quali come a me non  tolta la vista di voi stessi!
    Ohim!  che cos come voi fate, soleva io per addietro fare. Lunga sia
    la vostra felicit,  acci che  io  sola  di  miseria  possa  essemplo
    rimanere a' mondani.  Almeno,  se Amore, faccendomi mal contenta della
    cosa amata da me, sar cagione che li miei giorni si raccorcino, me ne
    seguir che io, come Dido, con dolorosa fama diventer etterna.
    E questo detto,  tacendo torno  gli  occhi  a  riguardare  quello  che
    diversi  diversamente  adoperino.  Oh  quanti  gi in simili luoghi ne
    vidi,  li quali dopo avere mirato,  e non avendo la loro donna veduta,
    reputando  meno  che bello il festeggiare,  malinconiosi si partivano!
    De' quali alcuno,  avvegna che debole,  riso nel mezzo de'  miei  mali
    trovava  luogo,  veggendomi compagnia ne' dolori,  e conoscendo per li
    miei mali stessi li guai altrui.
    Adunque,  carissime  donne,   cos  disposta,   quale  le  mie  parole
    dimostrano,  m'aveano li dilicati bagni, le faticose cacce e li marini
    liti d'ogni festa ripieni: per che dimostrando il mio palido viso,  li
    sospiri continui e il cibo parimente col sonno perduti, allo ingannato
    marito  e alli medici la mia infermit non curabile,  quasi della .mia
    vita disperandosi,  alla citt lasciata ne tornavamo;  nella quale  la
    qualit  del  tempo  molte  e  diverse feste apprestante,  con quelle,
    cagioni di varie angoscie m'apparecchiava.
    Egli avvenne, non una volta ma molte, che dovendo novelle spose andare
    a' loro mariti,  primieramente io,  o per  parentado  stretto,  o  per
    amist,  o  per  vicinanza  fui invitata alle nuove nozze,  alle quali
    andare pi volte mi costrinse il  mio  marito,  credendosi  in  cotale
    guisa  la manifesta mia malinconia alleggiare.  Adunque in questi cos
    fatti giorni  li  lasciati  ornamenti  mi  convenia  ripigliare,  e  i
    negletti capelli, d'oro per addietro da ognuno giudicati, allora quasi
    a  cenere  simili  divenuti,  come  io  poteva in ordine rimetteva.  E
    ricordandomi con pi piena memoria, a cui essi oltre ad ogni altra mia
    bellezza soleano piacere,  con nuova malinconia riturbava  il  turbato
    animo;  e  alcuna volta avendo io me medesima obliata,  mi ricorda che
    non  altramente  che  da  intimo  sonno  rivocata  dalle  mie   serve,
    ricogliendo il caduto pettine,  ritornai al dimenticato oficio. Quindi
    volendomi,  s come usanza  delle giovini donne consigliare  col  mio
    specchio de' presi ornamenti, vedendomi in esso orribile quale io era,
    avendo nella mente la forma perduta, quasi non quella la mia che nello
    specchio  vedeva,   ma  d'alcuna  infernal  furia  pensando,   intorno
    volgendomi, dubitava. Ma pure, poi che ornata era,  non dissimile alla
    qualit dell'animo con l'altre andava alle liete feste, liete dico per
    l'altre,  ch,  come colui sa a cui niuna cosa  nascosa,  nulla ne fu
    mai, dopo la partita del mio Panfilo,  che a me non fosse di tristizia
    cagione.
    Pervenute adunque alli luoghi diputati alle nozze,  ancora che diversi
    e in diversi tempi fossero,  non altramente che in una sola maniera mi
    videro,  cio con viso infinto,  qual io poteva,  ad allegrezza, e con
    l'animo al tutto disposto a dolersi,  prendendo cos dalle liete  cose
    come dalle triste che gli avveniano,  cagione alla sua doglia.  Ma poi
    che quivi  dall'altre  con  molto  onore  ricevute  eravamo,  l'occhio
    disideroso  non  di  vedere  ornamenti,  de'  quali  li  luoghi  tutti
    risplendevano,  ma se stesso col pensiero ingannando  se  forse  quivi
    Panfilo  vedesse,  come  pi  volte  gi in simile luogo veduto aveva,
    intorno solea girare; e non vedendolo,  come fatta pi certa di ci di
    che  prima  io  era certissima,  quasi vinta,  con l'altre mi poneva a
    sedere,  rifiutando gli offerti onori,  non vedendovi io colui per  lo
    quale essere mi soleano cari.  E poi che la nuova sposa era giunta,  e
    la pompa grandissima delle mense celebrata si toglieva  via,  come  le
    varie danze, ora alla voce d'alcuno cantante guidate e ora al suono di
    diversi strumenti menate, erano cominciate, risonando ogni parte della
    sposaresca  casa  di  festa,  io,  acci che non isdegnosa,  ma urbana
    paressi, data alcuna volta in quelle, mi riponeva a sedere entrando in
    nuovi pensieri.
    Egli mi ritornava a mente quanto solenne fosse stata quella festa,  la
    quale a questa simile gi per me s'era fatta,  nella quale io semplice
    e libera senza alcuna malinconia lieta mi vidi onorare, e quelli tempi
    con questi altri misurando in  me  medesima,  e  oltremodo  veggendoli
    variati,  con sommo disio,  se il luogo conceduto l'avesse,  provocata
    era a lagrimare. Correvami ancora nell'animo con pensiero prontissimo,
    veggendo li giovini parimente e le donne far festa,  quant'io  gi  in
    simili luoghi, il mio Panfilo me mirando, con atti varii e maestrevoli
    a  cotali cose,  festeggiato avessi;  e pi meco della cagione del far
    festa,  che tolta m'era,  che del non far  festa  medesimo  mi  doleva
    Quindi  orecchie  porgendo  a'  motti,  alle  canzoni  e  alli  suoni,
    ricordandomi  de  preteriti,   sospirava,   e  con  infinto   piacere,
    disiderando  la  fine di cotale festa,  meco medesima mal contenta con
    fatica passava. Nondimeno, riguardando ogni cosa, essendo intorno alle
    riposanti donne la multitudine de' giovini a  rimirarle  sopravvenuti,
    manifestamente scorgea molti di quelli,  o quasi tutti, in me rimirare
    alcuna volta e quale una cosa del mio aspetto, e quale un'altra fra s
    tacito ragionava,  ma non si,  che de  loro  occulti  parlari,  o  per
    imaginazione  o  per  udita,  non  pervenissero  gran  parte  alle mie
    orecchie. Alcuni l'uno verso l'altro dicevano:
    - Deh,  guarda quella giovine,  alla cui bellezza nulla  ne  fu  nella
    nostra citt simigliante,  e ora vedi quale ella  divenuta!  Non miri
    tu come ella ne' sembianti pare sbigottita,  qua le che la cagione  si
    sia?
    E  detto  questo,  mirandomi  con atto umilissimo quasi da compassione
    delli miei mali compunti,  partendosi,  me di me  lasciavano  pi  che
    l'usato  pietosa.  Altri  intra  s dimandavano: "Deh,   questa donna
    stata inferma?", e poi a se medesimi rispondevano: "Egli mostra di s,
    s  magra tornata' e iscolorita; di che egli  gran peccato, pensando
    alla sua smarrita bellezza".
    Certi ve n'erano di pi profondo conoscimento,  il che  mi  dolea,  li
    quali dopo lungo parlare dicevano:
    -  La  palidezza  di  questa giovine d segnali d'innamorato cuore.  E
    quale infermit mai alcuno assottiglia,  come fa  il  troppo  fervente
    amore? Veramente ella ama, e se cos , crudele  colui che a lei  di
    si fatta noia cagione, per la quale essa cos s'assottigli.
    Quando questo avvenne,  dico che io non potei ritenere alcuno sospiro,
    veggendo  di  me  molta  pi  piet  in  altrui  che  in   colui   che
    ragionevolmente avere la dovria.  E dopo li mandati sospiri,  con voce
    tacita pregai per li coloro beni umilemente gl'iddii.  E certo egli mi
    ricorda  la  mia  onest  avere  avute tra quelli che cos ragionavano
    tante forze che alcuni mi scusavano, dicendo:
    - Cessi Iddio che questo di questa donna si creda,  cio che amore  la
    molesti;  ella,  pi  che  alcuna altra onesta,  mai di ci non mostr
    sembiante alcuno,  n mai ragionamento nessuno tra gli amanti si  pot
    di  suo  amore  ascoltare:  e  certo  egli  non    passione da potere
    lungamente occultare.
    "Ohim!" diceva io allora fra me medesima "quanto sono costoro lontani
    alla verit, me innamorata non reputando,  perci che come pazza negli
    occhi  e nelle bocche de' giovini non metto li miei amori,  come molte
    altre fanno!".
    Quivi ancora mi si paravano molte volte davanti giovini nobili,  e  di
    forma  belli,  e d'aspetto piacevoli,  li quali per addietro pi volte
    con atti e modi diversi tentati aveano gli occhi miei, ingegnandosi di
    :trarre quelli a' loro disii.  Li quali poi che  me  cos  deforme  un
    pezzo  aveano mirata,  forse contenti che io non gli avessi amati,  si
    dipartivano dicendo: "Guasta  la bellezza di questa donna.
    Perch nasconder io a voi, o donne,  quel che non solamente a me,  ma
    generalmente a tutte dispiace d'udire?  Io dico che, ancora che 'l mio
    Panfilo non fosse presente,  per lo quale era a me sommamente cara  la
    mia  bellezza,  con gravissima puntura di cuore d'avere quella perduta
    ascoltava.
    Oltre a queste cose, ancora mi ricordo io essermi alcuna volta in cos
    fatte feste avvenuto che io in cerchio con donne d'amore ragionanti mi
    sono ritrovata;  l dove con disiderio  ascoltando  quali  gli  altrui
    amori siano stati,  agevolmente ho compreso niuno si fervente n tanto
    occulto n con si grevi affanni essere stato come il mio,  avvegna che
    de'  pi felici e de' meno onorevoli il numero ne sia grande.  Adunque
    in cotal guisa una volta mirando,  e un'altra ascoltando ci che nelli
    luoghi  ne'  quali stava s'adoperava,  pensosa passava il discorrevole
    tempo.
    Essendo adunque per  alcuno  spazio  le  donne,  sedendosi,  riposate,
    m'avvenne alcuna volta che,  rilevatesi esse alle danze, avendo me pi
    volte a quelle  invitata  indarno,  e  dimorando  esse  e  li  giovini
    parimente  in quelle,  con cuore d'ogni altra intenzione vacuo,  molto
    attente,  quale forse da vaghezza di dimostrare s  in  quelle  essere
    maestra,  e  quale  dalla focosa Venere a ci sospinta,  io quasi sola
    rimasa a sedere,  con isdegnoso animo li nuovi atti e  le  qualit  di
    molte  donne  mirava.  E  certo  d'alcune  avvenne che io le biasimai,
    bench io sommamente disiderassi, se essere fosse potuto,  di fare io,
    se il mio Panfilo fosse stato presente;  il quale tante volte quante a
    mente mi tornava o  torna,  tante  di  nuova  malinconia  m'era  ed  
    cagione: il che,  come Iddio sa,  non merita il grande amore ch'io gli
    porto e ho portato.
    Ma poi che quelle danze con gravissima noia di  me  alcuna  volta  per
    lungo  spazio  rimirate  avea,  essendomi  divenute per altro pensiero
    tediose,  quasi  da  altra  sollecitudine  mossa,  del  publico  luogo
    levatami,  volonterosa  di  sfogare  il  raccolto dolore,  se fatto mi
    veniva acconciamente,  in parte solitaria me n'andava;  e quivi  dando
    luogo  alle  volonterose lagrime,  delle vanit vedute alli miei folli
    occhi rendea guiderdone.  N quelle senza parole accese d'ira uscivano
    fuori, anzi, conoscendo io la misera mia fortuna, verso lei mi ricorda
    d'avere alcuna volta cos parlato:
    - O Fortuna,  spaventevole nemica di ciascuno felice,  e de pi miseri
    singulare speranza,  tu,  permutatrice de' regni e  de'  mondani  casi
    adducitrice, sollevi e avvalli con le tue mani, come il tuo indiscreto
    giudicio  ti porge;  e non contenta d'essere tutta d'alcuno,  o in uno
    caso l'essalti e in uno altro il deprimi,  o dopo alla  data  felicit
    aggiugni  agli  animi  nuove  cure,  acci  che  i mondani in continue
    necessit dimorando, secondo il parere loro, te sempre prieghino, e la
    tua deit orba adorino.  Tu,  cieca e  sorda,  li  pianti  de'  miseri
    rifiutando;  con  gli  essaltati  ti  godi,  li  quali  te  ridente  e
    lusingante abbracciando con tutte le forze, con inoppinato avvenimento
    da te si trovano prostrati e  allora  miseramente  te  conoscono  aver
    mutato  viso.  E  di  questi  cotali  io misera mi trovo,  n so quale
    inimicizia o cosa da me commessa inverso te a ci t'inducesse, o mi ci
    noccia.  Ohim!  chiunque  nelle  grandi  cose  si  fida,   e  potente
    signoreggia negli alti luoghi,  l'animo credulo dando alle cose liete,
    riguardi me,  d'alta donna piccolissima serva tornata,  e peggio,  che
    disdegnata  sono  dal mio signore,  e rifiutata.  Tu non desti mai,  o
    Fortuna,  pi ammaestrevole essemplo di me de' tuoi mutamenti,  se con
    sana  mente  si riguarder.  Io da te,  o Fortuna mutabile,  nel mondo
    ricevuta fui in copiosa quantit de tuoi beni,  se  la  nobilt  e  le
    ricchezze  sono di quelli,  s come io credo;  e oltre a ci in quelle
    cresciuta  fui,   n  mai  ritraesti  la  mano.   Queste  cose   certo
    continuamente magnanima possedei,  e come mutabili le trattai e, oltre
    alla natura delle femine, liberalissimamente l'ho usate.
    Ma io,  ancora nuova,  te  delle  passioni  dell'anima  donatrice  non
    sappiendo  che  tanta  parte  avessi ne' regni d'Amore,  come volesti,
    m'innamorai,  e quello giovine amai,  il quale tu sola,  e  altri  no,
    parasti  davanti  agli  occhi  miei  allora che io pi ad innamorar mi
    credea essere lontana.  Il piacere del quale poi  che  nel  cuore  con
    legame  indissolubile  mi  sentisti legato,  non stabile pi volte hai
    cercato di farmene noia; e alcuna volta hai li vicini animi con vani e
    ingannevoli ingegni sommossi e talvolta gli occhi,  acci che palesato
    nocesse  il  nostro  amore.  E pi volte,  s come tu volesti,  sconce
    parole dell'amato giovine alli miei orecchi pervennero, e alli suoi di
    me sono certa che facesti pervenire,  possibili,  essendo  credute,  a
    generare  odio;  ma  esse non vennero mai al tuo intendimento seconde,
    ch,  posto che tu,  da,  come ti piace guidi le cose  esteriori,  le
    virt  dell'anima  non sono sottoposte alle tue forze: il nostro senno
    continuamente in ci t'ha soperchiata. Ma che giova per a te opporsi?
    A te sono mille vie da nuocere  a'  tuoi  nemici,  e  quelle  che  per
    diritto non puoi,  conviene che per obliquo fornischi.  Tu non potesti
    ne' nostri animi generare inimicizia,  e 'ngegnastiti di mettervi cosa
    equivalente, e oltre a ci gravissima doglia e angoscia.
    I  tuoi ingegni,  per addietro rotti col nostre senno,  si risarcirono
    per altra via, e inimica a lui parimente e a me, con li tuoi accidenti
    porgesti cagione di dividere da me l'amato giovine con lunga distanza.
    Ohim!  quando avrei io potuto pensare che in  luogo  a  questo  tanto
    distante  e  da questo diviso da tanto mare,  da tanti monti e valli e
    fiumi, dovesse nascere, te operante,  la cagione de' miei mali?  Certo
    non  mai,  ma pure  cos;  ma con tutto questo,  avvegna che egli sia
    lontano a me, e io a lui,  non dubito che egli m'ami,  si come io lui,
    il  quale  io  sopra  tutte  le cose amo.  ma che vale questo amore ad
    effetto pi che se fossimo nemici?  Certo niuna cosa:  dunque  al  tuo
    contrasto  niente valse il senno nostro.  Tu insiememente con lui ogni
    mio diletto,  ogni mio bene e ogni mia gioia te  ne  portasti,  e  con
    questi  le  feste,  li vestimenti,  le bellezze e 'l vivere lieto,  in
    luogo de quali pianti,  tris tizia e intollerabile angoscia lasciasti;
    ma certo che io non l'ami non m'hai tu potuto trre,  n puoi. Deh, se
    io giovine ancora avea contro alla tua  deit  commessa  alcuna  cosa,
    l'et  semplice  mi dovea rendere scusata.  Ma se tu pure di me volevi
    vendetta,  perch non l'operavi tu nelle tue  cose?  Tu  ingiusta  hai
    messa la tua falce nell'altrui biade. Che hanno le cose d'amore a fare
    con  teco?  A me sono altissime case e belle,  ampissimi campi e molte
    bestie, a me tesori conceduti dalla tua mano; perch in queste cose, o
    con fuoco o con acqua o con rapina o con morte non si distese  la  tua
    ira?  Tu  m'hai  lasciate  quelle  cose  che alla mia consolazione non
    possono valere,  se non come a Mida la ricevuta grazia da  Bacco  alla
    fame,  e haitene portato colui solo, il quale io pi che tutte l'altre
    cose avea caro.
    Ahi,  maladette siano l'amorose saette,  le quali ardirono di prendere
    vendetta  di Febo,  e da te tanta ingiuria sostengono!  Ohim!  che se
    esse t'avessero mai punta come elle pungono ora me,  forse tu con  pi
    diliberato  consiglio  offenderesti agli amanti.  Ma,  ecco,  tu m'hai
    offesa, e a quello condotta che io ricca,  nobile e possente,  sono la
    pi misera parte della mia terra,  e ci vedi tu manifesto.  Ogni uomo
    si rallegra e fa festa,  e io sola piango;  n  questo  ora  solamente
    comincia,  anzi    lungamente  durato  tanto,  che la tua ira doveria
    essere mitigata. Ma tutto il ti perdono se tu solamente, di grazia, il
    mio Panfilo,  come da me il dividesti con meco il  ricongiungi;  e  se
    forse  ancora  la tua ira pur dra,  sfoghisi sopra il rimanente delle
    mie cose. Deh, increscati di me, o crudele!  Vedi che io sono divenuta
    tale che quasi come favola del popolo sono portata in bocca,  dove con
    solenne fama la mia bellezza soleva essere narrata. Comincia ad essere
    pietosa verso di me, acci che io,  vaga di potermi di te lodare,  con
    parole piacevoli onori la tua maest,  alla quale, se benigna mi torni
    nel dimandato dono,  infino ad ora prometto,  e qui  sieno  testimonii
    gl'iddii,  di porre la .mia imagine ornata quanto potrassi ad onore di
    te, in qual tempio pi ti fia caro, e quella,  con versi soscritti che
    diranno: Questa  Fiammetta, dalla Fortuna di miseria infima recata in
    somma allegrezza, si vedr da tutti.
    Oh  quante  pi  altre  cose ancora dissi pi volte,  le quali lungo e
    tedioso sarebbe  il  raccontarle!  Ma  tutte,  brievemente,  in  amare
    lagrime  terminavano,  dalle quali alcuna volta avvenne che io,  dalle
    donne sentita,  con varii conforti levatane,  alle festevoli danze fui
    rimenata a mal mio grado.
    Chi crederebbe possibile,  o amorose donne, tanta tristizia nel pretto
    capere d'una giovine che niuna cosa fosse,  la quale non solamente non
    rallegrar  la potesse,  ma eziandio cagione di maggior doglia le fosse
    continuo? Certo egli pare incredibile a tutti,  ma io misera,  s come
    colei  che  'l pruovo,  sento e conosco ci essere vero.  Egli avvenia
    spesse volte che,  essendo,  s come la stagione richiedeva,  il tempo
    caldissimo,  molte altre donne e io,  acci che pi agevolmente quello
    trapassassimo, sopra velocissima barca armata di molti remi,  solcando
    le marine onde, cantando e sonando, li rimoti scogli, e le caverne ne'
    monti  dalla natura medesima fatte,  essendo esse e per ombra e per li
    venti recentissime,  cercavamo.  Ohim,  che questi erano al corporale
    caldo  sommissimi  rimedii  a  me offerti,  ma al fuoco dell'anima per
    tutto questo niuno alleggiamento era prestato,  anzi piuttosto  tolto;
    per  che,  cessanti  li calori esteriori,  li quali senza dubbio alli
    dilicati corpi sono tediosi, incontanente pi ampio luogo si dava agli
    amorosi pensieri, li quali non solamente materia sostentante le fiamme
    di Venere sono, ma aumentante, se bene si mira.
    Venute adunque ne' luoghi da  noi  cercati,  e  presi  per  li  nostri
    diletti  ampissimi luoghi,  secondo che il nostro appetito richiedeva,
    ora qua e ora l,  ora questa brigata di donne e  di  giovini,  e  ora
    quell'altra,  delle  quali  ogni  piccolo scoglietto o lito,  solo che
    d'alcuna ombra di monte da' solari raggi difeso  fosse,  erano  pieni,
    veggendo andavamo. Oh quale e quanto  questo diletto grande alle sane
    menti!  Quivi si vedevano in molte parti le mense candidissime poste e
    di cari ornamenti s belle,  che solo il riguardarle  aveva  forza  di
    risvegliare  l'appetito  in qualunque pi fosse stato svogliato;  e in
    altra parte, gi richiedendolo l'ora,  si discernevano alcuni prendere
    lietamente  li  mattutini cibi,  da' quali e noi e quale altro passava
    con allegra voce alle loro letizie eravamo convitati.
    Ma poi che noi medesimi avevamo,  si  come  gli  altri,  mangiato  con
    grandissima festa, e dopo le levate mense pi giri dati in liete danze
    al modo usato, risalite sopra le barche, subitamente or qua e ora col
    n'andavamo.  E  in  alcuna parte cosa carissima agli occhi de' giovini
    n'appariva,  ci erano  vaghissime  .giovini  in  giubbe  .di  zendado
    spogliate,  e  scalze  e  isbracciate  nell'acqua andanti,  dalle dure
    pietre levanti le marine conche; e a cotale oficio bassandosi, sovente
    le nascose delizie dell'uberifero petto mostravano.  E in alcuna altra
    con pi ingegno, altri con reti, e quali con pi nuovi artificii, alli
    nascosi pesci si vedeano pescare.
    Che  giova  il  faticarsi  in  voler dire ogni particulare diletto che
    quivi si prende?  Egli non verrebbero meno giammai.  Pensi seco chi ha
    intelletto, quanti e quali essi debbano essere, non andandovi (e se vi
    pur  va,  non vi si vede) alcuno altro che giovine e lieto.  Quivi gli
    animi aperti e liberi sono,  e sono tante e tali  le  cagioni  per  le
    quali  ci  avviene,  che  appena alcuna cosa addimandata negare vi si
    puote.  In questi cos fatti luoghi confesso io,  per non  turbare  le
    compagne,  d'avere avuto viso coperto di falsa allegrezza, senza avere
    ritratto l'animo da' suoi mali;  la qual cosa quanto sia malagevole  a
    fare,  chi l'ha provato ne pu testimonianza donare.  E come potrei io
    nell'animo essere stata lieta ricordandomi gi e meco e senza me avere
    in simili diletti veduto il mio Panfilo,  il quale io  sentiva  da  me
    oltremodo  essere lontano,  e oltre a ci senza speranza di rivederlo?
    Se a me non fosse stata altra noia che la sollecitudine dell'animo, la
    quale me continuamente teneva sospesa a  molte  cose,  s  m'era  ella
    grandissima,  che   egli a pensare che il fervente disio di rivederlo
    avesse s di me tolta la vera conoscenza,  che,  certamente  sappiendo
    lui   in  quelle  parti  non  essere,   pur  possibile  che  vi  fosse
    argomentassi,  e come se ci fosse senza alcuna  contraddizione  vero,
    procedea  a  riguardare se io il vedessi?  Egli non vi rimaneva alcuna
    barca,  delle quali,  quale in una parte volante e quale in  un'altra,
    era cos il seno di quel mare ripieno come il cielo di stelle, qualora
    egli appare pi limpido e sereno, che io, prima a quella con gli occhi
    che con la persona, riguardando, non pervenissi. Io non sentiva alcuno
    suono di qualunque strumento,  quantunque io sapessi lui se non in uno
    essere ammaestrato,  che con gli orecchi levati non cercassi di sapere
    chi  fosse  il  sonatore,  sempre  imaginando  quello essere possibile
    d'essere colui il quale io cercava. Niuno lito,  niuno scoglio,  niuna
    grotta da me non cercata vi rimaneva,  n ancora alcuna brigata. Certo
    io confesso che questa  talora  vana  e  talora  infinta  speranza  mi
    toglieva molti sospiri; la quale poi che da me era partita, quasi come
    se  nella  concavit  del  mio  cerebro raccolti si fossero quelli che
    uscire doveano fuori,  convertiti in amarissime lagrime  per  li  miei
    dolenti  occhi  spiravano.  E  cos  le  finte allegrezze in verissime
    angoscie si convertiano.
    La nostra citt,  oltre a tutte l'altre italiche di  lietissime  feste
    abondevole, non solamente rallegra li suoi cittadini o con nozze o con
    bagni o con li marini liti,  ma, copiosa di molti giuochi, sovente ora
    con uno ora con un altro letifca la sua gente.  Ma  tra  l'altre  cose
    nelle  quali  essa  appare  splendidissima,   nel sovente armeggiare.
    Suole adunque essere questa a noi consuetudine antica che,  poi che  i
    guazzosi tempi del verno sono trapassati e la primavera con li fiori e
    con la nuova erba ha al mondo rendute le sue perdute bellezze, essendo
    con questo li giovaneschi animi per la qualit del tempo raccesi e pi
    che l'usato pronti a dimostrare li loro disii,  di convocare li d pi
    solenni alle logge de' cavalieri le nobili  donne,  le  quali,  ornate
    delle loro gioie pi care,  quivi s'adunano. N credo che pi nobile o
    ricca cosa fosse a riguardare le nuore di Priamo  con  l'altre  frigie
    donne,  qualora  pi  ornate  davanti  al  suocero  loro a festeggiare
    s'adunavano,  che sono in pi luoghi  della  nostra  citt  le  nostre
    cittadine  a  vedere;  le  quali  poi  che  alli teatri in grandissima
    quantit radunate si veggono,  ciascuna quanto il suo potere si stende
    dimostrandosi  bella,  non  dubito che qualunque forestiere intendente
    sopravvenisse, considerate le contenenze altiere, li costumi notabili,
    gli ornamenti piuttosto reali che  convenevoli  ad  altre  donne,  non
    giudicasse  noi  non  donne  moderne,  ma di quelle antiche magnifiche
    essere al mondo tornate:  quella,  per  alterezza,  dicendo  Semirams
    simigliare;  quell'altra,  agli  ornamenti  guardando,  Cleopatrs  si
    crederebbe;  l'altra,  considerata la sua  vaghezza,  sarebbe  creduta
    Elena;  e  alcuna,  gli  atti suoi bene mirando,  in niente si direbbe
    dissimigliare a Didone.
    Perch andr io simigliandole tutte? Ciascuna per se medesima pare una
    cosa piena di divina maest, non che d'umana.  E io misera,  prima che
    il  mio Panfilo perdessi,  pi volte udii tra li giovini quistionare a
    quale io fossi pi da essere assimigliata, o alla vergine Pulissena, o
    alla  Ciprigna  Venere,   dicenti  alcuni  di   loro   essere   troppo
    assimigliarmi  a da,  e altri rispondenti in contrario essere poco il
    simigliarmi a femina umana.
    Quivi tra cotanta e cos nobile compagnia non lungamente,  si siede n
    vi si tace,  n mormora; ma stanti gli antichi uomini a riguardare, li
    chiari giovini,  prese le donne per le dilicate  mani,  danzando,  con
    altissime  voci  cantano  i  loro  amori:  e in cotal guisa con quante
    maniere di gioia si  possono  divisare,  la  calda  parte  del  giorno
    trapassano. E poi che 'l sole ha cominciato a dare pi tiepidi li suoi
    raggi  si  veggono  quivi  venire  gli  onorevoli  prencipi del nostro
    Ausonico regno in quell'abito, che alla loro magnificenza si richiede;
    li quali, poi che alquanto hanno mirato e le bellezze delle donne e le
    loro danze,  quasi con tutti li giovini cos cavalieri  come  donzelli
    partendosi,  dopo  non  lungo spazio in abito tutto al primo contrario
    con :grandissima comitiva ritornano.
    Quale lingua s d'eloquenza splendida,  o s  di  vocaboli  eccellenti
    facunda  sarebbe  quella  che interamente potesse li nobili abiti e di
    variet pieni interamente narrare?  Non il greco Omero,  non il latino
    Virgilio, li quali tanti riti di Greci, di Troiani e d'Italici gi ne'
    loro versi discrissero.  Lievemente adunque,  a comparazione del vero,
    m'ingegner di farne alcuna particella a  quelle  che  non  gli  hanno
    veduti palese. E ci non fia nella presente materia dimostrato invano;
    anzi si potr per le savie comprendere la mia tristizia essere,  oltre
    a quella d'ogni altra donna preterita o  presente,  continua,  poi  la
    dignit  di  tante  e  s  eccelse  cose  vedute  non  l'hanno  potuta
    intrarompere con alcuno  lieto  mezzo.  Dico,  adunque,  al  proposito
    ritornando,  che  li  nostri  prencipi sopra cavalli tanto nel correre
    veloci, che non che gli altri animali, ma li venti medesimi, qualunque
    pi si crede festino,  di dietro correndo si lascerieno,  vengono,  la
    cui  giovinetta  et,  la  speciosa  bellezza,  e la virt espettabile
    d'essi, graziosi li rende oltre modo a' riguardanti. Essi di porpora o
    di drappi dalle indiane mani tessuti con  lavori  di  colori  varii  e
    d'oro intermisti, e oltre a ci soprapposti di perle e di care pietre,
    vestiti,  e i cavalli coverti,  appariscono;  de' quali i biondi crini
    penduli sopra li candidissimi omeri, da sottiletto cerchiello d'oro, o
    da ghirlandetta di fronda  novella  sono  sopra  la  testa  ristretti.
    Quindi  la sinistra un leggierissimo scudo,  e la destra mano arma una
    lancia,  e al suono delle tostane trombe  l'uno  appresso  l'altro,  e
    seguiti da molti,  tutti in cotale abito cominciano davanti alle donne
    il giuoco loro, colui lodando pi in esso,  il quale con la lancia pi
    vicino  alla  terra con la sua punta,  e meglio chiuso sotto lo scudo,
    senza muoversi sconciamente, dimora, correndo sopra il cavallo.

    A queste cos fatte feste e piacevoli giuochi, come io solea,  ancora,
    misera,  sono  chiamata;  il  che  senza  grandissima  noia  di me non
    avviene,  perci che,  queste cose mirando,  mi torna a mente  d'avere
    gi, intra li nostri pi antichi e per et reverendi cavalieri, veduto
    sedere  il  mio Panfilo a riguardare,  la cui sufficienza alla sua et
    giovinetta impetrava s fatto luogo.  E alcuna volta  fu  che,  stante
    egli  non  altramente  che  Daniello  tra  gli  antichi  sacerdoti  ad
    essaminare l'accusata donna intra li predetti  cavalieri  togati,  de'
    quali  per  autorit alcuno Scevola simigliava,  e alcuno altro per la
    sua gravezza si saria detto  il  censorino  Catone,  o  l'Uticense,  e
    alcuni s nel viso appariano orrevoli,  che appena altramente si crede
    che fosse il Magno Pompeo,  e altri,  pi  robusti,  fingono  Scipione
    Africano o Cincinnato, rimirando essi parimente il correre di tutti, e
    quasi  delli loro pi giovini anni rimemorandosi,  tutti fremendo,  or
    questo or quell'altro commendavano,  affermando Panfilo i detti  loro;
    al  quale  io  alcuna  volta,  ragionando  esso  con  essi,  quanti ne
    correvano  udii  gli  antichi  cos  giovini,   come  valorosi  vecchi
    assimigliare.
    Oh quanto m'era ci caro ad udire, s per colui che'l diceva, e s per
    quelli  che ci ascoltavano intenti,  e s per li miei cittadini,  de'
    quali era detto! Certo tanto, che ancora m' caro il rammentarlo. Egli
    soleva delli nostri prencipi giovinetti,  li quali nelli loro  aspetti
    ottimamente  li  reali  animi  dimostravano,  alcuno  dire essere allo
    arcadio Partenopeo simigliante,  del quale non si crede che altro  pi
    ornato  all'assedio  di  Tebe venisse che esso fu dalla madre mandato,
    essendo egli ancora fanciullo;  l'altro appresso il piacevole  Ascanio
    parere   confessava,   del   quale  Virgilio  tanti  versi,   d'ottima
    testificanza del giovinetto descrisse;  il terzo comparando a Deifebo;
    il  quarto  per bellezza a Ganimede.  Quindi alla pi matura turba che
    loro seguiva vegnendo,  non meno piacevoli simiglianze  donava.  Quivi
    vegnente  alcuno  colorito  nel viso,  con rossa barba e bionda chioma
    sopra gli omeri candidi ricadente,  e non altramente che  Ercule  fare
    solesse,  ristretta  da  verde  fronda in ghirlandetta protratta assai
    sottile,  vestite di drappi sottilissimi  serici,  non  occupanti  pi
    spazio  che  la  grossezza del corpo,  ornati di lavori varii fatti da
    maestra mano,  con un mantello sopra la destra spalla con fibula d'oro
    ristretto,  e con iscudo coperto il manco lato,  portando nella destra
    un'asta lieve quale all'apparecchiato giuoco conviensi,  ne' suoi modi
    simile  il  diceva  al  grande Ettore;  appresso al quale traendosi un
    altro avanti in simile abito ornato,  e  con  viso  non  meno  ardito,
    avendo  del  mantello  l'un  lembo  sopra la spalla gittatosi,  con la
    sinistra maestrevolmente reggendo il cavallo,  quasi un altro  Achille
    il  .giudicava;   seguendone  alcuno  altro,  pallando  la  lancia,  e
    postergato lo scudo,  li biondi capelli avendo legati con sottile velo
    forse  ricevuto  dalla  sua  donna,  Protesilao  gli si udia chiamare;
    quindi seguendone un altro con leggiadro cappelletto sopra i  capelli,
    bruno nel viso,  e con barba prolissa,  e nell'aspetto feroce,  nomava
    Pirro; e alcuno pi mansueto nel viso, biondisimo e pulito,  e pi che
    altro  ornatissimo,  lui  credere  il  troiano Pars,  o Menelao dicea
    possibile.  Egli non  di necessit il pi in ci  prolungare  la  mia
    novella:  egli  nella lunghissima schiera mostrava Agamennone,  Aiace,
    Ulisse, Diomedes, e qualunque altro Greco, Frigio o Latino fu degno di
    laude.  N  poneva  a  beneplacito  cotali  nomi,   anzi  con  ragioni
    accettevoli  fermando li suoi argomenti sopra le maniere de' nominati,
    loro debitamente assimigliati  mostrava;  per  che,  non  era  l'udire
    cotali ragionamenti meno dilettevole, che il vedere coloro medesimi di
    cui si parlava.
    Essendo  adunque  la  lieta  schiera  due o tre volte,  cavalcando con
    piccolo  passo,  dimostratasi  a'  circustanti,  cominciavano  i  loro
    aringhi;  e  diritti sopra le staffe,  chiusi sotto gli scudi,  con le
    punte delle lievi lance tuttavia igualmente portandole  quasi  rasente
    terra,  velocissimi  pi  che aura alcuna,  corrono i loro cavalli;  e
    l'aere essultante per le voci del popolo  circustante,  per  li  molti
    sonagli,  per li diversi strumenti, e per la percossa del riverberante
    mantello del cavallo e di s,  a meglio  e  pi  vigoroso  correre  li
    rinfranca. E cos tutti veggendoli, non una volta ma molte, degnamente
    ne' cuori de' riguardanti si rendono laudevoli. Oh quante donne, quale
    il  marito,  quale  l'amante,  quale  lo  stretto parente veggendo tra
    questi, ne vidi gi pi fiate sommissimamente rallegrare!  Certo assai
    e non che esse, ma ancora le strane. Io sola, ancora che 'l mio marito
    vi  vedessi  o  vi  veggia,  e  con  esso  i miei parenti,  dolente li
    riguardava, Panfilo non veggendovi, e lui essere lontano ricordandomi.
    Deh, or non  questa mirabile cosa,  o donne,  che ci ch'io veggio mi
    sia materia di doglia n mi possa rallegrare cosa alcuna?  Deh,  quale
    anima  in inferno con tanta  pena,  che,  queste  cose  veggendo  non
    dovesse sentire allegrezza?  Certo niuna, credo. Esse pur, prese dalla
    piacevolezza della cetara d'Orfeo,  obliarono per alquanto  spazio  le
    pene loro;  ma io tra mille strumenti,  tra infinite allegrezze,  e in
    molte e varie maniere di  feste,  non  posso  la  mia  pena,  non  che
    dimenticare, ma solamente un poco alleviare.
    E posto che io alcuna volta a queste feste o a simiglianti con infinto
    viso la celi,  e dea sosta a' sospiri, la notte poi, o qualora soletta
    trovandomi prendo spazio,  non perdona parte delle sue  lagrime,  anzi
    pi  tante  ne  verso,  quanti  per avventura ho il giorno risparmiati
    sospiri. E inducendomi queste cose in pi pensieri,  e massimamente in
    considerare la loro vanit,  pi possibile a nuocere che a giovare, si
    come io manifestamente, provandolo, conosco,  alcuna volta,  finita la
    festa e da quella partitami, meritamente contra alle mondane apparenze
    crucciandomi, cos dissi:
    -  Oh,  felice  colui il quale innocente dimora nella solitaria villa,
    usando l'aperto cielo!  Il quale,  solamente conoscendo  di  preparare
    maliziosi  ingegni  alle  selvatiche  fiere,  e  lacciuoli a' semplici
    uccelli, da affanno nell'animo essere stimolato non puote,  e se grave
    fatica per avventura nel corpo sostiene,  incontanente sopra la fresca
    erba riposandosi  la  ristora,  tramutando  ora  in  questo  lito  del
    corrente  rivo,  e  ora in quell'altra ombra dell'alto bosco li luoghi
    suoi,  ne' quali ode i queruli uccelli fremire con dolci  canti,  e  i
    rami  tremanti  e mossi da lieve vento,  quasi fermo tenenti alle loro
    note!  Deh,  cotale vita,  o Fortuna,  avessi tu a me conceduta,  alla
    quale le tue disiderate larghezze sono di sollecitudine assai dannosa!
    Deh,  a  che mi sono utili gli alti palagi,  i ricchi letti e la molta
    famiglia, se l'animo da ansiet  occupato, errando per le contrade da
    lui non conosciute dietro a Panfilo,  non concedendo a'  lassi  membri
    quiete  alcuna?  Oh  come    dilettevole,  e  quanto    grazioso con
    tranquillo e libero animo il priemere le ripe de trascorrenti fiumi, e
    sopra i nudi cespiti menare li lievi sonni,  li quali il fuggente rivo
    con mormorevoli suoni e dolci senza paura nutrica! Questi senza alcuna
    invidia  sono  conceduti  al  povero  abitante le ville,  molto pi da
    disiderare che quelli, li quali, allettati con pi lusinghe, sovente o
    da  pronte  sollecitudini  cittadine  o  da  strepiti  di  tumultuante
    famiglia sono rotti. La costui fame, se forse alcuna volta lo stimola,
    li  clti  pomi  nelle  fedelissime selve raccolti la scacciano,  e le
    nuove erbette di loro propria volont fuori della terra  uscite  sopra
    li piccoli monti ancora gli ministrano saporosi cibi. Oh quanto gli ,
    a  temperare  la sete,  dolce l'acqua della fonte presa e del rivo con
    concava mano.  Oh infelice sollecitudine de' mondani,  a sostentamento
    de'  quali  la  natura richiede e apparecchia leggierissime cose!  Noi
    nell'infinita multitudine  di  cibi  la  saziet  del  corpo  crediamo
    compiere, non accorgendoci in quelli essere le cagioni nascose, per le
    quali  gli  ordinati  omori  spesse  volte sono piuttosto corrotti che
    sostentati;  e alli lavorati beveraggi apprestando l'oro e  le  cavate
    gemme,  sovente in essi veggiamo gustare li veleni frigidissimi,  e se
    non questi, almeno Venere pur si bee;  e talvolta per quelli a sicurt
    soperchia  si viene,  per la quale,  o con parole o con fatti,  misera
    vita o vituperevole morte s'acquista.  E spesse volte  ancora  avviene
    che,  molti di quelli avendo bevuti,  assai peggio che insensato corpo
    n' renduto il bevitore. A costui li Satiri, li Fauni,  le Driadi,  le
    Naiadi,  le  Ninfe fanno semplice compagnia;  costui non sa che si sia
    Venere n il suo biforme figliuolo,  e se pur la  conosce,  rozzissima
    sente la forma sua, e poco amabile.
    Deh,  or fosse stato piacere d'Iddio, che io similmente mai conosciuta
    l'avessi, e da semplice compagnia visitata, rozza mi fossi vivuta!  Io
    sarei  lontana  da queste insanabili sollecitudini che io sostengo,  e
    l'anima insieme con la mia fama santissime non curerebbero  di  vedere
    le  mondane  feste  simili  al  vento  che  vola,  n da quelle vedute
    avrebbero angoscie come io ho. A costui non l'alte torri, non l'armate
    case, non la molta famiglia, non i dilicati letti,  non i risplendenti
    drappi,  non i correnti cavalli, non centomilia altre cose involatrici
    della miglior parte della vita,  sono cagione d'ardente cura.  Questi,
    de'  malvagi uomini,  non cercanti ne' luoghi rimoti e oscuri li furti
    loro,  vive senza  paura;  e,  senza  cercare  nell'altissime  case  i
    dubbiosi riposi,  l'aere e la luce dimanda, e alla sua vita  il cielo
    testimonio.  Oh,  quanto  oggi cotale  vita  male  conosciuta,  e  da
    ciascuno  cacciata come nemica,  dove piuttosto dovrebbe essere,  come
    carissima,  cercata da tutti!  Certo io arbitro che in cotale  maniera
    vivesse  la  prima  et!  la  quale  insieme  gli  uomini  e  gl'iddii
    produceva.  Ohim!  niuna  pi libera n senza vizio o  migliore  che
    questa,  la  quale  li  primi usarono e che colui ancora oggi usa,  il
    quale, abandonate le citt, abita nelle selve. Oh felice il mondo,  se
    Giove  mai  non avesse cacciato Saturno!  e ancora l'et aurea durasse
    sotto caste leggi! Per che tutti alli primi simili viveremmo.  Ohim!
    che  chiunque    colui  li  primi  riti  servante,  non  nella mente
    infiammato dal cieco furore della non sana Venere,  come io sono n  
    colui  che  s  dispose  ad  abitare ne' colli de' monti,  suggetto ad
    alcuno regno: non al vento del popolo non all'infido  vulgo  non  alla
    pestilenziosa  invidia,  n  ancora  al favore fragile di fortuna,  al
    quale io troppo fidandomi,  in mezzo l'acque per troppa sete  perisco.
    Alle  piccole  cose si presta alta quiete,  come che grandissimo fatto
    sia senza le grandi  potere  sostenere  di  vivere.  Quegli  che  alle
    grandissime  cose  soprasta,  o  disidera soprastare,  sguita li vani
    onori delle trascorrenti ricchezze;  e certo le pi volte  alli  falsi
    uomini  piacciono  gli  alti  nomi;  ma  quegli  libero da paura e da
    speranza,  n conosce il nero  'lividore  dell'invidia  divoratrice  e
    mordente con dente iniquo,  che abita le solitarie ville, n sente gli
    odii varii, n gli amori incurabili, n li peccati de popoli mescolati
    alle cittadi, n, come conscio, di tutti gli strepiti ha dottanza,  n
    gli    a  cura  il  comporre fittizie parole,  le quali lacci sono ad
    irretire gli uomini di pura fede: ma quell'altro,  mentre sta eccelso,
    mai  non  senza paura,  e quello medesimo coltello,  che arma il lato
    suo, teme.
    Oh quanto buona cosa  a niuno resistere,  e sopra la terra  giacendo,
    pigliare  li cibi sicuro!  Rade volte,  o non mai,  entrano li peccati
    grandissimi nelle piccole case.  Alla prima  et  niuna  sollecitudine
    d'oro  fu,  n niuna sacrata pietra fu arbitra a dividere i campi alli
    primi popoli.  Essi con ardita nave non secavano  il  mare;  solamente
    ciascuno  si  conoscea  li  liti  suoi,  n  li forti steccati,  n li
    profondi fossi,  n l'altissime mura con molte torri cignevano i  lati
    delle  citt  loro,  n  le crudeli armi erano acconce n trattate da'
    cavalieri,  n era alcuno edificio che con grave  pietra  rompesse  le
    serrate porte;  e se forse tra loro era alcuna piccola guerra, la mano
    ignuda combatteva,  e li rozzi  rami  degli  alberi  e  le  pietre  si
    convertivano in armi.  N ancora era la sottile e lieve asta di cornio
    armata di ferro nell'acuto spuntone,  n la  tagliente  spada  cigneva
    lato alcuno,  n la comante cresta ornava i lucenti elmi; e quello che
    pi e meglio era a costoro, era Cupido non essere ancora nato,  per la
    qual  cosa  li casti petti,  poi da lui pennuto e per lo mondo volante
    stimolati, potevano vivere sicuri.
    Deh,  or m'avesse Iddio donata a cotal mondo,  la gente del quale,  di
    poco contenta e di niente temente,  sola selvatica libidine conosceva!
    E se niuno di cotanti beni quanti essi possedevano  non  me  ne  fosse
    seguito,  altro  che  non  aver cos affannoso amore e cotanti sospiri
    sentito,  come io sento,  s sarei io da dire pi felice che quale  io
    sono ne' presenti secoli pieni di tante delizie,  di tanti ornamenti e
    di cotante feste.  Ohim!  Che l'empio furore  del  guadagnare,  e  la
    strabocchevole ira, e quelle menti, le quali la molesta libidine di s
    accese,  ruppero li primi patti cos santi,  cos agevoli a sostenere,
    dati dalla natura alle sue genti.  Venne la  sete  del  signoreggiare,
    peccato pieno di sangue,  e il minore divent preda del maggiore, e le
    forze si diedero per  leggi,  venne  Sardanapallo,  il  quale  Venere,
    ancora  che  dissoluta da Semiramis fosse fatta,  primieramente la fe'
    dilicata,  dando  a  Cerere  e  a  Bacco  forme  ancora  da  loro  non
    conosciute;  venne il battaglievole Marte, il quale trov nuove arti e
    mille forme alla morte,  e quinci le terre tutte si  contaminarono  di
    sangue,  e il mare similmente ne divent rosso. Allora senza dubbio li
    gravissimi  peccati  entrarono  per  tutte  le  case,  e  niuna  grave
    sceleratezza in brieve fu senza essemplo: il fratello dal fratello, il
    padre dal figliuolo, il figliuolo dal padre furono uccisi; e il marito
    giacque per lo colpo della moglie;  e l'empie madri hanno pi volte li
    loro medesimi parti morti.  La rigidezza delle matrigne ne' figliastri
    non  dico,  ch    manifesta  ciascuno giorno.  Le ricchezze adunque,
    avarizia, superbia,  invidia e lussuria,  e ogni altro vizio parimente
    seco recarono; e con le predette cose ancora entr nel mondo il duca e
    facitore di tutti li mali,  e artefice de peccati, il dissoluto amore,
    per li cui assediamenti degli animi,  infinite citt cadute e arse  ne
    fumano,  e senza fine genti ne fanno sanguinose battaglie, e fecero; e
    li sommersi regni ancora priemono molti popoli. Ohim! tacciansi tutti
    gli altri suoi pessimi effetti, e quelli li quali egli usa in me siano
    soli essempli de'  suoi  mali  e  della  sua  crudelt,  la  quale  s
    agramente  mi stringe,  che a niuna altra cosa che a lei posso volgere
    la mente mia.
    Queste cose cos fra me ragionate, alcuna volta,  pensando che le cose
    da  me  operate  siano  appo  Iddio gravi molto,  e le pene a me senza
    comparazione noiose, hanno forza d'alleviare alquanto le mie angoscie,
    in quanto li molto maggiori mali gi  per  altrui  operati,  me  quasi
    innocente fanno apparere, e le pene da altrui sostenute, bench io non
    creda  da  nessuno  cos  gravi come da me,  pur veggendomi non essere
    prima n sola, alquanto pi forte divengo a comportarle; alle quali io
    sovente priego Iddio che,  o con morte o con la  tornata  di  Panfilo,
    ponga fine.
    A  cos  fatta vita e a piggiore m'ha la fortuna lasciata consolazione
    cos piccola, come udite;  n intendiate consolazione che me di dolore
    privi,  s  come  l'altre suole: essa solamente alcuna volta gli occhi
    toglie dal lagrimare senza pi prestarmi  de'  suoi  beni.  Seguitando
    adunque le mie fatiche, dico che, con ci sia cosa che io per addietro
    tra  l'altre  giovini  della mia citt di bellezze ornatissima,  quasi
    niuna festa solea,  che alli divini templi si  facesse,  lasciare,  n
    alcuna  bella  senza  me  ne  reputavano li cittadini;  le quali feste
    vegnendo,  a quelle mi solevano sollecitare le  serve  mie,  e  ancora
    esse,  l'antico ordine osservando, apparecchiati li nobili vestimenti,
    alcuna volta mi dicono:
    - O donna, adrnati; venuta  la solennit di cotale tempio,  la quale
    te sola aspetta per compimento.
    Ohim!  che  egli  mi torna a mente che io alcuna volta a loro furiosa
    rivolta,  non altramente che l'addentato cinghiaro alla turba de cani,
    a loro rispondeva turbata, e con voce d'ogni dolcezza vta, gi dissi:
    -  Via,  vilissima parte della nostra casa,  fate lontani da me questi
    ornamenti: brieve roba basta a coprire gli sconsolati membri,  n  pi
    alcuno  tempio n festa per voi a me si ricordi,  se la mia grazia v'
    cara.
    Oh,  quante volte gi,  come io udii,  furono quelli da  molti  nobili
    visitati,  li quali pi per vedermi,  che per divozione alcuna venuti,
    non veggendomi, turbati si tornavano indietro,  nulla dicendo senza me
    valere  quella  festa!  Ma  come  che io cos le rifiuti,  pure alcuna
    volta,  in  compagnia  delle  mie  nobili  compagne,  me  le  conviene
    costretta  vedere,   con  le  quali  io  semplicemente  e  di  feriali
    vestimenti vestita vi vado,  e quivi non i solenni  luoghi,  come  gi
    feci,  cerco,  ma, rifiutando li gi voluti onori, umile, ne pi bassi
    luoghi tra le donne m'assetto; e quivi diverse cose,  ora dall'una ora
    dall'altra  ascoltando  con doglia nascosa quanto io pi posso,  passo
    quello tempo che io vi dimoro.  Ohim!  quante volte gi m'ho io udito
    dire assai d'appresso:
    -  Oh,  quale maraviglia  questa!  Questa donna,  singulare ornamento
    della nostra citt,  cos rimessa e  umile    divenuta?  Qual  divino
    spirito l'ha spirata?  Ove le nobili robe? Ove gli altieri portamenti?
    Ove le mirabili bellezze si sono fuggite?
    Alle  quali  parole,  se  licito  mi  fosse  stato,  avrei  volontieri
    risposto:  "Tutte queste cose,  con molte altre pi care,  se ne port
    Panfilo dipartendosi".
    Quivi ancora dalle donne intorniata, e da diverse domande trafitta,  a
    tutte con infinto viso mi conviene satisfare. L'una con cotali voci mi
    stimola:
    -  O Fiammetta,  senza fine di te me e l'altre donne fai maravigliare,
    ignorando quale sia stata s sbita la cagione che  le  preziose  robe
    hai  lasciate  e  li cari ornamenti,  e l'altre cose dicevoli alla tua
    giovine etade;  tu,  ancora fanciulla,  in s fatto abito  andare  non
    dovresti. Non pensi tu che, lasciandolo ora, per innanzi ripigliar nol
    potrai?  Usa  gli anni secondo la loro qualit.  Questo abito di tanta
    onestade da te preso non ti falla per innanzi.  Vedi qui qualunque  di
    noi,  pi  di te attempate,  ornate con maestra mano,  e d'artificiali
    drappi e onorevoli vestite,  e cos  tu  similemente  dovresti  essere
    ornata.
    A  costei  e  a  pi altre aspettanti le mie parole rendo io con umile
    voce cotale risposta:
    - Donne,  o per piacere a Dio o agli uomini si viene a questi  templi.
    Se  per piacere a Dio ci si viene,  l'anima ornata di virt basta,  n
    forza fa,  se il corpo di cilicio fosse vestito;  se per piacere  agli
    uomini  ci si viene,  con ci sia cosa che la maggior parte,  da falso
    parere adombrati per  le  cose  esteriori  giudichino  quelle  dentro,
    confesso  che  gli  ornamenti usati e da voi e da me per addietro,  si
    richieggiono.  Ma io di ci non ho cura,  anzi,  dolente delle passate
    vanit,  volonterosa d'ammendare nel cospetto d'Iddio, mi rendo quanto
    posso dispetta agli occhi vostri.
    E quinci le lagrime dall'intrinseca verit cacciate per forza fuori mi
    bagnano il mesto viso, e con tacita voce cos con meco medesima dico:
    "O Iddio,  veditore de' nostri cuori,  le non vere parole dette da  me
    non m'imputare in peccato.  Come tu vedi,  non volont d'ingannare, ma
    necessit di ricoprire le mie  angoscie  a  quelle  mi  strigne,  anzi
    piuttosto  merito  me  ne rendi,  considerando che'l malvagio essemplo
    levando,  alle tue creature il do buono: egli m' grandissima pena  il
    mentire, e con faticoso animo la sostengo, ma pi non posso".
    Oh  quante  volte,  o  donne,  ho io per questa iniquit pietose laude
    ricevute,  dicendo le circustanti  donne  me  divotissima  giovine  di
    vanissima  ritornata!  Certo,  io  intesi  pi  volte  di molte essere
    oppinione,  me di tanta amicizia essere congiunta con  Dominedio,  che
    niuna grazia a lui da me dimandata, negata sarebbe; e pi volte ancora
    dalle  sante persone per santa fui visitata,  non conoscendo esse quel
    che nell'animo nascondea il tristo viso,  e quanto li  miei  disiderii
    .fossero lontani alle mie parole.  O ingannevole mondo, quanto possono
    in te gl'infinti visi  pi  che  li  giusti  animi,  se  l'opere  sono
    occulte!  Io,  pi peccatrice che altra, dolente per li miei disonesti
    amori, per che quelli velo sotto oneste parole,  sono reputata santa;
    ma conoscelo Iddio, che, se senza pericolo essere potesse, io con vera
    voce di me sgannerei ogni ingannata persona, n celerei la cagione che
    trista mi tiene; ma non si puote.
    Come io ho a quella,  che prima addimandata m'avea,  risposto, l'altra
    dal mio lato, veggendo le mie lagrime rasciugare, dice:
    - O Fiammetta,  dov' fuggita la vaga  bellezza  del  viso  tuo?  Dove
    l'acceso  colore?  Quale   la cagione della tua palidezza?  Gli occhi
    tuoi, simili a due mattutine stelle,  ora intorniati di purpureo giro,
    perch  appena  nella  tua  fronte si scernono?  E gli aurei crini con
    maestrevole mano ornati per addietro,  ora  perch  chiusi  appena  si
    veggono   senza  alcuno  ordine?   Dilloci,   tu  ne  fai  senza  fine
    maravigliare.
    Da questa con poche parole sciogliendomi, dico:
    - Manifesta cosa  l'umana bellezza essere fiore caduco e da un giorno
    ad un altro venire meno,  la quale se di  s  d  fidanza  ad  alcuna,
    miseramente  a  lungo  andare se ne trova prostrata.  Quegli che la mi
    diede,  con sordo passo sottomettendomi le cagioni  da  cacciarla!  se
    l'ha ritolta, possibile a renderlami, quando gli pur piacesse.
    E questo detto,  non potendo le lagrime ritenere,  chiusa sotto il mio
    mantello, copiosamente le spando, e meco con cotali parole mi dolgo:
    "O bellezza, dubbioso bene de mortali, dono di piccolo tempo, la quale
    pi tosto vieni e  prtiti,  che  non  fanno  ne'  dolci  tempi  della
    primavera i piacevoli prati risplendenti di molti fiori, e gli eccelsi
    alberi carichi di varie frondi, li quali, ornati dalla virt d'Ariete,
    dal caldo vapor della state sono guasti e tolti via; e se forse alcuni
    pure  ne  risparmia il caldo tempo,  niuno dall'autunno  risparmiato;
    cos e tu, bellezza, le pi volte nel mezzo de' migliori anni da molti
    accidenti offesa perisci,  alla quale,  se forse pure  ti  perdona  la
    giovinezza,  la  matura et a forza te resistente ne porta O bellezza,
    tu se' cosa fugace,  non altramente che l'onde mai non  tornanti  alle
    sue fonti,  e in te fragile bene niuno savio si dee confidare.  Ohim!
    quanto  gi  t'amai,   e  quanto  a  me  misera  fosti  cara,   e  con
    sollecitudine riguardata!  Ora,  e meritamente,  ti maladico. Tu prima
    cagione de miei danni, e prenditrice prima dell'animo del caro amante,
    lui non hai avuto forza di ritenere, n lui partito di rivocare. Se tu
    non fossi stata, io non sarei piaciuta agli occhi vaghi di Panfilo; e,
    non essendo piaciuta,  egli non si sarebbe ingegnato di  piacere  alli
    miei;  e  non  essendo egli piaciuto,  s come piacque,  ora non avrei
    queste pene. Dunque tu sola cagione e origine se' d'ogni mio male. Oh,
    beate quelle che senza te li rimproveri della rustichezza  sostengono!
    Esse  caste  le sante leggi osservano,  e senza stimoli possono vivere
    con l'anime libere dal crudele tiranno
    Amore; ma tu a noi cagione di continuo infestamento ricevere da chi ci
    vede,  a forza ci conduci a rompere quello che pi  caramente  si  dee
    guardare. O felice Spurinna e degno d'etterna fama, il .quale, li tuoi
    effetti  conoscendo,  nel  fiore  della  sua gioventude da s con mano
    acerba ti discacci eleggendo piuttosto volere da' savii per  virtuosa
    opera   essere   amato,   che   dalle   lascive  giovini  per  la  sua
    concupiscevole bellezza.  Ohim!  cos avessi fatto io!  Tutti  questi
    dolori,  questi pensieri e queste lagrime sarebbero lontane, e la vita
    per addietro corrotta ancora ne' termini primi laudevoli si sarebbe".
    Quinci mi richiamano le donne,  e biasimano le mie soperchie  lagrime,
    dicendo:
    - O Fiammetta,  che maniera  questa?  Disperiti tu della misericordia
    di Dio?  Non credi tu lui pietoso a perdonarti le tue  piccole  offese
    senza  tante lagrime?  Questo che tu fai  piuttosto cercare morte che
    perdono. Lieva su, asciuga il viso tuo,  e attendi al sacrificio prto
    al sommo Giove dalli nostri sacerdoti.
    A queste voci io, le lagrime restrignendo, alzo la testa, la quale gi
    in giro non volgo come io soleva, fermamente sappiendo che quivi non 
    il mio Panfilo ,per mirarlo, n per vedere se da altrui, o da cui sono
    mirata,  o  quello  che  di  me pare agli occhi de' circustanti;  anzi
    attenta a colui,  che per la salute di tutti diede se medesimo;  porgo
    pietosi prieghi per lo mio Panfilo,  e per la sua tornata,  con cotali
    parole tentandolo:
    - O grandissimo rettore del sommo cielo e generale arbitro di tutto il
    mondo,  poni oramai alle mie gravi fatiche  modo,  e  fine  alli  miei
    affanni.  Vedi niuno giorno a me essere sicuro;  continuamente il fine
    dell'uno male  a me  principio  dell'altro.  Io,  che  gi  mi  dissi
    felice, non conoscendo le mie miserie, prima ne' vani affanni d'ornare
    la  mia  giovinezza,  pi  che  'l debito ornata dalla natura,  te non
    sapevole offendendo,  per penitenza all'indissolubile amore che ora mi
    stimola mi sottoponesti;  quinci la mente non usa a cos gravi affanni
    riempiesti per quello di nuove cure,  e ultimamente colui,  cui io pi
    che  me  amo,  da me dividesti,  onde infiniti pericoli sono cresciuti
    l'uno dopo l'altro alla mia vita. Deh,  se li .miseri sono da te uditi
    alcuna volta, porgi li tuoi pietosi orecchi alli miei prieghi, e senza
    guardare a' molti falli da me verso te commessi,  i pochi beni, se mai
    ne feci alcuno,  benigno considera,  e in  merito  di  quelli  le  mie
    orazioni e preghiere essaudisci, le quali, cose a te assai leggiere, e
    a me grandissime,  conterranno: io non ti cerco altro, se non che a me
    sia renduto il mio Panfilo.  Ohim!  quanto e come conosco bene questa
    preghiera  nel cospetto di te giustissimo giudice essere ingiusta!  Ma
    dalla tua giustizia medesima si dee muovere  il  meno  male  piuttosto
    volere che 'l maggiore. A te, a cui niente s'occulta,  manifesto a me
    per  niuna  maniera potere uscire della mente il grazioso amante n li
    preteriti accidenti,  del quale e de' quali  la  memoria  a  s  fatto
    partito mi rieca con gravi dolori,  che gi per fuggirli mille modi di
    morte ho dimandati; li quali tutti un poco di speranza,  che di te m'
    rimasa,  m'ha levati di mano.  Dunque,  se minore male  il mio amante
    tenere,  come io gi tenni,  che insieme il corpo uccidere con l'anima
    trista,  s  come  io  credo,  torni  e  rendamisi.  Sieti pi caro li
    peccatori vivere,  e  possibili  a  te  conoscere!  che  morti,  senza
    speranza di redenzione,  e vogli innanzi parte che tutto perdere delle
    creature da te create.
    E se questo  grave  ad  essermi  conceduto,  concedamisi  quella  che
    d'ogni male  ultimo fine,  prima che io costretta da maggiore doglia,
    da me con diterminato consiglio la prenda. Vengano le mie voci nel tuo
    cospetto; le quali se te toccare non possono,  o qualunque altri iddii
    tenenti  le  celestiali regioni s'alcuno di voi vi si trova,  il quale
    mai quaggi vivendo, quell'amorosa fiamma provasse la quale io pruovo,
    ricevetele, e per me le porgete a colui, il quale da me non le prende,
    si che impetrandomi grazia, prima quaggi lietamente, e poi nella fine
    de' miei giorni costass con voi io possa  vivere,  e  innanzi  tratto
    alli   peccatori  dimostrare  convenevole  l'uno  peccatore  all'altro
    perdonare, e dare aiuto.
    Queste parole dette, odorosi incensi e degne offerte,  per farli abili
    a' prieghi miei e alla salute di Panfilo,  pongo sopra li loro altari;
    e, finite le sacre cerimonie, con l'altre donne partendomi, torno alla
    trista casa.










    Capitolo 6.
    Nel quale Madonna Fiammetta,  avendo sentito Panfilo non  aver  moglie
    presa,  ma  d'altra  donna  essere  innamorato,  e  per  non tornare,
    dimostra come ad ultima disperazione, volendosi uccidere, ne venisse.

    Quale voi avete potuto comprendere,  pietosissime donne,  per le  cose
    davanti dette,   stata nelle battaglie d'amore la vita mia,  e ancora
    assai peggiore;  la quale certo a  rispetto  della  futura  forse  non
    ingiustamente si potrebbe dire dilettevole,  bene pensando. Io, ancora
    paurosa ricordandomi di quello a che egli ultimamente  mi  condusse  e
    quasi ancora tiene,  per pi prendere indugio di pervenirvi, s perch
    del mio furore mi vergogno,  e s perch,  scrivendolo,  inin esso  mi
    parr  rientrare,  con  lenta mano,  le cose men gravi,  distendendomi
    molto,  n'ho scritte;  ma ora,  pi  non  potendo  a  quelle  fuggire,
    tirandomi l'ordine del mio ragionare,  paurosa vi pur verr.  Ma tu, o
    santissima piet,  abitante ne' dilicati petti delle morbide  giovini,
    reggi  li tuoi freni in quelli con pi forte mano che infino a qui non
    hai  fatto,  acci  che  trascorrendo,  e  di  te  pi  parte  che  'l
    convenevole dando,  non forse di quello che io cerco ti convertissi in
    contrario, e di grembo togliessi alle leggenti donne le lagrime mie.
    Egli era gi un'altra volta il sole tornato nella parte del cielo, che
    si cosse allora che male li suoi carri guid il presuntuoso figliuolo,
    poi che Panfilo fu da me partito;  e io misera per lunga usanza  aveva
    apparato  a  sostenere  li dolori,  e pi temperatamente mi doleva che
    l'usato, n credeva che pi si potesse durare di male,  che quello che
    io durava,  quando la fortuna,  non contenta de' danni miei,  mi volle
    mostrare ch'ancora pi amari veleni aveva che darmi. Avvenne, adunque,
    che de' paesi di Panfilo alle nostre case torn  un  nostro  carissimo
    servidore,  il quale da tutti,  e massimamente da me, graziosamente fu
    ricevuto. Questi, narrando i casi suoi e le vedute cose, mescolando le
    prospere con l'avverse, per avventura gli venne Panfilo ricordato; del
    quale  molto  lodandosi,  ricordando  l'onore  da  lui  ricevuto,   me
    nell'ascoltare  faceva  contenta,  e appena pot la ragione la volont
    raffrenare di correre ad abbracciarlo, e del mio Panfilo dimandare con
    quell'affezione che io sentiva; ma pure ritenendomi,  e quello essendo
    dello  stato di lui dimandato da molti,  e avendo bene essere di lui a
    tutti risposto,  io sola il dimandai con viso lieto,  quello che  egli
    faceva  e  se  suo intendimento era di tornarci,  alla quale egli cos
    rispose:
    - Madonna, e a che fare tornerebbe qua Panfilo?  Niuna pi bella donna
      nella  terra  sua,  la  quale  oltre  ad ogni altra  di bellissime
    copiosa,  che quella la quale lui ama sopra tutte le cose,  per quello
    che io da alcuno intendessi;  ed egli,  secondo che io credo, ama lei;
    altramente io il reputerei folle,  dove per  addietro  savissimo  l'ho
    tenuto.
    A  queste  parole  mi  si mut il cuore,  non altramente che ad Oenone
    sopra gli alti monti d'Ida aspettante, veggendo la greca donna col suo
    amante venire nella nave troiana;  e appena ci  nel  viso  nascondere
    potei, avvegna che io pur lo facessi, e con falso riso dissi:
    - Certo tu di' il vero: questo paese a lui male grazioso, non gli pot
    concedere  per  amanza  una donna alla sua virt debita;  per se col
    l'ha trovata,  saviamente fa,  se con lei si dimora.  Ma dimmi con che
    animo sostiene ci la sua novella sposa?
    Egli allora rispose:
    -  Niuna  sposa  a lui;  e quella,  la quale non ha lungo tempo ne fu
    detto che venne nella sua casa,  non a lui,  ma al padre    vero  che
    venne.
    Mentre  che  egli  queste  parole  da  me  ascoltato diceva,  io d'una
    angoscia uscita ed entrata in un'altra molto maggiore,  da ira  sbita
    stimolata  e da dolore,  cos il tristo cuore si cominci a dibattere,
    come le preste ali di  Progne,  qualora  vola  pi  forte,  battono  i
    bianchi lati;  e li paurosi spiriti non altramente mi cominciarono per
    ogni parte a tremare,  che faccia il mare da sottile  vento  ristretto
    nella  sua superficie minutamente,  o li pieghevoli giunchi lievemente
    mossi dall'aura; e cominciai a sentire le forze fuggirsi via.  Per che
    quindi, come pi acconciamente potei, nella mia camera mi ricolsi.
    Partita  adunque dalla presenza d'ogni uomo,  non prima sola in quella
    pervenni,  che per gli occhi,  non  altramente  che  vena  che  pregna
    sgorghi nell'umide valli,  amare lagrime cominciai a versare, e appena
    le voci ritenni dagli alti guai,  e sopra al misero letto  de'  nostri
    amori testimonio,  volendo dire "O Panfilo, perch m'hai tradita?", mi
    gittai,  ovvero piuttosto caddi supina,  e nel mezzo  della  loro  via
    furono rotte le mie parole,  s sbito alla lingua e agli altri membri
    furono le forze tolte;  e quasi morta,  anzi morta da alcune  creduta,
    quivi per lunghissimo spazio fui guardata; n valse a farmi tornare la
    vita errante ne' suoi luoghi di fisico alcuno argomento.
    Ma  poi  che  la trista anima,  la quale piagnendo pi volte li miseri
    spiriti   aveva   per   partirsi   abbracciati,    pure   si   riferm
    nell'angoscioso  corpo,  le  sue forze rivocate di fuori sparse,  agli
    occhi miei ritorn il perduto lume; e alzando la testa,  sopra me vidi
    pi  donne,  le  quali  con  pietoso servigio piagnendo,  con preziosi
    liquori m'aveano tutta bagnata; e pi altri strumenti vidi atti a cose
    varie a me vicini;  onde io de' pianti delle donne e delle  cose  ebbi
    non  piccola maraviglia;  e poi che il potere parlare mi fu conceduto,
    qual fosse la cagione di quelle cose esser quivi addimandai;  ma  alla
    mia dimanda rispose una di loro, e disse:
    -  Per  ci  qui quelle cose erano venute,  per fare in te la smarrita
    anima ritornare.
    Allora, dopo un lungo sospiro, con fatica dissi:
    - Ohim!  con quanta piet crudelissimo oficio operavate voi contrario
    alla mia volont!  Credendomi servire,  disservita m'avete; e l'anima,
    disposta a lasciare il pi misero corpo che viva,  s  com'io  veggio,
    meco a forza ritenuta avete. Ohim! che egli  assai che niuna cosa da
    me  n  da  altrui con pari affezione fu disiata come da me quella che
    voi m'avete negato; io,  gi disciolta da queste tribulazioni,  vicina
    era al mio disio, e voi me n'avete tolta.
    Varii conforti dalle donne dati seguirono queste parole;  ma di quelli
    l'operazioni furono vane.  Io m'infinsi riconfortata,  e nuove cagioni
    diedi  al  misero accidente,  acci che,  partendosi quelle,  luogo mi
    rimanesse a dolermi.  Ma poi che di  loro  alcuna  si  fu  partita,  e
    all'altre  fu  dato  commiato,  essendo  io  quasi  lieta nell'aspetto
    tornata,  sola con la mia antica balia e con la consapevole serva  de'
    danni miei quivi rimasi,  delle quali ciascuna alla mia vera infermit
    porgeva confortevoli unguenti,  da doverla guarire,  se ella non fosse
    mortale. Ma io l'animo avendo solamente alle parole udite, subitamente
    nemica  divenuta d'una di voi,  o donne,  non so di quale,  gravissime
    cose cominciai a pensare,  e il dolore,  che tutto  dentro  stare  non
    poteva,  con  rabbiosa  voce  in  cotal  guisa  fuori del tristo petto
    sospinsi:
    - O iniquo giovine, o di piet nemico, o pi che altro pessimo Panfilo
    il quale ora,  me misera avendo dimenticata,  con nuova donna  dimori,
    maladetto sia il giorno che io prima ti vidi,  e l'ora, e 'l punto nel
    quale tu mi piacesti!  Maladetta sia quella da che,  apparitami,  me,
    fortemente resistente ad amarti,  rivolse con le sue parole dal giusto
    intendimento!  Certo io non credo che essa fosse Venere,  ma piuttosto
    in  forma  di  lei  alcuna infernal furia,  me non altramente empiente
    d'insania, che facesse il misero Atamante. O crudelissimo giovine,  da
    me tra molti nobili e belli e valorosi solo eletto pessimamente per lo
    migliore,  ove  sono  ora  li prieghi,  li quali tu pi volte a me per
    iscampo della tua vita piagnendo porgesti,  affermando quella e la tua
    morte stare nelle mie mani?  Ove sono ora li pietosi occhi co' quali a
    tua posta, misero, lagrimavi? Ove  ora l'amore a me mostrato?  Ove le
    dolci  parole?  Ove li gravi affanni ne' miei servigi profferti?  Sono
    essi del tutto della tua memoria usciti? O haigli nuovamente adoperati
    ad irretire la presa donna?  Ahi maladetta sia la mia piet,  la quale
    quella vita da morte prosciolse,  che di s facendo lieta altra donna,
    la mia dovea recare a morte oscura!  Ora  gli  occhi,  che  nella  mia
    presenza  piagnevano,  davanti  alla  nuova donna ridono,  e il mutato
    cuore ha ad essa rivolte le dolci parole e le profferte.  Ohim!  dove
    sono  ora,  o Panfilo,  gli spergiurati iddii?  Dove la promessa fede?
    Dove le infinte lagrime,  delle quali io gran parte miseramente bevvi,
    pietose credendole,  ed esse erano piene del tuo inganno? Tutte queste
    cose nel seno della nuova donna rimesse, con teco insieme m'hai tolte.
    Ohim!  quanto mi fu gi grave udendo te per giunonica legge  dato  ad
    altra  donna!  Ma sentendo che li patti da te a me donati non erano da
    preporre a quelli, posto che faticosamente il portassi,  pur vinta dal
    giusto dolore, con meno angoscia il sostenea. Ma ora, sentendo che per
    quelle medesime leggi,  per le quali tu a me se' stretto, tu ti sii, a
    me togliendoti,  dato ad altra  donna,  m'  importabile  supplicio  a
    sostenere.   Ora  le  tue  dimoranze  conosco,  e  similmente  la  mia
    semplicit,  con la quale sempre te dovere tornare ho creduto,  se  tu
    avessi potuto.  Ohim!  ora abbisognavanti,  o Panfilo,  tante arti ad
    ingannarmi?  Perch li giuramenti grandissimi e  la  fede  interissima
    cos mi porgevi,  se d'ingannarmi per cotal modo intendevi? Perch non
    ti partivi tu senza commiato  cercare,  o  senza  promessa  alcuna  di
    ritornare? Io, come tu sai, fermissimamente t'amava, ma io non t'aveva
    perci in prigione, che tu a tua posta senza le infinte lagrime non ti
    fossi  potuto  partire.  Se  tu  cos avessi fatto,  io mi sarei senza
    dubbio di te disperata, subitamente conoscendo il tuo inganno,  e ora,
    o morte o dimenticanza averebbe finiti li miei tormenti;  li quali tu,
    acci che fossero pi lunghi,  vana speranza donandomi,  nutricare  li
    volesti; ma questo non aveva io meritato.
    Ohim!  come mi furono gi le tue lagrime dolci!  Ma ora conoscendo il
    loro effetto,  mi sono amarissime  ritornate.  Ohim!  se  Amore  cos
    fieramente ti signoreggia,  come egli fa me,  non t'era egli assai una
    volta essere stato preso, se di nuovo la seconda incappare non volevi?
    Ma che dico io?  Tu non amasti giammai,  anzi di schernire le  giovini
    donne  ti  se'  dilettato.  Se  tu avessi amato,  come io credeva,  tu
    saresti ancora mio.  E di cui potresti tu mai essere che pi  t'amasse
    di me? Ohim! chiunque tu se', o donna, che tolto me l'hai, ancora che
    nemica mi sii, sentendo il mio affanno, a forza di te divengo pietosa.
    Gurdati da' suoi inganni,  per che chi una volta ha ingannato ha per
    innanzi perduta l'onesta  vergogna,  n  per  innanzi  d'ingannare  ha
    coscienza. Ohim! iniquissimo giovine, quanti prieghi e quante offerte
    agl'iddii  ho  io porte per la salute di te,  che trre mi ti dovevi e
    darti ad altra! O iddii, li miei prieghi sono essauditi, ma ad utilit
    d'altra donna;  io ho avuto l'affanno,  e altri di quello si prende il
    diletto.  Deh,  non era,  o pessimo giovine,  la mia forma conforme a'
    tuoi disii, e la mia nobilt non era alla tua convenevole? Certo molto
    maggiore.  Le ricchezze mie furonti mai negate,  o da me tolte le tue?
    Certo no. Fu mai amato in atto, o in fatto o in sembiante, da me altro
    giovine, che tu? E questo ancora che no confesserai, se 'l nuovo amore
    non t'ha tolto dal vero.  Dunque qual fallo mio, qual giusta cagione a
    te,  quale bellezza maggiore della mia,  o pi fervente amore mi  t'ha
    tolto e datoti ad altrui?  Certo niuno: e a questo mi sieno testimonii
    gl'iddii,  che mai verso di te niuna cosa operai,  se non che oltre ad
    ogni termine di ragione t'ho amato.  Se questo merita il tradimento da
    te verso me operato, tu il conosci.
    O iddii, giusti vendicatori de' nostri difetti,  io dimando vendetta e
    non ingiusta.  Io non voglio n cerco di colui la morte, che gi da me
    fu scampato e vuole la mia,  n altro sconcio dimando di lui,  se  non
    che,  se egli ama la nuova donna come io lui,  che ella, togliendosi a
    lui e ad un altro donandosi, come egli a me s' tolto,  in quella vita
    il lasci che egli ha me lasciata.
    E  quinci,  torcendomi  con  movimenti  disordinati,  su  per lo letto
    impetuosa mi giro e mi rivolgo.
    Quel giorno tutto non fu in altre voci che nelle predette o in  simili
    consumato;  ma la notte,  assai piggiore che 'l giorno ad ogni doglia,
    in quanto le tenebre sono pi  alle  miserie  conformi  che  la  luce,
    sopravvenuta, avvenne che, essendo io nel letto a lato al caro marito,
    tacita  per  lungo  spazio  ne' pensieri dolorosi vegghiando,  e nella
    memoria ritornandomi,  senza essere da alcuna cosa impedita,  tutti li
    tempi passati,  cos li lieti come li dolenti,  e massimamente l'avere
    Panfilo per nuovo amore perduto,  in  tanta  abondanza  mi  crebbe  il
    dolore  che,  non potendolo ritenere dentro,  piagnendo forte con voci
    misere lo sfogai, sempre di quello tacendo l'amorosa cagione.  E s fu
    alto  il  pianto mio,  che,  essendo gi per lungo spazio nel profondo
    sonno stato involto il mio marito, costretto da quello si risvegli, e
    a me,  che tutta di lagrime  era  bagnata,  rivoltosi,  nelle  braccia
    recandomisi, con voce benigna e pietosa cos mi disse:
    - O anima mia dolce,  qual cagione a questo pianto cos doloroso nella
    quieta notte ti muove?  Qual  cosa,  gi    pi  tempo,  t'ha  sempre
    malinconica  e dolente tenuta?  Niuna cosa,  che a te dispiaccia,  dee
    essere a me celata.  E` egli  alcuna  cosa,  la  quale  il  tuo  cuore
    disideri,  che per me si possa,  che dimandandola tu, fornita non sia?
    Non se' tu solo mio conforto e bene?  Non sai tu che io sopra tutte le
    cose del mondo t'amo? E di ci non una pruova, ma molte ti possono far
    vivere certa.  Dunque perch piagni?  Perch in dolore t'affliggi? Non
    ti paio io giovine degno alla tua nobilt?  O  reputimi  colpevole  in
    alcuna cosa,  la quale io possa ammendare?  Dillo, favella, scuopri il
    tuo disio: niuna cosa sar che non s'adempia, solo che si possa.
    Tu, tornata nell'aspetto, nell'abito e nelle operazioni angosciosa, mi
    di cagione di dolorosa vita,  e se mai dolorosa ti vidi,  oggi mi se'
    pi  che  mai  apparuta.  Io  pensai gi che corporale infermit fosse
    della tua palidezza cagione;  ma io  ora  manifestamente  conosco  che
    angoscia  d'animo t'ha condotta a quello in che io ti veggio;  per che
    io ti priego che quello che di ci t' cagione mi scuopra.
    Al quale io con feminile subitezza  preso  consiglio  al  mentire,  il
    quale mai per addietro mia arte non era stata, cos rispondo:
    - Marito a me pi caro che tutto l'altro mondo, niuna cosa mi manca la
    quale  per te si possa,  e te pi degno di me senza fallo conosco,  ma
    solo a questa tristizia per addietro e  al  presente  recata  m'ha  la
    morte  del mio caro fratello,  la quale tu sai.  Essa a questi pianti,
    ogni volta che a memoria mi torna,  mi strigne;  e non certo tanto  la
    morte,  alla  quale  noi tutti conosco che dobbiamo venire,  quanto il
    modo di quella piango,  il quale disavventurato e sozzo conoscesti,  e
    oltre  a  ci  le  male  andate  cose  dopo  lui  a  maggior doglia mi
    stringono.  Io non posso s poco chiudere o dare al  sonno  gli  occhi
    dolenti,  come  egli  palido  e  di  squallore  coperto  e sanguinoso,
    mostrandomi l'acerbe piaghe m'apparisce davanti. E pure test,  allora
    che tu piagner mi sentisti, di prima m'era egli nel sonno apparito con
    imagine orribile,  stanco, pauroso, e con ansio petto, tale che appena
    pareva che potesse le parole riavere; ma pur con fatica grandissima mi
    disse: "O cara sorella,  caccia da me la  vergogna,  che  con  turbata
    fronte  mirando  la terra mi fa tra gli altri spiriti andare dolente".
    Io,  ancora che di vederlo alcuna consolazione  sentissi,  pure  vinta
    dalla  compassione  presa  dell'abito  suo  e  delle  parole,   sbito
    riscotendomi,  fugg il sonno;  al quale a mano a mano le mie lagrime,
    le  quali  tu  ora  consoli,  solvendo  il  debito  dell'avuta  piet,
    seguitarono;   e,   come  gl'iddii  conoscono,   se  a  me  l'armi  si
    convenissero,  gi  vendicato  l'averei,  e  lui tra gli altri spiriti
    renduto con alta fronte, ma pi non posso. Adunque,  caro marito,  non
    senza cagione miseramente m'attristo.
    Oh quante pietose parole egli allora mi porse,  medicando la piaga, la
    quale assai davanti  era  guarita,  e  li  miei  pianti  s'ingegn  di
    rattemperare   con  quelle  vere  ragioni,   che  alle  mie  bugie  si
    confaceano! Ma poi che egli,  me racconsolata credendosi,  si diede al
    sonno,  io,  pensando  alla  piet  di  lui,  con  pi  crudele doglia
    tacitamente piagnendo, ricominciai la tramezzata angoscia, dicendo:
    - O crudelissime spelunche abitate dalle rabbiose fiere, o inferno,  o
    etterna  prigione  decretata  alla  nocente  turba,  o qualunque altro
    essilio maggiore pi gi si nasconde,  prendetemi,  e me  a'  meritati
    supplicii  date  nocente.  O  sommo  Giove,  contro  a  me giustamente
    adirato,  tuona e con tostissima mano in me le tue saette discendi;  o
    sacra  Giunone,  le  cui santissime leggi io sceleratissima giovine ho
    corrotte, vndicati; o caspie rupi, lacerate il tristo corpo; o rapidi
    uccelli,  o feroci animali,  divorate quello;  o cavalli  crudelissimi
    dividitori  dell'innocente  Ipolito,  me nocente giovine squartate;  o
    pietoso marito, volgi nel petto mio con debita ira la spada tua, e con
    molto sangue la pessima anima di  te  ingannatrice  ne  caccia  fuori.
    Niuna piet, niuna misericordia in me sia usata, poich la fede debita
    al  santo  letto posposi all'amore di strano giovine.  O pi che altra
    iniqua femina di questi e d'ogni maggiori supplicii degna,  qual furia
    ti  si  par  davanti  agli  occhi  casti,  il d che prima Panfilo ti
    piacque?  Dove abandonasti tu la piet debita  alle  sante  leggi  del
    matrimonio? Dove la castit, sommo onore delle donne, cacciasti allora
    che per Panfilo il tuo marito abandonasti? Ove  ora verso te la piet
    dell'amato giovine? Ove li conforti da lui dati a te nella tua miseria
    si  trovano?  Egli  nel  seno  d'un'altra  giovine  lieto trascorre il
    fuggevole tempo,  n di te si cura;  e a ragione e meritamente cos ti
    doveva avvenire, e a te e a qualunque altra li legittimi amori pospone
    alli libidinosi. Il tuo marito, pi debito ad offenderti che ad altro,
    s'ingegna di confortarti,  e colui che ti doveria confortare, non cura
    d'offenderti.
    Ohim! or non era egli bello come Panfilo? Certo s. Le sue virt,  la
    sua  nobilt  e  qualunque  altra  cosa non avanzavano molto quelle di
    Panfilo?  Or chi ne dubita?  Dunque perch lui per altrui abandonasti?
    Qual cecit,  quale traccutanza,  quale peccato,  quale iniquit vi ti
    condusse?  Ohim!  che io medesima  nol  conosco.  Solamente  le  cose
    liberamente  possedute sogliono essere reputate vili,  quantunque elle
    sieno molto care;  e quelle che con malagevolezza s'hanno,  ancora che
    vilissime  sieno,  sono  carissime  reputate.  La troppa copia del mio
    marito, a me da dovere essere cara, m'ingann,  e io,  forse potente a
    resistere, quello che io non feci miseramente piango; anzi senza forse
    era  potente,  se  io voluto avessi,  pensando a quello che gl'iddii e
    dormendo  e  vigilando  m'aveano  mostrato  la  notte,  e  la  mattina
    precedente alla mia ruina.
    Ma ora che da amare,  per ch'io voglia,  non mi posso partire, conosco
    qual fosse la serpe che me sotto il sinistro lato trafisse, e piena si
    part del mio sangue;  e similmente veggo quello che la corona  caduta
    del   tristo  capo  volle  significare:  ma  tardi  mi  giugne  questo
    avvedimento.  Gl'iddii forse a purgare alcuna ira contra me concreata,
    pentuti de' dimostrati segni,  di quelli mi tolsero la conoscenza, non
    potendo indietro tornarli,  altres come Apollo  all'amata  Cassandra,
    dopo  la  data  divinit tolse l'essere creduta: laond'io,  in miseria
    costituta non senza ragionevole colore, consumo la mia vita.
    E cos dolendomi e voltandomi e rivoltandomi per lo letto, quasi tutta
    la notte passai senza potere alcuno sonno pigliare, il quale, se forse
    pure entrava nel tristo petto, s debole in quello dimorava,  che ogni
    piccolo  mutamento  l'avrebbe  rotto;  e  come che egli ancora fievole
    fosse,  senza fiere battaglie nelle sue dimostrazioni alla  mia  mente
    non  dimorava  con  meco.  E questo non solamente quella notte,  della
    quale di sopra parlo,  m'avvenne,  ma prima molte volte,  e poi  quasi
    continuamente  m'  avvenuto;  per  che iguale tempesta,  vegghiando e
    dormendo, sente e ha sentito l'anima tuttavia.
    Non tolsero le notturne querele luogo alle diurne,  anzi,  quasi  come
    del dolermi scusata, per le bugie dette al mio marito, quasi da quella
    notte  innanzi  non  mi  sono  ridottata  di  piagnere e di dolermi in
    publico molte volte.
    Ma pure venuta la mattina la fida nutrice,  alla quale niuna parte de'
    danni  miei era nascosa,  per che essa era stata la prima che nel mio
    viso aveva gli amorosi stimoli conosciuti e ancora  in  esso  aveva  i
    casi  futuri  imaginati,  veggendomi  quando detto mi fu Panfilo avere
    altra donna,  di me dubitando e istantissima a' miei beni,  come prima
    il  mio  marito  della  camera usc,  cos v'entr;  e me veggendo per
    l'angoscie della notte preterita quasi semiviva  ancora  giacere,  con
    parole diverse si cominci ad ingegnare di mitigare li furiosi mali, e
    in  braccio  recatamisi,  con  la  tremante mano m'asciugava il tristo
    viso, movendo ad ora ad ora cotali parole:
    -   Giovine,   oltremodo   m'affliggono   li   tuoi   mali,    e   pi
    m'affliggerebbero,  se davanti non te ne avessi fatta avvedere; ma tu,
    pi volonterosa che savia,  lasciando li miei  consigli,  seguisti  li
    tuoi  piaceri,  onde al fine debito a cotali falli con dolente viso ti
    veggo venuta.  Ma per che sempre,  solo che altri voglia,  mentre  si
    vive  si  pu  ciascuno  da  malvagio  camino  dipartire  e  al  buono
    ritornare,  mi sarebbe caro che tu omai gli occhi alla tua mente dalle
    tenebre  di  questo  iniquo  tiranno  occupati svelassi,  e loro della
    verit rendessi la luce chiara. Chi egli sia,  assai li brievi diletti
    e  li  lunghi  affanni che per lui hai sostenuti e sostieni ti possono
    fare manifesto. Tu, s come giovine,  pi la volont seguitante che la
    ragione,  amasti,  e  amando,  quel  fine che da amore si pu disiare,
    prendesti; e,  come gi  detto,  brieve diletto essere il conoscesti,
    n  pi avanti che quello che avuto n'hai,  mai avere n disiare se ne
    puote.  E se egli pure avvenisse che 'l tuo Panfilo nelle tue  braccia
    tornasse, non altramente che l'usato diletto ne sentiresti.
    Li  ferventi  disiderii sogliono essere nelle cose nuove,  nelle quali
    molte volte sperandosi che quello bene sia nascoso, il quale forse non
    v', fanno con noia sostenere il fervente disio,  ma le conosciute pi
    temperatamente  si  sogliono disiderare;  ma tu troppo nel disordinato
    appetito trascorsa e tutta dispostati al  perire,  fai  il  contrario.
    Sogliono  le discrete persone,  trovandosi ne' faticosi luoghi e pieni
    di dubbii tirarsi indietro,  volendo anzi avere la  fatica,  la  quale
    infino al luogo hanno spesa dove gi pervenuti s'avveggono, perduta, e
    ritornare  sicuri,  che,  pi  avanti  andando,  mettersi a rischio di
    guadagnare la morte.  Segui adunque tu,  mentre che  tu  puoi,  cotale
    essemplo,  e  pi  ora  temperata  che tu non suoli,  metti la ragione
    innanzi alla volont,  e te medesima saviamente cava  de'  pericoli  e
    dell'angoscie,  nelle quali mattamente ti se' lasciata trascorrere. La
    fortuna a te benivola,  se  con  sano  occhio  riguarderai,  non  t'ha
    richiusa la via di dietro, n occupata s che, bene discernendo ancora
    le tue pedate,  non possi per quelle tornare l onde tu ti movesti, ed
    essere quella Fiammetta che tu ti solevi. La tua fama  intera,  n da
    alcuna  cosa  da te stata fatta  nelle menti delle genti commaculata,
    la quale essendo corrotta,  a molte giovini fu gi cagione  di  cadere
    nell'infima parte de' mali. Non volere pi procedere, acci che tu non
    guasti  quello  che  la  fortuna  t'ha riservato;  confrtati,  e teco
    medesima pensa di non avere veduto mai Panfilo,  o che 'l  tuo  marito
    sia desso.  La fantasia s'adatta ad ogni cosa, e le buone imaginazioni
    sostengono leggiermente d'essere trattate.  Sola  questa  via  ti  pu
    rendere lieta;  la qual cosa tu dei sommamente disiderare,  se cotanto
    l'angoscie t'offendono, quanto gli atti e le tue parole dimostrano.
    Queste  parole,  o  simiglianti,   non  una  volta  ma  molte,   senza
    rispondervi alcuna cosa, ascoltai io con grave animo, e avvegna che io
    oltremodo turbata fossi,  nondimeno vere le conosceva;  ma la materia,
    mal disposta ancora,  senza alcuna utilit le riceveva;  anzi,  ora in
    una parte e ora in un'altra voltandomi,  avvenne alcuna volta che,  da
    impetuosa ira commossa,  non  guardandomi  dalla  presenza  della  mia
    balia,  con  voce oltre alla donnesca gravezza rabbiosa,  e con pianto
    oltre ad ogni altro grandissimo cos dissi:
    - O Tesifone, infernale furia, o Megera, o Aletto,  stimolatrici delle
    dolenti  anime,  dirizzate li feroci crini,  e le paurose idre con ira
    accendete a nuovi spaventamenti,  e veloci nell'iniqua camera  entrate
    della malvagia donna,  e ne' suoi congiugnimenti con l'involato amante
    accendete le misere facelline,  e quelle  intorno  al  dilicato  letto
    portate  in  segno  di  funesto agurio a' pessimi amanti!  O qualunque
    altro popolo delle nere case di Dite,  o iddii degl'immortali regni di
    Stige,  siate  presenti  qui,  e  co' vostri tristi ramarichii porgete
    paura ad essi infedeli. O misero gufo, canta sopra l'infelice tetto! E
    voi, o Arpie, date segno di futuro danno! O ombre infernali, o etterno
    Caos, o tenebre d'ogni luce nemiche, occupate l'adultere case,  s che
    gl'iniqui  occhi  non  godano  d'alcuna  luce;  e  li  vostri odii,  o
    vendicatrici delle scelerate cose,  entrino  negli  animi  acconci  a'
    mutamenti, e impetuosa guerra generate fra loro!
    Appresso  questo,  gittato  un  ardente  sospiro,  aggiunsi alle rotte
    parole:
    - O iniquissima donna, qualunque tu se', da me non conosciuta,  tu ora
    l'amante,  il quale io lungamente ho aspettato,  possiedi, e io misera
    languisco a lui lontana.  Tu delle mie fatiche possiedi il guiderdone,
    e  io  vacua  senza  frutto  dimoro de' seminati prieghi.  Io ho porte
    l'orazioni e gl'incensi agl'iddii per la prosperit di colui il  quale
    furtivamente  tu mi dovevi sottrarre,  e quelle furono udite per utile
    di te. Or ecco, io non so con quale arte n come tu me gli abbi tratta
    del cuore e messavi te,  ma pure so che cos ;  ma cos ne  possi  tu
    tosto rimanere contenta,  come tu n'hai me lasciata.  E se forse a lui
    la terza volta  innamorarsi    malagevole,  gl'iddii  non  altramente
    dividano  il  vostro  amore  che  quel della greca donna e del giudice
    d'Ida divisero, o quel del giovine abideo dalla sua dolente Ero, o de'
    miseri figliuoli d'Eolo, volgendosi contro di te l'aspro giudicio,  ed
    egli rimanendo salvo.  O pessima femina, tu dovevi bene, la sua faccia
    mirando,  pensare che  egli  senza  donna  non  era;  dunque,  se  ci
    pensasti,  che so che 'l pensasti,  con quale animo procedesti a trre
    quel che d'altrui era?  Certo con nemico animo,  avviso;  e io  sempre
    come nemica e occupatrice de' miei beni ti seguir e sempre, mentre ci
    viver,  mi nutricher della speranza della tua morte; la quale io non
    comune priego che sia come l'altre,  ma,  posta in  luogo  di  pesante
    piombo  o  di  pietra  nella  concava  fionda,  tu sia intra li nemici
    gittata,  n al tuo lacerato corpo sia dato o fuoco o  sepultura,  ma,
    diviso e sbranato,  sazii gli agognanti cani,  li quali io priego che,
    poi che consumate avranno le molli polpe,  delle tue  ossa  commettano
    asprissime  zuffe,  acci che,  rapinosamente rodendole,  te di rapina
    dilettata in vita dimostrino.  Niuno giorno,  niuna notte,  niuna  ora
    sar la mia bocca senza esser piena delle tue maladizioni, n a questo
    mai si porr fine: prima si tuffer la celestiale Orsa in Oceano, e la
    rapace  onda della ciciliana Cariddi star ferma,  e taceranno li cani
    di Silla,  e nell'Ionio mare surgeranno le mature  biade,  e  l'oscura
    notte dar nelle tenebre luce, e l'acqua con le fiamme, e la morte con
    la  vita,  e il mare co' venti saranno concordi con somma fede;  anzi,
    mentre  che  Gange  durer  tiepido  e  l'Istro  freddo,  e  li  monti
    porteranno  le  querce,  e  li campi li morbidi paschi,  con teco avr
    battaglie.  N finir la morte questa ira,  anzi tra li morti  spiriti
    seguitandoti, con quelle ingiurie che di l s'adoperano m'ingegner di
    noiarti.  E  se  tu forse a me sopravvivi,  quale che si sia della mia
    morte il modo,  dovunque il misero spirito se  n'andr,  di  quindi  a
    forza  m'ingegner di scioglierlo,  e in te entrando,  furiosa ti far
    divenire non altramente che sieno le vergini dopo il ricevuto  Apollo;
    o  vegnendo nel tuo cospetto,  vegghiando,  orribile mi vedrai,  e ne'
    sonni  spaventevole  sovente  ti  dester  nelle  tacite   notti;   e,
    brievemente, ci che tu farai, continuamente voler dinanzi agli occhi
    tuoi,  e  lamentandomi  di questa ingiuria,  te in niuna parte lascer
    quieta; e cos,  mentre viverai,  da cotal furia,  me operante,  sarai
    stimolata, e, morta, poi di piggiori cose ti sar cagione.
    Ohim misera!  In che si stendono le mie parole?  Io ti minaccio, e tu
    mi nuoci, e il mio amante tenendoti, quello delle minacciate offese ti
    curi che gli altissimi re de' meno possenti uomini. Ohim! ora fosse a
    me lo 'ngegno di Dedalo,  o li carri di Medea,  acci che  per  quello
    aggiugnendo  ali  alle mie spalle,  o per l'aere portata,  subitamente
    dove tu gli amorosi furti nascondi mi ritrovassi!  Oh quante  e  quali
    parole al falso giovine e a te, rubatrice degli altrui beni, direi con
    viso  turbato  e  minaccevole!  Oh  con quanta villania i vostri falli
    riprenderei! E poi che te e lui delle commesse colpe vergognosi avessi
    renduti,  senza alcuno freno o indugio procederei alla vendetta,  e li
    tuoi  capelli  con le proprie mani pigliandoli e laniandoli forte,  te
    ora qua e ora  l  tirando  per  quelli,  davanti  al  perfido  amante
    sazierei le mie ire,  e con essi tutti li vestimenti ti straccerei. N
    questo mi basterebbe, anzi, con tagliente unghia il viso piaciuto agli
    occhi falsi arerei in molte parti, lasciando etterni segnali in quello
    delle mie vendette;  e il misero corpo  tutto  con  li  bramosi  denti
    lacererei,  il  quale  poi  lasciando  a  colui  che  ora ti lusinga a
    medicare, lieta ricercherei le triste case.
    Mentre che io queste parole dico,  con gli  occhi  sfavillanti  e  co'
    denti serrati, e con le pugna strette, quasi a' fatti fossi, dimoro, e
    pare che parte della disiata vendetta mi rechino;  ma la vecchia balia
    quasi piagnendo mi dice:
    - O figliuola,  posci che tu conosci la fiera tirannia dello iddio che
    ti molesta,  tempera te medesima,  e li tuoi pianti raffrena;  e se la
    debita piet di te stessa a ci non ti muove, muovati il tuo onore, al
    quale nuova vergogna d'antica colpa potrebbe nascere  di  leggieri;  o
    almeno  taci,  non  forse  il  tuo marito senta le triste cose,  e per
    doppia cagione meritevolmente si dolga del fatto tuo.
    Allora al ricordato sposo pensando,  da nuova piet mossa,  pi  forte
    piango,  e  nell'anima volgendo la rotta fede e le male servate leggi,
    cos dico alla mia balia:
    - O fidissima compagna delle nostre fatiche,  di poco si pu dolere il
    mio marito. Colui che fu del nostro peccato cagione, di quello  stato
    agrissimo  purgatore;  io  ho  ricevuto  e  ricevo secondo i meriti il
    guiderdone.  Niuna pena mi poteva il marito dare maggiore,  che quella
    che  m'ha porta l'amante: sola la morte,  se la morte  penosa come si
    dice,  mi puote il  marito  per  pena  accrescere.  Venga  adunque,  e
    dalami: ella non mi fia pena,  anzi diletto, per che io la disidero,
    e pi dalla sua mano che dalla mia mi fia graziosa.  Se egli non la mi
    d,  o ella da s non viene, il mio ingegno da s la trover, per che
    io per quella spero ogni mia doglia finire.  Lo  'nferno,  de'  miseri
    suppremo  supplicio,  in qualunque luogo ha in s pi cocente,  non ha
    pena alla mia simigliante. Tizio ci  porto per gravissimo essemplo di
    pena dagli antichi autori, dicenti a lui sempre essere pizzicato dagli
    avoltoi il ricrescente fegato, e certo io non la stimo piccola, ma non
     alla mia simigliante; ch se a colui avoltoi pizzicano il fegato,  a
    me  continuo  squarciano  il cuore cento milia sollecitudini pi forti
    che alcuno rostro d'uccello.  Tantalo similmente dicono tra l'acque  e
    li  frutti morirsi di fame e di sete;  certo e io,  posta nel mezzo di
    tutte le mondane  delizie,  con  affettuoso  appetito  il  mio  amante
    disiderando,  n potendolo avere,  tal pena sostengo quale egli,  anzi
    maggiore,  per che egli con alcuna speranza delle vicine onde  e  de'
    propinqui  pomi  pure si crede alcuna volta potere saziare,  ma io ora
    del tutto disperata di ci che  a  mia  consolazione  sperava,  e  pi
    amando  che mai colui che nell'altrui forza con suo volere  ritenuto,
    tutta di s m'ha fatta di speranza rimanere  di  fuori.  E  ancora  il
    misero  Issione  nella  fiera ruota voltato non sente doglia s fatta,
    che alla mia si  possa  agguagliare:  io,  in  continuo  movimento  da
    furiosa  rabbia  per gli avversarii fati rivolta,  patisco pi pena di
    lui assai.  E se le figliuole di Danao ne' forati vasi con vana fatica
    continuo versano acque credendoli empiere,  e io con gli occhi, tirate
    dal tristo cuore, sempre lagrime verso.


    Perch ad una ad una le infernali pene mi fatico io di raccontare? Con
    ci sia cosa che in me maggior pena tutta insieme si trova, che quelle
    in diviso o congiunte non sono.  E se altro in  me  pi  che  in  loro
    d'angoscia non fosse,  se non che a me conviene tenere occulti li miei
    dolori, o almeno la cagione d'essi,  l dove essi con voci altissime e
    con atti conformi alle loro doglie li possono mostrare,  si sarieno le
    mie pene  maggiori  che  le  loro  da  giudicare.  Ohim!  quanto  pi
    fieramente  cuoce  il  fuoco ristretto,  che quello il quale per ampio
    luogo manda le fiamme sue!  E quanto  grave cosa e di guai  piena  il
    non  potere  nelle  sue doglie spandere alcuna voce,  o dire la nociva
    cagione,  ma convenirle sotto lieto viso nascondere  solo  nel  cuore!
    Dunque non doglia,  ma piuttosto di doglia alleggiamento mi sarebbe la
    morte.  Venga adunque il caro marito,  e s ad un'ora vendichi,  e  me
    cacci di doglia;  apra il suo coltello il mio misero petto, e fuori la
    dolente anima,  amore e le mie pene ad  un'ora  ne  tragga  con  molto
    sangue;  e  il cuore,  di queste cose ritenitore,  s come ingannatore
    principale e ricettatore  de'  suoi  nemici,  laceri  come  merita  la
    commessa nequizia.
    Dappoi che la vecchia balia me tacita del parlare e nel profondo delle
    lagrime vide, cos con voce sommessa mi cominci a dire:
    -  O cara figliuola,  che  quello che tu favelli?  Le tue parole sono
    vane,  e pessimi sono gl'intendimenti.  Io in questo mondo vecchissima
    molte  cose  ho  vedute,  e  gli  amori di molte donne senza dubbio ho
    conosciuti;  e ancora che io tra 'l numero di voi da mettere non  sia,
    non  per  tanto  io pur gi conobbi gli amorosi veleni,  li quali cos
    vengono gravi, e molto pi tal fiata,  alle menome genti come alle pi
    possenti,  in  quanto  pi  alle  indigenti sono chiuse le vie a' loro
    piaceri,  che a coloro che con le ricchezze  le  possono  trovare  per
    l'ozio  loro,  n  quello che tu quasi impossibile e tanto a te penoso
    favelli, non udii,  n sentii mai essere duro come ne porgi.  Il quale
    dolore, pure posto che gravissimo sia, non  per da consumarsene come
    fai,  e  quindi  cercare  la  morte,  la  quale  tu  pi  adirata  che
    consigliata domandi.  Bene conosco io che la rabbia dalla  focosa  ira
    stimolata  cieca,  e non cura di coprirsi,  n freno alcuno sostiene,
    n teme morte, anzi essa medesima da se stessa sospinta,  si fa contro
    alle mortali punte dell'acute spade, la quale, se alquanto raffreddare
    fia  lasciata,  non  dubito  che  l'accesa  follia  saria manifesta al
    raffreddato.  E per,  figliuola,  sostieni il tuo grave impeto,  e d
    luogo al furore, e alquanto nota le mie parole; e negli essempli da me
    detti ferma l'animo tuo.
    Tu  ti  duoli  con  gravi  ramarichii,  se  io  ho  bene le tue parole
    raccolte,  dell'amato giovine da te dipartito e della  rotta  fede,  e
    d'Amore  e della nuova donna,  e in questo dolerti niuna pena alla tua
    reputi iguale;  e certo,  se tu savia sarai come io disidero,  a tutte
    queste cose con effetto raccogliendo le mie parole, prenderai tu utile
    medicina.  Il giovine, il quale tu ami, senza dubbio secondo l'amorose
    leggi, come tu lui, te dee amare; ma se egli nol fa, fa male, ma niuna
    cosa a farlo il pu costrignere.  Ciascheduno il beneficio  della  sua
    libert,  com gli pare, pu usare. Se tu fortemente ami lui, tanto che
    di ci pena intollerabile sostieni,  egli di ci non  t'ha  colpa,  n
    giustamente   di  lui  ti  puoi  dolere:  tu  stessa  di  ci  ti  se'
    principalissima cagione. Amore, ancora che potentissimo signore sia, e
    incomparabili le sue forze, non per, te invita,  ti poteva il giovine
    pignere  nella  mente:  il  tuo  senno e gli oziosi pensieri di questo
    amore ti furono principio;  al quale  se  tu  vigorosamente  ti  fossi
    opposta,  tutto  questo  non  avvenia,  ma,  libera,  lui e ogni altro
    averesti potuto schernire, come tu di' che egli di te non curantesi ti
    schernisce.  Egli  adunque  t'  bisogno,   poi  la  tua  libert  gli
    sommettesti,  di  reggerti  secondo  li  suoi piaceri: piacegli ora di
    stare a te lontano; a te similemente senza ramaricarti si conviene che
    egli piaccia.  Se egli intera fede lagrimando ti diede,  e di  tornare
    impromise,  non  cosa nuova,  ma antichissima usanza fe' degli amanti:
    questi sono de' costumi che s'usano nella corte del tuo iddio.
    Ma se egli attenuta non te l'ha, niuno giudice si trov mai che di ci
    tenesse ragione,  n di ci pi si puote che dire: "Male ha fatto",  e
    darsi pace,  sappiendo che a lui sia da fare,  se mai a tal partito la
    fortuna tel desse, a quale ella ha te a lui conceduta. Egli ancora non
     il primo che questo fa,  n tu la prima a cui  avviene.  Giasone  si
    part  di  Lemnos d'Isifile,  e torn in Tessaglia di Medea;  Pars si
    part di Oenone delle selve d'Ida,  e ritorn a Troia di Elena;  Teseo
    si  part  di  Creti di Adriana,  e giunse ad Attene di Fedra: n per
    Isifile,  o Oenone,  o  Adriana  s'uccisero,  ma  posponendo  li  vani
    pensieri,  misero in oblio li falsi amanti. Amore, come io di sopra ti
    dissi,  niuna ingiuria ti fa o t'ha fatta,  pi che tu  t'abbi  voluto
    pigliare.  Egli  usa  il  suo  arco e le sue saette senza provedimento
    alcuno,  s come noi tutto giorno veggiamo;  e deeti per  manifesti  e
    infiniti essempli la sua maniera essere chiara,  che niuno meritamente
    di cosa che gli avvenga per lui,  non  si  dovria  di  lui  ma  di  s
    condolere.  Egli fanciullo lascivo,  ignudo e cieco,  volta e gitta, e
    non sa modo rimuoverlo,  anzi piuttosto un perdersi le parole.
    La nuova donna,  dal tuo amante presa,  forse  da  lei  preso  il  tuo
    amante,  alla  quale tu con tante ingiurie minacci,  forse non con sua
    colpa l'ha fatto suo,  ma egli  forse  di  lei  con  improntitudine  
    divenuto,  e  come  tu  a'  prieghi di lui non potesti resistere,  per
    avventura n ella medesima,  forse non meno di te pieghevole,  li pot
    senza piet sostenere.  Se egli cos sa piagnere,  come narri,  quando
    gli piace,  sieti manifesto le lagrime e la bellezza  congiunte  avere
    grandissime forze. E oltre a ci, poniamo pure che la gentil donna con
    le sue parole e atti l'abbia irretito: cos s'usa oggi nel mondo,  che
    ciascuna persona cerca il suo vantaggio,  e senza  altrui  riguardare,
    quando il trova sel piglia comunque puote.  La buona donna,  non forse
    meno di te savia in queste cose,  lui destro alla  milizia  di  Venere
    conoscendo,  sel  rec  a s.  E chi tiene te che tu non possi fare il
    simigliante d'un altro? La qual cosa non lodo, ma pure,  se pi non si
    puote e di seguire Amore se' costretta, ove tu la tua libert da colui
    vogli ritrarre, ch potrai, infiniti giovini ci sono pi di lui degni,
    per  quello che io creda,  che volontieri a te diverranno suggetti: il
    diletto de' quali cos lui trarr della tua mente, come la nuova donna
    ha forse te della sua tratta.
    Di queste fedi promesse e giuramenti fatti intra gli amanti,  Giove se
    ne  ride  quando  si  rompono;  e chi tratta altrui secondo che egli 
    trattato, forse non falla soperchio, anzi usa il mondo secondo li modi
    altrui. Il servare fede a chi a te la rompe,  oggi reputata mattezza,
    e lo 'nganno compensare con lo 'nganno si dice sommo sapere.  Medea da
    Giasone  abbandonata  si  prese  Egeo,  e Adriana da Teseo lasciata si
    guadagn Bacco per suo marito,  e cos  li  loro  pianti  mutarono  in
    allegrezza.
    Dunque pi pazientemente le tue pene sostieni,  poich meritamente pi
    d'altrui che di te non t'hai a dolere,  e a quelle trovansi molti modi
    a  lasciarle,  quando  vorrai,  considerando  ancora che gi ne furono
    sostenute per altre delle s gravi,  e trapassate.  Che  dirai  tu  di
    Deianira essere abbandonata per Iole da Ercule, e Fillis da Demofonte,
    e  Penelope da Ulisse per Circe?  Tutte queste furono pi gravi che le
    tue pene, in quanto cos o pi era fervente l'amore, e se si considera
    il modo e gli uomini pi notabili e le donne;  e pure  si  sostennero.
    Dunque,  a  queste  cose  non  se' sola n prima,  e quelle alle quali
    l'uomo ha compagnia,  appena possono essere importabili o gravi,  come
    tu  le dimostri.  E per rallgrati e le vane sollecitudini caccia,  e
    del tuo marito dubita;  al  quale  forse  se  questo  pervenisse  agli
    orecchi,  posto,  come  tu di',  che nulla pi oltre te ne potesse per
    pena dare che la morte, quella medesima,  con ci sia cosa che pi che
    una  volta  non  si  muoia,  si  dee,  quando l'uomo pu,  pigliare la
    migliore. Pensa, se quella come adirata dimandi ti seguisse, di questo
    di quanta infamia  ed  etterna  vergogna  rimarrebbe  la  tua  memoria
    fregiata.  Egli  si  vogliono le cose del mondo cos apparare ad usare
    come mobili;  e per innanzi n tu n niuno in esse molto si confidi se
    vengono prospere, n nell'avverse prostrato delle migliori si disperi.
    Cloto  mescola  queste  cose  con  quelle,  e vieta che la fortuna sia
    stabile,  e  ciascuno  fato  rivolge;   niuno  ebbe  mai  gl'iddii  s
    favorevoli  che nel futuro li potesse obligare;  Iddio le nostre cose,
    da' peccati incitato,  con turbazione rovescia;  la Fortuna similmente
    teme li forti, e avvilisce li timidi.
    Ora    tempo da provare se in te ha luogo niuna virt,  avvegna che a
    quella in niuno tempo si  possa  trre  luogo,  ma  le  prosperit  la
    ricuoprono  assai  spesso.  La speranza ancora ha questa maniera,  che
    ella nelle cose afflitte non mostra alcuna via: e per chi niuna  cosa
    puote  sperare,  di  nulla si disperi.  Noi siamo agitati da' fati;  e
    credimi che non di leggieri si possono  con  sollecitudine  mutare  le
    cose apparecchiate da loro. Ci che noi generazione mortale facciamo e
    sosteniamo,  quasi  la  maggior parte viene da' cieli;  Lachesis serva
    alla sua rocca la decreta legge, e ogni cosa mena per limitata via: il
    primo d ci diede lo stremo,  n  licito  d'avere  le  avvenute  cose
    rivolte in altro corso.  L'avere voluto il mobile ordine tenere nocque
    gi a molti, e a molti ancora l'averlo temuto; per che mentre essi li
    loro fati temono,  gi a quelli  sono  pervenuti.  Adunque  lascia  li
    dolori  li  quali  volontaria  hai  eletti,  e  vivi  lieta negl'iddii
    sperando, e opera bene, per che spesso avvenne gi che qualora l'uomo
    pi alla felicit si crede lontano,  allora in quella con  disavveduto
    passo  entrato.  Molte navi,  correndo felicemente per gli alti mari,
    gi ruppero all'entrata de' salvi porti;  e  cos  alcune,  di  salute
    disperate del tutto, salve in quelli alla fine si ritrovarono. E io ho
    gi  veduti molti alberi,  dalle fiammifere folgori di Giove percossi,
    ivi a pochi tempi pieni di verdi frondi;  e alcuni,  con sollecitudine
    riguardati,  da non conosciuto accidente essersi secchi. La fortuna d
    varie vie,  e cos come ella di  noia  t'  stata  cagione,  cos,  se
    sperando la tua vita nutrichi, ti sar similmente di gioia.
    Non una sola volta ma molte us verso me la savia balia cotali parole,
    credendosi  da  me  potere  cacciare li dolori,  e l'ansiet riservate
    solamente alla morte;  ma di quelle poco o nulla  toccava  con  frutto
    l'occupata mente,  e la maggior parte perduta si smarria tra l'aure, e
    il mio male di giorno in giorno pi comprendea la dolente  anima;  per
    che  spesso  supina  sopra  il  ricco  letto  col  viso tra le braccia
    nascoso,   nella  mente  varie  cose  e  grandi  rivolgea.   Io   dir
    crudelissime  cose,  e  quasi  da  non  dovere essere credute da donna
    essere pensate, se avvenire per addietro cos fatte,  o maggiori,  non
    si fossero vedute. Essendo io nel cuore vinta da incomparabile doglia,
    sentendomi  dal  mio amante,  disperata,  lontana,  cos fra me a dire
    cominciai:
    "Ecco,  quella cagione che la  sidonia  Elissa  ebbe  d'abandonare  il
    mondo,  quella medesima m'ha Panfilo donata,  e molto piggiore.  A lui
    piace che io, abandonate queste,  nuove regioni cerchi;  e io,  poich
    suggetta  gli  sono,  far  quello che gli piace,  e al mio amore e al
    commesso male e all'offeso marito ad un'ora satisfar degnamente; e se
    agli spiriti sciolti dalla corporal carcere e al nuovo mondo   alcuna
    libert,  senza  alcuno  indugio  con lui mi ricongiugner,  e dove il
    corpo mio esser non puote,  l'anima vi star  in  quella  vece.  Ecco,
    adunque  morr,  e questa crudelt,  volendo l'aspre pene fuggire,  si
    conviene di usare a me  in  me  stessa,  per  che  niuna  altra  mano
    potrebbe  s essere crudele,  che degnamente quella che io ho meritata
    operasse.  Prender adunque senza indugio la morte,  la quale,  ancora
    che  oscurissima  cosa  sia  a pensare,  pi graziosa l'aspetto che la
    dolente vita".
    E poi che io ultimamente fui in questo proponimento diliberata, fra me
    cominciai a cercare quale dovesse de' mille modi esser  l'uno  che  mi
    togliesse di vita: e prima m'occorsero ne' pensieri li ferri,  a molti
    di quella stati cagione,  tornandomi  a  mente  la  gi  detta  Elissa
    partita di vita per quelli. Dopo questo mi si par davanti la morte di
    Biblis e d'Amata, il modo delle quali s'offeriva a finire la mia vita;
    ma  io,  pi tenera della mia fama che di me stessa,  e temendo pi il
    modo del morire che la  morte,  parendomi  l'uno  pieno  d'infamia,  e
    l'altro di crudelt soperchia nel ragionare delle genti, mi fu cagione
    di  schifare  e  l'uno  e l'altro.  Poi imaginai di voler fare s come
    fecero li Saguntini o gli Abidei, gli uni tementi Annibale cartaginese
    e gli altri Filippo macedonico,  li quali le loro cose e  se  medesimi
    alle  fiamme  commisero;  ma  veggendo in questo del caro marito,  non
    colpevole ne' miei mali,  gravissimo danno,  come gli altri precedenti
    modi avea rifiutati,  cos e questo ancora rifiutai.  Vennermi poi nel
    pensiero li velenosi sughi,  li quali  per  addietro  a  Socrate  e  a
    Sofonisba  e  ad  Annibale  e  a  molti altri prencipi l'ultimo giorno
    segnarono,  e questi assai a' miei piaceri si confecero;  ma  veggendo
    che  a cercare d'averli tempo si convenia interporre,  e dubitando non
    in quel mezzo si mutasse il mio proponimento, di cercare altra maniera
    imaginai,  e pensato mi venne di  volere...  come  molti  gi  fecero,
    rendere il tristo spirito: dubitando d'impedimento,  ch 'l vedea,  ad
    altra specie di pensiero  trapassai.  E  questa  cagion  medesima  gli
    accesi  carboni di Porzia mi fece lasciare: ma venutami nella mente la
    morte d'Ino e di Melicerte,  e  similmente  quella  di  Erisitone,  il
    bisognarvi lungo spazio all'una ad andare,  all'altra ad aspettare, me
    le  fece  lasciare,   imaginando  dell'ultima  il  dolore   lungamente
    nutricare i corpi.  Ma oltre tutti questi modi,  m'occorse la morte di
    Pernice caduto dell'altissima arce cretense,  e questo  solo  modo  mi
    piacque di seguitare per infallibile morte e vta d'ogni infamia,  fra
    me dicendo:
    "Io dell'alte parti della mia casa gittandomi, il corpo rotto in cento
    parti,  per tutte e cento render l'infelice anima maculata e rotta a'
    tristi iddii, n fia chi quinci pensi crudelt o furore in me stato di
    morte,  anzi  a fortunoso caso imputandolo,  spandendo pietose lagrime
    per me, la fortuna maladiranno".
    Questa diliberazione  nell'animo  mio  ebbe  luogo,  e  sommamente  mi
    piacque  di  seguitarla,  pensando  in me grandissima piet usare,  se
    forte spietata contro a me divenissi.
    Gi era il pensier fermo, n altra cosa aspettava che tempo, quando un
    freddo sbito entrato per le mie ossa, tutta mi fece tremare, il quale
    con seco rec parole cos dicenti:
    "O misera,  che pensi tu di fare?  Vuo' tu per  ira  e  per  corruccio
    divenire nulla?  Or se tu fossi pure ora per morire da infermit grave
    costretta,  non ti dovresti tu ingegnare di vivere,  acci che  almeno
    una volta innanzi la morte tua tu potessi vedere Panfilo? Non pensi tu
    che  morta  nol potrai vedere,  n la piet di lui verso te niuna cosa
    potr operare?  Che valse a Fillis non paziente la  tarda  tornata  di
    Demofonte?  Essa fiorendo senza alcuno diletto sent la venuta sua, la
    quale se sostenere avesse potuto, donna, non albero l'averia ricevuto.
    Vivi adunque,  ch egli pure torner qui  alcuna  volta,  o  amante  o
    nemico  che egli ci torni;  e quale che egli d'animo ci torni,  tu pur
    l'amerai,  e per avventura il potrai vedere,  e farlo pietoso de' casi
    tuoi: egli non  di quercia,  o di grotta, o di dura pietra scoppiato,
    n bevve latte di tigre o di quale altro  pi  fiero  animale,  n  ha
    cuore  di  diamante  o d'acciaio,  che egli a quelli non sia pietoso e
    pieghevole; ma se pure da piet non fia vinto,  vivendo tu,  allora di
    morire  pi  licito  ti  sar.  Tu  hai  oltre  ad  uno anno senza lui
    sostenuta la trista vita;  bene la puoi ancora sostenere oltre ad  uno
    altro.  In  niuno  tempo  falla la morte a chi la vuole: ella fia cos
    presta,  e molto meglio allora che ella non  ora;  e potraine  andare
    con  isperanza  che  egli alcuna lagrima,  quantunque nemico e crudele
    sia, porger alla tua morte.  Ritira adunque indietro il troppo sbito
    consiglio,  per  che  chi  di  consigliare  s'affretta,  si studia di
    pentere.  Questo che tu vuoi fare,  non  cosa che pentimento ne possa
    seguire, e, se egli ne pur seguisse, da poterla indietro tornare".
    Cos   da  queste  cose  l'anima  occupata,   il  proponimento  sbito
    lungamente in libra tenne;  ma stimolandomi Megera con  aspre  doglie,
    vinsi  di  seguire  il  proposto,  e tacitamente pensai di mandarlo ad
    effetto;  e con benigne parole alla mia  balia,  che  gi  tacea,  nel
    tristo viso mostrai infinto conforto,  alla quale, acci che quindi si
    dipartisse, dissi:
    "Ecco,  carissima madre,  li tuoi parlari verissimi con  utile  frutto
    luogo  nel petto mio hanno trovato,  ma acci che 'l cieco furore esca
    della pazza  anima,  alquanto  di  qui  ti  cessa,  e  me  di  dormire
    disiderosa al sonno lascia".
    Ella  sagacissima,  e  quasi  de'  miei intendimenti indovina,  il mio
    dormire  loda,   e  da  me  dilungatasi  alquanto  per   lo   ricevuto
    comandamento,  della camera uscire non volle in niuno modo. Ma io, per
    non farla del mio intendimento sospetta, oltre al mio piacere sostenni
    la sua dimora, imaginando che,  dopo alquanto,  quieta veggendomi,  si
    dovesse  partire.  Fingo adunque con riposo tacito il pensato inganno;
    nel quale, bench di fuori niuna cosa appaia, cos nell'ore le quali a
    me ultime dovere essere pensava, fra me dogliosa dicea cotali parole:
    "O misera Fiammetta, o pi che altra dolorosissima donna,  ecco che 'l
    tuo d  venuto!  Oggi,  poi che dell'alto palagio ti sarai gittata in
    terra,  e l'anima avr lasciato il rotto  corpo,  terminate  fieno  le
    lagrime tue,  li sospiri,  l'angoscie e li disiri, e ad un'ora te e il
    tuo Panfilo libero farai della promessa fede.  Oggi avrai  da  lui  li
    meritati  abbracciari;  oggi le militari insegne d'Amore copriranno il
    corpo tuo con disonesto strazio oggi il tuo  spirito  il  vedr;  oggi
    conoscerai per cui t'abbia abandonata;  oggi a forza pietoso il farai;
    oggi comincerai le vendette della nemica donna. Ma, o iddii, se in voi
    niuna piet si trova, negli ultimi miei prieghi siatemi graziosi: fate
    la mia morte senza infamia passare tra le genti.  Se in quella  alcuno
    peccato,  prendendola, si commette, ecco che di quello la satisfazione
     presente,  cio che io muoio senza osare manifestare la cagione,  la
    quale  cosa non piccola consolazione mi sarebbe,  se io credessi,  ci
    dicendo,  passare senza biasimo.  Fatela ancora con pazienza sostenere
    al caro marito, il cui amore se io debitamente avessi guardato, ancora
    lieta senza porgervi questi prieghi,  di vivere chiederei.  Ma io,  s
    come femina mal conoscente del ricevuto bene, e come l'altre sempre il
    peggio pigliando, ora questo guiderdone me ne dono. O Atropos,  per lo
    tuo  infallibile  colpo  a tutto il mondo,  umilmente ti priego che il
    cadente corpo guidi nelle tue forze, e con non troppa angoscia l'anima
    sciogli dalle fila della tua Lachesis;  e tu,  o Mercurio,  di  quella
    ricevitore, io ti priego per quell'amor che gi ti cosse, e per lo mio
    sangue,  il quale io da ora offero a te,  che tu benignamente la guidi
    a' luoghi a lei disposti dalla tua discrezione,  n  s  aspri  glieli
    apparecchi, che lievi reputi i mali avuti".
    Queste  cose  cos  fra  me dette,  Tesifone stette dinanzi agli occhi
    miei, e con non intendevole mormorio, e con minaccevole aspetto mi fe'
    pavida di piggiore vita che la preterita.  Ma  poi,  con  pi  sciolta
    favella  dicendo:  "Niuna  cosa  una sola volta provata non pu essere
    grave", il turbato animo alla morte infiamm con pi focoso disio. Per
    che, veggendo io che ancora non si partia la vecchia balia,  dubitando
    non  troppo  aspettare,  me apparecchiata a morire indietro traesse il
    proposto, o che accidente via nol togliesse, stese le braccia sopra il
    mio letto quasi abbracciandolo, dissi piagnendo:
    - O letto,  rimanti con Dio,  il quale io  priego  che  alla  seguente
    donna, pi che a me non t'ha fatto, ti facci grazioso.
    Poi,  gli  occhi  rivolti per la camera,  la quale pi mai non sperava
    vedere,  presa da dolore sbito il cielo perdei,  e quasi palpando,  e
    presa  da  non  so che tremito mi volli levare,  ma le membra vinte da
    paura orribile non mi sostennero; anzi ricaddi, e non solo una, ma tre
    fiate sopra il mio viso,  e in me fierissima battaglia sentiva tra  li
    paurosi  spiriti  e  l'adirata  anima,  li quali lei volente fuggire a
    forza teneano.  Ma pure l'anima vincendo,  e da  me  la  fredda  paura
    cacciando,  tutta di focoso dolore m'accesi,  e riebbi le forze. E gi
    nel viso del colore palido della morte dipinta,  impetuosamente su  mi
    levai,  e, quale il forte toro ricevuto il mortal colpo furioso in qua
    e in l saltella,  s  percotendo,  cotale  dinanzi  agli  occhi  miei
    errando  Tesifone,  del  letto,  non  conoscendo gl'impeti miei,  come
    baccata mi gittai in terra,  e dietro alla furia  correndo,  verso  le
    scale  saglienti  alla  somma parte delle mie case mi dirizzai;  e gi
    fuori della camera trista saltata,  forte piagnendo,  con  disordinato
    sguardo  tutte  le  parti  della casa mirando,  con voce rotta e fioca
    dissi:
    - O casa,  male a me felice,  rimani  etterna,  e  la  mia  caduta  fa
    manifesta all'amante, se egli torna; e tu, o caro marito, confrtati e
    per  innanzi  cerca  d'una  pi  savia  Fiammetta.  O care sorelle,  o
    parenti,  o qualunque altre compagne e amiche,  o  servitrici  fedeli,
    rimanete con la grazia degl'iddii.
    Io  rabbiosa  intendeva  con  tutte  le parole al tristo crso,  ma la
    vecchia balia,  non altramente che chi dal sonno a' furori  escitato,
    lasciato  della  rocca  lo studio,  sbito stupefatta questo veggendo,
    lev li gravissimi membri,  e gridando,  come  poteva  mi  cominci  a
    seguire. Ella con voce appena da me creduta diceva:
    - O figliuola,  ove corri? Qual furia ti sospigne? E` questo il frutto
    che tu dicevi che le mie parole in te aveano di preso conforto  messo?
    Ove vai tu? Aspettami.
    Poi con voci ancora maggiori gridava:
    -  O  giovini,  venite,  occupate  la pazza donna,  e ritenete li suoi
    furori.
    Il suo romore era nulla,  e molto meno il grave corso.  A me parea che
    fossero  ali cresciute,  e pi veloce che alcuna aura correva alla mia
    morte.  Ma li non pensati casi,  s a' buoni come a' rei  proponimenti
    opponentisi,  furono  cagione  che io sia viva: per che li miei panni
    lunghissimi,  e al mio intendimento nemici,  non potendo con  la  loro
    lunghezza  raffrenare  il mio crso,  ad uno forcuto legno,  mentre io
    correva,  non so  come,  s'avvilupparono,  e  la  mia  impetuosa  fuga
    fermarono,   n  per  tirare  che  io  facessi,  di  s  parte  alcuna
    lasciarono; per che, mentre io tentava di riaverli,  la grave balia mi
    sopraggiunse, alla quale io con viso tinto mi ricorda che io dissi con
    alto grido:
    -  O misera vecchia,  fuggi di qui,  se la vita t' cara!  Tu ti credi
    aiutarmi,  e offendimi;  lasciami usare il mortale oficio  ora  a  ci
    disposta  con somma voglia;  per che niuna altra cosa fa chi colui di
    morire impedisce che disidera di morire,  se non che egli l'uccide: tu
    di me diventi micidiale,  credendomi trre dalla morte,  e come nemica
    tenti di prolungare i danni miei.
    La lingua gridava,  e il cuore ardeva d'ira,  e le mani per la  fretta
    credendosi sviluppare, avviluppavano; n prima a me occorse il rimedio
    dello  spogliarmi,  che  sopraggiunta dalla gridante balia,  come ella
    potea cos da lei era impedita;  ma la sua forza in me gi  sviluppata
    niente  valeva,  se  le giovini serve al colei grido da ogni parte non
    fossero crse,  e me avessero ritenuta;  delle mani  delle  quali  pi
    volte  con  guizzi  diversi e con forze maggiori mi credetti ritrarre,
    ma,  vinta da loro,  stanchissima fui nella camera,  la quale mai  pi
    vedere  non  credeva,  menata.  Ohim!  quante  volte  loro  dissi con
    piagnevole voce:
    - O vilissime serve,  quale ardire  questo,  che vi  concede  che  la
    vostra  donna  da voi violentemente sia presa?  Qual furia,  o misere,
    v'ha spirate? E tu, o iniqua nutrice del misero corpo, futuro essemplo
    di tutti li dolori,  perch all'ultimo disio m'hai impedita?  Ora  non
    sai  tu  ch'egli  mi sarebbe maggior grazia comandarmi la morte che da
    quella difendermi?  Lascia la misera impresa da me adempiere,  e me di
    me a mio senno lascia fare, se cos m'ami come io credo; e se cos se'
    pietosa come dimostri, adopera la tua piet in salvare la dubbia fama,
    che  dopo  me  di  me  rimarr,  per  che  in  questo  in  che tu ora
    m'impedisci, la tua fatica fia vana. Credimi tu potere trre gli acuti
    ferri,  nelle punte de' quali consiste il  mio  disio,  o  li  dolenti
    lacci,  o le mortali erbe o il fuoco?  Che profitto adopera questa tua
    cura? Prolunga un poco la dolorosa vita,  e forse alla morte,  che ora
    senza infamia mi veniva, indugiata, aggiunger vergogna. Tu, o misera,
    non la mi potrai per guardia trre, per che la morte  in ogni luogo,
    e  consiste in tutte le cose,  ed eziandio ne' vitali argomenti fu gi
    trovata: dunque,  lasciami morire prima che pi divenendo dolente  che
    io mi sia, con pi feroce animo la domandi.
    Io,  mentre  che  queste parole miseramente diceva,  non teneva le mie
    mani  in  riposo,   ma  ora  questa  ora  quella  serva  rabbiosamente
    pigliando,  a quale levate le treccie tutta la testa pelava, e a quale
    ficcando le unghie  nel  viso,  miseramente  graffiandola,  la  faceva
    filare sangue, e ad alcuna mi ricorda che io tutti i poveri vestimenti
    in  dosso  le  squarciai.  Ma  ohim!  che  n  la vecchia balia n le
    lacerate serve ad alcuna cosa mi rispondevano,  anzi piagnendo  in  me
    usavano pietoso oficio.
    Io allora pi mi sforzava vincerle con parole,  ma nulla valeano;  per
    che con romore a gridare cominciai:
    - O mani inique e possenti ad ogni  male,  voi,  ornatrici  della  mia
    bellezza,  foste gran cagione di farmi tale che io fossi disiderata da
    colui il quale io pi amo: dunque,  poich male del vostro oficio  m'
    seguito,  in  guiderdone  di ci ora l'empia crudelt usate nel vostro
    corpo, laceratelo, apritelo, e quindi la crudele anima e inespugnabile
    ne traete con molto sangue.  Tirate fuori il cuore  ferito  dal  cieco
    Amore;  e poich tolti vi sono i ferri,  lui con le vostre unghie,  s
    come di tutti i vostri mali cagione  principale,  senza  alcuna  piet
    laniate.
    Ohim!  che  le  mie  voci  mi  minacciavano  li  disiderati  mali,  e
    comandavanlo alle volonterose mani ad eseguire;  ma  le  preste  fanti
    m'impedirono, tenendole contro a mia voglia.
    Poi  la  trista  balia  e importuna con dolenti voci incominci cotali
    parole:
    - O cara figliuola,  io ti priego per questo misero seno  onde  tu  li
    primi  alimenti  traesti,  che  con  umiliata mente alquante mie poche
    parole m'ascolti.  Io non cercher in quelle di torti che  tu  non  ti
    dolghi,  o che forse la degna ira che a questo furore t'accende, tu la
    cacci da te, o per dimoranza la rompi, o con rimesso petto e piacevole
    la sostenghi;  ma quello solo che vita ti sar e onore,  riducer alla
    smarrita memoria. Egli si conviene a te, famosa giovine di tanta virt
    quanta tu se',  il non stare soggetta al dolore, n come vinta dare le
    spalle a' mali. Egli non  virt il chiedere la morte, come se la vita
    si temesse, come tu fai,  ma a' sopravvegnenti mali contrastare,  n a
    quelli davanti fuggire,  virt somma. Chi li suoi fati abbatteo, e li
    beni della sua vita da s gitt e divise, s come tu hai fatto, non so
    perch  uopo  gli  si  sia di cercare morte,  n so perch la domandi:
    l'una e l'altra  volont di timido.  Dunque se tu te in somma miseria
    porre  desideri,  non  cercare  la  morte per quella,  per che essa 
    ultima cacciatrice di quella; fuga questo furore dalla tua mente,  per
    lo  quale  ad un'ora d'avere e di perdere mi pare che cerchi l'amante.
    Credi tu, nulla divenendo, acquistarlo?
    Io non risposi alcuna cosa;  ma intanto il romore  si  sparse  per  la
    spaziosa  casa  e  per la contrada circunvicina,  e non altramente che
    all'urlare d'un lupo si sogliono tutti i circustanti in uno convenire,
    corsero quivi li servidori d'ogni parte,  e tutti dolenti  dimandavano
    che  ci  fosse.  Ma  gi  era  stato vietato da me a chi 'l sapeva di
    dirlo,   per  che  con  menzogna  ricoprendo   l'orribile   accidente,
    satisfatti erano.  Corsevi il caro marito,  e corsonvi le sorelle e li
    cari parenti e gli amici, ed egualmente tutti da uno inganno occupati,
    l dove io era iniqua,  pietosa fui reputata;  e ciascuno  dopo  molte
    lagrime  la  mia  vita riprese cos dolente,  ingegnandosi appresso di
    confortarmi.  Ohim!  Che quinci avvenne che alcuni  me  stimolata  da
    alcuna furia credettero,  e me quasi furiosa guardavano!  Ma altri pi
    pietosi  la  mia  mansuetudine  riguardando,  dolore,   s  come  era,
    stimandolo,  di  ci  che quelli dicevano si fecero beffe,  portandomi
    compassione. E cos visitata da molti, pi giorni stupefatta rimasi, e
    sotto discreta custodia della sagace balia fui tacitamente guardata.
    Niuna ira  s focosa che per  passamento  di  tempo  freddissima  non
    divenga. Io alcuni giorni cos dimorata come io disegno, mi riconobbi,
    e manifestamente le parole della savia balia vidi vere,  e certo io la
    mia passata follia piansi amaramente.  Ma posto che il mio furore  nel
    tempo  si  consumasse e ritornasse nulla,  il mio amore per questo non
    ebbe alcun mutamento,  anzi mi pur rimase la  malinconia  usata  negli
    altri accidenti d'avere, e gravemente portava l'essere stata per altra
    donna abandonata;  e spesse volte sopra ci con la discreta balia ebbi
    consiglio,  volendo modo trovare per lo quale a me rivocassi l'amante.
    E alcuna volta proponemmo con lettere pietosissime i miei casi dolenti
    narranti,  e  altra  volta  pi  utile  essere  pensammo che per savio
    messaggio con viva voce gli annunziassimo li miei mali;  e certo  che,
    ancora che vecchia fosse la balia,  e il camino lungo e malvagio,  per
    me si volle disporre ad andarvi.  Ma bene riguardando  ogni  cosa,  le
    lettere,  quantunque  fossero state pietose,  efficaci non reputammo a
    rispetto de' presenti e nuovi amori; s che per perdute le giudicammo,
    avvegna che con tutto questo pure  ne  scrivessi  alcuna,  che  quello
    uscimento ebbe che divisammo. Il mandarvi la balia chiaramente conobbi
    lei  non  viva  potere  a  lui  pervenire,  n  ad altrui da fidarsene
    reputai; s che frivoli furono li primi avvisi, e solamente nell'animo
    mi rimase niuna via esserci a riaverlo,  se non se io per lui andassi;
    alla  qual  cosa fare diversi modi per la mente m'occorsero,  li quali
    ultimamente furono per cagioni legittime annullati dalla mia balia. Io
    pensai alcuna volta  di  prendere  abito  peregrino  con  alcuna  fida
    compagna,  e  in  quello  cercare  li  suoi paesi;  e bench questo mi
    paresse possibile,  non per tanto in esso pericolo grandissimo conobbi
    del mio onore,  sapendo come le viandanti peregrine, alle quali alcuna
    forma si vede,  sieno sovente ne' camini trattati  dagli  scedanti;  e
    oltre  a  questo,  me al caro marito sentendo obligata,  senza lui non
    vidi come essere potesse l'andata o senza sua  licenza,  la  quale  da
    sperare  non  era giammai;  per la qual cosa questo pensiero come vano
    abandonai; e subitamente in un altro non poco malizioso mi trasportai,
    e fatto mi credetti ch'ei venisse, e sarebbe,  se alcuno caso avvenuto
    non fosse;  ma nel futuro spero non mancher,  solo che io viva. Io mi
    infinsi d'avere in queste mie predette avversit,  se Iddio mi traesse
    di  quelle,  fatto alcuno vto,  il quale volendo fornire,  con giusta
    cagione poteva e posso volere passare per lo mezzo della terra del mio
    amante; per la quale passando,  non mi mancava cagione di lui volere e
    dover vedere, e a quello rivocare per che io andava.
    E certo,  come io dico,  io lo scopersi al caro marito, il quale a ci
    fornire s lietamente offerse,  ma tempo  a  ci  competente,  come  
    detto,  disse  volea che attendessi.  Ma l'indugio a me gravissimo,  e
    temendolo vizioso, mi fu cagione d'entrare in altri avvisi, e tutti mi
    vennero meno,  fuori solamente d'Ecate le mirabili cose,  delle quali,
    acci che a' paurosi spiriti sicurissima mi commettessi,  pi vole con
    diverse persone,  vantatisi ci sapere operare,  ebbi ragionamenti;  e
    alcune   di   trasportarmi   subitamente  impromettendomi,   altre  di
    sciogliere la sua mente da ogni altro  amore  e  nel  mio  ritornarlo,
    altre dicendo di rendere a me la pristina libert, volendo io d'alcune
    di  queste  all'effetto  venire,  pi  di parole che d'opere le trovai
    piene; onde non una volta,  rimasi da loro nella mia speranza confusa,
    e,  per  lo  migliore,  senza  pi a queste cose pensare,  mi diedi ad
    aspettare il tempo congruo dal mio caro marito promesso a  fornire  il
    vto fittizio.


    Capitolo 7.
    Nel  quale Madonna Fiammetta dimostra come,  essendo un altro Panfilo,
    non il suo, tornato l dove ella era,  ed essendole detto,  prese vana
    letizia,  e ultimamente,  ritrovando lui non esser desso,  nella prima
    tristizia si ritorn.

    Continuavansi le mie angoscie  non  ostante  la  speranza  del  futuro
    viaggio, e il cielo con movimento continuo seco menando il sole, l'uno
    d  dopo  l'altro traeva senza intervallo,  e me in affanni e in amore
    non iscemante,  un pi lungo tempo che io non volea mi tenne  la  vana
    speranza. E gi quello Toro che trasport Europa tenea Feboonon la sua
    luce,   e  li  giorni  alle  notti  togliendo  luogo,  di  brevissimi,
    grandissimi diveniano;  e il florigero Zefiro  sopravvenuto,  col  suo
    lene  e  pacifico soffiamento aveva le impetuose guerre di Borea poste
    in  pace,   e  cacciati  del  frigido  aere  li  caliginosi  tempi   e
    dall'altezze de' monti le candide nevi, e, li guazzosi prati rasciutti
    delle cadute piove,  ogni cosa d'erbe e di fiori avea rifatta bella; e
    la bianchezza per la  soprastante  freddura  del  verno  venuta  negli
    alberi era da verde vesta ricoperta in ogni parte;  ed era gi in ogni
    luogo quella stagione,  nella quale la lieta  primavera  graziosamente
    spande  in  ciascun  luogo  le sue ricchezze,  e che la terra di varii
    fiori,  di viole e di rose quasi stellata,  di bellezza contrasta  col
    cielo  ottavo,  e ogni prato teneva Narcisso,  e la madre di Bacco gi
    aveva della sua pregnezza  cominciato  a  mostrar  segni,  e  pi  che
    l'usato gravava il compagno olmo,  gi da s ancora divenuto pi grave
    per la presa vesta;  Driope e le misere sirocchie di Fetone mostravano
    similmente letizia,  cacciato il misero abito del canuto verno; li gai
    uccelli s'udivano con dilettevole voce per ogni parte,  e Cerere negli
    aperti  campi  lieta vena nuova con li frutti suoi.  E oltre a queste
    cose,  il mio crudel signore pi focosi faceva li suoi  dardi  sentire
    nelle  vaghe  menti,  onde  li  giovini e le vaghe donzelle,  ciascuno
    secondo la sua qualit ornato, s'ingegnava di piacere all'amata cosa.
    Le liete feste rallegravano ciascuna parte  della  nostra  citt,  pi
    copiosa  di quelle che non fu mai l'alma Roma,  e li teatri ripieni di
    canti e di suoni invitavano  a  quella  letizia  ciascuno  amante.  Li
    giovini   quando   sopra   li  correnti  cavalli  con  le  fiere  armi
    giostravano,  e quando circundati  da  sonanti  sonagli  armeggiavano,
    quando  con ammaestrata mano lieti mostravano come gli ardenti cavalli
    con ispumante freno si debbano reggere.  Le giovini  donne,  vaghe  di
    queste cose, inghirlandate delle nuove frondi, lieti sguardi porgevano
    a' loro amanti,  ora dall'alte finestre e quando dalle basse porte,  e
    quale con nuovo  dono,  e  tale  con  sembiante,  e  tale  con  parole
    confortava il suo del suo amore.
    Ma  me  sola solitaria parte teneva quasi romita,  e sconsolata per la
    fallita speranza,  de' lieti tempi avea noia.  Niuna cosa mi  piaceva,
    nulla  festa  mi  poteva  rallegrare,  n conforto porgere pensiero n
    parola; niuna verde fronda, niuno fiore, niuna lieta cosa toccavano le
    mie  mani,  n  con  lieto  occhio  le  riguardava.  Io  era  divenuta
    dell'altrui  letizie  invidiosa,  e  con  sommo disiderio appetiva che
    ciascuna donna cos fosse da Amore e dalla Fortuna  trattata  come  io
    era.  Ohim!  con quanta consolazione pi volte gi mi ricorda d'avere
    udite le miserie e le disavventure degli amanti nuovamente avvenute!
    Ma mentre che in questa disposizione mi tenevano dispettosa  gl'iddii,
    la  Fortuna  ingannevole,  la  quale  alcuna  volta per affliggere con
    maggior doglia li miseri loro nel mezzo dell'avversit quasi mutata si
    mostra con lieto viso, acci che essi pi abandonandosi a lei caggiano
    maggiore stoscio cessando la sua letizia  (li  quali,  se  come  folli
    s'appoggiano  allora  ad essa,  cotali abbattuti si trovano,  quale il
    misero Icaro nel mezzo del camino, presa troppa fidanza nelle sue ali,
    salito all'alte cose,  da quelle nell'acque cadde del suo nome  ancora
    segnate);  questa,  me sentendo di quelli,  non contenta de' dati mali
    apparecchiandomi peggio,  con falsa letizia indietro  trasse  le  cose
    avverse e il suo corruccio,  acci che,  pi movendosi di lontano, non
    altramente  che  facciano  li  montoni  africani  per  dare   maggiore
    percossa,  pi  m'offendesse;  e in questa maniera con vana allegrezza
    alquanto diede sosta alle mie doglie.
    Essendo gi per ogni mese promesso troppo pi di quattro  dimorato  il
    poco  fedele  amante,  avvenne che un giorno,  dimorando io ne' pianti
    usati,  la vecchia balia,  con passo pi spesso che  la  sua  et  non
    prestava  tutta  nel  vizzo  viso di sudore molle,  entr nella camera
    nella quale io era,  e postasi a sedere,  battendole forte  il  petto,
    negli  occhi  lieta,  pi  volte cominci a parlare;  ma l'ansiet del
    polmone procedente ogni volta nel mezzo  le  rompea  le  parole.  Alla
    quale io piena di maraviglia dissi:
    - O cara nutrice,  che fatica  questa che t'ha cos presa?  Qual cosa
    disideri tu di dire con tanta fretta,  che prima  l'affannato  spirito
    non lasci posare? E` ella lieta o dolente? Apparecchiomi io di fuggire
    o di morire,  o che debbo fare? Il tuo viso alquanto, non so di che n
    per che,  rinverdisce la mia speranza,  ma le  cose  lungamente  state
    contrarie  mi  porgono  quella  paura  di  peggio che ne' miseri suole
    capre.  Di' adunque tosto,  non mi tenere pi  sospesa:  qual  fu  la
    cagione  della tua rattezza?  Dimmi se lieto Iddio,  o infernal furia,
    qui t'ha sospinta.
    Allora la vecchia, ancora appena riavuta la lena, intrarompendo le mie
    parole, assai pi lieta disse:
    - O dolce figliuola, rallgrati, niuna paura  ne' nostri detti; gitta
    via ogni dolore, e la lasciata letizia ripiglia: il tuo amante torna.
    Questa parola entrata nell'animo mio sbita  allegrezza  vi  mise,  s
    come li miei occhi mostrarono;  ma la miseria usata in brieve la tolse
    via e nol credetti, anzi piagnendo dissi:
    - O cara balia, per li tuoi molti anni e per li tuoi vecchi membri, li
    quali omai l'etterno riposo domandano,  non ischernire me  misera,  li
    cui dolori in parte dovrebbero essere tuoi.  Prima torneranno li fiumi
    alle fonti, ed Espero recher il chiaro giorno,  e Febea co' raggi del
    suo fratello dar luce la notte,  che torni lo 'ngrato amante. Chi non
    sa che egli ora ne' lieti tempi,  con altra donna,  pi amando che mai
    si rallegra? Ove che egli fosse ora, si tornerebbe egli a lei, non che
    egli da lei si partisse per venir qua.
    Ma ella sbito seguit:
    -  O  Fiammetta,  se gl'iddii lieta ricevano l'anima di questo vecchio
    corpo,  la tua balia di niente ti mente;  n si conviene alla mia  et
    omai  andare  di  cos  fatte  cose  nessuna  persona  gabbando,  e te
    massimamente, la quale io amo sopra tutte le cose.
    -Adunque, - dissi io - come  ci pervenuto alle tue orecchie,  e onde
    il sai? Dillo tosto, acci che, se verisimile mi parr, io mi rallegri
    della lieta novella.
    E  levatami  del  luogo  ove io stava,  gi pi lieta m'appressai alla
    vecchia, ed ella disse:
    - Io,  sollecita alli fatti familiari,  questa mattina sopra li salati
    liti,  quelli  esseguendo,  andava  con  lento passo,  e intenta sopra
    quelli dimorando con le reni al mare rivolta,  uno giovine d'una barca
    saltato, s come io vidi poi, disavvedutamente portato dall'impeto del
    suo  salto,  me  urt  gravemente;  per  che io contra di lui gl'iddii
    scongiurando,   crucciosa  rivoltami  contra  lui  per  dolermi  della
    ricevuta  ingiuria,  egli  con  parole  umili  subitamente  mi  chiese
    perdono.  Io il riguardai,  e nel viso e nell'abito del paese del  tuo
    Panfilo lo stimai, e dimandailo:
    "Giovine, se Iddio bene ti dia, dimmi, vieni tu di paese lontano?"
    "S, donna" rispose.
    Allora diss'io: "Deh, dimmi donde, s'egli  licito".
    Ed  egli:  "Delle parti d'Etruria,  e della pi nobile citt di quella
    vengo, e quindi sono".
    Come io udii questo,  d'una patria  col  tuo  Panfilo  il  conobbi,  e
    dimandailo se egli il conosceva, e che di lui era; e quegli rispose di
    s, e di lui molto bene mi narr, e oltre a ci disse che egli con lui
    ne sarebbe venuto,  se alcuno piccolo impedimento non l'avesse tenuto,
    ma che senza fallo in pochi d qua sarebbe.  In questo  mezzo,  mentre
    queste  parole  avevamo,  li compagni del giovine tutti in terra scesi
    con le loro cose, ed egli con esso loro,  si partirono.  Io,  lasciato
    ogni  altro  affare,   con  tostissimo  passo,   appena  tanto  vivere
    credendomi che io te 'l dicessi, qui ne venni ansando, come vedesti, e
    per lieta dimora, e caccia la tua tristizia.
    Presila allora, e con lietissimo cuore baciai la vecchia fronte, e con
    dubbioso animo poi pi volte la  scongiurai  e  dimandai  da  capo  se
    questa novella vera fosse, disiderando che non il contrario dicesse, e
    dubitando  che non m'ingannasse;  ma poi che pi volte s dire il vero
    con pi giuramenti m'ebbe affermato, bench 'l s e 'l no, credendolo,
    nel capo mi vacillasse, lieta con cotali voci gl'iddii ringraziai:
    - O superno Giove, de' cieli rettore solennissimo, o luminoso Apollo a
    cui niente s'occulta,  o graziosa Venere pietosa de' tuoi suggetti,  o
    santo fanciullo portante li cari dardi,  laudati siate voi.  Veramente
    chi in voi sperando persevera, non pu perire a lungo andare. Ecco che
    per la grazia di voi, non per li meriti miei, il mio Panfilo torna; il
    quale io non vedr prima che li  vostri  altari,  stati  per  addietro
    incitati  da  li miei ferventissimi prieghi e bagnati d'amare lagrime,
    d'accettevoli incensi saranno onorati, dandoli io. E a te,  o Fortuna,
    pietosa  tornata de' miei danni,  la promessa imagine testante li tuoi
    beneficii doner di presente. Priegovi nonpertanto con quella umilt e
    divozione che pi vi puote essaudevoli rendere, che voi ogni accidente
    possibile a sturbare la proposta tornata del mio Panfilo  sturbiate  e
    togliate via, e lui sano e senza impedimento qui produciate, come egli
    fu mai.
    Finita  l'orazione,  non  altramente  che  falcone  uscito di cappello
    plaudendomi, cos a dire cominciai:
    - O amorosi petti, lungamente da' mali indeboliti,  omai ponete gi le
    sollecite  cure,  poscia  che 'l caro amante di noi ricordantesi torna
    come promise.  Fuggasi  il  dolore,  la  paura  e  la  grave  vergogna
    nell'afflitte cose abondante,  n come per addietro la fortuna v'abbia
    guidati vi venga in pensiero,  anzi cacciate via le nebbie de' crudeli
    fati,  e  ogni sembiante del misero tempo da voi si parta,  e torni il
    lieto viso al presente bene,  e la vecchia Fiammetta  della  rinnovata
    anima del tutto si spogli fuori.
    Mentre  che  io  cotali  parole  lieta fra me dicea,  il cuore divenne
    dubbio, e non so onde n come tutta m'occupasse una sbita tiepidezza,
    che indietro tir la volont  presta  a  rallegrarsi;  per  che  quasi
    smarrita rimasi nel mezzo del mio parlare.
    Ohim!  che  questo vizio propriamente li miseri sguita,  cio il non
    potere mai credere alle cose liete;  e avvegna che la  felice  fortuna
    ritorni,  nonpertanto  agli afflitti incresce di rallegrarsi,  e quasi
    sognare credendosi, quella, come non fosse, usano mollemente;  per che
    io fra me quasi come attonita cominciai:
    "Chi  mi richiama o vieta dalla cominciata allegrezza?  Non torna egli
    il mio Panfilo? Certo s: dunque chi mi comanda di piagnere?  Da niuna
    parte  m'  ora giunta di tristizia cagione;  ora adunque chi mi vieta
    d'adornarmi di nuovi fiori e delle ricche robe? Ohim!  che io non so,
    e pur vietato m', n so da chi".
    E  cos  stando,  quasi  in  me non fossi,  intra li miei errori,  non
    volendo io,  da' miei occhi caddero lagrime,  e in mezzo le  voci  mie
    venne  l'usato  pianto: cos il lungamente afflitto petto ancora amava
    gli assuefatti lagrimari. La mente mia, quasi del futuro indovina, col
    pianto,  di ci che avvenire doveva mand fuori aperti segni,  per  li
    quali  io  ora  veramente  conosco  allora  a'  navicanti  grandissima
    tempesta essere apparecchiata,  quando senza  vento  enfiano  li  mari
    tranquilli;  ma  pure,  vaga di vincere quello che l'anima non voleva,
    dissi:
    - O misera, quali annunzii,  quali mpeti,  non bisognandoti,  venturi
    t'infigni?  Presta la credula mente a' beni venuti: che che questo sia
    che tu t'annunzi, tardi temi e senza profitto.
    Adunque,  da questo ragionare innanzi io mi diedi sopra la  cominciata
    letizia,   e  li  tristi  pensieri,  come  potei,  da  me  cacciai;  e
    sollecitata la cara balia che intenta stesse della tornata del  nostro
    amante,  trasmutai li tristi vestimenti in lieti, e di me cominciai ad
    avere cura,  acci che da lui tornato per afflitto viso rifiutata  non
    fossi.  La palida faccia cominci a riprendere il perduto colore, e la
    partita grassezza cominci a ritornare, e le lagrime, del tutto andate
    via, se ne portarono con loro il purpureo cerchio fatto d'intorno agli
    occhi miei;  e gli occhi nel debito luogo tornati riebbero  intera  la
    luce loro,  e le guance per lo lagrimare divenute aspre si ritornarono
    nella pristina loro morbidezza;  e  li  nostri  capelli,  avvegna  che
    subitamente aurei non tornassero,  nondimeno l'ordine usato ripresero;
    e li  cari  e  preziosi  vestimenti,  lungamente  senza  essere  stati
    adoperati,  m'adornarono.  Che pi?  Io con meco insieme rinnovai ogni
    cosa, e nella prima bellezza e stato quasi mi ridussi tutta, tanto che
    le vicine donne, e li parenti,  e il caro marito n'ebbero ammirazione,
    e  ciascheduno  in  s disse: "Quale spirazione ha di costei tratta la
    lunga tristizia e malinconia, la quale n per prieghi, n per conforti
    mai per addietro da lei si pot cacciar via?  Questo non    meno  che
    gran fatto"; e con tutto il maravigliare n'erano lietissimi. La nostra
    casa  lungamente  stata  trista  per  la mia tribulazione,  tutta meco
    ritorn lieta; e cos come il mio cuore era mutato, cos tutte le cose
    di triste in liete pareva che si mutassero.
    Li giorni,  che pi che  l'usato  mi  pareano  lunghi,  per  la  presa
    speranza  della  futura  tornata  di  Panfilo,  trapassavano con passo
    lento; n pi volte furono li primi da me contati, che fossero quelli,
    ne' quali io alcuna volta in me  raccolta,  alle  preterite  tristizie
    pensando  e  agli  avuti pensieri,  sommamente in me li dannava,  cos
    dicendo:
    - Oh quanto male per addietro ho  pensato  del  caro  amante,  e  come
    perfidamente  ho  dannate le sue dimoranze,  e follemente ho creduto a
    chi lui  essere  d'altra  donna  che  mio  m'ha  detto  alcuna  volta!
    Maladette  sieno le loro bugie!  O Iddio,  come possono gli uomini con
    cos aperto viso mentire?  Ma certo dalla mia parte ciascuna di queste
    cose  era  da  fare  con  pi pensato consiglio che io non faceva.  Io
    doveva contrappesare la fede del mio amante tante volte a me promessa,
    e con tante lagrime e cos affettuosamente, e l'amore il quale egli mi
    portava e porta,  con le  parole  di  coloro  li  quali  senza  alcuno
    saramento  parlavano,  e  non  curantisi  d'avere pi investigato,  di
    quello che essi parlavano,  che solamente il loro primo e superficiale
    parere. Il che assai manifestamente appare: l'uno veggendo entrare una
    novella sposa nella casa di Panfilo,  per che altro giovane di lui in
    quella non conosceva,  non considerando alla biasimevole lascivia  de'
    vecchi,  sua la credette, e cos ne disse, a che assai appare lui poco
    di noi curarsi; l'altro, per che forse alcuna volta o riguardarlo,  o
    motteggiare il vide ad alcuna bella donna,  la quale per avventura era
    o sua parente o onestamente dimestica,  sua la credette,  e  cos  con
    semplici parole affermandolo,  gliele credetti. Oh se io avessi queste
    cose debitamente considerate, quante lagrime, quanti sospiri, e quanto
    dolore sarebbe da me stato lontano! Ma qual cosa possono gl'innamorati
    dirittamente fare? Come gli mpiti vengono,  cos si muovono le nostre
    menti. Gli amanti credono ogni cosa, per che amore  cosa sollecita e
    piena  di  paura.  Essi,  per  usanza continua,  sempre s'adattano gli
    accidenti nocivi, e, molto disideranti, ogni cosa credono possibile ad
    essere contraria a' loro disii, e alle seconde prestano lenta fede. Ma
    io sono da essere scusata,  per che io pregai sempre gl'iddii che  me
    de' miei disii facessero mentitrice.
    Ecco  che  le  mie  preghiere  sono state udite: egli ancora non sapr
    queste cose;  le quali se pure le sapesse,  che altro se ne potr  per
    lui  dire,  se non "Ferventemente m'amava costei"?  E gli dovr essere
    caro sapere le mie angoscie,  e li corsi pericoli,  per che essi  gli
    fieno  verissimo argomento della mia fede.  E appena che io dubiti che
    egli ad altro fine sia dimorato cotanto,  se non per  provare  se  con
    forte animo, senza cambiarlo, lui ho potuto aspettare.
    Ecco  che  fortemente l'ho aspettato: dunque di quinci,  sentendo egli
    con quanta fatica e lagrime e pensieri atteso l'abbia, nascer amore e
    non altro. O Iddio, quando sar che egli venuto mi vegga, e io lui?  O
    Iddio  che vedi tutte le cose,  potr io temperare l'ardente mio disio
    d'abbracciarlo in presenza  d'ogni  uomo,  come  io  primieramente  il
    vedr?  Certo  appena  che io il creda.  O Iddio,  quando sar che io,
    nelle mie braccia tenendolo stretto,  gli renda li baci,  i quali egli
    nel  suo  partire  diede al mio tramortito viso senza riaverli?  Certo
    l'agurio preso da me del non potergli dire addio  stato vero,  e bene
    m'hanno  in  quello gl'iddii mostrata la sua futura tornata.  O Iddio,
    quando sar che io le mie lagrime e le mie angoscie gli possa dire,  e
    ascoltare le cagioni della sua lunga dimoranza? Vivr io tanto? Appena
    che  io  il creda.  Deh,  venga tosto quel giorno,  per che la morte,
    molto da me per addietro non solamente chiamata,  ma cercata,  ora  mi
    spaventa: la quale, se possibile  che alcuno priego alle sue orecchie
    pervenga,  la priego che,  da me lontanandosi, col mio Panfilo li miei
    giovini anni in allegrezza lasci trascorrere.
    Io era sollecita che niuno giorno passasse che  io  della  tornata  di
    Panfilo  non  sentissi  vera  novella,  e  pi  volte  la  cara  balia
    sollecitai a ritrovare il  giovine  nunziatore  della  lieta  novella,
    acci  che  con  pi  fermezza  si  facesse accertare di ci che detto
    m'avea,  ed ella il fece non una volta  sola,  ma  molte,  e  tuttavia
    secondo li procedenti tempi pi prossimana tornata mi nunziava. Io non
    solamente  il  tempo  promesso  aspettava,   ma  precorrendo  innanzi,
    imaginava possibile lui essere venuto, e infinite volte il giorno, ora
    alle mie finestre, ora alla porta correva,  in gi e in su riguardando
    per la lunga via,  se io lui venire vedessi;  n per quella di lontano
    vedeva alcuno uomo venire,  che io  non  imaginassi  possibile  essere
    esso,  e quello con disiderio aspettava infino a tanto che,  fattomisi
    vicino, lui conosceva non essere desso; di che alquanto meco rimanendo
    confusa, agli altri,  se alcuno ne veniva,  attendeva,  e ora questo e
    ora  quello trapassando mi tenevano sospesa;  e se forse io richiamata
    dentro in casa, o per altra cagione, da me v'andava,  come da infiniti
    cani  fossi  nell'anima  addentata  mi stimolavano centomilia pensieri
    dicendo: "Deh!  forse passa egli test,  o  passato mentre che  tu  a
    riguardare non se' stata: ritorna". E cos ritornava, e poi mi levava,
    e  da  capo mi ritornava a vedere,  poco altro tempo mettendo in mezzo
    che ad andare dalla finestra alla porta,  e dalla porta alla finestra.
    Oh  misera  me!  quanta fatica per quello che mai avvenire non doveva,
    d'ora in ora aspettando,  sostenni!  Ma poi che venne il giorno  stato
    detto  alla  mia balia che egli dovea venire,  il quale essa pi volte
    m'avea predetto,  non altramente che Almena alla fama del suo  venturo
    Anfitrione  m'adornai,  e  con  maestrissima  mano  niuna  parte in me
    lasciai senza bellezza nell'essere suo;  e appena  mi  pote'  ritenere
    d'andare  a'  marini liti,  acci che io lui pi tosto potessi vedere,
    nunziandosi fermamente quelle galee giugnere sopra  le  quali  la  mia
    balia  era  stata  accertata lui dovere venire;  ma meco pensando: "La
    prima cosa la quale egli far sar ch'egli mi  verr  a  vedere",  per
    questo  adunque  raffrenai  il  caldo  disio.  Ma  egli,  s  come  io
    imaginava, non veniva: ond'io oltremodo mi cominciai a maravigliare, e
    nel mezzo dell'allegrezza mi sursero nella mente varie dubitazioni, le
    quali non leggiermente  furono  vinte  da'  lieti  pensieri.  Rimandai
    adunque  dopo  alquanto  la  vecchia  a sapere che di lui fosse,  e se
    venuto fosse o no;  la quale andatavi,  per quel che a me paresse  pi
    pigramente  che  mai,  per  la qual cosa io pi volte maladissi la sua
    tarda vecchiezza. Ma dopo alquanto spazio ella a me ritorn con tristo
    viso e lento passo. Ohim!  che quando io la vidi,  appena vita rimase
    nel  tristo  petto,  e sbito pensai non morto nel cammino,  o infermo
    venuto fosse l'amante.  Il mio viso mut mille colori in un  punto,  e
    fattami incontro alla pigra vecchia dissi:
    - Di' tosto: che novelle rechi tu? Vive l'amante mio?
    Ella non mut il passo n rispose alcuna cosa,  ma postasi nella prima
    giunta a sedere, mi riguardava nel viso;  ma io gi tutta come novella
    fronda  agitata  dal  vento  tremava,  e  appena le lagrime ritenente,
    messemi le mani nel petto, dissi:
    - Se tu non di' tosto che vuole significare il tristo viso che  porti,
    niuna  parte  de'  nostri  vestimenti rimarr salda.  Quale cagione ti
    tiene tacita, se non rea? Non la celare pi,  manifestala,  mentre che
    io spero peggio. Vive il nostro Panfilo?
    Ella,  stimolata dalle mie parole, con voce sommessa, mirando la terra
    disse:
    - Vive.
    - Dunque - diss'io allora -  perch  non  di'  tosto  quale  accidente
    l'occupi?  Perch sospesa mi tieni in mille mali?  E` egli d'infermit
    occupato?  O quale accidente il ritiene che egli a vedermi della galea
    smontato non viene?
    Ed ella disse:
    - Non so se infermit o altro accidente l'occupa.
    - Dunque - diss'io - non l'hai tu veduto, o forse non  venuto?
    Ella allora disse:
    -  Veramente  l'ho  io  veduto,  ed    venuto,  ma non quello che noi
    attendevamo.
    Allora diss'io:
    - E chi t'ha fatta certa che  quegli  che    venuto  non  sia  desso?
    Vedestil tu altra volta, o ora con occhio chiaro il rimirasti?
    -  Veramente  -  disse  ella - io nol vidi altra volta costui,  che io
    sappia; ma ora,  a lui venuta,  da quello giovine menata che della sua
    tornata m'aveva prima parlato, dicendogli egli che io pi volte di lui
    avea dimandato,  mi dimand che dimandassi; al quale io risposi la sua
    salute; e dimandatolo io come il vecchio padre stesse,  e in che stato
    l'altre  cose  sue  fossero,  e quale era stata la cagione di s lunga
    dimora dopo la sua partita, rispose s padre mai non avere conosciuto,
    per che postumo era,  e che le sue  cose,  degl'iddii  grazia,  tutte
    prosperamente  stavano,  e  che  mai  pi quivi non era dimorato e ora
    intendeva di dimorarci poco.  Queste cose mi  fecero  maravigliare,  e
    dubitando  non  fossi  gabbata,  dimandai del suo nome,  il quale egli
    semplicemente mi disse; il quale io non udii prima, che da somiglianza
    di nome me con teco conobbi ingannata.
    Udite io queste cose,  il lume fugg agli occhi miei  e  ogni  spirito
    sensitivo per paura di morte se n'and via,  e appena,  sopra le scale
    cadendo l dove io era,  tanta forza rimase in tutto il corpo  che  mi
    bastasse  a  dire  "Ohim!".  La  misera vecchia piagnendo,  e l'altre
    servigiali della casa chiamate, me per morta nella trista camera sopra
    il mio letto  portarono,  e  quivi  con  acque  fredde  rivocando  gli
    smarriti  spiriti,  per  lungo  spazio credendo e non credendo me viva
    guardarono; ma poi che le perdute forze tornarono,  dopo molte lagrime
    e  sospiri,  un'altra volta dimandai la dolente balia se cos era come
    avea detto.
    E oltre a ci,  ricordandomi  quanto  cauto  essere  solesse  Panfilo,
    dubitando non egli si celasse dalla balia,  con la quale mai non aveva
    parlato, aggiunsi che le fattezze di quel Panfilo,  col quale ella era
    stata in ragionamento, mi dichiarasse.
    Ed  essa  primieramente  con  saramento  affermandomi cos essere come
    detto aveva,  ordinatamente e la statura e le fattezze de'  membri,  e
    massimamente quelle del viso e l'abito di colui mi dimostr;  li quali
    intera fede mi fecero cos essere come la  vecchia  diceva.  Per  che,
    cacciata  d'ogni speranza,  rientrai ne' primi guai,  e levata,  quasi
    furiosa,  le liete robe mi trassi,  e li cari ornamenti riposi,  e gli
    ordinati  capelli  con  inimica mano trassi dell'ordine loro,  e senza
    niuno conforto a piagnere cominciai  duramente,  e  con  amare  parole
    biasimare la fallita speranza e li non veri pensieri avuti dell'iniquo
    amante,  e  in  brieve tutta nelle prime miserie tornai,  e troppo pi
    fervente disio di morte ebbi che prima;  n da quella  sarei  fuggita,
    come  gi  feci,  se non che la speranza del futuro viaggio da ci con
    forza non piccola mi ritenne.



















    Capitolo 8.
    Nel quale Madonna Fiammetta le pene sue con quelle  di  molte  antiche
    donne commensurando, le sue maggiori che alcune altre essere dimostra,
    e poi finalmente a' suoi lamenti conchiude.

    Sono  adunque,  o pietosissime donne,  rimasa in cotale via,  qual voi
    potete nelle cose udite presumere;  e tanto opera  pi  verso  me  che
    l'usato il mio ingrato signore,  che quanto pi vede la speranza da me
    fuggire,  tanto pi con disiderii soffiando nelle sue  fiamme,  le  fa
    maggiori;   le   quali   come  crescono,   cos  le  mie  tribulazioni
    s'aumentano; ed esse mai da unguento debito non essendo allenite,  pi
    ognora inaspriscono e,  pi aspre,  pi affliggono la trista mente. N
    dubito che ad esse secondo il loro crso seguendo,  che gi esse  alla
    mia  morte  da  me  tanto  per  addietro  disiderata con dicevole modo
    avessero aperta la via;  ma avendo io ferma speranza posta di  dovere,
    come  gi  dissi,  nel  futuro  viaggio  rivedere colui che di ci m'
    cagione, non di mitigarle m'ingegno, ma piuttosto di sostenerle.  Alla
    qual  cosa fare solo un modo possibile ho trovato intra gli altri,  il
    quale  le mie pene con quelle di coloro  che  sono  dolorosi  passati
    commensurare,  e  in  ci  mi  seguitano due acconci: l'uno  che sola
    nelle miserie non mi veggio n prima,  come gi confortandomi  la  mia
    nutrice mi disse;  l'altro  che,  secondo il mio giudicio, compensata
    ogni cosa degli altrui affanni,  li miei ogni altri trapassare di gran
    lunga dilibero;  il che a non piccola gloria mi reco, potendo dire che
    io sola sia colei,  che viva abbia  sostenute  pi  crudeli  pene  che
    alcuna  altra.  E con questa gloria,  fuggita s come somma miseria da
    ognuno e da me,  se io potessi,  al presente  in  cotale  guisa  quale
    udirete il tempo malinconosa trapasso.
    Dico  adunque  che  ne'  miei  dolori affannata gli altrui ricercando,
    primieramente gli amori della figliuola d'Inaco, la quale io morbida e
    vezzosa  donzella  primieramente  figuro,   quindi  la  sua  felicit,
    sentendosi amata da Giove,  con meco penso: la qual cosa ad ogni donna
    per sommo bene senza dubbio dovria essere assai; quindi lei trasmutata
    in vacca e guardata da Argo ad instanzia di  Giunone  rimirandola,  in
    grandissima  ansiet oltremodo essere la credo.  E certo io giudico li
    suoi dolori li miei in  molto  avanzare,  se  ella  non  avesse  avuto
    continuamente a sua protezione l'amante iddio.  E chi dubita, se io il
    mio amante avessi aiutatore ne' danni miei, o pure di me pietoso,  che
    pena  niuna  mi  fosse grave?  Oltre a ci il fine di costei fa le sue
    passate fatiche levissime,  per che,  morto  Argo,  con  grave  corpo
    leggierissimamente  trasportata in Egitto,  e,  quivi in propria forma
    tornata e maritata ad Osiri,  felicissima reina si vide.  Certo se  io
    potessi sperare pure nella mia vecchiezza rivedere mio il mio Panfilo,
    io  direi  le  mie  pene  non essere da mescolare con quelle di questa
    donna;  ma solo Iddio il sa se essere dee,  come che io con  isperanza
    falsa me stessa di ci inganni.
    Appresso costei, mi si para davanti l'amor della sventurata Bibls, la
    quale  ogni  suo  bene  mi  pare vederli lasciare,  e seguitare il non
    pieghevole Cauno.  E con questa insieme considero la scelerata  Mirra,
    la  quale,   dopo  li  suoi  mal  goduti  amori,   fuggendo  la  morte
    dall'adirato padre minacciatale, in quella,  misera,  incapp.  Veggio
    ancora  la  dolorosa  Canace,  a  cui,  dopo  il  miserabile parto mal
    conceputo,  niuna altra cosa che 'l morir fu conceduto;  e meco stessa
    pensando   bene  all'angoscia  di  ciascheduna,   senza  niuno  dubbio
    grandissima la discerno,  avvegna  che  abominevoli  fossero  li  loro
    amori. Ma se bene considero, io le veggo finite, o per finire in corto
    spazio,  per  che  Mirra  nell'albero  del suo nome,  avendo gl'iddii
    secondi al suo disio, senza alcuno indugio fuggendo, fu permutata,  n
    pi  (posto  che  egli sempre lagrimi,  s come ella,  allora che mut
    forma, faceva) alcuna delle sue pene sente;  e cos come la cagione da
    dolersi le venne, cos quella le giunse che le tolse la doglia. Bibls
    similmente,  secondo  che  alcuno dice,  col capestro le termin senza
    indugio,  avvegna che altri tenga che ella,  per beneficio delle ninfe
    pietose  de'  suoi danni,  in fonte,  ancora il suo nome servante,  si
    convertisse;  e questo avvenne,  come conobbe a s da Cauno negato del
    tutto  il  suo piacere.  Che dunque dir,  mostrando la mia pena molto
    maggiore che quella di queste donne,  se non che la brevit della loro
      dalla  mia  molto lunga avanzata?  Considerate adunque costoro,  mi
    viene la piet dello sfortunato Piramo e della sua Tisbe,  a' quali io
    porto  non  poca compassione,  imaginandoli giovinetti,  e con affanno
    lungamente avere amato,  ed essendo  per  congiugnere  i  loro  disii,
    perdere  se  medesimi.  Oh,  quanto   da credere che con amara doglia
    fosse il giovinetto trafitto  nella  tacita  notte,  sopra  la  chiara
    fontana appi del gelso trovando li vestimenti della sua Tisbe laniati
    da salvatica fiera e sanguinosi, per li quali segnali egli meritamente
    lei divorata comprese!  Certo l'uccidere se medesimo il dimostra. Poi,
    in me rivolgendo i pensieri della misera Tisbe guardante davanti da s
    il suo amante pieno di sangue,  e ancora  con  poca  vita  palpitante,
    quelli  e  le sue lagrime sento,  e s le conosco cocenti,  che appena
    altre pi che quelle,  fuori che le mie,  mi  si  lascia  credere  che
    cuocano, per che questi due, s come li gi detti, nel cominciare de'
    loro  dolori  quelli terminarono.  Oh,  felici anime le loro,  se cos
    nell'altro mondo s'ama come in questo!  Niuna pena di quello si  potr
    adeguare al diletto della loro etterna compagnia.
    Vienmi  poi innanzi,  con molta pi forza che alcuno altro,  il dolore
    dell'abandonata Dido, per che pi al mio simigliante il conosco quasi
    che altro alcuno.  Io imagino lei edificante Cartagine,  e  con  somma
    pompa  dare  leggi  nel  tempio  di  Giunone  a' suoi popoli,  e quivi
    benignamente ricevere il forestiere Enea  naufrago,  ed  essere  presa
    della  sua  forma,  e  s  e  le  sue cose rimettere nell'arbitrio del
    troiano duca; il quale,  avendo le reali delizie usate al suo piacere,
    e  lei  di giorno in giorno pi accesa del suo amore,  abandonatala si
    diparte. Oh quanto senza comparazione mi si mostra miserevole, mirando
    lei riguardante il  mare  pieno  di  legni  del  fuggente  amante!  Ma
    ultimamente,  pi impaziente che dolorosa la tengo,  considerando alla
    sua morte.  E certo io nel primo partire di  Panfilo  sentii  per  mio
    avviso quel medesimo dolore,  che nella partita di Enea; cos avessero
    allora gl'iddii voluto che io poco  sofferente  mi  fossi  subitamente
    uccisa!  Almeno,  s  come lei,  sarei stata fuori delle mie pene,  le
    quali poi continuamente sono diventate maggiori.
    Oltre a questi pensieri miserabili mi si  para  davanti  la  tristizia
    della  dolente  Ero  di  Sesto,  e vedere la mi pare discesa dell'alta
    torre sopra li marini liti,  ne' quali essa era usata di  ricevere  il
    faticato  Leandro nelle sue braccia,  e quivi con gravissimo pianto la
    mi pare vedere riguardare il morto amante  sospinto  da  uno  dalfino,
    ignudo  giacere  sopra  la  rena,  e  poi  essa con li suoi vestimenti
    asciugare il morto viso  della  salata  acqua,  e  bagnarlo  di  molte
    lagrime.  Ahi!  con quanta compassione mi strigne costei nel pensiero!
    In verit con molta pi che nessuna delle donne  ancora  dette,  tanto
    che  talvolta  fu che,  obliati li miei dolori,  de' suoi lagrimai.  E
    ultimamente alla sua consolazione modo alcuno io non conosco,  se  non
    de'  due  l'uno:  o morire,  o lui,  s come gli altri morti si fanno,
    dimenticare. Qualunque di questi si prende,  il dolore finire;  niuna
    cosa perduta, la quale di riavere non si possa sperare, pu lungamente
    dolere.  Ma cessi Iddio, per, che questo avvenga a me; il che se pure
    avvenisse, niuno consiglio se non la morte ci piglierei. Ma mentre che
    il mio Panfilo vive,  la cui vita lunghissima facciano  gl'iddii  come
    egli stesso disia, non mi puote quello avvenire, per che, veggendo le
    mondane  cose  in continuo moto,  sempre mi si lascia credere che egli
    alcuna volta debba ritornare mio,  s come egli  fu  altra  fiata;  ma
    questa  speranza  non  venendo  ad effetto,  gravissima fa la mia vita
    continuamente, e per me di maggior doglia gravata tengo.
    Ricordami alcuna volta avere letti li franceschi romanzi,  a' quali se
    fede alcuna si puote attribuire, Tristano e Isotta oltre ad ogni altro
    amante essersi amati,  e con diletto mescolato a molte avversit avere
    la loro et pi giovine essercitata dobbiamo credere;  li quali,  per
    che  molto amandosi insieme vennero ad un fine,  non pare che si creda
    che senza grandissima  doglia  e  dell'uno  e  dell'altro  li  mondani
    diletti  abandonassero:  il che agevolmente si pu concedere,  se essi
    con credenza si partirono del mondo, che altrove questi diletti non si
    potessero avere; ma se questa oppinione ebbero d'essere altrove,  come
    di qua erano,  piuttosto a loro nel loro morire letizia si dee credere
    che tristizia la  ricevuta  morte,  la  quale,  bench  da  molti  sia
    fierissima  e dura tenuta,  non credo che sia cos.  E che certezza di
    doglia puote uno rendere,  testimoniando cosa che egli non prov  mai?
    Certo niuna.  Nelle braccia di Tristano era la morte di s e della sua
    donna: se quando strinse gli fosse  doluto,  egli  avrebbe  aperte  le
    braccia,  e saria cessato il dolore.  E oltre a ci,  diciamo pure che
    gravissima sia ragionevolmente: che  gravezza  diremo  noi  che  possa
    essere  in  cosa  che  non  avvenga se non una volta,  e quella occupi
    pochissimo spazio di tempo?  Certo niuna.  Finirono adunque  Isotta  e
    Tristano  ad  un'ora  li  diletti e le doglie,  ma a me molto tempo in
    doglia incomparabile  sopra gli avuti diletti avanzato.
    Aggiugne ancora il mio pensiero al numero  delle  predette  la  misera
    Fedra,  la  quale,  col  suo  mal  consigliato  furore,  fu cagione di
    crudelissima morte a colui il quale ella pi che se medesima amava.  E
    certo  io  non so quello che a lei si segu di cotale fallo,  ma certa
    sono,  se a me mai avvenisse,  niuna altra cosa che rapinosa morte  il
    purgherebbe;  ma se essa pure in vita si sostenne cos come gi dissi,
    agevolmente il mise in oblio, come mettere si sogliono le cose morte.
    E oltre a ci con costei accompagno la doglia che  sent  Laudomia,  e
    quella  di  Deifile  e  d'Arga  e  di Evannes e di Deianira e d'altre
    molte,  le quali o  da  morte  o  da  necessaria  dimenticanza  furono
    racconsolate.  E  che  pu  cuocere il fuoco,  o il caldo ferro,  o li
    fonduti metalli a chi dentro subitamente vi tuffa il  dito,  e  sbito
    fuori nel trae? Senza dubbio credo che molto, ma nulla  a rispetto di
    chi per lungo spazio vi sta dentro con tutto il corpo; il che a quante
    ne  ho  di sopra in pene discritte,  si pu dire il simigliante essere
    incontrato nelle loro doglie,  l dove io in esse  sono  stata  e  sto
    continuamente.
    Sono state le predette noie amorose;  ma,  oltre a queste, lagrime non
    meno triste mi si parano davanti,  mosse da  miserabili  e  inoppinati
    assalti  della  fortuna,  se quello  vero che egli sia generazione di
    sommo infortunio l'essere stato felice.
    E queste sono quelle di Giocasta, d'Ecuba, di Sofonisba, di Cornelia e
    di Cleopatras.  Oh quanta miseria,  bene investigando di Giocasta  gli
    avvenimenti,  vedremo  noi  avvenuta tutta a lei pertinente ne' giorni
    suoi, possibile a turbare ogni forte animo!  Ella,  giovine maritata a
    Laio re tebano,  il primo suo parto convenne che alle fiere mandasse a
    divorare,  credendo per quello il misero padre fuggire quello  che  li
    cieli  con  crso  infallibile  gli  apprestavano.  Oh  chente  dolore
    dobbiamo pensare che questo fosse,  e maggiore pensando  il  grado  di
    colei  che  mandava!   Ella  poi  da'  portanti  il  tristo  figliuolo
    certificata di ci che fatto aveano,  lui reputando morto,  dopo certo
    tempo  da  colui  medesimo  cui  ella  avea  partorito le fu il marito
    miseramente ucciso,  e del non conosciuto figliuolo divenne  sposa,  e
    genergli  quattro  figliuoli;  e  cos  madre  e moglie ad un'ora del
    patricida si vide,  e 'l riconobbe poi che egli,  del  regno  e  degli
    occhi privatosi insiememente, la sua colpa fece palese.
    Chente  l'animo  di lei gi d'anni piena allora fosse,  essendo pi di
    riposo vaga che di angoscia?  Pensare si pu che fosse  dolorosissimo;
    ma la sua fortuna,  ancora non perdonante,  pi guai aggiunse alla sua
    miseria.  Ella vide con patti tra' due figliuoli del regnare diviso il
    tempo,  poi  al  non  servante  fratello  nella  citt  rinchiuso vide
    dintorno gran parte di Grecia sotto  sette  re,  e  ultimamente  l'uno
    l'altro  de'  due  figliuoli,  dopo  molte battaglie e incendii,  vide
    uccidere,  e sotto altro reggimento,  scacciato il  marito  figliuolo,
    vide  cadere  le mura antiche della sua terra edificate al suono della
    cetara d'Anfione,  e perire il regno  suo;  e  impiccatasi,  in  forse
    lasci  le figliuole di vituperevole vita.  Che poterono pi gl'iddii,
    il mondo e la fortuna contro a costei?  Certo nulla mi pare:  cerchisi
    tutto  lo  'nferno,  appena  che in esso tanta miseria si trovi.  Ogni
    parte d'angoscia prov, e cos di colpa.  Niuna sarebbe che giudicasse
    la mia potere a questa aggiugnere;  e certo io direi che cos fosse se
    ella non fosse amorosa.  Chi dubita che costei,  s e la sua casa e il
    marito  degni  dell'ira  degl'iddii conoscendo,  non reputasse li suoi
    accidenti degni? Certo niuno che lei senta discreta. Se ella fu pazza,
    vie meno li suoi danni  conobbe,  li  quali  non  conoscendo,  non  le
    dolevano.  E  chi  s degno conosce del male che egli sostiene,  senza
    noia, o con poca, il comporta.
    Ma io mai non commisi cosa onde giustamente verso me  si  potessero  o
    dovessero  turbare  gl'iddii:  continuamente  gli  ho  onorati,  e con
    vittime sempre la loro grazia ho cercata,  n  sono  di  quelli  stata
    dispregiatrice, come gi furono li Tebani.
    Bene  potrebbe forse dire alcuna: "Come di' tu non avere meritata ogni
    pena n mai avere fallito?  Or non hai tu rotte le sante leggi  e  con
    adultero giovine violato il matrimoniale letto?" Certo s. Ma, se bene
    si  guarder,  questo  fallo  solo   in me,  il quale per non merita
    queste pene, ch pensare si dee me tenera giovine non potere resistere
    a quello che gl'iddii e li robusti uomini non poterono. E in questo io
    non sono prima, n sar ultima, n sono sola,  anzi quasi tutte quelle
    del  mondo  ho  in  compagnia,  e  le  leggi  contro  alle quali io ho
    commesso, sogliono perdonare alla multitudine. Similmente la mia colpa
     occultissima,  la qual cosa gran parte dee della vendetta sottrarre.
    E  oltre a tutto questo,  posto che gl'iddii pure debitamente contro a
    me crucciati fossero,  e vendetta del mio fallo cercassero,  non saria
    da commettere il pigliar la vendetta a colui che del peccato m' stato
    cagione. Io non so chi mi condusse a rompere le sante leggi, o Amore o
    la forma di Panfilo: qualunque si fosse, l'uno e l'altro avea maggiori
    forze a tormentarmi aspramente, s che gi questo non m'avvenne per lo
    fallo  commesso,  anzi    un  dolore nuovo e diviso dagli altri,  pi
    aspramente che alcuno tormentante il suo sostenitore;  il quale ancora
    se  per lo peccato commesso mel dessero gl'iddii,  essi fariano contro
    al loro diritto giudicio e usato costume,  ch essi non  compenserieno
    col  peccato  la pena;  la quale,  se a' peccati di Giocasta si mira e
    alla pena data,  e al mio e alla pena che io soffero si  guarda,  ella
    poco punita, e io di soperchio sar conosciuta.
    N  a  questo  s'appicchi  alcuna,  dicendo a lei privato il regno,  i
    figliuoli e il marito,  e ultimamente la propria persona essere stato,
    e  a  me solamente l'amante.  Certo io il confesso;  ma la fortuna con
    questo amante trasse ogni felicit,  e ci che forse alla vista  degli
    uomini  m'  felice  rimaso,   il contrario,  per che il marito,  le
    ricchezze, li parenti e l'altre cose tutte mi sono gravissimo peso,  e
    contrarie  al  mio disio;  le quali se come l'amante mi tolse m'avesse
    tolte, a fornire il mio disio mi rimaneva apertissima via, la quale io
    avrei usata;  e se fornire non l'avessi potuta,  mille generazioni  di
    morte  m'erano  presenti  a  potere  usare  per termine de' miei guai.
    Dunque pi gravi le pene mie che  alcuna  delle  predette  meritamente
    giudico.
    Ecuba appresso vegnente nella mia mente,  oltre modo mi pare dolorosa,
    la quale sola rimase a vedere le dolenti reliquie scampate di s  gran
    regno,  di s mirabile citt,  di s fatto marito, di tanti figliuoli,
    di tante figliuole e cos belle, di tante nuore,  di tanti nipoti e di
    cos grande ricchezza,  di tanta eccellenza,  di tanti tagliati re, di
    cos crudeli opere, e dello sperso popolo troiano,  de' caduti templi,
    de'  fuggiti iddii,  vecchia mirandole;  e nella memoria riducendo chi
    fosse il potente Ettore, chi Troiolo, chi Deifebo e chi Polidoro,  chi
    gli  altri  e  come miseramente tutti li vedesse morire;  tornandosi a
    mente il sangue del suo marito,  poco avanti reverendo e da temere  da
    tutto  il  mondo,  spandere nel tristo grembo,  e l'avere veduta Troia
    d'altissimi palagi e di nobile popolo piena,  accesa di greco fuoco  e
    abbattuta  tutta;  e  oltre  a ci il misero sacrificio fatto da Pirro
    della sua Pulissena,  con quanta  tristizia  si  dee  pensare  che  il
    riguardasse?  Certo  con  molta.  Ma  brieve fu la sua doglia;  ch la
    debole e vecchia mente, non potendo ci sostenere,  in lei smarritasi,
    la rend pazza, s come il suo latrare per li campi fe' manifesto.
    Ma io con pi ferma e pi sostenente memoria che non mi bisogna, a mio
    danno, continuo rimango nel tristo senno, e pi discerno le cagioni da
    dolermi;  per  che,  pi lungamente perseverando in male,  come io fo,
    estimo quello, quantunque leggiero sia, da parere molto pi grave,  s
    come  pi  volte  ho  gi detto,  che il gravissimo il quale in brieve
    tempo si finisce e termina.
    Sofonisba, mescolata tra l'avversit del vedovatico e le letizie delle
    nozze,  in un medesimo momento di tempo dolente e  lieta,  prigione  e
    sposa,  spogliata  del  regno  e rivestitane,  e ultimamente in queste
    medesime brievi  permutazioni  bevente  il  veleno,  piena  di  noiosa
    angoscia  m'apparisce.  Videsi  costei  reina  altissima  dei  Numidi;
    quindi,  andando avversamente le cose de'  suoi  parenti,  vide  preso
    Siface suo marito,  e prigione divenire di Massinissa re,  e ad un'ora
    caduta  del  regno,   e  prigione  del  nemico  nel  mezzo  dell'armi,
    facendolasi Massinissa moglie,  in quello restituita.  Oh,  con quanto
    sdegno d'animo si dee credere che ella queste mutabili  cose  mirasse,
    n sicura dalla volubile fortuna, con tristo cuore celebrasse le nuove
    nozze! Il che il suo ardito finire assai chiaro dimostra; per che non
    essendo  dopo  le  sue  sponsalizie  ancora  uno d naturale valicato,
    appena  credendosi  ella  rimanere  nel  reggimento  e  seco  di   ci
    combattente,  non  accostandosi  ancora al suo animo il nuovo amore di
    Massinissa, come l'antico di Siface, ricevette dal servo,  mandato dal
    nuovo sposo,  con ardita mano lo stemperato veleno, e quello, premesse
    sdegnose parole, senza paura bevve, poco appresso rendendo lo spirito.
    Oh,  quanto amara si puote immaginare  che  stata  saria  la  vita  di
    costei,  se spazio avesse avuto di pensare!  La quale per tra le poco
    dolenti  da porre,  considerando che la morte quasi prevenne alla sua
    tristizia,  dove  ella  a  me ha prestato tempo lunghissimo,  e presta
    oltre a mia voglia, e prester, per farla maggiore.
    Dietro a questa, cos piena di tristizia come fu, mi si para Cornelia,
    la quale la fortuna avea tanto levata in alto, che prima di Crasso,  e
    poi  moglie del magno Pompeo,  il cui valore quasi sommo principato in
    Roma avea acquistato,  si vide;  la quale prima di Roma,  poi di tutta
    Italia  quasi  in fuga,  rivolgendo la fortuna le cose,  col marito da
    Cesare seguitato miseramente usc, e dopo molti casi in Lesbo lasciata
    da lui, quivi lui medesimo sconfitto in Tessaglia,  e le sue forze dal
    suo  avversario  abbattute,  ricevette.  E  oltre a tutto questo,  lui
    ancora con isperanza di rintegrare  la  sua  potenza  nel  conquistato
    Oriente,  il  mare  solcando,  ne'  regni  d'Egitto  arrivato,  da lui
    medesimo conceduti al giovine re, seguit,  e quivi il suo busto senza
    capo infestato dalle marine onde vide.  Le quali cose ciascuna per s,
    e tutte insieme,  dobbiamo pensare che senza  comparazione  afflissero
    l'anima  sua;  ma li sani consigli dell'Uticense Catone,  e la perduta
    speranza di pi riaver Pompeo,  lei in piccolo  tempo  di  molto  poco
    renderono dogliosa,  l dove io,  vanamente sperando, n da me potendo
    questa speranza cacciare, senza alcuno consiglio o conforto,  fuor che
    della  vecchia  mia  balia  consapevole de' miei mali,  nella quale io
    conosco pi fede che senno,  perch spesso credendomi  dare  alle  mie
    pene rimedio, m'accresce doglia, dimoro piagnendo.
    Sono  ancora  molti  che  crederebbero  Cleopatras reina d'Egitto pena
    intollerabile e oltre alla mia assai maggiore avere sofferta, per che
    prima  veggendosi  col  fratello  insieme  regnante  e  di   ricchezza
    abondante, e da questo in prigione messa, senza modo si crede dolente;
    ma   questo  dolore  futura  speranza  di  quel  che  avvenne  l'aiut
    agevolmente a portare.  Ma poi di prigione uscita e divenuta di Cesare
    amica,  e  da  lui  poi  abandonata,  sono  chi pensano ci da lei con
    gravissimo affanno essere passato,  non riguardando essere corta  noia
    d'amore in colui, o in colei, il quale a diletto si pu trre ad uno e
    darsi ad uno altro,  come essa mostr spesse volte di potere. Ma cessi
    Iddio che in me mai tale consolazione possa avvenire!  Egli non fu  n
    fia giammai, da colui in fuori di cui io ragionevolmente esser dovrei,
    chi  potesse  dire,  o  possa,  che  io mai fossi sua,  o sia,  se non
    Panfilo;  e sua vivo e viver;  n spero che mai  alcuno  altro  amore
    abbia  forza di potermi il suo spegnere della mente.  Oltre a ci,  se
    ella di Cesare rimase sconsolata nel suo partire,  sarebbero,  chi non
    sapesse  il  vero,  di quelli che crederebbero ci esserle doluto;  ma
    egli non fu cos;  ch,  se essa del suo partire  si  doleva,  d'altra
    parte   con   allegrezza  avanzante  ogni  tristizia  la  racconsolava
    l'esserle rimaso di lui uno figliuolo e il  restituito  regno.  Questa
    letizia ha forza di vincere troppo maggiori doglie che non sono quelle
    di chi lentamente ama, come io gi dissi che ella faceva.
    Ma  quello  che  per  sua  gravissima ed estrema doglia s'aggiugne,  
    l'essere stata moglie d'Antonio;  il quale ella con le sue  libidinose
    lusinghe avea a cittadine guerre incitato contro il fratello; quasi di
    quelle vittoria sperando,  aspirava all'altezza del romano imperio, ma
    venutale di ci ad  un'ora  doppia  perdita,  cio  quella  del  morto
    marito,  e  della spogliata speranza,  lei dolorosissima oltre ad ogni
    altra femina essere rimasa si crede.  E certo,  considerando  s  alto
    intendimento venire meno per una disavventurata battaglia,  quale  il
    dovere essere generale donna di tutto il circuito della  terra,  senza
    aggiugnervi  il  perdere  cos  caro  marito,     da  credere  essere
    dolorosissima cosa;  ma ella  a  ci  trov  subitamente  quella  sola
    medicina che v'era a spegnere il suo dolore,  cio la morte;  la quale
    ancora che rigida fosse, non si distese per in lungo spazio, per che
    in piccola ora possono per le poppe due serpenti trarre d'un corpo  il
    sangue  e la vita.  Oh quante volte io,  non minore doglia sentendo di
    lei,  posto che per minore cagione secondo il parere di  molti,  avrei
    volontieri  fatto  il  simigliante se io fossi stata lasciata,  o pure
    paura di futura infamia da ci non m'avesse ritratta!
    Con questa e con le predette m'occorrono la  eccellenzia  di  Ciro  da
    Tamiris morto nel sangue; il fuoco e l'acqua di Creso; li ricchi regni
    di Persio;  la magnificenza di Pirro; la potenza di Dario; la crudelt
    di Giugurta; la tirannia di Dionisio; l'altezza d'Agamennone,  e altri
    molti.  Tutti  da  doglie  simili alle predette o furono stimolati,  o
    altrui lasciarono sconsolati;  li quali similmente  furono  da  sbiti
    argomenti aiutati, n lungamente in quelle dimorando, sentirono intera
    la loro gravezza, come io faccio.
    Mentre  che  io  vado agli antichi danni in cotal guisa,  quale avanti
    vedete,  nella mia  mente  cercando  per  trovare  lagrime  o  fatiche
    meritamente  alle mie simiglianti,  acci che avendo compagni mi dolga
    meno,  mi vengono innanzi quelle  di  Tieste  e  di  Tereo,  li  quali
    amenduni furono misera sepultura de' loro figliuoli. E senza dubbio io
    non  conosco  qual  temperanza a' riluttanti figliuoli nelle interiora
    paterne per uscir fuori,  abominando il luogo donde erano entrati,  di
    ritornarvi,  ancora  dubitando  i  crudeli morsi,  n avendo luogo per
    altra parte,  li ritenne di loro aprire con  li  taglienti  ferri.  Ma
    questi con ci che poterono ad un'ora l'odio e il dolore sfogarono,  e
    quasi ne' danni prendevano conforto,  sentendo che senza  colpa  erano
    tenuti  miseri  da'  loro popoli: quello che a me non avviene.  A me 
    portata compassione di ci  onde  io  non  ho  doglia  niuna,  n  oso
    scoprire  quello onde io mi doglio;  la qual cosa se fare osassi,  non
    dubito che,  come agli altri dolenti  stato alcuno rimedio,  che a me
    similmente non si trovasse.
    Vengonmi  ancora  nella mente talvolta le pietose lagrime di Licurgo e
    della sua casa,  meritamente avute del morto Archemoro,  e con  queste
    quelle  della  dolente  Atalanta  madre di Partenopeo morto ne' tebani
    campi;  e s proprie a me con li loro effetti s'accostano e s  mi  si
    fanno  conoscere,  che  appena  pi  sapere  le  potrei,  se io non le
    provassi,  come gi da me un'altra volta provate furono.  Dico che  di
    tanta  mestizia  sono piene,  che pi non potrebbero,  ma ciascune con
    tanta gloria sono in etterno ritratte,  che quasi  liete  si  potriano
    dire: quelle di Licurgo con le notabili essequie onorate da sette re e
    da infiniti giuochi fatti da loro, e quelle d'Atalanta dalla laudevole
    vita  e  morte vittoriosa del figliuolo.  A me non  niuna cosa che le
    mie lagrime bene impiegate faccia contente,  per che se questo fosse,
    l  dove  io  pi  che  alcuna  mi chiamo dogliosa,  e sono,  forse al
    contrario affermare m'accosterei.
    Mostranmisi ancora le lunghe fatiche d'Ulisse,  e li mortali pericoli,
    e  gli strabocchevoli fatti essere a lui non senza gravissime angoscie
    d'animo intervenute;  ma in me ripetute pi volte,  le mie  fanno  pi
    gravi  estimare;  e udite perch.  Egli prima e principalmente,  uomo,
    dunque di natura pi forte a sostenere  di  me  tenera  giovine;  egli
    robusto  e  fiero,  sempre  negli affanni e ne' pericoli usato,  quasi
    naturato fra loro,  allora che egli faticava gli  pareva  avere  sommo
    riposo;  ma  io nella mia camera tra le morbide cose dilicata e usa di
    trastullarmi col lascivo amore,  ogni piccola pena  m'  grave  molto;
    egli  da  Nettuno  stimolato  e  in  varie  parti  portato,  e da Eolo
    similmente  le  sue  fatiche  ricevette;  ma  io  sono  infestata  dal
    sollecito  Amore,  da  signore il quale gi molest e vinse coloro che
    infestarono Ulisse;  e se a lui erano imminenti li  mortali  pericoli,
    egli li andava cercando; e chi si pu ramaricare, se egli trova quello
    che cerca?  Ma io misera volontieri viverei quieta,  se io potessi;  e
    quelli fuggirei, se ad essi non fossi sospinta. Oltre a ci,  egli non
    temeva la morte,  e per sicuramente si metteva nelle sue forze, ma io
    la temo,  e da doglia sforzata,  alcuna volta non  senza  speranza  di
    grave doglia corsi verso lei.  Egli ancora della sua fatica e pericoli
    sperava etterna gloria e fama,  ma  io  delle  mie  vituperio  temo  e
    infamia,  se avvenisse che si scoprissero.  S che gi non avanzano le
    sue le mie, anzi sono dalle mie molto le sue avanzate; e in tanto pi,
    in quanto di lui molto pi che non fu se ne scrive,  ma  le  mie  sono
    molto pi che io non posso contare.
    Dopo tutti questi, quasi da se medesimi riservati, come molto gravi mi
    si fanno sentire i guai d'Isifile,  di Medea, d'Oenone e d'Adriana, le
    lagrime delle quali e  i  dolori  assai  con  le  mie  simiglianti  le
    giudico;  per che ciascuna di queste,  dal suo amante ingannata, cos
    come io, sparse lagrime, gitt sospiri, e amarissime pene senza frutto
    sostenne;  le quali,  avvegna  che,  come    detto,  s  come  io  si
    dolessero, pure ebbero termine con giusta vendetta le lagrime loro, la
    qual  cosa  ancora non hanno le mie.  Isifile avvegna che molto avesse
    onorato Giasone,  e suo  per  debita  legge  se  lo  avesse  obligato,
    veggendolsi  da  Medea tolto,  come io posso,  ragionevolmente si pot
    dolere;  ma la provvidenza degl'iddii con occhio giusto  guardante  ad
    ogni cosa,  se non a miei danni,  le rend gran parte della disiderata
    letizia,  per che ella vide Medea,  che Giasone le  aveva  tolto,  da
    Giasone  per  Creusa abandonata.  Certo io non dico che la mia miseria
    finisse,  se questo vedessi a colei avvenire che  m'ha  tolto  il  mio
    Panfilo, eccetto se io non fossi gi colei che gliel togliessi, ma ben
    dico  che  gran  parte  mancherebbe  di  quella.  Medea  similmente si
    rallegr di vendetta,  posto che essa cos crudele divenisse contro di
    s,  come  contro lo 'ngrato amante,  uccidendo li comuni figliuoli in
    presenza di lui,  ardendo li reali ostieri con la nuova donna.  Oenone
    ancora,  lungamente  dolutasi,  alla  fine sent l'infedele e disleale
    amante avere sostenuta meritamente pena delle rotte leggi,  e  la  sua
    terra  per  la mal mutata donna vide in fiamme consumarsi miseramente.
    Ma certo io amo meglio li miei dolori che cotal vendetta del mio.
    Adriana ancora, divenuta moglie di Bacco, vide dal cielo furiosa Fedra
    dell'amor del figliastro, la quale prima era stata consenziente al suo
    abandonamento nell'isola per divenire di  Teseo.  S  che,  ogni  cosa
    pensata,  io sola tra le misere mi trovo ottenere il principato, e pi
    non posso.
    Ma se forse, o donne,  li miei argomenti frivoli gi tenete,  e ciechi
    come  da  cieca  amante li reputate,  l'altrui lagrime pi che le miei
    infelici estimando,  quest'uno solo e ultimo a  tutti  gli  altri  dea
    supplimento:  se  chi  porta  invidia   pi misero che colui a cui la
    porta,  io sono di tutti li predetti de' loro accidenti,  meno  miseri
    che li miei reputandoli, invidiosa.
    Ecco,  adunque,  o donne, che per gli antichi inganni della Fortuna io
    sono misera;  e oltre a questo,  essa,  non  altramente  che  come  la
    lucerna  vicina  al  suo  spegnersi  suole  alcuna vampa piena di luce
    maggiore che l'usato gittare, ha fatto; per che, dandomi in apparenza
    alcuno rifrigerio,  me  poi  nelle  separate  lagrime  ritornante,  ha
    miserissima fatta.  E acci che io,  proposta ogni altra comparazione,
    con una sola m'ingegni di farvi certe de' nuovi  mali,  v'affermo  con
    quella  gravit  che  le  misere  mie pari possono maggiore affermare,
    cotanto essere le mie pene al presente pi gravi,  che esse avanti  la
    vana letizia fosero,  quanto pi le febbri sogliono, con egual caldo o
    freddo vegnendo,  offendere li ricaduti inferni  che  le  primiere.  E
    perci  che accumulazione di pene,  ma non di nuove parole,  vi potrei
    dare,  essendo alquanto di voi diventata pietosa,  per non  darvi  pi
    tedio  in  pi lunga dimoranza traendo le vostre lagrime,  s'alcuna di
    voi forse leggendo n'ha sparte o spande, e per non ispendere il tempo,
    che me a lagrimare richiama,  in pi parole,  di tacere omai dilibero,
    faccendovi  manifesto  non  essere  altra comparazione dal mio narrare
    verissimo a quello che io sento,  che sia dal fuoco dipinto  a  quello
    che veramente arde.
    Al  quale io priego Iddio,  che per li vostri prieghi,  o per li miei,
    sopra quello salutevole acqua mandi,  o con trista morte di me,  o con
    lieta tornata di Panfilo.




















    Capitolo 9.
    Nel  quale  Madonna Fiammetta parla al libro suo,  imponendogli in che
    abito,  e quando e a cui egli debba andare,  e da cui guardarsi;  e fa
    fine.

    O piccolo mio libretto,  tratto quasi della sepultura della tua donna,
    ecco, s come a me piace, la tua fine  venuta con pi sollecito piede
    che quella de' nostri danni; adunque, tale quale tu se' dalle mie mani
    scritto,  e in pi parti  dalle  mie  lagrime  offeso,  dinanzi  dalle
    innamorate  donne  ti  presenta:  esse,  piet guidandoti,  s come io
    fermissimamente spero, ti vedranno volontieri,  se Amore non ha mutate
    leggi  poi  che  noi misera divenimmo.  N ti sia in questo abito cos
    vile come io ti mando,  vergogna d'andare  a  ciascheduna,  quantunque
    ella  sia  grande,  pure  che  essa  te avere non ricusi.  A te non si
    richiede abito altramente fatto,  posto che io pure dare tel  volessi.
    Tu  dei  essere  contento  di  mostrarti simigliante al tempo mio,  il
    quale, essendo infelicissimo, te di miseria veste, come fa me;  e per
    non ti sia cura d'alcuno ornamento,  s come gli altri sogliono avere,
    cio di nobili coverte di colori varii tinte e  ornate,  o  di  pulita
    tonditura,  o di leggiadri minii, o di gran titoli; queste cose non si
    convengono a' gravi pianti,  li quali tu porti;  lascia e queste e  li
    larghi  spazii  e  li  lieti inchiostri e l'impomiciate carte a' libri
    felici;  a te si conviene d'andare rabbuffato con  isparte  chiome,  e
    macchiato  e  di  squallore  pieno,  l  dove io ti mando,  e co' miei
    infortunii negli animi di quelle che ti leggeranno  destare  la  santa
    piet. La quale se avviene che per te di s ne' bellissimi visi mostri
    segnali, incontanente di ci rendi merito qual tu puoi. E io n tu non
    siamo  s  dalla fortuna avvallati,  che essi non sieno grandissimi in
    noi da poter dare;  n questi sono per altri,  se non quelli li quali
    essa a niuno misero pu trre, cio essemplo di s donare a quelli che
    sono  felici,  acci che essi pongano modo a' loro beni,  e fuggano di
    divenire simili a noi; il quale, s come tu puoi, s fatto dimostra di
    me,  che,  se savie sono,  ne' loro amori savissime  ad  ovviare  agli
    occulti inganni de' giovini diventino per paura de' nostri mali.
    Va  adunque:  io  non  so  qual  passo  si convenga a te piuttosto,  o
    sollecito o quieto,  n so quali part prima da  te  sieno  da  essere
    cercate,  n so come tu sarai n da cui ricevuto. Cos come la fortuna
    ti pigne, cos procedi: il tuo corso non pu essere guari ordinato.  A
    te  occulta  il  nuvoloso  tempo  ogni stella,  le quali se pure tutte
    paressero,  niuno argomento t'ha l'impetuosa fortuna  lasciato  a  tua
    salute;  e  perci in qua e in l ributtato,  come nave senza temone e
    senza vela dall'onde  gittata,  cos  t'abandona,  e  come  li  luoghi
    richieggiono,  cos  usa  varii  li  consigli.  Se  tu forse alle mani
    d'alcuna pervieni,  la quale s felici usi li suoi amori che le nostre
    angoscie schernisca,  e per folle forse riprendane,  umile sostieni li
    gabbi fatti, li quali menomissima parte sono de' nostri mali,  e a lei
    la fortuna essere mobile torna a mente,  per la qual cosa noi lieta, e
    lei come noi potrebbe rendere in brieve,  e risa e beffe per beffe  le
    renderemmo.  E  se tu alcuna troverai che,  leggendoti,  li suoi occhi
    asciutti non tenga,  ma dolente e pietosa de' nostri mali con  le  sue
    lagrime multiplichi le tue macchie,  quelle in te, s come santissime,
    con le mie raccogli,  e pi  pietoso  e  afflitto  mostrandoti,  umile
    priega che per me prieghi colui il quale che egli,  forse da pi degna
    bocca che la nostra pregato,  e pi ad altrui pieghevole  che  a  noi,
    allevii le nostre angoscie. E io, chiunque ella fia, priego da ora con
    quella voce che a' miseri pi essaudevole  data,  che ella mai a tali
    miserie non pervenga,  e che sempre  le  sieno  gl'iddii  placabili  e
    benigni,  e  li  suoi  amori  secondo li suoi disii felici produca per
    lunghi tempi.
    Ma se per avventura tra l'amorosa turba delle vaghe donne,  delle mani
    d'una  in  altra  cambiandoti,  pervieni  a  quelle dell'inimica donna
    usurpatrice de' nostri beni,  come di luogo iniquo fuggi incontanente,
    n  parte  di  te  non  mostrare  agli occhi ladri,  acci che ella la
    seconda volta,  sentendo le nostre  pene,  non  si  rallegri  d'averci
    nociuto.  Ma  se  pure avviene che essa per forza ti tenga,  e pure ti
    voglia vedere, per modo ti mostra, che non risa, ma lagrime le vengano
    de' nostri danni, e a conscienza tornando,  ci renda il nostro amante.
    Oh quanto felice piet sarebbe questa, e come fruttuosa la tua fatica!
    Gli  occhi  degli  uomini fuggi,  da' quali se pure se' veduto di': "O
    generazione  ingrata  e  detrattrice  delle  semplici  donne,  non  si
    convengono  a  voi  di  vedere  le cose pie".  Ma se a colui che  de'
    nostri mali radice pervieni,  sgridalo dalla lunga e di': "O  tu,  pi
    rigido  che  alcuna quercia,  fuggi di qui,  e noi con le tue mani non
    violare: la tua rotta fede  di tutto ci che io porto cagione;  ma se
    con  umana  mente  leggere  mi  vuogli,  forse  riconoscendo  il fallo
    commesso contro a colei,  che,  tornando tu  ad  essa,  di  perdonarti
    disidera,  vedimi;  ma se ci fare non vuogli, non si conviene a te di
    vedere le lagrime che date hai, e specialmente se d'accrescerle dimori
    nel volere primo".
    E se forse alcuna  donna  delle  tue  parole  rozzamente  composte  si
    maraviglia,  di'  che quelle ne mandi via,  per che li parlari ornati
    richieggiono gli animi chiari e li tempi sereni e tranquilli.  E  per
    piuttosto  dirai  che  prenda  ammirazione  come a quel poco che narri
    disordinato, bast lo 'ntelletto e la mano,  considerando che dall'una
    parte  amore  e  dall'altra  gelosia  con  varie  trafitte in continua
    battaglia  tengono   il   dolente   animo,   e   in   nebuloso   tempo
    favoreggiandogli la contraria fortuna.
    Tu puoi da ogni aguato andar sicuro,  s come io credo, per che nulla
    invidia te morder con acuto dente;  ma se pure pi misero  di  te  si
    trovasse,  che no 'l credo, il quale quasi a te come a pi beato di s
    la portasse,  lsciati mordere.  Io non so bene qual parte di te nuova
    offesa  possa  ricevere,  s per tutto dalle percosse della fortuna ti
    veggio essere lacerato.  Egli non ti pu  guari  offendere,  n  farti
    d'alto tornare in basso luogo,  s  infimo quello ove dimori. E posto
    ancora che non bastasse alla Fortuna d'averci con la superficie  della
    terra  congiunti,  e  ancora sotto quella cercasse di sotterrarci,  s
    siamo nell'avversit anticati,  che con quelle spalle con le quali  le
    maggiori cose abbiamo sostenute e sosteniamo,  sosterremo le minori: e
    per entra dove ella vuole.
    Vivi adunque: nullo ti pu di questo privare;  ed essemplo etterno  a'
    felici e a' miseri dimora dell'angoscie della tua donna.

    Qui  finisce  il libro chiamato elegia della nobile Madonna Fiammetta,
    mandato da lei a tutte le donne innamorate.
