    Giovanni Boccaccio.
    DECAMERON.
    Volume secondo.



















    INDICE.

    Giornata sesta - Introduzione: pagina 6.
    Giornata sesta - Novella prima: pagina 10.
    Giornata sesta - Novella seconda: pagina 13.
    Giornata sesta - Novella terza: pagina 19.
    Giornata sesta - Novella quarta: pagina 22.
    Giornata sesta - Novella quinta: pagina 27.
    Giornata sesta - Novella sesta: pagina 31.
    Giornata sesta - Novella settima: pagina 35.
    Giornata sesta - Novella ottava: pagina 39.
    Giornata sesta - Novella nona: pagina 42.
    Giornata sesta - Novella decima: pagina 46.
    Giornata sesta - Conclusione: pagina 59.

    Giornata settima - Introduzione: pagina 69.
    Giornata settima - Novella prima: pagina 72.
    Giornata settima - Novella seconda: pagina 79.
    Giornata settima - Novella terza: pagina 86.
    Giornata settima - Novella quarta: pagina 95.
    Giornata settima - Novella quinta: pagina 102.
    Giornata settima - Novella sesta: pagina 115.
    Giornata settima - Novella settima: pagina 121.
    Giornata settima - Novella ottava: pagina 131.
    Giornata settima - Novella nona: pagina 144.
    Giornata settima - Novella decima: pagina 160.
    Giornata settima - Conclusione: pagina 166.

    Giornata ottava - Introduzione: pagina 171.
    Giornata ottava - Novella prima: pagina 172.
    Giornata ottava - Novella seconda: pagina 177.
    Giornata ottava - Novella terza: pagina 186.
    Giornata ottava - Novella quarta: pagina 199.
    Giornata ottava - Novella quinta: pagina 208.
    Giornata ottava - Novella sesta: pagina 213.
    Giornata ottava - Novella settima: pagina 223.
    Giornata ottava - Novella ottava: pagina 259.
    Giornata ottava - Novella nona: pagina 267.
    Giornata ottava - Novella decima: pagina 292.
    Giornata ottava - Conclusione: pagina 310.

    Giornata nona - Introduzione: pagina 315.
    Giornata nona - Novella prima: pagina 317.
    Giornata nona - Novella seconda: pagina 326.
    Giornata nona - Novella terza: pagina 331.
    Giornata nona - Novella quarta: pagina 338.
    Giornata nona - Novella quinta: pagina 345.
    Giornata nona - Novella sesta: pagina 358.
    Giornata nona - Novella settima: pagina 366.
    Giornata nona - Novella ottava: pagina 370.
    Giornata nona - Novella nona: pagina 376.
    Giornata nona - Novella decima: pagina 384.
    Giornata nona - Conclusione: pagina 390.

    Giornata decima - Introduzione: pagina 394.
    Giornata decima - Novella prima: pagina 396.
    Giornata decima - Novella seconda: pagina 401.
    Giornata decima - Novella terza: pagina 409.
    Giornata decima - Novella quarta: pagina 420.
    Giornata decima - Novella quinta: pagina 432.
    Giornata decima - Novella sesta: pagina 439.
    Giornata decima - Novella settima: pagina 449.
    Giornata decima - Novella ottava: pagina 461.
    Giornata decima - Novella nona: pagina 487.
    Giornata decima - Novella decima: pagina 515.
    Giornata decima - Conclusione: pagina 533.
    Conclusione dell'Autore: pagina 538.





















    Incomincia la sesta giornata nella quale sotto il reggimento d'Elissa,
    si ragiona di chi con alcuno leggiadro motto, tentato, si riscosse,  o
    con pronta risposta o avvedimento fugg perdita o pericolo o scorno.


    Giornata sesta - Introduzione.

    Aveva la luna,  essendo nel mezzo del cielo,  perduti i raggi suoi,  e
    gi,  per la nuova luce vegnente,  ogni parte  del  nostro  mondo  era
    chiara,  quando  la  reina levatasi,  fatta la sua compagnia chiamare,
    alquanto  con  lento  passo  dal  bel  palagio,   su  per  la  rugiada
    spaziandosi,  s'allontanarono,  d'una e d'altra cosa vari ragionamenti
    tenendo,  e della pi bellezza e della meno delle  raccontate  novelle
    disputando,  e  ancora  de' vari casi recitati in quelle rinnovando le
    risa infino a tanto che,  gi pi alzandosi il sole e cominciandosi  a
    riscaldare,  a  tutti  parve  di  dover  verso casa tornare;  per che,
    voltati i passi, l se ne vennero.
    E quivi, essendo gi le tavole messe,  e ogni cosa d'erbucce odorose e
    di  be'fiori  seminata,   avanti  che  il  caldo  surgesse  pi,   per
    comandamento della reina si misero a  mangiare.  E  questo  con  festa
    fornito,  avanti  che  altro  facessero,  alquante  canzonette belle e
    leggiadre cantate,  chi and a dormire e chi a giucare a scacchi e chi
    a  tavole.  E  Dioneo  insieme  con  Lauretta di Troiolo e di Criseida
    cominciarono a cantare.
    E gi l'ora venuta del dovere a concistoro tornare,  fatti tutti dalla
    reina  chiamare,  come  usati  erano,  dintorno alla fonte si posero a
    sedere.  E volendo gi la reina comandare la  prima  novella,  avvenne
    cosa  che  ancora  addivenuta  non v'era,  cio che per la reina e per
    tutti fu un gran romore udito, che per le fanti e famigliari si faceva
    in cucina.  Laonde,  fatto chiamare il siniscalco,  e  domandato  qual
    gridasse e qual fosse del romore la cagione, rispose che il romore era
    tra Licisca e Tindaro; ma la cagione egli non sapea, s come colui che
    pure allora giugnea per fargli star cheti, quando per parte di lei era
    stato  chiamato.  Al  quale  la  reina  comand che incontanente quivi
    facesse venire la Licisca e Tindaro; li quali venuti, domand la reina
    qual fosse la cagione del loro romore.
    Alla quale volendo Tindaro rispondere,  la Licisca,  che  attempatetta
    era e anzi superba che no, e in sul gridar riscaldata, voltatasi verso
    lui con un mal viso disse:
    - Vedi bestia d'uom che ardisce,  dove io sia,  a parlare prima di me!
    Lascia dir me -; e alla reina rivolta disse:
    - Madonna,  costui mi vuol far conoscere la moglie di Sicofante;  e n
    pi n meno, come se io con lei usata non fossi, mi vuol dare a vedere
    che  la  notte  prima  che  Sicofante  giacque  con lei,  messer Mazza
    entrasse in Monte Nero per forza e con ispargimento di  sangue;  e  io
    dico che non  vero,  anzi v'entr paceficamente e con gran piacere di
    quei d'entro. Ed  ben s bestia costui, che egli si crede troppo bene
    che le giovani sieno cos sciocche, che elle stieno a perdere il tempo
    loro, stando alla bada del padre e dei fratelli, che delle sette volte
    le sei soprastanno tre o quattro anni pi che non debbono a maritarle.
    Frate, bene starebbono, se elle s'indugiasser tanto! Alla f di Cristo
    (ch debbo sapere quello che io mi dico quando io  giuro)  io  non  ho
    vicina che pulcella ne sia andata a marito; e anche delle maritate, so
    io ben quante e quali beffe elle fanno  mariti;  e questo pecorone mi
    vuol far conoscere le femine, come se io fossi nata ieri.
    Mentre la Licisca parlava, facevan le donne s gran risa,  che tutti i
    denti  si  sarebbero  loro  potuti trarre.  E la reina l'aveva ben sei
    volte imposto silenzio;  ma niente valea: ella non ristette mai infino
    a tanto che ella ebbe detto ci che le piacque.  Ma poi che fatto ebbe
    alle parole fine, la reina ridendo, volta a Dioneo, disse:
    - Dioneo,  questa  quistion da te;  e per ci  farai,  quando  finite
    fieno le nostre novelle che tu sopr'essa dei sentenzia finale.
    Alla qual Dioneo prestamente rispose:
    -  Madonna,  la  sentenzia    data senza udirne altro;  e dico che la
    Licisca ha ragione,  e credo che cos sia com'ella dice;  e Tindaro  
    una bestia.
    La  qual  cosa  la  Licisca  udendo,  cominci  a ridere,  e a Tindaro
    rivolta, disse:
    - Occi ben lo diceva io;  vatti con Dio;  credi tu saper pi di me tu,
    che non hai ancora rasciutti gli occhi?  Gran merc, non ci son vivuta
    invano io, no.
    E,  se non fosse che la reina con un mal viso  le  'mpose  silenzio  e
    comandolle  che  pi  parola  n  romor  facesse  se esser non volesse
    scopata, e lei e Tindaro mand via, niuna altra cosa avrebbero avuta a
    fare in tutto quel giorno che  attendere  a  lei.  Li  quali  poi  che
    partiti  furono,  la  reina  impose  a Filomena che alle novelle desse
    principio. La quale lietamente cos cominci.











    Giornata sesta - Novella prima.

    Un cavaliere dice a madonna Oretta  di  portarla  con  una  novella  a
    cavallo,  e malcompostamente dicendola,   da lei pregato che a pi la
    ponga.

    Giovani donne,  come n lucidi sereni sono  le  stelle  ornamento  del
    cielo  e  nella  primavera  i  fiori  de'  verdi prati,  e de' colli i
    rivestiti albuscelli,  cos de' laudevoli costumi e  de'  ragionamenti
    belli sono i leggiadri motti, li quali, per ci che brievi sono, tanto
    stanno  meglio  alle donne che agli uomini,  quanto pi alle donne che
    agli uomini il molto parlar si disdice.
    E' il vero che,  qual si sia la cagione,  o la  malvagit  del  nostro
    ingegno  o  inimicizia  singulare  che   nostri secoli sia portata d
    cieli,  oggi poche o non niuna donna rimasa ci ,  la qual ne sappi n
    tempi  opportuni  dire  alcuno,  o,  se detto l',  intenderlo come si
    conviene: general vergogna di tutte noi.  Ma per  ci  che  gi  sopra
    questa  materia  assai da Pampinea fu detto,  pi oltre non intendo di
    dirne.  Ma per farvi avvedere quanto abbiano in s di bellezza  tempi
    detti,  un  cortese  impor di silenzio fatto da una gentil donna ad un
    cavaliere mi piace di raccontarvi.
    S come molte di voi o possono  per  veduta  sapere  o  possono  avere
    udito, egli non  ancora guari che nella nostra citt fu una gentile e
    costumata  donna  e ben parlante,  il cui valore non merit che il suo
    nome si taccia.  Fu adunque chiamata madonna Oretta,  e fu  moglie  di
    messer Geri Spina; la quale per avventura essendo in contado, come noi
    siamo,  e  da  un luogo ad un altro andando per via di diporto insieme
    con donne e con cavalieri,  li quali a casa sua il  d  avuti  avea  a
    desinare,  ed essendo forse la via lunghetta di l onde si partivano a
    col dove tutti a pi d'andare intendevano  disse  uno  de'  cavalieri
    della brigata:
    - Madonna Oretta, quando voi vogliate, io vi porter, gran parte della
    via che ad andare abbiamo,  a cavallo, con una delle belle novelle del
    mondo.
    Al quale la donna rispose:
    - Messere, anzi ve ne priego io molto, e sarammi carissimo.
    Messer lo cavaliere,  al quale forse non stava meglio la spada  allato
    che 'l novellar nella lingua,  udito questo, cominci una sua novella,
    la quale nel vero da s era bellissima; ma egli or tre e quattro e sei
    volte replicando una medesima  parola,  e  ora  indietro  tornando,  e
    talvolta dicendo: - Io non dissi bene -;  e spesso n nomi errando, un
    per un  altro  ponendone,  fieramente  la  guastava;  senza  che  egli
    pessimamente,  secondo  le  qualit  delle  persone  e  gli  atti  che
    accadevano,  proffereva.  Di che a madonna  Oretta,  udendolo,  spesse
    volte  veniva  un  sudore  e uno sfinimento di cuore,  come se inferma
    fosse stata per terminare; la qual cosa poi che pi sofferir non pot,
    conoscendo che il cavaliere era entrato nel  pecoreccio,  n  era  per
    riuscirne, piacevolmente disse:
    - Messere,  questo vostro cavallo ha troppo duro trotto; per che io vi
    priego che vi piaccia di pormi a pi.
    Il cavaliere, il qual per avventura era molto migliore intenditore che
    novellatore, inteso il motto, e quello in festa e in gabbo preso, mise
    mano in altre novelle,  e quella che cominciata avea  e  mai  seguita,
    senza finita lasci stare.












    Giornata sesta - Novella seconda.

    Cisti  fornaio  con una sola parola fa raveder messer Geri Spina d'una
    sua trascurata domanda.

    Molto fu da ciascuna delle donne e degli uomini il parlar  di  madonna
    Oretta lodato, il qual comand la reina a Pampinea che seguitasse; per
    che ella cos cominci:
    Belle  donne,  io  non  so  da me medesima vedere che pi in questo si
    pecchi, o la natura apparecchiando a una nobile anima un vil corpo,  o
    la  fortuna  apparecchiando  a  un  corpo  dotato  d'anima  nobile vil
    mestiero,  s come in Cisti nostro cittadino e in molti ancora abbiamo
    potuto vedere avvenire;  il qual Cisti,  d'altissimo animo fornito, la
    fortuna fece fornaio.
    E certo io maladicerei e la natura parimente e la fortuna,  se io  non
    conoscessi  la  natura  esser  discretissima  e  la fortuna aver mille
    occhi,  come che gli sciocchi lei cieca figurino.  Le quali io  avviso
    che,  s come molto avvedute,  fanno quello che i mortali spesse volte
    fanno,  li quali,  incerti de' futuri casi,  per le loro oportunit le
    loro  pi  care  cose n pi vili luoghi delle lor case,  s come meno
    sospetti sepelliscono,  e quindi  n  maggiori  bisogni  le  traggono,
    avendole  il vil luogo pi sicuramente servate che la bella camera non
    avrebbe.  E cos le due ministre del mondo spesso le lor cose pi care
    nascondono  sotto  l'ombra  dell'arti reputate pi vili,  acci che di
    quelle alle necessit traendole pi chiaro appaia il  loro  splendore.
    Il  che  quanto  in poca cosa Cisti fornaio il dichiarasse,  gli occhi
    dello 'ntelletto rimettendo a messer Geri Spina,  il quale la  novella
    di  madonna  Oretta  contata,  che  sua moglie fu,  m'ha tornata nella
    memoria, mi piace in una novelletta assai piccola dimostrarvi.
    Dico adunque che,  avendo Bonifazio papa,  appo il quale  messer  Geri
    Spina  fu  in grandissimo stato,  mandati in Firenze certi suoi nobili
    ambasciadori per certe sue gran  bisogne,  essendo  essi  in  casa  di
    messer  Geri  smontati,  e  egli  con  loro  insieme  i fatti del Papa
    trattando,  avvenne che,  che se ne fosse  cagione,  messer  Geri  con
    questi  ambasciadori del Papa tutti a pi quasi ogni mattina davanti a
    Santa Maria Ughi passavano,  dove Cisti fornaio il suo forno  aveva  e
    personalmente la sua arte esserceva.
    Al quale quantunque la fortuna arte assai umile data avesse,  tanto in
    quella gli era stata benigna,  che egli n'era ricchissimo divenuto,  e
    senza  volerla  mai  per  alcuna altra abbandonare splendidissimamente
    vivea,  avendo tra l'altre sue  buone  cose  sempre  i  migliori  vini
    bianchi  e  vermigli  che  in Firenze si trovassero o nel contado.  Il
    quale,  veggendo ogni mattina davanti all'uscio suo passar messer Geri
    e  gli ambasciadori del Papa,  e essendo il caldo grande,  s'avis che
    gran cortesia sarebbe il dar lor bere del  suo  buon  vin  bianco;  ma
    avendo riguardo alla sua condizione e a quella di messer Geri, non gli
    pareva onesta cosa il presummere d'invitarlo ma pensossi di tener modo
    il quale inducesse messer Geri medesimo a invitarsi.
    E  avendo  un  farsetto  bianchissimo indosso e un grembiule di bucato
    innanzi  sempre,   li  quali  pi  tosto  mugnaio   che   fornaio   il
    dimostravano,  ogni  mattina  in su l'ora che egli avvisava che messer
    Geri con gli ambasciadori dover passare si  faceva  davanti  all'uscio
    suo  recare  una secchia nuova e stagnata d'acqua fresca e un picciolo
    orcioletto bolognese nuovo del suo buon vin bianco e due bicchieri che
    parevano d'ariento,  s eran chiari: e  a  seder  postosi,  come  essi
    passavano,  e egli, poi che una volta o due spurgato s'era, cominciava
    a ber s saporitamente questo suo vino, che egli n'avrebbe fatta venir
    voglia a' morti.
    La qual cosa avendo messer Geri una e due  mattine  veduta,  disse  la
    terza:
    - Chente , Cisti?  buono? -
    Cisti, levato prestamente in pi, rispose:
    -  Messer s,  ma quanto non vi potre'io dare a intendere,  se voi non
    assaggiaste -.
    Messer Geri,  al quale o la qualit o affanno pi che l'usato avuto  o
    forse il saporito bere,  che a Cisti vedeva fare,  sete avea generata,
    volto agli ambasciadori sorridendo disse:
    - Signori,  egli  buono che noi assaggiamo del vino di questo valente
    uomo: forse che  egli tale, che noi non ce ne penteremo -; e con loro
    insieme se n'and verso Cisti.
    Il quale, fatta di presente una bella panca venire di fuori dal forno,
    gli preg che sedessero;  e alli lor famigliari,  che gi per lavare i
    bicchieri si facevano innanzi, disse:
    - Compagni,  tiratevi indietro e lasciate questo servigio fare  a  me,
    ch  io  so  non  meno  ben  mescere  che  io sappia infornare;  e non
    aspettaste voi d'assaggiarne gocciola!
    E cos detto,  esso stesso,  lavati quatro bicchieri belli e  nuovi  e
    fatto  venire  un  piccolo orcioletto del suo buon vino diligentemente
    diede bere a messer Geri e a' compagni,  alli quali il vino  parve  il
    migliore  che  essi  avessero  gran  tempo  davanti  bevuto;  per che,
    commendatol molto,  mentre gli ambasciador  vi  stettero,  quasi  ogni
    mattina con loro insieme n'and a ber messer Geri.
    A'quali,  essendo  espediti  e  partir dovendosi,  messer Geri fece un
    magnifico  convito  al  quale  invit  una  parte  de'  pi   orrevoli
    cittadini,  e  fecevi  invitare  Cisti,  il quale per niuna condizione
    andar vi volle.  Impose adunque messer Geri a uno de' suoi  famigliari
    che  per  un  fiasco  andasse  del  vin  di Cisti e di quello un mezzo
    bicchier per uomo desse alle prime mense.
    Il famigliare, forse sdegnato perch niuna volta bere aveva potuto del
    vino, tolse un gran fiasco. Il quale come Cisti vide, disse:
    - Figliuolo, messer Geri non ti manda a me.
    Il che raffermando pi volte il famigliare n potendo  altra  risposta
    avere, torn a messer Geri e s gliele disse; a cui messer Geri disse:
    -  Tornavi  e digli che s fo: e se egli pi cos sponde,  domandalo a
    cui io ti mando.
    Il famigliare tornato disse:
    - Cisti, per certo messer Geri mi manda pure a te.
    Al quale Cisti rispose:
    - Per certo, figliuol, non fa.
    - Adunque -, disse il famigliare - a cui mi manda?
    Rispose Cisti:
    - Ad Arno.
    Il che rapportando il famigliare a messer Geri,  subito gli occhi  gli
    s'apersero dello 'ntelletto e disse al famigliare:
    - Lasciami vedere che fiasco tu vi porti -; e vedutol disse:
    -  Cisti  dice  vero  -;  e dettagli villania gli fece torre un fiasco
    convenevole.
    Il quale Cisti vedendo disse:
    - Ora so io bene che egli ti manda a me -, e lietamente glielo impi.
    E poi quel medesimo d fatto il botticello riempiere d'un simil vino e
    fattolo soavemente portare a casa di messer  Geri,  and  appresso,  e
    trovatolo gli disse:
    -  Messere,  io non vorrei che voi credeste che il gran fiasco stamane
    m'avesse spaventato;  ma,  parendomi che vi fosse uscito di mente  ci
    che  io  a questi d co' miei piccoli orcioletti v'ho dimostrato,  ci
    questo non sia vin da famiglia, vel volli staman raccordare. Ora,  per
    ci  che  io non intendo d'esservene pi guardiano tutto ve l'ho fatto
    venire: fatene per innanzi come vi piace.
    Messer Geri ebbe il dono di Cisti carissimo e quelle grazie gli  rend
    che a ci credette si convenissero, e sempre poi per da molto l'ebbero
    e per amico.











    Giornata sesta - Novella terza.

    Monna  Nonna  de'  Pulci  con  una  presta risposta al meno che onesto
    motteggiare del vescovo di Firenze silenzio impone.

    Quando Pampinea la sua novella  ebbe  finita,  poi  che  da  tutte  la
    risposta  e  la liberalit di Cisti molto fu commendata,  piacque alla
    reina che Lauretta dicesse appresso,  la quale lietamente cos a  dire
    cominci.
    Piacevoli  donne,  prima  Pampinea  e  ora  Filomena  assai  del  vero
    toccarono della nostra poca virt e della  bellezza  de'  motti;  alla
    quale  per ci che tornar non bisogna,  oltre a quello che de' motti 
    stato detto,  vi voglio ricordare essere la natura de'  motti  cotale,
    che essi come la pecora morde deono cos mordere l'uditore, e non come
    'l cane;  per ci che,  se come il cane mordesse il motto, non sarebbe
    motto ma villania.
    La qual cosa ottimamente fecero e le parole di  madonna  Oretta  e  la
    risposta di Cisti.
    E' il vero che,  se per risposta si dice, e il risponditore morda come
    cane,  essendo come da cane prima stato morso,  non par da riprendere,
    come,  se ci avvenuto non fosse,  sarebbe;  e per ci  da guardare e
    come e quando e con cui e similmente dove  si  motteggia.  Alle  quali
    cose  poco guardando gi un nostro prelato,  non minor morso ricevette
    che 'l desse; il che in una piccola novella vi voglio mostrare.
    Essendo vescovo di Firenze messer Antonio  d'Orso,  valoroso  e  savio
    prelato,  venne  in  Firenze un gentile uom catalano,  chiamato messer
    Dego della Ratta, maliscalco per lo re Ruberto. Il quale,  essendo del
    corpo  bellissimo e vie pi che grande vagheggiatore,  avvenne che fra
    l'altre donne fiorentine una ne gli piacque,  la quale era assai bella
    donna ed era nepote d'un fratello del detto vescovo.
    E  avendo  sentito che il marito di lei,  quantunque di buona famiglia
    fosse,  era avarissimo e cattivo,  con lui compose  di  dovergli  dare
    cinquecento fiorin d'oro, ed egli una notte con la moglie il lasciasse
    giacere;  per  che,  fatti  dorare  popolini d'ariento,  che allora si
    spendevano,  giaciuto con la moglie,  come che contro al piacer di lei
    fosse,  gliele  diede.  Il che poi sappiendosi per tutto,  rimasero al
    cattivo uomo il danno e le beffe; e il vescovo, come savio,  s'infinse
    di queste cose niente sentire.
    Per che,  usando molto insieme il vescovo e 'l maliscalco, avvenne che
    il d di San Giovanni, cavalcando l'uno allato all'altro,  veggendo le
    donne per la via onde il palio si corre,  il vescovo vide una giovane,
    la quale questa pestilenzia presente ci ha tolta donna, il cui nome fu
    monna Nonna de' Pulci,  cugina di messere Alesso Rinucci,  e  cui  voi
    tutte doveste conoscere;  la quale,  essendo allora una fresca e bella
    giovane e parlante e di gran cuore,  di poco tempo avanti in Porta San
    Piero  a  marito  venutane,  la mostr al maliscalco;  e poi essendole
    presso, posta la mano sopra la spalla del maliscalco, disse:
    - Nonna, che ti par di costui? Crederrestil vincere?
    Alla Nonna parve che quelle parole alquanto mordessero la sua  onest,
    o la dovesser contaminar negli animi di coloro, che molti v'erano, che
    l'udirono.  Per che, non intendendo a purgar questa contaminazione, ma
    a render colpo per colpo, prestamente rispose:
    - Messere,  forse non vincerebbe me, ma vorrei buona moneta.
    La qual parola udita il maliscalco e 'l vescovo,  sentendosi parimente
    trafitti, l'uno siccome facitore della disonesta cosa nella nepote del
    fratel  del  vescovo,  e  l'altro  s come ricevitore nella nepote del
    proprio fratello,  senza guardar l'un l'altro,  vergognosi e taciti se
    n'andarono, senza pi quel giorno dirle alcuna cosa.
    Cos  adunque,  essendo la giovane stata morsa,  non le si disdisse il
    mordere altrui motteggiando.






    Giornata sesta - Novella quarta.

    Chichibio, cuoco di Currado Gianfigliazzi, con una presta parola a sua
    salute l'ira di Currado volge in riso,  e s campa dalla mala  ventura
    minacciatagli da Currado.


    Tacevasi  gi la Lauretta,  e da tutti era stata sommamente commendata
    la Nonna,  quando la reina a Neifile impose che  seguitasse;  la  qual
    disse.
    Quantunque  il pronto ingegno,  amorose donne,  spesso parole presti e
    utili e belle, secondo gli accidenti,   dicitori,  la fortuna ancora,
    alcuna  volta aiutatrice de' paurosi,  sopra la lor lingua subitamente
    di quelle pone,  che mai ad animo riposato per lo dicitor si  sarebber
    sapute trovare; il che io per la mia novella intendo di dimostrarvi.
    Currado  Gianfiglia  s  come  ciascuna  di voi e udito e veduto puote
    avere, sempre della nostra citt  stato nobile cittadino,  liberale e
    magnifico,  e  vita  cavalleresca tenendo,  continuamente in cani e in
    uccelli s' dilettato,  le sue opere maggiori  al  presente  lasciando
    stare.  Il quale con un suo falcone avendo un d presso a Peretola una
    gru ammazata, trovandola grassa e giovane, quella mand ad un suo buon
    cuoco,  il quale era chiamato Chichibio,  ed era viniziano,  e s  gli
    mand dicendo che a cena l'arrostisse e governassela bene.
    Chichibio,  il quale come riuovo bergolo era cos pareva,  acconcia la
    gru, la mise a fuoco e con sollicitudine a cuocerla cominci. La quale
    essendo gi presso che cotta grandissimo odor venendone,  avvenne  che
    una  feminetta della contrada,  la qual Brunetta era chiamata e di cui
    Chichibio era forte innamorato, entr nella cucina;  e sentendo l'odor
    della gru e veggendola,  preg caramente Chichibio che ne le desse una
    coscia.
    Chichibio le rispose cantando e disse:
    - "Voi non l'avr da mi, donna Brunetta, voi non l'avr da mi".
    Di che donna Brunetta essendo un poco turbata, gli disse:
    - In f di Dio,  se tu non la mi dai,  tu non avrai mai da me cosa che
    ti piaccia -;  e in brieve le parole furon molte. Alla fine Chichibio,
    per non crucciar la sua donna,  spiccata l'una delle cosce  alla  gru,
    gliele diede.
    Essendo  poi  davanti a Currado e ad alcun suo forestiere messa la gru
    senza coscia,  e Currado maravigliandosene,  fece chiamare Chichibio e
    domandollo  che  fosse divenuta l'altra coscia della gru.  Al quale il
    vinizian bugiardo subitamente rispose:
    - Signor mio, le gru non hanno se non una coscia e una gamba.
    Currado allora turbato disse:
    - Come diavol non hanno che una coscia e una gamba? Non vid'io mai pi
    gru che questa?
    Chichibio seguit:
    - Egli , messer, com'io vi dico;  e quando vi piaccia,  io il vi far
    veder n vivi.
    Currado, per amor dei forestieri che seco aveva, non volle dietro alle
    parole andare, ma disse:
    -  Poi  che  tu d di farmelo vedere n vivi,  cosa che io mai pi non
    vidi n udii dir che fosse,  e io il voglio  veder  domattina  e  sar
    contento;  ma io ti giuro in sul corpo di Cristo,  che,  se altramenti
    sar,  che io ti far conciare in maniera che  tu  con  tuo  danno  ti
    ricorderai, sempre che tu ci viverai, del nome mio.
    Finite adunque per quella sera le parole,  la mattina seguente come il
    giorno apparve,  Currado,  a cui non era per lo dormire l'ira cessata,
    tutto  ancor  gonfiato  si  lev  e  comand  che i cavalli gli fosser
    menati; e fatto montar Chichibio sopra un ronzino,  verso una fiumana,
    alla  riva  della  quale sempre soleva in sul far del d vedersi delle
    gru, nel men dicendo:
    - Tosto vedremo chi avr iersera mentito, o tu o io.
    Chichibio,  veggendo che ancora durava l'ira di Currado e che far  gli
    convenia  pruova  della sua bugia,  non sappiendo come poterlasi fare,
    cavalcava appresso a  Currado  con  la  maggior  paura  del  mondo,  e
    volentieri,  se potuto avesse, si sarebbe fuggito; ma non potendo, ora
    innanzi e ora addietro e da lato  si  riguardava,  e  ci  che  vedeva
    credeva che gru fossero che stessero in due piedi.
    Ma gi vicini al fiume pervenuti, gli venner prima che ad alcun vedute
    sopra  la  riva  di  quello  ben dodici gru,  le quali tutte in un pi
    dimoravano,  si  come  quando  dormono  soglion  fare.  Per  che  egli
    prestamente mostratele a Currado, disse:
    - Assai bene potete,  messer, vedere che iersera vi dissi il vero, che
    le gru non hanno se non una coscia e  un  pi,  se  voi  riguardate  a
    quelle che col stanno.
    Currado vedendole disse:
    -  Aspettati,  che  io  ti mosterr che elle n'hanno due -;  e fattosi
    alquanto pi a quelle vicino grid: - Ho ho -;  per lo qual  grido  le
    gru, mandato l'altro pi gi, tutte dopo alquanti passi cominciarono a
    fuggire. Laonde Currado rivolto a Chichibio disse:
    - Che ti par, ghiottone? Parti ch'elle n'abbian due?
    Chichibio  quasi  sbigottito,  non  sappiendo  egli  stesso  donde  si
    venisse, rispose:
    - Messer s, ma voi non gridaste - ho ho - a quella di iersera; ch se
    cos gridato aveste,  ella avrebbe cos l'altra coscia e  l'altro  pi
    fuor mandata, come hanno fatto queste.
    A  Currado  piacque  tanto  questa  risposta,  che tutta la sua ira si
    convert in festa e riso, e disse:
    - Chichibio, tu hai ragione, ben lo dovea fare.
    Cos adunque con la sua pronta e sollazzevol risposta Chichibio  cess
    la mala ventura e paceficossi col suo signore.



















    Giornata sesta - Novella quinta.

    Messer  Forese  da  Rabatta  e  maestro  Giotto dipintore,  venendo di
    Mugello, l'uno la sparuta apparenza dell'altro motteggiando morde.

    Come Neifile tacque,  avendo molto le donne  preso  di  piacere  della
    risposta di Chichibio, cos Panfilo per voler della reina disse.
    Carissime  donne,  egli  avviene spesso che,  s come la Fortuna sotto
    vili arti alcuna volta grandissimi tesori di virt nasconde, come poco
    avanti per Pampinea fu mostrato,  cos ancora sotto  turpissime  forme
    d'uomini  si  truovano  maravigliosi ingegni dalla Natura essere stati
    riposti.
    La qual cosa assai apparve in  due  nostri  cittadini,  de'  quali  io
    intendo brievemente di ragionarvi.  Per ci che l'uno, il quale messer
    Forese da Rabatta fu chiamato,  essendo di persona piccolo e sformato,
    con  viso  piatto  e  ricagnato,  che  a  qualunque  de'  Baronci  pi
    trasformato l'ebbe sarebbe stato sozzo,  fu di tanto sentimento  nelle
    leggi,  che  da  molti valenti uomini uno armario di ragione civile fu
    reputato. E l'altro, il cui nome fu Giotto,  ebbe uno ingegno di tanta
    eccellenzia,  che  niuna  cosa d la Natura,  madre di tutte le cose e
    operatrice col continuo girar de' cieli,  che egli con lo stile e  con
    la  penna  o  col pennello non dipignesse s simile a quella,  che non
    simile,  anzi pi tosto dessa paresse,  in tanto che molte volte nelle
    cose  da lui fatte si truova che il visivo senso degli uomini vi prese
    errore, quello credendo esser vero che era dipinto.
    E per ci, avendo egli quella arte ritornata in luce, che molti secoli
    sotto gli error d'alcuni,  che pi a dilettar gli occhi degl'ignoranti
    che  a compiacere allo 'ntelletto de' savi dipignendo intendeano,  era
    stata sepulta,  meritamente una delle luci della fiorentina gloria dir
    si puote; e tanto pi, quanto con maggiore umilt, maestro degli altri
    in  ci vivendo,  quella acquist,  sempre rifiutando d'esser chiamato
    maestro.   Il  quale  titolo  rifiutato  da  lui  tanto  pi  in   lui
    risplendeva, quanto con maggior disidero da quegli che men sapevano di
    lui  o d suoi discepoli era cupidamente usurpato.  Ma,  quantunque la
    sua arte fosse grandissima,  non era egli per ci  n  di  persona  n
    d'aspetto in niuna cosa pi bello che fosse messer Forese.
    Ma,  alla novella venendo, dico che avevano in Mugello messer Forese e
    Giotto lor possessioni;  ed essendo messer  Forese  le  sue  andate  a
    vedere,  in  quegli  tempi  di  state  che le ferie si celebran per le
    corti,   e  per  avventura  in  su  un  cattivo  ronzino  da   vettura
    venendosene,  trov il gi detto Giotto,  il qual similmente avendo le
    sue vedute,  se ne tornava a Firenze.  Il quale,  n in cavallo n  in
    arnese  essendo in cosa alcuna meglio di lui,  s come vecchi,  a pian
    passo venendosene, insieme s'accompagnarono.
    Avvenne, come spesso di state veggiamo avvenire,  che una subita piova
    gli soprapprese;  la quale essi, come pi tosto poterono, fuggirono in
    casa d'un lavoratore amico e conoscente di ciascuno di loro.  Ma  dopo
    alquanto,  non  faccendo  l'acqua  alcuna  vista  di dover ristare,  e
    costoro volendo essere il  d  a  Firenze,  presi  dal  lavoratore  in
    prestanza  due  mantellacci  vecchi di romagnuolo e due cappelli tutti
    rosi dalla vecchiezza, per ci che migliori non v'erano,  cominciarono
    a camminare.
    Ora, essendo essi alquanto andati, e tutti molli veggendosi, e per gli
    schizzi che i ronzini fanno co' piedi in quantit zaccherosi (le quali
    cose    non    sogliono   altrui   accrescer   punto   d'orrevolezza),
    rischiarandosi alquanto il tempo,  essi,  che lungamente erano  venuti
    taciti, cominciarono a ragionare.
    E messer Forese,  cavalcando e ascoltando Giotto,  il quale bellissimo
    favellatore era,  cominci a considerarlo e da lato e da  capo  e  per
    tutto,  e veggendo ogni cosa cos disorrevole e cos disparuto,  senza
    avere a s niuna considerazione, cominci a ridere, e disse:
    - Giotto,  a che ora venendo di qua allo 'ncontro di noi un forestiere
    che  mai veduto non t'avesse,  credi tu che egli credesse che tu fossi
    il miglior dipintor del mondo, come tu s?
    A cui Giotto prestamente rispose:
    - Messere,  credo,  che egli il crederebbe allora che,  guardando voi,
    egli crederebbe che voi sapeste l'abic.
    Il che messer Forese udendo,  il suo error riconobbe,  e videsi di tal
    moneta pagato, quali erano state le derrate vendute.



















    Giornata sesta - Novella sesta.

    Pruova Michele Scalza a certi  giovani  come  i  Baronci  sono  i  pi
    gentili uomini del mondo o di maremma, e vince una cena.

    Ridevano  ancora  le  donne  della  bella e presta risposta di Giotto,
    quando la reina impose il  seguitare  alla  Fiammetta,  la  qual  cos
    'ncominci a parlare.
    Giovani donne, l'essere stati ricordati i Baronci da Panfilo, li quali
    per  avventura  voi  non  conoscete  come fa egli,  m'ha nella memoria
    tornata una  novella,  nella  quale  quanta  sia  la  lor  nobilt  si
    dimostra,  senza  dal nostro proposito deviare;  e per ci mi piace di
    raccontarla.
    Egli non  ancora guari di tempo passato che nella nostra citt era un
    giovane chiamato Michele Scalza,  il quale era il pi piacevole  e  il
    pi  sollazzevole  uom del mondo,  e le pi nuove novelle aveva per le
    mani; per la qual cosa i giovani fiorentini avevan molto caro,  quando
    in brigata si trovavano, di poter aver lui.
    Ora  avvenne un giorno che,  essendo egli con alquanti a Montughi,  si
    'ncominci tra loro una quistion cos  fatta:  quali  fossero  li  pi
    gentili uomini di Firenze e i pi antichi.
    De'quali alcuni dicevano gli Uberti,  e altri i Lamberti,  e chi uno e
    chi un altro, secondo che nell'animo gli capea.
    Li quali udendo lo Scalza, cominci a ghignare, e disse:
    - Andate via, andate, goccioloni che voi siete, voi non sapete ci che
    voi vi dite; i pi gentili uomini e i pi antichi, non che di Firenze,
    ma di tutto il mondo  o  di  maremma,  sono  i  Baronci;  e  a  questo
    s'accordano tutti i fisofoli e ogn'uom che gli conosce,  come fo io; e
    acci che voi non intendeste  d'altri,  io  dico  de'  Baronci  vostri
    vicini da Santa Maria Maggiore.
    Quando i giovani,  che aspettavano che egli dovesse dire altro, udiron
    questo, tutti si fecero beffe di lui, e dissero:
    - Tu ci uccelli,  quasi come se noi non cognoscessimo i  Baronci  come
    facci tu
    Disse lo Scalza:
    - Alle guagnele non fo,  anzi mi dico il vero,  e se egli ce n' niuno
    che voglia metter su una cena a doverla  dare  a  chi  vince  con  sei
    compagni quali pi gli piaceranno,  io la metter volentieri; e ancora
    vi far pi, che io ne star alla sentenzia di chiunque voi vorrete.
    Tra' quali disse uno, che si chiamava Neri Mannini:
    - Io sono acconcio a voler vincer questa cena -; e accordatisi insieme
    d'aver  per  giudice  Piero  di  Fiorentino,  in  casa  cui  erano,  e
    andatisene  a lui,  e tutti gli altri appresso,  per vedere perdere lo
    Scalza e dargli noia, ogni cosa detta gli raccontarono.
    Piero,  che discreto giovane era,  udita primieramente la  ragione  di
    Neri, poi allo Scalza rivolto, disse:
    - E tu come potrai mostrare questo che tu affermi?
    Disse lo Scalza:
    - Che? Il mosterr per s fatta ragione, che non che tu, ma costui che
    il nega,  dir che io dica il vero.  Voi sapete che, quanto gli uomini
    sono pi antichi,  pi son gentili,  e cos si diceva  pur  test  tra
    costoro;  e i Baronci son pi antichi che niuno altro uomo, s che son
    pi gentili; e come essi sien pi antichi mostrandovi, senza dubbio io
    avr vinta la quistione.
    Voi dovete sapere che i Baronci furon fatti da Domenedio al tempo  che
    egli avea cominciato d'apparare a dipignere; ma gli altri uomini furon
    fatti poscia che Domenedio seppe dipignere. E che io dica di questo il
    vero,  ponete  mente  Baronci e agli altri uomini: dove voi tutti gli
    altri vedrete co'  visi  ben  composti  e  debitamente  proporzionati,
    potrete vedere i Baronci qual col viso molto lungo e stretto,  e quale
    averlo oltre ad ogni convenevolezza largo,  e tal v' col  naso  molto
    lungo, e tale l'ha corto, e alcuno col mento in fuori e in su rivolto,
    e con mascelloni che paiono d'asino;  ed evvi tale che ha l'uno occhio
    pi grosso che l'altro, e ancora chi l'un pi gi che l'altro, s come
    sogliono esser i visi che fanno da prima i fanciulli  che  apparano  a
    disegnare.  Per che,  come gi dissi,  assai bene appare che Domenedio
    gli fece quando apparava a dipignere; s che essi sono pi antichi che
    gli altri, e cos pi gentili.
    Della qual cosa, e Piero che era il giudice, e Neri che aveva messa la
    cena,  e ciascun altro ricordandosi,  e avendo il piacevole  argomento
    dello  Scalza  udito,  tutti  cominciarono a ridere e affermare che lo
    Scalza aveva la ragione,  e che egli aveva vinta la cena,  e  che  per
    certo  i  Baronci  erano  i  pi  gentili  uomini  e i pi antichi che
    fossero, non che in Firenze, ma nel mondo o in maremma.
    E perci meritamente Panfilo,  volendo  la  turpitudine  del  viso  di
    messer  Forese  mostrare,  disse  che  stato  sarebbe  sozzo ad un de'
    Baronci.











    Giornata sesta - Novella settima.

    Madonna Filippa dal marito con un  suo  amante  trovata,  chiamata  in
    giudicio, con una pronta e piacevol risposta s libera e fa lo statuto
    modificare.

    Gi si tacea la Fiammetta, e ciascun rideva ancora del nuovo argomento
    dallo  Scalza usato a nobilitare sopra ogn'altro i Baronci,  quando la
    reina ingiunse a Filostrato che novellasse; ed egli a dir cominci.
    Valorose donne, bella cosa  in ogni parte saper ben parlare, ma io la
    reputo bellissima quivi saperlo fare dove la necessit il richiede. Il
    che s ben seppe  fare  una  gentil  donna,  della  quale  intendo  di
    ragionarvi,  che non solamente festa e riso porse agli uditori,  ma s
    de' lacci di vituperosa morte disvilupp, come voi udirete.
    Nella terra di Prato fu gi uno statuto,  nel vero non men biasimevole
    che aspro,  il quale,  senza niuna distinzion fare, comandava che cos
    fosse arsa quella donna che dal marito fosse  con  alcuno  suo  amante
    trovata  in adulterio,  come quella che per denari con qualunque altro
    uomo stata trovata fosse.
    E durante questo statuto avvenne che una gentil donna e bella e  oltre
    ad  ogn'altra innamorata,  il cui nome fu madonna Filippa,  fu trovata
    nella sua propria camera una notte da Rinaldo de' Pugliesi suo  marito
    nelle  braccia di Lazzarino de' Guazzagliotri,  nobile giovane e bello
    di quella terra, il quale ella quanto s medesima amava, ed era da lui
    amata. La qual cosa Rinaldo vedendo, turbato forte,  appena del correr
    loro  addosso  e  di  uccidergli si ritenne;  e se non fosse che di s
    medesimo dubitava, seguitando l'impeto della sua ira, l'avrebbe fatto.
    Rattemperatosi adunque da questo, non si pot temperar da voler quello
    dello statuto pratese, che a lui non era licito di fare, cio la morte
    della sua donna.  E per ci avendo al fallo della donna provare  assai
    convenevole testimonianza, come il d fu venuto, senza altro consiglio
    prendere, accusata la donna, la fece richiedere.
    La  donna,  che di gran cuore era,  s come generalmente esser soglion
    quelle che innamorate son da dovero,  ancora che sconsigliata da molti
    suoi  amici  e  parenti ne fosse,  del tutto dispose di comparire e di
    voler pi tosto, la verit confessando,  con forte animo morire,  che,
    vilmente fuggendo, per contumacia in essilio vivere e negarsi degna di
    cos  fatto amante come colui era nelle cui braccia era stata la notte
    passata.  E assai bene accompagnata di  donne  e  d'uomini,  da  tutti
    confortata  al  negare,  davanti al podest venuta,  domand con fermo
    viso e con salda voce quello che egli a lei domandasse.
    Il podest,  riguardando costei e veggendola bellissima e  di  maniere
    laudevoli  molto,  e,  secondo  che  le sue parole testimoniavano,  di
    grande animo, cominci di lei ad aver compassione,  dubitando non ella
    confessasse  cosa  per la quale a lui convenisse,  volendo il suo onor
    servare,  farla morire.  Ma pur,  non potendo cessare di domandarla di
    quello che apposto l'era, le disse:
    - Madonna,  come voi vedete,  qui  Rinaldo vostro marito, e duolsi di
    voi, la quale egli dice che ha con altro uomo trovata in adulterio;  e
    per  ci  domanda  che  io,  secondo  che  uno statuto che ci  vuole,
    faccendovi morire di ci vi punisca; ma ci far non posso,  se voi nol
    confessate,  e  per  ci  guardate  bene quello che voi rispondete,  e
    ditemi se vero  quello di che vostro marito v'accusa.
    La donna, senza sbigottire punto, con voce assai piacevole rispose:
    - Messere,  egli  vero che Rinaldo  mio marito,  e che  egli  questa
    notte  passata  mi  trov  nelle braccia di Lazzarino,  nelle quali io
    sono,  per buono e per perfetto amore che io gli  porto,  molte  volte
    stata; n questo negherei mai; ma come io son certa che voi sapete, le
    leggi  deono  esser  comuni  e fatte con consentimento di coloro a cui
    toccano. Le quali cose di questa non avvengono,  ch essa solamente le
    donne  tapinelle  costrigne,  le  quali  molto  meglio  che gli uomini
    potrebbero a molti sodisfare; e oltre a questo,  non che alcuna donna,
    quando  fatta  fu,  ci prestasse consentimento,  ma niuna ce ne fu mai
    chiamata; per le quali cose meritamente malvagia si pu chiamare.
    E se voi volete,  in pregiudicio del mio corpo e della  vostra  anima,
    esser di quella esecutore,  a voi sta;  ma,  avanti che ad alcuna cosa
    giudicar procediate, vi prego che una piccola grazia mi facciate, cio
    che voi il mio marito domandiate se io ogni volta e quante volte a lui
    piaceva,  senza dir mai di no,  io di me stessa gli  concedeva  intera
    copia o no.
    A  che  Rinaldo,   senza  aspettare  che  il  podest  il  domandasse,
    prestamente rispose che senza  alcun  dubbio  la  donna  ad  ogni  sua
    richiesta gli aveva di s ogni suo piacer conceduto.
    -  Adunque,  -  segu  prestamente  la donna - domando io voi,  messer
    podest,  se egli ha sempre di me preso quello che gli   bisognato  e
    piaciuto,  io che doveva fare o debbo di quel che gli avanza?  Debbolo
    io gittare ai cani?  Non  egli molto meglio servirne un gentile  uomo
    che pi che s m'ama, che lasciarlo perdere o guastare?
    Eran  quivi a cos fatta essaminazione,  e di tanta e s famosa donna,
    quasi tutti  i  pratesi  concorsi,  li  quali,  udendo  cos  piacevol
    risposta,  subitamente,  dopo  molte  risa,  quasi  ad  una voce tutti
    gridarono la donna aver ragione e dir bene;  e prima che di  quivi  si
    partissono,  a ci confortandogli il podest,  modificarono il crudele
    statuto e lasciarono che egli s'intendesse solamente per quelle  donne
    le quali per denari a' lor mariti facesser fallo.
    Per  la  qual cosa Rinaldo,  rimaso di cos matta impresa confuso,  si
    part dal giudicio;  e la  donna  lieta  e  libera,  quasi  dal  fuoco
    risuscitata, alla sua casa se ne torn gloriosa.
    Giornata sesta - Novella ottava.

    Fresco conforta la nepote che non si specchi,  se gli spiacevoli, come
    diceva, l'erano a veder noiosi.

    La novella da Filostrato raccontata prima  con  un  poco  di  vergogna
    punse  li  cuori  delle donne ascoltanti,  e con onesto rossore n lor
    visi apparito ne dieder segno; e poi, l'una l'altra guardando,  appena
    del ridere potendosi astenere, sogghignando quella ascoltarono. Ma poi
    che esso alla fine ne fu venuto,  la reina,  ad Emilia voltatasi,  che
    ella seguitasse le 'mpose.  La quale,  non altrimenti che se da dormir
    si levasse, soffiando incominci.
    Vaghe giovani,  per ci che un lungo pensiero molto di qui m'ha tenuta
    gran pezza lontana,  per ubbidire alla nostra reina,  forse con  molto
    minor  novella,  che  fatto non avrei se qui l'animo avessi avuto,  mi
    passer, lo sciocco error d'una giovane raccontandovi, con un piacevol
    motto corretto da un suo zio,  se ella da tanto stata fosse che inteso
    l'avesse.
    Uno  adunque,  che si chiam Fresco da Celatico,  aveva una sua nepote
    chiamata per vezzi Cesca, la quale,  ancora che bella persona avesse e
    viso  (non per di quegli angelici che gi molte volte vedemo),  s da
    tanto e s nobile reputava, che per costume aveva preso di biasimare e
    uomini e donne e ciascuna cosa che  ella  vedeva,  senza  avere  alcun
    riguardo a s medesima, la quale era tanto pi spiacevole, sazievole e
    stizzosa che alcuna altra,  che a sua guisa niuna cosa si poteva fare;
    e tanto,  oltre a tutto questo,  era altiera,  che se stata fosse  de'
    reali di Francia sarebbe stato soperchio. E quando ella andava per via
    s  forte  le  veniva  del  cencio,  che altro che torcere il muso non
    faceva, quasi puzzo le venisse di chiunque vedesse o scontrasse
    Ora, lasciando stare molti altri suoi modi spiacevoli e rincrescevoli,
    avvenne un giorno che,  essendosi ella in casa tornata l dove  Fresco
    era,  e tutta piena di smancerie postaglisi presso a sedere, altro non
    faceva che soffiare; laonde Fresco domandando le disse:
    - Cesca, che vuol dir questo che, essendo oggi festa, tu te ne s cos
    tosto tornata in casa?
    Al quale ella tutta cascante di vezzi rispose:
    - Egli  il vero che io me ne sono venuta tosto,  per ci che  io  non
    credo  che  mai  in  questa  terra  fossero  e  uomini  e femine tanto
    spiacevoli e rincrescevoli quanto sono oggi,  e non ne passa  per  via
    uno  che non mi spiaccia come la mala ventura;  e io non credo che sia
    al mondo femina a cui pi sia noioso il vedere gli spiacevoli che   a
    me, e per non vedergli cos tosto me ne son venuta.
    Alla  qual  Fresco,  a  cui  li modi fecciosi della nepote dispiacevan
    fieramente, disse:
    - Figliuola, se cos ti dispiaccion gli spiacevoli, come tu d,  se tu
    vuoi viver lieta, non ti specchiare giammai.
    Ma  ella,  pi  che  una  canna vana e a cui di senno pareva pareggiar
    Salamone, non altramenti che un montone avrebbe fatto,  intese il vero
    motto di Fresco; anzi disse che ella si voleva specchiar come l'altre.
    E cos nella sua grossezza si rimase e ancor vi si sta.
















    Giornata sesta - Novella nona.

    Guido  Cavalcanti  dice  con  un  motto  onestamente  villania a certi
    cavalier fiorentini li quali soprappresso l'aveano.

    Sentendo la reina che Emilia della sua novella s'era diliberata e  che
    ad  altri  non  restava  a  dir  che  a  lei,  se  non a colui che per
    privilegio aveva il dir da sezzo, cos a dir cominci.
    Quantunque,  leggiadre donne,  oggi mi sieno da voi state tolte da due
    in su delle novelle delle quali io m'avea pensato di doverne una dire,
    nondimeno  me  n'  pure  una rimasa da raccontare,  nella conclusione
    della quale si contiene un s fatto motto,  che forse non  ci  se  n'
    alcuno di tanto sentimento contato.
    Dovete  adunque  sapere che n tempi passati furono nella nostra citt
    assai belle e laudevoli usanze,  delle quali oggi niuna ve n' rimasa,
    merc  dell'avarizia  che  in quella con le ricchezze  cresciuta,  la
    quale tutte l'ha discacciate.  Tra le quali n'era una cotale,  che  in
    diversi  luoghi  per  Firenze  si  ragunavano insieme i gentili uomini
    delle contrade e facevano lor brigate di certo  numero,  guardando  di
    mettervi  tali che comportar potessono acconciamente le spese,  e oggi
    l'uno,  doman l'altro,  e  cos  per  ordine  tutti  mettevan  tavola,
    ciascuno  il  suo  d,  a  tutta la brigata;  e in quella spesse volte
    onoravano e gentili uomini forestieri,  quando  ve  ne  capitavano,  e
    ancora  de'  cittadini;  e  similmente si vestivano insieme almeno una
    volta l'anno, e insieme i d pi notabili cavalcavano per la citt,  e
    talora  armeggiavano,  e massimamente per le feste principali o quando
    alcuna lieta novella di vittoria o d'altro fosse venuta nella citt.
    Tra le quali brigate n'era una di  messer  Betto  Brunelleschi,  nella
    quale  messer  Betto  compagni s'eran molto ingegnati di tirare Guido
    di messer Cavalcante de' Cavalcanti, e non senza cagione; per ci che,
    oltre a quello che egli fu un de' migliori loici che avesse il mondo e
    ottimo filosofo naturale (delle quali cose poco la brigata curava,  s
    fu egli leggiadrissimo e costumato e parlante uomo molto,  e ogni cosa
    che far volle e a gentile uom pertenente,  seppe meglio che altro  uom
    fare;  e  con  questo  era  ricchissimo,  e a chiedere a lingua sapeva
    onorare cui nell'animo gli capeva che il valesse.
    Ma a messer Betto non era mai potuto venir fatto d'averlo,  e  credeva
    egli  co'  suoi  compagni  che  ci avvenisse per ci che Guido alcuna
    volta speculando molto astratto dagli uomini diveniva.  E per ci  che
    egli  alquanto  tenea della oppinione degli epicuri,  si diceva tra la
    gente volgare che queste sue speculazioni  eran  solo  in  cercare  se
    trovar si potesse che Iddio non fosse.
    Ora avvenne un giorno che,  essendo Guido partito d'Orto San Michele e
    venutosene per lo corso degli Adimari infino a San Giovanni,  il quale
    spesse  volte  era suo cammino,  essendo quelle arche grandi di marmo,
    che oggi sono  in  Santa  Reparata,  e  molte  altre  dintorno  a  San
    Giovanni,  ed  egli  essendo  tra le colonne del porfido che vi sono e
    quelle arche e la porta di San Giovanni, che serrata era, messer Betto
    con sua brigata a caval venendo su per la piazza  di  Santa  Reparata,
    veggendo  Guido  l tra quelle sepolture,  dissero: - Andiamo a dargli
    briga -;  e spronati i cavalli a guisa d'uno assalto sollazzevole  gli
    furono,  quasi prima che egli se ne avvedesse, sopra, e cominciarongli
    a dire:
    - Guido tu rifiuti d'esser di nostra brigata; ma ecco,  quando tu arai
    trovato che Iddio non sia, che avrai fatto?
    A'quali Guido, da lor veggendosi chiuso, prestamente disse:
    -  Signori,  voi  mi  potete dire a casa vostra ci che vi piace -;  e
    posta la mano sopra una di quelle arche,  che grandi  erano,  s  come
    colui che leggerissimo era,  prese un salto e fussi gittato dall'altra
    parte, e sviluppatosi da loro se n'and.
    Costoro rimaser tutti guatando l'un l'altro, e cominciarono a dire che
    egli era uno smemorato e che quello che egli aveva risposto non veniva
    a dir nulla,  con ci fosse cosa che quivi dove erano non avevano essi
    a  far  pi che tutti gli altri cittadini,  n Guido meno che alcun di
    loro.
    Alli quali messer Betto rivolto disse:
    - Gli smemorati siete voi, se voi non l'avete inteso. Egli ci ha detta
    onestamente in poche parole la maggior villania  del  mondo;  per  ci
    che,  se voi riguardate bene, queste arche sono le case de' morti, per
    ci che in esse si pongono e dimorano i morti;  le quali egli dice che
    sono  nostra  casa,  a dimostrarci che noi e gli altri uomini idioti e
    non litterati siamo,  a  comparazion  di  lui  e  degli  altri  uomini
    scienziati, peggio che uomini morti, e per ci, qui essendo, noi siamo
    a casa nostra.
    Allora   ciascuno   intese  quello  che  Guido  aveva  voluto  dire  e
    vergognossi n mai pi gli diedero briga, e tennero per innanzi messer
    Betto sottile e intendente cavaliere.











    Giornata sesta - Novella decima.

    Frate Cipolla promette a certi contadini  di  mostrar  loro  la  penna
    dell'agnolo Gabriello;  in luogo della quale trovando carboni,  quegli
    dice esser di quegli che arrostirono san Lorenzo.

    Essendo ciascuno della brigata della  sua  novella  riuscito,  conobbe
    Dioneo che a lui toccava il dover dire; per la qual cosa, senza troppo
    solenne  comandamento  aspettare,  imposto  silenzio  a  quegli che il
    sentito motto di Guido lodavano, incominci:
    Vezzose donne, quantunque io abbia per privilegio di poter di quel che
    pi mi piace parlare,  oggi io non intendo di volere da quella materia
    separarmi della qual voi tutte avete assai acconciamente parlato;  ma,
    seguitando le vostre pedate,  intendo di mostrarvi  quanto  cautamente
    con  subito  riparo uno de' frati di santo Antonio fuggisse uno scorno
    che da due giovani apparecchiato gli era.  N  vi  dovr  esser  grave
    perch  io,  per  ben  dir la novella compiuta,  alquanto in parlar mi
    distenda, se al sol guarderete il qual  ancora a mezzo il cielo.
    Certaldo, come voi forse avete potuto udire,  un castel di Val d'Elsa
    posto nel nostro contado,  il quale,  quantunque piccol  sia,  gi  di
    nobili  uomini  e  d'agiati fu abitato;  nel quale,  per ci che buona
    pastura vi trovava,  us un lungo tempo d'andare ogni anno una volta a
    ricoglier  le limosine fatte loro dagli sciocchi un de' frati di santo
    Antonio, il cui nome era frate Cipolla, forse non meno per lo nome che
    per altra divozione vedutovi volontieri,  con ci sia  cosa  che  quel
    terreno produca cipolle famose per tutta Toscana.
    Era questo frate Cipolla di persona piccolo, di pelo rosso e lieto nel
    viso e il miglior brigante del mondo: e oltre a questo, niuna scienzia
    avendo,  s  ottimo  parlatore  e  pronto era,  che chi conosciuto non
    l'avesse,  non solamente  un  gran  rettorico  l'avrebbe  stimato,  ma
    avrebbe  detto  esser  Tulio  medesimo o forse Quintiliano: e quasi di
    tutti quegli della contrada era compare o amico o benivogliente.
    Il quale, secondo la sua usanza,  del mese d'agosto tra l'altre v'and
    una volta,  e una domenica mattina,  essendo tutti i buoni uomini e le
    femine delle ville da torno venuti alla messa nella  calonica,  quando
    tempo gli parve, fattosi innanzi disse:
    -  Signori e donne,  come voi sapete,  vostra usanza  di mandare ogni
    anno  poveri del baron messer santo Antonio del vostro grano e  delle
    vostre  biade,  chi poco e chi assai,  secondo il podere e la divozion
    sua,  acci ch il beato santo Antonio vi sia guardia de' buoi e degli
    asini e de' porci e delle pecore vostre;  e oltre a ci solete pagare,
    e spezialmente quegli che alla nostra  compagnia  scritti  sono,  quel
    poco  debito  che  ogni  anno  si  paga  una  volta.  Alle  quali cose
    ricogliere io sono dal mio maggiore,  cio da  messer  l'abate,  stato
    mandato,  e  per  ci,  con  la benedizion di Dio,  dopo nona,  quando
    udirete sonare le campanelle,  verrete qui di fuori  della  chiesa  l
    dove io al modo usato vi far la predicazione,  e bacerete la croce; e
    oltre a ci,  per ci che divotissimi  tutti  vi  conosco  del  barone
    messer  santo Antonio,  di spezial grazia vi mostrer una santissima e
    bella reliquia,  la quale io medesimo  gi  recai  dalle  sante  terre
    d'oltremare: e questa  una delle penne dell'agnol Gabriello, la quale
    nella  camera  della  Vergine  Maria  rimase  quando  egli la venne ad
    annunziare in Nazaret.
    E questo detto, si tacque e ritornossi alla messa.
    Erano,  quando frate Cipolla queste cose diceva,  tra gli altri  molti
    nella  chiesa  due  giovani astuti molto,  chiamato l'uno Giovanni del
    Bragoniera e l'altro Biagio Pizzini li quali,  poi che alquanto tra s
    ebbero riso della reliquia di frate Cipolla,  ancora che molto fossero
    suoi amici e di sua brigata,  seco proposero di fargli di questa penna
    alcuna  beffa.  E  avendo saputo che frate Cipolla la mattina desinava
    nel castello con un suo amico,  come a tavola il sentirono cos se  ne
    scesero  alla  strada  e  all'albergo  dove  il  frate era smontato se
    n'andarono con questo proponimento: che Biagio dovesse tenere a parole
    il fante di frate Cipolla e Giovanni dovesse  tralle  cose  del  frate
    cercare di questa penna,  chente che ella si fosse,  e torgliele,  per
    vedere come egli di questo fatto poi dovesse al popol dire.
    Aveva frate Cipolla un suo fante,  il quale alcuni  chiamavano  Guccio
    Balena  e  altri  Guccio  Imbratta,  e chi gli diceva Guccio Porco: il
    quale era tanto cattivo,  che egli non  vero che mai  Lippo  Topo  ne
    facesse alcun cotanto.  Di cui spesse volte frate Cipolla era usato di
    motteggiare con la sua brigata e di dire:
    - Il fante mio ha in s nove cose tali che,  se qualunque   l'una  di
    quelle fosse in Salamone o in Aristotile o in Seneca, avrebbe forza di
    guastare  ogni lor vert,  ogni lor senno,  ogni lor santit.  Pensate
    adunque che uom dee essere egli,  nel  quale  n  vert  n  senno  n
    santit alcuna , avendone nove.
    Ed,  essendo alcuna volta domandato quali fossero queste nove cose, ed
    egli, avendole in rima messe, rispondeva:
    - Dirolvi: egli  tardo, sugliardo e bugiardo; negligente, disubidente
    e maldicente;  trascutato,  smemorato e scostumato;  senza che egli ha
    alcune altre taccherelle con queste, che si taccion per lo migliore. E
    quel che sommamente  da rider de' fatti suoi  che egli in ogni luogo
    vuol  pigliar moglie e tor casa a pigione;  e avendo la barba grande e
    nera e unta,  gli par s forte  esser  bello  e  piacevole,  che  egli
    s'avisa  che  quante  femine il veggano tutte di lui s'innamorino,  ed
    essendo lasciato, a tutte andrebbe dietro perdendo la coreggia.  E' il
    vero che egli m' d'un grande aiuto,  per ci che mai niun non mi vuol
    s segreto parlare,  che egli non voglia la  sua  parte  udire;  e  se
    avviene  che  io d'alcuna cosa sia domandato,  ha s gran paura che io
    non sappia rispondere,  che prestamente risponde egli e s e no,  come
    giudica si convenga.
    A costui,  lasciandolo all'albergo,  aveva frate Cipolla comandato che
    ben  guardasse  che  alcuna  persona  non  toccasse  le  cose  sue,  e
    spezialmente  le  sue  bisacce,  per  ci  che in quelle erano le cose
    sacre.
    Ma Guccio Imbratta, il quale era pi vago di stare in cucina che sopra
    i verdi rami l'usignolo,  e massimamente se fante  vi  sentiva  niuna,
    avendone  in quella dell'oste una veduta,  grassa e grossa e piccola e
    mal fatta,  con un paio di poppe che parean due ceston da letame e con
    un viso che parea de' Baronci,  tutta sudata,  unta e affumicata,  non
    altramenti che si gitti l'avoltoio alla carogna, lasciata la camera di
    frate Cipolla aperta e tutte le sue cose in abbandono,  l si cal.  E
    ancora che d'agosto fosse,  postosi presso al fuoco a sedere, cominci
    con costei, che Nuta aveva nome,  a entrare in parole e dirle che egli
    era  gentile  uomo per procuratore e che egli aveva de' fiorini pi di
    millantanove,  senza quegli che egli aveva a dare  altrui,  che  erano
    anzi  pi  che  meno,  e  che egli sapeva tante cose fare e dire,  che
    domine pure unquanche.  E senza riguardare a un suo cappuccio sopra il
    quale era tanto untume,  che avrebbe condito il calderon d'Altopascio,
    e a un suo farsetto rotto e ripezzato e intorno al collo  e  sotto  le
    ditella smaltato di sucidume,  con pi macchie e di pi colori che mai
    drappi fossero tartereschi o indiani, e alle sue scarpette tutte rotte
    e alle calze  sdrucite,  le  disse,  quasi  stato  fosse  il  siri  di
    Castiglione,  che rivestir la voleva e rimetterla in arnese,  e trarla
    di quella cattivit di star con altrui e senza gran possession d'avere
    ridurla in isperanza di miglior fortuna e altre cose assai;  le  quali
    quantunque   molto   affettuosamente   le  dicesse,   tutte  in  vento
    convertite,  come le pi delle  sue  imprese  facevano,  tornarono  in
    niente.
    Trovarono  adunque  i  due  giovani  Guccio  Porco  intorno  alla Nuta
    occupato;  della qual cosa contenti,  per ci che mezza la lor  fatica
    era cessata, non contradicendolo alcuno nella camera di frate Cipolla,
    la quale aperta trovarono,  entrati, la prima cosa che venne lor presa
    per cercare fu la bisaccia nella quale era la penna;  la quale aperta,
    trovarono   in  un  gran  viluppo  di  zendado  fasciata  una  piccola
    cassettina;  la quale aperta,  trovarono in essa una penna  di  quelle
    della  coda  d'un pappagallo,  la quale avvisarono dovere esser quella
    che egli promessa avea di mostrare a' certaldesi.
    E certo egli il poteva a quei tempi leggiermente far credere,  per ci
    che  ancora  non  erano  le  morbidezze  d'Egitto,  se  non in piccola
    quantit,  trapassate in Toscana,  come poi in grandissima  copia  con
    disfacimento  di  tutta  Italia  son  trapassate: e dove che elle poco
    conosciute fossero,  in quella contrada quasi in niente erano  da  gli
    abitanti sapute; anzi, durandovi ancora la rozza onest degli antichi,
    non  che  veduti avessero pappagalli ma di gran lunga la maggior parte
    mai uditi non gli avean ricordare.
    Contenti adunque i giovani d'aver la penna trovata,  quella tolsero e,
    per  non lasciare la cassetta vota,  vedendo carboni in un canto della
    camera,  di quegli la cassetta empierono;  e richiusala  e  ogni  cosa
    racconcia come trovata avevano, senza essere stati veduti, lieti se ne
    vennero  con  la  penna  e  cominciarono  a aspettare quello che frate
    Cipolla, in luogo della penna trovando carboni, dovesse dire.
    Gli uomini e le femine semplici che nella  chiesa  erano,  udendo  che
    veder  dovevano  la  penna  dell'agnol  Gabriello dopo nona,  detta la
    messa,  si tornarono a casa;  e dettolo l'un vicino all'altro e  l'una
    comare all'altra, come desinato ebbero ogni uomo, tanti uomini e tante
    femine concorsono nel castello,  che appena vi capeano,  con desiderio
    aspettando di veder questa penna.
    Frate Cipolla,  avendo ben desinato e poi alquanto  dormito,  un  poco
    dopo  nona  levatosi  e sentendo la moltitudine grande esser venuta di
    contadini per dovere la penna vedere,  mand  a  Guccio  Imbratta  che
    lass  con  le campanelle venisse e recasse le sua bisacce.  Il quale,
    poi che con fatica dalla cucina e dalla Nuta si  fu  divelto,  con  le
    cose addimandate con fatica lass n'and: dove ansando giunto, per ci
    che  il  ber  dell'acqua  gli avea molto fatto crescere il corpo,  per
    comandamento di frate Cipolla andatone in su la  porta  della  chiesa,
    forte incominci le campanelle a sonare.
    Dove,  poi  che  tutto  il  popolo fu ragunato,  frate Cipolla,  senza
    essersi avveduto che niuna sua cosa fosse stata mossa, cominci la sua
    predica,  e in acconcio de' fatti suoi disse molte parole;  e  dovendo
    venire  al mostrar della penna dell'agnolo Gabriello,  fatta prima con
    grande  solennit  la  confessione,   fece  accender  due  torchi,   e
    soavemente sviluppando il zendado, avendosi prima tratto il cappuccio,
    fuori la cassetta ne trasse.  E dette primieramente alcune parolette a
    laude e a commendazione dell'agnolo Gabriello e della sua reliquia, la
    cassetta aperse. La quale come piena di carboni vide,  non sospic che
    ci  che Guccio Balena gli avesse fatto,  per ci che nol conosceva da
    tanto,  n il maladisse del male  aver  guardato  che  altri  ci  non
    facesse,  ma bestemmi tacitamente s,  che a lui la guardia delle sue
    cose   aveva   commessa,   conoscendol,   come   faceva,   negligente,
    disubidente,  trascurato  e smemorato.  Ma non per tanto,  senza mutar
    colore,  alzato il viso e le mani al cielo,  disse s che da tutti  fu
    udito:
    - O Iddio, lodata sia sempre la tua potenzia!
    Poi richiusa la cassetta e al popolo rivolto disse:
    -  Signori  e  donne,  voi dovete sapere che,  essendo io ancora molto
    giovane,  io fui mandato  dal  mio  superiore  in  quelle  parti  dove
    apparisce  il sole,  e fummi commesso con espresso comandamento che io
    cercassi tanto che io trovassi i privilegi del Porcellana,  li  quali,
    ancora  che a bollar niente costassero,  molto pi utili sono a altrui
    che a noi.
    Per  la  qual  cosa  messom'io  cammino,   di  Vinegia  partendomi   e
    andandomene  per lo Borgo de' Greci e di quindi per lo reame del Garbo
    cavalcando e per Baldacca, pervenni in Parione, donde, non senza sete,
    dopo alquanto per venni in Sardigna.  Ma perch vi vo io tutti i paesi
    cerchi da me divisando? Io capitai, passato il braccio di San Giorgio,
    in  Truffia e in Buffia,  paesi molto abitati e con gran popoli;  e di
    quindi pervenni in terra di Menzogna,  dove molti de' nostri  frati  e
    d'altre religioni trovai assai,  li quali tutti il disagio andavan per
    l'amor di Dio schifando,  poco dell'altrui fatiche curandosi,  dove la
    loro  utilit  vedessero  seguitare,  nulla altra moneta spendendo che
    senza conio per quei paesi: e quindi passai in terra  d'Abruzzi,  dove
    gli  uomini  e  le femine vanno in zoccoli su pe' monti,  rivestendo i
    porci delle lor busecchie medesime;  e poco pi l  trovai  gente  che
    portano  il  pan  nelle  mazze  e  'l  vin nelle sacca: da' quali alle
    montagne de' bachi pervenni, dove tutte le acque corrono alla 'ngi.
    E in brieve tanto andai adentro,  che io pervenni mei infino in  India
    Pastinaca,  l dove io vi giuro,  per l'abito che io porto addosso che
    io vidi volare i pennati,  cosa  incredibile  a  chi  non  gli  avesse
    veduti;  ma di ci non mi lasci mentire Maso del Saggio, il quale gran
    mercante io  trovai  l,  che  schiacciava  noci  e  vendeva  gusci  a
    ritaglio.
    Ma  non  potendo quello che io andava cercando trovare,  perci che da
    indi in l si va per acqua,  indietro tornandomene,  arrivai in quelle
    sante terre dove l'anno di state vi vale il pan freddo quattro denari,
    e  il caldo v' per niente.  E quivi trovai il venerabile padre messer
    Nonmiblasmete Sevoipiace, degnissimo patriarca di Jerusalem. Il quale,
    per reverenzia dell'abito che io ho sempre portato  del  baron  messer
    santo  Antonio,  volle che io vedessi tutte le sante reliquie le quali
    egli appresso di s aveva;  e furon tante che,  se io  ve  le  volessi
    tutte contare,  io non ne verrei a capo in parecchie miglia,  ma pure,
    per non lasciarvi sconsolate, ve ne dir alquante.
    Egli primieramente mi mostr il dito dello Spirito Santo cos intero e
    saldo come fu mai,  e il ciuffetto del  serafino  che  apparve  a  san
    Francesco,  e  una  dell'unghie  de' Gherubini,  e una delle coste del
    Verbum caro fatti alle finestre,  e  de'  vestimenti  della  Santa  F
    catolica,  e alquanti de' raggi della stella che apparve  tre Magi in
    oriente,  e un ampolla del sudore di san Michele quando  combatt  col
    diavole, e la mascella della Morte di san Lazzaro e altre.
    E  per  ci  che  io  liberamente gli feci copia delle piagge di Monte
    Morello in volgare e d'alquanti capitoli del Caprezio,  li quali  egli
    lungamente era andati cercando, mi fece egli partefice delle sue sante
    reliquie,  e  donommi  uno  de'  denti  della  santa  Croce,  e in una
    ampolletta alquanto del suono delle campane del tempio di  Salomone  e
    la penna dell'agnol Gabriello,  della quale gi detto v'ho, e l'un de'
    zoccoli di san Gherardo da Villamagna (il quale io,  non ha  molto,  a
    Firenze  donai  a  Gherardo  di Bonsi,  il quale in lui ha grandissima
    divozione) e diedemi de' carboni,  co' quali fu il beatissimo  martire
    san  Lorenzo  arrostito;  le  quali  cose  io  tutte  di  qua con meco
    divotamente le recai, e holle tutte.
    E' il vero che il mio maggiore non ha  mai  sofferto  che  io  l'abbia
    mostrate infino a tanto che certificato non s' se desse sono o no; ma
    ora  che  per  certi miracoli fatti da esse e per lettere ricevute dal
    Patriarca fatto n' certo m'ha conceduta licenzia che io le mostri; ma
    io, temendo di fidarle altrui, sempre le porto meco.
    Vera cosa  che io porto la penna dell'agnol Gabriello,  acci che non
    si  guasti,  in  una  cassetta  e i carboni co' quali fu arrostito san
    Lorenzo in un'altra; le quali son s simiglianti l'una all'altra,  che
    spesse  volte  mi  vien  presa  l'una  per l'altra,  e al presente m'
    avvenuto;  per ci che,  credendomi io qui avere arrecata la  cassetta
    dove era la penna, io ho arrecata quella dove sono i carboni. Il quale
    io  non  reputo  che  stato  sia errore,  anzi mi pare esser certo che
    volont sia stata di Dio e che Egli stesso  la  cassetta  de'  carboni
    ponesse  nelle mie mani,  ricordandom'io pur test che la festa di san
    Lorenzo sia di qui a due d.  E per ci,  volendo Iddio  che  io,  col
    mostrarvi i carboni co' quali esso fu arrostito, raccenda nelle vostre
    anime la divozione che in lui aver dovete, non la penna che io voleva,
    ma  i  benedetti  carboni spenti dall'omor di quel santissimo corpo mi
    fe'pigliare. E per ci,  figliuoli benedetti,  trarretevi i cappucci e
    qua divotamente v'appresserete a vedergli.
    Ma  prima  voglio  che  voi sappiate che chiunque da questi carboni in
    segno di croce  tocco,  tutto quello anno pu viver sicuro che  fuoco
    nol cocer che non si senta.
    E poi che cos detto ebbe,  cantando una laude di san Lorenzo,  aperse
    la cassetta e mostr i carboni;  li quali poi che alquanto  la  stolta
    moltitudine   ebbe   con  ammirazione  reverentemente  guardati,   con
    grandissima calca tutti s'appressarono a  frate  Cipolla  e,  migliori
    offerte dando che usati non erano, che con essi gli dovesse toccare il
    pregava ciascuno.
    Per la qual cosa frate Cipolla, recatisi questi carboni in mano, sopra
    li  lor  camisciotti  bianchi e sopra i farsetti e sopra li veli delle
    donne cominci a fare le maggior croci che vi capevano, affermando che
    tanto quanto essi scemavano a far quelle croci, poi ricrescevano nella
    cassetta, s come egli molte volte aveva provato.
    E in cotal guisa,  non senza  sua  grandissima  utilit  avendo  tutti
    crociati  i  certaldesi,  per presto accorgimento fece coloro rimanere
    scherniti, che lui,  togliendogli la penna,  avevan creduto schernire.
    Li  quali  stati alla sua predica e avendo udito il nuovo riparo preso
    da lui e quanto da lungi fatto si fosse e con che parole, avevan tanto
    riso che eran creduti smascellare. E poi che partito si fu il vulgo, a
    lui andatisene,  con la maggior festa del mondo ci che  fatto  avevan
    gli  discoprirono,  e  appresso  gli renderono la sua penna;  la quale
    l'anno seguente gli valse non meno che quel giorno gli fosser valuti i
    carboni.












    Giornata sesta - Conclusione.

    Questa novella porse igualmente a tutta la brigata grandissimo piacere
    e sollazzo,  e molto per tutti fu riso di fra Cipolla  e  massimamente
    del  suo  pellegrinaggio  e  delle  reliquie  cos  da lui vedute come
    recate.  La quale la reina sentendo esser finita,  e similmente la sua
    signoria, levata in pi, la corona si trasse e ridendo la mise in capo
    a Dioneo, e disse:
    - Tempo ,  Dioneo, che tu alquanto pruovi che carico sia l'aver donne
    a reggere e a guidare;  sii dunque re,  e s fattamente ne reggi,  che
    del tuo reggimento nella fine ci abbiamo a lodare.
    Dioneo, presa la corona, ridendo rispose:
    - Assai volte gi ne potete aver veduti,  io dico delli re da scacchi,
    troppo pi cari che io non sono; e per certo,  se voi m'ubbidiste come
    vero re si dee ubbidire,  io vi farei goder di quello senza il che per
    certo niuna festa compiutamente    lieta.  Ma  lasciamo  star  queste
    parole: io regger come io sapr.
    E fattosi,  secondo il costume usato,  venire il siniscalco, ci che a
    fare avesse quanto durasse la sua signoria ordinatamente gl'impose,  e
    appresso disse:
    -  Valorose  donne,  in diverse maniere ci s' della umana industria e
    de' casi vari ragionato,  tanto che,  se donna Licisca non fosse  poco
    avanti  qui venuta,  la quale con le sue parole m'ha trovata materia 
    futuri ragionamenti di domane,  io dubito che io non avessi gran pezza
    penato a trovar tema da ragionare.  Ella,  come voi udiste,  disse che
    vicina non avea che pulcella ne fosse andata a marito; e soggiunse che
    ben sapeva quante e quali beffe le maritate ancora facessero  mariti.
    Ma, lasciando stare la prima parte,  che  opera fanciullesca,  reputo
    che la seconda debbia essere piacevole a ragionarne;  e per ci voglio
    che domane si dica, poi che donna Licisca data ce n'ha cagione,  delle
    beffe,  le quali, o per amore o per salvamento di loro, le donne hanno
    gi fatte  lor mariti, senza essersene essi avveduti o s.
    Il ragionare di s fatta materia pareva ad alcuna delle donne che male
    a loro si convenisse, e pregavanlo che mutasse la proposta gi detta.
    Alle quali il re rispose:
    - Donne, io conosco ci che io ho imposto non meno che facciate voi; e
    da imporlo non mi pot istorre quello  che  voi  mi  volete  mostrare,
    pensando che il tempo  tale che,  guardandosi e gli uomini e le donne
    d'operar disonestamente, ogni ragionare  conceduto. Or non sapete voi
    che, per la perversit di questa stagione,  gli giudici hanno lasciati
    i tribunali; le leggi, cos le divine come le umane, tacciono; e ampia
    licenzia  per  conservar la vita  conceduta a ciascuno?  Per che,  se
    alquanto s'allarga la vostra onest nel favellare,  non per dovere con
    le opere mai alcuna cosa sconcia seguire,  ma per dare diletto a voi e
    ad altrui,  non veggo con che argomento da concedere  vi  possa  nello
    avvenire riprendere alcuno.
    Oltre  a  questo  la nostra brigata,  dal primo d infino a questa ora
    stata onestissima,  per cosa che detta ci si sia,  non mi pare che  in
    atto  alcuno  si  sia  maculata,  n  si  maculer collo aiuto di Dio.
    Appresso,  chi  colui che non conosca la vostra onest?  La quale non
    che  i ragionamenti sollazzevoli,  ma il terrore della morte non credo
    che potesse smagare.
    E a dirvi il vero,  chi sapesse che voi vi cessaste da  queste  ciance
    ragionare  alcuna volta,  forse suspicherebbe che voi in ci non foste
    colpevoli,  e per ci ragionare non  ne  voleste.  Senza  che  voi  mi
    fareste  un  bello  onore,  essendo io stato ubbidente a tutti,  e ora
    avendomi vostro re fatto,  mi voleste la legge porre  in  mano,  e  di
    quello  non  dire  che  io  avessi  imposto.  Lasciate  adunque questa
    suspizione pi atta  cattivi animi che    vostri,  e  con  la  buona
    ventura pensi ciascuna di dirla bella.
    Quando  le donne ebbero udito questo,  dissero che cos fosse come gli
    piacesse;  per che il re per infino all'ora della cena di fare il  suo
    piacere diede licenzia a ciascuno.
    Era  ancora  il sol molto alto,  per ci che il ragionamento era stato
    brieve;  per che,  essendosi Dioneo con  gli  altri  giovani  messo  a
    giucare a tavole, Elissa, chiamate l'altre donne da una parte, disse:
    -  Poi  che noi fummo qui,  ho io disiderato di menarvi in parte assai
    vicina di questo luogo, dove io non credo che mai fosse alcuna di voi,
    e chiamavisi la Valle delle donne,  n ancora vidi  tempo  da  potervi
    quivi menare,  se non oggi, s  alto ancora il sole; e per ci, se di
    venirvi vi piace, io non dubito punto che, quando vi sarete, non siate
    contentissime d'esservi state.
    Le donne risposono che erano apparecchiate;  e chiamata una delle  lor
    fanti, senza farne alcuna cosa sentire  giovani, si misero in via; n
    guari  pi  d'un  miglio  furono  andate,  che  alla Valle delle donne
    pervennero.  Dentro alla quale per una  via  assai  stretta,  dall'una
    delle parti della quale correva un chiarissimo fiumicello,  entrarono,
    e viderla tanto bella e tanto  dilettevole,  e  spezialmente  in  quel
    tempo  che  era  il  caldo grande,  quanto pi si potesse divisare.  E
    secondo che alcuna di loro poi mi ridisse,  il piano che  nella  valle
    era,  cos  era ritondo come se a sesta fosse stato fatto,  quantunque
    artificio della natura e non manual paresse;  ed era di giro poco  pi
    che  un  mezzo  miglio,  intorniato  di  sei montagnette di non troppa
    altezza,  e in su la sommit di ciascuna si vedeva un palagio quasi in
    forma  fatto d'un bel castelletto.  Le piaggie delle quali montagnette
    cos digradando gi  verso  'l  piano  discendevano,  come  n  teatri
    veggiamo   dalla   lor   sommit  i  gradi  infino  all'infimo  venire
    successivamente ordinati, sempre ristrignendo il cerchio loro.
    Ed  erano  queste  piaggie,  quante  alla  plaga  del  mezzogiorno  ne
    riguardavano,  tutte di vigne,  d'ulivi,  di mandorli,  di ciriegi, di
    fichi e d'altre maniere assai d'alberi fruttiferi piene,  senza spanna
    perdersene.  Quelle  le  quali il carro di tramontana guardava,  tutte
    eran boschetti di querciuoli,  di frassini e d'altri alberi verdissimi
    e  ritti quanto pi esser poteano.  Il piano appresso,  senza aver pi
    entrate che quella donde le donne venute v'erano,  era pieno  d'abeti,
    di  cipressi,  d'allori  e  d'alcuni  pini  s  ben composti e s bene
    ordinati,  come se qualunque  di ci il migliore artefice gli  avesse
    piantati;  e  fra  essi poco sole o niente,  allora che egli era alto,
    entrava  infino  al  suolo,   il  quale  era  tutto  un  prato  d'erba
    minutissima e piena di fiori porporini e d'altri.
    E oltre a questo,  quel che non meno che altro di diletto porgeva, era
    un  fiumicello,  il  qual  d'una  delle  valli,   che  due  di  quelle
    montagnette  dividea,  cadeva gi per balzi di pietra viva,  e cadendo
    faceva un romore ad udire assai dilettevole,  e sprizzando  pareva  da
    lungi ariento vivo che d'alcuna cosa premuta minutamente sprizzasse; e
    come  gi  al  piccol  pian  pervenia  cos  quivi in un bel canaletto
    raccolta infino al mezzo  del  piano  velocissima  discorreva,  e  ivi
    faceva  un picciol laghetto quale talvolta per modo di vivaio fanno n
    lor giardini i cittadini che  di  ci  hanno  destro.  Ed  era  questo
    laghetto  non  pi profondo che sia una statura d'uomo infino al petto
    lunga,  e senza avere in s mistura alcuna,  chiarissimo il suo  fondo
    mostrava esser duna minutissima ghiaia,  la qual tutta,  chi altro non
    avesse avuto a fare, avrebbe, volendo, potuta annoverare. N solamente
    nell'acqua riguardando vi si vedeva il fondo,  ma tanto pesce in qua e
    in l andar discorrendo,  che oltre al diletto era una maraviglia.  N
    da altra ripa era chiuso che dal suolo del prato,  tanto  d'intorno  a
    quel pi bello,  quanto pi dello umido sentiva di quello. L'acqua, la
    quale alla sua capacit soprabbondava,  un altro  canaletto  riceveva,
    per  lo  qual  fuori  del valloncello uscendo alle parti pi basse sen
    correva.
    In  questo  adunque  venute  le  giovani  donne,  poi  che  per  tutto
    riguardato ebbero e molto commendato il luogo, essendo il caldo grande
    e  vedendosi  il  pelaghetto  chiaro  davanti  e  senza alcun sospetto
    d'esser vedute,  diliberaron di volersi bagnare.  E comandato alla lor
    fante  che  sopra  la  via  per la quale quivi s'entrava dimorasse,  e
    guardasse se alcun venisse, e loro il facesse sentire tutte e sette si
    spogliarono ed entrarono in esso, il quale non altrimenti li lor corpi
    candidi nascondeva, che farebbe una vermiglia rosa un sottil vetro. Le
    quali  essendo  in  quello,   n  per  ci  niuna  turbazion   d'acqua
    nascendone,  cominciarono  come  potevano  ad  andare  in qua in l di
    dietro  pesci, i quali male avevan dove nascondersi,  e a volerne con
    esso le mani pigliare.
    E poi che in cos fatta festa,  avendone presi alcuni, dimorate furono
    alquanto,  uscite  di  quello,  si  rivestirono,  e  senza  poter  pi
    commendare  il  luogo che commendato l'avessero,  parendo lor tempo da
    dover tornar verso casa,  con soave passo,  molto della  bellezza  del
    luogo  parlando,  in  cammino si misero.  E al palagio giunte ad assai
    buona ora, ancora quivi trovarono i giovani giucando dove lasciati gli
    aveano. Alli quali Pampinea ridendo disse:
    - Oggi vi pure abbiam noi ingannati.
    - E come?  - disse Dioneo - cominciate voi prima a far de' fatti che a
    dir delle parole?
    Disse Pampinea:
    - Signor nostro, s -; e distesamente gli narr donde venivano, e come
    era  fatto  il  luogo,  e  quanto  di quivi distante,  e ci che fatto
    avevano.
    Il re,  udendo contare la bellezza del luogo,  disideroso di  vederlo,
    prestamente fece comandar la cena; la qual poi che con assai piacer di
    tutti  fu  fornita,  li tre giovani colli lor famigliari,  lasciate le
    donne,  se n'andarono a questa valle,  e ogni  cosa  considerata,  non
    essendovene  alcuno di loro stato mai pi,  quella per una delle belle
    cose del mondo lodarono. E poi che bagnati si furono e rivestiti,  per
    ci che troppo tardi si faceva, se ne tornarono a casa, dove trovarono
    le donne che facevano una carola ad un verso che facea la Fiammetta, e
    con loro, fornita la carola, entrati in ragionamenti della Valle delle
    donne, assai di bene e di lode ne dissero.
    Per la qual cosa il re,  fattosi venire il siniscalco, gli comand che
    la seguente mattina l facesse che fosse  apparecchiato,  e  portatovi
    alcun  letto,  se  alcun  volesse  o dormire o giacersi di meriggiana.
    Appresso questo,  fatto venire de' lumi e vino e confetti,  e alquanto
    riconfortatisi,  comand  che ogn'uomo fosse in sul ballare.  E avendo
    per suo volere Panfilo una danza presa, il re rivoltatosi verso Elissa
    le disse piacevolmente:
    - Bella giovane, tu mi facesti oggi onore della corona, e io il voglio
    questa sera a te fare della canzone;  e per ci una fa  che  ne  dichi
    qual pi ti piace.
    A  cui  Elissa  sorridendo  rispose  che volentieri,  e con soave voce
    cominci in cotal guisa:

    Amor, s'io posso uscir de' tuoi artigli,
    appena creder posso
    che alcun altro uncin pi mai mi pigli.

    Io entrai giovinetta en la tua guerra,
    quella credendo somma e dolce pace,
    e ciascuna mia arme posi in terra,
    come sicuro chi si fida face
    tu, disleal tiranno, aspro e rapace,
    tosto mi fosti addosso
    con le tue armi e co' crude' roncigli.

    Poi, circundata delle tue catene,
    a quel, che nacque per la morte mia,
    piena d'amare lagrime e di pene
    presa mi desti, e hammi in sua balia;
    ed  s cruda la sua signoria,
    che giammai non l'ha mosso
    sospir n pianto alcun che m'assottigli.

    Li prieghi miei tutti glien porta il vento,
    nullo n'ascolta n ne vuole udire;
    per che ogn'ora cresce 'l mio tormento,
    onde 'l viver m' noia, n so morire.
    Deh dolgati, signor, del mio languire,
    fa tu quel ch'io non posso;
    dalmi legato dentro  tuoi vincigli.

    Se questo far non vuogli, almeno sciogli,
    i legami annodati da speranza.
    Deh! io ti priego, signor, che tu vogli;
    ch, se tu 'l fai, ancor porto fidanza
    di tornar bella qual fu mia usanza,
    e il dolor rimosso,
    di bianchi fiori ornarmi e di vermigli.

    Poi che con un sospiro assai pietoso Elissa ebbe alla sua canzon fatta
    fine, ancor che tutti si maravigliasser di tali parole,  niuno per ci
    ve  n'ebbe  che  potesse  avvisare  chi  di cos cantar le fosse stato
    cagione.  Ma il re,  che in buona tempera era,  fatto chiamar Tindaro,
    gli  comand  che fuor traesse la sua cornamusa,  al suono della quale
    esso fece fare molte.  danze.  Ma,  essendo gi buona parte  di  notte
    passata, a ciascun disse ch'andasse a dormire.


    Finisce la sesta giornata del Decameron.





    Incomincia  la  settima  giornata nella quale,  sotto il reggimento di
    Dioneo, si ragiona delle beffe, le quali, o per amore o per salvamento
    di loro,  le donne hanno gi fatte  a'  lor  mariti,  senza  essersene
    avveduti o s.


    Giornata settima - Introduzione.

    Ogni stella era gi delle parti d'oriente fuggita, se non quella sola,
    la qual noi chiamiamo Lucifero,  che ancor luceva nella biancheggiante
    aurora,  quando il siniscalco levatosi,  con una gran salmeria  n'and
    nella Valle delle donne, per quivi disporre ogni cosa secondo l'ordine
    e  il  comandamento avuto dal suo signore.  Appresso alla quale andata
    non stette guari a levarsi il re, il quale lo strepito de' caricanti e
    delle bestie aveva desto,  e levatosi fece le  donne  e'giovani  tutti
    parimente levare.
    N  ancora  spuntavano  li  raggi  del  sole  bene bene,  quando tutti
    entrarono in cammino;  n era ancora lor  paruto  alcuna  volta  tanto
    gaiamente  cantar  gli  usignuoli  e  gli  altri uccelli quanto quella
    mattina pareva;  da' canti de' quali accompagnati infino  nella  Valle
    delle  donne  n'andarono,  dove da molti pi ricevuti,  parve loro che
    essi della lor venuta si rallegrassero.
    Quivi intorniando quella e riproveggendo tutta da  capo,  tanto  parve
    loro  pi  bella  che il d passato,  quanto l'ora del d era pi alla
    bellezza di quella conforme.  E poi che col buon vino e  con  confetti
    ebbero  il  digiun  rotto acci che di canto non fossero dagli uccelli
    avanzati,  cominciarono a cantare,  e la valle insieme  con  essoloro,
    sempre  quelle medesime canzoni dicendo che essi dicevano;  alle quali
    tutti gli uccelli, quasi non volessero esser vinti, dolci e nuove note
    aggiugnevano.
    Ma poi che l'ora del mangiar fu venuta, messe le tavole sotto i vivaci
    allori e agli altri belli arbori vicine al bel laghetto,  come  al  re
    piacque, cos andarono a sedere, e mangiando, i pesci notar vedean per
    lo  lago  a  grandissime  schiere;  il che,  come di riguardare,  cos
    talvolta dava cagione di ragionare.  Ma poi che venuta fu la fine  del
    desinare, e le vivande e le tavole furon rimosse, ancora pi lieti che
    prima, cominciarono a cantare e dopo questo a sonare e a carolare.
    Quindi,  essendo  in  pi  luoghi per la piccola valle fatti letti,  e
    tutti dal discreto siniscalco  di  sarge  francesche  e  di  capoletti
    intorniati  e  chiusi,  con  licenzia del re,  a cui piacque,  si pot
    andare a dormire;  e chi dormir non volle,  degli  altri  lor  diletti
    usati  pigliar  poteva a suo piacere.  Ma,  venuta gi l'ora che tutti
    levati erano e tempo era da riducersi a novellare,  come il re  volle,
    non  guari  lontano al luogo dove mangiato aveano,  fatti in su l'erba
    tappeti distendere e vicini al lago a seder postisi,  comand il re ad
    Emilia  che  cominciasse.  La  qual  lietamente  cos  cominci  a dir
    sorridendo.



















    Giornata settima - Novella prima.

    Gianni Lotteringhi ode di notte toccar l'uscio suo;  desta la  moglie,
    ed  ella gli fa accredere che egli  la fantasima;  vanno ad incantare
    con una orazione, e il picchiar si rimane.


    Signor mio, a me sarebbe stato carissimo, quando stato fosse piacere a
    voi,  che altra persona che io avesse a cos  bella  materia,  come  
    quella di che parlar dobbiamo,  dato cominciamento;  ma,  poi che egli
    v'aggrada che io tutte l'altre assicuri,  e io il far  volentieri.  E
    ingegnerommi,  carissime donne,  di dir cosa che vi possa essere utile
    nell'avvenire, per ci che,  se cos son l'altre come io,  tutte siamo
    paurose,  e massimamente della fantasima,  la quale sallo Iddio che io
    non so che cosa si sia,  n ancora alcuna trovai che 'l sapesse,  come
    che tutte ne temiamo igualmente.  A quella cacciar via,  quando da voi
    venisse,  notando bene la mia  novella,  potrete  una  santa  e  buona
    orazione e molto a ci valevole apparare.
    Egli fu gi in Firenze nella contrada di San Brancazio uno stamaiuolo,
    il qual fu chiamato Gianni Lotteringhi, uomo pi avventurato nella sua
    arte che savio in altre cose,  per ci che, tenendo egli del semplice,
    era molto spesso fatto capitano de' laudesi di Santa Maria Novella,  e
    aveva  a  ritenere la scuola loro,  e altri cos fatti uficietti aveva
    assai sovente,  di che egli da molto pi si teneva;  e ci gli avvenia
    per  ci  che  egli molto spesso,  s come agiato uomo,  dava di buone
    pietanze a' frati.
    Li quali,  per ci che qual calze e qual cappa e  quale  scapolare  ne
    traevano  spesso,  gli  insegnavano  di  buone  orazioni e davangli il
    paternostro in volgare e la canzone di santo Alesso e  il  lamento  di
    san Bernardo e la lauda di donna Matelda e cotali altri ciancioni,  li
    quali egli aveva molto cari,  e tutti per la salute dell'anima sua  se
    gli serbava molto diligentemente.
    Ora aveva costui una bellissima donna e vaga per moglie, la quale ebbe
    nome  monna  Tessa e fu figliuola di Mannuccio dalla Cuculia,  savia e
    avveduta molto. La quale, conoscendo la semplicit del marito, essendo
    innamorata di Federigo di Neri Pegolotti,  il  quale  bello  e  fresco
    giovane era,  ed egli di lei, ordin con una sua fante che Federigo le
    venisse a parlare ad un luogo molto bello che il detto Gianni aveva in
    Camerata, al quale ella si stava tutta la state; e Gianni alcuna volta
    vi veniva la sera a cenare e ad albergo,  e la mattina se ne tornava a
    bottega e talora a' laudesi suoi.
    Federigo,  che  ci  senza  modo  disiderava,  preso tempo,  un d che
    imposto gli fu,  in su 'l vespro se n'and lass,  e non venendovi  la
    sera  Gianni,  a grande agio e con molto piacere cen e alberg con la
    donna; ed ella, standogli in braccio, la notte gl'insegn da sei delle
    laude del suo marito.
    Ma,  non intendendo essa che questa fosse  cos  l'ultima  volta  come
    stata  era  la prima,  n Federigo altress,  acci che ogni volta non
    convenisse che la fante avesse ad andar per lui,  ordinarono insieme a
    questo  modo:  che  egli ognind,  quando andasse o tornasse da un suo
    luogo che alquanto pi su era,  tenesse mente in una  vigna  la  quale
    allato alla casa di lei era, ed egli vedrebbe un teschio d'asino in su
    un palo di quelli della vigna,  il quale quando col muso volto vedesse
    verso Firenze,  sicuramente e senza alcun fallo la sera di notte se ne
    venisse a lei, e se non trovasse l'uscio aperto, pianamente picchiasse
    tre volte, ed ella gli aprirebbe; e quando vedesse il muso del teschio
    volto verso Fiesole,  non vi venisse, per ci che Gianni vi sarebbe. E
    in questa maniera faccendo, molte volte insieme si ritrovarono.
    Ma tra l'altre volte una avvenne che, dovendo Federigo cenar con monna
    Tessa,  avendo ella fatti cuocere  due  grossi  capponi,  avvenne  che
    Gianni, che venir non vi doveva, molto tardi vi venne; di che la donna
    fu molto dolente, ed egli ed ella cenarono un poco di carne salata che
    da  parte  aveva  fatta  lessare;  e  alla  fante  fece portare in una
    tovagliuola bianca i due capponi lessi  e  molte  uova  fresche  e  un
    fiasco di buon vino in un suo giardino, nel quale andar si potea senza
    andar  per  la casa,  e dov'ella era usa di cenare con Federigo alcuna
    volta, e dissele che a pi d'un pesco,  che era allato ad un pratello,
    quelle cose ponesse.
    E  tanto fu il cruccio che ella ebbe,  che ella non si ricord di dire
    alla fante che tanto aspettasse che Federigo venisse, e dicessegli che
    Gianni v'era e che egli quelle  cose  dell'orto  prendesse.  Per  che,
    andatisi  ella  e Gianni al letto,  e similmente la fante,  non stette
    guari che Federigo venne e tocc una volta  pianamente  la  porta,  la
    quale s vicina alla camera era che Gianni incontanente il sent, e la
    donna altress; ma, acci che Gianni nulla suspicar potesse di lei, di
    dormire fece sembiante.
    E  stando  un poco,  Federigo picchi la seconda volta;  di che Gianni
    maravigliandosi punzecchi un poco la donna, e disse:
    - Tessa, odi tu quel ch'io? E' pare che l'uscio nostro sia tocco -.
    La donna,  che molto  meglio  di  lui  udito  l'avea,  fece  vista  di
    svegliarsi, e disse:
    - Come di'? Eh? -
    - Dico, - disse Gianni - ch'e' pare che l'uscio nostro sia tocco -.
    Disse la donna:
    - Tocco?  Ohim, Gianni mio, or non sai tu quello ch'egli ? Egli  la
    fantasima, della quale io ho avuta a queste notti la maggior paura che
    mai s'avesse, tale che,  come io sentita l'ho,  ho messo il capo sotto
    n mai ho avuto ardir di trarlo fuori s  stato d chiaro -.
    Disse allora Gianni:
    -  Va,  donna,  non aver paura,  se ci ,  ch io dissi dianzi il "Te
    lucis" e la " 'ntemerata" e tante  altre  buone  orazioni,  quando  al
    letto  ci  andammo,  e anche segnai il letto di canto in canto al nome
    del Padre,  del Figlio e  dello  Spirito  Santo,  che  temere  non  ci
    bisogna, ch ella non ci pu, per potere ch'ella abbia, nuocere -.
    La  donna,  acci  che  Federigo  per  avventura  altro  sospetto  non
    prendesse e con lei si turbasse,  diliber del tutto di doversi levare
    e di fargli sentire che Gianni v'era, e disse al marito:
    - Bene sta,  tu di'tue parole tu,  io per me non mi terr mai salva n
    sicura, se noi non la 'ncantiamo, poscia che tu ci se'-.
    Disse Gianni:
    - O come s'incanta ella? -
    Disse la donna:
    - Ben la so io incantare;  ch l'altrieri,  quando io andai a  Fiesole
    alla perdonanza,  una di quelle romite,  che , Gianni mio, pur la pi
    santa cosa che Iddio  tel  dica  per  me,  vedendomene  cos  paurosa,
    m'insegn  una santa e buona orazione,  e disse che provata l'avea pi
    volte avanti che romita fosse, e sempre l'era giovato.  Ma sallo Iddio
    che io non avrei mai avuto ardire d'andare sola a provarla; ma ora che
    tu ci se', io vo' che noi andiamo ad incantarla -.
    Gianni disse che molto gli piacea;  e levatisi, se ne vennero amenduni
    pianamente  all'uscio,   al  quale  ancor  di  fuori   Federigo,   gi
    sospettando, aspettava. E giunti quivi, disse la donna a Gianni:
    - Ora sputerai, quando io il ti dir -.
    Disse Gianni:
    - Bene -.
    E la donna cominci l'orazione, e disse:
    - Fantasima,  fantasima che di notte vai,  a coda ritta ci venisti,  a
    coda ritta te n'andrai; va nell'orto a pi del pesco grosso,  troverai
    unto bisunto e cento cacherelli della gallina mia; pon bocca al fiasco
    e vatti via,  e non far male n a me n a Gianni mio -;  e cos detto,
    disse al marito:
    - Sputa, Gianni -; e Gianni sput.
    E Federigo,  che di fuori era e questo udiva,  gi di gelosia  uscito,
    con tutta la malinconia, aveva si gran voglia di ridere che scoppiava;
    e pianamente, quando Gianni sputava, diceva:
    - I denti -.
    La  donna,  poi  che  in  questa  guisa  ebbe  tre  volte la fantasima
    incantata, al letto se ne torn col marito.
    Federigo, che con lei di cenar s'aspettava, non avendo cenato e avendo
    bene le parole della orazione intese,  se n'and nell'orto e a pi del
    pesco  grosso  trovati i due capponi e 'l vino e l'uova,  a casa se ne
    gli port e cen a grande agio.  E poi dell'altre volte,  ritrovandosi
    con la donna, molto di questa incantazione rise con essolei.
    Vera  cosa  che alcuni dicono che la donna aveva ben volto il teschio
    dello asino verso Fiesole,  ma un lavoratore,  per la vigna  passando,
    v'aveva  entro  dato d'un bastone e fattol girare intorno intorno,  ed
    era rimaso volto verso Firenze,  e per ci  Federigo,  credendo  esser
    chiamato,  v'era  venuto;  e  che  la  donna aveva fatta l'orazione in
    questa guisa: - Fantasima,  fantasima,  vatti con Dio,  che  la  testa
    dell'asino non vols'io,  ma altri fu, che tristo il faccia Iddio, e io
    son qui con Gianni mio -; per che,  andatosene,  senza albergo e senza
    cena era la notte rimaso.
    Ma  una  mia vicina,  la quale  una donna molto vecchia,  mi dice che
    l'una e l'altra fu vera,  secondo che ella aveva,  essendo  fanciulla,
    saputo;  ma che l'ultimo non a Gianni Lotteringhi era avvenuto,  ma ad
    uno che si chiam Gianni di Nello,  che stava in porta San Piero,  non
    meno sofficiente lavaceci che fosse Gianni Lotteringhi.
    E per ci, donne mie care, nella vostra elezione sta di torre qual pi
    vi piace delle due,  o volete amendune. Elle hanno grandissima virt a
    cos fatte cose,  come per  esperienzia  avete  udito;  apparatele,  e
    potravvi ancor giovare.



    Giornata settima - Novella seconda.

    Peronella mette un suo amante in un doglio, tornando il marito a casa;
    il  quale avendo il marito venduto,  ella dice che venduto l'ha ad uno
    che dentro v' a vedere se saldo gli pare.  Il quale saltatone  fuori,
    il fa radere al marito, e poi portarsenelo a casa sua.

    Con grandissime risa fu la novella d'Emilia ascoltata e l'orazione per
    buona  e  per  santa commendata da tutti;  la quale al suo fine venuta
    essendo,  comand  il  re  a  Filostrato  che  seguitasse,   il  quale
    incominci.
    Carissime donne mie,  elle son tante le beffe che gli uomini vi fanno,
    e spezialmente i mariti,  che,  quando alcuna volta avviene che  donna
    niuna  alcuna  al  marito ne faccia,  voi non dovreste solamente esser
    contente che ci fosse avvenuto o di  risaperlo  o  d'udirlo  dire  ad
    alcuno,  ma  il dovreste voi medesime andare dicendo per tutto,  acci
    che per gli uomini si conosca che,  se essi sanno,  e le donne d'altra
    parte  anche sanno: il che altro che utile essere non vi pu;  per ci
    che,  quando alcun sa che altri  sappia,  egli  non  si  mette  troppo
    leggiermente a volerlo ingannare.
    Chi  dubita  dunque  che ci che oggi intorno a questa materia diremo,
    essendo risaputo dagli uomini,  non fosse lor grandissima  cagione  di
    raffrenamento al beffarvi,  conoscendo che voi similmente, volendo, ne
    sapreste  fare?  E'  adunque  mia  intenzion  di  dirvi  ci  che  una
    giovinetta,  quantunque di bassa condizione fosse, quasi in un momento
    di tempo, per salvezza di s al marito facesse.
    Egli non  ancora guari che in Napoli un povero uomo prese per  moglie
    una  bella  e  vaga giovinetta chiamata Peronella,  ed esso con l'arte
    sua, che era muratore, ed ella filando, guadagnando assai sottilmente,
    la lor vita reggevano come potevano il meglio.
    Avvenne che un  giovane  de'  leggiadri,  veggendo  un  giorno  questa
    Peronella e piacendogli molto, s'innamor di lei, e tanto in un modo e
    in  uno altro la sollicit,  che con essolei si dimestic.  E a potere
    essere insieme presero tra s questo ordine: che,  con ci fosse  cosa
    che  il  marito  di lei si levasse ogni mattina per tempo per andare a
    lavorare o a trovar lavorio,  che il giovane fosse in parte che  uscir
    lo vedesse fuori;  ed essendo la contrada, che Avorio si chiama, molto
    solitaria, dove stava, uscito lui,  egli in casa di lei se n'entrasse;
    e cos molte volte fecero.
    Ma  pur  tra  l'altre  avvenne una mattina che,  essendo il buono uomo
    fuori uscito, e Giannello Scrignario,  ch cos aveva nome il giovane,
    entratogli  in casa e standosi con Peronella,  dopo alquanto,  dove in
    tutto il d tornar non soleva,  a casa se ne torn,  e trovato l'uscio
    serrato dentro, picchi, e dopo il picchiare cominci seco a dire:
    - O Iddio,  lodato sia tu sempre;  ch, bench tu m'abbi fatto povero,
    almeno m'hai tu consolato di buona e onesta giovane  di  moglie.  Vedi
    come  ella  tosto  serr l'uscio dentro,  come io ci uscii,  acci che
    alcuna persona entrar non ci potesse che noia le desse.
    Peronella,  sentito il marito,  ch al modo del picchiare il  conobbe,
    disse:
    - Ohim, Giannel mio, io son morta, ch ecco il marito mio, che tristo
    il faccia Iddio, che ci torn, e non so che questo si voglia dire, ch
    egli non ci torn mai pi a questa otta; forse che ti vide egli quando
    tu c'entrasti. Ma, per l'amore di Dio, come che il fatto sia, entra in
    cotesto doglio che tu vedi cost, e io gli andr ad aprire, e veggiamo
    quello che questo vuol dire di tornare stamane cos tosto a casa.
    Giannello  prestamente entr nel doglio,  e Peronella andata all'uscio
    apr al marito, e con un malviso disse:
    - Ora questa che novella ,  che tu cos tosto torni a  casa  stamane?
    Per quello che mi paia vedere, tu non vuogli oggi far nulla, ch io ti
    veggio  tornare  co'  ferri tuoi in mano;  e,  se tu fai cos,  di che
    viverem noi?  Onde avrem noi del pane?  Credi tu che io sofferi che tu
    m'impegni  la gonnelluccia e gli altri miei pannicelli?  che non fo il
    d e la notte altro che filare,  tanto che la carne  mi  s'  spiccata
    dall'unghia,  per  potere  almeno aver tanto olio che n'arda la nostra
    lucerna. Marito, marito, egli non ci ha vicina che non se ne maravigli
    e che non facci beffe di me di tanta fatica quanta    quella  che  io
    duro;  e tu mi torni a casa con le mani spenzolate, quando tu dovresti
    esser a lavorare.
    E cos detto, incominci a piagnere e a dir da capo:
    - Ohim, lassa me, dolente me, in che mal'ora nacqui, in che mal punto
    ci venni!  ch avrei potuto avere un giovane cos da bene e nol volli,
    per venire a costui che non pensa cui egli s'ha recata a casa. L'altre
    si  danno buon tempo con gli amanti loro,  e non ce n'ha niuna che non
    n'abbia chi due e chi tre,  e godono e mostrano a' mariti la luna  per
    lo sole; e io, misera me!, perch son buona e non attendo a cos fatte
    novelle,  ho male e mala ventura;  io non so perch io non mi pigli di
    questi amanti come fanno l'altre. Intendi sanamente,  marito mio,  che
    se io volessi far male,  io troverrei ben con cui, ch egli ci son de'
    ben  leggiadri  che  m'amano  e  voglionmi  bene  e  hannomi   mandato
    proferendo  di  molti  denari,  o  voglionmi  bene  e  hannomi mandato
    proferendo di molti denari,  o voglio io robe  o  gioie,  n  mai  mel
    sofferse il cuore, per ci che io non fui figliuola di donna da ci; e
    tu mi torni a casa quando tu dei essere a lavorare.
    Disse il marito:
    -  Deh donna,  non ti dar malinconia,  per Dio;  tu dei credere che io
    conosco chi tu se', e pure stamane me ne sono in parte avveduto.  Egli
      il vero ch'io andai per lavorare,  ma egli mostra che tu nol sappi,
    come io medesimo nol sapeva: egli  oggi la festa di santo Galeone,  e
    non si lavora, e per ci mi sono tornato a questa ora a casa; ma io ho
    nondimeno  proveduto  e  trovato  modo che noi avremo del pane per pi
    d'un mese,  ch io ho venduto a costui che tu vedi qui con  me  co  il
    doglio,  il  quale  tu  sai  che,  gi    cotanto,  ha tenuta la casa
    impacciata, e dammene cinque gigliati.
    Disse allora Peronella:
    - E tutto questo  del dolor mio: tu che  se'uomo  e  vai  attorno,  e
    dovresti  sapere  delle  cose del mondo,  hai venduto un doglio cinque
    gigliati, il quale io feminella che non fu'mai appena fuor dell'uscio,
    veggendo lo 'mpaccio che in casa ci dava,  l'ho venduto  sette  ad  un
    buono uomo,  il quale, come tu qui tornasti, v'entr dentro per vedere
    se saldo era.
    Quando il marito ud questo, fu pi che contento,  e disse a colui che
    venuto era per esso:
    - Buon uomo,  vatti con Dio;  ch tu odi che mia mogliere l'ha venduto
    sette, dove tu non me ne davi altro che cinque.
    Il buono uomo disse:
    - In buona ora sia -; e andossene.
    E Peronella disse al marito:
    - Vien su tu,  poscia che tu ci se',  e vedi con lui insieme  i  fatti
    nostri.
    Giannello,  il  quale  stava  con  gli orecchi levati per vedere se di
    nulla  gli  bisognasse  temere  o  provvedersi,  udite  le  parole  di
    Peronella,  prestamente  si  gitt  fuor  del  doglio,  e quasi niente
    sentito avesse della tornata del marito, cominci a dire:
    - Dove se', buona donna? Al quale il marito, che gi veniva, disse:
    - Eccomi, che domandi tu?
    Disse Giannello:
    - Qual se'tu?  Io vorrei la donna con la quale io feci il  mercato  di
    questo doglio.
    Disse il buono uomo:
    - Fate sicuramente meco, ch io son suo marito.
    Disse allora Giannello:
    -  Il  doglio  mi  par  ben saldo,  ma egli mi pare che voi ci abbiate
    tenuta entro feccia,  ch egli  tutto impiastricciato di non  so  che
    cosa  s  secca,  che  io non ne posso levar con l'unghie,  e per nol
    torrei se io nol vedessi prima netto.
    Disse allora Peronella:
    - No, per quello non rimarr il mercato; mio marito il netter tutto.
    E il marito disse:
    - S bene -; e posti gi i ferri suoi, e ispogliatosi in camicione, si
    fece accendere un lume e dare una radimadia,  e fuvvi entrato dentro e
    cominci a radere.  E Peronella,  quasi veder volesse ci che facesse,
    messo il capo per la bocca del doglio,  che molto grande  non  era,  e
    oltre a questo l'un de' bracci con tutta la spalla, cominci a dire:
    -  Radi  quivi,  e  quivi,  e anche col -;  e: - Vedine qui rimaso un
    micolino.
    E mentre che cos stava e al marito insegnava e ricordava,  Giannello,
    il  quale  appieno  non  aveva  quella  mattina  il suo disidero ancor
    fornito quando il marito venne,  veggendo che come  volea  non  potea,
    s'argoment di fornirlo come potesse;  e a lei accostatosi,  che tutta
    chiusa teneva la bocca del doglio,  e in quella guisa che  negli  ampi
    campi  gli  sfrenati  cavalli  e  d'amor  caldi  le  cavalle di Partia
    assaliscono, ad effetto rec il giovinil desiderio,  il quale quasi in
    un  medesimo  punto  ebbe  perfezione  e  fu  raso il doglio,  ed egli
    scostatosi,  e la Peronella tratto il capo del  doglio,  e  il  marito
    uscitone fuori.
    Per che Peronella disse a Giannello:
    - Te'questo lume, buono uomo, e guata se egli  netto a tuo modo.
    Giannello,  guardatovi  dentro,  disse che stava bene,  e che egli era
    contento; e datigli sette gigliati, a casa sel fece portare.




    Giornata settima - Novella terza.

    Frate Rinaldo si giace colla comare;  truovalo il marito in camera con
    lei, e fannogli credere che egli incantava i vermini al figlioccio

    Non  seppe  s  Filostrato  parlare oscuro delle cavalle partice,  che
    l'avvedute donne non lo intendessono  e  alquanto  non  ne  ridessono,
    sembiante  faccendo di rider d'altro.  Ma poi che il re conobbe la sua
    novella finita, ad Elissa impose che ragionasse. La quale, disposta ad
    ubbidire, incominci.
    Piacevoli donne,  lo 'ncantar  della  fantasima  d'Emilia  m'ha  fatto
    tornare  alla  memoria  una novella d'un'altra incantagione,  la quale
    quantunque cos bella non sia come fu quella,  per ci che altra  alla
    nostra materia non me ne occorre al presente, la racconter.
    Voi  dovete  sapere  che  in Siena fu gi un giovane assai leggiadro e
    d'orrevole famiglia,  il quale ebbe nome Rinaldo;  e amando sommamente
    una  sua  vicina  e  assai  bella  donna  e moglie d'un ricco uomo,  e
    sperando,  se modo potesse avere di parlarle  senza  sospetto,  dovere
    aver  da  lei ogni cosa che egli disiderasse,  non vedendone alcuno ed
    essendo la donna gravida,  pensossi di volere suo compar  divenire;  e
    accontatosi col marito di lei,  per quel modo che pi onesto gli parve
    gliele di se, e fu fatto.
    Essendo adunque Rinaldo di madonna Agnesa divenuto  compare  e  avendo
    alquanto  d'albitrio  pi  colorato di poterle parlare,  assicuratosi,
    quello della sua intenzione con parole  le  fece  conoscere  che  ella
    molto davanti negli atti degli occhi suoi avea conosciuto; ma poco per
    ci gli valse, quantunque d'averlo udito non dispiacesse alla donna.
    Addivenne non guari poi,  che che si fosse la cagione,  che Rinaldo si
    fece frate,  e chente che egli trovasse la pastura,  egli persever in
    quello.  E avvegna che egli alquanto,  di que tempi che frate si fece,
    avesse dall'un de' lati posto l'amore che alla  sua  comar  portava  e
    certe  altre  sue  vanit,  pure  in processo di tempo,  senza lasciar
    l'abito, se le riprese, e cominci a dilettarsi d'apparere e di vestir
    di buon panni e d'essere in tutte le sue cose leggiadretto e ornato, e
    a fare delle canzoni e de' sonetti e delle ballate,  e  a  cantare,  e
    tutto pieno d'altre cose a queste simili.
    Ma  che  dico io di frate Rinaldo nostro,  di cui parliamo?  Quali son
    quegli che cos non facciano? Ahi vitupero del guasto mondo!  Essi non
    si vergognano d'apparir grassi, d'apparir coloriti nel viso, d'apparir
    morbidi ne' vestimenti e in tutte le cose loro; e non come colombi, ma
    come galli tronfi, con la cresta levata, pettoruti procedono; e, che 
    peggio  (lasciamo  stare  d'aver  le  lor  celle  piene d'alberelli di
    lattovari e d'unguenti colmi,  di  scatole  di  vari  confetti  piene,
    d'ampolle e di guastadette con acque lavorate e con olii,  di bottacci
    di malvaga e di greco e d'altri vini  preziosissimi  traboccanti,  in
    tanto  che non celle di frati,  ma botteghe di speziali o d'unguentari
    appaiono pi tosto a' riguardanti),  essi non si vergognano che  altri
    sappia  loro esser gottosi,  e credonsi che altri non conosca e sappia
    che i digiuni assai,  le vivande grosse e poche e il viver sobriamente
    faccia gli uomini magri e sottili e il pi sani;  e se pure infermi ne
    fanno,  non almeno di gotte gl'infermano,  alle  quali  si  suole  per
    medicina  dare  la  castit  e ogni altra cosa a vita di modesto frate
    appartenente. E credonsi che altri non conosca,  oltra la sottil vita,
    le vigilie lunghe, l'orare e il disciplinarsi dover gli uomini pallidi
    e afflitti rendere; e che n san Domenico n san Francesco, senza aver
    quattro cappe per uno,  non di tintillani n d'altri panni gentili, ma
    di lana grossa fatte e di natural colore,  a cacciare il freddo e  non
    ad  apparere  si  vestissero.  Alle  quali  cose Iddio provegga,  come
    all'anime de' semplici che gli nutricano fa bisogno.
    Cos adunque ritornato frate Rinaldo ne' primi  appetiti,  cominci  a
    visitare  molto  spesso  la comare;  e cresciutagli baldanza,  con pi
    instanzia che prima non faceva la cominci a sollicitare a quello  che
    egli di lei disiderava.
    La  buona  donna,  veggendosi  molto  sollicitare,  e  parendole frate
    Rinaldo forse pi bello che non soleva,  essendo un d  molto  da  lui
    infestata, a quello ricorse che fanno tutte quelle che voglia hanno di
    concedere quello che  addimandato, e disse:
    - Come! frate Rinaldo, o fanno cos fatte cose i frati?
    A cui frate Rinaldo rispose:
    -  Madonna,  qualora  io  avr  questa cappa fuor di dosso,  che me la
    traggo molto agevolmente, io vi parr uno uomo fatto come gli altri, e
    non frate.
    La donna fece bocca da ridere, e disse:
    - Ohim trista,  voi siete mio compare;  come si farebbe questo?  Egli
    sarebbe troppo gran male;  e io ho molte volte udito che egli  troppo
    gran peccato;  e per certo,  se ci non fosse,  io farei ci  che  voi
    voleste.
    A cui frate Rinaldo disse:
    - Voi siete una sciocca,  se per questo lasciate.  Io non dico che non
    sia peccato, ma de' maggiori perdona Iddio a chi si pente.  Ma ditemi,
    chi  pi parente del vostro figliuolo, o io che il tenni a battesimo,
    o vostro marito che il gener?
    La donna rispose:
    - E pi suo parente mio marito.
    - E voi dite il vero, - disse il frate -; e vostro marito non si giace
    con voi?
    - Mai s, - rispose la donna.
    -  Adunque,  -  disse  il  frate  - e io che son men parente di vostro
    figliuolo che non  vostro marito, cos mi debbo poter giacere con voi
    come vostro marito.
    La donna, che loica non sapeva e di piccola levatura aveva bisogno,  o
    credette o fece vista di credere che il frate dicesse vero, e rispose:
    - Chi saprebbe rispondere alle vostre savie parole? -; e appresso, non
    ostante  il  comparatico,  si  rec  a dovere fare i suoi piaceri;  n
    incominciarono pure una volta,  ma sotto la  coverta  del  comparatico
    avendo pi agio,  perch la sospezione era minore,  pi e pi volte si
    ritrovarono insieme.
    Ma tra l'altre una n'avvenne che,  essendo frate Rinaldo venuto a casa
    la  donna,  e  vedendo  quivi  niuna  persona  essere,  altri  che una
    fanticella  della  donna,  assai  bella  e  piacevoletta,  mandato  il
    compagno  suo  con  essolei  nel  palco  di  sopra  ad  insegnarle  il
    paternostro, egli colla donna, che il fanciullin suo avea per mano, se
    n'entrarono nella camera,  e dentro serratisi,  sopra un lettuccio  da
    sedere, che in quella era, s'incominciarono a trastullare.
    E  in  questa  guisa dimorando,  avvenne che il compar torn,  e senza
    esser sentito da alcuno, fu all'uscio della camera, e picchi e chiam
    la donna.
    Ma donna Agnesa, questo sentendo, disse:
    - Io son morta, ch ecco il marito mio;  ora si pure avvedr egli qual
    sia la cagione della nostra dimestichezza.
    Era  frate Rinaldo spogliato,  cio senza cappa e senza scapolare,  in
    tonicella, il quale questo udendo disse:
    - Voi dite vero: se io fossi pur vestito, qualche modo ci avrebbe; ma,
    se voi gli aprite ed egli mi truovi cos, niuna scusa ci potr essere.
    La donna, da subito consiglio aiutata, disse:
    - Or vi vestite;  e vestito che voi siete,  recatevi in braccio vostro
    figlioccio,  e ascolterete bene ci che io gli dir,  s che le vostre
    parole poi s'accordino con le mie, e lasciate fare a me.
    Il buono uomo non era ristato  appena  di  picchiare,  che  la  moglie
    rispose:
    -  Io vengo a te;  - e levatasi,  con un buon viso se n'and all'uscio
    della camera e aperselo, e disse:
    - Marito mio,  ben ti dico che frate  Rinaldo  nostro  compare  ci  si
    venne, e Iddio il ci mand; ch per certo, se venuto non ci fosse, noi
    avremmo oggi perduto il fanciul nostro.
    Quando il bescio sanctio ud questo, tutto svenne e disse:
    - Come?
    -  O  marito mio,  - disse la donna - e'gli venne dianzi di subito uno
    sfinimento,  che io mi credetti ch'e'fosse morto.  e non sapeva n che
    mi  far  n  che  mi dire;  se non che frate Rinaldo nostro compare ci
    venne in quella,  e recatoselo in collo disse: -  Comare,  questi  son
    vermini  che  egli  ha in corpo,  li quali gli s'appressano al cuore e
    ucciderebbonlo troppo bene; ma non abbiate paura,  ch io gl'incanter
    e fargli morir tutti, e innanzi che io mi parta di qui voi vedrete il
    fanciul sano come voi vedeste mai -. E per ci che tu ci bisognavi per
    dir certe orazioni, e non ti seppe trovar la fante, s le fece dire al
    compagno  suo  nel pi alto luogo della nostra casa,  ed egli e io qua
    entro ce n'entrammo.  E per ci che altri che la madre  del  fanciullo
    non pu essere a cos fatto servigio,  perch altri non c'impacciasse,
    qui ci serrammo,  e ancora l'ha egli in braccio,  e credom'io che egli
    non  aspetti  se  non  che  il  compagno  suo  abbia  compiuto di dire
    l'orazioni,  e sarebbe fatto,  per ci che il fanciullo    gi  tutto
    tornato in s.
    Il  santoccio  credendo queste cose,  tanto l'affezion del figliuol lo
    strinse, che egli non pose l'animo allo 'nganno fattogli dalla moglie,
    ma, gittato un gran sospiro, disse:
    - Io il voglio andare a vedere.
    Disse la donna:
    - Non andare,  ch tu guasteresti ci che  s'  fatto;  aspettati,  io
    voglio vedere se tu vi puoi andare, e chiamerotti.
    Frate  Rinaldo,  che ogni cosa udito avea,  ed erasi rivestito a bello
    agio e avevasi recato il fanciullo in braccio,  come ebbe disposte  le
    cose a suo modo, chiam:
    - O comare, non sento io cost il compare?
    Rispose il santoccio:
    - Messer s.
    - Adunque, - disse frate Rinaldo - venite qua.
    Il santoccio and l. Al quale frate Rinaldo disse:
    -  Tenete  il  vostro  figliuolo  per  la grazia di Dio sano,  dove io
    credetti, ora fu,  che voi nol vedeste vivo a vespro;  e farete di far
    porre  una  statua  di cera della sua grandezza a laude di Dio dinanzi
    alla figura di messer santo Ambruogio,  per li meriti del quale  Iddio
    ve n'ha fatta grazia.
    Il fanciullo,  veggendo il padre, corse a lui e fecegli festa. 3` come
    i fanciulli piccoli fanno; il quale recatoselo in braccio,  lagrimando
    non altramenti che se della fossa il traesse,  il cominci a baciare e
    a render grazie al suo compare che guerito gliele avea.
    Il compagno di frate Rinaldo, che non un paternostro,  ma forse pi di
    quattro n'aveva insegnati alla fanticella,  e donatale una borsetta di
    refe bianco,  la quale a lui aveva donata una monaca,  e  fattala  sua
    divota,  avendo  udito il santoccio alla camera della moglie chiamare,
    pianamente era venuto in parte della quale e vedere e udire ci che vi
    si facesse poteva;  veggendo la cosa in buoni  termini,  se  ne  venne
    giuso, ed entrato nella camera disse:
    -  Frate  Rinaldo,  quelle  quattro orazioni che m'imponeste,  io l'ho
    dette tutte.
    A cui frate Rinaldo disse:
    - Fratel mio,  tu hai buona lena e hai fatto bene.  Io per me,  quando
    mio compar venne,  non n'aveva dette che due;  ma Domenedio tra per la
    tua fatica e per la mia ci ha fatta grazia che il fanciullo  guerito.
    Il santoccio fece venire di buoni vini e di confetti,  e fece onore al
    suo  compare e al compagno di ci che essi avevano maggior bisogno che
    d'altro. Poi, con loro insieme uscito di casa, gli accomand a Dio;  e
    senza  alcuno  indugio  fatta  fare  la  imagine di cera,  la mand ad
    appiccare con l'altre dinanzi alla figura di santo Ambruogio, ma non a
    quel di Melano.












    Giornata settima - Novella quarta.

    Tofano chiude una notte fuor di casa la moglie, la quale,  non potendo
    per prieghi rientrare,  fa vista di gittarsi in un pozzo e gittavi una
    gran pietra.  Tofano esce di casa e corre  l,  ed  ella  in  casa  le
    n'entra e serra lui di fuori, e sgridandolo il vitupera.

    Il  re,  come la novella d'Elissa sent aver fine,  cos senza indugio
    verso la Lauretta rivolto le dimostr che gli piacea che ella dicesse;
    per che essa, senza stare, cos cominci.
    O Amore, chenti e quali sono le tue forze!  Chenti i consigli e chenti
    gli  avvedimenti!  Qual  filosofo,  quale artista mai avrebbe potuto o
    potrebbe  mostrare  quegli  argomenti,   quegli  avvedimenti,   quegli
    dimostramenti che fai tu subitamente a chi seguita le tue orme?  Certo
    la dottrina di qualunque altro  tarda a rispetto della tua,  s  come
    assai bene com prender si pu nelle cose davanti mostrate. Alle quali,
    amorose donne, io una n'aggiugner da una semplicetta donna adoperata,
    tale che io non so chi altri se l'avesse potuta mostrare che Amore.
    Fu adunque gi in Arezzo un ricco uomo, il quale fu Tofano nominato. A
    costui  fu data per moglie una bellissima donna,  il cui nome fu monna
    Ghita,  della quale egli,  senza  saper  perch,  prestamente  divenne
    geloso. Di che la donna avvedendosi prese sdegno, e pi volte avendolo
    della  cagione della sua gelosia addomandato,  n egli alcuna avendone
    saputa assegnare,  se non cotali generali e cattive,  cadde nell'animo
    alla  donna  di  farlo  morire  del male del quale senza cagione aveva
    paura.
    Ed essendosi avveduta che un giovane, secondo il suo giudicio molto da
    bene, la vagheggiava, discretamente con lui s'incominci ad intendere.
    Ed essendo gi tra lui e lei tanto le cose innanzi, che altro che dare
    effetto con opera alle parole  non  vi  mancava,  pens  la  donna  di
    trovare  similmente  modo a questo.  E avendo gi tra' costumi cattivi
    del suo marito conosciuto lui dilettarsi di bere, non solamente gliele
    cominci a commendare,  ma artatamente  a  sollicitarlo  a  ci  molto
    spesso.  E tanto ci prese per uso,  che, quasi ogni volta che a grado
    l'era, infino allo inebriarsi bevendo il conducea; e quando bene ebbro
    il vedea, messolo a dormire,  primieramente col suo amante si ritrov,
    e poi sicuramente pi volte di ritrovarsi con lui continu. E tanto di
    fidanza  nella  costui  ebbrezza  prese,  che non solamente avea preso
    ardire di menarsi il suo amante in casa,  ma ella talvolta gran  parte
    della notte s'andava con lui a dimorare alla sua, la qual di quivi non
    era guari lontana.
    E  in  questa maniera la innamorata donna continuando,  avvenne che il
    doloroso marito si venne accorgendo che ella,  nel  confortare  lui  a
    bere,  non  beveva per essa mai;  di che egli prese sospetto non cos
    fosse come era, cio che la donna lui inebriasse per poter poi fare il
    piacer suo mentre egli addormentato fosse.  E volendo  di  questo,  se
    cos  fosse,  far pruova,  senza avere il d bevuto,  una sera torn a
    casa mostrandosi il pi ebbro uomo,  e nel parlare  e  ne'  modi,  che
    fosse  mai;  il  che  la  donna credendo n estimando che pi bere gli
    bisognasse a ben dormire,  il mise prestamente a letto.  E fatto  ci,
    secondo che alcuna volta era usata di fare,  uscita di casa, alla casa
    del suo amante se n'and, e quivi infino alla mezza notte dimor.
    Tofano,  come la donna non vi sent,  cos si lev,  e andatosene alla
    sua  porta,  quella  serr  dentro  e posesi alle finestre,  acci che
    tornare vedesse la donna e le facesse  manifesto  che  egli  si  fosse
    accorto  delle  maniere  sue;  e  tanto stette che la donna torn.  La
    quale,  tornando a casa e trovandosi serrata di fuori,  fu oltre  modo
    dolente, e cominci a tentare se per forza potesse l'uscio aprire.
    Il che poi che Tofano alquanto ebbe sofferto, disse:
    -  Donna,  tu  ti fatichi invano,  per ci che qua entro non potrai tu
    entrare. Va, tornati l dove infino ad ora se'stata,  e abbi per certo
    che tu non ci tornerai mai,  infino a tanto che io di questa cosa,  in
    presenza de' parenti tuoi e de' vicini,  te n'avr fatto quello  onore
    che ti si conviene.
    La  donna  lo  'ncominci  a  pregar  per l'amor di Dio che piacer gli
    dovesse d'aprirle. per ci che ella non veniva donde s'avvisava, ma da
    vegghiare con una sua vicina, per ci che le notti eran grandi ed ella
    non le poteva dormir tutte, n sola in casa vegghiare.
    Li prieghi non giovavano nulla,  per ci che  quella  bestia  era  pur
    disposto  a  volere  che  tutti gli aretin sapessero la loro vergogna,
    laddove niun la sapeva.  La donna,  veggendo  che  il  pregar  non  le
    valeva, ricorse al minacciare e disse:
    - Se tu non m'apri, io ti far il pi tristo uom che viva.
    A cui Tofano rispose:
    - E che mi potresti tu fare?
    La  donna,  alla  quale  Amore aveva gi aguzzato co' suoi consigli lo
    'ngegno, rispose:
    - Innanzi che io voglia sofferire la vergogna  che  tu  mi  vuoi  fare
    ricevere a torto,  io mi gitter in questo pozzo che qui  vicino, nel
    quale poi essendo trovata morta,  niuna persona  sar  che  creda  che
    altri che tu,  per ebbrezza,  mi v'abbia gittata; e cos o ti converr
    fuggire e perdere ci che tu hai ed essere in bando, o converr che ti
    sia tagliata la testa, s come a micidial di me che tu veramente sarai
    stato.
    Per queste parole niente si mosse Tofano dalla sua sciocca  oppinione.
    Per la qual cosa la donna disse:
    - Or ecco,  io non posso pi sofferire questo tuo fastidio;  Dio il ti
    perdoni; farai riporre questa mia rocca che io lascio qui.
    E questo detto,  essendo la notte tanto oscura che appena  si  sarebbe
    potuto  veder  l'un  l'altro  per la via,  se n'and la donna verso il
    pozzo,  e presa una grandissima  pietra  che  a  pi  del  pozzo  era,
    gridando: - Iddio,  perdonami -,  la lasci cadere entro nel pozzo. La
    pietra giugnendo nell'acqua fece un grandissimo romore;  il quale come
    Tofano ud, credette fermamente che essa gittata vi si fosse; per che,
    presa  la  secchia  con  la  fune,  subitamente  si  gitt di casa per
    aiutarla, e corse al pozzo.  La donna,  che presso all'uscio della sua
    casa  nascosa s'era,  come il vide correre al pozzo,  cos ricover in
    casa e serrossi dentro e andossene alle finestre e cominci a dire:  -
    Egli si vuole inacquare quando altri il bee, non poscia la notte. -
    Tofano,  udendo costei,  si tenne scornato e tornossi all'uscio; e non
    potendovi entrare, le cominci a dire che gli aprisse.
    Ella,  lasciato stare il parlar piano come infino allora aveva  fatto,
    quasi gridando cominci a dire:
    - Alla croce di Dio,  ubriaco fastidioso,  tu non c'enterrai stanotte;
    io non posso pi sofferire questi  tuoi  modi;  egli  convien  che  io
    faccia  vedere  ad ogn'uomo chi tu se' e a che ora tu torni la notte a
    casa.
    Tofano d'altra parte crucciato  le  'ncominci  a  dir  villania  e  a
    gridare;  di che i vicini, sentendo il romore, si levarono, e uomini e
    donne, e fecersi alle finestre e domandarono che ci fosse.
    La donna cominci piagnendo a dire: - Egli  questo reo uomo, il quale
    mi torna ebbro la sera a casa,  o s'addormenta per le taverne e poscia
    torna  a questa otta;  di che io avendo lungamente sofferto e dettogli
    molto male e non giovandomi,  non potendo pi  sofferire,  ne  gli  ho
    voluta  fare  questa vergogna di serrarlo fuor di casa,  per vedere se
    egli se ne ammender.
    Tofano bestia,  d'altra parte,  diceva come  il  fatto  era  stato,  e
    minacciava forte.
    La  donna  co'  suoi  vicini diceva: - Or vedete che uomo egli !  Che
    direste voi se io fossi nella via come  egli,  ed egli fosse in  casa
    come sono io? In f di Dio che io dubito che voi non credeste che egli
    dicesse il vero. Ben potete a questo conoscere il senno suo. Egli dice
    appunto  che  io  ho fatto ci che io credo che egli abbia fatto egli.
    Egli mi credette spaventare col gittare non so che nel  pozzo;  ma  or
    volesse  Iddio  che egli vi si fosse gittato da dovero e affogato,  s
    che il vino, il quale egli di soperchio ha bevuto, si fosse molto bene
    inacquato.
    I vicini,  e gli uomini e  le  donne,  cominciaro  a  riprender  tutti
    Tofano,  e  a dar la colpa a lui e a dirgli villania di ci che contro
    alla donna diceva;  e in brieve tanto and  il  romore  di  vicino  in
    vicino, che egli pervenne infino a' parenti della donna.
    Li  quali  venuti  l,  e  udendo  la  cosa e da un vicino e da altro,
    presero Tofano e diedergli tante busse  che  tutto  il  ruppono.  Poi,
    andati in casa, presero le cose della donna e con lei si ritornarono a
    casa loro, minacciando Tofano di peggio.
    Tofano,  veggendosi  mal  parato,  e  che  la  sua gelosia l'aveva mal
    condotto, s come quegli che tutto 'l suo ben voleva alla donna,  ebbe
    alcuni amici mezzani, e tanto procacci che egli con buona pace riebbe
    la donna a casa sua alla quale promise di mai pi non esser geloso;  e
    oltre a ci le  di  licenza  che  ogni  suo  piacer  facesse,  ma  s
    saviamente,  che egli non se ne avvedesse.  E cos,  a modo del villan
    matto,  dopo danno fe' patto.  E viva amore,  e muoia soldo e tutta la
    brigata.











    Giornata settima - Novella quinta.

    Un  geloso  in  forma di prete confessa la moglie,  al quale ella d a
    vedere che ama un prete che viene a lei ogni notte;  di che mentre che
    il  geloso  nascostamente  prende  guardia all'uscio,  la donna per lo
    tetto si fa venire un suo amante, e con lui si dimora.

    Posto avea fine la Lauretta al suo ragionamento,  e avendo gi ciascun
    commendata  la  donna che ella bene avesse fatto e come a quel cattivo
    si conveniva,  il  re,  per  non  perder  tempo,  verso  la  Fiammetta
    voltatosi,  piacevolmente  il  carico le 'mpose del novellare;  per la
    qual cosa ella cos cominci.
    Nobilissime  donne,   la  precedente  novella  mi  tira  a  dovere  io
    similmente  ragionar  d'un  geloso,  estimando  che ci che si fa loro
    dalle loro donne,  e massimamente quando senza cagione  ingelosiscono,
    esser  ben  fatto.  E  se ogni cosa avessero i componitori delle leggi
    guardata,  giudico che in questo essi dovessero alle donne  non  altra
    pena  avere  constituta  che  essi  constituirono  a  colui che alcuno
    offende s difendendo;  per ci che i gelosi  sono  insidiatori  della
    vita delle giovani donne e diligentissimi cercatori della lor morte.
    Esse  stanno  tutta  la  settimana  rinchiuse e attendono alle bisogne
    familiari e domestiche, disiderando, come ciascun fa, d'aver poi il d
    delle feste alcuna consolazione,  alcuna quiete,  e  di  potere  alcun
    diporto  pigliare,  s  come  prendono  i  lavoratori  dei campi,  gli
    artefici delle citt e i reggitori delle corti;  come fece Iddio,  che
    il  d  settimo da tutte le sue fatiche si ripos;  e come vogliono le
    leggi sante e le civili, le quali, allo onor di Dio e al ben comune di
    ciascun riguardando,  hanno i d delle fatiche distinti da quegli  del
    riposo. Alla qual cosa fare niente i gelosi consentono, anzi quegli d
    che  a  tutte  l'altre  son  lieti,  fanno ad esse,  pi serrate e pi
    rinchiuse tenendole,  esser pi miseri e pi dolenti;  il che quanto e
    qual  consumamento  sia  delle  cattivelle  quelle  sole  il sanno che
    l'hanno provato.  Perch,  conchiudendo,  ci che una donna fa  ad  un
    marito  geloso  a  torto,  per  certo  non condennare ma commendare si
    dovrebbe.
    Fu adunque in Arimino un mercatante,  ricco  e  di  possessioni  e  di
    denari assai,  il quale avendo una bellissima donna per moglie, di lei
    divenne oltre misura geloso: n altra cagione a  questo  avea  se  non
    che,  come  egli molto l'amava e molto bella la teneva e conosceva che
    ella con tutto il suo studio s'ingegnava di piacergli,  cos  estimava
    che  ogn'uomo l'amasse,  e che ella a tutti paresse bella e ancora che
    ella s'ingegnasse cos di piacere altrui come a lui. E cos ingelosito
    tanta guardia ne prendeva e s stretta la tenea,  che forse assai  son
    di quegli che a capital pena son dannati, che non sono da' pregionieri
    con tanta guardia servati.
    La  donna,  lasciamo  stare  che  a  nozze  o a festa o a chiesa andar
    potesse,  o il pi della casa trarre in alcun modo,  ma ella non osava
    farsi  ad  alcuna  finestra  n  fuor  della  casa guardare per alcuna
    cagione;  per la qual cosa la vita sua era pessima,  ed essa tanto pi
    impaziente sosteneva questa noia, quanto meno si sentiva nocente.
    Per  che,  veggendosi  a  torto fare ingiuria al marito,  s avvis,  a
    consolazion di s medesima,  di trovar  modo  (se  alcuno  ne  potesse
    trovare)  di  far  s  che  a ragione le fosse fatto.  E per ci che a
    finestra far non si potea,  e cos modo non avea di  potersi  mostrare
    contenta  dello amore d'alcuno che atteso l'avesse per la sua contrada
    passando,  sappiendo che nella casa la quale era allato alla sua aveva
    alcun giovane e bello e piacevole,  si pens,  se pertugio alcun fosse
    nel muro che la sua casa divideva da  quella,  di  dovere  per  quello
    tante volte guatare,  che ella vedrebbe il giovane in atto da potergli
    parlare, e di donargli il suo amore, se egli il volesse ricevere; e se
    modo vi si potesse vedere,  di ritrovarsi con lui alcuna volta,  e  in
    questa  maniera  trapassare la sua malvagia vita infino a tanto che il
    fistolo uscisse da dosso al suo marito.
    E venendo ora in una parte e ora in una altra,  quando il  marito  non
    v'era,  il muro della casa guardando,  vide per avventura in una parte
    assai segreta di quella il muro alquanto da una fessura esser  aperto;
    per  che,  riguardando  per  quella,  ancora  che assai male discerner
    potesse dall'altra parte,  pur s'avvide che quivi era una camera  dove
    capitava  la  fessura,  e  seco  disse: - Se questa fosse la camera di
    Filippo - (cio del giovane suo vicino) - io sarei mezza  fornita  -.E
    cautamente da una sua fante,  a cui di lei incresceva, ne fece spiare,
    e trov che veramente il giovane in quella  dormiva  tutto  solo;  per
    che,  visitando  la fessura spesso,  e,  quando il giovane vi sentiva,
    faccendo cader pietruzze e cotali  fuscellini,  tanto  fece  che,  per
    veder che ci fosse,  il giovane venne quivi. Il quale ella pianamente
    chiam; ed egli che la sua voce conobbe, le rispose;  ed ella,  avendo
    spazio,  in  brieve  tutto  l'animo  suo  gli apr.  Di che il giovane
    contento assai, s fece che dal suo lato il pertugio si fece maggiore,
    tuttavia in guisa faccendo che alcuno avvedere non se  ne  potesse;  e
    quivi spesse volte insieme si favellavano e toccavansi la mano, ma pi
    avanti per la solenne guardia del geloso non si poteva.
    Ora,  appressandosi la festa del Natale, la donna disse al marito che,
    se gli piacesse, ella voleva andar la mattina della pasqua alla chiesa
    e confessarsi e comunicarsi come fanno gli altri cristiani.
    Alla quale il geloso disse:
    - E che peccati ha' tu fatti, che tu ti vuoi confessare?
    Disse la donna:
    - Come! Credi tu che io sia santa, perch tu mi tenghi rinchiusa?  Ben
    sai  che  io fo de' peccati come l'altre persone che ci vivono,  ma io
    non gli vo'dire a te, ch tu non se'prete.
    Il geloso prese di queste parole sospetto e pensossi  di  voler  saper
    che peccati costei avesse fatti e avvisossi del modo nel quale ci gli
    verrebbe fatto;  e rispose che era contento, ma che non volea che ella
    andasse ad altra chiesa che alla cappella loro;  e  quivi  andasse  la
    mattina per tempo e confessassesi o dal cappellan loro o da quel prete
    che  il  cappellan le desse e non da altrui,  e tornasse di presente a
    casa.  Alla donna pareva mezzo avere inteso;  ma,  senza  altro  dire,
    rispose che s farebbe.
    Venuta  la  mattina  della  pasqua,  la donna si lev in su l'aurora e
    acconciossi e andossene alla chiesa impostale dal  marito.  Il  geloso
    d'altra  parte  levatosi  se  n'and  a quella medesima chiesa e fuvvi
    prima di lei;  e avendo gi col prete di l entro composto ci che far
    voleva,  messasi  prestamente  una delle robe del prete indosso con un
    cappuccio grande a gote,  come  noi  veggiamo  che  i  preti  portano,
    avendosel tirato un poco innanzi, si mise a stare in coro.
    La donna venuta alla chiesa fece domandare il prete. Il prete venne, e
    udendo dalla donna che confessar si volea, disse che non potea udirla,
    ma  che le manderebbe un suo compagno;  e andatosene,  mand il geloso
    nella sua malora. Il quale molto contegnoso vegnendo,  ancora che egli
    non fosse molto chiaro il d ed egli s'avesse molto messo il cappuccio
    innanzi  agli  occhi,  non  si  seppe  s occultare che egli non fosse
    prestamente conosciuto dalla donna;  la quale,  questo vedendo,  disse
    seco  medesima:  -  Lodato sia Iddio,  che costui di geloso  divenuto
    prete;  ma pure lascia fare,  ch io  gli  dar  quello  che  egli  va
    cercando -.  Fatto adunque sembiante di non conoscerlo,  gli si pose a
    sedere a' piedi.
    Messer lo geloso s'avea messe alcune petruzze in bocca, acci che esse
    alquanto la favella gli 'mpedissero, s che egli a quella dalla moglie
    riconosciuto non fosse,  parendogli in ogn'altra  cosa  s  del  tutto
    esser divisato che esser da lei riconosciuto a niun partito credeva.
    Or venendo alla confessione,  tra l'altre cose che la donna gli disse,
    avendogli prima detto come maritata era, si fu che ella era innamorata
    d'un prete, il quale ogni notte con lei s'andava a giacere.
    Quando il geloso ud questo,  e'gli parve  che  gli  fosse  dato  d'un
    coltello nel cuore; e se non fosse che volont lo strinse di saper pi
    innanzi,  egli  avrebbe la confessione abbandonata andatosene.  Stando
    adunque fermo domand la donna:
    - E come? Non giace vostro marito con voi?
    La donna rispose:
    - Messer s.
    - Adunque, - disse 'l geloso - come vi puote anche il prete giacere?
    - Messere,  - disse la donna - il prete con che arte il si faccia  non
    so,  ma  egli non  in casa uscio s serrato che,  come egli il tocca,
    non s'apra;  e dicemi egli che,  quando egli  venuto a  quello  della
    camera mia,  anzi che egli l'apra, egli dice certe parole per le quali
    il mio marito incontanente s'addormenta, e come addormentato il sente,
    cos apre l'uscio e viensene dentro e stassi con meco,  e  questo  non
    falla mai.
    Disse allora il geloso:
    -  Madonna,  questo    mal  fatto,  e  del  tutto egli ve ne conviene
    rimanere.
    A cui la donna disse:
    - Messere,  questo non crederrei io mai poter fare,  per  ci  che  io
    l'amo troppo.
    - Dunque, - disse il geloso - non vi potr io assolvere.
    A cui la donna disse:
    -  Io  ne  son dolente: io non venni qui per dirvi le bugie;  se io il
    credessi poter fare, io il vi direi.
    Disse allora il geloso:
    - In verit,  madonna,  di voi m'incresce,  ch io vi veggio a  questo
    partito  perder l'anima;  ma io,  in servigio di voi,  ci voglio durar
    fatica in far mie orazioni speziali a Dio in  vostro  nome,  le  quali
    forse vi gioveranno;  e s vi mander alcuna volta un mio cherichetto,
    a cui voi direte se elle vi  saranno  giovate  o  no;  e  se  elle  vi
    gioveranno, s procederemo innanzi.
    A cui la donna disse:
    -  Messer,  cotesto  non  fate voi che voi mi mandiate persona a casa,
    ch, se il mio marito il risapesse, egli  s forte geloso che non gli
    trarrebbe del capo tutto il mondo che per altro che  per  male  vi  si
    venisse, e non avrei ben con lui di questo anno.
    A cui il geloso disse:
    -  Madonna,  non  dubitate di questo,  ch per certo io terr s fatto
    modo, che voi non ne sentirete mai parola da lui.
    Disse allora la donna:
    - Se questo vi d il cuore di fare,  io son contenta  -;  e  fatta  la
    confessione e presa la penitenzia,  e da' pi levataglisi, se n'and a
    udire la messa.
    Il geloso soffiando con la sua mala ventura s'and a spogliare i panni
    del prete,  e tornossi a casa,  disideroso di trovar modo da dovere il
    prete e la moglie trovare insieme,  per fare un mal giuoco e all'uno e
    all'altro. La donna torn dalla chiesa, e vide bene nel viso al marito
    che ella gli aveva data  la  mala  pasqua;  ma  egli,  quanto  poteva,
    s'ingegnava di nasconder ci che fatto avea e che saper gli parea.
    E avendo seco stesso diliberato di dover la notte vegnente star presso
    all'uscio  della  via  ad  aspettare  se il prete venisse,  disse alla
    donna:
    - A me conviene questa sera essere a cena e ad albergo altrove,  e per
    ci serrerai ben l'uscio da via e quello da mezza scala e quello della
    camera, e quando ti parr t'andrai a letto.
    La donna rispose:
    - In buon'ora.
    E  quando  tempo  ebbe  se n'and alla buca e fece il cenno usato,  il
    quale come Filippo sent,  cos di presente a quel venne.  Al quale la
    donna  disse  ci  che  fatto avea la mattina,  e quello che il marito
    appresso mangiare l'aveva detto, e poi disse:
    - Io son certa che egli non uscir di casa,  ma si metter  a  guardia
    dell'uscio;  e  per  ci  truova  modo  che  su per lo tetto tu venghi
    stanotte di qua, s che noi siamo insieme.
    Il giovane, contento molto di questo fatto, disse:
    - Madonna, lasciate far me.
    Venuta la notte,  il geloso con sue armi tacitamente si nascose in una
    camera  terrena,  e  la  donna  avendo fatti serrar tutti gli usci,  e
    massimamente quello da mezza scala, acci che il geloso su non potesse
    venire, quando tempo le parve,  il giovane per via assai cauta dal suo
    lato se ne venne, e andaronsi a letto, dandosi l'un dell'altro piacere
    e buon tempo; e venuto il d, il giovane se ne torn in casa sua.
    Il  geloso,  dolente e senza cena,  morendo di freddo,  quasi tutta la
    notte stette con le sue armi allato all'uscio ad aspettare se il prete
    venisse; e appressandosi il giorno,  non potendo pi vegghiare,  nella
    camera terrena si mise a dormire.
    Quindi vicin di terza levatosi,  essendo gi l'uscio della casa aperto
    faccendo sembiante di venire altronde,  se  ne  sal  in  casa  sua  e
    desin. E poco appresso mandato un garzonetto, a guisa che stato fosse
    il  cherico  del  prete che confessata l'avea,  la mand dimandando se
    colui cui ella sapeva pi venuto vi fosse.
    La donna,  che molto bene conobbe il messo,  rispose  che  venuto  non
    v'era quella notte, e che, se cos facesse, che egli le potrebbe uscir
    di mente, quantunque ella non volesse che di mente l'uscisse.
    Ora  che  vi  debbo  dire?  Il  geloso  stette  molte notti per volere
    giugnere il prete all'entrata, e la donna continuamente col suo amante
    dandosi buon tempo. Alla fine il geloso,  che pi sofferir non poteva,
    con  turbato viso domand la moglie ci che ella avesse al prete detto
    la mattina che confessata s'era.  La  donna  rispose  che  non  gliele
    voleva dire, per ci che ella non era onesta cosa n convenevole.
    A cui il geloso disse:
    -  Malvagia femina,  a dispetto di te io so ci che tu gli dicesti;  e
    convien del tutto che io sappia  chi    il  prete  di  cui  tu  tanto
    se'innamorata  e che teco per suoi incantesimi ogni notte si giace,  o
    io ti segher le veni.
    La donna disse che non era vero  che  ella  fosse  innamorata  d'alcun
    prete.
    -  Come!  -  disse il geloso - non dicest cos e cos al prete che ti
    confess?
    La donna disse:
    - Non che egli te l'abbia ridetto,  ma egli basterebbe,  se  tu  fossi
    stato presente, mai s, che io gliele dissi.
    - Dunque, - disse il geloso - dimmi chi  questo prete, e tosto.
    La donna cominci a sorridere, e disse:
    -  Egli  mi  giova  molto quando un savio uomo  da una donna semplice
    menato come si mena un montone per le corna in  beccheria;  bench  tu
    non  se'savio,  n  fosti da quella ora in qua che tu ti lasciasti nel
    petto entrare il maligno spirito della gelosia, senza saper perch;  e
    tanto  quanto tu se'pi sciocco e pi bestiale,  cotanto ne diviene la
    gloria mia minore.
    Credi tu, marito mio,  che io sia cieca degli occhi della testa,  come
    tu se'cieco di quegli della mente?  Certo no; e vedendo conobbi chi fu
    il prete che mi confess,  e so che tu fosti desso tu;  ma io mi puosi
    in cuore di darti quello che tu andavi cercando,  e dieditelo.  Ma, se
    tu fussi stato savio come esser ti pare,  non avresti  per  quel  modo
    tentato  di sapere i segreti della tua buona donna,  e,  senza prender
    vana sospezion, ti saresti avveduto di ci che ella ti confessava cos
    essere il vero, senza avere ella in cosa alcuna peccato.
    Io ti dissi che io amava un prete: e non eri tu,  il quale io  a  gran
    torto amo,  fatto prete? Dissiti che niuno uscio della mia casa gli si
    poteva tener serrato quando meco giacer volea: e quale uscio ti fu mai
    in casa tua tenuto quando tu col  dove  io  fossi  se'voluto  venire?
    Dissiti  che  il prete si giaceva ogni notte con meco: e quando fu che
    tu meco non giacessi?  E quante volte il tuo cherico  a  me  mandasti,
    tante sai quante tu meco non fosti, ti mandai a dire che il prete meco
    stato  non  era.  Quale  smemorato altri che tu,  che alla gelosia tua
    t'hai lasciato accecare,  non avrebbe queste cose  intese?  E  se'  ti
    stato  in casa a far la notte la guardia all'uscio,  e a me credi aver
    dato a vedere che tu altrove andato sii a cena e ad albergo.
    Ravvediti oggimai,  e torna uomo come tu esser solevi,  e non far  far
    beffe di te a chi conosce i modi tuoi come fo io, e lascia star questo
    solenne  guardar  che  tu  fai;  ch  io giuro a Dio,  se voglia me ne
    venisse di porti le corna, se tu avessi cento occhi come tu n'hai due,
    e'mi darebbe il cuore di fare i piacer miei in guisa che tu non te  ne
    avvedresti.
    Il  geloso cattivo,  a cui molto avvedutamente pareva avere il segreto
    della donna sentito, udendo questo,  si tenne scornato;  e senza altro
    rispondere,  ebbe la donna per buona e per savia;  e quando la gelosia
    gli bisognava del tutto se la spogli,  cos come,  quando bisogno non
    gli era,  se l'aveva vestita. Per che la savia donna, quasi licenziata
    ai suoi piaceri, senza far venire il suo amante su per lo tetto,  come
    vanno le gatte,  ma pur per l'uscio,  discretamente operando,  poi pi
    volte con lui buon tempo e lieta vita si diede.



















    Giornata settima - Novella sesta.

    Madonna  Isabella  con  Leonetto  standosi,   amata   da   un   messer
    Lambertuccio,   da lui visitata;  e tornando il marito di lei, messer
    Lambertuccio con un coltello in mano fuor  di  casa  ne  manda,  e  il
    marito di lei poi Leonetto accompagna.

    Maravigliosamente  era  piaciuta  a  tutti la novella della Fiammetta,
    affermando ciascuno ottimamente la donna aver fatto,  e  quel  che  si
    convenia  al  bestiale  uomo;  ma poi che finita fu,  il re a Pampinea
    impose che seguitasse. La quale incominci a dire.
    Molti sono,  li quali,  semplicemente parlando,  dicono che Amore trae
    altrui  del  senno  e  quasi  chi  ama fa divenire smemorato.  Sciocca
    oppinione mi pare;  e assai le gi dette cose l'hanno mostrato;  e  io
    ancora intendo di dimostrarlo.
    Nella nostra citt,  copiosa di tutti i beni, fu gi una giovane donna
    e gentile e assai bella,  la  qual  fu  moglie  d'un  cavaliere  assai
    valoroso e da bene.  E come spesso avviene che s sempre non pu l'uomo
    usare un cibo,  ma talvolta disidera di variare;  non soddisfaccendo a
    questa  donna molto il suo marito,  s'innamor d'un giovane,  il quale
    Leonetto era chiamato,  assai piacevole e costumato,  come che di gran
    nazion  non  fosse,  ed egli similmente s'innamor di lei;  e come voi
    sapete che rade volte  senza effetto quello che vuole ciascuna  delle
    parti, a dare al loro amor compimento molto tempo non si interpose.
    Ora  avvenne che,  essendo costei bella donna e avvenevole,  di lei un
    cavalier chiamato messer Lambertuccio s'innamor forte, il quale ella,
    per ci che spiacevole uomo e sazievole le parea,  per cosa del  mondo
    ad  amar  lui  disporre  non  si  potea.   Ma  costui  con  ambasciate
    sollicitandola molto,  e non valendogli,  essendo  possente  uomo,  la
    mand minacciando di vituperarla se non facesse il piacer suo.  Per la
    qual cosa la donna, temendo e conoscendo come fatto era, si condusse a
    fare il voler suo. Ed essendosene la donna,  che madonna Isabella avea
    nome,  andata,  come  nostro  costume   di state,  a stare ad una sua
    bellissima possessione in contado,  avvenne,  essendo una  mattina  il
    marito  di lei cavalcato in alcun luogo per dovere stare alcun giorno,
    che ella mand per Leonetto che si venisse a star con  lei,  il  quale
    lietissimo incontanente v'and.
    Messer  Lambertuccio,  sentendo  il  marito  della donna essere andato
    altrove, tutto solo montato a cavallo,  a lei se n'and e picchi alla
    porta.
    La  fante  della donna,  vedutolo,  n'and incontanente a lei,  che in
    camera era con Leonetto, e chiamatala le disse:
    - Madonna, messer Lambertuccio  qua gi tutto solo.
    La donna,  udendo questo,  fu la pi dolente  femina  del  mondo;  ma,
    temendol forte,  preg Leonetto che grave non gli fosse il nascondersi
    alquanto dietro alla cortina del letto,  in fino a  tanto  che  messer
    Lambertuccio se n'andasse.
    Leonetto,  che non minor paura di lui avea che avesse la donna,  vi si
    nascose;  ed ella comand alla fante che andasse ad  aprire  a  messer
    Lambertuccio:  la  quale apertogli,  ed egli nella corte smontato d'un
    suo pallafreno e quello appiccato ivi ad uno arpione, se ne sal suso.
    La donna, fatto buon viso e venuta infino in capo della scala,  quanto
    pi  pot  in  parole  lietamente il ricevette e domandollo quello che
    egli andasse faccendo. Il cavaliere, abbracciatala e baciatala, disse:
    - Anima mia,  io intesi che vostro marito non c'era,  s ch'io mi  son
    venuto  a  stare  alquanto  con  essovoi.  -  E  dopo  queste  parole,
    entratisene in camera e serratisi dentro, cominci messer Lambertuccio
    a prender diletto di lei.
    E cos con lei standosi,  tutto  fuori  della  credenza  della  donna,
    avvenne che il marito di lei torn;  il quale quando la fante alquanto
    vicino al palagio vide, cos subitamente corse alla camera della donna
    e disse:
    - Madonna,  ecco messer che torna: io credo che egli sia gi gi nella
    corte. La donna, udendo questo e sentendosi aver due uomini in casa, e
    conosceva  che  il  cavaliere  non  si  poteva  nascondere  per lo suo
    pallafreno che nella corte era, si tenne morta. Nondimeno, subitamente
    gittatasi del  letto  in  terra,  prese  partito,  e  disse  a  messer
    Lambertuccio:
    - Messere, se voi mi volete punto di bene e voletemi da morte campare,
    farete  quello  che  io  vi  dir.  Voi vi recherete in mano il vostro
    coltello ignudo,  e con un mal viso e tutto turbato ve  n'andrete  gi
    per le scale, e andrete dicendo: - Io fo boto a Dio che io il coglier
    altrove  -;  e  se  mio  marito  vi  volesse  ritenere  o di niente vi
    domandasse,  non dite altro che quello che detto  v'ho,  e  montato  a
    cavallo, per niuna cagione seco ristate.
    Messer  Lambertuccio disse che volentieri;  e tirato fuori i coltello,
    tutto infocato nel viso tra per la fatica durata  e  per  l'ira  avuta
    della  tornata  del cavaliere,  come la donna gl'impose cos fece.  Il
    marito della donna,  gi nella  corte  smontato,  maravigliandosi  del
    pallafreno e volendo su salire,  vide messer Lambertuccio scendere,  e
    maravigliossi e delle parole e del viso di lui, e disse:
    - Che  questo messere?
    Messer Lambertuccio, messo il pi nella staffa e montato su, non disse
    altro, se non:
    - Al corpo di Dio, io il giugner altrove -; e and via.
    Il gentile uomo montato su trov la donna  sua  in  capo  della  scala
    tutta sgomentata e piena di paura, alla quale egli disse:
    -  Che  cosa    questa?  Cui  va  messer  Lambertuccio  cos  adirato
    minacciando?
    La donna,  tiratasi verso la  camera,  acci  che  Leonetto  l'udisse,
    rispose:
    - Messere, io non ebbi mai simil paura a questa. Qua entro si fugg un
    giovane, il quale io non conosco e che esser Lambertuccio col coltello
    in  man seguitava,  e trov per ventura questa camera aperta,  e tutto
    tremante disse: - Madonna,  per Dio aiutatemi,  ch io non  sia  nelle
    braccia vostre morto. Io mi levai diritta, e come il voleva domandare
    chi fosse e che avesse,  ed ecco messer Lambertuccio venir su dicendo:
    - Dove se',  traditore?  - Io mi parai in su l'uscio della  camera,  e
    volendo  egli entrar dentro,  il ritenni,  ed egli in tanto fu cortese
    che,  come vide che non mi piaceva che egli qua entro entrasse,  dette
    molte parole, se ne venne gi come voi vedeste.
    Disse allora il marito:
    - Donna, ben facesti: troppo ne sarebbe stato gran biasimo, se persona
    fosse stata qua entro uccisa; e messer Lambertuccio fece gran villania
    a seguitar persona che qua entro fuggita fosse.
    Poi domand dove fosse quel giovane.
    La donna rispose:
    - Messere, io non so dove egli si sia nascoso.
    Il cavaliere allora disse:
    - Ove se'tu? Esci fuori sicuramente.
    Leonetto che ogni cosa udita avea, tutto pauroso, come colui che paura
    aveva avuta da dovero, usc fuori del luogo dove nascoso s'era.
    Disse allora il cavaliere:
    - Che hai tu a fare con messer Lambertuccio?
    Il giovane rispose:
    -  Messer,  niuna  cosa  che  sia in questo mondo;  e per ci io credo
    fermamente che egli non sia in buon senno, o che egli m'abbia colto in
    iscambio;  per ci che,  come poco lontano  da  questo  palagio  nella
    strada mi vide,  cos mise mano al coltello,  e disse: - Traditor,  tu
    se'morto -.  Io non mi posi a domandare per  che  cagione,  ma  quanto
    potei  cominciai  a fuggire e qui me ne venni dove,  merc di Dio e di
    questa gentil donna, scampato sono.
    Disse allora il cavaliere:
    - Or via, non aver paura alcuna;  io ti porr a casa tua sano e salvo,
    e tu poi sappi far cercar quello che con lui hai a fare.
    E, come cenato ebbero, fattol montare a cavallo, a Firenze il ne men,
    e lasciollo a casa sua. Il quale, secondo l'ammaestramento della donna
    avuto,   quella   sera   medesima   parl   con   messer  Lambertuccio
    occultamente, e s con lui ordin,  che quantunque poi molte parole ne
    fossero,  mai  per  ci il cavalier non s'accorse della beffa fattagli
    dalla moglie.

    Giornata settima - Novella settima.

    Lodovico discuopre a madonna Beatrice l'amore il quale egli le  porta;
    la  qual  manda Egano suo marito in un giardino in forma di s,  e con
    Lodovico si giace;  il quale poi levatosi,  va  e  bastona  Egano  nel
    giardino.

    Questo  avvedimento  di  madonna Isabella da Pampinea raccontato fu da
    ciascun della brigata tenuto maraviglioso. Ma Filomena,  alla quale il
    re imposto aveva che secondasse, disse.
    Amorose donne, se io non ne sono ingannata, io ve ne credo uno non men
    bello raccontare, e prestamente.
    Voi dovete sapere che in Parigi fu gi un gentile uomo fiorentino,  il
    quale per povert divenuto era mercatante,  ed eragli s bene avvenuto
    della mercatantia, che egli ne era fatto ricchissimo, e avea della sua
    donna un figliuol senza pi,  il quale egli aveva nominato Lodovico. E
    perch egli alla nobilt del padre e non alla mercatantia si  traesse,
    non l'aveva il padre voluto mettere ad alcun fondaco,  ma l'avea messo
    ad essere con altri gentili uomini al servigio del re di  Francia,  l
    dove egli assai di be'costumi e di buone cose aveva apprese.
    E quivi dimorando, avvenne che certi cavalieri, li quali tornati erano
    dal Sepolcro,  sopravvenendo ad un ragionamento di giovani,  nel quale
    Lodovico era,  e udendogli fra  s  ragionare  delle  belle  donne  di
    Francia  e  d'Inghilterra e d'altre parti del mondo,  cominci l'un di
    loro a dir che per certo di quanto mondo egli aveva cerco e di  quante
    donne  vedute  aveva  mai,  una  simigliante  alla  moglie d'Egano de'
    Galluzzi di Bologna,  madonna Beatrice chiamata,  veduta non  avea  di
    bellezza;  a che tutti i compagni suoi, che con lui insieme in Bologna
    l'avean veduta, s'accordarono.
    Le quali cose ascoltando Lodovico,  che d'alcuna ancora innamorato non
    s'era,  s'accese in tanto disidero di doverla vedere, che ad altro non
    poteva tenere il suo pensiere;  e del tutto disposto d'andare infino a
    Bologna a vederla, e quivi ancora dimorare, se ella gli piacesse, fece
    veduto al padre che al Sepolcro voleva andare;  il che con grandissima
    malagevolezza ottenne.
    Postosi adunque nome Anichino, a Bologna pervenne, e,  come la fortuna
    volle,  il  d  seguente vide questa donna ad una festa,  e troppo pi
    bella gli parve assai che stimato  non  avea;  per  che,  innamoratosi
    ardentissimamente  di  lei,  propose di mai di Bologna non partirsi se
    egli il suo amore non acquistasse.  E seco divisando che via dovesse a
    ci  tenere,  ogn'altro modo lasciando stare,  avvis che,  se divenir
    potesse famigliar del marito di lei,  il qual  molti  ne  teneva,  per
    avventura gli potrebbe venir fatto quel che egli disiderava.
    Venduti  adunque  i suoi cavalli,  e la sua famiglia acconcia in guisa
    che stava bene,  avendo lor comandato che sembiante facessero  di  non
    conoscerlo,   essendosi  accontato  con  l'oste  suo,  gli  disse  che
    volentier per servidore d'un signore da  bene,  se  alcun  ne  potesse
    trovare, starebbe. Al quale l'oste disse:
    -  Tu se'dirittamente famiglio da dovere esser caro ad un gentile uomo
    di questa terra che ha nome Egano, il quale molti ne tiene, e tutti li
    vuole appariscenti come tu se': io ne gli parler.
    E come disse cos fece;  e avanti che da Egano si partisse,  ebbe  con
    lui acconcio Anichino; il che quanto pi pot esser gli fu caro. E con
    Egano  dimorando  e  avendo copia di vedere assai spesso la sua donna,
    tanto bene e s a grado cominci a servire Egano,  che egli  gli  pose
    tanto amore,  che senza lui niuna cosa sapeva fare; e non solamente di
    s, ma di tutte le sue cose gli aveva commesso il governo.
    Avvenne un giorno che,  essendo andato Egano ad uccellare  e  Anichino
    rimaso  a  casa,  madonna Beatrice,  che dello amor di lui accorta non
    s'era ancora quantunque seco, lui e'suoi costumi guardando,  pi volte
    molto  commendato l'avesse e piacessele,  con lui si mise a giucare a'
    scacchi; e Anichino,  che di piacerle disiderava,  assai acconciamente
    faccendolo,  si lasciava vincere,  di che la donna faceva maravigliosa
    festa.  Ed essendosi da vedergli giucare tutte le femine  della  donna
    partite,  e  soli giucando lasciatigli,  Anichino gitt un grandissimo
    sospiro.
    La donna guardatolo disse:
    - Che avesti, Anichino? Duolti cos che io ti vinco?
    - Madonna,  - rispose Anichino - troppo maggior cosa che questa non  
    fu cagion del mio sospiro.
    Disse allora la donna:
    - Deh dilmi per quanto ben tu mi vuogli.
    Quando Anichino si sent scongiurare - per quanto ben tu mi vuogli - a
    colei la quale egli sopra ogn'altra cosa amava, egli ne mand fuori un
    troppo maggiore che non era stato il primo;  per che la donna ancor da
    capo il ripreg che gli piacesse di dirle qual fosse  la  cagione  de'
    suoi sospiri. Alla quale Anichino disse:
    - Madonna, io temo forte che egli non vi sia noia, se io il vi dico; e
    appresso dubito che voi ad altra persona nol ridiciate.
    A cui la donna disse:
    -  Per certo egli non mi sar grave,  e renditi sicuro di questo,  che
    cosa che tu mi dica,  se non quanto ti piaccia,  io non  dir  mai  ad
    altrui.
    Allora disse Anichino:
    -  Poi  che voi mi promettete cos,  e io il vi dir -;  e quasi colle
    lagrime in sugli occhi le disse chi egli era,  quel che di  lei  aveva
    udito e dove e come di lei s'era innamorato e come venuto e perch per
    servidor  del marito di lei postosi;  e appresso umilemente,  se esser
    potesse,  la preg che le dovesse piacere d'aver piet di  lui,  e  in
    questo suo segreto e s fervente disidero di compiacergli; e che, dove
    questo far non volesse,  che ella,  lasciandolo star nella forma nella
    qual si stava, fosse contenta che egli l'amasse.
    O singular dolcezza del sangue bolognese! Quanto se'tu stata sempre da
    commendare in cos fatti casi!  Mai n di lagrime n di  sospir  fosti
    vaga,  e  continuamente  a' prieghi pieghevole e agli amorosi disideri
    arrendevol fosti.  Se io avessi degne lode da commendarti,  mai  sazia
    non se ne vedrebbe la voce mia!
    La gentil donna,  parlando Anichino, il riguardava, e dando piena fede
    alle sue parole, con s fatta forza ricevette per li prieghi di lui il
    suo amore nella mente, che essa altress cominci a sospirare,  e dopo
    alcun sospiro rispose:
    -  Anichino  mio  dolce,  sta  di  buon cuore;  n doni n promesse n
    vagheggiare di gentile uomo n di signore n d'alcuno altro (ch  sono
    stata  e sono ancor vagheggiata da molti) mai pot muovere l'animo mio
    tanto che io alcuno n'amassi;  ma tu m'hai fatta in cos poco  spazio,
    come le tue parole durate sono,  troppo pi tua divenir che io non son
    mia. Io giudico che tu ottimamente abbi il mio amor guadagnato,  e per
    ci  io il ti dono,  e s ti prometto che io te ne far godente avanti
    che questa notte che viene tutta trapassi.  E acci che  questo  abbia
    effetto,  farai che in su la mezza notte tu venghi alla camera mia; io
    lascer l'uscio aperto;  tu sai da qual  parte  del  letto  io  dormo;
    verrai l, e, se io dormissi, tanto mi tocca che io mi svegli, e io ti
    consoler  di  cos lungo disio come avuto hai;  e acci che tu questo
    creda, io ti voglio dare un bacio per arra -;  e gittatogli il braccio
    in collo, amorosamente il baci, e Anichin lei.
    Queste cose dette,  Anichin, lasciata la donna, and a fare alcune sue
    bisogne,  aspettando con la maggior letizia del  mondo  che  la  notte
    sopravvenisse.  Egano torn da uccellare,  e come cenato ebbe, essendo
    stanco, s'and a dormire, e la donna appresso, e,  come promesso avea,
    lasci l'uscio della camera aperto.
    Al quale, all'ora che detta gli era stata, Anichin venne, e pianamente
    entrato  nella  camera e l'uscio riserrato dentro,  dal canto donde la
    donna dormiva se n'and,  e postale la mano  in  sul  petto,  lei  non
    dormente  trov;  la quale come sent Anichino esser venuto,  presa la
    sua mano con amendune le sue e tenendol forte, volgendosi per lo letto
    tanto fece che Egano che dormiva dest, al quale ella disse:
    - Io non ti volli iersera dir cosa niuna,  per ci che  tu  mi  parevi
    stanco; ma dimmi, se Dio ti salvi, Egano, quale hai tu per lo migliore
    famigliare e per lo pi leale e per colui che pi t'ami, di quegli che
    tu in casa hai?
    Rispose Egano:
    - Che  ci,  donna,  di che tu mi domandi? Nol conosci tu? Io non ho,
    n ebbi mai alcuno, di cui io tanto mi fidassi o fidi o ami,  quant'io
    mi fido e amo Anichino; ma perch me ne domandi tu?
    Anichino,  sentendo  desto  Egano e udendo di s ragionare,  aveva pi
    volte a s tirata la mano per andarsene, temendo forte non la donna il
    volesse ingannare;  ma ella l'aveva s tenuto e teneva,  che egli  non
    s'era potuto partire n poteva.
    La donna rispose ad Egano e disse:
    - Io il ti dir.  Io mi credeva che fosse ci che tu di'e che egli pi
    fede che alcuno altro ti portasse;  ma me ha egli  sgannata,  per  ci
    che,  quando tu andasti oggi ad uccellare,  egli rimase qui,  e quando
    tempo gli parve,  non si vergogn di richiedermi che  io  dovessi,  a'
    suoi  piaceri  acconsentirmi;  e  io,  acci  che  questa  cosa non mi
    bisognasse con troppe pruove mostrarti e per farlati toccare e vedere,
    risposi che io era contenta e che  stanotte,  passata  mezzanotte,  io
    andrei  nel giardino nostro e a pi del pino l'aspetterei.  Ora io per
    me non intendo d'andarvi; ma, se tu vuogli la fedelt del tuo famiglio
    cognoscere,  tu  puoi  leggiermente,   mettendoti  indosso  una  delle
    guarnacche  mie  e in capo un velo,  e andare laggiuso ad aspettare se
    egli vi verr, ch son certa del s.
    Egano udendo questo disse:
    - Per certo io il convengo vedere -; e levatosi,  come meglio seppe al
    buio,  si mise una guarnacca della donna e un velo in capo, e andossen
    nel giardino e a pi d'un pino cominci ad attendere Anichino.
    La donna, come sent lui levato e uscito della camera,  cos si lev e
    l'uscio di quella dentro serr.
    Anichino,  il quale la maggior paura che avesse mai avuta avea,  e che
    quanto potuto avea s'era sforzato d'uscire delle mani  della  donna  e
    centomila  volte  lei  e  il  suo  amore e s che fidato se n'era avea
    maladetto, sentendo ci che alla fine aveva fatto,  fu il pi contento
    uomo che fosse mai;  ed essendo la donna tornata nel letto,  come ella
    volle,  con lei si spogli,  e insieme presero piacere e gioia per  un
    buono spazio di tempo.
    Poi,  non  parendo alla donna che Anichino dovesse pi stare,  il fece
    levar suso e rivestire, e s gli disse:
    - Bocca mia dolce,  tu prenderai un buon  bastone  e  andra'  tene  al
    giardino,  e faccendo sembianti d'avermi richiesta per tentarmi,  come
    se io fossi dessa,  dirai villania ad Egano e  sonera'  mel  bene  col
    bastone,  per  ci  che  di  questo  ne seguir maraviglioso diletto e
    piacere.
    Anichino levatosi e nel giardino andatosene con un pezzo di saligastro
    in mano, come fu presso al pino e Egano il vide venire,  cos levatosi
    come con grandissima festa riceverlo volesse,  gli si faceva incontro.
    Al quale Anichin disse:
    - Ahi malvagia femina,  dunque ci se'venuta,  e  hai  creduto  che  io
    volessi o voglia al mio signor far questo fallo?  Tu sii la mal venuta
    per le mille volte! -; e alzato il bastone, lo incominci a sonare.
    Egano, udendo questo e veggendo il bastone,  senza dir parola cominci
    a fuggire, e Anichino appresso sempre dicendo:
    -  Via,  che  Dio  vi  metta  in malanno,  rea femina,  ch io il dir
    domatina ad Egano per certo.
    Egano avendone avute parecchie delle buone, come pi tosto pot, se ne
    torn alla camera;  il quale la donna  domand  se  Anichin  fosse  al
    giardin venuto. Egano disse:
    -  Cos  non fosse egli,  per ci che,  credendo esso che io fossi te,
    m'ha con un bastone tutto rotto, e dettami la maggior villania che mai
    si dicesse a niuna cattiva femina;  e per  certo  io  mi  maravigliava
    forte  di  lui  che  egli  con animo di far cosa che mi fosse vergogna
    t'avesse quelle parole dette; ma, per ci che cos lieta e festante ti
    vede, ti volle provare.
    Allora disse la donna:
    - Lodato sia Iddio,  che egli ha me provata con parole e te con fatti,
    e  credo  che  egli  possa  dire  che io comporti con pi pazienzia le
    parole che tu i fatti non fai.  Ma poi che tanta  fede  ti  porta,  si
    vuole aver caro e fargli onore.
    Egano disse:
    - Per certo tu di'il vero.
    E, da questo prendendo argomento, era in oppinione d'avere la pi leal
    donna e il pi fedel servidore che mai avesse alcun gentile uomo.  Per
    la qual cosa,  come che poi pi volte con Anichino ed egli e la  donna
    ridesser  di questo fatto,  Anichino e la donna ebbero assai pi agio,
    di quello per avventura che avuto non avrebbono,  a far di quello  che
    loro  era diletto e piacere,  mentre ad Anichin piacque di dimorar con
    Egano in Bologna.















    Giornata settima - Novella ottava.

    Un diviene geloso della moglie,  ed ella,  legandosi uno spago al dito
    la notte,  sente il suo amante venire a lei. Il marito se n'accorge, e
    mentre seguita l'amante,  la donna mette in  luogo  di  s  nel  letto
    un'altra femina,  la quale il marito batte e tagliale le trecce, e poi
    va per li fratelli di lei, li quali, trovando ci non esser vero,  gli
    dicono villania.

    Stranamente  pareva a tutti madonna Beatrice essere stata maliziosa in
    beffare il suo marito,  e ciascuno affermava dovere  essere  stata  la
    paura d'Anichino grandissima,  quando, tenuto forte dalla donna, l'ud
    dire che egli d'amore l'aveva richesta; ma poi che il re vide Filomena
    tacersi, verso Neifile voltosi, disse:
    - Dite voi.
    La qual, sorridendo prima un poco, cominci.
    Belle donne,  gran peso mi resta se io vorr  con  una  bella  novella
    contentarvi,  come  quelle che davanti hanno detto contentate v'hanno;
    del quale con l'aiuto di Dio io spero assai bene scaricarmi.
    Dovete dunque sapere che nella nostra  citt  fu  gi  un  ricchissimo
    mercatante chiamato Arriguccio Berlinghieri, il quale scioccamente, s
    come  ancora  oggi  fanno  tutto  'l  d  i mercatanti pens di volere
    ingentilire per moglie,  e prese una giovane gentil donna male  a  lui
    convenientesi,  il cui nome fu monna Sismonda.  La quale,  per ci che
    egli, s come i mercatanti fanno, andava molto dattorno e poco con lei
    dimorava,   s'innamor  d'un  giovane  chiamato  Ruberto,   il   quale
    lungamente vagheggiata l'avea.
    E  avendo  presa  sua  dimestichezza  e quella forse men discretamente
    usando, per ci che sommamente le dilettava,  avvenne o che Arriguccio
    alcuna cosa ne sentisse,  o come che s'andasse, egli ne divent il pi
    geloso uom del mondo,  e lascionne stare l'andar dattorno e ogni altro
    suo  fatto,  e quasi tutta la sua sollicitudine aveva posta in guardar
    ben costei;  n mai addormentato si sarebbe,  se lei primieramente non
    avesse  sentita  entrar  nel letto;  per la qual cosa la donna sentiva
    gravissimo dolore,  per ci che in guisa niuna col suo  Ruberto  esser
    poteva.
    Or  pure,  avendo  molti  pensieri  avuti  a  dover trovare alcun modo
    d'esser con essolui,  e molto ancora da lui essendone sollicitata,  le
    venne pensato di tenere questa maniera: che, con ci fosse cosa che la
    sua  camera  fosse lungo la via,  ed ella si fosse molte volte accorta
    che  Arriguccio  assai  ad  addormentarsi  penasse,   ma  poi  dormiva
    saldissimo,  avvis  di  dover far venire Ruberto in su la mezza notte
    all'uscio della casa sua e d'andargli ad aprire e  a  starsi  alquanto
    con  essolui  mentre  il  marito  dormiva forte.  E a fare che ella il
    sentisse  quando  venuto  fosse,  in  guisa  che  persona  non  se  ne
    accorgesse, divis di mandare uno spaghetto fuori della finestra della
    camera,  il  quale con l'un de' capi vicino alla terra aggiugnesse,  e
    l'altro capo mandatol basso infin sopra 'l  palco  e  conducendolo  al
    letto  suo,  quello  sotto  i  panni mettere,  e quando essa nel letto
    fosse, legarlosi al dito grosso del piede.
    E appresso,  mandato questo a dire a Ruberto,  gl'impose  che,  quando
    venisse,  dovesse lo spago tirare,  ed ella, se il marito dormisse, il
    lascerebbe andare e andrebbegli ad aprire; e s'egli non dormisse, ella
    il terrebbe fermo e tirerebbelo a s,  acci che egli non  aspettasse:
    la  qual  cosa piacque a Ruberto,  e assai volte andatovi,  alcuna gli
    venne fatto d'esser con lei, e alcuna no.
    Ultimamente, continuando costoro questo artificio cos fatto,  avvenne
    una notte che,  dormendo la donna e Arriguccio stendendo il pi per lo
    letto,  gli venne questo spago trovato;  per che,  postavi la  mano  e
    trovatolo  al dito della donna legato,  disse seco stesso: - Per certo
    questo dee essere qualche inganno -.  E avvedutosi poi  che  lo  spago
    usciva fuori per la finestra,  l'ebbe per fermo;  per che,  pianamente
    tagliatolo dal dito della donna, al suo il leg,  e stette attento per
    vedere quel che questo volesse dire.
    N stette guari che Ruberto venne,  e tirato lo spago, come usato era,
    Arriguccio si sent,  e non avendoselo ben saputo  legare,  e  Ruberto
    avendo  tirato  forte ed essendogli lo spago in man venuto,  intese di
    doversi aspettare, e cos fece.
    Arriguccio,  levatosi prestamente e prese sue armi,  corse  all'uscio,
    per  dover  vedere  chi  fosse  costui,  e  per  fargli male.  Ora era
    Arriguccio, con tutto che fosse mercatante,  un fiero e un forte uomo;
    e  giunto  all'uscio  e  non  aprendolo  soavemente come soleva far la
    donna,  e Ruberto che aspettava sentendolo,  s'avvis esser quello che
    era,  cio  che  colui  che  l'uscio apriva fosse Arriguccio;  per che
    prestamente cominci a fuggire, e Arriguccio a seguitarlo.
    Ultimamente, avendo Ruberto un gran pezzo fuggito e colui non cessando
    di seguitarlo, essendo altress Ruberto armato,  tir fuori la spada e
    rivolsesi,  e  incominciarono  l'uno  a  volere  offendere e l'altro a
    difendersi.
    La donna,  come Arriguccio apr la  camera,  svegliatasi  e  trovatosi
    tagliato lo spago dal dito,  incontanente s'accorse che 'l suo inganno
    era scoperto;  e sentendo Arriguccio esser  corso  dietro  a  Ruberto,
    prestamente  levatasi,  avvisandosi  ci  che  doveva potere avvenire,
    chiam la fante sua,  la quale ogni cosa sapeva,  e tanto la  predic,
    che ella in persona di s nel suo letto la mise, pregandola che, senza
    farsi conoscere,  quel le busse pazientemente ricevesse che Arriguccio
    le desse, per ci che ella ne le renderebbe s fatto merito,  che ella
    non  avrebbe cagione donde dolersi.  E spento il lume che nella camera
    ardeva,  di quella s'usc,  e nascosa in una parte della casa cominci
    ad aspettare quello che dovesse avvenire.
    Essendo  tra  Arriguccio e Ruberto la zuffa,  i vicini della contrada,
    sentendola e levatisi, cominciarono loro a dir male; e Arriguccio, per
    tema di non esser conosciuto,  senza aver potuto sapere chi il giovane
    si  fosse  o  d'alcuna  cosa  offenderlo,  adirato  e  di mal talento,
    lasciatolo stare,  se ne torn verso la casa sua;  e  pervenuto  nella
    camera adiratamente cominci a dire:
    -  Ove  se'tu,  rea  femina?  Tu  hai  spento il lume perch io non ti
    truovi, ma tu l'hai fallita.
    E andatosene al letto, credendosi la moglie pigliare,  prese la fante,
    e  quanto egli pot menare le mani e'piedi,  tante pugna e tanti calci
    le diede,  che tutto il viso l'ammacc;  e  ultimamente  le  tagli  i
    capegli, sempre dicendole la maggior villania che mai a cattiva femina
    si dicesse.
    La  fante  piagneva forte,  come colei che aveva di che;  e ancora che
    ella alcuna volta dicesse: - Ohim, merc per Dio; oh, non pi -;  era
    s la voce dal pianto rotta, e Arriguccio impedito dal suo furore, che
    discerner  non  poteva  pi  quella  esser d'un'altra femina che della
    moglie
    Battutala adunque di  santa  ragione  e  tagliatile  i  capegli,  come
    dicemmo, disse:
    - Malvagia femina,  io non intendo di toccarti altramenti, ma io andr
    per li tuoi fratelli e dir loro le tue buone opere;  e  appresso  che
    essi  vengan  per te e faccianne quello che essi credono che loro onor
    sia, e menintene; ch per certo in questa casa non starai tu mai pi.
    E cos detto, uscito della camera,  la serr di fuori e and tutto sol
    via.
    Come monna Sismonda, che ogni cosa udita aveva, sent il marito essere
    andato via,  cos,  aperta la camera e racceso il lume, trov la fante
    sua tutta pesta che piagneva forte;  la quale,  come pot  il  meglio,
    racconsol,  e  nella  camera  di  lei la rimise,  dove poi chetamente
    fattala servire e governare,  s di quello  d'Arriguccio  medesimo  la
    sovvenne che ella si chiam per contenta.
    E  come  la  fante nella sua camera rimessa ebbe,  cos prestamente il
    letto della sua rifece,  e quella tutta racconci e rimise in  ordine,
    come  se  quella  notte niuna persona giaciuta vi fosse,  e raccese la
    lampana e s rivest e racconci, come se ancora al letto non si fosse
    andata;  e accesa una lucerna e presi suoi panni,  in capo della scala
    si  pose a sedere,  e cominci a cucire e ad aspettare quello a che il
    fatto dovesse riuscire.
    Arriguccio, uscito di casa sua, quanto pi tosto pot n'and alla casa
    de' fratelli della moglie,  e quivi tanto picchi  che  fu  sentito  e
    fugli  aperto.  Li fratelli della donna,  che eran tre,  e la madre di
    lei, sentendo che Arriguccio era, tutti si levarono, e fatto accendere
    de' lumi vennero a lui e domandaronlo quello che egli a quella  ora  e
    cos solo andasse cercando.
    A'  quali  Arriguccio,  cominciandosi  dallo  spago  che trovato aveva
    legato al dito del pi di monna Sismonda, infino all'ultimo di ci che
    trovato e fatto avea, narr loro; e per fare loro intera testimonianza
    di ci che fatto avesse,  i capelli  che  alla  moglie  tagliati  aver
    credeva lor pose in mano,  aggiugnendo che per lei venissero e quel ne
    facessero che essi credessero che al loro onore appartenesse,  per ci
    che egli non intendeva di mai pi in casa tenerla.
    I fratelli della donna, crucciati forte di ci che udito avevano e per
    fermo  tenendolo,  contro a lei inanimati,  fatti accender de' torchi,
    con intenzione di farle un mal giuoco, con Arriguccio si misero in via
    e andaronne a casa sua.  Il che veggendo la madre di  loro,  piagnendo
    gl'incominci  a  seguitare,  or  l'uno  e or l'altro pregando che non
    dovessero queste cose cos subitamente credere,  senza vederne altro o
    saperne;  per  ci  che  il  marito  poteva  per  altra  cagione esser
    crucciato con lei e averle fatto male, e ora apporle questo per iscusa
    di s;  dicendo ancora che ella si maravigliava forte come ci potesse
    essere avvenuto,  per ci che ella conosceva ben la sua figliuola,  s
    come colei che infino da piccolina l'aveva  allevata;  e  molte  altre
    parole simiglianti.
    Pervenuti adunque a casa d'Arriguccio ed entrati dentro,  cominciarono
    a salir le scale. Li quali monna Sismonda sentendo venire, disse:
    - Chi  l?
    Alla quale l'un de' fratelli rispose:
    - Tu il saprai bene, rea femina, chi .
    Disse allora monna Sismonda:
    - Ora che vorr dir questo?  Domine,  aiutaci.  - E  levatasi  in  pi
    disse:
    -  Fratelli  miei,  voi  siate i benvenuti;  che andate voi cercando a
    questa ora quincentro tutti e tre?
    Costoro,  avendola veduta a sedere e cucire e senza alcuna  vista  nel
    viso  d'essere  stata  battuta,  dove Arriguccio aveva detto che tutta
    l'aveva  pesta,  alquanto  nella  prima  giunta  si  maravigliarono  e
    rifrenarono  l'impeto della loro ira,  e domandaronla come stato fosse
    quello di che Arriguccio di lei si doleva, minacciandola forte se ogni
    cosa non dicesse loro.
    La donna disse:
    - Io non so ci che io mi vi debba dire, n di che Arriguccio di me vi
    si debba esser doluto.
    Arriguccio,  vedendola,  la guatava come smemorato,  ricordandosi  che
    egli  l'aveva dati forse mille punzoni per lo viso e graffiatogliele e
    fattole tutti i mali del mondo,  e ora la vedeva come se di ci niente
    fosse stato.
    In brieve i fratelli le dissero ci che Arriguccio loro aveva detto, e
    dello spago e delle battiture e di tutto.
    La donna, rivolta ad Arriguccio, disse:
    - Ohim,  marito mio, che  quel ch'io odo? Perch fai tu tener me rea
    femina con tua gran vergogna,  dove io non sono,  e te malvagio uomo e
    crudele  di quello che tu non se'?  E quando fost questa notte pi in
    questa casa, non che con meco? O quando mi battesti tu?  Io per me non
    me ne ricordo.
    Arriguccio cominci a dire:
    - Come,  rea femina,  non ci andammo noi iersera al letto insieme? Non
    ci tornai io,  avendo corso dietro all'amante tuo?  Non ti diedi io di
    molte busse, e taglia' ti i capegli?
    La donna rispose:
    -  In  questa  casa non ti coricasti tu iersera.  Ma lasciamo stare di
    questo,  ch non ne posso altra testimonianza fare  che  le  mie  vere
    parole,  e veniamo a quello che tu di',  che mi battesti e tagliasti i
    capegli.  Me non battest mai,  e quanti n'ha qui  e  tu  altress  mi
    ponete  mente se io ho segno alcuno per tutta la persona di battitura;
    n ti consiglierei che tu fossi tanto ardito che tu  mano  addosso  mi
    ponessi, ch, alla croce di Dio, io ti sviserei. N i capegli altress
    mi  tagliasti,  che io sentissi o vedessi;  ma forse il facesti che io
    non me n'avvidi: lasciami vedere se io gli ho tagliati o no.
    E, levatisi suoi veli di testa,  mostr che tagliati non gli avea,  ma
    interi.
    Le  quali cose e vedendo e udendo i fratelli e la madre,  cominciarono
    verso d'Arriguccio a dire:
    - Che vuoi tu dire,  Arriguccio?  Questo non  gi quello  che  tu  ne
    venisti a dire che avevi fatto; e non sappiam noi come tu ti proverrai
    il rimanente.
    Arriguccio stava come trasognato e voleva pur dire;  ma,  veggendo che
    quello ch'egli credea poter mostrare non era cos,  non s'attentava di
    dir nulla.
    La donna, rivolta verso i fratelli, disse:
    -  Fratei  miei,  io  veggio  che egli  andato cercando che io faccia
    quello che io non volli mai fare,  cio ch'io vi racconti le miserie e
    le cattivit sue,  e io il far.  Io credo fermamente che ci che egli
    v'ha detto gli sia intervenuto e abbial fatto; e udite come.
    Questo valente uomo,  al qual voi nella mia mala  ora  per  moglie  mi
    deste,  che  si  chiama  mercatante  e  che  vuole esser creduto e che
    dovrebbe esser pi temperato che uno religioso e pi  onesto  che  una
    donzella,  son  poche  sere  che  egli  non si vada inebbriando per le
    taverne,  e or con questa cattiva femina e or con quella rimescolando;
    e  a  me  si  fa  infino  a  mezza  notte  e  talora infino a matutino
    aspettare, nella maniera che mi trovaste. Son certa che,  essendo bene
    ebbro,  si  mise  a giacere con alcuna sua trista,  e a lei destandosi
    trov lo spago al piede e poi fece tutte  quelle  sue  gagliardie  che
    egli dice, e ultimamente torn a lei e battella e tagliolle i capegli;
    e non essendo ancora ben tornato in s,  si credette,  e son certa che
    egli crede ancora,  queste cose aver fatte a me;  e se voi il  porrete
    ben mente nel viso,  egli  ancora mezzo ebbro.  Ma tuttavia,  che che
    egli s'abbia di me detto,  io non voglio che voi il vi rechiate se non
    come da uno ubriaco; e poscia che io gli perdono io, gli perdonate voi
    altress.
    La madre di lei, udendo queste cose, cominci a fare romore e a dire:
    - Alla croce di Dio, figliuola mia, cotesto non si votrebbe fare; anzi
    si vorrebbe uccidere questo can fastidioso e sconoscente, ch egli non
    ne fu degno d'avere una figliuola fatta come se'tu.  Frate, bene sta!;
    Basterebbe se egli t'avesse ricolta del fango.  Col malanno possa egli
    essere  oggimai,  se  tu  dei  stare  al  fracidume delle parole di un
    mercantuzzo di feccia d'asino,  che venutici di contado e usciti delle
    troiate,  vestiti  di  romagnuolo,  con  le calze a campanile e con ]a
    penna in culo,  come egli hanno tre soldi,  vogliono le figliuole  de'
    gentili uomini e delle buone donne per moglie,  e fanno arme e dicono:
    -I' son de' cotali - e - quei di casa mia fecer  cos.  -  Ben  vorrei
    che'miei figliuoli n'avesser seguito il mio consiglio, ch ti potevano
    cos  orrevolmente  acconciare  in  casa i conti Guidi con un pezzo di
    pane,  ed essi vollon pur darti a questa bella  gioia,  che,  dove  tu
    se'la  miglior  figliuola  di  Firenze  e la pi onesta,  egli non s'
    vergognato di mezza notte di dir che tu sii puttana,  quasi noi non ti
    conoscessimo;  ma,  alla f di Dio,  se me ne fosse creduto, se ne gli
    darebbe s fatta gastigatoia che gli putirebbe.
    E, rivolta a' figliuoli, disse:
    - Figliuoli miei,  io il vi dicea bene che questo  non  doveva  potere
    essere.  Avete  voi  udito  come  il  buono  vostro  cognato tratta la
    sirocchia vostra? Mercatantuolo di quattro denari che egli ! Ch,  se
    io  fossi come voi,  avendo detto quello che egli ha di lei e faccendo
    quello che egli fa,  io non mi terrei mai n contenta n appagata,  se
    io nollo levassi di terra;  e se io fossi uomo come io son femina,  io
    non vorrei che altri ch'io se ne 'mpacciasse.  Domine,  fallo  tristo:
    ubriaco doloroso che non si vergogna!
    I giovani,  vedute e udite queste cose,  rivoltisi ad Arriguccio,  gli
    dissero la maggior villania che mai a niun cattivo uom si  dicesse;  e
    ultimamente dissero:
    - Noi ti perdoniam questa si come ad ebbro;  ma guarda che per la vita
    tua da quinci innanzi simili novelle noi non  sentiamo  pi,  ch  per
    certo,  se  pi  nulla  ce ne viene agli orecchi,  noi ti pagheremo di
    questa e di quella -; e cos detto, se n'andarono.
    Arriguccio,  rimaso come uno smemorato,  seco stesso non sappiendo  se
    quello che fatto avea era stato vero o s'egli aveva sognato, senza pi
    farne parola,  lasci la moglie in pace.  La qual, non solamente colla
    sua sagacit fugg il pericol sopra stante ma s'aperse la via a  poter
    fare nel tempo avvenire ogni suo piacere,  senza paura alcuna pi aver
    del marito.
















    Giornata settima - Novella nona.

    Lidia moglie di Nicostrato ama Pirro,  il quale,  acci che credere il
    possa,  le  chiede  tre  cose,  le quali ella gli fa tutte;  e oltre a
    questo in presenza di Nicostrato si sollazza con lui,  e a  Nicostrato
    fa credere che non sia vero quello che ha veduto.

    Tanto  era  piaciuta  la  novella  di Neifile,  che n di ridere n di
    ragionar di quella si potevano le donne tenere,  quantunque il re  pi
    volte silenzio loro avesse imposto,  avendo comandato a Panfilo che la
    sua dicesse. Ma pur, poi che tacquero, cos Panfilo incominci.
    Io non credo,  reverende donne,  che niuna cosa  sia,  quantunque  sia
    grave e dubbiosa, che a far non ardisca chi ferventemente ama. La qual
    cosa quantunque in assai novelle sia stato dimostrato, nondimeno io il
    mi credo molto pi,  con una che dirvi intendo, mostrare, dove udirete
    d'una donna,  alla qua le nelle sue opere fu troppo pi favorevole  la
    fortuna, che la ragione avveduta; e per ci non consiglierei io alcuna
    che dietro alle pedate di colei,  di cui dire intendo,  s'arrischiasse
    d'andare, per ci che non sempre  la fortuna in un modo disposta,  n
    sono al mondo tutti gli uomini abbagliati igualmente.
    In  Argo,  antichissima citt di Grecia,  per li suoi passati re molto
    pi famosa che grande,  fu gi uno nobile uomo,  il quale appellato fu
    Nicostrato, a cui gi vicino alla vecchiezza la fortuna concedette per
    moglie  una  gran  donna,  non  meno ardita che bella,  detta per nome
    Lidia.
    Teneva costui,  s come nobile uomo e ricco,  molta famiglia e cani  e
    uccelli,  e  grandissimo diletto prendea nelle cacce;  e aveva tra gli
    altri suoi famigliari un giovinetto leggiadro e adorno e  bello  della
    persona e destro a qualunque cosa avesse voluta fare,  chiamato Pirro;
    il quale Nicostrato oltre ad ogni altro amava e pi di lui si fidava.
    Di costui Lidia s'innamor forte,  tanto che n d n notte  in  altra
    parte  che  con  lui aver poteva il pensiere;  del quale amore,  o che
    Pirro non s'avvedesse o non volesse, niente mostrava se ne curasse, di
    che la donna intollerabile noia portava  nell'animo.  E  disposta  del
    tutto  di  fargliele  sentire,  chiam  a  s una sua cameriera nomata
    Lusca, della quale ella si confidava molto, e s le disse:
    - Lusca,  li benefici li quali tu hai da me ricevuti ti debbono fare a
    me obediente e fedele;  e per ci guarda che quello che io al presente
    ti dir niuna persona senta giammai se non colui al quale da me ti fia
    imposto. Come tu vedi, Lusca, io son giovane e fresca donna, e piena e
    copiosa di tutte quelle cose che alcuna pu disiderare; e brievemente,
    fuor che d'una, non mi posso rammaricare,  e questa  che gli anni del
    mio  marito son troppi,  se co' miei si misurano,  per la qual cosa di
    quello che  le  giovani  donne  prendono  pi  piacere  io  vivo  poco
    contenta;  e  pur  come  l'altre  disiderandolo,   buona pezza che io
    diliberai meco di non volere,  se la fortuna m' stata poco  amica  in
    darmi  cos  vecchio  marito,  essere  io nimica di me medesima in non
    saper trovar modo a' miei diletti e alla mia  salute;  e  per  avergli
    cos compiuti in questo come nell'altre cose,  ho per partito preso di
    volere, s come di ci pi degno che alcun altro,  che il nostro Pirro
    co' suoi abbracciamenti gli supplisca,  e ho tanto amore in lui posto,
    che io non sento mai bene se non tanto quanto io il veggio  o  di  lui
    penso;  e se io senza indugio non mi ritruovo seco, per certo io me ne
    credo morire.  E per ci,  se la mia vita t' cara,  per quel modo che
    miglior ti parr,  il mio amore gli significherai e s 'l pregherai da
    mia parte che gli piaccia di venire a me quando tu per lui andrai.
    La cameriera disse di farlo volentieri;  e come prima tempo e luogo le
    parve,  tratto Pirro da parte, quanto seppe il meglio l'ambasciata gli
    fece della sua donna. La qual cosa udendo Pirro,  si maravigli forte,
    s  come colui che mai d'alcuna cosa avveduto non s'era,  e dubit non
    la donna ci facesse dirgli per tentarlo; per che subito e ruvidamente
    rispose:
    - Lusca,  io non posso credere che queste  parole  vengano  dalla  mia
    donna, e per ci guarda quel che tu parli; e se pure da lei venissero,
    non  credo che con l'animo dir te le faccia;  e se pur con l'animo dir
    le facesse,  il mio signore mi fa pi onore che io non vaglio;  io non
    farei  a lui s fatto oltraggio per la vita mia;  e per guarda che tu
    pi di s fatte cose non mi ragioni.
    La Lusca, non sbigottita per lo suo rigido parlare, gli disse:
    - Pirro,  e di queste e d'ogn'altra cosa che la mia donna m'imporr ti
    parler io quante volte ella il mi comander, o piacere o noia ch'egli
    ti debbia essere; ma tu se' una bestia.
    E  turbatetta con le parole di Pirro se ne torn alla donna,  la quale
    udendole  disider  di  morire,  e  dopo  alcun  giorno  riparl  alla
    cameriera e disse:
    - Lusca,  tu sai che per lo primo colpo non cade la quercia; per che a
    me pare che tu  da  capo  ritorni  a  colui  che  in  mio  pregiudicio
    nuovamente  vuol divenir leale,  e,  prendendo tempo convenevole,  gli
    mostra interamente il mio ardore e in tutto t'ingegna di  far  che  la
    cosa abbia effetto;  per che,  se cos s'intralasciasse, io ne morrei
    ed egli si  crederebbe  esser  stato  tentato;  e  dove  il  suo  amor
    cerchiamo, ne seguirebbe odio.
    La cameriera confort la donna,  e cercato di Pirro,  il trov lieto e
    ben disposto, e s gli disse:
    - Pirro, io ti mostrai, pochi d sono,  in quanto fuoco la tua donna e
    mia stea per l'amor che ella ti porta, e ora da capo te ne rif certo,
    che,  dove tu in su la durezza che l'altrieri dimostrasti dimori, vivi
    sicuro che ella viver poco;  per che io ti priego che ti  piaccia  di
    consolarla del suo disiderio;  e dove tu pure in su la tua ostinazione
    stessi duro,  l dove io per molto savio t'aveva,  io t'avr  per  uno
    scioccone.  Che  gloria  ti pu egli esser maggiore che una cos fatta
    donna, cos bella, cos gentile e cos ricca, te sopra ogni altra cosa
    ami?  Appresso  questo,   quanto  ti  puo'tu  conoscere  alla  fortuna
    obligato,  pensando che ella t'abbia parata dinanzi cos fatta cosa, e
    a' disideri della tua giovinezza atta,  e ancora un cos fatto rifugio
    a'  tuoi  bisogni!  Qual  tuo  pari  conosci tu che per via di diletto
    meglio stea che starai tu, se tu sarai savio?  Quale altro troverai tu
    che  in  arme,  in  cavalli,  in  robe  e in denari possa star come tu
    starai, volendo il tuo amor concedere a costei?
    Apri adunque l'animo alle mie parole e in te ritorna;  e ricordati che
    una  volta  senza  pi  suole  avvenire  che  la  Fortuna si fa altrui
    incontro col viso lieto e col grembo aperto;  la quale chi allora  non
    sa ricevere, poi, trovandosi povero e mendico, di s e non di lei s'ha
    a  rammaricare.  E  oltre  a  questo  non  si  vuol quella lealt tra'
    servidori usare e'signori, che tra gli amici e pari si conviene;  anzi
    gli deono cos i servidori trattare, in quel che possono, come essi da
    loro  trattati sono.  Speri tu,  se tu avessi o bella moglie o madre o
    figliuola o sorella che a Nicostrato piacesse,  che  egli  andasse  la
    lealt  ritrovando  che tu servar vuoi a lui della sua donna?  Sciocco
    se' se tu 'l credi: abbi  di  certo,  se  le  lusinghe  e'prieghi  non
    bastassono,  che  che  ne dovesse a te parere,  e'vi si adoperrebbe la
    forza.  Trattiamo adunque loro e le lor cose come essi noi e le nostre
    trattano.  Usa  il beneficio della Fortuna;  non la cacciare,  falleti
    incontro e lei vegnente ricevi, ch per certo, se tu nol fai, lasciamo
    stare la morte la quale senza fallo alla tua donna ne seguir,  ma  tu
    ancora te ne penterai tante volte che tu ne vorrai morire.
    Pirro,  il  qual pi fiate sopra le parole che la Lusca dette gli avea
    avea ripensato,  per partito  avea  preso  che,  se  ella  pi  a  lui
    ritornasse,  di  fare  altra risposta e del tutto recarsi a compiacere
    alla donna,  dove certificar si potesse che tentato non fosse;  e  per
    ci rispose:
    - Vedi,  Lusca,  tutte le cose che tu mi di'io le conosco vere,  ma io
    conosco d'altra parte il mio signore molto savio e molto  avveduto,  e
    ponendomi  tutti  i  suoi  fatti in mano,  io temo forte che Lidia con
    consiglio e voler di lui questo non faccia per dovermi tentare;  e per
    ci,  dove tre cose ch'io domander voglia fare a chiarezza di me, per
    certo niuna cosa mi comander poi che io  prestamente  non  faccia.  E
    quelle  tre  cose  che  io  voglio  son  queste:  primieramente che in
    presenzia di Nicostrato ella uccida il suo buono  sparviere;  appresso
    ch'ella  mi  mandi  una  ciocchetta  della  barba  di  Nicostrato;   e
    ultimamente un dente di quegli di lui medesimo de' migliori.
    Queste cose parvono alla Lusca gravi e alla donna gravissime;  ma pure
    Amore,  (che  buono confortatore e gran maestro di consigli,  le fece
    diliberar di farlo,  e per la sua  cameriera  gli  mand  dicendo  che
    quello  che egli aveva addimandato pienamente fornirebbe,  e tosto;  e
    oltre a ci,  per ci che egli cos savio reputava  Nicostrato,  disse
    che  in  presenzia  di  lui  con Pirro si sollazzerebbe e a Nicostrato
    farebbe credere che ci non fosse vero.
    Pirro adunque cominci ad aspettare quello che far dovesse  la  gentil
    donna;  la  quale,  avendo  ivi  a  pochi  d  Nicostrato dato un gran
    desinare, s come usava spesse volte di fare,  a certi gentili uomini,
    ed essendo gi levate le tavole, vestita d'uno sciamito verde e ornata
    molto,  e  uscita della sua camera,  in quella sala venne dove costoro
    erano, e veggente Pirro e ciascuno altro,  se n'and alla stanga sopra
    la  quale  lo  sparviere  era  cotanto  da  Nicostrato tenuto caro,  e
    scioltolo, quasi in mano sel volesse levare, e presolo per li geti, al
    muro il percosse e ucciselo.
    E gridando verso lei Nicostrato: - Ohim, donna,  che hai tu fatto?  -
    niente a lui rispose; ma, rivolta a' gentili uomini che con lui avevan
    mangiato,  disse:  -  Signori,  mal  prenderei vendetta d'un re che mi
    facesse dispetto, se d'uno sparvier non avessi ardir di pigliarla. Voi
    dovete sapere che questo  uccello  tutto  il  tempo  da  dover  essere
    prestato dagli uomini al piacer delle donne lungamente m'ha tolto; per
    ci che,  s come l'aurora suole apparire, cos Nicostrato s' levato,
    e salito a cavallo col suo sparviere in mano n' andato  alle  pianure
    aperte a vederlo volare; e io, qual voi mi vedete, sola e mal contenta
    nel  letto mi sono rimasa;  per la qual cosa ho pi volte avuta voglia
    di far ci che io ho ora fatto,  n altra cagione m'ha di ci ritenuta
    se  non  l'aspettar  di farlo in presenzia d'uomini che giusti giudici
    sieno alla mia querela, s come io credo che voi sarete.
    I gentili uomini che l'udivano, credendo non altramente esser fatta la
    sua affezione a Nicostrato che sonasser le parole,  ridendo ciascuno e
    verso Nicostrato rivolti che turbato era cominciarono a dire:
    -  Deh!  come la donna ha ben fatto a vendicare la sua ingiuria con la
    morte dello sparviere! - e con diversi motti sopra cos fatta materia,
    essendosi gi la donna in  camera  ritornata,  in  riso  rivolsero  il
    cruccio di Nicostrato.
    Pirro, veduto questo, seco medesimo disse: - Alti principii ha dati la
    donna a' miei felici amori; faccia Iddio che ella perseveri -.
    Ucciso adunque da Lidia lo sparviere,  non trapassar molti giorni che,
    essendo ella nella sua  camera  insieme  con  Nicostrato,  faccendogli
    carezze,  con lui cominci a cianciare,  ed egli per sollazzo alquanto
    tiratala per li capelli,  le di cagione  di  mandare  ad  effetto  la
    seconda  cosa  a  lei  domandata  da  Pirro;  e prestamente lui per un
    picciolo lucignoletto preso della sua barba e  ridendo,  s  forte  il
    tir che tutto del mento gliele divelse.
    Di che ramaricandosi Nicostrato, ella disse:
    -  Or che avesti,  che fai cotal viso per ci che io t'ho tratti forse
    sei peli della barba?  Tu non sentivi quel ch'io,  quando tu mi tiravi
    testeso i capelli.
    E cos d'una parola in una altra continuando il lor sollazzo, la donna
    cautamente  guard la ciocca della barba che tratta gli avea,  e il d
    medesimo la mand al suo caro amante.
    Della terza cosa entr la donna in  pi  pensiero;  ma  pur,  s  come
    quella che era d'alto ingegno e Amor la faceva vie pi, s'ebbe pensato
    che modo tener dovesse a darle compimento.
    E  avendo Nicostrato due fanciulli datigli da' padri loro acci che in
    casa sua, per ci che gentili uomini erano, apparassono alcun costume,
    dei quali,  quando Nicostrato mangiava,  l'uno gli tagliava innanzi  e
    l'altro gli dava bere, fattigli chiamare amenduni, fece lor vedere che
    la   bocca   putiva  loro  e  ammaestrogli  che  quando  a  Nicostrato
    servissono, tirassono il capo indietro il pi che potessono, n questo
    mai dicessero a persona.
    I giovanetti, credendole,  cominciarono a tenere quella maniera che la
    donna aveva lor mostrata. Per che ella una volta domand Nicostrato:
    -  Se'ti  tu  accorto  di  ci  che  questi  fanciulli fanno quando ti
    servono?
    Disse Nicostrato:
    - Mai s, anzi gli ho io voluti domandare perch il facciano.
    A cui la donna disse:
    - Non fare,  ch io il ti so dire io,  e holti buona pezza taciuto per
    non  fartene  noia;  ma  ora  che  io  m'accorgo che altri comincia ad
    avvedersene, non  pi da celarloti.  Questo non ti avviene per altro,
    se  non  che  la  bocca  ti  pute fieramente,  e non so qual si sia la
    cagione,  per ci che ci non soleva essere;  e questa    bruttissima
    cosa,  avendo  tu  ad usare con gentili uomini;  e per ci si vorrebbe
    veder modo di curarla.
    Disse allora Nicostrato:
    - Che potrebbe ci essere? Avrei io in bocca dente niun guasto?
    A cui Lidia disse:
    - Forse che s -;  e menatolo ad una  finestra,  gli  fece  aprire  la
    bocca, e poscia che ella ebbe d'una patte e d'altra riguardato, disse:
    - O Nicostrato,  e come il puoi tu tanto aver patito?  Tu n'hai uno da
    questa parte,  il quale,  per  quel  che  mi  paia,  non  solamente  
    magagnato,  ma  egli   tutto fracido,  e fermamente,  se tu il terrai
    guari in bocca,  egli guaster quegli che son da lato;  per che io  ti
    consiglierei che tu nel cacciassi fuori, prima che l'opera andasse pi
    innanzi.
    Disse allora Nicostrato:
    - Da poi che egli ti pare, ed egli mi piace; mandisi senza pi indugio
    per un maestro il qual mel tragga.
    Al quale la donna disse:
    -  Non  piaccia a Dio che qui per questo venga maestro;  e'mi pare che
    egli stea in maniera,  che senza alcun maestro io medesima tel  trarr
    ottimamente.  E  d'altra  parte  questi  maestri  son s crudeli a far
    questi servigi,  che il cuore nol mi patirebbe per  niuna  maniera  di
    vederti  o  di  sentirti  tra le mani a niuno;  e per ci del tutto io
    voglio fare io medesima;  ch almeno,  se egli  ti  dorr  troppo,  ti
    lascer io incontanente, quello che il maestro non farebbe.
    Fattisi  adunque  venire i ferri da tal servigio e mandato fuori della
    camera ogni  persona,  solamente  seco  la  Lusca  ritenne;  e  dentro
    serratesi,  fece  distender  Nicostrato sopra un desco,  e messegli le
    tanaglie in bocca,  e preso uno de' denti suoi,  quantunque egli forte
    per dolor gridasse, tenuto fermamente dall'una, fu dall'altra per viva
    forza un dente tirato fuori;  e quel serbatosi,  e presone un altro il
    quale sconciamente magagnato Lidia aveva in mano,  a  lui  doloroso  e
    quasi mezzo morto il mostrarono, dicendo:
    - Vedi quello che tu hai tenuto in bocca gi  cotanto.
    Egli credendoselo, quantunque gravissima pena sostenuta avesse e molto
    se ne ramaricasse, pur, poi che fuor n'era, gli parve esser guarito; e
    con  una  cosa  e  con altra riconfortato,  essendo la pena alleviata,
    s'usc della camera.
    La donna,  preso il dente,  tantosto al suo amante il mand;  il quale
    gi certo del suo amore, s ad ogni suo piacere offerse apparecchiato.
    La donna,  disiderosa di farlo pi sicuro,  e parendole ancora ogn'ora
    mille che con  lui  fosse,  volendo  quello  che  profferto  gli  avea
    attenergli, fatto sembiante d'essere inferma ed essendo un d appresso
    mangiare da Nicostrato visitata, non veggendo con lui altri che Pirro,
    il preg per alleggiamento della sua noia,  che aiutar la dovessero ad
    andare infino nel giardino.
    Per che Nicostrato dall'un de' lati e Pirro  dall'altro  presala,  nel
    giardin la portarono e in un pratello a pi d'un bel pero la posarono;
    dove  stati  alquanto sedendosi,  disse la donna,  che gi aveva fatto
    informar Pirro di ci che avesse a fare:
    - Pirro,  io ho gran disiderio d'aver di quelle pere,  e per  montavi
    suso e gittane gi alquante.
    Pirro,  prestamente  salitovi,  cominci  a  gittar gi delle pere;  e
    mentre le gittava cominci a dire:
    - Eh, messere,  che  ci che voi fate?  E voi,  madonna,  come non vi
    vergognate  di  sofferirlo  in  mia  presenza?  Credete voi che io sia
    cieco?  Voi eravate pur test cos forte malata;  come siete voi  cos
    tosto  guerita che voi facciate tai cose?  Le quali se pur far volete,
    voi avete tante belle camere;  perch non in alcuna di  quelle  a  far
    queste cose ve n'andate? E' sar pi onesto che farlo in mia presenza.
    La donna, rivolta al marito, disse:
    - Che dice Pirro? Farnetica egli?
    Disse allora Pirro:
    - Non farnetico no, madonna; non credete voi che i veggia?
    Nicostrato si maravigliava forte, e disse:
    - Pirro, veramente io credo che tu sogni.
    Al quale Pirro rispose:
    -  Signor mio,  non sogno n mica,  n voi anche non sognate;  anzi vi
    dimenate ben s che, se cos si dimenasse questo pero,  egli non ce ne
    rimarrebbe su niuna.
    Disse la donna allora:
    - Che pu questo essere?  Potrebbe egli esser vero che gli paresse ver
    ci ch'e'dice? Se Dio mi salvi,  se io fossi sana come io fu'gi,  che
    io  vi  sarrei suso,  per vedere che maraviglie sien queste che costui
    dice che vede.
    Pirro d'in sul pero pur diceva,  e continuava queste novelle;  al qual
    Nicostrato disse:
    -  Scendi  gi  -;  ed egli scese;  a cui egli disse: - Che di' tu che
    vedi?
    Disse Pirro:
    - Io credo che voi m'abbiate per smemorato o  per  trasognato;  vedeva
    voi  addosso  alla  donna  vostra,  poi  pur  dir mel conviene;  e poi
    discendendo io vi vidi levare e porvi cos dove voi siete a sedere.
    - Fermamente, - disse Nicostrato - eri tu in questo smemorato, ch noi
    non ci siamo, poi che in sul pero salisti, punto mossi, se non come tu
    vedi.
    Al qual Pirro disse:
    - Perch ne facciam noi quistione? Io vi pur vidi; e se io vi vidi, io
    vi vidi in sul vostro.
    Nicostrato pi ogn'ora si maravigliava, tanto che egli disse:
    - Ben vo'vedere se questo pero  incantato,  e che chi v' su vegga le
    maraviglie  -;  e montovvi su.  Sopra il quale come egli fu,  la donna
    insieme con Pirro s'incominciarono a  sollazzare;  il  che  Nicostrato
    veggendo cominci a gridare:
    - Ahi rea femina,  che  quel che tu fai? E tu Pirro, di cui io pi mi
    fidava? - e cos dicendo cominci a scendere del pero.
    La donna e Pirro dicevano:
    - Noi ci seggiamo - e lui veggendo discendere, a seder si tornarono in
    quella guisa che lasciati gli avea.  Come Nicostrato  fu  gi  e  vide
    costoro dove lasciati gli avea, cos lor cominci a dir villania.
    Al quale Pirro disse:
    -  Nicostrato,  ora  veramente  confesso  io  che,  come voi diciavate
    davanti,  che io falsamente vedessi mentre fui sopra 'l  pero;  n  ad
    altro  il  conosco  se  non  a  questo,  che  io  veggio  e so che voi
    falsamente avete veduto.  E che io dica il vero,  niun'altra cosa  vel
    mostri, se non l'aver riguardo e pensare a che ora la vostra donna, la
    quale    onestissima  e pi savia che altra volendo di tal cosa farvi
    oltraggio, si recherebbe a farlo davanti agli occhi vostri.  Di me non
    vo'dire,  che mi lascerei prima squartare che io il pur pensassi,  non
    che io il venissi a fare in vostra  presenza.  Per  che  di  certo  la
    magagna  di  questo  transvedere  dee procedere dal pero;  per ci che
    tutto il mondo non m'avrebbe fatto discredere che voi  qui  non  foste
    colla  donna vostra carnalmente giaciuto,  se io non udissi dire a voi
    che  egli  vi  fosse  paruto  che  io  facessi  quello   che   io   so
    certissimamente che io non pensai, non che io facessi mai.
    La  donna  appresso,  che  quasi  tutta  turbata  s'era levata in pi,
    cominci a dire:
    - Sia con la mala ventura, se tu m'hai per s poco sentita, che, se io
    volessi attendere a queste tristezze  che  tu  di'che  vedevi,  io  le
    venissi  a  fare  dinanzi  agli  occhi  tuoi.  Sii certo di questo che
    qualora volont me ne venisse,  io non verrei qui,  anzi mi  crederrei
    sapere  essere  in una delle nostre camere,  in guisa e in maniera che
    gran cosa mi parrebbe che tu il risapessi giammai.
    Nicostrato,  al qual vero parea ci che dicea l'uno e l'altro che essi
    quivi  dinanzi  a lui mai a tale atto non si dovessero esser condotti,
    lasciate stare le parole e le riprensioni di tal maniera,  cominci  a
    ragionar della novit del fatto e del miracolo della vista che cos si
    cambiava a chi su vi montava.
    Ma la donna, che della oppinione che Nicostrato mostrava d'avere avuta
    di lei si mostrava turbata, disse:
    - Veramente questo pero non ne far mai pi niuna, n a me n ad altra
    donna,  di queste vergogne, se io potr; e perci, Pirro, corri e va e
    reca una scure,  e ad una ora te e me vendica  tagliandolo,  come  che
    molto  meglio  sarebbe  a dar con essa in capo a Nicostrato,  il quale
    senza considerazione alcuna cos tosto si lasci abbagliar  gli  occhi
    dello 'ntelletto; ch, quantunque a quegli che tu hai in testa paresse
    ci  che  tu  di,  per  niuna cosa dovevi nel giudicio della tua mente
    comprendere o consentire che ci fosse.
    Pirro prestissimo and per la scure e tagli il pero; il quale come la
    donna vide caduto, disse verso Nicostrato:
    - Poscia che io veggio abbattuto il nimico della mia  onest,  la  mia
    ira  ita via -;  e a Nicostrato,  che di ci la pregava, benignamente
    perdon,  imponendogli che pi non gli  avvenisse  di  presummere,  di
    colei che pi che s l'amava, una cos fatta cosa giammai.
    Cos  il  misero marito schernito con lei insieme e col suo amante nel
    palagio se ne tornarono, nel quale poi molte volte Pirro di Lidia,  ed
    ella di lui,  con pi agio presero piacere e di letto. Dio ce ne dea a
    noi.
    Giornata settima - Novella decima.

    Due sanesi amano una donna comare dell'uno; muore il,  compare e torna
    al compagno secondo la promessa fattagli,  e raccontagli come di l si
    dimori.

    Restava solamente al re il dover novellare, il quale,  poi che vide le
    donne  racchetate,  che  del  pero  tagliato  che  colpa  non  avea si
    dolevano, incominci.
    Manifestissima cosa  che ogni giusto re primo  servatore  dee  essere
    delle leggi fatte da lui,  e se altro ne fa, servo degno di punizione,
    e non re, si dee giudicare; nel quale peccato e riprensione a me,  che
    vostro re sono, quasi costretto cader con viene. Egli  il vero che io
    ieri la legge diedi a' nostri ragionamenti fatti oggi,  con intenzione
    di non voler questo d il mio privilegio usare; ma soggiacendo con voi
    insieme a quella,  di quello ragionare che voi tutti ragionato  avete;
    ma  egli  non  s  solamente  stato raccontato quello che io imaginato
    avea di raccontare ma sonsi sopra quello tante altre cose e molto  pi
    belle dette,  che io per me, quantunque la memoria ricerchi, rammentar
    non mi posso n conoscere che  io  intorno  a  s  fatta  materia  dir
    potessi  cosa  che  alle  dette  s'appareggiasse;  e per ci,  dovendo
    peccare nella legge da me medesimo fatta,  s come degno di punizione,
    infino  ad  ora  ad  ogni  ammenda  che  comandata  mi fia mi proffero
    apparecchiato, e al mio privilegio usitato mi torner.
    E dico che la novella detta da Elissa del compare e  della  comare,  e
    appresso la bessaggine de' sanesi, hanno tanta forza, carissime donne,
    che,  lasciando  stare  le  beffe agli sciocchi mariti fatte dalle lor
    savie mogli,  mi tirano a dovervi con tare una novelletta di loro,  la
    quale,  ancora  che in s abbia assai di quello che creder non si dee,
    nondimeno sar in parte piacevole ad ascoltare.
    Furono adunque in Siena due giovani popolari,  de'  quali  l'uno  ebbe
    nome Tingoccio Mini e l'altro fu chiamato Meuccio di Tura, e abitavano
    in  porta Salaia,  e quasi mai non usavano se non l'un con l'altro,  e
    per quello che paresse s'amavan molto;  e  andando,  come  gli  uomini
    vanno,  alle  chiese  e  alle prediche,  pi volte udito avevano della
    gloria e della miseria che  all'anime  di  coloro  che  morivano  era,
    secondo  li lor meriti,  conceduta nell'altro mondo.  Delle quali cose
    disiderando di saper certa novella,  n trovando il modo,  insieme  si
    promisero  che  qual  prima  di  lor  morisse,  a colui che vivo fosse
    rimaso, se potesse,  ritornerebbe,  e direbbegli novelle di quello che
    egli desiderava; e questo fermarono con giuramento.
    Avendosi  adunque  questa  promession  fatta,  e insieme continuamente
    usando,  come  detto,  avvenne che Tingoccio  divenne  compare  d'uno
    Ambruogio Anselmini,  che stava in Camporeggi, il qual d'una sua donna
    chiamata monna Mita aveva avuto un figliuolo.
    Il qual Tingoccio,  insieme con Meuccio visitando alcuna volta  questa
    sua comare,  la quale era una bellissima e vaga donna,  non ostante il
    comparatico, s'innamor di lei; e Meuccio similmente, piacendogli ella
    molto e molto udendola commendare a Tingoccio,  se ne innamor.  E  di
    questo  amore  l'un  si  guardava dall'altro,  ma non per una medesima
    cagione: Tingoccio si guardava di scoprirlo a Meuccio per la cattivit
    che a  lui  medesimo  pareva  fare  d'amare  la  comare,  e  sarebbesi
    vergognato  che alcun l'avesse saputo;  Meuccio non se ne guardava per
    questo.  ma perch gi avveduto s'era che ella  piaceva  a  Tingoccio.
    Laonde  egli  diceva:  -  Se  io  questo gli discuopro,  egli prender
    gelosia di me;  e potendole ad  ogni  suo  piacere  parlare,  s  come
    compare,  in ci che egli potr le mi metter in odio, e cos mai cosa
    che mi piaccia di lei io non avr -.
    Ora, amando questi due giovani,  come detto ,  avvenne che Tingoccio,
    al  quale  era  pi  destro  il  potere  alla  donna  aprire  ogni suo
    disiderio, tanto seppe fare, e con atti e con parole, che egli ebbe di
    lei il piacere suo; di che Meuccio s'accorse bene;  e quantunque molto
    gli  dispiacesse,  pure,  sperando di dovere alcuna volta pervenire al
    fine del suo disidero,  acci che  Tingoccio  non  avesse  materia  n
    cagione di guastargli o d'impedirgli alcun suo fatto, faceva pur vista
    di non avvedersene.
    Cos amando i due compagni, l'uno pi felicemente che l'altro, avvenne
    che,  trovando  Tingoccio  nelle  possessioni  della  comare il terren
    dolce, tanto vang e tanto lavor che una infermit ne gli sopravenne,
    la quale dopo alquanti  d  s  l'aggrav  forte  che,  non  potendola
    sostenere, trapass di questa vita.
    E trapassato,  il terzo d appresso (ch forse prima non aveva potuto)
    se ne venne,  secondo la promession fatta,  una notte nella camera  di
    Meuccio, e lui, il qual forte dormiva, chiam.
    Meuccio destatosi disse:
    - Qual se' tu?
    A cui egli rispose:
    -  Io  son Tingoccio,  il qual,  secondo la promession che io ti feci,
    sono a te tornato a dirti novelle dell'altro mondo.
    Alquanto si spavent Meuccio veggendolo, ma pure rassicurato disse:
    - Tu sia il ben venuto,  fratel mio -;  e poi il domand se  egli  era
    perduto.
    Al qual Tingoccio rispose:
    -  Perdute  son le cose che non si ritruovano;  e come sarei io in mei
    chi, se io fossi perduto?
    - Deh,  - disse Meuccio - io non dico cos;  ma io ti  domando  se  tu
    se'tra l'anime dannate nel fuoco pennace di ninferno.
    A cui Tingoccio rispose:
    -  Costetto  no,  ma  io son bene,  per li peccati da me commessi,  in
    gravissime pene e angosciose molto.
    Domand allora Meuccio particularmente Tingoccio che pene  si  dessero
    di  l  per ciascun de' peccati che di qua si commettono;  e Tingoccio
    gliele disse tutte.  Poi gli domand Meuccio s'egli avesse di qua  per
    lui a fare alcuna cosa.  A cui Tingoccio rispose di s,  e ci era che
    egli facesse per lui dir delle messe e delle  orazioni  e  fare  delle
    limosine  per ci che queste cose molto giovavano a quei di l,  a cui
    Meuccio disse di farlo volentieri.
    E partendosi Tingoccio da lui,  Meuccio si  ricord  della  comare,  e
    sollevato alquanto il capo disse:
    -  Ben  che  mi  ricorda,  o Tingoccio: della comare,  con la quale tu
    giacevi quando eri di qua, che pena t' di l data?
    A cui Tingoccio rispose:
    - Fratel mio,  come io giunsi di l,  s fu uno,  il qual  pareva  che
    tutti  i  miei  peccati  sapesse  a mente,  il quale mi comand che io
    andassi in quel luogo nel quale io purgo in grandissima pena le  colpe
    mie,  dove  io trovai molti compagni a quella medesima pena condennati
    che io; e stando io tra loro, e ricordandomi di ci che gi fatto avea
    con la comare e aspettando per quello troppo maggior pena  che  quella
    che data m'era,  quantunque io fossi in un gran fuoco e molto ardente,
    tutto di paura tremava.  Il che sentendo un che  m'era  dal  lato,  mi
    disse: - Che hai tu pi che gli altri che qui sono,  che triemi stando
    nel fuoco?  - - Oh,  - diss'io - amico  mio,  io  ho  gran  paura  del
    giudicio  che  io aspetto d'un gran peccato che io feci gi -.  Quegli
    allora mi domand che peccato quel fosse. A cui io dissi: - Il peccato
    fu cotale, che io mi giaceva con una mia comare, e giacquivi tanto che
    io me ne scorticai -.  Ed egli allora,  faccendosi beffe  di  ci,  mi
    disse: - Va,  sciocco,  non dubitare;  ch di qua non si tiene ragione
    alcuna delle comari -; il che io udendo tutto mi rassicurai.
    E detto questo, appressandosi il giorno, disse:
    - Meuccio,  fatti con Dio,  ch io non posso pi esser con teco  -;  e
    subitamente and via.
    Meuccio,  avendo udito che di l niuna ragione si teneva delle comari,
    cominci a far beffe della sua sciocchezza,  per ci che gi parecchie
    n'avea risparmiate;  per che,  lasciata andar la sua ignoranza, in ci
    per innanzi divenne savio.  Le quali  cose  se  frate  Rinaldo  avesse
    saputo,  non  gli  sarebbe stato bisogno d'andare sillogizzando quando
    convert a' suoi piaceri la sua buona comare.





    Giornata settima - Conclusione.

    Zeffiro era levato per lo sole che al ponente s'avvicinava,  quando il
    re, finita la sua novella n alcuno altro restandogli a dire, levatasi
    la corona di testa, sopra il capo la pose alla Lauretta, dicendo:
    -  Madonna,  io  vi corono di voi medesima reina della nostra brigata;
    quello omai che crederete che piacer sia di tutti e  consolazione,  s
    come donna, comanderete -; e riposesi a sedere.
    La Lauretta,  divenuta reina, si fece chiamare il siniscalco, al quale
    impose che ordinasse che nella piacevole valle alquanto a migliore ora
    che l'usato si mettesser le tavole,  acci che poi adagio si potessero
    al  palagio tornare;  e appresso ci che a fare avesse,  mentre il suo
    reggimento durasse, gli divis.
    Quindi, rivolta alla compagnia, disse:
    - Dioneo volle ieri che oggi si ragionasse delle beffe  che  le  donne
    fanno a' mariti; e, se non fosse ch'io non voglio mostrare d'essere di
    schiatta  di  can botolo che incontanente si vuol vendicare,  io direi
    che domane si dovesse ragionare delle beffe che gli uomini fanno  alle
    lor mogli.  Ma,  lasciando star questo, dico che ciascun pensi di dire
    di quelle beffe che tutto il giorno, o donna ad uomo,  o uomo a donna,
    o l'uno uomo all'altro si fanno; e credo che in questo sar non men di
    piacevol  ragionare,  che  stato  sia  questo giorno -;  e cos detto,
    levatasi in pi, per infino ad ora di cena licenzi la brigata.
    Levaronsi adunque le donne e gli uomini parimente,  de'  quali  alcuni
    scalzi per la chiara acqua cominciarono ad andare,  e altri tra' belli
    e diritti alberi sopra il verde prato s'andavano diportando.
    Dioneo e la Fiammetta gran  pezza  cantarono  insieme  d'Arcita  e  di
    Palemone;  e cos,  vari e diversi diletti pigliando,  il tempo infino
    all'ora della cena con grandissimo piacer trapassarono. La qual venuta
    e lungo al pelaghetto a  tavola  postisi,  quivi  al  canto  di  mille
    uccelli, rinfrescati sempre da un'aura soave che da quelle montagnette
    dattorno  nasceva,  senza  alcuna  mosca,  riposatamente e con letizia
    cenarono.
    E levate le tavole, poi che alquanto la piacevol valle ebber circuita,
    essendo ancora il sole alto a mezzo vespro,  s come alla  loro  reina
    piacque,  in  verso  la loro usata dimora con lento passo ripresero il
    cammino; e motteggiando e cianciando di ben mille cose, cos di quelle
    che il d erano state ragionate come d'altre,  al  bel  palagio  assai
    vicino di notte pervennero.  Dove con freschissimi vini e con confetti
    la fatica del picciol cammin cacciata via, intorno della bella fontana
    di presente furono in sul danzare,  quando al suono della cornamusa di
    Tindaro e quando d'altri suoni carolando.
    Ma  alla fine la reina comand a Filomena che dicesse una canzone,  la
    quale cos incominci:

    Deh lassa la mia vita!
    Sar giammai ch'io possa ritornare
    donde mi tolse noiosa partita?

    Certo io non so, tanto  ' disio focoso
    che io porto nel petto,
    di ritrovarmi ov'io lassa gi fui.
    O caro bene, o solo mio riposo,
    che 'l mio cuor tien distretto,
    deh dilmi tu, ch domandarne altrui
    non oso, n so cui,
    deh, signor mio, deh fammelo sperare
    s ch'io conforti l'anima smarrita.

    I' non so ben ridir qual fu 'l piacere
    che s m'ha infiammata,
    ch io non trovo d n notte loco,
    perch l'udire e 'l sentire e 'l vedere,
    con forza non usata,
    ciascun per s accese novo foco;
    nel qual tutta mi coco,
    n mi pu altri che tu confortare,
    o ritornar la virt sbigottita.

    Deh dimmi s'esser dee, e quando fia,
    ch'io ti trovi giammai,
    dov'io baciai quegli occhi che m'han morta.
    Dimmel, caro mio bene, anima mia
    quando tu vi verrai, e, col dir - tosto -, alquanto mi conforta.
    Sia la dimora corta
    d'ora al venire, e poi lunga allo stare,
    ch'io non men curo, s m'ha Amor ferita.

    Se egli avvien che io mai pi ti tenga,
    non so s'io sar sciocca,
    com'io or fui, a lasciarti partire.
    Io ti terr, e che pu s n'avvenga;
    e della dolce bocca
    convien ch'io sodisfaccia al mio disire.
    D'altro non voglio or dire.
    Dunque vien tosto, vienmi ad abbracciare
    che 'l pur pensarlo di cantar m'invita.

    Estimar fece questa canne a tutta la brigata  che  nuovo  e  piacevole
    amore  Filomena  strignesse;  e  per  ci  che per le parole di quella
    pareva che ella  pi  avanti  che  la  vista  sola  n'avesse  sentito,
    tenendonela pi felice,  invidia per tali vi furono le ne fu avuta. Ma
    poi che la sua canzon fu finita,  ricordandosi  la  reina  che  il  d
    seguente era venerd, cos a tutti piacevolmente disse:
    -  Voi  sapete,  nobili donne e voi giovani,  che domane  quel d che
    alla passione del nostro Signore  consecrato,  il  qual,  se  ben  vi
    ricorda,  noi  divotamente  celebrammo,  essendo  reina Neifile,  e a'
    ragionamenti dilettevoli demmo luogo,  e il  simigliante  facemmo  del
    sabato  susseguente.  Per  che,  volendo  il  buono essemplo datone da
    Neifile seguitare,  estimo che onesta cosa sia,  che domane e  l'altro
    d, come i passati giorni facemmo, dal nostro dilettevole novellare ci
    asteniamo,  quello  a memoria riducendoci che in cos fatti giorni per
    la salute delle nostre anime addivenne.
    Piacque a tutti il  divoto  parlare  della  loro  reina,  dalla  quale
    licenziati, essendo gi buona pezza di notte passata, tutti s'andarono
    a riposare.


    Finisce la settima giornata del Decameron.

    Comincia  l'ottava  giornata,  nella  quale,  sotto  il  reggimento di
    Lauretta,  si ragiona di quelle beffe che tutto il giorno o  donna  ad
    uomo, o uomo a donna, o l'uno uomo all'altro si fanno.


    Giornata ottava - Introduzione.

    Gi  nella sommit de' pi alti monti apparivano la domenica mattina i
    raggi della surgente luce e,  ogni ombra partitasi,  manifestamente le
    cose  si  conosceano,  quando  la reina levatasi con la sua compagnia,
    primieramente alquanto su per le rugiadose erbette andarono,  e poi in
    su  la  mezza  terza  una chiesetta lor vicina visitata,  in quella il
    divino officio ascoltarono; e a casa tornatisene,  poi che con letizia
    e  con  festa  ebber  mangiato,  cantarono  e  danzarono  alquanto,  e
    appresso, licenziati dalla reina, chi volle andare a riposarsi pot.
    Ma, avendo il sol gi passato il cerchio di meriggio,  come alla reina
    piacque,  al  novellare  usato tutti appresso la bella fontana a seder
    posti, per comandamento della reina cos Neifile cominci.




    Giornata ottava - Novella prima.

    Gulfardo prende da Guasparruolo denari in prestanza,  e con la  moglie
    di lui accordato di dover giacer con lei per quegli,  s gliele d,  e
    poi in presenzia di lei a Guasparruolo dice che a lei  gli  diede,  ed
    ella dice che  il vero.

    Se cos ha disposto Iddio che io debba alla presente giornata dare con
    la  mia  novella  cominciamento,  ed el mi piace.  E per ci,  amorose
    donne, con ci sia cosa che molto detto si sia delle beffe fatte dalle
    donne agli uomini,  una fattane da uno uomo ad una donna mi  piace  di
    raccontarne,  non gi perch io intenda in quella di biasimare ci che
    l'uom fece o di dire che alla donna non fosse bene investito, anzi per
    commendar l'uomo e biasimare la donna,  e per mostrare che  anche  gli
    uomini sanno beffare chi crede loro, come essi da cui egli credono son
    beffati; avvegna che, chi volesse pi propriamente parlare, quello che
    io  dir  debbo non si direbbe beffa,  anzi si direbbe merito;  per ci
    che, con ci sia cosa che ciascuna donna debba essere onestissima e la
    sua castit come la  sua  vita  guardare,  n  per  alcuna  cagione  a
    contaminarla conducersi; e questo non potendosi cos appieno tuttavia,
    come  si  converrebbe,  per  la fragilit nostra;  affermo colei esser
    degna del fuoco la quale a ci per prezzo si  conduce;  dove  chi  per
    amore,  conoscendo le sue forze grandissime,  perviene, da giudice non
    troppo rigido merita perdono,  come,  pochi d son passati,  ne mostr
    Filostrato essere stato in madonna Filippa osservato in Prato.
    Fu adunque gi in Melano un tedesco al soldo, il cui nome fu Gulfardo,
    pro'della persona e assai leale a coloro ne' cui servigi si mettea, il
    che  rade  volte  suole de' tedeschi a venire;  e per ci che egli era
    nelle prestanze de' denari che fatte gli erano  lealissimo  renditore,
    assai  mercatanti  avrebbe trovati che per piccolo utile ogni quantit
    di denari gli avrebber prestata.
    Pose costui, in Melan dimorando,  l'amor suo in una donna assai bella,
    chiamata  madonna Ambruogia,  moglie d'un ricco mercatante,  che aveva
    nome Guasparruol Cagastraccio,  il quale era assai  suo  conoscente  e
    amico;  e amandola assai discretamente, senza avvedersene il marito n
    altri, le mand un giorno a parlare, pregandola che le dovesse piacere
    d'essergli del suo amor cortese, e che egli era dalla sua parte presto
    a dover far ci che ella gli comandasse.
    La donna, dopo molte novelle, venne a questa conclusione, che ella era
    presta di far ci che a Gulfardo piacesse,  dove due cose ne  dovesser
    seguire:  l'una,  che questo non dovesse mai per lui esser manifestato
    ad alcuna persona;  l'altra,  che,  con ci fosse cosa che ella avesse
    per alcuna sua cosa bisogno di fiorini dugento d'oro, voleva che egli,
    che ricco uomo era,  gliele donasse,  e appresso sempre sarebbe al suo
    servigio.
    Gulfardo,  udendo la 'ngordigia di costei,  sdegnato per la  vilt  di
    lei,  la quale egli credeva che fosse una valente donna, quasi in odio
    trasmut il fervente amore,  e pens di doverla  beffare,  e  mandolle
    dicendo  che  molto  volentieri  e  quello e ogn'altra cosa,  che egli
    potesse,  che le piacesse;  e per ci mandassegli pure a  dire  quando
    ella  volesse che egli andasse a lei,  ch egli gliele porterebbe,  n
    che mai di questa cosa alcun sentirebbe, se non un suo compagno di cui
    egli si fidava molto e che sempre in sua compagnia andava in  ci  che
    faceva.
    La donna,  anzi cattiva femina, udendo questo, fu contenta, e mandogli
    dicendo che Guasparruolo suo marito doveva ivi  a  pochi  d  per  sue
    bisogne andare infino a Genova,  e allora ella gliele farebbe assapere
    e manderebbe per lui.
    Gulfardo,  quando tempo gli parve,  se n'and a Guasparruolo e s  gli
    disse:
    -  Io  son  per  fare un mio fatto,  per lo quale mi bisognano fiorini
    dugento d'oro,  li quali io voglio che tu mi presti con  quello  utile
    che tu mi suogli prestare degli altri.
    Guasparruolo  disse  che  volentieri,  e  di  presente  gli annover i
    denari.
    Ivi a pochi giorni Guasparruolo and a Genova,  come  la  donna  aveva
    detto;  per  la  qual cosa la donna mand a Gulfardo che a lei dovesse
    venire e recare li dugento fiorin d'oro.  Gulfardo,  preso il compagno
    suo,  se  n'and a casa della donna,  e trovatala che l'aspettava,  la
    prima cosa che fece,  le mise in mano  questi  dugento  fiorin  d'oro,
    veggente il suo compagno, e s le disse:
    -  Madonna,  tenete questi denari,  e daretegli a vostro marito quando
    ser tornato.
    La donna gli prese, e non s'avvide perch Gulfardo dicesse cos; ma si
    credette  che  egli  il  facesse,   acci  che  'l  compagno  suo  non
    s'accorgesse che egli a lei per via di prezzo gli desse.  Per che ella
    disse:
    - Io il far  volentieri,  ma  io  voglio  vedere  quanti  sono  -;  e
    versatigli  sopra  una  tavola e trovatigli esser dugento,  seco forte
    contenta,  gli ripose,  e torn a Gulfardo,  e lui  nella  sua  camera
    menato,  non  solamente  quella volta,  ma molte altre,  avanti che 'l
    marito tornasse da Genova, della sua persona gli sodisfece.
    Tornato Guasparruolo da Genova, di presente Gulfardo, avendo appostato
    che insieme con la moglie era,  [preso il compagno suo],  se n'and  a
    lui, e in presenza di lei disse:
    - Guasparruolo,  i denari,  cio li dugento fiorin d'oro che l'altrier
    mi prestasti,  non m'ebber luogo,  per ci che io non  pote'fornir  la
    bisogna per la quale gli presi; e per ci io gli recai qui di presente
    alla donna tua, e s gliele diedi; e per ci dannerai la mia ragione.
    Guasparruolo,  volto alla moglie,  la domand se avuti gli avea. Ella,
    che quivi vedeva il testimonio, nol seppe negare, ma disse:
    - Mai s che io gli ebbi, n me n'era ancora ricordata di dirloti.
    Disse allora Guasparruolo:
    - Gulfardo,  io son contento;  andatevi pur con Dio,  che io acconcer
    bene la vostra ragione.
    Gulfardo  partitosi,  e  la  donna  rimasa scornata diede al marito il
    disonesto prezzo della sua cattivit;  e cos il sagace  amante  senza
    costo god della sua avara donna.












    Giornata ottava - Novella seconda.

    Il  Prete da Varlungo si giace con monna Belcolore;  lasciale pegno un
    suo tabarro; e accattato da lei un mortaio,  il rimanda e fa domandare
    il  tabarro  lasciato  per  ricordanza;  rendelo proverbiando la buona
    donna.

    Commendavano igualmente e gli uomini e le donne ci che Gulfardo fatto
    aveva alla 'ngorda melanese,  quando la  reina  a  Panfilo  voltatasi,
    sorridendo  gl'impose  ch'el  seguitasse;  per  la  qual  cosa Panfilo
    incominci.
    Belle donne,  a me occorre di dire una novelletta contro a  coloro  li
    quali  continuamente  n'offendono  senza  poter da noi del pari essere
    offesi,  cio contro a' preti,  li quali sopra le nostre  mogli  hanno
    bandita la croce, e par loro non altramenti aver guadagnato il perdono
    di  colpa  e  di pena,  quando una se ne possono metter sotto,  che se
    d'Alessandria avessero il soldano menato legato a Vignone.  Il  che  i
    secolari  cattivelli  non  possono  a lor fare;  come che nelle madri,
    nelle sirocchie,  nell'amiche e nelle figliuole con non  meno  ardore,
    che essi le lor mogli assaliscano, vendichino l'ire loro. E per ci io
    intendo  raccontarvi  uno  amorazzo  contadino,  pi  da ridere per la
    conclusione che lungo di parole,  del quale ancora potrete per  frutto
    cogliere che a' preti non sia sempre ogni cosa da credere.
    Dico adunque che a Varlungo,  villa assai vicina di qui, come ciascuna
    di voi o sa o puote avere udito, fu un valente prete e gagliardo della
    persona ne' servigi delle donne, il quale, come che legger non sapesse
    troppo,  pur con molte buone e  sante  parolozze  la  domenica  a  pi
    dell'olmo ricreava i suoi popolani; e meglio le lor donne, quando essi
    in  alcuna  parte andavano,  che altro prete che prima vi fosse stato,
    visitava,  portando loro della festa e dell'acqua  benedetta  e  alcun
    moccolo  di  candela  talvolta  infino  a  casa,  dando  loro  la  sua
    benedizione.
    Ora avvenne che, tra l'altre sue popolane che prima gli eran piaciute,
    una sopra tutte ne gli piacque, che aveva nome monna Belcolore, moglie
    d'un lavoratore che si facea chiamare Bentivegna del  Mazzo,  la  qual
    nel  vero  era  pure una piacevole e fresca foresozza,  brunazza e ben
    tarchiata, e atta a meglio saper macinare che alcuna altra.  E oltre a
    ci  era quella che meglio sapeva sonare il cembalo e cantare: L'acqua
    corre la borrana,  e menare la ridda e il ballonchio,  quando  bisogno
    faceva,  che  vicina che ella avesse,  con bel moccichino e gentile in
    mano. Per le quali cose messer lo prete ne 'nvagh s forte,  che egli
    ne  menava  smanie;  e tutto 'l d andava aiato per poterla vedere;  e
    quando la domenica mattina la sentiva in chiesa,  diceva un Kyrie e un
    Sanctus  sforzandosi  ben  di mostrarsi un gran maestro di canto,  che
    pareva uno asino che ragghiasse,  dove,  quando non la vi  vedeva,  si
    passava  assai leggermente;  ma pure sapeva s fare che Bentivegna del
    Mazzo non se ne avvedeva, n ancora vicino che egli avesse.
    E per potere pi avere la dimestichezza di monna Belcolore,  a otta  a
    otta la presentava, e quando le mandava un mazzuol d'agli freschi, che
    egli aveva i pi belli della contrada in un suo orto che egli lavorava
    a sue mani,  e quando un canestruccio di baccelli, e talora un mazzuol
    di cipolle maligie o di scalogni; e, quando si vedeva tempo, guatatala
    un poco in cagnesco,  per amorevolezza la rimorchiava,  ed ella  cotal
    salvatichetta, faccendo vista di non avvedersene, andava pure oltre in
    contegno; per che messer lo prete non ne poteva venire a capo.
    Ora  avvenne  un  d  che,  andando  il prete di fitto meriggio per la
    contrada or qua or l zazzeato,  scontr Bentivegna del Mazzo con  uno
    asino  pien  di  cose innanzi;  e fattogli motto,  il domand dov'egli
    andava. A cui Bentivegna rispose:
    - Gnaffe,  sere,  in buona verit io vo infino a citt per alcuna  mia
    vicenda,  e  porto  queste  cose  a ser Bonaccorri da Ginestreto,  che
    m'aiuti di non so che m'ha fatto richiedere per una  comparigione  del
    parentorio per lo pericolator suo il giudice del dificio.
    Il prete lieto disse:
    - Ben fai,  figliuolo;  or va con la mia benedizione, e torna tosto; e
    se ti venisse veduto Lapuccio o Naldino,  non t'esca di mente  di  dir
    lor che mi rechino quelle combine per li coreggiati miei.
    Bentivegna  disse che sarebbe fatto;  e venendosene verso Firenze,  si
    pens il prete che ora era tempo d'andare alla Bel colore e di provare
    sua ventura; e messasi la via tra' piedi, non ristette s fu a casa di
    lei, ed entrato dentro disse:
    - Dio ci mandi bene, chi  di qua?
    La Belcolore, ch'era andata in balco, udendol disse:
    - O sere, voi siate il ben venuto; che andate voi zacconato per questo
    caldo?
    Il prete rispose:
    - Se Dio mi dea bene,  che io mi vengo a star con teco un  pezzo,  per
    ci che io trovai l'uom tuo che andava a citt.
    La Belcolore,  scesa gi,  si pose a sedere, e cominci nettar sementa
    di cavolini, che il marito avea poco innanzi trebbiati.
    Il prete le cominci a dire:
    - Bene, Belcolore, de' mi tu far sempre mai morire questo modo?
    La Belcolore cominci a ridere e a dire:
    - O che ve fo io?
    Disse il prete:
    - Non mi fai nulla,  ma tu non mi lasci fare a te quei ch'io vorrei  e
    che Iddio comand.
    Disse la Belcolore:
    - Deh! andate, andate: o fanno i preti cos fatte cose?
    Il prete rispose:
    -  S facciam noi meglio che gli altri uomini;  o perch no?  E dicoti
    pi,  che noi facciamo vie miglior lavorio;  e sai perch?  Perch noi
    maciniamo a raccolta; ma in verit bene a tuo uopo, se tu stai cheta e
    lascimi fare. Disse la Belcolore:
    - O che bene a mio uopo potrebbe esser questo,  ch siete tutti quanti
    pi scarsi che 'l fistolo?
    Allora il prete disse:
    - Io non so, chiedi pur tu: o vuogli un paio di scarpette, o vuogli un
    frenello, o vuogli una bella fetta di stame, o ci che tu vuogli.
    Disse la Belcolore:
    - Frate,  bene sta!  Io me n'ho di coteste cose;  ma se voi mi  volete
    cotanto bene,  ch non mi fate voi un servigio,  e io far ci che voi
    vorrete?
    Allora disse il prete:
    - Di'ci che tu vuogli, e io il far volentieri.
    La Belcolore allora disse:
    - Egli mi conviene andar sabato a Firenze a  render  lana  che  io  ho
    filata  e  a  far  racconciare  il filatoio mio;  e se voi mi prestate
    cinque lire,  che  so  che  l'avete,  io  ricoglier  dall'usuraio  la
    gonnella mia del perso e lo scaggiale dai d delle feste, che io recai
    a  marito,  ch vedete che non ci posso andare a santo n in niun buon
    luogo,  perch io non l'ho;  e io sempre mai poscia far ci  che  voi
    vorrete.
    Rispose il prete:
    - Se Dio mi dea il buono anno,  io non gli ho allato;  ma credimi che,
    prima che sabato sia, io far che tu gli avrai molto volentieri.
    - S,  - disse la Belcolore - tutti siete cos  gran  promettitori,  e
    poscia  non  attenete  altrui  nulla;  credete  voi fare a me come voi
    faceste alla Biliuzza,  che se n'and col ceteratoio?  Alla f di  Dio
    non farete,  ch ella n' divenuta femina di mondo pur per ci; se voi
    non gli avete, e voi andate per essi.
    - Deh!  - disse il prete - non mi fare ora andare infino a  casa;  ch
    vedi  che ho cos ritta la ventura test che non c' persona,  e forse
    quand'io tornassi ci sarebbe chi che sia che c'impaccerebbe;  e io non
    so quando e'mi si venga cos ben fatto come ora.
    Ed ella disse:
    - Bene sta; se voi volete andar, s andate; se non, s ve ne durate.
    Il  prete,  veggendo  che  ella  non  era  acconcia a far cosa che gli
    piacesse,  se non a salvum me fac,  ed egli volea fare sine  custodia,
    disse:
    - Ecco, tu non mi credi che io te gli rechi; acci che tu mi creda, io
    ti lascer pegno questo mio tabarro di sbiavato.
    La Belcolore lev alto il viso e disse:
    - S, cotesto tabarro, o che vale egli?
    Disse il prete:
    - Come,  che vale?  Io voglio che tu sappi che egli  di duagio infino
    in treagio,  e hacci di quegli nel popolo  nostro  che  il  tengon  di
    quattragio,  e  non    ancora  quindici  d  che  mi  cost  da Lotto
    rigattiere delle lire ben sette,  ed ebbine buon mercato de soldi  ben
    cinque,  per  quel  che  mi  dice Buglietto d'Alberto,  che sai che si
    conosce cos bene di questi panni sbiavati.
    - O, si?  - disse la Belcolore - se Dio m'aiuti,  io non l'averei mai
    creduto; ma datemelo in prima.
    Messer  lo  prete,  ch'aveva carica la balestra,  trattosi il tabarro,
    gliele diede; ed ella, poi che riposto l'ebbe, disse:
    - Sere, andiancene qua nella capanna, che non vi vien mai persona -; e
    cos fecero.
    E quivi il prete,  dandole i pi dolci baciozzi del mondo e faccendola
    parente  di  messer  Domenedio,  con  lei  una gran pezza si sollazz;
    poscia,  partitosi in gonnella,  che pareva che venisse da  servire  a
    nozze, se ne torn al santo.
    Quivi,   pensando  che  quanti  moccoli  ricoglieva  in  tutto  l'anno
    d'offerta non valevan la met di  cinque  lire,  gli  parve  aver  mal
    fatto,  e  pentessi d'aver lasciato il tabarro e cominci a pensare in
    che modo riavere lo potesse senza costo.
    E per ci che alquanto era maliziosetto,  s'avvis  troppo  bene  come
    dovesse fare a riaverlo, e vennegli fatto; per ci che il d seguente,
    essendo  festa,  egli  mand un fanciul d'un suo vicino in casa questa
    monna Belcolore,  e mandolla pregando che le piacesse di prestargli il
    mortaio  suo  della  pietra,  per  che  desinava  la  mattina con lui
    Binguccio dal Poggio e Nuto Buglietti,  s che egli voleva  far  della
    salsa.
    La  Belcolore gliele mand.  E come fu in su l'ora del desinare,  e 'l
    prete appost quando Bentivegna del Mazzo e la Belcolor manicassero, e
    chiamato il chierico suo, gli disse:
    - Togli quel mortaio e riportalo alla Belcolore, e di': - Dice il sere
    che gran merc,  e che voi gli rimandiate il tabarro che 'l  fanciullo
    vi lasci per ricordanza -.
    Il  cherico  and a casa della Belcolore con questo mortaio e trovolla
    insieme con Bentivegna a desco che desinavano.  Quivi,  posto  gi  il
    mortaio, fece l'ambasciata del prete.
    La  Belcolore,  udendosi richiedere il tabarro,  volle rispondere;  ma
    Bentivegna con un mal viso disse:
    - Dunque toi tu ricordanza al sere?  Fo boto a  Cristo,  che  mi  vien
    voglia di darti un gran sergozzone; va, rendigliel tosto, che canciola
    te  nasca;  e  guarda che di cosa che voglia mai,  io dico s'e'volesse
    l'asino nostro, non ch'altro, non gli sia detto di no.
    La Belcolore brontolando si  lev,  e  andatasene  al  soppidiano,  ne
    trasse il tabarro e diello al cherico e disse:
    -  Dirai cos al sere da mia parte: - La Belcolore dice che fa prego a
    Dio che voi non pesterete mai pi salsa in suo  mortaio,  non  l'avete
    voi s bello onor fatto di questa -.
    Il cherico se n'and col tabarro e fece l'ambasciata al sere, a cui il
    prete ridendo disse:
    -  Dira'  le,  quando  tu  la  vedrai,  che  s'ella non ci prester il
    mortaio, io non presterr a lei il pestello;  vada l'un per Bentivegna
    si  credeva  che  la  moglie quelle parole dicesse perch egli l'aveva
    garrita, e non se ne cur. Ma la Belcolore, rimasa scornata,  venne in
    iscrezio  col  sere,  e  tennegli favella insino a vendemmia;  poscia,
    avendola minacciata il prete di farnela andare in bocca  del  Lucifero
    maggiore,  per bella paura entro, col mosto e con le castagne calde si
    rappattum con lui, e pi volte insieme fecer poi gozzoviglia.
    E in iscambio delle cinque lire le fece il prete rincartare il  cembal
    suo e appiccarvi un sonagliuzzo, ed ella fu contenta.




    Giornata ottava - Novella terza.

    Calandrino,  Bruno  e Buffalmacco gi per lo Mugnone vanno cercando di
    trovar l'elitropia,  e Calandrino se la crede aver trovata;  tornasi a
    casa  carico  di  pietre;  la moglie il proverbia,  ed egli turbato la
    batte, e a' suoi compagni racconta ci che essi sanno meglio di lui.

    Finita la novella di Panfilo,  della quale le donne avevano tanto riso
    che ancor ridono,  la reina ad Elissa commise che seguitasse, la quale
    ancora ridendo incominci.
    Io non so, piacevoli donne, se egli mi si verr fatto di farvi con una
    mia novelletta,  non men vera che piacevole,  tanto ridere  quanto  ha
    fatto Panfilo con la sua, ma io me ne 'ngegner.
    Nella nostra citt, la qual sempre di varie maniere e di nuove genti 
    stata abondevole,  fu,  ancora non  gran tempo, un dipintore chiamato
    Calandrino, uom semplice e di nuovi costumi, il quale il pi del tempo
    con  due  altri  dipintori  usava,   chiamati  l'un  Bruno  e  l'altro
    Buffalmacco,  uomini  sollazzevoli  molto,  ma  per  altro  avveduti e
    sagaci,  li quali con Calandrino usavan per ci che de'  modi  suoi  e
    della sua simplicit sovente gran festa prendevano.
    Era   similmente   allora   in  Firenze  un  giovane  di  maravigliosa
    piacevolezza,  in ciascuna cosa che far voleva  astuto  e  avvenevole,
    chiamato  Maso  del  Saggio;   il  quale,  udendo  alcune  cose  della
    simplicit di Calandrino,  propose di voler prender diletto de'  fatti
    suoi col fargli alcuna beffa, o fargli credere alcuna nuova cosa.
    E  per  avventura  trovandolo  un  d nella chiesa di San Giovanni,  e
    vedendolo stare attento a riguardar  le  dipinture  e  gl'intagli  del
    tabernacolo  il  quale  sopra l'altare della detta chiesa,  non molto
    tempo davanti postovi,  pens essergli dato luogo  e  tempo  alla  sua
    intenzione;  e  informato  un  suo compagno di ci che fare intendeva,
    insieme s'accostarono l dove Calandrino solo si  sedeva,  e  faccendo
    vista di non vederlo,  insieme cominciarono a ragionare delle virt di
    diverse pietre,  delle quali Maso cos efficacemente parlava  come  se
    stato fosse un solenne e gran lapidario.
    A'quali  ragionamenti  Calandrino  posto  orecchie,  e  dopo  alquanto
    levatosi in pi, sentendo che non era credenza, si congiunse con loro;
    il che forte piacque a Maso; il quale,  seguendo le sue parole,  fu da
    Calandrin domandato dove queste pietre cos virtuose si trovassero.
    Maso rispose che le pi si trovavano in Berlinzone,  terra de' Baschi,
    in una contrada che si chiamava Bengodi,  nella  quale  si  legano  le
    vigne  con le salsicce,  e avevasi un'oca a denaio e un papero giunta,
    ed eravi una montagna tutta di formaggio parmigiano grattugiato, sopra
    la quale stavan genti che niuna altra cosa facevan che far  maccheroni
    e raviuoli, e cuocergli in brodo di capponi, e poi gli gittavan quindi
    gi,  e  chi  pi ne pigliava pi se n'aveva;  e ivi presso correva un
    fiumicel di vernaccia,  della migliore che mai si bevve,  senza avervi
    entro gocciol d'acqua.
    - Oh,  - disse Calandrino - cotesto  buon paese;  ma dimmi, che si fa
    de' capponi che cuocon coloro?
    Rispose Maso:
    - Mangiansegli i Baschi tutti.
    Disse allora Calandrino:
    - Fostivi tu mai?
    A cui Maso rispose:
    - Di'tu se io vi fu'mai? S vi sono stato cos una volta come mille.
    Disse allora Calandrino:
    - E quante miglia ci ha?
    Maso rispose:
    - Haccene pi di millanta, che tutta notte canta.
    Disse Calandrino:
    - Dunque dee egli essere pi l che Abruzzi.
    - S bene, - rispose Maso - si  cavelle.
    Calandrino semplice, veggendo Maso dir queste parole con un viso fermo
    e senza ridere,  quella fede vi dava che dar si pu a qualunque verit
    pi manifesta, e cos l'aveva per vere, e disse:
    - Troppo ci  di lungi a' fatti miei,  ma se pi presso ci fosse,  ben
    ti dico che io vi verrei una volta con essoteco, pur per veder fare il
    tomo a quei maccheroni, e tormene una satolla. Ma dimmi, che lieto sie
    tu,  in queste contrade non se ne truova niuna di queste  pietre  cos
    virtuose?
    A cui Maso rispose:
    - S, due maniere di pietre ci si truovano di grandissima virt: l'una
    sono i macigni da Settignano e da Montici, per virt de' quali, quando
    son  macine  fatti,  se  ne  fa  la farina;  e per ci si dice egli in
    que'paesi di l,  che da Dio vengono le grazie e da Montici le macine;
    ma  ecci  di  questi  macigni  s  gran quantit,  che appo noi  poco
    prezzata, come appo loro gli smeraldi, de' quali v'ha maggior montagne
    che monte Morello che rilucon di mezza notte vatti con  Dio.  E  sappi
    che  chi  facesse le macine belle e fatte legare in anella,  prima che
    elle si forassero, e portassele al soldano, n'avrebbe ci che volesse.
    L'altra si  una  pietra,  la  quale  noi  altri  lapidari  appelliamo
    elitropia,  pietra di troppo gran virt, per ci che qualunque persona
    la porta sopra di s,  mentre la tiene,  non  da alcuna altra persona
    veduto dove non .
    Allora Calandrin disse:
    - Gran virt son queste; ma questa seconda dove si truova?
    A cui Maso rispose, che nel Mugnone se ne solevan trovare.
    Disse Calandrino:
    - Di che grossezza  questa pietra? O che colore  il suo?
    Rispose Maso:
    -  Ella    di varie grossezze,  ch alcuna n' pi e alcuna meno,  ma
    tutte son di colore quasi come nero.
    Calandrino,  avendo tutte queste cose  seco  notate,  fatto  sembiante
    d'avere  altro  a  fare,  si  part  da Maso,  e seco propose di voler
    cercare di questa pietra; ma diliber di non volerlo fare senza saputa
    di Bruno e di Buffalmacco,  li quali spezialissimamente amava.  Diessi
    adunque  a  cercar  di  costoro,  acci  che senza indugio e prima che
    alcuno altro n'andassero a cercare,  e tutto il  rimanente  di  quella
    mattina consum in cercargli.
    Ultimamente,  essendo gi l'ora della nona passata,  ricordandosi egli
    che essi lavoravano nel monistero delle donne di Faenza, quantunque il
    caldo fosse grandissimo,  lasciata  ogni  altra  sua  faccenda,  quasi
    correndo n'and a costoro, e chiamatigli, cos disse loro:
    - Compagni,  quando voi vogliate credermi, noi possiamo divenire i pi
    ricchi uomini di Firenze,  per ci che io ho inteso da uomo  degno  di
    fede  che in Mugnone si truova una pietra,  la qual chi la porta sopra
    non  veduto da niun'altra persona;  per che a  me  parrebbe  che  noi
    senza alcuno indugio, prima che altra persona v'andasse, v'andassimo a
    cercare.  Noi  la  troveremo per certo,  per ci che io la conosco;  e
    trovata che noi l'avremo, che avrem noi a fare altro se non mettercela
    nella scarsella e andare alle tavole de' cambiatori,  le quali  sapete
    che stanno sempre cariche di grossi e di fiorini, e torcene quanti noi
    ne  vorremo?  Niuno  ci vedr;  e cos potremo arricchire subitamente,
    senza avere tutto d a schiccherare le mura a modo che fa la lumaca.
    Bruno e Buffalmacco,  udendo costui,  fra s medesimi  cominciarono  a
    ridere, e guatando l'un verso l'altro fecer sembianti di maravigliarsi
    forte,  e lodarono il consiglio di Calandrino; ma domand Buffalmacco,
    come questa pietra avesse nome. A Calandrino, che era di grossa pasta,
    era gi il nome uscito di mente, per che egli rispose:
    - Che abbiam noi a far del nome,  poi che noi sappiam la virt?  A  me
    parrebbe che noi andassimo a cercare senza star pi.
    - Or ben, - disse Bruno - come  ella fatta?
    Calandrin disse:
    - Egli ne son d'ogni fatta, ma tutte son quasi nere; per che a me pare
    che noi abbiamo a ricogliere tutte quelle che noi vederem nere,  tanto
    che noi ci abbattiamo ad essa; e per ci non perdiamo tempo, andiamo.
    A cui Brun disse:
    - Or t'aspetta; - e volto a Buffalmacco disse:
    - A me pare che Calandrino dica bene;  ma non mi pare che  questa  sia
    ora da ci,  per ci che il sole  alto e d per lo Mugnone entro e ha
    tutte le pietre rasciutte,  per che tali  paion  test  bianche  delle
    pietre  che  vi  sono,  che  la  mattina,  anzi  che  il  sole l'abbia
    rasciutte, paion nere; e oltre a ci molta gente per diverse cagioni 
    oggi,  che  d di lavorare,  per lo Mugnone,  li quali  vedendoci  si
    potrebbono indovinare quello che noi andassimo faccendo, e forse farlo
    essi  altress,  e  potrebbe  venire  alle mani a loro,  e noi avremmo
    perduto il trotto per l'ambiadura.  A me pare,  se  pare  a  voi,  che
    questa  sia opera da dover fare da mattina,  che si conoscon meglio le
    nere dalle bianche,  e in d di festa,  che non vi sar persona che ci
    vegga.
    Buffalmacco lod il consiglio di Bruno,  e Calandrino vi s'accord,  e
    ordinarono che la  domenica  mattina  vegnente  tutti  e  tre  fossero
    insieme  a cercar di questa pietra;  ma sopra ogn'altra cosa gli preg
    Calandrino che essi non dovesser questa cosa  con  persona  del  mondo
    ragionare,  per ci che a lui era stata posta in credenza. E ragionato
    questo, disse loro ci che udito
    avea della contrada di Bengodi, con saramenti affermando che cos era.
    Partito Calandrino da loro,  essi quello che intorno a questo avessero
    a fare ordinarono fra s medesimi.
    Calandrino  con disidero aspett la domenica mattina;  la qual venuta,
    in sul far del d si lev,  e chiamati i compagni,  per la porta a San
    Gallo  usciti  e  nel  Mugnon discesi,  cominciarono ad andare in gi,
    della  pietra  cercando.  Calandrino  andava,  come  pi  volenteroso,
    avanti,  e prestamente or qua e or l saltando, dovunque alcuna pietra
    nera vedeva,  si gittava,  e quella ricogliendo si metteva in seno.  I
    compagni  andavano  appresso,  e  quando  una  e  quando  un'altra  ne
    ricoglievano;  ma Calandrino non fu guari di via andato,  che egli  il
    seno se n'ebbe pieno; per che, alzandosi i gheroni della gonnella, che
    all'analda non era,  e faccendo di quegli ampio grembo, bene avendogli
    alla coreggia attaccati d'ogni parte,  non dopo  molto  gli  empi,  e
    similmente, dopo alquanto spazio, fatto del mantello grembo, quello di
    pietre empi.
    Per  che,  veggendo  Buffalmacco  e  Bruno che Calandrino era carico e
    l'ora del mangiare s'avvicinava,  secondo l'ordine da s posto,  disse
    Bruno a Buffalmacco:
    - Calandrino dove ?
    Buffalmacco,  che ivi presso sel vedeva, volgendosi intorno e or qua e
    or l riguardando, rispose:
    - Io non so, ma egli era pur poco fa qui dinanzi da noi.
    Disse Bruno:
    - Ben che fa poco!  a me par egli esser certo che egli  ora a casa  a
    desinare,  e  noi ha lasciati nel farnetico d'andar cercando le pietre
    nere gi per lo Mugnone.
    - Deh come egli ha ben fatto,  - disse allora Buffalmacco  -  d'averci
    beffati  e lasciati qui,  poscia che noi fummo s sciocchi che noi gli
    credemmo. Sappi! chi sarebbe stato s stolto che avesse creduto che in
    Mugnone si dovesse trovare una cos virtuosa pietra, altri che noi?
    Calandrino, queste parole udendo,  imagin che quella pietra alle mani
    gli fosse venuta e che per la virt d'essa coloro, ancor che lor fosse
    presente,  nol  vedessero.  Lieto  adunque  oltre modo di tal ventura,
    senza dir loro alcuna cosa, pens di tornarsi a casa;  e volti i passi
    indietro, se ne cominci a venire.
    Vedendo ci, Buffalmacco disse a Bruno:
    - Noi che faremo? Ch non ce ne andiam noi?
    A cui Bruno rispose:
    -  Andianne;  ma  io giuro a Dio che mai Calandrino non me ne far pi
    niuna; e se io gli fossi presso, come stato sono tutta mattina, io gli
    darei tale di questo ciotto nelle calcagna,  che egli si  ricorderebbe
    forse  un mese di questa beffa -;  e il dir le parole e l'aprirsi e 'l
    dar del ciotto nel calcagna a Calandrino  fu  tutto  uno.  Calandrino,
    sentendo il duolo,  lev alto il pi e cominci a soffiare,  ma pur si
    tacque e and oltre.
    Buffalmacco,  recatosi in mano uno de'  ciottoli  che  raccolti  avea,
    disse a Bruno:
    -  Deh!  vedi  bel  codolo,  cos  giugnesse  egli  test nelle reni a
    Calandrino! - e lasciato andare,  gli di con esso nelle reni una gran
    percossa.  E in brieve in cotal guisa or con una parola,  e or con una
    altra su per lo Mugnone infino alla  porta  a  San  Gallo  il  vennero
    lapidando.  Quindi,  in  terra  gittate  le pietre che ricolte aveano,
    alquanto con le guardie de' gabellieri si ristettero; le quali,  prima
    da  loro  informate,  faccendo  vista di non vedere,  lasciarono andar
    Calandrino con le maggior risa del mondo.
    Il quale senza arrestarsi se ne venne a casa sua,  la quale era vicina
    al  Canto alla Macina;  e in tanto fu la fortuna piacevole alla beffa,
    che, mentre Calandrino per lo fiume ne venne e poi per la citt, niuna
    persona gli fece motto,  come che pochi ne  scontrasse,  per  ci  che
    quasi a desinare era ciascuno.
    Entrossene adunque Calandrino cos carico in casa sua.
    Era  per  avventura la moglie di lui,  la quale ebbe nome monna Tessa,
    bella e valente donna,  in capo della scala;  e alquanto turbata della
    sua lunga dimora, veggendol venire, cominci proverbiando a dire:
    - Mai,  frate, il diavol ti ci reca! ogni gente ha gi desinato quando
    tu torni a desinare.
    Il che udendo Calandrino, e veggendo che veduto era,  pieno di cruccio
    e di dolore cominci a gridare:
    - Ohim,  malvagia femina,  o eri tu cost? Tu m'hai diserto; ma in f
    di Dio io te ne pagher -;  e  salito  in  una  sua  saletta  e  quivi
    scaricate  le  molte pietre che recate avea,  niquitoso corse verso la
    moglie, e presala per le treccie la si gitt a' piedi, e quivi, quanto
    egli pot menar le braccia e'piedi,  tanto le di per tutta la persona
    pugna  e  calci,  senza  lasciarle  in capo capello o osso addosso che
    macero non fosse, niuna cosa valendole il chieder merc con le mani in
    croce.
    Buffalmacco e Bruno, poi che co' guardiani della porta ebbero alquanto
    riso,  con  lento  passo  cominciarono  alquanto  lontani  a  seguitar
    Calandrino,  e  giunti  a  pi  dell'uscio di lui,  sentirono la fiera
    battitura la quale alla moglie dava, e faccendo vista di giugnere pure
    allora, il chiamarono.  Calandrino tutto sudato,  rosso e affannato si
    fece alla finestra,  e pregogli che suso a lui dovessero andare. Essi,
    mostrandosi alquanto turbati,  andaron suso e videro la sala piena  di
    pietre,  e nell'un de' canti la donna scapigliata,  stracciata,  tutta
    livida e rotta  nel  viso  dolorosamente  piagnere,  e  d'altra  parte
    Calandrino scinto e ansando a guisa d'uom lasso sedersi.
    Dove come alquanto ebbero riguardato, dissero:
    - Che  questo, Calandrino? Vuoi tu murare, che noi veggiamo qui tante
    pietre? - E oltre a questo soggiunsero:
    - E monna Tessa che ha?  E'par che tu l'abbi battuta;  che novelle son
    queste?
    Calandrino, faticato dal peso delle pietre e dalla rabbia con la quale
    la donna aveva battuta,  e dal dolore della ventura la  quale  perduta
    gli  pareva avere,  non poteva raccogliere lo spirito a formare intera
    la parola alla risposta. Per che soprastando, Buffalmacco ricominci:
    - Calandrino, se tu aveva altra ira, tu non ci dovevi perci straziare
    come fatto hai; ch,  poi sodotti ci avesti a cercar teco della pietra
    preziosa,  senza dirci a Dio n a diavolo,  a guisa di due becconi nel
    Mugnon ci lasciasti, e venistitene, il che noi abbiamo forte per male;
    ma per certo questa fia la sezzaia che tu ci farai mai.
    A queste parole Calandrino sforzandosi rispose:
    - Compagni,  non vi  turbate,  l'opera  sta  altramenti  che  voi  non
    pensate. Io, sventurato! avea quella pietra trovata; e volete udire se
    io  dico  il  vero?  Quando  voi  primieramente  di me domandaste l'un
    l'altro, io v'era presso a men di diece braccia; e veggendo che voi ve
    ne venavate e non mi vedavate, v'entrai innanzi,  e continuamente poco
    innanzi a voi me ne son venuto.
    E,  cominciandosi  dall'un de' capi,  infino la fine raccont loro ci
    che essi fatto e detto aveano,  e mostr loro il dosso e  le  calcagna
    come i ciotti conci gliel'avessero, e poi seguit:
    -  E  dicovi che,  entrando alla porta con tutte queste pietre in seno
    che voi vedete qui,  niuna cosa mi fu detta,  ch sapete quanto  esser
    sogliano  spiacevoli e noiosi que'guardiani a volere ogni cosa vedere;
    e oltre a questo ho trovati per la via pi miei compari  e  amici,  li
    quali sempre mi soglion far motto e invitarmi a bere,  n alcun fu che
    parola mi dicesse n mezza,  s come quegli che non mi  vedeano.  Alla
    fine,  giunto qui a casa, questo diavolo di questa femina maladetta mi
    si par dinanzi ed ebbemi veduto,  per ci che,  come voi  sapete,  le
    femine  fanno  perder la virt ad ogni cosa: di che io,  che mi poteva
    dire il pi avventurato uom di Firenze, sono rimaso il pi sventurato;
    e per questo l'ho tanto battuta quant'io ho potuto menar  le  mani,  e
    non  so  a  quello  che  io  mi tengo che io non le sego le veni;  che
    maladetta sia l'ora che io prima la vidi  e  quand'ella  mi  venne  in
    questa casa!
    E raccesosi nell'ira, si voleva levar. per tornare a batterla da capo.
    Buffalmacco   e   Bruno,   queste   cose  udendo,   facevan  vista  di
    maravigliarsi forte e spesso affermavano quello che Calandrino diceva,
    e avevano  s  gran  voglia  di  ridere  che  quasi  scoppiavano;  ma,
    vedendolo  furioso  levare  per  battere  un'altra  volta  la  moglie,
    levatiglisi allo 'ncontro il ritennero,  dicendo di queste cose  niuna
    colpa aver la donna, ma egli che sapeva che le femine facevano perdere
    la  virt  alle  cose  e  non  le  aveva  detto  che ella si guardasse
    d'apparirgli innanzi quel giorno: il quale avvedimento Iddio gli aveva
    tolto o per ci che la ventura non  doveva  esser  sua,  o  perch'egli
    aveva in animo d'ingannare i suoi compagni,  a' quali, come s'avvedeva
    d'averla trovata, il doveva palesare.
    E  dopo  molte  parole,  non  senza  gran  fatica,  la  dolente  donna
    riconciliata con essolui, e lasciandol malinconoso colla casa piena di
    pietre, si partirono.
    Giornata ottava - Novella quarta.

    Il  proposto  di Fiesole ama una donna vedova;  non  amato da lei,  e
    credendosi giacer con lei, giace con una sua fante, e i fratelli della
    donna vel fanno trovare al vescovo suo.

    Venuta era Elissa alla fine della sua novella,  non senza gran piacere
    di tutta la compagnia avendola raccontata,  quando la reina, ad Emilia
    voltatasi,   le  mostr  voler  che  ella  appresso  d'Elissa  la  sua
    raccontasse, la quale prestamente cos cominci.
    Valorose   donne,   quanto  i  preti  e'frati  e  ogni  cherico  sieno
    sollecitatori delle menti nostre,  in pi  novelle  dette  mi  ricorda
    essere  mostrato;  ma  per  ci  che  dir non se ne potrebbe tanto che
    ancora pi non ne fosse,  io,  oltre a quelle,  intendo di dirvene una
    d'un proposto,  il quale,  malgrado di tutto il mondo,  voleva che una
    gentil donna vedova gli volesse bene o volesse ella o no; la quale, si
    come molto savia, il tratt s come egli era degno.
    Come ciascuna di voi sa, Fiesole, il cui poggio noi possiamo di quinci
    vedere,  fu gi antichissima citt  e  grande,  come  che  oggi  tutta
    disfatta sia,  n per ci  mai cessato che vescovo avuto non abbia, e
    ha ancora.  Quivi vicino alla maggior chiesa ebbe gi una gentil donna
    vedova, chiamata monna Piccarda, un suo podere con una casa non troppo
    grande;  e per ci che la pi agiata donna del mondo non era, quivi la
    maggior parte dell'anno dimorava e con lei due suoi fratelli,  giovani
    assai dabbene e cortesi.
    Ora  avvenne che,  usando questa donna alla chiesa maggiore ed essendo
    ancora assai giovane e bella e piacevole,  di lei s'innamor s  forte
    il  proposto  della  chiesa,  che pi qua n pi l non vedea.  E dopo
    alcun tempo fu di tanto ardire, che egli medesimo disse a questa donna
    il piacer suo,  e pregolla che ella dovesse  esser  contenta  del  suo
    amore e d'amar lui come egli lei amava.
    Era  questo  proposto  d'anni  gi vecchio,  ma di senno giovanissimo,
    baldanzoso e altiero, e di s ogni gran cosa presummeva, con suoi modi
    e costumi pieni di scede e  di  spiacevolezze,  e  tanto  sazievole  e
    rincrescevole  che niuna persona era che ben gli volesse;  e se alcuno
    ne gli voleva poco,  questa donna era colei,  ch non solamente non ne
    gli voleva punto, ma ella l'aveva pi in odio che il mal del capo.
    Per che ella, s come savia, gli rispose:
    - Messere,  che voi m'amiate mi pu esser molto caro,  e io debbo amar
    voi e amerovvi volentieri;  ma tra 'vostro amore  e  'mio  niuna  cosa
    disonesta dee cader mai. Voi siete mio padre spirituale e siete prete,
    e  gi  v'appressate  molto  bene  alla  vecchiezza,  le quali cose vi
    debbono fare e onesto e casto;  e d'altra parte io non son  fanciulla,
    alla quale questi innamoramenti steano oggimai bene, e son vedova; ch
    sapete quanta onest nelle vedove si richiede; e per ci abbiatemi per
    iscusata,  che  al  modo che voi mi richiedete io non v'amer mai,  n
    cos voglio essere amata da voi.
    Il proposto,  per quella volta non potendo trarre da  lei  altro,  non
    fece  come  sbigottito  o  vinto  al  primo colpo,  ma,  usando la sua
    trascutata prontezza,  la sollicit molte volte e con  lettere  e  con
    ambasciate, e ancora egli stesso quando nella chiesa la vedeva venire.
    Per  che,  parendo  questo  stimolo  troppo grave e troppo noioso alla
    donna,  si pens di volerlosi levar da dosso  per  quella  maniera  la
    quale egli meritava,  poscia che altramenti non poteva; ma cosa alcuna
    far non volle, che prima co' fratelli no 'ragionasse. E detto loro ci
    che il proposto verso lei operava,  e quello ancora che ella intendeva
    di  fare,  e  avendo in ci piena licenza da loro,  ivi a pochi giorni
    and alla chiesa come usata era. La quale come il proposto vide,  cos
    se ne venne verso lei e, come far soleva, per un modo parentevole seco
    entr in parole.
    La  donna,  vedendol venire,  e verso lui riguardando,  gli fece lieto
    viso, e da una parte tiratisi, avendole il proposto molte parole dette
    al modo usato, la donna dopo un gran sospiro disse
    - Messere,  io ho udito assai volte che egli non  alcun  castello  s
    forte che,  essendo ogni d combattuto,  non venga fatto d'esser preso
    una volta,  il che io veggo molto bene in me essere  avvenuto.  Tanto,
    ora con dolci parole e ora con una piacevolezza e ora con un'altra, mi
    siete  andato  d'attorno,   che  voi  m'avete  fatto  rompere  il  mio
    proponimento, e son disposta, poscia che io cos vi piaccio,  a volere
    esser vostra.
    Il proposto tutto lieto disse:
    - Madonna, gran merc; e a dirvi il vero, io mi son forte maravigliato
    come  voi  vi  siete  tanto tenuta,  pensando che mai pi di niuna non
    m'avvenne;  anzi ho io alcuna volta detto:  -  Se  le  femine  fossero
    d'ariento, elle non varrebbon denaio, per ci che niuna se ne terrebbe
    a martello -.  Ma lasciamo andare ora questo: quando e dove potrem noi
    essere insieme?
    A cui la donna rispose:
    - Signor mio  dolce,  il  quando  potrebbe  essere  qual  ora  pi  ci
    piacesse,  perci che io non ho marito a cui mi convenga render ragion
    delle notti, ma io non so pensare il dove.
    Disse il proposto:
    - Come no? O in casa vostra?
    Rispose la donna:
    - Messer, voi sapete che io ho due fratelli giovani,  li quali e di d
    e di notte vengono in casa con lor brigate, e la casa mia non  troppo
    grande,  e  per  ci  esser non vi si potrebbe,  salvo chi non volesse
    starvi a modo di mutolo,  senza far motto o zitto alcuno e al  buio  a
    modo di ciechi;  vogliendo far cos, si potrebbe, per ci che essi non
    s'impacciano nella camera mia;  ma  la loro s allato alla  mia,  che
    paroluzza s cheta non si pu dire che non si senta.
    Disse allora il proposto:
    - Madonna,  per questo non rimanga per una notte per due,  intanto che
    io pensi dove noi possiamo essere in altra parte con pi agio.
    La donna disse:
    - Messere, questo stea pure a voi; ma d'una cosa vi priego: che questo
    stea segreto, che mai parola non se ne sappia.
    Il proposto disse allora:
    - Madonna,  non dubitate di ci,  e se esser puote,  fate che istasera
    noi siamo insieme.
    La donna disse:
    - Piacemi -;  e datogli l'ordine come e quando venir dovesse, si part
    e tornossi a casa.
    Aveva questa donna una sua fante, la qual non era per troppo giovane,
    ma ella aveva il pi brutto viso e il pi contrafatto che  si  vedesse
    mai;  ch  ella  aveva il naso schiacciato forte e la bocca torta e le
    labbra grosse e i denti mal composti e grandi,  e sentiva del guercio,
    n mai era senza mal d'occhi,  con un color verde e giallo, che pareva
    che non a Fiesole ma a Sinigaglia avesse fatta la  state;  e  oltre  a
    tutto  questo era sciancata e un poco monca dal lato destro;  e il suo
    nome era Ciuta;  e perch cos cagnazzo viso  avea,  da  ogn'uomo  era
    chiamata Ciutazza. E bench ella fosse contrafatta della persona, ella
    era pure alquanto maliziosetta.
    La quale la donna chiam a s e dissele:
    - Ciutazza,  se tu mi vuoi fare un servigio stanotte, io ti doner una
    bella camicia nuova.
    La Ciutazza, udendo ricordar la camicia, disse:
    - Madonna,  se voi mi date una camicia,  io mi gitter nel fuoco,  non
    che altro.
    - Or ben, - disse la donna - io voglio che tu giaccia stanotte con uno
    uomo entro il letto mio,  e che tu gli faccia carezze,  e guarditi ben
    di non far motto, s che tu non fossi sentita da' fratei miei, ch sai
    che ti dormono allato; e poscia io ti dar la camicia.
    La Ciutazza disse:
    - S dormir io con sei, non che con uno, se bisogner.
    Venuta adunque la sera,  messer lo proposto venne,  come ordinato  gli
    era stato,  e i due giovani,  come la donna composto avea, erano nella
    camera loro e facevansi ben sentire; per che il proposto,  tacitamente
    e al buio nella camera della donna entratosene,  se n'and,  come ella
    gli disse, al letto,  e dall'altra parte la Ciutazza,  ben dalla donna
    informata di ci che a far avesse.
    Messer  lo proposto,  credendosi aver la donna sua allato,  si rec in
    braccio la Ciutazza,  e cominciolla a baciar senza dir  parola,  e  la
    Ciutazza  lui;  e  cominciossi  il  proposto  a sollazzar con lei,  la
    possession pigliando de' beni lungamente disiderati.
    Quando la donna ebbe questo fatto, impose a' fratelli che facessero il
    rimanente di ci che ordinato era;  li quali,  chetamente della camera
    usciti,  n'andarono verso la piazza, e fu lor la fortuna in quello che
    far volevano pi favorevole che essi medesimi non dimandavano; per ci
    che, essendo il caldo grande, aveva domandato il vescovo di questi due
    giovani,  per andarsi infino a casa lor diportando e ber con loro.  Ma
    come venir gli vide, cos detto loro il suo disidero, con loro si mise
    in via, e in una lor corticella fresca entrato, dove molti lumi accesi
    erano, con gran piacer bevve d'un loro buon vino.
    E avendo bevuto, dissono i giovani:
    - Messer,  poi che tanta di grazia n'avete fatto, che degnato siete di
    visitar questa nostra piccola casetta,  alla  quale  noi  venavamo  ad
    invitarvi,  noi vogliam che vi piaccia di voler vedere una cosetta che
    noi vi vogliam mostrare.
    Il vescovo rispose che volentieri; per che l'un de' giovani,  preso un
    torchietto acceso in mano e messosi innanzi, seguitandolo il vescovo e
    tutti  gli  altri,  si dirizz verso la camera dove messer lo proposto
    giaceva con la Ciutazza. Il quale, per giugner tosto, s'era affrettato
    di cavalcare, ed era, avanti che costor quivi venissero, cavalcato gi
    delle miglia pi di tre; per che istanchetto,  avendo,  non ostante il
    caldo, la Ciutazza in braccio, si riposava.
    Entrato adunque con lume in mano il giovane nella camera, e il vescovo
    appresso  e  poi  tutti gli altri,  gli fu mostrato il proposto con la
    Ciutazza in braccio. In questo destatosi messer lo proposto,  e veduto
    il lume e questa gente dattornosi, vergognandosi forte e temendo, mise
    il capo sotto i panni.  Al quale il vescovo disse una gran villania, e
    fecegli trarre il capo fuori e vedere con cui giaciuto era.
    Il proposto, conosciuto lo 'nganno della donna, s per quello e s per
    lo vituperio che aver gli parea,  subito divenne il pi doloroso  uomo
    che  fosse  mai;  e per comandamento del vescovo rivestitosi,  a patir
    gran penitenza del peccato commesso con buona guardia  ne  fu  mandato
    alla  chiesa.  Volle  il  vescovo  appresso  sapere  come questo fosse
    avvenuto,  che egli quivi con la Ciutazza fosse a  giacere  andato.  I
    giovani gli dissero ordinatamente ogni cosa.  Il che il vescovo udito,
    commend molto la donna e i giovani altress,  che,  senza volersi del
    sangue  de' preti imbrattar le mani,  lui s come egli era degno avean
    trattato.
    Questo peccato gli fece il vescovo piagnere quaranta d,  ma  amore  e
    isdegno gliele fecero piagnere pi di quarantanove,  senza che, poi ad
    un gran tempo,  egli non poteva mai andar per via che egli  non  fosse
    da' fanciulli mostrato a dito, li quali dicevano:
    -  Vedi  colui  che giacque con la Ciutazza -;  il che gli era s gran
    noia, che egli ne fu quasi in su lo 'mpazzare.
    E in cos fatta guisa la valente donna si tolse da dosso la noia dello
    impronto proposto; e la Ciutazza guadagn la camicia.


















    Giornata ottava - Novella quinta.

    Tre giovani traggono le brache ad un giudice marchigiano  in  Firenze,
    mentre che egli, essendo al banco, teneva ragione.

    Fatto  aveva Emilia fine al suo ragionamento,  essendo stata la vedova
    donna commendata da tutti,  quando la reina,  a Filostrato  guardando,
    disse:
    - A te viene ora il dover dire.
    Per  la qual cosa egli prestamente rispose s essere apparecchiato,  e
    cominci.
    Dilettose donne,  il giovane che Elissa poco avanti nomin,  cio Maso
    del  Saggio,  mi  far  lasciare stare una novella la quale io di dire
    intendeva,  per dirne una di lui e d'alcuni suoi  compagni,  la  quale
    ancora che disonesta non sia, per ci che vocaboli in essa s'usano che
    voi d'usar vi vergognate,  nondimeno  ella tanto da ridere, che io la
    pur dir.
    Come voi tutte potete avere udito,  nella nostra citt  vengono  molto
    spesso  rettori  marchigiani,  li  quali  generalmente  sono uomini di
    povero cuore e di vita tanto strema e tanto misera, che altro non pare
    ogni lor fatto che una pidocchieria;  e per questa loro innata miseria
    e avarizia,  menan seco e giudici e notai, che paion uomini levati pi
    tosto dallo aratro o tratti dalla calzoleria,  che delle scuole  delle
    leggi.
    Ora,  essendovene venuto uno per podest,  tra gli altri molti giudici
    che seco men,  ne men uno il quale si facea chiamare messer  Niccola
    da  San  Lepidio,  il  qual  pareva  pi  tosto un magnano che altro a
    vedere,  e fu posto costui tra gli altri giudici ad udire le  quistion
    criminali.
    E  come  spesso  avviene che,  bene che i cittadini non abbiano a fare
    cosa del mondo a Palagio, pur talvolta vi vanno,  avvenne che Maso del
    Saggio  una  mattina,  cercando  d'un suo amico,  v'and;  e venutogli
    guardato l dove questo messer Niccola sedeva, parendogli che fosse un
    nuovo uccellone,  tutto il venne considerando.  E,  come che egli  gli
    vedesse il vaio tutto affumicato in capo e un pennaiuolo a cintola,  e
    pi lunga la gonnella che la  guarnacca,  e  assai  altre  cose  tutte
    strane da ordinato e costumato uomo, tra queste una, ch' pi notabile
    che alcuna dell'altre,  al parer suo, ne gli vide, e ci fu un paio di
    brache,  le quali,  sedendo egli e i panni per  istrettezza  standogli
    aperti  dinanzi,  vide  che  il  fondo  loro in fino a mezza gamba gli
    aggiugnea.
    Per che,  senza star troppo a guardarle,  lasciato quello  che  andava
    cercando, incominci a far cerca nuova, e trov due suoi compagni, de'
    quali  l'uno  aveva  nome Ribi e l'altro Matteuzzo,  uomini ciascun di
    loro non meno sollazzevoli che Maso, e disse loro:
    - Se vi cal di me,  venite meco infino a Palagio,  ch  io  vi  voglio
    mostrare il pi nuovo squasimodeo che voi vedeste mai.
    E  con  loro  andatosene  in Palagio,  mostr loro questo giudice e le
    brache sue. Costoro dalla lungi cominciarono a ridere di questo fatto,
    e fattisi pi vicini alle panche sopra  le  quali  messer  lo  giudice
    stava,  vider  che  sotto  quelle  panche molto leggiermente si poteva
    andare,  e oltre a ci videro rotta l'asse sopra la  quale  messer  lo
    giudicio  teneva i piedi,  tanto che a grand'agio vi si poteva mettere
    la mano e 'l braccio.
    E allora Maso disse a' compagni:
    - Io voglio che noi gli traiamo quelle brache del tutto,  per ci  che
    si pu troppo bene.
    Aveva  gi ciascun de' compagni veduto come: per che,  fra s ordinato
    che dovessero fare e dire,  la seguente  mattina  vi  ritornarono;  ed
    essendo la corte molto piena d'uomini,  Matteuzzo,  che persona non se
    ne avvide,  entr sotto il banco e andossene appunto  sotto  il  luogo
    dove  il  giudice teneva i piedi.  Maso dall'un de' lati accostatosi a
    messer lo giudice,  il prese per lo  lembo  della  guarnacca,  e  Ribi
    accostatosi dall'altro e fatto il simigliante, incominci Maso a dire:
    - Messer,  o messere;  io vi priego per Dio,  che, innanzi che cotesto
    ladroncello, che v' cost dallato, vada altrove,  che voi mi facciate
    rendere un mio paio d'uose le quali egli m'ha imbolate,  e dice pur di
    no, e io il vidi, non  ancora un mese, che le faceva risolare.
    Ribi dall'altra parte gridava forte:
    - Messere, non gli credete, ch egli  un ghiottoncello, e perch egli
    sa che io son venuto a richiamarmi di lui d'una valigia la quale  egli
    m'ha imbolata, ed egli  test venuto e dice dell'uose, che io m'aveva
    in  casa infin vie l'altrieri,  e se voi non mi credeste,  io vi posso
    dare per testimonia la trecca mia dallato, e la Grassa ventraiuola,  e
    un che va raccogliendo la spazzatura da Santa Maria a Verzaia,  che 'l
    vide quando egli tornava di villa.
    Maso d'altra parte non lasciava dire a  Ribi,  anzi  gridava,  e  Ribi
    gridava ancora.  E mentre che il giudice stava ritto e loro pi vicino
    per intendergli meglio,  Matteuzzo,  preso tempo,  mise la mano per lo
    rotto  dell'asse,  e pigli il fondo delle brache del giudice,  e tir
    gi forte.  Le brache ne venner giuso incontanente,  per  ci  che  il
    giudice era magro e sgroppato.  Il quale,  questo fatto sentendo e non
    sappiendo che ci  si  fosse,  volendosi  tirare  i  panni  dinanzi  e
    ricoprirsi  e porsi a sedere,  Maso dall'un lato e Ribi dall'altro pur
    tenendolo e gridando forte:
    - Messer, voi fate villania a non farmi ragione,  e non volermi udire,
    e volervene andare altrove;  di cos piccola cosa,  come questa , non
    si d libello in questa terra -;  e tanto in queste parole il  tennero
    per  li  panni,  che  quanti  nella corte n'erano s'accorsero essergli
    state tratte le brache. Ma Matteuzzo,  poi che alquanto tenute l'ebbe,
    lasciatele, se n'usc fuori e andossene senza esser veduto.
    Ribi, parendogli di aver assai fatto, disse:
    - Io fo boto a Dio d'aiutarmene al sindacato.
    E Maso dall'altra parte, lasciatagli la guarnacca disse:
    - No,  io ci pur verr tante volte, che io vi troverr cos impacciato
    come voi siete paruto stamane -; e l'uno in qua e l'altro in l,  come
    pi tosto poterono, si partirono.
    Messer  lo  giudice,  tirate  in su le brache in presenza d'ogni uomo,
    come se da dormir si  levasse  accorgendosi  pure  allora  del  fatto,
    domand  dove  fossero  andati  quegli  che  dell'uose e della valigia
    avevan quistione;  ma,  non ritrovandosi,  cominci a giurare  per  le
    budella  di Dio che e'gli conveniva cognoscere e saper se egli s'usava
    a Firenze di trarre le brache a' giudici,  quando  sedevano  al  banco
    della ragione.
    Il podest d'altra parte,  sentitolo,  fece un grande schiamazzio; poi
    per suoi amici mostratogli che questo non gli era  fatto  se  non  per
    mostrargli  che  i  fiorentini conoscevano che,  dove egli doveva aver
    menati giudici,  egli aveva menati becconi per averne miglior mercato,
    per lo miglior si tacque, n pi avanti and la cosa per quella volta.

    Giornata ottava - Novella sesta.

    Bruno  e Buffalmacco imbolano un porco a Calandrino;  fannogli fare la
    sperienzia da ritrovarlo con galle di gengiovo e con  vernaccia,  e  a
    lui ne danno due, l'una dopo l'altra, di quelle del cane confettate in
    alo,  e pare che l'abbia avuto egli stesso;  fannolo ricomperare,  se
    egli non vuole che alla moglie il dicano.

    Non ebbe prima la novella di Filostrato fine,  della  quale  molto  si
    rise,  che la reina a Filomena impose che seguitando dicesse; la quale
    incominci.
    Graziose donne,  come Filostrato fu dal nome di Maso  tirato  a  dover
    dire  la  novella la quale da lui udita avete,  cos n pi n men son
    tirata io da quello di Calandrino e de' compagni suoi a dirne un'altra
    di loro, la qual, s come io credo, vi piacer.
    Chi Calandrino,  Bruno e Buffalmacco fossero non  bisogna  che  io  vi
    mostri,  ch  assai  l'avete  di  sopra udito;  e per ci,  pi avanti
    faccendomi,  dico che Calandrino aveva  un  suo  poderetto  non  guari
    lontano  da Firenze,  che in dote aveva avuto della moglie,  del quale
    tra l'altre cose che su vi ricoglieva,  n'aveva ogn'anno un porco,  ed
    era  sua  usanza sempre col di dicembre d'andarsene la moglie ed egli
    in villa, e ucciderlo e quivi farlo salare.
    Ora avvenne una volta tra l'altre che, non essendo la moglie ben sana,
    Calandrino and egli solo ad uccidere il porco;  la qual cosa sentendo
    Bruno e Buffalmacco, e sappiendo che la moglie di lui non v'andava, se
    n'andarono ad un prete loro grandissimo amico, vicino di Calandrino, a
    starsi con lui alcun d.
    Aveva  Calandrino,  la  mattina  che costor giunsero il d,  ucciso il
    porco, e vedendogli col prete, gli chiam e disse:
    - Voi siate i ben venuti.  Io voglio che voi veggiate che  massaio  io
    sono; e menatigli in casa, mostr loro questo porco.
    Videro costoro il porco esser bellissimo, e da Calandrino intesero che
    per la famiglia sua il voleva salare. A cui Brun disse:
    - Deh!  come tu se'grosso!  Vendilo, e godianci i denari; e a mogliata
    d che ti sia stato imbolato.
    Calandrino disse:
    -  No,  ella  nol  crederrebbe,  e  caccerebbemi  fuor  di  casa;  non
    v'impacciate, ch io nol farei mai.
    Le  parole furono assai,  ma niente montarono.  Calandrino gl'invit a
    cena cotale alla trista,  s che  costoro  non  vi  vollon  cenare,  e
    partirsi da lui.
    Disse Bruno a Buffalmacco:
    - Vogliangli noi imbolare stanotte quel porco?
    Disse Buffalmacco:
    - O come potremmo noi?
    Disse Bruno:
    - Il come ho io ben veduto, se egli nol muta di l ove egli era test.
    - Adunque,  - disse Buffalmacco - faccianlo;  perch nol faremo noi? E
    poscia cel goderemo qui insieme col domine.
    Il prete disse che gli era molto caro.
    Disse allora Bruno:
    - Qui si vuole  usare  un  poco  d'arte:  tu  sai,  Buffalmacco,  come
    Calandrino    avaro  e  come  egli  bee volentieri quando altri paga;
    andiamo e meniallo alla taverna,  e quivi il  prete  faccia  vista  di
    pagare  tutto  per  onorarci  e non lasci pagare a lui nulla;  egli si
    ciurmer, e verracci troppo ben fatto poi,  per ci che egli  solo in
    casa.  Come Brun disse, cos fecero. Calandrino, veggendo che il prete
    nol lasciava pagare,  si diede in  sul  bere,  e  bench  non  ne  gli
    bisognasse  troppo,  pur  si caric bene;  ed essendo gi buona ora di
    notte quando dalla taverna si part,  senza volere altramenti  cenare,
    se  n'entr  in  casa,  e  credendosi aver serrato l'uscio,  il lasci
    aperto e andossi al letto.
    Buffalmacco e Bruno se n'andarono a cenare col prete,  e,  come cenato
    ebbero,  presi  loro  argomenti per entrare in casa Calandrino l onde
    Bruno aveva divisato,  l chetamente n'andarono;  ma,  trovando aperto
    l'uscio,  entrarono dentro, e ispiccato il porco, via a casa del prete
    nel portarono, e ripostolo, se n'andarono a dormire.
    Calandrino, essendogli il vino uscito del capo, si lev la mattina, e,
    come scese gi, guard e non vide il porco suo, e vide l'uscio aperto;
    per che,  domandato questo e quell'altro se  sapessero  chi  il  porco
    s'avesse avuto,  e non trovandolo, incominci a fare il romore grande:
    ohis, dolente s, che il porco gli era stato imbolato.
    Bruno e Buffalmacco levatisi, se n'andarono verso Calandrino, per udir
    ci che egli  del  porco  dicesse.  Il  qual,  come  gli  vide,  quasi
    piagnendo chiamatigli, disse:
    - Ohim, compagni miei, che il porco mio m' stato imbolato.
    Bruno, accostatoglisi, pianamente gli disse:
    - Maraviglia, che se'stato savio una volta.
    - Ohim, - disse Calandrino - ch io dico da dovero.
    -  Cos  di',  - diceva Bruno - grida forte s,  che paia bene che sia
    stato cosi.
    Calandrino gridava allora pi forte e diceva:
    - Al corpo di Dio, che io dico da dovero che egli m' stato imbolato.
    E Bruno diceva:
    - Ben di',  ben di': e'si vuol ben dir cos,  grida  forte  fatti  ben
    sentire, s che egli paia vero.
    Disse Calandrino:
    - Tu mi faresti dar l'anima al nimico. Io dico che tu non mi credi, se
    io non sia impiccato per la gola, che egli m' stato imbolato.
    Disse allora Bruno:
    -  Deh!  come  dee  potere  esser questo?  Io il vidi pure ieri cost.
    Credimi tu far credere che egli sia volato?
    Disse Calandrino:
    - Egli  come io ti dico.
    - Deh! - disse Bruno - pu egli essere?
    - Per certo, - disse Calandrino - egli  cos, di che io son diserto e
    non so come io mi torni a casa: mogliema nol mi creder,  e se ella il
    mi pur crede, io non avr uguanno pace con lei.
    Disse allora Bruno:
    -  Se  Dio  mi  salvi,  questo    mal  fatto,  se vero ;  ma tu sai,
    Calandrino,  che ieri io t'insegnai dir cos: io non vorrei che tu  ad
    un'ora ti facessi beffe di moglieta e di noi.
    Calandrino incominci a gridare e a dire:
    - Deh perch mi farete disperare e bestemmiare Iddio e'santi e ci che
    v'? Io vi dico che il porco m' stato sta notte imbolato.
    Disse allora Buffalmacco:
    - Se egli  pur cos, vuolsi veder via, se noi sappiamo, di riaverlo.
    - E che via - disse Calandrino - potrem noi trovare?
    Disse allora Buffalmacco:
    - Per certo egli non c' venuto d'India niuno a torti il porco; alcuno
    di questi tuoi vicini dee essere stato;  e per ci,  se tu gli potessi
    ragunare,  io so fare  la  esperienza  del  pane  e  del  formaggio  e
    vederemmo di botto chi l'ha avuto.
    -  S,  -  disse  Bruno  ben  farai  con  pane e con formaggio a certi
    gentilotti che ci ha dattorno,  ch son certo che alcun di  loro  l'ha
    avuto, e avvederebbesi del fatto, e non ci vorrebber venire.
    - Come  dunque da fare? - disse Buffalmacco.
    Rispose Bruno:
    - Vorrebbesi fare con belle galle di gengiovo e con bella vernaccia, e
    invitargli a bere.  Essi non sel penserebbono e verrebbono;  e cos si
    possono benedire le galle del gengiovo, come il pane e 'cacio.
    Disse Buffalmacco:
    - Per certo tu di'il vero; e tu, Calandrino, che di'? Vogliallo fare?
    Disse Calandrino:
    - Anzi ve ne priego io per l'amor di Dio;  ch,  se io sapessi pur chi
    l'ha avuto, s mi parrebbe esser mezzo consolato.
    -  Or via,  - disse Bruno - io sono acconcio d'andare infino a Firenze
    per quelle cose in tuo servigio, se tu mi dai i denari.
    Aveva Calandrino forse quaranta soldi, li quali egli gli diede.
    Bruno,  andatosene a Firenze ad un suo  amico  speziale,  comper  una
    libbra  di  belle  galle  di gengiovo,  e fecene far due di quelle del
    cane, le quali egli fece confettare in uno alo patico fresco;  poscia
    fece dar loro le coverte del zucchero,  come avevan l'altre, e per non
    ismarrirle o scambiarle,  fece lor fare un  certo  segnaluzzo  per  lo
    quale  egli molto bene le conoscea,  e comperato un fiasco d'una buona
    vernaccia, se ne torn in villa a Calandrino e dissegli:
    - Farai che tu inviti domattina a ber con teco tutti coloro di cui  tu
    hai  sospetto;  egli    festa,  ciascun  verr volentieri,  e io far
    stanotte insieme con Buffalmacco la 'ncantagione  sopra  le  galle,  e
    recherolleti  domattina a casa,  e per tuo amore io stesso le dar,  e
    far e dir ci che fia da dire e da fare.
    Calandrino cos fece.
    Ragunata adunque una buona brigata tra di giovani fiorentini,  che per
    la  villa erano,  e di lavoratori,  la mattina vegnente,  dinanzi alla
    chiesa intorno all'olmo,  Bruno e Buffalmacco vennono con una  scatola
    di  galle  e  col  fiasco del vino,  e fatti stare costoro in cerchio,
    disse Bruno:
    - Signori, e'mi vi convien dir la cagione per che voi siete qui, acci
    che,  se altro avvenisse che non vi  piacesse,  voi  non  v'abbiate  a
    ramaricar di me.  A Calandrino,  che qui ,  fu ier notte tolto un suo
    bel porco, n sa trovare chi avuto se l'abbia; e per ci che altri che
    alcun di noi che qui siamo non gliele dee potere aver tolto, esso, per
    ritrovar chi avuto l'ha,  vi d a mangiar queste galle una per uno,  e
    bere.  E infino da ora sappiate che chi avuto avr il porco, non potr
    mandar  gi  la  galla,  anzi  gli  parr  pi  amara  che  veleno,  e
    sputeralla;  e  per  ci,  anzi  che  questa vergogna gli sia fatta in
    presenza di tanti,   forse  il  meglio  che  quel  cotale  che  avuto
    l'avesse,  in  penitenzia  il dica al sere,  e io mi rimarr di questo
    fatto.
    Ciascun che v'era disse che ne  voleva  volentier  mangiare;  per  che
    Bruno,  ordinatigli  e messo Calandrino tra loro,  cominciatosi all'un
    de' capi,  cominci a dare a ciascun  la  sua,  e,  come  fu  per  mei
    Calandrino,  presa una delle canine,  gliele pose in mano.  Calandrino
    prestamente la si gitt in bocca e cominci a masticare;  ma s  tosto
    come   la   lingua   sent  l'alo,   cos  Calandrino,   non  potendo
    l'amaritudine sostenere, la sput fuori.
    Quivi ciascun guatava nel viso l'uno all'altro,  perveder chi  la  sua
    sputasse;  e  non avendo Bruno ancora compiuto di darle,  non faccendo
    sembianti d'intendere a ci, s'ud dir dietro: - Eja, Calandrino,  che
    vuol  dir  questo?  -  per  che  prestamente  rivolto,  e  veduto  che
    Calandrino la sua aveva sputata, disse:
    - Aspettati,  forse che alcuna altra cosa gliele fece  sputare:  tenne
    un'altra -;  e presa la seconda, gliele mise in bocca, e forn di dare
    l'altre che a dare aveva.
    Calandrino,  se la prima  gli  era  paruta  amara,  questa  gli  parve
    amarissima; ma pur vergognandosi di sputarla, alquanto masticandola la
    tenne  in bocca,  e tenendola cominci a gittar le lagrime che parevan
    nocciuole, s eran grosse;  e ultimamente,  non potendo pi,  la gitt
    fuori come la prima aveva fatto.
    Buffalmacco faceva dar bere alla brigata,  e Bruno;  li quali, insieme
    con gli altri questo vedendo,  tutti dissero che per certo  Calandrino
    se l'aveva imbolato egli stesso;  e furonvene di quegli che aspramente
    il ripresono.
    Ma pur,  poi che partiti si furono,  rimasi Bruno  e  Buffalmacco  con
    Calandrino, gl'incominci Buffalmacco a dire:
    - Io l'aveva per lo certo tuttavia che tu te l'avevi avuto tu, e a noi
    volevi  mostrare che ti fosse stato imbolato,  per non darci una volta
    bere de' denari che tu n'avesti.
    Calandrino,  il quale ancora non  aveva  sputata  l'amaritudine  dello
    alo, incominci a giurare che egli avuto non l'avea.
    Disse Buffalmacco:
    - Ma che n'avesti, sozio, alla buona f? Avestine sei?
    Calandrino, udendo questo, s'incominci a disperare. A cui Brun disse:
    -  Intendi sanamente,  Calandrino,  che egli fu tale nella brigata che
    con noi mangi e bevve,  che mi disse  che  tu  avevi  quinci  su  una
    giovinetta  che  tu  tenevi  a  tua posta,  e davile ci che tu potevi
    rimedire,  e che egli aveva per certo che tu  l'avevi  mandato  questo
    porco.  Tu s hai apparato ad esser beffardo!  Tu ci menasti una volta
    gi per lo Mugnone ricogliendo pietre nere,  e  quando  tu  ci  avesti
    messo in galea senza biscotto,  e tu te ne venisti; e poscia ci volevi
    far credere che tu l'avessi trovata;  e ora similmente  ti  credi  co'
    tuoi giuramenti far credere altress che il porco, che tu hai donato o
    ver venduto, ti sia stato imbolato. Noi s siamo usi delle tue beffe e
    conoscialle;  tu  non  ce ne potresti far pi;  e per ci,  a dirti il
    vero,  noi ci abbiamo  durata  fatica  in  far  l'arte,  per  che  noi
    intendiamo che tu ci doni due paia di capponi, se non che noi diremo a
    monna Tessa ogni cosa.
    Calandrino,  vedendo  che creduto non gli era,  parendogli avere assai
    dolore,  non volendo anche il  riscaldamento  della  moglie,  diede  a
    costoro  due paia di capponi.  Li quali,  avendo essi salato il porco,
    portatisene a Firenze, lasciaron Calandrino col danno e con le beffe.









    Giornata ottava - Novella settima.

    Uno scolare ama una donna vedova, la quale,  innamorata d'altrui,  una
    notte di verno il fa stare sopra la neve ad aspettarsi;  la quale egli
    poi,  con un suo consiglio,  di mezzo luglio ignuda tutto un d la  fa
    stare in su una torre alle mosche e a' tafani e al sole.

    Molto  avevan  le  donne  riso  del  cattivello  di Calandrino,  e pi
    n'avrebbono ancora,  se stato non fosse che loro in crebbe di vedergli
    torre ancora i capponi,  a color che tolto gli aveano il porco. Ma poi
    che la fine fu venuta,  la reina a Pampinea impose che dicesse la sua;
    ed essa prestamente cos cominci.
    Carissime   donne,   spesse  volte  avviene  che  l'arte    dall'arte
    schernita, e per ci  poco senno il dilettarsi di schernire altrui.
    Noi abbiamo per pi novellette dette  riso  molto  delle  beffe  state
    fatte,  delle quali niuna vendetta esserne stata fatta s' raccontato;
    ma io  intendo  di  farvi  avere  alquanta  compassione  d'una  giusta
    retribuzione ad una nostra cittadina renduta,  alla quale la sua beffa
    presso che con morte, essendo beffata, ritorn sopra il capo. E questo
    udire non sar senza utilit di voi,  per ci che  meglio  di  beffare
    altrui vi guarderete, e farete gran senno.
    Egli non sono ancora molti anni passati, che in Firenze fu una giovane
    del  corpo  bella e d'animo altiera e di legnaggio assai gentile,  de'
    beni della fortuna convenevolmente  abondante  e  nominata  Elena;  la
    quale  rimasa  del suo marito vedova,  mai pi rimaritar non si volle,
    essendosi  ella  d'un  giovinetto  bello  e  leggiadro  a  sua  scelta
    innamorata;  e  da  ogni  altra sollicitudine sviluppata,  con l'opera
    d'una sua fante, di cui ella si fidava molto, spesse volte con lui con
    maraviglioso diletto si dava buon tempo.
    Avvenne che in questi tempi un giovane chiamato Rinieri,  nobile  uomo
    della  nostra  citt,  avendo  lungamente  studiato a Parigi,  non per
    vender poi la sua scienzia a minuto,  come molti fanno,  ma per sapere
    la  ragion  delle  cose  e la cagion d'esse (il che ottimamente sta in
    gentile uomo), torn da Parigi a Firenze; e quivi onorato molto s per
    la sua nobilt e s per la sua scienzia, cittadinescamente viveasi.
    Ma,  come spesso avviene,  coloro ne' quali  pi l'avvedimento  delle
    cose profonde pi tosto da amore essere incapestrati, avvenne a questo
    Rinieri. Al quale, essendo egli un giorno per via di diporto andato ad
    una festa, davanti agli occhi si par questa Elena, vestita di nero s
    come le nostre vedove vanno, piena di tanta bellezza al suo giudicio e
    di  tanta  piacevolezza,  quanto  alcuna altra ne gli fosse mai paruta
    vedere;  e seco estim colui potersi beato chiamare,  al  quale  Iddio
    grazia  facesse lei potere ignuda nelle braccia tenere.  E una volta e
    altra cautamente riguardatala,  e conoscendo che le gran cose  e  care
    non  si  possono  senza fatica acquistare,  seco diliber del tutto di
    porre ogni pena e ogni sollicitudine in piacere a  costei,  acci  che
    per lo piacerle il suo amore acquistasse,  e per questo il potere aver
    copia di lei.
    La giovane donna, la quale non teneva gli occhi fitti in inferno,  ma,
    quello  e  pi tenendosi che ella era,  artificiosamente movendogli si
    guardava  dintorno,   e  prestamente  conosceva  chi  con  diletto  la
    riguardava, accortasi di Rinieri, in s stessa ridendo disse: - Io non
    ci  sar oggi venuta in vano,  ch,  se io non erro,  io avr preso un
    paolin per lo naso -.  E cominciatolo con la coda  dell'occhio  alcuna
    volta a guardare,  in quanto ella poteva, s'ingegnava di dimostrar gli
    che di lui le  calesse;  d'altra  parte,  pensandosi  che  quanti  pi
    n'adescasse e prendesse col suo piacere, tanto di maggior pregio fosse
    la sua bellezza,  e massimamente a colui al quale ella insieme col suo
    amore l'aveva data.
    Il savio scolare,  lasciati i pensier filosofici da una  parte,  tutto
    l'animo rivolse a costei;  e,  credendosi doverle piacere, la sua casa
    apparata, davanti v'incominci a passare,  con varie cagioni colorando
    l'andate. Al qual la donna, per la cagion gi detta di ci seco stessa
    vanamente  gloriandosi,  mostrava di vederlo assai volentieri;  per la
    qual cosa lo scolare, trovato modo,  s'accont con la fante di lei,  e
    il  suo amor le scoperse,  e la preg che con la sua donna operasse s
    che la grazia di lei potesse avere.
    La fante promise largamente e alla sua donna il raccont, la quale con
    le maggior risa del mondo l'ascolt, e disse:
    - Hai veduto dove costui  venuto a perdere il senno che egli ci ha da
    Parigi recato? Or via, diangli di quello ch'e'va cercando.  Dira' gli,
    qualora  egli ti parla pi,  che io amo molto pi lui che egli non ama
    me;  ma che a me si convien di guardar l'onest mia,  s  che  io  con
    l'altre donne possa andare a fronte scoperta,  di che egli,  se cos 
    savio come si dice, mi dee molto pi cara avere.
    Ahi cattivella, cattivella, ella non sapeva ben, donne mie, che cosa 
    il mettere in aia con gli scolari!
    La fante, trovatolo, fece quello che dalla donna sua le fu imposto.
    Lo scolar lieto procedette a pi caldi prieghi e a scriver lettere e a
    mandar doni,  e ogni cosa era  ricevuta,  ma  in  dietro  non  venivan
    risposte  se  non  generali;  e in questa guisa il tenne gran tempo in
    pastura.
    Ultimamente,  avendo ella al suo amante ogni  cosa  scoperta  ed  egli
    essendosene con lei alcuna volta turbato e alcuna gelosia presane, per
    mostrargli  che  a  torto di ci di lei sospicasse,  sollicitandola lo
    scolare molto, la sua fante gli mand, la quale da sua parte gli disse
    che ella tempo mai non aveva avuto da poter fare cosa che gli piacesse
    poi che del suo amore fatta l'aveva certa, se non che per le feste del
    Natale che s'appressava ella sperava di potere esser con  lui;  e  per
    ci la seguente sera alla festa,  di notte, se gli piacesse, nella sua
    corte se ne venisse, dove ella per lui, come prima potesse, andrebbe.
    Lo scolare,  pi che altro uom lieto,  al tempo impostogli  and  alla
    casa della donna, e messo dalla fante in una corte e dentro serratovi,
    quivi la donna cominci ad aspettare.
    La  donna,  avendosi  quella sera fatto venire il suo amante e con lui
    lietamente avendo cenato,  ci che fare  quella  notte  intendeva  gli
    ragion, aggiugnendo:
    - E potrai vedere quanto e quale sia l'amore, il quale io ho portato e
    porto a colui del quale scioccamente hai gelosia presa.
    Queste  parole  ascolt l'amante con gran piacer d'animo disideroso di
    vedere per opera ci che la donna con parole gli  dava  ad  intendere.
    Era  per avventura il d davanti a quello nevicato forte,  e ogni cosa
    di neve era coperta;  per la qual cosa lo scolare fu poco nella  corte
    dimorato,  che  egli  cominci  a  sentir  pi  freddo  che voluto non
    avrebbe; ma, aspettando di ristorarsi, pur pazientemente il sosteneva.
    La donna al suo amante disse dopo alquanto:
    - Andiancene in camera,  e da una finestretta guardiamo ci che colui,
    di  cui tu se'divenuto geloso,  fa,  e quello che egli risponder alla
    fante, la quale io gli ho mandata a favellare.
    Andatisene adunque costoro ad una finestretta,  e veggendo senza esser
    veduti, udiron la fante da un'altra favellare allo scolare e dire:
    - Rinieri,  madonna  la pi dolente femina che mai fosse, per ci che
    egli ci  stasera venuto uno de' suoi fratelli  e  ha  molto  con  lei
    favellato,  e poi volle cenar con lei,  e ancora non se n' andato; ma
    io credo che egli se n'andr tosto;  e per questo non    ella  potuta
    venire  a  te,  ma  tosto  verr  oggimai;  ella  ti priega che non ti
    incresca l'aspettare.
    Lo scolare, credendo questo esser vero, rispose:
    - Dirai alla mia donna che di me niun pensier si dea in fino  a  tanto
    che  ella  possa  con  suo acconcio per me venire;  ma che questo ella
    faccia come pi tosto pu.
    La fante, dentro tornatasi se n'and a dormire.
    La donna allora disse al suo amante:
    - Ben,  che dirai?  Credi tu che io,  se quel ben gli volessi  che  tu
    temi,  sofferissi  che egli stesse l gi ad agghiacciare?  - e questo
    detto,  con l'amante suo,  che gi in parte era contento,  se n'and a
    letto,  e grandissima pezza stettero in festa e in piacere, del misero
    iscolare ridendosi e faccendosi beffe.
    Lo scolare,  andando per la corte,  s esercitava per riscaldarsi,  n
    aveva  dove porsi a sedere n dove fuggire il sereno,  e maladiceva la
    lunga dimora del fratel con la donna;  e ci  che  udiva  credeva  che
    uscio fosse che per lui dalla donna s'aprisse; ma invano sperava.
    Essa infino vicino della mezza notte col suo amante sollazzatasi,  gli
    disse:
    - Che ti pare, anima mia, dello scolare nostro? Qual ti par maggiore o
    il suo senno o l'amore ch'io gli porto?  Faratti il freddo che io  gli
    fo  patire  uscir  del  petto  quello che per li miei motti vi t'entr
    l'altrieri?
    L'amante rispose:
    - Cuor del corpo mio,  s,  assai conosco che cos come tu  se'il  mio
    bene  e  il mio riposo e il mio diletto e tutta la mia speranza,  cos
    sono io la tua.
    - Adunque, - diceva la donna - or mi bacia ben mille volte, a veder se
    tu di'vero. - Per la qual cosa l'amante,  abbracciandola stretta,  non
    che  mille,  ma  pi  di  cento milia la baciava.  E poi che in cotale
    ragionamento stati furono alquanto, disse la donna:
    - Deh!  levianci un poco,  e andiamo a vedere  se  'l  fuoco    punto
    spento, nel quale questo mio novello amante tutto il d mi scrivea che
    ardeva.
    E levati,  alla finestretta usata n'andarono, e nella corte guardando,
    videro lo scolare fare su per la neve una carola trita  al  suon  d'un
    batter di denti, che egli faceva per troppo freddo, s spessa e ratta,
    che mai simile veduta non aveano.
    Allora disse la donna:
    -  Che dirai,  speranza mia dolce?  Parti che io sappia far gli uomini
    carolare senza suono di trombe o di cornamusa?
    A cui l'amante ridendo rispose:
    - Diletto mio grande, s.
    Disse la donna:
    - Io voglio che noi andiamo infin gi all'uscio: tu ti starai cheto  e
    io gli parler, e udirem quello che egli dir; e per avventura n'avrem
    non men festa che noi abbiam di vederlo.
    E aperta la camera chetamente, se ne scesero all'uscio, e quivi, senza
    aprir punto,  la donna con voce sommessa da un pertugetto che v'era il
    chiam.
    Lo scolare,  udendosi chiamare,  lod Iddio,  credendosi  troppo  bene
    entrar dentro; e accostatosi all'uscio disse:
    - Eccomi qui, madonna: aprite per Dio, ch io muoio di freddo.
    La donna disse:
    -  O s che io so che tu se'uno assiderato;  e anche  il freddo molto
    grande,  perch cost sia un poco di neve!  Gi so io  che  elle  sono
    molto  maggiori a Parigi.  Io non ti posso ancora aprire,  per ci che
    questo mio maladetto fratello,  che ier sera ci venne meco  a  cenare,
    non se ne va ancora; ma egli se n'andr tosto, e io verr incontanente
    ad  aprirti.  Io  mi son test con gran fatica scantonata da lui,  per
    venirti a confortare che l'aspettar non t'incresca.
    Disse lo scolare:
    - Deh! madonna,  io vi priego per Dio che voi m'apriate,  acci che io
    possa  cost  dentro stare al coperto,  per ci che da poco in qua s'
    messa la pi folta neve del mondo, e nevica tuttavia; e io v'attender
    quanto vi sar a grado.
    Disse la donna:
    - Ohim,  ben mio dolce,  che io non posso ch questo uscio fa s gran
    romore quando s'apre, che leggermente sarei sentita da fratelmo, se io
    t'aprissi;  ma io voglio andare a dirgli che se ne vada,  acci che io
    possa poi tornare ad aprirti.
    Disse lo scolare:
    - Ora andate tosto;  e priegovi che voi facciate fare un  buon  fuoco,
    acci che,  come io enterr dentro, io mi possa riscaldare, ch io son
    tutto divenuto s freddo che appena sento di me.
    Disse la donna:
    - Questo non dee potere essere,  se quello  vero  che  tu  m'hai  pi
    volte  scritto,  cio  che  tu per l'amor di me ardi tutto;  ma io son
    certa che tu mi beffi. Ora io vo: aspettati, e sia di buon cuore.
    L'amante,  che tutto udiva e aveva sommo piacere,  con lei  nel  letto
    tornatosi,  poco  quella  notte  dormirono,  anzi  quasi  tutta in lor
    diletto e in farsi beffe dello scolare consumarono.
    Lo scolare cattivello (quasi cicogna  divenuto,  s  forte  batteva  i
    denti) accorgendosi d'esser beffato,  pi volte tent l'uscio se aprir
    lo potesse,  e riguard se altronde ne potesse uscire;  n vedendo  il
    come, faccendo le volte del leone, maladiceva la qualit del tempo, la
    malvagit  della donna e la lunghezza della notte,  insieme con la sua
    simplicit;  e sdegnato forte verso di lei,  il lungo e fervente  amor
    portatole subitamente in crudo e acerbo odio transmut, seco gran cose
    e  varie volgendo a trovar modo alla vendetta,  la quale ora molto pi
    disiderava, che prima d'esser con la donna non avea disiato.
    La notte, dopo molta e lunga dimoranza,  s'avvicin al d,  e cominci
    l'alba ad apparire. Per la qual cosa la fante della donna ammaestrata,
    scesa gi,  aperse la corte,  e mostrando d'aver compassion di costui,
    disse:
    - Mala ventura possa egli avere che iersera ci venne.  Egli n'ha tutta
    notte  tenute in bistento,  e te ha fatto agghiacciare;  ma sai che ?
    Portatelo in pace,  ch quello che stanotte non  potuto  essere  sar
    un'altra volta;  so io bene che cosa non potrebbe essere avvenuta, che
    tanto fosse dispiaciuta a madonna.
    Lo scolare sdegnoso, s come savio, il quale sapeva niun'altra cosa le
    minacce essere che arme del minacciato,  serr dentro al petto suo ci
    che  la non temperata volont s'ingegnava di mandar fuori,  e con voce
    sommessa, senza punto mostrarsi crucciato, disse:
    - Nel vero io ho avuta la piggior notte che io avessi mai,  ma bene ho
    conosciuto  che di ci non ha la donna alcuna colpa,  per ci che essa
    medesima,  s come pietosa di me,  infin quaggi venne a scusar s e a
    confortar  me;  e  come  tu di',  quello che stanotte non  stato sar
    un'altra volta; raccomandalemi e fatti con Dio.
    E quasi tutto rattrappato,  come pot a casa sua se  ne  torn;  dove,
    essendo stanco e di sonno morendo,  sopra il letto si gitt a dormire,
    donde tutto quasi perduto delle braccia e delle gambe  si  dest.  Per
    che,  mandato  per  alcun  medico e dettogli il freddo che avuto avea,
    alla sua salute fe'provedere.
    Li medici con grandissimi argomenti e con  presti  aiutandolo,  appena
    dopo  alquanto  di tempo il poterono de' nervi guerire e far s che si
    distendessero;  e se non fosse che egli era giovane e sopravveniva  il
    caldo,  egli  avrebbe  avuto troppo da sostenere.  Ma ritornato sano e
    fresco,  dentro il suo odio servando,  vie pi  che  mai  si  mostrava
    innamorato della vedova sua.
    Ora  avvenne,  dopo certo spazio di tempo,  che la fortuna apparecchi
    caso da poter lo scolare al suo  disiderio  sodisfare;  per  ci  che,
    essendosi  il  giovane  che  dalla  vedova era amato (non avendo alcun
    riguardo all'amore da lei portatogli), innamorato di un'altra donna, e
    non volendo n poco n molto dire n  far  cosa  che  a  lei  fosse  a
    piacere,  essa  in  lagrime  e in amaritudine si consumava.  Ma la sua
    fante, la qual gran compassion le portava,  non trovando modo da levar
    la sua donna dal dolor preso per lo perduto amante, vedendo lo scolare
    al modo usato per la contrada passare,  entr in uno sciocco pensiero,
    e ci fu che l'amante della donna sua ad  amarla  come  far  solea  si
    dovesse  poter  riducere per alcuna nigromantica operazione,  e che di
    ci lo scolare dovesse essere gran maestro, e disselo alla sua donna.
    La donna poco savia,  senza pensare che,  se lo scolare saputo  avesse
    nigromantia,  per  s  adoperata  l'avrebbe,  pose l'animo alle parole
    della sua fante,  e subitamente le disse che da lui sapesse se fare il
    volesse,  e  sicuramente  gli promettesse che per merito di ci,  ella
    farebbe ci che a lui piacesse.
    La fante fece l'ambasciata bene e diligentemente,  la quale udendo  lo
    scolare,  tutto  lieto  seco  medesimo  disse:  - Iddio lodato sie tu:
    venuto  il tempo che io far col tuo aiuto portar pena alla  malvagia
    femina  della  ingiuria  fattami  in premio del grande amore che io le
    portava -. E alla fante disse:
    - Dirai alla mia donna che di questo non stea in pensiero, che,  se il
    suo  amante  fosse  in  India,  io  gliele  far  prestamente venire e
    domandar merc di ci che contro al suo piacere avesse  fatto;  ma  il
    modo  che  ella  abbia a tenere intorno a ci,  attendo di dire a lei,
    quando e dove pi le piacer;  e cos  le  di',  e  da  mia  parte  la
    conforta.
    La  fante  fece la risposta,  e ordinossi che in Santa Lucia del Prato
    fossero insieme.
    Quivi venuta la donna e lo  scolare,  e  soli  insieme  parlando,  non
    ricordandosi ella che lui quasi alla morte condotto avesse,  gli disse
    apertamente ogni suo fatto e quello che disiderava,  e pregollo per la
    sua salute. A cui lo scolar disse:
    - Madonna, egli  il vero che tra l'altre cose che io apparai a Parigi
    si fu nigromantia, della quale per certo io so ci che n', ma per ci
    che ella  di grandissimo dispiacer di Dio,  io avea giurato di mai n
    per me n per altrui adoperarla.  E il vero che l'amore il quale io vi
    porto   di tanta forza,  che io non so come io mi nieghi cosa che voi
    vogliate che io faccia;  e per ci,  se io ne dovessi per questo  solo
    andare a casa del diavolo,  s son presto di farlo,  poi che vi piace.
    Ma io vi ricordo che ella  pi malagevole cosa a fare che voi per
    avventura non  v'avvisate;  e  massimamente  quando  una  donna  vuole
    rivocare  uno  uomo ad amar s o l'uomo una donna,  per ci che questo
    non si pu far se non per la propria persona a cui appartiene; e a far
    ci convien che chi 'l fa sia di sicuro animo, per ci che di notte si
    convien fare e in luoghi solitari e senza compagnia;  le quali cose io
    non so come voi vi siate a far disposta.
    A cui la donna, pi innamorata che savia, rispose:
    -  Amor  mi sprona per s fatta maniera,  che niuna cosa  la quale io
    non facessi  per  riaver  colui  che  a  torto  m'ha  abbandonata;  ma
    tuttavia, se ti piace, mostrami in che mi convenga esser sicura.
    Lo scolare, che di mal pelo avea taccata la coda, disse:
    -  Madonna,  a me converr fare una imagine di stagno in nome di colui
    il qual voi disiderate  di  racquistare,  la  quale  quando  io  v'ar
    mandata,  converr che voi,  essendo la luna molto scema, ignuda in un
    fiume vivo,  in sul primo sonno e tutta sola,  sette volte con lei  vi
    bagniate;  e appresso,  cos ignuda,  n'andiate sopra ad un albero,  o
    sopra una qualche casa  disabitata;  e,  volta  a  tramontana  con  la
    imagine  in  mano,  sette  volte  diciate  certe parole che io vi dar
    scritte;  le quali come dette avrete,  verranno a  voi  due  damigelle
    delle  pi  belle  che  voi  vedeste  mai,   e  s  vi  saluteranno  e
    piacevolmente vi domanderanno quel che voi vogliate che si  faccia.  A
    queste  farete che voi diciate bene e pienamente i disideri vostri;  e
    guardatevi che non vi venisse nominato un per un altro;  e come  detto
    l'avrete,  elle  si partiranno,  e voi ve ne potrete scendere al luogo
    dove i vostri panni avrete lasciati e rivestirvi e tornarvene a  casa.
    E  per  certo,  egli  non sar mezza la seguente notte,  che il vostro
    amante piagnendo vi verr a dimandar merc e misericordia;  e sappiate
    che mai da questa ora innanzi egli per alcuna altra non vi lascier.
    La donna,  udendo queste cose e intera fede prestandovi,  parendole il
    suo amante gi riaver nelle braccia, mezza lieta divenuta disse:
    - Non dubitare,  che queste cose far io troppo bene,  e ho il pi bel
    destro  da  ci del mondo;  ch io ho un podere verso il Vai d'Arno di
    sopra, il quale  assai vicino alla riva del fiume, ed egli  test di
    luglio,  che sar il bagnarsi dilettevole.  E ancora mi ricorda  esser
    non guari lontana dal fiume una torricella disabitata,  se non che per
    cotali scale di castagnuoli  che  vi  sono,  salgono  alcuna  volta  i
    pastori  sopra  un  battuto che v',  a guardar di lor bestie smarrite
    (luogo molto solingo e fuor di mano),  sopra la  quale  io  salir,  e
    quivi il meglio del mondo spero di fare quello che m'imporrai.
    Lo  scolare,  che  ottimamente  sapeva  e  il  luogo  della donna e la
    torricella, contento d'esser certificato della sua intenzion, disse:
    - Madonna,  io non fu'mai in coteste contrade,  e per ci  non  so  il
    podere n la torricella; ma, se cos sta come voi dite, non pu essere
    al mondo migliore. E per ci, quando tempo sar, vi mander la imagine
    e l'orazione;  ma ben vi priego che, quando il vostro disiderio avrete
    e conoscerete che io v'avr ben  servita,  che  vi  ricordi  di  me  e
    d'attenermi la promessa.
    A  cui  la  donna  disse  di  farlo senza alcun fallo;  e preso da lui
    commiato, se ne torn a casa.
    Lo scolar lieto di ci che il suo avviso pareva dovere avere  effetto,
    fece  una  imagine  con  sue  cateratte,  e scrisse una sua favola per
    orazione; e, quando tempo gli parve,  la mand alla donna e mandolle a
    dire  che  la  notte vegnente senza pi indugio dovesse far quello che
    detto l'avea;  e appresso segretamente con un suo fante  se  n'and  a
    casa d'un suo amico che assai vicino stava alla torricella, per dovere
    al suo pensiero dare effetto.
    La donna d'altra parte con la sua fante si mise in via e al suo podere
    se  n'and;  e  come  la notte fu venuta,  vista faccendo d'andarsi al
    letto, la fante ne mand a dormire, e in su l'ora del primo sonno,  di
    casa chetamente uscita, vicino alla torricella sopra la riva d'Arno se
    n'and,  e  molto dattorno guatatosi,  n veggendo n sentendo alcuno,
    spogliatasi e i suoi panni sotto un cespuglio nascosi, sette volte con
    la imagine si bagn, e appresso, ignuda con la imagine in mano,  verso
    la torricella n'and.
    Lo scolare,  il quale in sul fare della notte, col suo fante tra salci
    e altri alberi presso della torricella nascoso s'era,  e  aveva  tutte
    queste  cose vedute,  e passandogli ella quasi allato cos ignuda,  ed
    egli veggendo lei con la bianchezza del suo corpo vincere  le  tenebre
    della  notte,  e  appresso  riguardandole il petto e l'altre parti del
    corpo,  e vedendole belle e seco pensando quali infra  piccol  termine
    dovean divenire,  sent di lei alcuna compassione;  e d'altra parte lo
    stimolo della carne l'assal subitamente e fece tale in pi levare che
    si giaceva,  e con fortavalo che egli da guato uscisse e lei andasse a
    prendere e il suo piacer ne facesse; e vicin fu ad essere tra dall'uno
    e dal l'altro vinto.  Ma nella memoria tornandosi chi egli era, e qual
    fosse la 'ngiuria ricevuta, e perch e da cui, e per ci nel lo sdegno
    raccesosi, e la compassione e il carnale appetito cacciati, stette nel
    suo proponimento fermo, e lasciolla andare.
    La donna,  montata in su la torre e a tramontana rivolta,  cominci  a
    dire  le  parole datele dallo scolare;  il quale,  poco appresso nella
    torricella entrato,  chetamente a poco a poco lev  quella  scala  che
    saliva in sul battuto dove la donna era, e appresso aspett quello che
    ella dovesse dire e fare.
    La donna,  detta sette volte la sua orazione, cominci ad aspettare le
    due damigelle,  e fu s lungo l'aspettare (senza che fresco le  faceva
    troppo  pi  che  voluto non avrebbe) che ella vide l'aurora apparire;
    per che, dolente che avvenuto non era ci che lo scolare detto l'avea,
    seco disse: - Io temo che costui non m'abbia  voluto  dare  una  notte
    chente  io  diedi  a lui;  ma,  se per ci questo m'ha fatto,  mal s'
    saputo vendicare,  ch questa non  stata lunga per lo terzo che fu la
    sua,  senza  che il I freddo fu d'altra qualit -.  E perch il giorno
    quivi non la cogliesse,  cominci a volere smontare  della  torre,  ma
    ella trov non esservi la scala.
    Allora,  quasi come se il mondo sotto i piedi venuto le fosse meno, le
    fugg l'animo,  e vinta cadde sopra il battuto della torre.  E poi che
    le forze le ritornarono,  miseramente cominci a piagnere e a dolersi;
    e assai ben conoscendo questa dovere essere stata opera dello scolare,
    s'incominci a ramaricare d'avere altrui offeso,  e appresso d'essersi
    troppo fidata di colui,
    il quale ella doveva meritamente creder nimico; e in ci stette
    lunghissimo spazio.
    Poi,  riguardando  se via alcuna da scender vi fosse e non veggendola,
    ricominciato il pianto,  entr in uno  amaro  pensiero,  a  s  stessa
    dicendo:- O sventurata,  che si dir da' tuoi fratelli,  da' parenti e
    da' vicini, e generalmente da tutti i fiorentini,  quando si sapr che
    tu  sii  qui  trovata  ignuda?  La  tua  onest,  stata cotanta,  sar
    conosciuta essere stata falsa; e se tu volessi a queste ce avrebbe, il
    maladetto scolare, che tutti i fatti tuoi sa,  non ti lascer mentire.
    Ahi misera te, che ad una ora avrai perduto il male amato giovane e il
    tuo  onore!  -  E dopo questo venne in tanto dolore,  che quasi fu per
    gittarsi della torre in terra.
    Ma,  essendosi gi levato il sole ed ella alquanto pi dall'una  delle
    parti  pi  al  muro  accostatasi  della  torre,  guardando  se alcuno
    fanciullo quivi colle bestie s'accostasse cui essa potesse mandare per
    la sua fante,  avvenne che lo scolare,  avendo a  pi  d'un  cespuglio
    dormito  alquanto,  destandosi  la  vide  ed  ella lui.  Alla quale lo
    scolare disse:
    - Buon d, madonna; sono ancor venute le damigelle?
    La donna, vedendolo e udendolo,  ricominci a piagner forte e pregollo
    che nella torre venisse, acci che essa potesse parlargli.
    Lo scolare le fu di questo assai cortese.
    La donna, postasi a giacer boccone sopra il battuto, il capo solo fece
    alla cateratta di quello, e piagnendo disse:
    - Rinieri,  sicuramente, se io ti diedi la mala notte, tu ti se'ben di
    me vendicato,  per ci che,  quantunque di  luglio  sia,  mi  sono  io
    creduta questa notte, stando ignuda, assiderare; senza che io ho tanto
    pianto  e  lo  'nganno  che  io  ti  feci  e la mia sciocchezza che ti
    credetti,  che maraviglia  come gli occhi mi sono in capo  rimasi.  E
    per ci io ti priego,  non per amor di me, la qual tu amar non dei, ma
    per amor di te, che se'gentile uomo, che ti basti,  per vendetta della
    ingiuria  la quale io ti feci,  quello che infino a questo punto fatto
    hai,  e faccimi i  miei  panni  recare,  e  che  io  possa  di  quass
    discendere,  e  non mi voler tor quello che tu poscia vogliendo render
    non mi potresti,  cio l'onor mio;  ch,  se io tolsi a te l'esser con
    meco quella notte,  io,  ognora che a grado ti fia, te ne posso render
    molte per quella una.  Bastiti adunque questo,  e come a valente uomo,
    sieti  assai  l'esserti potuto vendicare e l'averlomi fatto conoscere;
    non volere le tue forze contro ad una femina esercitare;  niuna gloria
     ad una aquila l'aver vinta una colomba;  dunque, per l'amor di Dio e
    per onor di te, t'incresca di me.
    Lo scolare,  con fiero animo seco la ricevuta ingiuria  rivolgendo,  e
    veggendo  piagnere  e  pregare,  ad una ora aveva piacere e noia nello
    animo; piacere della vendetta,  la quale pi che altra cosa disiderata
    avea;  e  noia  sentiva,  movendolo  la umanit sua a compassion della
    misera.  Ma pur,  non potendo la umanit  vincere  la  fierezza  dello
    appetito, rispose:
    -  Madonna  Elena,  se  i miei prieghi (li quali nel vero io non seppi
    bagnare di lagrime n far melati come  tu  ora  sai  porgere  i  tuoi)
    m'avessero  impetrato,  la  notte che io nella tua corte di neve piena
    moriva di freddo,  di potere essere stato messo da  te  pure  un  poco
    sotto il coperto, leggier cosa mi sarebbe al presente i tuoi esaudire;
    ma se cotanto or pi che per lo passato del tuo onor ti cale,  ed etti
    grave il cost su ignuda dimorare, porgi cotesti prieghi a colui nelle
    cui braccia non t'increbbe, quella notte che tu stessa ricordi, ignuda
    stare,  me sentendo per  la  tua  corte  andare  i  denti  battendo  e
    scalpitando la neve,  e a lui ti fa aiutare,  a lui ti fa i tuoi panni
    recare,  a lui ti fa por la scala  per  la  qual  tu  scenda,  in  lui
    t'ingegna di mettere tenerezza del tuo onore, per cui quel medesimo, e
    ora e mille altre volte, non hai dubitato di mettere in periglio.
    Come  nol  chiami tu che ti venga ad aiutare?  E a cui appartiene egli
    pi che a lui?  Tu se'sua: e quali cose guarder egli  o  aiuter,  se
    egli non guarda e aiuta te?  Chiamalo,  stolta che tu se',  e prova se
    l'amore il quale tu gli porti e il tuo senno col suo ti possono  dalla
    mia  sciocchezza liberare,  la qual,  sollazzando con lui,  domandasti
    quale gli pareva maggiore o la mia sciocchezza o  l'amor  che  tu  gli
    portavi.  N  essere  a me ora cortese di ci che io non disidero,  n
    negare il mi puoi se io il disiderassi;  al tuo amante  le  tue  notti
    riserba,  se egli avviene che tu di qui viva ti parti;  tue sieno e di
    lui;  io n'ebbi troppo d'una,  e  bastimi  d'essere  stato  una  volta
    schernito.
    E  ancora,   la  tua  astuzia  usando  nel  favellare,  t'ingegni  col
    commendarmi la mia benivolenzia acquistare,  e chiamimi gentile uomo e
    valente,  e tacitamente, che io come magnanimo mi ritragga dal punirti
    della tua malvagit,  t'ingegni  di  fare;  ma  le  tue  lusinghe  non
    m'adombreranno ora gli occhi dello 'ntelletto,  come gi fecero le tue
    disleali promessioni;  io mi conosco,  n tanto di me  stesso  apparai
    mentre  dimorai  a  Parigi,  quanto  tu in una sola notte delle tue mi
    facesti conoscere.
    Ma, presupposto che io pur magnammo fossi,  non se'tu di quelle in cui
    la   magnanimit  debba  i  suoi  effetti  mostrare;   la  fine  della
    penitenzia,  nelle salvatiche fiere come tu se',  e  similmente  della
    vendetta, vuole esser la morte, dove negli uomini quel dee bastare che
    tu dicesti.  Per che,  quatunque io aquila non sia, te non colomba, ma
    velenosa serpe conoscendo,  come antichissimo nimico con ogni  odio  e
    con tutta la forza di perseguire intendo,  con tutto che questo che io
    ti fo non si possa assai propiamente vendetta chiamare,  ma pi  tosto
    gastigamento,  in quanto la vendetta dee trapassare l'offesa, e questo
    non v'aggiugner; per ci che se io vendicar mi volessi, riguardando a
    che partito tu ponesti l'anima mia,  la tua vita  non  mi  basterebbe,
    togliendolati,  n  cento  altre alla tua simiglianti,  per ci che io
    ucciderei una vile e cattiva e rea feminetta.
    E da che diavol (togliendo via cotesto tuo pochetto di viso,  il quale
    pochi anni guasteranno riempiendolo di crespe) se'tu pi che qualunque
    altra  dolorosetta  fante?  Dove  per  te  non rimase di far morire un
    valente uomo,  come tu poco avanti mi chiamasti,  la cui  vita  ancora
    potr pi in un d essere utile al mondo,  che centomilia tue pari non
    potranno mentre il mondo durar dee.  Insegnerotti adunque  con  questa
    noia  che  tu  sostieni  che cosa sia lo schernir gli uomini che hanno
    alcun sentimento,  e che cosa sia lo schernir gli scolari;  e  darotti
    materia di giammai pi in tal follia non cader, se tu campi.
    Ma,  se tu n'hai cos gran voglia di scendere,  ch non te ne gitti tu
    in terra?  E ad una ora con lo aiuto di Dio fiaccandoti tu  il  collo,
    uscirai della pena nella quale esser ti pare,  e me farai il pi lieto
    uomo del mondo.  Ora io non ti vo'dir pi;  io seppi tanto fare che io
    cost  su  ti  feci salire;  sappi tu ora tanto fare che tu ne scenda,
    come tu mi sapesti beffare.
    Parte che lo scolare questo diceva, la misera donna piagneva continuo,
    e il tempo se n'andava, sagliendo tuttavia il sol pi alto. Ma poi che
    ella il sent tacer, disse:
    - Deh!  crudele uomo,  se egli ti fu tanto la maladetta notte grave  e
    parveti  il  fallo  mio cos grande che n ti posson muovere a pietate
    alcuna la mia giovane bellezza, le amare lagrime n gli umili prieghi,
    almeno muovati alquanto e la tua severa  rigidezza  diminuisca  questo
    solo  mio atto,  l'essermi di te nuovamente fidata e l'averti ogni mio
    segreto scoperto col quale ho dato via al tuo disidero in potermi fare
    del mio peccato conoscente; con ci sia cosa che,  senza fidarmi io di
    te,  niuna via fosse a te a poterti di me vendicare,  il che tu mostri
    con tanto ardore aver disiderato.
    Deh! lascia l'ira tua e perdonami omai: io sono, quando tu perdonar mi
    vogli e di quinci farmi discendere, acconcia d'abbandonar del tutto il
    disleal giovane e te solo aver per amadore e per  signore,  quantunque
    tu molto la mia bellezza biasimi,  brieve e poco cara mostrandola;  la
    quale, chente che ella, insieme con quella dell'altre, si sia,  pur so
    che,  se per altro non fosse da aver cara, si  per ci che vaghezza e
    trastullo e  diletto    della  giovanezza  degli  uomini;  e  tu  non
    se'vecchio.  E quantunque io crudelmente da te trattata sia, non posso
    per ci credere che tu volessi vedermi fare cos disonesta morte, come
    sarebbe il gittarmi a guisa di disperata quinci gi dinanzi agli occhi
    tuoi, a' quali, se tu bugiardo non eri come sei diventato, gi piacqui
    cotanto.  Deh!  increscati  di  me  per  Dio  e  per  piet:  il  sole
    s'incomincia a riscaldar troppo,  e come il troppo freddo questa notte
    m'offese, cos il caldo m'incomincia a far grandissima noia.
    A cui lo scolare, che a diletto la teneva a parole, rispose:
    - Madonna,  la tua fede non si rimise ora nelle mie mani per amor  che
    tu mi portassi,  ma per racquistare quello che tu perduto avevi; e per
    ci niuna cosa merita altro che maggior male;  e mattamente credi,  se
    tu credi questa sola via senza pi essere, alla disiderata vendetta da
    me,  opportuna stata.  Io n'aveva mille altre,  e mille lacciuoli, col
    mostrar d'amarti, t'aveva tesi intorno a' piedi, n guari di tempo era
    ad andare, che di necessit, se questo avvenuto non fosse, ti convenia
    in uno incappare; n potevi incappare in alcuno, che in maggior pena e
    vergogna che questa non ti fia caduta non fossi;  e questo  presi  non
    per agevolarti,  ma per esser pi tosto lieto. E dove tutti mancati mi
    fossero,  non mi fuggiva la penna,  con la quale tante e s fatte cose
    di te scritte avrei e in s fatta maniera,  che,  avendole tu risapute
    (ch l'avresti), avresti il d mille volte disiderato di mai non esser
    nata.
    Le forze della penna sono troppo maggiori che coloro non estimano  che
    quelle  con conoscimento provate non hanno.  Io giuro a Dio (e se egli
    di questa vendetta,  che io di te prendo,  mi faccia allegro infin  la
    fine,  come  nel  cominciamento m'ha fatto) che io avrei di te scritte
    cose che,  non che dell'altre persone,  ma di te stessa vergognandoti,
    per  non  poterti  vedere  t'avresti  cavati gli occhi;  e per ci non
    rimproverare al mare d'averlo fatto crescere il piccolo ruscelletto.
    Del tuo amore,  o che tu sii mia,  non ho io,  come gi dissi,  alcuna
    cura;  sieti pur di colui di cui stata se', se tu puoi, il quale, come
    io gi odiai, cos al presente amo,  riguardando a ci che egli ha ora
    verso  te  operato.  Voi  v'andate innamorando e disiderate l'amor de'
    giovani, per ci che alquanto con le carni pi vive e con le barbe pi
    nere gli vedete,  e sopra s andare e carolare e giostrare;  le  quali
    cose tutte ebber coloro che pi alquanto attempati sono,  e quel sanno
    che coloro hanno ad imparare.  E oltre  a  ci,  gli  stimate  miglior
    cavalieri  e  far  di  pi  miglia  le lor giornate che gli uomini pi
    maturi.
    Certo io confesso che essi con maggior forza scuotono  i  pilliccioni,
    ma gli attempati,  s come esperti,  sanno meglio i luoghi dove stanno
    le pulci;  e di gran lunga  da eleggere pi tosto il poco e  saporito
    che  il  molto  e insipido;  e il trottar forte rompe e stanca altrui,
    quantunque sia giovane, dove il soavemente andare, ancora che alquanto
    pi tardi altrui meni allo albergo, egli il vi conduce almen riposato.
    Voi non v'accorgete,  animali senza intelletto,  quanto di male  sotto
    quella poca di bella apparenza stea nascoso.  Non sono i giovani d'una
    contenti, ma quante ne veggono tante ne disiderano,  di tante par loro
    esser degni; per che essere non pu stabile il loro amore; e tu ora ne
    puoi  per  pruova  esser verissima testimonia.  E par loro esser degni
    d'essere reveriti e careggiati dalle loro donne; n altra gloria hanno
    maggiore che il vantarsi di quelle che hanno avute;  il qual fallo gi
    sotto a' frati,  che nol ridicono,  ne mise molte. Bench tu dichi che
    mai i tuoi amori non seppe altri che la tua fante  e  io,  tu  il  sai
    male,  e mal credi se cos credi.  La sua contrada quasi di niun'altra
    cosa ragiona, e la tua; ma le pi volte  l'ultimo,  a cui cotali cose
    agli orecchi pervengono, colui a cui elle appartengono. Essi ancora vi
    rubano, dove dagli attempati v' donato.
    Tu adunque,  che male eleggesti,  sieti di colui a cui tu ti desti,  e
    me,  il quale schernisti,  lascia stare ad altrui,  ch io ho  trovata
    donna  da molto pi che tu non se',  che meglio n'ha conosciuto che tu
    non facesti.  E acci che tu  del  disidero  degli  occhi  miei  possi
    maggior  certezza  nell'altro  mondo  portare che non mostra che tu in
    questo prenda dalle mie parole, gittati gi pur tosto,  e l'anima tua,
    s  come  io  credo,  gi  ricevuta nel le braccia del diavolo,  potr
    vedere se gli occhi miei d'averti veduta strabocchevolmente cadere  si
    saranno  turbati  o  no.  Ma  per ci che io credo che di tanto non mi
    vorrai far lieto,  ti dico che,  se il sole ti  comincia  a  scaldare,
    ricorditi  del  freddo  che  tu a me facesti patire,  e se con cotesto
    caldo il mescolerai, senza fallo il sol sentirai temperato.
    La sconsolata donna,  veggendo che pure a crudel  fine  riuscivano  le
    parole dello scolare, ricominci a piagnere e disse:
    -  Ecco,  poi  che  niuna  mia  cosa  di me a piet ti muove,  muovati
    l'amore,  il qual tu porti a quella donna che pi savia di  me  di'che
    hai trovata, e da cui tu di'che se'amato, e per amor di lei mi perdona
    e  i  miei  panni  mi reca,  ch io rivestir mi possa,  e quinci mi fa
    smontare.
    Lo scolare allora cominci a ridere;  e veggendo che gi la terza  era
    di buona ora passata, rispose:
    -  Ecco,  io  non  so  ora dir di no,  per tal donna me n'hai pregato;
    insegnamegli, e io andr per essi e farotti di cost su scendere.
    La donna,  ci credendo,  alquanto si confort,  e insegnogli il luogo
    dove aveva i panni posti.  Lo scolare,  della torre uscito, comand al
    fante suo che di quindi non si partisse,  anzi vi stesse vicino,  e  a
    suo poter guardasse che alcun non v'entrasse dentro infino a tanto che
    egli tornato fosse;  e questo detto, se n'and a casa del suo amico, e
    quivi a grande agio desin, e appresso, quando ora gli parve, s'and a
    dormire.
    La donna,  sopra la torre rimasa,  quantunque da sciocca  speranza  un
    poco  riconfortata  fosse,  pure  oltre  misura  dolente  si dirizz a
    sedere,  e a quella parte del muro dove un poco d'ombra era s'accost,
    e  cominci  accompagnata  da amarissimi pensieri ad aspettare;  e ora
    pensando e ora piagnendo, e ora sperando e or disperando della tornata
    dello scolare co' panni,  e d'un pensiero in altro saltando,  s  come
    quella  che dal dolore era vinta,  e che niente la notte passata aveva
    dormito, s'addorment.
    Il sole,  il quale era ferventissimo,  essendo  gi  al  mezzo  giorno
    salito,  feriva  alla scoperta e al diritto sopra il tenero e dilicato
    corpo di costei e sopra la sua testa, da niuna cosa coperta, con tanta
    forza,  che non solamente le cosse le carni tanto quanto ne vedea,  ma
    quelle minuto minuto tutte l'aperse; e fu la cottura tale, che lei che
    profondamente dormiva constrinse a destarsi.
    E  sentendosi  cuocere  e  alquanto movendosi,  parve nel muoversi che
    tutta la cotta  pelle  le  s'aprisse  e  ischiantasse,  come  veggiamo
    avvenire d'una carta di pecora abbruciata, se altri la tira; e oltre a
    questo le doleva s forte la testa, che pareva che le si spezzasse, il
    che niuna maraviglia era. E il battuto della torre era fervente tanto,
    che  ella  n co' piedi n con altro vi poteva trovar luogo;  per che,
    senza star ferma,  or qua or l si  tramutava  piagnendo.  E  oltre  a
    questo,  non  faccendo  punto  di  vento,  v'erano  mosche e tafani in
    grandissima quantit abondanti,  li quali,  ponendolesi sopra le carni
    aperte,  s  fieramente  la  stimolavano,  che  ciascuna le pareva una
    puntura d'uno spontone per che ella di  menare  le  mani  attorno  non
    restava  niente,  s,  la sua vita,  il suo amante e lo scolare sempre
    maladicendo.
    E cos essendo dal caldo inestimabile,  dal sole,  dalle mosche e  da'
    tafani, e ancor dalla fame, ma molto pi dalla sete, e per aggiunta da
    mille  noiosi  pensieri  angosciata  e  stimolata  e trafitta,  in pi
    dirizzata,  cominci a guardare se vicin di  s  o  vedesse  o  udisse
    alcuna persona, disposta del tutto, che che avvenire ne le dovesse, di
    chiamarla e di domandare aiuto.
    Ma anche questo l'aveva la sua nimica fortuna tolto. I lavoratori eran
    tutti  partiti  de' campi per lo caldo,  avvegna che quel d niuno ivi
    appresso era andato a lavorare,  s come quegli che  allato  alle  lor
    case tutti le lor biade battevano;  per che niuna altra cosa udiva che
    cicale, e vedeva Arno, il qual,  porgendole disiderio delle sue acque,
    non  iscemava  la  sete  ma l'accresceva.  Vedeva ancora in pi luoghi
    boschi e ombre e case,  le quali  tutte  similmente  l'erano  angoscia
    disiderando.
    Che direm pi della sventurata vedova? Il sol di sopra e il fervor del
    battuto  di sotto e le trafitture delle mosche e de' tafani da lato s
    per tutto l'avean concia,  che ella,  dove la notte passata con la sua
    bianchezza  vinceva le tenebre,  allora rossa divenuta come robbia,  e
    tutta di sangue chiazata,  sarebbe paruta,  a chi veduta l'avesse,  la
    pi brutta cosa del mondo.
    E  cos  dimorando costei,  senza consiglio alcuno o speranza,  pi la
    morte aspettando che altro,  essendo gi la  mezza  nona  passata,  lo
    scolare,  da dormir levatosi e della sua donna ricordandosi, per veder
    che di lei fosse se ne torn alla torre,  e il suo fante,  che  ancora
    era  digiuno,  ne mand a mangiare;  il quale avendo la donna sentito,
    debole e della grave noia angosciosa,  venne  sopra  la  cateratta,  e
    postasi a sedere, piagnendo cominci a dire:
    - Rinieri, ben ti se'oltre misura vendico, ch se io feci te nella mia
    corte  di  notte agghiacciare,  tu hai me di giorno sopra questa torre
    fatta arrostire, anzi ardere,  e oltre a ci di fame e di sete morire;
    per che io ti priego per solo Iddio che qua su salghi,  e poi che a me
    non soffera il cuore di dare a me stessa la morte, dallami tu,  ch io
    la  disidero  pi  che  altra cosa,  tanto e tale  il tormento che io
    sento.  E se tu questa grazia non mi vuoi  fare,  almeno  un  bicchier
    d'acqua mi fa venire,  che io possa bagnarmi la bocca,  alla quale non
    bastano le mie lagrime,  tanta  l'asciugaggine e l'arsura la quale io
    v'ho dentro.
    Ben  conobbe  lo  scolare alla voce la sua debolezza,  e ancor vide in
    parte il corpo suo tutto riarso dal sole,  per le quali cose e per gli
    umili suoi prieghi un poco di compassione gli venne di lei; ma non per
    tanto rispose:
    -  Malvagia  donna,  delle  mie mani non morrai tu gi,  tu morrai pur
    delle tue,  se voglia te ne  verr;  e  tanta  acqua  avrai  da  me  a
    sollevamento   del   tuo  caldo,   quanto  fuoco  io  ebbi  da  te  ad
    alleggiamento del  mio  freddo.  Di  tanto  mi  dolgo  forte,  che  la
    'nfermit  del  mio freddo col caldo del letame puzzolente si convenne
    curare, ove quella del tuo caldo col freddo della odorifera acqua rosa
    si curer;  e dove io per perdere i nervi e  la  persona  fui,  tu  da
    questo  caldo scorticata,  non altramenti rimarrai bella che faccia la
    serpe lasciando il vecchio cuoio.
    - O misera me!  - disse la donna - queste bellezze in cos fatta guisa
    acquistate dea Iddio a quelle persone che mal mi vogliono;  ma tu, pi
    crudele che ogni altra fiera,  come hai potuto sofferire di straziarmi
    a questa maniera?  Che pi doveva io aspettar da te o da alcuno altro,
    se io tutto  il  tuo  parentado  sotto  crudelissimi  tormenti  avessi
    uccisi? Certo io non so qual maggior crudelt si fosse potuta usare in
    un traditore che tutta una citt avesse messa ad uccisione, che quella
    alla  qual  tu  m'hai  posta a farmi arrostire al sole e manicare alle
    mosche; e oltre a questo non un bicchier d'acqua volermi dare,  che a'
    micidiali dannati dalla ragione,  andando essi alla morte,   dato ber
    molte volte del vino, pur che essi ne domandino. Ora ecco,  poscia che
    io  veggo  te star fermo nella tua acerba crudelt,  n poterti la mia
    passione in parte alcuna muovere, con pazienzia mi disporr alla morte
    ricevere, acci che Iddio abbia misericordia della anima mia, il quale
    io priego che con giusti occhi questa tua operazion riguardi.
    E queste parole dette,  si trasse con gravosa sua pena verso il  mezzo
    del battuto,  disperandosi di dovere da cos ardente caldo campare;  e
    non una volta ma mille, oltre agli altri suoi dolori, credette di sete
    ispasimare, tuttavia piagnendo forte e della sua sciagura dolendosi.
    Ma essendo gi vespro e parendo allo scolare avere assai fatto,  fatti
    prendere i panni di lei e inviluppare nel mantello del fante, verso la
    casa della misera donna se n'and, e quivi sconsolata e trista e senza
    consiglio  la  fante  di lei trov sopra la porta sedersi,  alla quale
    egli disse:
    - Buona femina, che  della donna tua?
    A cui la fante rispose:
    - Messere,  io non so;  io mi credeva stamane trovarla nel letto  dove
    iersera me l'era paruta vedere andare; ma io non la trovai n quivi n
    altrove,  n  so  che si sia divenuta,  di che io vivo con grandissimo
    dolore; ma voi, messere, saprestemene dir niente?
    A cui lo scolar rispose:
    - Cos avess'io avuta te con lei insieme l  dove  io  ho  lei  avuta,
    acci che io t'avessi della tua colpa cos punita come io ho lei della
    sua! Ma fermamente tu non mi scapperai dalle mani, che io non ti paghi
    s  dell'opere  tue che mai di niuno uomo farai beffe che di me non ti
    ricordi. - E questo detto, disse al suo fante:
    - Dalle cotesti panni e dille che vada per lei, s'ella vuole.
    Il fante fece il suo  comandamento;  per  che  la  fante,  presigli  e
    riconosciutigli,  udendo  ci  che  detto  l'era,  temette  forte  non
    l'avessero uccisa,  e appena di  gridar  si  ritenne;  e  subitamente,
    piagnendo,  essendosi gi lo scolar partito, con quegli verso la torre
    n'and correndo.
    Aveva per isciagura uno lavoratore di questa donna quel  d  due  suoi
    porci  smarriti,  e  andandoli  cercando,  poco  dopo la partita dello
    scolare a quella torricella pervenne,  e andando guatando per tutto se
    i  suoi  porci  vedesse,  sent il miserabile pianto che la sventurata
    donna faceva, per che salito su quanto pot, grid:
    - Chi piagne l su?
    La donna conobbe la voce del suo lavoratore,  e chiamatol per nome gli
    disse:
    -  Deh!  vammi  per  la mia fante,  e fa s che ella possa qua su a me
    venire.
    Il lavoratore, conosciutala, disse:
    - Ohim!  madonna: o chi vi port cost su?  La fante vostra v' tutto
    d  oggi  andata cercando;  ma chi avrebbe mai pensato che voi doveste
    essere stata qui?
    E presi i travicelli della scala,  la cominci a  dirizzar  come  star
    dovea  e  a  legarvi con ritorte i bastoni a traverso.  E in questo la
    fante di lei sopravenne,  la quale,  nella torre entrata,  non potendo
    pi la voce tenere, battendosi a palme cominci a gridare:
    - Ohim, donna mia dolce, ove siete voi?
    La donna udendola, come pi forte pot, disse:
    -  O  sirocchia mia,  io son qua su;  non piagnere,  ma recami tosto i
    panni miei.
    Quando la fante l'ud parlare,  quasi tutta riconfortata,  sal su per
    la scala gi presso che racconcia dal lavoratore,  e aiutata da lui in
    sul battuto pervenne;  e vedendo la donna sua,  non corpo umano ma pi
    tosto un cepperello innarsicciato parere, tutta vinta, tutta spunta, e
    giacere in terra ignuda, messesi l'unghie nel viso cominci a piagnere
    sopra di lei,  non altramenti che se morta fosse. Ma la donna la preg
    per Dio che ella tacesse e lei rivestire aiutasse.  E  avendo  da  lei
    saputo  che niuna persona sapeva dove ella stata fosse,  se non coloro
    che i panni portati l'aveano e il lavoratore che  al  presente  v'era,
    alquanto  di  ci  racconsolata,  gli  preg per Dio che mai ad alcuna
    persona di ci niente dicessero.
    Il lavoratore dopo molte novelle,  levatasi la  donna  in  collo,  che
    andar non poteva, salvamente infin fuor della torre la condusse.
    La  fante  cattivella,  che  di  dietro  era  rimasa,  scendendo  meno
    avvedutamente,  smucciandole il pi,  cadde della  scala  in  terra  e
    ruppesi  la  coscia,  e  per  lo dolor sentito cominci a mugghiar che
    pareva un leone.
    Il lavoratore, posata la donna sopra ad uno erbaio,  and a vedere che
    avesse  la  fante,  e trovatala con la coscia rotta,  similmente nello
    erbaio la rec, e allato alla donna la pose.  La quale veggendo questo
    a giunta degli altri suoi mali avvenuto, e colei avere rotta la coscia
    da  cui ella sperava essere aiutata pi che da altrui,  dolorosa senza
    modo ricominci il suo pianto tanto miseramente,  che non solamente il
    lavoratore  non  la  pot  racconsolare,  ma  egli altress cominci a
    piagnere.
    Ma,  essendo gi il sol basso,  acci che quivi non gli  cogliesse  la
    notte,  come  alla sconsolata donna piacque,  n'and alla casa sua,  e
    quivi chiamati due suoi fratelli e la moglie,  e l  tornati  con  una
    tavola,  su  v'acconciarono  la  fante e alla casa ne la portarono;  e
    riconfortata la donna con un poco d'acqua fresca e con  buone  parole,
    levatalasi il lavoratore in collo, nella camera di lei la port.
    La moglie del lavoratore, datole mangiar pan lavato e poi spogliatala,
    nel  letto  la mise,  e ordinarono che essa e la fante fosser la notte
    portate a Firenze; e cos fu fatto.
    Quivi la donna,  che aveva a gran divizia  lacciuoli,  fatta  una  sua
    favola tutta fuor dell'ordine delle cose avvenute, s di s e s della
    sua  fante  fece  a'  suoi  fratelli  e  alle sirocchie e ad ogn'altra
    persona credere che per  indozzamenti  di  demoni  questo  loro  fosse
    avvenuto.
    I  medici  furon  presti,  e  non senza grandissima angoscia e affanno
    della donna che  tutta  la  pelle  pi  volte  appiccata  lasci  alle
    lenzuola,  lei d'una fiera febbre e degli altri accidenti guerirono, e
    similmente la fante della coscia.
    Per la qual cosa la donna, dimenticato il suo amante,  da indi innanzi
    e  di beffare e d'amare si guard saviamente.  E lo scolare,  sentendo
    alla fante la coscia rotta,  parendogli avere assai  intera  vendetta,
    lieto, senza altro dirne, se ne pass.
    Cos  adunque  alla  stolta  giovane  addivenne  delle sue beffe,  non
    altramente con uno scolare credendosi frascheggiare che con  un  altro
    avrebbe  fatto;  non  sappiendo  bene  che essi,  non dico tutti ma la
    maggior parte, sanno dove il diavolo tien la coda.
    E per ci guardatevi, donne, dal beffare, e gli scolari spezialmente.









    Giornata ottava - Novella ottava.

    Due usano insieme;  l'uno con la moglie dell'altro si giace;  l'altro,
    avvedutosene,  fa  con la sua moglie che l'uno  serrato in una cassa,
    sopra la quale, standovi l'un dentro, l'altro con la moglie dell'un si
    giace.

    Gravi e noiosi erano stati i casi d'Elena ad ascoltare alle donne;  ma
    per  ci che in parte giustamente avvenutigli gli estimavano,  con pi
    moderata compassion gli avean trapassati, quantunque rigido e costante
    fieramente, anzi crudele, riputassero lo scolare.  Ma essendo Pampinea
    venutane alla fine,  la reina alla Fiammetta impose che seguitasse, la
    quale, d'ubidire disiderosa, disse.
    Piacevoli donne,  per ci che mi pare che alquanto trafitto v'abbia la
    severit  dello offeso scolare,  estimo che convenevole sia con alcuna
    cosa pi dilettevole rammorbidire gl'innacerbiti spiriti;  e  per  ci
    intendo  di  dirvi  una  novelletta  d'un  giovane,  il  quale con pi
    mansueto animo una ingiuria  ricevette,  e  quella  con  pi  moderata
    operazion  vendic.  Per  la  quale  potrete comprendere che assai dee
    bastare a ciascuno,  se quale asino d in  parete  tal  riceve,  senza
    volere,   soprabondando   oltre   la   convenevoleza  della  vendetta,
    ingiuriare, dove l'uomo si mette alla ricevuta ingiuria vendicare.
    Dovete adunque sapere che in Siena,  s come io intesi gi,  furon due
    giovani  assai  agiati  e di buone famiglie popolane,  de' quali l'uno
    ebbe nome Spinelloccio Tavena e l'altro ebbe nome  Zeppa  di  Mino,  e
    amenduni  eran  vicini a casa in Cammollia.  Questi due giovani sempre
    usavano insieme, e per quello che mostrassono, cos s'amavano,  o pi,
    come  se stati fosser fratelli,  e ciascun di loro avea per moglie una
    donna assai bella.
    Ora avvenne che Spinelloccio,  usando molto  in  casa  del  Zeppa,  ed
    essendovi il Zeppa e non essendovi, per s fatta maniera con la moglie
    del Zeppa si dimestic,  che egli incominci a giacersi con essolei; e
    in  questo  continuarono  una  buona  pezza  avanti  che  persona   se
    n'avvedesse.  Pure al lungo andare, essendo un giorno il Zeppa in casa
    e non sappiendolo la donna,  Spinelloccio venne a chiamarlo.  La donna
    disse che egli non era in casa; di che Spinelloccio prestamente andato
    su  e  trovata  la  donna nella sala,  e veggendo che altri non v'era,
    abbracciatala la cominci a baciare, ed ella lui. Il Zeppa, che questo
    vide,  non fece motto,  ma nascoso si stette a veder quello a  che  il
    giuoco  dovesse  riuscire;  e  brievemente  egli  vide la sua moglie e
    Spinelloccio  cos  abbracciati  andarsene  in  camera  e  in   quella
    serrarsi, di che egli si turb forte. Ma conoscendo che per far romore
    n per altro la sua ingiuria non diveniva minore,  anzi ne cresceva la
    vergogna,  si diede a pensar che vendetta di questa cosa dovesse fare,
    che,  senza sapersi dattorno,  l'animo suo rimanesse contento;  e dopo
    lungo pensiero, parendogli aver trovato il modo,  tanto stette nascoso
    quanto Spinelloccio stette con la donna.
    Il quale come andato se ne fu, cos egli nella camera se n'entr, dove
    trov  la donna che ancora non s'era compiuta di racconciare i veli in
    capo, li quali scherzando Spinelloccio fatti l'aveva cadere, e disse:
    - Donna, che fai tu?
    A cui la donna rispose:
    - Nol vedi tu?
    Disse il Zeppa:
    - S bene, s, ho io veduto anche altro che io non vorrei -; e con lei
    delle cose state entr in parole,  ed essa con grandissima paura  dopo
    molte  novelle quello avendogli confessato che acconciamente della sua
    dimestichezza   con   Ispinelloccio   negar   non   potea,   piagnendo
    gl'incominci a chieder perdono.
    Alla quale il Zeppa disse:
    -  Vedi,  donna,  tu  hai fatto male,  il quale se tu vuogli che io ti
    perdoni, pensa di fare compiutamente quello che io t'imporr, il che 
    questo.  Io voglio che tu dichi a Spinelloccio  che  domattina  in  su
    l'ora  della  terza  egli  truovi  qualche cagione di partirsi da me e
    venirsene qui a te;  e quando egli ci sar,  io torner,  e come tu mi
    senti,  cosi  il  fa  entrare in questa cassa e serracel dentro;  poi,
    quando questo fatto avrai, e io ti dir il rimanente che a fare avrai;
    e di far questo non aver dottanza niuna, ch io ti prometto che io non
    gli far male alcuno.
    La donna, per sodisfargli, disse di farlo, e cos fece.
    Venuto il d seguente,  essendo il Zeppa e Spinelloccio insieme in  su
    la terza, Spinelloccio, che promesso aveva alla donna d'andare a lei a
    quella ora, disse al Zeppa:
    -  Io  debbo  stamane  desinare  con alcuno amico,  al quale io non mi
    voglio fare aspettare, e per ci fatti con Dio.
    Disse il Zeppa:
    - Egli non  ora di desinare di questa pezza.
    Spinelloccio disse:
    - Non fa forza;  io ho altress a parlar seco d'un mio fatto,  s  che
    egli mi vi convien pure essere a buona ora.
    Partitosi  adunque Spinelloccio dal Zeppa,  data una sua volta,  fu in
    casa con la moglie di lui;  ed  essendosene  entrati  in  camera,  non
    stette  guari  che  il  Zeppa  torn;  il  quale  come la donna sent,
    mostratasi paurosa molto,  lui fece ricoverare in quella cassa che  il
    marito detto l'avea e serrollovi entro, e usc della camera. Il Zeppa,
    giunto suso, disse:
    - Donna,  egli otta di desinare?
    La donna rispose:
    - S, oggimai.
    Disse allora il Zeppa:
    -  Spinelloccio    andato a desinare stamane con un suo amico e ha la
    donna sua lasciata sola;  fatti alla finestra e  chiamala,  e  d  che
    venga a desinar con essonoi.
    La  donna,  di  s stessa temendo e per ci molto ubbidiente divenuta,
    fece quello che il  marito  le  'mpose.  La  moglie  di  Spinelloccio,
    pregata molto dalla moglie del Zeppa,  vi venne,  udendo che il marito
    non vi doveva desinare.
    E quando ella venuta fu,  il Zeppa,  faccendole le  carezze  grandi  e
    presala dimesticamente per mano, comand pianamente alla moglie che in
    cucina  n'andasse,  e quella seco ne men in camera,  nella quale come
    fu, voltatosi addietro, serr la camera dentro.
    Quando la donna vide serrar la camera dentro, disse:
    - Ohim,  Zeppa,  che vuol dire questo?  Dunque mi ci avete voi  fatta
    venir per questo?  Ora,  questo l'amor che voi portate a Spinelloccio
    e la leale compagnia che voi gli fate?
    Alla quale il Zeppa, accostatosi alla cassa dove serrato era il marito
    di lei e tenendola bene, disse:
    - Donna,  imprima che tu ti ramarichi,  ascolta ci che io ti vo'dire:
    io  ho amato e amo Spinelloccio come fratello,  e ieri,  come che egli
    nol sappia,  io trovai che la fidanza la quale io ho di lui avuta  era
    pervenuta  a questo,  che egli con la mia donna cos si giace come con
    teco; ora, per ci che io l'amo,  non intendo di voler di lui pigliare
    altra  vendetta,  se  non quale  stata l'offesa: egli ha la mia donna
    avuta,  e io intendo d'aver te.  Dove tu non  vogli,  per  certo  egli
    converr che io il ci colga,  e per ci che io non intendo di lasciare
    questa ingiuria impunita,  io gli far giuoco che n tu n egli sarete
    mai lieti.
    La  donna,  udendo  questo  e dopo molte riconfermazioni fattelene dal
    Zeppa, credendol, disse:
    - Zeppa mio,  poi che sopra me dee cadere questa vendetta,  e  io  son
    contenta,  s  veramente che tu mi facci,  di questo che far dobbiamo,
    rimanere in pace con la tua donna,  come io,  non ostante  quello  che
    ella m'ha fatto, intendo di rimaner con lei.
    A cui il Zeppa rispose:
    -  Sicuramente  io il far;  e oltre a questo ti doner un cos caro e
    bello gioiello,  come niun altro  che  tu  n'abbi;  -  e  cos  detto,
    abbracciatala  e  cominciatala  a baciare,  la distese sopra la cassa,
    nella quale era il marito di  lei  serrato  e  quivi  su,  quanto  gli
    piacque, con lei si sollazz, ed ella con lui.
    Spinelloccio,  che  nella  cassa era e udite aveva tutte le parole dal
    Zeppa dette e la risposta della sua moglie,  e poi  aveva  sentita  la
    danza  trivigiana  che  sopra  il capo fatta gli era,  una grandissima
    pezza sent tal dolore che parea che morisse;  e se non fosse che egli
    temeva  del  Zeppa,  egli  avrebbe detta alla moglie una gran villania
    cos rinchiuso come era.  Poi,  pur ripensandosi che  da  lui  era  la
    villania incominciata e che il Zeppa aveva ragione di far ci che egli
    faceva,  e  che verso di lui umanamente e come compagno s'era portato,
    seco stesso disse di volere esser pi che mai amico del Zeppa,  quando
    volesse.
    Il Zeppa,  stato con la donna quanto gli piacque, scese della cassa, e
    domandando la donna il gioiello promesso,  aperta la camera fece venir
    la moglie, la quale niun'altra cosa disse, se non:
    -  Madonna,  voi  m'avete  renduto pan per focaccia -;  e questo disse
    ridendo.
    Alla quale il Zeppa disse:
    - Apri questa cassa -;  ed ella il fece;  nella quale il Zeppa  mostr
    alla donna il suo Spinelloccio.
    E lungo sarebbe a dire qual pi di lor due si vergogn, o Spinelloccio
    vedendo il Zeppa e sappiendo che egli sapeva ci che fatto aveva, o la
    donna  vedendo  il  suo  marito  e conoscendo che egli aveva e udito e
    sentito ci che ella sopra il capo fatto gli aveva.
    Alla quale il Zeppa disse:
    - Ecco il gioiello il quale io ti dono.
    Spinelloccio, uscito della cassa, senza far troppe novelle, disse:
    - Zeppa, noi siam pari pari; e per ci  buono,  come tu dicevi dianzi
    alla mia donna,  che noi siamo amici come solavamo;  e non essendo tra
    noi due niun'altra cosa che le mogli divisa,  che  noi  quelle  ancora
    comunichiamo.
    Il  Zeppa fu contento;  e nella miglior pace del mondo tutti e quattro
    desinarono insieme.  E da indi innanzi ciascuna di quelle  donne  ebbe
    due mariti, e ciascun di loro ebbe due mogli, senza alcuna quistione o
    zuffa mai per quello insieme averne.














    Giornata ottava - Novella nona.

    Maestro  Simone  medico,  da  Bruno e da Buffalmacco,  per esser fatto
    d'una brigata che va in corso, fatto andar di notte in alcun luogo,  
    da Buffalmacco gittato in una fossa di bruttura e lasciatovi.

    Poi  che  le  donne  alquanto ebber cianciato dello accomunar le mogli
    fatto da' due sanesi, la reina, alla qual sola restava a dire, per non
    fare ingiuria a Dioneo, incominci.
    Assai bene, amorose donne, si guadagn Spinelloccio la beffa che fatta
    gli fu dal Zeppa;  per la qual cosa non mi pare che agramente  sia  da
    riprendere,  come  Pampinea volle poco innanzi mostrare,  chi fa beffa
    alcuna a colui che la va cercando o che la si  guadagna.  Spinelloccio
    la  si  guadagn;  e io intendo di dirvi d'uno che se l'and cercando;
    estimando che quegli che gliele fecero,  non da biasimare  ma  da  com
    mendar  sieno.  E fu colui a cui fu fatta un medico,  che a Firenze da
    Bologna, essendo una pecora, torn tutto coperto di pelli di vai.
    S come noi veggiamo tutto il d i  nostri  cittadini  da  Bologna  ci
    tornano  qual giudice e qual medico e qual notaio,  co' panni lunghi e
    larghi,  e con gli scarlatti e co' vai,  e con altre  assai  apparenze
    grandissime,  alle  quali  come  gli  effetti succedano anche veggiamo
    tutto giorno. Tra' quali un maestro Simone da Villa,  pi ricco di ben
    paterni che di scienza,  non ha gran tempo, vestito di scarlatto e con
    un gran batalo, dottor di medicine,  secondo che egli medesimo diceva,
    ci ritorn,  e prese casa nella via la quale noi oggi chiamiamo la Via
    del Cocomero.
    Questo maestro Simone novellamente tornato,  s come  detto,  tra gli
    altri  suoi costumi notabili aveva in costume di domandare chi con lui
    era chi fosse qualunque uomo veduto avesse per via  passare;  e  quasi
    degli  atti  degli  uomini  dovesse le medicine che dar doveva a' suoi
    infermi comporre, a tutti poneva mente e raccoglievali.
    E intra gli altri,  alli quali con pi efficacia gli vennero gli occhi
    addosso  posti,  furono due dipintori dei quali s' oggi qui due volte
    ragionato,  Bruno e Buffalmacco,  la compagnia de' quali era continua,
    ed  eran  suoi vicini.  E parendogli che costoro meno che alcuni altri
    del mondo curassero e pi lieti vivessero, s come essi facevano,  pi
    persone  domand  di lor condizione;  e udendo da tutti costoro essere
    poveri uomini e dipintori,  gli entr nel capo non dover potere essere
    che  essi  dovessero  cos  lietamente  vivere  della lor povert,  ma
    s'avvis,  per ci che  udito  avea,  che  astuti  uomini  erano,  che
    d'alcuna altra parte non saputa da gli uomini dovesser trarre profitti
    grandissimi;  e  per  ci  gli  venne in disidero di volersi,  se esso
    potesse con amenduni,  o con l'uno  almeno,  dimesticare;  e  vennegli
    fatto  di prendere dimestichezza con Bruno.  E Bruno,  conoscendo,  in
    poche di volte che  con  lui  stato  era,  questo  medico  essere  uno
    animale,  cominci  di lui ad avere il pi bel tempo del mondo con sue
    nuove novelle,  e il medico similmente  cominci  di  lui  a  prendere
    maraviglioso piacere. E avendolo alcuna volta seco invitato a desinare
    e  per  questo credendosi dimesticamente con lui poter ragionare,  gli
    disse la maraviglia che egli si faceva di lui e di  Buffalmacco,  che,
    essendo  poveri  uomini,  cos lietamente viveano;  e pregollo che gli
    'nsegnasse come facevano.  Bruno,  udendo il medico,  e parendogli  la
    domanda  dell'altre  sue  sciocche e dissipite,  cominci a ridere,  e
    pens di rispondergli secondo che alla sua pecoraggine si convenia,  e
    disse:
    - Maestro, io nol direi a molte persone come noi facciamo, ma di dirlo
    a  voi,  perch  siete  amico  e  so che ad altrui nol direte,  non mi
    guarder.  Egli  il vero che  il  mio  compagno  e  io  viviamo  cos
    lietamente  e  cos  bene  come  vi  pare e pi;  n di nostra arte n
    d'altro frutto, che noi d'alcune possessioni traiamo, avremmo da poter
    pagar pur l'acqua che  noi  logoriamo;  n  voglio  per  ci  che  voi
    crediate  che noi andiamo ad imbolare,  ma noi andiamo in corso,  e di
    questo ogni cosa che a noi  di diletto  o  di  bisogno,  senza  alcun
    danno d'altrui, tutto traiamo, e da questo viene il nostro viver lieto
    che voi vedete.
    Il medico udendo questo e,  senza saper che si fosse,  credendolo,  si
    maravigli molto; e subitamente entr in disidero caldissimo di sapere
    che cosa fosse l'andare in corso;  e con grande instanzia il preg che
    gliel  dicesse,  affermandogli  che  per  certo mai a niuna persona il
    direbbe.
    - Ohm! - disse Bruno - maestro,  che mi domandate voi?  Egli  troppo
    gran segreto quello che voi volete sapere,  ed  cosa da disfarmi e da
    cacciarmi del mondo;  anzi da farmi mettere in bocca del  Lucifero  da
    San Gallo,  se altri il risapesse;  ma s  grande l'amor che io porto
    alla vostra qualitativa mellonaggine da Legnaia, e la fidanza la quale
    ho in voi,  che io non posso negarvi cosa che voi vogliate;  e per ci
    io  il  vi dir con questo patto,  che voi per la croce a Montesone mi
    giurerete che mai, come promesso avete, a niuno il direte.  Il maestro
    afferm che non farebbe.
    -  Dovete  adunque,  - disse Bruno - maestro mio dolciato,  sapere che
    egli non  ancora guari che in questa citt  fu  un  gran  maestro  in
    nigromantia,  il quale ebbe nome Michele Scotto, per ci che di Scozia
    era,  e da molti gentili  uomini,  de'  quali  pochi  oggi  son  vivi,
    ricevette grandissimo onore;  e volendosi di qui partire,  ad istanzia
    de' prieghi loro ci lasci due suoi soffficienti discepoli,  a'  quali
    impose  che  ad  ogni  piacere  di  questi cotali gentili uomini,  che
    onorato l'aveano, fossero sempre presti.
    Costoro adunque servivano i predetti  gentili  uomini  di  certi  loro
    innamoramenti  e  d'altre  cosette liberamente;  poi,  piacendo lor la
    citt e i costumi degli uomini,  ci si disposero a voler sempre stare,
    e  preserci  di grandi e di strette amist con alcuni,  senza guardare
    chi essi fossero,  pi gentili che  non  gentili,  o  pi  ricchi  che
    poveri,  solamente  che uomini fossero conformi a' lor costumi.  E per
    compiacere a questi cos fatti loro amici ordinarono una brigata forse
    di venticinque uomini,  li quali due volte almeno il mese  insieme  si
    dovessero ritrovare in alcun luogo da loro ordinato; e qui vi essendo,
    ciascuno  a  costoro  il  suo  disidero dice,  ed essi prestamente per
    quella notte il forniscono.  Co'quali  due  avendo  Buffalmacco  e  io
    singulare  amist  e  dimestichezza,  da  loro  in cotal brigata fummo
    messi, e siamo. E dicovi cos che, qualora egli avvien che noi insieme
    ci raccogliamo,   maravigliosa cosa a vedere i capoletti intorno alla
    sala  dove mangiamo,  e le tavole messe alla reale,  e la quantit de'
    nobili e belli servidori,  cos  femine  come  maschi,  al  piacer  di
    ciascuno che  di tal compagnia, e i bacini, gli urciuoli, i fiaschi e
    le  coppe  e  l'altro  vasellamento  d'oro e d'argento,  ne' quali noi
    mangiamo e beiamo; e oltre a questo le molte e varie vivande,  secondo
    che  ciascun  disidera,  che  recate ci sono davanti ciascheduna a suo
    tempo.
    Io non vi potrei mai divisare chenti e  quanti  sieno  i  dolci  suoni
    d'infiniti istrumenti e i canti pieni di melodia che vi s'odono; n vi
    potrei dire quanta sia la cera che vi s'arde a queste cene,  n quanti
    sieno i confetti che vi si con sumano e come sieno preziosi i vini che
    vi si beono. E non vorrei, zucca mia da sale, che voi credeste che noi
    stessimo l in questo abito o con questi panni che ci vedete: egli non
    ve n' niuno s cattivo che non vi paresse uno imperadore, s siamo di
    cari vestimenti e di belle cose ornati.
    Ma sopra tutti gli altri piaceri che vi sono,  si  quello delle belle
    donne,  le quali subitamente, purch l'uom voglia, di tumo il mondo vi
    son recate. Voi vedreste quivi la donna dei Barbanicchi,  la reina de'
    Baschi,   la   moglie  del  soldano,   la  imperadrice  d'Osbech,   la
    ciancianfera di Norrueca,  la semistante di Berlinzone e la  scalpedra
    di  Narsia.  Che  vivo  io  annoverando?  E'vi sono tutte le reine del
    mondo,  io dico infino alla schinchimurra del Presto Giovanni,  che ha
    per me' 'l culo le corna: or vedete oggimai voi!  Dove,  poi che hanno
    bevuto e confettato,  fatta una danza o due,  ciascuna con colui a cui
    stanzia v' fatta venire se ne va nel la sua camera.
    E  sappiate  che  quelle camere paiono un paradiso a veder,  tanto son
    belle;  e sono non meno odorifere che sieno  i  bossoli  delle  spezie
    della bottega vostra, quando voi fate pestare il comino, e havvi letti
    che vi parrebber pi belli che quello del doge di Vinegia, e in quegli
    a  riposar se ne vanno.  Or che menar di calcole e di tirar le casse a
    s per fare il panno serrato faccian le tessitrici, lascer io pensare
    pure a voi! Ma tra gli altri che meglio stanno,  secondo il parer mio,
    siam  Buffalmacco e io,  per ci che Buffalmacco le pi delle volte vi
    fa venir per s la reina di Francia, e io per me quella d'Inghilterra,
    le quali son due pur le pi belle donne del mondo; e s abbiamo saputo
    fare che elle non hanno altro occhio in capo che noi.  Per che da  voi
    medesimo  pensar potete se noi possiamo e dobbiamo vivere e andare pi
    che gli altri uomini lieti,  pensando che noi abbiamo  l'amor  di  due
    cos fatte reine; senza che, quando noi vogliamo un mille o un dumilia
    fiorini  da  loro,  noi  non  gli  abbiamo prestamente.  E questa cosa
    chiamiam noi vulgarmente l'andare in corso;  per ci  che  s  come  i
    corsari tolgono la roba d'ogn'uomo,  e cos facciam noi; se non che di
    tanto siam differenti da loro, che eglino mai non la rendono, e noi la
    rendiamo come adoperata l'abbiamo.
    Ora avete, maestro mio da bene, inteso ci che noi diciamo l'andare in
    corso;  ma quanto questo voglia esser segreto voi il vi potete vedere,
    e per ci pi nol vi dico n ve ne priego.
    Il  maestro,  la  cui  scienzia non si stendeva forse pi oltre che il
    medicare i fanciulli del lattime,  diede tanta  fede  alle  parole  di
    Bruno  quanta  si  saria  convenuta  a  qualunque  verit;  e in tanto
    disiderio s'accese di volere essere in questa brigata ricevuto, quanto
    di qualunque altra cosa pi disiderabile si potesse essere acceso. Per
    la qual cosa a Bruno rispose che  fermamente  maraviglia  non  era  se
    lieti andavano;  e a gran pena si temper in riservarsi di richiederlo
    che essere il vi facesse,  infino a tanto che,  con pi onor fattogli,
    gli potesse con pi fidanza porgere i prieghi suoi.
    Avendoselo  adunque  riservato,  cominci  pi  a  continuare  con lui
    l'usanza e ad averlo  da  sera  e  da  mattina  a  mangiar  seco  e  a
    mostrargli smisurato amore; ed era s grande e s continua questa loro
    usanza,  che  non  parea che senza Bruno il maestro potesse n sapesse
    vivere.
    Bruno,  parendogli star bene,  acci che ingrato non paresse di questo
    onor  fattogli  dal  medico,  gli  aveva  dipinto  nella  sala  sua la
    quaresima e uno agnus dei all'entrar  della  camera  e  sopra  l'uscio
    della via uno orinale, acci che coloro che avessero del suo consiglio
    bisogno  il  sapessero riconoscere dagli altri;  e in una sua loggetta
    gli aveva dipinta la battaglia dei topi e delle gatte, la quale troppo
    bella cosa pareva al medico.  E oltre a questo diceva alcuna volta  al
    maestro, quando con lui non avea cenato:
    -  Stanotte  fu'io  alla  brigata,  ed  essendomi  un  poco  la  reina
    d'Inghilterra rincresciuta,  mi feci venire la gumedra  del  gran  Can
    d'Altarisi.
    Diceva il maestro:
    - Che vuol dire gumedra? Io non gli intendo questi nomi.
    - O maestro mio,  - diceva Bruno - io non me ne maraviglio,  ch io ho
    bene udito dire che Porcograsso e Vannaccena non ne dicon nulla.
    Disse il maestro:
    - Tu vuoi dire Ipocrasso e Avicenna.
    Disse Bruno:
    - Gnaffe!  io non so;  io m'intendo cos male de' vostri nomi come voi
    de' miei; ma la gumedra in quella lingua del gran Cane vuol tanto dire
    quanto  imperadrice  nella  nostra.   O  ella  vi  parrebbe  la  bella
    feminaccia! Ben vi so dire che ella vi farebbe dimenticare le medicine
    e gli argomenti e ogni impiastro.
    E cos dicendogli  alcuna  volta  per  pi  accenderlo,  avvenne  che,
    parendo  a  messer lo maestro una sera a vegghiare,  parte che il lume
    teneva a Bruno che la battaglia de' topi e delle gatte dipignea,  bene
    averlo  co'  suoi onori preso,  che egli si dispose d'aprirgli l'animo
    suo; e soli essendo, gli disse:
    - Bruno,  come Iddio sa,  egli non vive oggi alcuna persona per cui io
    facessi ogni cosa come io farei per te;  e per poco,  se tu mi dicessi
    che io andassi di qui a Peretola, io credo che io v'andrei;  e per ci
    non  voglio  che  tu  ti maravigli se io te dimesticamente e a fidanza
    richieder.
    Come tu sai,  egli non  guari che tu mi  ragionasti  de'  modi  della
    vostra  lieta brigata,  di che s gran disiderio d'esserne m' venuto,
    che mai niuna altra cosa si disider tanto.  E.  questo  non    senza
    cagione,  come  tu vedrai se mai avviene che io ne sia;  ch infino ad
    ora voglio io che tu ti facci beffe di me se io non vi  fo  venire  la
    pi  bella  fante  che  tu vedessi gi  buona pezza,  che io vidi pur
    l'altr'anno a Cacavincigli,  a cui io voglio tutto il mio bene;  e per
    lo  corpo  di  Cristo che io le volli dare dieci bolognini grossi,  ed
    ella mi s'acconsentisse,  e non volle.  E per  quanto  pi  posso  ti
    priego  che  m'insegni  quello  che io abbia a fare per dovervi potere
    essere, e che tu ancora facci e adoperi che io vi sia;  e nel vero voi
    avrete  di  me  buono  e  fedel  compagno e orrevole.  Tu vedi innanzi
    innanzi come io sono bello uomo e come mi stanno bene le gambe  in  su
    la persona,  e ho un viso che pare una rosa, e oltre a ci son dottore
    di medicine,  che non credo che voi ve n'abbiate niuno;  e so di molte
    belle  cose  e di belle canzonette,  e vo'tene dire una -;  e di botto
    incominci a cantare.
    Bruno aveva s gran voglia di ridere  che  egli  in  s  medesimo  non
    capeva; ma pur si tenne. E finita la canzone, e 'l maestro disse:
    - Che te ne pare?
    Disse Bruno:
    -   Per  certo  con  voi  perderieno  le  cetere  de'  sagginali,   s
    artagoticamente stracantate.
    Disse il maestro:
    - Io dico che tu non l'avresti mai creduto, se tu non m'avessi udito.
    - Per certo voi dite vero, - disse Bruno.
    Disse il maestro:
    - Io so bene anche dell'altre, ma lasciamo ora star questo. Cos fatto
    come tu mi vedi,  mio padre fu gentile uomo,  bench  egli  stesse  in
    contado,  e io altress son nato per madre di quegli da Vallecchio; e,
    come tu hai potuto vedere,  io ho pure i pi be'libri e le  pi  belle
    robe  che  medico  di  Firenze.  In  f di Dio,  io ho roba che cost,
    contata ogni cosa, delle lire presso a cento di bagattini, gi  degli
    anni pi di dieci. Per che quanto pi posso ti priego che facci che io
    ne sia; e in f di Dio, se tu il fai, sie pure infermo se tu sai,  che
    mai di mio mestiere io non ti torr un denaio.
    Bruno,  udendo costui,  e parendogli, s come altre volte assai paruto
    gli era, un lavaceci, disse:
    - Maestro, fate un poco il lume pi qua,  e non v'incresca infin tanto
    che io abbia fatte le code a questi topi, e poi vi risponder.
    Fornite  le  code,  e  Bruno  faccendo vista che forte la petizion gli
    gravasse, disse:
    - Maestro mio,  gran cose son quelle che  per  me  fareste,  e  io  il
    conosco;  ma  tuttavia  quella  che a me addimandate,  quantunque alla
    grandezza del vostro cervello sia piccola, pure  a me grandissima, n
    so alcuna persona del mondo per cui io potendo la mi  facessi,  se  io
    non la facessi per voi,  s perch v'amo quanto si conviene,  e s per
    le parole vostre le quali son condite di tanto senno  che  trarrebbono
    le pinzochere degli usatti,  non che me del mio proponimento; e quanto
    pi uso con voi,  pi mi parete savio.  E dicovi ancora cos,  che  se
    altro  non  mi vi facesse voler bene,  s vi vo'bene perch veggio che
    innamorato siete di cos bella cosa come diceste. Ma tanto vi vo'dire:
    io non posso in queste cose quello che voi avvisate,  e per questo non
    posso  per  voi  quello  che  bisognerebbe adoperare;  ma,  ove voi mi
    promettiate sopra la vostra  grande  e  calterita  fede  di  tenerlomi
    credenza,  io vi dar il modo che a tenere avrete; e parmi esser certo
    che,  avendo voi cos be'libri e  l'altre  cose  che  di  sopra  dette
    m'avete, che egli vi verr fatto.
    A cui il mastro disse:
    -  Sicuramente  di':  io  veggio  che tu non mi conosci bene e non sai
    ancora come io so tenere segreto.  Egli erano poche  cose  che  messer
    Guasparruolo  da  Saliceto  facesse,  quando  egli  era  giudice della
    podest di Forlimpopoli, che egli non me le mandasse a dire, perch mi
    trovava cos buon segretaro. E vuoi vedere se io dico vero?  Io fui il
    primaio  uomo  a  cui  egli  dicesse  che  egli  era  per  isposare la
    Bergamina: vedi oggimai tu!
    - Or bene sta dunque, - disse Bruno - se cotestui se ne fidava, ben me
    ne posso fidare io. Il modo che voi avrete a tener fia questo.  Noi s
    abbiamo  a  questa nostra brigata un capitano con due consiglieri,  li
    quali di sei in sei mesi si mutano;  e  senza  fallo  a  calendi  sar
    capitano  Buffalmacco  e  io  consigliere,  e cos  fermato;  e chi 
    capitano pu molto in mettervi e far che messo vi sia chi egli  vuole;
    e per ci a me parrebbe che voi,  in quanto voi poteste,  prendeste la
    dimestichezza di Buffalmacco e facestegli  onore.  Egli    uomo  che,
    veggendovi cos savio,  s'innamorer di voi incontanente, e quando voi
    l'avrete col senno vostro e con queste buone cose che  avete  un  poco
    dimesticato,  voi  il potrete richiedere: egli non vi sapr dir di no.
    Io gli ho gi ragionato di voi, e vuolvi il meglio del mondo; e quando
    voi avrete fatto cos, lasciate far me con lui.
    Allora disse il maestro:
    - Troppo mi piace ci che tu ragioni;  e se egli  uomo che si diletti
    de'  savi  uomini,  e  favellami  pure  un poco,  io far ben che egli
    m'andr sempre cercando,  per ci che io n'ho tanto del senno,  che io
    ne potrei fornire una Citt. e rimarrei savissimo.
    Ordinato  questo,  Bruno disse ogni cosa a Buffalmacco per ordine;  di
    che a Buffalmacco parea mille anni di dovere essere a far  quello  che
    questo maestro Scipa andava cercando.
    Il  medico che oltre modo disiderava d'andare in corso,  non moll mai
    che egli divenne amico di Buffalmacco,  il che agevolmente  gli  venne
    fatto; - e cominciogli a dare le pi belle cene e i pi belli desinari
    del  mondo,  e  a Bruno con lui - altress;  ed essi si carapinavano,.
    come que'signori,  li quali sentendogli bonissimi  vini  e  di  grossi
    capponi ed altre buone cose assai,  gli si tenevano assai di presso, e
    senza troppi  inviti,  dicendo  sempre  che  con  uno  altro  ci  non
    farebbono, si rimanevan con lui.
    Ma  pure,  quando  tempo parve al maestro,  s come Bruno aveva fatto,
    cos Buffalmacco richiese.  Di che Buffalmacco si mostr molto turbato
    e fece a Bruno un gran romore in testa, dicendo:
    -  Io fo boto all'alto Dio da Passignano che io mi tengo a poco che lo
    non ti do tale in su la testa,  che il naso ti caschi  nelle  calcagna
    traditor  che tu se',  ch altri che tu non ha queste cose manifestate
    al maestro.
    Ma il maestro lo scusava forte,  dicendo e giurando s averlo  d'altra
    parte  saputo;  e  dopo molte delle sue savie parole pure il pacefic.
    Buffalmacco rivolto al maestro disse:
    - Maestro mio,  egli si par bene che voi siete stato a Bologna,  e che
    voi infino in questa terra abbiate recata la bocca chiusa; e ancora vi
    dico  pi,  che  voi non apparaste miga l'abbicc in su la mela,  come
    molti sciocconi voglion fare,  anzi l'apparaste bene in  sul  mellone,
    ch'  cos  lungo;  e  se  io  non m'inganno,  voi foste battezzato in
    domenica.  E come che Bruno m'abbia detto  che  voi  studiaste  l  in
    medicine, a me pare che voi studiaste in apparare a pigliar uomini; il
    che voi, meglio che altro uomo che io vidi mai, sapete fare con vostro
    senno e con vostre novelle.
    Il medico, rompendogli la parola in bocca, verso Brun disse:
    -  Che cosa  a favellare e ad usare co' savi!  Chi avrebbe cos tosto
    ogni particularit compresa del mio sentimento, come ha questo valente
    uomo? Tu non te ne avvedesti miga cos tosto tu di quel che io valeva,
    come ha fatto egli;  ma di'almeno quello che io ti dissi quando tu  mi
    dicesti  che  Buffalmacco  si  dilettava de' savi uomini: parti che io
    l'abbia fatto?
    Disse Bruno:
    - Meglio.
    Allora il maestro disse a Buffalmacco:
    - Altro avresti detto se tu m'avessi veduto a Bologna,  dove  non  era
    niuno grande n piccolo,  n dottore n scolare, che non mi volesse il
    meglio del mondo, s tutti gli sapeva appagare col mio ragionare e col
    senno mio. E dirotti pi,  che io.  non vi dissi mai parola che io non
    facessi  ridere  ogn'uomo,  s  forte piaceva loro;  e quando io me ne
    partii, fecero tutti il maggior pianto del mondo, e volevano tutti che
    io vi pur rimanessi;  e fu a tanto la cosa  perch'io  vi  stessi,  che
    vollono lasciare a me solo che io leggessi,  a quanti scolari v'aveva,
    le medicine;  ma io non volli,  ch io era pur disposto a venir qua  a
    grandissime eredit che io ci ho,  state sempre di quei di casa mia, e
    cos feci.
    Disse allora Bruno a Buffalmacco:
    - Che ti pare?  Tu nol mi  credevi,  quando  io  il  ti  diceva.  Alle
    guagnele!  Egli  non  ha  in questa terra medico che s'intenda d'orina
    d'asino a petto a costui,  e fermamente tu non ne troverresti un altro
    di qui alle porti di Parigi de' cos fatti.  Va,  tienti oggimai tu di
    non fare ci ch'e'vuole!
    Disse il medico:
    - Brun dice il vero,  ma io non ci sono  conosciuto.  Voi  siete  anzi
    gente  grossa  che  no;  ma io vorrei che voi mi vedeste tra' dottori,
    come io soglio stare. Allora disse Buffalmacco:
    - Veramente,  maestro,  voi le sapete troppo pi che io non avrei  mai
    creduto;  di che io, parlandovi come si vuole parlare a' savi come voi
    siete, frastagliatamente vi dico che io procaccer senza fallo che voi
    di nostra brigata sarete.
    Gli  onori  dal  medico  fatti  a  costoro  appresso  questa  promessa
    multiplicarono;  laonde essi,  godendo,  gli facevan cavalcar la capra
    delle maggiori sciocchezze del mondo,  e impromisongli di  dargli  per
    donna la contessa di Civillari,  la quale era la pi bella cosa che si
    trovasse in tutto il culattario dell'umana generazione.
    Domand il medico chi fosse  questa  contessa;  al  quale  Buffalmacco
    disse:
    - Pinca mia da seme, ella  una troppo gran donna, e poche case ha per
    lo mondo,  nelle quali ella non abbia alcuna giurisdizione;  e non che
    altri, ma i frati minori a suon di nacchere le rendon tributo. E sovvi
    dire, che quando ella va dattorno, ella si fa ben sentire, bench ella
    stea il pi rinchiusa;  ma non ha per ci  molto  che  ella  vi  pass
    innanzi  all'uscio,  una  notte che andava ad Arno a lavarsi i piedi e
    per pigliare un poco d'aria;  ma la  sua  pi  continua  dimora    in
    Laterina. Ben vanno per ci de' suoi sergenti spesso dattorno, e tutti
    a  dimostrazion  della  maggioranza  di  lei  portano  la  verga  e 'l
    piombino.  De'suoi baron si veggon per  tutto  assai,  s  come    il
    Tamagnin  del  la porta,  don Meta,  Manico di Scopa,  lo Squacchera e
    altri,  li quali vostri dimestici credo che sieno,  ma ora non  ve  ne
    ricordate.  A  cos  gran  donna  adunque,  lasciata  star  quella  da
    Cacavincigli,  se 'l pensier non c'inganna,  vi metteremo nelle  dolci
    braccia.
    Il  medico,  che  a  Bologna  nato  e  cresciuto era,  non intendeva i
    vocaboli di costoro,  per che egli della donna si chiam per contento.
    N guari dopo queste novelle gli recarono i dipintori che egli era per
    ricevuto.
    E  venuto  il d che la notte seguente si dovean ragunare,  il maestro
    gli ebbe amenduni a desinare,  e desinato ch'egli ebbero,  gli domand
    che modo gli conveniva tenere a venire a questa brigata.
    Al quale Buffalmacco disse:
    - Vedete,  maestro, a voi conviene esser molto sicuro, per ci che, se
    voi non foste molto sicuro, voi potreste ricevere impedimento e fare a
    noi grandissimo danno;  e quello a che egli vi  conviene  esser  molto
    sicuro,  voi  l'udirete.  A  voi  si convien trovar modo che voi siate
    stasera in sul primo sonno in su uno di  quegli  avelli  rilevati  che
    poco tempo ha si fecero di fuori a Santa Maria Novella,  con una delle
    pi belle vostre robe in dosso,  acci che  voi  per  la  prima  volta
    compariate orrevole dinanzi alla brigata, e s ancora per ci che (per
    quello che detto ne fosse,  ch non vi fummo noi poi), per ci che voi
    siete gentile uomo,  la contessa intende di  farvi  cavaliere  bagnato
    alle sue spese; e quivi v'aspettate tanto, che per voi venga colui che
    noi manderemo.
    E  acci  che voi siate d'ogni cosa informato,  egli verr per voi una
    bestia nera e cornuta,  non molto grande,  e  andr  faccendo  per  la
    piazza  dinanzi  da  voi  un  gran  sufolare  e  un  gran  saltare per
    ispaventarvi; ma poi, quando vedr che voi non vi spaventiate, ella vi
    s'accoster pianamente;  quando accostata vi si  sar,  e  voi  allora
    senza  alcuna  paura scendete gi dello avello,  e,  senza ricordare o
    Iddio o'santi, vi salite suso, e come suso vi siete acconcio, cos,  a
    modo  che  se  steste cortese,  vi recate le mani al petto,  senza pi
    toccar la bestia.
    Ella allora soavemente si mover e recherravverle a noi;  ma infino ad
    ora, se voi ricordaste o Iddio o'santi, o aveste paura, vi dich'io che
    ella vi potrebbe gittare o percuotere in parte che vi putirebbe; e per
    ci,  se non vi d il cuore d'esser ben sicuro, non vi venite, ch voi
    fareste danno a voi, senza fare a noi pro veruno.
    Allora il medico disse:
    - Voi non mi conoscete ancora;  voi guardate forse per ch io porto  i
    guanti  in  mano  e'panni lunghi.  Se voi sapeste quello che io ho gi
    fatto di notte a Bologna,  quando io andava talvolta co' miei compagni
    alle  femine,  voi vi maravigliereste.  In f di Dio egli fu tal notte
    che,  non volendone una venir con noi (ed era una  tristanzuola,  ch'
    peggio,  che non era alta un sommesso),  io le diedi in prima di molte
    pugna, poscia, presala di peso, credo che io la portassi presso ad una
    balestrata, e pur convenne,  s feci,  che ella ne venisse con noi.  E
    un'altra  volta  mi ricorda che io,  senza esser meco altri che un mio
    fante,  col un poco dopo l'avemaria passai  allato  al  cimitero  de'
    frati minori, ed eravi il d stesso stata sotterrata una femina, e non
    ebbi  paura  niuna;  e per ci di questo non vi sfidate;  ch sicuro e
    gagliardo son io troppo.  E dicovi che io,  per venirvi bene orrevole,
    mi  metter  la  roba  mia  dello  scarlatto  con  la quale io fui con
    ventato,  e vedrete se la brigata si rallegrer quando mi vedr,  e se
    io  sar fatto a mano a man capitano.  Vedrete pure come l'opera andr
    quando io vi sar stato,  da che,  non avendomi ancor quella  contessa
    veduto,  ella  s'  s  innamorata di me che ella mi vol fare cavalier
    bagnato; e forse che la cavalleria mi star cos male, e saprolla cos
    mal mantenere o pur bene? Lascerete pur far me!
    Buffalmacco disse:
    - Troppo dite bene, ma guardate che voi non ci faceste la beffa, e non
    vi veniste o non vi foste trovato quando per voi manderemo;  e  questo
    dico  per  ci che egli fa freddo,  e voi signor medici ve ne guardate
    molto.
    - Non piaccia a Dio,  - disse il  medico  -  io  non  sono  di  questi
    assiderati;  io  non curo freddo;  poche volte  mai che io mi levi la
    notte cos per bisogno del corpo,  come l'uom fa talvolta,  che io  mi
    metta altro che il pilliccione mio sopra il farsetto;  e per ci io vi
    sar fermamente.
    Partitisi adunque costoro,  come notte si venne faccendo,  il  maestro
    trov  sue scuse in casa con la moglie,  e trattane celatamente la sua
    bella roba, come tempo gli parve, messalasi in dosso,  se n'and sopra
    uno  de'  detti avelli;  e sopra quegli marmi ristrettosi,  essendo il
    freddo grande, cominci ad aspettar la bestia.
    Buffalmacco,  il quale era  grande  e  atante  della  persona,  ordin
    d'avere una di queste maschere che usare si soleano a certi giuochi li
    quali  oggi  non  si  fanno,  e  messosi in dosso un pilliccion nero a
    rovescio,  in quello s'acconci in guisa che pareva pure uno orso;  se
    non  che  la  maschera  aveva  viso di diavolo ed era cornuta.  E cos
    acconcio, venendoli Bruno appresso per vedere come l'opera andasse, se
    n'and nella piazza nuova di Santa Maria Novella.  E come egli  si  fu
    accorto che messer lo maestro v'era,  cos cominci a saltabellare e a
    fare un nabissare grandissimo su per la piazza,  e  a  sufolare  e  ad
    urlare e a stridere a guisa che se imperversato fosse.
    Il  quale  come  il  maestro  sent  e  vide,  cos  tutti  i peli gli
    s'arricciarono addosso, e tutto cominci a tremare, come colui che era
    pi che una femina pauroso;  e fu ora che egli vorrebbe  essere  stato
    innanzi  a  casa sua che quivi.  Ma non per tanto pur,  poi che andato
    v'era,  si sforz d'assicurar si,  tanto il  vinceva  il  disidero  di
    giugnere  a  vedere  le  maraviglie  dettegli  da costoro.  Ma poi che
    Buffalmacco  ebbe  alquanto  imperversato,  come    detto,   faccendo
    sembianti di rappacificarsi,  s'accost allo avello sopra il quale era
    il maestro,  e stette fermo.  Il maestro,  s come  quegli  che  tutto
    tremava  di  paura,  non  sapeva  che farsi,  se su vi salisse o se si
    stesse.  Ultimamente,  temendo non gli  facesse  male  se  su  non  vi
    salisse,  con la seconda paura cacci la prima,  e sceso dello avello,
    pianamente dicendo, - Iddio m'aiuti -, su vi sal, e acconciossi molto
    bene, e sempre tremando tutto si rec con le mani a star cortese, come
    detto gli era stato.  Allora  Buffalmacco  pianamente  s'incominci  a
    dirizzare  verso  Santa  Maria  della  Scala,  e andando carpone infin
    presso le donne di Ripole il condusse.
    Erano allora per quella contrada fosse,  nelle quali i  lavoratori  di
    que'campi  facevan  votare la contessa di Civillari,  per ingrassare i
    campi loro.  Alle quali come Buffalmacco fu vicino,  accostatosi  alla
    proda  d'una  e preso tempo,  messa la mano sotto all'un de' piedi del
    medico e con essa sospintolsi da dosso,  di netto col capo innanzi  il
    gitt  in  essa,  e  cominci  a  ringhiare  forte  e  a  saltare e ad
    imperversare e ad andarsene lungo Santa Maria  della  Scala  verso  il
    prato d'Ognissanti, dove ritrov Bruno che per non poter tener le risa
    fuggito  s'era;  e  amenduni festa faccendosi,  di lontano si misero a
    veder quello che il medico impastato facesse.
    Messer lo medico,  sentendosi in questo  luogo  cos  abominevole,  si
    sforz  di  rilevare e di volersi aiutare per uscirne,  e ora in qua e
    ora in l ricadendo,  tutto dal  capo  al  pi  impastato,  dolente  e
    cattivo,  avendone  alquante  dramme  ingozzate,  pur  n'usc  fuori e
    lasciovvi il cappuccio;  e,  spastandosi con le mani  come  poteva  il
    meglio,  non  sappiendo  che altro consiglio pigliarsi,  se ne torn a
    casa sua, e picchi tanto che aperto gli fu.
    N prima,  essendo  egli  entrato  dentro  cos  putente,  fu  l'uscio
    riserrato,  che  Bruno  e  Buffalmacco  furono ivi,  per udire come il
    maestro fosse dalla sua donna raccolto.  Li qua  li  stando  ad  udir,
    sentirono  alla  donna dirgli la maggior villania che mai si dicesse a
    niun tristo, dicendo:
    - Deh,  come ben ti sta!  Tu eri ito a qualche altra femina,  e volevi
    comparire  molto  orrevole  con.  la  roba dello scarlatto.  Or non ti
    bastava io?  Frate,  io sarei sofficiente ad un popolo,  non che a te.
    Deh,  or  t'avessono essi affogato,  come essi ti gittarono l dove tu
    eri degno d'esser gittato. Ecco medico onorato, aver moglie e andar la
    notte alle femine altrui!
    E con queste e con altre assai  parole,  faccendosi  il  medico  tutto
    lavare, infino alla mezza notte non rifin la donna di tormentarlo.
    Poi  la mattina vegnente Bruno e Buffalmacco,  avendosi tutte le carni
    dipinte soppanno di lividori a guisa che far sogliono le battiture, se
    ne vennero a casa del medico,  e trovaron lui gi levato;  ed  entrati
    dentro  a  lui,  sentirono ogni cosa putirvi;  ch ancora non s'era s
    ogni cosa potuta nettare,  che non vi putisse.  E sentendo  il  medico
    costor  venire a lui,  si fece loro incontro,  dicendo che Iddio desse
    loro il buon d.  Al quale  Bruno  e  Buffalmacco,  s  come  proposto
    aveano, risposero con turbato viso:
    -  Questo non diciam noi a voi,  anzi preghiamo Iddio che vi dea tanti
    malanni che voi siate morto a ghiado,  s come il pi  disleale  e  il
    maggior  traditor  che  viva;  per  ci che egli non  rimaso per voi,
    ingegnandoci noi di farvi onore e piacere,  che noi  non  siamo  stati
    morti  come  cani.  E  per  la vostra dislealt abbiamo stanotte avute
    tante busse,  che di meno andrebbe uno asino a  Roma;  senza  che  noi
    siamo  stati  a pericolo d'essere stati cacciati della compagnia nella
    quale noi avavamo ordinato di farvi ricevere. E se voi non ci credete,
    ponete mente le carni nostre come elle stanno. - E ad un cotal barlume
    apertisi i panni dinanzi, gli mostrarono i petti loro tutti dipinti, e
    richiusongli senza indugio.
    Il medico si volea scusare e dir delle sue sciagure,  e  come  e  dove
    egli era stato gittato. Al quale Buffalmacco disse:
    -  Io  vorrei  che  egli  v'avesse  gittato  dal ponte in Arno: perch
    ricordavate voi o Dio o'santi? Non vi fu egli detto dinanzi?
    Disse il medico:
    - In f di Dio non ricordava.
    - Come,  - disse Buffalmacco - non ricordavate!  Voi ve  ne  ricordate
    molto,  ch  ne disse il messo nostro che voi tremavate come verga,  e
    non sapavate dove voi vi foste.  Or voi ce l'avete ben fatta;  ma  mai
    pi persona non la ci far,  e a voi ne faremo ancora quello onore che
    vi se ne conviene.
    Il medico cominci a chieder perdono,  e a pregargli per Dio  che  nol
    dovessero vituperare; e con le miglior parole che egli pot, s'ingegn
    di  pacificargli.  E  per  paura  che  essi  questo  suo  vitupero non
    palesassero, se da indi a dietro onorati gli avea, molto pi gli onor
    e careggi con conviti e altre cose da indi innanzi.
    Cos adunque,  come udito avete,  senno  s'insegna  a  chi  tanto  non
    n'appar a Bologna.




















    Giornata ottava - Novella decima.

    Una  ciciliana  maestrevolmente  toglie  ad  un  mercatante ci che in
    Palermo ha portato; il quale, sembiante faccendo d'esservi tornato con
    molta pi mercatantia che prima,  da lei accattati denari,  le  lascia
    acqua e capecchio.

    Quanto  la  novella  della  reina  in  diversi luoghi facesse le donne
    ridere,  non  da domandare: niuna ve n'era a cui per  soperchio  riso
    non fossero dodici volte le lagrime venute in su gli occhi. Ma poi che
    ella ebbe fine, Dioneo, che sapeva che a lui toccava la volta, disse.
    Graziose donne,  manifesta cosa  tanto pi l'arti piacere, quanto pi
    sottile artefice  per quelle artificiosamente  beffato.  E  per  ci,
    quantunque  bellissime  cose  tutte raccontate abbiate,  io intendo dl
    raccontarne una?  tanto  pi  che  alcuna  altra  dettane  da  dovervi
    aggradire,  quanto colei che beffata fu era maggior maestra di beffare
    altrui, che alcuno altro beffato fosse di quegli o di quelle che avete
    contate.
    Soleva essere, e forse che ancora oggi , una usanza in tutte le terre
    marine che hanno porto,  cos fatta,  che tutti i  mercatanti  che  in
    quelle  con  mercatantie capitano,  faccendole scaricare,  tutte in un
    fondaco il quale in molti luoghi   chiamato  dogana,  tenuta  per  lo
    comune  o  per  lo signor della terra,  le portano.  E quivi,  dando a
    coloro che sopra ci sono per  iscritto  tutta  la  mercatantia  e  il
    pregio di quella,   dato per li detti al mercatante un magazzino, nel
    quale esso la sua mercatantia ripone e serralo con  la  chiave;  e  li
    detti  doganieri  poi scrivono in sul libro della dogana a ragione del
    mercatante tutta la sua mercatantia,  faccendosi poi del  lor  diritto
    pagare  al  mercatante,  o per tutta o per parte della mercatantia che
    egli della dogana traesse.  E da questo libro della dogana assai volte
    s'informano   i  sensali  e  delle  qualit  e  delle  quantit  delle
    mercatantie che vi sono,  e ancora chi sieno i mercatanti che l'hanno,
    con  li  quali poi essi,  secondo che lor cade per mano,  ragionano di
    cambi, di baratti e di vendite e d'altri spacci.
    La quale usanza,  s come in molti altri luoghi,  era  in  Palermo  in
    Cicilia,  dove  similmente  erano  e ancor sono assai femine del corpo
    bellissime, ma nimiche della onest; le quali,  da chi non le conosce,
    sarebbono e son tenute grandi e onestissime donne.  Ed essendo,  non a
    radere,  ma a scorticare uomini date del  tutto,  come  un  mercatante
    forestiere  riveggono,  cos dal libro della dogana s'informano di ci
    che egli v'ha e di quanto pu fare;  e appresso con  lor  piacevoli  e
    amorosi   atti  e  con  parole  dolcissime  questi  cotali  mercatanti
    s'ingegnano d'adescare e di trarre nel loro  amore;  e  gi  molti  ve
    n'hanno tratti, a' quali buona parte della lor mercatantia hanno delle
    mani  tratta,  e  d'assai  tutta;  e  di  quelli  vi sono stati che la
    mercatantia e 'navilio e le polpe e l'ossa  lasciate  v'hanno,  s  ha
    soavemente la barbiera saputo menare il rasoio.
    Ora,  non   ancora molto tempo,  avvenne che quivi,  da' suoi maestri
    mandato,  arriv un giovane nostro fiorentino detto Nicol da Cignano,
    come che Salabaetto fosse chiamato, con tanti pannilani che alla fiera
    di  Salerno  gli  erano  avanzati,  che  potevan valere un cinquecento
    fiorin d'oro;  e dato il legaggio di quegli a' doganieri,  gli mise in
    un  magazzino,  e  senza  mostrar  troppo  gran  fretta dello spaccio,
    s'incominci ad andare alcuna volta a sollazzo per la terra.
    Ed essendo egli bianco e biondo e leggiadro molto,  e standogli ben la
    vita,  avvenne  che  una  di  queste barbiere,  che si faceva chiamare
    madonna Jancofiore,  avendo alcuna cosa sentita de'  fatti  suoi,  gli
    pose  l'occhio addosso.  Di che egli accorgendosi,  estimando che ella
    fosse una gran donna, s'avvis che per la sua bellezza le piacesse,  e
    pensossi di volere molto cautamente menar questo amore;  e senza dirne
    cosa alcuna a persona,  incominci a far le passate dinanzi alla  casa
    di  costei.  La quale accortasene,  poi che alquanti d l'ebbe ben con
    gli occhi acceso,  mostrando ella di consumarsi per lui,  segretamente
    gli  mand  una  sua  femina  la  quale  ottimamente l'arte sapeva del
    ruffianesimo.  La quale,  quasi con le lagrime in su gli  occhi,  dopo
    molte  novelle,   gli  disse  che  egli  con  la  bellezza  e  con  la
    piacevolezza sua aveva s la sua donna presa,  che  ella  non  trovava
    luogo  n  d  n  notte;  e  per  ci,  quando  a lui piacesse,  ella
    disiderava pi  che  altra  cosa  di  potersi  con  lui  ad  un  bagno
    segretamente trovare; e appresso questo, trattosi uno anello d borsa,
    da parte della sua donna gliele don.
    Salabaetto, udendo questo, fu il pi lieto uomo che mai fosse, e preso
    l'anello e fregatoselo agli occhi e poi baciatolo sel mise in dito,  e
    rispose alla buona femina che, se madonna Jancofiore l'amava, che ella
    n'era ben cambiata,  per ci che egli amava pi lei che la sua  propia
    vita, e che egli era disposto d'andare dovunque a lei fosse a grado, e
    ad ogn'ora.
    Tornata  adunque la messaggiera alla sua donna con questa risposta,  a
    Salabaetto fu a mano a man detto a qual bagno il d  seguente  passato
    vespro  la dovesse aspettare.  Il quale,  senza dirne cosa del mondo a
    persona,  prestamente all'ora impostagli v'and,  e trov il bagno per
    la  donna  esser  preso.  Dove  egli  non stette guari che due schiave
    venner cariche: l'una aveva un materasso di bambagia bello e grande in
    capo,  e l'altra un grandissimo paniere pien di cose;  e steso  questo
    materasso  in una camera del bagno sopra una lettiera,  vi miser su un
    paio di lenzuola sottilissime listate di seta,  e poi  una  coltre  di
    bucherame   cipriana   bianchissima   con  due  origlieri  lavorati  a
    maraviglie. E appresso questo spogliatesi ed entrate nel bagno, quello
    tutto lavarono e spazzarono ottima mente.
    N stette guari che la donna con due sue  altre  schiave  appresso  al
    bagno  venne;  dove  ella,  come  prima  ebbe agio,  fece.a Salabaetto
    grandissima festa; e dopo i maggiori sospiri del mondo,  poi che molto
    e abbracciato e baciato l'ebbe, gli disse:
    - Non so chi mi s'avesse a questo potuto conducere,  altro che tu;  tu
    m'hai miso lo foco all'arma, toscano acanino.
    Appresso questo,  come a lei piacque,  ignudi amenduni se  n'entrarono
    nel bagno,  e con loro due delle schiave.  Quivi, senza lasciargli por
    mano addosso ad altrui,.  ella medesima con sapone  moscoleato  e  con
    garofanato maravigliosamente e bene tutto lav Salabaetto;  e appresso
    s fece e lavare e strapicciare alle schiave.
    E fatto questo, recaron le schiave de lenzuoli bianchissimi e sottili,
    de' quali veniva s grande odor di rose che ci che v'era pareva rose;
    e l'una invilupp nell'uno Salabaetto e l'altra nell'altro la donna, e
    in collo levatigli,  amenduni nel letto  fatto  ne  gli  portarono.  E
    quivi,  poi  che  di  sudare  furono  restati,  dalle  schiave fuor di
    que'lenzuoli tratti, rimasono ignudi negli altri. E tratti del paniere
    oricanni d'ariento bellissimi e pieni qual d'acqua rosa,  qual d'acqua
    di  fior  d'aranci,  qual  d'acqua di fior di gelsomino e qual d'acqua
    nanfa,  tutti costoro di queste acque  spruzzano;  e  appresso  tratte
    fuori   scatole   di  confetti  e  preziosissimi  vini,   alquanto  si
    confortarono.
    A Salabaetto pareva essere in paradiso, e mille volte aveva riguardata
    costei,  la quale era per certo bellissima,  e cento anni  gli  pareva
    ciascuna  ora  che  queste  schiave  se  n'andassero  e che egli nelle
    braccia di costei si ritrovasse.  Le quali poi  che  per  comandamento
    della donna,  lasciato un torchietto acceso nella camera, andate se ne
    furono  fuori,  costei  abbracci  Salabaetto  ed  egli  lei,   e  con
    grandissimo piacer di Salabaetto,  al quale pareva che costei tutta si
    struggesse per suo amore, dimorarono una lunga ora.
    Ma poi che tempo parve di levarsi alla donna, fatte venire le schiave,
    si vestirono, e un'altra volta bevendo e confettando si riconfortarono
    alquanto,  e il viso e le mani di quelle acque  odorifere  lavatisi  e
    volendosi partire, disse la donna a Salabaetto:
    -  Quando  a  te  fosse  a grado,  a me sarebbe grandissima grazia che
    questa sera te ne venissi a cenare e ad albergo meco.
    Salabaetto,   il  qual  gi  e  dalla  bellezza  e  dalla  artificiosa
    piacevolezza di costei era preso,  credendosi fermamente da lei essere
    come il cuor del corpo amato, rispose:
    - Madonna,  ogni vostro piacere m' sommamente a grado,  e per  ci  e
    istasera  e  sempre intendo di far quello che vi piacer e che per voi
    mi fia comandato.
    Tornatasene adunque la donna a casa,  e fatta bene di sue  robe  e  di
    suoi  arnesi ornar la camera sua,  e fatto splendidamente far da cena,
    aspett Salabaetto.  Il quale,  come alquanto fu fatto oscuro,  l  se
    n'and, e lietamente ricevuto, con gran festa e ben servito cen. Poi,
    nella  camera  entratisene,  sent  quivi  maraviglioso odore di legno
    alo, e d'uccelletti cipriani vide il letto ricchissimo, e molte belle
    robe su per le stanghe.
    Le quali cose tutte insieme,  e ciascuna per s,  gli  fecero  stimare
    costei  dovere  essere  una  grande  e  ricca  donna.  E quantunque in
    contrario avesse della vita di lei udito bucinare,  per cosa del mondo
    nol voleva credere;  e se pure alquanto ne credeva lei gi alcuno aver
    beffato,  per cosa del mondo non poteva credere questo  dovere  a  lui
    intervenire.  Egli  giacque  con  grandissimo suo piacere la notte con
    essolei, sempre pi accendendosi.
    Venuta la mattina,  ella gli cinse una bella  e  leggiadra  cinturetta
    d'argento con una bella bora, e s gli disse:
    -  Salabaetto  mio  dolce,  io  mi  ti raccomando;  e cos come la mia
    persona  al piacer tuio,  cos  ci che ci  e ci che per me si pu
     allo comando tuio.
    Salabaetto  lieto  abbracciatala e baciatala,  s'usc di casa costei e
    vennesene l dove usavano gli altri mercatanti.  E usando una volta  e
    altra  con  costei  senza  costargli  cosa  del mondo,  e ogni ora pi
    invescandosi,  avvenne che egli  vend  i  panni  suoi  a  contanti  e
    guadagnonne bene; il che la buona donna non da lui, ma da altrui sent
    incontanente.
    Ed  essendo  Salabaetto  da  lei andato una sera,  costei incominci a
    cianciare e a ruzzare con lui, a baciarlo e abbracciarlo,  mostrandosi
    s  forte  di  lui infiammata,  che pareva che ella gli volesse d'amor
    morir nelle braccia;  e volevagli  pur  donare  due  bellissimi  nappi
    d'argento  che  ella aveva,  li quali Salabaetto non voleva torre,  s
    come colui che da lei tra una volta e altra  aveva  avuto  quello  che
    valeva ben trenta fiorin d'oro, senza aver potuto fare che ella da lui
    prendesse tanto che valesse un grosso.
    Alla  fine,  avendol  costei  bene  acceso  col  mostrar  s  accesa e
    liberale,  una delle sue schiave,  s come  ella  aveva  ordinato,  la
    chiam;  per  che  ella,  uscita della camera e stata alquanto,  torn
    dentro piagnendo, e sopra il letto gittatasi boccone,  cominci a fare
    il pi doloroso lamento che mai facesse femina.
    Salabaetto,  maravigliandosi,  la  si  rec  in braccio,  e cominci a
    piagner con lei e a dire:
    - Deh,  cuor del corpo mio,  che avete voi cos subitamente?  Che  la
    cagione di questo dolore? Deh! ditemelo, anima mia.
    Poi che la donna s'ebbe assai fatta pregare, ed ella disse:
    - Ohim,  signor mio dolce, io non so n che mi far n che mi dire: io
    ho test ricevute lettere da Messina, e scrivemi mio fratello, che, se
    io dovessi vendere e impegnare ci che ci ,  che senza alcun fallo io
    gli abbia fra qui e otto d mandati mille fiorin d'oro, se non che gli
    sar tagliata la testa;  e io non so quello che io mi debba fare,  che
    io gli possa cos prestamente avere;  ch,  se io  avessi  spazio  pur
    quindici  d,  io troverrei modo d'accivirne d'alcun luogo donde io ne
    debbo avere molti pi,  o io venderei alcuna delle nostre possessioni;
    ma,  non potendo,  io vorrei esser morta prima che quella mala novella
    mi venisse -. E detto questo, forte mostrandosi tribolata, non restava
    di piagnere.
    Salabaetto,  al quale l'amorose fiamme avevan gran  parte  del  debito
    conoscimento  tolto,  credendo  quelle  verissime  lagrime e le parole
    ancor pi vere, disse:
    - Madonna, io non vi potrei servire di mille, ma di cinquecento fiorin
    d'oro s bene,  dove voi crediate potermegli rendere di qui a quindici
    d; e questa  vostra ventura che pure ieri mi vennero venduti i panni
    miei, ch, se cos non fosse, io non vi potrei prestare un grosso.
    - Ohim!  - disse la donna - dunque hai tu patito disagio di denari? O
    perch non me ne richiedevi tu?  Perch io non n'abbia  mille,  io  ne
    aveva  ben  cento  e  anche dugento da darti;  tu m'hai tolta tutta la
    baldanza da dovere da te ricevere  il  servigio  che  tu  mi  profferi
    Salabaetto, vie pi che preso da queste parole, disse:
    - Madonna,  per questo non voglio io che voi lasciate;  ch,  se fosse
    cos bisogno a me come egli fa a voi, io v'avrei ben richiesta.
    - Ohim!  - disse la donna - Salabaetto mio,  ben conosco che il tuo 
    vero  e  perfetto  amore verso di me,  quando,  senza aspettar d'esser
    richiesto di cos gran quantit  di  moneta,  in  cos  fatto  bisogno
    liberamente mi sovvieni.  E per certo io era tutta tua senza questo, e
    con questo sar molto maggior mente;  n sar mai che io non riconosca
    da  te  la testa di mio fratello.  Ma sallo Iddio che io mal volentier
    gli prendo,  considerando che tu se'mercatante,  e i mercatanti  fanno
    co' denari tutti i fatti loro;  ma per ci che il bisogno mi strigne e
    ho ferma speranza di tosto rendergliti,  io gli pur  prender,  e  per
    l'avanzo,  se pi presta via non troverr,  impegner tutte queste mie
    cose -; e cos detto lagrimando, sopra il viso di Salabaetto si lasci
    cadere.
    Salabaetto la cominci a confortare;  e stato la notte  con  lei,  per
    mostrarsi bene liberalissimo suo servidore,  senza alcuna richiesta di
    lei aspettare,  le port cinquecento be'fiorin d'oro,  li quali  ella,
    ridendo  col  cuore  e piagnendo con gli occhi,  prese,  attenendosene
    Salabaetto alla sua semplice promessione.
    Come la donna ebbe i denari,  cos  s'incominciarono  le  'ndizioni  a
    mutare;  e  dove prima era libera l'andata alla donna ogni volta che a
    Salabaetto era in piacere, cos incominciaron poi a sopravvenire delle
    cagioni,  per le quali non gli veniva delle sette volte l'una fatto il
    potervi  entrare,  n  quel viso n quelle carezze n quelle feste pi
    gli eran fatte che prima.
    E passato d'un mese e di due il termine,  non che venuto,  al quale  i
    suoi  danari  riaver  dovea,  richiedendogli,  gli eran date parole in
    pagamento.  Laonde,  avvedendosi Salabaetto dell'arte  della  malvagia
    femina  e  del suo poco senno,  e conoscendo che di lei niuna cosa pi
    che le si piacesse di questo poteva dire, s come colui che di ci non
    aveva n scritta n testimonio,  e vergognandosi di ramarricarsene con
    alcuno,  s  perch  n'era  stato fatto avveduto dinanzi,  e s per le
    beffe le quali meritamente della sua bestialit  n'aspettava,  dolente
    oltre  modo,  seco  medesimo la sua sciocchezza piagnea.  E avendo da'
    suoi maestri pi lettere avute che  egli  quegli  denari  cambiasse  e
    mandassegli loro;  acci che,  non faccendolo egli, quivi non fosse il
    suo difetto scoperto,  diliber di  partirsi;  e  in  su  un  legnetto
    montato, non a Pisa, come dovea, ma a Napoli se ne venne.
    Era  quivi  in  quei  tempi  nostro  compar  Pietro  dello  Canigiano,
    tresorier di madama la 'mperatrice di Costantinopoli,  uomo di  grande
    intelletto  e di sottile ingegno,  grandissimo amico e di Salabaetto e
    de' suoi;  col quale,  s come con  discretissimo  uomo,  dopo  alcuno
    giorno  Salabaetto  dolendosi,  raccont  ci che fatto aveva e il suo
    misero accidente,  e domandogli aiuto e consiglio  in  fare  che  esso
    quivi potesse sostentar la sua vita,  affermando che mai a Firenze non
    intendeva di ritornare.
    Canigiano, dolente di queste cose, disse:
    - Male hai fatto; mal ti se'portato; male hai i tuoi maestri ubbiditi;
    troppi denari ad un tratto hai spesi in dolcitudine; ma che?  fatto ,
    vuolsi  vedere  altro.  E,  s  come  avveduto uomo,  prestamente ebbe
    pensato quello che era da fare,  e a Salabaetto  il  disse;  al  quale
    piacendo il fatto,  si mise in avventura di volerlo seguire.  E avendo
    alcun denaio, e il Canigiano avendonegli alquanti prestati, fece molte
    balle ben legate e ben magliate, e comperate da venti botti da olio ed
    empiutele, e caricato ogni cosa, se ne torn in Palermo; e il legaggio
    delle balle dato a` doganieri e similmente il  costo  delle  botti,  e
    fatto  ogni  cosa  scrivere a sua ragione,  quelle mise ne' magazzini,
    dicendo che,  infino che altra mercatantia la quale egli aspettava non
    veniva, quelle non voleva toccare.
    Jancofiore,  avendo  sentito  questo  e udendo che ben duemilia fiorin
    d'oro valeva o pi quello che al presente aveva recato,  senza  quello
    che egli aspettava, che valeva pi di tre milia, parendole aver tirato
    a  pochi,  pens  di  restituirgli i cinquecento,  per potere avere la
    maggior parte de' cinque milia, e mand per lui.
    Salabaetto divenuto malizioso v'and.  Al quale ella faccendo vista di
    niente  sapere  di ci che recato s'avesse,  fece maravigliosa festa e
    disse:
    - Ecco,  se tu fossi crucciato meco perch io non ti  rende'  cos  al
    termine i tuoi denari...
    Salabaetto cominci a ridere e disse:
    -  Madonna,  nel  vero egli mi dispiacque bene un poco s come a colui
    che mi trarrei il cuor per darlovi,  se io credessi piacervene;  ma io
    voglio  che  voi udiate come io son crucciato con voi.  Egli  tanto e
    tale l'amor che io vi porto,  che io ho fatto vendere la maggior parte
    delle  mie possessioni,  e ho al presente recata qui tanta mercatantia
    che vale oltre a duomilia fiorini,  e aspettone di ponente  tanta  che
    varr oltre a tremilia, e intendo di fare in questa terra un fondaco e
    di starmi qui,  per esservi sempre presso,  parendomi meglio stare del
    vostro amore che io creda che stia alcuno innamorato dei suo.
    A cui la donna disse:
    - Vedi,  Salabaetto,  ogni tuo acconcio mi piace  forte,  s  come  di
    quello  di colui il quale io amo pi che la vita mia,  e piacemi forte
    che tu con intendimento di starci  tornato  ci  sii,  per  che  spero
    d'avere  ancora  assai  di buon tempo con teco;  ma io mi ti voglio un
    poco scusare ch'e, di quei tempi che tu te n'andasti,  alcune volte ci
    volesti  venire  e  non potesti,  e alcune ci venisti e non fosti cos
    lietamente veduto come solevi;  e oltre a questo,  di ci  che  io  al
    termine promesso non ti rende' i tuoi denari.
    Tu dei sapere che io era allora in grandissimo dolore e in grandissima
    afflizione,  e  chi  in cos fatta disposizione,  quantunque egli ami
    molto altrui,  non gli pu far cos buon viso n attendere tuttavia  a
    lui  come  colui  vorrebbe;  e  appresso  dei  sapere  ch'egli  molto
    malagevole ad una donna il poter trovar mille fiorin  d'oro,  e  sonci
    tutto  il  d  dette  delle  bugie  e non c' attenuto quello che ci 
    promesso, e per questo conviene che noi altress mentiamo altrui; e di
    quinci venne,  e non da altro difetto,  che io i tuoi  denari  non  ti
    rendei;  ma  io gli ebbi poco appresso la tua partita,  e se io avessi
    saputo dove mandargliti,  abbi per certo che io te gli avrei  mandati;
    ma perch saputo non l'ho, gli t'ho guardati.
    E fattasi venire una borsa dove erano quegli medesimi che esso portati
    l'avea, gliele pose in mano e disse:
    -  Annovera  se  son  cinquecento.  Salabaetto non fu mai s lieto,  e
    annoveratigli e trovatigli cinquecento e ripostigli, disse:
    - Madonna, io conosco che voi dite vero, ma voi n'avete fatto assai; e
    dicovi che per questo e per lo amore che  io  vi  porto,  voi  non  ne
    vorreste  da me per niun vostro bisogno quella quantit che io potessi
    fare,  che io non ve ne servissi;  e come io ci sar acconcio,  voi ne
    potrete essere alla pruova.
    E  in questa guisa reintegrato con lei l'amore in parole,  rincominci
    Salabaetto vezzatamente ad usar con lei,  ed ella a fargli i  maggiori
    piaceri  e  i  maggiori  onori  del mondo,  e a mostrargli il maggiore
    amore.  Ma Salabaetto,  volendo col suo inganno punire lo  'nganno  di
    lei, avendogli ella il d mandato che egli a cena e ad albergo con lei
    andasse,  v'and tanto malinconoso e tanto tristo, che egli pareva che
    volesse morire.
    Jancofiore,  abbracciandolo e baciandolo,  lo 'ncominci  a  domandare
    perch egli questa malinconia avea.
    Egli, poi che una buona pezza s'ebbe fatto pregare, disse:
    - Io son diserto per ci che il legno, sopra il quale e la mercatantia
    che  io  aspettava,    stato preso da' corsari di Monaco e riscattasi
    diecimilia fiorin d'oro, de' quali ne tocca a pagare a me mille,  e io
    non  ho  un  denaio,  per  ci  che  li  cinquecento  che  mi rendesti
    incontanente mandai a Napoli ad investire in tele per far venir qui; e
    se io vorr al presente vendere la mercatantia la quale  ho  qui,  per
    ci che non  tempo,  appena che io abbia delle due derrate un denaio,
    e io non ci sono s ancora conosciuto che io ci trovassi chi di questo
    mi sovvenisse, e per ci io non so che mi fare n che mi dire; e se io
    non mando tosto i denari,  la mercatantia ne fia portata a  Monaco;  e
    non ne riavr mai nulla.
    La donna, forte crucciosa di questo, s come colei alla quale tutto il
    pareva  perdere,  avvisando  che  modo ella dovesse tenere acci che a
    Monaco non andasse, disse:
    - Dio il sa che ben me ne incresce per tuo  amore;  ma  che  giova  il
    tribolarsene tanto? Se io avessi questi denari, sallo Iddio che io gli
    ti presterrei incontanente;  ma io non gli ho. E il vero che egli ci 
    alcuna persona,  il quale l'altrieri mi serv de' cinquecento  che  mi
    mancavano,  ma grossa usura ne vuole;  ch egli non ne vuol meno che a
    ragion di trenta per centinaio;  se da questa  cotal  persona  tu  gli
    volessi,  converrebbesi  far  sicuro  di buon pegno,  e io per me sono
    acconcia d'impegnar per te tutte queste robe e la  persona  per  tanto
    quanto  egli  ci  vorr  su  prestare,  per  poterti  servire,  ma del
    rimanente come il sicurerai tu?
    Conobbe Salabaetto la  cagione  che  moveva  costei  a  fargli  questo
    servigio,  e accorsesi che di lei dovevan essere i denari prestati; il
    che piacendogli,  prima la ringrazi,  e appresso disse  che  gi  per
    pregio  ingordo non lascerebbe,  strignendolo il bisogno;  e poi disse
    che egli il sicurerebbe della mercatantia la quale  aveva  in  dogana,
    faccendola  scrivere  in colui che i denar gli prestasse;  ma che egli
    voleva guardar la chiave de' magazzini,  s per poter mostrar  la  sua
    mercatantia,  se  richiesta  gli fosse,  e s acci che niuna cosa gli
    potesse esser tocca o tramutata o scambiata.
    La donna disse che questo era ben detto, ed era assai buona sicurt. E
    per ci,  come il d fu venuto,  ella mand per un sensale di cui ella
    si  canfidava molto,  e ragionato con lui questo fatto,  gli di mille
    fiorin d'oro li quali il sensale prest a Salabaetto,  e fece  in  suo
    nome scrivere alla dogana ci che Salabaetto dentro v'avea;  e fattesi
    loro scritte e contrascritte insieme, e in concordia rimasi,  attesero
    a' loro altri fatti.
    Salabaetto,  come pi tosto pot,  montato in su un legnetto con mille
    cinquecento fiorin d'oro,  a Pietro dello  Canigiano  se  ne  torn  a
    Napoli,  e  di quindi buona e intera ragione rimand a Firenze a' suoi
    maestri che co' panni l'avevan mandato; e pagato Pietro e ogni altro a
    cui alcuna cosa doveva,  pi di col Canigiano si di buon tempo  dello
    inganno  fatto  alla  ciciliana.   Poi  di  quindi,  non  volendo  pi
    mercatante essere, se ne venne a Ferrara.
    Jancofiore,  non trovandosi  Salabaetto  in  Palermo,  s'incominci  a
    maravigliare  e  divenne sospettosa;  e poi che ben due mesi aspettato
    l'ebbe, veggendo che non veniva,  fece che 'l sensale fece schiavare i
    magazzini.  E primieramente tastate le botti, che si credeva che piene
    d'olio fossero,  trov quelle esser piene d'acqua  marina,  avendo  in
    ciascuna  forse  un  barile d'olio di sopra vicino al cocchiume.  Poi,
    sciogliendo le balle,  tutte,  fuor che due che panni erano,  piene le
    trov di capecchio; e in brieve, tra ci che v'era, non valeva oltre a
    dugento fiorini.
    Di che Jancofiore tenendosi scornata,  lungamente pianse i cinquecento
    renduti e troppo pi i mille prestati,  spesse volte dicendo: - Chi ha
    a far con tosco, non vuole esser losco -. E cos, rimasasi col danno e
    colle beffe, trov che tanto seppe altri quanto altri.





















    Giornata ottava - Conclusione.

    Come Dioneo ebbe la sua novella finita,  cos Lauretta,  conoscendo il
    termine esser venuto oltre al quale pi regnar non  dovea,  commendato
    il consiglio di Pietro Canigiano che apparve dal suo effetto buono,  e
    la sagacit di Salabaetto che non fu minore a mandarlo ad  esecuzione,
    levatasi la laurea di capo,  in testa ad Emilia la pose, donnescamente
    dicendo:
    - Madonna,  io non so come piacevole reina noi avrem di voi,  ma bella
    la pure avrem noi;  fate adunque che alle vostre bellezze l'opere sien
    rispondenti -; e tornossi a sedere.
    Emilia,  non tanto dell'esser reina fatta,  quanto dell'udirsi cos in
    pubblico commendare di ci che le donne sogliono essere pi vaghe,  un
    pochetto si vergogn,  e tal nel viso divenne qual in su l'aurora  son
    le  novelle  rose.  Ma  pur,  poi che avendo alquanto gli occhi tenuti
    bassi ebbe il rossore dato luogo,  avendo col suo siniscalco de' fatti
    pertinenti alla brigata ordinato, cos cominci a parlare:
    - Dilettose donne,  assai manifestamente veggiamo che,  poi che i buoi
    per alcuna parte del giorno hanno faticato sotto il  giogo  ristretti,
    quegli esser dal giogo alleviati e disciolti,  e liberamente, dove lor
    pi piace, per li boschi lasciati sono andare alla pastura; e veggiamo
    ancora non esser men belli,  ma molto pi,  i giardini di varie piante
    fronzuti,  che  i  boschi ne' quali solamente querce veggiamo;  per le
    quali cose io estimo,  avendo riguardo quanti giorni sotto certa legge
    ristretti  ragionato  abbiamo,  che,  s  come a bisognosi,  di vagare
    alquanto,  e vagando riprender forze a rientrar sotto  il  giogo,  non
    sola mente sia utile ma opportuno.
    E per ci quello che domane, seguendo il vostro dilettevole ragionare,
    sia  da dire,  non intendo di ristrigneni sotto alcuna spezialit,  ma
    voglio che ciascun secondo che gli piace ragioni,  fermamente  tenendo
    che  la variet delle cose che si diranno non meno graziosa ne fia che
    l'avrete pur d'una parlato;  e cos avendo fatto,  chi appresso di  me
    nel reame verr, s come pi forti, con maggior sicurt ne potr nelle
    usate leggi ristrignere.
    E  detto  questo,  infino  all'ora  della  cena  libert  concedette a
    ciascuno.
    Commend ciascun la reina delle cose dette,  s come savia;  e in  pi
    drizzatisi,  chi  ad un diletto e chi ad un altro si diede: le donne a
    far ghirlande e a trastullarsi,  i giovani a giucare e  a  cantare,  e
    cos  infino  all'ora della cena passarono;  la quale venuta,  intorno
    alla bella fontana con festa e con piacer cenarono;  e dopo la cena al
    modo usato cantando e ballando un gran pezzo si trastullarono.
    Alla  fine la reina,  per seguire de' suoi predecessori lo stilo,  non
    ostanti quelle che volontariamente da pi di loro erano  state  dette,
    comand  a  Panfilo  che  una  ne  dovesse  cantare.   Il  quale  cos
    liberamente cominci:

    Tanto , Amore, il bene
    ch'io per te sento e l'allegrezza e 'l gioco
    ch'io son felice ardendo nel tuo foco.

    L'abbondante allegrezza ch' nel core
    dell'alta gioia e cara,
    nella qual m'ha' recato,
    non potendo capervi, esce di fore,
    e nella faccia chiara
    mostra' l mio lieto stato;
    ch essendo innamorato
    in cos alto e ragguardevol loco,
    lieve mi fa lo star dov'io mi coco.

    Io non so col mio canto dimostrare,
    n disegnar col dito,
    Amore, il ben ch'io sento;
    e s'io sapessi, me'l convien celare;
    ch s'el fosse sentito,
    torneria in tormento;
    ma io son s contento
    ch'ogni parlar sarebbe corto e fioco,
    pria n'avessi mostrato pure un poco.

    Chi potrebbe estimar che le mie braccia
    aggiugnesser giammai
    l dov'io l'ho tenute,
    e ch'io dovessi giunger la mia faccia
    l dov'io l'accostai
    per grazia e per salute?
    Non mi sarien credute
    le mie fortune; ond'io tutto m'infoco,
    quel nascondendo ond'io m'allegro e gioco.

    La canzone di Panfilo aveva fine,  alla  quale  quantunque  per  tutti
    fosse  compiutamente  risposto,  niun  ve n'ebbe che,  con pi attenta
    sollecitudine che a lui non apparteneva,  non  notasse  le  parole  di
    quella,   ingegnandosi  di  quello  volersi  indovinare  che  egli  di
    convenirgli tener  nascoso  cantava.  E  quantunque  vari  varie  cose
    andassero imaginando,  niun per ci alla verit del fatto pervenne. Ma
    la reina,  poi che vide la canzone di Panfilo  finita,  e  le  giovani
    donne  e  gli  uomini  volentier  riposarsi,  comand  che ciascuno se
    n'andasse a dormire.

    Finisce l'ottava giornata del Decameron.


















    Incomincia la nona giornata nella quale sotto il reggimento  d'Emilia,
    si  ragiona  ciascuno  secondo  che  gli piace e di quello che pi gli
    aggrada.


    Giornata nona - Introduzione.

    La luce,  il cui splendore la notte fugge,  aveva gi  l'ottavo  cielo
    d'azzurrino in color cilestro mutato tutto, e cominciavansi i fioretti
    per  li  prati  a  levar suso,  quando Emilia,  levatasi,  fece le sue
    compagne e i giovani parimente chiamare.  Li quali venuti,  e appresso
    alli  lenti passi della reina avviatisi,  infino ad un boschetto,  non
    guari al palagio lontano, se n'andarono; e per quello entrati,  videro
    gli  animali,  s  come  cavriuoli,  cervi  e altri,  quasi sicuri da'
    cacciatori per la sopra stante pistolenzia, non altramente aspettargli
    che se senza te ma o dimestichi fossero divenuti. E ora a questo e ora
    a quell'altro appressandosi, quasi giugnere gli dovessero, faccendogli
    correre  e  saltare,  per  alcuno  spazio  sollazzo  presero.  Ma  gi
    inalzando il sole, parve a tutti di ritornare.
    Essi eran tutti di frondi di quercia inghirlandati,  con le mani piene
    o d'erbe odorifere o di fiori; e chi scontrati gli avesse,  niun'altra
    cosa  avrebbe  potuto  dire se non: - O costor non saranno dalla morte
    vinti, o ella gli uccider lieti -.
    Cos adunque, piede innanzi piede venendosene, cantando e cianciando e
    motteggiando,  pervennero al palagio,  do ve ogni  cosa  ordinatamente
    disposta  e  li  lor famigliari lieti e festeggianti trovarono.  Quivi
    riposatisi alquanto,  non prima a tavola andarono che sei  canzonette,
    pi lieta l'una che l'altra, da' giovani e dalle donne cantate furono;
    appresso alle quali,  data l'acqua alle mani, tutti secondo il piacer.
    della reina gli mise il siniscalco a tavola, dove le vivande.  venute,
    allegri tutti mangiarono;  e da quello levati, al carolare e al sonare
    si dierono per alquanto spazio,  e poi,  co mandandolo la  reina,  chi
    volle  s'and  a riposare.  Ma gi l'ora usitata venuta,  ciascuno nel
    luogo usato s'adun a ragionare; dove la reina,  a Filomena guardando,
    disse  che  principio desse alle novelle del presente giorno,  la qual
    sorridendo cominci in questa guisa.








    Giornata nona - Novella prima.

    Madonna Francesca, amata da uno Rinuccio e da uno Alessandro,  e niuno
    amandone,  col fare entrare l'un per morto in una sepoltura, e l'altro
    quello trarne per morto,  non potendo essi  venire  al  fine  imposto,
    cautamente se gli leva da dosso.

    Madonna,  assai  m'aggrada,  poi  che  vi piace,  che per questo campo
    aperto e libero,  nel quale la vostra magnificenzia  n'ha  messi,  del
    novellare,  d'esser  colei che corra il primo aringo,  il quale se ben
    far,  non dubito che quegli che appresso verranno non facciano bene e
    meglio.
    Molte  volte  s',  o vezzose donne,  ne' nostri ragionamenti mostrato
    quante e quali sieno le forze d'amore; n per credo che pienamente se
    ne sia detto, n sarebbe ancora,  se di qui ad uno anno d'altro che di
    ci  non parlassimo;  e per ci che esso non solamente a vari dubbi di
    dover morire gli amanti conduce,  ma quegli ancora  ad  entrare  nelle
    case de' morti per morti tira,  m'aggrada di ci raccontarvi,  oltre a
    quelle che dette sono,  una novella,  nella  quale  non  solamente  la
    potenzia  d'amore  comprenderete,  ma  il  senno da una valorosa donna
    usato a torsi da  dosso  due  che  contro  al  suo  piacere  l'amavan,
    cognoscerete.
    Dico  adunque  che  nella citt di Pistoia fu gi una bellissima donna
    vedova, la quale due nostri fiorentini,  che per aver bando di Firenze
    a  Pistoia  dimoravano,  chiamati  l'uno  Rinuccio Palermini e l'altro
    Alessandro Chiarmontesi,  senza sapere l'un dell'altro,  per  caso  di
    costei presi, sommamente amavano, operando cautamente ciascuno ci che
    per lui si poteva, a dover l'amor di costei acquistare.
    Ed  essendo questa gentil donna,  il cui nome fu madonna Francesca de'
    Lazzari, assai sovente stimolata da ambasciate e da prieghi di ciascun
    di costoro, e avendo ella ad esse men saviamente pi volte gli orecchi
    porti, e volendosi saviamente ritrarre e non potendo, le venne,  acci
    che la lor seccaggine si levasse da dosso,  un pensiero;  e quel fu di
    volergli  richiedere  d'un  servigio  il  quale   ella   pens   niuno
    dovergliele  fare,  quantunque  egli fosse possibile,  acci che,  non
    faccendolo essi,  ella avesse onesta o colorata  ragione  di  pi  non
    volere le loro ambasciate udire; e 'pensiero fu questo.
    Era,  il giorno che questo pensier le venne,  morto in Pistoia uno, il
    quale,  quantunque stati fossero i suoi passati  gentili  uomini,  era
    reputato  il  piggiore  uomo che,  non che in Pistoia,  ma in tutto il
    mondo fosse;  e oltre a questo vivendo era s  contraffatto  e  di  s
    divisato  viso,  che  chi conosciuto non l'avesse,  vedendol da prima,
    n'avrebbe avuto paura;  ed era stato sotterrato in  uno  avello  fuori
    della  chiesa  dei frati minori;  il quale ella avvis dovere in parte
    essere grande acconcio del suo proponimento.
    Per la qual cosa ella disse ad una sua fante:
    - Tu sai la  noia  e  l'angoscia  la  quale  io  tutto  il  d  ricevo
    dall'ambasciate di questi due fiorentini, da Rinuccio e da Alessandro;
    ora  io non son disposta a dover loro del mio amore compiacere;  e per
    torglimi da dosso,  m'ho posto in cuore,  per le grandi profferte  che
    fanno,  di  volergli  in  cosa provare,  la quale io son certa che non
    faranno, e cos questa seccaggine torr via: e odi come.
    Tu sai che  stamane  fu  sotterrato  al  luogo  de'  frati  minori  lo
    Scannadio  (cos  era chiamato quel reo uomo di cui dl sopra dicemmo),
    del quale,  non che morto,  ma vivo,  i pi sicuri  uomini  di  questa
    terra,  vedendolo,  avevan  paura;  e per tu te n'andrai segretamente
    prima ad Alessandro,  e s gli dirai: -  Madonna  Francesca  ti  manda
    dicendo  che ora  venuto il tempo che tu puoi avere il suo amore,  il
    qual tu hai cotanto disiderato,  ed esser con lei,  dove tu vogli,  in
    questa forma.  A lei dee, per alcuna cagione che tu poi saprai, questa
    notte essere da un suo parente recato a casa il corpo di Scannadio che
    stamane fu sepellito,  ed ella,  s come quel la che ha di  lui,  cos
    morto come egli ,  paura,  nol vi vorrebbe; per che ella ti priega in
    luogo di gran servigio,  che ti debbia piacere d'andare stasera in  su
    il  primo  sonno  ed  entrare  in  quella  sepoltura  dove Scannadio 
    sepellito, e metterti i suoi panni in dosso,  e stare come se tu desso
    fossi,  infino a tanto che per te sia venuto, e senza alcuna cosa dire
    o motto fare, di quella trarre ti lasci e recare a casa sua, dove ella
    ti ricever, e con lei poi ti starai, e a tua posta ti potrai partire,
    lasciando del rimanente il pensiero a  lei  -.  E,  se  egli  dice  di
    volerlo fare,  bene sta; dove dicesse di non volerlo fare s gli di'da
    mia parte che pi dove io sia non apparisca,  e come egli ha  cara  la
    vita, si guardi che pi n messo n ambasciata mi mandi.
    E appresso questo te n'andrai a Rinuccio Palermini,  e s gli dirai: -
    Madonna Francesca dice che  presta di volere ogni  tuo  piacer  fare,
    dove  tu  a lei facci un gran servigio,  cio che tu stanotte in su la
    mezza notte  te  ne  vadi  allo  avello  dove  fu  stamane  sotterrato
    Scannadio, e lui, senza dire alcuna parola di cosa che tu oda o senta,
    tragghi  di quello soavemente e rechigliele a casa.  Quivi perch ella
    il voglia vedrai,  e di lei avrai il piacer tuo;  e dove questo non ti
    piaccia  di  fare  ella  infino  ad ora t'impone che tu mai pi non le
    mandi n messo n ambasciata -.
    La fante n'and ad amenduni,  e ordinatamente a ciascuno,  secondo che
    imposto le fu, disse. Alla quale risposto fu da ognuno, che non che in
    una sepoltura,  ma in inferno andrebber,  quando le piacesse. La fante
    fe'la risposta alla donna,  la quale aspett di vedere  se  s  fosser
    pazzi che essi il facessero.
    Venuta  adunque  la  notte,   essendo  gi  primo  sonno,   Alessandro
    Chiarmontesi spogliatosi in farsetto,  usc di casa sua per  andare  a
    stare  in  luogo  di  Scannadio  nello avello,  e andando gli venne un
    pensier molto pauroso nell'animo,  e cominci a dir seco: -  Deh,  che
    bestia sono io?  Dove vo io?  che so io se i parenti di costei,  forse
    avvedutisi che io l'amo,  credendo essi quel che non ,  le fanno  far
    questo per uccidermi in quello avello? Il che se avvenisse, io m'avrei
    il danno, n mai cosa del mondo se ne saprebbe che lor nocesse. che so
    io  se forse alcun mio nimico que sto m'ha procacciato,  il quale ella
    forse amando, di questo il vuol servire? -
    E poi dicea: - Ma pognam che niuna di queste cose sia,  e che  pure  i
    suoi parenti a casa di lei portar mi debbano io debbo credere che essi
    il corpo di Scannadio non vogliono per doverlosi tenere in braccio,  o
    metterlo in braccio a lei; anzi si dee credere che essi ne voglian far
    qualche strazio,  s come di colui che forse  gi  d'alcuna  cosa  gli
    diserv.  Costei dice che di cosa che io senta io non faccia motto. se
    essi mi cacciasser gli occhi o mi traessero i denti  o  mozzasermi  le
    mani o facessermi alcuno altro cos fatto giuoco,  a che sare'io? Come
    potre'io star  cheto?  E  se  io  favello,  e'mi  conosceranno  e  per
    avventura mi faranno male; ma come che essi non me ne facciano, io non
    avr fatto nulla,  ch essi non mi lasceranno con la donna; e la donna
    dir poi che io abbia rotto il suo comandamento e non  far  mai  cosa
    che mi piaccia -.
    E cos dicendo,  fu tutto che tornato a casa;  ma pure il grande amore
    il sospinse innanzi con argomenti contrari a questi e di tanta  forza,
    che  allo  avello  il condussero.  Il quale egli aperse,  ed entratovi
    dentro e spogliato Scannadio  e  s  rivestito  e  l'avello  sopra  s
    richiuso  e nel luogo di Scannadio postosi,  gl'incominci a tornare a
    mente chi costui era stato,  e le cose che gi aveva udite dire che di
    notte erano intervenute,  non che nelle sepolture de' morti, ma ancora
    altrove; e tutti i peli gli s'incominciarono ad arricciare ad dosso, e
    parevagli tratto tratto che Scannadio si dovesse levar ritto  e  quivi
    scannar lui.  Ma da fervente amore aiutato, questi e gli altri paurosi
    pensier vincendo,  stando come se egli il  morto  fosse,  cominci  ad
    aspettare che di lui dovesse intervenire.
    Rinuccio,  appressandosi  la  mezza  notte,  usc  di casa sua per far
    quello che dalla sua donna gli era stato mandato a dire; e andando, in
    molti e vari pensieri entr delle cose possibili ad intervenirgli;  s
    come  di poter col corpo sopra le spalle di Scannadio venire alle mani
    della signoria ed esser come malioso condennato al fuoco; o di dovere,
    se egli si risapesse,  venire in odio  de'  suoi  parenti;  e  d'altri
    simili, da' quali tutto che rattenuto fu.
    Ma  poi,  rivolto,  disse:  - Deh!  dir io di no della prima cosa che
    questa gentil donna,  la  quale  io  ho  cotanto  amata  e  amo,  m'ha
    richiesto,  e spezialmente dovendone la sua grazia acquistare? Non, ne
    dovess'io di certo morire,  che io non me ne  metta  a  fare  ci  che
    promesso  l'ho  -;  e  andato  avanti  giunse  alla sepoltura e quella
    leggermente aperse.
    Alessandro,  sentendola aprire,  ancora che gran paura avesse,  stette
    pur cheto.  Rinuccio, entrato dentro, credendosi il corpo di Scannadio
    prendere,  prese Alessandro pe' piedi e lui fuor ne tir,  e in su  le
    spalle  levatoselo,  verso  la  casa  della  gentil  donna cominci ad
    andare; e cos andando e non riguardandolo altramenti, spesse volte il
    percoteva ora in un canto e ora in un altro d'alcune panche che allato
    alla via erano; e la notte era s buia e s oscura che egli non poteva
    discernere ove s'andava.
    Ed essendo gi Rinuccio a pi dell'uscio della gentil donna,  la quale
    alle  finestre  con  la  sua  fante  stava  per  sentire  se  Rinuccio
    Alessandro recasse,  gi da s armata in modo  da  mandargli  amenduni
    via,  avvenne  che  la  famiglia  della  signoria,  in quella contrada
    ripostasi e chetamente  standosi  aspettando  di  dover  pigliare  uno
    sbandito,   sentendo  lo  scalpiccio  che  Rinuccio  coi  pi  faceva,
    subitamente tratto fuori un lume per veder che si fare e dove andarsi,
    e mossi i pavesi e le lance, grid:
    - Chi  l?
    La quale  Rinuccio  conoscendo,  non  avendo  tempo  da  troppa  lunga
    diliberazione,  lasciatosi  cadere  Alessandro,  quanto  le  gambe nel
    poteron portare and via. Alessandro, levatosi prestamente,  con tutto
    che  i  panni del morto avesse in dosso,  li quali erano molto lunghi,
    pure and via altress.
    La donna, per lo lume tratto fuori dalla famiglia,  ottimamente veduto
    aveva  Rinuccio con Alessandro dietro alle spalle,  e similmente aveva
    scorto  Alessandro  esser  vestito   dei   panni   di   Scannadio,   e
    maravigliossi  molto  del  grande ardire di ciascuno;  ma con tutta la
    maraviglia rise  assai  del  veder  gittar  giuso  Alessandro,  e  del
    vedergli  poscia  fuggire.  Ed essendo di tale accidente molto lieta e
    lodando Iddio che dallo 'mpaccio di costoro tolta l'avea,  se ne torn
    dentro  e  andossene  in  camera,  affermando con la fante senza alcun
    dubbio ciascun di costoro amarla molto, poscia quello avevan fatto, s
    come appariva, che ella loro aveva imposto.
    Rinuccio,  dolente e bestemmiando la sua sventura,  non se ne torn  a
    casa  per  tutto questo,  ma,  partita di quella contrada la famiglia,
    col torn dove Alessandro aveva  gittato,  e  cominci  brancolone  a
    cercare  se  egli il ritrovasse,  per fornire il suo servigio,  ma non
    trovandolo,  e avvisando la famiglia quindi averlo  tolto,  dolente  a
    casa se ne torn.
    Alessandro,  non  sappiendo altro che farsi,  sena aver conosciuto chi
    portato se l'avesse,  dolente di tale sciagura,  similmente a casa sua
    se n'and.
    La  mattina,  trovata  aperta  la  sepoltura  di  Scannadio  n dentro
    vedendovisi,  perci che nel fondo l'aveva Alessandro  voltato,  tutta
    Pistoia  ne  fu  in vari ragionamenti,  estimando gli sciocchi lui da'
    diavoli essere stato portato via.
    Nondimeno ciascun de' due amanti, significato alla donna ci che fatto
    avea e quello che era intervenuto,  e con questo scusandosi se fornito
    non avean pienamente il suo comandamento, la sua grazia e il suo amore
    addimandava.  La  qual mostrando a niun ci voler credere,  con recisa
    risposta di mai per lor niente voler fare,  poi che essi ci che  essa
    ad dimandato avea non avean fatto, se gli tolse da dosso












    Giornata nona - Novella seconda.

    Levasi  una badessa in fretta e al buio per trovare una sua monaca,  a
    lei accusata,  col suo amante nel letto;  ed essendo con lei un prete,
    credendosi il saltero de' veli aver posto in capo, le brache del prete
    vi  si  pose;  le  quali vedendo l'accusata e fattalane accorgere,  fu
    diliberata, ed ebbe agio di starsi col suo amante.

    Gi si tacea Filomena,  e il senno della donna a torsi da dosso coloro
    li  quali  amar  non  volea  da tutti era stato commendato,  e cos in
    contrario non amor ma  pazzia  era  stata  tenuta  da  tutti  l'ardita
    presunzione  degli  amanti,  quando  la  reina  ad Elissa vezzosamente
    disse:
    - Elissa, segui.
    La quale prestamente incominci.
    Carissime donne, saviamente si seppe madonna Francesca,  come detto ,
    liberar dalla noia sua;  ma una giovane monaca, aiutandola la fortuna,
    s da un soprastante pericolo, leggiadramente parlando,  diliber.  E,
    come  voi sapete,  assai sono li quali,  essendo stoltissimi,  maestri
    degli altri si fanno e gastigatori, li quali,  s come voi potrete com
    prendere  per  la  mia novella,  la fortuna alcuna volta e meritamente
    vitupera; e ci addivenne alla badessa, sotto la cui obbedienza era la
    monaca della quale debbo dire.
    Sapere adunque dovete in Lombardia essere un famosissimo monistero  di
    santit  e  di  religione,  nel  quale,  tra l'altre donne monache che
    v'erano, v'era una giovane di sangue nobile e di maravigliosa bellezza
    dotata, la quale,  Isabetta chiamata,  essendo un d ad un suo parente
    alla  grata  venuta,  d'un bel giovane che con lui era s'innamor.  Ed
    esso,  lei veggendo bellissima,  gi il suo disidero  avendo  con  gli
    occhi concetto,  similmente di lei s'accese;  e non senza gran pena di
    ciascuno questo amore un gran tempo senza frutto sostennero.
    Ultimamente, essendone ciascun sollicito,  venne al giovane veduta una
    via  da  potere alla sua monaca occultissimamente andare;  di che ella
    contentandosi, non una volta ma molte, con gran piacer di ciascuno, la
    visit.  Ma continuandosi questo,  avvenne una notte che egli  da  una
    delle  donne  di  l  entro fu veduto,  senza avvedersene egli o ella,
    dall'Isabetta partirsi e andarsene.  Il che costei con alquante  altre
    comunic.  E prima ebber consiglio d'accusarla alla badessa,  la quale
    madonna Usimbalda ebbe nome,  buona e santa donna secondo la oppinione
    delle  donne monache e di chiunque la conoscea;  poi pensarono,  acci
    che la negazione non avesse luogo, di volerla far cogliere col giovane
    alla badessa.  E cos taciutesi,  tra  s  le  vigilie  e  le  guardie
    segretamente partirono per incoglier costei.
    Or,  non guardandosi l'Isabetta da questo, n alcuna cosa sappiendone,
    avvenne che ella una notte vel fece venire;  il  che  tantosto  sepper
    quelle  che  a  ci  badavano.  Le  quali,  quando a loro parve tempo,
    essendo gi buona pezza di notte,  in due si divisero,  e una parte se
    ne  mise  a guardia del l'uscio della cella dell'Isabetta,  e un'altra
    n'and correndo alla camera della badessa; e picchiando l'uscio, a lei
    che gi rispondeva, dissero:
    - Su, madonna,  levatevi tosto,  ch noi abbiam trovato che l'Isabetta
    ha un giovane nella cella.
    Era  quella  notte  la badessa accompagnata d'un prete,  il quale ella
    spesse volte in una cassa si faceva venire.  La quale,  udendo questo,
    temendo  non  forse le monache per troppa fretta o troppo volonterose,
    tanto l'uscio sospignessero che egli s'aprisse, spacciatamente si lev
    suso, e come il meglio seppe si vest al buio,  e credendosi tor certi
    veli  piegati,  li  quali  in capo portano e chiamanli il saltero,  le
    venner tolte le brache del prete;  e tanta fu la  fretta,  che,  senza
    avvedersene,  in luogo del saltero le si gitt in capo e usc fuori, e
    prestamente l'uscio si riserr dietro, dicendo:
    - Dove  questa maladetta da Dio? - e con l'altre,  che s focose e s
    attente erano a dover far trovare in fallo l'Isabetta, che di cosa che
    la  badessa  in  capo  avesse non s'avvedieno,  giunse all'uscio della
    cella,  e quello,  dall'altre aiutata,  pinse  in  terra;  ed  entrate
    dentro,  nel  letto trovarono i due amanti abbracciati,  li quali,  da
    cosi subito  soprapprendimento  storditi,  non  sappiendo  che  farsi,
    stettero fermi.
    La   giovane   fu   incontanente  dall'altre  monache  presa,   e  per
    comandamento della  badessa  menata  in  capitolo.  Il  giovane  s'era
    rimaso;  e vestitosi,  aspettava di veder che fine la cosa avesse, con
    intenzione di fare un mal giuoco a quante giugner ne potesse,  se alla
    sua giovane novit niuna fosse fatta, e di lei menarne con seco.
    La  badessa,  postasi  a sedere in capitolo,  in presenzia di tutte le
    monache, le quali solamente alla colpevole riguardavano,  incominci a
    dirle  la  maggior  villania  che mai a femina fosse detta,  s come a
    colei la quale la santit,  l'onest e la buona fama del monistero con
    le sue sconce e vituperevoli opere, se di fuor si sapesse, contaminate
    avea; e dietro alla villania aggiugneva gravissime minacce.
    La giovane,  vergognosa e timida, s come colpevole, non sapeva che si
    rispondere,  ma tacendo,  di  s  metteva  compassion  nell'altre;  e,
    multiplicando pur la badessa in novelle,  venne alla giovane alzato il
    viso e veduto ci che la badessa aveva in capo,  e gli usolieri che di
    qua e di l pendevano.
    Di che ella, avvisando ci che era, tutta rassicurata disse:
    - Madonna,  se Iddio v'aiuti,  annodatevi la cuffia,  e poscia mi dite
    ci che voi volete.
    La badessa, che non la intendeva, disse:
    - Che cuffia, rea femina?  Ora hai tu viso di motteggiare?  Parti egli
    aver fatta cosa che i motti ci abbian luogo?
    Allora la giovane un'altra volta disse:
    - Madonna,  io vi priego che voi v'annodiate la cuffia,  poi dite a me
    ci che vi piace.  Laonde molte delle monache levarono il viso al capo
    della  badessa,  ed  ella similmente ponendovisi le mani,  s'accorsero
    perch l'Isabetta cos diceva.  Di che la badessa,  avvedutasi del suo
    medesimo  fallo  e vedendo che da tutte veduto era n aveva ricoperta,
    mut sermone,  e in tutta altra guisa che fatto non  avea  cominci  a
    parlare,  e  conchiudendo  venne  impossibile  essere il potersi dagli
    stimoli della carne difendere;  e per ci chetamente,  come  infino  a
    quel  d  fatto  s'era,  disse che ciascuna si desse buon tempo quando
    potesse.
    E liberata la giovane, col suo prete si torn a dormire,  e l'Isabetta
    col suo amante.  Il qual poi molte volte, in dispetto di quelle che di
    lei avevano invidia,  vi fe'venire.  L'altre che senza  amante  erano,
    come seppero il meglio, segretamente procacciaron lor ventura.





    Giornata nona - Novella terza.

    Maestro Simone,  ad instanzia di Bruno e di Buffalmacco e di Nello, fa
    credere a Calandrino che egli  pregno;  il quale per medicine  d  a'
    predetti capponi e denari, e guarisce della pregnezza senza partorire.

    Poi  che  Elissa ebbe la sua novella finita,  essendo da tutte rendute
    grazie a Dio che la giovane monaca aveva con lieta uscita  tratta  dei
    morsi  delle  invidiose  compagne,  la  reina a Filostrato comand che
    seguitasse; il quale, senza pi comandamento aspettare, incominci.
    Bellissime donne,  lo scostumato giudice marchigiano,  di cui ieri  vi
    novellai,  mi  trasse di bocca una novella di Calandrino,  la quale io
    era per dirvi.  E per ci che ci che di lui si ragiona non pu  altro
    che  multiplicare  la  festa,  bench di lui e de' suoi compagni assai
    ragionato si sia, ancor pur quella che ieri aveva in animo vi dir.
    Mostrato  di sopra assai chiaro chi Calandrin fosse e gli  altri  de'
    quali  in questa novella ragionar debbo;  e per ci,  senza pi dirne,
    dico che egli avvenne che una zia di Calandrin  si  mor  e  lasciogli
    dugento  lire  di  piccioli  con  tanti;  per  la qual cosa Calandrino
    cominci a dire che egli voleva comperare  un  podere;  e  con  quanti
    sensali  aveva in Firenze,  come se da spendere avesse avuti diecimila
    fiorin d'oro,  teneva mercato,  il quale sempre si guastava quando  al
    prezzo del poder domandato si perveniva.
    Bruno  e Buffalmacco,  che queste cose sapevano,  gli avevan pi volte
    detto che egli farebbe il meglio a goderglisi con  loro  insieme,  che
    andar  comperando  terra,  come se egli avesse avuto a far pallottole;
    ma, non che a questo,  essi non l'aveano mai potuto conducere che egli
    loro una volta desse mangiare.
    Per  che  un  d  dolendosene,  ed  essendo  a  ci sopravenuto un lor
    compagno, che aveva nome Nello,  dipintore,  di liberar tutti e tre di
    dover  trovar  modo  da  ugnersi il grifo alle spese di Calandrino;  e
    senza troppo indugio darvi,  avendo tra s ordinato quello che a  fare
    avessero,  la  seguente  mattina  appostato  quando Calandrino di casa
    uscisse,  non essendo egli guari andato,  gli si fece incontro Nello e
    disse:
    - Buon d, Calandrino.
    Calandrino gli rispose che Iddio gli desse il buon d e 'l buono anno.
    Appresso  questo,  Nello rattenutosi un poco,  lo 'ncominci a guardar
    nel viso. A cui Calandrino disse:
    - Che guati tu?
    E Nello disse a lui:
    - Haiti tu sentita sta notte cosa niuna? Tu non mi par desso.
    Calandrino incontanente incominci a dubitare e disse:
    - Ohim, come! Che ti pare egli che io abbia?
    Disse Nello:
    - Deh!  io nol dico per ci;  ma tu mi pari tutto cambiato;  fia forse
    altro -; e lasciollo andare.
    Calandrino  tutto  sospettoso,  non sentendosi per ci cosa del mondo,
    and avanti.  Ma Buffalmacco,  che guari  non  era  lontano,  vedendol
    partito da Nello,  gli si fece incontro, salutatolo il domand se egli
    si sentisse niente. Calandrino rispose:
    - Io non so,  pur test mi  diceva  Nello  che  io  gli  pareva  tutto
    cambiato; potrebbe egli essere che io avessi nulla?
    Disse Buffalmacco:
    - S, potrestu aver cavelle, non che nulla: tu par mezzo morto.
    A Calandrino pareva gi aver la febbre.  Ed ecco Bruno sopravvenne,  e
    prima che altro dicesse, disse:
    - Calandrino, che viso  quello?  E'par che tu sia morto: che ti senti
    tu?
    Calandrino,  udendo  ciascun di costor cos dire,  per certissimo ebbe
    seco medesimo d'esser malato; e tutto sgomentato gli domand:
    - Che fo?
    Disse Bruno:
    - A me pare che tu te ne torni a casa a vaditene  in  su  'l  letto  e
    facciti  ben coprire,  e che tu mandi il segnal tuo al maestro Simone,
    che  cos nostra cosa come tu sai.  Egli ti dir incontanente ci che
    tu avrai a fare,  e noi ne verrem teco, e se bisogner far cosa niuna,
    noi la faremo.
    E con loro aggiuntosi Nello,  con Calandrino se ne  tornarono  a  casa
    sua,  ed  egli  entratosene tutto affaticato nella camera,  disse alla
    moglie:
    - Vieni e cuoprimi bene, ch io mi sento un gran male.
    Essendo adunque a giacer posto,  il suo  segnale  per  una  fanticella
    mand  al  maestro Simone,  il quale allora a bottega stava in Mercato
    Vecchio alla 'nsegna del mellone.
    E Bruno disse a' compagni:
    - Voi vi rimarrete qui con lui,  e io voglio andare a  sapere  che  il
    medico dir; e, se bisogno sar, a menarloci.
    Calandrino allora disse:
    - Deh! s, compagno mio, vavvi e sappimi ridire come il fatto sta, ch
    io mi sento non so che dentro.
    Bruno, andatosene al maestro Simone, vi fu prima che la fanticella che
    il segno portava, ed ebbe informato maestro Simone del fatto. Per che,
    venuta  la  fanticella  e  il  maestro  veduto  il  segno,  disse alla
    fanticella:
    - Vattene, e di'a Calandrino che egli si tenga ben caldo, e io verr a
    lui incontanente e dirogli ci che egli ha,  e ci  che  egli  avr  a
    fare.
    La  fanticella  cos  rapport:  n stette guari che il maestro e Brun
    vennero,  e postoglisi il medico a sedere  allato,  gli  'ncominci  a
    toccare  il  polso,  e dopo alquanto,  essendo ivi presente la moglie,
    disse:
    - Vedi, Calandrino, a parlarti come ad amico, tu non hai altro male se
    non che tu se'pregno.
    Come Calandrino ud questo, dolorosamente cominci a gridare e a dire:
    - Ohim! Tessa, questo m'hai fatto tu,  che non vuogli stare altro che
    di sopra: io il ti diceva bene.
    La  donna,  che assai onesta persona era,  udendo cos dire al marito,
    tutta di vergogna arross,  e abbassata  la  fronte,  senza  risponder
    parola s'usc della camera.
    Calandrino, continuando il suo ramarichio, diceva:
    - Ohim,  tristo me! Come far io? Come partorir io questo figliuolo?
    Onde uscir egli?  Ben veggo che io son morto per la rabbia di  questa
    mia  moglie,  che  tanto la faccia Iddio trista quanto io voglio esser
    lieto;  ma,  cos foss'io sano come io non sono,  ch io mi leverei  e
    dare'le  tante  busse,  che io la romperei tutta,  avvegna che egli mi
    stea molto bene,  ch io non la doveva mai lasciar salir di sopra;  ma
    per certo, se io scampo di questa, ella se ne potr ben prima morir di
    voglia.
    Bruno  e  Buffalmacco  e  Nello  avevan  s  gran voglia di ridere che
    scoppiavano, udendo le parole di Calandrino, ma pur se ne tenevano; ma
    il maestro Scimmione rideva s squaccheratamente,  che tutti  i  denti
    gli   si   sarebber   potuti   trarre.   Ma   pure  al  lungo  andare,
    raccomandandosi Calandrino al medico e pregandolo che  in  questo  gli
    dovesse dar consiglio e aiuto, gli disse il maestro:
    - Calandrino, io non voglio che tu ti sgomenti, ch, lodato sia Iddio,
    noi  ci  siamo  s  tosto accorti del fatto,  che con poca fatica e in
    pochi d ti diliberer; ma conviensi un poco spendere.
    Disse Calandrino:
    - Ohim! maestro mio, s per l'amor di Dio.  Io ho qui dugento lire di
    che  io  voleva  comperare  un podere;  se tutti bisognano,  tutti gli
    togliete,  purch io non abbia a partorire,  ch io non so come io  mi
    facessi,  ch io odo fare alle femine un s gran romore quando son per
    partorire,  con tutto che elle abbian buon cotal grande  donde  farlo,
    che io credo,  se io avessi quel dolore, che io mi morrei prima che io
    partorissi.
    Disse il medico:
    - Non aver pensiero.  Io ti far fare una certa bevanda stillata molto
    buona  e  molto piacevole.  a bere,  che in tre mattine risolver ogni
    cosa, e rimarrai pi sano che pesce;  ma farai che tu sii poscia savio
    e  pi  non  incappi in queste sciocchezze.  Ora ci bisogna per quella
    acqua tre paia di  buon  capponi  e  grossi,  e  per  altre  cose  che
    bisognano  darai  ad  un  di  costoro cinque lire di piccioli,  che le
    comperi, e fara' mi ogni cosa recare alla bottega, e io al nome di Dio
    domattina ti mander di quel beveraggio stillato,  e comincera'  ne  a
    bere un buon bicchiere grande per volta.
    Calandrino, udito questo, disse:
    - Maestro mio, ci siane in voi -; e date cinque lire a Bruno e denari
    per  tre paia di capponi,  il preg che in suo servigio in queste cose
    durasse fatica.
    Il medico, partitosi,  gli fece fare un poco di chiarea e mandogliele.
    Bruno,  comperati i capponi e altre cose necessarie al godere, insieme
    col medico e co' compagni suoi se li mangi.
    Calandrino bevve tre mattine della chiarea, e il medico venne a lui, e
    i suoi compagni, e toccatogli il polso gli disse:
    - Calandrino, tu se'guerito senza fallo; e per sicuramente oggimai va
    a fare ogni tuo fatto, n per questo star pi in casa.
    Calandrino lieto levatosi s'and a fare i fatti suoi,  lodando  molto,
    ovunque  con persona a parlar s'avveniva,  la bella cura che di lui il
    maestro Simone aveva fatta, d'averlo fatto in tre d senza pena alcuna
    spregnare.  E Bruno e Buffalmacco e Nello rimaser contenti d'aver  con
    ingegni  saputo  schernire l'avarizia di Calandrino,  quantunque monna
    Tessa, avvedendosene, molto col marito ne brontolasse.

    Giornata nona - Novella quarta.

    Cecco di messer Fortarrigo giuoca a Buonconvento ogni  sua  cosa  e  i
    denari di Cecco di messer Angiulieri,  e in camicia correndogli dietro
    e dicendo che rubato l'avea,  il fa pigliare a' villani e i  panni  di
    lui si veste e monta sopra il pallafreno,  e lui,  venendosene, lascia
    in camicia.

    Con grandissime risa di tutta la  brigata  erano  state  ascoltate  le
    parole da Calandrino dette della sua moglie; ma, tacendosi Filostrato,
    Neifile, s come la reina volle, incominci.
    Valorose  donne,  se  egli  non  fosse  pi  malagevole agli uomini il
    mostrare altrui il senno e la virt loro,  che sia la sciocchezza e 'l
    vizio, invano si faticherebber molti in porre freno alle lor parole; e
    questo v'ha assai manifestato la stoltizia di Calandrino,  al quale di
    niuna necessit era,  a voler guerire del male che la  sua  simplicit
    gli  faceva  accredere,  che  egli  avesse i segreti diletti della sua
    donna in pubblico a dimostrare.  La qual cosa una a s contraria nella
    mente me n'ha recata, cio come la malizia d'uno il senno soperchiasse
    d'un altro,  con grave danno e scorno del soperchiato; il che mi piace
    di raccontarvi.
    Erano, non sono molti anni passati,  in Siena due gi per et compiuti
    uomini,  ciascuno  chiamato  Cecco,  ma l'uno di messer Angiulieri,  e
    l'altro di messer Fortarrigo.  Li quali quantunque in molte altre cose
    male insieme di costumi si convenissero,  in uno, cio che amenduni li
    lor padri odiavano, tanto si convenivano, che amici n'erano divenuti e
    spesso n'usavano insieme.
    Ma parendo all'Angiulieri, il quale e bello e costumato uomo era,  mal
    dimorare  in  Siena  della  provesione  che  dal padre donata gli era,
    sentendo nella Marca d'Ancona esser per  legato  del  papa  venuto  un
    cardinale  che molto suo signore era,  si dispose a volersene andare a
    lui,  credendone la sua condizion migliorare.  E fatto questo al padre
    sentire,  con  lui  ordin  d'avere ad una ora ci che in sei mesi gli
    dovesse dare,  acci che vestir si potesse e fornir di  cavalcatura  e
    andare orrevole.
    E cercando d'alcuno, il qual seco menar potesse al suo servigio, venne
    questa   cosa   sentita   al  Fortarrigo,   il  qual  di  presente  fu
    all'Angiulieri, e cominci, come il meglio seppe,  a pregarlo che seco
    il dovesse menare, e che egli voleva es sere e fante e famiglio e ogni
    cosa,  e  senza  alcun  salario sopra le spese.  Al quale l'Angiulieri
    rispose che menar nol voleva,  non perch egli nol conoscesse bene  ad
    ogni  servigio sufficiente,  ma per ci che egli giucava e oltre a ci
    s'innebbriava alcuna volta. A che il Fortarrigo rispose che dell'uno e
    dell'altro senza dubbio si guarderebbe,  e con molti saramenti  gliele
    afferm,  tanti  prieghi  sopraggiugnendo,  che l'Angiulieri,  s come
    vinto, disse che era contento.
    Ed entrati una mattina in cammino amenduni,  a  desinar  n'andarono  a
    Buonconvento.  Dove  avendo l'Angiulier desinato,  ed essendo il caldo
    grande,  fatto acconciare un letto nello albergo  e  spogliatosi,  dal
    Fortarrigo aiutato s'and a dormire,  e dissegli che come nona sonasse
    il chiamasse.
    Il Fortarrigo,  dormendo l'Angiulieri,  se n'and in su la taverna,  e
    quivi,  alquanto  avendo  bevuto,  cominci  con alcuni a giucare,  li
    quali,  in poca d'ora alcuni denari che  egli  avea  avendogli  vinti,
    similmente  quanti  panni egli aveva in dosso gli vinsero;  onde egli,
    disideroso di riscuotersi, cos in camicia come era, se n'and l dove
    dormiva l'Angiulieri,  e vedendol dormir forte,  di borsa  gli  trasse
    quanti  denari egli avea,  e al giuoco tornatosi,  cos gli perd come
    gli altri.
    L'Angiulieri, destatosi,  si lev e vestissi e domand del Fortarrigo,
    il quale non trovandosi, avvis l'Angiulieri lui in alcuno luogo ebbro
    dormirsi, s come altra volta era usato di fare. Per che, diliberatosi
    di  lasciarlo  stare,  fatta  mettere  la sella e la valigia ad un suo
    pallafreno,  avvisando di fornirsi d'altro  famigliare  a  Corsignano,
    volendo,  per andarsene, l'oste pagare, non si trov danaio; di che il
    rumore fu grande e tutta la casa dell'oste fu in  turbazione,  dicendo
    l'Angiulieri  che egli l entro era stato rubato e minacciando egli di
    farnegli tutti presi andare a Siena.  Ed ecco  venire  in  camicia  il
    Fortarrigo,  il  quale  per torre i panni,  come fatto aveva i denari,
    veniva. E veggendo l'Angiulieri in concio di cavalcar, disse:
    - Che    questo,  Angiulieri?  Vogliancene  noi  andare  ancora?  Deh
    aspettati un poco: egli dee venire qui testeso uno che ha pegno il mio
    farsetto  per  trentotto  soldi;  son certo,  che egli cel render per
    trentacinque, pagandol test.
    E duranti ancora le  parole,  sopravvenne  uno  il  quale  fece  certo
    l'Angiulieri  il  Fortarrigo  essere  stato colui che i suoi denar gli
    aveva tolti,  col mostrargli la quantit  di  quegli  che  egli  aveva
    perduti. Per la qual cosa l'Angiulier turbatissimo disse al Fortarrigo
    una  grandissima  villania,  e  se  pi d'altrui che di Dio temuto non
    avesse, gliele avrebbe fatta;  e,  minacciandolo di farlo impiccar per
    la gola o fargli dar bando delle forche di Siena, mont a cavallo.
    Il Fortarrigo, non come se l'Angiulieri a lui, ma ad un altro dicesse,
    diceva:
    -  Deh!  Angiulieri,  in buona ora lasciamo stare ora co stette parole
    che non montan cavelle;  intendiamo  a  questo;  noi  il  riavrem  per
    trentacinque soldi,  ricogliendol test, ch, indugiandosi pure di qui
    a domane,  non ne vorr meno di trentotto come egli me  ne  prest;  e
    fammene questo piacere,  perch io gli misi a suo senno.  Deh!  perch
    non ci miglioriam noi questi tre soldi?
    L'Angiulieri,  udendol cos  parlare,  si  disperava,  e  massimamente
    veggendosi  guatare  a quegli che v'eran dintorno,  li quali parea che
    credessono non che il Fortarrigo  i  denari  dello  Angiulieri  avesse
    giucati, ma che l'Angiulieri ancora avesse dei suoi, e dicevagli:
    - Che ho io a fare di tuo farsetto?  Che appiccato sia tu per la gola,
    che non solamente m'hai rubato e giucato il  mio,  ma  sopra  ci  hai
    impedita la mia andata, e anche ti fai beffe di me.
    Il Fortarrigo stava pur fermo come se a lui non dicesse, e diceva:
    - Deh,  perch non mi vuo'tu migliorar que'tre soldi? Non credi tu che
    io te li possa ancor servire? Deh, fallo, se ti cal di me: per che hai
    tu questa fretta?  Noi giugnerem bene ancora stasera a Torrenieri.  Fa
    truova  la borsa: sappi che io potrei cercar tutta Siena,  e non ve ne
    troverre'uno che cos mi stesse ben come questo;  e a dire che  io  il
    lasciassi  a  costui  per trentotto soldi!  Egli vale ancor quaranta o
    pi, s che tu mi piggiorresti in due modi.
    L'Angiulier, di gravissimo dolor punto,  veggendosi rubare da costui e
    ora  tenersi  a parole,  senza pi rispondergli,  voltata la testa del
    pallafreno, prese il cammin verso Torrenieri.  Al quale il Fortarrigo,
    in  una  sottil  malizia  entrato,  cos in camicia cominci a trottar
    dietro;  ed essendo  gi  ben  due  miglia  andato  pur  del  farsetto
    pregando,  andandone  l'Angiulieri forte per levarsi quella seccaggine
    dagli orecchi,  venner veduti al Fortarrigo  lavoratori  in  un  campo
    vicino  alla  strada  dinanzi all'Angiulieri,  ai quali il Fortarrigo,
    gridando forte, incominci a dire:
    - Pigliatel, pigliatelo.
    Per che essi chi con vanga e  chi  con  marra  nella  strada  paratisi
    dinanzi  all'Angiulieri,  avvisandosi  che  rubato avesse colui che in
    camincia dietro gli venia gridando,  il ritennero e presono.  Al quale
    per dir loro chi egli fosse e come il fatto stesse, poco giovava.
    Ma il Fortarrigo, giunto l, con un mal viso disse:
    - Io non so come io non t'uccido,  ladro disleale,  che ti fuggivi col
    mio. - E a' villani rivolto disse:
    - Vedete, signori, come egli m'aveva, nascostamente partendosi, avendo
    prima ogni sua cosa giucata,  lasciato nello albergo  in  arnese!  Ben
    posso  dire che per Dio e per voi io abbia questo cotanto racquistato,
    di che io sempre vi sar tenuto.
    L'Angiulieri  diceva  egli  altress,  ma  le  sue  parole  non  erano
    ascoltate.  Il Fortarrigo con l'aiuto de' villani il mise in terra del
    pallafreno,  e spogliatolo,  de' suoi panni  si  rivest,  e  a  caval
    montato,  lasciato  l'Angiulieri  in  camicia e scalzo,  a Siena se ne
    torn,   per  tutto  dicendo  s  il  pallafreno  e'panni  aver  vinto
    all'Angiulieri.
    L'Angiulieri,  che  ricco  si  credeva andare al cardinal nella Marca,
    povero e in camicia  si  torn  a  Buonconvento,  n  per  vergogna  a
    que'tempi ard di tornare a Siena,  ma statigli panni prestati, in sul
    ronzino che cavalcava il  Fortarrigo  se  n'and  a'  suoi  parenti  a
    Corsignano,  co'  quali  si  stette  tanto  che  da  capo dal padre fu
    sovvenuto.
    E  cos  la  malizia  del  Fortarrigo  turb  il  buono  avviso  dello
    Angiulieri,  quantunque  da  lui  non fosse a luogo e a tempo lasciata
    impunita.














    Giornata nona - Novella quinta.

    Calandrino s'innamora d'una giovane, al quale Bruno fa un brieve,  col
    quale come egli la tocca,  ella va con lui, e dalla moglie trovato, ha
    gravissima e noiosa quistione.

    Finita la non lunga novella  di  Neifile,  senza  troppo  rider  ne  o
    parlarne passatasene la brigata,  la reina verso la Fiammetta rivolta,
    che ella seguitasse le comand,  la  quale  tutta  lieta  rispose  che
    volentieri, e cominci.
    Gentilissime donne, s come io credo che voi sappiate, niuna cosa  di
    cui  tanto  si parli,  che sempre pi non piaccia;  dove il tempo e il
    luogo che quella cotal cosa richiede si sappi per colui, che parlar ne
    vuole, debitamente eleggere. E per ci,  se io riguardo quello per che
    noi  siam  qui (ch per aver festa e buon tempo,  e non per altro,  ci
    siamo) stimo che ogni cosa che festa e piacer possa porgere qui  abbia
    e luogo e tempo debito; e bench mille volte ragionato ne fosse, altro
    che dilettar non debbia altrettanto parlandone.
    Per la qual cosa,  posto che assai volte de' fatti di Calandrino detto
    si sia tra noi, riguardando, s come poco avanti disse Filostrato, che
    essi son tutti piacevoli,  ardir,  oltre alle dette,  di dirvene  una
    novella,  la  quale,  se  io  dalla verit del fatto mi fossi scostare
    voluta o volessi,  avrei ben saputo e saprei sotto altri nomi comporla
    e  raccontarla;  ma  per  ci  che il partirsi dalla verit delle cose
    state nel novellare  gran diminuire di diletto negli  'ntendenti,  in
    propia forma, dalla ragion di sopra detta aiutata, la vi dir.
    Niccol  Cornacchini  fu nostro cittadino e ricco uomo,  e tra l'altre
    sue possessioni una bella n'ebbe in Camerata, sopra la quale fece fare
    uno orrevole e bello casamento,  e con Bruno  e  con  Buffalmacco  che
    tutto  gliele  dipignessero  si  convenne;  li  quali,  per ci che il
    lavorio  era  molto,   seco  aggiunsero  e  Nello  e   Calandrino,   e
    cominciarono a lavorare. Dove, bench alcuna camera fornita di letto e
    dell'altre  co  se  opportune fosse,  e una fante vecchia dimorasse s
    come guardiana del luogo,  per ci che altra famiglia non  v'era,  era
    usato un figliuolo del detto Niccol,  che avea nome Filippo,  s come
    giovane e senza moglie, di menar talvolta alcuna femina a suo diletto,
    e tenervela un d o due e poscia mandarla via.
    Ora tra l'altre volte avvenne che egli ve ne men una,  che aveva nome
    la Niccolosa,  la quale un tristo, che era chiamato il Mangione, a sua
    posta tenendola in una casa a Camaldoli, prestava a vettura.
    Aveva costei bella persona ed era ben vestita,  e,  secondo sua  pari,
    assai  costumata  e  ben  parlante.  Ed essendo ella un d di meriggio
    della camera uscita in un guarnello bianco e co' capelli  ravvolti  al
    capo,  e  ad  un  pozzo che nella corte era del casamento lavandosi le
    mani e  'viso,  avvenne  che  Calandrino  quivi  venne  per  acqua,  e
    dimesticamente la salut.
    Ella,  rispostogli,  il  cominci a guatare,  pi perch Calandrino le
    pareva un nuovo uomo che per altra  vaghezza.  Calandrino  cominci  a
    guatar lei,  e parendogli bella,  cominci a trovar sue cagioni, e non
    tornava a' compagni con l'acqua;  ma,  non  conoscendola,  niuna  cosa
    ardiva di dirle.  Ella,  che avveduta s'era del guatar di costui,  per
    uccellarlo alcuna volta guatava lui, alcun sospiretto gittando; per la
    qual cosa Calandrino subitamente di lei s'imbard,  n prima si  part
    della corte che ella fu da Filippo nella camera richiamata.
    Calandrino,  tornato a lavorare, altro che soffiare non faceva; di che
    Bruno accortosi, per ci che molto gli poneva mente alle mani, s come
    quegli che gran diletto prendeva de' fatti suoi, disse:
    - Che diavolo hai tu, sozio Calandrino? Tu non fai altro che soffiare.
    A cui Calandrino disse:
    - Sozio, se io avessi chi m'aiutassi, io starei bene.
    - Come? - disse Bruno.
    A cui Calandrino disse:
    - E'non si vuol dire a persona: egli  una giovane quaggi,  che  pi
    bella  che  una lammia,  la quale  s forte innamorata di me,  che ti
    parrebbe un gran fatto;  io me n'avvidi  test  quando  io  andai  per
    l'acqua.
    - Ohim! - disse Bruno - guarda che ella non sia la moglie di Filippo.
    Disse Calandrino:
    -  Io  il credo,  per ci che egli la chiam,  ed ella se n'and a lui
    nella camera; ma che vuol per ci dir questo? Io la fregherei a Cristo
    di cos fatte cose, non che a Filippo.  Io ti vo'dire il vero,  sozio:
    ella mi piace tanto, che io nol ti potrei dire.
    Disse allora Bruno:
    - Sozio, io ti spier chi ella ; e se ella  la moglie di Filippo, io
    acconcier  i  fatti tuoi in due parole,  per ci che ella  molto mia
    domestica.  Ma come farem noi che Buffalmacco nol sappia?  Io  non  le
    posso mai favellare ch'e'non sia meco.
    Disse Calandrino:
    -  Di Buffalmacco non mi curo io,  ma guardianci di Nello,  ch egli 
    parente della Tessa e guasterebbeci ogni cosa.
    Disse Bruno:
    - Ben di'.
    Or sapeva Bruno chi costei  era,  s  come  colui  che  veduta  l'avea
    venire,  e  anche  Filippo  gliele  aveva  detto.  Per che,  essendosi
    Calandrino un poco dal lavorio partito e  andato  per  vederla,  Bruno
    disse  ogni  cosa  a  Nello  e  a  Buffalmacco,  e insieme tacitamente
    ordinarono quello che fare gli dovessero di questo suo innamoramento.
    E come egli ritornato fu, disse Bruno pianamente:
    - Vedestila?
    Rispose Calandrino:
    - Ohim! s, ella m'ha morto.
    Disse Bruno:
    - Io voglio andare a vedere se ella  quella che io credo;  e se  cos
    sar, lascia poscia far me.
    Sceso adunque Bruno giuso,  e trovato Filippo e costei,  ordinatamente
    disse loro chi era Calandrino,  e quello che egli aveva lor  detto,  e
    con  loro  ordin quello che ciascun di loro dovesse fare e dire,  per
    avere  festa  e  piacere  dello  innamoramento  di  Calandrino.   E  a
    Calandrino tornatosene disse:
    -  Bene  dessa;  e per ci si vuol questa cosa molto saviamente fare,
    per ci che,  se Filippo se ne avvedesse,  tutta l'acqua d'Arno non ci
    laverebbe.  Ma che vuo'tu che io le dica da tua parte,  se egli avvien
    che io le favelli?
    Rispose Calandrino:
    - Gnaffe! tu le dirai imprima imprima che io le voglio mille moggia di
    quel buon bene da impregnare; e poscia,  che io son suo servigiale,  e
    se ella vuol nulla; ha' mi bene inteso?
    Disse Bruno:
    - S, lascia far me.
    Venuta  l'ora della cena,  e costoro avendo lasciata opera e gi nella
    corte discesi, essendovi Filippo e la Niccolosa,  alquanto in servigio
    di  Calandrino  ivi  si  posero a stare.  Dove Calandrino incominci a
    guardare la Niccolosa e a fare i pi nuovi  atti  del  mondo,  tali  e
    tanti  che  se  ne sarebbe avveduto un cieco.  Ella d'altra parte ogni
    cosa faceva per la  quale  credesse  bene  accenderlo,  e  secondo  la
    informazione avuta da Bruno,  il miglior tempo del mondo prendendo de'
    modi di Calandrino;  Filippo con Buffalmacco e con  gli  altri  faceva
    vista di ragionare e di non avvedersi di questo fatto.
    Ma  pur  dopo  alquanto,   con  grandissima  noia  di  Calandrino,  si
    partirono; e venendosene verso Firenze, disse Bruno a Calandrino:
    - Ben ti dico che tu la fai struggere come ghiaccio al  sole;  per  lo
    corpo di Dio, se tu ci rechi la ribeba tua e canti un poco con essa di
    quelle  tue  canzoni  innamorate,  tu  la  farai gittare a terra delle
    finestre per venire a te.
    Disse Calandrino:
    - Parti, sozio? Parti che io la rechi?
    - S, - rispose Bruno.
    A cui Calandrino disse:
    - Tu non mi credevi oggi, quando io il ti diceva; per certo, sozio, io
    m'avveggio che io so meglio che altro uomo far ci che io voglio.  Chi
    avrebbe saputo, altri che io, far cos tosto innamorare una cos fatta
    donna  come    costei?  A  buona  otta  l'avrebber saputo fare questi
    giovani di tromba marina,  che tutto 'l d vanno in gi e in su,  e in
    mille anni non saprebbero accozzare tre man di noccioli.  Ora io vorr
    che tu mi vegghi un poco con la ribeba;  vedrai bel giuoco!  E intendi
    sanamente  che  io  non son vecchio come io ti paio,  ella se n' bene
    accorta ella;  ma altramenti ne la far io accorgere se io le pongo la
    branca addosso;  per lo verace corpo di Cristo, che io le far giuoco,
    che ella mi verr dietro come va la pazza al figliuolo.
    - Oh, - disse Bruno - tu te la griferai: e'mi par pur vederti morderle
    con cotesti tuoi denti fatti a bischeri quella sua bocca  vermigliuzza
    e  quelle  sue  gote  che  paion due rose,  e poscia manicarlati tutta
    quanta.
    Calandrino, udendo queste parole, gli pareva essere a' fatti, e andava
    cantando e saltando tanto lieto, che non capeva nel cuoio.
    Ma l'altro d recata la ribeba,  con gran diletto di tutta la  brigata
    cant  pi  canzoni  con essa.  E in brieve in tanta sista entr dello
    spesso veder costei, che egli non lavorava punto, ma mille volte il d
    ora alla finestra,  ora alla porta e ora nella corte correa per  veder
    costei;   la  quale  astutamente  secondo  l'ammaestramento  di  Bruno
    adoperando, molto bene ne gli dava cagione.
    Bruno d'altra parte gli rispondeva alle sue ambasciate e da  parte  di
    lei ne gli faceva talvolte;  quando ella non v'era, che era il pi del
    tempo,  gli faceva venir lettere da lei,  nelle quali  esso  gli  dava
    grande speranza de' desideri suoi,  mostrando che ella fosse a casa di
    suoi parenti l dove egli allora non la poteva vedere.
    E in questa guisa Bruno e Buffalmacco,  che tenevano  mano  al  fatto,
    traevano  de'  fatti  di  Calandrino  il  maggior  piacer  del  mondo,
    faccendosi talvolta dare, s come domandato dalla sua donna, quando un
    pettine d'avorio e quando una borsa e quando un  coltellino  e  cotali
    ciance, allo 'ncontro recandogli cotali anelletti contraffatti di niun
    valore,  de'  quali  Calandrino  faceva maravigliosa festa.  E oltre a
    questo n'avevan da lui di buone merende e d'altri onoretti,  acci che
    solliciti fossero a' fatti suoi.
    Ora,  avendol  tenuto  costoro  ben due mesi in questa forma senza pi
    aver fatto,  vedendo Calandrino che il lavorio si  veniva  finendo,  e
    avvisando  che,  se egli non recasse ad effetto il suo amore prima che
    finito fosse il  lavorio,  mai  pi  fatto  non  gli  potesse  venire,
    cominci  molto  a strignere e a sollicitare Bruno.  Per la qual cosa,
    essendovi la giovane venuta,  avendo Bruno prima con Filippo e con lei
    ordinato quello che fosse da fare, disse a Calandrino:
    - Vedi, sozio, questa donna m'ha ben mille volte promesso di dover far
    ci che tu vorrai,  e poscia non ne fa nulla, e parmi che ella ci meni
    per lo naso; e per ci, poscia che ella nol fa come ella promette, noi
    gliele farem fare o voglia ella o no, se tu vorrai.
    Rispose Calandrino:
    - Deh! s, per l'amor di Dio, facciasi tosto.
    Disse Bruno:
    - Daratti egli il cuore di toccarla con un brieve che io ti dar?
    Disse Calandrino:
    - S bene.
    - Adunque,  - disse Bruno - fa che tu mi rechi un poco  di  carta  non
    nata  e  un  vispistrello  vivo e tre granella d'incenso e una candela
    benedetta, e lascia far me.
    Calandrino stette  tutta  la  sera  vegnente  con  suoi  artifici  per
    pigliare  un  vispistrello,  e alla fine presolo,  con l'altre cose il
    port a Bruno. Il quale, tiratosi in una camera,  scrisse in su quella
    carta certe sue frasche con alquante cateratte, e portogliele e disse:
    Calandrino,  sappi che se tu la toccherai con questa scritta,  ella ti
    verr incontanente dietro e far quello che  tu  vorrai.  E  per,  se
    Filippo va oggi in niun luogo,  accostaleti in qualche modo e toccala,
    e vattene nella casa della paglia ch' qui dallato,  che  il  miglior
    luogo  che ci sia,  per ci che non vi bazzica mai persona;  tu vedrai
    che ella vi verr;  quando ella v',  tu sai ben ci che  tu  t'hai  a
    fare.
    Calandrino fu il pi lieto uomo del mondo, e presa la scritta, disse:
    - Sozio, lascia far me.
    Nello, da cui Calandrino si guardava, avea di questa cosa quel diletto
    che gli altri,  e con loro insieme teneva mano a beffarlo;  e per ci,
    s come Bruno gli aveva ordinato,  se n'and a Firenze alla moglie  di
    Calandrino, e dissele:
    - Tessa, tu sai quante busse Calandrino ti di senza ragione il d che
    egli ci torn con le pietre di Mugnone, e per ci io intendo che tu te
    ne  vendichi,  e  se tu nol fai,  non m'aver mai n per parente n per
    amico.  Egli si s' innamorato d'una donna colass,  ed ella    tanto
    trista che ella si va rinchiudendo assai spesso con essolui: e poco fa
    si  dieder la posta d'essere insieme via via,  e per ci io voglio che
    tu vi venga e vegghilo e castighil bene.
    Come la donna ud questo,  non le parve giuoco,  ma  levatasi  in  pi
    cominci a dire:
    - Ohim!  ladro piuvico, fa' mi tu questo? Alla croce di Dio, ella non
    andr cos, che io non te ne paghi.
    E preso suo mantello e una feminetta in  compagnia,  vie  pi  che  di
    passo  insieme con Nello lass n'and.  La qual come Bruno vide venire
    di lontano, disse a Filippo:
    -Ecco l'amico nostro.
    Per la qual cosa Filippo andato  col  dove  Calandrino  e  gli  altri
    lavoravano, disse:
    - Maestri,  a me conviene andare test a Firenze: lavorate di forza. -
    E partitosi, s'and a nascondere in parte che egli poteva, senza esser
    veduto, veder ci che facesse Calandrino.
    Calandrino,  come credette che Filippo alquanto dilungato fosse,  cos
    se ne scese nella corte, dove egli trov sola la Niccolosa, ed entrato
    con  lei  in  novelle,  ed ella,  che sapeva ben ci che a fare aveva,
    accostataglisi,  un poco di pi dimestichezza che usata  non  era  gli
    fece.  Donde Calandrino la tocc con la scritta;  e come tocca l'ebbe,
    senza dir nulla volse i passi ver so la casa  della  paglia,  dove  la
    Niccolosa  gli  and  dietro;  e,  come  dentro  fu,  chiuso  l'uscio,
    abbracci Calandrino, e in su la paglia che era ivi in terra il gitt,
    e saligli addosso a cavalcione,  e tenendogli le mani in su gli omeri,
    senza lasciarlosi appressare al viso,  quasi come un suo gran disidero
    il guardava dicendo:
    - O Calandrino mio dolce,  cuor del corpo mio,  anima  mia,  ben  mio,
    riposo mio, quanto tempo ho io desiderato d'averti e di poterti tenere
    a  mio  senno!  Tu  m'hai con la piacevolezza tua tratto il filo della
    camicia;  tu m'hai aggratigliato il cuore colla tua ribeba;  pu  egli
    esser vero che io ti tenga?
    Calandrino, appena potendosi muover, diceva:
    - Deh! anima mia dolce, lasciamiti baciare.
    La Niccolosa diceva:
    -  O  tu  hai  la  gran  fretta!  lasciamiti prima vedere a mio senno;
    lasciami saziar gli occhi di questo tuo viso dolce!
    Bruno e Buffalmacco n'erano andati da Filippo,  e tutti e tre vedevano
    e  udivano  questo  fatto.  Ed essendo gi Calandrino per voler pur la
    Niccolosa baciare,  ed ecco giugner Nello con monna  Tessa,  il  quale
    come giunse, disse:
    -  Io  fo  boto  a  Dio  che  sono  insieme -;  e all'uscio della casa
    pervenuti,  la donna,  che arrabbiava,  datovi delle  mani,  il  mand
    oltre,  ed  entrata dentro vide la Niccolosa addosso a Calandrino;  la
    quale, come la donna vide, subitamente levatasi, fugg via e andossene
    l dove era Filippo.
    Monna Tessa corse con l'unghie  nel  viso  a  Calandrino,  che  ancora
    levato non era,  e tutto gliele graffi e presolo per li capelli, e in
    qua e in l tirandolo, cominci a dire:
    - Sozzo can vituperato,  dunque mi fai tu questo?  Vecchio  impazzato,
    che maladetto sia il ben che io t'ho voluto;  dunque non ti pare avere
    tanto a fare a casa tua,  che ti vai innamorando  per  l'altrui?  Ecco
    bello  innamorato!  Or non ti conosci tu,  tristo?  Non ti conosci tu,
    dolente,  che premenloti tutto,  non uscirebbe tanto sugo che bastasse
    ad una salsa?  Alla f di Dio, egli non era ora la Tessa quella che ti
    'mpregnava, che Dio la faccia trista chiunque ella , che ella dee ben
    sicuramente esser cattiva cosa ad aver vaghezza di  cos  bella  gioia
    come tu se'.
    Calandrino,  vedendo venir la moglie,  non rimase n morto n vivo, n
    ebbe ardire di far contro di lei difesa alcuna;  ma pur cos graffiato
    e  tutto  pelato  e  rabbuffato,  ricolto il cappuccio suo e levatosi,
    cominci umilmente a pregar la moglie che non gridasse,  se  ella  non
    volesse  che egli fosse tagliato tutto a pezzi,  per ci che colei che
    con lui era, era moglie del signor della casa. La donna disse:
    - Sia, che Iddio le dea il mal anno.
    Bruno.e Buffalmacco,  che con Filippo e con  la  Niccolosa  avevan  di
    questa cosa riso a lor senno, quasi al romor venendo, col trassero, e
    dopo  molte  novelle  rappacificata  la donna,  dieron per consiglio a
    Calandrino che a Firenze se n'andasse e pi non vi tornasse, acci che
    Filippo, se niente di questa cosa sentisse, non gli facesse male.
    Cos adunque  Calandrino  tristo  e  cattivo,  tutto  pelato  e  tutto
    graffiato  a  Firenze  tornatosene,   pi  colass  non  avendo  ardir
    d'andare,  il d e la notte molestato e afflitto dai  rimbrotti  della
    moglie, al suo fervente amor pose fine, avendo molto dato da ridere a'
    suoi compagni e alla Niccolosa e a Filippo.






    Giornata nona - Novella sesta.

    Due giovani albergano con uno,  de' quali l'uno si va a giacere con la
    figliuola,  e la moglie di lui disavvedutamente si giace con  l'altro.
    Quegli che era con la figliuola,  si corica col padre di lei e dicegli
    ogni cosa,  credendosi dire al  compagno.  Fanno  romore  insieme.  La
    donna,  ravvedutasi,  entra  nel  letto della figliuola,  e quindi con
    certe parole ogni cosa pacefica.

    Calandrino, che altre volte la brigata aveva fatta ridere,  similmente
    questa  volta  la  fece;  de'  fatti  del quale poscia che le donne si
    tacquero, la reina impose a Panfilo che dicesse, il qual disse:
    Laudevoli donne,  il nome della Niccolosa  amata  da  Calandrino  m'ha
    nella  memoria  tornata una novella d'un'altra Niccolosa,  la quale di
    raccontarvi  mi  piace,   per  ci  che  in  essa  vedrete  un  subito
    avvedimento d'una buona donna avere un grande scandalo tolto via.
    Nel  pian  di  Mugnone  fu,  non ha guari,  un buon uomo,  il quale a'
    viandanti dava pe' lor danari mangiare  e  bere;  e  come  che  povera
    persona  fosse  e  avesse  piccola  casa,  alcuna volta per un bisogno
    grande, non ogni persona, ma alcun conoscente albergava.
    Ora aveva costui una sua moglie assai bella femina,  della quale aveva
    due figliuoli;  e l'uno era una giovanetta bella e leggiadra, d'et di
    quindici o di sedici anni, che ancora marito non avea;  l'altro era un
    fanciul  piccolino,  che ancora non aveva uno anno,  il quale la madre
    stessa allattava.
    Alla giovane aveva posto gli occhi addosso un giovanetto  leggiadro  e
    piacevole e gentile uomo della nostra citt,  il quale molto usava per
    la contrada,  e focosamente l'amava.  Ed ella,  che d'esser da un cos
    fatto  giovane  amata  forte  si  gloriava,  mentre  di  ritenerlo con
    piacevoli sembianti nel  suo  amor  si  sforzava,  di  lui  similmente
    s'innamor; e pi volte per grado di ciascuna delle parti avrebbe tale
    amore  avuto effetto,  se Pinuccio (che cos aveva nome il giovane non
    avesse schifato il biasimo della giovane e 'l suo.
    Ma pur,  di giorno in giorno multiplicando l'ardore,  venne disidero a
    Pinuccio di doversi pur con costei ritrovare,  e caddegli nel pensiero
    di trovar modo di dover col padre albergare, avvisando,  s come colui
    che  la  disposizion della casa della giovane sapeva,  che,  se questo
    facesse,  gli potrebbe venir fatto d'esser con lei,  senza avvedersene
    persona;  e  co  me nell'animo gli venne,  cos senza indugio mand ad
    effetto.
    Esso,  insieme con un suo fidato compagno chiamato Adriano,  il  quale
    questo  amor  sapeva,  tolti una sera al tardi due ronzini a vettura e
    postevi su due valigie, forse piene di paglia, di Firenze uscirono,  e
    presa  una lor volta,  sopra il pian di Mugnone cavalcando pervennero,
    essendo gi notte; e di quindi, come se di Romagna tornassero, data la
    volta,  verso le case  se  ne  vennero,  e  alla  casa  del  buon  uom
    picchiarono;  il  quale,  s  come  colui  che  molto era dimestico di
    ciascuno, aperse la porta prestamente.
    Al quale Pinuccio disse:
    - Vedi,  a te conviene stanotte  albergarci:  noi  ci  credemmo  dover
    potere entrare in Firenze,  e non ci siamo s saputi studiare, che noi
    non siam qui pure a cos fatta ora, come tu vedi, giunti.
    A cui l'oste rispose:
    - Pinuccio, tu sai bene come io sono agiato di poter cos fatti uomini
    come voi siete  albergare;  ma  pur,  poi  che  questa  ora  v'ha  qui
    sopraggiunti,  n tempo ci  da potere andare altrove, io v'albergher
    volentieri com'io potr.
    Ismontati  adunque  i  due  giovani  e  nello   alberghetto   entrati,
    primieramente i loro ronzini adagiarono,  e appresso,  avendo ben seco
    portato da cena, insieme con l'oste cenarono.  Ora non avea l'oste che
    una  cameretta  assai  piccola,  nella quale eran tre letticelli messi
    come il meglio l'oste avea saputo,  n v'era per tutto  ci  tanto  di
    spazio  rimaso,  essendone  due dall'una delle facce della camera e 'l
    terzo di rincontro a quegli dall'altra,  che  altro  che  strettamente
    andar  vi  si potesse.  Di questi tre letti fece l'oste il men cattivo
    acconciar per li due compagni, e fecegli coricare;  poi dopo alquanto,
    non  dormendo  alcun  di  loro,  come che di dormir mostrassero,  fece
    l'oste nell'un de' due  che  rimasi  erano  coricar  la  figliuola,  e
    nell'altro s'entr egli e la donna sua; la quale allato del letto dove
    dormiva pose la culla nella quale il suo piccolo figlioletto teneva.
    Ed  essendo  le cose in questa guisa disposte,  e Pinuccio avendo ogni
    cosa  veduta,   dopo  alquanto   spazio,   parendogli   che   ogn'uomo
    addormentato  fosse,  pianamente levatosi se n'and al letticello dove
    la giovane amata da lui si giaceva, e miselesi a giacere allato; dalla
    quale, ancora che paurosamente il facesse,  fu lietamente raccolto,  e
    con essolei di quel piacere che pi disideravano prendendo si stette.
    E  standosi  cos Pinuccio con la giovane,  avvenne che una gatta fece
    certe cose cadere, le quali la donna destatasi sent; per che levatasi
    temendo non fosse altro,  cos al buio come era,  se  n'and  l  dove
    sentito avea il romore.
    Adriano,  che  a  ci  non  avea  l'animo,  per  avventura  per alcuna
    opportunit natural si lev,  alla quale espedire  andando,  trov  la
    culla postavi dalla donna,  e non potendo senza levarla oltre passare,
    presala la lev del luogo dove era, e posela allato al letto dove esso
    dormiva;  e fornito quello per che levato s'era e tornandosene,  senza
    della culla curarsi, nel letto se n'entr.
    La donna, avendo cerco e trovato che quello che caduto era non era tal
    cosa,  non si cur d'altrimenti accender lume per vederlo, ma, garrito
    alla gatta,  nella cameretta se ne torn,  e a tentone dirittamente al
    letto dove il marito dormiva se n'and.  Ma,  non trovandovi la culla,
    disse se co stessa: - Ohim, cattiva me,  vedi quel che io faceva!  In
    f  di Dio,  che io me n'andava dirittamente nel letto degli osti miei
    -. E, fattasi un poco pi avanti e trovando la culla,  in quello letto
    al quale ella era allato insieme con Adriano si coric. credendosi col
    marito coricare.  Adriano,  che ancora raddormentato non era, sentendo
    questo,  la ricevette e bene e lietamente,  e  senza  fare  altramenti
    motto, da una volta in su caric l'orza con gran piacer della donna.
    E  cos  stando,  temendo  Pinuccio non il sonno con la sua giovane il
    soprapprendesse,  avendone quel piacer preso che egli desiderava,  per
    tornar  nel  suo  letto a dormire le si lev dallato,  e l venendone,
    trovando la culla,  credette quello essere quel  dell'oste;  per  che,
    fattosi un poco pi avanti insieme con l'oste si coric,  il quale per
    la venuta di Pinuccio si dest. Pinuccio,  credendosi essere allato ad
    Adriano, disse:
    -  Ben  ti  dico  che mai s dolce cosa non fu come  la Niccolosa: al
    corpo di Dio,  io ho avuto con lei il maggior  diletto  che  mai  uomo
    avesse  con femina,  e dicoti che io sono andato da sei volte in su in
    villa, poscia che io mi partii quinci.
    L'oste,  udendo queste novelle e non piacendogli troppo,  prima  disse
    seco  stesso:  -  Che  diavol  fa costui qui?  - Poi,  pi turbato che
    consigliato, disse:
    - Pinuccio,  la tua  stata una gran villania,  e non so perch tu  mi
    t'abbi a far questo; ma, per lo corpo di Dio, io te ne pagher.
    Pinuccio, che non era il pi savio giovane del mondo, avveggendosi del
    suo  errore,  non  ricorse  ad emendare come meglio avesse potuto,  ma
    disse:
    - Di che mi pagherai? Che mi potrestu fare tu?
    La donna dell'oste,  che  col  marito  si  credeva  essere,  disse  ad
    Adriano:
    - Ohim! Odi gli osti nostri che hanno non so che parole insieme.
    Adriano ridendo disse:
    -  Lasciali fare,  che Iddio gli metta in mal anno: essi bevver troppo
    iersera.
    La donna,  parendole avere udito il marito garrire e  udendo  Adriano,
    incontanente conobbe l dove stata era e con cui; per che, come savia,
    senza  alcuna parola dire,  subitamente si lev,  e presa la culla del
    suo figlioletto, come che punto lume nella camera non si vedesse,  per
    avviso  la port allato al letto dove dormiva la figliuola,  e con lei
    si coric;  e quasi desta fosse per lo rumore del marito,  il chiam e
    domandollo  che parole egli avesse con Pinuccio.  Il marito rispose: -
    Non odi tu ci ch'e'dice che ha fatto stanotte alla Niccolosa?
    La donna disse:
    - Egli mente bene per la  gola,  ch  con  la  Niccolosa  non    egli
    giaciuto,  ch  io  mi ci coricai io in quel punto,  che io non ho mai
    poscia potuto dormire;  e tu se'una bestia che egli credi.  Voi bevete
    tanto  la  sera,  che  poscia sognate la notte e andate in qua e in l
    senza sentirvi,  e parvi far maraviglie: egli  gran peccato  che  voi
    non vi fiaccate il collo! Ma che fa egli cost Pinuccio? Perch non si
    sta egli nel letto suo?
    D'altra  parte  Adriano,  veggendo  che  la  donna  saviamente  la sua
    vergogna e quella della figliuola ricopriva, disse:
    - Pinuccio, io te l'ho detto cento volte che tu non va da attorno, ch
    questo tuo vizio del levarti in sogno e di dire le favole che tu sogni
    per vere ti daranno una volta la mala ventura: torna qua,  che Dio  ti
    dea la mala notte!
    L'oste, udendo quello che la donna diceva e quello che diceva Adriano,
    cominci a creder troppo bene che Pinuccio sognasse;  per che, presolo
    per la spalla, lo 'ncominci a dimenare e a chiamar, dicendo:
    - Pinuccio, destati; tornati al letto tuo.
    Pinuccio, avendo raccolto ci che detto s'era,  cominci a guisa d'uom
    che  sognasse ad entrare in altri farnetichi;  di che l'oste faceva le
    maggior risa del mondo.  Alla  fine,  pur  sentendosi  dimenare,  fece
    sembiante di destarsi, e chiamando Adrian, disse:
    - E' egli ancora d, che tu mi chiami?
    Adriano disse:
    - S, vienne qua.
    Costui,  infignendosi e mostrandosi ben sonnocchioso,  al fine si lev
    d'allato all'oste e tornossi al letto con Adriano. E, venuto il giorno
    e levatisi,  l'oste incominci a ridere e a farsi beffe di lui  e  de'
    suoi  sogni.  E  cos d'uno in altro motto acconci i duo giovani i lor
    ronzini e messe le lor  valigie  e  bevuto  con  l'oste,  rimontati  a
    cavallo se ne vennero a Firenze,  non meno contenti del modo in che la
    cosa avvenuta era, che dello effetto stesso della cosa.
    E poi appresso,  trovati altri modi,  Pinuccio  con  la  Niccolosa  si
    ritrov,  la  quale  alla madre affermava lui fermamente aver sognato.
    Per la qual cosa la  donna,  ricordandosi  dell'abbracciar  d'Adriano,
    sola seco diceva d'aver vegghiato.









    Giornata nona - Novella settima.

    Talano  d'Imolese  sogna che uno lupo squarcia tutta la gola e 'l viso
    alla moglie; dicele che se ne guardi; ella nol fa, e avvienle.

    Essendo la novella di  Panfilo  finita  e  l'avvedimento  della  donna
    commendato da tutti,  la reina a Pampinea disse che dicesse la sua, la
    quale allora cominci:
    Altra volta,  piacevoli donne,  delle verit dimostrate da' sogni,  le
    quali  molte  scherniscono,  s' fra noi ragionato;  e per,  come che
    detto ne sia,  non lascer io che con una novelletta assai  brieve  io
    non  vi  narri  quello  che  ad  una  mia  vicina,  non  ancor guari,
    addivenne, per non crederne uno di lei dal marito veduto.
    Io non so se voi vi conosceste Talano d'Imolese, uomo assai onorevole.
    Costui,  avendo  una  giovane  chiamata  Margarita,  bella  tra  tutte
    l'altre,  per moglie presa, ma sopra ogni altra bizzarra, spiacevole e
    ritrosa, intanto che a senno di niuna persona voleva fare alcuna cosa,
    n altri far la poteva a suo;  il che quantunque  gravissimo  fosse  a
    comportare a Talano, non potendo altro fare, se 'l sofferiva.
    Ora  avvenne  una  notte,  essendo  Talano con questa sua Margarita in
    contado ad una lor possessione,  dormendo egli,  gli  parve  in  sogno
    vedere la donna sua andar per un bosco assai bello,  il quale essi non
    guari lontano alla lor casa avevano;  e mentre cos andar  la  vedeva,
    gli parve che d'una parte del bosco uscisse un grande e fiero lupo, il
    quale prestamente s'avventava alla gola di costei e tiravala in terra,
    e  lei  gridante  aiuto  si  sforzava  di  tirar  via,  e poi di bocca
    uscitagli,  tutta la gola e 'l viso pareva l'avesse guasto.  Il quale,
    la mattina appresso levatosi, disse alla moglie:
    -  Donna,  ancora  che  la  tua ritrosia non abbia mai sofferto che io
    abbia potuto avere un buon d con teco,  pur sarei dolente quando  mal
    t'avvenisse;  e  per  ci,  se  tu crederrai al mio consiglio,  tu non
    uscirai oggi di casa -;  e domandato da lei del perch,  ordinatamente
    le cont il sogno suo.
    La donna, crollando il capo, disse:
    - Chi mal ti vuol,  mal ti sogna; tu ti fai molto di me pietoso, ma tu
    sogni di me quello che tu vorresti  vedere;  e  per  certo  io  me  ne
    guarder e oggi e sempre di non farti n di questo n d'altro mio male
    mai allegro.
    Disse allora Talano:
    - Io sapeva bene che tu dovevi dir cos,  per ci che tal grado ha chi
    tigna pettina;  ma credi che ti piace;  io per me il dico per bene,  e
    ancora  da capo te ne consiglio,  che tu oggi ti stea in casa o almeno
    ti guardi d'andare nel nostro bosco.
    La donna disse:
    - Bene, io il far -;  e poi seco stessa cominci a dire: - Hai veduto
    come  costui  maliziosamente si crede avermi messa paura d'andare oggi
    al bosco nostro?  l dove egli per certo dee aver data posta a qualche
    cattiva, e non vuol che io il vi truovi. Oh, egli avrebbe buon manicar
    co'  ciechi,  e  io sarei bene sciocca se io nol conoscessi e se io il
    credessi!  Ma per certo e'non gli verr fatto: e'convien  pur  che  io
    vegga,  se  io  vi dovessi star tutto d,  che mercatantia debba esser
    questa che egli oggi far vuole -.
    E come questo ebbe detto, uscito il marito da una parte della casa, ed
    ella usc dall'altra,  e come  pi  nascosamente  pot,  senza  alcuno
    indugio,  se  n'and nel bosco,  e in quello nella pi folta parte che
    v'era si nascose,  stando attenta e guardando or qua or l,  se alcuna
    persona venir vedesse.
    E  mentre in questa guisa stava senza alcun sospetto di lupo,  ed ecco
    vicino a lei uscir d'una macchia folta un lupo grande e terribile,  n
    pot ella, poi che veduto l'ebbe, appena dire - Domine, aiutami -, che
    il lupo le si fu avventato alla gola,  e presala forte,  la cominci a
    portar via come se stata fosse un piccolo agnelletto.
    Essa non poteva gridare, s aveva la gola stretta, n in altra maniera
    aiutarsi;  per che,  portandosenela il lupo,  senza fallo  strangolata
    l'avrebbe,  se  in  certi  pastori  non  si fosse scontrato,  li quali
    sgridandolo a lasciarla il costrinsero; ed essa misera e cattiva,  da'
    pastori riconosciuta e a casa portatane,  dopo lungo studio da' medici
    fu guarita,  ma non s,  che tutta la gola e una parte  del  viso  non
    avesse  per s fatta maniera guasta,  che,  dove prima era bella,  non
    paresse  poi  sempre   sozzissima   e   contraffatta.   Laonde   ella,
    vergognandosi  d'apparire  dove veduta fosse,  assai volte miseramente
    pianse la sua ritrosia e  il  non  avere,  in  quello  che  niente  le
    costava, al vero sogno del marito voluto dar fede.















    Giornata nona - Novella ottava.

    Biondello  fa  una  beffa  a Ciacco d'un desinare,  della quale Ciacco
    cautamente si vendica, faccendo lui sconciamente battere.

    Universalmente ciascuno della lieta compagnia disse quello che  Talano
    veduto  avea  dormendo non essere stato sogno ma visione,  s appunto,
    senza alcuna cosa mancarne, era avvenuto. Ma, tacendo ciascuno, impose
    la reina alla Lauretta che seguitasse, la qual disse.
    Come costoro,  soavissime donne,  che oggi davanti a me hanno parlato,
    quasi  tutti  da  alcuna  cosa gi detta mossi sono stati a ragionare,
    cos me muove la rigida vendetta  ieri  raccontata  da  Pampinea,  che
    fe'lo scolare, a dover dire d'una assai grave a colui che la sostenne,
    quantunque non fosse per ci tanto fiera.  E per ci dico che, essendo
    in Firenze uno da tutti  chiamato  Ciacco,  uomo  ghiottissimo  quanto
    alcun altro fosse giammai, e non possendo la sua possibilit sostenere
    le  spese  che  la sua ghiottornia richiedea,  essendo per altro assai
    costumato e tutto pieno di belli e di piacevoli  motti,  si  diede  ad
    essere,  non  del  tutto  uom di corte,  ma morditore,  e ad usare con
    coloro che ricchi erano e di mangiare delle buone cose si dilettavano;
    e con questi a desinare e a cena,  ancor che chiamato non  fosse  ogni
    volta, andava assai sovente.
    Era  similmente  in  quei tempi in Firenze uno,  il quale era chiamato
    Biondello, piccoletto della persona,  leggiadro molto e pi pulito che
    una  mosca,  con  sua  cuffia in capo,  con una zazzerina bionda e per
    punto senza un capel torto avervi,  il quale  quel  medesimo  mestiere
    usava che Ciacco.
    Il  quale essendo una mattina di quaresima andato l do ve il pesce si
    vende,  e comperando due grossissime lamprede  per  messer  Vieri  de'
    Cerchi,  fu  veduto  da  Ciacco;  il quale,  avvicinatosi a Biondello,
    disse:
    - Che vuol dir questo?
    A cui Biondello rispose:
    - Iersera ne furono mandate tre altre, troppo pi belle che queste non
    sono e uno storione a messer Corso Donati,  le quali  non  bastandogli
    per  voler  dar mangiare a certi gentili uomini,  m'ha fatte comperare
    quest'altre due: non vi verrai tu?
    Rispose Ciacco:
    - Ben sai che io vi verr.
    E quando tempo gli parve,  a casa messer Corso se n'and,  e  trovollo
    con  alcuni suoi vicini che ancora non era andato a desinare.  A quale
    egli, essendo da lui domandato che andasse faccendo, rispose:
    - Messere, io vengo a desinar con voi e con la vostra brigata.
    A cui messer Corso disse:
    - Tu sie 'l ben venuto, e per ci che egli  tempo, andianne.
    Postisi dunque a tavola,  primieramente ebbero del cece e della sorra,
    e appresso del pesce d'Arno fritto,  senza pi Ciacco, accortosi dello
    'nganno di Biondello e in s non poco turbatosene, propose di dovernel
    pagare;  n passar molti d che egli in lui si scontr,  il  qual  gi
    molti aveva fatti ridere di questa beffa.
    Biondello,  vedutolo, il salut, e ridendo il domand chenti la fosser
    state le lamprede di messer Corso; a cui Ciacco rispondendo disse:
    - Avanti che otto giorni passino tu il saprai molto meglio dir di me.
    E senza mettere indugio al  fatto,  partitosi  da  Biondello,  con  un
    saccente barattiere si convenne del prezzo,  e datogli un bottaccio di
    vetro,  il men vicino della loggia de'  Cavicciuli,  e  mostrogli  in
    quella  un  cavaliere  chiamato messer Filippo Argenti,  uomo grande e
    nerboruto e forte,  sdegnoso,  iracundo e bizzarro pi  che  altro,  e
    dissegli:
    - Tu te ne andrai a lui con questo fiasco in mano, e dira' gli cos: -
    Messere,  a voi mi manda Biondello,  e mandavi pregando che vi piaccia
    d'arrubinargli questo fiasco del vostro buon  vin  vermiglio,  ch'e'si
    vuole  alquanto  sollazzar con suoi zanzeri -;  e sta bene accorto che
    egli non ti ponesse le mani addosso,  per ci che egli ti  darebbe  il
    mal d, e avresti guasti i fatti miei.
    Disse il barattiere:
    - Ho io a dire altro?
    Disse Ciacco:
    - No;  va pure; e come tu hai questo detto, torna qui a me col fiasco,
    e io ti pagher.
    Mossosi adunque il barattiere, fece a messer Filippo l'ambasciata.
    Messer Filippo,  udito costui,  come colui che piccola levatura  avea,
    avvisando che Biondello,  il quale egli conosceva, si facesse beffe di
    lui, tutto tinto nel viso, dicendo: Che "arrubinatemi" e che "zanzeri"
    son questi? Che nel mal anno metta Iddio te e lui -,  si lev in pi e
    distese  il  braccio  per  pigliar  con  la mano il barattiere;  ma il
    barattiere, come colui che attento stava, fu presto e fugg via, e per
    altra parte ritorn a Ciacco,  il  quale  ogni  cosa  veduta  avea,  e
    dissegli ci che messer Filippo aveva detto.
    Ciacco  contento  pag  il  barattiere,  e non ripos mai ch'egli ebbe
    ritrovato Biondello, al quale egli disse:
    - Fostu a questa pezza dalla loggia de' Cavicciuli?
    Rispose Biondello:
    - Mai no; perch me ne domandi tu?
    Disse Ciacco:
    - Per ci che io ti so dire che messer Filippo ti fa cercare,  non  so
    quel ch'e'si vuole.
    Disse allora Biondello:
    - Bene, io vo verso l, io gli far motto.
    Partitosi Biondello, Ciacco gli and appresso per vedere come il fatto
    andasse. Messer Filippo, non avendo potuto giugnere il barattiere, era
    rimaso fieramente turbato e tutto in s medesimo si rodea, non potendo
    dalle parole dette dal barattiere cosa del mondo trarre altro,  se non
    che Biondello, ad instanzia di cui che sia, si facesse beffe di lui. E
    in questo che egli cos si rodeva, e Biondel venne.
    Il quale come egli vide, fattoglisi incontro, gli di nel viso un gran
    punzone.
    - Ohim! messer, - disse Biondel - che  questo?
    Messer Filippo,  presolo per li capelli e stracciatagli la  cuffia  in
    capo  e  gittato  il  cappuccio  per  terra e dandogli tuttavia forte,
    diceva:
    - Traditore, tu il vedrai bene ci che questo .  Che "arrubinatemi" e
    che  "zanzeri" mi mandi tu dicendo a me?  Paiot'io fanciullo da dovere
    essere uccellato?
    E cos dicendo,  con le pugna,  le quali aveva che parevan  di  ferro,
    tutto  il  viso  gli ruppe,  n gli lasci in capo capello che ben gli
    volesse,  e convoltolo per lo  fango,  tutti  i  panni  in  dosso  gli
    stracci;  e  s a questo fatto si studiava,  che pure una volta dalla
    prima innanzi non gli pot Biondello  dire  una  parola,  n  domandar
    perch questo gli facesse. Aveva egli bene inteso dello "arrubinatemi"
    e de' "zanzeri", ma non sapeva che ci si volesse dire.
    Alla  fine,  avendol  messer Filippo ben battuto,  ed essendogli molti
    dintorno,  alla maggior fatica del mondo gliele trasser di  mano  cos
    rabbuffato  e  malconcio  come era;  e dissergli perch messer Filippo
    questo avea fatto,  riprendendolo di ci che mandato gli avea dicendo,
    e  dicendogli  ch'egli  doveva bene oggimai cognoscer messer Filippo e
    che egli non era uomo da motteggiar con lui.
    Biondello piagnendo si scusava e diceva che mai a messer  Filippo  non
    aveva  mandato per vino.  Ma poi che un poco si fu rimesso in assetto,
    tristo e dolente se ne torn a casa,  avvisando  questa  essere  stata
    opera di Ciacco. E poi che dopo molti d, partiti i lividori del viso,
    cominci di casa ad uscire,  avvenne che Ciacco il trov, e ridendo il
    domand:
    - Biondello, chente ti parve il vino di messer Filippo?
    Rispose Biondello:
    - Tali fosser parute a te le lamprede di messer Corso!
    Allora disse Ciacco:
    - A te sta oramai: qualora tu mi vuogli cos ben dare da mangiar  come
    facesti, io dar a te cos ben da bere come avesti.
    Biondello,  che conoscea che contro a Ciacco egli poteva pi aver mala
    voglia che opera,  preg Iddio della pace sua,  e da indi  innanzi  si
    guard di mai pi non beffarlo.
    Giornata nona - Novella nona.

    Due  giovani  domandano consiglio a Salamone,  l'uno come possa essere
    amato, l'altro come gastigar debba la moglie ritrosa.  All'un risponde
    che ami, all'altro che vada al Ponte all'oca.

    Niuno  altro  che  la  reina,  volendo il privilegio servare a Dioneo,
    restava a dover novellare, la qual, poi che le donne ebbero assai riso
    dello sventurato Biondello, lieta cominci cos a parlare.
    Amabili donne,  se con sana mente sar riguardato l'ordine delle cose,
    assai  leggiermente  si conoscer tutta la universal moltitudine delle
    femine dalla natura e da' costumi e dalle  leggi  essere  agli  uomini
    sottomessa,  e  secondo  la  discrezion di quegli convenirsi reggere e
    governare; e per ci ciascuna che quiete,  consolazione e riposo vuole
    con  quegli  uomini  avere  a'  quali s'appartiene,  dee essere umile,
    paziente e ubidiente,  oltre all'essere  onesta:  il  che    sommo  e
    spezial tesoro di ciascuna savia.
    E quando a questo le leggi, le quali il ben comune riguardano in tutte
    le cose, non ci ammaestrassono, e l'usanza o costume che vogliam dire,
    le cui forze son grandissime e reverende,  la natura assai apertamente
    cel mostra,  la quale ci ha fatte ne' corpi dilicate e morbide,  negli
    animi timide e paurose, nelle menti benigne e pietose, e hacci date le
    corporali  forze leggieri,  le voci piacevoli e i movimenti de' membri
    soavi: cose tutte testificanti noi avere dell'altrui governo  bisogno.
    E  chi  ha  bisogno  d'essere aiutato e governato ogni ragion vuol lui
    dovere essere ubidiente e subietto  e  reverente  all'aiutatore  e  al
    governator suo.  E cui abbiam noi governatori e aiutatori,  se non gli
    uomini?   Dunque  agli  uomini   dobbiamo,   sommamente   onorandogli,
    soggiacere;  e qual da questo si parte,  estimo che degnissima sia non
    solamente di riprension grave, ma d'aspro gastigamento.
    E a cos fatta considerazione, come che altra volta avuta l'abbia, pur
    poco fa mi ricondusse ci che Pampinea della ritrosa moglie di  Talano
    raccont,  alla quale Iddio quel gastigamento mand che il marito dare
    non aveva saputo;  e per nel mio giudicio  cape  tutte  quelle  esser
    degne,  come gi dissi, di rigido e aspro gastigamento, che dall'esser
    piacevoli, benivole e pieghevoli, come la natura,  l'usanza e le leggi
    voglion, si partono.
    Per che m'aggrada di raccontarvi un consiglio renduto da Salamone,  s
    come utile medicina a guerire quelle che cos son fatte da cotal male.
    Il quale niuna,  che di tal medicina degna non sia,  reputi ci  esser
    detto  per  lei,  come che gli uomini un cotal proverbio usino: - Buon
    cavallo e mal cavallo vuole sprone,  e buona femina e mala femina vuol
    bastone -.  Le quali parole chi volesse sollazzevolmente interpretare,
    di  leggieri  si  concederebbe  da  tutte  cos  esser  vero;  ma  pur
    vogliendole moralmente intendere, dico che  da concedere.
    Sono  naturalmente  le femine tutte labili e inchinevoli,  e per ci a
    correggere la iniquit di quelle che troppo fuori  de'  termini  posti
    loro  si lasciano andare,  si conviene il bastone che le punisca;  e a
    sostentar la virt dell'altre  che  trascorrere  non  si  lascino,  si
    conviene il bastone che le sostenga e che le spaventi.
    Ma,  lasciando  ora stare il predicare,  a quel venendo che di dire ho
    nello  animo,  dico  che,   essendo  gi  quasi  per  tutto  il  mondo
    l'altissima  fama del miracoloso senno di Salamone discorsa,  e il suo
    essere di quello liberalissimo mostratore a chiunque  per  esperienzia
    ne  voleva  certezza,  molti di diverse parti del mondo a lui per loro
    strettissimi e ardui bisogni con correvano per consiglio;  e  tra  gli
    altri che a ci andavano, si part un giovane, il cui nome fu Melisso,
    nobile e ricco molto,  della citt di Laiazzo, l onde egli era e dove
    egli abitava.
    E verso Jerusalem cavalcando,  avvenne che uscendo d'Antioccia con  un
    altro  giovane  chiamato Giosefo,  il qual quel medesimo cammin teneva
    che faceva esso,  cavalc per alquanto spazio,  e,  come costume  de'
    camminanti, con lui cominci ad entrare in ragionamento.
    Avendo  Melisso gi da Giosefo di sua condizione e donde fosse saputo,
    dove egli andasse e per che il domand;  al quale Giosefo disse che  a
    Salamone  andava,  per aver consiglio da lui che via tener dovesse con
    una sua moglie pi che altra femina ritrosa e perversa,  la quale egli
    n  con  prieghi  n  con  lusinghe n in alcuna altra guisa dalle sue
    ritrosie ritrar poteva. E appresso lui similmente,  donde fosse e dove
    andasse e per che, domand; al quale Melisso rispose:
    -  Io  son  di Laiazzo,  e s come tu hai una disgrazia,  cos n'ho io
    un'altra: io sono ricco giovane e spendo il mio in  mettere  tavola  e
    onorare  i miei cittadini,  ed  nuova e strana cosa a pensare che per
    tutto questo io non posso trovare uom che ben mi voglia;  e per ci io
    vado dove tu vai,  per aver consigli come addivenir possa che io amato
    sia.
    Camminarono adunque i due compagni insieme,  e in Jerusalem  pervenuti
    per  introdotto  d'uno  de'  baroni di Salamone,  davanti da lui furon
    messi,  al qual brievemente  Melisso  disse  la  sua  bisogna.  A  cui
    Salamone rispose: - Ama.
    E  detto  questo  prestamente Melisso fu messo fuori,  e Giosefo disse
    quello per che v'era. Al quale Salamone null'altro rispose,  se non: -
    Va  al  Ponte  all'oca  -;  il che detto,  similmente Giosefo fu senza
    indugio dalla presenza del re  levato,  e  ritrov  Melisso  il  quale
    aspettava, e dissegli ci che per risposta avea avuto.
    Li  quali a queste parole pensando e non potendo d'esse comprendere n
    intendimento n frutto alcuno per la loro bisogna,  quasi scornati,  a
    ritornarsi indietro entrarono in cammino.  E poi che alquante giornate
    camminati furono,  pervennero ad un fiume sopra il quale  era  un  bel
    ponte;  e  per  ci  che  una gran carovana di some sopra muli e sopra
    cavalli passavano,  convenne lor sofferir di passar tanto  che  quelle
    passate fossero.
    Ed essendo gi quasi che tutte passate,  per ventura v'ebbe un mulo il
    quale adombr,  s come sovente gli veggiam fare,  n volea per alcuna
    maniera  avanti  passare;  per  la  qual  cosa un mulattiere presa una
    stecca,  prima assai temperata mente lo 'ncominci  a  battere  perch
    passasse.  Ma  il  mulo  ora da questa parte della via e ora da quella
    attraversandosi, e talvolta indietro tornando, per niun partito passar
    volea; per la qual cosa il mulattiere oltre modo adirato gl'incominci
    con la stecca a dare i maggiori colpi del mondo, ora nella testa e ora
    nei fianchi e ora sopra la groppa; ma tutto era nulla.
    Per che Melisso e Giosefo,  li quali questa  cosa  stavano  a  vedere,
    sovente dicevano al mulattiere:
    - Deh!  cattivo, che farai? Vuo'l tu uccidere? Perch non t'ingegni tu
    di menarlo bene e pianamente?  Egli verr pi tosto che  a  bastonarlo
    come tu fai.
    A'quali il mulattiere rispose:
    -  Voi  conoscete i vostri cavalli e io conosco il mio mulo;  lasciate
    far me con lui.  - E questo detto rincominci a  bastonarlo,  e  tante
    d'una parte e d'altra ne gli di,  che il mulo pass avanti, s che il
    mulattiere vinse la pruova.
    Essendo adunque i due giovani per partirsi,  domand Giosefo un  buono
    uomo,  il quale a capo del ponte sedeva,  come quivi si chiamasse.  Al
    quale il buono uomo rispose:
    - Messere, qui si chiama il Ponte all'oca.
    Il che come Giosefo ebbe  udito,  cos  si  ricord  delle  parole  di
    Salamone, e disse verso Melisso:
    -  Or  ti  dico  io,  compagno,  che  il  consiglio datomi da Salamone
    potrebbe esser buono e vero,  per ci che assai manifestamente conosco
    che  io  non  sapeva  battere la donna mia,  ma questo mulattiere m'ha
    mostrato quello che io abbia a fare.
    Quindi,  dopo alquanti  d  divenuti  ad  Antioccia,  ritenne  Giosefo
    Melisso seco a riposarsi alcun d;  ed essendo assai ferialmente dalla
    donna ricevuto,  le disse che cos facesse far da  cena  come  Melisso
    divisasse;  il quale,  poi vide che a Giosefo piaceva, in poche parole
    se ne diliber. La donna,  s come per lo passato era usata,  non come
    Melisso  divisato  avea,  ma  quasi  tutto  il contrario fece;  il che
    Giosefo vedendo, a turbato disse:
    - Non ti fu egli detto in che maniera tu facessi questa cena fare?
    La donna, rivoltasi con orgoglio, disse:
    - Ora che vuol dir questo? Deh! ch non ceni, se tu vuoi cenare? Se mi
    fu detto altramenti,  a me pare da  far  cos;  se  ti  piace,  s  ti
    piaccia; se non, s te ne sta.
    Maravigliossi Melisso della risposta della donna,  e biasimolla assai.
    Giosefo,  udendo questo,  disse: - Donna,  ancor  se'tu  quel  che  tu
    suogli;  ma  credimi che io ti far mutar modo.  - E a Melisso rivolto
    disse: - Amico,  tosto  vedremo  chente  sia  stato  il  consiglio  di
    Salamone;  ma  io  ti priego non ti sia grave lo stare a vedere,  e di
    reputare per un giuoco  quello  che  io  far.  E  acci  che  tu  non
    m'impedischi,  ricorditi  della  risposta  che  ci  fece il mulattiere
    quando del suo mulo c'increbbe.
    Al quale Melisso disse:
    - Io sono in casa tua, dove dal tuo piacere io non intendo di mutarmi.
    Giosefo, trovato un baston tondo d'un querciuolo giovane, se n'and in
    camera, dove la donna, per istizza da tavola levatasi,  brontolando se
    n'era  andata;  e  presala  per  le  treccie,  la  si gitt a' piedi e
    cominciolla fieramente a battere con questo bastone.
    La donna cominci prima a gridare e poi a minacciare;  ma veggendo che
    per tutto ci Giosefo non ristava, gi tutta rotta cominci a chiedere
    merc  per  Dio che egli non l'uccidesse,  dicendo oltre a ci mai dal
    suo piacer non partirsi.
    Giosefo per tutto questo non rifinava,  anzi con pi furia l'una volta
    che l'altra, or per lo costato, or per l'anche e ora su per le spalle,
    battendola  forte,  l'andava le costure ritrovando,  n prima ristette
    che egli fu stanco;  e in brieve niuno osso n alcuna parte rimase nel
    dosso della buona donna, che macerata non fosse.
    E questo fatto, ne venne a Melisso e dissegli:
    -  Doman  vedrem  che pruova avr fatto il consiglio del - Va al Ponte
    all'oca -;  e riposatosi alquanto e poi lavatesi le mani,  con Melisso
    cen, e quando fu tempo, s'andarono a riposare.
    La donna cattivella a gran fatica si lev di terra,  e in sul letto si
    gitt, dove, come pot il meglio, riposatasi,  la mattina vegnente per
    tempissimo levatasi,  fe'domandar Giosefo quello che voleva si facesse
    da desinare.
    Egli, di ci insieme ridendosi con Melisso, il divis,  e poi,  quando
    fu  ora,  tornati,  ottimamente  ogni  cosa  e  secondo  l'ordine dato
    trovaron fatta;  per la qual cosa il  consiglio  prima  da  loro  male
    inteso sommamente lodarono.
    E  dopo alquanti d partitosi Melisso da Giosefo e tornato a casa sua,
    ad alcun, che savio uomo era, disse ci che da Salamone avuto avea. Il
    quale gli disse:
    - Niuno pi vero consiglio n migliore ti potea dare.  Tu sai  che  tu
    non ami persona,  e gli onori e'servigi li quali tu fai,  gli fai, non
    per amore che tu ad altrui porti,  ma per  pompa.  Ama  adunque,  come
    Salamon ti disse, e sarai amato.
    Cos adunque fu gastigata la ritrosa, e il giovane amando fu amato.
    Giornata nona - Novella decima.

    Donno  Gianni  ad  istanzia di compar Pietro fa lo 'ncantesimo per far
    diventar la moglie una cavalla;  e quando viene ad appiccar  la  coda,
    compar  Pietro,  dicendo  che  non  vi  voleva  coda,  guasta tutto lo
    'ncantamento.

    Questa novella dalla reina detta diede un poco da mormorare alle donne
    e da ridere a'  giovani;  ma  poi  che  ristate  furono,  Dioneo  cos
    cominci a parlare.
    Leggiadre donne,  infra molte bianche colombe aggiugne pi di bellezza
    uno nero corvo,  che non farebbe un candido cigno;  e cos  tra  molti
    savi alcuna volta un men savio  non solamente un accrescere splendore
    e bellezza alla lor maturit, ma ancora diletto e sollazzo.
    Per la qual cosa,  essendo voi tutte discretissime e moderate,  io, il
    qual sento anzi dello scemo che  no,  faccendo  la  vostra  virt  pi
    lucente col mio difetto, pi vi debbo esser caro che se con pi valore
    quella  facessi  divenir  pi  oscura;  e  per  conseguente  pi largo
    arbitrio  debbo  avere  in  dimostrarmi  tal  qual  io  sono,   e  pi
    pazientemente  dee  da  voi esser sostenuto che non dovrebbe se io pi
    savio fossi, quel dicendo che io dir. Dirovvi adunque una novella non
    troppo lunga,  nella  quale  comprenderete  quanto  diligentemente  si
    convengano  osservare  le  cose  imposte da coloro che alcuna cosa per
    forza d'incantamento fanno,  e quanto piccol fallo in quelle  commesso
    ogni cosa guasti dallo incantator fatta.
    L'altr'anno  fu a Barletta un prete,  chiamato donno Gianni di Barolo,
    il qual,  per ci che povera chiesa avea,  per sostentar la vita  sua,
    con  una  cavalla  cominci a portar mercatantia in qua e in l per le
    fiere di Puglia e a comperare e  a  vendere.  E  cos  andando,  prese
    stretta dimestichezza con uno che si chiamava Pietro da Tresanti,  che
    quello medesimo  mestiere  con  uno  suo  asino  faceva,  e  in  segno
    d'amorevolezza  e d'amist,  alla guisa pugliese,  nol chiamava se non
    compar Pietro; e quante volte in Barletta arrivava, sempre alla chiesa
    sua nel menava,  e quivi il teneva seco  ad  albergo,  e  come  poteva
    l'onorava.
    Compar Pietro d'altra parte,  essendo poverissimo e avendo una piccola
    casetta in Tresanti,  appena bastevole a lui e ad una  sua  giovane  e
    bella  moglie  e all'asino suo,  quante volte donno Gianni in Tresanti
    capitava tante sel menava a casa,  e come  poteva,  in  riconoscimento
    dell'onor  che  da lui in Barletta riceveva,  l'onorava.  Ma pure,  al
    fatto dello albergo,  non  avendo  compar  Pietro  se  non  un  piccol
    letticello,  nel  quale  con  la sua bella moglie dormiva,  onorar nol
    poteva come voleva,  ma conveniva che,  essendo in una  sua  stalletta
    allato  all'asino  suo  allogata la cavalla di donno Gianni,  che egli
    allato a lei sopra alquanto di paglia si giacesse.
    La donna,  sappiendo l'onor che il prete al marito faceva a  Barletta,
    era pi volte,  quando il prete vi veniva, volutasene andare a dormire
    con una sua vicina, che avea nome zita Carapresa di Giudice Leo, acci
    che il prete col marito dormisse nel letto,  e avevalo molte volte  al
    prete detto, ma egli non aveva mai voluto; e tra l'altre volte, una le
    disse:
    - Comar Gemmata,  non ti tribolar di me, ch io sto, bene, per ci che
    quando mi piace io fo questa mia cavalla diventare una bella zitella e
    stommi con essa, e poi quando voglio la fo diventar cavalla,  e perci
    da lei non mi partirei.
    La  giovane  si  maravigli  e  credettelo,  e  al  marito  il  disse,
    aggiugnendo:
    - Se egli  cos tuo come tu di',  ch non ti fai tu insegnare  quello
    incantesimo,  ch  tu  possa far cavalla di me e fare i fatti tuoi con
    l'asino e con la cavalla, e guadagneremo due cotanti,  e quando a casa
    fossimo tornati, mi potresti rifar femina come io sono.
    Compar  Pietro,  che  era  anzi grossetto uom che no,  credette questo
    fatto e accordossi al consiglio,  e  come  meglio  seppe,  cominci  a
    sollicitar donno Gianni,  che questa cosa gli dovesse insegnare. Donno
    Gianni s'ingegn assai di trarre costui di questa sciocchezza,  ma pur
    non potendo, disse:
    -  Ecco,  poi  che  voi  pur volete,  domattina ci leveremo,  come noi
    sogliamo, anzi d, e io vi mosterr come si fa.  E' il vero che quello
    che  pi  malagevole in questa cosa si  l'appiccar la coda,  come tu
    vedrai.
    Compar Pietro e comar Gemmata,  appena avendo la  notte  dormito  (con
    tanto  desidero  questo  fatto aspettavano),  come vicino a d fu,  si
    levarono e chiamarono donno Gianni,  il quale,  in  camicia  levatosi,
    venne nella cameretta di compar Pietro e disse:
    - Io non so al mondo persona a cui io questo facessi,  se non a voi, e
    per ci, poi che vi pur piace, io il far;  vero  che far vi conviene
    quello che io vi dir, se voi volete che venga fatto.
    Costoro  dissero  di  far ci che egli dicesse.  Per che donno Gianni,
    preso un lume, il pose in mano a compar Pietro e dissegli:
    - Guata ben come io far,  e che tu tenghi bene a men te come io dir,
    e guardati, quanto tu hai caro di non guastare ogni cosa, che per cosa
    che tu oda o veggia,  tu non dica una parola sola;  e priega Iddio che
    la coda s'appicchi bene.
    Compar Pietro, preso il lume, disse che ben lo farebbe.
    Appresso donno Gianni fece spogliare  ignuda  nata  comar  Gemmata,  e
    fecela  stare con le mani e co' piedi in terra,  a guisa che stanno le
    cavalle, ammaestrandola similmente che di cosa che avvenisse motto non
    facesse;  e con le mani cominciandole a toccare il viso  e  la  testa,
    cominci a dire: - Questa sia bella testa di cavalla -; e toccandole i
    capelli,  disse:  -  Questi  sieno  belli  crini  di cavalla -;  e poi
    toccandole le braccia,  disse: - E queste sieno belle  gambe  e  belli
    piedi di cavalla -; poi toccandole il petto e trovandolo sodo e tondo,
    risvegliandosi  tale  che non era chiamato e su levandosi,  disse: - E
    questo sia bel petto di cavalla -;  e cos  fece  alla  schiena  e  al
    ventre e alle groppe e alle coscie e alle gambe.  E ultimamente, niuna
    cosa restandogli a fare se non la coda,  levata la camicia e preso  il
    piuolo  col quale egli piantava gli uomini e prestamente nel solco per
    ci fatto messolo, disse: - E questa sia bella coda di cavalla.
    Compar  Pietro,   che  attentamente  infino  allora  aveva  ogni  cosa
    guardata, veggendo questa ultima e non parendonegli bene, disse:
    - O donno Gianni, io non vi voglio coda, io non vi voglio coda.
    Era  gi  l'umido radicale,  per lo quale tutte le piante s'appiccano,
    venuto, quando donno Gianni tiratolo indietro, disse:
    - Ohim, compar Pietro, che hai tu fatto?  Non ti diss'io,  che tu non
    facessi motto di cosa che tu vedessi?  La cavalla era per esser fatta,
    ma tu favellando hai guasto ogni cosa,  n pi ci ha modo  di  poterla
    rifare oggimai.
    Compar Pietro disse:
    - Bene sta,  io non vi voleva quella coda io. Perch non diciavate voi
    a me -
    Falla tu -? E anche l'appiccavate troppo bassa.
    Disse donno Gianni:
    - Perch tu non l'avresti  per  la  prima  volta  saputa  appiccar  s
    com'io.
    La giovane,  queste parole udendo,  levatasi in pi, di buona f disse
    al marito:
    - Deh,  bestia che tu se',  perch hai tu guasti li tuoi fatti e'miei?
    Qual cavalla vedestu mai senza coda?  Se m'aiuti Iddio,  tu se'povero,
    ma egli sarebbe ragione che tu fossi molto pi.
    Non avendo adunque pi modo a dover fare della giovane cavalla, per le
    parole che dette avea compar Pietro,  ella dolente  e  malinconosa  si
    rivest,  e compar Pietro con uno asino, come usato era, attese a fare
    il suo mestiere antico,  e con donno Gianni insieme n'and alla  fiera
    di Bitonto, n mai pi di tal servigio il richiese.








    Giornata nona - Conclusione.

    Quanto  di  questa  novella si ridesse,  meglio dalle donne intesa che
    Dioneo non voleva, colei sel pensi che ancora ne rider.  Ma,  essendo
    le  novelle  finite  e  il  sole gi cominciando ad intiepidire,  e la
    reina,  conoscendo il fine della sua signoria  esser  venuto,  in  pi
    levatasi e trattasi la corona, quella in capo mise a Panfilo, il quale
    solo di cos fatto onore restava ad onorare; e sorridendo disse:
    - Signor mio, gran carico ti resta, s come  l'avere il mio difetto e
    degli  altri  che  il  luogo  hanno  tenuto  che tu tieni,  essendo tu
    l'ultimo, ad ammendare, di che Iddio ti presti grazia,  come a me l'ha
    prestata di farti re.
    Panfilo, lietamente l'onor ricevuto, rispose:
    - La vostra virt e degli altri miei sudditi far s che io,  come gli
    altri sono stati,  sar da lodare -.  E secondo il  costume  de'  suoi
    predecessori col siniscalco delle cose opportune avendo disposto, alle
    donne aspettanti si rivolse e disse:
    - Innamorate donne,  la discrezion d'Emilia, nostra reina stata questo
    giorno,  per dare alcun riposo alle vostre forze,  arbitrio vi di  di
    ragionare  quel  che pi vi piacesse.  Per che,  gi riposati essendo,
    giudico che sia da ritornare alla legge usata;  e per ci  voglio  che
    domane  ciascuna di voi pensi di ragionare sopra questo,  cio: di chi
    liberalmente ovvero magnificamente alcuna  cosa  operasse  intorno  a'
    fatti  d'amore o d'altra cosa.  Queste cose e dicendo e udendo,  senza
    dubbio niuno gli animi vostri ben disposti a  valorosamente  adoperare
    accender;  ch  la vita nostra,  che altro che brieve esser non puote
    nel mortal corpo, si perpetuer nella laudevole fama;  il che ciascuno
    che al ventre solamente,  a guisa che le bestie fanno, non serve, dee,
    non solamente desiderare, ma con ogni studio cercare e operare.
    La tema piacque alla lieta brigata, la quale con licenzia del nuovo re
    tutta levatasi da sedere,  agli usati  di  letti  si  diede,  ciascuno
    secondo quello a che pi dal desidero era tirato; e cos fecero insino
    all'ora   della  cena.   Alla  quale  con  festa  venuti,   e  serviti
    diligentemente e con ordine,  dopo la fine di quella  si  levarono  a'
    balli  costumati,  e forse mille canzonette pi sollazzevoli di parole
    che di canto maestrevoli, avendo cantate,  comand il re a Neifile che
    una ne cantasse a suo nome.  La quale,  con voce chiara e lieta,  cos
    piacevolmente e senza indugio incominci:

    Io mi son giovinetta, e volentieri
    m'allegro e canto en la stagion novella,
    merz d'amore e de' dolci pensieri.

    Io vo pe' verdi prati riguardando
    i bianchi fiori e'gialli e i vermigli
    le rose in su le spine e i bianchi gigli
    e tutti quanti gli vo somigliando
    al viso di colui che me, amando,
    ha presa e terr sempre, come quella
    ch'altro non ha in disio ch'e'suoi piaceri.

    De'quai quand'io ne truovo alcun che sia,
    al mio parer, ben simile di lui,
    il colgo e bacio e parlomi con lui,
    e com'io so, cos l'anima mia
    tutta gli apro, e ci che 'l cor disia;
    quindi con altri il metto in ghirlandella
    legato co' miei crin biondi e leggieri.

    E quel piacer, che di natura il fiore
    agli occhi porge, quel simil mel dona
    che s'io vedessi la propia persona
    che m'ha accesa del suo dolce amore,
    quel che mi faccia pi il suo odore
    esprimer nol potrei con la favella,
    ma i sospir ne son testimon veri.

    Li quai non escon gi mai del mio petto,
    come dell'altre donne, aspri n gravi,
    ma se ne vengon fuor caldi e soavi,
    e al mio amor sen vanno nel cospetto,
    il qual come gli sente, a dar diletto
    di s a me si muove e viene in quella
    ch'i'son per dir: Deh vien, ch'i'non disperi

    Assai fu e dal re e da tutte le  donne  commendata  la  canzonetta  di
    Neifile;  appresso  alla  quale,  per  ci  che gi molta notte andata
    n'era,  comand il re che ciascuno per infino al  giorno  s'andasse  a
    riposare.


    Finisce la nona giornata del Decameron.






    Incomincia  la  decima  e  ultima  giornata  nella  quale,   sotto  il
    reggimento  di  Panfilo,   si  ragiona  di  chi  liberalmente   ovvero
    magnificamente  alcuna cosa operasse intorno a fatti d'amore o d'altra
    cosa.


    Giornata decima - Introduzione.

    Ancora eran  vermigli  certi  nuvoletti  nell'occidente,  essendo  gi
    quegli  dello  oriente nelle loro estremit simili ad oro lucentissimi
    divenuti, per li solari raggi che molto loro avvicinandosi li ferieno,
    quando Panfilo levatosi,  le donne e'suoi compagni  fece  chiamare.  E
    venuti tutti,  con loro insieme diliberato del dove andar potessero al
    lor diletto, con lento passo si mise innanzi, accompagnato da Filomena
    e da Fiammetta,  tutti gli altri appresso seguendogli;  e  molte  cose
    della  loro futura vita insieme parlando e dicendo e rispondendo,  per
    lungo spazio s'andaron diportando;  e  data  una  volta  assai  lunga,
    cominciando   il   sole  gi  troppo  a  riscaldare,   al  palagio  si
    ritornarono.  E quivi dintorno alla chiara fonte fatti risciacquare  i
    bicchieri,  chi volle alquanto bevve, e poi fra le piacevoli ombre del
    giardino infino ad ora  di  mangiare  s'andarono  sollazzando.  E  poi
    ch'ebber mangiato e dormito,  come far soleano,  dove al re piacque si
    ragunarono, e quivi il primo ragionamento comand il re a Neifile,  la
    quale lietamente cos cominci.




















    Giornata decima - Novella prima.

    Un  cavaliere  serve al re di Spagna;  pargli male esser guiderdonato,
    per che il re con esperienzia certissima gli mostra non esser colpa di
    lui, ma della sua malvagia fortuna, altamente donandogli poi.

    Grandissima grazia, onorabili donne,  reputar mi debbo,  che il nostro
    re  me a tanta cosa,  come  a raccontar della magnificenzia,  m'abbia
    preposta,  la quale,  come il sole  di  tutto  il  cielo  bellezza  e
    ornamento,  chiarezza e lume di ciascuna altra virt. Dironne adunque
    una novelletta,  assai leggiadra al mio parere,  la quale rammemorarsi
    per certo non potr esser se non utile.
    Dovete adunque sapere che,  tra gli altri valorosi  cavalieri  che  da
    gran  tempo  in  qua sono stati nella nostra citt,  fu un di quegli e
    forse il pi da bene, messer Ruggieri de Figiovanni;  il quale essendo
    e ricco e di grande animo,  e veggendo che, considerata la qualit del
    vivere e de' costumi di Toscana,  egli,  in quella dimorando,  poco  o
    niente potrebbe del suo valor dimostrare,  prese per partito di volere
    un tempo essere appresso ad Anfonso re d'Ispagna,  la fama del  valore
    del  quale  quella  di ciascun altro signor trapassava a que'tempi.  E
    assai onorevolmente in arme e in cavalli  e  in  compagnia  a  lui  se
    n'and in Ispagna, e graziosamente fu dal re ricevuto.
    Quivi adunque dimorando messer Ruggieri,  e splendidamente vivendo,  e
    in fatti d'arme maravigliose cose faccendo,  assai tosto si  fece  per
    valoroso cognoscere.
    Ed  essendovi  gi  buon  tempo dimorato,  e molto alle maniere del re
    riguardando,  gli parve che esso ora ad uno e ora ad un altro  donasse
    castella e citt e baronie assai poco discretamente, s come dandole a
    chi  nol  valea;  e  per ci che a lui,  che da quello che egli era si
    teneva, niente era donato, estim che molto ne diminuisse la fama sua;
    per che di partirsi diliber,  e al re domand commiato.  Il re gliele
    concedette,  e  donogli una delle miglior mule che mai si cavalcasse e
    la pi bella, la quale per lo lungo cammino che a fare avea, fu cara a
    messer Ruggieri.
    Appresso questo, commise il re ad un suo discreto famigliare che,  per
    quella  maniera che miglior gli paresse,  s'ingegnasse di cavalcare la
    prima giornata con messer Ruggieri,  in guisa che egli non paresse dal
    re mandato,  e ogni cosa che egli dicesse di lui raccogliesse,  s che
    ridire gliele sapesse,  e l'altra mattina appresso gli comandasse  che
    egli indietro al re tornasse.
    Il famigliare,  stato attento,  come messer Ruggieri usc della terra,
    cos assai acconciamente con lui si fu accompagnato, dandogli a vedere
    che egli veniva verso Italia.
    Cavalcando adunque messer Ruggieri sopra la mula dal re datagli, e con
    costui d'una cosa e d'altra parlando,  essendo vicino ad ora di terza,
    disse:
    -  Io  credo che sia ben fatto che noi diamo stalla a queste bestie -;
    ed entrati in una stalla, tutte l'altre, fuor che la mula, stallarono.
    Per che cavalcando avanti,  stando sempre  il  famiglio  attento  alle
    parole del cavaliere,  vennero ad un fiume, e quivi abbeverando le lor
    bestie,  la mula stall nel fiume.  Il che veggendo  messer  Ruggieri,
    disse:
    - Deh!  dolente ti faccia Dio, bestia, ch tu se'fatta come il signore
    che a me ti don.
    Il famigliare questa parola ricolse,  e come che molte ne  ricogliesse
    camminando tutto il d seco,  niun'altra, se non in somma lode del re,
    dirne gli ud;  per che la  mattina  seguente,  montati  a  cavallo  e
    volendo   cavalcare   verso   Toscana,   il  famigliare  gli  fece  il
    comandamento del re,  per lo quale messer Ruggieri incontanente  torn
    addietro.
    E  avendo  gi  il  re  saputo quello che egli della mula aveva detto,
    fattolsi chiamar con lieto viso il ricevette,  e domandollo perch lui
    alla sua mula avesse assomigliato, ovvero la mula a lui.
    Messer Ruggieri con aperto viso gli disse:
    - Signor mio,  per ci ve l'assomigliai,  perch, come voi donate dove
    non si conviene,  e dove si converrebbe non date,  cos ella  dove  si
    conveniva non stall, e dove non si convenia s.
    Allora disse il re:
    -  Messer Ruggieri,  il non avervi donato,  come fatto ho a molti,  li
    quali a comparazion di voi da niente sono,  non  avvenuto  perch  io
    non  abbia  voi  valorosissimo cavalier conosciuto e degno d'ogni gran
    dono, ma la vostra fortuna, che lasciato non m'ha, in ci ha peccato e
    non io; e che io dica vero, io il vi mosterr manifestamente.
    A cui messer Ruggieri rispose:
    - Signor mio,  io non mi turbo di non aver dono ricevuto da  voi,  per
    ci che io nol desiderava per esser pi ricco,  ma del non aver voi in
    alcuna cosa testimonianza renduta alla mia virt;  nondimeno io ho  la
    vostra per buona scusa e per onesta,  e son presto di veder ci che vi
    piacer, quantunque io vi creda senza testimonio.
    Menollo adunque il re in una sua gran sala, dove, s come egli davanti
    aveva ordinato,  erano due gran forzieri serrati,  e in  presenzia  di
    molti gli disse:
    -  Messer  Ruggieri,  nell'uno di questi forzieri  la mia corona,  la
    verga reale e 'l pomo, e molte mie belle cinture,  fermagli,  anella e
    ogn'altra  cara  gioia  che io ho;  l'altro  pieno di terra: prendete
    adunque l'uno,  e quello che preso avrete s  sia  vostro,  e  potrete
    vedere  chi   stato verso il vostro valore ingrato,  o io o la vostra
    fortuna.
    Messer Ruggieri, poscia che vide cos piacere al re,  prese l'uno,  il
    quale il re comand che fosse aperto,  e trovossi esser quello che era
    pien di terra. Laonde il re ridendo disse:
    - Ben potete vedere, messer Ruggieri, che quello  vero che io vi dico
    della fortuna;  ma certo il vostro valor merita che io m'opponga  alle
    sue forze.  Io so che voi non avete animo di divenire spagnuolo, e per
    ci non vi voglio qua donare n castel n citt,  ma quel forziere che
    la fortuna vi tolse,  quello in dispetto di lei voglio che sia vostro,
    acci che nelle vostre contrade nel possiate portare,  e della  vostra
    virt  con  la  testimonianza  de'  miei  doni  meritamente gloriar vi
    possiate co' vostri vicini.
    Messer Ruggieri presolo,  e quelle grazie rendute al re  che  a  tanto
    dono si confaceano, con esso lieto se ne ritorn in Toscana.









    Giornata decima - Novella seconda.

    Ghino  di  Tacco  piglia  l'abate  di Clign e medicalo del male dello
    stomaco e  poi  il  lascia  quale,  tornato  in  corte  di  Roma,  lui
    riconcilia con Bonifazio papa e fallo friere dello Spedale.

    Lodata  era  gi  stata  da  tutti la magnificenzia del re Anfonso nel
    fiorentin cavaliere usata, quando il re,  al quale molto era piaciuta,
    ad Elissa impose che seguitasse, la quale prestamente incominci.
    Dilicate  donne,  l'essere  stato  un  re magnifico,  e l'avere la sua
    magnificenzia usata verso colui che servito l'avea,  non si  pu  dire
    che  laudevole e gran cosa non sia;  ma che direm noi se si racconter
    un cherico aver mirabil magnificenzia  usata  verso  persona  che,  se
    inimicato l'avesse,  non ne sarebbe stato biasimato da persona?  Certo
    non altro se non che quella del re fosse virt,  e quella del  cherico
    miracolo, con ci sia cosa che essi tutti avarissimi troppo pi che le
    femine sieno,  e d'ogni liberalit nimici a spada tratta. E quantunque
    ogn'uomo naturalmente appetisca  vendetta  delle  ricevute  offese,  i
    cherici, come si vede, quantunque la pazienzia predichino e sommamente
    la  remission  delle offese commendino,  pi focosamente che gli altri
    uomini a quella  discorrono.  La  qual  cosa,  cio  come  un  cherico
    magnifico fosse, nella mia seguente novella potrete conoscere aperto.
    Ghino  di  Tacco,  per la sua fierezza e per le sue ruberie uomo assai
    famoso,  essendo di Siena cacciato e nimico de' conti di Santa  Fiore,
    ribell Radicofani alla Chiesa di Roma,  e in quel dimorando, chiunque
    per le circustanti parti passava rubar faceva a' suoi masnadieri.
    Ora,  essendo Bonifazio papa ottavo in Roma,  venne a corte l'abate di
    Clign,  il quale si crede essere un de' pi ricchi prelati del mondo,
    e quivi guastatoglisi lo stomaco,  fu da' medici consigliato che  egli
    andasse a' bagni di Siena, e guerirebbe senza fallo. Per la qual cosa,
    concedutogliele  il  papa,  senza  curar  della  fama  di  Ghino,  con
    grandissima pompa d'arnesi e di some e di cavalli e di famiglia  entr
    in cammino.
    Ghino  di  Tacco,  sentendo  la  sua venuta,  tese le reti,  e,  senza
    perderne un sol ragazzetto, l'abate con tutta la sua famiglia e le sue
    cose in uno stretto luogo racchiuse. E questo fatto,  un de' suoi,  il
    pi saccente,  bene accompagnato mand allo abate; il qual da parte di
    lui assai amorevolmente gli disse,  che gli dovesse piacere d'andare a
    smontare  con  esso  Ghino al castello.  Il che l'abate udendo,  tutto
    furioso rispose che egli non ne voleva far niente,  s come quegli che
    con Ghino niente aveva a fare; ma che egli andrebbe avanti, e vorrebbe
    veder chi l'andar gli vietasse.
    Al quale l'ambasciadore umilmente parlando disse:
    -  Messere,  voi  siete  in  parte venuto dove,  dalla forza di Dio in
    fuori,  di niente ci si teme per  noi,  e  dove  le  scomunicazioni  e
    gl'interdetti  sono  scomunicati  tutti;  e  per  ci piacciavi per lo
    migliore di compiacere a Ghino di questo.
    Era gi,  mentre queste parole erano,  tutto il  luogo  di  masnadieri
    circundato;  per  che l'abate,  co' suoi preso veggendosi,  disdegnoso
    forte,  con l'ambasciadore prese la via verso il castello,  e tutta la
    sua  brigata e li suoi arnesi con lui;  e smontato,  come Ghino volle,
    tutto solo fu messo in una  cameretta  d'un  palagio  assai  oscura  e
    disagiata,  e ogn'altro uomo secondo la sua qualit per lo castello fu
    assai bene adagiato,  e i cavalli e tutto  l'arnese  messo  in  salvo,
    senza alcuna cosa toccarne.
    E questo fatto, se n'and Ghino all'abate e dissegli:
    -  Messere,  Ghino,  di  cui voi siete oste,  vi manda pregando che vi
    piaccia di significarli dove voi andavate, e per qual cagione.
    L'abate, che, come savio, aveva l'altierezza gi posta,  gli signific
    dove andasse e perch.  Ghino,  udito questo,  si part, e pensossi di
    volerlo guerire senza bagno;  e faccendo nella cameretta sempre ardere
    un  gran  fuoco e ben guardarla,  non torn a lui infino alla seguente
    mattina;  e allora in una tovagliuola bianchissima gli port due fette
    di  pane  arrostito e un gran bicchiere di vernaccia da Corniglia,  di
    quella dello abate medesimo, e s disse all'abate:
    - Messer,  quando Ghino era pi giovane,  egli studi in  medicina,  e
    dice  che appar niuna medicina al mal dello stomaco esser miglior che
    quella che egli vi far,  della quale queste cose che io vi reco  sono
    il cominciamento; e per ci prendetele e confortatevi.
    L'abate,  che maggior fame aveva che voglia di motteggiare, ancora che
    con isdegno il facesse, si mangi il pane e bevve la vernaccia,  e poi
    molte cose altiere disse e di molte domand e molte ne consigli, e in
    ispezielt chiese di poter veder Ghino.
    Ghino,  udendo quelle, parte ne lasci andar s come vane, e ad alcuna
    assai cortesemente  rispose,  affermando  che  come  Ghino  pi  tosto
    potesse il visiterebbe;  e questo detto,  da lui si part, n prima vi
    torn che  il  seguente  d  con  altrettanto  pane  arrostito  e  con
    altrettanta  vernaccia;  e  cos  il tenne pi giorni,  tanto che egli
    s'accorse  l'abate  aver  mangiate  fave   secche,   le   quali   egli
    studiosamente e di nascoso portate v'aveva e lasciate.
    Per  la  qual  cosa  egli  il  domand da parte di Ghino come star gli
    pareva dello stomaco; al quale l'abate rispose:
    - A me parrebbe star bene,  se  io  fossi  fuori  delle  sue  mani;  e
    appresso  questo,  niun altro talento ho maggiore che di mangiare,  s
    ben m'hanno le sue medicine guerito.
    Ghino adunque avendogli de' suoi arnesi medesimi e alla  sua  famiglia
    fatta  acconciare  una  bella  camera,  e  fatto apparecchiare un gran
    convito,  al quale con molti uomini del castello fu tutta la  famiglia
    dello abate, a lui se n'and la mattina seguente e dissegli:
    - Messere,  poi che voi ben vi sentite,  tempo  d'uscire d'infermeria
    -; e per la man presolo, nella camera apparecchiatagli nel men,  e in
    quella  co'  suoi  medesimi  lasciatolo,  a  far  che il convito fosse
    magnifico attese.
    L'abate co' suoi alquanto si ricre,  e qual fosse la sua  vita  stata
    narr  loro,  dove  essi  in  contrario  tutti dissero s essere stati
    maravigliosamente onorati da  Ghino.  Ma  l'ora  del  mangiar  venuta,
    l'abate  e tutti gli altri ordinatamente e di buone vivande e di buoni
    vini serviti furono, senza lasciarsi Ghino ancora all'abate conoscere.
    Ma poi che l'abate alquanti d in questa maniera fu  dimorato,  avendo
    Ghino  in una sala tutti li suoi arnesi fatti venire,  e in una corte,
    che di sotto a quella era,  tutti i suoi cavalli in fino al pi misero
    ronzino  allo  abate  se n'and e domandollo come star gli pareva e se
    forte si credeva essere da cavalcare.  A cui l'abate rispose che forte
    era  egli  assai  e  dello  stomaco  ben guerito,  e che starebbe bene
    qualora fosse fuori delle mani di Ghino.
    Men allora Ghino l'abate nella sala dove erano i suoi arnesi e la sua
    famiglia tutta,  e fattolo ad una finestra accostare donde egli poteva
    tutti i suoi cavalli vedere, disse:
    -  Messer  l'abate,  voi  dovete  sapere  che  l'esser  gentile uomo e
    cacciato di casa sua e povero, e avere molti e possenti nimici, hanno,
    per potere la sua vita e la sua nobilt  difendere,  e  non  malvagit
    d'animo, condotto Ghino di Tacco, il quale io sono, ad essere rubatore
    delle  strade  e  nimico  della  corte di Roma.  Ma per ci che voi mi
    parete valente signore, avendovi io dello stomaco guerito, come io ho,
    non intendo di trattarvi come un altro farei, a cui,  quando nelle mie
    mani fosse come voi siete, quella parte delle sue cose mi farei che mi
    paresse;  ma  io  intendo  che  voi a me,  il mio bisogno considerato,
    quella parte delle vostre cose facciate che voi medesimo volete.  Elle
    sono  interamente qui dinanzi da voi tutte,  e i vostri cavalli potete
    voi da cotesta finestra nella corte vedere;  e per ci e la parte e il
    tutto come vi piace prendete, a da questa ora innanzi sia e l'andare e
    lo stare nel piacer vostro.
    Maravigliossi  l'abate  che  in  un rubator di strada fosser parole s
    libere,  e piacendogli molto,  subitamente la  sua  ira  e  lo  sdegno
    caduti,  anzi  in  benivolenzia  mutatisi,  col  cuore  amico di Ghino
    divenuto, il corse ad abbracciar dicendo:
    - Io giuro a Dio che,  per dover guadagnar l'amist d'uno  uomo  fatto
    come  omai  io  giudico  che  tu sii,  io sofferrei di ricevere troppo
    maggiore ingiuria che quella che infino a qui paruta m' che tu m'abbi
    fatta.  Maladetta sia la fortuna,  la quale a s dannevole mestier  ti
    costrigne!  E appresso questo, fatto delle sue molte cose pochissime e
    opportune prendere,  e de' cavalli similmente,  e l'altre  lasciategli
    tutte, a Roma se ne torn.
    Aveva il papa saputa la presura dello abate e,  come che molto gravata
    gli fosse,  veggendolo il domand come i bagni fatto gli avesser  pro.
    Al quale l'abate sorridendo rispose:
    - Santo Padre,  io trovai pi vicino che i bagni un valente medico, il
    quale ottimamente guerito m'ha;  e contogli il modo;  di che  il  papa
    rise.  Al quale l'abate, seguitando il suo parlare, da magnifico animo
    mosso, domand una grazia.
    Il papa,  credendo lui dover domandare altro,  liberamente offerse  di
    far ci che domandasse. Allora l'abate disse:
    - Santo Padre,  quello che io intendo di domandarvi  che voi rendiate
    la grazia vostra a Ghino di Tacco mio medico,  per  ci  che  tra  gli
    altri uomini valorosi e da molto che io accontai mai, egli  per certo
    un de' pi;  e quel male il quale egli fa,  io il reputo molto maggior
    peccato della fortuna  che  suo;  la  qual  se  voi  con  alcuna  cosa
    dandogli, donde egli possa secondo lo stato suo vivere, mutate, io non
    dubito punto che in poco di tempo non ne paia a voi quello che a me ne
    pare.
    Il  papa,  udendo questo,  s come colui che di grande animo fu e vago
    de' valenti uomini, disse di farlo volentieri,  se da tanto fosse come
    diceva, e che egli il facesse sicuramente venire.
    Venne adunque Ghino fidato, come allo abate piacque, a corte; n guari
    appresso del papa fu,  che egli il reput valoroso, e riconciliatoselo
    gli don una gran prioria di quelle dello Spedale,  di quello  avendol
    fatto far cavaliere.  La quale egli, amico e servidore di santa Chiesa
    e dello abate di Clign, tenne mentre visse.


















    Giornata decima - Novella terza.

    Mitridanes, invidioso della cortesia di Natan,  andando per ucciderlo,
    senza conoscerlo capita a lui,  e da lui stesso informato del modo, il
    truova in un boschetto, come ordinato avea, il quale riconoscendolo si
    vergogna, e suo amico diviene.

    Simil cosa a miracolo per certo pareva a tutti avere udito,  cio  che
    un cherico alcuna cosa magnificamente avesse operata; ma riposandosene
    gi  il  ragionare  delle  donne,  comand  il  re  a  Filostrato  che
    procedesse, il quale prestamente incominci.
    Nobili donne,  grande fu la magnificenzia del re di  Spagna,  e  forse
    cosa  pi non udita giammai quella dell'abate di Clign;  ma forse non
    meno maravigliosa cosa vi parr l'udire che uno,  per liberalit usare
    ad  un  altro  che  il  suo sangue,  anzi il suo spirito,  disiderava,
    cautamente a dargliele si disponesse;  e  fatto  l'avrebbe,  se  colui
    prender  l'avesse voluto,  s come io in una mia novelletta intendo di
    dimostrarvi.
    Certissima cosa  (se fede si pu dare alle parole d'alcuni genovesi e
    d'altri uomini che in quelle contrade stati sono) che nelle parti  del
    Cattaio   fu   gi   uno  uomo  di  legnaggio  nobile  e  ricco  senza
    comparazione, per nome chiamato Natan; il quale, avendo un suo ricetto
    vicino ad una strada per la qual quasi di necessit  passava  ciascuno
    che  di  Ponente  verso  Levante  andar  voleva o di Levante venire in
    Ponente, e avendo l'animo grande e liberale e disideroso che fosse per
    opera conosciuto, quivi, avendo molti maestri,  fece in piccolo spazio
    di  tempo fare un de' pi belli e de' maggiori e de' pi ricchi palagi
    che mai fosse  stato  veduto,  e  quello  di  tutte  quelle  cose  che
    opportune  erano  a  dovere  gentili  uomini ricevere e onorare,  fece
    ottimamente  fornire;   e  avendo  grande  e   bella   famiglia,   con
    piacevolezza  e  con  festa chiunque andava e veniva faceva ricevere e
    onorare. E in tanto persever in questo laudevol costume, che gi, non
    solamente il Levante, ma quasi tutto il Ponente per fama il conoscea.
    Ed essendo egli gi d'anni pieno,  n per del  corteseggiar  divenuto
    stanco,  avvenne  che  la  sua fama agli orecchi pervenne d'un giovane
    chiamato Mitridanes,  di paese non guari al  suo  lontano;  il  quale,
    sentendosi  non meno ricco che Natan fosse,  divenuto della sua fama e
    della sua virt invidioso,  seco propose con maggior liberalit quella
    o  annullare  o offuscare.  E fatto fare un palagio simile a quello di
    Natan,  cominci a fare le pi  smisurate  cortesie  che  mai  facesse
    alcuno  altro,  a  chi  andava o veniva per quindi,  e senza dubbio in
    piccol tempo assai divenne famoso.
    Ora avvenne un giorno che dimorando il  giovane  tutto  g  solo  nella
    corte  del  suo palagio,  una feminella,  entrata dentro per una delle
    porti del palagio, gli domand limosina ed ebbela;  e ritornata per la
    seconda porta pure a lui, ancora l'ebbe, e cos successivamente insino
    alla duodecima; e la tredecima volta tornata, disse Mitridanes:
    -  Buona  femina,  tu  se'assai sollicita a questo tuo dimandare -;  e
    nondimeno le fece limosina.
    La vecchierella, udita questa parola, disse:
    - O liberalit di Natan, quanto se'tu maravigliosa!  ch per trentadue
    porti che ha il suo palagio,  s come questo,  entrata, e domandatagli
    limosina,  mai da lui,  che egli mostrasse,  riconosciuta non  fui,  e
    sempre  l'ebbi;  e  qui  non  venuta  ancora  se  non  per tredici,  e
    riconosciuta e proverbiata sono stata -.  E cos  dicendo,  senza  pi
    ritornarvi si dipart.
    Mitridanes,  udite  le  parole  della vecchia,  come colui che ci che
    della fama di Natan udiva diminuimento della sua estimava, in rabbiosa
    ira acceso, cominci a dire:
    - Ahi lasso a me! Quando aggiugner io alla liberalit delle gran cose
    di Natan,  non che  io  il  trapassi,  come  io  cerco,  quando  nelle
    piccolissime  io  non gli mi posso avvicinare?  Veramente io mi fatico
    invano,  se io di terra  nol  tolgo;  la  qual  cosa,  poscia  che  la
    vecchiezza  nol porta via,  convien senza alcuno indugio che io faccia
    con le mie mani.
    E con questo impeto levatosi,  senza comunicare il  suo  consiglio  ad
    alcuno,  con  poca compagnia montato a cavallo,  dopo il terzo d dove
    Natan dimorava pervenne; e a' compagni imposto che sembianti facessero
    di  non  esser  con  lui  n  di  conoscerlo,   e  che  distanzia   si
    procacciassero infino che da lui altro avessero,  quivi adunque in sul
    fare della sera pervenuto e solo rimaso,  non  guari  lontano  al  bel
    palagio  trov  Natan tutto solo,  il quale senza alcuno abito pomposo
    andava a suo diporto; cui egli, non conoscendolo,  domand se insegnar
    gli sapesse dove Natan dimorasse.
    Natan lietamente rispose:
    - Figliuol mio, niuno  in questa contrada che meglio di me cotesto ti
    sappia mostrare, e per ci, quando ti piaccia, io vi ti mener.
    Il  giovane disse che questo gli sarebbe a grado assai;  ma che,  dove
    esser potesse, egli non voleva da Natan esser veduto n conosciuto. Al
    quale Natan disse:
    - E cotesto ancora far, poi che ti piace.
    Ismontato  adunque  Mitridanes  con  Natan,   che  in   piacevolissimi
    ragionamenti assai tosto il mise, infino al suo bel palagio n'and.
    Quivi  Natan  fece  ad  un  de'  suoi famigliari prendere il caval del
    giovane,  e accostatoglisi agli orecchi gl'impose che egli prestamente
    con  tutti  quegli della casa facesse che niuno al giovane dicesse lui
    esser Natan; e cos fu fatto.
    Ma poi che nel palagio  furono,  mise  Mitridanes  in  una  bellissima
    camera dove alcuno nol vedeva,  se non quegli che egli al suo servigio
    diputati avea, e sommamente faccendolo onorare,  esso stesso gli tenea
    compagnia.
    Col  quale  dimorando Mitridanes,  ancora che in reverenzia come padre
    l'avesse, pur lo domand chi el fosse. Al quale Natan rispose:
    -  Io  sono  un  picciol  servidor  di  Natan,   il  quale  dalla  mia
    fanciullezza  con  lui mi sono invecchiato,  n mai ad altro che tu mi
    vegghi mi trasse,  per che,  come che ogni altro uomo molto di lui  si
    lodi, io me ne posso poco lodare io.
    Queste  parole  porsero alcuna speranza a Mitridanes di potere con pi
    consiglio  e  con  pi  salvezza  dare   effetto   al   suo   perverso
    intendimento. Il qual Natan assai cortesemente domand chi egli fosse,
    e qual bisogno per quindi il portasse, offerendo il suo consiglio e il
    suo aiuto in ci che per lui si potesse.
    Mitridanes   soprastette   alquanto   al  rispondere,   e  ultimamente
    diliberando di fidarsi di lui,  con una lunga circuizion di parole  la
    sua fede richiese, e appresso il consiglio e l'aiuto, e chi egli era e
    per che venuto e da che mosso, interamente gli discoperse.
    Natan,  udendo il ragionare e il fiero proponimento di Mitridanes,  in
    s tutto si cambi, ma senza troppo stare, con forte animo e con fermo
    viso gli rispose:
    - Mitridanes,  nobile uomo fu il tuo padre,  dal quale tu  non  vuogli
    degenerare,  s  alta  impresa  avendo  fatta come hai,  cio d'essere
    liberale a tutti,  e molto la invidia che alla virt  di  Natan  porti
    commendo, per ci che, se di cos fatte fossero assai, il mondo, che 
    miserissimo,  tosto  buon  diverrebbe.  Il tuo proponimento mostratomi
    senza dubbio sar occulto,  al quale io pi tosto util  consiglio  che
    grande aiuto posso donare, il quale  questo. Tu puoi di quinci vedere
    forse un mezzo miglio vicin di qui un boschetto, nel quale Natan quasi
    ogni  mattina  va tutto solo,  prendendo diporto per ben lungo spazio;
    quivi leggier cosa ti fia il trovarlo e farne il tuo piacere. Il quale
    se tu uccidi,  acci  che  tu  possa  senza  impedimento  a  casa  tua
    ritornare,  non per quella via donde tu qui venisti, ma per quella che
    tu vedi a sinistra uscir fuor del bosco n'andrai, per ci che,  ancora
    che  un poco pi salvatica sia,  ella  pi vicina a casa tua e per te
    pi sicura.
    Mitridanes, ricevuta la informazione,  e Natan da lui essendo partito,
    cautamente  a'  suoi  compagni,  che  similmente l entro erano,  fece
    sentire dove aspettare il dovessero il d seguente.  Ma,  poi  che  il
    nuovo d fu venuto,  Natan, non avendo animo vario al consiglio dato a
    Mitridanes,  n quello in parte  alcuna  mutato,  solo  se  n'and  al
    boschetto a dover morire.
    Mitridanes,  levatosi  e  preso il suo arco e la sua spada,  ch altra
    arme non avea, e montato a cavallo, n'and al boschetto,  e di lontano
    vide Natan tutto soletto andar passeggiando per quello,  e diliberato,
    avanti che l'assalisse,  di volerlo vedere e d'udirlo  parlare,  corse
    verso lui, e presolo per la benda la quale in capo avea, disse:
    - Vegliardo, tu se'morto.
    Al quale niuna altra cosa rispose Natan, se non:
    - Dunque, l'ho io meritato.
    Mitridanes, udita la voce e nel viso guardatolo, subitamente riconobbe
    lui  esser  colui  che  benignamente  l'avea  ricevuto e familiarmente
    accompagnato e fedelmente consigliato;  per che di presente gli  cadde
    il furore e la sua ira si convert in vergogna.  Laonde egli,  gittata
    via la spada,  la qual gi per ferirlo aveva tirata  fuori,  da  caval
    dismontato, piagnendo corse a' pi di Natan e disse:
    -  Manifestamente  conosco,  carissimo  padre,  la  vostra liberalit,
    riguardando con quanta  cautela  venuto  siate  per  darmi  il  vostro
    spirito, del quale io, niuna ragione avendo, a voi medesimo disideroso
    mostra' mi; ma Iddio, pi al mio dover sollicito che io stesso, a quel
    punto  che  maggior  bisogno    stato  gli  occhi  m'ha  aperto dello
    'ntelletto,  li quali misera invidia m'avea serrati.  E per ci quanto
    voi pi pronto stato siete a compiacermi, tanto pi mi cognosco debito
    alla penitenzia del mio errore; prendete adunque di me quella vendetta
    che convenevole estimate al mio peccato.
    Natan  fece  levar  Mitridanes  in piede,  e teneramente l'abbracci e
    baci, e gli disse:
    - Figliuol mio,  alla tua impresa,  chente che tu la vogli chiamare  o
    malvagia o altrimenti,  non bisogna di domandar n di dar perdono, per
    ci che non per odio la seguivi, ma per potere essere tenuto migliore.
    Vivi adunque di me sicuro,  e abbi di certo che niuno altro uom  vive,
    il quale te quant'io ami, avendo riguardo all'altezza dello animo tuo,
    il quale non ad ammassar denari,  come i miseri fanno,  ma ad ispender
    gli ammassati se'dato.  N ti vergognare d'avermi voluto uccidere  per
    divenir famoso,  n credere che io me ne maravigli. I sommi imperadori
    e i grandissimi re non hanno quasi con altra arte che d'uccidere,  non
    uno uomo come tu volevi fare,  ma infiniti, e ardere paesi e abbattere
    le citt, li loro regni ampliati, e per conseguente la fama loro;  per
    che,  se  tu  per  pi  farti  famoso  me  solo  uccider  volevi,  non
    maravigliosa cosa n nuova facevi, ma molto usata.
    Mitridanes,  non iscusando il suo disidero  perverso,  ma  commendando
    l'onesta scusa da Natan trovata ad esso, ragionando pervenne a dire s
    oltre modo maravigliarsi come a ci si fosse Natan potuto disporre e a
    ci dargli modo e consiglio. Al quale Natan disse:
    -  Mitridanes,  io  non  voglio  che  tu del mio consiglio e della mia
    disposizione ti maravigli,  per ci che,  poi che io nel mio  albitrio
    fui, e disposto a fare quello medesimo che tu hai a fare impreso, niun
    fu  che mai a casa mia capitasse,  che io nol contentasse a mio potere
    di ci che da lui mi fu domandato.  Venistivi tu vago della mia  vita,
    per che, sentendolati domandare, acci che tu non fossi solo colui che
    senza  la  sua  dimanda  di qui si partisse,  prestamente diliberai di
    donarlati,  e acci che tu l'avessi,  quel consiglio ti diedi  che  io
    credetti  che buon ti fosse ad aver la mia e non perder la tua;  e per
    ci ancora ti dico e priego che,  s'ella ti piace,  che tu la prenda e
    te  medesimo  ne  sodisfaccia:  io  non  so come io la mi possa meglio
    spendere.  Io l'ho adoperata gi ottanta anni,  e ne' miei  diletti  e
    nelle  mie  consolazioni  usata;  e  so  che,  seguendo il corso della
    natura, come gli altri uomini fanno e generalmente tutte le cose, ella
    mi pu omai piccol tempo esser lasciata;  per  che  io  giudico  molto
    meglio  esser quella donare,  come io ho sempre i miei tesori donati e
    spesi, che tanto volerla guardare, che ella mi sia contro a mia voglia
    tolta dalla natura.
    Piccol dono  donare cento anni;  quanto adunque  minor donarne sei o
    otto che io a star ci abbia?  Prendila adunque,  se ella t'aggrada, io
    te ne priego;  per ci che,  mentre vivuto ci  sono,  niuno  ho  ancor
    trovato  che  disiderata  l'abbia,  n  so  quando  trovar me ne possa
    veruno, se tu non la prendi che la dimandi. E se pure avvenisse che io
    ne dovessi alcun trovare,  conosco che,  quanto pi  la  guarder,  di
    minor pregio sar;  e per,  anzi che ella divenga pi vile, prendila,
    io te ne priego.
    Mitridanes, vergognandosi forte, disse:
    - Tolga Iddio che cos cara cosa come la vostra vita , non che io, da
    voi dividendola,  la prenda,  ma pur la  disideri,  come  poco  avanti
    faceva;  alla  quale  non  che  io  diminuissi  gli  anni suoi,  ma io
    l'aggiugnerei volentier de' miei, se io potessi.
    A cui prestamente Natan disse:
    - E, se tu puoi, vuo'nele tu aggiugnere, e farai a me fare verso di te
    quello che mai verso alcuno  altro  non  feci,  cio  delle  tue  cose
    pigliare, che mai dell'altrui non pigliai?
    - S, - disse subitamente Mitridanes.
    - Adunque,  - disse Natan - farai tu come io ti dir.  Tu ti rimarrai,
    giovane come tu se', qui nella mia casa,  e avrai nome Natan,  e io me
    n'andr nella tua e farommi sempre chiamar Mitridanes.
    Allora Mitridanes rispose:
    -  Se io sapessi cos bene operare come voi sapete e avete saputo,  io
    prenderei senza troppa diliberazione quello che m'offerete; ma per ci
    che egli  mi  pare  esser  molto  certo  che  le  mie  opere  sarebbon
    diminuimento  della  fama  di  Natan,  e io non intendo di guastare in
    altrui quello che in me io non acconciare nol prender.
    Questi  e  molti  altri  piacevoli  ragionamenti  stati  tra  Natan  e
    Mitridanes,  come  a  Natan  piacque,  insieme  verso il palagio se ne
    tornarono,  dove Natan pi giorni sommamente onor Mitridanes,  e  lui
    con  ogni ingegno e saper confort nel suo alto e grande proponimento.
    E  volendosi  Mitridanes  con  la  sua  compagnia  ritornare  a  casa,
    avendogli  Natan  assai  ben fatto conoscere che mai di liberalit nol
    potrebbe avanzare, il licenzi.


















    Giornata decima - Novella quarta.

    Messer Gentil de' Carisendi,  venuto da Modona,  trae della  sepoltura
    una  donna  amata da lui,  sepellita per morta,  la quale riconfortata
    partorisce un figliuol maschio,  e Messer Gentile lei e  'l  figliuolo
    restituisce a Niccoluccio Caccianimico, marito di lei.

    Maravigliosa  cosa  parve  a  tutti che alcuno del propio sangue fosse
    liberale;  e veramente affermaron Natan aver quella del re di Spagna e
    dello abate di Clign trapassata.  Ma poi che assai e una cosa e altra
    detta ne fu, il re,  verso Lauretta riguardando,  le dimostr che egli
    desiderava  che  ella  dicesse;  per la qual cosa Lauretta prestamente
    incominci.
    Giovani donne, magnifiche cose e belle sono state le raccontate, n mi
    pare che alcuna parte restata sia a noi che abbiamo  a  dire,  per  la
    qual  novellando  vagar  possiamo,  s  son  tutte  dall'altezza delle
    magnificenzie raccontate occupate,  se noi ne' fatti d'amore  gi  non
    mettessimo  mano,  li  quali  ad ogni materia prestano abbondantissima
    copia di ragionare; e per ci,  s per questo e s per quello a che la
    nostra  et  principalmente ci dee inducere,  una magnificenzia da uno
    innamorato  fatta  mi  piace  di  raccontarvi,  la  quale,  ogni  cosa
    considerata,  non  vi  parr  per  avventura  minore  che alcune delle
    mostrate,  se quello  vero che i tesori si donino,  le inimicizie  si
    dimentichino,  e pongasi la propia vita, l'onore e la fama, ch' molto
    pi, in mille pericoli, per potere la cosa amata possedere.
    Fu adunque in Bologna,  nobilissima citt di Lombardia,  un  cavaliere
    per  virt  e  per  nobilt di sangue ragguardevole assai,  il qual fu
    chiamato messer Gentil Carisendi,  il qual giovane d'una gentil  donna
    chiamata  madonna  Catalina,  moglie  d'un  Niccoluccio  Caccianimico,
    s'innamor;   e  perch  male  dello  amor  della  donna  era,   quasi
    disperatosene, podest chiamato di Modona, v'and.
    In questo tempo,  non essendo Niccoluccio a Bologna, e la donna ad una
    sua possessione,  forse tre miglia alla terra vicina,  essendosi,  per
    ci che gravida era,  andata a stare, avvenne che subitamente un fiero
    accidente la soprapprese,  il quale fu tale e di tanta forza,  che  in
    lei  spense  ogni  segno  di vita,  e per ci eziandio da alcun medico
    morta giudicata fu; e per ci che le sue pi congiunte parenti dicevan
    s avere avuto da lei non essere ancora di tanto  tempo  gravida,  che
    perfetta potesse essere la creatura, senza altro impaccio darsi, quale
    ella  era,  in uno avello d'una chiesa ivi vicina dopo molto pianto la
    sepellirono.
    La qual cosa subitamente da un  suo  amico  fu  significata  a  messer
    Gentile,   il  qual  di  ci,   ancora  che  della  sua  grazia  fosse
    poverissimo, si dolfe molto, ultimamente seco dicendo:
    - Ecco, madonna Catalina, tu se'morta; io, mentre che vivesti,  mai un
    solo  sguardo da te aver non potei;  per che,  ora che difender non ti
    potrai, convien per certo che, cos morta come tu se'io alcun bacio li
    tolga.
    E questo detto,  essendo gi notte,  dato ordine come  la  sua  andata
    occulta fosse,  con un suo famigliare montato a cavallo, senza ristare
    col pervenne dove sepellita era la donna,  e aperta la sepoltura,  in
    quella diligentemente entr, e postolesi a giacere allato, il suo viso
    a quello della donna accost,  e pi volte con molte lagrime piagnendo
    il baci.  Ma,  s come noi veggiamo l'appetito degli  uomini  a  niun
    termine star contento, ma sempre pi avanti desiderare, e spezialmente
    quello degli amanti,  avendo costui seco diliberato di pi non starvi,
    disse: - Deh! perch non le tocco io,  poi che io son qui,  un poco il
    petto? Io non la debbo mai pi toccare, n mai pi la toccai.
    Vinto  adunque  da  questo  appetito,  le mise la mano in seno,  e per
    alquanto spazio tenutalavi,  gli parve sentire alcuna cosa battere  il
    cuore a costei.  Il quale, poi che ogni paura ebbe cacciata da s, con
    pi sentimento cercando,  trov costei  per  certo  non  esser  morta,
    quantunque poca e debole estimasse la vita;  per che soavemente quanto
    pi pot,  dal suo famigliare aiutato,  del  monimento  la  trasse,  e
    davanti  al  caval messalasi,  segretamente in casa sua la condusse in
    Bologna.
    Era quivi la madre di lui, valorosa e savia donna, la qual, poscia che
    dal figliuolo ebbe distesamente  ogni  cosa  udita,  da  piet  mossa,
    chetamente  con  grandissimi fuochi e con alcun bagno in costei rivoc
    la smarrita vita.  La quale come rivenne,  cos la donna gitt un gran
    sospiro e disse:
    - Ohim! ora ove sono io?
    A cui la valente donna rispose:
    - Confortati, tu se'in buon luogo.
    Costei, in s tornata e dintorno guardandosi, non bene conoscendo dove
    ella fosse e veggendosi davanti messer Gentile, piena di maraviglia la
    madre  di  lui  preg  che  le  dicesse in che guisa ella quivi venuta
    fosse; alla quale messer Gentile ordinatamente cont ogni cosa. Di che
    ella, dolendosi, dopo alquanto quelle grazie gli rend che ella pot e
    appresso il preg per quello amore il quale egli l'aveva gi  portato,
    e per cortesia di lui,  che in casa sua ella da lui non ricevesse cosa
    che fosse meno che onor di lei e del suo marito,  e come il d  venuto
    fosse, alla sua propria casa la lasciasse tornare.
    Alla quale messer Gentile rispose:
    - Madonna, chente che il mio disiderio si sia stato ne' tempi passati,
    io  non  intendo  al  presente  n mai per innanzi (poi che Iddio m'ha
    questa grazia conceduta che da morte a vita mi v'ha renduta, essendone
    cagione l'amore che io v'ho per addietro portato) di trattarvi n  qui
    n altrove, se non come cara sorella; ma questo mio beneficio, operato
    in voi questa notte,  merita alcun guiderdone; e per ci io voglio che
    voi non mi neghiate una grazia la quale io vi domander.
    Al quale la donna benignamente rispose s essere  apparecchiata,  solo
    che ella potesse, e onesta fosse. Messer Gentile allora disse:
    - Madonna, ciascun vostro parente e ogni bolognese credono e hanno per
    certo  voi  esser  morta,  per che niuna persona  la quale pi a casa
    v'aspetti; e per ci io voglio di grazia da voi, che vi debbia piacere
    di dimorarvi tacitamente qui con mia madre infino a tanto  che  io  da
    Modona  torni,  che  sar  tosto.  E  la  cagione per che io questo vi
    cheggio  per ci che io intendo di voi,  in  presenzia  de'  migliori
    cittadini  di questa terra,  fare un caro e uno solenne dono al vostro
    marito.
    La donna,  conoscendosi al cavaliere obbligata,  e che la domanda  era
    onesta,  quantunque  molto  disiderasse di rallegrare della sua vita i
    suoi parenti, si dispose a far quello che messer Gentile domandava;  e
    cos sopra la sua fede gli promise.
    E appena erano le parole della sua risposta finite,  che ella sent il
    tempo del partorire esser venuto; per che,  teneramente dalla madre di
    messer  Gentile  aiutata,  non  molto  stante  partor un bel figliuol
    maschio;  la qual cosa in molti doppi moltiplic la letizia di  messer
    Gentile e di lei. Messer Gentile ordin che le cose opportune tutte vi
    fossero,  e  che  cos  fosse servita costei come se sua propia moglie
    fosse, e a Modona segretamente se ne torn.
    Quivi fornito il tempo del suo uficio e a Bologna dovendosene tornare,
    ordin,  quella mattina che in  Bologna  entrar  doveva,  di  molti  e
    gentili uomini di Bologna,  tra' quali fu Niccoluccio Caccianimico, un
    grande e bel convito in casa sua;  e tornato e  ismontato  e  con  lor
    trovatosi,  avendo  similmente la donna ritrovata pi bella e pi sana
    che mai, e il suo figlioletto star bene,  con allegrezza incomparabile
    i  suoi  forestieri  mise  a  tavola,  e  quegli  fece  di pi vivande
    magnificamente servire.
    Ed essendo gi vicino alla sua fine il  mangiare,  avendo  egli  prima
    alla  donna  detto  quello che di fare intendeva e con lei ordinato il
    modo che dovesse tenere, cos cominci a parlare:
    - Signori,  io mi ricordo avere alcuna volta inteso in Persia  essere,
    secondo il mio giudicio,  una piacevole usanza, la quale  che, quando
    alcuno vuole sommamente onorare il suo amico,  egli lo 'nvita  a  casa
    sua e quivi gli mostra quella cosa, o moglie o amica o figliuola o che
    che  si  sia,  la  quale  egli  ha pi cara,  affermando che,  se egli
    potesse,  cos come  questo  gli  mostra,  molto  pi  volentieri  gli
    mosterria  il  cuor  suo;  la  quale io intendo di volere osservare in
    Bologna.
    Voi,  la vostra merc,  avete onorato il mio  convito,  e  io  intendo
    onorar  voi  alla persesca,  mostrandovi la pi cara cosa che io abbia
    nel mondo o che io debbia aver mai. Ma prima che io faccia questo,  vi
    priego  mi  diciate  quello  che  sentite  d'un  dubbio il quale io vi
    mover.  Egli  alcuna persona la quale ha in  casa  un  suo  buono  e
    fedelissimo  servidore,  il  quale inferma gravemente;  questo cotale,
    senza attendere il fine del servo infermo,  il fa  portare  nel  mezzo
    della  strada,  n  pi  ha cura di lui;  viene uno strano,   mosso a
    compassione dello 'nfermo, e sel reca a casa, e con gran sollicitudine
    e con ispesa il torna nella prima sanit.  Vorrei io  ora  sapere  se,
    tenendolsi  e  usando i suoi servigi,  il primo signore si pu a buona
    equit dolere o ramaricare  del  secondo,  se  egli,  raddomandandolo,
    rendere nol volesse.
    I  gentili  uomini,  fra  s  avuti vari ragionamenti,  e tutti in una
    sentenzia concorrendo, a Niccoluccio Caccianimico, per ci che bello e
    ornato favellatore era,  commisero  la  risposta.  Costui,  commendata
    primieramente  l'usanza  di  Persia,  disse  s  con gli altri insieme
    essere in questa oppinione,  che il primo signore niuna ragione avesse
    pi  nel  suo  servidore,  poi  che  in  s  fatto  caso non solamente
    abbandonato,  ma gittato l'avea;  e che,  per li benefici del  secondo
    usati,  giustamente  parea  di  lui  il  servidore divenuto,  per che,
    tenendolo, niuna noia, niuna forza, niuna ingiuria faceva al primiero.
    Gli altri tutti che alle tavole erano,  ch v'avea di valenti  uomini,
    tutti  insieme  dissono  s  tener quello che da Niccoluccio era stato
    risposto.
    Il cavaliere,  contento di tal risposta  e  che  Niccoluccio  l'avesse
    fatta,  afferm  s  essere  in quella oppinione altress,  e appresso
    disse:
    - Tempo  omai che io secondo la promessa v'onori.  - E  chiamati  due
    de' suoi famigliari,  gli mand alla donna, la quale egli egregiamente
    avea fatta vestire e  ornare,  e  mandolla  pregando  che  le  dovesse
    piacere di venire a far lieti i gentili uomini della sua presenzia. La
    qual, preso in braccio il figliolin suo bellissimo, da' due famigliari
    accompagnata,  nella sala venne,  e come al cavalier piacque, appresso
    ad un valente uomo si pose a sedere; ed egli disse:
    - Signori,  questa  quella cosa che io ho pi cara e intendo d'avere,
    che alcun'altra; guardate se egli vi pare che io abbia ragione.
    I  gentili  uomini,  onoratola  e  commendatola molto,  e al cavaliere
    affermato che cara la doveva avere,  la cominciarono a  riguardare;  e
    assai ve n'eran che lei avrebbon detto colei chi ella era,  se lei per
    morta non avessero avuta. Ma sopra tutti la riguardava Niccoluccio, il
    quale,  essendosi alquanto partito il cavaliere,  s  come  colui  che
    ardeva di sapere chi ella fosse, non potendosene tenere, la domand se
    bolognese fosse o forestiera.
    La donna,  sentendosi al suo marito domandare, con fatica di risponder
    si tenne; ma pur, per servare l'ordine postole, tacque. Alcun altro la
    domand se suo era quel figlioletto,  e  alcuno  se  moglie  fosse  di
    messer  Gentile,  o  in  altra  maniera  sua  parente;  a' quali niuna
    risposta fece.
    Ma, sopravvegnendo messer Gentile, disse alcun de' suoi forestieri:
    - Messere, bella cosa  questa vostra,  ma ella ne par mutola;   ella
    cos?
    -  Signori,  -  disse  messer  Gentile - il non avere ella al presente
    parlato  non piccolo argomento della sua virt.
    - Diteci adunque voi, - seguit colui - chi ella .
    Disse il cavaliere:
    - Questo far io volentieri, sol che voi mi promettiate,  per cosa che
    io  dica,  niuno doversi muovere del luogo suo fino a tanto che io non
    ho la mia novella finita.
    Al quale avendol promesso ciascuno,  ed essendo gi levate le  tavole,
    messer Gentile allato alla donna sedendo, disse:
    - Signori,  questa donna  quel leale e fedel servo, del quale io poco
    avanti vi fe' la dimanda;  la quale da' suoi poco avuta cara,  e  cos
    come  vile  e  pi non utile nel mezzo della strada gittata,  da me fu
    ricolta,  e con la mia sollicitudine e opera delle mani la trassi alla
    morte,  e  Iddio,  alla  mia  buona  affezion  riguardando,  di  corpo
    spaventevole cos bella divenir me l'ha fatta.  Ma acci che  voi  pi
    apertamente  intendiate  come questo avvenuto mi sia,  brievemente vel
    far chiaro.
    E cominciatosi dal suo innamorarsi di lei, ci che avvenuto era infino
    allora distintamente narr con gran maraviglia degli ascoltanti, e poi
    soggiunse:
    - Per le quali cose,  se mutata non avete sentenzia da poco in qua,  e
    Niccoluccio  spezialmente,  questa donna meritamente  mia,  n alcuno
    con giusto titolo me la pu raddomandare.
    A questo niun rispose,  anzi tutti  attendevan  quello  che  egli  pi
    avanti dovesse dire. Niccoluccio e degli altri che v'erano e la donna,
    di compassion lagrimavano;  ma messer Gentile, levatosi in pi e preso
    nelle sue braccia il picciol fanciullino e la donna  per  la  mano,  e
    andato verso Niccoluccio, disse:
    -  Leva  su,  compare,  io non ti rendo tua mogliere,  la quale i tuoi
    parenti e suoi gittarono via;  ma io ti voglio donare questa donna mia
    comare con questo suo figlioletto,  il quale io son certo che fu da te
    generato,  e il quale io a battesimo tenni e  nomina'  lo  Gentile;  e
    priegoti  che,  perch'ella sia nella mia casa vicin di tre mesi stata,
    che ella non ti sia men cara;  ch io ti giuro per quello  Iddio,  che
    forse  gi  di lei innamorar mi fece acci che il mio amore fosse,  s
    come stato , cagion della sua salute,  che ella mai o col padre o con
    la  madre  o con teco pi onestamente non visse,  che ella appresso di
    mia madre ha fatto nella mia casa.
    E questo detto, si rivolse alla donna e disse:
    - Madonna,  omai da ogni promessa fatami io  v'assolvo,  e  libera  vi
    lascio di Niccoluccio -; e rimessa la donna e 'l fanciul nelle braccia
    di Niccoluccio, si torn a sedere.
    Niccoluccio  disiderosamente  ricevette  la  sua donna e 'l figliuolo,
    tanto pi lieto quanto pi n'era di speranza lontano,  e,  come meglio
    pot  e  seppe,  ringrazi  il  cavaliere;  e  gli  altri che tutti di
    compassion lagrimavano,  di questo il commendaron molto,  e commendato
    fu da chiunque l'ud.
    La  donna  con  maravigliosa  festa  fu in casa sua ricevuta,  e quasi
    risuscitata con ammirazione fu pi  tempo  guatata  da'  bolognesi;  e
    messer  Gentile sempre amico visse di Niccoluccio e de' suoi parenti e
    di quei della donna.
    Che adunque qui, benigne donne, direte? Estimerete l'aver donato un re
    lo scettro e la corona,  e uno abate senza suo costo aver riconciliato
    un  malfattore  al papa,  o un vecchio porgere la sua gola al coltello
    del nimico, essere stato da agguagliare al fatto di messer Gentile? Il
    quale giovane e ardente,  e giusto titolo parendogli avere in ci  che
    la  traccutaggine  altrui  aveva  gittato via ed egli per la sua buona
    fortuna aveva ricolto,  non solo temper onestamente il suo fuoco,  ma
    liberalmente  quello che egli soleva con tutto il pensier disiderare e
    cercar di rubare, avendolo, restitu.  Per certo niuna delle gi dette
    a questa mi par simigliante.




















    Giornata decima - Novella quinta.

    Madonna  Dianora domanda a messer Ansaldo un giardino di gennaio bello
    come di maggio.  Messer Ansaldo  con  l'obligarsi  ad  uno  nigromante
    gliele  d.  Il marito le concede che ella faccia il piacere di messer
    Ansaldo,  il quale,  udita la liberalit del marito,  l'assolve  della
    promessa,  e il nigromante,  senza volere alcuna cosa del suo, assolve
    messer Ansaldo.

    Per ciascuno della lieta brigata era  gi  stato  messer  Gentile  con
    somme  lode  tolto infino al cielo,  quando il re impose ad Emilia che
    seguisse,  la qual baldanzosamente,  quasi di  dire  disiderosa,  cos
    cominci.
    Morbide  donne,   niun  con  ragione  dir  messer  Gentile  non  aver
    magnificamente operato, ma il voler dire che pi non si possa,  il pi
    potersi non fia forse malagevole a mostrarsi;  il che io avviso in una
    mia novelletta di raccontarvi.
    In Frioli, paese, quantunque freddo,  lieto di belle montagne,  di pi
    fiumi e di chiare fontane,   una terra chiamata Udine, nella quale fu
    gi una bella e nobile donna, chiamata madonna Dianora,  e moglie d'un
    gran ricco uomo nominato Gilberto,  assai piacevole e di buona aria. E
    merit questa donna per lo suo valore d'essere amata sommamente da  un
    nobile  e  gran  barone,  il quale aveva nome messer Ansaldo Gradense,
    uomo d'alto affare, e per arme e per cortesia conosciuto per tutto. Il
    quale,  ferventemente amandola e ogni cosa faccendo  che  per  lui  si
    poteva  per  essere  amato  da lei,  e a ci spesso per sue ambasciate
    sollicitandola,  invano si faticava.  Ed essendo alla donna  gravi  le
    sollicitazioni  del  cavaliere,  e veggendo che,  per negare ella ogni
    cosa da lui domandatole,  esso per ci d'amarla n di sollicitarla  si
    rimaneva,  con una nuova e al suo giudicio impossibil domanda si pens
    di volerlosi torre da dosso. E ad una femina che a lei da parte di lui
    spesse volte veniva, disse un d cos:
    - Buona femina,  tu m'hai molte volte  affermato  che  messer  Ansaldo
    sopra  tutte  le  cose  m'ama  e  maravigliosi doni m'hai da sua parte
    proferti,  li quali voglio che si rimangano a lui,  per  ci  che  per
    quegli mai ad amar lui n a compiacergli mi recherei;  e se io potessi
    esser certa che egli cotanto m'amasse quanto tu di', senza fallo io mi
    recherei ad amar lui e a far quello che egli volesse; e per ci,  dove
    di  ci  mi volesse far fede con quello che io domander,  io sarei a'
    suoi comandamenti presta.
    Disse la buona femina:
    - Che  quello, madonna, che voi disiderate che el faccia?
    Rispose la donna:
    - Quello che io disidero  questo.  Io voglio del mese di gennaio  che
    viene,  appresso  di questa terra un giardino pieno di verdi erbe,  di
    fiori e di fronzuti albori,  non altrimenti fatto  che  se  di  maggio
    fosse; il quale dove egli non faccia, n te n altri mi mandi mai pi;
    per ci che,  se pi mi stimolasse,  come io infino a qui del tutto al
    mio marito e a' miei parenti tenuto ho nascoso, cos dolendomene loro,
    di levarlomi da dosso m'ingegnerei.
    Il cavaliere,  udita  la  domanda  e  la  proferta  della  sua  donna,
    quantunque  grave  cosa e quasi impossibile a dover fare gli paresse e
    conoscesse per niun'altra cosa ci essere dalla donna addomandato,  se
    non  per  torlo dalla sua speranza,  pur seco propose di voler tentare
    quantunque fare se ne potesse;  e in pi  parti  per  lo  mondo  mand
    cercando  se in ci alcun si trovasse che aiuto o consiglio gli desse;
    e vennegli uno alle mani il quale, dove ben salariato fosse,  per arte
    nigromantica  profereva  di  farlo.   Col  quale  messer  Ansaldo  per
    grandissima quantit di moneta convenutosi,  lieto  aspett  il  tempo
    postogli.  Il  qual  venuto,  essendo i freddi grandissimi e ogni cosa
    piena di neve e di ghiaccio,  il valente uomo in un  bellissimo  prato
    vicino alla citt con sue arti fece s, la notte alla quale il calendi
    gennaio  seguitava,  che la mattina apparve,  secondo che color che 'l
    vedevan testimoniavano, un de' pi be'giardini che mai per alcun fosse
    stato veduto,  con erbe e con alberi e con frutti d'ogni  maniera.  Il
    quale come messere Ansaldo lietissimo ebbe veduto,  fatto cogliere de'
    pi be'frutti e  de  pi  be'fior  che  v'erano,  quegli  occultamente
    fe'presentare  alla sua donna,  e lei invitare a vedere il giardino da
    lei addomandato,  acci che per quel potesse lui amarla  conoscere,  e
    ricordarsi  della promission fattagli e con saramento fermata,  e come
    leal donna poi procurar d'attenergliele.
    La donna,  veduti i fiori e'frutti,  e gi da molti  del  maraviglioso
    giardino avendo udito dire, s'incominci a pentere della sua promessa.
    Ma,  con  tutto il pentimento,  s come vaga di veder cose nuove,  con
    molte altre donne della citt and il giardino a vedere,  e non  senza
    maraviglia commendatolo assai,  pi che altra femina dolente a casa se
    ne torn,  a quel pensando a che per quello era  obbligata.  E  fu  il
    dolore tale,  che non potendol ben dentro nascondere, convenne che, di
    fuori apparendo,  il marito di lei se n'accorgesse,  e volle del tutto
    da  lei  di  quello saper la cagione.  La donna per vergogna il tacque
    molto; ultimamente, costretta, ordinatamente gli aperse ogni cosa.
    Gilberto primieramente, ci udendo, si turb forte;  poi,  considerata
    la  pura  ntenzion della donna,  con miglior consiglio,  cacciata via
    l'ira. disse:
    - Dianora,  egli non  atto di savia  n  d'onesta  donna  d'ascoltare
    alcuna  ambasciata  delle  cos  fatte  n  di  pattovire sotto alcuna
    condizione con alcuno la sua castit.  Le parole per gli  orecchi  dal
    cuore ricevute hanno maggior forza che molti non stimano, e quasi ogni
    cosa  diviene  agli  amanti  possibile.  Male adunque facesti prima ad
    ascoltare e poscia a pattovire;  ma per ci che io conosco  la  purit
    dello  animo  tuo,  per solverti dal legame della promessa,  quello ti
    conceder che forse alcuno altro non farebbe;  inducendomi  ancora  la
    paura del nigromante, al qual forse messer Ansaldo, se tu il beffassi,
    far ci farebbe dolenti.  Voglio io che tu a lui vada,  e,  se per modo
    alcun puoi,  t'ingegni di far che,  servata la tua onest,  tu sii  da
    questa promessa disciolta;  dove altramenti non si potesse, per questa
    volta il corpo, ma non l'animo, gli concedi.
    La donna, udendo il marito, piagneva e negava s cotal grazia voler da
    lui.  A Gilberto,  quantunque la donna il negasse molto,  piacque  che
    cos fosse. Per che, venuta la seguente mattina, in su l'aurora, senza
    troppo  ornarsi,  con  due suoi famigliari innanzi e con una cameriera
    appresso, n'and la donna a casa messere Ansaldo. Il quale,  udendo la
    sua donna a lui esser venuta,  si maravigli forte, e levatosi e fatto
    il nigromante chiamare, gli disse:
    - Io voglio che tu vegghi quanto  di  bene  la  tua  arte  m'ha  fatto
    acquistare  -.  E incontro andatile,  senza alcun disordinato appetito
    seguire, con reverenza onestamente la ricevette, e in una bella camera
    ad un gran fuoco se n'entrar tutti; e fatto lei porre a seder, disse:
    - Madonna,  io vi priego,  se il lungo amore il quale io v'ho  portato
    merita alcun guiderdone, che non vi sia noia d'aprirmi la vera cagione
    che qui a cos fatta ora v'ha fatta venire e con cotal compagnia.
    La donna, vergognosa e quasi con le lagrime sopra gli occhi, rispose:
    - Messere,  n amor che io vi porti n promessa fede mi menan qui,  ma
    il comandamento del mio marito;  il quale,  avuto  pi  rispetto  alle
    fatiche del vostro disordinato amore che al suo e mio onore,  mi ci ha
    fatta venire; e per comandamento di lui disposta sono per questa volta
    ad ogni vostro piacere.
    Messer Ansaldo,  se prima si maravigliava,  udendo la donna molto  pi
    s'incominci a maravigliare;  e dalla liberalit di Gilberto commosso,
    il suo fervore in compassione cominci a cambiare, e disse:
    - Madonna,  unque a Dio non piaccia,  poscia che cos  come voi dite,
    che  io sia guastatore dello onore di chi ha compassione al mio amore;
    e per ci l'esser qui sar,  quanto vi piacer,  non altramenti che se
    mia sorella foste,  e,  quando a grado vi sar, liberamente vi potrete
    partire,  s veramente che voi al vostro  marito  di  tanta  cortesia,
    quanta  la  sua    stata,  quelle  grazie  renderete  che convenevoli
    crederete,  me sempre per lo tempo avvenire avendo per fratello e  per
    servidore.
    La donna, queste parole udendo, pi lieta che mai, disse:
    -  Niuna  cosa  mi  pot  mai  far credere,  avendo riguardo a' vostri
    costumi,  che altro mi dovesse seguir della mia venuta che quello  che
    io  veggio  che voi ne fate,  di che io vi sar sempre obbligata -;  e
    preso commiato,  onorevolmente accompagnata  si  torn  a  Gilberto  e
    raccontogli  ci che avvenuto era;  di che strettissima e leale amist
    lui e messer Ansaldo congiunse.
    Il nigromante,  al quale messer Ansaldo di  dare  il  promesso  premio
    s'apparecchiava, veduta la liberalit di Gilberto verso messer Ansaldo
    e quella di messer Ansaldo verso la donna, disse:
    -  Gi Dio non voglia,  poi che io ho veduto Gilberto liberale del suo
    onore e voi del vostro amore,  che io similmente non sia liberale  del
    mio guiderdone;  e per ci, conoscendo quello a voi star bene, intendo
    che vostro sia.
    Il cavaliere si vergogn e ingegnossi a suo potere di fargli o tutto o
    parte prendere;  ma poi che in vano si faticava,  avendo il nigromante
    dopo il terzo d tolto via il suo giardino, e piacendogli di partirsi,
    il comand a Dio;  e spento del cuore il concupiscibile amore verso la
    donna, acceso d'onesta carit si rimase.
    Che direm qui,  amorevoli donne?  Preporremo la quasi morta donna e il
    gi  rattiepidito amore per la spossata speranza,  a questa liberalit
    di messer Ansaldo,  pi ferventemente che mai amando ancora e quasi da
    pi  speranza  acceso e nelle sue mani tenente la preda tanto seguita?
    Sciocca cosa mi parrebbe a dover creder che quella liberalit a questa
    comparar si potesse.

    Giornata decima - Novella sesta.

    Il  re  Carlo  vecchio,  vittorioso,  d'una  giovinetta  innamoratosi,
    vergognandosi   del  suo  folle  pensiero,   lei  e  una  sua  sorella
    onorevolmente marita.

    Chi potrebbe pienamente raccontare i vari ragionamenti  tra  le  donne
    stati, qual maggior liberalit usasse o Gilberto o messer Ansaldo o il
    nigromante, intorno a' fatti di madonna Dianora? troppo sarebbe lungo.
    Ma  poi  che  il re alquanto disputare ebbe conceduto,  alla Fiammetta
    guardando, comand che novellando traesse lor di quistione;  la quale,
    niuno indugio preso, incominci.
    Splendide donne, io fui sempre in oppinione che nelle brigate, come la
    nostra ,  si dovesse s largamente ragionare che la troppa strettezza
    della  intenzion  delle  cose  dette  non  fosse  altrui  materia   di
    disputare. Il che molto pi si conviene nelle scuole tra gli studianti
    che tra noi,  le quali appena alla rocca e al fuso bastiamo. E per ci
    io,  che in animo alcuna cosa dubbiosa forse avea,  veggendovi per  le
    gi dette alla mischia,  quella lascer stare, e una ne dir, non mica
    d'uomo  di  poco  affare,  ma  d'un  valoroso  re,   quello  che  egli
    cavallerescamente operasse, in nulla mancando il suo onore.
    Ciascuna  di  voi  molte  volte  pu avere udito ricordare il re Carlo
    vecchio,  ovver primo,  per la cui magnifica  impresa  e  poi  per  la
    gloriosa  vittoria  avuta del re Manfredi furon di Firenze i ghibellin
    cacciati e ritornaronvi i  guelfi.  Per  la  qual  cosa  un  cavalier,
    chiamato  messer  Neri  degli Uberti,  con tutta la sua famiglia e con
    molti denari uscendone,  non si volle altrove che sotto le braccia del
    re  Carlo riducere;  e per essere in solitario luogo e quivi finire in
    riposo la vita sua, a Castello a mare di Stabia se n'and; e ivi forse
    una balestrata rimosso dall'altre abitazioni della terra,  tra ulivi e
    nocciuoli e castagni,  de' quali la contrada  abondevole, comper una
    possessione, sopra la quale un bel casamento e agiato fece, e allato a
    quello un dilettevole giardino,  nel mezzo del quale,  a nostro  modo,
    avendo  d'acqua viva copia,  fece un bel vivaio e chiaro,  e quello di
    molto pesce riempi leggiermente.
    E a niun'altra cosa attendendo che a fare ogni d  pi  bello  il  suo
    giardino,  avvenne  che  il re Carlo,  nel tempo caldo,  per riposarsi
    alquanto,  a Castello a mar se n'and;  dove  udita  la  bellezza  del
    giardino  di messer Neri,  disider di vederlo.  E avendo udito di cui
    era,  pens che,  per ci  che  di  parte  avversa  alla  sua  era  il
    cavaliere,  pi  familiarmente  con lui si volesse fare,  e mandogli a
    dire che con quattro compagni chetamente  la  seguente  sera  con  lui
    voleva cenare nel suo giardino.
    Il  che  a  messer  Neri  fu  molto  caro,   e  magnificamente  avendo
    apparecchiato e con la sua famiglia avendo ordinato  ci  che  far  si
    dovesse,  come pi lietamente pot e seppe, il re nel suo bel giardino
    ricevette. Il qual,  poi che il giardin tutto e la casa di messer Neri
    ebbe veduta e commendata, essendo le tavole messe allato al vivaio, ad
    una di quelle, lavato, si mise a sedere, e al conte Guido di Monforte,
    che  l'un  de'  compagni  era,  comand  che  dall'un  de' lati di lui
    sedesse,  e messer Neri dall'altro,  e ad altri tre,  che con lui eran
    venuti, comand che servissero secondo l'ordine posto da messer Neri.
    Le vivande vi vennero dilicate,  e i vini vi furono ottimi e preziosi,
    e l'ordine bello e laudevole molto senza alcun sentore e  senza  noia;
    il che il re commend molto.
    E mangiando egli lietamente,  e del luogo solitario giovandogli, e nel
    giardino entrarono due giovinette  d'et  forse  di  quattordici  anni
    l'una,  bionde  come  fila  d'oro,  e  co'  capelli tutti inanellati e
    sopr'essi sciolti una leggiera ghirlandetta di provinca,  e nelli  lor
    visi  pi  tosto  agnoli  parevan  che  altra  cosa,  tanto gli avevan
    dilicati e belli; ed eran vestite d'un vestimento di lino sottilissimo
    e bianco come neve in su le carni,  il quale dalla cintura in  su  era
    strettissimo  e  da  indi  gi  largo  a guisa d'un padiglione e lungo
    infino a' piedi. E quella che dinanzi veniva recava in su le spalle un
    paio di vangaiole, le quali con la sinistra man tenea,  e nella destra
    aveva  un  baston  lungo.  L'altra  che veniva appresso aveva sopra la
    spalla sinistra una padella, e sotto quel braccio medesimo un fascetto
    di legne, e nella mano un treppiede, e nell'altra mano uno utel d'olio
    e una facellina accesa.  Le quali  il  re  vedendo  si  maravigli,  e
    sospeso attese quello che questo volesse dire.
    Le  giovinette,  venute  innanzi  onestamente e vergognose,  fecero la
    reverenzia al re;  e appresso l andatesene onde nel vivaio s'entrava,
    quella  che  la  padella  aveva,  postala gi e l'altre cose appresso,
    prese il baston che l'altra portava e amendune nel vivaio, l'acqua del
    quale loro infino al petto aggiugnea, se n'entrarono.
    Uno de' famigliari di messer Neri prestamente quivi accese il fuoco, e
    posta la padella sopra il treppi e  dell'olio  messovi,  cominci  ad
    aspettare che le giovani gli gittasser del pesce.  Delle quali,  l'una
    frugando in quelle parti dove sapeva che i  pesci  si  nascondevano  e
    l'altra le vangaiole parando,  con grandissimo piacere del re, che ci
    attentamente guardava, in piccolo spazio di tempo presero pesce assai;
    e al famigliar gittatine che quasi vivi nella padella gli metteva,  s
    come ammaestrate erano state,  cominciarono a prendere de' pi belli e
    a gittare su per la tavola davanti al re e al conte Guido e al padre.
    Questi  pesci  su  per  la  mensa  guizzavano,  di  che  il  re  aveva
    maraviglioso  piacere,  e  similmente  egli prendendo di questi,  alle
    giovani cortesemente gli gittava indietro;  e cos per alquanto spazio
    cianciarono,  tanto  che  il famigliare quello ebbe cotto che dato gli
    era stato,  il qual pi per uno intramettere,  che per  molto  cara  o
    dilettevol vivanda,  avendol messer Neri ordinato, fu messo davanti al
    re.
    Le  fanciulle,  veggendo  il  pesce  cotto  e  avendo  assai  pescato,
    essendosi  tutto  il  bianco  vestimento e sottile loro appiccato alle
    carni,  n quasi cosa alcuna del dilicato lor corpo  celando,  usciron
    del  vivaio,  e ciascuna le cose recate avendo riprese,  davanti al re
    vergognosamente passando, in casa se ne tornarono.
    Il re e 'l conte e gli  altri  che  servivano,  avevano  molto  queste
    giovinette considerate,  e molto in s medesimo l'avea lodate ciascuno
    per belle e per  ben  fatte,  e  oltre  a  ci  per  piacevoli  e  per
    costumate,  ma  sopra  ad ogn'altro erano al re piaciute.  Il quale s
    attentamente ogni parte del corpo loro aveva considerata, uscendo esse
    dell'acqua,  che chi allora l'avesse punto non si sarebbe  sentito.  E
    pi a loro ripensando,  senza sapere chi si fossero n come,  si sent
    nel cuor destare un ferventissimo disidero  di  piacer  loro,  per  lo
    quale  assai ben conobbe s divenire innamorato,  se guardia non se ne
    prendesse,  n sapeva egli stesso qual di lor due si fosse quella  che
    pi gli piacesse, s era di tutte cose l'una simiglievole all'altra.
    Ma,  poi  che  alquanto  fu  sopra questo pensier dimorato,  rivolto a
    messer Neri,  il domand chi fossero le due damigelle;  a  cui  messer
    Neri rispose:
    -  Monsignore,  queste  son  mie  figliuole ad un medesimo parto nate,
    delle quali l'una ha nome Ginevra la bella e l'altra Isotta la bionda.
    - A cui il re le commend molto,  confortandolo a maritarle.  Dal  che
    messer Neri, per pi non poter, si scus.
    E in questo,  niuna cosa fuor che le frutte restando a dar nella cena,
    vennero le due giovinette in due giubbe di zendado bellissime con  due
    grandissimi piattelli d'argento in mano pieni di vari frutti,  secondo
    che la stagion portava,  e quegli davanti  al  re  posarono  sopra  la
    tavola.  E  questo fatto,  alquanto indietro tiratesi,  cominciarono a
    cantare un suono, le cui parole cominciano:

    L ov'io son giunto, Amore,
    non si poria contare lungamente,

    con tanta dolcezza e s piacevolmente,  che al re,  che con diletto le
    riguardava  e  ascoltava,  pareva  che tutte le gerarchie degli angeli
    quivi fossero  discese  a  cantare.  E  quel  detto,  inginocchiatesi,
    reverentemente commiato domandarono al re, il quale, ancora che la lor
    partita gli gravasse, pure in vista lietamente il diede.
    Fornita  adunque la cena e il re co' suoi compagni rimontati a cavallo
    e messer Neri lasciato,  ragionando d'una cosa  e  d'altra,  al  reale
    ostiere se ne tornarono. Quivi, tenendo il re la sua affezion nascosa,
    n  per grande affare che sopravvenisse potendo dimenticar la bellezza
    e la piacevolezza di Ginevra la bella,  per amor di cui la  sorella  a
    lei  simigliante  ancor  amava,  s nell'amorose panie s'invesc,  che
    quasi ad altro pensar non poteva;  e altre  cagioni  dimostrando,  con
    messer  Neri  teneva  una stretta dimestichezza e assai sovente il suo
    bel giardin visitava per veder la Ginevra.
    E gi pi avanti sofferir non potendo,  ed  essendogli  non  sappiendo
    altro modo vedere,  nel pensier caduto di dover,  non solamente l'una,
    ma amendune le giovinette al padre torre,  e il suo  amore  e  la  sua
    intenzione fe'manifesta al conte Guido,  il quale, per ci che valente
    uomo era, gli disse:
    - Monsignore, io ho gran maraviglia di ci che voi mi dite, e tanto ne
    l'ho maggiore che un altro non avrebbe,  quanto mi  par  meglio  dalla
    vostra  fanciullezza  infino  a  questo  d  avere  i  vostri  costumi
    conosciuti,  che alcun altro.  E non essendomi  paruto  giammai  nella
    vostra  giovanezza,  nella  quale  amor pi leggiermente doveva i suoi
    artigli ficcare,  aver tal passion conosciuta,  sentendovi ora che gi
    siete  alla  vecchiezza  vicino,  m' s nuovo e s strano che voi per
    amore amiate,  che quasi un miracol mi pare;  e se a me di ci cadesse
    il riprendervi, io so bene ci che io ve ne direi, avendo riguardo che
    voi  ancora siete con l'arme in dosso nel regno nuovamente acquistato,
    tra nazion non conosciuta e piena d'inganni e di tradimenti,  e  tutto
    occupato  di  grandissime sollicitudini e d'alto affare,  n ancora vi
    siete potuto porre a sedere, e intra tante cose abbiate fatto luogo al
    lusinghevole amore.
    Questo non  atto di re magnanimo, anzi d'un pusillanimo giovinetto. E
    oltre a questo,  che  molto peggio,  dite  che  diliberato  avete  di
    dovere le due figliuole torre al povero cavaliere,  il quale,  in casa
    sua,  oltre al poter suo v'ha onorato,  e,  per pi  onorarvi,  quelle
    quasi  ignude  v'ha dimostrate,  testificando per quello quanta sia la
    fede che egli ha in voi,  e che esso fermamente creda voi essere re  e
    non lupo rapace.
    Ora  evvi cos tosto della memoria caduto le violenze fatte alle donne
    da Manfredi avervi l'entrata aperta in questo regno?  Qual  tradimento
    si  commise  giammai pi degno d'etterno supplicio,  che saria questo,
    che voi a colui che v'onora togliate il suo onore e la sua speranza  e
    la  sua consolazione?  Che si direbbe di voi,  se voi il faceste?  Voi
    forse estimate che sufficiente scusa fosse il dire: - Io il  feci  per
    ci che egli  ghibellino -.  Ora  questo della giustizia dei re, che
    coloro che nelle lor braccia ricorrono in cotal forma, chi che essi si
    sieno,  in cos fatta guisa  si  trattino?  Io  vi  ricordo,  re,  che
    grandissima  gloria v' aver vinto Manfredi e sconfitto Corradino,  ma
    molto maggiore  s medesimo vincere;  e per ci voi,  che  avete  gli
    altri a correggere, vincete voi medesimo e questo appetito raffrenate,
    n  vogliate  con  cos fatta macchia ci che gloriosamente acquistato
    avete guastare.
    Queste  parole  amaramente  punsero  l'animo  del  re,   e  tanto  pi
    l'afflissero  quanto pi vere le conoscea;  per che,  dopo alcun caldo
    sospiro, disse:
    - Conte,  per certo ogn'altro nimico,  quantunque forte estimo che sia
    al  bene  ammaestrato  guerriere  assai  debole  e agevole a vincere a
    rispetto del suo  medesimo  appetito;  ma,  quantunque  l'affanno  sia
    grande  e  la forza bisogni inestimabile,  s m'hanno le vostre parole
    spronato, che conviene, avanti che troppi giorni trapassino, che io vi
    faccia  per  opera  vedere  che,  come  io  so  altrui  vincere,  cos
    similmente so a me medesimo soprastare.
    N molti giorni appresso a queste parole passarono,  che tornato il re
    a Napoli,  s per torre a s stesso materia d'operar  vilmente  alcuna
    cosa  e  s  per  premiare  il  cavaliere dello onore ricevuto da lui,
    quantunque duro gli fosse il fare altrui possessor di quello che  egli
    sommamente per s disiderava, nondimen si dispose di voler maritare le
    due giovani,  e non come figliuole di messer Neri,  ma come sue. E con
    piacer di messer Neri,  senza niuno indugio  magnificamente  dotatele,
    Ginevra la bella diede a messer Maffeo da Palizzi,  e Isotta la bionda
    a messer  Guiglielmo  della  Magna,  nobili  cavalieri  e  gran  baron
    ciascuno;  e  loro  assegnatele,  con dolore inestimabile in Puglia se
    n'and,  e con fatiche  continue  tanto  e  s  macer  il  suo  fiero
    appetito,  che  spezzate  e  rotte l'amorose catene,  per quanto viver
    dovea libero rimase da tal passione.
    Saranno forse di quei che diranno piccola cosa essere ad un re  l'aver
    maritate  due  giovinette;  e  io  il  consentir;  ma  molto grande e
    grandissima la dir,  se diremo un re innamorato questo  abbia  fatto,
    colei  maritando  cui egli amava,  senza aver preso a pigliare del suo
    amore fronda o fiore o frutto. Cos adunque il magnifico re oper,  il
    nobile cavaliere altamente premiando, l'amate giovinette laudevolmente
    onorando, e s medesimo fortemente vincendo.












    Giornata decima - Novella settima.

    Il re Piero,  sentito il fervente amore portatogli dalla Lisa inferma,
    le conforta,  e appresso ad un gentil giovane la marita,  e lei  nella
    fronte baciata, sempre poi si dice suo cavaliere.

    Venuta  era  la  Fiammetta al fin della sua novella,  e commendata era
    stata molto la virile magnificenzia del re Carlo  (quantunque  alcuna,
    che  quivi  era ghibellina,  commendar nol volesse),  quando Pampinea,
    avendogliele il re imposto, incominci.
    Niun discreto, ragguardevoli donne,  sarebbe,  che non dicesse ci che
    voi dite del buon re Carlo,  se non costei che gli vuol mal per altro;
    ma,  per ci che a me va per la memoria una cosa non meno commendevole
    forse  che  questa,  fatta  da  un suo avversario ancora in una nostra
    giovane fiorentina, quella mi piace di raccontarvi.
    Nel tempo che i franceschi di Cicilia furon cacciati,  era in  Palermo
    un nostro fiorentino speziale,  chiamato Bernardo Puccini, ricchissimo
    uomo,  il  quale  d'una  sua  donna  senza  pi  aveva  una  figliuola
    bellissima  e  gi da marito.  Ed essendo il re Pietro di Raona signor
    della isola divenuto,  faceva in Palermo maravigliosa festa  co'  suoi
    baroni.  Nel la qual festa armeggiando egli alla catalana, avvenne che
    la figliuola di Bernardo,  il cui nome era Lisa,  da una finestra dove
    ella   era   con   altre   donne,   il   vide  correndo  egli,   e  s
    maravigliosamente  le  piacque,   che,   una   volta   e   altra   poi
    riguardandolo, di lui ferventemente s'innamor. E cessata la festa, ed
    ella  in casa del padre standosi,  a niun'altra cosa poteva pensare se
    non a questo suo magnifico e alto amore.  E quello che intorno  a  ci
    pi l'offendeva,  era il cognoscimento della sua infima condizione, il
    quale niuna speranza appena le lasciava pigliare di lieto fine; ma non
    per tanto da amare il re indietro si voleva tirare,  e  per  paura  di
    maggior noia a manifestar non l'ardiva.
    Il  re  di  questa  cosa non s'era accorto n si curava;  di che ella,
    oltre a quello che si potesse estimare, portava intollerabil dolore.
    Per la qual cosa avvenne che,  crescendo in lei amor  continuamente  e
    una  malinconia  sopr'altra  aggiugnendosi,  la  bella giovane pi non
    potendo inferm, ed evidentemente di giorno in giorno, come la neve al
    sole, si consumava.
    Il padre di lei e la madre, dolorosi di questo accidente, con conforti
    continui e con medici e con medicine in ci che si  poteva  l'atavano;
    ma  niente  era,  per  ci che ella,  s come del suo amore disperata,
    aveva eletto di pi non volere vivere. Ora avvenne che, offerendole il
    padre di lei ogni suo piacere, le venne in pensiero,  se acconciamente
    potesse,  di  volere  il  suo  amore e il suo proponimento,  prima che
    morisse,  fare al re sentire;  e per ci un d il preg  che  egli  le
    facesse venire Minuccio d'Arezzo.
    Era in que'tempi Minuccio tenuto un finissimo cantatore e sonatore,  e
    volentieri dal re Pietro veduto,  il quale Bernardo avvis che la Lisa
    volesse per udirlo alquanto e sonare e cantare;  per che,  fattogliele
    dire, egli,  che piacevole uomo era,  incontanente a lei venne;  e poi
    che  alquanto  con  amorevoli  parole  confortata l'ebbe,  con una sua
    vivuola dolcemente  son  alcuna  stampita  e  cant  appresso  alcuna
    canzone;  le  quali  allo amor della giovane erano fuoco e fiamma,  l
    dove egli la credea consolare.
    Appresso questo disse la giovane che a lui solo alquante parole voleva
    dire; per che, partitosi ciascun altro ella gli disse:
    - Minuccio, io ho eletto te per fidissimo guardatore d'un mio segreto,
    sperando primieramente che tu quello a niuna persona,  se non a  colui
    che io ti dir,  debbi manifestar giammai;  e appresso,  che in quello
    che per te si possa tu mi debbi aiutare: cos ti priego.
    Dei adunque sapere,  Minuccio mio,  che il giorno che il nostro signor
    re  Pietro  fece  la  gran  festa  della  sua esaltazione,  mel venne,
    armeggiando egli,  in s forte punto veduto,  che dello amor di lui mi
    s'accese  un  fuoco  nell'anima,  che al partito m'ha recata che tu mi
    vedi; e conoscendo io quanto male il mio amore ad un re si convenga, e
    non potendolo non che cacciare ma diminuire,  ed egli essendomi  oltre
    modo grave a comportare, ho per minor doglia eletto di voler morire, e
    cos far.
    E'  il  vero che io fieramente n'andrei sconsolata,  se prima egli nol
    sapesse;  e non sappiendo per  cui  potergli  questa  mia  disposizion
    fargli  sentire  pi  acconciamente  che  per  te,  a te commettere la
    voglio,  e priegoti che non rifiuti di farlo,  e quando fatto  l'avrai
    assapere mel facci,  acci che io,  consolata morendo,  mi sviluppi da
    queste pene -: e questo detto piagnendo, si tacque.
    Maravigliossi Minuccio dell'altezza dello animo di costei  e  del  suo
    fiero proponimento,  e increbbenegli forte,  e subitamente nello animo
    corsogli come onestamente la poteva servire, le disse:
    - Lisa,  io t'obbligo la mia fede,  della quale vivi  sicura  che  mai
    ingannata  non  ti  troverrai,  e  appresso  commendandoti  di s alta
    impresa,  come  aver l'animo posto a cos gran re,  t'offero  il  mio
    aiuto,  col quale io spero,  dove tu confortar ti vogli, s adoperare,
    che,  avanti che passi il terzo giorno  ti  credo  recar  novelle  che
    sommamente  ti  saran  care;  e per non perder tempo,  voglio andare a
    cominciare.
    La Lisa,  di ci da capo pregatol molto e promessogli di  confortarsi,
    disse che s'andasse con Dio.
    Minuccio  partitosi,  ritrov  un Mico da Siena assai buon dicitore in
    rima a quei tempi,  e con prieghi lo strinse a far la  canzonetta  che
    segue:

    Muoviti, Amore, e vattene a messere,
    e contagli le pene ch'io sostegno;
    digli ch'a morte vegno,
    celando per temenza il mio volere.

    Merzede, Amore, a man giunte ti chiamo,
    ch'a messer vadi l dove dimora.
    Di'che sovente lui disio e amo,
    s dolcemente lo cor m'innamora;
    e per lo foco, ond'io tutta m'infiamo,
    temo morire, e gi non saccio l'ora
    ch'i'parta da s grave pena dura,
    la qual sostegno per lui disiando,
    temendo e vergognando.
    Deh! il mal mio, per Dio, fagli assapere.

    Poi che di lui, Amor, fu'innamorata,
    non mi donasti ardir quanto temenza
    che io potessi sola una fiata
    lo mio voler dimostrare in parvenza
    a quegli che mi tien tanto affannata;
    cos morendo il morir m' gravenza.
    Forse che non gli saria spiacenza,
    se el sapesse quanta pena i'sento,
    s'a me dato ardimento
    avesse in fargli mio stato sapere.

    Poi che 'n piacere non ti fu, Amore,
    ch'a me donassi tanta sicuranza,
    ch'a messer far savessi lo mio core
    lasso, per messo mai o per sembianza,
    merc ti chero, dolce mio signore,
    che vadi a lui, e donagli membranza
    del giorno ch'io il vidi a scudo e lanza
    con altri cavalieri arme portare:
    presilo a riguardare
    innamorata s che 'l mio cor pere!

    Le  quali  parole  Minuccio  prestamente  inton  d'un  suono  soave e
    pietoso,  s come la materia di quelle richiedeva,  e il terzo  d  se
    n'and a corte,  essendo ancora il re Pietro a mangiare, dal quale gli
    fu detto che egli alcuna cosa cantasse con la sua viuola.  Laonde egli
    cominci s dolcemente sonando a cantar questo suono, che quanti nella
    real sala n'erano parevano uomini adombrati, s tutti stavano taciti e
    sospesi ad ascoltare, e il re per poco pi che gli altri.
    E avendo Minuccio il suo canto fornito,  il re il domand donde questo
    venisse che mai pi non gliele pareva avere udito.
    - Monsignore, - rispose Minuccio - e'non sono ancora tre giorni che le
    parole si fecero e 'l suono -.  Il quale,  avendo il re domandato  per
    cui, rispose:
    - Io non l'oso scovrir se non a voi.
    Il  re,  disideroso  d'udirlo,  levate  le  tavole,  nella  camera sel
    fe'venire,  dove Minuccio ordinatamente ogni cosa udita gli  raccont.
    Di che il re fece gran festa, e commend la giovane assai, e disse che
    di  s valorosa giovane si voleva aver compassione;  e per ci andasse
    da sua parte a lei e la confortasse, e le dicesse che senza fallo quel
    giorno in sul vespro la verrebbe a visitare.
    Minuccio,  lietissimo di portare cos piacevole novella,  alla giovane
    senza ristare con la sua viuola n'and,  e con lei sola parlando, ogni
    cosa stata raccont, e poi la canzone cant con la sua viuola.
    Di  questo  fu  la  giovane  tanto  lieta  e   tanto   contenta,   che
    evidentemente  senza  alcuno  indugio apparver segni grandissimi della
    sua sanit; e con disidero, senza sapere o presummere alcun della casa
    che ci si fosse,  cominci ad aspettare il vespro,  nel quale il  suo
    signor veder dovea.
    Il  re,  il qual liberale e benigno signore era,  avendo poi pi volte
    pensato alle cose  udite  da  Minuccio  e  conoscendo  ottimamente  la
    giovane  e  la  sua  bellezza,  divenne  ancora pi che non era di lei
    pietoso;  e in  sull'ora  del  vespro  montato  a  cavallo,  sembiante
    faccendo  d'andare  a  suo diporto,  pervenne l dov'era la casa dello
    speziale;  e quivi fatto domandare che aperto gli fosse un  bellissimo
    giardino il quale lo speziale avea,  in quello smont, e dopo alquanto
    domand Bernardo che fosse della figliuola,  se egli  ancora  maritata
    l'avesse.
    Rispose Bernardo:
    -  Monsignore,  ella  non    maritata,  anzi  stata e ancora  forte
    malata;   il vero  che  da  nona  in  qua  ella    maravigliosamente
    migliorata.
    Il  re intese prestamente quello che questo miglioramento voleva dire,
    e disse:
    - In buona f danno sarebbe che ancora fosse tolta al mondo  s  bella
    cosa; noi la vogliamo venire a visitare.
    E  con  due compagni solamente e con Bernardo nella camera di lei poco
    appresso se n'and,  e come l entro fu,  s'accost al letto  dove  la
    giovane  alquanto  sollevata  con disio l'aspettava,  e lei per la man
    prese dicendo:
    - Madonna,  che vuol dir questo?  Voi siete giovane e dovreste l'altre
    confortare, e voi vi lasciate aver male: noi vi vogliam pregare che vi
    piaccia,  per  amor  di  noi,  di confortarvi in maniera che voi siate
    tosto guerita.
    La giovane,  sentendosi toccare alle mani di colui il quale ella sopra
    tutte  le  cose  amava,  come  che  ella alquanto si vergognasse,  pur
    sentiva tanto piacer nell'animo, quanto se stata fosse in paradiso; e,
    come pot, gli rispose:
    - Signor mio,  il volere io le mie poche forze sottoporre a gravissimi
    pesi,  m' di questa infermit stata cagione, dal la quale voi, vostra
    buona merc, tosto libera mi vedrete.
    Solo il re intendeva il  coperto  parlare  della  giovane,  e  da  pi
    ogn'ora la reputava, e pi volte seco stesso maladisse la fortuna, che
    di  tale  uomo l'aveva fatta figliuola;  e poi che alquanto fu con lei
    dimorato e pi ancora confortatala, si part.
    Questa umanit del re  fu  commendata  assai,  e  in  grande  onor  fu
    attribuita  allo  speziale  e alla figliuola;  la quale tanto contenta
    rimase, quanto altra donna di suo amante fosse giammai;  e da migliore
    speranza aiutata,  in pochi giorni guerita,  pi bella divent che mai
    fosse.
    Ma poi che guerita fu,  avendo il re  con  la  reina  diliberato  qual
    merito di tanto amore le volesse rendere,  montato un d a cavallo con
    molti de' suoi baroni a casa dello spezial se n'and,  e nel  giardino
    entratosene,  fece lo spezial chiamare e la sua figliuola; e in questo
    venuta la reina con molte  donne,  e  la  giovane  tra  lor  ricevuta,
    cominciarono maravigliosa festa.
    E dopo alquanto il re insieme con la reina chiamata la Lisa,  le disse
    il re:
    - Valorosa giovane,  il grande amor che portato  n'avete  v'ha  grande
    onore  da  noi  impetrato,  del quale noi vogliamo che per amor di noi
    siate contenta; e l'onore  questo,  che,  con ci sia cosa che voi da
    marito  siate,  noi vogliamo che colui prendiate per marito che noi vi
    daremo,  intendendo  sempre,  non  ostante  questo,  vostro  cavaliere
    appellarci, senza pi di tanto amor voler da voi che un sol bacio.
    La  giovane,  che  di  vergogna tutta era nel viso divenuta vermiglia,
    faccendo suo il piacer del re, con bassa voce cos rispose:
    - Signor mio, io son molto certa che, se egli si sapesse che io di voi
    innamorata mi fossi,  la pi della  gente  me  ne  reputerebbe  matta,
    credendo  forse che io a me medesima fossi uscita di mente e che io la
    mia condizione e oltre a questo la  vostra  non  conoscessi;  ma  come
    Iddio sa, che solo i cuori de' mortali vede, io nell'ora che voi prima
    mi  piaceste,  conobbi  voi  essere  re  e  me  figliuola  di Bernardo
    speziale, e male a me convenirsi in s alto luogo l'ardore dello animo
    dirizzare. Ma, s come voi molto meglio di me conoscete, niuno secondo
    debita elezione ci s'innamora,  ma secondo l'appetito  e  il  piacere;
    alla qual legge pi volte s'opposero le forze mie,  e pi non potendo,
    v'amai e amo e amer sempre. E' il vero che, com'io ad amore di voi mi
    sentii prendere, cos mi disposi di far sempre, del vostro, voler mio,
    e per ci,  non che io faccia questo di  prender  volentier  marito  e
    d'aver  caro  quello  il quale vi piacer di donarmi,  che mio onore e
    stato sar,  ma se voi diceste che io dimorassi nel fuoco,  credendovi
    io  piacere  mi  sarebbe diletto.  Avere uno re per cavaliere,  sapete
    quanto mi si conviene,  e per ci pi a ci non rispondo;  n il bacio
    che  solo  del  mio amor volete,  senza licenzia di madama la reina vi
    sar per me conceduto. Nondimeno di tanta benignit verso me, quanta 
    la vostra e quella di madama la reina che  qui, Iddio per me vi renda
    e grazie e merito; ch io da render non l'ho -. E qui si tacque.
    Alla reina piacque molto la risposta della  giovane,  e  parvele  cos
    savia  come  il  re l'aveva detto.  Il re fece chiamare il padre della
    giovane e la madre,  e sentendogli contenti di ci che fare intendeva,
    si  fece  chiamare  un  giovane,  il quale era gentile uomo ma povero,
    ch'avea nome Perdicone,  e postegli certe anella in mano,  a lui,  non
    recusante di farlo, fece sposare la Lisa.
    A'quali  incontanente il re,  oltre a molte gioie e care che egli e la
    reina alla giovane donarono,  gli don Ceffal e  Calatabellotta,  due
    bonissime terre e di gran frutto, dicendo:
    -  Queste ti doniamo noi per dote della donna;  quello che noi vorremo
    fare a te, tu tel vedrai nel tempo avvenire.
    E questo detto, rivolto alla giovane, disse:
    - Ora vogliam noi prender quel frutto che noi  del  vostro  amor  aver
    dobbiamo  -,  e  presole  con  amendune  le mani il capo,  le baci la
    fronte.
    Perdicone e 'l padre e la madre della Lisa ed ella altress  contenti,
    grandissima festa fecero e liete nozze.
    E secondo che molti affermano,  il re molto bene serv alla giovane il
    convenente;  per ci che mentre visse sempre s'appell suo  cavaliere,
    n mai in alcun fatto d'arme and, che egli altra sopransegna portasse
    che quella che dalla giovane mandata gli fosse.
    Cos adunque operando si pigliano gli animi dei suggetti; dassi altrui
    materia  di  bene operare,  e le fame etterne s'acquistano.  Alla qual
    cosa oggi pochi o niuno ha l'arco teso dello  'ntelletto,  essendo  li
    pi de' signori divenuti crudeli tiranni.







    Giornata decima - Novella ottava.

    Sofronia, credendosi esser moglie di Gisippo,  moglie di Tito Quinzio
    Fulvo, e con lui se ne va a Roma, dove Gisippo in povero stato arriva,
    e  credendo da Tito esser disprezzato,  s avere uno uomo ucciso,  per
    morire, afferma. Tito, riconosciutolo, per iscamparlo,  dice s averlo
    morto; il che colui che fatto l'avea vedendo, s stesso manifesta; per
    la qual cosa da Ottaviano tutti sono liberati,  e Tito d a Gisippo la
    sorella per moglie e con lui comunica ogni suo bene.

    Filomena, per comandamento del re, essendo Pampinea di parlar ristata,
    e gi avendo ciascuna commendato il re Pietro, e pi la ghibellina che
    l'altre, incominci.
    Magnifiche donne, chi non sa li re poter,  quando vogliono,  ogni gran
    cosa  fare,  e  loro  altress  spezialissimamente richiedersi l'esser
    magnifichi? Chi adunque, possedendo, fa quello che a lui s'appartiene,
    fa bene; ma non se ne dee l'uomo tanto maravigliare, n alto con somme
    lode levarlo,  come un altro si converria che il facesse,  a  cui  per
    poca  possa  meno si richiedesse.  E per ci,  se voi con tante parole
    l'opere de' re essaltate e paionvi belle,  io  non  dubito  punto  che
    molto pi non vi debbian piacere ed esser da voi commendate quelle de'
    nostri pari,  quando sono a quelle de' re simiglianti o maggiori;  per
    che una laudevole opera e magnifica usata tra due cittadini  amici  ho
    proposto in una novella di raccontarvi.
    Nel tempo adunque che Ottavian Cesare,  non ancora s chiamato Augusto,
    ma nello uficio chiamato triumvirato lo 'mperio di Roma reggeva, fu in
    Roma un gentile uomo chiamato Publio Quinzio Fulvo,  il quale,  avendo
    un  suo  figliuolo,  Tito  Quinzio  Fulvo  nominato,  di  maraviglioso
    ingegno,  ad imprender filosofia il mand ad Atene,  e quantunque  pi
    pot il raccomand ad un nobile uomo della terra chiamato Cremete,  il
    quale era antichissimo suo amico.  Dal quale Tito nelle propie case di
    lui  fu  allogato in compagnia d'un suo figliuolo nominato Gisippo;  e
    sotto la dottrina d'un filosofo chiamato Aristippo,  e Tito e  Gisippo
    furon parimente da Cremete posti ad imprendere.
    E  venendo i due giovani usando insieme,  tanto si trovarono i costumi
    loro esser conformi,  che una fratellanza e una amicizia s grande  ne
    nacque  tra  loro,  che  mai  poi  da  altro  caso che da morte non fu
    separata.  Niun di loro aveva n ben n riposo,  se non  tanto  quanto
    erano insieme. Essi avevano cominciati gli studi, e parimente ciascuno
    d'altissimo   ingegno   dotato  saliva  alla  gloriosa  altezza  della
    filosofia con pari passo e con maravigliosa laude; e in cotal vita con
    grandissimo piacer di Cremete, che quasi l'un pi che l'altro non avea
    per figliuolo,  perseveraron ben tre anni.  Nella fine de'  quali,  s
    come di tutte le cose addiviene,  addivenne che Cremete,  gi vecchio,
    di questa vita pass;  di che essi pari compassione,  s come di comun
    padre,  portarono,  n si discernea per gli amici n per li parenti di
    Cremete, qual pi fosse per lo sopravvenuto caso da racconsolar di lor
    due.
    Avvenne,  dopo alquanti mesi,  che gli amici di Gisippo  e  i  parenti
    furon  con  lui,  e  insieme con Tito il confortarono a tor moglie,  e
    trovarongli una giovane di  maravigliosa  bellezza  e  di  nobilissimi
    parenti discesa,  e cittadina d'Atene, il cui nome era Sofronia, d'et
    forse di quindici anni. E appressandosi il termine delle future nozze,
    Gisippo preg un d Tito che con lui andasse  a  vederla,  ch  veduta
    ancora  non  l'avea;  e  nella casa di lei venuti,  ed essa sedendo in
    mezzo d'amenduni, Tito, quasi consideratore della bellezza della sposa
    del suo amico,  la cominci attentissimamente  a  riguardare,  e  ogni
    parte  di lei smisuratamente piacendogli mentre quelle seco sommamente
    lodava,  s  fortemente,  senza  alcun  sembiante  mostrarne,  di  lei
    s'accese,  quanto di donna alcuno amante s'accendesse giammai.  Ma poi
    che alquanto con lei stati furono, partitisi, a casa se ne tornarono.
    Quivi Tito,  solo nella sua camera entratosene,  alla piaciuta giovane
    cominci a pensare,  tanto pi accendendosi quanto pi nel pensiero si
    stendea. Di che accorgendosi, dopo molti caldi sospiri,  seco cominci
    a dire: - Ahi!  misera la vita tua, Tito! Dove e in che pon tu l'animo
    e l'amore e la speranza tua?  Or non conosci tu,  s per  li  ricevuti
    onori da Cremete e dalla sua famiglia,  e s per la intera amicizia la
    quale  tra te e Gisippo,  di  cui  costei    sposa,  questa  giovane
    convenirsi avere in quella reverenza che sorella? Che dunque ami? Dove
    ti  lasci  trasportare allo 'ngannevole amore?  Dove alla lusinghevole
    speranza?  Apri gli occhi dello 'ntelletto,  e te medesimo,  o misero,
    riconosci; d luogo alla ragione, raffrena il concupiscibile appetito,
    tempera  i  disideri  non  sani,  e  ad altro dirizza i tuoi pensieri;
    contrasta in questo  cominciamento  alla  tua  libidine,  e  vinci  te
    medesimo,  mentre  che  tu  hai  tempo.  Questo non si conviene che tu
    vuogli,  questo non  onesto;  questo a  che  tu  seguir  ti  disponi,
    eziandio  essendo  certo  di  giugnerlo (che non se'),  tu il dovresti
    fuggire,  se quello riguardassi che la vera amist richiede e  che  tu
    dei.  Che dunque farai,  Tito?  Lascerai il non convenevole amore,  se
    quello vorrai fare che si conviene -.
    E poi,  di Sofronia ricordandosi,  in contrario  volgendo,  ogni  cosa
    detta  dannava,  dicendo:  - Le leggi d'Amore sono di maggior potenzia
    che alcune altre: elle rompono,  non che quelle della  amist,  ma  le
    divine.  Quante volte ha gi il padre la figliuola amata?  il fratello
    la sorella?  la matrigna il figliastro?  Cose pi mostruose che  l'uno
    amico  amar  la  moglie dell'altro,  gi fattosi mille volte.  Oltre a
    questo io son giovane,  e la giovanezza  tutta sottoposta all'amorose
    forze.  Quello  adunque  che  ad  Amor piace a me convien che piaccia.
    L'oneste cose s'appartengono a' pi maturi; io non posso volere se non
    quello che Amor vuole.  La bellezza di costei merita d'essere amata da
    ciascheduno;  e  se  io  l'amo,  che  giovane  sono,  chi  me ne potr
    meritamente riprendere? Io non l'amo perch ella sia di Gisippo,  anzi
    l'amo che l'amerei di chiunque ella stata fosse.  Qui pecca la Fortuna
    che a Gisippo mio amico l'ha conceduta pi tosto che ad un altro; e se
    ella dee essere amata (ch dee,  e meritamente,  per la sua bellezza),
    pi dee esser contento Gisippo,  risappiendolo, che io l'ami io che un
    altro -.
    E da questo ragionamento,  faccendo beffe di s medesimo,  tornando in
    sul  contrario,  e  di  questo in quello,  e di quello in questo,  non
    solamente quel giorno e la  notte  seguente  consum,  ma  pi  altri,
    intanto che,  il cibo e 'l sonno perdutone, per debolezza fu costretto
    a giacere.
    Gisippo, il qual pi d l'avea veduto di pensier pieno e ora il vedeva
    infermo, se ne doleva forte,  e con ogni arte e sollecitudine,  mai da
    lui non partendosi, s'ingegnava di confortarlo, spesso e con instanzia
    domandandolo  della  cagione de' suoi pensieri e della infermit.  Ma,
    avendogli pi volte Tito dato favole per risposta,  e Gisippo avendole
    conosciute, sentendosi pur Tito constrignere, con pianti e con sospiri
    gli rispose in cotal guisa:
    - Gisippo,  se agli Dii fosse piaciuto,  a me era assai pi a grado la
    morte che il pi vivere,  pensando che la fortuna m'abbi  condotto  in
    parte  che  della mia virt mi sia convenuto far pruova,  e quella con
    grandissima vergogna di me truovi vinta;  ma certo io n'aspetto  tosto
    quel merito che mi si conviene, cio la morte, la qual mi fia pi cara
    che il vivere con rimembranza della mia vilt,  la quale per ci che a
    te n posso n debbo alcuna cosa celare,  non  senza  gran  rossor  ti
    scoprirr.
    E,  cominciatosi da capo,  la cagion de' suoi pensieri, e la battaglia
    di quegli, e ultimamente de' quali fosse la vittoria,  e s per l'amor
    di  Sofronia  perire gli discoperse,  affermando che,  conoscendo egli
    quanto questo gli si sconvenisse, per penitenzia n'avea preso il voler
    morire, di che tosto credeva venire a capo.  Gisippo,  udendo questo e
    il suo pianto vedendo,  alquanto prima sopra s stette, s come quegli
    che del piacere della bella giovane,  avvegna che pi  temperatamente,
    era  preso;  ma  senza  indugio  diliber  la vita dello amico pi che
    Sofronia dovergli esser cara; e cos, dalle lagrime di lui a lagrimare
    invitato, gli rispose piagnendo:
    - Tito, se tu non fossi di conforto bisognoso come tu se',  io di te a
    te medesimo mi dorrei,  s come d'uomo il quale hai la nostra amicizia
    violata, tenendomi s lungamente la tua gravissima passione nascosa; e
    come che onesto non ti paresse, non son per ci le disoneste cose,  se
    non come l'oneste,  da celare all'amico, per ci che chi amico , come
    delle oneste con l'amico prende piacere,  cos le non oneste s'ingegna
    di  torre  dello animo dello amico;  ma ristarommene al presente,  e a
    quel verr che di maggior bisogno esser conosco.  Se  tu  ardentemente
    ami Sofronia a me sposata, io non me ne maraviglio, ma maravigliere'mi
    io  ben  se  cos  non fosse,  conoscendo la sua bellezza e la nobilt
    dell'animo tuo,  atta tanto pi a passion  sostenere,  quanto  ha  pi
    d'eccellenza  la  cosa  che  piaccia.  E quanto tu ragionevolmente ami
    Sofronia,  tanto ingiustamente della fortuna ti duoli  (quantunque  tu
    ci  non esprimi) che a me conceduta l'abbia,  parendoti il tuo amarla
    onesto,  se d'altrui fosse stata che mia.  Ma,  se  tu  se'savio  come
    suoli,  a cui la poteva la fortuna concedere, di cui tu pi l'avessi a
    render grazie,  che d'averla a me  conceduta?  Qualunque  altro  avuta
    l'avesse, quantunque il tuo amore onesto stato fosse, l'avrebbe egli a
    s amata pi tosto che a te, il che di me, se cos mi tieni amico come
    io  ti  sono,  non dei sperare;  e la cagione  questa,  che io non mi
    ricordo,  poi che amici fummo,  che io alcuna cosa avessi che cos non
    fosse tua come mia.
    Il  che,  se  tanto  fosse  la  cosa  avanti  che altramenti esser non
    potesse,  cos ne farei come dell'altre;  ma ella  ancora in s fatti
    termini, che di te solo la posso fare, e cos far; per ci che io non
    so  quello  che la mia amist ti dovesse esser cara,  se io d'una cosa
    che onestamente far si puote, non sapessi d'un mio voler far tuo. Egli
     il vero che Sofronia  mia sposa,  e che io l'amava molto e con gran
    festa  le  sue nozze aspettava;  ma per ci che tu,  s come molto pi
    intendente di me,  con pi fervor disideri cos cara cosa come ella ,
    vivi  sicuro  che non mia ma tua moglie verr nella mia camera.  E per
    ci lascia il pensiero,  caccia la  malinconia,  richiama  la  perduta
    sanit  e  il  conforto e l'allegrezza,  e da questa ora innanzi lieto
    aspetta i meriti del tuo molto pi degno amore che il mio non era.
    Tito,  udendo cos parlare a Gisippo,  quanto la lusinghevole speranza
    di  quello  gli  porgeva  piacere,  tanto  la debita ragion gli recava
    vergogna,  mostrandogli che quanto pi era di Gisippo  la  liberalit,
    tanto  di  lui ad usarla pareva la sconvenevolezza maggiore.  Per che,
    non ristando di piagnere, con fatica cos gli rispose:
    - Gisippo, la tua liberale e vera amist assai chiaro mi mostra quello
    che alla mia s'appartenga di fare.  Tolga via Iddio che mai colei,  la
    quale egli s come a pi degno ha a te donata,  che io da te la riceva
    per mia. Se egli avesse veduto che a me si convenisse costei, n tu n
    altri dee credere che mai a te conceduta l'avesse.  Usa adunque  lieto
    la  tua  elezione  e  il discreto consiglio e il suo dono,  e me nelle
    lagrime,  le quali egli,  s come  ad  indegno  di  tanto  bene,  m'ha
    apparecchiate,  consumar lascia, le quali o io vincer e saratti caro,
    o esse me vinceranno e sar fuor di pena.
    Al quale Gisippo disse:
    - Tito, se la nostra amist mi pu concedere tanto di licenzia, che io
    a seguire un mio piacer ti  sforzi,  e  te  a  doverlo  seguire  puote
    inducere,  questo fia quello in che io sommamente intendo d'usarla;  e
    dove tu non condiscenda piacevole a' prieghi miei,  con  quella  forza
    che  ne' beni dello amico usar si dee,  far che Sofronia fia tua.  Io
    conosco quanto possono le forze d'amore, e so che elle,  non una volta
    ma molte,  hanno ad infelice morte gli amanti condotti; e io veggio te
    s presso,  che tornare addietro n vincere potresti  le  lagrime,  ma
    procedendo,  vinto verresti meno, al quale io senza alcun dubbio tosto
    verrei appresso. Adunque, quando per altro io non t'amassi, m', acci
    che io viva,  cara la vita tua.  Sar adunque  Sofronia  tua,  ch  di
    leggiere altra che cos ti piacesse non troverresti; e io il mio amore
    leggiermente ad un'altra volgendo,  avr te e me contentato. Alla qual
    cosa forse  cos  liberal  non  sarei,  se  cos  rade  o  con  quella
    difficolt le mogli si trovasser, che si truovan gli amici; e per ci,
    potend'io leggerissimamente altra moglie trovare,  ma non altro amico,
    io voglio innanzi (non vo'dir perder lei, ch non la perder dandola a
    te,  ma ad un altro me la trasmuter di bene in  meglio)  trasmutarla,
    che perder te. E per ci, se alcuna cosa possono in te i prieghi miei,
    io ti priego che,  di questa afflizion togliendoti, ad una ora consoli
    te e me,  e con buona speranza ti disponghi a pigliar  quella  letizia
    che il tuo caldo amore della cosa amata disidera.
    Come  che  Tito  di  consentire  a  questo,  che  Sofronia  sua moglie
    divenisse, si vergognasse, e per questo duro stesse ancora,  tirandolo
    da  una  parte  amore,  e d'altra i conforti di Gisippo sospignendolo,
    disse:
    - Ecco,  Gisippo,  io non so quale io mi dica che io faccia pi,  o il
    mio piacere o il tuo,  faccendo quello che tu pregando mi di'che tanto
    ti piace;  e poi che la tua liberalit  tanta che vince la mia debita
    vergogna,  e  io il far.  Ma di questo ti rendi certo,  che io nol fo
    come uomo che non conosca me da te  ricever  non  solamente  la  donna
    amata, ma con quella la vita mia. Facciano gl'Iddii, se esser pu, che
    con  onore  e con ben di te io ti possa ancora mostrare quanto a grado
    mi sia ci che tu verso  me,  pi  pietoso  di  me  che  io  medesimo,
    adoperi.
    Appresso queste parole disse Gisippo:
    - Tito,  in questa cosa,  a volere che effetto abbia,  mi par da tener
    questa via.  Come tu sai,  dopo lungo trattato de' miei parenti  e  di
    quei di Sofronia,  essa  divenuta mia sposa, e per ci, se io andassi
    ora a dire che io per moglie non la volessi,  grandissimo scandalo  ne
    nascerebbe e turberei i suoi e'miei parenti; di che niente mi curerei,
    se  io per questo vedessi lei dover divenir tua;  ma io temo,  se io a
    questo  partito  la  lasciassi,  che  i  parenti  suoi  non  la  dieno
    prestamente ad un altro,  il qual forse non sarai desso tu,  e cos tu
    avrai perduto quello che io non avr acquistato.  E per ci  mi  pare,
    dove  tu  sii  contento,  che  io con quello che cominciato ho seguiti
    avanti,  e s come mia me la meni a casa e faccia le nozze,  e tu  poi
    occultamente,  s come noi saprem fare, con lei s come con tua moglie
    ti giacerai.  Poi a luogo e a tempo manifesteremo il fatto;  il quale,
    se  lor piacer,  bene star;  se non piacer,  sar pur fatto,  e non
    potendo indietro tornare, converr per forza che sien contenti.
    Piacque a Tito il consiglio: per la qual cosa Gisippo come  sua  nella
    sua  casa  la  ricevette,  essendo gi Tito guarito e ben disposto;  e
    fatta la festa grande,  come fu la notte venuta,  lasciar le donne  la
    nuova sposa nel letto del suo marito, e andar via.
    Era  la  camera  di Tito a quella di Gisippo congiunta,  e dell'una si
    poteva nell'altra andare; per che,  essendo Gisippo nella sua camera e
    ogni lume avendo spento,  a Tito tacitamente andatosene, gli disse che
    con la sua donna s'andasse a coricare.
    Tito vedendo questo,  vinto da vergogna,  si volle pentere e  recusava
    l'andata; ma Gisippo, che con intero animo, come con le parole, al suo
    piacere era pronto,  dopo lunga tencione vel pur mand. Il quale, come
    nel letto giunse, presa la giovane, quasi come sollazzando, chetamente
    la domand se sua  moglie  esser  voleva.  Ella,  credendo  lui  esser
    Gisippo,  rispose del s;  ond'egli un bello e ricco anello le mise in
    dito dicendo:
    - E io voglio esser tuo marito.
    E quinci consumato il matrimonio, lungo e amoroso piacer prese di lei,
    senza che ella o altri mai s'accorgesse che altri che Gisippo giacesse
    con lei.
    Stando adunque in questi termini il maritaggio di Sofronia e di  Tito,
    Publio  suo  padre  di  questa  vita pass;  per la qual cosa a lui fu
    scritto che senza indugio a vedere i fatti suoi a Roma se ne tornasse;
    e per ci egli d'andarne e di menarne Sofronia diliber  con  Gisippo.
    Il  che,  senza manifestarle come la cosa stesse,  far non si dovea n
    potea acconciamente.
    Laonde, un d nella camera chiamatala, interamente come il fatto stava
    le dimostrarono,  e di ci Tito per molti accidenti tra lor due  stati
    la fece chiara.  La qual,  poi che l'uno e l'altro un poco sdegnosetta
    ebbe guatato,  dirottamente cominci a piagnere,  s dello inganno  di
    Gisippo ramaricando; e prima che nella casa di Gisippo nulla parola di
    ci facesse, se n'and a casa il padre suo, e quivi a lui e alla madre
    narr  lo 'nganno il quale ella ed eglino da Gisippo ricevuto avevano;
    affermando s esser moglie  di  Tito,  e  non  di  Gisippo  come  essi
    credevano.
    Questo  fu  al padre di Sofronia gravissimo,  e co' suoi parenti e con
    que'di Gisippo ne fece una lunga e gran querimonia, e furon le novelle
    e le turbazioni molte e  grandi.  Gisippo  era  a'  suoi  e  a  que'di
    Sofronia  in  odio,  e  ciascun  diceva  lui  degno,  non solamente di
    riprensione,  ma d'aspro gastigamento.  Ma egli s  onesta  cosa  aver
    fatta  affermava  e da dovernegli essere rendute grazie da' parenti di
    Sofronia, avendola a miglior di s maritata.
    Tito d'altra parte ogni cosa sentiva e  con  gran  noia  sosteneva;  e
    conoscendo  costume  esser  de'  greci  tanto  innanzi sospignersi con
    romori  e  con  le  minacce,   quanto  penavano  a  trovar  chi   loro
    rispondesse, e allora non solamente umili ma vilissimi divenire; pens
    pi non fossero senza risposta da comportare le lor novelle;  e avendo
    esso animo romano e senno ateniese,  con assai acconcio modo i parenti
    di  Gisippo  e  que'di Sofronia in un tempio fe'ragunare,  e in quello
    entrato, accompagnato da Gisippo solo, cos agli aspettanti parl:
    - Credesi per molti filosofanti, che ci che s'adopera da' mortali sia
    degli iddii immortali  disposizione  e  provvedimento,  e  per  questo
    vogliono  alcuni  essere  di  necessit  ci  che ci si fa o far mai;
    quantunque alcuni altri sieno che questa necessit  impongono  a  quel
    che    fatto solamente.  Le quali oppinioni se con alcuno avvedimento
    riguardate feno, assai apertamente si vedr che il riprender cosa che
    frastornar non si possa,  niuna altra cosa  a fare se non volersi pi
    savio  mostrare  che  gl'iddii,  li  quali noi dobbiam credere che con
    ragion perpetua e senza alcuno errore dispongono e governan noi  e  le
    nostre cose;  per che,  quanto le loro operazioni ripigliare sia matta
    presunzione e bestiale, assai leggiermente il potete vedere,  e ancora
    chenti  e  quali  catene  coloro meritino che tanto in ci si lasciano
    trasportare dall'ardire. De'quali, secondo il mio giudicio,  voi siete
    tutti,  se  quello    vero che io intendo che voi dovete aver detto e
    continuamente dite,  per ci che mia moglie Sofronia  divenuta,  dove
    lei  a  Gisippo avavate data;  non riguardando che ab etterno disposto
    fosse che ella non di Gisippo divenisse ma mia, s come per effetto si
    conosce  al  presente.  Ma,  per  ci  che  'l  parlar  della  segreta
    provvedenza  e  intenzion  degl'iddii  pare  a  molti  duro  e grave a
    comprendere, presupponendo che essi di niuno nostro fatto s'impaccino,
    mi piace di condiscendere a' consigli degli uomini; de' quali dicendo,
    mi converr far due cose molto a' miei costumi  contrarie:  l'una  fia
    alquanto  me  commendare,  e  l'altra  il  biasimare alquanto altrui o
    avvilire.  Ma,  per ci che dal vero n  nell'una  n  nell'altra  non
    intendo partirmi, e la presente materia il richiede, il pur far.
    I  vostri  ramarichii,  pi  da  furia  che  da ragione incitati,  con
    continui mormorii, anzi romori, vituperano, mordono e dannano Gisippo,
    per ci che colei m'ha data per moglie col suo consiglio,  che  voi  a
    lui col vostro avevate data, laddove io estimo che egli sia sommamente
    da commendare;  e le ragioni son queste: l'una, per che egli ha fatto
    quello che amico dee fare;  l'altra,  perch egli  ha  pi  saviamente
    fatto  che  voi non avevate.  Quello che le sante leggi della amicizia
    vogliono che l'uno amico per l'altro faccia,  non  mia  intenzion  di
    spiegare  al  presente,  essendo  contento  d'avervi  tanto  solamente
    ricordato di quelle, che il legame della amist troppo pi stringa che
    quel del sangue o del parentado;  con ci sia cosa che gli  amici  noi
    abbiamo quali ce li eleggiamo, e i parenti quali gli ci d la fortuna.
    E  per ci,  se Gisippo am pi la mia vita che la vostra benivolenza,
    essendo io suo amico, come io mi tengo, niuno se ne dee maravigliare.
    Ma vegnamo alla seconda ragione,  nella quale con pi instanzia vi  si
    convien  dimostrare lui pi essere stato savio che voi non siete,  con
    ci sia cosa che della provvidenzia degli iddii niente mi pare che voi
    sentiate, e molto men conosciate della amicizia gli effetti.  Dico che
    il  vostro avvedimento,  il vostro consiglio e la vostra diliberazione
    aveva Sofronia data a Gisippo,  giovane e filosafo;  quello di Gisippo
    la  diede  a  giovane  e  filosafo;  il  vostro  consiglio la diede ad
    ateniese, e quel di Gisippo a romano;  il vostro ad un gentil giovane,
    quel di Gisippo ad un pi gentile; il vostro ad un ricco giovane, quel
    di  Gisippo ad un ricchissimo;  il vostro ad un giovane il quale,  non
    solamente non l'amava,  ma appena la conosceva;  quel di Gisippo ad un
    giovane,  il  quale  sopra  ogni sua felicit e pi che la propia vita
    l'amava.
    E che quello che io dico sia vero,  e pi da commendare che quello che
    voi  fatto  avavate,  riguardisi  a  parte  a parte.  Che io giovane e
    filosafo sia come Gisippo,  il viso mio e gli studi,  senza pi  lungo
    sermon  farne,  il possono dichiarare.  Una medesima et  la sua e la
    mia,  e con pari passo sempre proceduti siamo  studiando.  E  il  vero
    ch'egli    ateniese  e  io  romano.  Se  della  gloria della citt si
    disputer,  io dir che io sia di citt libera ed egli di  tributaria;
    io dir che io sia di citt donna di tutto 'l mondo,  ed egli di citt
    obbediente alla mia; io dir che io sia di citt fiorentissima d'arme,
    d'imperio e di studi,  dove egli non potr la  sua  se  non  di  studi
    commendare.
    Oltre a questo,  quantunque voi qui scolar mi veggiate assai umile, io
    non son nato della feccia del popolazzo di  Roma;  le  mie  case  e  i
    luoghi publichi di Roma son pieni d'antiche imagini de' miei maggiori,
    e  gli  annali  romani si troveranno pieni di molti triumfi menati da'
    Quinzi in sul romano Capitolio, n  per vecchiezza marcita, anzi oggi
    pi che mai fiorisce la gloria del nostro nome.
    Io mi taccio,  per vergogna,  delle mie ricchezze,  nella mente avendo
    che  l'onesta  povert  sia antico e larghissimo patrimonio de' nobili
    cittadini di Roma; la quale,  se dalla oppinione de' volgari  dannata
    e son commendati i tesori,  io ne sono, non come cupido, ma come amato
    dalla fortuna, abbondante. E assai conosco che egli v'era qui, e dovea
    essere e dee, caro d'aver per parente Gisippo;  ma io non vi debbo per
    alcuna  cagione  meno  essere  a Roma caro,  considerando che di me l
    avrete ottimo oste, e utile e sollicito e possente padrone, cos nelle
    pubbliche opportunit come ne' bisogni privati.
    Chi dunque,  lasciata star la volont e con ragion riguardando,  pi i
    vostri consigli commender che quegli del mio Gisippo?  Certo niuno. E
    adunque Sofronia ben maritata a Tito Quinzio Fulvo,  nobile,  antico e
    ricco cittadin di Roma e amico di Gisippo; per che chi di ci si duole
    o  si  ramarica,  non  fa  quello che dee n sa quello che egli si fa.
    Saranno forse alcuni che diranno non dolersi Sofronia esser moglie  di
    Tito,   ma   dolersi  del  modo  nel  quale  sua  moglie    divenuta,
    nascosamente, di furto,  senza saperne amico o parente alcuna cosa.  E
    questo non  miraculo, n cosa che di nuovo avvenga.
    Io  lascio  stare  volentieri quelle che gi contro a volere de' padri
    hanno i mariti presi;  e quelle che i sono con li loro amanti fuggite,
    e  prima  amiche  sono  state  che  mogli;  e  quelle che prima con le
    gravidezze e co' parti hanno i matrimoni palesati che con la lingua, e
    hagli fatti la necessit aggradire;  quello  che  di  Sofronia  non  
    avvenuto; anzi ordinatamente, discretamente e onestamente da Gisippo a
    Tito    stata  data.  E  altri diranno colui averla maritata a cui di
    maritarla non apparteneva. Sciocche lamentanze son queste e femminili,
    e da poca considerazion procedenti.  Non usa ora la fortuna  di  nuovo
    varie   vie   e  istrumenti  nuovi  a  recare  le  cose  agli  effetti
    diterminati.  Che ho io a curare se il  calzolaio  pi  tosto  che  il
    filosafo  avr  d'un  mio  fatto secondo il suo giudicio disposto o in
    occulto o in palese, se il fine  buono?  Debbomi io ben guardare,  se
    il  calzolaio  non    discreto,  che  egli  pi non ne possa fare,  e
    ringraziarlo del fatto. Se Gisippo ha ben Sofronia maritata, l'andarsi
    del modo dolendo e di lui  una stultizia superflua.  Se del suo senno
    voi non vi confidate,  guardatevi che egli pi maritar non ne possa, e
    di questa il ringraziate.
    Nondimeno dovete sapere che io non cercai ne con ingegno n con fraude
    d'imporre alcuna macula all'onest e alla chiarezza del vostro  sangue
    nella  persona  di Sofronia;  e quantunque io l'abbia occultamente per
    moglie presa,  io non venni come rattore a torle la sua virginit,  n
    come  nimico  la volli men che onestamente avere,  il vostro parentado
    rifiutando,  ma ferventemente acceso della sua vaga bellezza  e  della
    virt  di lei;  conoscendo,  se con quello ordine che voi forse volete
    dire cercata l'avessi, che, essendo ella molto amata da voi,  per tema
    che io a Roma menata non ne l'avessi, avuta non l'avrei.
    Usai  adunque  l'arte  occulta che ora vi puote essere aperta,  e feci
    Gisippo, a quello che egli di fare non era disposto, consentire in mio
    nome; e appresso, quantunque io ardentemente l'amassi, non come amante
    ma come marito i suoi congiugnimenti cercai, non appressandomi prima a
    lei, s come essa medesima pu con verit testimoniare,  che io con le
    debite  parole e con l'anello l'ebbi sposata,  domandandola se ella me
    per marito volea,  a che  ella  rispose  del  s.  Se  esser  le  pare
    ingannata, non io ne son da riprender, ma ella, che me non domand chi
    io  fossi.  Questo   adunque il gran male,  il gran peccato,  il gran
    fallo adoperato  da  Gisippo  amico  e  da  me  amante,  che  Sofronia
    occultamente  sia  divenuta  moglie  di  Tito  Quinzio;  per questo il
    lacerate, minacciate e insidiate. E che ne fareste voi pi, se egli ad
    un villano,  ad un ribaldo,  ad un servo data l'avesse?  Quali catene,
    qual carcere, quali croci ci basterieno?
    Ma lasciamo ora star questo: egli  venuto il tempo il quale io ancora
    non aspettava, cio che mio padre sia morto e che a me conviene a Roma
    tornare, per che, meco volendone Sofronia menare, v'ho palesato quello
    che  io  forse  ancora  v'avrei  nascoso;  il  che,  se  savi  sarete,
    lietamente comporterete,  per ci  che,  se  ingannare  o  oltraggiare
    v'avessi voluto,  schernita ve la poteva lasciare;  ma tolga Iddio via
    questo, che in romano spirito tanta vilt albergar possa giammai.
    Ella adunque, cio Sofronia, per consentimento degl'iddii e per vigore
    delle leggi umane, e per lo laudevole senno del mio Gisippo,  e per la
    mia amorosa astuzia  mia; la qual cosa voi, per avventura pi che gli
    iddii  o  che  gli  altri  uomini savi tenendovi,  bestialmente in due
    maniere forte a me noiose mostra che voi danniate.  L'una    Sofronia
    tenendovi, nella quale, pi che mi piaccia, alcuna ragion non avete; e
    l'altra    il  trattar Gisippo,  al quale meritamente obligati siete,
    come nimico. Nelle quali quanto scioccamente facciate,  io non intendo
    al  presente  di  pi  aprirvi,  ma  come  amici vi consigliare che si
    pongano giuso gli sdegni vostri, e i crucci presi si lascino tutti,  e
    che Sofronia mi sia restituita, acci che io lietamente vostro parente
    mi  parta  e  viva  vostro;  sicuri  di questo che,  o piacciavi o non
    piacciavi quel che  fatto,  se altramenti operare intendeste,  io  vi
    torr Gisippo,  e senza fallo, se a Roma pervengo, io riavr colei che
     meritamente mia, malgrado che voi n'abbiate;  e quanto lo sdegno de'
    romani  animi  possa,  sempre  nimicandovi,  vi  far  per esperienzia
    conoscere.
    Poi che Tito cos ebbe detto,  levatosi in pi tutto nel viso turbato,
    preso Gisippo per mano, mostrando d'aver poco a cura quanti nel tempio
    n'erano, di quello, crollando la testa e minacciando, s'usc.
    Quegli  che  l  entro  rimasono,  in  parte  dalle ragioni di Tito al
    parentado e alla sua amist indotti, e in parte spaventati dall'ultime
    sue parole,  di pari concordia diliberarono es sere il miglior  d'aver
    Tito  per  parente,  poi che Gisippo non aveva esser voluto,  che aver
    Gisippo per parente perduto e Tito nimico acquistato.
    Per la qual cosa andati,  ritrovar Tito e dissero che piaceva lor  che
    Sofronia fosse sua,  e d'aver lui per caro parente e Gisippo per buono
    amico;   e  fattasi  parentevole  e  amichevole  festa   insieme,   si
    dipartirono  e  Sofronia  gli rimandarono.  La qua le,  s come savia,
    fatta  della  necessit  virt,  l'amore  il  quale  aveva  a  Gisippo
    prestamente  rivolse  a  Tito;  e  con lui se n'and a Roma,  dove con
    grande onore fu ricevuta.
    Gisippo rimasosi in Atene, quasi da tutti poco a capital tenuto,  dopo
    non molto tempo,  per certe brighe cittadine, con tutti quegli di casa
    sua,  povero e meschino fu  d'Atene  cacciato  e  dannato  ad  essilio
    perpetuo. Nel quale stando Gisippo, e divenuto non solamente povero ma
    mendico,  come pot il men male a Roma se ne venne,  per provare se di
    lui Tito si ricordasse;  e saputo lui esser vivo e a  tutti  i  romani
    grazioso, e le sue case apparate, dinanzi ad esse si mise a star tanto
    che Tito venne;  al quale egli per la miseria nella quale era non ard
    di far motto,  ma  ingegnossi  di  farglisi  vedere,  acci  che  Tito
    riconoscendolo il facesse chiamare;  per che,  passato oltre Tito, e a
    Gisippo parendo che egli veduto l'avesse e schifatolo, ricordandosi di
    ci che gi per lui fatto aveva, sdegnoso e disperato si dipart.
    Ed essendo gi notte ed esso digiuno e senza denari, senza sapere dove
    s'andasse, pi che d'altro di morir disideroso, s'avvenne in uno luogo
    molto salvatico della citt,  dove veduta una gran grotta,  in  quella
    per  istarvi  quella  notte  si mise,  e sopra la nuda terra e male in
    arnese, vinto dal lungo pianto, s'addorment. Alla qual grotta due, li
    quali insieme erano la notte  andati  ad  imbolare,  col  furto  fatto
    andarono  in  sul matutino,  e a quistion venuti,  l'uno,  che era pi
    forte, uccise altro e and via.
    La qual cosa avendo Gisippo sentita e veduta,  gli  parve  alla  morte
    molto  da  lui disiderata,  senza uccidersi egli stesso,  aver trovata
    via;  e per ci,  senza partirsi,  tanto stette che i  sergenti  della
    corte,   che  gi  il  fatto  aveva  sentito,  vi  vennero  e  Gisippo
    furiosamente ne menarono preso. Il quale essaminato confess s averlo
    ucciso,  n mai poi esser potuto della grotta partirsi;  per  la  qual
    cosa  il  pretore,  che Marco Varrone era chiamato,  comand che fosse
    fatto morire in croce, s come allor s'usava.
    Era Tito per ventura in quella  ora  venuto  al  pretorio;  il  quale,
    guardando  nel  viso  il  misero  condennato e avendo udito il perch,
    subitamente il riconobbe esser  Gisippo,  e  maravigliossi  della  sua
    misera  fortuna  e  come  quivi  arrivato  fosse;  e ardentissimamente
    disiderando d'aiutarlo,  n veggendo alcuna altra via alla sua  salute
    se  non  d'accusar  s  e di scusar lui,  prestamente si fece avanti e
    grid:
    - Marco Varrone, richiama il povero uomo il quale tu dannato hai,  per
    ci  che egli  innocente.  Io ho assai con una colpa offesi gl'iddii,
    uccidendo  colui  il  quale  i  tuoi  sergenti  questa  mattina  morto
    trovarono,  senza  volere  ora  con  la  morte  d'un  altro  innocente
    offendergli.
    Varrone si maravigli,  e dolfegli  che  tutto  il  pretorio  l'avesse
    udito;  e  non  potendo  con  suo  onore  ritrarsi  di  far quello che
    comandavan le leggi, fece indietro ritornar Gisippo, e in presenzia di
    Tito gli disse:
    - Come fostu s folle che,  senza alcuna pena sentire,  tu confessassi
    quello  che tu non facesti giammai,  andandone la vita?  Tu dicevi che
    eri colui il quale questa notte avevi ucciso l'uomo, e questi or viene
    e dice che non tu ma egli l'ha ucciso.
    Gisippo guard e vide che colui era Tito,  e assai ben conobbe lui far
    questo  per la sua salute,  s come grato del servigio gi ricevuto da
    lui. Per che, di piet piagnendo, disse:
    - Varrone, veramente io l'uccisi, e la piet di Tito alla mia salute 
    omai troppo tarda.
    Tito d'altra parte diceva:
    - Pretore, come tu vedi, costui  forestiere,  e senza arme fu trovato
    allato all'ucciso, e veder puoi la sua miseria dargli cagione di voler
    morire; e per ci liberalo, e me, che l'ho meritato, punisci.
    Maravigliossi Varrone della instanzia di questi due,  e gi presummeva
    niuno  dovere  essere  colpevole,   e  pensando  al  modo  della  loro
    assoluzione,  ed ecco venire un giovane,  chiamato Publio Ambusto,  di
    perduta speranza e a  tutti  i  Romani  notissimo  ladrone,  il  quale
    veramente l'omicidio aveva commesso;  e conoscendo niuno de' due esser
    colpevole di quello che ciascun s'accusava,  tanta fu la tenerezza che
    nel  cuor  gli  venne  per  la  innocenzia  di  questi  due,  che,  da
    grandissima compassion mosso, venne dinanzi a Varrone, e disse:
    - Pretore, i miei fati mi traggono a dover solvere la dura quistion di
    costoro, e non so quale iddio dentro mi stimola e infesta a doverti il
    mio peccato manifestare;  e  per  ci  sappi  niun  di  costoro  esser
    colpevole di quello che ciascuno s medesimo accusa.  Io son veramente
    colui che quello uomo uccisi istamane in sul d,  e questo  cattivello
    che  qui  ,  l  vid'io  che si dormiva,  mentre che io i furti fatti
    divideva con colui cui io uccisi.  Tito non bisogna che io  scusi:  la
    sua  fama   chiara per tutto,  lui non essere uomo di tal condizione;
    adunque  liberagli,   e  di  me  quella  pena  piglia  che  le   leggi
    m'impongono.
    Aveva  gi  Ottaviano  questa  cosa sentita,  e fattiglisi tutti e tre
    venire,  udir volle che cagion movesse ciascuno  a  volere  essere  il
    condannato,  la  quale  ciascun narr.  Ottaviano li due,  per ci che
    erano innocenti, e il terzo per amor di loro liber.
    Tito,  preso il suo Gisippo,  e molto prima  della  sua  tiepidezza  e
    diffidenzia ripresolo,  gli fece maravigliosa festa,  e a casa sua nel
    men, l dove Sofronia con pietose lagrime il ricevette come fratello;
    e ricreatolo alquanto,  e rivestitolo e ritornatolo nello abito debito
    alla  sua virt e gentilezza,  primieramente con lui ogni suo tesoro e
    possessione fece comune,  e  appresso,  una  sua  sorella  giovinetta,
    chiamata Fulvia, gli di per moglie; e quindi gli disse:
    -  Gisippo,  a te sta omai o il volere qui appresso di me dimorare,  o
    volerti con ogni cosa che donata t'ho in Acaia tornare.
    Gisippo,  costrignendolo da una parte l'essilio che  aveva  della  sua
    citt  e d'altra l'amore il qual portava debitamente alla grata amist
    di Tito,  a divenir romano s'accord.  Dove con la sua Fulvia,  e Tito
    con  la  sua  Sofronia,  sempre  in  una  casa gran tempo e lietamente
    vissero, pi ciascun giorno, se pi potevano essere, divenendo amici.
    Santissima cosa adunque    l'amist,  e  non  solamente  di  singular
    reverenzia degna,  ma d'essere con perpetua laude commendata,  s come
    discretissima  madre  di  magnificenzia   e   d'onest,   sorella   di
    gratitudine e di carit,  e d'odio e d'avarizia nimica,  sempre, senza
    priego aspettar,  pronta a quello in altrui virtuosamente operare  che
    in  s  vorrebbe  che fosse operato.  Li cui sacratissimi effetti oggi
    radissime volte si veggono in  due,  colpa  e  vergogna  della  misera
    cupidigia de' mortali,  la qual solo alla propria utilit riguardando,
    ha costei fuor degli estremi termini della terra in  essilio  perpetuo
    re legata.
    Quale  amore,  qual ricchezza,  qual parentado avrebbe il fervore,  le
    lagrime e'sospiri di Tito con tanta efficacia fatti a Gisippo nel cuor
    sentire, che egli per ci la bella sposa gentile e amata da lui avesse
    fatta divenir di Tito, se non costei? Quali leggi, quali minacce, qual
    paura le giovanili braccia di Gisippo ne' luoghi solitari,  ne' luoghi
    oscuri,  nel letto proprio avrebbe fatto astenere dagli abbracciamenti
    della vaga giovane, forse talvolta invitatrice,  se non costei?  Quali
    stati,  qua' meriti,  quali avanzi avrebbon fatto Gisippo non curar di
    perdere i suoi parenti e quei di Sofronia,  non  curar  de'  disonesti
    mormorii  del popolazzo,  non curar delle beffe e de gli scherni,  per
    sodisfare all'amico, se non costei?
    E  d'altra  parte,  chi  avrebbe  Tito,   senza  alcuna  diliberazione
    (possendosi  egli onestamente infignere di vedere) fatto prontissimo a
    procurar la propria morte per levar Gisippo dalla croce la quale  egli
    stesso  si procacciava,  se non costei?  Chi avrebbe Tito senza alcuna
    dilazione fatto liberalissimo a comunicare il suo ampissimo patrimonio
    con Gisippo,  al quale la fortuna il suo aveva tolto,  se non  costei?
    Chi  avrebbe  Tito  senza  alcuna  suspizione  fatto  ferventissimo  a
    concedere la propia sorella per moglie  a  Gisippo,  il  quale  vedeva
    poverissimo e in estrema miseria posto, se non costei?
    Disiderino  adunque  gli uomini la moltitudine dei consorti,  le turbe
    de' fratelli,  e la gran quantit de' figliuoli,  e con gli lor denari
    il  numero de' servidori s'accrescano,  e non guardino,  qualunque s'
    l'uno  di  questi,   ogni  minimo  suo  pericolo   pi   temere,   che
    sollicitudine  aver di tor via i grandi del padre o del fratello o del
    signore, dove tutto il contrario far si vede all'amico.
    Giornata decima - Novella nona.

    Il Saladino in forma di mercatante  onorato da messer  Torello  Fassi
    il  passaggio;   messer  Torello  d  un  termine  alla  donna  sua  a
    rimaritarsi;   preso,  e per acconciare uccelli viene in notizia  del
    soldano;  il quale,  riconosciutolo e s fatto riconoscere, sommamente
    l'onora;  messer Torello inferma,  e per arte magica in una notte  n'
    recato  a  Pavia,  e  alle  nozze,  che della rimaritata sua moglie si
    facevano, da lei riconosciuto, con lei a casa sua se ne torna.

    Aveva alle  sue  parole  gi  Filomena  fatta  fine,  e  la  magnifica
    gratitudine  di  Tito  da  tutti parimente era stata commendata molto,
    quando il re,  il deretano luogo riservando a Dioneo,  cos cominci a
    parlare.
    Vaghe  donne,  senza alcun fallo Filomena in ci che del l'amist dice
    racconta 'l vero, e con ragione nel fine delle sue parole si dolfe lei
    oggi cos poco da' mortali esser gradita.  E  se  noi  qui  per  dover
    correggere  i  difetti mondani,  o pur per riprendergli,  fossimo,  io
    seguiterei con diffuso sermone le sue parole;  ma per ci che altro  
    il  nostro fine,  a me  caduto nel animo di dimostrarvi forse con una
    istoria assai lunga,  ma piacevol per tutto,  una delle  magnificenzie
    del Saladino,  acci che per le cose che nella mia novella udirete, se
    pienamente  l'amicizia  d'alcuno  non  si  pu  per  li  nostri   vizi
    acquistare,  al  meno  diletto  prendiamo  del servire,  sperando che,
    quando che sia, di ci merito ci debba seguire.
    Dico adunque  che,  secondo  che  alcuni  affermano,  al  tempo  dello
    imperadore  Federigo primo a racquistare la Terra Santa si fece per li
    cristiani un general passaggio. La qual cosa il Saladino, valentissimo
    signore e allora soldano di Babilonia, alquanto dinanzi sentendo, seco
    propose  di  volere  personalmente  vedere  gli  apparecchiamenti  de'
    signori  cristiani a quel passaggio,  per meglio poter provvedersi.  E
    ordinato in Egitto ogni suo  fatto,  sembiante  faccendo  d'andare  in
    pellegrinaggio,  con due de' suoi maggiori e pi savi uomini e con tre
    famigliari solamente,  in forma di mercatante si mise  in  cammino.  E
    avendo  cerche  molte provincie cristiane,  e per Lombardia cavalcando
    per passare oltre a' monti, avvenne che, andando da Melano a Pavia, ed
    essendo gi vespro, si scontrarono in un gentile uomo, il cui nome era
    messer Torello di Str da Pavia,  il quale con suoi famigliari  e  con
    cani e con falconi se n'andava a dimorare ad un suo bel luogo il quale
    sopra  'l  Tesino aveva.  Li quali come messer Torel vide,  avvis che
    gentili uomini e stranier fossero,  e disider d'onorargli.  Per  che,
    domandando  il Saladino un de' suoi famigliari quanto ancora avesse di
    quivi a Pavia,  e se ad ora giugner potesser d'entrarvi,  Torello  non
    lasci rispondere al famigliare, ma rispose egli:
    -  Signori,  voi  non  potrete  a  Pavia  pervenire  ad ora che dentro
    possiate entrare.
    - Adunque,  - disse il Saladino - piacciavi d'insegnarne,  per ci che
    stranier siamo, dove noi possiamo meglio albergare.
    Messer Torello disse:
    - Questo far io volentieri; io era test in pensiero di mandare un di
    questi  miei infin vicin di Pavia per alcuna cosa;  io nel mander con
    voi,  ed egli vi  conducer  in  parte  dove  voi  albergherete  assai
    convenevolmente.
    E  al  pi  discreto  de' suoi accostatosi,  gl'impose quello che egli
    avesse a fare,  e mandol con loro;  ed egli al  suo  luogo  andatosene
    prestamente,  come  si  pot  il meglio fece ordinare una bella cena e
    metter le tavole in un suo giardino; e questo fatto, sopra la porta se
    ne venne ad aspettargli. Il famigliare,  ragionando co' gentili uomini
    di  diverse  cose,  per  certe strade gli trasvi,  e al luogo del suo
    signore, senza che essi se n'accorgessero, condotti gli ebbe.
    Li quali come messer Torel vide,  tutto a pi fattosi  loro  incontro,
    ridendo disse:
    - Signori, voi siate i molto ben venuti.
    Il Saladino,  il quale accortissimo era, s'avvide che questo cavaliere
    aveva dubitato che essi non avesser tenuto lo 'nvito,  se  quando  gli
    trov  invitati  gli  avesse;  per  ci,  acci che negar non potesser
    d'esser la sera con lui, con ingegno a casa sua gli aveva condotti;  e
    risposto al suo saluto, disse:
    - Messere,  se dei cortesi uomini l'uom si potesse ramaricare,  noi ci
    dorremmo di voi,  il quale,  lasciamo stare  del  nostro  cammino  che
    impedito alquanto avete, ma, senza altro essere stata da noi la vostra
    benivolenza meritata che d'un sol saluto,  a prender s alta cortesia,
    come la vostra , n'avete quasi costretti.
    Il cavaliere, savio e ben parlante, disse:
    - Signori, questa che voi ricevete da me,  a rispetto di quella che vi
    si  converrebbe,  per quello che io ne' vostri aspetti comprenda,  fia
    povera cortesia;  ma nel vero fuor di Pavia voi  non  potreste  essere
    stati  in  luogo  alcun  che  buon  fosse;  e per ci non vi sia grave
    l'avere alquanto la via traversata, per un poco men disagio avere.
    E cos dicendo,  la sua  famiglia  venuta  dattorno  a  costoro,  come
    smontati furono,  i cavalli adagiarono; e messer Torello i tre gentili
    uomini men alle camere per loro apparecchiate, dove gli fece scalzare
    e rinfrescare  alquanto  con  freschissimi  vini,  e  in  ragionamenti
    piacevoli infino all'ora di poter cenare gli ritenne.
    Il  Saladino  e'compagni  e'famigliari  tutti sapevan latino,  per che
    molto bene intendevano ed erano intesi, e pareva a ciascun di loro che
    questo cavaliere fosse il pi piacevole e 'l  pi  costumato  uomo,  e
    quegli  che  meglio  ragionasse  che  alcun altro che ancora n'avesser
    veduto.
    A messer Torello d'altra parte pareva che costoro  fossero  magnifichi
    uomini e da molto pi che avanti stimato non avea, per che seco stesso
    si dolea che di compagnia e di pi solenne convito quella sera non gli
    poteva  onorare;  laonde  egli  pens  di  volere  la seguente mattina
    ristorare, e informato un de' suoi famigli di ci che far voleva, alla
    sua donna, che savissima era e di grandissimo animo, nel mand a Pavia
    assai quivi vicina e dove porta alcuna  non  si  serrava.  E  appresso
    questo menati i gentili uomini nel giardino,  cortesemente gli domand
    chi e'fossero e donde e dove andassero; al quale il Saladino rispose:
    - Noi siamo mercatanti cipriani e di  Cipri  vegniamo,  e  per  nostre
    bisogne andiamo a Parigi.
    Allora disse messer Torello:
    -  Piacesse  a  Dio  che  questa nostra contrada producesse cos fatti
    gentili uomini, chenti io veggio che Cipri fa mercatanti.
    E di questi ragionamenti in altri stati alquanto,  fu di cenar  tempo;
    per che a loro l'onorarsi alla tavola commise,  e quivi,  secondo cena
    sprovveduta, furono assai bene e ordinatamente serviti. N guari, dopo
    le tavole levate, stettero che, avvisandosi messer Torello loro essere
    stanchi,  in bellissimi letti gli mise a riposare,  ed esso similmente
    poco appresso s'and a dormire.
    Il famigliare mandato a Pavia fe'l'ambasciata alla donna, la quale non
    con  feminile  animo,  ma con reale,  fatti prestamente chiamare degli
    amici e de' servidori di messer Torello assai,  ogni cosa opportuna  a
    grandissimo convito fece apparecchiare,  e a lume di torchio molti de'
    pi nobili cittadini fece al convito  invitare,  e  fe'torre  panni  e
    drappi  e  vai,  e  compiutamente mettere in ordine ci che dal marito
    l'era stato mandato a dire.
    Venuto il giorno,  i gentili uomini  si  levarono,  coi  quali  messer
    Torello montato a cavallo e fatti venire i suoi falconi,  ad un guazzo
    vicin gli men,  e mostr loro come essi volassero.  Ma dimandando  il
    Saladin  di  alcuno  che a Pavia e al migliore albergo gli conducesse,
    disse messer Torello:
    - Io sar desso, per ci che esser mi vi conviene.
    Costoro credendolsi furon contenti,  e insieme con  lui  entrarono  in
    cammino;  ed essendo gi terza ed essi alla citt pervenuti, avvisando
    d'essere al migliore albergo inviati, con messer Torello alle sue case
    pervennero,  dove gi ben cinquanta de' maggiori cittadini eran venuti
    per ricevere i gentili uomini,  a' quali subitamente furon dintorno a'
    freni e alle staffe.  La qual cosa il  Saladino  e'compagni  veggendo,
    troppo s'avvisaron ci che era, e dissono:
    -  Messer  Torello,  questo non  ci che noi v'avam domandato;  assai
    n'avete questa notte passata fatto, e troppo pi che noi non vagliamo,
    per che acconciamente ne potevate lasciare andare al cammin nostro.
    A'quali messer Torello rispose:
    - Signori,  di ci che iersera vi fu fatto,  so io grado alla  fortuna
    pi  che a voi,  la quale ad ora vi colse in cammino che bisogno vi fu
    di venire alla mia piccola casa;  di  questo  di  stamattina  sar  io
    tenuto  a  voi,  e  con  meco  insieme tutti questi gentili uomini che
    dintorno vi sono, a' quali,  se cortesia vi par fare il negar di voler
    con loro desinare, far lo potete se voi volete.
    Il Saladino e'compagni vinti smontarono, e ricevuti da' gentili uomini
    lietamente  furono  alle camere menati,  le quali ricchissimamente per
    loro erano apparecchiate;  e posti  gi  gli  arnesi  da  camminare  e
    rinfrescatisi   alquanto,   nella   sala,   dove   splendidamente  era
    apparecchiato, vennero.  E data l'acqua alle mani e a tavola messi con
    grandissimo  ordine  e  bello,  di  molte vivande magnificamente furon
    serviti,  in tanto che,  se lo 'mperadore  venuto  vi  fosse,  non  si
    sarebbe pi potuto fargli d'onore. E quantunque il Saladino e'compagni
    fossero  gran  signori e usi di vedere grandissime cose,  nondimeno si
    maravigliarono essi molto di questa,  e  lor  pareva  delle  maggiori,
    avendo  rispetto alla qualit del cavaliere,  il qual sapevano che era
    cittadino e non signore.
    Finito il mangiare e le tavole levate,  avendo  alquanto  d'alte  cose
    parlato,  essendo  il  caldo  grande,  come a messer Torel piacque,  i
    gentili uomini di Pavia tutti s'andarono a riposare,  ed esso  con  li
    suoi tre rimase, e con loro in una camera entratosene, acci che niuna
    sua cara cosa rimanesse che essi veduta non avessero, quivi si fece la
    sua  valente  donna  chiamare.  La quale,  essendo bellissima e grande
    della persona,  e di ricchi vestimenti ornata,  in mezzo di  due  suoi
    figlioletti,  che parevano due agnoli, se ne venne davanti a costoro e
    piacevolmente gli salut.  Essi vedendola si levarono in  pi,  e  con
    reverenzia  la  ricevettono,  e  fattala  sedere fra loro,  gran festa
    fecero de' due  belli  suoi  figlioletti.  Ma  poi  che  con  loro  in
    piacevoli  ragionamenti entrata fu,  essendosi alquanto partito messer
    Torello,  essa  piacevolmente  donde  fossero  e  dove  andassero  gli
    domand;  alla  qual  i  gentili  uomini  cos risposero come a messer
    Torello avevan fatto.
    Allora la donna con lieto viso disse:
    - Adunque veggo che il mio feminile avviso sar utile,  e per  ci  vi
    priego,  che di spezial grazia mi facciate di non rifiutare n avere a
    vile  quel  piccioletto  dono  il  quale  io  vi  far   venire;   ma,
    considerando  che  le  donne  secondo il lor piccol cuore piccole cose
    danno,  pi al buono animo di chi d riguardando che alla quantit del
    dono, il prendiate.
    E  fattesi  venire  per  ciascuno  due paia di robe,  l'un foderato di
    drappo e l'altro di vaio,  non miga cittadine n da mercatanti,  ma da
    signore, e tre giubbe di zendalo e pannilini, disse:
    -  Prendete  queste:  io ho delle robe il mio signore vestito con voi;
    l'altre cose, considerando che voi siete alle vostre donne lontani,  e
    la lunghezza del cammin fatto e quel la di quel che  a fare,  e che i
    mercatanti son netti e dilicati uomini,  ancor che elle vaglian  poco,
    vi potranno esser care.
    I  gentili  uomini  si  maravigliarono,  e apertamente conobber messer
    Torello  niuna  parte  di  cortesia  voler  lasciare  a  far  loro,  e
    dubitarono,  veggendo la nobilt delle robe non mercatantesche, di non
    esser da messer Torello conosciuti; ma pure alla donna rispose l'un di
    loro:
    - Queste son,  madonna,  grandissime cose e da non  dover  di  leggier
    pigliare,  se  i vostri prieghi a ci non ci strignessero,  alli quali
    dir di no non si puote.
    Questo  fatto,  essendo  gi  messer  Torello  ritornato,   la  donna,
    accomandatigli a Dio,  da lor si part, e di simili cose di ci, quali
    a loro si convenieno,  fece provvedere a' famigliari.  Messer  Torello
    con  molti  prieghi  impetr  da loro che tutto quel d dimorasson con
    lui;  per che,  poi che dormito ebbero,  vestitisi le robe  loro,  con
    messer  Torello  alquanto  cavalcar  per la citt,  e l'ora della cena
    venuta, con molti onorevoli compagni magnificamente cenarono.
    E,  quando tempo fu,  andatisi a riposare,  come il giorno venne su si
    levarono,  e  trovarono  in  luogo de' loro ronzini stanchi tre grossi
    pallafreni e buoni,  e similmente nuovi  cavalli  e  forti  alli  loro
    famigliari.  La  qual  cosa  veggendo  il  Saladino,  rivolto  a' suoi
    compagni disse:
    - Io giuro a Dio,  che pi compiuto  uomo  n  pi  corte  se  n  pi
    avveduto di costui non fu mai;  e se li re cristiani son cos fatti re
    verso di s chente costui  cavaliere,  al soldano di Babilonia non ha
    luogo  d'aspettare  pure  un,  non  che  tanti,  quanti,  per  addosso
    andargliene,  veggiam che  s'apparecchiano  -;  ma  sappiendo  che  il
    rinunziargli  non  avrebbe luogo,  assai cortesemente ringraziandolne,
    montarono a cavallo.
    Messer Torello con molti compagni gran pezza  di  via  gli  accompagn
    fuor  della  citt;  e  quantunque  al  Saladino il partirsi da messer
    Torello gravasse (tanto gi innamorato se n'era),  pure,  strignendolo
    l'andata,  il preg che indietro se ne tornasse.  Il quale, quantunque
    duro gli fosse il partirsi da loro, disse:
    - Signori, io il far poi che vi piace, ma cos vi vo' dire: io non so
    chi voi vi siete, n di saperlo, pi che vi piaccia, addomando; ma chi
    che voi vi siate,  che voi siate  mercatanti  non  lascerete  voi  per
    credenza a me questa volta; e a Dio vi comando.
    Il  Saladino,  avendo  gi da tutti i compagni di messer Torello preso
    commiato, gli rispose dicendo:
    - Messere,  egli potr ancora avvenire che  noi  vi  farem  vedere  di
    nostra mercatantia,  per la quale noi la vostra credenza raffermeremo;
    e andatevi con Dio.
    Partissi adunque il Saladino e'compagni,  con  grandissimo  animo,  se
    vita  gli  durasse  e la guerra la quale aspettava nol disfacesse,  di
    fare ancora non minore onore a messer Torello che  egli  a  lui  fatto
    avesse;  e  molto e di lui e del la sua donna e di tutte le sue cose e
    atti e fatti ragion co' compagni,  ogni cosa pi commendando.  Ma poi
    che  tutto  il Ponente non senza gran fatica ebbe cercato,  entrato in
    mare,  co' suoi compagni se ne  torn  in  Alessandria,  e  pienamente
    informato si dispose alla difesa. Messer Torello se ne torn in Pavia,
    e  in lungo pensier fu chi questi tre esser potessero,  n mai al vero
    non aggiunse n s'appress.
    Venuto il tempo del passaggio,  e faccendosi l'apparecchiamento grande
    per tutto,  messer Torello, non ostante i prieghi della sua donna e le
    lagrime,  si dispose ad andarvi del  tutto;  e  avendo  ogni  appresto
    fatto,  ed essendo per cavalcare,  disse alla sua donna, la quale egli
    sommamente amava:
    - Donna come tu vedi,  io vado in questo passaggio  s  per  onor  del
    corpo e s per salute dell'anima;  io ti raccomando le nostre cose,  e
    'l nostro onore;  e per ci  che  io  sono  dell'andar  certo,  e  del
    tornare,  per  mille casi che posson sopravvenire,  niuna certezza ho,
    voglio io che tu mi facci una grazia; che che di me s'avvegna,  ove tu
    non abbi certa novella della mia vita,  che tu m'aspetti uno anno e un
    mese e un d senza rimaritarti,  incominciando da questo d che io  mi
    parto.
    La donna, che forte piagneva, rispose:
    - Messer Torello,  io non so come io mi comporter il dolore nel qual,
    partendovi voi, mi lasciate; ma, dove la mia vita sia pi forte di lui
    e altro di voi avvenisse, vivete e morite sicuro che io viver e morr
    moglie di messer Torello e della sua memoria.
    Alla qual messer Torello disse:
    - Donna, certissimo sono, che, quanto in te sar, che questo che tu mi
    prometti avverr;  ma tu se'giovane donna,  e se'bella  e  se'di  gran
    parentado,  e  la tua virt  molta ed  conosciuta per tutto;  per la
    qual cosa io non dubito che molti grandi e gentili uomini,  se  niente
    di  me si suspicher,  non ti domandino a' tuoi fratelli e a' parenti;
    dagli stimoli de' quali, quantunque tu vogli, non ti potrai difendere,
    e per forza ti converr compiacere a' voler loro; e questa  la cagion
    per la quale io questo termine, e non maggiore, ti dimando.
    La donna disse:
    - Io far ci che io potr di quello che detto  v'ho;  e  quando  pure
    altro  far  mi  convenisse,  io  v'ubidir,  di questo che m'imponete,
    certamente.  Priego io Iddio che a cos fatti termini  n  voi  n  me
    rechi a questi tempi.
    Finite  le  parole,  la  donna  piagnendo abbracci messer Torello,  e
    trattosi di dito un anello, gliele diede dicendo:
    - Se egli avviene che io muoia prima che io vi rivegga,  ricordivi  di
    me quando il vedrete.
    Ed egli presolo mont a cavallo, e detto ad ogn'uomo addio, and a suo
    viaggio; e pervenuto a Genova con sua compagnia, montato in galea and
    via,  e  in poco tempo per venne ad Acri,  e con l'altro essercito de'
    cristiani si congiunse.  Nel quale quasi a mano  a  man  cominci  una
    grandissima infermeria e mortalit; la qual durante, qual che si fosse
    l'arte o la fortuna del Saladino, quasi tutto il rimaso degli scampati
    cristiani  da  lui  a man salva fur presi,  e per molte citt divisi e
    imprigionati; fra' quali presi messer Torello fu uno, e in Alessandria
    menato in prigione.  Dove non essendo conosciuto  e  temendo  esso  di
    farsi  conoscere,  da necessit costretto si diede a conciare uccelli,
    di che egli era grandissimo maestro,  e per questo a notizia venne del
    Saladino:  laonde  egli  di  prigione  il trasse,  e ritennelo per suo
    falconiere.
    Messer Torello,  che per altro nome che il Cristiano dal Saladino  non
    era  chiamato,  il  quale  egli  non  riconosceva  n  il soldano lui,
    solamente in Pavia l'animo avea e pi volte di fuggirsi aveva tentato,
    n gli era venuto fatto;  per che  esso,  venuti  certi  genovesi  per
    ambasciadori  al  Saladino per la ricompera di certi lor cittadini,  e
    dovendosi partire, pens di scrivere alla donna sua come egli era vivo
    e a lei come pi tosto potesse tornerebbe, e che ella l'attendesse;  e
    cos fece;  e caramente preg un degli ambasciadori che conoscea,  che
    facesse che quelle alle mani dell'abate di San Pietro in  Ciel  d'oro,
    il qual suo zio era, pervenissero.
    E  in  questi  termini  stando messer Torello,  avvenne un giorno che,
    ragionando con  lui  il  Saladino  di  suoi  uccelli,  messer  Torello
    cominci  a  sorridere  e  fece  uno  atto  con la bocca,  il quale il
    Saladino, essendo a casa sua a Pavia, aveva molto notato. Per lo quale
    atto al Saladino torn alla mente messer Torello,  e cominci  fiso  a
    riguardallo e parvegli desso; per che, lasciato il primo ragionamento,
    disse:
    - Dimmi, Cristiano, di che paese se'tu di Ponente?
    - Signor mio,  - disse messer Torello - io sono lombardo,  d'una citt
    chiamata Pavia, povero uomo e di bassa condizione.
    Come il Saladino ud questo,  quasi certo di quello che dubitava,  fra
    s lieto disse: - Dato m'ha Iddio tempo di mostrare a costui quanto mi
    fosse a grado la sua cortesia -;  e senza altro dire,  fattisi tutti i
    suoi vestimenti in una camera acconciare, vel men dentro e disse:
    - Guarda,  Cristiano,  se tra queste robe n' alcuna  che  tu  vedessi
    giammai.
    Messer  Torello  cominci  a  guardare,  e vide quelle che al Saladino
    aveva la sua donna donate, ma non estim dover potere essere che desse
    fossero, ma tuttavia rispose:
    - Signor mio,  niuna ce  ne  conosco;    ben  vero,  che  quelle  due
    somiglian  robe  di  che  io  gi  con tre mercatanti,  che a casa mia
    capitarono, vestito ne fui.
    Allora il Saladino, pi non potendo tenersi,  teneramente l'abbracci,
    dicendo:
    -  Voi siete messer Torel di Str,  e io sono l'uno de' tre mercatanti
    a' quali la donna vostra don queste robe;  e ora  venuto il tempo di
    far  certa  la  vostra credenza qual sia la mia mercatantia,  come nel
    partirmi da voi dissi che potrebbe avvenire.
    Messer Torello  questo  udendo,  cominci  ad  esser  lietissimo  e  a
    vergognarsi;   ad  esser  lieto  d'avere  avuto  cos  fatto  oste;  a
    vergognarsi che poveramente gliele pareva  aver  ricevuto.  A  cui  il
    Saladin disse:
    - Messer Torello,  poi che Iddio qui mandato mi v'ha,  pensate che non
    io oramai, ma voi qui siate il signore.
    E fattasi la festa insieme grande,  di reali vestimenti il fe'vestire,
    e nel cospetto menatolo di tutti i suoi maggiori baroni,  e molte cose
    in laude del suo valor dette, comand che da ciascun che la sua grazia
    avesse cara, cos onorato fosse come la sua persona.  Il che da quindi
    innanzi  ciascun  fece,  ma  molto  pi che gli altri i due signori li
    quali compagni erano stati del Saladino in casa sua.
    L'altezza della subita  gloria,  nella  qual  messer  Torel  si  vide,
    alquanto le cose di Lombardia gli trassero della mente, e massimamente
    per  ci  che  sperava  fermamente le sue lettere dovere essere al zio
    pervenute.
    Era nel campo ovvero essercito de' cristiani,  il d che dal  Saladino
    furon  presi,  morto  e  sepellito  un  cavalier  provenzale di piccol
    valore,  il cui nome era messer Torello di Dignes;  per la qual  cosa,
    essendo  messer  Torello di Str - per la sua nobilt per lo essercito
    conosciuto, chiunque udir dir: - messer Torello  morto -, credette di
    messer Torel di Str,  e non  di  quel  di  Dignes;  e  il  caso,  che
    sopravvenne,  della presura,  non lasci sgannar gl'ingannati; per che
    molti italici tornarono con questa novella,  tra' quali furono de'  s
    presuntuosi che ardiron di dire s averlo veduto morto ed essere stati
    alla  sepoltura.  La qual cosa saputa dalla donna e da' parenti di lui
    fu di grandissima e inestimabile doglia cagione, non solamente a loro,
    ma a ciascuno che conosciuto l'avea.
    Lungo sarebbe a mostrare qual fosse e quanto il dolore e la  tristizia
    e  'pianto  della  sua  donna,  la  quale  dopo al quanti mesi che con
    tribulazion continua doluta s'era e a  men  dolersi  avea  cominciato,
    essendo ella da' maggiori uomini di Lombardia domandata,  da' fratelli
    e dagli altri suoi parenti fu cominciata a sollicitare di rimaritarsi.
    Il che ella molte  volte  e  con  grandissimo  pianto  avendo  negato,
    costretta,  alla  fine  le  convenne  far  quello  che  vollero i suoi
    parenti,  con questa condizione che ella dovesse stare senza a  marito
    andarne tanto quanto ella aveva promesso a messer Torello.
    Mentre  in  Pavia  eran  le cose della donna in questi termini,  e gi
    forse otto d al termine del doverne ella andare a marito eran vicini,
    avvenne che messer Torello in Alessandria vide  un  d  uno,  il  qual
    veduto  avea con gli ambasciadori genovesi montar sopra la galea che a
    Genova ne venia;  per che,  fattolsi chiamare,  il domand che viaggio
    avuto avessero, e quando a Genova fosser giunti.
    Al quale costui disse:
    - Signor mio, malvagio viaggio fece la galea, s come in Creti sentii,
    l  dove io rimasi;  per ci che,  essendo ella vicina di Cicilia,  si
    lev una  tramontana  pericolosa  che  nelle  secche  di  Barberia  la
    percosse,  n ne scamp testa, e intra gli altri, due miei fratelli vi
    perirono.
    Messer Torello, dando alle parole di costui fede,  che eran verissime,
    e  ricordandosi  che il termine ivi a pochi d finiva da lui domandato
    alla donna,  e avvisando niuna cosa di  suo  stato  doversi  sapere  a
    Pavia,  ebbe  per constante la donna dovere essere rimaritata;  di che
    egli in tanto dolor cadde,  che,  perdutone il  mangiare  e  a  giacer
    postosi, diliber di morire.
    La qual cosa come il Saladin sent,  che sommamente l'amava,  venne da
    lui; e dopo molti prieghi e grandi fattigli,  saputa la cagion del suo
    dolore  e della sua infermit,  il biasim molto che avanti non gliele
    aveva detto,  e appresso il preg che  si  confortasse,  affermandogli
    che,  dove  questo  facesse,  egli adopererebbe s che egli sarebbe in
    Pavia al termine dato, e dissegli come.
    Messer Torello,  dando fede alle parole del Saladino,  e avendo  molte
    volte  udito dire che ci era possibile e fatto s'era assai volte,  si
    'ncominci a confortare,  e a sollicitare il Saladino che  di  ci  si
    diliberasse.
    Il Saladino ad un suo nigromante,  la cui arte gi espermentata aveva,
    impose che egli vedesse via come messer Torello sopra un letto in  una
    notte fosse portato a Pavia; a cui il nigromante rispose che ci saria
    fatto, ma che egli per ben di lui il facesse dormire.
    Ordinato questo,  torn il Saladino a messer Torello,  e trovandol del
    tutto disposto a volere pure essere in Pavia al termine dato, se esser
    potesse, e se non potesse, a voler morire, gli disse cos:
    - Messer Torello,  se voi affettuosamente amate la donna vostra e  che
    ella d'altrui non divegna dubitate, sallo Iddio che io in parte alcuna
    non  ve  ne so riprendere,  per ci che di quante donne mi parve veder
    mai ella  colei li cui costumi,  le  cui  maniere  e  il  cui  abito,
    lasciamo  star  la  bellezza  che    fior  caduco,  pi  mi  paion da
    commendare e da aver care.  Sarebbemi  stato  carissimo,  poi  che  la
    fortuna  qui  v'aveva  mandato,  che  quel  tempo  che  voi e io viver
    dobbiamo, nel governo del regno che io tengo, parimente signori vivuti
    fossimo insieme;  e se questo pur non mi dovea esser conceduto da Dio,
    dovendovi  questo  cader  nell'animo,  o  di morire o di ritrovarvi al
    termine posto in Pavia,  sommamente avrei disiderato d'averlo saputo a
    tempo,  che  io  con  quello onore,  con quella grandezza,  con quella
    compagnia che la vostra virt merita,  v'avessi  fatto  porre  a  casa
    vostra; il che poi che conceduto non m', e voi pur disiderate d'esser
    l  di  presente,  come  io posso,  nella forma che detta v'ho,  ve ne
    mander.
    Al qual messer Torello disse:
    - Signor mio,  senza  le  vostre  parole  m'hanno  gli  effetti  assai
    dimostrato della vostra benivolenzia,  la qual mai da me in s supremo
    grado non fu meritata, e di ci che voi dite,  eziandio non dicendolo,
    vivo e morr certissimo;  ma poi che cos preso ho per partito,  io vi
    priego che quello che mi dite di fare si faccia  tosto,  per  ci  che
    domane  l'ultimo d che io debbo essere aspettato.
    Il  Saladino disse che ci senza fallo era fornito;  e il seguente d,
    attendendo di mandarlo via la veniente notte,  fece il Saladin fare in
    una  gran  sala  un bellissimo e ricco letto di materassi,  secondo la
    loro usanza,  tutti di velluti e di drappi ad oro,  e fecevi por  suso
    una  coltre  lavorata  a  certi  compassi  di  perle  grossissime e di
    carissime pietre preziose,  la qual fu poi  di  qua  stimata  infinito
    tesoro,  e  due  guanciali quali a cos fatto letto si richiedeano.  E
    questo fatto,  comand che a messer Torello,  il quale era gi  forte,
    fosse  messa in dosso una roba alla guisa saracinesca,  la pi ricca e
    la pi bella cosa che mai fosse stata veduta per alcuno,  e  in  testa
    alla lor guisa gli fece una del le sue lunghissime bende ravvolgere.
    Ed  essendo  gi  l'ora  tarda,  il Saladino con molti de' suoi baroni
    nella camera l dove messer Torello era,  se n'and,  e  postoglisi  a
    sedere allato, quasi lagrimando a dir cominci:
    -  Messer Torello,  l'ora che da voi divider mi dee s'appressa,  e per
    ci che io non posso n accompagnarvi n far vi accompagnare,  per  la
    qualit del cammino che a fare ave te che nol sostiene,  qui in camera
    da voi mi convien prender commiato,  al qual prendere venuto  sono.  E
    per ci,  prima che io a Dio v'accomandi, vi priego per quello amore e
    per quella amist,  la qual  tra noi,  che di me vi  ricordi;  e,  se
    possibile  ,  anzi che i nostri tempi finiscano,  che voi,  avendo in
    ordine poste le vostre cose di Lombardia,  una volta almeno a veder mi
    vegniate,  acci  che  io  possa in quella,  essendomi d'avervi veduto
    rallegrato,  quel difetto supplire che ora per  la  vostra  fretta  mi
    convien  commettere;  e  infino  che questo avvenga,  non vi sia grave
    visitarmi con lettere, e di quelle cose che vi piaceranno richiedermi,
    che pi volentier per  voi  che  per  alcuno  uom  che  viva  le  far
    certamente.
    Messer  Torello  non  pot  le  lagrime ritenere,  e per ci da quelle
    impedito,  con poche parole rispose impossibil dover essere che mai  i
    suoi  benefici  e  il  suo valore di mente gli uscissero,  e che senza
    fallo quello che egli gli domandava  farebbe,  dove  tempo  gli  fosse
    prestato. Per che il Sa ladino, teneramente abbracciatolo e baciatolo,
    con  molte  lagrime  gli  disse:  -  Andate con Dio -;  e della camera
    s'usc,  e gli altri baroni appresso tutti da lui  s'accomiatarono,  e
    col  Saladino  in  quella sala ne vennero,  l dove egli avea fatto il
    letto acconciare.
    Ma,  essendo gi  tardi  e  il  nigromante  aspettando  lo  spaccio  e
    affrettandolo,  venne  un medico con un beveraggio,  e fattogli vedere
    che per fortificamento di lui gliele dava, gliel fece bere;  n stette
    guari che addormentato fu. E cos dormendo fu portato per comandamento
    del  Saladino  in  su  il bel letto,  sopra il quale esso una grande e
    bella corona pose di gran valore,  e s la segn,  che apertamente  fu
    poi  compreso  quella  dal Saladino alla donna di messer Torello esser
    mandata. Appresso mise in dito a messer Torello uno anello,  nel quale
    era legato un carbunculo,  tanto lucente che un torchio acceso pareva,
    il valor del quale appena si poteva stimare; quindi gli fece una spada
    cignere,  il cui guernimento non si saria di  leggieri  apprezzato;  e
    oltre  a questo un fermaglio gli fe'davanti appiccare,  nel qual erano
    perle mai simili non vedute,  con altre care pietre assai;  e  poi  da
    ciascun  de'  lati  di  lui due grandissimi bacin d'oro pieni di doble
    fe'porre,  e molte reti di perle e anella e cinture e altre  cose,  le
    quali lungo sarebbe a raccontare,  gli fece metter da torno.  E questo
    fatto,  da capo baci messer Torello,  e al nigromante  disse  che  si
    spedisse;  per che incontanente in presenzia del Saladino il letto con
    tutto messer Torello fu tolto via,  e il Saladino co' suoi  baroni  di
    lui ragionando si rimase.
    Era  gi  nella  chiesa  di San Piero in Ciel d'oro di Pavia,  s come
    dimandato avea,  stato posato messer Torello con  tutti  i  sopradetti
    gioielli  e  ornamenti,  e  ancor  si dormiva,  quando,  sonato gi il
    matutino,  il sagrestano nella chiesa entr con un  lume  in  mano,  e
    occorsogli  subitamente  di  vedere  il ricco letto,  non solamente si
    maravigli, ma,  avuta grandissima paura,  indietro fuggendo si torn;
    il  quale  l'abate  e'monaci  veggendo  fuggire,  si  maravigliarono e
    domandarono della cagione. Il monaco la disse.
    - Oh, - disse l'abate e s non se'tu oggimai fanciullo n se'in questa
    chiesa nuovo,  che tu cos leggermente spaventar ti debbi;  ora andiam
    noi, veggiamo chi t'ha fatto baco.
    Accesi adunque pi lumi,  l'abate con tutti i suoi monaci nella chiesa
    entrati videro questo letto cos maraviglioso e ricco,  e sopra quello
    il  cavalier che dormiva;  e mentre dubitosi e timidi,  senza punto al
    letto accostarsi, le nobili gioie riguardavano,  avvenne che,  essendo
    la virt del beveraggio consumata,  che messer Torello destatosi gitt
    un gran sospiro.
    Li monaci come  questo  videro,  e  l'abate  con  loro,  spaventati  e
    gridando: - Domine aiutaci -, tutti fuggirono.
    Messer  Torello,  aperti  gli  occhi  e  dattorno  guatatosi,  conobbe
    manifestamente s essere l dove al Saladino domandato  avea,  di  che
    forte  fu  seco  contento;  per  che,  a seder levatosi e partitamente
    guardando  ci  che  dattorno  avea,   quantunque  prima   avesse   la
    magnificenzia del Saladin conosciuta,  ora gli parve maggiore e pi la
    conobbe.  Non per tanto,  senza altramenti mutarsi,  sentendo i monaci
    fuggire e avvisatosi il perch,  cominci per nome a chiamar l'abate e
    a pregarlo che egli non dubitasse,  per ci che  egli  era  Torel  suo
    nepote.
    L'abate, udendo questo, divenne pi pauroso, come co lui che per morto
    l'avea  di  molti  mesi innanzi;  ma dopo alquanto,  da veri argomenti
    rassicurato,  sentendosi pur chiamare,  fattosi il segno  della  santa
    croce, and a lui.
    Al quale messer Torel disse:
    - O padre mio,  di che dubitate voi?  Io son vivo, la Dio merc, e qui
    d'oltre mar ritornato.
    L'abate, con tutto che egli avesse la barba grande e in abito arabesco
    fosse,  pure dopo alquanto il raffigur  e,  rassicuratosi  tutto,  il
    prese per la mano e disse: - Figliuol mio,  tu sii il ben tornato -; e
    seguit: - Tu non ti dei maravigliare della nostra paura,  per ci che
    in questa terra non ha uomo che non creda fermamente che tu morto sii,
    tanto  che  io  ti so dire che madonna Adalieta tua moglie,  vinta dai
    prieghi e dalle minacce de' parenti suoi,  e contro a  suo  volere,  
    rimaritata,  e questa mattina ne dee ire al nuovo marito, e le nozze e
    ci che a festa bisogno fa  apparecchiato.
    Messer Torello, levatosi d'in su il ricco letto e fatta all'abate e a'
    monaci maravigliosa festa,  ognun preg che di questa sua tornata  con
    alcun non parlasse, infino a tanto che egli non avesse una sua bisogna
    fornita.  Appresso questo,  fatto le ricche gioie porre in salvo,  ci
    che avvenuto  gli  fosse  infino  a  quel  punto  raccont  all'abate.
    L'abate,  lieto delle sue fortune, con lui insieme rend grazie a Dio.
    Appresso questo domand messer  Torel  l'abate,  chi  fosse  il  nuovo
    marito della sua donna. L'abate gliele disse.
    A cui messer Torel disse:
    -  Avanti  che  di  mia  tornata  si  sappia,  io intendo di veder che
    contenenza sia quella di mia mogliere in  queste  nozze;  e  per  ci,
    quantunque  usanza  non  sia  le persone religiose andare a cos fatti
    conviti, io voglio che per amor di me voi ordiniate che noi v'andiamo.
    L'abate rispose che volentieri; e come giorno fu fatto, mand al nuovo
    sposo dicendo che con un compagno voleva essere alle sue nozze;  a cui
    il gentile uomo rispose che molto gli piaceva.
    Venuta dunque l'ora del mangiare,  messer Torello, in quello abito che
    era,  con lo  abate  se  n'and  alla  casa  del  novello  sposo,  con
    maraviglia guatato da chiunque il vedeva,  ma riconosciuto da nullo; e
    l'abate a tutti diceva lui essere un saracino mandato dal  soldano  al
    re di Francia ambasciadore.
    Fu  adunque  messer  Torel  messo  ad una tavola appunto rimpetto alla
    donna sua, la quale egli con grandissimo piacer riguardava, e nel viso
    gli pareva turbata di  queste  nozze.  Ella  similmente  alcuna  volta
    guardava lui;  non gi per conoscenza alcuna che ella n'avesse, ch la
    barba grande e lo strano abito e la ferma credenza che ella aveva  che
    fosse morto, gliele toglievano, ma per la novit dell'abito.
    Ma  poi  che tempo parve a messer Torello di volerla tentare se di lui
    si ricordasse,  recatosi in mano l'anello che dalla  donna  nella  sua
    partita  gli  era  stato  donato,  si  fece chiamare un giovinetto che
    davanti a lei serviva, e dissegli:
    - Di'da mia parte alla nuova  sposa,  che  nelle  mie  contrade  s'usa
    quando alcun forestiere,  come io son qui,  mangia al convito d'alcuna
    sposa nuova, come ella ,  in segno d'aver caro che egli venuto vi sia
    a  mangiare,  ella  la coppa con la quale bee gli manda piena di vino,
    con la quale,  poi che il forestiere ha bevuto quello che  gli  piace,
    ricoperchiata la coppa, la sposa bee il rimanente.
    Il giovinetto fe'l'ambasciata alla donna,  la quale, s come costumata
    e savia,  credendo costui essere  un  gran  barbassoro,  per  mostrare
    d'avere a grado la sua venuta,  una gran coppa dorata, la qual davanti
    avea, comand che lavata fosse ed empiuta di vino e portata al gentile
    uomo, e cos fu fatto.
    Messer Torello,  avendosi l'anello di lei messo in bocca,  s fece che
    bevendo il lasci cadere nella coppa, senza avvedersene alcuno, e poco
    vino  lasciatovi,  quella  ricoperchi  e  mand alla donna.  La quale
    presala,  acci che l'usanza di lui compiesse,  scoperchiatala,  se la
    mise  a  bocca  e vide l'anello,  e senza dire alcuna cosa alquanto il
    riguard;  e riconosciuto che egli era quello che dato  avea  nel  suo
    partire  a  messer  Torello,  presolo  e  fiso  guardato colui il qual
    forestiere credeva, e gi conoscendolo,  quasi furiosa divenuta fosse,
    gittata in terra la tavola che davanti aveva, grid:
    - Questi  il mio signore; questi veramente  messer Torello.
    E  corsa  alla  tavola alla quale esso sedeva,  senza aver riguardo a'
    suoi drappi o a cosa che sopra la tavola fosse, gittatasi oltre quanto
    pot,  l'abbracci strettamente,  n mai dal suo collo fu potuta,  per
    detto o per fatto d'alcuno che quivi fosse, levare, infino a tanto che
    per  messer Torello non le fu detto che alquanto sopra s stesse,  per
    ci che tempo da abbracciarlo le sarebbe ancor prestato assai.
    Allora ella dirizzatasi,  essendo gi le nozze  tutte  turbate,  e  in
    parte  pi  liete  che mai per lo racquisto d'un cos fatto cavaliere,
    pregandone egli, ogni uomo stette cheto; per che messer Torello dal d
    della sua partita infino a quel punto ci che avvenuto gli era a tutti
    narr, conchiudendo che al gentile uomo, il quale, lui morto credendo,
    aveva la sua donna per moglie  presa,  se  egli  essendo  vivo  la  si
    ritoglieva, non doveva spiacere.
    Il nuovo sposo, quantunque alquanto scornato fosse, liberamente e come
    amico rispose che delle sue cose era nel suo volere quel farne che pi
    gli  piacesse.  La  donna e l'anella e la corona avute dal nuovo sposo
    quivi lasci,  e quello che  della  coppa  aveva  tratto  si  mise,  e
    similmente  la corona mandatale dal soldano;  e usciti della casa dove
    erano, con tutta la pompa delle nozze infino alla casa di messer Torel
    se n'andarono;  e quivi gli sconsolati  amici  e  parenti  e  tutti  i
    cittadini,  che  quasi  per  un miracolo il riguardavano,  con lunga e
    lieta festa racconsolarono.
    Messer Torello,  fatta delle sue care gioie parte a  colui  che  avute
    avea le spese delle nozze e all'abate e a molti altri,  e per pi d'un
    messo significata la sua felice repatriazione al Saladino, suo amico e
    suo servidore ritenendosi,  pi anni con  la  sua  valente  donna  poi
    visse, pi cortesia usando che mai.
    Cotale  adunque  fu  il  fin  delle noie di messer Torello e di quelle
    della sua cara donna,  e  il  guiderdone  delle  lor  liete  e  preste
    cortesie.  Le quali molti si sforzano di fare,  che,  bench abbian di
    che,  s mal far le sanno,  che prima le fanno assai pi comperar  che
    non  vagliono,  che  fatte l'abbiano,  per che,  se loro merito non ne
    segue, n essi n altri maravigliar se ne dee.
















    Giornata decima - Novella decima.

    Il marchese di Saluzzo,  da' prieghi  de'  suoi  uomini  costretto  di
    pigliar  moglie,  per prenderla a suo modo,  piglia una figliuola d'un
    villano,  della quale ha due  figlioli,  li  quali  le  fa  veduto  di
    uccidergli.  Poi,  mostrando  lei  essergli rincresciuta e avere altra
    moglie presa, a casa faccendosi ritornare la propria figliuola come se
    sua moglie fosse,  lei avendo in  camicia  cacciata  e  ad  ogni  cosa
    trovandola  paziente,  pi  cara  che mai in casa tornatalasi,  i suoi
    figliuoli grandi le mostra, e come marchesana l'onora e fa onorare.

    Finita la lunga novella del re,  molto a tutti nel sembiante piaciuta,
    Dioneo ridendo disse:
    -  Il  buono uomo che aspettava la seguente notte di fare abbassare la
    coda ritta della fantasima, avrebbe dati men di due denari di tutte le
    lode che voi date a messer Torello -; e appresso,  sappiendo che a lui
    solo restava il dire, incominci.
    Mansuete  mie  donne,  per quel che mi paia,  questo d d'oggi  stato
    dato a re e a soldani e a cos fatta gente;  e per ci,  acci che  io
    troppo  da  voi  non  mi scosti,  vo'ragionar d'un marchese,  non cosa
    magnifica, ma una matta bestialit, come che bene ne gli seguisse alla
    fine.  La quale io non consiglio alcun che segua,  per  ci  che  gran
    peccato fu che a costui ben n'avvenisse.
    Gi  gran tempo, fu tra' marchesi di Saluzzo il maggior della casa un
    giovane  chiamato  Gualtieri,  il quale,  essendo senza moglie e senza
    figliuoli,  in niuna altra cosa il suo tempo spendeva che in uccellare
    e in cacciare, n di prender moglie n d'aver figliuoli alcun pensiere
    avea,  di  che  egli era da reputar molto savio.  La qual cosa a' suoi
    uomini non piacendo,  pi volte il  pregarono  che  moglie  prendesse,
    acci   che  egli  senza  erede  n  essi  senza  signor  rimanessero,
    offerendosi di trovargliele tale e di s fatto padre e madre  discesa,
    che buona speranza se ne potrebbe avere, ed esso contentarsene molto.
    A'quali Gualtieri rispose:
    -  Amici  miei,  voi  mi  strignete  a  quello  che io del tutto aveva
    disposto di non far mai,  considerando quanto grave cosa sia  a  poter
    trovare  chi co' suoi costumi ben si convenga,  e quanto del contrario
    sia grande la copia,  e come dura vita sia quella di colui che a donna
    non bene a s conveniente s'abbatte.  E il dire che voi vi crediate a'
    costumi  de'  padri  e  delle  madri  le  figliuole  conoscere,  donde
    argomentate di darlami tal che mi piacer,   una sciocchezza; con ci
    sia cosa che io non sappia dove i padri possiate conoscere,  n come i
    segreti  delle madri di quelle;  quantunque,  pur conoscendoli,  sieno
    spesse volte le figliuole a' padri e alle madri dissimili.  Ma poi che
    pure  in  queste  catene  vi  piace  d'annodarmi,  e  io  voglio esser
    contento;  e acci che io non abbia da dolermi d'altrui che di me,  se
    mal   venisse  fatto,   io  stesso  ne  voglio  essere  il  trovatore,
    affermandovi che,  cui che io mi tolga,  se da voi non fia come  donna
    onorata,  voi  proverete  con  gran  vostro  danno quanto grave mi sia
    l'aver contra mia voglia presa mogliere a' vostri prieghi.
    I valenti uomini risposon ch'eran contenti,  sol che esso si recasse a
    prender moglie.
    Erano  a  Gualtieri  buona  pezza  piaciuti  i  costumi  d'una  povera
    giovinetta che d'una villa vicina a casa sua era,  e parendogli  bella
    assai,  estim che con costei dovesse aver vita assai consolata; e per
    ci,  senza pi avanti cercare,  costei propose di volere  sposare;  e
    fattosi il padre chiamare,  con lui,  che poverissimo era, si convenne
    di torla per moglie.
    Fatto questo,  fece  Gualtieri  tutti  i  suoi  amici  della  contrada
    adunare, e disse loro:
    -  Amici  miei,  egli  v'  piaciuto  e piace che io mi disponga a tor
    moglie,  e io mi vi son disposto pi per  compiacere  a  voi  che  per
    disiderio  che  io  di  moglie  avessi.  Voi  sapete quello che voi mi
    prometteste,  cio d'esser contenti e d'onorar  come  donna  qualunque
    quella fosse che io togliessi; e per ci venuto  il tempo che io sono
    per  servare  a  voi  la  promessa,  e  che  io voglio che voi a me la
    serviate. Io ho trovata una giovane secondo il cuor mio,  assai presso
    di qui, la quale io intendo di tor per moglie e di menarlami fra qui a
    pochi  d  a  casa;  e  per  ci pensate come la festa delle nozze sia
    bella,  e come voi onorevolmente ricever la possiate,  acci che io mi
    possa della vostra promession chiamar contento,  come voi della mia vi
    potrete chiamare.
    I buoni uomini lieti tutti risposero ci piacer loro, e che, fosse chi
    volesse,  essi l'avrebber per donna e onorerebbonla in tutte  cose  s
    come donna. Appresso questo, tutti si misero in assetto di far bella e
    grande  e  lieta  festa,  e  il simigliante fece Gualtieri.  Egli fece
    preparare le nozze grandissime e belle, e invitarvi molti suoi amici e
    parenti e gran gentili uomini e altri dattorno;  e oltre a questo fece
    tagliare  e  far  pi  robe belle e ricche al dosso d'una giovane,  la
    quale della persona  gli  pareva  che  la  giovinetta  la  quale  avea
    proposto  di sposare;  e oltre a questo apparecchi cinture e anella e
    una ricca e  bella  corona,  e  tutto  ci  che  a  novella  sposa  si
    richiedea.
    E venuto il d che alle nozze predetto avea,  Gualtieri in su la mezza
    terza mont a cavallo, e ciascuno altro che ad onorarlo era venuto;  e
    ogni cosa opportuna avendo disposta, disse:
    - Signori,  tempo  d'andare per la novella sposa -;  e messosi in via
    con tutta la compagnia sua pervennero alla villetta.  E giunti a  casa
    del  padre della fanciulla,  e lei trovata che con acqua tornava dalla
    fonte in gran fretta, per andar poi con altre femine a veder venire la
    sposa di Gualtieri, la quale come Gualtieri vide, chiamatala per nome,
    cio  Griselda,   domand  dove  il  padre  fosse;   al   quale   ella
    vergognosamente rispose:
    - Signor mio, egli  in casa.
    Allora  Gualtieri  smontato  e comandato ad ogn'uomo che l'aspettasse,
    solo se n'entr nella povera casa,  dove trov il  padre  di  lei  che
    aveva nome Giannucole, e dissegli:
    -  Io  son venuto a sposar la Griselda,  ma prima da lei voglio sapere
    alcuna  cosa  in  tua  presenzia  -;  e  domandolla  se  ella  sempre,
    togliendola egli per moglie, s'ingegnerebbe di compiacergli e di niuna
    cosa  che  egli  dicesse  o  facesse  non  turbarsi,  e s'ella sarebbe
    obbediente,  e simili altre cose  assai,  delle  quali  ella  a  tutte
    rispose del s.
    Allora Gualtieri,  presala per mano,  la men fuori, e in presenzia di
    tutta la sua compagnia  e  d'ogni  altra  persona  la  fece  spogliare
    ignuda,  e  fattisi  quegli  vestimenti  venire  che fatti aveva fare,
    prestamente la fece vestire e calzare,  e sopra i  suoi  capegli  cos
    scarmigliati  com'egli  erano  le fece mettere una corona,  e appresso
    questo, maravigliandosi ogn'uomo di questa cosa, disse:
    - Signori, costei  colei la quale io intendo che mia moglie sia, dove
    ella me voglia per marito -;  e poi a lei rivolto,  che di s medesima
    vergognosa  e sospesa stava,  le disse: - Griselda,  vuo'mi tu per tuo
    marito?
    A cui ella rispose:
    - Signor mio, s.
    Ed egli disse:
    - E io voglio te per mia moglie -; e in presenza di tutti la spos.  E
    fattala sopra un pallafren montare,  onorevolmente accompagnata a casa
    la si men.
    Quivi furon le nozze belle e grandi e la festa non altramenti  che  se
    presa avesse la figliuola del re di Francia.
    La  giovane sposa parve che co' vestimenti insieme l'animo e i costumi
    mutasse.  Ella era,  come gi dicemmo,  di persona e di viso bella,  e
    cos come bella era, divenne tanto avvenevole, tanto piacevole e tanto
    costumata,  che  non  figliuola  di  Giannucole  e guardiana di pecore
    pareva  stata,   ma  d'alcun  nobile  signore;   di  che  ella  faceva
    maravigliare ogn'uom che prima conosciuta l'avea. E oltre a questo era
    tanto obbediente al marito e tanto servente, che egli si teneva il pi
    contento  e  il  pi  appagato  uomo  del mondo;  e similmente verso i
    sudditi del marito era tanto graziosa e tanto  benigna,  che  niun  ve
    n'era che pi che s non l'amasse e che non l'onorasse di grado, tutti
    per lo suo bene e per lo suo stato e per lo suo essaltamento pregando;
    dicendo,  dove  dir  solieno  Gualtieri  aver  fatto  come  poco savio
    d'averla per moglie presa, che egli era il pi savio e il pi avveduto
    uomo che al mondo fosse;  per ci che niun altro che egli avrebbe  mai
    potuto conoscere l'alta virt di costei nascosa sotto i poveri panni e
    sotto l'abito villesco.
    E in brieve non solamente nel suo marchesato,  ma per tutto,  anzi che
    gran tempo fosse passato,  seppe ella s fare che ella fece  ragionare
    del suo valore e del suo bene adoperare,  e in contrario rivolgere, se
    alcuna cosa detta s'era  contra  'l  marito  per  lei  quando  sposata
    l'avea.  Ella non fu guari con Gualtieri dimorata, che ella ingravid,
    e al tempo partor una fanciulla, di che Gualtieri fece gran festa.
    Ma poco appresso,  entratogli un nuovo  pensier  nell'animo,  cio  di
    volere  con  lunga  esperienzia  e  con  cose intollerabili provare la
    pazienzia di lei,  primieramente  la  punse  con  parole,  mostrandosi
    turbato  e  dicendo  che i suoi uomini pessimamente si contentavano di
    lei per la sua bassa condizione,  e spezialmente poi che vedevano  che
    ella  portava  figliuoli;  e della figliuola che nata era tristissimi,
    altro che mormorar non facevano.
    Le quali parole udendo la donna,  senza mutar viso o buon proponimento
    in alcuno atto, disse:
    -  Signor  mio,  fa  di  me  quello  che  tu credi che pi tuo onore e
    consolazion sia,  ch io sar di tutto contenta,  s  come  colei  che
    conosco  che io sono da men di loro,  e che io non era degna di questo
    onore al quale tu per tua cortesia mi recasti.
    Questa risposta fu molto  cara  a  Gualtieri,  conoscendo  costei  non
    essere  in  alcuna  superbia  levata,  per onor che egli o altri fatto
    l'avesse.
    Poco tempo appresso,  avendo con parole generali detto alla moglie che
    i sudditi non potevan patir quella fanciulla di lei nata, informato un
    suo  famigliare,  il  mand a lei,  il quale con assai dolente viso le
    disse:
    - Madonna,  se io non voglio morire,  a me conviene far quello che  il
    mio signor mi comanda. Egli m'ha comandato che io prenda questa vostra
    figliuola e ch'io... - e non disse pi.
    La donna,  udendo le parole e vedendo il viso del famigliare,  e delle
    parole dette ricordandosi,  comprese che a costui  fosse  imposto  che
    egli l'uccidesse;  per che prestamente presala della culla e baciatala
    e benedettala, come che gran noia nel cuor sentisse,  senza mutar viso
    in braccio la pose al famigliare e dissegli:
    -  Te': fa compiutamente quello che il tuo e mio signore t'ha imposto;
    ma non la lasciar per modo che le bestie e gli  uccelli  la  divorino,
    salvo se egli nol ti comandasse.
    Il famigliare, presa la fanciulla, e fatto a Gualtieri sentire ci che
    detto  aveva la donna,  maravigliandosi egli della sua costanzia,  lui
    con essa ne mand a Bologna ad una sua parente, pregandola che,  senza
    mai  dire  cui  figliuola  si  fosse,   diligentemente  l'allevasse  e
    costumasse.
    Sopravenne appresso che la donna da capo ingravid,  e al tempo debito
    partor un figliuol maschio,  il che carissimo fu a Gualtieri; ma, non
    bastandogli quello che fatto avea,  con maggior  puntura  trafisse  la
    donna, e con sembiante turbato un d le disse:
    -  Donna,  poscia  che  tu questo figliuol maschio facesti,  per niuna
    guisa con questi miei viver son potuto, s duramente si ramaricano che
    uno nepote di Giannucole dopo me debba rimaner lor signore;  di che io
    mi dotto,  se io non ci vorr esser cacciato,  che non mi convenga far
    di quello che io altra volta feci,  e alla fine lasciar te e  prendere
    un'altra moglie.
    La donna con paziente animo l'ascolt, n altro rispose se non:
    - Signor mio, pensa di contentar te e di sodisfare al piacer tuo, e di
    me  non avere pensiere alcuno,  per ci che niuna cosa m' cara se non
    quant'io la veggo a te piacere.
    Dopo non molti d Gualtieri,  in quella medesima maniera  che  mandato
    avea per la figliuola, mand per lo figliuolo, e similmente dimostrato
    d'averlo  fatto  uccidere,  a  nutricar  nel mand a Bologna,  come la
    fanciulla aveva mandata;  della qual cosa la donna n  altro  viso  n
    altre  parole fece che della fanciulla fatto avesse;  di che Gualtieri
    si maravigliava forte e seco stesso affermava niun'altra femina questo
    poter fare che ella faceva;  e  se  non  fosse  che  carnalissima  de'
    figliuoli,  mentre gli piacea,  la vedea, lei avrebbe creduto ci fare
    per pi non curarsene, dove come savia lei farlo cognobbe.
    I sudditi suoi,  credendo che egli uccidere avesse fatti i  figliuoli,
    il  biasimavan  forte e reputavanlo crudele uomo,  e alla donna avevan
    grandissima compassione;  la quale con le donne,  le quali con lei de'
    figliuoli  cos  morti  si condoleano,  mai altro non disse se non che
    quello ne piaceva a lei che a colui che generati gli avea.
    Ma, essendo pi anni passati dopo la nativit della fanciulla, parendo
    tempo a Gualtieri di fare l'ultima pruova della sofferenza di  costei,
    con  molti  de'  suoi  disse  che  per niuna guisa pi sofferir poteva
    d'aver  per  moglie  Griselda  e  che  egli  cognosceva  che  male   e
    giovenilmente aveva fatto quando l'aveva presa,  e per ci a suo poter
    voleva procacciar col papa che con lui dispensasse che un'altra  donna
    prender potesse e lasciar Griselda;  di che egli da assai buoni uomini
    fu molto ripreso.  A che null'altro rispose,  se non che convenia  che
    cos fosse.
    La donna, sentendo queste cose e parendole dovere sperare di ritornare
    a  casa  del  padre e forse a guardar le pecore come altra volta aveva
    fatto e vedere ad un'altra donna tener  colui  al  quale  ella  voleva
    tutto il suo bene, forte in s medesima si dolea; ma pur, come l'altre
    ingiurie della fortuna avea sostenute,  cos con fermo viso si dispose
    a questa dover sostenere.
    Non dopo molto tempo Gualtieri fece venire sue lettere contraffatte da
    Roma,  e fece veduto a' suoi sudditi il  papa  per  quelle  aver  seco
    dispensato di poter torre altra moglie e lasciar Griselda.
    Per che, fattalasi venir dinanzi, in presenza di molti le disse:
    -  Donna,  per  concession  fattami  dal  papa,  io  posso altra donna
    pigliare e lasciar te;  e per ci che i miei passati sono  stati  gran
    gentili  uomini  e  signori di queste contrade,  dove i tuoi stati son
    sempre lavoratori, io intendo che tu pi mia moglie non sia, ma che tu
    a casa Giannucole te ne torni con la dote che tu mi recasti,  e io poi
    un'altra, che trovata n'ho convenevole a me, ce ne mener.
    La donna,  udendo queste parole,  non senza grandissima fatica,  oltre
    alla natura delle femine, ritenne le lagrime, e rispose:
    - Signor mio,  io conobbi sempre la mia bassa condizione  alla  vostra
    nobilit  in alcun modo non convenirsi,  e quello che io stata son con
    voi,  da Dio e da voi il riconoscea,  n mai,  come donatolmi,  mio il
    feci o tenni,  ma sempre l'ebbi come prestatomi; piacevi di rivolerlo,
    e a me dee piacere e piace di renderlovi;  ecco il vostro  anello  col
    quale voi mi sposaste,  prendetelo.  Comandatemi che io quella dote me
    ne porti che io ci recai,  alla qual cosa fare,  n a voi pagator n a
    me borsa bisogner n somiere, per ci che di mente uscito non m' che
    ignuda m'aveste: e se voi giudicate onesto che quel corpo, nel qual io
    ho  portati  figliuoli  da  voi generati,  sia da tutti veduto,  io me
    n'andr ignuda; ma io vi priego, in premio della mia verginit, che io
    ci recai e non ne la porto,  che almeno una sola camicia sopra la dote
    mia vi piaccia che io portar ne possa.
    Gualtieri, che maggior voglia di piagnere avea che d'altro, stando pur
    col viso duro, disse:
    - E tu una camicia ne porta.
    Quanti dintorno v'erano il pregavano che egli una roba le donasse, ch
    non  fosse veduta colei,  che sua moglie tredici anni e pi era stata,
    di casa sua cos poveramente e cos vituperosamente uscire,  come  era
    uscirne in camicia; ma in vano andarono i prieghi; di che la donna, in
    camicia e scalza e senza alcuna cosa in capo, accomandatili a Dio, gli
    usc di casa, e al padre se ne torn con lagrime e con pianto di tutti
    coloro che la videro.
    Giannucole,  che  creder  non  avea  mai  potuto questo esser vero che
    Gualtieri la figliuola dovesse tener moglie,  e ogni  d  questo  caso
    aspettando  guardati  l'aveva  i  panni  che  spogliati  s'avea quella
    mattina  che  Gualtieri  la  spos;   per  che  recatigliele  ed  ella
    rivestitiglisi,  ai  piccoli  servigi della paterna casa si diede,  s
    come far soleva,  con forte animo sostenendo il  fiero  assalto  della
    nimica fortuna.
    Come  Gualtieri questo ebbe fatto,  cos fece veduto a' suoi che presa
    aveva una figliuola  d'uno  dei  conti  da  Panago;  e  faccendo  fare
    l'appresto grande per le nozze,  mand per Griselda che a lui venisse,
    alla quale venuta disse:
    - Io meno questa donna la quale io ho nuovamente tolta,  e intendo  in
    questa  sua  prima  venuta d'onorarla;  e tu sai che io non ho in casa
    donne che mi sappiano acconciare le camere n fare molte  cose  che  a
    cos  fatta festa si richeggiono;  e per ci tu,  che meglio che altra
    persona queste cose di casa sai,  metti in ordine quello che da far ci
    , e quelle donne fa invitare che ti pare, e ricevile come se donna di
    qui fossi; poi, fatte le nozze, te ne potrai a casa tua tornare.
    Come  che  queste  parole fossero tutte coltella al cuore di Griselda,
    come a colei che non aveva cos potuto por gi l'amore  che  ella  gli
    portava, come fatto avea la buona fortuna, rispose:
    - Signor mio, io son presta e apparecchiata.
    Ed entratasene co' suoi pannicelli romagnuoli e grossi in quella casa,
    della  qual poco avanti era uscita in camicia,  cominci a spazzare le
    camere e ordinarle,  e a far porre capoletti e pancali per le sale,  a
    fare  apprestare  la  cucina,  e  ad  ogni  cosa,  come se una piccola
    fanticella della casa fosse,  porre le mani;  n mai ristette che ella
    ebbe tutto acconcio e ordinato quanto si convenia.
    E appresso questo, fatto da parte di Gualtieri invitare tutte le donne
    della  contrada,  cominci  ad  attender la festa;  e venuto il giorno
    delle nozze, come che i panni avesse poveri in dosso,  con animo e con
    costume  donnesco  tutte  le  donne che a quelle vennero,  e con lieto
    viso, ricevette.
    Gualtieri, il quale diligentemente aveva i figliuoli fatti allevare in
    Bologna alla sua parente,  che maritata  era  in  casa  de'  conti  da
    Panago,  essendo  gi  la  fanciulla d'et di dodici anni la pi bella
    cosa che mai si vedesse,  e il fanciullo era di sei,  avea  mandato  a
    Bologna  al  parente  suo,  pregandol  che  gli piacesse di dovere con
    questa sua figliuola e col figliuolo venire a Saluzzo,  e ordinare  di
    menare  bella  e  orrevole  compagnia con seco,  e di dire a tutti che
    costei per sua mogliere gli menasse,  senza manifestare alcuna cosa ad
    alcuno chi ella si fosse altramenti.
    Il gentile uomo,  fatto secondo che il marchese il pregava, entrato in
    cammino, dopo alquanti d con la fanciulla e col fratello e con nobile
    compagnia in su l'ora del desinare giunse  a  Saluzzo,  dove  tutti  i
    paesani  e  molti  altri vicini dattorno trov,  che attendevan questa
    novella sposa di Gualtieri.
    La quale dalle donne ricevuta, e nella sala dove erano messe le tavole
    venuta,  Griselda,  cos come era,  le  si  fece  lietamente  incontro
    dicendo: - Ben venga la mia donna -.  Le donne (che molto avevano,  ma
    invano,  pregato Gualtieri che o facesse che la Griselda si stesse  in
    una  camera,  o  che  egli  alcuna  delle  robe che sue erano state le
    prestasse,  acci che cos non andasse  davanti  a'  suoi  forestieri)
    furon  messe  a  tavola,  e  cominciate  a  servire.  La fanciulla era
    guardata da ogn'uomo,  e ciascun diceva che Gualtieri aveva fatto buon
    cambio;  ma  intra gli altri Griselda la lodava molto,  e lei e il suo
    fratellino.
    Gualtieri, al qual pareva pienamente aver veduto quantunque disiderava
    della pazienza della sua donna, veggendo che di niente la novit delle
    cose la  cambiava,  ed  essendo  certo  ci  per  mentecattaggine  non
    avvenire,  per  ci  che  savia molto la conoscea,  gli parve tempo di
    doverla trarre dell'amaritudine,  la quale estimava che ella sotto  il
    forte viso nascosa tenesse.  Per che,  fattalasi venire,  in presenzia
    d'ogn'uomo sorridendo le disse:
    - Che ti par della nostra sposa?
    - Signor mio, - rispose Griselda - a me ne par molto bene; e se cos 
    savia come ella  bella, che 'l credo, io non dubito punto che voi non
    dobbiate con lei vivere il pi consolato signore del mondo;  ma quanto
    posso vi priego che quelle punture, le quali all'altra, che vostra fu,
    gi  deste,  non  diate a questa;  ch appena che io creda che ella le
    potesse sostenere,  s perch pi giovane ,  e s  ancora  perch  in
    dilicatezze  allevata, ove colei in continue fatiche da piccolina era
    stata.
    Gualtieri,  veggendo  che  ella fermamente credeva costei dovere esser
    sua moglie, n per ci in alcuna cosa men che ben parlava,  la si fece
    sedere allato, e disse:
    - Griselda, tempo  omai che tu senta frutto della tua lunga pazienza,
    e che coloro,  li quali me hanno reputato crudele e iniquo e bestiale,
    conoscano che ci che io faceva, ad antiveduto fine operava, vogliendo
    a te insegnar d'esser moglie e a loro di saperla torre e tenere,  e  a
    me  partorire  perpetua  quiete  mentre teco a vivere avessi;  il che,
    quando  venni  a  prender  moglie,   gran  paura  ebbi  che   non   mi
    intervenisse, e per ci, per prova pigliarne, in quanti modi tu sai ti
    punsi e trafissi.  E per che io mai non mi sono accorto che in parola
    n in fatto dal mio piacer partita ti sii,  parendo a me  aver  di  te
    quella consolazione che io disiderava,  intendo di rendere a te ad una
    ora ci che io tra molte ti tolsi,  e con somma  dolcezza  le  punture
    ristorare  che  io ti diedi;  e per ci con lieto animo prendi questa,
    che tu mia sposa credi, e il suo fratello: sono i nostri figliuoli, li
    quali e tu e molti altri lungamente stimato avete che  io  crudelmente
    uccider  facessi;  e  io sono il tuo marito,  il quale sopra ogn'altra
    cosa t'amo,  credendomi poter dar vanto che niuno altro  sia  che,  s
    com'io, si possa di sua moglie contentare.
    E  cos  detto,  l'abbracci  e  baci,  e  con  lei insieme,  la qual
    d'allegrezza piagnea, levatosi,  n'andarono l dove la figliuola tutta
    stupefatta queste cose ascoltando sedea, e abbracciatala teneramente e
    il fratello altress, lei e molti altri che quivi erano sgannarono.
    Le  donne  lietissime levate dalle tavole,  con Griselda n'andarono in
    camera,  e con migliore augurio  trattile  i  suoi  pannicelli,  d'una
    nobile  roba  delle  sue la rivestirono,  e come donna,  la quale ella
    eziandio negli stracci pareva, nella sala la rimenarono.
    E quivi fattasi co' figliuoli  maravigliosa  festa,  essendo  ogn'uomo
    lietissimo di questa cosa,  il sollazzo e ' festeggiare multiplicarono
    e in pi giorni tirarono;  e savissimo reputaron Gualtieri,  come  che
    troppo  reputassero  agre e intollerabili l'esperienze prese della sua
    donna; e sopra tutti savissima tenner Griselda.
    Il conte da Panago si torn dopo alquanti d a Bologna,  e  Gualtieri,
    tolto Giannucole dal suo lavorio, come suocero il puose in istato, che
    egli  onoratamente  e  con  gran  consolazione  visse  e  fin  la sua
    vecchiezza. Ed egli appresso, maritata altamente la sua figliuola, con
    Griselda,  onorandola  sempre  quanto  pi  si  potea,   lungamente  e
    consolato visse.
    Che  si potr dir qui,  se non che anche nelle povere case piovono dal
    cielo de' divini spiriti,  come nelle reali di quegli che  sarien  pi
    degni di guardar porci che d'avere soprauomini signoria?  Chi avrebbe,
    altri che Griselda, potuto col viso,  non solamente asciutto ma lieto,
    sofferire  le rigide e mai pi non udite prove da Gualtieri fatte?  Al
    quale non sarebbe forse stato male  investito  d'essersi  abbattuto  a
    una, che quando fuor di casa l'avesse in camicia cacciata, s'avesse s
    ad  un altro fatto scuotere il pelliccione,  che riuscita ne fosse una
    bella roba.



















    Giornata decima - Conclusione.

    La novella di Dioneo era finita,  e assai le donne,  chi d'una parte e
    chi d'altra tirando, chi biasimando una cosa e chi un'altra intorno ad
    essa lodandone, n'avevan favellato, quando il re, levato il viso verso
    il cielo, e vedendo che il sole era gi basso all'ora di vespro, senza
    da seder levarsi, cos cominci a parlare:
    - Adorne donne, come io credo che voi conosciate, il senno de' mortali
    non   consiste  solamente  nell'avere  memoria  le  cose  preterite  o
    conoscere le presenti,  ma per l'una e per l'altra  di  queste  sapere
    antiveder le future  da' solenni uomini senno grandissimo reputato.
    Noi,  come  voi sapete,  domane saranno quindici d,  per dovere alcun
    diporto pigliare a sostentamento della nostra  sanit  e  della  vita,
    cessando  le malinconie e'dolori e l'angoscie,  le quali per la nostra
    citt continuamente, poi che questo pestilenzioso tempo incominci, si
    veggono,  uscimmo di Firenze;  il che  secondo  il  mio  giudicio  noi
    onestamente abbiam fatto; per ci che, se io ho saputo ben riguardare,
    quantunque  liete novelle e forse attrattive a concupiscenzia dette ci
    sieno, e del continuo mangiato e bevuto bene, e sonato e cantato, cose
    tutte da incitare le deboli menti a  cose  meno  oneste,  niuno  atto,
    niuna  parola,  niuna cosa n dalla vostra parte n dalla nostra ci ho
    conosciuta da biasimare; continua onest, continua concordia, continua
    fraternal dimestichezza mi ci  paruta vedere e sentire.  Il che senza
    dubbio  in  onore e servigio di voi e di me m' carissimo.  E per ci,
    acci che per troppa lunga consuetudine alcuna cosa che in fastidio si
    convertisse nascer non ne potesse,  e perch alcuno la  nostra  troppo
    lunga dimoranza gavillar non potesse,  e avendo ciascun di noi, la sua
    giornata,  avuta la sua parte dell'onore  che  in  me  ancora  dimora,
    giudicherei,  quando  piacer fosse di voi,  che convenevole cosa fosse
    omai  il  tornarci  l  onde  ci  partimmo.  Senza  che,  se  voi  ben
    riguardate,  la nostra brigata,  gi da pi altre saputa dattorno, per
    maniera potrebbe multiplicare che ogni nostra consolazion ci torrebbe;
    e per ci, se voi il mio consiglio approvate,  io mi server la corona
    donatami  per  infino  alla  nostra  partita,   che  intendo  che  sia
    domattina; ove voi altramenti diliberaste, io ho gi pronto cui per lo
    d seguente ne debbia incoronare.
    I ragionamenti furon molti tra le donne e tra' giovani, ma ultimamente
    presero per utile e per onesto il consiglio del re,  e  cos  di  fare
    diliberarono come egli aveva ragionato; per la qual cosa esso, fattosi
    il  siniscalco  chiamare,  con  lui del modo che a tenere avesse nella
    seguente mattina parl,  e licenziata la brigata infino all'ora  della
    cena, in pi si lev.
    Le  donne  e gli altri levatisi,  non altramenti che usati si fossero,
    chi ad un diletto e chi ad un altro si diede.  E  l'ora  del  la  cena
    venuta, con sommo piacere furono a quella, e dopo quella a cantare e a
    sonare  e  a  carolare cominciarono;  e menando la Lauretta una danza,
    comand il re alla Fiammetta che dicesse una canzone,  la quale  assai
    piacevolmente cos in cominci a cantare:

    S'amor venisse senza gelosia,
    io non so donna nata
    lieta com'io sarei, e qual vuol sia.

    Se gaia giovinezza
    in bello amante dee donna appagare,
    o pregio di virtute,
    o ardire o prodezza,
    senno, costume o ornato parlare,
    o leggiadrie compiute,
    io son colei per certo in cui salute,
    essendo innamorata,
    tutte le veggio en la speranza mia.

    Ma per ci ch'io m'avveggio
    che altre donne savie son com'io,
    io triemo di paura,
    e pur credendo il peggio,
    di quello avviso en l'altre esser disio
    ch'a me l'anima fura,
    e cos quel che m' somma ventura
    mi fa isconsolata
    sospirar forte e stare in vita ria.

    Se io sentissi fede
    nel mio signor, quant'io sento valore,
    gelosa non sarei;
    ma tanto se ne vede,
    pur che sia chi 'nviti l'amadore,
    ch'io gli ho tutti per rei.
    Questo m'accuora, e volentier morrei,
    e di chiunque il guata
    sospetto, e temo non mel porti via.

    Per Dio dunque ciascuna
    donna pregata sia che non s'attenti
    di farmi in ci oltraggio;
    ch, se ne fia nessuna
    che con parole o cenni o blandimenti
    in questo il mio dannaggio
    cerchi o procuri, s'io il risapraggio,
    se io non sia svisata,
    piagner farolle amara tal follia.

    Come la Fiammetta ebbe la sua canzone finita,  cos Dioneo, che allato
    l'era, ridendo disse:
    - Madonna,  voi fareste una gran cortesia a farlo cognoscere a  tutte,
    acci  che  per  ignoranza non vi fosse tolta la possessione,  poi che
    cos ve ne dovete adirare.
    Appresso questa se ne cantarono pi altre,  e  gi  essendo  la  notte
    presso che mezza, come al re piacque, tutti s'andarono a riposare.
    E come il nuovo giorno apparve,  levati,  avendo gi il siniscalco via
    ogni lor cosa mandata, dietro alla guida del discreto re verso Firenze
    si ritornarono.  E i tre giovani,  lasciate le sette  donne  in  Santa
    Maria Novella, donde con loro partiti s'erano, da esse accommiatatisi,
    a loro altri piaceri attesero;  ed esse, quando tempo lor parve, se ne
    tornarono alle loro case.




    Conclusione dell'Autore.

    Nobilissime giovani,  a consolazion delle quali io a cos lunga fatica
    messo mi sono,  io mi credo,  aiutantemi la divina grazia,  s come io
    avviso,  per li vostri pietosi prieghi,  non gi per li  miei  meriti,
    quello  compiutamente aver fornito che io nel principio della presente
    opera promisi di dover fare;  per la qual cosa Iddio primieramente,  e
    appresso  voi  ringraziando,   da dare alla penna e alla man faticata
    riposo.  Il quale prima che  io  le  conceda,  brievemente  ad  alcune
    cosette,  le  quali forse alcuna di voi o altri potrebbe dire (con ci
    sia cosa che a me  paia  esser  certissimo  queste  non  dovere  avere
    spezial  privilegio  pi che l'altre cose,  anzi non averlo mi ricorda
    nel principio della quarta giornata aver  mostrato),  quasi  a  tacite
    quistioni mosse, di rispondere intendo.
    Saranno  per  avventura  alcune  di voi che diranno che io abbia nello
    scriver queste novelle troppa licenzia  usata,  s  come  fare  alcuna
    volta  dire  alle  donne  e  molte  spesso  ascoltare  cose  non assai
    convenienti n a dire n ad ascoltare ad oneste donne. La qual cosa io
    nego,  per ci che niuna s disonesta n',  che,  con onesti  vocaboli
    dicendola,   si   disdica  ad  alcuno;   il  che  qui  mi  pare  assai
    convenevolmente bene aver fatto.
    Ma presupponiamo che cos sia (ch non intendo di piatir con voi,  che
    mi vincereste),  dico,  a rispondere perch io abbia ci fatto,  assai
    ragioni vengon prontissime.  Primieramente se alcuna  cosa  in  alcuna
    n',  la  qualit  delle  novelle  l'hanno  richesta,  le quali se con
    ragionevole occhio da intendente persona fien riguardate, assai aperto
    sar conosciuto (se io quelle della lor forma trar non avessi  voluto)
    altramenti raccontar non poterle.  E se forse pure alcuna particella 
    in quelle, alcuna paroletta pi liberale che forse a spigolistra donna
    non si conviene,  le quali  pi  le  parole  pesano  che'fatti  e  pi
    d'apparer s'ingegnano che d'esser buone,  dico che pi non si dee a me
    esser disdetto d'averle scritte,  che  generalmente  si  disdica  agli
    uomini  e  alle  donne  di  dir  tutto d "foro e caviglia e mortaio e
    pestello e salciccia e mortadello",e tutto pieno di simiglianti  cose.
    Senza  che alla mia penna non dee essere meno d'autorit conceduta che
    sia al pennello del dipintore,  il quale senza alcuna  riprensione,  o
    almen  giusta,  lasciamo stare che egli faccia a san Michele ferire il
    serpente con la spada o con la lancia, e a san Giorgio il dragone dove
    gli piace;  ma egli fa Cristo maschio ed Eva femina,  e a Lui medesimo
    che volle per la salute della umana generazione sopra la croce morire,
    quando con un chiovo e quando con due i pi gli conficca in quella.
    Appresso  assai  ben  si  pu cognoscere queste cose non nella chiesa,
    delle cui cose e con animi e con vocaboli onestissimi si convien  dire
    (quantunque  nelle  sue istorie d'altramenti fatte,  che le scritte da
    me, si truovino assai),  n ancora nelle scuole de' filosofanti,  dove
    l'onest non meno che in altra par te  richesta,  dette sono, n tra'
    cherici n tra' filosofi in alcun luogo, ma ne' giardini,  in luogo di
    sollazzo,  tra  persone  giovani,  bench  mature e non pieghevoli per
    novelle, in tempo nel quale andar con le brache in capo per iscampo di
    s era alli pi onesti non disdicevole, dette sono.
    Le quali,  chenti che elle si sieno,  e nuocere e giovar  possono,  s
    come possono tutte l'altre cose, avendo riguardo allo ascoltatore. Chi
    non  sa  ch'  il  vino ottima cosa a' viventi,  secondo Cinciglione e
    Scolaio e assai altri, e a colui che ha la febbre  nocivo? Direm noi,
    per ci che nuoce a' febricitanti, che sia malvagio? Chi non sa che 'l
    fuoco  utilissimo, anzi necessario a' mortali? Direm noi, per ci che
    egli arde le case e le ville e le  citt,  che  sia  malvagio?  L'arme
    similmente  la  salute  difendon  di coloro che pacificamente di viver
    disiderano, e anche uccidon gli uomini molte volte, non per malizia di
    loro, ma di coloro che malvagiamente l'adoperano.
    Niuna corrotta mente intese mai  sanamente  parola;  e  cos  come  le
    oneste a quella non giovano,  cos quelle che tanto oneste non sono la
    ben disposta non posson contaminare,  se non come  il  loto  i  solari
    raggi o le terrene brutture le bellezze del cielo.
    Quali libri, quali parole, quali lettere son pi sante, pi degne, pi
    riverende,  che  quelle  della divina Scrittura?  E s sono egli stati
    assai che,  quelle perversamente intendendo,  s e altrui a perdizione
    hanno tratto.  Ciascuna cosa in s medesima  buona ad alcuna cosa,  e
    male adoperata pu essere nociva di  molte;  e  cos  dico  delle  mie
    novelle.  Chi  vorr da quelle malvagio consiglio o malvagia operazion
    trarre, elle nol vieteranno ad alcuno, se forse in s l'hanno, e torte
    e tirate fieno ad averlo;  e chi utilit e frutto ne vorr,  elle  nol
    negheranno,  n  sar  mai  che  altro che utili e oneste sien dette o
    tenute,  se a que'tempi o a quelle persone si leggeranno,  per cui s e
    pe' quali state sono raccontate.  Chi ha a dir paternostri o a fare il
    migliaccio  o  la  torta  al  suo  divoto,  lascile  stare:  elle  non
    correranno  di dietro a niuna a farsi leggere;  bench e le pinzochere
    altress dicono e anche fanno delle cosette otta per vicenda.
    Saranno similmente di quelle che diranno qui esserne alcune,  che  non
    essendoci  sarebbe stato assai meglio.  Concedasi: ma io non poteva n
    doveva scrivere se non le raccontate, e per ci esse che le dissero le
    dovevan dir belle,  e io l'avrei scritte belle.  Ma se pur presupporre
    si  volesse che io fossi stato di quelle e lo 'nventore e lo scrittore
    (che non fui),  dico che io non mi vergognerei  che  tutte  belle  non
    fossero per ci che maestro alcun non si truova,  da Dio in fuori, che
    ogni cosa faccia bene e compiutamente; e Carlo Magno,  che fu il primo
    facitore de' Paladini,  non ne seppe tanti creare che esso di lor soli
    potesse fare oste.
    Conviene  nella  moltitudine  delle  cose,  diverse  qualit  di  cose
    trovarsi.  Niun campo fu mai s ben coltivato,  che in esso o ortica o
    triboli o alcun pruno non si trovasse mescolato tra  l'erbe  migliori.
    Senza che,  ad avere a favellare a semplici giovinette come voi il pi
    siete,  sciocchezza sarebbe stata l'andar cercando  e  faticandosi  in
    trovar cose molto esquisite,  e gran cura porre di molto misuratamente
    parlare.  Tuttavia chi va tra queste leggendo,  lasci star quelle  che
    pungono,  e quelle che dilettano legga. Esse, per non ingannare alcuna
    personar tutte nella fronte portan segnato quello che esse dentro  dal
    loro seno nascoso tengono.
    E  ancora,  credo,  sar  tal che dir che ce ne son di troppo lunghe.
    Alle quali ancora dico,  che chi ha altra cosa a  fare,  follia  fa  a
    queste  leggere,  eziandio  se brievi fossero.  E come che molto tempo
    passato sia da poi che io a scriver cominciai, infino a questa ora che
    io al fine vengo della mia fatica,  non m' per ci uscito di mente me
    avere questo mio affanno offerto alle oziose e non all'altre;  e a chi
    per tempo passar legge, niuna cosa puote esser lunga,  se ella quel fa
    per che egli l'adopera.
    Le cose brievi si convengon molto meglio agli studianti,  li quali non
    per passare ma per utilmente adoperare il tempo faticano,  che a  voi,
    donne,  alle quali tanto del tempo avanza quanto negli amorosi piaceri
    non ispendete. E oltre a questo,  per ci che n ad Atene n a Bologna
    o a Parigi alcuna di voi non va a studiare, pi distesamente parlar vi
    si   conviene   che   a   quegli  che  hanno  negli  studi  gl'ingegni
    assottigliati.
    N dubito punto che non sien di quelle ancor che diranno le cose dette
    esser troppo piene e di motti e di ciance e mal convenirsi ad uno  uom
    pesato e grave aver cos fattamente scritto. A queste son io tenuto di
    render grazie e rendo, per ci che, da buon zelo movendosi, tenere son
    della mia fama.
    Ma  cos  alla  loro  opposizione  vo'rispondere:  io confesso d'esser
    pesato, e molte volte de' miei d essere stato; e per ci,  parlando a
    quelle che pesato non m'hanno,  affermo che io non son grave, anzi son
    io s lieve che io sto  a  galla  nell'acqua;  e  considerato  che  le
    prediche fatte da' frati,  per rimorder delle lor colpe gli uomini, il
    pi oggi piene di motti e di ciance e di  scede  [sono],  estimai  che
    quegli  medesimi  non  stesser  male  nelle  mie novelle,  scritte per
    cacciar la malinconia delle femine.  Tuttavia,  se troppo  per  questo
    ridessero,  il  lamento  di  Geremia,  la  passione del Salvatore e il
    ramarichio della Maddalena ne le potr agevolmente guerire.
    E chi star in pensiero che  di  quelle  ancor  non  si  truovino  che
    diranno  che  io  abbia  mala lingua e velenosa,  per ci che in alcun
    luogo scrivo il ver de' frati?  A queste  che  cos  diranno  si  vuol
    perdonare,  per  ci che non  da credere che altra che giusta cagione
    le muova,  per ci che i frati son buone persone e fuggono il  disagio
    per l'amor di Dio,  e macinano a raccolta e nol ridicono; e se non che
    di tutti un poco viene del caprino,  troppo sarebbe pi  piacevole  il
    piato loro.
    Confesso nondimeno le cose di questo mondo non avere stabilit alcuna,
    ma sempre essere in mutamento,  e cos potrebbe della mia lingua esser
    intervenuto; la quale, non credendo io al mio giudicio (il quale a mio
    potere io fuggo nelle mie cose) non ha guari mi disse una  mia  vicina
    che  io  l'aveva  la  migliore e la pi dolce del mondo;  e in verit,
    quando questo fu,  egli erano  poche  a  scrivere  delle  soprascritte
    novelle. E per ci che animosamente ragionan quelle cotali, voglio che
    quello che  detto basti lor per risposta.
    E lasciando omai a ciascheduna e dire e credere come le pare,  tempo 
    da por fine alle parole,  Colui umilmente  ringraziando  che  dopo  s
    lunga  fatica  col suo aiuto n'ha al desiderato fine condotto.  E voi,
    piacevoli donne,  con la  sua  grazia  in  pace  vi  rimanete,  di  me
    ricordandovi, se ad alcuna forse alcuna cosa giova l'averle lette.


    Qui  finisce la decima e ultima giornata del libro chiamato Decameron,
    cognominato prencipe galeotto.
