    Giovanni Boccaccio.
    DECAMERON.
    Volume primo.



















    INDICE.

    Introduzione: pagina 6.

    Giornata prima - Introduzione: pagina 10.
    Giornata prima - Novella prima: pagina 39.
    Giornata prima - Novella seconda: pagina 60.
    Giornata prima - Novella terza: pagina 67.
    Giornata prima - Novella quarta: pagina 72.
    Giornata prima - Novella quinta: pagina 78.
    Giornata prima - Novella sesta: pagina 83.
    Giornata prima - Novella settima: pagina 88.
    Giornata prima - Novella ottava: pagina 95.
    Giornata prima - Novella nona: pagina 99.
    Giornata prima - Novella decima: pagina 101.
    Giornata prima - Conclusione: pagina 106.

    Giornata seconda - Introduzione: pagina 112.
    Giornata seconda - Novella prima: pagina 113.
    Giornata seconda - Novella seconda: pagina 121.
    Giornata seconda - Novella terza: pagina 131.
    Giornata seconda - Novella quarta: pagina 144.
    Giornata seconda - Novella quinta: pagina 152.
    Giornata seconda - Novella sesta: pagina 172.
    Giornata seconda - Novella settima: pagina 193.
    Giornata seconda - Novella ottava: pagina 225.
    Giornata seconda - Novella nona: pagina 250.
    Giornata seconda - Novella decima: pagina 270.
    Giornata seconda - Conclusione: pagina 281.

    Giornata terza - Introduzione: pagina 286.
    Giornata terza - Novella prima: pagina 291.
    Giornata terza - Novella seconda: pagina 302.
    Giornata terza - Novella terza: pagina 310.
    Giornata terza - Novella quarta: pagina 325.
    Giornata terza - Novella quinta: pagina 333.
    Giornata terza - Novella sesta: pagina 342.
    Giornata terza - Novella settima: pagina 355.
    Giornata terza - Novella ottava: pagina 381.
    Giornata terza - Novella nona: pagina 397.
    Giornata terza - Novella decima: pagina 412.
    Giornata terza - Conclusione: pagina 421.

    Giornata quarta - Introduzione: pagina 427.
    Giornata quarta - Novella prima: pagina 438.
    Giornata quarta - Novella seconda: pagina 454.
    Giornata quarta - Novella terza: pagina 469.
    Giornata quarta - Novella quarta: pagina 480.
    Giornata quarta - Novella quinta: pagina 488.
    Giornata quarta - Novella sesta: pagina 495.
    Giornata quarta - Novella settima: pagina 506.
    Giornata quarta - Novella ottava: pagina 513.
    Giornata quarta - Novella nona: pagina 522.
    Giornata quarta - Novella decima: pagina 528.
    Giornata quarta - Conclusione: pagina 542.

    Giornata quinta - Introduzione: pagina 548.
    Giornata quinta - Novella prima: pagina 550.
    Giornata quinta - Novella seconda: pagina 567.
    Giornata quinta - Novella terza: pagina 577.
    Giornata quinta - Novella quarta: pagina 588.
    Giornata quinta - Novella quinta: pagina 598.
    Giornata quinta - Novella sesta: pagina 607.
    Giornata quinta - Novella settima: pagina 616.
    Giornata quinta - Novella ottava: pagina 627.
    Giornata quinta - Novella nona: pagina 636.
    Giornata quinta - Novella decima: pagina 646.
    Giornata quinta - Conclusione: pagina 659.




















    COMINCIA IL LIBRO CHIAMATO DECAMERON,  COGNOMINATO PRENCIPE  GALEOTTO,
    NEL  QUALE  SI  CONTENGONO  CENTO  NOVELLE IN DIECI DI' DETTE DA SETTE
    DONNE E DA TRE GIOVANI UOMINI.

    Umana cosa  aver compassione degli afflitti: e come  che  a  ciascuna
    persona  stea  bene,  a  coloro   massimamente richiesto li quali gi
    hanno di conforto avuto mestiere  e  hannol  trovato  in  alcuni;  fra
    quali,  se  alcuno mai n'ebbe bisogno o gli fu caro o gi ne ricevette
    piacere,  io sono  uno  di  quegli.  Per  ci  che,  dalla  mia  prima
    giovinezza  infino  a  questo  tempo  oltre  modo essendo acceso stato
    d'altissimo e nobile  amore,  forse  pi  assai  che  alla  mia  bassa
    condizione non parrebbe,  narrandolo,  si richiedesse, quantunque appo
    coloro che discreti erano e alla cui  notizia  pervenne  io  ne  fossi
    lodato  e  da molto pi reputato,  nondimeno mi fu egli di grandissima
    fatica a sofferire,  certo non per crudelt della donna amata,  ma per
    soverchio  fuoco  nella  mente  concetto da poco regolato appetito: il
    quale,  per ci che a niuno convenevole termine mi lasciava  un  tempo
    stare, pi di noia che bisogno non m'era spesse volte sentir mi facea.
    Nella   qual   noia  tanto  rifrigerio  gi  mi  porsero  i  piacevoli
    ragionamenti d'alcuno amico le  sue  laudevoli  consolazioni,  che  io
    porto  fermissima  opinione  per quelle essere avvenuto che io non sia
    morto.
    Ma s come a Colui piacque il quale, essendo Egli infinito,  diede per
    legge  incommutabile a tutte le cose mondane aver fine,  il mio amore,
    oltre a ogn'altro fervente e il quale niuna forza di proponimento o di
    consiglio o di vergogna evidente,  o pericolo che seguir  ne  potesse,
    aveva  potuto  n  rompere n piegare,  per s medesimo in processo di
    tempo si diminu in guisa,  che sol di s nella mente m'ha al presente
    lasciato  quel piacere che egli  usato di porgere a chi troppo non si
    mette n suoi pi cupi pelaghi navigando; per che, dove faticoso esser
    solea, ogni affanno togliendo via, dilettevole il sento esser rimaso.
    Ma quantunque cessata sia la pena,  non per ci  la  memoria  fuggita
    de' benefici gi ricevuti, datimi da coloro  quali per benivolenza da
    loro a me portata erano gravi le mie fatiche: ne passer mai,  s come
    io credo, se non per morte. E per ci che la gratitudine,  secondo che
    io credo,  trall'altre virt  sommamente da commendare e il contrario
    da biasimare,  per non parere  ingrato  ho  meco  stesso  proposto  di
    volere,  in  quel  poco  che  per  me si pu,  in cambio di ci che io
    ricevetti,  ora che libero dir mi posso,  e se non  a  coloro  che  me
    atarono  alli quali per avventura per lo lor senno o per la loro buona
    ventura non abbisogna,  a  quegli  almeno  a  qual  fa  luogo,  alcuno
    alleggiamento prestare. E quantunque il mio sostenta mento, o conforto
    che vogliam dire, possa essere e sia  bisognosi assai poco, nondimeno
    parmi  quello  doversi  pi  tosto  porgere  dove il bisogno apparisce
    maggiore,  s perch pi utilit vi far e si ancora perch pi vi fia
    caro avuto.
    E chi negher questo, quantunque egli si sia, non molto pi alle vaghe
    donne che agli uomini convenirsi donare? Esse dentro  dilicati petti,
    temendo  e  vergognando,  tengono  l'amorose fiamme nascose,  le quali
    quanto pi di forza abbian che le palesi coloro il sanno  che  l'hanno
    provate:  e  oltre  a  ci,   ristrette  d  voleri,  d  piaceri,  d
    comandamenti de' padri, delle madri, de' fratelli e de' mariti, il pi
    del tempo nel piccolo circuito delle loro camere racchiuse dimorano  e
    quasi  oziose  sedendosi,  volendo  e non volendo in una medesima ora,
    seco rivolgendo diversi pensieri,  li quali non  possibile che sempre
    sieno  allegri.  E  se  per quegli alcuna malinconia,  mossa da focoso
    disio,  sopravviene nelle lor menti,  in quelle conviene che con grave
    noia si dimori, se da nuovi ragionamenti non  rimossa: senza che elle
    sono  molto  men  forti  che  gli  uomini  a  sostenere;  il che degli
    innamorati uomini  non  avviene,  s  come  noi  possiamo  apertamente
    vedere.  Essi,  se  alcuna  malinconia  o  gravezza  di  pensieri  gli
    affligge,  hanno molti modi da alleggiare o da passar quello,  per ci
    che a loro,  volendo essi,  non manca l'andare a torno,  udire e veder
    molte  cose,  uccellare,  cacciare,  pescare,  cavalcare,   giucare  o
    mercatare: de' quali modi ciascuno ha forza di trarre, o in tutto o in
    parte, l'animo a s e dal noioso pensiero rimuoverlo almeno per alcuno
    spazio  di  tempo,  appresso  il  quale,  con  un modo o con altro,  o
    consolazion sopraviene o diventa la noia minore.
    Adunque, acci che in parte per me s'ammendi il peccato della fortuna,
    la quale dove meno era di forza,  s come  noi  nelle  dilicate  donne
    veggiamo,  quivi  pi  avara fu di sostegno,  in soccorso e rifugio di
    quelle che amano,  per ci che all'altre  assai l'ago  e  'l  fuso  e
    l'arcolaio, intendo di raccontare cento novelle, o favole o parabole o
    istorie che dire le vogliamo, raccontate in diece giorni da una onesta
    brigata di sette donne e di tre giovani nel pistelenzioso, tempo della
    passata  mortalit  fatta,  e  alcune  canzonette dalle predette donne
    cantate al lor diletto.
    Nelle quali novelle piacevoli e aspri casi d'amore e  altri  fortunati
    avvenimenti  si  vederanno  cos  n moderni tempi avvenuti come negli
    antichi;  delle quali le  gi  dette  donne,  che  queste  leggeranno,
    parimente  diletto  delle sollazzevoli cose in quelle mostrate e utile
    consiglio potranno pigliare,  in quanto potranno cognoscere quello che
    sia  da fuggire e che sia similmente da seguitare: le quali cose senza
    passamento di noia non  credo  che  possano  intervenire.  Il  che  se
    avviene,  che voglia Idio che cos sia;  a Amore ne rendano grazie, il
    quale liberandomi d suoi legami m'ha conceduto il potere attendere  
    lor piaceri.

    Comincia  la  Giornata  prima  del  Decameron,  nella  quale  dopo  la
    dimostrazione fatta dall'autore,  per che cagione avvenisse di doversi
    quelle  persone,  che  appresso  si  mostrano,  ragunare  a  ragionare
    insieme,  sotto il reggimento di Pampinea si ragiona di quello che pi
    aggrada a ciascheduno.


    Giornata prima - Introduzione.

    Quantunque volte,  graziosissime donne,  meco pensando riguardo quanto
    voi naturalmente: tutte siete pietose,  tante conosco che la  presente
    opera  al  vostro iudicio avr grave e noioso principio,  s come  la
    dolorosa   ricordazione   della   pestifera   mortalit    trapassata,
    universalmente  a  ciascuno  che  quella  vide  o  altramenti  conobbe
    dannosa,  la quale essa porta nella fronte.  Ma non voglio per ci che
    questo  di  pi  avanti  leggere  vi spaventi,  quasi sempre sospiri e
    tralle   lagrime   leggendo   dobbiate   trapassare.   Questo   orrido
    cominciamento  vi  fia  non  altramenti che a' camminanti una montagna
    aspra e erta,  presso alla quale un bellissimo piano e dilettevole sia
    reposto,  il  quale  tanto  pi  viene lor piacevole quanto maggiore 
    stata del salire e dello smontare la gravezza.  E s come la estremit
    della  allegrezza  il dolore occupa,  cos le miserie da sopravegnente
    letizia sono terminate.
    A questa brieve noia (dico brieve in quanto poche lettere si contiene)
    seguita prestamente la dolcezza e il piacere  quale  io  v'ho  davanti
    promesso  e  che  forse  non  sarebbe da cos fatto inizio,  se non si
    dicesse,  aspettato.  E nel vero,  se io potuto avessi onestamente per
    altra  parte  menarvi  a  quello  che  io  desidero che per cos aspro
    sentiero come fia questo, io l'avrei volentier fatto: ma ci che, qual
    fosse  la  cagione  per  che  le  cose  che  appresso  si   leggeranno
    avvenissero, non si poteva senza questa ramemorazion dimostrare, quasi
    da necessit constretto a scriverle mi conduco.
    Dico  adunque che gi erano gli anni della fruttifera incarnazione del
    Figliuolo di Dio  al  numero  pervenuti  di  milletrecentoquarantotto,
    quando  nella  egregia  citt  di Fiorenza,  oltre a ogn'altra italica
    bellissima, pervenne la mortifera pestilenza: la quale,  per operazion
    de'  corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio
    a nostra correzione mandata sopra i  mortali,  alquanti  anni  davanti
    nelle parti orientali incominciata,  quelle d'inumerabile quantit de'
    viventi  avendo  private,  senza  ristare  d'un  luogo  in  uno  altro
    continuandosi, verso l'Occidente miserabilmente s'era ampliata.
    E  in  quella  non valendo alcuno senno n umano provedimento,  per lo
    quale fu da molte immondizie purgata la citt da  oficiali  sopra  ci
    ordinati  e  vietato  l'entrarvi  dentro  a  ciascuno  infermo e molti
    consigli  dati  a  conservazion  della   sanit,   n   ancora   umili
    supplicazioni  non  una  volta ma molte e in processioni ordinate,  in
    altre guise a Dio fatte dalle  divote  persone,  quasi  nel  principio
    della  primavera  dell'anno  predetto  orribilmente  cominci  i  suoi
    dolorosi effetti, e in miracolosa maniera, a dimostrare. E non come in
    Oriente aveva fatto,  dove a chiunque usciva il sangue  del  naso  era
    manifesto  segno  di inevitabile morte: ma nascevano nel cominciamento
    d'essa a' maschi e alle femine parimente o nella anguinaia o sotto  le
    ditella  certe  enfiature,  delle  quali  alcune  crescevano  come una
    comunal mela,  altre come uno uovo,  e alcune pi e alcun' altre meno,
    le  quali i volgari nominavan gavoccioli.  E dalle due parti del corpo
    predette  infra  brieve  spazio  cominci  il  gi  detto   gavocciolo
    mortifero  indifferentemente  in  ogni  parte  di quello a nascere e a
    venire: e da questo appresso s'incominci la  qualit  della  predetta
    infermit a permutare in macchie nere o livide, le quali nelle braccia
    e per le cosce e in ciascuna altra parte del corpo apparivano a molti,
    a  cui  grandi  e  rade e a cui minute e spesse.  E come il gavocciolo
    primieramente era stato e ancora  era  certissimo  indizio  di  futura
    morte, cos erano queste a ciascuno a cui venieno.
    A  cura  delle  quali  infermit  n  consiglio  di medico n virt di
    medicina alcuna pareva che valesse o facesse  profitto:  anzi,  o  che
    natura  del  malore  nol patisse o che la ignoranza de' medicanti (de'
    quali, oltre al numero degli scienziati,  cos di femine come d'uomini
    senza  avere alcuna dottrina di medicina avuta giammai,  era il numero
    divenuto  grandissimo)  non  conoscesse  da  che  si  movesse  e   per
    consequente debito argomento non vi prendesse,  non solamente pochi ne
    guarivano,  anzi quasi tutti infra 'l terzo giorno  dalla  apparizione
    de'  sopra detti segni,  chi pi tosto e chi meno e i pi senza alcuna
    febbre o altro accidente, morivano.
    E fu questa pestilenza di maggior forza per ci che essa dagli infermi
    di  quella  per  lo  comunicare  insieme  s'avventava  a'  sani,   non
    altramenti  che  faccia  il fuoco alle cose secche o unte quando molto
    gli sono avvicinate.  E pi  avanti  ancora  ebbe  di  male:  ch  non
    solamente  il parlare e l'usare cogli infermi dava a' sani infermit o
    cagione di comune morte,  ma ancora il toccare  i  panni  o  qualunque
    altra  cosa  da  quegli  infermi  stata  tocca o adoperata pareva seco
    quella cotale infermit nel toccator transportare.
    Maravigliosa cosa  da udire quello che io  debbo  dire:  il  che,  se
    dagli occhi di molti e da' miei non fosse stato veduto,  appena che io
    ardissi di crederlo,  non che di scriverlo,  quantunque  da  fededegna
    udito  l'avessi.  Dico  che  di  tanta  efficacia  fu la qualit della
    pestilenzia narrata nello appiccarsi da uno a altro, che non solamente
    l'uomo all'uomo, ma questo, che  molto pi,  assai volte visibilmente
    fece,  cio  che  la  cosa  dell'uomo  infermo stato,  o morto di tale
    infermit, tocca da un altro animale fuori della spezie dell'uomo, non
    solamente della infermit il contaminasse ma quello  infra  brevissimo
    spazio uccidesse. Di che gli occhi miei, s come poco davanti  detto,
    presero  tra  l'altre volte un d cos fatta esperienza: che,  essendo
    gli stracci d'un povero uomo da tale infermit morto gittati nella via
    publica e avvenendosi a essi  due  porci,  e  quegli  secondo  il  lor
    costume  prima  molto col grifo e poi co' denti presigli e scossiglisi
    alle guance, in piccola ora appresso,  dopo alcuno avvolgimento,  come
    se  veleno  avesser preso,  amenduni sopra li mal tirati stracci morti
    caddero in terra.
    Dalle quali cose e da assai altre  a  queste  simiglianti  o  maggiori
    nacquero  diverse paure e immaginazioni in quegli che rimanevano vivi,
    e tutti quasi a un fine tiravano assai crudele era di  schifare  e  di
    fuggire gl'infermi e le lor cose; e cos faccendo, si credeva ciascuno
    medesimo salute acquistare.
    E  erano  alcuni,  li quali avvisavano che il viver moderatamente e il
    guardarsi da ogni superfluit avesse  molto  a  cos  fatto  accidente
    resistere;  e  fatta  brigata,  da  ogni altro separati viveano,  e in
    quelle case ricogliendosi e racchiudendosi, dove niuno infermo fosse e
    da viver meglio,  dilicatissimi cibi e ottimi vini temperatissimamente
    usando  e  ogni lussuria fuggendo,  senza lasciarsi parlare a alcuno o
    volere di fuori di morte o d'infermi alcuna novella sentire, con suoni
    e con quegli piaceri che aver poteano si dimovano. Altri, in contraria
    oppinion tratti,  affermavano il bere assai  e  il  godere  e  l'andar
    cantando attorno e sollazzando e il sodisfare d'ogni cosa all'appetito
    che si potesse e di ci che avveniva ridersi e beffarsi esser medicina
    certissima a tanto male;  e cos come il dicevano mettevano in opera a
    lor potere,  il giorno e la notte ora a quella taverna  ora  a  quella
    altra andando,  bevendo senza modo e senza misura, e molto pi ci per
    l'altrui case faccendo,  solamente che  cose  vi  sentissero  che  lor
    venissero a grado o in piacere E ci potevan far di leggiere,  per ci
    che ciascun, quasi non pi viver dovesse, aveva,  s come se',  le sue
    cose  messe  in  abbandono;  di  che  le pi delle case erano divenute
    comuni,  e cos l'usava lo straniere,  pure che ad  esse  s'avvenisse,
    come   l'avrebbe  il  proprio  signore  usate;   e  con  tutto  questo
    proponimento bestiale sempre gl'infermi fuggivano a lor potere.
    E in tanta afflizione e miseria della nostra citt  era  la  reverenda
    autorit delle leggi, cos divine come umane, quasi caduta e dissoluta
    tutta  per  li ministri e esecutori di quelle,  li quali,  s come gli
    altri uomini,  erano tutti o morti o infermi o s  di  famigli  rimasi
    stremi,  che  uficio  alcuno  non potean fare;  per la qual cosa era a
    ciascun licito  quanto  a  grado  gli  era  d'adoperare.  Molti  altri
    servavano,  tra  questi  due  di  sopra  detti,  una mezzana via,  non
    strignendosi nelle vivande quanto i primi n  nel  bere  e  nell'altre
    dissoluzioni  allargandosi quanto i secondi,  ma a sofficienza secondo
    gli appetiti le cose usavano e senza rinchiudersi  andavano  a  torno,
    portando  nelle  mani  chi  fiori,  chi  erbe  odorifere e chi diverse
    maniere di spezierie,  quelle  al  naso  ponendosi  spesso,  estimando
    essere  ottima  cosa  il cerebro con cotali odori confortare,  con ci
    fosse cosa che l'aere tutto paresse dal puzzo de' morti corpi e  delle
    infermit e delle medicine compreso e puzzolente.
    Alcuni  erano  di  pi  crudel sentimento,  come che per avventura pi
    fosse  sicuro,   dicendo  niuna  altra  medicina  essere  contro  alle
    pestilenze  migliore  n cos buona come il fuggir loro davanti;  e da
    questo argomento mossi, non curando d'alcuna cosa se non di se', assai
    e uomini e donne abbandonarono la propia citt, le propie case,  i lor
    luoghi e i lor parenti e le lor cose, e cercarono l'altrui o almeno il
    lor contado,  quasi l'ira di Dio a punire le iniquit degli uomini con
    quella pestilenza non dove fossero procedesse,  ma solamente a  coloro
    opprimere  li  quali  dentro  alle mura della lor citt si trovassero,
    commossa intendesse;  o quasi avvisando niuna persona in quella  dover
    rimanere e la sua ultima ora esser venuta.
    E  come che questi cos variamente oppinanti non morissero tutti,  non
    per ci tutti campavano: anzi,  infermandone di ciascuna  molti  e  in
    ogni  luogo,  avendo essi stessi,  quando sani erano,  essemplo dato a
    coloro che sani rimanevano,  quasi abbandonati per tutto languieno.  E
    lasciamo  stare  che  l'uno  cittadino l'altro schifasse e quasi niuno
    vicino avesse dell'altro cura e i parenti insieme rade volte o non mai
    si visitassero  e  di  lontano:  era  con  s  fatto  spavento  questa
    tribulazione  entrata  n  petti degli uomini e delle donne,  che l'un
    fratello l'altro abbandonava e il  zio  il  nipote  e  la  sorella  il
    fratello e spesse volte la donna il suo marito;  e (che maggior cosa 
    e quasi non credibile),  li padri e le madri i figliuoli,  quasi  loro
    non fossero, di visitare e di servire schifavano.
    Per la qual cosa a coloro,  de' quali era la moltitudine inestimabile,
    e maschi e femine, che infermavano,  niuno altro sussidio rimase che o
    la  carit  degli  amici  (e  di  questi  fur  pochi) o l'avarizia de'
    serventi,  li quali da grossi salari e sconvenevoli  tratti  servieno,
    quantunque  per tutto ci molti non fossero divenuti: e quelli cotanti
    erano uomini o femine di grosso ingegno,  e i pi di tali servigi  non
    usati,  li  qual  niuna altra cosa servieno che di porgere alcune cose
    dagl'infermi addomandate o di riguardare quando morieno;  e,  servendo
    in tal servigio, se molte volte col guadagno perdeano.
    E  da questo essere abbandonati gli infermi da' vicini,  da' parenti e
    dagli amici e avere scarsit  di  serventi,  discorse  uno  uso  quasi
    davanti  mai  non  udito:  che  niuna,  quantunque leggiadra o bella o
    gentil donna fosse,  infermando,  non curava d'avere a'  suoi  servigi
    uomo,  egli si fosse o giovane o altro,  e a lui senza alcuna vergogna
    ogni parte del corpo aprire non altrimenti che a  una  femina  avrebbe
    fatto,  solo  che la necessit della sua infermit il richiedesse;  il
    che, in quelle che ne guerirono, fu forse di minore onest,  nel tempo
    che succedette,  cagione. E oltre a questo ne seguio la morte di molti
    che per avventura,  se stati fossero atati,  campati sarieno;  di che,
    tra  per lo difetto degli opportuni servigi,  li quali gl'infermi aver
    non poteano, e per la forza della pestilenza, era tanta nella citt la
    moltitudine che di d e di notte morieno,  che uno stupore era a  udir
    dire,  non  che  a  riguardarlo.  Per  che,  quasi di necessit,  cose
    contrarie a' primi costumi de' cittadini nacquero tra  quali  rimanean
    vivi.
    Era usanza (s come ancora oggi veggiamo usare) che le donne parenti e
    vicine  nella  casa del morto si ragunavano e quivi con quelle che pi
    gli appartenevano piagnevano;  e d'altra parte dinanzi alla  casa  del
    morto  co' suoi prossimi si ragunavano i suoi vicini e altri cittadini
    assai, e secondo la qualit del morto vi veniva il chericato;  ed egli
    sopra  gli omeri se' suoi pari,  con funeral pompa di cera e di canti,
    alla chiesa da lui prima eletta anzi la morte n'era portato.  Le quali
    cose,  poi  che a montar cominci la ferocit della pestilenza tutto o
    in maggior parte quasi  cessarono  e  altre  nuove  in  lor  luogo  ne
    sopravennero.  Per  ci  che,  non solamente senza aver molte donne da
    torno morivan le genti,  ma assai n'erano di quelli che di questa vita
    senza  testimonio  trapassavano;  e pochissimi erano coloro a' quali i
    pietosi pianti e l'amare lagrime de' suoi congiunti fossero concedute,
    anzi in luogo di quelle s'usavano per li pi risa e motti e festeggiar
    compagnevole;  la quale usanza le donne,  in gran  parte  proposta  la
    donnesca piet per la salute di loro,  avevano ottimamente appresa. Ed
    erano radi coloro,  i corpi de' quali fosser pi che  da  un  diece  o
    dodici  de'  suoi  vicini  alla  chiesa acompagnati;  li quali non gli
    orrevoli e cari cittadini sopra gli omeri portavano, ma una maniera di
    beccamorti  sopravenuti  di  minuta  gente,  che  chiamar  si  facevan
    becchini,  la  quale  questi servigi prezzolata faceva,  sottentravano
    alla bara; e quella con frettolosi passi, non a quella chiesa che esso
    aveva anzi la morte disposto ma  alla  pi  vicina  le  pi  volte  il
    portavano,  dietro a quattro o a sei cherici con poco lume e tal fiata
    senza alcuno; li quali con l'aiuto de' detti becchini, senza faticarsi
    in troppo lungo uficio o solenne,  in qualunque sepoltura  disoccupata
    trovavano pi tosto il mettevano.
    Della  minuta  gente,  e  forse  in  gran parte della mezzana,  era il
    ragguardamento di molto maggior miseria pieno;  per ci che  essi,  il
    pi  o  da  speranza  o da povert ritenuti nelle lor case,  nelle lor
    vicinanze standosi,  a migliaia per giorno infermavano;  e non essendo
    n  serviti  n  atati  d'alcuna cosa,  quasi senza alcuna redenzione,
    tutti morivano. E assai n'erano che nella strada pubblica o di d o di
    notte finivano,  e molti,  ancora che nelle case finissero,  prima col
    puzzo  de lor corpi corrotti che altramenti facevano a' vicini sentire
    se' esser morti;  e di questi e degli altri che  per  tutto  morivano,
    tutto pieno.
    Era il pi da' vicini una medesima maniera servata,  mossi non meno da
    tema che la corruzione de' morti non gli offendesse,  che da carit la
    quale avessero a' trapassati.  Essi,  e per se' medesimi e con l'aiuto
    d'alcuni portatori,  quando aver ne potevano,  traevano dalle lor case
    li  corpi  de' gi passati,  e quegli davanti alli loro usci ponevano,
    dove, la mattina spezialmente, n'avrebbe potuti veder senza numero chi
    fosse attorno andato: e quindi fatte venir bare, (e tali furono,  che,
    per difetto di quelle, sopra alcuna tavole) ne portavano.
    N  fu  una  bara sola quella che due o tre ne port insiememente,  n
    avvenne pure una volta,  ma se ne sarieno assai potute  annoverare  di
    quelle che la moglie e 'l marito,  di due o tre fratelli, o il padre e
    il figliuolo,  o cos  fattamente  ne  contenieno.  E  infinite  volte
    avvenne che, andando due preti con una croce per alcuno, si misero tre
    o quatro bare,  d portatori portate,  di dietro a quella: e,  dove un
    morto credevano avere i preti a sepellire,  n'avevano sei o otto e tal
    fiata  pi.  N  erano  per  ci  questi  da  alcuna  lagrima o lume o
    compagnia onorati;  anzi era  la  cosa  pervenuta  a  tanto,  che  non
    altramenti  si curava degli uomini che morivano,  che ora si curerebbe
    di capre;  per che assai manifestamente  apparve  che  quello  che  il
    naturale  corso delle cose non avea potuto con piccoli e radi danni a'
    savi mostrare doversi con pazienza  passare,  la  grandezza  de'  mali
    eziandio i semplici far di ci scorti e non curanti.
    Alla gran moltitudine de' corpi mostrata,  che a ogni chiesa ogni d e
    quasi ogn'ora concorreva portata,  non bastando la  terra  sacra  alle
    sepolture, e massimamente volendo dare a ciascun luogo proprio secondo
    l'antico costume,  si facevano per gli cimiterii delle chiese, poi che
    ogni parte era piena,  fosse grandissime nelle quali  a  centinaia  si
    mettevano  i  sopravegnenti:  e in quelle stivati,  come si mettono le
    mercatantie nelle navi a suolo a suolo,  con poca terra si  ricoprieno
    infino a tanto che la fossa al sommo si pervenia.
    E  acci che dietro a ogni particularit le nostre passate miserie per
    la citt avvenute pi ricercando non  vada,  dico  che,  cos  inimico
    tempo  correndo per quella,  non per ci meno d' alcuna cosa risparmi
    il circustante contado,  nel quale,  (lasciando star le castella,  che
    erano  nella  loro piccolezza alla citt) per le sparte ville e per li
    campi i lavoratori miseri e poveri e le loro  famiglie,  senza  alcuna
    fatica di medico o aiuto di servidore,  per le vie e per li loro colti
    e per le case, di d e di notte indifferentemente,  non come uomini ma
    quasi  come  bestie  morieno.  Per la qual cosa essi,  cos nelli loro
    costumi come i  cittadini  divenuti  lascivi,  di  niuna  lor  cosa  o
    faccenda curavano; anzi tutti, quasi quel giorno nel quale si vedevano
    esser  venuti  la  morte  aspettassero,  non d'aiutare i futuri frutti
    delle bestie e delle  terre  e  delle  loro  passate  fatiche,  ma  di
    consumare  quegli  che  si  trovavano  presenti si sforzavano con ogni
    ingegno. Per che adivenne i buoi, gli asini,  le pecore,  le capre,  i
    porci,  i polli e i cani medesimi fedelissimi agli uomini, fuori delle
    proprie case cacciati,  per li campi (dove ancora le biade abbandonate
    erano,  senza  essere,  non  che  raccolte  ma pur segate) come meglio
    piaceva loro se n'andavano.  E molti,  quasi come razionali,  poi  che
    pasciuti  erano  bene  il giorno,  la notte alle lor case senza alcuno
    correggimento di pastore si tornavano satolli.
    Che pi  si  pu  dire  (lasciando  stare  il  contado  e  alla  citt
    ritornando)  se non che tanta e tal fu la crudelt del cielo,  e forse
    in parte quella degli uomini,  che infra 'l marzo e il prossimo luglio
    vegnente,  tra  per  la  forza della pestifera infermit e per l'esser
    molti infermi mal serviti o abbandonati n lor bisogni  per  la  paura
    ch'aveono i sani, oltre a centomilia creature umane si crede per certo
    dentro  alle  mura  della citt di Firenze essere stati di vita tolti,
    che forse,  anzi l'accidente mortifero,  non si saria  estimato  tanti
    avervene dentro avuti? 0 quanti gran palagi, quante belle case, quanti
    nobili  abituri per adietro di famiglie pieni,  di signori e di donne,
    infino al menomo fante rimaser voti!  O  quante  memorabili  schiatte,
    quante  ampissime  eredit,  quante  famose  ricchezze si videro senza
    successor debito rimanere! Quanti valorosi uomini, quante belle donne,
    quanti leggiadri giovani, li quali non che altri, ma Galieno, Ipocrate
    o Esculapio avrieno giudicati sanissimi, la mattina desinarono co' lor
    parenti,  compagni  e  amici,   che  poi  la  sera  vegnente  appresso
    nell'altro mondo cenaron con li lor passati!
    A  me  medesimo  incresce andarmi tanto tra tante miserie ravolgendol:
    per che,  volendo omai lasciare star quella parte  di  quelle  che  io
    acconciamente  posso schifare,  dico che,  stando in questi termini la
    nostra citt,  d'abitatori quasi vota,  addivenne,  s come io poi  da
    persona  degna  di  fede sentii,  che nella venerabile chiesa di Santa
    Maria Novella,  un marted mattina,  non essendovi quasi alcuna  altra
    persona,  uditi  li  divini  ufici  in  abito lugubre quale a s fatta
    stagione si richiedea,  si ritrovarono sette giovani donne tutte l'una
    all'altra  o  per  amist  o  per vicinanza o per parentado congiunte,
    delle quali niuna il venti e ottesimo anno passato avea n  era  minor
    di  diciotto,  savia  ciascuna  e  di sangue nobile e bella di forma e
    ornata di costumi e di leggiadra onest.  Li nomi delle  quali  io  in
    propria  forma  racconterei,   se  giusta  cagione  da  dirlo  non  mi
    togliesse,  la quale  questa: che io non voglio che per le raccontate
    cose da loro, che seguono, e per l'ascoltare nel tempo avvenire alcuna
    di  loro  possa  prender vergogna,  essendo oggi alquanto ristrette le
    leggi al piacere che allora,  per le cagioni di sopra mostrate,  erano
    non  che  alla loro et ma a troppo pi matura larghissime;  n ancora
    dar materia agl'invidiosi, presti a mordere"' ogni laudevole vita,  di
    diminuire  in  niuno  atto  l'onest  delle valorose donne con isconci
    parlari.  E  per,   acci  che  quello  che  ciascuna  dicesse  senza
    confusione  si  possa  comprendere appresso,  per nomi alle qualit di
    ciascuna convenienti o in tutto o in parte intendo di nominarle: delle
    quali la prima, e quella che di pi et era,  Pampinea chiameremo e al
    seconda  Fiammetta,  Filomena la terza e la quarta Emilia,  e appresso
    Lauretta diremo alla quinta e alla sesta Neifile,  e  l'ultima  Elissa
    non senza cagion nomeremo.
    Le  quali,  non  gi  da alcuno proponimento tirate ma per caso in una
    delle parti della chiesa adunatesi,  quasi in cerchio a seder postesi,
    dopo  pi  sospiri  lasciato stare il dir de' paternostri,  seco delle
    qualit del tempo molte e varie cose cominciarono a ragionare.
    E dopo alcuno  spazio,  tacendo  l'altre,  cos  Pampinea  cominci  a
    parlare: - Donne mie care, voi potete, cos come io, molte volte avere
    udito  che  a  niuna  persona  fa  ingiuria chi onestamente usa la sua
    ragione.  Natural ragione ,  di ciascuno che ci nasce,  la  sua  vita
    quanto pu aiutare e conservare e difendere: e concedesi questo tanto,
    che alcuna volta  gi addivenuto che, per guardar quella, senza colpa
    alcuna  si  sono uccisi degli uomini.  E se questo concedono le leggi,
    nelle sollecitudini delle quali  il ben vivere d'ogni mortale, quanto
    maggiormente,  senza offesa d'alcuno,   a noi  e  a  qualunque  altro
    onesto  alla  conservazione  della nostra vita prendere quegli rimedii
    che noi possiamo? Ognora che io vengo ben raguardando alli nostri modi
    di questa mattina e ancora di pi a quegli  di  pi  altre  passate  e
    pensando chenti e quali li nostri ragionamenti sieno,  io comprendo, e
    voi similemente il potete prendere,  ciascuna di noi  di  se  medesima
    dubitare:  n  di  ci  mi  maraviglio niente,  ma maravigliomi forte,
    avvedendomi ciascuna di noi aver sentimento di  donna,  non  prendersi
    per  voi  a  quello  di  che  ciascuna  di  voi meritamente teme alcun
    compenso.  Noi dimoriamo qui,  al parer mio,  non  altramente  che  se
    essere volessimo o dovessimo testimonie di quanti corpi morti ci sieno
    alla sepoltura recati o d'ascoltare se i frati di qua entro, de' quali
    il  numero    quasi venuto al niente,  alle debite ore cantino i loro
    ufici,  o a dimostrare a qualunque ci apparisce,  n nostri abiti,  la
    qualit e la quantit delle nostre miserie. E, se di quinci usciamo, o
    veggiamo  corpi  morti  o  infermi  trasportarsi dattorno,  o veggiamo
    coloro li quali per li loro difetti l'autorit  delle  publiche  leggi
    gi condann ad essilio,  quasi quelle schernendo, per ci che sentono
    gli essecutori di quelle o morti o malati, con dispiacevoli impeti per
    la terra discorrere, o la feccia della nostra citt, del nostro sangue
    riscaldata,  chiamarsi becchini e in strazio di noi andar cavalcando e
    discorrendo per tutto,  con disoneste canzoni rimproverandoci i nostri
    danni. N altra cosa alcuna ci udiamo, se non: - I cotali son morti -,
    e - Gli altrettali sono per morire -; e,  se ci fosse chi fargli,  per
    tutto dolorosi pianti udiremmo.
    E,  se  alle  nostre  case  torniamo,  non  so se a voi cos come a me
    adiviene: io, di molta famiglia,  niuna altra persona in quella se non
    la  mia fante trovando,  impaurisco e quasi tutti i capelli addosso mi
    sento arricciare;  e parmi,  dovunque io vado  o  dimoro  per  quella,
    l'ombre  di  coloro che sono trapassati vedere,  e non con quegli visi
    che io soleva,  ma con una  vista  orribile,  non  so  donde  il  loro
    nuovamente venuta, spaventarmi.
    Per le quali cose, e qui e fuori di qui e in casa mi sembra star male;
    e  tanto  pi  ancora quanto egli mi pare che niuna persona,  la quale
    abbia alcun polso e dove possa andare, come noi abbiamo, ci sia rimasa
    altri che noi. E ho sentito e veduto pi volte, ( se pure alcuni ce ne
    sono) quegli cotali, senza fare distinzione alcuna dalle cose oneste a
    quelle che oneste non sono,  solo che l'appetito le cheggia,  e soli e
    accompagnati,  e di d e di notte,  quelle fare che pi di diletto lor
    porgono.  E non che le solite persone,  ma  ancora  le  racchiuse  ne'
    monisteri,  faccendosi a credere che quello a lor si convenga e non si
    disdica che all'altre,  rotte della  obedienza  le  leggi,  datesi  a'
    diletti carnali, in tal guisa avvisando scampare, son divenute lascive
    e dissolute.
    E  se  cos  (che essere manifestamente si vede) che faccian noi qui?
    che attendiamo?  che sognamo?  perch pi pigre e  lente  alla  nostra
    salute,  che tutto il rimanente de' cittadini,  siamo?  reputianci noi
    men care che tutte l'altre?  o crediam la nostra vita  con  pi  forti
    catene esser legata al nostro corpo che quella degli altri sia, e cos
    di niuna cosa curar dobbiamo,  la quale abbia forza d'offenderla?  Noi
    erriamo,  noi siamo ingannate;  che bestialit   la  nostra  se  cos
    crediamo;  quante  volte  noi ci vorrem ricordare chenti e quali sieno
    stati i giovani e le donne vinte da questa crudel pestilenza,  noi  ne
    vedremo apertissimo argomento.
    E  perci,  acci  che  noi  per  ischifalt  o per traccuttaggine non
    cadessimo in quello,  di che noi per  avventura  per  alcuna  maniera,
    volendo,  potremmo scampare ( non so se a voi quello se ne parr che a
    me ne parrebbe), io giudicherei ottimamente fatto che noi, s come noi
    siamo,  s come molti innanzi a noi hanno fatto  e  fanno,  di  questa
    terra uscissimo;  e, fuggendo come la morte i disonesti essempli degli
    altri,  onestamente a' nostri luoghi in contado,  de' quali a ciascuna
    di  noi  gran copia,  ce ne andassimo a stare;  e quivi quella festa,
    quella allegrezza, quello piacere che noi potessimo,  senza trapassare
    in alcuno atto il segno della ragione, prendessimo.
    Quivi s'odono gli uccelletti cantare,  veggionvisi verdeggiare i colli
    e le pianure,  e i campi pieni di biade non altramenti ondeggiare  che
    il mare,  e d'alberi ben mille maniere, e il cielo pi apertamente, il
    quale, ancora che crucciato ne sia, non per ci le sue bellezze eterne
    ne nega,  le quali molto pi belle sono a riguardare che le mura  vote
    della nostra citt.  Ed evvi oltre a questo l'aere assai pi fresco, e
    di quelle cose che alla vita bisognano in questi tempi  v'  la  copia
    maggiore, e minore il numero delle noie. Per ci che, quantunque quivi
    cos muoiano i lavoratori come qui fanno i cittadini, v' tanto minore
    il dispiacere quanto vi sono,  pi che nella citt, rade le case e gli
    abitanti. E qui d'altra parte,  se io ben veggio,  noi non abbandoniam
    persona, anzi ne possiamo con verit dire molto pi tosto abbandonate;
    per ci che i nostri, o morendo o da morte fuggendo, quasi non fossimo
    loro, sole in tanta afflizione n'hanno lasciate.
    Niuna  riprensione  adunque  pu  cadere  in  cotal consiglio seguire;
    dolore e noia e forse morte, non seguendolo, potrebbe avvenire.  E per
    ci,  quando vi paia, prendendo le nostre fanti e con le cose oportune
    faccendoci seguitare,  oggi in questo luogo e domane in quello  quella
    alle grezza e festa prendendo che questo tempo pu porgere,  credo che
    sia ben fatto a dover fare;  e tanto dimorare in tal  guisa,  che  noi
    veggiamo  (se  prima da morte non siam sopragiunte ) che fine il cielo
    riserbi a queste cose.  E ricordivi che egli non si disdice pi a  noi
    l'onesta  mente  andare,  che  faccia  a gran parte dell'altre lo star
    disonestamente.
    L'altre  donne,  udita  Pampinea,   non  solamente  il  suo  consiglio
    lodarono,  ma  disiderose di seguitarlo avevan gi pi particularmente
    tra se' cominciato a trattar del  modo,  quasi,  quindi  levandosi  da
    sedere,  a mano a mano dovessero entrare in cammino.  Ma Filomena,  la
    quale discretissima era,  disse: - Donne,  quantunque ci che  ragiona
    Pampinea sia ottimamente detto, non  per ci cos da correre a farlo,
    come  mostra  che  voi  vogliate  fare.  Ricordivi che noi siamo tutte
    femine, e non ce n'ha niuna s fanciulla,  che non possa ben conoscere
    come  le  femine sien ragionate insieme e senza la provedenza d'alcuno
    uomo si sappiano regolare.  Noi siamo  mobili,  riottose,  sospettose,
    pusillanime  e  paurose;  per  le  quali cose io dubito forte,  se noi
    alcuna altra guida non prendiamo che la nostra,  che questa  compagnia
    non si dissolva troppo pi tosto,  e con meno onor di noi,  che non ci
    bisognerebbe; e per ci  buono a provederci avanti che cominciamo.
    Disse allora Elissa:
    - Veramente gli uomini sono delle femine capo e  senza  l'ordine  loro
    rare  volte  riesce  alcuna  nostra  opera  a laudevole fine;  ma come
    possiam noi aver questi uomini? Ciascuna di noi sa che de' suoi son la
    maggior parte morti,  e gli altri che vivi rimasi sono,  chi qua e chi
    l in diverse brigate, senza saper noi dove, vanno fuggendo quello che
    noi  cerchiamo  di  fuggire;   e  il  prender  gli  strani  non  saria
    convenevole;  per che,  se alla nostra salute,  vogliamo andar dietro,
    trovare  si  convien  modo  di  s fattamente ordinarci che,  dove per
    diletto e per riposo andiamo, noia e scandalo non ne segua.
    Mentre tralle donne erano cos fatti ragionamenti, e ecco entrar nella
    chiesa tre giovani non per ci tanto  che  meno  di  venticinque  anni
    fosse  l'et  di  colui  che  pi  giovane  era  di loro;  ne quali n
    perversit di tempo n perdita d'amici o di parenti  n  paura  di  se
    medesimi  avea  potuto  amor,  non che spegnere,  ma raffreddare.  De'
    quali, l'uno era chiamato Panfilo, e Filostrato il secondo, e l'ultimo
    Dioneo, assai piacevole e costumato ciascuno;  e andavano cercando per
    loro  somma  consolazione,  in tanta turbazione di cose,  di vedere le
    loro donne,  le quali per ventura tutte e tre erano  tra  le  predette
    sette,  come  che  dell'altre  alcune  ne  fossero  congiunte  parenti
    d'alcuni di loro.  N prima esse agli occhi corsero  di  costoro,  che
    costoro  furono  da  esse  veduti;  per  che  Pampinea  allor cominci
    sorridendo:
    - Ecco che la fortuna a' nostri cominciamenti   favorevole,  e  hacci
    davanti posti discreti giovani e valorosi, li quali volentieri e guida
    e  servidor  ne  saranno,   se  di  prendergli  a  questo  uficio  non
    schiferemo.
    Neifile allora,  tutta nel viso divenuta per vergogna  vermiglia,  per
    ci che l'una era di quelle che dall'un de giovani era amata, disse:
    -  Pampinea,  per  Dio,  guarda  ci  che  tu dichi;  io conosco assai
    apertamente niuna altra cosa che tutta buona dir potersi di  qualunque
    s' l'uno di costoro,  e credogli a troppo maggior cosa che questa non
     sofficienti; e similmente avviso loro buona compagnia e onesta dover
    tenere non che a noi,  ma a molto pi belle e pi  care  che  noi  non
    siamo. Ma, per ci che assai manifesta cosa  loro essere d'alcune che
    qui ne sono innamorati,  temo che infamia e riprensione,  senza nostra
    colpa o di loro, non ce ne segua se gli meniamo.
    Disse allora Filomena:
    - Questo non monta niente: l dove io onestamente viva n  mi  rimorda
    d'alcuna cosa la coscienza,  parli chi vuole in contrario;  Iddio e la
    verit l'arme per me prenderanno. Ora, fossero essi pur gi disposti a
    venire, ch veramente,  come Pampinea disse,  potremmo dire la fortuna
    essere alla nostra andata favoreggiante.
    L'altre,  udendo  costei  cos  fattamente  parlare,  non solamente si
    tacquero ma con consentimento concorde tutte dissero che  essi  fosser
    chiamati  e  loro  si  dicesse  la  loro  intenzione e pregassersi che
    dovesse loro piacere in cos fatta andata lor tener compagnia. Per che
    senza pi parole Pampinea,  levatasi in pi,  la quale a alcun di loro
    per  consanguinit  era  congiunta,  verso  loro,  che fermi stavano a
    riguardarle,  si fece e,  con lieto  viso  salutatigli,  loro  la  lor
    disposizione fe' manifesta, e pregogli per parte di tutte che con puro
    e  fratellevole animo a tener loro compagnia si dovessero disporre.  I
    giovani si credettero primieramente essere beffati; ma, poi che videro
    che da dovero parlava  la  donna,  rispuosero  lietamente  se'  essere
    apparecchiati;  e senza dare alcuno indugio all'opera, anzi che quindi
    si partissono,  diedono ordine a  ci  che  a  fare  avessono  in  sul
    partire.  E  ordinatamente fatta ogni cosa opportuna apparecchiare,  e
    prima mandato l dove intendevan d'andare,  la seguente mattina,  cio
    il  mercoled,  in  su  lo schiarir del giorno,  le donne con alquante
    delle lor fanti e i tre giovani con tre lor famigliari,  usciti  della
    citt,  si misero in via; n oltre a due piccole miglia si dilungarono
    da essa,  che essi pervennero al luogo da loro primieramente ordinato.
    Era  il  detto  luogo  sopra  una  piccola montagnetta,  da ogni parte
    lontano alquanto alle nostre strade,  di  varii  albuscelli  e  piante
    tutte  di  verdi  fronde ripiene piacevoli a riguardare;  in sul colmo
    della quale era un palagio con bello e gran cortile nel mezzo,  e  con
    logge e con sale e con camere,  tutte ciascuna verso di se' bellissima
    e di liete dipinture raguardevole e ornata,  con pratelli da  torno  e
    con giardini maravigliosi e con pozzi d'acque freschissime e con volte
    piene  di preziosi vini: cose pi atte a curiosi bevitori che a sobrie
    e oneste donne. Il quale tutto spazzato, e nelle camere i letti fatti,
    e ogni cosa di fiori, quali nella stagione si potevano avere,  piena e
    di  giunchi  giuncata,  la  vegnente  brigata  trov  con suo non poco
    piacere.
    E postisi nella prirna giunta a sedere, disse Dioneo, il quale oltre a
    ogni altro era piacevole giovane e pieno di motti:- Donne,  il  vostro
    senno,  pi  che  il  nostro avvedimento ci ha qui guidati.  Io non so
    quello che de' vostri  pensieri  voi  v'intendete  di  fare;  li  miei
    lasciai  io  dentro dalla porta della citt allora che io con voi poco
    fa me ne usc fuori;  e per ci,  o voi a sollazzare e a  ridere  e  a
    cantare con meco insieme vi disponete (tanto, dico, quanto alla vostra
    dignit s'appartiene), o voi mi licenziate che io per li miei pensieri
    mi ritorni e steami nella citt tribolata. -
    A  cui  Pampinea,  non  d'altra maniera che se similmente tutti i suoi
    avesse da se' cacciati, lieta rispose:
    - Dioneo,  ottimamente parli: festevolmente viver si vuole,  n  altra
    cagione dalle tristizie ci ha fatto fuggire.  Ma,  per ci che le cose
    che  sono  senza  modo  non  possono  lungamente   durare,   io,   che
    cominciatrice  fui  de'  ragionamenti  da'  quali  questa  cos  bella
    compagnia  stata fatta pensando al continuare della  nostra  letizia,
    estimo che di necessit sia convenire esser tra noi alcuno principale,
    il  quale  noi  e  onoriamo e ubbidiamo come maggiore,  nel quale ogni
    pensiero stea di doverci a lietamente  viver  disporre.  E  acci  che
    ciascun  pruovi  il peso della sollecitudine insieme col piacere della
    maggioranza,  e per conseguente,  d'una parte e  d'altra  tratto,  non
    possa, chi nol pruova, invidia avere alcuna, dico che a ciascun per un
    giorno s'attribuisca e 'l peso e l'onore;  e chi il primo di noi esser
    debba nella elezion di noi tutti sia;  di quelli che seguiranno,  come
    l'ora  del vespro s'avviciner,  quegli o quella che a colui o a colei
    piacer,  che quel giorno avr avuta la  signoria;  e  questo  cotale,
    secondo  il  suo arbitrio,  del tempo che la sua signoria dee bastare,
    del luogo e del modo nel quale a vivere abbiamo ordini e disponga.
    Queste parole sommamente piacquero e ad una voce  lei  per  reina  del
    primo  giorno elessero;  e Filomena,  corsa prestamente ad uno alloro,
    per ci che assai volte aveva  udito  ragionare  di  quanto  onore  le
    frondi  di quello eran degne e quanto degno d'onore facevano chi n'era
    meritamente incoronato,  di quello alcuni rami colti,  ne le fece  una
    ghirlanda onorevole e apparente,  la quale messale sopra la testa,  fu
    poi mentre dur la lor compagnia  manifesto  segno  a  ciascuno  altro
    della real signoria e maggioranza.
    Pampinea,  fatta reina, comand che ogni uom tacesse, avendo gi fatti
    i famigliari de' tre giovani  e  le  loro  fanti,  che  eran  quattro,
    davanti chiamarsi, e tacendo ciascun, disse:
    - Acci che io prima essemplo dea a tutte voi,  per lo quale,  di bene
    in meglio procedendo,  la nostra compagnia con ordine e con piacere  e
    senza  alcuna  vergogna  viva  e  duri  quanto  a  grado  ne  fia,  io
    primieramente  costituisco   Parmeno,   famigliar   di   Dioneo,   mio
    siniscalco,  e  a  lui  la  cura e la sollecitudine di tutta la nostra
    famiglia commetto  e  ci  che  al  servigio  della  sala  appartiene.
    Sirisco,  famigliar  di  Panfilo,  voglio  che di noi sia spenditore e
    tesoriere e di Parmeno seguiti i comandamenti.  Tindaro al servigio di
    Filostrato  e  degli altri due attenda nelle camere loro,  qualora gli
    altri,  intorno a' loro ufici impediti,  attendere non  vi  potessero.
    Misia mia fante, e Licisca, di Filomena, nella cucina saranno continue
    e  quelle vivande diligentemente apparecchieranno che per Parmeno loro
    saranno imposte. Chimera, di Lauretta, e Stratilia,  di Fiammetta,  al
    governo  delle  camere  delle donne intente vogliamo che stieno e alla
    nettezza de' luoghi dove staremo; e ciascuno generalmente,  per quanto
    egli avr cara la nostra grazia,  vogliamo e comandiamo che si guardi,
    dove che egli vada, onde che egli torni,  che egli oda o vegga,  niuna
    novella, altro che lieta, ci rechi di fuori.
    E  questi  ordini  sommariamente  dati,  li  quali da tutti commendati
    furono, lieta drizzata in pi disse:
    - Qui sono giardini,  qui sono pratelli,  qui altri luoghi dilettevoli
    assai,  per li quali ciascuno a suo piacer sollazzando si vada, e come
    terza suona, ciascun qui sia, acci che per lo fresco si mangi.
    Licenziata adunque dalla nuova reina  la  lieta  brigata,  li  giovani
    insieme  colle  belle  donne,  ragionando dilettevoli cose,  con lento
    passo si misono per uno giardino,  belle  ghirlande  di  varie  frondi
    faccendosi e amorosamente cantando.
    E  poi  che  in quello tanto fur dimorati quanto di spazio dalla reina
    avuto aveano,  a casa tornati,  trovarono Parmeno  studiosamente  aver
    dato  principio al suo uficio,  per ci che,  entrati in sala terrena,
    quivi le tavole messe videro con tovaglie bianchissime e con bicchieri
    che d'ariento parevano, e ogni cosa di fiori di ginestra coperta;  per
    che,  data  l'acqua  alle  mani,  come piacque alla reina,  secondo il
    giudicio di Parmeno tutti andarono a sedere.
    Le vivande dilicatamente fatte vennero e finissimi vini fur presti;  e
    senza  pi  chetamente  li  tre famigliari servirono le tavole.  Dalle
    quali cose,  per ci che belle e ordinate erano  rallegrato  ciascuno,
    con  piacevoli  motti e con festa mangiarono.  E levate le tavole (con
    ci fosse cosa che tutte le donne carolar  sapessero  e  similmente  i
    giovani  e parte di loro ottima mente e sonare e cantare),  comand la
    reina che gli strumenti venissero;  e per comandamento di  lei  Dioneo
    preso un liuto e la Fiammetta una viuola,  cominciarono soavemente una
    danza a sonare.  Per che la reina coll'altre donne,  insieme  co'  due
    giovani  presa  una  carola,  con lento passo,  mandati i famigliari a
    mangiare, a carolar cominciarono; e quella finita,  canzoni vaghette e
    liete cominciarono a cantare.
    E in questa maniera stettero tanto che tempo parve alla reina d'andare
    a dormire: per che,  data a tutti la licenzia, li tre giovani alle lor
    camere,  da quelle delle donne separate,  se n'andarono,  le quali co'
    letti  ben  fatti  e  cos  di  fiori piene come la sala trovarono,  e
    simigliantemente le donne le loro; per che, spogliatesi,  s'andarono a
    riposare.
    Non  era di molto spazio sonata nona,  che la reina,  levatasi,  tutte
    l'altre fece levare,  e similmente i giovani,  affermando esser nocivo
    il troppo dormire di giorno; e cos se n'andarono in uno pratello, nel
    quale l'erba era verde e grande n vi poteva d'alcuna parte il sole; e
    quivi sentendo un soave venticello venire, s come volle la lor reina,
    tutti  sopra  la  verde erba si puosero in cerchio a sedere,  a' quali
    ella disse cos:
    - Come voi vedete, il sole  alto e il caldo  grande,  n altro s'ode
    che le cicale su per gli ulivi;  per che l'andare al presente in alcun
    luogo sarebbe senza dubbio sciocchezza. Qui  bello e fresco stare,  e
    hacci,  come voi vedete,  e tavolieri e scacchieri,  e puote ciascuno,
    secondo che all'animo gli  pi di piacere, diletto pigliare. Ma se in
    questo il mio parer si  seguisse,  non  giucando,  nel  quale  l'animo
    dell'una  delle  parti  convien  che  si  turbi  senza  troppo piacere
    dell'altra o di chi sta a vedere,  ma novellando (il che pu  porgere,
    dicendo  uno,  a  tutta la compagnia che ascolta diletto) questa calda
    parte del giorno trapasseremo.  Voi non avrete  compiuta  ciascuno  di
    dire una sua novelletta, che il sole fia declinato e il caldo mancato,
    e potremo dove pi a grado vi fia andare prendendo diletto; e per ci,
    quando  questo  che  io  dico  vi piaccia (ch disposta sono in ci di
    seguire il piacer vostro), faccianlo; e dove non vi piacesse, ciascuno
    infino all'ora del vespro quello faccia che pi gli  piace.  Le  donne
    parimente e gli uomini tutti lodarono il novellare.
    -  Adunque,  disse la reina,  se questo vi piace,  per questa Giornata
    prima voglio che libero sia a ciascuno di quella materia ragionare che
    pi gli sar a grado.
    E rivolta a Panfilo, il quale alla sua destra sedea, piacevolmente gli
    disse che con una delle sue novelle all'altre desse principio.  Laonde
    Panfilo,   udito  il  comandamento,   prestamente,  essendo  da  tutti
    ascoltato, cominci cos.










    Giornata prima - Novella prima.

    Ser Cepperello con una falsa confessione inganna uno  santo  frate,  e
    muorsi; ed essendo stato un pessimo uomo in vita,  morto reputato per
    santo e chiamato san Ciappelletto.

    Convenevole  cosa  ,  carissime donne,  che ciascheduna cosa la quale
    l'uomo fa, dallo ammirabile e santo nome di Colui il quale di tutte fu
    facitore le dea principio. Per che, dovendo io al nostro novellare, s
    come primo, dare cominciamento,  intendo da una delle sue maravigliose
    cose incominciare, acci che, quella udita, la nostra speranza in lui,
    s  come  in  cosa impermutabile,  si fermi e sempre sia da noi il suo
    nome lodato.
    Manifesta cosa  che, s come le cose temporali tutte sono transitorie
    e mortali, cos in se' e fuor di se' essere piene di noia e d'angoscia
    e di fatica e ad infiniti pericoli soggiacere;  alle quali senza niuno
    fallo n potremmo noi, che viviamo mescolati in esse e che siamo parte
    d'esse,  durare  n  ripararci,  se  spezial  grazia  di  Dio  forza e
    avvedimento non ci prestasse. La quale a noi e in noi non  da credere
    che per alcuno nostro merito discenda,  ma dalla sua propia  benignit
    mossa e da prieghi di coloro impetrata che,  s come noi siamo,  furon
    mortali, e bene i suoi piaceri mentre furono in vita seguendo, ora con
    lui etterni sono divenuti e beati; alli quali noi medesimi,  s come a
    procuratori informati per esperienza della nostra fragilit, forse non
    audaci  di  porgere  i  prieghi  nostri nel cospetto di tanto giudice,
    delle cose le quali a noi reputiamo opportune gli porgiamo.
    E ancora pi in questo lui  verso  noi  di  pietosa  liberalit  pieno
    discerniamo,  che, non potendo l'acume dell'occhio mortale nel segreto
    della divina mente trapassare in alcun modo,  avvien forse  tal  volta
    che,  da  oppinione  ingannati,  tale dinanzi alla sua maest facciamo
    procuratore,  che  da  quella  con  etterno  essilio    scacciato;  e
    nondimeno  esso,  al  quale niuna cosa  occulta,  pi alla purit del
    pregator riguardando  che  alla  sua  ignoranza  o  allo  essilio  del
    pregato,  cos come se quegli fosse nel suo conspetto beato, esaudisce
    coloro che 'l priegano.  Il che manifestamente  potr  apparire  nella
    novellala  quale  di raccontare intendo;  manifestamente dico,  non il
    giudicio di Dio, ma quel degli uomini seguitando.
    Ragionasi adunque che essendo Musciatto Franzesi di ricchissimo e gran
    mercatante in Francia cavalier divenuto e dovendone in Toscana  venire
    con  messer  Carlo  Senzaterra,  fratello  del re di Francia,  da papa
    Bonifazio addomandato e al venir promosso,  sentendo  egli  gli  fatti
    suoi,   s  come  le  pi  volte  son  quegli  de'  mercatanti,  molto
    intralciati in qua e in l e non potersi di  leggiere  n  subitamente
    stralciare,  pens  quegli  commettere a pi persone;  e a tutti trov
    modo;  fuor  solamente  in  dubbio  gli  rimase  cui  lasciar  potesse
    sofficiente a riscuoter suoi crediti fatti a pi borgognoni.
    E  la cagion del dubbio era il sentire li borgognoni uomini riottosi e
    di mala condizione e misleali;  e a lui non andava per la memoria  chi
    tanto malvagio uom fosse, in cui egli potesse alcuna fidanza avere che
    opporre alla loro malvagit si potesse.
    E  sopra  questa essaminazione pensando lungamente stato,  gli venne a
    memoria un ser Cepperello da Prato,  il qual molto alla  sua  casa  in
    Parigi  si  riparava.  Il quale,  per ci che piccolo di persona era e
    molto assettatuzzo,  non sappiendo li franceschi che si  volesse  dire
    Cepperello,  credendo  che cappello,  cio ghirlanda,  secondo il loro
    volgare,  a dir venisse,  per ci che piccolo era  come  dicemmo,  non
    Ciappello,  ma  Ciappelletto  il  chiamavano;  e  per Ciappelletto era
    conosciuto per tutto, l dove pochi per ser Cepperello il conoscieno.
    Era questo Ciappelletto di questa vita:  egli,  essendo  notaio,  avea
    grandissima  vergogna quando uno de' suoi strumenti (come che pochi ne
    facesse) fosse altro che falso trovato;  de' quali tanti avrebbe fatti
    di  quanti fosse stato richiesto,  e quelli pi volentieri in dono che
    alcun altro  grandemente  salariato.  Testimonianze  false  con  sommo
    diletto diceva,  richiesto e non richiesto;  e dandosi a que' tempi in
    Francia a' saramenti grandissima fede,  non  curandosi  fargli  falsi,
    tante  quistioni  malvagiamente  vincea  a quante a giurare di dire il
    vero sopra la sua fede era chiamato. Aveva oltre modo piacere, e forte
    vi studiava,  in commettere tra amici  e  parenti  e  qualunque  altra
    persona  mali e inimicizie e scandali,  de' quali quanto maggiori mali
    vedeva seguire tanto pi d'allegrezza prendea. Invitato ad un omicidio
    o a qualunque altra rea  cosa,  senza  negarlo  mai,  volenterosamente
    v'andava;  e pi volte a fedire e ad uccidere uomini colle propie mani
    si trov volentieri. Bestemmiatore di Dio e de' santi era grandissimo;
    e per ogni piccola cosa,  s come colui che pi che  alcun  altro  era
    iracundo.  A chiesa non usava giammai; e i sacramenti di quella tutti,
    come vil cosa,  con abominevoli parole scherniva;  e cos in contrario
    le  taverne  e  gli  altri  disonesti  luoghi  visitava  volentieri  e
    usavagli.
    Delle femine era cos vago come sono i cani de' bastoni; del contrario
    pi che alcun altro tristo  uomo  si  dilettava.  Imbolato  avrebbe  e
    rubato   con   quella   conscienzia  che  un  santo  uomo  offerrebbe.
    Gulosissimo e bevitore grande, tanto che alcuna volta sconciamente gli
    facea noia. Giuocatore e mettitor di malvagi dadi era solenne.  Perch
    mi  distendo  io in tante parole?  Egli era il piggiore uomo forse che
    mai nascesse.  La cui malizia lungo tempo sostenne la  potenzia  e  lo
    stato  di  messer  Musciatto,  per  cui  molte  volte  e dalle private
    persone,  alle quali assai sovente faceva ingiuria,  e dalla corte,  a
    cui tuttavia la facea, fu riguardato.
    Venuto adunque questo ser Cepperello nell'animo a messer Musciatto, il
    quale  ottimamente  la  sua  vita conosceva,  si pens il detto messer
    Musciatto costui dovere essere tale quale la malvagit de'  borgognoni
    il richiedea; e perci, fattolsi chiamare, gli disse cos:
    -  Ser  Ciappelletto,  come tu sai,  io sono per ritrarmi del tutto di
    qui,  e avendo tra gli altri  a  fare  co'  borgognoni,  uomini  pieni
    d'inganni, non so cui io mi possa lasciare a riscuotere il mio da loro
    pi convenevole di te;  e perci, con ci sia cosa che tu niente facci
    al presente,  ove a questo vogli intendere,  io intendo di farti avere
    il  favore  della  corte  e  di  donarti  quella  parte  di ci che tu
    riscoterai che convenevole sia.
    Ser Ciappelletto,  che scioperato si vedea e male agitato  delle  cose
    del  mondo  e  lui  ne  vedeva  andare  che suo sostegno e ritegno era
    lungamente stato,  senza niuno indugio e quasi da necessit  costretto
    si diliber, e disse che volea volentieri.
    Per che,  convenutisi insieme,  ricevuta ser Ciappelletto la procura e
    le lettere favorevoli del re,  partitosi messer Musciatto,  n'and  in
    Borgogna  dove quasi niuno il conoscea;  e quivi,  fuor di sua natura,
    benignamente e mansuetamente cominci a voler riscuotere e fare quello
    per che andato v'era, quasi si riserbasse l'adirarsi al da sezzo.
    E cos faccendo,  riparandosi in casa di due fratelli  fiorentini,  li
    quali  quivi  ad  usura  prestavano e lui per amor di messer Musciatto
    onoravano molto,  avvenne che egli inferm;  al quale i  due  fratelli
    fecero prestamente venire medici e fanti che il servissero e ogni cosa
    opportuna alla sua sant racquistare.
    Ma ogni aiuto era nullo,  per ci che 'l buono uomo,  il quale gi era
    vecchio e disordinatamente vivuto,  secondo  che  i  medici  dicevano,
    andava  di giorno in giorno di male in peggio,  come colui ch'aveva il
    male della morte; di che li due fratelli si dolevan forte.
    E un giorno,  assai vicini della camera nella quale  ser  Ciappelletto
    giaceva infermo, seco medesimi cominciarono a ragionare:
    - Che farem noi - diceva l'uno all'altro - di costui?  Noi abbiamo dei
    fatti suoi pessimo partito alle mani, per ci che il mandarlo fuori di
    casa nostra cos infermo ne sarebbe gran biasimo e segno manifesto  di
    poco senno, veggendo la gente che noi l'avessimo ricevuto prima, e poi
    fatto servire e medicare cos sollecitamente, e ora, senza potere egli
    aver  fatta  cosa alcuna che dispiacere ci debba,  cos subitamente di
    casa nostra e infermo a morte vederlo  mandar  fuori.  D'altra  parte,
    egli    stato  s  malvagio  uomo che egli non si vorr confessare n
    prendere alcuno sacramento della Chiesa; e, morendo senza confessione,
    niuna chiesa vorr il suo corpo ricevere, anzi sar gittato a' fossi a
    guisa d'un cane. E, se egli si pur confessa,  i peccati suoi son tanti
    e s orribili che il simigliante n'avverr, per ci che frate n prete
    ci sar che 'l voglia n possa assolvere; per che, non assoluto, anche
    sar gittato a' fossi. E se questo avviene, il popolo di questa terra,
    il  quale  s per lo mestier nostro,  il quale loro pare iniquissimo e
    tutto 'l giorno ne dicon male,  e s  per  la  volont  che  hanno  di
    rubarci,  veggendo  ci,  si  lever  a  romore  e  griderr: - Questi
    lombardi cani,  li quali a chiesa non sono voluti ricevere,  non ci si
    vogliono pi sostenere -; e correrannoci alle case e per avventura non
    solamente  l'avere  ci ruberanno,  ma forse ci torranno oltre a ci le
    persone; di che noi in ogni guisa stiam male, se costui muore.
    Ser Ciappelletto,  il quale,  come  dicemmo,  presso  giacea  l  dove
    costoro cos ragionavano, avendo l'udire sottile, s come le pi volte
    veggiamo  avere  gl'infermi,  ud ci che costoro di lui dicevano;  li
    quali egli si fece chiamare, e disse loro:
    - Io non voglio che voi di niuna cosa di me dubitiate n abbiate paura
    di ricevere per me alcun danno.  Io ho inteso ci che di me  ragionato
    avete e son certissimo che cos n'avverrebbe come voi dite,  dove cos
    andasse la bisogna come avvisate;  ma ella andr  altramenti.  Io  ho,
    vivendo, tante ingiurie fatte a Domenedio che, per farnegli io una ora
    in su la mia morte,  n pi n meno ne far.  E per ci procacciate di
    farmi venire un santo e valente frate,  il pi  che  aver  potete,  se
    alcun  ce  n',  e  lasciate fare a me,  ch fermamente io acconcer i
    fatti vostri e i miei in maniera che star bene e  che  dovrete  esser
    contenti.
    I  due  fratelli,  come  che molta speranza non prendessono di questo,
    nondimeno se n'andarono ad una religione di frati e domandarono alcuno
    santo e savio uomo che udisse la confessione d'un lombardo che in casa
    loro era infermo;  e fu lor dato un frate antico di santa e  di  buona
    vita  e gran maestro in Iscrittura e molto venerabile uomo,  nel quale
    tutti i cittadini  grandissima  e  spezial  divozione  aveano,  e  lui
    menarono.
    Il  quale,  giunto  nella camera dove ser Ciappelletto giacea e allato
    postoglisi a sedere,  prima benignamente il cominci a  confortare,  e
    appresso  il  domand quanto tempo era che egli altra volta confessato
    si fosse.  Al quale ser Ciappelletto,  che mai confessato  non  s'era,
    rispose:
    - Padre mio,  la mia usanza suole essere di confessarmi ogni settimana
    almeno una volta,  senza che assai sono di quelle che io  mi  confesso
    pi;   il vero che poi ch'io infermai,  che son presso a otto d,  io
    non mi confessai, tanta  stata la noia che la infermit m'ha data.
    Disse allora il frate:
    - Figliuol mio,  bene hai fatto,  e cos si vuol fare per  innanzi;  e
    veggio che,  poi s spesso ti confessi,  poca fatica avr d'udire o di
    domandare.
    Disse ser Ciappelletto:
    - Messer lo frate, non dite cos;  io non mi confessai mai tante volte
    n s spesso,  che io sempre non mi volessi confessare generalmente di
    tutti i miei peccati che io mi ricordassi dal d ch'i' nacqui infino a
    quello che confessato mi sono;  e per ci vi priego,  padre mio buono,
    che cos puntualmente d'ogni cosa mi domandiate come se mai confessato
    non  mi  fossi.  E non mi riguardate perch'io infermo sia,  ch io amo
    molto meglio di dispiacere a queste mie carni che, faccendo agio loro,
    io facessi cosa che potesse essere  perdizione  della  anima  mia,  la
    quale il mio Salvatore ricomper col suo prezioso sangue.
    Queste  parole  piacquero molto al santo uomo e parvongli argomento di
    bene  disposta  mente;  e  poi  che  a  ser  Ciappelletto  ebbe  molto
    commendato  questa sua usanza,  il cominci a domandare se egli mai in
    lussuria con alcuna femina peccato avesse.  Al qual  ser  Ciappelletto
    sospirando rispose:
    -  Padre  mio,  di  questa  parte  mi  vergogno io di dirvene il vero,
    temendo di non peccare in vanagloria.
    Al quale il santo frate disse:
    - D sicuramente,  ch il ver dicendo n in confessione  n  in  altro
    atto si pecco' giammai.
    Disse allora ser Ciappelletto:
    -  Poich  voi di questo mi fate sicuro,  e io il vi dir: io son cos
    vergine come io usc del corpo della mamma mia.
    - Oh benedetto sia tu da Dio!  - disse il frate - come bene hai fatto!
    e,  faccendolo,  hai tanto pi meritato,  quanto,  volendo,  avevi pi
    d'arbitrio di fare il contrario che non abbiam noi e  qualunque  altri
    son quegli che sotto alcuna regola sono costretti.
    E  appresso  questo  il  domand se nel peccato della gola aveva a Dio
    dispiaciuto; al quale, sospirando forte,  ser Ciappelletto rispose del
    s,  e molte volte;  perci che con ci fosse cosa che egli,  oltre a'
    digiuni delle quaresime che nell'anno si fanno dalle  divote  persone,
    ogni  settimana  almeno  tre  d  fosse  uso di digiunare in pane e in
    acqua, con quello diletto e con quello appetito l'acqua bevuta avea, e
    spezialmente quando avesse alcuna fatica durata o adorando  o  andando
    in  pellegrinaggio,  che fanno i gran bevitori il vino;  e molte volte
    aveva disiderato d'avere cotali insalatuzze d'erbucce,  come le  donne
    fanno quando vanno in villa; e alcuna volta gli era paruto migliore il
    mangiare  che  non  pareva  a lui che dovesse parere a chi digiuna per
    divozione, come digiunava egli.
    Al quale il frate disse:
    - Figliuol mio, questi peccati sono naturali e sono assai leggieri;  e
    per  ci  io  non  voglio  che  tu ne gravi pi la conscienzia tua che
    bisogni.  Ad  ogni  uomo  addiviene,  quantunque  santissimo  sia,  il
    parergli  dopo  lungo  digiuno buono il manicare,  e dopo la fatica il
    bere.
    - Oh!  - disse ser Ciappelletto - padre mio,  non mi dite  questo  per
    confortarmi;  ben  sapete che io so che le cose che al servigio di Dio
    si fanno,  si deono fare  tutte  nettamente  e  senza  alcuna  ruggine
    d'animo; e chiunque altri menti le fa, pecca.
    Il frate contentissimo disse:
    - E io son contento che cos ti cappia nell'animo,  e piacemi forte la
    tua pura e buona conscienzia in ci.  Ma,  dimmi: in avarizia  hai  tu
    peccato,  disiderando pi che il convenevole,  o tenendo quello che tu
    tener non dovesti?
    Al quale ser Ciappelletto disse:
    - Padre mio,  io non vorrei che voi guardaste perch io sia in casa di
    questi  usurieri:  io  non  ci ho a far nulla;  anzi ci era venuto per
    dovergli  ammonire  e  gastigare  e  torgli  da  questo   abbominevole
    guadagno;  e credo mi sarebbe venuto fatto, se Iddio non m'avesse cos
    visitato. Ma voi dovete sapere che mio padre mi lasci ricco uomo, del
    cui avere, come egli fu morto, diedi la maggior parte per Dio;  e poi,
    per sostentare la vita mia e per potere aiutare i poveri di Cristo, ho
    fatte  mie  picciole  mercatantie,   e  in  quelle  ho  desiderato  di
    guadagnare,  e sempre co' poveri di Dio quello che  ho  guadagnato  ho
    partito  per  mezzo,  l'una met convertendo n miei bisogni,  l'altra
    met dando loro;  e di ci m'ha s bene il mio Creatore aiutato che io
    ho sempre di bene in meglio fatti i fatti miei.
    - Bene hai fatto, - disse il frate - ma come ti se' tu spesso adirato?
    -  Oh!  -  disse  ser Ciappelletto - cotesto vi dico io bene che io ho
    molto spesso fatto. E chi se ne potrebbe tenere,  veggendo tutto il d
    gli uomini fare le sconce cose, non servare i comandamenti di Dio, non
    temere i suoi giudici? Egli sono state assai volte il d che io vorrei
    pi  tosto  essere  stato  morto  che vivo,  veggendo i giovani andare
    dietro alle vanit e vedendogli giurare  e  spergiurare,  andare  alle
    taverne,  non  visitare  le chiese e seguir pi tosto le vie del mondo
    che quella di Dio.
    Disse allora il frate:
    - Figliuol mio,  cotesta  buona ira,  n  io  per  me  te  ne  saprei
    penitenzia  imporre.  Ma,  per  alcuno  caso,  avrebbeti  l'ira potuto
    inducere a fare alcuno omicidio o a dire villania a persona o  a  fare
    alcun'altra ingiuria?
    A cui ser Ciappelletto rispose:
    -  Ohim,  messere,  o voi mi parete uom di Dio: come dite voi coteste
    parole?  o s'io avessi avuto pure un pensieruzzo di fare qualunque s'
    l'una  delle  cose  che  voi dite,  credete voi che io creda che Iddio
    m'avesse tanto sostenuto?  Coteste son cose da farle gli scherani e  i
    rei uomini,  de' quali qualunque ora io n'ho mai veduto alcuno, sempre
    ho detto: - Va che Dio ti converta -
    Allora disse il frate:
    - Or mi d,  figliuol mio,  che benedetto sia tu da Dio:  hai  tu  mai
    testimonianza  niuna  falsa detta contro alcuno o detto mal d'altrui o
    tolte dell'altrui cose senza piacer di colui di cui sono?
    - Mai, messere, s,  - rispose ser Ciappelletto - che io ho detto male
    d'altrui;  per ci che io ebbi gi un mio vicino che, al maggior torto
    del mondo, non faceva altro che battere la moglie, s che io dissi una
    volta mal di lui alli parenti della moglie,  s gran piet mi venne di
    quella cattivella,  la quale egli,  ogni volta che bevuto avea troppo,
    conciava come Dio vel dica.
    Disse allora il frate:
    - Or bene,  tu mi di' che se'  stato  mercatante:  ingannasti  tu  mai
    persona cos come fanno i mercatanti?
    - Gnaffe,  - disse ser Ciappelletto - messer s; ma io non so chi egli
    si fu,  se non che uno,  avendomi recati danari che egli mi dovea dare
    di panno che io gli avea venduto, e io messogli in una mia cassa senza
    annoverare,  ivi bene ad un mese trovai ch'egli erano quattro piccioli
    pi che essere non doveano;  per che,  non rivedendo colui e avendogli
    serbati  bene  uno  anno per rendergliele,  io gli diedi per l'amor di
    Dio.
    Disse il frate:
    - Cotesta fu piccola cosa;  e facesti  bene  a  farne  quello  che  ne
    facesti.
    E,  oltre  a  questo,  il  domand il santo frate di molte altre cose,
    delle quali di tutte  rispose  a  questo  modo.  E  volendo  egli  gi
    procedere all'assoluzione, disse ser Ciappelletto:
    - Messere, io ho ancora alcun peccato che io non v'ho detto.
    Il frate il domand quale; ed egli disse:
    -  Io mi ricordo che io feci al fante mio un sabato dopo nona spazzare
    la casa, e non ebbi alla santa domenica quella reverenza che io dovea.
    - Oh! - disse il frate - figliuol mio, cotesta  leggier cosa.
    - Non,  - disse ser Ciappelletto -  non  dite  leggier  cosa,  ch  la
    domenica   troppo da onorare,  per che in cos fatto d risuscit da
    morte a vita il nostro Signore.
    Disse allora il frate: - O altro hai tu fatto?
    - Messer s,  - rispose ser Ciappelletto - ch io,  non avvedendomene,
    sputai una volta nella chiesa di Dio.
    Il frate cominci a sorridere e disse:
    -  Figliuol  mio,  cotesta  non    cosa da curarsene: noi,  che siamo
    religiosi, tutto il d vi sputiamo.
    Disse allora ser Ciappelletto:
    - E voi fate gran villania,  per ci che niuna cosa si  convien  tener
    netta come il santo tempio, nel quale si rende sacrificio a Dio.
    E in brieve de' cos fatti ne gli disse molti,  e ultimamente cominci
    a sospirare,  e appresso a piagner forte,  come colui  che  il  sapeva
    troppo ben fare quando volea.
    Disse il santo frate:
    - Figliuol mio, che hai tu?
    Rispose ser Ciappelletto:
    -  Ohim,  messere,  ch  un  peccato m' rimaso,  del quale io non mi
    confessai mai, s gran vergogna ho di doverlo dire; e ogni volta ch'io
    me ne ricordo piango come voi vedete,  e parmi essere molto certo  che
    Iddio mai non avr misericordia di me per questo peccato.
    Allora il santo frate disse:
    - Va via,  figliuol, che  ci che tu d? Se tutti i peccati che furon
    mai fatti da tutti gli uomini,  o che si  debbon  fare  da  tutti  gli
    uomini  mentre che il mondo durer,  fosser tutti in uno uom solo,  ed
    egli ne fosse pentuto e contrito come io veggio  te,  si    tanta  la
    benignit  e la misericordia di Dio che,  confessandogli egli,  gliele
    perdonerebbe liberamente; e per ci dillo sicuramente.
    Disse allora ser Ciappelletto, sempre piagnendo forte:
    - Ohim,  padre mio,  il mio  troppo gran  peccato,  e  appena  posso
    credere,  se  i vostri prieghi non ci si adoperano,  che egli mi debba
    mai da Dio esser perdonato.
    A cui il frate disse:
    - Dillo sicuramente, ch io ti prometto di pregare Iddio per te.
    Ser Ciappelletto pur piagnea e nol dicea, e il frate pur il confortava
    a dire.  Ma poi che ser Ciappelletto  piagnendo  ebbe  un  grandissimo
    pezzo  tenuto  il frate cos sospeso,  ed egli gitt un gran sospiro e
    disse:
    - Padre mio,  poscia che voi mi promettete di pregare Iddio per me,  e
    io il vi dir.  Sappiate che,  quando io era piccolino,  io bestemmiai
    una volta la mamma mia -; e cos detto ricominci a piagnere forte.
    Disse il frate:
    - O figliuol mio, or parti questo cos grande peccato? Oh!  gli uomini
    bestemmiano tutto 'l giorno Iddio,  e s perdona egli volentieri a chi
    si pente d'averlo bestemmiato;  e tu non credi che egli perdoni  a  te
    questo?  Non piagner, confortati, ch fermamente, se tu fossi stato un
    di quegli che il posero in  croce,  avendo  la  contrizione  ch'io  ti
    veggio, s ti perdonerebbe egli.
    Disse allora ser Ciappelletto:
    - Ohim,  padre mio,  che dite - voi? La mamma mia dolce, che mi port
    in corpo nove mesi il d e la notte e portommi in collo pi  di  cento
    volte!  troppo feci male a bestemmiarla e troppo  gran peccato;  e se
    voi non pregate Iddio per me, egli non mi sar perdonato.
    Veggendo il frate non essere altro restato a dire a ser  Ciappelletto,
    gli  fece  l'assoluzione  e diedegli la sua benedizione,  avendolo per
    santissimo uomo,  s come colui che pienamente credeva esser vero  ci
    che ser Ciappelletto avea detto.
    E  chi  sarebbe  colui che nol credesse,  veggendo uno uomo in caso di
    morte dir cos? E poi, dopo tutto questo, gli disse:
    - Ser Ciappelletto,  coll'aiuto di Dio voi sarete tosto  sano;  ma  se
    pure  avvenisse  che  Iddio  la  vostra benedetta e ben disposta anima
    chiamasse a se',  piacev'egli che 'l vostro  corpo  sia  sepellito  al
    nostro luogo?
    Al quale ser Ciappelletto rispose:
    -  Messer  s;  anzi  non vorre' io essere altrove,  poscia che voi mi
    avete promesso di pregare Iddio per me;  senza che io ho avuta  sempre
    spezial divozione al vostro ordine.  E per ci vi priego che, come voi
    al vostro luogo sarete, facciate che a me vegna quel veracissimo corpo
    di Cristo,  il qual voi la mattina sopra l'altare consecrate;  per ci
    che (come che io degno non ne sia) io intendo colla vostra licenzia di
    prenderlo,  e  appresso  la santa e ultima unzione,  acci che io,  se
    vivuto son come peccatore, almeno muoia come cristiano.
    Il santo uomo disse che molto gli piacea e  che  egli  dicea  bene,  e
    farebbe che di presente gli sarebbe apportato; e cos fu.
    Li  due  fratelli,  li  quali  dubitavan  forte  non  ser Ciappelletto
    gl'ingannasse,  s'eran posti appresso ad  un  tavolato,  il  quale  la
    camera   dove  ser  Ciappelletto  giaceva  divideva  da  un'altra,   e
    ascoltando leggiermente udivano e intendevano ci che ser Ciappelletto
    al frate diceva;  e aveano alcuna volta  s  gran  voglia  di  ridere,
    udendo  le  cose  le  quali  egli  confessava d'aver fatte,  che quasi
    scoppiavano, e fra se' talora dicevano:
    - Che uomo  costui,  il quale n vecchiezza n infermit n paura  di
    morte  alla qual si vede vicino,  n ancora di Dio dinanzi al giudicio
    del quale di qui a picciola ora s'aspetta di dovere essere,  dalla sua
    malvagit  l'hanno  potuto  rimuovere,  n far ch'egli cos non voglia
    morire come egli  vivuto?
    Ma pur vedendo che  s  aveva  detto  che  egli  sarebbe  a  sepoltura
    ricevuto in chiesa, niente del rimaso si curarono.
    Ser Ciappelletto poco appresso si comunico', e peggiorando senza modo,
    ebbe  l'ultima unzione;  e poco passato vespro,  quel d stesso che la
    buona confessione fatta avea,  si  mor.  Per  la  qual  cosa  li  due
    fratelli,   ordinato  di  quello  di  lui  medesimo  come  egli  fosse
    onorevolmente sepellito, e man datolo a dire al luogo de' frati, e che
    essi vi venissero la sera a far  la  vigilia  secondo  l'usanza  e  la
    mattina per lo corpo, ogni cosa a ci opportuna disposero.
    Il santo frate che confessato l'avea,  udendo che egli era trapassato,
    fu insieme col priore del luogo, e fatto sonare a capitolo, alli frati
    ragunati in quello mostr ser Ciappelletto essere  stato  santo  uomo,
    secondo che per la sua confessione conceputo avea;  e sperando per lui
    Domenedio dover molti miracoli dimostrare,  persuadette loro  che  con
    grandissima  reverenzia  e divozione quello corpo si dovesse ricevere.
    Alla qual cosa il priore e gli altri frati creduli s'accordarono; e la
    sera,  andati tutti l dove il  corpo  di  ser  Ciappelletto  giaceva,
    sopr'esso  fecero  una grande e solenne vigilia;  e la mattina,  tutti
    vestiti co' camici e co' pieviali,  con libri in mano e con  le  croci
    innanzi,  cantando, andaron per questo corpo e con grandissima festa e
    solennit il recarono alla lor chiesa,  seguendo quasi tutto il popolo
    della citt,  uomini e donne.  E nella chiesa postolo,  il santo frate
    che confessato l'avea, salito in sul pergamo,  di lui cominci e della
    sua vita,  de' suoi digiuni, della sua virginit, della sua simplicit
    e innocenzia e santit maravigliose cose a predicare, tra l'altre cose
    narrando quello che  ser  Ciappelletto  per  lo  suo  maggior  peccato
    piagnendo  gli  avea  confessato,  e  come esso appena gli avea potuto
    mettere nel  capo  che  Iddio  gliele  dovesse  perdonare,  da  questo
    volgendosi a riprendere il popolo che ascoltava, dicendo:
    - E voi, maledetti da Dio, per ogni fuscello di paglia che vi si volge
    tra' piedi bestemmiate Iddio e la Madre, e tutta la corte di paradiso.
    E oltre a queste,  molte altre cose disse della sua lealt e della sua
    purit; e in brieve colle sue parole, alle quali era dalla gente della
    contrada data intera fede,  s il mise nel capo e  nella  divozion  di
    tutti  coloro  che  v'erano  che,  poi che fornito fu l'uficio,  colla
    maggior calca del mondo da tutti fu andato a baciargli i  piedi  e  le
    mani,  e tutti i panni gli furono in dosso stracciati, tenendosi beato
    chi pure un poco di quegli potesse avere;  e  convenne  che  tutto  il
    giorno  cos fosse tenuto,  acci che da tutti potesse essere veduto e
    visitato.  Poi,  la vegnente notte,  in una arca di marmo sepellito fu
    onorevolmente  in  una  cappella,  e  a  mano a mano il d seguente vi
    cominciarono le genti ad andare e ad accender lumi e  ad  adorarlo,  e
    per  conseguente  a  botarsi  e  ad  appiccarvi  le imagini della cera
    secondo la promession fatta.
    E in tanto crebbe la fama della sua santit e  divozione  a  lui,  che
    quasi niuno era, che in alcuna avversit fosse, che ad altro santo che
    a  lui  si  botasse,  e  chiamaronlo  e  chiamano san Ciappelletto;  e
    affermano molti miracoli Iddio aver mostrati per lui e mostrare  tutto
    giorno a chi divotamente si raccomanda a lui.
    Cos adunque visse e mor ser Cepperello da Prato e santo divenne come
    avete  udito.  Il  quale  negar non voglio essere possibile lui essere
    beato nella presenza di Dio,  per ci che,  come che la sua vita fosse
    scelerata  e  malvagia,  egli  pot  in  su  l'estremo  aver  s fatta
    contrizione,  che per avventura Iddio ebbe misericordia di lui  e  nel
    suo regno il ricevette;  ma,  per ci che questo n' occulto,  secondo
    quello che ne pu apparire ragiono,  e dico costui  pi  tosto  dovere
    essere nelle mani del diavolo in perdizione che in paradiso. E se cos
    ,  grandissima  si  pu la benignit di Dio cognoscere verso noi,  la
    quale non al nostro errore,  ma alla purit  della  fede  riguardando,
    cos faccendo noi nostro mezzano un suo nemico,  amico credendolo,  ci
    esaudisce, come se ad uno veramente santo per mezzano della sua grazia
    ricorressimo.  E per ci,  acci che  noi  per  la  sua  grazia  nelle
    presenti avversit e in questa compagnia cos lieta siamo sani e salvi
    servati,  lodando  il suo nome nel quale cominciata l'abbiamo,  lui in
    reverenza avendo, n nostri bisogni gli ci raccomandiamo,  sicurissimi
    d'essere uditi.
    E qui si tacque.















    Giornata prima - Novella seconda.

    Abraam giudeo, da Giannotto di Civign stimolato, va in corte di Roma;
    e veduta la malvagit de' cherici, torna a Parigi e fassi cristiano.

    La novella di Panfilo fu in parte risa e tutta commendata dalle donne;
    la  quale  diligentemente  ascoltata  e  al  suo  fine essendo venuta,
    sedendo appresso  di  lui  Neifile,  le  comand  la  reina  che,  una
    dicendone, l'ordine dello incominciato sollazzo seguisse. La quale, s
    come colei che non meno era di cortesi costumi che di bellezza ornata,
    lietamente rispose che volentieri, e cominci in questa guisa.
    Mostrato  n'ha  Panfilo  nel  suo  novellare  la  benignit di Dio non
    guardare a' nostri errori,  quando da cosa che per noi  veder  non  si
    possa  procedano;  e  io  nel mio intendo di dimostrarvi quanto questa
    medesima benignit,  sostenendo pazientemente i difetti di  coloro  li
    quali  d'essa  ne  deono  dare  e  colle  opere  e  colle  parole vera
    testimonianza,  il contrario operando,  di se' argomento d'infallibile
    verit ne dimostri, acci che quello che noi crediamo con pi fermezza
    d'animo seguitiamo.
    S come io,  graziose donne,  gi udii ragionare, in Parigi fu un gran
    mercatante e buono uomo,  il quale fu chiamato Giannotto  di  Civign,
    lealissimo  e diritto e di gran traffico d'opera di drapperia;  e avea
    singulare amist con uno ricchissimo uomo giudeo, chiamato Abraam,  il
    qual  similmente  mercatante era e diritto e leale uomo assai.  La cui
    dirittura e la cui lealt veggendo Giannotto,  gl'incominci forte  ad
    increscere  che  l'anima  d'un  cos  valente e savio e buono uomo per
    difetto di fede andasse a perdizione.  E  per  ci  amichevolmente  lo
    cominci a pregare che egli lasciasse gli errori della fede giudaica e
    ritornasse alla verit cristiana, la quale egli poteva vedere, s come
    santa  e  buona,  sempre  prosperare  e  aumentarsi;  dove la sua,  in
    contrario, diminuirsi e venire al niente poteva discernere.
    Il giudeo rispondeva che niuna ne credeva n santa n buona  fuor  che
    la  giudaica,  e  che  egli in quella era nato e in quella intendeva e
    vivere e morire;  n cosa sarebbe che mai da ci il facesse rimuovere.
    Giannotto non stette per questo che egli, passati alquanti d, non gli
    rimovesse simiglianti parole,  mostrandogli,  cos grossamente come il
    pi i mercatanti sanno fare,  per quali ragioni la nostra era migliore
    che  la  giudaica.  E come che il giudeo fosse nella giudaica legge un
    gran maestro, tuttavia, o l'amicizia grande che con Giannotto avea che
    il movesse,  o forse parole le quali lo Spirito Santo sopra la  lingua
    dell'uomo  idiota  poneva  che  sel facessero,  al giudeo cominciarono
    forte a piacere le dimostrazioni di Giannotto; ma pure, ostinato in su
    la sua credenza, volger non si lasciava.
    Cos come egli pertinace dimorava,  cos Giannotto di sollecitarlo non
    finava giammai, tanto che il giudeo, da cos continua instanzia vinto,
    disse:
    -  Ecco,  Giannotto,  a  te piace che io divenga cristiano,  e io sono
    disposto a farlo, s veramente che io voglio in prima andare a Roma, e
    quivi vedere colui il quale tu d che  vicario di  Dio  in  terra,  e
    considerare  i  suoi  modi  e  i  suoi  costumi  e similmente dei suoi
    fratelli cardinali; e se essi mi parranno tali che io possa tra per le
    tue parole e per quelli comprendere che la vostra  fede  sia  migliore
    che  la mia,  come tu ti se' ingegnato di dimostrarmi,  io far quello
    che detto t'ho;  ove cos non fosse,  io mi rimarr giudeo come io  mi
    sono.
    Quando  Giannotto  intese questo,  fu in se' stesso oltremodo dolente,
    tacitamente dicendo:
    -Perduta ho la fatica,  la quale ottimamente mi parea avere impiegata,
    credendomi costui aver convertito; per ci che, se egli va in corte di
    Roma  e  vede  la vita scelerata e lorda de' cherici,  non che egli di
    giudeo si faccia cristiano, ma,  se egli fosse cristiano fatto,  senza
    fallo giudeo si ritornerebbe -.
    E ad Abraam rivolto disse:
    -  Deh,  amico  mio,  perch  vuoi  tu entrare in questa fatica e cos
    grande spesa, come a te sar d'andare di qui a Roma? senza che,  e per
    mare  e  per terra,  ad un ricco uomo come tu se',  ci  tutto pien di
    pericoli. Non credi tu trovar qui chi il battesimo ti dea? E, se forse
    alcuni dubbi hai intorno  alla  fede  che  io  ti  dimostro,  dove  ha
    maggiori maestri e pi savi uomini in quella,  che son qui, da poterti
    di ci che tu vorrai o domanderai dichiarire? Per le quali cose al mio
    parere questa tua andata  di soperchio.  Pensa che  tali  sono  l  i
    prelati  quali  tu  gli  hai  qui potuti vedere e puoi,  e tanto ancor
    migliori quanto essi son pi vicini al  pastor  principale.  E  perci
    questa fatica, per mio consiglio, ti serberai in altra volta ad alcuno
    perdono, al quale io per avventura ti far compagnia.
    A cui il giudeo rispose:
    -  Io  mi  credo,  Giannotto,  che  cos  sia come tu mi favelli,  ma,
    recandoti le molte parole in una,  io son del tutto (se tu vuogli  che
    io faccia quello di che tu m'hai cotanto pregato) disposto ad andarvi,
    e altramenti mai non ne far nulla.
    Giannotto, vedendo il voler suo, disse:
    -  E tu va con buona ventura -;  e seco avvis lui mai non doversi far
    cristiano,  come la corte  di  Roma  veduta  avesse;  ma  pur,  niente
    perdendovi, si stette.
    Il giudeo mont a cavallo e,  come pi tosto pot,  se n'and in corte
    di Roma, l dove pervenuto d suoi giudei fu onorevolmente ricevuto. E
    quivi dimorando,  senza dire  ad  alcuno  per  che  andato  vi  fosse,
    cautamente cominci a riguardare alle maniere del papa e de' cardinali
    e  degli  altri  prelati  e  di  tutti  i  cortigiani;  e tra che egli
    s'accorse,  s come uomo che molto avveduto era,  e che egli ancora da
    alcuno  fu  informato,  egli  trov  dal  maggiore  infino  al  minore
    generalmente tutti disonestissimamente peccare in lussuria, e non solo
    nella naturale,  ma ancora nella soddomitica,  senza freno  alcuno  di
    rimordimento o di vergogna, in tanto che la potenzia delle meretrici e
    de'  garzoni  in  impetrare  qualunque  gran cosa non v'era di picciol
    potere. Oltre a questo,  universalmente gulosi,  bevitori,  ebriachi e
    pi  al  ventre  serventi  a  guisa  d'animali  bruti,  appresso  alla
    lussuria, che ad altro, gli conobbe apertamente.
    E pi avanti guardando,  in tanto tutti avari e cupidi di  denari  gli
    vide,  che  parimente  l'uman sangue,  anzi il cristiano,  e le divine
    cose,  chenti che elle si  fossero,  o  a'  sacrifici  o  a'  benefici
    appartenenti,  a denari e vendevano e comperavano, maggior mercatantia
    faccendone e pi  sensali  avendone  che  a  Parigi  di  drappi  o  di
    alcun'altra cosa non erano, avendo alla manifesta simonia " procureria
    " posto nome,  e alla gulosit "sustentazioni ", quasi Iddio, lasciamo
    stare il significato de' vocaboli,  ma la 'ntenzione de' pessimi animi
    non  conoscesse,  e  a  guisa degli uomini a' nomi delle cose si debba
    lasciare ingannare. Le quali cose, insieme con molte altre le quali da
    tacer sono, sommamente spiacendo al giudeo, s come a colui che sobrio
    e modesto uomo era, parendogli assai aver veduto, propose di tornare a
    Parigi,  e cos fece.  Al quale,  come Giannotto seppe che  venuto  se
    n'era,  niuna  cosa  meno sperando che del suo farsi cristiano,  se ne
    venne, e gran festa insieme si fecero; e, poi che riposato si fu alcun
    giorno,  Giannotto il  domand  quello  che  del  santo  padre  e  de'
    cardinali e degli altri cortigiani gli parea.
    Al quale il giudeo prestamente rispose:
    - Parmene male, che Iddio dea a quanti sono; e di coti cos che, se io
    ben  seppi considerare,  quivi niuna santit,  niuna divozione,  niuna
    buona opera o essemplo di vita o d'altro in alcuno che  cherico  fosse
    veder mi parve;  ma lussuria,  avarizia e gulosit,  fraude, invidia e
    superbia e simili cose e  piggiori  (se  piggiori  essere  possono  in
    alcuno)  mi  vi  parve in tanta grazia di tutti vedere,  che io ho pi
    tosto quella per una fucina di diaboliche operazioni che di divine.  E
    per quello che io estimi,  con ogni sollecitudine e con ogni ingegno e
    con ogni arte mi pare che il vostro pastore,  e per consequente  tutti
    gli  altri,  si procaccino di riducere a nulla e di cacciare del mondo
    la cristiana religione,  l dove  essi  fondamento  e  sostegno  esser
    dovrebber di quella.
    E  per ci che io veggio non quello avvenire che essi procacciano,  ma
    continuamente la vostra religione aumentarsi e pi lucida e pi chiara
    divenire, meritamente mi par di scerner io Spirito Santo esser d'essa,
    s come di vera e di santa pi che alcun'altra, fondamento e sostegno.
    Per la qual cosa,  dove io rigido e duro stava a' tuoi conforti e  non
    mi volea far cristiano, ora tutto aperto ti dico che io per niuna cosa
    lascerei  di  cristian  farmi.  Andiamo  adunque alla chiesa: e quivi,
    secondo il debito costume della vostra santa fede, mi fa battezzare.
    Giannotto,  il quale aspettava dirittamente  contraria  conclusione  a
    questa,  come  lui  cos  ud dire fu il pi contento uomo che giammai
    fosse. E a Nostra Dama di Parigi con lui insieme andatosene,  richiese
    i cherici di l entro che ad Abraam dovessero dare il battesimo.
    Li  quali,  udendo  che  esso l'addomandava,  prestamente il fecero: e
    Giannotto il lev del sacro fonte e nominollo Giovanni;  e appresso  a
    gran  valenti  uomini  il  fece compiutamente ammaestrare nella nostra
    fede la quale egli prestamente apprese, e fu, poi buono e valente uomo
    e di santa vita.









    Giornata prima - Novella terza.

    Melchisedech giudeo,  con una novella di tre  anella,  cessa  un  gran
    pericolo dal Saladino apparecchiatogli.

    Poich,  commendata  da  tutti la novella di Neifile,  ella si tacque,
    come alla reina piacque, Filomena cos cominci a parlare.
    La novella da Neifile detta mi ritorna a memoria il dubbioso caso  gi
    avvenuto  ad un giudeo.  Per ci che gi e di Dio e della verit della
    nostra fede  assai bene  stato  detto,  il  discendere  oggimai  agli
    avvenimenti  e  agli  atti  degli  uomini  non  si dovr disdire;  e a
    narrarvi quella verr, la quale udita, forse pi caute diverrete nelle
    risposte alle quistioni che fatte  vi  fossero.  Voi  dovete,  amorose
    compagne,  sapere che, s come la sciocchezza spesse volte trae altrui
    di felice stato e mette in  grandissima  miseria,  cos  il  senno  di
    grandissimi  pericoli  trae  il  savio  e  ponlo in grande e in sicuro
    riposo.  E che vero sia che la sciocchezza di buono stato  in  miseria
    altrui  conduca,  per  molti  essempli  si  vede,  li quali non fia al
    presente nostra cura di raccontare,  avendo riguardo che tutto  'l  d
    mille  essempli n'appaiano manifesti.  Ma che il senno di consolazione
    sia cagione, come promisi, per una novelletta mosterr brievemente.
    Il Saladino,  il valore del qual fu tanto che non solamente di piccolo
    uomo  il fe' di Babillonia soldano,  ma ancora molte vittorie sopra li
    re saracini e cristiani gli fece avere,  avendo in diverse guerre e in
    grandissime sue magnificenze speso tutto il suo tesoro,  e, per alcuno
    accidente sopravvenutogli bisognandogli una buona quantit di  danari,
    n  veggendo  donde  cos  prestamente  come  gli bisognavano aver gli
    potesse,  gli venne a  memoria  un  ricco  giudeo,  il  cui  nome  era
    Melchisedech,  il  quale prestava ad usura in Alessandria,  e pensossi
    costui avere da poterlo servire quando volesse; ma s era avaro che di
    sua volont non l'avrebbe mai fatto, e forza non gli voleva fare;  per
    che, strignendolo il bisogno, rivoltosi tutto a dover trovar modo come
    il  giudeo il servisse,  s'avvis di fargli una forza da alcuna ragion
    colorata. E fattolsi chiamare e familiarmente ricevutolo, seco il fece
    sedere e appresso gli disse:
    - Valente uomo,  io ho da pi persone inteso che tu  se'  savissimo  e
    nelle  cose di Dio senti molto avanti;  e per ci io saprei volentieri
    da te quale delle tre leggi tu reputi la verace,  o la giudaica  o  la
    saracina o la cristiana.
    Il giudeo, il quale veramente era savio uomo, s'avvis troppo bene che
    il  Saladino  guardava  di pigliarlo nelle parole per dovergli muovere
    alcuna quistione,  e pens non potere alcuna di queste tre  pi  l'una
    che l'altra lodare,  che il Saladino non avesse la sua intenzione. Per
    che, come colui al qual pareva d'aver bisogno di risposta per la quale
    preso non potesse essere,  aguzzato lo 'ngegno,  gli venne prestamente
    avanti quello che dir dovesse, e disse:
    - Signor mio,  la quistione la qual voi mi fate  bella, e a volervene
    dire ci che io ne sento, mi vi convien dire una novelletta,  qual voi
    udirete.
    Se  io  non  erro,  io  mi  ricordo aver molte volte udito dire che un
    grande uomo e ricco fu gi, il quale, intra l'altre gioie pi care che
    nel suo tesoro avesse, era uno anello bellissimo e prezioso;  al quale
    per  lo  suo  valore  e  per  la  sua bellezza volendo fare onore e in
    perpetuo lasciarlo n suoi discendenti,  ordin  che  colui  de'  suoi
    figliuoli  appo  il  quale,  s come lasciatogli da lui,  fosse questo
    anello trovato,  che colui s'intendesse essere il suo erede e  dovesse
    da tutti gli altri essere come maggiore onorato e reverito.
    E  colui  al quale da costui fu lasciato il simigliante ordin n suoi
    discendenti e cos fece come fatto avea  il  suo  predecessore;  e  in
    brieve  and  questo  anello  di  mano  in mano a molti successori;  e
    ultimamente pervenne alle mani ad uno,  il quale  avea  tre  figliuoli
    belli  e  virtuosi  e molto al padre loro obedienti,  per la qual cosa
    tutti e tre parimente gli amava. E i giovani, li quali la consuetudine
    dello anello sapevano,  s come vaghi d'essere ciascuno il pi onorato
    tra' suoi ciascuno per se',  come meglio sapeva,  pregava il padre, il
    quale era gi vecchio,  che,  quando a morte  venisse,  a  lui  quello
    anello lasciasse.
    Il  valente  uomo,  che  parimente  tutti  gli  amava,  n sapeva esso
    medesimo eleggere a qual pi tosto lasciar lo dovesse, pens, avendolo
    a ciascun promesso, di volergli tutti e tre sodisfare;  e segretamente
    ad  uno  buono  maestro  ne  fece  fare due altri,  li quali s furono
    simiglianti al primiero,  che esso medesimo che fatti  gli  avea  fare
    appena   conosceva  qual  si  fosse  il  vero.   E  venendo  a  morte,
    segretamente diede il suo a ciascun de' figliuoli.  Li quali,  dopo la
    morte  del  padre,  volendo ciascuno la eredit e l'onore occupare,  e
    l'uno   negandolo   all'altro,   in   testimonianza   di   dover   ci
    ragionevolmente  fare  ciascuno  produsse  fuori  il  suo  anello.   E
    trovatisi gli anelli s simili l'uno all'altro  che  qual  di  costoro
    fosse  il vero non si sapeva conoscere,  si rimase la quistione,  qual
    fosse il vero erede del padre, in pendente, e ancor pende.
    E cos vi dico,  signor mio,  delle tre leggi alli tre popoli date  da
    Dio  padre,  delle  quali  la  quistion  proponeste:  ciascuno  la sua
    eredit, la sua vera legge e i suoi comandamenti dirittamente si crede
    avere e fare; ma chi se l'abbia, come degli anelli, ancora ne pende la
    quistione.
    Il Saladino conobbe costui ottimamente essere saputo uscire del laccio
    il quale davanti a' piedi teso gli aveva; e per ci dispose d'aprirgli
    il suo bisogno e vedere se servire il volesse; e cos fece, aprendogli
    ci che in animo avesse avuto di fare,  se  cos  discretamente,  come
    fatto avea, non gli avesse risposto.
    Il  giudeo  liberamente  d'ogni  quantit  che il Saladino richiese il
    serv; e il Saladino poi interamente il soddisfece;  e oltre a ci gli
    don  grandissimi  doni  e  sempre  per suo amico l'ebbe e in grande e
    onorevole stato appresso di se' il mantenne.
















    Giornata prima - Novella quarta.

    Un  monaco,   caduto  in  peccato  degno  di   gravissima   punizione,
    onestamente  rimproverando  al  suo  abate  quella medesima colpa,  si
    libera dalla pena.

    Gi si tacea Filomena, dalla sua novella espedita, quando Dioneo,  che
    appresso   di   lei   sedeva,   senza   aspettare  dalla  reina  altro
    comandamento,  conoscendo gi,  per l'ordine  cominciato,  che  a  lui
    toccava il dover dire, in cotal guisa cominci a parlare.
    Amorose donne, se io ho bene la 'ntenzione di tutte compresa, noi siam
    qui per dovere a noi medesimi novellando piacere; e per ci, solamente
    che  contro  a  questo non si faccia,  estimo a ciascuno dovere essere
    licito (e cos ne disse la  nostra  reina,  poco  avanti,  che  fosse)
    quella novella dire che pi crede che possa dilettare; per che, avendo
    udito  per  li  buoni  consigli  di  Giannotto  di Civign Abraam aver
    l'anima salvata Melchisedech per lo suo senno avere le  sue  ricchezze
    dagli agguati del Saladino difese,  senza riprensione attender da voi,
    intendo di raccontar brievemente con che  cautela  un  monaco  il  suo
    corpo da gravissima pena liberasse.
    Fu in Lunigiana,  paese non molto da questo lontano, uno monistero gi
    di santit e di monaci pi copioso che oggi non ,  nel quale tra  gli
    altri era un monaco giovane, il vigore del quale n la freschezza n i
    digiuni  n  le  vigilie  Potevano  macerare.  Il quale per ventura un
    giorno in sul  mezzod,  quando  gli  altri  monaci  tutti  dormivano,
    andandosi tutto solo dattorno alla sua chiesa, la quale in luogo assai
    solitario  era,  gli  venne  veduta una giovinetta assai bella,  forse
    figliuola d'alcuno de' lavoratori della contrada,  la quale andava per
    gli  campi  certe  erbe  cogliendo;  n prima veduta l'ebbe,  che egli
    fieramente assalito fu dalla concupiscenza carnale.
    Per che,  fattolesi pi presso,  con lei entr in parole e tanto  and
    d'una  in  altra,  che  egli  si fu accordato con lei e seco nella sua
    cella ne la men,  che niuna persona se n'accorse.  E mentre che egli,
    da  troppa  volont  trasportato,  men  cautamente  con lei scherzava,
    avvenne che l'abate,  da dormir levatosi e pianamente passando davanti
    alla  cella  di  costui,  sent  lo  schiamazzio  che  costoro insieme
    faceano;  e  per  conoscere  meglio  le  voci,   chetamente  s'accost
    all'uscio della cella ad ascoltare e manifestamente conobbe che dentro
    a  quella era femina e tutto fu tentato di farsi aprire;  poi pens di
    voler tenere in ci  altra  maniera  e,  tornatosi  alla  sua  camera,
    aspett che il monaco fuori uscisse.
    Il  monaco,  ancora che da grandissimo suo piacere e diletto fosse con
    questa  giovane  occupato,   pur  nondimeno  tuttavia  sospettava;   e
    parendogli aver sentito alcuno stropiccio di piedi per lo dormentorio,
    ad  un  piccolo pertugio pose l'occhio e vide apertissimamente l'abate
    stare  ad  ascoltarlo  e  molto  bene  comprese  l'abate  aver  potuto
    conoscere  quella  giovane  essere  nella  sua  cella.  Di  che  egli,
    sappiendo che di questo gran pena gli dovea seguire,  oltre modo fu do
    lente;  ma  pur,  senza  del suo cruccio niente mostrare alla giovane,
    prestamente  seco  molte  cose  rivolse,  cercando  se  a  lui  alcuna
    salutifera trovar ne potesse; e occorsegli una nuova malizia, la quale
    al  fine imaginato da lui dirittamente pervenne.  E faccendo sembiante
    che esser gli paresse stato assai con quella giovane, le disse:
    - Io voglio andare a trovar modo come tu esca di qua entro senza esser
    veduta; e per ci statti pianamente infino alla mia tornata.
    E uscito fuori e serrata la cella colla chiave, dirittamente se n'and
    alla camera dello abate, e presentatagli quella,  secondo che ciascuno
    monaco faceva quando fuori andava, con un buon volto disse:
    -  Messere,  io non potei stamane farne venire tutte le legne le quali
    io avea fatte fare,  e perci con vostra licenzia io voglio andare  al
    bosco e farlene venire.
    L'abate,  per  potersi  pi pienamente informare del fallo commesso da
    costui,  avvisando che questi accorto non se ne fosse che  egli  fosse
    stato da lui veduto,  fu lieto di tale accidente, e volentier prese la
    chiave e similmente li die' licenzia.  E,  come il  vide  andato  via,
    cominci a pensar qual far volesse pi tosto, o in presenza di tutti i
    monaci  aprir  la  cella  di  costui e far loro vedere il suo difetto,
    acci che poi non avesser cagione di mormorare contra di lui quando il
    monaco punisse,  o di voler prima da lei sentire come andata fosse  la
    bisogna. E, pensando seco stesso che questa potrebbe essere tal femina
    o  figliuola di tale uomo,  che egli non le vorrebbe aver fatta quella
    vergogna d'averla a tutti i monaci fatta  vedere,  s'avvis  di  voler
    prima  veder chi fosse e poi prender partito;  e chetamente andatosene
    alla cella, quel la apr ed entr dentro e l'uscio richiuse.
    La giovane,  vedendo  venire  l'abate,  tutta  smarr,  e  temendo  di
    vergogna cominci a piagnere. Messer l'abate, postole l'occhio addosso
    e  veggendola  bella  e  fresca,   ancora  che  vecchio  fosse,  sent
    subitamente non meno cocenti  gli  stimoli  della  carne  che  sentiti
    avesse il suo giovane monaco, e fra se' stesso cominci a dire: - Deh,
    perch non prendo io del piacere quando io ne posso avere, con ci sia
    cosa  che  il  dispiacere  e  la noia,  sempre che io ne vorr,  sieno
    apparecchiati? Costei  una bella giovane, ed  qui che niuna per sona
    del mondo il sa; se io la posso recare a fare i piacer miei, io non so
    perch io nol mi faccia.  Chi sapr?  ai pi;  io estimo che egli  sia
    gran senno a pigliarsi del bene,  quando Domenedio ne man da altrui -.
    E cos dicendo,  e avendo del tutto mutato proposito da quello per che
    andato v'era,  fattosi pi presso alla giovane, pianamente la cominci
    a confortare e a pregarla che non piagnesse; e,  d'una parola in altra
    procedendo, ad aprirle il suo desiderio pervenne.
    La giovane,  che non era di ferro n di diamante, assai agevolmente si
    pieg a' piaceri dello abate; il quale,  abbracciatala e baciatala pi
    volte,  in sul letticello del monaco salitosene, avendo forse riguardo
    al grave peso della sua dignit  e  alla  tenera  et  della  giovane,
    temendo  forse  di  non  offenderla per troppa gravezza,  non sopra il
    petto di lei sal, ma lei sopra il suo petto pose,  e per lungo spazio
    con lei si trastull.
    Il  monaco,  che  fatto avea sembiante d'andare al bosco,  essendo nel
    dormentorio occultato, come vide l'abate solo nella sua cella entrare,
    cos tutto rassicurato,  estim il suo avviso dovere avere effetto;  e
    veggendol  serrar  dentro,  l'ebbe  per  certissimo.  E,  uscito di l
    dov'era,  chetamente n'and ad un  pertugio,  per  lo  quale  ci  che
    l'abate  fece o disse,  e ud e vide.  Parendo allo abate essere assai
    colla giovanetta dimorato,  serratala nella cella,  alla sua camera se
    ne  torn;  e dopo al quanto,  sentendo il monaco e credendo lui esser
    tornato dal bosco, avvis di riprenderlo forte e di farlo incarcerare,
    acci che esso  solo  possedesse  la  guadagnata  preda;  e  fattoselo
    chiamare,  gravissimamente  e  con  mal  viso il riprese e comand che
    fosse in carcere messo.
    Il monaco prontissimamente rispose:
    - Messere, io non sono ancora tanto all'ordine di san Benedetto stato,
    che io possa avere ogni particularit di quello apparata; e voi ancora
    non m'avavate mostrato  che  i  monaci  si  debban  far  dalle  femine
    priemere,  come  d  digiuni  e dalle vigilie;  ma ora che mostrato me
    l'avete,  vi prometto,  se questa mi perdonate,  di mai pi in ci non
    peccare, anzi far sempre come io a voi ho veduto fare.
    L'abate,   che  accorto  uomo  era,  prestamente  conobbe  costui  non
    solamente aver pi di lui saputo,  ma veduto ci che esso aveva fatto.
    Perch,  dalla sua colpa stessa rimorso, si vergogn di fare al monaco
    quello che egli,  s  come  lui,  aveva  meritato.  E  perdonatogli  e
    impostogli  di  ci  che veduto aveva silenzio,  onestamente misero la
    giovinetta di fuori,  e poi pi volte si dee credere  ve  la  facesser
    tornare.










    Giornata prima - Novella quinta.

    La marchesana di Monferrato,  con un convito di galline e con alquante
    leggiadre parolette, reprime il folle amore del re di Francia.

    La novella da Dioneo raccontata, prima con un poco di vergogna punse i
    cuori delle donne  ascoltanti  e  con  onesto  rossore  n  loro  visi
    apparito  ne  diedon  segno;  e  poi quella,  l'una l'altra guardando,
    appena del ridere potendosi  astenere,  sogghignando  ascoltarono.  Ma
    venuta  di questa la fine,  poich lui con alquante dolci parole ebber
    morso,  volendo mostrare che simili novelle non fosser  tra  donne  da
    raccontare,  la  reina  verso la Fiammetta,  che appresso di lui sopra
    l'erba sedeva,  rivolta,  che essa l'ordine seguitasse le comand.  La
    quale vezzosamente e con lieto viso a lei riguardando incominci.
    S  perch  mi  piace  noi  essere entrati a dimostrare con le novelle
    quanta sia la forza delle belle e pronte risposte,  e s ancora perch
    quanto  negli uomini  gran senno il cercar d'amar sempre donna di pi
    alto  legnaggio  ch'egli  non  ,   cos  nelle  donne    grandissimo
    avvedimento  il sapersi guardare dal prendersi dello amore di maggiore
    uomo ch'ella non  ,  m'  caduto  nell'animo,  donne  mie  belle,  di
    mostrarvi,  nella  novella che a me tocca di dire,  come e con opere e
    con parole una gentil donna  se'  da  questo  guardasse  e  altrui  ne
    rimovesse
    Era il marchese di Monferrato,  uomo d'alto valore, gonfaloniere della
    Chiesa,  oltre mar passato in un general passaggio da' cristiani fatto
    con  armata  mano.  E  del  suo valore ragionandosi nella corte del re
    Filippo il Bornio, il quale a quel medesimo passaggio andar di Francia
    s'apparecchiava,  fu per un cavalier detto non essere sotto le  stelle
    una  simile coppia a quella del marchese e della sua donna;  per che,
    quanto tra' cavalieri era d'ogni virt il marchese  famoso,  tanto  la
    donna tra tutte l'altre donne del mondo era bellissima e valorosa.
    Le  quali  parole  per  s  fatta maniera nell'animo del re di Francia
    entrarono,  che,  senza mai averla veduta,  di subito ferventemente la
    cominci  ad  amare  e  propose  di non volere,  al passaggio al quale
    andava,  in mare entrare altrove che a Genova;  acci che  quivi,  per
    terra andando,  onesta cagione avesse di dovere andare la marchesana a
    vedere, avvisandosi che, non essendovi il marchese,  gli potesse venir
    fatto di mettere ad effetto il suo disio.
    E secondo il pensier fatto mand ad esecuzione;  per ci che,  mandato
    avanti ogni uomo, esso con poca compagnia e di gentili uomini entr in
    cammino; e avvicinandosi alle terre del marchese,  un d davanti mand
    a dire alla donna che la seguente mattina l'attendesse a desinare.  La
    donna,  savia e avveduta,  lietamente rispose che questa  l'era  somma
    grazia  sopra  ogni  altra e che egli fosse il ben venuto.  E appresso
    entr in pensiero che questo volesse dire,  che un cos fatto re,  non
    essendovi  il marito di lei,  la venisse a visitare;  n la 'ngann in
    questo l'avviso,  cio che la fama della sua bellezza il  vi  traesse.
    Nondimeno,   come  valorosa  donna  dispostasi  ad  onorarlo,  fattisi
    chiamare di que'  buoni  uomini  che  rimasi  v'erano,  ad  ogni  cosa
    opportuna  con  loro  consiglio  fece ordine dare,  ma il convito e le
    vivande ella sola volle ordinare. E fatte senza indugio quante galline
    nella contrada erano ragunare,  di quelle sole varie vivande divis a'
    suoi cuochi per lo convito reale.
    Venne  adunque  il re il giorno detto,  e con gran festa e onore dalla
    donna fu ricevuto. Il quale,  oltre a quello che compreso aveva per le
    parole  del  cavaliere,  riguardandola,  gli  parve bella e valorosa e
    costumata,  e sommamente se ne maravigli e commendolla  forte,  tanto
    nel  suo disio pi accendendosi,  quanto da pi trovava esser la donna
    che la sua passata stima di lei.  E dopo alcun riposo preso in  camere
    ornatissime di ci che a quelle, per dovere un cos fatto re ricevere,
    s'appartiene,  venuta l'ora del desinare, il re e la marchesana ad una
    tavola sedettero,  e gli altri secondo la lor qualit ad  altre  mense
    furono onorati.
    Quivi  essendo  il re successivamente di molti messi servito e di vini
    ottimi e preziosi,  e oltre a ci con diletto talvolta  la  marchesana
    bellissima  riguardando,  sommo  piacere avea.  Ma pure,  venendo l'un
    messo appresso l'altro,  cominci  il  re  alquanto  a  maravigliarsi,
    conoscendo che quivi,  quantunque le vivande diverse fossero,  non per
    tanto di niuna cosa essere altro che di galline.  E  come  che  il  re
    conoscesse il luogo,  l dove era,  dovere esser tale che copiosamente
    di diverse salvaggine avervi dovesse, e l'avere davanti significata la
    sua venuta alla donna spazio l'avesse dato di poter far cacciare;  non
    pertanto, quantunque molto di ci si maravigliasse, in altro non volle
    prender  cagione  di  doverla  mettere  in  parole,  se  non delle sue
    galline, e con lieto viso rivoltosi verso lei disse:
    - Dama, nascono in questo paese solamente galline senza gallo alcuno
    La marchesana,  che  ottimamente  la  dimanda  intese,  parendole  che
    secondo  il  suo disidero Domenedio l'avesse tempo mandato opportuno a
    poter la sua intenzion dimostrare,  al re domandante,  baldanzosamente
    verso lui rivolta, rispose:
    -  Monsignor  no,  ma  le femine,  quantunque in vestimenti e in onori
    alquanto dall'altre variino, tutte perci son fatte qui come altrove.
    Il re, udite queste parole, raccolse bene la cagione del convito delle
    galline e la virt nascosa nelle parole;  e accorsesi che  invano  con
    cos fatta donna parole si gitterebbono, e che forza non v'avea luogo;
    per  che  cos  come  disavvedutamente  acceso  s'era  di  lei,   cos
    saviamente era da spegnere per onor di lui il mal  concetto  fuoco.  E
    senza  pi  motteggiarla,  temendo  delle  sue risposte,  fuori d'ogni
    speranza desin; e, finito il desinare,  acci che col presto partirsi
    ricoprisse  la sua disonesta venuta,  ringraziatala dell'onor ricevuto
    da lei, accomandandolo ella a Dio, a Genova se n'and.



















    Giornata prima - Novella sesta.

    Confonde un valente uomo con un bel detto la  malvagia  ipocresia  de'
    religiosi.

    Emilia,  la  quale  appresso la Fiammetta sedea,  essendo gi stato da
    tutte  commendato  il  valore  e  il  leggiadro   gastigamento   della
    marchesana  fatto  al  re  di  Francia,  come  alla sua reina piacque,
    baldanzosamente a dire cominci.
    N io altres tacer un morso dato da un valente uomo secolare ad  uno
    avaro religioso con un motto non meno da ridere che da commendare.
    Fu  adunque,  o  care giovani,  non  ancora gran tempo,  nella nostra
    citt un frate minore inquisitore della  eretica  pravit,  il  quale,
    come  che  molto  s'ingegnasse  di parere santo e tenero amatore della
    cristiana fede,  s come tutti fanno,  era non men buono investigatore
    di chi piena aveva la borsa,  che di chi di scemo nella fede sentisse.
    Per la quale sollecitudine per avventura gli venne  trovato  un  buono
    uomo,  assai pi ricco di denari che di senno,  al quale,  non gi per
    difetto di fede,  ma  semplicemente  parlando,  forse  da  vino  o  da
    soperchia  letizia  riscaldato,  era  venuto  detto  un  d ad una sua
    brigata se' avere un vino s buono che ne berrebbe Cristo.
    Il che essendo allo inquisitore rapportato,  ed egli sentendo che  gli
    suoi poderi eran grandi e ben tirata la borsa, cum gladiis et fustibus
    impetuosissimamente  corse a formargli un processo gravissimo addosso,
    avvisando non di ci alleviamento di miscredenza nello  inquisito,  ma
    empimento di fiorini nella sua mano ne dovesse procedere, come fece. E
    fattolo  richiedere,  lui  domand se vero fosse ci che contro di lui
    era stato detto. Il buono uomo rispose del s,  e dissegli il modo.  A
    che  lo  'nquisitore  santissimo  e  divoto  di san Giovanni Boccadoro
    disse:
    - Dunque hai tu fatto Cristo bevitore e vago de' vini solenni, come se
    egli fosse Cinciglione o alcuno  altro  di  voi  bevitori  ebriachi  e
    tavernieri?  E  ora,  umilmente parlando,  vuogli mostrare questa cosa
    molto essere leggiera. Ella non  come ella ti pare; tu n'hai meritato
    il fuoco, quando noi vogliamo, come noi dobbiamo, verso te operare.
    E con queste e con altre  parole  assai,  col  viso  dell'arme,  quasi
    costui  fosse  stato  epicuro  negante  la etternit delle anime,  gli
    parlava.  E in brieve tanto lo spaur che  il  buono  uomo  per  certi
    mezzani  gli fece con una buona quantit della grascia di san Giovanni
    Boccadoro ugner le mani (la quale molto  giova  alle  infermit  delle
    pestilenziose  avarizie de' cherici,  e spezialmente de' frati minori,
    che  denari  non  osan  toccare)  acci  ch'egli  dovesse  verso   lui
    misericordiosamente operare.
    La quale unzione,  s come molto virtuosa,  avvegna che Galieno non ne
    parli in alcuna parte delle sue medicine,  s e tanto adoper,  che il
    fuoco  minacciatogli  di grazia si permut in una croce;  e,  quasi al
    passaggio d'oltremare andar  dovesse,  per  far  pi  bella  bandiera,
    gialla  gliele  pose  in  sul nero.  E oltre a questo,  gi ricevuti i
    denari,  pi giorni  appresso  di  se'  il  sostenne,  per  penitenzia
    dandogli  che egli ogni mattina dovesse udire una messa in Santa Croce
    e all'ora del mangiare avanti a lui presentarsi,  e poi  il  rimanente
    del giorno quello che pi gli piacesse potesse fare.
    Il che costui diligentemente faccendo, avvenne una mattina tra l'altre
    che  egli  ud  alla  messa uno evangelio,  nel quale queste parole si
    cantavano: - Voi riceverete per ogn'un cento,  e possederete  la  vita
    etterna -;  le quali esso nella memoria fermamente ritenne, e, secondo
    il comandamento fattogli,  ad ora di mangiare davanti allo inquisitore
    venendo,  il  trov desinare.  Il quale lo 'nquisitore domand se egli
    avesse la messa  udita  quella  mattina.  Al  quale  esso  prestamente
    rispose:
    -Messer s.
    A cui lo 'nquisitore disse:
    -  Udisti  tu  in  quella  cosa  niuna della quale tu dubiti o vogline
    domandare?
    - Certo - rispose il buono uomo - di niuna cosa che io udissi  dubito,
    anzi  tutte  per  fermo  le credo vere.  Udne io bene alcuna che m'ha
    fatto e fa avere  di  voi  e  degli  altri  vostri  frati  grandissima
    compassione,  pensando al malvagio stato che voi di l nell'altra vita
    dovrete avere.
    Disse allora lo 'nquisitore:
    - E qual fu quella parola, che t'ha mosso ad aver questa compassion di
    noi?
    Il buono uomo rispose:
    - Messere, ella fu quella parola dello evangelio,  la qual dice: - Voi
    riceverete per ogn'un cento -.
    Lo inquisitore disse:
    - Questo  vero; ma perch t'ha per ci questa parola commosso?
    - Messere, - rispose il buono uomo - io vel dir: poi che io usai qui,
    ho io ogni d veduto dar qui di fuori a molta povera gente, quando una
    e quando due grandissime caldaie di broda, la quale a' frati di questo
    convento e a voi si toglie s come soperchia, davanti; per che, se per
    ogn'una  cento  vene  fieno rendute di l,  voi n'avrete tanta che voi
    dentro tutti vi dovrete affogare.
    Come che gli altri,  che alla tavola dello  inquisitore  erano,  tutti
    ridessono,  lo  'nquisitore  sentendo  trafiggere  la  lor  brodaiuola
    ipocresia,  tutto si turb;  e se non fosse  che  biasimo  portava  di
    quello  che  fatto avea,  un altro processo gli avrebbe addosso fatto,
    per ci che con ridevol motto lui e gli altri poltroni aveva morsi;  e
    per  bizzarria  gli  comand  che quello che pi gli piacesse facesse,
    senza pi davanti venirgli.




















    Giornata prima - Novella settima.

    Bergamino,  con una novella di  Primasso  e  dello  abate  di  Clign,
    onestamente morde una avarizia nuova venuta in messer can della Scala.

    Mosse  la  piacevolezza  d'Emilia  e la sua novella la reina e ciascun
    altro a ridere e a commendare il nuovo avviso del  crociato.  Ma,  poi
    che le risa rimase furono e racquetato ciascuno,  Filostrato,  al qual
    toccava il novellare, in cotal guisa cominci a parlare.
    Bella cosa , valorose donne,  il ferire un segno che mai non si muti,
    ma quella  quasi maravigliosa, quando alcuna cosa non usata apparisce
    di subito,  se subitamente da uno arciere  ferita. La viziosa e lorda
    vita de' cherici, in molte cose quasi di cattivit fermo segno,  senza
    troppa  difficult d di se' da parlare,  da mordere e da riprendere a
    ciascuno che ci disidera di fare; e per ci,  come che ben facesse il
    valente  uomo che lo inquisitore della ipocrita carit de' frati,  che
    quello danno a' poveri che converrebbe loro dare  al  porco  o  gittar
    via, trafisse, assai estimo pi da lodare colui del quale, tirandomi a
    ci  la precedente novella,  parlar debbo;  il quale messer Cane della
    Scala,  magnifico signore,  d'una subita e disusata  avarizia  in  lui
    apparita  morse con una leggiadra novella,  in altrui figurando quello
    che di se' e di lui intendeva di dire; la quale  questa.
    S come chiarissima fama quasi per tutto il mondo suona,  messer  Cane
    della Scala,  al quale in assai cose fu favorevole la fortuna,  fu uno
    de' pi notabili e de' pi  magnifici  signori  che  dallo  imperadore
    Federigo secondo in quasi sapesse in Italia.
    Il quale, avendo disposto di fare una notabile e maravigliosa festa in
    Verona,  e  a  quella  molte genti e di varie parti fossero venute,  e
    massimamente uomini di corte  d'ogni  maniera,  subito  (qual  che  la
    cagion si fosse) da ci si ritrasse,  e in parte provedette coloro che
    venuti v'erano e licenziolli. Solo uno,  chiamato Bergamino,  oltre al
    credere  di  chi  non  lo ud presto parlatore e ornato,  senza essere
    d'alcuna cosa proveduto o licenzia datagli,  si rimase,  sperando  che
    non  senza  sua futura utilit ci dovesse essere stato fatto.  Ma nel
    pensiero di messer Cane era caduto ogni cosa che gli  si  donasse  vie
    peggio  esser perduta che se nel fuoco fosse stata gittata;  n di ci
    gli dicea o facea dire alcuna cosa.
    Bergamino dopo alquanti d, non veggendosi n chiamare n richiedere a
    cosa che a suo mestier partenesse  e  oltre  a  ci  consumarsi  nello
    albergo  co'  suoi  cavalli  e  co'  suoi fanti,  incominci a prender
    malinconia; ma pure aspettava,  non parendogli ben far di partirsi.  E
    avendo  seco  portate  tre  belle e ricche robe,  che donate gli erano
    state da altri signori, per comparire orrevole alla festa,  volendo il
    suo  oste  esser  pagato,  primieramente gli diede l'una,  e appresso,
    soprastando ancora molto pi,  convenne,  se pi volle  col  suo  oste
    tornare,  gli desse la seconda;  e cominci sopra la terza a mangiare,
    disposto di tanto stare a vedere quanto quella durasse e poi partirsi.
    Ora, mentre che egli sopra la terza roba mangiava, avvenne che egli si
    trov un giorno,  desinando messer Cane,  davanti da lui  assai  nella
    vista  malinconoso.  Il qual messer Can veggendo,  pi per istraziarlo
    che per diletto pigliare d'alcun suo detto, disse:
    - Bergamino, che hai tu? tu stai cos malinconoso! dinne alcuna cosa.
    Bergamino allora,  senza punto  pensare,  quasi  molto  tempo  pensato
    avesse, subitamente in acconcio de' fatti suoi disse questa novella:
    -  Signor mio,  voi dovete sapere che Primasso fu un gran valente uomo
    in gramatica e fu oltre ad ogn'altro grande e presto versificatore, le
    quali cose il renderono tanto ragguardevole e s  famoso  che,  ancora
    che per vista in ogni parte conosciuto non fosse,  per nome e per fama
    quasi niuno era che non sapesse chi fosse Primasso.
    Ora avvenne che,  trovandosi egli una volta a Parigi in povero  stato,
    s  come  egli  il  pi del tempo dimorava,  per la virt che poco era
    gradita da coloro che possono assai,  ud  ragionare  d'uno  abate  di
    Clign,  il quale si crede che sia il pi ricco prelato di sue entrate
    che abbia la Chiesa di Dio,  dal papa in fuori;  e  di  lui  ud  dire
    maravigliose  e  magnifiche cose in tener sempre corte e non esser mai
    ad alcuno, che andasse l dove egli fosse,  negato n mangiare n bere
    solo che quando l'abate mangiasse il domandasse. La qual cosa Primasso
    udendo,  s  come  uomo  che si dilettava di vedere i valenti uomini e
    signori,  diliber di volere andare a vedere la magnificenza di questo
    abate  e  domand quanto egli allora dimorasse presso a Parigi.  A che
    gli fu risposto che forse a sei miglia  ad  un  suo  luogo;  al  quale
    Primasso pens di potervi essere, movendosi la mattina a buona ora, ad
    ora di mangiare.
    Fattasi  adunque  la via insegnare,  non trovando alcun che v'andasse,
    temette non per isciagura gli venisse smarrita,  e cos potere  andare
    in  parte  dove cos tosto non troveria da mangiare;  per che,  se ci
    avvenisse,  acci che di mangiare non patisse disagio,  seco pens  di
    portare  tre  pani,  avvisando  che  dell'acqua  (  come  che ella gli
    piacesse poco) troverebbe in ogni parte.  E quegli  messisi  in  seno,
    prese  il  suo  cammino,  e  vennegli  s  ben fatto che avanti ora di
    mangiare  pervenne  l  dove  l'abate  era.  Ed  entrato  dentro  and
    riguardando per tutto, e veduta la gran moltitudine delle tavole messe
    e  il  grande  apparecchio della cucina e l'altre cose per lo desinare
    apprestate,  fra  se'  medesimo  disse:  -  Veramente    questi  cos
    magnifico  come  uom  dice -.  E stando alquanto intorno a queste cose
    attento,  il siniscalco dello abate (per ci che ora era di  mangiare)
    comand  che l'acqua si desse alle mani;  e,  data l'acqua,  mise ogni
    uomo a tavola.  E per avventura avvenne che Primasso fu messo a sedere
    appunto  dirimpetto  all'uscio della camera donde l'abate dovea uscire
    per venire nella sala a mangiare.
    Era in quella corte questa usanza, che in su le tavole n vino n pane
    n altre cose da mangiare o da bere si ponea giammai, se prima l'abate
    non veniva a sedere alla tavola Avendo adunque il siniscalco le tavole
    messe, fece dire all'abate che, qualora gli piacesse,  il mangiare era
    presto.
    L'abate  fece  aprir  la  camera  per venire nella sala,  e venendo si
    guard innanzi,  e per ventura il primo uomo che agli occhi gli  corse
    fu  Primasso,  il quale assai male era in arnese e cui egli per veduta
    non conoscea; e come veduto l'ebbe, incontanente gli corse nello animo
    un pensier cattivo e mai pi non statovi, e disse seco: Vedi a cui io
    do mangiare il mio! E tornandosi  addietro,  comand  che  la  camera
    fosse  serrata  e  domand  coloro  che appresso lui erano,  se alcuno
    conoscesse quel ribaldo che a  rimpetto  all'uscio  della  sua  camera
    sedeva alle tavole. Ciascuno rispose del no.
    Primasso,  il quale avea talento di mangiare, come colui che camminato
    avea e uso non era di digiunare,  avendo alquanto aspettato e veggendo
    che lo abate non veniva,  si trasse di seno l'un de' tre pani li quali
    portati avea,  e cominci a mangiare.  L'abate,  poi che  alquanto  fu
    stato,  comand  ad uno de' suoi famigliari che riguardasse se partito
    si fosse questo Primasso.
    Il famigliare rispose:
    - Messer no, anzi mangia pane, il quale mostra che egli seco recasse.
    Disse allora l'abate:
    - Or mangi del suo,  se egli n'ha,  ch del nostro  non  manger  egli
    oggi.
    Avrebbe  voluto  l'abate  che Primasso da se' stesso si fosse partito,
    per ci che accomiatarlo non gli pareva  far  bene.  Primasso,  avendo
    l'un  pane  mangiato,  e l'abate non vegnendo,  cominci a mangiare il
    secondo; il che similmente all'abate fu detto, che fatto avea guardare
    se partito si fosse.
    Ultimamente,  non venendo  l'abate,  Primasso,  mangiato  il  secondo,
    cominci  a mangiare il terzo;  il che ancora fu allo abate detto,  il
    quale seco stesso cominci a pensare e a dire: Deh questa che  novit
     oggi che nell'anima m' venuta?  che avarizia?  chente sdegno? e per
    cui? Io ho dato mangiare il mio, gi  molt'anni,  a chiunque mangiare
    n'ha  voluto,  senza  guardare  se gentile uomo  o villano,  povero o
    ricco. o mercatante o barattiere stato sia,  e ad infiniti ribaldi con
    l'occhio  me l'ho veduto straziare,  n mai nello animo m'entr questo
    pensiero che per costui mi c' oggi entrato.  Fermamente avarizia  non
    mi dee avere assalito per uomo di picciolo affare,  qualche gran fatto
    dee essere costui  che  ribaldo  mi  pare,  poscia  che  cos  mi  s'
    rintuzzato l'animo d'onorarlo.
    E,  cos  detto,  volle  sapere chi fosse,  e trovato ch'era Primasso,
    quivi venuto a vedere  della  sua  magnificenzia  quello  che  n'aveva
    udito,  il  quale  avendo  l'abate  per  fama  molto tempo davante per
    valente uom conosciuto,  si vergogn;  e,  vago di fare l'ammenda,  in
    molte maniere s'ingegn d'onorarlo.  E appresso mangiare,  secondo che
    alla sufficienza di Primasso si conveniva,  il fe' nobilmente  vestire
    e,  donatigli denari e un pallafreno, nel suo arbitrio rimise l'andare
    e lo stare.  Di che Primasso contento,  rendutegli  quelle  grazie  le
    quali pot maggiori,  a Parigi,  donde a pi partito s'era,  ritorn a
    cavallo.
    Messer  Cane,   il  quale  intendente   signore   era,   senza   altra
    dimostrazione alcuna ottimamente intese ci che dir volea Bergamino, e
    sorridendo gli disse:
    -  Bergamino,  assai  acconciamente hai mostrati i danni tuoi,  la tua
    virt e la mia avarizia e quel che da me disideri; e veramente mai pi
    che ora per te da avarizia assalito non fui; ma io la caccer con quel
    bastone che tu medesimo hai divisato.
    E fatto pagare l'oste di Bergamino,  e lui nobilissimamente d'una  sua
    roba  vestito,  datigli  denari  e un pallafreno,  nel suo piacere per
    quella volta rimise l'andare e lo stare.


    Giornata prima - Novella ottava.

    Guglielmo Borsiere con leggiadre parole trafigge l'avarizia di  messer
    Erminio de' Grimaldi.

    Sedeva appresso Filostrato Lauretta,  la quale,  poscia che udito ebbe
    lodare la 'ndustria di Bergamino e sentendo a lei convenir dire alcuna
    cosa, senza alcun comandamento aspettare,  piacevolmente cos cominci
    a parlare.
    La  precedente novella,  care compagne,  m'induce a voler dire come un
    valente uomo di corte similemente e non  senza  frutto  pugnesse  d'un
    ricchissimo mercatante la cupidigia;  la quale, perch l'effetto della
    passata somigli,  non vi dovr perci essere men  cara,  pensando  che
    bene n'addivenisse alla fine.
    Fu adunque in Genova,  buon tempo  passato,  un gentile uomo chiamato
    messere Ermino de' Grimaldi,  il quale (per quello che  da  tutti  era
    creduto)  di  grandissime  possessioni  e  di  denari  di  gran  lunga
    trapassava la ricchezza d'ogni altro ricchissimo cittadino che  allora
    si sapesse in Italia.  E s come egli di ricchezza ogni altro avanzava
    che italico fosse,  cos d'avarizia e di miseria ogni altro  misero  e
    avaro  che al mondo fosse soperchiava oltre misura;  per ci che,  non
    solamente in onorare altrui teneva la borsa  stretta,  ma  nelle  cose
    opportune  alla  sua  propria  persona,  contra il general costume de'
    genovesi che usi sono di nobilmente vestire,  sosteneva egli,  per non
    spendere,  difetti grandissimi,  e similmente nel mangiare e nel bere.
    Per la qual cosa,  e meritamente,  gli  era  de'  Grimaldi  caduto  il
    soprannome e solamente messer Ermino Avarizia era da tutti chiamato.
    Avvenne  che  in  questi  tempi  che  costui,  non  spendendo,  il suo
    multiplicava,  arriv a Genova un valente uomo di corte e costumato  e
    ben  parlante,  il  quale  fu  chiamato Guiglielmo Borsiere,  non miga
    simile a quelli li quali sono oggi, li quali,  non senza gran vergogna
    de'  corrotti  e  vituperevoli  costumi di coloro li quali al presente
    vogliono essere gentili uomini e signor chiamati e reputati,  sono pi
    tosto da dire asini nella bruttura di tutta la cattivit de' vilissimi
    uomini allevati, che nelle corti. E l dove a que' tempi soleva essere
    il  lor  mestiere  e  consumarsi  la lor fatica in trattar paci,  dove
    guerre o sdegni tra gentili uomini fosser nati,  o trattar  matrimoni,
    parentadi  e amist,  e con belli motti e leggiadri ricreare gli animi
    degli affaticati e sollazzar le corti, e con agre riprensioni, s come
    padri,  mordere i difetti  de'  cattivi,  e  questo  con  premi  assai
    leggieri;  oggid  in  rapportar male dall'uno all'altro,  in seminare
    zizzania,  in dire cattivit e tristizie,  e,  che  peggio,  in farle
    nella presenza degli uomini,  in rimproverare i mali, le vergogne e le
    tristezze vere e non vere l'uno all'altro,  e con false  lusinghe  gli
    animi gentili alle cose vili e scelerate ritrarre,  s'ingegnano il lor
    tempo di consumare;  e colui  pi caro avuto,  e  pi  da'  miseri  e
    scostumati signori onorato e con premi grandissimi essaltato,  che pi
    abominevoli parole dice o fa atti: gran  vergogna  e  biasimevole  del
    mondo  presente,  e  argomento  assai evidente che le virt,di qua gi
    dipartitesi, hanno nella feccia de' vizi i miseri viventi abbandonati.
    Ma,  tornando a ci che io cominciato avea,  da che giusto  sdegno  un
    poco  m'ha  trasviata  pi  che  io non credetti dico che il gi detto
    Guiglielmo da tutti i gentili uomini di Genova fu onorato e volentieri
    veduto.  Il quale,  essendo dimorato alquanti  giorni  nella  citt  e
    avendo  udite  molte  cose  della  miseria  e della avarizia di messer
    Ermino, il volle vedere.
    Messer Ermino aveva gi sentito come questo  Guiglielmo  Borsiere  era
    valente  uomo,  e pure avendo in se',  quantunque avaro fosse,  alcuna
    favilluzza di gentilezza, con parole assai amichevoli e con lieto viso
    il ricevette,  e con  lui  entr  in  molti  e  vari  ragionamenti,  e
    ragionando il men seco, insieme con altri genovesi che con lui erano,
    in una sua casa nuova,  la quale fatta avea fare assai bella;  e, dopo
    avergliele tutta mostrata, disse:
    - Deh,  messer Guiglielmo,  voi che avete e vedute e udite molte cose,
    saprestemi  voi  insegnare  cosa  alcuna  che  mai pi non fosse stata
    veduta,  la quale io potessi far dipignere nella sala  di  questa  mia
    casa?
    A cui Guiglielmo, udendo il suo mal conveniente parlare, rispose:
    -  Messere,  cosa  che  non fosse mai stata veduta non vi crederrei io
    sapere insegnare,  se ci non fosser gi  starnuti  o  cose  a  quegli
    somiglianti;  ma, se vi piace, io ve ne insegner bene una che voi non
    credo che vedeste giammai.
    Messere Ermino disse:
    - Deh,  io ve ne priego,  ditemi quale  dessa -;  non aspettando  lui
    quello dover rispondere che rispose.
    A cui Guiglielmo allora prestamente disse:
    - Fateci dipignere la Cortesia.
    Come  messere Ermino ud questa parola,  cos subitamente il prese una
    vergogna tale,  che ella ebbe forza di fargli mutare animo quasi tutto
    in contrario a quello che infino a quella ora aveva avuto, e disse:
    - Messer Guiglielmo, io la ci far dipignere in maniera che mai n voi
    n  altri  con  ragione  mi potr pi dire che io non l'abbia veduta e
    conosciuta.
    E da questo d innanzi (di tanta virt  fu  la  parola  da  Guiglielmo
    detta)  fu il pi liberale e il pi grazioso gentile uomo e quello che
    pi e cittadini e forestieri onor che altro che in  Genova  fosse  a'
    tempi suoi.

    Giornata prima - Novella nona.

    Il  re  di  Cipri,  da  una  donna  di Guascogna trafitto,  di cattivo
    valoroso diviene.

    Ad Elissa restava l'ultimo comandamento della reina;  la quale,  senza
    aspettarlo, tutta festevole cominci.
    Giovani  donne,  spesse  volte  gi  addivenne  che  quello  che varie
    riprensioni e molte pene date  ad  alcuno  non  hanno  potuto  in  lui
    adoperare, una parola molte volte per accidente, non che ex proposito,
    detta l'ha operato.  Il che assai bene appare nella novella raccontata
    dalla Lauretta,  e io ancora con un'altra assai brieve ve  lo  intendo
    dimostrare;  perch,  con  ci  sia  cosa  che  le buone sempre possan
    giovare,  con attento animo son da ricogliere,  chi che d'esse sia  il
    dicitore.
    Dico  adunque  che  n tempi del primo re di Cipri,  dopo il conquisto
    fatto della Terra Santa da  Gottifr  di  Buglione,  avvenne  che  una
    gentil  donna  di Guascogna in pellegrinaggio and al Sepolcro,  donde
    tornando,  in Cipri arrivata,  da alcuni scelerati uomini villanamente
    fu oltraggiata.  Di che ella senza alcuna consolazion dolendosi, pens
    d'andarsene a richiamare al re;  ma detto le  fu  per  alcuno  che  la
    fatica  si perderebbe,  perci che egli era di s rimessa vita e da s
    poco bene,  che,  non che egli l'altrui onte con giustizia vendicasse,
    anzi infinite con vituperevole vilt a lui fattene sosteneva; in tanto
    che  chiunque  avea  cruccio  alcuno,  quello col fargli alcuna onta o
    vergogna sfogava.
    La qual cosa udendo la donna,  disperata  della  vendetta,  ad  alcuna
    consolazione  della  sua  noia propose di voler mordere la miseria del
    detto re; e andatasene piagnendo davanti a lui, disse:
    - Signor mio,  io non vengo nella tua presenza  per  vendetta  che  io
    attenda  della  ingiuria che m' stata fatta,  ma in sodisfacimento di
    quella ti priego che tu m'insegni come tu sofferi quelle le  quali  io
    intendo  che  ti  son  fatte,  acci  che,  da te apparando,  io possa
    pazientemente la mia comportare; la quale,  sallo Iddio,  se io far lo
    potessi, volentieri la ti donerei, poi cos buon portatore ne se'.
    Il  re,  infino  allora  stato  tardo  e  pigro,  quasi  dal  sonno si
    risvegliasse,  cominciando dalla ingiuria fatta  a  questa  donna,  la
    quale  agramente vendic,  rigidissimo persecutore divenne di ciascuno
    che contro all'onore della sua corona alcuna cosa commettesse da  indi
    innanzi.




    Giornata prima - Novella decima.

    Maestro  Alberto  da  Bologna onestamente fa vergognare una donna,  la
    quale lui d'esser di lei innamorato voleva far vergognare.

    Restava, tacendo gi Elissa, l'ultima fatica del novellare alla reina,
    la quale, donnescamente cominciando a parlare, disse.
    Valorose giovani,  come n lucidi sereni sono le stelle ornamento  del
    cielo  e  nella primavera i fiori de' verdi prati,  cos de' laudevoli
    costumi e de' ragionamenti piacevoli sono i leggiadri motti. Li quali,
    per ci che brievi sono,  molto meglio  alle  donne  stanno  che  agli
    uomini,  in  quanto  pi alle donne che agli uomini il molto parlare e
    lungo,  quando senza esso si possa fare,  si disdisce,  come che  oggi
    poche  o  niuna  donna  rimasa  ci  sia,  la quale o ne 'ntenda alcuno
    leggiadro o a quello, se pur lo 'ntendesse, sappia rispondere: general
    vergogna e di noi e di tutte quelle che vivono.  Per  ci  che  quella
    virt  che gi fu nell'anime delle passate hanno le moderne rivolta in
    ornamenti del corpo;  e colei la quale si vede indosso  li  panni  pi
    screziati  e  pi  vergati e con pi fregi,  si crede dovere essere da
    molto pi tenuta e pi che l'altre onorata, non pensando che, se fosse
    chi addosso o in dosso gliele ponesse,  uno asino ne porterebbe troppo
    pi  che  alcuna  di  loro;  n  per ci pi da onorar sarebbe che uno
    asino.
    Io mi vergogno di dirlo,  per ci che contro all'altre non posso  dire
    che io contro a me non dica: queste cos fregiate,  cos dipinte, cos
    screziate,  o come statue di marmo mutole e insensibili stanno,  o  s
    rispondono,  se  sono  addomandate,  che  molto sarebbe meglio l'avere
    taciuto;  e fannosi a credere che da purit  d'animo  proceda  il  non
    saper  tra  le  donne  e  co'  valenti  uomini favellare,  e alla loro
    milensaggine hanno posto nome onest,  quasi niuna donna onesta sia se
    non  colei  che  colla  fante  o  colla  lavandaia o colla sua fornaia
    favella: il che se la natura avesse  voluto,  come  elle  si  fanno  a
    credere, per altro modo loro avrebbe limitato il cinguettare.
    E il vero che,  cos come nell'altre cose,  in questa da riguardare e
    il tempo e il luogo e con cui si favella; per ci che talvolta avviene
    che,  credendo alcuna donna o uomo con alcuna paroletta leggiadra fare
    altrui  arrossare,  non  avendo  bene  le sue forze con quelle di quel
    cotale misurate, quello rossore che in altrui ha creduto gittare sopra
    se' l'ha sentito tornare. Per che, acci che voi vi sappiate guardare,
    e oltre a questo acci che per  voi  non  si  possa  quello  proverbio
    intendere  che  comunemente  si dice per tutto,  cio che le femine in
    ogni cosa sempre pigliano il peggio,  questa ultima novella di  quelle
    d'oggi,   la  quale  a  me  tocca  di  dover  dire,  voglio  venerenda
    ammaestrate;  acci che come per  nobilt  d'animo  dall'altre  divise
    siete,  cos  ancora per eccellenzia di costumi separate dall'altre vi
    dimostriate.
    Egli non sono  ancora  molti  anni  passati,  che  in  Bologna  fu  un
    grandissimo  medico  e di chiara fama quasi a tutto 'l mondo,  e forse
    ancora vive,  il cui nome fu maestro Alberto.  Il quale,  essendo  gi
    vecchio di presso a settanta anni, tanta fu la nobilt del suo spirito
    che,  essendo  gi del corpo quasi ogni natural caldo partito,  in se'
    non schif di ricevere l'amorose fiamme;  perch avendo veduta ad  una
    festa  una  bellissima  donna  vedova,  chiamata,  secondo  che alcuni
    dicono,  madonna Malgherida de' Ghisolieri,  e piaciutagli sommamente,
    non  altrimenti che un giovinetto,  quelle nel maturo petto ricevette,
    in tanto che a lui non pareva quella notte  ben  riposare  che  il  d
    precedente  veduto  non  avesse  il  vago  e dilicato viso della bella
    donna.
    E per questo incominci a continuare, quando a pi e quando a cavallo,
    secondo che pi in destro gli venia,  la  via  davanti  alla  casa  di
    questa donna. Per la qual cosa ed ella e molte altre donne s'accorsero
    della cagione del suo passare, e pi volte insieme ne motteggiarono di
    vedere  uno  uomo,  cos antico d'anni e di senno,  innamorato,  quasi
    credessero questa  passione  piacevolissima  d'amore  solamente  nelle
    sciocche anime de' giovani e non in altra parte capere e dimorare.
    Per che, continuando il passare del maestro Alberto, avvenne un giorno
    di  festa  che,  essendo  questa  donna con molte altre donne a sedere
    davanti alla sua porta e avendo di lontano veduto il  maestro  Alberto
    verso  loro venire,  con lei insieme tutte si proposero di riceverlo e
    di  fargli  onore,   e  appresso  di  motteggiarlo   di   questo   suo
    innamoramento;  e  cos  fecero.  Per  ci  che,  levatesi tutte e lui
    invitato,  in una fresca corte il menarono,  dove di finissimi vini  e
    confetti  fecer  venire;  e al fine con assai belle e leggiadre parole
    come questo potesse essere,  che egli  di  questa  bella  donna  fosse
    innamorato,  il domandarono, sentendo esso lei da molti belli, gentili
    e leggiadri giovani essere amata.
    Il maestro,  sentendosi assai cortesemente pugnere,  fece lieto viso e
    rispose:
    -  Madonna,  che  io  ami,  questo  non dee esser maraviglia ad alcuno
    savio,  e spezialmente voi,  per che voi il valete.  E come che  agli
    antichi uomini sieno naturalmente tolte le forze le quali agli amorosi
    esercizi si richieggiono,  non  per ci lor tolta la buona volont n
    lo intendere quello che sia da essere amato, ma tanto pi dalla natura
    conosciuto,  quanto essi hanno pi di conoscimento che i  giovani.  La
    speranza  la  quale  mi  muove  che  io vecchio ami voi amata da molti
    giovani,   questa: io sono stato pi volte gi l dove io  ho  veduto
    merendarsi  le  donne e mangiare lupini e porri;  e come che nel porro
    niuna cosa sia buona, pur men reo e pi piacevole alla bocca  il capo
    di quello,  il quale voi generalmente,  da torto appetito  tirate,  il
    capo vi tenete in mano,  e manicate le frondi,  le quali non solamente
    non sono da cosa alcuna,  ma son di malvagio  sapore.  E  che  so  io,
    madonna, se nello eleggere degli amanti voi vi faceste il simigliante?
    E  se  voi il faceste,  io sarei colui che eletto sarei da voi,  e gli
    altri cacciati via.
    La gentil donna insieme coll'altre alquanto vergognandosi disse:
    - Maestro,  assai bene e cortesemente gastigate n'avete  della  nostra
    presuntuosa  impresa;  tuttavia  il  vostro amor m' caro,  s come di
    savio e valente uomo esser dee; e per ci, salva la mia onest, come a
    vostra cosa ogni vostro piacere m'imponete sicuramente.
    Il maestro, levatosi co' suoi compagni, ringrazi la donna,  e ridendo
    e  con  festa  da  lei preso commiato,  si part.  Cos la donna,  non
    guardando cui motteggiasse, credendo vincere, fu vinta: di che voi, se
    savie sarete, ottimamente vi guarderete.







    Giornata prima - Conclusione.

    Gi era il sole  inchinato  al  vespro,  e  in  gran  parte  il  caldo
    diminuito,  quando le novelle delle giovani donne e de' tre giovani si
    trovarono esser finite.  Per la qual cosa la loro reina  piacevolmente
    disse:
    - Omai,  care compagne,  niuna cosa resta pi a fare al mio reggimento
    per la presente giornata, se non darvi reina nuova, la quale di quella
    che  a venire,  secondo il suo giudicio,  la sua vita e la nostra  ad
    onesto  diletto  disponga;  e  quantunque il d paia di qui alla notte
    durare,  perci che chi alquanto non prende di tempo avanti  non  pare
    che  ben si possa provedere per l'avvenire,  e acci che quello che la
    reina  nuova  diliberer  esser  per  domattina  opportuno  si   possa
    preparare,   a   questa  ora  giudico  doversi  le  seguenti  giornate
    incominciare. E perci a reverenza di Colui a cui tutte le cose vivono
    e  consolazione  di  noi,   per  questa  seconda  giornata   Filomena,
    discretissima giovane, reina guider il nostro regno.
    E cos detto,  in pi levatasi e trattasi la ghirlanda dello alloro, a
    lei reverente la mise;  la quale essa prima e appresso tutte l'altre e
    i  giovani  similmente  salutaron  come  reina  e  alla  sua  signoria
    piacevolmente s'offersero.
    Filomena,  alquanto per vergogna  arrossata  veggendosi  coronata  del
    regno e ricordandosi delle parole poco avanti dette da Pampinea, acci
    che  milensa  non paresse,  ripreso l'ardire,  primieramente gli ufici
    dati da Pampinea riconferm,  e dispose quello  che  per  la  seguente
    mattina  e  per  la futura cena fare si dovesse,  quivi dimorando dove
    erano; e appresso cos cominci a parlare:
    - Carissime compagne,  quantunque Pampinea,  per sua cortesia pi  che
    per mia virt,  m'abbia di voi tutti fatta reina,  non sono io per ci
    disposta nella  forma  del  nostro  vivere  dovere  solamente  il  mio
    giudicio seguire, ma col mio il vostro insieme; e acci che quello che
    a  me  par di fare conosciate,  e per consequente aggiugnere e menomar
    possiate  a  vostro  piacere,  con  poche  parole  ve  lo  intendo  di
    dimostrare.  Se  io  ho  ben  riguardato alle maniere oggi da Pampinea
    tenute,  egli me le  pare  avere  parimente  laudevoli  e  dilettevoli
    conosciute;  e  per  ci  infino  a  tanto  che  elle,  o  per  troppa
    continuanza o per altra cagione, non ci divenisser noiose,  quelle non
    giudico da mutare.
    Dato adunque ordine a quello che abbiamo gi a fare cominciato, quinci
    levatici, alquanto n'andrem sollazzando, e come il sole sar per andar
    sotto,  ceneremo  per  lo  fresco,  e,  dopo alcune canzonette e altri
    sollazzi, sar ben fatto l'andarsi a dormire. Domattina, per lo fresco
    levatici,  similmente in alcuna parte n'andremo  sollazzando,  come  a
    ciascuno  sar  pi  a grado di fare,  e,  come oggi avem fatto,  cos
    all'ora debita torneremo a mangiare, balleremo, e da dormire levatici,
    come oggi state siamo,  qui al novellar torneremo,  nel quale  mi  par
    grandissima parte di piacere e d'utilit similmente consistere.
    E'  il vero che quello che Pampinea non pot fare,  per lo esser tardi
    eletta  al  reggimento,  io  il  voglio  cominciare  a  fare,  cio  a
    ristrignere dentro ad alcun termine quello di che dobbiamo novellare e
    davanti mostrarlovi,  acci che ciascuno abbia spazio di poter pensare
    ad alcuna bella novella sopra la  data  proposta  contare;  la  quale,
    quando  questo vi piaccia,  sia questa: che,  con ci sia cosa che dal
    principio del mondo gli uomini  sieno  stati  da  diversi  casi  della
    fortuna menati,  e saranno infino alla fine,  ciascun debba dire sopra
    questo: chi, da diverse cose infestato, sia,  oltre alla sua speranza,
    riuscito a lieto fine.
    Le  donne  e  gli  uomini parimente tutti questo ordine commendarono e
    quello dissero di seguire.  Dioneo solamente,  tutti gli altri tacendo
    gi, disse:
    -  Madonna,  come  tutti  questi  altri  hanno  detto,  cos  dico  io
    sommamente esser piacevole e commendabile l'ordine dato da voi;  ma di
    spezial  grazia  vi  chieggio  un  dono,  il  quale  voglio che mi sia
    confermato per infino a tanto che la nostra compagnia durer, il quale
     questo: che io a questa  legge  non  sia  costretto  di  dover  dire
    novella  secondo  la proposta data,  se io non vorr,  ma quale pi di
    dire mi piacer.  E acci che alcun non creda  che  io  questa  grazia
    voglia  s come uomo che delle novelle non abbia alle mani,  infino da
    ora son contento d'esser sempre l'ultimo che ragioni.
    La reina,  la quale lui e sollazzevole uomo  e  festevole  conoscea  e
    ottimamente  si  avvis  questo  lui non chiedere se non per dovere la
    brigata, se stanca fosse del ragionare,  rallegrare con alcuna novella
    da  ridere,  col  consentimento  degli  altri lietamente la grazia gli
    fece.
    E da seder levatasi, verso un rivo d'acqua chiarissima, il quale d'una
    montagnetta discendeva in una valle ombrosa da molti arbori  fra  vive
    pietre e verdi erbette, con lento passo se n'andarono. Quivi, scalze e
    colle  braccia nude per l'acqua andando,  cominciarono a prendere vari
    diletti fra se' medesime.  E appressandosi l'ora della cena,  verso il
    palagio tornatesi, con diletto cenarono.
    Dopo la qual cena, fatti venir gli strumenti, comand la reina che una
    danza fosse presa,  e quella menando la Lauretta,  Emilia cantasse una
    canzone,  dal leuto  di  Dioneo  aiutata.  Per  lo  qual  comandamento
    Lauretta prestamente prese una danza,  e quella men,  cantando Emilia
    la seguente canzone amorosamente:

    Io son s vaga della mia bellezza,
    che d'altro amor giammai
    non curer, n credo aver vaghezza.

    Io veggio in quella, ogn'ora ch'io mi specchio,
    quel ben che fa contento lo 'ntelletto,
    n accidente nuovo o pensier vecchio
    mi pu privar di si caro diletto.
    Qual altro dunque piacevole oggetto
    potrei veder giammai,
    che mi mettesse in cuor nuova vaghezza?

    Non fugge questo ben, qualor disio
    di rimirarlo in mia consolazione;
    anzi si fa incontro al piacer mio
    tanto soave a sentir, che sermone
    dir nol poria, ne prendere intenzione
    d'alcun mortal giammai,
    che non ardesse di cotal vaghezza.

    E io, che ciascun'ora pi m'accendo,
    quanto pi fiso gli occhi tengo in esso,
    tutta mi dono a lui, tutta mi rendo,
    gustando gi di ci ch'el m'ha promesso,
    e maggior gioia spero pi da presso
    s fatta, che giammai
    simil non si sent qui di vaghezza.

    Questa ballatetta finita,  alla qual tutti lietamente aveano risposto,
    ancor  che  alcuni  molto  alle parole di quella pensar facesse,  dopo
    alcune altre carolette fatte,  essendo gi una particella della brieve
    notte passata,  piacque alla reina di dar fine alla Giornata prima; e,
    fatti i torchi accendere,  comand che ciascuno infino  alla  seguente
    mattina  s'andasse  a  riposare;  per  che  ciascuno,  alla sua camera
    tornatosi, cos fece.

    Finisce la giornata prima del Decameron.









    Incomincia la seconda giornata,  nella quale.  sotto il reggimento  di
    Filomena,  sl ragiona di chi,  da diverse cose infestato,  sia,  oltre
    alla sua speranza, riuscito a lieto fine.

    Giornata seconda - Introduzione.

    Gi per tutto aveva il sol recato colla sua luce il nuovo giorno e gli
    uccelli,  su per gli verdi rami cantando piacevoli  versi,  ne  davano
    agli  orecchi  testimonianza,  quando parimente tutte le donne e i tre
    giovani levatisi ne' giardini se n'entrarono e le rugiadose  erbe  con
    lento  passo  scalpitando,  d'una  parte in un'altra,  belle ghirlande
    faccendosi,  per lungo spazio diportando  s'andarono.  E  s  come  il
    trapassato giorno avean fatto,  cos fecero il presente: per lo fresco
    avendo mangiato,  dopo alcun ballo s'andarono a riposare,  e da quello
    appresso  la nona levatisi,  come alla loro reina piacque,  nel fresco
    pratello venuti, a lei dintorno si posero a sedere.
    Ella,  la quale era formosa e di piacevole aspetto  molto,  della  sua
    ghirlanda  dello  alloro  coronata,  alquanto  stata  e  tutta  la sua
    compagnia riguardata nel viso,  a  Neifile  comand  che  alle  future
    novelle  con una desse principio;  la quale,  senza scusa alcuna fare,
    cos lieta cominci a parlare.

    Giornata seconda - Novella prima.

    Martellino,  infignendosi attratto,  sopra santo Arrigo  fa  vista  di
    guarire,  e,  conosciuto il suo inganno,   battuto, e poi, preso e in
    pericolo venuto d'esser impiccato per la gola, ultimamente scampa.

    Spesse volte,  carissime donne,  avvenne che chi altrui s' di beffare
    ingegnato,  e massimamente quelle cose che sono da reverire, s' colle
    beffe e talvolta col danno di s solo ritrovato. Il che,  acci che io
    al  comandamento  della  reina  ubbidisca  e principio dea con una mia
    novella  alla  proposta,  intendo  di  raccontarvi  quello  che  prima
    sventuratamente,   e   poi  fuori  di  tutto  il  suo  pensiero  assai
    felicemente, ad un nostro cittadino avvenisse.
    Era, non  ancora lungo tempo passato, un tedesco a Trivigi,  chiamato
    Arrigo, il quale, povero uomo essendo, di portar pesi a prezzo serviva
    chi il richiedeva;  e,  con questo, uomo di santissima vita e di buona
    era tenuto da tutti. Per la qual cosa, o vero o non vero che si fosse,
    morendo egli,  adivenne,  secondo  che  i  trivigiani  affermano,  che
    nell'ora  della  sua  morte le campane della maggior chiesa di Trivigi
    tutte, senza essere da alcuno tirate, cominciarono a sonare. Il che in
    luogo di miracolo avendo, questo Arrigo esser santo dicevano tutti;  e
    concorso  tutto  il  popolo  della  citt alla casa nella quale il suo
    corpo giaceva,  quello a guisa d'un corpo santo nella chiesa  maggiore
    ne  portarono,  menando  quivi  zoppi  attratti  e  ciechi  e altri di
    qualunque infermit o difetto  impediti,  quasi  tutti  dovessero  dal
    toccamento di questo corpo divenir sani.
    In  tanto  tumulto  e discorrimento di popolo,  avvenne che in Trivigi
    giunsero tre nostri cittadini,  de' quali l'uno era chiamato  Stecchi,
    l'altro Martellino e il terzo Marchese,  uomini li quali, le corti de'
    signori visitando,  di contraffarsi e con  nuovi  atti  contraffacendo
    qualunque  altro  uomo  li  veditori sollazzavano.  Li quali quivi non
    essendo stati giammai, veggendo correre ogni uomo,  si maravigliarono,
    e  udita  la cagione per che ci era,  disiderosi divennero d'andare a
    vedere. E poste le lor cose ad uno albergo, disse Marchese:
    - Noi vogliamo andare a veder questo santo;  ma io per me  non  veggio
    come  noi  vi  ci  possiam pervenire,  per ci che io ho inteso che la
    piazza  piena di tedeschi e d'altra gente armata,  la quale il signor
    di questa terra, acci che romor non si faccia, vi fa stare; e oltre a
    questo  la  chiesa,  per  quello che si dica,   s piena di gente che
    quasi niuna persona pi vi pu entrare.
    Martellino allora, che di veder questa cosa disiderava, disse:
    - Per questo non rimanga;  ch di  pervenire  infino  al  corpo  santo
    troverr io ben modo.
    Disse Marchese:
    - Come?
    Rispose Martellino:
    - Dicolti. Io mi contraffar a guisa d'uno attratto, e tu dall'un lato
    e Stecchi dall'altro,  come se io per me andar non potessi, mi verrete
    sostenendo,  faccendo sembianti di volermi l menare acci che  questo
    santo  mi guarisca;  egli non sar alcuno che veggendoci non ci faccia
    luogo,  e lascici andare.  A Marchese e a Stecchi piacque il modo;  e,
    senza  alcuno  indugio  usciti fuori dello albergo,  tutti e tre in un
    solitario luogo venuti, Martellino si storse in guisa le mani, le dita
    e le braccia e le gambe, e oltre a questo la bocca e gli occhi e tutto
    il viso,  che fiera cosa pareva a vedere;  n sarebbe stato alcuno che
    veduto l'avesse,  che non avesse detto lui veramente esser tutto della
    persona perduto rattratto.  E  preso  cos  fatto  da  Marchese  e  da
    Stecchi,  verso  la  chiesa  si  dirizzarono,  in vista tutti pieni di
    piet,  umilemente e per lo amor di  Dio  domandando  a  ciascuno  che
    dinanzi  lor  si  parava,  che loro luogo facesse;  il che agevolmente
    impetravano;  e in brieve,  riguardati da tutti,  e  quasi  per  tutto
    gridandosi -fa luogo,  fa luogo -, l pervennero ove il corpo di santo
    Arrigo era posto; e da certi gentili uomini, che v'erano dattorno,  fu
    Martellino  prestamente  preso  e sopra il corpo posto,  acci che per
    quello il beneficio della sanit acquistasse.
    Martellino,  essendo tutta la  gente  attenta  a  vedere  che  di  lui
    avvenisse, stato alquanto, cominci, come colui che ottimamente far lo
    sapeva,  a  far  sembiante  di distendere l'uno dediti,  e appresso la
    mano,  e poi il braccio,  e cos tutto a venirsi distendendo.  Il  che
    veggendo la gente, s gran romore in lode di santo Arrigo facevano che
    i tuoni non si sarieno potuti udire.
    Era per avventura un fiorentino vicino a questo luogo,  il quale molto
    bene conoscea Martellino,  ma per l'essere cos travolto quando vi  fu
    menato  non  lo  avea conosciuto;  il quale,  veggendolo ridirizzato e
    riconosciutolo, subitamente cominci a ridere e a dire:
    - Domine, fallo tristo! chi non avrebbe creduto, veggendol venire, che
    egli fosse stato attratto da dovero?
    Queste parole udirono alcuni  trivigiani,  li  quali  incontanente  il
    domandarono:
    - Come! Non era costui attratto?
    A'quali il fiorentino rispose:
    -  Non piaccia a Dio!  egli  sempre stato diritto come  qualunque di
    noi,  ma sa meglio che altro uomo,  come voi avete potuto vedere,  far
    queste ciance di contraffarsi in qualunque forma vuole.
    Come  costoro  ebbero  udito questo,  non bisogn pi avanti;  essi si
    fecero per forza innanzi e cominciarono a gridare:
    - Sia preso questo traditore e beffatore di Dio e de' santi, il quale,
    non essendo attratto,  per ischernire il nostro santo  e  noi,  qui  a
    guisa d'attratto  venuto.
    E cos dicendo il pigliarono,  e gi del luogo dove era il tirarono, e
    presolo per li capelli e stracciatigli tutti i  panni  in  dosso,  gli
    cominciarono  a  dare delle pugna e de' calci;  n parea a colui esser
    uomo, che a questo far non correa.  Martellino gridava merc per Dio e
    quanto poteva s'aiutava;  ma ci era niente: la calca gli multiplicava
    ogni ora addosso maggiore.
    La qual cosa veggendo Stecchi e Marchese,  cominciarono fra s a  dire
    che  la cosa stava male,  e di s medesimi dubitando,  non ardivano ad
    aiutarlo;  anzi con gli altri insieme  gridavano  ch'el  fosse  morto,
    avendo nondimeno pensiero tuttavia come trarre il potessero delle mani
    del popolo. Il quale fermamente l'avrebbe ucciso, se uno argomento non
    fosse stato,  il qual Marchese subitamente prese;  che, essendo ivi di
    fuori la famiglia tutta della signoria, Marchese, come pi tosto pot,
    n'and a colui che in luogo del podest v'era, e disse:
    - Merc per Dio!  egli  qua un malvagio uomo  che  m'ha  tagliata  la
    borsa  con ben cento fiorini d'oro;  io vi priego che voi il pigliate,
    s che io riabbia il mio.
    Subitamente, udito questo,  ben dodici de' sergenti corsero l dove il
    misero Martellino era senza pettine carminato,  e alle maggior fatiche
    del mondo rotta la calca,  loro tutto pesto e tutto rotto il  trassero
    delle mani e menaronnelo a palagio; dove molti seguitolo che da lui si
    tenevano scherniti,  avendo udito che per tagliaborse era stato preso,
    non parendo loro avere alcuno altro pi giusto titolo a fargli dar  la
    mala  ventura,  similemente  cominciarono  a  dire,  ciascuno  da  lui
    essergli stata tagliata la borsa.
    Le quali cose udendo il giudice del podest,  il quale era  un  ruvido
    uomo,   prestamente  da  parte  menatolo,   sopra  ci  'ncominci  ad
    esaminare.  Ma Martellino rispondea  motteggiando,  quasi  per  niente
    avesse quella presura;  di che il giudice turbato, fattolo legare alla
    colla,  parecchie tratte delle buone gli fece dare con animo di fargli
    confessare  ci  che  coloro dicevano,  per farlo poi appiccare per la
    gola.  Ma poi che egli fu in terra posto,  domandandolo il giudice  se
    ci  fosse vero che coloro incontro a lui dicevano,  non valendogli il
    dire di no, disse:
    - Signor mio, io son presto a confessarvi il vero, ma fatevi a ciascun
    che mi accusa dire quando e dove io gli tagliai la borsa, e io vi dir
    quello che io avr fatto, e quel che no.
    Disse il giudice:
    - Questo mi piace -;  e fattine alquanti chiamare,  l'uno  diceva  che
    gliele  avea  tagliata  otto  d  eran passati,  l'altro sei,  l'altro
    quattro, e alcuni dicevano quel d stesso.
    Il che udendo Martellino, disse:
    - Signor mio,  essi mentono tutti per la gola;  e che io dica il vero,
    questa  pruova  ve ne posso fare,  che cos non fossi io mai in questa
    terra entrato,  come io mal non ci fui,  se non da poco fa in  qua;  e
    come  io  giunsi,  per  mia  disavventura  andai a vedere questo corpo
    santo,  dove io sono stato pettinato come voi  potete  vedere;  e  che
    questo  che  io  dico  sia  vero,  ve ne pu far chiaro l'uficiale del
    signore il quale sta alle presentagioni,  e il  suo  libro,  e  ancora
    l'oste mio.  Per che, se cos trovate come io vi dico, non mi vogliate
    ad instanzia di questi malvagi uomini straziare e uccidere.
    Mentre le cose erano in questi termini,  Marchese e Stecchi,  li quali
    avevan  sentito  che  il  giudice  del podest fieramente contro a lui
    procedeva, e gi l'aveva collato, temetter forte,  seco dicendo: "Male
    abbiam  procacciato;  noi  abbiamo  costui  tratto  della  padella,  e
    gittatolo nel fuoco". Per che, con ogni sollecitudine dandosi attorno,
    e l'oste loro ritrovato,  come il fatto era gli raccontarono.  Di  che
    esso  ridendo,  gli  men  ad un Sandro Agolanti,  il quale in Trivigi
    abitava e appresso al signore avea  grande  stato,  e  ogni  cosa  per
    ordine dettagli, con loro insieme il preg che de' fatti di Martellino
    gli tenesse.
    Sandro,  dopo  molte  risa,  andatosene  al  signore,  impetr che per
    Martellino fosse mandato,  e cos fu.  Il quale  coloro  che  per  lui
    andarono  trovarono  ancora  in  camicia  dinanzi al giudice,  e tutto
    smarrito e pauroso forte,  perci che il giudice  niuna  cosa  in  sua
    scusa  voleva  udire;  anzi,  per  avventura  avendo  alcuno  odio  n
    fiorentini,  del tutto era disposto a volerlo  fare  impiccar  per  la
    gola,  e  in niuna guisa rendere il voleva al signore,  infino a tanto
    che costretto non fu di renderlo a suo dispetto.  Al quale poich egli
    fu  davanti,  e  ogni  cosa per ordine dettagli,  porse prieghi che in
    luogo di somma grazia via il lasciasse andare; per ci che, infino che
    in Firenze non fosse, sempre gli parrebbe il capestro aver nella gola.
    Il signore fece grandissime risa di  cos  fatto  accidente;  e  fatta
    donare  una roba per uomo,  oltre alla speranza di tutti e tre di cos
    gran pericolo usciti, sani e salvi se ne tornarono a casa loro.












    Giornata seconda - Novella seconda.

    Rinaldo d'Esti,  rubato,  capita a Castel Guiglielmo ed  albergato da
    una donna vedova e,  de' suoi danni ristorato, sano e salvo si torna a
    casa sua.

    Degli accidenti di Martellino da Neifile raccontati senza modo  risero
    le donne,  e massimamente tra' giovani Filostrato,  al quale,  per ci
    che appresso di Neifile sedea,  comand la  reina  che  novellando  la
    seguitasse. Il quale senza indugio alcuno incominci.
    Belle donne,  a raccontarsi mi tira una novella di cose catoliche e di
    sciagure e d'amore in parte mescolata,  la quale per avventura non fia
    altro  che utile avere udita;  e spezialmente a coloro li quali per li
    dubbiosi paesi d'amore sono camminanti, n quali,  chi non ha detto il
    paternostro  di  san  Giuliano,  spesse  volte,  ancora che abbia buon
    letto, alberga male.
    Era adunque,  al tempo del marchese Azzo  da  Ferrara,  un  mercatante
    chiamato  Rinaldo  d'Esti  per sue bisogne venuto a Bologna;  le quali
    avendo fornite e a casa tornandosi,  avvenne che,  uscito di Ferrara e
    cavalcando  verso  Verona,  s'abbatt  in  alcuni  li quali mercatanti
    parevano ed erano masnadieri e uomini di malvagia vita  e  condizione,
    con li quali ragionando incautamente s'accompagn.
    Costoro, veggendol mercatante e stimando lui dover portar danari, seco
    diliberarono che, come prima tempo si vedessero, di rubarlo; e perci,
    acci  che  egli  niuna suspezion prendesse,  come uomini modesti e di
    buona condizione,  pure d'oneste cose e di  lealt  andavano  con  lui
    favellando,  rendendosi,  in  ci  che  potevano  e sapevano,  umili e
    benigni verso di lui;  per che egli di avergli trovati si reputava  in
    gran ventura, per ci che solo era con uno suo fante a cavallo. E cos
    camminando,  d'una  cosa  in  altra,  come  n ragionamenti addiviene,
    trapassando,  caddero in sul ragionare delle orazioni che  gli  uomini
    fanno  a  Dio;  e  l'un  de'  masnadieri,  che erano tre,  disse verso
    Rinaldo:
    - E voi, gentile uomo, che orazione usate di dir camminando?
    Al quale Rinaldo rispose:
    - Nel vero io sono uomo di queste cose  assai  materiale  e  rozzo,  e
    poche orazioni ho per le mani,  s come colui che mi vivo all'antica e
    lascio correr due soldi  per  ventiquattro  denari;  ma  nondimeno  ho
    sempre  avuto  in  costume  camminando di dir la mattina,  quando esco
    dell'albergo,  un paternostro e una avemaria per l'anima del  padre  e
    della  madre di san Giuliano,  dopo il quale io priego Iddio e lui che
    la seguente notte mi deano buono albergo.  E assai volte gi de'  miei
    d  sono stato camminando in gran pericoli,  de' quali tutti scampato,
    pur sono la notte poi stato in buon luogo e bene albergato; per che io
    porto ferma credenza che san Giuliano, a cui onore io il dico, m'abbia
    questa grazia impetrata da Dio;  n  mi  parrebbe  il  d  ben  potere
    andare, n dovere la notte vegnente bene arrivare, che io non l'avessi
    la mattina detto.
    A cui colui, che domandato l'avea, disse:
    - E istamane dicestel voi?
    A cui Rinaldo rispose:
    - S bene.
    Allora  quegli  che gi sapeva come andar doveva il fatto,  disse seco
    medesimo: "Al bisogno ti fia venuto; ch, se fallito non ci viene, per
    mio avviso tu albergherai pur male"; e poi gli disse:
    - Io similmente ho gi molto camminato, e mai nol dissi, quantunque io
    l'abbia a molti molto gi udito commendare,  n giammai non  m'avvenne
    che io per ci altro che bene albergassi;  e questa sera per avventura
    ve ne potrete avvedere chi meglio albergher,  o voi che detto l'avete
    o io che non l'ho detto.  Bene  il vero che io uso in luogo di quello
    il Dirupisti, o la 'ntemerata, o il Deprofundi, che sono,  secondo che
    una mia avola mi soleva dire, di grandissima virt.
    E cos di varie cose parlando e al lor cammin procedendo, e aspettando
    luogo e tempo al loro malvagio proponimento,  avvenne che, essendo gi
    tardi, di l da Castel Guiglielmo, al valicare d'un fiume, questi tre,
    veggendo l'ora tarda e il luogo solitario  e  chiuso,  assalitolo,  il
    rubarono, e lui a pi e in camicia lasciato, partendosi dissero:
    -  Va  e  sappi  se  il  tuo  san  Giuliano questa notte ti dar buono
    albergo,  ch il nostro il dar bene a noi -;  e,  valicato il  fiume,
    andaron via.
    Il fante di Rinaldo veggendolo assalire,  come cattivo,  niuna cosa al
    suo aiuto adoper,  ma,  volto il cavallo sopra il quale era,  non  si
    ritenne di correre s fu a Castel Guiglielmo, e in quello, essendo gi
    sera,  entrato, senza darsi altro impaccio, alberg. Rinaldo rimaso in
    camicia e scalzo, essendo il freddo grande e nevicando tuttavia forte,
    non sappiendo che farsi, veggendo gi sopravvenuta la notte,  tremando
    e battendo i denti, cominci a riguardare se dattorno alcun ricetto si
    vedesse, dove la notte potesse stare, che non si morisse di freddo; ma
    niun  veggendone  (per ci che poco davanti essendo stata guerra nella
    contrada v'era ogni cosa arsa), sospinto dalla freddura,  trottando si
    dirizz verso Castel Guiglielmo, non sappiendo perci che il suo fante
    l o altrove si fosse fuggito, pensando, se dentro entrare vi potesse,
    qual che soccorso gli manderebbe Iddio.
    Ma  la  notte oscura il soprapprese di lungi dal castello presso ad un
    miglio;  per la quale cosa s tardi vi giunse che,  essendo  le  porti
    serrate e i ponti levati, entrar non vi pot dentro. Laonde, dolente e
    isconsolato,  piagnendo  guardava dintorno dove porre si potesse,  che
    almeno addosso non gli nevicasse;  e per avventura vide una casa sopra
    le mura del castello sportata alquanto in fuori, sotto il quale sporto
    diliber  d'andarsi a stare infino al giorno;  e l andatosene e sotto
    quello sporto trovato un uscio,  come che  serrato  fosse,  a  pi  di
    quello  ragunato  alquanto  di pagliericcio che vicin v'era,  tristo e
    dolente si pose a  stare,  spesse  volte  dolendosi  a  san  Giuliano,
    dicendo  questo  non  essere  della  fede  che  aveva  in lui.  Ma san
    Giuliano, avendo a lui riguardo,  senza troppo indugio gli apparecchi
    buono albergo.
    Egli  era  in  questo castello una donna vedova,  del corpo bellissima
    quanto alcuna altra,  la quale il marchese Azzo amava quanto  la  vita
    sua, e quivi ad instanzia di s la facea stare. E dimorava la predetta
    donna in quella casa, sotto lo sporto della quale Rinaldo s'era andato
    a  dimorare.  Ed  era  il  d  dinanzi per avventura il marchese quivi
    venuto per doversi la notte giacere con essolei,  e  in  casa  di  lei
    medesima tacitamente aveva fatto fare un bagno,  e nobilmente da cena.
    Ed essendo ogni cosa presta,  e niun'altra  cosa  che  la  venuta  del
    marchese era da lei aspettata, avvenne che un fante giunse alla porta,
    il  quale  rec  novelle  al marchese,  per le quali a lui subitamente
    cavalcar convenne; per la qual cosa, mandato a dire alla donna che non
    lo  attendesse,  prestamente  and  via.   Onde  la  donna,   un  poco
    sconsolata,  non  sappiendo  che  farsi,  deliber d'entrare nel bagno
    fatto per lo marchese,  e poi cenare e andarsi al letto;  e  cos  nel
    bagno se n'entr.
    Era  questo  bagno  vicino  all'uscio  dove  il meschino Rinaldo s'era
    accostato fuori della terra; per che, stando la donna nel bagno, sent
    il pianto e 'l tremito che Rinaldo faceva,  il quale pareva  diventato
    una cicogna. Laonde, chiamata la sua fante, le disse:
    -  Va  su e guarda fuor del muro a pi di questo uscio chi v',  e chi
    egli , e quel ch'el vi fa.
    La fante and,  e aiutandola la chiarit  dell'aere,  vide  costui  in
    camicia e scalzo quivi sedersi come detto ,  tremando forte;  per che
    ella il domand chi el fosse. E Rinaldo,  s forte tremando che appena
    poteva le parole formare,  chi el fosse e come e perch quivi,  quanto
    pi brieve pot,  le disse;  e poi pietosamente la cominci a  pregare
    che,  se  esser  potesse,  quivi  non  lo lasciasse di freddo la notte
    morire.
    La fante,  divenutane pietosa,  torn alla donna e ogni cosa le disse.
    La  qual  similmente  piet avendone,  ricordatasi che di quello uscio
    aveva la chiave,  il quale alcuna volta serviva alle  occulte  entrate
    del marchese, disse:
    -  Va,  e  pianamente  gli  apri;  qui  questa cena,  e non saria chi
    mangiarla, e da poterlo albergare ci  assai.
    La fante di questa umanit avendo molto commendata la donna, and e s
    gli aperse, e dentro messolo,  quasi assiderato veggendolo,  gli disse
    la donna:
    - Tosto, buono uomo, entra in quel bagno, il quale ancora  caldo.
    Ed egli questo,  senza pi inviti aspettare,  di voglia fece;  e tutto
    dalla caldezza di quello riconfortato,  da  morte  a  vita  gli  parve
    essere tornato. La donna gli fece apprestare panni stati del marito di
    lei,  poco  tempo davanti morto,  li quali come vestiti s'ebbe,  a suo
    dosso fatti parevano; e aspettando quello che la donna gli comandasse,
    incominci a ringraziare Iddio e  san  Giuliano  che  di  s  malvagia
    notte, come egli aspettava, l'avevano liberato, e a buono albergo, per
    quello che gli pareva, condotto
    Appresso  questo  la  donna alquanto riposatasi,  avendo fatto fare un
    grandissimo fuoco in una sua camminata,  in quella se ne venne,  e del
    buono uomo domand che ne fosse. A cui la fante rispose:
    - Madonna,  egli s' rivestito, ed  un bello uomo e par persona molto
    da bene e costumato.
    - Va dunque,  - disse la donna - e chiamalo,  e digli che  qua  se  ne
    venga al fuoco, e s cener, ch so che cenato non ha.
    Rinaldo  nella  camminata  entrato,  e  veggendo la donna,  e da molto
    parendogli,  reverentemente la salut,  e quelle grazie le quali seppe
    maggiori  del  beneficio  fattogli  le  rende'.  La donna,  vedutolo e
    uditolo,  e  parendole  quello  che  la  fante  dicea,  lietamente  il
    ricevette e seco al fuoco familiarmente il f sedere e dello accidente
    che  quivi  condotto l'avea il domand.  Alla quale Rinaldo per ordine
    ogni cosa narr.
    Aveva la donna,  nel venire del fante  di  Rinaldo  nel  castello,  di
    questo  alcuna  cosa  sentita,  per  che ella ci che da lui era detto
    interamente credette;  e s gli disse ci che del suo fante  sapeva  e
    come  leggiermente  la mattina appresso ritrovare il potrebbe.  Ma poi
    che la tavola fu messa, come la donna volle, Rinaldo,  con lei insieme
    le mani lavatesi, si pose a cenare.
    Egli  era  grande  della  persona  e  bello  e piacevole nel viso e di
    maniere assai laudevoli e graziose e giovane di mezza et; al quale la
    donna avendo pi volte posto l'occhio addosso e molto commendatolo,  e
    gi,  per  lo  marchese  che  con  lei  dovea  venire  a giacersi,  il
    concupiscibile appetito avendo desto nella mente,  dopo  la  cena,  da
    tavola levatasi,  colla sua fante si consigli se ben fatto le paresse
    che ella,  poi che il marchese beffata l'avea,  usasse quel  bene  che
    innanzi l'avea la fortuna mandato.  La fante,  conoscendo il disiderio
    della sua donna,  quanto pot e seppe a seguirlo la confort;  per che
    la  donna,  al  fuoco  tornatasi,  dove  Rinaldo  solo lasciato aveva,
    cominciatolo amorosamente a guardare, gli disse:
    - Deh, Rinaldo, perch state voi cos pensoso?  Non credete voi potere
    essere  ristorato  d'un  cavallo  e  d'alquanti  panni che voi abbiate
    perduti?  Confortatevi,  state lietamente,  voi siete in casa  vostra;
    anzi  vi  voglio  dire  pi avanti,  che,  veggendovi cotesti panni in
    dosso, li quali del mio morto marito furono,  parendomi voi pur desso,
    m'  venuto  stasera  forse  cento  volte  voglia  d'abbracciarvi e di
    baciarvi;  e,  se io non avessi temuto che dispiaciuto vi  fosse,  per
    certo io l'avrei fatto.
    Rinaldo,  queste parole udendo e il lampeggiar degli occhi della donna
    veggendo, come colui che mentecatto non era,  fattolesi incontro colle
    braccia aperte, disse:
    -  Madonna,  pensando che io per voi possa omai sempre dire che io sia
    vivo, a quello guardando donde torre mi faceste, gran villania sarebbe
    la mia se io ogni cosa che a grado vi fosse non m'ingegnassi di  fare;
    e  per contentate il piacer vostro d'abbracciarmi e di baciarmi,  ch
    io abbraccer e bacer voi vie pi che volentieri.
    Oltre a queste non bisognar pi parole. La donna,  che tutta d'amoroso
    disio ardeva,  prestamente gli si gitt nelle braccia; e poi che mille
    volte,  disiderosamente strignendolo,  baciato l'ebbe e altrettante da
    lui  fu  baciata,  levatisi di quindi,  nella camera se n'andarono,  e
    senza niuno indugio coricatisi, pienamente e molte volte,  anzi che il
    giorno venisse, i lor disii adempierono.
    Ma poi che ad apparire cominci l'aurora,  s come alla donna piacque,
    levatisi,  acci che questa cosa non si potesse presummere per alcuno,
    datigli  alcuni  panni assai cattivi ed empiutagli la borsa di denari,
    pregandolo che questo tenesse celato, avendogli prima mostrato che via
    tener dovesse a venir dentro a ritrovare  il  fante  suo,  per  quello
    usciolo onde era entrato, il mise fuori.
    Egli,  fatto d chiaro,  mostrando di venire di pi lontano, aperte le
    porti, entr nel castello e ritrov il suo fante; per che, rivestitosi
    de' panni suoi che nella valigia erano,  e volendo montare  in  su  'l
    cavallo  del  fante,  quasi  per  divino miracolo addivenne che li tre
    masnadieri che la sera davanti rubato l'aveano, per altro maleficio da
    loro fatto poco poi appresso presi, furono in quel castello menati,  e
    per  confessione  da  loro  medesimi  fatta,  gli fu restituito il suo
    cavallo,  i panni e i danari,  n  ne  perd  altro  che  un  paio  di
    cintolini,   dei   quali  non  sapevano  i  masnadieri  che  fatto  se
    n'avessero.
    Per la qual cosa Rinaldo,  Iddio e san Giuliano ringraziando,  mont a
    cavallo  e  sano e salvo ritorn a casa sua;  e i tre masnadieri il d
    seguente andarono a dar de' calci a rovaio.






    Giornata seconda - Novella terza.

    Tre giovani, male il loro avere spendendo, impoveriscono; dei quali un
    nepote con uno abate accontatosi tornandosi a casa per disperato,  lui
    truova  essere  la  figliuola  del re d'lnghilterra,  la quale lui per
    marito prende e de' suoi zii ogni danno ristora,  tornandogli in buono
    stato.

    Furono  con ammirazione ascoltati i casi di Rinaldo d'Esti dalle donne
    e d giovani,  e la sua divozion commendata,  e Iddio e  san  Giuliano
    ringraziati,   che  al  suo  bisogno  maggiore  gli  avevano  prestato
    soccorso. N fu per ci (quantunque cotal mezzo di nascoso si dicesse)
    la donna reputata sciocca, che saputo aveva pigliare il bene che Iddio
    a casa l'aveva mandato.  E mentre che della buona notte che colei ebbe
    sogghignando si ragionava, Pampinea, che s allato allato a Filostrato
    vedea, avvisando, s come avvenne, che a lei la volta dovesse toccare,
    in  s  stessa recatasi,  quel che dovesse dire cominci a pensare;  e
    dopo il comandamento della reina,  non meno  ardita  che  lieta,  cos
    cominci  a  parlare.  Valorose  donne,  quanto pi si parla de' fatti
    della Fortuna, tanto pi,  a chi vuole le sue cose ben riguardare,  ne
    resta  a  poter  dire;   e  di  ci  niuno  dee  aver  maraviglia,  se
    discretamente pensa che tutte  le  cose,  le  quali  noi  scioccamente
    nostre  chiamiamo,  sieno  nelle  sue  mani,  e per conseguente da lei
    secondo il suo occulto giudicio,  senza alcuna posa d'uno in  altro  e
    d'altro in uno successivamente, senza alcuno conosciuto ordine da noi,
    esser da lei permutate. Il che, quantunque con piena fede in ogni cosa
    e  tutto  il  giorno  si  mostri,  e ancora in alcune novelle di sopra
    mostrato sia,  nondimeno,  piacendo alla nostra reina che sopra ci si
    favelli,  forse  non  senza  utilit  degli ascoltanti aggiugner alle
    dette una mia novella, la quale avviso dovr piacere.
    Fu gi nella nostra citt un cavaliere, il cui nome fu messer Tebaldo,
    il quale,  secondo che alcuni  vogliono,  fu  de'  Lamberti;  e  altri
    affermano lui essere stato degli Agolanti,  forse pi dal mestiere de'
    figliuoli di lui poscia  fatto,  conforme  a  quello  che  sempre  gli
    Agolanti hanno fatto e fanno,  prendendo argomento,  che da altro. Ma,
    lasciando stare di quale delle due case si fosse,  dico che esso fu n
    suoi tempi ricchissimo cavaliere,  ed ebbe tre figliuoli, de' quali il
    primo ebbe nome Lamberto, il secondo Tedaldo, e il terzo Agolante, gi
    belli e leggiadri giovani,  quantunque il maggiore a diciotto anni non
    aggiugnesse, quando esso messer Tebaldo ricchissimo venne a morte, e a
    loro, s come a legittimi suoi eredi, ogni suo bene e mobile e stabile
    lasci.
    Li   quali,   veggendosi   rimasi  ricchissimi  e  di  contanti  e  di
    possessioni, senza alcuno altro governo che del loro medesimo piacere,
    senza  alcuno  freno  o  ritegno  cominciarono  a  spendere,   tenendo
    grandissima  famiglia  e  molti  e  buoni  cavalli  e cani e uccelli e
    continuamente  corte,  donando  e  armeggiando,  e  faccendo  ci  non
    solamente  che  a  gentili  uomini s'appartiene,  ma ancora quello che
    nello appetito loro giovenile cadeva  di  voler  fare.  N  lungamente
    fecer  cotal vita,che il tesoro lasciato loro dal padre venne meno;  e
    non  bastando  alle  cominciate  spese  seguire   le   loro   rendite,
    cominciarono  a  impegnare e a vendere le possessioni;  e oggi l'una e
    doman l'altra vendendo,  appena s'avvidero che quasi al niente  venuti
    furono,  e  aperse  loro  gli occhi la povert,  li quali la ricchezza
    aveva tenuti chiusi.
    Per la qual cosa Lamberto,  chiamati un giorno gli  altri  due,  disse
    loro  qual  fosse  l'orrevolezza  del padre stata e quanta la loro,  e
    quale la lor  ricchezza  e  chente  la  povert  nella  quale  per  lo
    disordinato loro spendere eran venuti; e, come seppe il meglio, avanti
    che  pi  della lor miseria apparisse,  gli confort con lui insieme a
    vendere quel poco che rimaso era loro e andarsene via;  e cos fecero.
    E, senza commiato chiedere o fare alcuna pompa, di Firenze usciti, non
    si  ritenner  s furono in Inghilterra;  e quivi,  presa in Londra una
    casetta,   faccendo  sottilissime  spese,   agramente  cominciarono  a
    prestare ad usura;  e s fu in questo loro favorevole la fortuna,  che
    in pochi anni grandissima quantit di denari avanzarono.
    Per la qual cosa con quelli,  successivamente or l'uno  or  l'altro  a
    Firenze tornandosi,  gran parte delle lor possessioni ricomperarono, e
    molte  dell'altre  comperar  sopra  quelle,   e  presero   moglie;   e
    continuamente in Inghilterra prestando,  ad attendere a' fatti loro un
    giovane loro nepote,  che avea nome  Alessandro,  mandarono,  ed  essi
    tutti  e tre a Firenze avendo dimenticato a qual partito gli avesse lo
    sconcio spendere altra volta recati,  nonostante che in famiglia tutti
    venuti  fossero,  pi  che  mai strabocchevolmente spendevano ed erano
    sommamente creduti da ogni  mercatante,  e  d'ogni  gran  quantit  di
    danari. Le quali spese alquanti anni aiut loro sostenere la moneta da
    Alessandro  loro  mandata,  il quale messo s'era in prestare a' baroni
    sopra castella e altre loro entrate,  le quali di gran vantaggio  bene
    gli rispondevano.
    E  mentre cos i tre fratelli largamente spendeano,  e mancando denari
    accattavano,  avendo sempre la speranza ferma in Inghilterra,  avvenne
    che,  contro  alla  oppinion  d'ogni  uomo,  nacque in Inghilterra una
    guerra tra il re e un suo figliuolo,  per la  qual  tutta  l'isola  si
    divise,  e  chi  tenea  con  l'uno e chi coll'altro;  per la qual cosa
    furono tutte le castella de' baroni tolte  ad  Alessandro,  n  alcuna
    altra  rendita era che di niente gli rispondesse.  E sperandosi che di
    giorno in giorno tra 'l figliuolo e 'l padre dovesse esser pace, e per
    conseguente ogni cosa restituita ad Alessandro,  e merito e  capitale,
    Alessandro dell'isola non si partiva, e i tre fratelli, che in Firenze
    erano, in niuna cosa le loro spese grandissime limitavano, ogni giorno
    pi accattando.
     Ma  poi  che  in pi anni niuno effetto seguire si vide alla speranza
    avuta,  li tre fratelli  non  solamente  la  credenza  perderono,  ma,
    volendo  coloro  che  aver  doveano  esser pagati,  furono subitamente
    presi;  e non  bastando  al  pagamento  le  lor  possessioni,  per  lo
    rimanente  rimasono  in  prigione,  e  le  lor  donne  e  i  figliuoli
    piccioletti qual se ne and in contado e qual  qua  e  qual  l  assai
    poveramente  in arnese,  pi non sappiendo che aspettare si dovessono,
    se non misera vita sempre.
     Alessandro,  il quale in Inghilterra la pace pi anni aspettata avea,
    veggendo  che  ella  non  venia  e parendogli quivi non meno in dubbio
    della vita sua che invano dimorare, di liberato di tornarsi in Italia,
    tutto soletto si mise in cammino.  E per ventura di  Bruggia  uscendo,
    vide   n'usciva   similmente   uno   abate  bianco  con  molti  monaci
    accompagnato e con molta famiglia e con gran salmeria avanti, al quale
    appresso venieno due cavalieri antichi e parenti del re, co' quali, s
    come con conoscenti,  Alessandro accontatosi,  da loro in compagnia fu
    volentieri  ricevuto.   Camminando  adunque  Alessandro  con  costoro,
    dolcemente gli domand chi fossero i monaci  che  con  tanta  famiglia
    cavalcavano  avanti  e  dove  andassono.  Al quale l'uno de' cavalieri
    rispose:
    - Questi che avanti cavalca  un giovinetto nostro parente, nuovamente
    eletto abate d'una delle maggior badie d'lnghilterra;  e per  ci  che
    egli    pi  giovane  che  per  le  leggi  non  conceduto a s fatta
    dignit,  andiam noi con esso lui a Roma ad impetrare dal Santo  Padre
    che nel difetto della troppo giovane et dispensi con lui,  e appresso
    nella dignit il confermi; ma ci non si vuol con alcuno ragionare.
    Camminando adunque il novello abate ora avanti e ora appresso alla sua
    famiglia,  s come noi tutto il giorno veggiamo per  cammino  avvenire
    de' signori,  gli venne nel cammino presso di s veduto Alessandro, il
    quale era giovane assai,  di persona e di viso bellissimo,  e,  quanto
    alcuno altro esser potesse,  costumato e piacevole e di bella maniera;
    il quale maravigliosamente nella prima vista gli  piacque  quanto  mai
    alcuna  altra  cosa  gli  fosse piaciuta e,  chiamatolo a s,  con lui
    cominci piacevolmente a ragionare e domandar chi fosse, donde venisse
    e dove andasse.  Al quale Alessandro ogni suo stato liberamente aperse
    e  sodisfece  alla  sua domanda e s ad ogni suo servigio,  quantunque
    poco potesse, offerse.
    L'abate, udendo il suo ragionare bello e ordinato,  e pi partitamente
    i  suoi  costumi  considerando  e lui seco estimando,  come che il suo
    mestiere fosse stato servile,  essere gentile uomo,  pi del piacer di
    lui  s'accese e,  gi pieno di compassion divenuto delle sue sciagure,
    assai familiarmente il confort e  gli  disse  che  a  buona  speranza
    stesse,   per  ci  che,   se  valente  uom  fosse,  ancora  Iddio  il
    riporterebbe l onde la fortuna l'aveva gittato,  e  pi  ad  alto;  e
    pregollo che,  poi verso Toscana andava,  gli piacesse d'essere in sua
    compagnia,  con  ci  fosse  cosa  che  esso  l  similmente  andasse.
    Alessandro gli rend grazie del conforto e s ad ogni suo comandamento
    disse esser presto.
    Camminando  adunque  l'abate,  al  quale  nuove cose si volgean per lo
    petto  del  veduto  Alessandro,  avvenne  che  dopo  pi  giorni  essi
    pervennero  ad  una villa,  la quale non era troppo riccamente fornita
    d'alberghi;  e volendo quivi l'abate  albergare,  Alessandro  in  casa
    d'uno  oste,  il  quale assai suo dimestico era,  il fece smontare,  e
    fecegli la sua camera fare nel meno  disagiato  luogo  della  casa;  e
    quasi gi divenuto uno siniscalco dello abate, s come colui che molto
    era pratico, come il meglio si pot per la villa allogata tutta la sua
    famiglia  chi qua e chi l,  avendo l'abate cenato e gi essendo buona
    pezza di notte e ogni uomo andato a dormire, Alessandro domand l'oste
    l dove esso potesse dormire. Al quale l'oste rispose:
    - In verit io non so; tu vedi che ogni cosa  pieno,  e puoi veder me
    e la mia famiglia dormir su per le panche; tuttavia nella camera dello
    abate  sono  certi  granai,    quali io ti posso menare e porrovvi su
    alcun letticello, e quivi, se ti piace,  come meglio puoi questa notte
    ti giaci.
    A cui Alessandro disse:
    - Come andr io nella camera dello abate,  che sai che  piccola e per
    istrettezza non v' potuto giacere alcuno de' suoi monaci?  Se  io  mi
    fossi  di  ci  accorto  quando  le cortine si tesero,  io avrei fatto
    dormire sopra i granai i monaci suoi e io mi sarei stato dove i monaci
    dormono.
    Al quale l'oste disse:
    - L'opera sta pur cos, e tu puoi, se tu vuogli, quivi stare il meglio
    del mondo: l'abate dorme,  e le cortine son dinanzi;  io vi  ti  porr
    chetamente una coltricetta, e dormiviti.
    Alessandro, veggendo che questo si poteva fare senza da re alcuna noia
    allo abate, vi s'accord, e quanto pi cheta mente pot vi s'acconci.
    L'abate,  il quale non dormiva,  anzi alli suoi nuovi disii fieramente
    pensava,  udiva ci che l'oste e Alessandro  parlavano,  e  similmente
    avea  sentito  dove  Alessandro  s'era a giacer messo;  per che,  seco
    stesso forte contento,  cominci a dire: - Iddio ha mandato  tempo  a'
    miei  desiri:  se  io nol prendo,  per avventura simile a pezza non mi
    torner -
    E diliberatosi del tutto di prenderlo,  parendogli ogni cosa cheta per
    lo  albergo,  con  sommessa  voce  chiam  Alessandro  e gli disse che
    appresso lui si coricasse; il quale,  dopo molte disdette spogliatosi,
    vi si coric. L'abate postagli la mano sopra 'l petto, lo 'ncominci a
    toccare  non  altramenti  che  sogliano  fare  le vaghe giovani i loro
    amanti;  di che Alessandro si maravigli  forte  e  dubit  non  forse
    l'abate,  da  disonesto  amore  preso  si  movesse  a  cos fattamente
    toccarlo. La qual dubitazione, o per presunzione o per alcuno atto che
    Alessandro  facesse,  subitamente  l'abate  conobbe,   e  sorrise;   e
    prestamente di dosso una camicia,  che avea, cacciatasi, prese la mano
    d'Alessandro e quella sopra il petto si pose, dicendo:
    - Alessandro,  caccia via il tuo sciocco pensiero,  e,  cercando  qui,
    conosci quello che io nascondo.
    Alessandro,  posta  la  mano  sopra  il  petto dello abate,  trov due
    poppelline tonde e sode e dilicate,  non altramenti  che  se  d'avorio
    fossono  state;  le  quali  egli  trovate e conosciuto tantosto costei
    esser femina, senza altro invito aspettare, prestamente abbracciatala,
    la voleva baciare, quando ella gli disse:
    - Avanti che tu pi mi t'avvicini,  attendi quello che  io  ti  voglio
    dire.  Come  tu puoi conoscere,  io son femina e non uomo;  e pulcella
    partitami da casa mia, al papa andava che mi maritasse.  O tua ventura
    o mia sciagura che sia, come l'altro giorno ti vidi, s di te m'accese
    Amore,  che donna non fu mai che tanto amasse uomo; e per questo io ho
    diliberato di volere te avanti che alcuno altro per marito; dove tu me
    per moglie non vogli,  tantosto di qui ti  diparti  e  nel  tuo  luogo
    ritorna.
    Alessandro,   quantunque  non  la  conoscesse,  avendo  riguardo  alla
    compagnia che ella avea,  lei estim dovere essere nobile e  ricca,  e
    bellissima  la vedea;  per che,  senza troppo lungo pensiero,  rispose
    che, se questo a lei piacea, a lui era molto a grado.
    Essa allora,  levatasi a  sedere  in  su  il  letto,  davanti  ad  una
    tavoletta  dove  Nostro  Signore  era effigiato,  postogli in mano uno
    anello,  gli si fece sposare;  e appresso insieme  abbracciatisi,  con
    gran  piacere di ciascuna delle parti,  quanto di quella notte restava
    si sollazzarono. E, preso tra loro modo e ordine alli lor fatti,  come
    il  giorno  venne,  Alessandro  levatosi  e  per  quindi  della camera
    uscendo, donde era entrato,  senza sapere alcuno dove la notte dormito
    si fosse, lieto oltre misura, con lo abate e con sua compagnia rientr
    in cammino, e dopo molte giornate pervennero a Roma.
    E  quivi,  poi  che  alcun  d  dimorati  furono,  l'abate  con li due
    cavalieri e con Alessandro senza pi entrarono al  papa,  e  fatta  la
    debita reverenza, cos cominci l'abate a favellare:
    -  Santo  padre,  s  come  voi meglio che alcuno altro dovete sapere,
    ciascun che bene e  onestamente  vuol  vivere,  dee,  in  quanto  pu,
    fuggire ogni cagione la quale ad altramenti fare il potesse conducere;
    il  che  acci  che  io,   che  onestamente  viver  disidero,  potessi
    compiutamente  fare,   nell'abito  nel  quale   mi   vedete,   fuggita
    segretamente con grandissima parte de' tesori del re d'lnghilterra mio
    padre  (il  quale  al  re  di  Scozia vecchissimo signore,  essendo io
    giovane come voi mi vedete,  mi  voleva  per  moglie  dare),  per  qui
    venire,  acci che la vostra santit mi maritasse,  mi misi in via. N
    mi fece tanto la vecchiezza del re di Scozia fuggire,  quanto la paura
    di  non fare per la fragilit della mia giovanezza,  se a lui maritata
    fossi, cosa che fosse contra le divine leggi e contra l'onore del real
    sangue del padre mio.
    E cos disposta venendo, Iddio,  il quale solo ottimamente conosce ci
    che fa mestiere a ciascuno, credo per la sua misericordia, colui che a
    lui  piacea che mio marito fosse mi pose avanti agli occhi;  e quel fu
    questo giovane - e mostr Alessandro - il quale voi qui appresso di me
    vedete,  li cui costumi e il cui valore son degni  di  qualunque  gran
    donna,  quantunque forse la nobilt del suo sangue non sia cos chiara
    come  la reale.  Lui ho adunque preso e lui  voglio;  n  mai  alcuno
    altro n'avr, che che se ne debba parere al padre mio o ad altrui. Per
    che  la  principal  cagione  per  la  quale  mi mossi  tolta via;  ma
    piacquemi di fornire il mio cammino, s per visitare li santi luoghi e
    reverendi, de' quali questa citt  piena,  e la vostra santit,  e s
    acci  che  per  voi  il  contratto  matrimonio  tra  Alessandro  e me
    solamente nella presenza di Dio io facessi aperto nella vostra  e  per
    conseguente  degli  altri  uomini.  Per  che  umilemente vi priego che
    quello che a Dio e a me  piaciuto sia a grado  a  voi,  e  la  vostra
    benedizion ne doniate,  acci che con quella, s come con pi certezza
    del piacere di  Colui  del  quale  voi  siete  vicario,  noi  possiamo
    insieme, all'onore di Dio ed al vostro, vivere e ultimamente morire.
    Maravigliossi  Alessandro,  udendo  la  moglie  esser figliuola del re
    d'lnghilterra, e di mirabile allegrezza occulta fu ripieno;  ma pi si
    maravigliarono  li  due  cavalieri e s si turbarono che,  se in altra
    parte che davanti al papa stati fossero,  avrebbono  ad  Alessandro  e
    forse  alla donna fatta villania.  D'altra parte il papa si maravigli
    assai e dello abito della donna e della sua elezione;  ma,  conoscendo
    che indietro tornare non si potea,  la volle del suo priego sodisfare.
    E primieramente,  racconsolati i cavalieri li quali turbati conoscea e
    in buona pace con la donna e con Alessandro rimessigli, diede ordine a
    quello che da far fosse.
    E il giorno posto da lui essendo venuto, davanti a tutti i cardinali e
    dimolti   altri  gran  valenti  uomini,   li  quali  invitati  ad  una
    grandissima festa da lui apparecchiata eran  venuti,  fece  venire  la
    donna  realmente vestita,  la qual tanto bella e s piacevol parea che
    meritamente da tutti  era  commendata  e  simigliantemente  Alessandro
    splendidamente  vestito,  in  apparenza e in costurni non miga giovane
    che ad usura avesse prestato,  ma pi tosto reale e da' due  cavalieri
    molto  onorato;  e  quivi  da  capo  fece  solennemente le sponsalizie
    celebrare,  e appresso le nozze belle e magnifiche  fatte,  colla  sua
    benedizione gli licenzi.
    Piacque ad Alessandro e similmente alla donna,  di Roma partendosi, di
    venire a Firenze,  dove gi la fama aveva la novella recata;  e quivi,
    da' cittadini con sommo onore ricevuti,  fece la donna li tre fratelli
    liberare,  avendo prima fatto ogni uom pagare,  e loro e le lor  donne
    rimise  nelle lor possessioni.  Per la qual cosa,  con buona grazie di
    tutti, Alessandro con la sua donna, menandone seco Agolante,  si part
    di Firenze,  e a Parigi venuti,  onorevolmente dal re ricevuti furono.
    Quindi andarono  i  due  cavalieri  in  Inghilterra  e  tanto  col  re
    adoperarono,  che egli le rende' la grazia sua e con grandissima festa
    lei e 'l suo  genero  ricevette,  il  quale  egli  poco  appresso  con
    grandissimo onore f cavaliere e donogli la contea di Cornovaglia.
    Il  quale  fu  da  tanto  e  tanto  seppe  fare,  che egli pacefic il
    figliuolo col padre,  di  che  segu  gran  bene  all'isola,  ed  egli
    n'acquist l'amore e la grazia di tutti i paesani; e Agolante ricover
    tutto  ci che aver vi doveano interamente e ricco oltre modo si torn
    a Firenze, avendol prima il conte Alessandro cavalier fatto.  Il conte
    poi  con  la  sua  donna  gloriosamente visse;  e,  secondo che alcuni
    voglion dire,  tra col suo senno e valore e l'aiuto del suocero,  egli
    conquist poi la Scozia e funne re coronato.

    Giornata seconda - Novella quarta.

    Landolfo  Rufolo,  impoverito,  divien  corsale  e da' Genovesi preso,
    rompe in mare, e sopra una cassetta, di gioie carissime piena, scampa,
    e in Gurfo ricevuto da una femina, ricco si torna a casa sua.

    La Lauretta appresso Pampinea sedea,  la qual veggendo lei al glorioso
    fine  della sua novella,  senza altro aspettare,  a parlar cominci in
    cotal guisa.
    Graziosissime  donne,  niuno  atto  della  Fortuna,   secondo  il  mio
    giudicio,  si  pu  veder maggiore,  che vedere uno d'infima miseria a
    stato reale elevare,  come la novella di Pampinea n'ha mostrato essere
    al suo Alessandro addivenuto. E per ci che a qualunque della proposta
    materia  da quinci innanzi noveller converr che infra questi termini
    dica, non mi vergogner io di dire una novella,  la quale,  ancora che
    miserie  maggiori  in  s  contenga,  non per ci abbia cos splendida
    riuscita.  Ben so che,  pure  a  quella  avendo  riguardo,  con  minor
    diligenzia fia la mia udita; ma altro non potendo, sar scusata.
    Credesi  che  la marina da Reggio a Gaeta sia quasi la pi dilettevole
    parte d'ltalia;  nella quale assai presso a Salerno e una costa  sopra
    'l mare riguardante, la quale gli abitanti chiamano la costa d'Amalfi,
    piena di picciole citt, di giardini e di fontane, e d'uomini ricchi e
    procaccianti in atto di mercatantia s come alcuni altri. Tra le quali
    citt  dette  n'  una  chiamata Ravello,  nella quale,  come che oggi
    v'abbia di ricchi uomini,  ve n'ebbe gi uno il quale fu  ricchissimo,
    chiamato  Landolfo  Rufolo;  al  quale  non bastando la sua ricchezza,
    disiderando di raddoppiarla,  venne presso che  fatto  di  perder  con
    tutta quella s stesso.
    Costui adunque, s come usanza suole essere de' mercatanti, fatti suoi
    avvisi,  comper  un grandissimo legno,  e quello tutto di suoi denari
    caric di varie mercatantie e andonne con esse in  Cipri.  Quivi,  con
    quelle  qualit medesime di mercatantie che egli aveva portate,  trov
    essere pi altri legni venuti; per la qual cagione,  non solamente gli
    convenne  far  gran  mercato  di  ci che portato avea,  ma quasi,  se
    spacciar volle le cose sue, gliele convenne gittar via; laonde egli fu
    vicino al disertarsi.
    E portando egli di questa cosa seco grandissima  noia,  non  sappiendo
    che  farsi  e  veggendosi  di  ricchissimo  uomo in brieve tempo quasi
    povero divenuto,  pens o morire o rubando  ristorare  i  danni  suoi,
    acci che la onde ricco partito s'era povero non tornasse.  E, trovato
    comperatore del suo gran legno,  con quegli denari e con gli altri che
    della  sua  mercatantia  avuti  avea,  comper  un legnetto sottile da
    corseggiare,  e quello d'ogni cosa opportuna a  tal  servigio  arm  e
    guern  ottimamente,  e  diessi  a  far sua della roba d'ogni uomo,  e
    massimamente sopra i turchi.
    Al qual servigio gli  fu  molto  pi  la  fortuna  benivola  che  alla
    mercatantia stata non era.  Egli,  forse infra uno anno,  rub e prese
    tanti  legni  di  turchi,  che  egli  si  trov  non  solamente  avere
    racquistato  il suo che in mercatantia avea perduto,  ma di gran lunga
    quello avere raddoppiato. Per la qual cosa, gastigato dal primo dolore
    della perdita,  conoscendo che egli aveva assai per non  incappar  nel
    secondo,  a  s  medesimo dimostr quello che aveva,  senza voler pi,
    dovergli bastare;  e per ci si dispose di tornarsi con  esso  a  casa
    sua. E pauroso della mercatantia, non s'mpacci d'investire altramenti
    i  suoi denari,  ma con quello legnetto col quale guadagnati gli avea,
    dato de' remi in acqua,  si mise al ritornare.  E gi nello Arcipelago
    venuto,  levandosi  la  sera uno scilocco,  il quale non solamente era
    contrario al suo cammino,  ma ancora faceva grossissimo  il  mare,  il
    quale il suo picciol legno non avrebbe bene potuto comportare,  in uno
    seno di mare,  il quale una piccola isoletta faceva,  da quello  vento
    coperto, si raccolse, quivi proponendo d'aspettarlo migliore. Nel qual
    seno  poco  stante  due gran cocche di genovesi,  le quali venivano di
    Costantinopoli,  per fuggire quello che  Landolfo  fuggito  avea,  con
    fatica  pervennero.  Le  genti  delle  quali,  veduto  il  legnetto  e
    chiusagli la via da potersi partire,  udendo di cui egli era e gi per
    fama  conoscendol  ricchissimo,  s  come uomini naturalmente vaghi di
    pecunia e rapaci, a doverlo avere si disposero. E messa in terra parte
    della lor gente con balestra e bene armata,  in parte la fecero andare
    che del legnetto niuna persona,  s saettato esser non voleva,  poteva
    discendere; ed essi,  fattisi tirare a' paliscalmi e aiutati dal mare,
    s'accostarono  al  picciol  legno  di Landolfo,  e quello con picciola
    fatica in picciolo spazio,  con tutta la ciurma,  senza perderne uomo,
    ebbero  a  man  salva;  e  fatto  venire  sopra l'una delle lor cocche
    Landolfo e ogni cosa del legnetto tolta,  quello sfondolarono,  lui in
    un povero farsettino ritenendo.
    Il d seguente,  mutatosi il vento,  le cocche ver ponente venendo fer
    vela: e tutto quel d prosperamente vennero al loro  viaggio;  ma  nel
    far  della  sera si mise un vento tempestoso,  il qual faccendo i mari
    altissimi,  divise le due cocche l'una  dall'altra.  E  per  forza  di
    questo  vento  addivenne  che  quella  sopra  la quale era il misero e
    povero  Landolfo,   con  grandissimo  impeto  di  sopra  all'isola  di
    Cifalonia  percosse  in  una  secca  e,  non  altramenti  che un vetro
    percosso ad un muro tutta s'aperse e si  stritol;  di  che  i  miseri
    dolenti  che  sopra  quella erano,  essendo gi il mare tutto pieno di
    mercatantie che notavano e di casse e di tavole,  come in  cos  fatti
    casi  suole  avvenire,  quantunque  oscurissima  notte fosse e il mare
    grossissimo  e  gonfiato,   notando   quelli   che   notar   sapevano,
    s'incominciarono  ad  appiccare  a quelle cose che per ventura loro si
    paravan davanti.
    Intra li quali il misero  Landolfo,  ancora  che  molte  volte  il  d
    davanti la morte chiamata avesse,  seco eleggendo di volerla pi tosto
    che di tornare a casa sua  povero  come  si  vedea,  vedendola  presta
    n'ebbe paura;  e,  come gli altri,  venutagli alle mani una tavola,  a
    quella s'appicco',  se forse Iddio,  indugiando egli  l'affogare,  gli
    mandasse  qualche  aiuto allo scampo suo;  e a cavallo a quella,  come
    meglio poteva,  veggendosi sospinto dal mare e dal vento ora in qua  e
    ora  in  l,  si  sostenne  infino al chiaro giorno.  Il quale venuto,
    guardandosi egli d'attorno,  niuna cosa altro che nuvoli e mare vedea,
    e  una  cassa  la  quale  sopra  l'onde  del mare notando talvolta con
    grandissima paura di lui gli s'appressava,  temendo non  quella  cassa
    forse il percotesse per modo che gli noiasse;  e sempre che presso gli
    venia,  quanto potea con  mano,  come  che  poca  forza  n'avesse,  la
    lontanava.
    Ma,  come  che il fatto s'andasse,  avvenne che,  solutosi subitamente
    nell'aere un groppo di vento e percosso nel mare,  s grande in questa
    cassa diede e la cassa nella tavola sopra la quale Landolfo era,  che,
    riversata,  per forza Landolfo lasciatola and sotto l'onde e  ritorn
    suso  notando,  pi da paura che da forza aiutato,  e vide da se molto
    dilungata la tavola;  per che,  temendo non potere ad essa  pervenire,
    s'appress  alla  cassa  la  quale  gli  era assai vicina,  e sopra il
    coperchio di quella posto il petto, come meglio poteva,  colle braccia
    la reggeva diritta. E in questa maniera, gittato dal mare ora in qua e
    ora in l,  senza mangiare, s come colui che non aveva che, e bevendo
    pi che non avrebbe voluto,  senza sapere ove si fosse o vedere  altro
    che mare, dimor tutto quel giorno e la notte vegnente.
    Il  d  seguente  appresso,  o  piacer  di Dio o forza di vento che 'l
    facesse,  costui divenuto quasi una spugna,  tenendo forte con amendue
    le  mani gli orli della cassa a quella guisa che far veggiamo a coloro
    che per affogar sono,  quando prendono alcuna cosa,  pervenne al  lito
    dell'isola  di  Gurfo,  dove  una  povera  feminetta  per ventura suoi
    stovigli con la rena e con l'acqua salsa  lavava  e  facea  belli.  La
    quale,  come  vide  costui  avvicinarsi,  non conoscendo in lui alcuna
    forma, dubitando e gridando si trasse indietro.
    Questi non potea favellare e poco vedea, e perci niente le disse;  ma
    pure, mandandolo verso la terra il mare, costei conobbe la forma della
    cassa, e pi sottilmente guardando e vedendo, conobbe primieramente le
    braccia  stese  sopra  la  cassa,  quindi appresso ravvis la faccia e
    quello essere che era s'imagin. Per che, da compassion mossa, fattasi
    alquanto per lo mare,  che  gi  era  tranquillo,  e  per  li  capelli
    presolo,  con  tutta la cassa il tiro in terra,  e quivi con fatica le
    mani dalla cassa sviluppatogli,  e quella posta in  capo  ad  una  sua
    figlioletta  che  con lei era,  lui come un picciol fanciullo ne port
    nella terra,  e in una stufa messolo,  tanto lo stropicci e con acqua
    calda  lavo  che  in  lui  ritorn lo smarrito calore e alquante delle
    perdute forze;  e quando tempo le parve trattonelo,  con  alquanto  di
    buon  vino e di confetto il riconforto,  e alcun giorno,  come pot il
    meglio, il tenne, tanto che esso, le forze recuperate, conobbe la dove
    era. Per che alla buona femina parve di dovergli la sua cassa rendere,
    la quale salvata gli avea,  e di  dirgli  che  omai  procacciasse  sua
    ventura, e cos fece.
    Costui, che di cassa non si ricordava, pur la prese, presentandogliele
    la buona femina,  avvisando quella non potere s poco valere che alcun
    d non gli facesse le spese; e trovandola molto leggiera,  assai manco
    della sua speranza. Nondimeno, non essendo la buona femina in casa, la
    sconficc  per  vedere  che  dentro vi fosse,  e trov in quella molte
    preziose pietre,  e  legate  e  sciolte,  delle  quali  egli  alquanto
    s'intendea;  le quali veggendo e di gran valore conoscendole,  lodando
    Iddio che ancora abbandonare non l'avea voluto,  tutto si  riconfort.
    Ma, si come colui che in picciol tempo fieramente era stato balestrato
    dalla  fortuna  due  volte,  dubitando della terza,  pens convenirgli
    molta cautela avere a voler quelle cose poter conducere  a  casa  sua;
    per che in alcuni stracci,  come meglio pot,  ravvoltole,  disse alla
    buona femina che pi  di  cassa  non  avea  bisogno,  ma  che,  se  le
    piacesse, un sacco gli donasse e avessesi quella.
    La buona femina il fece volentieri;  e costui, rendutele quelle grazie
    le quali poteva maggiori del beneficio da lei ricevuto,  recatosi  suo
    sacco in collo,  da lei si part,  e montato sopra una barca,  pass a
    Brandizio,  e di quindi,  marina marina,  si condusse infino a  Trani,
    dove  trovati  de'  suoi cittadini li quali eran drappieri,  quasi per
    l'amor di Dio fu da loro rivestito, avendo esso gi loro tutti li suoi
    accidenti  narrati,   fuori  che  della  cassa;   e  oltre  a  questo,
    prestatogli  cavallo e datogli compagnia,  infino a Ravello,  dove del
    tutto diceva di voler tornare, il rimandarono.
    Quivi parendogli essere sicuro,  ringraziando Iddio  che  condotto  ve
    l'avea,  sciolse  il suo sacchetto,  e con pi diligenzia cercata ogni
    cosa che prima fatto non avea,  trov s avere tante e s fatte pietre
    che,  a convenevole pregio vendendole e ancor meno, egli era il doppio
    pi ricco che quando partito s'era. E trovato modo di spacciare le sue
    pietre, infino a Gurfo mand una buona quantit di denari,  per merito
    del servigio ricevuto,  alla buona femina che di mare l'avea tratto, e
    il simigliante fece a Trani a coloro  che  rivestito  l'aveano;  e  il
    rimanente,  senza  pi  volere  mercatare,  si ritenne e onorevolmente
    visse infino alla fine.



    Giornata seconda - Novella quinta.

    Andreuccio da Perugia,  venuto a Napoli a  comperar  cavalli,  in  una
    notte  da  tre  gravi  accidenti soprapreso,  da tutti scampato con un
    rubino si torna a casa sua.

    Le pietre da Landolfo trovate - cominci la Fiammetta,  alla quale del
    novellar  toccava - m'hanno alla memoria tornata una novella non guari
    meno di pericoli in s contenente che la narrata dalla Lauretta, ma in
    tanto differente da essa,  in quanto quegli forse in pi anni e questi
    nello spazio d'una sola notte addivennero, come udirete.
    Fu,  secondo che io gi intesi,  in Perugia un giovane il cui nome era
    Andreuccio di Pietro, cozzone di cavalli; il quale,  avendo inteso che
    a  Napoli  era  buon mercato di cavalli,  messisi in borsa cinquecento
    fiorin d'oro,  non essendo mai pi fuori  di  casa  stato,  con  altri
    mercatanti  l se n'and: dove giunto una domenica sera in sul vespro,
    dall'oste suo informato la seguente mattina fu in sul Mercato, e molti
    ne vide e assai ne gli piacquero e di pi e pi mercato tenne,  n  di
    niuno  potendosi  accordare,  per mostrare che per comperar fosse,  s
    come rozzo e poco cauto pi volte in presenza di chi andava e  di  chi
    veniva trasse fuori questa sua borsa de' fiorini che aveva.
    E  in  questi  trattati  stando,  avendo  esso  la sua borsa mostrata,
    avvenne che una giovane ciciliana bellissima,  ma disposta per  piccol
    pregio  a  compiacere  a  qualunque  uomo,  senza vederla egli,  pass
    appresso di lui e la sua  borsa  vide  e  subito  seco  disse:  -  Chi
    starebbe meglio di me se quegli denari fosser miei? - e pass oltre.
    Era  con  questa  giovane una vecchia similmente ciciliana,  la quale,
    come   vide   Andreuccio,    lasciata   oltre   la   giovane   andare,
    affettuosamente  corse  a  abbracciarlo:  il  che la giovane veggendo,
    senza dire alcuna cosa,  da una delle parti la cominci  a  attendere.
    Andreuccio, alla vecchia rivoltosi e conosciutala, le fece gran festa,
    e promettendogli essa di venire a lui all'albergo,  senza quivi tenere
    troppo lungo sermone,  si part: e Andreuccio si torn a mercatare  ma
    niente comper la mattina.
    La  giovane,  che  prima la borsa d'Andreuccio e poi la contezza della
    sua vecchia con lui aveva veduta,  per tentare se modo  alcuno  trovar
    potesse  a  dovere  aver  quelli denari,  o tutti o parte,  cautamente
    incominci a domandare chi colui fosse o donde e che quivi  facesse  e
    come il conoscesse.  La quale ogni cosa cos particularmente de' fatti
    d'Andreuccio le disse come avrebbe per poco detto egli stesso, s come
    colei che lungamente in Cicilia col padre  di  lui  e  poi  a  Perugia
    dimorata  era,  e  similmente  le  cont dove tornasse e perch venuto
    fosse.
    La giovane, pienamente informata e del parentado di lui e de' nomi, al
    suo appetito fornire con una sottil malizia, sopra questo fond la sua
    intenzione, e a casa tornatasi,  mise la vecchia in faccenda per tutto
    il giorno acci che a Andreuccio non potesse tornare;  e presa una sua
    fanticella,  la quale essa assai  bene  a  cos  fatti  servigi  aveva
    ammaestrata,  in  sul  vespro  la  mand  all'albergo  dove Andreuccio
    tornava. La qual, quivi venuta,  per ventura lui medesimo e solo trov
    in  su la porta e di lui stesso il domand.  Alla quale dicendole egli
    che era desso, essa, tiratolo da parte, disse:
    - Messere,  una gentil donna di questa terra,  quando vi piacesse,  vi
    parleria volentieri -.
    Il quale ve vedendola,  tutto postosi mente e parendogli essere un bel
    fante della  persona,  s'avvis  questa  donna  dover  di  lui  essere
    innamorata, quasi altro bel giovane che egli non si trovasse allora in
    Napoli,  e prestamente rispose che era apparecchiato e domandolla dove
    e quando questa donna parlargli volesse. A cui la fanticella rispose:
    - Messere, quando di venir vi piaccia, ella v'attende in casa sua -.
    Andreuccio presto, senza alcuna cosa dir nell'albergo, disse:
    - Or via mettiti avanti, io ti verr appresso -.
    Laonde la fanticella a casa di costei il condusse,  la quale  dimorava
    in  una  contrada  chiamata  Malpertugio,  la  quale quanto sia onesta
    contrada il  nome  medesimo  il  dimostra.  Ma  esso,  niente  di  ci
    sappiendo n suspicando,  credendosi in uno onestissimo luogo andare e
    a una cara donna, liberamente, andata la fanticella avanti, se n'entr
    nella sua casa;  e salendo su per le scale,  avendo la fanticella  gi
    sua donna chiamata e detto - Ecco Andreuccio -,  la vide in capo della
    scala farsi a aspettarlo.
    Ella era ancora assai giovane,  di persona  grande  e  con  bellissimo
    viso, vestita e ornata assai orrevolemente; alla quale come Andreuccio
    fu  presso,  essa  incontrogli  da  tre  gradi  discese con le braccia
    aperte,  e avvinghiatogli il collo alquanto stette senza  alcuna  cosa
    dire, quasi da soperchia tenerezza impedita; poi lagrimando gli basci
    la fronte e con voce alquanto rotta disse:
    - O Andreuccio mio, tu sii il ben venuto! -
    Esso,   maravigliandosi  di  cos  tenere  carezze,  tutto  stupefatto
    rispose:
    - Madonna, voi siate la ben trovata! -
    Ella appresso,  per la man presolo,  suso nella sua sala il men e  di
    quella,  senza  alcuna  cosa  parlare,  con  lui  nella  sua camera se
    n'entr,  la quale di rose,  di fiori d'aranci e d'altri  odori  tutta
    oliva,  l  dove  egli un bellissimo letto incortinato e molte robe su
    per le stanghe, secondo il costume di l, e altri assai belli e ricchi
    arnesi vide; per le quali cose, s come nuovo, fermamente credette lei
    dovesse essere non men che gran donna.  E  postisi  a  sedere  insieme
    sopra  una  cassa  che  appi  del suo letto era,  cos gli cominci a
    parlare:
    - Andreuccio,  io sono molto certa che tu ti maravigli e delle carezze
    le  quali  io  ti  fo  e  delle mie lagrime,  s come colui che non mi
    conosci e per avventura mai ricordar non m'udisti.  Ma tu udirai tosto
    cosa la quale pi ti far forse maravigliare, s come  che io sia tua
    sorella;  e  dicoti  che,  poi che Idio m'ha fatta tanta grazia che io
    anzi la mia morte ho veduto alcuno de'  miei  fratelli,  come  che  io
    disideri di vedervi tutti,  io non morr a quella ora che io consolata
    non muoia.  E se tu forse questo mai pi non udisti,  io tel  vo'dire.
    Pietro,  mio  padre  e  tuo,  come io credo che tu abbi potuto sapere,
    dimor lungamente in Palermo,  e per la sua bont e piacevolezza vi fu
    e    ancora da quegli che il conobbero amato assai.  Ma tra gli altri
    che molto l'amarono,  mia madre,  che gentil donna  fu  e  allora  era
    vedova,  fu  quella che pi l'am,  tanto che,  posta gi la paura del
    padre e de' fratelli  e  il  suo  onore,  in  tal  guisa  con  lui  si
    dimestico', che io ne nacqui e sonne qual tu mi vedi.
    Poi,  sopravenuta cagione a Pietro di partirsi di Palermo e tornare in
    Perugia,  me con la mia madre piccola fanciulla lasci,  n  mai,  per
    quello che io sentissi,  pi n di me n di lei si ricord: di che io,
    se mio padre stato non fosse,  forte il  riprenderei  avendo  riguardo
    alla  ingratitudine  di  lui  verso mia madre mostrata (lasciamo stare
    allo amore che a me come a sua figliola non nata d'una fante n di vil
    femina dovea portare),  la quale le sue cose  e  s  parimente,  senza
    sapere altrimenti chi egli si fosse,  da fedelissimo amor mossa rimise
    nelle sue mani.
     Ma che ?.  Le cose mal fatte e di gran tempo passate sono troppo pi
    agevoli  a  riprendere che a emendare: la cosa and pur cos.  Egli mi
    lasci piccola fanciulla in Palermo, dove,  cresciuta quasi come io mi
    sono,  mia  madre,  che ricca donna era,  mi diede per moglie a uno da
    Gergenti, gentile uomo e da bene,  il quale per amor di mia madre e di
    me  torn  a stare a Palermo;  e quivi,  come colui che  molto guelfo
    cominci a avere alcuno  trattato  col  nostro  re  Carlo.  Il  quale,
    sentito  dal  re  Federigo  prima che dare gli si potesse effetto,  fu
    cagione di farci fuggire di Cicilia  quando  io  aspettava  essere  la
    maggior  cavalleressa  che  mai  in quella isola fosse;  donde,  prese
    quelle poche cose che prender potemmo (poche dico  per  rispetto  alle
    molte  le quali avavamo),  la sciate le terre e li palazzi,  in questa
    terra ne rifuggimmo,  dove il re Carlo verso di noi trovammo s  grato
    che,  ristoratici in parte li danni li quali per lui ricevuti avavamo,
    e possessioni e case ci ha date,  e d continuamente al mio marito,  e
    tuo cognato che , buona provisione, s come tu potrai ancor vedere. E
    in questa maniera son qui,  dove io,  la buona merc di Dio e non tua,
    fratel mio dolce, ti veggio -.
    E cos detto,  da capo il rabbracci e ancora  teneramente  lagrimando
    gli basci la fronte.
    Andreuccio,    udendo   questa   favola   cos   ordinatamente,   cos
    compostamente detta da costei,  alla quale in  niuno  atto  moriva  la
    parola  tra' denti n balbettava la lingua,  e ricordandosi esser vero
    che il padre era stato in  Palermo  e  per  se  medesimo  de'  giovani
    conoscendo  i  costumi,  che  volentieri  amano  nella  giovanezza,  e
    veggendo le tenere lagrime,  gli abbracciari e gli onesti basci,  ebbe
    ci  che  ella  diceva pi che per vero: e poscia che ella tacque,  le
    rispose:
    - Madonna,  egli non vi dee parer gran cosa se io mi  maraviglio:  per
    ci che nel vero,  o che mio padre,  per che che egli sel facesse,  di
    vostra madre e di voi non  ragionasse  giammai,  o  che,  se  egli  ne
    ragion, a mia notizia venuto non sia, io per me niuna coscienza aveva
    di  voi  se non come se non foste;  e emmi tanto pi caro l'avervi qui
    mia sorella trovata, quanto io ci sono pi solo e meno questo sperava.
    E nel vero io non conosco uomo di s alto  affare  al  quale  voi  non
    doveste esser cara,  non che a me che un picciolo mercatante sono.  Ma
    d'una cosa vi priego mi facciate chiaro: come sapeste voi che  io  qui
    fossi?"
    Al  quale  ella  rispose:  -  Questa  mattina mel f sapere una povera
    femina la qual molto meco si ritiene,  per ci che con  nostro  padre,
    per  quello  che  ella  mi dica,  lungamente e in Palermo e in Perugia
    stette,  e se non fosse che pi onesta cosa  mi  parea  che  tu  a  me
    venissi in casa tua che io a te nell'altrui, egli ha gran pezza che io
    a te venuta sarei -.
    Appresso  queste  parole  ella  cominci  distintamente a domandare di
    tutti i suoi parenti nominatamente,  alla quale  di  tutti  Andreuccio
    rispose,  per questo ancora pi credendo quello che meno di creder gli
    bisognava.
    Essendo stati i ragionamenti lunghi  e  il  caldo  grande,  ella  fece
    venire  greco  e  confetti  e f dar bere a Andreuccio;  il quale dopo
    questo partir volendosi,  per ci che ora di cena era,  in niuna guisa
    il sostenne, ma sembiante fatto di forte turbarsi abbracciandol disse:
    - Ahi lassa me, ch assai chiaro conosco come io ti sia poco cara! Che
     a pensare che tu sii con una tua sorella mai pi da te non veduta, e
    in casa sua,  dove,  qui venendo,  smontato esser dovresti, e vogli di
    quella uscire per andare a cenare all'albergo?  Di vero tu cenerai con
    esso meco: e perch mio marito non ci sia,  di che forte mi grava,  io
    ti sapr bene secondo donna fare un poco d'onore -.
    Alla quale Andreuccio, non sappiendo altro che rispondersi, disse:
    - Io v'ho cara quanto sorella si dee avere,  ma se io non ne vado,  io
    sar tutta sera aspettato a cena e far villania.
    Ed ella allora disse:
    - Lodato sia Idio,  se io non ho in casa per cui mandare a dire che tu
    non sii aspettato!  bench tu faresti assai maggior  cortesia,  e  tuo
    dovere,  mandare a dire a' tuoi compagni che qui venissero a cenare, e
    poi,  se pure andare te ne volessi,  ve ne  potresti  tutti  andar  di
    brigata -.
    Andreuccio  rispose  che de' suoi compagni non volea quella sera,  ma,
    poi che pure a grado l'era, di lui facesse il piacer suo.  Ella allora
    f  vista  di  mandare  a dire all'albergo che egli non fosse atteso a
    cena;  e  poi,  dopo  molti  altri  ragionamenti,  postisi  a  cena  e
    splendidamente  di  pi  vivande serviti,  astutamente quella men per
    lunga infino alla  notte  obscura;  ed  essendo  da  tavola  levati  e
    Andreuccio  partir  volendosi,  ella  disse  che  ci  in  niuna guisa
    sofferrebbe,  per ci che Napoli non era terra da andarvi per entro di
    notte,  e  massimamente un forestiere;  e che come che egli a cena non
    fosse atteso aveva mandato a dire,  cos aveva dello albergo fatto  il
    somigliante.
    Egli,  questo  credendo e dilettandogli,  da falsa credenza ingannato,
    d'esser con costei,  stette.  Furono adunque dopo cena i  ragionamenti
    molti  e  lunghi  non senza cagione tenuti;  e essendo della notte una
    parte passata,  ella,  lasciato Andreuccio a dormire nella sua  camera
    con  un piccol fanciullo che gli mostrasse se egli volesse nulla,  con
    le sue femine in un'altra camera se n'and.
    Era il caldo grande: per la  qual  cosa  Andreuccio,  veggendosi  solo
    rimasto,  subitamente  si  spogli  in  farsetto e trassesi i panni di
    gamba e al capo del letto gli si pose;  e richiedendo il naturale  uso
    di  dovere  diporre il superfluo peso del ventre,  dove ci si facesse
    domand quel fanciullo,  il quale nell'uno de' canti della camera  gli
    mostr uno uscio e disse:
    - Andate l entro -.
    Andreuccio dentro sicuramente passato,  gli venne per ventura posto il
    pi sopra una tavola,  la quale dalla contraposta parte sconfitta  dal
    travicello  sopra  il  quale era;  per la qual cosa capolevando questa
    tavola con lui insieme se n'and quindi giuso: e di tanto l'am  Idio,
    che  niuno  male si fece nella caduta,  quantunque alquanto cadesse da
    alto,  ma tutto della  bruttura,  della  quale  il  luogo  era  pieno,
    s'imbratt. Il quale luogo, acci che meglio intendiate e quello che 
    detto  e  ci  che  segue,  come  stesse  vi mostrer.  Egli era in un
    chiassetto stretto,  come spesso tra  due  case  veggiamo:  sopra  due
    travicelli,  tra  l'una  casa  e  l'altra  posti,  alcune  tavole eran
    confitte e il luogo da seder posto,  delle quali tavole quella che con
    lui cadde era l'una.
    Ritrovandosi  adunque  l  gi nel chiassetto Andreuccio,  dolente del
    caso, cominci a chiamare il fanciullo; ma il fanciullo,  come sentito
    l'ebbe cadere, cos corse a dirlo alla donna. La quale, corsa alla sua
    camera, prestamente cerc se i suoi panni v'erano; e trovati i panni e
    con  essi  i  denari,  li  quali  esso non fidandosi mattamente sempre
    portava addosso,  avendo quello a che ella di Palermo,  sirocchia d'un
    perugin faccendosi,  aveva teso il lacciuolo, pi di lui non curandosi
    prestamente and a chiuder l'uscio del quale egli  era  uscito  quando
    cadde.
    Andreuccio,  non  rispondendogli  il  fanciullo,  cominci pi forte a
    chiamare: ma ci era niente.  Per che egli,  gi sospettando  e  tardi
    dello  inganno  cominciandosi  a accorgere salito sopra un muretto che
    quello chiassolino dalla strada chiudea e nella via disceso, all'uscio
    della casa,  il quale egli molto ben riconobbe,  se  n'and,  e  quivi
    invano  lungamente  chiam  e molto il dimen e percosse.  Di che egli
    piagnendo, come colui che chiara vedea la sua disavventura, cominci a
    dire:
    - Oim lasso, in come piccol tempo ho io perduti cinquecento fiorini e
    una sorella! -.
    E dopo molte altre parole,  da capo cominci a  battere  l'uscio  e  a
    gridare;  e tanto fece cos che molti de' circunstanti vicini,  desti,
    non potendo la noia sofferire,  si levarono;  e una  delle  servigiali
    della  donna,  in  vista  tutta  sonnocchiosa,  fattasi  alla finestra
    proverbiosamente disse:
    - Chi picchia l gi? -
    - Oh!  - disse Andreuccio - o non mi conosci tu?  Io sono  Andreuccio,
    fratello di madama Fiordaliso -.
    Al quale ella rispose: - Buono uomo, se tu hai troppo bevuto, va dormi
    e  tornerai  domattina;  io  non  so  che Andreuccio n che ciance son
    quelle che tu d; va in buona ora e lasciaci dormir, se ti piace -.
    - Come - disse Andreuccio - non sai che io mi dico?  Certo s sai;  ma
    se pur son cos fatti i parentadi di Cicilia, che in s piccol termine
    si dimentichino, rendimi almeno i panni miei li quali lasciati v'ho, e
    io m'andr volentier con Dio -.
    Al quale ella quasi ridendo disse:
    - Buono uomo,  e' mi par che tu sogni -, e il dir questo e il tornarsi
    dentro e chiuder la finestra fu  una  cosa.  Di  che  Andreuccio,  gi
    certissimo de' suoi danni,  quasi per doglia fu presso a convertire in
    rabbia la sua grande ira e per ingiuria propose di rivolere quello che
    per parole riaver non potea;  per che da capo,  presa una gran pietra,
    con  troppi  maggior colpi che prima fieramente cominici a percuotere
    la porta.  La qual cosa molti de' vicini avanti  destisi  e  levatisi,
    credendo  lui essere alcuno spiacevole il quale queste parole fingesse
    per noiare quella buona femina,  recatosi a noia il picchiare il quale
    egli  faceva,  fattisi  alle  finestre,  non  altramenti  che a un can
    forestiere tutti quegli della contrada abbaiano adosso, cominciarono a
    dire:
    - Questa  una gran villania a venire a questa ora  a  casa  le  buone
    femine e dire queste ciance;  deh!  va con Dio,  buono uomo;  lasciaci
    dormir, se ti piace; e se tu hai nulla a far con lei, tornerai domane,
    e non ci dar questa seccaggine stanotte -.
    Dalle quali parole forse assicurato uno che  dentro  dalla  casa  era,
    ruffiano della buona femina,  il quale egli n veduto n sentito avea,
    si fece alle finestre e con una boce grossa, orribile e fiera disse:
    - Chi  laggi? -
    Andreuccio, a quella voce levata la testa, vide uno il quale, per quel
    poco che comprender pot,  mostrava di dovere essere un gran bacalare,
    con  una  barba  nera e folta al volto,  e come se del letto o da alto
    sonno si levasse sbadigliava e stropicciavasi gli occhi: a  cui  egli,
    non senza paura, rispose:
    - Io sono un fratello della donna di l entro -.
    Ma  colui  non  aspett  che Andreuccio finisse la risposta,  anzi pi
    rigido assai che prima disse:
    - Io non so a che io mi tegno che io non vegno l gi,  e deati  tante
    bastonate  quante io ti vegga muovere,  asino fastidioso e ebriaco che
    tu dei essere,  che questa notte non ci lascerai dormire persona -;  e
    tornatosi dentro serr la finestra.
    Alcuni  de'  vicini,  che  meglio  conoscieno  la  condizion di colui,
    umilmente parlando a Andreuccio dissono:
    - Per Dio,  buono uomo,  vatti con Dio,  non  volere  stanotte  essere
    ucciso cost: vattene per lo tuo migliore -.
    Laonde  Andreuccio,  spaventato  dalla  voce  di colui e dalla vista e
    sospinto da' conforti di coloro li quali  gli  pareva  che  da  carit
    mossi  parlassero,  doloroso  quanto mai alcuno altro e de' suoi denar
    disperato,  verso quella parte onde il d aveva la fanticella seguita,
    senza sa per dove s'andasse,  prese la via per tornarsi all'albergo. E
    a se medesimo dispiacendo per lo  puzzo  che  a  lui  di  lui  veniva,
    disideroso di volgersi al mare per lavarsi,  si torse a man sinistra e
    su per una via chiamata la Ruga Catalana si mise. E verso l'alto della
    citt andando,  per ventura davanti si vide due che verso di  lui  con
    una  lanterna  in  mano  venieno  li  quali  temendo  non fosser della
    famiglia della corte o altri uomini a mal far disposti,  per fuggirli,
    in  un  casolare,  il  qual  si vide vicino,  pianamente ricover.  Ma
    costoro, quasi come a quello proprio luogo inviati andassero,  in quel
    medesimo  casolare  se  n'entrarono;  e quivi l'un di loro,  scaricati
    certi ferramenti che in collo avea,  con l'altro insieme gl'incominci
    a  guardare,  varie cose sopra quegli ragionando.  E mentre parlavano,
    disse l'uno:
    - Che vuol dir questo?  Io sento il maggior puzzo che mai  mi  paresse
    sentire -;  e questo detto alzata alquanto la lanterna, ebbe veduto il
    cattivel d'Andreuccio, e stupefatti domandar: - Chi  l? -
    Andreuccio taceva, ma essi avvicinatiglisi con lume il domandarono che
    quivi cos brutto facesse: alli quali Andreuccio ci che avvenuto  gli
    era narr interamente. Costoro, imaginando dove ci gli potesse essere
    avvenuto,  dissero fra s: - Veramente in casa lo scarabone Buttafuoco
    fia stato questo -. E a lui rivolti, disse l'uno:
    - Buono uomo,  come che tu abbi perduti i  tuoi  denari,  tu  molto  a
    lodare  Idio  che  quel caso ti venne che tu cadesti n potesti poi in
    casa rientrare: per ci che,  se caduto non fossi,  vivi  sicuro  che,
    come  prima adormentato ti fossi,  saresti stato amazzato e co' denari
    avresti la persona perduta.  Ma che giova oggimai di piagnere?  Tu  ne
    potresti  cos  riavere  un  denaio come avere delle stelle del cielo:
    ucciso ne potrai tu bene essere,  se colui sente che tu mai  ne  facci
    parola -.
    E detto questo, consigliatisi alquanto, gli dissero:
    - Vedi,  a noi  presa compassion di te: e per ci,  dove tu vogli con
    noi essere a fare alcuna cosa la quale a fare andiamo,  egli  ci  pare
    esser molto certi che in parte ti toccher il valere di troppo pi che
    perduto non hai -
    Andreuccio, s come disperato, rispuose ch'era presto.
    Era  quel  d  sepellito  uno  arcivescovo di Napoli,  chiamato messer
    Filippo Minutolo,  era stato sepellito con ricchissimi ornamenti e con
    uno rubino in dito il quale valeva oltre cinquecento fiorin d'oro,  il
    quale costoro volevano andare a spogliare;  e cos a Andreuccio  fecer
    veduto.  Laonde  Andreuccio,  pi cupido che consigliato,  con loro si
    mise in via; e andando verso la chiesa maggiore,  e Andreuccio putendo
    forte, disse l'uno:
    -  Non potremmo noi trovar modo che costui si lavasse un poco dove che
    sia, che egli non putisse cos fieramente? -
    Disse l'altro:
    - S,  noi siam qui presso a un pozzo al quale suole sempre  esser  la
    carrucola e un gran secchione; andianne l e laverenlo spacciatamente.
    Giunti  a  questo  pozzo  trovarono  che la fune v'era ma il secchione
    n'era stato levato: per che insieme diliberarono di legarlo alla  fune
    e  di  collarlo  nel  pozzo,  e egli l gi si lavasse e,  come lavato
    fosse, crollasse la fune e essi il tirerebber suso; e cos fecero.
    Avvenne che,  avendol costor nel pozzo collato,  alcuni della famiglia
    della signoria,  li quali e per lo caldo e perch corsi erano dietro a
    alcuno avendo sete,  a quel pozzo venieno a bere: li quali come quegli
    due  videro,  incontanente  cominciarono a fuggire,  li famigliari che
    quivi venivano a bere non avendogli veduti.
    Essendo gi nel fondo del pozzo Andreuccio  lavato,  dimen  la  fune.
    Costoro assetati,  posti gi lor tavolacci e loro armi e lor gonnelle,
    cominciarono la fune a tirare  credendo  a  quella  il  secchion  pien
    d'acqua essere appicato.
    Come Andreuccio si vide alla sponda del pozzo vicino cos, lasciata la
    fune, con le mani si gitt sopra quella. La qual cosa costoro vedendo,
    da   subita  paura  presi,   senza  altro  dir  lasciaron  la  fune  e
    cominciarono quanto pi poterono  a  fuggire:  di  che  Andreuccio  si
    maravigli forte,  e se egli non si fosse bene attenuto,  egli sarebbe
    infin nel fondo caduto forse non senza suo gran danno o morte; ma pure
    uscitone e queste arme trovate,  le  quali  egli  sapeva  che  i  suoi
    compagni non avean portate, ancora pi s'incominci a maravigliare. Ma
    dubitando  e  non  sappiendo che,  della sua fortuna dolendosi,  senza
    alcuna cosa toccar quindi diliber di partirsi: e andava  senza  saper
    dove.
    Cos  andando si venne scontrato in que'due suoi compagni,  li quali a
    trarlo del pozzo venivano; e come il videro, maravigliandosi forte, il
    domandarono chi del pozzo l'avesse tratto.  Andreuccio rispose che non
    sapea,  e  loro  ordinatamente  disse  come  era avvenuto e quello che
    trovato aveva fuori del pozzo.  Di che costoro,  avvisatisi come stato
    era,  ridendo  gli  contarono  perch  s'eran fuggiti e chi stati eran
    coloro che su l'avean tirato.  E senza pi parole  fare,  essendo  gi
    mezzanotte,  n'andarono  alla  chiesa  maggiore,  e  in  quella  assai
    leggiermente entrarono e furono all'arca,  la quale  era  di  marmo  e
    molto  grande;  e  con  lor  ferro  il  coperchio,  ch'era gravissimo,
    sollevaron tanto quanto uno uomo vi potesse entrare,  e puntellaronlo.
    E fatto questo, cominci l'uno a dire:
    - Chi entrer dentro? -
    A cui l'altro rispose:
    - Non io -.
    - N io - disse colui - ma entrivi Andreuccio -.
    -  Questo  non  far  io - disse Andreuccio.  Verso il quale ammenduni
    costoro rivolti dissero:
    - Come non v'enterrai? In f di Dio,  se tu non v'entri,  noi ti darem
    tante  d'uno di questi pali di ferro sopra la testa,  che noi ti farem
    cader morto -.
    Andreuccio temendo v'entr,  e entrandovi pens seco: - Costoro mi  ci
    fanno entrare per ingannarmi, per ci che, come io avr loro ogni cosa
    dato,  mentre che io pener a uscir dall'arca, essi se ne andranno pe'
    fatti loro e io rimarr senza cosa alcuna -.  E  per  ci  s'avis  di
    farsi  innanzi tratto la parte sua;  e ricordatosi del caro anello che
    aveva loro udito dire,  come fu gi disceso cos  di  dito  il  trasse
    all'arcivescovo  e  miselo a s;  e poi dato il pasturale e la mitra 
    guanti e spogliatolo infino alla camiscia,  ogni cosa di loro dicendo
    che pi niente v'avea.
    Costoro,  affermando  che  esser  vi doveva l'anello,  gli dissero che
    cercasse per tutto: ma esso rispondendo che non  trovava  e  sembiante
    facendo  di  cercarne,  alquanto  li  tenne ad aspettare.  Costoro che
    d'altra parte eran s come lui maliziosi,dicendo pur che ben  cercasse
    preso  tempo,  tirarono  via  il  puntello  che il coperchio dell'arca
    sostenea, e fuggendosi lui dentro dall'arca lasciaron racchiuso.
    La qual cosa sentendo Andreuccio,  qual egli allor  divenisse  ciascun
    sel pu pensare.
    Egli  tent  pi volte e col capo e con le spalle se alzare potesse il
    coperchio,  ma invano si faticava:  per  che  da  grave  dolor  vinto,
    venendo meno cadde sopra il morto corpo dell'arcivescovo; e chi allora
    veduti  gli  avesse malagevolmente avrebbe conosciuto chi pi si fosse
    morto,  o l'arcivescovo o  egli.  Ma  poi  che  in  s  fu  ritornato,
    dirottissimamente  cominci a piagnere,  veggendosi quivi senza dubbio
    all'un de' due fini dover pervenire: o in quella arca,  non  venendovi
    alcuni pi a aprirla,  di fame e di puzzo tra' vermini del morto corpo
    convenirlo morire,  o vegnendovi alcuni e trovandovi  lui  dentro,  s
    come ladro dovere essere appiccato.
    E in cos fatti pensieri e doloroso molto stando,  sent per la chiesa
    andar genti e parlar molte persone,  le quali s  come  gli  avvisava,
    quello  andavano a fare che esso co' suoi compagni avean gi fatto: di
    che la paura gli crebbe forte. Ma poi che costoro ebbero l'arca aperta
    e puntellata,  in quistion caddero chi vi dovesse entrare,  e niuno il
    voleva fare; pur dopo lunga tencione un prete disse:
    - Che paura avete voi?  credete voi che egli vi manuchi?  Li morti non
    mangian uomini: io v'entrer dentro io -.
    E cos detto, posto il petto sopra l'orlo dell'arca,  volse il capo in
    fuori e dentro mand le gambe per doversi giuso calare.
    Andreuccio,  questo vedendo,  in pi levatosi prese il prete per l'una
    delle gambe e f  sembiante  di  volerlo  gi  tirare.  La  qual  cosa
    sentendo  il  prete  mise uno strido grandissimo e presto dell'arca si
    gitt fuori;  della qual cosa tutti  gli  altri  spaventati,  lasciata
    l'arca  aperta,  non  altramente  a  fuggir  cominciarono  che  se  da
    centomilia diavoli fosser perseguitati.
    La qual cosa veggendo Andreuccio,  lieto oltre a quello  che  sperava,
    subito  si  gitt  fuori  e  per quella via onde era venuto se ne usc
    dalla chiesa; e gi avvicinandosi al giorno, con quello anello in dito
    andando all'avventura, pervenne alla marina e quindi al suo albergo si
    abbatt;  dove li suoi compagni e l'albergatore trov tutta  la  notte
    stati  in  sollecitudine de' fatti suoi.  A'quali ci che avvenuto gli
    era raccontato,  parve per lo  consiglio  dell'oste  loro  che  costui
    incontanente  si  dovesse  di  Napoli partire;  la qual cosa egli fece
    prestamente e a Perugia tornossi,  avendo  il  suo  investito  in  uno
    anello, dove per comperare cavalli era andato.




    Giornata seconda - Novella sesta.

    Madonna  Beritola,  con due cavriuoli sopra una isola trovata,  avendo
    due figliuoli perduti,  ne va in Lunigiana;  quivi l'un de'  figliuoli
    col signor di lei si pone e colla figliuola di lui giace ed  messo in
    prigione.  Cicilia ribellata al re Carlo,  e il figliuolo riconosciuto
    dalla madre,  sposa la figliuola del suo signore  e  il  suo  fratello
    ritrova e in grande stato ritornano.

    Avevan le donne parimente e i giovani riso molto de' casi d'Andreuccio
    dalla  Fiammetta narrati,  quando Emilia,  sentendo la novella finita,
    per comandamento della reina, cos cominci.
    Gravi cose e noiose sono i movimenti vari  della  Fortuna,  de'  quali
    perch  quante  volte  alcuna cosa si parla,  tante  un destare delle
    nostre menti, le quali leggiermente s'addormentano nelle sue lusinghe,
    giudico mai rincrescer non  dover  l'ascoltare  e  a'  felici  e  agli
    sventurati,  in quanto li primi rende avvisati e i secondi consola.  E
    per ci, quantunque
    gran cose dette ne sieno  avanti,  io  intendo  di  raccontarvene  una
    novella  non  meno vera che pietosa;  la quale,  ancora che lieto fine
    avesse,  fu tanta e s lunga l'amaritudine,  che appena che  io  possa
    credere che mai da letizia seguita si raddolcisse.
    Carissime  donne,  voi dovete sapere che appresso la morte di Federigo
    secondo imperadore fu re di Cicilia coronato Manfredi,  appo il  quale
    in  grandissimo stato fu un gentile uomo di Napoli chiamato Arrighetto
    Capece,  il quale per moglie avea una bella e gentil donna  similmente
    napoletana, chiamata madonna Beritola Caracciola. Il quale Arrighetto,
    avendo  il  governo  dell'isola  nelle mani,  sentendo che il re Carlo
    primo avea a Benevento vinto e ucciso Manfredi, e tutto il regno a lui
    si rivolgea,  avendo poca sicurt della corta fede de' ciciliani e non
    volendo  suddito  divenire  del  nimico  del  suo signore,  di fuggire
    s'apparecchiava. Ma questo da' ciciliani conosciuto,  subitamente egli
    e  molti  altri  amici e servitori del re Manfredi furono per prigioni
    dati al re Carlo, e la possessione dell'isola appresso.
    Madonna Beritola  in  tanto  mutamento  di  cose,  non  sappiendo  che
    d'Arrighetto si fosse e sempre di quello che era avvenuto temendo, per
    tema di vergogna,  ogni sua cosa lasciata,  con un suo figliuolo d'et
    forse d'otto anni,  chiamato Giusfredi,  e gravida e  povera,  montata
    sopra  una barchetta,  se ne fugg a Lipari,  e quivi partor un altro
    figliuol maschio, il quale nomin lo Scacciato; e presa una balia, con
    tutti sopra un legnetto mont per tornarsene a Napoli a' suoi parenti.
    Ma altramenti avvenne che il suo avviso; perci che per forza di vento
    il legno, che a Napoli andar dovea, fu trasportato all'isola di Ponzo,
    dove,  entrati in un picciol seno di mare,  cominciarono  ad  attender
    tempo al loro viaggio.
    Madama Beritola, come gli altri, smontata in su l'isola e sopra quella
    un  luogo  solitario  e  rimoto  trovato,  quivi  a  dolersi  del  suo
    Arrighetto si  mise  tutta  sola.  E  questa  maniera  ciascun  giorno
    tenendo,  avvenne che, essendo ella al suo dolersi occupata, senza che
    alcuno o marinaro o  altri  se  n'accorgesse,  una  galea  di  corsari
    sopravvenne, la quale tutti a man salva gli prese, e and via.
    Madama  Beritola,  finito  il suo diurno lamento,  tornata al lito per
    rivedere i figliuoli, come usata era di fare,  niuna persona vi trov;
    di che prima si maravigli,  e poi, subitamente di quello che avvenuto
    era sospettando,  gli occhi infra 'l mare sospinse,  e vide la  galea,
    non  molto ancora allungata,  dietro tirarsi il legnetto;  per la qual
    cosa ottimamente conobbe, s come il marito, aver perduti i figliuoli;
    e povera e sola e abbandonata,  senza saper dove mai alcuno  doversene
    ritrovare,   quivi  vedendosi,   tramortita,  il  marito    figliuoli
    chiamando, cadde in su 'l lito.
    Quivi non era chi con acqua fredda o con altro argomento  le  smarrite
    forze  rivocasse;  per  che  a  bello  agio poterono gli spiriti andar
    vagando dove lor piacque;  ma,  poi che nel misero  corpo  le  partite
    forze  insieme  colle lagrime e col pianto tornate furono,  lungamente
    chiam i figliuoli, e molto per ogni caverna gli and cercando. Ma poi
    che la sua fatica conobbe vana e vide la notte sopravvenire,  sperando
    e non sappiendo che,  di s medesima alquanto divenne sollicita, e dal
    lito partitasi,  in quella caverna,  dove di piagnere e di dolersi era
    usa, si ritorn.
    E  poi  che  la  notte  con  molta  paura e con dolore inestimabile fu
    passata, e il d nuovo venuto, e gi l'ora della terza valicata, essa,
    che la sera avanti cenato non  avea,  da  fame  costretta,  a  pascere
    l'erbe si diede;  e,  pasciuta come pot,  piagnendo,  a vari pensieri
    della sua futura vita si diede.  N quali mentre ella  dimorava,  vide
    venire  una  cavriuola  ed  entrare ivi vicino in una caverna,  e dopo
    alquanto uscirne e per lo bosco andarsene; per che ella, levatasi,  l
    entr  donde uscita era la cavriuola,  e videvi due cavriuoli forse il
    d medesimo nati,  li quali le parevano la pi dolce cosa del mondo  e
    la pi vezzosa; e, non essendolesi ancora del nuovo parto rasciutto il
    latte del petto,  quegli teneramente prese e al petto gli si pose.  Li
    quali,  non rifiutando il servigio,  cos lei poppavano come la  madre
    avrebber fatto;  e d'allora innanzi dalla madre a lei niuna distinzion
    fecero.  Per che,  parendo alla gentil donna avere nel  diserto  luogo
    alcuna compagnia trovata,  l'erbe pascendo e bevendo l'acqua,  e tante
    volte piagnendo  quante  del  marito  e  de'  figliuoli  e  della  sua
    preterita  vita  si  ricordava,  quivi  e  a  vivere  e a morire s'era
    disposta,   non  meno  dimestica  della  cavriuola  divenuta  che  de'
    figliuoli.
    E cos dimorando la gentil donna divenuta fiera, avvenne dopo pi mesi
    che  per  fortuna similmente quivi arriv un legnetto di pisani,  dove
    ella prima era arrivata, e pi giorni vi dimor.
    Era sopra quel legno un gentile uomo  chiamato  Currado  de'  marchesi
    Malespini  con  una  sua  donna  valorosa  e  santa;   e  venivano  di
    pellegrinaggio da tutti i santi luoghi li quali nel  regno  di  Puglia
    sono, e a casa loro se ne tornavano. Il quale, per passare malinconia,
    insieme  colla sua donna e con alcuni suoi famigliari e con suoi cani,
    un d ad andare fra l'isola si mise,  e non guari  lontano  al  luogo,
    dove  era madama Beritola,  cominciarono i cani di Currado a seguire i
    due cavriuoli,  li quali gi grandicelli pascendo andavano;  li  quali
    cavriuoli  da' cani cacciati,  in nulla altra parte fuggirono che alla
    caverna dove era madama Beritola.
    La quale,  questo vedendo,  levata in pi e preso un bastone,  li cani
    mand  indietro;  e  quivi  Currado  e  la  sua donna,  che i lor cani
    seguitavano, sopravvenuti, vedendo costei,  che bruna e magra e pilosa
    divenuta era, si maravigliarono, ed ella molto pi di loro. Ma poi che
    a' prieghi di lei ebbe Currado i suoi cani tirati indietro, dopo molti
    prieghi  la  piegarono  a dire chi ella fosse e che quivi facesse;  la
    quale pienamente ogni sua condizione e ogni suo  accidente  e  il  suo
    fiero proponimento loro aperse.  Il che udendo Currado, che molto bene
    Arrighetto Capece conosciuto avea, di compassion pianse,  e con parole
    assai s'ingegn di rimuoverla da proponimento s fiero, offerendole di
    rimenarla  a  casa  sua  o  di  seco  tenerla  in quello onore che sua
    sorella,  e stesse tanto che  Iddio  pi  lieta  fortuna  le  mandasse
    innanzi.  Alle quali proferte non piegandosi la donna, Currado con lei
    lasci la moglie e le disse che da mangiare quivi  facesse  venire,  e
    lei,  che  tutta era stracciata,  d'alcuna delle sue robe rivestisse e
    del tutto facesse che seco la ne menasse.
    La gentil donna con lei rimasa, avendo prima molto con madama Beritola
    pianto de' suoi infortuni,  fatti venire vestimenti e  vivande,  colla
    maggior  fatica  del  mondo  a  prendergli e a mangiar la condusse;  e
    ultimamente,  dopo molti prieghi,  affermando ella di mai  non  volere
    andare  ove  conosciuta  fosse,  la 'ndusse a doversene seco andare in
    Lunigiana insieme co' due cavriuoli e colla  cavriuola,  la  quale  in
    quel  mezzo  era  tornata  e,  non  senza gran maraviglia della gentil
    donna, l'avea fatta grandissima festa.
    E cos venuto il buon tempo,  madama Beritola con Currado e colla  sua
    donna  sopra  il lor legno mont,  e con loro insieme la cavriuola e i
    due cavriuoli (da' quali, non sappiendosi per tutti il suo nome,  ella
    fu  Cavriuola  dinominata),  e  con buon vento tosto infino nella foce
    della Magra n'andarono, dove smontati, alle lor castella ne salirono.
    Quivi appresso la donna di Currado madama Beritola, in abito vedovile,
    come una sua damigella,  onesta e umile e obediente stette,  sempre a'
    suoi cavriuoli avendo amore e faccendogli nutricare.
    I  corsari,  li  quali  avevano  a Ponzo preso il legno sopra il quale
    madama Beritola venuta era,  lei lasciata s come da lor  non  veduta,
    con  tutta  l'altra  gente  a Genova n'andarono;  e quivi tra' padroni
    della galea divisa la preda,  tocco' per avventura,  tra l'altre cose,
    in  sorte ad un messer Guasparrin d'Oria la balia di madama Beritola e
    i due fanciulli con lei; il quale lei co' fanciulli insieme a casa sua
    ne mand, per tenergli a guisa di servi n servigi della casa.
    La balia,  dolente oltre modo della perdita della sua  donna  e  della
    misera  fortuna  nella  quale  s  e  i  due  fanciulli  caduti vedea,
    lungamente pianse.  Ma,  poi che vide le lacrime niente giovare  e  s
    esser serva con loro insieme, ancora che povera femina fosse, pure era
    savia e avveduta; per che, prima come pot il meglio riconfortatasi, e
    appresso  riguardando  dove  erano pervenuti,  s'avvis che,  se i due
    fanciulli conosciuti fossono,  per avventura  potrebbono  di  leggiere
    impedimento ricevere;  e oltre a questo sperando che,  quando che sia,
    si potrebbe mutar la fortuna ed essi potrebbero, se vivi fossero,  nel
    perduto  stato  tornare,  pens  di non palesare ad alcuna persona chi
    fossero,  se tempo di ci non vedesse;  e a tutti diceva,  che di  ci
    domandata  l'avessero,  che  suoi  figliuoli erano.  E il maggiore non
    Giusfredi,  ma Giannotto di Procida nominava;  al minore non  cur  di
    mutar  nome;  e con somma diligenzia mostr a Giusfredi perch il nome
    cambiato gli avea e a qual pericolo egli potesse essere se  conosciuto
    fosse;  e questo non una volta ma molte e molto spesso, gli ricordava;
    la   qual   cosa   il   fanciullo,   che   intendente   era,   secondo
    l'ammaestramento della savia balia ottimamente faceva.
    Stettero adunque, e mal vestiti e peggio calzati, ad ogni vil servigio
    adoperati, colla balia insieme pazientemente pi anni i due garzoni in
    casa  messer  Guasparrino.  Ma  Giannotto,  gi  d'et di sedici anni,
    avendo pi animo che a servo non  s'apparteneva,  sdegnando  la  vilt
    della  servil  condizione,  salito  sopra  galee  che  in  Alessandria
    andavano, dal servigio di messer Guasparrino si part,  e in pi parti
    and in niente potendosi avanzare.
    Alla fine,  forse dopo tre o quattro anni appresso la partita fatta da
    messer  Guasparrino,  essendo  bel  giovane  e  grande  della  persona
    divenuto, e avendo sentito il padre di lui, il quale morto credeva che
    fosse,  essere  ancor  vivo,  ma  in prigione e in cattivit per lo re
    Carlo guardato,  quasi della  fortuna  disperato,  vagabundo  andando,
    pervenne  in  Lunigiana,  e quivi per ventura con Currado Malespina si
    mise per famigliare,  lui assai acconciamente e a  grado  servendo.  E
    come  che  (non)  rade  volte  la  sua madre,  la quale colla donna di
    Currado era, vedesse,  niuna volta la conobbe,  n ella lui;  tanto la
    et l'uno e l'altro, da quello che esser soleano quando ultimamente si
    videro, gli avea trasformati.
    Essendo  adunque  Giannotto  al  servigio di Currado,  avvenne che una
    figliuola di Currado,  il cui nome  era  Spina,  rimasa  vedova  d'uno
    Niccol  da  Grignano,  alla casa del padre torn;  la quale,  essendo
    assai bella e piacevole e giovane di poco  pi  di  sedici  anni,  per
    ventura  pose  gli  occhi  addosso  a  Giannotto,  ed  egli  a lei,  e
    ferventissimamente l'uno dell'altro s'innamor.  Il quale amore non fu
    lungamente  senza  effetto;  e  pi  mesi dur avanti che di ci niuna
    persona s'accorgesse.  Per  la  qual  cosa  essi,  troppo  assicurati,
    cominciarono a tener maniera men discreta che a cos fatte cose non si
    richiedea.  E andando un giorno per un bosco bello e folto d'alberi la
    giovane insieme  con  Giannotto,  lasciata  tutta  l'altra  compagnia,
    entrarono  innanzi;  e  parendo  loro  molto  di  via  aver  gli altri
    avanzati, in un luogo dilettevole e pien d'erba e di fiori, e d'alberi
    chiuso,   ripostisi,   a  prendere  amoroso  piacere  l'un  dell'altro
    incominciarono.
    E,  come  che  lungo spazio stati gi fossero insieme,  avendo il gran
    diletto fattolo loro parere molto brieve,  in ci  dalla  madre  della
    giovane prima,  e appresso da Currado,  soprappresi furono.  Il quale,
    doloroso oltre modo questo vedendo, senza alcuna cosa dire del perch,
    amenduni gli fece pigliare a tre suoi servidori e ad uno suo  castello
    legati menargliene;  e d'ira e di cruccio fremendo andava, disposto di
    fargli vituperosamente morire.
    La madre  della  giovane,  quantunque  molto  turbata  fosse  e  degna
    reputasse  la  figliuola  per  lo  suo fallo d'ogni crudel penitenzia,
    avendo per alcuna parola di Currado compreso qual  fosse  l'animo  suo
    verso i nocenti, non potendo ci comportare, avacciandosi sopraggiunse
    l'adirato  marito,  e cominciollo a pregare che gli dovesse piacere di
    non correr furiosamente a volere nella sua vecchiezza della  figliuola
    divenir  micidiale e a bruttarsi le mani del sangue d'un suo fante,  e
    che egli altra maniera trovasse a sodisfare all'ira sua,  s  come  di
    fargli  imprigionare  e  in  prigione  stentare  e piagnere il peccato
    commesso.  E tanto e queste e molte altre parole gli and  dicendo  la
    santa donna, che essa da uccidergli l'animo suo rivolse; e comand che
    in diversi luoghi ciascun di loro imprigionato fosse, e quivi guardati
    bene,  e  con poco cibo e con molto disagio servati infino a tanto che
    esso altro diliberasse di loro; e cos fu fatto. Quale la vita loro in
    cattivit e in continue lagrime e in pi lunghi digiuni che  loro  non
    sarien bisognati si fosse, ciascuno sel pu pensare.
    Stando  adunque Giannotto e la Spina in vita cos dolente ed essendovi
    gi uno anno, senza ricordarsi Currado di loro, dimorati,  avvenne che
    il re Piero di Raona,  per trattato di messer Gian di Procida, l'isola
    di Cicilia  ribell  e  tolse  al  re  Carlo;  di  che  Currado,  come
    ghibellino,  fece gran festa. La quale Giannotto sentendo da alcuno di
    quelli che a guardia l'aveano, gitt un gran sospiro, e disse:
    - Ahi lasso me!  che passati sono omai quattordici anni  che  io  sono
    andato tapinando per lo mondo, niuna altra cosa aspettando che questa,
    la quale, ora che venuta , acci che io mai d'aver ben pi non speri,
    m'ha  trovato  in  prigione,  della  quale mai se non morto uscire non
    spero!
    - E come?  - disse il prigioniere -  che  monta  a  te  quello  che  i
    grandissimi re si facciano? Che avevi tu a fare in Cicilia?
    A cui Giannotto disse:
    - El pare che 'l cuor mi si schianti,  ricordandomi di ci che gi mio
    padre v'ebbe a fare; il quale, ancora che picciol fanciul fossi quando
    me ne fuggii,  pur mi ricorda che io nel vidi signore,  vivendo il  re
    Manfredi.
    Segu il prigioniere:
    - E chi fu tuo padre?
    -  Il  mio  padre  -  disse  Giannotto  -  posso  io  omai sicuramente
    manifestare,  poi del pericolo mi veggio fuori,  il  quale  io  temeva
    scoprendolo.  Egli  fu  chiamato  ed  ancora,  s'el vive,  Arrighetto
    Capece, e io non Giannotto, ma Giusfredi ho nome;  e non dubito punto,
    se  io  di  qui fossi fuori,  che tornando in Cicilia io non vi avessi
    ancora grandissimo luogo.
    Il valente uomo, senza pi avanti andare, come prima ebbe tempo, tutto
    questo raccont a  Currado.  Il  che  Currado  udendo,  quantunque  al
    prigioniere mostrasse di non curarsene, andatosene a madonna Beritola,
    piacevolmente  la domand se alcun figliuolo avesse d'Arrighetto avuto
    che Giusfredi avesse nome.  La donna  piagnendo  rispose  che,  se  il
    maggiore de' suoi due che avuti avea fosse vivo, cos si chiamerebbe e
    sarebbe d'eta di ventidue anni.
    Questo  udendo  Currado,  avvis  lui  dovere esser desso,  e caddegli
    nell'animo,  se cos fosse,  che egli  ad  una  ora  poteva  una  gran
    misericordia  fare e la sua vergogna e quella della figliuola tor via,
    dandola per moglie a costui;  e per ci fattosi segretamente Giannotto
    venire, partitamente d'ogni sua passata vita l'esamin. E trovando per
    assai  manifesti  indizi  lui  veramente  esser  Giusfredi,  figliuolo
    d'Arrighetto Capece, gli disse:
    - Giannotto,  tu sai quanta e quale sia la 'ngiuria la qual  tu  m'hai
    fatta  nella  mia  propia  figliuola,  l dove,  trattandoti io bene e
    amichevolmente,  secondo che servidor si dee fare,  tu dovevi  il  mio
    onore  e delle mie cose sempre e cercare e operare;  e molti sarebbero
    stati quegli, a' quali se tu quello avessi fatto che a me facesti, che
    vituperosamente ti avrebber fatto morire;  so il che la mia piet  non
    sofferse.  Ora,  poi che cos  come tu mi d,  che tu figliuolo s di
    gentile uomo e di gentil donna, io voglio alle tue angoscie, quando tu
    medesimo vogli,  porre fine e trarti della miseria e  della  cattivit
    nella  qual  tu  dimori,  e  ad  una ora il tuo onore e 'l mio nel suo
    debito luogo riducere. Come tu sai, la Spina, la quale tu con amorosa,
    avvegna che sconvenevole a te e a lei, amist prendesti,   vedova,  e
    la sua dota  grande e buona; quali sieno i suoi costumi, e il padre e
    la madre di lei,  tu il sai;  del tuo presente stato niente dico.  Per
    che, quando tu vogli, io sono disposto, dove ella disonestamente amica
    ti fu,  ch'ella onestamente tua moglie divenga e che in guisa  di  mio
    figliuolo qui, con esso meco e con lei, quanto ti piacer dimori.
    Aveva la prigione macerate le carni di Giannotto, ma il generoso animo
    dalla  sua origine tratto non aveva ella in cosa alcuna diminuito,  n
    ancora lo 'ntero amore  il  quale  egli  alla  sua  donna  portava.  E
    quantunque  egli  ferventemente  disiderasse  quello  che  Currado gli
    offereva e s vedesse nelle sue forze, in niuna parte pieg quello che
    la grandezza dello animo suo gli mostrava di dover dire, e rispose:
    - Currado,  n cupidit di signoria n desiderio di  denari  n  altra
    cagione  alcuna  mi  fece  mai alla tua vita n alle tue cose insidie,
    come traditor, porre. Amai tua figliuola e amo e amer sempre, per ci
    che degna la reputo  del  mio  amore;  e  se  io  seco  fui  meno  che
    onestamente,  secondo la oppinion de' meccanici, quel peccato commisi,
    il quale sempre seco tiene la giovanezza congiunto e che,  se  via  si
    volesse  torre,  converrebbe che via si togliesse la giovanezza,  e il
    quale, se i vecchi si volessero ricordare d'essere stati giovani e gli
    altrui difetti colli loro misurare e li loro cogli altrui,  non  saria
    grave  come tu e molti altri fanno;  e come amico e non come nemico il
    commisi. Quello che tu offeri di voler fare sempre il disiderai,  e se
    io  avessi creduto che conceduto mi dovesse esser suto,  lungo tempo 
    che domandato l'avrei; e tanto mi sar ora pi caro,  quanto di ci la
    speranza    minore.  Se  tu  non  hai  quello animo che le parole tue
    dimostrano,  non mi pascere di vana  speranza;  fammi  ritornare  alla
    prigione e quivi quanto ti piace mi fa affliggere, ch quanto io amer
    la  Spina,  tanto  sempre  per amor di lei amer te,  che che tu mi ti
    facci, e avrotti in reverenza.
    Currado, avendo costui udito, si maravigli e di grande animo il tenne
    e il suo amore fervente reput,  e pi  ne  l'ebbe  caro;  e  per  ci
    levatosi  in  pi,  l'abbracci e baci,  e senza dar pi indugio alla
    cosa, comand che quivi chetamente fosse menata la Spina.
    Ella era nella prigione magra e pallida divenuta  e  debole,  e  quasi
    un'altra femina che esser non soleva parea,  e cos Giannotto un altro
    uomo: i  quali  nella  presenzia  di  Currado  di  pari  consentimento
    contrassero le sponsalizie secondo la nostra usanza.
    E  poi  che  pi  giorni,  senza sentirsi da alcuna persona di ci che
    fatto era alcuna cosa,  gli ebbe di tutto ci che bisogn  loro  e  di
    piacere  era  fatti adagiare,  parendogli tempo di farne le loro madri
    liete, chiamate la sua donna e la Cavriuola, cos verso lor disse:
    - Che direste voi,  madonna,  se io vi  facessi  il  vostro  figliuolo
    maggior riavere, essendo egli marito d'una delle mie figliuole?
    A cui la Cavriuola rispose:
    - Io non vi potrei di ci altro dire se non che,  se io vi potessi pi
    esser tenuta che io non sono,  tanto pi vi sarei quanto voi pi  cara
    cosa  che  non sono io medesima a me mi rendereste;  e rendendomela in
    quella guisa che voi dite,  alquanto in me  la  mia  perduta  speranza
    rivocareste -; e lagrimando si tacque.
    Allora disse Currado alla sua donna:
    - E a te che ne parrebbe, donna, se io cos fatto genero ti donassi?
    A cui la donna rispose:
    - Non che un di loro, che gentili uomini sono, ma un ribaldo, quando a
    voi piacesse, mi piacerebbe. Allora disse Currado:
    - Io spero infra pochi d farvi di ci liete femine.
    E   veggendo   gi   nella   prima  forma  i  due  giovani  ritornati,
    onorevolmente vestitigli, domand Giusfredi:
    - Che ti sarebbe caro sopra l'allegrezza la qual tu hai,  se tu qui la
    tua madre vedessi?
    A cui Giusfredi rispose:
    -  Egli  non  mi  si  lascia  credere che i dolori de' suoi sventurati
    accidenti l'abbian tanto lasciata viva; ma,  se pur fosse,  sommamente
    mi  saria  caro,  s  come  colui  che  ancora per lo suo consiglio mi
    crederrei gran parte del mio stato ricoverare in Cicilia.
    Allora Currado l'una e l'altra donna quivi fece  venire.  Elle  fecero
    amendune    maravigliosa   festa   alla   nuova   sposa,    non   poco
    maravigliandosi,  quale spirazione potesse essere  stata  che  Currado
    avesse  a  tanta  benignit  recato,  che  Giannotto  con  lei  avesse
    congiunto.  Al quale madama Beritola,  per le parole da Currado udite,
    cominci  a  riguardare,  e  da  occulta  virt  desta  in  lei alcuna
    rammemorazione de' puerili lineamenti  del  viso  del  suo  figliuolo,
    senza aspettare altro dimostramento, colle braccia aperte gli corse al
    collo;  n la soprabondante piet e allegrezza materna le permisero di
    potere alcuna parola dire,  anzi s ogni virt sensitiva  le  chiusero
    che quasi morta nelle braccia del figliuol cadde. Il quale, quantunque
    molto  si  maravigliasse,  ricordandosi d'averla molte volte avanti in
    quel castello medesimo veduta e mai non riconosciutola, pur non dimeno
    conobbe incontanente l'odor materno e s medesimo della sua  preterita
    trascutaggine  biasimando,   lei  nelle  braccia  ricevuta  lagrimando
    teneramente baci.  Ma poi che  madama  Beritola,  pietosamente  dalla
    donna  di Currado e dalla Spina aiutata e con acqua fredda e con altre
    loro arti, in s le smarrite forze ebbe rivocate, rabbracc da capo il
    figliuolo con molte lagrime e con  molte  parole  dolci;  e  piena  di
    materna  piet mille volte o pi il baci,  ed egli lei reverentemente
    molto la vide e ricevette.
    Ma poi che l'accoglienze oneste e liete furo  iterate  tre  e  quattro
    volte,  non  senza  gran  letizia  e piacere de' circustanti,  e l'uno
    all'altro ebbe ogni suo accidente narrato;  avendo gi Currado a' suoi
    amici  significato  con gran piacere di tutti il nuovo parentado fatto
    da lui, e ordinando una bella e magnifica festa, gli disse Giusfredi:
    - Currado,  voi avete fatto me lieto di molte cose e lungamente  avete
    onorata mia madre;  ora, acci che niuna parte in quello che per vo'si
    possa ci resti a fare, vi priego che voi mia madre e la mia festa e me
    facciate lieti della presenza di mio fratello,  il quale in  forma  di
    servo messer Guasparrin d'Oria tiene in casa il quale come io vi dissi
    gi,  e  lui  e  me prese in corso;  e appresso che voi alcuna persona
    mandiate in Cicilia,  il quale pienamente s'informi delle condizioni e
    dello  stato del paese,  e mettasi a sentire quello che  d'Arrighetto
    mio padre,  se egli  o vivo o morto;  e se  vivo,  in che  stato;  e
    d'ogni cosa pienamente informato, a noi ritorni.
    Piacque  a  Currado  la domanda di Giusfredi e,  senza alcuno indugio,
    discretissime persone mand e a Genova  e  in  Cicilia.  Colui  che  a
    Genova  and,   trovato  messer  Guasparrino,   da  parte  di  Currado
    diligentemente il preg che lo Scacciato e la sua  balia  gli  dovesse
    mandare, ordinatamente narrandogli ci che per Currado era stato fatto
    verso Giusfredi e verso la madre.
    Messer Guasparrin si maravi forte, questo udendo, e disse:
    - Egli  vero che io farei per Currado ogni cosa,  che io potessi, che
    gli piacesse; e ho bene in casa avuti,  gi sono quattordici anni,  il
    garzon  che  tu  dimandi  e  una  sua  madre,  li quali io gli mander
    volentieri; ma dira' gli da mia parte che si guardi di non aver troppo
    creduto o di non credere alle favole di Giannotto, il qual d che oggi
    si fa chiamar Giusfredi,  per ci che egli  troppo pi  malvagio  che
    egli non s'avvisa.
     E  cos  detto,  fatto  onorare  il valente uomo,  si fece in segreto
    chiamar la balia e cautamente la esamin di questo  fatto.  La  quale,
    avendo udita la rebellion di Cicilia e sentendo Arrighetto esser vivo,
    cacciata via la paura che gi avuta avea,  ordinatamente ogni cosa gli
    disse.  e le cagioni gli mostr per che quella maniera che fatto aveva
    tenuta avesse.
    Messer  Guasparrino,  veggendo  li  detti della balia con quegli dello
    ambasciador di Currado ottimamente convenirsi.  cominci  a  dar  fede
    alle  parole;  e  per  un  modo  e  per  un  altro,  s  come uomo che
    astutissimo era,  fatta inquisizion di questa opera,  e pi  ogni  ora
    trovando cose che pi fede gli davano al fatto,  vergognandosi del vil
    trattamento fatto del garzone, in ammenda di ci, avendo una sua bella
    figlioletta d'et d'undici anni,  conoscendo egli chi  Arrighetto  era
    stato e fosse,  con una gran dota gli di per moglie; e, dopo una gran
    festa di ci fatta. col garzone e colla figliuola e collo ambasciadore
    di Currado e colla balia montato sopra una galeotta bene armata, se ne
    venne a Lerici;  dove,  ricevuto da Currado,  con tutta la sua brigata
    n'and  ad un castel di Currado,  non molto di quivi lontano,  dove la
    festa grande era apparecchiata.
    Quale la festa della madre fosse  rivedendo  il  suo  figliuolo,  qual
    quella de' due fratelli,  qual quella di tutti e tre alla fedel balia,
    qual quella di tutti fatta a messer Guasparrino e alla sua  figliuola,
    e  di lui a tutti,  e di tutti insieme con Currado e colla sua donna e
    co' figliuoli e co' suoi amici, non si potrebbe con parole spiegare; e
    per ci a voi, donne,  la lascio ad imaginare.  Alla quale,  acci che
    compiuta  fosse,  volle  Domeneddio,  abbondantissimo  donatore quando
    comincia, sopraggiugnere le liete novelle della vita e del buono stato
    d'Arrighetto Capece.
    Per ci che,  essendo la festa grande e i convitati (le  donne  e  gli
    uomini)  alle tavole ancora alla prima vivanda,  sopraggiunse colui il
    quale andato era in Cicilia, e tra l'altre cose, raccont d'Arrighetto
    che,  essendo egli in Catania per lo re  Carlo  guardato  in  prigione
    quando il romore contro al re si lev nella terra,  il popolo a furore
    corse alla prigione e, uccise le guardie, lui n'avean tratto fuori,  e
    s  come capitale nemico del re Carlo,  l'avevano fatto lor capitano e
    seguitolo a cacciare e ad uccidere i franceschi. Per la qual cosa egli
    sommamente era venuto nella grazia del re  Pietro,  il  quale  lui  in
    tutti  i suoi beni e in ogni suo onore rimesso aveva;  laonde egli era
    in grande e in buono stato;  aggiugnendo che egli aveva lui con  sommo
    onore  ricevuto e inestimabile festa aveva fatta della sua donna e del
    figliuolo,  de' quali mai dopo la presura sua niente aveva  saputo;  e
    oltre  a ci mandava per loro una saettia con alquanti gentili uomini,
    li quali appresso venieno.
    Costui fu con grande  allegrezza  e  festa  ricevuto  e  ascoltato;  e
    prestamente Currado con alquanti dei suoi amici in contro si fecero a'
    gentili uomini che per madama Beritola e per Giusfredi venieno, e loro
    lietamente ricevette,  e al suo convito,  il quale ancora al mezzo non
    era, gl'introdusse.
    Quivi e la donna e Giusfredi e oltre a  questi  tutti  gli  altri  con
    tanta letizia gli videro,  che mai simile non fu udita; e essi, avanti
    che a mangiar si ponessero,  da  parte  d'Arrighetto  e  salutarono  e
    ringraziarono,  quanto il meglio seppero e pi poterono,  Currado e la
    sua donna dell'onore fatto e alla donna  di  lui  e  al  figliuolo;  e
    Arrighetto  e  ogni  cosa  che  per  lui  si  potesse offersero al lor
    piacere.  Quindi a messer Guasparrino rivolti,  il cui  beneficio  era
    inoppinato,  dissero s essere certissimi che, qualora ci che per lui
    verso lo Scacciato stato era  fatto  da  Arrighetto  si  sapesse,  che
    grazie  simiglianti  e  maggiori  rendute sarebbono.  Appresso questo,
    lietissimamente nella festa delle due nuove spose  e  con  li  novelli
    sposi mangiarono.
    N  solo  quel  d  fece  Currado  festa al genero e agli altri suoi e
    parenti e amici, ma molti altri. La quale poi che riposata fu, parendo
    a madama Beritola e a Giusfredi e agli altri di doversi  partire,  con
    molte  lagrime  da  Currado e dalla sua donna e da messer Guasparrino,
    sopra la saettia montati,  seco la Spina menandone,  si  partirono;  e
    avendo  prospero  vento,  tosto in Cicilia pervennero,  dove con tanta
    festa da Arrighetto tutti parimente,  figliuoli e le donne, furono in
    Palermo ricevuti,  che dire non si potrebbe giammai:  dove  poi  molto
    tempo  si  crede  che  essi  tutti  felicemente  vivessero,   e,  come
    conoscenti del ricevuto beneficio, amici di Messer Domeneddio.












    Giornata seconda - Novella settima.

    Il soldano di Babilonia ne manda una sua figliuola a marito al re  del
    Garbo,  la  quale per diversi accidenti in spazio di quattro anni alle
    mani  di  nove  uomini  perviene  in  diversi   luoghi;   ultimamente,
    restituita  al padre per pulcella,  ne va al re del Garbo,  come prima
    faceva, per moglie.

    Forse non molto pi si sarebbe la novella  d'Emilia  distesa,  che  la
    compassione  avuta dalle giovani donne a' casi di madama Beritola loro
    avrebbe condotte a lagrimare.  Ma,  poi che a quella  fu  posta  fine,
    piacque alla reina che Panfilo seguitasse,  la sua raccontando; per la
    qual cosa egli, che ubidientissimo era, incominci.
    Malagevolmente, piacevoli donne, si pu da noi conoscer quello che per
    noi si faccia,  per ci che,  se come assai volte  s'  potuto  vedere,
    molti  estimando,  se  essi ricchi divenissero,  senza sollecitudine e
    sicuri  poter  vivere,   quello  non  solamente  con  prieghi  a   Dio
    addomandarono,  ma  sollecitamente,  non  recusando  alcuna  fatica  o
    pericolo,  d'acquistarlo cercarono;  e,  come che loro venisse  fatto,
    trovarono chi per vaghezza di cos ampia eredit gli uccise,  li quali
    avanti che arricchiti fossero amavan la  vita  loro.  Altri  di  basso
    stato per mille pericolose battaglie, per mezzo il sangue de' fratelli
    e  degli  amici  loro  saliti  all'altezza de' regni,  in quegli somma
    felicit esser credendo,  senza le infinite sollecitudini e  paure  di
    che piena la videro e sentirono,  conobbero,  non senza la morte loro,
    che nell'oro alle mense reali si beveva il veleno. Molti furono che la
    forza corporale e la bellezza,  e certi gli  ornamenti,  con  appetito
    ardentissimo disiderarono,  n prima d'aver mal disiderato s'avvidero,
    che essi quelle cose loro di morte essere o di dolorosa vita cagione.
    E acci che io partitamente di tutti gli  umani  disideri  non  parli,
    affermo niuno poterne essere con pieno avvedimento, s come sicuro da'
    fortunosi  casi,  che  da'  viventi  si  possa eleggere;  per che,  se
    dirittamente operar  volessimo,  a  quello  prendere  e  possedere  ci
    dovremmo  disporre  che  Colui ci donasse,  il quale sol ci che ci fa
    bisogno conosce e puolci dare. Ma per ci che,  come che gli uomini in
    varie  cose  pecchino  disiderando,  voi,  graziose donne,  sommamente
    peccate in una, cio nel disiderare d'esser belle,  in tanto che,  non
    bastandovi le bellezze che dalla natura concedute vi sono,  ancora con
    maravigliosa arte quelle cercate d'accrescere, mi piace di raccontarvi
    quanto sventuratamente fosse bella una saracina,  alla quale in  forse
    quattro  anni  avvenne per la sua bellezza di fare nuove nozze da nove
    volte.
    Gi  buon tempo passato che di Babilonia fu un soldano, il quale ebbe
    nome Beminedab, al quale ne' suoi d assai cose secondo il suo piacere
    avvennero. Aveva costui, tra gli altri suoi molti figliuoli e maschi e
    femine,  una figliuola chiamata Alatiel,  la  quale,  per  quello  che
    ciascuno che la vedeva dicesse, era la pi bella femina che si vedesse
    in  quei  tempi nel mondo;  e per ci che in una grande sconfitta,  la
    quale aveva data ad una gran moltitudine d'arabi che addosso gli  eran
    venuti,  l'aveva  maravigliosamente  aiutato  il re del Garbo,  a lui,
    domandandogliele egli di grazia speziale,  l'aveva per moglie data,  e
    lei con onorevole compagnia e d'uomini e di donne e con molti nobili e
    ricchi arnesi fece sopra una nave bene armata e ben corredata montare,
    e a lui mandandola, l'accomand a Dio.
    I  marinari,  come  videro  il tempo ben disposto,  diedero le vele a'
    venti e del porto d'Alessandria si partirono e pi giorni  felicemente
    navigarono;  e gi avendo la Sardigna passata,  parendo loro alla fine
    del loro cammino esser  vicini,  si  levarono  subitamente  un  giorno
    diversi  venti,  li quali,  essendo ciascuno oltre modo impetuoso,  s
    faticarono la nave dove la donna era e'marinari,  che  pi  volte  per
    perduti  si tennero.  Ma pure,  come valenti uomini,  ogni arte e ogni
    forza  operando,   essendo  da  infinito  mare  combattuti,   due   d
    sostennero; e surgendo gi dalla tempesta cominciata la terza notte, e
    quella non cessando ma crescendo tutta fiata,  non sappiendo essi dove
    si fossero n potendolo per estimazion marinaresca comprendere n  per
    vista, per ci che oscurissimo di nuvoli e di buia notte era il cielo,
    essendo essi non guari sopra Maiolica, sentirono la nave sdrucire.
    Per la qual cosa,  non veggendovi alcun rimedio al loro scampo, avendo
    a mente ciascun s  medesimo  e  non  altrui,  in  mare  gittarono  un
    paliscalmo,  e sopra quello pi tosto di fidarsi disponendo, che sopra
    la isdrucita nave, si gittarono i padroni;  a' quali appresso or l'uno
    or  l'altro  di quanti uomini erano nella nave,  quantunque quelli che
    prima  nel  paliscalmo  eran  discesi  colle  coltella  in   mano   il
    contradicessero,  tutti si gittarono;  e, credendosi la morte fuggire,
    in quella incapparono;  per ci che non potendone per  la  contrariet
    del  tempo  tanti  reggere il paliscalmo,  andato sotto,  tutti quanti
    perirono. E la nave,  che da impetuoso vento era sospinta,  quantunque
    sdrucita fosse e gi presso che piena d'acqua (non essendovi su rimasa
    altra  persona  che  la  donna e le sue femine,  e quelle tutte per la
    tempesta del mare e per la paura  vinte  su  per  quella  quasi  morte
    giacevano),  velocissimamente  correndo,  in una piaggia dell'isola di
    Maiolica percosse; e fu tanta e s grande la foga di quella, che quasi
    tutta si ficc nella rena vicina al lito forse una gittata di  pietra;
    e quivi dal mar combattuta,  la notte, senza poter pi dal vento esser
    mossa, si stette.
    Venuto il giorno chiaro e alquanto la tempesta  acchetata,  la  donna,
    che  quasi  mezza  morta  era,  alz la testa,  e cos debole come era
    cominci a chiamare ora uno e ora un altro della sua famiglia;  ma per
    niente  chiamava,  ch  i chiamati eran troppo lontani.  Per che,  non
    sentendosi rispondere ad alcuno n alcuno  veggendone,  si  maravigli
    molto  e  cominci  ad  avere  grandissima  paura;  e come meglio pot
    levatasi,  le donne che in compagnia di lei  erano  e  l'altre  femine
    tutte  vide  giacere,  e  or  l'una  e  or l'altra dopo molto chiamare
    tentando,  poche ve ne trov che avessono sentimento,  s come  quelle
    che,  tra per grave angoscia di stomaco e per paura morte s'erano;  di
    che la paura alla donna divenne maggiore.  Ma nondimeno,  strignendola
    necessit  di consiglio,  per ci che quivi tutta sola si vedeva,  non
    conoscendo o sappiendo dove si fosse,  pure stimol tanto  quelle  che
    vive erano,  che su le fece levare;  e trovando quelle non sapere dove
    gli uomini andati fossero,  e veggendo la nave  in  terra  percossa  e
    d'acqua piena, con quelle insieme dolorosamente cominci a piagnere.
    E  gi era ora di nona,  avanti che alcuna persona su per lo lito o in
    altra parte vedessero,  a cui di s potessero fare venire alcuna piet
    ad  aiutarle.  In su la nona,  per avventura da un suo luogo tornando,
    pass quindi un gentile uomo, il cui nome era Pericon da Visalgo,  con
    pi suoi famigli a cavallo,  il quale,  veggendo la nave,  subitamente
    imagin ci che era e comand ad un  de'  famigli  che  senza  indugio
    procacciasse  di  su  montarvi e gli raccontasse ci che vi fosse.  Il
    famigliare, ancora che con difficult il facesse,  pur vi mont su,  e
    trov la gentil giovane,  con quella poca compagnia che avea, sotto il
    becco della proda della nave tutta timida star nascosa. Le quali, come
    costui videro,  piagnendo pi volte  misericordia  addomandarono;  ma,
    accorgendosi che intese non erano,  n esse lui intendevano,  con atti
    s'ingegnarono di dimostrare la loro disavventura.
    Il famigliare,  come pot il meglio ogni cosa ragguardata,  raccont a
    Pericone ci che su v'era;  il quale, prestamente fattone gi torre le
    donne e le pi  preziose  cose  che  in  essa  erano  e  che  aver  si
    potessono,  con esse n'and ad un suo castello;  e quivi con vivande e
    con riposo riconfortate le donne, comprese, per gli arnesi ricchi,  la
    donna  che  trovata  avea  dovere  essere  gran  gentil  donna,  e lei
    prestamente conobbe all'onore che vedeva dall'altre fare a lei sola. E
    quantunque pallida e assai male in ordine della persona per la  fatica
    del mare allor fosse la donna, pur parevano le sue fattezze bellissime
    a Pericone; per la qual cosa subitamente seco diliber, se ella marito
    non  avesse,  di  volerla  per  moglie,  e  se per moglie avere non la
    potesse, di volere avere la sua amist.
    Era Pericone uomo di fiera vista e robusto molto;  e avendo per  alcun
    d  la  donna  ottimamente  fatta  servire,  e per questo essendo ella
    riconfortata  tutta,   veggendola  esso  oltre  ad  ogni   estimazione
    bellissima,  dolente  senza  modo che lei intendere non poteva n ella
    lui,  e cos non poter saper chi si fosse,  acceso nondimeno della sua
    bellezza  smisuratamente,  con  atti  piacevoli  e  amorosi  s'ingegn
    d'inducerla a fare senza  contenzione  i  suoi  piaceri.  Ma  ci  era
    niente:  ella rifiutava del tutto la sua dimestichezza;  e intanto pi
    s'accendeva l'ardore di Pericone.  Il che la  donna  veggendo,  e  gi
    quivi  per alcuni giorni dimorata,  e per li costumi avvisando che tra
    cristiani era e in  parte  dove,  se  pure  avesse  saputo,  il  farsi
    conoscere le montava poco,  avvisandosi che a lungo andare o per forza
    o per amore le converrebbe venire a dovere i piaceri di Pericon  fare,
    con  altezza  d'animo  seco  propose  di  calcare la miseria della sua
    fortuna,  e alle sue femine,  che pi che tre rimase non le ne  erano,
    comand che ad alcuna persona mai manifestassero chi fossero, salvo se
    in   parte  si  trovassero  dove  aiuto  manifesto  alla  lor  libert
    conoscessero;  oltre a questo sommamente confortandole a conservare la
    loro  castit,  affermando s aver seco proposto che mai di lei se non
    il suo marito goderebbe.  Le sue femine  di  ci  la  commendarono,  e
    dissero di servare al loro potere il suo comandamento.
    Pericone, pi di giorno in giorno accendendosi, e tanto pi quanto pi
    vicina  si  vedeva la disiderata cosa e pi negata,  e veggendo che le
    sue  lusinghe  non  gli  valevano,  di  spose  lo  'ngegno  e  l'arti,
    riserbandosi  alla  fine le forze.  Ed essendosi avveduto alcuna volta
    che alla donna piaceva il vino, s come a colei che usata non n'era di
    bere per la sua legge che il vietava, con quello, s come con ministro
    di Venere, s'avvis di poterla pigliare;  e mostrando di non aver cura
    di ci che ella si mostrava schifa, fece una sera, per modo di solenne
    festa,  una  bella  cena,  nella  quale  la donna venne;  e in quella,
    essendo di molte cose la cena  lieta,  ordin  con  colui  che  a  lei
    serviva,  che  di  vari  vini  mescolati  le desse bere.  Il che colui
    ottimamente  fece;  ed  ella,  che  di  ci  non  si  guardava,  dalla
    piacevolezza  del beveraggio tirata,  pi ne prese che alla sua onest
    non  sarebbe  richiesto;  di  che  ella,   ogni  avversit  trapassata
    dimenticando,  divenne  lieta,  e veggendo alcune femine alla guisa di
    Maiolica ballare, essa alla maniera alessandrina ball.
    Il che veggendo Pericone,  esser gli parve  vicino  a  quel  che  egli
    disiderava;  e continuando in pi abbondanza di cibi e di beveraggi la
    cena, per grande spazio di notte la prolung. Ultimamente, partitisi i
    convitati,  colla donna solo se n'entr nella camera;  la  quale,  pi
    calda di vino che d'onest temperata, quasi come se Pericone una delle
    sue femine fosse, senza alcuno ritegno di vergogna, in presenza di lui
    spogliatasi,  se  n'entr  nel  letto.  Pericone  non  diede indugio a
    seguitarla;  ma spento ogni lume,  prestamente dall'altra parte le  si
    coric allato,  e in braccio recatalasi, senza alcuna contradizione di
    lei,  con lei incominci amorosamente a sollazzarsi;  il che  poi  che
    ella  ebbe  sentito,  non  avendo mai davanti saputo con che corno gli
    uomini cozzano,  quasi pentuta del non avere alle lusinghe di Pericone
    assentito,  senza  attendere  d'essere  a  cos  dolci notti invitata,
    spesse volte s stessa invitava,  non colle parole,  ch non si  sapea
    fare intendere, ma co' fatti.
    A  questo  gran  piacere di Pericone e di lei,  non essendo la fortuna
    contenta  d'averla  di  moglie  d'un  re  fatta  divenire  amica  d'un
    castellano, le si par davanti pi crudele amist.
    Aveva  Pericone un fratello d'et di venticinque anni,  bello e fresco
    come una rosa, il cui nome era Marato; il quale,  avendo costei veduta
    ed  essendogli  sommamente piaciuta,  parendogli,  secondo che per gli
    atti di lei poteva comprendere,  essere assai bene della grazia sua ed
    estimando  che ci che di lei disiderava niuna cosa gliele toglieva se
    non la solenne guardia che faceva di lei Pericone,  cadde in un crudel
    pensiero, e al pensiero segu senza indugio lo scelerato effetto.
    Era  allora  per  ventura nel porto della citt una nave,  la quale di
    mercatantia era carica per andare in Chiarenza in Romania, della quale
    due giovani genovesi eran padroni,  e gi aveva collata  la  vela  per
    doversi,   come  buon  vento  fosse,   partire;   colli  quali  Marato
    convenutosi,  ordin come  da  loro  colla  donna  la  seguente  notte
    ricevuto  fosse.  E questo fatto,  faccendosi notte,  seco ci che far
    doveva avendo disposto,  alla casa di Pericone,  il quale di niente da
    lui   si   guardava,   sconosciutamente  se  n'and  con  alcuni  suoi
    fidatissimi compagni,  li quali a quello che fare intendeva  richiesti
    aveva, e nella casa, secondo l'ordine tra lor posto, si nascose.
    E poi che parte della notte fu trapassata, aperto a' suoi compagni, l
    dove Pericon colla donna dormiva n'andarono,  e quella aperta, Pericon
    dormente uccisono,  e la donna desta e piagnente minacciando di morte,
    se alcun romore facesse,  presero; e con gran parte delle pi preziose
    cose di Pericone, senza essere stati sentiti,  prestamente alla marina
    n'andarono, e quivi senza indugio sopra la nave se ne montarono Marato
    e la donna, e'suoi compagni se ne tornarono.
    I marinari, avendo buon vento e fresco, fecero vela al lor viaggio.
    La  donna amaramente e della sua prima sciagura e di questa seconda si
    dolfe molto; ma Marato, col santo Cresci -in-man che Iddio ci di,  la
    cominci  per  s  fatta  maniera a consolare,  che ella,  gi con lui
    dimesticatasi,  Pericone dimenticato avea;  e gi le pareva star bene,
    quando  la  fortuna l'apparecchi nuova tristizia,  quasi non contenta
    delle passate. Per ci che, essendo ella di forma bellissima,  s come
    gi pi volte detto avemo,  e di maniere laudevoli molto,  s forte di
    lei i due giovani padroni della  nave  s'innamorarono  che,  ogn'altra
    cosa  dimenticatane,  solamente  a  servirle e a piacerle intendevano,
    guardandosi sempre non Marato s'accorgesse della cagione.
    Ed essendosi l'uno dell'altro di questo amore avveduto,  di ci ebbero
    insieme  segreto  ragionamento,  e  convennersi  di fare l'acquisto di
    questo amor comune,  quasi amore cos questo dovesse patire,  come  la
    mercatantia o i guadagni fanno. E veggendola molto da Marato guardata,
    e  per  ci  alla  loro  intenzione  impediti,  andando  un  d a vela
    velocissimamente la nave,  e Marato standosi sopra la poppa e verso il
    mare  riguardando,  di  niuna  cosa da loro guardandosi,  di concordia
    andarono e, lui prestamente di dietro preso,  il gittarono in mare;  e
    prima  per ispazio di pi d'un miglio dilungati furono,  che alcuno si
    fosse pure avveduto Marato esser caduto in mare;  il che  sentendo  la
    donna,  e  non  veggendosi via da poterlo ricoverare,  nuovo cordoglio
    sopra la nave a far cominci.
    Al conforto della quale i due amanti incontanente vennero, e con dolci
    parole e con promesse grandissime,  quantunque ella  poco  intendesse,
    lei,  che  non tanto il perduto Marato quanto la sua sventura piagnea,
    s'ingegnavan di racchetare.  E dopo lunghi sermoni e una e altra volta
    con  lei  usati,   parendo  loro  lei  quasi  avere  racconsolata,   a
    ragionamento vennero tra s medesimi,  qual prima di loro  la  dovesse
    con  seco menare a giacere.  E,  volendo ciascuno essere il primo,  n
    potendosi in ci tra loro alcuna concordia trovare,  prima con  parole
    grave e dura riotta incominciarono, e da quella accesi nell'ira, messo
    mano alle coltella,  furiosamente s'andarono addosso, e pi colpi (non
    potendo quelli che sopra la nave erano dividergli) si diedono insieme,
    de' quali incontanente l'un cadde morto  e  l'altro,  in  molte  parti
    della  persona  gravemente fedito,  rimase in vita.  Il che dispiacque
    molto alla donna,  s come a  colei  che  quivi  sola  senza  aiuto  o
    consiglio  d'alcun  si  vedea,  e  temeva forte non sopra lei l'ira si
    volgesse de' parenti e degli amici de' due padroni;  ma i prieghi  del
    fedito  e  il  prestamente  pervenire a Chiarenza,  dal pericolo della
    morte la liberarono.  Dove col fedito insieme discese in terra,  e con
    lui dimorando in uno albergo, subitamente corse la fama della sua gran
    bellezza per la citt, e agli orecchi del prenze della Morea, il quale
    allora  era  in  Chiarenza,  pervenne;  laonde egli veder la volle,  e
    vedutola,  e oltre a quello che la fama portava bella  parendogli,  s
    forte di lei subitamente s'innamor, che ad altro non poteva pensare.
    E avendo udito in che guisa quivi pervenuta fosse, s'avvis di doverla
    potere avere. E cercando de' modi, e i parenti del fedito sappiendolo,
    senza altro aspettare,  prestamente gliele mandarono; il che al prenze
    fu sommamente caro e alla donna altress,  per ci che fuor d'un  gran
    pericolo  esser  le parve.  Il prenze vedendola,  oltre alla bellezza,
    ornata di costumi reali,  non potendo altramenti  saper  chi  ella  si
    fosse,  nobile donna dovere essere l'estim,  e per tanto il suo amore
    in lei si raddoppi;  e onorevolmente molto  tenendola,  non  a  guisa
    d'amica, ma di sua propia moglie la trattava.
    Il  perch,  avendo  a'  trapassati  mali  alcun  rispetto  la donna e
    parendole assai bene stare,  tutta riconfortata e lieta  divenuta,  in
    tanto  le  sue bellezze fiorirono,  che di niuna altra cosa pareva che
    tutta la Romania avesse  da  favellare.  Per  la  qual  cosa  al  duca
    d'Atene,  giovane  e  bello  e pro'della persona,  amico e parente del
    prenze, venne disidero di vederla;  e mostrando di venirlo a visitare,
    come usato era talvolta di fare, con bella e onorevole compagnia se ne
    venne a Chiarenza, dove onorevolmente fu ricevuto e con gran festa.
    Poi  dopo  alcuni  d  venuti insieme a ragionamento delle bellezze di
    questa donna,  domand il duca  se  cos  era  mirabil  cosa  come  si
    ragionava. A cui il prenze rispose:
    - Molto pi;  ma di ci non le mie parole, ma gli occhi tuoi voglio ti
    faccian fede.
    A che sollecitando il duca il prenze,  insieme n'andarono l dove ella
    era;  la  quale costumatamente molto e con lieto viso,  avendo davanti
    sentita la lor venuta,  gli ricevette;  e in  mezzo  di  loro  fattala
    sedere,  non si pot di ragionar con lei prender piacere,  per ci che
    essa poco o niente di quella lingua intendeva. Per che ciascun lei, s
    come maravigliosa cosa,  guardava,  e il duca massimamente,  il  quale
    appena   seco   poteva   credere  lei  essere  cosa  mortale;   e  non
    accorgendosi,  riguardandola,  dell'amoroso veleno che  egli  con  gli
    occhi bevea,  credendosi al suo piacer sodisfare mirandola,  s stesso
    miseramente impacci, di lei ardentissimamente innamorandosi.
    E poi che da lei insieme col prenze partito si fu ed  ebbe  spazio  di
    poter pensare seco stesso, estimava il prenze sopra ogni altro felice,
    s  bella cosa avendo al suo piacere;  e,  dopo molti e vari pensieri,
    pesando pi il suo focoso amore che la sua onest,  diliber,  che che
    avvenir se ne dovesse,  di privare di questa felicit il prenze e s a
    suo potere farne felice.
    E avendo l'animo al doversi avacciare,  lasciando ogni ragione e  ogni
    giustizia  dall'una  delle  parti,  agl'inganni  tutto  il suo pensier
    dispose; e un giorno, secondo l'ordine malvagio da lui preso,  insieme
    con un segretissimo cameriere del prenze, il quale avea nome Ciuriaci,
    segretissimamente  tutti  i suoi cavalli e le sue cose fece mettere in
    assetto per doversene andare;  e la  notte  vegnente  insieme  con  un
    compagno,  tutti  armati,  messo fu dal predetto Ciuriaci nella camera
    del prenze chetamente,  il quale egli vide che per lo gran  caldo  che
    era,  dormendo  la  donna,  esso tutto ignudo si stava ad una finestra
    volta alla marina a ricevere un venticello che da quella parte veniva.
    Per la qual cosa,  avendo il suo compagno davanti informato di  quello
    che  avesse  a  fare,  chetamente  n'and  per  la  camera infino alla
    finestra, e quivi con un coltello ferito il prenze per le reni, infino
    all'altra parte il pass e,  prestamente presolo,  dalla  finestra  il
    gitt fuori.
    Era  il  palagio sopra il mare,  e alto molto,  e quella finestra alla
    quale allora era il prenze,  guardava sopra certe case dall'impeto del
    mare  fatte  cadere,  nelle quali rade volte o non mai andava persona;
    per che avvenne,  s come il duca  davanti  avea  provveduto,  che  la
    caduta del corpo del prenze da alcuno non fu n pot esser sentita.
    Il compagno del duca ci veggendo esser fatto, prestamente un capestro
    da lui per ci portato, faccendo vista di fare carezze a Ciuriaci, gli
    gitt  alla  gola,  e  tir s che Ciuriaci niuno romore pot fare;  e
    sopraggiuntovi il duca,  lui strangolarono,  e dove il prenze  gittato
    avea  il gittarono.  E questo fatto,  manifestamente conoscendo s non
    esser stati n dalla donna n da altrui sentiti, prese il duca un lume
    in mano,  e quello port sopra il letto,  e chetamente tutta la donna,
    la quale fisamente dormiva,  scoperse;  e riguardandola tutta, la lod
    sommamente, e se vestita gli era piaciuta,  oltre ad ogni comparazione
    ignuda  gli  piacque.  Per  che,  di  pi  caldo  disio accesosi,  non
    spaventato dal ricente peccato da lui  commesso,  con  le  mani  ancor
    sanguinose,  allato  le  si  coric  e  con lei,  tutta sonnocchiosa e
    credente che il prenze fosse, si giacque.
    Ma poi che alquanto con  grandissimo  piacere  fu  dimorato  con  lei,
    levatosi  e fatto alquanti de' suoi compagni quivi venire,  fe'prender
    la donna in guisa che romore far non potesse,  e per una falsa  porta,
    dond'egli entrato era,  trattala,  e a caval messala,  quanto pi pot
    tacitamente,  con tutti i suoi entr in cammino,  e verso Atene se  ne
    torn.  Ma  (per  ci  che  moglie  aveva) non in Atene,  ma ad un suo
    bellissimo luogo,  che poco di fuori dalla citt sopra il mare  aveva,
    la  donna pi che altra dolorosa mise,  quivi nascosamente tenendola e
    faccendola onorevolmente di ci che bisognava servire.
    Avevano la seguente mattina i cortigiani  del  prenze  infino  a  nona
    aspettato che 'l prenze si levasse;  ma niente sentendo,  sospinti gli
    usci delle  camere,  che  solamente  chiusi  erano,  e  niuna  persona
    trovandovi,  avvisando  che  occultamente in alcuna parte andato fosse
    per istarsi alcun d a suo diletto con quella sua bella donna, pi non
    si dierono impaccio.
    E cos standosi, avvenne che il d seguente un matto, entrato intra le
    ruine dove il corpo del prenze e di Ciuriaci erano,  per  lo  capestro
    tir fuori Ciuriaci,  e andavaselo tirando dietro.  Il quale non senza
    gran maraviglia fu  riconosciuto  da  molti,  li  quali  con  lusinghe
    fattisi menare al matto l, onde tratto l'avea, quivi, con grandissimo
    dolore di tutta la citt, quello del prenze trovarono, e onorevolmente
    il   sepellirono;   e   de'   commettitori   di  cos  grande  eccesso
    investigando,  e veggendo il duca  d'Atene  non  esservi,  ma  essersi
    furtivamente partito, estimarono, cos come era, lui dovere aver fatto
    questo  e  menatasene  la donna.  Per che prestamente in lor prenze un
    fratello del morto prenze sustituendo,  lui alla vendetta con ogni lor
    potere  incitarono;  il  quale,  per pi altre cose poi accertato cos
    essere come imaginato avieno,  richiesti e amici e parenti e servidori
    di  diverse parti,  prestamente congreg una bella e grande e poderosa
    oste, e a far guerra al duca d'Atene si dirizz.
    Il duca,  queste cose sentendo,  a difesa di s  similmente  ogni  suo
    sforzo  apparecchi,  e  in  aiuto  di lui molti signor vennero,  tra'
    quali, mandati dallo imperadore di Costantino poli,  furono Constanzio
    suo figliuolo e Manovello suo nepote,  con bella e con gran gente;  li
    quali dal duca onorevolemente ricevuti furono,  e dalla duchessa  pi,
    per ci che loro sirocchia era.
    Appressandosi  di  giorno  in  giorno  pi  alla  guerra  le cose,  la
    duchessa,  preso tempo,  amenduni nella camera se gli fece  venire,  e
    quivi con lagrime assai e con parole molte tutta la istoria narr,  le
    cagioni della guerra mostrando e il dispetto  a  lei  fatto  dal  duca
    della femina,  la quale nascosamente si credeva tenere; e forte di ci
    condogliendosi, gli preg che allo onor del duca e alla consolazion di
    lei quello compenso mettessero, che per loro si potesse il migliore.
    Sapevano i giovani tutto il fatto come stato era,  e  per  ci,  senza
    troppo addomandar, la duchessa come seppero il meglio riconfortarono e
    di  buona  speranza  la riempirono;  e da lei informati dove stesse la
    donna,  si dipartirono.  E  avendo  molte  volte  udita  la  donna  di
    maravigliosa  bellezza  commendare,  disideraron  di vederla e il duca
    pregarono che loro la mostrasse. Il quale, mal ricordandosi di ci che
    al prenze avvenuto era per averla mostrata a lui, promise di farlo;  e
    fatto  in  un  bellissimo  giardino  (che  nel  luogo,  dove  la donna
    dimorava,  era) apparecchiare un magnifico desinare,  loro la seguente
    mattina con pochi altri compagni a mangiar con lei men.
    E  sedendo  Constanzio  con  lei,  la  cominci  a riguardare pieno di
    maraviglia,  seco affermando mai s bella cosa non aver veduta,  e che
    per  certo per iscusato si doveva avere il duca e qualunque altro che,
    per avere una cos bella cosa,  facesse tradimento o  altra  disonesta
    cosa; e una volta e altra mirandola, e pi ciascuna commendandola, non
    altramenti  a  lui avvenne che al duca avvenuto era.  Per che,  da lei
    innamorato partitosi,  tutto il pensiero della guerra abbandonato,  si
    diede a pensare come al duca torre la potesse,  ottimamente a ciascuna
    persona il suo amor celando.
    Ma,  mentre che esso in  questo  fuoco  ardeva,  sopravenne  il  tempo
    d'uscire  contro al prenze,  che gi alle terre del duca s'avvicinava;
    per che il duca e Constanzio e gli altri tutti, secondo l'ordine dato,
    d'Atene usciti,  andarono a contrastare a certe frontiere,  acci  che
    pi avanti non potesse il prenze venire. E quivi per pi d dimorando,
    avendo  sempre  Constanzio  l'animo  e  'l  pensiero  a  quella donna,
    imaginando che,  ora che 'l duca non  l'era  vicino,  assai  bene  gli
    potrebbe  venir fatto il suo piacere,  per aver cagione di tornarsi ad
    Atene si mostr forte della persona disagiato;  per che,  con licenzia
    del duca, commessa ogni sua podest in Manovello, ad Atene se ne venne
    alla  sorella,  e  quivi,  dopo  alcun  d,  messala nel ragionare del
    dispetto che dal duca le pareva ricevere per la donna la qual  teneva,
    le disse che,  dove ella volesse, egli assai bene di ci l'aiuterebbe,
    faccendola di col ove era trarre e menarla via.
    La duchessa,  estimando Constanzio questo per amore di lei e non della
    donna fare,  disse che molto le piacea,  s veramente dove in guisa si
    facesse che il duca  mai  non  risapesse  che  essa  a  questo  avesse
    consentito;  il  che  Constanzio  pienamente  le  promise.  Per che la
    duchessa consent che egli, come il meglio gli paresse, facesse.
    Constanzio chetamente fece armare una barca  sottile,  e,  quella  una
    sera ne mand vicina al giardino dove dimorava la donna, informati de'
    suoi  che su v'erano quello che a fare avessero,  e appresso con altri
    n'and al palagio dove era la donna;  dove  da  quegli  che  quivi  al
    servigio di lei erano fu lietamente ricevuto,  e ancora dalla donna, e
    con esso lui  da'  suoi  servidori  accompagnata  e  da'  compagni  di
    Constanzio,  s come gli piacque, se n'and nel giardino. E quasi alla
    donna da parte del duca parlar volesse con lei  verso  una  porta  che
    sopra  il  mare usciva solo se n'and,  la quale gi essendo da uno de
    suoi compagni aperta,  e quivi  col  segno  dato  chiamata  la  barca,
    fattala  prestamente  prendere  e  sopra la barca porre,  rivolto alla
    famiglia di lei disse:
    - Niuno se ne muova n faccia motto, se egli non vuol morire,  per ci
    che  io  intendo non di rubare al duca la femina sua,  ma di torre via
    l'onta la quale egli fa alla mia sorella.
    A questo niuno ard di rispondere;  per che Constanzio co' suoi  sopra
    la barca montato e alla donna che piagnea accostatosi, comand che de'
    remi  dessero  in  acqua  e  andasser  via.  Li quali,  non vogando ma
    volando, quasi in sul d del seguente giorno ad Egina pervennero.
    Quivi in terra discesi e riposandosi,  Constanzio colla donna,  che la
    sua sventurata bellezza piagnea,  si sollazz; quindi, rimontati in su
    la barca,  infra pochi giorni pervennero a Chios,  e quivi,  per  tema
    delle riprensioni del padre e che la donna rubata non gli fosse tolta,
    piacque  a Constanzio,  come in sicuro luogo,  di rimanersi;  dove pi
    giorni la bella donna pianse  la  sua  disavventura;  ma  pur  poi  da
    Constanzio riconfortata, come l'altre volte fatto avea, s'incominci a
    prendere piacere di ci che la fortuna avanti l'apparecchiava.
    Mentre  queste  cose andavano in questa guisa,  Osbech,  allora re de'
    turchi, il quale in continua guerra stava collo imperadore,  in questo
    tempo  venne  per caso alle Smirre;  e quivi udendo come Constanzio in
    lasciva vita con una sua donna,  la quale  rubata  avea,  senza  alcun
    provedimento si stava in Chios, con alcuni legnetti armati l andatone
    una  notte  e  tacitamente colla sua gente nella terra entrato,  molti
    sopra le letta ne prese  prima  che  s'accorgessero  li  nemici  esser
    sopravenuti;  e ultimamente alquanti,  che,  risentiti, erano all'arme
    corsi, n'uccisero; e arsa tutta la terra,  e la preda e'prigioni sopra
    le navi posti, verso le Smirre si ritornarono.
    Quivi pervenuti,  trovando Osbech,  che giovane uomo era,  nel riveder
    della preda, la bella donna,  e conoscendo questa esser quella che con
    Constanzio  era  stata  sopra  il letto dormendo presa,  fu sommamente
    contento veggendola;  e senza niuno  indugio  sua  moglie  la  fece  e
    celebr le nozze e con lei si giacque pi mesi lieto.
    Lo  'mperadore,  il quale,  avanti che queste cose avvenissero,  aveva
    tenuto trattato con Basano re di Capadocia,  acci  che  sopra  Osbech
    dall'una  parte  con  le  sue  forze  discendesse,  ed  egli colle sue
    l'assalirebbe dall'altra, n ancora pienamente l'aveva potuto fornire,
    per ci che alcune cose le quali  Basano  addomandava,  s  come  meno
    convenevoli,  non aveva voluto fare, sentendo ci che al figliuolo era
    avvenuto,  dolente fuor di misura,  senza alcuno indugio ci che il re
    di Capadocia domandava fece, e lui quanto pi pot allo scendere sopra
    Osbech  sollecit,  apparecchiandosi  egli  d'altra  parte  d'andargli
    addosso.
    Osbech, sentendo questo,  il suo essercito ragunato,  prima che da due
    potentissimi  signori  fosse  stretto  in mezzo,  and contro al re di
    Capadocia, lasciata nelle Smirre a guardia d'un suo fedel famigliare e
    amico la sua bella donna,  e col re di Capadocia dopo  alquanto  tempo
    affrontatosi  combatt,  e fu nella battaglia morto e il suo essercito
    sconfitto e disperso. Per che Basano vittorioso cominci liberamente a
    venirsene verso le Smirre,  e vegnendo,  ogni gente a lui,  s come  a
    vincitore, ubbidiva.
    Il famigliare d'Osbech,  il cui nome era Antioco, a cui la bella donna
    era a guardia rimasa,  ancora che  attempato  fosse,  veggendola  cos
    bella,  senza servare al suo amico e signor fede, di lei s'innamor; e
    sappiendo la lingua di lei (il che molto a  grado  l'era,  s  come  a
    colei  alla quale parecchi anni a guisa quasi di sorda e di mutola era
    convenuta vivere, per lo non aver persona inteso, n essa essere stata
    intesa  da  persona),   da  amore  incitato,   cominci   seco   tanta
    famigliarit  a pigliare in pochi d,  che non dopo molto,  non avendo
    riguardo al signor loro che  in  arme  e  in  guerra  era,  fecero  la
    dimestichezza  non  solamente amichevole,  ma amorosa divenire,  l'uno
    dell'altro pigliando sotto le lenzuola maraviglioso piacere.
    Ma sentendo costoro Osbech essere vinto e morto,  e Basano  ogni  cosa
    venir pigliando,  insieme per partito presero di quivi non aspettarlo;
    ma,  presa grandissima parte  delle  pi  care  cose  che  quivi  eran
    d'Osbech, insieme nascosamente se n'andarono a Rodi; e quivi non guari
    di tempo dimorarono,  che Antioco inferm a morte.  Col quale tornando
    per ventura un mercatante cipriano,  da lui molto amato  e  sommamente
    suo amico,  sentendosi egli verso la fine venire, pens di volere e le
    sue cose e la sua cara donna lasciare a lui.  E gi alla morte vicino,
    amenduni gli chiam, cos dicendo:
    - Io mi veggio senza alcun fallo venir meno;  il che mi duole, per ci
    che di vivere mai non mi giov come or faceva.  E' il vero  che  d'una
    cosa contentissimo muoio,  per ci che,  pur dovendo morire, mi veggio
    morire nelle braccia di quelle due persone le quali  io  pi  amo  che
    alcune altre che al mondo ne sieno, cio nelle tue, carissimo amico, e
    in  quelle  di questa donna,  la quale io pi che me medesimo ho amata
    poscia che io la conobbi.  E' il vero che grave m',  lei sentendo qui
    forestiera e senza aiuto e senza consiglio,  morendomi io, rimanere; e
    pi sarebbe grave ancora, se io qui non sentissi te, il quale io credo
    che quella cura di lei avrai per  amor  di  me,  che  di  me  medesimo
    avresti;  e per ci quanto pi posso ti priego, che s'egli avviene che
    io muoia,  che le mie cose ed ella ti  sieno  raccomandate,  e  quello
    dell'une e dell'altra facci, che credi che sia consolazione dell'anima
    mia.  E  te,  carissima  donna,  priego  che  dopo la mia morte me non
    dimentichi,  acci che io di l vantar mi possa,  che io di qua  amato
    sia  dalla  pi bella donna che mai formata fosse dalla natura.  Se di
    queste due cose voi mi  darete  intera  speranza,  senza  niun  dubbio
    n'andr consolato.
    L'amico  mercatante  e  la  donna  similmente,  queste  parole udendo,
    piagnevano;  e avendo egli detto,  il confortarono e promisongli sopra
    la  lor  fede  di  quel  fare  che  egli pregava,  se avvenisse che el
    morisse.  Il quale  non  stette  guari  che  trapass  e  da  loro  fu
    onorevolmente fatto sepellire.
    Poi,  pochi d appresso,  avendo il mercatante cipriano ogni suo fatto
    in Rodi spacciato e in Cipri volendosene tornare sopra  una  cocca  di
    catalani che v'era, domand la bella donna quello che far volesse, con
    ci fosse cosa che a lui convenisse in Cipri tornare. La donna rispose
    che con lui,  se gli piacesse,  volentieri se n'andrebbe, sperando che
    per amor d'Antioco da lui come sorella sarebbe trattata e  riguardata.
    Il mercatante rispose che d'ogni suo piacere era contento; e acci che
    da ogni ingiuria che sopravenire le potesse avanti che in Cipri fosser
    la difendesse, disse che era sua moglie. E sopra la nave montati, data
    loro  una cameretta nella poppa,  acci che i fatti non paressero alle
    parole contrari,  con lei in uno lettuccio assai piccolo  si  dormiva.
    Per  la  qual  cosa  avvenne  quello  che n dell'un n dell'altro nel
    partir da Rodi era stato intendimento, cio che incitandogli il buio e
    l'agio e 'l caldo del letto, le cui forze non son piccole, dimenticata
    l'amist e l'amor d'Antioco morto,  quasi da iguale  appetito  tirati,
    cominciatisi a stuzzicare insieme,  prima che a Baffa giugnessero,  l
    onde era il cipriano,  insieme fecero parentado;  e a Baffa pervenuti,
    pi tempo insieme col mercatante si stette.
    Avvenne  per  ventura  che  a  Baffa  venne  per alcuna sua bisogna un
    gentile uomo, il cui nome era Antigono,  la cui et era grande,  ma il
    senno  maggiore,  e  la  ricchezza piccola;  per ci che in assai cose
    intramettendosi egli ne' servigi del re di Cipri,  gli era la  fortuna
    stata contraria.  Il quale, passando un giorno davanti la casa dove la
    bella donna dimorava,  essendo il cipriano mercatante andato  con  sua
    mercatantia  in  Erminia,  gli venne per ventura ad una finestra della
    casa di lei questa donna veduta, la quale, per ci che bellissima era,
    fiso cominci a riguardare,  e cominci seco stesso  a  ricordarsi  di
    doverla avere altra volta veduta, ma il dove in niuna maniera ricordar
    si poteva.
    La bella donna, la quale lungamente trastullo della fortuna era stata,
    appressandosi  il  termine  nel  quale i suoi mali dovevano aver fine,
    come ella Antigono vide,  cos si ricord di lui  in  Alessandria  ne'
    servigi  del padre in non piccolo stato aver veduto;  per la qual cosa
    subita speranza prendendo di dover  potere  ancora  nello  stato  real
    ritornare  per  lo colui consiglio,  non sentendovi il mercatante suo,
    come pi tosto pot, si fece chiamare Antigono. Il quale a lei venuto,
    ella vergognosamente domand se egli Antigono di Famagosta  fosse,  s
    come ella credeva. Antigono rispose del s, e oltre a ci disse:
    -  Madonna,  a  me  par  voi  riconoscere,  ma per niuna cosa mi posso
    ricordar dove, per che io vi priego,  se grave non v',  che a memoria
    mi riduciate chi voi siete.
    La  donna,  udendo  che desso era,  piagnendo forte gli si gitt colle
    braccia al collo,  e dopo alquanto,  lui  che  forte  si  maravigliava
    domand se mai in Alessandria veduta l'avesse.  La qual domanda udendo
    Antigono,  incontanente riconobbe costei essere Alatiel figliuola  del
    soldano,  la quale morta in mare si credeva che fosse,  e vollele fare
    la debita reverenza; ma ella nol sostenne e pregollo che seco alquanto
    si sedesse.  La qual cosa da Antigono fatta,  egli  reverentemente  la
    domand  come e quando e donde quivi venuta fosse,  con ci fosse cosa
    che per tutta terra d'Egitto s'avesse per certo lei in mare,  gi eran
    pi anni passati, essere annegata.
    A cui la donna disse:
    -  Io  vorrei  bene  che cos fosse stato pi tosto che avere avuta la
    vita la quale avuta ho, e credo che mio padre vorrebbe il simigliante,
    se giammai il sapr -;  e cos detto  ricominci  maravigliosamente  a
    piagnere.
    Per che Antigono le disse:
    -  Madonna,  non  vi  sconfortate  prima che vi bisogni;  se vi piace,
    narratemi i vostri accidenti e che  vita  sia  stata  la  vostra;  per
    avventura  l'opera  potr  essere  andata in modo che noi ci troveremo
    collo aiuto di Dio buon compenso.
    - Antigono,  - disse la bella donna - a me parve,  come  io  ti  vidi,
    vedere il padre mio, e da quello amore e da quella tenerezza, che io a
    lui  tenuta  son  di portare,  mossa,  potendomiti celare,  mi ti feci
    palese,  e di poche persone sarebbe potuto addivenire  d'aver  vedute,
    delle quali io tanto contenta fossi,  quanto sono d'aver te innanzi ad
    alcuno altro veduto e riconosciuto;  e per ci quello  che  nella  mia
    malvagia  fortuna  ho  sempre tenuto nascoso,  a te,  s come a padre,
    paleser.  Se vedi,  poi che udito l'avrai,  di potermi in alcuno modo
    nel mio pristino stato tornare,  priegoti l'adoperi;  se nol vedi,  ti
    priego che mai ad alcuna persona dichi d'avermi veduta o di  me  avere
    alcuna cosa sentita.
    E questo detto, sempre piagnendo, ci che avvenuto l'era dal d che in
    Maiolica  ruppe  infino  a quel punto,  gli raccont.  Di che Antigono
    pietosamente a piagnere cominci;  e poi che  alquanto  ebbe  pensato,
    disse:
    - Madonna, poi che occulto  stato ne' vostri infortuni chi voi siete,
    senza  fallo  pi cara che mai vi render al vostro padre,  e appresso
    per moglie al re del Garbo.
    E,  domandato da lei del come,  ordinatamente ci che da far fosse  le
    dimostr;  e  acci  che altro per indugio intervenir non potesse,  di
    presente si torn Antigono in Famagosta, e fu al re, al qual disse:
    - Signor mio,  se a voi aggrada,  voi potete ad  una  ora  a  voi  far
    grandissimo onore, e a me, che povero sono per voi, grande utile senza
    gran vostro costo.
    Il re domand come. Antigono allora disse:
    - A Baffa  pervenuta la bella giovane figliuola del soldano, di cui 
    stata  cos  lunga fama che annegata era,  e per servare la sua onest
    grandissimo disagio ha sofferto lungamente,  e al presente  in povero
    stato  e  disidera  di  tornarsi  al  padre.  Se  a  voi  piacesse  di
    mandargliele sotto la mia guardia questo sarebbe grande onor di voi, e
    di me gran bene;  n credo che mai tal servigio di  mente  al  soldano
    uscisse.
    Il re,  da una reale onest mosso, subitamente rispose che gli piacea;
    e onoratamente per lei mandando,  a Famagosta la fece venire,  dove da
    lui  e  dalla  reina  con  festa  inestimabile e con onor magnifico fu
    ricevuta.  La qual poi dal re e dalla reina de' suoi casi addomandata,
    secondo l'ammaestramento datole da Antigono rispose e cont tutto.
    E pochi d appresso, addomandandolo ella, il re, con bella e onorevole
    compagnia d'uomini e di donne,  sotto il governo d'Antigono la rimand
    al soldano;  dal quale se con festa fu ricevuta  niun  ne  dimandi,  e
    Antigono  similmente  con  tutta  la  sua compagnia.  La quale poi che
    alquanto fu riposata,  volle il soldano sapere  come  fosse  che  viva
    fosse,  e  dove  tanto tempo dimorata,  senza mai avergli fatto di suo
    stato alcuna cosa sentire.
    La donna,  la quale ottimamente gli  ammaestramenti  d'Antigono  aveva
    tenuti a mente, appresso al padre cos cominci a parlare:
    - Padre mio, forse il ventesimo giorno dopo la mia partita da voi, per
    fiera tempesta la nostra nave,  sdrucita,  percosse a certe piaggie l
    in ponente, vicine d'un luogo chiamato Aguamorta una notte;  e che che
    degli uomini,  che sopra la nostra nave erano,  s'avvenisse, io nol so
    n seppi giammai;  di tanto mi ricorda che,  venuto il  giorno,  e  io
    quasi  di morte a vita risurgendo,  essendo gi la stracciata nave da'
    paesani veduta ed essi a rubar quella di tutta la contrada  corsi,  io
    con  due  delle  mie  femine  prima  sopra  il  lito  poste  fummo,  e
    incontanente da' giovani prese,  chi qua con una e chi l con un'altra
    cominciarono  a  fuggire.  Che di loro si fosse io nol seppi mai;  ma,
    avendo me contrastante due giovani presa e per  le  trecce  tirandomi,
    piagnendo  io  sempre  forte,  avvenne  che,  passando  costoro che mi
    tiravano una strada per  entrare  in  un  grandissimo  bosco,  quattro
    uomini  in  quella  ora  di quindi passavano a cavallo,  li quali come
    quegli che mi tiravano vidono,  cos lasciatami prestamente presero  a
    fuggire.
    Li  quattro  uomini,  li  quali  nel  sembiante  assai  autorevoli  mi
    parevano, veduto ci, corsero dove io era e molto mi domandarono, e io
    dissi molto,  ma n da loro fui intesa n io loro intesi.  Essi,  dopo
    lungo consiglio, postami sopra uno de' lor cavalli, mi menarono ad uno
    monastero  di donne secondo la lor legge religiose,  e quivi,  che che
    essi dicessero,  io fui  da  tutte  benignamente  ricevuta  e  onorata
    sempre,  e  con  gran  divozione con loro insieme ho poi servito a san
    Cresci in Val Cava,  a cui le femine di quel paese voglion molto bene.
    Ma,  poi che per alquanto tempo con loro dimorata fui,  e gi alquanto
    avendo della loro lingua apparata,  domandandomi esse chi io  fossi  e
    donde,  e io conoscendo l dove io era e temendo,  se il vero dicessi,
    non fossi da lor cacciata s come nemica della lor legge,  risposi che
    io   era  figliuola  d'un  gran  gentile  uomo  di  Cipri,   il  quale
    mandandomene a marito in Creti,  per  fortuna  quivi  eravam  corsi  e
    rotti.
    E assai volte in assai cose, per tema di peggio, servai i lor costumi;
    e  domandata  dalla  maggiore di quelle donne,  la quale elle appellan
    badessa,  se in Cipri tornare me ne volessi,  risposi che  niuna  cosa
    tanto desiderava; ma essa, tenera del mio onore, mai ad alcuna persona
    fidar  non  mi volle che verso Cipri venisse,  se non,  forse due mesi
    sono, venuti quivi certi buoni uomini di Francia colle loro donne, de'
    quali alcun parente v'era  della  badessa,  e  sentendo  essa  che  in
    Jerusalem  andavano a visitare il Sepolcro,  dove colui cui tengon per
    Iddio fu sepellito poi che da' giudei fu ucciso, a loro mi raccomand,
    e pregogli che in Cipri a mio padre mi dovessero presentare.
    Quanto questi gentili uomini m'onorassono e lietamente mi  ricevessero
    insieme  colle lor donne,  lunga istoria sarebbe a raccontare.  Saliti
    adunque sopra una nave,  dopo pi giorni pervenimmo a Baffa;  e  quivi
    veggendomi pervenire, n persona conoscendomi n sappiendo che dovermi
    dire  a' gentili uomini che a mio padre mi volean presentare,  secondo
    che loro era stato imposto dalla veneranda donna, m'apparecchi Iddio,
    al qual forse di me incresceva,  sopra il lito Antigono in quella  ora
    che  noi  a  Baffa smontavamo;  il quale io prestamente chiamai,  e in
    nostra lingua,  per non essere da' gentili uomini n dalle  lor  donne
    intesa,  gli  dissi che come figliuola mi ricevesse.  Egli prestamente
    m'intese;  e fattami la festa grande,  quegli gentili uomini e  quelle
    donne  secondo la sua povera possibilit onor,  e me ne men al re di
    Cipri,  il quale con quello  onor  mi  ricevette  e  qui  a  voi  m'ha
    rimandata,  che mai per me raccontare non si potrebbe.  Se altro a dir
    ci resta, Antigono, che molte volte da me ha questa mia fortuna udita,
    il racconti.
    Antigono allora al soldano rivolto disse:
    - Signor mio,  ordinatissimamente s come ella m'ha pi volte detto  e
    come  quegli  gentili  uomini  colli  quali  venne  mi  dissero,  v'ha
    raccontato.  Solamente una parte v'ha lasciata a  dire,  la  quale  io
    estimo che,  per ci che bene non sta a lei di dirlo, l'abbia fatto; e
    questo ,  quanto quegli gentili uomini e donne,  colli  quali  venne,
    dicessero  della  onesta  vita  la  quale con le religiose donne aveva
    tenuta e della sua virt e de' suoi laudevoli costumi, e delle lagrime
    e del pianto che  fecero  e  le  donne  e  gli  uomini  quando,  a  me
    restituitola,  si  partiron  da lei.  Delle quali cose se io volessi a
    pien dire ci che essi mi dissero,  non che il presente giorno,  ma la
    seguente notte non ci basterebbe;  tanto solamente averne detto voglio
    che basti,  che (secondo che le loro parole mostravano e quello ancora
    che  io n'ho potuto vedere) voi vi potete vantare d'avere la pi bella
    figliuola e la pi onesta e la pi valorosa che altro signore che oggi
    corona porti.
    Di queste cose fece il soldano maravigliosissima  festa  e  pi  volte
    preg  Iddio che grazia gli concedesse di poter degni meriti rendere a
    chiunque avea la figliuola onorata, e massimamente al re di Cipri, per
    cui onoratamente gli era stata  rimandata;  e  appresso  alquanti  d,
    fatti grandissimi doni apparecchiare ad Antigono, al tornarsi in Cipri
    il licenzi, al re per lettere e per speziali ambasciadori grandissime
    grazie rendendo di ci che fatto aveva alla figliuola.
    Appresso questo, volendo che quello che cominciato era avesse effetto,
    cio che ella moglie fosse del re del Garbo, a lui ogni cosa signific
    pienamente, scrivendoli oltre a ci che, se gli piacesse d'averla, per
    lei  si  mandasse.  Di ci fece il re del Garbo gran festa,  e mandato
    onorevolmente per lei,  lietamente la ricevette.  Ed essa che con otto
    uomini forse diecemilia volte giaciuta era, allato a lui si coric per
    pulcella,  e  fecegliele  credere  che  cos  fosse;  e  reina con lui
    lietamente poi pi tempo visse. E perci si disse: - Bocca baciata non
    perde ventura, anzi rinnuova come fa la luna. -


    Giornata seconda - Novella ottava.

    Il conte d'Anguersa,  falsamente accusato,  va in essilio e lascia due
    suoi  figliuoli in diversi luoghi in Inghilterra,  ed egli sconosciuto
    tornando,  lor truova in buono stato,  va come ragazzo nello essercito
    del  re  di  Francia,  e  riconosciuto  innocente,    nel primo stato
    ritornato.

    Sospirato fu molto dalle donne per li vari casi della bella donna:  ma
    chi sa che cagione moveva que'sospiri?  Forse v'eran di quelle che non
    meno per vaghezza  di  cos  spesse  nozze  che  per  piet  di  colei
    sospiravano.  Ma lasciando questo stare al presente, essendosi da loro
    riso per l'ultime parole da Panfilo dette,  e  veggendo  la  reina  in
    quelle la novella di lui esser finita,  ad Elissa rivolta,  impose che
    con  una  delle  sue  l'ordine  seguitasse.   La   quale,   lietamente
    faccendolo, in cominci.
    Ampissimo  campo  quello per lo quale noi oggi spaziando andiamo,  n
    ce n' alcuno, che, non che uno aringo,  ma diece non ci potesse assai
    leggiermente correre, s copioso l'ha fatto la Fortuna delle sue nuove
    e  gravi  cose;  e  per  ci,  venendo  di  quelle che infinite sono a
    raccontare alcuna,  dico che essendo lo 'mperio di Roma da' franceschi
    n   tedeschi   trasportato,   nacque  tra  l'una  nazione  e  l'altra
    grandissima nimist e acerba e continua guerra,  per la quale,  s per
    la  difesa  del  suo  paese  e  s per l'offesa dell'altrui,  il re di
    Francia e un suo figliuolo, con ogni sforzo del lor regno,  e appresso
    d'amici  e  di  parenti,  che far poterono,  ordinarono un grandissimo
    essercito per andare sopr'a' nimici;  e avanti che a ci procedessero,
    per  non  lasciare  il  regno senza governo,  sentendo Gualtieri conte
    d'Anguersa gentile e savio uomo e molto lor fedele amico e  servidore,
    e  ancora che assai ammaestrato fosse nell'arte della guerra,  per ci
    che loro pi alle dilicatezze atto che a quelle fatiche parea,  lui in
    luogo  di  loro  sopra  tutto  il governo del reame di Francia general
    vicario lasciarono, e andarono al loro cammino.
    Cominci adunque Gualtieri e con senno e con ordine l'uficio commesso,
    sempre d'ogni cosa colla reina e colla  nuora  di  lei  conferendo;  e
    bench  sotto  la  sua  custodia  e  giurisdizione  lasciate  fossero,
    nondimeno come sue donne e maggiori in  ci  che  per  lui  si  poteva
    l'onorava.  Era  il detto Gualtieri del corpo bellissimo e d'et forse
    di quaranta anni,  e tanto piacevole e costumato,  quanto alcuno altro
    gentile uomo il pi esser potesse; e, oltre a tutto questo, era il pi
    leggiadro   e  il  pi  dilicato  cavaliere  che  a  quegli  tempi  si
    conoscesse, e quegli che pi della persona andava ornato.
    Ora avvenne che,  essendo il re di Francia e il figliuolo nella guerra
    gi  detta,  essendosi morta la donna di Gualtieri e a lui un figliuol
    maschio e una femina piccoli fanciulli rimasi di lei  senza  pi,  che
    costumando  egli  alla  corte  delle  donne predette e con loro spesso
    parlando delle bisogne del regno, che la donna del figliuol del re gli
    pose gli occhi addosso e con grandissima affezione la persona di lui e
    i suoi costumi considerando,  d'occulto  amore  ferventemente  di  lui
    s'accese;  e s giovane e fresca sentendo e lui senza alcuna donna, si
    pens leggiermente doverle il suo disidero  venir  fatto,  e  pensando
    niuna cosa a ci contrastare,  se non vergogna, di manifestargliele si
    dispose del tutto e quella cacciar via.  Ed,  essendo un giorno sola e
    parendole tempo,  quasi d'altre cose con lui ragionar volesse, per lui
    mand.
    Il conte, il cui pensiero era molto lontano da quel della donna, senza
    alcuno indugio a lei and; e postosi,  come ella volle,  con lei sopra
    un letto in una camera tutti soli a sedere,  avendola il conte gi due
    volte domandata della cagione per che fatto l'avesse  venire  ed  ella
    taciuto,  ultimamente  da  amor  sospinta,  tutta di vergogna divenuta
    vermiglia,  quasi piagnendo e tutta tremante,  con parole  rotte  cos
    cominci a dire:
    - Carissimo e dolce amico e signor mio,  voi potete,  come savio uomo,
    agevolmente conoscere quanta sia la fragilit e degli uomini  e  delle
    donne,  e  per  diverse  cagioni  pi  in  una  che in altra;  per che
    debitamente dinanzi a giusto giudice un medesimo  peccato  in  diverse
    qualit  di persone non dee una medesima pena ricevere.  E chi sarebbe
    colui che dicesse che non dovesse molto pi essere  da  riprendere  un
    povero uomo o una povera femina, a' quali colla loro fatica convenisse
    guadagnare  quello  che  per la vita loro lor bisognasse,  se da amore
    stimolati fossero e quello seguissero,  che una donna la  quale  fosse
    ricca  e  oziosa,  e  a  cui  niuna cosa che a' suoi disideri piacesse
    mancasse? Certo io non credo niuno.
    Per la quale ragione io estimo che grandissima parte di scusa  debbian
    fare  le dette cose in servigio di colei che le possiede,  se ella per
    avventura si lascia trascorrere ad amare;  e il rimanente debbia  fare
    l'avere eletto savio e valoroso amadore, se quella l'ha fatto che ama.
    Le  quali  cose con ci sia cosa che amendune,  secondo il mio parere,
    sieno in me, e, oltre a queste, pi altre le quali ad amare mi debbono
    inducere,  s come a la mia giovanezza e la lontananza del mio marito,
    ora  convien  che surgano in servigio di me alla difesa del mio focoso
    amore nel vostro cospetto;  le quali,  se quel vi potranno  che  nella
    presenza de' savi debbon potere, io vi priego che consiglio e aiuto in
    quello che io vi dimander mi porgiate.
    Egli    il vero che,  per la lontananza di mio marito,  non potend'io
    agli stimoli della carne n alla forza d'amore contrastare,  le  quali
    sono  di  tanta  potenzia  che i fortissimi uomini,  non che le tenere
    donne, hanno gi molte volte vinti e vincono tutto il giorno,  essendo
    io  negli  agi  e  negli  ozi  n quali voi mi vedete,  a secondare li
    piaceri d'amore e a divenire innamorata mi sono lasciata  trascorrere;
    e  come che tal cosa,  se saputa fosse,  io conosca non essere onesta,
    nondimeno,  essendo e  stando  nascosa,  quasi  di  niuna  cosa  esser
    disonesta la giudichi, pur m' di tanto Amore stato grazioso, che egli
    non  solamente  non  m'ha  il debito conoscimento tolto nello eleggere
    l'amante,  ma me n'ha molto in ci prestato,  voi degno mostrandomi da
    dovere da una donna, fatta come sono io, essere amato; il quale, se 'l
    mio avviso non m'inganna,  io reputo il pi bello,  il pi piacevole e
    'l pi leggiadro e 'l pi savio cavaliere,  che nel reame  di  Francia
    trovar  si  possa;  e  s  come  io  senza marito posso dire che io mi
    veggia,  cos voi ancora senza mogliere.  Per che io  vi  priego,  per
    cotanto amore quanto  quello che io vi porto, che voi non neghiate il
    vostro  verso  di  me  e che della mia giovanezza v'incresca,  la qual
    veramente come il ghiaccio al fuoco si consuma per voi.
    A queste parole sopravennero in tanta abbondanza le lagrime, che essa,
    che ancora pi prieghi intendeva di porgere, pi avanti non ebbe poter
    di parlare;  ma,  bassato il viso e quasi vinta,  piagnendo,  sopra il
    seno del conte si lasci colla testa cadere.
    Il   conte,   il  quale  lealissimo  cavaliere  era,   con  gravissime
    riprensioni cominci a  mordere  cos  folle  amore  e  a  sospignerla
    indietro,  che gi al collo gli si voleva gittare;  e con saramenti ad
    affermare che egli prima sofferrebbe d'essere squartato,  che tal cosa
    contro allo onore del suo signore n in s n in altrui consentisse.
    Il  che  la  donna udendo,  subitamente dimenticato l'amore e in fiero
    furore accesa, disse:
    - Dunque sar io,  villan cavaliere,  in questa guisa da voi  del  mio
    disidero schernita? Unque a Dio non piaccia, poi che voi volete me far
    morire, che io voi o morire o cacciar del mondo non faccia.
    E  cos  detto,  ad una ora messesi le mani n capelli e rabbuffatigli
    stracciatigli tutti,  e appresso nel petto squarciandosi i vestimenti,
    cominci a gridar forte:
    - Aiuto aiuto, ch 'l conte d'Anguersa mi vuol far forza.
    Il  conte,  veggendo  questo  e  dubitando  forte  pi  della  invidia
    cortigiana che della sua coscienza e, temendo per quella non fosse pi
    fede data alla malvagit della donna che alla sua innocenzia, levatosi
    come pi tosto pot della camera e del palagio  s'usc  e  fuggissi  a
    casa sua,  dove, senza altro consiglio prendere, pose i suoi figliuoli
    a cavallo, ed egli montatovi altress,  quanto pi pot,  n'and verso
    Calese.
    Al  romor  della  donna corsero molti,  li quali,  vedutola e udita la
    cagione del suo gridare, non solamente per quello dieder fede alle sue
    parole, ma aggiunsero la leggiadria e la ornata maniera del conte, per
    potere a quel venire,  essere stata da lui lungamente  usata.  Corsesi
    adunque  a furore alle case del conte per arrestarlo;  ma non trovando
    lui,  prima le rubar tutte e appresso infino a' fondamenti  le  mandar
    giuso.
    La novella,  secondo che sconcia si diceva, pervenne nell'oste al re e
    al figliuolo;  li quali turbati molto a perpetuo essilio lui e i  suoi
    discendenti  dannarono,  grandissimi  doni  promettendo a chi o vivo o
    morto loro il presentasse.
    Il conte,  dolente  che  d'innocente  fuggendo  s'era  fatto  nocente,
    pervenuto  senza farsi conoscere o esser conosciuto co' suoi figliuoli
    a Calese,  prestamente trapass in  Inghilterra,  e  in  povero  abito
    n'and verso Londra,  nella quale prima che entrasse, con molte parole
    ammaestr i due piccioli figliuoli, e massimamente in due cose: prima,
    che essi pazientemente comportassero lo stato povero nel  quale  senza
    lor colpa la fortuna con lui insieme gli aveva recati; e appresso, che
    con ogni sagacit si guardassero di mai non manifestare ad alcuno onde
    si fossero n di cui figliuoli, se cara avevan la vita.
    Era il figliuolo,  chiamato Luigi, di forse nove anni, e la figliuola,
    che nome avea Violante,  n'avea forse sette;  li  quali,  secondo  che
    comportava  la  lor tenera et,  assai ben compresero l'ammaestramento
    del padre loro, e per opera il mostrarono appresso. Il che,  acci che
    meglio far si potesse,  gli parve di dover loro i nomi mutare,  e cos
    fece; e nomin il maschio Perotto, e Giannetta la femina;  e pervenuti
    poveramente  vestiti  in  Londra,  a  guisa  che far veggiamo a questi
    paltoni franceschi, si diedono ad andar la limosina addomandando.
    Ed essendo per ventura in tal servigio  una  mattina  ad  una  chiesa,
    avvenne  che  una  gran  dama,   la  quale  era  moglie  dell'uno  de'
    maliscalchi del re d'lnghilterra,  uscendo della chiesa,  vide  questo
    conte e i due suoi figlioletti,  che limosina addomandavano;  il quale
    ella domand donde fosse e se suoi erano quegli figliuoli.  Alla quale
    egli rispose che era di Piccardia e che, per misfatto d'un suo maggior
    figliuolo,  ribaldo,  con quegli due che suoi erano, gli era convenuto
    partire.
    La dama,  che pietosa era,  pose  gli  occhi  sopra  la  fanciulla,  e
    piacquele  molto,  per  ci che bella e gentilesca e avvenente era,  e
    disse:
    - Valente uomo,  se tu ti contenti di lasciare appresso di  me  questa
    tua
    figlioletta,  per ci che buono aspetto ha, io la prender volentieri;
    e se valente femina sar,  io la mariter a quel tempo che convenevole
    sar in maniera che star bene.
    Al conte piacque molto questa domanda e prestamente rispose del s,  e
    con lagrime  gliele  diede  e  raccomand  molto.  E  cos  avendo  la
    figliuola allogata e sappiendo bene a cui, diliber di pi non dimorar
    quivi;  e limosinando travers l'isola e con Perotto pervenne in Gales
    non senza gran fatica, s come colui che d'andare a pi non era uso.
    Quivi era un altro de' maliscalchi del re,  il quale  grande  stato  e
    molta famiglia tenea,  nella corte del quale il conte alcuna volta, ed
    egli  l figliuolo, per aver da mangiare, molto si riparavano.
    Ed essendo in essa alcun  figliuolo  del  detto  maliscalco,  e  altri
    fanciulli di gentili uomini, e faccendo cotali pruove fanciullesche s
    come  di  correre  e  di  saltare,  Perotto  s'incominci  con  loro a
    mescolare e a fare cos destramente,  o pi,  come alcuno degli  altri
    facesse,  ciascuna pruova che tra lor si faceva.  Il che il maliscalco
    alcuna volta veggendo,  e piacendogli molto  la  maniera    modi  del
    fanciullo, domand chi egli fosse.
    Fugli  detto che egli era figliuolo d'un povero uomo,  il quale alcuna
    volta per limosina l entro  veniva.  A  cui  il  maliscalco  il  fece
    addimandare;  e il conte, s come colui che d'altro Iddio non pregava,
    liberamente gliel concedette,  quantunque noioso gli fosse il  da  lui
    dipartirsi.
    Avendo adunque il conte il figliuolo e la figliuola acconci,  pens di
    pi non voler dimorare in Inghilterra; ma, come il meglio pot,  se ne
    pass in Irlanda, e pervenuto a Stanforda, con un cavaliere d'un conte
    paesano per fante si pose,  tutte quelle cose faccendo che a fante o a
    ragazzo possono appartenere;  e  quivi,  senza  esser  mai  da  alcuno
    conosciuto, con assai disagio e fatica, dimor lungo tempo.
    Violante,  chiamata  Giannetta,  colla  gentil  donna  in Londra venne
    crescendo e in anni e in persona e in bellezza e  in  tanta  grazia  e
    della  donna  e  del marito di lei e di ciascuno altro della casa e di
    chiunque la conoscea, che era a veder maravigliosa cosa; n alcuno era
    che a' suoi costumi e  alle  sue  maniere  riguardasse,  che  lei  non
    dicesse  dovere  essere degna d'ogni grandissimo bene e onore.  Per la
    qual cosa la gentil donna che lei dal padre ricevuta avea,  senza aver
    mai  potuto  sapere  chi  egli  si  fosse  altramenti che da lui udito
    avesse, s'era proposta di doverla onorevolmente, secondo la condizione
    della quale estimava che fosse, maritare.
    Ma Iddio,  giusto riguardatore degli altrui meriti,  lei nobile femina
    conoscendo  e  senza  colpa  penitenzia  portar  dello altrui peccato,
    altramente dispose;  e acci che a mano di vile uomo la gentil giovane
    non  venisse,  si  dee  credere  che  quello  che avvenne egli per sua
    benignit permettesse.
    Aveva la gentil donna,  colla quale la  Giannetta  dimorava,  un  solo
    figliuolo  del  suo  marito,  il  quale  ed essa e 'l padre sommamente
    amavano,  s perch figliuolo era e s ancora perch per virt  e  per
    meriti il valeva,  come colui che pi che altro e costumato e valoroso
    e pro' e bello della persona era. Il quale,  avendo forse sei anni pi
    che  la Giannetta,  e lei veggendo bellissima e graziosa,  s forte di
    lei s'innamor,  che pi avanti di lei non vedeva.  E per ci che egli
    imaginava  lei  di  bassa  condizion dovere essere,  non solamente non
    ardiva addomandarla al padre e alla madre per moglie;  ma temendo  non
    fosse ripreso che bassamente si fosse ad amar messo,  quanto poteva il
    suo amore teneva nascoso: per la qual cosa troppo pi che se  palesato
    l'avesse lo stimolava.
    Laonde avvenne che, per soverchio di noia, egli inferm, e gravemente.
    Alla cura del quale essendo pi medici richiesti,  e avendo un segno e
    altro guardato di lui e non potendo la sua infermit tanto  conoscere,
    tutti  comunemente si disperavano della sua salute.  Di che il padre e
    la madre del giovane  portavano  s  gran  dolore  e  malinconia,  che
    maggiore  non si saria potuta portare: e pi volte con pietosi prieghi
    il domandavano della cagione del suo male,  a'  quali  o  sospiri  per
    risposta dava, o che tutto si sentia consumare.
    Avvenne  un  giorno  che,  sedendosi  appresso  di lui un medico assai
    giovane,  ma in scienzia profondo molto,  e lui per lo braccio tenendo
    in  quella parte dove essi cercano il polso,  la Giannetta,  la quale,
    per rispetto della madre  di  lui,  lui  sollicitamente  serviva,  per
    alcuna  cagione  entr nella camera nella quale il giovane giacea.  La
    quale come il giovane vide, senza alcuna parola o atto fare, sent con
    pi forza nel cuore l'amoroso ardore,  per  che  il  polso  pi  forte
    cominci a battergli che l'usato;  il che il medico sent incontanente
    e maravigliossi,  e stette cheto per vedere quanto  questo  battimento
    dovesse durare.
    Come la Giannetta usc dalla camera, e il battimento ristette; per che
    parte parve al medico avere della cagione della infermit del giovane;
    e   stato   alquanto,   quasi   d'alcuna  cosa  volesse  la  Giannetta
    addomandare,  sempre tenendo per lo  braccio  lo  'nfermo,  la  si  f
    chiamare.  Al  quale  ella  venne incontanente;  n prima nella camera
    entr, che 'l battimento del polso ritorn al giovane;  e lei partita,
    cess.  Laonde, parendo al medico avere assai piena certezza, levatosi
    e tratti da parte il padre e la madre del giovane, disse loro:
    - La sanit del vostro figliuolo non   nello  aiuto  de'  medici,  ma
    nelle  mani  della  Giannetta  dimora,   la  quale,   s  come  io  ho
    manifestamente per certi segni conosciuto, il giovane focosamente ama,
    come che ella non se ne accorge, per quello che io vegga.  Sapete omai
    che a fare v'avete, se la sua vita v' cara.
    Il  gentile  uomo e la sua donna,  questo udendo,  furon contenti,  in
    quanto pure alcun modo si trovava al suo scampo, quantunque loro molto
    gravasse che quello,  di che dubitavano,  fosse desso,  cio di  dover
    dare la Giannetta al loro figliuolo per isposa.
    Essi  adunque,  partito  il  medico,  se  n'andarono  allo infermo,  e
    dissegli la donna cos:
    - Figliuol mio,  io non avrei mai  creduto  che  da  me  d'alcuno  tuo
    disidero ti fossi guardato, e spezialmente veggendoti tu, per non aver
    quello,  venir meno; per ci che tu dovevi esser certo e dei che niuna
    cosa  che per contentamento di te far potessi,  quantunque  meno  che
    onesta fosse,  che io come per me medesima non la facessi;  ma poi che
    pur fatta l'hai,   avvenuto che Domeneddio  stato misericordioso  di
    te pi che tu medesimo,  e a ci che tu di questa infermit non muoia,
    m'ha dimostrata la cagione del tuo male,  la quale niuna altra cosa  
    che  soverchio  amore,  il quale tu porti ad alcuna giovane,  qual che
    ella si sia.  E nel  vero  di  manifestar  questo  non  ti  dovevi  tu
    vergognare, per ci che la tua et il richiede, e se tu innamorato non
    fossi,  io ti riputerei da assai poco.  Adunque,  figliuol mio, non ti
    guardare da me,  ma sicuramente ogni tuo disidero  mi  scuopri;  e  la
    malinconia  e  il  pensiero  il quale hai e dal quale questa infermit
    procede,  gitta via e confortati e renditi certo che niuna  cosa  sar
    per  sodisfacimento  di te che tu m'imponghi,  che io a mio potere non
    faccia,  s come colei che te pi amo che la mia vita.  Caccia via  la
    vergogna  e  la  paura,  e  dimmi  se  io  posso  intorno al tuo amore
    adoperare alcuna cosa; e se tu non truovi che io a ci sia sollicita e
    ad effetto  tel  rechi,  abbimi  per  la  pi  crudel  madre  che  mai
    partorisse figliuolo.
    Il giovane, udendo le parole della madre, prima si vergogn, poi, seco
    pensando  che  niuna  persona  meglio  di  lei potrebbe al suo piacere
    sodisfare, cacciata via la vergogna, cos le disse:
    - Madonna,  niuna altra cosa mi v'ha fatto tenere il mio amor  nascoso
    quanto  l'essermi  nelle  pi  delle  persone  avveduto  che,  poi che
    attempati sono,  d'essere stati giovani ricordar non si vogliono.  Ma,
    poi che in ci discreta vi veggio, non solamente quello di che dite vi
    siete  accorta  non  negher  esser  vero,  ma  ancora  di cui vi far
    manifesto,  con cotal patto che effetto seguir alla vostra promessa a
    vostro potere, e cos mi potrete aver sano.
    Al  quale  la  donna  (troppo fidandosi di ci che non le doveva venir
    fatto nella forma nella qual gi seco pensava) liberamente rispose che
    sicuramente ogni suo disidero l'aprisse; ch ella senza alcuno indugio
    darebbe opera a fare che egli il suo piacere avrebbe.
    - Madama,  - disse allora il giovane - l'alta bellezza e le  laudevoli
    maniere della nostra Giannetta,  e il non poterla fare accorgere,  non
    che pietosa, del mio amore,  e il non avere ardito mai di manifestarlo
    ad  alcuno,  m'hanno  condotto  dove  voi  mi vedete;  e se quello che
    promesso m'avete o in un modo o in un altro non  segue,  state  sicura
    che la mia vita fia brieve.
    La  donna,  a  cui  pi  tempo  da  conforto che da riprensioni parea,
    sorridendo disse:
    - Ahi,  figliuol mio,  dunque per questo t'hai tu lasciato aver  male?
    Confortati e lascia fare a me, poi che guarito sarai.
    Il  giovane,   pieno  di  buona  speranza,   in  brevissimo  tempo  di
    grandissimo miglioramento mostr segni, di che la donna contenta molto
    si dispose a voler tentare come quello potesse osservare che  promesso
    avea.  E,  chiamata  un  d  la  Giannetta  per  via  di  motti  assai
    cortesemente la domand se ella avesse alcuno amadore.
    La Giannetta, divenuta tutta rossa, rispose:
    - Madama, a povera damigella e di casa sua cacciata,  come io sono,  e
    che  all'altrui  servigio dimori,  come io fo,  non si richiede n sta
    bene l'attendere ad amore.
    A cui la donna disse:
    - E se voi non l'avete,  noi ve ne vogliamo donare  uno,  di  che  voi
    tutta  giuliva  viverete e pi della vostra bilt vi diletterete;  per
    ci che non a' convenevole che cos bella damigella,  come voi  siete,
    senza amante dimori.
    A cui la Giannetta rispose:
    - Madama,  voi dalla povert di mio padre togliendomi,  come figliuola
    cresciuta m'avete,  e per questo ogni vostro piacer far dovrei;  ma in
    questo io non vi piacer gi, credendomi far bene. Se a voi piacer di
    donarmi  marito,  colui intendo io d'amare,  ma altro no;  per ci che
    della eredit de' miei passati avoli niuna  cosa  rimasa  m'  se  non
    l'onest, quella intendo io di guardare e di servare quanto la vita mi
    durer.
    Questa  parola  parve  forte  contraria  alla  donna a quello a che di
    venire  intendea  per  dovere  al  figliuolo  la   promessa   servare,
    quantunque, s come savia donna, molto seco medesima ne commendasse la
    damigella, e disse:
    - Come,  Giannetta? Se monsignore lo re, il quale  giovane cavaliere,
    e tu s bellissima damigella,  volesse del tuo  amore  alcun  piacere,
    negherestigliele tu?
    Alla quale essa subitamente rispose:
    - Forza mi potrebbe fare il re,  ma di mio consentimento mai da me, se
    non quanto onesto fosse, aver non potrebbe.
    La donna,  comprendendo qual fosse l'animo di  lei,  lasci  stare  le
    parole e pensossi di metterla alla pruova; e cos al figliuol disse di
    fare,  come guarito fosse, di metterla con lui in una camera e ch'egli
    s'ingegnasse d'avere di lei il suo piacere,  dicendo che disonesto  le
    pareva che essa, a guisa d'una ruffiana, predicasse per lo figliuolo e
    pregasse la sua damigella.
    Alla qual cosa il giovane non fu contento in alcuna guisa, e di subito
    fieramente  peggior:  il  che  la  donna  veggendo,   aperse  la  sua
    intenzione  alla  Giannetta.  Ma  pi  costante  che  mai  trovandola,
    raccontato  ci  che  fatto  avea  al  marito,  ancora  che grave loro
    paresse,  di pari consentimento diliberarono di dargliele per  isposa,
    amando  meglio  il  figliuol vivo con moglie non convenevole a lui che
    morto senza alcuna; e cos, dopo molte novelle, fecero.
    Di che la Giannetta fu contenta molto e  con  divoto  cuore  ringrazi
    Iddio che lei non avea dimenticata;  n per tutto questo mai altro che
    figliuola d'un piccardo si disse.
    Il giovane guer,  e fece  le  nozze  pi  lieto  che  altro  uomo,  e
    cominciossi a dare buon tempo con lei.
    Perotto,  il  quale  in  Gales col maliscalco del re d'lnghilterra era
    rimaso, similmente crescendo venne in grazia del signor suo, e divenne
    di persona bellissimo e pro' quanto alcuno altro che nell'isola fosse,
    intanto che n in tornei n in giostre,  n in  qualunque  altro  atto
    d'arme  niuno  era  nel paese che quello valesse che egli;  perch per
    tutto, chiamato da loro Perotto il piccardo, era conosciuto e famoso.
    E come Iddio la sua sorella  dimenticata  non  avea,  cos  similmente
    d'aver  lui a mente dimostr;  per ci che,  venuta in quella contrada
    una pestilenziosa mortalit, quasi la met della gente di quella se ne
    port;  senza che grandissima parte del  rimaso  per  paura  in  altre
    contrade  se  ne fuggirono;  di che il paese tutto pareva abbandonato.
    Nella qual mortalit il maliscalco suo signore e la donna di lui e  un
    suo  figliuolo  e  molti  altri  e  fratelli  e nepoti e parenti tutti
    morirono,  n altro che una damigella gi da marito di lui  rimase  e,
    con alcuni altri famigliari,  Perotto.  Il quale, cessata al quanto la
    pestilenza,  la damigella,  per ci che prod'uomo e valente  era,  con
    piacere  e consiglio d'alquanti pochi paesani vivi rimasi,  per marito
    prese e di tutto ci che  a  lei  per  eredit  scaduto  era  il  fece
    signore.
    N guari di tempo pass che,  udendo il re d'lnghilterra il maliscalco
    esser morto e conoscendo il valor di Perotto il piccardo,  in luogo di
    quello  che  morto  era  il  sustitu e fecelo suo maliscalco.  E cos
    brievemente avvenne de' due innocenti figliuoli del  corte  d'Anguersa
    da lui per perduti lasciati.
    Era  gi  il  deceottesimo  anno  passato poi che il conte d'Anguersa,
    fuggendo, di Parigi s'era partito,  quando a lui dimorante in Irlanda,
    avendo in assai misera vita molte cose patite, gi vecchio veggendosi,
    venne  voglia  di sentire,  se egli potesse,  quello che de' figliuoli
    fosse addivenuto.  Per che del tutto della forma,  della  quale  esser
    solea,  veggendosi  trasmutato e sentendosi per lo lungo esercizio pi
    della persona atante che quando giovane in  ozio  dimorando  non  era,
    partitosi  assai povero e male in arnese da colui col quale lungamente
    era stato,  se ne venne in Inghilterra e l se ne  and  dove  Perotto
    avea lasciato,  e trov lui esser maliscalco e gran signore,  e videlo
    sano e atante e bello della persona;  il che  gli  aggrad  forte,  ma
    farglisi  conoscere  non  volle  infino  a tanto che saputo non avesse
    della Giannetta.
     Per che,  messosi in  cammino,  prima  non  ristette  che  in  Londra
    pervenne;  e  quivi,  cautamente  domandato  della donna alla quale la
    figliuola lasciata avea e del suo stato, trov la Giannetta moglie del
    figliuolo;  il che forte gli piacque,  e ogni sua avversit  preterita
    reput  piccola,  poich  vivi  aveva ritrovati i figliuoli e in buono
    stato.  E disideroso di poterla vedere,  cominci come povero  uomo  a
    ripararsi vicino alla casa di lei. Dove un giorno, veggendol Giachetto
    Lamiens,  che  cos era chiamato il marito della Giannetta,  avendo di
    lui compassione per ci che povero e vecchio il vide,  comand ad  uno
    de'  suoi  famigliari che nella sua casa il menasse e gli facesse dare
    da mangiar per Dio, il che il famigliare volentier fece.
    Aveva la Giannetta avuti di Giachetto gi pi figliuoli,  de' quali il
    maggiore  non  avea  oltre ad otto anni,  ed erano i pi belli e i pi
    vezzosi fanciulli del mondo. Li quali,  come videro il conte mangiare,
    cos tutti quanti gli fur dintorno e cominciarogli a far festa,  quasi
    da occulta virt mossi avesser sentito costui loro  avolo  essere.  Il
    quale,  suoi nepoti cognoscendoli,  cominci loro a mostrare amore e a
    far carezze;  per la qual cosa  i  fanciulli  da  lui  non  si  volean
    partire,  quantunque  colui  che  al  governo  di  loro  attendea  gli
    chiamasse.  Per che la Giannetta,  ci sentendo,  usc d'una camera  e
    quivi venne laddove era il conte, e minacciogli forte di battergli, se
    quello   che   il  lor  maestro  volea  non  facessero.   I  fanciulli
    cominciarono a piagnere e a dire ch'essi  volevano  stare  appresso  a
    quel prod'uomo, il quale pi che il lor maestro gli amava; di che e la
    donna e 'l conte si rise.
    Erasi il conte levato,  non miga a guisa di padre ma di povero uomo, a
    fare onore alla figliuola s come  a  donna,  e  maraviglioso  piacere
    veggendola  avea  sentito  nell'animo.  Ma  ella  n  allora n poi il
    conobbe punto,  per ci che oltre modo era trasformato da  quello  che
    esser  soleva,  s  come  colui che vecchio e canuto e barbuto era,  e
    magro e bruno divenuto, e pi tosto un altro uomo pareva che il conte.
    E veggendo la donna che i fanciulli da lui partir non si
    voleano,  ma volendogli  partire  piagnevano,  disse  al  maestro  che
    alquanto gli lasciasse stare.
    Standosi  adunque  i fanciulli col prod'uomo,  avvenne che il padre di
    Giachetto torn e dal maestro loro sent questo fatto;  per che  egli,
    il quale a schifo avea la Giannetta, disse:
    -  Lasciagli  stare  colla  mala ventura che Iddio dea loro;  ch essi
    fanno ritratto da quello onde nati sono. Essi son per madre discesi di
    paltoniere, e per ci non a' da maravigliarsi se volentier dimoran con
    paltonieri.
    Queste parole ud il conte,  e dolfergli forte;  ma pure nelle  spalle
    ristretto,  cos  quella  ingiuria sofferse come molte altre sostenute
    avea.
    Giachetto,  che sentita aveva la festa che i figliuoli  al  prod'uomo,
    cio al conte,  facevano,  quantunque gli dispiacesse, nondimeno tanto
    gli amava che,  avanti che piagner gli vedesse,  comand  che,  se  'l
    prod'uomo  ad  alcun  servigio  l entro dimorar volesse,  che egli vi
    fosse ricevuto.  Il quale rispose che vi rimanea  volentieri,  ma  che
    altra  cosa  far  non sapea che attendere a' cavalli,  di che tutto il
    tempo della sua vita era usato. Assegnatogli adunque un cavallo,  come
    quello governato avea, al trastullare i fanciulli intendea.
    Mentre  che  la  fortuna,  in  questa  guisa che divisata ,  il conte
    d'Anguersa e i figliuoli menava,  avvenne che il re di Francia,  molte
    triegue  fatte con gli alamanni,  mor,  e in suo luogo fu coronato il
    figliuolo,  del quale colei era moglie per  cui  il  conte  era  stato
    cacciato.  Costui,  essendo  l'ultima  triegua  finita,  co'  tedeschi
    ricominci asprissima guerra;  in  aiuto  del  quale,  s  come  nuovo
    parente,  il  re  d'lnghilterra  mand molta gente sotto il governo di
    Perotto suo maliscalco e di  Giachetto  Lamiens  figliuolo  dell'altro
    maliscalco;  col  quale  il prod'uomo,  cio il conte,  and e,  senza
    essere da alcuno riconosciuto,  dimor nell'oste per  buono  spazio  a
    guisa  di ragazzo;  e quivi,  come valente uomo,  e con consigli e con
    fatti pi che a lui non si richiedea, assai di bene adoper.
    Avvenne durante la guerra che la reina di Francia inferm  gravemente;
    e  conoscendo ella s medesima venire alla morte,  contrita d'ogni suo
    peccato,  divotamente si confess dallo arcivescovo di Ruem,  il quale
    da  tutti  era  tenuto  uno  santissimo e buono uomo,  e tra gli altri
    peccati gli narr ci che per lei a gran  torto  il  conte  d'Anguersa
    ricevuto avea.  N solamente fu a lui contenta di dirlo,  ma davanti a
    molti altri valenti uomini tutto come era stato raccont,  pregandogli
    che col re operassono che 'l conte, se vivo fosse, e se non, alcun de'
    suoi figliuoli nel loro stato restituiti fossero;  n guari poi dimor
    che, di questa vita passata, onorevolmente fu sepellita.
    La qual confessione al re  raccontata,  dopo  alcun  doloroso  sospiro
    delle
    ingiurie  fatte  al  valente uomo a torto,  il mosse a fare andare per
    tutto l'essercito, e oltre a ci in molte altre parti, una grida,  che
    chi  il  conte  d'Anguersa  o  alcuno  de'  figliuoli gli rinsegnasse,
    maravigliosamente da lui per ogn'uno  guiderdonato  sarebbe;  con  ci
    fosse cosa che egli lui per innocente di ci per che in essilio andato
    era l'avesse,  per la confessione fatta dalla reina, e nel primo stato
    e in maggiore intendeva di ritornarlo. Le quali cose il conte in forma
    di ragazzo udendo,  e sentendo che cos era il vero,  subitamente fu a
    Giachetto  e  il preg che con lui insieme fosse con Perotto,  per ci
    che egli voleva lor mostrare ci che il re andava cercando.
    Adunati adunque tutti e tre insieme, disse il conte a Perotto, che gi
    era in pensiero di palesarsi:
    - Perotto, Giachetto, che  qui,  ha tua sorella per mogliere,  n mai
    n'ebbe  alcuna dota;  e per ci,  acci che tua sorella senza dota non
    sia,  io intendo che egli e non altri abbia questo benificio che il re
    promette cos grande per te, e ti rinsegni s come figliuolo del conte
    d'Anguersa, e per la Violante tua sorella e sua mogliere, e per me che
    il conte d'Anguersa e vostro padre sono.
    Perotto,  udendo questo e fiso guardandolo,  tantosto il riconobbe,  e
    piagnendo gli si gitt a' piedi e abbracciollo dicendo:
    - Padre mio, voi siate il molto ben venuto.
    Giachetto,  prima udendo ci che il conte detto avea  e  poi  veggendo
    quello che Perotto faceva, fu ad un'ora da tanta maraviglia e da tanta
    allegrezza soprappreso,  che appena sapeva che far si dovesse; ma pur,
    dando alle parole fede e vergognandosi forte di parole ingiuriose  gi
    da lui verso il conte ragazzo usate, piagnendo gli si lasci cadere a'
    piedi  e  umilmente  d'ogni  oltraggio passato domand perdonanza,  la
    quale il conte assai benignamente, in pi rilevatolo, gli diede.
    E poi che i vari casi di ciascuno tutti  e  tre  ragionati  ebbero,  e
    molto  piantosi  e  molto  rallegratosi  insieme,  volendo  Perotto  e
    Giachetto rivestire il conte, per niuna maniera il sofferse,  ma volle
    che,  avendo  prima  Giachetto certezza d'avere il guiderdon promesso,
    cos fatto e in quello abito di ragazzo,  per  farlo  pi  vergognare,
    gliele presentasse.
    Giachetto adunque col conte e con Perotto appresso venne davanti al re
    e  offerse  di presentargli il conte e i figliuoli,  dove,  secondo la
    grida fatta, guiderdonare il dovesse. Il re prestamente per tutti fece
    il guiderdon venire maraviglioso agli occhi di  Giachetto,  e  comand
    che via il portasse dove con verit il conte e i figliuoli dimostrasse
    come promettea. Giachetto allora, voltatosi indietro e davanti messosi
    il conte suo ragazzo e Perotto, disse:
    - Monsignore, ecco qui il padre e 'l figliuolo; la figliuola, ch' mia
    mogliere, e non  qui, con l'aiuto di Dio tosto vedrete.
    Il re,  udendo questo,  guard il conte e,  quantunque molto da quello
    che  esser  solea  trasmutato  fosse,  pur,   dopo  l'averlo  alquanto
    guardato,  il riconobbe;  e quasi con le lagrime in su gli occhi,  lui
    che ginocchione stava lev  in  piede,  e  il  baci  e  abbracci,  e
    amichevolmente ricevette Perotto,  e comand che incontanente il conte
    di vestimenti,  di famiglia e di cavalli e d'arnesi rimesso  fosse  in
    assetto,  secondo  che  alla  sua nobilit si richiedea;  la qual cosa
    tantosto fu fatta. Oltre a questo, onor il re molto Perotto,  e volle
    ogni cosa sapere di tutti i suoi preteriti casi.
    E  quando Giachetto prese gli alti guiderdoni per l'avere insegnati il
    conte  figliuoli, gli disse il conte:
    - Prendi cotesti doni  dalla  magnificenza  di  monsignore  lo  re,  e
    ricordera'  ti  di dire a tuo padre che i tuoi figliuoli,  suoi e miei
    nepoti, non sono per madre nati di paltoniere.
    Giachetto prese i doni,  e fece a Parigi venir la moglie e la suocera,
    e vennevi la moglie di Perotto; e quivi in grandissima festa furon col
    conte,  il  quale il re avea in ogni suo ben rimesso e maggior fattolo
    che fosse giammai.  Poi ciascuno colla sua licenzia torn a casa  sua,
    ed esso infino alla morte visse in Parigi pi gloriosamente che mai.


















    Giornata seconda - Novella nona.

    Bernab  da Genova,  da Ambrogiuolo ingannato,  perde il suo e comanda
    che la moglie innocente sia uccisa.  Ella scampa,  e in  abito  d'uomo
    serve  il  soldano;  ritrova  lo  'ngannatore,  e  Bernab  conduce in
    Alessandria,  dove lo ngannatore punito,  ripreso abito feminile,  col
    marito ricchi si tornano a Genova.

    Avendo  Elissa colla sua compassionevole novella il suo dover fornito,
    Filomena reina, la quale bella e grande era della persona,  e nel viso
    pi che altra piacevole e ridente, sopra s recatasi, disse:
    -  Servar si vogliono i patti a Dioneo,  e per,  non restandoci altri
    che egli e io a novellare,  io dir prima la  mia,  ed  esso,  che  di
    grazia  il  chiese,  l'ultimo  fia  che dir -;  e questo detto,  cos
    cominci.
    Suolsi tra' volgari spesse volte  dire  un  cotal  proverbio,  che  lo
    'ngannatore  rimane  a pi dello 'ngannato;  il quale non pare che per
    alcuna ragione si possa mostrare esser vero,  se per gli accidenti che
    avvengono  non  si mostrasse.  E per ci seguendo la proposta,  questo
    insiememente,  carissime donne,  esser vero come si dice m' venuto in
    talento  di  dimostrarvi;  n  vi  dovr esser discaro d'averlo udito,
    acci che dagli 'ngannatori guardar vi sappiate.
    Erano  in  Parigi  in  uno  albergo  alquanti  grandissimi  mercatanti
    italiani,  qual  per una bisogna e qual per un'altra,  secondo la loro
    usanza;  e avendo  una  sera  fra  l'altre  tutti  lietamente  cenato,
    cominciarono di diverse cose a ragionare; e d'un ragionamento in altro
    travalicando,  pervennero  a  dire delle lor donne,  le quali alle lor
    case avevan lasciate. E motteggiando cominci alcuno a dire:
    - Io non so come la mia si fa, ma questo so io bene, che quando qui mi
    viene alle mani alcuna giovinetta che  mi  piaccia,  io  lascio  stare
    dall'un de' lati l'amore il quale io porto a mia mogliere, e prendo di
    questa qua quel piacere che io posso.
    L'altro rispose:
    -  E  io  fo  il simigliante,  perci che se io credo che la mia donna
    alcuna sua ventura procacci, ella il fa, e se io nol credo,  s 'l fa;
    e per ci a fare a far sia; quale asino d in parete, tal riceve.
    Il  terzo  quasi  in  questa  medesima sentenzia parlando pervenne;  e
    brievemente tutti pareva che a questo  s'accordassero,  che  le  donne
    lasciate da loro non volessero perder tempo.
    Un solamente,  il quale avea nome Bernab Lomellin da Genova, disse il
    contrario,  affermando s di spezial grazia da Dio avere una donna per
    moglie  la  pi  compiuta  di  tutte  quelle  virt che donna o ancora
    cavaliere in gran parte o donzello dee avere,  che forse in Italia  ne
    fosse un'altra;  per ci che ella era bella del corpo e giovine ancora
    assai e destra e atante della persona,  n alcuna cosa era che a donna
    appartenesse,  s  come di lavorar lavorii di seta e simili cose,  che
    ella  non  facesse  meglio  che  alcun'altra.  Oltre  a  questo  niuno
    scudiere,  o  famigliar  che dir vogliamo,  diceva trovarsi,  il quale
    meglio n pi accortamente servisse ad una tavola  d'un  signore,  che
    serviva  ella,  s  come colei che era costumatissima savia e discreta
    molto. Appresso questo la commend meglio sapere cavalcare un cavallo,
    tenere uno uccello,  leggere e scrivere e fare una ragione,  che se un
    mercatante  fosse;  e  da  questo,  dopo molte altre lode,  pervenne a
    quello di che quivi si ragionava,  affermando con saramento niun'altra
    pi onesta n pi casta potersene trovar di lei; per la qual cosa egli
    credeva  certamente che,  se egli diece anni o sempre mai fuor di casa
    dimorasse,  che ella mai a cos fatte  novelle  non  intenderebbe  con
    altro uomo.
    Era,   tra   questi  mercatanti  che  cos  ragionavano,   un  giovane
    mercatante,  chiamato Ambrogiuolo da  Piagenza,  il  quale  di  questa
    ultima  loda  che  Bernab  avea data alla sua donna cominci a far le
    maggior risa del mondo,  e gabbando il domand se  lo  'mperadore  gli
    avea questo privilegio pi che a tutti gli altri uomini conceduto.
    Bernab,  un poco turbatetto, disse che non lo 'mperadore ma Iddio, il
    quale poteva un poco pi che lo 'mperadore,  gli  avea  questa  grazia
    conceduta.
    Allora disse Ambrogiuolo:
    - Bernab,  io non dubito punto che tu non ti creda dir vero;  ma, per
    quello che a me paia,  tu hai poco riguardato alla natura delle  cose;
    per ci che, se riguardato v'avessi, non ti sento di s grosso ingegno
    che  tu  non  avessi in quella cognosciuto cose che ti farebbono sopra
    questa materia pi temperatamente parlare.  E per ci che tu non creda
    che noi,  che molto largo abbiamo delle nostre mogli parlato, crediamo
    avere altra moglie o altrimenti fatta  che  tu,  ma  da  uno  naturale
    avvedimento  mossi  cos  abbiam detto,  voglio un poco con teco sopra
    questa materia ragionare.
    Io ho sempre inteso l'uomo essere  il  pi  nobile  animale  che  tra'
    mortali fosse creato da Dio,  e appresso la femina; ma l'uomo, s come
    generalmente si crede e vede per opere,   pi perfetto;  e avendo pi
    di perfezione,  senza alcun fallo dee avere pi di fermezza e cos ha,
    per ci che universalmente le femine sono pi mobili,  e il perch  si
    potrebbe  per molte ragioni naturali dimostrare,  le quali al presente
    intendo di lasciare stare.  Se l'uomo adunque  di maggior fermezza  e
    non  si  pu tenere che non condiscenda,  lasciamo stare ad una che 'l
    prieghi,  ma pure a non disiderare una che gli  piaccia,  e  oltre  al
    disidero,  di  far  ci  che  pu acci che con quella esser possa,  e
    questo non una volta il mese, ma mille il giorno avvenirgli; che speri
    tu che una donna naturalmente mobile,  possa  fare  a'  prieghi,  alle
    lusinghe,  a'  doni,  a  mille altri modi che user uno uomo savio che
    l'ami?  Credi che ella  si  possa  tenere?  Certo,  quantunque  tu  te
    l'affermi,  io  non  credo  che  tu 'l creda;  e tu medesimo d che la
    moglie tua  femina e ch'ella  di carne e d'ossa come  sono  l'altre.
    Per  che,  se  cos ,  quegli medesimi disideri deono essere i suoi e
    quelle medesime  forze  che  nell'altre  sono  a  resistere  a  questi
    naturali   appetiti;   per  che  possibile  ,   quantunque  ella  sia
    onestissima,  che  ella  quello  che  l'altre  faccia;  e  niuna  cosa
    possibile  cos acerbamente da negare,  o da affermare il contrario a
    quella, come tu fai.
    Al quale Bernab rispose e disse:
    - Io son mercatante e non fisofolo,  e come mercatante  risponder.  E
    dico  che io conosco ci che tu d potere avvenire alle stolte,  nelle
    quali non  alcuna vergogna;  ma quelle che  savie  sono  hanno  tanta
    sollecitudine  dello  onor  loro,  che elle diventan forti pi che gli
    uomini, che di ci non si curano, a guardarlo;  e di queste cos fatte
     la mia.
    Disse Ambrogiuolo:
    -  Veramente,  se  per ogni volta che elle a queste cos fatte novelle
    attendono,  nascesse loro  un  corno  nella  fronte,  il  quale  desse
    testimonianza  di  ci  che  fatto  avessero,  io  mi  credo che poche
    sarebber quelle che v'attendessero; ma,  non che il corno nasca,  egli
    non  se  ne  pare  a  quelle  che  savie sono n pedata n orma;  e la
    vergogna e 'l guastamento del l'onore non consiste se non  nelle  cose
    palesi; per che, quando possono occultamente, il fanno, o per mattezza
    lasciano.  E abbi questo per certo che colei sola  casta,  la quale o
    non fu mai da alcun pregata, o se preg, non fu esaudita. E quantunque
    io conosca per naturali e vere ragioni  cos  dovere  essere,  non  ne
    parlerei io cos appieno come io fo,  se io non ne fossi molte volte e
    con molte stato alla pruova.  E dicoti cos,  che se io fossi presso a
    questa tua cos santissima donna,  io mi crederrei in brieve spazio di
    tempo recarla a quello che io ho gi dell'altre recate.
    Bernab turbato rispose:
    - Il quistionar con parole potrebbe distendersi troppo;  tu diresti  e
    io  direi,  e alla fine niente monterebbe.  Ma poi che tu d che tutte
    sono cos pieghevoli e che 'l tuo ingegno  cotanto,  acci che io  ti
    faccia certo della onest della mia donna,  io son disposto che mi sia
    tagliata la testa se tu mai a cosa che ti piaccia in  cotale  atto  la
    puoi conducere; e se tu non puoi, io non voglio che tu perda altro che
    mille fiorin d'oro.
    Ambrogiuolo, gi in su la novella riscaldato, rispose:
    -  Bernab,  io  non  so  quello ch'io mi facessi del tuo sangue se io
    vincessi;  ma se tu hai voglia di vedere pruova di ci che io  ho  gi
    ragionato,  metti cinquemilia fiorin d'oro de' tuoi, che meno ti deono
    esser cari che la testa,  contro a mille de' miei;  e  dove  tu  niuno
    termine  poni,  io  mi  voglio obbligare d'andare a Genova e infra tre
    mesi dal d che io mi partir di qui aver della tua  donna  fatta  mia
    volont,  e  in segno di ci recarne meco delle sue cose pi care e s
    fatti e tanti indizi  che  tu  medesimo  confesserai  esser  vero;  s
    veramente che tu mi prometterai sopra la tua fede infra questo termine
    non venire a Genova n scrivere a lei alcuna cosa di questa materia.
    Bernab disse che gli piacea molto; e quantunque gli altri mercatanti,
    che  quivi erano,  s'ingegnassero di sturbar questo fatto,  conoscendo
    che gran male ne potea nascere,  pure erano de' due mercatanti s  gli
    animi accesi,  che,  oltre al voler degli altri,  per belle scritte di
    lor mano s'obbligarono ]'uno all'altro.
    E fatta la obbligagione, Bernab rimase e Ambrogiuolo quanto pi tosto
    pot se ne venne a Genova.  E dimoratovi  alcun  giorno  e  con  molta
    cautela informatosi del nome della contrada e de' costumi della donna,
    quello e pi ne 'ntese che da Bernab udito n'avea;  per che gli parve
    matta impresa aver fatta.  Ma pure,  accontatosi con una povera femina
    che  molto  nella  casa  usava e a cui la donna voleva gran bene,  non
    potendola ad altro inducere,  con denari la corruppe e a  lei  in  una
    cassa  artificiata  a  suo  modo si fece portare,  non solamente nella
    casa, ma nella camera della gentil donna;  e quivi,  come se in alcuna
    parte  andar  volesse,  la  buona  femina,  secondo l'ordine datole da
    Ambrogiuolo, la raccomand per alcun d.
    Rimasa adunque la cassa nella camera e venuta la  notte,  all'ora  che
    Ambrogiuolo  avvis  che  la  donna  dormisse,  con certi suoi ingegni
    apertala,  chetamente nella camera usc,  nella quale un  lume  acceso
    avea.  Per la qual cosa egli il sito della camera, le dipinture e ogni
    altra cosa notabile che in quella  era  cominci  a  ragguardare  e  a
    fermare nella sua memoria.
    Quindi,  avvicinatosi  al  letto e sentendo che la donna e una piccola
    fanciulla,  che con lei era,  dormivan  forte,  pianamente  scopertola
    tutta,  vide che cos era bella ignuda come vestita,  ma niuno segnale
    da potere rapportare le vide,  fuori che uno ch'ella n'avea  sotto  la
    sinistra  poppa,  ci  era  un  neo  d'intorno al quale erano alquanti
    peluzzi biondi come oro; e, ci veduto, chetamente la ricoperse,  come
    che, cos bella vedendola, in disiderio avesse di mettere in avventura
    la  vita  sua e coricarlesi allato.  Ma pure,  avendo udito lei essere
    cos cruda e alpestra intorno a quelle  novelle,  non  s'arrischi;  e
    statosi  la  maggior  parte della notte per la camera a suo agio,  una
    borsa e una guarnacca d'un suo  forziere  trasse  e  alcuno  anello  e
    alcuna cintura, e ogni cosa nella cassa sua messa, egli altress vi si
    ritorn,  e  cos la serr come prima stava;  e in questa maniera fece
    due notti, senza che la donna di niente s'accorgesse.
    Vegnente il terzo d, secondo l'ordine dato, la buona femina torn per
    la cassa sua e  col  la  riport  onde  levata  l'avea;  della  quale
    Ambrogiuolo uscito, e contentata secondo la promessa la femina, quanto
    pi  tosto  pot  con  quelle cose si torn a Parigi avanti il termine
    preso.  Quivi,  chiamati que'mercatanti che presenti erano stati  alle
    parole e al metter de' pegni, presente Bernab, disse s aver vinto il
    pegno  tra  lor messo,  perci che fornito aveva quello di che vantato
    s'era;  e che ci fosse vero,  primieramente disegn  la  forma  della
    camera e le dipinture di quella,  e appresso mostr le cose che di lei
    aveva seco recate, affermando da lei averle avute.
    Confess Bernab cos esser fatta la camera come diceva e oltre a  ci
    s riconoscere quelle cose veramente della sua donna essere state;  ma
    disse lui aver potuto da alcuno de' fanti della casa sapere la qualit
    della camera e in simil maniera avere avute le cose; per che, se altro
    non dicea, non gli parea che questo bastasse a dovere aver vinto.
    Per che Ambrogiuolo disse:
    - Nel vero questo doveva bastare;  ma,  poi che tu vuogli che  io  pi
    avanti  ancora  dica,  e  io  il dir.  Dicoti che madonna Zinevra tua
    mogliere ha sotto la sinistra poppa un neo ben  grandicello,  dintorno
    al quale son forse sei peluzzi biondi come oro.
    Quando  Bernab ud questo,  parve che gli fosse dato d'un coltello al
    cuore, siffatto dolore sent;  e tutto nel viso cambiato,  eziandio se
    parola non avesse detta,  diede assai manifesto segnale ci esser vero
    che Ambrogiuolo diceva, e dopo alquanto disse:
    - Signori,  ci che Ambrogiuolo dice  vero;  e  perci,  avendo  egli
    vinto,  venga  qualor  gli  piace  e  s  si paghi -;  e cos fu il d
    seguente Ambrogiuolo interamente pagato.
    E Bernab,  da Parigi partitosi,  con fellone animo contro alla  donna
    verso  Genova se ne venne.  E appressandosi a quella non volle in essa
    entrare,  ma si rimase ben venti miglia lontano ad  essa  ad  una  sua
    possessione;  e  un  suo famigliare,  in cui molto si fidava,  con due
    cavalli e con sue lettere mand a Genova,  scrivendo alla  donna  come
    tornato  era  e che con lui a lui venisse;  e al famiglio segretamente
    impose che,  come in parte fosse colla donna che migliore gli paresse,
    senza niuna misericordia la dovesse uccidere e a lui tornarsene.
    Giunto  adunque  il  famigliare  a  Genova  e  date le lettere e fatta
    l'ambasciata,  fu dalla donna con gran festa  ricevuto,  la  quale  la
    seguente  mattina,  montata  col  famigliare  a cavallo,  verso la sua
    possessione prese il cammino.  E camminando insieme e  di  varie  cose
    ragionando,  pervennero  in  uno  vallone molto profondo e solitario e
    chiuso d'alte grotte e d'alberi,  il quale parendo al famigliare luogo
    da  dovere  sicuramente  per  s fare il comandamento del suo signore,
    tratto fuori il coltello e presa la donna per lo braccio, disse
    - Madonna, raccomandate l'anima vostra a Dio, ch a voi,  senza passar
    pi avanti, convien morire.
    La  donna,  vedendo  il coltello e udendo le parole,  tutta spaventata
    disse:
    - Merc per Dio!  anzi che tu mi uccida,  dimmi di che io t'ho offeso,
    che tu uccider mi debbi.
    - Madonna,  - disse il famigliare - me non avete offeso d'alcuna cosa;
    ma di che voi offeso abbiate il vostro marito io nol so,  se  non  che
    egli  mi  comand  che,  senza alcuna misericordia aver di voi,  io in
    questo cammin v'uccidessi;  e se io nol facessi,  mi minacci di farmi
    impiccar per la gola.  Voi sapete bene quant'io gli son tenuto, e come
    io di cosa che egli m'imponga possa dir di no;  sallo Iddio che di voi
    m'incresce, ma io non posso altro.
    A cui la donna piagnendo disse:
    -  Ahi  merc  per  Dio!  non volere divenire micidiale di chi mai non
    t'offese, per servire altrui. Iddio, che tutto conosce,  sa che io non
    feci  mai cosa per la quale io dal mio marito debbia cos fatto merito
    ricevere. Ma lasciamo ora star questo;  tu puoi,  quando tu vogli,  ad
    una  ora  piacere a Dio e al tuo signore e a me in questa maniera: che
    tu prenda questi  miei  panni,  e  solamente  il  tuo  farsetto  e  un
    cappuccio;  e  con  essi  torni  al mio e tuo signore,  e dichi che tu
    m'abbi uccisa;  e io ti giuro,  per quella salute la quale  tu  donata
    m'avrai, che io mi dileguer e andronne in parte che mai n a lui n a
    te n in queste contrade di me perverr alcuna novella.
    Il  famigliare,  che  mal  volentieri l'uccidea,  leggiermente divenne
    pietoso;  per che,  presi i drappi suoi e datole un suo farsettaccio e
    un cappuccio, e lasciatile certi denari li quali essa avea, pregandola
    che di quelle contrade si dileguasse, la lasci nel vallone e a pi, e
    andonne  al  signor  suo,  al  qual  disse che il suo comandamento non
    solamente era fornito, ma che il corpo di lei morto aveva tra parecchi
    lupi lasciato.
    Bernab dopo alcun tempo se ne torn a Genova e,  saputosi  il  fatto,
    forte fu biasimato.
    La  donna,  rimasa  sola  e  sconsolata,  come  la  notte  fu  venuta,
    contraffatta il pi che pot,  n'and ad una villetta  ivi  vicina,  e
    quivi da una vecchia procacciato quello che le bisognava, racconci il
    farsetto a suo dosso,  e fattol corto,  e fattosi della sua camicia un
    paio di pannilini,  e i capelli tondutosi  e  trasformatasi  tutta  in
    forma  d'un  matinaro,  verso il mare se ne venne;  dove per avventura
    trov un gentile uomo catalano, il cui nome era segner En Cararch,  il
    quale  d'una  sua  nave,  la  quale alquanto di quivi era lontana,  in
    Albegna disceso era a rinfrescarsi ad una fontana.  Col quale  entrata
    in  parole,  con  lui  s'acconci per servidore,  e salissene sopra la
    nave,  faccendosi chiamar Sicuran da Finale.  Quivi,  di miglior panni
    rimesso  in arnese dal gentile uomo,  lo 'ncominci a servir s bene e
    s acconciamente, che egli gli venne oltre modo a grado.
    Avvenne,  ivi a non gran tempo,  che questo catalano con un suo carico
    navic  in Alessandria e port certi falconi pellegrini al soldano,  e
    presentogliele; al quale il soldano avendo alcuna volta dato mangiare,
    e veduti i costumi di  Sicurano,  che  sempre  a  servir  l'andava,  e
    piaciutigli,  al catalano il domand;  e quegli,  ancora che grave gli
    paresse, gliele lasci.
    Sicurano in poco di tempo non meno la  grazia  e  l'amor  del  soldano
    acquist col suo bene adoperare, che quella del catalano avesse fatto.
    Per che in processo di tempo avvenne che,  dovendosi in un certo tempo
    dell'anno, a guisa d'una fiera,  fare una gran ragunanza di mercatanti
    e cristiani e saracini in Acri, la quale sotto la signoria del soldano
    era;  acci che i mercatanti e le mercatantie sicure stessero,  era il
    soldano sempre usato di mandarvi,  oltre  agli  altri  suoi  uficiali,
    alcuno  de'  suoi grandi uomini con gente che alla guardia attendesse.
    Nella qual bisogna,  sopravvegnendo  il  tempo,  diliber  di  mandare
    Sicurano il quale gi ottimamente la lingua sapeva; e cos fece.
    Venuto  adunque  Sicurano in Acri signore e capitano della guardia de'
    mercatanti e della mercatantia, e quivi bene e sollicitamente faccendo
    ci che al suo uficio apparteneva,  e  andando  dattorno  veggendo,  e
    molti  mercatanti  e ciciliani e pisani e genovesi e viniziani e altri
    italiani vedendovi, con loro volentieri si dimesticava per rimembrarza
    della contrada sua.
    Ora avvenne,  tra l'altre volte,  che,  essendo egli ad un fondaco  di
    mercatanti viniziani smontato,  gli vennero vedute tra altre gioie una
    borsa e una cintura,  le quali egli prestamente riconobbe essere state
    sue,  e  maravigliossi;  ma,  senza  altra  vista fare,  piacevolmente
    domand di cui fossero e se vendere si voleano.
    Era quivi venuto Ambrogiuolo da Piagenza con molta mercatantia  in  su
    una nave di viniziani,  il quale, udendo che il capitano della guardia
    domandava di cui fossero, si trasse avanti e ridendo disse:
    - Messere, le cose son mie e non le vendo; ma s'elle vi piacciono,  io
    le vi doner volentieri.
    Sicurano,  vedendol ridere, suspic non costui in alcuno atto l'avesse
    raffigurato; ma pur, fermo viso faccendo, disse:
    - Tu ridi forse,  perch vedi me uom d'arme andar domandando di queste
    cose feminili?
    Disse Ambrogiuolo:
    -  Messere,  io  non  rido  di  ci,  ma  rido del modo ne quale io le
    guadagnai.
    A cui Sicuran disse:
    - Deh,  se Iddio ti dea buona ventura,  se  egli  non    disdicevole,
    diccelo come tu le guadagnasti.
    - Messere,  - disse Ambrogiuolo - queste mi don con alcuna altra cosa
    una gentil donna di Genova chiamata madonna Zinevra, moglie di Bernab
    Lomellin,  una notte che io giacqui con lei,  e pregommi che  per  suo
    amore  io le tenessi.  Ora risi io,  per ci che egli mi ricord della
    sciocchezza  di  Bernab,   il  qual  fu  di  tanta  follia  che  mise
    cinquemilia  fiorin  d'oro  contro  a  mille  che  io la sua donna non
    recherei a' miei piaceri;  il che io feci e vinsi il pegno;  ed  egli,
    che pi tosto s della sua bestialit punir dovea che lei d'aver fatto
    quello che tutte le femine fanno, da Parigi a Genova tornandosene, per
    quello che io abbia poi sentito, la fece uccidere.
    Sicurano,  udendo  questo,  prestamente comprese qual fosse la cagione
    dell'ira di Bernab verso lei e manifestamente conobbe costui di tutto
    il suo male esser cagione;  e seco pens di non lasciargliele  portare
    impunita.
    Mostr   adunque   Sicurano  d'aver  molto  cara  questa  novella,   e
    artatamente prese con costui una stretta dimestichezza,  tanto che per
    gli suoi conforti Ambrogiuolo, finita la fiera, con essolui e con ogni
    sua  cosa  se  n'and  in Alessandria,  dove Sicurano gli fece fare un
    fondaco e misegli in mano de' suoi denari assai;  per che  egli,  util
    grande veggendosi, vi dimorava volentieri.
    Sicurano,  sollicito a volere della sua innocenzia far chiaro Bernab,
    mai non ripos infino a tanto che con opera d'alcuni grandi mercatanti
    genovesi che in Alessandria erano, nuove cagioni trovando,  non l'ebbe
    fatto venire;  il quale,  in assai povero stato essendo,  ad alcun suo
    amico tacitamente fece ricevere,  infino che tempo gli paresse a  quel
    fare che di
    fare intendea.
    Avea  gi  Sicurano fatta raccontare ad Ambrogiuolo la novella davanti
    al soldano,  e fattone al soldano prendere piacere;  ma poi  che  vide
    quivi  Bernab,  pensando  che  alla  bisogna non era da dare indugio,
    preso tempo convenevole,  dal soldano impetr  che  davanti  venir  si
    facesse  Ambrogiuolo  e  Bernab,   e  in  presenzia  di  Bernab,  se
    agevolmente fare
    non si potesse,  con severit da Ambrogiuolo si traesse il  vero  come
    stato fosse quello di che egli della moglie di Bernab si vantava.
    Per  la  qual  cosa,  Ambrogiuolo  e  Bernab  venuti,  il  soldano in
    presenzia di molti con rigido viso ad Ambrogiuol comand che  il  vero
    dicesse come a Bernab vinti avesse cinquemilia fiorin d'oro;  e quivi
    era presente Sicurano,  in cui Ambrogiuolo pi  avea  di  fidanza,  il
    quale  con  viso troppo pi turbato gli minacciava gravissimi tormenti
    se nol dicesse. Per che Ambrogiuolo, da una parte e d'altra spaventato
    e ancora alquanto costretto, in presenzia di Bernab e di molti altri,
    niuna pena pi aspettandone che la restituzione di fiorini cinquemilia
    d'oro e delle cose, chiaramente,  come stato era il fatto,  narr ogni
    cosa.
    E avendo Ambrogiuolo detto,  Sicurano, quasi esecutore del soldano, in
    quello rivolto a Bernab disse: - E tu che facesti  per  questa  bugia
    alla tua donna? A cui Bernab rispose:
    - Io,  vinto dalla ira della perdita de' miei denari e dall'onta della
    vergogna che mi parea avere ricevuta dalla mia donna,  la feci  ad  un
    mio  famigliare  uccidere;  e,  secondo che egli mi rapport,  ella fu
    prestamente divorata da molti lupi.
    Queste cose cos nella presenzia del soldan dette e da lui tutte udite
    e intese,  non sappiendo  egli  ancora  a  che  Sicurano,  che  questo
    ordinato avea e domandato, volesse riuscire, gli disse Sicurano:
    -  Signor  mio  assai chiaramente potete conoscere quanto quella buona
    donna gloriar si possa d'amante e di marito;  ch l'amante ad una  ora
    lei  priva  d'onore,  con  bugie  guastando la fama sua,  e diserta il
    marito di lei;  e il marito,  pi credulo alle altrui falsit che alla
    verit da lui per lunga esperienza potuta conoscere,  la fa uccidere e
    mangiare a' lupi; e oltre a questo tanto il bene e l'amore che l'amico
    e 'l marito le porta,  che,  con lei  lungamente  dimorati,  niuno  la
    conosce.  Ma per ci che voi ottimamente conosciate quello che ciascun
    di costoro ha meritato,  ove voi mi vogliate di spezial grazia fare di
    punire  lo  'ngannatore e perdonare allo 'ngannato,  io la far qui in
    vostra e in loro presenzia venire.
    Il soldano,  disposto in questa cosa di volere in tutto  compiacere  a
    Sicurano,  disse  che  gli  piacea  e  che  facesse  la  donna venire.
    Maravigliossi forte Bernab,  il quale lei per fermo morta  credea;  e
    Ambrogiuolo,  gi  del suo male indovino,  di peggio avea paura che di
    pagar denari,  n sapea che si sperare o che pi temere,  perch quivi
    la donna venisse, ma pi con maraviglia la sua venuta aspettava.
    Fatta adunque la concessione dal soldano a Sicurano, esso, piagnendo e
    in ginocchion dinanzi al soldan gittatosi, quasi ad una ora la maschil
    voce e il pi voler maschio parere si part, e disse:
    -  Signor mio,  io sono la misera sventurata Zinevra,  sei anni andata
    tapinando in forma d'uom per lo mondo, da questo traditor d'Ambrogiuol
    falsamente e reamente vituperata,  e da questo crudele e  iniquo  uomo
    data ad uccidere ad un suo fante e a mangiare a' lupi.
    E stracciando i panni dinanzi e mostrando il petto,  s esser femina e
    al soldano e  a  ciascuno  altro  fece  palese;  rivolgendosi  poi  ad
    Ambrogiuolo, ingiuriosamente domandandolo quando mai, secondo che egli
    avanti   si   vantava,   con  lei  giaciuto  fosse.   Il  quale,   gi
    riconoscendola, e per vergogna quasi mutolo divenuto, niente dicea.
    Il soldano,  il qual sempre per uomo avuta l'avea,  questo  vedendo  e
    udendo,  venne  in  tanta  maraviglia,  che  pi volte quello che egli
    vedeva e udiva credette pi tosto esser sogno che vero.  Ma  pur,  poi
    che la maraviglia cess, la verit conoscendo, con somma laude la vita
    e  la  constanzia e i costumi e la virt della Zinevra,  infino allora
    stata Sicuran chiamata,  commend.  E,  fattili venire  onorevolissimi
    vestimenti  femminili  e donne che compagnia le tenessero,  secondo la
    dimanda fatta da lei, a Bernab perdon la meritata morte.
    Il quale,  riconosciutola,  a' piedi  di  lei  si  gitt  piagnendo  e
    domandando  perdonanza,  la  quale  ella,  quantunque egli maldegno ne
    fosse, benignamente gli diede, e in piede il fece levare,  teneramente
    s come suo marito abbracciandolo.
    Il  soldano  appresso  comand  che incontanente Ambrogiuolo in alcuno
    alto luogo della citt fosse al sole legato ad un palo e unto di mele,
    n quindi mai, infino a tanto che per s medesimo non cadesse,  levato
    fosse;  e  cos  fu  fatto.  Appresso  questo,  comand  che  ci  che
    d'Ambrogiuolo stato era fosse alla donna donato;  che non era s  poco
    che oltre a diecimilia dobbre non valesse;  ed egli,  fatta apprestare
    una
    bellissima festa, in quella Bernab, come marito di madonna Zinevra, e
    madonna Zinevra s come valorosissima donna,  onor,  e donolle che in
    gioie e che in vasellamenti d'oro e d'ariento e che in denari,  quello
    che valse meglio d'altre diecemilia dobbre.
    E, fatto loro apprestare un legno, poi che finita fu la festa per loro
    fatta,  gli licenzi di potersi tornare a Genova al lor piacere;  dove
    ricchissimi  e  con  grande  allegrezza  tornarono,  e con sommo onore
    ricevuti furono, e spezialmente madonna Zinevra,  la quale da tutti si
    credeva  che  morta fosse;  e sempre di gran virt e da molto,  mentre
    visse, fu reputata.
    Ambrogiuolo il d medesimo che legato fu al palo e unto di  mele,  con
    sua grandissima angoscia dalle mosche e dalle vespe e da' tafani,  de'
    quali quel paese  copioso molto,  fu non solamente ucciso,  ma infino
    all'ossa divorato;  le quali bianche rimase e a' nervi appiccate,  poi
    lungo tempo, senza esser mosse,  della sua malvagit fecero a chiunque
    le  vide  testimonianza.  E  cos  rimase  lo  'ngannatore a pi dello
    'ngannato.














    Giornata seconda - Novella decima.

    Paganino da Monaco ruba la moglie a messer Ricciardo da  Chinzica,  il
    quale,  sappiendo  dove  ella  ,  va  e  diventa  amico  di Paganino.
    Raddomandagliele, ed egli, dove ella voglia, gliele concede.  Ella non
    vuol  con lui tornare,  e,  morto messer Ricciardo,  moglie di Paganin
    diviene.

    Ciascuno della onesta brigata sommamente commend per bella la novella
    dalla loro reina contata, e massimamente Dioneo,  al quale solo per la
    presente  giornata  restava  il  novellare.   Il  quale,   dopo  molte
    commendazioni di quella fatte, disse.
    Belle donne,  una parte della novella della reina  m'ha  fatto  mutare
    consiglio di dirne una che all'animo m'era, a doverne un'altra dire; e
    questa  la bestialit di Bernab,  come che bene ne gli avvenisse,  e
    di tutti gli altri che quello si danno a credere che  esso  di  creder
    mostrava, cio che essi andando per lo mondo e con questa e con quella
    ora una
    volta  ora  un'altra  sollazzandosi,  s'imaginano  che le donne a casa
    rimase si tengano le mani a cintola, quasi noi non conosciamo, che tra
    esse nasciamo e cresciamo e stiamo,  di che elle sien vaghe.  La  qual
    dicendo,  ad  un'ora  vi  mosterr chente sia la sciocchezza di questi
    cotali, e quanto ancora sia maggiore quella di coloro li quali, s pi
    che la natura possenti estimando,  si credono quello con dimostrazioni
    favolose  potere  che essi non possono,  e sforzansi d'altrui recare a
    quello che essi sono, non patendolo la natura di chi  tirato.
    Fu dunque in Pisa  un  giudice,  pi  che  di  corporal  forza  dotato
    d'ingegno, il cui nome fu messer Ricciardo di Chinzica, il qual, forse
    credendosi  con  quelle  medesime opere sodisfare alla moglie che egli
    faceva agli studi, essendo molto ricco,  con non piccola sollicitudine
    cerc  d'avere  bella  e  giovane  donna  per  moglie;  dove e l'uno e
    l'altro,  se cos avesse saputo  consigliar  s  come  altrui  faceva,
    doveva  fuggire.  E  quello gli venne fatto,  per ci che messer Lotto
    Gualandi per moglie gli diede una  sua  figliuola,  il  cui  nome  era
    Bartolomea,  una  delle  pi  belle e delle pi vaghe giovani di Pisa,
    come che poche ve n'abbiano che lucertole  verminare  non  paiano.  La
    quale  il giudice menata con grandissima festa a casa sua,  e fatte le
    nozze belle e magnifiche, pur per la prima notte incapp una volta per
    consumare il matrimonio a toccarla,  e di poco fall che  egli  quella
    una  non fece tavola;  il quale poi la mattina,  s come colui che era
    magro e secco e di poco spirito,  convenne che  con  vernaccia  e  con
    confetti ristorativi e con altri argomenti nel mondo si ritornasse.
    Or  questo  messer  lo  giudice,  migliore  stimatore  delle sue forze
    divenuto che stato non era avanti, incominci ad insegnare a costei un
    calendario buono da fanciulli che stanno a leggere,  e forse gi stato
    fatto a Ravenna.  Per ci che,  secondo che egli le mostrava,  niun d
    era che non solamente una festa, ma molte non ne fossero;  a reverenza
    delle  quali  per  diverse  cagioni mostrava l'uomo e la donna doversi
    astenere  da  cos  fatti  congiugnimenti,  sopra  questi  aggiugnendo
    digiuni e quattro tempora e vigilie d'apostoli e di mille altri santi,
    e venerd e sabati,  e la domenica del Signore e la quaresima tutta, e
    certi punti della luna e altre eccezioni molte,  avvisandosi forse che
    cos feria far si convenisse con le donne nel letto,  come egli faceva
    talvolta piatendo alle civili.  E  questa  maniera  (non  senza  grave
    malinconia  della  donna,  a  cui forse una volta ne toccava il mese e
    appena) lungamente tenne,  sempre guardandola bene,  non forse  alcuno
    altro  le  'nsegnasse  conoscere li d da lavorare,  come egli l'aveva
    insegnate le feste.
    Avvenne che,  essendo  il  caldo  grande,  a  messer  Ricciardo  venne
    disidero  d'andarsi  a  diportare ad un suo luogo molto bello vicino a
    Montenero,  e quivi per prendere aere,  dimorarsi alcun giorno,  e con
    seco  men  la  sua  bella donna.  E quivi standosi,  per darle alcuna
    consolazione, fece un giorno pescare,  e sopra due barchette,  egli in
    su una co' pescatori ed ella in su un'altra con altre donne,  andarono
    a vedere;  e tirandogli  il  diletto,  parecchi  miglia,  quasi  senza
    accorgersene, n'andarono infra mare.
    E  mentre  che  essi  pi  attenti  stavano  a riguardare,  subito una
    galeotta di Paganin da Mare, allora molto famoso corsale,  sopravenne;
    e vedute le barche,  si dirizz a loro;  le quali non poteron s tosto
    fuggire,  che Paganin non giugnesse quella ove eran  le  donne;  nella
    quale veggendo la bella donna,  senza altro volerne,  quella, veggente
    messer Ricciardo che gi era in terra,  sopra la sua  galeotta  posta,
    and  via.  La  qual cosa veggendo messer lo giudice,  il quale era s
    geloso che temeva dello aere stesso,  se esso  fu  dolente  non    da
    domandare.  Egli  senza  pro,  e  in  Pisa  e altrove,  si dolfe della
    malvagit de' corsari,  senza sapere chi la moglie tolta gli avesse  o
    dove portatola.
    A  Paganino,  veggendola cos bella,  parve star bene;  e,  non avendo
    moglie, si pens di sempre tenersi costei,  e lei,  che forte piagnea,
    cominci dolcemente a confortare.  E venuta la notte, essendo a lui il
    calendaro caduto da cintola e ogni festa o feria uscita di  mente,  la
    cominci  a  confortare  co' fatti,  parendogli che poco fossero il d
    giovate ]e parole;  e per s fatta maniera la racconsol,  che,  prima
    che  a Monaco giugnessero,  il giudice e le sue leggi le furono uscite
    di mente, e cominci a viver pi lietamente del mondo con Paganino. Il
    quale, a Monaco menatala, oltre alle consolazioni che di d e di notte
    le dava, onoratamente come sua moglie la tenea.
    Poi a certo tempo pervenuto agli orecchi di messer Ricciardo  dove  la
    sua   donna  fosse,   con  ardentissimo  disidero,   avvisandosi  niun
    interamente saper far ci che a ci  bisognava,  esso  stesso  dispose
    d'andar  per  lei,  disposto  a  spendere  per lo riscatto di lei ogni
    quantit di denari; e, messosi in mare, se n'and a Monaco, e quivi la
    vide ed ella lui; la quale poi la sera a Paganino il disse e lui della
    sua intenzione inform.
    La seguente mattina  messer  Ricciardo,  veggendo  Paganino,  con  lui
    s'accont  e  fece  in  poca  d'ora  una  gran dimestichezza e amist,
    infignendosi  Paganino  di  conoscerlo  e  aspettando  a  che  riuscir
    volesse.  Per che,  quando tempo parve a messer Ricciardo, come meglio
    seppe e il pi piacevolmente,  la cagione per la quale venuto era  gli
    discoperse,  pregandolo  che  quello  che  gli piacesse prendesse e la
    donnagli rendesse. Al quale Paganino con lieto viso rispose:
    - Messere, voi siate il ben venuto,  e rispondendo in brieve,  vi dico
    cos:  egli    vero che io ho una giovane in casa,  la qual non so se
    vostra moglie o d'altrui si sia,  per ci che voi io non  conosco,  n
    lei  altress se non in tanto quanto ella  meco alcun tempo dimorata.
    Se voi siete suo marito, come voi dite, io, perci che piacevol gentil
    uom mi parete,  vi mener da lei,  e son certo che ella  vi  conoscer
    bene.  Se  essa  dice  che cos sia come voi dite e vogliasene con voi
    venire,  per amor della vostra piacevolezza quello  che  voi  medesimo
    vorrete per riscatto di lei mi darete; ove cos non fosse, voi fareste
    villania a torre, per ci che io son giovane uomo e posso cos come un
    altro tenere una femina, e spezialmente lei che  la pi piacevole che
    io vidi mai.
    Disse allora messer Ricciardo:
    -  Per certo ella  mia moglie,  e se tu mi meni dove ella sia,  tu il
    vedrai tosto; ella mi si gittar incontanente al collo;  e per ci non
    domando che altramenti sia se non come tu medesimo hai divisato.
    - Adunque, - disse Paganino - andiamo.
    Andatisene  adunque  nella  casa di Paganino e stando in una sua sala,
    Paganino la fece chiamare,  ed ella  vestita  e  acconcia  usc  d'una
    camera  e  quivi  venne  dove  messer  Ricciardo con Paganino era,  n
    altramenti fece motto a messer Ricciardo che  fatto  s'avrebbe  ad  un
    altro  forestiere  che  con Paganino in casa sua venuto fosse.  Il che
    vedendo il giudice,  che aspettava di dovere  essere  con  grandissima
    festa ricevuto da lei,  si maravigli forte,  e seco stesso cominci a
    dire: - Forse che la malinconia e il lungo dolore  che  io  ho  avuto,
    poscia che io la perdei m'ha si trasfigurato che ella non mi riconosce
    - Per che egli disse:
    - Donna,  caro mi costa il menarti a pescare, per ci che simil dolore
    non si sent mai a quello che io ho poscia portato che io ti perdei, e
    tu non pare che mi riconoschi,  s salvaticamente motto  mi  fai.  Non
    vedi tu che io sono il tuo messer Ricciardo, venuto qui per pagare ci
    che volesse questo gentile uomo, in casa cui noi siamo, per riaverti e
    per menartene;  ed egli,  la sua merc,  per ci che io voglio,  mi ti
    rende?
    La donna rivolta a lui, un cotal pocolin sorridendo, disse:
    - Messere,  dite voi a me?  Guardate che voi non  m'abbiate  colta  in
    iscambio, ch, quanto  io, non mi ricordo che io vi vedessi giammai.
    Disse messer Ricciardo:
    - Guarda ci. che tu d, guatami bene; se tu ti vorrai bene ricordare,
    tu vedrai bene che io sono il tuo Ricciardo di Chinzica.
    La donna disse:
    - Messere, voi mi perdonerete, forse non  egli cos onesta cosa a me,
    come voi v'imaginate,  il molto guardarvi,  ma io v'ho nondimeno tanto
    guardato, che io conosco che io mai pi non vi vidi.
    Imaginossi messer Ricciardo  che  ella  questo  facesse  per  tema  di
    Paganino,  di non volere in sua presenza confessare di conoscerlo; per
    che, dopo alquanto, chiese di grazia a Paganino che in camera solo con
    esso lei  le  potesse  parlare.  Paganin  disse  che  gli  piacea,  s
    veramente  che egli non la dovesse contra suo piacere baciare;  e alla
    donna comand
    che con lui in camera andasse e udisse ci che egli  volesse  dire,  e
    come le piacesse gli rispondesse.
    Andatisene adunque in camera la donna e messer Ricciardo soli,  come a
    seder si furon posti, incominci messer Ricciardo a dire:
    - Deh,  cuor del corpo mio,  anima mia dolce,  speranza  mia,  or  non
    riconosci  tu  Ricciardo  tuo che t'ama pi che s medesimo?  Come pu
    questo essere?  Son io  cos  trasfigurato?  Deh,  occhio  mio  bello,
    guatami pure un poco.
    La donna incominci a ridere e, senza lasciarlo dir pi, disse:
    - Ben sapete che io non sono s smimorata,  che io non conosca che voi
    siete messer Ricciardo di Chinzica mio marito;  ma voi,  mentre che io
    fu'con  voi,  mostraste assai male di conoscer me,  per ci che se voi
    eravate savio o sete,  come volete esser tenuto,  dovavate  bene  aver
    tanto  conoscimento,  che  voi  dovavate  vedere  che io era giovane e
    fresca e gagliarda,  e  per  conseguente  conoscere  quello  che  alle
    giovani  donne,  oltre  al  vestire  e  al mangiar,  bene che elle per
    vergogna nol dicano, si richiede; il che come voi il faciavate? voi il
    vi sapete.
    E s'egli v'era pi a grado lo studio delle leggi che  la  moglie,  voi
    non  dovavate  pigliarla;  bench  a  me non parve mai che voi giudice
    foste,  anzi mi paravate un banditore di sagre e di feste,  s ben  le
    sapavate,  e le digiune e le vigilie. E dicovi che se voi aveste tante
    feste fatte fare a' lavoratori che  le  vostre  possessioni  lavorano,
    quante  faciavate  fare  a  colui che il mio piccol campicello aveva a
    lavorare,  voi non  avreste  mai  ricolto  granello  di  grano.  Sonmi
    abbattuta a costui che ha voluto Iddio,  s come pietoso ragguardatore
    della mia giovanezza, col quale io mi sto in questa camera, nella qual
    non si sa che cosa festa sia (dico di quelle feste che voi, pi divoto
    a Dio che a' servigi delle donne, cotante celebravate),  n mai dentro
    a  quello  uscio  entr  n  sabato  n  venerd n vigilia n quattro
    tempora n quaresima,  ch' cos lunga,  anzi di d e di notte  ci  si
    lavora e battecisi la lana;  e poi che questa notte son mattutino, so
    bene come il fatto and da una volta in su.  E per con lui intendo di
    starmi e di lavorare mentre sar giovane; e le feste e le perdonanze e
    i  digiuni  serbarmi  a  far  quando  sar vecchia;  e voi colla buona
    ventura s ve n'andate il pi tosto che voi potete,  e senza  me  fate
    feste quante vi piace.
    Messer   Ricciardo,    udendo   queste   parole,    sosteneva   dolore
    incomportabile, e disse, poi che lei tacer vide:
    - Deh, anima mia dolce, che parole son quelle che tu d? Or non hai tu
    riguardo all'onore de' parenti tuoi e al tuo?  Vuo'tu innanzi star qui
    per  bagascia  di costui e in peccato mortale,  che a Pisa mia moglie?
    Costui,  quando tu gli sarai rincresciuta,  con gran  vitupero  di  te
    medesima ti caccer via;  io t'avr sempre cara,  e sempre, ancora che
    io non volessi, sarai donna della casa mia. Dei tu per questo appetito
    disordinato e disonesto lasciar l'onor tuo e me,  che t'amo pi che la
    vita mia?  Deh,  speranza mia cara,  non dir pi cos, voglitene venir
    con meco; io da quinci innanzi, poscia che io conosco il tuo disidero,
    mi sforzer;  e per,  ben mio dolce,  muta consiglio e vientene meco,
    ch mai ben non sentii poscia che tu tolta mi fosti.
    A cui la donna rispose:
    -  Del mio onore non intendo io che persona,  ora che non si pu,  sia
    pi di me tenera;  fossonne stati i parenti miei quando mi  diedero  a
    voi! li quali se non furono allora del mio, io non intendo d'essere al
    presente del loro; e se io ora sto in peccato mortaio, io star quando
    che  sia in peccato pestello: non ne siate pi tenero di me.  E dicovi
    cos,  che qui mi pare esser moglie di Paganino,  e a Pisa  mi  pareva
    esser  vostra bagascia,  pensando che per punti di luna e per isquadri
    di geometria si convenivano tra voi e me congiugnere i  pianeti,  dove
    qui Paganino tutta la notte mi tiene in braccio e strignemi e mordemi,
    e  come  egli mi conci Iddio ve 'l dica per me.  Anche dite voi che vi
    sforzerete: e di che? di farla in tre pace, e rizzare a mazzata? Io so
    che voi siete divenuto un pr cavaliere poscia che  io  non  vi  vidi.
    Andate,  e  sforzatevi  di vivere;  ch mi pare anzi che no che voi ci
    stiate a pigione,  s tisicuzzo e tristanzuol mi parete.  E  ancor  vi
    dico  pi,  che  quando  costui  mi  lascer  (ch  non  mi pare a ci
    disposto, dove io voglia stare), io non intendo per ci di mai tornare
    a voi,  di cui,  tutto premendovi,  non si farebbe  uno  scodellin  di
    salsa; per ci che con mio grandissimo danno e interesse vi stetti una
    volta; per che in altra parte cercherei mia civanza. Di che da capo vi
    dico che qui non ha festa n vigilia;  laonde io intendo di starmi;  e
    per ci,  come pi tosto potete,  v'andate con  Dio,  se  non  che  io
    grider che voi mi vogliate sforzare.
    Messer Ricciardo, veggendosi a mal partito e pure allora conoscendo la
    sua  follia  d'aver  moglie giovane tolta essendo spossato,  dolente e
    tristo s'usc della camera e disse parole assai a Paganino,  le  quali
    non montarono un frullo.  E ultimamente, senza alcuna cosa aver fatta,
    lasciata la donna,  a Pisa si ritorn,  e in tanta mattezza per  dolor
    cadde che, andando per Pisa, a chiunque il salutava o d'alcuna cosa il
    domandava,  niuna altra cosa rispondeva se non: - Il mal foro non vuol
    festa -;  e dopo non molto tempo si mor.  Il che Paganin sentendo,  e
    conoscendo l'amore che la donna gli portava,  per sua legittima moglie
    la spos, e senza mai guardar festa o vigilia o fare quaresima, quanto
    le gambe ne gli poteron portare,  lavorarono e buon tempo si  diedono.
    Per la qual cosa,  donne mie care,  mi pare che ser Bernab disputando
    con Ambrogiuolo cavalcasse la capra in verso il chino.





    Giornata seconda - Conclusione.

    Questa novella di tanto che ridere a tutta la compagnia,  che niun ve
    n'era  a cui non dolessero le mascelle,  e di pari consentimento tutte
    le donne dissono che Dioneo diceva vero e che Bernab  era  stato  una
    bestia.  Ma, poi che la novella fu finita e le risa ristate, avendo la
    reina  riguardato  che  l'ora  era  omai  tarda,  e  che  tutti  avean
    novellato,  e  la  fine  della  sua  signoria  era venuta,  secondo il
    cominciato ordine,  trattasi la ghirlanda di capo,  sopra la testa  la
    pose di Neifile con lieto viso dicendo:
    - Omai, cara compagna, di questo piccol popolo il governo sia tuo -; e
    a seder si ripose.
    Neifile del ricevuto onore un poco arross e tal nel viso divenne qual
    fresca  rosa  d'aprile  o  di  maggio  in su lo schiarir del giorno si
    mostra,  con gli  occhi  vaghi  e  scintillanti,  non  altramenti  che
    mattutina  stella,  un  poco  bassi.  Ma  poi  che  l'onesto romor de'
    circustanti,  nel quale  il  favor  loro  verso  la  reina  lietamente
    mostravano,  si fu riposato ed ella ebbe ripreso l'animo, alquanto pi
    alta che usata non era sedendo, disse:
    - Poich cos  che io  vostra  reina  sono,  non  dilungandomi  dalla
    maniera  tenuta  per  quelle  che  davanti  a  me  sono state,  il cui
    reggimento voi ubbidendo commendato  avete,  il  parer  mio  in  poche
    parole  vi  far  manifesto,  il  quale,  se dal vostro consiglio sar
    commendato, quel seguiremo.
    Come voi sapete, domane  venerd e il seguente d sabato, giorni, per
    le vivande le quali s'usano in quegli,  al  quanto  tediosi  alle  pi
    genti; senza che 'l venerd, avendo riguardo che in esso Colui che per
    la nostra vita mor sostenne passione,   degno di reverenza;  per che
    giusta cosa e molto onesta reputerei, che, ad onor d'lddio,  pi tosto
    ad  orazioni  che  a novelle vacassimo.  E il sabato appresso usanza 
    delle donne di lavarsi la testa  e  di  tor  via  ogni  polvere,  ogni
    sucidume  che  per la fatica di tutta la passata settimana sopravenuta
    fosse;  e sogliono similmente assai,  a reverenza del la Vergine Madre
    del  Figliuol  di Dio,  digiunare,  e da indi in avanti per onor della
    sopravvegnente domenica da ciascuna  opera  riposarsi;  per  che,  non
    potendo  cos  a  pieno  in  quel  d l'ordine da noi preso nel vivere
    seguitare,  similmente stimo sia ben fatto,  quel d del novellare  ci
    posiamo.
    Appresso,  per  ci  che  noi  qui quattro d dimorate saremo,  se noi
    vogliam tor via che gente nuova non ci sopravvenga,  reputo  opportuno
    di  mutarci  di  qui e andarne altrove,  e il dove io ho gi pensato e
    proveduto.  Quivi quando noi saremo domenica appresso dormire adunati,
    avendo noi oggi avuto assai largo spazio da discorrere ragionando,  s
    perch pi tempo da pensare avrete,  e s perch sar ancora pi bello
    che un poco si ristringa del novellare la licenzia e che sopra uno de'
    molti  fatti della Fortuna si dica,   ho pensato che questo sar,  di
    chi alcuna cosa molto da lui disiderata con industria acquistasse o la
    perduta recuperasse.  Sopra che ciascun pensi di dire alcuna cosa  che
    alla  brigata esser possa utile o almeno dilettevole,  salvo sempre il
    privilegio di Dioneo.
    Ciascun commend il parlare e il diviso della reina,  e cos statuiron
    che  fosse.   La  quale  appresso  questo,  fattosi  chiamare  il  suo
    siniscalco,  dove metter dovesse la sera le tavole,  e quello appresso
    che  far  dovesse  in tutto il tempo delta sua signoria pienamente gli
    divis, e cosi fatto, in pi dirizzata colla sua brigata, a far quello
    che pi piacesse a ciascuno gli licenzi.
    Presero adunque le donne e gli uomini inverso un giardinetto la via, e
    quivi, poi che alquanto diportati si furono,  l'ora della cena venuta,
    con  festa  e con piacer cenarono e da quella levati,  come alla reina
    piacque,  menando Emilia la carola,  la seguente canzone da  Pampinea,
    rispondendo l'altre, fu cantanta:

    Qual donna canter, s'i' non cant'io,
    che son contenta d'ogni mio disio?

    Vien dunque, Amor, cagion d'ogni mio bene,
    d'ogni speranza e d'ogni lieto effetto;
    cantiamo insieme un poco,
    non de' sospir n delle amare pene
    ch'or pi dolce mi fanno il tuo diletto,
    ma sol del chiaro foco,
    nel quale ardendo in festa vivo e 'n gioco,
    te adorando, come un mio iddio.

    Tu mi ponesti innanzi agli occhi, Amore,
    il primo d ch'io nel tuo foco entrai,
    un giovinetto tale,
    che di bilt, d'ardir, n di valore
    non se ne troverebbe un maggior mai,
    n pure a lui eguale:
    di lui m'accesi tanto, che aguale
    lieta ne canto teco, signor mio.

    E quel che 'n questo m' sommo piacere,
     ch'io gli piaccio quanto egli a me piace,
    Amor, la tua merzede;
    perch in questo mondo il mio volere
    posseggo, e spero nell'altro aver pace
    per quella intera fede
    che io gli porto. Iddio che questo vede,
    del regno suo ancor ne sar pio.

    Appresso  questa,  pi  altre  se ne cantarono e pi danze si fecero e
    sonarono diversi suoni. Ma,  estimando la reina tempo esser di doversi
    andare a posare, co' torchi avanti ciascuno alla sua camera se n'and;
    e  li  due  d seguenti a quelle cose vacando che prima la reina aveva
    ragionate, con disiderio aspettarono la domenica.

    Finisce la seconda giornata del Decameron.











    Incomincia  la  terza  giornata  nella  quale  si  ragiona,  sotto  il
    reggimento di Neifile,  di chi alcuna cosa molto da lui disiderata con
    industria acquistasse o la perduta ricoverasse.


    Giornata terza - Introduzione.

    L'aurora gi di vermiglia cominciava, appressandosi il sole, a divenir
    rancia,  quando la domenica la reina  levata  e  fatta  tutta  la  sua
    compagnia  levare,  e  avendo  gi  il  siniscalco  gran pezzo davanti
    mandato al luogo dove andar doveano assai delle cose opportune  e  chi
    quivi  preparasse  quello  che  bisognava,  veggendo  gi  la reina in
    cammino,  prestamente fatta ogn'altra cosa caricare,  quasi quindi  il
    campo  levato,  colla salmeria n'and e colla famiglia rimasa appresso
    delle donne e de' signori.
    La reina adunque con lento passo,  accompagnata e  seguita  dalle  sue
    donne e dai tre giovani, alla guida del canto di forse venti usignuoli
    e  altri uccelli,  per una vietta non troppo usata,  ma piena di verdi
    erbette e  di  fiori,  li  quali  per  lo  sopravvegnente  sole  tutti
    s'incominciavano  ad  aprire,  prese  il cammino verso l'occidente,  e
    cianciando e motteggiando e ridendo colla sua  brigata,  senza  essere
    andata oltre a dumilia passi, assai avanti che mezza terza fosse ad un
    bellissimo e ricco palagio, il quale alquanto rilevato dal piano sopra
    un  poggetto  era  posto,  gli ebbe condotti.  Nel quale entrati e per
    tutto andati,  e avendo le  gran  sale,  le  pulite  e  ornate  camere
    compiutamente ripiene di ci che a camera s'appartiene,  sommamente il
    commendarono e magnifico reputarono il signor di quello. Poi,  a basso
    discesi,  e veduta l'ampissima e lieta corte di quello, le volte piene
    d'ottimi vini e la freddissima acqua e in gran copia che quivi surgea,
    pi ancora il lodarono.  Quindi,  quasi di  riposo  vaghi,  sopra  una
    loggia  che  la corte tutta signoreggiava,  essendo ogni cosa piena di
    quei fiori che concedeva il tempo e di frondi, postisi a sedere, venne
    il discreto siniscalco,  e loro con preziosissimi  confetti  e  ottimi
    vini ricevette e riconfort.
    Appresso la qual cosa,  fattosi aprire un giardino che di costa era al
    palagio, in quello, che tutto era dattorno murato,  se n'entrarono;  e
    parendo  loro  nella  prima  entrata  di  maravigliosa  bellezza tutto
    insieme,   pi  attentamente  le  parti  di  quello   cominciarono   a
    riguardare. Esso avea dintorno da s e per lo mezzo in assai parti vie
    ampissime;  tutte  diritte come strale e coperte di pergolati di viti,
    le quali facevan gran vista di dovere quello anno assai  uve  fare;  e
    tutte  allora  fiorite s grande odore per lo giardin rendevano,  che,
    mescolato insieme con quello di molte altre cose che per  lo  giardino
    olivano,  pareva  loro essere tra tutta la spezieria che mai nacque in
    oriente; le latora delle quali vie tutte di rosai bianchi e vermigli e
    di gelsomini erano quasi  chiuse;  per  le  quali  cose,  non  che  la
    mattina,   ma  qualora  il  sole  era  pi  alto,  sotto  odorifera  e
    dilettevole ombra, senza esser tocco da quello, vi si poteva per tutto
    andare.  Quante e quali e come ordinate poste fossero  le  piante  che
    erano  in  quel  luogo,  lungo  sarebbe  a  raccontare;  ma  niuna n'
    laudevole,  la quale il nostro aere patisca,  di  che  quivi  non  sia
    abondevolmente. Nel mezzo del quale (quello che  non men commendabile
    che  altra  cosa  che  vi  fosse,  ma  molto  pi),  era  un  prato di
    minutissima erba e verde tanto che quasi  nera  parea,  dipinto  tutto
    forse di mille variet di fiori,  chiuso dintorno di verdissimi e vivi
    aranci e di cedri,  li quali,  avendo i vecchi frutti e i  nuovi  e  i
    fiori  ancora,  non  solamente  piacevole ombra agli occhi,  ma ancora
    all'odorato facevan piacere. Nel mezzo del qual prato era una fonte di
    marmo bianchissimo e con maravigliosi intagli. Iv'entro,  non so se da
    natural  vena  o  da  artificiosa,  per  una figura la quale sopra una
    colonna che nel mezzo di quella diritta era,  gittava tanta acqua e s
    alta  verso  il cielo,  che poi non senza dilettevol suono nella fonte
    chiarissima ricadea, che di meno avria macinato un mulino. La qual poi
    (quella dico che soprabbondava al pieno della fonte) per  occulta  via
    del  pratello  usciva e,  per canaletti assai belli e artificiosamente
    fatti, fuori di quello divenuta palese, tutto lo 'ntorniava;  e quindi
    per  canaletti  simili  quasi  per  ogni  parte del giardin discorrea,
    raccogliendosi ultimamente in una parte dalla quale del  bel  giardino
    avea l'uscita,  e quindi verso il pian discendendo chiarissima, avanti
    che a quel divenisse,  con grandissima forza e con non piccola utilit
    del signore, due mulina volgea.
    Il  veder  questo  giardino,  il  suo bello ordine,  le piante la e la
    fontana co' ruscelletti procedenti da quella, tanto piacque a ciascuna
    donna e a' tre giovani che tutti cominciarono  ad  affermare  che,  se
    Paradiso  si  potesse in terra fare,  non sapevano conoscere che altra
    forma che quella di quel giardino gli si  potesse  dare,  n  pensare,
    oltre  a  questo,  qual  bellezza  gli si potesse aggiugnere.  Andando
    adunque contentissimi dintorno per quello,  faccendosi  di  vari  rami
    d'albori ghirlande bellissime,  tuttavia udendo forse venti maniere di
    canti d'uccelli quasi a pruova l'un  dell'altro  cantare,  s'accorsero
    d'una dilettevol bellezza,  della quale,  dall'altre soprappresi,  non
    s'erano ancora accorti;  ch essi videro il  giardin  pieno  forse  di
    cento variet di belli animali,  e l'uno all'altro mostrandolo,  d'una
    parte uscir  conigli,  d'altra  parte  correr  lepri,  e  dove  giacer
    cavriuoli,  e in alcuna cerbiatti giovani andar pascendo,  e,  oltre a
    questi,  altre pi maniere di  non  nocivi  animali,  ciascuno  a  suo
    diletto,  quasi dimestichi,  andarsi a sollazzo;  le quali cose, oltre
    agli altri piaceri, un vie maggior piacere aggiunsero.
    Ma poi che assai,  or questa cosa or quella veggendo,  andati  furono,
    fatto  dintorno  alla bella fonte metter le tavole,  e quivi prima sei
    canzonette cantate e alquanti balli fatti,  come alla  reina  piacque,
    andarono  a  mangiare,  e  con  grandissimo  e bello e riposato ordine
    serviti,  e di buone e dilicate vivande,  divenuti  pi  lieti  su  si
    levarono,  e a' suoni e a' canti e a' balli da capo si dierono, infino
    che alla reina,  per lo caldo sopravvegnente,  parve ora  che,  a  cui
    piacesse, s'andasse a dormire. De'quali chi vi and e chi, vinto dalla
    bellezza del luogo,  andar non vi volle,  ma,  quivi dimoratisi, chi a
    legger romanzi,  chi a giucare a scacchi e chi a  tavole,  mentre  gli
    altri dormiron, si diede.
    Ma,  poi che,  passata la nona, ciascuno levato si fu, e il viso colla
    fresca acqua rinfrescato s'ebbero,  nel  prato,  s  come  alla  reina
    piacque,  vicini  alla  fontana venutine,  e in quello secondo il modo
    usato postisi a sedere,  ad aspettar cominciarono di  dover  novellare
    sopra  la  materia  dalla  reina proposta.  De'quali il primo a cui la
    reina tal carico impose fu Filostrato,  il quale  cominci  in  questa
    guisa.




    Giornata terza - Novella prima.

    Masetto  da  Lamporecchio  si  fa  mutolo  e  diviene  ortolano di uno
    monistero di donne, le quali tutte concorrono a giacersi con lui.


    Bellissime donne,  assai sono di quegli uomini e di quelle femine  che
    s  sono  stolti,  che credono troppo bene che,  come ad una giovane 
    sopra il capo posta la  benda  bianca  e  in  dosso  messale  la  nera
    cocolla,  che  ella  pi  non  sia  femina  n  pi senta de' feminili
    appetiti se non come se di pietra l'avesse  fatta  divenire  il  farla
    monaca;  e  se  forse  alcuna cosa contra questa lor credenza n'odono,
    cos si turbano come se contra natura un grandissimo e scelerato  male
    fosse  stato  commesso,  non  pensando  n  volendo aver rispetto a s
    medesimi,  li quali la piena licenzia di poter far quel  che  vogliono
    non  pu  saziare,  n  ancora  alle  gran  forze  dell'ozio  e  della
    solitudine.  E similmente sono ancora  di  quegli  assai  che  credono
    troppo  bene  che  la  zappa e la vanga e le grosse vivande e i disagi
    tolgano del tutto a' lavoratori della terra i concupiscibili  appetiti
    e  rendan  loro  d'intelletto  e d'avvedimento grossissimi.  Ma quanto
    tutti coloro che cos credono sieno ingannati,  mi piace,  poi che  la
    reina comandato me l'ha,  non uscendo della proposta fatta da lei,  di
    farvene pi chiare con una piccola novelletta.
    In queste nostre contrade fu, ed  ancora, un monistero di donne assai
    famoso di santit (il quale io non nomer per non diminuire  in  parte
    alcuna  la  fama  sua),  nel quale,  non ha gran tempo,  non essendovi
    allora pi che otto donne con una badessa,  e tutte  giovani,  era  un
    buono omicciuolo d'un loro bellissimo giardino ortolano, il quale, non
    contentandosi  del  salario,  fatta  la  ragion sua col castaldo delle
    donne, a Lamporecchio, l ond'egli era, se ne torn.
    Quivi,  tra gli altri che lietamente  il  raccolsono,  fu  un  giovane
    lavoratore forte e robusto e,  secondo uom di villa, con bella persona
    e con viso assai piacevole, il cui nome era Masetto; e domandollo dove
    tanto tempo stato fosse.  Il buono uomo,  che Nuto avea  nome,  gliele
    disse.  Il quale Masetto domand, di che egli il monistero servisse. A
    cui Nuto rispose:
    - Io lavorava un loro giardino bello  e  grande  e,  oltre  a  questo,
    andava  alcuna  volta al bosco per le legne,  attigneva acqua e faceva
    cotali altri servigetti; ma le donne mi davano s poco salaro,  che io
    non ne potevo appena pure pagare i calzari.  E,  oltre a questo,  elle
    son tutte giovani e parmi ch'elle abbiano il diavolo in corpo, ch non
    si pu far cosa niuna al lor  modo;  anzi,  quand'io  lavorava  alcuna
    volta l'orto,  l'una diceva: - Pon qui questo -;  e l'altra: - Pon qui
    quello -;  e l'altra mi toglieva la zappa di mano e diceva:  -  Questo
    non sta bene -;  e davanmi tanta seccaggine,  che io lasciava stare il
    lavorio e uscivami dell'orto;  s  che,  tra  per  l'una  cosa  e  per
    l'altra,  io non vi volli star pi e sonmene venuto.  Anzi mi preg il
    castaldo loro, quando io me ne venni, che,  se io n'avessi alcuno alle
    mani che fosse da ci, che io gliele mandassi, e io gliele promisi; ma
    tanto il faccia Dio san delle reni, quanto io o ne procaccer o ne gli
    mander niuno.
    A Masetto, udendo egli le parole di Nuto, venne nell'animo un disidero
    s  grande  d'esser  con  queste  monache,  che  tutto se ne struggea,
    comprendendo per le parole di Nuto che  a  lui  dovrebbe  poter  venir
    fatto  di quello che egli disiderava.  E avvisandosi che fatto non gli
    verrebbe se a Nuto ne dicesse niente, gli disse:
    - Deh come ben facesti a venirtene!  Che  un uomo a star con  femine?
    Egli  sarebbe  meglio  a  star con diavoli: elle non sanno delle sette
    volte le sei quello che elle si vogliono elleno stesse.
    Ma poi,  partito il lor ragionare,  cominci Masetto a pensare che via
    dovesse  tenere a dovere potere esser con loro;  e conoscendo che egli
    sapeva ben fare quegli servigi che Nuto diceva,  non dubit di  perder
    per  quello,  ma  temette  di  non  dovervi esser ricevuto per ci che
    troppo era giovane e appariscente. Per che,  molte cose divisate seco,
    imagin:  - Il luogo  assai lontano di qui e niuno mi vi conosce;  se
    io so far vista d'esser mutolo, per certo io vi sar ricevuto -.  E in
    questa imaginazione fermatosi,  con una sua scure in collo, senza dire
    ad alcuno dove s'andasse,  in guisa d'un  povero  uomo  se  n'and  al
    monistero;  dove  pervenuto,  entr  dentro  e  trov  per  ventura il
    castaldo nella corte; al quale faccendo suoi atti come i mutoli fanno,
    mostr di domandargli mangiare per  l'amor  di  Dio  e  che  egli,  se
    bisognasse, gli spezzerebbe delle legne.
    Il castaldo gli di da mangiar volentieri,  e appresso questo gli mise
    innanzi certi ceppi che  Nuto  non  avea  potuto  spezzare,  li  quali
    costui,  che  fortissimo  era,  in poca d'ora ebbe tutti spezzati.  Il
    castaldo,  che bisogno avea d'andare al bosco,  il men seco,  e quivi
    gli fece tagliate delle legne;  poscia,  messogli l'asino innanzi, con
    suoi cenni gli fece intendere che a casa ne le recasse.
    Costui il fece molto bene,  per che  il  castaldo  a  far  fare  certe
    bisogne che gli eran luogo pi giorni vel tenne.  De quali avvenne che
    uno d la badessa il vide,  e domand il castaldo chi egli  fosse.  Il
    quale le disse:
    -  Madonna,  questi    un povero uomo mutolo e sordo,  il quale un di
    questi d ci venne per limosina, s che io gli ho fatto bene,  e hogli
    fatte  fare  assai  cose che bisogno c'erano.  Se egli sapesse lavorar
    l'orto e volesseci rimanere,  io  mi  credo  che  noi  n'avremmo  buon
    servigio,  per  ci che egli ci bisogna,  ed egli  forte e potrebbene
    l'uom fare ci che volesse;  e,  oltre a questo,  non vi  bisognerebbe
    d'aver pensiero che egli motteggiasse queste vostre giovani.
    A cui la badessa disse:
    - In f di Dio tu di'il vero. Sappi se egli sa lavorare e ingegnati di
    ritenercelo;   dagli  qualche  paio  di  scarpette  qualche  cappuccio
    vecchio, e lusingalo, fagli vezzi, dagli ben da mangiare.
    Il castaldo disse di farlo.
    Masetto non era guari lontano,  ma faccendo vista di spazzar la  corte
    tutte  queste  parole udiva,  e seco lieto diceva: - Se voi mi mettete
    cost entro,  io vi lavorr s l'orto che mai non vi fu cos  lavorato
    -.
    Ora,  avendo  il castaldo veduto che egli ottimamente sapea lavorare e
    con cenni domandatolo se egli voleva star quivi,  e costui  con  cenni
    rispostogli  che  far voleva ci che egli volesse,  avendolo ricevuto,
    gl'impose che egli l'orto lavorasse e  mostrogli  quello  che  a  fare
    avesse;  poi  and per altre bisogne del monistero,  e lui lasci.  Il
    quale lavorando l'un d appresso l'altro,  le monache incominciarono a
    dargli  noia  e  a metterlo in novelle,  come spesse volte avviene che
    altri fa de' mutoli,  e dicevangli le pi scelerate parole del  mondo,
    non  credendo da lui essere intese;  e la badessa,  che forse estimava
    che egli cos senza coda come senza  favella  fosse,  di  ci  poco  o
    niente si curava.
    Or  pure avvenne che costui un d avendo lavorato molto e riposandosi,
    due giovinette monache,  che per lo giardino andavano,  s'appressarono
    l dove egli era,  e lui che sembiante facea di dormire cominciarono a
    riguardare.  Per che l'una,  che alquanto era  pi  baldanzosa,  disse
    all'altra:
    -  Se io credessi che tu mi tenessi credenza,  io ti direi un pensiero
    che io ho avuto pi volte, il quale forse anche a te potrebbe giovare.
    L'altra rispose:
    - Di'sicuramente, ch per certo io nol dir mai a persona.
    Allora la baldanzosa incominci:
    - Io non so se tu t'hai posto mente come noi siamo tenute strette,  n
    che  mai  qua  entro uomo alcuno osa entrare,  se non il castaldo ch'
    vecchio e questo mutolo; e io ho pi volte a pi donne,  che a noi son
    venute, udito dire che tutte l'altre dolcezze del mondo sono una beffa
    a rispetto di quella quando la femina usa con l'uomo.  Per che io m'ho
    pi volte messo in animo,  poich con altrui non posso,  di volere con
    questo mutolo provare se cos . Ed egli  il miglior del mondo da ci
    costui;  ch,  perch egli pur volesse,  egli nol potrebbe n saprebbe
    ridire.  Tu vedi ch'egli  un  cotal  giovanaccio  sciocco,  cresciuto
    innanzi al senno; volentieri udirei quello che a te ne pare.
    -  Ohim,_disse  l'altra_che   quello che tu di'?  Non sai tu che noi
    abbiam promesso la virginit nostra a Dio?
    - O,_disse colei_quante cose gli si promettono tutto 'l d, che non se
    ne gli attiene niuna! se noi gliele abbiam promessa, truovisi un'altra
    o dell'altre che gliele attengano.
    A cui la compagna disse:
    - O se noi ingravidassimo, come andrebbe il fatto?
    Quella allora disse:
    - Tu cominci ad aver pensiero del mal prima che egli ti venga;  quando
    cotesto avvenisse, allora si vorr pensare; egli ci avr mille modi da
    fare s che mai non si sapr, pur che noi medesime nol diciamo.
    Costei,  udendo ci,  avendo gi maggior voglia che l'altra di provare
    che bestia fosse l'uomo, disse:
    - Or bene, come faremo?
    A cui colei rispose:
    - Tu vedi ch'egli  in su la nona; io mi credo che le suore sien tutte
    a dormire,  se non noi;  guatiam per l'orto se persona ci ,  e s'egli
    non ci  persona,  che abbiam noi a fare se non a pigliarlo per mano e
    menarlo in questo capannetto,  l dove egli  fugge  l'acqua;  e  quivi
    l'una  si  stea dentro con lui e l'altra faccia la guardia?  Egli  s
    sciocco, che egli s'acconcer comunque noi vorremo.
    Masetto udiva tutto questo ragionamento, e disposto ad ubidire,  niuna
    cosa aspettava se non l'esser preso dall'una di loro.
    Queste,  guardato ben per tutto e veggendo che da niuna parte potevano
    esser vedute, appressandosi quella che mosse avea le parole a Masetto,
    lui dest,  ed egli incontanente si lev in pi.  Per che  costei  con
    atti  lusinghevoli  presolo per la mano,  ed egli faccendo cotali risa
    sciocche,  il men nel capannetto,  dove Masetto  senza  farsi  troppo
    invitare quel fe ce che ella volle.  La quale, s come leale compagna,
    avuto  quel  che  volea,  diede  all'altra  luogo,   e  Masetto,   pur
    mostrandosi semplice,  faceva il lor volere. Per che avanti che quindi
    si dipartissono,  da una volta in su ciascuna  provar  volle  come  il
    mutolo sapea cavalcare;  e poi, seco spesse volte ragionando, dicevano
    che bene era cos dolce cosa, e pi, come udito aveano;  e prendendo a
    convenevoli ore tempo, col mutolo s'andavano a trastullare.
    Avvenne  un giorno che una lor compagna,  da una finestretta della sua
    cella di questo fatto avvedutasi,  a due  altre  il  mostr.  E  prima
    tennero  ragionamento  insieme di doverle accusare alla badessa;  poi,
    mutato consiglio e  con  loro  accordatesi,  partefici  divennero  del
    podere  di  Masetto.  Alle  quali  l'altre  tre  per diversi accidenti
    divenner compagne in vari tempi.
    Ultimamente la badessa,  che ancora di  queste  cose  non  s'accorgea,
    andando  un  d  tutta sola per lo giardino,  essendo il caldo grande,
    trov Masetto (il qual di poca fatica il d,  per lo  troppo  cavalcar
    della  notte,  aveva  assai)  tutto  disteso  al l'ombra d'un mandorlo
    dormirsi, e avendogli il vento i panni dinanzi levati indietro,  tutto
    stava scoperto.
    La qual cosa riguardando la donna,  e sola vedendosi, in quel medesimo
    appetito cadde che cadute erano le sue monacelle; e,  destato Masetto,
    seco  nella  sua  camera  nel  men,  dove  parecchi giorni,  con gran
    querimonia dalle monache fatta che  l'ortolano  non  venia  a  lavorar
    l'orto,  il tenne,  provando e riprovando quella dolcezza la qual essa
    prima all'altre solea biasimare.
    Ultimamente della sua camera alla stanza di lui rimandatolne,  e molto
    spesso  rivolendolo,  e oltre a ci pi che parte volendo da lui,  non
    potendo Masetto sodisfare a tante,  s'avvis che il suo  esser  mutolo
    gli potrebbe,  se pi stesse, in troppo gran danno resultare. E perci
    una notte colla badessa essendo,  rotto lo scilinguagnolo,  cominci a
    dire:
    - Madonna, io ho inteso che un gallo basta assai bene a dieci galline,
    ma  che  dieci  uomini possono male o con fatica una femina sodisfare,
    dove a me ne conviene servir nove,  al che per cosa del mondo  io  non
    potrei durare;  anzi son io,  per quello che infino a qui ho fatto,  a
    tal venuto che io non posso far n poco n molto;  e perci o  voi  mi
    lasciate andar con Dio, o voi a questa cosa trovate modo.
    La  donna  udendo costui parlare,  il quale ella teneva mutolo,  tutta
    stord, e disse:
    - Che  questo? Io credeva che tu fossi mutolo.
    - Madonna, - disse Masetto - io era ben cos, ma non per natura,  anzi
    per una infermit che la favella mi tolse, e solamente da prima questa
    notte  la  mi  sento essere restituita,  di che io lodo Iddio quant'io
    posso.
    La donna sel credette,  e domandollo che volesse dir ci  che  egli  a
    nove  aveva  a servire.  Masetto le disse il fatto.  Il che la badessa
    udendo, s'accorse che monaca non avea che molto pi savia non fosse di
    lei; per che, come discreta, senza lasciar Masetto partire, dispose di
    voler colle sue monache trovar modo  a  questi  fatti,  acci  che  da
    Masetto non fosse il monistero vituperato.
    Ed  essendo  di que'd morto il lor castaldo,  di pari consenatimento,
    apertosi tra tutte ci che per addietro da tutte era stato fatto,  con
    piacer  di Masetto ordinarono che le genti circustanti credettero che,
    per le loro orazioni e per gli meriti del santo in cui intitolato  era
    il  monistero,  a Masetto,  stato lungamente mutolo,  la favella fosse
    restituita,  e lui castaldo fecero;  e per s  fatta  maniera  le  sue
    fatiche partirono,  che egli le pot comportare. Nelle quali, come che
    esso assai monachin generasse, pur s discretamente procedette la cosa
    che niente se ne sent se non dopo la morte della badessa, essendo gi
    Masetto presso che vecchio e disideroso di tornarsi ricco a  casa;  la
    qual cosa saputa, di leggier gli fece venir fatto.
    Cos  adunque  Masetto  vecchio,  padre e ricco,  senza aver fatica di
    nutricar figliuoli o spesa di quegli,  per lo suo  avvedimento  avendo
    saputo la sua giovanezza bene adoperare,  donde con una scure in collo
    partito s'era se ne torn, affermando che cos trattava Cristo chi gli
    poneva le corna sopra 'l cappello.



















    Giornata terza - Novella seconda.

    Un pallafrenier giace con la  moglie  d'Agilulf  re,  di  che  Agilulf
    tacitamente s'accorge;  truovalo e tondelo; il tonduto tutti gli altri
    tonde, e cos campa della mala ventura.

    Essendo la fine venuta della novella di Filostrato,  della quale erano
    alcuna  volta  un  poco  le donne arrossate e alcun'altra se ne avevan
    riso,  piacque alla reina che Pampinea novellando seguisse.  La quale,
    con ridente viso incominciando, disse.
    Sono  alcuni s poco discreti nel voler pur mostrare di conoscere e di
    sentire quello che per lor non fa di  sapere,  che  alcuna  volta  per
    questo riprendendo i disavveduti difetti in altrui, si credono la loro
    vergogna  scemare,  dove essi l'accrescono in infinito;  e che ci sia
    vero,  nel suo contrario mostrandovi l'astuzia  d'un  forse  di  minor
    valore  tenuto che Masetto,  nel senno d'un valoroso re,  vaghe donne,
    intendo che per me vi sia dimostrato.
    Agilulf re de' longobardi,  s come i suoi predecessori avevan  fatto,
    in Pavia citt di Lombardia ferm il solio del suo regno, avendo presa
    per moglie Teudelinga,  rimasa vedova d'Autari re stato similmente de'
    longobardi,  la quale fu bellissima donna,  savia e onesta  molto,  ma
    male avventurata in amadore. Ed essendo alquanto per la virt e per lo
    senno  di  questo  re  Agilulf  le  cose  de' longobardi prospere e in
    quiete, avvenne che un pallafreniere della detta reina,  uomo quanto a
    nazione  di  vilissima  condizione,  ma per altro da troppo pi che da
    cos vil mestiere,  e della persona bello e grande  cos  come  il  re
    fosse, senza misura della reina s'innamor.
    E  per  ci  che  il  suo  basso stato non gli avea tolto che egli non
    conoscesse questo suo amore esser fuor  d'ogni  convenienza,  s  come
    savio,  a  niuna persona il palesava,  n eziandio a lei con gli occhi
    ardiva di scoprirlo.  E quantunque senza alcuna  speranza  vivesse  di
    dover mai a lei piacere, pur seco si gloriava che in alta parte avesse
    allogati  i suoi pensieri;  e,  come colui che tutto ardeva in amoroso
    fuoco,  studiosamente faceva,  oltre ad ogn'altro de'  suoi  compagni,
    ogni  cosa  la  qual  credeva che alla reina dovesse piacere.  Per che
    interveniva che la reina,  dovendo cavalcare,  pi volentieri il palla
    freno  da  costui  guardato cavalcava che alcuno altro;  il che quando
    avveniva,  costui in grandissima grazia  sel  reputava;  e  mai  dalla
    staffa non le si partiva,  beato tenendosi qualora pure i panni toccar
    le poteva.
    Ma,  come noi veggiamo assai  sovente  avvenire,  quanto  la  speranza
    diventa  minore  tanto  l'amor  maggior  farsi,  cos in questo povero
    pallafreniere avvenia,  in tanto  che  gravissimo  gli  era  il  poter
    comportare  il  gran  disio  cos  nascoso come facea,  non essendo da
    alcuna speranza atato;  e pi volte seco,  da questo amor non  potendo
    disciogliersi, diliber di morire. E pensando seco del modo, prese per
    partito di voler questa
    morte per cosa per la quale apparisse lui morire per lo amore che alla
    reina aveva portato e portava;  e questa cosa propose di voler che tal
    fosse,  che egli in essa tentasse la sua fortuna in potere o  tutto  o
    parte aver del suo disidero.  N si fece a voler dir parole alla reina
    o a voler per lettere far sentire il suo amore, ch sapeva che in vano
    o direbbe o scriverrebbe;  ma a voler provare  se  per  ingegno  colla
    reina giacer potesse.
    N  altro ingegno n via c'era se non trovar modo come egli in persona
    del re, il quale sapea che del continuo con lei non giacea,  potesse a
    lei pervenire e nella sua camera entrare.
    Per che, acci che vedesse in che maniera e in che abito il re, quando
    a lei andava, andasse, pi volte di notte in una gran sala del palagio
    del  re,  la  quale  in  mezzo era tra la camera del re e quella della
    reina, si nascose;  e in tra l'altre una notte vide il re uscire della
    sua  camera  inviluppato  in  un gran mantello e aver dall'una mano un
    torchietto acceso e dall'altra una bacchetta,  e  andare  alla  camera
    della  reina  e  senza  dire  alcuna  cosa  percuotere una volta o due
    l'uscio della camera con quella  bacchetta,  e  incontanente  essergli
    aperto  e  toltogli  di  mano  il torchietto.  La qual cosa venuta,  e
    similmente vedutolo ritornare, pens di cos dover fare egli altress;
    e trovato modo d'avere un mantello simile a quello che  al  re  veduto
    avea  e  un  torchietto e una mazzuola,  e prima in una stufa lavatosi
    bene,  acci che non forse l'odore del letame la reina  noiasse  o  la
    facesse  accorgere  dello  inganno,  con queste cose,  come usato era,
    nella gran sala si nascose.
    E sentendo che gi per tutto si dormia, e tempo parendogli o di dovere
    al suo disiderio dare effetto o di  far  via  con  alta  cagione  alla
    bramata  morte,  fatto  colla  pietra e collo acciaio che seco portato
    avea  un  poco  di  fuoco,  il  suo  torchietto  accese,  e  chiuso  e
    avviluppato  nel mantello se n'and all'uscio della camera e due volte
    il  percosse  colla  bacchetta.  La  camera  da  una  cameriera  tutta
    sonnochiosa fu aperta, e il lume preso e occultato; laonde egli, senza
    alcuna cosa dire, dentro alla cortina trapassato e posato il mantello,
    se n'entr nel letto nel quale la reina dormiva.  Egli disiderosamente
    in braccio recatalasi, mostrandosi turbato (per ci che costume del re
    esser sapea che quando turbato era niuna  cosa  voleva  udire),  senza
    dire alcuna cosa o senza essere a lui detta,  pi volte carnalmente la
    reina cognobbe.  E come che grave gli paresse il partire,  pur temendo
    non  la  troppa stanza gli fosse cagione di volgere l'avuto diletto in
    tristizia, si lev, e ripreso il suo mantello e il lume,  senza alcuna
    cosa dire se n'and, e come pi tosto pot si torn al letto suo.
    Nel  quale appena ancora esser poteva,  quando il re,  levatosi,  alla
    camera and della reina,  di che ella si maravigli forte;  ed essendo
    egli  nel  letto  entrato  e  lietamente salutatala,  ella,  dalla sua
    letizia preso ardire, disse:
    - O signor mio, questa che novit  stanotte? Voi vi partite pur test
    da me; e oltre l'usato modo di me avete preso piacere, e cos tosto da
    capo ritornate? Guardate ci che voi fate.
    Il  re,  udendo  queste  parole,  subitamente  presunse  la  reina  da
    similitudine di costumi e di persona essere stata ingannata;  ma, come
    savio,  subitamente pens,  poi vide la reina accorta non se n'era  n
    alcuno altro,  di non volernela fare accorgere.  Il che molti sciocchi
    non avrebbon fatto, ma avrebbon detto: - Io non ci fu'io, chi fu colui
    che ci fu?  come and?  chi  ci  venne?  -  Di  che  molte  cose  nate
    sarebbono,  per  le  quali egli avrebbe a torto contristata la donna e
    datole materia di disiderare altra volta quello che gi sentito  avea;
    e  quello  che  tacendo  niuna  vergogna gli poteva tornare,  parlando
    s'arebbe vitupero recato.
    Risposele adunque il re,  pi nella mente che nel  viso  o  che  nelle
    parole turbato:
    -  Donna,  non vi sembro io uomo da poterci altra volta essere stato e
    ancora appresso questa tornarci?
    A cui la donna rispose:
    - Signor mio,  s;  ma tuttavia io vi priego che  voi  guardiate  alla
    vostra salute.
    Allora il re disse:
    -  Ed  egli  mi  piace di seguire il vostro consiglio;  e questa volta
    senza darvi pi impaccio me ne vo'tornare.
    E avendo l'animo gi pieno d'ira e di  mal  talento,  per  quello  che
    vedeva  gli  era  stato fatto,  ripreso il suo mantello,  s'usc della
    camera e pens di voler chetamente trovare chi  questo  avesse  fatto,
    imaginando  lui  della casa dovere essere,  e qualunque si fosse,  non
    esser potuto di quella uscire.
    Preso adunque un picciolissimo lume in una lanternetta,  se n'and  in
    una  lunghissima  casa  che  nel  suo  palagio era sopra le stalle de'
    cavalli,  nella quale quasi tutta la sua  famiglia  in  diversi  letti
    dormiva;  ed estimando che, qualunque fosse colui che ci fatto avesse
    che la donna diceva, non gli fosse ancora il polso e 'l battimento del
    cuore per lo durato affanno potuto riposare,  tacitamente,  cominciato
    dall'uno  de' capi della casa,  a tutti cominci ad andare toccando il
    petto per sapere se gli battesse.
    Come che ciascuno altro dormisse forte,  colui che colla  reina  stato
    era  non  dormiva  ancora;  per  la qual cosa,  vedendo venire il re e
    avvisandosi ci che esso cercando  andava,  forte  cominci  a  temere
    tanto  che  sopra il battimento della fatica avuta la paura n'aggiunse
    un maggiore; e avvisossi fermamente che,  se il re di ci s'avvedesse,
    senza  indugio  il facesse morire.  E come che varie cose gli andasser
    per lo pensiero di doversi fare,  pur vedendo il re senza alcuna arme,
    diliber  di  far  vista  di dormire e d'attender quello che il re far
    dovesse.
    Avendone adunque il re molti cerchi  n  alcuno  trovandone  il  quale
    giudicasse essere stato desso, pervenne a costui, e trovandogli batter
    forte il cuore,  seco disse:- Questi  desso -.  Ma, s come colui che
    di ci che fare intendeva niuna cosa voleva  che  si  sentisse,  niuna
    altra  cosa  gli  fece se non che con un paio di forficette,  le quali
    portate avea,  gli tond alquanto dal l'una delle parti i capelli,  li
    quali  essi  a  quel  tempo  portavano  lunghissimi,  acci che a quel
    segnale la mattina  seguente  il  riconoscesse;  e  questo  fatto,  si
    dipart, e tornossi alla camera sua.
    Costui,  che tutto ci sentito avea,  s come colui che malizioso era,
    chiaramente s'avvis per che cos segnato  era  stato;  l  onde  egli
    senza alcuno aspettar si lev,  e trovato un paio di forficette, delle
    quali per avventura v'erano alcun paio per la stalla per  lo  servigio
    de' cavalli,  pianamente andando a quanti in quella casa ne giacevano,
    a tutti in simil maniera sopra l'orecchie  tagli  i  capelli;  e  ci
    fatto, senza essere stato sentito, se ne torn a dormire.
    Il  re levato la mattina,  comand che avanti che le porti del palagio
    s'aprissono tutta la sua famiglia  gli  venisse  davanti;  e  cos  fu
    fatto.  Li  quali tutti,  senza alcuna cosa in capo davanti standogli,
    esso cominci a guardare per riconoscere il tonduto da lui; e veggendo
    la maggior parte di loro co' capelli ad un medesimo modo tagliati,  si
    maravigli,  e  disse seco stesso: - Costui,  il quale io vo cercando,
    quantunque di bassa condizion sia,  assai ben mostra  d'essere  d'alto
    senno -.  Poi, veggendo che senza romore non poteva avere quel ch'egli
    cercava,  disposto a non volere per piccola  vendetta  acquistar  gran
    vergogna,  con una sola parola d'ammonirlo e dimostrargli che avveduto
    se ne fosse gli piacque; e a tutti rivolto disse:
    - Chi 'l fece nol faccia mai pi, e andatevi con Dio.
    Un altro gli averebbe voluti far  collare,  martoriare,  esaminare,  e
    domandare;  e  ci  facendo,  avrebbe  scoperto quello che ciascun dee
    andar cercando di ricoprire; ed essendosi scoperto,  ancora che intera
    vendetta  n'avesse presa,  non scemata ma molto cresciuta n'avrebbe la
    sua vergogna, e contaminata l'onest della donna sua.
    Coloro che quella parola udirono si maravigliarono e lungamente fra s
    esaminarono che avesse il re voluto per quella dire; ma niuno ve ne fu
    che la 'ntendesse se non colui solo a cui toccava.  Il quale,  s come
    savio,  mai,  vivente il re, non la scoperse, n pi la sua vita in s
    fatto atto commise alla fortuna.

    Giornata terza - Novella terza.

    Sotto spezie di  confessione  e  di  purissima  conscienza  una  donna
    innamorata  d'un  giovane  induce un solenne frate,  senza avvedersene
    egli, a dar modo che 'l piacer di lei avesse intero effetto.

    Taceva gi Pampinea,  e l'ardire e la cautela del pallafreniere era d
    pi  di  loro  stata lodata,  e similmente il senno del re,  quando la
    reina, a Filomena voltatasi, le 'mpose il seguitare;  per la qual cosa
    Filomena vezzosamente cos incominci a parlare.
    Io  intendo  di  raccontarvi  una  beffe che fu da dovero fatta da una
    bella donna ad uno solenne religioso,  tanto pi ad  ogni  secolar  da
    piacere,  quanto essi,  il pi stoltissimi e uomini di nuove maniere e
    costumi,  si credono pi che gli altri in ogni cosa valere  e  sapere,
    dove  essi  di  gran lunga sono da molto meno,  s come quegli che per
    vilt  d'animo  non  avendo  argomento,  come  gli  altri  uomini,  di
    civanzarsi,  si  rifuggono dove aver possano da mangiar come il porco.
    La quale,  o piacevoli donne,  io racconter non solamente per seguire
    l'ordine  imposto,   ma  ancora  per  farvi  accorte  che  eziandio  i
    religiosi,   quali noi,  oltre modo credule,  troppa fede  prestiamo,
    possono essere e sono alcuna volta, non che dagli uomini, ma da alcuna
    di noi cautamente beffati.
    Nella  nostra  citt,  pi d'inganni piena che d'amore o di fede,  non
    sono ancora molti anni passati, fu una gentil donna di bellezze ornata
    e di costumi,  d'altezza  d'animo  e  di  sottili  avvedimenti  quanto
    alcun'altra dalla natura dotata,  il cui nome,  n ancora alcuno altro
    che alla presente novella appartenga,  come che  io  gli  sappia,  non
    intendo  di  palesare,  per  ci  che  ancora vivono di quegli che per
    questo si caricherebber di sdegno,  dove di ci sarebbe  con  risa  da
    trapassare.
    Costei  adunque,  d'alto  legnaggio  veggendosi nata e maritata ad uno
    artefice lanaiuolo, per ci che ricchissimo era, non potendo lo sdegno
    dell'animo porre in terra,  per lo quale estimava niuno uomo di  bassa
    condizione, quantunque ricchissimo fosse, esser di gentil donna degno;
    e  veggendo  lui ancora con tutte le sue ricchezze da niuna altra cosa
    essere pi avanti che da saper divisare un mescolato o fare ordire una
    tela o con una filatrice disputare del filato,  propose di non  volere
    de'  suoi abbracciamenti in alcuna maniera se non in quanto negare non
    gli potesse;  ma di volere a  soddisfazione  di  s  medesima  trovare
    alcuno,  il  quale  pi  di  ci che il lanaiuolo le paresse che fosse
    degno,  e innamorossi d'uno assai valoroso uomo e di mezza et,  tanto
    che  qual  d  nol  vedeva,  non  poteva  la seguente notte senza noia
    passare.
    Ma il valente uomo,  di ci non accorgendosi,  niente  ne  curava;  ed
    ella,  che molto cauta era, n per ambasciata di femina n per lettera
    ardiva  di  fargliele  sentire,  temendo  de'  pericoli  possibili  ad
    avvenire.   Ed  essendosi  accorta  che  costui  usava  molto  con  un
    religioso, il quale, quantunque fosse tondo e grosso uomo,  nondimeno,
    per  ci  che  di  santissima  vita  era,   quasi  da  tutti  avea  di
    valentissimo frate fama,  estim costui dovere essere  ottimo  mezzano
    tra lei e il suo amante; e avendo seco pensato che modo tener dovesse,
    se n'and a convenevole ora alla chiesa dove egli dimorava, e fattosel
    chiamare, disse, quando gli piacesse, da lui si volea confessare.
    Il   frate,   vedendola,   ed  estimandola  gentil  donna,   l'ascolt
    volentieri; ed essa dopo la confessione disse:
    - Padre mio, a me convien ricorrere a voi per aiuto e per consiglio di
    ci che voi udirete.  Io so,  come colei che detto ve  l'ho,  che  voi
    conoscete i miei parenti e 'l mio marito, dal quale io sono pi che la
    vita  sua  amata,  n  alcuna  cosa  disidero  che da lui,  s come da
    ricchissimo uomo e che 'l pu ben fare,  io non l'abbia  incontanente,
    per le quali cose io pi che me stessa l'amo; e, lasciamo stare che io
    facessi,  ma  se  io pur pensassi cosa niuna che contro al suo onore e
    piacer fosse, niuna rea femina fu mai del fuoco degna come sarei io.
    Ora uno, del quale nel vero io non so il nome,  ma per sona dabbene mi
    pare,  e,  se  io  non ne sono ingannata,  usa molto con voi,  bello e
    grande della persona,  vestito di panni bruni assai onesti,  forse non
    avvisandosi  che  io cos fatta intenzione abbia come io ho,  pare che
    m'abbia posto l'assedio, n posso farmi n ad uscio n a finestra,  n
    uscir  di  casa,  che  egli  incontanente  non  mi si pari innanzi;  e
    maravigliom'io come egli non  ora qui; di che io mi dolgo forte,  per
    ci  che  questi cos fatti modi fanno sovente senza colpa alle oneste
    donne acquistar biasimo.
    Hommi posto in cuore di fargliele alcuna volta dire   miei  fratelli;
    ma  poscia m'ho pensato che gli uomini fanno alcuna volta l'ambasciate
    per modo che le risposte seguitan cattive,  di  che  nascon  parole  e
    dalle parole si perviene  fatti;  per che,  acci che male e scandalo
    non ne nascesse, me ne son taciuta,  e diliberami di dirlo pi tosto a
    voi  che  ad  altrui,  s  perch pare che suo amico siate,  s ancora
    perch a voi sta bene di cos fatte cose,  non che gli amici,  ma  gli
    strani ripigliare.  Per che io vi priego per solo Iddio che voi di ci
    il dobbiate riprendere e pregare che pi questi modi non  tenga.  Egli
    ci  sono  dell'altre donne assai le quali per avventura son disposte a
    queste cose,  e piacer loro d'esser guatate e vagheggiate da lui,  l
    dove  a  me    gravissima noia,  s come a colei che in niuno atto ho
    l'animo disposto a tal materia.
    E detto questo, quasi lagrimar volesse, bass la testa.
    Il santo frate comprese incontanente  che  di  colui  dicesse  di  cui
    veramente   diceva,   e  commendata  molto  la  donna  di  questa  sua
    disposizion buona,  fermamente credendo quello  esser  vero  che  ella
    diceva,  le  promise d'operar s e per tal modo che pi da quel cotale
    non le sarebbe dato noia; e conoscendola ricca molto,  le lod l'opera
    della carit e della limosina, il suo bisogno raccontandole.
    A cui la donna disse:
    -  Io ve ne priego per Dio;  e s'egli questo negasse,  sicuramente gli
    dite che io sia stata quella che  questo  v'abbia  detto  e  siamevene
    doluta.
    E quinci,  fatta la confessione e presa la penitenza, ricordandosi de'
    conforti  datile  dal  frate  dell'opera  della  limosina,  empiutagli
    nascosamente la man di denari,  il preg che messe dicesse per l'anima
    dei morti suoi; e dai pi di lui levatasi, a casa se ne torn.
    Al santo frate non dopo molto,  s come usato era,  venne  il  valente
    uomo,  col  quale poi che d'una cosa e d'altra ebbero insieme alquanto
    ragionato,  tiratol da parte,  per assai cortese modo il riprese dello
    intendere  e  del  guardare che egli credeva che esso facesse a quella
    donna, s come ella gli aveva dato ad intendere.
    Il valente uomo si maravigli,  s come  colui  che  mai  guatata  non
    l'avea  e  radissime volte era usato di passare davanti a casa sua,  e
    cominci a volersi scusare;  ma il frate non lo lasci dire,  ma disse
    egli:
    - Or non far vista di maravigliarti,  n perder parole in negarlo, per
    ci che tu non puoi;  io non ho queste cose  sapute  d  vicini;  ella
    medesima,  forte  di  te dolendosi,  me l'ha dette.  E quantunque a te
    queste ciance omai non ti stean bene, ti dico io di lei cotanto,  che,
    se mai io ne trovai alcuna di queste sciocchezze schifa, ella  dessa;
    e per ci,  per onor di te e per consolazione di lei,  ti priego te ne
    rimanghi e lascila stare in pace.
    Il valente uomo, pi accorto che 'l santo frate,  senza troppo indugio
    la sagacit della donna comprese, e mostrando alquanto di vergognarsi,
    disse  di pi non intramettersene per innanzi;  e dal frate partitosi,
    dalla casa n'and della donna,  la quale sempre attenta stava  ad  una
    picciola  finestretta per doverlo vedere,  se vi passasse.  E vedendol
    venire,  tanto lieta e tanto graziosa gli si mostr,  che  egli  assai
    bene  pot  comprendere  s  avere  il  vero compreso dalle parole del
    frate;  e da quel d innanzi assai cautamente,  con suo piacere e  con
    grandissimo diletto e consolazion della donna,  faccendo sembianti che
    altra faccenda  ne  fosse  cagione,  continu  di  passar  per  quella
    contrada.  Ma la donna,  dopo alquanto gi accortasi che ella a costui
    cos piacea come egli a lei,  disiderosa di volerlo  pi  accendere  e
    certificare dello amore che ella gli portava,  preso luogo e tempo, al
    santo frate se ne torn, e postaglisi nella chiesa a sedere  piedi, a
    piagnere incominci.
    Il frate,  questo vedendo,  la domand pietosamente che  novella  ella
    avesse.
    La donna rispose:
    - Padre mio, le novelle che io ho non sono altre che di quel maledetto
    da  Dio vostro amico,  di cui io mi vi ramaricai l'altr'ieri,  per ci
    che io credo che egli sia nato per mio grandissimo stimolo e per farmi
    far cosa,  che io non sar mai lieta n mai ardir poi di pi  pormivi
    a' piedi.
    - Come! - disse il frate - non s' egli rimaso di darti pi noia?
    - Certo no,  - disse la donna - anzi,  poi che io mi vene dolfi, quasi
    come per un dispetto,  avendo forse avuto per male che io mi ve ne sia
    doluta,  per  ogni volta che passar vi solea,  credo che poscia vi sia
    passato sette.  E or volesse Iddio che il passarvi e il  guatarmi  gli
    fosse bastato, ma egli  stato s ardito e s sfacciato, che pure ieri
    mi mand una femina in casa con sue novelle e con sue frasche, e quasi
    come se io non avessi delle borse e delle cintole,  mi mand una borsa
    e una cintola;  il che io ho avuto e ho s  forte  per  male,  che  io
    credo,  se  io  non  avessi  guardato al peccato,  e poscia per vostro
    amore, io avrei fatto il diavolo,  ma pure mi son rattemperata,  n ho
    voluto fare n dire cosa alcuna che io non vel faccia prima assapere.
    E oltre a questo, avendo io gi renduta indietro la borsa e la cintola
    alla  feminetta  che  recata l'avea,  che gliele riportasse,  e brutto
    commiato datole,  temendo che ella per s non  la  tenesse  e  a  lui;
    dicesse  che  io  l'avessi ricevuta,  s com'io intendo che elle fanno
    alcuna volta,  la richiamai indietro e piena di stizza gliele tolsi di
    mano e holla recata a voi, acci che voi gliele rendiate e gli diciate
    che  io non ho bisogno di sue cose per ci che,  la merc di Dio e del
    marito mio io ho tante borse e tante cintole che  io  ve  l'affogherei
    entro.  E appresso questo, s come a padre mi vi scuso che, se egli di
    questo non si rimane,  io il dir al marito mio e a'  fratei  miei,  e
    avvegnane che pu;  ch io ho molto pi caro che egli riceva villania,
    se ricevere ne la dee, che io abbia biasimo per lui: frate, bene sta.
    E detto questo,  tuttavia piagnendo forte,  si trasse  di  sotto  alla
    guarnacca  una  bellissima  e  ricca  borsa  con  una leggiadra e cara
    cinturetta,  e gittolle in  grembo  al  frate;  il  quale,  pienamente
    credendo  ci  che la donna diceva,  turbato oltre misura le prese,  e
    disse:
    - Figliuola,  se tu di queste cose ti crucci,  io non me ne maraviglio
    n te ne so ripigliare;  ma lodo molto che tu in questo seguiti il mio
    consiglio.  Io il ripresi l'altr'ieri,  ed  egli  m'ha  male  attenuto
    quello  che egli mi promise: per che,  tra per quello e per questo che
    nuovamente fatto ha,  io gli credo per s fatta maniera riscaldare gli
    orecchi; che egli pi briga non ti dar; e tu colla benedizion d'Iddio
    non  ti  lasciassi vincer tanto all'ira,  che tu ad alcuno dei tuoi il
    dicessi, ch gli ne potrebbe troppo di mal seguire. N dubitar che mai
    di questo biasimo ti segua,  ch io sar sempre  e  dinanzi  a  Dio  e
    dinanzi agli uomini fermissimo testimonio della tua onest.
    La  donna fece sembiante di riconfortarsi alquanto,  e lasciate queste
    parole, come colei che l'avarizia sua e degli altri conoscea, disse:
    - Messere,  a queste notti mi sono appariti pi miei parenti,  e parmi
    che  egli  sieno  in  grandissime  pene,  e  non  domandino  altro che
    limosine, e spezialmente la mamma mia,  la quale mi pare s afflitta e
    cattivella, che  una piet a vedere. Credo che ella porti grandissime
    pene di vedermi in questa tribulazione di questo nemico d'Iddio, e per
    ci  vorrei  che  voi mi diceste per l'anime loro le quaranta messe di
    san Grigorio e delle vostre orazioni,  acci che Iddio gli  tragga  di
    quel fuoco pennace -; e cos detto, gli pose in mano un fiorino.
    Il  santo  frate  lietamente il prese,  e con buone parole e con molti
    essempli conferm la divozion di costei e,  datale la sua benedizione,
    la lasci andare.
    E partita la donna,  non accorgendosi ch'egli era uccellato, mand per
    l'amico suo;  il  qual  venuto,  e  vedendol  turbato,  in  contanente
    s'avvis  che  egli  avrebbe  novelle  dalla donna,  e aspett che dir
    volesse il  frate.  Il  quale,  ripetendogli  le  parole  altre  volte
    dettegli  e  di  nuovo  ingiuriosamente  e  crucciato parlandogli,  il
    riprese molto di ci che detto gli avea la donna che egli doveva  aver
    fatto.
    Il  valente uomo,  che ancor non vedea a che il frate riuscir volesse,
    assai tiepidamente negava s aver mandata la borsa e la cintura, acci
    che al frate non togliesse fede di ci, se forse data gliele avesse la
    donna.
    Ma il frate, acceso forte, disse:
    - Come il puo'tu negare,  malvagio uomo?  Eccole,  ch  ella  medesima
    piagnendo  me  l'ha  recate;  vedi se tu le conosci!  Il valente uomo,
    mostrando di vergognarsi forte, disse:
    - Mai s che io le conosco,  e confessovi che io feci male,  e giurovi
    che,  poi  che  io cos la veggio disposta,  che mai di questo voi non
    sentirete pi parola.
    Ora le parole fur molte;  alla fine il frate montone diede la borsa  e
    la  cintura allo amico suo,  e dopo molto averlo ammaestrato e pregato
    che pi a queste cose non attendesse,  ed egli avendogliele  promesso,
    il licenzi.
    Il valente uomo,  lietissimo e della certezza che aver gli parea dello
    amor della donna e del bel dono,  come dal frate partito fu,  in parte
    n'and  dove  cautamente  fece  alla  sua donna vedere che egli avea e
    l'una e l'altra cosa; di che la donna fu molto contenta,  e pi ancora
    per  ci  che le parea che 'l suo avviso andasse di bene in meglio.  E
    niuna altra cosa aspettando se non che il  marito  andasse  in  alcuna
    parte  per  dare all'opera compimento,  avvenne che per alcuna cagione
    non molto dopo a questo convenne al marito andare infino a Genova.
    E come egli fu la mattina montato a cavallo  e  andato  via,  cos  la
    donna  n'and  al  santo  frate  e dopo molte querimonie piagnendo gli
    disse:
    - Padre mio, or vi dico io bene che io non posso pi sofferire; ma per
    ci che l'altr'ieri io vi promisi di niuna cosa farne che io prima nol
    vi dicessi, son venuta ad iscusarmivi, e acci che voi crediate che io
    abbia ragione e di piagnere e di ramaricarmi,  io vi voglio  dire  ci
    che 'l vostro amico,  anzi dia volo del ninferno, mi fece stamane poco
    innanzi mattutino.
    Io non so qual mala ventura gli facesse assapere  che  il  marito  mio
    andasse iermattina a Genova,  se non che stamane,  all'ora che io v'ho
    detta,  egli entr in un mio giardino e venne sene su per  uno  albero
    alla  finestra della camera mia,  la quale  sopra il giardino,  e gi
    aveva la finestra aperta e voleva  nella  camera  entrare,  quando  io
    destatami  subito  mi levai,  e aveva cominciato a gridare e per Dio e
    per voi, dicendomi chi egli era; laonde io, udendolo,  per amor di voi
    tacqui, e ignuda come io nacqui corsi e serragli la finestra nel viso,
    ed egli nella sua mal'ora credo che se ne andasse,  perci che poi pi
    nol sentii.  Ora,  se questa  bella cosa ed  da  sofferire,  vedetel
    voi;  io per me non intendo di pi comportargliene,  anzi ne gli ho io
    bene per amor di voi sofferte troppe.
    Il frate,  udendo questo,  fu il pi turbato uomo  del  mondo,  e  non
    sapeva  che  dirsi,  se non che pi volte la domand se ella aveva ben
    conosciuto che egli non fosse stato altri.
    A cui la donna rispose:
    - Lodato sia Iddio,  se io non conosco ancor lui da un  altro!  Io  vi
    dico ch'e'fu egli, e perche'egli il negasse, non gliel credete.
    -  Figliuola,  qui  non  ha  altro da dire,  se non che questo  stato
    troppo grande ardire e troppo mal fatta cosa,  e tu facesti quello che
    far dovevi di mandarnelo come facesti. Ma io ti voglio pregare, poscia
    che  Iddio ti guard di vergogna,  che,  come due volte seguito hai il
    mio  consiglio,  cos  ancora  questa  volta  facci,  cio  che  senza
    dolertene ad alcuno tuo parente lasci fare a me,  a vedere se io posso
    raffrenare questo diavolo scatenato,  che  io  credeva  che  fosse  un
    santo;  e se io posso tanto fare che io il tolga da questa bestialit,
    bene sta;  e se io non potr,  infino ad ora con la mia benedizione ti
    do la parola che tu ne facci quello che l'animo ti giudica che ben sia
    fatto.
    -  Ora  ecco,  -  disse  la  donna - per questa volta io non vi voglio
    turbare n disubidire;  ma s adoperate che  egli  si  guardi  di  pi
    noiarmi, ch io vi prometto di non tornar pi per questa cagione a voi
    -; e senza pi dire, quasi turbata, dal frate si part.
    N  era  appena ancor fuor della chiesa la donna,  che il valente uomo
    sopravenne e fu chiamato dal frate, al quale,  da parte tiratol,  esso
    disse  la  maggior  villania  che mai ad uomo fosse detta,  disleale e
    spergiuro e traditor chiamandolo.  Costui,  che gi  due  altre  volte
    conosciuto  avea  che  montavano i mordimenti di questo frate,  stando
    attento,  e con risposte  perplesse  ingegnandosi  di  farlo  parlare,
    primieramente disse:
    - Perch questo cruccio, messere? Ho io crocifisso Cristo?
    A cui il frate rispose:
    - Vedi svergognato!  Odi ci ch'e'dice! Egli parla n pi n meno come
    se uno anno o due fosser passati e per la lunghezza del  tempo  avesse
    le  sue  tristizie  e  disonest  dimenticate.  Etti egli da stamane a
    mattutino in qua uscito di mente l'avere altrui ingiuriato?  Ove fost
    stamane poco avanti al giorno?
    Rispose il valente uomo:
    - Non so io ove io mi fui; molto tosto ve n' giunto il messo.
    -  Egli  il vero,  - disse il frate - che il messo me n' giunto;  io
    m'avviso che tu ti credesti,  per ci che il marito non c'era,  che la
    gentil donna ti dovesse incontanente ricevere in braccio.  Hi meccere:
    ecco onesto uomo!   divenuto andator di notte,  apritor di giardini e
    salitor  d'alberi.  Credi  tu per improntitudine vincere la santit di
    questa donna,  che le vai alle finestre su per gli  alberi  la  notte?
    Niuna cosa  al mondo che a lei dispiaccia,  come fai tu;  e tu pur ti
    vai riprovando. In verit, lasciamo stare che ella te l'abbia in molte
    cose  mostrato,   ma  tu  ti  se'molto  bene  ammendato  per  li  miei
    gastigamenti. Ma cos ti vo' dire: ella ha infino a qui, non per amore
    che ella ti porti ma ad instanzia de' prieghi miei, taciuto di ci che
    fatto hai;  ma essa non tacer pi; conceduta l'ho la licenzia che, se
    tu pi in cosa alcuna le spiaci,  ch'ella faccia  il  parer  suo.  Che
    farai tu, se ella il dice  fratelli?
    Il  valente  uomo,  avendo assai compreso di quello che gli bisognava,
    come meglio seppe e pot con molte ampie promesse racchet il frate; e
    da lui partitosi, come il mattutino della seguente notte fu, cos egli
    nel giardino entrato e su per lo albero salito e trovata  la  finestra
    aperta,  se n'entr nella camera,  e come pi tosto pot nelle braccia
    della sua bella donna si mise.  La  quale,  con  grandissimo  disidero
    avendolo aspettato, lietamente il ricevette, dicendo:
    -  Gran  merc  a  messer lo frate,  che cos bene t'insegn la via da
    venirci. E appresso,  prendendo l'un dell'altro piacere,  ragionando e
    ridendo  molto  della  simplicit  del  frate  bestia,   biasimando  i
    lucignoli e'pettini e gli  scardassi,  insieme  con  gran  diletto  si
    sollazzarono. E dato ordine  lor fatti, s fecero, che senza aver pi
    a  tornare  a  messer  lo  frate,  molte  altre notti con pari letizia
    insieme si ritrovarono;  alle quali io priego Iddio per la  sua  santa
    misericordia che tosto conduca me e tutte l'anime cristiane che voglia
    ne hanno.





















    Giornata terza - Novella quarta.

    Don Felice insegna a frate Puccio come egli diverr beato faccendo una
    sua penitenzia; la quale frate Puccio fa, e don Felice in questo mezzo
    con la moglie del frate si d buon tempo.

    Poi che Filomena,  finita la sua novella, si tacque, avendo Dioneo con
    dolci parole molto lo 'ngegno  della  donna  commendato  e  ancora  la
    preghiera da Filomena ultimamente fatta, la reina ridendo guard verso
    Panfilo, e disse:
    -  Ora  appresso,  Panfilo,  continua  con  alcuna piacevol cosetta il
    nostro diletto.
    Panfilo prestamente rispose che volontieri, e cominci.
    Madonna, assai persone sono che, mentre che essi si sforzano d'andarne
    in paradiso, senza avvedersene vi mandano altrui; il che ad una nostra
    vicina,  non  ha  ancor  lungo  tempo,  s  come  voi  potrete  udire,
    intervenne.
    Secondo  che io udii gi dire,  vicino di san Brancazio stette un buon
    uomo e ricco, il quale fu chiamato Puccio di Rinieri, che poi, essendo
    tutto dato allo spirito, si fece bizzoco di quegli di san Francesco, e
    fu chiamato frate Puccio,  e seguendo questa sua vita spirituale,  per
    ci che altra famiglia non avea che una sua donna e una fante,  n per
    questo ad alcuna arte attender gli bisognava, usava molto la chiesa. E
    per  ci  che  uomo  idiota  era  e  di  grossa  pasta,   diceva  suoi
    paternostri,  andava alle prediche,  stava alle messe,  n mai falliva
    che alle laude che cantavano i secolari esso non fosse,  e digiunava e
    disciplinavasi, e bucinavasi che egli era degli scopatori.
    La moglie, che monna Isabetta avea nome, giovane ancora di ventotto in
    trenta anni, fresca e bella e ritondetta che pareva una mela casolana,
    per  la  santit  del  marito e forse per la vecchiezza,  faceva molto
    spesso troppo pi lunghe diete che voluto non avrebbe;  e,  quand'ella
    si  sarebbe  voluta  dormire  o  forse  scherzar  con lui,  ed egli le
    raccontava la vita di Cristo e le prediche  di  frate  Nastagio  o  il
    lamento della Maddalena o cos fatte cose.
    Torn  in  questi  tempi  da  Parigi  un  monaco  chiamato don Felice,
    conventuale di san Brancazio,  il quale assai giovane  e  bello  della
    persona  era  e d'aguto ingegno e di profonda scienza,  col qual frate
    Puccio prese una stretta dimestichezza.  E per ci che costui ogni suo
    dubbio molto bene gli solvea,  e oltre a ci,  avendo la sua condizion
    conosciuta, gli si mostrava santissimo,  se lo incominci frate Puccio
    a menare talvolta a casa e a dargli desinare e cena, secondo che fatto
    gli  venia;  e  la  donna  altress  per  amor  di  fra Puccio era sua
    dimestica divenuta e volentier gli faceva onore.
    Continuando adunque il monaco a casa  di  fra  Puccio  e  veggendo  la
    moglie  cos fresca e ritondetta,  s'avvis qual dovesse essere quella
    cosa della quale ella patisse maggior difetto;  e  pensossi,  se  egli
    potesse,  per tor fatica a fra Puccio, di volerla supplire. E, postole
    l'occhio addosso e una volta e altra bene astutamente,  tanto fece che
    egli l'accese nella mente quello medesimo disidero che aveva egli;  di
    che accortosi il monaco, come prima destro gli venne,  con lei ragion
    il suo piacere.  Ma, quantunque bene la trovasse disposta a dover dare
    all'opera compimento, non si poteva trovar modo, per ci che costei in
    niun luogo del mondo si voleva fidare ad esser col monaco  se  non  in
    casa sua; e in casa sua non si potea, perch fra Puccio non andava mai
    fuor della terra; di che il monaco avea gran malinconia.
    E  dopo  molto  gli venne pensato un modo da dover potere essere colla
    donna in casa sua senza sospetto,  non ostante che fra Puccio in  casa
    fosse.  Ed  essendosi  un  d andato a star con lui frate Puccio,  gli
    disse cos:
    - Io ho gi assai  volte  compreso,  fra  Puccio,  che  tutto  il  tuo
    disidero  di divenir santo, alla qual cosa mi par che tu vadi per una
    lunga  via,  l dove ce n' una che  molto corta,  la quale il papa e
    gli altri suoi maggior prelati, che la sanno e usano, non vogliono che
    ella si mostri; per ci che l'ordine chericato, che il pi di limosine
    vive,  incontanente sarebbe disfatto,  s come quello al quale  pi  i
    secolari n con limosine n con altro attenderebbono.  Ma, per ci che
    tu se'mio amico e ha' mi onorato molto,  dove io  credessi  che  tu  a
    niuna  persona  del  mondo l'appalesassi,  e volessila seguire,  io la
    t'insegnerei.
    Frate Puccio,  divenuto disideroso di questa cosa,  prima cominci  'a
    pregare  con  grandissima  instanzia  che  gliele insegnasse,  e poi a
    giurare che mai,  se non quanto gli piacesse,  ad alcuno nol  direbbe,
    affermando  che,   se  tal  fosse  che  esso  seguir  la  potesse,  di
    mettervisi.
    - Poi che tu cos mi prometti,  -  disse  il  monaco  -  e  io  la  ti
    mosterr.  Tu  dei  sapere  che i santi dottori tengono che a chi vuol
    divenir beato si convien fare la penitenzia che tu udirai;  ma intendi
    sanamente:  io  non dico,  che dopo la penitenzia tu non sii peccatore
    come tu ti se';  ma avverr questo,  che i peccati che tu  hai  infino
    all'ora  della penitenzia fatti,  tutti si purgheranno e sarannoti per
    quella perdonati;  e quegli che tu farai poi non saranno scritti a tua
    dannazione, anzi se n'andranno con l'acqua benedetta, come ora fanno i
    veniali.
    Conviensi adunque l'uomo principalmente con gran diligenzia confessare
    de'  suoi  peccati quando viene a cominciar la penitenzia;  e appresso
    questo li convien cominciare un digiuno e una astinenzia  grandissima,
    la  qual  convien  che duri quaranta d,  ne' quali,  non che da altra
    femina,  ma da toccare la propria tua moglie ti conviene  astenere.  E
    oltre  a  questo  si conviene avere nella tua propria casa alcun luogo
    donde tu possi la notte vedere il cielo,  e in su l'ora della compieta
    andare in questo luogo,  e quivi avere una tavola molto larga ordinata
    in guisa che,  stando tu in pie',  vi  possi  le  reni  appoggiare,  e
    tenendo gli piedi in terra distender le braccia a guisa di crucifisso;
    e se tu quelle volessi appoggiare ad alcun cavigliuolo,  puoil fare; e
    in questa maniera guardando il cielo, star senza muoverti punto insino
    a matutino. E,  se tu fossi litterato,  ti converrebbe in questo mezzo
    dire certe orazioni che io ti darei;  ma,  perch non se', ti converr
    dire trecento paternostri con trecento  avemarie  a  reverenzia  della
    Trinit,  e  riguardando  il  cielo,  sempre  aver nella memoria Iddio
    essere stato creatore del cielo e della terra, e la passion di Cristo,
    stando in quella maniera che stette egli in su la croce.
    Poi,  come matutino suona,  te ne puoi,  se tu vuogli,  andare e  cos
    vestito  gittarti  sopra 'l letto tuo e dormire: e la mattina appresso
    si vuole andare alla chiesa,  e quivi udire almeno  tre  messe  e  dir
    cinquanta paternostri con altrettante avemarie;  e appresso questo con
    simplicit fare alcuni tuoi fatti,  se  a  far  n'hai  alcuno,  e  poi
    desinare, ed essere appresso al vespro nella chiesa e quivi dire certe
    orazioni che io ti dar scritte, senza le quali non si pu fare; e poi
    in su la compieta ritornare al modo detto.  E faccendo questo, s come
    io feci gi,  spero che anzi che la fine della  penitenzia  venga,  tu
    sentirai maravigliosa cosa della beatitudine etterna, se con divozione
    fatta l'avrai.
    Frate Puccio disse allora:
    - Questa non  troppo grave cosa,  n troppo lunga,  e deesi assai ben
    poter fare; e per ci io voglio al nome di Dio cominciar domenica.
    E da lui partitosene e  andatosene  a  casa,  ordinatamente,  con  sua
    licenzia perci, alla moglie disse ogni cosa.
    La  donna intese troppo bene per lo star fermo infino a matutino senza
    muoversi ci che il monaco voleva dire; per che,  parendole assai buon
    modo, disse che di questo e d'ogn'altro bene, che egli per l'anima sua
    faceva,  ella era contenta,  e che, acci che Iddio gli facesse la sua
    penitenzia profittevole,  ella voleva con esso lui digiunare,  ma fare
    altro no.
    Rimasi adunque in concordia, venuta la domenica, frate Puccio cominci
    la sua penitenzia, e messer lo monaco, convenutosi colla donna, ad ora
    che veduto non poteva essere, le pi delle sere con lei se ne veniva a
    cenare,  seco sempre recando e ben da mangiare e ben da bere,  poi con
    lei si giaceva infino all'ora del  matutino,  al  quale  levandosi  se
    n'andava, e frate Puccio tornava al letto.
    Era il luogo,  il quale frate Puccio aveva alla sua penitenzia eletto,
    allato alla camera nella quale giaceva la donna,  n da altro  era  da
    quella diviso che da un sottilissimo muro; per che, ruzzando messer lo
    monaco  troppo  colla donna alla scapestrata ed ella con lui,  parve a
    frate Puccio sentire alcuno dimenamento di palco della casa;  di  che,
    avendo gi detti cento de' suoi paternostri, fatto punto quivi, chiam
    la donna senza muoversi, e domandolla ci che ella faceva.
    La  donna,  che motteggevole era molto,  forse cavalcando allora senza
    sella la bestia di san Benedetto o vero  di  san  Giovanni  Gualberto,
    rispose:
    - Gnaffe, marito mio, io mi dimeno quanto io posso.
    Disse allora frate Puccio:
    - Come ti dimeni? Che vuol dir questo dimenare?
    La  donna  ridendo,  che e di buona aria e valente donna era,  e forse
    avendo cagion di ridere, rispose:
    - Come non sapete voi quello che questo vuol  dire?  Ora  io  ve  l'ho
    udito dire mille volte: chi la sera non cena, tutta notte si dimena.
    Credettesi frate Puccio che il digiunare, il quale ella a lui mostrava
    di fare, le fosse cagione di non poter dormire, e per ci per lo letto
    si dimenasse, per che egli di buona fede disse
    - Donna, io t'ho ben detto, non digiunare; ma, poich pur l'hai voluto
    fare,  non pensare a ci, pensa di riposarti; tu dai tali volte per lo
    letto, che tu fai dimenar ci che ci e'.
    Disse allora la donna:
    - Non ve ne caglia no; io so ben ci ch'i'mi fo; fate pur ben voi, ch
    io far bene io, se io potr.
    Stettesi adunque cheto frate Puccio e rimise mano  suoi  paternostri;
    e la donna e messer lo monaco da questa notte innanzi,  fatto in altra
    parte della casa ordinare un letto, in quello,  quanto durava il tempo
    della penitenzia di frate Puccio,  con grandissima festa si stavano, e
    ad una ora il monaco se n'andava e la donna al suo  letto  tornava,  e
    poco stante dalla penitenzia a quello se ne venia frate Puccio.
    Continuando  adunque in cos fatta maniera il frate la penitenzia e la
    donna col monaco il suo diletto, pi volte motteggiando disse con lui:
    - Tu fai fare la penitenzia a frate Puccio,  per la quale  noi  abbiam
    guadagnato il paradiso.
    E parendo molto bene stare alla donna,  s s'avvezz  cibi del monaco
    che,  essendo dal marito lungamente stata tenuta in dieta,  ancora che
    la penitenzia di frate Puccio si consumasse,  modo trov di cibarsi in
    altra parte con lui,  e con discrezione lungamente  ne  prese  il  suo
    piacere.
    Di  che,  acci  che l'ultime parole non sieno discordanti alle prime,
    avvenne che,  dove  frate  Puccio,  faccendo  penitenzia  s  credette
    mettere in paradiso,  egli vi mise il monaco, che da andarvi tosto gli
    avea mostrata la via, e la moglie, che con lui in gran necessit vivea
    di ci che messer lo monaco,  come  misericordioso,  gran  divizia  le
    fece.
    Giornata terza - Novella quinta.

    Il  Zima  dona a messer Francesco Vergellesi un suo pallafreno,  e per
    quello con licenzia di lui parla alla sua donna ed, ella tacendo, egli
    in persona di lei si risponde, e secondo la sua risposta poi l'effetto
    segue.

    Aveva Panfilo, non senza risa delle donne,  finita la novella di frate
    Puccio,  quando  donnescamente la reina ad Elissa impose che seguisse.
    La quale,  anzi acerbetta che  no,  non  per  malizia  ma  per  antico
    costume, cos cominci a parlare.

    Credonsi molti,  molto sappiendo,  che altri non sappi nulla, li quali
    spesse volte, mentre altrui si credono uccellare,  dopo il fatto s da
    altrui  essere  stati uccellati conoscono;  per la qual cosa io reputo
    gran follia quella di chi si mette senza bisogno  a  tentar  le  forze
    dello altrui ingegno. Ma perch forse ogn'uomo della mia oppinione non
    sarebbe,  quello che ad un cavalier pistolese n'addivenisse,  l'ordine
    dato del ragionar seguitando, mi piace di raccontarvi.
    Fu in Pistoia nella  famiglia  dei  Vergellesi  un  cavalier  nominato
    messer  Francesco,  uomo molto ricco e savio e avveduto per altro,  ma
    avarissimo senza modo;  il quale,  dovendo andar  podest  di  Melano,
    d'ogni cosa opportuna a dovere onorevolmente andare fornito s'era,  se
    non d'un pallafreno solamente che bello fosse per lui;  n  trovandone
    alcuno che gli piacesse, ne stava in pensiero.
    Era  allora  un  giovane  in  Pistoia,  il cui nome era Ricciardo,  di
    piccola nazione ma ricco molto,  il quale s ornato e s pulito  della
    persona andava, che generalmente da tutti era chiamato il Zima, e avea
    lungo  tempo  amata  e  vagheggiata  infelicemente  la donna di messer
    Francesco, la quale era bellissima e onesta molto. Ora aveva costui un
    de' pi belli pallafreni di Toscana e avevalo molto caro  per  la  sua
    bellezza;  ed  essendo ad ogn'uom publico lui vagheggiare la moglie di
    messer Francesco,  fu chi gli disse che,  se egli quello addimandasse,
    che  egli  l'avrebbe  per  l'amore  il  quale  il  Zima alla sua donna
    portava.
    Messer Francesco,  da avarizia tirato,  fattosi chiamare il  Zima,  in
    vendita  gli  domand  il  suo  pallafreno,  acci  che il Zima gliele
    profferesse in dono.
    Il Zima, udendo ci, gli piacque, e rispose al cavaliere:
    - Messere,  se voi mi donaste ci che voi  avete  al  mondo,  voi  non
    potreste  per  via  di vendita avere il mio pallafreno,  ma in dono il
    potreste voi bene avere, quando vi piacesse, con questa condizione che
    io, prima che voi il prendiate, possa con la grazia vostra e in vostra
    presenzia parlare alquante parole alla donna vostra,  tanto da ogn'uom
    separato che io da altrui che da lei udito non sia.
    Il  cavaliere,  da  avarizia tirato e sperando di dover beffar costui,
    rispose che gli piacea,  e quantunque egli volesse;  e lui nella  sala
    del suo palagio lasciato, and nella camera alla donna, e quando detto
    l'ebbe come agevolmente poteva il pallafreno guadagnare, le impose che
    ad  udire  il  Zima venisse;  ma ben si guardasse che a niuna cosa che
    egli dicesse rispondesse n poco n molto.
    La donna biasim molto questa cosa,  ma pure,  convenendole seguire  i
    piaceri  del marito,  disse di farlo;  e appresso al marito and nella
    sala ad udire ci che il Zima  volesse  dire.  Il  quale,  avendo  col
    cavaliere i patti rifermati,  da una parte della sala assai lontano da
    ogn'uomo colla donna si pose a sedere, e cos cominci a dire:
    - Valorosa donna, egli mi pare esser certo che voi siete s savia, che
    assai bene,  gi  gran tempo,  avete potuto comprendere a quanto amor
    portarvi  m'abbia  condotto  la  vostra bellezza,  la qual senza alcun
    fallo trapassa quella di ciascun'altra che veder mi  paresse  giammai;
    lascio  stare de' costumi laudevoli e delle virt singolari che in voi
    sono,  le quali avrebbon forza di  pigliare  ciascuno  alto  animo  di
    qualunque  uomo.  E  per ci non bisogna che io vi dimostri con parole
    quello essere stato il maggiore e il pi  fervente  che  mai  uomo  ad
    alcuna  donna  portasse;  e cos senza fallo sar mentre la mia misera
    vita sosterr questi membri, e ancor pi;  che',  se di l come di qua
    s'ama,  in perpetuo v'amer.  E per questo vi potete render sicura che
    niuna cosa avete, qual che ella si sia o cara o vile, che tanto vostra
    possiate tenere e cos in ogni atto farne conto come di me,  da quanto
    che  io  mi sia,  e il simigliante delle mie cose.  E acci che voi di
    questo prendiate certissimo argomento,  vi dico che  io  mi  reputerei
    maggior  grazia  che  voi  cosa  che io far potessi che vi piacesse mi
    comandaste,  che io non terrei che,  comandando  io,  tutto  il  mondo
    prestissimo m'ubbidisse.
    Adunque,  se  cos  son vostro come udite che sono,  non immeritamente
    ardir di porgere i prieghi miei alla vostra altezza,  dalla qual sola
    ogni  mia  pace,  ogni mio bene e la mia salute venir mi puote,  e non
    altronde;  e s come umilissimo servidor vi priego,  caro mio  bene  e
    sola speranza dell 'anima mia, che nello amoroso fuoco sperando in voi
    si nutrica, che la vostra benignit sia tanta e s ammollita la vostra
    passata durezza verso di me dimostrata, che vostro sono, che io, dalla
    vostra piet riconfortato, possa dire che, come per la vostra bellezza
    innamorato  sono,  cos per quella aver la vita,  la quale,  se  miei
    prieghi l'altiero vostro animo non s'inchina,  senza alcun fallo verr
    meno,  e morrommi,  e potrete esser detta di me micidiale.  E lasciamo
    stare che la mia morte  non  vi  fosse  onore,  nondimeno  credo  che,
    rimordendovene  alcuna  volta  la conscienza,  ve ne dorrebbe d'averlo
    fatto,  e talvolta,  meglio disposta,  con voi medesima direste:  Deh
    quanto  mal  feci  a non aver misericordia del Zima mio!  -;  e questo
    pentere non avendo luogo, vi sarebbe di maggior noia cagione.
    Per che, acci che ci non avvenga, ora che sovvenir mi potete, di ci
    v'incresca,  e anzi che io muoia a misericordia di me vi  movete,  per
    ci  che  in  voi sola il farmi il pi lieto e il pi dolente uomo che
    viva dimora.  Spero tanta essere la vostra cortesia che non sofferrete
    che  io  per  tanto  e tale amore morte riceva per guiderdone,  ma con
    lieta risposta e piena di grazia riconforterete gli spiriti  miei,  li
    quali spaventati tutti trieman nel vostro cospetto.
    E  quinci  tacendo,  alquante  lacrime  dietro a profondissimi sospiri
    mandate per gli occhi fuori, cominci ad attender quello che la gentil
    donna gli rispondesse.
    La donna, la quale il lungo vagheggiare, l'armeggiare, le mattinate, e
    l'altre cose simili a queste per amor di lei fatte dal  Zima,  muovere
    non avean potuto, mossero le affettuose parole dette dal ferventissimo
    amante,  e cominci a sentire ci che prima mai non avea sentito, cio
    che amor si fosse.  E quantunque,  per seguire il comandamento fattole
    dal  marito,  tacesse,  non  pot  per ci alcun sospiretto nascondere
    quello che volentieri, rispondendo al Zima, avrebbe fatto manifesto.
    Il Zima, avendo alquanto atteso e veggendo che niuna risposta seguiva,
    si maravigli,  e poscia s'incominci ad accorgere dell'arte usata dal
    cavaliere;   ma   pur  lei  riguardando  nel  viso  e  veggendo  alcun
    lampeggiare d'occhi di lei verso di lui alcuna volta,  e oltre  a  ci
    raccogliendo  i  sospiri li quali essa non con tutta la forza loro del
    petto lasciava uscire,  alcuna  buona  speranza  prese,  e  da  quella
    aiutato  prese  nuovo  consiglio,  e  cominci  in  forma della donna,
    udendolo ella, a rispondere a s medesimo in cotal guisa:
    - Zima mio,  senza dubbio gran tempo ha che io m'accorsi il tuo  amore
    verso  me esser grandissimo e perfetto,  e ora per le tue parole molto
    maggiormente il conosco,  e sonne contenta,  s come io  debbo.  Tutta
    fiata,  se dura e crudele paruta ti sono,  non voglio che tu creda che
    io nello animo stata sia quello che nel viso mi sono dimostrata:  anzi
    t'ho sempre amato e avuto caro innanzi ad ogni altro uomo, ma cos m'
    convenuto  fare  e  per paura d'altrui e per servare la fama della mia
    onest.  Ma ora ne viene quel tempo nel quale io ti potr  chiaramente
    mostrare se io t'amo e renderti guiderdone dello amore il qual portato
    m'hai e mi porti; e per ci confortati e sta a buona speranza, per ci
    che  messer  Francesco    per  andare  in  fra  pochi d a Melano per
    podest,  s come tu sai,  che per mio amore donato  gli  hai  il  bel
    pallafreno;  il  quale come andato sar,  senz'alcun fallo ti prometto
    sopra la mia f e per lo buono amore il quale io ti porto,  che in fra
    pochi  d  tu  ti  troverai  meco e al nostro amore daremo piacevole e
    intero compimento.
    E acci che io non t'abbia altra volta a far parlar di questa materia,
    infino ad ora quel giorno il qual tu vedrai due  sciugatoi  tesi  alla
    finestra della camera mia, la quale  sopra il nostro giardino, quella
    sera  di notte,  guardando ben che veduto non sii,  fa che per l'uscio
    del giardino a me te ne venghi; tu mi troverai ivi che t'aspetter,  e
    insieme  avrem  tutta la notte festa e piacere l'un dell'altro s come
    disideriamo.
    Come il Zima in persona della donna ebbe cos parlato, egli incominci
    per s a parlare e cos rispose:
    - Carissima donna,  egli  per soverchia letizia  della  vostra  buona
    risposta  s  ogni  mia  virt  occupata,  che appena posso a rendervi
    debite grazie formar la  risposta;  e  se  io  pur  potessi,  come  io
    disidero,  favellare,  niun  termine    s  lungo  che  mi bastasse a
    pienamente potervi ringraziare come io vorrei e come a me  di  far  si
    conviene;  e  per ci nella vostra discreta considerazion si rimanga a
    conoscer quello che  io  disiderando  fornir  con  parole  non  posso.
    Soltanto vi dico che,  come imposto m'avete, cos penser di far senza
    fallo;  e allora forse pi rassicurato di tanto dono quanto  conceduto
    m'avete,  m'ingegner  a mio potere di rendervi grazie quali per me si
    potranno maggiori. Or qui non resta a dire al presente altro;  e per,
    carissima mia donna,  Dio vi dea quella allegrezza e quel bene che voi
    disiderate il maggiore, e a Dio v'accomando.
    Per tutto questo non disse la donna una sola parola; laonde il Zima si
    lev suso e verso il cavaliere cominci a tornare,  il qual veggendolo
    levato, gli si fece incontro e ridendo disse:
    - Che ti pare? Hott'io bene la promessa servata?
    -  Messer  no,  -  rispose  il  Zima - ch voi mi prometteste di farmi
    parlare colla donna vostra e voi m'avete fatto parlar con  una  statua
    di marmo.
    Questa  parola  piacque molto al cavaliere,  il quale,  come che buona
    oppinione avesse della donna, ancora ne la prese migliore, e disse:
    - Omai  ben mio il pallafreno che fu tuo.
    A cui il Zima rispose:
    - Messer s;  ma se io avessi creduto trarre di questa grazia ricevuta
    da  voi tal frutto chente tratto n'ho,  senza do mandarlavi ve l'avrei
    donato;  e or volesse Iddio che io fatto l'avessi,  per  ci  che  voi
    avete comperato il pallafreno, e io non l'ho venduto.
    Il cavaliere di questo si rise,  ed essendo fornito di pallafreno, ivi
    a pochi d entr in cammino e verso Melano se n'and in podesteria.
    La donna,  rimasa libera nella sua casa,  ripensando alle  parole  del
    Zima  e  all'amore  il qual le portava e al pallafreno per amor di lei
    donato,  e veggendol da casa sua  molto  spesso  passare,  disse  seco
    medesima: Che fo io? Perch perdo io la mia giovanezza? Questi se n'
    andato  a  Melano  e  non torner di questi sei mesi;  e quando me gli
    ristorer egli giammai?  quando io sar vecchia?  e  oltre  a  questo,
    quando  trover  io  mai  un cos fatto amante come  il Zima?  Io son
    sola, n ho d'alcuna persona paura;  io non so perch io non mi prendo
    questo buon tempo mentre che io posso;  io non avr sempre spazio come
    io ho al presente; questa cosa non sapr mai persona, e se egli pur si
    dovesse risapere,  si  egli meglio  fare  e  pentere,  che  starsi  e
    pentersi.  -  E  cos  seco  medesima  consigliata,  un  d  pose  due
    asciugatoi alla finestra del giardino,  come il Zima aveva  detto;  li
    quali  il  Zima  vedendo,   lietissimo,   come  la  notte  fu  venuta,
    segretamente e solo se n'and all'uscio del giardino  della  donna,  e
    quello trov aperto,  e quindi n'and ad un altro uscio che nella casa
    entrava, dove trov la gentil donna che l'aspettava.
    La qual veggendol venire, levataglisi incontro,  con grandissima festa
    il ricevette;  ed egli,  abbracciandola e baciandola centomilia volte,
    su per le scale la seguit;  e senza alcuno  indugio  coricatisi,  gli
    ultimi  termini conobber d'amore.  N questa volta,  come che la prima
    fosse, fu per l'ultima, per ci che,  mentre il cavalier fu a Melano,
    e  ancor  dopo  la  sua  tornata,  vi torn con grandissimo piacere di
    ciascuna delle parti il Zima molte dell'altre volte.




    Giornata terza - Novella sesta.

    Ricciardo Minutolo ama la moglie di Filippello  Sighinolfo,  la  quale
    sentendo gelosa,  col mostrare Filippello il d seguente con la moglie
    di lui dovere essere ad un bagno, fa che ella vi va,  e credendosi col
    marito essere stata, si truova che con Ricciardo  dimorata.

    Niente  restava  pi  avanti a dire ad Elissa,  quando,  commendata la
    sagacit del Zima,  la reina impose alla Fiammetta che procedesse  con
    una. La qual tutta ridente rispose:
    - Madonna, volentieri -; e cominci.
    Alquanto   da uscire della nostra citt,  la quale,  come d'ogn'altra
    cosa  copiosa, cos  d'essempli ad ogni materia,  e,  come Elissa ha
    fatto,  alquanto  delle  cose  che  per  l'altro  mondo  avvenute son,
    raccontare; e per ci,  a Napoli trapassando,  dir come una di queste
    santesi, che cos d'amore schife si mostrano, fosse dallo ingegno d'un
    suo  amante  prima  a  sentir  d'amore  il frutto condotta che i fiori
    avesse conosciuti; il che ad una ora a voi prester cautela nelle cose
    che possono avvenire, e daravvi diletto delle avvenute.
    In Napoli, citt antichissima e forse cos dilettevole, o pi, come ne
    sia alcuna altra in Italia,  fu gi un giovane per nobilt  di  sangue
    chiaro  e  splendido  per  molte  ricchezze,  il cui nome fu Ricciardo
    Minutolo. Il quale,  non ostante che una bellissima giovane e vaga per
    moglie  avesse,  s'innamor  d'una,  la  quale,  secondo l'oppinion di
    tutti,   di  gran  lunga  passava  di  bellezza  tutte  l'altre  donne
    napoletane,  e  fu  chiamata  Catella,  moglie d'un giovane similmente
    gentile  uomo,   chiamato  Filippel   Sighinolfo,   il   quale   ella,
    onestissima, pi che altra cosa amava e aveva caro.
    Amando  adunque  Ricciardo Minutolo questa Catella e tutte quelle cose
    operando per le quali la grazia e l'amor d'una  donna  si  dee  potere
    acquistare,  e  per  tutto  ci  a niuna cosa potendo del suo disidero
    pervenire,  quasi si disperava;  e da amore  o  non  sappiendo  o  non
    potendo disciogliersi,  n morir sapeva n gli giovava di vivere. E in
    cotal disposizion dimorando,  avvenne che da  donne  che  sue  parenti
    erano fu un d assai confortato che di tale amore si dovesse rimanere,
    per  ci che in van si faticava,  con ci fosse cosa che Catella niuno
    altro bene avesse che Filippello,  del quale  ella  in  tanta  gelosia
    viveva, che ogni uccel che per l'aere volava credeva gliele togliesse.
    Ricciardo, udito della gelosia di Catella, subitamente prese consiglio
    a'  suoi  piaceri  e  cominci  a  mostrarsi  dello  amor  di  Catella
    disperato, e per ci in un'altra gentil donna averlo posto; e per amor
    di lei cominci a mostrar d'armeggiare e di giostrare e di  far  tutte
    quelle  cose  le  quali per Catella solea fare.  N guari di tempo ci
    fece che quasi a  tutti  i  napoletani,  e  a  Catella  altress,  era
    nell'animo  che  non  pi Catella,  ma questa seconda donna sommamente
    amasse;  e tanto in questo persever,  che s per fermo  da  tutti  si
    teneva che,  non ch'altri, ma Catella lasci una salvatichezza che con
    lui aveva dell'amor  che  portar  le  solea,  e  dimesticamente.  come
    vicino, andando e vegnendo il salutava come faceva gli altri.
    Ora avvenne che,  essendo il tempo caldo e molte brigate di donne e di
    cavalieri, secondo l'usanza dei napoletani,  andassero a diportarsi a'
    liti del mare e a desinarvi e a cenarvi,  Ricciardo, sappiendo Catella
    con sua brigata esservi andata, similmente con sua compagnia v'and, e
    nella brigata delle donne di Catella  fu  ricevuto,  faccendosi  prima
    molto  invitare,  quasi  non  fosse molto vago di rimanervi.  Quivi le
    donne,   e  Catella  insieme  con  loro,   incominciarono  con  lui  a
    motteggiare  del suo novello amore,  del quale egli mostrandosi acceso
    forte,  pi loro di ragionare dava materia.  A  lungo  andare  essendo
    l'una  donna andata in qua e l'altra in l,  come si fa in que'luoghi,
    essendo Catella con poche  rimasa  quivi  dove  Ricciardo  era,  gitt
    Ricciardo  verso  lei  un  motto  d'un  certo  amore di Filippello suo
    marito,  per lo quale ella entr in subita gelosia,  e dentro cominci
    ad arder tutta di disidero di saper ci che Ricciardo volesse dire.  E
    poi che  alquanto  tenuta  si  fu,  non  potendo  pi  tenersi,  preg
    Ricciardo che,  per amor di quella donna la quale egli pi amava,  gli
    dovesse piacere di farla chiara di ci che detto aveva di Filippello.
    Il quale le disse:
    - Voi m'avete scongiurato per persona,  che io non oso negar cosa  che
    voi mi domandiate;  e per ci io son presto a dirlovi,  sol che voi mi
    promettiate che niuna parola ne farete mai n con lui n  con  altrui,
    se  non  quando  per  effetto  vederete  esser  vero  quello che io vi
    conter; ch, quando vogliate, v'insegner come vedere il potrete.
    Alla donna piacque questo che egli  addomandava,  e  pi  il  credette
    esser vero,  e giurogli di mai non dirlo. Tirati adunque da una parte,
    che da altrui uditi non fossero, Ricciardo cominci cos a dire:
    - Madonna,  se io v'amassi come io gi amai,  io non avrei  ardire  di
    dirvi  cosa  che  io  credessi che noiar vi dovesse;  ma,  per ci che
    quello amore  passato,  me ne curer meno d'aprirvi  il  vero  d'ogni
    cosa.  Io  non  so  se Filippello si prese giammai onta dello amore il
    quale io vi portai,  o se avuto ha credenza che io mai  da  voi  amato
    fossi;  ma,  corne che questo sia stato o no,  nella mia persona niuna
    cosa ne mostr mai.  Ma ora,  forse aspettando tempo quando ha creduto
    che io abbia men di sospetto, mostra di volere fare a me quello che io
    dubito  che  egli non tema ch'io facessi a lui,  cio di volere al suo
    piacere avere la donna mia;  e per quello che io truovo egli  l'ha  da
    non   troppo   tempo  in  qua  segretissimamente  con  pi  ambasciate
    sollicitata, le quali io ho tutte da lei risapute; ed ella ha fatte le
    risposte secondo che io l'ho imposto.
    Ma pure stamane,  anzi che io qui venissi,  io trovai con la donna mia
    in  casa  una  femina  a  stretto  consiglio,  la  quale  io  credetti
    incontanente che fosse ci che ella era,  per che io chiamai la  donna
    mia e la dimandai quello che colei di mandasse.  Ella mi disse: - Egli
     lo stimol di Filippello,  il qual tu,  con fargli risposte e  dargli
    speranza, m'hai fatto recare addosso, e dice che del tutto vuol sapere
    quello che io intendo di fare,  e che egli, quando io volessi, farebbe
    che io potrei essere segretamente ad un bagno in questa  terra;  e  di
    questo  mi  prega e grava;  e se non fosse che tu m'ha' fatto,  non so
    perch,  tener questi mercati,  io me l'avrei per  maniera  levato  di
    dosso  che  egli  mai  non  avrebbe  guatato l dove io fossi stata -.
    Allora mi parve che questi procedesse troppo innanzi  e  che  pi  non
    fosse da sofferire,  e di dirlovi, acci che voi conosceste che merito
    riceve la vostra intera fede,  per la quale io  fui  gi  presso  alla
    morte.
    E  acci  che  voi  non  credeste queste esser parole e favole,  ma il
    poteste, quando voglia ve ne venisse,  apertamente e vedere e toccare,
    io feci fare alla donna mia, a colei che l'aspettava, questa risposta,
    che  ella  era  presta  d'esser domani in su la nona,  quando la gente
    dorme, a questo bagno; di che la femina contentissima si part da lei.
    Ora non credo io che voi crediate che io la vi  mandassi;  ma,  se  io
    fossi in vostro luogo, io farei che egli vi troverrebbe me in luogo di
    colei cui trovarvi si crede; e quando alquanto con lui dimorata fossi,
    io il farei avvedere con cui stato fosse, e quel lo onore che a lui se
    ne convenisse ne gli farei; e questo faccendo, credo s fatta vergogna
    gli  fia,  che  ad  una  ora  la  'ngiuria  che a voi e a me far vuole
    vendicata sarebbe.
    Catella,  udendo questo,  senza avere alcuna considerazione a chi  era
    colui  che  gliele  dicea  o  a' suoi inganni,  secondo il costume de'
    gelosi, subitamente diede fede alle parole, e certe cose state davanti
    cominci adattare a questo fatto; e di subita ira accesa,  rispose che
    questo far ella certamente, non era egli s gran fatica a fare; e che
    fermamente,  se  egli vi venisse,  ella gli farebbe s fatta vergogna,
    che sempre che egli alcuna donna vedesse gli si girerebbe per lo capo.
    Ricciardo,  contento di questo e parendogli che 'l suo consiglio fosse
    stato  buono e procedesse,  con molte altre parole la vi conferm su e
    fece la fede maggiore,  pregandola non  dimeno  che  dir  non  dovesse
    giammai  d'averlo  udito  da  lui,  il  che  ella  sopra la sua f gli
    promise.
    La mattina seguente Ricciardo se n'and ad una buona femina,  che quel
    bagno  che egli aveva a Catella detto teneva,  e le disse ci che egli
    intendeva di fare,  e pregolla che  in  ci  fosse  favorevole  quanto
    potesse.  La  buona femina,  che molto gli era tenuta,  disse di farlo
    volentieri e con lui ordin quello che a fare o a dire avesse.
    Aveva costei, nella casa ove 'l bagno era, una camera oscura molto, s
    come quella nella quale niuna finestra che  lume  rendesse  rispondea.
    Questa,  secondo  l'ammaestramento  di  Ricciardo,  acconci  la buona
    femina e fecevi entro un letto,  secondo che  pot  il  migliore,  nel
    quale Ricciardo,  come desinato ebbe,  si mise e cominci ad aspettare
    Catella.
    La donna,  udite le parole di Ricciardo e a quelle data pi  fede  che
    non  le  bisognava,  piena  di  sdegno torn la sera a casa,  dove per
    avventura Filippello pieno d'altro pensiero similmente  torn,  n  le
    fece  forse  quella  dimestichezza che era usato di fare.  Il che ella
    vedendo,  entr in troppo maggior sospetto  che  ella  non  era,  seco
    medesima  dicendo: - Veramente costui ha l'animo a quella donna con la
    qual domane si crede aver piacere e diletto, ma ferma mente questo non
    avverr -;  e sopra cotal pensiero,  e imaginando come dir gli dovesse
    quando con lui stata fosse, quasi tutta la notte dimor.
    Ma che pi? Venuta la nona, Catella prese sua compagnia e senza mutare
    altramente  consiglio  se  n'and  a  quel bagno il quale Ricciardo le
    aveva insegnato;  e quivi trovata  la  buona  femina,  la  dimand  se
    Filippello  stato vi fosse quel d.  A cui la buona femina ammaestrata
    da Ricciardo disse:
    - Sete voi quella donna che gli dovete venire a parlare?
    Catella rispose:
    - S sono.
    - Adunque, - disse la buona femina - andatevene da lui.
    Catella,  che cercando andava  quello  che  ella  non  avrebbe  voluto
    trovare,  fattasi  alla  camera  menare  dove Ricciardo era,  col capo
    coperto in quella entr e dentro serrossi.
    Ricciardo,  vedendola venire,  lieto si lev  in  pi  e,  in  braccio
    ricevutala, disse pianamente:
    - Ben vegna l'anima mia.
    Catella,  per mostrarsi ben d'essere altra che ella non era, abbracci
    e baci lui e fecegli  la  festa  grande  senza  dire  alcuna  parola,
    temendo, se parlasse, non fosse da lui conosciuta.
    La  camera era oscurissima,  di che ciascuna delle parti era contenta;
    n per lungamente dimorarvi  riprendevan  gli  occhi  pi  di  potere.
    Ricciardo  la  condusse  in su il letto,  e quivi,  senza favellare in
    guisa che iscorger si potesse la  voce,  per  grandissimo  spazio  con
    maggior diletto e piacere dell'una parte che dell'altra stettero.
    Ma  poi che a Catella parve tempo di dovere il conceputo sdegno mandar
    fuori, cos di fervente ira accesa cominci a parlare:
    - Ahi quanto  misera la fortuna delle donne e come   male  impiegato
    l'amor di molte ne' mariti!  Io,  misera me!, gi sono otto anni, t'ho
    pi che la mia vita amato,  e tu,  come io sentito ho,  tutto  ardi  e
    consumiti  nello  amore d'una donna strana,  reo e malvagio uom che tu
    se'.  Or con cui ti credi tu essere stato?  Tu se'stato con  colei  la
    quale otto anni t' giaciuta a lato, tu se'stato con colei la qual con
    false  lusinghe  tu hai,  gi  assai,  ingannata mostrandole amore ed
    essendo altrove innamorato.
    Io son Catella, non son la moglie di Ricciardo,  traditor disleale che
    tu se'; ascolta se tu riconosci la voce mia, io son ben dessa; e parmi
    mille  anni che noi siamo al lume,  che io ti possa svergognare come m
    se'degno, sozzo cane vituperato che tu se'. Ohim, misera me! a cui ho
    io cotanti anni portato cotanto amore?  A questo  can  disleale,  che,
    credendosi  in  braccio avere una donna strana,  m'ha pi di carezze e
    d'amorevolezze fatte in questo poco di tempo che  qui  stata  son  con
    lui, che in tutto l'altro rimanente che stata son sua.
    Tu se' bene oggi, can rinnegato, stato gagliardo, che a casa ti suogli
    mostrare cos debole e vinto e senza possa.  Ma, lodato sia Iddio, che
    il tuo campo,  non l'altrui,  hai lavorato,  come tu ti  credevi.  Non
    maraviglia  che  stanotte  tu  non  mi ti appressasti: tu aspettavi di
    scaricar le some altrove,  e volevi giugnere  molto  fresco  cavaliere
    alla battaglia;  ma,  lodato sia Iddio e il mio avvedimento, l'acqua 
    pur corsa all'in gi,  come ella doveva.  Ch non rispondi,  reo uomo?
    Ch non di'qualche cosa?  Se'tu divenuto mutolo udendomi? In f di Dio
    io non so a che io mi tengo, che io non ti ficco le mani negli occhi e
    traggogliti.  Credesti molto celatamente saper fare questo tradimento;
    per Dio!  tanto sa altri quanto altri,  non t' venuto fatto;  io t'ho
    avuti miglior bracchi alla coda che tu non credevi.
    Ricciardo in s medesimo godeva di queste parole,  e senza  rispondere
    alcuna cosa l'abbracciava e baciava e pi che mai le faceva le carezze
    grandi. Per che ella, seguendo il suo parlar, diceva:
    -  S,  tu  mi  credi  ora  con  tue  carezze  infinte lusingare,  can
    fastidioso che tu se',  e rappacificare e racconsolare;  tu se'errato;
    io non sar mai di questa cosa consolata, infino a tanto che io non te
    ne  vitupero  in  presenzia  di  quanti  parenti  e amici e vicini noi
    abbiamo. Or non sono io, malvagio uomo,  cos bella come sia la moglie
    di Ricciardo Minutolo? Non son io cos gentil donna? Ch non rispondi,
    sozzo cane?  Che ha colei pi di me?  Fatti in cost,  non mi toccare,
    che tu hai troppo fatto d'arme per oggi.  Io so  bene  che  oggi  mai,
    poscia che tu conosci chi io sono,  che tu ci che tu fa cessi faresti
    a forza;  ma,  se Dio mi dea la grazia sua,  io te ne far ancor patir
    voglia;  e non so a che io mi tengo che io non mando per Ricciardo, il
    qual pi che s m'ha amata e mai non pot vantarsi che io il  guatassi
    pure  una  volta;  e non so che male si fosse a farlo.  Tu hai creduto
    avere la moglie qui, ed  come se avuta l'avessi, in quanto per te non
     rimaso;  dunque,  se io avessi lui,  non  mi  potresti  con  ragione
    biasimare.
    Ora  le parole furono assai e il rammarichio della donna grande;  pure
    alla fine Ricciardo, pensando che, se andar ne la lasciasse con questa
    credenza,  molto di male ne potrebbe seguire,  diliber di palesarsi e
    di  trarla  dello  inganno  nel  quale era;  e recatasela in braccio e
    presala bene s che partire non si poteva, disse:
    - Anima mia dolce, non vi turbate;  quello che io semplicemente amando
    aver  non  potei,  Amor  con  inganno m'ha insegnato avere,  e sono il
    vostro Ricciardo.
    Il che Catella udendo e conoscendolo alla voce,  subita mente si volle
    gittare del letto,  ma non pot;  ond'ella volle gridare; ma Ricciardo
    le chiuse con l'una delle mani la bocca, e disse:
    - Madonna,  egli non pu oggimai essere che quello che  stato non sia
    pure stato, se voi gridaste tutto il tempo della vita vostra; e se voi
    griderete  o  in  alcuna  maniera  fa rete che questo si senta mai per
    alcuna persona, due cose ne avverranno.  L'una fia (di che non poco vi
    dee calere) che il vostro onore e la vostra buona fama fia guasta, per
    ci  che,  come  che  voi  diciate che io qui ad inganno v'abbia fatta
    venire,  io dir che non sia vero,  anzi vi ci abbia fatta venire  per
    denari  e per doni che io v'abbia promessi,  li quali per ci che cos
    compiutamente dati non v'ho come sperava te, vi siete turbata e queste
    parole e questo romor ne fate;  e  voi  sapete  che  la  gente    pi
    acconcia  a  credere il male che il bene;  e per ci non fia men tosto
    creduto a me che a voi. Appresso questo,  ne seguir tra vostro marito
    e  me  mortal  nimist,  e potrebbe s andare la cosa che io ucciderei
    altress tosto lui,  come egli me;  di che mai voi non dovreste  esser
    poi n lieta n contenta.  E per ci, cuor del corpo mio, non vogliate
    ad una ora vituperar voi e mettere in pericolo e in  briga  il  vostro
    marito e me.  Voi non siete la prima,  n sarete l'ultima,  la quale 
    ingannata,  n io non v'ho ingannata  per  torvi  il  vostro,  ma  per
    soverchio amore che io vi porto e son disposto sempre a portarvi, e ad
    essere vostro umilissimo servidore. E come che sia gran tempo che io e
    le mie cose e ci che io posso e vaglio vostre state sieno e al vostro
    servigio,  io intendo che da quinci innanzi sien pi che mai. Ora, voi
    siete savia nell'altre cose, e cos son certo che sarete in questa.
    Catella, mentre che Ricciardo diceva queste parole, piagneva forte,  e
    come che molto turbata fosse e molto si rammaricasse,  nondimeno diede
    tanto luogo la  ragione  alle  vere  parole  di  Ricciardo,  che  ella
    cognobbe  esser possibile ad avvenire ci che Ricciardo diceva,  e per
    ci disse:
    - Ricciardo,  io non so come Domeneddio mi si conceder che  io  possa
    comportare la 'ngiuria e lo 'nganno che fatto m'hai. Non voglio gridar
    qui,  dove  la  mia simplicit e soperchia gelosia mi condusse;  ma di
    questo vivi sicuro che io non sar mai lieta se in un modo  o  in  uno
    altro  io  non  mi  veggio  vendica di ci che fatto m'hai;  e per ci
    lasciami, non mi tener pi; tu hai avuto ci che disiderato hai, e ha'
    mi straziata quanto t' piaciuto; tempo  di lasciarmi;  lasciami,  io
    te ne priego.
    Ricciardo,  che  conosceva  l'animo suo ancora troppo turbato,  s'avea
    posto in cuore di non lasciarla mai se la sua pace non  riavesse;  per
    che,  cominciando  con dolcissime parole a raumiliarla,  tanto disse e
    tanto preg e tanto scongiur, che ella, vinta, con lui si pacefic; e
    di pari volont di ciascuno gran pezza appresso in grandissimo diletto
    dimorarono insieme.
    E conoscendo allora la donna quanto pi saporiti fossero i baci  dello
    amante  che  quegli del marito,  voltata la sua durezza in dolce amore
    verso Ricciardo,  tenerissimamente da quel  giorno  innanzi  l'am,  e
    savissimamente  operando  molte  volte goderono del loro amore.  Iddio
    faccia noi goder del nostro.









    Giornata terza - Novella settima.

    Tedaldo,  turbato con una sua donna,  si parte di Firenze;  tornavi in
    forma  di  peregrino dopo alcun tempo;  parla con la donna e falla del
    suo error conoscente, e libera il ma ito di lei da morte,  che lui gli
    era  provato  che  aveva  ucciso,  e  co' fratelli il pacefica;  e poi
    saviamente colla sua donna si gode.


    Gi si taceva Fiammetta lodata da tutti,  quando  la  reina,  per  non
    perder  tempo,  prestamente  ad  Emilia commise il ragionare;  la qual
    cominci.
    A me piace nella  nostra  citt  ritornare,  donde  alle  due  passate
    piacque  di  dipartirsi,  e  come  uno  nostro  cittadino la sua donna
    perduta racquistasse mostrarvi.
    Fu adunque in Firenze un nobile giovane,  il cui nome fu Tedaldo degli
    Elisei,  il quale d'una donna, monna Ermellina chiamata e moglie d'uno
    Aldobrandino Palermini, innamorato oltre misura per gli suoi laudevoli
    costumi,  merit di godere del  suo  disiderio.  Al  qual  piacere  la
    Fortuna,  nimica de' felici, s'oppose; per ci che, qual che la cagion
    si fosse, la donna,  avendo di s a Tedaldo compiaciuto un tempo,  del
    tutto  si  tolse  dal  volergli  pi  compiacere,  n a non volere non
    solamente alcuna sua ambasciata ascoltare ma vedere in alcuna maniera;
    di che egli entr in fiera malinconia e ispiacevole;  ma s era questo
    suo amor celato,  che della sua malinconia niuno credeva ci essere la
    cagione.
    E poich egli in diverse maniere si fu molto ingegnato di  racquistare
    l'amore  che  senza  sua colpa gli pareva aver perduto,  e ogni fatica
    trovando vana,  a doversi dileguar del mondo,  per non far lieta colei
    che  del  suo  male era cagione di vederlo consumare,  si dispose.  E,
    presi quegli denari che aver pot,  segretamente,  senza far motto  ad
    amico  o  a  parente,  fuor  che ad un suo compagno il quale ogni cosa
    sapea,  and  via  e  pervenne  ad  Ancona,   Filippo  di  Sanlodeccio
    faccendosi chiamare;  e quivi con un ricco mercatante accontatosi, con
    lui si mise per servidore e in su una sua nave con lui insieme  n'and
    in Cipri. I costumi del quale e le maniere piacquero s al mercatante,
    che  non  solamente buon salario gli assegn,  ma il fece in parte suo
    compagno,  oltre a ci gran parte de' suoi fatti  mettendogli  tra  le
    mani;  li quali esso fece s bene e con tanta sollicitudine,  che esso
    in pochi anni divenne buono e ricco mercatante e famoso.  Nelle  quali
    faccende,  ancora  che spesso della sua crudel donna si ricordasse,  e
    fieramente fosse da amor trafitto e molto disiderasse di rivederla, fu
    di tanta constanzia che sette anni vinse quella battaglia.
    Ma avvenne che,  udendo egli un d in Cipri cantare una canzone gi da
    lui  stata  fatta,  nella  quale l'amore che alla sua donna portava ed
    ella a lui e il piacer che  di  lei  aveva  si  raccontava,  avvisando
    questo  non  dover  potere essere,  che ella dimenticato l'avesse,  in
    tanto disidero di rivederla s'accese, che, pi non potendo sofferir si
    dispose a tornar in Firenze. E,  messa ogni sua cosa in ordine,  se ne
    venne con un suo fante solamente ad Ancona, dove essendo ogni sua roba
    giunta,  quella  ne mand a Firenze ad alcuno amico dell'ancontano suo
    compagno, ed egli celatamente,  in forma di peregrino che dal Sepolcro
    venisse,  col fante suo se ne venne appresso;  e in Firenze giunti, se
    n'and ad uno alberghetto di due fratelli che  vicino  era  alla  casa
    della sua donna. N prima and in altra parte che davanti alla casa di
    lei,  per  vederla  se potesse.  Ma egli vide le finestre e le porti e
    ogni cosa serrata;  di che egli dubit forte che morta non fosse o  di
    quindi mutatasi.
    Per che,  forte pensoso, verso la casa de' fratelli se n'and, davanti
    la quale vide quattro suoi fratelli tutti di nero vestiti, di che egli
    si maravigli molto;  e conoscendosi in tanto trasfigurato e d'abito e
    di persona da quello che esser soleva quando si part, che di leggieri
    non  potrebbe  essere stato riconosciuto,  sicuramente s'accost ad un
    calzolaio e domandollo perch di nero fossero vestiti costoro.
    Al quale il calzolaio rispose:
    - Coloro sono di nero vestiti,  per ci che e'non sono ancora quindici
    d  che un lor fratello,  che di gran tempo non c'era stato,  che avea
    nome Tedaldo fu ucciso;  e parmi intendere che  egli  abbiano  provato
    alla  corte  che  uno  che ha nome Aldobrandino Palermini,  il quale 
    preso, l'uccidesse,  per ci che egli voleva bene alla moglie ed eraci
    tornato sconosciuto per esser con lei.
    Maravigliossi  forte  Tedaldo che alcuno in tanto il simigliasse,  che
    fosse creduto lui; e della sciagura d'Aldobrandino gli dolfe. E avendo
    sentito che la donna era viva e sana, essendo gi notte, pieno di vari
    pensieri se ne torn all'albergo,  e poi che cenato ebbe  insieme  col
    fante suo,  quasi nel pi alto della casa fu messo a dormire. E quivi,
    s per li molti pensieri che lo stimolavano e s per la malvagit  del
    letto  e  forse  per  la cena ch'era stata magra,  essendo gi la met
    della notte andata,  non s'era ancor potuto Tedaldo addormentare;  per
    che,  essendo desto, gli parve in su la mezza notte sentire d'in su il
    tetto della casa scender nella casa persone, e appresso per le fessure
    dell'uscio della camera vide l su venire un lume.
    Per che, chetamente alla fessura accostatosi,  cominci a guardare che
    ci volesse dire,  e vide una giovane assai bella tener questo lume, e
    verso lei venir tre uomini che del tetto quivi eran  discesi;  e  dopo
    alcuna festa insieme fattasi, disse l'un di loro alla giovane:
    - Noi possiamo, lodato sia Iddio, oggimai star sicuri, per ci che noi
    sappiamo fermamente che la morte di Tedaldo Elisei  stata provata da'
    fratelli  addosso ad Aldobrandin Palermini,  ed egli l'ha confessata e
    gi  scritta la sentenzia;  ma ben si vuol nondimeno tacere,  per ci
    che,  se  mai  si risapesse che noi fossimo stati,  noi saremmo a quel
    medesimo pericolo che  Aldobrandino.
    E questo detto con la donna,  che forte di ci si mostr lieta,  se ne
    sciesono e andarsi a dormire.
    Tedaldo,  udito  questo,  cominci a riguardare quanti e quali fossero
    gli errori  che  potevano  cadere  nelle  menti  degli  uomini,  prima
    pensando  a'  fratelli  che  uno  strano avevano pianto e sepellito in
    luogo di lui, e appresso lo innocente per falsa suspizione accusato, e
    con testimoni non veri averlo condotto a dover morire,  e oltre a  ci
    la  cieca  severit  delle leggi e de' rettori,  li quali assai volte,
    quasi solliciti investigatori del vero,  incrudelendo fanno  il  falso
    provare,  e  s  ministri  dicono della giustizia e di Dio,  dove sono
    della iniquit e del diavolo esecutori.  Appresso questo  alla  salute
    d'Aldobrandino il pensier volse, e seco ci che a fare avesse compose.
    E come levato fu la mattina,  lasciato il suo fante,  quando tempo gli
    parve,  solo se n'and verso la casa della sua donna;  e  per  ventura
    trovata  la  porta aperta,  entr dentro e vide la sua donna sedere in
    terra in una saletta terrena che  ivi  era,  ed  era  tutta  piena  di
    lagrime  e  d'amaritudine,  e  quasi  per  compassione  ne lagrim,  e
    avvicinatolesi disse:
    - Madonna, non vi tribolate: la vostra pace  vicina.
    La donna, udendo costui, lev alto il viso e piagnendo disse:
    - Buono uomo, tu mi pari un peregrin forestiere;  che sai tu di pace o
    di mia afflizione?
    Rispose allora il peregrino:
    - Madonna,  io son di Costantinopoli e giungo test qui mandato da Dio
    a convertire le vostre lagrime in riso  e  di  liberare  da  morte  il
    vostro marito.
    -  Come,  -  disse  la donna - se tu di Costantinopoli se'e giugni pur
    test qui, sai tu chi mio marito o io ci siamo?
    Il peregrino,  da  capo  fattosi,  tutta  la  istoria  della  angoscia
    d'Aldobrandino raccont e a lei disse chi ella era, quanto tempo stata
    maritata e altre cose assai,  le quali egli molto ben sapeva de' fatti
    suoi; di che la donna si maravigli forte, e avendolo per uno profeta,
    gli s'inginocchi a' piedi,  per Dio pregandolo che,  se per la salute
    d'Aldobrandino era venuto, che egli s'avacciasse, per ci che il tempo
    era brieve.
    Il peregrino, mostrandosi molto santo uomo, disse:
    - Madonna,  levate su e non piagnete, e attendete bene a quello che io
    vi dir,  e guardatevi bene di mai ad alcun non dirlo.  Per quello che
    Iddio mi riveli, la tribulazione la qual voi avete v' per un peccato,
    il qual voi commetteste gi,  avvenuta,  il quale Domeneddio ha voluto
    in parte purgare con questa noia,  e  vuole  del  tutto  che  per  voi
    s'ammendi; se non, s ricadereste in troppo maggiore affanno.
    Disse allora la donna:
    -  Messere,  io ho peccati assai,  n so qual Domeneddio pi un che un
    altro si voglia che io  m'ammendi;  e  per  ci,  se  voi  il  sapete,
    ditelmi, e io ne far ci che io potr per ammendarlo.
    - Madonna,  - disse allora il peregrino - io so bene quale egli ,  n
    ve ne domander per saperlo  meglio,  ma  per  ci  che  voi  medesima
    dicendolo  n'abbiate  pi rimordimento.  Ma vegnamo al fatto.  Ditemi,
    ricordavi egli che voi mai aveste alcuno amante?
    La donna, udendo questo,  gitt un gran sospiro e maravigliossi forte,
    non  credendo  che  mai alcuna persona saputo l'avesse,  quantunque di
    que'd, che ucciso era stato colui che per Tedaldo fu sepellito, se ne
    bucinasse per certe parolette non ben saviamente usate dal compagno di
    Tedaldo che ci sapea, e rispose:
    - Io veggio che Iddio vi dimostra tutti i segreti degli uomini,  e per
    ci io son disposta a non celarvi i miei. Egli il  vero che nella mia
    giovanezza  io  amai  sommamente  lo sventurato giovane la cui morte 
    apposta al mio marito;  la qual  morte  io  ho  tanto  pianta,  quanto
    dolent' a me; per ci che, quantunque io rigida e salvatica verso lui
    mi mostrassi anzi la sua partita,  n la sua partita,  n la sua lunga
    dimora,  n ancora la sventurata morte me l'hanno  potuto  trarre  del
    cuore.
    A cui il peregrin disse:
    -  Lo  sventurato giovane che fu morto non amaste voi mai,  ma Tedaldo
    Elisei s.  Ma ditemi: qual fu la cagione per la quale voi con lui  vi
    turbaste? Offesevi egli giammai?
    A cui la donna rispose:
    -  Certo  no,  che  egli non mi offese mai;  ma la cagione del cruccio
    furono le parole d'un maladetto frate,  dal  quale  io  una  volta  mi
    confessai;  per  ci  che,  quando  io gli dissi l'amore il quale io a
    costui portava e la dimestichezza che io aveva seco, mi fece un romore
    in capo che ancor  mi  spaventa,  dicendomi  che,  se  io  non  me  ne
    rimanessi,  io n'andrei in bocca del diavolo nel profondo del ninferno
    e sarei messa nel fuoco pennace. Di che s fatta paura m'entr, che io
    del tutto mi disposi a non voler pi la dimestichezza di  lui;  e  per
    non  averne  cagione,  n  sua  lettera  n  sua  ambasciata pi volli
    ricevere;  come che io credo,  se pi  fosse  perseverato,  come  (per
    quello  che  io  presuma)  egli  se  n'and  disperato,  veggendolo io
    consumare come si fa la neve al sole,  il  mio  duro  proponimento  si
    sarebbe piegato, per ci che niun disidero al mondo maggiore avea.
    Disse allora il peregrino:
    -  Madonna,  questo    sol  quel  peccato  che ora vi tribola.  Io so
    fermamente che Tedaldo non vi fece forza alcuna;  quando  voi  di  lui
    v'innamoraste,  di vostra propria volont il faceste, piacendovi egli;
    e,   come  voi  medesima  voleste,   a  voi  venne  e  us  la  vostra
    dimestichezza,  nella  quale  e  con  parole  e  con  fatti  tanta  di
    piacevolezza gli mostraste che,  se egli prima v'amava,  in ben  mille
    doppi faceste l'amor raddoppiare.  E se cos fu (che so che fu),  qual
    cagion vi dovea poter muovere a torglivi cos rigidamente? Queste cose
    si volean pensare innanzi tratto,  e se credevate dovervene,  come  di
    mal far,  pentere,  non farle.  Cos,  come egli divenne vostro,  cos
    diveniste voi sua. Che egli non fosse vostro potavate voi fare ad ogni
    vostro piacere, s come del vostro, ma il voler tor voi a lui, che sua
    eravate,  questa era ruberia e sconvenevole  cosa,  dove  sua  volont
    stata non fosse.
    Or  voi  dovete sapere che io son frate,  e per ci li loro costumi io
    conosco tutti; e se io ne parlo alquanto largo ad utilit di voi,  non
    mi si disdice come farebbe ad un altro,  ed egli mi piace di parlarne,
    acci che per innanzi meglio li conosciate che per addietro  non  pare
    che abbiate fatto.
    Furon  gi  i  frati  santissimi e valenti uomini,  ma quegli che oggi
    frati si chiamano e cos vogliono esser tenuti, niuna altra cosa hanno
    di frate se non la cappa, n quella altress  di frate,  per ci che,
    dove  dagl'inventori  de'  frati furono ordinate strette e misere e di
    grossi panni e dimostratrici dello animo,  il quale le temporali  cose
    disprezzate avea quando il corpo in cos vile abito avviluppava,  essi
    oggi le fanno larghe e doppie e lucide e di finissimi panni,  e quelle
    in  forma  hanno  recate  leggiadria  e  pontificale,   in  tanto  che
    paoneggiar con esse nelle chiese e nelle piazze, come con le loro robe
    i secolari fanno, non si vergognano; e quale col giacchio il pescatore
    d'occupare nel fiume molti pesci ad  un  tratto,  cos  costoro  colle
    fimbrie ampissime avvolgendosi,  molte pinzochere, molte vedove, molte
    altre sciocche femine e uomini d'avvilupparvi sotto s'ingegnano,  ed 
    lor  maggior  sollicitudine  che d'altro esercizio.  E per ci,  acci
    ch'io pi vero parli,  non  le  cappe  de'  frati  hanno  costoro,  ma
    solamente  i  colori  delle  cappe.  E  dove  gli  antichi  la  salute
    disideravan degli uomini,  quegli d'oggi disiderano  le  femine  e  le
    ricchezze; e tutto il loro studio hanno posto e pongono in ispaventare
    con  romori  e con dipinture le menti delli sciocchi e in mostrare che
    con limosine i peccati si purghino e colle messe,  acci che  a  loro,
    che per vilt,  non per divozione, sono rifuggiti a farsi frati, e per
    non durar fatica,  porti questi il pane,  colui mandi il vino,  quello
    altro faccia la pietanza per l'anima de' lor passati.
    E  certo  egli    il  vero  che  le  elimosine e le orazion purgano i
    peccati;  ma se coloro che le fanno vedessero a  cui  le  fanno  o  il
    conoscessero, pi tosto o a s il guarderieno o dinanzi ad altrettanti
    porci il gitterieno.  E per ci che essi conoscono, quanti meno sono i
    possessori d'una gran ricchezza, tanto pi stanno ad agio, ogn'uno con
    romori e con ispaventamenti s'ingegna di rimuovere altrui da quello  a
    che esso di rimaner solo disidera.  Essi sgridano contra gli uomini la
    lussuria,  acci che,  rimovendosene  gli  sgridati,  agli  sgridatori
    rimangano le femine;  essi dannan l'usura e i malvagi guadagni,  acci
    che, fatti restitutori di quegli, si possano fare le cappe pi larghe,
    procacciare i vescovadi e  l'altre  prelature  maggiori,  di  ci  che
    mostrato hanno dover menare a perdizione chi l'avesse.
    E  quando  di  queste  cose  e di molte altre che sconce fanno ripresi
    sono, l'avere risposto: - Fate quello che noi diciamo e non quello che
    noi facciamo -, estimano che sia degno scaricamento d'ogni grave peso,
    quasi pi alle pecore sia possibile l'esser costanti e di ferro che a'
    pastori. E quanti sien quegli a' quali essi fanno cotal risposta,  che
    non la intendono per lo modo che essi la dicono, gran parte di loro il
    sanno.
    Vogliono  gli  odierni frati che voi facciate quello che dicono,  cio
    che voi empiate loro  le  borse  di  denari,  fidiate  loro  i  vostri
    segreti,  serviate  castit,  siate pazienti,  perdoniate le 'ngiurie,
    guardiatevi del maldire, cose tutte buone, tutte oneste,  tutte sante;
    ma questo perch?  Perch essi possano fare quello che,  se i secolari
    faranno,  essi fare non potranno.  Chi non  sa  che  senza  denari  la
    poltroneria non pu durare? Se tu ne' tuoi diletti spenderai i denari,
    il  frate  non  potr  poltroneggiare  nell'ordine;  se tu andrai alle
    femine dattorno,  i frati non avranno  lor  luogo;  se  tu  non  sarai
    paziente  o  perdonator  d'ingiurie,  il frate non ardir di venirti a
    casa a contaminare la tua famiglia.  Perch vo io dietro ad ogni cosa?
    Essi s'accusano quante volte nel cospetto degl'intendenti fanno quella
    scusa.  Perch  non  si  stanno eglino innanzi a casa,  se astinenti e
    santi non si credono  potere  essere?  O  se  pure  a  questo  dar  si
    vogliono,  perch  non  seguitano  quella  altra  santa  parola  dello
    Evangelio: - In cominci Cristo a fare e ad insegnare -?  Facciano  in
    prima essi, poi ammaestrin gli altri. Io n'ho de' miei d mille veduti
    vagheggiatori,   amatori,   visitatori,   non  solamente  delle  donne
    secolari, ma de' monisteri; e pur di quegli che maggior romor fanno in
    su i pergami. A quegli adunque cos fatti andrem dietro? Chi 'l fa, fa
    quel ch'e'vuole, ma Iddio sa se egli fa saviamente.
    Ma,  posto pur che in questo sia da concedere ci che il frate che  vi
    sgrid vi disse,  cio che gravissima colpa sia rompere la matrimonial
    fede,  non  molto maggiore il rubare uno uomo?  Non  molto  maggiore
    l'ucciderlo  o  il mandarlo in essilio tapinando per lo mondo?  Questo
    conceder ciascuno.  L'usare la dimestichezza d'uno uomo una  donna  
    peccato  naturale;  il  rubarlo  o  l'ucciderlo  o  il discacciarlo da
    malvagit di mente procede.
    Che voi rubaste Tedaldo gi di sopra v' dimostrato,  togliendoli voi,
    che  sua  di vostra spontanea volont eravate divenuta.  Appresso dico
    che,  in quanto in voi fu,  voi l'uccideste,  per ci che per voi  non
    rimase,  mostrandovi  ogn'ora  pi  crudele,  che egli non s'uccidesse
    colle sue mani;  e la legge vuole che colui che  cagione del male che
    si fa sia in quella medesima colpa che colui che 'l fa.  E che voi del
    suo essilio e dello essere andato tapin per lo mondo  sette  anni  non
    siate cagione, questo non si pu negare. S che molto maggiore peccato
    avete  commesso  in qualunque s' l'una di queste tre cose dette,  che
    nella sua dimestichezza  non  commettavate.  Ma  veggiamo:  forse  che
    Tedaldo  merit  queste  cose?   Certo  non  fece:  voi  medesima  gi
    confessato l'avete; senza che io so che egli pi che s v'ama.
    Niuna cosa fu mai tanto onorata,  tanto  esaltata,  tanto  magnificata
    quanto  eravate  voi  sopra  ogn'altra  donna  da lui,  se in parte si
    trovava dove  onestamente  e  senza  generar  sospetto  di  voi  potea
    favellare.  Ogni  suo bene,  ogni suo onore,  ogni sua libert,  tutta
    nelle vostre mani era da lui rimessa. Non era egli nobile giovane? Non
    era egli tra gli altri suoi cittadin bello?  Non era egli valoroso  in
    quelle cose che a' giovani s'appartengono?  Non amato? Non avuto caro?
    Non volentier veduto da ogn'uomo? N di questo direte di no.
    Adunque come,  per detto d'un fraticello pazzo bestiale  e  invidioso,
    poteste  voi alcun proponimento crudele pigliare contro a lui?  Io non
    so che errore s' quello delle donne,  le quali gli uomini schifano  e
    prezzangli poco; dove esse, pensando a quello che elle sono e quanta e
    qual  sia  la nobilt da Dio oltre ad ogn'altro animale data all'uomo,
    si dovrebbon gloriare quando  da  alcuno  amate  sono,  e  colui  aver
    sommamente  caro  e con ogni sollicitudine ingegnarsi di compiacergli,
    acci che da amarla non si rimovesse giammai. Il che come voi faceste,
    mossa dalle parole d'un frate,  il qual per certo doveva  esser  alcun
    brodaiuolo  manicator di torte,  voi il vi sapete;  e forse disiderava
    egli di porre s in quello luogo,  onde egli  s'ingegnava  di  cacciar
    altrui.
    Questo peccato adunque  quello, che la divina giustizia, la quale con
    giusta bilancia tutte le sue operazion mena ad effetto,  non ha voluto
    lasciare impunito;  e cos come voi senza ragione v'ingegnaste di  tor
    voi  medesima  a  Tedaldo,  cos  il  vostro  marito senza ragione per
    Tedaldo  stato ed  ancora in pericolo, e voi in tribulazione.  Dalla
    quale se liberata esser volete, quello che a voi conviene promettere e
    molto maggiormente fare,   questo: se mai avviene che Tedaldo dal suo
    lungo sbandeggiamento qui torni, la vostra grazia, il vostro amore, la
    vostra benivolenzia e dimestichezza gli rendiate e in quello stato  il
    ripognate  nel quale era avanti che voi scioccamente credeste al matto
    frate.
    Aveva il  peregrino  le  sue  parole  finite,  quando  la  donna,  che
    attentissimamente le raccoglieva,  per ci che verissime le parevan le
    sue ragoni,  e s per certo per quel  peccato,  a  lui  udendol  dire,
    estimava tribolata, disse:
    -  Amico di Dio,  assai conosco vere le cose le quali ragionate,  e in
    gran parte per la vostra dimostrazione  conosco  chi  sieno  i  frati,
    infino ad ora da me tutti santi tenuti;  e senza dubbio conosco il mio
    difetto essere stato grande in ci che contro a Tedaldo adoperai, e se
    per me si potesse,  volentieri l'amenderei  nella  maniera  che  detta
    avete;  ma questo come si pu fare?  Tedaldo non ci potr mai tornare;
    egli  morto; e per ci quello che non si dee poter fare non so perch
    bisogni che io il vi prometta.
    A cui il peregrin disse:
    - Madonna,  Tedaldo non    punto  morto,  per  quello  che  Iddio  mi
    dimostri,  ma  vivo e sano e in buono stato, se egli la vostra grazia
    avesse.
    Disse allora la donna:
    - Guardate che voi diciate; io il vidi morto davanti alla mia porta di
    pi punte di coltello,  ed ebbilo in queste braccia  e  di  molte  mie
    lagrime  gli  bagnai  il  morto viso,  le quali forse furon cagione di
    farne parlare quel cotanto che parlato se n' disonestamente.
    Allora disse il peregrino:
    - Madonna, che che voi vi diciate, io v'accerto che Tedaldo  vivo; e,
    dove voi quello prometter vogliate per doverlo attenere,  io spero che
    voi il vedrete tosto.
    La donna allora disse:
    - Questo fo io e far volentieri; n cosa potrebbe avvenire che simile
    letizia  mi  fosse,  che  sarebbe il vedere il mio marito libero senza
    danno e Tedaldo vivo.
    Parve allora a Tedaldo tempo di palesarsi e di confortare la donna con
    pi certa speranza del suo marito, e disse:
    - Madonna, acci che io vi consoli del vostro marito,  un gran segreto
    mi  vi convien dimostrare,  il quale guarderete che per la vita vostra
    voi mai non manifestiate.
    Essi erano in parte assai remota e soli,  somma confidenzia avendo  la
    donna  presa della santit che nel peregrino le pareva che fosse;  per
    che Tedaldo,  tratto fuori  uno  anello  guardato  da  lui  con  somma
    diligenza,  il  quale  la donna gli avea donato l'ultima notte che con
    lei era stato, e mostrando gliele disse:
    - Madonna, conoscete voi questo?
    Come la donna il vide, cos il riconobbe, e disse:
    - Messer s, io il donai gi a Tedaldo.
    Il peregrino allora,  levatosi  in  pi  e  prestamente  la  schiavina
    gittatasi di dosso e di capo il cappello, e fiorentino parlando disse:
    - E me conoscete voi?
    Quando la donna il vide,  conoscendo lui esser Tedaldo,  tutta stord,
    cos di lui temendo come de' morti corpi,  se poi veduti  andare  come
    vivi,  si teme;  e non come Tedaldo venuto di Cipri a riceverlo gli si
    fece incontro,  ma come Tedaldo dalla sepoltura quivi  tornato  fosse,
    fuggir si volle temendo.
    A cui Tedaldo disse:
    - Madonna,  non dubitate, io sono il vostro Tedaldo vivo e sano, e mai
    n mori'n fu'morto? che che voi e i miei fratelli si credano.
    La donna,  rassicurata alquanto e tenendo la sua voce e  alquanto  pi
    riguardatolo  e  seco  affermando  che  per  certo  egli  era Tedaldo,
    piagnendo gli si gitt al collo e baciollo, dicendo:
    - Tedaldo mio dolce, tu sii il ben tornato.
    Tedaldo, baciata e abbracciata lei, disse:
    - Madonna,  egli non  or tempo da fare pi  strette  accoglienze;  io
    voglio  andare  a  fare  che Aldobrandino vi sia sano e salvo renduto,
    della qual cosa spero che  avanti  che  doman  sia  sera  voi  udirete
    novelle  che vi piaceranno;  s veramente,  se io l'ho buone,  come io
    credo,  della sua salute,  io voglio stanotte poter  venir  da  voi  e
    contarlevi per pi agio che al presente non posso.
    E  rimessasi  la  schiavina  e 'l cappello,  baciata un'altra volta la
    donna e con buona speranza riconfortatala,  da lei si part e col  se
    n'and  dove  Aldobrandino  in  prigione  era,   pi  di  paura  della
    soprastante morte pensoso che di speranza di futura salute; e quasi in
    guisa di confortatore col piacere dei prigionieri a lui se n'entr,  e
    postosi con lui a sedere, gli disse:
    -  Aldobrandino,  io  sono un tuo amico a te mandato da Dio per la tua
    salute,  al quale per la tua innocenzia  di te venuta  piet;  e  per
    ci,  se  a  reverenza  di  lui  un  picciol  dono che io ti domander
    conceder mi vuoli,  senza alcun fallo avanti che doman sia sera,  dove
    tu  la  sentenzia  della  morte attendi,  quella della tua assoluzione
    udirai.
    A cui Aldobrandin rispose:
    - Valente uomo, poi che tu della mia salute se'sollicito,  come che io
    non  ti conosca n mi ricordi mai pi averti veduto,  amico dei essere
    come tu di'.  E nel vero il peccato per lo quale uom dice che io debbo
    essere a morte giudicato, io nol commisi giammai; assai degli altri ho
    gi fatti,  li quali forse a que sto condotto m'hanno. Ma cos ti dico
    a reverenza di Dio,  se egli ha al presente misericordia di  me,  ogni
    gran  cosa,  non  che  una  picciola,  farei  volentieri,  non  che io
    promettessi;  e per quello che ti piace addomanda,  ch senza  fallo,
    ov'egli avvenga che io scampi, io lo server fermamente.
    Il peregrino allora disse:
    -  Quello  che  io  voglio  niun'altra cosa  se non che tu perdoni a'
    quattro fratelli di Tedaldo  l'averti  a  questo  punto  condotto,  te
    credendo  nella morte del lor fratello esser colpevole,  e abbigli per
    fratelli e per amici, dove essi di questo ti dimandin perdono.
    A cui Aldobrandin rispose:
    - Non sa quanto dolce cosa si sia la vendetta,  n con quanto ardor si
    disideri,  se  non chi riceve l'offese;  ma tuttavia,  acci che Iddio
    alla mia salute intenda, volentieri loro perdoner e ora loro perdono;
    e se io quinci esco vivo e scampo,  in ci fare quella  maniera  terr
    che a grado ti fia.
    Questo piacque al peregrino,  e senza volergli dire altro,  sommamente
    il preg che di buon cuore stesse,  ch per certo che,  avanti che  il
    seguente  giorno  finisse,  egli udirebbe novella certissima della sua
    salute.
    E da lui partitosi,  se n'and alla  signoria,  e  in  segreto  ad  un
    cavaliere che quella tenea disse cos:
    -  Signor  mio,  ciascun dee volentieri faticarsi in far che la verit
    delle cose si conosca,  e massimamente coloro che tengono il luogo che
    voi  tenete,  acci  che  coloro  non portino le pene che non hanno il
    peccato commesso e i peccatori sien puniti.  La qual  cosa  acci  che
    avvenga,  in  onor  di voi e in male di chi meritato l'ha,  io son qui
    venuto  a  voi.   Come  voi  sapete,   voi  avete  rigidamente  contro
    Aldobrandin  Palermini  proceduto,  e  parvi aver trovato per vero lui
    essere  stato  quello  che  Tedaldo  Elisei  uccise,   e   siete   per
    condannarlo;  il che  certissimamente falso,  s come io credo avanti
    che mezza notte sia,  dandovi gli ucciditori  di  quel  giovane  nelle
    mani, avervi mostrato.
    Il valoroso uomo,  al quale d'Aldobrandino increscea,  volentier diede
    orecchi alle parole del peregrino;  e molte  cose  da  lui  sopra  ci
    ragionate,  per  sua  introduzione in su 'l primo sonno i due fratelli
    albergatori e il lor fante a man  salva  prese;  e  lor  volendo,  per
    rinvenire come stata fosse la cosa, porre al martorio, nol soffersero,
    ma  ciascun  per  s  e  poi tutti insieme apertamente confessarono s
    essere  stati  coloro  che   Tedaldo   Elisei   ucciso   aveano,   non
    conoscendolo.  Domandati della cagione,  dissero per ci che egli alla
    moglie dell'un di loro, non essendovi essi nello albergo,  aveva molta
    noia data e volutola sforzare a fare il voler suo.
    Il peregrino,  questo avendo saputo,  con licenzia del gentile uomo si
    part,  e occultamente alla casa di madonna Ermellina se ne  venne,  e
    lei  sola,  essendo  ogn'altro della casa andato a dormire,  trov che
    l'aspettava,  parimente disiderosa d'udire buone novelle del marito  e
    di  riconciliarsi  pienamente col suo Tedaldo.  Alla qual venuto,  con
    lieto viso disse:
    - Carissima donna mia, rallegrati, ch per certo tu riavrai domane qui
    sano e salvo il tuo Aldobrandino -;  e per darle  di  ci  pi  intera
    credenza, ci che fatto avea pienamente le raccont.
    La  donna  di  due cos fatti accidenti e cos subiti,  cio di riaver
    Tedaldo vivo, il quale veramente credeva aver pianto morto, e di veder
    libero dal pericolo Aldobrandino,  il quale fra pochi  d  si  credeva
    dover   piagner  morto,   tanto  lieta  quanto  altra  ne  fosse  mai,
    affettuosamente abbracci e baci il suo Tedaldo; e andatisene insieme
    al letto, di buon volere fecero graziosa e lieta pace, l'un dell'altro
    prendendo dilettosa gioia.
    E come il giorno s'appress,  Tedaldo levatosi,  avendo gi alla donna
    mostrato  ci  che fare intendeva e da capo pregatola che occultissimo
    fosse,  pure in abito peregrino si usc del la casa della  donna,  per
    dovere, quando ora fosse, attendere a' fatti d'Aldobrandino.
    La  signoria,  venuto il giorno,  e parendole piena informazione avere
    dell'opera,  prestamente Aldobrandino liber,  e pochi d appresso  a'
    malfattori,  dove  commesso avevan l'omicidio,  fece tagliar la testa.
    Essendo adunque libero Aldobrandino,  con gran letizia di lui e  della
    sua   donna  e  di  tutti  i  suoi  amici  e  parenti,   e  conoscendo
    manifestamente ci essere per opera del peregrino avvenuto,  lui  alla
    lor  casa  condussero  per  tanto  quanto  nella citt gli piacesse di
    stare;  e quivi di fargli onore e festa non si potevano veder sazi,  e
    spezialmente  la donna,  che sapeva a cui farlosi.  Ma parendogli dopo
    alcun  d  tempo  di  dovere  i  fratelli  riducere  a  concordia  con
    Aldobrandino,  li  quali  esso sentiva non solamente per lo suo scampo
    scornati,  ma armati per tema,  domand ad Aldobrandino  la  promessa.
    Aldobrandino  liberamente  rispose  s essere apparecchiato.  A cui il
    peregrino fece per lo seguente d apprestare un bel convito, nel quale
    gli disse che voleva che egli co'  suoi  parenti  e  colle  sue  donne
    ricevesse  i  quattro  fratelli  e le lor donne,  aggiugnendo che esso
    medesimo andrebbe incontanente ad invitargli alla sua pace  e  al  suo
    convito da sua parte.
    Ed  essendo  Aldobrandino  di  quanto al peregrino piaceva contento il
    peregrino tantosto n'and a' quattro fratelli,  e con loro assai delle
    parole  che  intorno  a tal materia si richiedeano usate,  al fine con
    ragioni  irrepugnabili  assai  agevolmente  gli  condusse  a   dovere,
    domandando  perdono,  l'amist  d'Aldobrandino  racquistare;  e questo
    fatto,  loro e le lor donne a dover desinare la seguente  mattina  con
    Aldobrandino  gl'invit;  ed essi liberamente,  della sua f sicurati,
    tennero lo 'nvito.
    La mattina adunque seguente, in su l'ora del mangiare, primieramente i
    quattro fratelli di Tedaldo,  cos vestiti di  nero  come  erano,  con
    alquanti loro amici vennero a casa Aldobrandino,  che gli attendeva; e
    quivi,  davanti a tutti coloro che a fare lor compagnia erano stati da
    Aldobrandino   invitati,   gittate   l'armi   in  terra,   nelle  mani
    d'Aldobrandino si rimisero,  perdonanza domandando di ci che contro a
    lui avevano adoperato.
    Aldobrandino   lagrimando   pietosamente   gli   ricevette;   e  tutti
    baciandogli in bocca,  con poche parole  spacciandosi,  ogni  ingiuria
    ricevuta rimise.  Appresso costoro le sirocchie e le mogli loro, tutte
    di bruno vestite,  vennero,  e da madonna Ermellina e dall'altre donne
    graziosamente ricevute furono. Ed essendo stati magnificamente serviti
    nel convito gli uomini parimente e le donne, n avendo avuto in quello
    cosa alcuna altro che laudevole,  se non una, la taciturnit stata per
    lo fresco dolore rappresentato ne' vestimenti oscuri  de'  parenti  di
    Tedaldo  (per  la  qual  cosa  da  alquanti  il diviso e lo 'nvito del
    peregrino era stato biasimato ed egli se  n'era  accorto),  come  seco
    disposto avea, venuto il tempo da torla via, si lev in pi, mangiando
    ancora gli altri le frutte, e disse:
    -  Niuna  cosa  mancata a questo convito a doverlo far lieto,  se non
    Tedaldo; il quale, poi che avendolo avuto continuamente con voi non lo
    avete conosciuto, io il vi voglio mostrare.
    E di dosso gittatasi la schiavina  e  ogni  abito  peregrino,  in  una
    giubba di zendado verde rimase,  e non senza grandissima maraviglia di
    tutti  guatato  e  riconosciuto  fu  lungamente,   avanti  che   alcun
    s'arrischiasse  a  credere ch'el fosse desso.  Il che Tedaldo vedendo,
    assai de' lor parentadi,  delle  cose  tra  loro  avvenute,  de'  suoi
    accidenti  raccont.  Per che i frategli e gli altri uomini,  tutti di
    lagrime  d'allegrezza  pieni,   ad  abbracciare  il  corsero,   e   il
    simigliante  appresso  fecer  le  donne,  cos  le non parenti come le
    parenti, fuor che monna Ermellina.
    Il che Aldobrandino veggendo disse:
    - Che  questo, Ermellina? Come non fai tu, come l'altre donne,  festa
    a Tedaldo?
    A cui, udenti tutti, la donna rispose:
    - Niuna ce n' che pi volentieri gli abbia fatto festa e faccia,  che
    farei io,  s come colei che pi gli    tenuta  che  al  cuna  altra,
    considerato  che per le sue opere io t'abbia riavuto;  ma le disoneste
    parole dette ne' d che noi piagnemmo colui che noi credevam  Tedaldo,
    me ne fanno stare.
    A cui Aldobrandin disse:
    - Va via, credi tu che io creda agli abbaiatori? Esso, procacciando la
    mia salute,  assai bene dimostrato ha quello essere stato falso, senza
    che io mai nol credetti; tosto leva su, va abbraccialo.
    La donna, che altro non desiderava, non fu lenta in questo ad ubbidire
    il marito;  per che,  levatasi,  come l'altre avevan fatto,  cos ella
    abbracciandolo gli fece lieta festa.  Questa liberalit d'Aldobrandino
    piacque molto ai fratelli di Tedaldo,  e a ciascuno uomo e  donna  che
    quivi  era;  e  ogni  rugginuzza,  che fosse nata nelle menti d'alcuni
    dalle parole state, per que sto si tolse via.
    Fatta adunque da ciascun festa a Tedaldo,  esso medesimo  stracci  li
    vestimenti  neri  in dosso a' fratelli e i bruni alle sirocchie e alle
    cognate;  e volle che quivi altri vestimenti si facessero  venire.  Li
    quali  poi che rivestiti furono,  canti e balli e altri sollazzi vi si
    fecero assai; per la qual cosa il convito,  che tacito principio avuto
    avea,  ebbe sonoro fine. E con grandissima allegrezza, cos come eran,
    tutti a casa di Tedaldo n'andarono,  e quivi la sera cenarono;  e  pi
    giorni appresso, questa maniera tegnendo, la festa continuarono.
    Li fiorentini pi giorni quasi come un uomo risuscitato e maravigliosa
    cosa riguardaron Tedaldo;  e a molti,  e a' fratelli ancora,  n'era un
    cotal dubbio debole nell'animo se fosse desso o no,  e  nol  credevano
    ancor fermamente, n forse avrebber fatto a pezza, se un caso avvenuto
    non  fosse  che  fe'lor  chiaro chi fosse stato l'ucciso;  il quale fu
    questo.
    Passavano un giorno fanti di Lunigiana davanti a casa loro,  e vedendo
    Tedaldo gli si fecero sirocchie dicendo:
    - Ben possa stare Faziuolo.
    A'quali Tedaldo in presenzia de' fratelli rispose:
    - Voi m'avete colto in iscambio.
    Costoro,  udendol  parlare,  si  vergognarono,  e  chiesongli  perdono
    dicendo:
    - In verit che voi risomigliate,  pi che uomo che noi vedessimo  mai
    risomigliare un altro, un nostro compagno, il quale si chiama Faziuolo
    da Pontremoli, che venne, forse quindici d o poco pi fa, qua, n mai
    potemmo  poi  sapere  che  di  lui  si  fosse.  Bene  vero che noi ci
    maravigliavamo dello abito,  per ci che esso era,  s come noi siamo,
    masnadiere.
    Il maggior fratel di Tedaldo, udendo questo, si fece innanzi e domand
    di  che  fosse  stato  vestito  quel Faziuolo.  Costoro il dissero,  e
    trovossi appunto cos essere stato come costor dicevano;  di che,  tra
    per questi e per gli altri segni,  riconosciuto fu colui che era stato
    ucciso essere stato Faziuolo e non Tedaldo;  laonde il sospetto di lui
    usc a' fratelli e a ciascun altro.
    Tedaldo  adunque,  tornato  ricchissimo,  persever nel suo amare,  e,
    senza  pi  turbarsi  la  donna,  discretamente  operando,  lungamente
    goderon del loro amore. Iddio faccia noi goder del nostro.










    Giornata terza - Novella ottava.

    Ferondo, mangiata certa polvere,  sotterrato per morto; e dall'abate,
    che  la  moglie  di  lui si gode,  tratto della sepoltura,   messo in
    prigione  e  fattogli  credere  che  egli    in  purgatoro;   e   poi
    risuscitato,  per suo nutrica un figliuolo dello abate nella moglie di
    lui generato.

    Venuta  era  la  fine  della  lunga  novella  d'Emilia,  non  per  ci
    dispiaciuta  ad  alcuno  per la sua lunghezza,  ma da tutti tenuto che
    brievemente narrata fosse stata,  avendo rispetto alla quantit e alla
    variet de' casi in essa raccontati;  per che la reina,  alla Lauretta
    con un sol cenno mostrato  il  suo  disio,  le  di  cagione  di  cos
    cominciare.
    Carissime  donne,  a  me  si para davanti a doversi far raccontare una
    verit che ha,  troppo pi che di quello  che  ella  fu,  di  menzogna
    sembianza, e quella nella mente m'ha ritornata l'avere udito un per un
    altro  essere stato pianto e sepellito.  Dico adunque come un vivo per
    morto sepellito fosse,  e come poi per risuscitato,  e non  per  vivo,
    egli  stesso  e  molti  altri  lui  credessero  essere della sepoltura
    uscito,  colui di ci essendo per santo adorato che come colpevole  ne
    dovea pi tosto essere condannato.
    Fu  adunque in Toscana una badia,  e ancora ,  posta,  s come noi ne
    veggiam molte,  in luogo non troppo frequentato  dagli  uomini,  nella
    quale  fu fatto abate un monaco,  il quale in ogni cosa era santissimo
    fuor che nell'opera delle femine;  e questo sapeva s cautamente  fare
    che  quasi  niuno,  non  che  il  sapesse,  ma  n suspicava,  per che
    santissimo e giusto era tenuto in ogni cosa.
    Ora  avvenne  che,   essendosi  molto  collo  abate   dimesticato   un
    ricchissimo  villano,  il  quale  avea nome Ferondo,  uomo materiale e
    grosso senza modo (n per altro  la  sua  dimestichezza  piaceva  allo
    abate,  se non per alcune recreazioni le quali talvolta pigliava delle
    sue simplicit),  e in questa dimestichezza s'accorse l'abate  Ferondo
    avere   una   bellissima  donna  per  moglie,   della  quale  esso  s
    ferventemente s'innamor che ad altro non pensava n d n  notte.  Ma
    udendo  che,  quantunque  Ferondo  fosse in ogni altra cosa semplice e
    dissipito,  in amare questa sua moglie e guardarla bene era savissimo,
    quasi  se  ne disperava.  Ma pure,  come molto avveduto,  rec a tanto
    Ferondo,  che egli insieme colla sua donna a prendere  alcuno  diporto
    nel giardino della badia venivano alcuna volta; e quivi con loro della
    beatitudine  di  vita  etterna e di santissime opere di molti uomini e
    donne passate ragionava modestissimamente loro,  tanto che alla  donna
    venne disidero di confessarsi da lui e chiesene la licenzia da Ferondo
    ed ebbela.
    Venuta  adunque  a  confessarsi  la donna allo abate,  con grandissimo
    piacer di lui e a pi  postaglisi  a  sedere,  anzi  che  adire  altro
    venisse, incominci:
    -  Messere,  se  Iddio  m'avesse  dato marito o non me lo avesse dato,
    forse mi sarebbe  agevole  co'  vostri  ammaestramenti  d'entrare  nel
    cammino  che ragionato n'avete che mena altrui a vita etterna;  ma io,
    considerato chi  Ferondo e la sua stultizia,  mi posso dir vedova,  e
    pur  maritata  sono,  in quanto,  vivendo esso,  altro marito aver non
    posso;  ed egli,  cos matto come egli ,  senza alcuna cagione    s
    fuori  d'ogni misura geloso di me,  che io,  per questo,  altro che in
    tribulazione e in mala ventura con lui viver non posso.  Per  la  qual
    cosa,  prima  che  io  ad  altra  confession  venga,  quanto pi posso
    umilmente vi priego che sopra questo vi piaccia darmi alcun consiglio,
    per ci che,  se quinci non comincia la cagione  del  mio  ben  potere
    adoperare, il confessarmi o altro bene fare poco mi giover.
    Questo  ragionamento  con  gran  piacere tocc l'animo dello abate,  e
    parvegli che la fortuna gli avesse al suo maggior disidero  aperta  la
    via, e disse:
    -  Figliuola  mia,  io credo che gran noia sia ad una bella e dilicata
    donna,  come voi siete,  aver  per  marito  un  mentecatto,  ma  molto
    maggiore  la  credo  essere l'avere un geloso;  per che,  avendo voi e
    l'uno e l'altro, agevolmente ci che della vostra tribolazione dite vi
    credo.  Ma a questo,  brievemente  parlando,  niuno  n  consiglio  n
    rimedio  veggo fuor che uno,  il quale  che Ferondo di questa gelosia
    si guarisca.  La medicina da guarirlo so io troppo ben fare,  purch a
    voi dea il cuore di segreto temere ci che io vi ragioner.
    La donna disse:
    - Padre mio,  di ci non dubitate, per ci che io mi lascierei innanzi
    morire che io cosa dicessi ad altrui che voi mi  diceste  che  io  non
    dicessi; ma come si potr far questo?
    Rispose l'abate:
    -  Se  noi  vogliamo che egli guarisca,  di necessit convien che egli
    vada in purgatoro.
    - E come, - disse la donna - vi potr egli andare vivendo?
    Disse l'abate:
    - Egli convien ch'e'muoia,  e cos v'andr;  e quando tanta pena  avr
    sofferta che egli di questa sua gelosia sar gastigato,  noi con certe
    orazioni pregheremo Iddio che in questa vita il ritorni,  ed  egli  il
    far.
    - Adunque, - disse la donna - debbo io rimaner vedova?
    -  S,  - rispose l'abate - per un certo tempo,  nel quale vi converr
    molto ben guardare che voi ad altrui non vi lasciate  rimaritare,  per
    ci  che  Iddio  l'avrebbe  per  male,   e,   tornandoci  Ferondo,  vi
    converrebbe a lui tornare, e sarebbe pi geloso che mai.
    La donna disse:
    - Purch egli di  questa  mala  ventura  guarisca,  che  egli  non  mi
    convenga  sempre  stare  in  prigione,  io son contenta;  fate come vi
    piace.
    Disse allora l'abate:
    - E io il far;  ma che guiderdon debbo io aver da voi di  cos  fatto
    servigio?
    - Padre mio,  - disse la donna - ci che vi piace, purch io possa; ma
    che puote una mia pari, che ad un cos fatto uomo, come voi siete, sia
    convenevole?
    A cui l'abate disse:
    - Madonna,  voi potete non meno adoperar per me che sia quello che  io
    mi  metto  a  far per voi;  per ci che,  s come io mi dispongo a far
    quello che vostro bene e  vostra  consolazion  dee  essere,  cos  voi
    potete far quello che fia salute e scampo della vita mia.
    Disse allora la donna:
    - Se cos , io sono apparecchiata.
    -  Adunque,  -  disse  l'abate  -  mi  donerete  voi il vostro amore e
    faretemi contento di voi, per la quale io ardo tutto e mi consumo.
    La donna, udendo questo, tutta sbigottita rispose:
    - Ohim, padre mio, che  ci che voi domandate? Io mi credeva che voi
    foste un santo;  or conviensi egli a' santi  uomini  di  richieder  le
    donne, che a lor vanno per consiglio, di cos fatte cose?
    A cui l'abate disse:
    - Anima mia bella,  non vi maravigliate, ch per questo la santit non
    diventa minore,  per ci che ella dimora nell'anima e quello che io vi
    domando  peccato del corpo.  Ma, che che si sia, tanta forza ha avuta
    la vostra vaga bellezza, che amore mi costrigne a cos fare.  E dicovi
    che  voi  della vostra bellezza pi che altra donna gloriar vi potete,
    pensando che ella piaccia a' santi,  che sono usi di vedere quelle del
    cielo.  E oltre a questo, come che io sia abate, io sono uomo come gli
    altri,  e,  come voi vedete,  io non sono ancor vecchio.  E non vi dee
    questo  esser grave a dover fare,  anzi il dovete disiderare,  per ci
    che, mentre che Ferondo star in purgatoro, io vi dar,  faccendovi la
    notte compagnia,  quella consolazion che vi dovrebbe dare egli; n mai
    di questo persona niuna s'accorger, credendo ciascun di me quello,  e
    pi,  che  voi  poco avante ne credevate.  Non rifiutate la grazia che
    Iddio vi manda, ch assai sono di quelle che quello disiderano che voi
    potete avere, e avrete,  se savia crederete al mio consiglio.  Oltre a
    questo, io ho di belli gioielli e di cari, li quali io non intendo che
    d'altra  persona sieno che vostri.  Fate adunque,  dolce speranza mia,
    per me quello che io fo per voi volentieri.
    La  donna  teneva  il  viso  basso,  n  sapeva  come  negarlo,  e  il
    concedergliele  non  le pareva far bene;  per che l'abate,  veggendola
    averlo ascoltato e dare indugio alla risposta,  parendo  gliele  avere
    gi mezza convertita, con molte altre parole alle prime continuandosi,
    avanti  che  egli  ristesse l'ebbe nel capo messo che questo fosse ben
    fatto;  per che essa vergognosamente disse s essere apparecchiata  ad
    ogni  suo  comando,  ma  prima  non potere che Ferondo andato fosse in
    purgatoro.
    A cui l'abate contentissimo disse:
    - E noi faremo che egli v'andr incontanente; farete pure che domane o
    l'altro d egli qua con meco se ne venga a dimorare -; e detto questo,
    postole celatamente in mano un  bellissimo  anello,  la  licenzi.  La
    donna  lieta  del dono e attendendo d'aver degli altri,  alle compagne
    tornata,  maravigliose cose cominci a raccontare della santit  dello
    abate e con loro a casa se ne torn.
    Ivi  a  pochi  d Ferondo se n'and alla badia,  il quale come l'abate
    vide, cos s'avvis di mandarlo in purgatoro.  E ritrovata una polvere
    di  maravigliosa virt,  la quale nelle parti di Levante avuta avea da
    un gran principe,  il quale affermava  quella  solersi  usare  per  lo
    Veglio  della  Montagna,  quando alcun voleva dormendo mandare nel suo
    paradiso o trarlone, e che ella, pi e men data,  senza alcuna lesione
    faceva  per  s fatta maniera pi e men dormire colui che la prendeva,
    che, mentre la sua virt durava, alcuno non avrebbe mai detto colui in
    s aver vita;  e di questa tanta presane che a fare dormir tre  giorni
    sufficiente  fosse,  e  in un bicchier di vino non ben chiaro,  ancora
    nella sua cella,  senza avvedersene Ferondo,  gliele di bere,  e  lui
    appresso  men  nel  chiostro,  e con pi altri de' suoi monaci di lui
    cominciarono e delle sue sciocchezze a pigliar diletto.  Il quale  non
    dur guari che, lavorando la polvere, a costui venne un sonno subito e
    fiero  nella  testa,  tale  che  stando  ancora  in pi s'addorment e
    addormentato cadde.
    L'abate,  mostrando di turbarsi dello accidente,  fattolo  scignere  e
    fatta recare acqua fredda e gittargliele nel viso,  e molti suoi altri
    argomenti fatti fare,  quasi da alcuna fumosit di stomaco  o  d'altro
    che  occupato  l'avesse  gli  volesse la smarrita vita e 'l sentimento
    rivocare;  veggendo l'abate e'monaci che per tutto questo egli non  si
    risentiva,  toccandogli il polso e niun sentimento trovandogli,  tutti
    per constante ebbero ch'e'fosse morto; per che,  mandatolo a dire alla
    moglie  e  a'  parenti  di  lui,  tutti  quivi prestamente vennero,  e
    avendolo la moglie colle sue parenti  alquanto  pianto,  cos  vestito
    come era il fece l'abate mettere in uno avello.
    La  donna si torn a casa,  e da un piccol fanciullin che di lui aveva
    disse che non intendeva partirsi giammai; e cos, rimasasi nella casa,
    il figliuolo e la ricchezza,  che stata era  di  Ferondo,  cominci  a
    governare.
    L'abate con un monaco bolognese,  di cui egli molto si confidava e che
    quel d quivi da Bologna era venuto,  levatosi la  notte  tacitamente,
    Ferondo  trassero  della  sepoltura,  e lui in una tomba,  nella quale
    alcun lume non si vedea e che per prigione de' monaci  che  fallissero
    era  stata  fatta,  nel  portarono;  e trattigli i suoi vestimenti e a
    guisa di monaco vestitolo,  sopra un fascio  di  paglia  il  posero  e
    lasciaronlo  stare  tanto  ch'egli  si risentisse.  In questo mezzo il
    monaco bolognese,  dallo abate informato di quello che avesse a  fare,
    senza  saperne  alcuna altra persona niuna cosa,  cominci ad attender
    che Ferondo si risentisse.
    L'abate il  d  seguente  con  alcun  de'  suoi  monaci  per  modo  di
    visitazion  se  n'and a casa della donna,  la quale di nero vestita e
    tribolata trov, e confortatala alquanto, pianamente la richiese della
    promessa. La donna, veggendosi libera e senza lo 'mpaccio di Ferondo o
    d'altrui,  avendogli veduto in dito un altro bello anello,  disse  che
    era apparecchiata; e con lui compose che la seguente notte v'andasse.
    Per che,  venuta la notte,  l'abate, travestito de' panni di Ferondo e
    dal suo monaco accompagnato,  v'and e con lei infino al matutino  con
    grandissimo diletto e piacere si giacque, e poi si ritorn alla badia,
    quel  camino  per  cos  fatto  servigio faccendo assai sovente;  e da
    alcuni e nello andare e nel tornare alcuna volta essendo scontrato, fu
    creduto che fosse Ferondo che andasse per  quella  contrada  penitenza
    faccendo;  e  poi  molte  novelle  tra  la  gente  grossa  della villa
    contatone, e alla moglie ancora, che ben sapeva ci che era, pi volte
    fu detto.
    Il monaco bolognese,  risentito Ferondo e quivi trovandosi senza saper
    dove si fosse,  entrato dentro con una voce orribile, con certe verghe
    in mano, presolo, gli diede una gran battitura.
    Ferondo, piangendo e gridando, non faceva altro che domandare:
    - Dove sono io?
    A cui il monaco rispose:
    - Tu se'in purgatoro.
    - Come! - disse Ferondo - dunque sono io morto?
    Disse il monaco:
    - Mai s -;  per che Ferondo s  stesso  e  la  sua  donna  e  'l  suo
    figliuolo cominci a piagnere, le pi nuove cose del mondo dicendo.
    Al  quale  il  monaco  port  alquanto  da mangiare e da bere.  Il che
    veggendo Ferondo, disse:
    - O mangiano i morti?
    Disse il monaco:
    - S;  e questo che io ti reco  ci che la donna,  che fu tua,  mand
    stamane alla chiesa a far dir messe per l'anima tua, il che Domeneddio
    vuole che qui rappresentato ti sia.
    Disse allora Ferondo:
    - Domine,  dalle il buono anno. Io le voleva ben gran bene anzi che io
    morissi, tanto che io me la teneva tutta notte in braccio e non faceva
    altro che baciarla e anche faceva altro quando voglia me ne veniva.
    E poi,  gran voglia avendone,  cominci a mangiare e  a  bere;  e  non
    parendogli il vino troppo buono, disse:
    -  Domine,  falla  trista,  ch ella non diede al prete del vino della
    botte di lungo il muro.
    Ma poi che mangiato ebbe,  il monaco da capo il riprese e  con  quelle
    medesime  verghe gli diede una gran battitura.  A cui Ferondo,  avendo
    gridato assai, disse:
    - Deh. questo perch mi fai tu?
    Disse il monaco:
    - Per ci che cos ha comandato Domeneddio che ogni d  due  volte  ti
    sia fatto.
    - E per che cagione? - disse Ferondo.
    Disse il monaco:
    - Perch tu fosti geloso,  avendo la miglior donna che fosse nelle tue
    contrade per moglie.
    - Ohim,  - disse Ferondo - tu di'vero,  e la pi dolce;  ella era pi
    melata  che  'l  confetto,  ma io non sapeva che Domeneddio avesse per
    male che l'uomo fosse geloso, ch io non sarei stato.
    Disse il monaco:
    - Di questo ti dovevi tu avvedere mentre eri di l, e ammendartene;  e
    se egli avviene che tu mai vi torni,  fa che tu abbi s a mente quello
    che io fo ora, che tu non sii mai pi geloso.
    Disse Ferondo:
    - O ritornavi mai chi muore?
    Disse il monaco:
    - S, chi Dio vuole.
    - Oh, - disse Ferondo - se io vi torno mai,  io sar il miglior marito
    del mondo;  mai non la batter,  mai non le dir villania,  se non del
    vino che ella ci ha mandato stamane, e anche non ci ha mandato candela
    niuna, ed emmi convenuto mangiare al buio.
    Disse il monaco:
    - S fece bene, ma elle arsero alle messe.
    - Oh, - disse Ferondo - tu dirai vero; e per certo se io vi torno,  io
    la  lascer fare ci che ella vorr.  Ma dimmi chi se'tu che questo mi
    fai?
    Disse il monaco:
    - Io sono anche morto, e fui di Sardigna,  e perch io lodai gi molto
    ad  un mio signore l'esser geloso,  sono stato dannato da Dio a questa
    pena, che io ti debba dare mangiare e bere e queste battiture,  infino
    a tanto che Iddio di liberer altro di te e di me.
    Disse Ferondo:
    - Non c' egli pi persona che noi due?
    Disse il monaco:
    - S,  a migliaia,  ma tu non gli puoi n vedere n udire, se non come
    essi te.
    Disse allora Ferondo:
    - O quanto siam noi di lungi dalle nostre contrade?
    - Ohioh! - disse il monaco - sevvi di lungi delle miglia pi di ben la
    cacheremo.
    - Gnaffe!  cotesto  bene assai;  - disse Ferondo - e per quel che  mi
    paia, noi dovremmo essere fuor del mondo, tanta ci ha.
    Ora  in  cos  fatti  ragionamenti  e  in  simili,  con mangiare e con
    battiture,  fu tenuto Ferondo da dieci mesi  in  fra  li  quali  assai
    sovente  l'abate bene avventurosamente visit la bella donna e con lei
    si diede il pi bel tempo del mondo.
    Ma,  come avvengono le sventure,  la donna  ingravid,  e  prestamente
    accortasene,  il disse all'abate;  per che ad amenduni parve che senza
    indugio Ferondo fosse da dovere essere di purgatoro rivocato a vita  e
    che a lei si tornasse, ed ella di lui dicesse che gravida fosse.
    L'abate  adunque  la  seguente  notte  fece  con una voce contraffatta
    chiamar Ferondo nella prigione, e dirgli:
    - Ferondo,  confortati,  ch a Dio piace che tu torni al  mondo;  dove
    tornato,  tu avrai un figliuolo della tua donna, il quale farai che tu
    nomini Benedetto,  per ci che per gli prieghi del tuo santo  abate  e
    della tua donna e per amor di san Benedetto ti fa questa grazia.
    Ferondo, udendo questo, fu forte lieto e disse:
    -  Ben mi piace.  Dio gli dea il buono anno a messer Domeneddio e allo
    abate e a san Benedetto e alla moglie mia caciata, melata, dolciata.
    L'abate, fattogli dare nel vino che egli gli mandava di quella polvere
    tanta che forse quattro ora il facesse  dormire,  rimessigli  i  panni
    suoi, insieme col monaco suo tacitamente il tornarono nello avello nel
    quale era stato sepellito.
    La  mattina in sul far del giorno Ferondo si risent e vide per alcuno
    pertugio dello avello lume,  il quale egli veduto non avea  ben  dieci
    mesi: per che,  parendogli esser vivo, cominci a gridare: - Apritemi,
    apritemi - ed egli stesso a pontar col capo nel coperchio dello avello
    s forte,  che  ismossolo,  per  ci  che  poca  ismovitura  avea,  lo
    'ncominciava a mandar via;  quando i monaci, che detto avean matutino,
    corson col e conobbero la voce di Ferondo e viderlo gi del monimento
    uscir fuori;  di che,  spaventati  tutti  per  la  novit  del  fatto,
    cominciarono a fuggire e allo abate n'andarono.
    Il quale, sembianti faccendo di levarsi d'orazione, disse:
    -  Figliuoli,  non abbiate paura,  prendete la croce e l'acqua santa e
    appresso di me venite,  e veggiamo ci che la potenzia di Dio ne  vuol
    mostrare -; e cos fece.
    Era Ferondo tutto pallido,  come colui che tanto tempo era stato senza
    vedere il cielo,  fuor  dello  avello  uscito.  Il  quale,  come  vide
    l'abate, cos gli corse a' piedi e disse:
    - Padre mio,  le vostre orazioni, secondo che revelato mi fu, e quelle
    di san Benedetto e della mia donna,  m'hanno delle pene del  purgatoro
    tratto  e tornato in vita,  di che io priego Iddio che vi dea il buono
    anno e le buone calendi, oggi e tuttavia.
    L'abate disse:
    - Lodata sia la potenza di Dio. Va dunque, figliuolo, poscia che Iddio
    t'ha qui rimandato, e consola la tua donna, la qual sempre, poi che tu
    di questa vita passasti,   stata in lagrime,  e sii da quinci innanzi
    amico e servidore di Dio.
    Disse Ferondo:
    - Messere,  egli m' ben detto cos;  lasciate far pur me, ch come io
    la trover, cos la bacer, tanto bene le voglio.
    L'abate rimaso co' monaci suoi,  mostr d'avere  di  questa  cosa  una
    grande ammirazione, e fecene divotamente cantare il Miserere.
    Ferondo torn nella sua villa,  dove chiunque il vedeva fuggiva,  come
    far si suole delle orribili cose, ma egli,  richiamandogli,  affermava
    s essere risuscitato. La moglie similmente aveva di lui paura.
    Ma  poi  che  la gente alquanto si fu rassicurata con lui e videro che
    egli era vivo,  domandandolo di molte cose,  quasi savio ritornato,  a
    tutti rispondeva e diceva loro novelle dell'anime de' parenti loro,  e
    faceva da s  medesimo  le  pi  belle  favole  del  mondo  de'  fatti
    purgatoro, e in pien popolo raccont la revelazione statagli fatta per
    la  bocca del Ragnolo Braghiello avanti che risuscitasse.  Per la qual
    cosa in casa colla moglie tornatosi e  in  possessione  rientrato  de'
    suoi  beni,  la  'ngravid  al  suo parere,  e per ventura venne che a
    convenevole tempo,  secondo l'oppinione degli sciocchi che credono  la
    femina  nove  mesi  appunto  portare i figliuoli,  la donna partor un
    figliuol maschio, il qual fu chiamato Benedetto Ferondi.
    La tornata di Ferondo e le sue parole,  credendo  quasi  ogn'uomo  che
    risuscitato  fosse,  acrebbero  senza fine la fama della santit dello
    abate.  E Ferondo,  che per la sua gelosia  molte  battiture  ricevute
    avea, s come di quella guerito, secondo la promessa dello abate fatta
    alla donna,  pi geloso non fu per innanzi;  di che la donna contenta,
    onestamente, come soleva, con lui si visse,  s veramente che,  quando
    acconciamente  poteva,  volentieri  col  santo abate si ritrovava,  il
    quale bene e diligentemente ne' suoi maggior bisogni servita l'avea.






    Giornata terza - Novella nona.

    Giletta di Nerbona guerisce il re di Francia  d'una  fistola;  domanda
    per  marito  Beltramo  di  Rossiglione,  il  quale,  contra sua voglia
    sposatala,  a Firenze se ne va  per  isdegno,  dove  vagheggiando  una
    giovane,  in  persona  di  lei  Giletta  giacque con lui ed ebbene due
    figliuoli; per che egli poi, avutola cara, per moglie la tenne.

    Restava,  non volendo il suo privilegio rompere a Dioneo,  solamente a
    dire alla reina, con ci fosse cosa che gi finita fosse la novella di
    Lauretta.  Per la qual cosa essa,  senza aspettar d'essere sollicitata
    da' suoi, cos tutta vaga cominci a parlare.
    Chi dir novella omai che bella paia, avendo quella di Lauretta udita?
    Certo vantaggio ne fu che ella non  fu  la  primiera,  ch  poche  poi
    dell'altre  ne  sarebbon piaciute,  e cos spero che avverr di quelle
    che per questa giornata sono a raccontare. Ma pure, chente che ella si
    sia, quella che alla proposta materia m'occorre vi conter.
    Nel reame di Francia fu un gentile uomo, il quale chiamato fu Isnardo,
    conte di Rossiglione,  il quale,  per ci che poco  sano  era,  sempre
    appresso di s teneva un medico,  chiamato maestro Gerardo di Nerbona.
    Aveva il detto conte un  suo  figliuol  piccolo  senza  pi,  chiamato
    Beltramo,  il  quale  era  bellissimo  e  piacevole,  e  con lui altri
    fanciulli della sua et s'allevavano, tra' quali era una fanciulla del
    detto medico,  chiamata Giletta;  la quale infinito amore e  oltre  al
    convenevole  della  tenera  et  fervente  pose a questo Beltramo.  Al
    quale,  morto il conte e lui nelle mani del re lasciato,  ne  convenne
    andare a Parigi;  di che la giovinetta fieramente rimase sconsolata; e
    non guari appresso, essendosi il padre di lei morto, se onesta cagione
    avesse potuta avere,  volentieri a Parigi per veder  Beltramo  sarebbe
    andata;  ma  essendo  molto  guardata,  per  ci  che ricca e sola era
    rimasa, onesta via non vedea.
    Ed essendo ella gi d'et da marito,  non avendo mai  potuto  Beltramo
    dimenticare,  molti, a' quali i suoi parenti l'avevan voluta maritare,
    rifiutati n'avea senza la cagion dimostrare.
    Ora avvenne che, ardendo ella dello amor di Beltramo pi che mai,  per
    ci che bellissimo giovane udiva ch'era divenuto, le venne sentita una
    novella,  come  al re di Francia,  per una nascenza che avuta avea nel
    petto ed era male stata curata,  gli era rimasa una fistola,  la quale
    di grandissima noia e di grandissima angoscia gli era,  n s'era ancor
    potuto trovar medico, come che molti se ne fossero esperimentati,  che
    di  ci l'avesse potuto guerire,  ma tutti l'avean peggiorato,  per la
    qual cosa il re, disperatosene, pi d'alcun non voleva n consiglio n
    aiuto.  Di che la  giovane  fu  oltremodo  contenta,  e  pensossi  non
    solamente per questo aver ligittima cagione d'andar a Parigi,  ma,  se
    quella infermit fosse che ella credeva,  leggiermente  poterle  venir
    fatto  d'aver  Beltram per marito.  Laonde,  s come colei che gi dal
    padre aveva assai cose apprese,  fatta sua polvere di certe erbe utili
    a quella infermit che avvisava che fosse,  mont a cavallo e a Parigi
    n'and.  N prima altro fece che ella s'ingegn di veder  Beltramo;  e
    appresso  nel  cospetto  del  re  venuta,  di grazia chiese che la sua
    infermit gli mostrasse.  Il re veggendola bella giovane e  avvenente,
    non gliele seppe disdire,  e mostrogliele.  Come costei l'ebbe veduta,
    cos incontanente si confort di doverlo guerire, e disse:
    - Monsignore, quando vi piaccia, senza alcuna noia o fatica di voi, io
    ho speranza in Dio d'avervi in otto giorni di questa infermit renduto
    sano.
    Il re si fece in s medesimo beffe delle parole di costei  dicendo:  -
    Quello che i maggiori medici del mondo non hanno potuto n saputo, una
    giovane  femina come il potrebbe sapere?  - Ringraziolla adunque della
    sua buona volont e rispose che proposto avea seco di pi consiglio di
    medico non seguire.
    A cui la giovane disse:
    - Monsignore, voi schifate la mia arte,  perch giovane e femina sono;
    ma  io  vi  ricordo  che io non medico colla mia scienzia,  anzi collo
    aiuto d'lddio e colla scienzia del maestro Gerardo nerbonese, il quale
    mio padre fu e famoso medico mentre visse.
    Il re allora disse seco: - Forse m' costei mandata da Dio; perch non
    pruovo io ci che ella sa fare,  poi dice senza noia di me in  picciol
    tempo guerirmi? - E accordatosi di provarlo, disse:
    -  Damigella,  e  se voi non ci guerite,  faccendoci rompere il nostro
    proponimento, che volete voi che ve ne segua?
    - Monsignore,  - rispose la giovane - fatemi guardare;  e se io  infra
    otto  giorni non vi guerisco,  fatemi bruciare;  ma se io vi guerisco,
    che merito me ne seguir?
    A cui il re rispose:
    - Voi ne parete ancor senza marito;  se ci farete,  noi vi mariteremo
    bene e altamente.
    Al quale la giovane disse:
    - Monsignore, veramente mi piace che voi mi maritiate, ma io voglio un
    marito  tale quale io vi domander,  senza dovervi domandare alcun de'
    vostri figliuoli o della casa reale.
    Il re tantosto le promise di farlo.
    La giovane cominci la sua medicina,  e  in  brieve  anzi  il  termine
    l'ebbe condotto a sanit. Di che il re, guerito sentendosi, disse:
    - Damigella, voi avete ben guadagnato il marito.
    A cui ella rispose:
    - Adunque,  monsignore,  ho io guadagnato Beltramo di Rossiglione,  il
    quale infino nella mia puerizia io cominciai ad amare e ho poi  sempre
    sommamente amato.
    Gran cosa parve al re dovergliele dare;  ma,  poi che promesso l'avea,
    non volendo della sua f mancare, se 'l fece chiamare e s gli disse:
    - Beltramo,  voi siete omai grande e fornito.  Noi  vogliamo  che  voi
    torniate  a  governare  il  vostro  contado  e  con voi ne meniate una
    damigella, la qual noi v'abbiamo per moglie data.
    Disse Beltramo:
    - E chi  la damigella, monsignore?
    A cui il re rispose:
    - Ella  colei la qual n'ha con le sue medicine sanit renduta.
    Beltramo,  il quale la conosceva e  veduta  l'avea,  quantunque  molto
    bella gli paresse,  conoscendo lei non esser di legnaggio che alla sua
    nobilt bene stesse, tutto sdegnoso disse:
    - Monsignore, dunque mi volete voi dar medica per mogliere?  Gi a Dio
    non piaccia che io s fatta femina prenda giammai.
    A cui il re disse:
    - Dunque volete voi che noi vegniamo meno di nostra fede,  la qual noi
    per riaver sanit donammo alla damigella,  che voi in guiderdon di ci
    domand per marito?
    - Monsignore, - disse Beltramo - voi mi potete torre quant'io tengo, e
    donarmi,  s come vostro uomo,  a chi vi piace;  ma di questo vi rendo
    sicuro che mai io non sar di tal maritaggio contento.
    - S sarete,  - disse il re - per ci che la damigella  bella e savia
    e  amavi  molto;  per  che  speriamo  che molto pi lieta vita con lei
    avrete che con una donna di pi alto legnaggio non avreste.
    Beltramo si tacque,  e il re fece fare  l'apparecchio  grande  per  la
    festa  delle nozze.  E venuto il giorno a ci determinato,  quantunque
    Beltramo  mal  volentieri  il  facesse,  nella  presenzia  del  re  la
    damigella spos,  che pi che s l'amava.  E questo fatto,  come colui
    che seco gi pensato avea quello che far dovesse,  dicendo che al  suo
    contado  tornar  si  voleva  e  quivi consumare il matrimonio,  chiese
    commiato al re; e montato a cavallo, non nel suo contado se n'and, ma
    se ne venne in Toscana.  E saputo che i fiorentini guerreggiavano  co'
    sanesi,  ad essere in lor favore si dispose; dove, lietamente ricevuto
    e con onore,  fatto di certa quantit di  gente  capitano  e  da  loro
    avendo buona provisione, al loro servigio si rimase e fu buon tempo.
    La novella sposa,  poco contenta di tal ventura,  sperando di doverlo,
    per suo  bene  operare,  rivocare  al  suo  contado,  se  ne  venne  a
    Rossiglione,  dove da tutti come lor donna fu ricevuta. Quivi trovando
    ella, per lo lungo tempo che senza conte stato v'era, ogni cosa guasta
    e  scapestrata,   s  come  savia  donna,   con  gran   diligenzia   e
    sollicitudine  ogni  cosa  rimise  in  ordine;  di  che  i suggetti si
    contentaron molto e lei ebbero molto  cara  e  poserle  grande  amore,
    forte biasimando il conte di ci ch'egli di lei non si contentava.
    Avendo  la donna tutto racconcio il paese,  per due cavalieri al conte
    il signific,  pregandolo che,  se per lei stesse di non venire al suo
    contado,  gliele significasse, ed ella per compiacergli si partirebbe.
    Alli quali esso durissimo disse:
    - Di questo faccia ella il piacer suo;  io per me vi torner allora ad
    esser  con  lei  che  ella  questo  anello avr in dito,  e in braccio
    figliuol di me acquistato.
    Egli aveva l'anello assai caro,  n mai da s il partiva,  per  alcuna
    virt che stato gli era dato ad intendere ch'egli avea.
    I  cavalieri  intesero  la  dura  condizione  posta  nelle  due  quasi
    impossibili cose;  e veggendo che per loro parole dal suo proponimento
    nol  potevan  rimovere,  si  tornarono alla donna e la sua risposta le
    raccontarono. La quale,  dolorosa molto,  dopo lungo pensiero diliber
    di  voler sapere se quelle due cose potesser venir fatt'e dove,  acci
    che per conseguente il marito suo riavesse.  E avendo quello  che  far
    dovesse  avvisato,  ragunati  una  parte  de'  maggiori e de' migliori
    uomini del suo contado,  loro assai ordinatamente e con pietose parole
    raccont  ci  che gi fatto avea per amor del conte,  e mostr quello
    che di ci seguiva;  e ultimamente disse che sua intenzion non era che
    per  la  sua  dimora  quivi il conte stesse in perpetuo essilio,  anzi
    intendeva di consumare il rimanente della sua vita in  peregrinaggi  e
    in servigi misericordiosi per la salute dell'anima sua; e pregogli che
    la   guardia   e  il  governo  del  contado  prendessero  e  al  conte
    significassero lei avergli vacua ed espedita lasciata la  possessione,
    e dileguatasi con intenzione di mai in Rossiglione non tornare.
    Quivi,  mentre  ella  parlava,  furon  lagrime  sparte assai dai buoni
    uomini e a lei porti molti prieghi che le piacesse di mutar  consiglio
    e di rimanere;  ma niente montarono. Essa, accomandati loro a Dio, con
    un suo cugino e con una sua  cameriera  in  abito  di  peregrini,  ben
    forniti a denari e care gioie, senza sapere alcuno ove ella s'andasse,
    entr  in  cammino,  n  mai  ristette  s fu in Firenze;  e quivi per
    avventura arrivata in uno alberghetto, il quale una buona donna vedova
    teneva, pianamente a guisa di povera peregrina si stava, disiderosa di
    sentire novelle del suo signore.
    Avvenne adunque che il seguente d  ella  vide  davanti  allo  albergo
    passare Beltramo a cavallo con sua compagnia, il quale quantunque ella
    molto  ben conoscesse,  nondimeno domand la buona donna dello albergo
    chi egli fosse. A cui l'albergatrice rispose:
    - Questi  un gentile uom forestiere,  il quale  si  chiama  il  conte
    Beltramo,  piacevole e cortese e molto amato in questa citt;  ed  il
    pi innamorato uom del mondo d'una nostra vicina,  la quale    gentil
    femina,  ma  povera.  Vero  che onestissima giovane , e per povert
    non si marita ancora,  ma con una sua madre,  savissima e buona donna,
    si sta; e forse, se questa sua madre non fosse, avrebbe ella gi fatto
    di quello che a questo conte fosse piaciuto.
    La contessa, queste parole intendendo, raccolse bene; e pi tritamente
    essaminando  vegnendo  ogni  particularit,  e bene ogni cosa compresa
    ferm il suo consiglio;  e apparata la casa e 'l nome  della  donna  e
    della  sua  figliuola dal conte amata,  un giorno tacitamente in abito
    peregrino l se n'and;  e la donna e la sua figliuola  trovate  assai
    poveramente,  salutatele,  disse  alla donna,  quando le piacesse,  le
    volea parlare.
    La gentil donna,  levatasi,  disse che apparecchiata era d'udirla;  ed
    entratesene  sole  in  una sua camera e postesi a sedere,  cominci la
    contessa:
    - Madonna,  e'mi pare che voi siate delle nimiche della fortuna,  come
    sono  io;  ma,  dove voi voleste,  per avventura voi potreste voi e me
    consolare.
    La donna rispose  che  niuna  cosa  disiderava  quanto  di  consolarsi
    onestamente.
    Segu la contessa:
    -  A  me  bisogna  la vostra fede,  nella quale se io mi rimetto e voi
    m'ingannaste, voi guastereste i vostri fatti e i miei.
    - Sicuramente,  - disse la gentil donna - ogni cosa che  vi  piace  mi
    dite, ch mai da me non vi troverete ingannata.
    Allora  la  contessa,  cominciatasi  dar suo primo innamoramento,  chi
    ell'era e ci che intervenuto l'era infino a quel giorno  le  raccont
    per s fatta maniera, che la gentil donna, dando fede alle sue parole,
    s  come quella che gi in parte udite l'aveva da altrui,  cominci di
    lei ad aver compassione. E la contessa, i suoi casi raccontati, segu:
    - Udite adunque avete tra l'altre mie noie quali sieno quelle due cose
    che aver mi convien, se io voglio avere il mio marito,  le quali niuna
    altra persona conosco che far me le possa aver,  se non voi, se quello
     vero che io intendo,  cio che 'l conte mio  marito  sommamente  ami
    vostra figliuola.
    A cui la gentil donna disse:
    - Madonna, se il conte ama mia figliuola io nol so, ma egli ne fa gran
    sembianti;  ma  che  poss'io  per  ci  in  questo  adoperare  che voi
    disiderate?
    - Madonna, - rispose la contessa - io il vi dir;  ma primieramente vi
    voglio  mostrar  quello  che  io  voglio che ve ne segua,  dove voi mi
    serviate.  Io veggio vostra figliuola bella e grande da marito,  e per
    quello  che  io abbia inteso e comprender mi paia,  il non aver ben da
    maritarla ve la fa guardare in casa.  Io intendo che,  in  merito  del
    servigio  che  mi farete,  di darle prestamente de' miei denari quella
    dote che voi medesima a  maritarla  onorevolmente  stimerete  che  sia
    convenevole.
    Alla  donna,  s  come bisognosa,  piacque la profferta,  ma tuttavia,
    avendo l'animo gentil, disse:
    - Madonna, ditemi quello che io posso per voi operare, e, se egli sar
    onesto a me,  io il far volentieri,  e voi appresso farete quello che
    vi piacer.
    Disse allora la contessa:
    -  A  me  bisogna  che voi,  per alcuna persona di cui voi vi fidiate,
    facciate al conte mio marito dire che vostra figliuola  sia  presta  a
    fare ogni suo piacere, dove ella possa esser certa che egli cos l'ami
    come  dimostra;  il  che  ella  non creder mai,  se egli non le manda
    l'anello il quale egli porta in mano e che ella ha udito  ch'egli  ama
    cotanto;  il quale se egli 'l vi manda, voi 'l mi donerete. E appresso
    gli manderete a dire vostra figliuola essere apparecchiata di fare  il
    piacer  suo,  e qui il farete occultamente venire e nascosamente me in
    iscambio di vostra figliuola gli metterete  al  lato.  Forse  mi  far
    Iddio grazia d'ingravidare;  e cos appresso,  avendo il suo anello in
    dito e il figliuolo in braccio da lui generato,  io il  racquister  e
    con  lui  dimorer  come moglie dee dimorar con marito,  essendone voi
    stata cagione.
    Gran cosa parve questa alla gentil donna, temendo non forse biasimo ne
    seguisse alla figliuola;  ma pur pensando che onesta cosa era il  dare
    opera  che  la buona donna riavesse il suo marito e che essa ad onesto
    fine  a  far  ci  si  mettea,  nella  sua  buona  e  onesta  affezion
    confidandosi,  non solamente di farlo promise alla contessa,  ma infra
    pochi giorni con segreta cautela,  secondo l'ordine dato  da  lei,  ed
    ebbe l'anello (quantunque gravetto paresse al conte) e lei in iscambio
    della figliuola a giacer col conte maestrevolmente mise.
    Ne'quali  primi congiugnimenti affettuosissimamente dal conte cercati,
    come fu piacer di Dio,  la donna ingravid in  due  figliuoli  maschi,
    come  il parto al suo tempo venuto fece manifesto.  N solamente d'una
    volta content la gentil donna la contessa  degli  abbracciamenti  del
    marito,  ma molte,  s segretamente operando, che mai parola non se ne
    seppe;  credendosi sempre il conte non con la moglie,  ma con colei la
    quale  egli  amava  essere stato.  A cui,  quando a partir si venia la
    mattina,  avea parecchi belle e care  gioie  donate,  le  quali  tutte
    diligentemente la contessa guardava.
    La quale, sentendosi gravida, non volle pi la gentil donna gravare di
    tal servigio, ma le disse:
    - Madonna,  la Dio merc e la vostra,  io ho ci che io disiderava,  e
    per ci tempo  che per me si faccia quello che v'aggrader, acci che
    io poi me ne vada.
    La gentil donna le disse che, se ella aveva cosa che l'aggradisse, che
    le piaceva;  ma che ci ella non avea fatto  per  alcuna  speranza  di
    guiderdone,  ma perch le pareva doverlo fare a voler ben fare.  A cui
    la contessa disse:
    - Madonna,  questo mi piace bene,  e cos d'altra parte io non intendo
    di  donarvi  quello che voi mi domanderete per guiderdone,  ma per far
    bene, ch mi pare che si debba cos fare.
    La gentil  donna  allora,  da  necessit  costretta,  con  grandissima
    vergogna cento lire le domand per maritar la figliuola.  La contessa,
    cognoscendo la sua vergogna e udendo la sua  cortese  domanda,  le  ne
    don  cinquecento  e  tanti  belli  e cari gioielli,  che valevano per
    avventura altrettanto;  di che la gentil donna vie pi  che  contenta,
    quelle  grazie che maggiori pot alla contessa rend,  la quale da lei
    partitasi se ne torn allo albergo.
    La gentil donna,  per torre materia a Beltramo di pi  n  mandare  n
    venire  a  casa  sua,  insieme con la figliuola se n'and in contado a
    casa di suoi parenti;  e Beltramo ivi a poco  tempo  da'  suoi  uomini
    richiamato,  a casa sua, udendo che la contessa s'era dileguata, se ne
    torn.
    La contessa,  sentendo lui  di  Firenze  partito  e  tornato  nel  suo
    contado, fu contenta assai, e tanto in Firenze dimor che 'l tempo del
    parto venne,  e partor due figliuoli maschi simigliantissimi al padre
    loro, e quegli fe'dilingentemente nudrire. E quando tempo le parve, in
    cammino messasi,  senza essere da alcuna persona conosciuta con essi a
    Monpolier se ne venne; e quivi pi giorni riposata, e del conte e dove
    fosse avendo spiato,  e sentendo lui il d d'Ognissanti in Rossiglione
    dover fare una gran festa di donne e di cavalieri,  pure in  forma  di
    peregrina, come usata n'era, l se n'and.
    E  sentendo  le  donne  e'cavaleri  nel  palagio del conte adunati per
    dovere  andare  a  tavola,   senza  mutare  abito,   con  questi  suoi
    figlioletti  in  braccio  salita in su la sala,  tra uomo e uomo l se
    n'and dove il conte vide, e gittataglisi a' piedi disse piagnendo:
    - Signor mio, io sono la tua sventurata sposa,  la quale,  per lasciar
    te tornare e stare in casa tua, lungamente andata son tapinando. Io ti
    richieggo  per  Dio che le condizioni postemi per li due cavalieri che
    io ti mandai,  tu le mi osservi;  ed ecco nelle mie braccia non un sol
    figliuol di te, ma due, ed ecco qui il tuo anello. Tempo  adunque che
    io debba da te, s come moglie esser ricevuta secondo la tua promessa.
    Il  conte,  udendo  questo,  tutto misvenne,  e riconobbe l'anello e i
    figliuoli ancora, s simili erano a lui; ma pur disse:
    - Come pu questo essere intervenuto?
    La contessa,  con gran meraviglia del conte e di tutti gli  altri  che
    presenti erano, ordinatamente ci che stato era, e come, raccont. Per
    la  qual cosa il conte,  conoscendo lei dire il vero e veggendo la sua
    perseveranza e il suo senno e appresso due cos be'figlioletti;  e per
    servar quello che promesso avea e per compiacere a tutti i suoi uomini
    e  alle  donne,  che  tutti pregavano che lei come sua ligittima sposa
    dovesse omai raccogliere e onorare,  pose gi la sua ostinata gravezza
    e  in  pi  fece levar la contessa,  e lei abbracci e baci e per sua
    ligittima moglie riconobbe, e quegli per suoi figliuoli.  E fattala di
    vestimenti  a  lei  convenevoli rivestire,  con grandissimo piacere di
    quanti ve  n'erano  e  di  tutti  gli  altri  suoi  vassalli  che  ci
    sentirono,  fece, non solamente tutto quel d ma pi altri grandissima
    festa;  e da quel d innanzi,  lei sempre  come  sua  sposa  e  moglie
    onorando, l'am e sommamente ebbe cara.















    Giornata terza - Novella decima.

    Alibech  diviene  romita,  a  cui  Rustico monaco insegna rimettere il
    diavolo in inferno; poi, quindi tolta, diventa moglie di Neerbale.

    Dioneo,  che diligentemente la novella  della  reina  ascoltata  avea,
    sentendo  che  finita  era  e  che  a lui solo restava il dire,  senza
    comandamento aspettare, sorridendo cominci a dire.
    Graziose donne,  voi non udiste forse mai  dire  come  il  diavolo  si
    rimetta in inferno;  e per ci, senza partirmi guari dallo effetto che
    voi tutto questo d ragionato avete, io il vi vo'dire; forse ancora ne
    potrete  guadagnare  l'anima  avendolo  apparato,   e  potrete   anche
    conoscere che, quantunque Amore i lieti palagi e le morbide camere pi
    volentieri che le povere capanne abiti,  non  egli per ci che alcuna
    volta esso fra' folti boschi e fra le  rigide  alpi  e  nelle  diserte
    spelunche non faccia le sue forze sentire; il perch comprender si pu
    alla sua potenza essere ogni cosa suggetta.
    Adunque,  venendo al fatto,  dico che nella citt di Capsa in Barberia
    fu gi un ricchissimo uomo,  il quale tra alcuni altri suoi  figliuoli
    aveva una figlioletta bella e gentilesca,  il cui nome fu Alibech.  La
    quale,  non essendo cristiana e udendo a  molti  cristiani  che  nella
    citt erano molto commendare la cristiana fede e il servire a Dio,  un
    d ne domand alcuno in che maniera e con meno impedimento  a  Dio  si
    potesse servire. Il quale le rispose che coloro meglio a Dio servivano
    che pi delle cose del mondo fuggivano, come coloro facevano che nelle
    solitudini de' diserti di Tebaida andati se n'erano.
    La  giovane,  che semplicissima era e d'et forse di quattordici anni,
    non da ordinato disidero ma da un cotal fanciullesco  appetito  mossa,
    senza  altro  farne ad alcuna persona sentire,  la seguente mattina ad
    andar verso il diserto di Tebaida nascosamente tutta sola si  mise;  e
    con  gran  fatica di lei,  durando l'appetito,  dopo alcun d a quelle
    solitudini pervenne; e veduta di lontano una casetta, a quella n'and,
    dove un santo uomo trov sopra l'uscio,  il quale,  maravigliandosi di
    quivi vederla,  la domand quello che ella andasse cercando.  La quale
    rispose, che, spirata da Dio andava cercando d'essere al suo servigio,
    e ancora chi le 'nsegnasse come servire gli si conveniva.
    Il valente uomo,  veggendola giovane e assai  bella,  temendo  non  il
    demonio, se egli la ritenesse, lo 'ngannasse, le commend la sua buona
    disposizione;  e  dandole  alquanto  da  mangiare radici d'erbe e pomi
    salvatichi e datteri e bere acqua, le disse:
    - Figliuola mia, non guari lontan di qui  un santo uomo,  il quale di
    ci  che  tu vai cercando  molto migliore maestro che io non sono;  a
    lui te n'andrai -; e misela nella via.
    Ed ella, pervenuta a lui e avute da lui queste medesime parole, andata
    pi avanti,  pervenne alla cella d'uno romito  giovane,  assai  divota
    persona  e buona,  il cui nome era Rustico,  e quella dimanda gli fece
    che agli altri aveva fatta.  Il  quale,  per  volere  fare  della  sua
    fermezza  una  gran  pruova,  non  come  gli  altri la mand via o pi
    avanti,  ma seco la ritenne nella sua cella;  e venuta  la  notte,  un
    lettuccio  di  frondi  di palma le fece da una parte e sopra quello le
    disse si riposasse.
    Questo fatto, non preser guari d'indugio le tentazioni a dar battaglia
    alle forze di costui; il quale,  trovandosi di gran lunga ingannato da
    quelle,  senza troppi assalti volt le spalle e rendessi per vinto;  e
    lasciati stare dall'una delle parti i pensier santi e l'orazioni e  le
    discipline,  a  recarsi  per la memoria la giovinezza e la bellezza di
    costei 'ncominci,  e oltre a questo a pensar che via e che modo  egli
    dovesse con lei tenere,  acci che essa non s'accorgesse lui come uomo
    dissoluto pervenire a quello che egli di  lei  disiderava.  E  tentato
    primieramente  con  certe  domande,  lei  non aver mai uomo conosciuto
    conobbe e cos essere semplice come  parea;  per  che  s'avvis  come,
    sotto spezie di servire a Dio,  lei dovesse recare a' suoi piaceri.  E
    primieramente con molte parole  le  mostr  quanto  il  diavolo  fosse
    nemico  di  Domeneddio;  e  appresso  le diede ad intendere che quello
    servigio che pi si poteva far grato a Dio si era rimettere il diavolo
    in inferno, nel quale Domeneddio l'aveva dannato.
    La giovinetta il domand,  come questo si facesse.  Alla quale Rustico
    disse:
    - Tu il saprai tosto,  e perci farai quello che a me far vedrai -;  e
    cominciossi a spogliare quegli pochi vestimenti che  aveva,  e  rimase
    tutto ignudo,  e cos ancora fece la fanciulla, e posesi ginocchione a
    guisa che adorar volesse e dirimpetto a s fece star lei.
    E cos stando, essendo Rustico pi che mai nel suo disidero acceso per
    lo vederla cos bella,  venne la resurrezion  della  carne,  la  quale
    riguardando Alibech e maravigliatasi, disse:
    -  Rustico,  quella  che  cosa  che io ti veggio che cos si pigne in
    fuori, e non l'ho io?
    - O figliuola mia,  - disse Rustico - questo  il diavolo  di  che  io
    t'ho parlato.  E vedi tu?  ora egli mi d grandissima molestia,  tanta
    che io appena la posso sofferire.
    Allora disse la giovane:
    - Oh lodato sia Iddio,  ch io veggio che io sto meglio che  non  stai
    tu, ch io non ho cotesto diavolo io.
    Disse Rustico:
    -  Tu  di'vero,  ma tu hai un'altra cosa che non la ho io,  e haila in
    iscambio di questo.
    Disse Alibech: - O che?
    A cui Rustico disse:
    - Hai il ninferno;  e dicoti che io mi credo  che  Iddio  t'abbia  qui
    mandata  per la salute della anima mia,  per ci che se questo diavolo
    pur mi dar questa noia,  ove tu  vogli  aver  di  me  tanta  piet  e
    sofferire  che  io  in  inferno  il  rimetta,  tu mi darai grandissima
    consolazione e a Dio farai grandissimo piacere e servigio,  se tu  per
    quello fare in queste parti venuta se', che tu di'.
    La giovane di buona fede rispose:
    -  O  padre  mio,  poscia  che  io ho il ninferno,  sia pure quando vi
    piacer.
    Disse allora Rustico:
    - Figliuola mia, benedetta sia tu; andiamo dunque,  e rimettiamlovi s
    che egli poscia mi lasci stare.
    E  cos  detto,  menata  la giovane sopra uno de' loro letticelli,  le
    'nsegn come star si dovesse a dovere incarcerare  quel  maladetto  da
    Dio.
    La giovane, che mai pi non aveva in inferno messo diavolo alcuno, per
    la prima volta sent un poco di noia, per che ella disse a Rustico:
    -  Per  certo,  padre  mio,  mala  cosa  dee essere questo diavolo,  e
    veramente nimico di Dio, ch ancora al ninferno, non che altrui, duole
    quando egli v' dentro rimesso.
    Disse Rustico:
    - Figliuola, egli non avverr sempre cos.
    E per fare che questo non avvenisse,  da sei volte,  anzi che di su il
    letticel si movessero,  ve 'l rimisero, tanto che per quella volta gli
    trasser s la superbia del capo,  che egli  si  stette  volentieri  in
    pace.
    Ma,  ritornatagli  poi  nel  seguente  tempo  pi volte,  e la giovane
    ubbidiente sempre a trargliele si disponesse, avvenne che il giuoco le
    cominci a piacere, e cominci a dire a Rustico:
    - Ben veggio che il ver dicevano que'valentuomini  in  Capsa,  che  il
    servire  a Dio era cos dolce cosa;  e per certo io non mi ricordo che
    mai alcuna altra ne facessi che di tanto diletto e  piacer  mi  fosse,
    quanto    il  rimetter  il  diavolo in inferno;  e per ci io giudico
    ogn'altra persona,  che ad altro che a servire a Dio  attende,  essere
    una bestia.
    Per la qual cosa essa spesse volte andava a Rustico, e gli dicea:
    -  Padre  mio,  io  son  qui venuta per servire a Dio e non per istare
    oziosa; andiamo a rimettere il diavolo in inferno.
    La qual cosa faccendo, diceva ella alcuna volta:
    - Rustico,  io non so perch il diavolo si fugga  del  ninferno;  ch,
    s'egli  vi  stesse cos volentieri come il ninferno il riceve e tiene,
    egli non se ne uscirebbe mai.
    Cos adunque invitando spesso la giovane Rustico e al servigio di  Dio
    confortandolo, s la bambagia del farsetto tratta gli avea, che egli a
    tal  ora  sentiva  freddo che un altro sarebbe sudato;  e per ci egli
    incominci a dire alla giovane che il diavolo non era da gastigare  n
    da  rimettere  in  inferno  se non quando egli per superbia levasse il
    capo: - E noi per la grazia di Dio l'abbiamo  s  sgannato,  che  egli
    priega  Iddio di starsi in pace -;  e cos alquanto impose di silenzio
    alla giovane.
    La qual,  poi che vide che Rustico pi non la richiedeva a  dovere  il
    diavolo rimettere in inferno, gli disse un giorno:
    - Rustico,  se il diavolo tuo  gastigato e pi non ti d noia,  me il
    mio ninferno non lascia stare;  per che tu farai bene che tu  col  tuo
    diavolo  aiuti  attutare  la  rabbia  al mio ninferno,  com'io col mio
    ninferno ho aiutato a trarre la superbia al tuo diavolo.
    Rustico, che di radici d'erba e d'acqua vivea,  poteva male rispondere
    alle poste; e dissele che troppi diavoli vorrebbono essere a potere il
    ninferno attutare,  ma che egli ne farebbe ci che per lui si potesse;
    e cos alcuna volta le sodisfaceva,  ma s era di rado,  che altro non
    era  che  gittare una fava in bocca al leone;  di che la giovane,  non
    parendole tanto servire a Dio quanto voleva, mormorava anzi che no.
    Ma,  mentre che tra il diavolo di Rustico e il ninferno d'Alibech era,
    per troppo disiderio e per men potere,  questa quistione,  avvenne che
    un fuoco s'apprese in Capsa, il quale nella propria casa arse il padre
    d'Alibech con quanti figliuoli e altra famiglia avea; per la qual cosa
    Alibech d'ogni suo bene  rimase  erede.  Laonde  un  giovane  chiamato
    Neerbale,  avendo  in  cortesia  tutte le sue facult spese,  sentendo
    costei esser viva,  messosi a cercarla e  ritrovatala  avanti  che  la
    corte  i  beni  stati  del  padre,  s  come d'uomo senza erede morto,
    occupasse,  con gran piacere di Rustico e contra al volere di  lei  la
    rimen  in  Capsa  e  per moglie la prese,  e con lei insieme del gran
    patrimonio divenne erede.  Ma,  essendo ella domandata dalle donne  di
    che  nel  diserto servisse a Dio,  non essendo ancor Neerbale giaciuto
    con lei, rispose che il serviva di rimettere il diavolo in inferno,  e
    che  Neerbale  aveva  fatto  gran peccato d'averla tolta da cos fatto
    servigio.
    Le donne domandarono: - Come si rimette il diavolo in inferno?
    La giovane,  tra con parole e con atti,  il mostr loro.  Di che  esse
    fecero s gran risa che ancor ridono, e dissono:
    - Non ti dar malinconia, figliuola, no, ch egli si fa bene anche qua;
    Neerbale ne servir bene con esso teco Domeneddio.
    Poi  l'una all'altra per la citt ridicendolo,  vi ridussono in volgar
    motto che il pi piacevol  servigio  che  a  Dio  si  facesse  era  il
    rimettere il diavolo in inferno;  il qual motto passato di qua da mare
    ancora dura.
    E per ci voi,  giovani donne,  alle quali la grazia di  Dio  bisogna,
    apparate a rimettere il diavolo in inferno, per ci che egli  forte a
    grado  a  Dio  e  piacer  delle  parti,  e molto bene ne pu nascere e
    seguire.




















    Giornata terza - Conclusione.

    Mille fiate o pi aveva la novella di Dioneo a  rider  mosse  l'oneste
    donne,  tali  e s fatte loro parevan le sue parole.  Per che,  venuto
    egli al conchiuder di quella, conoscendo la reina che il termine della
    sua signoria era venuto,  levatasi la laurea  di  capo,  quella  assai
    piacevolmente pose sopra la testa a Filostrato, e disse:
    - Tosto ci avvedremo se il lupo sapr meglio guidare le pecore, che le
    pecore abbiano i lupi guidati.
    Filostrato, udendo questo, disse ridendo:
    -  Se  mi fosse stato creduto,  i lupi avrebbono alle pecore insegnato
    rimettere il diavolo in inferno,  non peggio che  Rustico  facesse  ad
    Alibech,  e  perci  non  ne chiamate lupi,  dove voi state pecore non
    siete;  tuttavia,  secondo che conceduto mi fia,  io regger il  regno
    commesso.
    A cui Neifile rispose:
    -  Odi,  Filostrato,  voi  avreste,  volendo  a noi insegnare,  potuto
    apparar senno,  come appar Masetto da Lamporecchio  dalle  monache  e
    riavere  la  favella  a  tale  ora  che l'ossa senza maestro avrebbono
    apparato a sufolare.
    Filostrato, conoscendo che falci si trovavano non meno che egli avesse
    strali,  lasciato stare il motteggiare,  a darsi al governo del  regno
    commesso cominci.  E,  fattosi il siniscalco chiamare, a che punto le
    cose fossero tutte volle sentire; e oltre a questo, secondo che avviso
    che bene stesse e che dovesse sodisfare alla compagnia,  per quanto la
    sua signoria dovea durare,  discretamente ordin;  e quindi alle donne
    rivolto, disse:
    - Amorose donne,  per la mia disavventura,  poscia che io ben  da  mal
    conobbi,  sempre  per  la  bellezza d'alcuna di voi stato sono ad Amor
    suggetto,  n l'essere umile n l'essere ubbidiente n il seguirlo  in
    ci  che  per  me s' conosciuto alla seconda in tutti i suoi costumi,
    m' valuto,  ch'io prima per altro abbandonato e poi non sia sempre di
    male in peggio andato,  e cos credo che io andr di qui alla morte; e
    per ci non d'altra materia domane mi piace che si ragioni se  non  di
    quella  che a' miei fatti  pi conforme,  cio di coloro li cui amori
    ebbero  infelice  fine,  per  ci  che  io  a  lungo  andar  l'aspetto
    infelicissimo,  n per altro il nome, per lo quale voi mi chiamate, da
    tale che seppe ben che si dire mi fu imposto - e cos  detto,  in  pi
    levatosi, per infino all'ora della cena licenzi ciascuno.
    Era  s  bello il giardino e s dilettevole,  che alcuno non vi fu che
    eleggesse di quello uscire per  pi  piacere  altrove  dover  sentire.
    Anzi,  non  faccendo  il  sol  gi  tiepido  alcuna noia a seguire,  i
    cavriuoli e i conigli e gli altri animali che erano per quello e che a
    lor sedenti forse cento volte per mezzo lor saltando eran venuti a dar
    noia,   si  dierono  alcune  a  seguitare.   Dioneo  e  la   Fiammetta
    cominciarono  a  cantare di Messer Guiglielmo e della Dama del Vergi;
    Filomena e Panfilo si diedono a giucare a scacchi; e cos chi una cosa
    e chi altra faccendo,  fuggendosi il tempo,  l'ora della  cena  appena
    aspettata sopravvenne;  per che,  messe le tavole d'intorno alla bella
    fonte, quivi con grandissimo diletto cenaron la sera.
    Filostrato,  per non uscir del camin tenuto da quelle che reine avanti
    a lui erano state,  come levate furono le tavole,  cos comand che la
    Lauretta una danza prendesse e dicesse una canzone. La qual disse:
    - Signor mio, delle altrui canzoni io non so, n delle mie alcuna n'ho
    alla mente che sia assai convenevole a cos lieta brigata;  se voi  di
    quelle che io ho volete, io ne dir volentieri.
    Alla quale il re disse:
    -  Niuna  tua cosa potrebbe essere altro che bella e piacevole;  e per
    ci tale qual tu l'hai, cotale la di'.
    Lauretta allora con voce assai soave, ma con maniera alquanto pietosa,
    rispondendo l'altre, cominci cos,
    Niuna sconsolata
    da dolersi ha quant'io,
    che 'nvan sospiro, lassa!, innamorata

    Colui che muove il cielo e ogni stella,
    mi fece a suo diletto
    vaga, leggiadra, graziosa e bella,
    per dar qua gi ad ogn'alto intelletto
    alcun segno di quella
    bilt, che sempre a lui sta nel cospetto:
    e il mortal difetto,
    come mal conosciuta,
    non m'aggradisce, anzi m'ha dispregiata.

    Gi fu chi m'ebbe cara, e volentieri
    giovinetta mi prese
    nelle sue braccia e dentro a' suoi pensieri
    e de' miei occhi tututto s'accese;
    e 'l tempo, che leggieri
    sen vola, tutto in vagheggiarmi spese;
    e io, come cortese,
    di me il feci degno;
    ma or ne son, dolente a me!, privata.

    Femmisi innanzi poi presuntuoso
    un giovinetto fiero,
    s nobil reputando e valoroso,
    e presa tienmi, e con falso pensiero
    divenuto  geloso;
    laond'io, lassa!, quasi mi dispero,
    cognoscendo per vero,
    per ben di molti al mondo
    venuta, da uno essere occupata.

    Io maladico la mia isventura,
    quando, per mutar vesta,
    s dissi mai; s bella nella oscura
    mi vidi gi e lieta, dove in questa
    io meno vita dura,
    vie men che prima reputata onesta
    O dolorosa festa,
    morta foss'io avanti
    che io t'avessi in tal caso provata!

    O caro amante, del qual prima fui
    pi che altra contenta,
    che or nel ciel se'davanti a Colui
    che ne cre, deh pietoso diventa
    di me, che per altrui
    te obliar non posso; fa ch'io senta
    che quella fiamma spenta
    non sia, che per me t'arse,
    e cost su m'impetra la tornata.

    Qui fece fine la Lauretta alla sua canzone,  la quale notata da tutti,
    diversamente  da  diversi fu intesa;  ed ebbevi di quegli che intender
    vollono alla melanese,  che fosse meglio un buon porco che  una  bella
    tosa.  Altri  furono  di pi sublime e migliore e pi vero intelletto,
    del quale al presente recitare non accade.
    Il re,  dopo questa,  su l'erba e 'n  su'  fiori  avendo  fatti  molti
    doppieri  accendere,  ne  fece  pi  altre  cantare infin che gi ogni
    stella a cader cominci che salia. Per che, ora parendogli da dormire,
    comand che con la buona notte ciascuno alla sua camera si tornasse.


    Finisce la terza giornata del Decameron.





    Incomincia la quarta giornata nella  quale,  sotto  il  reggimento  di
    Filostrato, si ragiona di coloro li cui amori ebbero infelice fine.


    Giornata quarta - Introduzione.

    Carissime  donne,  s  per le parole de' savi uomini udite e s per le
    cose da me molte volte e vedute e lette,  estimava io che lo 'mpetuoso
    vento  e  ardente  della  invidia non dovesse percuotere se non l'alte
    torri o le pi levate cime degli alberi;  ma io mi  truovo  dalla  mia
    estimazione ingannato.  Per ci che, fuggendo io e sempre essendomi di
    fuggire ingegnato il fiero impeto  di  questo  rabbioso  spirito,  non
    solamente  pe'  piani,  ma  ancora per le profondissime valli tacito e
    nascoso mi  sono  ingegnato  d'andare.  Il  che  assai  manifesto  pu
    apparire  a  chi  le  presenti  novellette  riguarda,  le  quali,  non
    solamente in fiorentin volgare e in prosa scritte per me sono e  senza
    titolo,  ma  ancora  in  istilo  umilissimo  e  rimesso  quanto il pi
    possono.   N  per  tutto  ci  l'essere  da  cotal  vento  fieramente
    scrollato,  anzi presso che diradicato e tutto da' morsi della invidia
    esser lacerato,  non ho potuto cessare.  Per che assai  manifestamente
    posso  comprendere  quel  lo esser vero che sogliono i savi dire,  che
    sola la miseria  senza invidia nelle cose presenti.
    Sono adunque,  discrete donne,  stati alcuni  che,  queste  novellette
    leggendo,  hanno detto che voi mi piacete troppo e che onesta cosa non
     che io tanto diletto prenda di piacervi e di  consolarvi,  e  alcuni
    han detto peggio,  di commendarvi,  come io fo. Altri, pi maturamente
    mostrando di voler dire,  hanno detto che alla mia et  non  sta  bene
    l'andare  omai  dietro  a  queste  cose,  cio a ragionar di donne o a
    compiacer loro.  E molti,  molto teneri della  mia  fama  mostrandosi,
    dicono che io farei pi saviamente a starmi con le Muse in Parnaso che
    con queste ciance mescolarmi tra voi.
    E  son  di  quegli  ancora  che,  pi  dispettosamente  che saviamente
    parlando, hanno detto che io farei pi discretamente a pensare dond'io
    dovessi aver del pane che dietro a queste frasche andarmi pascendo  di
    vento.  E  certi  altri  in  altra  guisa  essere  state le cose da me
    raccontate che come io le vi porgo,  s'ingegnano,  in detrimento della
    mia fatica, di dimostrare.
    Adunque da cotanti e da cos fatti soffiamenti,  da cos atroci denti,
    da cos aguti,  valorose donne,  mentre io ne' vostri servigi  milito,
    sono sospinto,  molestato e infino nel vivo trafitto. Le quali cose io
    con piacevole animo,  sallo Iddio,  ascolto e intendo;  e quantunque a
    voi in ci tutta appartenga la mia difesa, nondimeno io non intendo di
    risparmiar le mie forze; anzi, senza rispondere quanto si converrebbe,
    con  alcuna  leggiera  risposta  tormegli dagli orecchi,  e questo far
    senza indugio.  Per ci che,  se gi,  non essendo io ancora al  terzo
    della  lo  mia fatica venuto,  essi sono molti e molto presummono,  io
    avviso che avanti che io pervenissi alla fine essi potrebbono in guisa
    esser multiplicati,  non avendo prima avuta alcuna  repulsa,  che  con
    ogni piccola lor fatica mi metterebbono in fondo, n a ci, quantunque
    elle sien grandi, resistere varrebbero le forze vostre.
    Ma avanti che io venga a far la risposta ad alcuno,  mi piace in favor
    di me raccontare non una novella intera (acci che  non  paia  che  io
    voglia le mie novelle con quelle di cos laudevole compagnia,  qual fu
    quella che dimostrata v'ho, mescolare),  ma parte d'una,  acci che il
    suo difetto stesso s mostri non esser di quelle; e a' miei assalitori
    favellando,  dico che nella nostra citt, gi  buon tempo passato, fu
    un cittadino, il qual fu nominato Filippo Balducci, uomo di condizione
    assai leggiere,  ma ricco e bene inviato ed esperto nelle cose  quanto
    lo  stato suo richiedea;  e aveva una sua donna moglie,  la quale egli
    sommamente amava, ed ella lui,  e insieme in riposata vita si stavano,
    a  niun'altra  cosa tanto studio ponendo quanto in piacere interamente
    l'uno all'altro.
    Ora avvenne,  s come di tutti avviene,  che la buona donna  pass  di
    questa vita,  n altro di s a Filippo lasci che un solo figliuolo di
    lui conceputo, il quale forse d'et di due anni era.
    Costui per la morte della sua donna tanto  sconsolato  rimase,  quanto
    mai alcuno altro amata cosa perdendo rimanesse. E veggendosi di quella
    compagnia la quale egli pi amava rimaso solo, del tutto si dispose di
    non volere pi essere al mondo,  ma di darsi al servigio di Dio,  e il
    simigliante fare del suo piccol figliuolo. Per che, data ogni sua cosa
    per Dio,  senza indugio se n'and sopra Monte Asinaio,  e quivi in una
    piccola  celletta si mise col suo figliuolo,  col quale di limosine in
    digiuni e in orazioni vivendo, sommamente si guardava di non ragionare
    l dove egli fosse d'alcuna temporal cosa n  di  lasciarnegli  alcuna
    vedere, acci che esse da cos fatto servigio nol traessero, ma sempre
    della gloria di vita etterna e di Dio e de' santi gli ragionava, nulla
    altro che sante orazioni insegnandoli;  e in questa vita molti anni il
    tenne,  mai della cella non lasciandolo uscire,  n alcuna altra  cosa
    che s dimostrandogli.
    Era  usato  il valente uomo di venire alcuna volta a Firenze,  e quivi
    secondo le sue opportunit dagli amici  di  Dio  sovvenuto,  alla  sua
    cella tornava.
    Ora  avvenne  che,  essendo  gi  il  garzone d'et di diciotto anni e
    Filippo vecchio,  un d il  domand  ov'egli  andava.  Filippo  gliele
    disse. Al quale il garzon disse:
    -  Padre  mio,  voi siete oggimai vecchio e potete male durare fatica;
    perch non mi menate voi una volta a Firenze,  acci  che,  faccendomi
    cognoscere  gli  amici e divoti di Dio e vostri,  io che son giovane e
    posso meglio faticar di voi, possa poscia pe' nostri bisogni a Firenze
    andare quando vi piacer, e voi rimanervi qui?
    Il valente uomo, pensando che gi questo suo figliuolo era grande,  ed
    era  s  abituato  al  servigio  di Dio che malagevolmente le cose del
    mondo a s il dovrebbono omai  poter  trarre,  seco  stesso  disse:  -
    Costui dice bene - Per che, avendovi ad andare, seco il men.
    Quivi il giovane veggendo i palagi, le case, le chiese e tutte l'altre
    cose  delle quali tutta la citt piena si vede,  s come colui che mai
    pi  per  ricordanza  vedute  non  n'avea,   si   cominci   forte   a
    maravigliare,  e  di  molte  domandava  il padre che fossero e come si
    chiamassero.
    Il padre gliele diceva; ed egli,  avendolo udito,  rimaneva contento e
    domandava  d'una  altra.  E  cos  domandando  il figliuolo e il padre
    rispondendo,  per avventura si scontrarono in  una  brigata  di  belle
    giovani donne e ornate, che da un paio di nozze venieno; le quali come
    il giovane vide, cos domand il padre che cosa quelle fossero.
    A cui il padre disse:
    - Figliuol mio,  bassa gli occhi in terra, non le guatare, ch'elle son
    mala cosa.
    Disse allora il figliuolo:
    - O come si chiamano?
    Il padre,  per non destare nel  concupiscibile  appetito  del  giovane
    alcuno inchinevole disiderio men che utile,  non le volle nominare per
    lo proprio nome, cio femine, ma disse:
    - Elle si chiamano papere.
    Maravigliosa cosa a udire! Colui che mai pi alcuna veduta non n'avea,
    non curatosi de' palagi, non del bue, non del cavallo, non dell'asino,
    non de' danari n d'altra cosa che veduta avesse, subitamente disse:
    - Padre mio,  io vi priego che voi facciate che io abbia una di quelle
    papere.
    - Ohim, figliuol mio, - disse il padre - taci: elle son mala cosa.
    A cui il giovane domandando disse:
    - O son cos fatte le male cose?
    - S - disse il padre.
    Ed egli allora disse:
    - Io non so che voi vi dite,  n perch queste siano mala cosa; quanto
     a me,  non m' ancora  paruta  vedere  alcuna  cos  bella  n  cos
    piacevole, come queste sono. Elle son pi belle che gli agnoli dipinti
    che voi m'avete pi volte mostrati. Deh! se vi cal di me, fate che noi
    ce ne meniamo una col su di queste papere, e io le dar beccare.
    Disse il padre:
    -  Io  non  voglio;  tu  non  sai  donde  elle  s'imbeccano -: e sent
    incontanente pi aver di  forza  la  natura  che  il  suo  ingegno;  e
    pentessi d'averlo menato a Firenze.
    Ma  avere  infino  a  qui  detto  della presente novella voglio che mi
    basti, e a coloro rivolgermi alli quali l'ho raccontata.
    Dicono adunque alquanti de' miei riprensori che io fo male,  o giovani
    donne, troppo ingegnandomi di piacervi, e che voi troppo piacete a me.
    Le quali cose io apertissimamente confesso,  cio che voi mi piacete e
    che io m'ingegno di piacere a voi;  e domandogli se di questo essi  si
    maravigliano,   riguardando,  lasciamo  stare  l'aver  conosciuti  gli
    amorosi  baciari  e  i  piacevoli  abbracciari  e   i   congiugnimenti
    dilettevoli  che  di voi,  dolcissime donne,  sovente si prendono;  ma
    solamente ad aver veduto e veder continuamente gli ornati costumi e la
    vaga bellezza e l'ornata leggiadria e oltre a ci la  vostra  donnesca
    onest, quando colui che nutrito, allevato, accresciuto sopra un monte
    salvatico  e solitario,  infra li termini di una piccola cella,  senza
    altra compagnia che del padre,  come vi vide,  sole da lui  disiderate
    foste, sole addomandate, sole con l'affezion seguitate.
    Riprenderannomi,  morderannomi,  lacerrannomi costoro se io,  il corpo
    del quale il ciel produsse tutto  atto  ad  amarvi,  e  io  dalla  mia
    puerizia  l'anima  vi disposi sentendo la virt della luce degli occhi
    vostri,  la soavit delle parole melliflue  e  la  fiamma  accesa  da'
    pietosi  sospiri,  se voi mi piacete o se io di piacervi m'ingegno,  e
    spezialmente  guardando  che  voi  prima  che  altro  piaceste  ad  un
    romitello,  ad  un  giovinetto  senza  sentimento,  anzi ad uno animal
    salvatico?  Per certo chi non v'ama,  e da voi non  disidera  d'essere
    amato,  s  come  persona  che  i  piaceri  n la virt della naturale
    affezione n sente n conosce, cos mi ripiglia, e io poco me ne curo.
    E quegli che contro alla  mia  et  parlando  vanno,  mostra  mal  che
    conoscano che,  perch il porro abbia il capo bianco,  che la coda sia
    verde.  A'quali lasciando  stare  il  motteggiare  dall'un  de'  lati,
    rispondo  che  io  mai a me vergogna non reputer infino nello estremo
    della mia vita di dover compiacere a  quelle  cose  alle  quali  Guido
    Cavalcanti  e  Dante  Alighieri  gi vecchi,  e messer Cino da Pistoia
    vecchissimo,  onor si tennono e fu lor caro il piacer loro.  E se  non
    fosse che uscir sarebbe del modo usato del ragionare, io producerei le
    istorie  in  mezzo,  e quelle tutte piene mosterrei d'antichi uomini e
    valorosi,  ne' loro pi  maturi  anni  sommamente  avere  studiato  di
    compiacere  alle  donne:  il  che  se  essi  non  sanno,  vadino  e s
    l'apparino.
    Che io con le Muse in Parnaso mi debbia  stare,  affermo  che    buon
    consiglio, ma tuttavia n noi possiam dimorare con le Muse n esse con
    esso noi;  se quando avviene che l'uomo da lor si parte, dilettarsi di
    veder cosa che le somigli, questo non  cosa da biasimare. Le Muse son
    donne,  e bench le donne quello che le Muse  vagliono  non  vagliano,
    pure  esse  hanno  nel  primo  aspetto simiglianza di quelle;  s che,
    quando per altro non mi piacessero,  per quello mi dovrebber  piacere.
    Senza che le donne gi mi fur cagione di comporre mille versi, dove le
    Muse  mai non mi furon di farne alcun cagione.  Aiutaronmi elle bene e
    mostraronmi comporre  que'mille;  e  forse  a  queste  cose  scrivere,
    quantunque  sieno  umilissime,  si  sono elle venute parecchie volte a
    starsi meco,  in servigio forse e in onore della  simiglianza  che  le
    donne  hanno  ad  esse;  per che,  queste cose tessendo,  n dal monte
    Parnaso n dalle Muse non mi allontano,  quanto  molti  per  avventura
    s'avvisano.
    Ma  che  direm noi a coloro che della mia fame hanno tanta compassione
    che mi consigliano che io procuri del pane?  Certo io non so;  se  non
    che,  volendo  meco  pensare  qual  sarebbe la loro risposta se io per
    bisogno loro ne dimandassi,  m'avviso che direbbono: - Va cercane  tra
    le  favole  -.  E gi pi ne trovarono tra le lor favole i poeti,  che
    molti ricchi tra' lor tesori.  E assai gi,  dietro  alle  lor  favole
    andando,  fecero  la  loro  et  fiorire,  dove in contrario molti nel
    cercar d'aver pi pane che bisogno non era loro, perirono acerbi.  Che
    pi?  Caccinmi via questi cotali qualora io ne domando loro;  non che,
    la Dio merc,  ancora non mi bisogna;  e,  quando pur sopravenisse  il
    bisogno, io so, secondo l'Apostolo, abbondare e necessit sofferire; e
    per ci a niun caglia pi di me che a me.
    Quegli che queste cose cos non essere state dicono,  avrei molto caro
    che essi recassero gli originali,  li quali,  se a quel che io  scrivo
    discordanti  fossero,  giusta direi la loro riprensione e d'amendar me
    stesso m'ingegnerei; ma infino che altro che parole non apparisce,  io
    gli lascer con la loro oppinione,  seguitando la mia, di loro dicendo
    quello che essi di me dicono.
    E volendo per questa volta assai aver risposto,  dico che dallo  aiuto
    di Dio e dal vostro, gentilissime donne, nel quale io spero, armato, e
    di buona pazienza, con esso proceder avanti, dando le spalle a questo
    vento e lasciandol soffiare; per ci che io non veggio che di me altro
    possa avvenire, che quello che della minuta polvere avviene, la quale,
    spirante turbo,  o egli di terra non la muove, o se la muove, la porta
    in alto,  e spesse volte sopra le teste degli uomini,  sopra le corone
    dei re e degli imperadori, e talvolta sopra gli alti palagi e sopra le
    eccelse torri la lascia;  delle quali se ella cade,  pi gi andar non
    pu che il luogo onde levata fu.
    E se mai con tutta la mia forza a dovervi in cosa alcuna compiacere mi
    disposi,  ora pi che mai mi vi disporr;  per ci che io conosco  che
    altra  cosa  dir non potr alcuna con ragione,  se non che gli altri e
    io, che vi amiamo, naturalmente operiamo.  Alle cui leggi,  cio della
    natura,  voler contastare, troppe gran forze bisognano, e spesse volte
    non  solamente  in  vano  ma  con  grandissimo  danno  del   faticante
    s'adoperano.
    Le  quali  forze  io  confesso che io non l'ho n d'averle disidero in
    questo; e se io l'avessi, pi tosto ad altrui le presterrei che io per
    me l'adoperassi.  Per che tacciansi i morditori,  e se essi  riscaldar
    non si possono, assiderati si vivano, e ne lori diletti, anzi appetiti
    corrotti  standosi,  me  nel  mio,  questa  brieve vita che posta n',
    lascino stare.
    Ma da ritornare ,. per ci che assai vagati siamo, o belle donne,  l
    onde ci dipartimmo, e l'ordine cominciato seguire.
    Cacciata aveva il sole del cielo gi ogni stella e della terra l'umida
    ombra della notte,  quando Filostrato,  levatosi, tutta la sua brigata
    fece levare;  e nel bel giardino andatisene,  quivi s'incominciarono a
    diportare;  e  l'ora  del  mangiar  venuta,  quivi  desinarono dove la
    passata sera cenato aveano.  E da dormire,  essendo il sole nella  sua
    maggior sommit,  levati,  nella maniera usata vicini alla bella fonte
    si posero a sedere.  L dove Filostrato  alla  Fiammetta  comand  che
    principio desse alle novelle;  la quale, senza pi aspettare che detto
    le fosse, donnescamente cos cominci.






    Giornata quarta - Novella prima.

    Tancredi prenze di Salerno uccide l'amante della figliuola  e  mandale
    il  cuore  in  una  coppa  d'oro;  la  quale,  messa  sopr'esso  acqua
    avvelenata, quella si bee, e cos muore.

    Fiera materia di ragionare n'ha oggi il nostro re data,  pensando che,
    dove  per  rallegrarci  venuti siamo,  ci convenga raccontare l'altrui
    lagrime, le quali dir non si possono,  che chi le dice e chi l'ode non
    abbia  compassione.  Forse  per temperare alquanto la letizia avuta li
    giorni passati l'ha fatto; ma, che che se l'abbia mosso,  poi che a me
    non si conviene di mutare il suo piacere,  un pietoso accidente,  anzi
    sventurato e degno delle nostre lagrime, racconter.
    Tancredi principe di Salerno fu  signore  assai  umano  e  di  benigno
    ingegno;  se  egli  nello  amoroso  sangue  nella  sua  vecchiezza non
    s'avesse le mani bruttate;  il quale in tutto lo spazio della sua vita
    non ebbe che una figliuola, e pi felice sarebbe stato se quella avuta
    non avesse.
    Costei  fu  dal  padre  tanto  teneramente amata,  quanto alcuna altra
    figliuola da padre fosse giammai;  e per questo tenero  amore,  avendo
    ella  di molti anni avanzata l'et del dovere avere avuto marito,  non
    sappiendola da s partire,  non la  maritava;  poi  alla  fine  ad  un
    figliuolo  del  duca  di  Capova datala,  poco tempo dimorata con lui,
    rimase vedova e al padre tornossi.  Era costei bellissima del corpo  e
    del viso quanto alcun'altra femina fosse mai,  e giovane e gagliarda e
    savia pi che a donna per avventura non si richiedea.  E dimorando col
    tenero padre, s come gran donna, in molte dilicatezze, e veggendo che
    il  padre,  per  l'amor che egli le portava,  poca cura si dava di pi
    maritarla,  n a lei onesta cosa pareva il richiedernelo,  si pens di
    volere avere, se esser potesse, occultamente un valoroso amante.
    E veggendo molti uomini nella corte del padre usare,  gentili e altri,
    s come noi veggiamo nelle corti, e considerate le maniere e i costumi
    di molti, tra gli altri un giovane valletto del padre, il cui nome era
    Guiscardo,  uom di nazione assai umile ma  per  virt  e  per  costumi
    nobile,  pi  che  altro  le  piacque,  e  di lui tacitamente,  spesso
    vedendolo, fieramente s'accese, ogn'ora pi lodando i modi suoi.  E il
    giovane,  il  quale  ancora  non  era poco avveduto,  essendosi di lei
    accorto, l'aveva per s fatta maniera nel cuore ricevuta,  che da ogni
    altra cosa quasi che da amar lei aveva la mente rimossa.
    In  cotal guisa adunque amando l'un l'altro segretamente,  niuna altra
    cosa tanto disiderando la giovane quanto di  ritrovarsi  con  lui,  n
    volendosi  di  questo  amore  in  alcuna  persona  fidare,  a dovergli
    significare il modo seco pens una nuova  malizia.  Essa  scrisse  una
    lettera,  e  in  quella ci che a fare il d seguente avesse per esser
    con lei gli mostr;  e poi quella  messa  in  un  bucciuol  di  canna,
    sollazzando la diede a Guiscardo, dicendo:
    -  Fara' ne questa sera un soffione alla tua servente,  col quale ella
    raccenda il fuoco.
    Guiscardo il prese,  e avvisando costei non senza cagione  dovergliele
    aver  donato  e cos detto,  partitosi,  con esso se ne torn alla sua
    casa, e guardando la canna e quella veggendo fessa, l'aperse, e dentro
    trovata la lettera di lei e lettala,  e ben compreso ci  che  a  fare
    avea, il pi contento uom fu che fosse giammai, e diedesi a dare opera
    di dovere a lei andare, secondo il modo da lei dimostratogli.
    Era  allato  al  palagio  del  prenze una grotta cavata nel monte,  di
    lunghissimi tempi davanti fatta,  nella qual grotta dava alquanto lume
    uno  spiraglio  fatto  per  forza  nel  monte,  il quale,  per ci che
    abbandonata era la grotta,  quasi da pruni e da erbe di  sopra  natevi
    era riturato;  e in questa grotta per una segreta scala,  la quale era
    in una delle camere terrene del palagio, la quale la donna teneva,  si
    poteva andare,  come che da un fortissimo uscio serrata fosse.  Ed era
    s fuori delle menti di tutti questa scala, per ci che di grandissimi
    tempi davanti usata non s'era,  che quasi niuno che ella vi  fosse  si
    ricordava;  ma Amore, agli occhi del quale niuna cosa  s segreta che
    non pervenga, l'aveva nella memoria tornata alla innamorata donna.
    La quale,  acci che niuno di ci accorger si potesse,  molti  d  con
    suoi  ingegni  penato  avea,  anzi  che venir fatto le potesse d'aprir
    quell'uscio;  il quale aperto,  e  sola  nella  grotta  discesa  e  lo
    spiraglio  veduto,  per quello aveva a Guiscardo mandato a dire che di
    venire s'ingegnasse,  avendogli  disegnata  l'altezza  che  da  quello
    infino  in  terra  esser  poteva.  Alla  qual  cosa fornire Guiscardo,
    prestamente ordinata una  fune  con  certi  nodi  e  cappi  da  potere
    scendere  e salire per essa,  e s vestito d'un cuoio che da' pruni il
    difendesse,  senza farne alcuna cosa sentire ad  alcuno,  la  seguente
    notte  allo  spiraglio n'and,  e accomandato ben l'uno de' capi della
    fune ad un forte bronco che nella bocca dello spiraglio era nato,  per
    quello si coll nella grotta ed attese la donna.
    La quale il seguente d,  faccendo sembianti di voler dormire, mandate
    via le sue damigelle e sola serratasi nella  camera,  aperto  l'uscio,
    nella  grotta  discese,  dove trovato Guiscardo,  insieme maravigliosa
    festa si fecero; e nella sua camera insieme venutine,  con grandissimo
    piacere  gran  parte  di quel giorno si dimorarono;  e,  dato discreto
    ordine alli loro amori acci  che  segreti  fossero,  tornatosi  nella
    grotta  Guiscardo  ed  ella serrato l'uscio,  alle sue damigelle se ne
    venne fuori.
    Guiscardo poi,  la notte vegnente su per la sua fune salendo,  per  lo
    spiraglio  donde  era  entrato  se  n'usc fuori e tornossi a casa.  E
    avendo questo cammino appreso,  pi volte poi in processo di tempo  vi
    ritorn.
    Ma  la  fortuna,  invidiosa di cos lungo e di cos gran diletto,  con
    doloroso avvenimento la letizia  dei  due  amanti  rivolse  in  tristo
    pianto.
    Era  usato  Tancredi di venirsene alcuna volta tutto solo nella camera
    della figliuola, e quivi con lei dimorarsi e ragionare alquanto, e poi
    partirsi.  Il quale un giorno dietro mangiare laggi venutone  essendo
    la donna,  la quale Ghismonda aveva nome, in un suo giardino con tutte
    le sue damigelle,  in quella,  senza essere stato da alcuno  veduto  o
    sentito,  entratosene, non volendo lei torre dal suo diletto, trovando
    le finestre della camera chiuse e le cortine del  letto  abbattute,  a
    pi  di  quello  in  un  canto  sopra  un carello si pose a sedere;  e
    appoggiato il capo al letto e tirata sopra s la cortina quasi come se
    studiosamente si fosse nascoso quivi, s'addorment.
    E cos dormendo egli, Ghismonda, che per isventura quel d fatto aveva
    venir Guiscardo, lasciate le sue damigelle nel giardino, pianamente se
    n'entr nella camera,  e quella serrata,  senza accorgersi che  alcuna
    persona  vi  fosse,  aperto  l'uscio  a  Guiscardo  che  l'attendeva e
    andatisene in su 'l letto, s come usati erano, e insieme scherzando e
    sollazzandosi,  avvenne che Tancredi si svegli e sent e vide ci che
    Guiscardo e la figliuola facevano;  e dolente di ci oltre modo, prima
    gli volle sgridare,  poi prese partito di tacersi e di starsi nascoso,
    se  egli  potesse,  per  potere  pi  cautamente fare e con minore sua
    vergogna quello che gi gli era caduto nell'animo di dover fare.
    I due amanti stettero per lungo spazio insieme,  s come usati  erano,
    senza  accorgersi di Tancredi;  e quando tempo lor parve,  discesi del
    letto, Guiscardo se ne torn nella grotta ed ella s'usc della camera.
    Della quale Tancredi,  ancora che vecchio fosse,  da una  finestra  di
    quella si cal nel giardino,  e senza essere da alcuno veduto, dolente
    a morte, alla sua camera si torn.
    E per ordine da lui dato,  all'uscir dello spiraglio la seguente notte
    in  su  'l  primo sonno,  Guiscardo,  cos come era nel vestimento del
    cuoio impacciato,  fu preso da due,  e segretamente a Tancredi menato.
    Il quale, come il vide, quasi piagnendo disse:
    - Guiscardo, la mia benignit verso te non avea meritato l'oltraggio e
    la vergogna la quale nelle mie cose fatta m'hai,  s come io oggi vidi
    con gli occhi miei.
    Al quale Guiscardo niuna altra cosa disse se non questo:
    - Amor pu troppo pi che n voi n io possiamo.
    Comand adunque Tancredi che egli chetamente in alcuna  camera  di  l
    entro guardato fosse, e cos fu fatto.
    Venuto  il d seguente,  non sappiendo Ghismonda nulla di queste cose,
    avendo  seco  Tancredi  varie  e  diverse  novit  pensate,   appresso
    mangiare,  secondo la sua usanza, nella camera n'and della figliuola,
    dove fattalasi chiamare e  serratosi  dentro  con  lei,  piagnendo  le
    cominci a dire:
    - Ghismonda, parendomi conoscere la tua virt e la tua onest, mai non
    mi  sarebbe potuto cader nell'animo,  quantunque mi fosse stato detto,
    se io co' miei occhi non lo avessi veduto,  che tu  di  sottoporti  ad
    alcuno uomo,  se tuo marito stato non fosse, avessi, non che fatto, ma
    pur pensato;  di che io in questo poco di rimanente di vita che la mia
    vecchiezza mi serba sempre sar dolente, di ci ricordandomi.
    E or volesse Iddio che,  poi che a tanta disonest conducere ti dovevi
    avessi preso uomo che alla tua nobilt decevole fosse  stato;  ma  tra
    tanti  che  nella mia corte n'usano,  eleggesti Guiscardo,  giovane di
    vilissima condizione, nella nostra corte quasi come per Dio da picciol
    fanciullo infino a questo  d  allevato;  di  che  tu  in  grandissimo
    affanno  d'animo  messo  m'hai,  non sappiendo io che partito di te mi
    pigliare.  Di Guiscardo,  il quale io feci  stanotte  prendere  quando
    dello  spiraglio  usciva,  e  hollo in prigione,  ho io gi meco preso
    partito che farne;  ma di te,  sallo Iddio che io non  so  che  farmi.
    Dall'una  parte  mi trae l'amore,  il quale io t'ho sempre pi portato
    che alcun padre portasse a figliuola,  e d'altra mi  trae  giustissimo
    sdegno,  preso per la tua gran follia; quegli vuole che io ti perdoni,
    e questi vuole che contro a mia natura in te  incrudelisca;  ma  prima
    che  io  partito  prenda,  disidero d'udire quello che tu a questo dei
    dire. - E questo detto bass il viso,  piagnendo s forte come farebbe
    un fanciul ben battuto.
    Ghismonda,  udendo  il padre e conoscendo non solamente il suo segreto
    amore esser  discoperto,  ma  ancora  esser  preso  Guiscardo,  dolore
    inestimabile  sent,  e a mostrarlo con romore e con lagrime,  come il
    pi le femine fanno,  fu assai volte  vicina;  ma  pur,  questa  vilt
    vincendo  il  suo  animo  altiero,  il viso suo con maravigliosa forza
    ferm, e seco, avanti che a dovere alcun priego per s porgere, di pi
    non stare in vita dispose, avvisando gi esser morto il suo Guiscardo.
    Per che, non come dolente femina o ripresa del suo fallo,  ma come non
    curante  e  valorosa,  con  asciutto  viso  e  aperto e da niuna parte
    turbato, cos al padre disse:
    - Tancredi, n a negare n a pregare son disposta, per ci che n l'un
    mi varrebbe n l'altro voglio che mi vaglia;  e oltre a ci  in  niuno
    atto  intendo di rendermi benivola la tua mansuetudine e 'l tuo amore;
    ma, il ver confessando,  prima con vere ragioni difender la fama mia e
    poi  con  fatti  fortissimamente seguire la grandezza dello animo mio.
    Egli  il vero che io ho amato e amo Guiscardo,  e quanto  io  viver,
    che sar poco,  l'amer;  e se appresso la morte s'ama, non mi rimarr
    d'amarlo;  ma a questo non mi indusse tanto la mia feminile fragilit,
    quanto la tua poca sollecitudine del maritarmi e la virt di lui.
    Esser  ti  dovea,  Tancredi,  manifesto,  essendo  tu  di carne,  aver
    generata figliuola di carne e non di pietra o di ferro;  e  ricordarti
    dovevi e dei,  quantunque tu ora sia vecchio, chenti e quali e con che
    forza vengano le leggi della giovanezza; e,  come che tu uomo in parte
    ne' tuoi migliori anni nell'armi esercitato ti sii, non dovevi di meno
    conoscere  quello  che gli ozi e le dilicatezze possano ne' vecchi non
    che ne' giovani.
    Sono adunque, s come da te generata, di carne, e s poco vivuta,  che
    ancor  son  giovane;   e  per  l'una  cosa  e  per  l'altra  piena  di
    concupiscibile disidero,  al quale maravigliosissime forze hanno  date
    l'aver  gi,  per essere stata maritata,  conosciuto qual piacer sia a
    cos fatto disidero dar compimento.  Alle quali forze non  potendo  io
    resistere,  a seguir quello a che elle mi tiravano,  s come giovane e
    femina,  mi disposi e innamora' mi.  E certo in questo opposi ogni mia
    virt di non volere n a te n a me di quello a che natural peccato mi
    tirava,  in quanto per me si potesse operare, vergogna fare. Alla qual
    cosa e pietoso Amore e  benigna  Fortuna  assai  occulta  via  m'avean
    trovata e mostrata,  per la quale,  senza sentirlo alcuno,  io a' miei
    disideri perveniva; e questo, chi che ti se l'abbi mostrato o come che
    tu il sappi, io nol nego.
    Guiscardo non per accidente tolsi, come molte fanno, ma con diliberato
    consiglio elessi innanzi ad ogn'altro,  e con avveduto pensiero  a  me
    lo'ntrodussi,  e  con  savia  perseveranza  di  me e di lui lungamente
    goduta sono del mio disio.  Di che egli pare,  oltre allo amorosamente
    aver  peccato,  che  tu,  pi  la  volgare  oppinione  che  la  verit
    seguitando,  con pi amaritudine mi riprenda,  dicendo (quasi  turbato
    esser non ti dovessi, se io nobile uomo avessi a questo eletto) che io
    con  uom  di bassa condizione mi son posta.  In che non ti accorgi che
    non il mio peccato ma quello della Fortuna riprendi,  la  quale  assai
    sovente li non degni ad alto leva, a basso lasciando i dignissimi.
    Ma lasciamo or questo, e riguarda alquanto a' principii delle cose: tu
    vedrai  noi  d'una  massa  di  carne  tutti  la carne avere,  e da uno
    medesimo creatore tutte l'anime con iguali forze, con iguali potenzie,
    con iguali  virt  create.  La  virt  primieramente  noi,  che  tutti
    nascemmo e nasciamo iguali,  ne distinse;  e quegli che di lei maggior
    parte avevano e adoperavano nobili furon detti,  e il rimanente rimase
    non nobile.  E bench contraria usanza poi abbia questa legge nascosa,
    ella non  ancor tolta via n guasta dalla natura n da' buon costumi;
    e per ci  colui  che  virtuosamente  adopera  apertamente  si  mostra
    gentile, e chi altramenti il chiama, non colui che  chiamato ma colui
    che chiama, commette difetto.
    Raguarda tra tutti i tuoi nobili uomini ed esamina la lor virt, i lor
    costumi  e  le  loro  maniere,  e  d'altra  parte  quelle di Guiscardo
    raguarda: se  tu  vorrai  senza  animosit  giudicare,  tu  dirai  lui
    nobilissimo  e  questi tuoi nobili tutti esser villani.  Delle virt e
    del valore di Guiscardo io non credetti  al  giudicio  d'alcuna  altra
    persona  che  a  quello  delle  tue  parole  e de' miei occhi.  Chi il
    commend mai tanto,  quanto tu 'l  commendavi  in  tutte  quelle  cose
    laudevoli  che  valoroso  uomo  dee  essere commendato?  E certo non a
    torto;  ch se i miei occhi non m'ingannarono,  niuna laude da te data
    gli fu,  che io lui operarla, e pi mirabilmente che le tue parole non
    potevano esprimere,  non vedessi;  e se pure  in  ci  alcuno  inganno
    ricevuto avessi, da te sarei stata ingannata.
    Dirai dunque che io con uomo di bassa condizione mi sia posta?  Tu non
    dirai il vero;  ma per avventura,  se tu dicessi con povero,  con  tua
    vergogna  si  potrebbe concedere,  che cos hai saputo un valente uomo
    tuo servidore mettere  in  buono  stato;  ma  la  povert  non  toglie
    gentilezza ad alcuno, ma s avere. Molti re, molti gran principi furon
    gi poveri; e molti di quegli che la terra zappano e guardan le pecore
    gi ricchissimi furono e sonne.
    L'ultimo dubbio che tu movevi,  cio che di me far ti dovessi, caccial
    del tutto via.  Se tu nella tua estrema vecchiezza a  far  quello  che
    giovane non usasti,  cio ad incrudelir, se'disposto, usa in me la tua
    crudelt, la quale ad alcun priego porgerti disposta non sono, s come
    in prima cagion di questo peccato,  se  peccato  ;  per  ci  che  io
    t'accerto  che  quello che di Guiscardo fatto avrai o farai,  se di me
    non fai il simigliante, le mie mani medesime il faranno.
    Or via, va con le femine a spander le tue lagrime,  e incrudelendo con
    un  medesimo  colpo altrui e me,  se cos ti par che meritato abbiamo,
    uccidi.
    Conobbe il prenze la grandezza dell'animo della sua figliuola;  ma non
    credette  per  ci in tutto lei s fortemente disposta a quello che le
    parole sue sonavano,  come diceva.  Per che,  da lei partitosi e da s
    rimosso  di  volere  in  alcuna cosa nella persona di lei incrudelire,
    pens con gli altrui  danni  raffreddare  il  suo  fervente  amore,  e
    comand  a' due che Guiscardo guardavano che senza alcun romore lui la
    seguente notte  strangolassono,  e,  trattogli  il  cuore,  a  lui  il
    recassero;  li  quali,  cos  come  loro  era  stato  comandato,  cos
    operarono.
    Laonde,  venuto il d seguente,  fattasi il prenze venire una grande e
    bella  coppa d'oro e messo in quella il cuor di Guiscardo,  per un suo
    segretissimo famigliare il  mand  alla  figliuola  e  imposegli  che,
    quando  gliele  desse,  dicesse:  - Il tuo padre ti manda questo,  per
    consolarti di quella cosa che tu pi ami, come tu hai lui consolato di
    ci che egli pi amava -.
    Ghismonda, non smossa dal suo fiero proponimento,  fattesi venire erbe
    e  radici  velenose,  poi che partito fu il padre,  quelle still e in
    acqua ridusse,  per  presta  averla  se  quello  di  che  elle  temeva
    avvenisse.  Alla  quale  venuto  il famigliare e col presente e con le
    parole  del  prenze,   con  forte  viso  la  coppa  prese,   e  quella
    scoperchiata,  come  il  cuor  vide e le parole intese,  cos ebbe per
    certissimo quello essere il cuor di Guiscardo.
    Per che, levato il viso verso il famigliare, disse:
    - Non si conveniva sepoltura men degna che d'oro a  cos  fatto  cuore
    chente questo ; discretamente in ci ha il mio padre adoperato.
    E cos detto, appressatoselo alla bocca, il baci, e poi disse:
    -  In  ogni  cosa  sempre  e infino a questo estremo della vita mia ho
    verso me trovato tenerissimo del mio padre l'amore,  ma  ora  pi  che
    giammai; e per ci l'ultime grazie, le quali render gli debbo giammai,
    di cos gran presente da mia parte gli renderai.
    Questo detto,  rivolta sopra la coppa la quale stretta teneva, il cuor
    riguardando disse:
    - Ahi!  dolcissimo albergo di tutti i miei piaceri,  mala detta sia la
    crudelt  di  colui che con gli occhi della fronte or mi ti fa vedere!
    Assai m'era con quegli della mente riguardarti a ciascuna ora.  Tu hai
    il  tuo  corso fornito,  e di tale chente la fortuna tel concedette ti
    se'spacciato;  venuto se'alla fine alla qual ciascun  corre;  lasciate
    hai  le  miserie  del  mondo  e le fatiche,  e dal tuo nemico medesimo
    quella sepoltura hai che il tuo valore  ha  meritata.  Niuna  cosa  ti
    mancava  ad aver compiute esequie,  se non le lagrime di colei la qual
    tu vivendo cotanto amasti; le quali acci che tu l'avessi,  pose Iddio
    nel  l'animo al mio dispietato padre che a me ti mandasse,  e io le ti
    dar,  come che di morire con gli occhi asciutti e con viso  da  niuna
    cosa spaventato proposto avessi; e dateleti, senza alcuno indugio far
    che la mia anima si congiugner con quella, adoperandol tu, che tu gi
    cotanto  cara  guardasti.  E  con qual compagnia ne potre'io andar pi
    contenta o meglio si cura ai luoghi non conosciuti che con lei? Io son
    certa che ella  ancora  quincentro  e  riguarda  i  luoghi  de'  suoi
    diletti  e  de'  miei;  e  come  colei  che ancor son certa che m'ama,
    aspetta la mia, dalla quale sommamente  amata.
    E cos detto,  non altramenti che se una  fonte  d'acqua  nella  testa
    avuta  avesse,  senza  fare  alcun  feminil  romore,  sopra  la  coppa
    chinatasi,  piagnendo cominci a versare tante lagrime,  che  mirabile
    cosa furono a riguardare, baciando infinite volte il morto cuore.
    Le sue damigelle, che dattorno le stavano, che cuore questo si fosse o
    che  volesson dire le parole di lei non intendevano;  ma da compassion
    vinte tutte piagnevano e lei pietosamente della cagion del suo  pianto
    domandavano  invano,  e  molto  pi,  come meglio sapevano e potevano,
    s'ingegnavano di confortarla.
    La qual,  poi che quanto le  parve  ebbe  pianto,  alzato  il  capo  e
    rasciuttosi gli occhi, disse:
    -  O  molto  amato cuore,  ogni mio uficio verso te  fornito;  n pi
    altro mi resta a fare se non di venire con la mia anima  a  fare  alla
    tua compagnia
    E  questo detto,  si fe'dare l'orcioletto nel quale era l'acqua che il
    d avanti aveva fatta,  la qual mise nella coppa ove il cuore  era  da
    molte delle sue lagrime lavato, e senza alcuna paura postavi la bocca,
    tutta la bevve,  e bevutala,  con la coppa in mano se ne sal sopra il
    suo letto,  e quanto pi onestamente seppe compose il corpo suo  sopra
    quello,  e al suo cuore accost quello del morto amante,  e senza dire
    alcuna cosa aspettava la morte.
    Le damigelle sue,  avendo queste cose e vedute e udite,  come che esse
    non  sapessero  che  acqua quella fosse la quale ella bevuta aveva,  a
    Tancredi ogni cosa avean mandata a dire;  il quale,  temendo di quello
    che sopravvenne, presto nella camera scese della figliuola, nella qual
    giunse in quella ora che essa sopra il suo letto si pose;  e tardi con
    dolci parole levatosi a suo conforto,  veggendo i  termini  ne'  quali
    era, cominci dolorosamente a piagnere.
    Al quale la donna disse:
    -  Tancredi,  serbati  coteste  lagrime  a meno disiderata fortuna che
    questa,  n a me le dare,  che non le disidero.  Chi vide mai  alcuno,
    altro  che  te,  piagnere  di quello che egli ha voluto?  Ma pure,  se
    niente di quello amore che gi mi portasti  ancora  in  te  vive,  per
    ultimo  dono  mi  concedi  che,  poi  che  a  grado  non  ti fu che io
    tacitamente e di nascoso con Guiscardo vivessi,  che 'l mio corpo  col
    suo, dove che tu te l'abbi fatto gittar morto, palese stea.
    L'angoscia  del  pianto  non  lasci  rispondere al prenze.  Laonde la
    giovane,  al suo fine esser venuta sentendosi strignendosi al petto il
    morto cuore, disse:
    - Rimanete con Dio, ch io mi parto.
    E  velati gli occhi,  e ogni senso perduto,  di questa dolente vita si
    dipart.
    Cos doloroso fine ebbe l'amor di Guiscardo e di Ghismonda, come udito
    avete; li quali Tancredi dopo molto pianto,  e tardi pentuto della sua
    crudelt,  con  general  dolore di tutti i salernetani,  onorevolmente
    amenduni in un medesimo sepolcro gli fe' sepellire.











    Giornata quarta - Novella seconda.

    Frate Alberto d a vedere ad una donna che l'Agnolo Gabriello  di lei
    innamorato,  in forma del quale pi volte si giace con lei;  poi,  per
    paura  de'  parenti di lei della casa gittatosi,  in casa d'uno povero
    uomo ricovera, il quale in forma d'uomo salvatico il d seguente nella
    piazza  il  mena,  dove,  riconosciuto,    da'  suoi  frati  preso  e
    incarcerato.

    Aveva  la  novella  dalla  Fiammetta  raccontata  le lagrime pi volte
    tirate insino in su gli occhi alle sue compagne, ma quella gi essendo
    compiuta, il re con rigido viso disse:
    - Poco prezzo mi parrebbe la vita mia a dover dare per la met diletto
    di quello che con Guiscardo ebbe  Ghismonda,  n  se  ne  dee  di  voi
    maravigliare alcuna,  con ci sia cosa che io, vivendo, ogni ora mille
    morti sento,  n per tutte quelle una sola particella di  diletto  m'
    data.  Ma, lasciando al presente li miei fatti ne' loro termini stare,
    voglio che ne' fieri  ragionamenti,  e  a'  miei  accidenti  in  parte
    simili,  Pampinea ragionando seguisca;  la quale se, come Fiammetta ha
    cominciato,  andr appresso,  senza dubbio alcuna rugiada cadere sopra
    il mio fuoco comincer a sentire.
    Pampinea,  a  s  sentendo  il  comandamento  venuto,  pi  per la sua
    affezione cognobbe l'animo delle compagne che quello del re per le sue
    parole, e per ci,  pi disposta a dovere al quanto recrear loro che a
    dovere,  fuori che del comandamento solo, il re contentare, a dire una
    novella, senza uscir del proposto, da ridere si dispose, e cominci.
    Usano i volgari un cos fatto proverbio: - Chi  reo e buono  tenuto,
    pu fare il male e non  creduto -.  Il quale ampia materia a ci  che
    m'  stato  proposto  mi  presta  di favellare,  e ancora a dimostrare
    quanta e quale sia la ipocresia de' religiosi,  li  quali,  co'  panni
    larghi e lunghi e co' visi artificialmente pallidi e con le voci umili
    e  mansuete  nel  domandar l'altrui,  e altissime e rubeste in mordere
    negli altri li loro medesimi vizi e nel mostrare s per torre e  altri
    per lor donare venire a salvazione, e oltre a ci, non come uomini che
    il paradiso abbiano a procacciare come noi, ma quasi come possessori e
    signori di quello,  danti a ciaschedun che muore,  secondo la quantit
    de' danari loro lasciata da lui,  pi e  meno  eccellente  luogo,  con
    questo prima s medesimi,  se cos credono, e poscia coloro che in ci
    alle loro parole dan fede, sforzansi d'ingannare. De'quali,  se quanto
    si convenisse fosse licito a me di mostrare, tosto dichiarerei a molti
    semplici quello che nelle lor cappe larghissime tengon nascoso. Ma ora
    fosse  piacer  di  Dio  che cos delle lor bugie a tutti intervenisse,
    come ad un frate minore,  non miga  giovane,  ma  di  quelli  che  de'
    maggior  ch'ha  Ascesi  era tenuto a Vinegia;  del quale sommamente mi
    piace  di  raccontare,  per  alquanto  gli  animi  vostri,   pieni  di
    compassione  per  la morte di Ghismonda,  forse con risa e con piacere
    rilevare.
    Fu adunque,  valorose donne,  in Imola uno uomo di scelerata vita e di
    corrotta,  il  qual  fu chiamato Berto della Massa;  le cui vituperose
    opere molto dagli imolesi conosciute a tanto il recarono che,  non che
    la  bugia,  ma  la verit non era in Imola chi gli credesse;  per che,
    accorgendosi quivi  pi  le  sue  gherminelle  non  aver  luogo,  come
    disperato,  a Vinegia d'ogni bruttura ricevitrice si trasmut, e quivi
    pens di trovare altra maniera al suo malvagio adoperare che fatto non
    avea in altra parte.  E,  quasi da conscienzia rimorso delle  malvagie
    opere nel preterito fatte da lui, da somma umilt soprapreso mostrando
    si,  e  oltre ad ogni altro uomo divenuto catolico,  and e s si fece
    frate minore,  e fecesi chiamare frate Alberto da  Imola;  e  in  tale
    abito  cominci a far per sembianti una aspra vita e a commendar molto
    la penitenzia e l'astinenzia,  n mai carne mangiava  n  bevea  vino,
    quando non n'avea che gli piacesse.
    N se ne fu appena avveduto alcuno,  che di ladrone,  di ruffiano,  di
    falsario,  d'omicida,  subitamente fu un  gran  predicatore  divenuto,
    senza  aver  per ci i predetti vizi abbandonati,  quando nascosamente
    gli avesse potuti mettere in opera.  E  oltre  a  ci  fattosi  prete,
    sempre all'altare,  quando celebrava, se da molti veduto era, piagneva
    la passione del Salvatore,  s come colui al quale poco  costavano  le
    lagrime quando le volea.
    E in brieve, tra colle sue prediche e le sue lagrime, egli seppe in s
    fatta  guisa  li viniziani adescare,  che egli quasi d'ogni testamento
    che vi si faceva era fedecommessario e dipositario,  e  guardatore  di
    denari di molti,  confessore e consigliatore quasi della maggior parte
    degli uomini e delle donne;  e cos faccendo,  di  lupo  era  divenuto
    pastore,  ed era la sua fama di santit in quelle parti troppo maggior
    che mai non fu di san Francesco ad Ascesi.
    Ora avvenne che una giovane donna bamba e  sciocca,  che  chiamata  fu
    madonna  Lisetta  da ca' Quirino,  moglie d'un gran mercatante che era
    andato con le galee in Fiandra,  s'and con altre donne a confessar da
    questo  santo frate.  La quale essendogli a' piedi,  s come colei che
    viniziana era, ed essi son tutti bergoli, avendo parte detta de' fatti
    suoi, fu da frate Alberto addomandata se alcuno amadore avesse.
    Al quale ella con un mal viso rispose:
    - Deh, messere lo frate,  non avete voi occhi in capo?  Paionvi le mie
    bellezze  fatte  come  quelle  di  queste altre?  Troppi n'avrei degli
    amadori,  se io ne volessi;  ma non sono le mie bellezze  da  lasciare
    amare n da tale n da quale. Quante ce ne vedete voi, le cui bellezze
    sien fatte come le mie, che sarei bella nel paradiso?
    E  oltre  a  ci,  disse tante cose di questa sua bellezza,  che fu un
    fastidio ad udire.
    Frate Alberto conobbe incontanente che costei sentia  dello  scemo  e,
    parendogli  terreno  da'  ferri suoi,  di lei subitamente e oltre modo
    s'innamor; ma, riserbandosi in pi comodo tempo le lusinghe, pur, per
    mostrarsi santo,  quella volta cominci a volerla riprendere e a dirle
    che questa era vanagloria,  e altre sue novelle;  per che la donna gli
    disse che egli era una bestia e che egli non conosceva  che  si  fosse
    pi  una bellezza che un'altra.  Per che frate Alberto,  non volendola
    troppo turbare,  fattale la  confessione,  la  lasci  andar  via  con
    l'altre.
    E stato alquanti d, preso un suo fido compagno, n'and a casa madonna
    Lisetta,  e trattosi da una parte in una sala con lei e non potendo da
    altri esser veduto, le si gitt davanti ginocchione e disse:
    - Madonna,  io vi priego per Dio che voi mi perdoniate di ci  che  io
    domenica,  ragionandomi voi della vostra bellezza,  vi dissi,  per ci
    che s fieramente la notte seguente gastigato ne fui,  che mai  poscia
    da giacere non mi son potuto levar se non oggi.
    Disse allora donna Mestola:
    - E chi ve ne gastig cos?
    Disse frate Alberto:
    - Io il vi dir.  Standomi io la notte in orazione,  s come io soglio
    star sempre,  io vidi subitamente nella mia cella un grande splendore,
    n prima mi pote'volgere per veder che ci fosse, che io mi vidi sopra
    un giovane bellissimo con un grosso bastone in mano, il quale, presomi
    per la cappa e tiratomisi a' pi,  tante mi di che tutto mi ruppe. Il
    quale io appresso domandai perch ci fatto avesse, ed egli rispose: -
    Per ci che tu presummesti oggi di riprendere le  celestiali  bellezze
    di madonna Lisetta, la quale io amo, da Dio in fuori, sopra ogni altra
    cosa  -.  E io allora domandai: - Chi siete voi?  - A cui egli rispose
    che era l'agnolo Gabriello. - O signor mio -,  dissi io - io vi priego
    che voi mi perdoniate -. E egli allora disse:- E io ti perdono per tal
    convenente,  che  tu  a  lei  vada  come  tu  prima potrai,  e facciti
    perdonare; e dove ella non ti perdoni, io ci torner e darottene tante
    che io ti far tristo per tutto il tempo che tu ci viverai  -.  Quello
    che  egli  poi  mi  dicesse,  io  non  ve l'oso dire,  se prima non mi
    perdonate.
    Donna Zucca al vento,  la quale era anzi che no un poco dolce di sale,
    godeva tutta udendo queste parole e verissime tutte le credea,  e dopo
    alquanto disse:
    - Io  vi  diceva  bene,  frate  Alberto,  che  le  mie  bellezze  eran
    celestiali;  ma,  se Dio m'aiuti, di voi m'incresce, e in fino ad ora,
    acci che pi non vi sia fatto male,  io vi perdono,  s veramente che
    voi mi diciate ci che l'agnolo poi vi disse.
    Frate Alberto disse:
    - Madonna, poi che perdonato m'avete, io il vi dir volentieri; ma una
    cosa vi ricordo,  che cosa che io vi dica voi vi guardiate di non dire
    ad alcuna persona che sia nel mondo,  se voi  non  volete  guastare  i
    fatti  vostri,  che  siete  la  pi  avventurata donna che oggi sia al
    mondo.
    Questo agnol Gabriello  mi  disse  che  io  vi  dicessi  che  voi  gli
    piacevate  tanto,  che  pi  volte  a  starsi  con voi venuto la notte
    sarebbe,  se non fosse per non spaventarvi.  Ora vi manda egli dicendo
    per me, che a voi vuol venire una notte e dimorarsi una pezza con voi;
    e  per  ci  che  egli    agnolo  e venendo in forma d'agnolo voi nol
    potreste toccare,  dice che per diletto di voi vuol  venire  in  forma
    d'uomo,  e  per ci dice che voi gli mandiate a dire quando volete che
    egli venga,  e in forma di cui ed egli ci verr;  di che voi,  pi che
    altra donna che viva, tener vi potete beata.
    Madonna  Baderla  allora  disse  che  molto  le  piaceva  se  l'agnolo
    Gabriello l'amava; per ci che ella amava ben lui,  n era mai che una
    candela  d'un  mattapan  non  gli  accendesse  davanti dove dipinto il
    vedeva; e che, quale ora egli volesse a lei venire,  egli fosse il ben
    venuto,  ch  egli  la troverebbe tutta sola nella sua camera,  ma con
    questo patto,  che egli non dovesse lasciar lei per la Vergine  Maria,
    che l'era detto che egli le voleva molto bene,  e anche si pareva, ch
    in ogni luogo che ella il vedeva,  le  stava  ginocchione  innanzi;  e
    oltre  a  questo,  che  a  lui stesse di venire in qual forma volesse,
    purch ella non avesse paura.
    Allora disse frate Alberto:
    - Madonna,  voi parlate saviamente;  e io ordiner ben con lui  quello
    che  voi mi dite.  Ma voi mi potete fare una gran grazia,  e a voi non
    coster niente; e la grazia  questa,  che voi vogliate che egli venga
    con questo mio corpo. E udite in che voi mi farete grazia: che egli mi
    trarr l'anima mia di corpo e metteralla in paradiso,  ed egli enterr
    in me,  e quanto egli star con voi,  tanto si star  l'anima  mia  in
    paradiso.
    Disse allora donna Pocofila:
    - Ben mi piace;  io voglio che,  in luogo delle busse le quali egli vi
    diede a mie cagioni, che voi abbiate questa consolazione.
    Allora disse frate Alberto:
    - Or farete che questa notte egli truovi la porta  della  vostra  casa
    per modo che egli possa entrarci, per ci che vegnendo in corpo umano,
    come egli verr, non potrebbe entrare se non per l'uscio.
    La  donna rispose che fatto sarebbe.  Frate Alberto si part,  ed ella
    rimase faccendo s gran galloria che non le toccava il cul la camicia,
    mille anni parendole che l'agnolo Gabriello a lei venisse.
    Frate Alberto, pensando che cavaliere, non agnolo,  esser gli convenia
    la  notte,  con confetti e altre buone cose s'incominci a confortare,
    acci che di leggier non fosse da caval gittato.  E avuta la licenzia,
    con uno compagno,  come notte fu,  se n'entr in casa d'una sua amica,
    dalla quale altra volta aveva prese le mosse quando andava a correr le
    giumente; e di quindi, quando tempo gli parve, trasformato se n'and a
    casa la donna, e in quella entrato,  con sue frasche che portate avea,
    in  agnolo si trasfigur,  e salitosene suso,  se n'entr nella camera
    della donna.
    La quale,  come  questa  cosa  cos  bianca  vide,  gli  s'inginocchi
    innanzi, e l'agnolo la benedisse e levolla in pi e fecele segno che a
    letto   s'andasse.   Il   che  ella,   volenterosa  d'ubbidire,   fece
    prestamente, e l'agnolo appresso colla sua divota si coric.
    Era frate Alberto bello uomo del corpo e robusto,  e stavangli  troppo
    bene  le  gambe  in su la persona;  per la qual cosa con donna Lisetta
    trovandosi,  che era fresca e morbida,  altra giacitura faccendole che
    il marito,  molte volte la notte vol senza ali,  di che ella forte si
    chiam per contenta;  e oltre a ci molte cose le disse  della  gloria
    celestiale.  Poi,  appressandosi il d,  dato ordine al ritornare, co'
    suoi arnesi fuor se n'usc e tornossi al compagno suo, al quale, acci
    che paura non avesse dormendo solo,  aveva la buona femina della  casa
    fatta amichevole compagnia.
    La donna,  come desinato ebbe,  presa sua compagnia, se n'and a frate
    Alberto e novelle gli disse dello agnolo Gabriello e ci  che  da  lui
    udito  avea  della  gloria  di  vita  etterna,  e come egli era fatto,
    aggiugnendo oltre a questo maravigliose favole.
    A cui frate Alberto disse:
    - Madonna,  io non so come voi vi steste  con  lui;  so  io  bene  che
    stanotte,   vegnendo  egli  a  me  e  io  avendogli  fatta  la  vostra
    ambasciata,  egli ne port subitamente l'anima mia tra tanti  fiori  e
    tra tante rose,  che mai non se ne videro di qua tante,  e stettimi in
    uno de' pi dilettevoli luoghi  che  fosse  mai  infino  a  stamane  a
    matutino; quello che il mio corpo si divenisse, io non so.
    -  Non ve 'l dich'io?  - disse la donna - il vostro corpo stette tutta
    notte in braccio mio con l'agnol Gabriello;  e se voi non mi  credete,
    guateretevi sotto la poppa manca l dove io diedi un grandissimo bacio
    all'agnolo, tale che egli vi si parr il segnale parecchi d.
    Disse allora frate Alberto:
    - Ben far oggi una cosa che io non feci gi  gran tempo pi,  che io
    mi spoglier per vedere se. voi dite il vero.
    E dopo molto cianciare la donna se ne torn  a  casa;  alla  quale  in
    forma  d'agnolo  frate  Alberto  and  poi  molte  volte  senza alcuno
    impedimento ricevere.
    Pure avvenne un giorno che, essendo madonna Lisetta con una sua comare
    e insieme di bellezze  quistionando,  per  porre  la  sua  innanzi  ad
    ogn'altra, s come colei che poco sale aveva in zucca, disse:
    - Se voi sapeste a cui la mia bellezza piace,  in verit voi tacereste
    dell'altre.
    La comare, vaga d'udire, s come colei che ben la conoscea, disse:
    - Madonna,  voi potreste dir vero,  ma  tuttavia,  non  sappiendo  chi
    questi si sia, altri non si rivolgerebbe cos di leggiero.
    Allora la donna, che piccola levatura avea, disse:
    -  Comare,  egli  non si vuol dire,  ma lo 'ntendimento mio  l'agnolo
    Gabriello, il quale pi che s m'ama, s come la pi bella donna,  per
    quello che egli mi dica, che sia nel mondo o in maremma.
    La comare ebbe allora voglia di ridere,  ma pur si tenne per farla pi
    avanti parlare, e disse:
    - In f di Dio, madonna, se l'agnolo Gabriello  vostro intendimento e
    dicevi questo,  egli dee bene esser cos;  ma io non credeva  che  gli
    agnoli facesson queste cose.
    Disse la donna:
    - Comare,  voi siete errata;  per le plaghe di Dio,  egli il fa meglio
    che mio marido, e dicemi che egli si fa anche colass; ma, per ci che
    io gli paio pi bella  che  niuna  che  ne  sia  in  cielo,  s'  egli
    innamorato di me e viensene a star meco bene spesso; mo ved vu?
    La  comare,  partita da madonna Lisetta,  le parve mille anni che ella
    fosse in parte ove ella potesse queste cose ridire;  e  ragunatasi  ad
    una  festa con una gran brigata di donne,  loro ordinatamente raccont
    la novella.  Queste donne il dissero a' mariti e  ad  altre  donne,  e
    quelle  a  quell'altre,  e  cos in meno di due d ne fu tutta ripiena
    Vinegia.  Ma tra gli altri a' quali questa  cosa  venne  agli  orecchi
    furono i cognati di lei,  li quali, senza alcuna cosa dirle, si posero
    in cuore di trovare questo agnolo e di sapere se egli sapesse  volare;
    e pi notti stettero in posta.
    Avvenne che di questo fatto alcuna novelluzza ne venne a frate Alberto
    agli orecchi;  il quale,  per riprender la donna,  una notte andatovi,
    appena spogliato s'era,  che i cognati di  lei,  che  veduto  l'avevan
    venire,  furono  all'uscio della sua camera per aprirlo.  Il che frate
    Alberto sentendo, e avvisato ci che era, levatosi, non veggendo altro
    rifugio, aperse una finestra la qual sopra il maggior canal rispondea,
    e quindi si gitt nell'acqua.
    Il fondo v'era grande ed egli sapeva ben notare, s che male alcun non
    si fece; e, notato dall'altra parte del canale, in una casa che aperta
    v'era prestamente se n'entr,  pregando un buono uomo che dentro v'era
    che per l'amor di Dio gli scampasse la vita, sue favole dicendo perch
    quivi a quella ora e ignudo fosse.
    Il buono uomo,  mosso a piet, convenendogli andare a far sue bisogne,
    nel suo letto il mise, e dissegli che quivi infino alla sua tornata si
    stesse; e dentro serratolo, and a fare i fatti suoi.
    I cognati della donna entrati  nella  camera  trovarono  che  l'agnolo
    Gabriello,  quivi avendo lasciate l'ali, se n'era volato; di che quasi
    scornati grandissima villania dissero alla donna,  e  lei  ultimamente
    sconsolata lasciarono stare e a casa lor tornarsi con gli arnesi dello
    agnolo.
    In  questo mezzo,  fattosi il d chiaro,  essendo il buono uomo in sul
    Rialto, ud dire come l'agnolo Gabriello era la notte andato a giacere
    con madonna Lisetta e da' cognati trovatovi,  s'era per paura  gittato
    nel canale, n si sapeva che divenuto se ne fosse; per che prestamente
    s'avvis  colui  che  in  casa  avea  esser  desso.  E l venutosene e
    riconosciutolo, dopo molte novelle, con lui trov modo che, s'egli non
    volesse che a' cognati di lei il desse,  gli facesse venire  cinquanta
    ducati; e cos fu fatto.
    E  appresso questo,  disiderando frate Alberto d'uscir di quindi,  gli
    disse il buono uomo:
    - Qui non ha modo alcuno, se gi in uno non voleste. Noi facciamo oggi
    una festa, nella quale chi mena uno uomo vestito a modo d'orso e chi a
    guisa d'uom salvatico,  e chi d'una cosa e chi d'un'altra,  e in su la
    piazza  di  San Marco si fa una caccia,  la qual fornita,   finita la
    festa; e poi ciascun va,  con quel che menato ha,  dove gli piace.  Se
    voi volete, anzi che spiar si possa che voi siate qui, che io in alcun
    di  questi  modi  vi  meni,  io  vi  potr  menare  dove  voi vorrete;
    altramenti non veggio come uscirci possiate che conosciuto non  siate;
    e  i cognati della donna,  avvisando che voi in alcun luogo quincentro
    siate, per tutto hanno messe le guardie per avervi.
    Come che duro paresse a frate Alberto l'andare in cotal guisa, pur per
    la paura che aveva de' parenti della donna vi si condusse,  e disse  a
    costui dove voleva esser menato, e come il menasse era contento.
    Costui,  avendol  gi  tutto unto di mele ed empiuto di sopra di penna
    matta, e messagli una catena in gola e una maschera in capo, e datogli
    dall'una mano un gran bastone e dall'altra  due  gran  cani,  che  dal
    macello avea menati, mand uno al Rialto, che bandisse che chi volesse
    veder  l'agnolo  Gabriello  andasse in su la piazza di San Marco: e fu
    lealt viniziana questa.
    E questo fatto,  dopo alquanto il men fuori  e  miseselo  innanzi,  e
    andandol  tenendo  per  la catena di dietro,  non senza gran romore di
    molti, che tutti diceano: - Che x quel? che x quel? - il condusse in
    su la piazza,  dove tra quegli che venuti gli  eran  dietro  e  quegli
    ancora  che,  udito  il bando,  da Rialto venuti v'erano,  erano gente
    senza fine. Questi l pervenuto,  in luogo rilevato e alto leg il suo
    uomo  salvatico  ad  una  colonna,  sembianti  faccendo d'attendere la
    caccia;  al quale le mosche e'tafani,  per ci che di mele  era  unto,
    davan grandissima noia.
    Ma poi che costui vide piazza ben piena,  faccendo sembianti di volere
    scatenare il suo uom salvatico,  a frate Alberto  trasse  la  maschera
    dicendo:
    - Signori,  poi che il porco non viene alla caccia, e non si fa, acci
    che voi non siate venuti in vano,  io voglio che voi veggiate l'agnolo
    Gabriello, il quale di cielo in terra discende la notte a consolare le
    donne viniziane.
    Come la maschera fu fuori, cos fu frate Alberto incontanente da tutti
    conosciuto;  contro al quale si levaron le grida di tutti,  dicendogli
    le pi vituperose parole e  la  maggior  villania  che  mai  ad  alcun
    ghiotton si dicesse,  e oltre a questo per lo viso gettandogli chi una
    lordura e chi un'altra;  e cos grandissimo spazio il  tennero,  tanto
    che  per  ventura la novella a' suoi frati pervenuta,  infino a sei di
    loro mossisi  quivi  vennero,  e  gittatagli  una  cappa  in  dosso  e
    scatenatolo,  non  senza grandissimo romor dietro,  infino a casa loro
    nel menarono, dove, incarceratolo,  dopo misera vita si crede che egli
    morisse.
    Cos costui,  tenuto buono e male adoperando non essendo creduto, ard
    di  farsi  l'agnolo  Gabriello,  e  di  questo  in  un  uom  salvatico
    convertito,  a lungo andare,  come meritato avea, vituperato senza pro
    pianse i peccati commessi.  Cos piaccia a Dio che a tutti  gli  altri
    possa intervenire.


    Giornata quarta - Novella terza.

    Tre  giovani  amano  tre  sorelle  e con loro si fuggono in Creti.  La
    maggiore per gelosia il suo amante uccide; la seconda, concedendosi al
    duca di Creti, scampa da morte la prima, l'amante della quale l'uccide
    e con la prima si fugge: nne incolpato il terzo amante con  la  terza
    sirocchia;  e  presi  il confessano e per tema di morire con moneta la
    guardia corrompono,  e fuggonsi poveri  a  Rodi  e  in  povert  quivi
    muoiono.

    Filostrato,  udita  la fine del novellar di Pampinea,  sovra s stesso
    alquanto stette e poi disse verso di lei:
    - Un poco di buono e  che  mi  piacque  fu  nella  fine  della  vostra
    novella;  ma troppo pi vi fu innanzi a quella da ridere, il che avrei
    voluto che stato non vi fosse.
    Poi alla Lauretta voltato disse:
    - Donna, seguite appresso con una migliore, se esser pu.
    La Lauretta ridendo disse:
    - Troppo siete contro agli  amanti  crudele,  se  pure  malvagio  fine
    disiderate di loro;  e io,  per ubidirvi,  ne racconter una di tre li
    quali igualmente mal capitarono, poco del loro amore essendo goduti -;
    e cos detto, incominci.
    Giovani donne,  s come voi apertamente potete conoscere,  ogni  vizio
    pu  in  gravissima  noia  tornar  di  colui  che  l'usa e molte volte
    d'altrui;  e tra gli altri che con pi abbandonate redine  ne'  nostri
    pericoli  ne trasporta,  mi pare che l'ira sia quello;  la quale niuna
    altra cosa  che un  movimento  subito  e  inconsiderato,  da  sentita
    tristizia sospinto,  il quale,  ogni ragion cacciata e gli occhi della
    mente avendo di tenebre offuscati,  in  ferventissimo  furore  accende
    l'anima nostra.  E come che questo sovente negli uomini avvenga, e pi
    in uno che in uno altro,  nondimeno gi con maggior  danni  s'  nelle
    donne  veduto,  per  ci  che  pi  leggiermente in quelle s'accende e
    ardevi con fiamma pi chiara e con meno rattenimento le sospigne.
    N  di ci maraviglia,  per ci che,  se ragguardar vorremo,  vedremo
    che  il  fuoco  di  sua natura pi tosto nelle leggieri e morbide cose
    s'apprende che nelle dure  e  pi  gravanti;  e  noi  pur  siamo  (non
    l'abbiano  gli  uomini  a male) pi delicate che essi non sono e molto
    pi mobili.
    Laonde,   veggendoci  naturalmente  a  ci  inchinevoli,   e  appresso
    ragguardato come la nostra mansuetudine e benignit sia di gran riposo
    e di piacere agli uomini co' quali a costumare abbiamo, e cos l'ira e
    il  furore essere di gran noia e di pericolo,  acci che da quella con
    pi forte petto ci guardiamo,  l'amor di tre giovani  e  d'altrettante
    donne,  come di sopra dissi,  per l'ira d'una di loro di felice essere
    divenuto infelicissimo, intendo con la mia novella mostrarvi.
    Marsilia,  s come voi sapete,   in Provenza sopra la  marina  posta,
    antica  e  nobilissima  citt,  e  gi  fu  di ricchi uomini e di gran
    mercatanti pi copiosa che oggi non si  vede.  Tra'  quali  ne  fu  un
    chiamato N'Arnald Civada,  uomo di nazione infima, ma di chiara fede e
    leal mercatante,  senza misura di possessioni e di  denari  ricco,  il
    quale d'una sua donna avea pi figliuoli, de' quali tre n'erano femine
    ed eran di tempo maggiori che gli altri che maschi erano. Delle qua li
    le due, nate ad un corpo, erano d'et di quindici anni, la terza aveva
    quattordici; n altro s'attendeva per li loro parenti a maritarle, che
    la  tornata  di  N'Arnald  il  quale con sua mercatantia era andato in
    Ispagna.  Erano i nomi delle due prime,  dell'una Ninetta e dell'altra
    Maddalena; la terza era chiamata Bertella.
    Della  Ninetta era un giovane gentile uomo,  avvegna che povero fosse,
    chiamato Restagnone, innamorato quanto pi potea, e la giovane di lui;
    e s avevan saputo adoperare,  che,  senza saperlo alcuna persona  del
    mondo, essi godevano del loro amore; e gi buona pezza goduti n'erano,
    quando avvenne che due giovani compagni,  de' quali l'uno era chiamato
    Folco e  l'altro  Ughetto,  morti  i  padri  loro  ed  essendo  rimasi
    ricchissimi,   l'un   della   Maddalena   e   l'altro  della  Bertella
    s'innamorarono.
    Della qual cosa avvedutosi Restagnone,  essendogli stato dalla Ninetta
    mostrato,  pens  di  potersi ne' suoi difetti adagiare per lo costoro
    amore. E con lor presa dimestichezza, or l'uno e or l'altro e talvolta
    amenduni gli accompagnava a vedere le lor donne e  la  sua;  e  quando
    dimestico assai e amico di costoro esser gli parve,  un giorno in casa
    sua chiamatigli, disse loro:
    - Carissimi giovani, la nostra usanza vi pu aver renduti certi quanto
    sia l'amore che io vi porto, e che io per voi adopererei quello che io
    per me medesimo adoperassi;  e per ci che io molto v'amo,  quello che
    nello  animo caduto mi sia intendo di dimostrarvi,  e voi appresso con
    meco insieme quel partito ne prenderemo che vi parr il migliore. Voi,
    se le vostre parole non mentono,  e per quello ancora che  ne'  vostri
    atti  e  di d e di notte mi pare aver compreso,  di grandissimo amore
    delle due giovani amate da voi ardete,  e io della terza loro sorella;
    al  quale  ardore,  ove  voi vi vogliate accordare,  mi d il cuore di
    trovare assai dolce e piacevole rimedio, il quale  questo.  Voi siete
    ricchissimi giovani,  quello che non sono io. Dove voi vogliate recare
    le vostre ricchezze in uno e me far terzo posseditore con voi  insieme
    di  quelle  e  diliberare in che parte del mondo noi vogliamo andare a
    vivere in lieta vita con quelle,  senza alcun fallo mi d il  cuor  di
    fare che le tre sorelle,  con gran parte di quello del padre loro, con
    esso noi,  dove noi andar ne vorremo ne verranno;  e quivi ciascun con
    la sua,  a guisa di tre fratelli, viver potremo li pi contenti uomini
    che altri che al mondo sieno.  A voi omai sta il  prender  partito  in
    volervi di ci consolare, o lasciarlo.
    Li  due  giovani,  che oltre modo ardevano,  udendo che le lor giovani
    avrebbono,  non penar troppo a diliberarsi,  ma dissero,  dove  questo
    seguir dovesse, che essi erano apparecchiati di cos fare. Restagnone,
    avuta questa risposta da' giovani,  ivi a pochi giorni si trov con la
    Ninetta,  alla quale non senza gran malagevolezza andar poteva;  e poi
    che  alquanto  con  lei fu dimorato,  ci che co' giovani detto aveale
    ragion, e con molte ragion s'ingegn di farle questa impresa piacere.
    Ma poco malagevole  gli  fu,  per  ci  che  essa  molto  pi  di  lui
    disiderava  di  poter  con  lui  esser  senza  sospetto;  per che essa
    liberamente  rispostogli  che  le  piaceva  e  che   le   sorelle,   e
    massimamente in questo, quel farebbono che ella volesse, gli disse che
    ogni  cosa  opportuna  intorno  a  ci,   quanto  pi  tosto  potesse,
    ordinasse.  Restagnone a' due giovani tornato,  li quali molto ci che
    ragionato  avea  loro  il sollicitavano,  disse loro,  che dalla parte
    delle lor donne l'opera era messa in assetto.  E fra s diliberati  di
    doverne  in Creti andar,  vendute alcune possessioni le quali avevano,
    sotto titolo di voler con denari andar mercatando,  e d'ogn'altra  lor
    cosa  fatti  denari,  una  saettia  comperarono  e quella segretamente
    armarono di gran vantaggio,  e aspettarono il  termine  dato.  D'altra
    parte  la Ninetta,  che del disiderio delle sorelle sapeva assai,  con
    dolci parole in tanta volont di questo fatto l'accese  che  esse  non
    credevano  tanto  vivere  che a ci pervenissero.  Per che,  venuta la
    notte che salire sopra la saettia dovevano, le tre sorelle,  aperto un
    gran cassone del padre loro,  di quello grandissima quantit di denari
    e di gioie trassono, e con esse di casa tutte e tre tacitamente uscite
    secondo l'ordine dato,  li lor tre amanti che l'aspettavano trovarono;
    con  li quali senza alcuno indugio sopra la saettia montate,  dier de'
    remi in acqua e andar via;  e senza punto rattenersi in alcuno  luogo,
    la  seguente  sera  giunsero  a Genova,  dove i novelli amanti gioia e
    piacere primieramente presero del loro amore.
    E rinfrescatisi di ci che avean bisogno, andaron via, e d'un porto in
    uno altro,  anzi  che  l'ottavo  d  fosse  senza  alcuno  impedimento
    pervennero in Creti, dove grandissime e belle possessioni comperarono,
    alle  quali  assai  vicini  di  Candia  fecero  bellissimi  abituri  e
    dilettevoli e quivi con molta famiglia,  con cani e con uccelli e  con
    cavalli,  in  conviti  e  in  festa  e  in gioia colle lor donne i pi
    contenti uomini del mondo a guisa di baroni cominciarono a vivere.
    E in tal maniera dimorando,  avvenne (s come noi  veggiamo  tutto  il
    giorno  avvenire  che,  quantunque  le cose molto piacciano,  avendone
    soperchia copia rincrescono) che a Restagnone,  il  qual  molto  amata
    avea  la  Ninetta,  potendola  egli  senza  alcun sospetto ad ogni suo
    piacere avere,  gl'incominci a rincrescere e per conseguente a mancar
    verso lei l'amore.  Ed essendogli ad una festa sommamente piaciuta una
    giovane del paese,  bella e gentil donna,  e quella  con  ogni  studio
    seguitando,  cominci per lei a far maravigliose cortesie e feste;  di
    che la Ninetta accorgendosi,  entr di lui in tanta gelosia,  che egli
    non  poteva  andare  un  passo che ella nol risapesse,  e appresso con
    parole e con crucci lui e s non ne tribolasse.
    Ma cos come la copia delle cose  genera  fastidio,  cos  l'esser  le
    disiderate  negate moltiplica l'appetito,  cos i crucci della Ninetta
    le fiamme del nuovo amore di Restagnone accrescevano;  e come  che  in
    processo  di tempo s'avvenisse,  o che Restagnone l'amist della donna
    amata avesse o no, la Ninetta, chi che gliele rapportasse,  l'ebbe per
    fermo;  di che ella in tanta tristizia cadde, e di quella in tanta ira
    e per conseguente in tanto furor trascorse, che,  rivoltato l'amore il
    quale  a  Restagnon  portava  in acerbo odio,  accecata dalla sua ira,
    s'avvis colla morte di Restagnone l'onta  che  ricever  l'era  paruta
    vendicare.  E  avuta  una vecchia greca gran maestra di compor veleni,
    con promesse e con doni a fare  un'acqua  mortifera  la  condusse,  la
    quale  essa,  senza  altramenti  consigliarsi,  una  sera  a Restagnon
    riscaldato e che di ci non si  guardava  di  bere.  La  potenzia  di
    quella fu tale che,  avanti che il mattutin venisse, l'ebbe ucciso. La
    cui morte sentendo Folco e Ughetto e le lor donne,  senza saper che di
    veleno  fosse  morto,  insieme  con  la  Ninetta amaramente piansero e
    onorevolmente il fecero sepellire.
    Ma non dopo molti giorni avvenne che per altra malvagia opera fu presa
    la vecchia che alla Ninetta l'acqua avvelenata composta avea, la quale
    tra gli altri  suoi  mali,  martoriata,  confess  questo,  pienamente
    mostrando  ci  che  per  quello avvenuto ne fosse;  di che il duca di
    Creti, senza alcuna cosa dirne,  tacitamente una notte fu d'intorno al
    palagio di Folco, e senza romore o contradizione alcuna, presa ne men
    la Ninetta.  Dalla quale senza alcun martorio prestissimamente ci che
    udir volle ebbe della morte di Restagnone.
    Folco e Ughetto occultamente dal duca avean sentito,  e da loro le lor
    donne,  perch presa la Ninetta fosse, il che forte dispiacque loro; e
    ogni studio ponevano in far che dal fuoco la Ninetta dovesse  campare,
    al quale avvisavano che giudicata sarebbe, s come colei che molto ben
    guadagnato  l'avea;  ma  tutto pareva niente,  per ci che il duca pur
    fermo a volerne fare giustizia stava.
    La  Maddalena,   la  quale  bella  giovane  era  e  lungamente   stata
    vagheggiata  dal duca senza mai aver voluta far cosa che gli piacesse,
    imaginando che piacendogli potrebbe la sirocchia dal fuoco  sottrarre,
    per  un  cauto  ambasciadore  gli  signific  s  esser  ad  ogni  suo
    comandamento, dove due cose ne dovesser seguire: la prima, che ella la
    sua sorella salva e libera dovesse riavere;  l'altra che  questa  cosa
    fosse segreta.  Il duca,  udita l'ambasciata e piaciutagli, lungamente
    seco pens se fare il volesse, e alla fine vi s'accord e disse ch'era
    presto.  Fatto adunque di consentimento della  donna,  quasi  da  loro
    informar si volesse del fatto, sostenere una notte Folco e Ughetto, ad
    albergare  se  n'and  segretamente  colla  Maddalena.  E  fatto prima
    sembiante d'avere la Ninetta messa in un sacco e doverla quella  notte
    stessa farla in mare mazzerare,  seco la rimen alla sua sorella e per
    prezzo  di  quella  notte  gliele  don,  la  mattina  nel  dipartirsi
    pregandola  che quella notte,  la qual prima era stata nel loro amore,
    non fosse l'ultima;  e oltre a questo le 'mpose che via ne mandasse la
    colpevole  donna,  acci  che  a  lui  non  fosse  biasimo  o  non gli
    convenisse da capo contro di lei incrudelire.
    La mattina seguente Folco e Ughetto,  avendo udito la Ninetta la notte
    essere stata mazzerata, e credendolo, furon liberati; e alla lor casa,
    per  consolar  le  lor  donne  della  morte  della  sorella,  tornati,
    quantunque  la  Maddalena  s'ingegnasse  di  nasconderla  molto,   pur
    s'accorse  Folco  che ella v'era;  di che egli si maravigli molto,  e
    subitamente suspic (gi avendo sentito che il duca aveva la Maddalena
    amata),  e domandolla come questo esser potesse che la  Ninetta  quivi
    fosse.
    La  Maddalena  ord  una lunga favola a volergliele mostrare,  poco da
    lui, che malizioso era, creduta,  il quale,  a doversi dire il vero la
    costrinse;  la quale dopo molte parole gliele disse.  Folco,  da dolor
    vinto e in furor montato,  tirata fuori una spada,  lei  invano  merc
    addomandante  uccise;  e  temendo  l'ira e la giustizia del duca,  lei
    lasciata nella camera morta, se n'and col ove la Ninetta era,  e con
    viso infintamente lieto le disse:
    -  Tosto andianne l dove diterminato  da tua sorella che io ti meni,
    acci che pi non venghi alle mani del duca.
    La qual cosa  la  Ninetta  credendo  e  come  paurosa  disiderando  di
    partirsi,  con  Folco,  senza  altro  commiato  chiedere alla sorella,
    essendo gi notte,  si mise in via,  e con que' denari a' quali  Folco
    pot por mani,  che furon pochi;  e alla marina andatisene,  sopra una
    barca montarono, n mai si seppe dove arrivati si fossero.
    Venuto il d seguente ed essendosi la Maddalena trovata uccisa, furono
    alcuni che per invidia e odio che ad Ughetto portavano, subitamente al
    duca l'ebbero fatto sentire;  per la qual cosa il duca,  che molto  la
    Maddalena amava,  focosamente alla casa corso,  Ughetto prese e la sua
    donna e loro,  che di queste cose niente  ancor  sapeano,  cio  della
    partita di Folco e della Ninetta, costrinse a confessar s insieme con
    Folco esser della morte della Maddalena colpevoli.
    Per  la qual confessione costoro meritamente della morte temendo,  con
    grande ingegno coloro che gli guardavano corruppono,  dando  loro  una
    certa quantit di denari, li quali nella lor casa nascosti per li casi
    opportuni  guardavano e con le guardie insieme,  senza avere spazio di
    potere alcuna lor cosa torre, sopra una barca montati,  di notte se ne
    fuggirono a Rodi, dove in povert e in miseria vissero non gran tempo.
    Adunque  a  cos  fatto  partito  il folle amore di Restagnone e l'ira
    della Ninetta s condussero e altrui.


















    Giornata quarta - Novella quarta.

    Gerbino, contra la fede data dal re Guglielmo suo avolo,  combatte una
    nave del re di Tunisi per torre una sua figliuola,  la quale uccisa da
    quegli che su v'erano, loro uccide, e a lui  poi tagliata la testa.

    La Lauretta, finita la sua novella,  taceva,  e fra la brigata chi con
    un chi con un altro della sciagura degli amanti si dolea;  e chi l'ira
    della Ninetta biasimava, e chi una cosa e chi altra diceva,  quando il
    re, quasi da profondo pensier tolto, alz il viso e ad Elissa fe'segno
    che appresso dicesse, la quale umilmente incominci.
    Piacevoli  donne,  assai  son  coloro che credono Amor solamente dagli
    occhi acceso le  sue  saette  mandare,  coloro  schernendo  che  tener
    vogliono  che  alcuno  per udita si possa innamorare;  li quali essere
    ingannati assai manifestamente apparir in una novella  la  qual  dire
    intendo.  Nella  quale non solamente ci la fama,  senza aversi veduto
    giammai,  avere operato vedrete,  ma  ciascuno  a  misera  morte  aver
    condotto vi fia manifesto.
    Guiglielmo secondo re di Cicilia,  come i ciciliani vogliono, ebbe due
    figliuoli,  l'uno maschio  e  chiamato  Ruggieri,  e  l'altro  femina,
    chiamata  Gostanza.  Il  quale  Ruggieri,  anzi  che il padre morendo,
    lasci un figliuolo nominato Gerbino;  il quale,  dal  suo  avolo  con
    diligenza allevato,  divenne bellissimo giovane e famoso in prodezza e
    in cortesia.
    N  solamente  dentro  a'  termini  di  Cicilia  stette  la  sua  fama
    racchiusa,  ma  in  varie  parti  del  mondo sonando,  in Barberia era
    chiarissima, la quale in que'tempi al re di Cicilia tributaria era.  E
    tra  gli  altri alli cui orecchi la magnifica fama delle virt e della
    cortesia del Gerbin venne,  fu ad una figliuola del re di  Tunisi,  la
    qual,  secondo che ciascun che veduta l'avea ragionava,  era una delle
    pi belle creature che mai dalla natura fosse stata formata,  e la pi
    costumata  e  con  nobile  e  grande animo.  La quale,  volentieri de'
    valorosi  uomini  ragionare  udendo,   con  tanta  affezione  le  cose
    valorosamente  operate  dal  Gerbino  da  uno e da un altro raccontate
    raccolse,  e s le piacevano,  che essa,  seco stessa imaginando  come
    fatto esser dovesse, ferventemente di lui s'innamor, e pi volentieri
    che d'altro di lui ragionava e chi ne ragionava ascoltava.
    D'altra  parte  era,   s  come  altrove,   in  Cicilia  pervenuta  la
    grandissima fama della bellezza parimente e del valor di  lei,  e  non
    senza  gran  diletto  n in vano gli orecchi del Gerbino aveva tocchi;
    anzi,  non meno che di lui la giovane infiammata  fosse,  lui  di  lei
    aveva infiammato.
    Per  la  qual  cosa  infino a tanto che con onesta cagione dallo avolo
    d'andare a Tunisi la licenzia impetrasse,  disideroso  oltre  modo  di
    vederla,  ad ogni suo amico che l andava imponeva che a suo potere il
    suo segreto e grande amor facesse,  per  quel  modo  che  miglior  gli
    paresse,  sentire  e  di  lei  novelle  gli  recasse.  De'quali alcuno
    sagacissimamente il fece, gioie da donne portandole, come i mercatanti
    fanno, a vedere; e interamente l'ardore del Gerbino apertole, lui e le
    sue cose a' suoi comandamenti  offerse  apparecchiate.  La  quale  con
    lieto  viso  e l'ambasciadore e l'ambasciata ricevette,  e rispostogli
    che ella di pari amore  ardeva,  una  delle  sue  pi  care  gioie  in
    testimonianza  di  ci  gli  mand.  La  quale  il  Gerbino  con tanta
    allegrezza ricevette, con quanta qualunque cara cosa ricever si possa,
    e a lei per costui medesimo pi volte scrisse e mand carissimi  doni,
    con lei certi trattati tenendo da doversi,  se la fortuna conceduto lo
    avesse, vedere e toccare.
    Ma andando le cose in questa guisa e un poco pi lunghe che  bisognato
    non  sarebbe,  ardendo  d'una  parte  la giovane e d'altra il Gerbino,
    avvenne che il re di Tunisi la marit al re di Granata; di che ella fu
    crucciosa oltre modo,  pensando che non solamente per lunga  distanzia
    al suo amante s'allontanava,  ma che quasi del tutto tolta gli era;  e
    se modo veduto avesse,  volentieri,  acci  che  questo  avvenuto  non
    fosse, fuggita si sarebbe dal padre e venutasene al Gerbino.
    Similmente  il  Gerbino,  questo maritaggio sentendo,  senza misura ne
    viveva dolente,  e seco spesso pensava,  se  modo  veder  potesse,  di
    volerla torre per forza, se avvenisse che per mare a marito n'andasse.
    Il  re  di  Tunisi,  sentendo  alcuna  cosa  di  questo  amore  e  del
    proponimento del Gerbino, e del suo valore e della potenzia dubitando,
    venendo il tempo che mandar  ne  la  dovea,  al  re  Guiglielmo  mand
    significando  ci che fare in tendeva,  e che,  sicurato da lui che n
    dal Gerbino n da altri per lui in ci impedito sarebbe,  lo 'ntendeva
    di  fa  re.  Il  re  Guiglielmo,  che  vecchio  signore  era  n dello
    innamoramento del Gerbino aveva alcuna cosa sentita,  non imaginandosi
    che   per  questo  addomandata  fosse  tal  sicurt,   liberamente  la
    concedette e in segno di ci mand al re di Tunisi un suo  guanto.  Il
    quale,  poi che la sicurt ricevuta ebbe, fece una grandissima e bella
    nave nel porto di Cartagine apprestare,  e fornirla di ci che bisogno
    aveva  a  chi  su  vi  doveva  andare,  e ornarla e acconciarla per su
    mandarvi la figliuola in Granata, n altro aspettava che tempo.
    La giovane donna,  che tutto questo sapeva e vedeva,  occultamente  un
    suo  servidore  mand  a Palermo e imposegli che il bel Gerbino da sua
    parte salutasse e gli dicesse come  ella  in  fra  pochi  d  era  per
    andarne in Granata; per che ora si parrebbe se cos fosse valente uomo
    come  si  diceva  e  se  cotanto l'amasse quanto pi volte significato
    l'avea.
    Costui,  a cui imposta fu,  ottimamente  fe'l'ambasciata  e  a  Tunisi
    ritornossi. Gerbino questo udendo e sappiendo che il re Guiglielmo suo
    avolo data avea la sicurt al re di Tunisi,  non sapeva che farsi;  ma
    pur,  da amor sospinto,  avendo le parole della donna intese e per non
    parer  vile,  andatosene  a Messina,  quivi prestamente fece due galee
    sottili armare,  e messivi su di valenti uomini,  con  esse  sopra  la
    Sardigna n'and, avvisando quindi dovere la nave della donna passare.
    N fu di lungi l'effetto al suo avviso;  per ci che pochi d quivi fu
    stato,  che la nave con poco vento non guari  lontana  al  luogo  dove
    aspettandola  riposto s'era sopravenne.  La qual veggendo Gerbino,  a'
    suoi compagni disse:
    - Signori,  se voi cos valorosi siete come io vi tegno,  niun di  voi
    senza aver sentito o sentire amore credo che sia,  senza il quale,  s
    come io meco medesimo estimo,  niun mortal pu alcuna virt o bene  in
    s  avere;  e  se  innamorati stati siete o sete,  leggier cosa vi fia
    comprendere il mio disio. Io amo, e amor m'indusse a darvi la presente
    fatica;  e ci che io amo nella nave che qui davanti ne vedete dimora,
    la  quale,  insieme  con  quella cosa che io pi disidero,   piena di
    grandissime ricchezze,  le quali,  se valorosi uomini siete,  con poca
    fatica,   virilmente  combattendo,   acquistar  possiamo.  Della  qual
    vittoria io non cerco che in parte mi venga se non una donna,  per  lo
    cui  amore  i'muovo  l'arme;  ogni  altra cosa sia vostra libera mente
    infin da ora. Andiamo adunque,  e bene avventurosa mente assagliamo la
    nave;  Iddio, alla nostra impresa favorevole, senza vento prestarle la
    ci tien ferma.
    Non erano al bel Gerbino tante parole bisogno, per ci che i messinesi
    che con lui erano,  vaghi della rapina,  gi con l'animo erano  a  far
    quello di che il Gerbino gli confortava con le parole.  Per che, fatto
    un grandissimo romore nella fine del suo parlare che  aos  fo 04(+*_ 	  ǃ		 	  Ƀ	  ߃		 ߃8  	  		   	 ߃  rtire, s'apprestarono alla difesa.
    Il  bel  Gerbino,  a  quella pervenuto,  fe'comandare che i padroni di
    quella sopra le galee mandati fossero, se la battaglia non voleano.
    I saracini,  certificati chi erano  e  che  domandassero,  dissero  s
    essere  contro alla fede lor data dal re da loro assaliti;  e in segno
    di ci mostrarono il guanto del re Guiglielmo e del tutto  negaron  di
    mai,  se non per battaglia vinti,  arrendersi o cosa che sopra la nave
    fosse lor dare.  Gerbino,  il qual sopra la poppa  della  nave  veduta
    aveva  la  donna  troppo  pi  bella assai che egli seco non estimava,
    infiammato pi che prima,  al mostrar del guanto rispose che quivi non
    avea falconi al presente perch guanto v'avesse luogo;  e per ci, ove
    dar non volesser la donna, a ricever la battaglia s'apprestassero.  La
    qual  senza  pi  attendere,  a  saettare e a gittar pietre l'un verso
    l'altro fieramente incominciarono,  e lungamente con danno di ciascuna
    delle parti in tal guisa combatterono. Ultimamente, veggendosi Gerbino
    poco util fare,  preso un legnetto che di Sardigna menato aveano, e in
    quel messo fuoco,  con amendue le galee quello accost alla  nave.  Il
    che  veggendo  i  saracini  e  conoscendo  s  di  necessit o doversi
    arrendere o morire, fatto sopra coverta la figliola del re venire, che
    sotto coverta piagnea,  e  quella  menata  alla  proda  della  nave  e
    chiamato  il  Gerbino,  presente  agli occhi suoi lei gridante merc e
    aiuto svenarono, e in mar gittandola dissono:
    - Togli,  noi la ti diamo qual noi possiamo e chente la tua fede  l'ha
    meritata.
    Gerbino,  veggendo  la crudelt di costoro,  quasi di morir vago,  non
    curando di saetta n di pietra,  alla nave si fece accostare;  e quivi
    su,  malgrado di quanti ve n'eran, montato, non altramenti che un leon
    famelico nell'armento di giuvenchi venuto or questo or quello svenando
    prima co' denti e con l'unghie la sua ira sazia che la fame,  con  una
    spada  in  mano  or  questo or quel tagliando de' saracini crudelmente
    molti n'uccise Gerbino;  e,  gi crescente il fuoco nella accesa nave,
    fattone a' marinari trarre quello che si pot per appagamento di loro,
    gi  se  ne  scese  con  poco  lieta vittoria de' suoi avversari avere
    acquistata.
    Quindi, fatto il corpo della bella donna ricoglier di mare, lungamente
    e con molte lagrime il pianse,  e in Cicilia  tornandosi,  in  Ustica,
    piccioletta  isola  quasi  a  Trapani  dirimpetto,   onorevolmente  il
    fe'sepellire, e a casa pi doloroso che altro uomo si torn.
    Il re di Tunisi, saputa la novella,  suoi ambasciadori di nero vestiti
    al re Guiglielmo mand,  dogliendosi della fede che gli era stata male
    osservata,  e raccontarono il come.  Di che il re  Guiglielmo  turbato
    forte,   n  vedendo  via  da  poter  lor  giustizia  negare  (ch  la
    dimandavano), fece prendere il Gerbino; ed egli medesimo,  non essendo
    alcun  de'  baron  suoi  che  con  prieghi  da  ci  si  sforzasse  di
    rimuoverlo,  il condann nella testa e in sua  presenzia  gliele  fece
    tagliare,  volendo  avanti  senza  nepote rimanere che esser tenuto re
    senza fede.
    Adunque cos miseramente in pochi giorni i  due  amanti,  senza  alcun
    frutto  del  loro amore aver sentito,  di mala morte morirono,  com'io
    v'ho detto.








    Giornata quarta - Novella quinta.

    I fratelli dell'Isabetta uccidon l'amante di lei;  egli l'apparisce in
    sogno e mostrale dove sia sotterrato.  Ella occultamente disotterra la
    testa e mettela in un testo di bassilico; e quivi su piagnendo ogni d
    per una grande ora, i fratelli gliele tolgono,  ed ella se ne muore di
    dolore poco appresso.


    Finita la novella d'Elissa,  e alquanto dal re commendata,  a Filomena
    fu imposto che ragionasse;  la quale,  tutta piena di compassione  del
    misero Gerbino e della sua donna, dopo un pietoso sospiro incominci.
    La  mia  novella,  graziose  donne,  non  sar  di  genti  di  s alta
    condizione,  come costoro furono de' quali Elissa  ha  raccontato,  ma
    ella  per avventura non sar men pietosa;  e a ricordarmi di quella mi
    tira Messina poco innanzi ricordata, dove l'accidente avvenne.
    Erano adunque in Messina tre giovani fratelli e  mercatanti,  e  assai
    ricchi  uomini rimasi dopo la morte del padre loro,  il qual fu da San
    Gimignano, e avevano una lor sorella chiamata Lisabetta, giovane assai
    bella e costumata,  la quale,  che che se  ne  fosse  cagione,  ancora
    maritata non aveano.
    E  avevano  oltre  a  ci  questi  tre  fratelli in uno lor fondaco un
    giovinetto pisano chiamato Lorenzo,  che tutti i lor fatti  guidava  e
    faceva, il quale, essendo assai bello della persona e leggiadro molto,
    avendolo pi volte l'Isabetta guatato,  avvenne che egli le 'ncominci
    stranamente a piacere.  Di che Lorenzo accortosi e una volta e  altra,
    similmente,  lasciati suoi altri innamoramenti di fuori,  incominci a
    porre l'animo a  lei;  e  s  and  la  bisogna  che,  piacendo  l'uno
    all'altro igualmente,  non pass gran tempo che,  assicuratisi, fecero
    di quello che pi disiderava ciascuno.
    E in questo continuando e avendo insieme assai  di  buon  tempo  e  di
    piacere,  non  seppero  s  segretamente  fare che una notte,  andando
    l'Isabetta l dove Lorenzo dormiva, che il maggior de' fratelli, senza
    accorgersene ella, non se ne accorgesse.  Il quale,  per ci che savio
    giovane era, quantunque molto noioso gli fosse a ci sapere, pur mosso
    da pi onesto consiglio, senza far motto o dir cosa alcuna, varie cose
    fra s rivolgendo intorno a questo fatto, infino alla mattina seguente
    trapass.
    Poi, venuto il giorno, a' suoi fratelli ci che veduto avea la passata
    notte  dell'Isabetta e di Lorenzo raccont,  e con loro insieme,  dopo
    lungo consiglio, diliber di questa cosa,  acci che n a loro n alla
    sirocchia  alcuna  infamia  ne  seguisse,  di passarsene tacitamente e
    d'infignersi del tutto d'averne alcuna cosa veduta o saputa  infino  a
    tanto  che  tempo  venisse  nel qua le essi,  senza danno o sconcio di
    loro,  questa vergogna,  avanti che pi andasse innanzi,  si potessero
    torre dal viso.
    E in tal disposizion dimorando,  cos cianciando e ridendo con Lorenzo
    come usati erano avvenne che,  sembianti faccendo d'andare fuori della
    citt a diletto tutti e tre,  seco menarono Lorenzo; e pervenuti in un
    luogo molto solitario e rimoto, veggendosi il destro, Lorenzo,  che di
    ci niuna guardia prendeva, uccisono e sotterrarono in guisa che niuna
    persona  se ne accorse.  E in Messina tornati dieder voce d'averlo per
    lor bisogne mandato in alcun luogo;  il che leggiermente  creduto  fu,
    per ci che spesse volte eran di mandarlo attorno usati.
    Non  tornando  Lorenzo,  e  l'Isabetta molto spesso e sollicitamente i
    fratei domandandone,  s come colei a cui  la  dimora  lunga  gravava,
    avvenne  un  giorno  che,  domandandone ella molto instantemente,  che
    l'uno de' fratelli le disse:
    - Che vuol dir questo? Che hai tu a fare di Lorenzo, ch tu ne domandi
    cos spesso?  Se tu ne domanderai pi,  noi ti faremo quella  risposta
    che ti si conviene.
    Per  che  la  giovane  dolente e trista,  temendo e non sappiendo che,
    senza pi domandarne si stava,  e assai volte la notte pietosamente il
    chiamava  e  pregava che ne venisse,  e alcuna volta con molte lagrime
    della sua lunga dimora si doleva e,  senza punto  rallegrarsi,  sempre
    aspettando si stava.
    Avvenne  una  notte  che,  avendo  costei molto pianto Lorenzo che non
    tornava,  ed  essendosi  alla  fine  piagnendo  addormentata,  Lorenzo
    l'apparve  nel  sonno,  pallido  e  tutto rabbuffato e con panni tutti
    stracciati e fracidi indosso, e parvele che egli dicesse:
    - O Lisabetta,  tu non mi fai altro che chiamare  e  della  mia  lunga
    dimora  t'attristi,  e me con le tue lagrime fieramente accusi;  e per
    ci sappi che io non posso pi ritornarci, per ci che l'ultimo d che
    tu mi vedesti i tuoi fratelli m'uccisono.
    E disegnatole il luogo dove sotterrato l'aveano,  le disse che pi nol
    chiamasse n l'aspettasse, e disparve.
    La  giovane destatasi,  e dando fede alla visione,  amaramente pianse.
    Poi la mattina levata,  non avendo ardire di  dire  al  cuna  cosa  a'
    fratelli,  propose  di  volere andare al mostrato luogo e di vedere se
    ci fosse vero che nel sonno l'era paruto. E avuta la licenza d'andare
    alquanto fuor della terra a diporto,  in  compagnia  d'una  che  altra
    volta con loro era stata e tutti i suoi fatti sapeva, quanto pi tosto
    pot l se n'and; e tolte via foglie secche che nel luogo erano, dove
    men dura le parve la terra quivi cav;  n ebbe guari cavato, che ella
    trov il corpo del suo misero amante in niuna cosa  ancora  guasto  n
    corrotto;  per  che  manifestamente  conobbe  essere stata vera la sua
    visione.  Di che pi che altra femina dolorosa,  conoscendo che  quivi
    non  era  da  piagnere,  se  avesse  potuto  volentieri tutto il corpo
    n'avrebbe portato per dargli pi convenevole sepoltura;  ma,  veggendo
    che  ci  esser  non  poteva,  con  un coltello il meglio che pot gli
    spicc dallo 'mbusto la testa, e quella in uno asciugatoio inviluppata
    e la terra sopra l'altro corpo gittata,  messala in grembo alla fante,
    senza  essere  stata  da alcun veduta,  quindi si part e tornossene a
    casa sua.
    Quivi con questa  testa  nella  sua  camera  rinchiusasi,  sopra  essa
    lungamente e amaramente pianse,  tanto che tutta con le sue lagrime la
    lav,  mille baci dandole in ogni parte.  Poi prese un grande e un bel
    testo, di questi nei quali si pianta la persa o il bassilico, e dentro
    la vi mise fasciata in un bel drappo, e poi messovi su la terra, su vi
    piant parecchi piedi di bellissimo bassilico salernetano, e quegli di
    niuna  altra acqua che o rosata o di fior d'aranci o delle sue lagrime
    non inaffiava giammai;  e per usanza avea preso di  sedersi  sempre  a
    questo  testo vicina,  e quello con tutto il suo disidero vagheggiare,
    s come quello che il suo Lorenzo teneva  nascoso;  e  poi  che  molto
    vagheggiato l'avea, sopr'esso andatasene, cominciava a piagnere, e per
    lungo spazio, tanto che tutto il bassilico bagnava, piagnea.
    Il bassilico,  s per lo lungo e continuo studio,  s per la grassezza
    della terra procedente dalla testa corrotta che dentro v'era,  divenne
    bellissimo e odorifero molto. E servando la giovane questa maniera del
    continuo,   pi   volte   da'   suoi  vicini  fu  veduta.   Li  quali,
    maravigliandosi i fratelli della sua guasta bellezza e di ci che  gli
    occhi le parevano della testa fuggiti, il disser loro:
    - Noi ci siamo accorti, che ella ogni d tiene la cotal maniera.
    Il  che  udendo  i fratelli e accorgendosene,  avendonela alcuna volta
    ripresa e non giovando,  nascosamente da lei fecer portar  via  questo
    testo.  Il  quale,  non  ritrovandolo ella,  con grandissima instanzia
    molte volte richiese; e non essendole renduto,  non cessando il pianto
    e  le  lagrime,  inferm,  n  altro  che il testo suo nella infermit
    domandava.
    I giovani si maravigliavan forte  di  questo  addimandare  e  per  ci
    vollero  vedere  che  dentro vi fosse;  e versata la terra,  videro il
    drappo e in quello la testa non  ancor  s  consumata  che  essi  alla
    capellatura  crespa  non conoscessero lei esser quella di Lorenzo.  Di
    che essi si  maravigliaron  forte  e  temettero  non  questa  cosa  si
    risapesse;  e  sotterrata  quella,  senza  altro  dire,  cautamente di
    Messina  uscitisi  e  ordinato  come  di  quindi  si  ritraessono,  se
    n'andarono a Napoli.
    La  giovane non restando di piagnere e pure il suo testo addimandando,
    piagnendo si mor; e cos il suo disavventurato amore ebbe termine. Ma
    poi a certo tempo divenuta questa cosa manifesta a  molti,  fu  alcuno
    che compuose quel la canzone la quale ancora oggi si canta, cio:
    Quale esso fu lo malo cristiano,
    che mi fur la grasta, ecc.





















    Giornata quarta - Novella sesta.

    L'Andreuola  ama Gabriotto;  raccontagli un sogno veduto ed egli a lei
    un altro; muorsi di subito nelle sue braccia;  mentre che ella con una
    sua fante alla casa di lui nel portano,  son prese dalla signoria,  ed
    ella dice come l'opera sta;  il podest la vuole  sforzare;  ella  nol
    patisce; sentelo il padre di lei, e lei innocente trovata fa liberare;
    la quale, del tutto rifiutando di star pi al mondo, si fa monaca.

    Quella novella, che Filomena aveva detta, fu alle donne carissima, per
    ci che assai volte avevano quella canzone udita cantare n mai avevan
    potuto,  per domandarne, sapere qual si fosse la cagione per che fosse
    stata fatta.  Ma,  avendo il re la fine di  quella  udita,  a  Panfilo
    impose che allo ordine andasse dietro.
    Panfilo allora disse:
    Il  sogno  nella  precedente  novella  raccontato  mi  d  materia  di
    dovervene raccontare una nella quale di due si fa menzione,  li  quali
    di cosa che a venire era,  come quello di cosa intervenuta,  furono, e
    appena furon finiti di dire da  coloro  che  veduti  gli  aveano,  che
    l'effetto segu d'amenduni.  E per,  amorose donne, voi dovete sapere
    che general passione  di ciascuno che vive il veder  varie  cose  nel
    sonno,  le quali,  quantunque a colui che dorme, dormendo, tutte paian
    verissime, e desto lui, alcune vere, alcune verisimili,  e parte fuori
    d'ogni verit iudichi, nondimeno molte esserne avvenute. si truovano
    Per  la  qual  cosa  molti  a ciascun sogno tanta fede prestano quanta
    presterieno a quelle cose le quali vegghiando vedessero;  e per li lor
    sogni  stessi  s'attristano  e  s'allegrano  secondo  che per quegli o
    temono o sperano. E in contrario son di quegli che niuno ne credono se
    non poi che nel premostrato pericolo si veggono.  De'quali n l'uno n
    l'altro commendo,  per ci che n sempre son veri n ogni volta falsi.
    Che essi non sien tutti veri,  assai volte pu  ciascun  di  noi  aver
    conosciuto;  e  che  essi  tutti  non  sien falsi,  gi di sopra nella
    novella di Filomena s' dimostrato e nella mia,  come  davanti  dissi,
    intendo di dimostrarlo. Per che giudico che nel virtuosamente vivere e
    operare  di  niuno contrario sogno a ci si dee temere,  n per quello
    lasciare  i  buoni  proponimenti;  nelle  cose  perverse  e  malvagie,
    quantunque   i   sogni  a  quelle  paiano  favorevoli  e  con  seconde
    dimostrazioni chi gli vede confortino,  niuno se ne  vuol  credere;  e
    cos nel contrario a tutti dar piena fede. Ma vegniamo alla novella.
    Nella citt di Brescia fu gi un gentile uomo chiamato messer Negro da
    Ponte Carraro,  il quale,  tra pi altri figliuoli, una figliuola avea
    nominata Andreuola, giovane e bella assai e senza marito,  la qual per
    ventura d'un suo vicino,  ch'avea nome Gabriotto,  s'innamor, uomo di
    bassa condizione ma di laudevoli costumi pieno e della persona bello e
    piacevole;  e coll'opera e collo aiuto della fante  della  casa  oper
    tanto  la  giovane,  che  Gabriotto non solamente seppe s esser dalla
    Andreuola amato,  ma ancora in un bel giardino del padre di lei pi  e
    pi volte a diletto dell'una parte e dell'altra fu menato. E acci che
    niuna cagione mai,  se non morte,  potesse questo lor dilettevole amor
    separare, marito e moglie segretamente divennero.  E cos furtivamente
    gli lor congiugnimenti continuando, avvenne che alla giovane una notte
    dormendo  parve  in  sogno  vedere  s  essere  nel  suo  giardino con
    Gabriotto,  e lui con grandissimo piacer di ciascuno tener  nelle  sue
    braccia; e mentre che cos dimoravan, le pareva veder del corpo di lui
    uscire  una  cosa  oscura  e terribile,  la forma della quale essa non
    poteva conoscere, e parevale che questa cosa prendesse Gabriotto e mal
    grado di lei con maravigliosa forza gliele strappasse di braccio e con
    esso ricoverasse sotterra,  n mai pi riveder  potesse  n  l'uno  n
    l'altro.  Di che assai dolore e inestimabile sentiva,  e per quello si
    dest;  e desta,  come che lieta fosse veggendo che non cos era  come
    sognato avea,  nondimeno l'entr del sogno veduto paura. E per questo,
    volendo poi Gabriotto la seguente notte  venir  da  lei,  quanto  pot
    s'ingegn  di fare che la sera non vi venisse;  ma pure,  il suo voler
    vedendo,  acci che egli d'altro non sospecciasse,  la seguente  notte
    nel suo giardino il ricevette. E avendo molte rose bianche e vermiglie
    colte,  per  ci  che la stagione era,  con lui a pi d'una bellissima
    fontana e chiara, che nel giardino era,  a starsi se n'and.  E quivi,
    dopo  grande  e assai lunga festa insieme avuta,  Gabriotto la domand
    qual fosse la cagione per  che  la  venuta  gli  avea  il  d  dinanzi
    vietata.  La giovane,  raccontandogli il sogno da lei la notte davanti
    veduto e la suspezione presa di quello, gliele cont.
    Gabriotto udendo questo se ne rise, e disse che grande sciocchezza era
    porre ne' sogni alcuna fede, per ci che o per soperchio di cibo o per
    mancamento di quello avvenieno,  ed esser tutti vani si  vedeano  ogni
    giorno; e appresso disse:
    -  Se  io fossi voluto andar dietro a' sogni,  io non ci sarei venuto,
    non tanto per lo tuo quanto per  uno  che  io  altress  questa  notte
    passata  ne  feci,  il qual fu,  che a me pareva essere in una bella e
    dilettevol selva  e  in  quella  anar  #9+++-+-i4(++i++-++i+i+-4(+---+֢---\++
    brieve spazio divenisse s mia dimestica,  che  punto  da  me  non  si
    partiva tuttavia.  A me pareva averla s cara che, acci che da me non
    si partisse,  le mi pareva nella gola aver messo un  collar  d'oro,  e
    quella con una catena d'oro tener colle mani.
    E  appresso  questo  mi  pareva che,  riposandosi questa cavriuola una
    volta e tenendomi il capo in seno,  uscisse non so di  che  parte  una
    veltra  nera  come  carbone,   affamata  e  spaventevole  molto  nella
    apparenza,  e verso me se ne venisse;  alla quale niuna resistenza  mi
    parea  fare;  per  che  egli mi pareva che ella mi mettesse il muso in
    seno nel sinistro lato,  e quello tanto rodesse che al cuor perveniva,
    il  quale  pareva che ella mi strappasse per portarsel via.  Di che io
    sentiva s fatto dolore che il mio sonno si ruppe,  e desto colla mano
    subitamente  corsi  a cercarmi il lato se niente v'avessi;  ma mal non
    trovandomi, mi feci beffe di me stesso che cercato v'avea. Ma che vuol
    questo per ci dire?  De'cos fatti e de' pi spaventevoli assai  n'ho
    gi veduti,  n per ci cosa del mondo pi n meno me n' intervenuto;
    e per ci lasciagli andare e pensiamo di darci buon tempo.
    La giovane,  per lo suo sogno assai spaventata,  udendo questo divenne
    troppo pi;  ma, per non esser cagione d'alcuno sconforto a Gabriotto,
    quanto  pi  pot  la  sua  paura  nascose.   E  come  che  con   lui,
    abbracciandolo  e baciandolo alcuna volta e da lui essendo abbracciata
    e baciata,  si sollazzasse,  suspicando e non sappiendo che,  pi  che
    l'usato  spesse  volte  il  riguardava  nel  volto,  e talvolta per lo
    giardin riguardava se alcuna cosa nera vedesse venir d'alcuna parte.
    E in tal  maniera  dimorando,  Gabriotto,  gittato  un  gran  sospiro,
    l'abbracci e disse:
    - Ohim,  anima mia, aiutami, ch io muoio -; e cos detto, ricadde in
    terra sopra l'erba del pratello.
    Il che veggendo la giovane e lui caduto ritirandosi in grembio,  quasi
    piagnendo disse:
    - O signor mio dolce, o che ti senti tu?
    Gabriotto  non  rispose,  ma  ansando forte e sudando tutto,  dopo non
    guari spazio pass della presente vita.
    Quanto questo fosse grave e  noioso  alla  giovane,  che  pi  che  s
    l'amava,  ciascuna sel dee poter pensare. Ella il pianse assai e assai
    volte in vano il chiam;  ma poi che pur s'accorse lui del tutto esser
    morto,  avendolo  per  ogni  parte  del  corpo  cercato  e in ciascuna
    trovandol freddo,  non sappiendo che far n che dirsi,  cos lagrimosa
    come era e piena d'angoscia and la sua fante a chiamare,  la quale di
    questo amor consapevole era,  e la sua miseria  e  il  suo  dolore  le
    dimostr.
    E  poi  che  miseramente  insieme alquanto ebber pianto sopra il morto
    viso di Gabriotto disse la giovane alla fante:
    - Poi che Iddio m'ha tolto costui,  io non intendo  di  pi  stare  in
    vita;  ma  prima  che  io  ad  uccider  mi  venga,  vorre'io  che  noi
    prendessimo modo convenevole a servare il mio onore e il segreto  amor
    tra  noi  stato,  e  che  il  corpo,  del  quale la graziosa anima s'
    partita, fosse sepellito.
    A cui la fante disse:
    - Figliuola mia, non dir di volerti uccidere, per ci che, se tu l'hai
    qui perduto,  uccidendoti,  anche nell'altro mondo il perderesti,  per
    ci  che  tu  n'andresti  in inferno,  l dove io son certa che la sua
    anima non  andata per ci che buon giovane fu;  ma molto meglio    a
    confortarti  e pensare d'aiutare con orazioni e con altro bene l'anima
    sua, se forse per alcun peccato commesso n'ha bisogno.
    Del sepellirlo  il modo presto qui in questo giardino,  il che  niuna
    persona sapr giammai,  per ci che niun sa ch'egli mai ci venisse;  e
    se cos non vuogli,  mettianlo qui  fuori  del  giardino  e  lascianlo
    stare;  egli  sar  domattina  trovato  e portatone a casa sua e fatto
    sepellire da' suoi parenti.
    La giovane,  quantunque  piena  fosse  d'amaritudine  e  continuamente
    piagnesse,  pure  ascoltava  i consigli della sua fante;  e alla prima
    parte non accordatasi, rispose alla seconda dicendo:
    - Gi Dio non voglia che cos caro giovane e cotanto da me amato e mio
    marito,  io sofferi che a guisa d'un cane sia sepellito o nella strada
    in terra lasciato.  Egli ha avute le mie lagrime, e in quanto io potr
    egli avr quelle de' suoi parenti;  e gi per l'animo mi va quello che
    noi abbiamo in ci a fare.
    E  prestamente  per una pezza di drappo di seta,  la quale aveva in un
    suo forziere,  la mand;  e venuta quella,  in terra distesala,  su il
    corpo di Gabriotto vi posero,  e postagli la testa sopra uno origliere
    e con molte lagrime chiusigli gli occhi e la  bocca,  e  fattagli  una
    ghirlanda  di  rose  e  tutto  dattorno  delle  rose che colte avevano
    empiutolo, disse alla fante:
    - Di qui alla porta della sua casa ha poca via;  e per ci  tu  e  io,
    cos come acconcio l'abbiamo,  quivi il porteremo e dinanzi ad essa il
    porremo. Egli non andr guari di tempo che giorno fia, e sar ricolto;
    e come che questo a' suoi niuna consolazion sia, pure a me,  nelle cui
    braccia egli  morto, sar un piacere.
    E cos detto, da capo con abbondantissime lagrime sopra il viso gli si
    gitt  e  per  lungo  spazio  pianse.   La  qual,  molto  dalla  fante
    sollicitata, per ci che il giorno se ne veniva,  dirizzatasi,  quello
    anello  medesimo col quale da Gabriotto era stata sposata del dito suo
    trattosi, il mise nel dito di lui, con pianto dicendo:
    - Caro mio signore,  se la tua anima ora le mie lagrime vede,  e  niun
    conoscimento  o  sentimento dopo la partita di quella rimane a' corpi,
    ricevi benignamente l'ultimo dono di colei la qual tu vivendo  cotanto
    amasti  -;  e  questo  detto,  tramortita addosso gli ricadde.  E dopo
    alquanto risentita e levatasi,  colla fante insieme  preso  il  drappo
    sopra  il  quale il corpo giaceva,  con quello del giardino uscirono e
    verso la casa di lui si dirizzaro.  E cos andando,  per caso  avvenne
    che  dalla famiglia del podest,  che per caso andava a quella ora per
    alcuno accidente, furon trovate e prese col morto corpo.
    L'Andreuola,  pi di morte  che  di  vita  disiderosa,  conosciuta  la
    famiglia della signoria, francamente disse:
    -  Io  conosco  chi  voi  siete  e  so  che  il volermi fuggire niente
    monterebbe; io son presta di venir con voi davanti alla signoria e che
    ci sia di raccontarle; ma niuno di voi sia ardito di toccarmi,  se io
    obbediente vi sono, n da questo corpo alcuna cosa rimuovere, se da me
    non vuole essere accusato.
    Per che,  senza essere da alcun tocca, con tutto il corpo di Gabriotto
    n'and in palagio.
    La qual cosa il podest sentendo, si lev,  e lei nella camera avendo,
    di  ci  che  intervenuto  era  s'inform;  e  fatto  da  certi medici
    riguardare se con veleno  o  altramenti  fosse  stato  il  buono  uomo
    ucciso,  tutti affermarono del no; ma che alcuna posta vicina al cuore
    gli s'era rotta,  che affogato l'avea.  Il qual ci udendo e  sentendo
    costei in piccola cosa esser nocente,  s'ingegn di mostrar di donarle
    quello che vender non le poteva,  e disse,  dove ella a' suoi  piaceri
    acconsentir si volesse,  la libererebbe. Ma non valendo quelle parole,
    oltre ad ogni convenevolezza, volle usar la forza. Ma l'Andreuola,  da
    sdegno  accesa  e divenuta fortissima,  virilmente si difese,  lui con
    villane parole e altiere ributtando indietro.
    Ma,  venuto il d chiaro e queste cose essendo a messer Negro contate,
    dolente  a morte,  con molti de' suoi amici a palagio n'and,  e quivi
    d'ogni cosa dal podest infornato,  dolendosi domand che la figliuola
    gli fosse renduta.
    Il podest,  volendosi prima accusare egli della forza che fare l'avea
    voluta che egli da lei accusato fosse,  lodando prima la giovane e  la
    sua  constanzia,  per approvar quella venne a dire ci che fatto avea;
    per la qual cosa,  vedendola di  tanta  buona  fermezza,  sommo  amore
    l'avea posto, e, dove a grado a lui, che suo padre era, e a lei fosse,
    non  ostante  che marito avesse avuto di bassa condizione,  volentieri
    per sua donna la sposerebbe.
    In questo tempo che  costoro  cos  parlavano,  l'Andreuola  venne  in
    cospetto del padre e piagnendo gli si gitt innanzi e disse:
    - Padre mio, io non credo che bisogni che io la istoria del mio ardire
    e  della  mia sciagura vi racconti,  ch son certa che udita l'avete e
    sapetela;  e per ci,  quanto pi posso,  umilmente perdono vi domando
    del  fallo  mio,  cio  d'avere senza vostra saputa chi pi mi piacque
    marito preso.  E questo perdono non vi domando perch la vita  mi  sia
    perdonata,  ma  per  morire vostra figliuola e non vostra nimica -;  e
    cos piagnendo gli cadde a' piedi.
    Messer Negro,  che antico era  oramai  e  uomo  di  natura  benigno  e
    amorevole,  queste parole udendo cominci a piagnere, e piagnendo lev
    la figliuola teneramente in pi, e disse:
    - Figliuola mia,  io avrei avuto molto caro che tu  avessi  avuto  tal
    marito  quale  a te secondo il parer mio si convenia;  e se tu l'avevi
    tal preso quale egli ti piacea,  questo doveva anche a me piacere;  ma
    l'averlo  occultato della tua poca fidanza mi fa dolere,  e pi ancora
    vedendotel prima aver perduto che io l'abbia saputo.  Ma pur,  poi che
    cos ,  quello che io per contentarti,  vivendo egli,  volentieri gli
    avrei fatto,  cio onore s come a mio genero,  facciaglisi alla morte
    -;  e volto a' figliuoli e a' suo'parenti, comand loro che le esequie
    s'apparecchiassero a Gabriotto grandi e onorevoli.
    Eranvi in questo mezzo concorsi i parenti e le  parenti  del  giovane,
    che  saputa  avevano  la novella,  e quasi donne e uomini quanti nella
    citt n'erano. Per che,  posto nel mezzo della corte il corpo sopra il
    drappo della Andreuola e con tutte le sue rose, quivi non solamente da
    lei e dalle parenti di lui fu pianto,  ma pubblicamente quasi da tutte
    le donne della citt e da assai uomini; e non a guisa di plebeio ma di
    signore,  tratto della corte pubblica,  sopra gli omeri de' pi nobili
    cittadini con grandissimo onore fu portato alla sepoltura.
    Quindi dopo alquanti d,  seguitando il podest quello che addomandato
    avea,  ragionandolo messer Negro alla figliuola,  niun cosa  ne  volle
    udire; ma, volendole in ci compiacere il padre, in un monistero assai
    famoso  di  santit  essa  e  la  sua  fante  monache  si  renderono e
    onestamente poi in quello per molto tempo vissero.



    Giornata quarta - Novella settima.

    La Simona ama Pasquino; sono insieme in uno orto; Pasquino si frega a'
    denti una foglia di salvia e muorsi;   presa  la  Simona,  la  quale,
    volendo  mostrare  al giudice come morisse Pasquino,  fregatasi una di
    quelle foglie a' denti, similmente si muore.

    Panfilo  era  della  sua  novella  diliberato,  quando  il  re,  nulla
    compassion mostrando all'Andreuola,  riguardando Emilia,  sembianti le
    fe'che a grado li fosse che essa a coloro che detto  aveano,  dicendo,
    si continuasse. La quale, senza al cuna dimora fare, incominci.
    Care compagne,  la novella detta da Panfilo mi tira a doverne dire una
    in niuna altra cosa alla sua simile, se non che,  come l'Andreuola nel
    giardino perd l'amante,  e cos colei di cui dir debbo;  e similmente
    presa, come l'Andreuola fu,  non con forza n con virt,  ma con morte
    inoppinata si diliber dalla corte. E come altra volta tra noi  stato
    detto,  quantunque  Amor  volentieri  le case de' nobili uomini abiti,
    esso per ci non rifiuta lo 'mperio di  quelle  de'  poveri,  anzi  in
    quelle  s  alcuna volta le sue forze dimostra,  che come potentissimo
    signore da' pi ricchi si fa temere. Il che,  ancora che non in tutto,
    in  gran parte apparir nella mia novella,  con la qual mi piace nella
    nostra  citt  rientrare,   della  quale  questo  d,   diverse   cose
    diversamente  parlando,  per  diverse  parti  del  mondo avvolgendoci,
    cotanto allontanati ci siamo.
    Fu adunque,  non  gran tempo,  in Firenze una giovane assai  bella  e
    leggiadra secondo la sua condizione,  e di povero padre figliuola,  la
    quale ebbe nome Simona;  e  quantunque  le  convenisse  colle  proprie
    braccia  il  pan  che mangiar volea guadagnare e filando lana sua vita
    reggesse,  non fu per ci di s povero animo che ella  non  ardisse  a
    ricevere  amore nella sua mente,  il quale con gli atti e colle parole
    piacevoli d'un giovinetto di non maggior peso di lei, che dando andava
    per un suo maestro lanaiuolo lana a filare, buona pezza mostrato aveva
    di volervi entrare.
    Ricevutolo adunque  in  s  col  piacevole  aspetto  del  giovane  che
    l'amava,  il cui nome era Pasquino, forte disiderando e non attentando
    di far pi avanti,  filando,  ad ogni passo di lana filata che al fuso
    avvolgeva  mille  sospiri  pi  cocenti  che  fuoco gittava,  di colui
    ricordandosi che a filar gliele aveva data.  Quegli  dall'altra  parte
    molto  sollicito  divenuto che ben si filasse la lana del suo maestro,
    quasi quella sola che la Simona filava,  e non alcuna altra,  tutta la
    tela dovesse compiere, pi spesso che l'altra era sollicitata.
    Per  che,  l'un sollicitando e all'altra giovando d'esser sollicitata,
    avvenne che l'un pi d'ardir prendendo che aver non  solea  e  l'altra
    molto  della  paura  e della vergogna cacciando che d'avere era usata,
    insieme a' piaceri comuni si congiunsono. Li quali tanto all'una parte
    e all'altra  aggradirono  che,  non  che  l'un  dall'altro  aspettasse
    d'esser invitato a ci, anzi a dovervi essere si faceva incontro l'uno
    all'altro invitando.
    E  cos  questo  lor  piacere  continuando  d'un giorno in uno altro e
    sempre pi nel continuare accendendosi,  avvenne  che  Pasquino  disse
    alla  Simona che del tutto egli voleva che ella trovasse modo di poter
    venire ad un giardino,  l dove egli menar la voleva,  acci che quivi
    pi adagio e con men sospetto potessero essere insieme.
    La Simona disse che le piaceva; e, dato a vedere al padre una domenica
    dopo  mangiare  che andar voleva alla perdonanza a San Gallo,  con una
    sua compagna chiamata  la  Lagina  al  giardino  statole  da  Pasquino
    insegnato se n'and. Dove lui insieme con un suo compagno, che Puccino
    avea  nome,  ma  era  chiamato  lo Stramba,  trov;  e quivi fatto uno
    amorazzo nuovo tra lo Stramba e la Lagina,  essi a far de' lor piaceri
    in  una  parte  del  giardin  si raccolsero,  e lo Stramba e la Lagina
    lasciarono in un'altra.
    Era in quella parte del giardino,  dove Pasquino e la Simona andati se
    ne  erano,  un  grandissimo  e bel cesto di salvia;  a pi della quale
    postisi a sedere e gran pezza sollazzatosi  insieme,  e  molto  avendo
    ragionato   d'una  merenda  che  in  quello  orto  ad  animo  riposato
    intendevan di fare, Pasquino,  al gran cesto della salvia rivolto,  di
    quella colse una foglia e con essa s'incominci a stropicciare i denti
    e le gengie,  dicendo che la salvia molto bene gli nettava d'ogni cosa
    che sopr'essi rimasa fosse dopo l'aver mangiato.
    E poi che cos alquanto fregati gli ebbe,  ritorn in sul ragionamento
    della  merenda,  della qual prima diceva.  N guari di spazio persegu
    ragionando,  che egli  s'incominci  tutto  nel  viso  a  cambiare,  e
    appresso il cambiamento non istette guari che egli perde la vista e la
    parola, e in brieve egli si mor.
    Le quali cose la Simona veggendo,  cominci a piagnere e a gridare e a
    chiamar lo Stramba e la Lagina.  Li  quali  prestamente  l  corsi,  e
    veggendo  Pasquino  non solamente morto,  ma gi tutto enfiato e pieno
    d'oscure macchie per lo viso e  per  lo  corpo  divenuto,  subitamente
    grid lo Stramba:
    - Ahi malvagia femina, tu l'hai avvelenato.
    E  fatto  il  romor  grande,  fu  da  molti,  che  vicini  al giardino
    abitavano, sentito. Li quali,  corsi al romore e trovando costui morto
    ed  enfiato,  e udendo lo Stramba dolersi e accusare la Simona che con
    inganno avvelenato  l'avesse,  ed  ella,  per  lo  dolore  del  subito
    accidente  che  il  suo amante tolto avesse,  quasi di s uscita,  non
    sappiendosi scusare,  fu reputato da tutti  che  cos  fosse  come  lo
    Stramba diceva.
    Per la qual cosa presala,  piagnendo ella sempre forte, al palagio del
    podest ne fu menata. Quivi,  prontando lo Stramba e l'Atticciato e 'l
    Malagevole,  compagni  di Pasquino che sopravenuti erano,  un giudice,
    senza dare indugio alla cosa,  si mise ad esaminarla del fatto;  e non
    potendo  comprendere  costei  in  questa cosa avere operata malizia n
    esser colpevole, volle, lei presente, vedere il morto corpo e il luogo
    e 'l modo da lei raccontatogli,  per ci che per le parole di lei  nol
    comprendeva assai bene.
    Fattola  adunque senza alcuno tumulto col menare dove ancora il corpo
    di  Pasquino  giaceva  gonfiato  come  una  botte,  ed  egli  appresso
    andatovi,  maravigliatosi  del  morto,  lei  domand  come  stato era.
    Costei,  al cesto della salvia accostatasi e ogni  precedente  istoria
    avendo   raccontata,   per  pienamente  darli  ad  intendere  il  caso
    sopravenuto, cos fece come Pasquino aveva fatto, una di quelle foglie
    di salvia fregatasi a' denti.
    Le quali cose mentre che per lo Stramba e per lo Atticciato e per  gli
    altri amici e compagni di Pasquino s come frivole e vane in presenzia
    del  giudice  erano  schernit%AO  +8!- g8 p,& \ cc+  8O0nV-ަxn ~+s{ q+-!+G-on?+-~H  + @@$+ C  x   H+ +8  H|- erduto amante e dalla paura della dimandata  pena  dallo  Stramba
    ristretta  stava,  per  l'aversi  la  salvia  fregata a' denti in quel
    medesimo accidente cadde che prima caduto era Pasquino, non senza gran
    maraviglia di quanti eran presenti.
    O felici anime,  alle quali in un medesimo d  addivenne  il  fervente
    amore  e  la  mortal  vita terminare!  E pi felici,  se insieme ad un
    medesimo luogo n'andaste! E felicissime,  se nell'altra vita s'ama,  e
    voi  v'amate  come  di qua faceste!  Ma molto pi felice l'anima della
    Simona innanzi tratto, quanto  al nostro giudicio,  che vivi dietro a
    lei  rimasi siamo,  la cui innocenzia non pat la fortuna che sotto la
    testimonianza  cadesse  dello  Stramba   e   dell'Atticciato   e   del
    Malagevole,  forse  scardassieri  o  pi  vili uomini,  pi onesta via
    trovandole con pari sorte di morte al suo amante a  svilupparsi  dalla
    loro infamia e a seguitar l'anima tanto da lei amata del suo Pasquino.
    Il giudice,  quasi tutto stupefatto dello accidente insieme con quanti
    ve n'erano, non sappiendo che dirsi, lungamente soprastette;  poi,  in
    miglior senno rivenuto, disse:
    - Mostra che questa salvia sia velenosa, il che della salvia non suole
    avvenire.  Ma  acci che ella alcuno altro offender non possa in simil
    modo, taglisi infino alle radici e mettasi nel fuoco.
    La qual cosa colui che del giardino  era  guardiano  in  presenza  del
    giudice faccendo, non prima abbattuto ebbe il gran cesto in terra, che
    la cagione della morte de' due miseri amanti apparve.
    Era  sotto  il  cesto  di  quella  salvia  una  botta  di maravigliosa
    grandezza,  dal cui venenifero fiato avvisarono  quella  salvia  esser
    velenosa   divenuta.   Alla   qual  botta  non  avendo  alcuno  ardire
    d'appressarsi, fattale d'intorno una stipa grandissima,  quivi insieme
    colla  salvia  l'arsero,  e fu finito il processo di messer lo giudice
    sopra la morte di Pasquino cattivello.  Il quale insieme  con  la  sua
    Simona, cos enfiati come erano, dallo Stramba e dallo Atticciato e da
    Guccio  Imbratta  e  dal  Malagevole  furono nella chiesa di San Paolo
    sepelliti, della quale per avventura eran popolani.















    Giornata quarta - Novella ottava.

    Girolamo ama la Salvestra;  va,  costretto da' prieghi della madre,  a
    Parigi; torna e truovala maritata; entrale di nascoso in casa e muorle
    allato; e portato in una chiesa, nuore la Salvestra allato a lui.

    Aveva la novella d'Emilia il fine suo,  quando per comandamento del re
    Neifile cos cominci.
    Alcuni al mio giudicio, valorose donne, sono, li quali pi che l'altre
    genti si credon sapere,  e sanno meno;  e per questo non solamente  a'
    consigli  degli  uomini,   ma  ancora  contra  la  natura  delle  cose
    presummono d'opporre  il  senno  loro;  della  quale  presunzione  gi
    grandissimi mali sono avvenuti e alcun bene non se ne vide giammai.  E
    per ci che tra l'altre naturali cose quella che meno riceve consiglio
    o operazione in contrario  amore,  la cui natura  tale che pi tosto
    per  s  medesimo  consumar si pu che per avvedimento alcuno tor via,
    m' venuto nello animo di narrarvi una novella d'una donna  la  quale,
    mentre che ella cerc d'esser pi savia che a lei non si apparteneva e
    che  non  era  e  ancora  che  non  sosteneva  la cosa in che studiava
    mostrare il senno suo,  credendo dello innamorato cuore trarre  amore,
    il  quale forse v'avevano messo le stelle,  pervenne a cacciare ad una
    ora amore e l'anima del corpo al figliuolo.
    Fu adunque nella nostra citt, secondo che gli antichi raccontano,  un
    grandissimo mercatante e ricco,  il cui nome fu Leonardo Sighieri,  il
    quale d'una sua donna un figliuolo ebbe chiamato Girolamo, appresso la
    nativit del quale,  acconci i  suoi  fatti  ordinatamente,  pass  di
    questa vita. I tutori del fanciullo, insieme con la madre di lui, bene
    e lealmente le sue cose guidarono.
    Il fanciullo crescendo co' fanciulli degli altri suoi vicini,  pi che
    con alcuno altro della contrada  con  una  fanciulla  del  tempo  suo,
    figliuola  d'un  sarto,  si dimestic.  E venendo pi crescendo l'et,
    l'usanza si convert in amore tanto  e  s  fiero,  che  Girolamo  non
    sentiva ben se non tanto quanto costei vedeva;  e certo ella non amava
    men lui che da lui amata fosse.
    La madre del fanciullo,  di ci avvedutasi,  molte volte ne gli  disse
    male  e  nel  gastig.  E appresso co' tutori di lui,  non potendosene
    Girolamo rimanere,  se ne dolfe;  e come colei che si credeva  per  la
    gran ricchezza del figliuolo fare del pruno un mel rancio, disse loro:
    -  Questo nostro fanciullo,  il quale appena ancora non ha quattordici
    anni,  s innamorato d'una figliuola d'un sarto nostro vicino, che ha
    nome la Salvestra,  che,  se  noi  dinanzi  non  gliele  leviamo,  per
    avventura  egli la si prender un giorno,  senza che alcuno il sappia,
    per moglie,  e io non sar mai poscia lieta;  o egli si consumer  per
    lei  se  ad  altri la vedr maritare;  e per ci mi parrebbe che,  per
    fuggir questo,  voi il doveste in alcuna parte mandare lontano di  qui
    ne'  servigi del fondaco;  per ci che,  dilungandosi da veder costei,
    ella gli uscir dello animo e potrengli poscia dare alcuna giovane ben
    nata per moglie.
    I tutori dissero che la donna parlava bene e che essi ci farebbero al
    lor potere; e fattosi chiamare il fanciullo nel fondaco, gl'incominci
    l'uno a dire assai amorevolmente:
    - Figliuol mio,  tu se'oggimai grandicello;  egli  ben fatto  che  tu
    incominci  tu  medesimo  a  vedere  de'  fatti  tuoi;  per  che noi ci
    contenteremmo molto che tu andassi a stare  a  Parigi  alquanto,  dove
    gran  parte della tua ricchezza vedrai come si traffica,  senza che tu
    diventerai molto migliore e pi costumato e pi da bene l che qui non
    faresti,  veggendo quei signori e quei baroni e que'gentili uomini che
    vi  sono  assai  e  de' lor costumi apprendendo;  poi te ne potrai qui
    venire.
    Il garzone ascolt diligentemente e in brieve rispose  niente  volerne
    fare, per ci che egli credeva cos bene come un altro potersi stare a
    Firenze.  I  valenti uomini,  udendo questo,  ancora con pi parole il
    riprovarono;  ma,  non potendo trarne altra risposta,  alla  madre  il
    dissero.  La quale fieramente di ci adirata,  non del non volere egli
    andare a  Parigi,  ma  del  suo  innamoramento,  gli  disse  una  gran
    villania;  e  poi,  con  dolci  parole raumiliandolo,  lo 'ncominci a
    lusingare e a pregare dolcemente che gli dovesse piacere di far quello
    che volevano i suoi tutori; e tanto gli seppe dire che egli acconsent
    di dovervi andare a stare uno anno e non pi; e cos fu fatto.
    Andato adunque Girolamo a  Parigi  fieramente  innamorato,  d'oggi  in
    domane ne verrai,  vi fu due anni tenuto. Donde pi innamorato che mai
    tornatosene,  trov la sua Salvestra maritata ad un buon  giovane  che
    faceva  le  trabacche,  di  che egli fu oltre misura dolente.  Ma pur,
    veggendo che altro esser non poteva,  s'ingegn  di  darsene  pace;  e
    spiato  l  dove  ella  stesse  a  casa,  secondo l'usanza de' giovani
    innamorati incominci a passare davanti a lei,  credendo che ella  non
    avesse lui dimenticato,  se non come egli aveva lei.  Ma l'opera stava
    in altra guisa; ella non si ricordava di lui se non come se mai non lo
    avesse veduto; e, se pure alcuna cosa se ne ricordava,  s mostrava il
    contrario.  Di  che  in  assai  piccolo  spazio  di  tempo  il giovane
    s'accorse, e non senza suo grandissimo dolore.  Ma nondimeno ogni cosa
    faceva  che poteva,  per rientrarle nello animo;  ma niente parendogli
    adoperare, si dispose, se morir ne dovesse, di parlarle esso stesso.
    E da alcuno vicino informatosi come la casa di lei  stesse,  una  sera
    che  a  vegghiare  erano  ella  e  'l  marito  andati  con lor vicini,
    nascosamente dentro v'entr,  e nella camera di lei dietro a  teli  di
    trabacche  che tesi v'erano si nascose,  e tanto aspett che,  tornati
    costoro e andatisene al letto, sent il marito di lei addormentato,  e
    l  se  n'and  dove  veduto aveva che la Salvestra coricata s'era,  e
    postale la sua mano sopra il petto, pianamente disse:
    - O anima mia, dormi tu ancora?
    La giovane, che non dormiva, volle gridare,  ma il giovane prestamente
    disse:
    - Per Dio, non gridare, ch io sono il tuo Girolamo.
    Il che udendo costei, tutta tremante disse:
    - Deh,  per Dio, Girolamo, vattene; egli  passato quel tempo che alla
    nostra fanciullezza non si disdisse l'essere innamorati; io sono, come
    tu vedi, maritata;  per la qual cosa pi non sta bene a me d'attendere
    ad  altro uomo che al mio marito;  per che io ti priego per solo Iddio
    che tu te ne vada;  ch se mio marito ti sentisse,  pogniamo che altro
    male  non  ne seguisse,  s ne seguirebbe che mai in pace n in riposo
    con lui viver potrei,  dove ora amata da lui in bene e in tranquillit
    con lui mi dimoro.
    Il giovane,  udendo queste parole,  sent noioso dolore; e ricordatole
    il passato tempo e 'l suo amore mai  per  distanzia  non  menomato,  e
    molti prieghi e promesse grandissime mescolate, niuna cosa ottenne.
    Per che,  disideroso di morire,  ultimamente la preg che in merito di
    tanto amore ella sofferisse che egli allato a lei si coricasse,  tanto
    che alquanto riscaldar si potesse,  ch era agghiacciato aspettandola;
    promettendole che n le direbbe alcuna cosa n la toccherebbe e,  come
    un poco riscaldato fosse, se n'andrebbe.
    La Salvestra, avendo un poco compassion di lui, con le condizioni date
    da lui il concedette.  Coricossi adunque il giovine allato a lei senza
    toccarla;  e raccolto in un pensiere il  lungo  amor  portatole  e  la
    presente  durezza  di  lei e la perduta speranza,  diliber di pi non
    vivere; e ristretti in s gli spiriti, senza alcun motto fare,  chiuse
    le  pugna,  allato  a  lei si mor.  E dopo alquanto spazio la giovane
    maravigliandosi  della  sua  contenenza,  temendo  non  il  marit  si
    svegliasse, cominci a dire:
    - Deh, Girolamo, ch non te ne vai tu?
    Ma non sentendosi rispondere,  pens lui essere addormentato; per che,
    stesa oltre la mano acci che si svegliasse, il cominci a tentare,  e
    toccandolo  il  trov come ghiaccio freddo,  di che ella si maravigli
    forte;  e toccandolo con pi forza e sentendo che egli non  si  movea,
    dopo  pi  ritoccarlo  cognobbe che egli era morto;  di che oltre modo
    dolente,  stette gran pezza senza saper che  farsi.  Alla  fine  prese
    consiglio  di  volere  in  altrui  persona tentar quello che il marito
    dicesse da farne;  e  destatolo,  quello  che  presenzialmente  a  lei
    avvenuto era,  disse essere ad un'altra intervenuto, e poi il domand,
    se a lei avvenisse, che consiglio ne prenderebbe.
    Il buono uomo rispose che a lui parrebbe che colui che morto fosse  si
    dovesse  chetamente  riportare  a  casa  sua e quivi lasciarlo,  senza
    alcuna malavoglienza alla donna portarne,  la quale  fallato  non  gli
    pareva ch'avesse.
    Allora la giovane disse:
    - E cos convien fare a noi -; e presagli la mano, gli fece toccare il
    morto giovane.
    Di che egli tutto smarrito si lev su e, acceso un lume, senza entrare
    colla moglie in altre novelle,  il morto corpo de' suoi panni medesimi
    rivestito e  senza  alcuno  indugio,  aiutandolo  la  sua  innocenzia,
    levatoselo  in su le spalle,  alla porta della casa di lui nel port e
    quivi il pose e lasciollo stare.
    E venuto il giorno,  e veduto costui davanti all'uscio suo  morto,  fu
    fatto il romor grande, e spezialmente dalla madre; e cerco per tutto e
    riguardato,  e  non  trovatoglisi n piaga n percossa alcuna,  per li
    medici generalmente fu creduto lui di dolore  esser  morto  cos  come
    era.  Fu adunque questo corpo portato in una chiesa,  e quivi venne la
    dolorosa madre con molte altre donne parenti e  vicine,  e  sopra  lui
    cominciarono  dirottamente,  secondo  l'usanza nostra,  a piagnere e a
    dolersi.
    E mentre il corrotto grandissimo si facea, il buono uomo,  in casa cui
    morto era, disse alla Salvestra:
    -  Deh ponti alcun mantello in capo e va a quella chiesa dove Girolamo
     stato recato e mettiti tra le donne,  e  ascolterai  quello  che  di
    questo  fatto  si  ragiona,  e  io far il simigliante tra gli uomini,
    acci che noi sentiamo se alcuna cosa contro a noi si dicesse.
    Alla giovane, che tardi era divenuta pietosa, piacque, s come a colei
    che morto disiderava di veder colui a cui vivo non  avea  voluto  d'un
    sol bacio piacere, e andovvi.
    Maravigliosa cosa  a pensare quanto sieno difficili ad investigare le
    forze d'Amore!  Quel cuore,  il quale la lieta fortuna di Girolamo non
    aveva  potuto  aprire,   la  miseria  l'aperse,   e  l'antiche  fiamme
    risuscitatevi tutte subitamente mut in tanta piet, come ella il viso
    morto vide,  che sotto 'l mantel chiusa, tra donna e donna mettendosi,
    non ristette prima che al corpo fu pervenuta;  e quivi,  mandato fuori
    uno altissimo strido, sopra il morto giovane si gitt col suo viso, il
    quale  non  bagn  di molte lagrime,  per ci che prima nol tocc che,
    come al giovane il dolore la vita aveva tolta, cos a costei tolse.
    Ma poi che,  riconfortandola le donne e dicendole che  su  si  levasse
    alquanto, non conoscendola ancora, e poi che ella non si levava, levar
    volendola  e  immobile  trovandola,  pur sollevandola,  ad una ora lei
    esser la Salvestra e morta conobbero.  Di che tutte le donne che quivi
    erano, vinte da doppia piet, ricominciarono il pianto assai maggiore.
    Sparsesi  fuor  della  chiesa  tra  gli  uomini  la novella,  la quale
    pervenuta agli orecchi del marito di lei,  che  tra  loro  era,  senza
    ascoltare consolazione o conforto da alcuno,  per lungo spazio pianse.
    E poi ad assai di quegli che v'erano raccontata la  istoria  stata  la
    notte  di  questo giovane e della moglie,  manifestamente per tutti si
    seppe la cagione della morte di ciascuno, il che a tutti dolfe.
    Presa adunque la morta giovane e lei cos ornata come  s'acconciano  i
    corpi  morti,  sopra quel medesimo letto allato al giovane la posero a
    giacere,  e quivi lungamente pianta,  in una medesima sepoltura furono
    sepelliti  amenduni;  e  loro,  li  quali  Amor  vivi non aveva potuto
    congiugnere, la morte congiunse con inseparabile compagnia.














    Giornata quarta - Novella nona.

    Messer Guiglielmo Rossiglione d a mangiare alla moglie sua  il  cuore
    di messer Guiglielmo Guardastagno ucciso da lui e amato da lei; il che
    ella  sappiendo,  poi si gitta da una alta finestra in terra e muore e
    col suo amante  sepellita.


    Essendo la novella di Neifile finita,  non senza aver gran  compassion
    messa  in  tutte  le  sue  compagne,  il re,  il qual non intendeva di
    guastare  il  privilegio  di  Dioneo,  non  essendovi  altri  a  dire,
    incominci.
    Emmisi parata dinanzi,  pietose donne,  una novella alla qual, poi che
    cos degli infortunati casi d'amore vi duole,  vi converr non meno di
    compassione  avere che alla passata,  per ci che da pi furono coloro
    a' quali ci che io dir avvenne, e con pi fiero accidente che quegli
    de' quali  parlato.
    Dovete adunque sapere che,  secondo che raccontano  i  provenzali,  in
    Provenza furon gi due nobili cavalieri, de' quali ciascuno e castella
    e  vassalli  aveva  sotto di s,  e aveva l'uno nome messer Guiglielmo
    Rossiglione e l'altro messer Guiglielmo Gardastagno;  e  per  ci  che
    l'uno  e  l'altro era prod'uomo molto nell'arme,  s'amavano assai e in
    costume avean d'andar sempre ad ogni torniamento  o  giostra  o  altro
    fatto d'arme insieme e vestiti d'una assisa.
    E  come  che  ciascun  dimorasse  in  un  suo  castello  e  fosse l'un
    dall'altro lontano ben diece miglia,  pur avvenne che,  avendo  messer
    Guiglielmo Rossiglione una bellissima e vaga donna per moglie,  messer
    Guiglielmo Guardastagno fuor di misura,  non  ostante  l'amist  e  la
    compagnia che era tra loro, s'innamor di lei e tanto, or con uno atto
    e or con uno altro fece, che la donna se n'accorse; e conoscendolo per
    valorosissimo cavaliere,  le piacque,  e cominci a porre amore a lui,
    in tanto che niuna cosa pi che  lui  disiderava  o  amava,  n  altro
    attendeva  che  da  lui  esser richiesta;  il che non guari stette che
    avvenne, e insieme furono e una volta e altra, amandosi forte.
    E men discretamente insieme usando, avvenne che il marito se n'accorse
    e forte ne sdegn,  in tanto che il grande amore che  al  Guardastagno
    portava in mortale odio convert; ma meglio il seppe tener nascoso che
    i due amanti non avevano saputo tenere il loro amore,  e seco diliber
    del tutto d'ucciderlo.
    Per che, essendo il Rossiglione in questa disposizione, sopravenne che
    un gran torneamento  si  band  in  Francia,  il  che  il  Rossiglione
    incontanente  signific al Guardastagno,  e mandogli a dire che,  se a
    lui piacesse,  da lui venisse e insieme  diliberrebbono  se  andar  vi
    volessono  e come.  Il Guardastagno lietissimo rispose che senza fallo
    il d seguente andrebbe a cenar con lui.
    Il Rossiglione, udendo questo,  pens il tempo esser venuto di poterlo
    uccidere;  e armatosi il d seguente con alcuno suo fad%+B|s~~~|`pp~|B|d $ B| |8@x+2 @p -3+p7Hg+r+  +>?A | 
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    come  in  quella parte il vide giunto dove voleva,  fellone e pieno di
    mal talento con una lancia sopra mano gli usc addosso gridando:
    - Traditor, tu se'morto -; e il cos dire e il dargli di questa lancia
    per lo petto fu una cosa.
    Il Guardastagno, sena potere alcuna difesa fare o pur dire una parola,
    passato  di  quella  lancia,  cadde  e  poco  appresso  mor.  I  suoi
    famigliari,  senza aver conosciuto chi ci fatto s'avesse,  voltate le
    teste de' cavalli,  quanto pi poterono si fuggirono verso il castello
    del lor signore.
    Il  Rossiglione,  smontato,  con un coltello il petto del Guardastagno
    apr e colle proprie mani il cuor gli trasse, e quel fatto avviluppare
    in un pennoncello di lancia, comand ad un de' suoi famigliari che nel
    portasse; e avendo a ciascun comandato che niun fosse tanto ardito che
    di questo facesse parola,  rimont a cavallo,  ed essendo gi notte al
    suo castello se ne torn.
    La donna, che udito aveva il Guardastagno dovervi esser la sera a cena
    e  con  disidero  grandissimo  l'aspettava,  non  vedendol  venire  si
    maravigli forte e al marito disse:
    - E come  cos, messere, che il Guardastagno non  venuto?
    A cui il marito disse:
    - Donna,  io ho avuto da lui che egli non ci pu essere di qui  domane
    -; di che la donna un poco turbatetta rimase.
    Il Rossiglione, smontato, si fece chiamare il cuoco e gli disse:
    -  Prenderai  quel  cuor  di  cinghiare  e  fa'  che  tu  ne facci una
    vivandetta la migliore e la pi dilettevole a mangiar che  tu  sai;  e
    quando a tavola sar, me la manda in una scodella d'argento.
    Il cuoco, presolo e postavi tutta l'arte e tutta la sollicitudine sua,
    minuzzatolo  e messevi di buone spezie assai,  ne fece uno manicaretto
    troppo buono.
    Messer Guiglielmo, quando tempo fu, con la sua donna si mise a tavola.
    La vivanda venne,  ma egli per  lo  malificio  da  lui  commesso,  nel
    pensiero impedito, poco mangi.
    Il  cuoco  gli mand il manicaretto,  il quale egli fece porre davanti
    alla donna, s mostrando quella sera svogliato, e lodogliele molto.
    La donna,  che svogliata non era,  ne cominci a  mangiare  e  parvele
    buono; per la qual cosa ella il mangi tutto.
    Come  il  cavaliere  ebbe  veduto  che la donna tutto l'ebbe mangiato,
    disse:
    - Donna, chente v' paruta questa vivanda?
    La donna rispose:
    - Monsignore, in buona f ella m' piaciuta molto.
    - Se m'aiti Iddio,  - disse il cavaliere - io il vi credo,  n  me  ne
    maraviglio  se  morto  v' piaciuto ci che vivo pi che altra cosa vi
    piacque.
    La donna, udito questo, alquanto stette; poi disse:
    - Come? Che cosa  questa che voi m'avete fatta mangiare?
    Il cavalier rispose:
    - Quello che voi avete mangiato  stato veramente il cuore  di  messer
    Guiglielmo  Guardastagno,  il  qual  voi  come  disleal  femina  tanto
    amavate; e sappiate di certo ch'egli  stato desso, per ci che io con
    queste mani gliele strappai, poco avanti che io tornassi, del petto.
    La donna, udendo questo di colui cui ella pi che altra cosa amava, se
    dolorosa fu non  da domandare; e dopo al quanto disse:
    - Voi faceste quello che disleale e malvagio cavalier dee fare; ch se
    io,  non sforzandomi egli,  l'avea del mio amor fatto signore e voi in
    questo oltraggiato, non egli ma io ne doveva la pena portare. Ma unque
    a Dio non piaccia che sopra a cos nobil vivanda,  come  stata quella
    del cuore d'un cos valoroso e  cos  cortese  cavaliere  come  messer
    Guiglielmo Guardastagno fu, mai altra vivanda vada.
    E levata in pi,  per una finestra la quale dietro a lei era, indietro
    senza altra diliberazione si lasci cadere.
    La finestra era molto alta da terra, per che, come la donna cadde, non
    solamente mor, ma quasi tutta si disfece.
    Messer Guiglielmo, vedendo questo,  stord forte,  e parvegli aver mal
    fatto;  e  temendo  egli  de'  paesani  e del conte di Proenza,  fatti
    sellare i cavalli, and via.
    La mattina seguente fu saputo per tutta la contrada come  questa  cosa
    era  stata:  per  che  da  quegli  del  castello  di messer Guiglielmo
    Guardastagno  e  da  quegli  ancora  del  castello  della  donna   con
    grandissimo  dolore e pianto furono i due corpi ricolti e nella chiesa
    del castello medesimo della donna in una medesima sepoltura fur posti,
    e sopr'essa scritti versi significanti chi fosser  quegli  che  dentro
    sepolti v'erano e il modo e la cagione della lor morte.








    Giornata quarta - Novella decima.

    La  moglie  d'un medico per morto mette un suo amante adoppiato in una
    arca, la quale con tutto lui due usurai se ne portano in casa.  Questi
    si  sente,    preso  per  ladro;  la  fante della donna racconta alla
    signoria s averlo esso nell'arca dagli usurieri imbolata,  laond'egli
    scampa  dalle  forche  e  i  prestatori  d'avere  l'arca  furata  sono
    condannati in denari.

    Solamente a Dioneo,  avendo gi il re fatto fine al suo dire,  restava
    la  sua  fatica,  il  quale,  ci conoscendo,  e gi dal re essendogli
    imposto, incominci.
    Le miserie degli infelici amori raccontate, non che a voi, donne, ma a
    me hanno gi contristati gli occhi e 'l petto,  per che io  sommamente
    disiderato  ho che a capo se ne venisse.  Ora,  lodato sia Iddio,  che
    finite sono (salvo se io non volessi a questa  malvagia  derrata  fare
    una  mala  giunta,  di che Iddio mi guardi),  senza andar pi dietro a
    cos dolorosa materia,  da alquanto pi lieta e migliore  incomincer,
    forse  buono  indizio  dando  a ci che nella seguente giornata si dee
    ragionare.
    Dovete adunque sapere, bellissime giovani, che ancora non  gran tempo
    che in Salerno fu un grandissimo medico in cirugia,  il  cui  nome  fu
    maestro  Mazzeo  della Montagna,  il quale,  gi all'ultima vecchiezza
    vicino,  avendo presa per moglie una bella e gentil giovane della  sua
    citt,  di  nobili vestimenti e ricchi e d'altre gioie e tutto ci che
    ad una donna pu piacere meglio che altra della citt teneva  fornita;
    vero   che ella il pi del tempo stava infreddata,  s come colei che
    nel letto era mal dal maestro tenuta coperta.
    Il quale, come messer Ricciardo di Chinzica, di cui dicemmo,  alla sua
    insegnava  le feste,  cos costui a costei mostrava che il giacere con
    una donna una volta si penava a ristorar non so quanti  d,  e  simili
    ciance; di che ella vivea pessimamente contenta. E, s come savia e di
    grande  animo,  per  potere quello da casa risparmiare,  si dispose di
    gittarsi alla strada e voler logorar dello altrui; e pi e pi giovani
    riguardati,  nella fine uno ne le fu all'animo,  nel quale,  ella pose
    tutta la sua speranza,  tutto il suo animo e tutto il ben suo.  Di che
    il giovane accortosi, e piacendogli forte,  similmente in lei tutto il
    suo amor rivolse.
    Era costui chiamato Ruggieri d'Aieroli, di nazion nobile ma di cattiva
    vita  e  di biasimevole stato,  in tanto che parente n amico lasciato
    s'avea che ben gli volesse o  che  il  volesse  vedere;  e  per  tutto
    Salerno  di ladronecci o d'altre vilissime cattivit era infamato,  di
    che la donna poco cur, piacendole esso per altro, e con una sua fante
    tanto ordin che insieme furono.  E poi  che  alquanto  diletto  preso
    ebbero,  la  donna  gli  cominci  a biasimare la sua passata vita e a
    pregarlo che, per amor di lei, di quelle cose si rimanesse; e a dargli
    materia di farlo lo incominci a sovvenire quando  d'una  quantit  di
    denari e quando d'un'altra.
    E in questa maniera perseverando insieme assai discretamente,  avvenne
    che al medico fu messo tra le mani uno in fermo, il quale aveva guasta
    l'una delle gambe;  il cui difetto avendo il maestro veduto,  disse a'
    suoi parenti che,  dove un osso fracido il quale aveva nella gamba non
    gli si cavasse,  a costui si convenia del tutto o  tagliare  tutta  la
    gamba o morire; e a trargli l'osso potrebbe guerire, ma che egli altro
    che  per  morto  nol  prenderebbe;  a che accordatisi co loro a' quali
    apparteneva, per cos gliele diedero.
    Il  medico,   avvisando  che  l'infermo  senza  essere  adoppiato  non
    sosterrebbe  la  pena n si lascerebbe medicare,  dovendo attendere in
    sul  vespro  a  questo  servigio,   fe'la  mattina  d'una  sua   certa
    composizione stillare una acqua la qua e l'avesse,  bevendola, tanto a
    far dormire quanto esso avvisava di doverlo poter penare a  curare;  e
    quella  fattasene  venire a casa,  in una finestra della sua camera la
    pose, senza dire ad alcuno ci che si fosse.
    Venuta l'ora del vespro, dovendo il maestro andare a costui, gli venne
    un messo da certi  suoi  grandissimi  amici  d'Amalfi,  che  egli  non
    dovesse  lasciar per cosa alcuna che incontanente l non andasse,  per
    ci che una gran zuffa stata v'era, di che molti v'erano stati fediti.
    Il medico,  prolungata nella seguente mattina la cura  del  la  gamba,
    salito  in  su  una  barchetta,  n'and a Amalfi;  per la qual cosa la
    donna,  sappiendo lui la notte non dover tornare a  casa,  come  usata
    era,  occultamente si fece venire Ruggieri e nella sua camera il mise,
    e dentro il vi serr in fino a tanto che  certe  altre  persone  della
    casa s'andassero a dormire.
    Standosi adunque Ruggieri nella camera e aspettando la donna, avendo o
    per  fatica il d durata o per cibo salato che mangiato avesse o forse
    per usanza una grandissima  sete,  gli  venne  nella  finestra  veduta
    questa  guastadetta  d'acqua  la qua le il medico per lo 'nfermo aveva
    fatta e, credendola acqua da bere, a bocca postalasi,  tutta la bevve;
    n stette guari che un gran sonno il prese e fussi addormentato.
    La  donna,  come  prima  pot,  nella  camera  se ne venne,  e trovato
    Ruggieri dormendo lo 'ncominci a tentare e a dire con  sommessa  voce
    che  su  si  levasse;  ma questo era niente;  egli non rispondea n si
    movea punto.
    Per che la donna alquanto turbata con pi forza il sospinse dicendo:
    - Leva su,  dormiglione,  ch,  se tu volevi dormire,  tu te ne dovevi
    andare a casa tua e non venir qui.
    Ruggieri,  cos sospinto cadde a terra d'una cassa sopra la quale era,
    n altra vista d'alcun sentimento fece  che  avrebbe  fatto  un  corpo
    morto.  Di  che  la  donna,  alquanto spaventata,  il cominci a voler
    rilevare e a menarlo pi forte e a prenderlo per lo naso e  a  tirarlo
    per  la barba;  ma tutto era nulla: egli aveva a buona caviglia legato
    l'asino.
    Per che la donna cominci a temere non fosse morto; ma pure ancora gli
    'ncominci a strignere agramente le carni e a cuocerlo con una candela
    accesa,  ma niente era;  per che ella,  che medica non era,  come  che
    medico fosse il marito, senza alcun fallo lui credette morto. Per che,
    amandolo  sopra  ogni  altra cosa come facea,  se fu dolorosa non  da
    domandare; e non osando fare romore, tacitamente sopra di lui cominci
    a piagnere e a dolersi di cos fatta disavventura.
    Ma dopo alquanto,  temendo la donna di non  aggiugnere  al  suo  danno
    vergogna,  pens  che senza alcun indugio da trovare era modo come lui
    morto  si  traesse  di  casa;   n  a  ci  sappiendosi   consigliare,
    tacitamente chiam la sua fante,  e la sua disavventura mostratale, le
    chiese consiglio.  La fante,  maravigliandosi forte e tirandolo ancora
    ella e strignendolo,  e senza sentimento vedendolo,  quel disse che la
    donna dicea,  cio veramente lui  esser  morto,  e  consigli  che  da
    metterlo fuor di casa era.
    A cui la donna disse:
    -  E  dove  il potrem noi porre,  che egli non si suspichi,  domattina
    quando veduto sar, che di qua entro sia stato tratto?
    A cui la fante rispose:
    - Madonna,  io vidi questa sera al tardi dirimpetto al la  bottega  di
    questo legnaiuolo nostro vicino una arca non troppo grande,  la quale,
    se 'l maestro non l'ha riposta in casa,  verr  troppo  in  concio  a'
    fatti  nostri,  per ci che dentro ve 'l potrem mettere e dargli due o
    tre colpi d'un coltello,  e lasciarlo stare.  Chi in quella il trover
    non so perch pi di qua entro che d'altronde vi sel creda messo; anzi
    si creder,  per ci che malvagio giovane  stato, che, andando a fare
    alcun male,  da alcuno  suo  nimico  sia  stato  ucciso  e  poi  messo
    nell'arca.
    Piacque alla donna il consiglio della fante, fuor che di dargli alcuna
    fedita,  dicendo  che  non  le  potrebbe  per  cosa del mondo sofferir
    l'animo di ci fare;  e mandolla a vedere se quivi fosse  l'arca  dove
    veduta  l'avea;  la  qual torn e disse di s.  La fante adunque,  che
    giovane e gagliarda era, dalla donna aiutata,  sopra le spalle si pose
    Ruggieri,  e  andando  la  donna innanzi a guardar se persona venisse,
    venute al l'arca,  dentro vel  misero,  e  richiusala,  il  lasciarono
    stare.
    Erano  di  quei d alquanto pi oltre tornati in una casa due giovani,
    li quali prestavano ad usura,  e volenterosi di guadagnare assai e  di
    spender poco, avendo bisogno di masserizie, il d davanti avean quella
    arca  veduta,  e  insieme  posto  che,  se  la notte vi rimanesse,  di
    portarnela in casa loro.
    E venuta la mezza notte, di casa usciti, trovandola,  senza entrare in
    altro ragguardamento, prestamente, ancora che lor gravetta paresse, ne
    la  portarono in casa loro e allogaronla allato ad una camera dove lor
    femine dormivano senza curarsi di acconciarla troppo appunto allora; e
    lasciatala stare, se n'andarono a dormire.
    Ruggieri, il quale grandissima pezza dormito avea, e gi aveva digesto
    il beveraggio e la virt di quel consumata,  essendo vicino a matutin,
    si dest;  e,  come che rotto fosse il sonno, e'sensi avessero la loro
    virt recuperata,  pur gli rimase nel  cerebro  una  stupefazione,  la
    quale non solamente quella notte ma poi parecchi d il tenne stordito;
    e  aperti gli occhi e non veggendo alcuna cosa e sparte le mani in qua
    e in l, in questa arca trovandosi, cominci a smemorare e a dir seco:
    - Che  questo? Dove sono io? Dormo io, o son desto? Io pur mi ricordo
    che questa sera io venni nella camera della mia donna,  e ora mi  pare
    essere in una arca.  Questo che vuol dire? Sarebbe il medico tornato o
    altro accidente sopravenuto,  per lo quale la donna dormendo  io,  qui
    m'avesse nascoso? Io il credo, e fermamente cos sar -.
    E  per  questo  cominci  a  star  cheto e ad ascoltare se alcuna cosa
    sentisse;  e cos gran pezza dimorato,  stando anzi a disagio  che  no
    nell'arca che era piccola, e dogliendogli il lato in sul quale era, in
    su l'altro volger vogliendosi,  s destramente il fece che, dato delle
    reni nell'un de' lati della arca,  la quale non era stata posta  sopra
    luogo iguali,  la fe'piegare e appresso cadere, e cadendo fece un gran
    romore,  per lo quale le femine che ivi allato dormivano si  destarono
    ed ebber paura, e per paura tacettono.
    Ruggieri  per  lo  cader dell'arca dubit forte,  ma sentendola per lo
    cadere aperta,  volle avanti,  se altro avvenisse,  esserne fuori  che
    starvi dentro.  E tra che egli non sapeva dove si fosse,  e una cosa e
    un'altra,  cominci ad andar brancolando per la casa,  per  sapere  se
    scala o porta trovasse donde andar se ne potesse.
    Il qual brancolare sentendo le femine che deste erano,  cominciarono a
    dire: - Chi  l?  - Ruggieri,  non conoscendo la voce non  rispondea;
    per che le femine cominciarono a chiamare i due giovani, li quali, per
    ci  che molto vegghiato aveano,  dormivan forte n sentivano d'alcuna
    di queste cose niente.
    Laonde le femine,  pi paurose divenute,  levatesi e fattesi  a  certe
    finestre,  cominciarono a gridare: - Al ladro, al ladro. - Per la qual
    cosa per diversi luoghi pi de' vicini,  chi su per lo tetto e chi per
    una  parte  e  chi  per  un'altra,  corsono ed entrar nella casa;  e i
    giovani similmente, desti a questo romore, si levarono.
    E Ruggieri (il qual  quivi  vedendosi,  quasi  di  s  per  maraviglia
    uscito,  n  da  qual  parte  fuggir si dovesse o potesse vedea) preso
    dierono nelle mani della famiglia del rettore  della  terra,  la  qual
    quivi gi era al romor corsa;  e davanti al rettore menatolo,  per ci
    che malvagissimo era da tutti tenuto, senza indugio messo al martorio,
    confess nella casa de' prestatori essere per  imbolare  entrato;  per
    che  il rettor pens di doverlo senza troppo indugio fare impiccar per
    la gola.
    La novella fu la mattina per tutto  Salerno  che  Ruggieri  era  stato
    preso  ad  imbolare  in casa de' prestatori;  il che la donna e la sua
    fante udendo,  di tanta maraviglia e di s nuova fur piene,  che quasi
    eran  vicine  di far credere a s medesime che quello che fatto avevan
    la notte passata non l'avesser fatto ma avesser sognato  di  farlo;  e
    oltre a questo del pericolo nel quale Ruggieri era la donna sentiva s
    fatto dolore, che quasi n'era per impazzare.
    Non guari appresso la mezza terza, il medico tornato da Amalfi domand
    che la sua acqua gli fosse recata,  per ci che medicare voleva il suo
    infermo;  e trovandosi la guasta detta vota,  fece un gran romore  che
    niuna cosa in casa sua durar poteva in istato.
    La donna, che da altro dolore stimolata era, rispose adirata dicendo:
    - Che direste voi,  maestro, d'una gran cosa, quando d'una guastadetta
    d'acqua versata fate s gran romore?  Non se ne 0tru'  #,mg0G1 B `$++ݭm+3_ 7¦o? <s<tp`	s+- & + 8 '7 ` + ;+3 sw@ @!D $,n.$
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$	idonna ebbe questo udito,  cos s'avvis  che  Ruggieri  quella
    avesse beuta e per ci loro fosse paruto morto, e disse:
    - Maestro, noi nol sapavamo, e per ci rifatevi dell'altra.
    Il maestro, veggendo che altro esser non poteva, fece far della nuova.
    Poco  appresso  la fante che per comandamento della donna era andata a
    saper quello che di Ruggier si dicesse, torn e dissele:
    - Madonna, di Ruggier dice ogn'uom male,  n,  per quello che io abbia
    potuto  sentire,  amico n parente alcuno  che per aiutarlo levato si
    sia o si voglia levare;  e credesi per fermo che domane lo stratic il
    far impiccare.  E oltre a questo vi vo'dire una nuova cosa,  che egli
    mi pare aver compreso come egli in casa de' prestatori  pervenisse,  e
    udite  come:  voi  sapete  bene  il legnaiuolo dirimpetto al quale era
    l'arca dove noi il mettemmo; egli era test con uno, di cui mostra che
    quell'arca fosse, alla maggior quistion del mondo; ch colui domandava
    i denari della arca sua,  e il maestro rispondeva che egli  non  aveva
    venduta l'arca,  anzi gli era la notte stata imbolata.  Al quale colui
    diceva: - Non  cos,  anzi l'hai venduta alli due giovani prestatori,
    s  come  essi  stanotte  mi  dissero,  quando io in casa loro la vidi
    allora che fu preso Ruggieri -.  A cui il  legnaiuolo  disse:  -  Essi
    mentono,  per ci che mai io non la vende' loro, ma essi que sta notte
    passata me l'avranno imbolata;  andiamo a loro -.  E s se ne andarono
    di concordia a casa i prestatori,  e io me ne son qui venuta.  E, come
    voi potete vedere,  io comprendo che in cotal guisa Ruggieri,  la dove
    trovato  fu,  trasportato  fosse;  ma come quivi risuscitasse,  non so
    vedere io.
    La donna allora comprendendo ottimamente come il  fatto  stava,  disse
    alla  fante ci che dal medico udito avea,  e pregolla che allo scampo
    di Ruggieri dovesse dare aiuto,  s co me colei che,  volendo,  ad una
    ora poteva Ruggieri scampare e servar l'onor di lei.
    La fante disse:
    - Madonna, insegnatemi come, e io far volentieri ogni cosa.
    La  donna,  s  come  colei  alla quale istrignevano i cintolini,  con
    subito consiglio avendo avvisato ci che da fare era, ordinatamente di
    quello la fante inform. La quale primieramente se n'and al medico, e
    piagnendo gli 'ncominci a dire:
    - Messere, a me conviene domandarvi perdono d'un gran fallo,  il quale
    verso di voi ho commesso.
    Disse il maestro:
    - E di che?
    E la fante, non restando di lagrimar, disse:
    -  Messere,  voi sapete che giovane Ruggieri d'Aieroli sia,  al quale,
    piacendogli io, tra per paura e per amore mi convenne uguanno divenire
    amica;  e sappiendo egli iersera non ci eravate,  tanto mi lusing che
    io  in casa vostra nella mia camera a dormire meco il menai,  e avendo
    egli sete n io avendo ove pi tosto ricorrere o per acqua o per vino,
    non volendo che la vostra donna,  la quale in sala  era,  mi  vedesse,
    ricordandomi  che  nella  vostra  camera una guastadetta d'acqua aveva
    veduta,  corsi per quella e s gliele diedi bere e la guastada  riposi
    donde  levata  l'avea,  di che io truovo che voi in casa un gran romor
    n'avete fatto.  E certo io confesso che io feci male;  ma chi   colui
    che  alcuna  volta  mal  non faccia?  Io ne son molto dolente d'averlo
    fatto;  non pertanto,  per questo,  e per quello  che  poi  ne  segu,
    Ruggieri  n'  per perdere la persona;  per che io quanto pi posso vi
    priego che voi mi perdoniate e  mi  diate  licenzia  che  io  vada  ad
    aiutare, in quello che per me si potr, Ruggieri.
    Il  medico  udendo  costei,  con  tutto  che ira avesse,  motteggiando
    rispose:
    - Tu te n'hai data la perdonanza tu  stessa,  per  ci  che,  dove  tu
    credesti questa notte un giovane avere che molto bene il pelliccion ti
    scotesse,  avesti un dormiglione; e per ci va procaccia la salute del
    tuo amante, e per innanzi ti guarda di pi in casa non menarlo, ch io
    ti pagherei di questa volta e di quella.
    Alla fante per la prima broccata parendo aver ben procacciato,  quanto
    pi  tosto pot se n'and alla prigione dove Ruggieri era,  e tanto il
    prigionier lusing che egli la lasci a Ruggieri favellare.  La quale,
    poi  che informato l'ebbe di ci che rispondere dovesse allo stratic,
    se scampar volesse, tanto fece che allo stratic and davanti.
    Il quale,  prima che ascoltare  la  volesse,  per  ci  che  fresca  e
    gagliarda era, volle una volta attaccare l'uncino alla cristianella di
    Dio,  ed ella,  per essere meglio udita, non ne fu punto schifa; e dal
    macinio levatasi, disse:
    - Messere,  voi avete qui Ruggieri d'Aieroli preso per ladro,  e non 
    cos il vero.
    E  cominciatosi dal capo,  gli cont la storia infino alla fine,  come
    ella, sua amica,  in casa il medico menato l'avea e come gli avea data
    bere  l'acqua  adoppiata  non  conoscendola,  e  come per morto l'avea
    nell'arca messo; e appresso que sto, ci che tra 'l maestro legnaiuolo
    e il signor della arca aveva udito gli disse,  per quella mostrandogli
    come in casa i prestatori fosse pervenuto Ruggieri.
    Lo  stratic,  veggendo  che leggier cosa era a ritrovare se ci fosse
    vero,  prima il medico domand se vero fosse dell'acqua  e  trov  che
    cos  era stato;  e appresso fatti richiedere il legnaiuolo e colui di
    cui stata  era  l'arca  e'prestatori,  dopo  molte  novelle  trov  li
    prestatori la notte passata aver l'arca imbolata e in casa messalasi.
    Ultimamente  mand  per  Ruggieri,  e domandatolo dove la sera dinanzi
    albergato fosse,  rispose che dove albergato si fosse non  sapeva,  ma
    ben  si ricordava che andato era ad albergare con la fante del maestro
    Mazzeo,  nella camera della quale aveva bevuto  acqua  per  gran  sete
    ch'avea;  ma  che  poi di lui stato si fosse,  se non quando in casa i
    prestatori destandosi s'era trovato in una arca, egli non sapeva.
    Lo stratic,  queste cose udendo e gran  piacer  pigliandone,  e  alla
    fante  e a Ruggieri e al legnaiuolo e a' prestatori pi volte ridir le
    fece.
    Alla  fine,  cognoscendo  Ruggieri  essere  innocente,   condannati  i
    prestatori che imbolata avevan l'arca in diece once,  liber Ruggieri.
    Il che quanto a lui fosse caro,  niun ne domandi;  e alla sua donna fu
    carissimo  oltre  misura.  La  qual  poi  con lui insieme e colla cara
    fante,  che dare gli aveva voluto delle coltella,  pi volte  rise  ed
    ebbe  festa,  il  loro  amore e il loro sollazzo sempre continuando di
    bene in meglio; il che vorrei che cos a me avvenisse,  ma non d'esser
    messo nell'arca.







    Giornata quarta - Conclusione.

    Se  le  prime  novelle  li  petti delle vaghe donne avevan contristati
    questa ultima di Dioneo le  fece  ben  tanto  ridere,  e  spezialmente
    quando  disse lo stratic aver l'uncino attaccato che essi si poterono
    della compassione avuta dell'altre ristorare.
    Ma veggendo il re che il sole cominciava a farsi giallo e  il  termine
    della  sua signoria era venuto,  con assai piacevoli parole alle belle
    donne si scus di ci che fatto avea,  cio daver fatto  ragionare  di
    materia  cos  fiera  come  quel la della infelicit degli amanti;  e
    fatta la scusa,  in pi si lev e della testa si tolse  la  laurea,  e
    aspettando le donne a cui porre la dovesse piacevolmente sopra il capo
    biondissimo della Fiammetta la pose, dicendo
    -  Io  pongo  a  te  questa  corona  s  come a colei la quale meglio,
    dell'aspra giornata di oggi,  che alcuna altra,  con quella di  domane
    queste nostre compagne racconsolar saprai.
    La  Fiammetta  li  cui capelli eran crespi,  lunghi e d'oro e sopra li
    candidi e dilicati omeri ricadenti, e il viso ritondetto con un colore
    vero di bianchi gigli e di vermiglie rose mescolati  tutto  splendido,
    con  due  occhi in testa che parevano d'un falcon pellegrino e con una
    boccuccia piccolina,  li cui labbri parevan due rubinetti,  sorridendo
    rispose:
    - Filostrato,  e io la prendo volentieri; e acci che meglio t'avveggi
    di quello che fatto hai,  infino da ora voglio e comando  che  ciascun
    s'apparecchi  di  dovere domane ragionare di ci che ad alcuno amante,
    dopo alcuni fieri o sventurati accidenti, felicemente avvenisse.
    La qual proposizione a tutti piacque.  Ed essa,  fattosi il siniscalco
    venire,  e delle cose opportune con lui insieme avendo disposto, tutta
    la  brigata,  da  seder  levandosi,  per  infino  all'ora  della  cena
    lietamente licenzi.
    Costoro  adunque,  parte  per lo giardino,  la cui bellezza non era da
    dover troppo tosto rincrescere,  e parte verso le mulina che  fuor  di
    quel  macinavano,  e  chi  qua  e chi l,  a prender secondo i diversi
    appetiti diversi diletti si diedono infino all'ora della cena.
    La qual venuta, tutti raccolti, come usati erano, appresso della bella
    fonte con grandissimo piacere e ben  serviti  cenarono.  E  da  quella
    levatisi,  come  usati  erano,  al  danzare e al cantar si diedono,  e
    menando Filomena la danza, disse la reina:
    - Filostrato,  io non intendo deviare da' miei passati,  ma,  s  come
    essi  hanno  fatto,  cos intendo che per lo mio comandamento si canti
    una canzone;  e per ci che io son certa che tali sono le tue  canzoni
    chenti sono le tue novelle,  acci che pi giorni che questo non sieno
    turbati da' tuoi infortuni,  vogliamo che una ne  dichi  qual  pi  ti
    piace.
    Filostrato  rispose  che  volentieri;  e  senza indugio in cotal guisa
    cominci a cantare:

    Lagrimando dimostro
    quanto si dolga con ragione il core
    d'esser tradito sotto fede Amore.

    Amore, allora che primieramente
    ponesti in lui colei per cui sospiro,
    senza sperar salute,
    s piena la mostrasti di virtute,
    che lieve reputava ogni martiro,
    che per te nella mente,
    ch' rimasa dolente,
    fosse venuto; ma il mio errore
    ora conosco, e non senza dolore.

    Fatto m'ha conoscente dello 'nganno
    vedermi abbandonato da colei,
    in cui sola sperava;
    ch'allora ch'i'pi esser mi pensava
    nella sua grazia e servidore a lei,
    senza mirare al danno
    del mio futuro affanno,
    m'accorsi lei aver l'altrui valore
    dentro raccolto, e me cacciato fore.

    Com'io conobbi me di fuor cacciato,
    nacque nel core un pianto doloroso,
    che ancor vi dimora,
    e spesso maladico il giorno e l'ora
    che pria m'apparve il suo viso amoroso
    d'alta biltate ornato,
    e pi che mai 'nfiammato.
    La fede mia, la speranza e l'ardore
    va bestemmiando l'anima che more.

    Quanto 'l mio duol senza conforto sia,
    signor, tu ' puoi sentir, tanto ti chiamo
    con dolorosa voce:
    e dicoti che tanto e s mi cuoce,
    che per minor martir la morte bramo.
    Venga dunque, e la mia
    vita crudele e ria
    termini col suo colpo, e 'l mio furore;
    ch'ove ch'io vada, il sentir minore.

    Null'altra via, niuno altro conforto
    mi resta pi che morte alla mia doglia.
    Dallami dunque omai;
    pon fine, Amor, con essa alli miei guai,
    e 'l cor di vita s misera spoglia.
    Deh fallo, poi ch'a torto
    m' gioi tolta e diporto.
    Fa' costei lieta, morend'io, signore,
    come l'hai fatta di nuovo amadore.

    Ballata mia, se alcun non t'appara,
    io non men curo, per ci che nessuno,
    com'io, ti pu cantare.
    Una fatica sola ti vo'dare,
    che tu ritruovi Amore, e a lui sol uno,
    quanto mi sia discara
    la trista vita amara
    dimostri a pien, pregandol che 'n migliore
    porto ne ponga per lo suo onore.

    Dimostrarono le parole di  questa  canzone  assai  chiaro  qual  fosse
    l'animo di Filostrato,  e la cagione; e forse pi dichiarato l'avrebbe
    l'aspetto  di  tal  donna  nella  danza  era,   se  le  tenebre  della
    sopravvenuta  notte  il  rossore  nel  viso  di lei venuto non avesser
    nascoso.
    Ma poi che egli ebbe a quella  posta  fine,  molte  altre  cantate  ne
    furono infino a tanto che l'ora dell'andare a dormire sopravenne;  per
    che, comandandolo la reina, ciascuno alla sua camera si raccolse.


    Finisce la quarta giornata del Decameron.










    Incomincia la quinta giornata nella  quale,  sotto  il  reggimento  di
    Fiammetta, si ragiona di ci che ad alcuno amante, dopo alcuni fieri o
    sventurati accidenti, felicemente avvenisse.


    Giornata quinta - Introduzione.

    Era gi l'oriente tutto bianco e li surgenti raggi per tutto il nostro
    emisperio avevan fatto chiaro,  quando Fiammetta da' dolci canti degli
    uccelli,  li quali la prima ora del giorno su per gli albuscelli tutti
    lieti cantavano, incitata, su si lev, e tutte l'altre e i tre giovani
    fece chiamare; e con soave passo a' campi discesa, per l'ampia pianura
    su  per  le  rugiadose  erbe,  infino  a  tanto che alquanto il sol fu
    alzato, con la sua compagnia, d'una cosa e d'altra con lor ragionando,
    diportando s'and. Ma, sentendo che gi i solar raggi si riscaldavano,
    verso la loro stanza volse i passi;  alla qual pervenuti,  con  ottimi
    vini  e con confetti il leggiere affanno avuto f ristorare,  e per lo
    dilettevole giardino infino all'ora del mangiare  si  diportarono.  La
    qual   venuta,   essendo   ogni   cosa  dal  discretissimo  siniscalco
    apparecchiata,  poi che alcuna stampita e una ballatetta o  due  furon
    cantate,  lietamente,  secondo  che  alla  reina piacque,  si misero a
    mangiare. E quello ordinatamente e con letizia fatto,  non dimenticato
    il  preso  ordine  del  danzare,  e con gli sturmenti e con le canzoni
    alquante danzette fecero. Appresso alle quali,  infino a passata l'ora
    del dormire la reina licenzi ciascheduno;  de' quali alcuni a dormire
    andarono e altri al loro sollazzo per lo bel giardino si rimasero.
    Ma tutti,  un poco passata la nona,  quivi,  come alla reina  piacque,
    vicini alla fonte secondo l'usato modo si ragunarono.  Ed essendosi la
    reina  a  seder  posta  pro  tribunali,   verso  Panfilo  riguardando,
    sorridendo  a  lui impose che principio desse alle felici novelle.  Il
    quale a ci volentier si dispose, e cos disse.













    Giornata quinta - Novella prima.

    Cimone amando divien savio,  ed Efigenia sua donna rapisce in mare;  
    messo  in Rodi in prigione,  onde Lisimaco il trae,  e da capo con lui
    rapisce Efigenia e Cassandra nelle lor nozze,  fuggendosi con esse  in
    Creti;  e  quindi,  divenute  lor  mogli,  con  esse  a  casa loro son
    richiamati.

    Molte novelle,  dilettose donne,  a dover dar principio a  cos  lieta
    giornata  come  questa sar,  per dovere essere da me raccontate mi si
    paran davanti; delle quali una pi nell'animo me ne piace, per ci che
    per quella potrete comprendere non solamente il  felice  fine  per  lo
    quale a ragionare incominciamo,  ma quanto sien sante, quanto poderose
    e di quanto ben piene le forze d'Amore,  le quali molti,  senza  saper
    che  si dicano,  dannano e vituperano a gran torto: il che,  se io non
    erro,  per ci che innamorate credo che siate,  molto vi  dovr  esser
    caro.
    Adunque  (s  come  noi  nelle antiche istorie de' cipriani abbiam gi
    letto) nell'isola di Cipri fu uno nobilissimo uomo,  il quale per nome
    fu  chiamato  Aristippo,  oltre  ad  ogn'altro  paesano  di  tutte  le
    temporali cose ricchissimo;  e se d'una cosa sola  non  lo  avesse  la
    fortuna fatto dolente, pi che altro si potea contentare. E questo era
    che  egli,  tra  gli  altri  suoi  figliuoli,  n'aveva uno il quale di
    grandezza e di bellezza di corpo tutti gli altri  giovani  trapassava,
    ma quasi matto era e di perduta speranza, il cui vero nome era Galeso;
    ma,  per  ci  che  mai  n  per  fatica  di  maestro n per lusinga o
    battitura del padre,  o  ingegno  d'alcuno  altro,  gli  s'era  potuto
    mettere nel capo n lettera n costume alcuno, anzi con la voce grossa
    e  deforme e con modi pi convenienti a bestia che ad uomo,  quasi per
    ischerno da tutti era chiamato Cimone,  il che nella lor lingua sonava
    quanto  nella  nostra  Bestione.  La  cui  perduta  vita  il padre con
    gravissima noia portava;  e gi essendosi ogni speranza a lui  di  lui
    fuggita,  per  non aver sempre davanti la cagione del suo dolore,  gli
    comand che alla villa  n'andasse  e  quivi  co'  suoi  lavoratori  si
    dimorasse; la qual cosa a Cimone fu carissima, per ci che i costumi e
    l'usanze degli uomini grossi gli eran pi a grado che le cittadine.
    Andatosene adunque Cimone alla villa,  e quivi nelle cose pertinenti a
    quella esercitandosi, avvenne che un giorno,  passato gi il mezzo d,
    passando  egli  da  una  possessione ad un'altra con un suo bastone in
    collo,  entr  in  un  boschetto  il  quale  era  in  quella  contrada
    bellissimo, e, per ci che del mese di maggio era, tutto era fronzuto;
    per lo quale andando s'avvenne, s come la sua fortuna il vi guid, in
    un  pratello d'altissimi alberi circuito,  nell'un de' canti del quale
    era una bellissima fontana e fredda,  allato alla quale vide sopra  il
    verde  prato dormire una bellissima giovane con un vestimento in dosso
    tanto sottile, che quasi niente delle candide carni nascondea,  ed era
    solamente  dalla  cintura  in  gi coperta d'una coltre bianchissima e
    sottile;  e a' pi di lei similmente dormivano due femine e uno  uomo,
    servi di questa giovane.
    La  quale  come  Cimone  vide,  non altramenti che se mai pi forma di
    femina ve$5ta non `ra{ + <B$caզw
+{p  !=߾?7  81`
̯+?z{     mٲٲݴݲ-+ {{{{y++{x{zx ryv`-++A@  e#8	-@ @@'+- ++ +D +  -'+-g+ +-'   -G  @-'+@ x8g-G'   G'- -D  D'--' +- D ' 'piacere potuta entrare,  sent
    destarsi un pensiero il quale  nella  materiale  e  grossa  mente  gli
    ragionava  costei  essere  la  pi  bella  cosa che giammai per alcuno
    vivente veduta fosse.  E quinci cominci a distinguer le parti di lei,
    lodando i capelli,  li quali d'oro estimava,  la fronte,  il naso e la
    bocca,  la gola e le braccia,  e  sommamente  il  petto,  poco  ancora
    rilevato;  e di lavoratore,  di bellezza subitamente giudice divenuto,
    seco sommamente disiderava di veder gli occhi, li quali essa,  da alto
    sonno gravati,  teneva chiusi;  e per vedergli, pi volte ebbe volont
    di destarla.  Ma,  parendogli oltre modo pi bella che l'altre  femine
    per addietro da lui vedute, dubitava non fosse alcuna dea; e pur tanto
    di  sentimento  avea,  che  egli giudicava le divine cose esser di pi
    reverenza degne che le mondane,  e per questo si riteneva,  aspettando
    che  da  s medesima si svegliasse;  e come che lo 'ndugio gli paresse
    troppo, pur, da non usato piacer preso, non si sapeva partire.
    Avvenne adunque che dopo lungo spazio la  giovane,  il  cui  nome  era
    Efigenia,  prima  che  alcun  de' suoi si risent,  e levato il capo e
    aperti gli occhi,  e veggendosi sopra il suo bastone  appoggiato  star
    davanti Cimone, si maravigli forte e disse:
    - Cimone, che vai tu a questa ora per questo bosco cercando?
    Era  Cimone,  s per la sua forma e s per la sua rozzezza e s per la
    nobilt e ricchezza del padre, quasi noto a ciascun del paese.
    Egli non rispose alle parole d'Efigenia alcuna cosa; ma come gli occhi
    di lei vide aperti,  cos in quegli fiso  cominci  a  guardare,  seco
    stesso  parendogli  che da quegli una soavit si movesse,  la quale il
    riempisse di piacere mai  da  lui  non  provato.  Il  che  la  giovane
    veggendo,  cominci  a dubitare non quel suo guardar cos fiso movesse
    la sua rusticit ad alcuna cosa che vergogna le potesse  tornare;  per
    che, chiamate le sue femine, si lev su dicendo:
    - Cimone, rimanti con Dio.
    A cui allora Cimon rispose:
    - Io ne verr teco.
    E  quantunque  la  giovane  sua  compagnia  rifiutasse,  sempre di lui
    temendo,  mai da s partir nol pot infino a tanto che egli non l'ebbe
    infino  alla  casa  di lei accompagnata;  e di quindi n'and a casa il
    padre,  affermando s in niuna guisa pi in villa voler ritornare:  il
    che  quantunque  grave  fosse  al padre e a' suoi,  pure il lasciarono
    stare,  aspettando di veder qual cagion fosse  quella  che  fatto  gli
    avesse mutar consiglio.
    Essendo  adunque  a  Cimone  nel  cuore,  nel quale niuna dottrina era
    potuta entrare,  entrata la saetta d'Amore per la bellezza d'Efigenia,
    in  brevissimo  tempo,   d'uno  in  altro  pensiero  pervenendo,  fece
    maravigliare il padre e tutti i suoi e ciascuno altro che il conoscea.
    Egli  primieramente  richiese  il  padre  che  il  facesse  andare  di
    vestimenti e d'ogni altra cosa ornato come i fratelli di lui andavano;
    il che il padre contentissimo fece. Quindi usando co' giovani valorosi
    e  udendo  i  modi  i  quali  a'  gentili  uomini  si  convenieno,   e
    massimamente  agli  innamorati,  prima,  con  grandissima  ammirazione
    d'ognuno,  in  assai  brieve  spazio  di  tempo non solamente le prime
    lettere appar, ma valorosissimo tra' filosofanti divenne;  e appresso
    questo  (essendo  di  tutto  ci  cagione l'amore il quale ad Efigenia
    portava) non solamente la  rozza  voce  e  rustica  in  convenevole  e
    cittadina  ridusse,  ma  di  canto  divenne maestro e di suono,  e nel
    cavalcare  e  nelle  cose  belliche,   cos  marine  come  di   terra,
    espertissimo e feroce divenne.
    E  in  brieve  (acci  che  io non vada ogni particular cosa delle sue
    virt raccontando) egli non si compi il quarto anno dal  d  del  suo
    primiero  innamoramento,  che egli riusc il pi leggiadro e il meglio
    costumato e con pi particulari virt che  altro  giovane  alcuno  che
    nell'isola fosse di Cipri.
    Che dunque,  piacevoli donne, diremo di Cimone? Certo niuna altra cosa
    se non che l'alte virt dal cielo infuse nella valorosa anima  fossono
    da  invidiosa  Fortuna in picciolissima parte del suo cuore con legami
    fortissimi legate e racchiuse, li quali tutti Amor ruppe e spezz,  s
    come  molto  pi potente di lei;  e come eccitatore degli addormentati
    ingegni,  quelle da crudele obumbrazione offuscate con  la  sua  forza
    sospinse in chiara luce, apertamente mostrando di che luogo tragga gli
    spiriti a lui suggetti e in quale gli conduca co' raggi suoi.
    Cimone adunque, quantunque, amando Efigenia, in alcune cose, s come i
    giovani  amanti molto spesso fanno,  trasandasse,  nondimeno Aristippo
    considerando che Amor l'avesse di montone fatto tornare uomo, non solo
    pazientemente il sostenea, ma in seguir ci in tutti i suoi piaceri il
    confortava.   Ma  Cimone,   che  d'esser  chiamato  Galeso  rifiutava,
    ricordandosi  che cos da Efigenia era stato chiamato,  volendo onesto
    fine  porre  al  suo  disio,  pi  volte  fece  tentare  Cipseo  padre
    d'Efigenia  che  lei  per  moglie gli dovesse dare;  ma Cipseo rispose
    sempre s averla promessa a Pasimunda nobile giovane rodiano, al quale
    non intendeva venirne meno.
    Ed essendo delle pattovite nozze d'Efigenia  venuto  il  tempo,  e  il
    marito mandato per lei,  disse seco Cimone: - Ora  tempo di mostrare,
    o Efigenia, quanto tu sii da me amata. Io son per te divenuto uomo,  e
    se  io ti posso avere,  io non dubito di non divenire pi glorioso che
    alcuno iddio;  e per certo io t'avr o  io  morr  -.  E  cos  detto,
    tacitamente alquanti nobili giovani richiesti che suoi amici erano,  e
    fatto segretamente un legno armare con ogni cosa opportuna a battaglia
    navale,  si mise in mare,  attendendo il legno sopra il quale Efigenia
    trasportata doveva essere in Rodi al suo marito.  La quale, dopo molto
    onor fatto dal padre di lei agli amici del marito,  entrata  in  mare,
    verso Rodi dirizzaron la proda e andar via.
    Cimone,  il  qual  non  dormiva,  il  d  seguente  col  suo legno gli
    sopraggiunse,  e d'in  su  la  proda  a  quegli  che  sopra  il  legno
    d'Efigenia erano forte grid:
    -  Arrestatevi,  calate  le  vele,  o  voi  aspettate  d'esser vinti e
    sommersi in mare.
    Gli avversari di Cimone avevano  l'armi  tratte  sopra  coverta  e  di
    difendersi s'apparecchiavano;  per che Cimone, dopo le parole preso un
    rampicone di ferro,  quello  sopra  la  poppa  de'  rodiani,  che  via
    andavano  forte,  gitt,  e  quella alla proda del suo legno per forza
    congiunse,  e fiero  come  un  leone,  senza  altro  seguito  d'alcuno
    aspettare  sopra la nave de' rodian salt,  quasi tutti per niente gli
    avesse; e spronandolo Amore, con maravigliosa forza fra' nimici con un
    coltello in mano si mise,  e or questo  e  or  quello  ferendo,  quasi
    pecore  gli  abbattea.  Il che,  vedendo i rodiani,  gittando in terra
    l'armi, quasi ad una voce tutti si cofessarono prigioni.
    Alli quali Cimon disse:
    - Giovani uomini,  n vaghezza di preda n odio che io abbia contra di
    voi  mi  fece  partir di Cipri a dovervi in mezzo mare con armata mano
    assalire.  Quello che mi mosse    a  me  grandissima  cosa  ad  avere
    acquistata, e a voi  assai
    leggiere  a  concederlami  con  pace;  e  ci  Efigenia,  da me sopra
    ogn'altra cosa amata,  la quale non potendo io avere dal padre di  lei
    come amico e con pace,  da voi come nemico e con l'armi m'ha costretto
    Amore ad acquistarla;  e per ci intendo io d'esserle quello che esser
    le  dovea  il  vostro  Pasimunda;  datelami,  e  andate  con la grazia
    d'Iddio.
    I giovani,  li quali pi forza che  liberalit  costrignea,  piagnendo
    Efigenia a Cimon concedettono. Il quale vedendola piagnere disse:
    - Nobile donna,  non ti sconfortare,  io sono il tuo Cimone,  il quale
    per lungo amore t'ho molto meglio meritata d'avere,  che Pasimunda per
    promessa fede.
    Tornossi  adunque  Cimone  (lei  gi  avendo  sopra  la sua nave fatta
    portare,  senza  alcuna  altra  cosa  toccare  de'  rodiani)  a'  suoi
    compagni, e loro lasci andare.
    Cimone  adunque,  pi  che  altro uomo contento dello acquisto di cos
    cara preda,  poi che  alquanto  di  tempo  ebbe  posto  in  dover  lei
    piagnente  racconsolare,  diliber  co'  suoi  compagni  non essere da
    tornare in Cipri al presente; per che,  di pari diliberazion di tutti,
    verso  Creti  (dove quasi ciascuno e massimamente Cimone,  per antichi
    parentadi e novelli e  per  molta  amist  si  credevano  insieme  con
    Efigenia esser si curi) dirizzaron la proda della lor nave.
    Ma la Fortuna,  la quale assai lietamente l'acquisto della donna aveva
    conceduto a Cimone, non stabile,  subitamente in tristo e amaro pianto
    mut la inestimabile letizia dello 'nnamorato giovane.
    Egli  non  erano ancora quattro ore compiute poi che Cimone li rodiani
    aveva lasciati,  quando,  sopravegnente la notte,  la quale Cimone pi
    piacevole che alcuna altra sentita giammai aspettava, con essa insieme
    surse un tempo fierissimo e tempestoso,  il quale il cielo di nuvoli e
    'l mare di pestilenziosi venti riempi;  per la qual  cosa  n  poteva
    alcun  veder  che  si  fare  o  dove andarsi,  n ancora sopra la nave
    tenersi a dovere fare alcun servigio.
    Quanto Cimone di ci si dolesse,  non  da domandare.  Egli pareva che
    gl'iddii  gli avessero conceduto il suo disio,  acci che pi noia gli
    fosse il morire,  del quale senza esso prima si sarebbe  poco  curato.
    Dolevansi  similmente  i  suoi  compagni,  ma  sopra  tutti  si doleva
    Efigenia, forte piagnendo e ogni percossa dell'onda temendo; e nel suo
    pianto aspramente maladiceva l'amor  di  Cimone  e  biasimava  il  suo
    ardire,  affermando  per  niuna  altra  cosa quella tempestosa fortuna
    esser nata,  se non perch gl'iddii non volevano che colui,  il  quale
    lei  contra  li  lor  piaceri voleva aver per isposa,  potesse del suo
    presuntuoso disiderio  godere,  ma  vedendo  lei  prima  morire,  egli
    appresso miseramente morisse.
    Con  cos  fatti  lamenti  e  con maggiori,  non sappiendo che farsi i
    marinari,  divenendo  ognora  il  vento  pi  forte,  senza  sapere  o
    conoscere  dove s'andassero,  vicini all'isola di Rodi pervennero;  n
    conoscendo per ci che Rodi si fosse quella,  con  ogni  ingegno,  per
    campar le persone,  si sforzarono di dovere in essa pigliar terra,  se
    si potesse.
    Alla qual cosa la Fortuna fu favorevole, e loro perdusse in un piccolo
    seno di mare,  nel quale poco avanti a loro li rodiani stati da  Cimon
    lasciati erano colla lor nave pervenuti. N prima s'accorsero s esser
    all'isola di Rodi pervenuti che, surgendo l'aurora e alquanto rendendo
    il cielo pi chiaro, si videro forse per una tratta d'arco vicini alla
    nave  il giorno davanti da lor lasciata.  Della qual cosa Cimone senza
    modo dolente,  temendo non  gli  avvenisse  quello  che  gli  avvenne,
    comand  che  ogni forza si mettesse ad uscir quindi,  e poi dove alla
    Fortuna piacesse gli trasportasse;  per ci che in alcuna parte peggio
    che quivi esser non poteano.
    Le  forze  si  misero grandi a dovere di quindi uscire,  ma invano: il
    vento potentissimo poggiava in contrario,  in tanto che,  non che essi
    del piccolo seno uscir potessero,  ma,  o volessero o no, gli sospinse
    alla terra.
    Alla quale come pervennero,  dalli marinari  rodiani  della  lor  nave
    discesi  furono riconosciuti.  De'quali prestamente alcun corse ad una
    villa ivi vicina dove i nobili giovani rodiani n'erano andati,  e loro
    narr quivi Cimone con Efigenia sopra la lor nave per fortuna, s come
    loro, essere arrivati.
    Costoro  udendo  questo,  lietissimi,  presi  molti degli uomini della
    villa, prestamente furono al mare; e Cimone che, gi co' suoi disceso,
    aveva preso consiglio di fuggire in alcuna selva ivi vicina, e 'nsieme
    tutti con Efigenia furon presi e  alla  villa  menati.  E  di  quindi,
    venuto  dalla  citt Lisimaco,  appo il quale quello anno era il sommo
    maestrato de' rodiani,  con  grandissima  compagnia  d'uomini  d'arme,
    Cimone   suoi compagni tutti ne men in prigione,  s come Pasimunda,
    al quale le novelle eran venute, aveva,  col senato di Rodi dolendosi,
    ordinato.
    In  cos  fatta  guisa  il  misero  e  innamorato  Cimone perd la sua
    Efigenia poco davanti da lui guadagnata,  senza altro averle tolto che
    alcun bacio.
    Efigenia da molte nobili donne di Rodi fu ricevuta e riconfortata,  s
    del dolore avuto della sua presura e s  della  fatica  sostenuta  del
    turbato  mare;  e appo quelle stette infino al giorno diterminato alle
    sue nozze.
    A Cimone e a' suoi compagni,  per la libert il  d  davanti  data  a'
    giovani  rodiani,  fu  donata  la vita,  la qual Pasimunda a suo poter
    sollicitava di far lor torre, e a prigion perpetua fur dannati;  nella
    quale,  s come si pu credere,  dolorosi stavano e senza speranza mai
    d'alcun piacere.
    Pasimunda  quanto  poteva  l'apprestamento  sollicitava  delle  future
    nozze;  ma  la  Fortuna,  quasi  pentuta della subita ingiuria fatta a
    Cimone, nuovo accidente produsse per la sua salute. Aveva Pasimunda un
    fratello minor di tempo di lui,  ma non di virt,  il quale avea  nome
    Ormisda,  stato in lungo trattato di dover torre per moglie una nobile
    giovane e bella della citt,  chiamata Cassandra,  la  quale  Lisimaco
    sommamente  amava;  ed  erasi  il matrimonio per diversi accidenti pi
    volte frastornato.
    Ora,  veggendosi Pasimunda per dovere con grandissima festa  celebrare
    le  sue  nozze,  pens ottimamente esser fatto,  se in questa medesima
    festa,  per non tornar pi alle spese e al festeggiare,  egli  potesse
    far  che  Ormisda  similmente  menasse moglie;  per che co' parenti di
    Cassandra ricominci le parole e perdussele ad effetto; e insieme egli
    e 'l fratello  con  loro  diliberarono  che  quello  medesimo  d  che
    Pasimunda menasse Efigenia, quello Ormisda menasse Cassandra.
    La qual cosa sentendo Lisimaco, oltre modo gli dispiacque, per ci che
    si vedeva della sua speranza privare, la quale portava che, se Ormisda
    non la prendesse, fermamente doverla avere egli. Ma, s come savio, la
    noia  sua  dentro  tenne nascosa;  e cominci a pensare in che maniera
    potesse impedire che ci  non  avesse  effetto;  n  alcuna  via  vide
    possibile, se non il rapirla.
    Questo  gli parve agevole per lo uficio il quale aveva,  ma troppo pi
    disonesto il reputava che se l'uficio non avesse avuto;  ma in brieve,
    dopo  lunga  diliberazione,  l'onest di luogo ad amore,  e prese per
    partito,  che che avvenir ne dovesse,  di rapir Cassandra.  E pensando
    della compagnia che a far questo dovesse avere e dell'ordine che tener
    dovesse,  si ricord di Cimone, il quale co' suoi compagni in prigione
    avea,  e imagin niun altro compagno migliore n pi fido dover potere
    avere che Cimone in questa cosa.
    Per  che la seguente notte occultamente nella sua camera il fe'venire,
    e cominciogli in cotal guisa favellare:
    - Cimone,  cos come gl'iddii sono ottimi e  liberali  donatori  delle
    cose agli uomini,  cos sono sagacissimi provatori delle lor virt,  e
    coloro li quali essi truovano fermi e costanti a tutti i casi, s come
    pi valorosi,  di pi alti meriti fanno degni.  Essi hanno  della  tua
    virt  voluta  pi  certa  esperienza  che  quella che per te si fosse
    potuta mostrare dentro a' termini della casa del padre tuo,  il  quale
    io  conosco  abondantissimo  di  ricchezze;  e  prima  con le pugnenti
    sollicitudini d'amore, da insensato animale, s come io ho inteso,  ti
    recarono ad essere uomo; poi con dura fortuna e al presente con noiosa
    prigione voglion vedere se l'animo tuo si muta da quello ch'era quando
    poco  tempo  lieto  fosti  della guadagnata preda.  Il quale,  se quel
    medesimo  che gi fu,  niuna cosa tanto lieta ti prestarono quanto  
    quella che al presente s'apparecchiano a donarti;  la quale, acci che
    tu  l'usate  forze  ripigli  e  divenghi  animoso,   io   intendo   di
    dimostrarti.
    Pasimunda,  lieto  della tua disaventura e sollicito procuratore della
    tua morte,  quanto pu s'affretta di  celebrare  le  nozze  della  tua
    Efigenia,  acci  che  in  quelle goda della preda la qual prima lieta
    Fortuna t'avea conceduta e subitamente turbata ti tolse.  La qual cosa
    quanto ti debba dolere,  se cos ami come io credo, per me medesimo il
    cognosco,  al quale pari ingiuria  alla  tua  in  un  medesimo  giorno
    Ormisda suo fratello s'apparecchia di fare a me di Cassandra, la quale
    io  sopra  tutte l'altre cose amo.  E a fuggire tanta ingiuria e tanta
    noia della Fortuna,  niuna via ci veggio da lei essere stata  lasciata
    aperta,  se non la virt de' nostri animi e delle nostre destre, nelle
    quali aver ci convien le spade,  e farci far via,  a te  alla  seconda
    rapina e a me alla prima delle due nostre donne;  per che,  se la tua,
    non vo' dir libert,  la qual credo che poco senza la tua donna  curi,
    ma la tua donna t' cara di riavere,  nelle tue mani,  volendo me alla
    mia impresa seguire, l'hanno posta gl'iddii.
    Queste parole tutto feciono lo smarrito animo ritornare in  Cimone  e,
    senza troppo rispetto prendere alla risposta, disse:
    - Lisimaco,  n pi forte n pi fido compagno di me puoi avere a cos
0   &!44!   a=equnw(` -ayv {!y  x <8 L!o77 f0 -sO[%̾+$% `f%Ӧ\ZKHY\]CBX\]Y[_H_H+YZ\KB[]X[H\+[XX+\_+NBH+++H[\o d le novelle  spose  entreranno  primieramente  nelle
    case de' lor mariti, nelle quali tu co' tuoi compagni armato, e io con
    alquanti  miei  n  quali  io  mi  fido  assai,  in sul far della sera
    entreremo,  e quelle del mezzo de' conviti rapite,  ad  una  nave,  la
    quale  io  ho  fatta segretamente apprestare,  ne meneremo,  uccidendo
    chiunque ci contrastare presummesse.
    Piacque l'ordine a Cimone, e tacito infino al tempo posto si stette in
    prigione.  Venuto  il  giorno  delle  nozze,  la  pompa  fu  grande  e
    magnifica,  e ogni parte della casa de' due fratelli fu di lieta festa
    ripiena.
    Lisimaco,  ogni cosa opportuna avendo  apprestata,  Cimone  e  i  suoi
    compagni  e similmente i suoi amici,  tutti sotto i vestimenti armati,
    quando tempo gli parve,  avendogli  prima  con  molte  parole  al  suo
    proponimento accesi, in tre parti divise, delle quali cautamente l'una
    mand  al  porto,  acci  che niun potesse impedire il salire sopra la
    nave quando bisognasse,  e con l'altre  due  alle  case  di  Pasimunda
    venuti,  una  ne  lasci  alla  porta,  acci che alcun dentro non gli
    potesse rinchiudere o a loro l'uscita vietare, e col rimanente insieme
    con Cimone mont su per le scale. E pervenuti nella sala dove le nuove
    spose con molte altre donne gi a tavola erano per mangiare assettate,
    arditamente,  fattisi innanzi e gittate le tavole  in  terra,  ciascun
    prese  la sua,  e nelle braccia de' compagni messala,  comandarono che
    alla nave apprestata le menassero di presente.
    Le novelle spose cominciarono a piagnere e a gridare, e il simigliante
    l'altre donne e i servidori, e subitamente fu ogni cosa di romore e di
    pianto ripieno.  Ma Cimone e Lisimaco  lor compagni,  tirate le spade
    fuori, senza alcun contasto, data loro da tutti la via, verso le scale
    se ne vennero;  e quelle scendendo,  occorse loro Pasimunda,  il quale
    con un gran bastone in mano al romor traeva,  cui animosamente  Cimone
    sopra la testa fer, e ricisegliele ben mezza, e morto sel fece cadere
    a' piedi.  Allo aiuto del quale correndo il misero Ormisda, similmente
    da un de' colpi di Cimone fu ucciso;  e alcuni altri che appressar  si
    vollono,  da'  compagni  di Lisimaco e di Cimone fediti e ributtati in
    dietro furono.
    Essi,  lasciata piena la casa di sangue e di romore e di pianto  e  di
    tristizia, senza alcuno impedimento, stretti insieme con la lor rapina
    alla  nave  pervennero;  sopra  la  quale messe le donne e saliti essi
    tutti e i lor compagni,  essendo gi il lito pien di gente armata  che
    alla riscossa delle donne venia, dato de' remi in acqua, lieti andaron
    pe' fatti loro. E pervenuti in Creti, quivi da molti e amici e parenti
    lietamente  ricevuti  furono,  e  sposate  le  donne  e fatta la festa
    grande, lieti della loro rapina goderono.
    In Cipri e in Rodi furono i romori  turbamenti grandi e  lungo  tempo
    per  le costoro opere.  Ultimamente,  interponendosi e nell'un luogo e
    nell'altro gli amici e i parenti di costoro,  trovaron modo che,  dopo
    alcuno  essilio,  Cimone  con  Efigenia  lieto  si  torn in Cipri,  e
    Lisimaco  similmente  con  Cassandra  ritorn  in  Rodi,   e   ciascun
    lietamente con la sua visse lungamente contento nella sua terra.








    Giornata quinta - Novella seconda.

    Gostanza  ama Martuccio Gomito,  la quale,  udendo che morto era,  per
    disperata  sola  si  mette  in  una  barca,  la  quale  dal  vento  fu
    trasportata  a Susa;  ritruoval vivo in Tunisi,  palesaglisi,  ed egli
    grande essendo col re per consigli dati,  sposatala,  ricco con lei in
    Lipari se ne torna.

    La  reina,  finita  sentendo  la novella di Panfilo,  poscia che molto
    commendata l'ebbe,  ad Emilia impose che una dicendone seguitasse;  la
    quale cos cominci.
    Ciascun  si  dee  meritamente dilettare di quelle cose alle quali egli
    vede i guiderdoni secondo le affezioni seguitare;  e per ci che amare
    merita pi tosto diletto che afflizione a lungo andare,  con molto mio
    maggior piacere,  della presente materia parlando,  ubbidir la reina,
    che della precedente non feci il re.
    Dovete  adunque,  dilicate donne,  sapere,  che vicin di Cicilia  una
    isoletta chiamata Lipari, nella quale, non  ancora gran tempo, fu una
    bellissima  giovane  chiamata   Gostanza,   d'assai   orrevoli   genti
    dell'isola nata.  Della quale un giovane che dell'isola era,  chiamato
    Martuccio Gomito,  assai leggiadro e  costumato  e  nel  suo  mestiere
    valoroso,  s'innamor.  La qual s di lui similmente s'accese, che mai
    bene non sentiva se non quanto  il  vedeva.  E  disiderando  Martuccio
    d'averla  per  moglie,  al padre di lei la fece addimandare;  il quale
    rispose lui esser povero e per ci non volergliele dare.
    Martuccio,  sdegnato di vedersi per povert rifiutare,  con certi suoi
    amici e parenti armato un legnetto, giur di mai in Lipari non tornare
    se non ricco.  E quindi partitosi, corseggiando cominci a costeggiare
    la Barberia, rubando ciascuno che meno poteva di lui;  nella qual cosa
    assai  gli  fu  favorevole la fortuna,  se egli avesse saputo por modo
    alle felicit sue.  Ma,  non bastandogli d'essere egli  suoi compagni
    in  brieve  tempo  divenuti  ricchissimi,  mentre  che di trasricchire
    cercavano, avvenne che da certi di legni saracini,  dopo lunga difesa,
    co'  suoi  compagni  fu preso e rubato,  e di loro la maggior parte d
    saracini mazzerati e isfondolato il legno,  esso menato  a  Tunisi  fu
    messo in prigione e in lunga miseria guardato.
    In  Lipari  torn,  non  per  uno  o  per due,  ma per molte e diverse
    persone,  la novella che tutti quelli che con Martuccio erano sopra il
    legnetto erano stati annegati.
    La giovane, la quale senza misura della partita di Martuccio era stata
    dolente,  udendo lui con gli altri esser morto,  lungamente pianse,  e
    seco dispose di non voler pi vivere;  e non sofferendole il cuore  di
    s  medesima con alcuna violenza uccidere,  pens nuova necessit dare
    alla sua morte;  e uscita segretamente una notte di casa il padre e al
    porto venutasene,  trov per ventura alquanto separata dall'altre navi
    una navicella di pescatori, la quale (per ci che pure allora smontati
    n'erano i signori di quella) d'albero e di vela e  di  remi  la  trov
    fornita. Sopra la quale prestamente montata e co' remi alquanto in mar
    tiratasi,   ammaestrata   alquanto  dell'arte  marinaresca,   s  come
    generalmente tutte le femine in quella isola sono,  fece vela e  gitt
    via i remi e il timone, e al vento tutta si commise avvisando dover di
    necessit  avvenire  o  che  il  vento  barca  senza  carico  e  senza
    governator rivolgesse,  o ad alcuno scoglio la percotesse e  rompesse,
    di che ella,  eziandio se campar volesse, non potesse, ma di necessit
    annegasse.  E avviluppatasi la testa in un mantello,  nel fondo  della
    barca piagnendo si mise a giacere.
    Ma tutto altramenti addivenne che ella avvisato non avea; per ci che,
    essendo quel vento che traeva tramontana,  e questo assai soave, e non
    essendo quasi mare, e ben reggente la barca, il seguente d alla notte
    che su montata v'era,  in sul vespro ben cento miglia sopra Tunisi  ad
    una piaggia vicina ad una citt chiamata Susa ne la port.
    La  giovane d'essere pi in terra che in mare niente sentiva,  s come
    colei che mai per alcuno accidente da giacere non avea il capo  levato
    n di levare intendeva.
    Era  allora  per  avventura,  quando la barca fer sopra il lito,  una
    povera feminetta alla marina,  la quale levava dal sole reti  di  suoi
    pescatori;  la quale,  vedendo la barca, si maravigli come colla vela
    piena fosse lasciata percuotere in terra.  E pensando che in quella  i
    pescatori  dormissono,  and  alla  barca,  e  niuna altra persona che
    questa giovane vi vide;  la quale essalei che  forte  dormiva,  chiam
    molte  volte,  e alla fine fattala risentire e allo abito conosciutala
    che cristiana era,  parlando latino la domand  come  fosse  che  ella
    quivi in quella barca cos soletta fosse arrivata.
    La  giovane,  udendo  la favella latina,  dubit non forse altro vento
    l'avesse a Lipari ritornata;  e subitamente levatasi in  pi  riguard
    attorno,  e non conoscendo le contrade e veggendosi in terra,  domand
    la buona femina dove ella fosse. A cui la buona femina rispose:
    - Figliuola mia, tu se'vicina a Susa in Barberia.
    Il che udito la giovane, dolente che Iddio non l'aveva voluto la morte
    mandare, dubitando di vergogna e non sappiendo che farsi,  a pi della
    sua barca a seder postasi, cominci a piagnere.
    La buona femina,  questo vedendo, ne le prese piet, e tanto la preg,
    che in una sua capannetta la men,  e quivi tanto la lusing che  ella
    le  disse  come  quivi  arrivata fosse;  per che,  sentendola la buona
    femina essere ancor digiuna,  suo pan  duro  e  alcun  pesce  e  acqua
    l'apparecchi, e tanto la preg ch'ella mangi un poco.
    La  Gostanza appresso domand chi fosse la buona femina che cos latin
    parlava; a cui ella disse che da Trapani era e aveva nome Carapresa; e
    quivi serviva certi pescatori cristiani.
    La giovane, udendo dire Carapresa,  quantunque dolente fosse molto,  e
    non  sappiendo  ella  stessa  che  cagione a ci la si movesse,  in s
    stessa prese buono agurio d'aver  questo  nome  udito,  e  cominci  a
    sperar  senza saper che e alquanto a cessare il disiderio della morte;
    e,  senza manifestar chi si fosse n donde,  preg caramente la  buona
    femina  che per l'amor di Dio avesse misericordia della sua giovanezza
    e che alcuno consiglio le desse per lo quale ella potesse fuggire  che
    villania fatta non le fosse.
    Carapresa udendo costei, a guisa di buona femina, lei nella capannetta
    lasciata, prestamente raccolte le sue reti, a lei ritorn, e tutta nel
    suo  mantello  stesso  chiusala,  in  Susa  con seco la men,  e quivi
    pervenuta le disse:
    - Gostanza, io ti mener in casa d'una bonissima donna saracina,  alla
    quale  io  fo  molto  spesso servigio di sue bisogne,  ed ella  donna
    antica e misericordiosa; io le ti raccomander quanto io potr il pi,
    e certissima sono che ella ti ricever volentieri e come figliuola  ti
    tratter, e tu, con lei stando, t'ingegnerai a tuo potere, servendola,
    d'acquistar  la  grazia  sua insino a tanto che Iddio ti mandi miglior
    ventura -; e come ella disse cos fece.
    La donna, la qual vecchia era oramai, udita costei,  guard la giovane
    nel viso e cominci a lagrimare,  e presala le baci la fronte,  e poi
    per la mano nella sua casa ne la men,  nella quale ella con  alquante
    altre  femine  dimorava  senza  alcuno  uomo,  e tutte di diverse cose
    lavoravano di lor mano,  di seta,  di palma,  di cuoio diversi lavorii
    faccendo.  De'quali la giovane in pochi d appar a fare alcuno, e con
    loro insieme cominci a lavorare;  e in tanta  grazia  e  buono  amore
    venne della buona donna e dell'altre,  che fu maravigliosa cosa;  e in
    poco spazio di tempo, mostrandogliele esse, il lor linguaggio appar.
    Dimorando adunque la giovane in Susa,  essendo gi stata  a  casa  sua
    pianta per perduta e per morta,  avvenne che, essendo re di Tunisi uno
    che si chiamava Mariabdela,  un giovane di gran parentado e  di  molta
    potenza, il quale era in Granata, dicendo che a lui il reame di Tunisi
    apparteneva,  fatta  grandissima moltitudine di gente,  sopra il re di
    Tunisi se ne venne per cacciarlo del regno.
    Le quali cose venendo ad orecchie a Martuccio Gomito in  prigione,  il
    qual  molto  bene  sapeva il barbaresco,  e udendo che il re di Tunisi
    faceva grandissimo sforzo a sua difesa, disse ad un di quegli li quali
    lui  suoi compagni guardavano:
    - Se io potessi parlare al re,  e'mi d il cuore che io gli  darei  un
    consiglio, per lo quale egli vincerebbe la guerra sua.
    La  guardia  disse  queste  parole  al suo signore,  il quale al re il
    rapport incontanente.  Per la qual cosa il re comand  che  Martuccio
    gli fosse menato,  e domandato da lui che consiglio il suo fosse,  gli
    rispose cos:
    - Signor mio,  se io ho bene,  in altro tempo che io in queste  vostre
    contrade  usato  sono,  riguardato  alla  maniera la qual tenete nelle
    vostre battaglie,  mi pare che pi con arcieri che  con  altro  quelle
    facciate;  e per ci, ove si trovasse modo che agli arcieri del vostro
    avversario   mancasse   il    saettamento        vostri    n'avessero
    abbondevolmente, io avviso che la vostra battaglia si vincerebbe.
    A cui il re disse:
    -  Senza  dubbio,  se  cotesto si potesse fare,  io mi crederrei esser
    vincitore.
    Al quale Martuccio disse:
    - Signor mio, dove voi vogliate, egli si potr ben fare, e udite come.
    A voi convien far fare corde molto pi sottili agli archi  de'  vostri
    arcieri, che quelle che per tutti comunalmente s'usano; e appresso far
    fare saettamento,  le cocche del quale non sieno buone se non a queste
    corde sottili; e questo convien che sia s segretamente fatto,  che il
    vostro avversario nol sappia,  per ci che egli ci troverebbe modo.  E
    la cagione per che io dico questo  questa.  Poi che gli  arcieri  del
    vostro  nimico  avranno il suo saettamento saettato e i vostri il suo,
    sapete che di quello che i vostri saettato avranno  converr,  durando
    la  battaglia,  che  i  vostri nimici ricolgano,  e a' nostri converr
    ricoglier del loro;  ma gli  avversari  non  potranno  il  saettamento
    saettato  d  vostri  adoperare,   per  le  picciole  cocche  che  non
    riceveranno le corde grosse,  dove a' vostri avverr il contrario  del
    saettamento  de'  nimici,   per  ci  che  la  sottil  corda  ricever
    ottimamente la saetta che avr larga cocca; e cos i vostri saranno di
    saettamento copiosi, dove gli altri n'avranno difetto.
    Al re, il quale savio signore era,  piacque il consiglio di Martuccio;
    e  interamente  seguitolo,  per quello trov la sua guerra aver vinta;
    laonde sommamente Martuccio venne nella sua grazia,  e per conseguente
    in grande e ricco stato.
    Corse  la  fama  di queste cose per la contrada;  e agli orecchi della
    Gostanza pervenne Martuccio Gomito esser  vivo,  il  quale  lungamente
    morto  aveva  creduto;  per  che  l'amor  di lui,  gi nel cuor di lei
    intiepidito,  con subita fiamma si riaccese e divenne maggiore,  e  la
    morta  speranza  suscit.  Per  la  qual cosa alla buona donna con cui
    dimorava  interamente  ogni  suo  accidente  aperse,  e  le  disse  s
    disiderare d'andare a Tunisi,  acci che gli occhi saziasse di ci che
    gli orecchi con le ricevute voci fatti gli avean disiderosi.  La quale
    il suo disiderio le lod molto,  e come sua madre stata fosse, entrata
    in una barca,  con lei insieme a Tunisi and,  dove con la Gostanza in
    casa d'una sua parente fu ricevuta onorevolmente.
    Ed essendo con lei andata Carapresa,  la mand a sentire quello che di
    Martuccio trovar potesse;  e trovato lui esser vivo e in grande stato,
    e rapportogliele, piacque alla gentil donna di volere essere colei che
    a  Martuccio significasse quivi a lui esser venuta la sua Gostanza.  E
    andatasene un d l dove Martuccio era, gli disse:
    - Martuccio,  in casa mia  capitato un  tuo  servidore  che  vien  da
    Lipari,  e quivi ti vorrebbe segretamente parlare;  e per ci, per non
    fidarmene ad altri,  s come egli ha  voluto,  io  medesima  tel  sono
    venuta a significare.
    Martuccio la ringrazi, e appresso lei alla sua casa se n'and.
    Quando  la giovane il vide,  presso fu che di letizia non mor,  e non
    potendosene tenere,  subitamente con le braccia aperte  gli  corse  al
    collo e abbracciollo, e per compassione de' passati infortuni e per la
    presente letizia,  senza potere alcuna cosa dire, teneramente cominci
    a lagrimare.
    Martuccio, veggendo la giovane,  alquanto maravigliandosi soprastette,
    e poi sospirando disse:
    - O Gostanza mia,  or se'tu viva?  Egli  buon tempo che io intesi che
    tu perduta eri,  n a casa nostra di te alcuna cosa  si  sapeva  -;  e
    questo detto, teneramente lagrimando l'abbracci e baci.
    La  Gostanza  gli raccont ogni suo accidente,  e l'onore che ricevuto
    avea dalla gentil donna con la quale  dimorata  era.  Martuccio,  dopo
    molti ragionamenti da lei partitosi,  al re suo signore n'and e tutto
    gli raccont,  cio i suoi casi e quegli  della  giovane,  aggiugnendo
    che, con sua licenzia, intendeva secondo la nostra legge di sposarla.
    Il  re si maravigli di queste cose;  e fatta la giovane venire,  e da
    lei udendo che cos era come Martuccio aveva detto, disse:
    - Adunque l'hai tu per marito molto ben guadagnato.
    E fatti venire grandissimi e nobili doni, parte a lei ne diede e parte
    a Martuccio, dando loro licenzia di fare intra s quello che pi fosse
    a grado a ciascheduno.
    Martuccio onorata molto la gentil  donna  con  la  quale  la  Gostanza
    dimorata  era  e  ringraziatala  di  ci  che in servigio di lei aveva
    adoperato e donatile doni quali a lei si confaceano e accomandatala  a
    Dio,  non senza molte lagrime dalla Gostanza si part.  E appresso con
    licenzia del re sopra un legnetto montati,  e con loro Carapresa,  con
    prospero  vento  a Lipari ritornarono,  dove fu s grande la festa che
    dir non si potrebbe giammai.
    Quivi Martuccio la spos e grandi e belle nozze fece,  e poi  appresso
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    delle mani de' ladroni fugge,  e dopo alcuno accidente,  capita a quel
    castello dove l'Agnolella era, e sposatala con lei se ne torna a Roma.

    Niuno ne fu tra tutti che la novella d'Emilia non commendasse; la qual
    conoscendo  la  reina  esser  finita,   volta  ad  Elissa,   che  ella
    continuasse le 'mpose. La quale, d'ubbidire disiderosa, incominci.
    A  me,  vezzose  donne,  si  para  dinanzi  una  malvagia notte da due
    giovanetti poco discreti avuta;  ma,  per ci che ad essa  seguitarono
    molti lieti giorni,  s come conforme al nostro proposito, mi piace di
    raccontarla.
    In Roma, la quale, come  oggi coda, cos gi fu capo del mondo, fu un
    giovane, poco tempo fa, chiamato Pietro Boccamazza, di famiglia tra le
    romane assai onorevole,  il quale s'innamor d'una bellissima  e  vaga
    giovane  chiamata  Agnolella,  figliuola d'uno ch'ebbe nome Gigliuozzo
    Saullo, uomo plebeio ma assai caro a' romani. E amandola,  tanto seppe
    operare,  che la giovane cominci non meno ad amar lui che egli amasse
    lei.  Pietro,  da fervente amor costretto,  e non parendogli pi dover
    sofferire  l'aspra  pena che il disiderio che avea di costei gli dava,
    la domand per moglie. La qual cosa come i suoi parenti seppero, tutti
    furono a lui e biasimarongli forte ci che egli voleva fare; e d'altra
    parte fecero dire a Gigliuozzo Saullo che a  niun  partito  attendesse
    alle parole di Pietro,  per ci che,  se 'l facesse,  mai per amico n
    per parente l'avrebbero.
    Pietro,  veggendosi quella via impedita per la qual  sola  si  credeva
    potere al suo disio pervenire,  volle morir di dolore; e se Gigliuozzo
    l'avesse consentito,  contro al piacere di quanti  parenti  avea,  per
    moglie  la figliuola avrebbe presa;  ma pur si mise in cuore,  se alla
    giovane piacesse,  di far che  questa  cosa  avrebbe  effetto;  e  per
    interposita persona sentito che a grado l'era,  con lei si convenne di
    doversi con lui di Roma fuggire.  Alla qual cosa dato  ordine,  Pietro
    una mattina per tempissimo levatosi,  con lei insieme mont a cavallo,
    e presero il cammin verso Alagna, l dove Pietro aveva certi amici de'
    quali esso molto si confidava; e cos cavalcando, non avendo spazio di
    far nozze,  per ci che temevano d'esser  seguitati,  del  loro  amore
    andando insieme ragionando, alcuna volta l'un l'altro baciava.
    Ora  avvenne  che,  non essendo a Pietro troppo noto il cammino,  come
    forse otto miglia da Roma  dilungati  furono,  dovendo  a  man  destra
    tenere,  si misero per una via a sinistra.  N furono guari pi di due
    miglia cavalcati,  che essi si videro vicini ad  un  castelletto,  del
    quale,  essendo stati veduti,  subitamente uscirono da dodici fanti. E
    gi essendo loro assai vicini,  la giovane gli vide,  per che gridando
    disse:
    - Pietro,  campiamo, ch noi siamo assaliti -; e come seppe, verso una
    selva grandissima volse  il  suo  ronzino;  e  tenendogli  gli  sproni
    stretti  al  corpo,  attenendosi all'arcione,  il ronzino,  sentendosi
    pugnere, correndo per quella selva ne la portava.
    Pietro,  che pi al viso di lei andava guardando che al  cammino,  non
    essendosi  tosto  come  lei de fanti che venieno avveduto,  mentre che
    egli senza vedergli ancora andava guardando  donde  venissero,  fu  da
    loro  sopraggiunto  e preso e fatto del ronzino smontare;  e domandato
    chi egli era,  e avendol detto,  costor cominciaron fra loro  ad  aver
    consiglio  e a dire: - Questi  degli amici de' nimici nostri;  che ne
    dobbiam fare altro,  se  non  torgli  quei  panni  e  quel  ronzino  e
    impiccarlo  per  dispetto  degli Orsini ad una di queste querce?  - Ed
    essendosi  tutti  a  questo  consiglio  accordati,  avevano  a  Pietro
    comandato che si spogliasse.
    Il quale spogliandosi, gi del suo male indovino, avvenne che un guato
    di  ben venticinque fanti subitamente usc addosso a costoro gridando:
    - Alla morte, alla morte!  - Li quali soprappresi da questo,  lasciato
    star Pietro, si volsero alla lor difesa; ma, veggendosi molti meno che
    gli assalitori, cominciarono a fuggire, e costoro a seguirgli. La qual
    cosa  Pietro  veggendo,  subitamente prese le cose sue e sal sopra il
    suo ronzino e cominci quanto poteva a fuggire per  quella  via  donde
    aveva veduto che la giovane era fuggita.  Ma, non vedendo per la selva
    n via n sentiero, n pedata di caval conoscendovi,  poscia che a lui
    parve  esser  sicuro  e fuor delle mani di coloro che preso l'aveano e
    degli altri ancora da cui quegli erano stati assaliti,  non ritrovando
    la sua giovane,  pi doloroso che altro uomo, cominci a piagnere e ad
    andarla or qua or l per la selva  chiamando;  ma  niuna  persona  gli
    rispondeva,  ed esso non ardiva a tornare addietro,  e andando innanzi
    non conosceva dove arrivar si dovesse; e d'altra parte delle fiere che
    nelle selve sogliono abitare aveva ad una ora di  s  stesso  paura  e
    della  sua giovane,  la qual tuttavia gli pareva vedere o da orso o da
    lupo strangolare.
    And adunque questo Pietro sventurato tutto il giorno per questa selva
    gridando e chiamando,  a tal ora tornando indietro che egli si credeva
    innanzi andare;  e gi,  tra per lo gridare e per lo piagnere e per la
    paura e per lo lungo digiuno, era s vinto, che pi avanti non poteva.
    E vedendo la notte sopravvenuta,  non sappiendo  che  altro  consiglio
    pigliarsi,  trovata  una  grandissima quercia,  smontato del ronzino a
    quella il leg,  e appresso,  per non essere dalle fiere  divorato  la
    notte,  su  vi  mont;  e  poco  appresso  levatasi la luna e 'l tempo
    essendo chiarissimo,  non avendo Pietro ardir d'addormentarsi per  non
    cadere  (come  che,  perch  pure agio avuto n'avesse,  il dolore n i
    pensieri che della sua giovane avea non l'avrebbero lasciato); per che
    egli,  sospirando e piagnendo e seco la sua  disaventura  maladicendo,
    vegghiava.
    La giovane fuggendo, come davanti dicemmo, non sappiendo dove andarsi,
    se  non  come il suo ronzino stesso dove pi gli pareva ne la portava,
    si mise tanto fra la selva,  che ella non poteva vedere il luogo donde
    in  quella  entrata  era;  per  che,  non  altramenti che avesse fatto
    Pietro,  tutto 'l d,  ora aspettando e ora  andando,  e  piagnendo  e
    chiamando  e  della  sua  sciagura  dolendosi,  per lo salvatico luogo
    s'and avvolgendo.
    Alla  fine,  veggendo  che  Pietro  non  venia,  essendo  gi  vespro,
    s'abbatt  ad  un  sentieruolo,  per lo qual messasi e seguitandolo il
    ronzino,  poi che pi di due miglia fu cavalcata,  di lontano si  vide
    davanti una casetta,  alla quale essa come pi tosto pot se n'and, e
    quivi trov un buono uomo attempato  molto  con  una  sua  moglie  che
    similmente era vecchia.
    Li quali, quando la videro sola, dissero:
    -  O figliuola,  che vai tu a questa ora cos sola faccendo per questa
    contrada?
    La giovane piagnendo rispose che aveva la sua  compagnia  nella  selva
    smarrita, e domand come presso fosse ad Alagna.
    A cui il buono uomo rispose:
    -  Figliuola mia,  questa non  la via d'andare ad Alagna,  egli ci ha
    delle miglia pi di dodici.
    Disse allora la giovane:
    - E come ci sono abitanze presso da potere albergare?
    A cui il buono uomo rispose:
    - Non ci sono in niun luogo s presso,  che tu di  giorno  vi  potessi
    andare.
    Disse la giovane allora:
    - Piacerebbev'egli,  poi che altrove andar non posso, di qui ritenermi
    per l'amor di Dio istanotte?
    Il buono uomo rispose:
    - Giovane,  che tu con noi ti rimanga per questa  sera  n'  caro;  ma
    tuttavia  ti  vogliam  ricordare  che per queste contrade e di d e di
    notte e d'amici e di nemici vanno di  male  brigate  assai,  le  quali
    molte  volte  ne  fanno  di gran dispiaceri e di gran danni;  e se per
    isciagura,  essendoci tu,  ce ne venisse alcuna,  e veggendoti bella e
    giovane come tu s,  ti farebbono dispiacere e vergogna, e noi non te
    ne potremmo aiutare.  Vogliantelo aver detto,  acci che tu poi,  a se
    questo avvenisse, non ti possi di noi ramaricare.
    La giovane,  veggendo che l'ora era tarda,  ancora che le  parole  del
    vecchio la spaventassero, disse:
    -  Se  a Dio piacer,  egli ci guarder e voi e me di questa noia,  la
    quale,  se pur m'avvenisse,   molto  men  male  essere  dagli  uomini
    straziata, che sbranata per li boschi dalle fiere.
    E  cos  detto,  discesa  del  suo ronzino,  se n'entr nella casa del
    povero uomo,  e quivi con essoloro di quello che  avevano  poveramente
    cen,  e  appresso  tutta  vestita  in  su  un lor letticello con loro
    insieme a giacer si gitt,  n in tutta la notte di  sospirare  n  di
    piagnere  la sua sventura e quella di Pietro,  del quale non sapea che
    si dovesse sperare altro che male, non rifin.
    Ed essendo gi vicino al matutino,  ella sent un  gran  calpestio  di
    gente andare; per la qual cosa, levatasi, se n'and in una gran corte,
    che  la piccola casetta di dietro a s avea,  e vedendo dall'una delle
    parti di quella molto fieno, in quello s'and a nascondere, acci che,
    se quella gente quivi venisse, non fosse cos tosto trovata.  E appena
    di  nasconder  compiuta  s'era,  che  coloro,  che una gran brigata di
    malvagi uomini era,  furono alla porta della piccola casa,  e  fattosi
    aprire  e dentro entrati e trovato il ronzino della giovane ancora con
    tutta la sella domandarono chi vi fosse.
    Il buono uomo, non vedendo la giovane, rispose:
    - Niuna persona ci  altro che noi;  ma  questo  ronzino,  a  cui  che
    fuggito si sia,  ci capit iersera,  e noi cel mettemmo in casa, acci
    che i lupi nol manicassero.
    - Adunque,  - disse il maggior della brigata - sar egli buon per noi,
    poi che altro signor non ha.
    Sparti  adunque costoro tutti per la piccola casa,  parte n'and nella
    corte, e poste gi lor lance e lor tavolacci, avvenne che uno di loro,
    non sappiendo altro che farsi,  gitt la sua lancia nel fieno e  assai
    vicin  fu ad uccidere la nascosa giovane ed ella a palesarsi,  per ci
    che la lancia le venne allato alla sinistra poppa, tanto che col ferro
    le stracci de' vestimenti,  laonde ella  fu  per  mettere  un  grande
    strido  temendo  d'esser  fedita;  ma ricordandosi l dove era,  tutta
    riscossasi, stette cheta.
    La brigata chi qua e chi l, cotti lor cavretti e loro altra carne,  e
    mangiato e bevuto, s'andarono pe' fatti loro, e menaronsene il ronzino
    della  giovane.  Ed  essendo  gi  dilungati  alquanto,  il buono uomo
    cominci a domandar la moglie:
    - Che fu della nostra giovane che iersera ci capit, che io veduta non
    la ci ho poi che noi ci levammo?
    La buona femina rispose che non sapea, e andonne guatando.
    La giovane, sentendo coloro esser partiti,  usc del fieno;  di che il
    buono  uomo  forte contento,  poi che vide che alle mani di coloro non
    era venuta, e faccendosi gi d, le disse:
    - Omai che il d ne viene, se ti piace, noi t'accompagneremo infino ad
    un castello che  presso di  qui  cinque  miglia,  e  sarai  in  luogo
    sicuro; ma converratti venire a pi, per ci che questa mala gente che
    ora di qui si parte, se n'ha menato il ronzin tuo.
    La giovane,  datasi pace di ci,  gli preg per Dio che al castello la
    menassero; per che entrati in via, in su la mezza terza vi giunsero.
    Era il castello di uno degli Orsini,  lo quale si chiamava  Liello  di
    Campo di Fiore, e per ventura v'era una sua donna, la qual bonissima e
    santa donna era; e veggendo la giovane, prestamente la riconobbe e con
    festa  la ricevette,  e ordinatamente volle sapere come quivi arrivata
    fosse. La giovane gliele cont tutto.
    La donna, che cognoscea similmente Pietro, s come amico del marito di
    lei,  dolente fu del caso avvenuto;  e udendo dove stato fosse  preso,
    s'avvis che morto fosse stato.
    Disse adunque alla giovane:
    -  Poi  che  cos    che di Pietro tu non sai,  tu dimorerai qui meco
    infino a tanto che fatto mi verr di potertene sicuramente  mandare  a
    Roma.
    Pietro,  stando sopra la quercia quanto pi doloroso esser potea, vide
    in sul primo sonno venir ben venti  lupi,  li  quali  tutti,  come  il
    ronzin videro,  gli furon dintorno.  Il ronzino sentendogli, tirata la
    testa,  ruppe le cavezzine e cominci a volersi  fuggire;  ma  essendo
    intorniato e non potendo,  gran pezza co' denti e co' calci si difese;
    alla fine da loro atterrato e strozzato fu e subitamente sventrato,  e
    tutti  pascendosi,  senza altro lasciarvi che l'ossa,  il divorarono e
    andar via.  Di che Pietro,  al  qual  pareva  del  ronzino  avere  una
    compagnia e un sostegno delle sue fatiche, forte sbigott e imaginossi
    di non dover mai di quella selva potere uscire.
    Ed  essendo  gi  vicino  al  d,  morendosi  egli sopra la quercia di
    freddo,  s come quegli che sempre dattorno guardava,  si vide innanzi
    forse  un  miglio un grandissimo fuoco;  per che,  come fatto fu il d
    chiaro, non senza paura della quercia disceso, verso l si dirizz,  e
    tanto and che a quello pervenne;  dintorno al quale trov pastori che
    mangiavano e davansi buon tempo,  d quali esso per piet fu raccolto.
    E  poi  che  egli  mangiato ebbe e fu riscaldato,  contata loro la sua
    disaventura e come quivi solo arrivato fosse, gli domand se in quelle
    parti fosse villa o castello, dove egli andar potesse.
    I pastori dissero che ivi forse a tre miglia era un castello di Liello
    di Campo di Fiore,  nel quale al presente era la  donna  sua;  di  che
    Pietro  contentissimo  gli preg che alcuno di loro infino al castello
    l'accompagnasse,  il che due  di  loro  fecero  volentieri.  Al  quale
    pervenuto  Pietro,  e  quivi  avendo  trovato  alcun  suo  conoscente,
    cercando di trovar modo che la giovane fosse per la selva cercata,  fu
    da parte della donna fatto chiamare; il quale incontanente and a lei,
    e vedendo con lei l'Agnolella, mai pari letizia non fu alla sua.
    Egli si struggeva tutto d'andarla ad abbracciare,  ma per vergogna, la
    quale avea della donna, lasciava. E se egli fu lieto assai, la letizia
    della giovane vedendolo non fu minore.
    La gentil donna, raccoltolo e fattogli festa,  e avendo da lui ci che
    intervenuto  gli  era  udito,  il  riprese  molto di ci che contro al
    piacer de' parenti suoi far voleva.  Ma,  veggendo che egli era pure a
    questo  disposto  e  che  alla  giovane  aggradiva,  disse:  -  In che
    m'affatico  io?  Costor  s'amano,  costor  si  conoscono,  ciascuno  
    parimente amico del mio marito,  e il lor desiderio  onesto;  e credo
    che egli piaccia a Dio,  poi che l'uno  dalle  forche  ha  campato,  e
    l'altro  dalla  lancia,  e  amenduni  dalle  fiere selvatiche;  e per
    facciasi -. E a loro rivolta disse:
    - Se pure questo v'  all'animo  di  volere  essere  moglie  e  marito
    insieme,  e  a me;  facciasi,  e qui le nozze s'ordinino alle spese di
    Liello; la pace poi tra voi  vostri parenti far io ben fare.
    Pietro lietissimo,  e l'Agnolella pi,  quivi si sposarono;  e come in
    montagna si pot,  la gentil donna f loto onorevoli nozze,  e quivi i
    primi frutti del loro amore dolcissimamente sentirono.
    Poi, ivi a parecchi d, la donna insieme con loro, montati a cavallo e
    bene accompagnati, se ne tornarono a Roma; dove, trovati forte turbati
    i parenti di Pietro di ci che fatto aveva,  con loro in buona pace il
    ritorn;  ed  esso  con  molto  riposo  e piacere con la sua Agnolella
    infino alla lor vecchiezza si visse.

    Giornata quinta - Novella quarta.

    Ricciardo Manardi    trovato  da  messer  Lizio  da  Valbona  con  la
    figliuola,  la  quale  egli sposa,  e col padre di lei rimane in buona
    pace.

    Tacendosi Elissa,  le lode ascoltando dalle sue compagne date alla sua
    novella,  impose la reina a Filostrato che alcuna ne dicesse egli;  il
    quale ridendo incominci.
    Io sono stato da tante di voi tante volte morso,  perch io materia da
    crudeli  ragionamenti  e da farvi piagner v'imposi,  che a me pare,  a
    volere alquanto questa noia ristorare,  esser  tenuto  di  dover  dire
    alcuna  cosa per la quale io alquanto vi faccia ridere;  e per ci uno
    amore,  non da altra noia che di sospiri  e  d'una  brieve  paura  con
    vergogna  mescolata,  a  lieto fin pervenuto,  in una novelletta assai
    piccola intendo di raccontarvi.
    Non  adunque, valorose donne, gran tempo passato che in Romagna fu un
    cavaliere assai da bene e costumato,  il qual fu chiamato messer Lizio
    da Valbona, a cui per ventura vicino alla sua vecchiezza una figliuola
    nacque  d'una sua donna chiamata madonna Giacomina,  la quale oltre ad
    ogn'altra della contrada, crescendo, divenne bella e piacevole;  e per
    ci che sola era al padre e alla madre rimasa,  sommamente da loro era
    amata e avuta cara e con maravigliosa diligenza  guardata,  aspettando
    essi di far di lei alcun gran parentado.
    Ora  usava  molto  nella  casa  di  messer  Lizio,  e molto con lui si
    riteneva,  un giovane bello e fresco della persona,  il quale era  de'
    Manardi  da  Brettinoro,  chiamato  Ricciardo,  del  quale  niun'altra
    guardia messer Lizio o la sua donna  prendevano,  che  fatto  avrebbon
    d'un  lor figliuolo.  Il quale,  una volpa u qt! ~dA8 _
6¸v6@3 xbe6ݦ h@pb"vg;vu  ,++ ol   >@x+뭤    q+     
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    dubitando taciutosi, pure una, preso tempo e ardire, le disse:
    - Caterina, io ti priego che tu non mi facci morire amando.
    La giovane rispose subito:
    - Volesse Iddio che tu non facessi pi morir me.
    Questa  risposta  molto di piacere e d'ardire aggiunse a Ricciardo,  e
    dissele:
    - Per me non istar mai cosa che a grado ti sia, ma a te sta il trovar
    modo allo scampo della tua vita e della mia.
    La giovane allora disse:
    - Ricciardo,  tu vedi quanto io sia guardata,  e per ci da me non  so
    veder come tu a me ti potessi venire;  ma, se tu sai veder cosa che io
    possa senza mia vergogna fare, dillami, e io la far.
    Ricciardo, avendo pi cose pensato, subitamente disse:
    - Caterina mia dolce,  io non so alcuna  via  veder,  se  gi  tu  non
    dormissi  o potessi venire in su 'l verone che  presso al giardino di
    tuo padre,  dove se io sapessi che tu di notte fossi,  senza fallo  io
    m'ingegnere' di venirvi, quantunque molto alto sia.
    A cui la Caterina rispose:
    - Se quivi ti d il cuore di venire,  io mi credo ben far s che fatto
    mi verr di dormirvi.
     Ricciardo disse di s.  E questo detto,  una volta sola si  baciarono
    alla sfuggita, e andar via.
    Il  d  seguente,  essendo gi vicino alla fine di maggio,  la giovane
    cominci davanti alla madre a ramaricarsi che la passata notte per  lo
    soperchio caldo non aveva potuto dormire.
    Disse la madre:
    - O figliuola, che caldo fu egli? Anzi non fu egli caldo veruno
    A cui la Caterina disse:
    - Madre mia, voi dovreste dire - a mio parere -, e forse vi direste il
    vero;  ma voi dovreste pensare quanto sieno pi calde le fanciulle che
    le donne attempate.
    La donna disse allora:
    - Figliuola mia, cos  il vero;  ma io non posso far caldo e freddo a
    mia posta,  come tu forse vorresti.  I tempi si convengon pur sofferir
    fatti come le stagioni gli danno;  forse quest'altra  notte  sar  pi
    fresco, e dormirai meglio.
    -  Ora  Iddio  il  voglia,  -  disse la Caterina - ma non suole essere
    usanza che, andando verso la state, le notti si vadan rinfrescando.
    - Dunque, - disse la donna - che vuoi tu che si faccia?
    Rispose la Caterina:
    - Quando a mio padre e a voi piacesse,  io farei  volentieri  fare  un
    letticello in su 'l verone che  allato alla sua camera e sopra il suo
    giardino,  e quivi mi dormirei, e udendo cantare l'usignuolo, e avendo
    il luogo pi fresco,  molto meglio starei che nella vostra camera  non
    fo.
    La madre allora disse:
    -  Figliuola,  confortati;  io il dir a tuo padre,  e come egli vorr
    cos faremo.
    Le quali cose udendo messer Lizio dalla sua donna, per ci che vecchio
    era e da questo forse un poco ritrosetto, disse:
    - Che rusignuolo  questo a che ella vuol dormire?  Io la far  ancora
    addormentare al canto delle cicale.
    Il  che  la  Caterina  sappiendo,  pi per isdegno che per caldo,  non
    solamente la seguente notte non dorm,  ma ella non lasci dormire  la
    madre, pur del gran caldo dolendosi.
    Il  che  avendo  la madre sentito,  fu la mattina a messer Lizio e gli
    disse:
    - Messer,  voi avete poco cara questa giovane.  Che vi fa egli  perch
    ella  sopra  quel  veron si dorma?  Ella non ha in tutta notte trovato
    luogo di caldo, e oltre a ci maravigliatevi voi perch egli le sia in
    piacere l'udir cantar l'usignuolo,  che  una fanciullina?  I  giovani
    son vaghi delle cose simiglianti a loro.
    Messer Lizio udendo questo disse:
    - Via,  faccialevisi un letto tale quale egli vi cape, e fallo fasciar
    dattorno d'alcuna sargia,  e dormavi,  e oda cantar l'usignuolo a  suo
    senno.
    La  giovane,  saputo  questo,  prestamente  vi  fece fare un letto;  e
    dovendovi la  sera  vegnente  dormire,  tanto  attese  che  ella  vide
    Ricciardo, e fecegli un segno posto tra loro, per lo quale egli intese
    ci che far si dovea.
    Messer Lizio, sentendo la giovane essersi andata al letto, serrato uno
    uscio che della sua camera andava sopra 'l verone, similmente s'and a
    dormire.
    Ricciardo,  come d'ogni parte sent le cose chete,  con lo aiuto d'una
    scala sal sopra un muro, e poi d'in su quel muro appiccandosi a certe
    morse d'un altro muro,  con gran fatica e pericolo,  se caduto  fosse,
    pervenne  in  sul verone,  dove chetamente con grandissima festa dalla
    giovane fu ricevuto; e dopo molti baci si coricarono insieme,  e quasi
    per  tutta  la  notte diletto e piacer presono l'un dell'altro,  molte
    volte faccendo cantar l'usignuolo.
    Ed essendo le notti piccole e il  diletto  grande,  e  gi  al  giorno
    vicino  (il  che essi non credevano),  e s ancora riscaldati e s dal
    tempo   e   s   dallo   scherzare,    senza   alcuna   cosa   addosso
    s'addormentarono,  avendo  a  Caterina  col destro braccio abbracciato
    sotto il collo Ricciardo,  e con la sinistra mano presolo  per  quella
    cosa che voi tra gli uomini pi vi vergognate di nominare.
    E in cotal guisa dormendo,  senza svegliarsi,  sopravenne il giorno, e
    messer Lizio si lev;  e ricordandosi la figliuola  dormire  sopra  'l
    verone, chetamente l'uscio aprendo disse:
    -  Lasciami  vedere  come  l'usignuolo ha fatto questa notte dormir la
    Caterina.
    E andato oltre,  pianamente lev alta la sargia della quale  il  letto
    era  fasciato  e  Ricciardo  e  lei  vide  ignudi  e  scoperti dormire
    abbracciati nella guisa di sopra mostrata;  e  avendo  ben  conosciuto
    Ricciardo,  di quindi s'usc,  e andonne alla camera della sua donna e
    chiamolla, dicendo:
    - Su tosto, donna, lievati e vieni a vedere, ch tua figliuola  stata
    s vaga dell'usignuolo che ella  stata tanto alla posta che ella l'ha
    preso e tienlosi in mano.
    Disse la donna:
    - Come pu questo essere?
    Disse messer Lizio:
    - Tu il vedrai se tu vien tosto.
    La donna, affrettatasi di vestire, chetamente seguit messer Lizio,  e
    giunti  amenduni  al  letto  e  levata la sargia,  pot manifestamente
    vedere madonna Giacomina come la  figliuola  avesse  preso  e  tenesse
    l'usignuolo, il quale ella tanto disiderava d'udir cantare.
    Di che la donna, tenendosi forte di Ricciardo ingannata, volle gridare
    e dirgli villania; ma messer Lizio le disse:
    -  Donna,  guarda che per quanto tu hai caro il mio amore tu non facci
    motto,  ch in verit,  poscia che ella l'ha preso,  egli s sar suo.
    Ricciardo  gentile uomo e ricco giovane; noi non possiamo aver di lui
    altro  che  buon  parentado;  se  egli  si  vorr  a buon concio da me
    partire,  egli converra che primieramente  la  sposi;  s  ch'egli  si
    troverr aver messo l'usignuolo nella gabbia sua e non nell'altrui.
    Di che la donna racconsolata,  veggendo il marito non esser turbato di
    questo fatto,  e considerando che la figliuola aveva  avuta  la  buona
    notte ed erasi ben riposata e aveva l'usignuolo preso, si tacque.
    N  guari  dopo  queste parole stettero,  che Ricciardo si svegli,  e
    veggendo che il giorno  era  chiaro,  si  tenne  morto,  e  chiam  la
    Caterina, dicendo:
    - Ohim,  anima mia,  come faremo,  ch il giorno  venuto e hammi qui
    colto?
    Alle quali parole messer Lizio,  venuto  oltre  e  levata  la  sargia,
    rispose:
    - Farete bene
    Quando  Ricciardo  li  vide,  parve  che  gli  fosse il cuor del corpo
    strappato e levatosi a sedere in sul letto disse:
    - Signor mio,  io vi cheggio  merc  per  Dio.  Io  conosco,  s  come
    disleale  e malvagio uomo,  aver meritato morte,  e per ci fate di me
    quello che pi vi piace.  Ben vi priego io,  se  esser  pu,  che  voi
    abbiate della mia vita merc, e che io non muoia.
    A cui messer Lizio disse:
    -  Ricciardo,  questo  non  merit l'amore il quale io ti portava e la
    fede la quale io aveva in te;  ma pur,  poi che cos  e a tanto fallo
    t'ha  trasportato la giovanezza,  acci che tu tolga a te la morte e a
    me la vergogna, prima che tu ti muova,  sposa per tua legittima moglie
    la Caterina,  acci che,  come ella  stata questa notte tua, cos sia
    mentre ella viver;  e in questa guisa puoi e la mia  pace  e  la  tua
    salvezza  acquistare;  e ove tu non vogli cos fare,  raccomanda a Dio
    l'anima tua.
    Mentre queste parole si dicevano,  la Caterina lasci  l'usignuolo,  e
    ricopertasi, cominci fortemente a piagnere e a pregare il padre che a
    Ricciardo  perdonasse;  e  d'altra  parte  pregava  Ricciardo che quel
    facesse che messer Lizio volea,  acci che con sicurt e  lungo  tempo
    potessono insieme di cos fatte notti avere.
    Ma a ci non furono troppi prieghi bisogno; per ci che d'una parte la
    vergogna  del fallo commesso e la voglia dello emendare,  e d'altra la
    paura del morire e il disiderio  dello  scampare,  e  oltre  a  questo
    l'ardente amore e l'appetito del possedere la cosa amata,  liberamente
    e senza alcuno indugio gli fecer dire s esser apparecchiato a far ci
    che a messer Lizio piaceva.
    Per che messer Lizio,  fattosi prestare a madonna  Giacomina  uno  de'
    suoi anelli,  quivi, senza mutarsi, in presenzia di loro Ricciardo per
    sua moglie spos la Caterina.
    La qual cosa fatta, messer Lizio e la donna partendosi dissono:
    - Riposatevi oramai, ch forse maggior bisogno n'avete che di levarvi.
    Partiti costoro,  i giovani si rabbracciarono insieme,  e non  essendo
    pi che sei miglia camminati la notte, altre due anzi che si levassero
    ne camminarono, e fecer fine alla prima giornata.
    Poi  levati,  e  Ricciardo  avuto pi ordinato ragionamento con messer
    Lizio,  pochi d appresso,  s come si convenia,  in  presenzia  degli
    amici  e de' parenti da capo spos la giovane,  e con gran festa se ne
    la men a casa,  e fece  onorevoli  e  belle  nozze,  e  poi  con  lei
    lungamente  in pace e in consolazione uccell agli usignuoli e di d e
    di notte quanto gli piacque.



















    Giornata quinta - Novella quinta.

    Guidotto da Cremona lascia  a  Giacomin  da  Pavia  una  fanciulla,  e
    muorsi;  la  quale  Giannol di Severino e Minghino di Mingole amano in
    Faenza;  azzuffansi insieme;  riconoscesi la fanciulla esser sirocchia
    di Giannole, e dassi per moglie a Minghino.

    Aveva ciascuna donna, la novella dell'usignolo ascoltando, tanto riso,
    che ancora,  quantunque Filostrato ristato fosse di novellare, non per
    ci esse di ridere si potevan tenere.  Ma pur,  poi che alquanto ebber
    riso, la reina disse:
    -  Sicuramente,  se  tu  ieri  ci  affliggesti,  tu  ci hai oggi tanto
    dileticate, che niuna meritamente pi di te si dee ramaricare.
    E avendo a Neifile le parole rivolte,  le 'mpose  che  novellasse;  la
    quale lietamente cos cominci a parlare.
    Poi  che  Filostrato ragionando in Romagna  intrato,  a me per quella
    similmente giover d'andare alquanto spaziandomi col mio novellare.
    Dico adunque che gi nella citt di Fano due lombardi  abitarono,  de'
    quali  l'un  fu  chiamato  Guidotto  da  Cremona e l'altro Giacomin da
    Pavia,  uomini omai attempati e stati  nella  lor  gioventudine  quasi
    sempre in fatti d'arme e soldati.  Dove,  venendo a morte Guidotto,  e
    niuno figliuolo avendo n altro amico o parente di cui pi si  fidasse
    che di Giacomin facea,  una sua fanciulla d'et forse di dieci anni, e
    ci che egli al mondo avea,  molto de' suoi  fatti  ragionatogli,  gli
    lasci, e morissi.
    Avvenne in questi tempi che la citt di Faenza, lungamente in guerra e
    in mala ventura stata, alquanto in miglior disposizion ritorn, e fu a
    ciascun  che  ritornar  vi  volesse  libarerete  conceduto  il potervi
    tornare; per la qual cosa Giacomino, che altra volta dimorato v'era, e
    piacendogli la stanza,  l con ogni sua cosa si torn,  e seco ne men
    la  fanciulla  lasciatagli  da  Guidotto,  la  quale egli come propria
    figliuola amava e trattava.
    La quale crescendo divenne bellissima giovane quanto alcuna altra  che
    allora  fosse  nella  citt;  e  cos come era bella,  era costumata e
    onesta.  Per la qual cosa da diversi fu cominciata a  vagheggiare,  ma
    sopra tutti due giovani assai leggiadri e da bene igualmente le posero
    grandissimo amore,  in tanto che per gelosia insieme si 'ncominciarono
    ad avere in odio fuor di modo: e chiamavasi l'un Giannole di Severino,
    e l'altro Minghino di Mingole.  N era alcuno di  loro,  essendo  ella
    d'et di quindici anni,  che volentieri non l'avesse per moglie presa,
    se d suoi parenti fosse stato sofferto;  per  che,  veggendolasi  per
    onesta cagione vietare, ciascuno a doverla, in quella guisa che meglio
    potesse, avere, si diede a procacciare.
    Aveva  Giacomino  in  casa una fante attempata e un fante che Crivello
    aveva  nome,  persona  sollazzevole  e  amichevole  assai;  col  quale
    Giannole dimesticatosi molto,  quando tempo gli parve,  ogni suo amore
    discoperse, pregandolo che a dovere il suo disidero ottenere gli fosse
    favorevole, gran cose se ci facesse promettendogli.
    Al quale Crivello disse:
    - Vedi,  in questo io non potrei per te altro  adoperare  se  non  che
    quando  Giacomino  andasse in alcuna parte a cenare,  metterti l dove
    ella fosse, per ci che,  volendole io dir parole per te,  ella non mi
    starebbe mai ad ascoltare.  Questo s'el ti piace, io il ti prometto, e
    farollo; fa tu poi, se tu sai, quello che tu creda che bene stea.
    Giannole disse che pi non volea, e in questa concordia rimase.
    Minghino d'altra parte aveva dimesticata la fante,  e  con  lei  tanto
    adoperato che ella avea pi volte ambasciate portate alla fanciulla, e
    quasi  del  suo  amore  l'aveva  accesa;  e  oltre  a questo gli aveva
    promesso di metterlo con lei,  come avvenisse che Giacomino per alcuna
    cagione da sera fuori di casa andasse.
    Avvenne  adunque,  non  molto tempo appresso queste parole,  che,  per
    opera di Crivello, Giacomino and con un suo amico a cenare; e fattolo
    sentire a Giannole,  compose  con  lui  che,  quando  un  certo  cenno
    facesse,  egli venisse e troverrebbe l'uscio aperto.  La fante d'altra
    parte,  niente di  questo  sappiendo,  fece  sentire  a  Minghino  che
    Giacomino  non vi cenava,  e gli disse che presso della casa dimorasse
    s,  che quando vedesse un segno  ch'ella  farebbe,  egli  venisse  ed
    entrassesene dentro.
    Venuta  la  sera,   non  sappiendo  i  due  amanti  alcuna  cosa  l'un
    dell'altro, ciascun, sospettando dell'altro, con certi compagni armati
    a dovere entrare in tenuta and. Minghino co' suoi,  a dovere il segno
    aspettare,  si  ripose  in  casa  d'un suo amico vicino della giovine;
    Giannole co' suoi alquanto dalla casa stette lontano.
    Crivello e la fante, non essendovi Giacomino, s'ingegnavano di mandare
    l'un l'altro via. Crivello diceva alla fante:
    - Come non ti vai tu a dormire oramai? Che ti vai tu pure avviluppando
    per casa?
    E la fante diceva a lui:
    - Ma tu perch non vai per signorto?  Che aspetti tu oramai  qui,  poi
    hai cenato?
    E cos l'uno non poteva l'altro far mutare di luogo.
    Ma Crivello,  conoscendo l'ora posta con Giannole esser venuta,  disse
    seco: - Che curo io di costei?  Se ella non istar cheta,  ella  potr
    aver  delle  sue  -;  e fatto il segno posto and ad aprir l'uscio,  e
    Giannole prestamente venuto con due compagni and dentro, e trovata la
    giovane nella sala la presono per menarla via.
    La giovane  cominci  a  resistere  e  a  gridar  forte,  e  la  fante
    similmente. Il che sentendo Minghino, prestamente co' suoi compagni l
    corse;  e  veggendo la giovane gi fuori dell'uscio tirare,  tratte le
    spade fuori, gridarono tutti:
    - Ahi traditori, voi siete morti;  la cosa non andr cos: che forza 
    questa? -; e questo detto, gl'incominciarono a ferire. E d'altra parte
    la   vicinanza  uscita  fuori  al  romore  e  con  lumi  e  con  arme,
    cominciarono questa cosa a biasimare e ad aiutar  Minghino.  Per  che,
    dopo lunga contesa,  Minghino tolse la giovane a Giannole,  e rimisela
    in casa di Giacomino.  N prima si part la mischia che i sergenti del
    capitan  della  terra vi sopraggiunsero e molti di costoro presero;  e
    fra gli altri furono presi  Minghino  e  Giannole  e  Crivello,  e  in
    prigione  menatine.  Ma  poi  racquetata la cosa,  e Giacomino essendo
    tornato;  e,  di questo accidente molto malinconoso,  essaminando come
    stato  fosse  e  trovato  che  in  niuna  cosa la giovane aveva colpa,
    alquanto si di pi pace,  proponendo seco,  acci che pi simil  caso
    non avvenisse, di doverla come pi tosto potesse maritare.
    La  mattina  venuta,  i  parenti dell'una parte e dell'altra avendo la
    verit del fatto sentita e conoscendo il male che a' presi giovani  ne
    poteva seguire, volendo Giacomino quello adoperare che ragionevolmente
    avrebbe potuto, furono a lui, e con dolci parole il pregarono che alla
    ingiuria  ricevuta  dal  poco  senno  de' giovani non guardasse tanto,
    quanto all'amore e alla benivolenza la quale credevano che egli a loro
    che il pregavano portasse,  offerendo appresso s medesimi e i giovani
    che  il  male  avevan  fatto  ad  ogni  ammenda  che a lui piacesse di
    prendere.
    Giacomino,  il qual de' suoi d assai cose vedute avea ed era di  buon
    sentimento, rispose brievemente:
    - Signori,  se io fossi a c`FNOXM   eBA8x۶
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?| +[[K_+HYH[H[X[-"H_[[HH]XK[CB"9aentina,  come che io n  ella  n  colui  da  cui  io  l'ebbi  non
    sapessimo  mai  di  cui  si  fosse figliuola;  per che;  di quello che
    pregate tanto sar per me fatto, quanto me ne imporrete.
    I valenti uomini, udendo costei esser di Faenza, si maravigliarono;  e
    rendute  grazie a Giacomino della sua liberale risposta,  il pregarono
    che gli piacesse di dover lor dire come costei alle  mani  venuta  gli
    fosse, e come sapesse lei esser faentina.
    A'quali Giacomin disse:
    -  Guidotto  da Cremona fu mio compagno e amico,  e venendo a morte mi
    disse che  quando  questa  citt  da  Federigo  Imperatore  fu  presa,
    andataci a ruba ogni cosa, egli entr co' suoi compagni in una casa, e
    quella  trov  di  roba  piena esser dagli abitanti abbandonata,  fuor
    solamente da questa fanciulla,  la quale d'et di due anni o  in  quel
    torno,  lui sagliente su per le scale chiam padre; per la qual cosa a
    lui venuta di lei compassione,  insieme con tutte le cose  della  casa
    seco ne la port a Fano, e quivi morendo, con ci che egli avea costei
    mi  lasci,  imponendomi  che,  quando tempo fosse,  io la maritassi e
    quello che stato fosse suo le dessi in  dota;  e  venuta  nell'et  da
    marito, non m' venuto fatto di poterla dare a persona che mi piaccia;
    fare' 'l volentieri,  anzi che altro caso simile a quel di ier sera me
    n'avvenisse.
    Era quivi intra  gli  altri  un  Guiglielmino  da  Medicina,  che  con
    Guidotto  era  stato  a  questo fatto,  e molto ben sapeva la cui casa
    stata fosse quella che Guidotto avea rubata;  e vedendolo ivi tra  gli
    altri, gli s'accost e disse:
    - Bernabuccio, odi tu ci che Giacomin dice?
    Disse Bernabuccio:
    - S;  e test vi pensava pi,  per ci ch'io mi ricordo che in quegli
    rimescolamenti io perdei una figlioletta di quella  et  che  Giacomin
    dice.
    A cui Guiglielmino disse:
    -  Per certo questa  dessa,  per ci ch'io mi trovai gi in parte ove
    io udii a Guidotto divisare dove la ruberia avesse.  fatta,  e conobbi
    che  la tua casa era stata;   per ci rammemorati se ad alcun segnale
    riconoscer la credessi,  e fanne cercare,  ch tu troverrai fermamente
    che ella  tua figliuola.
    Per che, pensando Bernabuccio, si ricord lei dovere avere una margine
    a guisa d'una crocetta sopra l'orecchia sinistra, stata d'una nascenza
    che fatta gli avea poco davanti a quello accidente tagliare;  per che,
    senza alcuno indugio pigliare,  accostatosi a Giacomino che ancora era
    quivi,  il preg che in casa sua il menasse e veder gli facesse questa
    giovane.
    Giacomino il vi men volentieri, e lei fece venire dinanzi da lui.  La
    quale  come  Bernabuccio vide,  cos tutto il viso della madre di lei,
    che ancora bella donna era,  gli parve vedere;  ma pur,  non stando  a
    questo,  disse a Giacomino che di grazia voleva da lui poterle un poco
    levare i capelli sopra la  sinistra  orecchia;  di  che  Giacomino  fu
    contento.
    Bernabuccio, accostatosi a lei che vergognosamente stava, levati colla
    man dritta i capelli,  la croce vide; laonde, veramente conoscendo lei
    esser  la  sua  figliuola,   teneramente  cominci  a  piagnere  e  ad
    abbracciarla, come che ella si contendesse; e volto a Giacomin disse:
    - Fratel mio,  questa  mia figliuola; la mia casa fu quella che fu da
    Guidotto rubata,  e costei nel furor subito vi  fu  dentro  dalla  mia
    donna  e  sua  madre  dimenticata,  e infino a qui creduto abbiamo che
    costei, nella casa che mi fu quel d stesso arsa, ardesse.
    La giovane,  udendo questo e vedendolo uomo  attempato  e  dando  alle
    parole   fede   e   da   occulta  virt  mossa,   sostenendo  li  suoi
    abbracciamenti, con lui teneramente cominci a piagnere.
    Bernabuccio di presente mand per la madre di  lei  e  per  altre  sue
    parenti  e  per  le  sorelle  e  per  li  fratelli  di lei,  e a tutti
    mostratala e narrando il fatto,  dopo mille  abbracciamenti  fatta  la
    festa grande,  essendone Giacomino forte contento,  seco a casa sua ne
    la men. Saputo questo il capitano della citt, che valoroso uomo era,
    e  conoscendo  che  Giannole,  cui  preso  tenea,   figliuolo  era  di
    Bernabuccio  e  fratel carnale di costei,  avvis di volersi del fallo
    commesso da lui mansuetamente passare;  e intromessosi in queste  cose
    con Bernabuccio e con Giacomino,  insieme a Giannole e a Minghino fece
    far pace; e a Minghino, con gran piacer di tutti i suoi parenti, diede
    per moglie la giovane,  il cui nome era Agnesa,  e  con  loro  insieme
    liber Crivello e gli altri che impacciati v'erano per questa cagione.
    E Minghino appresso lietissimo fece le nozze belle e grandi,  e a casa
    menatalasi, con lei in pace e in bene poscia pi anni visse.






    Giornata quinta - Novella sesta.

    Gian di Procida trovato con una giovane amata da lui,  e stata data al
    re  Federigo,  per  dovere  essere  arso  con lei  legato ad un palo;
    riconosciuto da Ruggieri de Loria, campa e divien marito di lei.

    Finita la novella di Neifile,  assai alle donne piaciuta,  comand  la
    reina  a  Pampinea  che  a doverne alcuna dire si disponesse.  La qual
    prestamente, levato il chiaro viso, incomincio.
    Grandissime forze,  piacevoli donne,  son quelle  d'amore,  e  a  gran
    fatiche   e  a  strabocchevoli  e  non  pensati  pericoli  gli  amanti
    dispongono,  come per assai cose  raccontate  e  oggi  e  altre  volte
    comprender  si  pu;  ma  nondimeno  ancora  con l'ardire d'un giovane
    innamorato m'aggrada di dimostrarlo.
    Ischia  una isola assai vicina di Napoli,  nella  quale  fu  gi  tra
    l'altre una giovinetta bella e lieta molto,  il cui nome fu Restituta,
    e figliuola d'un gentil uom dell'isola,  che Marin Bolgaro avea  nome,
    la quale un giovanetto,  che d'una isoletta ad Ischia vicina, chiamata
    Procida, era, e nominato Gianni, amava sopra la vita sua, ed ella lui.
    Il quale,  non che il giorno da Procida ad usare ad Ischia per vederla
    venisse,  ma  gi molte volte di notte,  non avendo trovata barca,  da
    Procida infino ad Ischia notando era  andato,  per  poter  vedere,  se
    altro non potesse, almeno le mura della sua casa.
    E durante questo amore cos fervente,  avvenne che, essendo la giovane
    un giorno di state tutta soletta alla marina,  di scoglio in  iscoglio
    andando  marine  conche  con  un  coltellino  dalle  pietre spiccando,
    s'avvenne in un luogo fra gli scogli riposto, dove s per l'ombra e s
    per lo destro d'una fontana d'acqua  freddissima  che  v'era,  s'erano
    certi giovani ciciliani,  che da Napoli venivano,  con una lor fregata
    raccolti.
    Li quali,  avendo la giovane veduta bellissima e  che  ancor  lor  non
    vedea,  e  vedendola  sola,  fra s diliberarono di doverla pigliare e
    portarla via; e alla diliberazione seguit l'effetto. Essi, quantunque
    ella gridasse molto,  presala,  sopra la lor barca la misero,  e andar
    via;  e in Calavria pervenuti, furono a ragionamento di cui la giovane
    dovesse essere,  e  in  brieve  ciaschedun  la  volea;  per  che,  non
    trovandosi  concordia fra loro,  temendo essi di non venire a peggio e
    per costei guastare i fatti  loro,  vennero  a  concordia  di  doverla
    donare a Federigo re di Cicilia, il quale era allora giovane e di cos
    fatte cose si dilettava; e a Palermo venuti, cos fecero.
    Il re,  veggendola bella, l'ebbe cara; ma, per ci che cagionevole era
    alquanto della persona,  infino a tanto che pi forte  fosse,  comand
    che  ella  fosse messa in certe case bellissime d'un suo giardino,  il
    quale chiamavan la Cuba, e quivi servita, e cos fu fatto.
    Il romore della rapita giovane fu in Ischia grande,  e quello che  pi
    lor  gravava,  era  che  essi  non potevan sapere chi si fossero stati
    coloro che rapita l'avevano.  Ma Gianni,  al quale pi che  ad  alcuno
    altro ne calea, non aspettando di doverlo in Ischia sentire, sappiendo
    verso  che  parte n'era la fregata andata,  fattane armare una,  su vi
    mont, e quanto pi tosto pot, discorsa tutta la marina dalla Minerva
    infino alla Scalea in Calavria, e per tutto della giovane investigando
    nella Scalea gli fu detto lei essere da marinari ciciliani portata via
    a Palermo. L dove Gianni, quanto pi tosto pot,  si fece portare,  e
    quivi,  dopo molto cercare, trovato che la giovane era stata donata al
    re e per lui era nella Cuba guardata,  fu forte turbato e  quasi  ogni
    speranza perde', non che di doverla mai riavere, ma pur vedere.
    Ma pur,  da amore ritenuto, mandatane la fregata, veggendo che da niun
    conosciuto v'era,  si stette;  e sovente dalla Cuba  passando,  gliele
    venne  per  ventura veduta un d ad una finestra ed ella vide lui,  di
    che ciascun fu contento assai.  E veggendo Gianni  che  il  luogo  era
    solingo,  accostatosi  come pot,  le parl,  e da lei informato della
    maniera che a tenere avesse se pi dappresso  le  volesse  parlar,  si
    part, avendo prima per tutto considerata la disposizione del luogo; e
    aspettata la notte,  e di quella lasciata andar buona parte,  l se ne
    torn,  e aggrappatosi per parti che non vi si sarebbono  appiccati  i
    picchi,  nel  giardin se n'entr,  e in quello trovata una antennetta,
    alla finestra dalla giovane  insegnatagli  l'appoggi,  e  per  quella
    assai leggiermente se ne sal.
    La giovane,  parendole il suo onore avere omai perduto, per la guardia
    del quale ella gli  era  alquanto  nel  passato  stata  salvatichetta,
    pensando  a niuna persona pi degnamente che a costui potersi donare e
    avvisando di poterlo inducere a portarla  via,  seco  aveva  preso  di
    compiacergli  in  ogni  suo  disidero;  e  per  ci  aveva la finestra
    lasciata aperta, acci che egli prestamente dentro potesse passare.
    Trovatala adunque Gianni aperta, chetamente se n'entr dentro,  e alla
    giovane,  che non dormiva,  allato si corico'.  La quale, prima che ad
    altro venissero,  tutta la sua intenzion gli  aperse,  sommamente  del
    trarla  quindi  e  via  portarnela pregandolo.  Alla qual Gianni disse
    niuna cosa quanto questa piacergli,  e che senza alcun fallo,  come da
    lei si partisse,  in s fatta maniera in ordine il metterebbe che,  la
    prima volta ch'el vi tornasse, via la menerebbe.
    E appresso  questo,  con  grandissimo  piacere  abbracciatisi,  quello
    diletto presero,  oltre al quale niuno maggior ne puote Amor prestare;
    e poi che quello ebbero pi volte reiterato, senza accorgersene, nelle
    braccia l'un dell'altro s'addormentarono.
    Il re,  al quale costei era molto nel primo aspetto piaciuta,  di  lei
    ricordandosi,  sentendosi  bene della persona,  ancora che fosse al d
    vicino, diliber d'andare a starsi alquanto con lei;  e con alcuno de'
    suoi  servidori chetamente se n'and alla Cuba.  E nelle case entrato,
    fatto pianamente aprir la camera nella  qual  sapeva  che  dormiva  la
    giovane,  in quella con un gran doppiere acceso innanzi se n'entr;  e
    sopra il letto guardando,  lei insieme con Gianni ignudi e abbracciati
    vide dormire. Di che egli di subito si turb fieramente e in tanta ira
    mont,  senza dire alcuna cosa,  che a poco si tenne che quivi, con un
    coltello che allato avea,  amenduni non  gli  uccise.  Poi,  estimando
    vilissima cosa essere a qualunque uom si fosse,  non che ad un re, due
    ignudi uccidere dormendo, si ritenne, e pens di volergli in publico e
    di fuoco far morire; e volto ad un sol compagno che seco aveva, disse:
    - Che ti par di questa rea femina, in cui io gi la mia speranza aveva
    posta?  - e appresso il domand se il giovane  conoscesse,  che  tanto
    d'ardire  aveva  avuto,  che  venuto  gli  era  in  casa  a  far tanto
    d'oltraggio e di dispiacere.
    Quegli che domandato era rispose non ricordarsi d'averlo mai veduto.
    Partissi adunque il re turbato della  camera,  e  comand  che  i  due
    amanti,  cos ignudi come erano,  fosser presi e legati, e come giorno
    chiaro fosse,  fosser menati a Palermo e in su la piazza legati ad  un
    palo  con  le  reni  l'uno  all'altro  volte  e infino ad ora di terza
    tenuti, acci che da tutti potessero esser veduti,  e appresso fossero
    arsi,  s  come avean meritato;  e cos detto,  se ne torn in Palermo
    nella sua camera assai cruccioso.
    Partito il re, subitamente furon molti sopra i due amanti,  e loro non
    solamente  svegliarono,  ma  prestamente  senza alcuna piet presero e
    legarono.  Il che veggendo i due giovani,  se  essi  furon  dolenti  e
    temettero  della lor vita e piansero e ramaricaronsi,  assai pu esser
    manifesto.  Essi furono,  secondo il comandamento del  re,  menati  in
    Palermo e legati ad un palo nella piazza, e davanti agli occhi loro fu
    la  stipa  e  'l  fuoco  apparecchiata,  per  dovergli  ardere all'ora
    comandata dal re.
    Quivi subitamente tutti i palermitani e uomini e  donne  concorsero  a
    vedere  i  due  amanti:  gli  uomini  tutti a riguardare la giovane si
    traevano,  e cos come lei bella esser per tutto e ben fatta lodavano,
    cos  le  donne,  che  a  riguardare  il giovane tutte correvano,  lui
    d'altra parte esser bello e ben fatto sommamente commendavano.  Ma gli
    sventurati  amanti amenduni vergognandosi forte,  stavano con le teste
    basse e il loro infortunio piagnevano,  d'ora in ora la  crudel  morte
    del fuoco aspettando.
    E  mentre cos infino all'ora determinata eran tenuti,  gridandosi per
    tutto il fallo da lor commesso,  e pervenendo agli orecchi di  Ruggier
    de Loria,  uomo di valore inestimabile e allora ammiraglio del re, per
    vedergli se n'and verso il luogo dove erano legati;  e quivi  venuto,
    prima riguard la giovane e commendolla assai di bellezza,  e appresso
    venuto il giovane a riguardare,  senza troppo penare il  riconobbe,  e
    pi verso lui fattosi il domand se Gianni di Procida fosse.
    Gianni, alzato il viso e riconoscendo l'ammiraglio, rispose:
    -  Signor mio,  io fui ben gi colui di cui voi domandate,  ma io sono
    per non esser pi.
    Domandollo allora l'ammiraglio che cosa a quello l'avesse condotto;  a
    cui Gianni rispose:
    - Amore, e l'ira del re.
    Fecesi  l'ammiraglio  pi  la  novella distendere;  e avendo ogni cosa
    udita da lui come stata era e partir volendosi,  il richiam Gianni  e
    dissegli:
    - Deh, signor mio, se esser pu, impetratemi una grazia da chi cos mi
    fa stare.
    Ruggieri domand quale; a cui Gianni disse:
    -  Io  veggio che io debbo,  e tostamente,  morire;  voglio adunque di
    grazia che, come io sono con questa giovane, la quale io ho pi che la
    mia vita amata ed ella me, con le reni a lei voltato ed ella a me, che
    noi siamo co' visi l'uno all'altro rivolti,  acci che  morendo  io  e
    vedendo il viso suo, io ne possa andar consolato.
    Ruggieri ridendo disse:
    -  Volentieri  io  far  s  che  tu  la  vedrai  ancor  tanto  che ti
    rincrescer.
    E partitosi da lui,  comand a coloro a' quali imposto era  di  dovere
    questa cosa mandare ad esecuzione, che senza altro comandamento del re
    non dovessero pi avanti fare che fatto fosse; e senza dimorare, al re
    se n'and. Al quale, quantunque turbato il vedesse, non lasci di dire
    il parer suo, e dissegli:
    - Re, di che t'hanno offeso i due giovani li quali laggi nella piazza
    hai comandato che arsi sieno?
    Il re gliele disse. Seguit Ruggieri:
    -  Il  fallo commesso da loro il merita bene,  ma non da te;  e come i
    falli meritan punizione,  cos i benefici  meritan  guiderdone,  oltre
    alla  grazia e alla misericordia.  Conosci tu chi color sieno li quali
    tu vuogli che s'ardano?
    Il re rispose di no. Disse allora Ruggieri:
    - E  io  voglio  che  tu  gli  conosca,  acci  che  tu  veggi  quanto
    discretamente tu ti lasci agl'impeti dell'ira transportare. Il giovane
      figliuolo di Landolfo di Procida,  fratel carnale di messer Gian di
    Procida,  per l'opera del quale tu s re e signor di questa isola.  La
    giovane    figliuola di Marin Bolgaro,  la cui potenza fa oggi che la
    tua signoria non sia cacciata d'Ischia. Costoro,  oltre a questo,  son
    giovani che lungamente si sono amati insieme,  e da amor costretti,  e
    non da volere alla tua  signoria  far  dispetto,  questo  peccato  (se
    peccato  dir  si  dee  quel che per amor fanno i giovani) hanno fatto.
    Perch dunque gli vuoi tu far morire,  dove con grandissimi piaceri  e
    doni gli dovresti onorare?
    Il  re,  udendo questo e rendendosi certo che Ruggieri il ver dicesse,
    non solamente che egli a peggio dovere operare procedesse,  ma di  ci
    che  fatto  avea  gl'increbbe;  per  che  incontanente mand che i due
    giovani fossero dal palo sciolti e menati davanti da lui;  e  cos  fu
    fatto.  E  avendo  intera  la lor condizion conosciuta,  pens che con
    onore e con doni fosse la ingiuria fatta  da  compensare;  e  fattigli
    onorevolmente  rivestire,  sentendo  che di pari consentimento era,  a
    Gianni fece la giovinetta  sposare,  e  fatti  loro  magnifichi  doni,
    contenti gli rimand a casa loro, dove con festa grandissima ricevuti,
    lungamente in piacere e in gioia poi vissero insieme.











    Giornata quinta - Novella settima.

    Teodoro,  innamorato  della  Violante figliuola di messere Amerigo suo
    signore,  la  'ngravida  ed    alle  forche  condannato;  alle  quali
    frust /+Owwwonoooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooononoooooooo   /`+̦-+pl
 _c+Φ88ooolooc$ d   @1bsk+@ xnw0|+H..?> -4(+দ++++ѦiѦদ1i++ئ++4(---ie8@  quale lietamente prese a dire.
    Bellissime  donne,  al  tempo  che  il  buon  re Guiglielmo la Cicilia
    reggeva,  era nella isola un gentile  uomo  chiamato  messere  Amerigo
    Abbate  da  Trapani,  il  quale,  tra gli altri ben temporali,  era di
    figliuoli assai ben fornito.  Per che,  avendo di servidori bisogno  e
    venendo  galee  di corsari genovesi di Levante,  li quali costeggiando
    l'Erminia molti fanciulli avevan presi, di quegli, credendogli turchi,
    alcun comper;  tra'  quali,  quantunque  tutti  gli  altri  paressero
    pastori, n'era uno il quale gentilesco e di migliore aspetto che alcun
    altro pareva, ed era chiamato Teodoro.
    Il  quale  crescendo,  come  che egli a guisa di servo trattato fosse,
    nella casa pur co' figliuoli di messer Amerigo si  crebbe;  e  traendo
    pi alla natura di lui che all'accidente,  cominci ad esser costumato
    e di bella maniera, intanto che egli piaceva s a messere Amerigo, che
    egli il fece franco; e credendo che turchio fosse,  il f battezzare e
    chiamar Pietro, e sopra i suoi fatti il fece il maggiore, molto di lui
    confidandosi.
    Come gli altri figliuoli di messer Amerigo, cos similmente crebbe una
    sua figliuola chiamata Violante,  bella e dilicata giovane;  la quale,
    soprattenendola il padre  a  maritare,  s'innamor  per  avventura  di
    Pietro;  e  amandolo  e  faccendo  de'  suoi costumi e delle sue opere
    grande stima,  pur si vergognava di discovrirgliele.  Ma Amore  questa
    fatica  le  tolse,  per  ci  che,  avendo Pietro pi volte cautamente
    guatatala,  s s'era di lei innamorato,  che bene alcun non sentiva se
    non quanto la vedea;  ma forte temea non di questo alcun s'accorgesse,
    parendogli far men che bene.  Di che la  giovane,  che  volentier  lui
    vedeva,  s'avvide;  e,  per dargli pi sicurt, contentissima, s come
    era, se ne mostrava. E in questo dimorarono assai, non attentandosi di
    dire  l'uno  all'altro  alcuna  cosa,  quantunque  molto  ciascuno  il
    disiderasse.
    Ma,   mentre  che  essi  cos  parimente  nell'amorose  fiamme  accesi
    ardevano,  la fortuna,  come se diliberato  avesse  questo  voler  che
    fosse, loro trov via da cacciare la temorosa paura che gl'impediva.
    Aveva  messer Amerigo,  fuor di Trapani forse un miglio,  un suo molto
    bel luogo, al quale la donna sua con la figliuola e con altre femine e
    donne era usata sovente d'andare per via di diporto: dove essendo,  un
    giorno che era il caldo grande,  andate, e avendo seco menato Pietro e
    quivi dimorando,  avvenne,  s come noi  veggiamo  talvolta  di  state
    avvenire,  che subitamente il cielo si chiuse d'oscuri nuvoli;  per la
    qual cosa la donna con la sua compagnia,  acci che il malvagio  tempo
    non  le  cogliesse quivi,  si misero in via per tornare in Trapani,  e
    andavanne ratti quanto potevano.  Ma Pietro  che  giovane  era,  e  la
    fanciulla  similmente,  avanzavano  nello  andare  la  madre  di lei e
    l'altre compagne assai,  forse non meno da amor sospinti che da  paura
    di tempo; ed essendo gi tanto entrati innanzi alla donna e agli altri
    che  appena si vedevano,  avvenne che dopo molti tuoni subitamente una
    gragnuola grossissima e spessa cominci a venire,  la quale  la  donna
    con la sua compagnia fugg in casa d'un lavoratore.
    Pietro e la giovane,  non avendo pi presto rifugio, se n'entrarono in
    una casetta antica e quasi  tutta  caduta,  nella  quale  persona  non
    dimorava, e in quella sotto un poco di tetto, che ancora rimaso v'era,
    si ristrinsono amenduni, e costrinseli la necessit del poco coperto a
    toccarsi insieme. Il qual toccamento fu cagione di rassicurare un poco
    gli animi ad aprire gli amorosi disii. E prima cominci Pietro a dire:
    -  Or  volesse  Iddio  che mai,  dovendo io stare come io sto,  questa
    grandine non ristesse.
    E la giovane disse:
    - Ben mi sarebbe caro.
    E da queste parole vennero a pigliarsi per mano  e  strignersi,  e  da
    questo ad abbracciarsi e poi a baciarsi, grandinando tuttavia.
    E acci che io ogni particella non racconti, il tempo non si racconci
    prima  che  essi,  l'ultime  dilettazioni  d'amor conosciute,  a dover
    segretamente l'un dell'altro aver piacere ebbero ordine dato.
    Il tempo malvagio cess,  e all'entrar della citt,  che  vicina  era,
    aspettata  la  donna,  con  lei  a casa se ne tornarono.  Quivi alcuna
    volta,  con assai discreto ordine e  segreto,  con  gran  consolazione
    insieme si ritrovarono; e s and la bisogna che la giovane ingravid,
    il che molto fu e all'uno e all'altro discaro; per che ella molte arti
    us per dovere,  contro al corso della natura, disgravidare, n mai le
    pot venir fatto.
    Per la qual cosa Pietro, della vita di s medesimo temendo, diliberato
    di fuggirsi, gliele disse; la quale udendolo disse:
    - Se tu ti parti, senza alcun fallo io m'uccider.
    A cui Pietro, che molto l'amava, disse:
    - Come vuoi tu,  donna mia,  che io  qui  dimori?  La  tua  gravidezza
    scoprir  il  fallo  nostro;  a  te fia perdonato leggiermente,  ma io
    misero sar colui a cui del tuo peccato e del mio converr portare  la
    pena.
    Al quale la giovane disse:
    - Pietro, il mio peccato si sapr bene; ma sii certo che il tuo, se tu
    nol dirai, non si sapr mai.
    Pietro allora disse:
    - Poi che tu cos mi prometti, io star, ma pensa d'osservarlomi.
    La giovane, che, quanto pi potuto avea, la sua pregnezza tenuta aveva
    nascosa,  veggendo, per lo crescer che 'l corpo facea, pi non poterla
    nascondere, con grandissimo pianto un d il manifest alla madre,  lei
    per la sua salute pregando.
    La donna,  dolente senza misura,  le disse una gran villania, e da lei
    volle sapere come andata fosse la cosa. La giovane, acci che a Pietro
    non fosse fatto male, compose una sua favola, in altre forme la verit
    rivolgendo.  La donna la si credette,  e per celare il  difetto  della
    figliuola,  ad una lor possessione la ne mand. Quivi, sopravvenuto il
    tempo del partorire,  gridando la giovane come  le  donne  fanno,  non
    avvisandosi  la  madre di lei che quivi messer Amerigo,  che quasi mai
    usato non era, dovesse venire, avvenne che, tornando egli da uccellare
    e  passando  lunghesso  la   camera   dove   la   figliuola   gridava,
    maravigliandosi, subitamente entr dentro e domand che questo fosse.
    La donna,  veggendo il marito sopravenuto,  dolente levatasi,  ci che
    alla figliuola era intervenuto gli raccont.  Ma egli,  men  presto  a
    creder che la donna non era stata, disse ci non dovere esser vero che
    ella  non sapesse di cui gravida fosse,  e per ci del tutto il voleva
    sapere; e dicendolo, essa potrebbe la sua grazia racquistare;  se non,
    pensasse senza alcuna misericordia di morire.
    La donna s'ingegn,  in quanto poteva, di dovere fare star contento il
    marito a quello che ella aveva  creduto;  ma  ci  era  niente.  Egli,
    salito  in  furore,  con  la  spada  ignuda in mano sopra la figliuola
    corse,  la quale,  mentre la madre di lei il padre teneva  in  parole,
    aveva un figliuol maschio partorito, e disse:
    -  O tu manifesta di cui questo parto si generasse,  o tu morrai senza
    indugio.
    La giovane,  la morte temendo,  rotta la promessa fatta a Pietro,  ci
    che tra lui e lei stato era tutto aperse. Il che udendo il cavaliere e
    fieramente divenuto fellone,  appena d'ucciderla si ritenne;  ma,  poi
    che quello che l'ira  gli  apparecchiava  detto  l'ebbe,  rimontato  a
    cavallo, a Trapani se ne venne, e ad uno messer Currado, che per lo re
    v'era   capitano,   la   ingiuria   fattagli   da  Pietro  contatagli,
    subitamente,  non guardandosene egli,  il f pigliare;  e  messolo  al
    martorio, ogni cosa fatta confess.
    Ed  essendo  dopo  alcun  d  dal capitano condannato che per la terra
    frustato fosse e poi appiccato per la gola; acci che una medesima ora
    togliesse di terra i due amanti e il lor figliuolo,  messere  Amerigo,
    al quale per avere a morte con dotto Pietro non era l'ira uscita, mise
    veleno in un nappo con vino,  e quello diede ad un suo famigliare e un
    coltello ignudo con esso, e disse:
    - Va con queste due cose alla Violante,  e s le d da mia  parte  che
    prestamente prenda qual vuole l'una di queste due morti,  o del veleno
    o del ferro, e ci faccia senza indugio;  se non,  che io nel cospetto
    di quanti cittadini ci ha la far ardere,  s come ella ha meritato; e
    fatto questo,  piglierai il figliuolo pochi d fa da lei partorito,  e
    percossogli il capo al muro, il gitta a mangiare a' cani.
    Data  dal  fiero padre questa crudel sentenzia contro alla figliuola e
    al nepote, il famigliare, pi a male che a ben disposto, and via.
    Pietro condennato, essendo d famigliari menato alle forche frustando,
    pass, s come a coloro che la brigata guida vano piacque,  davanti ad
    uno  albergo  dove tre nobili uomini d'Erminia erano,  li quali dal re
    d'Erminia a Roma ambasciadori eran  mandati  a  trattar  col  papa  di
    grandissime  cose per un passaggio che far si dovea,  e quivi smontati
    per rinfrescarsi e riposarsi alcun d, e molto stati onorati d nobili
    uomini  di  Trapani,  e  spezialmente  da  messere  Amerigo.  Costoro,
    sentendo passare coloro che Pietro menavano, vennero ad una finestra a
    vedere.
    Era  Pietro  dalla  cintura in su tutto ignudo e con le mani legate di
    dietro,  il quale riguardando l'uno de'  tre  ambasciadori,  che  uomo
    antico  era e di grande autorit,  nominato Fineo,  gli vide nel petto
    una gran macchia di vermiglio, non tinta,  ma naturalmente nella pelle
    infissa,  a  guisa che quelle sono che le donne qua chiamano rose.  La
    qual veduta, subitamente nella memoria gli corse un suo figliuolo,  il
    quale,  gi eran quindici anni passati, d corsali gli era stato sopra
    la marina di Laiazzo tolto,  n mai n'avea  potuto  saper  novella;  e
    considerando  l'et del cattivello che frustato era,  avvis,  se vivo
    fosse il suo figliuolo,  dovere di cotale et essere  di  quale  colui
    pareva; e cominci a sospicar per quel segno non costui desso fosse; e
    pensossi,  se  desso fosse,  lui ancora doversi del nome suo e di quel
    del padre e della lingua erminia ricordare.
    Per che, come gli fu vicino, chiam:
    - O Teodoro.
    La qual voce Pietro udendo,  subitamente lev il capo.  Al quale Fineo
    in erminio parlando disse:
    - Onde fosti? E cui figliuolo?
    Li  sergenti  che  il  menavano,  per  reverenza del valente uomo,  il
    fermarono, s che Pietro rispose:
    - Io fui d'Erminia,  figliuolo d'uno che ebbe nome Fineo,  qua picciol
    fanciullo trasportato da non so che gente.
    Il  che Fineo udendo,  certissimamente conobbe lui essere il figliuolo
    che perduto avea; per che,  piagnendo co' suoi compagni discese giuso,
    e lui tra tutti i sergenti corse ad abbracciare;  e gittatogli addosso
    un mantello d'un ricchissimo drappo che in dosso avea, preg colui che
    a guastare il menava, che gli piacesse d'attendere tanto quivi, che di
    doverlo rimenare  gli  venisse  il  comandamento.  Colui  rispose  che
    l'attenderebbe volentieri.
    Aveva  gi Fineo saputa la cagione per che costui era menato a morire,
    s come la fama l'aveva portata per tutto;  per  che  prestamente  co'
    suoi compagni e con la lor famiglia n'and a messer Currado,  e s gli
    disse:
    - Messere,  colui il quale voi mandate a morire come servo,    libero
    uomo e mio figliuolo, ed  presto di torre per moglie colei la qual si
    dice  che  della  sua virginit ha privata;  e per piacciavi di tanto
    indugiare la esecuzione che saper  si  possa  se  ella  lui  vuol  per
    marito,  acci  che  contro  alla legge,  dove ella il voglia,  non vi
    troviate aver fatto.
    Messer Currado, udendo colui esser figliuolo di Fineo,  si maravigli;
    e  vergognatosi alquanto del peccato della Fortuna,  confessato quello
    esser vero che diceva Fineo, prestamente il f ritornare a casa, e per
    messere Amerigo mand, e queste cose gli disse.
    Messer Amerigo,  che gi credeva la figliuola e 'l nepote esser morti,
    fu  il  pi  dolente uom del mondo di ci che fatto avea,  conoscendo,
    dove morta non fosse, si potea molto bene ogni cosa stata emendare; ma
    nondimeno mand correndo l dove la figliuola era, acci che, se fatto
    non fosse il suo comandamento, non si facesse.
    Colui che and,  trov il famigliare stato da messere Amerigo mandato,
    che,  avendole il coltello e 'l veleno posto innanzi, perch ella cos
    tosto non eleggeva,  le  dicea  villania  e  volevala  costrignere  di
    pigliare l'uno.  Ma,  udito il comandamento del suo signore,  lasciata
    star lei,  a lui se ne ritorn e gli disse come stava l'opera.  Di che
    messer  Amerigo  contento,   andatosene  l  dove  Fineo  era,   quasi
    piagnendo, come seppe il meglio, di ci che intervenuto era si scus e
    domandonne perdono,  affermando s,  dove Teodoro la sua figliuola per
    moglie volesse, esser molto contento di dargliele.
    Fineo ricevette le scuse volentieri e rispose:
    - Io intendo che mio figliuolo la vostra figliuola prenda; e dove egli
    non volesse, vada innanzi la sentenzia data di lui.
    Essendo adunque e Fineo e messer Amerigo in concordia,  l ove Teodoro
    era ancora tutto pauroso  della  morte  e  lieto  di  avere  il  padre
    ritrovato, il domandarono intorno a questa cosa del suo volere.
    Teodoro,  udendo  che  la  Violante,  dove  egli  volesse,  sua moglie
    sarebbe,  tanta fu la sua letizia,  che d'inferno gli parve saltare in
    paradiso,  e  disse che questo gli sarebbe grandissima grazia,  dove a
    ciascun di lor piacesse.
    Mandossi adunque alla giovane a sentire  del  suo  volere;  la  quale,
    udendo  ci che di Teodoro era avvenuto ed era per avvenire,  dove pi
    dolorosa che altra femina la morte  aspettava,  dopo  molto,  alquanta
    fede prestando alle parole, un poco si rallegr e rispose che, se ella
    il  suo  disidero  di  ci  seguisse,  niuna  cosa pi lieta le poteva
    avvenire che d'essere moglie di Teodoro;  ma tuttavia  farebbe  quello
    che il padre le comandasse.
    Cos  adunque  in  concordia  fatta sposare la giovane,  festa si fece
    grandissima con sommo  piacere  di  tutti  i  cittadini.  La  giovane,
    confortandosi  e  faccendo  nudrire il suo piccol figliuolo,  dopo non
    molto tempo ritorn pi bella che mai; e levata del parto, e davanti a
    Fineo, la cui tornata da Roma s'aspett, venuta,  quella reverenza gli
    fece  che  a  padre;  ed egli,  forte contento di s bella nuora,  con
    grandissima festa e allegrezza fatte fare le lor nozze,  in  luogo  di
    figliuola  la  ricevette e poi sempre la tenne.  E dopo alquanti d il
    suo figliuolo e lei e il suo picciol nepote, montati in galea, seco ne
    men a Laiazzo,  dove con riposo e con piacere de' due amanti,  quanto
    la vita lor dur dimorarono.






    Giornata quinta - Novella ottava.

    Nastagio  degli  Onesti,  amando  una  de'  Traversari,  spende le sue
    ricchezze senza essere amato.  Vassene,  pregato da' suoi,  a Chiassi;
    quivi  vede  cacciare  ad  un  cavaliere  una  giovane  e  ucciderla e
    divorarla da due cani.  Invita i parenti suoi e quella donna amata  da
    lui ad un desinare,  la quale vede questa medesima giovane sbranare; e
    temendo di simile avvenimento prende per marito Nastagio.

    Come Lauretta si tacque, cos, per comandamento della reina,  cominci
    Filomena.
    Amabili donne, come in noi  la piet commendata, cos ancora in noi 
    dalla divina giustizia rigidamente la crudelt vendicata; il che acci
    che io vi dimostri e materia vi dea di cacciarla del tutto da voi,  mi
    piace  di  dirvi  una  novella  non  men  di  compassion   piena   che
    dilettevole.
    In  Ravenna,  antichissima citt di Romagna,  furon gi assai nobili e
    ricchi uomini,  tra' quali un giovane chiamato Nastagio degli  Onesti,
    per  la  morte  del  padre  di lui e d'un suo zio,  senza stima rimaso
    ricchissimo.  Il quale,  s come de' giovani  avviene,  essendo  senza
    moglie, s'innamor d'una figliuola di messer Paolo Traversaro, giovane
    troppo  pi  nobile  che  esso non era,  prendendo speranza con le sue
    opere di doverla trarre ad amar lui; le quali, quantunque grandissime,
    belle e laudevoli fossero,  non  solamente  non  gli  giovavano,  anzi
    pareva  che  gli  nocessero,  tanto  cruda  e  dura e salvatica gli si
    mostrava la giovinetta amata, forse per la sua singular bellezza o per
    la sua nobilt s altiera e disdegnosa divenuta,  che n egli n  cosa
    che gli piacesse le piaceva.
    La qual cosa era tanto a Nastagio gravosa a comportare, che per dolore
    pi  volte,   dopo  molto  essersi  doluto,   gli  venne  in  disidero
    d'uccidersi.  Poi,  pur tenendosene,  molte volte si mise in cuore  di
    doverla del tutto lasciare stare, o, se potesse, d'averla in odio come
    ella  aveva  lui.  Ma  invano  tal proponimento prendeva,  per ci che
    pareva che quanto pi la speranza mancava,  tanto pi moltiplicasse il
    suo amore.
    Perseverando  adunque  il  giovane  e  nello  amare  e  nello spendere
    smisuratamente,  parve a certi suoi amici e parenti che egli s  e  'l
    suo avere parimente fosse per consumare; per la qual cosa pi volte il
    pregarono  e  consigliarono  che  si  dovesse  di Ravenna partire e in
    alcuno altro luocg !v0! !  8Zx  +                                                                                                                            7;{{+8+  c {~ 1=!{+ +p+ ` `+-7{BP+}s{ # L|²sy!#K)#I3cy+)3y3)q;s#(hQ+CKk+sya{k))Kq3sK	yKqK;s	yKqcsycxhQ luogo  lontano andar volesse,  montato a cavallo e da suoi molti amici
    accompagnato di Ravenna usc e andossene ad un luogo forse tre  miglia
    fuor  di  Ravenna,  che  si  chiama  Chiassi;  e  quivi,  fatti  venir
    padiglioni e trabacche disse a coloro che  accompagnato  l'aveano  che
    star  si  volea  e  che  essi a Ravenna se ne tornassono.  Attendatosi
    adunque quivi Nastagio,  cominci a fare la pi bella vita  e  la  pi
    magnifica che mai si facesse,  or questi e or quegli altri invitando a
    cena e a desinare, come usato s'era.
    Ora avvenne che uno venerd quasi all'entrata  di  maggio  essendo  un
    bellissimo  tempo,  ed egli entrato in pensier della sua crudel donna,
    comandato a tutta la sua famiglia che solo  il  lasciassero,  per  pi
    potere pensare a suo piacere, piede innanzi pi s medesimo trasport,
    pensando,  infino nella pigneta.  Ed essendo gi passata presso che la
    quinta ora del giorno,  ed esso bene un mezzo miglio  per  la  pigneta
    entrato, non ricordandosi di mangiare n d'altra cosa, subitamente gli
    parve udire un grandissimo pianto e guai altissimi messi da una donna;
    per  che,  rotto  il  suo  dolce pensiero,  alz il capo per veder che
    fosse,  e maravigliossi nella  pigneta  veggendosi;  e  oltre  a  ci,
    davanti   guardandosi   vide  venire  per  un  boschetto  assai  folto
    d'albuscelli e di pruni,  correndo verso il luogo dove egli  era,  una
    bellissima giovane ignuda, scapigliata e tutta graffiata dalle frasche
    e d pruni, piagnendo e gridando forte merc; e oltre a questo le vide
    a'  fianchi  due  grandi e fieri mastini,  li quali duramente appresso
    correndole,  spesse volte crudelmente dove la giugnevano la mordevano,
    e  dietro  a lei vide venire sopra un corsiere nero un cavalier bruno,
    forte nel viso crucciato,  con uno stocco in mano,  lei di  morte  con
    parole spaventevoli e villane minacciando.
    Questa  cosa  ad una ora maraviglia e spavento gli mise nell'animo,  e
    ultimamente compassione della  sventurata  donna,  dalla  qual  nacque
    disidero di liberarla da s fatta angoscia e morte, se el potesse. Ma,
    senza arme trovandosi, ricorse a prendere un ramo d'albero in luogo di
    bastone, e cominci a farsi incontro a' cani e contro al cavaliere. Ma
    il cavalier che questo vide, gli grid di lontano:
    -  Nastagio,  non t'impacciare,  lascia fare a' cani e a me quello che
    questa malvagia femina ha meritato.
    E cos dicendo,  i  cani,  presa  forte  la  giovane  n  fianchi,  la
    fermarono, e il cavaliere sopraggiunto smont da cavallo.
    Al quale Nastagio avvicinatosi disse:
    - Io non so chi tu ti s,  che me cos cognosci;  ma tanto ti dico che
    gran vilt  d'un cavaliere armato volere uccidere una femina  ignuda,
    e  averle  i  cani  alle  coste  messi  come  se  ella fosse una fiera
    salvatica; io per certo la difender quant'io potr.
    Il cavaliere allora disse:
    - Nastagio, io fui d'una medesima terra teco,  ed eri tu ancora piccol
    fanciullo  quando  io,  il  quale  fui  chiamato  messer  Guido  degli
    Anastagi,  era troppo pi innamorato di costei,  che tu ora non s  di
    quella de' Traversari, e per la sua fierezza e crudelt and s la mia
    sciagura, che io un d con questo stocco, il quale tu mi vedi in mano,
    come disperato m'uccisi, e sono alle pene etternali dannato. N stette
    poi  guari  tempo  che costei,  la qual della mia morte fu lieta oltre
    misura,  mor,  e per lo peccato della sua crudelt  e  della  letizia
    avuta de' miei tormenti,  non pentendosene, come colei che non credeva
    in ci aver peccato ma meritato,  similmente fu ed  dannata alle pene
    del ninferno.  Nel quale come ella discese,  cos ne fu e a lei e a me
    per pena dato,  a lei di fuggirmi davanti e  a  me,  che  gi  cotanto
    l'amai,  di  seguitarla  come mortal nimica,  non come amata donna;  e
    quante volte io la giungo,  tante con  questo  stocco,  col  quale  io
    uccisi  me,  uccido  lei  e  aprola  per ischiena,  e quel cuor duro e
    freddo,  nel qual mai n amor n piet poterono entrare,  con  l'altre
    interiora insieme, s come tu vedrai incontanente, le caccia di corpo,
    e dolle mangiare a questi cani.
    N sta poi grande spazio che ella,  s come la giustizia e la potenzia
    d'Iddio vuole,  come se morta non  fosse  stata,  risurge  e  da  capo
    incomincia  la dolorosa fugga,  e i cani e io a seguitarla;  e avviene
    che ogni venerd in su questa ora io la giungo qui,  e qui  ne  fo  lo
    strazio  che vedrai;  e gli altri d non creder che noi riposiamo,  ma
    giungola in altri luoghi n quali ella crudelmente contro a me pens o
    oper;  ed essendole d'amante divenuto nimico,  come tu  vedi,  me  la
    conviene  in  questa  guisa  tanti  anni seguitare quanti mesi ella fu
    contro a me crudele.  Adunque lasciami la divina giustizia mandare  ad
    esecuzione,  n  ti  volere  opporre  a  quello  che  tu  non potresti
    contrastare.
    Nastagio,  udendo queste parole,  tutto timido divenuto  e  quasi  non
    avendo  pelo  addosso  che arricciato non fosse,  tirandosi addietro e
    riguardando alla misera giovane,  cominci pauroso ad aspettare quello
    che facesse il cavaliere.  Il quale,  finito il suo ragionare, a guisa
    d'un cane rabbioso,  con lo stocco in mano corse addosso alla giovane,
    la  quale  inginocchiata  e  d  due  mastini tenuta forte gli gridava
    merc;  e a quella con tutta sua forza diede  per  mezzo  il  petto  e
    passolla  dall'altra  parte.  Il  qual  colpo  come  la  giovane  ebbe
    ricevuto,  cos cadde boccone,  sempre  piagnendo  e  gridando;  e  il
    cavaliere,  messo mano ad un coltello, quella apr nelle reni, e fuori
    trattone il cuore e ogni altra  cosa  d'attorno,  a'  due  mastini  il
    gitt,  li  quali affamatissimi incontanente il mangiarono.  N stette
    guari che  la  giovane,  quasi  niuna  di  queste  cose  stata  fosse,
    subitamente  si  lev  in pi e cominci a fuggire verso il mare,  e i
    cani appresso di lei sempre lacerandola;  e il cavaliere,  rimontato a
    cavallo  e  ripreso  il  suo  stocco,  la  cominci a seguitare,  e in
    picciola ora si dileguarono in maniera che pi Nastagio non  gli  pot
    vedere.
    Il quale,  avendo queste cose vedute,  gran pezza stette tra pietoso e
    pauroso,  e dopo alquanto gli venne nella mente questa  cosa  dovergli
    molto poter valere,  poi che ogni venerd avvenia; per che, segnato il
    luogo,  a' suoi famigli se ne torn,  e appresso,  quando  gli  parve,
    mandato per pi suoi parenti e amici, disse loro:
    -  Voi  m'avete lungo tempo stimolato che io d'amare questa mia nemica
    mi rimanga e ponga fine al mio spendere, e io son presto di farlo dove
    voi una grazia m'impetriate,  la quale  questa: che venerd che viene
    voi facciate s che messer Paolo Traversaro e la moglie e la figliuola
    e  tutte  le  donne lor parenti,  e altre chi vi piacer,  qui sieno a
    desinar meco. Quello per che io questo voglia, voi il vedrete allora.
    A  costor  parve  questa  assai  piccola   cosa   a   dover   fare   e
    promissongliele;   e  a  Ravenna  tornati,  quando  tempo  fu,  coloro
    invitarono li quali Nastagio voleva,  e come che dura  cosa  fosse  il
    potervi menare la giovane da Nastagio amata,  pur v'and con gli altri
    insieme.  Nastagio fece magnificamente apprestare da mangiare,  e fece
    ]e  tavole  mettere  sotto  i  pini d'intorno a quel luogo dove veduto
    aveva lo strazio della crudel donna;  e fatti mettere gli uomini e  le
    donne  a  tavola,  s  ordin,  che appunto la giovane amata da lui fu
    posta a sedere dirimpetto al luogo dove doveva il fatto intervenire.
    Essendo adunque gi venuta l'ultima vivanda,  e  il  romore  disperato
    della  cacciata  giovane  da  tutti  fu  cominciato  ad udire.  Di che
    maravigliandosi forte ciascuno e domandando  che  ci  fosse,  e  niun
    sappiendol dire,  levatisi tutti diritti e riguardando che ci potesse
    essere,  videro la dolente giovane e 'l cavaliere    cani;  ne  guari
    stette che essi tutti furon quivi tra loro.
    Il  romore  fu  fatto  grande  e  a' cani e al cavaliere,  e molti per
    aiutare la giovane si fecero innanzi;  ma il cavaliere,  parlando loro
    come a Nastagio aveva parlato, non solamente gli fece indietro tirare,
    ma  tutti gli spavent e riempi di maraviglia;  e faccendo quello che
    altra volta aveva fatto, quante donne v'avea (ch ve ne avea assai che
    parenti erano state e della dolente giovane e del cavaliere e  che  si
    ricordavano  e dell'amore e della morte di lui) tutte cos miseramente
    piagnevano come se a s medesime quello avesser veduto fare.
    La qual cosa al suo termine fornita,  e  andata  via  la  donna  e  'l
    cavaliere,  mise  costoro  che  ci  veduto  aveano  in  molti  e vari
    ragionamenti;  ma tra gli altri che pi  di  spavento  ebbero,  fu  la
    crudel  giovane  da  Nastagio amata,  la quale ogni cosa distintamente
    veduta avea e udita,  e conosciuto che a s pi che ad  altra  persona
    che vi fosse queste cose toccavano, ricordandosi della crudelt sempre
    da  lei  usata verso Nastagio;  per che gi le parea fuggir dinanzi da
    lui adirato e avere i mastini a' fianchi.
    E tanta fu la paura che di questo le nacque,  che,  acci che questo a
    lei  non avvenisse,  prima tempo non si vide (il quale quella medesima
    sera prestato le fu) che ella,  avendo l'odio in amore tramutato,  una
    sua fida cameriera segretamente a Nastagio mand, la quale da parte di
    lei  il  preg che gli dovesse piacer d'andare a lei,  per ci ch'ella
    era presta di far tutto  ci  che  fosse  piacer  di  lui.  Alla  qual
    Nastagio  fece  rispondere  che questo gli era a grado molto,  ma che,
    dove piacesse,  con onor di lei voleva il suo piacere,  e  questo  era
    sposandola per moglie.
    La giovane, la qual sapeva che da altrui che da lei rimaso non era che
    moglie di Nastagio stata non fosse,  gli fece risponder che le piacea.
    Per che,  essendo ella medesima la messaggera,  al padre e alla  madre
    disse  che  era contenta d'esser sposa di Nastagio,  di che essi furon
    contenti molto;  e la domenica seguente Nastagio sposatala e fatte  le
    sue nozze, con lei pi tempo lietamente visse.
    E non fu questa paura cagione solamente di questo bene,  anzi s tutte
    le ravignane donne paurose ne divennero,  che sempre  poi  troppo  pi
    arrendevoli a' piaceri degli uomini furono, che prima state non erano.




    Giornata quinta - Novella nona.

    Federigo  degli Alberighi ama e non  amato e in cortesia spendendo si
    consuma e rimangli un sol falcone,  il quale,  non avendo altro  d  a
    mangiare  alla  sua donna venutagli a casa;  la quale,  ci sappiendo,
    mutata d'animo, il prende per marito e fallo ricco.

    Era gi di parlar ristata Filomena, quando la reina, avendo veduto che
    pi niuno a dover dire,  se non Dioneo per lo  suo  privilegio,  v'era
    rimaso, con lieto viso disse:
    A  me  omai  appartiene  di ragionare;  e io,  carissime donne,  d'una
    novella simile in parte alla precedente il far volentieri,  non acci
    solamente  che  conosciate  quanto  la  vostra  vaghezza possa n cuor
    gentili, ma perch apprendiate d'esser voi medesime, dove si conviene,
    donatrici de' vostri  guiderdoni,  senza  lasciarne  sempre  esser  la
    Fortuna guidatrice.  La quale non discretamente,  ma,  come s'avviene,
    moderatamente il pi delle volte dona.
    Dovete adunque sapere che Coppo di Borghese  Domenichi,  il  quale  fu
    nella  nostra citt,  e forse ancora ,  uomo di grande e di reverenda
    autorit n d nostri,  e per costumi e per vert molto  pi  che  per
    nobilt  di  sangue  chiarissimo  e  degno d'eterna fama,  essendo gi
    d'anni peno,  spesso volte delle cose passate co' suoi  vicini  e  con
    altri  si  dilettava  di ragionare: la qual cosa egli meglio e con pi
    ordine e con maggior memoria e ornato parlare  che  altro  uomo  seppe
    fare. Era usato di dire, tra l'altre sue belle cose, che in Firenze fu
    gi un giovane chiamato Federigo di messer Filippo Alberighi, in opera
    d'arme  e in cortesia pregiato sopra ogni altro donzel di Toscana.  Il
    quale,  s come il pi de' gentili uomini avviene,  d'una gentil donna
    chiamata  monna  Giovanna  s'innamor,  n suoi tempi tenuta delle pi
    belle donne e delle pi leggiadre che in Firenze fossero;  e acci che
    egli l'amor di lei acquistar potesse,  giostrava,  armeggiava,  faceva
    feste e donava,  e il suo senza alcun ritegno spendeva;  ma ella,  non
    meno onesta che bella, niente di queste cose per lei fatte n di colui
    si curava che le faceva.
    Spendendo  adunque  Federigo  oltre  a  ogni suo potere molto e niente
    acquistando,  s come di leggiere adiviene,  le ricchezze mancarono  e
    esso  rimase  povero,  senza  altra  cosa che un suo poderetto piccolo
    essergli rimasa,  delle rendite del quale strettissimamente  vivea,  e
    oltre a questo un suo falcone de' miglior del mondo.  Per che,  amando
    pi  che  mai  n  parendo  gli  pi  potere  essere  cittadino   come
    disiderava,  a Campi, l dove il suo poderetto era, se n'and a stare.
    Quivi,  quando poteva uccellando e senza  alcuna  persona  richiedere,
    pazientemente la sua povert comportava.
    Ora avvenne un d che, essendo cos Federigo divenuto allo stremo, che
    il  marito  di monna Giovanna inferm,  e veggendosi alla morte venire
    fece testamento, e essendo ricchissimo,  in quello lasci suo erede un
    suo  figliuolo  gi grandicello e appresso questo,  avendo molto amata
    monna Giovanna,  lei,  se  avvenisse  che  il  figliuolo  senza  erede
    legittimo morisse, suo erede substitu, e morissi.
    Rimasa  adunque  vedova  monna  Giovanna,  come  usanza  delle nostre
    donne, l'anno di state con questo suo figliuolo se n'andava in contado
    a una sua possessione assai vicina  a  quella  di  Federigo.  Per  che
    avvenne che questo garzoncello s'incominci a dimesticare con Federigo
    e  a  dilettarsi  d'uccelli e di cani;  e avendo veduto molte volte il
    falcon di Federigo volare e stranamente piacendogli,  forte disiderava
    d'averlo ma pure non s'attentava di domandarlo, veggendolo a lui esser
    cotanto caro.
    E  cos stando la cosa,  avvenne che il garzoncello inferm: di che la
    madre dolorosa molto, come colei che pi non n'avea e lui amava quanto
    pi  si  poteva,  tutto  il  d  standogli  dintorno  non  restava  di
    confortarlo  e  spesse  volte il domandava se alcuna cosa era la quale
    egli  disiderasse,  pregandolo  gliele  dicesse,  che  per  certo,  se
    possibile fosse a avere, procaccerebbe come l'avesse.
    Il giovanetto, udite molte volte queste proferte, disse:
    -  Madre  mia,  se  voi fa che io abbia il falcone di Federigo,  io mi
    credo prestamente guerire.
    La donna, udendo questo,  alquanto sopra s stette e cominci a pensar
    quello  che  far dovesse.  Ella sapeva che Federigo lungamente l'aveva
    amata,  n mai da lei una sola guatatura aveva  avuta,  per  che  ella
    diceva:  - Come mander io o andr a domandargli questo falcone che ,
    per quel che io oda,  il migliore che mai volasse e  oltre  a  ci  il
    mantien  nel  mondo?  E come sar io s sconoscente,  che a un gentile
    uomo al quale niuno altro diletto  pi rimaso,  io questo gli  voglia
    torre?
    E  in  cos fatto pensiero impacciata,  come che ella fosse certissima
    d'averlo se 'l domandasse, senza sapere che dover dire, non rispondeva
    al figliuolo ma si stava.
    Ultimamente tanto  la  vinse  l'amor  del  figliuolo,  che  ella  seco
    dispose,  per contentarlo che che esser ne dovesse,  di non mandare ma
    d'andare ella medesima per esso e di recargliele e risposegli:
    - Figliuol mio,  confortati e pensa di guerire di  forza,  ch  io  ti
    prometto che la prima cosa che io far domattina,  io andr per esso e
    s il ti recher.
    Di che il fanciullo lieto il d medesimo mostr alcun miglioramento.
    La donna la mattina seguente,  presa un'altra donna in compagnia,  per
    modo  di  diporto  se n'and alla piccola casetta di Federigo e fecelo
    adimandare. Egli,  per ci che non era tempo,  n era stato a quei d,
    d'uccellare,  era  in  un  suo  orto  e  faceva  certi suoi lavorietti
    acconciare;  il quale,  udendo che monna Giovanna  il  domandava  alla
    porta, maravigliandosi forte, lieto l corse.
    La  quale  vedendol venire,  con una donnesca piacevolezza levataglisi
    incontr, avendola gi Federigo reverentemente salutata, disse:
    - Bene stea Federigo!  - e seguit: -Io sono venuta a  ristorarti  de'
    danni  li  quali tu hai gi avuti per me amandomi pi che stato non ti
    sarebbe bisogno: e il ristoro  cotale che io intendo con  questa  mia
    compagna insieme destinar teco dimesticamente stamane.
    Alla qual Federigo umilmente rispose:
    -  Madonna,  niun danno mi ricorda mai avere ricevuto per voi ma tanto
    di bene che,  se io mai alcuna cosa valsi,  per lo vostro valore e per
    l'amore che portato v'ho adivenne.  E per certo questa vostra liberale
    venuta m' troppo pi cara che non sarebbe se da capo mi fosse dato da
    spendere quanto per adietro ho gi speso, come che a povero oste siate
    venuta.
    E cos detto,  vergognosamente dentro alla sua casa la ricevette e  di
    quella  nel  suo giardino la condusse,  e quivi non avendo a cui farle
    tenere compagnia a altrui, disse:
    - Madonna, poi cha |qŃEql+0 3:7-++ݦ++-- vv                                          -ݦ   Ӹ{zxx7{;{{}y p@v+[
-0@+-  O++2? 	  	 	 ߃        	 	߃ 	⃃     	   ndosi di che
    potere onorar la donna,  per amor della quale egli gi infiniti uomini
    onorati  avea,  il f ravedere.  E oltre modo angoscioso,  seco stesso
    maledicendo la sua fortuna, come uomo che fuor di s fosse or qua e or
    l trascorrendo, n denari n pegno trovandosi,  essendo l'ora tarda e
    il disiderio grande di pure onorar d'alcuna cosa la gentil donna e non
    volendo,  non  che  altrui,  ma il lavorator suo stesso richiedere gli
    corse agli occhi il suo buon falcone,  il quale nella sua saletta vide
    sopra la stanga per che,  non avendo a che altro ricorrere,  presolo e
    trovatolo grasso,  pens lui esser degna vivanda  di  cotal  donna.  E
    per,  senza pi pensare,  tiratogli il collo, a una sua fanticella il
    f prestamente, pelato e acconcio,  mettere in uno schedone e arrostir
    diligentemente;  e  messa  la tavola con tovaglie bianchissime,  delle
    quali alcuna ancora avea,  con lieto viso ritorn alla donna  nel  suo
    giardino  e  il  desinare,  che  per  lui  far si potea,  disse essere
    apparecchiato.
    Laonde la donna con la sua compagna  levatasi  andarono  a  tavola  e,
    senza  saper  che si mangiassero,  insieme con Federigo,  il quale con
    somma fede le serviva, mangiarono il buon falcone.  E levate da tavola
    e  alquanto con piacevoli ragionamenti con lui dimorate,  parendo alla
    donna tempo di dire quello per che andata era, cos benignamente verso
    Federigo cominci a parlare:
    - Federigo,  ricordandoti tu della tua  preterita  vita  e  della  mia
    onest,  la quale per avventura tu hai reputata durezza e crudelt, io
    non  dubito  punto  che  tu  non  ti  debbi  maravigliare  della   mia
    presunzione sentendo quello per che principalmente qui venuta sono; ma
    se figliuoli avessi o avessi avuti,  per li quali potessi conoscere di
    quanta forza sia l'amor che lor si porta,  mi parrebbe esser certa che
    in parte m'avresti per iscusata.
    Ma come che tu non n'abbia,  io che n'ho uno,  non posso per le leggi
    comuni d'altre madri fuggire;  le cui forze  seguir  convenendomi,  mi
    conviene,  oltre al piacer mio e oltre a ogni convenevolezza e dovere,
    chiederti un dono il quale io so che sommamente t' caro: e  ragione,
    per  ci  che  niuno  altro  diletto,   niuno  altro  diporto,   niuna
    consolazione  lasciata t'ha la sua strema fortuna,  e questo dono  il
    falcon tuo, del quale il fanciul mio  s forte invaghito, che,  se io
    non  gliene porto,  io temo che egli non aggravi tanto nella infermit
    la quale ha, che poi ne segua cosa per la quale io il perda. E per ci
    ti priego,  non per l'amore che tu mi porti,  al quale tu di niente s
    tenuto,  ma per la tua nobilt, la quale in usar cortesia s' maggiore
    che in alcuno altro mostrata, che ti debba piacere di donarlomi, acci
    che io per questo dono possa dire d'avere  ritenuto  in  vita  il  mio
    figliuolo e per quello averloti sempre obligato.
    Federigo, udendo ci che la donna adomandava e sentendo che servir non
    ne la potea per ci che mangiar gliele avea dato, cominci in presenza
    di  lei a piagnere anzi che alcuna parola risponder potesse.  Il quale
    pianto la donna prima credette che da dolore di dover da s di partire
    il buon falcone divenisse pi che d'altro, e quasi fu per dire che nol
    volesse;  ma pur sostenutasi,  aspett dopo il pianto la  risposta  di
    Federigo, il qual cos disse:
    - Madonna poscia che a Dio piacque che io in voi ponessi il mio amore,
    in  assai  cose  m'ho  reputata  la  fortuna  contraria e sonmi di lei
    doluto;  ma tutte sono state leggieri a rispetto di quello che ella mi
    fa  al presente,  di che io mai pace con lei aver non debbo,  pensando
    che voi qui alla mia povera casa venuta siete, dove,  mentre che ricca
    fu,  venir non degnaste, e da me un picciol don vogliate, e ella abbia
    s fatto,  che io donar nol vi possa: e perch questo esser non  possa
    vi dir brievemente.
    Come io udii che voi,  la vostra merc,  meco desinar volavate, avendo
    riguardo alla vostra eccellenzia e al vostro valore,  reputai degna  e
    convenevole  cosa  che con pi cara vivanda secondo la mia possibilit
    io vi dovessi onorare,  che con quelle che  generalmente  per  l'altre
    persone  s'usano: per che,  ricordandomi del falcon che mi domandate e
    della sua bont,  degno cibo da  voi  il  reputai,  e  questa  mattina
    arrostito  l'avete avuto in sul tagliere,  il quale io per ottimamente
    allogato avea;  ma vedendo ora che in altra maniera  il  disideravate,
    m' s gran duolo che servire non ve ne posso,  che mai pace non me ne
    credo dare.
    E questo detto,  le penne e i piedi e 'l becco le fe'in  testimonianza
    di ci gittare davanti.  La qual cosa la donna vedendo e udendo, prima
    il biasim d'aver per dar mangiare a una femina ucciso un tal falcone,
    e poi la grandezza dell'animo suo, la quale la povert non avea potuto
    n potea rintuzzare, molto seco medesima commend.  Poi,  rimasa fuori
    dalla  speranza  d'avere  il  falcone  e  per  quello della salute del
    figliuolo entrata in forse, tutta malinconosa si dipart e tornossi al
    figliuolo. Il quale,  o per malinconia che il falcone aver non potea o
    per  la  'nfermit  che  pure  a  ci  il  dovesse aver condotto,  non
    trapassar molti giorni che egli con grandissimo dolor della  madre  di
    questa vita pass.
    La quale,  poi che piena di lagrime e d'amaritudine fu stata alquanto,
    essendo rimasa ricchissima e ancora giovane,  pi volte fu d fratelli
    costretta  a rimaritarsi.  La quale,  come che voluto non avesse,  pur
    veggendosi infestare,  ricordatasi del valore di Federigo e della  sua
    magnificenzia  ultima,  cio  d'avere ucciso un cos fatto falcone per
    onorarla, disse a' fratelli:
    - Io volentieri, quando vi piacesse, mi starei;  ma se a voi pur piace
    che  io marito prenda,  per certo io non ne prender mai alcuno altro,
    se io non ho Federigo degli Alberighi.
    Alla quale i fratelli, faccendosi beffe di lei, dissero:
    - Sciocca,  che  ci che tu d?  come vuoi tu lui che non ha cosa  al
    mondo?
    A'quali ella rispose:
    -  Fratelli  miei,  io so bene che cos  come voi dite,  ma io voglio
    avanti uomo che abbia bisogno di ricchezza  che  ricchezza  che  abbia
    bisogno d'uomo.
    Li  fratelli,  udendo  l'animo  di lei e conoscendo Federigo da molto,
    quantunque povero fosse,  s come ella volle,  lei con  tutte  le  sue
    ricchezze  gli donarono.  Il quale cos fatta donna e cui egli cotanto
    amata avea per moglie vedendosi, e oltre a ci ricchissima, in letizia
    con lei, miglior massaio fatto, termin gli anni suoi.









    Giornata quinta - Novella decima.

    Pietro di Vinciolo va a cenare altrove;  la donna sua si fa venire  un
    garzone;  torna  Pietro;  ella  il  nasconde sotto una cesta da polli;
    Pietro dice essere stato trovato in casa d'Ercolano,  con cui  cenava,
    un   giovane  messovi  dalla  moglie;   la  donna  biasima  la  moglie
    d'Ercolano;  uno asino per isciagura pon piede in su le dita di  colui
    che era sotto la cesta;  egli grida;  Pietro corre l, vedelo cognosce
    lo 'nganno della moglie con la quale ultimamente rimane  in  concordia
    per la sua tristezza.

    Il  ragionare  della  reina era al suo fine venuto,  essendo lodato da
    tutti Iddio che degnamente avea guiderdonato Federigo,  quando Dioneo,
    che mai comandamento non aspettava, incominci.
    Io  non  so  s'io  mi dica che sia accidental vizio e per malvagit di
    costumi n mortali sopravenuto,  o se pure  della natura peccato,  il
    rider  pi  tosto  delle  cattive  cose  che  delle  buone  opere,   e
    spezialmente quando quelle cotali a noi non pertengono.  E per ci che
    la fatica,  la quale altra volta ho impresa e ora son per pigliare,  a
    niuno altro fine riguarda se non a dovervi torre malinconia,  e riso e
    allegrezza porgervi, quantunque la materia della mia seguente novella,
    innamorate giovani, sia in parte meno che onesta, per che diletto pu
    porgere, ve la pur dir; e voi, ascoltandola, quello ne fate che usate
    siete  di  fare quando n giardini entrate,  che,  distesa la dilicata
    mano,  cogliete le rose e lasciate le  spine  stare;  il  che  farete,
    lasciando  il  cattivo  uomo  con  la  mala  ventura  stare con la sua
    disonest,  e liete riderete degli amorosi inganni  della  sua  donna,
    compassione avendo all'altrui sciagure, dove bisogna.
    Fu  in  Perugia,  non    ancora  molto  tempo passato,  un ricco uomo
    chiamato Pietro di Vinciolo, il quale,  forse pi per ingannare altrui
    e diminuire la generale oppinion di lui avuta da tutti i perugini, che
    per vaghezza che egli n'avesse, prese moglie; e fu la fortuna conforme
    al suo appetito in questo modo,  che la moglie la quale egli prese era
    un giovane compressa, di pelo rosso e accesa,  la quale due mariti pi
    tosto  che uno avrebbe voluti,  l dove ella s'avvenne a uno che molto
    pi ad altro che a lei l'animo avea disposto.
    Il che ella in processo di tempo  conoscendo,  e  veggendosi  bella  e
    fresca,  e sentendosi gagliarda e poderosa, prima se ne cominci forte
    a turbare e ad averne col marito di  sconce  parole  alcuna  volta,  e
    quasi continuo mala vita;  poi,  veggendo che questo, suo consumamento
    pi tosto che ammendamento della cattivit del marito potrebbe essere,
    seco stessa disse: - Questo dolente abbandona me,  per volere  con  le
    sue  disonest  andare in zoccoli per l'asciutto,  e io m'ingegner di
    portare altrui in nave per lo  piovoso.  Io  il  presi  per  marito  e
    diedigli grande e buona dota,  sappiendo che egli era uomo e credendol
    vago di quello che sono e deono esser vaghi gli uomini;  e se  io  non
    avessi creduto ch' fosse stato uomo,  io non lo avrei mai preso. Egli
    che sapeva che io era femina,  perch per moglie  mi  prendeva  se  le
    femine  contro all'animo gli erano?  Questo non  da sofferire.  Se io
    non avessi voluto essere  al  mondo,  io  mi  sarei  fatta  monaca;  e
    volendoci  essere,  come  io voglio e sono,  se io aspetter diletto o
    piacere  di  costui,   io  potr  per  avventura   invano   aspettando
    invecchiare,  e quando io sar vecchia, ravvedendomi, indarno mi dorr
    d'avere la mia giovinezza perduta,  alla qual dover consolare m' egli
    assai  buono  maestro  e dimostratore in farmi dilettare di quello che
    egli si diletta; il qual diletto fia a me laudevole,  dove biasimevole
     forte a lui;  io offender le leggi sole, dove egli offende le leggi
    e la natura -.
    Avendo adunque la buona donna cos fatto pensiero avuto,  e forse  pi
    d'una volta, per dare segretamente a ci effetto, si dimestic con una
    vecchia,  che pareva pur santa Verdiana che d beccare alle serpi;  la
    quale sempre co' paternostri in mano andava ad ogni perdonanza, n mai
    d'altro che della vita de' Santi Padri ragionava e delle piaghe di san
    Francesco,  e quasi da tutti era tenuta una santa.  E quando tempo  le
    parve,  l'aperse  la  sua  intenzion  compiutamente;  a cui la vecchia
    disse:
    - Figliuola mia,  sallo Iddio che sa tutte le cose,  che tu molto  ben
    fai; e quando per niuna altra cosa il facessi, s 'I dovresti far tu e
    ciascuna  giovane  per  non  perdere il tempo della vostra giovinezza,
    perci che niun dolore  pari a quello,  a chi conoscimento ha,  che 
    d'avere  il  tempo perduto.  E da che diavol siam noi poi,  quando noi
    siam vecchie,  se non da guardare la cenere intorno  al  focolare?  Se
    niuna il sa o ne pu rendere testimonianza, io sono una di quelle; che
    ora  che  vecchia sono,  non senza grandissime e amare punture d'animo
    conosco,  e senza pro,  il tempo che andar lasciai;  e bench  io  nol
    perdessi  tutto (ch non vorrei che tu credessi che io fossi stata una
    milensa),  io pur non feci ci  che  io  avrei  potuto  fare;  di  che
    quand'io  mi  ricordo,  veggendomi  fatta  come  tu  mi vedi,  che non
    troverrei chi mi desse fuoco a cencio, Dio il sa che dolore io sento.
    Degli uomini non avvien cos: essi nascon buoni a mille cose, non pure
    a questa, e la maggior parte sono da molto pi vecchi che giovani;  ma
    le  femine a niuna altra cosa che a far questo e figliuoli ci nascono,
    e per questo son tenute care. E se tu non te ne avvedessi ad altro, s
    te ne dei tu avvedere a questo,  che noi siam sempre  apparecchiate  a
    ci,  che  degli  uomini  non  avviene;  e  oltre  a questo una femina
    stancherebbe molti uomini,  dove molti uomini non possono  una  femina
    stancare.  E  per  ci che a questo siam nate,  da capo ti dico che tu
    farai molto bene a rendere al marito tuo  pan  per  focaccia,  s  che
    l'anima tua non abbia in vecchiezza che rimproverare alle carni.
    Di   questo   mondo  ha  ciascun  tanto  quanto  egli  se  ne  toglie,
    spezialmente le femine,  alle quali si conviene troppo pi d'adoperare
    il tempo quando l'hanno,  che agli uomini, per ci che tu puoi vedere,
    quando c'invecchiamo,  n marito n  altri  ci  vuol  vedere  anzi  ci
    cacciano  in  cucina a dir delle favole con la gatta,  e a noverare le
    pentole e le scodelle;  e peggio,  che noi siamo messe  in  canzone  e
    dicono:   -   Alle  giovani  i  buon  bocconi,   e  alle  vecchie  gli
    stranguglioni -: e altre lor cose assai ancora dicono.
    E acci che io non ti tenga pi in parole,  ti dico infino ad ora  che
    tu  non  potevi a persona del mondo scoprire l'animo tuo che pi utile
    ti fosse di me;  per ci che egli non  alcun s forbito,  al quale io
    non ardisca di dire ci che bisogna,  n s duro o zotico,  che io non
    ammorbidisca bene e rechilo a ci che io vorr.  Fa  pure  che  tu  mi
    mostri qual ti piace,  e lascia poi fare a me; ma una cosa ti ricordo,
    figliuola mia,  che io ti sia raccomandata,  per ci che io son povera
    persona,  e  io  voglio infino ad ora che tu sii partefice di tutte le
    mie perdonanze e di quanti paternostri io dir,  acci che  Iddio  gli
    faccia lume e candela a' morti tuoi -; e fece fine.
    Rimase  adunque  la giovane in questa concordia colla vecchia,  che se
    veduto le venisse un giovinetto,  il quale per quella  contrada  molto
    spesso  passava,  del  quale tutti i segni le disse,  che ella sapesse
    quello che avesse a fare; e datale un pezzo di carne salata,  la mand
    con Dio.
    La vecchia,  non passar molti d,  occultamente le mise colui,  di cui
    ella detto l'aveva,  in camera,  e ivi a poco tempo un altro,  secondo
    che  alla giovane donna ne venivan piacendo,  la quale in cosa che far
    potesse intorno a ci,  sempre del marito temendo,  non ne lasciava  a
    far tratto.
    Avvenne  che,  dovendo  una  sera  andare  a cena il marito con un suo
    amico,  il quale aveva nome Ercolano,  la giovane impose alla  vecchia
    che  facesse venire a lei un garzone,  che era de' pi belli e de' pi
    piacevoli di Perugia; la quale prestamente cos fece.  Ed essendosi la
    donna  col  giovane  posti a tavola per cenare,  ed ecco Pietro chiam
    all'uscio che aperto gli fosse.
    La donna, questo sentendo, si tenne morta;  ma pur volendo,  se potuto
    avesse,  celare  il giovane,  non avendo accorgimento di mandarlo o di
    farlo nascondere in altra parte,  essendo una sua loggetta vicina alla
    camera nella quale cenavano,  sotto una cesta da polli,  che v'era, il
    fece ricoverare,  e gittovvi suso un pannaccio d'un saccone che  aveva
    fatto il d votare; e questo fatto, prestamente fece aprire al marito.
    Al quale entrato in casa ella disse:
    - Molto tosto l'avete voi trangugiata questa cena.
    Pietro rispose:
    - Non l'abbiam noi assaggiata.
    - E come  stato cos? - disse la donna.
    Pietro allora disse:
    - Dirolti: essendo noi gi posti a tavola Ercolano e la moglie e io, e
    noi sentimmo presso di noi starnutire, di che noi n la prima volta n
    la seconda ce ne curammo;  ma quegli che starnutito avea,  starnutendo
    ancora la terza volta e la quarta e la quinta e molte altre,  tutti ci
    fece maravigliare; di che Ercolano, che alquanto turbato con la moglie
    per  ci  che  gran pezza ci avea fatti stare all'uscio senza aprirci,
    quasi con furia disse: - Questo che vuol dire?  Chi  questi che  cos
    starnutisce?  -  e  levatosi  da  tavola and verso una scala la quale
    assai vicina v'era,  sotto la quale era un chiuso di tavole vicino  al
    pi  della scala,  da riporvi,  chi avesse voluto,  alcuna cosa,  come
    tutto d veggiamo che fanno far coloro che le lor case acconciano.
    E parendogli che di quindi venisse il suono dello starnuto,  aperse un
    usciuolo il qual v'era, e come aperto l'ebbe, subitamente n'usc fuori
    il  maggior  puzzo  di  solfo del mondo,  bench davanti,  essendocene
    venuto puzzo e rammaricaticene,  aveva detto la donna: -  Egli    che
    dianzi io imbiancai miei veli col solfo, e poi la tegghiuzza, sopra la
    quale  sparto  l'avea  perch  il fummo ricevessero,  io la misi sotto
    quella scala, s che ancora ne viene -. E poi che Ercolano aperto ebbe
    l'usciuolo e sfogato fu alquanto il puzzo, guardando dentro vide colui
    il quale starnutito avea e ancora starnutiva, a ci la forza del solfo
    strignendolo; e come che egli starnutisse, gli avea gi il solfo s il
    petto serrato,  che poco a stare avea che n starnutito n  altro  non
    avrebbe mai.
    Ercolano,  vedutolo,  grid: - Or veggio,  donna,  quello per c`eog	D
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--.nl-#$olano,  non  accorgendosi che la moglie si
    fuggia, pi volte disse a colui che starnutiva che egli uscisse fuori;
    ma quegli,  che gi pi non poteva,  per cosa che Ercolano dicesse non
    si  movea;  laonde  Ercolano,  presolo  per l'uno de' piedi,  nel tir
    fuori, e correva per un coltello per ucciderlo; ma io,  temendo per me
    medesimo  la  signoria,  levatomi,  non  lo lasciai uccidere n fargli
    alcun male,  anzi gridando e difendendolo,  fui cagione che quivi  de'
    vicini  trassero,  li quali,  preso il gi vinto giovane,  fuori della
    casa il portarono non so dove;  per  le  quali  cose  la  nostra  cena
    turbata,  io  non solamente non la ho trangugiata,  anzi non l'ho pure
    assaggiata, come io dissi.
    Udendo la donna queste cose,  conobbe che egli erano  dell'altre  cos
    savie  come  ella fosse,  quantunque talvolta sciagura ne cogliesse ad
    alcuna,  e volentieri avrebbe con parole la donna  d'Ercolano  difesa;
    ma,  per ci che col biasimare il fallo altrui le parve dovere a' suoi
    far pi libera via, cominci a dire:
    - Ecco belle cose;  ecco buona e santa donna che  costei  dee  essere;
    ecco fede d'onesta donna,  ch mi sarei confessata da lei, s spirital
    mi pareva! e peggio, che, essendo ella oggimai vecchia, d molto buono
    essemplo alle giovani.  Che maladetta sia l'ora  che  ella  nel  mondo
    venne, ed ella altress che viver si lascia, perfidissima e rea femina
    che  ella dee essere,  universal vergogna e vitupero di tutte le donne
    di questa terra;  la quale,  gittata via  la  sua  onest  e  la  fede
    promessa al suo marito e l'onor di questo mondo, lui, che  cos fatto
    uomo e cos onorevole cittadino,  e che cos bene la trattava,  per un
    altro uomo non s' vergognata di vituperare, e s medesima insieme con
    lui.  Se Dio mi salvi,  di cos fatte  femine  non  si  vorrebbe  aver
    misericordia; elle si vorrebbero occidere; elle si vorrebbon vive vive
    mettere nel fuoco e farne cenere.
    Poi,  del  suo amico ricordandosi,  il quale ella sotto la cesta assai
    presso di quivi aveva,  cominci a confortare Pietro che s'andasse  al
    letto, per ci che tempo n'era.
    Pietro, che maggior voglia aveva di mangiare che di dormire, domandava
    pur se da cena cosa alcuna vi fosse.
    A cui la donna rispondeva:
    - S,  da cena ci ha!  Noi siamo molto usate di far da cena, quando tu
    non ci s!  S,  che io sono la moglie d'Ercolano!  Deh che  non  vai?
    Dormi per istasera: quanto farai meglio!
    Avvenne  che,  essendo  la  sera certi lavoratori di Pietro venuti con
    certe cose dalla villa,  e avendo messi gli asini loro,  senza dar lor
    bere,  in una stalletta la quale allato alla loggetta era,  l'un degli
    asini che grandissima sete avea,  tratto il  capo  del  capestro,  era
    uscito  della stalla,  e ogni cosa andava fiutando,  se forse trovasse
    dell'acqua;  e cos andando s'avvenne per me la cesta sotto  la  quale
    era il giovinetto.
    Il quale avendo,  per ci che carpone gli conveniva stare, alquanto le
    dita dell'una mano stese in terra fuor della cesta,  tanta fu  la  sua
    ventura,  o sciagura che vogliam dire, che questo asino ve gli pose su
    piede; laonde egli, grandissimo dolor sentendo, mise un grande strido.
    Il quale udendo Pietro si maravigli, e avvidesi ci esser dentro alla
    casa;  per  che,  uscito  della  camera,   e  sentendo  ancora  costui
    rammaricarsi,  non  avendogli  ancora l'asino levato il pi d'in su le
    dita,  ma premendol tuttavia forte,  disse: -Chi  l?  - e corso alla
    cesta,  e quella levata, vide il giovinetto, il quale, oltre al dolore
    avuto delle dita premute dal pi dell'asino,  tutto di  paura  tremava
    che Pietro alcun male non gli facesse.
    Il  quale  essendo da Pietro riconosciuto,  s come colui a cui Pietro
    per la sua cattivit era andato  lungamente  dietro,  essendo  da  lui
    domandato  - che fai tu qui?  - niente a ci gli rispose,  ma pregollo
    che per l'amor di Dio non gli dovesse far male.
    A cui Pietro disse:
    - Leva su, non dubitare che io alcun mal ti faccia, ma dimmi,  come tu
    s qui e perch?
    Il  giovinetto  gli  disse ogni cosa.  Il qual Pietro,  non meno lieto
    d'averlo trovato che la sua donna dolente, presolo per mano,  con seco
    nel  men  nella  camera nella quale la donna con la maggior paura del
    mondo l'aspettava; alla quale Pietro postosi a seder dirimpetto disse:
    - Or tu maladicevi cos test la moglie d'Ercolano e dicevi che  arder
    si  vorrebbe  e che ella era vergogna di tutte voi: come non dicevi di
    te medesima? O, se di te dir non volevi,  come ti sofferiva l'animo di
    dir  di lei,  sentendoti quel medesimo aver fatto che ella fatto avea?
    Certo niuna altra cosa vi ti induceva, se non che voi siete tutte cos
    fatte,  e con l'altrui colpe guatate di ricoprire i vostri falli;  che
    venir  possa  fuoco da cielo che tutte v'arda,  generazion pessima che
    voi siete.
    La donna,  veggendo che nella prima giunta altro male  che  di  parole
    fatto non l'avea, e parendole conoscere lui tutto gogolare per ci che
    per man tenea un cos bel giovinetto, prese cuore e disse:
    - Io ne son molto certa che tu vorresti che fuoco venisse da cielo che
    tutte  ci  ardesse,  s come colui che s cos vago di noi come il can
    delle mazze;  ma alla croce  di  Dio  egli  non  ti  verr  fatto.  Ma
    volentieri  farei un poco ragione con essoteco per sapere di che tu ti
    ramarichi;  e certo io starei pur bene se tu alla moglie d'Ercolano mi
    volessi agguagliare, la quale  una vecchia picchiapetto spigolistra e
    ha da lui ci che ella vuole,  e tienla cara come si dee tener moglie,
    il che a me non avviene. Ch, posto che io sia da te ben vestita e ben
    calzata,  tu sai bene come io sto d'altro e quanto tempo egli  che tu
    non  giacesti  con meco;  e io vorrei innanzi andar con gli stracci in
    dosso e scalza ed esser ben trattata da te nel letto,  che aver  tutte
    queste  cose,  trattandomi  come  tu  mi tratti.  E intendi sanamente,
    Pietro,  che io son femina come l'altre,  e  ho  voglia  di  quel  che
    l'altre;  s che,  perch io me ne procacci, non avendone da te, non 
    da dirmene male; almeno ti fo io cotanto d'onore,  che io non mi pongo
    n con ragazzi n con tignosi.
    Pietro s'avvide che le parole non erano per venir meno in tutta notte;
    per che, come colui che poco di lei si curava, disse:
    - Or non pi,  donna;  di questo ti contenter io bene;  farai tu gran
    cortesia di far che noi abbiamo da cena qualche cosa: ch mi pare  che
    questo garzone, altress ben com'io, non abbia ancor cenato.
    -  Certo  no,  -  disse  la donna - che egli non ha ancor cenato,  ch
    quando tu nella tua mala ora venisti,  ci ponavam  noi  a  tavola  per
    cenare.
    -  Or  va dunque,  - disse Pietro - fa che noi ceniamo,  e appresso io
    disporr di questa cosa in guisa che tu non t'avrai che ramaricare.
    La donna levata su,  udendo  il  marito  contento,  prestamente  fatta
    rimetter la tavola,  fece venir la cena la quale apparecchiata avea, e
    insieme col suo cattivo marito e col giovane lietamente cen.
    Dopo la cena, quello che Pietro si divisasse a sodisfacimento di tutti
    e tre, m' uscito di mente.  So io ben cotanto che la mattina vegnente
    infino  in su la piazza fu il giovane,  non assai certo qual pi stato
    si fosse la notte o moglie o marito, accompagnato. Per che cos vi vo'
    dire, donne mie care,  che chi te la fa,  fagliele;  e se tu non puoi,
    tienloti  a mente fin che tu possa,  acci che quale asin d in parete
    tal riceva.









    Giornata quinta - Conclusione.

    Essendo adunque la novella di Dioneo finita,  meno per vergogna  dalle
    donne risa che per poco diletto, e la reina conoscendo che il fine del
    suo reggimento era venuto,  levatasi in pi e trattasi la corona dello
    alloro, quella piacevolmente mise in capo ad Elissa, dicendole:
    - A voi, madonna, sta omai il comandare.
    Elissa, ricevuto l'onore,  s come per addietro era stato fatto,  cos
    fece  ella;  ch  dato  col  siniscalco primieramente ordine a ci che
    bisogno facea per lo tempo della sua signoria, con contentamento della
    brigata disse:
    - Noi abbiamo gi molte volte udito che con be' motti e  con  risposte
    pronte  o  con  avvedimenti  presti  molti hanno gi saputo con debito
    morso rintuzzare gli altrui denti o i sopravegnenti  pericoli  cacciar
    via;  e per ci che la materia  bella, e pu essere utile, voglio che
    domane, con l'aiuto di Dio,  infra questi termini si ragioni,  cio di
    chi,  con  alcuno leggiadro motto tentato,  si riscosse,  o con pronta
    risposta o avvedimento fugg perdita, pericolo o scorno.
    Questo fu commendato molto da  tutti;  per  la  qual  cosa  la  reina,
    levatasi in pi, loro tutti infino all'ora della cena licenzi.
    L'onesta  brigata,  vedendo  la  reina  levata,  tutta si dirizz,  e,
    secondo il modo usato,  ciascuno a quello che pi diletto gli  era  si
    diede.  Ma  essendo  gi  di cantare le cicale ristate,  fatto ogn'uom
    richiamare,  a cena andarono;  la quale con  lieta  festa  fornita,  a
    cantare  e  a  sonare tutti si diedero E avendo gi,  con volere della
    reina, Emilia una danza presa,  a Dioneo fu comandato che cantasse una
    canzone;  il  quale  prestamente  cominci: "Monna Aldruda,  levate la
    coda, ch buone novelle vi reco". Di che tutte le donne cominciarono a
    ridere,  e massimamente la reina,  la quale  gli  comand  che  quella
    lasciasse e dicessene un'altra.
    Disse Dioneo:
    - Madonna,  se io avessi cembalo,  io direi: "Alzatevi i panni,  monna
    Lapa";  o "Sotto l'ulivello  l'erba";  o voleste voi che io  dicessi:
    "L'onda del mare mi fa s gran male"?  ma io non ho cembalo, e per ci
    vedete voi qual voi volete di queste altre. Piacerebbevi: "Escici fuor
    che sia tagliato, com'un maio in su la campagna"?
    Disse la reina:
    - No, dinne un'altra.
    - Dunque,  - disse Dioneo - dir io;  "Monna Simona imbotta imbotta  
    non  del mese d'ottobre".
    La reina ridendo disse:
    - Deh in mal'ora,  dinne una bella,  se tu vogli,  ch noi non vogliam
    cotesta.
    Disse Dioneo:
    - No, madonna,  non ve ne fate male;  pur qual pi vi piace?  Io ne so
    pi di mille. O volete: "Questo mio nicchio s'io nol picchio"; o, "Deh
    fa' pian, marito mio"; o, "Io mi comperai un gallo delle lire cento".
    La  reina allora un poco turbata,  quantunque tutte l'altre ridessero,
    disse:
    - Dioneo,  lascia il motteggiare,  e dinne una bella;  e  se  non,  tu
    potresti provare come io mi so adirare.
    Dioneo,  udendo questo, lasciate star le ciance, presta mente in cotal
    guisa cominci a cantare:

    Amor, la vaga luce,
    che move d begli occhi di costei,
    servo m'ha fatto di te e di lei.

    Mosse d suoi begli occhi lo splendore,
    che pria la fiamma tua nel cor m'accese,
    per li miei trapassando;
    e quanto fosse grande il tuo valore,
    il bel viso di lei mi f palese;
    il quale immaginando,
    mi sentii gir legando
    ogni virt e sottoporla a lei,
    fatta nuova cagion de' sospir miei.

    Cos de' tuoi adunque divenuto
    son, signor caro, e ubbidiente aspetto
    dal tuo poter merzede;
    ma non so ben se 'ntero  conosciuto
    l'alto disio che messo m'hai nel petto,
    n la mia intera fede,
    da costei che possiede
    s la mia mente, che io non torrei
    pace, fuor che da essa, n vorrei.

    Per ch'io ti priego, dolce signor mio,
    che gliel dimostri, e faccile sentire
    alquanto del tuo foco
    in servigio di me, ch vedi ch'io
    gi mi consumo amando, e nel martire
    mi sfaccio a poco a poco;
    e poi, quando fia loco,
    me raccomanda a lei, come tu dei,
    ch teco a farlo volentier verrei.

    Da poi che Dioneo, tacendo,  mostr la sua canzone esser finita,  fece
    la  reina  assai  dell'altre  dire,  avendo nondimeno commendata molto
    quella di Dioneo. Ma, poi che alquanto della notte fu trapassata, e la
    reina sentendo gi il caldo del d esser vinto dalla freschezza  della
    notte,  comand  che  ciascuno  infino  al  d  seguente a suo piacere
    s'andasse a riposare.


    Finisce la quinta giornata del Decameron.
