EDOUARD BOBROWSKI.

SAVONAROLA, IL SANTO MALEDETTO DI FIRENZE.
La primavera toscana  una delle pi belle stagioni che si possano immaginare. E
la Firenze del Rinascimento sa valorizzare tutto ci che  bello. In questo mese
di maggio del 1489, nei giardini del palazzo dei Medici ci sono pi fiori, pi
odori, pi riflessi di luce che giocano tra i ricami dell'architettura
fiorentina che in nessun'altra stagione mai.
Tra quei giardini ci sono due uomini che si potrebbero prendere per padre e
figlio se l'uno, quarantenne, non fosse cos brutto, scimmiesco, dicono alcuni,
e l'altro, ventenne, cos bello da somigliare a quelle statue di Apollo che
Firenze ha copiato dagli antichi Greci quasi per opporle all'austerit dei primi
secoli cristiani.
Tra di loro non c' nessun legame di parentela, ma neppure nessun legame
equivoco, sebbene la Firenze del XV secolo sia diventata la capitale
dell'omosessualit, Moderna Sodoma, contro la quale inveiscono alcuni
predicatori che nessuno ascolta. Tra Lorenzo de' Medici, detto il Magnifico, e
il conte Giovanni Pico della Mirandola, ogni affinit, ogni affetto, e
quest'ultimo veramente grande,  puramente spirituale.
Sono oramai vent'anni che Lorenzo regna su Firenze. Egli regna di fatto. Nessuna
legge umana o divina ha imposto questo fastoso dittatore ai suoi centomila
sudditi, la cui intelligenza, il cui spirito, la cui raffinatezza cos come la
furbizia e lo scetticismo, sono ormai famosi. Ed  perch ha saputo mostrarsi
magnifico, che Lorenzo ha potuto conservare lo scettro, fatto di ricchezza e di
intelligenza, che suo nonno Cosimo aveva saputo consolidare sessant'anni prima.
Questo favoloso banchiere, che alcuni storici del XX secolo chiameranno il
Rothschild del Rinascimento, aveva conquistato il potere assoluto fingendo di
essere un cittadino rispettoso della complessa costituzione della Repubblica di
Firenze, un cittadino come gli altri. Egli aveva saputo instaurare in questa
citt, il cui governo ufficiale cambiava regolarmente ogni due mesi, una
dinastia onnipotente, quella dei Medici. Aveva soggiogato i suoi avversari con
il denaro, con l'esilio, con le esecuzioni, con la repressione. Il suo motto
era: E' meglio una citt devastata che una citt perduta. Aveva esiliato o
distrutto le altre famiglie della grande borghesia fiorentina che non riusciva a
legare a s; aveva raccolto sotto di s la massa dei piccoli mercanti e degli
artigiani, facendo leva sull'amore dei Fiorentini per le glorie della loro
citt, per gli spettacoli e per i piaceri. Ma egli non soltanto era diventato il
banchiere di tutta Europa, ma soprattutto il mecenate d'Italia: sotto il suo
regno, infatti, era stata fondata a Firenze la prima biblioteca pubblica, aveva
avuto luogo la prima riunione della Accademia platoniana, vi avevano lavorato
Donatello e Brunelleschi. Era morto a settantacinque anni, mentre ascoltava il
filosofo Marsilio Ficino che gli leggeva Senocrate...
Suo figlio Piero, il padre di Lorenzo, aveva trascurato gli affari, ma era stato
ancora pi munifico di Cosimo in campo artistico e intellettuale. Aveva
ereditato comunque il talento politico di suo padre: infatti, facendo appello al
popolo, aveva mandato in esilio le famiglie che volevano contrastarlo,
soprattutto i Pitti, che avevano creduto possibile rimettere in discussione la
dittatura medicea. Si era alleato con il re di Francia (i Fiorentini avevano in
pugno praticamente tutte le finanze francesi) e aveva aggiunto i gigli d'oro
allo stemma della famiglia.
Malato, quasi paralizzato dalla gotta e dai reumatismi, Piero de' Medici era ben
consapevole che avrebbe dovuto passare presto il potere al figlio maggiore,
Lorenzo, la cui intelligenza era pari a quella di Cosimo e di Piero, che fin
dall'et di 18 anni, aveva completato la sua formazione alle corti principesche
d'Italia e che, qualche mese prima della morte di suo padre, nel 1469, aveva
sposato la figlia di un grande principe romano: Clarice Orsini. La dinastia
medicea, che si diceva uscita dalla bottega di un farmacista, aveva acquistato
cos del sangue blu.
Sforzati di essere saggio come un vecchio, aveva detto Piero a Lorenzo prima di
morire, comportati da uomo e non da ragazzo!
Da vent'anni ormai Lorenzo metteva in pratica questo consiglio. Egli aveva
conservato l'apparenza di un governo repubblicano; nessun titolo ufficiale gli
spettava dei molti di cui era ricca l'organizzazione statale della democrazia
borghese fiorentina. Ma tutta questa organizzazione era sotto il suo controllo.
A Palazzo Vecchio, centro dell'amministrazione suprema, sedevano i diversi
consigli della citt: deliberavano, votavano, si avvicendavano ogni due mesi,
cos come voleva la costituzione. Erano costoro i Signori della citt e Signoria
si diceva il loro sistema di governo; ma il vero capo, anche se qualche volta
compariva a Palazzo Vecchio, risiedeva in via Larga, nel palazzo dei Medici, o
in una delle ville di campagna: a Careggi, a Cafaggiolo o a Caiano.
Lorenzo  grande, massiccio. Non  bello; il suo viso sembra tagliato a colpi
d'accetta da un maldestro boscaiolo. E' miope, privo dell'olfatto; gli piace
cantare, ma canta molto male. A prima vista lo si direbbe un uomo rozzo. Ma non
 la sua potenza n il suo denaro che gli hanno procurato la fama di essere il
pi intelligente, il pi raffinato e il pi fiorentino dei fiorentini.
E' lui che ha fatto di Firenze l'avanguardia del rinascimento intellettuale e
artistico che si sviluppa in Italia. Tratta come un figlio un giovane scultore
di nome Michelangelo; toglie dalla miseria un giovane filosofo chiamato Angelo
Poliziano; nella scuola di scultura dei giardini di San Marco lavorano gli
allievi di Donatello; Ghirlandaio, Pollaiolo, Baldovenetti dipingono per lui...
Giovanni Pico della Mirandola  la gemma pi bella della corte intellettuale che
circonda il mecenate, e non solo in senso figurato. Si dice che quando egli
nacque, ventisei anni prima, si era vista per qualche istante una fiamma
brillare sulla sua testa. Questo avvenimento, che fu interpretato come una
manifestazione dello Spirito Santo, fu considerato il segno di un destino
particolarmente favorevole.
Infatti il piccolo nobile divent un bambino prodigio. A sedici anni aveva gi
fatto i suoi studi nelle pi famose universit d'Europa e soprattutto a Parigi e
a Bologna; aveva conquistato la fama di dotto elaborando pi di novecento tesi
(cifra incredibile, ma, a quanto pare, autentica) e parlando correntemente la
maggior parte delle lingue europee. Rischiava costantemente di essere accusato
di eresia per la sua naturale inclinazione verso la speculazione filosofica e le
scienze metafisiche. In realt, la sua fede cattolica era molto profonda e la
sua vita privata era additata a modello di virt.
Lorenzo il Magnifico non poteva non nutrire una profonda amicizia verso un
essere cos eccezionale, la cui bellezza fisica, inoltre, era quasi leggendaria.
E' dunque a Firenze che il giovane conte studia l'arabo e l'ebraico, comincia a
interessarsi ai misteri della Cabala, affascinando con i suoi discorsi e le sue
tesi il capo della dinastia medicea. La sua vita  diventata ancora pi
esemplare e pia dopo una scappatella di giovent: si era trattato di
un'avventura con la vedova di un droghiere, moglie di un Medici di Arezzo.
Lorenzo aveva perdonato questo peccatuccio, che avrebbe potuto procurargli dei
guai, adducendo come motivo, inconfutabile nella Toscana della fine del XV
secolo, che un vero Medici non si sarebbe mai fatto ingannare da sua moglie!
Pico della Mirandola, dopo questo episodio, ancora pi convinto della vanit dei
piaceri mondani, si dedic ad approfondire gli argomenti religiosi e a
frequentarne gli ambienti; si rec assiduamente alle prediche e alle lezioni
tenute dai domenicani, nel convento di San Marco a Firenze o negli altri
conventi italiani. Fu cos che egli divenne un ammiratore, alcuni sostengono
addirittura un discepolo, e in ogni caso amico di uno strano monaco, il cui modo
di vivere, le cui prediche, i cui insegnamenti andavano in senso del tutto
contrario alle tendenze dominanti del Rinascimento. Questo monaco, la cui
importanza nell'ordine dei Domenicani continuava ad aumentare, era gi stato a
Firenze per due anni. Era lettore a San Marco e le sue lezioni avevano
profondamente impressionato il giovane conte.
In seguito, Giovanni Pico della Mirandola era andato a Roma, dove si era trovato
in dissidio con la censura pontificia, preoccupata per l'audacia delle sue idee,
ed era stato costretto a fuggire in Francia. Qui fu arrestato e rinchiuso nella
torre di Vincennes. Ma da un anno ormai egli  tornato a Firenze e ha ripreso il
suo posto nella corte del Magnifico.
Anche il monaco domenicano ha lasciato Firenze per andare a predicare a San
Gimignano, a Brescia e a Genova; ad insegnare al seminario generale dei
domenicani di Bologna e poi al convento di Santa Maria degli Angeli, a Ferrara,
sua citt natale. Si comincia a parlare molto di questo monaco in Italia: il suo
nome  Gerolamo Savonarola.
E' proprio di Savonarola che Pico della Mirandola parla con animazione
passeggiando con Lorenzo il Magnifico nei giardini di palazzo Medici in quel bel
pomeriggio primaverile del maggio 1489. Per Giovanni si tratta di un santo, di
un profeta: la sua anima trabocca di fede, la sua intelligenza analizza con
un'acutezza tutta nuova le sacre Scritture, la sua parola aspra e il suo
linguaggio rude, dal forte accento ferrarese, si innalzano come una barricata
contro la decadenza della Chiesa, contro il rilassamento dei costumi, la
rinascente ideologia pagana, la degenerazione che serpeggia sotto gli ori e le
sete, di questa Italia divisa in mille fazioni, sino nella stessa corte
vaticana. Bisogna che Lorenzo sia degno del suo nome di Magnifico, dice Pico
della Mirandola, e che inverta quella tendenza che sta portando nell'abisso la
sua citt. E' necessario far venire Savonarola a Firenze;  necessario che egli
predichi, che egli si scagli contro tutto ci che  marcio, che spazzi via
l'accademismo e le adulazioni dei predicatori di corte;  necessario che
Firenze, che  orgogliosa di avere tutto ci che  nuovo, originale,
intelligente e bello, abbia anche Savonarola.
Lorenzo  incerto. Egli sa bene che le fondamenta del suo potere stanno proprio
in ci che Savonarola denuncia e condanna: la corruzione, la tirannia, la
crudelt, persino l'assassinio. D'altra parte egli diffida di questi spiriti
forti, soprattutto quando fanno professione di sincera povert, quando sono
incorruttibili. Non aveva forse una volta espulso da Firenze un predicatore
troppo zelante che pretendeva di condannare gli abusi e i costumi della
Signoria? Si ricorda del resto che, al di fuori di una stretta cerchia di
specialisti che andavano ad ascoltare le lezioni di Savonarola a San Marco, il
successo del monaco durante il suo soggiorno nella citt era stato mediocre.
Anche le prediche di frate Gerolamo nel convento dei benedettini erano state
seguite da pochi: infatti il suo uditorio era costituito soprattutto dalle
murate, cio dalle suore di clausura. I suoi modi rudi, le sue continue
citazioni della Bibbia avevano stancato un pubblico abituato ad apprezzare i
discorsi raffinati ed eleganti dei predicatori di successo del Rinascimento.
Bisogna ora chiarire brevemente quale fosse il ruolo dei predicatori religiosi
alla fine del XV secolo. Oltre ai normali compiti di guidare e dirigere la
comunit dei fedeli, il predicatore svolge una duplice funzione: da una parte
risponde all'esigenza della folla di avere sempre delle vedettes da applaudire e
degli idoli da venerare; le sue prediche sono come degli spettacoli di gala che,
a seconda della celebrit del predicatore, chiese e citt si disputano pagando
spesso cifre notevoli. Non  raro, in questi tempi, vedere pi di diecimila
persone ascoltare una predica. La gente accorre per vedere lo spettacolo, per
provare emozioni, per esprimere pubblicamente i propri sentimenti. La folla
urla, singhiozza, si prostra davanti alle parole del predicatore che
costituiranno oggetto delle sue riflessioni.
D'altra parte, proprio a causa della loro popolarit, i predicatori del Medio
Evo e dell'inizio del Rinascimento, sono degli impareggiabili propagandisti
delle tendenze politiche o sociali. Fomentatori di disordini quando si scagliano
contro il potere o l'organizzazione della societ, sono altres dei preziosi
alleati del potere, quando ne abbracciano la causa.
Pico della Mirandola guarda con passione a tutto ci che  nuovo o
rivoluzionario e Lorenzo non gli  da meno:  la sua esperienza quotidiana di
mecenate. Ma Lorenzo  anche e soprattutto un uomo politico, un dittatore. Da
una parte vorrebbe offrire a Firenze questo nuovo idolo, ma dall'altra esita a
dargli in mano il pi efficace strumento di propaganda dei suoi tempi: i pulpiti
delle chiese.
Alla fine, I'eloquenza del giovane conte riesce a vincere i timori del capo di
Firenze. Lorenzo scrive al generale dei frati predicatori chiedendogli di
mandare frate Gerolamo da Ferrara... E, per sottolineare il fatto che far ci
per il suo amico Pico, gli dice: Per esaudire fedelmente la vostra richiesta,
prego Vostra Signoria di stendere la lettera nei termini che gli sembreranno pi
opportuni. Il mio cancelliere la copier e la sigiller con il mio marchio...
Questa conversazione nei giardini dei Medici, nel maggio 1489, segner il
destino dei tre personaggi, compreso l'assente. Nove anni dopo l'ultimo dei tre
morir: Gerolamo Savonarola brucer sul rogo in piazza della Signoria, lasciando
ai posteri uno degli enigmi pi oscuri della storia.
Ma passa ancora un anno prima che Gerolamo Savonarola incontri Lorenzo de'
Medici e Giovanni Pico della Mirandola. Un anno intero infatti trascorre prima
che la richiesta rivolta da Lorenzo de' Medici al generale dei domenicani
(richiesta che sembra piuttosto un ordine) sia accolta. E' necessario infatti
superare tutta una serie di formalit e, soprattutto, Savonarola ha numerosi
impegni a cui tener fede. Oggi si direbbe che aveva dei contratti da rispettare,
la realt  che egli era molto richiesto. All'inizio del 1490, tra Pavia e
Brescia, percorso che, come sempre, egli fa a piedi, frate Gerolamo risponde ad
una lettera di sua madre, rimasta vedova da poco, che dispera di poterlo avere
un po' pi a lungo presso di s: ...Ho sentito spesso dire a Ferrara, vedendo i
miei spostamenti di citt in citt, che il nostro ordine spreca troppi uomini.
Fuori dalla mia patria non ho sentito dire mai niente di simile; anzi, quando mi
vedono partire, uomini e donne piangono, dimostrando cos di apprezzare
moltissimo i miei discorsi...
E' solo nella primavera del 1490 che il monaco predicatore si mette in viaggio
per Firenze, percorrendo una strada arsa dal sole, stanco e pieno di polvere. Ma
fra Bologna e Firenze, quasi andasse incontro al suo destino, le forze lo
abbandonano e sviene. Uno sconosciuto lo solleva, lo cura e lo accompagna fino
alle porte della citt dei Medici. Qui, davanti all'orgogliosa citt che sembra
ostentare le sue ricchezze, lo sconosciuto, allontanandosi, gli dice: Fa' a
Firenze ci che Dio ti ha comandato di fare.
Luglio 1491. Savonarola predica a Firenze da ormai pi di un anno. Il suo
successo supera tutte le aspettative di Pico della Mirandola e tutti i timori di
Lorenzo. Le sue prediche sono terribili: denuncia le ingiustizie, la corruzione,
il marciume della Chiesa; accusa la corte di Roma dove, non bisogna
dimenticarlo, papa Innocenzo VIII riassume in s i poteri spirituali di capo
della cristianit e i poteri temporali di capo di uno dei pi importanti Stati
d'Italia. Denuncia il malcostume imperante a Firenze, gli abusi, la superiorit
del denaro sopra ogni altra cosa, la tirannia. Migliaia di Fiorentini accorrono
per sentire le sue prediche che sono ormai un avvenimento clamoroso nella vita
della citt.
Il mercoled di Pasqua, 6 aprile, ha tenuto una predica a Palazzo Vecchio,
davanti alla Signoria al gran completo. I notabili hanno ascoltato senza batter
ciglio le sferzanti parole rivolte loro da Savonarola. Brani del suo sermone
sono presto diffusi nella citt e il popolo di Firenze va in estasi. Frate
Gerolamo ha ormai assunto il soprannome di predicatore dei poveri.
Ma, anche se i signori di Palazzo Vecchio dimostrano un assoluto sangue freddo,
anche se lo stesso Lorenzo non prende alcun provvedimento, nonostante gli
anatemi lanciati da Savonarola contro la tirannia che soffoca la citt, un gran
fermento agita tutti i notabili.
Molti amici che agiscono per il suo bene, sono andati a trovare il frate nella
nuda cella di San Marco, dove vive di pane e acqua, dorme su un letto con una
sola ruvida coperta e dove lui stesso rattoppa un abito ormai completamente
liso. Tutti i consiglieri gli ripetono la stessa cosa: deve cambiare il tono e
anche i soggetti delle sue prediche; non deve pi attaccare le istituzioni e lo
Stato di Firenze e della Chiesa; deve smettere di profetizzare catastrofi e
calamit di fronte al suo uditorio che diventa sempre pi numeroso. Savonarola
si sente spesso ripetere, e soprattutto da alcuni che sono stati mandati a lui
dallo stesso dittatore, che la pazienza del Magnifico ha un limite e che avrebbe
anche potuto subire la stessa sorte di frate Bernardino da Feltre, cacciato da
Firenze nel 1488 per aver denunciato l'usura e i traffici finanziari dei potenti
della citt.
Di fronte a questi consigli frate Gerolamo  sconvolto, esita sul da farsi. Per
una domenica prepara una predica addolcita, ma quando si trova sul pulpito
scoppia in imprecazioni e annuncia al popolo terrorizzato che una voce
misteriosa, nella solitudine della sua cella, gli ha ordinato di proseguire
sulla via intrapresa. La sua predica  ancora pi drammatica delle precedenti.
Lorenzo non se la sentiva di prendere provvedimenti; ma questa volta non poteva
certo rimanere impassibile. Adott quindi, per cos dire, una soluzione
diplomatica: chiam a Firenze un altro famoso predicatore, il frate agostiniano
Mariano da Genazzano, perch, con le sue prediche, contraddicesse Savonarola.
Frate Mariano non si fece pregare: da molto tempo era cliente dei Medici. Egli
amava l'eleganza della citt quanto disprezzava il tono brutale e le idee
sovvertitrici di frate Gerolamo. Nei confronti di quest'ultimo, poi, nutriva una
certa gelosia perch, mentre prima della sua venuta egli era la vedette
incontrastata di Firenze, ora Savonarola era riuscito ad egemonizzare la maggior
parte del suo pubblico.
All'annuncio di questa gara oratoria, i Fiorentini si recano in massa alla
chiesa di San Gallo per ascoltare frate Mariano. Sicuro di s, euforico per il
successo che di nuovo gli arride, il 12 maggio, giorno dell'Ascensione, il
predicatore sferra una serie di attacchi personali contro Savonarola. Basandosi
su di una frase degli Atti degli Apostoli: Non sta a voi conoscere n il tempo
n il momento, accusa il suo rivale di essere un impostore, un falso profeta.
Il pubblico fiorentino  sensibile alle prediche insinuanti e tragiche, ma non
ama affatto le espressioni di rancore personale. Cos, la predica di San Gallo
non d i risultati sperati. Lorenzo il Magnifico, che era presente, alla fine 
di pessimo umore. Anche Pico della Mirandola, che pure era stato un ammiratore
di frate Mariano, ne  disgustato e la sua fiducia in Savonarola aumenta ancor
di pi. Da parte sua, frate Gerolamo, che si riveler un vero precursore delle
moderne tecniche pubblicitarie, sfrutta immediatamente il momento favorevole.
Infatti, tre giorni dopo, domenica 15 maggio, dal pulpito di San Marco, annuncia
che terr il suo sermone sulla stessa frase degli Atti degli Apostoli e dimostra
esattamente il contrario di ci che aveva detto frate Mariano. Poi si rivolge
con dolcezza, come ci tiene a sottolineare, al suo rivale e gli ricorda che,
poco tempo prima, era venuto a felicitarsi con lui nella sua cella.
Chi dunque ti ha messo in testa queste cose? chiede dolcemente Savonarola a
Genazzano. Quali sono i motivi di questo improvviso voltafaccia?
A frate Mariano non restava che tornarsene a Roma, nonostante si fosse
formalmente riconciliato con il predicatore di San Marco: Savonarola era di
nuovo padrone del campo. Lorenzo, la cui mossa era andata in fumo, fa buon viso
a cattivo gioco. Questo atteggiamento  dovuto sia alla stima che egli porta
all'abilit e al talento di Gerolamo, sia al timore che un provvedimento deciso
avrebbe provocato una reazione violenta nel suo popolo, ormai completamente
succube delle parole e degli scritti di frate Gerolamo. Infatti, costui non si
limita a predicare, ma scrive, fa stampare e distribuire numerosissimi testi
religiosi che denunciano i costumi fiorentini e romani.
Nel mese di luglio del 1491, con orgoglio o con umilt (chi potr mai dirlo?),
Savonarola assapora il suo primo grande trionfo a Firenze. Infatti, viene eletto
priore del convento di San Marco, uno dei pi importanti della citt e, in ogni
caso, uno di quelli che hanno beneficiato di pi della generosit dei Medici. Ma
Savonarola, fatto senza precedenti, non compie la visita di protocollo a
Lorenzo, cosa che tutti i suoi predecessori si erano affrettati a fare il giorno
seguente la loro elezione.
Ma il Magnifico non pu permettersi di mostrarsi adirato. La domenica seguente,
va ad ascoltare la messa a San Marco e poi passeggia per il chiostro aspettando
che il nuovo priore venga a salutarlo. Ma Savonarola non si scomoda affatto: si
chiude nella sua cella e si mette a pregare. Quando alcuni monaci, i pi
anziani, vanno a ricordargli i suoi doveri verso il benefattore del convento,
egli risponde: Chi mi ha fatto priore, Lorenzo o Dio? Dio. E' Dio infatti che io
ringrazio. Lorenzo mi ha fatto chiamare? No. Allora lasciatelo passeggiare in
pace.
Rientrato nel suo palazzo di via Larga, Lorenzo dice ad alcuni amici: E' venuto
ad abitare da me un religioso straniero e non si  neppure degnato di venire a
farmi visita.
Ma Lorenzo non si scoraggia. Con quell'astuzia che  particolare dei Fiorentini,
fa deporre una grande quantit d'oro nella cassetta dell'elemosina di San Marco.
Savonarola lo fa portare immediatamente alla confraternita dei Buoni Uomini di
San Martino, specializzata nell'aiutare i poveri derelitti.
Il giorno dopo, Piero da Bibbiena, cancelliere di Lorenzo, si informa presso il
convento di San Marco circa la riscossione delle elemosine. Non appena viene a
conoscenza dell'accaduto, si precipita dai Buoni Uomini che non fanno che
confermargli la reazione di Savonarola. Costui, dal pulpito di San Marco,
facendo un gioco di parole sul nome del suo ordine, Domini canes (i cani da
guardia del Signore) esclama: E' inutile gettare un osso a un buon cane da
guardia per impedirgli di abbaiare!
Nessuno ormai pu impedire a frate Gerolamo di abbaiare. Durante la quaresima
del 1492 egli predica a San Lorenzo, la basilica dei Medici, davanti ad una
folla appassionata che continua ad aumentare. Lorenzo, ammalato di gotta,
deluso, impegnato ad affrontare le difficolt politiche ed economiche del suo
Stato, assiste al trionfo di Savonarola. Un ultimo tentativo da lui fatto per
contrastare il successo di frate Gerolamo va in fumo. Infatti, la chiesa di
Santa Croce in cui predica il frate francescano Francesco d'Aragona rimane
praticamente deserta.
Durante la quaresima, nella notte del 5 aprile, un rumore spaventoso scuote
Firenze. A San Marco, Savonarola con alcuni discepoli sta preparando la predica
per il giorno dopo. Nell'udire quell'improvviso frastuono, esclama seccamente:
Ecce gladius Domini super terram cito et velociter! (Ecco la spada del Signore
che si sta abbattendo sulla terra.)
Lo stesso fracasso infernale fa sussultare un agonizzante:  Lorenzo il
Magnifico, colpito da un accesso di gotta che sar l'ultimo della sua vita.
Sorridendo debolmente dice a coloro che lo stanno curando: Ebbene, sto per
morire, poich il fulmine  caduto accanto alla mia casa. Infatti si tratta di
un fulmine, che distrugge la cupola di Santa Maria del Fiore, la cattedrale.
Il mattino seguente, domenica, la folla, terrorizzata dalle strane voci che
corrono in citt, osserva i danni provocati dal fulmine. Intanto Savonarola
tuona dal pulpito. Commenta, sviluppa, ripete la frase ispiratagli dal fulmine.
La folla crede addirittura di sentire librata sulla propria testa la minaccia
della spada divina. Un altro predicatore, frate Domenico da Ponzo, che parla in
Duomo, afferma che il castigo preconizzato da Savonarola, che egli considera un
santo, non  fulmine, ma qualcos'altro. La paura serpeggia in citt e la
tensione nervosa aumenta.
Marted 8 aprile, all'et di quarantaquattro anni, Lorenzo de' Medici muore.
Egli si  umiliato fino a chiedere la benedizione di frate Gerolamo, che, questa
volta, si  recato in via Larga. Contrariamente a ci che afferma una leggenda
inventata di sana pianta dopo la morte di Savonarola, egli benedice il
moribondo.
Coloro che assistono alla scena si domandano chi  ora padrone della citt:
Piero de' Medici, figlio di Lorenzo, vanitoso, brutale, privo di esperienza,
depravato, come spesso lo sono gli ultimi rampolli di nobili stirpi; oppure
Gerolamo Savonarola, monaco predicatore di quarant'anni, che per la prima volta
parla con colui che tre anni prima l'aveva fatto venire a Firenze?
In ogni caso Piero de Medici non giocher un ruolo determinante nella
straordinaria esistenza di frate Gerolamo. Suo padre almeno, anche se non era
riuscito a sconfiggere il frate, era stato se non altro eliminato dalla malattia
e non dalle sue prediche; Piero, invece, due anni pi tardi, sar costretto
all'esilio, lasciando cos il monaco di San Marco dominatore incontrastato.
Rimane Giovanni Pico della Mirandola, il cui sapere aumenta sotto la direzione
di Savonarola. Egli  il suo pi fedele collaboratore; passa ore intere nella
cella di frate Gerolamo, organizza con lui corsi di ebraico e di arabo per i
monaci che vengono sempre pi numerosi al convento dei domenicani. Le famiglie
pi in vista di Firenze mandano almeno uno dei loro figli come monaco in San
Marco, convento ormai famosissimo in tutta Italia e persino in Europa. Dopo anni
di crisi religiosa, tutti improvvisamente fanno a gara per porsi sotto
l'autorit del nuovo priore. Anche Pico della Mirandola, incoraggiato da frate
Gerolamo, vorrebbe intraprendere questa strada, non prima per di aver raggiunto
la perfezione spirituale.
Un avvenimento di importanza capitale accade l'11 agosto 1492: sul trono papale
sale, succedendo a Innocenzo VIII, il cardinale Rodrigo Borgia, che prende il
nome di Alessandro VI. Questo Papa diventer un personaggio chiave nella vita di
frate Gerolamo.
Per Savonarola, lo scandalo dell'elezione di un Borgia al soglio pontificio  il
culmine della corruzione della Chiesa, che egli instancabilmente denuncia. La
violenza delle sue prediche si decuplica. Ma Alessandro VI far ci che Lorenzo
il Magnifico non era riuscito a realizzare: distrugger Gerolamo Savonarola.
Il cardinale Rodrigo Borgia si  semplicemente comperato la carica di Papa. Del
resto la pratica della simonia  ormai tradizionale negli ambienti ecclesiastici
ed  proprio contro di essa che vengono lanciate le prediche pi violente dal
pulpito di San Marco a Firenze.
Gi cardinale a trentasei anni, grazie all'intercessione di suo zio papa
Callisto III, Rodrigo Borgia si  reso celebre per la rapidit con cui ha
accumulato ricchezze, per la sua abilit politica, per la sua astuzia e la sua
irrefrenabile ambizione. Ma non meno famosi sono i suoi stravizi e la sua
focosit che gli  valsa... sei figli illegittimi, di cui due diventeranno
famosi: Cesare e Lucrezia Borgia. Con Alessandro VI, la corruzione e il vizio,
che gi fiorivano alla corte di Roma sotto il pontificato dei suoi predecessori,
aumentano in modo incredibile. Uno dei primi atti del nuovo papa, che ha un
profondissimo senso della famiglia, sar quello di nominare cardinale suo figlio
Juan, allora diciottenne. Poco prima di diventare papa aveva tentato di
introdurre in Italia le corride. Pochi giorni dopo la sua elezione, si rifiuter
di pagare ai cardinali Orsini e Savelli rispettivamente ventimila e trentamila
ducati, promessi in cambio dei loro voti. Qualche mese pi tardi, Cesare Borgia
diventer a diciassette anni cardinale di Valencia, in Spagna...
All'interno di tutti questi intrighi e preoccupazioni personali, Alessandro VI
prender tuttavia un'iniziativa importantissima per l'avvenire del continente
americano, che Cristoforo Colombo scoprir in quell'anno. Poich la Spagna e il
Portogallo, entrambi regni cattolicissimi, si disputano le terre appena
scoperte, il papa traccer semplicemente una linea sulla carta geografica (molto
approssimativa) del mondo allora conosciuto. Sar questo il famoso Trattato di
Tordesillas, in virt del quale oggi in Brasile si parla portoghese e nel resto
dell'America Latina spagnolo: ...una linea che si stende dal polo artico al polo
antartico e che spartisce terra ferma e isole gi scoperte o ancora da scoprire.
Questa linea deve distare cento leghe a ovest e a sud da una qualunque delle
isole chiamate comunemente Azzorre e Capo Verde...
Intanto a Firenze il terribile Savonarola ignora completamente l'importanza del
decreto papale e continua a denunciare i costumi dei dignitari della Chiesa:
Guardate questi prelati moderni: non pensano ad altro che alle questioni
temporali. Non si occupano pi della cura delle anime. Nei tempi antichi, i
calici erano di legno e i prelati d'oro. Oggi la Chiesa ha calici d'oro e
prelati di legno...
Bisogna riconoscere la grande capacit dialettica che contraddistingue frate
Gerolamo e che spiega in parte il grande seguito che egli ha tra il popolo.
Lo scontro con il papa  ormai inevitabile. Dopo la scomparsa di Lorenzo, che
aveva governato Firenze con mano forte, Savonarola cerca di affermare la sua
influenza nei confronti del nemico di Roma, anzi di laggi, come egli ha
l'abitudine di chiamare il Vaticano.
Nel mese di maggio 1492, dopo la morte del Magnifico, frate Gerolamo si reca a
Venezia, nel capitolo generale dei domenicani della Lombardia. Egli intende
conquistare la completa autonomia per il suo convento ed inoltre il diritto
d'ispezione sugli altri conventi dell'ordine in Toscana.
A causa di sottili giochi d'equilibrio tra i diversi Stati italiani, i conventi
domenicani della Toscana erano infatti dipendenti dalla congregazione della
Lombardia. Per questo tramite il duca di Milano, Ludovico Sforza detto il Moro,
aveva cos a Firenze e in tutta la regione dei preziosi agenti informatori.
Ora, nello scacchiere politico italiano, estremamente complesso e in continuo
fermento, il Moro si era alleato con il nuovo papa, che doveva la sua elezione
in gran parte al fratello di Ludovico, il cardinale Ascanio Sforza, il quale a
sua volta aveva ricevuto in cambio la cancelleria del palazzo pontificio, vari
castelli e chiese.
Per raggiungere la sognata autonomia, frate Gerolamo deve quindi giocare
d'astuzia, invocando in suo favore delle giustificazioni giuridiche. I conventi
toscani erano stati posti sotto l'autorit della congregazione lombarda dopo
l'epidemia di peste del 1448, epidemia che aveva spopolato i conventi e che era
servita da pretesto a questa decisione. A San Marco, nel 1456, c'erano solo due
novizi: ma ora la situazione dei conventi toscani si  normalizzata ed essi
possono perci tornare autonomi.
Savonarola fa appello a ragioni di carattere morale ed afferma di voler tornare
ad una osservanza pi stretta delle regole dettate da San Domenico. I domenicani
lombardi sono piuttosto lassisti e non c' nessun motivo perch ogni regione non
segua una sua propria via.
La Signoria di Firenze sostiene a Roma l'iniziativa di frate Gerolamo per
ragioni di prestigio, mentre la corte di Milano si adopera in senso contrario.
Ben presto Savonarola torna nella sua citt per predicare l'avvento del 1492, e
pronuncia una serie di prediche esplosive: Il Signore dice: Ascoltate tutti,
abitanti della terra! Io, il Signore, vi parlo nel sacro ardore del mio zelo.
L'ora sta per giungere ed io sfoderer ben presto la mia spada e la caler su di
voi. Convertitevi a me prima che si compia la mia collera, poich quando
arriveranno le sofferenze, voi cercherete la pace e pace non avrete... Se i
peccatori avessero occhi per vedere, comprenderebbero ben presto quanto
terribile sia la peste e duro il coltello... La peste e il coltello significano
il malgoverno dei prelati... La Chiesa naviga in cos cattive acque che la
guerra di questi pessimi prelati le reca maggior danno di tutte le tribolazioni
fisiche che potrebbero affliggerla...
Savonarola non dice, dall'alto del pulpito, di avere effettivamente sentito la
voce di Dio proferire tali minacce: non vuole prestare il fianco ai suoi
denigratori che lo accusano di essere un falso profeta. Ma agli amici pi intimi
egli descrive minuziosamente le visioni che lo ossessionano e la voci che egli
sente. In citt si sparge la voce di queste rivelazioni e la popolazione  ben
disposta a credervi.
All'inizio del 1493 frate Gerolamo  di nuovo a Venezia. Egli si reca poi a
Bologna a predicarvi la quaresima e il suo pubblico  numeroso quanto quello di
Firenze. Al suo ritorno nella citt dei Medici, dove l'autorit di Piero si
indebolisce sempre pi, Savonarola ha preparato sufficientemente il terreno per
ottenere il distacco del suo convento dalla congregazione lombarda. Egli manda a
Roma due tra i suoi pi fedeli monaci, Domenico da Pescia (che morir con lui
sullo stesso rogo) e Alessandro Rinuccini, ai quali si aggiunger un terzo
religioso di San Marco, Roberto Ubaldini.
Nella Santa Sede frate Gerolamo dispone ora di un alleato per controbilanciare
l'influenza del cardinale Ascanio Sforza: si tratta del napoletano Oliviero
Caraffa, cardinale protettore dell'ordine dei domenicani. Il re di Napoli,
Ferdinando d'Aragona, sta cercando infatti di minare la potenza del Moro,
accusandolo di aver usurpato il ducato di Milano, che dovrebbe legittimamente
appartenere al nipote di Ludovico Sforza, il duca Giovanni Galeazzo, marito
della figlia di Ferdinando...
La corte dei Borgia si presta molto bene agli intrighi politici del re di Napoli
e del duca di Milano, ma l'affare che interessa Savonarola si risolve
rapidamente grazie all'abilit e alla presenza di spirito del cardinale Caraffa.
Trovandosi un pomeriggio solo con il papa, il cardinale Caraffa comincia a
scherzare con lui. Il Borgia  di eccellente umore e il cardinale pensa di
approfittarne: egli estrae dalla sua manica il breve pontificio gi
preparato con la decisione di distaccare i conventi toscani dalla congregazione
lombarda. Alessandro VI legge il testo, sbadiglia e, stirandosi, afferma di non
volerlo firmare. Caraffa continua a scherzare e sfida il papa a prestargli
l'Anello Piscatorio. Il Borgia ride e gli tende la mano: Caraffa gli sfila
l'anello e sigilla il documento, mentre Alessandro VI finge di guardare altrove.
Il cardinale si affretta poi a rimettere l'Anello al dito del sovrano pontefice,
si congeda da lui e porta il breve al frate Domenico da Pescia che attende
nell'anticamera. E' il 22 maggio 1493.
Non appena Caraffa e frate Domenico si sono allontanati, arriva una delegazione
dei domenicani lombardi. Sorridendo Alessandro VI dice loro: Troppo tardi! Se
foste arrivati prima sareste stati esauditi...
Forte del suo successo, Savonarola si rivolge immediatamente ai principali
conventi domenicani della Toscana. Non contento di aver ottenuto il loro
distacco dalla congregazione lombarda, egli vuole porli sotto l'autorit di San
Marco, formando cos una specie di congregazione toscana. A questo scopo egli si
d da fare per un anno intero e tutti i suoi sforzi culminano il 21 giugno 1494
con una vera spedizione contro i domenicani di Siena.
Incaricato ufficialmente dal generale del suo ordine di riformare il convento di
quella citt, Savonarola arriva a Siena alla testa di una piccola truppa formata
da venti monaci di San Marco. Egli si impadronisce del convento, espelle i
religiosi che si oppongono, riunisce il capitolo e prende possesso della chiesa
e del convento. La sera cade su una vittoria completa di frate Gerolamo.
Ma durante la notte i monaci espulsi organizzano la popolazione di Siena che
detesta Firenze e i fiorentini. La Signoria di Siena, rivale di quella della
citt vicina, segue e sostiene la popolazione infuriata. All'alba una folla
scatenata scaccia dal convento Savonarola e i suoi venti compagni. Ecco il
racconto di un testimone, Alessandro Bracci: ...Frate Gerolamo fu trattato,
possiamo dire, come un cristiano in mezzo agli ebrei, vilipeso, dileggiato e
minacciato da tutto il popolo; credo che se non si fosse allontanato in fretta
sarebbe stato lapidato... Tre magistrati della Signoria gli andarono incontro,
minacciandolo violentemente... Anche le donne lo tormentavano e lo coprivano di
insolenze...
Abbandonando il territorio della Repubblica di Siena, dopo quello scacco
clamoroso, Savonarola compie uno di quei gesti che lo caratterizzano: si toglie
i sandali e ne scuote la polvere in direzione della citt che non l'ha accolto:
si tratta di un altro riferimento al Vangelo.
Frate Gerolamo non tenta neppure di compiere una spedizione nel convento di San
Gimignano, il cui priore, Francesco Mei, diventa uno dei principali nemici di
Savonarola. Tuttavia, il 20 agosto 1494, una spedizione simile a quella di Siena
riesce perfettamente nel convento di Santa Caterina a Pisa, citt che  in quel
momento sottomessa a Firenze. Tutti i monaci, ad eccezione di quattro, vengono
espulsi e al loro posto frate Gerolamo colloca i ventidue religiosi di San Marco
che hanno partecipato alla spedizione. In seguito si allineano alla posizioni di
Savonarola anche i conventi di Santa Maria del Sasso e di Prato. Nasce cos la
congregazione della Toscana che si chiamer pi tardi congregazione di San Marco
e della quale Savonarola viene nominato vicario generale. Secondo uno storico
dell'epoca egli si impone di introdurvi, negli studi e nell'osservazione della
regola, un ordine quasi divino.
Nel frattempo il convento di San Marco ha subito, sotto la sferza di frate
Gerolamo, una profonda trasformazione. La povert dei monaci  diventata totale:
tutti i beni appartenenti al convento sono stati venduti; i religiosi hanno
dovuto separarsi da tutti gli oggetti personali, accontentarsi del cibo pi
frugale e vestirsi di saio. Molti frati se ne sono andati e Savonarola non ha
tentato affatto di trattenerli. Egli decide inoltre di costruire un altro
convento meno confortevole del precedente, su un terreno lontano dalla citt e
dalle famiglie dei religiosi; ma il progetto non entusiasma tutti i monaci e
spaventa le famiglie.
Quando la costruzione di questo convento sar terminata, dice frate Gerolamo, a
chi si presenter all'ingresso, il frate portinaio risponder: Siete gente
semplice? Se lo siete, entrate pure, se non lo siete, andatevene, poich qui
sono ammessi solo i semplici... Tuttavia il nuovo convento non verr mai
costruito: i gravi avvenimenti che si abbattono su Firenze nel fanno dimenticare
il progetto.
Sin dall'inizio dell'anno, nere nubi si addensano sull'Italia. Il re Ferdinando
di Napoli, detto il Ferrante, muore e la successione al trono suscita contrasti
tra Parigi e Madrid. Alessandro VI favorisce, per le sue origini ed affinit,
Ferdinando V, re d'Aragona, di Sicilia e di Castiglia, al quale conferir due
anni pi tardi il titolo di Re cattolico. Il re di Francia, che regna da undici
anni, non  dello stesso parere e ha delle mire precise su Napoli. Carlo VIII 
un uomo versatile, nutrito di chimere e di romanzi cavallereschi: egli teme la
potenza crescente della Spagna ed  irritato dalla decadenza morale della Santa
Sede. Vorrebbe marciare immediatamente su Napoli ad affermarvi con la forza la
sua volont, ma le sue finanze non glielo consentono, inoltre  un pusillanime
ed esita. Tutta la colonia di esiliati e di emissari italiani residenti a Parigi
cerca di persuaderlo ad intraprendere la spedizione che egli sogna, ma che non
osa organizzare.
Ci sono gli ambasciatori di Ludovico il Moro, che  apertamente ostile a Napoli.
C' il cardinale Giulio della Rovere (il futuro papa Giulio II), nemico
dichiarato di Rodrigo Borgia, che vorrebbe la sua destituzione dalla Santa Sede
e che si sente pi sicuro a Parigi che a Roma. C' Pier Capponi, di Firenze,
nemico dei Medici e che trama la caduta del figlio del Magnifico.
Egli vorrebbe che la popolazione di Firenze si sollevasse contro Piero de'
Medici all'arrivo delle truppe francesi...
I fiorentini sono tradizionalmente amici della Francia, della quale controllano
il commercio e da cui si aspettano protezione contro le mire dei vicini
italiani. Tuttavia a quell'epoca, come del resto in altre epoche, la visita di
un esercito straniero, anche se amico, assomigliava molto al passaggio di
migliaia di cavallette. E questa  una delle cose che i fiorentini temono di pi
al mondo, assieme alla peste, alla siccit e all'inondazione. Essi inoltre
odiano talmente la guerra da non possedere un esercito proprio e da fare
appello, in caso di necessit, alle compagnie di ventura.
Savonarola sa bene tutto ci. Egli conosce a fondo i problemi politici della sua
epoca, e nella sua cella di San Marco passano tutti i viaggiatori di qualche
importanza che si recano a Firenze. Egli introduce nelle sue prediche tutte le
sue conoscenze politiche, che assumono, a partire dalla quaresima del 1494,
l'aspetto di vere profezie. La popolazione della citt, gi assai inquieta,
comincia a spaventarsi e poco alla volta si crea a Firenze una psicosi di
terrore provocata dalle profezie e dalle imprecazioni lanciate dal pulpito della
chiesa di San Lorenzo da frate Gerolamo. Naturalmente ognuno rimette il suo
destino nelle mani di quell'uomo che predice cose cos terribili, ma che propone
anche dei rimedi.
Tutte le prediche di Savonarola in occasione della quaresima del 1494, vertono
intorno al tema dell'imminente diluvio e della necessit di costruire un'arca di
No. Penitenza e radicale trasformazione dei costumi, ecco i mezzi indicati da
frate Gerolamo per la costruzione di quell'arca mistica, nella quale i
fiorentini potranno rifugiarsi davanti al diluvio di soldati che s'appresta a
rovesciarsi sull'Italia come castigo delle sue infamie. Frate Gerolamo semina il
terrore profetizzando la venuta di un nuovo Ciro, che prender tutte le citt
italiane con delle mele... L'allusione si riferisce a Carlo VIII.
Il 2 settembre 1494 l'esercito di Carlo VIII supera finalmente il colle del
Monginevro. Il 3  a Susa, il 9 ad Asti dove lo raggiunge Ludovico il Moro. A
marce forzate, il re di Francia avanza in direzione di Firenze. Il 21 settembre,
in citt si sparge la notizia che Genova  stata presa:  una falsa notizia, ma
tutti ci credono.
Quel mattino Savonarola decide di predicare in Duomo: la chiesa  sovraffollata
e sul sagrato parecchie migliaia di persone cercano di entrare. All'apparire di
frate Gerolamo, nella chiesa si fa un pesante silenzio, rotto dalla dura voce
del monaco: Eccomi! eccomi! Rovescer sulla terra le acque del diluvio!
Si tratta di un versetto della Genesi, ma l'effetto sull'uditorio 
stupefacente. Pico della Mirandola dir pi tardi: Ho sentito un fremito lungo
il corpo e i capelli rizzarsi sulla testa. La folla grida, urla, singhiozza, le
donne si rotolano per terra in preda a crisi isteriche. Michelangelo,
spaventato, decide di fuggire da Firenze e penser a quel terribile momento
quando pi tardi dipinger il Giudizio Universale. In chiesa ci sono anche
Sandro Botticelli, Marsilio Ficino e tutti i personaggi pi importanti di
Firenze che ascoltano con attenzione le parole di frate Gerolamo: Le tue
scelleratezze adunque, o Italia, o Roma, o Firenze, le tue empiet, le tue
fornicazioni, le tue crudelt, le tue scelleratezze fanno venire queste
tribolazioni. Ecco la causa prima. E se tu hai trovato la causa di questo male,
cercane la medicina. Rimuovi il peccato... Tu ti inganni, Italia e Firenze, se
non credi a ci che ti dico. Null'altro ti pu giovare se non la penitenza; puoi
fare di tutto, ma tutto sar vano senza di essa e tu lo vedrai !... O ingrata
Firenze! Dio ti ha parlato, ma tu non hai voluto ascoltarlo. Se i Turchi
avessero sentito ci che tu hai sentito, essi avrebbero finito col fare
penitenza dei loro peccati. Ho tanto gridato e vociferato che non so pi che
cosa dire... Mi rivolgo a te, Firenze, e ti ripeto a voce alta: fa' penitenza! O
Firenze, il Signore ti ha parlato in tutti i modi e se Dio non mi avesse
illuminato tu non saresti stata illuminata da tante prediche. Non ti ricordi
forse pi, o Firenze, non molti anni fa, come eri vicina a Dio e alla sua Fede?
Non eri forse per molti aspetti simile a un'eretica? Non ricordi che Egli ti ha
avvicinata alla Fede, per cos dire con le sue proprie mani!... E questo bene
infinito, averti cio fatta uscire dall'ombra dell'ignoranza, non  bastato a
Dio il quale ha voluto anche rivelarti i Suoi segreti facendoti predire con
molto anticipo le cose future. Tu sai benissimo che da molti anni, molto tempo
prima che si sentisse soltanto parlare delle guerre che i francesi hanno oggi
provocato, ti furono annunciate grandi tribolazioni. Sai anche che meno di due
anni or sono io ti annunciai: ecco la spada del Signore che tra poco si
abbatter all'improvviso sulla terra...
Si tratta di una tecnica propagandistica ammirevole. Ci che rimane nell'animo
sconvolto dell'immenso uditorio  la sicurezza che Savonarola  il profeta di
Dio, dal momento che lui solo conosce la verit e la predice. Nessuno pensa che
basta essere intelligente e ben informato per prevedere gli sconvolgimenti che
sarebbero avvenuti in Italia, tenendo conto della decadenza delle strutture
politiche e morali della penisola. Non vogliamo dire con questo che frate
Gerolamo sia un impostore; dal momento che egli  convinto della sua missione
ci significa che, anche senza la rivelazione divina, egli dispone comunque di
un anticipo di diversi secoli nell'arte della propaganda e un'indiscutibile
bravura nel servirsi delle formule incantatorie che pi colpiscono i suoi
contemporanei. In poche parole, Savonarola fa esattamente ci che  necessario
in quel momento per acquisire quell'autorit che gli permetter di portare a
termine la sua missione di riformatore. Da quel momento in poi frate Gerolamo
non cesser mai di predicare per rafforzare la sua autorit. Il tono delle sue
prediche va crescendo: egli tiene Firenze col fiato sospeso fino all'esaurimento
delle proprie forze. Egli stesso dir di aver corso il rischio di rompersi la
vena del collo. Il 27 dicembre sar costretto a cedere il posto a uno dei suoi
fedeli. Savonarola  ormai quasi prostrato, ma ha ottenuto stupefacenti
risultati.
Nel frattempo, e cio in circa tre mesi, la dittatura dei Medici  crollata; il
re di Francia ha attraversato Firenze senza fare danni; Pico della Mirandola 
morto, Firenze  diventata una specie di Stato popolare, sottomesso alla
dittatura morale di Gerolamo Savonarola.
Piero de Medici, che non possiede per nulla le capacit dei suoi antenati, di
fronte al panico che si impossessa della citt; cerca di organizzarne la difesa,
ma non riesce a trovare il denaro per farlo. Alla fine di ottobre egli va
incontro a Carlo VIII che si trova davanti a Sarzanello, una fortezza situata a
nord della Toscana. Egli cede a tutte le volont di Carlo VIII consegnandogli
Sarzanello (che non si era arresa), le piazzeforti di Sarzana e di Pietrasanta,
le citt di Livorno e di Pisa, due tra le pi importanti citt suddite di
Firenze, ed inoltre un tributo di duecentomila ducati. Tutto questo senza
neppure aver consultato la Signoria, in seno alla quale l'autorit di suo padre
era ben superiore alla sua.
Quando la notizia della consegna di Sarzanello arriva a Palazzo Vecchio, la
costernazione l'indignazione e la collera si impossessano dei fiorentini. A
Santa Maria del Fiore, Savonarola inveisce con rinnovato vigore.
Il 4 novembre la Signoria riunisce il Consiglio dei Settanta, che i Medici
avevano ormai trascurato. Pier Capponi, ritornato da Parigi, scongiura i suoi
pari di mandare una delegazione presso Carlo VIII guidata da frate Gerolamo,
uomo dalla vita santa, coraggioso, valoroso e di grande fama. Per la prima volta
dopo sessant'anni la Signoria prende una decisione che non  dettata dai Medici.
L'indomani quattro ambasciatori partono a cavallo incontro al re di Francia; tra
di loro c' anche Pier Capponi, ma colui che guida la missione, dopo essersi
fatto pregare e dopo aver consultato il capitolo del suo convento prima di
accettare,  Gerolamo Savonarola.
Mentre i quattro cavalcano verso Pisa, Piero de' Medici, informato di ci che
sta accadendo nella sua citt, torna a Firenze. Preoccupato per la sua
impopolarit, egli fa distribuire vino e confetti per conquistarsi la simpatia
popolare. L'indomani, scortato da uomini armati, egli si presenta a Palazzo
Vecchio. Gli viene ordinato di entrare dalla porta secondaria, solo e senza
armi. Per strada la gente lo deride, i bambini gli lanciano le pietre. Piero si
spaventa: egli abbandona precipitosamente e senza gloria quella Firenze che si
era a lungo identificata con la sua famiglia. Il suo giovane fratello, il
cardinale Giovanni de Medici, futuro papa Leone X, cerca rifugio nel convento di
San Marco, ma gli viene rifiutato l'ingresso. Alla fine si traveste da monaco
francescano e fugge anch'egli in compagnia di Giuliano, il terzo fratello.
Fuggiti i Medici, il palazzo di via Larga viene saccheggiato. Gli esiliati
tornano in patria e tra questi i cugini di Piero, i quali, per meglio rinnegare
il passato, cambiano il loro celebre nome con quello di Popolani. Essi
sostituiscono le famose palle delle loro armi con una croce rossa guelfa su
campo d'argento... Vedremo pi tardi quanta importanza avr questa piccola croce
rossa nelle mani di Savonarola.
Frate Gerolamo, nel frattempo, si trova a Pisa dove  stato ricevuto da Carlo
VIII. Pisa, ceduta alla Francia da Piero de' Medici, ha appena scacciato i
magistrati fiorentini. Il re osserva con curiosit e con un certo rispetto
questo monaco un po' profeta di cui ha tanto sentito parlare; egli infatti si
lascia facilmente influenzare dal misticismo. In questo primo contatto non si
tratta tanto di negoziare quanto di ascoltare ci che Savonarola  venuto a
dirgli: Finalmente sei venuto, o Re! dice frate Gerolamo. Sei venuto come
l'inviato di Dio, come ministro della sua giustizia. Sii dunque il benvenuto!
Noi ti accogliamo con la gioia nel cuore e l'allegria in volto...
Dopo questa introduzione che non manca di abilit psicologica, egli insiste sul
fatto che lui, l'umile religioso ispirato da Dio, gli chiede, in nome della
Repubblica restaurata, di non fare del male a Firenze, di perdonarle le sue
offese... altrimenti Dio potrebbe non favorire pi i suoi disegni.
Carlo VIII rimane pensieroso dopo l'incontro con frate Gerolamo, il quale nel
frattempo  ritornato urgentemente a Firenze. L'undici novembre Savonarola si
adopera a rassicurare i suoi concittadini e a predicare la calma e la
misericordia nei confronti dei Medici e dei loro partigiani. Frate Gerolamo,
dopo le diatribe precedenti, cerca di calmare gli animi per ottenere che il
difficile momento dell'entrata del re di Francia nella citt, avvenga nella
massima calma. Un incidente potrebbe compromettere irrimediabilmente il fragile
equilibrio succeduto al colpo di Stato dei Settanta.
Dovete capire, dice il frate, che Dio non vi ha strappato tanti gemiti, chieste
tante preghiere e tante penitenze senza motivo. Egli vi ha chiesto ci per
potervi risparmiare al massimo i mali che dovevano colpirvi. Credimi, o Firenze,
questa rivoluzione avrebbe dovuto far scorrere molto sangue, ma Dio ha placato
in parte la sua collera e ti ha dato in pasto questa insalata mescolata col
sangue senza farti soffrire.
Ma i fiorentini sono rassicurati solo a met, le giovani donne vengono mandate
nei conventi dove vengono trasportati anche gli oggetti preziosi. Si ammucchiano
armi e munizioni; nello stesso tempo per si cerca di preparare una solenne
accoglienza in onore di Carlo VIII. Il re entra a Firenze il 17 novembre, con la
lancia sulla coscia in segno di conquista. Questo atteggiamento piace poco ai
fiorentini che gridano comunque: Viva la Francia! Le strade sono parate a festa,
ma poco a poco l'atmosfera si fa pesante. I francesi si comportano bene, ma la
loro presenza infastidisce i borghesi. Dal canto loro i soldati del re non si
sentono al sicuro in quelle strette strade in cui possono essere aggrediti senza
accorgersene: non avviene nessun episodio di saccheggio, tuttavia si tratta
sempre di una occupazione, tanto pi che i negoziati per le condizioni di resa
della citt, intrapresi all'arrivo di Carlo VIII, si rivelano difficili e
laboriosi.
Il Francese, il barbaro, come dicono i fiorentini, vuole porre la citt sotto il
suo protettorato, restituendo il potere a Piero de' Medici. Il 20 novembre si
sparge la voce che i francesi si apprestano a saccheggiare la citt. La Signoria
manda a chiamare Savonarola il quale si reca presso il re alloggiato nel palazzo
dei Medici. In presenza del sovrano egli estrae dal suo saio un crocifisso e
dice: O gran re cristiano, rendi omaggio non a me, ma al Re dei Re, al Signore
dei Signori, a Colui che d la vittoria ai principi a seconda della sua volont
e della sua giustizia, ma che castiga anche i re ingiusti e causer la tua
perdita e la sconfitta del tuo esercito se non desisti dalla crudele intenzione
che nutri nei confronti di questa infelice citt in cui vivono tante vergini,
tanti bambini e tanti innocenti. Le loro preghiere si rivolgeranno contro di te
se il tuo orgoglio ti spinger ad impadronirti di ci che non ti appartiene.
Accontentati di possedere i loro cuori e addolcisci il tuo animo nei confronti
di questo tuo fedele popolo...
Simili propositi ottengono l'effetto sperato. Carlo VIII nega di avere avuto
intenzione di ordinare il saccheggio e afferma di non voler agire a favore di
Piero de' Medici, pur non comprendendo l'accanimento contro quest'ultimo da
parte dei suoi concittadini. Egli accetta inoltre di ridiscutere i termini delle
condizioni negoziate con la Signoria. Savonarola si fa ripetere tre volte queste
buone notizie: in latino, in italiano e in mezzo latino e mezzo francese.
L'indomani per, Carlo VIII sembra volersi rimangiare le sue promesse. I
francesi confiscano le armi che trovano; nella citt la tensione sale. I
fiorentini trasportano grosse pietre sotto il naso dei soldati; i negoziati non
procedono. Il 24 novembre scoppia nel quartiere di Borgo Ognissanti un inizio di
sommossa. Alla fine questa atmosfera esplosiva impressiona i francesi, che
cominciano a temere di essersi infilati in un vespaio e i responsabili militari
cercano di convincere il re a lasciare la citt.
Il 25, la seduta per le trattative  pi tesa che mai; il re si fa sempre pi
impaziente, ma Pier Capponi, con gesto teatrale strappa il foglio di
capitolazione redatto dai francesi, esclamando: Suonate le vostre trombe, noi
suoneremo le nostre campane!
I francesi sanno che suonare le campane significa mobilitare tutto il popolo.
Carlo VIII cede e accetta un testo pi favorevole ai fiorentini, in cui si
riconoscono facilmente alcune frasi di Savonarola sul ministero divino dei re e
sul perdono delle offese di Firenze. A Santa Maria del Fiore, il 26 novembre,
ambedue le parti giurano solennemente di rispettare l'accordo concluso. Ma
poich l'indomani Carlo VIII non  ancora partito, pur avendo praticamente
riottenuto tutto ci che gli aveva concesso Piero de' Medici (tra l'altro Pisa e
Livorno), in citt la tensione riprende a salire.
Savonarola si reca dal re per una terza volta e finalmente, il 28 novembre 1494,
i fiorentini vedono partire l'esercito francese. Il peggio  stato evitato.
Quanto ai termini della capitolazione, bisogner vedere che sorte riserveranno
loro gli avvenimenti futuri. A quanto sembra non ci fu buona fede n da una
parte n dell'altra.
Liberata dall'invasione francese, in gran parte per merito di frate Gerolamo,
Firenze rivolge ora la sua attenzione verso Savonarola. Che corso prender
quella strana rivoluzione di cui Savonarola  l'anima? Il monaco di San Marco
sembra tenere in pugno la pi ricca, la pi bella e la pi intelligente citt
d'Italia. Che cosa ne far?
Mentre il barbaro entrava in Firenze, frate Gerolamo ha perso due persone a lui
molto care: sua madre e Pico della Mirandola. Il 15 novembre 1494 si era spenta
a Ferrara nella casa dei Savonarola, la madre di frate Gerolamo. La notizia di
questa grave perdita gli era giunta nel momento pi critico per Firenze e aveva
significato per lui la rottura dell'ultimo legame con la sua famiglia. Pare
infatti che egli non avesse rapporti con i suoi sei fratelli e sorelle, salvo
che con il fratello minore Marco che, nel 1497, ricevette dalle sue mani l'abito
di San Domenico. La scomparsa di Elena di Bonacossi, che era stata la moglie e
poi la vedova modello di Nicola Savonarola, borghese di origine padovana
trasferitosi a Ferrara, essa stessa proveniente da una nobile famiglia di
Mantova, ha fatto rivivere a frate Gerolamo gli anni della sua infanzia e della
sua giovinezza.
Gerolamo Maria Francesco Matteo Savonarola era nato il 21 settembre 1452, terzo
figlio di una famiglia che stava decadendo dopo il fausto periodo segnato
dall'arrivo a Ferrara del nonno Michele Savonarola, medico di fama e poi medico
personale del marchese Nicola III d'Este. Michele era stato un uomo assai
intelligente e saggio, pio e virtuoso e si era occupato dell'educazione del suo
terzo nipote, poich suo figlio Nicola era un uomo mediocre. Egli si era reso
ben presto conto che quel bambino aveva una certa predisposizione per i problemi
dello spirito e per la teologia. Gerolamo infatti si era rivelato appassionato
per gli studi: il latino, le lettere e la musica occupavano tutto il suo tempo.
A sedici anni Gerolamo aveva perso il nonno. Poco tempo dopo egli aveva
intrapreso lo studio di quelle che venivano chiamate le arti liberali, per
compiacere al padre, agente di cambio al quale gli affari andavano male e che
sognava di poter far diventare uno dei suoi figli medico di fama. Gerolamo si
appassiona anche alla filosofia: Aristotele e San Tommaso sono i suoi preferiti.
La Bibbia diventa sua inseparabile compagna e ben presto la conosce a memoria.
Nello stesso tempo l'adolescente si rivela taciturno, esaltato quando si tratta
di manifestare disgusto per la leggerezza dei costumi e angosciato di fronte
all'indifferenza del clero. Una piccola delusione sentimentale gli ravviva la
piet che diviene ben presto misticismo. All'et di vent'anni egli compone poemi
mistici, il primo dei quali, intitolato De ruina mundi, contiene imprecazioni di
questo genere: A tal punto la terra  corrotta dai suoi vizi; Che mai sola potr
smollarseli di dosso; Roma che terra domina nel fango  ormai caduta; E mai pi
ritrover l'alta carica sua...
Dopo De ruina mundi,  la volta del De ruina Ecelesiae, e del De contemptu mundi
(del disprezzo del mondo), assai feroce nella denuncia della decadenza dei
costumi. Poco alla volta Gerolamo, il cui aspetto fisico  piuttosto sgradevole,
si dimostra ribelle e quasi rivoluzionario. Infine il 24 maggio 1475, prima di
raggiungere il 23 anno di et, Gerolamo decide di abbandonare il mondo laico.
E' il giorno della festa di San Giorgio, patrono di Ferrara, e la sua famiglia
partecipa ai festeggiamenti. Egli ne approfitta per evitare il dolore della
separazione. Tuttavia, il giorno prima, mentre  intento a suonare il liuto, sua
madre sembra indovinare la sua decisione: La musica che suoni, gli dice, sembra
annunciare la tua partenza...
Gerolamo le mente affermando che non ha nessuna intenzione di andarsene.
L'indomani egli si presenta al convento dei domenicani di Bologna, da dove
scrive una lunga lettera ai suoi genitori: ...La ragione che mi spinge a entrare
in religione  la grande miseria del mondo, la malvagit degli uomini, gli
stupri, gli adulteri, i furti, l'orgoglio, l'idolatria, le terribili
bestemmie... Oh! non credete che sia una grande grazia che vi  accordata avere
un figlio cavaliere di Ges Cristo?...
Tuttavia sua madre non si consol, tanto pi che rimase ben presto vedova. Ma
quello che era diventato frate Gerolamo non ebbe mai rimpianti. Egli divenne un
monaco esemplare per la sua piet, la sua ubbidienza e i progressi nello studio,
ottenuti sotto la sferza di alcuni dei pi famosi teologi dell'epoca. Dopo
quattro anni di clausura egli ritorn a Ferrara, dove incontr per la prima
volta Giovanni Pico della Mirandola che, all'et di sedici anni, vi sosteneva
una disputa filosofica con Leonardo Nogarola. L'amicizia e l'ammirazione
reciproca dei due uomini nacque da questo incontro che leg i loro destini.
Amicizia e ammirazione che si rinsaldarono nel 1482, a Reggio Emilia, dove
Savonarola, la cui fama di predicatore cominciava a crescere, occupava un ruolo
di rilievo nel capitolo della congregazione lombarda dei domenicani. Frate
Gerolamo venne poi designato lettore al convento di San Marco di Firenze e part
per il suo primo soggiorno nella citt dei Medici.
Egli arriv a Firenze all'et di trent'anni. Se le prediche pubbliche passarono
un po' inosservate, egli non possedeva ancora la padronanza di s, la frase
incisiva e la tecnica oratoria che ne fecero pi tardi il padrone della citt,
la sua vita al convento fu un modello di tutte le virt e il suo insegnamento
venne apprezzato non solo dai frati, ma anche dai begli spiriti di Firenze che,
trascinati da Pico della Mirandola, venivano ad ascoltarlo. In questo periodo
egli compose ancora dei poemi mistici, tra i quali una Oratio pro Ecclesiae,
dove possiamo leggere: Rivolgi o Ges... verso Roma uno sguardo pien d 'amore;
Guarda con compassione in seno a qual tormento; Si trova la tua Sposa; E quale
torrente di sangue, ahim, ci dobbiamo attendere...
Nel 1484, Savonarola ebbe, nel monastero di San Giorgio, una specie di visione
che gli rivel le numerose ragioni che dimostrano che la Chiesa  minacciata a
breve scadenza da un terribile flagello. Dopo alcune prediche nel sobborgo di
San Gimignano, frate Gerolamo fu promosso, nel 1487, direttore degli studi in
quello stesso convento di Bologna in cui, dodici anni prima, si era presentato
come novizio, fuggendo il tetto familiare. Da allora fino al momento in cui
Lorenzo il Magnifico lo aveva richiesto, egli condusse una vita vagabonda di
predicatore sempre pi apprezzato e sollecitato. Durante tutto questo periodo
mantenne una fitta corrispondenza con sua madre. Nelle sue lettere cercava di
convincerla ad essere orgogliosa di aver dato alla luce un servitore di Dio.
Con la sua morte scomparve l'unica fonte di affetto e di tenerezza di cui
Savonarola disponeva ancora. Ma il frate non lascia trasparire le sue emozioni;
alcuni mesi dopo, in una delle sue prediche, egli dice: Mia madre pianse per
diversi anni; l'ho lasciata piangere. Ci che importa  che adesso sappia che ha
avuto torto.
La morte di Giovanni Pico della Mirandola colp molto pi profondamente
Savonarola. L'amico mor il 17 novembre 1494, lo stesso giorno in cui Carlo VIII
entrava in Firenze. Alessandro VI, alias Rodrigo Borgia, aveva sostituito
Lorenzo de' Medici. Il re di Francia avrebbe a sua volta sostituito il sommo
genio. Una profezia voleva che Pico prendesse l'abito nel periodo dei gigli.
Quel giorno infatti Firenze era tappezzata di drappi blu ricamati a gigli d'oro
di Francia.
Dopo anni di esitazioni, il bel conte Giovanni, di cui Savonarola diceva che
solo Sant'Agostino ebbe maggiore intelligenza di lui, rivestiva il saio
domenicano sul letto di morte. Frate Gerolamo, alcuni giorni pi tardi, fece in
cattedra il suo elogio funebre, affermando che se egli avesse potuto vivere pi
a lungo avrebbe eclissato tutti gli uomini che erano vissuti negli ultimi otto
secoli.
Ma la morte di Giovanni Pico della Mirandola, che se fosse avvenuta in altri
tempi avrebbe costernato l'intera Firenze, passa quasi inosservata a causa della
presenza dei Francesi. Dopo la loro partenza, e una volta crollata la dittatura
dei Medici, dieci fazioni ostili si affrontano per contendersi il governo di
Palazzo Vecchio. Gli intrighi, i complotti, gli scontri sono all'ordine del
giorno. Per risolvere questa situazione, Savonarola decide di prendere delle
misure drastiche.
Egli predica l'avvento commentando il profeta Aggeo, colui che aveva chiesto la
riorganizzazione di Gerusalemme dopo la cattivit di Babilonia. Egli parla tutti
i giorni; la folla che lo ascolta raggiunge talvolta quattordicimila persone: un
sesto della popolazione, compresi vecchi e bambini!
Tra il misticismo, l'esortazione alla penitenza e alla misericordia, emergono
nelle sue prediche precise preoccupazioni, potremmo dire direttive, politiche.
Savonarola propone come modello la costituzione di Venezia, escludendo per
l'istituzione del Doge. Egli organizza poi i lavori: si chiede ad ogni
gonfaloniere della citt (ce ne sono sedici che rappresentano ciascuno un
quartiere) di elaborare un progetto di costituzione; i sedici progetti verranno
esaminati e saranno scelti i quattro migliori; quattro diversi comitati
completeranno e redigeranno ognuno dei quattro progetti i quali saranno infine
sottomessi alla Signoria perch scelga il migliore.
Ed  proprio cos, con una sorprendente rapidit, che si svolgono le cose. Il 19
dicembre frate Gerolamo viene chiamato a Palazzo Vecchio per ascoltare la
lettura del progetto scelto. Ufficialmente egli non ha partecipato per nulla
alla stesura del documento, ma esso riflette fedelmente le indicazioni date da
Savonarola dall'alto del suo pulpito. Un grande consiglio viene riunito per
nominare i magistrati della citt e ratificare i progetti della Signoria. Un
consiglio pi ristretto, il consiglio degli Ottanta, servir da tramite tra
questa specie di Parlamento e il potere esecutivo rappresentato dalla signoria.
Ecco ci che predicava Savonarola una settimana prima: ...Il governo di uno solo
 migliore di un governo formato da molti quando colui che dirige  un uomo
saggio. Ma quando colui che comanda  un pessimo capo, allora non esiste governo
peggiore del suo... Nelle parti calde del nostro emisfero gli uomini sono pi
pusillanimi che negli altri luoghi perch in essi vi  troppo poco sangue, ecco
perch in quei luoghi essi si lasciano pi facilmente governare da un solo uomo
obbedendogli facilmente e rimanendo volentieri suoi sudditi. Nelle parti fredde
e settentrionali, dove c' molto sangue e poco spirito, gli uomini rimangono
appunto tranquilli e sottomessi al loro unico signore.
Ma nelle parti intermedie, come lo  l'Italia, in cui abbondano in uguale misura
il sangue e lo spirito, gli uomini non sopportano di essere sottomessi a un solo
uomo e ognuno di loro vorrebbe essere quest'uomo che governa e dirige gli altri,
che comanda senza ricevere ordini da nessuno... Per questa ragione l'assemblea
dei dottori della Santa Scrittura consiglia che in simili luoghi, in cui sembra
che la natura degli uomini mal sopporti i superiori, il governo di molti sia
migliore di quello di uno solo... Ma questo governo di molti bisogna sceglierlo
con ponderatezza, altrimenti sarete sempre immersi nel dissenso e nelle fazioni,
perch nel giro di pochi anni gli uomini inquieti si dividono e formano delle
sette, un partito scaccia l'altro e lo proclama ribelle alla citt. Ecco perch
dovete studiare attentamente la forma di governo che volete darvi...
Che lezione di psicologia politica! Non manca nulla: dalla semplice lusinga al
pubblico fino a una profonda analisi dei fenomeni politici espressa nei termini
pi semplici possibili.
Savonarola d il suo benestare al progetto di costituzione che verr ratificato
alla vigilia di Natale. Egli infatti ha insistito dall'alto del suo pulpito sul
versetto della Bibbia che dice: Il 24 del mese incominciarono il lavoro di
costruzione... Lo stesso giorno, tra l'altro, verranno promulgate una serie di
ordinanze richieste da Savonarola aventi tutte come ultimo scopo il risanamento
dei costumi di cui si  fatto il portabandiera. Una di esse colpisce la sodomia,
vizio tipico dei fiorentini; un'altra condanna la vendetta personale. Il frate
aveva denunciato con veemenza l'esecuzione, avvenuta il 12 dicembre, di Antonio
di Bernardo, agente dei Medici. Egli aveva strappato dalla stessa fine un
collaboratore di Piero de' Medici, Giovanni delle Riformagioni.
Mentre trasforma Firenze in uno Stato popolare, Savonarola d inizio a qualcosa
che pu essere paragonata alla rivoluzione culturale di cui sei secoli pi tardi
si fa promotore Mao Tse Tung. L'austerit, la penitenza, la misericordia, queste
le virt che, secondo lui, serviranno ad estirpare dalla vita pubblica di
Firenze il gusto degli intrighi e delle rivalit personali.
Il 27 dicembre, estenuato, egli annuncia che il giorno seguente un altro frate
predicher al suo posto; ma non abbandona il suo uditorio, pendente dalle sue
labbra, senza un magistrale finale politico: Vi ho detto pi di una volta,
esclama il frate, che il governo di uno solo non conviene a tutti i luoghi e a
tutti i paesi. Ebbene, Firenze, Dio vuole accontentarti e darti un capo e un re
che ti governi. Questo capo  Ges Cristo!
In altre parole, prima di riprendere la sua opera politica, dopo il periodo di
riposo ormai inevitabile, frate Gerolamo sottopone all'autorit di Dio gli
organismi politici che egli ha contribuito a far nascere. E non si tratta
soltanto di una autorit simbolica, poich in quel momento pochi a Firenze osano
dubitare che Savonarola sia il solo rappresentante qualificato di Dio in citt.
All'inizio del 1495 frate Gerolamo  realmente sfinito e soffre anche di
disturbi gastrici. Vorrebbe riposarsi, ma l'attivit politica nella quale si 
lanciato a corpo morto non lo glielo permetteranno mai pi nei tre anni e cinque
mesi che gli rimangono da vivere. A Palazzo Vecchio, nelle dimore patrizie, nei
palazzi delle grandi famiglie fiorentine, si risvegliano le opposizioni e gli
oppositori iniziano a radunarsi per agire. Pier Capponi non ha intrigato tanto
contro i Medici per vedersi poi sbarrata la strada del potere, e la potenza di
Savonarola, che ha oltrepassato il campo religioso ed ha invaso quello politico,
lo disturba molto. Tutti coloro che sono favorevoli a un ritorno dei Medici
approfittano della clemenza imposta dal priore di San Marco per ricominciare i
loro intrighi. Per le stesse ragioni i nemici dei vecchi dittatori accusano
Savonarola di complottare per il ritorno di Piero. Ludovico il Moro, che non ha
ancora accettato la secessione della congregazione toscana, manda a Firenze
frate Domenico da Ponzo, il quale dieci mesi prima affermava che Savonarola era
un santo, a predicarvi la non ingerenza dei religiosi negli affari dello Stato.
Tutte queste opposizioni dimenticano i reciproci contrasti e si alleano per
tentare di abbattere la potenza di frate Gerolamo. Non senza motivo viene dato
loro il nome di Arrabbiati.
Gli Arrabbiati finiscono per raggirare il primo gonfaloniere eletto del nuovo
Stato popolare fiorentino, un uomo mediocre e corruttibile di nome Filippo
Corbizzi. Quest'ultimo , d'altra parte, ostile a frate Gerolamo poich, nel suo
sermone dell'Epifania, egli ha reclamato l'abolizione della legge delle sei
fave. La legge delle sei fave dava diritto alla Signoria di decidere
l'esecuzione senza appello di un condannato, con la maggioranza di sei voti su
nove.
Questo frataccio ci metter nei guai! borbotta quell'uomo che deve la sua
posizione a frate Gerolamo. Corbizzi fa chiamare Savonarola a Palazzo Vecchio il
18 gennaio, per un affare molto importante. Si tratta in realt di un tranello.
Quando Gerolamo arriva, si trova alla presenza di un certo numero di teologi di
fama, tra i quali Domenico da Ponzo e un domenicano ostile a San Marco, frate
Tommaso da Rieti. Quest'ultimo impartisce a Savonarola, davanti a tutta la
Signoria riunita, una vera lezione di teologia sul tema: un religioso non deve
immischiarsi nella politica e non deve profetizzare. Frate Gerolamo, per nulla
sconcertato, risponde con una citazione della Sacra Scrittura: I figli di mia
madre mi combatteranno, chiara allusione al fatto che i suoi contraddittori sono
domenicani. Ricorda poi che lo stesso San Domenico era intervenuto negli affari
del secolo e si allontana annunciando che risponder solo davanti al popolo.
L'indomani egli racconta alla folla indignata la sua avventura a Palazzo
Vecchio, ridicolizzando quelli che governano la citt: Voi sapete che quella
sede non  sempre occupata dai migliori cittadini della citt... Egli conclude
con una frase ambigua: Ora, o Firenze, non voglio pi predicare sulle sei
fave...
Si tratta forse dell'annuncio di un ritiro? Il popolo mormora e a Palazzo
Vecchio si comincia a temere la reazione popolare. Il 25 gennaio Savonarola
precisa la sua minaccia: Voglio tornare ad essere un semplice religioso,
rinuncio allo Stato e non voglio pi immischiarmi nelle sei fave. Voglio
ritirarmi nella mia cella e che non venga pi nessuno a chiedere di me, perch
anche se venisse il re di Francia o l'imperatore, io non risponderei... Voglio
recarmi tra poco a Lucca e forse anche pi lontano. Pregate Dio che mi accordi
la grazia di poter andare a predicare agli infedeli, secondo il mio pi vivo
desiderio.
Si tratta di sincero scoraggiamento o di un abile ricatto fatto davanti a una
folla che ha fiducia solo in lui, poich gli attribuisce il merito di aver
risolto la crisi provocata dalle truppe di Carlo VIII? Diciamo che si tratta di
ambedue le cose. L'appello al popolo e la minaccia di ritirarsi intimidiscono
gli Arrabbiati; ma d'altra parte Savonarola ha realmente bisogno di riposarsi.
Tuttavia egli non parte per Lucca, la cui Signoria lo ha invitato, sebbene abbia
realmente chiesto al papa l'autorizzazione a recarvisi. Alessandro VI non
risponde per alla sua richiesta. L'occupazione di Roma e poi di Napoli da parte
dell'esercito di Carlo VIII crea alla corte pontificia tali problemi che essa
non pu certo occuparsi di Savonarola.
Frate Gerolamo passa tutto il mese di febbraio nel raccoglimento della sua
cella, in una specie di tregua generale. I suoi oppositori si chiedono che cosa
significhi il suo silenzio.
Il primo marzo, Savonarola, dall'alto del pulpito della cattedrale di Santa
Maria del Fiore, inizia il ciclo di sermoni per la quaresima. Egli ha deciso di
commentare il Libro di Giobbe, modello di pazienza e di umilt nelle avversit.
Le prime prediche non contengono allusioni politiche, ma a mano a mano che il
tempo passa l'affare delle sei fave riaffiora nei suoi discorsi. Nella chiesa di
Santa Croce, frate Domenico da Ponzo inizia una violenta polemica con frate
Gerolamo, il quale accetta ben volentieri la sfida. I fiorentini si appassionano
al duello oratorio, ma Savonarola ha la meglio anche questa volta. Il gran
consiglio modifica la famosa legge: d'ora in avanti un condannato a morte potr
fare appello davanti allo stesso consiglio. L'indomani, mentre Ponzo afferma che
il popolo  stato ingannato, Savonarola esclama trionfando: Firenze, non si pu,
io ti dico, resistere a Dio. Vedi bene che non hai potuto resistergli...
Questa vittoria incita frate Gerolamo ad intervenire ancora pi direttamente
negli affari dello Stato fiorentino. Egli richiede un maggior impegno da parte
dei commercianti per fornire lavoro alle masse e scongiura i fiorentini a non
aderire all'alleanza che il papa, il Moro, la Spagna, Venezia e l'imperatore
Massimiliano hanno concluso contro Carlo VIII. Ma la sua azione pi decisiva 
l'inizio della rivoluzione culturale. Egli attacca su due fronti! Quello del
clero, che bisogna epurare dai corrotti e soprattutto dai tiepidi, ancora pi
pericolosi secondo lui, e quello dei costumi in generale.
Per questi ultimi egli richiede maggiore modestia nel vestire, specialmente per
quanto riguarda le donne: O voi madri, che adornate le vostre figliole con tanti
oggetti vani e superflui, con abiti e cappelli eleganti, portateli tutti qui a
noi per darli al fuoco...
Egli denuncia la raffinatezza della vita fiorentina: O lussuriosi, vestitevi di
cilicio e fate penitenza, che vi bisogna! O voi, che avete le case vostre piene
di vanit e di figure e cose disoneste e libri scellerati e altri versi contro
la fede, portateli e me per farne fuoco o sacrificio a Dio...
E ora tocca al clero: O frati miei, a voi dico: lasciate le superfluit e vostre
dipinture e vostre frasche. Fate le tonache non con tanta larghezza e di panni
ben grossi... O monache, lasciate le vostre simonie, quando accettate le monache
che vengono a star nei vostri monasteri... Lasciate tanti apparati e tante
pompe, lasciate i canti figurati... O monaci... Lasciate la superfluit delle
vesti e degli argenti e di tanta grassezza delle vostre badie e dei benefici.
Datevi alla semplicit e lavorate con le mani vostre...
Infine egli rivolge ai supremi dignitari della Chiesa la seguente esortazione: O
sacerdoti, udite le mie parole; o preti, o prelati della Chiesa di Cristo,
lasciate i benefici, i quali non potete tenere; lasciate le vostre pompe e i
vostri conviti e desinari, i quali fate tanto splendidamente; lasciate dico...
Le vostre concubine e i vostri favoriti, ch'egli  tempo... che ne vengano le
gran tribolazioni, per le quali Dio vuole racconciar la sua Chiesa...
Man mano che sviluppa questi temi, Savonarola si serve di immagini che
colpiscono la folla. A volte si tratta del racconto di una ambasciata presso la
Santa Vergine, senza che si sappia bene se sia una visione o un'avventura che
egli crede di aver realmente vissuto; talvolta sono allusioni a complotti dei
religiosi tiepidi, frasi vaghe o precise a proposito di riunioni clandestine
delle quali  al corrente, organizzate da monaci a lui ostili. Tutto senza mai
nominare nessuno e con lo sguardo rivolto verso le donne (cosa che gli verr
rimproverata durante il processo), di modo che non si possa intuire a chi si
riferisca...
E' difficile non confrontare questo atteggiamento con la tecnica della
rivoluzione culturale cinese del XX secolo, durante la quale si riesce a
denunciare il presidente della Repubblica senza chiamarlo se non con
l'appellativo di revisionista o di Kruscev cinese. A Firenze gli Arrabbiati, i
tiepidi e gli agenti della lega contro Carlo VIII si sono alleati per cercare di
abbattere Savonarola.
Tuttavia, all'inizio dell'estate, Carlo VIII viene di nuovo in aiuto a frate
Gerolamo. Il re di Francia ha attraversato Roma senza trovarvi il papa e ha
conquistato Napoli senza colpo ferire. Ma  ormai lontano da Parigi e la sua
situazione diventa sempre pi difficile: egli decide di tornare in Francia non
senza lasciare una guarnigione a Napoli.
Il 24 maggio, a Firenze, Savonarola sfugge a un attentato: qualcuno ha cercato
di pugnalarlo. Chi  stato a fallire il colpo? Un semplice brigante o un
mercenario? Questo mistero non sar mai chiarito. L'indomani, dall'alto del suo
pulpito, frate Gerolamo annuncia l'imminente castigo che deve abbattersi su
Roma. Lo stesso giorno egli scrive a Carlo VIII, ricordandogli che egli
rappresenta in Italia lo strumento della collera divina, ma lo scongiura ancora
una volta di mostrarsi generoso e giusto nei confronti dei fiorentini.
Questi, terrorizzati dalla prospettiva di un nuovo passaggio delle truppe del
barbaro, si affidano a Savonarola, il quale ne approfitta per far progredire la
sua rivoluzione culturale. Egli ha ottenuto la chiusura delle case da gioco e
delle macellerie durante i periodi di digiuno. Egli redige inoltre un Riassunto
delle Rivelazioni, che costituir una specie di trattato in cui sono contenute
le sue idee riformatrici.
Il primo giugno Carlo VIII entra in Roma, ma all'ultimo momento Alessandro VI si
 rifugiato a Perugia. Il re di Francia, che ha fretta di ritornare in patria,
rinuncia ad inseguirlo e con questa decisione svaniscono anche le speranze di
coloro che, come Savonarola contavano su di lui per provocare la riunione di un
concilio che avrebbe deposto l'indegno successore di San Pietro.
L'8 giugno frate Gerolamo esclama deluso: Roma ormai non ha pi niente da
temere. Il re  passato; non succeder pi nulla.
Egli profetizza tuttavia che un giorno Roma sar distrutta da cima a fondo
(questo avr luogo nel 1527). Il 12 giugno Carlo VIII raggiunge Siena. A Firenze
la gente ammucchia le pietre per la strada e costruisce le barricate. La
Signoria chiede a Savonarola di mettersi alla testa di una nuova ambasciata. I
notabili di Palazzo Vecchio sono pi inquieti che mai e temono che Piero de'
Medici abbia l'intenzione di rientrare nella citt sotto la protezione
dell'esercito francese.
L'incontro ha luogo il 17 a Poggibonsi, ai limiti del territorio fiorentino.
Carlo VIII dimostra una grande deferenza verso frate Gerolamo, ascolta le sue
esortazioni e gli chiede di accompagnarlo per un tratto di strada in direzione
di Pisa, poich ha deciso di non passare per Firenze. Ma alle domande precise di
frate Gerolamo riguardo alla restituzione di Pisa e di Livorno, egli risponde
con formule vaghe. Il peggio comunque  evitato.
Nel resoconto della sua ambasciata, che il 20 giugno Savonarola fa davanti a
quattordicimila persone, il frate trascura l'aspetto negativo della sua
missione. Egli insiste invece sul fatto che il pericolo di una nuova visita
dell'esercito francese  ormai allontanato. Il popolo lo considera come suo
salvatore e da questo momento egli dispone di un potere illimitato sulla
popolazione fiorentina. Perfino gli Arrabbiati sembrano conquistati.
Illustri cittadini di Firenze rinunciano ai loro privilegi e alle loro cariche
per entrare a San Marco e prendere l'abito di San Domenico; filosofi ed artisti
di fama seguono il loro esempio. Savonarola  favorevole a questo reclutamento
di lite. Pi tardi si dir che egli era cos bene informato su ci che
succedeva in citt, proprio grazie alle confidenze delle famiglie dei religiosi
illustri. San Marco diventa anche il principale centro dell'intelligenza
fiorentina, arricchito inoltre dal recupero della biblioteca dei Medici, salvata
dal saccheggio.
Il 21 luglio 1495 Carlo VIII  ormai lontano da Firenze: Alessandro VI pu
finalmente respirare e ritornare a Roma. E' arrivato il momento per lui di
occuparsi del Savonarola, diventato troppo pericoloso sia dal punto di vista
politico che dal punto di vista religioso. Proprio quel giorno il papa Borgia
invita il priore di San Marco con ipocrite lodi ditirambiche a recarsi a Roma
perch egli, pieno di ammirazione e di umilt, possa ascoltare dalla sua viva
voce, le cose che dice, per poterle meglio interpretare grazie alla sua presenza
e fare ci che  gradito a Dio...
Tutto questo assomiglia molto alla celebre marmellata avvelenata dei Borgia.
Muore molta gente, a Roma, in quel periodo, e di morte violenta. Frate Gerolamo
non si lascia ingannare, tanto pi che la sua posizione a Firenze risente del
fallimento della spedizione di Carlo VIII, a favore del quale egli ha impedito
alla citt di allearsi con la lega. Napoli  riconquistata da Ferdinando
d'Aragona, l'esercito francese  sconfitto a Rapallo, lo stesso re viene ferito
durante la battaglia contro le forze della lega che egli affronta a Fornovo. Il
30 luglio Savonarola risponde al papa nello stesso stile della lettera ricevuta.
Manovrando abilmente egli dichiara la sua ortodossia, la sua totale
sottomissione, la sua umilt, la sua obbedienza e il suo vivo desiderio di
recarsi a Roma per prosternarsi davanti al Santo Padre e venerare le reliquie
degli Apostoli. Purtroppo la sua salute gli impedisce qualsiasi spostamento. La
sua malattia non  soltanto una scusa, egli  effettivamente sofferente. Il
frate annuncia comunque al papa la sua intenzione di spedirgli, non appena
ultimato, il Riassunto delle Rivelazioni che contiene tutto ci che pu
interessare il pontefice.
Dopo questa prima scaramuccia, i due nemici decidono di lasciare scorrere un po'
d'acqua sotto i ponti del Tevere e dell'Arno. Il papa non intraprende nulla
contro il priore di San Marco, il quale, dal canto suo, sospende le sue prediche
e ne approfitta per completare il suo Riassunto, che otterr un grosso successo:
nove edizioni in due anni, di cui una in Germania e un'altra in Francia.
Si tratta soltanto di un periodo di tregua. Il 9 settembre 1495 Alessandro VI
scrive per la seconda volta a Savonarola; il testo  di un'estrema brutalit.
Frate Gerolamo viene accusato di essere uno scandaloso propagatore di errori
dogmatici, di proposizioni eretiche, di false profezie. Egli viene inoltre
stigmatizzato per avere disubbidito alla lettera del 21 luglio, e per aver
ottenuto con l'imbroglio la secessione dei conventi toscani. Seguono le
sanzioni: Savonarola viene privato del diritto di insegnare e predicare; il suo
convento e quello di Fiesole ritornano sotto l'autorit della congregazione
lombarda. Il vicario generale di questa congregazione istruir il processo di
Gerolamo e gli infligger la punizione definitiva alla quale quest'ultimo dovr
sottomettersi. Infine, i tre principali collaboratori di Savonarola a San Marco,
i frati Silvestro, Domenico da Pescia e Tommaso Busini vengono trasferiti in un
altro convento fuori del territorio fiorentino. Frate Gerolamo riesce a non
ricevere ufficialmente il documento col pretesto di un indirizzo sbagliato. Il
plico riparte per Roma, ma poi ritorna. Questo per permette a Savonarola di
guadagnare tempo; egli non ignora il contenuto della lettera ed  perci in
grado di rispondere a giro di posta... tre settimane dopo. Egli respinge tutte
le accuse portate contro di lui, attribuendo gli errori contenuti nella lettera
a false informazioni di cui il Santo Padre sarebbe venuto a conoscenza. Egli
ricusa per legittima suspicione il vicario generale della congregazione
lombarda, dal momento che egli  stato ed  tuttora suo avversario. Su questo
punto egli tocca il tasto delle rivalit politiche, che non mancheranno di
assicurargli l'appoggio della Signoria. Quest'ultima, d'altronde, ha gi scritto
al papa il 17 settembre schierandosi a difesa del predicatore.
Il 16 ottobre, in un nuovo breve, il papa riconosce la possibilit di essere
stato male informato. Egli annulla le sue accuse precedenti insieme con le
sanzioni, ma dal momento che le prediche di frate Gerolamo disturbano l'ordine
pubblico di Firenze, mantiene la proibizione di predicare fino a nuovo ordine:
Savonarola dovr andare a Roma a discolparsi, oppure verr presa una decisione
dopo matura riflessione.
Ancora una volta Savonarola riesce a fare in modo di ricevere il breve papale
con grande ritardo, cos da poter salire in cattedra altre tre volte. Egli 
conscio di aver riportato una vittoria di Pirro, poich la sua principale forza,
le prediche, gli vengono vietate. Egli intende perci raccontare al popolo la
sua corrispondenza col papa. Egli denuncia anche le azioni degli Arrabbiati che,
secondo lui, sono all'origine delle false informazioni spedite a Roma. Infine
vuole proclamare in pubblico le sue istruzioni per lo sviluppo della sua
rivoluzione culturale. Qui, egli sembra aver modificato il suo punto di vista
per quanto riguarda la clemenza e la misericordia, poich richiede castighi
esemplari per i traditori e i detrattori del nuovo Stato popolare fiorentino:
Fate una legge in virt della quale quelli che dicono male di questo Stato
paghino un'ammenda di cinquanta ducati, poich si tratta di un crimine di lesa
maest. Io vi dico che il Cristo vuole regnare qui e che chiunque combatte
questo governo combatte il Cristo... E pi tardi: Se incontrate qualcuno che
parla male di questo Stato e di questo regime, segnatelo come un nemico e un
ribelle al Cristo. Non vi ho forse detto in questi giorni di tagliare la testa a
coloro che si adoperano per la sovversione dello Stato? O Padre, non hai tu
forse predicato, non predichi tu forse la pace? O fratello mio, non cerchi tu
forse di compromettere questa pace?
Annunciando che d'ora in avanti frate Domenico lo sostituir sul pulpito,
Savonarola aggiunge: Pregate perch Dio mi faccia sapere ispirandomi quando
dovr predicare nuovamente!
Egli pronuncia questi discorsi l'11, il 18 e il 25 ottobre, dopo di che si
ritira nella sua cella per meditare e scrivere. Egli crea a Firenze una forza
nuova, incredibile e stupefacente: i figli del frate.
Alla fine del 1495 restano a Savonarola due anni e mezzo di vita ed egli si
trova al culmine della sua potenza ma da adesso fino alla tragica fine, i giorni
che gli rimangono segnano la sua decadenza. Tutti i suoi nemici si sono alleati
contro di lui ed egli perde sempre pi terreno, finch anche il popolo
fiorentino lo abbandoner alla sua tragica sorte. Le vicende politiche italiane
di questi anni sono cos complesse ed intricate che per spiegarle ci vorrebbe un
intero volume ed hanno notevoli ripercussioni sulla vita di Firenze e sul
destino di frate Gerolamo. Anche il microcosmo fiorentino  agitato da intrighi
e colpi di scena; noi cercheremo di seguire gli avvenimenti che porteranno
Savonarola al rogo.
Rientrato in Francia dopo la sfortunata spedizione italiana, Carlo VIII morir
poco dopo, qualche giorno prima di Savonarola. Le guarnigioni che egli ha
disseminato per la penisola cercano allora di tornare in Francia, ma vengono
assalite dalle truppe della santa lega, il cui animatore  Alessandro VI. Sua
unica alleata, bench esitante,  la citt di Firenze, per due motivi: da una
parte i suoi interessi commerciali in Francia, dall'altra le esortazioni di
frate Gerolamo che ha legato il suo destino a quello del barbaro. Gli sforzi e
gli intrighi della lega tendono perci a staccare Firenze dalla Francia e di
conseguenza a ridurre Savonarola alla ragione.
La guerra tra Francesi e la lega procede a piccole tappe, tra negoziati e
tregue. L'imperatore Massimiliano assedia nel 1496 la citt di Livorno, che
viene salvata dai Francesi provenienti dal mare. Possiamo dire che i periodi di
pericolo per Firenze corrispondono ai momenti in cui Savonarola influenza
maggiormente la vita politica della citt, viceversa i periodi di pace vedono
calare la sua potenza e la sua influenza.
Se gli interessi politici spingono Alessandro VI a desiderare la scomparsa di
frate Gerolamo, le denunce sempre pi esacerbate di quest'ultimo contro la
decadenza morale della Santa Sede finiscono per costringere il papa Borgia a
decidere ad ogni costo la sua eliminazione. Savonarola cerca di organizzare un
concilio per destituire l'indegno papa. Dal canto suo Alessandro VI sa che non
c' posto nella sua Chiesa per un papa corrotto e simoniaco e nello stesso tempo
per un monaco virtuoso e riformatore.
A Firenze la confusione cresce di ora in ora, esce dal Palazzo Vecchio, scende
in strada e arriva fin sotto le mura della citt. Nel frattempo Piero de' Medici
cerca tre volte di rientrare nella sua vecchia citt, invocando talvolta la
protezione di Carlo VIII, talvolta quella della lega. Tutti i suoi tentativi
falliscono, ma servono a rafforzare la schiera dei nemici di Savonarola che
continua a crescere di numero e di qualit. Gli Arrabbiati si sono infatti
alleati con i tiepidi del clero: i primi dispongono di squadracce di
picchiatori, i compagnacci, che si scontrano con i sostenitori di frate
Gerolamo; i secondi hanno nelle diverse chiese una bella schiera di predicatori
che vituperano Savonarola.
Quest'ultimo ha ora il suo partito, quello dei Piagnoni, chiamati anche
Frateschi: una notevole organizzazione che raggruppa migliaia di giovani
scatenati che brandiscono piccole croci rosse, emblema dei savonaroliani, e che
si battono con i compagnacci, perquisiscono le case e bruciano sul rogo gli
oggetti frivoli. Il popolo e la maggior parte della borghesia oscillano tra i
due campi, come testimoniano i costanti cambiamenti di maggioranza in seno alla
Signoria.
Nei seguenti due anni e mezzo Firenze vivr in uno stato di continuo fermento.
Il 23 maggio 1498 la citt rimarr stupefatta e incredula davanti al cadavere
carbonizzato di Savonarola. Una pagina della sua storia  stata voltata.
Il 16 febbraio 1496 i fiorentini rimangono sbalorditi alla vista di uno strano e
interminabile corteo che avanza attraverso le strade della citt. Diecimila
ragazzi marciano stretti gli uni agli altri tenendo in mano chi un ramo d'ulivo,
chi una piccola croce rossa. Essi cantano dei salmi, alcuni dei quali, a quanto
sembra, sono stati composti da Savonarola. I pi giovani hanno sei o sette anni;
i pi vecchi diciotto. Una buona met dei ragazzi di Firenze viene cos
mobilitata, arruolata, disciplinata.
Fino ad allora Firenze era rinomata per le sue bande di ragazzi che
terrorizzavano i borghesi, facevano la legge nelle strade, si battevano
selvaggiamente tra clan rivali, aggredivano i passanti, si davano senza vergogna
alla prostituzione omosessuale, arrotondavano le loro risorse sbarrando le
strade e costringendo i passanti a pagare il pedaggio. Non passava un giorno
senza che ci fossero dei feriti, una settimana senza che ci scappasse il morto.
Tutti gli sforzi delle autorit per arginare la delinquenza giovanile si erano
rivelati inutili.
Ecco invece che in pochi mesi, seguendo le direttive elaborate nella sua cella
da Savonarola e ripetute dall'alto del pulpito del Duomo dal suo fedele frate
Domenico da Pescia, questa massa di ragazzacci  stata organizzata e mobilitata
al servizio di frate Gerolamo. Essi vengono chiamati i figli del frate.
Esattamente come cinque secoli dopo, avverr con le guardie rosse di Pechino; la
loro vitalit, la loro violenza non  stata repressa, ma piuttosto esaltata e
canalizzata verso uno scopo ben preciso.
I ragazzi sono stati organizzati in unit di quartiere, seguendo lo schema delle
bande precedenti. Essi eleggono i loro ufficiali, arbitri, custodi, prevosti,
nella stessa maniera in cui prima sceglievano i loro capi. Lo sbarramento delle
strade non viene proibito ma organizzato: il ricavato dal pedaggio viene ora
versato nella cassa delle elemosine dei buoni uomini di San Martino,
confraternita che  diventata una succursale di San Marco. Gli istinti violenti
dei ragazzi vengono adoperati per terrorizzare i compagnacci. Infine vengono
riconosciute a questi ragazzi nuove prerogative: d'ora in poi essi hanno il
diritto di disobbedire ai loro genitori quando si tratta di cose riguardanti la
religione... In poche parole, i Piagnoni possono ora intervenire tramite
l'intimidazione o la delazione in seno ad ogni famiglia fiorentina. E per le
famiglie che non hanno figli? Ebbene, i figli del frate vengono autorizzati a
perquisire qualsiasi dimora per impossessarsi di tutti gli oggetti che
giudicheranno licenziosi o semplicemente frivoli!
Il 16 febbraio, per le vie della citt, si svolge la stupefacente dimostrazione
di forza di questo nuovo strumento di cui dispone frate Gerolamo. La Signoria,
sempre pi preoccupata, continua a richiedere a Roma che venga revocata la
proibizione di predicare nei confronti di Savonarola. Alessandro VI alla fine d
la sua autorizzazione verbale, pertanto non ufficiale n definitiva. Ma
Savonarola ha raggiunto il suo scopo: il mercoled delle Ceneri del 1496 egli
risale sul pulpito. E' un avvenimento sensazionale: a Santa Maria del Fiore e
intorno al Duomo vi sono pi di quindicimila persone. Nella navata centrale
della cattedrale sono state costruite delle impalcature sulle quali hanno
trovato posto centinaia di persone, tra cui molti figli del frate. Costoro, in
attesa dell'arrivo di Savonarola, scandiscono dei canti che assomigliano a
parole d'ordine.
Viva il Cristo e colui che crede in Lui! Ors Firenze, mettiti all'opera ch
Ges vuole coronare colui che dar la vita per questa Fede!
Questa profezia della prossima morte del predicatore verr costantemente ripresa
dallo stesso Savonarola, il quale accuser in anticipo i suoi nemici, compresa
la corte pontificia e lo stesso papa. Quando frate Gerolamo sale sul pulpito, un
immenso clamore lo saluta; poi scende un pesante silenzio in cui risuonano le
frasi dialogate, scandite dall'oratore. Egli ha scelto di predicare questa
quaresima secondo il profeta Amos, appunto perch costui  stato assassinato dai
suoi nemici.
Tutto il suo discorso  un incredibile attacco, che andr ampliandosi nelle
prediche seguenti, contro l'alto clero e lo stesso pontefice, anche se non viene
mai fatto il suo nome. Savonarola vilipende le concubine del Vaticano, quelle
vacche di Samaria il cui culo verr strappato con degli arpioni: Venite, capi
della Chiesa... di notte fate visita alle vostre concubine e di mattina vi
avvicinate alla santa Eucarestia... Parlate soltanto del male da commettere, di
femmine, di giovani, di cani e di muli!...
Savonarola minaccia apertamente: egli si dichiara perfettamente al corrente di
tutti i complotti tramati contro di lui e delle lettere spedite a questo
proposito e comincia a parlare con sempre maggior precisione dell'eventualit di
un concilio che epuri la Chiesa, in parole povere che cacci i Borgia. Egli
informa inoltre il suo uditorio di aver ricevuto da altissime personalit
religiose e politiche lettere misteriose in diverse riprese. Evidentemente egli
non nomina mai queste personalit. Tutto questo porta a una tale tensione e a
una tale confusione che il 18 marzo Alessandro VI gli proibisce nuovamente di
predicare, appoggiato questa volta dalla Signoria, formata in maggioranza da
Arrabbiati. Ma la situazione creatasi a Firenze fa s che Savonarola non tenga
conto di nessuno dei due ordini.
Dall'8 maggio in poi ha inizio una nuova serie di sermoni, questa volta
imperniati intorno alle figure di Rut e di Micheo. Queste prediche sono ancora
pi violente delle precedenti e i loro testi integrali vengono stenografati (a
quell'epoca si dice tachigrafati) da un notaio al servizio di frate Gerolamo,
certo Lorenzo Violi che si trova sempre sotto il pulpito. Questi testi vengono
immediatamente stampati e distribuiti, in modo che anche a Roma i propositi
incendiari di Savonarola arrivino autentici. I Piagnoni sanno quanto sia facile
venire assassinati in una chiesa (il fratello del Magnifico, il giovane e bel
Giuliano de' Medici, era stato ucciso da diciannove colpi di pugnale, nel 1478
in quella stessa cattedrale, in piena messa, durante l'elevazione, dagli agenti
di papa Sisto IV). Essi decidono perci di proteggere frate Gerolamo con la
presenza continua di guardie del corpo che nascondono armi sotto le vesti e che
lo scortano fino ai piedi del pulpito.
Dal momento che i suoi ordini non hanno nessun effetto, esitando d'altra parte
davanti alla scomunica che Savonarola rifiuterebbe come contraria alla volont
di Dio, Alessandro VI colpisce frate Gerolamo in ci che per lui  pi
importante: la libert d'azione che egli possiede come priore eletto di San
Marco e vicario generale eletto della congregazione toscana. Il 7 novembre 1496,
un breve pontificio scioglie quest'ultima ed aggrega San Marco e gli altri
conventi toscani a una nuova congregazione domenicana, la congregazione
romano-toscana, nominando come vicario generale frate Francesco Mei, uno dei pi
accaniti nemici di frate Gerolamo.
Ma poich l'assedio di Livorno (che nel frattempo  stata restituita dai
Francesi a Firenze) sta risolvendosi in un disastro per l'imperatore
Massimiliano, la cui flotta  stata distrutta dalla tempesta e che deve
vergognosamente ritornare in Germania, Firenze attribuisce a Savonarola il
merito di quel miracolo. Francesco Mei si guarda perci bene dal tentare
d'imporre a frate Gerolamo l'esecuzione del breve papale.
Il 7 febbraio 1497, giorno di marted grasso, Firenze assiste ad uno strano
spettacolo. Fin dalle prime ore del mattino, centinaia e poi migliaia di giovani
si raccolgono davanti al convento di San Marco. Essi iniziano da l un'immensa
processione che sfila fino alla piazza della Signoria, cantando la gloria di
Ges Cristo e la morte del carnevale pagano e brandendo delle croci rosse.
Arrivata davanti a Palazzo Vecchio, la folla disciplinata dei figli del frate,
circonda un enorme edificio di legno che  stato eretto in mezzo alla piazza. La
costruzione  piena di legna secca e reca sulla facciata l'effigie di Carnevale,
principe delle vanit, accanto ad un altro ritratto, quello di un mercante di
Venezia che, venuto a sapere ci che sarebbe successo, ha avuto l'impudenza di
offrire ventimila ducati per comprare tutto quello che sarebbe stato bruciato.
Si tratta infatti di un enorme rogo sul quale viene ammucchiata una grande
quantit di oggetti di ogni genere che rappresentano, secondo i discepoli di
Savonarola, le vanit. Ci sono bambole, carte da gioco, dadi, scatole per i
cappelli delle donne, liuti, specchi, belletti e profumi, tavole da gioco e
scacchiere; ci sono poi quadri e libri: quadri che rappresentano nudi o scene
galanti e libri che contengono racconti frivoli o storie d'amore. Tutta questa
roba, insieme a oggetti artistici,  stata sottratta dai figli del frate nelle
case borghesi di Firenze. Da Palazzo Vecchio s'innalza il suono dei pifferi e
delle trombe, mentre i giovani intonano dei cantici. Viene appiccato il fuoco
all'enorme rogo e ben presto le fiamme salgono verso il cielo pallido
dell'inverno toscano:  l'autodaf delle vanit voluto da Savonarola. La folla,
dapprima in tripudio, assiste ammutolita alla scena. Per alcuni si tratta di un
atto vandalico, per altri della distruzione simbolica del recente passato di
Firenze, la distruzione di un'era pagana. Non sappiamo se frate Gerolamo
assistette alla sua opera: se era presente vide forse salire verso il cielo
altre fiamme, che avrebbero cancellato queste, mandandolo a raggiungere il suo
Dio di cui egli si proclamava l'emissario sulla terra?
L'autodaf delle vanit  lo spettacolare coronamento dei progressi ottenuti
dalla rivoluzione culturale savonaroliana. Le leggi contro il gioco, la sodomia
e la propaganda ostile al nuovo Stato sono state rese ancora pi severe. Su
quella stessa piazza sono stati impiccati uomini colpevoli di aver cospirato.
Frate Gerolamo, una volta strenuo propagatore della misericordia, ha lasciato
fare. Quelli che criticano Savonarola, oralmente o per iscritto (a Firenze
vengono affissi alcuni manifesti contro questa o quella fazione politica)
vengono condannati a pesanti pene in denaro o alla prigione.
Savonarola continua a parlare, ignorando gli ordini del papa e mettendolo
perfino alla berlina, senza mai nominarlo, ma senza lasciare spazio ad eventuali
equivoci: ...O Chiesa prostituita, una volta tu avevi vergogna della tua
superbia e della tua corruzione. Oggi hai ingoiato tutta la tua vergogna. Voi
sapete che una volta i preti, quando avevano dei figli, li chiamavano nipoti;
oggi non si tratta pi di nipoti, ma di figli, semplicemente di figli!
Alessandro VI infatti ha appena avuto un altro figlio che ha riconosciuto
ufficialmente. Ma se, nei corridoi, c' molta gente che cospira contro
Savonarola, il papa Borgia non si d neppure la pena di ritirare la sua
autorizzazione verbale a predicare.
Tuttavia in maggio la situazione a Firenze si aggrava: le passioni si
riaccendono e si scatenano, mentre ricominciano gli attacchi dei compagnacci ai
partigiani di frate Gerolamo. Il giorno dell'Ascensione, il 4 maggio, la
situazione  talmente tesa che la Signoria decide di non permettere a Savonarola
di pronunciare il sermone. Si devono perci demolire i gradini costruiti nella
cattedrale di Santa Maria del Fiore, e per lo stesso giorno i compagnacci
organizzano il loro pi bel colpo: all'alba essi depongono nel pulpito di
Savonarola la carogna di un asino, colorano le pareti col contenuto degli
intestini e piantano dei chiodi sul bordo del pulpito che frate Gerolamo ha
l'abitudine di martellare mentre predica.
L'odore di questa messa in scena allarma per la sacrestia e tutto viene tolto
in tempo per la predica. Nel bel mezzo del sermone, i compagnacci si mettono a
gridare selvaggiamente e a correre verso le porte. L'uditorio, nel timore di
qualche improvviso pericolo, si precipita immediatamente all'esterno, in preda a
un folle panico. I compagnacci vogliono evidentemente che il predicatore rimanga
solo per poterlo uccidere. Ma un gruppo di Piagnoni armati circonda il pulpito
per proteggere il loro capo.
Per le strade scoppiano dei tumulti che durano tutta la giornata dell'Ascensione
e solo a sera inoltrata la situazione ritorna calma. Questi avvenimenti hanno
evidentemente un'immediata ripercussione a Roma, dove i nemici di Savonarola
riescono a strappare al papa il breve di scomunica tanto desiderato. Il priore
di San Marco viene ufficialmente scomunicato da Alessandro VI il 13 maggio 1497.
Tuttavia ci sono sempre dei ritardi nella posta... Bench a Firenze siano tutti
al corrente fin dall'indomani della misura presa dal papa, bisogner aspettare
il 18 giugno prima che il breve pontificio vi arrivi! Questa volta Savonarola
non potr far nulla. Giovanni Vittorio da Camerino, bandito dalla Signoria
qualche mese prima per aver cospirato contro frate Gerolamo,  incaricato di
portare a Firenze il documento del papa. Temendo di essere mal ricevuto a
Firenze dai partigiani di Savonarola e nello stesso tempo di tornare a Roma
senza aver compiuto la sua missione, egli si nasconde a Siena per pi di un
mese, senza dare sue notizie a nessuno.
Savonarola approfitta di questa tregua apparentemente inspiegabile per scrivere
al papa una lettera molto umile, nella quale si lamenta di coloro che cercano di
nuocergli e non esita a mettere in causa un altro predicatore, frate Mariano,
che anch'egli ha criticato il sovrano pontefice. Poco tempo dopo, venuto a
sapere del misterioso assassinio del figlio maggiore di Alessandro VI (compiuto
forse da suo fratello Cesare Borgia) frate Gerolamo manda alla Santa Sede
un'affettuosa lettera di condoglianze.
Finalmente, il 16 giugno, Giovanni Vittorio da Camerino d segni di vita e, da
Siena, chiede un salvacondotto alla Signoria di Firenze, che glielo rifiuta. Il
breve di scomunica viene perci consegnato ad un altro messaggero non
ufficialmente accreditato, che rischia perci di comprometterne la validit.
Giunto a Firenze in queste circostanze, il breve pontificio verr letto solo in
cinque chiese di Firenze tenute da religiosi nemici di Savonarola.
Quest'ultimo ha avuto il tempo di preparare una risposta. Il 19 giugno egli fa
pubblicare e distribuire una Epistola contro la surrettizia scomunica appena
lanciata a tutti i cristiani amici di Dio. Il testo, che dimostra la non
validit del breve papale, suscita a Firenze un notevole scalpore e rinnova la
tensione. Gli Arrabbiati si scatenano contro frate Gerolamo e quelli che avevano
esitato fino ad allora si schierano dalla loro parte temendo che il papa lanci
l'interdetto contro la citt se non si mette termine alle prediche di frate
Gerolamo. Tale interdetto equivarrebbe alla rovina economica della citt, poich
i cristiani non avrebbero pi il diritto di commerciarvi.
Tuttavia due circostanze permettono a frate Gerolamo di raddrizzare la
situazione. All'inizio di luglio dilaga a Firenze un'epidemia di peste che miete
decine di morti ogni giorno. Come sempre, in caso di pericolo, il popolo si
rivolge al predicatore profeta, che collega l'epidemia alla persecuzione di cui
 fatto oggetto. La peste infatti non assume proporzioni catastrofiche.
In secondo luogo, la Signoria eletta per luglio-agosto  composta in maggioranza
da Piagnoni. Essa si impegna a sanare la crisi economica che ha colpito Firenze
in seguito alle guerre e agli intrighi diplomatici che sconvolgono l'Italia. La
citt allora viene invasa da migliaia di contadini affamati, mentre l'epidemia
di peste finisce quasi per miracolo. Cinque borghesi accusati di aver cospirato
con Piero de' Medici vengono torturati e decapitati: uno di essi  il fratello
di uno dei pi ardenti partigiani di Savonarola, Giovanni Battista Ridolfi.
Frate Gerolamo non protesta contro queste esecuzioni e manda al suo fedele una
lettera di condoglianze assai fredda. In questo momento Savonarola  padrone
assoluto della citt e cerca da Palazzo Vecchio di far togliere la scomunica
papale. I suoi fedeli negoziano perfino con Roma il prezzo che costerebbe questa
abolizione. Frate Gerolamo protesta: La censura, scrive, sarebbe aggravata se
fosse ottenuta a prezzo d'oro. Egli vuole umiliare il suo avversario.
La trattative proseguono fino alla fine del 1497. Savonarola gioca d'astuzia:
pur moltiplicando gli scritti nei quali non modifica per nulla le sue posizioni,
egli si astiene dal predicare l'avvento, spinto anche dalla Signoria,
terrorizzata dalla minaccia dell'interdetto.
Egli tuttavia fa organizzare dai suoi amici delle interminabili processioni a
San Marco, durante le quali il popolo pu vederlo anche se non sentirlo. In
questo modo egli continua a dominare la vita della citt, a tal punto che nel
gennaio del 1498 la Signoria al completo s'inchina davanti a frate Gerolamo e
gli bacia la mano in segno di solidariet e di sottomissione. In citt, i figli
del frate manifestano continuamente con la loro croce rossa perch Savonarola
ricominci a predicare e perch si ricostruiscano i gradini nella cattedrale.
Il capitolo del Duomo, spaventato da questa prospettiva, interviene a Palazzo
Vecchio per protestare contro un' eventuale ripresa dei sermoni dello
scomunicato. Il vicario generale del vescovado, Leonardo de' Medici, minaccia a
sua volta di scomunicare tutti coloro che si recassero ad ascoltare frate
Gerolamo. Egli viene immediatamente destituito dalla Signoria che lo sostituisce
con un Piagnone. Alessandro VI fa sapere che sarebbe disposto a togliere la
scomunica se Firenze si unisse alla santa lega... Si tratta ormai di una lotta
politica aperta o piuttosto della ricerca di un compromesso.
L'11 febbraio 1498, Gerolamo Savonarola sale sul pulpito del Duomo:  una sfida
aperta. Ma, fatto senza precedenti da pi di quattro anni, la grande navata non
 piena di gente. Da una parte i fiorentini cominciano a temere le dimensioni
assunte dalla lotta di frate Gerolamo contro la Santa Sede e dall'altra egli non
esercita pi l'enorme influenza di un tempo. Il declino del santo maledetto
diventa ogni giorno pi evidente. Il suo primo sermone sfida  patetico: Da che
parte volete stare? Dalla parte della verit o della menzogna?... Cristo dice:
io sono la verit e sto dalla parte di colui che professa la libert, di colui
che voi dite essere stato scomunicato, mentre il diavolo star dalla parte di
coloro che affermano di essere benedetti! Iddio, mio Signore, io mi rivolgo a
voi: voi siete morto per la verit ed io sono felice di morire per la vostra
verit...
Questa predica e tutte le altre, che sono sullo stesso tono, vengono
tachigrafate ed immediatamente stampate e distribuite. Ma il pubblico continua a
diminuire. A Roma, Alessandro VI convoca gli ambasciatori di Firenze per
comunicare loro senza ambagi che se frate Gerolamo non verr immediatamente
ridotto al silenzio, la citt verr colpita dall'interdetto. Il 27 febbraio i
Piagnoni reagiscono organizzando un secondo autodaf delle vanit, ma le file
dei figli del frate si sono ridotte e i compagnacci possono facilmente attaccare
i manifestanti a colpi di pietre e di bastoni. La Signoria eletta l'indomani per
marzo-aprile  composta in maggioranza da Arrabbiati.
Savonarola  costretto a rinunciare a predicare in Duomo e si limita a parlare a
San Marco. Mentre la Signoria riunisce i notabili, la maggioranza dei quali
esita a votare sanzioni definitive contro frate Gerolamo, quest'ultimo manda ad
Alessandro VI una lettera che costituisce una nuova sfida: ...Dio... ha
chiaramente mostrato quella verit in favore della quale noi sopportiamo ora
tanti mali che ci provengono da Voi, per provarla contro di Voi e contro tutti
gli altri suoi nemici, per mezzo di ragioni naturali ed anche di segni al di
sopra della natura... E' per essa che noi desideriamo morire con tanto ardore.
Non tardate, Molto Santo Padre, a prendere le misure necessarie alla vostra
salvezza. Statemi bene!
La lettera finisce qui, senza nessun'altra formula di deferenza! Possiamo
facilmente immaginare l'effetto prodotto a Roma da una tale lettera. I prelati
considerano ormai Savonarola il grande Ebreo ebbro!... La reazione non si fa
aspettare: il 9 marzo il papa emette un nuovo breve nel quale rende i fiorentini
corresponsabili della scandalosa condotta del predicatore di San Marco ed esige
che Savonarola sia a lui consegnato per essere giudicato.
I notabili della citt discutono per quattro giorni a Palazzo Vecchio: ci sono
dei contrasti, ma la decisione  di rifiutare l'adesione alla Santa Lega e
l'invio a Roma di frate Gerolamo, al quale per ordinano di cessare le prediche.
Savonarola ubbidisce e il 18 marzo annuncia che Dio gli ha permesso di
interrompere i suoi sermoni, prendendo cos congedo dal suo uditorio, molto
diminuito rispetto a quello di alcuni mesi prima. Il suo posto viene preso dal
fedele Domenico da Pescia, i cui discorsi e il cui tono sono in tutto uguali a
quelli del maestro. Egli sar lo strumento e l'attore dell'ultimo episodio della
caduta di Savonarola.
Il 7 aprile 1498 muore Carlo VIII, il nuovo Ciro che tanto era servito alle
imprese di Savonarola. A Firenze la notizia giunge in ritardo, ma quello stesso
giorno, davanti a Palazzo Vecchio, si svolge uno strano spettacolo.
In piazza della Signoria sono stati costruiti due roghi di legna secca, separati
da uno stretto passaggio. La legna  coperta d'olio, di polvere di cannone e di
altro materiale combustibile. La loggia dei Signori (oggi Loggia dei Lanzi) 
stata separata in due da un tramezzo e su ognuna delle due parti  stato eretto
un altare. La piazza  sorvegliata da parecchie centinaia di uomini armati ed 
piena di folla.
Finalmente arriva un gruppo di francescani, che appaiono piuttosto nervosi, poi
una processione di domenicani guidata dallo stesso Savonarola che, con gli occhi
rivolti al cielo, porta il Santo Sacramento. Dietro a lui avanza frate Domenico
da Pescia, vestito con una cappa di un rosso fiammeggiante. I due gruppi di
monaci salgono nelle parti della loggia a loro destinate: i domenicani cantano
dei salmi, i francescani discutono. Al di sopra delle alabarde degli uomini
armati, la folla vede che i frati discutono a gran gesti, scompaiono all'interno
dell'edificio per poi ricomparire. Le ore passano e mezzogiorno si avvicina
senza che succeda nulla. La gente comincia ad abbandonare la piazza. Nere nubi
oscurano il cielo, finch scoppia un furioso temporale e la pioggia comincia a
cadere a dirotto. Ben presto la piazza, colpita dalle raffiche di pioggia mista
a grandine, si vuota completamente. Savonarola torna a San Marco dove, dalle sei
del mattino mille donne prosternate pregavano ad alta voce.
Che cosa era successo? Un episodio nello stesso tempo barbaro e grottesco, degno
del medioevo. Il frate francescano Francesco di Puglia, durante una sua predica
a Santa Croce, si era lasciato tanto trascinare dai suoi attacchi contro
Savonarola, da sfidare chiunque sostenesse frate Gerolamo a sottoporsi alla
prova del fuoco! Frate Domenico da Pescia aveva raccolto immediatamente la
sfida. E cosi, per pi di quindici giorni, il gran consiglio, i notai e i
prelati della citt avevano discusso, organizzato e preparato la prova. I
francescani avevano tentato subito di fare marcia indietro: frate Francesco era
disposto a tentare la prova del fuoco solamente col Savonarola. Frate Gerolamo
aveva pubblicato una lettera apologetica assai fumosa, nella quale disapprovava
la prova del fuoco, ritenendola al tempo stesso necessaria, al punto in cui
stavano le cose, per dimostrare la verit. Precisava inoltre di non doversi
sottomettere di persona poich la sfida era stata lanciata da frate Francesco e
raccolta da frate Domenico. Lo stesso francescano alla fine si era fatto
sostituire dal frate Giuliano Rondinelli.
Quando era giunto il momento delle verit, i francescani avevano fatto tutto il
possibile per ritardare il momento in cui i due monaci sarebbero entrati nel
fuoco. Essi avevano preso a pretesto gli abiti truccati: i due frati erano stati
spogliati e rivestiti; inoltre i francescani non volevano che frate Domenico
tenesse un crocefisso, poi il Santo Sacramento... La stanchezza generale e poi
il temporale avevano messo fine all'attesa. In virt degli accordi solennemente
firmati di fronte alla Signoria, i domenicani erano vincitori, poich il
perdente doveva essere colui che fosse bruciato o che avesse rifiutato di
entrare nel fuoco. Era stato inoltre deciso che il perdente sarebbe stato
immediatamente espulso dalla citt...
Ma il popolo dimentic subito i francescani e se la prese con frate Gerolamo. La
conclusione della prova, che egli aveva avuto il grande torto di accettare, non
corrispondeva certo all'attesa generale. Gli Arrabbiati volevano veder bruciare
frate Domenico e scacciare o uccidere Savonarola; i Piagnoni aspettavano il
miracolo di un frate Domenico incombustibile; la massa contava di assistere ad
uno spettacolo fuori dal comune. Ma non era successo niente.
Cessata la pioggia, l'indomani tutta Firenze parla di ci che non  successo il
giorno prima. Savonarola ha perso molto del suo prestigio, gli viene
rimproverato di essersi sottratto alla prova e molti cessano di credere in lui.
In citt si riaccendono i tumulti tra Piagnoni e compagnacci. Tre piagnoni
vengono picchiati a sangue da una folla infuriata, mentre i compagnacci
sfruttano la situazione. Quando frate Mariano degli Ughi, un predicatore
domenicano fedele a frate Gerolamo, inizia la sua predica in Duomo, scoppia uno
straordinario tumulto: ci sono numerosi feriti e alcuni banchi fracassati. Un
certo numero di Piagnoni armati corrono al convento di San Marco per
organizzarne la difesa, poich la folla vuole impadronirsi di Savonarola. Nella
serata la Signoria, per ragioni di ordine pubblico, decreta l'espulsione di
frate Gerolamo dalla citt entro dodici ore. Un'ora pi tardi, tutti i laici
rifugiatisi in San Marco vengono dichiarati ribelli. Molti abbandonano la nave
che affonda. Uno dei capi dei Piagnoni, Francesco Valori, cerca di tornare a
casa sua. La folla lo segue, penetra nella sua casa, massacra sua moglie, poi si
impadronisce di lui, lo trascina a Palazzo Vecchio dove viene ucciso. Per tutto
questo tempo Savonarola  rimasto in preghiera nella sua cella, mentre la
campana del campanile di San Marco, chiamata Piagnona, suona, suona
lugubremente... (Essa verr simbolicamente bandita da Firenze per
cinquant'anni). La folla sfonda la porta del convento e vi appicca il fuoco,
mentre gli ultimi difensori fuggono da ogni parte.
Solo alle tre del mattino, Savonarola decide di consegnarsi ai mazzieri della
Signoria. Nell'abbandonare il convento, egli chiede ai suoi monaci di pregare
per lui. Ad uno di essi che voleva seguirlo, egli dice: In nome della santa
obbedienza, non venite; poich frate Domenico ed io moriremo per l'amore del
Cristo.
Nell'attraversare le strade della citt, frate Gerolamo soffre un vero calvario:
la gente sputa su di lui, lo insulta, cerca di bruciarlo con delle torce, lo
lapida, gli tira dei calci. I prigionieri arrivano a Palazzo Vecchio verso le
quattro della mattina e vengono rinchiusi in celle separate. Ben presto li
raggiunge frate Silvestro, uno dei confidenti pi vicini a Savonarola.
Trentatr giorni pi tardi, il 23 maggio 1498, un'enorme pedana di legno unisce
la balaustra di Palazzo Vecchio ad un enorme rogo, eretto in mezzo alla piazza
della Signoria, sovrastato da una specie di croce da dove pendono delle corde e
delle travi. Al balcone dei Signori ci sono il giudice di Firenze e i commissari
apostolici, cio i giudici mandati dal papa. La piazza  gremita di folla.
Sulla pedana appare frate Gerolamo Savonarola, a piedi nudi e vestito solo di
una camicia: ai suoi fianchi, frate Domenico e frate Silvestro. Un vescovo
domenicano, che aveva fatto parte dei frati di San Marco, avanza per compiere la
missione di cui lo ha incaricato Alessandro VI: degradare i condannati.
Per l'emozione egli balbetta: Io ti separo dalla Chiesa militante e dalla Chiesa
trionfante... Solo militante, corregge Savonarola, l'altra non  di tua
competenza...
I tre religiosi si fermano davanti al tribunale per ascoltare la lettura della
sentenza che li condanna ad essere impiccati e bruciati per i loro numerosi
crimini e perch sono eretici e scismatici. Tuttavia il papa ha accordato loro
l'indulgenza plenaria, cosa che eviter loro di passare dal purgatorio...
La folla comincia a mormorare, poi a lanciare insulti e sarcasmi. Dei giovani
mascalzoni (si tratta forse degli stessi figli del frate?) hanno piantato dei
chiodi nelle assi della pedana sulla quale i condannati avanzano a piedi nudi.
Ma costoro sembrano gi altrove. Frate Domenico mormora un canto. Frate
Silvestro sale per primo al patibolo, seguito da frate Domenico; poi, dopo aver
visto morire i suoi due compagni,  la volta di Gerolamo Savonarola.
Il boia gli infila la corda al collo e lo spinge nel vuoto. Mentre il corpo
oscilla ancora, trattenuto dalle catene che devono mantenerlo dritto sulle
fiamme, il boia accende il rogo. Dalla folla si odono delle grida: E' il momento
di fare miracoli! grida una voce.
Nel momento in cui le fiamme salgono verso l'alto, una raffica di vento le
spinge lontano dai corpi dei tre suppliziati. Miracolo! Miracolo! si ode dalla
folla; molti scappano. Ma le fiamme si raddrizzano e avvolgono i cadaveri. I
bambini cominciano a gettare delle pietre sui corpi che stanno bruciando e che
si consumano rapidamente e si trasformano in cenere. Le donne cercano di
prendere un po' di cenere, ma i soldati le allontanano. Per evitare che la folla
conservi le ceneri come reliquie, la Signoria fa gettare nell'Arno tutto ci che
rimane del rogo.
In un sermone pronunciato nel 1491, Savonarola aveva esclamato: Gli empi
andranno al santuario, distruggeranno le porte con delle asce e vi appiccheranno
il fuoco. Arresteranno gli uomini giusti e li bruceranno sulla piazza principale
della citt. Ci che il fuoco non avr consumato, che il vento non avr
disperso, essi lo getteranno nell'acqua... Questa profezia, se di profezia si
tratta, si  realizzata con molta precisione.
Tra l'arresto di Gerolamo Savonarola e la sua esecuzione c' stato evidentemente
un processo. Che questo processo sia stato barbaro, non v' dubbio. Esso si 
svolto in tre fasi: le due prime, puramente fiorentine, la terza con la
partecipazione dei commissari apostolici, vale a dire degli inquisitori delegati
dal papa, poich la Signoria si era rifiutata di mandare Savonarola a Roma, nel
timore che egli svelasse i segreti della politica fiorentina di cui era
perfettamente a conoscenza.
Durante la prima e la terza fase di questo processo Savonarola fu torturato a
pi riprese. Frate Gerolamo e gli altri prigionieri vennero sottoposti al
supplizio della strappata fino a dieci volte in una sola giornata.
(La strappata consiste nel legare per le braccia il suppliziato ad una
considerevole altezza da terra e nel mollare bruscamente la corda, bloccandola
altrettanto brutalmente prima che il corpo tocchi il suolo. Si produce cos
nello scheletro e nella muscolatura uno strappo estremamente doloroso.)
Frate Gerolamo ne ebbe le braccia slogate e, assieme ai suoi compagni di
sventura, dovette subire un vero martirio. I processi verbali degli
interrogatori vennero sistemati, o apertamente falsificati, ma alcune
confessioni rimasero comunque scritte dalla mano di Savonarola.
Colui che rivendicava la palma del martire non resistette alle torture. A
quell'uomo appassionato mancava, evidentemente, la capacit di resistere al
dolore fisico. Egli riconobbe cos di aver falsificato le sue visioni, con la
complicit di frate Silvestro, il quale era sonnambulo e di notte parlava,
fornendo cos al predicatore argomenti per le sue rivelazioni divine. Silvestro
conferm questa versione. Savonarola riconobbe inoltre di aver profetizzato
abusivamente. Tutto questo per evitare, lo diceva lui stesso, di venire
sottoposto nuovamente alla strappata. Ma ogni volta, appena superata la
sofferenza, egli ritrattava tutto. Si  dunque tentati di negare qualsiasi
valore a questa istruttoria, tanto pi che la sentenza finale si guarda bene dal
definire con precisione i crimini di frate Gerolamo accontentandosi di dire che
egli e i suoi complici avevano, commesso crimini abominevoli. Questa mancanza di
precisione  rivelatrice, come anche il fatto che i processi verbali, compresi
quelli scritti di pugno da Savonarola (pieni di aggiunte di altra mano), sono
stati letti soltanto a porte chiuse e in assenza di frate Gerolamo.
Resta il fatto che questi testi, queste confessioni strappate con la tortura,
queste ritrattazioni, queste professioni di fede dei tre monaci, stabiliscono
con certezza quasi assoluta questi due punti: primo, Savonarola non fu un
geniale imbroglione, ma un uomo profondamente convinto di essere lo strumento di
una missione affidatagli da un essere superiore, fosse esso di natura divina,
diabolica o semplicemente umana. Confondendo, come sempre a quell'epoca, il
temporale con lo spirituale, egli fu comunque un precursore della Riforma
(Lutero e Calvino vengono alcuni decenni dopo) e un precursore del concetto di
democrazia popolare, che rivedr la luce cinque secoli pi tardi. Secondo:
possiamo essere certi ormai che Savonarola invent una vera tecnica della presa
del potere per mezzo della propaganda. Egli seppe, come si dice oggi, sentire il
pubblico, servirsi della psicologia di massa e dei riflessi condizionati per
ottenere il consenso di decine di migliaia di uditori e di lettori. In questo
campo egli si rivel un genio. Il suo dramma fu quello di vivere troppo tardi o
troppo presto. Troppo tardi poich il misticismo del Medio Evo era gi in
declino e cedeva il posto alle luci profane del Rinascimento, e il ragionamento
logico, lo spirito critico che andava formandosi gli imped di incantare
completamente le folle per portarle laddove voleva arrivassero. Troppo presto,
perch il concetto di nazione appena nascente gli avrebbe procurato un terreno
d'azione ideale ma esso non aveva ancora presa sulle masse ignoranti e neppure
sull'oscurantismo e sull'egoismo dei potenti dell'epoca. Il feticismo che
permetteva alla Chiesa dei Borgia di essere ci che era, aveva ancora profonde
radici nel popolo e la magia delle parole sacre era molto pi forte dei
comportamenti pi cinicamente materialistici.
Vissuto tra il Medio Evo e i tempi moderni, Gerolamo Savonarola fu nello stesso
tempo l'avanguardia di questi e la retroguardia di quello. Questo fu il suo
dramma ed anche il suo enigma. Per gli uni, Savonarola fu lo strumento della
borghesia fiorentina che lo adoper sia per sbarazzarsi dei Medici che per
rendersi autonoma dalla corte romana, pur mantenendo il controllo della
popolazione della citt. Per altri egli fu un autentico inviato di Dio. Per
altri ancora, una specie di dittatore senza scrupoli. Per alcuni un ciarlatano
allucinato. Per molti un rivoluzionario geniale.
A quanto sembra la verit, se si scoprir mai un giorno, dovrebbe essere un
amalgama di tutto questo. In ogni caso, che dirigesse la sua rivoluzione
culturale o che bruciasse sul rogo, che tuonasse dall'alto del pulpito o
scrivesse lettere ambigue, nell'austerit della sua cella come davanti al re di
Francia, Gerolamo Savonarola, il santo maledetto, rimane comunque un momento
della storia dell'umanit.

FINE.





































