MANOSCRITTO DI UN PRIGIONIERO
di
Carlo Bini (1833)


You smile? t'is better thus than sigh.
Byron


V' pi ragione di ridere quando sei in fondo, che quando sei in cima;  almeno tu non temi pi di dare la balta. Il riso dell'uomo felice pu essere smentito da un punto all'altro. La Fortuna non fa contratti perpetui con nessuno. Il suo corso  a spirali, e non rettilineo. Oggi t'abbraccia, e ti mette sul capo un diadema; dimani ti taglia la testa, e la d per balocco all'abietto, che faceva da sgabello ai tuoi piedi.

Epigrafe che va per conto mio


CAPITOLO PRIMO

Il cervello dell'uomo appena  in istato di esercitare le sue funzioni pu rassegnarsi in tre scuole. Di queste una infallibilmente ne conoscete,  senz'altro le conoscerete anche tutte, perch non sono arcani di astronomia;  son cose semplici, e dappertutto si sentono dire. Io nondimeno, a scanso di equivoci, mi stimo in dovere di nominarvele tutte e tre, secondo l'ordine naturale in cui giacciono fino dal principio dei secoli. Elle pertanto son queste:

Scuola della Fede;
Scuola del Dubbio;
Scuola dell'Incredulit.

E in una di queste tre, suo malgrado o no, ha da rassegnarsi il cervello. La prima  pi frequentata di tutte;  la seconda pi della terza; quest'ultima ha un numero bene scarso di alunni. Il locale stesso  s angusto che non potrebbe capirne una folla, e per entrarvi ci vogliono certi dati requisiti, che non son comuni. Sic se res habet. V' chi crede in tutto; v' chi dubita di tutto; v' chi non crede in nulla, V' chi crede che il Sole abbia gli occhi, il naso e la bocca come abbiamo noi;  v' chi dubita che il Sole non sia di fuoco, ma una massa enorme di ghiaccio;  vi sono certi pochi disperati che non credono in nulla,  n anche nel sasso dove urtano,  n anche nell'acqua che li bagna.  La Verit dove siede?  Di grazia, vi prego, non fate a me questa dimanda, perch" non saprei di dove cominciare a rispondervi. Quello che  vero, scuola la pretende esclusivamente nel suo retto,  e le ha destinato un bel seggiolo e a braccioli, dove non ci si vede mai nessuno a sedere. Ma tutte le scuole vi spiegano il fenomeno in questa guisa: non s pu negare, voi non vedete nessuno, e noi non vediamo nessuno, ma v' la sua propria ragione;  la Verit  un ente invisibile. Forse la Verit imita il Congresso degli Stati Uniti d'America, che tiene le sue sessioni ora in questa ora in quella citt, regolandosi con una giusta vicenda.
Io per cominciare ab ovo, come dicono i retori, primamente entrai nella scuola della Fede, palpando l'ombre come cose sensibili, fino a che il tatto educato dall'uso non usc d'inganno. Allora protestai nelle debito forme;  tolsi commiato il meglio che seppi, e mi diedi alla scuola del Dubbio. Non oper la stanchezza o il capriccio; furon la coscienza e il puntiglio che mi fecero divorziare colla Fede. La Fede me ne aveva fatte troppe delle fusa torte, e troppo manifeste, Mi dava una cosa per bianca, e al riscontro era bigia;  e quanto spesso, per cagion sua, invece d'uno ho dovuto far due viaggi, ho dovuto fare un conto due volte!
Un tempo io mi dava a credere che un effetto solo e determinato fosse prodotto sempre da una causa sola, determinata, immutabile. Un tempo io lo credeva,  e la Logica anch'essa mi accennava col capo ad una certa distanza. A me pareva allora che volesse darmi ragione,  e forse invece voleva dirmi di no,
Oggi il mio credo  sensibilmente variato quasi in tutti i suoi articoli, e tale  il frutto degli anni. Ma son io pi felice? siete voi pi felici, voi, che spettaste con tanto anelito il benefizio del tempo?  Gli anni mi hanno guarito di certe poche malattie, che non mi facevano n bene n male, e mi hanno guarito di pi altre malattie, che mi facevano meglio della salute. Ora me ne accorgo, ma  tardi,  e poi quel che  stato doveva essere. Gli anni, non contenti che il pomo dell'Asfaltide fosse pieno di cenere, gli hanno voluto rapire la lusinga di una scorza lieta d bellezza e di luce. Oh! la dottrina degli anni! io la lascerei volentieri a chi la vuole, se il Fato non me l'avesse imposta come una camicia di forza. La dottrina degli anni smuove il cuore dal suo centro portandolo verso la testa.  una dottrina severa, geometrica, che cammina per terra colle mani e coi piedi, e dal tetto in su non vede altro che nuvole, e le stima buone solamente a far piovere.
Ma veniamo al dunque.  Io voleva dire che un effetto solo non dipende sempre da una causa sola:
anzi spesso pu dipendere sempre da due cagioni diametralmente opposte fra loro.  Un fulmine pu scoppiare a ciel sereno,  pu scoppiare in burrasca.  Non so se in Fisica regga; ma l'ho detto cos per dare un certo rilievo al mio disegno,  e in ogni caso sapete dove trovarmi;  io son qua per le debito scuse.  L'uomo pu andare in prigione per i suoi meriti, exempli gratia per un furto,  etiam pu andarvi per un qui pro quo. Un qui pro quo non  cosa da pigliarsi a gabbo; alle volte,  vero, pu farvi ridere;  sovente ancora pu farvi corrugare la fronte. Un qui pro quo pu mettervi ai fatto d'un segreto che non avreste mai sospettato;  pu dare e toglier l'ale a una vittoria;  pu mandarti in prigione, e viceversa pu farti vescovo.



CAPITOLO SECONDO

Lo conoscete voi Sancio Pansa? quel tipo verace di buon senso greggio e originale, tale e quale come la natura se lo cava di manica?  Ma diamine! v' mestieri di domandano? Prendete l'uomo il pi idiota, e rammentategli Sancio Pansa, si mette subito a ridere. Sancio Pansa  conosciuto in Europa,  conosciuto in America e sar pur conosciuto in Africa e in Asia, quando queste due parti del globo vorranno leggere nei nostri libri. Sancio Pansa  il buon umore incarnato,  grazioso nei suoi sali, grazioso nelle sue balordaggini, grazioso a piedi, grazioso sull'asino.  Sancio Pansa ha ormai la sua nicchia nella storia, e vi sta saldo, inchiodato, imperterrito;  potete scuotere a vostra posta, Sancio Pansa non si muove, non crolla. Egli e il suo asino occupano pacificamente tante miglia quadrate di fama, quanto Il primo conquistatore di prima classe: citate pure Alessandro, citate Cesare o Buonaparte.
Eterne grazie a Cervantes che me lo diede a conoscere! Io l'ho benedetto le mille volte Sancio Pansa, perch mi ha fatto del bene. L'ho benedetto come il maestro che ml ha insegnato tante cose, che l'accigliata filosofia non sapeva Insegnarmi; l'ho benedetto come il sogno allegro delle mie veglie,  come l'amico che nell'ora nera veniva di mezzo a mettermi in pace meco stesso e col prossimo.  Sia lieve la terra sulle sue ossa; sia lieve ancora su quelle del suo asino.  Quest'ultima prece consoler il suo spirito quanto la prima.
Sancio Pansa dunque era quell'uomo. che voi tutti ben conoscete. Aveva anch'egli una madre, perch Sancio Pansa fu una persona vera e viva di questo mondo, battezzata e sepolta in Ispagna. Ora non mi ricordo appunto in qual parte del libro Sancio Pansa racconta che sua madre, per arguzia di natura e per vecchiaia, era una donna pratica assai delle cose umane. Narra di pi , che un giorno ragionando di nobilt, di casate illustri, di origini antiche, sua madre chiuse il discorso affermando sinceramente di non aver conosciuto al mondo se non due sole famiglie: quella di coloro che hanno tutto, e quella di coloro che non hanno nulla. E la vecchia soggiungeva candidamente che, non so come, l'istinto la portava a dirsela pi volentieri colla famiglia dei possidenti.
Dunque nota bene: chi va in prigione  povero o ricco.


CAPITOLO TERZO

Quando va in prigione un Signore,  un avvenimento che nessuno se lo aspettava. Tutti se ne fanno le maraviglie; tutti ne parlano in mille voci, in mille maniere. Chi bisbiglia, chi grida, chi dice di s, chi dice di no.
La citt  seminata di gruppi, e per mezza giornata almeno non fanno pi nulla, se non ciarlare del caso, e da un gruppo cacciarsi in un altro: precisamente come quando segue l'eclisse del Sole Un Signore in prigione pare alla plebe impossibile.  La plebe, che, somma fatta, in capo all'anno sta sei mesi in prigione e sei mesi in una soffitta,  inutile, non se ne persuade, perch non ce ne vede mai dei signori, o cos di rado che non se ne rammenta. Crede le prigioni fabbricate unicamente per s; e se v'entra alcuno che non sia de' suoi,  un fatto che la percuote, le sembra quasi un'usurpazione.  Tanta  la potenza dell'uso.  La plebe non crede che la colpa possa vestirsi di panno fine, e anche di porpora;  crede che la colpa vada solamente vestita di cenci, scalza, e col capo ignudo.  E s che tutto giorno ha in bocca un proverbio pieno di verit che dice: L'abito non fa il monaco. Non giova:  quel proverbio erra per tradizione cos sulla lingua, ma la mente non l'accorda.  La plebe crede pur troppo nell'abito, e cotesta persuasione oggimai s' ossificata con lei.
Tuttavia, volere o no, di rado, ma qualche volta un Signore va in prigione.
Egli, appena ha varcato di tre o quattro passi la soglia, si volta risoluto,  fa il viso pi imperioso del solito,  squadra il carceriere dai capelli alle piante,  poi gli ficca gli occhi negli occhi.  Lasciatelo fare: il Signore legge qualche cosa in quegli occhi.  una lettura rapida, che dura un attimo, ma basta,  e il Signore se ne trova contento.
Se ne trova contento, e mette mano alla borsa;  la dondola con due dita un momento per aria,  la fa suonare,  dice qualche cosa che non vuoi dir nulla,  e il soprastante che  un gran chierco in tutte le lingue,  anche in quella dei muti,  risponde subito: comandi, comandi,  in quella stessa maniera, n pi n meno, che rispondevano gli spiriti in quei secoli d'oro, quando un mago o una strega con un tocco di verga o con un ribobolo erano padroni dell'aria, della terra, e dell'inferno. Mal abbia l'Inquisizione che accese un cos gran fuoco che distrusse questa ed altre meraviglie: distrusse infine anche se stessa!
Voi l'avete sentito, il soprastante ha risposto: comandi, comandi. E di fatti la metamorfosi da un punto all'altro  cos improvvisa, cos universale, che sei tentato a giurare rinnovellato il regno degli incantesimi. In cinque minuti il Signore  stato introdotto in un nuovo quartiere; e il soprastante gli ha chiesto perdono, se, cos preoccupato com'era, aveva sbagliato di numero. Il valentuomo aveva preso un tredici per un quindici; e il Signore per tutta risposta gli ha battuto due volte umanamente sulla spalla, non mi ricordo se destra o sinistra. Ora le stanze sono tre, e prima erano una. Sono larghe, ariose, imbiancate di nuovo, con qualche rabesco per maggior vaghezza, e le finestre arrivano a mezza vita. Le finestre danno sur una buona strada, dove passano carrozze e pedoni, uomini e donne, dove il Signore pu fare anche all'amore,  e senza scandalo.
Viva la metamorfosi quando va dal basso all'alto!  Fervet opus.  Le piume sottentrano al pagliericcio,  le sedie all'unica panca,  i cristalli all'unico orciuolo di terra cotta. I valletti sudano attenti e in silenzio.  "Fate piano con quello specchio,  badate al canterale,  nuovo di zecca;  ehi! quel Napoleone non  mica di piombo,  d'alabastro, voi lo maneggiate come una brocca,  sagratissimo diavolo!  ci vuoi maniera,  badate, ve lo dico, chi rompe paga;  dove sono i vasi dei fiori?" Cos grida affannata la voce chioccia del soprastante, e non si cheta pi mai.
In questo mentre il Signore ha girato per tutti i versi la sua nuova abitazione:  ha veduto e riveduto minutamente; ha disposto dove far la tal cosa, dove far la tal altra:  dove dormire,  dove vegliare, dove pensare,  dove non pensare. ha fatto di quando in quando diverse dimande, e il soprastante spesso gli ha risposto un no invece d'un s, e viceversa.  un cattivo momento per discorrer con lui;  ha l'animo troppo internato nell'assetto delle tre camere, e cotesto pensiero gli ha rubato la mano. Ella  finita,  vuoi farsi onore,  nessuno lo frastorni,  tanto non d retta a nessuno.
Laudato Iddio! l'assetto  finito,  si pu respirare,  respiro anch'io. Con un'occhiata i valletti son licenziati, e se ne vanno. Alla buon'ora. Adesso il soprastante  contento;  se lo guardate bene nella statura, vi pare un dito pi alto.  Si asciuga il sudore della faccia,  si raffazzona i capelli,  compone io scompiglio delle vesti,  scuote d'indosso la polvere,  si mette insomma in buono stato di comparire come un galantuomo. Dopo si rivolge al Signore con un mezzo sorriso tra la compiacenza e l'orgoglio, e il Signore gli corrisponde tentennando con bel garbo la testa. Ora  tempo che anch'ei se ne vada. E di fatti vedetelo l col cappello in mano, che se ne va all'indietro fino alla porta. E non crediate che se ne vada alla muta. Oh! il soprastante  un uomo di mondo. Sicuramente, ha detto: servo devoto. Io l'ho sentito con queste orecchie,  e l'ha detto in tono di basso assoluto.
Ora manca null'altro?  Non saprei:  v' la prigione, e il Signore v' dentro. Oh! le belle prigioni che son quelle dove vanno i signori! La povera gente le scambierebbe volentieri con la sua libert. Cosa manca al Signore l dentro? Il soprastante gli ha pur detto: comandi, comandi;  ed egli non ha inteso a sordo. Gli d noia il divario, la novit del locale? Pu immaginarsi finita la scritta della casa abitata prima, e che gli sia convenuto tornare in un'altra;  pu immaginarsi il suo palazzo in mano alle maestranze per bisogno di certi restauri, e che per questo abbia condotto a pigione provvisoriamente una casa, come veniva veniva. Gli d noia forse il non potere uscir fuori?  Bene, pu mettersi in capo che non ha voglia d'uscire,  che l'acqua vien gi a rovesci,  che si  stravolto un piede montando a cavallo,  che cerca la solitudine per comporre un'opera, per farsi anche un bel nome. In somma a lui tocca a scegliere.  L'immaginazione  l come un merciaiuolo alla fiera, e gli va mostrando uno dopo l'altro i suoi mille fantasmi, e si protesta ai vendere a buon mercato.


CAPITOLO QUARTO


Fra bene e male una buona mezz'ora  passata. Cos'abbia fatto il Signore frattanto, io non ve lo posso dire. Io non sono Sant'Antonio, non posso trovarmi al tempo stesso In due luoghi. Ho lasciato il Signore, e sono uscito col soprastante andandogli dietro dietro ad una giusta lontananza. Il soprastante ha girato due strade,  poi  riuscito sur una piazza. Quivi a passi misurati s' accostato a uno stabile di bella apparenza, che al primo piano portava una mostra dipinta nelle regole con certe parole cubitali, che dicevano Restaurateur. Come ha messo il piede sul primo scalino, ha cavato fuori una scatola,  ha preso tabacco,  ha fatto uno sternuto,  poi s' infilato su per le scale. E io dietro senza perder tempo. To son l'ombra del soprastante;  non mica per nulla, vedete,  ma son curioso anch'io,  forse troppo;  gi sono stato sempre,  curioso forse come una femmina, o come un confessore.
Il soprastante ha aperta la bussola franco franco, come se fosse stato il padrone, o come un avventore dei buoni. Arrivato in mezzo ha dato il buon giorno, e del compare, a un cert'uomo, che stava chinato sopra una tavola a mettere in sesto non so quali vivande. Il compare s' riscosso,  s' rigirato in un fiat, e veduto il soprastante, ha fatto subito bocca da ridere, e gli ha reso bene e meglio il buon giorno. Egli ha compreso istantaneamente di che si trattava. Allora si sono strette le mani come due vecchie conoscenze,  hanno parlato forte,  si sono bisbigliati non so che nelle orecchie. Dopo di che il trattore ha lasciato quel che aveva da fare,  si  messo in ordine, e son venuti via di conserva. Eccoli insieme alle carceri;  gi salgono una scala,  due scale,  tre scale; eccoli sul pianerottolo. Il soprastante avanti, il trattore dietro. Ecco che il primo mette adagio adagio la chiave,  la gira lentamente, quasi che la serratura fosse di vetro,  e prima di sospigner l'uscio ingentilisce la voce, e la manda dentro dicendo:
 permesso? si pu passare?
Oh bella! se non passate voi, che avete le chiavi, chi deve passare?
Vossignoria ha sempre ragione; ma io conosco con chi ho da trattare, e i miei doveri non li so d'oggi.
Bene, bene. Che abbiamo di nuovo?
Son venuto a sentire quel che occorre, conducendo meco quest'uomo.
Avete fatto bene. Galantuomo, chi siete?
Sono un trattore bello e buono ai servigi di Vossignoria.
Ah! siete un trattore? siete una cosa pi necessaria della prigione.
Viva la faccia di Vossignoria! in questi luoghi vuoi essere borsa, e buon umore.
Come vi chiamate?
Marco Trappolanti, ai servigi di Vossignoria.
Avete un nome curioso.
Eh! Signore! Che vuole? tanto il nome che il grado son cose che bisogna portarle come Dio ce le mette addosso. Se stesse a noi scegliere, non andrebbe cos;  io mi sarei messo un nome lungo e liscio come una coda di cavallo, e invece di cucinare per gli altri farei cucinare per me. Non so se dico bene; sono un ignorante.
Bisogna contentarsi. La Provvidenza ha saputo quello che ha fatto. Ma veniamo al pranzo. Come mi tratterete?
Vossignoria di certo non vorr stare all'ordinario,  mi parrebbe un'offesa a proporglielo. Del resto la tratter come merita, come vuoi esser servita. Non dubiti, l'arte la so fino in fondo;  com'ella vede, ci sono invecchiato. Scelga, che io son qua tutto per lei. Vuoi cucina alla Francese? alla Piemontese? la vuole all'Inglese?
Per non confondermi le assagger tutte. L'ordinario non lo voglio;  mi appresterete un pranzo a parte secondo la nota, che vi dar. Pietanze sane, e in abbondanza. Vino sincero;  mi contento, che me lo diate come l'avete ricevuto. Voglio sperare che col fatto smentirete la cattiva impressione che produce il suono del vostro cognome. Scommetto che siete un galantuomo. Dite di no?
Eh! non ho detto nulla,  e come vede io non sono in prigione.
Bravo!  una risposta che vale un paolo. Prendete (gli d un paolo). Andate,  spicciatevi,  servitemi bene,  ed io penser a voi.


CAPITOLO QUINTO


Voi potete rovesciare il quadro, se il carcerato appartiene alla famiglia dei poveri. Povero!  ma sentite che voce?  La combinazione stessa delle lettere che compongono un tal vocabolo  una cosa che d addosso;  il nome stesso  cos fiacco, che non si regge ritto,
No,  io non ci credo,  non ci credo neppure se me lo dicesse ella stessa. La Natura non ha fatto i poveri:  ella  buona,  ella  savia,   madre, e non madrigna: siamo tutti suoi figliuoli, e vuoi bene tanto al primo che all'ultimo. E se la Natura avesse mai stampato questa moneta, bisogna pur dire che non avesse pi credito, che avesse gli sbirri in casa, e dopo le prime mandate avrebbe fatto meglio a rompere il conio  avrebbe fatto meglio a fallire. Una moneta falsa  tuttavia di metallo,  ha un valore, bench minimo:  il povero  peggio,   una moneta di fango.
I poveri, via, non ci volevano;  essi stessi ne vanno d'accordo.  Ma come mai son diluviati in questo mondo ad Ingombrare le strade, i vicoli, le piazze, in guisa che il signore per poter passare disperatamente  costretto di andare in carrozza? Ma come mai? Io mi ci sono stillato il cervello, e non son venuto a capo del come. L'ho dimandato perfino agli stessi poveri, e mi hanno risposto chiedendomi qualche cosa per amore di Dio.
Cos ,  la storia  come io ve la narro. Le tradizioni, gli archivi, la stampa, non serbano traccia n del come n del quando fosse fondata la setta dei poveri;  non serbano neppure il nome del fondatore. L'antiquaria ha cercato dappertutto,  per terra,  per mare,  per aria, ma non ha trovato n pergamena, n medaglia, n altro documento, che ne desse il minimo indizio. Per avventura la setta non fu mai in grado di rizzare n anche un tronco d'albero in memoria della sua origine. Quel poco che ne sappiamo  che la setta rimonta col suo principio verso un'epoca remota remota, le mille miglia lontana dal dominio della storia, e conta un'antichit canuta tanto da dar gelosia a chi stima di attingere un merito a questa sorgente. Un gentiluomo  sempre prudente,  ma tuttavia, per le buone regole, credo bene avvertirlo di non discender mai a cimento con un povero sulla primazia delle scambievoli origini. Bisognerebbe cercar nel passato e chi sa dove lo menerebbe l'indagine. Chi l'assicura che non trovasse uno degli avi suoi in cotal luogo da fargli salire i rossori sul viso? Quando Adamo zappava ed 'Eva filava, dove era allora il gentiluomo?
Povero!  Questo nome ha un tal prestigio per me, ch'io non me ne posso staccare. E quanti sono! Trovatemi chi li sappia contare, ed io ipso facto lo dichiaro matematico pi valente di Galileo. I poeti, per dare un'idea delle cose che non si possono numerare, hanno tolta l'immagine dalle arene del mare, e dalle stelle del cielo;  potevano toglierla ancora dai poveri della terra, e cos avrebbero avuto un paragone di pi .  Non v' che dire,   la pi vasta setta di quante apparissero mai,  rimasta sempre in seduta permanente,  e riceve gli adepti alla rinfusa,  senza chieder loro come si chiamino,  senza guardarli neppure in faccia. Non ha misteri,  non ha sotterranei,  cospira sotto la cappa del sole, non ha timore della Police. Ella non  una setta segreta, e qualsivoglia governo l'ammette.
O poveri!  Voi siete ricchi di pazienza pi che altri non crede. Quando di sotto ai tetti delle vostre soffitte Voi vedete le stelle, chi non fosse povero bestemmierebbe,  penserebbe al freddo,  alla guazza,  alla pioggia,  al malore che gliene potrebbe incogliere.  E voi pensate invece che quegli astri scintillanti un d saranno casa vostra,  che passerete dall'uno all'altro a vostro talento,  che avrete tutti i giorni domenica,  che le anime vostre potranno svoltolarsi a bell'agio sull'azzurro molle del firmamento come sopra un tappeto. Cos sognate ad occhi aperti, e non sentite la durezza del letto, e l'inclemenza dell'aria. La speranza pietosa di tanti bisogni, di tanti dolori, coll'ambrosia del suo alito v'inebria,  vi affascina il cuore,  colle sue divine melodie vi culla i sensi in una calma profonda.  O poveri! Voi siete ricchi dl pazienza, e Dio, se non sa darvi di meglio, vi mantenga perenne quel dono. Che se un giorno la perdeste, se rompeste le dighe che al presente vi contengono, qual sarebbe allora la faccia del mondo? La gerarchia sociale resisterebbe al fiotto dei vostri milioni? la piramide starebbe, quando si scommovesse la base? Cosa sar la superficie di questo suolo, quando il vulcano l'avr lambita colle sue mille lingue di fuoco?


CAPITOLO SESTO


Ma ripigliamo il filo del nostro racconto. Dove siamo rimasti? Sarebbe bella che me ne fossi scordato! Lasciatemi pensare un momento: buoni, buoni, ho ritrovato il filo.  Ma, di grazia, stateci attenti ancor voi,  io sono avvezzo troppo a di vagare, tanto che non mi sembra neppure, Quando vedete ch'io prendo il largo per menarvi chi sa dove,  forse in un pantano,  forse sur un prato fiorito,  allora tentatemi per un braccio,  tiratemi una falda,  rimettetemi insomma sulla vera strada. Io n'ho bisogno,  voi lo vedete da voi; non posso camminar diritto,  serpeggio sempre,  ormai  un vizio che s' convertito in una seconda natura.  Per questo ho stimato bene avvisarvene.  Uomo avvisato, mezzo salvato.
Sta tutto bene, ma un altro poco, s'io non me ne accorgo per tempo, il filo mi sfuggiva novamente di mano.  Su dunque, all'opera.
Ecco, il Povero viene. Vedetelo l in mezzo a quella massa di popolo, che lo preme e lo incalza nel suo tristo destino spensieratamente, come il Cavallone spinge sul lido una tavola del naufragio. L'avete veduto? Non si distingue se sia sciolto o legato, se gli sbirri sien quattro o sei, tanto  fitta quella massa di plebe. Che ronzio, che schiamazzo, che tempesta d'urli e di voci!  Cos'ha fatto?  Come si chiama?  del paese?   forestiere?   un ladro?   un assassino?  Dove ha rubato?  Conoscete l'ammazzato?  Quante ferite?  E via discorrendo; e tutti dimandano, e tutti rispondono a un tempo.  Ma non potrebbe darsi che fosse, pi che iniquo, infelice, che fosse innocente?  Potrebbe darsi, ma nessuno l'ha pensato, nessuno l'ha detto. Ei, l'infelice, percorre le vie di fretta pi che non vorrebbe;  il turbine popolare lo mena. E chi l'ha vestito in quel modo cos pietosamente ridicolo? Se la Miseria non gridasse; io l'ho vestito,  tu diresti che il Capriccio ha mandato fuori la sua maschera pi grottesca, il suo capo d'opera. Porta in capo una cosa, che tre anni sono era gi un cappello vecchio,  ora  uno sgomento a definirla.  E la camicia non  di canapa, non  di lino,  n di cotone,  n di stoppa:   d'una stoffa che non  stoffa, d'un colore che non  colore; una camicia che ha una manica e mezzo. Oh davvero  meglio contentarsi della pelle che ti die' tua madre, che avere una camicia come quella!  E i calzoni! che labirinto!  Non si sa se Sono a diritto o a rovescio, se il davanti  di dietro, o se il di dietro  davanti;  Se in principio furono fatti di toppe, o d'una materia unica, perch ora le toppe sono pi grandi della materia primitiva. E quante Sono! e come affollate! e si montano addosso una sull'altra, come una turba di curiosi quando c' da vedere uno spettacolo nuovo. E chi gli ha fatto quei calzoni? Giudicandoli al taglio, potrebbe averglieli fatti ancora un magnano.  Tutto questo non vuoi dir nulla; cos vestito com', viene avanti;  un piede ha calzato di mota,  l'altro gli sta in una scarpa ; mezzo s, mezzo no. Ei, l'infelice,  vicino a toccare la met del suo viaggio.  un viaggio che i poveri fanno frequentemente,  di rado sciolti, pi spesso legati, e non lo stampano, perch son modesti, n li rode la smania di farsi un nome  tout prix.  un viaggio che non fanno mai in vettura.  scritto che il povero vada sempre a piedi,  sia che vada a nozze, all'ospedale, o in prigione. E per questo il Povero va colle sue gambe in prigione;  e deve andarvi, fosse anche paralitico, stramazzato dalla febbre, fosse anche zoppo.  Il povero non ha diritto che a una vettura sola: a quella che dal carcere lo porta al patibolo,  dalla vita all'eternit.
Finalmente egli  giunto al portone d'ingresso,  all'arco trionfale della miseria, del delitto; dell'innocenza che la calunnia pu convertire in delitto. E pur troppo vi sono trionfi di tutte le specie, e la plebe umana li accompagna tutti colla medesima calca,  col medesimo spirito, colla medesima furia, colle medesime grida. Basta che sia un alimento alla feroce curiosit della plebe! sia pure la testa mozza di Luigi XVI, o l'incoronazione di Buonaparte! Tra cibo e cibo non mette divario.  Il Povero ha passato il suo arco di trionfo,  trionfo di vergogna e di dolore.  La plebe  rimasta di fuori, e non sa neppur ella cos'altro pi aspetti; ella non  sazia ancora.


CAPITOLO SETTIMO


Il Povero  avanti, e gli sbirri fanno il corteggio. Salgono e scendono pi volte;  voltano a destra, voltano a manca;   un intreccio che la mente alla prima non pu raccogliere in ordine;  in fine danno in un corridone lugubre lugubre dove si pu vedere l'oscurit, come disse Milton. Qui la vista non serve, conviene andare a tentoni. Giunti in fondo si fermano. Di l a pochi minuti s'ode un rumor di passi che sempre pi s'avvicina;  finalmente, senza averlo veduto, comparisce un uomo con un mazzo di chiavi,  un uomo cos per dire, con un viso duro, un viso cupo, che accresce le ombre del luogo. Gli sbirri non gli dicono che due parole, e poi se ne vanno.
Ora il Povero e il soprastante sono in presenza l'uno dell'altro.  Ma non ci segue una parola, non ci segue uno sguardo. Il povero non osa, il soprastante non se ne cura. Fra l'uno e l'altro giace un silenzio ineccitabile, una indifferenza letargica, come fra il beccamorti e il cadavere. Il soprastante tra la fretta e la rabbia apre un uscio basso pi dell'uomo che deve passarvi,  poi si tira un passo indietro, come per dire al Povero:  entrate. Il pover'uomo curvandosi mette il pi sulla soglia, e il soprastante non crede opportuno di accompagnarlo, ma gli d una spinta, e lo butta l come una cosa che non  pi buona a nulla. E cos come dico arriva in fondo in un attimo; la stanza non  troppo lunga, e con una spinta. s'andrebbe anche pi l' se il muro non si opponesse. Ora a qual Santo ricorrere? I Santi anch'essi vogliono salmi e candele. Egli non  tentato di frugarsi le tasche, perch non ha tasche;  e, quand'anche le avesse, cosa dovrebbe cercarvi mai? Egli dispererebbe di trovarci un picciolo, posto ancora che li scudi belli e coniati piovessero gi dal cielo come le gocce dell'acqua. E in verit, io credo, ed egli crede, che non ci troverebbe un picciolo;  forse un conto, che non ha potuto pagare, e che lo manda in prigione,  forse un rosario, se pure la Miseria col suo flato ardente non gli ha cancellato dall'anima quel segno lieve di fede che l'amor di sua madre v'impresse quando egli era un fanciullo.
Arrivato in fondo si volta, ma come una macchina; sta un istante fra il s e il no; poi cerca di condurre sulle labbra un sorriso, e tenta di farlo,  ma il soprastante con un volto di pietra gli disf quel sorriso cominciato appena a incresparsi. Egli allora si smarrisce,  tituba,  gli sembra che il suolo si avvalli;  era pallido pallido, e in un lampo si colorisce d'un rosso febbrile;  cerca una parola, e non la trova;  se avesse il cuore pacato la troverebbe di certo, ma un nodo di affetti gli scompiglia la mente, gli chiude la gola. Quegli affetti sono troppi, e troppo forti;  si affacciano tutti in un gruppo,  non possono sboccare. Per, se tu guardi attento, su quella faccia v e un 'espressione di preghiera;  un senso profondo di supplica,  non per s,  ma per altri. Vorrebbe dir mille cose,  alcune poi vorrebbe dirle pregando, dirle anche piangendo; vorrebbe che portassero a casa sua una parola di amore, una consolazione; e se invece dl un carceriere avesse un uomo d'innanzi, lo supplicherebbe di portare almeno un pane ai suoi figliuoli. Poveri suoi figliuoli! aspetteranno la sera, quando tornato a casa gli asciugavano il sudore della fronte, lo ricingevano di carezze, di baci, di mille dimande,  e mangiavano insieme il pane delle sue fatiche;  aspetteranno la sera, e non lo vedranno venire. Oh! concepite voi l'angoscia di aspettare indarno la creatura che vi ama, e che vi nodrisce? La sera  diventata notte, e non lo vedono venire; poveri suoi figliuoli! Lo vanno a cercare di su e di gi , ne dimandano a chi trovano, lo chiamano ad alta voce, ma vanamente; s' fatto pi tardi che mai, e il padre non viene. Santa Vergine! che sar successo di lui?  Allora il dubbio "comincia le sue torture,  li fa sperare, e disperare,  piangere e ridere,  li rende insani col vortice della sua fantasmagoria,  vortice infernale, illuminato d'una luce livida, dove passano rapide mille figure diverse, dove or s, or no, comparisce in fondo una bara. Poveri suoi figliuoli! pensano ancora, che possa esser morto! E quella sera non hanno mangiato, n mangeranno.  E la fame non  sola;  la fame ha fatto alleanza col crepacuore.


CAPITOLO OTTAVO


Il pover'uomo non ha potuto profferire una parola, e si  ricacciato nel cuore tutte le sue passioni come altrettante spine. Credeva di dir tutto col volto, ma un soprastante, fosse dotto ancora nelle lingue orientali,  fosse pure un Mezzofanti,  non sa leggere la sventura, o se la legge non le sa rispondere. Il soprastante non ha letto l'immenso volume di affetti che spiegava la tramutata faccia del carcerato;  o se l'ha letto, per tutta risposta gli fa sentire il cigolo delle chiavi, e dei catenacci.
Il soprastante  partito. Va', va', miserabile! Tu sei pi abietto dei rettili e degli insetti che albergano lo squallore delle tue case. Dio ti perdoni, se pu:  Dio perdoni, se pu, chi vien prima e dopo di te. Giudice, soprastante, carnefice! siete una trinit tenebrosa  siete un mostro a tre teste senza occhi, che gira una falce a destra e a sinistra.  Sapete voi dove sono gl'innocenti? Certamente sono a destra e a sinistra;  ma voi mietete spietatamente da una parte e dall'altra.  Piuttosto che esistere come voi  meglio essere scellerati: questi almeno trascorrono una carriera di delitto pi breve. Il peccato, il bisogno, l'innocenza tradita sono il vostro patrimonio; se queste sciagure non fossero, voi morreste di fame. Il letto dove dormite  un fascio d'ossa umane indistinto,  l'armonia delle vostre sale  il gemito dei tormentati,  il pane che mangiate gronda di lagrime,  il vino che bevete, se aveste parlato d'uomo, sentireste che sa di sangue. Giudice, soprastante, carnefice, trinit spaventosa, che facesti gemere, che fai gemere, che farai gemere, se un d la vendetta degli uomini non t'infrange, che dirai d'innanzi al trono dl Dio, quando sulla bilancia de' tuoi misfatti metter il sangue innocente gridando: il sangue della virt era quello delle mie vene? Vi dissi io di versano? Ora pensate a pagarmelo.
E Dio per punirvi non aprir i vostri codici ingegnosamente feroci;  non v'immerger in un oceano di fuoco;  vi lascer come siete;  voi meritate di rimaner tali. Dio non abbasser l'ira sua sopra cose striscianti come voi.  Ei non vuole, ci non deve contaminarsi;  non calca le vipere.  Dio peser le vostre iniquit,  poi ve la render;  ma voi non le porterete pi come una piuma;  le porterete come un cilizio grave del giudizio di Dio,  come un peso che potrebbe schiacciare un gigante, un mondo, tutto, fuorch una cosa che non pu perire. Dio dester la vostra coscienza all'immortalit del rimorso.  E allora vi rotolerete per lo spazio infinito;  cercherete un perdono, un conforto, una stilla di rugiada, anche una maledizione, e non troverete che silenzio e deserto. Invocherete la morte, e questa fiera che un d vi obbediva sommessa come una schiava, al vostro aspetto atterrita, fuggir colle mani alle orecchie. Fulminati non d'altra pena, che della vostra stessa esistenza, abbandonati come la disperazione, la vostra eternit non sar misurata che da due sensazioni; li rimorso e la solitudine.
E tu, pover'uomo, sei rimasto impietrito, soverchiato dalla foga delle tue passioni. Il peggio  che non puoi piangere ancora; ma piangerai pi tardi,  non pu mancare.  Una lacrima fu data alla gioia, una lacrima alla sciagura;  la prima rinfresca, l'altra arde come la lava.  Piangerai pi tardi, e il tuo pianto sar bello, perch non sar tutto per te;  piangerai pei tuoi figli, per la madre, se l'hai, forse per un amore, forse ancora per una patria.
E perch vi stringete nelle spalle, come se il cuore del povero non potesse palpitare per un nobile affetto, come se l'intelligenza del povero non potesse valicare le regioni concedute alla mente umana? Sapete voi cosa racchiuda quel cranio? Quando meno vei pensate, potreste rinvenirvi gli elementi da farne un Michelangiolo, un Byron, un Bolivar. Conoscete voi la vita degli uomini grandi di tutti i tempi, e di tutte le nazioni? Plauto era schiavo, e girava il molino,  ma la sua Musa fu salutata da un popolo di eroi. E quando una povera donna alla sera cantava le sue canzoni di madre a un povero bambino, e sospirava guardandolo, e pensava che un giorno forse non avrebbe un cognome,  sarebbe un mendicante,  al pi un lavoratore della campagna, avrebbe creduto mai di cullare Shakespeare, Rousseau, Franklin, di cullare il Correggio, e Masaniello? avrebbe creduto mai, che da quel verme, un d sarebbe sorta la farfalla destinata a libare fiori immortali nei campi della Gloria e della Bellezza?  L'organismo umano rompe le leggi della gerarchia sociale, e quando l'Occasione batte sul vivo un popolo, allora si scorge quale delle classi possa dar pi scintille. Allora la Storia non  pi confinata in un gabinetto a sommare le partite di frodi che la Diplomazia ha segnato nei numerosi suoi protocolli; non  pi stipendiata a descrivere una guerra querilmente sanguinosa, ove non li vedono in cozzo che due bastoni di maresciallo. La Storia si slancia da quelle angustie, e la superficie del mondo  la sua pagina, ed ogni linea che v'incide  un tratto di luce;  allora la Rivoluzione francese sorge come una epopea magnifica, immensa sorge Mina e l'indipendenza spagnuola; sorge la lotta titanica della Grecia moderna. Oh gli ultimi eroi della Grecia non erano cavalieri dello spron d'oro!
S, pover'uomo; il tuo cuore pu gemere per me, per la patria e per te. Dacch non posso sollevare le tue miserie, e quelle dei tuoi tanti fratelli, io non voglio toglierti un cuore, che forse avrai pi buono e pi generoso dei mio. Io non voglio toglierti quello che non posso darti.
Certo, se tu fossi solo nel mondo, come alcuni sono, non so se per questo pi o meno miseri di noi, a quest'ora avresti gi preso il tuo partito;  avresti mostrato fronte ferma alla cattiva fortuna;  avresti cantato non so quante canzoni; perch il povero in mezzo agli stenti e alla sua nudit, quando ha il cuore franco, canta del continuo,  canta allegramente come un uccello, che si alimenta di quel che trova, e muta nido ogni sera.
Ma tu non sei solo;  e sei rimasto immobile, come tocco dalla folgore. Ora perch guardi le muraglie? perch crolli mestamente la testa?  Tu hai ragione:  non hai che due mani, e non son buone a fare una breccia;  tu guardi l'inferriata, ma  doppia, e ci vuole una scala a salirvi;  tu guardi la porta, ma  grossa, foderata di ferro, e sigillata in maniera che non d l'adito neppure a un sospiro. Oh! il tuo sospiro non penetra di l nel mondo; e il mondo gi non l'udrebbe, o penserebbe che fosse aria traverso uno spiraglio. E poi, cosa farebbe il mondo del tuo sospiro? Il mondo vuoi godere, e chiama breve la vita, breve tanto, che a mala pena d tempo di pensare a s. E poi, il mondo non ha inventato le carceri, le torture, i patiboli, non ha inventato mille delitti, che la Natura umana non riconosce?  Requiem aeternam.  Ti hanno deposto in un sepolcro, e non sei anche morto;  t'hanno deposto in un sepolcro, senza lumi e senza canti, come il suicida. E il mondo spensieratamente ti si agita dintorno col suo dramma pieno di rumore e di vita.
O pover'uomo potessi tu almeno dormire, potessi almeno posare su quella tavola le tue membra stanche, accasciate da tanti affanni! Ma il dolore non dorme mai;  veglia inesorabilmente, veglia come un marito geloso, perch il mondo  suo, perch addormentandosi teme d'allentare gli artigli, teme che la preda gli sfugga.


CAPITOLO NONO


Uf! non  anche finita con quel vostro Povero? Quasi quasi gli date pi noia voi che la sua disgrazia.  Queste parole mi pare di sentirmele gi arrivare alle spalle. E, se devo dire il vero, con quel mio Povero mi ci sono trattenuto un poco pi del dovere. Ma che volete? Il solo Dio  senza difetti. Io l'ho questo vizio, preso fin dai primi anni; quando comincio, non la farei pi finita. E non ho riguardo alla pazienza di quelli che mi stanno a sentire;  non serve che sbadiglino, che spurghino, che si dimenino, tutt'altro;  allora vado pi che mai per le lunghe; direste ch'io lo faccio apposta; e pu darsi: non lo sapete il proverbio?  Ogni vipera ha il suo veleno.  E tutto il male fosse qui! lasciamo andare;  ci sarebbe da discorrer troppo. Ma veramente, se devo esser giusto, con quei mio Povero mi ci sono trattenuto un poco pi del dovere;  quando  vero,  vero. Figuratevi! non ho neppur desinato! Non ho potuto veder desinare il Signore! E oramai chi sa se sono pi in tempo! E' la verit che i signori vanno tardi a pranzo, e durano un pezzo; ma non c' rimedio;  ho fatto tardi;  l'orologio mi condanna. Questo poi mi dispiace. Son tanto curioso! vorrei veder tutte le cose,  anche quelle che mi facessero storcer la bocca. Non potete immaginarvi quanto pagherei a potere stare accanto, senza esser veduto, a un Bargello, a un direttor di coscienze! Dio sa quanto pagherei! Badate, non farei quei mestieri per cosa del mondo;  non mica che vi sia nulla di male,  ma per non entrare in intrighi, per non avere a rispondere, per non aver da far niente. Io sono il cristianello fuggifatica per eccellenza;  mi basta di sapere, e non vado pi in l.  Ma che faresti di tante cose, quando tu l'avessi sapute?  Io lo so quel che ne farei. Farei tanti calcoli, tante figure, tirerei tante linee, che, se voi non conoscete appieno chi sono, mi pigliereste per un fattucchiere! Oh se potessi rubare quella bottiglia dove stava rinchiuso il diavolo zoppo! grave come voi mi vedete, mi metterei al repentaglio di andarla a rubare in cima a una cuccagna! Immaginate voi che piacere di fare un viaggio sui tetti col mio diavoletto a vedere tutti i fatti degli altri! Immaginate voi che sorpresa a trovare un amico la mattina, e raccontargli che dormiva all'ins ,  che dormiva per parte,  che aveva in capo un berretto, o una cuffia! che faceva una tal faccenda buona a farsi e non a ridirsi, immaginate voi che sorpresa, che piacere! Quando io ci penso, vado in estasi! Altri sogna d vincere un temo, altri d'esser fatto gonfaloniere, altri che i grani rincariscano;  io sogno sempre il diavolo zoppo, e se potessi averlo, anche un'ora sola del giorno, lo piglierei rovente come un ferro infuocato. Se poi volesse far meco vitalizio, io vi so dire che farei di tutto per averlo, che farei miracoli; mi adatterei a lavorare una parte della giornata,  mi adatterei, per averlo, anche a camminar lesto.
Ma vedete s'io dico il vero? Dianzi era tardi,  ora a forza di darle  pi tardi che mai, ed io non mi sono anche mosso.  inutile,  io lo so,  il pelo si perde, ma non il vizio. Andiamo per quel che saremo in tempo. Chi vuoi venir meco? Su via, qualcheduno venite;  ho piacere che tutti godano. Ehi! l, galantuomo! voi che mi avete l'aria di esser sempre digiuno, che mi avete l'aria di voler arrivare cos fino a dimani, volete venire a sentire e a vedere? Guardate! un cane  gi sotto alle finestre,  ha levato il muso da terra,  e guarda in su fiutando, aspettando la provvidenza. Ma voi ridete! Ah! io intendo bene quel riso amaro che avete fatto;  il supplizio di Tantalo non vi aggrada. Il cane  corso per le sue buone ragioni; quella bestia  a miglior partito di voi. Un cane pu mangiare un osso, se non gli danno la carne;  l'uomo pure mangerebbe un osso sovente, ma i denti non gli servono.
Amici, io ci sono:  Vedo il Signore che lavora, lavora con un coltello intorno a non so qual cosa,  par che tagli un non so che di duro:  in che diavolo si affanna il Signore?  di qui non ci scorgo troppo,  voglio farmi pi appresso.
Pta! l'avete sentito? un tappo ha baciato i travicelli;  sciampagna, per Dio!
Io lo sapeva,  la pigrizia  la mia rovina;  ella mi si  fitta nell'ossa, e per cagion sua non sar mai un uomo comme il faut. Sono arrivato alla fin del banchetto, e potevo esser venuto al principio. Sono arrivato alle seconde mense volgarmente dette il dessert. Ci vuol pazienza, ma non posso dissimularmi la perdita enorme che ho fatto.  una perdita seria, effettiva, Io che son tanto curioso non ho potuto vedere il desinare d'un signore dal cominciamento alla fine! io che ho veduto cos di rado desinar dei signori,  che vedo sempre a mangiare dei poveri,  e che perfino quando mangio io stesso ho di faccia alla tavola uno specchio antico, lungo lungo, che mi ridice tutto appuntito, e senza piet!  una stizza maledetta che mi farebbe dare al diavolo;  non c' maniera n anche di potersi illudere.
Io ve l'ho detto,  la pigrizia  la mia rovina;  che ci fareste voi, che non ci avete niente che fare? io stesso, io parte interessata, non ci faccio nulla. Ma zitti! zitti! ve lo chiedo In carit;  parmi di sentire aprir l'uscio pian piano;  ella  cos;  l'orecchio non mi tradisce,   lungo pi del bisogno;  la mia vocazione era di farmi dottore, mio padre non ha voluto,  io non ci ho colpa.
Ella  cos:  l'orecchio non mi tradisce;  stata schiusa la porta. Venite, venite; io non dico per ischerzo; il carceriere s'inoltra in punta di piedi,  non fa un rumore,   leggiero come un alito; un gatto ne perderebbe al paragone;   carico, che non ne pu pi . Cosa ha messo su quella tavola?  Ora ho visto bene:   un bel lume all'inglese;  ora ha posato un calamaio, della carta, del libri; poffare! di dove se la cava tanta roba? zitti! zitti! vediamo che si leva di seno;  oh bella! sono i giornali! e perch no?  il Signore deve sapere come vanno gli affari,  anch'egli ha il suo partito in politica, . e poi una somma sui fondi di Parigi, un'altra su quelli di Londra;  se non gli premono i Tories, o gli Whigs, se non gli preme il juste milieu, la gauche, o la droite, i consolidati gli premono:  premerebbero anche a voi, se aveste che fare coi fondi.
Il Signore guarda tranquillamente il soprastante in faccende, e tiene un bicchier di Porto vicino due dita alla bocca. Il Signore  tranquillo, beve, e lascia fare il soprastante.
Or ora verr il caffettiere. Vossignoria bever un Moka stupendo, e bollente. Sentir che Rum! Giammaica di nome e di fatti.
Il Signore gli risponde additandogli una bottiglia, e un bicchiere. Il soprastante riverisce, e butta gi stringendo gli occhi.
Quegli avanzi li volete?
Troppa grazia, Signore,
Prendeteli, mi fate un piacere, mi levate il cattivo odore di camera.
Con Vossignoria io non so che obbedire.
E la sua parola non manca. Gli avanzi del pasto son lauti;  prende, prende e riprende. Soprastante! soprastante! tu credi che nessuno ti veda, ma io ti vedo. Quando si tratta dl prendere, la gioia ti moltiplica le mani;  per pigliare tu sei Briareo. Vedete! piglia con tanta foga, che ha messo per infino una posata fra gli avanzi, e se n' accorto per miracolo. Ora  cos pieno zeppo di roba, che vuoi essere un brutto impaccio a licenziarsi col solito inchino;  nondimeno vuoi fare il suo inchino;  eh! soprastante! hai avuto propriamente un Santo dalla tua! la testa ti pesa pi che non credi, e poco  mancato che tu non faccia un capitombolo.
Il Signore ha riso veramente di cuore, e si  levato da tavola.


CAPITOLO DECIMO


Che buon odor di caff! Sentite, il profumo vien fino a noi;  come mi lusinga le nari! Questa volta il soprastante l'ha detta giusta;  un Levante legittimo, e carico per bene; oh! non si sbaglia; io non so come, ma me ne intendo.
Attenzione! Attenzione! Il Signore si fa inverso la finestra; ecco l fisso fisso;  ha dato uno sguardo verso di noi, e poi l'ha ritirato, come se noi non fossimo nessuno:  eh! ve l'ho detto sempre; saranno buoni, affabili come volete, ma, dgli e ridgli, il ticchio del Signore vien sempre a galla. Che bella pipa, eh!  bianca come il latte;  non  mica di gesso, che abbiate a credere!   spuma di mare, e sar costata le belle monete. E il tabacco?  Latakia pretto pretto, come voi siete un uomo.  E che foglio legge?  che disgrazia l'esser miope!  Maestro Santi, levatevi un po' di cavalcioni al naso quel vostro paio d'occhiali, ch voglio leggere il titolo del giornale;  tanto voi non sapete leggere;  ho capito: Journal des Dbats; ho capito; il Signore  del partito ministeriale;  non pu essere a meno: chi ha dei fondi cosa deve fare? Cosa fareste voi, che non ne avete?  Come legge attento! Si vede bene che vuole intendere.  E non  mica brutto il Signore!  colore bianco e rosso, carni fresche, un viso tondo, una testa tonda, un bell'occhio tondo: eh! ci si vede l'uomo, che se la gode, e lascia arrugginirsi chi vuole;   nel suo giusto embonpoint; se non capite il Francese, andate a scuola io lo capisco. E quant'anni gli date?  Alto alto a vederlo io dico che passa la trentina;  come no? sentite, gi per l dev'essere; sbaglio di rado in quanto a fisionomie.  E il Signore non ha moglie, Chi ve l'ha detto? l'ha presa non e anche un anno e di par suo;  e che buona dote! e che bella i ragazzina, se voi l'aveste veduta! poteva bersi in un bicchier d'acqua.  E le vuoi bene? Cos cos tra il freddo e il caldo;  badiamo veh' non la strapazza mica, non la bastona, che non aveste a crederlo voi altri, che misurate tutto sul vostro braccio,  non la cura troppo;  eh il Signore ha un affare vecchio! non lo pu lasciare; ha provato, ha riprovato,   stato impossibile; c' una mala di mezzo  forse qualche figliuolo;  ve ne fareste meraviglia?  Son cose di questo mondo;  chi non fa non falla.
E intanto che le ciarle piovono a fiocchi come la neve, il Signore ha finito di leggere, e chiude non solo le finestre, ma le imposte pur anche.
Caspita! quel chiudere ancora le imposte m e andata gi male. Se avesse chiuso le finestre soltanto, col vedere met dai vetri, e met coll'indovinare, faute de mieux, mi sarei contentato.  agra davvero, e bisogna esser curiosi per convenirne. Vedete voi che stravaganze! Che il Signore faccia la siesta  nelle regole, lo vuole il bon ton, lo vuole il benessere del corpo; ma non lasciarsi veder dormire  una stravaganza:  lo dico e lo sostengo, ora e sempre,  ahora y siempre.  Come far a render conto del come dorma il Signore? Se dorma supino, o dalle due bande, se dorma vestito o spogliato? Poh!  una disgrazia,  una lacuna irreparabile in questa istoria, che non saprei come riempire, se non coll'andare a dormire pur io. E badate che ci riesco, e son capace di farlo, Vedete voi, che stravaganze! quel chiudere le imposte mi ha fatto un danno del diavolo. Chi sa quanto tesoro d'osservazioni avrei potuto raccogliere dal sonno! Vedete, io sono cos sottilmente curioso, che dalla faccia e dai moti del dormiente mi sarei studiato d'investigare i sogni che gli passeranno traverso il cervello. E poi, non poteva darsi che fosse un di coloro, che parlano fra il sonno? Chi sa cosa avrei potuto sapere?  cose, che il Signore non avrebbe dette all'unico suo amico, che non avrebbe dette n anche all'aria, che forse avrebbe stentato a dire al capezzale del letto, quando il prete ti d un passaporto in latino per l'altro mondo: Proficiscere, anima christiana; che significa: vattene, anima cristiana. Il tono  un poco assoluto, ma il tempo stringe, e non ne avanza pei complimenti; stringe tanto, che i morti non hanno tempo di provvedessi di nulla, e dalla fretta perfino partono ignudi.  Vedete voi, che stravaganze! sul pi bello mi chiude in faccia le imposte! io ho perduto un tesoro! Per un curioso, credetelo, queste sono le pene dell'inferno.
Potessi almeno sentirlo russare! mi contenterei anche di questo. Ma che volete? I signori non russano Oib! la biensance non lo permette. Dormono leggieri leggieri, che non  cosa da credersi. Dormono con tanta disinvoltura, che io n'ho veduti di quelli, che tutti credevano desti, e pure dormivano. Come vada io non lo so,  ma il suo perch ci dev'esser sotto. Basta, quando io sar signore, venite, e ve ne dir la ragione.
Non v' rimedio;  il meglio  darsi pace. Vuoi dormire il Signore senza che nessuno lo veda? Ebbene, ch'ei dorma; io non glielo posso proibire. Silenzio dunque; lasciatelo dormire.


CAPITOLO UNDICESIMO


Mi par mill'anni che passi quest'ora! Uh! le finestre son sempre chiuse,  nessuno si fa vivo. Non so pi quel che fare;  sono andato su e gi lungo la strada come un pendolo, e le gambe si protestano, non ne vogliono pi sapere. Che diavolo! quel Signore non ha discrezione; ora potrebbe alzarsi!  il sonno soverchio ingrossa il sangue, e, quel che  peggio, fa ottusa la testa.  vero ch'ei pu farne di meno,  ha una buona borsa,  ha pi del bisogno. Giova tanto poco la testa: per i pi non la vedrei necessaria, se non fosse che la portassero per farsela tagliare. A me fin qui non ha reso che il dolor di capo, e Dio voglia che resti l.  Ma le finestre son sempre chiuse! O pazienza! pazienza!  passato un carro, che ha fatto rintronare anche i tegoli, ma il Signore non l'ha sentito. Si vede bene che ha una buona coscienza! dormire di quella fatta! come far stanotte? felice lui! non ha debiti, non ha inquietudini, e per fa tutta una tirata. Eh! non son bagattelle! son due ore buone che dorme!  il Sole  andato sotto, che non  poco;  gi gi si fa buio. Oh! si desti, mio bel Signore, che far un'opera meritoria per me. Se potesse segnarsi ch'io son qua fuora, e mi struggo per lui, gi si sarebbe levato. S, ho un bel dire; egli dorme, e lascia vegliar chi vuole.
Tanto ton, che piovve. Ho sentito rumore,  qualche sedia rimossa dal luogo. Eccole finalmente riaperte quelle benedette finestre! Non entro pi in me dall'allegrezza! Potr novamente veder qualche cosa,  potr raccontarla. Mi son sentito rinascere;  viva il mio buon Signore! egli ha dormito di pro,  si scorge agli occhi, alla faccia, alle membra che stira saporosamente. Ora beve un bel bicchier d'acqua; eh! ci vuole un bel bicchier d'acqua;  sta nelle regole di chi sa ben vivere.  La buona vita fa la buona morte, Ora si affaccia alla finestra canterellando un'arietta;  mi par della Gazza ladra, se non m'inganno;  e intanto si aggiusta sulla fronte una bella ciocca di capelli castani, e intanto respira l'aria fresca della sera, che finisce di risvegliarlo, e lo rimette nello stato di prima.
Appena il mio Signore  ben desto, scuote risolutamente la testa in atto di accingersi a qualche faccenda di rilievo. Staremo a vedere quello che sapr fare il Signore. Intanto dal movimento della bocca mi accorgo che ha dato un ordine a qualcheduno ch'io non posso vedere, perch rimane nel buio. Gi me lo immagino; sar il soprastante. Gi ho capito il tenore dell'ordine; era di accendere il lume;  non pensate mica un lume solo;  tutt'altro!  questo non usa che in casa vostra, quando non  Luna piena, perch allora prendete quel della Luna, che non ha bisogno di essere smoccolato, e dura tutta la notte;  ma avranno acceso benissimo la mezza dozzina di lumi, e pi ancora. Guardate che luce larga e brillante prorompe fuor delle stanze! Non vi sentite rallegrare a guardarla?  incontrastabile,  i lumi son sei, se non son otto;  vorreste negar la luce?
Ma stiamo attenti a quello che vuol fare il Signore. Ecco, egli ha tolto in mano un bel mazzo di penne nuove;  ecco, ne tempera una, ne tempera due,  ne tempera tre. Badate l,  ora prende un quaderno di carta, e la esamina di contro al lume. Per Bacco!  fine davvero quella carta, e indorata sugli orli! Eh! non vuoi mica scrivere al fattore;  si vede chiaro, che scrive a dei pezzi grossi!
Non vi movete. Che ve ne andate di gi?  ora viene il meglio. Ecco, il mio Signore s' messo al tavolino;  ecco che ha gi cominciato. Fin qui non v' molto da raccapezzare, ma pur qualche piccola cosa. Per un curioso tutto  buono  il minimo che mena a delle scoperte importanti. Dall'ombra, che si disegna sul muro, vedo la sua testa via via inclinarsi e rilevarsi;  vedo tuffar la penna;  ora s' grattato dietro all'orecchio destro;  ha stracciato un foglio;  la lettera non veniva a modo suo;  un foglio nuovo, e da capo. Ora s che tira via,  ha trovato la strada,  non si ferma un istante,  la passione gli guida la mano. Oh! se la passione crescesse! se io impegnasse a profferire ad alta voce quello che pensa, e che mette in carta tacitamente! Dall'allegrezza farei un salto mortale. E badate, spesso succede; e quando la passione dice davvero, non v' pi ritegno. Dimandatene agli scrittori;  pare che quel dir forte l'idea, che vanno a scrivere, la faccia completa, come la mente la concepisce. E di fatti  cos; la declamazione  il colorito del pensiero. Ma zitti! zitti! il Signore s'impegna;  sento un mormorio;  crescer, se Dio vuole,  diventer voce scolpita;  diventa, diventa!  Oh! io son un uomo felice, io credo nella mia buona stella!  Ascoltiamo;  uh! se non fosse il vento, che me le mangia mezze, sentirei tutte le parole; ma mi contento;  ascoltiamo: ... una nera calunnia... cos non si tratta un gentiluomo... badare a ci che si fa... scoprire la cabala... guai a lui!... so maneggiare una spada... Siamo il pi ... sostegno dell'ordine.. la canaglia in prigione, sta bene; ha... d'un freno;... l'anarchia regnerebbe... le... classi vanno rispettate... riprese, ma non punite... la canaglia si crede qualche... e la Ragion di Stato ... principii son conosciuti... innocente... non deroga a se stesso... riparazione pubblica... conveniente alla mia condizione.. servo  Cavaliere Scipione Frullanotti Marzocchi.
Oh! vediamo, se la metto insieme;  ho tanto in mano da ripromettermene bene.

"Eccellenza!
"Fino di stamane io sono stato tradotto nelle prigioni di questa citt, senza poterne indovinare la vera cagione. Vado convinto che Vostra Eccellenza, appena saputo il caso, dar tutte le disposizioni necessarie, perch io sia quanto prima rimesso in libert. Credo fermamente che una nera calunnia abbia motivata una tal misura. Per cos non si tratta un gentiluomo. Conviene badare a ci che si fa in materie tanto delicate. Impegno la giustizia di Vostra Eccellenza a scoprire la cabala, e l'uomo perfido che l'ha tramata. Guai a lui! se arrivo un giorno a conoscerlo;  so maneggiare una spada, e sul terreno vedremo a chi sta il buon diritto. Noi gentiluomini siamo il pi saldo sostegno dell'ordine, e meritiamo assolutamente riguardo, Che vada la canaglia in prigione, sta bene; ha bisogno d'un freno, e senza questo l'anarchia regnerebbe. Vostra eccellenza conosce, e sente, che le alte classi vanno rispettate, e quando cadono in fallo vanno riprese, ma non punite cos volgarmente. Se no, la canaglia si erede qualche cosa,  l'ordine si confonde, e la Ragion di Stato  perduta. Io fortunatamente non sono nel caso di aver commesso nessun fallo. I miei principii son conosciuti abbastanza;  sono innocente;  e un gentiluomo par mio per nessuna bassezza non deroga a se stesso. Mi dirigo pertanto a Vostra Eccellenza, perch l'onor mio abbia una riparazione pubblica, immediata, e conveniente alla mia condizione. Al tempo stesso Vostra Eccellenza accolga le proteste della mia pi alta considerazione.
"Di vostra Eccellenza
"Umilissimo e Devotissimo Servo
"Cav. Scipione Frullanotti Marzocchi..

Ah! mi sento riavere. Mi  costata fatica, ma pure l'ho messa insieme. Eh! quando mi picco, mi picco. Ho fatto pi d'un notomista quando da pochi frammenti d'ossa ricompone in un insieme perfetto la struttura d'un corpo qualunque. S, ho fatto pi d'un notomista;  il corpo  una cosa certa, e definita;  lo spirito  vario, incerto, e mobilissimo. Son contento come una pasqua, contento come un sonettista quando ha trovato una bella chiusa! S, ne son contento, ne vado superbo,  confrontiamo la mia coll'originale, e scommetto che non ci corre una sillaba.
Ma va, che l'ho fatta bella! Un po' col rimettere insieme la lettera, un po' col compiacermene, il tempo  trascorso, e il mio Signore ha scritto le rimanenti, ed ora v' sopra a calcare il sigillo. Ma va, che l'ho fatta buona! e adesso come si stilla!  una rottura, che non si accomoda;  chi  che sappia leggere una lettera gi sigillata? Potessi averla nelle mani, farei l'estremo di mia possa;  ma valle a toccare, se ti riesce!  Eccole l! io magari le toccherei!  ma il Signore non ci  per nulla in questo mondo?  Eh! non c' rimedio! eccole l!  il morto  sulla bara;  quattro giuste giuste;  posso sfogarmi a leggere la sopraccarta, merc delle lettere lunghe un mezzo dito:  basta!  meglio poco che nulla;  eccole l! son quattro in fila, n pi n meno; si leggono come di giorno;  la prima al Marchese, l'altra al Ministro, la terza all'Arciprete, la quarta alla Contessa. Poffare! si vede bene che al Signore  gi venuta a noia la prigione, che vuole uscirne per fas e per nefas. Tutto vien messo in moto, tutto a contributo, per uscir di prigione;  la toga, e la spada; lo scrigno, la cantina e la donna.  In prigione ci hanno a stare i poveri e i matti. Voi parlate come un libro, mio bel Signore. S, venite fuori, anch'io lo desidero;  cos potr vedere pi da vicino i fatti vostri. Voi n'uscirete senz'altro, avete troppe ragioni dalla vostra;  solamente quei titoli, che a profferirli soltanto fanno tremare i chiavistelli! SI, mio bel Signore, voi n'uscirete e presto;  io lo desidero anch'io, per voi, e per me.
Ma che sia quella carticina breve breve, elegante elegante, che il Signore guarda e riguarda, di sotto e di sopra, s che a guardarla gli sfavillano gli occhi? Forse un biglietto da visita? Eh! giusto!  un billet doux,   una cosa che mi passa l'anima per non averla sentita. Scrivermi un billet doux sotto gli occhi, e non poterlo sentire! Se ci penso un momento di pi , addio cervello, addio tutto. Un billet doux! non vi par di dir nulla, un billet doux? Io che per leggere un billet doux non avrei quasi scrupolo di portarlo! Io, che, se potessi leggerli tutti, non vorrei far pi altro; lascerei tutto, il teatro, la taverna, la scienza, i crocchi, l'amore, i vizi e le virt ;  non mangerei, non dormirei, farei la vita di un martire, mi ridurrei magro come un Cristo di Cimabue! Oh! se ci penso dell'altro, voi ne vedrete delle belle!  una e una due;  ma questa  pi agra dell'altra;  questa, e l'affar delle imposte mi fanno dubitare della mia buona stella.
Certo la mia buona stella in questi due casi si  portata male; una cometa non poteva farmi di peggio;  e poich ella ha preso la mala piega, stimerei prudenziale di levar le tende da questa strada, onde non m'avesse a incogliere un qualche malanno pi grave. Gi l'ora  tarda;  saranno l'undici al tocco e non tocco, e non passa pi un'anima. Tuttavia, se devo confessarmi giusto, me ne vado malvolentieri. Non so chi mi lega, ma ci starei tutta la notte. Ma zitto! sento salire una scala,  sento girar mollemente una chiave;  vedete cosa vuoi dire un minuto? Un minuto spesso decide tutto; spesso non ci  tesoro che possa pagare il valor d'un minuto,  E chi sar in un'ora s tarda?  Oh bella,  il solito soprastante, colla solita voce, e colla solita frase:
 permesso? si pu passare?
Appunto voi; passate, passate.
Ho forse tardato troppo?
No, siete venuto in tempo; ho finito in questo momento. Eccovi un mazzo di lettere; dimani, a un'ora competente, che sieno tutte spedite. Non fate sbagli, vi raccomando, son cose che premono.
Vossignoria non dubiti di nulla; conosco ad una ad una le persone a cui vanno, e senza adulazione posso dire che Vossignoria non potrebbe esser meglio appoggiata;  son persone che fanno e disfanno, e dopo non c' nulla a ridire. Ella gi non ha bisogno di tutto questo; si vede bene l'equivoco; si vede bene che hanno preso un granchio, e non vorrei esser nei piedi di chi s' preso un simile arbitrio. Specialmente quando lo sapr la Contessa,  capace di sputar fuoco. Io son vecchio di queste cose, e so come vanno a finire. Alberghi come questi non sono per la gente par suo. Quando io la vidi arrivare, trasecolai, credetti di travedere. Si figuri, son quarant'anni che faccio il mestiere! si figuri, se non conosco un uomo alla cera; appena lo vedo, comprendo subito di quel che si tratta; di questo posso vantarmene. Stia allegra Vossignoria;  riposi bene;  se stanotte ha bisogno, non faccia che chiamare; io dormo qui vicino, e son sempre all'erta.
Non andate anche via. Ho un'altra commissione da darvi. Vi siete gi scordato l'affare di cui vi ho parlato stamani?
Perdoni Vossignoria, sono uno smemoriato. Ora per mi ricordo di tutto. Il numero, mi pare, 1613?
Certamente, e dev'essere un palazzo con due riuscite. Eccovi la letterina; fate che si recapiti con bel garbo. Gi non ci andrete voi?
Eh! diavolo! che mi crede ammattito affatto? Son uomo di mondo anch'io, e nessuno mi deve insegnare. Non pensi, si lasci servire Ci mando la mia Rosina, e la cosa vien fatta d'incanto. Ha null'altro da comandarmi?
Null'altro per ora.
Dunque la lascio in libert; riposi bene;  buona notte.
Buona notte.
Ed io Scrittore, che sono in. prigione anch'io, e non ho nessuno che me la dia, giacch la buona notte mi  capitata sotto la penna, me la do d me stesso, e faccio conto di andarmene a letto.


CAPITOLO DODICESIMO


Ma il Povero dov' rimasto?  Che v'importa del Povero? Se, invece di essere freddamente curiosi, voi foste pietosi anche a mezzo, non mi avreste lasciato andare solo solo a cantargli l'esequie; ma mi sareste venuti dietro, vi sareste arrampicati l'uno sull'altro per arrivare alle sbarre della prigione,  avreste consolato quel misero colla vista d'un volto umano,  vista pi cara del cielo in quella oscura solitudine;  lo avreste chiamato per nome,  gli avreste gittato un pane, una parola soave di compianto;  avreste infuso olio e vino nella ferita, come il Samaritano dell'Evangelo;  e invece avete fatto peggio del Fariseo,  non gli siete passati neppure d'accanto. Che v'importa del Povero? Non siete voi freddamente curiosi? Non siete voi egoisti? Non siete voi venuti meco a veder la vita del Signore in prigione per alimentare un cupo sentimento d'invidia? Non v'ho io veduti percossi da un brivido allo spettacolo degli ori e degli argenti, degli arredi preziosi, delle laute vivande? Non ho io sentito le vostre voci, le vostre esclamazioni, che la passione mandava fuori velocemente come dardi, e il calcolo non aveva tempo neppure di coprir loro le vergogne?  Non ho io veduto passare sulle vostre fronti un nuvolo di pensieri diversi, ma tutti armati di artigli? Ecco perch veniste meco a vedere il Signore. Non siete voi egoisti? Il Povero non aveva nulla da farsi invidiare,  invece aveva bisogno d'una consolazione, e d'un tozzo di pane.  Ecco perch non siete venuti meco a visitare il Povero. Non siete voi egoisti? Ed io non sono un egoista? Io non mi fido della mia piet; e, se l'ultima somma  pi sicura della prima, parmi di aver trovata la vera chiave del motivo per cui mi son trattenuto tanto tempo con quel mio Povero. Sentite, se vi torna. Ho veduto che nessuno si curava dell'infelice,  e allora io mi son mosso,  gli sono andato d'intorno, per l'idea d'esser solo, per contradizione.  Ho fatto come Diogene, che andava al teatro quando tutti n'uscivano. Certo, per contradizione;  e, se la cosa  cos come io la espongo, allora alla piet tocca il secondo luogo, se pure un luogo le tocca. Non sono io pure un egoista? non  la contradizione un egoismo?  La beneficenza stessa non  sovente un egoismo? Perch in certi Stati si sviluppa pi che altrove lo Spirito di associazione, lo spirito di sovvenimento?  Perch l'ambizione  palpata, perch l'indomani un giornale deduce a pubblica notizia il benefizio, e il nome di chi l'ha fatto. Ges Cristo conobbe questo peccato dell'umana natura, e per questo inculc come un dovere sacro, come un precetto di religione inviolabile, il fare l'elemosina quando nessuno vede; tentando cos con un dogma di vincere una tendenza dell'anima, tentando di assuefare l'umanit a fare il bene sempre, e sinceramente, non a balzi, quando lo comanda l'ostentazione, la debolezza, o qualsivoglia altro interesse. Il tentativo fu fatto; ora a voi sta il giudicare se il buon successo l'abbia coronato. Mettetevi una mano al cuore, e giudicate,
Avete deciso?  Il primo prossimo  s medesimo.  Questo grido fu infuso nel sangue, e circola per le vene di ogni mortale;  ponetelo pure in qualsivoglia grado di societ;  prendetemi pure il selvaggio errante per le foreste, o l'uomo incivilito, pacifico, abbiente, dell'America settentrionale. E se i proverbi sono la traduzione sommaria di una lunga e costante esperienza, questo  il Vangelo di tutti i proverbi passati, presenti e futuri. La maggior parte vede l'egoismo sotto una faccia unica; e quando vuole personificarlo, per esempio, piglia per il collo un avaro, l'alza da terra, lo squassa mostrandolo, e grida: specchiatevi, ecco l'egoista.  La maggior parte non capisce nulla in questa materia.  Quel tale, che lapidasse il genere umano a furia di dobloni, sarebbe anch'egli un egoista. Il sacrifizio stesso, che vien citato come il contrapposto dell'egoismo,  pure un egoismo; e il generoso, che muore spontaneo per la difesa di un principio morale, o per la salute di un popolo, muore per l'amore dl un sentimento, che gli rappresenta pi della vita; muore, perch, sopravvivendo alla sua idea, la vita gli sarebbe uno scherno, un peso, un dolore intollerabile; muore, perch nel suo speciale organismo in certi dati casi la vita  una perdita, la morte  un guadagno. L'egoismo  un poligono d'infiniti lati, una scala di tutti i toni, un'iride di tutti i colori primitivi, e composti. L'egoismo  l'uomo, o per dir meglio il moto dell'uomo. Togliete l'egoismo all'uomo, voi ne fate una pietra; non ha pi ragione di operare n il bene n il male. L'egoismo  l'unico movente delle azioni umane. Distruggerlo non potete, a meno che non imponeste all'uomo una novella organizzazione; potete bens modificarlo, se vi piace; potete modificarlo, sottomettendolo alla influenza potentissima della educazione. L'educazione  buona o cattiva, come sapete;  e dipartendosi da questi due limiti, l'egoismo pu esprimere tutte le gradazioni della virt , tutte quelle del vizio. La buona educazione lo modifica, educandolo a combinare il bene individuale col bene generale, Cos l'uomo dovizioso, che altrimenti avrebbe mandato in fumo un milione, orna invece la sua citt di utili istituzioni, e in capo all'anno riscatta centinaia d'anime dalla schiavit del peccato e della ignoranza. E questo perch? Vuoi dire che la buona educazione con un'arte squisita ha modificato in lui l'Egoismo. Vanit, affascinandogli gli occhi con un bel fantasma, e trasportandogli l'ambizione da un oggetto in un altro.  La trista educazione lascia andare l'egoismo come un toro infuriato, e gli aggiunge stimoli sovente; allora ei non cerca che un bene personale, senza badare al sentiero che percorre;  e per avere una borsa d'oro, taglia anche una vita, purch la trovi di mezzo fra s e la borsa. Cos dipartendosi da questi due limiti, l'egoismo pu rivestire la gioia serena dell'angiolo, o il riso funereo del demonio;  pu essere la Ragione o il Fanatismo, la cicuta o la rosa,  pu essere adorato o maledetto. Leonida, che si sacrifica alle Termopili, tocca l'apogeo dell'egoismo virtuoso, e merita un altare, e le ghirlande fresche, immortali, della storia. Nerone, che cerca un aumento di piacere nell'agonia della creatura umana, merita un rogo, e le stigmate della infamia.
L'egoismo  il Proteo del Bene e del Male.


CAPITOLO TREDICESIMO


Avete finito? volete fare una cosa da uomo? scendete di cattedra, e tornate al vostro proposito;  sar meglio per tutti. Coteste cose, di cui avete preteso ragionare, sono state dette e ridette in prosa e in rima,  son cose vecchie quanto l'egoismo; e che per questo?  mostratemene il frutto;  coi discorsi si fa poco o nulla; col fiato solo non si pu che spegnere un lume. Che importa a voi, se gli uomini sono piuttosto in un modo che in un altro? Li avete fatti voi? Lasciateci pensare a chi tocca. Che serve inquietarsi pei bianchi e pei neri? Gli uomini son padroni di stare come vogliono. Volete diventar sistematico? Vi troverete a de' begli sconcerti. Fino che son teorie, le cose camminano bene;  vincete sempre voi,  come quel giuocatore che giuocava da s. Alla pratica poi s'impara a distinguere i bufali dalle oche. Io lo so come vorreste gli uomini;  li vorreste tutti di tre braccia,  di struttura slanciata,  un bel viso color di rosa,  occhio ceruleo,  zazzera bionda,  vestiti di una tunica bianca,  calzati di verde,  e che profferissero da mane a sera orazioni giaculatorie di amor fraterno. E vi dico che a prima giunta sarebbe un bel colpo d'occhio,  in seguito poi non so. Ma che volete? le stampe non l'avete voi, e il vostro desiderio non pu avere sfogo;  e invece di vedere tanti uomini di getto secondo la vostra idea, voi vedete un miscuglio bizzarro oltremodo, un caos che non finisce pi mai. Vedete nani e giganti; uomini bianchi, rossi, neri, color di rame, di cento colori;  vestiti di mille stoffe, vestiti bene, vestiti male; uomini ignudi,  chi bestemmia, chi dice Messa, chi sta sempre zitto,  e via discorrendo. E per questo? perch una vostra idea non ha sfogo, vorreste andare a finire in un pozzo? Oib, non vi fate tentare. Il mondo va preso come il vento,  va preso come viene. Volete contrastare con la corrente?  pensateci prima due volte,  il minor rischio  quello di annegare. Tanto voi lo vedete;  non si sa chi abbia ragione, se il Torto, o il Diritto, Se l'uno vince oggi, l'altro vince domani;  un circolo vizioso,   la serpe, che si piglia in bocca la coda... non ci si conosce n principio, n fine. Tant', dopo tante prediche e tante esperienze, a veder le cose come sono, mi vien fatto quasi di credere in una Provvidenza. Il Bene e il Male sono i due sproni del mondo, e lo tengono in carreggiata. Se pungesse soltanto il Male, il mondo perderebbe l'equilibrio e cadrebbe tutto da una parte, e cos viceversa del Bene. Se poi voi persistete nella vostra idea, e questi patti non vi accomodano, allora sapete come fare;  voi che veniste a caso in questo mondo, siete per il padrone di uscirne quando volute, e di andare in un mondo migliore a perorare le vostre ragioni. Non dubitate, al confini della vita non ci son dogane. Ma forse non avete voi gli anni dell'esperienza, non conoscete le storie, non avete viaggiato e veduto le nazioni in faccia come elle sono?  Bon! cosa ne concludete?  Che l'Errore  un guanciale morbido a modo e a verso, come pu esser la Verit, e che met del mondo dorme i suoi sonni placidi sopra questo, come l'altra met li dorme su quell'altro. Mi faccio intendere? parlate schietto, perch io amo di ragionare, Non avete osservato che i popoli tengono della natura degli uccelli? che altri ama il Sole, altri ama la notte? che due principi diversi possono descrivere insieme una parallela continua, indefinita, senza mai toccarsi? che la Libert pu affacciarsi al suo balcone, e dalla finestra accanto sentirsi dare il buon giorno dalla Inquisizione? Chi  convinto coscienziosamente d'un sistema cattivo, vive tranquillo come chi  convinto d'un buono;  non esiste fra loro che un divario metafisico.  L'uomo poi, che, per legge della sua organizzazione,  superiore o inferiore al sistema che lo circonda,  non pu negarsi,  ei ci vive a disagio,  ebbene, vi  il suo rimedio,  scuota la polvere delle sue iscarpe, e se ne vada gridando come Scipione: ingrata Patria, non avrai le mie ossa. V' il suo rimedio: il Francese Carlista pu andare in Ispagna,  il Liberale Spagnulo pu venirsene in Francia. La terra  larga abbastanza:  Nemo propheta in patria sua.  Lo vedo anch'io, che, senza sottoporre l'umanit all'archipendolo delle vostre geometrie, starebbero tiene tante belle cose! Per esempio, sarebbe bene che la Fortuna si levasse una volta la benda dagli occhi per vedere almeno chi piglia;  sarebbe bene che la Giustizia tenesse una stadera sola, e non una per il povero e una per il ricco;  sarebbe bene che il Giudice quando va in Tribunale appiccicasse al cappellinaio anche le sue passioni per riprendersele quando va a pranzo; poich bere un fiasco di vino di pi non  un terremoto, dell'altro vino si trova; ma una testa di pi o di meno  una cosa seria, attesoch l'uomo non n'abbia che una;  vi ripeto, starebbero bene tante belle cose! starebbe bene anche ch'io non fossi in prigione;  e per questo,  se io vado sui mazzi, forse non sono sempre in prigione? Che serve ostinarsi, e dar di cozzo nel destino? Tornerete indietro colla testa infranta; e finch non giunga il tempo ad hoc, il vostro sangue non sar considerato;  i contemporanei appena si prenderanno la briga di guardare se il vostro sangue era del solito colore, o no.
E voi avete finito? Il vostro  un discorso diabolico, e si scorge bene, che siete di coscienza larga come i Gesuiti. Dovreste essere un gran partigiano del quieto vivere,  uno scettico. Lo scetticismo  il sistema degl'infingardi. Badate, non voglio mica dire che abbiate spropositato; anzi avete aggruppato con tal arte le figure del vostro quadro che ai pi sembrer plausibile. Avete esposto del fatti, avete detto delle verit, avete enunciato anche qualche sofisma, e stringendo poi non avete negato nulla, non avete conceduto nulla. Io ve l'ho detto, siete uno scettico. E credete che, a guardare minutamente da vicino, il buco nella calza si trova, e quel vostro discorso in parte potrebbe sfumare. Sicuro, bisognerebbe intraprendere una lunga polemica, e mettersi al largo, cosa che io non ho intenzione di fare, e specialmente con voi,  con voi che sareste uomo da addormentarvi a mezzo la disputa, che con una stretta di spalle non fate pi differenza dal Sole d'Affrica a quel di Norvegia. Quanto poi al vostro pretendere che l'uomo si perda dietro ad un'idea che non pu mandare ad effetto, avrete ragione nella massima, ma avete torto nel fatto, e senza avvedervene avete dato nella rete, che volevate scansare; voi filosofo sperimentale questa volta mi siete riuscito un idealista;  avete preteso che la mente umana si sottragga da un fatto, che spesso la incatena indissolubilmente. Non l'avete mai voi osservato questo fatto? o l'avete dissimulato per aver ragione? pu darsi anche questo, perch siete malizioso la vostra parte. Non avete mai osservato, che in ogni tempo, e in ogni nazione, nascono uomini fatalmente avvinghiati a un'idea fissa,  un'idea talvolta capace anche a falciare la vita d'una generazione;  un'idea che amano col furore della gelosia; che non lasciano mai, bench la veggano confinar col patibolo? Questi uomini nell'epoca loro hanno due facce: una sublime, e l'altra grottesca; e la storia contemporanea li chiama pazzi od eroi, secondo da chi  scritta la storia. Al giudizio pacato, imperterrito, dei posteri spetta determinare una delle due facce, una delle due denominazioni.


CAPITOLO QUATTORDICESIMO


Ma il Povero dov' rimasto?  morto di angoscia o di fame? Chi sa? tutto pu darsi.  Le carceri vivono alla buona, non tengono storici al loro stipendio, non registrano n date, n nomi, n avvenimenti; le scene che si svolgono nel loro grembo sono scene d'un altro mondo,  d'un'esistenza sotterranea,  e temono la luce come cosa nemica;  pure cos all'ingrosso le carceri si rammentano di alcune notti,  d'un viso truce,  d'un pugnale, o d'un laccio,  d'un gemito cordiale,  d'una caduta pesante; si rammentano ancora di certuni entrati sani e gagliardi, che di l a poco si fecer lentamente cadaveri per difetto d'acqua, e di pane.  Fu questa dimenticanza, o caso pensato?  Non precipitiamo nei nostri giudizi.  Dio  il revisore delle coscienze; e Dio, che pu convertire in uno scherno il diadema e la testa del prepotente, un giorno vorr conoscere il pro e il contra di queste ed altre bisogne.
Ma dunque  morto quel pover'uomo? E cos solo, solo, e infelice, come avr fatto a reggere il peso dell'agonia?  e se avr chiesto un sorso di acqua per mitigare la febbre delle sue viscere, chi gli avr bagnato la bocca?  e se l'asma lo soffocava, chi l'avr sollevato a mezza vita?  Chi gli avr asciugato la fronte, e scaldate l'estremit irrigidite?  Chi gli avr dato una croce a baciare?  Chi avr risposto amorosamente al delirio d'una testa che si sfascia, che vede il Diavolo, che vede i Santi, che vede un'ombra nera, un'ombra bianca, mille stranezze, che lacerano il cuore di chi sente, e per un tratto percuotono di smarrimento la ragione di chi le considera, fosse pure una ragione di ferro? Chi gli avr aperte le finestre, perch beva un ultimo alito d'aria pura, perch veda il cielo e la speranza? Oh! la speranza  un letto di piume al moribondo, ove egli a quando a quando dimentica le spine sulle quali s giace!  un'ala candidissima sulla quale l'anima del morente va a posarsi via via, provandosi cos per tempo a slanciarsi alla vita degli angioli!  E i suoi figliuoli? perch Dio non rompe le porte della prigione, onde passino i suoi figliuoli? Poveri suoi figliuoli! non poterli benedire, non poterli vedere, non poterli palpare! Poveri suoi figliuoli! d'ora innanzi chi dar loro del pane? Misero padre! questo pensiero ti sta come una lastra infuocata sul cuore;   l'unica striscia di ragione e di memoria che sia rimasta intatta nel naufragio della tua mente; questo pensiero  la tua vera agonia;  agonia di coscienza, e di sensibilit  questo pensiero ti fa dubitare di Dio, ti fa sorridere infernalmente. Misero padre! hai tu commesso un delitto infinito per meritarti un tormento infinito?
Ma dunque  morto quel pover'uomo? e chi gli ha asciugato l'ultima lacrima? chi gli ha chiuso gli occhi? chi l'ha baciato cadavere?
Il pover'uomo non  morto ancora,  almeno giova sperarlo. E s'ei fosse morto, chi l'avrebbe potuto sapere fin ora? Presso a poco  trascorsa una giornata, e il soprastante non ha anche aperto quell'uscio. Cosa importa al soprastante se il Povero sia morto o vivo, purch sia in prigione? Cosa importa al potente che esista un povero di pi o di meno? Non  egli il padrone del carcere, dell'esilio, e della scure? l'arbitro della vita e della morte, del Torto e del Diritto? Il potente di rado  iniziato ai misteri della sciagura; e una volta che sia, non  pi potente;  ma s'ei potesse sapere e sentire quanti dolori gemono, quante lacrime piangono sotto ai suoi piedi, forse gitterebbe lo scettro con quel ribrezzo come se avesse tenuto un aspide. Chi mai l'educa a simpatizzare coi suoi fratelli di carne? Chi gli insegna che il dolore solo  re della terra in eterno, e che la Sorte dona colla destra e toglie colla sinistra? Chi gli rammenta l'uguaglianza solenne, universale, del sepolcro? Chi lo consiglia a compatire le debolezze, le colpe, e gli affanni d'una schiatta dannata a travolgersi fra l'ignoranza e il bisogno? Chi gli fa sapere che l'errore  un elemento organico dell'umana natura, e che un uomo solo non  mai infallibile? Chi lo sospinge a chinar verso terra lo scettro a guisa di leva per suscitare i prostrati, e non a gravano come un flagello?  Invece i suoi cortigiani recidono qualunque legame fra lui e il popolo;  lo chiudono fuori dell'umanit;  lo chiudono in un palazzo assiepato di ferri appuntati contro il lamento e la preghiera dell'infelice;  gli fanno vedere il mondo traverso un prisma colorato d'oro e di porpora;  gli empiono l'aule di festa e d'armonia continua;  gl'intristiscono il cuore con un senso monotono di prosperit ottusa e solitaria,  talch se un sospiro per accidente gli ferisce l'orecchio, dimanda:  perch sospira quel miserabile?   egli cos fiacco? io non ho mai sospirato.  Lo persuadono a riguardare i precetti moderatori d'una santa filosofia come atti di ribellione; gli fanno credere ch'ei sia stato creato a calpestare uno strato di teste umane.  Gli comprano un poeta, gli comprano uno storico, per adularlo in prosa e in versi,  nel bene e nel male; lo posano sopra un 'ara;  gli mettono in mano il fulmine della legge assoluta, e poi l'adorano;  tanto che, se egli non si vedesse diffuso sul capo il manto infinito dei cieli, crederebbe d'essere Dio. E quando gli hanno pervertite tutte le facolt del cuore e dello spirito, gl'insegnano a giuocare indifferentemente colla vita dei popoli come fa il matematico sulla sua lavagna, che trasporta a suo talento i numeri da una estremit all'altra, e per uno sbaglio o per bizza cancella talvolta la cifra d'un milione. Oh, la potenza senza freno d'umane simpatie  un dono funesto! Trista  la potenza che pu emulare Dio nel distruggere, e non nel creare; e che pu annientare una generazione, e non pu risuscitare un verme quando l'ha spento!


CAPITOLO QUINDICESIMO


Devo dirla come la penso? Per un tratto del vostro discorso mi avete fatto una paura diabolica; io credeva che voi voleste volare;  io tremava per voi, ma poi mi sono rassicurato;  vi ho guardato i piedi, e li ho veduti immobili e fissi come chiodi.  Per altro, avete fatto un gran fare;  sbracciavate,  sbuffavate;  gli occhi fuori dell'orbita,  il volto infiammato,  le vene della fronte rigonfie;  vi pare a voi?   la maniera di farsi venir male, E che paroloni! sesquipedalia verba; e che voce avete fatto! ne ho sempre rintronate le orecchie! voi eravate in un accesso! mi avete fatto paura! io gi pensava a una cavata di sangue.
Volete un consiglio da amico? Smettete cotesto stile,  non  per voi,  non ci guadagnerete che l'asma. Voi non siete un uomo esaltato,  non potete esserlo,  avete troppo umore. Io lo so;  vorreste esser poeta;  ognuno ambisce di esser quel che non pu. Invece di un buon cappello di feltro vorreste una bella ghirlanda d'alloro,  per mille ragioni, e, non fosse altro, per campar la testa dalle saette. Ma datevi pace, l'alloro non  per voi;  se ve ne regalassero anche un albero, non sapreste mai trarne una corona di poeta;  gran merc, se voi ne cavaste una frasca da osterie.  Io lo so;  vorreste esser poeta, e vorrei esserlo anch'io;  ma come fareste quando il filo non arriva?  Vi compatisco;  avete letto Dante, l'Ariosto, Byron, Schiller, Goethe; li avete gustati,  li avete sentiti; vi compatisco; vorreste anche voi avere un 'anima temprata come l'arpa eolia, che ad ogni minimo fiato rendesse armonia;  vorreste avere un'anima limpida, trasparente, in cui l'universo si riflettesse come in uno specchio. Ma  tutt'uno,  non siete nato,  i poeti nascono belli e fatti: Vates nascuntur. Ditemi voi,  dove andarono a scuola Omero, Ossian, Burns?  E poi sentite questi due versi, che paiono fatti a posta per voi:

In cui Natura non lo volle cure
Non dirian mille Rome, e mille Ateni.

Avete capito?  e, badate, son versi di un classicista, che credeva nell'Arte forse pi del dovere.  Smettete,  vi ripeto,  sar meglio per voi. Consultate bene l'indole vostra, e quella seguite;  non farete mai male. Perch, se avete corta la vista, volete farmi l'astronomo? Fate il sartore piuttosto, che cucirete a punti piccoli e bene uniti, e cos vi acquisterete una lode moderata,  vero, ma pure una certa lode.  Non fate l'astronomo;  potreste scambiare un fanale col mondo di Saturno, e allora  risum teneatis, amici?  Smettete lo stile eroico,  non  per voi; invece di fare della poesia, fate della rettorica,  cosa veramente insoffribile in un secolo come il nostro. Non ve l'ho detto io sempre? il cavalcare non  per voi; credete di fare la figura di un San Giorgio, e invece siete una balla a cavallo. Non ve ne abbiate a male,  andate a piedi,   la vostra condanna. Cosa ci volete fare? Tanto, poeta non sarete mai; vi manca l'ispirazione. Se l'esser poeta consistesse nel tornir bene un verso, come usava nel cinquecento e nel settecento,  vada; avete l'orecchio abbastanza armonico, e, quando vi piace, sapete scegliere una frase elegante. Ma tutto questo non  poesia,   un lavoro da monache. Avete bens l'anima spruzzata di poesia,  ma quella vena larga, inesausta,  che costituiva Dante e compagni,  voi non l'avete.  Non bisogna pretendere di far tutto,  anche il Genio ha i suoi limiti.  Newton, che poteva leggere a suo beneplacito la facciata immensa dei firmamento, si smarr nei pochi fogli dell'Apocalisse, e riusc un infelice teologo.  Chi nasce artefice per tessere un drappo prezioso,  chi nasce tignuola per guastarlo. E la tignuola   inutile,  non sa che rodere. Ve lo dica un Professor dal fiocco rosso, quando si propose anch'egli di fare una stoffa!  Fece una tal cosa che anch'egli ne avrebbe riso, se non fosse stato giudice e parte. Ma non fu cos quando si tratt di rodere;  vero  bens, che in ultimo torse la bocca, perch le tinte delle vesti corrose contenevano troppo d'acido.  Smettete,  non cesser mai di ripetervelo,  lo stile poetico;  credete di suonare la tromba epica, e invece non fate che gonfiar le guance. Voi non siete veramente n poeta, n oratore, n storico, n filosofo, n tignuola;  siete un non so che, che non lo sappiamo n io n voi.  Quando la Natura vi architettava, invece di farvi la testa, sopra pensiero fece una gabbia da grilli;  poi si accorse del fallo, ma non volle tornare indietro, e lasci il lavoro come stava; pure, perch la gabbia avesse uno scopo, una conveniente destinazione, la riemp liberamente di grilli, e cos voi siete riuscito quel che siete. Dovete convenirne per maledetta forza,  l'enfasi, il far di Pindaro, a voi non si addice;  voi non potete aspirare che a una certa ironia, a una certa malizia, talvolta a un poco di grazia, a uno stile negligente giusto appunto come siete voi. Datemi ascolto: scrivete sempre alla buona; alla sans souci, e terminate la storia del Povero carcerato.


CAPITOLO SEDICESIMO


E cos mandando al diavolo tutti i saccenti, e adoprando lo stile che meglio mi aggrada, ripiglio la mia storia tante volte interrotta.
Il pover'uomo non  morto ancora;  prova ne sia ch'io l'ho veduto.  Come mai?  mi direte. Ecco come; mentre quel ser saccente mi dava quei tanti consigli, che io non gli aveva chiesti, facevamo cammino, e questo era il meglio; a un terzo del discorso, siamo giunti dinanzi alla carcere, e di l a minuti  stata aperta, ond'io ho potuto vedere agiatamente i fatti miei tali e quali come vado a dirveli.  Il pover'uomo, come sapete, non  morto ancora; e s'ei fosse morto (questo lo dico per rispondere a chi dianzi trepidava tanto per lui), s'ei fosse morto, certo sarebbe morto senza nessuno d'intorno,  solitario come una bestia del bosco. Chi volete che fosse passato per assisterlo in quel transito angoscioso? Fra il Povero e la Piet sta di mezzo una prigione, e la Giustizia ne difende l'ingresso come la spada del cherubino alle mura dell'Eden.
Il pover'uomo non era pi stupido, come quando io lo lasciai;  mi pareva anzi irritato,  e forse troppo. Le sue passioni erano rimontate,  le passioni fanno come la marea. Allora s mi pareva che pi di prima egli avesse bisogno d'un amico, che con modi cordiali e con suoni di conforto si provasse di acchetare quella tempesta che gli ruggiva dentro, e gli capovolgeva la ragione. Egli passeggiava furiosamente per tutti i versi i cinque passi della sua stanza;  spesso si dava nella fronte con una palma,  spesso batteva coi piedi la terra;  ora fischiava turbinosamente, ora cantava in una lingua e in una musica affatto nuova;  ora s'incrociava le mani sul petto, nascondendosi le pupille terribilmente sotto le ciglia. Una volta si mise una mano sul cuore e fece atto di strapparselo, e di lanciarlo in aria con un grido disperatamente salvatico,  uno di quei gridi che atterriscono l'uomo e la fiera,  il grido della madre che fuga il leone, e gli cava il figlio di bocca,  uno di quei gridi che devono far pentire Dio di aver creato la sensibilit. Dipoi si riconcentr, e fece pochi passi adagio adagio, e senza intenzione;  quindi sembrava stanco, e si pose a sedere sopra uno scalino col capo fra le ginocchia.  Col capo in quella maniera, io non potei vedere se pregasse, se bestemmiasse, se piangesse. Forse egli faceva queste tre cose confusamente insieme;  forse era assorto in una di quelle estasi, prodotte dall'ambascia profonda, in cui l'anima abbandona il corpo, e s'ingolfa in una nuova esistenza, in un mondo incognito, pieno di forme strane, non mai vedute, non mai pensate,  dove l'anima giace immemore di quello che fu, di quello che ;  e solamente, tra il s e il no, sogna che in qualche parte le dolga, ma non sa dove, non saprebbe cercarvi, non  tentata a farlo.
A un tratto mi scosse un forte sospiro misto di singulto;  e vidi che il pover'uomo si era rialzato girando penosamente la testa verso l'inferriata.  E l'inferriata confina col palco, e la persona non pu salirvi.  Gli sia contesa anche la vista del cielo:  cos hanno detto, e cos hanno fatto.  Un raggio scarso di Sole entrava malvolentieri tra mezzo alle sbarre, e sdrucciolava gi in fondo, lento, malinconico, scolorito, vestito anch'esso da povero. Forse quel raggio era pietoso, e tramutava cos la sua pompa per mettersi d'accordo col Povero,  per non unirsi all'oltraggio degli uomini.
Arrivato a questo punto, io non vidi pi nulla. Il soprastante chiuse e part.  Io non vidi pi nulla, e l'ebbi a caro. Quando il dolore percuote a gran masse l'anima umana,  una vista che si pu reggere;  e talvolta  uno spettacolo dignitoso, quando l'anima sviluppa un vigore proporzionato alla forza delle percosse; e quel combattimento tra il mortale e il Destino, tra il signore e io schiavo, ha un non so che di sublime, che lusinga la nostra superbia. Ma quando il dolore prende lo scalpello del notomista, e comincia a incidere il cuore di dentro e di fuori con mille tagli diversi, e lo cincischia con mille disoneste ferite, quello spettacolo allora ha un non so che di fastidioso, e di crudele, che gli occhi non lo sopportano, e, offesi come sono volentieri si chiudono.
Io non vidi pi nulla, e l'ebbi a caro.  Il Soprastante era venuto a visitare la carcere, e non il carcerato; solamente aveva portato seco un vaso d'acqua fresca, e l'aveva deposto per terra.
Dunque quel pover'uomo morr di fame,  perch d'acqua, o fresca o calda che sia, non si vive; a mala pena si vive di pane. Anche Ges la intendeva cos:  Non de solo pane vivit homo.
No, no; rassicuratevi; questa volta non morr di fame; un pane gli sar dato. Ridete?  io vi comprendo,  sar un pane dato come un colpo a un nemico; sar un pane duro, duro davvero;  ma che vuoi dire?  Ei l'ammollir colle lacrime:  perch no? forse non  infelice?  la corda del pianto forse non  la prima corda del cuore, e non trema forse al soffio pi lieve?  L'ammollir colle lacrime,  non ne dubitate;  non v'ho io gi detto che sa piangere? e, se l'alterezza gli vietasse di piangere per s, non ha i suoi figliuoli, non ha forse una madre, non ha un amore, una patria?
Io piango,  voi piangete,  tutti piangono. Questo  tal verbo, che ognuno sa e deve coniugare senza bisogno di grammatica. La sventura  qua maestra per tutti,
O Sventura! perch sei? chi ti creava? quando nascesti?  sei una vendetta?  sei forse un errore? sfuggisti forse al pensiero di Dio in un'ora nera quando a Lui pure gemeva lo spirito addolorato?  La terra ne' suoi continui rivolgimenti ha veduto sparire tante nazioni, tante glorie, tante religioni, ma la tua  rimasta pur sempre?  Il tempo che coll'ala instancabile corre rovinando ci che gli si para di fronte, quando giunge d'innanzi al tuo simulacro chiude l'ala, e oltrepassa adorando. Tu sei una pianta perenne, che non temi vicenda di stagione; il sereno e la procella egualmente ti alimentano.  Il Genio avvalorato dal grido delle plebi umane ha tentato sovente di atterrare il tuo Nume, ma indarno. La Fatalit ti protegge,  e i conati del Genio e delle moltitudini si sono spezzati contro di te, come la spuma contro la rupe.  La terra  il tuo altare;  i potenti sono i tuoi pontefici, e ti cantano inni feroci, e ti danno in sacrificio milioni di vittime;  ma tu sei implacabile  tu divori vittime e sacerdoti.  Il mondo  tuo retaggio assoluto;  e se il tuo spirito gode aggirarsi fra le rovine,  gode pure insinuarsi come il serpente fra l'erbe e i fiori. Tu puoi rivestire anche l'aspetto dell'allegrezza;  e non v' una razza stranamente infelice, che ha sempre il sorriso sul volto, e il pianto eterno nel cuore?  questi son pi d'ogni altro infelici, appunto perch non sembrano.  La vita ti appartiene intera;  tuo  il primo vagito dell'infante,  tue le tradite speranze del giovane,  tuo il gemito estremo della vecchiaia; e vi  chi dice che tu perseguiti perfino il mortale in un'altra esistenza.  Non v' nessuno, che trapassi da questo pellegrinaggio ai riposi della tomba senza avere offerto nel tuo santuario il suo obolo,  senza averti dato almeno una lacrima,  una lacrima spremuta dal pi puro sangue del cuore. Tu non ammetti privilegi, e stampi il tuo marchio rovente tanto sulla fronte alla virt quanto sulla fronte al delitto;  ogni condizione deve piegarsi sotto la tua verga, tanto il conquistatore, che stende la sua spada sui popoli come il raggio del Pianeta, quanto l'umile bifolco, che nasce e muore ignorato come l'eco della sua valle. Anche il povero matto,  che a spese della ragione si riparava in un mondo di larve e d'illusioni, e credeva francarsi dalle leggi della comune esistenza,  anche il povero matto deve adorarti;  e quando la morte  vicina a rapirselo, tu gli doni un istante lucido d'intelletto, onde anch'egli senta la tua presenza, e ti paghi il suo tributo di dolore. O Sventura! tu non sei punto generosa, tu non hai coraggio di risparmiare n anche il povero matto.



CAPITOLO DICIASSETTESIMO


I primi giorni che l'uomo passa in prigione, sono per l'anima sua come giorni nebbiosi:  l'anima non ha peranche fatto l'occhio a quel clima;  vede confusamente, talvolta non vede gli oggetti, talvolta li vede doppi;  il suo palato non ha sapore;  un ronzo continuo gli alberga le orecchie;  lo spirito giace stordito, e non sa pensare;  il cuore sente di star sotto a un fascio enorme di sensazioni, ma non sa darne ragione. Se la mente non gli crolla,  una prova sodisfacente della sua buona tempra;  se il corpo non gli si ammala,  una prova sodisfacente che il corpo fu tessuto comme il faut. Sia come vuolsi, per in cotesta alterazione dello stato normale dell'anima l'uomo ci guadagna qualche cosa; la noia non trova luogo di abbarbicassi cos di leggieri;  il pensiero, che agisce eccentricamente, non  quell'avvoltoio insaziabile, come quando il senno si aggira sopra il suo pernio naturale;  e il dolore vibra il suo pungiglione sopra una carne mortificata. Questo stato di esaltazione, in cui tutte le nostre potenze superando il coperchio hanno dato dl fuori, ha prodotto per legge di reazione una pace stanca, un sopore, un dormiveglia nell'anima nostra, che volentieri ella afferrerebbe di nuovo quando si desta, e la pienezza del giorno le mostra a diritto e a rovescio la sua posizione. Ma la natura vive d'eccezione a controgenio, e quanto pi presto pu, gradatamente rientra nel suo letto.
Una volta, per altro, che il carcerato si  stropicciati gli occhi, e li ha spalancati, ed  desto ben bene, e si accorge, e tocca con mano di esser in prigione, la prima cosa che sente  la sconvenienza di una simil dimora, e il primo pensiero che se gli affaccia  quello di andarsene. Io stesso, che sono un uomo tutto pace, che, se il vento mi porta via il cappello, aspetto che si fermi, e non gli corro dietro, io stesso,  Dio mel perdoni, e chi mi ci ha messo,  ho pensato, prima d'ogni altra cosa, di andarmene. E vi ho pensato cos a lungo, e con tanta intensit, che mi meraviglio come questo pensiero nel chinarmi non mi sia caduto gi dal cervello in forma di lima. E se qualche spirito maligno non mi ruba questo mio cranio, portandoselo in un altro mondo a farvi sopra le sue esperienze, o a giuocarvi alle bocce; ma invece verr in potere del sistema di Gall, e di Spurzheim; quei signori notino bene, e cerchino fra le tante protuberanze buone e cattive, ch troveranno uno scavo fatto dall'idea della fuga, una figura tale e quale come l'ho descritta qui sopra.
	Pertanto noi siamo d'accordo: il primo pensiero del carcerato  quello di andarsene. I mezzi poi per andarsene sono due: uno naturalissimo, e di riuscita infallibile, ed  quello di andarsene quando ti metteranno fuori;  l'altro naturale pur egli, ma non al grado del primo, ed  quello di fuggire.  Tu puoi fuggire con due metodi:  o fuggire da te col rompere la porta, o col segare i ferri della finestra;  o corrompendo a furia d'oro i custodi. Il primo metodo costa assai meno del secondo; il secondo assai pi del primo. E tutto questo per tua regola e governo.
Io, dopo molte considerazioni fatte colla coscienza, e non a caso, ho meco stesso deliberato effettivamente di rimanermi, finch un qualcheduno non venga a cavarmi. Gi, figuratevi voi, mi hanno messo in un Forte munito di soldati, e di cannoni, e sotto chiave d'un Profosso munito di 12 Articoli stabiliti contro di me, e contro di lui; il Forte poi l'hanno messo in un'isola.  Ora andate a fuggire, se vi riesce!  Io mi protesto da capo, che non ho voglia n modo di andarmene; e quando anche conseguissi la fuga, sarei costretto a tornarmene indietro, perch fuori  la stessa prigione;  avrei di pi da pagare il fitto d'una stanza, mentre adesso me ne godo un paio, e di pigione non se ne discorre, a meno che non facessero all'ultimo tutto un conto,  Napoleone,  vero, fugg,  ma voi sapete chi era costui; e se nol sapete voi, altri l'hanno saputo;  e poi, egli fuggiva per delle buone ragioni;  fuggiva per rimettersi in capo un berretto da imperatore, ed io non potrei mettermi in capo che un berretto da notte; fuggiva per riafferrane la coda della Fortuna, che novamente gli capricciava dinnanzi, e gli faceva le smorfie da innamorata;  e poi egli era padrone del Forte dove io son racchiuso, e il Forte non era padrone di lui.  Ma io, che sono una cosa con un nome, e con un casato, e niente di pi , faccio sapere a tutti una volta per sempre che ho meco stesso deliberato effettivamente di rimanermi, finch non mi diranno:  vattene.  Io sopporter la mia prigione, come una escrescenza, che per un accidente mi sia venuta sulla persona,  come la paziente pizzuga sopporta quella casa d'osso che la Natura gli ha collocata sul dorso.
V' ancora un altro mezzo d'evasione; ma io mi attento poco a proporvelo: e quando voi lo saprete, confesserete che non  da tutti.  un mezzo mirabilmente semplice; non ha d'uopo d'oro, o d'argento, o di compagni; non ha d'uopo d schiudere una porta, n di rompere un ferro; tu rompi una vena, e tutto  finito.  E allora, se il nulla non ti assorbe, tu vai a vagare pei campi dell'infinito, da dove volgendoti indietro, o la terra non ti apparisce, o tu scorgi sull'estremo orizzonte un punto bruno, impercettibile come il capo d'una formica. E allora esclami: dov' la mia prigione? dove sono quelli che gemevano, quelli che facevano gemere? Oh la terra  una cosa falsa, gli uomini una folla di larve, il potente una larva con uno scettro di fumo, una larva pi alta delle altre, perch ha trovato uno sgabello a salire.  Tu rompi una vena, e tutto  finito. il magistrato pu ripiegare la sua toga.  chi vuoi giudicare? L'infelice si  appellato dal giudizio del verme a quello di Dio.  La giustizia pu ringuainare la sua spada.  Chi vuoi percuotere una gleba? percuota, se vuole. Il vinto con un poco di sangue ha trionfato del vincitore.  Il tiranno gli aveva posto un piede sul collo;  lo serbava vivo per legarselo dietro al carro della vittoria;  e poi per attaccarlo a un patibolo a sfogo delle sue vendette;  a pasto di una plebe matta e feroce; ma l'infelice ha fatto un moto, un moto solo; e il piede del tiranno pi non calca una vittima;  non calca che una massa di fango.  L'infelice con un moto solo l'ha vinto e deriso:  allora ei lo maledice e l'ammira;  allora in un eccesso di passione impotente grida come il Filippo di Schiller:

Rendetemi vivo quel morto; voglio che mi stimi,


CAPITOLO DICIOTTESIMO


Il suicidio  lecito o no?  I pareri non sono unanimi. Rousseau, da quell'ingegno completo che egli era, ha circondata la questione da tutti i lati, mettendo in rilievo con singolare eloquenza il pro ed il contra del suicidio; per il calore della convinzione, e la maggior potenza di raziocinio in lui si riscontrano in pro del suicidio.  Nell'antichit, in certe epoche e sotto l'influenza di certi sistemi, il suicidio era una massima e una pratica cos generalmente consentita che l'uomo si ammazzava a suo beneplacito, senza che la societ ponesse mente a quel fatto.  Il suicidio era allora considerato come un caso di morte naturale.  Oggi una discreta filosofia non impugna, n approva assolutamente la legalit del suicidio.  Si parte dai momenti che hanno prodotto l'azione, e secondo quelli si stabilisce il valore dell'azione, la maggiore o minore legalit del suicidio. Un'altra filosofia, piuttosto proterva che no, concede il suicidio soltanto alla follia, e nega che in ogni altra situazione l'uomo abbia potere di gettare la vita, n quando gli pesa oltre le sue forze, n quando oscilla tra la morte e l'infamia. A sostegno dell'assunto loro si fondano sulla forza dei vincoli sociali, e sulla premessa che la vita sia un dono di Dio, per il che nessuno possa disporre del dono senza l'acquiescenza del donatore. Io comprendo poco la questione cos come la basano. Io ho sempre pensato che un dono non sia veramente tale quando contiene delle condizioni che vincolano la volont di chi lo riceve. Quando io ho fatto un dono, ho inteso di abbandonare qualunque minima idea di propriet sulla cosa donata, Cos io la intendo, e se fosse altrimenti, mi pare che il vocabolo non vada d'accordo coll'idea. Se avessero detto piuttosto che la vita  un imprestito fatto da Dio, allora forse la questione poserebbe sopra termini pi esatti. Se la vita pertanto  una propriet liberissima dell'individuo, come credo che sia, perch non potr disporne a sua voglia anche per contraddizione a chi non vorrebbe? perch non potr disfarsene specialmente quando questa propriet ha cessato di rendergli un frutto, e gli sta invece a perdita continua? Non fate voi lo stesso di tutte le propriet che vi nocciono, e non vi danno pi un utile? Non siete voi padroni di amputare il membro ammalato, che potrebbe corrompere il resto del corpo? E l'uomo a cui  cancrenato il cuore non  padrone, tagliando un filo ormai logoro, di finir le sue pene? La legge primaria del nostro organismo  di fuggire il dolore, e si pu fuggire in mille modi: voi lo fuggite vivendo, altri lo fugge morendo. Pretendete che tutti godano in un modo unico, nel modo che godete voi? Voi potete pi ragionevolmente impugnare la legalit della pena di morte, perch si tratta di agire sull'altrui propriet, perch pu esservi eccedenza di giustizia, perch stante la imbecillit degli umani giudizi, pu esservi anche offesa manifesta. Ma l'individuo che aliena la cosa sua libera, separata, indipendente, commette un'azione le pi volte utile a s e indifferente sempre per gli altri. E se la vita fosse anche un dono di Dio, cosa pu importargli, se l'uomo crede bene d'impiegarlo piuttosto in una maniera che in un'altra? Porse perch, uccidendosi, vive dieci anni meno di quello che poteva vivere? E che importano a Dio dieci anni pi o meno, a lui che misura tutto coll'eternit, che ha destinato tutto a morire per rifar da capo? E perch l'uomo non potr esercitare sopra questo dono il medesimo. diritto che  stato dato alla tisi, al colera, a una puntura di vipera, al pugnale dell'omicida?
Che se voi mi parlate di vincoli sociali, vi dir io; dove sono questi vincoli, e chi li ha stabiliti? Se sono una cosa che emerge spontanea dalla natura umana, allora vi dir che le cose naturali vanno da s, non si contraddicono mai, e le loro leggi non hanno da temere infrazione. Ma se invece fossero un pregiudizio contro natura, una convenzione ideale sancita ne' tempi trascorsi, allora vi dir che i posteri non son tenuti di stare alle decisioni di un errore, perch sia antico, e che possono annullare qualunque legge incompatibile coll'utile e colla ragione, e perch quello che stava bene cent'anni sono, oggi sta male. La societ  un contratto tacito, regolato da una scambievole convenienza di condizioni fra le parti: se cos non , la societ non regge pi sulle basi approssimativamente eque di un contratto;  invece sta sopra un piede di violenza; e allora somiglia pi che altro il supplizio di Mezenzio, un corpo vivo legato a un cadavere. Se in societ io godo, e voi soffrite, dov' fra noi la forza dei vincoli? A qual fine voi dovete star meco? forse perch io vi veda soffrire? Perch quando non ho la potest o la volont di mettervi al pari mio dovr anche torvi il diritto di andarvene dove non vi sar societ, o ve ne sar una pi giusta? Come pu immaginarsi societ e mutua corrispondenza di doveri sociali fra l'uomo che spende un milione all'anno e l'uomo che non  sicuro di mangiare ogni giorno una scarsa misura di pane impastato di fiele e di lacrime? Donde il primo cava il diritto di dire al secondo: vivi; te lo impone il dovere? Dio stesso, se l'uomo, come ho detto, non fosse arbitro della sua propriet, gli torrebbe per compassione la vita. Certo io ammiro la testa che porta fieramente la sventura, come un re la corona. Ma lo fa non per sommissione a un dovere che non esiste; lo fa perch ha sortito una tempra vigorosa d'anima, che lo rende capace a resistere. Ma l'infelice cui si son disseccate tutte le fonti del piacere, che vive dolorosamente per s, e inutile per il prossimo, che trova a morire tutto l'interesse che gli altri trovano a vivere, perch un infelice siffatto deve rimanere al suo posto? Non vedete che la sua missione  finita? che l'equilibrio del patto sociale  stato alterato? Fareste voi meco un contratto in cui si stipulasse a me il riposo, a voi la fatica; a me le rose, a voi le spine? Perch vivete voi? perch la vita vi arride; perch considerandola anche come un male, se la mettete in bilancia colla morte, questa per voi  un male pi grave, e fa traboccar la bilancia.  Spogliatevi di ogni ipocrisia; voi non vivete per un dovere; vivete per un calcolo.  L'infelice ha pesato l'esistenza e la morte;  l'esistenza era pi grave; ed in senso inverso ha i medesimi diritti che voi; egli muore per un calcolo.  Ma voi direte: egli non deve cedere cos per poco; deve combattere; deve tentar di vivere.  Se voi sapeste quanto lungamente ha combattuto, sareste men rigidi.  Egli ha combattuto a lungo, e con tutta l'energia dell'istinto, perch la vita non si getta via sbadigliando; e avanti di rodere la catena dell'istinto, ci vuoi tempo e dolore pi che non credete.  lo ebbi un amico di ragione salda, d'ingegno capace, di cuore generoso; era amato e stimato da tutti e lo sentiva con riconoscenza;  ma non si sa come, fin dai primi anni, in cotesta pianta s'insinuasse il verme del suicidio che cominci a minare, a minare tanto che all'ultimo la lasci inaridita e nuda di qualunque fronda. Resist molti anni, ma indarno;  egli doveva e voleva morire.  Vani furono i conforti delle persone a lui care:  vani i tentativi che faceva egli stesso per sottrarsi alla vocazione fatale. Prov i piaceri dello spirito,  prov quelli dei sensi,  non avevan sapore;  per lui non aveva sapore che la noia;  vedeva il mando di dietro a un vetro affumicato.  Gli amici gli si mettevano d'intorno con ogni sorta di argomenti per levano da quel proposito; ed egli non ricusava la disputa, anzi l'accettava di buon grado, e l'esauriva con un ordine di ragionamento maraviglioso, e gli amici tornavano via quasi convinti a far lo stesso. Egli non era disperato;  era freddo e determinato a morire, come noi siamo a vivere.  lo ed altri giungemmo pi volte ad ottenere perfino da lui una tregua di qualche mese al suicidio;  'ed egli accordava sorridendo la tregua:  ma finalmente la volle finire, e in una sera di state con un colpo di pistola s uccise.  Sul primo mi spiacque vivamente; poi ripensandoci sopra, esclamai come Lutero: beatus quia quiescit.
Andate a rammentare a un uomo come questo il dovere sociale ed ei risponder: rinverginatemi il cuore, ravvivate il raggio alla stella pallida del tramonto, ed io vivr volentieri con voi.  Potete voi farlo? Sappiate che l'anima umana pu essere affetta da una tisi incurabile come il corpo. E se voi non avete farmaci da risanarmi, perch volete che io viva cos dolentemente ammalato? Il meglio  finir presto.
E il miserabile che si annega per estrema miseria, che ha cercato il lavoro per ogni officina e da per tutto l'hanno respinto, che ha bussato ad ogni porta, e tutti per soccorso gli hanno dato un Dio ve ne mandi (moneta che non si trova chi la baratti), che doveva far altro, se non gittare un fardello che le sue forze pi non valevano a sopportare? Dio o la Filosofia possono prescrivere l'impossibile? Possono prescriverlo, purch non ne aspettino poi l'esecuzione.  Certo quell'infelice, tentati invano tutti i mezzi di sussistenza innocente, poteva farsi assassino;  rapire l'oro e la vita a quanti s'imbattevano in lui, e da ultimo incappare nel boia che avrebbe fatto giustizia. Il boia per collo stringergli la gola  fino a che morte ne segua  non avrebbe scemata una dramma del male gi seguito.  O Filosofia, se tu fossi meno proterva e pi umana, invece di gravare la fossa del suicida d'una maledizione, o del tuo disprezzo, daresti lode, o almeno compatiresti l'infelice, che, posto fra il delitto e la morte, sceglieva quest'ultima.  Volete restringere la sfera del suicidio, confinandola ai pochi casi di esso, commessi per debolezza, o per noia, ai casi rarissimi di questa azione commessa per eroismo? Spendete meno massime, spendete pi fatti:  allargate le vie della vita, sgombratele di tante spine, che vi semin l'errore e l'ingiustizia. Con che titolo l'ozioso opulento verr a filosofare aspramente sul corpo del suicida per miseria,  egli, che giornalmente in una bottiglia di sciampagna beve almeno cinque giorni dell'esistenza di un povero?
Certe leggi barbare, perch inique e stolte, perch inutili, pretesero di percuotere il suicida con una pena. Le pene non hanno scopo ed esercizio che di fronte alla sensibilit.  Affliggete le cose insensibili, se vi riesce; e allora avrete ragione. Allora Serse quando flagell l'Ellesponto fece un'azione degna di Socrate.  Il suicidio, sottraendolo alla speculazione e concedendolo alle sensazioni delle masse,  argomento di mille diversi giudizi.  Date a vedere sulle tavole del camposanto il corpo del suicida;  ecco la fama percorre le piazze e le strade e bandisce che un uomo si  ammazzato di proprio pugno.  Le turbe accorrono, fanno cerchio, fanno calca, fanno popolo; compongono l'opinione completa, dal colore pi saliente alla gradazione pi sfumata..
Una ragazza tutta tremante d'ansia e di curiosit come l'anima vergine allo spettacolo di una cosa non veduta mai, s'interna, s'affaccia, si curva un momento sul morto e poi si volta per partire, e sulla freschezza vivida della guancia  insorto un livido leggiero, leggiero; l'occhio  lucido pi dell'usato, come quando  vicino a piangere; e facendosi strada frammezzo alla folla esclama: peccato! che bei giovane!  Un crocchio ben numeroso ragiona del nome e del cognome del morto; del come andava vestito; del dove stava di casa, delle sue abitudini, ecc.  Un popolano mette ruvidamente le mani sulla ferita per mostrarla al compagno e col suo grosso buon senso conchiude: a pagare e a morire c' sempre tempo.  Uno scettico dice al vicino che gli domanda le cagioni del fatto: io non ne so nulla; era padrone di stare,  stato padrone di andare;  forse volevate rattenerlo?  E il vicino, mal soddisfatto, gli volta le spalle.  Un teologo lo mette all'inferno, e sigilla la sua decisione con una presa di tabacco. Una vecchiarella gli mormora addosso un de profundis, pregando sua divina Maest che lo mandi almeno al purgatorio. Un ciarlatano allunga la fisonomia e vi fa sopra una massima. Un uomo di cuore non apre bocca e vi versa una lagrima.
E come vedete l'opinione pubblica non offre dati da fondare un sistema sull'unit del principio.  Chi biasima in forza di un diritto ereditato;  chi approva per simpatia;  chi per raziocinio;  chi compatisce:  i pi son curiosi, e lasciano il fatto com' senza definirlo. Io, facendo un sistema per conto mio, ripeto quanto ho avanzato in addietro, che la vita  la prima propriet dell'uomo, propriet assoluta, indipendente e separata con distinzione si profonda dall'altrui propriet che non v' rischi di liti sui confini; e da una propriet di questa natura deriva inevitabilmente l'esercizio di un diritto illimitato sulla medesima. Che ponendo ancora la vita. come un dono di Dio, egli non ha prescritto il modo speciale con cui deve finirsi.  Non si trova in nessun libro che abbia vietato il suicidio; e se pure una volta ha parlato, ha detto: non uccidere: e qui va bene, perch si tratta della cosa altrui, ma non ha mai detto: non ti uccidere. Egli ha donata la vita e l'ha destinata a finire. Sul modo poi  affatto indifferente, e per lui il suicidio  un genere di morte come un altro. Se il resto degli uomini vivessero eterni, e il suicida morisse, allora il suicidio si potrebbe considerare come una contradizione al suo concetto: ma poich tutti dobbiamo morire, egli  indifferente sulla specie d'imbarco che noleggiamo per giungere a questo porto.  Dio ha donata la vita, ma non s' riserbati i modi particolari per metterla a fine: ha lasciato questi modi alla nostra organizzazione e a quella rete di infiniti accidenti in cui siamo ravvolti. Credereste voi che egli occupi la sua eternit e i suoi attributi a scegliere per voi l'apoplessia, per me il mal di petto? Il pensarlo sarebbe forse una cosa empia e certamente ridicola. Lo spirito della sua legge  creazione e distruzione in perpetuo:  basta che l'uomo nasca e muoia, e la sua legge  adempita.
Affermata la legalit del suicidio,  facile fissarne i diversi gradi di stima.  Le azioni hanno un valore intrinseco che di rado pu sfuggire all'aritmetica della morale. Voi potete compatire il suicida che si ammazza per debolezza; potete biasimare chi s'ammazza in conseguenza del giuoco o d'altre dissipazioni, approvate come un conto che torna il suicidio fatto per noia, o ratto dal tisico, che arrivato al terzo stadio, crede bene di risparmiarsi un qualche mese di agonia infallibile;  potrete ammirare il suicidio prodotto dall'eroismo. Potrete distinguerlo in tre calcoli,  fallace, giusto e sublime. Di tutti questi elementi potrete fare una piramide, dandole per base la debolezza e per comignolo la virt .
Discendendo poi dalle teoriche al fatto, osserviamo che pi ordinariamente questo fenomeno si verifica o nell'estrema energia o nell'estrema spossatezza dell'umana natura. Di rado tocca il grado intermedio;  di rado un uomo dotato di facolt temperate mette le mani nel proprio sangue. Egli  buono a sopportare molti disastri, che fiaccano il debole;  egli, in forza delle sue misurate facolt, non si trova mai avviluppato in quel nodo di eventi che sforzano l'uomo superiore a sparire dalla scena del mondo celandosi in un sepolcro. L'uomo moderato pu convenientemente transigere con una lunga serie di fatti. L'uomo debole vive a caso,  e se i fatti gli passano rasente senza urtano di fronte, pu invecchiare pacificamente, e morir nel suo letto. Ma se un fatto lo prende d fronte, egli  perduto, egli non ha vigore bastante da sviarlo e rimetterlo sul suo cammino. Una cosa lieve, un nonnulla, anche una risata, in un cervello cos fatto diventa un'idea fissa; e allora la follia compie la paralisi delle sue forze morali, ed egli  costretto a morire senza poterne dar conto a chi glielo dimandasse. Io ho conosciuto un giovane leggiadro di forme, d'indole mite, ma vuoto di testa, che si fucil, perch i genitori, che l'amavano assai, non gli permisero di farsi dragone.  Ma l'anima atletica d'un eroe trascorre una scala lunghissima d eventi, e nulla l'arresta;  la sua gagliardia rompe spesso la corrente, che strascinerebbe in rovina ogni altra forza fuorch la sua;  poi ad un tratto si trova di faccia una combinazione intricata, profonda, dove freme l'onnipotenza del Destino. Allora il Genio si conosce perduto,  ma non cede sul subito; si sviluppa una lotta da gigante a gigante,  e la lotta dura finch le forze da una parte resistono;  finalmente il Genio soccombe,  il Destino supera, perch il Destino  ci che deve essere. Che deve fare allora l'eroe?  progredire  impossibile, perch una barriera di adamante gli chiude i passi;  rovinare in fondo  impossibile, perch la natura del Genio  di salire finch pu. Allora l'eroe decide di morire, non gi perch vuoi morire, ma perch non pu pi vivere. Non  il delirio, che spinge;  la coscienza, che sceglie. Il Genio si scava la fossa su quel gradino, dove la Fatalit gli ha reciso l'ale;  e si scava la fossa per insegnare che il sistema del Bene va portato innanzi finch si pu, e non va rinnegato colla codardia del tornare indietro. Certo il suo concetto era di salire al sommo della scala e piantarvi lo stendardo della vittoria. Dio non ha voluto,  egli  morto. Egli non poteva vivere sospeso fra il cielo e la terra.
Catone sta per la repubblica,  e combatte all'usurpatore a palmo a palmo il terreno; ma questi, pi felice di lui, lo incalza di provincia in provincia,  lo soffoca coll'alito ardente della vittoria. Catone finalmente  in Utica, chiuso in circolo magico, donde gli sar impossibile uscire come dalla tomba.  Gi si sente fremere a tergo il delitto e la fortuna di Cesare. Ma i fati non sono per lui,  egli lo sa. Non v e pi scampo,  non v' pi spazio,  non v' battaglia pi da tentare;  la Virt contro il Fato  un vetro contro una massa di ferro. Catone deve morire, e morr. Poteva rendersi a Cesare,  ed ci l'avrebbe perdonato,  l'avrebbe anche onorato, perch Cesare era un tiranno, ma un tiranno di genio. Catone era come quei metalli, che si spezzano, ma non si piegano. Doveva morire per dimostrare che la Virt  un fatto sensibile, e non un nome vuoto; doveva morire, perch la sua ragione gl'insegnava pacatamente la morte come un dovere, la vita come un tradimento. Se non fosse morto, n i contemporanei n i posteri avrebbero saputo in che pi credere. La sua morte fu una protesta eloquente contro l'usurpazione felice,  una guarentigia del diritto  un conforto, uno stimolo ai superstiti; e dal suo sangue usciva una voce, un insegnamento solenne a morire piuttosto che a disertare una causa santa.
E Bruto da quei sangue raccolse quella voce, e se la pose nel cuore. Quella voce gl'intim primamente a non disperare della salute della patria,  a tentare la sorte incerta delle armi, e cos fece;  poi quando a Filippi fu perduta l'ultima battaglia delle libert latine, interrog quella voce, e gli disse di morire, E Bruto moriva incontaminato, come devono morire le anime sublimi.  Comprese la santit della sua missione,  la grandezza dell'esempio che andava a dare,  il frutto immenso di cui questo sarebbe stato fecondo nell'avvenire. Il suicidio in lui non fu il consiglio d'uno stretto egoismo, fu un sacrifizio fatto alla dignit dell'umana morale. Se fosse vissuto, avrebbe commesso peggio che una vilt;  avrebbe messo in dubbio i diritti dell'uomo;  avrebbe sanzionata la scelleraggine trionfante; ne avrebbe in certo modo velate le vergogne:  cos la lasci nuda,  cos col suo sangue si appell pei diritti delle nazioni alla vendetta dei posteri rigenerati;  cos, piuttosto che concederla agli stupri della tirannide, volle condur seco la Virt vergine nella tomba. Bruto, anima esaltata, e inflessibile nell'amore del grande e del giusto, era portato al suicidio dalla necessit e dal dovere. Non gli rimaneva a fare pi nulla n di buono n di grande;  non gli rimaneva n anche di sedersi sulle rovine della patria, e sciogliervi un canto funereo;  le rovine della patria erano ormai lo scanno dei Cesari.  Doveva fuggire? Il pensiero solo  un sacrilegio;  ma e in qual parte di mondo fuggire? Il mondo era una provincia romana, e qualunque nazione avrebbe portato a gara la testa del Bruto in aggiunta ai consueti tributi.  Doveva ricorrere alla clemenza di Augusto? Oh! l'ultimo dei Romani non poteva ricorrere al primo dei tiranni. La Fatalit aveva incatenato lui alla Repubblica, e la Repubblica a lui, Erano due in un destino solo;  dovevano esistere insieme, perire insieme, e perirono. E poi conoscete voi la clemenza di Augusto? Ve lo dica Perugia.  Augusto non aveva che talento e libidine d'imperio;  del resto ineccitabile come una pietra; un alito di passione non aveva mai increspato quel mare morto dell'anima sua. Un giorno fece un conto, e baratt la testa di Cicerone suo amico contro quella d'un uomo che appena conosceva, come farebbe un fanciullo dei suoi balocchi; e sotto manto d'amore carezzava Cleopatra per menarsela a Roma in catene in un giorno di festa e d'orgoglio. Augusto avrebbe messo la testa di suo padre per puntello a un piede del trono, se quel piede non avesse posato in piano.
Il suicidio di Catone, di Bruto e di mille martiri della verit,  un eroismo,  un fatto di natura trascendentale, che sfugge al compasso di una volgare filosofia.  il punto culminante dell'umana grandezza,  il sacrifizio. L'invidia sola pu tentare d'impiccolire le proporzioni colossali d'un tanto fenomeno, ma la ragione sdegna l'analisi, e si contenta di venerare. Il suicidio  vero che in questi casi stacca un fiore dalla corona della Virt ; ma la Gloria raccoglie tosto quel fiore,  ne fa una stella, e l'aggiunge al suo serto immortale.


CAPITOLO DICIANNOVESIMO


Poffare Dio! ho scritto queste quattordici pagine tutte d'un fiato, e con tanto impeto che me ne trovo stordito. Ho lasciato fare il pi al sentimento, e alla penna;  al cervello  toccata la minima parte. Non so se sia bene;  comunque siasi,  andata cos. Mi son voluto lasciare andare, dove il flutto voleva portarmi,  ho lasciato le vele in balia del vento. Se invece di arrivare in porto ho dato in secco, non ve ne prema;  il danno  tutto mio. Quando me ne vada il peggio, vuoi dire che non avr ragionato. Benissimo;   una cosa che mi succede spesso, anche quando ho le pi serie intenzioni di fare il contrario.  Per me  una baia.  Quandoque bonus dormitat Homerus. Non lo dico per superbia di paragone,  lo dico cos per citare, e per far vedere che anch'io sono stato in collegio, dove in quattro anni m'insegnarono a non sapere il latino. Non lo dico per superbia di paragone. Omero era cieco, e poeta; io invece ho due begli occhi, e non sono n poeta n prosatore. Scrivo per capriccio  per far diventar nero un foglio bianco. Scrivo perch non ho da ciarlare con nessuno; ch se io potessi anche con una vecchia, anche con un bambino, non pensate, non toccherei la penna. Andate a leggere, se vi riesce, quello che ho scritto quando io non era in prigione! Certo potrei parlar meco stesso,  ma non voglio avvezzarmici, per. ch uscendo di prigione con questo vizio, e portan dolo meco in societ, mi potrebbero prender per matto. Assai in fatto di giudizio non godo di un credito troppo esteso!  allora la storia sarebbe bella e finita, D'altronde, quando io scrissi le suddette quattordici pagine avevo il cuore pieno pieno  non so di che  ma veramente pieno,  e bisognava sfogarlo. Se fossi stato un romantico, avrei scritto una ballata malinconica; se un classicista, avrei scritto un'elegia;  se un musico, avrei cantato qualche melodia del Bellini. Ma io non sono nulla di tutto questo,  non so che fischiare;  per lo faccio quando ho l'umor nero, o quando una coppia di grilli mi mettono in festa di ballo la fantasia.  Del resto, ve lo ripeto, ho scritto quel che io sentiva;  il calcolo ci  entrato per un momento, e poi fuori. L'anima ha qualche quarto d'ora in cui se ne vuole star sola sola con le sue sensazioni, liete o dolorose che sieno, e guai se la mente vuoi venirne a parte!  guasta tutto, come qualche viso antipatico spesso mette il freddo e il silenzio in un crocchio cordiale d'amici. D'altra parte  impossibile star sempre sopra una nota,  e, quand'anche ti riuscisse, verresti noioso a tutti, e i casigliani ti caccerebbero dal casamento. La vita, a voler che sia bella, a voler che sia gaia, a voler che sia vita, dev'essere un arcobaleno,  una tavolozza con tutti i colori,  un sabato dove ballano tutte le streghe. Il sollazzo e la noia, il pianto e il riso, la ragione e il delirio, tutti devono avere un biglietto per questo festino. Che serve far della vita una riga diritta diritta, lunga lunga, sottile sottile, noiosa noiosa, e color della nebbia? E' un volersi reggere sopra un piede solo,   un mettere l'anima umana nella stessa situazione in cui si pose lo Stilita, che stette quarant'anni in cima a una colonna. Vuoi essere un'orchestra piena, e non un piffero solo;  variet vuoi essere. Viva la variet! Per tutti questi motivi, io ho scritto quattordici pagine senza pensare, e non me ne pento. Giorgio Spugna mio dilettissima amico mi ha ripetuto sovente queste notabili parole: "L'uomo che  sempre savio vai poco pi dell'uomo che  sempre pazzo;  est modus in rebus;  l'arte di pensare  un'arte che va stimata e riverita;  una fatica concessa all'uomo e negata alla bestia;  ma il farlo sempre si assomiglia all'avaro, che conta e riconta perpetuamente i suoi scudi;  qualche volta bisogna spendere;  il coperchio rompe il coperchio;  qualche volta bisogna non pensare per riflessione; se no, all'ultimo, spesso invece di una scoperta psicologica ti trovi di aver pescato un'emicrania". Cos mi diceva Giorgio Spugna, filosofo, che si  fatto da s, senza bisogno di libri, senza bisogno di Pisa, di Bologna e di Padova. Non gi che Giorgio Spugna sia ritroso al viaggiare,  anzi  questo un suo desiderio vivissimo, e giuoca sempre al lotto per vedere se un giorno o l'altro potesse mettersi in corso; e mi ha giurato pi volte che se ottiene il suo intento, vuoi fare il giro del globo, componendo un trattato di pratica comparata sui migliori vini dell'uno e dell'altro emisfero. Mi ha detto ancora che giro facendo non avrebbe scrupolo di mettere in carta le sue osservazioni di qualunque altra maniera, dacch egli pure possiede un cannocchiale fatto da s, col quale guarda tutti gli atti di questa umana tragicommedia.  Ma io noi farei,  soggiungeva Giorgio,  giusto appunto perch mi  venuto fatto di osservare che le opinioni, anche buttate l colla stessa insouciance colla quale soffio il fumo della mia pipa, possono cadere in frodo peggio del tabacco, e la multa non  lieve, ed  certa sempre la perdita della merce, e talvolta anche quella della persona; per questo io noi farei, e procurerei al summum di tenermele a mente per ridirtele poi testa testa nel giolito d'un simposio, nell'intervallo fra un bicchiere e l'altro.  E credete che Giorgio Spugna  pi filosofo di quel che non pare, precisamente perch non pare un filosofo. E ripeter con lui: qualche volta bisogna spendere. Che direste d'un uomo che stesse da mattina a sera a guardar l'orologio per far buon uso del tempo? Per lo meno perderebbe il tempo a vederlo passare. Mettetevi in tasca l'orologio, e fate le Vostre faccende; l'orologio consultatelo di quando in quando secondo il bisogno. Bisogna fare tutti la sua parte; e se coltivate una cosa sola, e l'altra trascurate, godete meno e le altre vi vanno a male. Cos  come io ve la dico, e vi esorto a crederci, o almeno potete fidar pi sul mio senno quand'io discorro alla buona, e senza pretensioni, che quando mi metto in aria di ragionare. Soprattutto rammentatevi il nome e le opinioni di Giorgio Spugna. Ei se lo merita, ed a me farete cosa cara.


CAPITOLO VENTESIMO


Io ho detto nel capitolo XVII che sono in prigione, e lo confermo nel capitolo XX. Oggi finiscono trentaquattro giorni, e non isbaglio; in mancanza del lunario li ho contati due volte sulle dita.
A chi me l'avesse detto il 2 di settembre io avrei riso in faccia di un cotal riso da venirne a duello. Eppure io ci sono!
Benedetti i primi giorni della mia prigionia!  Io era cos sempre fresco del passato, che sovente mi riusciva d'illudermi. Sovente sopra pensiero chiamava ad alta voce la serva, perch mi recasse una cosa o l'altra; e sentendo che nessuno mi rispondeva, io mi accertava allora della prigione; ma ci rideva sopra, e non era pi altro. Sovente sopra pensiero in un batter d'occhio m'indossava la giubba, mi calcava in capo il cappello, e tutto infuriato andava per uscire;  ma giunto alla porta mi accorgeva che il chiavistello stava per di fuori,  segno evidente della prigione;  ed io al solito ci rideva sopra, e non era pi altro. Benedetti i primi giorni della mia prigionia!
Oggi per  ben diversa la cosa. Io son mesto e spossato dalla noia  e cos penetrato fino al midollo dal convincimento di essere in prigione, che questo pensiero dinanzi agli occhi e alla mente mi brulica in infinite forme, come uno sciame di atomi innumerevoli traverso un raggio di luce; e cos mi si  dentro inchiodato, che nei primi tempi della mia nuova libert per avventura creder sempre d'essere in prigione.
Io sono mesto, e spossato dalla noia. La noia tacitamente ha tramato per me una cos gran tela che io non vedo parte donde salvarmi. Io son la mosca di quella tela, e pi che mi dibatto per uscirne, e pi vi do dentro.
Oh! la noia  una parola sola,  una parola breve, che non conta pi di quattro lettere,  ma il provarla  tal volume, che uomo al mondo non sfoglierebbe cos per tempo, n cos di leggieri. La noia  l'asma dell'anima,   una ruggine che pu consumare la meglio temperata lama, che si dia;   una cosa, che dai capelli alle piante ti fascia la cute d'un senso umido, fastidioso, ti perverte l'occhio, e ti fa veder tutto in bigio;  toglie il sapore al gusto,  la fragranza ai fiori,  la dolcezza all'armonia. Schiaccia l'acume dell'intelletto, e lo rende bestialmente stupido,  e insugherisce il cuore, mortificandone la squisita sensibilit, disseccandovi dentro la lacrima del piacere e del dolore. Oh! la noia  il pi insopportabile dei nostri dolori, perch  il dolore della stanchezza; perch non eccita in noi una forza che valga a combatterlo. Essa non  un vulcano, ma copre di freddissime ceneri il sorriso della natura intera.
E le ho tentate tutte per medicarla, ma senza pro.  Il leggere non mi giova;  sto mezz'ora sopra un verso,  e poi gitto il libro. Non ho pi coraggio n anche di scrivere i miei ghiribizzi; i miei grilli son morti d'inedia;  essi volevano l'erba fresca del prato, e l'alito dell'aria aperta.  Non mi giova il passeggiare;  vado in su e in gi per dodici passi della mia prigione, e di l a poco torno a sedermi colla vertigine.  Se mi affaccio, vedo,  vero, un bel cielo, ma le sbarre, che mi traversano l'occhio, me lo tingono di color di ferro;  vedo un cerchio di monti, e mi paion sepolcri;  vedo una mandra di soldati, che la disciplina militare ha saputo convertire in altrettanti arcolai.  Pallida mi apparisce la verdura degli orti, e dei vigneti, e il canto degli uccelli mi suona lamento.
Alas poor Yorick! Io mi curvo sotto un peso, che non posso pi reggere, ho fatto di tutto per sollevarmene. Ho contato le battute del mio polso, e ho dovuto smettere;  ho fatto la guerra agl'insetti, che mi son compagni, e ho dovuto smettere, perch son troppi;  ho contato i travicelli delle mie due camerette, e sono diciotto e mezzo;  i travi grossi, e son otto;  ho contato perfino i mattoni, e son trecento novantuno. Io non ho pi pace, e non so come averne. Non posso pi pensare n al passato n all'avvenire, spazi cos vasti, e cos comodi per il diporto dello spirito. Son confinato nel presente,  e il presente di un carcerato non  gi il Tempo coll'ali snelle velocissime,   una figura di piombo sdraiata in un canto.
Eloi Eloi, lamma sabactani. E come fare per il resto di tempo, che dovr starmi in prigione? Avessero almeno detto;  ci starai tre mesi, sei mesi, un anno,  manco male;  ogni sera con un sospiro esclamerei:  v' un giorno di meno!  Se io potessi avere dell'oppio, forse sarei felice, e certamente tranquillo;  l'anima mia dolcemente assopita passerebbe le sue giornate in un mondo aereo, multiforme,  un mondo cos dovizioso d'illusioni, e d'immagini, che la pi alta fantasia dell'uomo desto pu concepirne appena una frazione ben minima. Ma non posso sperare nell'oppio;  i miei custodi l'hanno in concetto del veleno e non me lo farebbero vedere n anche dipinto. E per questo io ho desiderato le mille volte una febbre acuta, che mi levasse fuori di me fino al giorno della mia scarcerazione. Ma la febbre anch'essa, che pur non dipenderebbe dai miei custodi, non vuoi venire  non vi  rimedio;  un calice, che bisogna bere, e n anche Dio potrebbe rimuovermelo dalla bocca.
Ecco qui; tutti i giorni sono i medesimi, misurati dalle medesime vicende. Alle Otto la mattina il solito caffettiere colla solita colezione;  al tocco il solito pranzo portato dai due soliti selvaggi, che si son rubati il nome di camerieri. Il pranzo  composto sempre della solita zuppa, e di tre pietanze, che sembran tre morsi, presso a poco sempre uniformi, e di rado una di quelle variata, in un uccello strano,  una specie d'uccello, che avr che fare coll'ornitologia, ma non so se abbia diritto all'ingresso d'una cucina;  una specie d'uccello, che a casa mia non ho mai veduto n per aria, n sullo spiedo. Io non so dove trovi quegli uccelli il trattore;  mi pare impossibile che un cacciatore li trovi, e, se li trova, che abbia il coraggio di spendervi sopra una botta. Ma io ho veduto spesso il trattore sur un campanile, e di certo ci vi andava per quegli uccelli, e per noi.
E il Profosso? Mutassero almeno il Profosso una volta la settimana, come avevano cominciato dapprima! Ma dopo una volta non l'hanno pi fatto. Eccolo l,   sempre il medesimo Profosso,  col medesimo viso  col medesimo passo,  col medesimo vestito bianco mostreggiato di rosso,  colle medesime chiavi, coi medesimi 12 articoli, stabiliti contro di me, e contro di lui,  col medesimo suono di voce. Fin qui il Profosso non  ancora infreddato, per sentirgli fare almeno una voce diversa. L'unica mutazione, che segua in lui qualche volta,  quella da un casco a una berretta. E un uomo anche egli convinto della disciplina,  convinto dei suoi superiori,  persuaso che le bastonate sieno un dovere a darle, e a riceverle, come voi siete persuaso a grattarvi in quella parte ove vuole il prurito.  Oh! le strane fantasie della noia! Quante volte non ho io desiderato, per non vedere sempre il medesimo Profosso, di vederlo un giorno con un occhio solo, un altro giorno con tre; un giorno con due nasi, un altro giorno colla bocca sulla fronte; una domenica, quando mi accompagna alla Messa, che camminasse colle mani e coi piedi; un luned di vedermelo vestito da donna; un gioved colla testa voltata dalle spalle, un venerd senza testa. Ma il Profosso non si muta mai,   inesorabile; e ogni giorno viene a menarmi fuori per prendere un'ora d'aria, com'egli dice, e spesso mi tocca invece un'ora d'acqua. E sul primo anche questo era un conforto,  ora non  pi .  sempre il medesimo Forte della Stella,  le medesime salite,  le medesime scese,  i medesimi sassi ribelli, e pronti ad offenderti,  i medesimi cannoni, 	i medesimi soldati;  non si trova un uomo, o una donna, se tu li pagassi a peso d'oro.
Il Profosso  una disperazione;  quando io gli chiedo se ci  nessuna nuova del mondo, mi risponde sempre che non vi  nulla di nuovo. Possibile mai!  bisognerebbe che tutto il mondo fosse in prigione.  Eccolo l il Profosso!  inconvertibile.  Viene tre volte al giorno nella mia stanza, uguale uguale, senza pendere un capello da quello che era la vigilia; e mi dice se pu entrare, quando  gi entrato; e, allorch se ne va, mi domanda se io voglio nulla. Egli lo fa per dovere, non ci mette ironia,  cos voglio credere;  ma quella dimanda mi fa il sangue pi agro. O Profosso! Profosso! Se tu sapessi quello che lo voglio, certamente non me lo dimanderesti due volte. D'ogni tre volte due almeno io voglio che tu vada al diavolo.
E la notte?  non me la rammentate, per l'amore che portate a voi stessi, La notte  per me l'eternit di un dannato. La notte con quel suo vasto silenzio, cos propizia ai fantasmi poetici, al meditare profondo, per me non significa nulla; e mi scende sull'anima, fredda, piatta, e pesante come una lapide. Invoco il sonno coi nomi pi lusinghieri, ma vanamente. Disteso sopra un letto n cattivo n buono, mi volto a destra, mi volto a sinistra, mi giaccio supino, mi giaccio bocconi, mando fuori un Ges mio, mando fuori una parola a rovescio, ma il sonno non viene. La notte la noia non  sola;  chiama sull'armi le zanzare, e mi fanno una guerra mortale da fedeli alleate. Finalmente prendo un poco di sonno,  ma torpido, vuoto, senza balsamo di riposo, senza sogni. Potessi almeno farmi de' sogni! ch la mattina di poi m'ingegnerei a farne la storia, e a metterli in bello stile.
Sul principio, quando veniva la notte io mi consolava standomi alla finestra a godermi lo spirare dei venticelli, e lo spettacolo solenne d'un bel cielo italiano. Ma, dopo quello che avvenne una sera, ora appena cade il crepuscolo io chiudo le imposte, e disperatamente mi caccio nel letto. Sentite quello che mi accadde una sera. Io me ne stava, come v'ho detto, immergendomi lo spirito nella considerazione d'una gloriosa natura, assorto in uno di quei momenti d'estasi e d'oblio, nei quali l'uomo non  pi una povera creta, ma  pellegrino dell'Infinito; e guardando sospeso sopra di me quell'azzurro immenso, sereno, gioioso, magnifico di stelle e di misteri, mi sentiva sollevare, mi sentiva intenerire:  a un tratto mi venne fissato l'occhio sulla Luna, che spuntava in un lato del firmamento, pallida amabilmente e modesta;  allora il mio sentimento cominci a svilupparsi in una forma pi precisa, pi palpabile, ed io volli esprimerlo con un inno e cominciai:

 mesto il raggio della Luna e Dio
Lo tempr in armonia colla sventura.

Ma come fui a questo punto, una fata leggiera leggiera, coll'ali color dell'iride, mi trasvol dinnanzi, mi fece un inchino, e mi diede la buona notte.  Era la Musa.  Io sul subito non me ne accorsi, e non seppi interpretare in buona parte quel suo consiglio. Quindi, per non dirvi le bugie, avr ripetuto almeno un cento di volte quei due versi in cadenza accademica, ma il terzo non venne mai. Alla fine ripensai pi pacatamente alla figura veduta, e tra il dispetto e l'umiliazione mi coricai.
Io non conosco a prova il martello della gelosia,  ma, faccia pure l'estremo di sua possa, non pu arrivare altra noia.
O Torquato Tasso! io non ti chiedo nulla che valga;  non ti chiedo quella corona di stelle, onde tu cingesti in Palestina la Musa italica; solo chiedo, reverentemente, che tu mi dica come facesti quando al magnanimo Alfonso piacque decretarti pazzo, e chiuderti per lunghi anni in un ospedale, come facesti in quei lunghi anni a pensare alle sette giornate del Alfonso Creato, mentre io in trentaquattro giorni, se qualche volta ho pensato al mondo, ho pensato d disfarlo, non gi per istizza, ma perch mi sembra mal fatto.
O Silvio Pellico! io non ti domando la tenera ispirazione, che sar un palpit del cuore finch l'Amore sar una passione dell'uomo; ma ti domando soltanto d'insegnarmi donde traesti la tua decenne pazienza, a costo di fare un facsimile delle tue Prigioni che io non t'invidio punto n descritte, n in pratica.

N.B.  Questo capitolo naturalmente  fuori della giurisdizione della critica; egli non ha pretensioni;   il capitolo della noia.



CAPITOLO VENTUNESIMO


E del mondo che n' stato?  Cosa volete ch'io ne sappia, io che son qua nel Limbo? Io ho lasciato il mondo con un segno a traverso; come si fa d'un libro, non finito di leggere. E chi sa se all'uscire trover pi il segno? Chi sa che cosa sia seguito del mondo?  potrebbe essere stato scosso da una sequenza di terremoti,  allagato da un nuovo diluvio,  potrebbe essere anche sparito, ed io non saperne nulla! Che cosa volete sapere, o sentire, quass nel Limbo, dove si sta un piano almeno sopra le nuvole?
Chi sa che cosa possa esser seguito? Quando io lo lasciai, era una matassa arruffata davvero,  e tutti aguzzavano l'occhio a trovarne il bandolo;  e forse  il mio bene, che adesso io non ci sia dentro. Voi sapete come vanno le cose laggi . Io non sono molto destro a girarmi, n posso allungare il passo un'oncia pi dell'usato;  e quando il mondo  in baruffa, credete che una gamba lesta vale un diamante, e una testa leggiera si trasporta via pi comodamente. Guardate Archimede, che viveva alla buona, pensando che gli uomini non fossero quello che sono,  che fidava nella sapienza, e non sapeva, quel vecchio dabbene, che due bestie son buone a mettere in prigione un filosofo, e a trattarlo anche peggio! Guardate Archimede, e specchiatevi in lui! Prendevano Siracusa d'assalto, ed ei non se ne accorgeva;  un soldato romano gli entrava nella camera, ed ei non se ne accorgeva;  il soldato romano d'una testa gliene faceva due, ed Archimede non ebbe tempo di accorgersene, perch invece di vivere nel mondo coi lombi precinti, e col bastone in mano, viveva alla buona nella Geometria. Oh! Il mondo  una mala cosa!

Tanto peggiora pi quanto pi invetera:

diceva il Sannazzaro, or son trecento e pi anni. Figuratevi oggi!
Chi sa che cosa  seguito del mondo? se vien sempre composto di cinque parti; se le stagioni son sempre quelle che erano;  se i debiti son sempre debiti;  se i ganci son diventati diritti?  E chi mi dice se in fondo in fondo avesse ragione D. Miguel o D. Pedro? Se Ferdinando VII sia morto o vivo, e se in Ispagna sia prevalsa la legge salica o la successione della Infante? E come naviga Grey colla Riforma? E Wellington coi Tories e col suo Waterloo? E i radicali? E l'Irlanda? E Talleyrand  laico, o si  fatto vescovo?  sempre zoppo? si trova in grado di servire un nuovo padrone, se il caso glielo mandasse? Talleyrand vi parr capriccioso, incoerente; ma non  vero;  i suoi sistemi si rannodano tutti a un principio unico, incontrastabile;  girano tutti sopra un pernio solo,  la perpetuit della paga.  E che fa Lafayette, ottimo cittadino, se volete, ma infelice politico dagli anni venti agli ottanta?  E Luigi Filippo, quel bisticcio felicemente platonico di re e cittadino?  Che fa questo primo re dei Francesi e forse ultimo? E il naso di Argout  cresciuto, o scemato? e i forti distaccati vanno avanti o sono rimasti alle fondamenta?  manca la calce, mancan le pietre? parlino se han bisogno;  in bocca chiusa non v'entran mosche.  E la repubblica  sempre nell'uovo? e quante uova si trovano vuote? domandatelo a una massaia.	E la Berry non batte pi la campagna?  vuoi come Annibale lasciarsi invilire dagli ozii di Capua? e il suo Dieudonn come cresce? E che fanno i Francesi tutti quanti; questo popolo di farfalle insanguinate? E i bollori d Svizzera a che termine sono?  e i Protocolli sul Belgio sono anche arrivati a duemila? E la Germania come procede? Non vi somiglia la pizzuga scolpita sulle porte del duomo di Pisa? Vi ricordate del motto latino che le sta sotto? A me  uscito di mente.  E il Congresso di Toeplitz aggiornato  trasportato non so dove, ha cominciato le sue sessioni? E Costantinopoli non  ancora la capitale della Russia calda? E il vicer d'Egitto quieta sinceramente coi suoi mammalucchi? E gli Stati Uniti d'America chi hanno surrogato al morto presidente Jackson Forever? e... e... non finirei mai pi questa lunga intemerata, se discretamente non mi frenassi.  Per da tutte queste domande vedete se io stava in giorno colla politica.  Ora che mi risponde? Eh! non si fa pi vivo nessuno.  Io sono nei Limbo e non posso conversare nemmeno coi Patriarchi; poich egli  un bei pezzo che se ne andarono in Paradiso.  E quass non capita un giornale n anche a portarcelo. Io non pretenderei la Tribuna o il Nazionale,  oib! costoro tuttavia son troppo roturiers, e non possono penetrare in certi luoghi de bonne facon: mi contenterei d'avere l'toile o la Quotidienne, o se vuoi pure la Gazzetta di Firenze, gazzetta placida e innocente come un idillio di Gessner, e che Ferdinando III giudiziosamente chiamava la Gazzetta dei fattori. Ma a chi chiederla? Io non parlo che col Profosso, ed egli  tale da dimandarmi se la Gazzetta  un utensile buono per il giorno o per la notte, e se Firenze  uomo o donna; e schiarito che fosse, allora cava fuori i 12 articoli, e mi chiude la bocca.  Vedete voi quanti nodi ho fra le mani da sciogliere e non posso far nulla!  E son nodi gordiani, e forse a quest'ora la spada li scioglie.
Sia come vuolsi; per io non posso rimaner sospeso a questo punto; e quel lasciar la figura condotta a mezzo senza farle le gambe o torte, o diritte,  cosa che non mi fa dormire tutta la notte. In conseguenza, poich m' conteso di vedere l'andamento proprio degli affari come va, li passer tutti novamente in rivista e ad ogni punto far una parlata con l'intenzione che 'le cose sieno accomodate secondo i miei pensamenti.
E cominciando dal Portogallo dir; Don Pedro e Don Miguel, meglio era per voi e per gli altri che non foste nati mai: che cosa avete fatto di buono nel tratto del viver vostro? Avete rinnovato le scene disoneste di Eteocle e Polinice;  avete riaperte a pi riprese le piaghe Sempre fresche e non ancora ben rimarginate di un paese gi troppo Sciagurato.  Invece di sottrarlo dai tanti mali, che l'ignoranza, la guerra e la dominazione straniera gli avevano imposto, lo avete pi che mai imbarbarito, insanguinato, inservilito.  Voi non siete l'uno meno peggio dell'altro; siete due veri fratelli; due lupi legittimi; n v' divario, se non che l'uno  nato prima e l'altro  nato dopo, non v' divario che nel pelame. Se il popolo infelice che voi lacerate colle vostre contese potesse afferrare un barlume istantaneo d giudizio, metterebbe in un otre ambedue, e poi darebbe l'otre all'Oceano per vedere dove i venti Sapessero portarvi.
E dir a Ferdinando VII: o re, che se non coi piedi, colla testa almeno sei da gran tempo nella tomba, bada a quello che fai, bada al Sangue che per cagion tua  in procinto di Spargersi. Quando si abolisce una legge, conviene sostituirvene una migliore; altrimenti si commette un delitto in politica. Tu abolisci la legge salica; ma se non riempi quel vuoto con una cosa pi savia, pi solida, pi giovevole all'universale, il meglio  che tu ti rimanga. Se tu abolisci la legge per un meschino egoismo, per surrogare una donna soltanto a un'antica consuetudine, bada alle molte disgrazie che prepari alla Spagna, forse ormai troppo disastrata. Una donna merita un bacio, e non una guerra civile.  In questa terribile alternativa il meglio  che tu osservi un patto fondamentale giurato dai tuoi maggiori.
Dir a lord Grey: voi, lord Grey, colla vostra riforma credete di aver fatto troppo, e a molti pare che abbiate fatto troppo poco.  Le riforme vanno fatte complete o non vanno mai tentate. Voi avete forse cominciata la rivoluzione, che credevate schivare, rivoluzione che riescir sanguinosa, implacabile, giusto appunto perch le vostre riforme a mezzo non hanno contentato nessuno;  non hanno fatto che irritare i due partiti.  Se voi aveste fatto una riforma completa, e placato il partito pi largo, avreste compressa definitivamente la minorit e assicurata la quiete dello Stato. Le rivoluzioni stanno nella natura dell'umana societ; ch se fosse altrimenti, noi saremmo sempre al secolo di Saturno a nutrirci d'acqua di ghiande; ma chi ha nelle mani il potere potrebbe prevenire qualunque rivoluzione di sangue, ove si applicasse in buona fede a osservare i bisogni e il moto indicato dalla maggiorit d'una nazione, e su questi dati regolasse i pubblici provvedimenti.  Voi, lord Grey, credete d'essere l'aquila del liberalismo e siete qualche cosa meno di Leopoldo I e di Giuseppe II, sovrani assoluti. Questi, nati in un secolo ben diverso e circondati da ben altri popoli, precorrevano il voto e il bisogno comune, e davano spontanei tante e tali riforme che i contemporanei non osavano ne anche desiderare. E chi sa quanto sarebbero andati in avanti, se un precipizio d'eventi non veniva di mezzo a rompere i bei disegni.
E dir a Wellington: e voi, signor Wellington cessate una volta di ristuccarci perpetuamente con quel vostro Waterloo.  Voi avete che fare in quella faccenda quanto l'ultimo dragone del vostri reggimenti. Non foste voi che vinceste col; ma fu il braccio di tanti popoli suscitati colla lusinga di una generale indipendenza che fiacc su quelle pianure il monarca europeo. Che che ne dicano i poeti laureati e i vostri commensali voi non avrete mai fama d un gran guerriero.  Noi avevamo nell'ultime guerre centinaia di sergenti italiani che, posti sul vostro teatro, avrebbero fatto meglio e pi presto di voi.  La storia, se pur vi serba una linea, sar per darvi una parola d lode in occasione che vi faceste sostenitore di una giusta legge, quando concorreste caldamente all'emancipazione dei cattolici.
E dir ai Francesi: popolo inquieto, popolo mercuriale, tu scrivi e gridi d'esserti messo a capo dell'incivilimento moderno. Io non te lo nego e non te lo concedo;   una questione che vuole troppo tempo e troppe testimonianze. Non pertanto, conoscendo bastevolmente la tua storia domestica, non posso rattenermi dal consigliarti ad apprendere quel dettato di Cristo, perch cade veramente in acconcio alle tue condizioni:  medice, cura te ipsum.  Metti da una parte la propaganda, finch tu non abbia maggior diritto di assumerla, e sappi che le nazioni si muovono per necessit propria e non per ciancie altrui. Pensa invece pi da vicino ai casi tuoi. Che ti sembra di quel tuo re cittadino che non  n cittadino n re? Certo tre giornate di sangue e diecimila cadaveri meritavano un miglior guiderdone. Ora che hai provato l'ipocrita,  egli pi buono del Borbone della prima razza? Non ha egli violato i patti pi volte e pi vituperosamente che non fece quell'altro? Non rassomigli forse le rane della favola, che non contente di un travicello, a suon di schiamazzi ottennero alfine un serpente? L'altro almeno regnava in nome di Dio e della forza! Questi dice di regnare in nome del popolo che continuamente avvilisce, e un d tradir. Ma in nome di qual popolo? Il vero popolo non aveva anche avuto tempo di tergensi bene la fronte abbrustolita dal fuoco della battaglia, che si trov sul dorso, senza saperne il come, questo re che vuoi cavalcare e non sa cavalcare. L'altro per consentaneit di massime si teneva d'accordo coll'Europa:  questi senza fare un bene al di dentro, colle sue meno codarde e paralitiche al di fuori ti ha messo in odio di tutti, e quando la lega europea verr contro di te, sar il primo a fuggire, o stringer le destro dei tuoi nemici, dividendo con essa le tue vestimenta. Non conoscevi l'ipocrita prima di coronarlo? Ebbene ora che tu l'hai conosciuto, ora che al di fuori ti ha reso ridicolo, e che al di dentro ha corrotto e violato tutto, che vuoi tu farne? Vuoi seguitare a tenerlo, perch seguitando egli a ingoiare furiosamente il tuo oro e il tuo argento, tu ti trovi ridotto a far le monete di cuoio? Egli non  re, n cittadino. Non ha la legittimit del lignaggio come Carlo X, n la legittimit del genio come Napoleone.  Egli  un usurpatore.  Chi non sa governare  un usurpatore.  Fanne un canonico, perch la sua faccia lo destina a quello stato: o se no, rendilo alla fazione che l'ha creato; alla fazione che ha saputo dissimulare per 15 anni le sue turpitudini e da ultimo ha giuocato una partita di sangue umano per guadagnarsi una pensione o uno sgabello in Senato.  Poi prendi lui e la fazione e mettili ai confini:  e allora pensa naturalmente alle tue convenienze, e se puoi, fa' da te; se no, scegliti un capo col tuo voto intimo, inviolato, e da' sulla voce ai sofisti.  E, in questo caso, se ti piace, puoi richiamare il giovinetto che va ramingando in esilio senza una colpa.  Forse egli, educato dall'infortunio, potr battere uno scudo da cinque franchi di miglior lega d'un Luigi Filippo.
E dir ai Belgi: popolo belga! fra male gatte  capitato il sorcio.  Tu sei veramente mal ridotto. 	Tu fai compassione a vederti.  Se non l'hai, fatti prestare un Abbaco e somma, e vedrai che la protezione francese ti costa assai pi della nimicizia olandese. Esci dallo stato provvisorio in che ti vai disfacendo.  Fa' che cessi quel visibilio di protocolli compilati a tuo conto. Solamente le spese della carta bollata son cos forti da far fallire una miniera. Rimanda a casa sua la signorina d'Orlans, e dacch hai fatto tanto, pagale magari la vettura. In quanto poi a quel tuo Leopoldo, a quel re di cartapesta, dagli un bel passaporto per Parigi, o per andare dove meglio gli piace: di poi Deus providebit. Da cosa nasce cosa, e il tempo la governa.
E dir agli Svizzeri: popolo di pastori e di soldati, componete pacificamente le vostre discordie e fate ad ognuno la sua parte.  Non vi accecate nell'ira e non chiamate un arbitro nelle vostre contese. 	L'arbitro potrebbe mangiarvi l'ostrica, donando il guscio a ciascuna delle parti:  questo  un fatto antico e moderno.
E alla Germania non dir nulla, perch non so parlare in tedesco.
E dir ai Russi: se voi prendete Costantinopoli, farete una cosa ottima. Surrogherete una civilt nascente a una barbarie gi putrida;  e pianterete la croce ove gi stava la luna. Cacciate la luna d'Europa!  La luna  una cosa matta.  Voi siete destinati dalla vostra posizione a padroneggiare la Turchia europea;  forse a padroneggiare pi in l.  Se i Turchi volevano mantenersi e resistere via via al fiotto degli eventi, dovevano fare come gli altri,  istruirsi progressivamente e mettersi al livello comune.  Invece hanno voluto rimanersi a sedere;  hanno fissato l'ignoranza per precetto divino, ora ne raccolgono il frutto.  La conquista della Turchia europea  un fatto di natura per voi, oltredich  un disegno tracciato fino dai tempi di Pietro il Grande e successivamente sempre pi colorito dagli altri czar. Il sultano, poi, cinque anni dopo una guerra dalla parte vostra che l'ebbe condotto quasi al finale esterminio, vi ha chiamato spontaneamente nella sua capitale, dandosi nelle vostre braccia con tutto lo stato.  Basta, la poetica del Divano  cos gelosa di s, che non s' mai fatta vedere, ed io non ho mezzi di giudicarla.  Non pertanto vi dir nuovamente:  o Russi, se voi non avete quest'anno preso Costantinopoli, lo prenderete quest'altro, ed io me ne congratulo con voi ora per allora.
E dir all'America del Nord: salve in eterno, beata contrada; tu non hai bisogno di consigli; tu sei troppo superiore agli avvenimenti che possono venir da noi: tu dai un esempio maraviglioso di sapienza e di virt , che il vecchio mondo potrebbe apprendere, se fosse men guasto e meno incredulo,  lo verrei volentieri sulla tua pacifica terra a riposare uno spirito travagliato, e un corpo stanco, se non amassi tanto questa povera Italia che mi die' i natali e una invincibile simpatia delle sue tante sciagure.
"Riprendi il filo, ma o poco o assai, fa' che tutte queste considerazioni stieno attorno a un'ossatura di qualche cosa, sia una statua o un mostro.  Quando si ha un fine a conseguire, pi di leggieri percorriamo la via.  Cos decretato e sentenziato nelle carceri della nostra residenza alla Stella, oggi 10 ottobre 1833.  Francesco Domenico Guerrazzi".
Il consiglio dell'amico  sano, e si fonda sopra un precetto di arte che nessuno che abbia fior di. senno potr mai impugnare;  ma l'uomo fa quello che pu e non quello che deve, o vuole. Oltre a ci dal 10 ottobre al d d'oggi, che ne abbiamo 3 di novembre, io non ho pi saputo scrivere una riga. In questo tratto di tempo il mio cuore e il mio spirito sono stati in tanto fermento, che io non saprei con qual mezzo significare.  Ora sono stanco, e di tanto travaglio mi  rimasto nell'anima il senso di una grave percossa e una romba prolungata e profonda. Perch non posso io narrare nella sua pienezza quello che ho sentito nei giorni trascorsi? Se l'industria degli uomini potesse trovare un'arte che lucidasse istantaneamente in tutta la loro efficacia i moti moltiplicati e veloci di una grande passione, la scienza dei cuore sarebbe completa, e il velo di tanti misteri sarebbe squarciato. La parola  troppo scarsa e troppo semplice; appena basta per delineare gli svolgimenti pacati del pensiero umano. Perch l'uomo si rivelasse intero come esiste, bisognava assegnare la parola al calcolo; e alla passione dare un linguaggio complessivo, un linguaggio che con un segno solo esprimesse il suono, il gesto, il colore, in somma dir cos la materia e lo spirito di una sensazione.  Invece al presente la pi parte dei sentimenti fremono e muoiono isolati nel cuore dell'individuo senza che possano Sporgere in fuori alla vista di tutti, senza che possano in un attimo comunicarsi da uomo a uomo, come la favilla elettrica.  La parola  un bel dono; ma non rende la ricchezza del nostro interno;   un riflesso smorto e tiepidissimo del sentimento, e sta alla sensazione come un sole dipinto al sole della natura.
	

CAPITOLO VENTIDUESIMO


Io sono stato sempre tentato a credere che anima e corpo sieno una sola faccenda; che l'anima sia la risultanza sommaria delle nostre funzioni organiche;  e che scompigliato una volta l'ordine simmetrico della nostra organizzazione vada tutto in fumo, numeri e somma.  Noi vediamo che l'uomo ha anima pi o meno perfetta in proporzione che possiede un organismo pi o meno perfetto.  Noi vediamo che quando il minimo accidente sconvolge il nostro tessuto fisico, l'anima seconda immediatamente cotesta alterazione. Noi vediamo l'anima delirare nell'ebbrezza, nella febbre, nella pazzia;  osserviamo sovente l'uomo prode nel fiore della forza e codardo nella vecchiaia;  osserviamo il talento che  l'effluvio il pi puro dell'anima descrivere la sua curva a passo pari cogli anni.  Nei bambini noi vediamo un'anima in abbozzo, che si spiega gradatamente collo sviluppo delle membra.  Noi vediamo che l'anima dell'uomo vinto dal sonno  un'anima diversa da quella dell'uomo che veglia.  Io sono stato assorto nel transito profondo di una morte imminente e non aveva pi sentore di corpo n d'anima.  Io sono stato otto giorni di seguito immerso nel calore di una febbre maligna, e quegli otto giorni sono per me una lacuna, una parentesi in bianco nel tratto della mia esistenza, se pur l'esistenza vuolsi calcolare dal sentimento. E quantunque, stando a rigore di logica, in natura non esistano paragoni, perch due oggetti disparati non possono mai equivalere pienamente l'uno a l'altro, tuttavia io credo che l'ente complessivo di corpo e d'anima per via di approssimazione possa paragonarsi a un violino.  Il violino  il corpo, il suono  l'anima.  Spezzate il violino e non v' pi strumento n suono.
Ma dicono molti che l'anima attende appunto di liberarsi dai legami del corpo per riassumersi intera nella purezza della sua essenza e vivere in un altro mondo una vita immortale senza pi essere sottoposta alle tante e diverse modificazioni della natura. Costoro per si dipartono da un'ipotesi e non hanno l'indizio di un fatto minimo sul quale basarla. Invece, chi crede nel sistema contrario si appoggia ad una serie di fatti apparentemente visibili e palpabili.  Se tu osservi com' in realt che con un colpo nella testa l'anima simultaneamente rimane percossa e per un tratto le sue facolt rimangono sospese, ragion vuole che tu infierisca che quando la morte con un colpo finale distrugge le molle che tengono in giuoco la nostra macchina, l'anima pure rimanga simultaneamente distrutta. Quello che succede in parte, si pu argomentare con una tal quale sicurezza che debba succedere nel tutto,   una legge di proporzione.  D'altronde ripugna al calcolo dell'intendimento umano che l'anima, la quale in certo modo si ecclissa per un'emicrania, debba rimanersi intatta e pi potente di prima, per esempio, al tocco dell'apoplessia, che spegne la vita colla rapidit del fulmine.  Oltre di che sapete voi in buona fede concepire l'anima fuori del corpo cos nuda, nuda e priva di qualunque forma e sostanza? Per me questo  un accozzo di parole che la lingua pu mormorare, ma non  un'idea che la mente possa afferrare e definire.  La mente nostra non ha potenza di concepire un numero, che non esprima nessuna quantit.	 L'uomo non pu e non deve credere se non quello che entra nei limiti del suo intendimento, e deve rifiutare quello che sta al di fuori di questi limiti, perch non ha mezzi di verificarlo, perch se comincia a credere quello che non intende, non sapr pi mai quando avr dinnanzi l'errore e quando la verit.. Di l dall'orizzonte segnato all'intelligenza giace il mondo della fede, mondo di fantasmi e di tenebre, e chi procura sospingervi dentro l'umanit  un cervello malato, o  un impostore. E la fede non  il riposo dello spirito umano, ma  un'inerzia funesta che ne ferma il movimento e lo fa imputridire.  La fede  la verga magica del furbo colla quale si fa largo nel mondo, ed impone agli uomini di credere a sangue freddo s fatte stranezze che un pazzo al punto culminante della sua frenesia mal saprebbe immaginare.  Socrate che pi che filosofo era un ottimo cittadino e ricercava il vero fin dove poteva trovarlo, consigliava agli Ateniesi che non disputassero mai n di Dio, n dell'anima .
Oltre di ci non osserviamo noi che, per legge generale costante, tutto quello che ha principio, ha pur fine? E l'anima che senza dubbio ebbe un principio, se continuasse immortale non sarebbe una manifesta contradizione alla legge osservata? Ma e non sarebbe possibile che riguardo all'anima fosse accaduto quello che  accaduto di tante altre nozioni semplicissime e naturali, le quali coll'andare del tempo avendo deviato dalla loro prima origine, si sono tramutate sensibilmente nella forma e nella sostanza e complicate dl errore e di elementi eterogenei affatto alla loro essenza? Per esempio, la voce latina  inferno  nella prima accezione, che era la pi semplice e la pi vera, significava  di sotto,  cio morto, dacch i morti stanno di sotto. In seguito la furfanteria degli impostori religiosi agglomer tante novelle e tante finzioni intorno a quest'unica voce, che i tratti originali disparvero, e la voce si convert in un sistema lugubre, informe, studiato per atterrire la niente e la coscienza degli ignoranti. Io penso che lo studio delle lingue antiche serva mirabilmente a rintracciare l'origine di molte delle nostre nozioni.  Le lingue antiche esprimevano la sembianza delle cose con' una evidenza e con una verit di gran lunga superiore alle moderne, perch gli uomini di una societ poco avanzata, non avendo mezzi di divagare nella metafisica che vuoi dire scienza oltre la natura, necessariamente si tenevano inviscerati nella natura fisica e sensibile che li circondava. Quindi veniva loro una lingua tutta di rilievo,  quindi i monumenti delle lingue antiche di rado o mai espongono pensieri ragionati in astratto, ma ogni loro parola dipinge sempre una cosa sentita profondamente perch le sensazioni degli uomini di una societ primitiva sono pi rigorose e congiunte per un anello immediato agli oggetti che le producono.  A conferma di tutto questo potete leggere la Bibbia, Ossian, le poesie degli scandinavi e i documenti che si riferiscono ai selvaggi di America e a tutti i popoli di prima natura. La lingua latina non  di certo una lingua moderna, perch oltre alla sua antichit non indifferente, la maggior parte dei suoi vocaboli ebbero radice nella lingua vetustissima dei popoli italiani, che preesistevano tanto tempo avanti al dominio romano,  popoli che sono dei primi a figurare nel mondo storico. Ora tornando sull'anima osservo che in latino la voce  spiritus  che vuoi dire anima, nel suo proprio significato vuoi dire soffio.  E Plauto in una delle sue commedie usa un'espressione veramente singolare; volendo far dire ad uno dei suoi personaggi  ti puzza il fiato,  gli fa dire:  ti puzza l'anima; espressione senz'altro poco conveniente, ma caratteristica per i suoi tempi, significando che in allora comunemente intendevano per anima il fiato o il respiro.  E la Genesi anch'essa narra che Dio soffi per le narici l'anima in Adamo, e difatti il naso  l'ordigno il pi usitato e il pi opportuno per respirare.  La cosa dev'essere andata cos: quegli uomini primitivi osservando che il corpo quand'era morto pi non respirava, naturalmente stabilirono che il fiato fosse l'anima. Questa opinione per non intendo che possa recarsi in buona fede come prova incontrastabile, dacch gli antichi in fatto di scienza hanno dovuto errare spesso e necessariamente, perch la scienza  l'esperienza, e l'esperienza  un manto che si trama a fila di secoli; e pi il manto si distende e pi la scienza  completa e sicura. Nondimeno io ho osservato che anche il volgo d'oggi crede come gli uomini dei tempi remoti, e quantunque in forza d'un dogma religioso dica di avere un'anima destinata a una vita futura, interrogato poi come comprende quest'anima, non sa dove rifarsi a rispondere, e finisce col dire che l'anima  il fiato.  Del resto la scienza che confuta gli argomenti pei quali si asserisce l'anima peritura, non ha finora saputo gettare i fondamenti inconcussi della sua immortalit, ed  veramente curioso che un numero d'uomini tanto ignoranti, quanto sapienti, i quali convengono nell'ammettere l'esistenza di un fenomeno, non riescano poi a circoscriverlo in una formula unica e precisa. Ma soggiungono i sostenitori dell'anima immortale: la causa che noi difendiamo non va lasciata cadere cos per poco, poich ella  connessa ad una questione di pi alta importanza;  ella  connessa all'esistenza dell'ordine morale.  Se si toglie di mezzo l'immortalit dell'anima, quest'ordine pi non esiste, e tutto rimane in dominio al cieco movimento della materia, tutto rimane preda del caso. E allora quale avranno riparo le tante ingiustizie che succedono in questo basso mondo, quale avr premio la virt perseguitata, e quale avr pena il delitto trionfante, se dopo morte non concedete una vita futura in un mondo migliore? Per io non vedo la ragione sufficiente che affinch sussista una cosa, s'abbia ad ammettere l'esistenza di una cosa precedente, la quale ha delle apparenze validissime di non esistere.  Confesso che l'argomento allegato non  dispregevole; per altro ha sembianza d'essere ricavato piuttosto dalle cose considerate come dovrebbero essere che dalle cose considerate come sono;  confesso che se non  un argomento giusto in fatto, egli  almeno giusto in diritto. Ma sapete voi positivamente se Dio esista, o se esista nel concetto che avete immaginato? Conoscete voi la sua natura intima, e se ella sia buona o cattiva o indolente? Conoscete voi la legge primaria e generale ond'egli governa quest'opera incomprensibile da noi chiamata universo? Forse egli combinando il disegno di una immensa armonia vi ha intrecciato il dolore e la gioia come due elementi efficaci ad un vastissimo effetto, senza darsi briga di certi particolari che percuotono gravemente la nostra povera natura, e per lui sono impercettibili. Chi ha fabbricato l'orologio non si tormenta a pensare se le ruote si travaglian penosamente, e se la lancetta percorra a bell'agio il suo giro;  purch l'orologio nel suo tutto compia la sua destinazione, l'artefice  lieto del suo meccanismo.  Forse Dio considera chi gode e chi geme come due suonatori di due diversi strumenti, e purch vada l'orchestra, non cerca pi in l.  Certo a dipartirsi dai dati che abbiamo sott'occhio pochi davvero avranno cagione di benedirlo:  ma sappiamo noi se egli si curi d'essere benedetto o maledetto? E se egli ha fatto male questo mondo, come voi stessi ne convenite, quali guarentigie avete che abbia fatto meglio quell'altro? Non potrebbe darsi che l'avesse fatto anche peggio? Voi dite che i suoi fini sono imperscrutabili, e tanto basta per non affermare sul conto suo nulla di positivo sia nel presente che nell'avvenire. E nel vero egli non ha mai parlato; non ha mai rivelato n il suo modo d'esistere, n il suo modo di giudicare gli accidenti che risultano dall'immensa complicazione del suo lavoro.  E chi  fra noi che osi di farsi suo interprete? La cosa finita e caduca non pu essere l'organo della cosa Infinita ed eterna. D'altra parte voi me lo distinguete per un ente giusto e benefico;  ed allora io non vedo ragionevolezza e coerenza in un ente s fatto a tribolare l'uomo virtuoso in un mondo per ricompensarlo in un altro. Un fare come questo mi sa piuttosto di capriccio.  Io scorgerei pi visibili le orme della sua giustizia, se facesse star bene il virtuoso in questo mondo e lo facesse star meglio In un altro. Almeno cos  costretta a conchiudere la logica, quando il puntiglio d'un sistema non la spinge a fuorviare.
E chi dice a voi che riposate tanto sulla giustizia di un mondo avvenire, che le azioni da noi distinte col nome di bene e di male non sieno al cospetto di Dio due fatti diversi, ma indifferenti, come due colori, come agli occhi vostri il verde e l'azzurro? E poi la bont e la malvagit dell'animo, principi sui quali ci appoggiamo tanto, io temo che, tranne rarissime eccezioni, invece d'essere qualit positive ed inerenti continuamente al medesimo individuo, sieno piuttosto un affare di situazione, e qualit nobilissime e dipendenti affatto dalle occasioni nelle quali ci troviamo avviluppati.  Oggi io sono in prigione e senza colpa, ma se un giorno sar potente, chi sa quanti e senza colpa far gemere nel carcere stesso nel quale gemo stasera? La storia dell'umanit osservata severamente nel suo vasto insieme e nelle sue singole parti, vi presunta un saliscendi di offese e di vendette; vi offre lo spettacolo di due partiti che or l'uno or l'altro si tengono un piede di ferro sul collo, e fin ora ha segnato mai nei suoi annali l'epoca della equit e della pace? La storia  una Sibilla, che consultata coscienziosamente ha dato fin ora questo responso:  Se voi non foste oppressi sareste oppressori.  I cristiani perseguitati, nei primi secoli predicavano pacificamente la dottrina dell'agnello di Dio;  poi, quando il Vento fresco della fortuna li lev in alto mare, conversero la croce in una spada a due tagli, gli altari in roghi e l'ostia incruenta in vittime umane. La strage dei septembriseurs, fatta a nome di un popolo e della filosofia, non fu meno atroce ed iniqua della S.te Barthlemy, fatta a nome di un re e del fanatismo.  La giustizia di un mondo avvenire sarebbe forse compatibile col dogma del libero arbitrio; ma potreste voi giurare che le azioni nostre dipendono effettualmente dal libero arbitrio? E che vale questo libero arbitrio, se le passioni e gli avvenimenti, come spesso accade, si scatenano pi forti di lui? In un caso somigliante egli  peggio che inutile, dacch sottopone la Volont umana a sostenere la fatica di una battaglia che deve perdere. E a che vale questo libero arbitrio, se tutti conveniamo che il giudizio umano  spesso infermo e agguatato continuamente dall'errore? Se voi foste Dio, qual gastigo assegnereste a colui che guidato da un'idea torta ha cancellato in buona fede dal libro della vita l'esistenza di centomila uomini?
Ma invece molti asseriscono dopo lunghe ricerche esercitate nell'indole delle azioni nostre che una fatalit onnipotente regge i freni del genere umano allora a che la giustizia di un mondo avvenire? Io per me credo che la razza umana sar meno calpestata e infelice quando, invece di fantasticare sull'avvenire e giacere e farsi un guanciale della Provvidenza si terr con pi saviezza al presente, e tentando mille esperimenti, si studier di trovare una forma di stato sociale in cui ad ogni individuo sia permesso senza danno del prossimo di muoversi liberamente e con piena sicurezza nella sfera descritta dalla sua natura. Conviene stabilire in societ una media proporzionale, una condizione di cose, in virt della quale le leggi, le opinioni, i costumi suppliscano a quello che manca al debole e contengano l'esuberanza del forte quand'ei la volge a detrimento de' suoi simili:  se no, il miglior partito  di spegnere i lumi e prendere la gragnuola o il sul di primavera quando lor piace di venire.
Che se voi mi dite: l'uomo  composto. di cuore e d'intelletto, e il cuore vive una vita a parte, ed ha bisogno di una speranza, di una illusione, di un. alimento, se no si corruga, s'inaridisce e muore prima del tempo, io vi risponder che dite saviamente.  Ed io ancora spero e m'illudo, m'inebrio spesso di un sogno d'oro per tenere a bada la vita. Ed  per questo che sovente concorro nella opinione di coloro che stimano la pazzia godere alcuni vantaggi sulla ragione.  La ragione di tatti pu trascorrere certi gradi di certezza,  certi altri di probabilit;  ma se quindi passa le soglie, mette il piede in un mondo incognito, in un mondo di vertigini che la girano come un trastullo, allora la ragione o diventa pazzia o torna indietro stanca e schernita. La pazzia, al contrario, dal bel principio si lancia per l'infinito, naviga a piene vele e fornisce il suo lungo viaggio con un senso profondo di sicurezza, con un'idea continuata di verit. Un pazzo pu immaginare a vita di essere un'aquila, di volare verso il sole, e di farsene sua dimora; un uomo sano pu immaginarlo per venti minuti; poi d col piede in una fossa e cade, e si accorge a prova di essere incatenato alla terra sua genitrice; alla terra che fra breve dovr divorano. Ed io ancora, lo ripeto, spero e m'illudo e sento il bisogno di stendere una coltre sulla realt, perch essa  troppo dura e mi lascia le ossa indebolite.  E per questo lato, la religione, quand'ella si cosa  buona.	 volge a consolare, a qualche cosa  buona.
Parlando di religione che consola intendo la religione naturale, sentimento puro, semplice e necessario che emerge dal cuore. Le religioni rivelate, tenendo conto almeno di quelle esistite ed esistenti finora, pi o meno abbrutiscono l'intelletto, e se metti in bilancia il terrore e il conforto che danno all'anima, il terrore supera troppo, e se calcoli il bene e il male che hanno prodotto, il male si eleva ad una cifra troppo enorme. Le religioni rivelate sono il medesimo sentimento che costituisce la religione naturale, ma trasfigurato oscenamente ed involto in mille accessori che non gli appartengono.  Qualsivoglia religione non  mai l'opera immaginata di pianta da un ardito imperatore;  l'individuo ridotto ai soli suoi mezzi non pu conseguire mai tanto effetto, ma via via la forza delle cose distrugge una credenza paralitica per troppa vecchiaia, e allora sorge un uomo potente, che osservando il sentimento religioso ingenito e perenne nel cuore umano, l'afferra, gli d rilievo e lo circonda di quelle immagini e di quelle finzioni contemperate al grado d'ignoranza dell'epoca in cui vive; quindi la religione rivelata  sempre un'impostura ne' suoi accessori, ma il suo primo germe  vero e permanente nel sentimento universale.  La religione naturale  un sentimento che sgorga dalla speciale organizzazione del cuore e dalle tante calamit che affliggono la vita dell'uomo;   un sentimento presso che comune; nondimeno alcuni ne vanno esenti. Vi sono alcuni in forza d'organismo privi del senso religioso, come vi sono alcuni privi del senso musicale, e a costoro quand'anche tu potessi dimostrare Dio, e l'avvenire colla precisione dell'algebra, hanno un cuore che non rende l'eco il pi debole a questi suoni. Per la pi parte degli uomini che ragionando non troverebbe altro che il nulla, o il dubbio, serba Dio e la speranza nell'anima. Tuttavia la religione naturale, o rivelata, non  un raziocinio.  L'analisi invece di corroborarla tende direttamente a distruggerla. Ed  per questo che i capistta esigono specialmente sui punti fondamentali un grado di fede. L'analisi negli ultimi tempi la tolse affatto di mezzo ad una grande nazione, e le conseguenze concatenate d'un imponente raziocinio giunsero a surrogare al culto di Dio il culto della ragione. Ma il culto della ragione era fuori di dubbio prematuro, era troppo solo e troppo arido, n bastava a colmare il vuoto lasciato. La religione sbandita dai domini della mente viveva pur sempre nel cuore, e forse pi forte, perch meglio riconcentrata; quindi prorompeva da ogni parte; quindi mi piace Robespierre che, considerate le condizioni attuali del popolo, ridonava a Dio l'esistenza, in ci dimostrandosi egregio politico e sagace conoscitore dell'umana natura. Il cuore e la sventura produssero la religione naturale, la religione della speranza e dell'avvenire e la manterranno finch vi saranno deboli ed infelici.  indispensabile che 1' uomo conculcato e vissuto nel pianto speri nel futuro un vindice ed una ricompensa dei suoi dolori. E perch i deboli e gl'infelici formano il maggior numero, quindi  che moltissimi sono i credenti e rarissimi gli atei.  Ma il sentimento solo  un pegno sufficiente della verit? Per risolvere adeguatamente il problema bisognerebbe determinare se i calcoli del cuore sieno pi securi di quelli dell'intelletto.
Tutte queste cose per da me tracciate cos fiaccamente e ristrette in uno spazio s angusto sono state svolte da una moltitudine di nobili ingegni in tanta larghezza di sviluppo, e la 'noie dei volumi  cresciuta a tal grado che se la verit potesse arrampicarsi in cima, e sedervisi, avrebbe il trono pi alto fra tutti i re della terra; se non che taluno teme che gema invece sepolta sotto tanta mole.  Cos   le son cose tutte controverse ab aeterno e per avventura non saranno mai consentite in una opinione uniforme. Tuttavia, concedendo ancora che dopo morte il corpo e l'anima si dividano, e il primo rimanga a far polvere, e l'altra se ne voli dove Dio, o il Diavolo la soffieranno, io giurerei che prima del corpo l'anima non  nulla affatto. Poich se ella fosse una qualche cosa, io credo che. non consentirebbe mai a venire in questo mondo a quei patti coi quali ci si vive.
Se prima di nascere in Livorno il 1 dicembre 1806, e farmi battezzare in Duomo col nome di Carlo Anzano Ranieri, io fossi stato un'anima davvero, o avessi saputo il conto mio, non avrei mai dato il voto per entrare in un corpo come quello in cui mi trovo  ove mi sembra di star peggio che in una trappola. Primieramente io non sarei entrato in nessun corpo, all'incontro avrei voluto godere la libert dello spazio percorrendo incessantemente le strade dell'aria senza bisogno di passaporti  di bauli  di andare alla locanda senza tema dei ladri  senza tema che il fango mi lordasse i calzari, cose tutte che di rado, o mai, si schivano in questo mondo. E perch avrei dovuto chiudermi in un corpo a menai  e una vita breve, trista, oscura, soffocata? a sentirmi stringere o pestare in una calca, a patire il caldo e il gelo? il dolor dei denti, le coliche, e mille altri malori che la Provvidenza costituiva al corpo in dote inalienabile?  E perch io anima, io spirito indefinito, io soffio eterno, io intelligenza libera, trasparente, veloce, io scintilla d'una fiamma immortale, avrei dovuto chiudermi in una cassa cos mal fatta? E perch in cinque poveri sentimenti, e talvolta anche in tre, poich la creatura pu nascere sorda e cieca nel medesimo tempo? a che fine avrei dovuto commettere contro di me tanto strazio? A che quid? dice un tale a Livorno, terribile latinista, e terribile cancelliere in un tempo. Se io anima avessi fatto di motu proprio un consimile errore, in verit dispererei trovare avvocato capace a difendermi, fosse pure l'avvocato del Diavolo che difende le cause pi triste, perfino il peccato mortale.
Io dunque non sarei entrato giammai in un corpo di qualunque specie si fosse, e se la mala ventura cos avesse voluto, e se una imperdonabile curiosit mi avesse sospinto a cogliere il pomo amarissimo dall'albero della vita, avrei scelto bene altramente. Avanti di tutto invece di scendere in una casetta in via delle Galere (sinistro presagio se reggesse sempre la religione degli auguri), composta non so se di due stanze o di tre, sarei piuttosto calato in un antico e magnifico palazzo.  E questo  un desiderio poco filosofico, poco giusto ancora  ed io sono amico dell'eguaglianza pi che noi dimostro, e bench sia un povero, a petto dei milioni di poveri che mi ondeggiano intorno, non son tanto povero  e se si potesse sinceramente conseguire, e compatire una discreta eguagliava nell'universale, consentirei di tutto cuore a scendere un gradino pi gi ;  almeno cos la penso in questo momento. Ma dacch uno stretto individuale egoismo ha rubato la mano, e signoreggia assoluto, mi risento anch'io di cotesti influssi, e dacch nei proponimenti del bene ho sentito dir sempre:  cominciate voi frattanto, io non sono ancor lesto;  anch'io mi ritrovo trascinato dal cattivo esempio, anch'io son tentato d godere senza voltarmi indietro a vedere chi soffre; e se io scorgo un povero che trema di freddo, la pi grande spesa di sensibilit che io faccia  quella di dire: poveretto, io compatisco; vorrei che tutti stessero bene, senza riflettere che dal lusso inutile dei vestimenti, non dir miei, ma di tale e tal'altra persona, n'uscirebbe il vestito bastevole a coprire la nudit di due o tre poveri che nascendo ignudi come noi, sortivano il diritto di vestirsi come noi. Ma tale  il cuore umano: e poich lo stato sociale di oggid presenta fra il dare e l'avere uno sbilancio, che mette paura, poich la societ non  un ordine, un equilibrio, una giustizia, ma un vortice, un parapiglia, un conflitto,   una palla giuocata da pochi giuocatori, natura vuole che ognuno aspiri ad essere il giuocatore piuttosto che la palla; e quando non v' forza di associazione, assenso di voti uniforme, anche l'uomo benefico  costretto a farsi crudele dal sistema sociale che lo avviluppa; o se si muove solo a rimediare un male immenso, comune, commette una stoltezza, buona se vuoi, ma pure una stoltezza; versa una stilla d'acqua sopra un incendio vastissimo e all'ultimo consumandosi nell'impotenza aggiunge una unit al numero innumerabile degl'infelici che voleva sollevare.
Io non predico il pessimismo, perch non l'ho nel cuore, e penso che non sia in natura. Bisogna sempre distinguere fra natura e societ; la natura umana  la tela bianca di un quadro; su quella tela potete dipingere le figure angeliche di Raffaello, o i mostruosi grotteschi del Callotta. La societ  un edificio innalzato dagli uomini. Io dico che adesso viviamo in epoca siffatta in cui la bont o viene aggirata dal vortice, o rimane inerte. Nondimeno l'edifizio sociale  atto a sentire importanti restauri,  atto ancora ad esser crollato dai fondamenti, e forse non  lontano il tempo nel quale la societ di qualche parte del globo sar confusa in un caos universale d'onde risorger un mondo ordinato a pi bella armonia. La societ presente  falsa, ingiusta, putrida in ogni sua fibra; o deve perire, o deve rinascere sotto spoglie migliori. La luce non  pi ferma sulle cime del monte come una volta,  penetrata nelle forre pi chiuse e ha rivelato le molle pi interne di questa macchina. La cieca fede  sbandita e con lei l'ignoranza; le sorgenti son passate purificandosi traverso il dubbio; e il dubbio, che da una parte  la tortura dell'intelletto, dall'altra  il padre della scienza e del diritto. La scienza  lo spirito vivificante delle moderne opinioni, e sembra che voglia assidersi regina dell'avvenire; la scienza di per s sola non  un compenso sufficiente al disagio dei sistemi attuali; e se si rimanesse in astratto senza un'applicazione, senza produrre un frutto, sarebbe anzi una cosa funesta. Allargando la coscienza del male ne avrebbe allargata la sensibilit: ma la scienza scuopre i mali, e i rimedi, e addita le fonti d'onde attingere la forza necessaria a conseguire l'intento voluto. Oggi molto  stato discusso,  molto  stato conchiuso;  quello che un secolo innanzi era un'ipotesi, oggi  un assioma. La scienza dei diritti e dei doveri scambievoli  retaggio comune; per altro i mali durano tuttavia e vanno ogni di pi peggiorando. Ora con tanta uguaglianza di. educazione morale, e in uno stato cos violento d'ineguaglianza materiale, come volete che le cose durino in pace e lungamente? In societ vi  troppo ristagno di potere e di ricchezze; un tratto immenso di terreno  rimasto in secco;  oggi ha cominciato a screpolare; domani ognuna di quelle lievi fessure sar una voragine. Bisogna che tutto sia fluido, che tutto circoli; la circolazione  la vita dell'uomo e dell'universo.  Il combattimento seguir non so quando, ma seguir inevitabile e finale,  il combattimento dei diseredati contro gli usurpatori. Ognuno ormai vuoi partecipare, pi o meno, al patrimonio che la natura largiva a tutti, e che pochi carpivano unicamente per s. Cos vuole la scienza, scienza prodotta dall'oppressione, dalla necessit delle cose, e dal tempo, non dai sistemi di tale o tale altra scuola.  L'azione esercitata pi l de' suoi limiti produce sempre la reazione. Le masse non sviluppano questa scienza con tanta sottigliezza di analisi, ma la sentono, ma l'hanno nel sangue, e l'enunciano col fremito, coll'impazienza, con un linguaggio profondo di passione.  L'uomo d'ingegno si vede d'intorno una siepe d fatti imponenti,  ne indaga lo spirito e quindi fa una storia di cause e di effetti che nessuno pu impugnare, ove non abbia voglia o interesse di travedere. I potenti poi s'adirano coll'uomo d'ingegno, come se egli fosse la causa efficiente di quello stato di cose; e lo perseguitano, e lo imprigionano, l'esiliano, spesso l'impiccano; e non sanno che l'individuo, grande o piccolo che sia,  il prodotto del secolo in cui nasce, non mai il produttore.  I potenti somigliano quei preti che volevano bruciar vivo Galileo, perch in virt del suo genio aveva scoperto nel firmamento certe leggi eterne innegabili, che stavano in contrasto con certi passi della Bibbia, Quei preti non dovevano inimicarsi con Galileo.  Galileo era innocente  leggeva la facciata del cielo come Dio l'aveva scritta.  Quei preti dovevano invece riconoscere la verit, o distruggere il firmamento perch la Bibbia avesse ragione. I potenti non possono ragionevolmente perseguitare l'uomo d'ingegno che osserva il suo secolo, e ne pone i dati e le conseguenze;  distruggano lo spirito del secolo, se hanno forza che valga, o pieghino spontaneamente all'imperio della necessit, o attendano la lotta, et rira bien qui rira le dernier.
Quando arrivano i tempi grossi in una nazione, i potenti, non so per quale fatalit, smarriscono immantinente il lume dell'intelletto, e spesso agitati dalle furie, vedono da per tutto una congiura, e danno mano agli arresti, agli esigli, ai supplizi talvolta.  Il senno e le leggi tacciono;  regna il sospetto.  Io sono d'avviso che: abbiano torto e la faccenda potrebbe governarsi altramente colla certezza di miglior successo. Ogni secolo ha un carattere inciso e distinto, che si rivela all'occhio di chi osserva gli eventi senza caligine di false passioni.  Ogni secolo chiude nelle sue viscere una parola d'ordine che invocata fedelmente risponde chiara e sonante. Da questi punti di partenza deve muovere la ragione di stato, scienza che non ha per fondamento una serie di fini aforismi, una serie di osservazioni gi fatte, ma che ha per anima un'indagine continua, e progressiva dell'opinione sempre rinascente e volubile. La politica non  un'arte definita come l'arte del disegno, che procede da un subietto determinato:  un'arte mobilissima, perch procede da una materia mobilissima. La politica  il governo dell'opinione; pu rettificare per il meglio il suo subietto, non alterano sensibilmente o distruggerlo. quando arrivano i tempi grossi non esistono congiure, o se alcuna ne esiste,  un pleonasmo,   una bolla che produce l'intensit della febbre;  non  a quel segno effimero, isolato, che deve rivolgersi l'attenzione del governanti.  Quando avranno fatta svanire dalla cute la bolla, rimane pur sempre la febbre, che ogni d pi ingagliardisce. Che se poi i tempi son quieti e non accennano a novit, una congiura non d timore, non significa nulla, anzi significa che l'opinione nel suo maximum  sempre intatta, e coloro che congiurano danno pegno d'impotenza assoluta; perch temendo da una parte la compressione del potere, e dall'altra l'inerzia e la resistenza dell'opinione pubblica, sono costretti a celarsi come il ladro fra le tenebre, ridotti in pochi, penetrati efficacemente di un dato principio.  Ora di che temere dl un pugno di individui, che in forza della loro posizione son condannati a non far nulla, che non hanno mezzi di propagare la loro idea, che non osano manifestarsi? Costoro con fatiche inaudite e un lungo tratto di tempo potranno raggranellare cento, duecento, se volete mille individui sparsi sopra una vasta superficie, e gran merc se nel numero non trovano chi per imprudenza o per debolezza o per altro motivo in un attimo non mandi in fumo il lavoro di lunghi anni.  Ma ponete pure che il fatto rimanga nella sua integrit: e che pu fare cos celato, cos ristretto, cos incognito alla maggioranza del popolo? Non vi rende l'immagine di colui che con un trapano volesse perforare il San Bernardo? Se voi scoprite una congiura siffatta io non vi consiglier di premiarla, perch sarebbe una pazza pretensione, ma il meglio che possiate fare  di renderla ridicola e di fiaccarla per sempre con una opportuna moderazione.  Non date corpo alle ombre, non date valore effettivo a tal moneta, che lasciata per terra cos com', pochi o punti troverete che la raccolgano. Un supplizio o una pena esorbitante concilia non so quale interesse a favor del paziente, e lascia delle traccie indelebili nel cervello del popolo, traccie che lo conducono a investigare, a meditare, a sentire quello che fuori di questa circostanza non avrebbe mai meditato n sentito. Il terrore d un certo effetto, un certo rilievo alle cose pi Insignificanti, quando queste hanno per fine o per pretesto un'intenzione grande e lodevole;  e con questi mezzi una baia assume a poco a poco forme venerate di religione. La ragione di stato nella dominazione dispotica  un'arte troppo difficile, perch quasi sempre muove contro natura e segue l'indole di tutte le arti.  Bisogna contenerla in certi limiti, e se li trapassa, l'arte si dissolve e perisce.  Il despota bisogna che insegni a dormire; guai a lui se insegna a morire,  una lezione che ben tosto gli torner contro. Bisogna persuadere al popolo che voi siete eternamente sicuri, che nulla vi pu smuovere dalla base ove siete collocati;  guai se mostrate loro che avete tremato, se mostrate loro che v' un'altra forza indipendente dalla vostra, la quale pu sbalzarvi di seggio e mettervi in frantumi.  Che se poi gli elementi sociali di una data epoca vanno in dissoluzione, credetelo, allora non v' chi congiuri, e se trovate una mano di cospiratori, guardateli bene in taccia e vi accorgerete subito di quello che si tratta; se volete impiccarli siete padroni; la corda sta per voi;  ma tenete per fermo che  corda male spesa;  rimandateli a casa.  I vostri annali segneranno una volta un atto di senso comune.  In una aperta dissoluzione di elementi sociali nessuno cospira,  e tutti cospirano;   una forza indipendente dall'individuo, che agisce in quel tempo;  l'uomo si sente menar via e non sa il come, e invano si sforzerebbe di dar col petto nella corrente.   la coscienza umana che si desta da un lungo secolo di oblio e chiede i suoi diritti e li ottiene;   l'elettricismo di una volont unica, che invade tutta una nazione;  il tempo in cui l'uomo legge con uno sguardo nell'occhio dell'altr'uomo, che non ha mai visto, un pensiero simile al suo,  un consenso,  una promessa che sar mantenuta.  E allora, o potenti, se versate del sangue, voi non toccate dalle mille miglia lo scopo voluto:  le moltitudini non vedono pi un reo nel giustiziato;  esse dicono: noi tutti siamo rei come lui; quel sangue non fa che seminare la vendetta.  Poste le cose in questo modo, davvero io non so qual consiglio proporvi, perch siete materia intrattabile.  Io non oso confortarvi a rientrare pacificamente nel seno dell'umana famiglia, perch sdegnate di essere uomini, perch quantunque la forza delle cose vi chiami a morte inevitabile, volete morire dibattendovi in un odio feroce e impotente, perch volete che il trionfo dei comuni diritti costi lacrime e sangue, perch volete fino agli estremi obbedire al cattivo Dio che vi istituiva flagello degli uomini.  Io non oso dirvi: o potenti, voi siete troppo padroni della scelta;  avete sempre in mano i dadi della guerra e della pace;  tutto sta nel trarre.  Se volete, potete scendere i primi nell'ordine nuovo,  potete risparmiare una serie di grandi Sciagure; ma bisogna scendervi d buona fede, e mantenere rigidamente i patti giurati.  Non dubitate, gli uomini son meno cattivi di quello che si pensa e che si scrive: se non fosse cos, come avrebbero tanta pazienza? Ma bisogna osservare i patti giurati:   l'unico modo di affermare la pace, perch quando l'universale  tollerabilmente soddisfatto i partiti o non si muovono, o hanno poco spazio da muoversi e poca durata.  Ma se io vi facessi questo bel discorso mi dareste retta? o piuttosto non mi fareste stare in prigione un anno pi del tempo che intendete di farmici stare? Altre volte le nazioni parlarono cos e i potenti accettarono, ma con restrizione gesuitica, col pensiero e coll'opera sempre diretti a tornare indietro, e allora le dighe si ruppero: la guerra subentr alla pace, la forza al diritto; la vendetta scrisse le leggi e fu un dramma rapido e turbinoso di vittorie e di sconfitte; un dramma di sangue e di tenebre dove il boia sorse protagonista terribile, il medesimo boia che tagli per tutti; che tagli la testa di Luigi, di Bailly, di Robespierre. E un ordine nuovo di cose dove ci mener? Avanti di certo.  Contemplata la storia nei suoi risultati complessivi, un progresso di meglio nella vita sociale si verifica. La vita sociale d'oggi, presa ancora com',  ben diversa e migliore che non era quella dell'antica civilt, quella del medio evo, quella ancora di un secolo innanzi.  Queste sono prove statistiche, e non pretensioni di sistemi. Un miglioramento materiale  penetrato anche a traverso gl'ingombri che gli oppone lo stato di societ, costituito com' di presente,  e il desiderio e i tentativi di star meglio sono anch'essi in progresso. lo non affermo che l'uomo sar pienamente felice;  il cuore umano ha certe leggi organiche che sussisteranno immutabili, finch egli si muova  certi dolori lo faranno gemere in qualunque et, in qualunque condizione. Ma la vita delle nazioni pu e deve migliorare. Fino a qual punto  impossibile determinano; forse dopo un lungo trapassare di stadio a stadio, quando a forza di attrito tutti gli angoli acuti dell'umana famiglia si saranno appianati giungeremo ad uno stato di tolleranza universale.  La tolleranza non so se sia totalmente un frutto della ragione o della stanchezza, probabilmente dell'una e dell'altra.  Dopo lunghi cimenti fatti a prova di secoli, di ferro e di fuoco, per avventura un giorno faremo siffatto ragionamento: Uomini di tutte le contrade e di tutte le opinioni, perch ci diamo la caccia, perch c'insanguiniamo interminabilmente? La terra  larga abbastanza e tutti gli anni feconda, pu pascerci tutti, pu seppellirci tutti.  Se l'amore potesse essere il nostro Dio e avere il mondo per altare, la vita meriterebbe d'essere eterna, e l'uomo ben di rado avrebbe da piangere: ma dacch l'amore  cos scarsa dote, e bisogna serbarne la pi parte a noi stessi, mettiamo in comune il poco che ne avanza e per il resto tolleriamoci;  l'umana sapienza consiste nel tollerare.  Lasciamo piegare a destra chi v' inclinato, a sinistra chi vuole andarvi, la terra  larga abbastanza:  un Pantheon capace a contenere tutti gl'idoli  Tu puoi adorare un Priapo, io una cipolla, e pacificamente. Ognuno sar salvo secondo i suoi meriti.  Perch consumare un breve anelito di vita a dilaniarci per una larva? Siamo noi eterni perch almeno la vittoria abbia un premio corrispondente a tanti misfatti? La stessa meta attende tutti,  chi calpesta e chi  calpestato;  e fra breve. Con un mezzo volger di secolo, vinti e vincitori formeranno uno strato di polvere indistinta,  un pavimento alle danze o alle battaglie dei nostri nepoti. Con un mezzo volger di secolo la terra non serba pi sia un'orma innocente, sia un'orma di sangue. Prendete le ceneri del genio e quelle della follia, le ceneri del padrone e quelle del servitore, son quattro mucchi in fila uguali di quantit, di colore, di sapore; scegliete.  Dov' l'occhio mortale che discerna Dante da Brandano, Napoleone dal suo cocchiere? Perch insanguinarci, perch darci la caccia? perch assottigliare infernalmente l'ingegno onde inscrivere nei nostri codici tanti delitti che non emergono dall'essenza delle cose, ma da un cuor depravato e feroce?  Consultiamo la natura nuda e vergine come ella si rivela alla mente del giusto, e saremo meno sventurati.  Consultiamo la natura umana senza velo di disprezzo, di cupidigia, di prepotenza; consultiamola anatomicamente nel suo stato originale e osserveremo che si pu spogliare dal fango onde l'ha ricoperta un falso sistema sociale e rivestirla d'una certa luce, una luce che non dobbiamo rapire al sole, come Prometeo, perch ella ha sorgente nell'anima umana.  E l'arte sta nel trovarla e il genio la sa trovare, ma noi abbiamo finora crocifisso il genio invece di coronare.  Intanto tolleriamoci: v' spazio per tutti, e permettiamo che ognuno vi si volga a suo grado. Il genio pu trasfondere nei suoi quadri l'armonia e l'iride dell'universo;  la follia pu ridere, e saltar per le piazze;  Il forte pu andare a caccia al cinghiale,  il debole pu recitare il suo rosario, e tutti pacificamente.  La terra  larga abbastanza;  L'umana sapienza sta nel tollerare.



MIA MADRE

Indovinate chi amo pi di tutti sulla terra? Io amo mia Madre;  io l'amo pi della Patria, cui dono il mio sangue se lo vuole,  pi della mia T, ch'io amo pur tanto.  Povera mia Madre! Se voi la conosceste, forse non ci capireste nulla. No, non  una donna elegante,  non sa di musica, 	non sa il francese,  non ha cerimonie;   una donna quieta come un ciel sereno, una donna alla buona, che crede in Dio, che va ogni giorno alla Messa, a pregare prima per me e poi per s:  una donna alla buona, che crede in tutto;  crede che l'olio versato porti Sciagura;  crede che il vino versato porti fortuna. E' una povera donna, che ama il suo figliuolo come voi amate voi stessi.  Io mi confesso come davanti a Dio. Non amo tanto mio padre;  un buon uomo;  ma la mia povera Madre  bene altra cosa.  Io non amo mia Madre per il latte che mi ha dato, perch del latte non me ne rammento;  ma quando mio padre talvolta mi sgridava, ella mi consolava,  mi asciugava le lacrime, mi baciava, mi dava un trastullo, mi riconduceva alla gioia. Quand'io andava a scuola, e mi era innamorato dei libri, mia Madre mi dava Il denaro onde comprarmeli.  Mia Madre mi ama come il suo cuore, io sono il suo cuore. Mi guarda con una compiacenza,  s'inorgoglisce di me, come la giovane sposa della sua corona di rose nel d delle nozze. Ed io l'amo ugualmente. Io ho un sembiante duro,  e quando sento dentro non sono punto espansivo;  ma gli occhi mi parlano,  e mia Madre guidata dall'istinto mi guarda sempre negli occhi, e ne riman consolata. Povera mia Madre! ora tu non puoi pi guardarmi, e chi sa per quanto!  io aveva il vizio di addormentarmi col lume acceso, e mia Madre si levava di notte a levano, perch temeva un pericolo. E alla mattina entrava nella mia stanza a vedermi, in punta di piedi, e rattenendo il respiro per non rompermi il sonno.  E quando parlava di me alle vecchie sue conoscenti, diceva che io era un angiolo,  ed io risapendolo rideva di cuore, pensando che il mondo ml chiamava un diavolo.  Povera mia Madre! Dio ti renda quella mercede, che merita il tuo tanto amore!
Una sera io fui ferito di tre stilettate;  tutti credevano ch'io morissi; anch'io credeva. Fui portato a casa agonizzante; caddi in deliquio, e vi stetti pi ore. Al risensarmi, chi trovai presso al letto?  Era mia Madre, e cos vicina a me, che di certo intendeva col suo fiato caldo d'amore di vincere il gelo della morte. Mi parve l'Angiol custode. Mi ravvivai,  cominciai con lei un colloquio lungo, veloce, passionato, sublime;  mia Madre mi rispondeva interrottamente;  io nell'esaltazione non me ne accorsi: mia Madre era convulsa;  ella non pu piangere. Se io me ne fossi avveduto, forse sarei morto. Mia madre dacch mi hanno strappato al suo seno  stata assalita da un palpito cos violento di cuore, che  andata vicino a morte. O povera mia Madre! perdonami il tuo dolore! potessi avere almeno contato i tuoi palpiti per rammentarmene!


Qui finisce il Manoscritto di un Prigioniero; nella pagina interna della coperta si leggono questi due versi:
La prigione  una lima si sottile
Che aguzzando il pensier ne fa uno stile.
