EDMOND BERGHEAUD.

DON GIOVANNI E LA LEGGENDA.

Introduzione di Bernard Michal e Franco Massara.

Inganni e menzogne erano le armi con cui Don Giovanni cercava di solito di
conquistarsi i favori delle donne che desiderava, ma talvolta colui che
passer alla storia come il seduttore di mille e tre donne, sembra non aver
esitato neppure di fronte al delitto, pur di sbarazzarsi di un incomodo
rivale. Avendo cos sfidato troppo a lungo Dio e gli uomini, Don Giovanni sar
precipitato nelle fiamme eterne...
Eroe leggendario o personaggio storico? Don Giovanni, insomma,  semplicemente
un mito scaturito dalla fertile fantasia di uno scrittore oppure  realmente
esistito? E ammesso che sia un personaggio da leggenda,  vero che questa
sarebbe nata sul modello di un giovane nobile spagnolo? Sembra che un fatto
reale possa essere all'origine delle sue molteplici avventure: una notte,
secondo la Cronaca di Siviglia, un certo Don Giovanni avrebbe effettivamente
ucciso il governatore della citt dopo averne sedotto la figlia... Su questo
fatto si sarebbe innestata la leggenda che, venuto ad insultare la memoria del
morto sulla sua stessa tomba, Don Giovanni sarebbe stato trascinato dalla
statua della vittima fra le fiamme infernali.
Tirso de Molina, il primo a trattare l'argomento, compose nel 1625 una
commedia sul tema di Don Giovanni e dopo di lui numerosi scrittori si
cimentarono col personaggio. Ma infine Don Giovanni  proprio la cinica
incarnazione del genio del male o non  forse l'allegoria dell'uomo alla
ricerca dell'Assoluto, ma incapace di trovarne l'amore che anela?
Bernard Michal e Franco Massara.

DON GIOVANNI E LA LEGGENDA.

La storia dell'umanit sembra confondersi con quella delle sue speranze e dei
suoi timori. E' questo il motivo per cui, in ogni tempo, l'uomo ha sempre
cercato di capire i misteri che lo circondano, di violarli, riducendoli nei
confini entro i quali pu operare la sua ragione, scoprendovi le gioie e le
prove che formano il suo pane giornaliero. Che altro significato avrebbero
altrimenti i tentativi degli aruspici e le investigazioni dei vaticinatori?
Che cosa significherebbe il voler cercare segni divinatori se non il credere
di potersi scrollare di dosso l'angoscia che provoca il non poter sapere, il
non poter guardare al di l?
Paradossalmente si potrebbe dire che avendo tentato tutti i metodi possibili,
dal sortilegio alla magia, dal vaticinio all'oroscopo, la civilt occidentale
ha cercato di avvicinarsi al mistero tramite il sentimento; tramite l'amore
per esempio, o l'esaltazione estetica della vita, o addirittura attraverso il
senso della morte. Attraverso il sentimento si  cercato di raggiungere quella
potenza suprema, infinita o soprannaturale che gli artisti cercano di
raffigurare nell'arte, il mistico cerca di raggiungere nell'amore e il martire
con la morte... Il reale nella civilt occidentale viene identificato con il
male, con l'opera del demonio; solo il soprannaturale  degno di essere
raggiunto... Il discorso  complicato e ci porterebbe assai lontano. Quello
che vogliamo dire  invece assai pi semplice e risponde in fondo al vecchio
adagio che l'amore  la forza che muove il mondo, quella che sospinge ad
andare sempre pi avanti in una ricerca spasmodica che tende all'assoluto.
Nell'amore del mistico come nell'amore profano, c' sempre in questo
sentimento, una volont di spezzare le barriere della vita, del contingente,
per tuffarsi nel satanico se amore terrestre, per ascendere al cielo se amore
celeste.
Don Giovanni: di tutti i miti che hanno nutrito l'occidente e i suoi abitanti
questo  forse il pi popolare, un mito che si incarna in un nome; popolare
perch parla dell'amore, problema essenziale, dell'amore con la A maiuscola,
della sua natura e del suo destino. Don Giovanni: un mito che ha un suo modo
inquietante di porre interrogativi su noi stessi, la nostra esistenza, la
nostra destinazione. L'eternit del mito di Don Giovanni ha poi un'altra
ragione, forse, la pi sconcertante. Don Giovanni, come Faust, non ha eredi.
E' una creatura che  essa stessa assurta a simbolo, proprio perch unica;
l'uomo dalle mille donne, pi che un essere in carne ed ossa ... un mito. E'
in fondo il destino dei grandi, grandissimi personaggi, quelli che usciti
dalle pagine hanno incominciato col vivere di vita propria;  il caso di don
Chisciotte, per esempio, o dello stesso Amleto, oppure ancora di Tristano e
Isotta, ed , appunto, il caso di Don Giovanni, un modello al quale si sono
ispirati degli imitatori, una caterva; dei bellimbusti, legioni; dei
signorotti, qualcuno; e tuttavia un modello inimitabile.
Riportata nelle sue linee essenziali la storia di Don Giovanni  semplice; un
grande signore che non arretra di fronte a nulla pur di ottenere le grazie
delle donne che corteggia. Astuzie e menzogne sono le sue armi abituali e non
arretra neppure di fronte a un delitto pur di perseguire i suoi scopi. Il
castigo sar dunque a misura dell'uomo che ha osato sfidare Dio e gli uomini:
invitato a pranzo dalla statua del padre di una delle vittime sar gettato fra
le fiamme eterne.
Finora siamo sul terreno della leggenda, una leggenda che, contrariamente a
quanto di solito si pensa, non  caratteristica della Spagna. E' in fondo, a
ben vedere, il solito tema del malvagio punito, il tema che ha radici profonde
nell'antichit classica. A quei tempi gli dei parlavano per significare la
loro soddisfazione o la loro ira: alla morte di Giulio Cesare un sudore freddo
aveva imperlato la fronte dei numi tutelari dell'Urbe; in altri casi le
divinit stesse avevano parlato per annunciare le sciagure imminenti...
Apriamo, ad esempio, Tacito oppure Plutarco; vi troviamo la storia della
statua colossale di Giove che uno dei Tolomei, inchinandosi di fronte alla
volont divina, aveva mandato a prendere a Sinope. Ma gli abitanti di quella
citt si opponevano alla sua partenza: si era vista allora la stessa statua
(queste le parole della leggenda) avanzare fino a una delle navi che si
trovavano alla fonda e salirvi da sola.
E' narrato poi da Erodoto quell'episodio dei numi tutelari di Egina, le cui
statue di legno si... erano messe in ginocchio per non essere trascinate via
dagli Ateniesi.
Nelle Opere Morali Plutarco racconta che il capo di Argo, Micios, era stato
ucciso nel corso di una rivolta. I suoi concittadini, per, riconoscendone i
meriti, gli avevano eretto una statua, ma questa, un giorno, era piombata
addosso all'assassino venuto a conversare con dei compari all'ombra della
stessa.
Si potrebbe continuare all'infinito, allegando quell'altro esempio dell'atleta
Nicone, che viveva nell'isola di Tasso, tanto celebre e cos prestigioso che i
suoi concittadini avevano voluto onorarlo, dopo la morte, erigendogli la
solita statua; anche qui capita un giorno un ex rivale dell'atleta che,
volendo simbolicamente vendicarsi delle sconfitte subite, afferrato un
bastone, aveva cominciato a menare colpi all'impazzata contro la statua. Ma
ecco che questa, all'improvviso, era caduta fragorosamente su di lui,
schiacciandolo...
Quest'immagine, indubbiamente del mito greco, come abbiamo visto, della statua
che conserva in s un germe di vita autonoma e si fa vendicatrice dei torti,
fluisce, come mille altri miti, in Occidente. E la ritroviamo tal quale negli
annali della citt di Roma dell'undecimo secolo: uno sposino di fresco, dopo
il banchetto, desidera sgranchirsi un poco e si mette a ludere pila, come si
diceva, con gli amici; per essere pi libero, si sfila l'anello nuziale al
quale non ha ancora fatto l'abitudine e lo va a mettere all'anulare di una
statua di Venere l nei pressi: uno scherzo innocente. Finito il gioco il
giovanotto fa per riprendersi l'anello e... invece niente; non c' verso,
infatti, di sfilare dal dito della statua il pegno delle nozze. Con un vago
presentimento e in cuor suo, triste il giovane si ritira; a sera, allorch fa
per coricarsi con la sposa, vede con terrore avvicinarsi a lui un fantasma di
pietra, la statua di Venere per l'appunto, il quale con voce d'oltretomba gli
dice: Donandomi l'anello ti sei legato a me,  con me dunque che dovrai
passare la notte... Ci vorr nientemeno che l'intervento di un esperto in
sortilegi per spezzare il maleficio.
Trascorsa l'et classica giunge il medioevo; e la cristianit medioevale
finisce per far propria e trasformare la leggenda della statua: ecco dunque
una Vergine che stende le braccia per soccorrere un operaio caduto da
un'impalcatura, un Cristo che si stacca dalla croce per sbarrare la strada a
una monaca che ha sciolto i voti; per non parlare dei terribili castighi cui
vengono sottoposti i libertini come si pu vedere dalla lettura dei vari
trattati sulle apparizioni o sugli avvenimenti memorabili o straordinari. Di
solito  un gruppo di diavoli (o magari anche uno solo, piccolo ma lesto) che
afferra i malcapitati e li trascina con s fino alle fiamme infernali. La
volutt porta diritto diritto all'inferno: ecco l'assioma, e guai a chi non ne
terr conto. E' la leggenda della donna di meravigliosa bellezza che appare al
libertino ingiungendogli di seguirla; e il poveretto prover tutte le delizie
che solo l'amore con una creatura affascinante sa dare prima di ritrovarsi, al
mattino, con uno scheletro fra le braccia. Il romanticismo si getter avido su
questo tema facendone innumerevoli ballate...
L'idea del peccatore punito  presente anche nella leggenda a carattere
popolare. Guardiamo ad esempio alla bellissima vicenda (di origine bretone,
questa) del giovane che recandosi alla festa di fidanzamento incontra per la
strada una testa spiccata dal busto;  l, per terra: la spinge con il piede
(a quei tempi evidentemente non era un evento cos insolito...) e ridendo
esclama: Vieni anche tu alla festa, sei invitato! Parole incaute; quando sar
giunto il momento delle nozze, al tavolo degli invitati si vedr comparire uno
scheletro che prender posto accanto al futuro sposo. Nonostante il sudore
freddo, questi avr il coraggio sovrumano di invitare quel mucchio d'ossa a
fare come gli altri ospiti; che si serva pure... ma lo scheletro garbatamente
rifiuter, adducendo il motivo che nel luogo da cui proviene non si mangia n
si beve; piuttosto  lui ad invitare a sua volta lo sposo a un banchetto che
si terr esattamente nel luogo del loro incontro. E quando, costretto a forza,
il giovanotto arriver sul posto, trover due scheletri ad attenderlo accanto
a una tavola. Il colpo sar tale che il poveretto (la leggenda non dice se per
incantesimo o... crepacuore) morir qualche giorno dopo.
Tema questo che ritroviamo pari pari nel folklore piccardo: un contadino ha
invitato la solita testa di morto a dividere le gioie della sua mensa. Qualche
giorno dopo uno scheletro avvolto in un mantellaccio a brandelli bussa alla
porta della casa in cui abita il contadino, entra, si siede a tavola, mangia
(evidentemente in Piccardia si usava, contrariamente alle costumanze dei morti
bretoni) e, dopo aver pranzato, balla con il contadino una danza infernale.
Fino all'alba. Poi lo scheletro cos all'improvviso come era apparso, si
dilegua. Qualche tempo dopo il contadino  costretto a costeggiare il
cimitero. Quando rasenta il muro si sente afferrare al collo da una mano
scheletrica mentre una voce sinistra gli sussurra all'orecchio: Ora tocca a te
di pranzare con noi! e immantinente il malcapitato viene circondato da un
nugolo di scheletri che lo sospingono fino a una cappella sconsacrata. Si
imbandisce la tavola servendo solo vin santo, quello della celebrazione delle
messe funebri... Il mattino seguente il poveretto si ritrova senza sapere n
perch n come lungo disteso per terra, in mezzo a un sentiero; poco tempo
dopo si far prete...
Il tema di tutte queste leggende che ritroviamo un po' dovunque seguendo la
carta geografica dell'Europa,  che chi irride la morte sar punito; i morti
sono l per ricordare ai vivi i loro doveri e Shakespeare dimostrer di aver
imparato bene la lezione: Banco e il fantasma del padre di Amleto lo
testimoniano.
Questi simboli, queste voci, queste effimere presenze dell'oltretomba
simboleggiavano evidentemente i tormenti della coscienza per coloro che non
l'avevano troppo pulita. In un'et in cui ogni azione era vista sotto la
prospettiva cristiana, in cui la nozione del peccato era sempre presente, la
coscienza non era certo un riflesso della comune legge morale. La voce che si
udiva era quella del Dio dell'Antico Testamento, non certo quella di Ges
Cristo, la cui clemenza rimaneva esclusa dai terribili giudizi che, sotto
forma di terrore, appunto e di castighi, venivano emessi dal Dio biblico. Ci
aveva il suo logico riflesso nell'Inquisizione, soprattutto in Spagna dove per
la prima volta nella storia della cristianit cominciavano ad ardere le pire.
Ma veniamo al problema particolare e cio alla comparsa dei morti agli occhi
dei mortali, il che accade ben prima della nascita del personaggio Don
Giovanni.
Il tema della testa separata dal corpo e alla quale viene rivolto l'invito a
pranzo, lo ritroviamo ad esempio in una antica leggenda della contrada di
Lon. In essa si parla di un libertino il quale non perdeva mai una messa al
fine di poter guardare con tutta libert le giovani e belle fanciulle. Costui,
trovandosi a passare accanto a un cimitero, vede per terra un teschio e gli
rivolge l'ormai... tradizionale invito, quello di andare a cena con lui. Il
teschio parla: accetta senz'altro; e al momento convenuto l'intero scheletro
partecipa al macabro festino; segue poi da parte dello scheletro l'invito
d'obbligo: il pranzo offerto dalla spoglia si svolger proprio nella chiesa in
cui il libertino  solito adocchiare le ragazze. E quando il... coraggioso (
il caso di dirlo) si presenter all'appuntamento, la spoglia, indicandogli una
tomba aperta, gli dir: Vieni qui senza timore, tu mangerai il mio pane e
dormirai nel mio letto...
La Spagna  anche il paese in cui la leggenda venne per la prima volta portata
sulle scene; drammi senza grande vigore rappresentativo n forza d'arte, 
evidente, ma indicativi di una certa mentalit e se non altro del fatto che
l'idea della morte risultava abbastanza familiare agli abitanti di quelle
regioni. Luis Velez de Guevara ne trarr spunto per tre suoi lavori, tre
commedie. Nella prima di queste, un'anticipazione di quella che sar la
vicenda di Don Giovanni, il re Pedro grida, mentre lotta contro un fantasma:
La mia gloria  basata sul mio valore di oggi; da vivo qual sono non temo
nulla, n fantasmi n cadaveri, e neppure l'inferno... Nella seconda
quell'incorreggibile libertino che  Peregrino non vuole ascoltare gli
innumerevoli avvertimenti del cielo; alla fine la Provvidenza, pur di
riportarlo sulla retta via, lo far assistere ai propri funerali; ma ci vorr
la ricomparsa di un eremita morto da tempo perch il peccatore ad ogni costo,
ritrovi la via della salvezza. Nella terza infine Cespeds, il personaggio
principale, si batte contro la morte sotto le spoglie di un cadavere...
Che cosa stanno a significare in definitiva queste leggende e questi lavori
teatrali spagnoli? Semplicemente questo: ci che di spaventevole e di
addirittura terrificante c' in essi, ha valore di ammonimento. Chi osa
sfidare Dio sar punito da Dio. In altre parole si tratta di opere
agiografiche, religiose, morali.
La singolarit di Don Giovanni potrebbe quindi risultarne ridimensionata se
invece questo personaggio non fosse cos significativo, cos centrato da
assurgere a tema universale, tanto che in qualunque luogo di questa vecchia
Europa non si pu parlare di Dio, della morte e, naturalmente, dell'amore,
senza riferirsi a lui.
E' verosimilmente nel 1623 che viene rappresentata per la prima volta in
Spagna una commedia dal titolo: L'ingannatore di Siviglia e il convitato di
pietra. Essa  stata scritta (poco tempo prima che comparisse sulle scene) da
un ecclesiastico, Gabriel Tellez, dell'ordine della Misericordia, che passer
nella letteratura mondiale con il suo pseudonimo: Tirso de Molina.
Tirso de Molina  troppo noto per descriverne pregi e singolarit in questa
sede. Certo che tutta la vita di quest'uomo, il quale da buon militante porta
sulla scena i vapori saturi di zolfo e di colpe dell'inferno (sempre per quel
voler ammaestrare divertendo, secondo la buona e antica regola),  notevole.
Nasce a Madrid, Tirso, il 9 marzo 1584. Bench sia considerato figlio del duca
di Osuna, si tratta con tutta probabilit di un bastardo. A quei tempi, anche
nella cattolicissima terra spagnola, i grandi e i potenti non avevano certo n
scrupoli n ritegni con le donne di cui si circondavano; tutt'al pi, e ci
voleva davvero dire che alla donna che era temporaneamente loro compagna
tenevano molto, prendevano gli opportuni provvedimenti perch i nati da quella
effimera unione non avessero a subire un destino troppo amaro.
E' questo il motivo per cui il giovane Gabriel Tellez  inviato, come nella
prassi del secolo, in un seminario. Il neo adepto arriver a pronunciare i
voti il 21 gennaio 1601. Sta poi a Toledo fino al 1614.
Che cosa dunque succede? Le cronache dell'epoca non sono purtroppo molto
eloquenti al riguardo. Sembra che comunque Gabriel sia incaricato di una
missione che ha pi la caratteristica di un vero e proprio esilio: viene
infatti mandato a San Domingo. Non si sa bene che cosa ci debba fare n perch
se ne ritorni soltanto quattro anni dopo, nel 1618. Compie allora frequenti
viaggi fra Toledo, Saragozza, Madrid.
Poco interessano in definitiva le ragioni di questo viaggio con una meta cos
lontana, ma non bisogna dimenticare tuttavia che la Spagna  tutta tesa nella
sua sete di dominio e di esplorazione.
Nel 1625 Gabriel Tellez diviene generale dell'ordine della Misericordia, una
carica indubbiamente pi che notevole per chi, come lui, veniva da un gradino
sociale situato piuttosto in basso. Nel frattempo i suoi lavori teatrali
vengono continuamente rappresentati. Sorgono quindi anche le prime, feroci
critiche non soltanto mosse dai suoi rivali sulla scena, ma anche da chi non
pu ammettere che un religioso si esprima cos liberamente. Ecco che quindi
Tirso viene minacciato di bando davanti al Consiglio di Castiglia. E' una
minaccia che rimane sul piano puramente formale, forse per le protezioni di
cui Tirso indirettamente gode grazie ai suoi natali. E qui assistiamo a una
certa benevolenza del destino nei confronti di questo abilissimo drammaturgo.
Gli piovono letteralmente addosso cariche ed onori: diviene relatore ufficiale
dei fatti dell'ordine, dottore in teologia (carica a quell'epoca assai
ambita). Infine nel 1645  nominato padre superiore del convento di Soria. E'
qui che morir il 12 marzo 1648.
Gabriel Tellez lascia sotto lo pseudonimo di Tirso de Molina, con il quale
passa fra le glorie della letteratura spagnola, qualcosa come ottantasei
lavori, senza beninteso contare quelli che sono andati smarriti. Alcuni hanno
dei titoli curiosi: La ninfa del cielo, Gelosa di se stessa, Accortezza della
donna, L'amore che guarisce (a quest'ultima si ispirer anche Molire).
Sembra che Tirso scrivesse per liberarsi da una vera e propria ossessione,
quella di esser un bastardo. In effetti bisogna dire che la sua vita fu, data
la sua condizione, fra le pi fortunate. La qualifica di bastardo all'epoca,
era davvero infamante; il bastardo era zero, assolutamente zero: gli impieghi
di un certo tipo gli erano rifiutati, veniva adibito a lavori modesti, e
l'unica strada che potesse risultare aperta era quella della Chiesa, ma anche
qui vigevano certe discriminazioni; il bastardo, qualunque cosa facesse,
rimaneva pur sempre tale.
Se questa idea, vera ossessione, non fosse stata il motivo dominante della sua
vita, come mai allora, in tutti i suoi lavori teatrali si trova appunto un
bastardo, sempre beninteso discendente da un personaggio titolato (com'era
appunto il caso dell'autore)?
E Don Giovanni? Non  forse un uomo che, seduttore di ogni donna incontrata
sul cammino, non si preoccupa, quasi con rabbia, minimamente delle conseguenze
dei suoi atti?
Ecco dunque il momento di analizzare: L'ingannatore di Siviglia e il convitato
di pietra. L'opera  cos strutturata:
1. Al palazzo reale di Napoli, Giovanni Tenorio, nipote dell'ambasciatore di
Spagna, complice l'oscurit, si sostituisce al duca Ottavio accanto alla
duchessa Isabella, la fidanzata di Ottavio appunto. Mentre Isabella, accortasi
dell'inganno, piange sul suo disonore, Don Giovanni fugge. Ottavio non ha
altra soluzione che quella di tornare in Spagna, dove cercher di dimenticare
la disgrazia occorsagli.
Anche Don Giovanni fa vela verso la Spagna in compagnia del suo fedele
servitore, Catalinon. Un naufragio lo getta per sulle coste vicino a
Tarragona. Un'abile pescatrice, Tisbea, salva il giovane; questi non perde
l'occasione e dopo una promessa di matrimonio riesce a sedurre la giovane;
abbandonata, la poveretta piange sulla sua misera sorte. Quello che per Don
Giovanni non sa  che il re Alfonso XI ha deciso di dargli in moglie la figlia
del comandante Gonzalo de Ulloa, Anna.
2. La scena ora  in Siviglia. Alfonso XI viene a sapere della mala azione di
Don Giovanni nei confronti della duchessa Isabella. Esige quindi che il
colpevole sia esiliato a Lebriga. Inoltre non sposer Anna, ma dovr riparare
al mal fatto impalmando Isabella.
Ecco che Giovanni a questo punto incontra per un vecchio compare di
bisboccia, il marchese di La Mota. Il marchese, dopo avergli raccontato di
come si senta depresso di fronte alla scadente qualit delle prostitute
sivigliane, gli confida il suo amore, contraccambiato, per Anna, la figlia di
Gonzalo de Ulloa, sua cugina. Purtroppo per la giovane fanciulla  promessa
sposa a un gentiluomo di cui non conosce neppure il nome.
Don Giovanni per poco non salta sulla sedia e decide immantinente di sedurre
la cugina del marchese. Invano si sente predire castighi celesti. Don Giovanni
fa spallucce e ribatte che la morte  ancora lontana e che avr tutto il tempo
di pentirsi: per ora  ben deciso a godersi la vita.
Dopo aver indossato il mantello del marchese (ripetendo insomma l'inganno gi
riuscitogli una volta) Don Giovanni corre dalla bella Anna. Ma adesso
l'inganno viene scoperto subito, e al seduttore non resta che ingaggiare un
furibondo duello con il padre della giovane. Gonzalo de Ulloa viene trafitto
dalla spada di Don Giovanni. Il re ordina allora che in memoria di Gonzalo
venga eretta una statua.
Don Giovanni  costretto alla fuga e cerca di raggiungere il luogo
destinatogli come confino: Lebriga. Durante il viaggio per il gentiluomo 
invitato al banchetto di nozze di due contadini, Batricio e Aminta. Batricio
appare al seduttore un uomo cos povero d'intelligenza da fargli subito
nascere l'idea di rubargli il ius primae noctis. Ergo comincia a raccontargli
di come Aminta non sia quella donna onesta che crede perch lui stesso, Don
Giovanni, ha gi avuto modo di goderne i favori. Tanto briga Don Giovanni che
il poveretto, frastornato, rifiuta di celebrare il coronamento del rito...
Sbarazzato il campo dal non troppo furbo avversario, Don Giovanni raggiunge la
camera di Aminta e le racconta che Batricio l'ha improvvisamente abbandonata.
Sar invece lui, Don Giovanni, colpito dalle grazie e dalla venust della
giovane, a riparare ai torti di Batricio sposandola: parola di gentiluomo. E
Aminta di fronte all'erede dei Tenorio, signori di Siviglia, cede ma si
autogiustifica con la scusa che la sua vergogna ha patente di nobilt...
Don Giovanni dunque potrebbe andare fiero delle proprie imprese, se Isabella
non incontrasse per una curiosa serie di circostanze Tisbea, e se fra le due
donne non si stabilisse l'intesa di vendicarsi del loro comune seduttore. Il
duca Ottavio e il marchese di La Mota sentendosi coperti di ridicolo decidono
a loro volta di far causa comune. E al seduttore non rimane altro che
rifugiarsi nell'unico luogo sicuro: la Chiesa. Ma nell'edificio sacro c' la
statua del padre di Anna, e Don Giovanni non perde l'occasione per schernirla
e invitarla a pranzo: la statua accetta e invita in contraccambio il seduttore
per l'indomani.
Don Giovanni sar costretto allora a banchettare, in un sepolcro, a base di
vipere e di scorpioni. Alla fine la statua tende la mano a Don Giovanni: Don
Giovanni l'afferra e all'improvviso le fiamme lo avvolgono, mentre l'effigie
di Gonzalo commenta la sua morte con la frase, davvero lapidaria in tal caso:
tutti gli errori vengono puniti...
Tutto  bene ci che finisce bene: La Mota impalma finalmente la sua Anna,
Ottavio convola a giuste nozze con Isabella. Batricio e Aminta trovano la via
della riconciliazione. I buoni sono dunque ricompensati e il peccatore punito.
Il sipario cala sulla scena.
Per l'epoca tuttavia il lavoro teatrale era a dir poco rivoluzionario. Anche
se ogni cosa si svolgeva secondo la tradizione (cio il trionfo del bene sul
male, le verit della Chiesa giustamente riconosciute, la dannazione eterna
del reietto, ecc.) lo scandalo era tuttavia assicurato.
Il che  facilmente comprensibile. Tirso de Molina descriveva alla luce del
sole tutte le pecche della corrotta societ in cui viveva e tanto pi era
corrosiva la critica in quanto veniva da un membro dell'ordine ecclesiastico,
quindi a maggior ragione insospettabile. I nobili, contro i quali, come
abbiamo visto, Tirso nutriva il risentimento di esser figlio illegittimo,
vengono messi alla berlina; il mondo laido delle prostitute viene spiattellato
sulle scene; si accusa la societ per il fatto che la vergogna ora ha diritto
pieno di cittadinanza e non c' artificio che ripugni al gentiluomo Don
Giovanni, simbolo di un'et, per ottenere i suoi scopi. Pi di cos...
Ecco, dunque, l'evocazione del mondo dei bassifondi frequentato assiduamente
dalla nobilt in cerca di emozioni e di piaceri, che riprende un personaggio
letterario allora altrettanto celebre: La Celestina. Di questo capolavoro di
Fernando de Rojas non sappiamo neppure quando sia stato scritto o quando sia
stato dato per la prima volta alle stampe. Anche l'autore  sotto il mantello
dell'incertezza. Certo pare trattarsi di un baccelliere Fernando de Rojas,
appunto, vissuto all'incirca fra il 1520 e il 1550, dichiarato autore
dell'opera da un tribunale dell'Inquisizione.
Anche Celestina  pi che un personaggio,  addirittura un simbolo. Vera maga
del commercio di giovani fanciulle,  l'antesignana di tutte le tenutarie
di... rispetto. Ha le sue teorie ben radicate come quella che: il denaro pu
tutto; spezza le rocce e passa i fiumi senza bagnarsi i piedi, oppure quella
che: non ci sono montagne cos alte dove non vi possa giungere un asino carico
d'oro.
Celestina non ha alcun problema per farsi strada nelle case e nel cuore delle
fanciulle. Sono state viste innumerevoli giovani, dopo la messa o altre
devozioni, entrare furtive in casa della mezzana seguite poco dopo da
altrettanto furtive figure di cavalieri... perfino l'ambasciatore di Francia
si  recato in casa della Celestina, la quale  riuscita a cedergli come
vergine, per ben tre volte, una delle sue inservienti...
Tirso de Molina non poteva dunque ignorare il personaggio o rimanerne immune.
E riprender a pi pari la descrizione che abbiamo ora terminato di esporre
per sommi capi; non si tratta per dell'opera di un plagiario; tutt'altro.
Ogni donna infatti potrebbe essere allieva della Celestina. Ogni cosa, dice la
vecchia,  maschera; maschera il pudore, maschera la fede che si promette e
l'amore che si spergiura. Sono temi in fondo comuni nella letteratura
sivigliana. Il problema del male  sempre stato nella cattolicissima Spagna
una vera ossessione.
Guardiamo il celebre Romancero del XV secolo. E' qui che troviamo il tema del
bellimbusto che si reca alla messa come se si recasse alla caccia, lo sguardo
tutto intento sui bei visi di fanciulle dagli occhi chini sotto il velo. Verso
il 1580, Juan de la Cueva racconta le avventure di un signorotto libidinoso,
Leudino, che morir vittima delle sue ossessioni sessuali. Anche le acque del
Guadalquivir rifiuteranno di accogliere il corpo del peccatore.
Sono, beninteso, modelli letterari. Ma nel caso di Tirso de Molina c' ben
altro, abbiamo un modello vivente, in carne ed ossa. Si chiama don Giovanni di
Tassis, conte de Villamediana.
E' nato nel 1582 e fin dai primi vagiti ha visto la fortuna chinarsi su di
lui. E' bello, intelligente, ricco. A diciott'anni ha una relazione con una
vedova. Le pi belle dame di corte non attendono da lui che un segnale per
cadergli fra le braccia.
Nel 1601 sposa una fanciulla di nobili natali, Ana de Mendoza y La Cerda. Si
potrebbe anche pensare che  un matrimonio sui generis. Ana infatti non vedr
quasi pi suo marito. D'altronde Don Giovanni  occupatissimo. Fra donne e
corse di tori non ha un solo minuto di tempo libero. C' poi anche il gioco,
uno dei suoi passatempi favoriti. Si mostra per anche troppo abile, cosicch
per ordine di Filippo III, che egli ha alleggerito di ben centomila reali,
deve andarsene da Valladolid. Don Giovanni raggiunge Napoli (come far il
personaggio di Tirso) dove  costretto a vivere d'espedienti e dove le donne
ancora una volta cadono al suoi piedi. Ritorna in Spagna nel 1617 proprio in
tempo per partecipare, non si sa bene perch, a una cospirazione contro il
favorito di Filippo III, il duca di Lerma. Il complotto viene presto scoperto
e Don Giovanni deve abbandonare nuovamente il paese. Solo la morte di Filippo
III gli permetter di tornare. Il successore del monarca defunto, Filippo IV,
si mostra, infatti, piuttosto indulgente nei suoi confronti: forse divertito
dalle incredibili imprese del seduttore, arriva a nominarlo gentiluomo al
seguito della regina.
Filippo IV  un carattere melanconico, perpetuamente a caccia di distrazioni.
Ogni cosa lo stanca immediatamente, in fondo anche la noiosa abitudine di
mettere incinte tutte le fanciulle in fiore del palazzo reale. Trova infine
un'avventura che lo eccita in maniera superlativa: si dice che nel convento di
Santa Margherita vi sia una suora di sfolgorante bellezza; il sovrano fa le
sue indagini e decide immantinente di partire all'assalto; e lo fa con
alquanta larghezza di mezzi, da sovrano insomma. Fa costruire addirittura un
accesso segreto che d in un sotterraneo del convento e con qualche baldo
compare fra i quali si trova, neanche a dirlo, il nostro don, arriva
finalmente alla vergine Margherita. Ma quale non  il suo stupore allorch,
entrato nella cella, si trova al cospetto di una bara aperta in cui giace,
circondato dai ceri, il volto pallido della suora. Tutti battono allora
precipitosamente in ritirata, salvo... battere la testa contro il muro
allorch sapranno che si era trattato di uno stratagemma della madre superiora
per sottrarre dalle grinfie del sovrano la troppo giovane e sacra preda...
Ma torniamo al nostro Don Giovanni. In Spagna circolano voci che fra lui e la
regina sia corso un idillio. La regina  donna dai costumi severi, ma non si
pu dire che nel palazzo la sua vita sia divertente. La grossolanit della
corte la angoscia, ed essa giudica davvero male quel marito che corre dietro a
qualunque forma di piacere. Molti sono i commentatori che tenderebbero a
pensare a rapporti piuttosto intimi fra i due. Certo si  che Don Giovanni ha
scelto come motto, proprio da allora, le parole: I miei amori sono regali.
Contemporaneamente, tanto per tenersi in esercizio insomma,  amante di una
portoghese di cui il re si  stancato.
Don Giovanni di Tassis avr una fine esattamente in carattere con la sua
esistenza. Un marito geloso compra i servigi di un mercenario. E la sera di un
giorno qualunque del 1622, Don Giovanni viene ucciso da una freccia lanciata
da una mano che non perdona. L'eroe muore alla verde et di quarant'anni.
Chi ha fatto in realt assassinare lo scompiglio dei focolari domestici? Non
lo si  mai saputo con esattezza. Ma le ore della morte del personaggio sono
avvolte in tale fitto mistero che la cosa  per lo meno sospetta. Sembra
infatti che ci sia lo zampino dello stesso re, marito infedele, ma che
tuttavia non ammette che i suoi sudditi aspirino ad entrare nel suo letto
coniugale. Tanto pi che, come abbiamo detto, molte sono le voci e le
relazioni dei cronisti dell'epoca in cui compaiono accenni a una simpatia che
la regina avrebbe avuto nei confronti del bellissimo uomo. Come colmo di
ipocrisia o di abilit, il re di Spagna proibisce addirittura che venga aperta
un'inchiesta sulla morte, sotto il pretesto che la memoria di Don Giovanni non
deve essere macchiata dalle risultanze delle indagini...
E con questo si mette il dito su un'altra piaga non meno chiara della
precedente. Secondo altre fonti infatti la simpatia che nutriva il sovrano nei
confronti del nobile non era delle pi limpide. E' quello che per lo meno
afferma Gregorio Maranon. Tesi peraltro sostenuta a spada tratta anche da
Monsignor Muret: La pi desolante espressione della degenerazione amorosa 
data dai tentativi con i quali si sostiene, con morbosa compiacenza, la tesi
di rapporti davvero sacrileghi fra il conte e Filippo IV. E' un gioco a tre
dunque, fatto di moine e di parvenze, con un esito tragico.
Ci vorr meno di un anno a Tirso de Molina per portare sulla scena le
avventure di colui che fu con tutta verosimiglianza il terrore e lo spasso di
decine e decine di mariti sivigliani.
La vicenda  banale, quando non addirittura sordida. Ma la Spagna del XVII
secolo non sarebbe la Spagna, se un mito universale non fosse uscito dalle
vicende piuttosto terra terra di un cortigiano dell'epoca...
In definitiva chi  questo eroe dipinto da Tirso de Molina?
E' uno che si prende gioco degli altri, un burlatore, raffinato beninteso, non
un mattacchione popolaresco. Mai si  legato d'affetto a nessuna creatura, mai
ha sofferto le pene dell'amore che pure sapeva cos bene infliggere alle donne
che avevano la sfortuna di cadere sotto le sue grinfie. Cortigiane, bagasce,
donne timorate o verginelle, per lui va tutto bene, purch soddisfino il
capriccio di un istante. Non c' che una sovrana indifferenza nei confronti
delle sue vittime; sa parlare a ognuna di loro con le parole che meglio
possono far breccia nell'animo di ciascuna, e tant'. Naturalmente promette a
tutte il matrimonio, dato che sa benissimo che  l'argomento decisivo, quello
che serve a far abbandonare gli ultimi ritegni, a far cadere le pi strenue
resistenze. Ma chi  il vero colpevole dell'inganno che si potrebbe definire
reciproco? Chi fa le promesse e sa di non poter mantenere o chi, per calcolo o
per compiacenza, accetta di credervi? Tirso de Molina comunque, ed 
essenziale sottolinearlo, esalta il piacere per il piacere; il piacere, genere
di trionfo su ogni altra gioia, fine a se stesso.
E' un piacere che si ottiene anche andando incontro a pericoli. E soprattutto
non scevro di timori. Non per nulla c' sempre la notte che Don Giovanni
attende per portare a termine le sue imprese. La notte:  come il termine di
paragone che viene a crearsi nella sfida morale, nella lotta alla morale
stabilita, alle idee tradizionali. Non  soltanto un'oscurit che giunge
propizia, ma anche una vera e propria complicit. Se nel suo silenzio non
manifestasse, questa notte, una sorta di complicit nei confronti del
seduttore, come potrebbe quest'ultimo giungere alla sua meta vincendo tutti
gli ostacoli posti sul suo cammino? E la notte dunque a chi appartiene? A Dio
o al diavolo? Dio  identificato naturalmente con la grande luce del giorno;
anzi  il chiarore accecante, la luce alla quale non si pu resistere. Secondo
le scritture  addirittura il sole della giustizia divina a soppesare meriti e
colpe di ciascuno. E in antico la divinit era identificata con la folgore.
La notte invece si mostra dolce e comprensiva nei confronti del peccatore. E
nelle tenebre perenni  stato cacciato l'angelo superbo, Lucifero. Bandito
dunque dalla luce di Dio, Satana sembra essersi preso una sorta di rivincita
facendo della notte la propria complice. E la notte  quindi il suo regno. Poi
c' il concetto del peccato inteso come sfida alla grazia. L'uomo dunque 
costretto a vivere in perpetua altalena fra i due poli apposti: luce-notte,
grazia-peccato.
Guardiamo allora Don Giovanni, la creatura di Tirso de Molina: egli non  un
miscredente e neppure un empio nel vero senso della parola. Al fondo del suo
animo c' anzi, vagamente, l'idea di un castigo supremo, tant' vero che spera
soltanto che la morte sia molto distante, al di l da venire, e che dimostra
l'intenzione di pentirsi, ma... pi tardi. Non commette certo il male per il
male, ma  pronto a dichiarare bene ci che a lui effettivamente piace. E', in
fondo, una creatura dell'epoca. La corte e i nobili, tanto per cominciare,
vivono nelle bisbocce e nel lusso sfrenato. La ricerca del piacere  dovunque
e l'osservanza delle regole religiose una pura formalit.
Le dolci comitive della notte sono le stesse che al mattino si affrettano a
riprendere il sottile gioco di amabilit e di convenienze che  caratteristica
precipua del loro vivere sociale. Non sembri una comoda semplificazione. Il
formalismo  l'anima del XVII secolo. In realt tutto il mondo vive sotto il
sole di Satana. Bisogna sfogliare l'opera di Tirso de Molina per comprendere
tutta la portata di questa espressione: sole di Satana.
Quando, nella famosa notte, Don Giovanni incontra Gonzalo, egli incontra il
simbolo della virt. Uccidendo il padre di Anna, Don Giovanni crede di
conquistarsi il bene per lui pi prezioso: la libert.
Ma ecco che, accompagnato da Catalinon, il tipico servitore della commedia, il
seduttore entra in una chiesa e si trova di fronte alla tomba ed alla statua
di colui che ha trafitto con la sua spada. L'incontro  del tutto casuale
perch, secondo il costume dell'epoca, Don Giovanni  entrato in chiesa solo
con la speranza di farvi qualche incontro galante. Davanti alla statua si
intreccia dunque un dialogo che assume via via un significato tragico:
Don Giovanni: E' forse l'effigie di colui al quale ho dato la morte? Gli 
stato eretto davvero un gran monumento funebre...
Catalinon: Sembra che attenda dal Signore, il pi leale dei cavalieri, la
vendetta di un traditore.
Don Giovanni: Lasciamo perdere l'epiteto (rivolgendosi alla statua). Vegliardo
di pietra, volete forse vendicarvi?
Don Giovanni invita allora scherzosamente la statua a pranzo. Ma con sua
incredibile sorpresa la statua comparir davvero all'appuntamento:
Don Giovanni: Dimmi che cosa vuoi, tu, fantasma o visione? Se attendi ancora
soddisfazione o ti crucci invano, dimmelo e ti prometto di fare quanto mi 
possibile per ottemperare ai tuoi desideri. Sei forse fra i beati, o fra i
dannati? Oppure ancora fra coloro che stanno in purgatorio? Parla; io ti ho
dato la morte allorch tu eri ancora in stato di peccato...
L'effigie di Gonzalo: Tu rispetti da gentiluomo la parola data?
Don Giovanni: Sono uomo d'onore e pertanto tengo fede alla parola data.
Don Gonzalo: Dammi la mano e sii senza timore.
Don Giovanni: Io, paura? Anche se tu fossi l'inferno in persona ti darei
ugualmente la mano.
Don Gonzalo: Sulla tua parola e sul pegno della stretta di mano, domani ti
attendo a cena, per le dieci. Verrai?
Don Giovanni: Domani sar ospite tuo. Dove debbo recarmi?
Don Gonzalo: Nella cappella. Addio...
Don Giovanni: Aspetta... faccio luce...
Don Gonzalo: No, di grazia.
E la cena avr luogo. Fino alla fine il seduttore manterr il coraggio che 
sempre stato il suo vanto.
Don Gonzalo: Ecco, ti invito a pranzo...
Don Giovanni: Pranziamo pure...
Don Gonzalo: Occorrerebbe per prima cosa aprire questa tomba.
Don Giovanni: Se occorre, sia pure.
Don Gonzalo: Sei coraggioso... dammi ora la mano, non temere, dammela...
Don Giovanni: Brucio, brucio! Non circondarmi del tuo fuoco!
Don Gonzalo: Questo  nulla al confronto di quello che ti spetta; cos
sconterai la colpa di aver ingannato tante fanciulle. Le azioni del Signore,
Giovanni, sono insondabili; vuole che tu espii le tue colpe attraverso la mano
di un morto.
Don Giovanni: Lasciami di grazia almeno chiamare un prete, che possa
confessarmi e ricevere l'assoluzione!
Don Gonzalo: Troppo tardi; ti ricordi troppo tardi...
Don Giovanni: Brucio, brucio! ahim muoio...
Don Gonzalo: Ecco la giustizia divina: paga il fio con la stessa moneta!
Che cosa dunque significavano per Tirso de Molina queste scene? In primo luogo
il castigo del seduttore in preda a quelle fiamme eterne che hanno sempre
simboleggiato il castigo divino. Ma questo castigo avviene alla chetichella,
fra le tenebre.
Nella calma del suo convento, Tirso de Molina si era lungamente preoccupato
del problema del peccato, problema che i padri della Chiesa avevano gi
studiato a lungo. La tesi comunemente accolta era la seguente: nessuno pu
considerarsi in stato di grazia, nessuno pu aspirare alla beatitudine eterna
se  morto in stato di peccato. Anche se vittima, il padre di Anna, Gonzalo, 
purtuttavia morto in stato di peccato, senza aver potuto ricevere il conforto
di un sacerdote. Ecco perch  condannato ad errare nella notte; l'unica via
per assicurarsi la redenzione  quella di farsi strumento della giustizia
divina. Giustizia che del resto pu anche apparire singolare, dato che a Don
Giovanni non viene recata una promessa di salvezza, ma la dannazione eterna.
Ed ecco che riappare sotto sotto l'Inquisizione. Uomo profondamente del tempo
suo, Tirso de Molina non pu sottrarsi agli imperativi religiosi dominanti. I
misfatti, indipendentemente dalla loro gravit, contro lo spirito e la lettera
del cattolicesimo, non conoscono altra mercede, spesso, che il rogo. La morte
attraverso il fuoco ha un duplice significato: il peccatore viene messo a
morte, ma la sua anima  considerata salva; facendo dei giudici il simbolo
stesso della virt, viene ad esser loro automaticamente promessa la felicit
eterna.
Condannato sulla terra, arso fra le fiamme, Don Giovanni avr quindi la
speranza di una salvezza? L'interrogativo  senza risposta. La risposta 
altrove, come se un misterioso volere della Provvidenza o del destino avesse
voluto provare che anche sulla terra e nel bel mezzo delle passioni c' solo
una via assai malagevole che porta al bene. La dimostrazione la dar un altro
Don Giovanni.
La sua storia comincia, secondo il nostro modo di vedere, con una grandiosa
contraddizione. Nel 1894, Maurice Barrs scrive nel suo libro: Sul sangue, la
volutt e la morte: Si sa che a Siviglia, nel XVII secolo, visse uno
scioperato, un potente: don Miguel Manara Vicentelo de Leca, che per
soddisfare la sua lussuria fece assassinare decine di uomini e piangere tutte
le donne che egli sedusse. La sua belt, i suoi amori, il frenetico ardore del
suo cuore hanno da allora fatto il giro del mondo, e anche da morto la sua
esistenza continua a turbare gli animi, dato che sulla falsariga delle sue
avventure i poeti hanno modellato il loro Don Giovanni...
Barrs visse al tempo,  vero, in cui fin da Victor Hugo, le vicende alla moda
in Francia erano quelle spagnole. Ma la contraddizione e l'inganno in cui cade
il letterato sono evidenti.
Miguel Manara Vicentelo de Leca y Colona nacque infatti a Siviglia il 3 marzo
1627 vale a dire ben quattro anni dopo la presentazione del lavoro di Tirso de
Molina. Ma lo stesso Prospero Mrime e, dopo di lui, Alessandro Dumas, non
guarderanno tanto per il sottile e gli daranno come paternit quella appunto
di Tirso de Molina. Cosa curiosa dopotutto.
Il Don Giovanni numero due appartiene a una ricca famiglia di commercianti; 
il secondogenito di una madre che ne concepir in tutto sei. Anche lui  stato
particolarmente baciato dalla fortuna perch dotato di tutti i doni che si
possono desiderare, ivi compreso quello indispensabile, il peggiore di tutti,
il denaro. Non ha ancora otto anni che suo padre gli compra, letteralmente, la
croce di cavaliere di Calatrava. Sua madre donna pia e timorata, ha un
bell'educarlo nel rispetto della religione e un bell'insegnargli che l'onore 
l'unico vanto dell'uomo. Ma come potrebbe resistere, il fanciullo, agli
allettamenti della sua et e soprattutto come potrebbe non essere preso nel
vortice dei piaceri che quelli del suo ceto inseguono da mane a sera?
Allorch sar in punto di morte Miguel Manara esclamer: Io, vera cenere e
polvere, miserabile peccatore, ho servito Babilonia e il suo principe, il
demonio con mille abominevoli azioni, con la vanit, l'adulterio, la
bestemmia, gli scandali, i misfatti. Vorrei morire ora mentre scrivo queste
mie parole bagnate di lacrime, eleggo come mio avvocato la carit e la
misericordia infinite di Dio nostro Signore...
E' verosimilmente verso l'et di quindici anni che giovane della giovent
dorata di Siviglia, Miguel Manara assiste a una rappresentazione della
commedia di Tirso de Molina. Il personaggio lo diverte e lo seduce. Dopo tutto
perch un giovane in carne ed ossa non potrebbe fare nella vita effettivamente
quello che Don Giovanni fa sulla scena? Forse il giovane sivigliano ha persino
fatto una scommessa con i suoi amici e non ci sarebbe nulla di che stupirsi.
E' vero che, se baciato dalla fortuna in maniera eccezionale, Miguel non ha
per la bellezza del personaggio scenico. E' infatti un giovanotto dal viso
largo dalla mascella quadrata e prominente, dal naso leggermente ricurvo e
dalle orecchie larghe e quasi a sventola gli occhi dallo sguardo spento; non
certo un bell'uomo, anzi decisamente brutto.
La commedia di Tirso de Molina  in effetti un trattato sul modo di sedurre
senza amare, va benissimo per un giovane sivigliano il quale sta facendo il
suo noviziato, come tutti i giovani della sua et, con le prostitute; gli
manca ancora quello che si suol definire il piacere della conquista.
A Siviglia  gi celebre: a suo modo beninteso. Non soltanto per il lusso e lo
sfrenato tenore di vita: carrozze, cavalli, domestici; ma per una sorta di non
chalance che mette in tutte le cose, da buon blas, specie quando si diverte a
infilzare tori nell'arena con l'indifferenza del professionista arrivato...
E' passata l'eco dello spettacolo di Tirso che tutta Siviglia ode parlare
delle gesta del giovane. Addirittura si arriver ad attribuirgli mille e tre
donne; quasi che l'influenza della cultura moresca con i suoi racconti da
mille e una notte, abbia condizionato sotto il profilo numerico le gesta del
seduttore...
Cifre iperboliche a parte, la sua storia amorosa comincia come deve cominciare
ogni carriera che si rispetti di aspirante libertino, e cio con uno scandalo.
Sempre in seguito a una scommessa, riesce a espugnare una delle pi tenaci
virt della societ sivigliana; una donna di elevata posizione sociale che per
lui abbandona marito, famiglia e naturalmente figli. La donna vuole solamente
una cosa: fuggire con l'amato verso altri cieli e ricostruire con lui il
focolare distrutto; non ci vuole altro perch Miguel l'abbandoni sui due
piedi... Poi c' la sua avventura con la bella amante di un arcivescovo
affetto, ahim, da gotta (che diverte tutta la citt)... poi  una vera
girandola di donne sedotte, gettate sul lastrico, di mariti fuori della grazia
del Cielo, di fidanzate ingannate da false promesse di matrimonio rivelatesi
prestissimo insussistenti. Ma Miguel  ricco, potente e per giunta si  fatto
uno spadaccino di prima categoria. E alle difficolt e ai pericoli ormai ci 
abituato; il rischio fa parte del piacere della conquista...
Poi ecco l'avventura con donna Teresita, di altissimo lignaggio. E' bastato
che Miguel sapesse della sua inattaccabile virt perch subito gli venisse
l'uzzolo di partire all'attacco. Il padre di lei le sta intanto cercando un
marito degno del nome che porta. Il corteggiamento avviene secondo l'uso del
tempo e senza risparmio di mezzi; serenate, poesia pagata un tanto al verso,
carrozze e pariglie sotto le finestre chiuse dall'inferriata. Primi sorrisi,
primi gesti affettuosi; il tentativo di espugnare la rocca cos tenacemente
custodita dura ben sei mesi; alla fine la sventurata fanciulla apre la porta e
dopo qualche tempo Miguel riporta il trofeo di caccia...
Una sera tuttavia accade l'imprevisto; Miguel si  lasciato suo malgrado
trascinare dalle grazie della giovane e le fa assidue visite; finch il padre
fa improvvisamente irruzione nella camera di Teresita e vi scopre Miguel a
letto, seminudo. Il padre  armato di fioretto. Miguel fa appena in tempo ad
afferrare il suo, che tiene sempre per prudenza e per esperienza accanto a s,
che subito ha inizio un furibondo duello alla luce incerta delle fiaccole.
Purtroppo per il padre di Teresita la giovent ha la meglio sull'et e
sull'abilit indiscussa del vecchio. Dopo averlo disarmato, Miguel in un
momento di follia omicida gli affonda la lama nel petto. Da vero mostro di
seduzione  divenuto di colpo omicida ed  costretto a fuggire lontano,
maledetto dalla famiglia.
Le guardie sono subito alle sue calcagna; viene inseguito ovunque vengano
segnalate le sue tracce. Ben presto  costretto, se vuole aver salva la vita,
a imbarcarsi per l'Italia. Miguel viene visto prima a Roma poi a Lucca;
dovunque continua a mietere allori fra le donne.
Ma nel 1644 decide improvvisamente di partire (non si sa bene perch) per i
Paesi Bassi. Lo ritroviamo infatti in Fiandra. In questa terra che  ancora un
feudo spagnolo, c' parecchio da fare per la gente in cerca di fortuna. Da
quasi cinquant'anni gli olandesi si battono per la propria indipendenza. In
una lotta sfibrante, le truppe spagnole vanno esaurendosi e logorandosi. Ecco
una ragione per accogliere a braccia aperte tutti coloro che desiderano
entrare nella carriera militare. Senza denaro, senza avvenire, don Miguel si
arruola. Ma nelle file dell'esercito spagnolo c' gente di ogni risma, si 
andata creando fra l'altro una sorta di compagnia di ventura, di legione
straniera insomma, e don Miguel che non vuole affatto macchiare il proprio
nome prende lo pseudonimo di Vicente Thomas. Si dimostra un bravissimo
spadaccino quale, d'altronde,  sempre stato. Ma  anche coraggioso e per
questo viene nominato alfiere.
In Fiandra ci si batte  vero, ma non mancano le soddisfazioni: le fiamminghe,
bionde e dalla pelle serica, non vedono di malocchio il prestante ufficiale e
don Miguel continua e mietere allori d'alcova. Poi c' il gioco, al quale
ricorre quando le sue finanze sono esauste, ma che presto riesce ad esaurirle
molto di pi di quanto non tema... In combattimento comunque si dimostra
sempre pi bravo, dando prove indubbie di valore a Stabroek sull'Escaut, e
espugnando un intero fortino. Ecco poi nuove imprese all'assedio di
Berg-op-Zoom dove, nonostante il coraggio degli assalitori, i soldati spagnoli
vengono battuti. Don Miguel per ottiene un'altra menzione d'onore. Ed 
allora che decide di uscire dall'anonimato nel quale fino a quel momento ha
vissuto. Infatti rivela al comandante la sua vera identit. Le imprese del
sivigliano vengono conosciute anche nella citt natale che ne va assai fiera.
Da allora viene passato nell'oblio... l'incidente con il padre di Teresita e
si archivia il caso.
Don Miguel pu rientrare a Siviglia; ma, forse per un eccesso di prudenza,
preferisce fermarsi a Madrid dove si abbandona con frenesia alla caccia
favorita; ha cos pienamente realizzato il sogno della sua giovinezza; 
diventato Don Giovanni.
Ecco che per la prima volta nella sua vita si trova per a faccia a faccia con
la morte. Per aver voluto attraversare a cavallo un torrente ricoperto di
ghiaccio, si prende una tale polmonite che lo danno presto per spacciato, con
gran sollievo delle donne deluse e dei mariti traditi.
E' destino per che Miguel sia assai pi coriaceo di quanto non sembri a prima
vista e, nonostante si sia trovato effettivamente in punto di morte, la sua
forte fibra ha buon gioco sulla malattia e Miguel pu tornare alla vita di
sempre con raddoppiata lena. Ha solo un vizio, quello di segnare su un
quadernetto le conquiste, con tanto di nome e cognome e di generalit
dell'eventuale marito od amante. Fra i nomi dei traditi figura nientemeno che
quello di un papa; sembra infatti che a Roma Miguel abbia sedotto una
fiorentina per la quale il papa aveva particolari attenzioni...
A questo punto non rimarrebbe che ritirarsi o comunque abbandonare una vita
che sotto sotto comincia davvero ad annoiare; ma no, don Miguel vuole
l'impossibile, sogna di far parlare di s tutto il mondo grazie a uno scandalo
gigantesco e per far ci non resta che una carta ripugnante: l'incesto.
L'oggetto delle sue nuove mire, infatti,  una cugina, una giovane che suo
padre in realt ha avuto da una parente, una cugina di secondo o terzo grado;
sorella di Miguel quindi. Questa fanciulla si chiama Vanina ed abita in
Corsica.
Col pretesto che il clima corso servir a meglio rimetterlo in forze, Miguel
parte un'altra volta all'assalto. La giovane  bella, ma soprattutto
orgogliosa. Il sivigliano raggiunge Montemaggiore vicino a Calvi.
Non avendo abbandonato la sua abituale prudenza, quella che lo ha salvato in
tante circostanze, si presenta sotto falso nome dicendo anzi di essere un
amico carissimo di Miguel Manara; e per rendere pi credibile la cosa si 
scritto una lettera, per presentare nei termini pi elogiativi il proprio...
amico. Il soggiorno a Montemaggiore  quanto di meglio si possa desiderare. Il
fascino disinvolto del giovane attira Vanina, abituata al solito tran tran
della vita isolana. Ed ecco che dalla corte pi rispettosa si passa
all'assedio in piena regola. E la giovane, come tante e tante altre prima di
lei, finisce per cedere, tanto pi che si  perdutamente innamorata
dell'infiammato giovane... Ma quello cui Miguel tende non  solo il possesso
del corpo di una donna impetuosa ed orgogliosa;  l'assurdo; vuole che Vanina
partecipi, consenziente, all'incesto; solo questo riuscir a dare all'ormai
stanco Miguel quel brivido che non prova pi da tempo. E una notte, stringendo
fra le braccia colei che non pu pi dargli nulla tanto gli ha gi concesso,
le fa all'orecchio la terribile confessione. La giovane lancia tali urla e si
getta con tale violenza contro Miguel che l'intera casa accorre allo strepito.
E fra i primi a penetrare nella camera della giovane c' il fratello di lei,
Enfrino, che si lancia a spada sguainata contro Miguel. Ma questi, con tanti
anni di battaglia sulle spalle, lo colpisce per primo stendendolo a terra
stecchito, poi d'un balzo si precipita all'esterno e fugge. Fugge a Calvi dove
 sicuro di trovare un presidio spagnolo.
Le cronache poi tacciono sul modo con cui Miguel riesce a ritornare nella
citt natale. Qui per viene presto identificato con il diavolo, tali e tante
sono le sue malefatte. Ma come tutti i perversi di genio, Miguel lancia anche
uno stile e la giovent balorda del luogo fa a gara nell'imitarlo. E Miguel
cresce sempre di pi in protervia e superbia. Finch un giorno decide di dare
un banchetto fra i pi fastosi a memoria d'uomo e vi invita il fior fiore
cittadino. Allorch la cena  al culmine, Miguel con mossa diabolica fa
circolare un foglio con i nomi delle sue pi recenti conquiste e dice: Che le
vostre grazie esaminino questo foglio; se non vi trovano il proprio cognome 
semplicemente perch devono maledire la bruttezza o i difetti fisici delle
proprie mogli! E tuttavia manca ancora un nome. ribatte glaciale un convitato,
il giovane Don Mateo de Valcazar.
Quale? chiede sorpreso Miguel.
Quello di Dio. ribatte Don Matteo.
Come sarebbe a dire?
Sarebbe a dire che non c' nemmeno il nome di una suora in questo vostro
elenco!
Sedurre una suora non era a quell'epoca considerato difficile; da qui la
sferzante ironia della risposta. Correva infatti in quegli anni il proverbio:
Amore di suora, fuoco di stoppa, bacio di mezzana, son la stessa cosa. Una
piaga delle vocazioni forzate indiscutibilmente. Ma non era un mistero che la
strada che conduceva a certi conventi fosse aperta a chiunque.
Don Giovanni sotto forma di Miguel ingoia il rospo e accetta la sfida. Per
anche qui vuol dimostrare di saper raggiungere il meglio; e aspetta qualche
tempo prima di trovare ci che fa al caso suo, una splendida giovane che
scopre nella chiesa di Nostra Signora del Rosario. Al sivigliano arride subito
il successo; infatti la suora, suor Agata (questo il nome con il quale passer
alla storia) gli scrive un biglietto in cui sono vergate quattro parole: Sono
morta per il mondo. E' una risposta negativa ma perch mai scrivere allora un
biglietto anzicch scegliere il silenzio? E Miguel conscio d'aver vinto la
prima manche, sferrer i colpi segreti del suo repertorio e la giovane suor
Agata consentir al suo rapimento. Ma accade l'imprevisto. Come un'orda
famelica alcuni sicari pagati dai mariti gelosi, attentano alla vita di
Miguel, Miguel viene ferito; niente di grave ma febbre e delirio.
Prostrato scrive allora alla suora, rivelando le sue malefatte. Suor Agata,
cos racconta la tradizione, muore pochi giorni dopo aver ricevuto la lettera,
di crepacuore.
Le imprese di Miguel non sono ovviamente finite. Una domenica, mentre assiste
alla messa nella cappella di San Giorgio,  sempre assiduo alle funzioni,
Miguel vede una fanciulla dalla bellezza davvero inarrivabile.
La giovane ha vent'anni, si chiama donna Geronima Carillo de Mendoza. E' la
figlia di una delle pi grandi famiglie di Granada. Con pazienza infinita
Miguel riesce infine a farsi presentare alla giovane... e qui succede
l'incredibile; per la prima volta nella sua vita il seduttore viene sedotto. A
nulla vale il suo cinismo, a nulla la sua seppure unica esperienza. Il
matrimonio che metter a rumore la citt di Siviglia verr celebrato il 31
agosto 1648. Nessuno, tantomeno gli amici di Miguel, osa pensare che possa
durare pi dello spazio di un mattino. Ma quale non  lo stupore, allorch i
mesi cominciano a trascorrere lenti e Miguel non d affatto segno di essersi
stancato della sposa, anzi... E, incredibile fra le vicende gi poco
credibili, Miguel accetta di servire la collettivit e diviene giudice del
tribunale provinciale della Santa Hermandad, incaricato di reprimere i crimini
contro il diritto pubblico. Infine entra anche nel consiglio municipale della
citt.
E i cittadini attoniti scopriranno un Miguel affatto nuovo, un marito
fedelissimo che non aspetta altro che il momento di poter raggiungere la
propria moglie e di trascorrere con lei tutti i minuti liberi della propria,
finalmente operosa, esistenza.
Era per destino che nella movimentatissima vita dell'ormai ex terrore dei
focolari domestici accadesse anche il dramma; e questo dramma esplode
irreparabile nel 1661. Nel settembre del 1661, muore all'improvviso Geronima;
il povero Miguel sembra non reggere al colpo e per giorni amici e servitori
penseranno che sia diventato pazzo. Per sei mesi inoltre rester chiuso in un
monastero accanto al luogo dove  stata sepolta sua moglie. Non vede pi
nessuno e continua a ripetere in un soliloquio ossessionante: Todo es nada:
tutto  vano.
Arriva perfino a supplicare il superiore del convento, dell'ordine dei
carmelitani, di ascoltare la sua confessione. Prorompendo in grida di
sconforto, il volto bagnato di lacrime, battendosi il petto, colui che una
volta era l'arrogante e borioso don Miguel confessa le sue colpe.
Quando ritorner a Siviglia gli intimi stenteranno a riconoscerlo. A soli
trentacinque anni ne dimostra in realt assai di pi. Tanto che viene
soprannominato l'uomo della disgrazia.
Miguel adesso soffre di allucinazioni; gli pare di imbattersi di continuo in
cortei funebri i quali paiono sempre seguire il suo feretro; e dai cortei ode
sempre una voce che si eleva sulle cantiche e dice: Interriamo don Miguel
Manara.
Febbricitante, ammalato,  inchiodato a letto per dei mesi. Deve resistere
anche alla tentazione del suicidio, sempre presente alla sua mente. E' ridotto
all'ombra di se stesso. Ma che fare ormai, che senso dare alla vita che sembra
non averne pi alcuno?
Ci sono i poveri, i poveri derelitti che formicolano a migliaia nelle viuzze
cittadine, ammassati come bestie lungo il fiume. E' ad essi che Miguel decide
di consacrare la propria esistenza. E' una prova di umilt davvero enorme per
chi come lui ha conosciuto ben altri destini. Sei mesi di noviziato prima che
possa entrare nella confraternita dei fratelli della carit. I religiosi hanno
sempre paura che coloro i quali bussano alla loro porta non siano che dei
penitenti senza vocazione. Infine lo si ammetter a far parte dell'ordine il
10 dicembre 1662. Ha abbandonato i suoi abiti sontuosi per il cilicio e la
camicia di tela ruvida. Chiede l'elemosina durante le sacre funzioni senza
alzare pi gli occhi sulle bellezze di Siviglia che una volta cercava di
individuare fra la folla di fedeli.
A poco a poco diviene superiore dell'ordine e con i denari che nonostante la
vita dissipata gli sono rimasti fa erigere quello che diventer il primo
ospedale della citt, l'Ospizio dei Pellegrini, costruito integralmente a sue
spese. E sua sar la massima: Amiamo i poveri, dato che rappresentano il
ritratto di Ges Cristo... che la nostra carit sia come quel fiume che il
profeta Isaia vide sgorgare dal trono del Signore, fiume di fuoco, fiume di
redenzione, fiume d'amore.
E Siviglia finir per chiamarlo il padre dei poveri. Certo un immenso slancio
d'amore e di piet anima don Miguel; ma anche una volont di espiare facendosi
miserabile fra i miserabili. E si assister a uno spettacolo davvero
inusitato: le prove di devozione dell'ex seduttore finiranno per trascinare
con l'esempio anche gli ex compagni di bisboccia e di crapula i quali
rimarranno letteralmente sconvolti dalla... conversione (anche se non fu
proprio tale, dato che Miguel aveva sempre figurato fra i formalmente
osservanti) dell'amico. E il nome del fondatore dell'Ospizio dei Pellegrini
passer come una meteora varcando anche i confini del paese. A cinquantadue
anni, avendo dato oramai tutto se stesso, don Miguel morir nel giorno del
Signore 9 maggio 1679. Un anno pi tardi si far a Roma domanda di
canonizzazione. Ma bisogner aspettare fino al 13 maggio 1778 perch il
superiore dell'ordine della Carit possa essere chiamato santo. E colui che
ormai  fra i beati aveva voluto per epitaffio questa frase: Qui giacciono le
ossa e le ceneri di colui che fu il peggior uomo del mondo. Pregate per lui.
Strano destino quello che i posteri riserberanno alla creatura di nome Don
Giovanni.
E' in Francia che ci sar il suo vero discepolo. Si chiama abate di Ranc; si
tratta dunque di un religioso che, secondo quanto afferma Chateaubriand,
trascorse trentasette anni nel nulla per espiare i trentasette anni che aveva
trascorso fra le vicende del mondo.
Jean Le Bouthillier de Ranc  uno dei figliocci di Richelieu: brillante, di
un'intelligenza davvero eccezionale, eccelle, fin da giovanissimo, sia nello
studio sia nell'ars amandi. Non ha ancora diciassette anni che  gi l'amante
della duchessa di Montbazon, fino a quel momento incapricciata di un
ufficialetto dopo l'altro. L'improvvisa morte della duchessa getter il
giovane nella disperazione. Innumerevoli avventure lo stancano alla fine a tal
punto che gi a trent'anni (ne ha esattamente trentuno, infatti) decide di
rinunciare ai piaceri del mondo e nel 1663 entra a far parte dell'ordine dei
Trappisti di cui diventer il riformatore. Quando morir nel 1700, Ci si
accorger che dormiva su di un letto di ceneri.
Ma se questa vita che a grandi linee abbiamo ora descritto ci ricollega
piuttosto al personaggio don Miguel, vediamo che la continuazione del Don
Giovanni di Tirso de Molina si trova invece nel teatro molieriano.
Indubbiamente Don Giovanni e il convitato di pietra, non  certo la migliore
delle commedie molieriane. Ma  senz'altro la pi profonda, cos complessa
dato che ancora oggi rappresenta la disperazione non soltanto di coloro i
quali devono metterla sulla scena ma anche dei suoi esegeti.
In apparenza esistono delle fortissime somiglianze fra l'opera di Molire e
quella di Tirso de Molina: nell'uno e nell'altro caso, il seduttore  vittima
di un naufragio, seduce delle contadinotte, tenta di catturare con le sue reti
una giovane sposa, riceve il castigo supremo dalla mano della statua
rappresentante il padre di una delle vittime.
E' d'altra parte vero che si ha una notevole fioritura di lavori di imitazione
oppure ricalcanti nelle linee generali il tema di Tirso de Molina. Qualche
anno prima della rappresentazione del Don Giovanni molieriano, data il 15
febbraio 1665, due commediografi avevano scritto un lavoro a testa sul
medesimo soggetto. Nel 1658 Dorimon, e l'anno seguente Villiers, avevano
adattato per le scene parigine un lavoro di un napoletano, Onofrio Gilberto de
Solofra, intitolato, guarda caso, Il convitato di pietra...
Villiers aveva fatto dare alle stampe la sua commedia e l'aveva dedicata, nel
1660, a Corneille. Senza poi contare il fatto che l'opera dell'italiano aveva
avuto legioni d'imitatori.
Ma che importano alla fin fine le fonti d'ispirazione di un autore! Quello che
conta  ci che il genio dell'artista, il quale riprende in mano un tema gi
noto, riesce a infondervi di inimitabile e di irripetibile. Certo c'era stato
anche un modello francese. Per esempio si fa spesso il nome, parlando appunto
del Don Giovanni molieriano, di un certo Armand de Conti, governatore della
Guiana. Molire era stato suo compagno di scuola al collegio di Clermont e lo
incontr nuovamente nel corso di una tourne nella Linguadoca. Armand de Conti
conduceva una vita da perfetto scioperato, ed aveva fra le sue innumerevoli
amanti anche la moglie di un presidente della Corte di Bordeaux. Sommerso
letteralmente dai debiti, era assolutamente indifferente a qualunque...
metafisica, rifiutandosi di credere e a Dio e al diavolo. Pi tardi, per,
come tanti altri, avr anche lui delle resipiscenze e si dar ad assidue
pratiche religiose pi o meno sincere.
A Parigi, del resto, Molire non aveva che da aprire gli occhi e da por mente
alle conversazioni che aveva avuto con i maggiori libertini della sua epoca,
come per esempio Chapelle o Desbareaux che il commediografo incontrava nel
salotto di Ninon de Lenclos. A dire il vero a quei tempi il libertinaggio era
considerato meno un gusto pronunciato per la vita debosciata che una volont
di affrancarsi dai dogmi tanto morali quanto religiosi. Ma era inevitabile che
le acque si confondessero un poco; il libertinaggio, volont di affrancamento
intellettuale, finiva per identificarsi con la corruzione dei costumi e con la
vita prava spinta fino all'aperta provocazione; avremo cos il caso della
Madame Deshoulires che arriver a battezzare i suoi cani...
Molire, come ogni artista dell'epoca, avvertiva anche lui una certa affinit
con gli spiriti liberi del tempo, ma rimarr sempre frenato da una certa
naturale ritrosia e prudenza innate nel suo carattere. Non metter alla
berlina quindi con la furia iconoclasta di Tirso de Molina n gli spiriti in
opposizione aperta con la societ del tempo n i nobili libertini per vezzo
intellettuale, ma piuttosto metter alla gogna tutti quegli appartenenti al
sangue blu che si serviranno del paravento intellettuale per mascherare la
volont di abbandonarsi alle peggiori perversioni. E' per esempio il caso di
qualche bel soggetto del castello di Versailles, come Bussy, che rapir una
delle pi celebri suore del tempo, la pia e timorata Madame de Miramion; o
saranno le prodezze dello strabiliante Enrico di Lorena ad accendere
l'indignazione del commediografo. Enrico, uomo dalle mille avventure e che non
esitava a infilarsi in qualunque letto, foss'anche quello delle peggiori
prostitute, arriver a organizzare dei veri e propri festini con due sue
cugine Anna e Benedetta Gonzaga, nell'abbazia di Avenay. Non solo, ma dopo
aver impalmato Anna, la ripudier per convolare a seconde nozze con la
signorina de Pons, la quale dovr condividere per anni il talamo con tutte le
bellezze sulle quali cadeva l'occhio rapace del marito.
Molire per non condanna il vizio in s e neppure la vita debosciata dei
nobili corrotti in quanto tale, piuttosto quello che rimprovera  un'altra
cosa, si sdegna, infatti, per la totale mancanza di sensibilit morale di
coloro che non esitano a corrompere e ad abbandonare in un mare di lacrime e
di disperazione vittime innocenti; vede nell'iniquit del comportamento di Don
Giovanni la sua reale caratteristica di personaggio.
Molire parte poi a lancia in resta contro i falsi devoti e piuttosto con
ragione dobbiamo dire. Egli  sempre stato uomo dalla sincerit assoluta, non
pu quindi sopportare senza fremere gli spettacoli di cui  quotidianamente
testimone a Versailles o a Parigi. Enrico di Lorena, il quale senz'altro sar
arrivato (lui s!) alle mille e una donna, diviene tranquillamente, senza
battere ciglio, un sostenitore della sua parrocchia. Un elemosiniere di corte,
il padre Garasse, noter: Non c' festa grande in cui non compaia a
confessarsi ostentatamente e a comunicarsi in presenza di tutti per essere al
centro dell'attenzione... E non mancher altres di osservare come la cappella
straripi in caso della presenza del sovrano, mentre rimanga desolatamente
vuota allorch Luigi XIV comunica di non poter venire...
A quell'epoca fare una precisa distinzione fra veri e falsi credenti non 
certo facile. E' il tempo in cui fiorisce il giansenismo e in cui Bourdaloue,
difensore intransigente della fede cattolica di stretta osservanza romana,
commenta con queste parole la situazione: Per dare una certa parvenza di
credito alle loro novit si arriva ad assumere l'aspetto esteriore della pi
rigida devozione... e vediamo vestiti con pelli d'agnello coloro i quali altro
non sono che famelici lupi.
A chi credere dunque? Lo stesso Molire esita a fare la sua scelta fra modi di
vita e dottrine cos contraddittorie. E si potrebbe definirlo, con termine
moderno, un moderato tanto cerca di barcamenarsi fra le opposte fazioni. Ed 
una posizione tutt'altro che comoda, come si potrebbe invece pensare a prima
vista: occorre condannare infatti e gli eccessi del libertinaggio e il
fanatismo religioso, il che non sempre  agevole. Per tutto risultato, il
commediografo Molire si vedr rifiutare da morto il diritto di essere sepolto
in terra consacrata...
E' altres vero che tutto sembra congiurare contro l'autore del Don Giovanni,
dato che quasi l'intero mondo frivolo si  riconosciuto nel personaggio del
seduttore, con tutta la sequela di querele e di calunnie che questo vedersi
messo alla berlina trascina con s. E per non redigere una lista che
diverrebbe troppo lunga, facciamo qui i soli nomi di Bourdaloue e Bossuet...
Il re dal canto suo non batte ciglio; ne ha viste tante ed  cos privo di
illusioni da sapere perfettamente che un rito artificioso quale la vita di
corte, non pu non presentare amari risvolti. Quella gente che piroetta
attorno a lui come delle marionette, obbligata dalla volont del sovrano a
risiedere accanto alla sua persona, vestita in modo da sfiorare il ridicolo,
tutta pizzi, roselline e pompons, non pu non essere diventata un prodigio di
mistificazione e di ipocrisia.
Per Luigi XIV l'opera di Jean-Baptiste Poquelin detto Molire, rappresenta una
sorta di scappatoia comoda e senza pericoli. Quello che il monarca non
potrebbe mai dire sotto pericolo di mettere in crisi e di vedere incrinata
profondamente una situazione di equilibrio precario fra i notabili di corte e
la sua persona, viene tranquillamente detto sulla scena da un commediografo: e
si sa benissimo che sulla scena tutto  immaginazione e finzione...
Luigi XIV avr avuto innumerevoli difetti tranne uno: l'ipocrisia. Fu
certamente un credente sincero senza fronzoli n orpelli e neppure esteriorit
farisaica. Naturalmente la sua religione  subordinata a quello che crede
essere il bene supremo, la corona e lo Stato. Dei libertini e dei falsi devoti
in fondo non gliene importa proprio nulla, li disprezza cordialmente, ecco.
Tutto quello che gli interessa  il destino dello Stato sul quale regna. Fra
potere e favorite non ha mai avuto un attimo d'esitazione, ed ha sempre e solo
scelto il primo, pur non disdegnando di qualche sguardo le seconde. E quanto
ai libertini non  certo il loro modo di vita ad urtarlo, tutt'altro, ma
piuttosto quel vento di fronda che trova lo specchio nel loro comportamento.
In fondo essi introducono davvero nella societ francese quello che potrebbe
essere definito una sorta di vento rivoluzionario ante litteram.
E' chiaro infatti che dalla contestazione (tanto per usare ancora questa
abusata parola d'oggi) dei costumi e della religione nasce per processo
automatico il rifiuto della struttura del potere, quindi dello Stato e della
Corona impersonati dalla persona appunto (ci si perdoni il bisticcio) di lui,
Luigi XIV. Dall'epoca della cosiddetta Fronda, allorch, fanciullo, dovette
essere trasportato in tutta fretta lontano da Parigi, Luigi XIV nutre
un'ostilit, mai smentita, verso quei nobili che, mossi unicamente
dall'ambizione e dalla sete di potere, anzich limitarsi al loro ruolo, quello
cio di cortigiani, praticamente di lacch del re, credono di poter scalfire
le basi del potere di un sovrano per diritto divino. Da qui la nascita di una
curiosa alleanza, come poteva essere quella fra Molire, un plebeo, e il re di
Francia. Ecco perch non verr mai abbastanza sottolineato che il lavoro
molieriano su Don Giovanni, differenziandosi in ci grandemente dal precedente
lavoro di Tirso de Molina,  soprattutto un pamphlet a carattere politico.
Il Don Giovanni di Molire  insomma il riflesso delle idee e dei costumi
dell'aristocrazia dell'epoca. E' la prefigurazione di ci che sar qualche
tempo dopo il personaggio dello scapestrato, visto per nel contesto della
societ in cui viene a trovarsi.
Attraverso la lettura dell'opera molieriana ci si pu fare facilmente un'idea
di quelle teorie che avevano letteralmente invaso la Francia. La concezione
del divertimento raffinato, della volont di realizzare se stessi come
individui magari contro la Chiesa e contro lo Stato, un certo gusto pagano per
i piaceri della vita, son tutti concetti mutuati dal rinascimento italiano.
Molire, venuto dopo, si spinge logicamente pi avanti. Guardando ogni cosa
dal castello di Versailles e sotto l'angolazione particolare rappresentata
dalla societ raffinata in cui viveva, Molire descrive il libertinaggio non
soltanto come una sorta di vocazione intellettuale ma altres come risposta ad
istinti che vengono considerati il fine ultimo della vita; in altre parole la
morale sposta i suoi valori da Dio sulla terra e tende a identificarsi con il
soddisfacimento del bisogno intimo di ciascuno. Ecco quindi il cosiddetto amor
proprio di La Rochefoucauld... ed ecco anche perch Sganarello, l'ingenuo, ma
lucido, servo di Don Giovanni potr gridare: Un gentiluomo che sia anche un
disonesto  una vera calamit. E Don Giovanni  profondamente disonesto: lo 
nei confronti del pescatore che lo ha salvato dal naufragio, lo  verso suo
padre e verso la donna che ha disonorato;  in altre parole terribile, feroce,
senza morale...
La sua  una esistenza singolare, vissuta s all'insegna di quel terribile che
or ora si  citato, ma anche con una disperata frenesia. Significa forse amare
le donne il ricercare unicamente il piacere che esse possono dispensare?
Ecco la differenza di concezione o piuttosto la profonda differenza fra i
diversi temperamenti dei rispettivi autori. Il personaggio di Tirso de Molina
 spesso trascinato nell'avventura da un colpo di fulmine, passeggero fin che
si vuole, ma sempre dettato dal sentimento;  insomma inizialmente spontaneo,
anche se si stancher prestissimo di colei che sfortunatamente ha ceduto alle
sue lusinghe. Nulla del genere invece con Molire. Il Don Giovanni del
francese  un mostro nel controllare le proprie emozioni, ammesso che ne
abbia; non un passo che non sia calcolato, non un complimento che non sia
meditato e non tenda precisamente a un fine. Il personaggio di Tirso de Molina
 un perverso nel corpo, nell'istinto; quello di Molire  un perverso nello
spirito: la differenza come si vede  fondamentale. E lo spiega nel suo
semplicistico linguaggio Sganarello: Allorch si resta padroni dei propri
sentimenti non c' pi nulla da augurarsi... E nella noia che inevitabilmente
si instaura, essendo una conquista desolatamente uguale ad un'altra, occorre
mettere quelle spezie che rendono il piatto meno insipido: intrighi
complicati, problemi derivanti dalla paura di una donna maritata, ingenuit di
una contadina, pudore di una religiosa.
E' una progressiva discesa verso l'abisso, verso l'inferno. Don Giovanni non
ricerca una vittoria banale, gli ci vogliono lacrime, rimorsi, disperazione
delle vittime. La sua personalit non si esalta che vedendo la devastazione
provocata dalle sue azioni. E' una strada che verr percorsa fino in fondo da
Choderlos de Laclos con le sue Liaisons dangereuses, analisi minuta dei legami
pericolosi. E la sofferenza che vista negli altri ci procura volutt, sar il
diabolico cammino percorso dalla mente contorta di un Sade. Ma entrambe le vie
sono gi presenti in nuce nell'opera molieriana. Per averne la conferma si
legga e si rilegga il Don Giovanni...
Il libertino  in primo luogo una personalit licenziosa, che prende
bellamente a gabbo mezzo mondo. Ma il libertino vive pure in una societ che
ha le sue regole e i suoi tab; deve quindi dare una giustificazione almeno
apparentemente razionale alla sua condotta: ecco che invoca allora il libero
pensiero considerato il massimo bene. Infine, onde tranquillizzare pienamente
la propria coscienza, un bel giorno, toccato dalla grazia, ritorna a Dio. E'
un ritorno che ha ben scarsa importanza, perch al momento della sua
conversione il personaggio ha oramai esaurito tutte le sue cartucce e non
esiste pi selvaggina che lo possa interessare.
Se guardiamo attentamente il lavoro di Molire vediamo che esso si articola
appunto intorno a questi temi. I due primi atti fanno vedere un Don Giovanni
preoccupato unicamente della ricerca del proprio piacere. Nulla pu essergli
d'ostacolo: n la coscienza n la legge. L'intero universo  il teatro della
sua ricerca, il dominio dei suoi istinti.
Nei due atti seguenti l'eroe effettua una ribellione, una rottura totale e nei
riguardi di Dio e nei riguardi della famiglia; trova nel suo scetticismo la
giustificazione alla ricerca spasmodica del piacere.
Infine la regola del gioco cozza contro una regola ben superiore:  giunta
l'ora del castigo; non senza che vi sia stato d'altra parte in precedenza un
ritorno simulato alla religione.
Ma  forse conveniente approfondire questo schema e nello stesso tempo porsi
il problema: che cosa rappresenta l'amore per Don Giovanni? La domanda appare
tanto pi necessaria in quanto nel XVII secolo vigeva ancora il concetto
dell'amore inteso come schermaglia tipica dell'amor cortese e come ideale
della vita cavalleresca; era una schermaglia soprattutto orale, e nel sottile
gioco delle parti, che si svolgeva di solito attorno alle alcove dove
pigramente sdraiate presiedevano alla conversazione le opulente bellezze del
tempo, si dipanava la vicenda fra sospiri e paragoni arcadici. La
conversazione non poteva non essere quindi carica di sottintesi, come del
resto la corrispondenza che attinger vette mai prima d'allora conosciute,
anche se i sottintesi troppo scoperti venivano scusati dalla brillantezza di
spirito.
Un simile modo di vivere rimaneva pur sempre appannaggio di una ristretta
cerchia sociale che lottava a fondo contro la rozzezza dei costumi imperante
sovrana negli altri ceti, rozzezza che faceva volentieri a meno della
cosiddetta galanteria, considerata un inutile preliminare.
Questa concezione aveva sconcertato lo spirito semplice di Corneille, il quale
per combatterla aveva descritto l'amore come una semplice debolezza (o, come,
dir Cartesio, un'idea confusa...) che la ragione aveva per compito di
piegare, assoggettandolo.
Don Giovanni viene allora a portare sulla scena una nuova forma d'amore: il
godimento, il piacere fisico puro e semplice, non facendo altro di nuovo se
non dire a parole chiare quello che i pi facevano nell'ombra. Per la prima
volta sulle scene francesi un seduttore si vantava di turlupinare e di
tradire, prendendo naturalmente qualche piccola precauzione... Don Giovanni e
attraverso lui, Molire, il suo autore, rifuggono per dal sacrilegio e
dall'empiet. E quand'anche si tratti di un'azione non certo onesta come la
seduzione di donna Elvira che viveva in un monastero, si d un cenno fuggevole
e basta. Tutt'al pi il vincitore consente a rivelare qualche stratagemma, a
farsi passare, ad esempio, come un assetato d'ideale. E da quel momento la
vittoria  assicurata, dato che l'amore non ha domani e la fedelt non  che
fatica e che svolazzare da una donna all'altra rappresenta un vero imperativo
per colui che vuole rendere continuamente omaggio alla bellezza.
Conservare gli occhi per vedere i meriti di ognuna, rendere a ciascuna omaggi
e tributi... ecco la massima. Il seduttore di Tirso de Molina non credeva che
alla volutt; Don Giovanni di Molire non crede che alla seduzione. La
seduzione  un vero gioco intellettuale, paragonabile a una partita a scacchi.
Chi commette un errore  perduto, chi riesce ad evitarlo perviene a dar scacco
e a vincere.
C' ancora un'altra differenza fra il dongiovanni spagnolo e il dongiovanni
francese: il primo non s'interessa gran che ai sentimenti che riesce ad
ispirare; il secondo al contrario vuole essere amato, e il suo piacere
intellettuale sar tanto pi grande quanto pi sar riuscito a infondere nella
giovane, oggetto dei suoi desideri, una vera passione. Il primo ama nella
donna l'abbandono ai piaceri dell'amore, il secondo ama contemplare le rovine
che lascia dietro di s; il predecessore spagnolo ama la volutt, il piacere
fugace; quello che verr pi tardi, in Francia, preferisce la volutt che d
il male, poich appunto il suo supremo piacere nasce dalla sofferenza altrui.
D'altra parte occorre anche dire che per la prima volta sulle scene francesi
appare lo scetticismo. Questo scetticismo, prima di essere un atteggiamento
intellettuale,  un modo di distinguersi dalla gente comune. Per esempio un
gran signore come Don Giovanni non saprebbe venerare un monaco bisbetico come
fa lo stolido Sganarello... in altre parole, il concetto  che la religione e
la pratica pietistica son giusto buone per gli sciocchi. Riconoscere Dio e
pregare, significherebbe condividere i timori della gente umile. Negare Dio
vuol dire distinguersi.
E' una negazione che comporta anche una sanzione. Credere semplicemente che
due pi due fanno quattro,  rifiutarsi di riconoscere l'onnipresenza della
divinit: quale panico allora, quale tremenda scoperta quella che far Don
Giovanni quando s'accorger che la statua di pietra muove la testa! Quali
leggi allora reggono l'universo?
Tutti gli specialisti, siano essi religiosi oppure laici, si sono intestarditi
a cercare una spiegazione alla famosa scena in cui Don Giovanni incontra il
povero. Questa scena  come ognuno ricorder uno dei pezzi forti della
commedia. Don Giovanni  di fronte al derelitto che tenta di corrompere
offrendogli per ben tre volte un luigi. Il poveretto rifiuta dicendo che
preferirebbe morire di fame; allora Don Giovanni dopo una piroetta gli getta
un luigi dicendo che glielo d per amore dell'umanit... E per parecchio tempo
si  almanaccato su questa apostrofe d'altronde assai poco ben vista dalla
Chiesa...
E che la Chiesa non avesse poi tutti i torti  abbastanza evidente; nel
disprezzare la carit, uno degli obblighi fondamentali, e nel rifiutare la
credenza in Dio, l'offesa veniva ad essere davvero grande. Il seduttore non
vedeva altre leggi che quelle dell'umanit appunto; e se aiuta la persona del
povero lo fa unicamente per capriccio, non certo in omaggio al precetto
evangelico.
Quando poi troviamo Don Giovanni di fronte a suo padre, I'intensit drammatica
raggiunge il culmine. Il padre  un personaggio che sarebbe stato benissimo
nelle pagine di Corneille; ecco che fa una bella ramanzina al figlio cercando
d'instillargli i precetti morali. La risposta di Don Giovanni comincia con
un'impertinenza: che suo padre si segga prima di tutto; parler pi a suo
agio. Fino ad arrivare al colmo: Cercate di morire il pi presto che potete;
sar la cosa migliore che possiate fare...
Dopo la menzogna, dopo il disprezzo, dopo l'insolenza, non resta che
l'ipocrisia. Coperto di debiti, rinnegato da suo padre, minacciato dai
fratelli di donna Elvira, Don Giovanni non ha che una risorsa: tornare alla
religione. E lo fa con il segreto intendimento di continuare la sua vita
dissipata sotto la protezione religiosa, mostrandosi ovviamente un tantino pi
discreto di quanto finora non lo sia stato.
La dimostrazione di Molire  travolgente: il libertinaggio conduce fatalmente
alla devozione farisaica. Tutto risulta pi facile per il falso devoto.
Sotto le apparenze di una fede sincera, egli pu tradire e mentire; conoscer
sempre una sorta d'assoluzione; a forza di mostrarsi umile e pentito inganner
tutto il mondo: quali vantaggi non si ricavano dal rispetto della religione
stabilita? Ciascuno viene ingannato, dal padre di Don Giovanni stesso a
Sganarello...
Chi oserebbe condannare un uomo che non ha che le parole cielo, e, salvezza
eterna, sulla bocca? Don Giovanni tuttavia non  uomo tutto di un pezzo come
se Molire avesse voluto dimostrare che la natura umana  quanto di pi
complesso vi sia al mondo. Menzognero, cinico, ipocrita, Don Giovanni  tutto
ci; ma  anche coraggioso, non teme la morte; e mai risulta dimentico della
sua condizione sociale, di essere un gran signore, insomma; ha quindi anche
dei lati da gentiluomo che possono riuscire simpatici.
Ci che peraltro era comune a gran parte della nobilt europea dell'epoca. Il
terribile Bussy era diventato il terrore dei mari, tanto per fare un esempio,
la Chiesa stessa lo esecrava, ma non si potr mai dire che si sia sottratto a
un duello; cos dicasi del conte di Guiche, implicato in una serie di scandali
finanziari che avevano fatto epoca, ma la cui bravura in guerra rimarr
indiscussa.
Non  quindi semplicemente il seduttore scioperato dipinto da Tirso de Molina,
ma un complesso carattere che rappresenta non solo la societ in cui vive ma
anche gli stessi problemi insiti nella natura dell'uomo, fatta di ombre ma
anche di luci. E il destino di ognuno  dato dalla prevalenza delle une o
delle altre. Si pu affermare che  veramente a partire dall'opera di Molire
che Don Giovanni acquista la sua dimensione definitiva. Il soggetto verr
ancora trattato da autori italiani, ma sotto forma di recite farsesche da
effettuare sulle piazze dei mercati o nei giorni della fiera paesana.
Cos come dopo Tirso de Molina pochi autori spagnoli hanno osato riprendere in
mano il soggetto. Per lungo tempo leggenda, Don Giovanni  finalmente divenuto
un mito.
E naturalmente l'opera molieriana conosceva in Francia tutta una serie di
imitatori. Esistono almeno una dozzina di Don Giovanni d'origine francese. Ma
non sono che pallide imitazioni senza alcun rapporto con quello molieriano.
E' nell'Inghilterra del XVIII secolo che apparir invece un'opera degna in
tutto della commedia francese. Si tratta di un'opera di Richardson, Clarissa
Harlowe, in cui si parler di un seduttore di nome Lovelace.
Anche Richardson volge un occhio impietoso alla societ del suo tempo:
borghesia dalle miopi vedute, valletti che arrotondano il misero salario con
ogni sorta di commerci, servotte ora terrorizzate ora al settimo cielo per
doversi sottomettere ai capricci dei loro padroni.
E' in questo ambiente che vive Lovelace. E' un uomo corrotto, che per 
conscio di esserlo. Ma questa precisa conoscenza che ha di se stesso lo spinge
a inoltrarsi sempre di pi sulla strada del vizio. Ecco perch diverr uno dei
padri spirituali di Sade, forse il principale. L'amore fisico ha per Lovelace
soltanto un'importanza secondaria; ci che ricerca  l'ebbrezza della
conquista. Infatti spiega all'amico Belfort: Tu non puoi immaginare quello che
vi  di delicato e di squisito a un tempo nell'intrigo; tu non senti quel che
di glorioso vi  nel dominare spiriti superbi, o queste belt cos restie e
riservate; tu non conosci la gioia che riempie il cuore di un ingegno
inventivo e fecondo, quando esamina in silenzio i mezzi che la sua
immaginazione gli offre per accalappiare una belt sdegnosa...
Queste trame, questi mezzi, sono davvero simili alla paziente costruzione del
ragno: tutto serve per arrivare alla conquista della donna: tenutarie,
mezzane, servitori pronti a qualunque bassezza per una manciata di monete:
tutto; e la vittoria sar tanto pi apprezzabile quanto pi sordidi saranno
stati i mezzi con i quali la si sar ottenuta. Il dongiovanni molieriano aveva
forse pi vanit che orgoglio; Lovelace ignora la vanit e vive soltanto di
orgoglio. Guai a chi lo ferisce! Ed ecco che, tentando Clarissa Harlowe di
resistergli, egli grida: Non posso sopportare le virt di quella donna! Non
c' modo di poter tollerare quel senso di inferiorit con il quale mi
schiaccia...
Da allora i castighi immaginati toccano il limite dell'orrore: non ci sono
vendette sufficientemente raffinate per annientare colei che ha osato sfidare
Lovelace.
A Don Giovanni piace lanciare la propria sfida: all'eroe di Richardson, no.
Ecco perch Lovelace non si permette di schernire la religione. E' davvero di
pessimo gusto secondo lui prendersi gioco di sentimenti o di argomenti che
tutto il mondo nutre o venera, specie se si tratta di credenze religiose.
...quando ero a Roma, dice il protagonista, mai mi sono comportato men che
correttamente in cerimonie tuttavia assai estranee per me, dato che vedevo
accanto a me persone che sembravano profondamente parteciparvi... mi sono
sempre dimostrato ostile nei confronti di quei libertini senza cervello e
senza fantasia che non potevano dimostrare di essere dotati di spirito se non
attraverso l'empiet e l'oscenit, soggetti che ripugnerebbero a qualunque
uomo...
Solo la morte di Clarissa, che sar stata sedotta ma senza consentirvi, far
tentennare Lovelace. E si recher in Europa per cercarvi l'oblio. Invano. Ed 
mormorando il nome della sola donna che abbia fatto piegare il suo orgoglio
che Lovelace morr ucciso in un duello da un cugino di Clarissa.
Si pu assistere quindi a una vera progressione e complicazione del
personaggio di Don Giovanni a partire dal seduttore di Tirso de Molina. Il
primo ricercava l'amore fisico; il seduttore di Molire interpreta le sua
azioni come sfida alla societ in cui vive; Lovelace  in tutti i sensi un
vero genio del male.
Questo genio lo ritroviamo in Francia in un'opera della quale abbiamo gi
parlato e che non sar mai uguagliata, vale a dire: I legami pericolosi, di
Choderlos de Laclos. Nonostante il tempo, quest'opera ha ancora oggi un suo
fascino, un chiarore adamantino e leggermente sinistro.
In pratica in essa si parla di una vera e propria discesa all'inferno.
Complici nello spargere a piene mani il male, un uomo e una donna mettono
tutti i loro sforzi nel disonorare le anime oneste. La pi fredda
intelligenza, la pi lucida, la pi perversa non ha che un fine: spezzare e
distruggere la giovinezza e il candore. La corruzione diventa dunque fine a se
stessa; non importa avvilirsi, a patto che siano gli altri a risultare
schiacciati. Valmont, il personaggio principale,  un Don Giovanni portato
all'eccesso, ai suoi estremi limiti. Che lo si giudichi: con l'aiuto
determinante della sua complice, Madame de Merteuil, cerca di sconvolgere
l'amore che una figliola di quindici anni, una ragazzotta insomma, porta a un
giovanottino la cui ingenuit  pari a quella della ragazza. E con un
abilissimo gioco di lettere, attraverso il quale si dipana il racconto, quasi
sullo sfondo, dietro le parole, si punta tutto sulla scoperta da parte del
lettore della molla di ogni azione umana: questa molla  la curiosit; nemmeno
la natura pi schiva e riservata sa resistere alla curiosit e anche lei
finir per soccombere agli interrogativi dell'immaginazione e agli imperativi
dei sensi.
Poco importa che Valmont si sostituisca al cavaliere Dancenv per strappare gli
ultimi doni a Cecilia Volanges. Lo scriver anche alla marchesa di Merteuil:
la difficolt non risiede affatto nell'introdursi presso di lei e neppure nel
volerla far diventare una nuova Clarissa (addormentata e sedotta)... No,
l'amore proprio del seduttore vuol trionfare degnamente. E questo trionfo deve
consistere nell'umiliazione della virt. E questa umiliazione va ottenuta con
un gioco serrato. Per trionfare presso Cecilia Volanges occorre saper giocare
abilmente su un intero registro: o mostrarsi pieno d'audacia o un prodigio di
umilt...
Ecco dunque la profonda differenza fra gli eroi di Tirso de Molina e di
Molire e quello di Choderlos de Laclos. I primi volevano spezzare le
resistenze del corpo, il secondo quelle dell'anima... E quale prodigiosa
conoscenza dell'anima, quale profonda dote psicologica dimostra Valmont! Nulla
gli  estraneo: come far passare una donna dall'indifferenza alla curiosit,
dal desiderio alla passione. Don Giovanni era amato nonostante i suoi vizi;
Valmont viene amato per i suoi vizi. Don Giovanni metteva tutta la gloria nel
numero dei successi ottenuti; Valmont bada unicamente alle difficolt che si
son dovute superare.
Eppure quelle due personalit cos diverse, come sono in fondo quella di Don
Giovanni e quella di Valmont, finiscono per assomigliarsi. Entrambi i
personaggi rappresentano una societ declinante che avverte di essere
condannata. La rivoluzione batte alle porte. Da qui l'esasperazione nella
ricerca dei piaceri pi raffinati, un modo come un altro per fuggire la
realt. Il mito di Don Giovanni  nato nei paesi latini. La ragione 
evidente. Solo paesi che erano stati teatro della duplice influenza e romana e
celtica potevano mutuarne la duplice eredit.
In Roma la virilit e tutti gli attributi e i privilegi ad essa connessi
furono sempre esaltati. Quanto ai celti, che avevano a loro volta subito
l'influenza dei culti orientali,  in loro radicato il culto quasi materiale
delle divinit, che avevano il potere d'intervenire in qualunque momento nella
vita degli uomini; donde il mito della statua, del convitato di pietra
insomma.
Ma l'intreccio esteriore, la vicenda soprannaturale in Tirso de Molina e
ancora di pi in Molire, viene a perdere quei valori determinanti che aveva
ad esempio nelle leggende poco fa esaminate. Piuttosto si pone l'accento sul
personaggio che veste i panni di campione dell'individualismo contro la morale
corrente e i vincoli sociali dell'epoca...
E' una definizione sufficiente perch sotto questo aspetto abbia diritto di
cittadinanza anche in Inghilterra.  L'Inghilterra moderna , si sa, il paese
in cui l'individualismo regna sovrano. E non  certo per caso che un biologo
inglese parler per primo della: lotta per la vita, ovvero del primato
dell'individuo sulla societ... Questa societ agli inizi mostrava gravi
sintomi di corruzione. Le orge e gli scandali costituivano la trama ordinaria
della vita dei nobili. Mai ci sar neppure il rispetto della forma, presente
invece a Versailles, dove regnava una sorta di ipocrisia ufficiale, come
abbiamo visto.
Londra dunque non  Versailles. Un qualsiasi gentiluomo pu benissimo essere
un assassino o nel migliore dei casi un libertino. E' vero che c'era stato un
maestro del calibro di Hobbes (l'autore del Leviathan) il quale aveva fondato
sulla sola sensazione il potere conoscitivo e sull'egoismo lo stimolo
dell'azione... Ma, celie a parte  sufficiente dare un'occhiata al Journal di
Samuel Pepys, al diario insomma, per avere un'idea di che cosa fosse la vita
dei gentiluomini di quell'epoca: Uomini e donne danzavano completamente nudi,
abbandonandosi a tutte le azioni immaginabili. Ci si sfinisce e si gioca, si
dissipano fortune sul tavolo verde e quando non c' pi denaro si arriva a
spogliare i passanti come far il cavaliere Thomas Thynne. E i mariti
ingombranti spariranno a decine fra le nebbie protettrici, ingoiati dalla
notte.
Rochester, il cui censo lo pone addirittura alla soglia del trono, non esita a
farsi mendicante per esplorare i bassifondi di Londra. E non ha certo paura
d'affermare che la morale evangelica  in profonda opposizione con la legge di
natura per quel che riguarda i rapporti fra i due sessi ed  inconciliabile
con le leggi imperscrutabili dell'umanit...
In un tale contesto un personaggio come Don Giovanni non poteva non fare
fortuna, senza peraltro trovare l'autore valido, cio capace di tradurlo sulle
scene britanniche con una certa efficacia. E' gi tanto se si riesce a
ricordare il lavoro di Thomas Shadwell: The libertine. Il protagonista, Don
Giovanni naturalmente, non fa che proclamare la sua adesione alle sole leggi
della natura e la sua convinzione che la vita sociale  tutta una
mistificazione e che l'intelligenza  figlia dei sensi. La sola cosa che val
la pena di ricordare in questa commedia  il tipico humour anglosassone che
qua e l occhieggia divertendo. Se Don Giovanni seduce una donna appena
sposata, deflorandola, lo spiega dicendo che lo ha fatto unicamente per
evitare che lei e suo marito fossero imbarazzati dalla verginit di lei. E se
una delle sue conquiste si suicida sotto i suoi occhi sospira: Guardate un
poco la mia fortuna! Se l'avessi sposata a quest'ora sarei gi vedovo! Il mito
di Don Giovanni in Germania? Non sar che per degli anni un semplice pretesto
per spettacoli di marionette: una fine ben triste. Ma il paese era troppo
impregnato di misticismo per fermarsi a quello stadio, e la sua letteratura
era troppo popolata di eroi alla ricerca dell'assoluto perch un giorno anche
Don Giovanni non divenisse uno di costoro, un'interpretazione in chiave
moderna degli antichi cavalieri del Santo Graal per esempio. Ed ecco allora
che il corteggiatore di donne diventa il compagno di Faust e di Werther.
L'accostamento con Faust non  fatto a caso, dato che le due creature hanno
fra di loro affinit profonde. L'uno e l'altro si sono dannati per aver
creduto che la vita terrestre sarebbe stata in grado di offrire loro tutte le
beatitudini; Faust le ha cercate attraverso l'intelligenza, Don Giovanni
attraverso i sensi. Peccato dello spirito e peccato della carne. Faust e Don
Giovanni sono compagni di sventura. Uno arriva al patto con il demonio,
l'altro non d valore che ai piaceri che si devono conquistare. Un comune
orgoglio c' in entrambi, un orgoglio che finir per perderli. Ma identica in
entrambi  la sete verso l'assoluto.
Agli inizi la loro condotta  differente. Faust crede nella potenza dello
spirito per investigare i segreti del mondo. Solo dopo il suo profondo scacco
si abbandoner alle volutt della carne. Don Giovanni invece ha tentato di
cogliere un'immediata verit attraverso fuggevoli, innumerevoli amori poi,
stanco, alla fine ha trovato la rivolta dello spirito.
E' uno scrittore della fine del XVIII secolo, Nicolas Vogt, che per la prima
volta riunisce in un medesimo destino teatrale Don Giovanni e Faust. In un
poema drammatico rimasto incompiuto, dallo strano titolo: La corte del
tintore, o la stamperia di Magonza, Vogt si propone di dimostrare che Faust
era fallito ancor prima di dare la sua anima al diavolo, nello scoprire i
misteri del mondo e che quindi era stato costretto a pigliare le sembianze di
Don Giovanni per coglierli attraverso la volutt.
Bench farraginosa e assai confusa, l'opera di Vogt ha comunque esercitato una
considerevole influenza sui successori, dato che Don Giovanni vi aveva subito
una radicale trasformazione. Non  pi l'individuo che ricerca il piacere per
il piacere ma che, sotto l'influenza di Faust, cerca di inseguire una sorta di
sogno interiore attraverso il quale spera di scoprire i misteri del mondo
ultraterreno.
Hoffmann porter a termine l'opera del suo predecessore facendo del Don
Giovanni non un seduttore ma un visionario in cerca senza soste dell'infinito,
anche se questo infinito si incarna nella donna ideale.
E' il tema di Mozart: I'uomo che si dibatte fra l'inferno e l'attrazione della
bellezza. Decisamente le tribolazioni di Don Giovanni sono lungi dall'essere
terminate. Ecco che se ne appropria Lord Byron, principe dei precursori del
romanticismo. Non che abbia conosciuto l'opera di Tirso de Molina. Assiduo
dell'Italia, ha invece assistito a quegli spetta coli di saltimbanchi che,
specie a Venezia, avevano come eroe il seduttore. Inoltre, vittima di un
dramma personale la rottura con sua moglie, la rovina finanziaria e
l'abbandono da parte degli amici, Byron  stanco di una societ come quella
inglese del suo tempo di cui non ha mai voluto accettare la tutela e che,
sopravvenuta la disgrazia, gli volge le spalle.
L'Italia invece lo accoglie festosamente; le donne non sono troppo difficili
da conquistare e l'amore  il tema del giorno;  vero che si d il caso di
parecchi mariti gelosi pronti a farsi giustizia da s, ma le fortune si fanno
e si disfano senza che il rapporto umano abbia troppo a soffrirne.
Abbandonate quindi le cupe nebbie, Byron si abbandona, felice al piacere.
Aiutato dalla sua prestanza fisica, e dalla sua fama, non incontra grandi
difficolt. E il poeta  fatto in modo tale che i suoi continui successi lo
portano a dubitare delle donne e dell'intransigenza dei mariti. Allora perch
non scrivere a sua volta un Don Giovanni?
Ma si potrebbe dire che Don Giovanni  soprattutto Byron, che trasferisce nel
suo poema tutte le sue inquietudini e la sua sete di avventure e di novit.
Don Giovanni  dunque il riflesso dell'uomo; che importa il resto, le chimere
che hanno nome potenza, fortuna, donne... La statua del comandante diviene poi
il simbolo del destino, il fato classico al cui volere ognuno deve inchinarsi.
E da qui allora quei versi malinconici che dicono come intere generazioni
spariscano dalla faccia della terra, una dopo l'altra; le tombe sembrano
ereditare altre tombe e il ricordo di un secolo viene immediatamente
cancellato dal disprezzo di quello che lo segue: parole amare indubbiamente.
Infatti il Don Giovanni di Byron  profondamente permeato di pessimismo.
Dopo Byron si entrer nella decadenza: il mito comincia a mostrare la corda. E
per carit nei riguardi della memoria di Alessandro Dumas  senz'altro meglio
sorvolare su quell'infelice: Elisir di lunga vita, apparso nel 1830 e nel
quale sono narrate le peripezie di un dongiovanni da strapazzo, una specie di
moschettiere delle alcove. Un po' migliore  il tentativo di Alfred de Musset;
 vero che a diciassette anni il poeta sognava di essere lui Don Giovanni. Ma
l'inguaribile romanticismo dell'epoca non permette affatto di andare a fondo
nelle cose... Tutto  scapigliatura e nella febbre poetica, De Musset fa di
Don Giovanni semplicemente una sorta di strano filosofo che ama la sfinge
dagli occhi penetranti, o il piacere perfido, o la comoda ottomana.
Decisamente la vena di Molire sembra davvero inaridita. Il danese
Kierkegaard, il padre dell'esistenzialismo, cercher di rinfrescarlo, questo
mito, nel suo Diario di un seduttore.
Egli lo spiega con queste parole: Con Don Giovanni la sensualit viene per la
prima volta considerata come un fine ed anche l'erotismo assume un nuovo
carattere diventa seduzione... Il suo amore non  mentale, ma sessuale... Egli
gioisce nel soddisfacimento del desiderio e quando l'ha soddisfatto lo sente
rinascere per un nuovo e diverso oggetto, senza sosta. E' senza dubbio un
maestro nell'inganno, ma lo fa senza progettare in anticipo l'inganno
stesso... Se io continuo a chiamarlo seduttore, non  perch me lo raffiguri
come uno che formula i suoi progetti astutamente e che calcola con perfidia
l'effetto dei suoi intrighi, ma  per il carattere geniale della sensualit
che egli inganna, come se ne fosse egli stesso l'incarnazione.
In pratica dunque, per Kierkegaard, Don Giovanni  concepito come un vero
filosofo della sessualit; il suo potere ha qualcosa di magico; d una sorta
di lustro alle creature pi insignificanti che hanno dei rapporti con lui; ha
il dono di ringiovanire le donne appassite e di far maturare le giovani, il
tutto in un batter d'occhio. E far questa profonda osservazione: introdursi
come un sogno nella mente di una giovanetta  un'arte, uscirne  un
capolavoro...
Il dongiovanni del filosofo danese  davvero un personaggio mitico che esprime
l'incapacit dell'uomo di cogliere tanto il bene quanto la verit. Ma si sa,
il filosofo danese  il pi grande interprete dell'angoscia. Ma da dove nasce
quest'angoscia? Nasce dalla perdita della fede, perdita che conduce a una
sorta di vertigine verso l'infinito nei confronti del quale ci si smarrisce
piombando nella disperazione. Nel mondo di Kierkegaard non c' posto per la
speranza.
Dopo questa visione pessimistica dell'uomo e del suo destino, l'humour di
Bernard Shaw appare quasi come un vento salutare. Il suo Don Giovanni
all'inferno,  vero, prende il suo destino con filosofia. Tanto pi che
quest'inferno  triste quasi quanto la terra ed  proprio in ci che consiste
la punizione. L'inferno non  che la continuazione della vita. Satana,
divenuto per la prima volta finalmente un buon diavolo, cerca di trattenere il
seduttore che si annoia. Perch mai Don Giovanni vorrebbe ritornare sulla
terra? Il progresso non esiste, gli uomini si odieranno sempre e il meglio
della loro attivit sar dedicato ad uccidere i propri simili. Restate, dice
Satana, lass se la caveranno come potranno...
Ed ecco che appare la donna sedotta, Anna. Non capisce come mai anche lei sia
capitata all'inferno, mentre non ha fatto altro che cedere alle promesse di
Don Giovanni. Ma, profondamente misogino, Shaw ha fatto di Anna un simbolo:
quello di un demone che avvelena la vita degli uomini; il suo posto  quindi
logicamente l'inferno. Per starsene tranquillo, don Giovanni non ha altra
risorsa che quella di andarsene in cielo dove, almeno spera potr starsene da
solo. Non  quindi pi il cacciatore di gonnelle di Tirso de Molina o di
Molire; don Giovanni da cacciatore  diventato cacciato. Il colpevole dunque
non  pi lui ma la donna, di cui Shaw diceva freddamente che rappresentava il
pi grande ostacolo al progresso umano.
Attraverso tante peregrinazioni, tante interpretazioni, che cosa significa
allora il mito di Don Giovanni, tipico dell'Occidente?
Riportata nelle sue grandi linee la filosofia occidentale non  che il
riflesso di un combattimento fra l'esigenza di assoluto e il sentimento
ineluttabile del tempo. E le leggende e i miti neanche loro sono sfuggiti a
questo dilemma. La prima grande storia d'amore e di morte  quella di Tristano
e Isotta. Per essi non vi pu essere che l'amore eterno, ma questo 
impossibile. La morte  dunque la sola scappatoia: solo essa pu dare una
specie d'eternit.
Si sa che il tempo  usura che spegne gli spiriti come corrode i corpi.
Occorre dunque fuggire la condizione umana. Come? Ma sublimando l'amore,
rendendolo indipendente dalle vicende contingenti dell'esistenza. Amore ideale
beninteso e che suppone che la passione condivisa si mantenga sempre al suo
pi alto livello. Tristano e Isotta non muoiono per i malanni che piovono loro
addosso, ma unicamente per il fatto di aver scoperto che il loro amore non
potr essere che osteggiato. E in tal modo che apprendono che non si pu
sfidare il tempo e che il solo rifugio possibile  l'eternit.
Questa concezione di un amore non soggetto alle leggi del tempo  la difesa e
la traduzione pratica del concetto di fedelt. La fedelt  il modo pi palese
di lottare contro la corruzione che regna nel mondo, dato che ne  esattamente
l'antitesi. In effetti, secondo questa concezione, l'amore deriva dal
misticismo, in quanto anelito verso un che di soprannaturale in contrasto con
la passione dei sensi che  effimera e terrestre.
Si potrebbe quasi dire che don Giovanni  l'anti-Tristano. Meglio di quanto
avessero detto i suoi antenati medioevali, il seduttore di Tirso de Molina sa
bene, e lo afferma, che il tempo corrompe ogni cosa e che nulla, in
definitiva, pu resistergli. Non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume.
diceva gi un filosofo greco. Forte di questo assioma, il seduttore spagnolo
si guarda bene dal cercare la passione ideale in qualche al di l; si
abbandona al tempo: una passione dura quello che deve durare. E la sua vera
natura  quella di essere il contrario dell'amore: ecco la passione. Non si
pu accusare un uomo di infedelt quando la stessa fedelt non esiste; quindi
Don Giovanni non pu esser considerato alla stregua di un traditore. Don
Giovanni  la vittima della fugacit del tempo; tutto deve continuamente
cambiare, senza soluzione di continuit...
Le dovute conseguenze che si possono trarre sono, almeno sul piano metafisico,
assai importanti. Il mondo soggetto al tempo, quello nel quale viviamo, non 
affatto l'immutabile universo di Dio. Poco importa che questa profonda
diversit venga imputata alla caduta dell'angelo o al peccato originale... il
fatto resta. Chi si identifica con la durata effimera della vita umana,
continuamente sottoposta al cambiamento, si trova automaticamente in contrasto
con l'universo divino. E come poter procedere allora a una riconciliazione,
ottenere una nuova armonia? Soltanto attraverso la grazia, risponder la
religione, ma questa grazia non  appannaggio di tutti...
Da questa volont di vivere in armonia con l'universo, volont tipicamente
rinascimentale, nasce invece il contrario, nasce la filosofia della sfida,
quella appunto di Don Giovanni. Non si tratta pi allora di adattarsi alla
volont di Dio, ma di farsi da s le proprie leggi, vivendo ben radicati nel
mondo dell'uomo. Dio non  mai stato fondamentalmente presente nell'universo
dongiovannesco e la sua irruzione anche solo per castigare il colpevole ha
qualche cosa di artificioso. D'altro canto, nella sua lucidit, Don Giovanni
ha previsto questa fine dannata, poich tutta la sua vita, vissuta all'insegna
del rischio, non  stata altro che una lenta autodistruzione.
Il mito di Don Giovanni reca con s per anche una nozione nuova, quella
dell'avventuriero. Ad esempio vi siete mai chiesti quale differenza vi sia fra
Casanova e Don Giovanni? Il primo  un personaggio privo di profondit e di
prospettiva. Riconosciamo la sua abilit, ci divertiamo per le sue astuzie,
sorridiamo per le sue sventure, ma il senso delle sue imprese  limitato.
Don Giovanni  invece il simbolo stesso dell'avventura, in lui l'idea della
conquista assume la dimensione di una concezione di vita. Conquistare
significa pensare pi al futuro che al presente, significa essere divorati dal
desiderio di scoprire cose nuove.
Ecco perch il protagonista di Molire dir: Nulla  cos dolce che trionfare
delle resistenze di una bella creatura. Anzi vi  in ci l'ambizione del
conquistatore che corre perpetuamente di vittoria in vittoria e non pu
risolversi a limitare le proprie aspirazioni... Ed io sento di avere un cuore
capace di amare l'intero mondo...
Il cuore, in altre parole, di Alessandro il Grande e di Cristoforo Colombo.
Poco importano i fini della conquista, continenti o donne fa lo stesso,
l'essenziale  andare avanti.
Partito dalla Macedonia, Alessandro il Grande non rivolger mai lo sguardo
verso la terra natale, che fra l'altro non rivedr pi. Cristoforo Colombo non
arriver mai al porto che sarebbe stata la sua meta progettata..
E cos  Don Giovanni: mai pentimenti o nostalgie, mai esitazioni, ma sempre
un seguire il corso del destino, sempre avanti insomma. E' la filosofia
dell'avventura... Il passato lega; assidersi sulle conquiste fa scemare le
energie. Ecco perch Don Giovanni dir a Elvira: Non sono venuto che per
fuggire lontano da voi. e a Sganarello: Che cosa? Vorresti fermarti al primo
oggetto che ti attira? Amo la libert nell'amore e tu lo sai; non saprei
quindi rassegnarmi a rinchiudere il mio cuore fra quattro pareti!
L'avventuriero: un vero cavaliere del futuro...
Ecco perch l'avventuriero ignora la delusione. La delusione  un prodotto
della fedelt e dell'attaccamento alle cose.
Casanova rimarr qualche volta deluso, Don Giovanni mai. Questo continuo
ricercare il nuovo, questa tensione verso il futuro, rappresenta beninteso una
specie di fuga in avanti. Se il seduttore di Tirso de Molina non teme Dio,
teme per la vecchiaia. Ora il tempo distrugge ogni cosa, imperi e uomini.
Fuggire una radiosa belt per inseguirne un'altra  cercare di sfuggire al
tempo, dato che il nuovo oggetto dell'amore sar, per poco tempo d'altronde,
esente dalla tragedia dell'invecchiamento.
Tu non ami affatto le cose appassite. dir una maschera al Don Giovanni di
Nicola Lenau. E il seduttore dir a sua volta queste parole a una delle sue
conquiste, Clara: Addio, proviamo anche questo, la separazione, prima che il
fascino sia scomparso. Il mio cuore ebbro dovr essere ancora sotto l'effetto
di questa ebbrezza per potersi rituffare nel piacere nuovo e profondo... E
Clara affermer di rimando: Addio, non attender che tu ti sia stancato, non
voglio, mentre ancora fremo, sentire che ti intiepidisci e dover supplicare
per riattizzare le braci che van facendosi cenere.
In definitiva, il peggior supplizio che pu infliggere Don Giovanni alle sue
vittime  proprio quello di voler far loro comprendere che stanno
invecchiando, dato che rappresentano una sorta di pietra miliare nell'amore. E
la loro disperazione nasce anche da ci oltre che dal dispiacere di perdere
l'essere amato. La profonda ragione di vita del seduttore risiede nel
mantenere sempre desta la sua sete di novit.
Questa sete, questo bisogno di sedurre,  molto di pi che il possesso.
Possedere ha gi in s un'idea di un qualcosa di ben definito, di limitato. E'
un coronamento, un compimento. Ma  facile che dal possesso si generi
l'abitudine. Ecco perch Don Giovanni esclama: Bella cosa davvero sprofondare
in una passione e fin dalla prima giovent essere morto per tutte le altre
bellezze che vengono a colpirvi lo sguardo! La morte  dunque l'abitudine...
Ecco perch, vista secondo l'ottica dongiovannesca, la seduzione non  un fine
ma un mezzo. Gli inganni e gli stratagemmi impiegati per la conquista amorosa
esigono uno spirito che agisce, quindi vivo. Inoltre la seduzione tende
all'avvenire, dato che ha come fine quello di vincere le resistenze della
donna. La finalit ultima  il possesso, il quale dura un attimo e nell'attimo
stesso si rivela gi superato, non essendo un coronamento ma la base di una
nuova partenza. Il rifiuto di tutto ci che rappresenta il passato  il logico
riflesso del fatto che Don Giovanni non vuole mai essere vinto. E' qui che
risiede la differenza con un altro spirito inquieto delle scene, Amleto.
Amleto ha sempre davanti agli occhi il ricordo del padre assassinato a
tradimento. Si maledice perch non riesce a vendicarsi dell'assassino e anche
se si maledice, lo fa con la consapevolezza che vivere significa perpetuare un
ricordo che non pu non segnare la sua disfatta... Amleto quindi pensa al
passato mentre Don Giovanni  tutto teso verso l'avvenire.
In fondo se il romanticismo non ha mai compreso profondamente il personaggio
di Don Giovanni (da qui la qualit delle opere dedicate al personaggio, che
sono tutte di una desolante mediocrit)  perch esso  rimpianto, nostalgia,
volutt del ricordo doloroso. Il romantico non , paradossalmente, un
combattente del futuro ma uno spirito che si ripiega sul passato. Il dolore di
De Musset  tutto per gli amori ormai morti; Lamartine grida: ricordi? e
chiede al tempo di fermare il suo corso. Victor Hugo non canta mai le
possibili conquiste, ma le grazie delle amiche dileguatesi: Oh, quante
fanciulle in fiore conobbi...
I romantici sono i malati dell'anima; Don Giovanni invece gode di una salute
di ferro;  la vita con il suo corso tumultuoso e la sua prorompente forza.
Don Giovanni non conosce nessuna anemia...  sempre allegro e non si riesce ad
immaginarlo morente di morte naturale nel suo letto. La sua morte deve essere
per forza folgorante ed esemplare, brusco termine alla sua carriera di
avventuriero.
Se l'aver portato sulla scena un personaggio come Don Giovanni scaten
addirittura il putiferio,  perch in punta della sua spada portava la
rivoluzione. Anche il librettista di Mozart, Lorenzo da Ponte, gli far dire:
evviva la libert!.
Fra il gusto di conquista e la rivoluzione esiste un nesso logico, dato che
quest'ultima concerne l'avvenire. Un avvenire di cui per Don Giovanni si
preoccupa assai poco. D'altra parte non uno degli uomini che si sono agitati
per abbattere le colonne del tempio ha mai saputo esattamente quello che
sarebbe successo dopo... Ecco perch consideriamo l'avventuriero un
rivoluzionario alla sua maniera. Quello che Don Giovanni manda all'aria  il
quadro di rispettabilit e di morale tartufesca nel quale si crogiolavano i
signorotti come lui. E come tutti i veri precursori, Don Giovanni  anche un
uomo solo. L'avvenire, almeno in un primo tempo, non appartiene alla
collettivit, ma a chi traccia delle vie nuove.
Don Giovanni  quindi assimilato al diavolo, e non solo per la sua condotta
nei confronti delle donne. Facendosi beffe delle diffide e dei bandi, violando
i tab, sfida direttamente la citt che  sottomessa, come in ogni civilt
cristiana, alla legge di Dio. Attaccare quest'ordine, beffare quelle leggi, 
mettersi al servizio del diavolo.
Era quindi naturale che la psicanalisi si interessasse a un personaggio cos
complesso e cos affascinante come Don Giovanni. E' vero che la creatura di
Tirso de Molina e i suoi derivati sono personaggi abbastanza duplici, sempre
dilaniati fra i loro appetiti e il timore che li pervade, nonostante le loro
affermazioni contrarie, un timore sottile che non ha nulla a che vedere con il
coraggio peraltro dimostrato. Tenendo poi presente che Don Giovanni d
l'impressione di parlare sempre con persone che la pensano esattamente come
lui, gli psicanalisti hanno concluso che si tratta soprattutto di un io
rimosso... Si prenda ad esempio il personaggio di Sganarello o di Leporello;
tutti e due sono il simbolo della critica, della paura di fronte al
sacrilegio. In una parola, sono l'incarnazione del sentimento di colpa che
alberga nel petto del protagonista. Lo stesso si pu dire per la voce tonante
e severa del padre: quella della coscienza familiare insomma. La voce del
padre si identifica con i dettami dell'ordine sociale. Don Giovanni 
perfettamente conscio di ci che lo aspetta. Accetta una morte violenta che sa
ineluttabile. Ne ha anzi il pensiero costantemente presente...
Restano poi le donne. Agli occhi degli psicanalisti esse incarnano quella
parte di purezza che alberga, nonostante tutto, ancora nel cuore del
seduttore. La donna  nello stesso tempo madre e amante. Protegge e ama a un
tempo. E' in certo qual modo una via possibile di salvezza, quella alla quale,
spesso, Don Giovanni ha pensato. Si potrebbe del resto anche notare che in
tutte le commedie in cui Don Giovanni  protagonista c' un sottofondo
rappresentato dall'ambiente, che ha funzione del coro nella tragedia antica,
interprete del pensiero collettivo, ma anche dei turbamenti di ogni singolo
protagonista.
Fra le innumerevoli interpretazioni del personaggio moliniano bisogna almeno
fare un cenno a quella di Camus nel suo: Mito di Sisifo. Don Giovanni 
diventato l'eroe dell'assurdo. E' fratello di Sisifo e, come lui, un
conquistatore dell'inutile. Ha scelto di essere nulla. E' condannato a una
vita che non ha senso, non porta in alcun luogo. Siamo tutti come Sisifo,
tutti a spingere eternamente il masso senza sapere bene perch. Ma Don
Giovanni possiede agli occhi di Camus una virt essenziale, la lucidit. Vede
chiaro. Ed  proprio questo che non gli viene perdonato. Vive adeguatamente in
rapporto al mondo in cui  capitato, ma si rifiuta di riconoscere delle leggi
che si pretendono eterne. Perch dunque inchinarsi di fronte a un amore che si
pretende voluto da Dio quando tutto non  che incoerenza?
Don Giovanni pu ridere quando una delle sue amanti gli dice: Dopo tutto ti ho
fatto dono dell'amore; al che risponde: Niente affatto, soltanto lo hai fatto
una volta di pi... La coppia Don Giovanni-amante  esattamente l'opposto di
quella Rodrigue-Prouhze di Claudel, testimoni, ma soprattutto vittime
dell'amore per aver creduto all'eternit.
Si capisce, scriver Camus, che gli uomini dell'eterno invochino su di lui
(Don Giovanni) il castigo; egli ha raggiunto infatti una coscienza priva di
illusioni, che nega tutto ci che essi van predicando. Amare e possedere,
conquistare e sfinire: ecco la sua possibilit di conoscenza... Don Giovanni 
l'uomo per il quale Dio  morto. Quale immagine si pu evocare, pi terribile
di quella di un uomo tradito dal suo corpo e che per non essere morto a tempo,
consuma a poco a poco il tempo della commedia attendendo la fine, faccia a
faccia con quel Dio che non ama, servendolo come ha servito la vita,
inginocchiato di fronte al vuoto, le braccia tese verso un cielo senza parole
e che egli sa privo di profondit...
Ed ecco Camus sognare per Don Giovanni questa fine: in un monastero, nella
terra arida di Spagna, come umile servitore di una divinit inesistente.
Avendo vissuto unicamente per l'amore fugace, Don Giovanni morir senza amore.
Eppure  proprio all'amore che ha votato la propria vita. Cuore arido,
certamente, e che rifiuta d'affezionarsi. Ma le donne si abbandonerebbero
forse con tanto ardore se non avvertissero che nonostante tutto il seduttore
pu dare loro qualcosa?
Quello che dona  l'intensit della passione nell'istante stesso in cui la
vive; tutto si svolge come se l'amore che dimostra dovesse effettivamente
essere eterno. Infatti la donna ha sete di eternit e, nonostante la sua
abilit Don Giovanni non ha mai inventato le parole che avrebbero potuto
rivelare alle sue conquiste come la sua passione non fosse che un fuoco di
paglia. Don Giovanni insomma  prigioniero del linguaggio ed  sulle parole
che egli gioca la propria esistenza, mentre le sue vittime mettono realmente a
repentaglio la propria vita.
Ma chi  allora Don Giovanni, orgoglioso e modesto a un tempo, eterno errante
le cui gioie furtive hanno il sapore della cenere? E' davvero il Burlador di
Molina,  Miguel de Manara, che finir ai piedi della croce?
Don Giovanni abbiamo detto  colui che va in cerca dell'assoluto. Assoluto che
si pu vincere se ci si sente tutt'uno con il mondo degli uomini e se si ha il
coraggio di gridare all'attimo fuggente: Fermati! Sei bello! Don Giovanni  la
vita che fugge fra le dita che tentano di afferrarla, e che occorre guardare,
come dir un romanziere di oggi, Roger Vailland, con occhio freddo. Don
Giovanni rappresenta tutte le domande che resteranno sempre senza risposta...

FINE.
