                          LETTERA ENCICLICA
                         DEL SOMMO PONTEFICE
                          BENEDETTO  PP. XV
                     "HUMANI GENERIS REDEMPTIONEM"
                         Roma, 15 giugno 1917
 
    Nel  pieno  della prima guerra mondiale, quasi intuendo  i  nuovi
bisogni  che  sarebbero sorti al termine dell'"inutile  massacro",  il
papa  esorta  vescovi  e sacerdoti a prendere coscienza  della  grande
missione loro affidata: quella di predicare la parola di Dio. Il testo
pu  essere visto in riferimento al primato della evangelizzazione che
oggi,  dopo  il Concilio Vaticano II,  un punto fermo della  teologia
pastorale: il ministero sacerdotale  prima di tutto annuncio di  fede
e  i  sacramenti vengono celebrati non come fine a se stessi,  ma  per
alimentare  la  vita cristiana nell'impegno concreto  quotidiano.  Per
questo    necessario ridare piena efficacia alla predicazione,  senza
della quale il vangelo rimane sconosciuto. Non serve tanto la sapienza
del mondo, quanto la fede e la convinzione degli apostoli.
 
 Lettera  enciclica  sulla  predicazione  della  parola  di   Dio   ai
Venerabili  Fratelli  Patriarchi, Primati, Arcivescovi  e  Vescovi  ed
altri Ordinarii locali aventi pace e comunione con la Sede Apostolica
 Venerabili Fratelli, salute ed Apostolica Benedizione.
 I. L'ANNUNCIO DELLA PAROLA
 La predicazione prosegue l'opera della redenzione
     Avendo  Ges  Cristo nostro Signore col morire sull'altare  della
Croce  compiuta la Redenzione del genere umano, e volendo indurre  gli
uomini merc l'osservanza de' suoi comandamenti a guadagnarsi la  vita
eterna, non ricorse ad altro mezzo che alla voce de' suoi predicatori,
commettendo loro di annunziare al mondo le cose necessarie a credere o
ad  operare  per la salute. "Piacque a Dio di salvare i  credenti  per
mezzo  della  stoltezza della predicazione" (1Cor 1,21).  Elesse  egli
quindi gli apostoli, ed avendo loro infusi con lo Spirito Santo i doni
appropriati a s alto ufficio: "Andate - disse - per tutto il mondo  e
predicate  l'Evangelio" (Mc 16,15). Ed  questa  predicazione  appunto
che  rinnov  la  faccia  della terra. Poich  se  la  Fede  cristiana
convert  le  menti degli uomini da molteplici errori alla  conoscenza
della  verit,  e le anime loro dall'indegnit dei vizi all'eccellenza
di  ogni  virt, non per altra via le convert se non  per  via  della
predicazione:  "La  Fede dall'udito, l'udito  poi  per  la  parola  di
Cristo"  (Rm 10,17). Laonde, siccome per divina disposizione, sogliono
le  cose  conservarsi per quelle medesime cause che le hanno generate,
egli   manifestato essere legge divina che l'opera dell'eterna salute
si  continui  per  la predicazione della cristiana  sapienza;  a  buon
diritto  venir questa annoverata tra le cose di suprema importanza,  e
meritare  perci tutte le nostre cure e sollecitudini, massime  se  ci
fosse  ragion  di  credere ch'ella, perdendo in  efficacia,  fosse  in
qualche modo venuta meno alla sua nativa integrit.
     Ed    questo appunto che s'aggiunge ai tanti mali, che Noi sopra
ogni  altro affliggono in questi miseri tempi. Se miriamo quanti  sono
coloro  che  attendono  alla predicazione, li ritroviamo  in  s  gran
numero  che  forse  mai  non fu il maggiore. Ma  se  al  tempo  stesso
consideriamo  a  che sono ridotti i costumi pubblici e  privati  e  le
leggi  onde  si  reggono  i popoli, vediamo crescere  ogni  giorno  il
disprezzo  e  la dimenticanza d'ogni concetto soprannaturale;  vediamo
illanguidire il vigore severo della virt cristiana, con obbrobrioso e
rapido ritorno all'indegnit della vita pagana.
     Di  tanti mali molte certamente e varie sono le cagioni:  non  si
pu  negare  per  che purtroppo insufficiente sia il  rimedio  che  i
ministri  della divina parola vi dovrebbero apportare.  Forse  che  la
parola  di  Dio  non    pi quella che l'Apostolo  chiamava  viva  ed
efficace e penetrante pi d'una spada a due tagli? Forse col  tempo  e
coll'uso  la spada s' spuntata? Certo ella  colpa dei ministri,  che
non sanno maneggiarla, s'essa perde spesso della sua forza. N davvero
si  pu dire che gli Apostoli incontrassero tempi migliori dei nostri,
come  se  allora il mondo fosse pi docile al Vangelo o meno  riottoso
alla legge di Dio.
     Gli    perci  che  conscii del dovere che l'ufficio  apostolico
c'impone  e  mossi dall'esempio dei due nostri immediati Predecessori,
abbiamo creduto, in un affare di tanta importanza, di dover porre ogni
diligenza per chiamare la predicazione della divina parola alla  norma
data da Cristo e dalle leggi ecclesiastiche.
 
II. CAUSE DI INEFFICACIA
Non si deve predicare senza mandato
     Nel che, o Venerabili Fratelli, importa ricercare anzitutto quali
siano  le  cagioni che fanno tralignare dalla retta via. Ora  siffatte
cagioni possono ridursi a tre: o perch viene commessa la predicazione
a  chi  non  si  dovrebbe;  o  perch non  ci  si  apporta  la  dovuta
intenzione; o ancora non si predica nel modo che si conviene.
     Infatti, secondo che insegna il Concilio di Trento, l'ufficio  di
predicare spetta ai Vescovi principalmente . E gli Apostoli, ai  quali
succedettero  i  Vescovi,  quello  soprattutto  ritennero   che   loro
appartenesse. Cos Paolo: "Non mi ha mandato Cristo a battezzare, ma a
predicare  il  Vangelo" (1Cor 1,17). E gli altri Apostoli  similmente:
"Non    giusto che noi tralasciamo la parola di Dio per servire  alle
mense" (At 6,2).
     Per  sebbene  quest'ufficio appartenga ai  Vescovi  in  proprio,
tuttavia  essendo  essi occupati da molti altri pensieri  nel  governo
delle  loro Chiese, n potendo perci sempre n in ogni caso adempirlo
di  per  s,    necessario che vi soddisfacciano anche per  mezzo  di
altri.  Laonde  chiunque, oltre i Vescovi, esercita quest'ufficio,  lo
esercita  senza  dubbio  come un incarico episcopale.  Questo  adunque
rimanga   anzitutto   bene   stabilito:  a   nessuno   essere   lecito
d'intraprendere  da  s  l'ufficio di predicare,  essere  anzi  a  ci
necessaria la legittima missione, che nessuno pu dare, dal Vescovo in
fuori:  "Quomodo praedicabunt nisi mittantur? - Come predicheranno  se
non  sono mandati?" (Rm 10,15). Quindi mandati furono gli Apostoli,  e
mandati  da  Colui che  Pastore supremo e Vescovo delle anime  nostre
(cf.  1Pt  2,25), mandati i settantadue discepoli; e lo stesso  Paolo,
quantunque  costituito gi da Cristo vaso di elezione per  portare  il
nome  di lui dinanzi alle genti ed ai re (cf. At 9,15), non inizi  il
suo  apostolato  fino a quando i seniori, ubbidendo al  comando  dello
Spirito  Santo: "Mettetemi da parte Saulo per l'impresa" (del Vangelo)
(At  13,2), impostegli le mani, non lo licenziarono. La qual cosa  nei
primi  tempi della Chiesa fu consuetudine costante. Tanto  che  tutti,
anche  i pi insigni nel semplice ordine sacerdotale, come Origene,  e
quelli  che  dappoi  furono  innalzati alla dignit  episcopale,  come
Cirillo  di  Gerusalemme  e gli altri antichi  Dottori  della  Chiesa,
tutti,  autorizzati ciascuno dal proprio vescovo, intrapresero l'opera
della predicazione.
     Oggi  all'incontro, o Venerabili Fratelli, si direbbe sia invalsa
un'usanza ben differente. Non sono rari, tra i sacri oratori, tali  di
cui  si potrebbe ripetere con verit quello onde si lagna Iddio presso
Geremia:  "Io  non li avevo mandati quei profeti, eppure correvano  da
s"  (Ger 23,21). Basta infatti che alcuno o per naturale inclinazione
o  per  altro  motivo qualunque s'invogli di darsi al ministero  della
parola,  perch  facilmente gli si apra l'accesso  al  pergamo,  quasi
palestra da esercitarvisi ognuno a suo talento. Tocca dunque a voi,  o
Venerabili  Fratelli, riparare a tanto disordine; e poich ben  sapete
come  dovrete un giorno rendere conto a Dio ed alla Chiesa del pascolo
che  avrete  fornito alle vostre greggi, non vogliate  permettere  che
alcuno, senza il vostro consenso, s'introduca nell'ovile e quivi a suo
piacimento pasca le pecorelle di Cristo. Nessuno pertanto nelle vostre
diocesi  d'ora innanzi dovr predicare se non sia stato da voi  stessi
chiamato ed approvato.
     Vorremmo  perci,  su questo proposito, che  con  ogni  vigilanza
consideriate a quali persone affidate incarico cos santo e rilevante.
Il  decreto  del Concilio Tridentino infatti questo solo  permette  ai
Vescovi,  che  scelgano uomini idonei, cio dire che siano  capaci  di
adempiere  salutarmente  il  dovere della predicazione.  Salutarmente,
dice  - notate bene la parola che esprime la norma in questo affare  -
non  dice  con  eloquenza, non gi con plauso degli  uditori,  ma  con
frutto  delle anime, che  il fine proprio del ministero della  divina
parola.  Che  se  desiderate intendere da Noi anche  pi  precisamente
quali veramente si debbano reputare idonei, diremo senz'altro che sono
quelli  appunto ne' quali riscontrate i segni della vocazione  divina.
Imperocch quei requisiti stessi che si domandano acciocch alcuno sia
ammesso al sacerdozio: "Nessuno si appropria da s tale onore ma chi 
chiamato  da  Dio"  (Eb  5,4), sono pure  necessari  perch  egli  sia
giudicato atto alla predicazione.
 Chi pu essere ammesso a predicare
     Vocazione  questa non difficile ad intendere. Poich  allorquando
Cristo, Maestro e Signor nostro, stava per salire al cielo, non  disse
gi agli Apostoli che, spargendosi pel mondo, subito principiassero  a
predicare, ma "trattenetevi in citt sino a tanto che siate  rivestiti
di  virt  dall'alto"  (Lc 24,4). Sicch questo   l'indizio  d'essere
alcuno  da Dio chiamato a tale ufficio, s'egli sia dall'alto rivestito
di   virt.  Il  che  come  sia,  Venerabili  Fratelli,  lo   possiamo
raccogliere  dall'esempio degli Apostoli, tostoch  ricevettero  virt
dal  cielo.  Era  su  di  loro disceso appena lo  Spirito  Santo,  che
lasciando  stare i mirabili carismi loro conferiti essi,  di  rozzi  e
fiacchi  uomini che erano, ad un tratto diventarono dotti e  perfetti.
Cos  se  un sacerdote sia fornito di conveniente dottrina e di  virt
purch  egli  abbia  tanto  in doni di natura  da  non  tentare  Iddio
giustamente   si   potr  giudicarlo  chiamato  al   ministero   della
predicazione,  n  vi  sar  ragione  che  il  Vescovo  non  lo  possa
ammettere.  Ed    quello stesso che intende il  Concilio  di  Trento,
quando  stabilisce che il Vescovo non permetta di predicare ad  alcuno
che  non sia ben provato per costumi e per dottrina .  quindi  dovere
del Vescovo assicurarsi per via di lunga ed accurata esperienza quanta
sia  la  scienza  e  la  virt di coloro, ch'egli  pensa  d'incaricare
dell'ufficio  di  predicare. E s'egli in  ci  si  dimostrasse  troppo
facile  e trascurato, mancherebbe ad un suo gravissimo dovere,  e  sul
suo capo ricadrebbe la colpa e degli errori profferiti dal predicatore
ignorante e dello scandalo e mal esempio del malvagio.
     Ma  per  facilitarvi l'adempimento dell'obbligo vostro in  questo
genere,  o  Venerabili  Fratelli, ordiniamo che  d'ora  innanzi  tutti
coloro  che  domandano la facolt di predicare abbiano a sostenere  un
doppio  e  severo  giudizio, dei costumi e della  scienza  loro,  cos
appunto  come  si suole per la facolt di ascoltare le confessioni.  E
chiunque  o  per  l'uno o per l'altro conto sia ritrovato  manchevole,
senza  nessun riguardo, come inetto venga escluso da tale ufficio.  Lo
esige  la  dignit vostra, perch, come abbiamo detto,  i  predicatori
fanno  le  vostre  veci: lo esige il bene della  santa  Chiesa,  nella
quale, se altri mai dev'essere sale della terra e luce del mondo,  ci
spetta a colui che  occupato nel ministero della parola (Mt 5,13-14).
 Il fine e le forme della predicazione
     Ben  considerate queste cose, pu sembrare superfluo il procedere
a   spiegare  qual  debba  essere  il  fine  e  il  modo  della  sacra
predicazione.  Giacch  ove  la scelta dei  sacri  oratori  si  faccia
secondo  la mentovata regola, che dubbio c' che quelli, i quali  sono
adorni delle richieste qualit, si proporranno nel predicare una degna
causa  e  si atterranno a una degna maniera? Tuttavia giova lumeggiare
questi  due capi, affinch tanto meglio apparisca perch mai  talvolta
venga a mancare in alcuni l'ideale del buon predicatore.
     Che cosa i predicatori nell'adempiere al loro ufficio abbiano  da
avere  innanzi  agli occhi, si rileva da questo, che  essi  possono  e
debbono  dire  di  s  quel  di  San  Paolo:  "Facciamo  le  veci   di
ambasciatori  per Cristo" (2Cor 5,20). Se dunque sono ambasciatori  di
Cristo,  nel compiere la loro ambasceria debbono volere quello  stesso
che  Cristo  intese  nel darla loro: anzi quello che  egli  stesso  si
propose,  mentre visse sulla terra. Giacch gli Apostoli, e  dopo  gli
Apostoli  i  predicatori, non ebbero missione  diversa  da  quella  di
Cristo:  "Come  mand me il Padre, anch'io mando voi"  (Gv  20,21).  E
sappiamo   per  che  cosa  Cristo  discese  dal  cielo,  avendo   egli
apertamente  dichiarato: "Io a questo fine son venuto  nel  mondo,  di
rendere  testimonianza alla verit" (Gv 18,37). "Io son venuto  perch
abbiano vita" (Gv 10,10).
     Quelli dunque che esercitano la sacra predicazione debbono mirare
all'una e all'altra cosa, cio a diffondere la verit da Dio rivelata,
e  a  destare  ed alimentare la vita soprannaturale in coloro  che  li
ascoltano;   in   una  parola,  a  promuovere  la   gloria   di   Dio,
coll'attendere  alla  salute delle anime.  Laonde,  come  a  torto  si
direbbe  medico  chi  non esercit la medicina, o maestro  di  un'arte
qualsiasi chi quell'arte non insegni, cos chi predicando non si  cura
di  condurre gli uomini a una pi piena cognizione di Dio e sulla  via
dell'eterna  salute,  potremo  dirlo  un  vano  declamatore,  non   un
predicatore  evangelico.  E  cos  non  ve  ne  fossero  di   siffatti
declamatori!
 Intenzioni dei falsi predicatori
      E  che  cosa    poi  quello  da  cui  si  lasciano  soprattutto
trasportare? Alcuni dalla cupidigia della gloria umana, per soddisfare
alla  quale  "si studiano di dir cose pi alte che adatte, ingenerando
nelle  deboli intelligenze stupore di s, non operando la loro salute.
Si vergognano di dir cose umili e piane, per non sembrar di saper solo
queste... Si vergognano di allattare i pargoli" . E mentre il  Signore
Ges  dall'umilt degli uditori voleva s'intendesse essere egli  colui
che  si aspettava: "Si annunzia ai poveri il Vangelo" (Mt 2,5), quanto
non brigano costoro per acquistarsi rinomanza dalla predicazione nelle
grandi  citt e sui pulpiti primarii? E poich nelle cose rivelate  da
Dio  ve  n'ha  di  quelle che spaventano la debolezza  della  corrotta
natura umana, e che per ci non sono adatte ad adunare moltitudini, da
esse  cautamente  si  astengono e prendono a  trattare  argomenti  ne'
quali,  salvo la natura del luogo, niente v'ha di sacro.  E  non  raro
avviene,  che  nel trattar di verit eterne discendono alla  politica,
massime  se qualche cosa di questo genere occupi fortemente gli  animi
degli  uditori. Questo solo sembra essere il loro studio,  di  piacere
agli  uditori  e  imitar quelli che San Paolo dice  lusingatori  delle
orecchie (2Tm 9,3). Di qui quel gesto non pacato e grave, ma da  scena
e  da  comizio; di qui quelle patetiche modulazioni di voci o tragiche
impetuosit; di qui quel modo di parlare proprio dei giornali; di  qui
quella  copia di sentenze attinte dagli scrittori empii ed acattolici,
non  dalle divine Lettere n dai Santi Padri; di qui finalmente quella
vertiginosit di parola che nei pi d'essi si riscontra e che serve s
a  ottundere le orecchie e a far stupire gli uditori, ma che non  reca
ad  essi niente di buono da riportare a casa. Ora  incredibile di che
inganno siano vittime cotali predicatori. Conseguano pure quel  plauso
degli   stolti  che  essi  cercano  con  tanta  fatica  e  non   senza
profanazione: ma vale la spesa, quando con ci essi vanno incontro  al
biasimo degli uomini savii, e, quel che  peggio, al tremendo giudizio
severissimo di Cristo?
     Se  non che, Venerabili Fratelli, non tutti i predicatori che  si
allontanano dalle buone regole cercano, nel predicare, unicamente  gli
applausi.  Il  pi  delle  volte  quelli  che  si  procurano  siffatte
manifestazioni  lo  fanno per giovarsene ad  altro  scopo  anche  meno
onesto.  Giacch dimenticando il detto di San Gregorio: "Il  sacerdote
non  predica per mangiare, ma perci deve mangiare perch predichi"  ,
non  sono  rari coloro i quali, sentendo di non esser fatti per  altri
uffici,  dove  vivere con decoro, si sono dati alla predicazione,  non
per esercitare debitamente questo santissimo ministero, ma per fare  i
loro  interessi.  Vediamo  quindi tutte le  sollecitudini  di  costoro
essere  volte  non a cercare dove si possa sperare un  maggior  frutto
nelle anime, ma dove predicando v' da guadagnare di pi.
     Ora  da uomini siffatti non potendosi aspettar altro che danno  e
disonore per la Chiesa, dovete, Venerabili Fratelli, vigilare con ogni
diligenza   affinch,  scoprendo  qualcuno  che  faccia   servire   la
predicazione  alla  sua  vanit o all'interesse,  lo  rimoviate  senza
indugio  dall'ufficio  di predicare. Giacch  chi  non  si  perita  di
profanare cosa s santa, non avr certo ritegno di discendere ad  ogni
bassezza, spargendo una macchia d'ignominia non solo sopra di  s,  ma
anche sullo stesso sacro ministero, che cos indegnamente egli compie.
     E dovr usarsi la stessa severit contro coloro che non predicano
come  si  deve, per aver trascurati i necessari requisiti  a  compiere
bene  questo  ministero. E quali siano questi, lo insegna coll'esempio
suo  colui che dalla Chiesa fu denominato il Predicatore della verit,
Paolo Apostolo; ed oh se, per beneficio di Dio, avessimo molto maggior
numero di predicatori simili a lui!
 
III. CONDIZIONI PER PREDICARE
La scienza necessaria
     La  prima cosa dunque che apprendiamo da San Paolo si   con  che
preparazione e dottrina egli intraprese a predicare. N qui intendiamo
degli  studii  ai  quali  egli aveva diligentemente  atteso  sotto  il
magistero  di  Gamaliele.  Giacch  la  scienza  in  lui  infusa   per
rivelazione, oscurava e quasi sopraffaceva quella che egli  da  s  si
era  procacciata: bench anche questa non gli giov poco,  come  dalle
sue Lettere si ricava. La scienza  affatto necessaria al predicatore,
come  dicemmo; della cui luce chi  privo facilmente erra, secondo  la
verissima  sentenza  del Concilio Lateranense IV:  "L'ignoranza    la
madre  di  tutti  gli  errori". Tuttavia ci non vuole  intendersi  di
qualsiasi scienza, ma di quella che  propria del sacerdote e  che  si
restringe, per dir tutto in poco, alla cognizione di s, di Dio e  dei
doveri:  di  s,  diciamo,  perch ognuno  metta  da  parte  i  propri
vantaggi;  di Dio, perch conduca tutti a conoscerlo e ad amarlo;  dei
doveri,  perch li osservi e insegni ad osservarli. La  scienze  delle
altre cose, se manchi questa, gonfia e nulla giova.
 Disponibilit senza condizioni
     Ma  vediamo qual fu nell'Apostolo la preparazione interiore.  Nel
che  tre cose debbono massimamente tenersi sotto gli occhi. La  prima,
che  San  Paolo  si  abbandon tutto alla divina volont.  Non  appena
infatti, mentr'era in cammino verso Damasco, fu tocco dalla virt  del
Signore  Ges,  egli  proruppe  in  quella  esclamazione,  degna  d'un
Apostolo: "Signore, che vuoi tu che io faccia?" (At 9,6). Per amor  di
Cristo,  cominci subito ad essergli indifferente,  come  gli  fu  poi
sempre  in  appresso,  il  lavorare  e  il  riposare,  la  penuria   e
l'abbondanza, la lode e il disprezzo, il vivere e il morire. Non   da
dubitare che perci egli profittasse tanto nell'apostolato, perch  si
sottomise  con  pieno  ossequio alla volont di Dio.  Al  modo  stesso
quindi innanzi tutto serva a Dio ogni predicatore che s'affatica  alla
salute  delle  anime: in maniera che non si dia alcun  pensiero  degli
uditori,  del  successo, dei frutti, che sar per avere:  che  cerchi,
infine, non s, ma Dio solo.
     Questo studio poi cos grande di prestare ossequio a Dio richiede
un animo s disposto a patire, che non si sottragga a nessuna fatica o
incommodo. La qual cosa in Paolo fu insigne. Giacch avendo il Signore
detto di lui: "Io gli far vedere quanto debba egli patire per il nome
mio"  (At  9,16),  egli  da  allora  abbracci  tutti  i  travagli  s
volenterosamente da scrivere: "Sono inondato dall'allegrezza in  mezzo
a  tutte  le  nostre  tribolazioni" (2Cor 7,4). Ora questa  tolleranza
della  fatica se nel predicatore sia segnalata, purificandolo da  quel
che  in lui v' di umano, e conciliandogli la grazia di Dio necessaria
per  far frutto,  incredibile quanto renda commendevole la sua  opera
agli  occhi del popolo cristiano. Al contrario poco riescono a  muover
gli animi, quelli che dovunque vanno, cercano comodit pi del giusto,
e  fuori  delle  loro  prediche, non toccano  quasi  altro  del  sacro
ministero; s da apparire che essi badino pi alla propria sanit, che
al vantaggio delle anime.
      In   terzo  luogo  finalmente  dall'Apostolo  s'impara  che   al
predicatore   necessario quello che si dice lo spirito  di  orazione:
egli  infatti come prima fu chiamato all'apostolato, cominci a pregar
Dio:  "Ei  gi  fa  orazione" (At 9,11). E la  ragione    perch  non
coll'abbondanza  del  dire,  n  col  discutere  sottilmente   o   col
caldamente  perorare si ottiene la salute delle anime: un  predicatore
che  si  fermi  qui non  altro che "un bronzo sonante  o  un  cembalo
squillante" (1Cor 13,1). Ci che d vigore alle parole dell'uomo e  le
fa  mirabilmente efficaci a salute,  la divina grazia: "Dio diede  il
crescere" (1Cor 3,6). Or la grazia di Dio non si ottiene con lo studio
e  coll'arte, ma s'impetra con la preghiera. Onde chi poco o niente  
dedito  all'orazione, indarno spende la sua opera e la  sua  diligenza
nella predicazione, perch innanzi a Dio non caver nessun profitto n
per s n per gli uditori.
 Dottrina e piet
     Pertanto,  a restringere in poco quanto siamo venuti dicendo  fin
qui,  ci  serviamo  di  queste  parole  di  San  Pietro  Damiano:  "Al
predicatore  due  cose  sono  sommamente necessarie,  cio  dire,  che
sovrabbondi  di  sentenze  della  dottrina  sacra  e  fiammeggi  dello
splendore di religiosa vita. Che dove un sacerdote non riesca ad unire
in  s  le due cose, di guisa che sia esemplare di vita e copioso  dei
doni di dottrina,  meglio senza dubbio la vita che la dottrina... Pi
vale  la  chiarezza  della  vita  per  l'esempio,  che  l'eloquenza  e
l'accurata eleganza dei discorsi...  necessario che il sacerdote, che
esercita  l'ufficio  della  predicazione,  versi  piogge  di  dottrina
spirituale   ed  irraggi  lume  di  vita  religiosa:  a   maniera   di
quell'Angelo, il quale annunziando ai pastori il nato Signore,  balen
d'uno  splendore  di  chiarezza, ed espresse con parole  ci  che  era
venuto ad evangelizzare" .
 Predicare tutta la verit e tutti i precetti
     Ma  per ritornare a San Paolo, se esaminiamo di quali cose  fosse
solito  trattare  predicando,  egli  compendia  tutto  cos:  "Non  mi
credetti di sapere altra cosa tra di noi, se non Ges Cristo, e questo
crocifisso"  (1Cor 2,2). Fare che gli uomini conoscessero  sempre  pi
Ges  Cristo, e d'una cognizione che giovasse a vivere e non a credere
soltanto,  ecco quello a che egli s'affatic con tutto il  vigore  del
suo petto. E per predicava tutti i dommi o precetti di Cristo anche i
pi severi senza nessuna reticenza o temperamento, intorno all'umilt,
all'annegazione di s, alla castit, al disprezzo delle cose  terrene,
all'obbedienza,  al  perdono dei nemici o simili. N  mostrava  alcuna
timidezza  nel proclamare: che si scelga tra Dio e Belial, perch  non
si  pu servire ad entrambi; che tutti, appena escono di questa  vita,
hanno  a presentarsi a un tremendo giudizio; che con Dio non c' luogo
a  transazioni; che o  da sperare la vita eterna, se si osserva tutta
la  legge, o, se per secondare le passioni si trascura il dovere,  da
aspettarsi  il fuoco eterno. N mai il Predicatore della verit  stim
di  astenersi  da  siffatti argomenti per  la  ragione  che,  data  la
corruzione  dei  tempi,  sembrassero troppo duri  a  coloro  ai  quali
parlava.  Apparisce  chiaro dunque come non siano  da  approvare  quei
predicatori,  che non osano toccare certi capi di dottrina  cristiana,
per non riuscir molesti all'uditorio. Forse che il medico dar rimedii
inutili all'infermo, se questi per caso abborrisca dagli utili? E  poi
qui  si  parr  la  virt e l'abilit dell'oratore, se  egli  le  cose
ingrate avr col suo dire rese grate.
 Non serve la sapienza del mondo
     Gli  argomenti  poi  che  aveva preso  a  trattare  in  che  modo
l'Apostolo  li  esponeva? "Non nelle persuasive  dell'umana  sapienza"
(1Cor  2,4). Quanto importa, Venerabili Fratelli, che ci sia da tutti
sommamente  ritenuto,  mentre  vediamo non  pochi  oratori  sacri  che
predicano  mettendo da parte la Sacra Scrittura, i Padri e  i  Dottori
della  Chiesa e gli argomenti della sacra teologia, e non  parlano  se
non  quasi  solo il linguaggio della ragione. Ed , senza dubbio,  uno
sbaglio: giacch nell'ordine soprannaturale non si riesce a nulla  coi
soli  amminicoli  umani. - Ma si oppone: al predicatore  il  quale  si
fondi  troppo sulle verit rivelate, non si presta fede. -    proprio
vero?  Ammettiamo pure che ci avvenga presso gli acattolici: sebbene,
quando  i  Greci  cercavano la sapienza, s'intende, di  questo  mondo,
l'Apostolo  predicava Ges Crocifisso. Ma, se volgiamo gli occhi  alle
popolazioni  cattoliche,  in  esse coloro  che  sono  alieni  da  noi,
ritengono  per  lo  pi la radice della Fede: le  menti  infatti  sono
accecate perch son corrotti gli animi.
 Finalmente  con  quale spirito predicava San Paolo? Non  per  piacere
agli uomini, ma a Cristo: "Se piacessi agli uomini, non sarei servo di
Cristo"  (Gal 1,10). Con un'anima tutt'accesa della carit di  Cristo,
non altro cercava se non la gloria di Cristo. O se quanti s'affaticano
nel  ministero  della parola, amassero tutti davvero  Ges  Cristo,  e
potessero  far proprie l'espressioni di San Paolo: "Per causa  di  cui
(Ges  Cristo) ho giudicato un discapito tutte le cose" (Fil  3,8);  e
"Il  mio  vivere  Cristo" (Fil 3,8). Tanto quelli che ardono d'amore,
sanno  infiammare  gli  altri. Onde San  Bernardo  cos  ammonisce  il
predicatore: "Se tu bene intendi, cerca d'esser conca e non canale"  ;
cio  di  quel  che  dici sii pieno tu stesso, e  non  ti  basti  solo
trasfonderlo  negli  altri. "Ma - come lo stesso Dottore  soggiunge  -
oggi nella Chiesa abbiamo molti canali e pochissime conche" .
     Affinch ci non accada in avvenire, dobbiamo rivolgere  tutti  i
nostri  sforzi,  o  Venerabili Fratelli:  a  noi  spetta,  respingendo
gl'indegni, e incoraggiando, formando, guidando gl'idonei, fare che di
predicatori, secondo il cuore di Dio, ne sorgano quanti pi si pu.
     Pieghi  poi  lo sguardo sul suo gregge il misericordioso  Pastore
eterno,  Ges Cristo, anche per le preghiere della Vergine Santissima,
Madre augusta dello stesso Verbo incarnato e Regina degli Apostoli;  e
rinfocolando  lo spirito dell'apostolato nel Clero, faccia  che  siano
numerosi quelli che cerchino "di comparir degni d'approvazione davanti
a  Dio, operai non mai svergognati, che rettamente maneggino la parola
di verit" (2Tm 2,15).
     Auspice  dei doni divini e in attestato della nostra benevolenza,
a  voi,  o  Venerabili Fratelli, e al vostro Clero e popolo impartiamo
con ogni affetto l'Apostolica Benedizione.
 Dato  a  Roma presso San Pietro, il 15 giugno, festa del Sacratissimo
Cuore di Ges, dell'anno 1917, terzo del nostro Pontificato.
BENEDETTO PP. XV 
 
