                        LETTERA ENCICLICA
                       DEL SOMMO PONTEFICE
                        BENEDETTO PP. XIV
                    "APOSTOLICA CONSTITUTIO"
                      A TUTTI I PATRIARCHI,
                      ARCIVESCOVI E VESCOVI
                       VENERABILE FRATELLO
                 SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE
1. La Nostra Apostolica Costituzione, con la quale abbiamo
annunciato ai fedeli di Cristo la solennit dell'Anno Santo,
contiene un invito ad un devoto pellegrinaggio, che  un'opera
additata da Dio nel Vecchio Testamento, praticata e frequentata
nei primi secoli della Chiesa verso i luoghi santi di
Gerusalemme, praticata in ogni tempo con molta assiduit anche da
Re e Monarchi verso i luoghi santi di questa nostra alma Citt, e
specialmente verso i Sepolcri dei santi Apostoli Pietro e Paolo:
opera infine che, impugnata dagli eretici,  stata con molta
ragione ed energia sostenuta e difesa dai nostri Controversisti,
e che ben diretta e governata dai Prelati di Santa Chiesa, pu
servire e serve di edificazione a tutti coloro che, con animo
pacato, la considerano nella sua vera realt, e nei veri limiti
nei quali deve essere ristretta.
2. Iddio ordin che tutti i figli d'Israele tre volte l'anno
facessero un devoto pellegrinaggio per visitare il Tabernacolo,
ossia il Tempio del Signore: "Tre volte all'anno tutto il tuo
popolo di sesso maschile apparir al cospetto del Signore Dio tuo
nel luogo che avr scelto, nella solennit degli azzimi, nella
solennit del Settimo Giorno, nella solennit dei Tabernacoli",
come si legge nel Deuteronomio (Dt 16,16). Elcana e sua moglie
Anna adempirono puntualmente il precetto, come si legge nel libro
1 dei Re (1Sam 1,13). Il nostro amatissimo Redentore con la beata
Vergine sua Madre e il suo padre putativo San Giuseppe si rec al
Tempio, come leggiamo nel Vangelo di Luca (cf. Lc 2,22). E
affinch il Tempio edificato da Salomone fosse frequentato da
tutte le genti, lo stesso Salomone non manc di pregare Dio
affinch esaudisse anche le preghiere dei forestieri che non
appartenevano al popolo d'Israele e che da pellegrini fossero
venuti a visitarlo: "Inoltre il forestiero che non appartiene al
tuo popolo d'Israele verr da terra lontana in tuo nome (infatti
il tuo nome insigne sar udito ovunque, e cos pure la tua mano
forte e il tuo braccio esteso); allora tu dal cielo, nel
firmamento ove tu dimori, esaudirai e farai ogni cosa che da te
avr invocato il forestiero": cos si legge nel libro 3 dei Re
(1Re 8,41-43).
3. Celebre  la testimonianza di Eusebio nella Storia
Ecclesiastica (lib. 6, cap. 11), in cui riferisce il devoto
ingresso di Sant'Alessandro, Vescovo di Cappadocia, in
Gerusalemme per vedere e pregare nei luoghi santi:
"Avvertito da un divino oracolo, Alessandro part dalla
Cappadocia (dove era stato ordinato Vescovo) e giunse a
Gerusalemme, sia per pregare, sia per visitare i luoghi sacri"; e
pi che celebre in proposito  la testimonianza di San Girolamo:
"Ora sarebbe lungo trascorrere anno per anno, dall'Ascensione del
Signore fino all'et presente, enumerando i Vescovi, i Martiri, i
sapienti nella dottrina Cristiana che vennero a Gerusalemme,
convinti di essere meno religiosi, meno sapienti e, come si dice,
di non aver raggiunto la pienezza delle virt se non avessero
adorato Cristo in quei luoghi ove il primo Vangelo balen dal
patibolo" (Lettera 44).
4. Non prenderemo qui l'impegno di riferire le frequenti visite
dei Re, dei Vescovi e dei Prelati della Chiesa e di tutti i
fedeli e i continui pellegrinaggi per visitare le tombe degli
Apostoli, essendo gi stata esaurita la materia in tutto e per
tutto da alcuni celebri eruditi, cio da Onofrio Panvinio nel suo
trattato De praestantia Basilicae Vaticanae, che tuttora si
conserva manoscritto nell'Archivio del Capitolo della Basilica
Vaticana e che Noi pi volte abbiamo letto quando in minoribus
eravamo Canonico di detta Chiesa e Archivista di detto Archivio;
da Giacomo Gretser nel tomo 4 della nuova edizione delle sue
Opere (libro 2, De sacris Peregrinationibus, cap. 12 e ss.); dal
Coccio, nel Tesoro Cattolico (libro 5, cap. 17); da Stanislao
Hosio nel cap. De Caeremoniis quae desumuntur a loco; da Rutilio
Benzonio De Anno Sancti Jubilaei (lib. 6, cap. I ss.); dal
Dresselio nelle sue Opere stampate in Monaco (tomo 13, par. I, cap. 7, 
p. 126 e ss.); e recentemente dal Trombelli, De cultu
Sanctorum (tomo I, part. 2, cap. 46 e ss.)
Richiameremo tuttavia la formula di Marculfo Monaco, che visse
nel secolo VII, e che dai predetti non  citata; in essa si
contiene la commendatizia rivolta al Papa ed ai Vescovi a favore
di coloro che si accingevano al pellegrinaggio verso Roma per
visitare le tombe dei Santi Apostoli. Tale formula si trova nel
lib. 2, cap. 49: "Questo viandante, infiammato di luce divina,
non per diporto, come  costume dei pi (o come altri leggono)
per amore di vagabondaggio, ma in nome del Signore, incurante
dell'arduo e faticoso cammino, desiderando di visitare le tombe
degli Apostoli Pietro e Paolo per lucrarne una preghiera, chiese
alla mia pochezza di essere raccomandato alla vostra benignit"
(Marculfo, lib. 2, cap. 49).
San Giovanni Crisostomo nel libro Quod Christus sit Deus delle
sue Opere (pubblicate a Parigi nel 1718, tomo I, n. 9, p. 570)
cos scrive in proposito: "Nella regale citt di Roma,
prescindendo da tutti gli altri, Imperatori, Consoli, Condottieri
di Eserciti accorrono al sepolcro del Pescatore e tessitore di reti".
Dell'Imperatore Carlo Magno scrive Eginardo: nello spazio di
quarantasette anni egli venne a Roma, tratto dalla devozione:
"Carlo Magno in quarantasette anni quattro volte si rec a Roma
per sciogliere voti e per pregare".
Il Pontefice Nicol I, che visse nel secolo nono, rende un'ampia
testimonianza del concorso dei fedeli venuti a Roma per venerare
le ceneri dell'Apostolo Pietro. Nella sua lettera 9
all'Imperatore Michele scrive: "Molte migliaia di uomini
provenienti da ogni regione della terra si affidano ogni giorno
alla protezione e all'intercessione di San Pietro, Principe degli
Apostoli, e si propongono di rimanere presso il suo Sepolcro fino
alla fine della propria vita in quanto (oltre al fatto che
distingue la Chiesa Cattolica, vaso calato dal cielo in cui sono
mostrati allo stesso San Pietro, tutte le creature viventi) anche
di per se stessa la citt dei Romani, presso la quale si venera
continuamente la presenza corporale dello stesso Apostolo, si
riconosce quale vaso di tutte le genti viventi (quelle che si
intendono spiritualmente creature umane)".
5. Per ci che riguarda o i nostri Controversisti, che contro gli
Eretici hanno ben sostenuto la difesa delle devote peregrinazioni
ai luoghi santi, o le regole dei Prelati della Chiesa per ben
governarle e liberarle da tutti gl'inconvenienti, Noi, che non
intendiamo fare un trattato o una dissertazione, ci rimettiamo a
quanto scrisse Giona, Vescovo di Orlans, autore del nono secolo,
contro Claudio di Torino che, nemico delle sacre immagini, era
per conseguenza anche nemico dei pi devoti pellegrinaggi. Ci
rimettiamo alla celebre Orazione di Egidio Carlerio, decano della
Chiesa di Cambrai, fatta in Basilea contro gli errori di Nicol
Taborita, stampata nel tomo 8 degli Atti dei Concili i
dell'Arduino, p. 1796 e seguenti, ove con profonda dottrina
scioglie gli equivoci opposti dal suo contraddittore contro i
devoti pellegrinaggi; ed a quanto si legge nel Concilio
Cabilonense tenuto l'anno 813, cap. 45, e pi diffusamente nel
Concilio Bituricense tenuto l'anno 1584, tomo 10 della citata
Collezione dell'Arduino, p. 1466 e seguenti, ove sono registrati
alcuni Canoni precisi per eliminare gl'inconvenienti dai sacri e
devoti pellegrinaggi; oltre ci che a tal proposito si ritrova
esattamente raccolto da Lorenzo Bochelli nei Decreti della Chiesa
Gallicana (lib. 4, tit. 14, De peregrinationibus).
6. N a Noi sono ignoti i due opuscoli di San Gregorio Nisseno,
uno intitolato De iis qui adeunt Hierosolymam, e l'altro
indirizzato ad Eustasia, Ambrosia e Basilissa, che sono nel tomo
3 delle Opere del Santo Dottore (Parigi 1638, p. 651), sul
fondamento dei quali si appoggiano coloro che non sono della
nostra comunione per screditare ed impugnare i devoti
pellegrinaggi. Tanto meno Ci  ignota la grave controversia
esistente fra gli eruditi sulla attribuzione di dette opere a San
Gregorio: controversia nella quale il Lippomano, il Baronio,
Natale Alessandro, il Tillemont, il Ceillier sono del parere che
dette opere siano del Santo Dottore; di ci per dubita il
Cardinale Bellarmino. Con molta autorit ed impegno il Grester
sostiene che esse sono apocrife, come pu leggersi nelle profonde
ed erudite note da lui pubblicate sulle stesse opere ed inserite
nel citato tomo 3 delle Opere di San Gregorio Nisseno (p. 71 e ss.).
Ma Ci sembra di potere con tutta ragione far presente che,
quand'anche le Opere siano del Santo; quand'anche in esse, com'
vero, molto si esageri circa gl'inconvenienti che si verificavano
nei pellegrinaggi a Gerusalemme; quand'anche, com' vero,
s'impugni gagliardamente la massima spacciata falsamente da
alcuni, secondo la quale le accennate peregrinazioni fossero
necessarie per l'eterna salute, la quale non si poteva ottenere
senza di esse, ci non contraddice affatto al nostro assunto in
cui sosteniamo non la necessit, ma l'utilit delle opere
predette. Non ci facciamo difensori degl'inconvenienti, ma, come
si vedr in seguito, ne andiamo additando e procurando i rimedi.
Non  poi necessario che si accolgano con assoluto rigore le
gagliarde espressioni del Santo Dottore contro i pellegrinaggi a
Gerusalemme, sia perch si vede manifestamente che traggono
origine dai frequenti scandali che andavano verificandosi, sia
perch il parere di un singolo, bench santo e celebratissimo
Dottore, deve in ogni caso cedere al sentimento della Chiesa ed
al comune parere contrario degli altri, che fra le opere
cristiane pie e devote annoverano i sacri pellegrinaggi quando
siano fatti nelle dovute forme.
7. Questo Nostro invito comprende i Vescovi, Nostri Venerabili
Fratelli, purch la loro salute fisica lo permetta e purch la
cura delle anime loro affidate non riceva danno dalla loro
assenza. Si ricordino che la maggior parte dei loro Predecessori,
almeno di quelli che non erano tanto lontani da Roma, venivano
ogni anno alla Citt Santa per celebrare unitamente con il Papa
la festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, come si legge nelle
lettere 13 e 16 di San Paolino. L'invito comprende anche i
Sacerdoti e gli altri del Clero, purch vengano, com' doveroso,
con le autorizzazioni dei loro Vescovi: legge che non  inventata
da Noi, ma assai antica, come si evince dal Canone 41 e dal
Canone 42 del Concilio Laodiceno, tenuto l'anno 372, come si
legge nel tomo I della Collezione dell'Arduino (pp. 789 e 790).
Il Nostro invito comprende i Regolari, purch abbiano le
opportune licenze dei loro Superiori, che esortiamo ad usare ogni
avvedutezza nel concederle. Comprende i Laici, purch
intraprendano il viaggio dopo aver consultato o il Parroco o il
Confessore, che nel dare il suo consiglio dovr tener presente la
comune massima degli autori spiegata da Teofilo Raynaudo, nel
trattato intitolato Heteroclita spiritualia: "Il pellegrinaggio -
cos il Raynaudo -  opera di supererogazione, e riguarda il
culto volontario, che non ha attinenza con l'esercizio di virt,
quando sia da praticare per obbligo. Cos il marito, che 
costretto per vincolo di matrimonio ad essere unito alla moglie,
far peccato se, contro l'opposizione della moglie, affronter un
lungo pellegrinaggio lasciandola a casa. Pertanto, quand'anche la
moglie consentisse, tuttavia il lungo pellegrinaggio potrebbe
ridurre la colpevolezza del marito se, per quella assenza, in uno
dei coniugi fosse presente il verosimile pericolo di perdere la
virt. In base a questo principio, giustamente apparirebbe
anomalo il pellegrinaggio del padre di famiglia il quale, essendo
necessario in casa per il sostegno della famiglia dovendo
lavorare e risparmiare per i suoi, volesse tuttavia allontanarsi
da casa e visitare ora l'uno, ora l'altro sacro monumento.
Altrettanto dicasi di colui che, oberato dai debiti e non avendo
altro modo di pagarli se non rimanendo e lavorando in qualche
luogo, scegliesse tuttavia di vistare i luoghi santi" (T.
Raynaudo, Opere, tomo 15, n. 13, p. 217).
 nota a tutti l'Indulgenza plenaria concessa da Urbano II nel
Concilio di Chiaromonte a chi, assumendo la Croce, assumeva la
milizia per recuperare la Terra Santa: "A chiunque, per sola
devozione e non per procacciarsi onore o danaro, sar andato a
Gerusalemme per liberare la Chiesa di Dio, quel cammino sia
riconosciuto quale severa penitenza". Cos si legge nel detto
Concilio tenuto l'anno 1095, nel tomo 10 dei Concili i del Labb.
San Tommaso propone la questione "Se l'uomo possa portare la
Croce qualora sia sospettato di intemperanza" e, proseguendo con
i principi sopra enunciati, cos conclude: "All'uomo compete di
necessit portare la Croce della moglie, poich l'uomo predomina
sulla moglie. Ma quando riceva la Croce per passare il mare,
soggiace alla propria volont. Perci, se la moglie, per qualche
impedimento, non pu seguirlo e lo si sospetti d'incontinenza,
non gli si deve chiedere di prendere la Croce e di abbandonare la
moglie: diverso  il caso se la moglie volontariamente s'impegna
alla continenza, o voglia e possa seguire il suo sposo"
(Quodlibet, 4, art. II).
I devoti pellegrinaggi di Sant'Elena ai luoghi santi, riferiti da
Sant'Ambrogio; di Eudosia, moglie di Teodosio juniore a
Gerusalemme, descritti da Socrate; di Paola, nobile romana, in
Terra Santa, riferiti da San Girolamo; di Santa Brigida a
Compostella e a Roma per visitare i sepolcri degli Apostoli
Pietro e Paolo; tanti altri lodevoli esempi di donne di rango
elevato ed anche poverette e miserabili, veduti da Noi nel corso
della lunga dimora che abbiamo compiuta in Roma durante il
servizio da Noi prestato alla Sede Apostolica, Ci inducono a non
escludere dal nostro invito le donne non costrette alla clausura.
All'invito uniamo per l'avvertimento, che crediamo molto
necessario, cio che da tutti coloro cui spetta vegliare sul buon
costume non si tralasci alcun provvedimento per opporsi agli
inconvenienti che possono derivare dall'et delle pellegrine,
dalla compagnia nel loro viaggio, dalla mescolanza con persone
d'altro sesso e, particolarmente quando esse, essendo maritate,
non hanno la compagnia dei loro mariti e, in difetto dei mariti,
la custodia dei fratelli o di altri loro congiunti in grado tale
di parentela che escluda ogni sospetto e porti seco ogni dovuta
custodia.
8.  nostro obbligo esporre il motivo e la ragione ultima del
nostro invito, ma ci non possiamo fare in modo adeguato se non
premettiamo alcune notizie dedotte dai Padri ed altre dalla
Storia Ecclesiastica.
San Giovanni Crisostomo nell'Omelia 32 sopra l'Epistola ai Romani
(tomo 9 della citata edizione, p. 757), dichiar di voler bene a
Roma e di poterla lodare per la grandezza, antichit, bellezza,
partecipazione del popolo, ricchezze e vittorie ottenute in
guerra: "Per questi motivi - dice il Santo Dottore - prediligo
Roma anche se posso lodarla vivendo altrove: per la grandezza,
l'antichit, la frequenza del popolo, la potenza, la ricchezza,
le audaci imprese guerresche". Egli aggiunse che amava e stimava
Roma e che sommamente desiderava venirvi per poter venerare i
sepolcri dei Santi Apostoli Pietro e Paolo: "Ma a parte tutti
questi pregi, considero beata tale Citt perch Paolo in vita sua
scrisse ai Romani e li am assai, e di persona rivolse loro la
propria parola e in Roma concluse la sua vita: perci la
cittadinanza ne ha tratto fama maggiore che da ogni altro pregio;
e a similitudine di un corpo grande e robusto, l'Urbe ha due
occhi splendenti, ossia i corpi di quei Santi. Non splende
altrettanto il cielo quando il sole emette i suoi raggi, come
l'Urbe dei Romani che possiede quei due splendori che mandano
luce in tutto il mondo". Il Santo Dottore prosegu ed espresse
l'acceso desiderio di prestare i dovuti atti di venerazione ai
sepolcri dei due Santi Apostoli: "Chi ora mi conceder di
abbracciare il corpo di Paolo, di stringermi al suo sepolcro, di
vedere la polvere del suo Corpo (che mancava a Cristo), che
portava le stigmate e diffondeva ovunque la predicazione?". E
poco dopo: "Vorrei vedere il sepolcro dove giacciono le armi
della giustizia, le armi della luce, le membra ora viventi, che
erano morte quando egli viveva e nelle quali viveva Cristo; le
membra di Cristo che erano crocifisse dal mondo e che vestivano
Cristo, tempio dello Spirito, edificio santo, che erano avvinte
allo Spirito, che erano penetrate dal timore di Dio, che avevano
le stigmate di Cristo. Questo Corpo quasi cinge di mura quella
Citt ed  pi protettivo di ogni torre e di innumerevoli
baluardi; e inoltre onor anche il Corpo di Pietro, quando era
ancora in vita: sali - disse - a vedere Pietro".
9. Seguendo le orme di San Giovanni Crisostomo diremo che questa
Nostra Citt di Roma  degna di essere veduta per la grandezza
delle fabbriche, per la sontuosit degli edifici: ma non devono
essere queste cose o cose simili l'oggetto del nostro invito.
Diremo che essa deve principalmente essere lodata e ammirata in
quanto  la Sede della Religione Cattolica e centro dell'unit;
in essa si vedono i vivi contrassegni della estinta idolatria,
che ivi aveva a lungo trionfato.
Agli eruditi  noto l'assunto di Pietro Angelo Bargeo nella sua
celebre lettera De privatorum publicorumque aedificiorum Urbis
Romae eversoribus, nella quale pretende di dimostrare che le
sontuose fabbriche dei Teatri, delle Terme, dei Templi, delle
innumerevoli statue degl'Idoli non erano state rovinate dai
Barbari, dai Goti, dai Vandali e da gente simile, ma dai Romani
Pontefici e specialmente da San Gregorio Magno e dai pii fedeli
impegnati ad eliminare ogni incentivo all'idolatria ed ogni
memoria di essa. Ma indipendentemente da quanto scrisse il citato
Bargeo, non  mancato ai giorni nostri chi con molta fatica ha
composto un trattato sui reperti pagani e profani trasportati ad
uso ed ornamento delle Chiese. In esso ha dettagliatamente
enumerato le Chiese che ancor oggi si vedono in Roma costruite
sulle rovine dei templi pagani. Diremo infine che il Nostro
invito  indirizzato ad un pellegrinaggio religioso, alla devota
visita dei Sepolcri dei Santi Apostoli Pietro e Paolo: visita che
San Giovanni Crisostomo, come sopra detto, sospirava di compiere
ma mai ebbe il modo di fare.
10. Qui per non terminano i motivi del nostro invito.  noto a
ciascuno ci che accadde nel 1300, allorch nacque all'improvviso
una pubblica voce, sparsa non solo in Roma ma in molte parti del
mondo, che ogni cento anni vi sarebbe stata una plenaria ed ampia
Indulgenza a chi visitava i Sepolcri degli Apostoli, e che
appunto in quell'anno 1300 cadeva il centesimo. Il Pontefice
Bonifacio VIII, dopo aver esperito diligenti ricerche, pubblic
la celeberrima Costituzione che comincia antiquorum habet fida
relatio, in cui concesse la plenaria Indulgenza a chi pentito e
confessato visitasse, se fosse forestiero, quindici volte (ed
essendo Romano trenta volte) le Basiliche dei Santi Pietro e
Paolo e stabil che si perpetuasse ogni cento anni la stessa
plenaria Indulgenza nel modo sopraindicato.
Tutta la vicenda  fedelmente riferita da Giacomo Gaetano,
Diacono Cardinale di San Giorgio in Velabro, nipote dello stesso
Bonifacio VIII, pubblicata nel tomo 25 della Bibliotheca Maxima
Patrum (edita a Lione, alle pp. 937 e ss.).
 pure noto che il termine di cento anni fu ridotto a cinquanta
da Clemente VI, a trentatr da Urbano VI e a venticinque da Paolo
II, e che il predetto Clemente VI aggiunse alla visita delle due
Basiliche di San Pietro e di San Paolo quella alla Lateranense;
Urbano VI, alle predette tre aggiunse la visita alla quarta
Basilica: quella di Santa Maria Maggiore. Noi, nella Nostra
Costituzione, ci siamo conformati alla disciplina che abbiamo
veduta gi introdotta, sia per quanto si riferisce alle Chiese da
visitare, sia quanto al numero delle visite e alle opere da
compiersi per conseguire il santo tesoro dell'Indulgenza
plenaria. Non vi abbiamo aggiunto altro che l'obbligo di dover
ricevere la Sacra Eucaristia. Questo  il vero oggetto del Nostro
invito: il pellegrinaggio e le visite delle Chiese ed ogni altra
opera suggerita, fatta a dovere, sono non solo convenienti, ma necessari.
Ci premesso, usiamo le stesse parole con le quali Agostino
Valerio, vigilantissimo Vescovo della Chiesa di Verona e poi
degno Cardinale della Santa Romana Chiesa, si rivolse nella
Lettera Pastorale indirizzata nel 1574 a tutti i fedeli della sua
Citt e Diocesi in vista del Giubileo dell'Anno Santo che
nell'anno successivo fu celebrato da Gregorio XIII: "Fratelli, vi
chiama lo Spirito Santo a Roma per il prossimo anno del Giubileo.
V'invita il tesoro che vi  proposto. Io vi esorto tutti a non
mancare ed a vestirvi della stola dell'allegrezza, perpetua
compagna della buona coscienza, affinch, ritornati da questo
santo viaggio, santificati in quest'Anno Santo, possiate servire
il Signore Iddio meglio di quanto abbiate fatto finora".
11. Compiacetevi anche che facciamo uso delle Lettere Pastorali
del Santo Carlo Borromeo, illustrissimo Arcivescovo di Milano,
pubblicate in lingua italiana, per comodo del suo popolo, una il
10 settembre 1574, l'anno prima del Giubileo celebrato da
Gregorio XIII: "Dilettissimi figli, non  dunque da perdere
l'occasione di tanto spirituale guadagno. Non vogliate, vi
preghiamo, per timore e rispetto di un poco di fatica corporale,
privarvi di tanto bene. Considerate la diligenza e la
sollecitudine vostra negli acquisti e nei guadagni terreni, per i
quali vi esponete a lunghi e pericolosi viaggi, n temete disagi
ed incomodi, n vi spaventate della fatica che si presenta.
Sforzatevi di fare per l'anima vostra quel che fate per il corpo,
poich per ricevere la remissione di un debito di cose temporali,
molti di voi non temerebbero d'intraprendere un viaggio maggiore
di questo, il quale vi serve per ricevere la remissione di tanti
debiti spirituali. Dovete, figli amatissimi, per questa causa, la
quale importa tanto all'anima vostra, muovervi con gran
desiderio, e piet veramente Cristiana, a fare questo santo
pellegrinaggio, al quale vi accender anche sommamente l'esempio
dell'antica devozione che in passato mostrarono i fedeli, Popoli e Principi".
L'altra Lettera Pastorale fu pubblicata nel 1576, cio l'anno
dopo quello del Giubileo celebrato in Roma, allorch, secondo il
solito, il Sommo Pontefice trasmise a Milano l'Indulgenza per
coloro che non erano venuti a Roma l'anno precedente. Ecco le
parole del Santo: "Sapete quanto abbiamo desiderato, l'anno
passato, che non ci fosse nessuno di voi il quale, per
qualsivoglia occupazione e impedimento, si scusasse di compiere
quel santo viaggio di Roma, ma che tutti poteste andare ad
arricchirvi spiritualmente e che faceste questo speciale
riconoscimento verso la Santa Romana Chiesa, comune Madre nostra,
andando di persona a ricevere di presenza queste sante
benedizioni Apostoliche ed a visitare i Sacri Corpi dei gloriosi
Apostoli San Pietro e San Paolo ed altre Sante Reliquie; a
visitare quelle antiche e devote Chiese, quella Terra Santa,
tutta cosparsa e consacrata col sangue d'innumerevoli Martiri,
dove, per questo e per molti altri misteri e devotissime memorie,
e per i favori speciali che Iddio fa a quel luogo dove ha
collocato per sempre la Cattedra di San Pietro, l'infallibilit
della Fede Cattolica, il magistero dei costumi cristiani, pare
che la terra stessa, i muri sacri, gli Altari, le Chiese, i
Cimiteri dei Martiri ed ogni cosa spiri devozione particolare, la
quale tocca quasi sensibilmente chi visita quei santi luoghi con
la necessaria disposizione. Pertanto vi abbiamo a ci molte volte
esortato con parole, eccitato con lettere ed infine invitato
anche con l'esempio del viaggio nostro, riconoscendo nostro
obbligo di andare avanti a voi e di esservi guida anche in questa occasione".
12. Qui pensavamo che potesse terminare questa nostra Lettera
Enciclica, ma riconosciamo d'esserci ingannati. I Padri del
Concilio Cabilonense secondo, tenuto l'anno 813 (Collezione
d'Arduino, tomo 4, p 1039, can. 45), rappresentano alcuni
inconvenienti che si erano verificati nei loro tempi e che
purtroppo ancora oggi si potrebbero ripetere. "Coloro che col
pretesto di pregare si recano incautamente in pellegrinaggio a
Roma o a Tours o in qualche altro luogo - reca il Canone -
commettono un grave errore. Vi sono Presbiteri, Diaconi e altri
appartenenti al Clero che vivono disordinatamente e pensano in
tal modo di emendarsi dai loro peccati e di adempiere al loro
ministero se raggiungono i luoghi predetti. Vi sono nondimeno dei
laici i quali credono di poter impunemente peccare o aver peccato
in quanto frequentano questi luoghi. Sono talmente stolti da
ritenere di purgarsi dei propri peccati con la sola visita ai luoghi santi".
Di altri disordini verificatisi nei secoli successivi parla
l'Abate Alberto Stadense nella sua Cronaca: "A fatica vidi alcuni
(o piuttosto mai) che tornassero migliori o da terre d'oltremare
o dalle tombe dei Santi". I Padri Cabilonensi non omettono
d'indicare il rimedio. Ecco le loro parole: "Coloro che
confessarono i loro peccati ai Sacerdoti delle loro Parrocchie e
da questi ricevettero il consiglio di fare penitenza, se
insistendo nelle preghiere, elargendo elemosine, migliorando la
vita, regolando i costumi, desiderano visitare le tombe degli
Apostoli o di Altri Santi, si deve mettere alla prova in tutti i
modi la loro devozione". L'Abate Stadense non nasconde i rimedi:
"Ritengo che ci dipenda dal fatto che i pellegrini non vanno n
ritornano con la dovuta devozione; dovrebbero infatti partire con
lo stesso pensiero come se stessero per emigrare da questa vita".
Noi mancheremmo al Nostro Apostolico ministero se, edotti di tale
esempio, non operassimo per togliere di mezzo ogni male e per
stabilire tutte quelle cose che sono necessarie per conseguire il
frutto dell'Indulgenza.
13. Com' noto ad ognuno, fra la pubblicazione della Bolla
dell'Anno Santo che si fa in Roma ed il principio del Sacro
Giubileo corre lo spazio di alcuni mesi, non aprendosi la Porta
Santa, giusta l'antico stile, che nella vigilia del Natale
dell'anno che precede l'Anno Santo. Non intendiamo perdere il
suddetto tempo intermedio. Di esso Ci avvaliamo per far fare in
varie parti della Citt di Roma le Missioni, dell'utilit delle
quali abbiamo abbastanza ragionato nei nostri Editti Pastorali
dati alle stampe quando eravamo residenti nella nostra Chiesa
Arcivescovile di Bologna, e che poi sono stati anche tradotti e
pubblicati in lingua latina. Esortiamo i Missionari a spiegare al
popolo in forma di Catechismo le verit cattoliche sulle sacre
Indulgenze e sul Giubileo Universale, senza entrare in dispute
particolari o di teologia polemica o di teologia morale. Al
popolo fedele dovr bastare di conoscere bene come avvalersi del
Sacramento della Penitenza e come essere liberato della colpa e
della pena eterna; ma non sempre, anzi rare volte, la pena
temporale da soddisfare in questa vita o nell'altra del
Purgatorio viene rimessa, come si vede nel sacro Concilio di
Trento (can. 30 cap. 14, sess. 6) e nel can. 30 della stessa
Sessione sotto il titolo De justificatione, secondo il quale si
trova nella Chiesa un inesausto tesoro composto della
sovrabbondanza dei meriti di Cristo e dei Santi. La loro
disponibilit  stata affidata da Ges Cristo al suo Vicario in
terra, che  il Romano Pontefice, il quale pu farne pi
ristretta o pi larga applicazione, concorrendovi giuste e
legittime cause, a favore dei vivi attraverso l'assoluzione o a
favore dei morti attraverso il suffragio, purch i primi abbiano
conseguito con la penitenza la rimozione del peccato e della pena
eterna, ed i secondi siano passati da questa all'altra vita in
grazia del Signore. Detta applicazione, quella che chiamiamo
Indulgenza, conseguita nelle dovute forme libera dalla pena
temporale a misura della concessione e dell'applicazione che si
fa da chi ha l'autorit di concedere, di dispensare e di
applicare. Ci si legge nelle Costituzioni dei Sommi Pontefici e
nella famosa Decretale del nostro Predecessore Leone X al
Cardinale Tommaso de Vio, detto Gaetano, quand'era Legato
Apostolico in Germania: cio essere molto utile al popolo
Cristiano l'uso delle Indulgenze, e pertanto sono da colpire con
anatema tutti coloro che osano dire che esse sono inutili o che
la Chiesa non ha il potere di concederle, come si legge nel Sacro
Concilio di Trento (sess. 25 nel Decreto De Indulgentiis): essere
infine l'Indulgenza dell'Anno Santo Indulgenza Plenaria, e si
distingue dalle altre Plenarie Indulgenze, anche date per modo di
Giubileo, per la maggiore ampiezza che si d ai Confessori di
assolvere dai peccati e di sciogliere con la benignit delle
dispense alcuni legami nei quali talvolta le coscienze si trovano
irretite.
14. Tralasciando le altre Apostoliche Costituzioni dei Sommi
Pontefici, ovvie per tutti, Noi citeremo quella promulgata da
Leone X: "Con la presente Lettera ritenemmo di doverti dire che
la Chiesa Romana (che le altre Chiese sono tenute a seguire come
una Madre) raccomanda che il Romano Pontefice, detentore delle
chiavi e successore di Pietro, Vicario in terra di Ges Cristo,
col potere delle chiavi che hanno facolt di aprire il Regno dei
Cieli, togliendo nei fedeli di Cristo ogni impedimento, cio la
colpa e la pena dovuta per i peccati attuali: la colpa mediante
il Sacramento della Penitenza, la pena temporale per i peccati
attuali (dovuta secondo la giustizia Divina) mediante
l'Indulgenza Ecclesiastica possa per motivi ragionevoli concedere
l'Indulgenza agli stessi Cristiani (che per vincolo di carit
sono membra di Cristo), sia che essi si trovino in questa vita,
sia in Purgatorio, per la sovrabbondanza dei meriti di Cristo e
dei Santi, tanto a beneficio dei vivi, quanto a pro dei defunti.
Con Apostolica autorit, concedendo l'Indulgenza, pu dispensare
il tesoro dei meriti di Ges Cristo e dei Santi; pu applicare
l'Indulgenza in forma di assoluzione o trasferirla ai defunti in
forma di suffragio; perci tutti i vivi e i defunti che avranno
veramente conseguito tutte le Indulgenze in tal modo, saranno
liberati da tanta pena temporale (dovuta per i loro peccati
attuali, secondo la giustizia Divina) quanta equivale alla
concessa e acquisita Indulgenza. Pertanto, con autorit
Apostolica, decidemmo che tutti debbano cos regolarsi e predicare".
15. Ci pu bastare per il popolo, per quel tanto che deve sapere
in materia di Indulgenze. Ma affinch si prepari a conseguirne il
frutto,  necessario che i Missionari vadano oltre. Animati di
zelo Apostolico, inveiscano contro le corruttele del secolo
purtroppo pubbliche e notorie, memori delle parole d'Isaia:
"Grida, non smettere; esalta la tua voce come una tromba e
annuncia al mio popolo le sue scelleratezze e alla stirpe di
Giacobbe i suoi peccati" (Is 58,1). Predichino la necessit della
Penitenza, la perdita irreparabile dell'anima se non fanno
penitenza dei loro peccati, tenendo presenti le parole di Ges
Cristo in San Luca: "Se non farete penitenza, perirete tutti
insieme" (Lc 13,5). Entrino mallevadori della Divina misericordia
a favore di coloro che abbandoneranno le antiche costumanze di
vita, e si faranno un cuore nuovo ed uno spirito nuovo. Abbiano
davanti agli occhi le parole del Signore in Ezechiele:
"Convertitevi e fate penitenza di tutte le vostre iniquit e
sarete senza peccato in morte. Ripudiate le prevaricazioni nelle
quali siete incorsi e rinnovatevi nel cuore e nello spirito,
perch - dice il Signore Iddio - non voglio la morte del morente;
ritornate e vivete" (Ez 18,30-32); e: "Io vivo - dice il Signore
Iddio - non voglio la morte dell'empio, ma che l'empio abbandoni
la sua strada, e viva" (Ez 33,11).
16. Dalla virt della Penitenza i Missionari passino al
Sacramento, e coni pi fervidi inviti non cessino d'indurre chi
li ascolta a prepararsi all'Anno Santo con una fruttuosa
Confessione. S'insegni a farla bene; si faccia vedere la
necessit di confessare le passate malefatte; si adopri ogni
diligenza per indurre anche chi non pensa d'avere necessit di
confessare le antiche colpe, a farne una generale. "Non sia
lecito confessare una seconda volta gli stessi peccati per
necessit, tuttavia consideriamo salutare che sia ripetuta la
Confessione degli stessi peccati per vergogna, che  gran parte
della Penitenza": sono parole del nostro Predecessore Benedetto
XI nella sua Decretale Inter cunctas, de privilegiis, riferite
fra le Stravaganti comuni.
Il grande San Carlo Borromeo nei Moniti ai Confessori, che il
Nostro Predecessore fece ristampare in Roma per regola e norma
dei Confessori, cos scrisse: "I Confessori, a seconda del
carattere di ciascuna persona e in tempo e luogo opportuno,
esortino i penitenti ad una Confessione generale, in modo che
attraverso di essa tutta la vita trascorsa si presenti davanti ai
loro occhi e con maggiore alacrit ritornino al Signore e si
emendino di tutti gli errori in cui potessero essere incorsi in
precedenti Confessioni".
17. Dell'utilit delle predette Confessioni generali parla pure
San Francesco di Sales in molti passi delle sue Opere; assai
conforme alla sua dolcezza  quello che si legge nella lettera,
scritta ad una dama vedova,: "Mi scrive vostro Padre; poich mi
chiede di scrivervi qualche cosa per la salute della sua anima,
io lo faccio con molta facilit, forse eccessiva. Il mio
consiglio si riduce a due punti: uno, che faccia una Penitenza
generale. Questa  una cosa senza la quale nessun uomo d'onore
deve morire. L'altro, che a poco a poco si vada distaccando dalle
passioni del mondo" (tomo I, ed. parigina del 1669, p. 914, n. 6).
Nella Vita di San Vincenzo de' Paoli, fondatore della
Congregazione della Missione, scritta in italiano, si discorre a
lungo del frutto che dalle Confessioni generali si ricava nelle
Missioni. Perci nelle Regole di detto Istituto, approvate dalla
Santa Sede, fra gli altri Ministeri si annovera quello delle
Confessioni: "Convincere e accogliere le Confessioni generali di
tutta la vita trascorsa". Il Pontefice Urbano VIII, nella sua
Bolla Salvatoris nostri con la quale approv l'Istituto di detta
Congregazione, a proposito delle Confessioni generali cos
aggiunge: "Dal pieno successo di esse appare evidente che questo
pio Istituto  graditissimo a Dio, utilissimo agli uomini e
assolutamente necessario; in forza di esso, infatti, sebbene da
non molto tempo, il raro uso delle Confessioni Sacramentali,
anche generali, e della Santissima Eucaristia si  fatto
frequente, per grazia di Dio".
A proposito della preparazione all'Anno Santo, il Nostro
Predecessore Innocenzo XII, nella Istruzione che pubblic dopo
l'indizione, riflettendo sui difetti che possono essere occorsi
ai penitenti nelle precedenti Confessioni, esort con le seguenti
parole chi pensava di venire a Roma per conseguire l'Indulgenza:
"Prima della partenza faccia una valida Confessione generale; si
esorti a praticarla in questa occasione per supplire ai difetti
che forse pu aver commessi nelle precedenti Confessioni".
 convinzione comune dei direttori delle coscienze che la
Confessione generale sia molto utile, perch rappresenta l'uomo a
se stesso, affinch si umilii; produce un maggior orrore del
peccato; procura nuove forze per superare le tentazioni; porta
una soavissima pace e tranquillit di coscienza; supplisce a
quanto talvolta manc nelle passate Confessioni.
18. Non ignoriamo che, dovendosi fare semplici ed ordinarie
Confessioni, o dovendosi ripetere quelle fatte male, o dovendosi
fare Confessioni generali, se le Confessioni non sono ricevute ed
intese da Confessori che siano uomini virtuosi, esperti e
preparati nelle vere massime della Chiesa, non se ne ricaver
quel frutto che sommamente si desidera. Per tutto il tempo in cui
siamo stati alla testa della Chiesa arcivescovile di Bologna, non
abbiamo concesso a nessuno la facolt di confessare se non dopo
averlo esaminato Noi stessi, o fatto esaminare da altri alla
Nostra presenza, per aver cognizione della sua perizia e dei suoi
costumi; n abbiamo mai concesso licenza illimitata di
confessare, ma limitata a tempo breve, affinch gli esaminati ed
approvati una volta dovessero di nuovo tornare sotto il nostro
esame, o da farsi di nuovo alla nostra presenza; il che, quanto
era scomodo ai Confessori altrettanto era utile alla buona salute
delle anime. Ora che siamo oppressi dal grave peso della Chiesa
universale, siamo obbligati ad affidare l'esame dei Confessori di
questa Nostra Citt di Roma ad altri, che confidiamo non manchino
al loro dovere e alla necessaria diligenza. Soltanto una volta
all'anno, quando  vicina la Quaresima, non tralasciamo di
esprimere i Nostri sentimenti ai Predicatori ed ai Parroci
convocati al Nostro cospetto su tutto ci che crediamo opportuno
e necessario per la salute delle anime. Ora poi, che  imminente
l'Anno Santo, chiamiamo davanti a Noi tutti i Confessori: ad
essi, con tutto lo spirito e con tutta l'energia che abbiamo,
inculchiamo le massime seguenti.
19. La prima: che verranno meno al loro dovere, anzi incorreranno
in un grave peccato di omissione, coloro che mettendosi a sedere
nel Tribunale della Penitenza, senza alcun commento e finita
l'esposizione dei peccati, pronunciano l'assoluzione: ci 
troppo contrario alla condotta di un medico esperto, a cui il
Confessore viene assomigliato, che deve infondere sulle ferite
vino ed olio; deve investigare le circostanze del peccato e del
peccatore per potergli dare un opportuno consiglio, in base al
quale riceva e consegua la salute dell'anima. "Il Sacerdote sia
poi discreto e cauto, cos che simile a perito Medico asperga
olio e vino sulle ferite altrui, indagando attentamente sulle
condizioni del peccatore e del peccato, in modo che saggiamente
comprenda quale consiglio dare e quale rimedio debba adottare,
facendo diversi tentativi di risanare il malato": sono parole
d'Innocenzo III, Nostro gran Predecessore, nel Concilio generale
Lateranense, cap. Omnis utriusque sexus, de paenitentiis et remissionibus.
Il Rituale Romano, confermato con Apostolica Costituzione
dall'altro Nostro Predecessore Paolo V sotto il titolo De
Sacramento Paenitentiae, concorda con le parole: "Se il penitente
non avr dichiarato il numero, la specie e le circostanze dei
peccati, sia accortamente interrogato dal Sacerdote". Se il
Confessore sa che dal penitente si commettono alcuni peccati dei
quali questi non si accusa, o perch volontariamente inganna se
stesso e si lusinga che ci facendo non commette peccato, il
Confessore che ha l'obbligo di preservare l'integrit della
Confessione deve con buona maniera richiamare alla sua memoria
ci che tralascia, correggerlo, ammonirlo, inducendolo ad una
vera Penitenza. Cos si esprime San Bernardino da Siena (tomo 2,
ser. 27, art. 2, cap. 3, p. 167) quando propone la questione "Se
il Confessore sia tenuto diligentemente a perseguire ed esaminare
la coscienza del peccatore". Egli risponde di s, e dice che ci
si deve fare non soltanto in quelle cose che il penitente tace "o
per negligenza o per vergogna", ma anche in quelle che tace per
ignoranza: "Nel caso in cui i peccatori ignorino le cose che
appartengono a Dio: perci se il Confessore avr udito qualche
voce sul penitente o ne verr a sapere per qualche fondata
congettura, dovr richiamare ci alla memoria del penitente, dato
che si pu temere che il penitente ignori per crassa ignoranza
che secondo Guglielmo non  una scusante; oppure perch non
capisce che quella azione  peccato; infatti, secondo Isidoro,
l'ignorante pecca ogni giorno, e non lo sa".
20. La materia  ovvia anche per i Teologi, come si pu vedere
nei libri di coloro che certamente non possono essere annoverati
nel numero dei troppo rigidi. Infatti, non trattandosi ora di
qualche jus positivo, da cui sia derivato un disordine noto al
Confessore e sconosciuto al penitente, tanto che se fosse
notificato a questi ne potrebbe conseguire qualche grave
inconveniente; ma trattandosi ora di ignoranza vincibile, di
azioni che ognuno dovrebbe sapere essere peccaminose; di cose che
se trascurate dal Confessore danno motivo al penitente di
continuare nel suo iniquo costume, ed agli altri o di
scandalizzarsi o di considerare tali cose come indifferenti (dato
che esse sono praticate con molta disinvoltura da coloro che
frequentano i Sacramenti della Chiesa), i Teologi sono concordi
nell'affermare che il Confessore  obbligato ad interrogare e ad
ammonire il penitente, incurante del dispiacere che, ammonendolo,
gli dar, e sperando che se forse in quel momento l'ammonizione
non sar del tutto giovevole, lo sar in futuro con l'aiuto di Dio.
Fra gli autori Domenicani, o seguaci della dottrina di San
Tommaso, si pu consultare il Soto In quartum Sententiarum (dist.
18, qu. 2, tit. 4); il Silvio In tertiam partem D. Thomae (tomo
4, qu. 9, art. 2, quaest. 7.) Tra i Francescani, seguaci della
dottrina di Scoto: il Cardinale de Laurea In quartum librum
Sententiarum (tomo 2, De Sacramento Paenitentiae, disp. 21, art.
3, n. 64 e ss.). Fra i Padri della Compagnia di Ges: il Suarez
(in 3, art., D. Thomae, disp. 32, sect. 3 e 4, tomo 4), Teofilo
Raynaudo (tomo 16, Heteroclit, Spiritual., punt. 9, n. 4),
Gabriele Antonio (Tractatus de Paenitentia, art. 3, quaest 3). Il
Cardinale de Lugo (De Sacramento Paenitentiae, disp. 22, sess.
2), inveisce con molto zelo contro i Confessori dei Vescovi e dei
Principi, che non parlano dei loro pubblici errori, tuttavia i
Confessori tacciono, non ammoniscono e danno loro l'assoluzione:
"Preciso inoltre che cosa si debba dire dell'obbligo che hanno i
Confessori di Prelati, Principi, Governatori e simili, quando
vedono o sanno che questi non pagano realmente il loro debito
attinente al cumulo dei benefici, all'elezione dei Ministri, al
governo dei Sudditi, alle elemosine da farsi con il superfluo
delle rendite ecclesiastiche, e ad altre simili questioni.
In proposito occorre notare che raramente vengono raggiunti,
perch la relativa ignoranza non reca scandalo nei Sudditi, i
quali facilmente ritengono lecite le azioni che vedono fare da
Prelati e Principi e che non generano con certezza danno comune.
Pertanto il Confessore  regolarmente tenuto ad ammonire il
Penitente, chiunque egli sia, circa il suo obbligo; n adempie al
proprio dovere assolvendo dai peccati che il Penitente dichiara,
ma piuttosto assume sulle proprie spalle i peccati e gli errori
che il Penitente dissimula: quando un cieco guida un altro cieco,
ambedue cadranno nell'eterna fossa. Conseguentemente se il
Confessore avr timore della faccia del potente, non assuma
l'incarico di Pastore, ma modestamente se ne sottragga come
persona poco adatta a portare quel peso". Questo saggio
insegnamento del Cardinale de Lugo non deve essere ristretto ai
soli Confessori dei Vescovi, dei Prelati, dei Principi, ma con
eguale ragione deve estendersi a tutti coloro che ascoltano i
Penitenti, la vita pubblica dei quali non  disgiunta da qualche
prossima occasione di peccato, se non proprio negli atti esterni,
almeno rispetto ai pravi desideri e ai capricciosi piaceri che
improntano la loro vitae dei quali non si accusano.
21. La seconda cosa  che accade spesso che il Confessore, nel
suo ministero di confessare, ascolti dal Penitente qualcosa che
necessiti di approfondimento; non tiri ad indovinare, ma prima di
rispondere prenda tempo e consiglio. Sarebbe desiderabile che
ogni Confessore risplendesse di quella dottrina che chiamano
eminente, tuttavia  assolutamente necessario che almeno abbia
una dottrina competente e sufficiente. Forse non si pu sperare
di pi, dato che la Teologia Morale comprende tante e tali
questioni che dipendono dalla conoscenza dei Canoni e delle
Costituzioni Apostoliche:  moralmente impossibile che un uomo
abbia presente tutto e possa, come suol dirsi, rispondere, seduta
stante, a tutto, senza aver bisogno di ricorrere ai libri, come
fa chi possiede una dottrina solo sufficiente.
Ci avverte il Nostro Predecessore Innocenzo IV In commentariis
(cap. Cum in cunctis, n. 2, tit. "De electione et electi
potestate"), quando scrive: "Consideriamo eccelso quel sapere che
sa discutere e definire sottili questioni e trova immediate
risposte;  di mediocre intelligenza colui che in qualche modo sa
esaminare le questioni, sebbene non sappia poi rispondere a
tutte, e colui che sa cercare nei libri quelle verit che 
tenuto a conoscere ma che non ha immediatamente chiare".
Perci il Confessore  costretto nelle questioni dubbie o in
quelle delle quali non ha notizia a ricorrere ai libri. Ma non
diremo cosa nuova se diremo che nel gran numero degli Scrittori
ci sono alcuni che pensano e scrivono in un modo che  del tutto
estraneo alla semplicit Evangelica e della dottrina dei Padri.
"Molte opinioni tendono ad allentare la disciplina Cristiana e a
recar danno alle anime, in parte recuperando antiche dottrine, in
parte prospettandone di nuove, in modo da accrescere ogni giorno
di pi quella estrema licenza di menti dissolute, per cui nelle
questioni che riguardano la coscienza ha fatto irruzione un modo
di pensare del tutto alieno dalla semplicit Evangelica e dalla
dottrina dei Santi Padri. Se in pratica i fedeli seguissero
quella licenza come giusta regola, ne deriverebbe una vasta
degradazione della vita Cristiana": sono parole del Nostro
Predecessore Alessandro VII, nel suo Decreto del 7 settembre 1665.
Ma senza entrare in alcun dettaglio e nelle inestricabili
questioni che si potrebbero sollevare sul credito da attribuire
agli autori e alle loro dottrine, ci accontenteremo di dire che
il buon Confessore nelle materie dubbie non deve fidarsi della
sua privata opinione, ma prima di rispondere non si accontenti di
vedere un solo libro, ma ne veda molti: fra questi veda i pi
rispettabili e poi adotti quella decisione che vedr pi avallata
dalla ragione e dall'autorit. Cos ci spiegammo nella Nostra
Enciclica sopra le usure (che  la n. 143 nel tomo I del Nostro
Bollario, par. 8): "Non si richiamino troppo alle loro private
opinioni, ma prima di dare una risposta esaminino molti Scrittori
fra i pi lodati, e quindi ne traggano quei brani che ritengono
siano avvalorati vuoi dalla ragione, vuoi dall'autorit". Cos
ora ripetiamo, dato che la massima non deve essere ristretta alla
sola materia delle usure, ma deve estendersi ad ogni altra cosa
che appartenga al foro Sacramentale ed alle regole della coscienza.
22. La terza tiene sempre presente la massima del venerabile
Cardinale Bellarmino, secondo la quale "non vi sarebbe tanta
inclinazione al peccato se non ci fosse tanta facilit di
assolverlo", nonch le proposizioni condannate dai Nostri
Predecessori e particolarmente dal Pontefice Innocenzo XI il 2
marzo 1679, e fra queste la n. 60 e le tre successive relative
alla decisione di concedere, negare o differire l'assoluzione.
"Veda attentamente il Sacerdote quando e a chi sia da concedere,
da negare o da differire l'assoluzione, per non assolvere coloro
che di tale beneficio sono immeritevoli, come sono coloro che non
danno alcun segno di contrizione, che non vogliono deporre odi e
inimicizie, o restituire, potendo, le cose altrui, o sottrarsi ad
una prossima occasione di peccato e trasformare in meglio la loro
vita; per non assolvere coloro che diedero pubblico scandalo, se
non faranno pubblica ammenda e rimuoveranno lo scandalo": non
sono parole dei rigoristi, ma del Rituale Romano. Con
l'avvertenza, inoltre, che, negando, o differendo o concedendo
l'assoluzione, i Confessori non trascurino di far conoscere ai
Penitenti, con ogni maggior garbo e carit, le ragioni del loro
operare, indirizzato unicamente alla salute delle loro Anime,
invitandoli a ritornare ed a compiere, prima di ritornare, quanto
debbono al fine di potere ottenere poi l'assoluzione che  stata
loro negata o differita. Concedendo poi l'assoluzione,
particolarmente a persone che raramente si confessano o che
vengono al Tribunale della Penitenza cariche di peccati, i
Confessori non tralascino d'ammonirle e di far conoscere loro lo
stato miserevole nel quale si erano ridotte per i loro peccati,
la turpitudine dei medesimi, eccitando i Penitenti ad un vero
dolore e ad un vero proposito di astenersi in futuro dai peccati.
Le serie e sagge ammonizioni del Confessore nel Tribunale della
Penitenza sappiano essere pi opportune e benefiche di quelle che
- quanto all'effetto - sono le prediche degli zelanti sacri
Oratori, in quanto chi le ascolta per lo pi riferisce le loro
forti invettive agli altri e non a s; il che certamente non pu
accadere per le serie ammonizioni dei Confessori, che parlano a
tu per tu col Penitente e dopo che questi ha confessato le
proprie colpe. Qualora si dicesse che ci  impraticabile per la
gran folla dei Penitenti, si risponde con le celebri parole di
San Francesco Saverio, riferite dal Padre Tursellino nel libro:
"Riteneva che ai Penitenti si dovesse non gi un frettoloso, ma
un diligente servizio, consigliando loro di preferire poche
Confessioni fatte nel modo dovuto piuttosto che molte compiute
sconsideratamente e in modo affrettato" (Vita, cap. 17, n. 6).
23. La quarta riguarda l'ultima parte del Sacramento della
Penitenza, la Soddisfazione, quantunque la Santa Madre Chiesa,
compatendo l'umana fiacchezza, abbia ammorbidito l'antico rigore
e sia receduta dall'uso degli antichi Canoni Penitenziali, come
leggiamo nei Canones Fraternitatis, dis. 34: "Questa epoca di
decadenza, nella quale deperirono non solo le qualit morali, ma
anche i corpi, non consente che persista una rigorosa censura su
tutto". Da ci per non deriva che nell'imporre la Soddisfazione
i Confessori possano comportarsi a capriccio, essendo obbligati
anche in questa materia a regolarsi con giustizia, prudenza ed
equit. "Nell'assegnare la Penitenza i Sacerdoti non devono
decidere nulla a proprio arbitrio, ma dovranno orientare ogni
cosa secondo giustizia, prudenza e piet", come si legge nel
Catechismo Romano ai Parroci, redatto per ordine del Concilio di
Trento e pubblicato dal Nostro Predecessore San Pio V sotto il
titolo De Paenitentia. Tale salutare prescrizione si legge nel
cap. 8, sess. 14: "I Sacerdoti del Signore, secondo quanto
avranno suggerito l'ispirazione e la prudenza, devono imporre
salutari e adeguate penitenze, conformi alla qualit delle colpe
e alla capacit dei Penitenti, in modo che se per caso sono
conniventi con gli stessi peccati e potrebbero agire con troppa
indulgenza verso i Penitenti, non diventino partecipi degli
altrui peccati imponendo una lieve penitenza per colpe
gravissime. Facciano dunque attenzione a che la penitenza imposta
non sia soltanto presidi o per una nuova vita e farmaco
d'infermit, ma anche una mortificazione e una vendetta contro i
trascorsi peccati. Infatti le chiavi dei Sacerdoti sono state
concesse non soltanto per assolvere, ma anche per legare: questo
credono e insegnano gli antichi Padri". Per indurre i Penitenti
ad accettare volentieri la sanzione che i Confessori impongono
loro in proporzione delle colpe commesse, pu contribuire la
conoscenza che gli stessi Confessori hanno degli antichi Canoni
Penitenziali, non gi per irrogare oggi ai Peccatori quelle
Soddisfazioni che in passato erano state stabilite, ma per far
comprendere loro la gravit del peccato, in modo che accettino di
buon grado la pena imposta, ancorch l'avessero ritenuta onerosa.
Potranno cos paragonarla con quella che per gli stessi peccati
sarebbe stata inflitta loro se fossero stati vivi e si fossero
confessati nel tempo in cui erano in vigore i Canoni
Penitenziali, e non avessero avuto la sorte di vivere nei tempi
presenti, nei quali la Chiesa ha benevolmente concesso di
abbandonare l'antico rigore Canonico.
Cos pensano tanti pii e dotti Autori, da Noi raccolti nel Nostro
Tractatus de Synodo (lib. 7, cap. 62), che qui non riteniamo
necessario ripetere. Aggiungeremo soltanto che i Penitenti di
oggi non sono simili alla celebre Imperatrice Agnese che, venuta
a visitare i sepolcri dei Santi Apostoli, fece la propria
Confessione generale al Beato Cardinale Pietro Damiano, senza che
il probo e dottissimo Confessore fosse in grado, dopo averla
sentita, d'imporle alcuna penitenza.
24. Il fatto  riferito dallo stesso Beato Pietro Damiano: "Ma
affinch coloro che convengono ai Sepolcri degli Apostoli imitino
proficuamente l'esempio della tua santa devozione, mi facesti
sedere davanti al Sacro Altare, per arcano suggerimento del Beato
Pietro, e con lamentevoli gemiti e amari sospiri cominciasti fin
dalla tenera et, a cinque anni, appena svezzata; e come se col
il Beato Apostolo sedesse in carne ed ossa, tutto ci che di
sottile e di minuto pot far correre un brivido nelle viscere
della tua umanit, tutto ci che di vano passa nei pensieri,
tutto ci che inoltre pot insinuarsi in un discorso superfluo, 
stato esposto in fedeli relazioni; perci mi parve di non dovere
aggiungere nessun altro onere di penitenza a chi si confessa, se
non per ripetergli l'elogio del divino lascito: fa' come fai,
opera come operi; non porr sopra di voi altro peso purch
conserviate quello che avete (Ap 2). Infatti, Dio mi  testimone,
non ho fissato alcun giorno di digiuno o di qualsivoglia
afflizione, ma ho ordinato che tu perseverassi soltanto nelle
sante opere intraprese" (San Pier Damiani, Opere, opusc. 56, tomo
3, cap. 5, ed. Parigi, p. 432).
25. Al contrario, oggid si trovano qua e l dei Peccatori (fra i
quali ci troviamo Noi stessi e forse altri del tempo del Beato
Pietro Damiano) che non solo nelle Confessioni generali, ma anche
in quelle correnti e spesso ripetute nel corso dell'anno, si
ritrovano rei di peccati gravi; accostandosi al Tribunale della
Penitenza, meritano che s'impongano loro sanzioni del peso e
dell'importanza sopra indicati dai Canoni del Concilio di Trento,
tanto pi che poco o nulla di bene - vivendo come si vive - si va
facendo, se talvolta oppressi dalle disgrazie i Peccatori non le
sopportano con la dovuta pazienza. In tal modo restano senza il
frutto delle preghiere della Chiesa, che per bocca del Sacerdote
nella stessa Confessione domanda al grande Iddio: "Qualunque cosa
buona tu avrai fatto o qualunque cosa cattiva avrai sopportato
con pazienza, sia per te motivo di remissione dei peccati, di
aumento della grazia e premio di vita eterna".
26. Ed eccotie sposto, Venerabile Fratello, quanto andiamo
facendo e andiamo disponendo affinch gli abitanti di questa
Nostra Citt si preparino a godere i frutti spirituali dell'Anno
Santo. Invitiamo pure te a fare lo stesso nella tua Citt e nella
tua Diocesi, affinch coloro che intraprenderanno nel prossimo
anno il sacro Pellegrinaggio alla volta di questa Citt
conseguano in abbondanza i beni celesti. Ci  conforme a quanto
fu stabilito dal Concilio Bituricense l'anno 1584 (nel can. 2,
tomo 10, p. 1466 e ss.) della Collezione dell'Arduino: "Siano
premuniti con una doverosa Confessione dei peccati e con il
Sacramento dell'Eucaristia coloro che si recano in Pellegrinaggio
nei luoghi sacri, prima che si mettano in cammino". Su ci
concorda il Nostro Predecessore Innocenzo XII nella Indizione del
Giubileo dell'anno 1700, quando suggerisce innanzi tutto una
salutare espiazione dei peccati e cos si esprime:
"Santificatevi, Figli carissimi, e offrite il vostro cuore al
Signore. Purificatevi, siate mondi, sottraete agli occhi di Dio
il male dei vostri pensieri, e rinnovati nello spirito della
vostra mente insistete nelle orazioni, praticate i digiuni,
elargite elemosine". E affinch qualcuno non avesse a credere che
le sue parole si rivolgessero soltanto a coloro che erano in
Roma, aggiunse provvidamente le seguenti, che senza dubbio si
rivolgono anche a coloro che non sono ancora partiti dai loro
paesi, ma pensano di farlo e di venire a Roma per l'Anno Santo:
"Educati al decoro della vita Cristiana e protetti dal baluardo
delle virt, con pia sollecitudine d'animo accostatevi
fiduciosamente a questa santa terrena Citt di Dio, come ad un
Trono di grazia, affinch possiate ottenere misericordia".
27. Venendo Tu a Roma, quando lo permetta il Tuo impegno
Pastorale, confidiamo per certo che sia per il viaggio, sia per
la dimora nella Citt prenderai a norma la condotta che tenne
durante il viaggio, e a Roma, San Carlo Borromeo in occasione
dell'Anno Santo 1575. Il tutto  descritto dal Vescovo di Novara
nel lib. 3 della vita e delle opere di San Carlo. Se i Tuoi
Diocesani partiranno dalla tua patria, come Noi desideriamo che
partano e come poc'anzi abbiamo suggerito, fondatamente speriamo
che non avranno molto da preoccuparsi i Governatori dei luoghi
per i quali passeranno, affinch non si verifichino quei malie
quei disordini che in altri tempi sono stati cagione delle
requisitorie contro i sacri Pellegrinaggi. Una volta che siano
giunti a Roma, cureremo in ogni modo affinch conducano una vita
onesta e morigerata, adempiano in modo esemplare le opere
prescritte, visitino le Basiliche e compiano i vari atti della
Cristiana penitenza.
Chiamiamo Dio a testimonio della ardentissima volont che abbiamo
di fare in modo che tutti ritornino alle loro case edificati
della santa esperienza Romana, saldi nella Fede, fervidi nella
virt e confermati nella devozione alla Sede Apostolica. Ci
sommamente desider il Nostro Predecessore e concittadino
Gregorio XIII nella celebrazione dell'Anno Santo, come si legge
nei suoi Annali (lib. 3, cap. 24). Con tali norme, che
raccomandiamo con l'aiuto di Dio, al quale affidiamo tutta la
vicenda con umilissime preghiere, abbiamo fiducia che ritornati
in patria non saranno sottoposti alla taccia che diede San
Girolamo a coloro che venivano dal Pellegrinaggio di Gerusalemme
nella sua epistola 58 Ad Paulinum (Opere, stampate a Verona, tomo
I, p. 318): " da lodarsi non l'essere stato a Gerusalemme, ma
l'aver vissuto degnamente a Gerusalemme".
28. Durante l'intiero anno del Giubileo saranno disponibili in
Roma i Penitenzieri e i Confessori, come sopra abbiamo detto,
muniti delle necessarie facolt per ascoltare le Confessioni, per
dare le dovute Assoluzioni e Dispense, tanto a coloro che abitano
in questa Citt, quanto agli altri che verranno da fuori per
conseguire le ricchezze spirituali dell'Anno Santo. Nello stesso
tempo non mancheranno i Predicatori della Parola Divina. Noi
stessi parleremo, ed altri da Noi designati parleranno per lo
stesso fine; tuttavia le controversie teologiche che riguardano
esclusivamente la disputa delle scuole verranno escluse. Quando
Noi parleremo, o parleranno altri per Nostro incarico, non
tralasceremo di far capire l'importanza della clausola che 
nella Nostra Bolla "Ai fedeli Penitenti, e a quanti confessati e
nutriti della Santa Comunione". Faremo altres conoscere con i
fatti quanto sia infondata l'asserzione di chi, vivendo fuori
della Comunione Cattolica, va affermando che l'Indulgenza sfianca
e vanifica la Penitenza. E per non mostrarci eccessivamente
fautori di chi afferma che i nostri ragionamenti e quelli che si
faranno d'ordine Nostro sono troppo rigoristi, pensiamo di
uniformarci a quanto scrisse all'inizio del Giubileo il celebre
Padre Bourdaloue della Compagnia di Ges (Sermoni, tomo 2, p. 517
e ss., seconda ed. di Parigi del 1709).
Quando eravamo a Bologna ed andavamo pubblicando di tratto in
tratto le Nostre Istruzioni (che poi sono state raccolte in pi
volumi e recentemente sono state tradotte dall'italiano in latino
in un solo volume in folio), nell'Istruzione 12 (tomo 3
dell'edizione italiana, che  la 53 nell'edizione latina), senza
voler entrare nelle dispute teologiche, in occasione di una
Indulgenza plenaria pubblicata dal Nostro Predecessore Clemente
XII, invitammo ed esortammo i Nostri Diocesani ad aggiungere
altre opere buone ed a compiere altri degni frutti di penitenza.
Ad essi proponemmo il celebre insegnamento del Venerabile
Cardinale Bellarmino, dal suo trattato De Indulgentiis (lib. I,
cap. 12, par. Ad tertium, tomo 2 delle Controversie): "I virtuosi
Cristiani ricevono le Indulgenze Pontificie in modo che ad un
tempo cerchino di cogliere i degni frutti della Penitenza e di
risarcire Dio dei loro peccati".
Ad essi segnalai altres quanto scrisse il Cardinale Pallavicino
nella sua Storia del Concilio Tridentino (lib. 24, cap. 12, n.
6), cio non essere vero che per le Indulgenze i Cristiani si
rendono neghittosi nel soddisfare a Dio per le colpe commesse, in
quanto, rimanendo sempre incerti se l'Indulgenza sia stata
effettivamente acquisita, resta in molti lo stimolo di
assicurarsela con nuovo costante impegno di opere salutari e
penitenziali. D'altra parte le disposizioni per conseguire le
Indulgenze con l'esercizio di opere buone accrescono la devozione
e inducono a compierne altre, come dimostra l'esperienza quotidiana.
Bonifacio VIII prescrisse la devota visita delle Chiese ai
Forestieri per 15 volte, ed ai Romani per 30 volte, come opera
necessaria per conseguire la piena Indulgenza dell'Anno Santo, ma
non omise d'inserire nella sua straordinaria antiquorum de
paenitentiis et remissionibus, fra le benemerenze particolari:
"Ciascuno tuttavia meriter di pi e conseguir pi efficacemente
l'Indulgenza se visiter le stesse Basiliche pi volte e con la
massima devozione". Ci senza dubbio porta un invito ed
un'esortazione simili alle Nostre: oltre le opere prescritte, i
Cristiani si sforzino di aggiungere altre opere meritorie, in
conformit con lo spirito della Chiesa. Lo stesso viene pure
indicato dall'antica formula di cui si sono serviti i Nostri
Predecessori e di cui Noi ci serviamo ogniqualvolta si d la
solenne Benedizione al popolo, dopo la quale si concede
l'Indulgenza plenaria; si prega Dio affinch conceda non solo
"perseveranza nelle buone opere ma un cuore sempre penitente":
come a dire, un cuore sempre preparato ad aggiungere nuovi atti
di penitenza per i peccati gi commessi, ancorch possa
lecitamente credere di esserne stato assolto nel Sacramento della
Penitenza, quanto alla colpa ed alla pena eterna, e di esserne
stato liberato quanto alla pena temporale per l'efficacia
dell'Indulgenza plenaria.
29. Nelle Vite dei Nostri Predecessori Zaccaria e Pasquale, come
si legge nella traduzione di Anastasio, si apprende che vicino al
Vaticano erano stati eretti alcuni edifici, nei quali si
accoglievano e si soccorrevano i pellegrini che venivano a
visitare i Sepolcri degli Apostoli. Tali edifici sono stati
rovinati e atterrati dalle disgrazie e dall'ingiuria degli
uomini, ma la piet dei Romani non ha tralasciato di aprirne
molti altri in vari luoghi della Citt, nei quali in ogni tempo,
ma particolarmente nell'Anno Santo, si ricevono i poveri
pellegrini che vengono a visitare i Sepolcri degli Apostoli per
conseguire le sante Indulgenze. In tali locali essi sono trattati
bene ed anche indirizzati alle opere buone da pii Sacerdoti.
Ecco quanto dovevamo comunicarti. Con pienezza di cuore
impartiamo a Te e al gregge affidato alla Tua cura l'Apostolica Benedizione.
Da Castel Gandolfo, il 26 giugno 1749, anno nono del Nostro
Pontificato.
BENEDETTO PP. XIV
