                        LETTERA ENCICLICA
                       DEL SOMMO PONTEFICE
                        BENEDETTO PP. XIV
                        "ANNUS QUI HUNC"
                           AI VESCOVI
                     DELLO STATO PONTIFICIO
                       VENERABILI FRATELLI
                 SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE
Terminato l'anno in corso, quello che verr - come Ella ben sa -
sar l'anno del Giubileo, detto Anno Santo. Essendo - per somma
misericordia di Dio - terminata la guerra e fatta la pace fra i
Principi belligeranti, si pu sperare che sar grande il concorso
dei forestieri e dei pellegrini di tutte le nazioni, anche delle
pi lontane, a questa nostra Citt di Roma. Noi di vero cuore
preghiamo e facciamo pregare Iddio, affinch tutti coloro che
verranno conseguano il frutto spirituale delle sante Indulgenze,
e Noi faremo tutto ci che  in Nostro potere perch ci si
verifichi. Desideriamo inoltre che tutti coloro che vengono a
Roma, ne ripartano non scandalizzati, ma pieni di edificazione
per quanto avranno veduto non solo in Roma, ma anche in tutte le
Citt dello Stato Pontificio attraverso le quali sar loro
convenuto passare, sia nel venire come nel ritornare alle loro patrie.
Per quanto si riferisce a Roma, Noi abbiamo gi preso alcune
misure, n si tralascer di prenderne altre. Abbiamo bisogno del
Suo zelo e della Sua sperimentata attenzione per ci che
appartiene alla Citt e Diocesi da Lei lodevolmente governate. Se
Ella Ci dar, come speriamo, l'aiuto necessario, non solo si
conseguir il fine da Noi desiderato, cio che i forestieri
partano edificati e non scandalizzati di Noi, ma ne deriver un
altro buon effetto, cio che le cose da Noi ordinate e da Lei
eseguite, determineranno una buona disciplina non solo nell'Anno
Santo, ma per molto tempo avvenire. Si ripeter ci che appunto
accade nelle Sue Visite Pastorali; l'esperienza dimostra che i
visitati, essendo imminente la Visita, fanno alcune cose,
correggono alcuni difetti per non essere ripresi da Lei, e per
non restare esposti alle dovute pene; il bene fatto in occasione
della visita dura anche nel tempo successivo.
1. Ma venendo al particolare, la prima cosa che Le raccomandiamo
 che le Chiese si presentino in buono stato, pulite, monde e
provviste di sacri arredi; ci vuole poco a capire che se i
forestieri vedessero le Chiese delle Citt e Diocesi dello Stato
Ecclesiastico in cattive condizioni, sporche o sprovviste di
sacri arredi, o provviste di arredi laceri e degni d'essere
sospesi, ritornerebbero ai loro paesi pieni di orrore e
indignati. Teniamo a sottolineare che non parliamo della
sontuosit e della magnificenza dei sacri Templi, n della
preziosit delle sacre suppellettili, sapendo anche Noi che non
si possono avere dappertutto. Abbiamo parlato della decenza e
della pulizia che a nessuno  lecito trascurare, essendo la
decenza e la pulizia compatibili con la povert. Tra gli altri
mali da cui  afflitta la Chiesa di Dio, anche di questo si
doleva il Venerabile Cardinale Bellarmino, quando diceva: "Passo
sotto silenzio ci che si vede in certi luoghi: i vasi sacri ed i
paramenti che si adoperano nella celebrazione dei Misteri sono
spregevoli e sporchi, e del tutto indegni di essere adoperati nei
tremendi Misteri. Pu darsi che coloro che adoperano questi
oggetti siano poveri; ci  possibile, ma se non  possibile
avere arredi preziosi, si abbia almeno cura che tali arredi siano
puliti e decorosi". Benedetto XIII, di santa memoria e Nostro
benefattore, che tanto ha travagliato nel corso della sua vita
per la retta disciplina e per la decenza nelle Chiese, era solito
portare come esempio le Chiese dei Padri Cappuccini, povere di
somma povert e pulite di grandissima pulizia. Il Dresselio al
tomo 17 delle sue opere stampate a Monaco, nel trattato
intitolato Gazophylacium Christi (par. 2, cap. 2, p. 153), cos
scrive: "La prima e pi importante cosa che si deve curare nelle
Chiese  la pulizia. Non solo vi debbono essere gli arredi
necessari al culto, ma bisogna anche che essi, per quanto 
possibile, siano estremamente puliti". Con tutta ragione egli
inveisce contro coloro che hanno le loro case ben fornite e
lasciano le Chiese e gli Altari nello stato miserabile in cui si
vedono: "Vi sono alcuni che hanno case assolutamente infruttuose
e adorne di tutto, ma nelle loro Chiese e nelle loro Cappelle
tutto  squallido; gli Altari sono disadorni e ricoperti da
tovaglie cenciose e luride; in tutto il resto regnano confusione
e squallore" (Dresselio, Gazophylacium Christi, par. 2, cap. 2).
Il grande dottore della Chiesa San Girolamo, nella sua lettera a
Demetriade si mostr assai indifferente sul fatto che le Chiese
fossero povere o ricche: "Che altri edifichino Chiese, ne
rivestano le pareti con lastre di marmo, vi elevino delle colonne
maestose, indorino i loro capitelli, non sentenzio su tali
preziosi ornamenti; che ornino le porte con avorio ed argento e
rivestano di pietre preziose gli Altari dorati io non biasimo e
non impedisco. Ciascuno abbondi nel proprio sentimento:  meglio
fare cos che custodire con avarizia le ricchezze accumulate".
Invece dichiar apertamente di stimare la pulizia delle Chiese
quando con somme lodi celebr Nepoziano che era sempre stato
attento a tener pulite le Chiese e gli Altari, come si legge
nell'epitaffio dello stesso Nepoziano che il Santo scrisse ad
Eliodoro: "Egli si adoperava con grande sollecitudine affinch
l'Altare fosse nitido, le pareti non fossero ricoperte di
fuliggine, i pavimenti fossero tersi, il portinaio fosse sempre
presente all'ingresso; le porte fossero sempre provviste di
tende, la sagrestia fosse pulita, i vasi sacri lucenti e in tutte
le cerimonie non mancasse nulla. Non trascurava nessun dovere, n
piccolo n grande". Certamente si deve provvedere con grande cura
e diligenza che non succeda, con disonore dell'Ordine
Ecclesiastico, ci che il suddetto cardinale Bellarmino racconta
essere accaduto a lui: "Io - dice - trovandomi una volta in
viaggio fui ospitato presso un nobile Vescovo assai ricco; vidi
il suo palazzo risplendente di vasi d'argento e la mensa
ricoperta dei cibi pi squisiti. Anche tutto il resto era nitido
e le tovaglie erano soavemente profumate. Ma il giorno dopo,
essendo disceso di buon mattino nella Chiesa attigua al palazzo
per celebrare le sacre funzioni, trovai un assoluto contrasto:
tutto era spregevole e ripugnante, tanto che dovetti farmi
violenza per arrischiarmi a celebrare i divini Misteri in un
simile luogo e con simile apparato".
2. La seconda cosa sulla quale richiamiamo la Sua attenzione
riguarda le Ore Canoniche, siano esse cantate o recitate nel Coro
secondo la pratica di ciascuna Chiesa, con la dovuta diligenza,
da parte di coloro che ad esse sono obbligati. Infatti non c'
niente di pi avvilente e pernicioso per la disciplina
Ecclesiastica che entrare nelle Chiese e vedere e sentire le Ore
Canoniche cantate o recitate nel Coro con strapazzo. Ella ben
conosce l'obbligo che hanno i Canonici e gli addetti al servizio
delle Chiese Metropolitane, Cattedrali o Collegiate, di cantare
ogni giorno le Ore Canoniche nel Coro, e che a quest'obbligo non
si soddisfa se non si adempie al tutto con assoluta devozione.
Il Sommo Pontefice Innocenzo III nel Concilio Lateranense
(riferito nel capitolo Dolentes, de celebratione Missarum) parla
del suddetto obbligo nei seguenti termini: "Noi ordiniamo
rigorosamente, in virt di obbedienza, di celebrare l'Ufficio
Divino, tanto di notte quanto di giorno, per quanto sar
possibile, con diligenza e devozione. (La Chiesa, spiegando la
parola studiose - con diligenza - soggiunge che essa si riferisce
alla esatta e completa pronuncia delle parole; e quanto al
termine devote - con devozione - annota che esso si riferisce al
fervore dell'animo).
Il Nostro Predecessore Clemente V durante il Concilio Viennese,
nella sua Costituzione che si trova tra le Clementine e che
comincia con la parola Gravi, sotto il titolo De celebratione
Missarum parla con lo stesso linguaggio: "Nelle Chiese
Cattedrali, Regolari e Collegiate si tenga la salmodia alle ore
stabilite, e con devozione".
Il Concilio di Trento, trattando degli obblighi dei Canonici
Secolari, dice: "Si faccia a tutti obbligo d'intervenire agli
Uffici, di persona e non per mezzo di sostituti; di assistere e
di servire il Vescovo quando celebra o compie qualche altra
funzione pontificale; e infine di lodare il nome di Dio con inni
e cantici, con riverenza, chiarezza e devozione, e ci nel Coro
istituito per la salmodia" (Conc. Trid., sess. 24, cap. 12, De
reformatione). Dal che deriva che si deve vigilare con molta
attenzione affinch il canto non sia precipitoso: o pi
affrettato del conveniente; le pause siano fatte nei punti
indicati; una parte del Coro non incominci il versetto del Salmo
se l'altra parte non ha terminato il proprio. Ecco le precise
parole del Concilio di Saumur dell'anno 1253: "Nec prius Psalmi
una pars Chori versiculum incipiat, quam ex altera praecedentes
Psalmi, et versiculi finiantur".
Infine, il canto deve essere eseguito con voci unisone ed il Coro
deve essere diretto da persona esperta nel canto Ecclesiastico
(chiamato canto piano o fermo). Questo  quel canto per regolare
il quale e disporlo secondo i canoni dell'arte musicale tanto
fatic San Gregorio il Grande, Nostro Predecessore, come attesta
Giovanni Diacono nella Vita di lui (libro 2, cap. 7). Al che non
sarebbe difficile aggiungere molte belle notizie ricavate dalla
erudizione Ecclesiastica sull'origine del canto Ecclesiastico,
sulla Scuola dei Cantori e sul Primicerio che ad essa presiedeva;
ma lasciando da parte ci che sembra meno utile, ritorniamo al
punto da cui Ci siamo un poco allontanati, per proseguire
l'argomento iniziato. Questo canto  quello che eccita le anime
dei fedeli alla devozione e alla piet;  pure quello che, se
eseguito nelle Chiese di Dio secondo le regole ed il decoro, 
ascoltato pi volentieri dagli uomini devoti e, a ragione, 
preferito al canto detto figurato. I Monaci appresero questo
canto dai Preti Secolari come ben riferisce Giacomo Eveillon: "Il
virtuosismo di ogni armonia musicale diventa ridicolo alle devote
orecchie, se paragonato al canto piano e della semplice salmodia,
qualora questa sia bene eseguita. Perci oggi il popolo fedele
diserta le Chiese Collegiate e Parrocchiali e corre volentieri e
avidamente alle Chiese dei Monaci, i quali, avendo la piet come
maestra del culto divino, salmodiano santamente con moderazione e
- come gi disse il Principe dei Salmisti - con sapienza; servono
al loro Signore, come a Signore e come a Dio, con somma
riverenza. Ci deve certamente tornare a vergogna delle Chiese
pi importanti e maggiori, dalle quali i Monaci hanno appreso
l'arte e la regola di cantare e di salmodiare" (G. Eveillon, De
recta ratione psallendi, cap. 9, art. 9).  per questo che il
sacro Concilio di Trento, che non trascur nulla di quanto poteva
contribuire alla riforma del Clero, dove tratta della fondazione
dei seminari, fra le altre cose che si devono insegnare ai
seminaristi include anche il canto: "Perch siano meglio formati
nella disciplina Ecclesiastica, portino sempre la tonsura e
l'abito Ecclesiastico appena li abbiano ricevuti; studino le
regole della grammatica, del canto, del computo Ecclesiastico e
delle altre buone arti" (Conc. Trid., sess. 23, ca. 18, De Reformatione).
3. La terza cosa di cui Noi dobbiamo avvertire Lei,  che il
canto musicale, che oggi si  introdotto nelle chiese e che,
comunemente,  accompagnato dall'armonia dell'organo e di altri
strumenti, sia eseguito in modo tale da non apparire profano,
mondano o teatrale. L'uso dell'organo e degli altri strumenti
musicali, non  ancora accolto in tutto il mondo cristiano.
Infatti (senza parlare dei Ruteni di Rito Greco, che, secondo la
testimonianza del Padre Le Brun, in Explication Miss. (tomo 2, p. 215 
pubblicato nel 1749), non hanno nelle loro chiese n
l'organo, n altri strumenti musicali), la Nostra Cappella
Pontificia, come tutti sanno, pur ammettendo il canto musicale, a
condizione che sia grave, decente e devoto, non ha mai ammesso
per l'organo, come fa notare anche il Padre Mabillon, dicendo:
"Nella domenica della Trinit abbiamo assistito alla Cappella
Pontificia, come  chiamata, ecc. In queste cerimonie non si fa
uso alcuno di organi musicali, ma soltanto la musica vocale, di
ritmo grave,  ammessa col canto piano" (Mabillon, Museo Italico,
tomo 1, p. 47, par. 17).
Il Grancolas riferisce che anche ai nostri giorni vi sono in
Francia delle Chiese insigni che non adoperano nelle funzioni
sacre n l'organo, n il canto figurato: "Vi sono tuttavia anche
oggi insigni Chiese della Gallia che ignorano l'uso degli organi
e della musica" (Grancolas, Commentario storico del Breviario
Romano, cap. 17).
L'illustre Chiesa di Lione, sempre contraria alle novit,
seguendo fino ai nostri giorni l'esempio della Cappella
Pontificia, non ha mai voluto introdurre l'uso dell'organo: "Da
ci che si  detto, consta che gli strumenti musicali non furono
ammessi n fin dal principio n in tutti i luoghi. Infatti, anche
ora, a Roma, nella Cappella del Sommo Pontefice, gli Uffici
solenni si celebrano sempre senza strumenti, e la Chiesa di
Lione, che ignora le innovazioni, ha sempre rifiutato l'organo,
ed al presente ancora non lo ha accolto". Queste sono parole del
Cardinale Bona nel suo trattato De Divina Psalmodia (cap. 17, par. 2, n. 5).
Stando cos le cose, ciascuno pu facilmente immaginare quale
opinione si faranno di noi i pellegrini appartenenti a regioni
dove non si adoperano gli strumenti musicali, e che, venendo da
noi e nelle nostre citt, ne udranno nelle chiese il suono, come
si fa nei teatri ed in altri luoghi profani. Certamente vi
verranno anche degli stranieri appartenenti a regioni ove, nelle
chiese, si usano il canto e gli strumenti musicali, come avviene
in alcune nostre regioni; ma, se questi uomini sono persone sagge
ed animate da vera piet, certamente si sentiranno delusi di non
trovare nel canto e nella musica delle nostre Chiese il rimedio
che desideravano applicare per guarire il male che imperversa a
casa loro. Infatti, lasciando da parte la disputa che vede gli
avversari divisi in due campi (quelli che condannano e detestano
nelle Chiese l'uso del canto e degli strumenti musicali, e,
dall'altra parte, quelli che lo approvano e lo lodano), non vi 
certamente nessuno che non desideri una certa differenziazione
tra il canto Ecclesiastico e le teatrali melodie, e che non
riconosca che l'uso del canto teatrale e profano non deve
tollerarsi nelle Chiese.
4. Abbiamo detto che vi sono alcuni che hanno riprovato ed altri
che riprovano l'uso nelle Chiese del canto armonico con strumenti
musicali. Il principe di costoro pu in qualche modo essere
considerato l'Abate Elredo, coetaneo e discepolo di San Bernardo,
che nel libro 2 della sua opera intitolata Speculum Charitatis,
cos scrive: "Da dove provengono, malgrado siano cessati i tipi e
le figure, donde vengono nelle Chiese tanti organi, tanti
cembali? A che, di grazia, quel soffio terribile che esce dai
mantici e che esprime piuttosto il fragore del tuono che non la
soavit del canto? A che quella contrazione e spezzettamento
della voce? Questi canta con accompagnamento, quell'altro canta
da solo, un terzo canta in tono pi alto, un quarto infine divide
qualche nota media e la tronca" (cap. 23, tomo 23, della
Biblioteca dei Padri, a p. 118).
Noi non Ci impegneremo ad affermare che, al tempo di S. Tommaso
d'Aquino, non vi fosse in qualche Chiesa l'uso del canto musicale
accompagnato dai musicali strumenti. Si pu per affermare che
tale usanza non esisteva nelle Chiese conosciute dal Santo
Dottore; e perci sembra che egli non fosse favorevole a questo
genere di canto. Trattando infatti la questione nella Somma
teologica (2, 2, quest. 91, art. 2) "se nelle lodi divine si
debba usare il canto", risponde di s. Ma alla quarta obiezione,
da lui formulata, che la Chiesa non suole usare nelle lodi divine
strumenti musicali, come la cetra e l'arpa, per non sembrare
voler giudaizzare - in base a quanto si legge nel Salmo:
"Confitemini Domino in cythara, in psalterio decem chordarum
psallite illi; Celebrate il Signore sulla cetra, a lui
salmeggiate con arpa da dieci corde" - egli risponde: "Questi
strumenti musicali eccitano il piacere piuttosto che disporre
interiormente alla piet; nell'Antico Testamento sono stati
adoperati perch il popolo era pi grossolano e carnale, ed
occorreva allettarlo per mezzo di questi strumenti, come con
promesse terrene". Aggiunge inoltre che gli strumenti,
nell'Antico Testamento, avevano valore di tipi o prefigurazioni
di certe realt: "Anche perch questi strumenti materiali
raffiguravano altre cose".
Del Sommo Pontefice Marcello II, ci  stato tramandato dalla
storia che aveva deciso di abolire la musica nelle Chiese,
riducendo il canto Ecclesiastico al canto fermo. Questo si pu
vedere leggendo la Vita di detto Pontefice, scritta da Pietro
Polidori, test defunto, e gi Beneficiato della Basilica di San
Pietro, e uomo noto fra i letterati.
Ai nostri giorni, abbiamo veduto che il Cardinale Tomasi, uomo di
grande virt, insigne liturgista, non volle il suono musicale,
nella sua Chiesa titolare di San Martino ai Monti, il giorno
della festa di questo Santo, in onore del quale quella Chiesa 
dedicata. Non volle musica n alla Messa n ai Vespri, ma ordin
che nelle funzioni sacre si usasse il canto piano, come si
costuma fare dai Religiosi.
5. Abbiamo detto che vi sono alcuni che approvano l'impiego del
canto musicale ed il suono degli strumenti negli Uffici Divini.
Infatti nello stesso secolo in cui visse il lodato Abate Elredo,
fu celebre anche Giovanni Sariberiense, Vescovo di Chartres, il
quale nel suo Policratius (libro 1, cap. 6) fa l'elogio della
musica strumentale, e del canto vocale accompagnato da strumenti:
"Per elevare i costumi e trascinare gli animi verso il culto del
Signore, in una sana giocondit, i Santi Padri stimarono bene
doversi ricorrere non soltanto al concento di uomini, ma anche
all'armonia degli strumenti: purch ci si facesse in modo che
servisse ad unire di pi al Signore e ad accrescere il rispetto
per la Chiesa". Sant'Antonino nella sua Somma non rigetta
l'impiego del canto figurato nei Divini Uffici: "Il canto fermo,
nei Divini Uffici,  stato stabilito dai Santi Dottori, da
Gregorio il Grande, da Ambrogio, e da altri. Chi abbia introdotto
il canto a pi voci negli Uffici Ecclesiastici, io lo ignoro.
Questo canto sembra piuttosto fatto per solleticare le orecchie
che per alimentare la devozione, ancorch una mente devota possa
ricavare frutto anche ascoltando questo canto" (parte 3, tit. 8,
cap. 4, par. 12). Ed un poco pi avanti, ammette nei Divini
Uffici non solamente l'organo, ma anche altri strumenti musicali:
"Il suono degli organi e degli altri strumenti cominci ad essere
usato con frutto, nella lode di Dio, dal Profeta Davide".
Il Pontefice Marcello II aveva certamente deciso di bandire dalle
Chiese il canto in musica e gli strumenti musicali, ma Giovanni
Pier Luigi da Palestrina, Maestro di Cappella della Basilica
Vaticana, compose un canto musicale, da usarsi nelle sante Messe
solenni, con un'arte cos eccellente da muovere gli uomini alla
devozione ed al raccoglimento. Il Sommo Pontefice ud questo
canto ad una Messa, alla quale presenziava, e mut parere,
recedendo da quanto aveva gi divisato di fare. Ne fanno fede
antichi documenti citati da Andrea Adami nella Prefazione storica
delle Osservazioni sulla Cappella Pontificia (p. 11).
Nel Concilio di Trento si era stabilito di eliminare la musica
dalle Chiese, ma l'imperatore Ferdinando avendo, per mezzo dei
suoi legati, annunziato che il canto musicale, o figurato,
serviva di incitamento alla devozione per i fedeli e favoriva la
piet, si mitig il Decreto gi preparato; ed ora questo decreto
si trova nella sessione 22, al titolo: De observandis et
evitandis in celebratione Missae. Con esso sono state escluse dai
sacri Templi solo quelle musiche in cui, "sia nel suono sia nel
canto, si mescola alcunch di lascivo o di impuro".
Il fatto  riferito da Grancolas nel suo lodato Commentario (p.
56), e dal Cardinale Pallavicino nella Storia del Concilio (libro
22, cap. 5, n. 14).
Certamente Scrittori Ecclesiastici di gran nome seguono di buon
grado la stessa sentenza. Il venerabile Cardinale Bellarmino nel
tomo 4 delle sue Controversie, al libro 1 De bonis operibus in
particulari, cap. 17, in fine, insegna che deve essere mantenuto
nelle Chiese l'uso degli organi, ma che non devono essere
facilmente ammessi altri strumenti musicali: "Da ci ne viene
che, come l'organo si deve conservare nelle Chiese per riguardo
ai deboli, cos non devono essere introdotti alla leggera altri
strumenti".
Anche il Cardinale Gaetano  di questo parere, e nella sua Somma,
alla voce organum, cos scrive: "L'uso dell'organo, sebbene per
la Chiesa costituisca una novit - perci la Chiesa Romana fino
ad ora non ne fa uso alla presenza del Pontefice -,  per lecito
avuto riguardo ai fedeli ancora carnali ed imperfetti".
Il venerabile Cardinale Baronio, all'anno 60 di Cristo (dei suoi
Annali), cos scrive: " In verit nessuno potr con ragione
disapprovare che dopo molti secoli si sia introdotto l'uso nella
Chiesa degli organi, strumenti formati da canne di diversa
grandezza assieme unite".
Il Cardinale Bona, nel De Divina Psalmodia, cap. 17, trattando
degli organi suonati nelle Chiese, dice: "Non bisogna condannare
un uso moderato di essi, ecc. Il suono dell'organo reca letizia
agli animi tristi degli uomini, e richiama alla giocondit della
celeste Citt, scuote i pigri, ricrea i diligenti, provoca i
giusti all'amore, richiama i peccatori a penitenza".
Il Suarez (tomo 2 De Religione, al libro 4 De Horis Canonicis,
cap. 8, n. 5) fa rilevare che la parola organo non indica
soltanto quel particolare strumento musicale che oggi si suole
ordinariamente chiamare organo - il che prima di lui fu avvertito
da Sant'Isidoro nel libro 2 Originum, cap. 20: "La parola organo
indica in generale tutti gli strumenti musicali" -; dicendo che
l'organo pu essere usato nelle Chiese, s'intende che possono
essere usati altri strumenti musicali.
Silvio (tomo 3 delle sue Opere sulla 2, 2 di San Tommaso, quest.
91, art. 2) non rigetta dalle Chiese il canto armonico o
figurato: "Perci deve essere grandemente curato il canto
Ecclesiastico, sia quello detto piano, o gregoriano, che 
propriamente canto Ecclesiastico, sia quello introdotto dopo
nella Chiesa, e che si chiama canto figurato o armonico". E poco
pi avanti dice ancora: "Tuttavia, essendosi, dopo molti secoli,
accolto l'uso di accompagnare gli Uffici Ecclesiastici con
strumenti musicali, ci non deve essere disapprovato".
Il Bellotte, nel libro De Ritibus Ecclesiae Laudunensis (p. 209,
n. 8), dopo aver a lungo e minuziosamente parlato degli strumenti
musicali, che si suonano alle volte nei Divini Offici; e, dopo
aver dimostrato che anticamente questi strumenti non si usavano
nelle Chiese, ritiene che la cagione di tale antica usanza e
diversa consuetudine, debba riporsi nella necessit che spingeva
allora i Cristiani a stare lontani, il pi possibile, dai riti
profani dei pagani, i quali, nei teatri, nei festini, nei
sacrifizi, usavano strumenti musicali.
"Perci, dice il Bellotte, non si deve vedere una sconvenienza
negli strumenti musicali stessi, se la Chiesa ha fatto uso di
cantori in musica e di musicali strumenti soltanto negli ultimi
secoli. Il motivo sta solo nel fatto che i pagani usavano simili
strumenti musicali per scopi turpi e immorali, appunto nei
teatri, nei conviti e nei sacrifizi".
Il Persico, nel suo trattato De Divino et Ecclesiastico Officio
(al dubbio 5, n. 7) cos scrive del canto figurato nelle Chiese:
"In secondo luogo dico: ancorch nel canto organico, o figurato,
possano introdursi molti abusi - come suole d'altronde avvenire
in tutte le altre cerimonie Ecclesiastiche - , esso tuttavia  di
per s lecito, e per nessun motivo vietato, quando viene eseguito
in maniera regolata, devota e decente".
Al dubbio 6, numero 3, sostiene che "l'uso ormai universale di
suonare l'organo e altri strumenti musicali, durante i Divini
Uffici,  un uso lodevole, e molto utile per elevare alla
contemplazione di Dio gli animi delle persone imperfette".
L'uso del canto armonico, o figurato, e degli strumenti musicali,
sia nelle Messe, come nei Vespri e in altre funzioni di Chiesa, 
ora talmente esteso, da essere giunto anche nel Paraguay.
Essendo quei novelli fedeli americani dotati di straordinaria
propensione ed abilit al canto musicale ed al suono dei musicali
strumenti, tanto da imparare con tutta facilit ci che riguarda
l'arte musicale, i Missionari si servono di questa tendenza per
avvicinarli alla Fede Cristiana, mediante pie e devote canzoni.
Cos che, al presente, non vi  pi quasi nessun divario, sia nel
canto come nel suono, tra le Messe ed i Vespri di casa nostra con
quelle delle suddette regioni. Ci riferisce l'Abate Muratori,
riportando relazioni degne di fede, nella sua opera: Descrizione
delle Missioni del Paraguay (cap. 12).
6. Abbiamo pure detto che non c' alcuno che non condanni il
canto teatrale nelle Chiese, e che non desideri una
differenziazione tra il canto sacro della Chiesa e il canto
profano delle scene. Celebre  il testo di S. Girolamo, riferito
nel Canone Cantantes: "Cantando e salmeggiando nei vostri cuori
al Signore. Ascoltino questo gli adolescenti; lo ascoltino coloro
che hanno nella Chiesa il dovere di salmeggiare. Non basta
cantare ad onore di Dio con il suono della voce, ma bens 
necessario unirvi il cuore. N alla moda degli attori teatrali
occorre spalmare la gola e le labbra di soave unguento affinch
nella Chiesa si sentano melodie e canti teatrali" (distinzione 92).
L'autorit di S. Girolamo fu abusivamente invocata da coloro che,
con troppa audacia, volevano rimuovere dalle Chiese ogni sorta di
canto. Ma S. Tommaso, nel luogo gi citato, cos risponde, alla
seconda obiezione ricavata dal detto testo di S. Girolamo:
"Riguardo alla seconda obiezione, occorre notare che S. Girolamo
non condanna il canto, ma riprende coloro che nelle Chiese
cantano come canterebbero in un teatro".
San Nicezio, nel libro De Psalmodiae bono (cap. 3, nel tomo 1
dello Spicilegio), cos descrive il canto che deve adoperarsi
nelle Chiese: "Si usi un suono ed un canto di salmodia che siano
conformi alla santit della Religione, e non piuttosto
espressioni del canto tragico; che vi faccia apparire veri
cristiani, e non piuttosto riecheggi suoni teatrali; che vi
induca alla compunzione dei peccati".
I Padri del Concilio di Toledo (riuniti nell'anno 1566,
nell'azione 3, al cap. 11 del tomo 10 della Collezione dei
Concilii dell'Arduino), dopo aver molto parlato della qualit del
canto da usarsi nelle Chiese, cos concludono: " Bisogna
assolutamente evitare che il suono musicale porti nel canto delle
divine lodi qualche cosa di teatrale; o che evochi profani amori,
e gesta guerresche, come suole fare la musica classica".
Non mancano numerosi e dotti scrittori, che severamente
condannano la paziente tolleranza, nelle Chiese, del suono e del
canto teatrali, e domandano che simile abuso venga tolto dalle Chiese.
Si consultino il Casadio (De veteribus sacris Christianorum
ritibus, cap. 34) e l'Abate Lodovico Antonio Muratori (Antiqua
Romana Liturgia tomo I; dissertazione De rebus liturgicis, cap. 22, in fine).
E per terminare il Nostro dire su questo argomento, ossia
dell'abuso dei teatrali concerti nelle Chiese (che  cosa per s
evidente e che non richiede parole per dimostrarla), baster
accennare che tutti quelli che Noi abbiamo sopra citati, come
favorevoli al canto figurato ed all'uso degli strumenti musicali
nelle Chiese, chiaramente dicono ed attestano di aver sempre nei
loro scritti inteso e voluto escludere quel canto e quel suono
propri i dei palcoscenici e dei teatri. Canto e suono che essi,
come gli altri, condannano e deprecano. Quando si professavano
favorevoli al canto ed al suono, sempre intesero un canto ed un
suono adatto alle Chiese, e che eccita il popolo a devozione.
Questa loro intenzione ognuno pu conoscere leggendo i loro scritti.
7. Stabilito che, essendo gi introdotta la consuetudine del
canto armonico o figurato e degli strumenti musicali negli Uffici
Ecclesiastici, se ne condanna soltanto l'abuso; il Bingamo (Delle
Origini Ecclesiastiche, tomo 6, libro 14, par. 16), bench sia
autore eterodosso, concorda; ne consegue che bisogna
diligentemente studiare quale sia il retto uso e quale l'abuso.
Riconosciamo che per fare Noi bene quanto Ci siamo proposto,
avremmo bisogno della perizia musicale di cui erano adorni alcuni
dei Nostri santi e illustri Predecessori, quali Gregorio il
Grande, Leone II, Leone IX e Vittore III. Noi per non abbiamo
avuto n il tempo e n l'occasione di imparare la musica.
Tuttavia Ci accontenteremo di dire alcune cose ricavate dalle
Costituzioni dei Nostri Predecessori, e dagli scritti di uomini
virtuosi e dotti.
Per procedere per con ordine, parleremo prima di tutto ci che
si deve cantare nelle Chiese. Poi parleremo del modo e del metodo
che si deve tenere nel canto. Infine parleremo degli strumenti
musicali adatti alle Chiese, e che devono essere suonati nei
sacri Templi.
8. Guglielmo Durando, che visse sotto il Pontificato di Nicol
III, nel suo trattato De modo Generalis Concili i celebrandi
(cap. 19), apertamente riprova l'uso, allora frequente, di quelle
cantilene dette mottetti: "Sembra assai opportuno togliere dalla
Chiesa quel canto non devoto e disordinato dei mottetti e di
altre cose simili". In seguito il Pontefice Giovanni XXII, Nostro
Predecessore, promulg la sua Decretale, che comincia con le
parole Docta Sanctorum e che si trova tra le Extravaganti comuni,
al titolo De vita et honestate Clericorum. In questa sua
Decretale, il Papa si mostra contrario al canto dei mottetti in
lingua volgare: "Talora v'inseriscono mottetti in lingua volgare".
I Teologi hanno fatto oggetto d'indagine siffatto genere di
cantilene o mottetti che solitamente si cantano nelle Chiese. Uno
di essi, il Paludano (Sentenze, libro IV, dist. 15, q. 5, art.
2), ritenne il canto dei mottetti una specie di canto teatrale, e
riprende coloro che ne fanno uso: "coloro, cio, che nelle
solennit cantano i mottetti, poich il canto (nelle Chiese) non
deve essere simile a quello delle tragedie".
Il Suarez (De Religione, tomo 2, libro 4; De Horis Canonicis,
cap. 13, n. 16) sembra favorevole al canto dei mottetti, ancorch
essi siano stati scritti in lingua volgare, purch siano seri e
devoti. A provare quanto asserisce adduce il costume e l'uso di
alcune Chiese governate da sapienti prelati, che non condannano
queste cantilene o modulati carmi. Aggiunge inoltre che, nei
primi tempi della Chiesa, ogni fedele cantava nel tempio quei pii
e devoti inni che egli stesso aveva composti; e che tale antica
consuetudine serve, in certo modo, ad approvare l'uso dei mottetti.
Prevedendo l'obiezione che gli si pu muovere, che da simili
canti modulati, chiamati mottetti, rimane interrotta la salmodia
ecclesiastica, ad essa cos risponde: "Questa interruzione, o
pausa, che per questo fatto viene a stabilirsi tra le parti di
un'Ora (canonica), non  da condannarsi. Questa parte
dell'ufficiatura rimane moralmente non interrotta, a causa della
devozione che questo canto stesso si propone di eccitare. Cos
questo canto pu essere considerato come una preparazione
all'ufficiatura che segue, e come una solenne e degna conclusione
dell'ufficiatura precedente, e come un ornamento di tutta l'Ora".
Il Sommo Pontefice Alessandro VII, nell'anno 1657, eman una
Costituzione, che comincia con le parole Piae sollicitudinis, e
che  la trentaseiesima tra le Costituzioni di questo Pontefice.
In tale documento il Papa comanda di non cantare, nel tempo dei
Divini Uffici, e nel tempo in cui nelle Chiese  esposto il
Sacramento dell'Eucaristia alla pubblica venerazione dei fedeli,
nessun canto che non sia formato da parole desunte dal Breviario
o dal Messale Romano. Questi canti possono essere desunti
dall'ufficiatura propria o comune della solennit di ciascun
giorno, o della festa del Santo; questi brani possono pure essere
tolti dalla Sacra Scrittura o dalle opere dei Santi Padri, ma
prima devono essere sottoposti alla revisione ed all'approvazione
della Sacra Congregazione dei Riti.
Da questa Costituzione pontificia appare, senza alcun dubbio, che
il canto dei mottetti, composti seguendo le norme prescritte
dallo stesso Alessandro VII, Nostro Predecessore, e riveduti ed
approvati dalla Sacra Congregazione dei Riti, fu dichiarato
legittimo. Questa Costituzione di Alessandro VII fu confermata
dal Venerabile Servo di Dio Innocenzo XI, in un suo Decreto 
del 3 dicembre 1678.
Essendo per sorto qualche dubbio sul significato e sulla
interpretazione della Costituzione di Alessandro e del Decreto di
Innocenzo XI, il Nostro Predecessore di felice memoria Innocenzo
XII, emise, in data 20 agosto 1692, un nuovo Decreto, che  il
settantaseiesimo del suo Bollario. Questo decreto, dissipando la
confusione causata dalle diversit di interpretazioni, e
illuminando tutta la questione, proib in genere il canto di ogni
cantilena o mottetto. Nelle sante Messe solenni permise soltanto,
oltre al canto del Gloria e del Simbolo, di poter cantare
l'Introito, il Graduale e l'Offertorio. Nei Vespri non ammise
nessun cambiamento, neppure minimo, nelle Antifone che si dicono
all'inizio e alla fine di ogni Salmo.
Inoltre volle e comand che i cantori musici seguissero in tutto
le regole del Coro e che con esso si conformassero perfettamente.
E siccome nel Coro non  permesso aggiungere qualche cosa
all'Ufficio o alla Messa, cos proib pure questo ai musici, e
soltanto permise di prendere dall'Ufficio e dalla Messa della
solennit del Santissimo Sacramento del Corpo del Signore - ossia
dagli inni di San Tommaso o dalle antifone, o da altri brani
passati nel Breviario dal Messale Romano - qualche strofa o
mottetto, senza cambiarne le parole, e di poterli cantare, al
fine di eccitare la devozione nei fedeli, durante l'elevazione
della sacra Ostia, o quando  esposta alla venerazione ed
all'adorazione del pubblico.
9. Dopo avere con una legge regolato l'uso delle canzoncine, o
delle strofe cantate o mottetti, bisogna ammettere che si era gi
fatto molto per rimuovere dalle Chiese i canti teatrali, ma
occorre pure confessare che ci non era sufficiente per
raggiungere lo scopo desiderato.
Era ancora possibile, e troppo ancora ci si fa con Nostro
dispiacere, cantare tutte le parti che  lecito e che si sogliono
cantare nelle Messe e nei Vespri, come  stato su riferito (ossia
il Gloria, il Simbolo, l'Introito, il Graduale, l'Offertorio e
tutto il resto), ma cantarle alla maniera teatrale e con strepito
da palcoscenico.
Il grande vescovo Guglielmo Lindano, nella sua Panoplia
Evangelica, al libro 4, cap. 78, non  contrario al canto
musicale nelle Chiese, ma disapprova le molte ripetizioni, e le
confusioni delle voci, e propone che nelle Chiese si adoperi una
musica adatta alle cose che si cantano: "So bene, dice egli, che
alcuni giudicano pi conveniente conservare la musica, con
strumenti e musici. Darei volentieri il mio consenso a costoro,
qualora avvenisse, nello stesso tempo, la sostituzione del
metodo, attualmente in vigore ovunque nelle Chiese, con un metodo
pi serio, pi aderente alle cose, e, se non pi vicino alla
pronunzia che alla melodia, almeno sia pi adattato alle cose che
si cantano e pi in armonia con esse".
Il Dresselio, nella sua opera Rhetorica caelestis (libro I, cap.
5), scrive opportunamente in proposito: "Qui, o musicisti, sia
detto con vostra pace, prevale ora nelle Chiese un genere di
cantare che  nuovo, ma eccentrico, spezzettato, ballabile, e
certamente poco religioso; pi adatto al teatro ed al ballo che
non al Tempio. Si cerca l'artifizio e si perde il primiero
desiderio di pregare e di cantare. Abbiamo cura di destare la
curiosit, ma in realt trascuriamo la piet. Che  infatti
questo nuovo e danzante modo di cantare se non una commedia, in
cui i cantori si mutano in attori? Essi si esibiscono: ora uno da
solo, ora in due, ora tutti assieme, e dialogano tra di loro col
canto; poi nuovamente uno domina solo, e poco dopo gli altri lo seguono".
Uno scrittore moderno, Benedetto Girolamo Feijo o, Maestro
Generale dell'Ordine di San Benedetto in Spagna, nel Theatrum
criticum universale, discorso 14, basandosi sulla perizia e sulla
conoscenza delle note musicali, indica il metodo da seguirsi per
ottenere composizioni musicali per le Chiese, del tutto diverse
dai concerti musicali dei teatri.
Ma Noi qui Ci contenteremo di ricordare - tenendo presenti le
prescrizioni dei Sacri Concili e le sentenze di Scrittori
autorevoli - che il canto musicale dei teatri viene fatto in modo
(come Ci fu riferito) che il pubblico presente, ascoltando i
canti musicali ne riporti diletto, e goda degli artifizi della
musica, si esalti per la melodia, per la musica in se stessa;
provi piacere per la soavit delle varie voci, senza percepire,
il pi delle volte, l'esatto significato delle parole. Non cosi
invece deve essere nel canto Ecclesiastico; anzi in questo si
deve avere di mira l'opposto.
Nel canto Ecclesiastico si deve badare innanzi tutto ad ottenere
una audizione perfetta e facile delle parole. Nelle Chiese,
infatti, la musica  accolta per elevare le menti degli uomini a
Dio, come insegna Sant'Isidoro nel libro I del De Ecclesiasticis
Officiis, al cap. 5: "Si usa dalla Chiesa salmeggiare e cantare
soavi melodie per indurre pi facilmente gli animi alla
compunzione"; ci non pu ottenersi se non s'intendono le parole.
Il Concilio di Cambrai (tenuto nel 1565, al titolo 6, cap. 4,
tomo 10, p. 582 della Collezione di Arduino) cos prescrive: "Del
resto ci che si deve cantare in coro  destinato ad istruire; lo
si canti perci in modo da essere capito dalla mente".
Nel Concilio di Colonia (riunito nel 1536, al cap. 12 del De
officiis privatis) si legge quanto segue: "In alcune Chiese si
giunse a commettere l'abuso di omettere o di abbreviare, per
favorire l'armonia del canto e del suono, quello che era pi
importante. E la parte pi importante  costituita appunto dalla
recita delle parole dei Profeti, degli Apostoli, od Epistola, del
Simbolo della fede, del Prefazio o azione di ringraziamento e
dell'Orazione del Signore. Per la loro importanza, questi testi
devono essere, come tutti gli altri, cantati in modo chiarissimo
e intelligibile".
Nel primo Concilio di Milano (tenuto nell'anno 1565, nella parte
2, n. 51 della Collezione di Arduino, p. 687) si legge: "Negli
Uffici Divini, e in generale nelle Chiese, non si devono cantare
o suonare cose profane; le cose sacre poi devono essere cantate
senza languide flessioni di voce, senza suoni pi gutturali che
labiali; mai si deve usare un tono di canto passionale. Il canto
ed il suono siano seri, devoti, chiari, adatti alla casa di Dio e
confacenti con le divine lodi; fatti in modo che coloro che
ascoltano capiscano le parole e siano mossi a devozione".
Sulla materia qui trattata esistono parole assai gravi dei Padri
convenuti nell'anno 1566 al Concilio di Toledo (Azione 3, cap. 2,
p. 1164 della Collezione di Arduino): "Siccome tutto ci che si
canta nelle Chiese per lodare Dio, deve essere cantato in modo da
favorire, per quanto  possibile, l'istruzione dei fedeli, e deve
essere un mezzo per regolare la piet e la devozione e per
spronare le menti degli uditori fedeli a prestare a Dio il culto,
e a desiderare le cose celesti; stiano in guardia i Vescovi, che
mentre ammettono nel coro musicale la pratica di variazioni
melodiche in cui le voci si mescolano secondo ordini diversi, le
parole dei salmi e delle altre parti che sogliono cantarsi, non
rimangano incomprese e soffocate da uno strepito disordinato. I
Vescovi coltivino invece una musica cos detta organica, che
permetta di capire le parole di quelle parti che si cantano, e
gli animi degli uditori siano portati a lodare Dio pi dalla
pronunzia delle parole che da curiosi gorgheggi".
Ci giustifica i lamenti espressi dal Vescovo Lindano nel testo
citato (Panoplia Evangelica): "Ai nostri giorni, il canto dei
musici  piuttosto fatto per distogliere, sviare, allontanare gli
animi degli uditori, che non per eccitarli a piet e a desideri
celesti. Ricordo infatti di aver partecipato qualche volta alle
divine lodi, di aver prestato grande attenzione mentre si cantava
per riuscire a capire le parole, ma non riusc ad intenderne
neppure una sola. Tutto era un groviglio di sillabe ripetute, di
voci confuse; il senso rimaneva sommerso da ci che, pi che
canto, era un clamore assordante, un boato scomposto".
Ci dimostra quanto saggio fosse il desiderio, e quanto prudente
sia l'esortazione con la quale Dresselio, pure nell'opera citata
(Rethorica caelestis) esorta i musici alla devozione: "Fate
rivivere, ve ne supplico, qualche cosa almeno del primiero
fervore religioso nella musica sacra. Se voi avete a cuore, se
desiderate l'onore divino, adoperatevi per questo, faticate per
questo scopo: affinch cio le parole che si cantano siano pure
comprese. Che mi giova sentire nel Tempio variet di suoni,
profusione di voci, se a tutto ci manca un'anima, se non riesco
a comprendere il significato e le parole, che il canto dovrebbe
invece instillarmi?"
Ci finalmente giustifica la risposta data dal Cardinale Domenico
Capranica al Sommo Pontefice Nicol V, dopo aver assistito ad una
sacra funzione ed alla Divina Ufficiatura, eseguite in canto
musicale, in modo per che non si poterono udire le parole. Il
Pontefice chiese al Cardinale che cosa ne pensasse di simile
musica; la risposta che il Cardinale diede si pu leggere presso
Poggio, nella Vita di questo Cardinale edita dal Baluzio, nella
Miscellanea (libro 3, par. 18, p. 289).
Il grande Padre Agostino racconta di se stesso che sentendo
cantare soavemente gli inni nella Chiesa, piangeva dirottamente:
"Quanto piansi tra gl'inni ed i cantici tuoi, vivamente commosso
alle voci della tua Chiesa soavemente echeggiante! Quelle voci si
riversavano nei miei orecchi, stillava la verit tua nel mio
cuore, e da essa mi veniva fervore. Di qui provenivano sentimenti
di devozione, e scorrevano lacrime, e mi facevano del bene!"
(Confessioni, libro 9, cap. 6). Ma poi essendogli venuto lo
scrupolo del gran diletto che provava sentendo cantare gli inni
nelle Chiese, quasi fosse un'offesa a Dio, e portandolo la
severit a disapprovare il detto canto, ritorn per al primo
pensiero di approvarlo, perch il suo animo si commuoveva, non
per l'armonia solamente, ma per le parole che l'armonia
accompagnava, come apertamente egli dichiar (Confessioni, 
libro 10, cap. 33).
Piangeva perci Agostino di devota tenerezza, sentendo cantare
nelle Chiese le sacre lodi, e ben intendendo le parole
accompagnate dal canto. Piangerebbe forse ancora oggi, se
sentisse qualcheduna delle musiche delle Chiese, ma non
piangerebbe per devozione, ma per dolore di sentire bens il
canto, ma di non intenderne le parole.
10. Fin qui abbiamo parlato del canto musicale; ora dobbiamo
parlare del suono dell'organo musicale, e degli altri strumenti,
il cui uso, come abbiamo detto sopra,  ammesso in alcune Chiese.
 pure necessario trattare del suono, perch se il canto non deve
essere teatrale, altrettanto deve dirsi del suono. Gli Ebrei non
avevano bisogno di questa indagine, ossia di stabilire differenze
fra il canto nel Tempio e il canto profano nei teatri. Infatti
dalle Sacre Scritture si desume che il canto ed il suono degli
strumenti musicali erano in uso nel Tempio, ma non nei teatri,
come fa notare ottimamente il Calmet nella sua dissertazione
sopra la musica degli Ebrei.
Noi abbiamo bisogno di fissare dei limiti tra il canto ed il
suono di Chiesa, e quelli dei teatri. Noi dobbiamo definire la
diversit tra i due, perch oggi il canto figurato, o armonico,
con il suono degli strumenti, si adopera tanto nei teatri come
nelle Chiese.
Avendo gi a lungo parlato del canto, rimane ora da parlare anche
del suono. E per discorrere con ordine, tratteremo prima degli
strumenti musicali, che possono essere tollerati nelle Chiese; in
secondo luogo parleremo del suono di quegli strumenti che si
suole accompagnare al canto; in terzo luogo parleremo del suono
separato dal canto, ossia della sinfonia strumentale.
11. Quanto agli strumenti, che possono tollerarsi nelle Chiese,
il sopra citato Benedetto Girolamo Feijo o, nel citato discorso
(Theatrum criticum universale, discorso 14, par. 11, n. 43)
ammette gli organi e altri strumenti, ma vorrebbe escludere le
lire tetracorde (violini), perch l'archetto fa emettere alle
corde suoni armoniosi, ma troppo acuti, che eccitano in noi
piuttosto ilarit puerile, che non composta venerazione per i
sacri misteri, e raccoglimento.
Il Bauldry (Manuale nelle sacre cerimonie, par. I, cap. 8, n. 14)
non vorrebbe nelle Chiese, con l'organo pneumatico, che le trombe
o gli strumenti a fiato o pneumatici: "Non si suonino, con
l'organo, altri strumenti musicali all'infuori delle trombe,
flauti o cornette". Al contrario, i Padri del Primo Concilio
Provinciale di Milano, tenuto sotto San Carlo Borromeo, nel
titolo De Musica et Cantoribus, bandiscono dalle Chiese gli
strumenti a fiato: "Nella Chiesa vi sia solo l'organo; si
escludano i flauti, le cornette e ogni altro strumento musicale".
Noi non abbiamo omesso di richiedere il consiglio di uomini
prudenti e di insigni Maestri di musica. In conformit del loro
parere, Ella, venerabile Fratello procurer che nelle sue Chiese,
se in esse vi  l'uso di suonare gli strumenti musicali, con
l'organo, siano ammessi soltanto quegli strumenti che hanno il
compito di rafforzare e sostenere la voce dei cantori, come sono
la cetra, il tetracordo maggiore e minore, il fagotto, la viola,
il violino. Escluder invece i timpani, i corni da caccia, le
trombe, gli oboe, i flauti, i flautini, le arpe, i mandolini e
simili strumenti, che rendono la musica teatrale.
12. Sul modo poi di usare quegli strumenti che si possono
ammettere nella musica sacra, ammoniamo soltanto che essi vengano
usati esclusivamente per sostenere il canto delle parole,
affinch vieppi il senso di esse si imprima nella mente degli
uditori, e gli animi dei fedeli vengano eccitati alla
contemplazione delle cose spirituali, e siano spronati ad amare
di pi Dio e le cose divine. Il Valenza, parlando dell'utilit
della musica e degli strumenti musicali, giustamente dice:
"Servono a ravvivare il proprio e l'altrui fervore, specialmente
dei rozzi, che spesso sono deboli, e devono essere portati al
gusto delle realt spirituali, non solo a mezzo del canto vocale,
ma anche con il suono dell'organo, e di musicali strumenti" (nel
tomo 3 sulla 2, 2 di San Tommaso, disp. 6, quest. 9).
Se per gli strumenti suonano in continuazione, e solo qualche
volta si chetano, come si usa oggi, per lasciare tempo agli
uditori di sentire le armoniche modulazioni, le vibranti puntate
delle voci, volgarmente chiamati i trilli; se, per il rimanente,
non fanno altro che opprimere e seppellire le voci del coro, e il
senso delle parole, allora l'uso degli strumenti non raggiunge lo
scopo voluto, diventa inutile, anzi rimane proibito ed interdetto.
Il Pontefice Giovanni XXII, nella citata sua Extravagante Docta
Sanctorum, fra gli abusi della musica mette il seguente, che
esprime con queste parole: "Spezzettare la melodia con rantoli"
ossia con singulti, come spiega Carlo Dufresne nel suo Glossario:
questo nome indica quelle concise modulazioni, volgarmente dette trilli.
Il grande Vescovo Lindano, nel luogo citato, inveisce contro
l'abuso di coprire, con il suono degli strumenti, le parole dei
cantori: "Il clamore delle trombe, lo stridore dei corni, e altro
vario fracasso, nulla viene omesso di ci che pu rendere
incomprese le parole che si cantano, oscurarle, seppellirne il significato".
Il pio e dotto Cardinale Bona, nel pi volte lodato trattato De
Divina Psalmodia (cap. 17, par. 2, n. 5), cos scrive in proposito:
"Prima di terminare, dar un avvertimento ai cantori di Chiesa:
non facciano servire ad una illecita passione ci che i Santi
Padri hanno ordinato ad aiutare la devozione. Il suono deve
essere eseguito in modo grave e moderato, da non assorbire tutte
le facolt dell'anima, ma da lasciare la maggior parte
dell'attenzione per comprendere il significato di quello che si
canta, e per i sentimenti di piet".
13. Infine, per ci che riguarda le sinfonie, dove il loro uso 
gi introdotto, potranno tollerarsi, purch siano serie, e non
rechino, a causa della loro lunghezza, noia o grave incomodo a
quelli che sono nel Coro, o che funzionano all'Altare, nei Vespri
e nelle Messe. Di queste sinfonie parla il Suarez: "Da ci si
comprende che, di per s, non  da condannarsi l'uso di
intercalare agli Uffici Divini il suono dell'organo senza canto,
adoperando solo con soavit la musica degli strumenti, come
succede qualche volta durante la Messa solenne, o nelle Ore
Canoniche, tra i Salmi. In questi casi tale suono non  parte
dell'Ufficio, e ridonda a solennit ed a venerazione dell'Ufficio
stesso ed a elevazione degli spiriti dei fedeli, affinch pi
facilmente si muovano a devozione o vi si dispongano. Ancorch
per nessun canto vocale si associ a questo suono, occorre che
detto suono sia grave e adatto a eccitare la devozione" (Suarez,
De Religione, libro 4, cap. 13, n. 7).
Non si deve per qui tacere essere cosa assai sconveniente e da
non pi tollerarsi, che in alcuni giorni dell'anno si tengano
sinfonie sontuose e rumorose, si tengano canti musicali nei
Templi, del tutto sconvenienti ai Sacri Misteri che la Chiesa in
quel dato tempo propone alla venerazione dei fedeli.
Lo zelo di cui era animato, spinse il pi volte nominato Maestro
Generale dell'Ordine di San Benedetto in Spagna a protestare nel
citato discorso (Theatrum criticum universale, discorso 14, par. 9)
contro le arie ed i recitativi, ohim!, troppo usati nel cantare
le Lamentazioni del Profeta Geremia, la cui recita  dalla Chiesa
prescritta nei giorni della Settimana Santa, e nelle quali ora si
piange la distruzione della Citt di Gerusalemme ad opera dei
Caldei, ora la desolazione del mondo ad opera dei peccati, ora
l'afflizione della Chiesa militante nelle persecuzioni, ora le
angustie del nostro Redentore nei suoi dolori.
Mentre sedeva sulla Cattedra Apostolica il Nostro santo
Predecessore Pio V, la Chiesa di Lucca era governata da
Alessandro, Vescovo zelantissimo della disciplina Ecclesiastica.
Egli aveva osservato che, durante la Settimana Santa, si facevano
nelle Chiese dei concerti solennissimi con numerosi cantori e
suono di strumenti svariati. Ci non era per nulla intonato al
clima di mestizia delle sacre funzioni che si celebrano in quei
giorni. Ad udire tali concerti accorreva una numerosissima avida
folla di uomini e di donne, e succedevano peccati e scandali
gravi. Il Vescovo con un suo editto proib questi concerti nella
Settimana Santa e nei tre giorni seguenti la Pasqua. Siccome
alcuni, esenti dalla giurisdizione episcopale, pretendevano di
non essere tenuti ad obbedire al Vescovo, costui defer la
questione al Sommo Pontefice Pio V, il quale rispose con un
Breve, in data 4 aprile 1571.
Il Papa deplora la cecit delle menti umane e degli uomini
carnali, che non solo nei giorni sacri, ma specialmente in quelli
stabiliti dalla Chiesa in modo speciale per venerare la memoria
della passione di Cristo Signore, messa da parte la piet, e la
sincera purit della mente, si lascino trasportare dai piaceri
del mondo, e si abbandonino in bala e si lascino dominare dalle
passioni. "Questo - dice poi - deve essere sempre evitato, in
ogni periodo sacro, ma deve essere evitato in modo tutto speciale
in quel periodo di tempo fissato dalla Chiesa per commemorare la
passione del Signore. In tale tempo invece massimamente conviene
che tutti i Cristiani rivolgano la loro mente alla contemplazione
di cos grande ed eccelso beneficio fatto a noi dal Nostro
Redentore, e che si tengano liberi ed immuni da ogni impurit di
cuore e di sensi".
Riferisce poi l'abuso introdotto nella Chiesa di Lucca di fare
scelta nella Settimana Santa di bravi musici, e di radunare ogni
sorta di strumenti per tenere solenni concerti musicali. Dice al
Vescovo: "Recentemente, con grande Nostro dispiacere, abbiamo
saputo che in codesta Citt, ove eserciti l'ufficio di Vescovo,
vi  un abuso assai detestabile, di tenere cio concerti nelle
Chiese, durante la Settimana Santa, con la riunione di scelti
cantori e di ogni genere di strumenti. A questi concerti, pi che
non ai Divini Uffici, accorre una folla di giovani di ambo i
sessi, attrattavi da una vera passione, e l'esperienza ha
dimostrato che si commettono gravi peccati e che avvengono dei
non meno gravi scandali".
Infine loda l'ordine del Vescovo, e, basandosi sui decreti del
sacrosanto Concilio di Trento, dichiara che questo ordine si
estende ed obbliga anche le Chiese che si dicono esenti
dall'autorit dell'Ordinario, per privilegio apostolico o per
qualsiasi altra ragione.
Nel Concilio Romano (tenutosi da poco tempo a Roma, nell'anno
1726, al titolo 15, n. 6) si leggono vari decreti sopra l'uso del
canto musicale e degli strumenti, durante l'Avvento, nelle
Domeniche di Quaresima, e durante le esequie dei defunti. Ci
basti avervi accennato.
14. Ci ricordiamo aver letto che l'Imperatore Carlo Magno,
essendosi proposto di ridurre a regole di arte il canto
Ecclesiastico, che nelle Chiese della Gallia era allora eseguito
in maniera disordinata e rozza, chiedesse al Pontefice Adriano I
l'invio da Roma di persone istruite nella musica di chiesa.
Questi inviati facilmente introdussero nel Regno delle Gallie il
Canto Romano, come ognuno pu venire a sapere leggendo la notizia
presso Paolo Diacono (Vita di San Gregorio, libro 2, cap. 9);
presso Rodolfo de Tongres (De Canonum observantia, prop. 12);
presso Sant'Antonino (Summa Historica, parte 2, tit. 12, cap. 3).
Il Monaco d'Angoulme (Vita di Carlo Magno, cap. 8), racconta
inoltre che i cantori giunti da Roma insegnarono nelle Gallie
anche l'arte di suonare l'organo musicale, che era stato
introdotto nel regno delle Gallie sotto il re Pipino.
Essendo costume e regola generale che la citt di Roma debba
precedere, con l'esempio e l'insegnamento, tutte le altre Citt,
in ci che concerne i Riti Sacri e le altre cose Ecclesiastiche:
anche la storia lo conferma, cos come lo conferma quanto Noi ora
abbiamo narrato di Carlo Magno, che volendo introdurre il canto
Ecclesiastico nel suo Regno, lo fece venire da Roma come dalla
sua propria sede.
Questo fatto Ci spinge pressantemente e Ci stimola a fare sparire
del tutto e tutti gli abusi che si fossero introdotti nel canto
Ecclesiastico, e che Noi sopra abbiamo condannati; a farli
sparire da ogni Chiesa, se fosse possibile, ma in modo speciale
dalle Chiese della Citt di Roma.
E come Noi non lasciamo di dare gli ordini necessari ed opportuni
al Nostro Cardinale Vicario in Roma, cosi lei, Venerabile
Fratello, non lasci di pubblicare, se  necessario, editti e
leggi, che siano in armonia con questa Nostra Lettera circolare,
e che regolino il canto Ecclesiastico in base alle disposizioni
prescritte e stabilite nella presente Nostra Lettera, affinch si
dia finalmente inizio alla riforma della musica ecclesiastica.
Questa riforma fu gi ardentemente desiderata e sospirata da
moltissimi, tanto che, gi cento anni fa Giovanni Battista Doni,
patrizio fiorentino, scriveva in un suo trattato, De Praestantia
Musicae veteris (libro I, p. 49): "Le cose stanno ora a questo
punto, che non si trova nessuno che stabilisca una legge severa
che proibisca questo canto quasi effeminato e molle, che si 
introdotto ovunque; nessuno che veda la necessit di imporre una
disciplina a queste melodie affettate, prolisse e spesso aride;
nessuno infine che non sia convinto che i giorni di festa
solenni, e gli edifici sacri perderebbero celebrit e non
sarebbero pi frequentati se non rimbombassero per canti molli e
spesso poco decorosi, e per la gran confusione di voci e di suoni
in gara tra di loro".
15. Abbiamo detto "se ve ne sia bisogno", sapendo Noi molto bene
che, nello Stato Ecclesiastico, vi sono alcune Citt nelle quali
vi  bisogno di riformare la musica delle Chiese; e vi sono
invece altre Citt che non hanno questo bisogno.
Temiamo per, e ne siamo vivamente preoccupati, che in alcune
Citt, le Chiese e i sacri Altari abbiano bisogno di una
necessaria pulizia e del necessario addobbo. In molte Chiese
cattedrali e collegiate il canto corale avr bisogno di essere
riformato, e bene, secondo le regole che Noi abbiamo pi sopra date.
Se nella Sua Diocesi  necessario, bisogna che Ella metta tutta
la diligenza e sollecitudine possibili, per correggere tali abusi.
Volesse il Cielo che in tutte le Diocesi del Nostro Stato i
Sacerdoti celebrassero il sacrosanto Sacrifizio della Messa con
quel devoto estrinseco decoro, che  dovuto! Che ogni Sacerdote
si presentasse in pubblico vestito con l'abito da prete; e, nel
decente vestito del corpo, anche con quei modi di fare, con
quella modestia e con tutto quel decoro proprio di un Ecclesiastico!
Su questo argomento Noi non aggiungeremo qui altro, avendone gi
trattato diffusamente nella Nostra Notificazione XIV (par. 4 e 6,
libro 2 edizione italiana, che  la XXXIV nella edizione latina),
e nella Notificazione IV (tomo 4, edizione italiana, che  la
LXXI nella edizione latina): ad esse rimandiamo quanti sono
solleciti della disciplina Ecclesiastica.
Terminiamo spronando il Suo zelo sacerdotale ricordandole che non
vi  cosa che si manifesti di pi agli uomini se le Chiese sono
mal guidate e mal governate dai Vescovi, quanto il vedere i
Sacerdoti celebrare le sacre funzioni facendo male od omettendo
le cerimonie Ecclesiastiche, portando vestiti indecenti, o non
adatti assolutamente alla sacerdotale dignit, eseguendo ogni
cosa con precipitazione e negligenza.
Queste cose cadono sotto gli sguardi di tutti, si offrono al
giudizio sia degli abitanti del luogo come a quello dei
forestieri. Scandalizzano specialmente coloro che provengono da
regioni dove i Sacerdoti portano abiti convenienti, e celebrano
la Messa con la dovuta devozione.
Il pio e dotto Cardinale Bellarmino, non senza lacrime si
lamentava: " pure causa di grande pianto che i sacrosanti
Misteri siano trattati in modo cos indecoroso, per l'incuria e
l'empiet di alcuni Sacerdoti. Costoro che cos fanno dimostrano
di non credere che la Maest del Signore  presente. Cos alcuni
celebrano Messa senza spirito, senza affetto, senza timore e
tremore, con una precipitazione incredibile! Agiscono come se non
credessero alla presenza di Cristo Signore, e come se non
credessero che Cristo Signore li vede".
Dopo alcune altre considerazioni, il Cardinale Bellarmino
prosegue: "So che vi sono, nella Chiesa di Dio, molti ottimi e
religiosissimi Sacerdoti, che celebrano i Divini Misteri con
cuore puro, e con paramenti pulitissimi. Per questo tutti devono
render grazie a Dio. Ma anche ve ne sono che muovono al pianto, e
non sono pochi, il cui esteriore sordido manifesta le turpitudini
e l'impurit della loro anima".
Noi intanto L'abbracciamo, o Venerabile Fratello, nella carit di
Cristo, ed impartiamo, di gran cuore, a Lei ed al Gregge alle Sue
cure affidato, la Benedizione Apostolica.
Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, il 19 febbraio 1749,
anno nono del Nostro Pontificato.
BENEDETTO PP. XIV
