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Pietro Bembo



Gli Asolani

Edizione elettronica di Claudio Paganelli
Revisione di Giuseppe Bonghi
La revisione  stata effettuata tenendo come testo di riferimento:
Pietro Bembo, Prose della volgar lingua, Gli Asolani, Rime, a cura di Carlo Dionisotti, I classici italiani TEA Tascabili Editori Associati, Milano 1989 (su licenza UTET Torino 1966)
ISBN 88-7819--1
- Questa edizione  servita per la divisione in capitoli, assente nelle edizioni fino all'Ottocento ma ormai generalmente accettata - Ho adottato una divisione, all'interno dei capitoli, utilizzando un capoverso ogniqualvolta comincia il discorso di un personaggio.



LIBRO PRIMO

[1.I.] Suole a'faticosi navicanti esser caro, quando la notte, da oscuro e tempestoso nembo assaliti e sospinti, n stella scorgono, n cosa alcuna appar loro che regga la lor via, col segno della indiana pietra ritrovare la tramontana, in guisa che, quale vento soffi e percuota conoscendo, non sia lor tolto il potere e vela e governo l, dove essi di giugnere procacciano o almeno dove pi la loro salute veggono, dirizzare; e piace a quelli che per contrada non usata caminano, qualora essi, a parte venuti dove molte vie faccian capo, in qual pi tosto sia da mettersi non scorgendo, stanno in sul pi dubitosi e sospesi, incontrare chi loro la diritta insegni, s che essi possano all'albergo senza errore, o forse prima che la notte gli sopragiunga, pervenire. Per la qual cosa avisando io, da quello che si vede avenire tutto d, pochissimi essere quegli uomini, a'quali nel peregrinaggio di questa nostra vita mortale, ora dalla turba delle passioni soffiato e ora dalle tante e cos al vero somiglianti apparenze d'openioni fatto incerto, quasi per lo continuo e di calamita e di scorta non faccia mestiero, ho sempre giudicato grazioso ufficio per coloro adoperarsi, i quali, delle cose o ad essi avenute o da altri apparate o per se medesimi ritrovate trattando, a gli altri uomini dimostrano come si possa in qualche parte di questo periglioso corso e di questa strada, a smarrire cos agevole, non errare. Perci che quale pi graziosa cosa pu essere che il giovare altrui? O pure che si pu qua gi fare, che ad uom pi si convenga, che essere a molti uomini di lor bene cagione? E poi, se  lodevole per s, che  in ogni maniera lodevolissimo, un uom solo senza fallimento saper vivere non inteso e non veduto da persona, quanto pi  da credere che lodar si debba un altro, il quale e sa esso la sua vita senza fallo scorgere e oltre a ci insegna e dona modo ad infiniti altri uomini, che ci vivono, di non fallire? Ma perci che tra le molte cagioni, le quali il nostro tranquillo navicar ci turbano e il sentiero del buon vivere ci rendono sospetto e dubbioso, suole con le primiere essere il non saper noi le pi volte quale amore buono sia e qual reo, il che non saputo fa che noi, le cose che fuggire si devrebbono amando e quelle che sono da seguire non amando, e tal volta o meno o pi del convenevole ora schifandole e ora cercandole, travagliati e smarriti viviamo, ho voluto alcuni ragionamenti raccogliere, che in una brigata di tre nostre valorose donne e in parte di madonna la Reina di Cipri, pochi d sono, tre nostri aveduti e intendenti giovani fecero d'Amore, assai diversamente questionandone in tre giornate, affine che il giovamento e pro che essi hanno a me renduto, da loro che fatti gli hanno sentendogli, che nel vero non  stato poco, possano eziandio rendere a qualunque altro, cos ora da me raccolti, piacesse di sentirgli. Alla qual cosa fare, come che in ciascuna et stia bene l'udire e leggere le giovevoli cose e spezialmente questa, perci che non amare come che sia in niuna stagione non si pu, quando si vede che da natura insieme col vivere a tutti gli uomini  dato che ciascuno alcuna cosa sempre ami, pure io, che giovane  sono, i giovani uomini e le giovani donne conforto e invito maggiormente. Perci che a molti e a molte di loro per aventura agevolmente averr che, udito quello che io mi profero di scriverne, essi prima d'Amore potranno far giudicio che egli di loro s'abbia fatto pruova. Il che, quanto esser debba lor caro, n io ora dir, e essi meglio potranno ne gli altri loro pi maturi anni giudicare. Ma di vero, s come nel pi delle cose l'uso  ottimo e certissimo maestro, cos in alcune, e in quelle massimamente che possono non meno di noia essere che di diletto cagione, s come mostra che questa sia, l'ascoltarle o leggerle in altrui, prima che a pruova di loro si venga, senza fallo molte volte a molti uomini di molto giovamento  stato. Per la qual cosa bellissimo ritrovamento delle genti  da dir che sieno le lettere e la scrittura, nella qual noi molte cose passate, che non potrebbono altramente essere alla nostra notizia pervenute, tutte quasi in uno specchio riguardando e quello di loro che faccia per noi raccogliendo, da gli altrui essempi ammaestrati ad entrare nelli non prima o solcati pelaghi o caminati sentieri della vita, quasi provati e nocchieri e viandanti, pi sicuramente ci mettiamo. Senza che infinito piacere ci porgono le diverse lezioni, delle quali gli animi d'alquanti uomini, non altramente che faccia di cibo il corpo, si pascono assai sovente e prendono insieme da esse dilettevolissimo nodrimento. Ma lasciando questo da parte stare e alle ragionate cose d'Amore, che io dissi, venendo, acci che meglio si possa ogni lor parte scorgere tale, quale appunto ciascuna fu ragionata, stimo che ben fatto sia che, prima che io passi di loro pi avanti, come il ragionare avesse luogo si faccia chiaro.


[1.II.] Asolo adunque, vago e piacevole castello posto ne gli stremi gioghi delle nostre alpi sopra il Trivigiano, , s come ogniuno dee sapere, di madonna la Reina di Cipri, con la cui famiglia, la quale  detta Cornelia, molto nella nostra citt onorata e illustre,  la mia non solamente d'amist e di dimestichezza congiunta, ma ancora di parentado. Dove essendo ella questo settembre passato a'suoi diporti andata, avenne che ella quivi marit una delle sue damigielle, la quale, perci che bella e costumata e gentile era molto e perci che da bambina cresciuta se l'avea, assai teneramente era da lei amata e avuta cara. Per che vi fece l'apparecchio delle nozze ordinare bello e grande, e, invitatovi delle vicine contrade qualunque pi onorato uomo v'era con le lor donne, e da Vinegia similmente, in suoni e canti e balli e solennissimi conviti l'un giorno appresso all'altro ne menava festeggiando con sommo piacer di ciascuno. Erano quivi tra gli altri, che invitati dalla Reina vennero a quelle feste, tre gentili uomini della nostra citt, giovani e d'alto cuore, i quali, da'loro primi anni ne gli studi delle lettere usati e in essi tuttavia dimoranti per lo pi tempo, oltre a ci il pregio d'ogni bel costume aveano, che a nobili cavalieri s'appartenesse d'avere. Costor per aventura, come che a tutte le donne che in que'conviti si trovarono, s per la chiarezza del sangue loro e s ancora molto pi per la viva fama de'loro studi e del lor valore fosser cari, essi nondimeno pure con tre di loro belle e vaghe giovani e di gentili costumi ornate, perci che prossimani eran loro per sangue e lunga dimestichezza con esse e co'lor mariti aveano, i quali tutti e tre di que'd a Vinegia tornati erano per loro bisogne, pi spesso e pi sicuramente si davano che con altre, volentieri sempre in sollazzevoli ragionamenti dolci e oneste dimore traendo. Quantunque Perottino, che cos nominare un di loro m' piaciuto in questi sermoni, poco e rado parlasse, n fosse chi riso in bocca gli avesse solamente una volta in tutte quelle feste veduto. Il quale eziandio molto da ogniuno spesse volte si furava, s come colui che l'animo sempre avea in tristo pensiero; n quivi venuto sarebbe, se da'suoi compagni, che questo studiosamente fecero, acci che egli tra gli allegri dimorando si rallegrasse, astretto e sospinto al venirvi non fosse stato. N pure solamente Perottino ho io con infinta voce in questa guisa nomato, ma le tre donne e gli altri giovani ancora; non per altro rispetto, se non per trre alle vane menti de'volgari occasione, i loro veri nomi non palesando, di pensar cosa in parte alcuna meno che convenevole alla loro onestissima vita. Con ci sia cosa che questi parlari, d'uno in altro passando, a brieve andare possono in contezza de gli uomini pervenire, de'quali non pochi sogliono esser coloro che le cose sane le pi volte rimirano con occhio non sano.


[1.III.] Ma alle nozze della Reina tornando, mentre che elle cos andavano come io dissi, un giorno tra gli altri nella fine del desinare, che sempre era splendido e da diversi giuochi d'uomini che ci soglion far ridere e da suoni di vari strumenti e da canti ora d'una maniera e quando d'altra rallegrato, due vaghe fanciulle per mano tenendosi, con lieto sembiante al capo delle tavole, l dove la Reina sedea, venute, riverentemente la salutarono; e poi che l'ebbero salutata, amendue levatesi, la maggiore, un bellissimo liuto che nell'una mano teneva al petto recandosi e assai maestrevolmente toccandolo, dopo alquanto spazio col piacevole suono di quello la soave voce di lei accordando e dolcissimamente cantando, cos disse:

Io vissi pargoletta in festa e 'n gioco,
De'miei pensier, di mia sorte contenta:
Or s m'afflige Amor e mi tormenta,
Ch'omai da tormentar gli avanza poco.
Credetti, lassa, aver gioiosa vita
Da prima entrando, Amor, a la tua corte;
E gi n'aspetto dolorosa morte:
O mia credenza, come m'hai fallita.
Mentre ad Amor non si commise ancora,
Vide Colco Medea lieta e secura;
Poi ch'arse per Iason, acerba e dura
Fu la sua vita infin a l'ultim'ora.

Detta dalla giovane cantatrice questa canzone, la minore, dopo un brieve corso di suono della sua compagna che nelle prime note gi ritornava, al tenor di quelle altres come ella la lingua dolcemente isnodando, in questa guisa le rispose:

Io vissi pargoletta in doglia e 'n pianto,
De le mie scorte e di me stessa in ira:
Or s dolci pensieri Amor mi spira,
Ch'altro meco non  che riso e canto.
Arei giurato, Amor, ch'a te gir dietro
Fosse proprio un andar con nave a scoglio;
Cos l 'nd'io temea danno e cordoglio,
Utile scampo a le mie pene impetro.
Infin quel d, che pria la punse Amore,
Andromeda ebbe sempre affanno e noia;
Poi ch'a Perseo si di, diletto e gioia
Seguilla viva, e morta eterno onore.

Poi che le due fanciulle ebber fornite di cantare le lor canzoni, alle quali udire ciascuno chetissimo e attentissimo era stato, volendo esse partire per dar forse a gli altri sollazzi luogo, la Reina, fatta chiamare una sua damigiella, la quale, bellissima sopra modo e per giudicio d'ogniun che la vide pi d'assai che altra che in quelle nozze v'avesse, sempre quando ella separatamente mangiava di darle bere la serviva, le impose che alle canzoni delle fanciulle alcuna n'aggiugnesse delle sue. Per che ella, presa una sua vivola di maraviglioso suono, tuttavia non senza rossore veggendosi in cos palese luogo dover cantare, il che fare non era usata, questa canzonetta cant con tanta piacevolezza e con maniere cos nuove di melodia, che alla dolce fiamma, che le sue note ne'cuori degli ascoltanti lasciarono, quelle delle due fanciulle furono spenti e freddi carboni:

Amor, la tua virtute
Non  dal mondo e da la gente intesa,
Che, da viltate offesa,
Segue suo danno e fugge sua salute.
Ma se fosser tra noi ben conosciute
L'opre tue, come l dove risplende
Pi del tuo raggio puro,
Camin dritto e securo
Prenderia nostra vita, che no 'l prende,
E tornerian con la prima beltade
Gli anni de l'oro e la felice etade.


[1.IV.] Ora soleva la Reina per lo continuo, fornito che s'era di desinare e di vedere e udire le piacevoli cose, con le sue damigielle ritrarsi nelle sue camere, e quivi o dormire o, ci che pi le piacea di fare facendo, la parte pi calda del giorno separatamente passarsi, e cos concedere chell'altre donne di s facessero a lor modo, infino a tanto che venuto l dal vespro tempo fosse da festeggiare; nel qual tempo tutte le donne e gentili uomini e suoi cortigiani si raunavano nelle ampie sale del palagio, dove si danzava gaiamente e tutte quelle cose si facevano che a festa di reina si conveniva di fare. Cantate adunque dalla damigiella e dalle due fanciulle queste canzoni e a tutti gli altri sollazzi di quella ora posto fine, levatasi dall'altre donne la Reina, come solea, e nelle sue camere raccoltasi, e ciascuno similmente partendo, rimase per aventura ultime, le tre donne, che io dissi, co'loro giovani per le sale si spaziavano ragionando, e quindi, da'piedi e dalle parole portate, ad un verone pervennero, il quale da una parte delle sale pi rimota sopra ad un bellissimo giardino del palagio riguardava. Dove come giunsero, maravigliatesi della bellezza di questo giardino, poi che di mirare in esso alquanto al primo disiderio sodisfatto ebbero, ora a questa parte ora a quella gli occhi mandando dal disopra, Gismondo, che il pi festevole era de'suoi compagni e volentieri sempre le donne in festa e onesto giuoco teneva, a loro rivoltosi cos disse: - Care giovani, il dormire dopo 'l cibo a questa ora del d, quantunque in niuna stagion dell'anno non sia buono, pure la state, perci che lunghissimi sono i giorni, come quello che cosa piacevole , da gli occhi nostri volentieri ricevuto, alquanto meno senza fallo ci nuoce. Ma questo mese si incomincia egli a perder molto della sua dolcezza passata e a farsi di d in d pi dannoso e pi grave. Per che, dove voi questa volta il mio consiglio voleste pigliare, le quali stimo che per dormire nelle vostre camere a quest'ora vi rinchiudiate, io direi che fosse ben fatto, lasciando il sonno dietro le cortine de'nostri letti giacere, che noi passassimo nel giardino, e quivi al rezzo, nel fresco dell'erbe ripostici, o novellando o di cose dilettevoli ragionando, ingannassimo questa incresciosa parte del giorno, infin che l'ora del festeggiare venuta nelle sale ci richiamasse con gli altri ad onorare la nostra novella sposa -.
Alle donne, le quali molto pi le ombre de gli alberi e gli accorti ragionamenti de'giovani che il sonno delle coltre regali e le favole dell'altre donne dilettavano, piacque il consiglio di Gismondo. Per che, scese le scale, tutte liete e festose insieme con lui e cogli altri due giovani n'andarono nel giardino.


[1.V.] Era questo giardino vago molto e di maravigliosa bellezza; il quale, oltre ad un bellissimo pergolato di viti, che largo e ombroso per lo mezzo in croce il dipartiva, una medesima via dava a gl'intranti di qua e di l, e lungo le latora di lui ne la distendeva; la quale, assai spaziosa e lunga e tutta di viva selce soprastrata, si chiudeva dalla parte di verso il giardino, solo che dove facea porta nel pergolato, da una siepe di spesissimi e verdissimi ginevri, che al petto avrebbe potuto giugnere col suo sommo di chi vi si fosse accostar voluto, ugualmente in ogni parte di s la vista pascendo, dilettevole a riguardare. Dall'altra onorati allori, lungo il muro vie pi nel cielo montando, della pi alta parte di loro mezzo arco sopra la via facevano, folti e in maniera gastigati, che niuna lor foglia fuori del loro ordine parea che ardisse di si mostrare; n altro del muro, per quanto essi capevano, vi si vedea, che dall'uno delle latora del giardino i marmi bianchissimi di due finestre, che quasi ne gli stremi di loro erano, larghe e aperte, e dalle quali, perci che il muro v'era grossisimo, in ciascun lato sedendo si potea mandar la vista sopra il piano a cui elle da alto riguardano. Per questa dunque cos bella via dall'una parte entrate nel giardino le vaghe donne co'loro giovani caminando tutte difese dal sole, e questa cosa e quell'altra mirando e considerando e di molte ragionando, pervennero in un pratello che 'l giardin terminava, di freschissima e minutissima erba pieno e d'alquante maniere di vaghi fiori dipinto per entro e segnato; nello stremo del quale facevano gli allori, senza legge e in maggior quantit cresciuti, due selvette pari e nere per l'ombre e piene d'una solitaria riverenza; e queste tra l'una e l'altra di loro pi a drento davan luogo ad una bellissima fonte, nel sasso vivo della montagna, che da quella parte serrava il giardino, maestrevolmente cavata, nella quale una vena non molto grande di chiara e fresca acqua, che del monte usciva, cadendo e di lei, che guari alta non era dal terreno, in un canalin di marmo, che 'l pratello divideva, scendendo, soavemente si facea sentire e, nel canale ricevuta, quasi tutta coperta dall'erbe, mormorando s'affrettava di correre nel giardino.


[1.VI.] Piacque maravigliosamente questo luogo alle belle donne, il quale poi che da ciascuna di loro fu lodato, madonna Berenice, che per et alquanto maggiore era dell'altre due e per questo da esse onorata quasi come lor capo, verso Gismondo riguardando disse: - Deh come mal facemmo, Gismondo, a non ci esser qui tutti questi d passati venute, ch meglio in questo giardino che nelle nostre camere aremmo quel tempo, che senza la sposa e la Reina ci corre, trapassato. Ora, poi che noi qui per lo tuo avedimento pi che per lo nostro ci siamo, vedi dove a te piace che si segga, perci che l'andare altre parti del giardin riguardando il sole ci vieta, che invidiosamente, come tu vedi, se le riguarda egli tuttavia.
A cui Gismondo rispose: - Madonna, dove a voi cos piacesse, a me parrebbe che questa fonte non si dovesse rifiutare, perci che l'erba  pi lieta qui che altrove e pi dipinta di fiori. Poi questi alberi ci terranno s il sole, che, per potere che egli abbia, oggi non ci si accoster egli giamai -.
- Dunque - disse madonna Berenice - sediamvici, e dove a te piace, quivi si stia; e acci che di niente si manchi al tuo consiglio seguire, col mormorio dell'acque che c'invitano a ragionare e con l'orrore di queste ombre che ci ascoltano, disponti tu a dir di quello che a te pi giova che si ragioni, perci che e noi volentieri sempre t'ascoltiamo e, poi che tu ad essi cos vago luogo hai dato, meritamente dee in te cadere l'arbitrio de'nostri sermoni -.
Dette queste parole da madonna Berenice, e da ciascuna dell'altre due invitato Gismondo al favellare, esso lietamente disse: - Poscia che voi questa maggioranza mi date, e io la mi prender -.
E poi che, fatta di loro corona, a sedere in grembo dell'erbetta posti si furono, chi vicino la bella fonte e chi sotto gli ombrosi allori di qua e di l del picciol rio, Gismondo, accortamente rassettatosi e pel viso d'intorno piacevolmente le belle donne riguardate, in questa guisa incominci a dire: - Amabili donne, ciascuno di noi ha udite le due fanciulle e la vagha damigiella, che dinanzi la Reina, prima che si levassero le tavole, due lodando Amore e l'altra di lui dolendosi, assai vezzosamente cantarono le tre canzoni. E perci che io certo sono che chiunque di lui si duole e mala voce gli d, non ben conosce la natura delle cose e la qualit di lui e di gran lunga va errando dal diritto camin del vero, se alcuna di voi , belle donne, o di noi, che so che ce ne sono, che creda insieme con la fanciulla primiera che Amore cosa buona non sia, dica sopra ci quello che ne gli pare, che io gli risponder, e dammi il cuore di dimostrargli quanto egli con suo danno da cos fatta openione ingannato sia. La qual cosa se voi farete, e doverete voler fare, se volete che mio sia quello che una volta donato m'avete, assai bello e spazioso campo aremo oggi da favellare -.
E, cos detto, si tacque.


[1.VII.] Stettero alquanto sopra s le oneste donne, intesa la proposta di Gismondo, e gi mezzo tra se stessa si pentiva madonna Berenice d'avergli data troppa libert nel favellare. Pure, riguardando che, quantunque egli amoroso giovane e sollazzevole fosse, per tutto ci sempre altro che modestamente non parlava, si rassicur e con le sue compagne cominci a sorridere di questo fatto; le quali insieme con lei altres dopo un brieve pentimento rassicurate, s'accorsero, raccogliendo le parole di Gismondo, che egli la fiera tristizia di Perottino pugneva e lui provocava nel parlare, perci che sapevano che egli di cosa amorosa altro che male non ragionava giamai. Ma per questo niente rispondendo Perottino e ogniuno tacendosi, Gismondo in cotal guisa riparl: - Non  maraviglia, dolcissime giovani, se voi tacete; le quali credo io pi tosto di lodare Amore che di biasimarlo v'ingegnereste, s come quelle cui egli in niuna cosa pu aver diservite giamai, se onesta vergogna e sempre in donna lodevole non vi ritenesse. Quantunque d'Amore si possa per ciascun sempre onestissimamente parlare. Ma de'miei compagni s mi maraviglio io forte, i quali doverebbono, se bene altramente credessero che fosse il vero, scherzando almeno favoleggiar contra lui, affine che alcuna cosa di cos bella materia si ragionasse oggi tra noi; non che dovessero essi ci fare, essendovene uno per aventura qui, che siede, il quale male d'Amor giudicando tiene che egli sia reo, e s si tace -.
Quivi non potendosi pi nascondere Perottino, alquanto turbato, s come nel volto dimostrava, ruppe il suo lungo silenzio cos dicendo: - Ben m'accorgo io, Gismondo, che tu in questo campo me chiami, ma io sono assai debole barbero a cotal corso. Per che meglio farai se tu, in altro piano e le donne e Lavinello e me, se ti pare, provocando, meno sassosi e rincrescievoli aringhi ci concederai poter fare -.
Ora quivi furono molte parole e da Gismondo e da Lavinello dette, che il terzo compagno era, acci che Perottino parlasse; ma egli, non si mutando di proposito, ostinatamente il ricusava. La qual cosa madonna Berenice e le sue compagne veggendo, lo 'ncominciaron tutte instantemente a pregare che egli e per piacer di ciascuno e per amor di loro alcuna cosa dicesse, disiderose di sentirlo parlare; e tanto intorno a ci con dolci parole or una or altra il combatterono, che egli alla fine vinto rendendosi disse loro cos: - E il tacere e il parlare oggimai ugualmente mi sono discari, perci che n quello debbo, n questo vorrei. Ora vinca la riverenza, donne, che io a'vostri commandamenti sono di portar tenuto, non gi a quelli di Gismondo, il quale poteva con suo onore, miglior materia che questa non  proponendoci, e voi e me e se stesso ad un tratto dilettare, dove egli tutti insieme con sua vergogna ci attrister. Perci che n voi udirete cose che piacevoli sieno ad udire, e io di noiose ragioner, e esso per aventura ci che egli non cerca s si trover; il quale, credendosi d'alcuna occasion dare a'suoi ragionamenti col mio, ogni materia si leva via di poter, non dico acconciamente, ma pure in modo alcuno favellare. Perci che ravedutosi, per quello che a me converr dire, in quanto errore non io, cui egli vi crede essere, ma esso sia, che ci crede, se egli non ha ogni vergogna smarrita, esso si rimarr di prender l'arme contra 'l vero; e quando pure ardisse di prenderlesi, fare no 'l potr, perci che non gli fia rimaso che pigliare.
- O armato o disarmato - rispose Gismondo - in ogni modo ho io a farla teco questa volta, Perottino. Ma troppo credi, se tu credi che a me non debba rimaner che pigliare, il quale non posso gran fatto pigliar cosa che arma contra te non sia. Ma tu nondimeno rmati, ch a me non parrebbe vincere, se bene armato non ti vincessi -.


[1.VIII.] Riser le donne delle parole di due pronti cavalieri a battaglia. Ma Lisa, che l'una dell'altre due cos mi piacque di nominare, a cui parea che Lavinello tacendosi occasione fugisse di parlare, a lui sorridendo disse: - Lavinello, a te fie di vergogna, se tu, combattendo i tuoi compagni, con le mani a cintola ti starai: egli conviene che entri in campo ancor tu -.
A cui il giovane con lieta fronte rispose: - Anzi non posso io, Lisa, in cotesto campo pi entrare, che egli di vergogna non mi sia. Perci che come tu vedi, poi che i miei compagni gi si sono ingaggiati della battaglia tra loro, onesta cosa non  che io, con un di lor mettendomi, l'altro, a cui solo converria rimanere, faccia con due guerrieri combattitore. - Non t' buona scusa cotesta, Lavinello - risposero le donne quasi con un dire tutt'e tre; e poi Lisa, raffermatesi l'altre due, che a lei lasciavano la risposta, seguit: - E non ti varr, nello non volere pigliar l'arme, il difenderti per cotesta via. Perci che non sono questi combattimenti di maniera, che quello si debba osservare che tu di', che da due incontro ad uno non si vada. Egli non ne muore niuno in cos fatte battaglie: entravi pure e appigliati comunquemente tu vuoi -.
- Lisa, Lisa, tu hai avuto un gran torto - rispose allora Lavinello, cos con un dito per ischerzo minacciandola giochevolmente. Indi, all'altre due giratosi disse: - Io mi tenni, test, donne, tutto buono, estimando, per lo vedervi intente alla zuffa di costor due, che a me non doveste volger l'animo, n dare altro carico di trappormi a queste contese. Ora, poscia che a Lisa non  piaciuto che io in pace mi stia, acci che almeno doler di me non si possano i miei compagni, lasciamgli far da loro a lor modo; come essi si rimarranno dalla mischia, non mancher che, s come i buoni schermidori far sogliono, che a s riservano il sezzaio assalto, cos io le lasciate arme ripigliando, non pruovi di sodisfare al vostro disio. -


[1.IX.] Cos detto e risposto e contentato, dopo un brieve silenzio di ciascuno, Perottino, quasi da profondo pensiero toltosi, verso le donne levando il viso, disse:
- Ora piglisi Gismondo ci che egli si guadagner; e non si penta, poscia che egli questo argine ha rotto, se per aventura e a lui maggiore acqua verr addosso che bisogno non gli sarebbe d'avere, e di voi altramente averr che il suo aviso non sar stato. Ch, come che io non speri di potere in maniera alcuna, quanto in cos fatta materia si converrebbe, di questo universale danno de gli uomini, di questa generalissima vergogna delle genti, Amore, o donne, raccontarvi, perci che non che io il possa, che uno e debole sono, ma quanti ci vivono, pronti e accorti dicitori il pi, non ne potrebbono assai bastevolmente parlare; pure e quel poco che io ne dir, da che io alcuna cosa ne ho a dire, parr forse troppo a Gismondo, il quale altramente si fa a credere che sia il vero, che egli non , e a voi ancora potr essere di molto risguardo, che giovani sete, ne gli anni che sono a venire, il conoscere in alcuna parte la qualit di questa malvagia fiera -.
Il che poi che esso ebbe detto, fermatosi e pi alquanto temperata la voce, cotale diede a'suoi ragionamenti principio: - Amore, valorose donne, non figliuolo di Venere, come si legge nelle favole de gli scrittori, i quali tuttavia in questa stessa bugia tra se medesimi discordando il fanno figliuolo di diverse Idie, come se alcuno diverse madri aver potesse, n di Marte o di Mercurio o di Volcano medesimamente o d'altro Idio, ma da soverchia lascivia e da pigro ozio de gli uomini, oscurissimi e vilissimi genitori, nelle nostre menti procreato, nasce da prima quasi parto di malizia e di vizio; il quale esse menti raccolgono e, fasciandolo di leggierissime speranze, poscia il nodriscono di vani e stolti pensieri, latte che tanto pi abonda, quanto pi ne sugge l'ingordo e assetato bambino. Per che egli crescie in brieve tempo e divien tale, che egli ne'suoi ravolgimenti non cape. Questi, come che, di poco nato, vago e vezzoso si dimostri alle sue nutrici e maravigliosa festa dia loro della prima vista, egli nondimeno alterando si va le pi volte di giorno in giorno e cangiando e tramutando, e prende in picciolo spazio nuove faccie e nuove forme, di maniera che assai tosto non si pare pi quello che egli, quando e'nacque, si parea. Ma tuttavia, quale che egli si sia nella fronte, egli nulla altro ha in s e nelle sue operazioni che amaro, da questa parola, s come io mi credo, assai acconciamente cos detto da chiunque si fu colui il quale prima questo nome gli di, forse a fine che gli uomini lo schifassero, gi nella prima faccia della sua voce avedutisi ci che egli era. E nel vero chiunque il segue, niuno altro guiderdone delle sue fatiche riceve che amaritudine, niuno altro prezzo merca, niuno appagamento che dolore, perci che egli di quella moneta paga i suoi seguaci, che egli ha, e s n'ha egli sempre grande e infinita dovizia, e molti suoi tesorieri ne mena seco che la dispensano e distribuiscono a larga e capevole misura, a quelli pi donandone, che di se stessi e della loro libert hanno pi donato al lusinghevole signore. Per la qual cosa non si debbono ramaricar gli uomini se essi amando tranghiottono, s come sempre fanno, mille amari e sentono tutto 'l giorno infiniti dolori, con ci sia cosa che cos  di loro usanza, n pu altramente essere; ma che essi amino, di questo solo ben si debbono e possonsi sempre giustamente ramaricare. Perci che amare senza amaro non si pu, n per altro rispetto si sente giamai e si pate alcuno amaro che per amore. -


[1.X.] Avea dette queste parole Perottino, quando madonna Berenice, che attentissimamente le raccoglieva, cos a lui incominci traponendosi: - Perottino, vedi bene gi di quinci ci che tu fai; perci che, oltra che a Gismondo dia l'animo di pienamente alle tue proposte rispondere, s come egli test ci disse, per aventura il non conciederti le sconcie cose eziandio a niuna di noi si disdice. Se pure non c' disdetto il trametterci nelle vostre dispute, nella qual cosa io per me tuttavia errare non vorrei o esser da voi tenuta senza rispetto e presontuosa.
- Senza rispetto non potrete voi essere, Madonna, n presontuosa da noi tenuta parlando e ragionando, - disse allora Gismondo - e le vostre compagne similmente, poi che noi tutti venuti qui siamo per questo fare. Per che tramettetevi ciascuna, s come pi a voi piace, ch queste non sono pi nostre dispute che elle esser possano vostri ragionamenti.
- Dunque - disse madonna Berenice - far io sicuramente alle mie compagne la via -. E, cos detto, a Perottino rivoltasi seguit: - E certo se tu avessi detto solamente, Perottino, che amare senza amaro non si possa, i'mi sarei taciuta, n ardirei dinanzi a Gismondo di parlare; ma lo aggiugnervi che per altro rispetto amaro alcuno non si senta che per amore, soverchio m' paruto e sconvenevole. Perci che cos potevi dire, che ogni dolore da altro che d'amore cagionato non sia; o io bene le tue parole non appresi.
- Anzi le avete voi apprese bene e dirittamente, - rispose Perottino - e cotesto stesso dico io, Madonna, che voi dite: niuna qualit di dolore, niun modo di ramarico essere nella vita de gli uomini, che per cagion d'amore non sia, e da lui, s come fiume da suo fonte, non si dirivi. Il che la natura medesima delle cose, se noi la consideriamo, assai ci pu prestamente far chiaro. Perci che, s come ciascun di noi dee sapere, tutti i beni e tutti i mali, che possono a gli uomini come che sia o diletto recare o dolore, sono di tre maniere e non pi: dell'animo, della fortuna e del corpo. E perci che dalle buone cose dolore alcuno venir non pu, delle tre maniere de'mali, dalle quali esso ne viene, ragioniamo. Gravose febbri, non usata povert, sceleratezza e ignoranza che sieno in noi, e tutti gli altri danni a questi somiglianti che infinita fanno la loro schiera, ci apportano senza fallo dolore e pi e men grave secondo la loro e la nostra qualit; il che non averrebbe se noi non amassimo i loro contrari. Perci che se il corpo si duole, d'alcuno accidente tormentato, non  ci se non perch egli naturalmente ama la sua sanit; ch se egli non l'amasse da natura, impossibile sarebbe il potersene alcun dolere, non altramente che se egli di secco legno fosse o di soda pietra. E se, d'alto stato in bassa fortuna caduti, a noi stessi c'incresciamo, l'amore delle ricchezze il fa e de gli onori e dell'altre somiglianti cose, che per lungo uso o per elezione non sana si pon loro. Onde se alcuno  che non le ami, s come si legge di quel filosofo che nella presura della sua patria niente cur di salvarsi, contento di quello che seco sempre portava, costui certamente de gli amari giuochi della fortuna non sente dolore. Gi la bella virt e il giovevole intendere, che albergano ne'nostri animi, amati sogliono da ciascuno essere per naturale instinto e disiderati; perch ogniuno, da occulto pungimento stimolato, della sua malvagit e della sua ignoranza ravedutosi, si ramarica come di cose dolorose. E se pure si concedesse alcuno potersi trovare, il quale, viziosamente e senza lume d'intelletto vivendo, non s'attristasse alle volte del suo mal vivere come che sia, a costui senza dubbio, o per diffalta estrema di conoscimento o per infinita ostinazione della perduta usanza, il virtuosamente vivere e lo essere intendente in niun modo non sarebbe caro. N pur questo solamente cade ne gli uomini, ma egli  ancora manifestamente conosciuto nelle fiere; le quali amano i loro figliuoli assai teneramente per lo generale ciascuna, mentre essi novellamente partoriti in loro cura dimorano. Allora, se alcun ne muore o vien lor tolto come che sia, esse si dogliono quasi come se humano conoscimento avessero. Quelle medesime, i loro figliuoli cresciuti e per se stessi valevoli, se poi strozzare dinanzi a gli occhi loro si veggono e sbranare, di niente s'attristano, perci che esse non gli amano pi. Di che assai vi pu esser chiaro che, s come ogni fiume nasce da qualche fonte, cos ogni doglia procede da qualche amore e, s come fiume senza fonte non ha luogo, cos conviene esser vero quello che voi diceste, che ogni dolore altro che d'amore non sia. E perci che non  altro l'amaro che io dissi, che il tormento e dolor dell'animo che egli per alcuno accidente in s pate, quel medesimo conchiudendo, Madonna, vi raffermo, che voi ripigliaste: che per altra cagione amaro alcuno non si sente da gli uomini, n si pate, che per amore. -


[1.XI.] Taceva da queste parole soprapresa madonna Berenice e sopra esse pensava, quando Gismondo sogghignando cos disse: - Senza fallo assai agevolmente aresti tu oggi stemperata ogni dolcezza d'amore con l'amaro d'un tuo solo argomento, Perottino, se egli ti fosse conceduto. Ma perci che a me altramente ne pare, quando pi tempo mi fie dato da risponderti, meglio si vedr se cotesta tua cotanta amaritudine si potr raddolcire. Ora insegnaci quanto quell'altra proposta sia vera, dove tu di'che amare senza amaro non si puote.
- Quivi ne veniva io test - rispose Perottino - e di quello che io mi credo che ciascun di noi tuttavia in se stesso pruovi, ragionando, potrei con assai brievi parole, Gismondo, dimostrarloti. Ma poscia che tu pure a questi ragionamenti mi traesti, a me piace che pi stesamente ne cerchiamo. Certissima cosa  adunque, o donne, che di tutte le turbazioni dell'animo niuna  cos noievole, cos grave, niuna cos forzevole e violenta, niuna che cos ci commuova e giri, come questa fa, che noi Amore chiamiamo; gli scrittori alcuna volta il chiaman fuoco, perci che, s come il fuoco le cose nelle quali egli entra egli le consuma, cos noi consuma e distrugge Amore; alcuna volta furore, volendo rassomigliar l'amante a quelli che stati sono dalle Furie sollecitati, s come d'Horeste e d'Aiace e d'alcuni altri si scrive. E perci che per lunga sperienza si sono aveduti niuna essere pi certa infelicit e miseria che amare, di questi due sopranomi, s come di proprie possessioni, hanno la vita de gli amanti privilegiata, per modo che in ogni libro, in ogni foglio misero amante, infelice amante e si legge e si scrive. Senza fallo esso Amore niuno  che piacevole il chiami, niun dolce, niuno humano il nom giamai: di crudele, d'acerbo, di fiero, tutte le carte son piene. Leggete d'Amore quanto da mille se ne scrive: poco o niente altro in ciascun troverete che dolore. Sospirano i versi in alcuno; piangono di molti i libri interi; le rime, gl'inchiostri, le carte, i volumi stessi son fuoco. Sospizioni, ingiurie, nimicizie, guerre gi in ogni canzone si raccontano, nella quale d'amor si ragioni; e sono questi in amore mediocri dolori. Disperazioni, rubellioni, vendette, catene, ferite, morti, chi pu con l'animo non tristo o ancora con gli occhi asciutti trappassare? N pur di loro le lievi e divolgate favole solamente de'poeti, o ancora quelle che, per essempio della vita, scritte da loro state sono pi giovevolmente, ma eziandio le pi gravi historie e gli annali pi riposti ne son macchiati. Che per tacere de gl'infelici amori di Piramo e di Tisbe, delle sfrenate e illecite fiamme di Mirra e di Bibli e del colpevole e lungo error di Medea e di tutti i loro dolorosissimi fini, i quali, posto che non fosser veri, s furono essi almeno favoleggiati da gli antichi per insegnarci che tali possono esser quelli de'veri amori; gi di Paolo e di Francesca non si dubita che nel mezzo de'loro disii d'una medesima morte e d'un solo ferro amendue, s come d'un solo amore traffitti, non cadessero. N di Tarquinio altres fingono gli scrittori, al quale fu l'amore, che di Lucrezia il prese, e della privazion del regno e dell'essiglio insieme e della sua morte cagione. N  chi per vero non tenga che le faville d'un Troiano e d'una Greca tutta l'Asia e tutta l'Europa raccendessero. Taccio mille altri essempi somiglianti, che ciascuna di voi pu e nelle nuove e nelle vecchie scritture aver letti molte fiate. Per la qual cosa manifestamente si vede Amore essere non solamente di sospiri e di lagrime, n pur di morti particolari, ma eziandio di ruine d'antichi seggi e di potentissime citt e delle provincie istesse cagione. Cotali sono le costui operazioni, o donne, cotali memorie egli di s ha lasciato, affine che ne ragioni chiunque ne scrive. Vedi tu dunque, Gismondo, se vorrai dimostrarci che Amore sia buono, che non ti sia di mestiero mille antichi e moderni scrittori, che di lui come di cosa rea parlano, ripigliare. -


[1.XII.] Detto fin qui da Perottino, Lisa in seder levatasi, che con la mano alla gota e col braccio sopra l'orlo della fonte tutta in sul lato sinistro ascoltandolo si riposava, cos ne 'l dimand e disse: - Perottino, quello che a Gismondo faccia mestiero di ripigliare egli il si veda, che t'ha a rispondere, quando ad esso piacer o sar tempo. A me ora rispondi tu. Se  cagione Amore di tanti mali quanti tu di'che i vostri scrittori gli appongono, perch il fanno eglino Idio? Perci che, s come io ho letto alcuna fiata, essi il fanno adorar da gli uomini e consacrangli altari e porgongli voti e dannogli l'ali da volare in cielo. Chiunque male fa, egli certamente non  Idio, e chiunque Idio , egli senza dubbio non pu far male. Dunque, se ti piace, dimmi come questo fatto si stia. E per aventura che tu in ci a madonna Berenice e a Sabinetta non meno che a me piacerai, le quali possono altres come io altra volta sopra questo dubbio aver pensato, n mai perci non m'avenne di poterne dimandare cos bene o pure cos a tempo, come fa ora. - Alle cui parole continuando le due donne e mostrando che ci sarebbe loro parimente caro a dover da Perottino udire, esso, alquanto prima taciutosi, cos rispose:
- I poeti, Lisa, che furono primi maestri della vita, ne'tempi che gli uomini rozzi e salvatichi non bene insieme ancora si raunavano, insegnati dalla natura, che avea dato loro la voce e lo 'ngegno acconcio a.cci fare, i versi trovarono, co'quali cantando amollivano la durezza di que'popoli che, usciti de gli alberi e delle spelunche, senza pi oltre sapere che cosa si fossero, a caso errando ne menavan la loro vita s come fiere. N guari cantarono que'primi maestri le lor canzoni, che essi seco ne traevano quegli uomini selvaggi, invaghiti delle lor voci, dove essi n'andavano cantando. N altro fu la dilettante cetara d'Orfeo, che le vaghe fiere da'lor boschi e gli alti alberi dalle lor selve e da'lor monti le sode pietre e i precipitanti fiumi da'lor corsi ritoglieva, che la voce d'un di que'primi cantori, dietro alla quale ne venivano quegli uomini che con le fiere tra gli alberi nelle selve e ne'monti e nelle rive de'fiumi dimoravano. Ma altre a.cci, perci che, raunata quella sciocca gente, bisognava insegnar loro il vivere e mostrar loro la qualit delle cose, acci che seguendo le buone dalle ree si ritraessero, n capeva in quegli animi ristretti la grandezza della natura e nelle loro sonnocchiose menti non poteva ragione entrare, che lor si dicesse, trovarono le favole altres, sotto il velame delle quali la verit, s come sotto vetro traparente, ricoprivano. A questa guisa del continuo dilettandogli con la novit delle bugie, e alcuna volta tra esse scoprendo loro il vero, ora con una favola e quando con altra gl'insegnarono a poco a poco la vita migliore. In quel tempo adunque che il giovane mondo i suoi popoli poco ammaestrati avea, fu Amore insieme con molti altri fatto Idio, s come tu di', Lisa, non per altro rispetto, se non per dimostrare a quelle grosse genti con questo nome d'Idio quanto nelle humane menti questa passione poteva. E veramente se noi vogliamo considerando trapassar nel potere, che Amore sopra di noi ha e sopra la nostra vita, egli si vedr chiaramente infiniti essere i suoi miracoli a nostro gravissimo danno e veramente maravigliosi, cagione giusta della deit dalle genti datagli, s come io dico. Perci che quale vive nel fuoco come salamandra, quale ogni caldo vital perdutone si raffredda come ghiaccio, quale come neve a sole si distrugge, quale a guisa di pietra, senza polso, senza spirito, mutolo e immobile e insensibile si rimane. Altri fia che senza cuore si viver, a donna che mille stratii ad ogni ora ne fa avendol dato; altri ora in fonte si trasmuta, ora in albero, ora in fiera; e chi, portato da forzevoli venti, ne va sopra le nuvole, stando per cadere tuttavia, e chi nel centro della terra e ne gli abissi pi profondi si dimora. E se voi ora mi dimandaste come io queste cos nuove cose sappia, senza che elle si leggono, vi dico che io tutte le so per pruova e, come per isperienza dotto, cos ne favello. Oltra che maravigliosa cosa  il pensare chenti e quali sieno le disagguaglianze, le discordanze, gli errori, che Amore nelle menti de'servi amanti traboccando accozza con gravosa disparit. Perci che chi non dir che essi sieno sopra ogni altra miseria infelici, quando e allegrissimi sono e dolorosissimi una stessa ora e da gli occhi loro cadono amare lagrime con dolce riso mescolate, il che bene spesso suole avenire; o quando ardiscono e temono in uno medesimo instante, onde essi, per molto disiderio pieni di caldo e di focoso ardire, impallidiscono e triemano dalla gelata paura; o quando da diversissime angoscie ingombrati e orgoglio e humilt e improntitudine e tiepidezza e guerra e pace parimente gli assalgono e combattono ad un tempo; o quando, con la lingua tacendo e col volto, parlano e gridano ad alta voce col cuore? e sperano e disperano e la lor vita cercano e abbracciano la lor morte insiememente? e per lo continuo dando luogo in s a due lontanissimi affetti, il che non suole potere essere nelle altre cose, e da essi straziatamente qua e l in uno stesso punto essendo portati, tra queste e somiglianti distemperatezze il senso si dilegua loro e il cuore? E fannoci a credere che vero sia quello che alcun filosofo gi disse, che gli uomini hanno due anime ciascuno, con l'una delle quali essi all'un modo vogliono e con l'altra vogliono all'altro; perci che egli non pare possibile che con una sola anima si debba poter volere due contrari.


[1.XIII.] Le quali maniere di maraviglie, come che tutte s'usino nell'hoste che Amor conduce, pure l'ultima, che io dissi, v' pi sovente che altra e, tra molta dissonanzia d'infiniti dolori, ella quasi giusta corda pi spesso al suono della verit risponde, s come quella che  la pi propria di ciascuno amante e in s la pi vera, ci  che essi la lor vita cercano e abbracciano la lor morte tuttavia. Con ci sia cosa che mentre essi vanno cercando i diletti loro e quelli si credono seguitare, dietro alle lor noie inviati e d'esse invaghiti s come di ben loro, tra mille guise di tormenti disconvenevoli e nuovi alla fin fine si procacciano di perire, chi in un modo e chi in altro, miseramente e stoltamente ciascuno. E chi negher che stoltamente e miseramente non perisca chiunque, da semplice follia d'amore avallato, trabocca alla sua morte cos leggiero? Certo niuno, se non quei che 'l fanno; a'quali spesse volte tra per soverchio di dolore e per manchamento di consiglio  cos grave il vivere, che pure non che la schifino, anzi essi le si fanno incontro volentieri: chi perch ad esso pare cos pi speditamente che in altra maniera poter finire i suoi dolori, e chi per far venire almeno una volta piet di s ne gli occhi della sua donna, contento di trarne solamente due lagrime per guiderdone di tutte le sue pene. Non pare a voi nuova pazzia, o donne, che gli amanti per cos lievi e istrane cagioni cerchino di fuggire la lor propria vita? Certo s dee parere; ma egli  pure cos. E non che io in me una volta provato l'abbia, ma egli  buon tempo che, se mi fosse stato conceduto il morire, a me sarebbe egli carissimo stato e sarebbe ora pi che mai. A questo modo, o donne, s'ingegnano gli amanti contro al corso della natura trovar via; la quale, avendo parimente ingenerato in tutti gli uomini natio amore di loro stessi e della lor vita e continua cura di conservarlasi, essi odiandola e di se stessi nimici divenuti amano altrui, e non solamente di conservarla non curano, ma spesso ancora, contro a se medesimi incrudeliti, volontariamente la rifiutano dispregiando. Ma potrebbe forse dire alcuno: 'Perottino, coteste son favole a quistione d'innamorato pi convenevoli, s come le tue sono, che a vero argomentare di ragionevole uomo. Perci che se a te fosse stato cos caro il morire, come tu di', chi te n'averebbe ritener potuto, essendo cos in mano d'ogni uomo vivo il morire, come non  pi il vivere in poter di quelli che son gi passati? Queste parole pi follemente si dicono che i fatti non si fanno di leggiere'. Maravigliosa cosa , o donne, ad udir quello che io ora dir; il che, se da me non fosse stato provato, appena che io ardissi d'imaginarlomi, non che di raccontarlo. Non , s come in tutte l'altre qualit d'uomini, ultima doglia il morire ne gli amanti; anzi loro molte volte in modo  la morte dinegata, che gi dire si pu che in somma e strema miseria felicissimo sia colui che pu morire. Perci che aviene bene spesso, il che forse non udiste voi, donne, giamai, n credevate che potesse essere, che, mentre essi dal molto e lungo dolor vinti sono alla morte vicini e sentono gi in s a poco a poco partire dal penoso cuore la lor vita, tanto d'allegrezza e di gioia sentono i miseri del morire, che questo piacere, confortando la sconsolata anima tanto pi, quanto essi meno sogliono aver cosa che loro piaccia, ritorna vigore ne gl'indeboliti spiriti, i quali a forza partivano, e dona sostentamento alla vita che mancava. La qual cosa, quantunque paia nuova, quanto sia possibile ad essere in uomo innamorato, io ve ne potrei testimonianza donare, che l'ho provata, e recarvi in fede di ci versi, gi da me per lo adietro fatti, che lo discrivono, se a me non fosse dicevole vie pi il piagnere che il cantare. -


[1.XIV.] Quivi, come da cosa molto disiata sopragiunta e tutta in se stessa subitamente recatasi, madonna Berenice: - Deh - disse - se questo Idio ti conceda, Perottino, il vivere lietamente tutti gli anni tuoi, prima che tu pi oltre vada ragionando, dicci questi tuoi versi. Perci che buona pezza  che io son vaga sommissimamente d'udire alcuna delle tue canzoni, e certa sono che tu, le ne dicendo, diletterai insiememente queste altre due che t'ascoltano, n meno di me son vaghe d'udirti; perci che ben sappiamo quanto tra gl'intendenti giovani sieno le tue rime lodate -.
A cui Perottino, un profondissimo sospiro con le parole mandando fuora, in questa guisa rispose: - Madonna, questo Idio, male per me troppo bene conosciuto, i miei anni lieti non pu egli pi fare n far giamai, quando ancora esso far lieti quegli di tutti gli altri uomini potesse, s come non puote. Perci che la mia ingannevole fortuna di quel bene m'ha spogliato, dopo il quale niuna cosa mi pu essere, n sar mai, n lieta n cara, se non quella una che  di tutte le cose ultimo fine; la quale io ben chiamo assai spesso, ma ella sorda, con la mia fortuna accordatasi, non m'ascolta, forse perch io, soverchio vivendo, rimanga per essempio de'miseri bene lungamente infelice. Ora poscia che io ho gi preso ad ubidirvi e ho a voi fatto palese quello che nascondere arei potuto, e sarebbe il meglio stato, ch men male suole essere il morirsi uom tacendo che lamentandosi, quantunque le mie rime da esser dette a donne liete e festeggianti non siano, io le pure dir. - Mossono a piet i pieghevoli cuori delle donne queste ultime parole di Perottino; quando egli, che con fatica grandissima le lagrime a gli occhi ritenne, alquanto riavutosi, cos incominci a dire:

Quand'io penso al martire,
Amor, che tu mi dai, gravoso e forte,
Corro per gir a morte,
Cos sperando i miei danni finire.
Ma poi ch'i'giungo al passo,
Ch' porto in questo mar d'ogni tormento,
Tanto piacer ne sento,
Che l'alma si rinforza, ond'io no 'l passo.
Cos 'l viver m'ancide,
Cos la morte mi ritorna in vita:
O miseria infinita,
Che l'uno apporta e l'altra non recide.


[1.XV.] Lodavano le donne e gli altri giovani la canzone da Perottino recitata, e esso interrompendogli, soverchio delle sue lode schifevole, volea seguitando alle prime proposte ritornare, se non che madonna Berenice, ripigliando il parlare: - Almeno - disse - sii di tanto contento, Perottino, poi che l'essere lodato contra l'uso di tutti gli altri uomini tu pure a noia ti rechi, che, dove acconciamente ti venga cos ragionando alcun de'tuoi versi ricordato, non ti sia grave lo sporloci; perci che e noi tutte e tre, che del tuo onore vaghissime siamo, e i tuoi compagni medesimamente, i quali son certa che come fratello t'amino, quantunque essi altre volte possano le tue rime avere udite, sollazzerai con tua pochissima fatica grandemente -.
A queste parole rispostole Perottino che come potesse il farebbe, cos rientr nel suo parlare: - E che si potr dir qui, se non che per certo tanto stremamente  misera la sorte de gli amanti, che essi, vivendo, perci che vivono, non possono vivere e, morendo, perci che muoiono, non possono morire? Io certamente non so che altro succhio mi sprema di cos nuovo assenzo d'amore se non quest'uno, il quale quanto sia amaro siate contente, giovani donne, il cui bene sempre mi fie caro, di conoscere pi tosto sentendone ragionare che gustandolo. Ma, o potenza di questo Idio, non so qual pi noievole o maravigliosa, non si contenta di questa loda n per somma la vuole de'suoi miracoli Amore; il quale, perci che si pu argomentare che, s come la morte pu ne gli amanti cagionar la noia del vivere, cos pu bastare a cagionarvi la vita la gioia che essi sentono del morire, vuole tal volta in alcuno non solamente che esso non possa morire senza cagione avere alcuna di vita, ma fa in modo che egli di due manifestissime morti, da esse fierissimamente assalito, s come di due vite si vive. A me medesimo tuttavia, donne, pare oltre ogni maniera nuovo questo stesso che io dico; e pure  vero: certo cos non fosse egli stato, che io sarei ora fuori d'infinite altre pene, dove io dentro vi sono. Perci che avendo gi per li tempi adietro Amore il mio misero e tormentato cuore in cocentissimo fuoco posto, nel quale stando egli conveniva che io mi morissi, con ci sia cosa che non avrebbe la mia virt potuto a cotanto incendio resistere, oper la crudelt di quella donna, per lo cui amore io ardeva, che io caddi in uno abondevolissimo pianto, del quale l'ardente cuore bagnandosi opportuna medicina prendeva alle sue fiamme. E questo pianto averebbe per s solo in maniera isnervati e infieboliti i legamenti della mia vita e cos vi sarebbe il cuore allagato dentro, che io mi sarei morto, se stato non fosse che, rassodandosi per la cocitura del fuoco tutto quello che il pianto stemperava, cagione fu che io non mancai. In questa guisa l'uno e l'altro de'miei mali pro facendomi, e da due mortalissimi accidenti per la loro contraoperazione vita venendomene, si rimase il cuore in istato, ma quale stato voi vedete, con ci sia cosa che io non so quale pi misera vita debba potere essere, che quella di colui , il quale da due morti  vivo tenuto e, perci che egli doppiamente muore, egli si vive. -


[1.XVI.] Cos avendo detto Perottino, fermatosi e poi a dire altro passar volendo, Gismondo con la mano in ver di lui aperta sostandolo, a madonna Berenice cos disse: - Egli non v'attien, Madonna, quello che egli v'ha test promesso di sporvi delle sue rime, potendol fare. Perci che egli una canzone fe'gi che di questo miracolo medesimo racconta, vaga e gentile, e non la vi dice. Fate che egli la vi dica, che ella vi piacer. -
Il che udito, la donna subitamente disse: - Dunque ci manchi tu, Perottino, della tua promessa cos tosto? O noi ti credavamo uom di fede. - E con tai parole e con altre scongiurandol tutte, non solamente a dir loro quella canzone della quale Gismondo ragionava, ma ancor dell'altre, se ad huopo venissero di quello che egli dir volea, il constrinsero, e fattolsi ripromettere pi d'una volta, egli alla canzone venendo con voce compassionevole cos disse:

Voi mi poneste in foco,
Per farmi anzi 'l mio d, Donna, perire;
E perch questo mal vi parea poco,
Col pianto raddoppiaste il mio languire.
Or io vi vo'ben dire:
Levate l'un martire,
Ch di due morti i'non posso morire.
Per che da l'ardore
L'umor che ven de gli occhi mi difende,
E che 'l gran pianto non ditempre il core
Face la fiamma che l'asciuga e 'ncende.
Cos quanto si prende
L'un mal, l'altro mi rende,
E giova quello stesso che m'offende.
Che se tanto a voi piace
Veder in polve questa carne ardita,
Che vostro e mio mal grado  s vivace,
Perch darle giamai quel che l'aita?
Vostra voglia infinita
Sana la sua ferita,
Ond'io rimango in dolorosa vita.
E di voi non mi doglio,
Quanto d'Amor che questo vi comporte;
Anzi di me, ch'ancor non mi discioglio".
Ma che poss'io? con leggi inique e torte
Amor regge sua corte.
Chi vide mai tal sorte:
Tenersi in vita un uom con doppia morte?


[1.XVII.] E cos detto seguit: - Parti, Lisa, che a questi miracoli si convenga che il loro facitore sia Idio chiamato? Parti che non senza cagione que'primi uomini gli abbiano imposto cotal nome? Perci che tutte le cose che fuori dell'uso naturale avengono, le quali per questo si chiamano miracoli, che maraviglia a gli uomini recano o intese o vedute, non posson procedere da cosa che sopranaturale non sia, e tale sopra tutte l'altre  Dio. Questo nome adunque diedero ad Amore, s come a colui la cui potenza sopra quella della natura ad essi parea che si distendesse. Ma io a dimostrarloti, pi vago de'miei mali che de gli altrui, non ho quasi adoperato altro, s come tu hai veduto, che la memoria d'una menomissima parte de'miei infiniti e dolorosi martiri; i quali per insieme tutti, avenga che essi di soverchia miseria fare essempio mi potessero a tutto il mondo in fede della potenza di questo Idio, se bene in maggior numero non si stendessero che questi sono, de'quali tu hai udito, pure, a comperazione di quelli di tutti gli altri uomini, per nulla senza fallo riputar si possono o per poco. Che se io t'avessi voluto dipignere ragionando le historie di centomila amanti che si leggono, s come nelle chiese si suole fare, nelle quali dinanzi ad uno Idio non la fede d'un uom solo, ma d'infiniti, si vede in mille tavolette dipinta e raccontata, certo non altramente maravigliata te ne saresti che sogliano i pastori, quando essi primieramente nella citt d'alcuna bisogna portati, a una ora mille cose veggono che son loro d'infinita maraviglia cagione. N perch io mi creda che le mie miserie sien gravi, come senza fallo sono,  egli perci da dire che lievi sieno l'altrui, o che Amore ne'cuori di mille uomini per aventura non s'aventi con tanto impeto, con quanto egli ha fatto nel mio, e che egli cotante e cos strane maraviglie non ne generi, quante e quali son quelle che egli nel mio ha generate. Anzi io mi credo per certo d'avere di molti compagni a questa pruova per grazia del mio signore, quantunque essi non cos tutti vedere si possano da ciascuno e conoscere, come io me stesso conosco. Ma  appresso le altre questa, una delle sciocchezze de gli amanti, che ciascuno si crede essere il pi misero e di ci s'invaghisce, come se di questa vittoria ne gli venisse corona, n vuole per niente che alcuno altro viva, il quale amando possa tanto al sommo d'ogni male pervenire, quanto egli  pervenuto. Amava Argia sanza fallo oltre modo, se alle cose molto antiche si pu dar fede, la quale chi avesse udita, quando ella sopra le ferite del suo morto marito gittatasi piagneva, s come si dee pensare che ella facesse, averebbe inteso che ella il suo dolore sopra quello d'ogni altra dolente riponeva. E pure leggiamo d'Evadna, la quale in quella medesima sorte di miseria e in un tempo con lei pervenuta, sdegnando alteramente la propria vita, il suo morto marito non pianse solamente, ma ancora seguo. Fece il somigliante Laodomia nella morte del suo, fece la bella asiana Pantea, fece in quella del suo amante la infelice giovane di Sesto questa medesima pruova, fecero altres di molt'altre. Per che comprender si pu ogni stato d'infelicit potersi in ogni tempo con molti altri rassomigliare; ma non di leggier si veggono, perci che la miseria ama sovente di star nascosa. Tu dunque, Lisa, dando alle mie angoscie quella compagnia che ti parr poter dare, senza che io vada tutte le historie ravolgendo, potrai agevolmente argomentare la potenza del tuo Idio tante volte pi distendersi di quello che io t'ho co'miei essempi dimostrato, quanti possono esser quelli che amino come fo io, i quali possono senza fallo essere infiniti. Perci che ad Amore  per niente, che pu essere, solo che esso voglia, ad un tempo parimente in ogni luogo, di cotali prodezze, a rischio della vita de gli amanti, in mille di loro insieme insieme far pruova. Egli cos giuoca e, quello che a noi  d'infinite lagrime e d'infiniti tormenti cagione, suoi scherzi sono e suoi risi non altramente che nostri dolori. E gi in modo ha s avezzo nel nostro sangue e delle nostre ferite invaghito il crudele, che di tutti i suoi miracoli quello  il pi maraviglioso, quando egli alcuno ne fa amare, il qual senta poco dolore. E perci pochissimi sono quegli amanti, se pure alcuno ve n', che io no 'l so, che possano nelle lor fiamme servar modo; dove in contrario si vede tutto 'l giorno, lasciamo stare che di riposati, di riguardosi, di studiosi, di filosofanti, molte volte rischievoli andatori di notte, portatori d'arme, salitori di mura, feritori d'uomini diveniamo, ma tutto d veggiamo mille uomini, e quelli per aventura che per pi costanti sono e per pi saggi riputati, quando ad amar si conducono, palesemente impazzare.


[1.XVIII.] Ma perci che, fatto Idio da gli uomini Amore per queste cagioni che tu vedi, Lisa, parve ad essi convenevole dovergli alcuna forma dare, acci che esso pi interamente conosciuto fosse, ignudo il dipinsero, per dimostrarci in quel modo non solamente che gli amanti niente hanno di suo, con ci sia cosa che essi stessi sieno d'altrui, ma questo ancora, che essi d'ogni loro arbitrio si spogliano, d'ogni ragione rimangono ignudi; fanciullo, non perch egli si sia garzone, che nacque insieme co'primi uomini, ma perci che garzoni fa divenire di conoscimento quei che 'l seguono e, quasi una nuova Medea, con istrani veneni alcuna volta gli attempati e canuti ribambire; alato, non per altro rispetto se non perci che gli amanti, dalle penne de'loro stolti disideri sostentati, volan per l'aere della loro speranza, s come essi si fanno a credere, leggiermente infino al cielo. Oltre a.cci una face gli posero in mano accesa, perci che, s come del fuoco piace lo splendore ma l'ardore  dolorosissimo, cos la prima apparenza d'Amore, in quanto sembra cosa piacevole, ci diletta, di cui poscia l'uso e la sperienza ci tormentano fuor di misura. Il che se da noi conosciuto fosse prima che vi si ardesse, o quanto meno ampia sarebbe oggi la signoria di questo tiranno e il numero de gli amanti minore che essi non sono. Ma noi stessi, del nostro mal vaghi, s come farfalle ad essa n'andiam per diletto; anzi pure noi medesimi spesse volte ce l'accendiamo, onde poi, quasi Perilli nel proprio toro, cos noi nel nostro incendio ci veggiamo manifestamente perire. Ma per dar fine alla imagine di questo Idio, male per gli uomini di s diversi colori della loro miseria pennellata, a tutte queste cose, Lisa, che io t'ho dette, l'arco v'aggiunsero e gli strali, per darci ad intendere che tali sono le ferite che Amore ci d, quali potrebbono essere quelle d'un buono arciere che ci saettasse; le quali per in tanto sono pi mortali, che egli tutte le d nel cuore, e questo ancora pi avanti hanno di male, che egli mai non si stanca od a piet si muove, perch ci vegga venir meno, anzi egli tanto pi s'affretta nel ferirci, quanto ci sente pi deboli e pi mancare. Ora io mi credo assai apertamente averti, Lisa, dimostrato quali fossero le cagioni che mosser gli uomini a chiamare Idio costui, che noi Amore chiamiamo, e perch essi cos il dipinsero, come tu hai veduto; il quale, se con diritto occhio si mira, non che egli nel vero non sia Idio, il che essere sarebbe sceleratezza pure a pensare non che mancamento a crederlo, anzi egli non  altro se non quello che noi medesimi vogliamo. Perci che conviene di necessit che Amore nasca nel campo de'nostri voleri, senza il quale, s come pianta senza terreno, egli aver luogo non pu giamai.  il vero che, comunque noi, ricevendolo, nell'animo gli lasciamo aver pi e nella nostra volont far radici, egli tanto prende di vigore da se stesso, che poi nostro mal grado le pi volte vi rimane, con tante e cos pungenti spine il cuore affligendoci e cos nuove maraviglie generandone, come ben chiaro conosce chi lo pruova.


[1.XIX.] Ma perci che io buona via mi sono teco venuto ragionando, tempo  da ritornare a Gismondo, il quale io lasciai, dalla tua voce richiamato, gi su ne'primi passi del mio camino, avendom'egli dimandato come ci vero fosse, che io dissi, che amare senza amaro non si puote. Il che quantunque possa senza dubbio assai esser chiaro conosciuto per le precedenti ragioni da chi per aventura non volesse a suo danno farsi sofistico contra 'l vero, pure s perch a voi, donne, maggiore utilit ne segua, le quali, perci che femine siete e per questo meno nel vivere dalla fortuna essercitate che noi non siamo, pi di consiglio avete mestiero, e s perch a me gi nel dolermi aviato giova il favellare bene in lungo de'miei mali, s come a'miseri suole avenire, pi oltre ancora ne parler; e cos forse ad una ora a voi m'ubrigher ragionando e disubrigher consigliando e per le cose, che possono a chi non l'entendesse di molta infelicit esser cagione, discorrendo e avisando -. Avea dette queste parole Perottino e tacevasi, apparecchiandosi di riparlare, quando Gismondo, riguardate l'ombre del sole che alquanto erano divenute maggiori, alle donne rivoltosi, cos disse: - Care donne, io ho sempre udito dire che il vincere pi gagliardo guerriere fa la vittoria maggiore. Per che di quanto pi rinforza Perottino argomentando le sue ragioni e pi lungamente nella iniqua sua causa s'affatica, aguzzando la punta del suo ingegno, di parlare, di tanto egli alle mie tempie va tessendo pi lodevole e pi graziosa corona. Ma io temo, se io gli ar a rispondere, che non mi manchi il tempo, se noi vorremo, s come usati siamo, all'ora del festeggiare insieme con gli altri nel palagio ritrovarci. Perci che il sole gi verso il vespro s'inchina e a noi forse non fie guari pi d'altrettanto spazio di qui dimorarci conceduto, di quello che c' passato poi che noi ci siamo; e l'ora  s fuggevole e cos ci pigliano l'animo le vezzose parole di Perottino, che a me pare d'esserci apen'apena venuto -.
A cui Sabinetta, che la pi giovane era delle tre donne, e nel principio di questi ragionamenti postasi a sedere nell'erbetta sotto gli allori, quasi fuori de gli altri stando e ascoltando, poi che Perottino a favellare incominci, niente ancora avea parlato, anzi acerbetta che no, disse: - Ingiuria si farebbe a Perottino se tu, Gismondo, per cotesto dir volessi che egli a ristrignere dovesse avere i suoi sermoni. Parlisi a suo bell'agio egli oggi quanto ad esso piace: tu gli potrai rispondere poscia domani, con ci sia cosa che e a noi fie pi dilettevole il pigliarci questo solazzo e diporto medesimamente dell'altre volte, che qui abbiamo pi d a starci, e a te potr essere pi agevole il rispondere, che averai avuto questo mezzo tempo da pensarvi. -


[1.XX.] Piacque a ciascuno l'aviso di Sabinetta, e cos conchiuso che si facesse, in quello medesimo luogo il seguente giorno ritornando, poi che ogniun si tacque, Perottino incominci: - S come delle vaghe e travagliate navi sono i porti riposo e delle cacciate fiere le selve loro, cos de'quistionevoli ragionamenti sono le vere conclusioni; n giova, dove queste manchino, molte voci rotonde e segnate raunando e componendo, le quali per aventura pi da coloro sono con istudio cercate, che pi da s la verit lontana sentono, occupar gli animi de gli ascoltanti, se essi non solamente la fronte e il volto delle parole, ma il petto ancora e il cuor di loro con maestro occhio rimirano. Il che temo io forte, o donne, non domani avenga a Gismondo, il quale pi del suo ingegno confidandosi che avendo risguardo a quello di ciascuna di voi o pure alla debolezza della sua causa rispetto e pensiero alcuno, spera di questa giostra corona. Nella quale sua speranza assai gli sarebbe la fortuna favorevole stata, pi lungo spazio da prepararsi alla risposta concedendogli che a me di venire alla proposta non diede, se egli alla verit non fosse nimico. E perch egli in me non ritorni quello che io ora appongo a lui, alla sua richiesta venendo, dico che quantunque volte adiviene che l'uom non possegga quello che egli disidera, tante volte egli d luogo in s alle passioni; le quali, ogni pace turbandogli, s come citt da'suoi nimici combattuta, in continuo tormento il tengono pi e men grave, secondo che pi o men possenti i suoi disideri sono. E possedere qui chiamo non quello che suole essere ne'cavalli o nelle veste o nelle case, delle quali il signore  semplicemente possessor chiamato, quantunque non egli solo le usi o non sempre o non a suo modo, ma possedere dico il fruire compiutamente ci che altri ama, in quella guisa che ad esso  pi a grado. La qual cosa perci che  per se stessa manifestissima, che io altramente ne quistioni non fa mestiero. Ora vorre'io saper da te, Gismondo, se tu giudichi che l'uomo amante altrui possa quello che egli ama fruire compiutamente giamai. Se tu di'che s, tu ti poni in manifesto errore, perci che non pu l'uom fruir compiutamente cosa che non sia tutta in lui; con ci sia cosa che le strane sempre sotto l'arbitrio della fortuna stiano e sotto il caso e non sotto noi, e altri, quanto sia cosa istrana, dalla sua voce medesima si fa chiaro. Se tu di'che no, confessare adunque ti bisogner, n ti potranno gli amanti difendere, o Gismondo, che chiunque ama, senta e sostenga passione a ciascun tempo. E perci che non  altro l'amaro dell'animo che il fele delle passioni che l'avelenano, di necessit si conchiude che amare senza amaro non  pi fattibile che sia che l'acque asciughino o il fuoco bagni o le nevi ardano o il sole non dia luce. Vedi tu ora, Gismondo, in quanto semplici e brievi parole la pura verit si rinchiude? Ma che vo io argomentando di cosa che si tocca con mano? che dico io con mano? anzi pur col cuore. N cosa  che pi a drento si faccia sentire o pi nel mezzo d'ogni nostra midolla penetrando traffigga l'anima di quello che Amore fa, il quale, s come potentissimo veneno, al cuore ne manda la sua virt e quasi ammaestrato rubator di strada, nella vita de gli uomini cerca incontanente di por mano.


[1.XXI.] Lasciando adunque da parte con Gismondo i silogismi, o donne, al quale pi essi hanno rispetto, s come a.llor guerriere, che a voi che ascoltatrici siete delle nostre quistioni, con voi me ne verr pi apertamente ragionando quest'altra via. E perci che, per le passioni dell'animo discorrendo, meglio ci verr la costui amarezza conosciuta, s come quella che egli si trae dall'aloe loro, poi che in esse col ragionare alquanto gi intrati siamo e a voi piace che il favellare oggi sia mio, il quale poco innanzi a Gismondo donato avevate, seguitando di loro vi parler, pi lunga tela tessendovi de'lor fili. Sono adunque, o donne, le passioni dell'animo queste generali e non pi, dalle quali tutte le altre dirivando in loro ritornano: soverchio disiderare, soverchio rallegrarsi, soverchia tema delle future miserie e nelle presenti dolore. Le quali passioni, perci che s come venti contrari turbano la tranquillit dell'animo e ogni quiete della nostra vita, sono per pi segnato vocabolo perturbazioni chiamate da gli scrittori. Di queste perturbazioni, quantunque propria d'Amore sia la primiera, s come di quello che altro che disiderio non , pure egli, non contento de'suoi confini, passa nelle altrui possessioni, soffiando in modo nella sua fiaccola, che miseramente tutte le mette a fuoco; il quale fuoco, gli animi nostri consumando e distruggendo, trae spesse volte affine la nostra vita o, se questo non ne viene, a vita peggior che morte senza fallo ci conduce. Ora per incominciar da esso disiderio, dico questo essere di tutte le altre passioni origine e capo e da questo ogni nostro male procedere, non altramente che faccia ogni albero da sue radici. Perci che comunque egli d'alcuna cosa s'accende in noi, incontanente ci sospigne a seguirla e a cercarla, e cos seguendola e cercandola a trabocchevoli e disordinati pericoli e a mille miserie ci conduce. Questo sospigne il fratello a cercare dalla male amata sorella gli abominevoli abbracciamenti, la matrigna dal figliastro e alcuna volta, il che pure a dirlo m' grave, il padre medesimo dalla verginetta figliuola: cose pi tosto mostruose che fiere. Le quali, perci che vie pi bello  il tacersi che il favellarne, lasciando nella loro non dicevole sconvenevolezza stare e di noi favellando, cos vi dico, che questo disio i nostri pensieri, i nostri passi, le nostre giornate dispone e scorge e trae a dolorosi e non pensati fini. N giova spesse volte che altri gli si opponga con la ragione, perci che quantunque d'andare al nostro male ci accorgiamo, non pertanto ce ne sappiam ritenere o, se pure alcuna volta ce ne riteniamo, da capo, come quelli che il male abbiam dentro, al vomito con maggior violenza di stomacho ritorniamo. E aviene poi che, s come quel sole, nel qual noi gli occhi tenevamo stamane quando e'surgea, ora dilungatosi fra 'l giorno abbaglia chi lo rimira, cos bene scorgiamo noi da prima il nostro male alle volte, quando e'nasce, il quale medesimo, fatto grande, accieca ogni nostra ragione e consiglio.


[1.XXI.] Ma non si contenta di tenerci Amore d'una sola voglia, quasi d'una verga sollecitati, anzi s come dal disiderar delle cose tutte le altre passioni nascono, cos dal primo disiderio che sorge in noi, come da largo fiume, mille altri ne dirivano, e questi sono ne gli amanti non men diversi che infiniti. Perci che quantunque il pi delle volte tutti tendano ad un fine, pure, perch diversi sono gli obbietti e diverse le fortune de gli amanti, da ciascuno senza fallo diversamente si disia. Sono alcuni che, per giugnere quando che sia la lor preda, pongono tutte le forze loro in un corso, nel quale o quante gravi e dure cose s'incontrano, o quante volte si cade, o quanti seguaci pruni ci sottomordono i miseri piedi! e spesse fiate aviene che prima si perde la lena che la caccia si tenga. Alcuni altri, possessori della cosa amata divenuti, niente altro disiderano se non di mantenersi in quello medesimo stato, e quivi fisso tenendo ogni loro pensiero e in questo solo ogni opera, ogni tempo loro consumando, nella felicit son miseri e nelle ricchezze mendici e nelle loro venture sciagurati. Altri, di possessione uscito de'suoi beni, cerca di rientrarvi, e con mille dure condizioni, con mille patti iniqui, in prieghi, in lagrime, in strida consumandosi, mentre del perduto contende, pone in quistion pazzamente la sua vita. Ma non si veggono queste fatiche, questi guai, questi tormenti ne'primi disii. Perci che s come nell'entrar d'alcun bosco ci pare d'avere assai spedito sentiero, ma quanto pi in esso penetriamo caminando, tanto il calle pi angusto diviene, cos noi primieramente ad alcuno obbietto dall'appetito invitati, mentre a quello ci pare di dover potere assai agevolmente pervenire, ad esso pi oltre andando di passo in passo troviamo pi ristretto e pi malagevole il camino. Il che a noi  delle nostre tribolazioni fondamento, perci che, per vi pure poter pervenire, ogni impedimento cerchiamo di rimuovere che il ci vieti, e quello che per diritto non si pu, conviene che per oblico si fornisca. Quinci le ire nascono, le quistioni, le offese, e troppo pi avanti ne segue di male, che nel cominciamento non pare altrui esser possibile ad avenire. E affine che io ogni cosa minuta raccontando non vada, quante volte sono da alcuno state per questa cagione le morti d'infiniti uomini disiderate? e per aventura alcuna volta de'suoi pi cari? Quante donne gi dall'appetito trasportate hanno la morte de'loro mariti procacciata? Veramente, o donne, se a me paresse poter dire maggior cosa che questa non , io pi oltre ne parlerei. Ma che si pu dir pi? il letto santissimo della moglie e del marito, testimonio della pi secreta parte della lor vita, consapevole de'loro dolcissimi abbracciamenti, per nuovo disio d'amore essere del sangue innocente dell'uno, col ferro dell'altro, tinto e bagnato.


[1.XXIII.] Ora facendo vela da questi duri e importuni scogli del disio, il mare dell'allegrezza fallace e torbido solchiamo. Manifesta cosa vi dee adunque essere, o donne, che tanto a noi ogni allegrezza si fa maggiore, quanto maggiore ne gli animi nostri  stato di quello il disio che a noi  della nostra gioia cagione; e tanto pi oltre modo nel conseguire delle cercate cose ci rallegriamo, quanto pi elle da noi prima sono state cerche oltra misura. E perci che niuno appetito ha in noi tanto di forza, n con s possente impeto all'obbietto propostogli ci trasporta, quanto quello fa che  dalli sproni e dalla sferza d'Amore punto e sollecitato, aviene che niuna allegrezza di tanto passa ogni giusto segno, di quanto quella de gli amanti passar si vede, quando essi d'alcuno loro disiderio vengono a riva. E veramente chi si rallegrerebbe cotanto d'un picciolo sguardo, o chi in luogo di somma felicit porrebbe due tronche parolette o un brieve toccar di mano o un'altra favola cotale, se non l'amante, il quale  di queste stesse novelluzze vago e disievole fuor di ragione? certo, che io creda, niuno. N perci  da dire che in questo a miglior condizione, che tutti gli altri uomini, siano gli amanti, quando manifestamente si vede che ciascuna delle loro allegrezze le pi volte, o, per dir meglio, sempre, accompagnano infiniti dolori, il che ne gli altri non suole avenire, in modo che quello che una volta sopravanza nel sollazzo  loro mille fiate renduto nella pena. Senza che niuna allegrezza, quando ella trapassa i termini del convenevole,  sana, e pi tosto credenza fallace e stolta che vera allegrezza si pu chiamare. La quale  ancora per questo dannosa ne gli amanti, che ella in modo gli lascia ebbri del suo veleno che, come se essi in Lete avessero la memoria tuffata, d'ogni altra cosa fatti dimentichi salvo che del lor male, ogni onesto ufficio, ogni studio lodevole, ogni onorata impresa, ogni lor debito lasciato a dietro, in questa sola vituperevolmente pongono tutti i loro pensieri; di che non solamente vergogna e danno ne segue loro, ma oltre a.cci, quasi di se stessi nimici divenuti, essi medesimi volontariamente si fanno servi di mille dolori. Quante notti miseramente passa vegghiando, quanti giorni sollecitamente perde in un solo pensiero, quanti passi misura in vano, quante carte vergando non meno le bagna di lagrime che d'inchiostro l'infelice amante alcuna volta, prima che egli una ora piacevole si guadagni? la qual per aventura senza noia non gli viene, s come di lamentevoli parole spesse volte e di focosi sospiri e di vero pianto mescolata, o forse non senza pericolo stando della propria persona o, se alcuna di queste cose no 'l tocca, certo con doloroso pungimento di cuore che ella s tosto fuggendo se ne porti i suoi diletti, i quali egli ha cos lungamente penato per acquistare. Chi non sa quanti pentimenti, quanti scorni, quante mutazioni, quanti ramarichii, quanti pensieri di vendetta, quante fiamme di sdegno il cuocono e ricuocono mille volte, prima che egli un piacere consegua? Chi non sa con quante gelosie, con quante invidie, con quanti sospetti, con quante emulazioni e in fine con quanti assenzi ciascuna sua brevissima dolcezza sia comperata? Certo non hanno tante conche i nostri liti n tante foglie muove il vento in questo giardino, qualora egli pi verde si vede e pi vestito, quanti possono in ogni sollazzo amoroso esser dolori. E questi medesimi sollazzi, se aviene alcuna fiata che sieno da ogni loro parte di duolo e di maninconia voti, il che non pu essere, ma posto che s, allora per aventura ci sono eglino pi dannosi e pi gravi. Perci che le fortune amorose non sempre durano in uno medesimo stato, anzi elle pi sovente si mutano che alcuna altra delle mondane, s come quelle che sottoposte sono al governo di pi lieve signore che tutte le altre non sono. Il che quando aviene, tanto ci appare la miseria pi grave, quanto la felicit ci  paruta maggiore. Allora ci lamentiamo noi d'Amore, allora ci ramarichiamo di noi stessi, allora c'incresce il vivere, s come io vi posso col mio misero essempio in queste rime far vedere. Le quali se per aventura pi lunghe vi parranno dell'usato, fie per questo, che hanno avuto rispetto alla gravezza de'miei mali, la quale in pochi versi non parve loro che potesse capere.


[1.XXIV.]
I pi soavi e riposati giorni
Non ebbe uom mai n le pi chiare notti,
Di quel c'ebb'io, n 'l pi felice stato,
Alor ch'io incominciai l'amato stile
Ordir con altro pur che doglia e pianto,
Da prima entrando a l'amorosa vita.
Or  mutato il corso a la mia vita
E volto il gaio tempo, e i lieti giorni,
Che non sapean che cosa fosse un pianto,
In gravi, travagliate e fosche notti,
Col bel suggetto suo cangir lo stile
E con le mie venture ogni mio stato.
Lasso, non mi credea di s alto stato
Giamai cader in cos bassa vita
N di s piano in cos duro stile.
Ma 'l sol non mena mai s puri giorni,
Che non sian dietro poi tante atre notti:
Cos vicino al riso  sempre il pianto.
Ben ebbi al riso mio vicino il pianto
E io non me 'l sapea, che 'n quello stato
Cos cantando e 'n quelle dolci notti
Forse avrei posto fine a la mia vita,
Per non tardar al fel di questi giorni,
Che m'ha s inacerbito e petto e stile.
Amor, tu che porgei dianzi a lo stile
Lieto argomento, or gl'insegni ira e pianto,
A che son giunti i miei graditi giorni?
Qual vento nel fiorir svelse 'l mio stato
E fe'fortuna a la tranquilla vita
Entro li scogli a le pi lunghe notti?
U'son le prime mie vegghiate notti
S dolcemente? u''l mio ridente stile
Che potea rallegrar ben mesta vita?
E chi s tosto l'ha converso in pianto?
C'or foss'io morto alor, quando 'l mio stato
Tinse in oscuro i suoi candidi giorni.
Sparito  'l sol de'miei sereni giorni
E raddoppiata l'ombra a le mie notti,
Che lucean pi che i d d'ogni altro stato.
Cantai un tempo e 'n vago e lieto stile
Spiegai mie rime, e or le spiego in pianto,
C'ha fatto amara di s dolce vita.
Cos sapesse ogniun qual  mia vita
Da indi in qua, ch'e miei festosi giorni,
Chi sola il potea far, rivolse in pianto;
Che pago mi terrei di queste notti,
Senza colmar de'miei danni lo stile;
Ma non ho tanto bene in questo stato.
Ch quella fera, ch'al mio verde stato
Diede di morso e quasi a la mia vita,
Or fugge al suon del mi'angoscioso stile
N mai, per rimembrarle i primi giorni
O raccontar de le presenti notti,
Volse a piet del mio s largo pianto.
Eco sola m'ascolta, e col mio pianto
Agguagliando 'l suo duro antico stato,
Meco si duol di s penose notti;
E se 'l fin si prevede da la vita,
Ad una meta van questi e quei giorni,
E la mia nuda voce fia 'l mio stile.
Amanti, i'ebbi gi tra voi lo stile
S vago, ch'acquetava ogni altrui pianto:
Or me non queta un sol di questi giorni.
Cos va chi 'n suo molto allegro stato
Non crede mai provar noiosa vita
N pensa 'l d de le future notti.
Ma chi vol si rallegri a le mie notti,
Com'ancho quella, che mi fa lo stile
Tornar a vile e 'n odio esser la vita,
Ch'io non spero giamai d'uscir di pianto.
Ella se 'l sa, che di s lieto stato
Tosto mi pose in cos tristi giorni.
Ite, giorni gioiosi e care notti,
Che 'l bel mio stato ha preso un altro stile,
Per pascer sol di pianto la mia vita.


[1.XXV.] Voi vedete, o donne, a che porto la seconda fortuna ci conduce. Ma io, quantunque la morte mi fosse pi cara, pure vivo, chente che la mia vita si sia. Molti sono stati, che non sono potuti vivere: cos viene a gli uomini grave dopo la molta allegrezza il dolore. Ruppe ad Artemisia la fortuna con la morte del marito la felicit de'suoi amori, per la qual cosa ella visse in pianto tutto il rimanente della sua vita, e alla fine piangendo si mor: il che avenuto non le sarebbe, se ella si fosse mezzanamente ne'suoi piaceri rallegrata. Abandonata dal vago Enea la dolorosa Elisa se medesima miseramente abandon uccidendosi, alla qual morte non traboccava, se ella meno seconda fortuna avuta avesse ne'suoi amorosi disii. N parve alla misera Niobe per altro s grave l'orbezza de'suoi figliuoli, se non perci che ella a somma felicit l'avergli s'avea recato. Cos aviene che, se le misere allegrezze de gli amanti sono di s sole ben piene, o a morti acerbissime gli conducono o d'eterno dolore gli fanno heredi; se sono di molta noia fregiate, elle senza dubbio alcuno e, mentre durano, gli tormentano e, partendo, niente altro lasciano loro in mano che il pentimento; perci che di tutte quelle cose che a far prendiamo, quando ci vanno con nostro danno fallite, la penitenza  fine. O amara dolcezza, o venenata medicina de gli amanti non sani, o allegrezza dolorosa, la qual di te nessun pi dolce frutto lasci a'tuoi possessori che il pentirsi; o vaghezza che, come fumo lieve, non prima sei veduta che sparisci, n altro di te rimane ne gli occhi nostri che il piagnere; o ali che bene in alto ci levate perch, strutta dal sole la vostra cera, noi con gli omeri nudi rimanendo, quasi novelli Icari, cadiamo nel mare. Cotali sono i piaceri, donne, i quali amando si sentono. Veggiamo ora quali sono le paure.


[1.XXVI.] Fingono i poeti, i quali sogliono alcuna volta favoleggiando dir del vero, che ne gli oscuri abissi tra le schiere sconsolate de'dannati  uno fra gli altri, cui pende sopra 'l capo un sasso grossissimo, ritenuto da sottilissimo filo. Questi, al sasso risguardando e della caduta sgomentandosi, sta continuamente in questa pena. Tale de gl'infelici amanti  lo stato, i quali sempre de'loro possibili danni stando in pensiero, quasi con la grave ruina delle loro sciagure sopra 'l capo, i miseri vivono in eterna paura, e non so che per lo continuo il tristo cuore dicendo loro, tacitamente gli sollecita e tormenta, seco stesso ad ogni ora qualche male indovinando. Perci che quale  quello amante che de gli sdegni della sua donna in ogni tempo non tema? o che ella forse ad alcuno altro il suo amore non doni? o che per alcun mondo, che mille sempre ne sono, non gli sia tolta a'suoi amorosi piaceri la via? Egli certamente non mi si lascia credere che uomo alcuno viva, il quale amando, comunque il suo stato si stia, mille volte il giorno non sia sollecito, mille volte non senta paura. E che poi, di queste sollecitudini, hassene egli altro danno che il temere? Certo s, e non uno, ma infiniti, ch questa stessa tema e pavento sono di molti altri mali seme e radice. Perci che per riparare alle ruine che, lasciate in pendente, crediamo che possano cadendo stritolare la nostra felicit, molti torti pontelli con gli altrui danni o forse con le altrui morti cerchiamo di sottoporre a'lor casi. Uccise il suo fratel cugino, che dalla lunga guerra si ritornava, il fiero Egisto, temendo non per la sua venuta rovinassero i suoi piaceri. Uccise simigliantemente l'impazzato Oreste il suo, e dinanzi a gli altari de gli idii, nel mezzo de'sacrificanti sacerdoti il fe'cadere, perch in pi rimanesse l'amore che egli alla sorella portava. A me medesimo incresce, o donne, l'andarmi cotanto tra tante miserie ravolgendo. Pure se io v'ho a dimostrare quale sia questo Amore, che  da Gismondo lodato come buono,  huopo che io con la tela delle sue opere il vi dimostri; delle quali per aventura tante ne lascio adietro ragionando, quante lascia da poppa alcuna nave gocciole d'acqua marina, quando pi ella da buon vento sospinta corre a tutte vele il suo camino.


[1.XXVII.] Ma passiamo nel dolore, acci che pi tosto si venga a fine di questi mali. Il qual dolore, quantunque abbia le sue radici nel disiderio, s come hanno le altre due passioni altres, pure tanto egli pi e men crescie, quanto prima i rivi dell'allegrezza l'hanno potuto pi o meno largamente inaffiare. Assai sono adunque di quegli amanti i quali, da una torta guatatura delle lor donne o da tre parole proverbiose quasi da tre ferite traffitti, non pensando pi oltre quanto elle spesse volte il soglian fare senza sapere il perch, vaghe d'alcuno tormentuzzo de'loro amanti, si dogliono, si ramaricano, si tormentano senza consolazione alcuna. Altri, perch a pro non pu venire de'suoi disii, pensa di pi non vivere. Altri, perch venutovi compiutamente non gode, a questo apparente male v'aggiugne il continuo rancore e fallo veramente esistente e grave. E molti, per morte delle lor donne a capo delle feste loro pervenuti, s'attristano senza fine, e altro gi che quelle fredde e pallide imagini, dovunque essi gli occhi e il pensier volgono, non viene loro innanzi. A'quali tutti il tempo, s come n ancho il verno le foglie a tutti gli alberi, la doglia non ne leva, anzi, s come ad alquante piante sopra le vecchie frondi ne crescono ogni primavera di nuove, cos ad alquanti di questi amanti duolo sopra duolo s'aumenta e, pi che essi dopo le loro amate donne vivono, pi vivono tormentati e miseramente di giorno in giorno fanno le loro piaghe pi profonde, pure in sul ferro aggravandosi che gl'impiaga. N mancher poi chi, per crudelt della sua donna dalla cima della sua felicit quasi nel profondo d'ogni miseria caduto, a doversi dilungare nel mondo per farla ben lieta si dispone. E questi nel suo essiglio di niuna altra cosa  vago se non di piagnere, niente altro disidera che bene stremamente essere infelice. Questo vuole, di questo si pasce, in questo si consola, a questo esso stesso s'invia. N sole, n stella, n cielo vede mai che gli sia chiaro. Non erbe, non fonti, non fiori, non corso di mormoranti rivi, non vista di verdeggiante bosco, non aura, non fresco, non ombra veruna gli  soave. Ma solo, chiuso sempre ne'suoi pensieri, con gli occhi pregni di lagrime, le meno segnate valli o le pi riposte selve ricercando, s'ingegna di far brieve la sua vita, talora in qualche trista rima spignendo fuori alcun de'suoi rinchiusi dolori, con qualche tronco secco d'albero o con alcuna soletaria fiera, come se esse lo 'ntendessero, parlando e agguagliando il suo stato. Ora daratti il cuore, Gismondo, di dimostrarci che cosa buona Amor sia? Che Amore sia buono, Gismondo, daratti l'animo dicci dimostrare?


[1.XXVIII.] Conosciuti adunque separatamente questi mali, o donne, del disiderio, dell'allegrezza, della sollecitudine e del dolore, a me piace che noi mescolatamente e senza legge alquanto vaghiamo per loro. E prima che io pi ad un luogo che ad un altro m'invii, mi si para davanti la novit de'principii che questo malvagio lusinghiero d loro ne gli animi nostri, quasi se di sollazzo e giuoco, non di doglia e di lagrime e di manifesto pericolo della nostra vita fossero nascimento. Perci che mille fiate adiviene che una paroletta, un sorriso, un muover d'occhio con maravigliosa forza ci prendono gli animi, e sono cagione che noi ogni nostro bene, ogni onore, ogni libert tutta nelle mani d'una donna riponiamo, e pi avanti non vediamo di lei. E tutto 'l giorno si vede che un portamento, un andare, un sedere sono l'esca di grandissimi e inestinguibili fuochi. E oltre a ci quante volte avenne, lasciamo stare le parti belle del corpo, delle quali spesse fiate la pi debole per aventura stranamente ci muove, ma quante volte avenne che d'un pianto ci siamo invaghiti? e di quelle, il cui riso non ci ha potuti crollare di stato, una lagrimetta ci ha fatti correre con frezzolosi passi al nostro male? A quanti la pallidezza d'una inferma  stata di piggior pallidezza principio? e loro, che gli occhi vaghi e ardenti non presero ne'dilettevoli giardini, i mesti e caduti nel mezzo delle gravose febbri legarono, e furono ad essi di pi perigliosa febbre cagione? Quanti gi finsero d'esser presi e, nel laccio per giuoco entrati, poi vi rimasero mal loro grado con fermissimo e strettissimo nodo miserabilmente ritenuti? Quanti volendo spegnere l'altrui fuoco, a se medesimi l'accesero e ebbero d'aiuto mestiero? Quanti sentendo altrui ragionar d'una donna lontana, essi stessi s'avicinarono mille martiri? Ahi lasso me, questo solo vorre'io aver taciuto. -


[1.XXIX.] Appena ebbe cos detto Perottino, che de gli occhi gli caddero alquante subite lagrime e la presta parola gli mor in bocca. Ma poi che, tacendosi ogniuno, vinti dalla piet di quella vista, esso si riebbe, cos con voce rotta e spessa seguitando riprese a dire: - Di cotai faville, o donne, poi che vede gli animi nostri raccesi questo vezzoso fanciullo e fiero, aggiugne nutrimento al suo fuoco, di speranza e di disiderio pascendolo, de'quali quantunque alcuna volta manchi la prima in noi, s come quella che da istrani accidenti si crea, non perci menoma il disiderio n cade sempre con lei. Perci che, oltra che noi, dura gente mortale, da natura tanto pi d'alcuna cosa c'invogliamo, quanto ella c' pi negata, ha questo Amore assai sovente in s che, quanto sente pi in noi la speranza venir meno, tanto pi con disiderii soffiando nelle sue fiamme le fa maggiori; le quali come crescono, cos s'aumentano le nostre doglie, e queste poi e in sospiri e in lagrime e in strida miseramente del petto si spargon fuori, e le pi delle volte in vano: di che noi stessi ravedutici tanto sentiamo maggior dolore, quanto pi a'venti ne vanno le nostre voci. Cos aviene che, delle nostre lagrime spargendolo, diviene maravigliosamente il nostro fuoco pi grave. Allora, vicini ad ucciderci, morte per estremo soccorso chiamiamo. Ma pure con tutto ci, quantunque il dolerci in questa maniera ci accresca dolore e misera cosa sia l'andarsi cos lamentando senza fallo alcuno,  tuttavia ne'grandi dolori alcuna cosa il potersi dolere. Ma pi misera e di pi guai piena  in ogni modo il non poter noi nelle nostre doglie spandere alcuna voce o dire la nociva cagione, qualora pi disideriamo e abbiam di dirla mestiero. Malvagissima e dolorosissima poi fuor di misura il convenirci la doglia nascondere sotto lieto viso solo nel cuore, n poter dare uscita pure per gli occhi a gli amorosi pensieri, i quali rinchiusi non solamente materia sostentante le fiamme sono, ma aumentante, perci che quanto pi si strigne il fuoco, tanto egli con pi forza cuoce. E questi tutti vengono accidenti non meno domestici de gli amanti che sien dell'aere i venti e le pioggie famigliari. Ma che dico io questi? essi pure sono infiniti e ciascuno  per s doloroso e grave.


[1.XXX.] Questi segue una donna crudele, il quale pregando, amando, lagrimando, dolente a morte, tra mille angosciosi pensieri durissima fa la sua vita, sempre pi nel disio raccendendosi. A colui, servente d'una pietosa divenuto, la fortuna niega il potere nelle sue biade por mano, onde egli tanto pi si snerva e si spolpa, quanto pi vicina si vede la disiderata cosa e pi vietata, e sentesi sciaguratamente, quasi un nuovo Tantalo, nel mezzo delle sue molte voglie consumare. Quell'altro, di donna mutabile fatto mancipio, oggi si vede contento, domani si chiama infelice e, quali le schiume marine dal vento e dall'onde sospinte ora innanzi vengono e quando adietro ritornano, cos egli, or alto or basso, or caldo or freddo, temendo, sperando, niuna stabilit non avendo nel suo stato, sente e pate ogni sorte di pena. Alcun altro, solo di poca e debole e colpata speranza pascendosi, sostenta miseramente a pi lungo tormento gli anni suoi. E fie chi, mentre ogni altra cosa prima che la sua promessa fede o il suo lieto stato crede dovere poter mancare e rompersi, s'avede quanto sono di vetro tutte le credenze amorose e, nel secco rimanendo de'suoi pensieri, sta come se il mondo venuto gli fosse meno sotto a'piedi. Surgono oltre a queste repentinamente mille altre guise di nuove e fiere cose, involatrici d'ogni nostra quiete e donatrici d'infinite sollecitudini e di diversi tormenti apportatrici. Perci che alcuno piagne la sbita infermit della sua donna, la quale nel corpo di lei l'anima sua miseramente tormenta e consuma. Alcuno, d'un nuovo rivale avedutosi, entra in subita gelosia e dentro tutto ardendo vi si distrugge, con agro e nimichevole animo ora il suo aversario accusando e ora la sua donna non iscusando, n sente pace se non tanto, quanto egli solo la si vede. Alcuno, dalle nuove nozze della sua turbato, non con altro cuore gli apparecchi e le feste che vi si fanno riceve, n con pi lieto occhio le mira, che se elle gli arnesi fossero e la pompa della sua sepoltura. Altri piangono in molte altre maniere tutto d, da subita occasion di pianto sventuratamente soprapresi, delle quali se forse il caso o la virt alcuna ne toglie via, in luogo di quella molte altre ne rinascono pi acerbe spesse volte e pi gravi; onde vie men dura condizione avrebbe chi con la fiera Hidra d'Hercole avesse la sua battaglia a dover fare, che quegli non ha, a cui conviene delle sue forze con la ferezza d'Amore far pruova. E quello che io dico de gli uomini, suole medesimamente di voi, donne, avenire, e forse, ma non l'abbiate voi, giovani, a male, delle quali io non ragiono, come che io mi parli con voi, forse, dico, molto pi. Perci che da natura pi inchinevoli solete essere e pi arrendevoli a gli assalti d'Amore che noi non siamo, e voi le vostre fiamme pi chiaramente ardono che noi le nostre non soglion fare; quantunque poi molti particolari accidenti, che a ciascuna soprastanno, vie pi, che noi non siamo, sopravedute vi facciano e riguardose.


[1.XXXI.] Oltre a ci sono i primi ardori, se ne gli animi fanciulli s'apprendono, s come il caldo alle tenere frondi, cos essi loro pi dannosi; se nell'et matura si fanno sentire, pi impetuosi senza fallo e pi fieri, non altramente che il cielo soglia fare, il quale tanto pi sconciamente si turba, quanto pi lungamente chiaro e sereno  stato. A questo modo, o giovani o attempati che noi di questo male infermiamo, a strano passo, a dura condizione, a molto fiero partito sta isposta la nostra vita. Ma tutti gli amorosi morbi, quanto pi invecchiano, s come quelli del corpo, tanto meno sono risanabili e meno alcuna medicina lor giova. Perci che in amore pessima cosa  la lusinghevole usanza, nella quale di giorno in giorno senza considerazione pi entrati, quasi nel labirintho trascorsi senza gomitolo, poi, quando ce ne piglia disio, tornare a dietro le pi volte non possiamo. E aviene alcuna fiata che in maniera ci naturiamo nel nostro male, che uscir di lui, eziandio potendo, non vogliamo. Sono poi, oltre a tutto questo, le lunghe discordie crudeli; sono le brievi angosciose; sono le riconciliagioni non sicure; sono le rinovagioni de gli amori passati perigliose e gravi, in quanto pi le seconde febbri sogliono sopravenendo offendere i ricaduti infermi che le primiere; sono le rimembranze de'dolci tempi perduti acerbissime, e di somma infelicit  maniera l'essere stato felice. Durissime sono le dipartenze, e quelle massimamente che con alcuna disiata notte e lamentata e con abbracciamento lungo e sospiroso e lagrimevole si chiudono, nelle quali e'pare che i cuori de gli amanti si divellano dalle lor fibre o schiantinsi per lo mezzo in due parti. Ohim, quanto amare sono le lontananze, nelle quali niun riso si vede mai nell'amante, niuna festa il tocca, niun giuoco; ma fisso alla sua donna stando ad ogni ora col pensiero, quasi con gli occhi alla tramontana, passa quella fortuna della sua vita in dubbio del suo stato, e con un fiume sempre d'amarissime lagrime intorno al tristo cuore e con la bocca piena di dolenti sospiri, dove col corpo esser non pu, con l'animo vi sta in quella vece, n cosa vede, come che poche ne miri, che non gli sia materia di largo pianto. S come ora col mio misero essempio vi potete, donne, far chiare, di cui tale  la vita, chente suonano le canzoni, e vie ancora piggiore; delle quali per aventura quest'altre due, appresso le ramemorate, poi che tanto oltre sono passato, non mi penter di ricordarmi.


[1.XXXII.]
Poscia che 'l mio destin fallace e empio
Ne i dolci lumi de l'altrui pietade
Le mie speranze acerbamente ha spento,
Di pena in pena e d'uno in altro scempio
Menando i giorni, e per aspre contrade
Morte chiamando a passo infermo e lento,
Nebbia e polvere al vento
Son fatto e sotto 'l sol falda di neve;
Ch'un volto segue l'alma, ov'ella il fugge,
E un penser la strugge
Cocente s, ch'ogni altro danno  leve,
E gli occhi, che gi fr di mirar vaghi,
Piangono e questo sol par che gli appaghi.
Or che mia stella pi non m'assecura,
Scorgo le membra via di passo in passo
Per camin duro e 'n penser tristo e rio;
Ch'io dico pien d'error e di paura:
Ove ne vo, dolente? e che pur lasso?
Chi mi t'invidia, o mio sommo desio?".
Cos dicendo, un rio
Verso dal cor di dolorosa pioggia,
Che pu far lacrimar le petre stesse;
E perch sian pi spesse
L'angoscie mie, con disusata foggia,
U'che 'l pi movo, u'che la vista giro,
Altro che la mia donna unqua non miro.
Col pi pur meco e col cor con altrui
Vo caminando e de l'interna riva
Bagnando for per gli occhi ogni sentero,
Alor ch'io penso: 'Ohim, che son, che fui?
Del mio caro tesoro or chi mi priva,
E scorge in parte, onde tornar non spero?
Deh perch qui non pero,
Prima ch'io ne divenga pi mendico?
Deh chi s tosto di piacer mi spoglia,
Per vestirmi di doglia
Eternamente? ahi mondo, ahi mio nemico
Destin, a che mi trahi, perch non sia
Vita dura mortal, quanto la mia!'.
Ove men'porta il calle o 'l piede errante,
Cerco sbramar piangendo, anzi ch'io moia,
Le luci, che desio d'altro non hanno;
E grido: "O disaventuroso amante,
Or se'tu al fin della tua breve gioia
E nel principio del tuo lungo affanno".
E gli occhi, che mi stanno
Come due stelle fissi in mezzo a l'alma,
E 'l viso, che pur dianzi era 'l mio sole,
E gli atti e le parole,
Che mi sgombrr del petto ogni altra salma,
Fan di pensieri al cor s dura schiera,
Che meraviglia  ben com'io non pera.
Non pero gi, ma non rimango vivo;
Anzi pur vivo al danno, a la speranza
Via pi che morto d'ogni mia mercede:
Morto al diletto, a le mie pene vivo;
E, mancando al gioir, nel duol s'avanza
Lo cor, ch'ognior pi largo a pianger riede;
E pensa e ode e vede
Pur lei, che l'arse gi s dolcemente
E or in tanto amaro lo distilla,
N sol d'una favilla
Scema 'l gran foco de l'accesa mente,
E me fa gir gridando: "O destin forte,
Come m'hai tu ben posto in dura sorte".
Canzon, omai lo tronco ne ven meno,
Ma non la doglia che mi strugge e sforza;
Ond'io ne vergher quest'altra scorza.


[1.XXXIII.] Tacquesi, finiti quei versi, Perottino e, poco taciutosi, appresso alcun doloroso sospiro, che parea che di mezzo il cuore gli uscisse, verissimo dimostratore delle sue interne pene, a questi altri passando seguit e disse:
Lasso ch'i'fuggo e per fuggir non scampo
N 'n parte levo la mia stanca vita
Del giogo, che la preme ovunque i'vada.
E la memoria, di ch'io tutto avampo,
A raddoppiar i miei dolor m'invita
E testimon lassarne ogni contrada.
Amor, se ci t'aggrada,
Almen fa con Madonna ch'ella il senta,
E l ne porta queste voci estreme,
Dove l'alta mia speme
Fu viva un tempo e or caduta e spenta
Tanto fa questo exilio acerbo e grave,
Quanto lo stato fu dolce e soave.
Se in alpe odo passar l'aura fra 'l verde,
Sospiro e piango e per piet le cheggio
Che faccia fede al ciel del mio dolore;
Se fonte in valle o rio per camin verde
Sento cader, con gli occhi miei patteggio
A farne un del mio pianto via maggiore;
S'io miro in fronda o 'n fiore,
Veggio un che dice: O tristo pellegrino,
Lo tuo viver fiorito  secco e morto.
E pur nel penser porto
Lei, che mi di lo mio acerbo destino;
Ma quanto pi pensando io ne vo seco,
Tanto pi tormentando Amor ven meco.
Ove raggio di sol l'erba non tocchi,
Spesso m'assido, e pi mi sono amici
D'ombrosa selva i pi riposti orrori;
Ch'io fermo 'l penser vago in que'begli occhi,
Ch'i miei d solean far lieti e felici,
Or gli empion di miserie e di dolori.
E perch pi m'accori
L'ingordo error, a dir de'miei martiri
Vengo lor, com'io gli ho di giorno in giorno.
Poi, quando a me ritorno,
Trovomi s lontan da'miei desiri,
Ch'io resto, ahi lasso, quasi ombra sott'ombra;
Di s vera pietate Amor m'ingombra.
Qualor due fiere in solitaria piaggia
Girsen pascendo simplicette e snelle
Per l'erba verde scorgo di lontano,
Piangendo a lor comincio: O lieta e saggia
Vita d'amanti, a voi nemiche stelle
Non fan vostro sperar fallace e vano:
Un bosco, un monte, un piano,
Un piacer, un desio sempre vi tene;
Io da la donna mia quanto son lunge?
Deh, se piet vi punge,
Date udienzia inseme a le mie pene.
E 'n tanto mi riscuoto e veggio expresso
Che per cercar altrui perdo me stesso.
D'erma rivera i pi deserti lidi
M'insegna Amor, lo mio aversario antico,
Che pi s'allegra, dov'io pi mi doglio.
Ivi 'l cor pregno in dolorosi stridi
Sfogo con l'onde, e or d'un ombilico
E de l'arena li fo penna e foglio;
Indi per pi cordoglio
Torno al bel viso, come pesce ad esca,
E con la mente in esso rimirando,
Temendo e desiando,
Prego sovente che di me gl'incresca;
Poi mi risento e dico: O penser casso,
Dov' Madonna?, e 'n questa piango e passo
Canzon, tu viverai con questo faggio
Appresso a l'altra, e rimarrai con lei;
E meco ne verranno i dolor miei.


[1.XXXIV.] In questa guisa, o donne, Amore da ogni lato ci afflige; cos da ogni parte, in ogni stato, fiamme, sospiri, lagrime, angoscie, tormenti, dolori sono de gl'infelici amanti seguaci; i quali, acci che in loro compiutamente ogni colmo di miseria si ritruovi, non fanno pace giamai n pure triegua con queste lor pene, fuori di tutte l'altre qualit di viventi posti dalla lor fiera e ostinata ventura. Perci che sogliono tutti gli animali, i quali, creati dalla natura, procacciano in alcun modo di mantener la lor vita, riposarsi dopo le fatiche e con la quiete ricoverar le forze, che sentono esser loro ne gli esercitii logore e indebolite. La notte i gai uccelli ne'lor nidi e tra le frondi soavi de gli alberi ristorano i loro diurni e spaziosi giri; per le selve giacciono l'errabonde fiere; gli erbosi fondi de'fiumi e le lievi alghe marine, per alcun spazio i molli pesci sostenendo, poi gli ritornano alle loro ruote pi vaghi; e gli altri uomini medesimi, diversamente tutto 'l giorno nelle loro bisogne travagliati, la sera almeno, agiate le membra ove che sia e il vegnente sonno ricevuto, prendono sicuramente alcun dolce delle loro fatiche ristoro. Ma gli amanti miseri, da febbre continua sollecitati, n riposo, n intramissione, n alleggiamento hanno alcuno de'lor mali: ad ogni ora si dogliono, in ogni tempo sono dalle discordanti lor cure, quasi Metii da'cavalli distraenti, lacerati. Il d hanno tristo e a noi  loro il sole, s come quello che cosa allegra par loro che sia, contraria alla qualit del loro stato; ma la notte assai piggiore, in quanto le tenebre pi gl'invitano al pianto che la luce, come quelle che alla miseria sono pi conformi; nelle quali le vigilie sono lunghe e bagnate, il sonno brieve e penoso e paventevole e spesse fiate non meno delle vigilie dal pianto medesimo bagnato. Che comunque s'adormenta il corpo, corre l'animo e rientra subitamente ne'suoi dolori, e con imaginazioni paurose e con pi nuove guise d'angustia tiene i sentimenti sgomentati insidiosamente e tribolati, onde o si turba il sonno e rompesi appena incominciato o, se pure il corpo fiacco e fievole, s come di quello bisognoso, il si ritiene, sospira il vago cuore sognando, triemano gli spiriti solleciti, duolsi l'anima maninconosa, piangono gli occhi cattivi, avezzi a non men dormendo che vegghiando la imaginazion fiera e trista seguire. Cos a gli amanti, quanto sono i lor giorni pi amari, tanto le notti vengono pi dogliose, e in esse per aventura tante lagrime versano, quanti hanno il giorno risparmiati sospiri. N mancha umore alle lagrime, per lo bene aver fatto lagrimando de gli occhi due fontane; n s'interchiude a mezzo sospiro la via, o men rotti e con minor impeto escono gli hodierni del cuore, perch de gli esterni tutto l'aere ne sia pieno. N per doglie il duolo, n per lamenti il lamento, n per angoscie l'angoscia si fa minore; anzi ogni giorno arroge al danno e esso d'ora in ora divien pi grave. Cresce l'amante nelle sue miserie, fecondo di se stesso a'suoi dolori. Questi  quel Tizio che pasce del suo fegato l'avoltoio, anzi che il suo cuore a mille morsi di non sopportevoli affanni sempre rinuova. Questi  quello Isione che, nelle ruota delle sue molte angoscie girando, ora nella cima ora nel fondo portato, pure dal tormento non si scioglie giamai, anzi tanto pi forte ad ogni ora vi si lega e inchiodavisi, quanto pi legato vi sta e pi girato. Non posso, o donne, aguagliar con parole le pene, con le quali questo crudel maestro ci afflige, se io, nello stremo fondo de gl'inferni penetrando, gli essempi delle ultime miserie de'dannati dinanzi a gli occhi non vi paro: e queste medesime sono, come voi vedete, per aventura men gravi. Ma  da porre oggimai a questi ragionamenti modo e da non voler pi oltra di quella materia favellare, della quale quanto pi si parla, tanto pi, a chi ben la considera, ne resta a poter dire.


[1.XXXV.] Assai avete potuto adunque comprender, o donne, per quello che udito avete, che cosa Amore si sia e quanto dannosa e grave; il quale, incontro la maest della natura scelerato divenuto, noi uomini cotanto a lei cari e da essa dell'intelletto, che divina parte , per ispeziale grazia donati, acci che cos, pi pura menando la nostra vita, al cielo con esso s'avacciassimo di salire, di lui per aventura miseramente spogliandoci, ci tiene col pi attuffati nelle brutture terrene in maniera, che spesse volte disaventurosamente v'affoghiamo. N solamente ne'men chiari o meno pregiati cos fa, come voi udite, anzi egli pur coloro che sono a pi alta fortuna saliti, n a dorati seggi n a corone gemmate risguardando, con meno riverenza e pi sconciamente sozzandogli, sovrasta miseramente e sopragrava. Per che, se la nostra fanciulla di lui si duole accusandolo, dee ringraziarnela Gismondo; se non in quanto ella contro cos colpevole e manifesto micidiale de gli uomini porge poco lamentevole e troppo brieve querela. Ma io, o Amore, a te mi rivolgo, dovunque tu ora per quest'aria forse a'nostri danni ti voli, se con pi lungo ramarico t'accuso che ella non fece, non se ne dee alcun maravigliare, se non come io di tanto mi sia dalla grave pressura de'tuoi piedi col collo riscosso, che io fuori ne possa mandar queste voci; le quali tuttavia, s come di stanco e fievole prigioniere, a quello che alle tue molte colpe, a'tuoi infiniti micid si converrebbe, sono certissimamente e roche e poche. Tu d'amaritudine ci pasci; tu di dolor ci guiderdoni; tu de gli uomini mortalissimo idio in danno sempre della nostra vita ci mostri della tua deit fierissime e acerbissime pruove; tu de'nostri mali c'indisii; tu di cosa trista ci rallegri; tu ogni ora ci spaventi con mille nuove e disusate forme di paura; tu in angosciosa vita ci fai vivere e a crudelissime e dolorosissime morti c'insegni la via. E ora ecco di me, o Amore, che giuochi ti fai? il quale, libero venuto nel mondo e da lui assai benignamente ricevuto, nel seno de'miei dolcissimi genitori sicura e tranquilla vita vivendo, senza sospiri e senza lagrime i miei giovani anni ne menava felice, e pur troppo felice, se io te solo non avessi giamai conosciuto. Tu mi donasti a colei, la quale io con molta fede servendo sopra la mia vita ebbi cara, e in quella servit, mentre a lei piacque e di me la calse, vissi buon tempo, vie pi che in qualunque signoria non si vive, fortunato. Ora che sono io? e quale  ora la mia vita, o Amore? Della mia cara donna spogliato, dal conspetto de'miei vecchi e sconsolati genitori diviso, che assai lieta potevano terminar la lor vita se me non avesser generato, d'ogni conforto ignudo, a me medesimo noioso e grave, in trastullo della fortuna lungo tempo di miseria in miseria portato, allo stremo quasi favola del popolo divenuto, meco le mie gravi catene traendo dietro, assai debole e vinto fuggo dalle genti, cercando dove io queste tormentate membra abandoni ciascun die, le quali, pi durevoli di quello che io vorrei, ancora tenendomi in vita, vogliono che io pianga bene infinitamente le mie sciagure. Ohim, che doverebbono pi tosto, almeno per piet de'miei mali, dissolvendosi pascere oggimai della mia morte quel duro cuore, che vuole che io di cos penosa vita pasca il mio. Ma io non guari il pascer. -


[1.XXXVI.] Quinci Perottino, postasi la mano in seno, fuori ne trasse un picciol drappo, col quale egli, s come un'altra volta fatto avea poi che egli a ragionare incominci, gli occhi che forte piangevano rasciugandosi e esso, che molle gi era divenuto delle sue lagrime, per aventura fiso mirando, in pi dirotto pianto si mise, queste altre poche parole nel mezzo del piagnere alle gi dette aggiugnendo: - Ahi infelice dono della mia donna crudele, misero drappo e di misero ufficio istrumento, assai chiaro mi dimostr ella donandomiti quale dovea essere il mio stato. Tu solo m'avanzi per guiderdone dell'infinite mie pene. Non t'incresca, poi che se'mio, che io, quanto ar a vivere, che sar poco, con le mie lagrime ti lavi. - Cos dicendo, con amendue le mani a gli occhi il si pose, da'quali gi cadevano in tanta abondanza le lagrime, che niun fu o delle donne o de'giovani che ritener le sue potesse. Il quale, poi che in quella guisa per buona pezza chino stando non si movea, da'suoi compagni e dalle donne, che gi s'erano da seder levate, fu molte volte richiamato, e alla fine, perci che ora parea loro di quindi partirsi, sollevato e dolcemente racconfortato. A cui le donne, acci che egli da quel pensiero si riavesse, il drappo addimandarono, vaghe mostrandosi di vederlo, e quello avuto, e d'una in altra mano recato, verso la porta del giardin caminando, tutte pi volte il mirarono volentieri. Perci che egli era di sottilissimi fili tessuto e d'ogn'intorno d'oro e di seta fregiato, e per drento alcuno animaluzzo, secondo il costume greco, vagamente dipinto v'avea, e molto studio in s di maestra mano e d'occhio discernevole dimostrava. Indi usciti del bel giardino i giovani e nel palagio le donne accompagnate, essi, perci che Perottino non volle quel d nelle feste rimanere, del castello scesero e, d'uno ragionamento in altro passando, acci che egli le sue pungenti cure dimenticasse, quasi tutto il rimanente di quel giorno per ombre e per rive e per piagge dilettevoli s'andarono diportando.



SECONDO  LIBRO

[2.I.] A me pare, quando io vi penso, nuovo, onde ci sia che, avendo la natura noi uomini di spirito e di membra formati, queste mortali e deboli, quello durevole e sempiterno, di piacere al corpo ci fatichiamo quanto per noi si pu generalmente ciascuno, all'animo non cos molti risguardano e, per dir meglio, pochissimi hanno cura o pensiero. Perci che niuno  cos vile, che la sua persona d'alcun vestimento non ricuopra, e molti sono coloro che, nelle lucide porpore e nelle dilicate sete e nell'oro stesso cotanto pregiato fasciandola e delle pi rare gemme illustrandola, cos la portano, per pi di grazia e pi d'ornamento le dare; dove si veggono senza fine tutto il giorno di quegli uomini, i quali la lor mente non solo delle vere e sode virt non hanno vestita, ma pure d'alcun velo o filo di buon costume ricoperta n adombrata si tengono. Oltre a ci s aviene egli ancora che, per vaghezza di questo peso e fascio terreno, il quale pochi anni disciogliono e fanno in polve tornare, dove a sostenimento di lui le cose agevoli e in ogni luogo proposteci dalla natura ci bastavano, noi pure i campi, le selve, i fiumi, il mare medesimo sollecitando, con molto studio i cibi pi preziosi cerchiamo, e per acconcio e agio di lui, potendo ad esso una capannuccia dalle nevi e dal sole difendendolo sodisfare, i pi lontani marmi da diverse parti del mondo raunando, in pi contrade palagi ampissimi gli fondiamo; e la celeste parte di noi molte volte, di che ella si pasca o dove abiti non curiamo, ponendole pure innanzi pi tosto le foglie amare del vizio che i frutti dolcissimi della virt, nello oscuro e basso uso di quello pi spesso rinchiusa tenendola, che nelle chiare e alte operazioni di questa invitandola a soggiornare. Senza che, qualora aviene che noi alcuna parte del corpo indebolita e inferma sentiamo, con mille argomenti la smarrita sanit in lui procuriamo di rivocare; a gli animi nostri non sani poco curiamo di dare ricovero e medicina alcuna. Sarebbe egli ci forse per questo che, perci che il corpo pi appare che l'animo non fa, pi altres crediamo che egli abbia di questi provedimenti mestiero? Il che tuttavia  poco sanamente considerato. Perci che non che il corpo nel vero pi che l'animo de gli uomini non appaia, ma egli  di gran lunga in questo da.llui evidentemente superato. Con ci sia cosa che l'animo tante faccie ha, quante le sue operazioni sono, dove del corpo altro che una forma non si mostra giamai. E questa in molti anni molti uomini appena non vedono, dove quelle possono in brieve tempo essere da tutto 'l mondo conosciute. E questo stesso corpo altro che pochi giorni non dura, l dove l'animo sempiterno sempiternamente rimane, e pu seco lunghi secoli ritener quello di che noi, mentre egli nel corpo dimora, l'avezziamo. Alle quali cose e ad infinite altre, che a queste aggiugner si potrebbono, se gli uomini avessero quella considerazione che loro s'apparterrebbe d'avere, vie pi bello sarebbe oggi il viver nel mondo e pi dolce che egli non , e noi, con bastevole cura del corpo avere, molto pi l'animo e le menti nostre ornando e meglio pascendole e pi onorata dimora dando loro, saremmo di loro pi degni che noi non siamo, e molta cura porremmo nel conservarle sane e, se pure alcuna volta infermassero, con maggiore studio ci faticheremmo di riparare a'lor morbi che noi non facciamo. Tra'quali quanto sembri grave quello che Amore addosso ci reca, assai si pu dalle parole di Perottino nel precedente libro aver conosciuto. Quantunque Gismondo, forte da lui discordando, molto da questa openione lontano sia. Perci che venute il d seguente le belle donne, s come ordinato aveano, appresso 'l mangiare co'loro giovani nel giardino, e nel vago praticello accoste la chiara fonte e sotto gli ombrosi allori sedutesi, dopo alquanti festevoli motti sopra i sermoni di Perottino da'due compagni e dalle donne sollazzevolmente gittati, aspettando gi ciascuno che Gismondo parlasse, egli cos incominci a dire:


[2.II.] - Assai vezzosamente fece hieri, sagge e belle donne, Perottino; il quale nella fine della sua lunga querimonia ci lasci piangendo, acci che quello, che aver non gli parea con le parole potuto guadagnare, le lagrime gli acquistassero, ci  la vostra fede alle cose che egli intendea di mostrarvi. Le quai lagrime tuttavia, quello che in voi operassero, io non cerco: me veramente mossero elle a tanta piet de'suoi mali, che io, come poteste vedere, non ritenni le mie. E questa piet in me non pure hieri solamente ebbe luogo; anzi ogni volta che io alle sue molte sciagure considero, duolmene pi che mezzanamente, e sonomi sempre gravi le sue fatiche, s come di carissimo amico che egli m', forse non guari meno che elle si sieno a lui. Ma queste medesime lagrime, che in me esser possono meritevolmente lodate, come quelle che vengono da tenero e fratellevole animo, veda bene Perottino che in lui non sieno per aventura vergognose. Perci che ad uomo nelle lettere infin da fanciullo assai profittevolmente essercitato, s come egli , pi si conviene calpestando valorosamente la nimica fortuna ridersi e beffarsi de'suoi giuochi, che, lasciandosi sottoporre a.llei, per vilt piagnere e ramaricarsi a guisa di fanciullo ben battuto. E se pure egli ancora non ha da gli antichi maestri tanto di sano avedimento appreso, o seco d'animo dalle culle recato, che egli incontro a'colpi d'una femina si possa o si sappia schermire, ch femina pare che sia la fortuna se noi alla sua voce medesima crediamo, assai avrebbe fatto men male e cosa ad uom libero pi convenevole Perottino, se, confessando la sua debolezza, egli di se stesso doluto si fosse, che non  stato, dolendosi d'uno strano, avere in altrui la propria colpa recata. Ma che? Egli pure cos ha voluto e, per meglio colorire la sua menzogna e il suo difetto, lamentandosi d'Amore, accusandolo, dannandolo, rimproverandolo, ogni fallo, ogni colpa volgendo in lui, s' sforzato di farlovi in poco d'ora di liberalissimo donatore di riposo, di dolcissimo apportator di gioia, di santissimo conservatore delle genti, che egli sempre  stato, rapacissimo rubator di quiete, acerbissimo recator d'affanno, sceleratissimo micidiale de gli uomini divenire; e come se egli la sentina del mondo fosse, in lui ha ogni bruttura della nostra vita versata, con s alte voci e cos diverse sgridandolo, che a me giova di credere oggimai che egli, pi aveduto di quello che noi stimiamo, non tanto per nasconderci le sue colpe, quanto per dimostrarci la sua eloquenza, abbia tra noi di questa materia in cos fatta guisa parlato. Perci che dura cosa pare a me che sia il pensare che egli ad alcun di noi, che pure il pesco dalla mela conosciamo, abbia voluto fare a credere che Amore, senza il quale niun bene pu ne gli uomini aver luogo, sia a noi d'ogni nostro male cagione. E certamente, riguardevoli donne, egli ha in uno canale derivate cotante bugie, e quelle cos bene col corso d'apparente verit inviate dove gli bisognava, che senza dubbio assai acqua m'arebbe egli addosso fatta venire, s come le sue prime minaccie sonarono, se io ora dinanzi a cos intendenti ascoltatrici non parlassi, come voi sete, le quali ad ogni raviluppatissima quistione sciogliere, non che alle sciolte giudicare, come questa di qui a poco sar, sete bastanti. La qual cosa, acci che senza pi oltra tenervi incominci ad aver luogo, io a gli effetti me ne verr, solo che voi alcuna attenzion mi prestiate. N vi sia grave, o donne, il prestarlami, ch pi a me si conviene ella oggi che a Perottino hieri non fece. Perci che oltre che lo snodare gli altrui groppi pi malagevole cosa  che l'annodargli non  stato, io, la verit dinanzi a gli occhi ponendovi, conoscere vi far quello che  sommamente dicevole alla vostra giovane etade e senza il che tutto il nostro vivere morte pi tosto chiamar si pu che vita; dove egli, la menzogna in bocca recando, vi dimostr cosa, la quale posto che fosse vera, non che a gli anni vostri non convenevole, ma ella sarebbe vie pi a'morti che ad alcuna qualit di vivi conforme. -


[2.III.] Avea cos detto Gismondo e tacevasi, quando Lisa verso madonna Berenice baldanzosamente riguardando:
- Madonna, - disse - egli si vuole che noi Gismondo attentamente ascoltiamo, poscia che di tanto giovamento ci hanno a dovere essere i suoi sermoni; la qual cosa se egli cos pienamente ci atterr, come pare che animosamente ci prometta, certa sono che Perottino abbia oggi non men fiero difenditore ad avere, che egli hieri gagliardo assalitore si fosse. - Rispose madonna Berenice a queste parole di Lisa non so che, e rispostole, tutta lieta e aspettante d'udire si taceva; l onde Gismondo cos prese a dire: - Una cosa sola, leggiadre donne, e molto semplice oggi ho io a dimostrarvi, e non solamente da me e dalla maggior parte delle nostre fanciulle, che a questi ragionamenti argomento hanno dato, ma da quanti ci vivono, che io mi creda, almeno in qualche parte, solo che da Perottino, conosciuta, se egli pure cos conosce come ci ragiona; e questa  la bont d'Amore, nella quale tanto di rio pose hieri Perottino, quanto allora voi vedeste e, s come ora vederete, a gran torto. Ma perci che a me conviene, per la folta selva delle sue menzogne passando, all'aperto campo delle mie verit far via, prima che ad altra parte io venga, a'suoi ragionamenti rispondendo, in essi porrem mano. E lasciando da parte stare il nascimento che egli ad Amore di, di cui io ragionar non intendo, questi due fondamenti gitt hieri Perottino nel principio delle sue molte voci e, sopra essi edificando le sue ragioni, tutta la sua querela assai acconciamente compose: ci sono che amare senza amaro non si possa, e che da altro non venga niuno amaro e non proceda che da solo Amore. E perci che egli di questo secondo primieramente argoment, a voi, madonna Berenice, ravolgendosi, la quale assai tosto v'accorgeste quanto egli, gi nell'entrar de'suoi ragionamenti andava tentone, s come quegli che nel buio era, di quinci a me piace d'incominciare, con poche parole rispondendogli, perci che di molte a cos scoperta menzogna non fa mestiero. Dico adunque cos, che folle cosa  a dire che ogni amaro da altro non proceda che d'Amore. Perci che se questo vero fosse, per certo ogni dolcezza da altro che da odio non verrebbe e non procederebbe giamai, con ci sia cosa che tanto contrario  l'odio all'amore, quanto  dall'amaro la dolcezza lontana. Ma perci che da odio dolcezza niuna procedere non pu, ch ogni odio, in quanto  odio, attrista sempre ogni cuore e addolora, pare altres che di necessit si conchiuda che da amore amaro alcuno procedere non possa in niun modo giamai. Vedi tu, Perottino, s come io gi truovo armi con le quali ti vinco? Ma vadasi pi avanti, e a pi strette lotte con le tue ragioni passiamo. Perci che dove tu, alle tre maniere de'mali appigliandoti, argomenti che ogni doglia da qualche amore, s come ogni fiume da qualche fonte, si diriva, vanamente argomentando, ad assai fievole e falsa parte t'appigli con fievoli e false ragioni sostentata. Perci che se vuoi dire che, se noi prima non amassimo alcuna cosa, niun dolore ci toccherebbe giamai,  adunque amore d'ogni nostra doglia fonte e fondamento, e che per ci ne segua che ogni dolore altro che d'amore non sia; deh perch non ci di'tu ancora cos, che, se gli uomini non nascessero, essi non morrebbono giamai,  adunque il nascere d'ogni nostra morte fondamento, e perci si possa dire che la cagion della morte di Cesare o di Nerone altro che il loro nascimento stata non sia? Quasi che le navi che affondano nel mare, de'venti che loro dal porto aspirarono secondi e favorevoli, non di quelli che l'hanno vinte nimici e contrari, si debbano con le balene ramaricare, perci che, se del porto non uscivano, elle dal mare non sarebbono state ingozzate. E posto che il cadere in basso stato a coloro solamente sia noioso i quali dell'alto son vaghi, non perci l'amore che alle ricchezze o a gli onori portiamo, s come tu dicesti, ma la fortuna, che di loro ci spoglia, ci fa dolere. Perci che se l'amarle parte alcuna di doglia ci recasse nell'animo, con l'amor di loro, possedendole noi o non possedendole, verrebbe il dolore in noi. Ma non si vede che noi ci dogliamo, se non perdendole; anzi manifesta cosa  egli assai che in noi nulla altro il loro amore adopera, se non che quelle cose, che la fortuna ci d, esso dolci e soavi ce le fa essere: il che se non fosse, il perderle, che se ne facesse, e il mancar di loro, non ci potrebbe dolere. Se adunque nell'amar questi beni di fortuna doglia alcuna non si sente, se non in quanto essa fortuna, nel cui governo sono, gli permuta, con ci sia cosa che Amore pi a grado solamente ce gli faccia essere, e la fortuna, come ad essa piace, e ce gli rubi e ce gli dia, perch giova egli a te di dire che del dolore, il quale le loro mutazioni recano a gli uomini, Amore ne sia pi tosto che la fortuna cagione? Certo se mangiando tu a queste nozze, s come tutti facciamo, il tuo servente contro tua voglia ti levasse dinanzi il tuo piatello pieno di buone e di soavi cose, il quale egli medesimo t'avesse recato, e tu del cuoco ti ramaricassi, e dicessi che egli ne fosse stato cagione, che il condimento dilicato sopra quella cotal vivanda fece, per che ella ti fu recata e tu a mangiarne ti mettesti, pazzo senza fallo saresti tenuto da ciascuno. Ora se la fortuna nostro mal grado si ritoglie que'beni che ella prima ci ha donati, de'quali ella  sola recatrice e rapitrice, tu Amore n'encolperai, che il conditor di loro , e non ti parr d'impazzare? Certo non vorrei dir cos, ma io pure dubito, Perottino, che oggimai non t'abbiano in cotali giudicii gran parte del debito conoscimento tolto le ingorde maninconie. Questo medesimamente, senza che io mi distenda nel parlare, delle ricchezze dell'animo e di quelle del corpo ti si pu rispondere, quali unque sieno di loro i ministratori. E se le tue fiere alcun de'loro poppanti figliuoli perdendo si dogliono, il caso tristo che le punge, non l'amore che la natura insegna loro, le fa dolere. D'intorno alle quali tutte cose, oggimai che ne posso io altro dire, che di soverchio non sia, se non che mentre tu con queste nuvole ti vai ombreggiando la tua bugia, niuna soda forma ci hai ritratta del vero? Se per aventura pi forte argomento non volessimo gi dire che fosse dell'amaritudine d'Amore quello dove tu di'che Amore da questa voce Amaro assai acconciamente fu cos da prima detto, affine che egli bene nella sua medesima fronte dimostrasse ci che egli era. Il che io gi non sapea, e credea che non le somiglianze de'sermoni, ma le sustanze delle operagioni fossero da dovere essere ponderate e riguardate. Che se pure le somiglianze sono delle sustanze argomento, di voi, donne, sicuramente m'incresce, le quali non dubito che Perottino non dica che di danno siate alla vita de gli uomini, con ci sia cosa che cos sono inverso di s queste due voci, Donne e D conformi, come sono quest'altre due, Amore e Amaro, somiglianti. -


[2.IV.] Aveano a piacevole sorriso mosse le ascoltanti donne queste ultime parole di Gismondo, e madonna Berenice tuttavia sorridendo, all'altre due rivoltasi cos disse: - Male abbiam procacciato, compagne mie care, poi che sopra di noi cadono le costoro quistioni.
A cui Sabinetta, della quale la giovanetta et e la vaga bellezza facevano le parole pi saporose e pi care, tutta lieta e piacevole rispose: - Madonna, non vi date noia di ci: elle non ci toccano pure. Perci che dimmi tu, Gismondo, qua'donne volete voi che sien di danno alla vostra vita: le giovani o le vecchie? Certo delle giovani secondo il tuo argomentare non potrai dire, se non che elle vi giovino; con ci sia cosa che Giovani e Giovano quella medesima somiglianza hanno in verso di s che tu delle Donne e del Danno dicesti. Il che se tu mi doni, a noi basta egli cotesto assai: le vecchie poi sien tue.
- Sieno pure di Perottino, - rispose tutto ridente Gismondo - la cui tiepidezza e le piagnevoli querele, poi che le somiglianze hanno a valere, assai sono alla fredda e ramarichevole vecchiezza conformi. A me rimangano le giovani, co'cuori delle quali, lieti e festevoli e di calde speranze pieni, s'avenne sempre il mio, e ora s'aviene pi che giamai, e certo sono che elle mi giovino, s come tu di'. - A queste cos fatte parole molte altre dalle donne e da'giovani dette ne furono, l'uno all'altro scherzevolmente ritornando le vaghe rimesse de'vezzosi parlari. E di giuoco in giuoco per aventura garreggiando pi oltre andata sarebbe la vaga compagnia, nella quale solo Perottino si tacea, se non che Gismondo in questa maniera parlando alla loro piacevolezza pose modo:


[2.V.] - Assai ci hanno, mottegiose giovani, dal diritto camino de'nostri ragionamenti traviati le somiglianze di Perottino, le quali, perci che a noi di pi giovamento non sono che elle state sieno utili a lui, oggimai a dietro lasciando, pi avanti ancora de'suoi ramarichi passiamo. E perch avete assai chiaro veduto quanto falsa l'una delle sue proposte sia, dove egli dice che ogni amaro altro che d'Amore non viene, veggasi ora quanto quell'altra sia vera, dove egli afferma che amare senza amaro non si puote. Nella quale una egli ha cotante guise d'amari portate e raunate, che assai utile lavorator di campi egli per certo sarebbe, se cos bene il loglio, la felce, i vepri, le lappole, la carda, i pruneggiuoli e le altre erbe inutili e nocive della sua possessione sciegliesse e in un luogo gittasse, come egli ha i sospiri, le lagrime, i tormenti, le angoscie, le pene, i dolor tutti e tutti i mali della nostra vita sciegliendo, quegli solamente sopra le spalle de gl'innocenti amanti gittati e ammassati. Alla qual cosa fare, acci che egli d'alcuno apparente principio incominciasse, egli prese argomento da gli scrittori, e disse che quanti d'Amor parlano, quello ora fuoco e ora furor nominando e gli amanti sempre miseri e sempre infelici chiamando, in ogni lor libro, in ogni lor foglio si dolgono, si lamentano di lui, n pure di sospiri o di lagrime, ma di ferite e di morti de gli amanti tutti i loro volumi son macchiati. Il che  da.llui con assai pi sonanti parole detto che con alcuna ragionevole pruova confermato, s come quello che non sente del vero. Perci che chi non legge medesimamente in ogni scrittura gli amorosi piaceri? Chi non truova in ogni libro alcuno amante che, non dico le sue venture, ma pure le sue beatitudini non racconti? Delle quali se io vi volessi ora recitare quanto potrei senza molto studio ramentarmi, certo pure in questa parte sola tutto questo giorno logorerei, e temerei che prima la voce che la materia mi venisse mancata. Ma perci che egli con le sue canzoni i gravi ramarichi de gli amanti e la ferezza d'Amore vi volle dimostrare, e fece bene, perci che egli non arebbe di leggiero potuto altrove cos nuovi argomenti ritrovare, come che a'proprii testimoni non si creda, pure, se a voi, donne, non ispiacer, io altres con alcuna delle mie quanto d'Amore si lodino gli uomini e quanto abbiano da lodarsi di lui non mi ritrarr di farvi chiaro. -


[2.VI.] Volea a Gismondo ciascuna delle donne rispondere e dire che egli dicesse, ma Lisa, che pi vicina gli era, con pi tostana risposta fece l'altre tacere cos dicendo: - Deh s, Gismondo, per Dio; e non che egli ci piaccia, ma noi te ne preghiamo: anzi avea io per me gi pensato di sollecitartene, se tu non ti proferevi.
- Me non bisogna egli che voi preghiate o sollecitiate, - rispose incontanente Gismondo - perci che delle mie rime, quali che elle si sieno, solo che a voi giovi d'ascoltarle, a me di sporlevi egli sommamente giover. E oltre acci, se voi vi degnaste per aventura di lodarlemi, dove a Perottino parve che fosse grave, io a molta gloria mi recherei e rimarre'vene sopra il pregio ubrigato.
- Cotesto farem noi volentieri, - rispose madonna Berenice - s veramente che farai ancora tu che noi cos te possiamo lodare come potevam lui.
- Dura condizione m'avete imposta, Madonna, - disse alora Gismondo - e io senza condizione vi parlava, troppo pi vagho richieditore delle vostre lode che buono stimatore delle mie forze divenuto. Ma certo, avengane che pu, io ne pure far pruova.
E questo detto, piacevolmente incominci:

N le dolci aure estive,
N 'l vago mormorar d'onda marina,
N tra fiorite rive
Donna passar leggiadra e pellegrina,
Fr giamai medicina,
Che sanasse pensero infermo e grave,
Ch'io non gli haggia per nulla
Di quel piacer, che dentro mi trastulla
L'anima, di cui tene Amor la chiave:
S  dolce e soave.

Pendeano dalla bocca di Gismondo le ascoltanti donne, credendo che pi oltre avesse ad andare la sua canzona, e egli tacendosi diede lor segno d'averla fornita. L onde in questa maniera madonna Berenice a lui rincominci: - Lieta e vaghetta canzona dicesti, Gismondo, senza fallo alcuno; ma vuoi tu essere per cos poca cosa lodato?
- Madonna mia, no - rispose egli. - Ben vorrei che mi dicesse Perottino dove sono in questa quelli suoi cotanti dolori, che egli disse che in ogni canzone si leggeano. Ma prima che egli mi risponda, oda quest'altra ancora:

Non si vedr giamai stanca n sazia
Questa mia penna, Amore,
Di renderti, signore,
Del tuo cotanto onore alcuna grazia.
A cui pensando, volentier si spazia
Per la memoria il core,
E vede 'l tuo valore,
Ond'ei prende vigore e te ringrazia.
Amor, da te conosco quel ch'io sono:
Tu primo mi levasti
Da terra e 'n cielo alzasti,
E al mio dir donasti un dolce suono;
E tu colei, di ch'io sempre ragiono,
A gli occhi miei mostrasti,
E dentro al cor mandasti
Pensier leggiadri e casti, altero dono.
Tu sei, la tua merc, cagion ch'io viva
In dolce foco ardendo,
Dal qual ogni ben prendo,
Di speme il cor pascendo onesta e viva;
E se giamai verr ch'i'giunga a riva,
L 've 'l mio volo stendo,
Quanto piacer n'attendo,
Pi tosto no 'l comprendo, ch'io lo scriva.
Vita gioiosa e cara
Chi da te non l'impara,
Amor, non ave.


[2.VII.] Assai era alle intendenti donne piaciuta questa canzone e sopra essa, lodandola, diverse cose parlavano. Ma Gismondo, a cui parea che l'ora fuggisse, s come quegli che avea assai lungamente a parlare, interrompendole, in questa maniera i suoi ragionamenti riprese: - Amorose giovani, che le mie rime vi piacciano, se cos  come voi dite, a me piace egli sopra modo. Ma voi allora le vostre lode mi darete, quando io ad Amore ar date le sue. Perci che onesta cosa non  che voi prima me di cos bella merce paghiate, che io il mio s poco lavorio vi fornisca. Ora venendo a Perottino, quanto egli falsamente argomenti, che ne'versi che d'Amor parlano niente altro si legga che dolore, voi vedete. N pure queste tra le mie rime, che uno sono tra gli amanti, solamente si leggono lodanti e ringrazianti il loro signore, ma molte altre ancora, delle quali io, perci che ad altre parti ho a venire, n bisogna che lungo tempo in questa sola mi dimori ragionando, secondo che elle mi verranno in bocca, alcuna ne racconter, per le quali voi meglio il folle errore di Perottino comprenderete. E certo se egli avesse detto che pi sono stati di quegli amanti che d'Amor si sono ne'loro scritti doluti, che quelli non sono stati che lodati di lui si sono, e pi ragionevole sarebbe stato il suo parlare, e io per poco gliele arei conceduto; n perci sarebbe questo buono argomento stato a farci credere che amare senza amaro non si possa, perch non cos molti d'Amor si lodassero, quanti veggiamo che si lamentano di lui. Perci che, lasciamo stare che da natura pi labili siamo ciascuno a ramaricarci delle sciagure che a lodarci delle venture, ma diciamo cos, che quelli che felicemente amano, tanta dolcezza sentono de'loro amori, che di quella sola l'animo loro e ogni lor senso compiutamente pascendo e di ci interissima sodisfazione prendendo, non hanno di prosa, n di verso, n di carte vane e sciocche mestiero. Ma gl'infelici amanti, perci che non hanno altro cibo di che si pascere n altra via da sfogar le loro fiamme, corrono a gl'inchiostri e quivi fanno quelli cotanti romori che si leggono, simili a questi di Perottino, che egli cos caldamente ci ha raccontati. Onde non altramente aviene nella vita de gli amanti che si vegga nel corso de'fiumi adivenire, i quali dove sono pi impediti e da pi folta siepe o da sassi maggiori attraversati, pi altres rompendo e pi sonanti scendono e pi schiumosi; dove non hanno che gl'incontri e da niuna parte il loro camino a s vietato sentono, riposatamente le loro humide bellezze menando seco, pura e cheta se ne vanno la lor via. Cos gli amanti, quanto pi nel corso de'loro disii hanno gl'intoppi e gl'impedimenti maggiori, tanto pi in essi rotando col pensiero e lunga schiuma de'loro sdegni traendo dietro, fanno altres il suono de'lor lamenti maggiore; felici e fortunati e in ogni lato godenti de'loro amori, n da alcuna opposta difficult nell'andare ad essi ritenuti, spaziosa e tranquilla vita correndo, non usano di farsi sentire. La qual cosa se cos , che  per certo, n potr fare in maniera Perottino del vero co'suoi nequitosi argomenti che egli pure vero non sia, potrassi dire che le molte ramaricazioni degli amanti infelici sien quelle che facciano che esser non ne possano ancora de'felici? E chi dubita che egli non si possa? Che perch in alcuno famoso tempio dipinte si veggano molte navi, quale con l'albero fiacco e rotto e con le vele raviluppate, quale tra molti scogli sospinta o gi sopravinta dall'onde arare per perduta, e quale in alcuna piaggia sdruscita, testimonianza donar ciascuna de'loro tristi e fortunosi casi, non si pu per questo dire che altrettante state non sien quelle che possono lieto e felice viaggio avere avuto, quantunque elle, s come di ci non bisognevoli, alcuna memoria delle loro prospere e seconde navigazioni lasciata non abbiano.


[2.VIII.] Ora si pu accorgere Perottino come, senza volere io ripigliare alcuno antico o moderno scrittore, i suoi frigoli argomenti ripigliati e rifiutati per se stessi rimangono. Ma per non tenervi io in essi pi lungamente che huopo ci sia, oggimai ne gli amorosi miracoli e nelle loro discordanze passiamo, dove son quelli che vivono nel fuoco come salamandre, e quegli altri che ritornano in vita morendo e muoiono similmente della lor vita. Alle quali maraviglie sallo Idio che io non so che mi rispondere, che io di Perottino non mi maravigli, il quale, o folle credenza di farloci a credere che lo rassicurasse, o sfrenato disio di ramaricarsi che lo trasportasse, non solamente non s' ritenuto di cos vane favole raccontarci per vere, ma egli ancora con le sue canzoni medesime, quasi come se elle fossero le foglie della Sibilla Cumea o le voci delle indovinatrici cortine di Phebo, ce l'ha volute racconfermare. La qual cosa tuttavia questo ebbe di bene in s, che a noi le sue canzoni, per quello che io di voi m'accorsi e in me conosco, non poco di piacere e di diletto porsero, ramorbidando gl'inacerbiti nostri spiriti dall'asprezza de'suoi ruvidi e fieri sermoni. Le quali se tanto di verit avessero in s considerandole, quanto udendole esse hanno avuto di novit e di vaghezza, io incontro di Perottino non parlerei. Ora che vi debbo io dire? Non sa egli per se stesso ciascun di noi, senza che io parli, che queste sono spezialissime licenze, non meno de gli amanti che de'poeti, fingere le cose molte volte troppo da ogni forma di verit lontane? dare occasioni alla lingua o pure alla penna ben nuove, bene per adietro da niuno intese, bene tra se stesse discordanti e alla natura medesima importabili ad essere sofferute giamai? Deh, Perottino, Perottino, come se'tu folle, se tu credi che noi ti crediamo che a gli amanti sia conceduto il poter quello che la natura non pu, quasi come se essi non fossero nati uomini, come gli altri soggiacenti alle sue leggi. Dico adunque che i tuoi miracoli altro gi che menzogne non sono. Perci che niente hanno essi pi di vero in s, di quello che de'seminati denti dall'errante Cadmo o delle feraci formiche del vecchio Eaco o dell'animoso arringo di Phetonte si ragioni o di mille altre favole ancora di queste pi nuove. N pure incominci tu questa usanza ora, ma tutti gli amanti, che hanno scritto o scrivono, cos fecero e fanno ciascuno, o lieti o infortunati che essi stati sieno o essere si truovino de'loro amori; se pure i lieti a scrivere delle loro gioie o pure a parlarne si dispongono giamai, il che suole alcuna volta di quelli avenire, che tra gli otii soavi delle Muse cresciuti, poi nelle dolci palestre di Venere essercitandosi, non possono sovente non ricordarsi delle loro donne primiere. I quali le pi volte di quelli medesimi affetti favoleggiano che fanno i dolorosi, non perci che essi alcuno di que'miracoli pruovino in s che i miseri e tristi dicono sovente di provare, ma fannolo per porgere diversi suggetti a gl'inchiostri, acci che con questi colori i loro fingimenti variando, l'amorosa pintura riesca a gli occhi de'riguardanti pi vaga. Perci che del fuoco, col quale si fatica Perottino di rinforzare la maraviglia de gli amorosi avenimenti, quali carte di qualunque lieto amante che scriva non sono piene? n pur di fuoco solamente, ma di ghiaccio insieme e di quelle cotante disagguaglianze, le quali pi di leggiero nelle carte s'accozzano che nel cuore? Chi non sa dire che le sue lagrime sono pioggia, e venti i suoi sospiri, e mille cotai scherzi e giuochi d'amante non men festoso che doglioso? chi non sa fare incontanente quella che egli ama saettatrice, fingendo che gli occhi suoi feriscano di pungentissime saette? La qual cosa per aventura pi acconciamente finsero gli antichi uomini, che delle cacciatrici Ninfe favoleggiarono assai spesso e delle loro boscareccie prede, pigliando per le vaghe Ninfe le vaghe donne che con le punte de'loro penetrevoli sguardi prendono gli animi di qualunque uomo pi fiero. Chi non suole ora s ora la sua donna a mille altre pi nuove sembianze ancora, che queste non sono, rassomigliare? Aperto e comune e ampissimo  il campo, o donne, per lo quale vanno spaziando gli scrittori, e quelli massimamente sopra tutti gli altri che, amando e d'Amore trattando, si dispongono di coglier frutto de'loro ingegni e di trarne loda per questa via. Perci che oltra che egli si fingono le impossibili cose, non solamente a ciascun di loro sta, qualunque volta esso vuole, il pigliar materia del suo scrivere o lieta o dolorosa, s come pi gli va per l'animo o meglio li mette o pi agevolmente si fa, e sopra essa le sue menzogne distendere e i suoi pensamenti pi strani, ma essi ancora uno medesimo suggetto si recheranno a diversi fini, e uno il si dipigner lieto, e l'altro se lo adombrer doloroso, s come una stessa maniera di cibo, per dolce o amara che di sua natura ella si sia, condire in modo si pu, che ella ora questo e ora quell'altro sapore aver, secondo la qualit delle cose che le si pongon sopra.


[2.IX.] Perci che quantunque molti amanti, fingendo la lontananza del loro cuore, a lagrime e a lamenti e a dolorosi martiri la si tirino, s come potete avere udito molte fiate, non  per questo che io altres in una delle mie fingendola, a maraviglioso giuoco e a dilettevole sollazzo non me l'abbia recata. E acci che io a voto non ragioni, udite ancora de'miei miracoli alcuno:

Preso al primo apparir del vostro raggio,
Il cor, che 'n fin quel d nulla mi tolse,
Da me partendo, a seguir voi si volse;
E come quei che trova in suo viaggio
Disusato piacer, non si ritenne
Che fu ne gli occhi, onde la luce uscia,
Gridando: A queste parti Amor m'invia.

Vedete voi s come fingono gli amanti che i loro cuori con piacere e con gioia di loro pure partir da loro si possono? Ma questo non  ad essi cosa molto ancora maravigliosa. Di pi maraviglia  quello che segue:

Indi tanta baldanza appo voi prese
L'ardito fuggitivo a poco a poco,
Ch'ancor per suo destin lasci quel loco
Dentro passando, e pi oltra si stese,
Che 'n quello stato a lui non si convenne;
Fin che poi giunto ov'era il vostro core,
Seco s'assise e pi non parve fore.

Gi potete vedere non solamente che i nostri cuori da noi si partono, ma che essi sanno eziandio far viaggio. Udite tuttavia il rimanente:

Ma quei, come 'l movesse un bel desire
Di non star con altrui del regno a parte,
O fosse 'l ciel che lo scorgesse in parte
Ov'altro signor mai non devea gire,
L, onde mosse il mio, lieto sen'venne:
Cos cangiaro albergo, e da quell'ora
Meco 'l cor vostro e 'l mio con voi dimora.

Non sono questi miracoli sopra tutti gli altri? due cuori amanti, da i loro petti partiti, dimorarsi ciascuno nell'altrui, e ci loro, non pure senza noia, ma ancora da celeste dono avenire? Ma che dico io questi? Egli vi se ne potrebbono, da chiunque ci far volesse, tanti recare innanzi giochevoli e festevoli tutti, che non se ne verrebbe a capo agevolmente. E perci questo poco aver detto volendo che mi basti, oggimai i tuoi fieri e gravi miracoli, Perottino, quanto facciano per te tu ti puoi avedere. I quali per tuttavia se sono veri, perci che tu e i simili a te, tristi e miseri amanti, ne parliate o scriviate, veri debbono essere similmente questi altri vaghi e cari, poi che di loro io e i simili a me, lieti e felici amanti, parlandone o scrivendone ci trastulliamo: per che niuna forza i tuoi ad Amor fanno che egli dolce non possa essere, pi di quello che facciano i miei che egli non possa essere amaro. Se sono favole, elle a te si ritornino per favole, quali si partirono, e seco ne portino la tua cos ben dipinta imagine, anzi pure la imaginata dipintura del tuo Idio; della quale se tu scherzando ragionato non ci avessi quello tanto che detto ne hai, io da vero alcuna cosa ne parlerei, e arei che parlarne. Ma poi che del tuo fallo tu medesimo ti riprendesti, dicendoci, per amenda di lui, che nel vero non solamente Amore non  Idio, ma che egli pure non  altro che quello che noi stessi vogliamo, se io ora nuova tenzona ne recassi sopra, non sarebbe ci altro che un ritessere a guisa dell'antica Penelope la poco innanzi tessuta tela. -


[2.X.] Tacquesi, dette queste parole, Gismondo, e raccogliendo prestamente nella memoria quello che dire appresso questo dovea, prima che egli riparlasse, egli incominci a sorridere seco stesso; il che vedendo le donne, che tuttavia attendevano che egli dicesse, divennero ancora d'udirlo pi vaghe. E madonna Berenice, alleggiato di s un giovane alloro, il quale nello stremo della sua selvetta pi vicino alla mormorevole fonte, quasi pi ardito che gli altri, in due tronchi schietti cresciuto, al bel fianco di lei doppia colonna faceva, e sopra se medesima recatasi, disse: - Bene va, Gismondo, poi che tu sorridi, l dove io pi pensava che ti convenisse di star sospeso. Perci che, se io non m'inganno, s sei tu ora a quella parte de'sermoni di Perottino pervenuto, dove egli, argomentando dell'animo, ci conchiuse che amare altrui senza passione continua non si puote. Il qual nodo, come che egli si stia, io per me volentier vorrei, e perdonimi Perottino, che tu sciogliere cos potessi di leggiero, come fu all'antica Penelope agevole lo stessere la poco innanzi tessuta tela. Ma io temo che tu il possa; cos mi parvero a forte subbio quegli argomenti avolti e accomandati.
- Altramente vi parranno gi test, Madonna - rispose Gismondo. - N perci di quello che essi infino a qui paruti vi sono me ne maraviglio io molto. Anzi ora, dovendo io di questi medesimi favellarvi, s come voi dirittamente giudicavate, a quel riso che voi vedeste mi sospinse il pensare come sia venuto fatto a Perottino il poter cos bene la fronte di s parevole menzogna dipignere ragionando, che ella abbia troppo pi, che di quello che ella , di verit sembianza. Perci che se noi alle sue parole risguardiamo, egli ci parr presso che vero quello che egli vuole che vero ci paia che sia, in maniera n'ha egli col suo sillogizzare il bianco in vermiglio ritornato. Perci che assai pare alla verit conforme il dire che, ogni volta che l'uom non gode quello che egli ama, egli sente passione in s; ma non pu l'uom godere compiutamente cosa che non sia tutta in lui: adunque l'amare altrui non pu in noi senza continua passione aver luogo. Il che, se per aventura pure  vero, saggio fu per certo l'ateniese Timone, del qual si legge che, schifando parimente tutti gli uomini, egli con niuno volea avere amist, niuno ne amava. E saggi sarem noi altres se, questo malvagio affannatore de gli animi nostri da noi scaciando, gli amici, le donne, i fratelli, i padri, i proprii figliuoli medesimi, s come i pi stranieri, ugualmente rifiutando, la nostra vita senza amore, quasi pelago senza onda, passeremo; solo che dove noi, a guisa di Narciso, amatori divenir volessimo di noi stessi. Perci che questo tanto credo io che Perottino non ci vieti, poi che in noi noi medesimi siam sempre. La qual cosa se voi farete e ciascuno altro per s far, da questi suoi argomenti ammaestrato, certo sono che egli a brieve andare non solamente Amore aver alla vita de gli uomini tolto via, ma insieme con esso lui ancora gli uomini stessi levatone alla lor vita. Perci che cessando l'amare che ci si fa, cessano le consuetudini tra s de'mortali, le quali cessando, necessaria cosa  che cessino e manchino eglino con esso loro insiememente. E se tu qui Perottino mi dicessi che io di cos fatto cessamento non tema, perci che Amore ne gli uomini per alcun nostro proponimento mancar non pu, con ci sia cosa che ad amar l'amico, il padre, il fratello, la moglie, il figliuolo necessariamente la natura medesima ci dispone, che bisognava dunque che tu d'Amore pi tosto ti ramaricassi che della natura? Lei ne dovevi incolpare, che non ci ha fatta dolce quella cosa che necessaria ha voluto che ci sia; se tu pure cos amara la ti credi come tu la fai. Nella qual tua credenza dove a te piaccia di rimanerti, senza fallo agiatissimamente vi ti puoi spaziare a tuo modo, che compagno che vi.cci venga per occuparlati, di vero, che io mi creda, non averai tu niuno. Perci che chi  di cos poco diritto conoscimento, che creda, lasciamo stare uno che ami te, o amico o congiunto che egli ti sia, ma pure che l'amare un valoroso uomo, una santa donna, amar le paci, le leggi, i costumi lodevoli e le buone usanze d'alcun popolo e esso popolo medesimo, non dico di dolore o d'affanno, ma pure di piacere e di diletto non ci sia? E certo tutte queste cose sono fuor di noi. Le quali, posto che io pure ti concedessi che affanno recassero a'loro amanti, perci che elle non sieno in noi, vorresti tu per ancora che io ti concedessi che l'amare il cielo e le cose belle che ci son sopra e Dio stesso, perch egli non sia tutto in noi, con ci sia cosa che, essendo egli infinito, essere tutto in cosa finita non pu, s come noi siamo, ci fosse doloroso? Certo questo non dirai tu giamai, perci che da cosa beata, s come sono quelle di l su, non pu cosa misera provenire. Non  adunque vero, Perottino, che l'amore che alle cose istrane portiamo, per questo che elle istrane sieno, c'impassioni.


[2.XI.] Ma che diresti tu ancora se io, tutte queste ragioni donandoti amichevolmente, e buono facendoti quello stesso che tu argomenti, che amare altrui non si possa senza dolore, ti dicessi che questo amar le donne, che noi uomini facciamo, e che le donne fanno noi, non  amare altrui, ma  una parte di s amare e, per dir meglio, l'altra met di se stesso? Perci che non hai tu letto che primieramente gli uomini due faccie aveano e quattro mani e quattro piedi e l'altre membra di due de'nostri corpi similmente? I quali poi, partiti per lo mezzo da Giove, a cui voleano trre la signoria, furono fatti cotali, chenti ora sono. Ma perci che eglino volentieri alla loro interezza di prima sarebbono voluti ritornare, come quelli che in due cotanti poteano in quella guisa e di pi per lo doppio si valevano che da poi non si sono valuti, secondo che essi si levavano in pi, cos ciascuno alla sua met s'appigliava. Il che poi tutti gli altri uomini hanno sempre fatto di tempo in tempo, e  quello che noi oggi Amore e amarci chiamiamo. Per che se alcuno ama la sua donna, egli cerca la sua met, e il somigliante fanno le donne, se elle amano i loro signori. Se io cos ti favellassi, che mi risponderesti tu, o Perottino? Per aventura quello stesso che io pure ora d'intorno a'tuoi miracoli ragionando ti rispondea, ci  che questi son giuochi de gli uomini, dipinture e favole e loro semplici ritrovamenti pi tosto e pensamenti che altro. Non sono queste dipinture de gli uomini, n semplici ritrovamenti, Perottino. La natura stessa parla e ragiona questo cotanto che io t'ho detto, non alcuno uomo. Noi non siamo interi n il tutto di noi medesimi  con noi, se soli maschi o sole femine ci siamo. Perci che non  quello il tutto, che senza altrettanto star non pu, ma  il mezzo solamente e nulla pi, s come voi, donne, senza noi uomini e noi senza voi non possiamo. La qual cosa quanto sia vera gi di quinci veder si pu, che il nostro essere o da voi o da noi solamente e separatamente non pu aver luogo. Oltre che eziandio quando bene separatamente ci nascessimo, certo, nati, non potremmo noi vivere separatamente. Perci che se ben si considera, questa vita, che noi viviamo, di fatiche innumerabili  piena, alle quali tutte portare n l'un sesso n.ll'altro assai sarebbe per s bastante, ma sotto esso mancherebbe; non altramente che facciano l oltre l'Alessandria tale volta i cameli, di lontani paesi le nostre mercatanzie portanti per le stanchevoli arene, quando aviene per alcun caso che sopra lo scrigno dell'uno le some di due pongono i loro padroni, che, non potendo essi durare, cadono e rimangono a mezzo camino. Perci che come potrebbono gli uomini arare, edificare, navicare, se ad essi convenisse ancora quegli altri essercitii fare che voi fate? O come potremmo noi dare ad un tempo le leggi a'popoli e le poppe a'figliuoli e tra i loro vagimenti le quistioni delle genti ascoltare? o drento a'termini delle nostre case, nelle piume e ne gli agi riposando, menare a tempo le gravose pregnezze e a cielo scoperto incontro a gli assalitori, per difesa di noi e delle nostre cose, col ferro in mano e di ferro cinti discorrendo guerreggiare? Che se noi uomini non possiamo e i vostri uffici e i nostri abbracciare, molto meno si dee dir di voi, che di minori forze sete generalmente che noi non siamo. Questo vide la natura, o donne, questo ella da principio conoscea e, potendoci pi agevolmente d'una maniera sola formare come gli alberi, quasi una noce partendo ci divise in due, e quivi nell'una met il nostro e nell'altra il vostro sesso fingendone, ci mand nel mondo in quella guisa, abili all'une fatiche e all'altre, a voi quella parte assegnando, che pi  alle vostre deboli spalle confacevole, e a noi quell'altra sopraponendo, che dalle nostre pi forti meglio pu essere che dalle vostre portata; tuttavia con s fatta legge accomandandoleci e la dura necessit in maniera mescolando per amendue loro, che e a voi della nostra e a noi della vostra tornando huopo, l'uno non pu fare senza l'altro; quasi due compagni che vadano a caccia, de'quali l'uno il paniere e l'altro il nappo rechi, che quantunque essi caminando due cose portino, l'una dall'altra separate, non perci poi, quando tempo  da ricoverarsi, fanno essi ancora cos, pure con la sua separatamente ciascuno, anzi sotto ad alcuna ombra riposatisi, amendue si pascono vicendevolmente e di quello del compagno e del suo. Cos gli uomini e le donne, destinati a due diverse bisogne portare, entrano in questa faticosa caccia del vivere, e per loro natura tali, che a ciascun sesso di ciascuna delle bisogne fa mestiero, e s poco poderosi che, oltre alla sua met del carico, nessun solo pu essere bastante; s come le antiche donne di Lenno e le guerreggevoli Amazone con loro grave danno sentirono, che ne fr pruova, le quali mentre vollero e donne essere e uomini ad un tempo, per quanto le loro bale si stenderono, e l'altrui sesso affine recarono e il loro.


[2.XII.] Per che se a stato alcuno venire n in istato mantenersi, n gli uomini n le donne non possono gli uni senza gli altri, n ha in s ciascun sesso pi che la met di quello che bisogno fa loro o al poter vivere o al poter venire alla vita, poi che non  il tutto quello, s come io dissi, che senza altrettanto star non pu, ma  il mezzo solamente, non so io vedere, o donne, come noi pi che mezzi ci siamo e voi altres, e come voi la nostra met, s come noi la vostra, non vi siate, e infine come la femina e il maschio sieno altro che uno intero. E certo non pare egli a voi, cos semplicemente risguardando e estimando, che i vostri mariti l'una parte di voi medesime portino sempre con esso loro? Deh non vi pare egli tuttavia che da'vostri cuori si diparta non so che e finisca ne gli loro, che sempre, dovunque essi vadano, quasi catena gli vi congiunga con inseparabile compagnia? Cos  senza fallo alcuno: essi sono la vostra met e voi la loro, s come io quella della mia donna e essa la mia. La quale se io amo, che amo per certo e sempre amer, ma se io amo lei e se ella me ama, non  tuttavia che alcun di noi ami altrui, ma se stesso; e cos aviene de gli altri amanti, e sempre averr. Ora per non far pi lunga questa tenzona, se gli amanti amando tra loro amano se stessi, essi deono poter fruire quello che essi amano senza dubbio alcuno, se quello  vero che tu argomentavi, che fruire non si possa solamente dell'altrui. E se essi possono fruir quello che essi amano, poi che il non poter fruire  solo quello che c'impassiona, non veggo io che ne segua quella conchiusione che tu ne traevi, che Amore tenga l'animo de gli uomini sollecito e, come ci dicesti, perturbato. Cotale  il nodo, madonna Berenice, che voi poco avanti come io sciogliere potessi dubitavate; cotale  la tela di Perottino a quel forte subbio, che voi diceste, accomandata; la qual nel vero a me pare che pi tosto una di quelle d'Aragne, che a quella di Penelope stata conforme dire si possa che sia. Ma non per tutto ci si pente, o donne, n si ritiene in parte alcuna, raffrenando la trascorrevole follia de'suoi ragionamenti, Perottino; anzi pure per questo medesimo campo dell'animo pi alla scapestrata, quasi morbido giumento fuggendosi, con la lena delle parole vie pi lunghi e pi stolti discorrimenti ne fa, il suo male medesimo dilettandolo. Ma s come suole alcuna volta del viandante avenire, il quale alla scielta di due strade pervenuto, mentre e'si crede la sua pigliare, per quella che ad altre contrade il porta mettendosi, quanto egli pi al destinato luogo s'affretta d'appressarsi, tanto pi da esso caminando s'allontana, cos Perottino a dir d'Amore per le passioni dell'animo gi entrato, mentre egli si studia forse avisando di giugnere al vero, quanto pi s'affanna di ragionarne, tanto egli pi, per lo non diritto sentiero avacciandosi, si diparte e si discosta da lui. La qual cosa, quantunque con semplici parole cos essere vi potesse da ciascuno assai apertamente venir dimostrata, nondimeno s perch alle segnate historie di Perottino non pare disdicevole che io un poco pi partitamente ne ragioni, e s ancora perch il cos fattamente favellarne alla materia  richiesto, dove con vostro piacer sia, alquanto pi ordinatamente parlando, chente sia il suo errore m'accoster di farvi chiaro. -


[2.XIII.] A questo rispostogli dalle belle donne che tanto di loro piacere era, quanto era di suo, e che dove a lui non increscesse il favellare, comunque egli il facesse, a loro l'ascoltarlo non increscerebbe giamai, esso cortesemente ringraziatenele, e gi atteso da ciascuna, poi che egli ebbe il braccio sinistro alquanto inverso le attendenti donne sporto in fuori, pregandole che attentamente l'ascoltassero, perci che, dove poche delle parole che egli a dire avea si perdesse, niente gioverebbe l'aver parlato, del pugno che chiuso era due dita forcutamente levando inverso il cielo, cos incominci e disse: - In due parti, o donne, dividono l'animo nostro gli antichi filosofi: nell'una pongono la ragione, la quale con temperato passo muovendosi lo scorge per calle spedito e sicuro; dall'altra fanno le perturbazioni, con le quali esso travalicando discorre per dirottissimi e dubbiosissimi sentieri. E perci che ogni uomo, quello che bene pare ad esso che sia, e di tener disidera e, tenuto, si rallegra di possedere, e similmente niuno  che il pendente male non solleciti, e pochi sono coloro che il sopracaduto non gravi, quattro fanno gli affetti dell'animo altres: Disiderio, Allegrezza, Sollecitudine e Dolore; de'quali, due dal bene, o presente o futuro, e due medesimamente dal male, o avenuto o possibile ad avenire, hanno origine e nascimento. Ma perci che e il disiderar delle cose, dove con sano consiglio si faccia  sano, dove da torto appetito proceda  dannoso; e il rallegrarsi non  biasimato in alcuno, se non in quanto egli ha i termini del convenevole trapassati; e lo schifar de'mali che avenir possono, secondo che noi o bene o male temiamo, cos egli e di lodevole piglia qualit e di vituperoso, quinci aviene che questi tre affetti in buoni e in non buoni dividendo, a quella parte dell'animo, che con la ragione s'invia, danno l'onesto disiderio, l'onesta allegrezza, l'onesto temere; all'altra gli stremi loro, che sono il soverchio disiderare, il soverchio rallegrarsi, la soverchia paura. Il quarto, che  de'mali presenti la maninconia, non dividono come gli altri; ma perci che dicono d'alcuna cosa, che avenga nella vita, il prudente e costante uomo n affligersi n attristarsi giamai, e soverchio e vano sempre essere ogni dolore delle avenute cose, questo solo affetto intero pongono nelle perturbazioni. Cos aviene che tre sono le sagge e regolate maniere de gli affetti dell'animo, e quattro le stolte e intemperate. Oltre a ci, perci che certissima cosa  che male alcuno la natura far non pu, e che solamente buone sono le cose da lei procedenti, le tre maniere, s come quelle che buone sono, affermano ne gli uomini essere naturali altres, le quattro dicono in noi fuori del corso della natura aver luogo; quelle ragionevoli affetti secondo natura, queste contro natura disordinate perturbazioni chiamando e nominando. Sono adunque due, s come di sopra s' detto, le strade dell'animo, o donne: l'una della ragione, per la quale ogni naturale movimento s'incamina; l'altra delle perturbazioni, per cui hanno i non naturali a'loro traboccamenti la via. Ora non credo io che voi crediate che alcun non naturale movimento possa con la ragione dimorare, perci che, dimorando con esso lei, bisognerebbe che egli fosse naturale; ma naturale come pu esser cosa che naturale non sia? N  da dire altres che affetto alcuno naturale si mescoli nelle perturbazioni, con ci sia cosa che mescolandosi tra loro gli bisognerebbe essere non naturale; ma naturale e non naturale per certo niuna cosa essere puote giamai. Divise adunque le passioni dell'animo e trattate nella maniera che udito avete, recatevi questo sovente per la memoria, che affetto naturale alcuno non pu ne gli animi nostri con le perturbazioni aver luogo. Ora ritorniamo a Perottino, il quale pose Amore nelle perturbazioni, e ragioniamo cos: che se Amore  cosa che contro natura venga in noi, non pu altrove essere il cativello che dove l'ha posto Perottino; ma se egli pure  affetto a gli animi nostri donato dalla natura, s come cosa a cui buona conviene essere altres, con la natura caminando, non potr in maniera alcuna nelle perturbazioni ree e ne gli affetti dell'animo sinistri e orgogliosi trapassare. Ora che vi voglio io, avedute giovani, o pure che vi debbo io pi oltre dire? Bisogna egli che io vi dimostri che naturale  l'amore in noi? Questo si fe'pur dianzi, quando noi dell'amore che a'padri, a'figliuoli, a'congiunti, a gli amici si porta ragionavamo. Senza che io mi credo che non pur voi, che donne siete, anzi ancora questi allori medesimi, che ci ascoltano, se essi parlar potessero, ne darebbono testimonianza. -


[2.XIV.] Di poco avea cos detto Gismondo, quando Lavinello, il quale lungamente s'era taciuto, con queste parole gli si fe'incontro: - Cattivi testimoni aresti trovati, Gismondo, se questi allori parlassero, a quello che tu intendi di provarci. Perci che se essi ritratto fanno al primo loro pedale, s come  natura delle piante, essi non amarono giamai. Perci che non am altres quella donna che primieramente di al tronco forma, del quale questi tutti sono rampolli, se quello vero  che se ne scrive.
- Male stimi, Lavinello, e male congiugni le cose da natura separate - rispose incontanente Gismondo. - Perci che questi allori bene fanno ritratto al primo loro pedale, s come tu di', ma non alla donna, la quale se stessa lasci, quando ella primieramente la buccia di lui prese.
Questi, come ancho quello fece, amano e sono amati altres, essi la terra e la terra loro, e di tale amor pregni partoriscono al lor tempo ora talli, ora orbache, ora frondi, secondo che esso, da cui tutti nacquero, partoriva, n mai ha fine il loro amore, se non insieme con la lor vita. Il che volesse Idio che fosse ne gli uomini, che Perottino non arebbe forse ora cagion di piagnere cos amaramente, come egli fa vie pi spesso che io non vorrei. Ma la donna non am gi essendo amata, s come tu ragioni; la qual cosa perci che fu contro natura, forse merit ella di divenir tronco, come si scrive. E certo che altro , lasciando le membra humane, albero e legno farsi, che, gli affetti naturali abandonando molli e dolcissimi, prendere i non naturali, che sono cos asperi e cos duri? che se questi allori parlassero e le nostre parole avessero intese, a me giova di credere che noi ora udiremmo che essi non vorrebbono tornare uomini, poi che noi contro la natura medesima operiamo, la qual cosa non aviene in loro; non che essi buoni testimoni non fossero, Lavinello, a quello che io ti ragiono.


[2.XV.]  adunque, n bisogna che io ne quistioni, o donne, naturale affetto de gli animi nostri Amore, e per questo di necessit e buono e ragionevole e temperato. Onde quante volte aviene che l'affetto de'nostri animi non  temperato, tante volte non solamente ragionevole n buono  pi, ma egli di necessit ancora non  Amore. Udite voi ci che io dico? Vedete voi a che parte la pura e semplice verit m'ha portato? Che dunque , potrestemi voi dire, se egli non  Amore? ha egli nome alcuno?. S bene che egli n'ha, e molti, e per aventura quelli stessi che Perottino quasi nel principio de'suoi sermoni gli di, pure di questo medesimo ragionando quello, che egli d'Amor si credea favellare: fuoco, furore, miseria, infelicit e, oltre a questi, se io porre ne gli posso uno, egli si pu pi acconciamente che altro chiamare ogni male, perci che in Amore, s come poco appresso vi fie manifesto, ogni bene si rinchiude. Che vi posso io dire pi avanti? N v'ingannino queste semplici voci, o donne, che senza fatica escono di bocca altrui, d'amore, d'amante, d'innamorato, che voi crediate che incontanente Amor sia tutto quello che  detto Amore, e tutti sieno amanti quelli che per amanti sono tenuti e per innamorati. Questi nomi piglia ciascuno per lo pi co'primi disii, i quali esser possono non meno temperati che altramente e, cos presi, comunque poi vada l'opera, esso pure se gli ritiene, aiutato dalla sciocca e bamba oppenione de gli uomini che, senza discrezion fare alcuna con diverse appellazioni alle diverse operazion loro, cos chiamano amanti quelli che male hanno disposti gli affetti dell'animo loro nelle disiderate cose e cercate, come quelli che gli han bene. Ahi come agevolmente s'ingannano le anime cattivelle de gli uomini, e quanto  leggiera e folle la falsa e misera credenza de'mortali. Perottino, tu non ami; non  amore, Perottino, il tuo; ombra sei d'amante, pi tosto che amante, Perottino. Perci che se tu amassi, temperato sarebbe il tuo amore, e essendo egli temperato, n di cosa che avenuta ne sia ti dorresti, n quello che per te avere non si pu disidereresti tu o cercheresti giamai. Perci che, oltre che soverchio e vano  sempre il dolore per s, stoltissima cosa  e fuori d'ogni misura stemperata, quello che avere non si possa, pur come se egli aver si potesse, andare tuttavia disiderando e cercando. La qual follia volendo significarci i poeti, fecero i Giganti che s'argomentassero di pigliare il cielo, guerreggianti con gl'Idii, a cui essi non erano bastanti. Che se la fortuna t'ha della tua cara donna spogliato, dove tu amante di lei voglia essere, poscia che altro fare non se ne pu, non la disiderare, e quello che perduto vedi essere, tieni altres per perduto. Amala semplice e puramente, s come amare si possono molte cose, come che d'averle niuna speranza ne sia. Ama le sue bellezze, delle quali tanto ti maravigliasti gi e lodastile volentieri; e dove il vederle con gli occhi ti sia tolto, contentati di rimirarle col pensiero, il che niuno ti pu vietare. E in fine ama di lei quello che oggi poco s'ama nel mondo, merc del vizio che ogni buon costume ha discacciato, l'onest dico, sommo e spezialissimo tesoro di ciascuna savia, la qual sempre ci dee esser cara, e tanto pi ancora maggiormente, quanto pi care ci sono le donne amate da noi; s come io m'ingegnai di fare gi, che ella fosse a me cara nella persona della mia donna, non men di quello che la sua bellezza m'era graziosa, quantunque ne'primi miei disii, s come veggiamo tutto d a'cavalli non usati essere la sella e il freno, ella dura e gravetta mi fosse alquanto nell'animo a sopportare. Di che io allora ne feci in testimonio questa canzone; la quale tanto pi volentieri vi sporr, graziose giovani, quanto a voi, che non meno oneste sete che belle, ella pi che alcuna dell'altre gi dette s'acconviene.


S rubella d'Amor, n s fugace
Non presse erba col piede,
N mosse fronda mai Ninfa con mano,
N trezza di fin oro aperse al vento,
N 'n drappo schietto care membra accolse
Donna s vaga e bella, come questa
Dolce nemica mia.
Quel che nel mondo, e pi ch'altro mi spiace,
Rade volte si vede,
Fanno in costei, pur sovra 'l corso humano,
Bellezza e castit dolce concento.
L'una mi prese il cor come Amor volse,
L'altra l'impiaga, s leggiera e presta,
Ch'ei la sua doglia oblia.
Sola in disparte, ov'ogni oltraggio ha pace,
Rosa o giglio non siede,
Che l'alma non gli assembri a mano a mano,
Avezza nel desio ch'i'serro drento,
Quel vago fior, cui par uom mai non colse.
Cos l'appaga e parte la molesta
Secura leggiadria.
Caro armellin, ch'innocente si giace,
Vedendo, al cor mi riede
Quella del suo penser gentile e strano
Bianchezza, in cui mirar mai non mi pento:
S novamente me da me disciolse
La vera maga mia che, di rubesta,
Cangia ogni voglia in pia.
Bel fiume, alor ch'ogni ghiaccio si sface,
Tanta falda non diede,
Quanta spande dal ciglio altero e piano
Dolcezza, che p far altrui contento;
E s dal dritto corso unqua non tolse.
N mai s'inlaga mar senza tempesta,
Che s tranquillo sia.
Come si spegne poco accesa face,
Se gran vento la fiede,
Similemente ogni piacer men sano
Vaghezza in lei sol d'onestate ha spento.
O fortunato il velo, in cui s'avolse
L'anima saga e lei, ch'ogni altra vesta
Men le si convenia.
Questa vita per altro a me non piace,
Che per lei, sua mercede,
Per cui sola dal vulgo m'allontano;
Ch'avezza l'alma a gir l 'v'io la sento,
S ch'ella altrove mai orma non volse;
E pi s'invaga, quanto men s'arresta
Per la solinga via.
Dolce destin, che cos gir la face,
Dolci del mio cor prede,
Ch'altrui s presso, a me 'l fan s lontano;
Asprezza dolce e mio dolce tormento,
Dolce miracol, che veder non suolse,
Dolce ogni piaga, che per voi mi resta
Beata compagnia.
Quanto Amor vaga, par beltate onesta
N fu giamai, n fia.


[2.XVII.] Ora, perci che da ritornare  l, onde ci dipartimmo, quinci comprender potete, donne, e quale sia l'errore di Perottino e dove egli l'ha preso. Perci che dovendo egli mettersi per quella via dell'animo che ad Amor lo scorgesse nel favellare, egli, entrando per l'altro sentiero, alla contraria regione  pervenuto, per lo quale caminando, in quelle tante noie si venne incontrato, in quelle pene, in que'giorni tristi, in quelle notti cos dolorose, in quelli scorni, in quelle gelosie, in coloro che uccidono altrui e talora per aventura se stessi, in que'Mezii, in que'Tizii, in que'Tantali, in quelli Isioni, tra'quali ultimamente, quasi come se egli nell'acqua chiara guatato avesse, egli vide se stesso: ma non si riconobbe bene, ch altramente si sarebbe doluto e vie pi vere lagrime arebbe mandate per gli occhi fuora che egli non fece. Perci che credendo s essere amante e innamorato, mentre egli pure nella sua forma s'incontra imaginando, egli  un solitario cervo divenuto, che poi, a guisa d'Atteone, i suoi pensieri medesimi, quasi suoi veltri, vanno sciaguratamente lacerando; i quali egli pi tosto cerca di pascere che di fuggire, vago di terminare innanzi tempo la sua vita, poco mostrando di conoscer quanto sia meglio il vivere, comunque altri viva, che il morire, quasi come se esso oggimai sazio del mondo niuno altro frutto aspettasse pi di cogliere per lo innanzi de gli anni suoi, i quali non hanno appena incominciato a mandar fuora i lor fiori. Che quantunque cos smaghino la costui giovanezza, donne, e cos guastino le lagrime, come voi vedete, non perci venne egli prima di me nel mondo, il quale pure oltre a tanti anni non ho varcati, quanti sarebbero i giorni del minor mese, se egli di due ancora fosse minore che egli non . E cotestui, come se egli al centinaio s'appressasse, a guisa de gl'infermi perduti, chiama sovente chi di queste contrade levandolo in altri paesi ne 'l rechi, forse avisandosi, per mutare aria, di risanare. O sciagurato Perottino, e veramente sciagurato poi che tu stesso ti vai la tua disaventura procacciando e, non contento della tua, cerchi di teco far miseri insiememente tutti gli uomini. Perci che tutti gli uomini amano, e necessariamente ciascuno. Che se gli amanti sempre accompagnano quegli appetiti cos trabocchevoli, quelle allegrezze cos dolorose, quelle cos triste forme di paura, quelle cotante angoscie che tu di', senza fallo non solamente tutti gli uomini fai miseri, ma la miseria medesima costrigni ad essere per se stesso ciascun uomo. Taccio le pene di quelle maraviglie cos fiere del tuo Idio, che tu ci raccontasti, le quali non che a.ffar la vita de gli uomini bastassero trista e cattiva, ma, di meno assai, gl'inferni tutti n'averebbono e tutti gli abissi di soverchio. O istolto, quanto sarebbe meglio por fine oggimai alla non profittevole maninconia, che ogni giorno andare meno giovevole ramarichio rincominciando; e alla tua salvezza dar riparo, mentre ella sostiene di riceverlo, che ostinatamente alla tua perdezza trovar via; e pensare che la natura non ti di al mondo, perch tu stesso ti venissi cagion di tortene, che, tra queste lamentanze favolose vaneggiando e quasi al vento cozzando, dal vero sentimento e dalla tua salute medesima farti lontano.
Ma lasciamo oggimai da canto con le sue menzogne Perottino, il quale hieri dal molto dolor sospinto e molto d'Amor lamentandosi, alquanto pi lunga m'ha oggi fatta tenere questa parte della risposta, che io voluto non arei. N siamo noi cos stolti, donne, che crediamo il dolore altro che da Amore non essere, che pure parte alcuna non ha con lui, o che pensiamo che amare non si possa senza amaro, il qual sapore per niente ne gli amorosi condimenti non pu aver luogo. E poscia che l'arme di Perottino, le quali egli contro ad Amore con s fellone animo impalmate s'avea, nell'altrui scudo, s come quelle che di piombo erano, si sono rintuzzate agevolmente, veggiamo ora quali sono quelle che Amore porge a chiunque si mette in campo per lui; come che Perottino si credesse hieri che a me non rimanesse che pigliare. Quantunque io n tutte le mi creda poter prendere, ch di troppo mi terrei da pi che io non sono, n, se io pure il potessi, mi basterebbe egli il d tutto intero a ci fare, non che questo poco d'ora meriggiana che m' data. Tuttavia dove egli non fosse, dilettose giovani, che voi voleste che io alcun'altra cosa ancora ne sopraragionassi alle raccontate.


[2.XVIII.] - Di nulla vogliam ritenerti, - rispose madonna Berenice, prima del volere delle compagne raccertatasi - n crediamo che faccia luogo altres. E a noi si fa tardi che quello, che tu incominciando il ragionare ci promettesti, si fornisca. Ma tu per aventura non t'affrettare. Perci che, come che a te paia d'avere gi assai lungamente favellato, se al sole guarderai, il tempo che t'avanza  molto infino alle fresche ore. N te ne dei maravigliare, perci che pi per tempo ci venimmo oggi qui, che noi non femmo hieri. Senza che, quando bene pi alquanto ci dimorassimo, s il poteremmo noi fare, perci che il festeggiare non incominci a pezza hieri, a quello che noi credavamo, quando di qui ci levammo con voi. Per che sicuramente, Gismondo, a tuo grandissimo agio potrai ancora di ci, che pi di dire t'aggrader, lungamente ragionare. - Il giovane, al quale erano le parole della donna piaciute, s come quegli che tuttavia incominciava mezzo seco stesso venir temendo non dalla strettezza del tempo fosse a'suoi ragionamenti poca ampiezza conceduta, veduto per l'ombre che gli allori facevano che cos era come ella diceva, e sperando di quivi pi lunga dimora poter fare, che fatto il giorno passato non aveano, contento gi era per seguitare. E ecco dal monte venir due colombe volando, bianchissime pi che neve, le quali, di fitto sopra i capi della lieta brigata il lor volo rattenendo, senza punto spaventarsi si posero l'una appresso l'altra in su l'orlo della bella fontana, dove per alquanto spazio dimorate, mormorando e basciandosi amorosamente stettero, non senza festa delle donne e de'giovani, che tutti cheti le miravano con maraviglia. E poi chinato i becchi nell'acqua cominciarono a bere, e di questo a bagnarsi s dimesticamente in presenza d'ogniuno, che alle donne pareano pure la pi dolce cosa del mondo e la pi vezzosa. E mentre che elle cos si bagnavano, fuori d'ogni temenza sicure, una rapace aquila di non so onde scesa gi a piombo, prima quasi che alcuno aveduto se ne fosse, preso l'una con gli artigli, ne la port via. L'altra per la paura schiamazzatasi nella fonte e quasi dentro perdutane, pure alla fine riavutasi e malagevolmente uscita fuori sbigottita e debole e tutta del guazzo grave, sopra i visi della riguardante compagnia il meglio che poteva battendo l'ali, tutti spruzzandogli, lentamente s'and con Dio. Avea traffitte le compassionevoli donne la subita presura della colomba, e fu il romore tra lor grande di cos fatto accidente, n poteano rifinare di maravigliarsi come quella innocente uccella fosse di mezzo tutti loro cos sciaguratamente stata rapita, la maladetta aquila mille volte e pi per ciascuna bestemmiandosi, non senza ramarico de'giovani altres; e tra lor tutti mescolatamente chi della sciagura dell'una e chi dello spavento dell'altra e chi della vaghezza d'amendue e della loro dimestichezza ragionava, e ebbevi di quelli che pi altamente estimando vollono credere che ci che veduto aveano a caso non fosse avenuto; quando Gismondo, poscia che vide le donne rachetate, incominci: - Se la nostra colomba fosse ora dalla sua rapitrice in quella guisa portata, nella quale fu gi il vago Ganimede dalla sua, essere potrebbe men discaro alla sua compagna d'averla perduta, e noi a.ttorto aremmo la fiera aquila biasimata, di cui cotanto ramaricati ci siamo. Ora, perci che il dolerci pi oltra in quelle cose che per noi amendar non si possono  opera senza fallo perduta, queste nostre doglianze con quelle di Perottino dimenticando, nella bont d'Amore, per venire oggimai alle promesse che io vi feci, entriamo. - Allora Lisa, prima che egli andasse pi avanti, tutta piena di dolce vezzo, pi per tentarlo che per altro:
- A mal tempo - disse - lasci tu, Gismondo, i tuoi ragionamenti primieri, dopo il caso, che ci ha ora tutti tenuti sospesi, lasciandonegli. Perci che se dolore  questo che noi sentiamo, d'avere in pi alla sua nimica la nostra misera bestiuola veduta, e amore quell'altro, che della sua vaghezza n'avea presi, assai pare che ne segua chiaro che insieme e amare e dolere ci possiamo; e potrassi qui contra te dir quello che si dice tutto d, che di gran lunga il pi delle volte sono dal fatto le parole lontane -.
Quivi Gismondo verso le donne sorridendo disse: - Vedete argomento di costei. Ma non sei per tu per levarmi la verit di mano, Lisa, cos agevolmente come la nostra semplice colomba l'aquila di test fece, ch io ne la difender. Tuttavolta tu mi ritorni in quelle siepi, delle quali n'eravamo usciti pur dianzi, quando io ti conchiusi che del perdere delle cose che noi amiamo, non  Amore, che di loro vaghi ci fa, ma la fortuna, che ce ne spoglia, cagione. Per che e amare e dolere, come tu di', bene ci possiamo, ma dolerci per cagion d'Amore non possiamo. Oltra che l'amore, che tra le passioni dell'animo si mescola, non  amore, come che egli sia detto amore e per amore tenuto dalle pi genti. Per che non sono io per disposto di pi oltra distendermi da capo nelle gi dette ragioni d'intorno a questo fatto o in simili, di quello che allora mi stesi, come che io molte ve n'avessi dell'altre. Elle assai essere ti possono bastanti, dove tu per aventura in su l'ostinarti non ti mettessi; il che suole essere alle volte diffetto nelle belle donne, non altramente che soglia essere ne'be'cavalli il restio.
- Se solamente ne'be'cavalli - rispose Lisa tutta nel viso divenuta vermiglia - cadesse, Gismondo, il restio, io che bella non sono - e era tuttavia bella come un bel fiore - mi crederei dover potere ora parlare a mio senno, senza che tu per ostinata m'avessi. Ma perci che ancora ne'mal fatti cotesto vizio, e pi spesso per aventura che ne gli altri, suole capere, sicuramente tu hai trovata la via da farmi oggi star cheta; ma io te ne pagher ancora. -


[2.XIX.] Poscia che tra di queste parole e d'altre e del rossor di Lisa si fu alquanto riso fra la lieta compagnia, Gismondo, tutti gli altri ragionamenti che sviare il potessero troncati, dirittamente a'suoi ne venne in questa maniera: - La bont d'Amore, o donne, della quale io ora ho a ragionarvi,  senza fallo infinita, n, perch se ne quistioni, si dimostra ella a gli ascoltanti tutta giamai. Nondimeno quello che scorgere favellando se ne pu, cos pi agevolmente si potr comprendere, se noi quanto ella giovi e quanto ella diletti ragioneremo; con ci sia cosa che tanto ogni fonte  maggiore, quanto maggiori sono i fiumi che ne dirivano. Dico adunque, dal giovamento incominciando, che senza fallo tanto ogni cosa  pi giovevole, quanto ella di pi beni  causa e di pi maggiori. Ma perci che non di molti e grandissimi solamente ma di tutti i beni ancora, quanti unque se ne fanno sotto 'l cielo,  causa e origine Amore, si dee credere che egli giovevole sia sopra tutte le altre cose giovevoli del mondo. Io stimo che a voi sembri, giudiciose mie donne, che io troppo ampiamente incominci a dir d'Amore e facciagli troppo gran capo, quasi come se porre sopra le spalle d'un mezzano uomo la testa d'Atalante volessi. Ma io nel vero parlo quanto si dee, e niente per aventura pi. Perci che ponete mente d'ogni'intorno, belle giovani, e mirate quanto capevole  il mondo, quante maniere di viventi cose e quanto diverse sono in lui. Niuna ce ne nasce tra tante, la quale d'Amor non abbia, s come da primo e santissimo padre, suo principio e nascimento. Perci che se Amore due separati corpi non congiugnesse, atti a generar lor simili, non ci se ne generarebbe n ce ne nascerebbe mai alcuna. Che quantunque per viva forza comporre insieme si potessero e collegar due viventi, potenti alla generazione, pure se Amore non vi si mescola e gli animi d'amendue a uno stesso volere non dispone, eglino potrebbono cos starsi mill'anni, che essi non generarebbono giamai. Sono per le mobili acque nel loro tempo i pesci maschi seguitati dalle bramose femine, e essi loro si concedono parimente, e cos danno modo, medesimamente volendo, alla propagazione della spezie loro. Seguonsi per l'ampio aere i vaghi uccelli l'un l'altro. Seguonsi per le nascondevoli selve e per le loro dimore le vogliose fiere similmente. E con una legge medesima eternano la lor brieve vita, tutti amando tra loro. N pure gli animanti soli, che hanno il senso, senza amore venire a stato non possono n a vita, ma tutte le selve de gli alberi piede n forma non hanno n alcuna qualit senza lui. Ch, come io dissi di questi allori, se gli alberi la terra non amassero e la terra loro, ad essi gi non verrebbe fatto in maniera alcuna il potere impedalarsi e rinverzire. E queste erbuccie stesse, che noi tuttavia sedendo premiamo, e questi fiori non arebbono nascendo il loro suolo cos vago, come egli , e cos verdeggiante renduto, forse per darci ora pi bel tapeto di loro, se naturalissimo amore i lor semi e le lor radici non avesse col terreno congiunte in maniera che, elleno da lui temperato umore disiderando e esso volontariamente porgendogliele, si fossero insieme al generare accordati disiderosamente l'uno l'altro abbracciando. Ma che dico io questi fiori o queste erbe? Certo se i nostri genitori amati tra lor non si fossero, noi non saremmo ora qui, n pure altrove, e io al mondo venuto non sarei, s come io sono, se non per altro almeno per difendere oggi il nostro non colpevole Amore dalle fiere calunnie di Perottino.


[2.XX.] N pure il nascere solamente d a gli uomini Amore, o donne, che  il primo essere e la prima vita, ma la seconda ancora dona loro medesimamente, n so se io mi dico che ella sia pure la primiera, e ci  il bene essere e la buona vita, senza la quale per aventura vantaggio sarebbe il non nascere o almeno lo incontanente nati morire. Perci che ancora errarebbono gli uomini, s come ci disse Perottino che essi da prima facevano, per li monti e per le selve ignudi e pilosi e salvatichi a guisa di fiere, senza tetto, senza conversazione d'uomo, senza dimestichevole costume alcuno, se Amore non gli avesse, insieme raunando, di comune vita posti in pensiero. Per la qual cosa ne'loro disiderii alle prime voci la lingua snodando, lasciato lo stridere, alle parole diedero cominciamento. N guari ragionarono tra loro, che essi, gli abitati tronchi de gli alberi e le rigide spilunche dannate, dirizzarono le capanne e, le dure ghiande tralasciando, cacciarono le compagne fiere. Crebbe poi a poco a poco Amore ne'primi uomini insieme col nuovo mondo e, crescendo egli, crebbero l'arti con lui. Allora primieramente i consapevoli padri conobbero i loro figliuoli da gli altrui, e i cresciuti figliuoli salutarono i padri loro; e sotto il dolce giogo della moglie e del marito n'andarono santamente gli uomini legati con la vergognosa onest. Allora le ville di nuove case s'empierono, e le citt si cinsero di difendevole muro, e i lodati costumi s'armarono di ferme leggi. Allora il santo nome della riverenda amicizia, il quale onde nasca per se stesso si dichiara, incominci a seminarsi per la gi dimesticata terra e, indi germogliando e cresciendo, a spargerla di s soavi fiori e di s dolci frutti coronarnela, che ancora se ne tien vago il mondo; come che poi, di tempo in tempo tralignando, a questo nostro maligno secolo il vero odore antico e la prima pura dolcezza non sia passata. In que'tempi nacquero quelle donne, che nelle fiamme de'loro morti mariti animosamente salirono, e la non mai bastevolmente lodata Alceste, e quelle coppie si trovarono di compagni cos fide e cos care, e dinanzi a gli occhi della fiera Diana fra Pilade e Oreste fu la magnanima e bella contesa. In que'tempi ebbero le sacre lettere principio, e gli amanti accesi alle lor donne cantarono i primi versi. Ma che vi vo io di queste cose, leggiere e deboli alle ponderose forze d'Amore, lungamente ragionando? Questa machina istessa cos grande e cos bella del mondo, che noi con l'animo pi compiutamente che con gli occhi vediamo, nella quale ogni cosa  compresa, se d'Amore non fosse piena, che la tiene con la sua medesima discordevole catena legata, ella non durerebbe, n avrebbe lungo stato giamai.  adunque, donne, s come voi vedete, cagion di tutte le cose Amore; il che essendo egli, di necessit bisogna dire che egli sia altres di tutti i beni, che per tutte le cose si fanno, cagione. E perci che, come io dissi, colui  pi giovevole che  di pi beni causa e di pi maggiori, conchiudere oggimai potete voi stesse che giovevolissimo  Amore sopra tutte le giovevolissime cose. Ora parti egli, Perottino, che a me non sia rimaso che pigliare? o pure che non sia rimasa cosa, la quale io presa non abbia? -


[2.XXI.] Quivi, prima che altro si dicesse, trapostasi madonna Berenice e con la sua sinistra mano la destra di Lisa, che presso le sedea, sirochievolmente prendendo e strignendo, come se aiutar di non so che ne la volesse, a Gismondo si rivolse baldanzosa e s gli disse: - Poscia che tu, Gismondo, cos bene dianzi ci sapesti mordere, che Lisa oggimai pi teco avere a fare non vuole, e per aventura che tu a questo fine il facesti, acci che meno di noia ti fosse data da noi, e io pigliar la voglio per la mia compagna, come che tuttavia poco maestra battagliera mi sia. Ma cos ti dico che, se Amore  cagione di tutte le cose, come tu ci di', e che per questo ne segua che egli sia di tutti i beni, che per tutte le cose si fanno, cagione, perch non ci di'tu ancora che egli cagion sia medesimamente di tutti i mali che si fanno per loro? la qual cosa di necessit conviene essere, se il tuo argomentare dee aver luogo. Che se il dire delle orazioni, che io fo, dee essere scritto ad Amore, perci che per Amore io son nata, il male medesimamente, che io dico, dee essere a lui portato, perci che se io non fossi nata, non ne 'l direi. E cos de gli altri uomini e dell'altre cose tutte ti posso conchiudere ugualmente. Ora se Amore non  meno origine di tutti i mali, che egli sia di tutti i beni fondamento, per questa ragione non so io vedere che egli cos nocevolissimo come giovevolissimo non sia.
- S sapete s, Madonna, che io mi creda - rispose incontanente Gismondo - Perci che non vi sento di cos labole memoria, che egli vi debba gi essere di mente uscito quello che io pure ora vi ragionai. Ma voi ne volete la vostra compagna vendicare di cosa in che io offesa non l'ho, in quelle dispute medesime, delle quali n'eravamo usciti, altres come ella ritornandomi. Perci che non vi ricorda egli che io dissi che, perci che ogni cosa naturale  buona, Amore, come quello che natural cosa , buono eziandio  sempre, n pu reo essere in alcuna maniera giamai? Per che egli del bene che voi fate  ben cagione, s come colui che per ben fare solamente vi mise nel mondo; ma del male, se voi ne fate, che io non credo perci, ad alcun disordinato e non naturale appetito, che muove in voi, la colpa ne date e non ad Amore. Questa vita, che noi viviamo, affine che noi bene operiamo c' data, e non perch male facendo la usiamo; come il coltello, che alla bisogne de gli uomini fa l'artefice e dllo altrui, se voi ad uccidere uomini usaste il vostro e io il mio, a noi ne verrebbe la colpa, s come del misfatto commettitori, non all'artefice che il ferro, del commesso male istrumento, ad alcun mal fine non fece. Ma passiamo, se vi piace, alla dolcezza d'Amore. Quantunque, o donne, grandissimo incarico  questo per certo, a volere con parole asseguire la dimostrazione di quella cosa che, quale sia e quanta, si sente pi agevolmente che non si dice. Perci che s come il dipintore bene potr come che sia la bianchezza dipignere delle nevi, ma la freddezza non mai, s come cosa il giudicio della quale, al tatto solamente conceduto, sotto l'occhio non viene, a cui servono le pinture, similmente ho io test quanto sia il giovamento d'Amore dimostrarvi pure in qualche parte potuto, ma le dolcezze che cadono in ogni senso e, come sorgevole fontana assai pi ancora che questa nostra non , soprabondano in tutti loro, non possono nell'orecchio solo, per molto che noi ne parliamo, in alcuna guisa capere. Ma una cosa mi conforta, che voi medesime per isperienza avete conosciuto e conosciete tuttavia quali elle sono, onde io non potr ora s poco toccarne ragionando, che non vi sovenga il molto; il che per aventura tanto sar, quanto se del tutto si potesse parlare. Ma donde comincier io, o dolcissimo mio signore? E che prima dir io di te e delle tue dolcezze indicibili, incomparabili, infinite? Insegnalemi tu, che le fai, e s come io debbo andare, cos mi scorgi e guida per loro. Ora per non mescolare favellando quelle parti che dilettar ci possono separatamente, delle dolcezze de gli occhi, che in amore sogliono essere le primiere, primieramente e separatamente ragioniamo. -


[2.XXII.] Il che avendo detto Gismondo, con un brieve silenzio fatta pi attenta l'ascoltante compagnia, cos incominci: - Non sono come quelle de gli altri uomini le viste de gli amanti, o donne, n sogliono gl'innamorati giovani con s poco frutto mirare ne gli obbietti delle loro luci, come quelli fanno, che non sono innamorati. Perci che sparge Amore col movimento delle sue ali una dolcezza ne gli occhi de'suoi seguaci, la quale, d'ogni abbagliaggine purgandogli, fa che essi, stati semplici per lo adietro nel guardare, mutano subito modo e, mirabilmente artificiosi divenendo al loro ufficio, le cose che dolci sono a vedere essi veggono con grandissimo diletto, l dove delle dolcissime gli altri uomini poco piacere sentono per vederle e il pi delle volte non niuno. E come che dolci sieno molte cose, le quali tutto d miriamo, pure dolcissime sopra tutte le altre, che veder si possano per occhio alcuno giamai, sono le belle donne, come voi siete. Non per tanto elle dolcezza non porgono se non a gli occhi de gli amanti loro, s come que'soli a'quali Amore dona virt di passar con la lor vista ne'suoi tesori. E se pure alcuna ne porgono, che tuttavolta non  uom quegli a cui gi in qualche parte la vostra vaga bellezza non piaccia, a rispetto di quella de gli amanti ella  come un fiore a comperazione di tutta la primavera. Perci che aviene spesse volte che alcuna bella donna passa dinanzi a gli occhi di molti uomini, e da tutti generalmente volentieri  veduta: tra'quali, se uno o due ve n'ha che con diletto pi vivo la riguardino, cento poi son quelli per aventura che ad essa non mandano la seconda o la terza guatatura. Ma se tra que'cento l'amante di lei si sta e vedela, che a questa opera non suole per essere il sezzaio, ad esso pare che mille giardini di rose se gli aprano allo 'ncontro e sentesi andare in un punto d'intorno al cuore uno ingombramento tale di soavit, che ogni fibra ne riceve ristoro, possente a scacciarne qualunque pi folta noia le possibili disaventure della vita v'avessero portata e lasciata. Egli la mira intentamente e rimira con infingevole occhio, e per tutte le sue fattezze discorrendo, con vaghezza solo da gli amanti conosciuta, ora risguarda la bella treccia, pi simile ad oro che ad altro, la quale s come sono le vostre, n vi sia grave che io delle belle donne ragionando tolga l'essempio in questa e nelle altre parti da voi, la quale, dico, lungo il soave giogo della testa, dalle radici ugualmente partendosi e nel sommo segnandolo con diritta scriminatura, per le deretane parti s'avolge in pi cerchi; ma dinanzi, gi per le tempie, di qua e di l in due pendevoli ciocchette scendendo e dolcemente ondeggianti per le gote, mobili ad ogni vegnente aura, pare a vedere un nuovo miracolo di pura ambra palpitante in fresca falda di neve. Ora scorge la serena fronte, con allegro spazio dante segno di sicura onest; e le ciglia d'ebano piane e tranquille, sotto le quali vede lampeggiar due occhi neri e ampi e pieni di bella gravit, con naturale dolcezza mescolata, scintillanti come due stelle ne'lor vaghi e vezzosi giri, il d che primieramente mir in loro e la sua ventura mille volte seco stesso benedicendo. Vede dopo questi le morbide guancie, la loro tenerezza e bianchezza con quella del latte appreso rassomigliando, se non in quanto alle volte contendono con la colorita freschezza delle matutine rose. N lascia di veder la sopposta bocca, di picciolo spazio contenta, con due rubinetti vivi e dolci, aventi forza di raccendere disiderio di basciargli in qualunque pi fosse freddo e svogliato. Oltre a.cci quella parte del candidissimo petto riguardando e lodando, che alla vista  palese, l'altra che sta ricoperta loda molto pi ancora maggiormente, con acuto sguardo mirandola e giudicandola: merc del vestimento cortese, il quale non toglie perci sempre a'riguardanti la vaghezza de'dolci pomi che, resistenti al morbido drappo, soglion bene spesso della lor forma dar fede, mal grado dell'usanza che gli nasconde. - Trassero queste parole ultime gli occhi della lieta brigata a mirar nel petto di Sabinetta, il quale parea che Gismondo pi che gli altri s'avesse tolto a dipignere, in maniera per aventura la vaga fanciulla, s come quella che garzonissima era, e tra per questo e per la calda stagione d'un drappo schietto e sottilissimo vestita, la forma di due poppelline tonde e sode e crudette dimostrava per la consenziente veste. Per che ella si vergogn veggendosi riguardare, e pi arebbe fatto, se non che madonna Berenice, accortasi di ci, subitamente disse: - Cotesto tuo amante, Gismondo, per certo molto baldanzosamente guata e per minuto, poi che egli infino dentro al seno, il quale noi nascondiamo, ci mira. Me non vorrei gi che egli guatasse cos per sottile.
- Madonna, tacete, - rispose Gismondo - ch voi ne avete una buona derrata. Perci che se io volessi dir pi avanti, io direi che gli amanti passano con la lor vista in ogni luogo e, per quello che appare, agevolmente l'altro veggono, che sta nascoso. Per che nascondetevi pure a gli altri uomini a vostro senno, quanto pi potete, ch a gli amanti non vi potete voi nascondere, donne mie belle, n dovete altres. E poi dir Perottino che ciechi sono gli amanti. Cieco  egli, che non vede le cose che da veder sono, e non so che sogni si va, non dico veggendo, ch veder non si pu ci che non , anzi pure ci che non pu essere, ma dipingendo: un garzone ignudo, con l'ali, col fuoco, con le saette, quasi una nuova chimera fingendosi, non altramente che se egli mirasse per uno di quelli vetri che sogliono altrui le maraviglie far vedere.


[2.XXIII.] Ma tornandomi all'amante, del quale io vi ragionava, mentre che egli queste cose che io v'ho dette e quelle che io taccio rimira e vlle con lo spirito de gli occhi ricercando, egli si sente passare un piacere per le vene tale, che mai simile non gliele pare avere avuto; onde poi e'ragiona seco medesimo e dice: 'Questa che dolcezza  che io sento? o mirabile forza de gli amorosi risguardamenti, quale altro  di me ora pi felice?'. Il che non diranno giamai quegli altri che la riguardata donna non amano. Perci che l dove Amore non , sonnocchiosa  la vista insieme con l'anima in que'corpi e, quasi col cielabro, dormono loro gli occhi sempre nel capo. Ma egli non  perci questa ultima delle sue dolcezze, che al cuore li passano per le luci. Altre poi sono e possono ogni ora essere senza fine; s come  il vedere la sua donna spaziando con altre donne premere le liete erbe de'verdi prati, o de'puri fiumicelli le freschissime ripe, o la consenziente schiena de'marini liti, incontro a'soavi zefiri caminando, talora d'amorosi versi discrivendo al consapevole amante la vaga rena, o ne'ridenti giardini entrata, spiccare con l'unghie di perle rugiadose rose dalle frondi loro, per aventura futuro dono di chi la mira; o forse carolando e danzando muovere a gli ascoltati tempi de gli strumenti la schietta e diritta e raccolta persona, ora con lenti varchi degna di molta riverenza mostrandosi, ora con cari ravolgimenti o inchinevoli dimore leggiadrissima empiendo di vaghezza tutto il cerchio, e quando con pi veloci trapassamenti, quasi un trascorrevole sole, ne gli occhi de'riguardanti percotendo. E pure queste tutte essere possono gioie di novelli amanti, n ancora molto rassicurati ne'loro amori. Che se di quelli che a pieno godono volessimo ragionare, di certo quanti diletti possono tutti gli uomini che non amano in tutti gli anni della lor vita sentire, non mi si lasciarebbe credere che a quel solo aggiugnessero, che in ispazio di poca ora si sente da uno amante, il quale, con la sua donna dimorando, la miri e rimiri sicuramente, e ella lui, con gli occhi disievoli e vacillanti dolcezza sopra dolcezza beendo, l'uno dell'altro inebbriandosi.


[2.XXIV.] Deh perch vo io nelle cose che, o poco o molto che piacciano altrui, pure e piacevoli sono da s in ogni modo e come che sia piacciono elle sempre a chiunque le mira, il tempo e le parole distendendo, quando ancora di quelle che, vedute, affanno sogliono recare all'altre persone, a gli amanti alcuna volta sono dolcissime oltra misura? O care e belle giovani, quanto sono malagevolissime ad investigarsi pure col pensiero le sante forze d'Amore, non che a raccontarsi! Senza fallo quale pi affannosa cosa pu essere che il veder piagnere i suoi pi cari? e chi e di s ferigno animo, che nelle cadenti loro lagrime possa tener gli occhi senza dolore? Non per tanto questo atto tale, quale io dico, del piagnere, vede fare alle volte l'amante alla sua donna, la quale egli ha pi cara che tutto il mondo, vie maggior diletto e festa sentendone, che d'infiniti risi non sogliono tutti gli altri uomini sentire. - Tosto che cos ebbe detto Gismondo, e madonna Berenice cos disse: - Cotesto non vorrei gi io che a me avenisse, che il mio signore festa e diletto delle mie lagrime si prendesse. Anzi ti dico io bene che io mi credo, Gismondo, se io il risapessi, che io ne gli vorrei male e per aventura, se io potessi, io darei a lui cagione altres di piagnere e ridere'mi poscia di lui allo 'ncontro -.
Appresso alle cui parole seguirono le due giovani, quello a Gismondo raffermando che ella avea detto, aggiugnendo oltre a ci che egli cortesia farebbe a spesso piagnere dinanzi alla sua donna, per darle quel piacere; e tutte insieme ne ragionavano scherzevolmente, alla nuova occasione di motteggiarlo appigliatesi con gran festa. Ma egli, che in quest'arte rade volte si lasciava vincere, poscia che alquanto le ebbe lasciate cianciare e ridere, in viso madonna Berenice guardando, le disse: - Molto dovete esser cruda e acerba voi, Madonna, e poco compassionevole, poscia che voi il vostro signore vorreste far piagnere. Ma io non vi veggo gi cos fiera nel volto, se voi non m'ingannate, anzi mostrate voi d'essere la pi dolce cosa e la pi piacevole che mai fosse. E certo sono che, se il romitello del Certaldese veduta v'avesse, quando egli primieramente della sua celletta usc, egli non arebbe al suo padre chiesto altra papera da rimenarne seco e da imbeccare che voi -.
Tacque a tanto madonna Berenice, mirando con un tale atto mezzo di vergogna e di maraviglia ne'volti delle sue compagne. E Lisa ridendo ver lei, come quella che stava tuttavia aspettando che Gismondo co'suoi motti alcun'altra ne toccasse, per avere nel suo male compagnia, veggendola in quella guisa soprastare, tutta si fe'innanzi e s le disse: - Madonna, e'mi giova molto che in sul vostro oggimai passi quella gragniuola, la quale pur ora cadde in sul mio. Io non mi debbo pi dolere di Gismondo, poscia che ancor voi non ne sete risparmiata. Ben vi dico io, Madonna, che egli ha oggi rotto lo scilinguagniolo. Di che io vi so confortare che non lo tentiate pi, ch egli pugne come il tribolo da ogni lato.
- Gi m'accorgo io che egli cos  come tu mi di', Lisa - rispose madonna Berenice. - Ma vatti con Dio, Gismondo, che tu ci sai oggi a tua posta fare star chete. Io per me voglio esser mutola per lo innanzi. -


[2.XXV.] In questa guisa rimanendo a Gismondo pi libero l'altro corso de'suoi sermoni, dalle donne ispeditosi, ad essi procedendo cos disse: - Le narrate dolcezze de gli amanti, o donne, essere vi possono segno e dimostramento delle non narrate, le quali senza dubbio tante sono e alle volte cos nuove e per lo continuo cos vive, che egli non  oggimai da maravigliarsi di Leandro, se egli, per vedere la sua donna pure un poco, largo e periglioso pelago spesse volte a nuoto passava. Ora entrisi a dire dell'altro senso, il quale scorge all'anima le vegnenti voci, di cui, se ben si considera, niente sono le dolcezze minori. Perci che in quanti modi esser pu recamento di gioia il vedere le lor donne a gli amanti, in tanti l'udirle pu loro essere similmente. Che s come uno medesimo obbietto, diversamente da gli occhi nostri veduto, diversi diletti ci d, cos una stessa voce, in mille guise da gli orecchi ascoltata, ci dona dolcezza in mille maniere. Ma che vi posso io dir pi avanti d'intorno a questa dolcezza, che a voi, s come a me, non sia chiaro? Non sapete voi con quanta sodisfazione tocchi i cuori delle innamorate giovani un sicuro ragionar co'loro signori in alcuno solitario luogo o forse sotto graziose ombre di novelli alberi, nella guisa che noi ragioniamo, dove altri non gli ascolti che Amore, il quale allora suole essere non men buono confortatore delle paurose menti, che egli si sia de gli ascoltati ragionamenti segreto e guardingo testimonio? Non v' egli ancor palese di quanta tenerezza ingombri due anime amanti un vicendevole raccontamento di ci che avien loro? un dimandare, un rispondere, un pregare, un ringraziare? Non v' egli manifesto di quanta gioia dell'una ogni parola dell'altra sia piena? ogni sospiro, ogni mormorio, ogni accento, ogni voce? O chi  quello, nel cui rozzo petto in tanto ogni favilluzza d'amoroso pensiero spenta sia, che egli non conosca quanto sia caro e dilettevole a gli amanti talora recitare alcun lor verso alle lor donne ascoltanti e talora esse recitanti ascoltare? o gli antichi casi amorosi leggendo, incontrarsi ne gli loro e trovar ne gli altrui libri scritti i loro pensieri, tali nelle carte sentendogli, quali essi gli hanno fatti nel cuore, ciascuno i suoi affettuosamente a quelli e con dolce maraviglia aguagliando? O pure con quanta soavit ci soglia li spiriti ricercare un vago canto delle nostre donne, e quello massimamente che  col suono d'alcun soave strumento accompagnato, tocco dalle loro dilicate e musice mani? con quanta poi, oltre a questa, se aviene che elle cantino alcuna delle nostre canzoni o per aventura delle loro? Che quantunque de gli uomini quasi proprie sieno le lettere e la poesia, non  egli perci che, si come Amore nelle nostre menti soggiornando con la regola de gli occhi vostri c'insegna le pi volte quest'arte, cos ancora ne'vostri giovani petti entrato, egli alle volte qualche rima non ne tragga e qualche verso: i quali poi tanto pi cari si dimostrano a noi, quanto pi rari si ritruovano in voi. Cos aviene che rinforzando le nostre donne in pi doppi la soavit della loro armonia, fanno altres la nostra dolcezza rinforzare, la quale, passando nell'anima, s la diletta che niuna pi, come quella che, dalle celestiali armonie scesa ne'nostri corpi e di loro sempre disiderosa, di queste altre a sapor di quelle s'invaghisce, pi gioia sentendone, che quasi non pare possibile, a chi ben mira, di cosa terrena doversi sentire. Bench non  terrena l'armonia, donne, anzi pure in maniera con l'anima confacevole, che alcuni furono gi che dissero essa anima altro non essere che armonia.


[2.XXVI.] Ma tornando alle nostre donne, in tante maniere quante io dissi raddoppianti i concenti loro, quale animo pu essere cos tristo, quale cuore cos doloroso, quale mente cos carica di tempestosi pensieri, che udendole non si rallegri, non si racconforti, non si rassereni? O chi, tra tante dolcezze posto e tra tante venture, i suoi amari e le sue disaventure non oblia? Leggesi ne'poeti che, passante per gli abissi Orfeo con la sua cetera, Cerbero rattenne il latrare che usato era di mandar fuori a ciascuno che vi passava; le Furie l'imperversare tralasciarono; gli avoltoi di Tizio, il sasso di Sisifo, le acque e le mele di Tantalo, la ruota d'Issione e l'altre pene tutte di tormentare soprastettero i dannati loro, ciascuna, dalla piacevolezza del canto presa, il suo ufficio, non mai per lo adietro tralasciato, dimenticando. Il che non  a dire altro, se non che le dure cure de gli uomini, che necessariamente le pi volte porta seco la nostra vita, in diverse maniere i loro animi tormentanti, cessano di dar lor pena, mentre essi invaghiti quasi dalla voce d'Orfeo, cos da quella delle lor donne, lasciano e obliano le triste cose. Il quale obliamento tuttavia di quanto rimedio ci soglia essere ne'nostri mali e quanto poi ce gli faccia oltre portare pi agevolmente, colui lo sa che lo pruova. Senza che necessario  a gli uomini alcuna fiata dare a'lor guai alleggieramento e, quasi un muro, cos alcun piacere porre tra l'animo e i neri pensieri. Perci che, s come non pu il corpo nelle sue fatiche durare senza mai riposo pigliarsi, cos l'animo senza alcuna traposta allegrezza non pu star forte ne'suoi dolori. Tale  la dimenticanza, o Perottino, nella quale si tuffa la memoria de gl'innamorati uomini cos trista, che tu dicevi; tale  la medicina cos venenata de gli amanti, che tu ci raccontasti; tali sono gli assenzi, tali sono l'ebbriezze loro. Ma queste dolcezze nondimeno, s come io dissi di quelle de gli occhi, se aviene, che pu avenire spesso, che gli orecchi tocchino di quegli uomini, che delle donne, da cui elle escono, amanti non sono, non crediate che elle passino il primo cerchio. Perci che s come se il giardinaio di qua entro, lungo la doccia di questo canale passando, non ne levasse alle volte o pietre o bronchi o altro che vi pu cadere tuttod, ella in brieve si riempierebbe e riturerebbe in maniera, che poi all'acqua che vi corre della fontana essa luogo dare non potrebbe, cos quell'orecchio, che Amore non purga, alle picchianti dolcezze non pu dar via. E chi non sa che se noi tutti qui la voce udissimo della mia donna, che a gli orecchi ci venisse in qualche modo, niuna  di voi che quella dolcezza ne sentisse che sentire'io? E cos fareste voi, se il somigliante avenisse de'vostri signori, ch niuna tanta gioia di sentir quegli dell'altre piglierebbe, quanta ella farebbe del suo. Ma passiamo pi avanti; e perch io, donne, per le dolcezze di questi due sentimenti scorte v'abbia, non crediate perci che io scorgere vi voglia per quelle ancora de gli altri tre, ch io potrei pervenire a parte, dove io ora andare non intendo. Scorgavi Amore, che tutte le vie sa per le quali a que'diletti si perviene che la nostra humanit pare che disideri sopra gli altri. E quale scorta potreste voi pi dolce di lui avere n pi cara? certo niuna. Esso que'diletti ci fa essere carissimi e dolcissimi, quale  egli, che, senza lui avuti, sono, come l'acqua, di niun sapore e di niun valore parimente. Per che pigliatelo sicuramente per vostro duca, o vaghe giovani. E io, in guiderdone della fatica che io prendo oggi per lui, ne 'l priego che egli sempre felicemente vi guidi.


[2.XXVII.] Ma tuttavia venite ora meco per quest'altra strada. Dico adunque che, oltra i cinque sentimenti, i quali sono ne gli uomini strumenti dell'animo insieme, insieme e del corpo, acci eziandio il pensiero, il quale, perci che solamente  dell'animo, ha vie pi d'eccellenza in s che quelli non hanno, e di cui non sono partecipi gli animali con esso noi, s come partecipi sono di tutti gli altri. Perci che bene vedono essi e odono e odorano e gustano e toccano e l'altre operagioni de gl'interni sensi essercitano altres, come noi faciamo, ma non consigliano n discorrono in quella guisa, n in brieve hanno essi il pensiero che a noi uomini  dato. Il quale tuttavia non  solo di maggior pregio, perci che egli proprio sia de gli uomini, dove quelli sono loro in comune con le fiere, ma per questo ancora, che i sentimenti operar non si possono se non nelle cose che presenti sono loro e in tempo parimente e in luogo, ma egli oltre a quelle e nelle passate ritorna, quando esso vuole, e mettesi altres nelle future, e in un tempo e per le vicine discorre e per le lontane, e sotto questo nome di pensiero e vede e ascolta e fiuta e gusta e tocca e in mille altre maniere fa e rif quello a che non solamente i sentimenti tutti d'uno uomo, ma quelli ancora di tutti gli uomini essere non potrebbono bastanti. Per che comprendere si pu che egli pi alle divine qualit s'accosta, chi ben guarda, che alle humane. Questo pensiero adunque tale, quale voi vedete, se essercitando le sue parti, s come buon lavoratore per li suoi colti, cos egli per l'animo s'adopra, che  suo, infinite dolcezze ci rende l'animo di questa coltura, tanto da doverci essere di quelle del corpo pi care, quanto  esso pi eccellente cosa che il corpo. Se pigro e lento e pieno di melensaggine si giace, lasciamo stare che dolcezze non se ne mietino, ma certo io non veggo a che altro fine sia l'animo dato al corpo, che al porco si dia il sale, perch egli non infracidisca. La qual cosa aviene ne gli uomini che non amano. Perci che a chi non ama, niuna cosa piace; a chi niuna cosa piace, a niuna volge il pensiero: dorme adunque il pensiero in loro. E il contrario ne viene de gli amanti. Perci che a chiunque ama, piace quello che egli ama, e d'intorno a quello che piace sovente pensa ogniuno volentieri. Per che si conchiude che le dolcezze del pensiero sono de gli amanti e non de gli altri. Le quali dolcezze tuttavia quante sieno non dir io gi, che non sarei a raccontarle pi bastante che io mi fossi a noverar le stelle del cielo. Ma quali, se noi vorremo in qualche parte dirittamente riguardare? Quanto diletto  da credere che sia d'un gentile amante il correre alla sua donna in un punto col pensiero e mirarla, per molto che egli le sia lontano, ad una ad una tutte le sue belle parti ricercando? Quanto poi, ne'costumi di lei rientrato, la dolcezza considerare, la cortesia, la leggiadria, il senno, la virt, l'animo e le sue belle parti? O Amore, benedette sieno le tue mani sempre da me, con le quali tante cose m'hai dipinte nell'anima, tante scritte, tante segnate della mia dolce donna, che io una lunga tela porto meco ad ogni ora d'infiniti suoi ritratti in vece d'un solo viso, e uno alto libro leggo sempre e rileggo pieno delle sue parole, pieno de'suoi accenti, pieno delle sue voci, e in brieve mille forme vaghissime riconosco di lei e del suo valore, qualora io vi rimiro, cotanto dolci sutemi e cotanto care, non picciola parte di quella viva dolcezza sentendo nel pensiero, che io gi, operandolo ella, ne'loro avenimenti mi sentia. Le quali figure, posto che pure da s non chiamassero a loro la mia mente cos spesso, s la chiamerebbeno mille luoghi che io veggo tutto d, usati dalla mia donna ora in un diporto e ora in altro; i quali non sono da me veduti pi tosto, che alla memoria mi recano: qui fu Madonna il tal giorno, qui ella cos fece, qui sedette, quinci pass, di qui la mirai; e cos pensando e varcando, quando meco stesso, quando con Amore, quando con le piagge e con gli alberi e con le rive medesime, che la videro, ne ragiono. La qual cosa, perci che a me pare oggimai d'aver compreso che a ciascuna di voi piacciono molto meglio i versi e le rime, che i semplici ragionamenti non fanno, dimostrare ancor vi posso con questa canzone, la quale non ha guari del cuor mi trassero queste medesime contrade, che della mia donna mi sovenivano e udironlami tra esse cantare, s come io l'andava tessendo:


[2.XXVIII.]
Se 'l pensier, che m'ingombra,
Com' dolce e soave
Nel cor, cos venisse in queste rime,
L'anima saria sgombra
Del peso, ond'ella  grave,
E esse ultime van, ch'anderian prime;
Amor pi forti lime
Useria sovra 'l fianco
Di chi n'udisse il suono;
Io, che fra gli altri sono
Quasi augello di selva oscuro humile,
Andrei cigno gentile
Poggiando per lo ciel, canoro e bianco,
E fora il mio bel nido
Di pi famoso e onorato grido.
Ma non eran le stelle,
Quando a solcar quest'onda
Primier entrai, disposte a tanto alzarme;
Che, perch Amor favelle
E Madonna risponda
L, dove pi non pote altro passarme,
S'io voglio poi sfogarme,
S dolce  quel concento,
Che la lingua no 'l segue,
E par che si dilegue
Lo cor nel cominciar de le parole;
N giamai neve a sole
Sparve cos, com'io strugger mi sento:
Tal ch'io rimango spesso
Com'uom, che vive in dubbio di se stesso.
Legge proterva e dura
S'a dir mi sferza e punge
Quel, ond'io vivo, or chi mi tene a freno?
E s'ella oltra mia cura
Dal mondo mi disgiunge,
Chi mi d poi lo stil pigro e terreno?
Ben posson venir meno
Torri fondate e salde;
Ma ch'io non cerchi e brami
Di pascer le gran fami,
Che 'n s lungo digiuno, Amor, mi dai,
Certo non sar mai:
S fr le tue saette acute e calde,
Di che 'l mio cor piagasti,
Ove ne gli occhi suoi nascosto entrasti.
Quanto sarebbe il meglio,
E tuo pi largo onore,
Ch'i'avessi in ragionar di lei qualch'arte.
E s come di speglio
Un riposto colore
Saglie talor e luce in altra parte,
Cos di queste carte
Rilucesse ad altrui
La mia celata gioia;
E perch poi si moia,
Non ci togliesse il gir solinghi a volo
Da l'uno a l'altro polo;
L dove or taccio a tuo danno, con cui
S'io ne parlassi, avria
Voce nel mondo ancor la fiamma mia.
E forse avenirebbe,
Ch'ogni tua infamia antica
E mille alte querele acqueteresti;
Ch'uno talor direbbe:
'Coppia fedele, amica,
Quanti dolci pensier vivendo avesti!'.
Altri: 'Ben strinse questi
Nodo caro e felice,
Che sciolto a noi d pace'.
Or, poi ch'a lui non piace,
Ricogliete voi, piagge, i miei desiri
E tu, sasso, che spiri
Dolcezza e versi amor d'ogni pendice,
Dal d che la mia donna
Err per voi secura in treccia e 'n gonna.
E se gli onesti preghi
Qualche mercede han teco,
Faggio, del mio piacer compagna eterna,
Piet ti stringa e pieghi
A darne segno or meco,
E mova da la tua virtute interna
Chi 'l mio danno discerna,
S che, s'altro mi sforza
E di valor mi spoglia,
S'adempia una mia voglia
Dopo tante, che 'l vento ode e disperde.
Cos mai chioma verde
Non manchi a la tua pianta, e ne la scorza
Qualche bel verso viva,
E sempre a l'ombra tua si legga o scriva.
Gi sai tu ben, s come
Facean qui vago il cielo
De le due chiare stelle i santi ardori,
E le dorate chiome
Scoperte dal bel velo,
Spargendo di lontan soavi odori
Empiean l'erba di fiori;
E sai, come al suo canto
Correano inverso 'l fonte
L'acque nel fiume, e 'l monte
Spogliar del bosco intorno si vedea,
Ch'ad ascoltar scendea,
E le fere seguir dietro e da canto,
E gli augelletti inermi
Sovra in su l'ali star attenti e fermi.
Riva frondosa e fosca,
Sonanti e gelid'acque,
Verdi, vaghi, fioriti e lieti campi,
Chi fia, ch'oda e conosca
Quanto di lei vi piacque,
E meco d'un incendio non avampi?
Chi verr mai, che stampi
L'andar soave e caro
Col bel dolce costume,
E quel celeste lume,
Che giunse quasi un sole a mezzo 'l die
Sovra le notti mie:
Lume, nel cui splendor mirando imparo
A sprezzar il destino
E di salir al ciel scorgo 'l camino?
Quando, giunte in un loco,
Di cortesia vedeste,
D'onest, di valor s care forme?
Quando a s dolce foco
Di s begli occhi ardeste?
E so ch'Amor in voi sempre non dorme.
O chi m'insegna l'orme,
Che 'l pi leggiadro impresse?
O chi mi pon tra l'erba,
Ch'ancor vestigio serba
Di quella bianca man, che tese il laccio,
Onde uscir non procaccio,
E del bel fianco e de le braccia istesse,
Che stringon la mia vita,
S ch'io ne pero e non ne cheggio aita?
Genti, a cui porge il rio
Quinci 'l pi torto e molle,
E quindi l'alpe il dritto orrido corno,
Deh or tra voi foss'io,
Pastor di quel bel colle
O guardian di queste selve intorno:
Quanto riluce il giorno
Del mio sostegno andrei
Ogni parte cercando,
Reverente inchinando
L 've pi fosse il ciel sereno e queto
E 'l seggio ombroso e lieto;
Ivi del lungo error m'appagherei,
E basciando l'erbetta,
Di mille miei sospir farei vendetta.
Tu non mi sai quetar, n io t'incolpo,
Pur che tra queste frondi,
Canzon mia, da la gente ti nascondi.


[2.XXIX.] N pure i luoghi, stati alcuna volta delle nostre donne ricevitori, o quelli che pi spesso ci sogliono di loro essere e conservatori fedelissimi e dolcissimi renditori, alla mente le ci ritornano, come io dissi; ma in ciascuna parte ancora sempre si vede qualche cosa, nella qual noi con gli occhi della testa riguardando, nelle nostre donne con quelli dell'anima miriamo, di loro dolcissimamente ricordandoci per alcuno sembievole modo. Che per dir pure di me stesso, come fece di s Perottino, certo se io sono, come io soglio alle volte, in alcun camino, niuna verde ripa di chiaro fiume, niuna dolce vista di vaga selva scorgono gli occhi miei e di lieta montagnetta niuna solinga parte, niun fresco seggio, niuna riposta ombra, niun segreto nascondimento non miro, che alla bocca non mi corra sempre: Deh fosse or qui la mia donna meco e con Amore, se ella tra queste solitudini, di me solo non si tenendo sicura, pure si cercasse compagnia; e cos, volto il pensiero ver lei, poi di lei meco medesimo in lunga gioia lunga pezza lunghi ragionamenti non tiri. E dove per lo fuggir del sole la sopravenuta ombra della terra, levando il colore alle cose, mi lievi e tolga la vista loro, non  che io nella tacita notte le stelle mirando non pensi: Deh se queste sono delle mondane venture dispensatrici, quale  or quella che indestin prima la dolce necessit de'miei amori?. O alla vaga luna riguardando e nel suo freddo argento fisse tenendo le mie luci, io non ragioni tra me stesso: Or chi sa che la mia donna ora in questo medesimo occhio non miri, che io miro? e cos ella di me ricordandosi, come io di lei mi ricordo, non dica: Forse guardano gli occhi del mio Gismondo, qualunque terra egli prema ora col piede, te, o Luna, s come guardo io; e a questa guisa in uno obbietto stesso e le nostre luci s'avengano e i nostri pensieri?. Cos, ora in un modo e quando in altro, nell'imaginar pure della mia donna rientrando e de'nostri amori, vie pi con lei che con me stesso dimoro. Ma che giova ramemorar quello che il pensiero ci risveglia nelle lontane contrade? Gi nella nostra citt niuna bella donna mi pu davanti apparere, che io incontanente nelle bellezze non entri con l'animo della mia. Niun vago giovane veggo per via pi innanzi pi solo e pensoso portar se stesso, che io non istimi: Forse pensa costui ora della sua donna;'il che istimare, me altres della mia mette tantosto in dolcissimi pensamenti. E se nelle nostre diportevoli barchette alle volte pigliando aria alquanto da gli strepiti della citt m'allontano, a niuna parte m'avicino de'nostri liti, che a me non paia vedervi la mia donna andar per loro spaziandosi, al suono cantando delle roche onde e marine conche con vaghezza fanciullesca ricogliendo. Infinite e innumerabili oltre a queste, e tante appunto, quante noi medesimi vogliamo, sono le vie per le quali pu mandare all'animo le dolcezze de'diletti gi passati il nostro vago e maestrevole pensiero. Perci che a lui n passo, n ponte, n porta si rinchiude. Non cielo che minacci, non mare che si turbi, non scoglio che s'apponga lo ritiene. Amor gli presta le sue ali, contro le quali niuna ingiuria pu bastare. E queste ali tuttavia, s come nelle passate gioie a sua posta il ritornano, cos n pi n meno, quandunque ad esso piace, ne 'l portano nelle future. Le quali, posto che pure perdano dalle passate, in quanto le future cos certe non sono, s avanzano elle poi da quest'altra parte, che dove della suta dolcezza una sola forma ritorna nell'animo col pensarvi, tale quale ella fu, di quella che ad essere ha, perci che non fu ancora, mille possibili maniere ci si rapresentano care e vaghe e dilettevolissime ciascuna. Cos le nostre feste, e prima che avengano con la variet, e appresso avenute con la certezza del pensiero dilettandoci, continue e presenti si fanno a noi in ogni luogo, in ogni tempo; il che dicono esser proprio di quelle de gl'Idii.


[2.XXX.] Ora per ritornare alquanto adietro per questa cos dilettevole strada, per la quale infino a qui venuti ci siamo, poscia che ciascun di questi tre piaceri, che io dissi, cotanti giuochi ci pu porgere separatamente, s come in parte ci s' ragionato, quanti  da credere, donne, che porgan tutti e tre congiunti e collegati? Ohim, niun condimento  cos dolce, niuno cos soave. Essi sono pur tanti e tali, che malagevolissimamente con la stimativa si comprendono, non che con la lingua si raccontino altrui. Ma perci che Perottino hieri, nelle passioni di quella miseria, che egli Amore si credea che fosse, mettendosi, mescolatamente s'and per loro ravolgendo e raviluppando lunga ora, a me non fie noievole che noi altres, nelle feste di questa felicit, che io so che  Amore, gi entrati, alquanto pi innanzi ancora senza ordine erriamo e discorriamo per loro. Nel quale discorrimento se averr che davanti ci si parino le gioie de gli altri sentimenti, le quali io di tacer vi proposi, acci che elle in tutto doler di noi non si possano, o forse s'accordassero per lo innanzi di lasciarci, s come noi ora avessimo loro lasciate, la qual cosa Idio non voglia, che io ne starei molto male, noi potremmo far quello stesso qui ragionando, che nelle pur dianzi ricordate tavole della nostra Reina desinando e cenando facciamo. Perci che delle molte maniere di vivanda e di beveraggio che dinanzi recate ci sono, a una o a due fermatici, di quelle ci satolliamo, dell'altre tutte, almeno per onorare il convito, alcuna tazza e alcun tagliere assaggiamo solamente e assaporiamo. Cos ora alla pastura delle dolcezze de'due primi sentimenti e del pensiero stando contenti nel ragionare, quelle de gli altri, dove elle ci vengano dinanzi, presone il sapore e il saggio, lasciaremo noi andare con la loro buona ventura. Quantunque io per me non mi seppi far mai cos savio, che io a quella guisa ne'conviti d'Amore mi sia saputo rattemperare, alla quale ne gli altri mi rattempero tutto d. N consiglierei io gi il nostro novello sposo che, quando Amore gli porr dinanzi le vivande delle sue ultime tavole, che egli ancora non ha gustate, egli di quelle contento che gustate ha, assaggiandole e assaporandole, partire le si lasciasse; ch egli se ne potrebbe pentere. Non so ora il consiglio che voi, belle giovani, dareste alla sposa.


[2.XXXI.] Ma tornando alle nostre dolcezze, dico che s come quanta sia la bellezza del d, allora pi interamente si comprende, qualora pi allo 'ncontro quanti sieno gl'incommodi della notte si considera sottilmente, cos per aventura gli amorosi giuochi pi aperti ci si verranno dimostrando e pi chiari, se noi alquanto alla vita di quelli che non amano porrem mente. Perci che essi primieramente niuna vaghezza tenendo di se medesimi, s come coloro che non hanno a cui piacere, di niuna cortese maniera cercano d'adestrar la loro persona, ma cos abandonatamente la portano le pi volte, n capello, n barba, n dente ordinandosi, n mano, n piede, come se ella non fosse la loro. Male e disagiatamente vestono, abitano disordinati e maninconosi. N famiglia, n cavallo, n barchetta, n giardino hanno essi, che cos non paia piagnere come fanno i loro signori. Essi non hanno amicizie, essi non hanno compagnie. N sono giovati da gli altri, n essi giovano altrui. N dalle cose, n da gli uomini pigliano o danno frutto alcuno. Fuggono le piazze, fuggono le feste, fuggono i conviti, ne'quali se pure alcuna volta s'avengono dalla necessit o dalla loro sciagura portati, n costume, n parlare, n accoglienza, n motto, n giuoco hanno essi, che villano e salvatico non sia. N di prosa sovien loro, n di verso. Veggono, ascoltano, pensano tutte le cose ad un modo. E in brieve, s come essi di fuori vivono pieni sempre di mentecattaggine e di stordigione, cos vive l'anima in loro. A'quali se voi dimandaste chenti sono le dolcezze e il frutto che essi sentono del loro vivere d per d, essi si maraviglierebbono che voi parlaste in questa maniera, e risponderebonvi che voi avete buon tempo, ma che essi gi altro che noie e rincrescimenti e fatiche non sentirono della lor vita giamai. Ma se voi ad amanti ne dimandaste, essi per aventura in altra guisa vi risponderebbono e direbbono cos: O donne, che  quello che voi ci dimandate? Senza numero sono i nostri avanzi e le nostre dolcezze e non si possono raccontare. Perci che incontanente che Amore con gli occhi d'alcuna bella donna primieramente ci fiere, destasi l'anima nostra, che infino a quella ora  giaciuta, tocca da non usato diletto, e destandosi ella sente destare in s un pensiero, il quale d'intorno alla imagine della piaciuta donna con maravigliosa festa girando, accende una voglia di piacerle, la quale  poi d'infinite gioie, d'infiniti beni principio. Mirabile cosa  ad estimare gli occulti raggi di questo primo disio, quali essi sono. Perci che non solamente ogni vena empiono di soavissimo caldo e tutta l'anima ingombrano di dolcezza, ma ancora gli spiriti nostri raccendendo, che senza Amore si stanno a guisa di lumi spenti, di materiali e grosse forme ci recano ad essere uomini aveduti e gentili. Con ci sia cosa che per piacere alle nostre donne e per la loro grazia e il loro amore acquistare, quelle parti che pi lodarsi ne gli altri giovani sentiamo, sovente cerchiamo d'aver noi, acci che per loro pi riguardevoli tra gli altri uomini e pi pregiati divenuti, pi altres alle nostre donne gradiamo. Onde in poco spazio tutte le prime rustichezze lasciate e di d in d e d'ora in ora pi di gentili costumi apprendendo, quale si d all'armeggiare, quale ad usar magnificenze si dispone, quale ne'servigi delle corti a gran re e a gran signori si fa caro, quale a cittadinesca vita s'adordina, nelle onorate bisogne della sua patria e in cortesie il tempo che gli  dato ispendendo, e quale, a gli studi delle lettere volto il pensiero, o le historie de gli antichi leggendo, se stesso con gli altrui essempi fa migliore e diviene simile a loro o, nell'ampissimo campo della filosofia mettendosi, e in dottrina e in bont come albero da primavera cresce di giorno in giorno, o pure nel vago prato entra della poesia e quivi, ora in una maniera e ora in altra, cantando tesse alla sua donna care girlande di dolcissimi e soavissimi fiori. Quale poi, di pi abondevole ingegno sentendosi o da pi alto amore sollecitato, di diversi costumi s'ander ornando, d'arme, di lettere, di cortesie e d'altre parti insieme tutte lodate e pregiate; onde egli quasi un celeste arco, di mille colori vestito, vaghissimo si dimostrer a'riguardanti. In questa maniera ciascun per s, mentre d'esser cari ad una sola donna s'ingegnano, si fanno da tutti gli uomini per valorosi tenere e per da molto; dove se dallo spron d'Amore punti non fossero stati, per aventura conosciuti non sarebbono da persona o, per dir pi il vero, non si conoscerebbono essi stessi. Cos quello, che n battitura di maestro, n minaccie di padre, n lusinghe o guiderdoni, n arte o fatica o ingegno o ammaestramento alcuno non pu fare, fallo Amore spesse volte agevolmente e dilettevolmente.


[2.XXXII.] E certo pieni e dolci frutti son questi, tra quelli che ci rende Amore, i quali sono veramente diversissimi e senza fine. Perci che s come non sono tutte una le maniere de gli amanti ma molte, cos non sono tutte una le guise de'nostri guadagni ma infinite. Sono alcuni che altro che l'onest pura e semplice l'uno dell'altro non amano, e di questa sola tanto appagamento ne viene alle menti loro, qualunque volta essi nell'altezza mirano de'loro disii, che estimare senza fallo non si pu se non si pruova. Alcuni dall'amorose fiamme pi riscaldati, ogni disvolere levando de'loro amori, niuna cosa si niegano giamai, ma quello che vuole l'uno, vuole l'altro subitamente con quello medesimo affetto che esso facea, e in questa guisa due anime governando con un solo filo, ad ogni possibile diletto fortunosamente si fanno via. Alcuni poi, tra l'una e tra l'altra posti di queste contentezze, ora il pregio della schifelt onorando, ora i frutti della dimestichezza procacciando, e con l'agro dell'una il dolce dell'altra mescolando, un sapore s dilettevole ne condiscono, che d'altro cibo alle loro anime n prende maraviglia, n sorge disio. Oltre a ci a quella timidetta verginella incomparabile festa porgono i saluti e le passate del suo nuovo e accettevole amadore. Quest'altro beano le lettere della sua cara donna, vergate con quella mano che egli ancor tocca non ha, non pi le note di lei leggendovi che la voce e il volto e il cuore. Quell'altro mettono in un mare di dolcezza dieci tremanti parole dettegli dalla sua. A molti la loro lungamente amata donna e affettuosamente da gli anni pi teneri vagheggiata, nel bel colmo delle lor fiamme doner il cielo a moglie, somma e onestissima ventura de gli humani disii. E alquante saranno altre coppie di cari amanti, le quali, avendo le pi calde ore della loro et in risguardo e in salvatichezza trapassate, l'uno scrivendo e l'altra leggendo e amendue fama e grido solamente di cercar dilettandosi de'loro amori, poscia che la neve delle tempie sopravenuta ogni sospetto ha tolto via, sedendo e ragionando e gli antichi fuochi con sicuro diletto ricordando, tranquilli e riposati menano dolcissimo tutto il rimanente della lor vita, ogni ora del cos condotto tempo pi contenti. Ma che v'andiamo noi pure tuttavia di molti amanti i diletti ragionando e le venture, quando delle sole di ciascuna coppia lunga historia tessere se ne pu agevolmente? Perci che quale diletto  da dire che sia il vedere quella fronte nella quale corrono tutti i pensieri del cuore, nudi e semplici, secondo che essi nascono e risorgono in lui? Quale, mirando ne'coralli e nelle perle, di cui sono men preziose tutte le gemme de gli orientali tesori, sentirne uscir quelle voci che sono dall'ascoltante anima ricevute s volentieri? Quale poi, tacendo e mirando, far pi dolce un silenzio che mille parlari, tuttavolta con lo spirito de gli occhi ragionando cose, che altri che Amore n pu intendere, n sa dettare? Quale, per mano tenendosi, tutto il petto sentirsi allagare della dolcezza, non altramente che se un fiume di calda manna ci andasse il cuore e le midolle torniando? Tacciansi le altre cotante dolcezze e cos vive; delle quali dire si pu che, poi che tale  la nostra vita, quale la natura ce la fece essere, poscia che noi venuti ci siamo, dolcissima cosa  per certo accordarci col suo volere e quella far legge della vita, che gli antichi fecero delle cene: o prtiti, o bei. Oltre a.cci quanta contentezza credete voi che sia la nostra, quanta sodisfazione, quanta pace, d'ogni nostro fatto, d'ogni nostro accidente, d'ogni ventura, d'ogni sciagura, d'ogni oltraggio, d'ogni piacere ragionarsi tra due con quella medesima sicurezza con che appena suole altri seco medesimo ragionare? di nulla nascondere la nostra compagna anima, e sapere altres di nulla essere da lei nascosi? ogni diletto, ogni speranza raccomunare, ogni disio? niuna fatica schifare per lo suo riposo, pi di quello che ciascun fa per se stesso, niuna gravezza, niun peso? bene, male, ogni cosa portar dolcemente, acconci con lieto viso, s come di vivere l'uno per l'altro, cos di morire? Il che fa che a ciascuno e le seconde cose via pi giovano e le sinistre offendono meno, in quanto le seconde l'uno col piacer dell'altro allettando in molti doppi crescono, e quell'altre, subitamente partite e da ciascuno la met toltane fratellevolmente, gi da prima perdono della loro intera forza; oltre che poi e confortando e consigliando e aiutando, esse si deleguano, come neve sotto primi soli, o almeno da nuovi diletti aombrate, s ne gli oblii delle passate cose le tuffiamo, che appena dir si pu che elle ci sieno state.


[2.XXXIII.] Dicono i sonatori che, quando sono due liuti bene e in una medesima voce accordati, chi l'un tocca, dove l'altro gli sia vicino e a fronte, amendue rispondono ad un modo, e quel suono che fa il tocco, quello stesso fa l'altro non tocco e non percosso da persona. O Amore, e qua'liuti o qua'lire pi concordemente si rispondono, che due anime che s'amino delle tue? Le quali, non pur quando vicine sono e alcuno accidente l'una muove, amendue rendono un medesimo concento, ma ancor lontane e non pi mosse l'una che l'altra, fanno dolcissima e conformissima armonia. Pensa della sua cara donna il lontano amante volentieri quando e'pu, e vedela e odela col pensarvi, n ella con pi diletto a veruna cosa giamai volge l'animo che a lui, e sono certi ciascuno che quello che l'uno fa, faccia l'altro tuttavia parimente. Per che noi ci maravigliamo di Laodomia, alla quale per mirar nel suo lontano Protesilao fosse huopo la dipinta cera della sua figura. A questa guisa, donne, e vicini e lontani, sempre diletto, sempre sollazzi troviamo. Perci che Amore, s come il sole, quantunque cangi segno, sempre chiaro si mostra per a'mortali, cos egli, bench alle volte muti paese con noi, pur tuttavia in ogni luogo de'suoi doni ci fa sentire. Egli in piano, egli in monte, egli in terra, egli in mare, egli ne'porti e nelle sicurezze, egli nelle fortune e ne gli arrischiamenti, egli ad uomini, egli a donne, s come la sanit, sempre  piacevole, sempre giova. Trastulla nelle rigide spilunche e nelle semplici e povere capanne i duri e vaghi pastori. Conforta ne'morbidi palagi e nelle dorate camere le menti pensose de gli alti re. Tranquilla le noie de'giudicanti, ristora le fatiche de'guerreggianti; in quelli con le severe leggi de gli uomini la piacevolissima della natura mescolando, a questi nel mezzo de'nocentissimi e sanguinosi guerreggiari pure e innocentissime paci recando. Pasce i giovani, sostiene gli attempati, diletta gli uni e gli altri; e sovente fa quello che cotanto pare a vedere maraviglioso, con ci sia cosa che egli nelle vecchie scorze ritorna il vigore delle fanciulle piante e, sotto le bionde e liscie cotenne, insegna essere innanzi tempo mille vizzi e canuti pensieri. Piace a'buoni, diletta i saggi,  salutevole a tutti. Scaccia la tristizia, toglie la maninconia, rimuove le paure, compone le liti, fa le nozze, accresce le famiglie. Insegna parlare, insegna tacere, insegna cortesia. Dolci ci fa le dipartenze, perci che pi cari e di pi viva forza pieni ci apparecchia i ritorni loro; dolcissimi i ritorni e le dimore, i quali col pensiero delle lor gioie ci fanno poi essere ogni nostra lontananza soave. Lietissimi ci mena i giorni, ne'quali ci fanno luce e risplendono spesse volte due soli; ma le notti ancor pi, s come quelle che il nostro sole non ci togliono perci sempre. Il che quando pure non aviene, egli non manca per lo pi che il sonno cortese quelle medesime feste non ci apporti e non ci doni, che alle vigilie vengono tolte e negate; e cos ci miriamo noi, cos ragioniamo insieme, cos le nostre ragioni contiamo, cos per mano ci prendiamo, come quelli fanno che pi veracemente l'appruovano quando che sia. Crescono ogni giorno le dolcezze, avanzano ogni notte le venture; n per quelle che sopravengono, mancano o scemano le sottostanti, anzi, s come belle nevi da belle nevi sopragiunte, pi fresche e pi morbide si mantengono in quella maniera, cos de gli amorosi sollazzi, sotto le dolci copriture de gli ultimi, pi dolci si conservano i primieri. N per le vecchie le nuove, n le d'oggi per quelle di hieri menomano e perdono della loro forza giamai, anzi, s come numero che s'accosti a numero, vie maggior somma fa, che soli e separati far non possono, cos le nostre feste, poste e giunte altre con altre, pi di bene ci porgono ciascuna, che fatto da s non avrebbono. Sole bastano, accompagnate crescono. Una mille ne fa, e delle mille in brieve tempo mille ne nascono per ciascuna. Sono aspettate giocondissime, sono non aspettate venturose. Sono care agevoli, ma disagevoli vie pi care, in quanto le vittorie con alcuna fatica e con alcun sudore acquistate fanno il trionfo maggiore. Donate, rubate, guadagnate, guiderdonate, ragionate, sospirate, lagrimate, rotte, reintegrate, prime, seconde, false, vere, lunghe, brievi, tutte sono dilettevoli, tutte sono graziose. E in brieve, s come nella primavera prati, campi, selve, piagge, valli, monti, fiumi, laghi, ogni cosa che si vede  vaga; ride la terra, ride il mare, ride l'aria, ride il cielo; di lumi, di canti, d'odori, di dolcezze, di tiepidezze ogni parte, ogni cosa  pieno; cos in Amore ci che si dice, ci che si fa, ci che si pensa, ci che si mira, tutto  piacevole, tutto  caro. Di feste, di sollazzi, di giuochi, d'allegrezze, di piacimenti, di venture, di gioia, di riposo, di pace ogni stato, ogni anima  ripiena. -


[2.XXXIV.] Non si potea rattener Gismondo del dire, gi tutto in su le lode d'Amore con le parole e con l'animo riscaldato, e tuttavia diceva, quando le trombe, che nelle feste della Reina le danze temperavano col lor suono, del palagio rimbombando, alla bella brigata dello incominciato festeggiare dieder segno. Per che, parendo a ciascuno di doversi partire, e levatisi, disse loro Gismondo: - Queste e altre cose assai per aventura, o mie donne, v'arebbono ragionato gli amanti uomini, se voi a dirvi di sopra quali sono gli amorosi diletti gli aveste chiesti e dimandati. E a me ora non picciolo spazio convien lasciare del mio aringo, che io correre non posso. Ma Lavinello, al quale tocca domane l'ultimo incarico de gli amorosi ragionamenti, dir per me quello che io dire oggi compiutamente non ho potuto, come io volea; non voglio dire "dovea", ch io sapea bene non ci essere bastante -.
Allora madonna Berenice, gi insieme con gli altri verso il palagio inviatasi, disse: - Come che ora il fatto si stia, Gismondo, del tuo avere a bastanza ragionato o no, noi siam pure molto ben contente che di Lavinello abbia a dovere essere il ragionar di domane; il quale se noi non conoscessimo pi temperato nelle sue parole, che tu oggi nelle tue non sei stato, io per me non so quello che io mi facessi di venirci.
- E che ho io detto, Madonna? - rispondea Gismondo. - Ho io detto altro che quello che si fa, e ancor meno? Per che se io cotanto spiaciuto vi sono, ben ti so confortar, Lavinello, che tu di quello ragioni che non si fa, se tu le vuoi piacere -.
Voleasi Lavinello pure ritrarre dal dover dire, recandone sue ragioni, che detto se n'era assai e che egli non era oggimai agevole, appresso due tali e cos diverse openioni e cos abondevolmente sostentate dall'uno e dall'altro de'suoi compagni, recarne la sua, e quasi darne sentenza. Ma ci era niente; perci che alle donne pure piaceva che ancora egli dicesse, vaghe d'avere uditi una volta tutti e tre que'giovani partitamente ragionare, che elle sempre tenuti aveano e riputati per da molto. E quando bene le donne lasciate di male se ne avessero, non se ne lasciava Gismondo; anzi diceva: - O Lavinello, o tu ci prometti di dire, o io ti fo citar questa sera dinanzi la Reina; ch io disposto sono di vedere se i patti, che si fanno nelle sue nozze, s'hanno a rompere in questa maniera. E forse averr quello che tu quando i patti si fecero non istimavi, che ti converr poi dire in sua presenza.
- Non si tiene ragione ora, - rispondea Lavinello - mentre il festeggiar dura. Le liti ci sono sbandite. - Pure, temendo di quello che avenir gli potea, disse di fare ci che essi voleano. E con queste parole giugnendo in su le sale, e quivi da altri giovani cortigiani, che le feste inviavano, vedute le belle donne venire, senza lasciarle pi oltre passare furono invitate tutte e tre e messe in danza, e li tre giovani si rimasero tra gli altri.



TERZO  LIBRO

[3.I.] Non si pu senza maraviglia considerare, quanto sia malagevole il ritrovare la verit delle cose che in quistion cadono tutto 'l giorno. Perci che di quante, come che sia, pu alcun dubbio nelle nostre menti generarsi, niuna pare che se ne veda s poco dubbiosa, sopra la quale e in pro e in contro disputare non si possa verisimilmente, s come sopra la contesa di Perottino e di Gismondo, nelli dinanzi libri raccolta, s' disputato. E furono gi di coloro, che, di ci che venisser dimandati, prometteano incontanente di rispondere. N mancarono ingegni, che in ogni proposta materia disputassero e all'una guisa e all'altra. Il che diede per aventura occasione ad alcuni antichi filosofi di credere, che di nulla si sapesse il vero e che altro gi che semplice openione e stima avere non si potesse di che che sia. La qual credenza quantunque e in que'tempi fosse dalle buone schuole rifiutata, e ora non truovi gran fatto, che io mi creda, ricevitori, pure tuttavia  rimaso nelle menti d'infiniti uomini una tacita e comune doglianza incontro la natura, che ci tenga la pura midolla delle cose cos riposta e di mille menzogne, quasi di mille buccie, coperta e fasciata. Per che molti sono che, disperando di poterla in ogni quistion ritrovare, in niuna la cercano e, la colpa alla natura portando, lasciata la cognizione delle cose, vivono a caso; altri poi, e vie pi molti ancora ma di meno colpevole sentimento, i quali, dalla malagevolezza del fatto inviliti, o ad altrui credono ci che ciascuno ne dice e, a qualunque sentenza udire sono quasi dall'onde portati, in quella s come in uno scoglio si fermano, o essi ne cercano leggiermente e di quello, che pi tosto viene loro trovato, contenti, non vanno pi avanti. Ma de'primieri non  da farne lungo sermone, i quali a me sembrano a male recarsi che essi sieno nati uomini pi tosto che fiere, poscia che eglino, quella parte che da esse ci discosta rifiutando, privano del suo fine l'animo e del nostro maggiore ornamento spogliano e scemano la loro vita. A quest'altri si pu ben dire primieramente che egli non si dee cos di leggiero a rischio dell'altrui erranza porre e mandar la sua fede, quando si vede che alcuni da particolare affezione sospinti, altri dalla instituzione della vita o dalla disciplina de'seguitati studi presi e quasi legati, a ragionare e a scrivere d'alcuna cosa si muovono, e non perch essi nel vero credano e stimino che cos sia (senza che s suole egli eziandio non so come alle volte avenire che, o parlando o scrivendo d'alcuna cosa, ci sott'entra nell'animo a poco a poco la credenza di quello medesimo, che noi trattiamo); e poi, che egli non basta, poscia che essi ne cercano, leggiermente cercarne e d'ogni primo trovamento contentarsi; perci che se a gli altri, che ne hanno cerco, non si dee subitamente credere tutto quello che essi ne dicono, perch si sono ingannar potuti, n a noi doveremo credere subitamente, che ingannare altres ci possiamo; e s ancora perci che la debolezza de'nostri giudicii  molta, e di poche cose aviene che una prima e non molto considerata e con lunghe disputazioni essaminata openione sia ben sana. Che se alla debolezza de'nostri giudicii s'aggiugne la oscurit del vero, che naturalmente pare che sia in tutte le cose, vedranno chiaro questi cotali niuna altra differenza essere tra essi e quelli che di nulla cercano, che sarebbe tra chi, assalito da contrari venti sopra il nostro disagevole porto, non sperando di poterlo pigliare, levasse dal governo la mano e del tutto in loro bala si lasciasse, n di porto n di lito procacciando, e chi, con speranza di doverlo poter pigliare, pure al terreno si piegasse, ma dove fossero i segni che la entrata dimostrano non curasse di por mente. La qual cosa non faranno quegli uomini e quelle donne che me ascolteranno; anzi, quanto essi vedranno essere e maggiore la oscurit nelle cose e ne'nostri giudicii minore e meno penetrevole la veduta, tanto pi n a gli altri quistionanti ogni cosa crederanno, senza prima diligente considerazione avervi sopra, n, quando del vero in alcun dubbio cercheranno, appagheranno se stessi per cercarne poco, e meno a quello, che trovato averanno ne'primi cercari, comunque loro paia potersene sodisfare, si terranno appagati, estimando che se pi oltre ne cercheranno, altro ancora ne troverranno, come quel tanto hanno fatto, che pi loro sodisfar. N essi della natura si verran dolendo, come quelli fanno, perci che ella non ci abbia in aperto posta la verit delle conoscibili cose, quando ella n l'argento, n l'oro, n le gemme ha in palese poste, ma nel grembo della terra per le vene de gli aspri monti e sotto la rena de'correnti fiumi e nel fondo de gli alti mari, s come in pi segreta parte, sotterate. Che se ella questi pi cari abbellimenti della nostra caduca e mortal parte ha, come si vede, nascosi, che dovea ella fare della verit, non bellezza solamente e adornamento, ma luce e scorta e sostegno dell'animo, moderatrice de'soverchievoli disii, delle non vere allegrezze, delle vane paure discacciatrice e delle nostre menti ne'suoi dolori serenatrice e d'ogni male nimica e guerriera? Le cose da ogniuno agevolmente possedute sono a ciascuno parimente vili, e le rare giungono vie pi care. Quantunque io stimo che saranno molti che mi biasimeranno in ci, che io alla parte di queste investigazioni le donne chiami, alle quali pi s'acconvenga ne gli uffici delle donne dimorarsi, che andare di queste cose cercando. De'quali tuttavia non mi cale. Perci che se essi non niegano che alle donne l'animo altres come a gli uomini sia dato, non so io perch pi ad esse che a noi si disdica il cercare che cosa egli sia, che si debba per lui fuggire, che seguitare; e sono queste tra le meno aperte quistioni, e quelle per aventura d'intorno alle quali, s come a perni, tutte le scienze si volgono, segni e berzagli d'ogni nostra opera e pensamento. Che se esse tuttavolta a quegli uffici, che diranno que'tali esser di donna, le loro convenevoli dimore non togliendo, ne gli studi delle lettere e in queste cognizioni de'loro otii ogni altra parte consumeranno, quello che alquanti uomini di ci ragionino non  da curare, perci che il mondo in loro loda ne ragioner quando che sia. E ora le quistioni eziandio di Lavinello, il terzo giorno a maggior corona, che quelle de'suoi compagni non furono, recitate, ascoltiamo.


[3.II.] Perci che, cercandosi il d dinanzi delle tre donne per quelle che dimorar con esso loro soleano, nello andare che elle fecero nelle feste, e trovato che elle erano nel giardino e la cagione risaputasi, pervenne la novella di bocca in bocca a gli orecchi della Reina, la quale ci udendo e sentendo che belle cose si ragionavano tra quella brigata, ma pi avanti di loro non sapendole perci alcuna ben dire, mossa dal chiaro grido che i tre giovani aveano di valenti e di scienziati, ne le prese talento di volere intendere quali stati fossero i loro ragionamenti. Per che la sera, poscia che festeggiato si fu e cenato e confettato, n altro attendendosi che quello che la Reina commandasse, avendo ella tra le pi vicine a s madonna Berenice, il viso e le parole verso lei dirizzando lietamente disse: - Chente v' paruto il nostro giardino, madonna Berenice, questi d, e che ce ne sapete dire? perci che noi abbiamo inteso che voi con vostre compagne vi sete stata.
- Molto bene, Madama - rispose la donna, al dire di lei levatasi inchinevolmente. - Egli m' paruto tale, quale bisognava che egli mi paresse, essendo di Vostra Maest -.
E quivi dettone quello che dir se ne poteva cortesemente, e talvolta il testimonio di Lisa e di Sabinetta mescolandovi, che molto lontane non l'erano, fece tutte l'altre donne, che l'udivano e veduto non l'aveano, in maniera disiderose di vederlo, che loro si facea gi tardi che la Reina si levasse, per potervi poi andare quella sera ancora col giorno, il quale tuttavia di gran passo s'inchinava verso il Marrocco per nascondersi. Ma la Reina leggiermente avedutasene, poi che madonna Berenice si tacque: - Nel vero - disse - egli ci suole essere di diporto e di piacere assai. E perci che buoni d sono che noi non vi siamo state, e queste donne per aventura piglierebbono un poco d'aria volentieri, noi vi potemo andare tutte ora per lo fresco -.
E cos levatasi e presa per mano madonna Berenice, con tutte l'altre scesa le scale e nel bel giardino entrata, lasciatene molte andare chi qua chi l sollazzandosi, con lei ad una delle belle finestre riguardanti sopra lo spazievole piano si pose a sedere e s le disse: - Voi ci avete ben detto di questo giardino molte cose, le quali noi sapevamo, come che voi ce l'avete fatte maggiori che elle non sono. Ma de'vostri ragionamenti, che fatti v'avete, de'quali niuna cosa sappiamo e nondimeno intendiamo che sono suti cos belli e cos vaghi, non ci avete perci detto cosa niuna. Fatecene partecepa, ch egli ci sar caro -. Per che ella non sapendo come negargliele e, dopo altre parole e dopo molte lode date a'tre giovani, fatta dolcemente sua scusa, che ella pure a ripensare tra se stessa il tutto di tanti e tali ragionamenti non si sarebbe di leggiero arrischiata, non che di raccontargli a Sua Maest si fosse tenuta bastante, dalla maggioranza data primieramente a Gismondo e dalla sua cagione cominciatasi, non ristette prima di dire, che ella, tutte le parti de'sermoni di Perottino e di quelli di Gismondo brievemente raccogliendo, la somma delle loro questioni al meglio che ella seppe le ebbe isposta, avendo sempre risguardo che come donna e come a Reina gli esponea. La Reina, uditola e parendole la macchia e l'ombra aver veduta di belle e convenevoli dipinture, sentendo che Lavinello avea a dire il d seguente, si dispose di volerlo udire ancora essa e d'onorare s bella compagnia, quel d che ella potea, con la sua presenza; e dissegliele. Il che alla donna fu molto caro, parendole che, se la Reina vi venisse, ogni materia dovesse potere essere tolta via a chiunque di cos fatti ragionamenti e di tale dimora fosse venuto in pensiero di parlarne meno che convenevolmente. Erasi gi col fine delle parole di madonna Berenice ogni luce del d partita dal nostro hemispero, e le stelle nel cielo aveano cominciato a riprendere da ogni parte la loro; per che, con quella di molti torchi, la Reina e l'altre donne, risalite le scale, s'andarono alle loro camere per riposarsi. Nelle quali come fu con le sue compagne madonna Berenice, detto loro ci che con la Reina ragionato avea tanta ora e il suo pensiero, mandarono di presente per li tre giovani; i quali venuti, disse madonna Berenice a Lavinello: - Lavinello, egli t' pure venuto fatto quello, di che oggi Gismondo ti minacci: sappi che ti converr dire in presenza di madonna la Reina domane. - E fatto loro intendere come la cosa era ita e alquanto sopra ragionatone, licenziatigli, a'bisogni della notte e al sonno diedero le sue ore.


[3.III.] Ma venuto il d e desinatosi e ciascuno alle sue dimore ritornato, presa la Reina quella compagnia di donne e di gentili uomini, che le parve dover pigliare, con le tre donne e co'tre giovani n'and nel giardino e, messasi ancor lei a sedere sopra la verde e dipinta erbetta all'ombra de gli allori, come l'altre, in su due bellissimi origlieri, che quivi posti dalle sue damigielle l'aspettavano, e ciascuno altro delle donne e de gli uomini secondo la loro qualit, chi pi presso di lei e chi meno, rassettatisi, altro che il dire di Lavinello non s'attendeva: il quale, fatta riverenza alla Reina, incominci: - Poscia che io intesi, Madonna, esser piacere di Vostra Maest che io in presenza di voi ragionassi quello, che alla picciola nostra brigata di questi due d avere a ragionare mi credea, stetti buona pezza sopra me, alla debolezza del mio ingegno e all'importanza delle cose propostemi e al convenevole di Vostra Altezza ripensando; e pareami avere mal fatto quando io, alle nostre donne e a'miei compagni promettendo di dire, accettai questo peso. Perci che, quantunque io allora estimassi come che sia poter per aventura sodisfare al loro disio, nondimento tosto che io mi pensai che le mie parole alle vostre orecchie doveano pervenire, e la imagine di voi mi posi innanzi, subitamente e le mie forze pi brievi e la materia pi ampia essere m'apparvono d'assai, che elle non m'erano per lo adietro parute. Per che io mi tenni essere a stretto partito infino a tanto che, all'infinita vostra naturale humanit rivolto il pensiero, da lei confortato ripresi animo, estimando di non dover potere errare ubidendovi, perci che io d'ogni mio possibile fallo ne la conoscea vie maggiore. Oltre che poi, pi altre parti d'intorno a questo fatto considerate, compresi che se la fortuna, avendo risguardo alla grandezza delle cose che dir si poteano, avea loro maggiore ascoltatrice e pi alta giudice apparecchiata, ci a me non dovea essere discaro, quando da voi e perdono, dove io errassi, e aiuto, dove io mancassi, venire abondevolmente mi potea e non altro. Senza che, se io risguardo pi avanti, buona arra mi pu esser questa di dovere ancora poter vincere la presente quistione da Gismondo propostaci, e da lui e da Perottino disputata, il vedere allo ascoltamento de'miei amorosi ragionamenti datami la Reina di Cipri, la qual cosa non avenne de gli loro. Vagliami adunque il cos preso di voi augurio, Madonna, in quella parte che io il prendo, e aspiri ora in ci che io debbo dire il dolce raggio della vostra salutevole assidenza, nell'ampio favor della quale distendendo le sue ali il mio picciolo e pauroso ardire, con buona licenza di voi io incomincier.


[3.IV.] Comportevoli poteano essere amendue le openioni, Madonna, hieri a voi dalle nostre donne e loro questi giorni da'miei compagni recitate, e di volont si sarebbe la lor lite terminar potuto senza nuovo giudicio alcuno, se, l'uno dalla noia e l'altro dalla gioia, che essi amando sentono, sollecitati, la giusta misura nel giudicare passata non avessero e la libert del dire portata ciascuno in troppo stretto e rinchiuso luogo. Perci che, per comprendere in brieve spazio tutto quello in che essi occuparono lunga ora, se, come hanno voluto dimostrarci, l'uno che Amore sempre  reo, n pu esser buono, e l'altro che egli sempre  buono, n pu reo essere, avessero cos detto che egli  buono e che egli  reo, e oltre a.cci non si fossero iti ristrignendo, di meno si sarebbe potuto fare di dare ora questo disagio a Vostra Maest d'ascoltarmi. Perci che nel vero cos , che Amore, di cui ragionato ci s', pu essere e buono e reo, s come io m'accostar di far lor chiaro. E quantunque, di queste loro tali e cos fatte openioni, manifestamente ne segua convenirsi di necessit confessare che almeno l'una non sia vera, perci che esse tra s si discordano, non pertanto eglino sopra ci in cotal guisa le vele diedero de i loro ragionamenti, che senza fallo e l'una e l'altra sono potute a gli ascoltanti parer vere, o almeno quale sia la men vera sciorre non si pu agevolmente; il che tuttavia che amendue sieno false non  picciol segno, con ci sia cosa che la verit, quando ella  tocca, saglie quasi favilla fuori delle bugie, subitamente manifestandosi a chi vi mira. E certo molte cose hae raccolte Perottino, molte novelle, molti argomenti recati per dimostrarci che Amore sempre  amaro, sempre  dannoso; molti dall'altra parte Gismondo in farci a credere che egli altro che dolcissimo e giovevolissimo essere non possa giamai. L'uno doglioso, l'altro festoso  stato. Quegli piangendo ha fatto noi piagnere, questi motteggiando ci ha fatti ridere pi volte. E mentre che in diverse maniere ciascuno e con pi amminicoli s' ingegnato di sostentare la sua sentenza, dove gli altri per trarne il vero disputano, che in dubbio sia, essi con le loro dispute l'hanno posto in quistione dove egli non v'era. Ora non aspettino i miei compagni che io a ciascuna parte m'opponga delle loro contese, che sono per lo pi di soverchio. Io di tanto con loro garreggier, di quanto fie bastevole a fargli racconoscenti delle loro torte e mal prese vie.


[3.V.] Dico adunque, Madonna, che con ci sia cosa che Amore niente altro  che disio, il quale come che sia d'intorno a quello che c' piaciuto si gira, perci che amare senza disio non si pu, o di goder quello che noi amiamo o d'altramente goderne, che noi non godiamo, o di goderne sempre, o di bene, che noi con la volont all'amate cose cerchiamo; e disio altro non  che amore, perci che disiderare cosa che non s'ami non  di nostra possa, n pu essere in alcun modo: ogni amore e ogni disio sono quel medesimo e l'uno e l'altro. E questi sono in noi di due maniere solamente, o naturali o di nostra volont. Naturali sono, s come  amare il vivere, amare lo intendere, amare la perpetuagione di se medesimi, i figliuoli, e le giovevoli cose che la natura senza mezzo alcuno ci d, e sempre durano e sono in tutti gli uomini ad un modo. Di nostra volont sono poi quegli altri, che in noi separatamente si creano, secondo che essa volont, invitata da gli obbietti, muove a disiderare or uno or altro, or questa cosa or quella, or molto or poco; e questi disii e scemano e crescono, e si lasciano e si ripigliano, e bastano e non bastano, e in quest'animo d'una maniera e in quello sono d'altra, s come noi medesimi vogliamo e acconci siamo a dar loro ne'nostri animi alloggiamento e stato. Ma non a ventura n a caso ci furono cos date queste guise di disii, Madonna, che io vi ragiono, anzi con ordinato consiglio di chiunque s' colui, che  di noi e di tutte le cose prima e verissima cagione. Perci che volendo egli che la generazion de gli uomini, s come ancho quelle de gli altri animali, s'andasse col mondo perpetuando, ricoverandosi di tempo in tempo, s'avide essere di necessit crear in tutti noi altres, come in loro, questo amor di vita, che io dissi, e de'figliuoli e delle cose che giovano e fanno a nostro migliore e pi perfetto stato; il quale amore se stato non fosse, sarebbe co'primi uomini la nostra spezie finita, che ancor dura. Ma perci che, avendoci esso a maggiori cose e a pi alto fine creati, che fatto gli altri animali non avea, aggiunse ne'nostri animi le parti della ragione, fu di mestiero, acci che ella in noi vana e oziosa non rimanesse, che egli la volont, che io dissi, eziandio aggiugnesse in noi libera e di nostro arbitrio, con la quale e disiderare e non disiderare potessimo d'intorno alle altre cose, secondo che a noi venisse parendo il migliore. Cos aviene che nelle naturali e primiere nostre voglie tutti amiamo e disideriamo ad un modo, s come fanno gli altri animali medesimi, i quali procacciano di vivere e di bastare al meglio che essi possono ciascuno; ma nelle altre non cos, perci che io tale ne potr amare, che non amer Perottino, e tale amer egli, che io per aventura non amer, o egli molto l'amer, dove io l'amer poco. Ora  da saper quello di che hieri Gismondo ci ragion, che, perci che la natura non s'inganna, i disii, che naturali sono, sono similmente buoni sempre, n possono rei essere in alcuna maniera giamai; ma gli altri, il che non ci ragion gi hieri Gismondo, perci che la nostra volont pu ingannarsi, e pi sovente il fa che io non vorrei, e buoni e rei esser possono altres, come sono i fini a cui ella dirizza il disio. E di questa maniera di disii  quello di cui ci propose il ragionare Gismondo, e il quale Amore generalmente chiamano le genti tutto d, e per lo quale noi Amanti comunemente ci chiamiamo; con ci sia cosa che secondo l'arbitrio di ciascuno amiamo e disamiamo, e diversamente amiamo, e non necessariamente sempre e tutti quel medesimo e ad un modo, s come aviene ne'naturali disii. Per che egli e buono e reo esser pu, secondo la qualit del fine che dalla nostra volont gli  dato. Quantunque Gismondo per sostegno delle sue ragioni, che cadeano, co'naturali disii ne 'l mescolasse, volendoci dimostrar per questo che egli buono fosse sempre, n potesse malvagio essere in alcun tempo. Perci che chi non sa che se io gentile e valorosa donna amer e di lei lo 'ngegno, l'onest, la cortesia, la leggiadria e l'altre parti dell'animo, pi che quelle del corpo, n quelle del corpo per s, ma in quanto di quelle dell'animo sono fregio e adornamento, chi non sa, dico, che se io cos amer, il mio amore sar buono, perci che buona sar la cosa da me amata e disiderata? E allo 'ncontro, se io ad amare disonesta e stemperata donna mi disporr, o pure di casta e di temperata quello, che suole essere obbietto d'animo disonesto e stemperato, come si potr dire che tale amore malvagio e fello non sia, con ci sia cosa che quello che si cerca  in se medesimo fello e malvagio? Certo, s come a chi in quella guisa ama, le pi volte aviene che quelle venture lo seguono, che ci disse Gismondo che seguivano gli amanti: risvegliamento d'ingegno, sgombramento di sciocchezza, accrescimento di valore, fuggimento d'ogni voglia bassa e villana e delle noie della vita in ogni luogo in ogni tempo dolcissimo e salutevolissimo riparo, cos a chi in questa maniera disia, altro che male avenire non gliene pu, perci che bene spesso quell'altre sciagure lo 'ncontrano, nelle quali ci mostr Perottino che incontravano gli amanti, cotante e cos gravi: scorni, sospetti, pentimenti, gielosie, sospiri, lagrime, dolori, manchezza di tutte le buone opere, di tempo, d'onore, d'amici, di consiglio, di vita e di se medesimo perdezza e distruggimento.


[3.VI.] Ma non credere tuttavia, Gismondo, perci che io cos parlo, che io per aventura stimi buono essere lo amare nella guisa che tu ci hai ragionato. Io tanto sono da te, quanto tu dalla verit lontano, dalla quale ti discosti ogni volta che fuori de'termini de'duo primi sentimenti e del pensiero ti lasci dal tuo disiderio traportare, e di loro amando non stai contento. Perci che  verissima openione, a noi dalle pi approvate schuole de gli antichi diffinitori lasciata, nulla altro essere il buono amore che di bellezza disio. La qual bellezza che cosa  se tu con tanta diligenza per lo adietro avessi d'intendere procacciato, con quanta ci hai le parti della tua bella donna voluto hieri dipignere sottilmente, n come fai ameresti tu gi, n quello, che ti cerchi amando, aresti a gli altri lodato come hai. Perci che ella non  altro che una grazia che di proporzione e di convenenza nasce e d'armonia nelle cose, la quale quanto  pi perfetta ne'suoi suggetti, tanto pi amabili essere ce gli fa e pi vaghi, e  accidente ne gli uomini non meno dell'animo che del corpo. Perci che s come  bello quel corpo, le cui membra tengono proporzione tra loro, cos  bello quello animo, le cui virt fanno tra s armonia; e tanto pi sono di bellezza partecipi e l'uno e l'altro, quanto in loro  quella grazia, che io dico, delle loro parti e della loro convenenza, pi compiuta e pi piena.  adunque il buono amore disiderio di bellezza tale, quale tu vedi, e d'animo parimente e di corpo, e a lei, s come a suo vero obbietto, batte e stende le sue ali per andare. Al qual volo egli due finestre ha: l'una, che a quella dell'animo lo manda, e questa  l'udire; l'altra, che a quella del corpo lo porta, e questa  il vedere. Perci che s come per le forme, che a gli occhi si manifestano, quanta  la bellezza del corpo conosciamo, cos con le voci, che gli orecchi ricevono, quanta quella dell'animo sia comprendiamo. N ad altro fine ci fu il parlare dalla natura dato, che perch esso fosse tra noi de'nostri animi segno e dimostramento. Ma perci che il passare a'loro obbietti per queste vie la fortuna e il caso sovente a'nostri disiderii tr possono, da loro, s come spesso aviene, lontanandoci, ch, come tu dicesti, a cosa, che presente non ci sia, l'occhio n l'orecchio non si stende, quella medesima natura, che i due sentimenti dati n'avea, ci diede parimente il pensiero, col quale potessimo al godimento delle une bellezze e delle altre, quandunque a noi piacesse, pervenire. Con ci sia cosa che, s come ci ragionasti tu hieri lungamente, e le bellezze del corpo e quelle dell'animo ci si rappresentano col pensarvi, e pgliassene, ogni volta che a noi medesimi piace, senza alcuno ostacolo godimento. Ora, s come alle bellezze dell'animo aggiugnere n fiutando, n toccando, n gustando non si pu, cos non si pu n pi n meno eziandio a quelle del corpo, perci che questi sentimenti tra le siepi di pi materiali obbietti si rinchiudono, che non fanno quegli altri. Che perch tu fiutassi di questi fiori o la mano stendessi tra quest'erbe o gustassine, bene potresti tu sentire quale di loro  odorante, quale fiatoso, quale amaro, quale dolce, quale aspero, quale morbido, ma che bellezza sia la loro, se tu non gli mirassi altres, mica non potresti tu conoscere, pi di quello che potesse conoscere un cieco la bellezza d'una dipinta imagine, che davanti recata gli fosse. Per che se il buono amore, come io dissi,  di bellezza disio, e se alla bellezza altro di noi e delle nostre sentimenta non ci scorge che l'occhio e l'orecchio e il pensiero, tutto quello che  da gli amanti con gli altri sentimenti cercato, fuori di ci che per sostegno della vita si procaccia, non  buono amore, ma  malvagio; e tu in questa parte amatore di bellezza non sarai, o Gismondo, ma di sozze cose. Perci che sozzo e laido  l'andare di que'diletti cercando, che in straniera bala dimorano e avere non si possono senza occupazione dell'altrui e sono in se stessi e disagevoli e nocenti e terrestri e limacciosi, potendo tu di quelli avere, il godere de'quali nella nostra potest giace e godendone nulla s'occupa, che alcuno tenga proprio suo, e ciascuno  in s agevole, innocente, spiritale, puro. Questi bastava che tu hieri ci avessi lodati, o Gismondo, questi potrai tu ad ogni tempo con le prose e con le rime inalzare, ch sopra il convenevole senza fallo alcuno essi giamai non saranno inalzati. Di quegli altri se tu pure ragionar ci volevi, biasimandogli a tuo potere e avallandogli dovevi tu farlo, che il buono amore aresti lodato acconciamente in questa guisa, dove tu l'hai sconciamente in quella maniera vituperato. Il quale, perci che grande idio si dice essere, io ti conforterei, Gismondo, che tu ora il contrario facessi in amenda del tuo errore, di quello che fe'gi Stesicoro ne gli antichi tempi in amenda del suo; perci che, avendo egli co'suoi versi la greca Helena vituperata, e fatto per questo cieco, da capo in sua loda ricantandone, torn sano; cos tu oggi contrariamente tanto di loro ci rifavellassi disprezzandogli, quanto tu hieri ci hai apprezzandogli ragionato, e s riaverai tu la luce del diritto giudicio, che hai perduta. -


[3.VII.] Tacque Lavinello cos un poco, detto che egli ebbe infin qui, e, come aviene che si fa ragionando, sostatosi, ricoglieva spirito per riparlare, quando la Reina, soavemente alquanto sopra s recatasi, cos a.llui con sereno aspetto cominci, e disse: - Bene avete fatto, Lavinello, per certo a sovenirci ora di quello, poeti e versi ricordandoci, di che per aventura la vaghezza de'vostri ragionamenti, tacendol voi, ci arebbe tenuta obliosa. Perci che, avendo i vostri compagni, s come noi abbiamo inteso, tra gli loro ragionamenti di questi d cotante e cos belle rime mescolate, che le vostre donne udite hanno, non volete ancor voi ora alcuna delle vostre mescolare e tramettere in questi parlari, che noi eziandio ascoltiamo, poscia che le loro non abbiamo ascoltate?
- Se io rime avessi, Madonna, - rispose con riverente fronte Lavinello - le quali di tanto fossero di quelle de'miei compagni pi vaghe, di quanto sete voi delle nostre donne maggiore, io per aventura potrei oggi senza biasimo d'arroganza recitarne alcuna, s come essi fecero hieri e dianz'hieri le molte loro, che voi dite. Ma io non le ho pure di gran lunga al nostro picciolo primier cerchio bastevoli, non che elle ardissero di lasciarsi in cos ampio teatro, quale la vostra presenza , in alcuna guisa sentire. Per che piaccia pi tosto a Vostra Maest di non mi porre addosso quel peso, che io portar non posso.
- Voi di troppo ci onorate - riprese la Reina - con la vostra grande humanit, e le vostre donne si potranno di voi dolere, le quali noi come sorelle onoriamo. Ma, lasciando ci andare, voi di certo ci fareste ingiuria, se di quello non voleste rallegrarci, di che hanno i vostri compagni le loro ascoltatrici rallegrate e di che tuttavia sentiamo che sete abondevole e dovizioso ancor voi -.
Per la qual cosa non trovando Lavinello via come onestamente ricusare gliele potesse, dopo altre parole, s di madonna Berenice, che la Reina cortesemente pregava che al tutto lo facesse dire alcuna canzone, e s di Gismondo, che diceva che egli n'era maestro, esso cos disse: - Io dir, Madonna, poi che cos piace a Vostra Maest; e dir pure come io potr, e poscia che a questo fare mi chiamate ora, che io delle tre innocenti maniere di diletti che bene amando si sentono, vi ragionava, quello di loro, che tre mie canzoni nate ad un corpo ne raccogliessero gi, in parte vi racconter, acci che io cos, pi tosto questo rischievole passo valicato, l'altra parte de'miei ragionamenti possa con pi sicuro piede fornire. - E ci detto, cos incominci la primiera:


[3.VIII.]
Perch 'l piacer a ragionar m'invoglia,
E di sua propria man mi detta Amore,
N da l'un, n da l'altro ardisco aitarmi;
Sgombrimisi del petto ogni altra voglia,
E sol questa mercede appaghi il core,
Tanto ch'io dica e possa contentarmi;
C'aver dinanzi s bel viso parmi,
S pure voci e tanto alti pensieri,
Che, perch'io mai non speri
Per forza di mio ingegno o per altr'arte,
Cose leggiadre e nove,
Che 'n mill'anni volgendo il ciel non piove,
Qual'io le sento al cor, stender in carte,
Pur le mie ferme stelle
Portan ad or ad or ch'io ne favelle.
Era ne la stagion che 'l ghiaccio perde
Da le viole, e 'l sol cangiando stile
La faccia oscura a le campagne ha tolta,
Quando tra 'l bel cristallo e 'l dolce verde
Mi corse al cor la mia donna gentile,
Che correr vi dovea sol una volta.
Mia ventura in quel punto avea disciolta
La treccia d'oro, e quel soave sguardo,
Lieto, cortese e tardo,
Armavan s felici e cari lumi,
Che quant'io vidi poi,
Vago amoroso e pellegrin fra noi,
Rimembrando di lor, tenni ombre e fumi;
E dicea fra me stesso:
Amor senz'alcun dubbio  qui da presso.
Ben diss'io 'l ver, che come 'l d col sole,
Cos con la mia donna Amor ven sempre,
Che da'begli occhi mai non s'allontana;
Poi senti'ragionando dir parole
E risonar in s soavi tempre,
Che gi non mi sembir di lingua humana:
Correa da parte una chiara fontana,
Che vide l'acque sue quel d pi vive
Avanzar per le rive,
E 'ncontro i raggi de le luci sante
Ogni ramo inchinarsi
Del bosco intorno e pi frondoso farsi,
E fiorir l'erbe sotto le sue piante,
E quetar tutti i venti
Al suon de'primi suoi beati accenti.
Quante dolcezze con amanti unquanco
Non eran state certo infin quel giorno,
Tutte fr meco, e non la scorsi apena:
Vincea la neve il vestir puro e bianco
Dal collo a'piedi, e 'l bel lembo d'intorno
Avea virt da far l'aria serena;
L'andar toglieva l'alme a la lor pena
E ristorava ogni passato oltraggio;
Ma 'l parlar dolve e saggio,
Che m'avea gi da me stesso diviso,
E i begli occhi e le chiome,
Che fr legami a le mie care some,
De le cose parean di paradiso
Scese qua giuso in terra,
Per dar al mondo pace e torli guerra.
Deh se per mio destin voci mortali,
E son di donna pur queste bellezze,
Beato chi l'ascolta e chi la mira;
Ma se non son, chi mi dar tante ali
Ch'io segua lei, s'aven ch'ella non prezze
Di star l 've si piagne e si sospira?.
Cos pensava, e 'n quanto occhio si gira,
Vidi un che 'l dolce volto dipingea
Parte, e parte scrivea
Ne l'alma dentro le parole e 'l suono,
Dicendo: Queste omai
Penne da gir con lei tu sempre arai.
Alor mi scossi e, qual io qui mi sono,
Tal la mia donna bella
M'era nel petto in viso e in favella.
Rimanti qui, canzon, poi che de l'alto
Mio tesoro infinito
Cos poveramente t'hai vestito.


[3.IX.] Detta questa canzone, volea Lavinello a'suoi ragionamenti ritornare, ma la Reina, che del suo dire di tre canzoni nate ad un corpo non s'era dimenticata, essendonele questa piaciuta, volle che egli eziandio alle altre due passasse, onde egli la seconda in questa guisa incominciando seguit, e disse:

Se ne la prima vogha mi rinvesca
L'anima desiosa, e pur un poco
Per levarmi da lei l'ale non stende,
Meraviglia non , di s dolc'esca
Movono le faville e nasce il foco,
Ch'a ragionar di voi, donna, m'accende.
Voi sete dentro, e ci che fuor risplende
Esser altro non p che vostro raggio;
Ma perch'io poi non haggio
In ritrarlo ad altrui le rime accorte.
Ben ha da voi radice
Tutto quel che per me se ne ridice.
Ma le parole son debili e corte;
Che se fosser bastanti,
Ne 'nvaghirei mille cortesi amanti.
Per che da quel d, ch'io feci imprima
Seggio a voi nel mio cor, altro che gioia
Tutto questo mio viver non  stato;
E se per lunghe prove il ver s'estima,
Quantunque ch'io mi viva o ch'io mi moia,
Non spero d'esser mai se non beato,
S fermo  'l pi del mio felice stato.
E certo sotto 'l cerchio de la luna
Sorte gioiosa alcuna,
E un ben, quanto 'l mio, non si ritrova;
Ch s'altri  lieto alquanto,
Immantenente poi l'assale il pianto;
Ma io non ho dolor che mi rimova
Da la mia festa pura,
vostra merc, Madonna, e mia ventura.
E se duro destin a ferir viemmi
Con pi forza talor, di l non passa
Da la spoglia, ond'io vo caduco e frale;
Ch 'l piacer, di che Amor armato tiemmi,
Sostiene il colpo e gir oltra no 'l lassa,
L 've sedete voi, che 'l fate tale.
Per s'io vivo a tempo, che mortale
Fora ad altrui, non  per proprio ingegno:
Io per me nacqui un segno
Ad ogni stral de le sventure humane;
Ma voi sete il mio schermo,
E perch'io sia di mia natura infermo,
Sotto 'l caso di me poco rimane.
Lasso, ma chi p dire
Le tante guise poi del mio gioire?
Che spesso un giro sol de gli occhi vostri,
Una sol voce in allentar lo spirto
Mi lassa in mezzo 'l cor tanta dolcezza,
Che no 'l porian contar lingue n inchiostri;
N cos 'l verde serva lauro o mirto,
Com'ei le forme d'ogni sua vaghezza;
E ho s l'alma a questo cibo avezza,
Ch'a lei piacer non p, n la desvia
Cosa che voi non sia
O col vostro penser non s'accompagne,
E quando il giorno breve
Copre le rive e le piagge di neve,
E quando 'l lungo infiamma le campagne,
E quando aprono i fiori,
E quando i rami poi tornan minori.
Gigli, caltha, viole, acantho e rose
E rubini e zafiri e perle e oro
Scopro, s'io miro nel bel vostro volto.
Dolce armonia de le pi care cose
Sento per l'aere andar e dolce coro
Di spiriti celesti, s'io v'ascolto.
Tutto quel che diletta, inseme accolto
E posto col piacer, che mi trastulla
Se di voi penso,  nulla.
N giurerei ch'Amor tanto s'avanzi
Perc'ha la face e l'arco,
Quanto per voi, mio prezioso incarco;
E or me 'l par veder, ch'a voi dinanzi
Voli superbo e dica:
Tanto son io, quanto m' questa amica.
N tu per gir, canzon, ad altro albergo,
Del mio ti partirai,
Se quanto rozza sei conoscerai.


[3.X.] E poi di questa pass Lavinello eziandio alla terza senza dimora, e disse:

Dapoi ch'Amor in tanto non si stanca
Dettarmi quel, ond'io sempre ragioni,
E 'l piacer pi che mai dentro mi punge,
Ancor dir; ma se dal vero manca
La voce mia, Madonna il mi perdoni,
Che 'n tutto dal nostr'uso si disgiunge.
E come salirei dov'ella aggiunge,
Io basso e grave e ella alta e leggera?
Basti matino e sera
L'alma inchinarle, quanto si convene,
E qualche pura scorza
Segnar, alor che 'l gran desio mi sforza,
Del suo bel nome, e le pi fide arene,
Acci che 'l mar la chiami
E ogni selva la conosca e ami.
Questo faccia il desir in parte sazio,
Che vorria alzarsi a dir de la mia donna;
Ma tema di cader lo tene a freno.
E se per le sue lode unqua mi spazio,
Ch' ben d'alto valor ferma colonna,
Non  per ch'io creda dirne a pieno.
Ma perch'altrui lo mio stato sereno
Cerco mostrar, che sol da lei deriva,
Forza  talor ch'io scriva
Com'ogni mio pensier indi si miete:
O di quella soave
Aura, che del mio cor volge la chiave,
O pur di voi, che 'l mio sostegno sete,
Stelle lucenti e care,
Se non quando di voi mi sete avare.
Voi date al viver mio l'un fido porto,
Ch come 'l sol di luce il mondo ingombra
E la nebbia sparisce inanzi al vento,
Cos mi ven da voi gioia e conforto
E cos d'ogni parte si disgombra
Per lo vostro apparir noia e tormento.
L'altro  quando parlar Madonna sento,
Che d'ogni bassa impresa mi ritoglie
E quel laccio discioglie,
Che gli animi stringendo a terra inclina;
Tal ch'io mi fido ancora,
Quand'io sar di questo carcer fora,
Far di me stesso a la morte rapina,
E 'n pi leggiadra forma
Rimaner de gli amanti exempio e norma.
Il terzo  'l mio solingo alto pensero,
Col qual entro a mirarla e cerco e giro
Suoi tanti onor, che sol un non ne lasso;
E scorgo il bel sembiante humile altero
E 'l riso, che fa dolce ogni martiro,
E 'l cantar, che potria mollire un sasso.
O quante cose qui tacendo passo,
Che mi stan chiuse al cor s dolcemente!
Poi raffermo la mente
In un giardin di novi fiori eterno,
E odo dir ne l'erba:
A la tua donna questo si riserba;
Ella potr qui far la state e 'l verno.
Di cota'viste vago,
Pascomi sempre e d'altro non m'appago.
E chi non sa quanto si gode in cielo
Vedendo Dio per l'anime beate,
Provi questo piacer, di ch'io li parlo.
Da quel d inanzi mai caldo n gelo
Non temer, n altra indignitate
Ardir de la vita unque appressarlo;
E pur ch'un poco mova a salutarlo
Madonna il dolce e grazioso ciglio,
Pi di nostro consiglio
Non avr huopo e vincer il destino,
Ch quelle vaghe luci
A salir sopra 'l ciel li saran duci,
E mostreranli il pi dritto camino,
E potr gir volando,
Ogni cosa mortal sotto lasciando.
Ove ne vai, canzon, s'ancora  meco
L'una compagna e l'altra?
Gi non sei tu di lor pi ricca o scaltra.


[3.XI.] Ispeditosi Lavinello del dire delle tre canzoni, i suoi primieri ragionamenti cos riprese: - Questo poco, Madonna, che io v'ho fin qui detto, sarebbe alle nostre donne potuto per aventura bastare per dimostramento della menzogna che l'uno e l'altro de'miei compagni sotto le molte falde delle loro dispute aveano questi giorni, s come udito avete, assai acconciamente nascosa; ma non a voi, n pure alla vostra fanciulla, che cos vagamente l'altr'hieri alle tavole di Vostra Maest cantando, ci mostr quello che io dire ne dovea, poscia che i miei compagni, per le pedate dell'altre due mettendosi, aveano a tacerlo. Nella qual cosa tuttavia ben provide senza fallo alcuno al mio gran bisogno la fortuna di questi ragionamenti. Perci che andando io questa mattina per tempo, da costor toltomi e del castello uscito, solo in su questi pensieri, posto il pi in una vietta per la quale questo colle si sale, che c' qui dietro, senza sapere dove io m'andassi, pervenni a quel boschetto, che, la pi alta parte della vaga montagnetta occupando, cresce ritondo come se egli vi fosse stato posto a misura. Non ispiacque a gli occhi miei quello incontro, anzi, rotto il pensar d'amore e in sul pi fermatomi, poscia che io mirato l'ebbi cos dal di fuori, dalla vaghezza delle belle ombre e del selvareccio silenzio invitato, mi prese disiderio di passar tra loro, e messomi per un sentiero, il quale appena segnato, dalla vietta ove io era dipartendosi, nella vaga selva entrava, e per entro passando, non ristetti prima, s m'ebbe in uno aperto non molto grande il poco parevole tramitello portato. Dove come io fui, cos dall'uno de'canti mi venne una capannuccia veduta, e poco da lei discosto tra gli alberi un uom tutto solo lentamente passeggiare, canutissimo e barbuto e vestito di panno simile alle corteccie de'querciuoli, tra'quali egli era. Non s'era costui aveduto di me, il quale in profondo pensiero essendo, s come a me parea di vedere, tale volta nello spaziare si fermava e, stato ched egli era cos un poco, a passeggiare lento lento si ritornava; e cos pi volte fatto avea, quando io mi pensai che questi potesse essere quel santo uomo, che io avea udito dire che a guisa di romito si stava in questo dintorno, venutovi per meglio potere, nello studio delle sante lettere dimorando, pensare alle alte cose. Per che volentieri mi sarei fatto pi avanti per salutarlo e, se egli era colui che io istimava che egli fosse, ricordandomi che io avea oggi a dire dinanzi a Vostra Maest, per avere da lui eziandio alcun consiglio d'intorno a'miei ragionamenti. Perci che io avea inteso che egli era scienziatissimo e che, con tutto che egli fosse di santa e disagevole vita, s come quegli che di radici d'erbe e di coccole salvatiche e d'acqua e sempre solo vivea, egli era nondimeno affabilissimo, e poteasi di ci, che altri avesse voluto, sicuramente dimandarlo, ch egli a ciascuno sempre dolce e humanissimo rispondea. Ma villania mi parea fare a torlo da'suoi pensieri; e cos mirandolo mi stava in pendente. N stetti guari, che egli si volse verso la parte dove io era e, veggendomi, occasione mi diede a quello che io cercava; perci che, incontro passandogli, con molta riverenza il salutai.


[3.XII.] Stette nel mio saluto alquanto sopra s il santo uomo e poi, verso me con miglior passo facendosi, disse: "Dunque sei tu pure qui ora, il mio Lavinello". E questo detto, ravicinatomisi e di me amendue le gote soavemente prendendo, mi basci la fronte. Nuova cosa mi fu senza fallo alcuno l'essere quivi cos amichevolmente ricevuto e per nome chiamato da colui, del quale io alcuna contezza non avea, n sapea in che modo egli avere di me la si potesse. Per che da subita maraviglia soprapreso, e mirando cotal mezzo con vergogna il santo uomo pure per vedere se io racconoscere ne 'l potessi, e non racconoscendolo, s come quello che io altra volta veduto non avea, stetti per buono spazio senza nulla dire, infino a tanto che egli, con un dolce sorriso, del mio maravigliare mostr che s'accorgesse. L onde io, preso ardire, cos risposi: - Qui  ora, Padre, Lavinello per certo, s come voi dite, non so se a caso venutoci o pure per volere del cielo. Ma voi il fate sopra modo maravigliare, n sa pensare come ci sia, che voi lui conosciate, il quale n in questo luogo fu altra volta pi, n vi vide, che egli sappia, giamai -. Allora il buon vecchio, che gi per mano preso m'avea, movendo verso la capanna il passo, con lieto e tranquillo sembiante disse: - Io non voglio, Lavinello, che tu di cosa che ad alto possa piacere ti maravigli. Ma perci che tu, come io veggo, a pi qui dal castello venuto, salendo il colle puoi avere alcuna fatica sostenuta pi tosto che no, s come dilicato che mi pare che tu sii, andiamci col, e s sederai e io ti terr volentieri compagnia, che non sono perci il pi gagliardo uom del mondo, e quello che io so di te, sedendo e riposando, ti far chiaro -. Indi con pochi valchi sotto alcune ginestre guidatomi, che dinanzi la picciola casa erano, sopra il piano d'un tronco d'albero, il quale, lungo le ginestre posto, a lui e a'suoi hosti semplice e bastevole seggio facea, si pose a sedere e volle che io sedessi; e poi che m'ebbe alquanto lasciato riposare, incominci: -Tanto  largo e cupo il pelago della divina providenza, o figliuolo, che la nostra humanit, in esso mettendosi, n termine alcuno vi truova, n in mezzo pu fermarsi; perci che vela di mortale ingegno tanto oltre non porta e fune di nostro giudicio, per molto che ella vi si stenda, non basta a pigliar fondo; in maniera che bene si veggono molte cose tutto d avenire, volute e ordinate da lei, ma come elle avengano o a che fine, noi non sappiamo, s come ora in questo mio conoscerti, di che ti maravigli,  avenuto -. E cos seguendo mi raccont che, dormendo egli questa notte prossimanamente passata, gli era nel sonno paruto vedermi a s venire tale quale io venni, e dettogli chi io era e tutti gli accidenti di questi due passati giorni e le nostre dispute e il mio dover dire d'oggi alla presenza di Vostra Maest e quello che io in parte pensava di dirne, che  quanto test udito avete, raccontatogli, dimandarlo di ci che ne gli paresse e che esso d'intorno a questo fatto dicesse, se a lui convenisse ragionarne, come a me conveniva. L onde egli con questa imaginazione destatosi e levatosi, buona pezza v'avea pensato e tuttavia, quando io il sopragiunsi, vi pensava. Di che egli a guisa di conosciuto mi ricevette e a s gi per la contezza della notte fatto dimestico e famigliare. Crebbe in cento doppi la mia dianzi presa maraviglia, udendo il santo uomo, e la credenza, che io vi recai, della sua santit, divenne senza fine maggiore. E cos tutto d'orrore e di riverenza pieno, come esso tacque: - Ben veggo io, - dissi - Padre, che io non senza volere de gl'Idii qui sono, a'quali voi cotanto siete, quanto si vede, caro. Ora, perci che si dee credere che essi con l'avuta visione v'abbiano dimostrato essere di piacer loro che voi a questo mio maggiore huopo aiuto e consiglio mi prestiate, credo io acci che la nostra Reina, dolce cura della loro maest, non come io posso ma come essi vogliono, s'onori, piacciavi al voler loro di sodisfare, ch al mio oggimai non debbo io dir pi -. - Anzi pure a Colui piaccia al quale ogni ben piace, che io al tuo disiderio possa con la sua volont sodisfare - rispose il santo uomo. E cos risposto e gli occhi verso il cielo alzati e per picciolo spazio con fiso sguardo tenutovegli, a me rivolto in questa guisa riprese a dire:


[3.XIII.] - Grande fascio avete tu e i tuoi compagni abbracciato, Lavinello, a me oggimai non meno di figliuol caro, a dir d'Amore e della sua qualit prendendo: s perch infinita  la moltitudine delle cose che dire vi si posson sopra, e s ancora maggiormente perci che tutto il giorno tutte le genti ne quistionano, quelle parti ad esso dando, che meno gli si converrebbe dare, e quelle che sono sue certissime, propriissime, necessariissime tacendo e da parte lasciando per non sue; la qual cosa ci fa poi pi malagevole il ritrovarne la verit contro le openioni de gli altri uomini, quasi allo 'ndietro caminando. Non pertanto non dee alcuno di cercarne spaventarsi e, perch faticoso sia il poter giugnere a questo segno, ritrarsi da farne pruova. Perci che di poche altre cose pu avenire, o forse di non niuna, che lo intendere ci che elle sono pi ci debba esser caro, che il sapere che cosa  Amore. Il che quanto a voi sia ora nelle dispute de'tuoi compagni e in quello che tu stimi di poterne dire avenuto, e chi pi oltre si sia fatto di questo intendimento e chi meno, ne rimetto io a madonna la Reina il giudicio. Ma dello avere avuto ardire di cercarne, bella loda dare vi se ne conviene. Tuttavolta se a te giova che io ancora alcuna cosa ne rechi sopra e pi avanti se ne cerchi, facciasi a tuo sodisfaccimento, pure che non istimi che la verit sotto queste ginestre pi che altrove si stia nascosa. E a.ffine che tu in errore non istii di ci che detto hai, che Amore e disidero sono quello stesso, io ti dico che egli nel vero non  cos. Ma veggasi prima che cosa in noi o pure che parte di noi  Amore; dapoi, che egli non sia disidero, ti far chiaro.  adunque da sapere che, s come nella nostra intellettiva parte dell'animo sono pure tre parti o qualit o spezie, ciascuna di loro differente dall'altre e separata (perci che v' primieramente l'intelletto, che  la parte di lei acconcia e presta allo 'ntendere e pu nondimeno ingannarsi; v' per secondo lo intendere, che io dico, il quale non sempre ha luogo, ch non sempre s'intendono le intelligibili cose, anzi non ha egli se non tanto, quanto esso intelletto si muove e volge con profitto d'intorno a quello che a lui  proposto per intendersi e per sapersi; vvi dopo queste ultimamente e di loro nasce quella cosa o luce o imagine o verit, che dire la vogliamo, che a noi bene intesa si dimostra, frutto e parto delle due primiere, la qual tuttavia, se  male intesa, n verit n imagine n luce dire si pu, ma caligine e abbagliamento e menzogna), cos, n pi n meno, sono nella nostra vogliosa parte del medesimo animo pure tre spezie, per gli loro ufficii propria e dall'altre due partita ciascuna. Con ci sia cosa che v' di prima la volont, la qual pu e volere parimente e disvolere, fonte e capo delle due seguenti; e che v' dopo questa il volere, di cui parlo, e ci  il disporsi a mettere in opera essa volont o molto o poco, o ancora contrariamente, che  disvolendo; e che v' per ultimo quello, che di queste due si genera: il che, se piace, amore  detto, se dispiace, odio per lo suo contrario necessariamente si convien dire. Nasce adunque amore, Lavinello, e creasi nella guisa che tu hai veduto, e  in noi o di noi quella parte, che tu intendi. Ora che egli non sia disiderio in questo modo potrai vedere. Perci che bene  vero che disiderar cosa per noi non si pu, che non s'ami, ma non perci ne viene che non s'ami cosa, che non si disideri altres; perci che se n'amano molte e non si disiderano, e ci sono tutte quelle che si posseggono; ch, tosto che noi alcuna cosa possediamo, a noi manca di lei il disiderio in quella parte che noi la possediamo, e in luogo di lui sorge e sottentra il piacere. Ch altri non disidera quello che egli ha, ma egli se ne diletta godendone; e tuttavia egli l'ama e hallo caro vie pi che prima: s come fai tu, il quale, mentre ancor bene l'arte del verseggiare e del rimare non sapevi, s l'amavi tu assai, s come cosa bella e leggiadra che ella , e insieme la disideravi; ma ora che l'hai e usar la sai, tu pi non la disideri, ma solamente a te giova e tti caro di saperla e amila molto ancor pi, che tu prima che la sapessi e possedessila non facevi. La qual cosa meglio ti verr parendo vera, se tu a quello che odio e timor siano parimente risguarderai. Perci che quantunque temere di niuna cosa non si possa, che non s'abbia in odio, pure egli non  che alle volte non s'odii alcuna cosa senza temerla. Ch tu puoi avere in odio i violatori delle mogli altrui, e di loro tuttavia non temi, perci che tu moglie non hai, che essere ti possa violata. E io in odio ho i rubatori dell'altrui ricchezze, n perci di lor temo, ch io non ho ricchezza da temerne, come tu vedi. Per la qual cosa ne segue che, s come odio pu in noi essere senza timore, cos vi pu amore essere senza disio. Non  adunque disio Amore, ma  altro.


[3.XIV.] Tuttavia io non voglio, Lavinello, ragionar teco e disputare cos sottilmente come per aventura farei tra filosofi e nelle schuole. E sia per me, se cos a te piace, amore e disidero quello stesso. Ma io sapere da te vorrei, poscia che tu questa notte detto m'hai che amore pu essere e buono e reo, secondo la qualit de gli obbietti e il fine che gli  dato, perch  che gli amanti alle volte s'appigliano ad obbietti malvagi e cattivi. Non  egli per ci, che essi nello amare pi il senso seguono che la ragione? -.
- Non per altro, che io mi creda, - risposi - Padre, che per cotesto -.
- Ora se io ti dimander allo 'ncontro - seguit il santo uomo - perch aviene che gli amanti eziandio s'invogliano de gli obbietti convenevoli e sani, non mi risponderai tu ci avenire per questo, che essi, amando, quello che la ragione detta loro pi seguono, che quello che il senso pon loro innanzi? -.
- Cos vi risponder, - dissi io - e non altramente -.
-  adunque - diss'egli - ne gli uomini il seguir la ragione pi che il senso, buono, e allo 'ncontro il seguire il senso pi che la ragione, reo -.
-  - dissi io - senza fallo alcuno -.
- Ora mi di', - riprese egli - che cagione fa che ne gli uomini seguire il senso pi che la ragione sia reo? -.
- Fallo - risposi - ci, che essi la cosa migliore abandonano, che  la ragione, e essa lasciano, che appunto  la loro, l dove alla men buona s'appigliano, che  il senso, e esso seguono, che non  il loro -.
- Che la ragione miglior cosa non sia che il senso, io - diss'egli - non ti niego, ma come di'tu che il senso non  il loro? non  egli de gli uomini il sentire? -.
- A quello che io avedere me ne possa, Padre, voi ora mi tentate, - risposi - ma io nondimeno v'ubidir -; e dissi: - S come nelle scale sono gradi, de'quali il primiero e pi basso niuno n'ha sotto s, ma il secondo ha il primo e il terzo ha l'uno e l'altro e il quarto tutti e tre, cos nelle cose che Dio create ha infino alla spezie de gli uomini, dalla pi vile incominciando, essere si vede avenuto. Perci che sono alcune che altro che l'essere semplice non hanno, s come sono le pietre e questo morto legno, che noi ora sedendo premiamo. Altre hanno l'essere e il vivere, s come sono tutte le erbe, tutte le piante. Altre hanno l'essere e la vita e il senso, s come hanno le fiere. Altre poi sono, che hanno l'essere e la vita e il senso e la ragione, e questi siam noi. Ma perci che quella cosa pi si dice esser di ciascuno, che altri meno ha, come che l'essere e il vivere sieno parimente delle piante, non si dice tuttavia se non che il vivere  il loro, perci che l'essere delle pietre  e di molte altre cose parimente, delle quali non  poi la vita. E quantunque l'essere e il vivere e il sentire sieno delle fiere, come io dissi, medesimamente ciascuno, non pertanto il sentire solamente si dice essere il loro, perci che il vivere esse hanno in comune con le piante e l'essere hanno in comune con le piante e con le pietre, delle quali non  il sentire. Simigliantemente perch l'essere e il vivere e il senso e la ragione sieno in noi, dire per questo non si pu che l'essere sia il nostro o il vivere o il sentire, che sono dalle tre maniere, che io dico, avute medesimamente e non pur da noi, ma dicesi che  la ragione, di cui le tre guise delle create cose sotto noi non hanno parte -.
- Se cos , - disse allora il santo uomo - che la ragione sia de gli uomini e il senso delle fiere, perci che dubbio non  che la ragione pi perfetta cosa non sia che il senso, quelli che amando la ragione seguono, ne'loro amori la cosa pi perfetta seguendo, fanno in tanto come uomini, e quelli che seguono il senso, dietro alla meno perfetta mettendosi, fanno come fiere -.
- Cos non fosse egli da questo canto, - risposi io - Padre, vero cotesto che voi dite, come egli  -.
- Adunque possiamo noi la miglior parte nello amare abandonando, - diss'egli - che  la nostra, alla men buona appigliarci, che  l'altrui? -.
- Possiamo - rispos'io - per certo -.
- Ma perch  - diss'egli - che noi questo possiamo? -.
- Perci che la nostra volont, - risposi - con la quale ci si fa o non fa,  libera e di nostro arbitrio, come io dissi, e non stretta o, pi a questo che a quello seguire, necessitata -.
- Ora le fiere - seguit egli - possono elleno ci altres fare, che la miglior parte e quella che  la loro abandonino e a dietro lascino giamai? -.
- Io direi che esse abandonare non la possono, - risposi - se non sono da istrano accidente violentate. Perci che ad esse volont libera non  data, ma solo appetito, il quale, dalla forma delle cose istrane con lo strumento delle sentimenta invitato, sempre dietro al senso si gira. Perci che il cavallo, quandunque volta a bere ne lo 'nvita il gusto, veduta l'acqua, egli vi va e a bere si china, dove, la briglia ritraendo, non gliele vieti colui che gli  sopra -.


[3.XV.] - Quanto vorrei che tu altramente m'avessi potuto rispondere, Lavinello - disse il santo uomo. - Perci che, se noi possiamo ne'nostri amori, alla men buona parte appigliandoci, la migliore abandonare, e le fiere non possono, esse non operando come piante e noi operando come fiere, piggior condizione pare che sia in questo la nostra, figliuolo, a quello che ne segue, che non pare la loro; e questa nostra volont libera, che tu di', a nostro male ci sar suta data, se questo  vero. E potrassi credere che la natura, quasi pentita d'avere tanti gradi posti nella scala delle spezie, che tu di', poscia che ella ci ebbe creati col vantaggio della ragione, pi ritorre non la ne potendo, questa libert ci abbia data dell'arbitrio, affine che in questa maniera noi medesimi la ci togliessimo, del nostro scaglione volontariamente a quello delle fiere scendendo; a guisa di Phebo, il quale, poscia che ebbe alla troiana Cassandra l'arte dell'indovinare donata, pentitosi e quello che fatto era frastornare non si possendo, le diede che ella non fosse creduta. Ma tu per aventura che ne stimi? parti egli che cos sia? -.
- Io, Padre, quello che me ne paia o non paia, non so dire, - risposi - se io non dico che tanto a me ne pare, quanto pare a voi. Ma pure volete voi che io creda che la natura si possa pentere, che non pu errare? -.
- Mai no, che io non voglio che tu il creda - disse il santo uomo. - Ben voglio che tu consideri, figliuolo, che la natura, la quale nel vero errar non pu, non avrebbe alla nostra volont dato il potere, dietro al senso sviandoci, farci scendere alla spezie che sotto noi , se ella dato medesimamente non l'avesse il potere, dietro alla ragione inviandoci, a quella farci salire che c' sopra. Perci che ella sarebbe stata ingiusta, avendo nelle cose, da s in uso e in sostentamento di noi create, posta necessit di sempre in quelli privilegi servarsi, che ella concessi ha loro; a noi, che signori ne siamo e a'quali esse tutte servono, avere dato arbitrio d'arrischiare il capitale da lei donatoci sempre in perdita, ma in guadagno non mai. N  da credere che alle tante e cos possenti maniere d'allettevoli vaghezze, che le nostre sentimenta porgono all'animo in ogni stato in ogni tempo in ogni luogo, perch noi dietro all'appetito avallandoci sozze fiere diveniamo, ella ci abbia concesso libero e agevole inchinamento; e a quelle che lo 'ntelletto ci mette innanzi, affine che noi con la ragione inalzandoci diveniamo Idii, ella il poter poggiare ci abbia tolto e negato. Perci che, o Lavinello, che pensi tu che sia questo eterno specchio dimostrantesi a gli occhi nostri, cos uno sempre, cos certo, cos infaticabile, cos luminoso, del sole, che tu miri? e quell'altro della sorella, che uno medesimo non  mai? e gli tanti splendori che da ogni parte si veggono di questa circonferenza che intorno ci si gira, ora queste sue bellezze ora quelle altre scoprendoci, santissima, capacissima, maravigliosa? Elle non sono altro, figliuolo, che vaghezze di Colui che  di loro e d'ogni altra cosa dispensatore e maestro, le quali egli ci manda incontro a guisa di messaggi, invitantici ad amar lui. Perci che dicono i savi uomini che, perci che noi di corpo e d'animo constiamo, il corpo, s come quello che d'acqua e di fuoco e di terra e d'aria  mescolato, discordante e caduco da'nostri genitori prendiamo, ma l'animo esso ci d purissimo e immortale e di ritornare a lui vago, che ce l'ha dato. Ma perci che egli in questa prigione delle membra rinchiuso pi anni sta, che egli lume non vede alcuno, mentre che noi fanciulli dimoriamo, e poscia, dalla turba delle giovenili voglie ingombrato, ne'terrestri amori perdendosi pu del divino dimenticarsi, esso in questa guisa il richiama, il sole ogni giorno, le stelle ogni notte, la luna vicendevolmente dimostrandoci. Il quale dimostramento che altro , se non una eterna voce che ci sgrida: "O stolti, che vaneggiate? Voi ciechi, d'intorno a quelle vostre false bellezze occupati, a guisa di Narciso vi pascete di vano disio, e non v'accorgete che elle sono ombre della vera, che voi abandonate. I vostri animi sono eterni: perch di fuggevole vaghezza gl'innebbriate? Mirate noi, come belle creature ci siamo, e pensate quanto dee esser bello Colui, di cui noi siam ministre".


[3.XVI.] E senza dubbio, figliuolo, se tu, il velo della mondana caliggine dinanzi a gli occhi levandoti, vorrai la verit sanamente considerare, vedrai alla fine altro che stolto vaneggiamento non essere tutti i vostri pi lodati disii. Che per tacere di quegli amori, i quali di quanta miseria sien pieni li perottiniani amanti e Perottino medesimo essere ce ne possono abondevole essempio, che fermezza, che interezza, che sodisfazione hanno perci quegli altri ancora, che essi cotanto cercar si debbano e pregiare, quanto Gismondo ne ha ragionato? Senza fallo tutte queste vaghezze mortali che pascono i nostri animi, vedendo, ascoltando e per l'altre sentimenta valicando e mille volte col pensiero entrando e rientrando per loro, n come esse giovino so io vedere, quando elle a poco a poco in maniera di noi s'indonnano, co'loro piaceri pigliandoci, che poi ad altro non pensiamo, e gli occhi alle vili cose inchinati, con noi medesimi non ci raffrontiamo giamai, e infine, s come se il beveraggio della maliosa Circe preso avessimo, d'uomini ci cangiamo in fiere; n in che guisa esse cos pienamente dilettino so io considerare: pogniamo ancora che falso diletto non sia il loro, quando elle s compiute essere in suggietto alcuno non si vedono, n vedranno mai, che esse da ogni parte sodisfacciano chi le riceve, e pochissime sono le pi che comportevolmente non peccanti. Senza che esse tutte ad ogni brieve caldicciuolo s'ascondono di picciola febbre che ci assaglia, o almeno gli anni vegnenti le portan via, seco le giovanezza, la bellezza, la piacevolezza, i vaghi portamenti, i dolci ragionamenti, i canti, i suoni, le danze, i conviti, i giuochi e gli altri piaceri amorosi traendo. Il che non pu non essere di tormento a coloro che ne son vaghi, e tanto ancor pi, quanto pi essi a que'diletti si sono lasciati prendere e incapestrare. A'quali se la vecchiezza non toglie questi disii, quale pi misera disconvenevolezza pu essere che la vecchia et di fanciulle voglie contaminare, e nelle membra tremanti e deboli affettare i giovenili pensieri? Se gli toglie, quale sciocchezza  amar giovani cos accesamente cose, che poi amare quelli medesimi non possono attempati? e credere che sopra tutto e giovevole e dilettevole sia quello, che nella miglior parte della vita n diletta n giova? Ch miglior parte della vita nostra  per certo quella, figliuolo, in cui la parte di noi migliore, che  l'animo, dal servaggio de gli appetiti liberata, regge la men buona temperatamente, che  il corpo, e la ragione guida il senso, il quale dal caldo della giovanezza portato non l'ascolta, qua e l dove esso vuole scapestratamente traboccando. Di che io ti posso ampissima testimonianza dare, che giovane sono stato altres, come tu ora sei; e quando alle cose, che io in quegli anni pi lodar solea e disiderare, torno con l'animo ripensando, quello ora di tutte me ne pare, che ad un bene risanato infermo soglia parere delle voglie che esso nel mezzo delle febbri avea, che schernendosene conosce di quanto egli era dal convenevole conoscimento e gusto lontano. Per la qual cosa dire si pu che sanit della nostra vita sia la vecchiezza e la giovanezza infermit; il che tu, quando a quegli anni giugnerai, vederai cos esser vero, se forse ora veder no 'l puoi.


[3.XVII.] Ma tornando al tuo compagno, che ha le molte feste de'suoi amanti cotanto sopra 'l cielo tolte ne'suoi ragionamenti, lasciamo stare che le minori di loro asseguire non si possano senza mille noie tuttavia, ma quando  che egli, nel mezzo delle sue pi compiute gioie, non sospiri alcun'altra cosa pi che prima disiderando? o quando aviene che quella conformit delle voglie, quella comunanza de'pensieri, della fortuna, quella concordia di tutta una vita in due amanti si trovi, quando si vede niuno essere che ogni giorno seco stesso alle volte non si discordi, e talora in maniera che, se uno lasciare se medesimo potesse, come due possono l'uno l'altro, molti sono che si lascierebbono e un altro animo si piglierebbono e un altro corpo? E per venire, Lavinello, eziandio a'tuoi amori, io di certo gli loderei e passerei nella tua openione in parte, se essi a disiderio di pi giovevole obbietto t'invitassero, che quello non , che essi ti mettono innanzi, e non tanto per s soli ti piacessero, quanto perci che essi ci possono a miglior segno fare e meno fallibile intesi. Perci che non  il buono amore disio solamente di bellezza, come tu stimi, ma  della vera bellezza disio; e la vera bellezza non  humana e mortale, che mancar possa, ma  divina e immortale, alla qual per aventura ci possono queste bellezze inalzare, che tu lodi, dove elle da noi sieno in quella maniera, che esser debbono, riguardate. Ora che si pu dire in loro loda per ci, che pure sopra il convenevole non sia? con ci sia cosa che, del loro allettamento presi, si lascia il vivere in questa humana vita come Idii. Perci che Idii sono quegli uomini, figliuolo, che le cose mortali sprezzano come divini e alle divine aspirano come mortali, che consigliano, che discorrono, che prevedono, che hanno alla sempiternit pensamento, che muovono e reggono e temprano il corpo, che  loro in governo dato, come de gli dati nel loro fanno e dispongono gli altri Idii. O pure che bellezza pu tra noi questa tua essere, cos piacevole e cos piena, che proporzion di parti, che in humano ricevimento si trovino, che convenenza, che armonia, che ella empiere giamai possa e compiere alla nostra vera sodisfazione e appagamento? O Lavinello, Lavinello, non sei tu quello che cotesta forma ti dimostra, n sono gli altri uomini ci che di fuori appare di loro altres. Ma  l'animo di ciascuno quello che egli , e non la figura, che col dito si pu mostrare. N sono i nostri animi di qualit, che essi con alcuna bellezza, che qua gi sia, conformare si possano e di lei appagarsi giamai. Che quando bene tu al tuo animo quante ne sono potessi por davanti e la scielta concedergli di tutte loro e riformare a tuo modo quelle, che in alcuna parte ti paressero mancanti, non lo appagheresti perci, n men tristo ti partiresti da'piaceri che avessi di tutte presi, che da quegli ti soglia partire che prendi ora. Essi, perci che sono immortali, di cosa che mortal sia non si possono contentare. Ma perci che s come dal sole prendono tutte le stelle luce, cos quanto  di bello oltra lei dalla divina eterna bellezza prende qualit e stato, quando di queste alcuna ne vien loro innanzi, bene piacciono esse loro e volentieri le mirano, in quanto di quella sono imagini e lumicini, ma non se ne contentano n se ne sodisfanno tuttavia, pure della eterna e divina, di cui esse sovengono loro e che a cercar di se medesima sempre con occulto pungimento gli stimola, disiderosi e vaghi. Per che s come quando alcuno, in voglia di mangiare preso dal sonno e di mangiar sognandosi, non si satolla, perci che non  dal senso, che cerca di pascersi, la imagine del cibo voluta, ma il cibo, cos noi, mentre la vera bellezza e il vero piacere cerchiamo, che qui non sono, le loro ombre, che in queste bellezze corporali terrene e in questi piaceri ci si dimostrano, aggogniando, non pasciamo l'animo, ma lo inganniamo. La qual cosa  da vedere che per noi non si faccia, acci che con noi il nostro buon guardiano non s'adiri e in bala ci lasci del malvagio, veggendo che per noi pi amore ad una poca buccia d'un volto si porta e a queste misere e manchevoli e bugiarde vaghezze, che a quello immenso splendore, del quale questo sole  raggio, e alle sue vere e felici e sempiterne bellezze non portiamo. E se pure questo nostro vivere  un dormire, s come coloro i quali a gran notte addormentati con pensiero di levarsi la dimane per tempo e dal sonno sopratenuti si sognano di destarsi e di levarsi, per che tuttavia dormendo si levano e presa la guarnaccia s'incomiciano a vestire, cos noi, non delle imagini e sembianze del cibo e di questi aombrati diletti e vani, ma del cibo istesso e di quella ferma e soda e pura contentezza nel sonno medesimo procacciamo e a pascere incominciancene cos sogniando, acci che poi, risvegliati, alla Reina delle Fortunate isole piacciamo. Ma tu forse di questa Reina altra volta non hai udito -.
- Non, Padre, - diss'io - che me ne paia ricordare, n intendo di qual piacimento vi parliate -.
- Dunque l'udirai tu ora - disse il santo uomo, e seguit:


[3.XVIII.] - Hanno tra le loro pi secrete memorie gli antichi maestri delle sante cose, essere una Reina in quelle isole, che io dico, Fortunate, bellissima e di maraviglioso aspetto e ornata di cari e preziosi vestiri e sempre giovane. La qual marito non vuole gi e servasi vergine tutto tempo, ma bene d'essere amata e vagheggiata si contenta. E a quegli che pi l'amano ella maggior guiderdone d de'loro amori, e convenevole, secondo la loro affezione, a gli altri. Ma ella di tutti in questa guisa ne fa pruova. Perci che venuto che ciascuno l' davanti, che  secondo che essi sono da lei fatti chiamare or uno or altro, essa, con una verghetta toccatigli, ne gli manda via. E questi, incontanente che del palagio della Reina sono usciti, s'addormentano, e cos dormono infino a tanto che essa gli fa risvegliare. Ritornano adunque costoro davanti la Reina un'altra volta risvegliati, e i sogni che hanno fatti dormendo porta ciascuno scritti nella fronte tali, quali fatti gli hanno, n pi n meno, i quali essa legge prestamente. E coloro i cui sogni ella vede essere stati solamente di cacciagioni, di pescagioni, di cavagli, di selve, di fiere, essa da s gli scaccia e mandagli a stare cos vegghiando tra quelle fiere, con le quali essi dormendo si sono di star sognati, perci che dice che, se essi amata l'avessero, essi almeno di lei si sarebbono sognati qualche volta, il che poscia che essi non hanno fatto giamai, vuole che vadano e s si vivano con le lor fiere. Quegli altri poi a'quali  paruto ne'loro sogni di mercatantare o di governare le famiglie e le comunanze o di fare somiglianti cose, tuttavvia poco della Reina ricordandosi, essa gli fa essere altres quale mercatante, quale cittadino, quale anziano nelle sue citt, di cure e di pensieri gravandogli e poco di loro curandosi parimente. Ma quelli che si sono sognati con lei, essa gli tiene nella sua corte a stare e a ragionar seco tra suoni e canti e sollazzi d'infinito contento, chi pi presso di s e chi meno, secondo che essi con lei sognando pi o meno si sono dimorati ciascuno. Ma io per aventura, Lavinello, oggimai troppo lungamente ti dimoro, il quale pi voglia dei avere o forse mestiero di ritornarti alla tua compagnia, che di pi udirmi. Senza che oltre a ci a te gravoso potr essere lo indugiare a pi alto sole la partita, che oggimai tutto il cielo ha riscaldato e vassi tuttavia rinforzando -.
- A me voglia n mestiero fa punto che sia, Padre, - diss'io - ancora di ritornarmi, e dove a voi noioso non sia il ragionare, sicuramente niuna cosa mi ricorda che io facessi giamai cos volentieri, come ora volentieri v'ascolto. N di sole che sormonti vi pigliate pensiero, poscia che io altro che a scendere non ho, il che ad ogni ora far si pu agevolmente -.
- Noioso a gli antichi uomini non suole gi essere il ragionare, - disse il buon vecchio - che  pi tosto un diporto della vecchiezza che altro. N a me pu noiosa esser cosa che di piacere ti sia. Per che seguasi -. E cos seguendo, disse:


[3.XIX.] - Dirai adunque a Perottino e Gismondo, figliuolo, che se essi non vogliono essere tra le fiere mandati a vegghiare, quando essi si risveglieranno, essi miglior sogno si procaccino di fare, che quello non , che essi ora fanno. E tu, Lavinello, credi che non sarai perci caro alla Reina, che io dico, poscia che tu poco di lei sognandoti, tra questi tuoi vaneggiamenti consumi pi tosto senza pro, che tu in alcuna vera utilit di te usi e spenda, il dormire che t' dato. E infine sappi che buono amore non  il tuo. Il quale, posto che non sia malvagio in ci, che con le bestievoli voglie non si mescola, s  egli non buono in questo, che egli ad immortale obbietto non ti tira, ma tienti nel mezzo dell'una e dell'altra qualit di disio, dove il dimorare tuttavia non  sano, con ci sia cosa che nel pendente delle rive stando, pi agevolmente nel fondo si sdrucciola, che alla vetta non si sale. E chi  colui che a'piaceri d'alcun senso dando fede, per molto che egli si proponga di non inchinare alle ree cose, egli non sia almeno alle volte per inganno preso, considerando che pieno d'inganni  il senso, il quale una medesima cosa quando ci fa parer buona, quando malvagia, quando bella, quando sozza, quando piacevole, quando dispettosa? Senza che come pu essere alcun disio buono, che ponga ne'diletti delle sentimenta quasi nell'acqua il suo fondamento, quando si vede che essi avuti inviliscono, e tormentano non avuti, e tutti sono brevissimi e di fugitivo momento? N fanno le belle e segnate parole, che da cotali amanti sopra ci si dicono, che pure cos non sia. I qua'diletti tuttavolta, se il pensiero fa continui, quanto sarebbe men male che noi la mente non avessimo celeste e immortale, che non , avendola, di terreno pensiero ingombrarla e quasi sepellirla? Ella data non ci fu, perch noi l'andassimo di mortal veleno pascendo, ma di quella salutevole ambrosia, il cui sapore mai non tormenta, mai non invilisce, sempre  piacevole, sempre caro. E questo altramente non si fa, che a quello dio i nostri animi rivolgendo, che ce gli ha dati. Il che farai tu, figliuolo, se me udirai; e penserai che esso tutto questo sacro tempio, che noi mondo chiamiamo, di s empiendolo, ha fabricato con maraviglioso consiglio ritondo e in se stesso ritornante e di se medesimo bisognoso e ripieno; e cinselo di molti cieli di purissima sustanza sempre in giro moventisi e allo 'ncontro del maggiore tutti gli altri, ad uno de'quali diede le molte stelle, che da ogni parte lucessero, e a quelli, di cui esso  contenitore, una n'assegn per ciascuno, e tutte volle che il loro lume da quello splendore pigliassero, che  reggitore de'loro corsi, facitore del d e della notte, apportatore del tempo, generatore e moderatore di tutte le nascenti cose. E questi lumi fece che s'andassero per li loro cerchi ravolgendo con certo e ordinato giro, e il loro assegnato camino fornissero e fornito rincominciassero, quale in pi brieve tempo e quale in meno. E sotto questi tutti diede al pi puro elemento luogo e appresso empi d'aria tutto ci che  infino a noi. E nel mezzo, s come nella pi infima parte, ferm la terra, quasi aiuola di questo tempio; e d'intorno a.llei sparse le acque, elemento assai men grave che essa non , ma vie pi grave dell'aria, di cui  poscia il fuoco pi leggiero. Quivi diletto ti sar estimare in che maniera per queste quattro parti le quattro guise della loro qualit si vadano mescolando, e come esse in un tempo e accordanti sieno e discordanti tra loro; mirare gli aspetti della mutabile luna; riguardare alle fatiche del sole; scorgere gli altri giri dell'erranti stelle e di quelle che non sono cos erranti e, di tutti le cagioni, le operagioni considerando, portar l'animo per lo cielo e, quasi con la natura parlando, conoscere quanto brieve e poco  quello che noi qui amiamo, quando il pi lungo spazio di questa nostra vita mortale due giorni appena non sono d'uno de'veri anni di questi cieli e quando la minore delle conosciute stelle di quel tanto e cos infinito numero  di tutta questa soda e ritonda circunferenza, che terra  detta, maggiore, per cui noi cotanto c'insuperbiamo, della quale ancora quello che noi abitiamo , a rispetto dell'altro, stretta e menomissima particiuola. Senza che qua ogni cosa v' debole e inferma: venti, piogge, ghiacci, nevi, freddi, caldi vi sono, e febbri e fianchi e stomachi e gli altri cotanti morbi, i quali nel votamento del buon vaso, male per noi dall'antica Pandora scoperchiato, ci assalirono; dove l ogni cosa v' sana e stabile e di convenevole perfezion piena, ch n morte v' n aggiugne, n vecchiezza vi perviene, n difetto alcuno v'ha luogo.


[3.XX.] Ma vie maggior diletto ti sar e pi senza fine maraviglioso, se tu da questi cieli che si veggono a quelli che non si veggono passerai, e le vere cose che ivi sono contempierai, d'uno ad altro sormontando, e in questo modo a quella bellezza, che sopra essi e sopra ogni bellezza , inalzerai, Lavinello, i tuoi disii. Perci che certa cosa  tra coloro, che usati sono di mirare non meno con gli occhi dell'animo che del corpo, oltra questo sensibile e material mondo, di cui e io ora t'ho ragionato e ciascuno ne ragiona pi spesso, perci che si mira, essere un altro mondo ancora n materiale n sensibile, ma fuori d'ogni maniera di questo separato e puro, che intorno il sopragira e che  da lui cercato sempre e sempre ritrovato parimente, diviso da esso tutto, e tutto in ciascuna sua parte dimorante, divinissimo, intendentissimo, illuminatissimo e esso stesso di se stesso e migliore e maggiore tanto pi, quanto egli pi si fa alla sua cagione ultima prossimano; nel qual cielo bene ha eziandio tutto quello che ha in questo, ma tanto sono quelle cose di pi eccellente stato, che non son queste, quanto tra queste sono le celesti a miglior condizione, che le terrene. Perci che ha esso la sua terra, come si vede questo avere, che verdeggia, che manda fuori sue piante, che sostiene suoi animali; ha il mare, che per lei si mescola; ha l'aria, che li cigne; ha il fuoco; ha la luna; ha il sole; ha le stelle; ha gli altri cieli. Ma quivi n seccano le erbe, n invecchiano le piante, n muoiono gli animali, n si turba il mare, n s'oscura l'aere, n riarde il fuoco, n sono a continui rivolgimenti i suoi lumi necessitati o i suoi cieli. Non ha quel mondo d'alcun mutamento mestiero, perci che n state, n verno, n hieri, n dimane, n vicinanza, n lontananza, n ampiezza, n strettezza lo circonscrive, ma del suo stato si contenta, s come quello che  della somma e per se stessa bastevole felicit pieno; della quale gravido egli partorisce, e il suo parto  questo mondo medesimo che tu miri. Fuori del quale, se per aventura non ci pare che altro possa essere, a noi adivien quello che adiverrebbe ad uno, il quale, ne'cupi fondi del mare nato e cresciuto, quivi sempre dimorato si fosse, perci che egli non potrebbe da s istimare che sopra l'acque v'avesse altre cose, n crederebbe che frondi pi belle che alga, o campi pi vaghi che di rena, o fiere pi gaie che pesci, o abitazioni d'altra maniera che di cavernose pietre, o altre elementa che terra e acqua fossero e vedessersi in alcun luogo. Ma se esso a noi passasse e al nostro cielo, veduto de'prati e delle selve e de'colli la dipintissima verdura e la variet de gli animali, quali per nodrirci e quali per agevolarci nati, veduto le citt, le case, i templi che vi sono, le molte arti, la maniera del vivere, la purit dell'aria, la chiarezza del sole, che spargendo la sua luce per lo cielo fa il giorno, e gli splendori della notte, che nella sua oscura ombra e dipinta la rendono e meravigliosa, e le altre cos diverse vaghezze del mondo e cos infinite, esso s'avedrebbe quanto egli falsamente credea e non vorrebbe per niente alla sua primiera vita ritornare. Cos noi miseri, d'intorno a questa bassa e fecciosa palla di terra mandati a vivere, bene miriamo l'aere e gli uccelli che 'l volano con quella maraviglia medesima, con la quale colui farebbe il mare e i pesci che lo natano parimente, e per le bellezze eziandio discorriamo di questi cieli che in parte vediamo; ma che oltre a questi altre cose sieno vie pi da dovere a noi essere, che le nostre a quel marino uomo non sarebbono, e maravigliose e care, o in che modo ci sia, nella nostra povera stimativa non cape. Ma se alcuno Idio vi.cci portasse, Lavinello, e mostrasseleci, quelle cose solamente vere cose ci parrebbono, e la vita, che ivi si vivesse, vera vita, e tutto ci che qui , ombra e imagine di loro essere e non altro; e gi in queste tenebre riguardando da quel sereno, gli altri uomini, che qui fossero, chiameremmo noi miseri e di loro ci prenderebbe piet, non che noi pi a cos fatto vivere tornassimo di nostra volont giamai.


[3.XXI.] Ma che ti posso io, Lavinello, qui dire? Tu sei giovane e, non so come, quasi per lo continuo pare che nella giovanezza non appiglino questi pensieri o, se appigliano, s come pianta in aduggiato terreno essi poco allignano le pi volte. Ma se pure nel tuo giovane animo utilmente andassero innanzi, dove tu al fosco lume di due occhi, pieni gi di morte, qua gi t'invaghi, che si pu istimare che tu a gli splendori di quelle eterne bellezze facessi, cos vere, cos pure, cos gentili? E se la voce d'una lingua, la quale poco avanti non sapea fare altro che piagnere e di qui a poco star muta sempre, ti suole essere dilettevole e cara, quanto si dee credere che ti sarebbe caro il ragionare e l'armonia che fanno i cori delle divine cose tra loro? E quando, a gli atti d'una semplice donnicciuola, che qui empie il numero dell'altre, ripensando, prendi e ricevi sodisfaccimento, quale sodisfaccimento pensi tu che riceverebbe il tuo animo, se egli da queste caliggini col pensiero levandosi e puro e innocente a quelli candori passando, le grandi opere del Signore, che l su regge, mirasse e rimirasse intentamente e ad esso con casto affetto offeresse i suoi disii? O figliuolo, questo piacere  tanto, quanto comprendere non si pu da chi no 'l pruova, e provar non si pu, mentre di quest'altri si fa caso. Perci che con occhi di talpa, s come i nostri animi sono di queste voglie fasciati, non si pu sofferire il sole. Quantunque ancora con purissimo animo compiutamente non vi s'aggiugne. Ma, s come quando alcuno strano passando dinanzi al palagio d'un re, come che egli no 'l veda, n altramente sappia che egli re sia, pensa fra se stesso quello dovere essere grande uomo che quivi sta, veggendo pieno di sergenti ci che v', e tanto maggiore ancora lo stima, quanto egli vede essere quegli medesimi sergenti pi orrevoli e pi ornati, cos tutto che noi quel gran Signore con veruno occhio non vediamo, pure possiam dire che egli gran Signore dee essere, poscia che ad esso gli elementi tutti e tutti i cieli servono e sono della sua maest fanti. Per che gran senno faranno i tuoi compagni, se essi questo Prence corteggieranno per lo innanzi, s come essi fatto hanno le loro donne per lo adietro, e ricordandosi che essi sono in un tempio, ad adorare oggimai si disporranno, ch vaneggiato hanno eglino assai, e, il falso e terrestre e mortale amore spogliandosi, si vestiranno il vero e celeste e immortale: e tu, se ci farai, altres. Perci che ogni bene sta con questo disio e da lui ogni male  lontano. Quivi non sono emulazioni, quivi non sono sospetti, quivi non sono gielosie, con ci sia cosa che quello che s'ama, per molti che lo amino, non si toglie che altri molti non lo possano amare e insieme goderne, non altramente che se un solo amandolo ne godesse. Perci che quella infinita deit tutti ci pu di s contentare, e essa tuttavia quella medesima riman sempre. Quivi a niuno si cerca inganno, a niuno si fa ingiuria, a niuno si rompe fede. Nulla fuori del convenevole n si procaccia, n si conciede, n si disidera. E al corpo quello che  bastevole si d, quasi un'offa a Cerbero, perch non latri, e all'animo quello che pi  lui richiesto si mette innanzi. N ad alcuno s'interdice il cercar di quello che egli ama, n ad alcun si toglie il potere a quel diletto aggiugnere, a cui egli amando s'invia. N per acqua, n per terra vi si va; n muro, n tetto si sale. N d'armati fa bisogno, n di scorta, n di messaggiero. Idio  tutto quello, che ciascun vede, che il disidera. Non ire, non scorni, non pentimenti, non mutazioni, non false allegrezze, non vane speranze, non dolori, non paure v'hanno luogo. N la fortuna v'ha potere, n il caso. Tutto di sicurezza, tutto di contentezza, tutto di tranquillit, tutto di felicit v' pieno.


[3.XXII.] E queste cose di qua gi, che gli altri uomini cotanto amano, per lo asseguimento delle quali si vede andare cos spesso tutto 'l mondo sottosopra e i fiumi stessi correre rossi d'humano sangue e il mare medesimo alcuna fiata, il che questo nostro misero secolo ha veduto molte volte e ora vede tuttavia, gl'imperii dico e le corone e le signorie, esse non si cercano per chi l su ama pi di quello che si cerchi, da chi pu in gran sete l'acqua d'un puro fonte avere, quella d'un torbido e paludoso rigagno. L dove allo 'ncontro la povert, gli esilii, le presure se sopravengono, il che tutto d vede avenire chi ci vive, esso con ridente volto riceve, ricordandosi che, quale panno cuopra o quale terra sostenga o qual muro chiuda questo corpo, non  da curare, pure che all'animo la sua ricchezza, la sua patria, la sua libert, per poco amore che egli loro porti, non sia negata. E in brieve, n esso ai dolci stati con soverchio diletto si fa incontro, n dispettosamente rifiuta il vivere ne gli amari; ma sta nell'una e nell'altra maniera temperato tanto tempo, quanto al Signor, che l'ha qui mandato, piace che egli ci stia. E dove gli altri amanti e vivendo sempre temono del morire, s come di cosa di tutte le feste loro discipatrice, e, poscia che a quel varco giunti sono, il passano sforzatamente e maninconosi, egli, quando v' chiamato, lieto e volentieri vi va e pargli uscire d'un misero e lamentoso albergo alla sua lieta e festevole casa. E di vero che altro si pu dire questa vita, la quale pi tosto morte , che noi qui peregrinando viviamo, a tante noie, che ci assalgono da ogni parte cos spesso, a tante dipartenze, che si fanno ogni giorno dalle cose che pi amiamo, a tante morti, che si vedono di coloro d per d che ci sono per aventura pi cari, a tante altre cose, che ad ogni ora nuova cagione ci recano di dolerci, e quelle pi molte volte, che noi pi di festa e pi di sollazzo doverci essere riputavamo? Il che quanto in te si faccia vero, tu il sai. A me certo pare mill'anni che io, dallo invoglio delle membra sviluppandomi e di questo carcere volando fuora, possa, da cos fallace albergo partendomi, l onde io mi mossi ritornare e, aperti quegli occhi che in questo camino si chiudono, mirar con essi quella ineffabile bellezza, di cui sono amante, sua dolce merc, gi buon tempo; e ora, perch io vecchio sia, come tu mi vedi, ella non m'ha perci meno che in altra et caro, n mi rifiuter perch io di cos grosso panno vestito le vada innanzi. Quantunque n io con questo panno v'andr, n tu con quello v'andrai, n altro di questi luoghi si porta alcun seco dipartendosi che i suoi amori. I quali se sono di queste bellezze stati, che qua gi sono, perci che elle col su non salgono, ma rimangono alla terra di cui elle sono figliuole, elle ci tormentano, s come ora ci sogliono quelli disii tormentare, de'quali godere non si pu n molto n poco. Se sono di quelle di l su stati, essi maravigliosamente ci trastullano, poscia che ad esse pervenuti pienamente ne godiamo. Ma perci che quella dimora  sempiterna, si dee credere, Lavinello, che buono amore sia quello, del quale goder si pu eternamente, e reo quell'altro, che eternamente ci condanna a dolere -.
- Queste cose ragionatemi dal santo uomo, perci che tempo era che io mi dipartissi, egli a me rimise il venirmene -. Il che poscia che ebbe detto Lavinello, a'suoi ragionamenti pose fine.
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