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SEMIRAMIDE

di

ANTON GIULIO BARRILI




A GEROLAMO BOCCARDO
Non perch vai meritamente famoso tra i migliori ingegni d'Italia, non perch si ha conforto di vanit a mostrarsi in dimestichezza coi sommi, ma perch nella tua grandezza sei buono, ma perch io t'amo come un fratello, intitolo a te questo frutto delle mie pi liete fatiche.
Uomini giunti in alto, che sappiano e vogliano esser liberali d'aiuto ai minori, ce n'ha pochi, pur troppo. Io, per me, non ne conosco che uno, il quale, gi illustre per virt sua e per consenso universale, s' pigliata un giorno spontaneamente la molestia di volgersi indietro, farsi patrono, anzi guida amorevole, ad un suo giovane concittadino, e bandirne il nome fuor della cerchia ristretta, quantunque cara, della sua terra natale.
A te son debitore di tanto. Quel po'di benevolenza che il mio nome ha raccolto, mi deriva dal tuo patrocinio. Auguro, a pi degni di me, valentuomini che seguano il tuo nobile esempio. E a costoro, gratitudine pari a quella che nutre per te il tuo
DI GENOVA 1. SETTEMBRE 1873.
ANTON GIULIO BARRILI.




SEMIRAMIDE

CAPITOLO PRIMO.

ALLE PORTE DI BABILU.

Sulle rive dell'Eufrate si stende un'ampia, lieta e ubertosa contrada, il cui nome  Sennaar tra i figli di Cus, pingue d'armenti, di biade e d'ogni maniera dovizie, versate a piene mani sovr'essa dal possente Iddio delle acque, poich'ebbe mutate in doni di fecondit le sue ire devastatrici.
Quivi, a mezzo il corso del gran fiume, sorge una citt, la pi vasta che il mondo abbia veduta mai, edificata da Nemrod, figlio di Cus, potente cacciatore nel cospetto di Nebo, insieme colle genti scampate dall'acque, prima che, a guisa di rena travolta dal turbine, si sperdessero sulla faccia della terra. Per il nome suo fu Babilu, che significa la porta di Ilu, il dio del diluvio, e la sacra citt si restrinse da principio sulla sponda destra del fiume, intorno a Barsipa, la gran torre delle lingue, che gli edificatori suoi aveano lasciata a mezzo, confusamente favellando, sbigottiti dal tremuoto e dalla folgore. Cos Nebo, il Dio che genera s stesso, il dominatore che comanda alle legioni del cielo e della terra, aveva custodita l'azzurra sua sede contro le audaci imprese dei figli dell'uomo.1
Quindici et sono di poco trascorse sotto la grand'ala di Nisroc, e gi l'ampliata Babilonia, tempio e dimora de'sommi Dei, si estende sui due lati del fiume, cui sembra ella stringere tra le braccia amorose, come giovine donna lo sposo che la ricolma d'ebbrezza. A lei non ardisce paragonarsi Ninive, pur dianzi edificata da Assur, la quale attender lungamente ancora il suo Tiglat Pileser, il fortunato monarca che la porr a capo del grande impero d'Assiria. Sippara, l'antidiluviana, Ur de'Caldei, Larsa, Calneh ed Erech, dense di popolo, felici di arti e di traffichi, non risplendono intorno a lei che come i pianeti intorno al sommo datore di vita e di luce, il cui tempio e il simulacro ella accoglie nel suo venerato recinto.
E qui, sotto lo scettro poderoso dei discendenti di Nemrod, si raccolgono quattro schiatte; i Sumir aspro favellanti; gli Accad gelosi custodi della scienza arcana de'cieli; i Turani discesi al piano per mezzo alle trib fraterne dei Medi; gli avanzi della stirpe di Sem, cacciata pi su, dal conquistatore cussita, a metter dimora sulla terra di Nahraim. N solo la vasta pianura obbedisce al glorioso popolo di Kiprat Arbat, o delle quattro favelle; anche sulle alture, e per le chine di l dai monti, il valore di Nino estese l'imperio di Babilu; e pur dianzi, la fortuna di Semiramide spazi dal lido di Tiro alle convalli della Bakdiana, dalla terra degli aromi cui bagna l'Eritreo, fin oltre alle sorgenti dell'Eufrate e del Tigri. Curvarono il capo le vinte nazioni; i principi lontani furono astretti a tributo.
I pi tra costoro lo pagavano di buon grado. Scendevano essi riverenti e stupiti a Babilonia, come alla citt sacra dominatrice del mondo. Era cos maestosa la dimora de'sommi Dei! Ed era cos splendida la reggia della gran vedova di Nino! Omaggio prestato a donna non umilia i nati di donna, e Semiramide, per la sovrumana venust delle forme, piuttosto accresciuta che scemata dal corso degli anni, appariva cosa di cielo, anzi che frutto di mortale connubio. E invero, non tanto per cingere d'una poetica nube un oscuro natale, quanto per aggiunger luce ad una bellezza che facilmente si potea creder divina, i sacerdoti di Barspa avevano letto negli astri esser costei la figliuola di Derceto, della gran dea d'Ascalona, fin da quel giorno che Nino, perdutamente invaghito di lei, la tolse al primo marito, per farla regina del suo cuore, arbitra e donna del pi gran trono della terra.
Ed ella oramai, estinto il consorte, regnava sola, temuta e felice. A'suoi cenni la citt s'era ampliata, cinta di mura, ornata di sontuosi edifizi. Due milioni d'uomini avevano lavorato per lei; gli uni a scavare il suolo, gli altri a foggiare in mattoni l'argilla smossa, altri ancora a trarre il bitume dalla vicina terra di Is. Anzitutto s'innalzan le mura, ampie, valide alla difesa e maravigliose alla vista. Nivitti Bel, il recinto interno,  lungo trecento sessanta stadii, alto cinquanta cubiti, largo diciotto; Imgur Bel, il baluardo esterno, gira quattrocento ottanta stadii, si leva novanta cubiti sull'ampia fossa che lo circonda, e, sullo spalto di cinquanta che lo incorona, sorge una doppia fila di torri, per mezzo alle quali  libera la via ad una quadriga scorrente. Queste mura, ne'cui fianchi si aprono cento porte di bronzo, son di mattoni, una parte acconciamente disseccati, l'altra cotti in fornace; e ad ogni trenta strati di mattoni s'alterna uno spesso graticciato di canne, intrise nel bitume, sporgenti oltre la superficie del muro, di guisa che la rossiccia mole appare da lontano vagamente listata di nero.
Il biondo Eufrate scorre nel mezzo; epper le mura, giunte al confine dell'acque, si volgono ad angolo, si rimpiccioliscono e s'assottigliano in forma di parapetti, lunghesso i margini bastionati del fiume, su cui vengono a mettere, per altrettanti sbocchi, le vie della citt, ampie e diritte, tutte a riscontro delle cento porte di bronzo. Sui lati di queste vie, frequenti di popolo, si alzano le case a tre o quattro piani, spaziose, non contigue tra loro, ma frammezzate da giardini e da piazze. Sulla riva destra  la citt sacerdotale, col suo tempio di Belo, alta piramide di sette piani, dipinti dei sacri colori delle sette luci della terra, dalla cui cima Belo, il gran dio di Babilonia, contempla la sua diletta citt. Sulla riva sinistra  la reggia, chiusa da un muro ornato di stupende pitture, sormontata da terrazzi e pensili giardini. Congiunge le due rive un ponte, lungo cinque stadii, sorretto da pile profondamente piantate nell'alveo dell'Eufrate. Son esse di pietre strettamente congiunte da ramponi di ferro, saldati col piombo, e le facce esposte alla correnta del fiume appaiono stagliate ad angolo acuto. Il ponte, venti cubiti largo,  un tavolato di cedri e cipressi, sostenuto da enormi tronchi di palma.
Tanto ha potuto far Semiramide, ed altro ancora, ch braccia di manovali non potevano mancare alla conquistatrice della Fenicia e della Bakdiana, donde eran venute dietro al suo cocchio di guerra cos lunghe file d'incatenati prigioni. In quella guisa che le mura della citt, i templi, i giardini, narrano la sua magnificenza ai venturi, l'Eufrate, rattenuto da argini poderosi pel corso di molte giornate, a giuste distanze sviato in ampii canali navigabili, partito in migliaia di rivi a benefizio dei campi, addimostra le cure sapienti della regina per la felicit del suo popolo. Epper ella potr, senza menzogna, scrivere lungo le mura della sua reggia questi nobili vanti:
"La natura mi di forme di donna; ma le mie geste m'hanno agguagliata al pi forte tra gli uomini. Io tenni sotto la mia legge l'impero di Nino, il quale non  conterminato ad oriente che dal fiume Indo, a mezzogiorno dalle regioni dell'incenso e della mirra, a settentrione dai Sogdiani e dai Saci. Prima che io fossi, niuno dei Babilonesi avea visto il mare; io quattro ne vidi, e cos lontani, che il giungervi non era dato ad alcuno. Costrinsi i fiumi a correre dov'io volli; n il volli, se non dove tornasse utile alle mie genti. Fecondai le sterili pianure; murai cittadelle inespugnabili; tra roccie impraticabili apersi sentieri col ferro; ampie strade si schiusero ovunque io passai, e i miei carri sonanti trascorsero dove pur dianzi duravan fatica le fiere. E tra queste opere, rinvenni ancora il tempo da consacrare ai sollazzi, agli amici."
Cos posava la regina dalle aspre fatiche di guerra, tra le splendidezze della sua citt e le dovizie che versavano ogni giorno a'suoi piedi la natura e l'industria delle soggette nazioni. Per lei l'Arabia felice stillava gli aromi; per lei Tiro intesseva i candidi lini e li tingeva nei pi vividi colori della porpora; per lei la Media educava i cavalli veloci come il vento, e l'India i poderosi elefanti. Era il secol d'oro per la stirpe degli Accad, innanzi che scendessero alle prime vendette i figli di Javan, prodi in armi e numerosi nei troppo ristretti confini, che per poco ancora dovean mordere il freno della servit, mentre il loro Zerduste, il principe dalla mente profonda e dallo sguardo acuto, ospite tributario della fortunata regina, invano tentava di piacere alla donna.
Ma la nube precorritrice delle tempeste non era anche apparsa sul limpido cielo di Babilonia; vigilavano ancora a sua custodia i sommi Dei; Ilu, il gran nume, senza tempio, n altari, poich la citt stessa era l'altare, e tempio tutta la grande pianura fecondata da lui; Nebo, il signore della volta azzurra; Belo, il dator della luce; Ao, il pesce dio, che rec la prima civilt dai flutti del mare; Sin, il rischiaratore delle notti; Militta, o Derceto, o Rea, secondo i luoghi, la Venere genitrice, la gran madre dalle cento mammelle, il cui sacro bosco e i riti notturni chiamavano a Babilonia adoratori in gran numero.
E la terra di Sennaar tutti liberalmente nutriva, non meno ferace di quella che il gran Nilo inonda delle sue piene; imperocch vi cresceano spontanei la palma, il melagrano, l'orzo ed il sesamo; il grano rendeva duecento volte la semente, talfiata anche trecento, e la msse ogni anno era doppia, come sulla terra di Mesraim. Lunghesso l'Eufrate vorticoso, i cui margini erano continuamente solcati da carri pesanti, spaziava una pianura cos vasta, che l'occhio non poteva misurarne i confini, tutta biondeggiante di biade alla vampa del sole. Di tratto in tratto, come isole sorgenti dall'aureo mare delle mobili spiche, s'innalzavano con agili tronchi le palme, si piegavano ad ombrello su popolosi villaggi, composti di case tonde, dalle pareti di legno, dai tetti conici e dalle porte alte, intonacate di bitume. Erano esse le dimore dei coloni e dei manovali. Quelle dei capi loro, i pubblici edifizi, i templi degli Dei, si ravvisavano agevolmente alla forma quadrangolare, alla costruzione in mattoni, ora soltanto disseccati, ora cotti al fuoco e smaglianti per una densa vernice d'un verde carico. Le citt, disseminate sul piano, si scorgevano in lontananza, coi loro alti terrazzi biancheggianti e le loro torri massicce a vasti ripiani. Il verde vivo dei colti e dei pascoli appariva rotto qua e l da innumerevoli linee biancastre, argini dei cento canali derivati dall'Eufrate e condotti a metter foce nel Tigri; liquidi sentieri su cui viaggiavano, rapide siccome la corrente voleva, portando carichi di grano e di frutte, quelle barche a foggia di scudo, intessute di vimini, coperte di cuoio e spalmate di asfalto, che poi, giunte alla meta, erano disfatte, e, venduta l'armatura di legno, il nocchiero se ne tornava pedestre, con le sue pelli sul capo, o sulla groppa d'un somiero, portato seco nella barca, fino al villaggio lontano. I viandanti, ond'erano popolate le strade e i villaggi lunghesso il fiume, indossavano una lunga tunica di tela, su cui una pi corta di lana colorata e un bianco mantello svolazzante dagli omeri. Una corta mitra, ravvolta di bianca fascia, ratteneva le lunghe capigliature intrecciate; i piedi avean chiusi in sandali di cuoio, e tra mani portavano lunghi bastoni ornati di graziose sculture, quali raffiguranti un giglio, o una rosa, quali un leone, un'aquila, od altra foggia d'animali. Dappertutto l'abbondanza, la ricchezza e la vita; dappertutto le liete sembianze della fortuna d'un popolo, le cui mura, i baluardi, le piramidi e le torri grandeggiavano sull'orizzonte, tinte di porpora e d'oro dai raggi d'un sole maestoso, che avea varcato di parecchie ore di meriggio.
Questa scena mirabile veniva contemplando, con occhio tra curioso e triste, un giovane cavaliere, che scendeva lentamente, seguito da numerosa schiera e da salmerie ragguardevoli, lungo la riva destra del fiume. Gi il convoglio aveva oltrepassato Is, il villaggio posto alla foce della fiumana d'asfalto; gi aveva lasciato sulla sua sinistra le antiche torri di Sippara e la vasta apertura del Nahr Malka, canal regio, da poco tempo scavato tra l'Eufrate ed il Tigri; e Babilonia, mostrandosi in tutta la sua pompa colossale al forestiero (ch tale lo chiarivano i biondi capegli e le azzurre pupille, pi assai che la strana foggia del vestimento e dell'armi), gli chiamava sul volto quell'aria di ammirazione ad un tempo e di tristezza, che abbiamo notata pur dianzi.
Fin dai primi albori del giorno, la gran citt gli era apparsa alla vista, sull'estremo confine dell'orizzonte. E da quell'ora una strana impazienza signoreggiava l'animo del giovane condottiero; per la cavalcata volgeva pi spedita, e pi brevi erano state le soste, quantunque gi gli ardori del sole si facessero sentire pi molesti, consigliando le carovane a batter le polverose strade di nottetempo, pe'silenzi dell'amica luna, che giungeva allora al suo colmo. Egli era in sul finire del mese di Sirvan, che  il terzo dell'anno dei Babilonesi, computandone essi il principio dal giunger di primavera, allorquando lo sciogliersi delle nevi sui monti di Armenia fa crescere a dismisura l'Eufrate. Ora, nel mese di Sirvan, s' gi scemata la piena, e la vampa del sole, che matura le spiche sui gambi frondosi, consente di foggiare a mattoni l'argilla per la costruzione delle case; donde esso  chiamato eziandio il mese del mattone dalle genti di Sennaar.
Era egli cos desideroso di giungere in Babilonia, il giovane cavaliere? E gli sguardi, or curiosi, or mesti, ch'egli volgeva d'intorno, che significavano essi? Una strana mistura di contrarie sensazioni gli traspariva dal volto. Talfiata, sviando gli occhi dalla meta del suo viaggio, si faceva a contemplare l'Eufrate, seguendo con fanciullesca curiosit le zattere galleggianti, coperte d'un bianco tendale, cariche di nfore, in cui si chiudeva l'inebriante liquor della palma, lentamente condotte da uomini armati di lunghe pertiche, le quali scendevano con metro alterno a pigliare la spinta dal letto del fiume. Pi oltre erano viaggiatori di povero stato, i quali, per cansare la fatica pedestre e il polvero delle strade battute, con la lor tunica e il cappello foggiato a mo'di turbante sul capo, scendevano la corrente aggrappando le braccia intorno a un otre gonfiato. Altrove erano donne, facilmente riconoscibili al bianco drappo che copriva loro la testa e il collo, agili e destre nuotatrici, che con una mano si reggeano a fior d'acqua, e sull'altra, obliquamente protesa in alto, e sulla eretta cervice, recavano canestri di frutte, o scodelle di latte, a refrigerio dei viandanti.
Lieto spettacolo, che pure non rallegrava a lungo l'aspetto del giovine. Ad ogni tanto gli si offuscavano gli occhi, sotto l'arco delle sopracciglia aggrondate, come se un doloroso ricordo venisse improvvisamente a trafiggerlo. E lo assaliva un brivido, come fosse il terrore delle cose ignote; le sue labbra mormoravano un nome amico, e il cavallo nitriva, s'impennava, fremeva, sotto le repentine scosse del suo mutevol signore.
Teneva a lui dietro il corteo, grave, misurato, e, a dimostrazione d'ossequio, non ricambiando che sommesse parole. Perfino Bared, il suo fidato Bared, che di pochi passi precedeva l'ordinanza, cavalcando quasi a paro con lui, da lunga pezza non aveva aperto bocca, per tema d'interrompere il corso de'suoi tristi pensieri.
Alla svolta d'una macchia di lentischi, che copriva largo tratto di terreno sopra una delle frequenti insenature del fiume, si par dinanzi ai loro occhi un colmo di case, tutte di pi cittadinesca apparenza, con mura merlate e siepi fiorite di giardini, che fiancheggiavano la strada maestra.
Era quello uno dei sobborghi di Babilu, braccia poderose che la citt regina stendeva all'intorno, rivi capaci in cui traboccava il soverchio della sua vita gagliarda. Sulla vasta piazza, donde aveva principio il sobborgo, sostava una grossa mano di cavalieri babilonesi, belli a vedersi per le loriche e gli schinieri di cuoio, su cui svolazzavano i lembi dei candidi mantelli; colle lancie ritte sulla staffa, gli elmi a cono aguzzo rilucenti sul capo, le mazze ferrate pendenti all'arcione. Intorno ad essi, uomini e donne della terra, con idrie e guastade tra mani, mescevano agli assetati i succhi del melagrano stemperati nell'acqua, in ciotole di argilla.
Il giovine capo si ferm nel mezzo della via; a rispettosa distanza i seguaci; le salmerie del pari, in lungo ordine dietro a costoro. I cavalli delle due schiere si salutarono con sbuffi e nitriti.
Alla vista dei sopravvegnenti, i babilonesi si erano tosto rimessi in ordinanza. Uno di costoro, il comandante, notevole al balteo frangiato d'oro, si fece innanzi a galoppo. Bared, pigliati i comandi del suo signore, s'inoltr alla sua volta.
- Chi  lo straniero, - dimand il babilonese a Bared, - che cavalca innanzi alla vostra schiera, come principe a capo delle sue genti?
- Non conosci tu il re d'Armenia, - disse Bared a lui di rimando, - Ara, il figlio di Armo, della stirpe d'Alco?
A queste parole il babilonese inchin la fronte sulla criniera del suo cavallo, nell'atto che volgeva a terra la punta della sua spada ricurva.
- Bene dovevo io argomentarlo, - rispose egli, - poich il suo volto  pari a quello d'un Dio, e nelle sue pupille Nebo ha diffuso, come a prediletto figliuolo, il sacro colore della vlta celeste. -
E sceso prontamente d'arcione, si fece incontro al cavallo del re, per tenerne, in segno di onoranza, le redini; indi soggiunse:
- Ben venga Ara il bello, il figliuolo di Aram, nel mese fortunato, nel giorno avventuroso, alle porte di Babilu. La gran Semiramide, cui Belo ha concessa la vittoria della spada e l'impero dello scettro sui potenti della terra, attendeva impaziente il grazioso principe ed il suo nobil tributo.
- Non tributo, ma dono; - rispose prontamente il re d'Armenia, aggrottando le ciglia. - Babilonia  possente; ma la stirpe d'Alco, pi che dalla amicizia di Nino, dalle opere sue ripete il diritto di portar la benda di perle. Nemici da prima, e pi e pi volte alle prese, furono i padri nostri coi re della vasta pianura; amici ossequenti noi, non vassalli.
- E sia; - soggiunse l'altro arrendevole; - meglio amici ossequenti, che sudditi impazienti di freno. Ora ti piaccia, generoso signore, di venire alla stanza che la regina ti ha assegnata, a ristoro dalle fatiche del viaggio, innanzi di accoglierti in Babilonia, colla pompa che ad amico re si conviene. -
Il re d'Armenia non profer verbo, in risposta all'ossequioso invito; ma con lieve cenno del capo e con un gesto cortese, di libert al babilonese di risalire in arcione. Egli quindi gi stava per toccare di sprone e ripigliare il cammino; ma non glielo consentivano le dimostrazioni cortesi degli abitanti del borgo, che s'erano accalcati sul suo passaggio, profferendo il vin della staffa ai nuovi venuti.
Fatta audace dalle esortazioni dei pi vicini, ma accesa di rossore e tremante, una fanciulla s'era inoltrata al cospetto del giovane, per offrirgli la tazza ospitale. Ed egli volenteroso la raccolse dalle sue mani, vi intinse il labbro, indi la restitu, accompagnando l'atto d'un leggiadro sorriso, mentre ella era rimasta come estatica a contemplarlo, e la moltitudine intorno a lei andava ripetendo: Ara il bello! invero,  simile a un Dio.
Per fermo, nessun nome era pi meritato di quello che al giovane re d'Armenia avea dato il suo popolo e che la fama viatrice aveva consacrato, per tutta la gran valle dell'Eufrate e del Tigri. Giusto di membra, agile insieme e gagliardo appariva egli nel suo modesto arnese di viaggiatore, sotto le pieghe del suo breve mantello svolazzante, chiuso il petto in una tunica grigia, listata di rosso, cinto i lombi di una fascia di lana, sotto cui si annodavano i sostegni della spada, fedele amica al suo fianco. Biondi e riccioluti capegli uscivano in ciocche abbondanti dagli orli di una mitra di pelliccia nera, ornata al sommo d'una borchia di gemme e da un nobil ciuffo di penne, bellamente incoronando un viso bianco di neve, specchio vero dell'anima, tanto, ad ogni interno sussulto, rapidamente si tingea di vermiglio. Ampio e prominente l'arco delle sopracciglia, dava risalto al limpido lume degli occhi azzurri; le guance ignude, il mento e il collo di contorni soavi, delicati, quasi femminei, il naso profilato e diritto ad una con la scesa della fronte, il labbro superiore adombrato di lunghi, sottili e morbidi baffi, formavano su quel nobile sembiante un misto indicibile di dolcezza e di forza.
In lui si diceva che rivivessero le maravigliose sembianze d'Aco, il fortissimo progenitore della sua stirpe. E le ballate degli armeni rapsdi lui gi celebravano destro arciero, valoroso domatore di cavalli, guerriero animoso ed invitto, siccome il suo grande antenato. Che pi? Lui seguivano gli sguardi del popolo obbediente, lui le acclamazioni delle pugnaci trib, lui i sospiri delle vezzose donne d'Armavir e delle sponde di Van. Ara il bello, Ara il prode, Ara il prediletto, dicean le canzoni.
Dato il tempo necessario, non gi all'ammirazione del popolo suburbano, bens alle cortesie del beveraggio, il re d'Armenia si mosse, e dopo lui la numerosa sua cavalcata, con alto strepito di bardature, fragor di spade nelle terse guaine, tintinno di frecce nei capaci turcassi, pendenti dall'mero, insieme coi grand'archi aicani. I cavalieri babilonesi precedevano, in segno di onoranza, il corteo.
Gi il sole era da lunga pezza calato dietro i confini del deserto lontano, allorquando la schiera giunse finalmente alla vista d'Imgur Bel, il vasto cerchio di mura, la cui cresta di torri nereggiava nello spazio, poc'anzi rossastro ancora degli ultimi riflessi del giorno, ed ora tinto in azzurro, al tacito lume degli astri. Era una veduta fantastica, maravigliosa, solenne. L in fondo, all'occaso, Barspa, la citt sacerdotale, santuario dell'arcana scienza degli Accad, levava al cielo le smisurate sue moli. La torre delle sette luci, i cui alti ripiani colorati avevano riflesso alla vampa del sole il nero smagliante, il bianco, il ranciato, l'azzurro, lo scarlatto, l'argento e l'oro, sacri alle sette sfere luminose, non offriva pi allo sguardo che un bruno ammasso foggiato a scaglioni, vera scala murata da un popolo di giganti per dare l'assalto al cielo.
Pi verso il mezzo, torreggiava la piramide a tre piani, consacrata alle fondamenta della terra; e a'suoi piedi si stendeva la immane citt, partita in due dall'Eufrate, il cui vano trapelava da un lungo strato di vapori diffusi. Pi oltre, a manca del riguardante, una maggior distesa di moltiformi edifizii, di terrazzi sovrapposti e di torri, su cui grandeggiava un'altra gran mole, la reggia di Semiramide, cittadella ampiamente bastionata sulla riva sinistra del fiume, incoronata di templi, loggiati e giardini, dal cui sommo una lieta famiglia di piante, tributo di stranie contrade, protendevano in alto le larghe braccia frondose. La luna, apparsa in quel punto, vestiva d'una vaporosa luce quella magica scena, che si vena lentamente ascondendo alla vista dei cavalieri, dietro la fosca merlatura di Imgur Bel, a mano a mano che questi s'avvicinavano al fosso.
Giunsero alla perfine in capo del ponte, e videro la porta di bronzo, spalancata per dar adito ai nuovi ospiti di Babilonia. Squillarono le trombe di rame; scalpitarono le zampe ferrate dei cavalli sull'ampio tavolato di cipresso; rimbomb il profondo androne, custodito da denso stuolo d'arcieri, e il re d'Armenia entr sotto la maestosa vlta, al fumoso chiarore delle faci intrise di nafta, in mezzo ai tori alati dal sembiante umano, colossali chimere, che pareano guardarlo sospettose e superbe, attraverso le loro pupille di smalto.
Oltrepassato l'androne, e con esso la prima cinta di mura, si offerse alla vista dei cavalieri una larga spianata, chiusa intorno da colti e da pascoli; indi una strada corrente tra due filari di piante, qua e l tagliata da vie minori, fiancheggiata da rigagnoli, acconci ad innaffiarla nelle arsure del giorno. Folta l'alberatura ne'dintorni; rade per contro le case; quasi tutti edifizii pubblici e alloggiamenti di soldati, naturalmente posti tra la cinta esterna e Nivitti Bel, che  il secondo e pi ristretto baluardo della citt. Di qui, per altro, s'incominciavano a udire i soffi della poderosa vita babilonese, suoni e rumori confusi come il ronzio d'un immenso alveare.
Al giovine principe accadeva ci che a tutti suole in mezzo al frastuono d'una citt non mai veduta, nel brulicho d'una gente ignota, che va, viene, attende a tutte le cure, a tutti i sollazzi della vita, senza badar punto a noi, granellini di sabbia travolti dal caso nel turbinoso suo giro. Ei si sentiva come a disagio, sopraffatto, confuso, pieno di quella mestizia che non muove da vere cagioni, ma che  piuttosto il frutto del turbamento e dell'incertezza. Cos il giovane arbusto, condotto a vivere in estranio terreno, rimane alcun tempo perplesso, ad occhi veggenti intristisce, prima che le sue radici si facciano a bere con la usata vigora i succhi vitali della nuova dimora.
E s'inoltrava frattanto, mentre d'intorno a lui il frastuono cresceva, e liete torme di popolo sbucavano dal fondo, biancheggiavano sulla vasta ombra de'platani, si lumeggiavano alla spera dell'astro notturno, e, a mala pena guardando la tacita cavalcata, voltavano per certi sentieri a manca dei sopravvegnenti, sparivano e riapparivano tra il folto d'una selva vicina, donde, insieme con le fragranze dei cedri e dei gelsomini, venivano sprazzi di luce e di festose armonie.
Bared, che, dopo l'entrata d'Imgur Bel, aveva affrettato il passo del suo destriero e cavalcava a paro col re, per esser pi pronto a'suoi cenni, ruppe timidamente il silenzio.
- Non pare a te, mio signore, il grato suono del cembalo?
- S; - rispose il principe, crollando mestamente il capo; - Sandi era valente per cavarne i suoni pi dolci; e la sua voce pi soave ancora, quando egli cantava le sue belle canzoni. -
Bared, fatto peritoso, non soggiunse pi motto. Ma il principe, quasi volesse discacciare il triste ricordo, si volse al condottiero babilonese, che gli vena da diritta, e gli chiese nella lingua di Sennaar:
- Amico, che suoni son questi?
- Siamo oggi al plenilunio, - rispose l'altro sollecito, - e si festeggia Milita Zarpanit, la dea della giovent, della bellezza e dell'amore, la consolatrice dei cuori, anima e vita della feconda natura.
- Lieta  Babilonia! - esclam Ara pensoso.
- S, lieta; - ripigli l'uffziale, - e tu giungi in buon punto, o possente signore. Il tuo volto, splendido come quello di Nergal, l'astro della luce rossiccia, far palpitare il cuore delle vezzose figlie di Babilu. -
Un placido sorriso sfior le labbra del principe. La bellezza, virt del corpo, come la virt, bellezza dell'anima, non  mai insensibile alla lode.
- Labbro incantatore! - diss'egli.
- Ed  pubblico il rito? - entr a chiedere Bared.
- Il sacro bosco  aperto ad ogni classe di visitatori. Qui convengono le genti di Sennaar e gli stranieri delle pi lontane contrade. Se ti piace, - proseguiva il babilonese, volgendo il discorso al principe, - appena smontato alla dimora che la possente regina per questa notte ti assegna, potrai mescerti liberamente alla folla e non conosciuto vedere quanti pi nobili giovani e pi leggiadre donne Babilonia racchiude. Ma eccoci; questo  l'alloggiamento per te, e pe'tuoi cavalieri, a cui Nebo conservi il loro glorioso signore. -
La cavalcata difatti era giunta dinanzi ad un vasto edifizio di due piani, le cui mura salde e profonde si vedevano rinfiancate da contrafforti di mattoni, fino a una dicevole altezza, dove incominciava un fregio di lucide squamme, corrente per lungo sotto una fila di spaziose finestre. Il grand'arco della porta metteva ad un ampio cortile, ne'cui fianchi si aprivano le stalle capaci, e gli alloggi de'soldati e dei servi. Al piano di sopra erano gli appartamenti del re e de'suoi uffiziali.
Discesi d'arcione, i seguaci del re d'Armenia si diedero con alacrit ai loro apprestamenti di riposo, ognuno secondo l'ufficio suo; i cavalieri a dissellare, stregghiare e rinfrescare gli affaticati destrieri; i custodi de'cammelli, i bagaglioni e i serventi, a riporre gli arnesi, le provvigioni e i preziosi fardelli; tutti, da ultimo, veduto come pi nulla bisognasse ai fedeli compagni del loro viaggio, pensarono a ristorarsi di cibo, di bevanda e di sonno.
Seguto da Bared, il giovine Ara s'avvi alle sue stanze. Due eunuchi della reggia erano ad aspettarlo col, per additargli la camera adorna di sontuosi tappeti e morbide pelli di fiere, col suo letto di soffici piume steso nel fondo, sotto un padiglione di porpora. Lo guidarono essi allo spogliatoio, tutto fragrante di preziosi stillati, e al tiepido bagno, dove l'acqua spicciava dalle fauci d'un leone di bronzo nell'ampia vasca di pietra.
Ed essi, mentre il giovane signore attendeva a quelle cure, cos geniali dopo le fatiche d'un lungo viaggio, apprestavano sulla mensa i cibi eletti, il vasellame lucente, l'acqua fresca come neve e l'inebbriante liquor della palma.
Ara usc poco stante dal suo spogliatoio, fiorente di bellezza e di giovent, raggiante al pari d'un dio. Lasciate le vesti polverose e le fogge natali, aveva indossata la doppia tunica babilonese, bianca di sopra, con fregi d'oro sui lembi, e azzurra di sotto, siccome era azzurra la clamide, che portava ravvolta con bel garbo sugli meri. Azzurri i calzari, che gli salivano allacciati alquanto pi su della noce del piede; bianca, con fregi d'oro, la mitra sul capo.
Quelle ed altre vesti in buon dato, l'ospitalit regale di Semiramide apprestava al pronipote d'Alco. Egli aveva scelte le meno sontuose; ma come avrebbe potuto farle parere pi umili? Bellezza e giovent dnno luce pi viva ed allegra, che non gli ori e le gemme; aggiungono leggiadria, freschezza e splendore ad ogni cosa che le circonda.
- Invero, - disse Bared a lui, come lo ebbe veduto, - il babilonese ha ragione; chi non ti amerebbe, o signore?
- Ah! - rispose il principe con accento malinconico, rimirando le sue vesti mutate. - Cos Sandi vestiva! Povero Sandi! -
E cos dicendo si lasciava cadere su di uno sgabello, di rincontro alla mensa. Ma Bared non gli consent questo ritorno alle tristi ricordanze. Erano soli, e le ragioni dell'amicizia ripigliavano il sopravvento su quelle dell'ossequio.
- Suvvia, mio dolce signore, - grid egli con voce affettuosa; - non lasciarti soverchiare dalla mestizia dei lontani ricordi. La vita  tale per tutti: luce e tenebre, sorrisi e lagrime, pur troppo! Schiavi al voler degli Dei, tutti ci attende la morte: mostriamoci dunque uomini forti davanti al destino!
- Oh, Bared, mio ottimo Bared, lo so; tutti morremo, un giorno! Ma poss'io dimenticare l'amico della mia giovinezza? Questa citt  una tomba, dove Semiramide impera.
- Tu la vedrai domani; il babilonese te lo ha detto, nel prender commiato da te; a domani, dunque, i molesti pensieri. Vieni, mio dolce signore! Fino a domani ignoto in Babilonia, qual migliore occasione per veder la citt? Vieni; ci aspetta il tempio di Militta Zarpanit; ci aspettano questi riti notturni, cos famosi nel mondo. -


CAPITOLO II.

MILITTA ZARPANIT.
Tra Nivitti Bei ed Imgur Bei, nel tratto settentrionale di quella lunghissima zona di lieta verdura che corre tra i due baluardi, come diadema intorno alla fronte d'una regina,  il sacro bosco e il tempio di Militta Zarpanit, la gran madre, la provvida fecondatrice del germe, colei che esalta la potenza dei figli di Belo.
Folte macchie di lentischi e di mortelle, di cedri e di salici, fiancheggiano le vie tortuose e i sentieri dove luce non giunge. Tutto intorno cespugli di gelsomini e di rose, liberali de'sottili effluvi che ispirano l'amore, siccome all'amore dispongono i leni susurri dell'aura vespertina e i gemiti delle colombe, libere abitatrici del luogo, venerate messaggiere della Dea. Il sacro ammo dal ceppo sarmentoso si leva coi tralci, si avvinghia alle piante maggiori, spandendo ombra di molteplici foglie e fragranza di rosei grappoli sui misteriosi recessi. Da un lato la via maestra, o regale; dall'altro l'Eufrate; in mezzo alla selva, murato su d'un poggio,  il tempio della Dea, con la sua cupola gialla, lungi splendente dal colmo dei rami intrecciati.
Militta Zarpanit! Donde il tuo culto, che le tarde generazioni vedranno fiorente presso tutti i popoli antichi, all'alba della lor vita affannosa? Gli Dei, che simboleggiano la forza degli elementi, ma pi assai la paura degli uomini, spariranno dagli altari; i possenti della terra, i fondatori di citt e di regni, santificati dall'ossequio del volgo, saranno dimenticati o confusi; ma il culto della bella natura, il culto della gran madre feconda, il tuo culto, o Militta, non perir. Beiti, Militta, Zarpanit, Thaaut, Rea, Istar, comunque ti piaccia esser nomata dalle genti di Sennaar; Astarte a Tiro, Derceto in Ascalona, Afrodite fra gli Elleni, Venere tra gli ultimi Esperii del mondo antico, i tuoi riti saranno uguali dovunque, comech sformati dall'indole varia dei popoli, dalla naturale trasfigurazione del simbolo, dal riuscir del mito in leggenda. A te sacro dovunque il mirto, a te le colombe; a te non mai sacrifizio di vittime fumanti, ma offerte di odorate ghirlande e incruento olocausto di cuori.
In te si venera la diva natura, che rinacque sorridente e gloriosa dall'onde. Te, sorgente dalle spume, vide la memore sapienza ellena; preceduta dalla colomba, lieta apportatrice del ramoscello verdeggiante, ti celebrarono le prime istorie della figliuolanza di Sem. L'apparir tuo fu mostra di possanza, non doma dal flutto devastatore; il ramoscello dell'alato messaggiero rec il tuo primo saluto ai superstiti, ricondusse la speranza nei cuori. E rinata alla luce, investita dalle vampe maritali del fuoco interno, vigilata dall'insaziabile sguardo dei corpi celesti, amata amante di avventurosi mortali, fosti feconda di nuovi frutti alle genti; le quali ti riconobbero madre, dalle tue cento mammelle succhiarono la vita, e il tuo culto leggiadro recarono divotamente con s, allorquando, rifatte dai primi terrori, si sparpagliarono allegre e fidenti sulla faccia del mondo.
Imperocch (chi nol sa?) da mezzogiorno e da occidente vennero i primi apportatori di civilt alla terra di Sennaar, a mano a mano che su per l'erta delle convalli mediterranee li sospinse la piena crescente dell'acque, dopo che cadde inabissata nei gorghi marini la prisca terra d'Atlante e il tremuoto spezz le immani serraglie di Abila e di Calpe. E dal mare ebbe Babilu i suoi fondatori, i suoi demiurghi. Ilu, il suo primo Iddio, il suo primo terrore,  librato sulla distesa dell'acque, o posa sulla vetta dei monti, negro come la nube che lo circonda, pregno di nembi e di folgori. Dal suo grembo squarciato escono le tre forze arcane, quasi le tre forme della sua medesima essenza: Anu, il caos primordiale, Bel, la potenza ordinatrice, Hoa, lo spirito intelligente dell'universo. L'ultimo tra questi  lo spirito pi sensibile, il pi noto, il pi dimestico ai volgari intelletti; egli  il pesce dio, che reca i primi comandamenti all'umano consorzio. Daokina  la sua forma femminea, venuta anch'essa dal mare, emersa dai flutti dell'Eritreo. Lasciate che il mito si svolga egli assumer nuove parvenze, altri significati, altri nomi.
Difatti, agli Dei cosmogonici succedono a breve andare gli Dei siderali. Abbia la divinit un aspetto visibile; se il cielo  sua dimora, il cielo donde si sprigionano i nembi, il cielo donde ci piove la luce, vediamola nello spazio azzurro, vediamola in quelle grandi pupille di fiamma che assidue dardeggiano il mondo. Cos i prischi ed oscuri elementi si rinnovano, ricompaiono in luce di stelle, ed alla vecchia triade cosmica, ecco tener dietro la triade celeste, Sin, Samas, Iva, anch'essi rinfiancati di lor forme femminine. Sin, l'astro della notte, risponde al dio delle tenebre, al caos; Samas, l'astro del giorno, risponde alla potenza ordinatrice del creato; Iva, lo spirito dell'etere, l'atmosfera trasparente, risponde allo spirito penetratore dell'universo, al pesce dio venuto dai gorghi del mare.
E adorati questi fulgentissimi numi, perch non si adoreranno gli astri minori? Ecco, la triade si scempia ancora in tutti quei luminosi pianeti che scintillano la notte nel firmamento azzurro. I nuovi regnatori delle are son questi Ninip, o Adar, il lontano astro che si circonda d'un candido anello, e i cui satelliti, nascondendosi tratto tratto dietro al suo disco, lo faranno apparire divorator de'suoi figli; Merodac, il pi appariscente, il pi splendido, epper dal popolo babilonese chiamato figlio di Bel, e adorato pi tardi siccome il vero monarca del cielo; Nergal, il corrusco di luce rossiccia, fatto signore dell'armi; Nebo, il sapiente, protettore della eloquenza e della autorit regale, non ancora sformato dalle volgari leggende, che tra gli Elleni lo diranno rapitore di mandrie Istar, finalmente, la stella dei soavi splendori, che la venerazione delle genti confonder coll'antica Beltis, o Bilit, forma femminea di Bel, e con Daokina, la compagna di Hoa. Astro in cielo, anima della natura in terra, diviene la consolatrice dei cuori, la increata bellezza, la fonte dell'amore; celeste  Taauth terrestre  Zarpanit. Eccola adunque, sempre una in tutte le sue svariate sembianze, nata dalle onde, splendente nei cieli, vivente nel creato, cara ai mortali, madre, signora ed amante.
A lei sacro tutto ci che risplende per grazia e leggiadria; a lei sacra la lieta fecondit; a lei sacro l'amore che ingentilisce i costumi. A lei dedicate le prime pietre che il volgo agreste ammirer, sporgenti, solitarie, scalzate dalle acque, lunghesso il dorso dei monti; a lei i primi simulacri che il fantastico genio dell'India orner di cento mammelle, a significarne la materna abbondanza, laddove il genio pi corretto degli Elleni la ritrarr nelle sembianze della donna amata, e vedr il sommo della sua divina bont nel complesso di tutte le bellezze di Grecia. A lei consacrate le isole e i boschi odorosi, dove gemono le colombe e sguardo profano non penetra i dolci segreti. Ogni umana cosa si corrompe pur troppo, e la casta adorazione ceder il luogo a mostruosi misteri; dei quali, al postutto,  agevole il sentenziare, col sangue e il giudizio assottigliati da migliaia d'anni trascorsi.
E Militta Zarpanit chiamava ai suoi amabili riti la gente di Sennaar. Era essa la divinit pi grata al popolo babilonese. Belo, insieme con le sette sfere lucenti, aveva la sua torre dai sette piani e dai sette colori nel borgo sacerdotale di Barsipa. La triade antica delle fondamenta della terra aveva la piramide di tre piani, innalzata in quella parte occidentale della citt che  pi vicina all'Eufrate. Ilu, il temuto iddio delle acque, aveva la citt tutta quanta e la soggetta pianura; Nisroc, o Salman, nume dalle ali e dal rostro aquilino, Assur, il protettore, nella cui faccia umana e nelle membra di toro alato raffiguravasi la forza e l'intelligenza divina, custodivano, paurosi simulacri, le cento porte di Babilu. Militta, pi soave e pi cara, aveva sulla riva destra del gran fiume il suo tempio, i penetrali, la selva e i riti notturni. Non risplendeva essa, amica stella nei cieli, la prima ad apparire dietro il sole cadente, l'ultima a dileguarsi ai primi chiarori dell'alba?
Il suo bell'astro scintillava nell'azzurro sereno, accanto alla colma luna, rallegrando il creato di miti splendori, allorquando il giovane Ara, vestito delle nuove fogge babilonesi, s'inoltr in compagnia del suo Bared, sotto i platani che facevano confine alla selva. Quel lieto viavai di gente sconosciuta, quei volti sfavillanti di gioia, quelle donne a mezzo velate che si appoggiavano fidenti al braccio degli amanti, quel luccichio di fiaccole, quell'effluvio di fragranze, quell'onda di musicali concenti tra i rami, rapivano il suo cuore, facendolo immemore d'ogni cosa, sussurrandogli arcane parole, che avevano un'eco nel profondo dell'anima. Giovinezza beata! come le arride il futuro! e come i suoi dolci incantesimi possono far tacere in lei le mestizie d'un passato, che ancora non ha avuto agio di mutarsi in assenzio! A lui l'ignoto, con le sue lusinghe, le promesse, le speranze dolcissime, sorrideva sotto quei rami, in quella moltitudine appariscente e festosa, immagine del mondo in cui egli era entrato per la porta d'avorio. Ed ammirato, estatico, fuori di s, saliva lentamente, rasentando le belle coppie innamorate, pei meandri del bosco.
Com'egli fu giunto al sommo del poggio (che tale era la forma del sacro recinto), gli si par davanti agli occhi la maestosa mole del tempio, torreggiante su d'una piattaforma che gli faceva terrazzo in giro, a cui si saliva dai quattro lati, la merc di ampie gradinate. Le mura di sostegno si vedevano fregiate di bassorilievi e dipinti in onore della Dea, e di iscrizioni scolpite nei venerati caratteri della stirpe degli Accad, somiglianti a chiovi impressi per lungo ed in mille guise intrecciati. A'piedi delle gradinate vigilavano leoni di granito; certamente posti col, sotto gli occhi della Dea, come emblemi della forza, cui la bellezza soggioga. E il tempio infatti innalzavasi poco pi in alto, cinto da doppio giro di colonne, coronato di capricciosi fregi e di eleganti merlature, sormontato da una svelta cupola, rilucente nello spazio azzurro ai raggi della luna.
Il suono dell'arpe e dei cantici era da pochi istanti cessato innanzi all'ara della gran madre Militta, e gi la moltitudine devota scendeva a torme dal limitare, spandendosi lungo i terrazzi e per le scalinate, a guisa di fiume che rompa fuori dagli argini. Il vano della gran porta appariva vestito dell'aurea luce, ond'era sfolgoreggiante l'interno, e di l venivano profumi d'incenso, di glbano, di cinnamomo e di mirra.
Dopo essere stato un tratto immobile a contemplar da lontano quella scena incantevole, il re d'Armenia si avvi verso la gradinata, in mezzo alla moltitudine, che scendeva dal tempio, o saliva.
I raggi della luna rischiarando il suo volto e la leggiadra persona, si fece a breve andare dintorno a lui quella ressa curiosa, quel bisbiglio, quell'avvicendarsi di domande e di ammirazioni, che furono mai sempre, e saranno, il pi naturale omaggio reso alla bellezza dal volgo dei riguardanti. Ora, presso i babilonesi, come presso tutti i popoli antichi, pi schietti adoratori della forma, quell'omaggio era pi facile a rendersi; n solamente riservato alla donna, come accade tra noi, non so se pi austeri o pi invidi.
Turbato un tal poco da quegli atti curiosi e da quelle voci di meraviglia, il giovane affrett il passo fin sopra la spianata; s'inoltr sotto il prono del tempio, che era sorretto da enormi tronchi di palma, foggiati a colonne, ed oltrepass il sacro limitare, fiancheggiato dai simbolici leoni di pietra.
Col, un pi meraviglioso spettacolo si par davanti agli occhi del giovine. Sulle prime, tra per la luce riflessa dalle lamine d'oro e d'argento, che correvano alternate sull'alto delle pareti, e per la nube d'incenso che si diffondeva nell'ampio recinto, parve a lui d'essere, anzi che tra'mortali, nella regione dei sogni, in cui si pregustano le delizie celesti. Ma, a poco a poco, avvezzando lo sguardo a quella vaporosa veduta, egli pot discernere partitamente ogni cosa.
La cella sacra, dov'egli aveva posto piede, era un'ampia sala quadrilunga; conterminata da un abside, su cui si levava la cupola, gi veduta di fuori. Le mura tutto intorno apparivano ornate di stucchi, con iscrizioni e bassorilievi colorati, fino all'altezza degli stipiti di un gran numero di porte, le quali mettevano alle camere dei sacerdoti. Ai lati di queste grandeggiavano leoni e tori alati, dal volto umano o dalla testa d'aquila, che parevano vegliare riverenti, a custodia delle mezze figure chiuse nel circolo eterno, con lunghe ali distese, emblemi della divinit suprema, i quali si vedeano scolpiti pi in alto. E dove finivano le sculture e i dipinti, incominciavano i fregi di lamine d'oro, intelaiati a guisa d'arazzi nel vano di un finto colonnato d'argento, che saliva a sostenere un sopraccielo di legno prezioso, partito a cassettoni, con entro rosoni ed altre fogge di fantastici fiori, messi ad argento ed oro, siccome le colonne gi dette. Nell'abside, sotto la cupola, sorgeva l'altare di Militta, masso di diaspro riquadrato e lucente, su cui s'innalzava il bianco simulacro della Dea, che poggia il piede sul domato leone, e reca tra mani il fiore della vita. Ai quattro angoli dell'altare, fumavano, entro bracieri sostenuti da tripodi di bronzo, i quattro aromi pi grati agli abitatori del cielo; e d'ogni parte pendevano, in lungo ordine disposte, le lampade d'argento, donde i lucignoli di bisso attingevano l'olio fragrante, per dar luce e profumi all'intorno.
E per mezzo a quella nube d'incenso che si diffondeva dall'abside, il principe vide uno stuolo di sacerdoti, i quali posavano dalle cerimonie e dai cantici, seduti su sgabelli d'ebano, il cui nero lucente faceva vieppi risaltare la candidezza delle lunghe stole (il bianco era il color sacro a Militta) e degli ampi mantelli in cui ravvolgevano la persona. Il gran sacerdote si discerneva, fra gli altri, per la tunica sfoggiatamente trapunta e frangiata d'oro sui lembi, per l'aurea cintura tempestata di gemme e per l'aurea mitra foggiata a testa di pesce, la cui infula scendeva ad accappatoio sulle spalle, simulando le squamme dell'animale e la coda a due punte. Militta, non lo si dimentichi, era altres Daokina, e la mitra del pesce dio, portata dai sacerdoti di Babilu, doveva coprire il capo ai ministri di ben altre divinit, posteriori nel tempo.
Una mensa di lucido argento, sorretta da figure simboliche, era collocata davanti all'altare; e sovr'essa splendevano le liberali offerte dei pi ricchi adoratori. Capaci coppe di bronzo si scorgeano dai lati, nelle quali ogni donna che uscisse dal tempio gittava la sua moneta, d'argento o di rame. E tratto tratto si vedeva alcuna di esse muoversi dal fondo, inoltrarsi fino all'altare, e deporre il suo tributo, levar le mani in atto di adorazione ed uscire.
Ci ricondusse pi indietro gli sguardi del giovine. Il sacro recinto non era anche spopolato del tutto; imperocch, sedute in lungo ordine su panche di legno, attorniate da curiosi che le veniano squadrando degli occhi, stavano molte donne in attesa, con funicelle ravvolte intorno al capo, e, ognuna di esse giusta la sua condizione, nobilmente vestite ed adorne. Quella era per fermo la celebrazione d'un rito; n il re d'Armenia lo ignorava, essendo allora i misteri di Militta Zarpanit famosi per tutte le circonvicine regioni.
Cos voleva il costume, che ogni donna babilonese dovesse, una volta in sua vita, rimanersi nel tempio aspettando, fino a tanto non avesse pagato il suo tributo alla Dea. Ci ch'ella riceveva dall'ignoto, il quale accostavasi a lei, rivolgendole la frase "invoco per te la dea Militta", dovevasi gittare in offerta nella coppa di bronzo. N ella, poich s'era cos seduta in attesa, con la funicella intorno alle tempie, potea pi respinger l'omaggio dello straniero, chiunque egli fosse. Mostruoso rito; ma non  in bala del narratore il mutarlo. Forse era naturale corrompimento d'un alto concetto; forse reliquia di pi rozzi costumi, non potuta cancellare del tutto, epper saviamente dissimulata dalla santit della cerimonia; fors'anco, nell'uso, era temperato da acconci convegni, da gentili artifizi, che la storia non ha tramandati alle tarde generazioni, e che il senno di queste pu argomentar verisimili. Ma di ci pensi ognuno a sua posta.
Ben ci raccontano gli antichi, ed  anche agevole il credere, che le pi nobili e ricche sdegnassero di mescolarsi cosiffattamente alla comune delle donne babilonesi, nella celebrazione dei sacri misteri. Elleno per fermo non si ristavano dallo accorrere al tempio; ma in lettighe coperte e accompagnate da uno stuolo di servi, che recavano i loro donativi e le debite offerte all'altare.
Una di queste felici era appunto allora nel tempio, prostrata dinanzi ai gradini dell'abside, su d'un morbido cuscino che sotto i ginocchi le aveva posto un'ancella, mentre un'altra deponeva sulla mensa il presente della signora, aromi e polvere d'oro in vasi d'alabastro.
Quella donna, veduta appena, trattenne lo sguardo del giovane. O fosse la singolar leggiadria delle forme, non potuta nascondere dalle pieghe del velo che tutta le involgea la persona, o il suo rimanersi in disparte e la compagnia delle ancelle, che la dicevano donna di ragguardevole stato, od altra pi riposta cagione (che molte ve n'ha, sottili, inavvertite ed arcane, per disporre in varie guise la trama degli eventi), fatto sta che quella donna velata, lontana, ignara di lui, gli occup la mente, lo disvi da tutta quella moltitudine di aperte e sorridenti bellezze, che in lui figgevano i grandi occhi neri, pieni di schietta ammirazione e di dolci lusinghe.
Tanto pu l'ignoto sull'animo nostro! Cos tenui sono le fila in cui ci avvolge il destino!
Ella era inginocchiata dinanzi all'altare, in atto di preghiera, mentre alcuni adolescenti ministri del tempio venan raccogliendo di mano alle ancelle i preziosi donativi della sconosciuta supplichevole.
- Militta ti vede e ti ascolta! - le avea detto il gran sacerdote; - ti conceda ella ci che le tue preghiere dimandano. -
Ara non poteva distogliere lo sguardo da lei. E pi la rimirava, e pi si riempiva il suo cuore di dolcezza ineffabile; come se da quelle forme mal note emanasse un tiepido effluvio che, tutto investendolo, gli s'infiltrasse per ogni meato nel sangue. E una speranza, un desiderio, uno struggimento gli cresceva grado grado nell'anima, di vederla in volto, d'essere veduto, di non essere un ignoto per lei.
Donde nascono essi, questi moti repentini del cuore, soventi volte datori d'un nuovo indirizzo alla nostra esistenza, che ci fanno di punto in bianco, quasi per virt d'incantesimo, consapevoli di noi, cosicch ci sembri, o di vivere per la prima volta, o di non aver vissuto mai di vera vita da prima? Bagliori improvvisi nelle tenebre dell'intelletto, voci arcane all'orecchio, tumulti nel cuore, inni prorompenti dai penetrali dell'anima, donde traggono essi l'origine? Dal nulla, chi guardi all'apparenza, come dal nulla hanno vita i fantasmi del sogno; ma il savio, che scruta i segreti della natura e argomenta le cause non viste, si raccoglie umilmente nella sua pochezza, e ci che ancora  sfuggito al suo spirito indagatore, non deride egli, per fermo, e non nega.
Cos ammaliato, ignaro di s, il giovane s'era fatto pi innanzi e pi presso alla sconosciuta, quasi volesse inebbriarsi dell'arcano effluvio ond'era soggiogato, o raffigurarsi, sebbene imperfettamente, il profilo di quella testa, sotto le pieghe del velo che l'ascondeva, o cogliere a volo, respirare un alito di quelle preghiere che ella rivolgeva all'altare.
- Che chiede ella a Militta? Forse il suo cuore arde, si strugge d'un amore disperato, e prega la Dea che versi sovr'esso i balsami dell'oblio? O le voci dell'affetto non hanno ancora parlato all'anima sua, e implora il conforto, fors'anche lo strazio, d'un amor vero e profondo? Ed io ti chiedo, o Militta, che quella donna mi ami. -
Fu un impeto subitaneo, irresistibile, e decisivo del pari. Ascese incontanente il primo gradino del santuario, e rec la mano alla sua cintura tutta adorna di gemme. L'aveva egli portata seco d'Armenia, e per vezzo giovanile, rigirata al fianco, sulla tunica babilonese pur dianzi indossata. Un grosso e trasparente smeraldo ne fregiava il nodo, ed egli fu pronto a strapparnelo.
-  questa la mia offerta, - diss'egli, avvicinandosi alla mensa, per deporvi la gemma, - se Militta non isdegna il presente d'uno straniero.
- Bellezza e giovent spirano dal tuo volto, come una dolce fragranza, - gli rispose il gran sacerdote, accompagnando le parole con un paterno sorriso. - Il tuo aspetto  d'uom caro a Nebo, al veggente Iddio, che d lo scettro ai reggitori dei popoli. Qual cosa dimandi tu, che Nisroc, il signor delle sorti, non t'abbia concesso il d che nascevi? Pure,  bello il non fidarsi nei doni della natura, e tutto in quella vece aspettar dagli Dei. Essi non deludono la speranza di chi li invoca con animo riverente. E Militta, invocata, conceda a te, o giovine straniero, il compimento de'tuoi voti, conservi a te il regno de'cuori.
- D'un solo, e sar il pi avventuroso tra gli uomini! - esclam il re d'Armenia, nel ritirarsi dal santuario.
Agli atti improvvisi, alle parole del giovane, la donna velata aveva rivolto il capo da quella banda; di certo essa lo aveva veduto per mezzo alla trama sottile del bisso che le copriva il sembiante. A lui parve che pi d'una volta, e lungamente, gli occhi della sconosciuta si fossero soffermati a guardarlo; invero, ei non li aveva veduti, ma sentiti, e il benefico raggio gli era penetrato al cuore, che aveva dato un sobbalzo.
Bared, in quel mentre, gli si era accostato da tergo.
- Va; - disse egli concitato al suo fedele servitore; - va a riposarti, mio povero Bared!
- E tu, mio signore?
- Io? Non dormir pi questa notte.... n poi; la mia pace  perduta. -
Bared, senz'altro aggiungere, si allontan. E il re d'Armenia, tiratesi alquanto in disparte, per non dar pi oltre nell'occhio ai curiosi, stette immobile, estatico, a contemplare la donna velata.
Poco stante, ella si alz, e, seguita dalle ancelle, si mosse per uscire dal tempio.
Al giovane parve allora di veder cosa non mortale, una dea, la stessa Militta Zarpanit, discesa dal suo altare di diaspro, per farglisi incontro; tanta era la maest del portamento, tanta la leggiadria delle forme. Ed egli credette di non potersi reggere in piedi, e istintivamente si appoggi ad uno di quei colossali leoni di pietra, che sporgevano dalla parete, allorquando la vide avvicinarsi, e argoment che gli occhi della nobil donna fossero volti su lui.
Ma si riebbe ad un tratto, volle esser forte, per cogliere al varco la fuggente occasione. Infine, che dir ella, se parlo? E che penser ella, se taccio?
Commosso, palpitante, combattuto da desiderio e da tema, fu per accostarsi a lei; e fatto il primo passo, si rattenne ancora. Ella si accorse dell'atto, in quella che stava per passargli dinanzi, e balen irresoluta a sua volta.
Non era pi da rimanersi perplesso. Ara si mosse verso di lei, e con accento soave le disse:
- Perdonami!
- Che cosa? - dimand ella, arrestandosi.
Il principe non rispose parola, tanto era turbato. N forse ella pose mente a cotesto, o, se vi pose mente, non le parve irriverenza. Il rossore del giovane non era egli la pi eloquente risposta e la pi schietta confessione dall'animo suo?
Ella stessa, o compassionevole, o grata, ruppe l'uggioso silenzio.
- Tu sei straniero? - gli chiese.
- S, sono, - rispose il giovane, pigliando animo dalle cortesi parole e pi ancora dal soavissimo accento; - e se non t'incresce.... se nulla ti chiama cos presto lontano da me.... amerei dirti, o signora, una preghiera insensata, che io feci poc'anzi alla Dea.
- Ti ascolto; - disse a lui di rimando l'incognita.
- Di vederti, - prosegu Ara sommesso, - di poter dirti che t'amo, di essere amato da te. -
Ella rimase un tratto in silenzio, forse turbata dalle inattese parole. Il giovane, temendo di averle recato offesa, gi era per chieder venia del soverchio ardimento, quand'ella si fece, senz'ombra di sdegno, a domandargli:
- Mi conosci tu forse?
- No; e tu ben lo vedi, - rispose Ara, con voce carezzevole, - questa  follia. Ma son io forse pi signore di me? La Dea mi ha condotto a forza quass, perch io smarrissi la pace dell'anima. E l, presso l'altare, ho detto a me stesso che tu eri la pi leggiadra donna di Babilu. Per Militta, che tu invocavi poc'anzi, io ti chiedo in cortesia di sollevare un lembo di quel tuo velo geloso. -


CAPITOLO III.

LA ROSA DI SENNAAR.

Le dolci parole, e pi l'accento d'onesta preghiera, toccarono il cuore della donna velata.
- E se tu ti fossi ingannato? - diss'ella, dopo esser rimasta alcuni istanti raccolta in s medesima, quasi volesse aspirare gl'incensi di quel lusinghiero discorso. - Se a me non arridessero i pregi che fanno cara la donna al tuo sesso?
- Oh, gli  impossibile! - sclam il re d'Armenia, stringendosi al suo fianco, mentr'ella lentamente, ma senz'aria di voler dargli commiato, volgeva il passo al limitare del tempio. - Me lo ha detto il cuore, che non inganna mai. N basta; la tua presenza, ci ch'io vedo e sento di te, non ti palesano forse? Tu ben lo sai, mia dolce signora; leggiadri son sempre i fiori odorosi, e il gelsomino, celato nel verde cupo del bosco, non tramanda pi soavi fragranze di quelle che spirano dal tuo velo, o bellissimo tra i fiori di Babilu.
- Nebo t'ha ornata la mente di grate fantasie, - soggiunse l'incognita, - e il miele della poesia scorre dalle tue labbra. Cos tu dicessi il vero, come parli cortese!
- Or dunque, - ripigli Ara umilmente; - non darai tu l'aspettato guiderdone al poeta?
- Non qui; la luce del tempio non dee rischiararmi la tua confusione. Son donna, - aggiunse ella con un fil d'ironia, - e il vero mi potrebbe apparir troppo grave dal tuo aspetto mutato. Non mi dir nulla; so gi la risposta. - Cos la sconosciuta, per troncar le parole al giovane, che gi stava per richiamarsi a lei dell'ingiusto sospetto. Indi, come parlando a s stessa, mormor, per modo che egli potesse udirla:
- Infine, mi veda egli;  la Dea che lo vuole. -
E dato un cenno alle ancelle, che tosto riverenti si allontanarono, usc con passo rapido e lieve sulla gradinata, quasi sfiorando il suolo, mentre Ara le venia tutto sollecito al fianco.
Discesi sulla spianata, e usciti fuor della calca, ma non cos prontamente come il re d'Armenia avrebbe voluto, piegarono a destra, dove per tortuosi sentieri si scendeva all'Eufrate. Egli ebbro di gioia; ella taciturna, lievemente reggendosi sul braccio che il principe le aveva profferto, e tratto tratto volgendosi a guardarlo in viso, per mezzo alla trama sottile del velo che ancora la diniegava agli occhi innamorati del giovine.
- Ah! - sclam ella, premendogli il braccio, al primo svoltar della strada, che le consentiva di dare una fuggevole occhiata dietro di s.
- Che  ci, mia divina? - le chiese Ara turbato.
- Alcuno ci segue.
- Chi lo ardirebbe, dov'io sono?
E cos dicendo, il re d'Armenia si volse e si piant fieramente in mezzo al sentiero.
Un uomo, ravvolto nel suo mantello, scendeva per quella medesima via. Ma egli non parve darsi pensiero dell'atto, e, giunto all'incontro d'una viottola poco lontano da essi, vi s'inoltr con passo sicuro, come chi non avesse a fare altro cammino fuor quello.
- Tu lo vedi; egli non teneva dietro a noi; - disse il principe alla sua compagna, ripigliando la via verso il fiume.
Indi a poco, giungevano in vista dell'Eufrate, ampia zona d'argento, scintillante sotto i loro occhi, ai raggi del grand'astro notturno. Una barca era legata alla riva, e due donne, in cui Ara fu pronto a raffigurare le ancelle della sua sconosciuta, andavano a quella volta.
- Tu dunque mi lasci? - grid egli sgomentito; - ed io non avr ottenuta la grazia tua!
- Perch dubiti? - chiese ella, arrestandosi.
E mandando gli atti compagni alle parole, sollev il velo importuno, lo arrovesci sulla testa, lasciando cos il viso scoperto al chiaror della luna.
Il re d'Armenia mise un grido d'ammirazione. Giammai egli aveva veduto cosa pi bella.
Aperto e sereno il volto, delicatissimi e in un severi apparivano i lineamenti, a cui cresceva incantesimo il morbido tondeggiar delle carni, splendenti dell'aureo colore di frutto maturo. Ampia la fronte e nitida come l'avorio, incoronata di chiome nere, ondate e lucenti, tra le cui copiose anella si nascondevano i capi d'una trecciera di perle, che ne facevano vieppi risaltare la lucentezza corvina. Neri gli occhi del pari sfavillanti, a guisa di granati siriani, profondi come il mare, e com'esso trasparenti, facili ad esprimere le interne commozioni, o languidamente si celassero a mezzo, sotto il velo delle lunghe ciglia, o aperti scintillassero d'amore, o raccolti lampeggiassero di corruccio. Tra due grandi e sottili archi d'ebano si veniva leggiadramente incurvando la radice del naso, snello e ben profilato infino alle nari, rosee ne'delicati contorni, come il grembo delle conchiglie eritree. Le labbra di corallo acceso, tumidette e madide di volutt, pareano invitare ai baci, siccome le dischiuse corolle dei fiori, imperlate di notturna rugiada, cercano desiose i primi raggi del sole; ma il taglio austero di quelle labbra dinotava un'alterezza acconcia a temperar gli ardori del sangue, a dissimulare, se non a padroneggiare, la impetuosit degli affetti. Il superiore, un tal po'rilevato, cos che breve spazio intercedesse dalla bocca alle nari, giusta il tipo della gente semitica, lasciava scorgere, ad ogni moto di quella vaghissima bocca, due file di candidi denti, che facevano pi grato il sorriso; il sorriso, che  il suggello della bellezza, come lo sguardo  il raggio dell'anima. Tre cose belle al mondo: il sorriso sul volto d'una donna; il sole nel cielo; l'amor nella vita.
N era men bella la persona, che gi di per s sola aveva potuto cotanto sull'animo del re d'Armenia. Invano il candido pallio di bisso le si ravvolgeva dintorno, sopra la lunga stola violacea, frangiata d'argento. Da que'veli trasparivano le elette forme d'una Dea, che solo tra'Greci aveva a rinvenire uno scalpello degno d'effigiarla nel marmo; e que'veli, lasciando indovinare i maestosi contorni di quella sfolgorata bellezza, le conferivano quel non so che d'arcano, donde lo spirito nostro attinge le sue volutt pi profonde. Il collo, che si mostrava ignudo, dintornato da una filza d'amuleti, le braccia del pari scoverte, intorno a cui si allacciavano i simbolici serpenti, disviatori dello influsso maligno, erano miracoli di grazia, che avrebbero ingelosito Militta ne'cieli, e trattenuto sulla terra, immemore dei gaudii superni, uno spirito immortale.
Cos splendida di vezzi, cinta del suo candido pallio, di cui la lieve brezza notturna agitava mollemente le pieghe e i lembi disciolti, lumeggiata da quel mite chiaror di luna, che la faceva parere quasi una vaporosa visione del sogno, eretta della persona, atteggiata ad un placido riso che diceva tutto l'intimo compiacimento della conscia bellezza, ella si stava immobile nel cospetto di Ara.
Commosso da quella vista, che di tanto superava la sua medesima aspettazione, il re d'Armenia rimase alcuni istanti muto, estatico, a contemplarla. E bevve in quegli istanti per gli occhi, fino all'ultima goccia, l'amoroso veleno, che aveva a conquiderlo, a farlo altro uomo da quello di prima.
Si sent perduto, allora, tratto fuori di s, in balla di quella donna, per lei forse felice come un dio, o disperato come l'ultimo dei viventi; n gli dolse di ci. L'amore  un abisso, di cui non si misura la profondit, se non quando s' affacciati sull'orlo periglioso. L'ignoto tira a s; voci lusinghiere chiamano dal profondo, e in cos alto mare  dolce il naufragio.
- Lascia che io t'adori! - le disse, cadendo a'suoi piedi.
Ella gli porse con grazioso atto la mano, per rialzarlo da quella umil postura.
- No!- soggiunse egli. - Adorarti! adorarti! Concedimi di rimanere a'tuoi piedi, siccome nel cospetto d'un nume. Non sei tu stessa una dea? Militta ha assunte le tue forme, io lo vedo, io lo sento, per farmi il pi lieto, o il pi triste degli uomini. -
Arcana virt delle parole che sgorgano dal cuore! Colpita da quell'accento di preghiera, soggiogata da quell'aura misteriosa che sempre accompagna un amor vero e profondo, ella si lasci cadere, senza far motto, su d'un sedile di sasso; n ritrasse altrimenti la morbida mano, che egli aveva stretta fra le sue, in quell'impeto di amorosa follia.
Ella seduta, in atteggiamento pensoso, turbata nell'intimo del cuore da un misto di nuove sensazioni; egli inginocchiato a'suoi piedi, palpitante, cogli occhi fissi ne'suoi; rimasero a lungo muti. Ma quante cose non disse quel loro silenzio!
Gli astri del firmamento piovevano una tacita luce su quelle fronti leggiadre; la brezza notturna recava loro le inebrianti fragranze del bosco, insieme col dolce mormorio dall'Eufrate vicino; da un'agile barca, che veniva rasentando la sponda, giungevano al loro orecchio i grati accordi di un'arpa e i suoni indistinti d'una cantilena, lenta e malinconica come tutte le melodie della vecchia stirpe cussita. Il cielo, la terra e l'onda, tutto era, intorno ad essi, un soave inno d'amore.
Ad ambedue grato il silenzio; e la novit del caso loro lo faceva necessario del pari. L'uno all'altro stranieri fino a quel giorno e a quell'ora, senza pure avvedersene, o presentirlo, senza esservi tratti da quella ordinata progressione di piccoli eventi che dissimula spesso, o fa parer meno singolare la prepotenza del destino, s'erano essi incontrati a mala pena, e gi sostavano l'uno a fianco dell'altro. Occorreva loro anzitutto riaversi da quel subitaneo tumulto, misurare la via in cos breve spazio di tempo percorsa, raccapezzarsi infine, leggersi scambievolmente nell'anima.
L'amore  cosa di tutti i tempi, naturale portato di tutti i cuori; cionondimeno, chi ben guardi,  sempre maraviglioso il suo nascere, siccome  miracolo la cosa pi comune del mondo, il nascere del fiore sul ramo, il suo svolgersi rapidamente in tenere foglioline, il colorarsi dei petali, il vaporare ai primi raggi del sole in soavi fragranze. Cos il maraviglioso fior dell'amore era nato ad un tempo in quei due cuori, improvviso, spontaneo, alla prima veduta; ed essi, respirandone i primi effluvii, a vicenda confusi e rapiti, dimenticarono l'universo in quell'ora.
Il re d'Armenia (meglio sarebbe dire lo schiavo di quella ignota bellezza) fu il primo a rompere l'amoroso silenzio.
- Parlami, te ne prego! - esclam; - fammi udire il dolcissimo suono della tua voce.
- Che dirti! - chiese la sconosciuta. - So io forse ci che tu pensi ora di me?
- Ah s! - ripigli Ara sollecito. - Perdonami! Io me ne stavo qui muto, ad assaporar la dolcezza della tua vista, non d'altro curante che della mia felicit senza pari. Ma potrei io operare diverso? Che dire, quando si contempla e si adora? Ho io mai provato ci che oggi provo? Ho io mai veduto figlia di donna, la cui belt reggesse al paragone della tua? Mai, lo giuro pei sacri platani di Van, donde a noi si rivela il consiglio dei Numi, mai ho sentito cos fiero, e in un cos dolce tormento; n tra miei monti natali, o nella istessa Annavir, famosa per le sue donne bellissime, ve n'ha una che ti somigli da lungi.
- Sei tu d'Armenia? - chiese ella con piglio curioso. - E il tuo nome....
- Ara; - rispose brevemente il giovane; - e il tuo, mia divina? Non mi sar egli dato di udirlo, soave al certo come il suono della tua voce? -
Ma la sconosciuta non pose mente alla dimanda, o non la ud; tutta la sua attenzione essendo rivolta a quel nome.
- Ara! hai detto? Ara, figlio d'Armo? Esso  nome di re; - soggiunse ella, veduto il cenno affermativo di lui.
- Son io quel desso; - rispose egli umilmente; - re del popolo aicno, e tuo schiavo. Ma dimmi, o bellissima; come ti  egli noto l'oscuro nome del figlio d'Aramo?
- E a chi, lungo le rive dell'Eufrate e del Tigri, non  noto il nome del giovine re d'Armenia, del vincitore di Masciag, dov'egli ottenne ad un punto la palma della vittoria e la benda di perle? Non  ella forse una benda di perle che voi cingete in capo, o figli di Aco, quasi a testimonianza del vostro corso vittorioso dalle cime dell'Ararat fino ai lidi eritrei?
- Tempi di gloria! - esclam il principe, con malinconico accento. - Ora i leoni di Cus regnano sulla vasta pianura; le aquile aicne si raccolsero crucciose sui greppi.
- Donde volarono spesso a settentrione, per piombare sui mobili campi dei predatori Turani, o ad occidente, per annientare la potenza dei figli di Canaan. -
Cos parlava la sconosciuta, e le sue parole eran balsamo al cuore del pronipote d'Aico.
- Grande  Babilonia, - prosegu ella nobilmente, - e non invidia la gloria ai suoi amici della montagna. Aco e Nemrod si guerreggiarono aspramente; ma vivono in pace ed amist i loro discendenti. E tu, glorioso tra tutti i forti della tua stirpe, da quando giungesti alle nostre mura ospitali? Ancora non hai veduta la regina? -
La fronte del giovane si rannuvol a quelle parole.
- Son giunto poc'anzi, - rispose, - e la mia gente  qui presso, negli alloggiamenti a noi assegnati dalla possente regina. Soltanto domani oltrepasser il baluardo di Nivitti Bei, con la pompa che s'addice ad un re.... ad un re tributario! - aggiunse egli, mal reprimendo un sospiro. - Tu sei cortese, o mia divina; ma che giova il nasconderlo? la gloria dei figli d'Alce s' grandemente offuscata, ed io, l'ultimo tra essi, reco a Babilonia il tributo dell'amicizia, come il minore al maggiore. Felice, invero, dacch t'ho veduta e t'amo; pi felice, se mi sapr riamato da te; ma domani, pur troppo, io vedr Semiramide.
- Pur troppo! e perch?
- Perch.... debbo dirtelo? Infine, s; non sei tu la signora del cuor mio, e non debbo io aprirtelo intiero? Perch il mio pensiero rifugge da costei; perch, al solo profferire il suo nome, sento nell'anima come un misto di terrore e di odio.
- Tu la conosci gi?
- Non lei, la sua fama. Ella  possente, ma crudele; grande il regno, ma feroci gli amori. -
Si riscosse a quelle parole la sconosciuta, e un lampo di sdegno le balen dagli occhi, promettitore di pi fiera risposta. Senonch, nell'atto di guardare il compagno cos bello, cos candido nel sembiante, le venne meno il proposto; l'ira si spense e il pietoso affetto prevalse. E allora, non senza un tal po'd'amarezza, ella prese in tal guisa a rispondergli:
- La fama? E tu credi a questa vile menzogna? Anzitutto, sai tu donde nasca? Non gi dalla lode, cos scarsa pei vivi e restia; bens dalla invidia, dal maltalento, a cui giova il perfidiare, e dalla stoltezza, cui torna agevole il credere. Semiramide ha i suoi nemici e non li cura; ma per fermo le dorr di vederti fra costoro. In che t'ha ella offeso, perch tu creda cos ciecamente il peggio di lei?
- Tu l'ami, lo vedo; - le disse il re d'Armenia, con malinconico accento; - ma io pure ho amato, e l'amico del mio cuore non  pi tra i viventi. Povero Sandi! Era egli il compagno della mia fanciullezza, egli il mio fratello d'armi, di cacce e di giuochi, egli il gentile poeta che mi allegrava lo spirito con le sue grate canzoni. Vaghezza di gloria lo trasse pellegrino alle mura di Babilu. Chi non lo avrebbe amato, vedendolo? E lo vide costei, il biondo garzone d'Armenia, che aveva cantata nei suoi versi innamorati la bellissima rosa di Sennaar; lo vide e lo am, per ucciderlo. Cos fu narrato in Armavir; una sera egli saliva chetamente ai pensili orti della regina; all'alba vegnente, l'Eufrate accoglieva nei suoi gorghi un cadavere.
- Ah, menzogna! - grid ella, balzando in piedi, con piglio iracondo. - E chi ha osato calunniarla in tal guisa? Ella non vide il tuo Sandi, io te lo giuro pe'sommi Dei, che ci stanno sul capo. Non dar vanto di regali amori, siano essi pure feroci, come tu pensi, o re d'Armenia, a chi forse lasci la vita in un laccio volgare.
- Perch ti sdegni? - le chiese Ara turbato. - Amica della regina, sei troppo poco amica a chi t'ama. E sia pure! L'oracolo di Peznuni me lo aveva pur detto, innanzi ch'io lasciassi Armavir! "La terra di Sennaar ti sar fatale!" Accusami alla regina; domani non andr al suo palazzo, sibbene alla morte. Non mi dorr il morire, se dalle tue labbra mi verr la sentenza. -
L'accento appassionato commosse la sconosciuta.
- T'inganni; - soggiunse ella, ad un tratto mutata. - Troppo facile trascorsi allo sdegno; ma non temere! Chi t'ha veduto una volta non pu tradirti, per fermo. A te l'amicizia offusc la ragione; a me l'amicizia dett le irose parole. Se tu conoscessi Semiramide, - e qui la voce di lei assunse un tono d'infinita mestizia, - sventurata la diresti, non rea. Nessuno am la povera regina, nessuno! Ella  sola, si sente sola nel suo vasto impero, come un'isola deserta sul mare. Chiede affetto (e chi, tra i nati all'amore non lo chiede?) ma invano, gagliardo e sincero come il suo. Ognuno in lei vede e desidera la regina; nessuno ha amata la donna. Tu la vedrai, re d'Armenia; e se non somigli a quanti le stanno tementi dintorno, se hai virt di penetrare con lo sguardo oltre il fasto regale che la circonda, vedrai dolore che non ha uguale in terra, e che mal si tenta di nascondere nel profondo dell'anima; vedrai fastidio d'ogni grandezza, d'ogni vanit, d'ogni ossequio bugiardo; vedrai desiderio infinito di verit, di schiettezza e di fede. E allora... allora non crederai alla fama; allora, forse, tu amerai quella donna. -
Il giovane croll mestamente il capo, come chi, non potendo assentire, non ardisce far contro.
- Perch, - entr egli a dire, - ci diam noi pensiero di ci? Tristi ricordi hanno fatto forza all'animo mio; lasciamo ora in disparte ogni cosa che non sia l'amor nostro; te ne prego. Parliamo di noi; parliamo di te, - aggiunse con voce carezzevole, - di te, che sei tanto bella, anco negl'impeti dello sdegno. Celebrata  Semiramide nel mondo per maravigliosa bellezza; ma ella, mentre tu l'ami e la difendi, certamente invidia la tua. -
E rimase ad attendere una sua parola, curvo in atto amoroso di fianco a lei, che s'era di bel nuovo seduta, modesto e ardente ad un tempo, lo sguardo fisso in quei grand'occhi neri, che lo guatavano tra curiosi ed incerti.
- M'ami tu molto? - gli chiese ella cedendo ad un moto repentino dell'anima.
- Lo chiedi? - grid egli, nell'atto di afferrarle la destra e di stringerla al petto, come se volesse farla consapevole degli ardori ond'era tutto compreso. - Odimi, o figlia di Babilu, odimi, ignoto astro di luce! Nei miei monti natali, sono i costumi pi semplici e rozzi, ma forti. Si ama una volta sola, ma per tutta la vita. Veloce, prepotente a guisa di fulmine, scende l'amore nel cuor nostro e lo strugge; per sono una cosa sola il vedere e l'amare. Io ti ho veduta e ti amo; non ti amavo io gi, prima di vederti in viso, di udire il suono della tua voce? E tu, dimmi, nel nostro incontro non vedi, non senti, alcun che di fatale?
- Fatale, s, tu l'hai detto, fatale! - ripet con vibrato accento la sconosciuta. - Cos  bello, non altramente, l'amore; cos s'avrebbe mai sempre a volerlo: o incendio o nulla. Amare  darsi intieramente,  confondersi, vivere in una due vite, se felici o sventurate, non monta, ma gloriose, ma ardenti, fino al punto di consumarsi a vicenda e morire, a guisa degli astri, in uno sprazzo di fuoco.
- Cos t'amer, - disse Ara; - fosse pure la morte nei tuoi baci. Chi ama, ha vissuto.
- E dimmi.... - soggiunse ella peritosa, fissando i suoi grandi occhi neri in quelli del giovane, - per questo tuo medesimo affetto, non potrai tu farti pi umano nel giudicar la regina?
- Che chiedi tu ora? - esclam egli turbato.
- Gli  un mio capriccio, - rispose ella prontamente. - Donna amante non si reputi amata, se prima non abbia messo il cuore dell'uomo alla prova.
- Ah! - proruppe Ara. - Dubiteresti ancora di me?
- Non dubiti tu ancora delle mie parole? - diss'ella di rimando. - Non dai tu orecchio, anzi che alla mia voce, alle perfidie del volgo?
- No, t'inganni; io non dubito, ma il mio cuore sanguina tuttavia; concedi al tempo di rimarginare la piaga. Tu taci? O mia diletta, non t'offenda il diniego! Pi tiepido amico, ti parrei forse pi fervido amante?
- Amore, dolore! -mormor ella tra s, quasi rispondesse ad una voce segreta dell'anima. - E sia cos, come vuole la Dea!
- Rispondimi, te ne supplico; - incalz il re d'Armenia, cadendo in ginocchio e tendendo le palme verso di lei. - Non mi lasciare in questa tormentosa incertezza, peggior d'ogni morte! Vedi, non sempre si  padroni di s: v'hanno cose da cui l'animo rifugge. Comanda che io m'allontani; comanda che io ti dimentichi; potr forse il mio cuore obbedirti?
- Giuralo, dunque; - diss'ella con piglio risoluto! - giura che mi ami, e che, qualunque cosa avvenga.... Bada bene; qualunque cosa avvenga, - ripet solennemente, - tu sarai mio, sempre mio!
- Che vuoi nascondermi? - chiese il giovane attonito. - Che vedi tu nel futuro?
- Tremi gi? - soggiunse la sconosciuta.
- Oh, se tu credi che io m'arresti per tema....- rispose egli sollecito; - ecco, io lo giuro; qualunque cosa avvenga, sar tuo, sempre tuo! -
Un divino sorriso irradi il volto della bellissima donna, che si fece allora a chiarirgli il suo pensiero con pi dolci parole.
- Tu domani, vedrai la regina, e chi sa? forse in vederla, ti fuggirebbe dal cuore ogni affetto per me.
- Di ci temevi! - grid Ara, con accento di amoroso rimprovero.
- Di ci, d'altro ancora, di tutto! - rispose ella trepidante.
- Oh, crudele! - ripigli il garzone innamorato. - Io giuro nel santo nome di Militta, che ti ha fatta pietosa alle mie preghiere, giuro per la mia fede di re, che non s' macchiata di tradimento mai, giuro per la sacra memoria di Sandi, che fu sino ad oggi l'unico affetto vero della mia vita, giuro di non amar che te sola, te sola e sempre, checch mi serbi il dio delle sorti! Ti basta? Non accoglierai tu il mio giuramento? -
E stette anelante, lo sguardo fiso, in atto supplichevole, ad aspettar la sentenza dalle labbra di lei, che rimase un tratto immobile e muta a contemplarlo.
- Acerba pena ti preparo forse, o mio cuore! - mormor ella, raccogliendosi sgomentita in s stessa. - Ma sia! non l'ho io chiesto poc'anzi a Zarpanit, d'essere amata per me, per me sola, checch potesse accadermi? -
Il giovane era tuttavia ai suoi piedi, spiando ogni suo moto, chiedendole merc con la muta eloquenza degli occhi. La luna, librata a mezzo il suo corso, accarezzava coi candidi raggi quell'amoroso sembiante. Ed ella, impietosita, chin il viso sul viso di lui, lo trasse a s, lo guard ancora; un ricambio d'ansiose interrogazioni, di fervide promesse, di soavi languori, parl in quegli sguardi confusi; indi, un'arcana virt ravvicin le labbra alle labbra, le strinse in un bacio, lungo, intenso, come il desiderio che ardeva nei cuori.
- Ti credo; - ella disse quindi, gettandogli al collo le braccia e nascondendo il bellissimo volto sul seno palpitante del re; - ti credo e son tua. -
Cos l'uno all'altro ristretti, a guisa di due giovani fidanzati, ebbri d'amore, dimentichi d'ogni cosa creata, ripigliarono leggieri la via del tempio, guardandosi in volto, bisbigliandosi all'orecchio cento di quelle parole, soavemente vane, che l'aura stessa non pu udire, n l'eco ripetere, senza toglierne il pregio.
Si erano essi a mala pena partiti di l, che una testa curiosa sbuc fuori da un vicino cespuglio. Indi, raffidato dalla solitudine, un uomo ne usc con tutta la persona, ravvolto in un bruno mantello; strisciando a guisa di serpente, attravers il sentiero, e si cacci da capo nell'ombra, in una macchia di lentischi, che risaliva lunghesso l'erta del colle.

CAPITOLO IV.

L'ONNIVEGGENTE.

Gi impallidiva Istar, la lucida stella del mattino, e il cielo biancheggiava all'orizzonte, allorquando, sul pi remoto terrazzo della reggia di Semiramide, apparve un uomo, o troppo nemico del sonno ristoratore, o desideroso di respirare le prime e le pi pure aure del giorno.
Egli era alto della persona e di valide membra; indossava una gran tunica nera, frangiata d'oro sui lembi e lunghesso il giro delle ampie maniche ricadenti sui fianchi; portava a mo'di diadema, intorno alla fronte, un cerchio d'oro, donde la folta capigliatura gli ricadeva inanellata sul collo; la barba, folta del pari, nerissima e riccioluta, gli scendeva sul petto, dando risalto al viso, notevole per le maestose fattezze e pel colore bianco smorto della carnagione, a contrasto colle labbra porporine e colle sopracciglia d'ebano, sotto cui scintillava il mobile smalto delle profonde pupille. Era una bellezza di granito, la sua; bellezza nobile, contegnosa e fredda, che comandava l'ammirazione e non ispirava l'affetto. Cos apparivano terribilmente belli i colossi di pietra sul limitare dei templi; cos, mirabilmente severe, lungo le pareti babilonesi, le immagini dipinte dei sacerdoti e dei re.
Immobile come un nume di pietra, egli stette a lungo lass, colle braccia conserte, ritto sull'altana, in atto di guardare agli estremi confini del cielo, dove veniva a mano a mano crescendo un'ampia lista di luce, zona ranciata da prima, indi accesa di porpora, che circondava la nereggiante pianura.
Egli non era lieto per fermo; ben lo dicevano le ciglia aggrottate e lo sguardo fiso, che pareva cercare le invisibili regioni, dove ha la sua culla il sole, mentre forse lo spirito irrequieto si addentrava negli abissi inesplorati, donde scaturisce il pensiero. E cos rimaneva, guatando e pensando, raccolto in s medesimo, come un colosso circondato da tenebre, il quale aspetti la luce, o come un'anima smarrita, sopraffatta dai casi, la quale aspetti da lontano evento un consiglio.
Poco stante fu giorno; lo splendido sole asiatico, improvvisamente apparso all'orizzonte, levandosi maestoso in un cielo di madreperla azzurrina, invest de'suoi raggi la dormente citt e sfolgor in pi punti, riflesso dal dorso lucente delle sue cupole, dalle facce delle sue piramidi, dai fianchi delle sue torri.
Quella vista lo riscosse dalla sua immobilit pensosa. Egli si volse allora ad un altare di pietra che sorgeva nel mezzo della piattaforma; frug tra le ceneri che ingombravano il focolare e ne scoverse i carboni ardenti tuttavia; vi accatast la stipa in bell'ordine; poscia si fece, in atto religioso, a soffiarvi su, per destarne la fiamma. Indi a poco la vampa si accese e crepit, cercandosi la via per mezzo agli aridi tronchi, mentre egli, inginocchiatosi, e sollevando le palme alla crescente fiammata, veniva mormorando le sue preghiere al dator della vita.
-"Io invoco te in questa purissima fiamma, io celebro te, creatore Ahuramazda, luminoso, risplendente, massimo ed ottimo, perfetto nelle opere tue, mente e bellezza suprema, possessore della vera scienza, fonte di gioia, tu che ci hai creati, formati e nudriti, tu il santo, tu l'intelligente tra gli esseri.
"Tu sei vero, tu lucido e splendente, tu causa prima di tutte le ottime cose, dello spirito che  nella natura, di ci che nasce dal suo fianco generoso, dei corpi luminosi e di quelli che splendono di luce propria; tu il verbo creatore, esistente avanti il cielo, avanti l'acqua, avanti la terra, l'albero, il toro ed il fuoco tuo figlio, avanti l'uomo veridico, avanti i Devas e gli animali carnivori, avanti tutto l'universo, avanti tutto il bene da te creato, e avente il suo germe nella verit.
"Come il verbo dalla volont suprema, cos l'effetto non sussiste se non perch procede dalla verit. La creazione di ci che  buono nel pensiero e nell'azione, appartiene nel mondo a Mazda e il regno appartiene ad Ahura, che il proprio suo Verbo costitu distruttore dei tristi."
Dette in ginocchio queste preghiere, l'ultima delle quali ogni sacerdote di Ahuramazda dee ripetere cento volte al giorno, egli trasse di sotto all'altare una coppa di argento e vi sprem il succo dell'ammo, dell'arbusto nodoso, che porta, per insigne privilegio celeste, il nome pi antico di Dio, nella sacra lingua dell'Iran. L'hom (tale  il suo prisco nome) si riputava per ci il primo degli alberi, come il toro era detto il primo tra gli animali. Consacrato davanti all'altare, esso era la medesima sostanza di Dio; bevuto dal sacerdote, esso era Dio che si trasfondeva nel petto dell'uomo.
- "Io ti volgo la mia prece, o Hom, elettissimo Hom, che di la giustizia, la purit e la salvezza, ottimo di forma, splendido di luce, vittorioso, che hai nome di aureo!"
Spremuto il succo nella coppa, alz questa con ambe le palme verso la fiamma, e ne sparse alcune gocce sugli ardenti carboni.
- "Per questa sola coppa che io ti presento, o dator d'ogni bene, rendimi tu quattro, sei, sette, nove, dieci per uno; ricompensami tu in questa guisa; d la purezza al mio corpo. Veglia su me, purissimo Hom, ottima tra le sostanze, scendi tu stesso in me, sorgente di vita. Aprimi, o santissimo allontanator della morte, aprimi le dimore celesti, sfolgoranti di luce, piene di felicit, superbe di gloria." -
Ci detto accost la coppa alle labbra e bevve il consacrato liquore dolcissimo, a mala pena spremuto, ma che tornerebbe fatale a chi lo bevesse dopo fermentato. Tale era il sacrifizio del fuoco, tale l'offerta dell'ammo, presso le antichissime genti dell'Iran.
Il sacrificatore prosegu, levando le palme all'altare:
- "Come tu ardi in questa fiamma, come tu regni nei cieli, cos regna in terra, o possente Ahuramazda; cos stendi il tuo divino impero dai culmini dell'Iran fino alla pianura del Sennaar e pi oltre ancora, fin dove stridono i flutti del mare allo inabissarsi del sole. Possa Babilonia, possa il popolo delle quattro favelle, inchinarsi alla tua legge, o spirito di verit! I suoi astri venerati, che sono essi al cospetto della tua luce? Le sfere celesti, le forze arcane della natura, dovranno sempre usurpare il tuo luogo, o creatore di tutto ci che , nell'ordine degli spiriti eterni e delle cose mortali?" -
Cos disse, con fervido accento nella sacra lingua di Javan; cos di fine alla preghiera e si alz per chiudere il rito. Un lieve moto del capo gli consent di vedere dietro di s, pochi passi discosto, ov'era un altr'uomo genuflesso, e un sorriso di superba contentezza sfior le sue labbra. Fingendo tuttavia di non avvedersi della presenza di quell'altro, egli attese con minuta cura a rasciugare la coppa e a gittar sul fuoco gli avanzi del sacrificio; quindi finalmente si volse, e and con piglio affettuoso incontro al nuovo venuto.
Era questi un giovinetto, le cui strane sembianze comandavano l'attenzione. La grazia ingenua degli atti e del sorriso, la eleganza un tal po'impacciata delle forme e una certa inconsapevol ferocia dello sguardo, pareano contendersi l'impero su quell'aspetto di adolescente e lo facevano rassomigliare ad un lioncello, dai cui moti eleganti, ma gi di soverchio baliosi, trasparisce la forza e la crudelt degli anni maturi. Sorridevano le labbra coralline, ma tumide di volutt e d'orgoglio, lievemente ombreggiate dai peli vani della pubert nascente; si rappicciolivano gli occhi sotto le ciglia, in atto tra ossequioso ed amorevole, ma lucidi e fissi, promettitori di lampi; soavi erano i contorni del viso, ma sotto quella bruna carnagione si vedeva correre vivace, impetuoso, il sangue della stirpe cussita. Egli appariva un misto di fierezza pi che virile e di dolcezza femminea; cose del resto assai facili ad accoppiarsi nella umana natura. Per altro, la sua tenera et lo ravvicinava pi ancora al femmineo; aiutando a questa apparenza la sua bianca tunica frangiata d'oro, con sopravveste violacea, la mitra aggraziata, dai capi pendenti sugli meri, e la collana di gemme, che dintornava un collo soavemente tondeggiante, siccome  delle donne, o dei giovani.
Alzatosi in piedi sollecito, l'adolescente si mosse anch'egli, per farsi incontro al maggiore.
- Padre mio, - diss'egli, inchinandosi nell'atto di ricever l'abbraccio di quell'altro, - sia Ahuramazda con te, e i sommi Dei di Babilonia del pari! -
Aggrott l'altro le ciglia a quelle parole del giovane.
- E'sono inferiori suoi; t' gi noto, o Ninia; - rispose egli con aria di paterno rimprovero; - eglino, quanti sono, adorati dalla stirpe degli Accad, obbediscono a lui, come i sei Santi immortali e la innumerevole schiera degli spiriti da lui creati nel tempo. Da lui viene la luce che d splendore agli astri del cielo e infonde virt agli elementi; in lui solo  la verit suprema, la bellezza e la forza, l'origine e il fine di ogni cosa creata.
-  vero! - disse l'adolescente, reclinando la testa sul petto.
Piacque all'altro l'arrendevolezza giovanile, a cui del resto s'aspettava, e il suo accento si fece ad un tratto pi dolce.
- Or dunque, mio Ninia, consacriamo queste ore agli utili studi. Purificato dalle mattutine abluzioni e dalla preghiera, tu leggerai le prime tavole del Vida Vadta, che  la legge di Ahuramazda contro gli spiriti malvagi. Tu vedrai come egli abbia create le schiere celesti per combattere la potenza del male, i sei genii Amsciaspandi, i benefici Izd, e da ultimo i Ferver, custodi dell'uomo nelle pugne della vita.
- Savio Zerduste.... - entr a dire peritoso il giovinetto.
- Orbene?
- Questa mattina non puoi tu concedermi libert? I miei giovani compagni mi attendono per una cavalcata fuori Imgur Bel. Si va fino al villaggio di Lahiru, donde si cominciano a scorgere le alte torri di Sippara.
- E dove  cos dolce il riposo sotto le palme di Gomer; - aggiunse Zerduste, con accento da cui trapelava il sarcasmo. - Non  egli vero?
- Che vuoi tu dire? - esclam Ninia, arrossendo. - Si rimane per breve ora col, a ristorarci dalla fatica e far posare i cavalli all'ombra dei tamarischi.
- Bada a te, Ninia, bada a te! - prosegu Zerduste senza por mente alle scuse. - Ahriman ti vuol suo. Il negro spirito ti fa velo agli occhi di gioie terrestri, per disviarti dal retto sentiero. -
Il volto dell'adolescente si rannuvol.
- Ma dimmi, sapiente maestro, - disse egli, non senza un tal po'd'amarezza, - questa diritta via sar ella dunque e sempre, la via del dolore?
- Non gi; - rispose Zerduste; - fine della vita  la gioia; ma il savio impara a vivere, innanzi di prender cammino. Due sentieri guidano alla meta; aspro e malagevole il primo, irto di rovi e povero d'ombre consolatrici; facile l'altro e piano, smaltato di fiori, liberale di liete fragranze, ricco d'amabili incanti. S'attenga al primo, ne patisca animoso le angustie, chi vuol giungere speditamente al fine desiderato; guai a chi sceglie il secondo, imperocch Ahriman s'appiatta insidioso tra i rami, persuade all'animo i fallaci consigli, e ad ogni fior che si coglie, ad ogni ora di soave riposo che si gusta, fugge la vita veloce e l'intento s'obla. Odimi, o dolce figliuolo, che tale ben posso chiamarti per l'affetto del cuor mio; non cedere alle blandizie dello spirito malefico, tu che hai potuto intravvedere gli arcani splendori del vero; non ti adagiare nelle mollezze anzi tempo, tu che sei nato alle nobili cure del regno. Strana fiacchezza  la tua, o sangue di Nemrod! Dov' la tenacit di propositi, dove l'ardire e l'ambizione, che ti facciano degno de'tuoi possenti maggiori?
- Faticose virt! - rispose Ninia, sospirando. - Pur troppo dovr conoscerle un giorno e saper come pesano! Babilonia ha un gran re, mia madre, e vogliano i sommi Dei.... voglia Ahuramazda, - soggiunse prontamente il garzone, - serbarla lunghi anni all'amore, alla gloria del suo popolo.
- Ti ascolti Bahman, lo spirito protettore della regia autorit; - disse asciuttamente Zerduste; - ma egli  debito tuo di prepararti ai supremi voleri;  colpa grave in te il non far degna stima dei doni celesti. Oh Ninia! - incalz egli con accento inspirato; - che vuoi nascondermi? Il tuo Ferver, il tuo genio tutelare, ti vede; egli ti accompagna dovunque; egli ti legge nel cuore; egli non m'ha nulla celato.
- Che dici tu mai? - chiese Ninia, con aria da cui trapelava pi incredulit che sgomento.
- Che tutto mi  noto; - incalz Zerduste; - che i tuoi giovani amici ti traggono su d'una via perigliosa, e che io non ho abbastanza vegliato su te.
- Ma, infine.... - balbett l'adolescente; - di che mi riprendi? Io non so di avere in cosa alcuna fallito. Se ignoti nemici ti hanno dato a credere....
- Non ischermirti cos! - interruppe quell'altro. - Zerduste non ha bisogno di gente che venga spiando i tuoi passi; egli sa tutto, tutto vede, e perfino i pi riposti pensamenti dell'animo. Ne dubiti? Orbene, alla prova, ed ascoltami; narrer a Ninia il segreto di Ninia. -
Il giovinetto, tremante, confuso, si lasci cadere sopra un sedile, di contro al parapetto del terrazzo. Zerduste, in piedi davanti a lui, tranquillo e severo a guisa di un giudice, cos prese a parlargli:
- Era il mattino del terzo giorno di Bagayadisc, che  detto a Babilonia il mese di Sivan; giorno sacro, pei seguaci della vera luce, al divino Ardibehest, pei vostri sacerdoti al sanguigno Nergal. Non sono adunque trascorsi da quel giorno molti altri, - not Zerduste, - poich Bagayadisc non  giunto ancora a mezzo il suo corso. Un regio adolescente, diletto ad Ahuramazda, sebbene e'non sia nato sotto la sua legge, n ancora egli creda alla sua onnipotenza, galoppava, seguito da, uno stuolo di cavalieri, tutti coetanei suoi, scelti tra i primi di Babilonia, fuori di Imgur Bel, sulla via che risale lunghesso l'Eufrate, fino al villaggio di Lahiru. Col giunti, fecero sosta nella macchia di tamarischi che scende con dolce pendo fino alla riva del fiume. Il sole, alto nel firmamento, dardeggiava sulla pianura gli ardenti suoi raggi, consigliando i baldi garzoncelli a chiedere un'ora di riposo al meriggio degli alberi. Uno di essi, tratto da giovanile vaghezza, era andato pi oltre a ristorar le membra nelle acque scorrenti. E l, mentr'egli, gi tornato alla riva, stava contemplando quell'ampia striscia di liquido argento che volgeva con poderoso corso agli amplessi della sua citt prediletta, gli venne veduta, nuotante a fior d'acqua, una graziosa figura di donna....
- Padre mio! - esclam Ninia, turbato.
- S, - prosegu Zerduste, senza por mente alla interruzione, - era una vezzosa fanciulla, che veniva nuotando verso di lui, l dai palmeti di Gomer, di cui si vedevano sorgere i tronchi sottili e incurvarsi i lunghi rami verdeggianti dalla riva sinistra dell'Eufrate. Un candido lino le custodiva il capo e gli meri dalla vampa del sole; una ciotola di terra le posava sulla manca, alzata fuor d'acqua, mentre con la destra ella veniva fendendo il flutto per avvicinarsi alla sponda, dov'era il garzone, immobile, estatico, a contemplarla.
"Vieni a me, vezzosa fanciulla!" le grid egli, come fu certo che ella potesse udirlo. E la fanciulla poggiando a destra sul braccio disteso, si fece pi presso alla riva. Certo ella conosceva per lungo uso quel tratto dell'Eufrate; imperocch, come fu giunta a forse cinquanta passi distante da lui, si lasci cader ritta, per toccare il fondo col sommo dei piedi, e leggiera, saltellante, a guisa di danzatrice, si affrett al lido, con la sua ciotola eretta sulla palma all'altezza del viso. Cos a mano a mano egli vide sorger dall'acqua il suo corpo snello e flessuoso come un tronco di salice, coperto di una bianca tunica che le si aggiustava, cos molle com'era, alla persona, seguendone fedelmente i graziosi contorni.
"Neri, lucenti i capegli, vivide le pupille per profondi riflessi di zaffiro, ma velate a mezzo da lunghe e morbide ciglia, colorate le guance come il frutto del melagrano, pareva la volutt discesa sulla terra in forma di donna, per volere di Mazda, innanzi che lo spirito tentatore la volgesse a danno degli uomini. Il collo nitido a guisa di avorio, svelto ed agile come quello del cigno, sorgeva con soavissima curva dai mal celati tesori del seno palpitante. Sorridevano timidamente le labbra di corallo, lasciando scorgere due file di perle che non han le pi candide i maravigliosi recessi del mare.
"Timido, palpitante del pari, il giovinetto si accost a lei, che balzava sul lido, profferendogli la sua ciotola ricolma di latte. E bevve a lenti sorsi, pi lenti che gli venisse fatto, il fresco umore che gli era ministrato da quelle mani leggiadre, mentre i suoi occhi, pi sitibondi a gran pezza, bevevano da tutta la persona di lei i primi effluvi d'un'arcana dolcezza.
"- Come ti chiami? - le disse egli amorevole.
"- Anaiti, - rispose la giovinetta.
"- Il nome di una dea! - soggiunse il garzone. - Invero, al primo vederti, io t'avevo tolta per Daokina, la moglie di Ao, emersa dai flutti del mare; che certo la vezzosa regnatrice delle onde non  pi bella di te.
"Il volto della fanciulla si tinse del color della fiamma, e il cuore di lui ne fu colmo di ebbrezza.  cos amabile sulle guance d'una donna il rossore che le nostre parole fan nascere! Ambedue rimasero un tratto in silenzio, commossi, anelanti, ella con gli occhi a terra, egli col guardo fisso in quel raggio di giovanile bellezza. Indi, facendosi anche pi rossa, e con accento che diceva tutta la commozione dell'animo, la fanciulla chiese a lui di rimando:
"- E tu, mio signore, come ti chiami?"
"- Il mio nome  assai meno bello del tuo; - le rispose egli; - son Ninia.
"- Ninia! - esclam ella alzando i suoi grand'occhi verso di lui ed abbassandoli tosto; - il principe di Babilu!
"E fu per cadere al suolo, tanta era la sua confusione. Ma Ninia si affrett a sorreggerla, e in cosiffatta guisa, Ahriman, che vigila ai danni della creatura, li ebbe gittati, senza loro saputa, l'una nelle braccia dell'altro.
"Fu questo il primo incontro, e non fu il solo. Due volte ancora la vezzosa nuotatrice varc la corrente del fiume, recando la sua ciotola di fresco latte all'assetato garzone. Il terzo d, fatto pi ardito, egli non volse gi ai tamarischi di Lahiru: bens, uscendo da Babilonia sulla riva sinistra del fiume, e lasciatisi indietro i giovani amici, cavalc ansioso fino ai palmeti di Gomer. Vuoi tu udire ci che si bisbigliasse ieri, sulla quinta ora del giorno, in quel nido di verdura, celato agli sguardi profani? Poni mente, e vedi se alcuna cosa  sfuggita al vigile orecchio del tuo genio tutelare.
"- Ti son io cos cara? - diceva la fanciulla. - Non mi dimenticherai tu un giorno, o mio principe?
"- Principe! - ripet con accento di amarezza il regio garzone. - Tutti mi chiamano cos, e il nome mi suona sgradito. Tu chiamami Ninia, il tuo Ninia, il fratello, il giovine amico del tuo cuore. Dimentichiamo la reggia; nessuno mi ama laggi!
"- E tua madre? - gli chiese Anaiti?
"- Mia madre, tu dici? Io l'amo, e credo che ella mi ami; ma le gravi cure del regno la distolgono sempre da me. Mi ama Zerduste, il savio principe dei Medi, che la regina mi ha dato a maestro e custode. Mi ama! - aggiunse sospirando il garzone. - Lo dice; soventi volte lo dice; ma io non ho mai visto il sorriso di quell'uomo, il sorriso, in cui si manifestano i dolci sensi dell'anima, il sorriso, che mi fa parer pi bello il tuo volto e m'innonda il cuore di cos nuova dolcezza! Sempre grave, cupo, accigliato,  Zerduste, pauroso come il suo dio, circondato di spiriti invisibili, che riempiono le mie notti di arcani terrori. Con te son lieto, Anaiti; bella e pietosa come l'aurora, tu sperdi le tenebre addensate su me, tu mi rinfranchi lo spirito abbattuto, mi rechi la fede, la speranza e l'amore. Non son queste le tre consolazioni della vita? E non  bello che mi vengano tutte da te?
"Cos ragionando egli, e la fanciulla rispondendogli con la muta eloquenza degli occhi radianti, errarono a lungo sotto i palmeti di Gomer. Col Ninia vide per la prima volta la casa di lei, umile tugurio di pescatori, dove si nasconde quel miracolo di leggiadria, come entro vil gleba il diamante. Ma essa non vi rimarr a lungo, se a Ninia sar dato di colorire i suoi amorosi disegni. Nel cuore della rusticana fanciulla si agitano confusi i desiderii e le ambizioni della donna.  soltanto dell'uomo il restarsi ignaro e contento nell'umile stato a cui lo condann la natura; la donna in quella vece, sol che le arridano giovent e bellezza, pu levarsi in alto, fors'anco apparir degna di un trono. Non  egli vero, o Ninia? Non  ci che tu pensi?" -
Cos Zerduste, con progressione implacabile, era venuto scoprendo i pi riposti segreti di quell'anima giovanile. Ninia, attonito da prima, indi sgomentito, esterrefatto, lo aveva ascoltato tacendo.
- Padre mio, - grid egli finalmente, con voce lagrimosa, nell'atto di buttarsi ai pi di Zerduste, - se tu la vedessi! Ella  cos bella, ed io l'amo tanto! Strappami il cuore, se cos ti piace, ma non strappar Ninia da lei! -
Zerduste lo rialz, senza profferir verbo.
- Non mi dirai tu nulla? Non mi perdonerai tu? - chiese il garzone con supplichevole accento. - Se io ti ho mal conosciuto finora, non vorrai tu condonarlo alla mia giovinezza inesperta? S, io lo vedo, lo sento; tu sei il ministro d'un Dio, tu che sai ogni cosa, tu che leggi nel profondo dei cuori, onniveggente maestro!
- Non io, - soggiunse umilmente Zerduste, - ma i santi Amsciaspandi, gli Ized, i Ferver, invisibili spiriti che t'incutono spavento. Eglino, per altro, non fan paura ai saggi; chi segue la legge di Mazda non ha nulla a temere da essi. O Ninia, ed  il tuo labbro che ha potuto giudicarmi cos malamente? Non t'amo! Non hai veduto mai Zerduste sorriderti! E che? Dovrei io allegrarti di vane lusinghe, come una vil femminetta, io che ho promessa la mia vita agli arcani della divinit, io che consumo le notti sulle tavole sacre, io che nutro il tuo spirito dei reconditi veri?
- Padre mio! - grid Ninia, piangente. - Sono colpevole; qual pena m'infliggi?
- La preghiera, mio figlio, la preghiera che innalzerai al trono di Mazda, nel fervore dell'anima tua. Ancor lungo cammino ti  mestieri di correre, innanzi di giungere alla vera sapienza; ma la fede e la preghiera possono farlo pi breve. Tu allora accosterai sicuro il labbro al calice delle umane delizie, che non avr pi veleno per te.
- Maestro, - disse il garzone, riaprendo il cuore alla speranza, - e se io avessi questa fede.... se io ti giurassi....
- Va; - interruppe Zerduste, sorridendo la prima volta al discepolo; - Ahuramazda non  un tiranno dei cuori. Va coi tuoi giovani amici; ma pensa....
- Che egli regna in cielo, - prosegui il giovinetto esultante, - e che tu sei il suo ministro sulla terra. Io lo adoro, e ti amo. -
Cos dicendo, Ninia era per inginocchiarsi ai suoi piedi. Zerduste lo trattenne con piglio amorevole e lo strinse al suo seno.
L'adolescente col cuore in festa, il volto sfavillante di gioia e il pi leggero, si dipart poco stante da lui. Lieto al pari di Ninia, ma di pi profonda allegrezza, Zerduste rimase solo lass.
- Grazie, - esclam egli, levando gli occhi e le mani al cielo, - grazie a te, Ahuramazda, lume delle anime, signore della gente di Javan! Sei tu che vinci quest'oggi, e l'abbattimento di questo lioncello del sangue di Nemrod mi  presagio felice. -
Indi misurando la piattaforma a passi concitati e sicuri, come d'uomo che ha piena bala di s medesimo e degli eventi, si volse a guardar la citt sottoposta e le alte moli scintillanti da lontano nel cospetto del sole.
- Bitzida, Niprti, - soggiunse, fissando lo sguardo sulla torre delle sette sfere e sulla piramide sacra alle fondamenta della terra, - i vostri Dei cadranno; la fiamma purissima di Mazda arder sulle vostre cime. E tu, superba regina, disprezzami! Il mio giorno verr; n te salveranno i favoleggiati natali dal grembo di Derceto, o venturiera d'Ascalona! -
In quel mezzo un uomo apparve sul terrazzo.
- Mio signore... - diss'egli.
- Che vuoi, Thuravara?
- Il re d'Armenia si  mosso, con la sua cavalcata dal baluardo di Nivitti Bei. Tra un'ora egli sar in vista del ponte, per venire alla reggia.
- Ben venga! - esclam Zerduste. - Tu vanne e sii pronto al comando. Io sar tra breve nella gran sala di Nebo, ad aspettar la regina. -
Thuravara s'inchin, e disparve gi dalle scale onde era venuto.
- Ben venga, s! - proseguiva Zerduste. -  pena acerba la mia, ma sar acerba la vendetta del pari! Ah, tu l'hai voluta, Semiram? E sia! Militta Zarpanit, che ti ha ministrato il dolce veleno, non potr profferirti altrimenti il rimedio. -

CAPITOLO V.

LA REGGIA DI SEMIRAMIDE.
Siccome il vigile Thuravara aveva riferito a Zarduste, la cavalcata degli Armeni, entrando dal baluardo di Nivitti Bel, aveva gi fornito buon tratto di strada per mezzo ai quartieri occidentali della citt, avviandosi al ponte, che ne congiungeva le membra vastissime, attraversate dal fiume.
Ristorati da una notte di riposo, astersi dal sudore e dalla polvere del lungo viaggio, coperti dei loro arnesi pi sfoggiati, i cavalieri del re d'Armenia, facevano vistosa mostra di s ai cittadini accalcati lunghesso le vie. Si notavano le sciolte criniere dei cavalli sbuffanti, le lunghe spade pendenti dal fianco, le luccicanti faretre, i lunghi archi ad armacollo e le mitre folte di negri peli che davano ai montanari di Peznuni e di Armavir un cos marziale aspetto, facendo cos spiccato contrasto con le gentili e quasi muliebri fogge del popolo babilonese.
Ma gli sguardi della moltitudine erano in particolar modo attratti dalla nobil figura del re. Era costume dei monarchi lo andare in cocchio, con l'auriga dai piedi e il portatore d'ombrello da tergo. Il giovine Ara veniva in quella vece pi modestamente a cavallo, ma con assai pi vantaggio per la sua grande bellezza. Calze di porpora si aggiustavano alle gambe nervose ed eleganti; una tunica di bianca lana, ricamata d'oro sui lembi, gli si stringeva ai fianchi; la clamide regia, anch'essa di porpora, gli scendeva in molli pieghe dagli meri; la benda di perle portata da'suoi maggiori, gli girava intorno ai biondi capegli. Il piede, chiuso in un sandalo di morbido cuoio, posava su staffa d'oro; la candida mano stringeva i capi delle redini gemmate, splendenti sul poderoso collo del suo bianco palafreno, a cui una pelle di leopardo serviva di gualdrappa.
"Ara il bello! Ara il bello! - gridavano i cittadini di Babilonia, come gi, vedendolo passare, avevano il giorno addietro gridato i volghi suburbani. - Invero, egli non si  mai veduto un pi leggiadro garzone sulla terra di Sennaar. Come la regina nostra risplende per sovrumana bellezza tra tutte le donne, cos questo nobile straniero tra gli uomini. Ara il bello, sii tu il benvenuto in mezzo al popolo delle quattro favelle!" Cos, per tutta la lunghezza del cammino che il re di Armenia aveva a percorrere, il mormorio d'ammirazione destato dalla sua vista, veniva a mano a mano rompendo in esclamazioni, in grida di esultanza, in affettuosi saluti, come di popolo ossequente e devoto al suo re, anzich di nazione avventurosa e superba al suo tributario. E tutti, come potevano, a spingersi innanzi, e far ressa intorno al suo palafreno, che durava fatica ad inoltrarsi, sebbene una fitta schiera di soldati babilonesi lo precedesse, per isgomberare il passo al regale corto.
Nel cuore di Ara il bello tornava a regnar la mestizia. Egli gi sentiva la vicinanza di Semiramide; pochi istanti ancora e si sarebbe trovato al cospetto della grande regina d'Assiria, di colei che signoreggiava il pi vasto impero del mondo. E l'immagine di Sandi, del suo povero amico galleggiante sull'acque dell'Eufrate, gli stava sempre nell'anima. Per discacciare quella crescente tristezza, egli pensava allora alla notte vegliata nel sacro bosco di Militta; pensava alla sua bellissima sconosciuta; pensava ai dolci colloquii, alle ineffabili ebbrezze che ancora gli scaldavano il sangue. E quella donna adorata non aveva forse giurato esser la regina innocente della morte di Sandi? Poteva egli mentire, quel dolcissimo labbro? No certo, ed egli credeva alle parole di lei; ma, per contro, poteva amar Semiramide chi l'avea tanto odiata fino a quell'ora? Poteva andarne con allegrezza alla regina, chi ricordava d'esser sangue d'Aco e non sapeva dissimulare a s stesso di venire in atto di tributario alla gente di Accad? Poteva avvicinarsi desideroso alla donna, celebrata per insigne bellezza nel mondo, chi aveva pur dianzi veduta ed amata la bellissima tra tutte?
Atossa, era il suo nome, il soavissimo nome che la sconosciuta gli aveva susurrato all'orecchio. Altro non aveva egli saputo dell'esser suo; ma bene aveva argomentato com'ella fosse una tra le pi riguardevoli donne di Babilonia. E non avrebbe egli dovuto vederla tra breve, in mezzo alle nobili compagne della regina? A volte lo sperava, o almeno gli pareva che ci fosse probabile: ma un dubbio acerbo gli stringeva il cuore e vi soffocava per entro quella lieta speranza. Una cos maravigliosa bellezza! Mai pi Semiramide avrebbe patito la vicinanza e il paragone di cos splendida amica! Eppure, non gli aveva ella detto, a lui dolente di abbandonarla sui primi albri del giorno, non dubitasse, non temesse di nulla, che presto ei l'avrebbe di bel nuovo veduta, ed ella medesima sarebbe stata la prima a farglisi incontro? Cos procedeva, tra speranza e timore; frattanto veniva rispondendo con atti cortesi alle grida e ai saluti del popolo.
Indi a non molto, la cavalcata giunse alla svolta del ponte, miracolo dell'arte babilonese, che collegava le due sponde dell'Eufrate e i due palazzi regali, l'uno a riscontro dell'altro, ambedue maravigliosi a vedersi. Il primo, che era posto sulla riva destra, girava trenta stadii, rinfiancato di alte mura merlate, su cui si vedevano impresse figure di combattenti, citt assediate, e lunghe file di prigionieri supplicanti. Di l dal ponte torreggiava la gran mole dell'altro, sopra un terrapieno di sessanta stadii, a cui si giungeva per ampie salite laterali, vigilate ad ogni ripiano da colossi di pietra. Aveva un giro di quaranta stadii il secondo recinto, ornato di ogni specie d'animali, cos diligentemente condotti e coloriti, che pareano spiranti di vita. Nel terzo recinto, che era la cittadella, si ammiravano rilievi e dipinti di pi egregio lavoro; tra essi una caccia, in cui le figure apparivano alte di quattro cubiti e pi. Quivi era effigiata Semiramide su d'un focoso destriero, nell'atto di scagliare il giavellotto contro una pantera. Poco discosto da lei era Nino, il suo sposo, che d'un colpo di lancia traffiggeva un leone.
Tutto ci era stupendo a vedersi da lontano; vera montagna di edifizi sovrapposti, selva intricata di strane forme e di svariati colori; immani architravi e fregi e merlature correnti per lunghissimo ordine su colonnati di palme; tori e leoni alati con faccia umana, qua e l fieramente piantati a custodia degl'ingressi; lunghe aste variopinte, dalle cui cime sventolavano stendardi e orifiamme di porpora; scale e balaustrate di marmo; mura lucenti di smalto; variet infinita di cose, che confondevano lo sguardo, senza nuocere alla grandiosa unit del complesso! E sui terrazzi pi alti, l'occhio discerneva padiglioni e velarii, tesi a riparo del sole, fra mezzo ad alberi verdeggianti, asi sospese tra cielo e terra da un capriccio di donna, da una fantasia di regina.
Come fu giunto il corteo sull'altra riva del fiume, la scorta dei babilonesi si ferm e si aperse in due ale, per cedere il passo agli Armeni. Il giovane re attravers la spianata e and difilato verso l'ingresso della reggia, che gli era addimostrato da due leoni colossali, l'uno a riscontro dell'altro, in atteggiamento di riposo.
Col stavano ad attenderlo, per fargli le prime accoglienze, i grandi della corte, il gran maggiordomo, il gran coppiere, il capo degli eunuchi, il comandante delle guardie reali, con numeroso seguito di ufficiali minori e di servi. Tranne questi ultimi, tutti indossavano il candi, lunga tunica di lana scarlatta, con frangia d'oro sui lembi, la quale risaliva sul dinanzi infino alla cintura, parimente d'oro, donde pendeva la spada, con le insegne dell'ufficio di ciascheduno. Gli appartenenti alla milizia, in cambio di mitra, portavano in capo una tiara foggiata ad elmo chiuso, che copriva loro le guance ed il mento.
Il gran maggiordomo, facendosi incontro al re d'Armenia, cos parl, levando in alto le mani:
- Ben giungi, o discendente d'Aco, alla reggia di Semiramide, nostra gloriosa signora, cui Belo ha concesso la vittoria della spada e l'impero dello scettro sui potenti della terra. In quella guisa che Sani regna nel cielo e diffonde per ogni dove i benefizi della sua luce, cos ella regna in Babilonia e sparge i tesori della sua amicizia sui regnatori dei popoli che la circondano. -
Il re d'Armenia chin leggermente il capo, ma senza risponder nulla. Gli eunuchi, fattisi innanzi a lor volta, pigliarono ossequiosamente le redini del suo cavallo, per condurlo entro il primo recinto e su per l'ascesa che metteva al piano superiore. Cos salendo in compagnia degli ufficiali babilonesi, il giovine Ara pot, alla prima svolta dell'ampio viale, scorgere dietro a s la lunga fila de'suoi, e il popolo di Babilonia accalcato sul ponte e sulle rive del fiume.
A quel grandioso spettacolo, un altro ne segu, quando egli fu giunto all'altezza del secondo ripiano, vasto piazzale dintornato da nobili edifizi, ov'erano gli alloggiamenti di tutti i grandi della corte. Col stavano in bell'ordinanza schierati i guerrieri della regina, splendidi a vedersi nelle loro corazze di lino, coi loro tondi scudi imbracciati e gli elmetti di rame luccicanti al sole. Alla vista del re d'Armenia squillarono le trombe, rimbombarono i timballi percossi, e il canto guerresco degli Accad si lev fino al cielo.
La cavalcata prosegu fino al secondo ingresso, vigilato da due enormi tori dall'aspetto umano. Cessarono i canti ed i suoni ad un tratto, e sul limitare comparvero i sacerdoti de'sommi iddii protettori di Babilonia. Alle vesti d'oro si conoscevano i sacerdoti di Sam, il dio sole, a quelle d'argento i ministri di Sin, che  il dio luna. Vestivano di nero i sacerdoti di Ninip, di aranciato i sacerdoti di Merodac, di scarlatto i seguaci di Nergal, di bianco quei di Militta, d'azzurro i dedicati al culto di Nebo. Di pietre preziose apparivano tempestate le tuniche e le tiare dei venerandi; frangie d'oro ne ornavano gli orli, e ghiande di smeraldo pendevano dai lembi.
- Gli Dei ti proteggano o re d'Armenia; - gli disse il gran sacerdote, levando le mani in atto di benedirlo. - Insegni a te la prosperit di questa reggia come soltanto dal patrocinio degli Dei gli uomini derivino ogni loro fortuna. Soltanto merc l'aiuto celeste i re salgono in fama per le loro virt, camminano nelle vie della giustizia e si raffermano nella santit, che li fa degni, dopo morte, degli onori divini. -
Ara chin gravemente il capo e rispose:
- Tu parli il vero, o santissimo. Un re a cui venga meno il soccorso celeste, vaga nelle tenebre a guisa di cieco. Gli abitatori del firmamento azzurro, comunque nomati tra le genti vostre e le mie, assistano sempre il popolo delle quattro favelle! -
Ci detto, spinse il cavallo sul limitare e, seguito dal venerando stuolo, penetr nel terzo recinto, donde si ascendeva all'ultima spianata della regia piramide, innanzi al palazzo della grande signora di Babilonia.
Lass lo aspettava una scena pi maravigliosa a gran pezza. Davanti a lui si stendeva una piattaforma, lunga cinque stadii e larga per modo che dieci cavalli vi si potevano muover di fronte, senza occuparne i margini di pietra, l'uno dei quali correva lunghesso il parapetto, ornato a giuste distanze di figure simboliche, e l'altro circondava, come una fascia di candido lino, il magnifico peristilio del palazzo, formato da colonne di palma, che sorreggeano capitelli di granito, stranamente foggiati a chimere, sirene, ed altre creazioni fantastiche. La piattaforma era vuota, in attesa degli ospiti, che dovevano schierarvisi in bella ordinanza; per contro, l'intercolonnio appariva folto di gente, tra cui erano primi i trecento portatori di scettro, ministri dei regali voleri, splendidi a vedersi per le lunghe vesti di porpora e d'oro e per le ricche tiare che stringevano loro le chiome inanellate e lucenti. Infine, sul peristilio, per quanto era lungo, si scorgeva un terrazzo, chiuso da una balaustrata di mattoni dipinti a smalto, e sormontato nel mezzo da un padiglione, o velario, partito a liste di varii colori; sotto il quale, circondata dalle sue ancelle, stavasi la regina ad attender l'arrivo del suo tributario d'Armenia.
Il gran maggiordomo, che veniva innanzi, tenendo per mano le redini del palafreno di Ara, annunzi al cavaliere la presenza della regina. E il principe allora si ferm in mezzo alla piattaforma; alz gli occhi al terrazzo, mettendosi una mano sul petto; indi si tolse la benda di perle dal capo, trasse la spada dal fodero, e depose queste insegne del suo potere tra le mani del gran maggiordomo, il quale fu sollecito a raccoglierle e sollevarle con palme tese verso la regina, che dall'alto sorrise e con lo scettro accenn cortesemente di gradire l'omaggio.
A quel cenno squillarono da capo le trombe e risuonarono i timballi percossi. Il re d'Armenia scese d'arcione, per avviarsi all'ingresso; intanto i suoi cavalieri e le salmerie sfilavano sulla piattaforma, sotto gli occhi della regina.
Portavano queste salmerie i donativi del re alla grande signora di Babilonia; massi di rame naturale cavati nelle montagne di Armenia; pezzi di lapislazzoli tratti di Atropatene, a levante del lago di Van; tappeti di finissima lana intessuti a varii colori nelle lunghe veglie invernali dalle donne di Peznuni; cavalli piccoli e forti, velocissimi al corso, cresciuti nelle mandrie regali di Armavir. E in quella che il gran tesoriere disaminava i ricchi presenti, e gli eunuchi aritmetici venivano con canne temperate annotando ogni capo su rotoli di papiro, i servi della reggia conducevano i seguaci del re d'Armenia alle stanze loro assegnate per alcune ore di riposo, innanzi che facessero ritorno ai loro alloggiamenti fuori il baluardo della citt.
Guidato dal gran maggiordomo, seguito dai sacerdoti e dai portatori di scettro, il giovine Ara entr nel vestibolo, dove gli fu data l'acqua ospitale alle mani, insieme con soavi profumi e ristoro di grate bevande, che adolescenti biancovestiti versavano dalle idrie capaci. Quindi ad un cenno recato dagli eunuchi, il re d'Armenia fu introdotto nella sala di Nemrod, a cui si ascendeva per un'ampia gradinata, in mezzo a due file di tori giganteschi, emblemi della possanza divina, le cui vaste ali erano dipinte di azzurro, la tiara di rosso, le corna e l'ugne dorate, laddove il volto, che figurava l'umano, aveva il color delle carni e gli occhi apparivano di persona viva, attraverso la vitrea scorza di smalto.
La sala, detta di Nemrod dalle imprese di quel re, che vi erano narrate in caratteri cuneiformi ed espresse in bassorilievi lunghesso le pareti, era di sterminata grandezza. Le mura, qua e l rinfiancate da enormi pilastri foggiati a colonne, misuravano ottanta cubiti e pi, dallo zoccolo di marmo colorato insino al fregio dell'architrave, donde si partivano i correnti del sopracielo, condotto in legno di odoroso cipresso, sfarzosamente dorato e aperto nel mezzo alla luce del giorno, che scendeva temperata da un velario di porpora.
Tra le colonne messe ad oro, con scanalature dipinte di rosso, erano vaste quadrature, ognuna delle quali divisa orizzontalmente in due parti; la superiore rivestita di mattoni lucenti, i cui rotti disegni concorrevano a formare in ogni intercolonnio l'imagine della divinit suprema, ch'era un cerchio con entro una figura d'uomo alato, il quale stringeva nella manca lo scettro e teneva la destra alzata nell'atto dello insegnamento; l'inferiore, poi, coperta di tavole d'alabastro, raffermate al muro da ramponi di rame, sulle quali erano scolpite scene di guerra e di caccia.
Vedevasi in una di queste il fortissimo Nemrod, potente cacciatore nel cospetto di Ilu, correr sull'orma di un leone, piagato dalle sue frecce. Su d'un'altra era incisa la torre delle sette sfere celesti, lasciata a mezzo per la confusione delle lingue. Altrove il gran re presiedeva alla fondazione di Erech; pi oltre si vedeva nel suo cocchio di guerra, con l'arco teso in pugno, nell'atto di scacciare Assur, figlio di Sem, dalla terra di Sennaar.
Seguivano le imprese di altri re della stirpe cussita, da Bel, figliuolo di Nemrod, infine allo sposo di Semiramide, il felicissimo Nino, che si vedeva raffigurato in pi tavole, giusta il numero delle sue vittorie. In una di quelle sculture, il gran monarca era effigiato sul suo trono d'argento, con la tiara ricinta dal regio diadema, la veste bianca frangiata d'oro e due servi da tergo, l'uno de'quali in atto di agitare il flagello, emblema del suo assoluto potere, l'altro con le armi del re tra le mani, mentre davanti al trono passavano lunghe file di vinti, coi polsi legati dietro le spalle. Pi oltre si vedeva l'assedio d'una citt fluviatile. Gli assedianti spingevano torri di legno, cariche d'armati, contro le mura, dall'alto delle quali il popolo assediato si difendeva gagliardamente scagliando frecce e bitume infuocato. Da un altro lato della citt, le donne fuggivano su carri tirati da buoi, ed uomini paurosi si gittavano a nuoto, aggrappandosi ad otri gonfiati, giusta il costume dei luoghi.
Di contro ad uno di questi scompartimenti della sala, ergevasi il trono di Semiramide, alta e splendida mole d'argento e d'oro, sormontata da un padiglione di bisso e sorretta da figure di popoli vinti, alla quale si ascendeva per parecchi gradini, coperti da un sontuoso tappeto. Il cerchio e la immagine alata, simbolo della divinit, splendevano per aurei riflessi e per vivezza di smalto sopra lo scanno della regina; e intorno a questo, distribuiti sui gradini del trono, stavano immobili ed ossequiosi i flabelliferi, con alti ventagli di penne di pavone, i melofori, con le armi in pugno, significanti la virt guerriera di Semiramide, e i portatori di scettro, interpetri e ministri de'suoi cenni regali. Seguivano le nobili compagne della regina, sfoggiatamente vestite: indi tutti gli altri uffiziali di corte digradanti via via, tanto erano essi numerosi, lungo le pareti della sala. Tutt'intorno, poi, guerrieri sfavillanti nell'armi, suonatrici d'arpa e di cetra, musicisti in buon numero, ancelle e schiavi, diversi di nazione e di fogge.
Semiramide, bella come il sole nascente, sfolgorava dall'alto. La copriva dalla radice del collo insino alle piante una tunica di bisso, tinta in violetto di porpora marina e partita in mezzo da una larga striscia bianca, intessuta di ricami d'oro e di gemme. Una sopravveste, simile al peplo argivo, scendeva in molli pieghe dal colmo seno, rattenuta da un'aurea cintura e coperta a mezzo da una gorgiera a sette filze di pietre preziose, agate, onici, crisoliti, lapislazzoli, perle d'ambra, ligurini e giacinti. Le bellissime braccia apparivano ignude infino al sommo degli meri, e anelli gemmati ne facevano risaltare vieppi la marmorea bianchezza. Nella destra teneva lo scettro, insegna del comando; nella sinistra il fiore del loto, emblema delle sue conquiste fin sulle rive dell'Indo.
Una gioia profonda e calma traspariva dal volto della regina, il cui riposato atteggiarsi, lasciando i soavi contorni in tutta la loro serena maest, diceva l'onesto compiacimento della bellezza, che  sicura di vincere dovunque ella si mostri. I suoi grandi occhi neri, accortamente allungati, giusta il costume orientale, la merc di sottilissime linee, impresse con polvere stemperata d'antimonio, tramandavano una luce intensa e penetrante, come di zaffiro incontro ai raggi del sole.
Per mezzo alla gran moltitudine regnava un alto silenzio, che ben dimostrava la regia potenza di Semiramide, pi che non la raffigurassero agli occhi del re d'Armenia tutte le splendidezze di quella sala, in cui mettea piede, guidato dal gran maggiordomo.
Poco prima di introdurlo alla presenza del trono, questi aveva detto al giovine re:
- Sai tu, mio signore, qual sia il nostro costume, nell'accostarci, umili o grandi, alla maest regale?
- Io no; - aveva risposto Ara; - e qual  il vostro costume?
- Prostrarci a terra e adorare. S, - ripigliava il gran maggiordomo, notando un gesto di ripugnanza del principe, - la pi bella delle nostre leggi  questa, che ci comanda di onorare i re e di onorare in essi l'immagine degli Dei conservatori d'ogni cosa creata. A te, mio signore, omaggio in Armavir, come a Semiramide nella sua reggia di Bbilu. -
Il re d'Armenia, bene intendendo il senso riposto di quella distinzione del suo introduttore, non aveva pi fatto parola; e, lasciandolo inconsapevole de'suoi propositi, era entrato nella sala di Nemrod, avviandosi con passo modesto, ma sicuro, in mezzo a quelle due ale di cortigiani, che si prolungavano, lasciando vuoto un grandissimo spazio, dai lati del trono all'ingresso.
Lungo era il cammino, sterminatamente pi lungo tra quella doppia fila di sguardi, che egli ben sapeva tutti rivolti sul nuovo venuto. Ma Ara non sentiva turbamento di ci; bens gli cuoceva di aversi a por ginocchioni, come ogni altr'uomo, davanti alla signora di Babilonia; e veniva appunto maturando in cuor suo il proposito di ristringere l'ossequio ad un cortese inchino, che egli del resto avrebbe fatto di gran cuore alla donna. Foss'ella stata la sua divina amica! Come sarebbe caduto volentieri ai piedi di lei! Altra maest sopra la sua non conosceva il re d'Armenia fuor quella.
Andando cos verso il trono, avea intravveduto, come in barlume, uno stuolo di donne, e il cuore gli aveva dato un sobbalzo. Ah, foss'ella nel numero! E ci pensando, s'era fatto in volto del color della porpora. Intanto, un mormoro di ammirazione, correndo sommessamente tra la folla, salutava l'apparire di quel baldo garzone, la cui bellezza accresceva decoro al grado, pi assai che il grado non facesse risaltar la bellezza.
Giunto egli finalmente a'piedi del trono, si ferm, e, recatasi la destra al petto, chin il capo davanti alla regina, di cui non aveva pur contemplato il sembiante.
- Gran Semiramide, vivi in perpetuo! - egli disse.
- E tu pure, nobil sangue d'Aco; - rispose una voce melodiosa dall'alto.
Trem egli in udirla, e il sangue, acceso ai memori suoni, gli scorse con impeto al cuore. Alz gli occhi a guardare e li abbass prontamente, come abbacinato da una gran luce; indi gli parve di aver male veduto e risollev le pupille, ma per chinarle da capo. Fu un batter d'occhio, fu un lampo; e in quel lampo si stempr la nerezza del giovine, che cadde allora sulle ginocchia, contro i gradini del trono.
Semiramide gli era venuta incontro amorevole, e lo aveva preso per mano. Egli, a stento rimettendosi in piedi, ma non riavutosi dal colpo, la guardava inebriato e confuso.
- Regina.... - balbett egli, nel rialzarsi da terra
- Atossa! - gli susurr la regina all'orecchio, con carezzevole accento.
E presa la benda di perle, che un donzello recava insieme con lo scettro, sopra un ricco cuscino, la rimetteva con le sue mani sul biondo capo di Ara.
- Sorgi, re d'Armenia! - diss'ella con piglio maestoso. - Ecco il tuo scettro; impugnalo per la felicit del tuo popolo, come hai impugnata la spada, per terrore de'tuoi nemici. Figlio d'Armo, tu non sei tributario di Semiramide, ma alleato ed amico. -
Indi, volgendosi ai grandi della sua corte e alla moltitudine congregata, prosegu con voce sonora:
- Il re d'Armenia  l'ospite nostro. Amicizia eterna regna tra l'aquile della montagna e i leoni della pianura. -

CAPITOLO VI.

IL CONVITO.

Il sole era gi presso al tramonto, allorquando la regina, in compagnia di Ara e dei grandi della sua corte, si mosse dalla sala di Nemrod, per recarsi al convito, preparato in onore del suo ospite d'Armenia.
Portava la costumanza babilonese che i re siedessero a mensa in disparte, e i loro convitati pi ragguardevoli o ben voluti, a un'altra di rincontro, ma divisa della mensa regale la merc d'una fitta cortina, per modo che il monarca vedesse a sua posta i convitati, ed eglino in quella vece non potessero bearsi nelle regie sembianze. Per altro, ne'giorni di corte bandita, la mensa era una sola e vastissima, alla quale il re famigliarmente sedeva e faceva mostra di s, non distinto dagli altri commensali, fuorch per lo scanno d'oro, pel suo vino e per la sua acqua, di cui a nessuno era concesso bere, senza suo comando, che era grazia profumata e segno d'alta onoranza. Inoltre, nelle grandi solennit, che ricorrevano di rado, si facevano pubbliche feste; e allora le mense regali si tenevano all'aperto, sedendo il re alla pi elevata di tutte, insieme coi grandi del suo regno.
Un pasto solo si faceva, e lunghissimo, protratto fino a tarda ora, dopo finite le molteplici cure del giorno. Gran copia di vivande si consumava per l'uso della corte, squartandosi fino a mille capi per d, tra buoi, cavalli, onagri, camelli, montoni e capretti. La selvaggina e il pesce erano pure in buon dato; e tutto ci s'imbandiva da prima alle tavole dei grandi; indi passava a quelle dei minori ufficiali, tornando i copiosi rilievi alle cucine, dove si satollavano i servi e i soldati di palazzo.
Davasi nelle mense il vino spremuto dalla palma e dal melagrano, non essendo a quei tempi nella terra di Sennaar coltivata a tal uso la vite, che prosperava pi presso al mare nella regione di Janaan. Il pane facevasi allora comunemente con la farina di dura, che  il sorgo; quella di frumento traendosi, con grave dispendio e a mostra di regio fasto, dalle lontane pianure di Mesraim, fecondate dal Nilo. I pubblici banchetti erano rischiarati con luce di nafta ardente in acconci vasi, collocati a giuste distanze su tripodi e candelabri di bronzo. A pi ristrette brigate dava luce gratissima l'olio di sesamo, di cui erano imbevuti lucignoli di bisso, sporgenti da lampade di rame, o d'argilla rossa, leggiadramente fregiate di nero, a meandri, ghirlande, disegni capricciosi e figure fantastiche.
Quel giorno, essendo il convito in onore del re d'Armenia, le mense erano poste nel cortile degli orti pensili, vastissima sala, aperta su tre lati e sorretta da colonne addoppiate di marmo. Veli bianchi e violetti, appesi con anelli d'argento a funi di bisso e di scarlatto, si stendevano tra le colonne, dolcemente gonfiandosi alla brezza leggiera e profumata, che veniva attraverso una siepe di gelsomini e di cedri.
Tutto intorno erano disposte le tavole di legno odoroso, coperte di candide tovaglie listate di porpora. In fondo alla sala vedevasi la mensa pi elevata e pi adorna, con l'aureo scanno della regina a capo, e letti d'argento in giro, sopra un pavimento foggiato a disegno con tesselli di porfido e di marmo bianco, di granito e di mischio. Splendeva sul bianco drappo il vasellame d'oro, gloria del paese d'Ofir, donde allora traevasi il prezioso metallo; e da alti vasi di porcellana, smaltata a vivi colori, si levavano a mazzo, s'inchinavano ad ombrello, i fiori pi svariati e pi rari: la ninfea dai bianchi petali schiusi; il nepento, da cui si stilla il farmaco per cacciar la tristezza; il giglio, onore delle convalli; la rosa, il gelsomino e la madrangola, che spandono le pi soavi fragranze.
Coppe d'argento, egregio lavoro dell'arte babilonese, guastade di vetro, che mandava ai regnatori di Sennaar la pur mo'nata industria di Tiro, stavano davanti ai convitati, insieme con piattellini d'argilla colorata e lucente, con spatole d'avorio, dal manico di metallo, che servivano per accostare i cibi alla bocca, e coltelli di selce, finamente arrotati, per tagliar le vivande. E mentre i coppieri dalle idrie capaci mescevano il vino dolcissimo della palma, e l'acqua fresca dalle anfore di creta, internamente strofinate con mandorle amare a fine di renderne pi grato il sapore, gli eunuchi venivano in lunga fila dalle cucine, recando su piatti di bronzo grossi quarti di bue, di onagro e di capretto, che poscia gli scalchi facevano destramente a spicchi, per imbandirli alla nobile comitiva.
Erano inoltre portati sul desco, fagiani piumati, pernici, ova di struzzo, pesci enormi dell'Eufrate e del Tigri, olive, porri e cipolle di Mestraim. Andavano da ultimo in giro i bossoli di cedro, leggiadramente intagliati, che serbavano i condimenti e le salse; grani d'ammo, che danno odor cos vivo; di aneto, che stimola le forze inerti o languenti; di comino etiopico, che rende pi facile il bere; di silfio cirenaico, il cui succo spremuto  la pi gradevole, ma altres la pi dispendiosa lautezza del mondo.
Ad ogni nuova imbandigione si udivano concerti di arpe, di cetre, e di flauti, che accarezzavano mollemente l'orecchio. I musicisti non erano gi nella sala del convito, bens tra le piante dell'attiguo giardino; donde avveniva che i suoni, pi rimessi e pi blandi, come di musica lontana, non soverchiassero i lieti ragionari, che fanno pi grato il piacer della mensa. Luce, abbondanza di cibi eletti, splendori dell'arte, fragranze ed armonie, formavano un misto di gaudii ineffabili, una vera festa, un tripudio dei sensi.
Il re d'Armenia, attonito, quasi smemorato per maraviglia di tante grandezze che lo attorniavano, confuso da tanta novit di casi che lo avean sopraffatto in un giorno, pi ancora inebbriato dalle acri sensazioni d'un amore che cos apertamente dimostrava la irresistibile potenza dei fati, sedeva alla destra di Semiramide. Di rincontro a lui il saccanco, o gran sacerdote, vicario degli Dei di Babilonia; pi in l il principe dei Medi, l'onniveggente Zerduste; indi, seduti in ordine, secondo l'altezza del grado, i primarii uffiziali del regno.
Lontano era Ninia; ma il regio adolescente non era uso assidersi alla mensa materna, n partecipare alle solennit della corte. La maest del dispotismo orientale non consentiva divisioni d'impero, o di gloria: soltanto il re, il malca divino, doveva stare al cospetto de'suoi grandi, servitori tutti, ossequenti e paurosi, n altrimenti sceverati dal volgo, se non pel regio favore, mutevole a guisa di vento; n altri del suo sangue poteva, lui vivo e regnante, emergere dall'ombra discreta del gineco per offrirsi alla vista e all'adorazione de'sudditi.
Oltre di che, il giovinetto non era egli felice in quell'ora, fuori le porte di Babilonia, al fianco della sua diletta Analti? I due colombi gemevano sommessamente il loro cantico de'cantici in riva all'Eufrate, sotto i palmeti di Gomer. Cos aveva consentito Zerduste, l'affettuoso maestro.
Il principe dalla mente profonda e dallo sguardo acuto, sedeva calmo, tranquillo, impassibile, alla mensa di Semiramide. Aveva egli amata mai la regina? Ci, pel volgo dei riguardanti, era chiuso nel pi alto segreto. L'amava egli ancora? Non ne traspariva nulla da quell'aspetto marmoreo. Semiramide istessa, cos avvezza a scernere l'amore negli ossequii ond'era attorniata, Semiramide istessa, se avesse potuto in quell'ora rammentarsi d'alcuna cosa che non fosse il suo ospite, e volgersi a scrutare quel muto sembiante, a interrogare il lume di quegli occhi raccolti, non avrebbe potuto per fermo ravvisarvi i segni dell'antica fiamma. Amore che non si gradisce, poco si vede e facilmente s'obblia; inoltre, il sentir di Zerduste era d'uomo altero, misurato negli atti, geloso custode di s; non altro poteva egli vedersi del cuor suo, se non quel tanto ch'egli volesse mostrarne.
Covava egli vendetta? O rodeva, impaziente e cruccioso, il freno della servit del suo popolo? Mare profondo cela nel grembo oscuro il segreto delle sue collere e limpido azzurreggia il suo dorso, poco prima di sollevarsi in legioni di flutti e di scagliarsi impetuoso alla riva. Tale era Zerduste, riverito abitatore della reggia di Babilonia, maestro di saviezza al futuro erede dello scettro di Nemrod, e ammesso ai consigli della gran vedova di Nino. E Ilu, e Nebo, e tutta la schiera dei sommi Dei, comportavano ci? Ahim, forse neppure vi ponevano mente; quelle vivide luci fiammeggianti dalla vlta celeste, vigili in apparenza, non si prendevano cura delle cose mortali. E i Casdim, sapienti indagatori del corso degli astri, niente leggevano per entro agli arcani dell'anime. Eglino, o forse non ancora ordinati a sospettoso collegio d'ambizione sacerdotale, o forse pi intenti a temperare l'onnipotenza del re, che non a sgominarne i nemici, non pigliavano ombra di quel taciturno, entrato cos innanzi nella confidenza della reggia.
E sedeva egli a mensa, sorridendo e favellando dimesticamente coi vicini, a cui il bere snodava la lingua e annebbiava l'intelletto. Ma cos ascoso in quella confusione di allegrezze, in quel deliziarsi dei sensi, lo spirito suo aleggiava non visto, invigilava le parole, gli atti e gli sguardi. E certo in cuor suo non doveva esser lieto; imperocch l'amore  possente come la morte e la gelosia aspra pi dello inferno.
Frattanto, il re d'Armenia era parco di parole oltre l'usato, che l'interno tumulto degli affetti non gli consentiva d'esser loquace. Molto, per contro, dicevano gli occhi, donde traluceva la profonda volutt, bevuta a lunghi sorsi dal viso dell'amata. E gli occhi di Semiramide erano spesso rivolti su lui, in ci accordandosi la prepotenza del desiderio, al debito delle cortesie ospitali. In quegli sguardi erano lampi, raggi di vivissima luce, che lui felice investivano e gl'infiammavano il sangue. Dov'eri tu, in quell'ora, o Sandi, o rimpianto amico della sua giovinezza? Dove eravate voi, severi ammonimenti dell'oracolo, parlante dai sacri platani di Peznuni?
Cos  l'amore; inebbriante pi del vino generoso, datore d'obblio pi che non fossero le favoleggiate acque di Lete. E infine, non  egli ragionevole che ci sia? Non viviamo noi forse per l'amore, per questo dolcissimo tra tutti i sentimenti, per questa parte veramente divina di noi? Ci che siamo e ci che vorremmo essere, non si riferiscono forse a questo argomento della nostra operosit, a questa cagione dei nostri errori, a questa meta fatale del nostro viaggio? Come l'ape lavora istintivamente a riempire il suo favo di miele, non ci affatichiamo noi con assidua cura a comporre questo splendido inno, unica glorificazione che ci sia consentita, alla virt ignota e possente che compenetra il mondo?  un sorriso di donna (adorabile sorriso, sebben misto di lagrime) quello che ci saluta in sul nascere, ed  un sorriso di donna quello che pu farci men triste il morire. Guai a chi  solo! ha detto il savio; ma che significa ci? gli arridano pure amici e ricchezze, l'uomo  nulla, senza l'amore; son tenebre ed ombra di morte, ove raggio d'amore non splende. L'inferno, spaventosa visione dell'uomo che primo trem, al prolungarsi soverchio d'una notte jemale, non avesse a ricomparir pi il sole nel firmamento, l'inferno  luogo muto d'ogni luce e d'ogni calore ai viventi; ora, calore  affetto, e luce  bellezza. Date all'uomo la sua dolce compagna, ed egli n'avr lume d'ispirazione, ardore di grate fatiche. L'antichissimo fondatore dei civili consorzii non fu del tutto infelice, pot consolarsi del suo gramo destino, se donna innamorata lo segu, portando volenterosa con lui il peso della maledizione celeste.
Ed essa, la dolce compagna, senza di lui, che sarebbe? In lui si compie il suo destino; in lui  il sostegno e la guida; egli il fiore ed ella il profumo; l'uno all'altro necessarii a vicenda. Date l'uno nelle braccia dell'altro, e il mondo  in essi; rinascerebbe, se pi non fosse, in quelle due vite confuse. E il passato, e il presente, e il futuro, memorie, gioie, speranze, tutto eglino sono a s stessi; donde appar manifesto che possano viver da soli, senz'altra compagnia di viventi. E che questa sia lieta esistenza, un grande amore alcuna volta il dimostra. Un grande amore; ecco il divino tra tutti i misteri, altare e tempio a s stesso! L'universo  contorno necessario e fatale, soventi volte giudice iroso, sempre testimonio increscevole. Che farci? Si vive, obliandolo; si comporta qual ; gli si perdonano le molestie che arreca, ma a patto di non mescolarsi a lui, di non seguirlo ne'suoi indirizzi volgari, di non vivere della sua vita. L'aura, pregna di soavi fragranze, rapite ai boschi natali, passa rasente alle case degli uomini e segue noncurante il suo corso. I tristi vapori dell'abitato ne turbano la delicata essenza, pur troppo; ma lontano di l, sotto la luce purissima del sole, per mezzo ai rami della selva vicina, la gentil vagabonda si rinfranca, si rinnovella e dimentica.
La natura offre talvolta di simiglianti magnificenze, a far prova del suo sterminato potere. L'aquila nei cieli, il leone nel deserto, il baobab nella selva, sono le sue maraviglie. Ella ha innalzato rupi, che cacciano la vetta infin tra le nuvole, argomento di pauroso stupore ai riguardanti; ella ha prodotto fiori di cos acute fragranze, che l'uomo non pu respirarle senza pericolo. Ella di tanto in tanto d vita a que'forti intelletti, che grandeggiano per mezzo alla universale pochezza e governano e mutano a lor posta gli eventi; ella accende quelle gagliarde passioni che splendono, fari solitarii ed eccelsi, nella penombra degli affetti volgari. Bellezza e giovent, forza e intelligenza, si vanno incontro desiose, si abbracciano, si confondono; e son prodigiose le nozze, come di giganti innanzi ad un popolo di pigmei. Invero, che sono quelle migliaia di amori fuggevoli, esangui, mal vivi, al paragone di queste gagliarde, intense e luminose passioni? Gran merc se alla picciolezza infinita delle umane cose  dato di essere pavimento umilissimo all'ara, su cui si sposano queste superbe inconsapevoli fiamme. Cos il genio di Omero vide il monte Ida, recinto di nubi gelose, esser talamo agli amori di Giunone e di Giove, mentre laggi, sulle rive dello Scamandro, si azzuffavano due popoli, sperando testimoni alle lor collere i Numi. Quest'alta dimenticanza  la misura di cosiffatti amori possenti, superiori di tanto alle meschine consuetudini umane.
Cos, in mezzo all'esultanza del convito, la regina e il suo ospite, l'uno nell'altro felici, avevano dimenticato ogni cosa. Ara pensava che ella era innocente e calunniata, quella bellissima tra le donne, quella potentissima tra le regine. La vicinanza di lei cancellava dalla sua mente gli infausti presagi dell'oracolo. Unico dolore il pensiero di dover tornare, indi a non molto, in Armenia, alla sua reggia d'Armavir, ora pi triste e desolata di prima. Ed anche questo pensiero egli lo aveva cacciato lontano da s. Il destino, che lo aveva gettato inconsapevole nelle braccia di Semiramide, non avrebb'egli operato un altro dei suoi alti prodigi?
Ed ella, frattanto, pensava che il suo trono era cos grande, da potervi accogliere l'eletto del suo cuore; cos splendido, da non dovervi accogliere che lui, il pi leggiadro degli uomini. Non erano essi fatti l'uno per l'altro? E la natura, creandoli, non aveva per l'appunto mirato a tal fine? Cos nella mente di quella donna innamorata, il mondo, Babilonia, la reggia, altro non erano che un'immensa piramide, innalzata da Nisroc, dal signore delle sorti, per collocarvi il loro amore, intenso, sfolgorante, glorioso sul vertice.
E gli occhi suoi dicevano tutto ci all'inebbriato garzone.
Intanto erano levate le mense, e, pel cader delle ombre notturne, tolti dal colonnato i velarii, che facevano impedimento alla brezza ristoratrice. Misteriose luci splendevano in mezzo alle piante del giardino; in alto, disseminate per la vlta di zaffiro, scintillavano le stelle.
- Sien grazie agli Dei! - disse il saccanco, levando al cielo le mani. - Da essi ci viene ogni cosa. Il mondo s'inchina obbediente a Babilu, che li onora e li venera.
- Ed ora, - parl la regina, - mentre Sin, co'suoi miti chiarori illumina il mondo e cos dolce  il riposo allo spirar della brezza notturna, si rechino a noi gli annali di Babilu. Il nostro gentile ospite d'Armenia conoscer da essi la nobilt dell'amica gente degli Accad. -
A quelle parole di Semiramide, il gran maggiordomo si alz per andare all'ingresso, dove, ad un suo cenno, comparve sollecito lo scriba, della setta dei Casdim, al quale era dato in custodia l'archivio delle memorie babilonesi.
Venuto innanzi alla regina, lo scriba si prostr fino a toccar colla fronte il suolo.
- Gran Semiramide, - diss'egli poscia, levando le mani verso di lei, - possa tu vivere in perpetuo!
- Sorgi, - disse a lui di rimando la regina, - e mostraci la successione dei sari e dei sosi, al giorno che Bel, il gran dio creatore, balz fuori dal tempo senza limiti, infino a questo d fortunato.
- Ci che tu chiedi sar fatto; - rispose alzandosi da terra lo scriba. - Gli Accad hanno diligentemente notato ci che ad essi tramandarono i padri loro. I moti degli astri, le apparizioni degli Dei e le glorie dei re, tutto  vergato nelle foglie di papiro, la merc dei sacri caratteri, che Oanne ha insegnati agli abitatori di Sennaar. -
Un alto silenzio si fece allora nella sala del convito. Lo scriba si assise su d'uno scanno, davanti alla regia comitiva, e, recatesi tra mani un volume di papiro, ne ruppe il suggello di creta; indi, svolgendo le pagine, cos prese a leggere, in mezzo all'attenzione universale, gli antichi ricordi della stirpe di Accad.


CAPITOLO VII.

LE PRISCHE ISTORIE.

"Nel principio, tutto era tenebre ed acqua, per entro a cui si movevano confusi gli elementi di ogni cosa che . Forme strane di viventi erano allora; mostri con due facce e quattro ali, o con due teste e corna e pie'di caprone, o di cervo, centauri, sirene, tori dall'aspetto umano e cani che finivano in coda di pesce, insieme con molte altre specie di rettili e serpenti di smisurata lunghezza. In questa confusione di tutte cose, regnava silenziosa la gran madre Omorca, detta anche Talatta, nel sacro idioma dei Gasdim.
"E allora comparve Bel, il dio della luce e dell'aria. Venne egli con le sue innumerevoli schiere di Baalim, e d'un colpo della sua spada fiammeggiante, divise Omorca in due parti. Cos furono il cielo e la terra.
"Ora avvenne che quell'immondo brulicame di mostri non pot sostenere la gran luce del Dio, e giacquero spenti. E Bel fer il suo collo, e ne piovvero rivi di sangue. I Baalim, seguendo l'esempio, vi mescolarono il loro e ne nacquero gli uomini, per tal guisa ragionevoli e partecipi dell'intelletto divino.
"Allora fu il tempo. E, avendo Bel creato le stelle, il sole, la luna e i cinque pianeti, incominci l'et prima, per la terra di Sennaar. Dieci re vi regnarono, da Ailuro infino a Chisutro, e fu questo tempo di centoventi sari, ognuno dei quali novera tremila e seicento rivoluzioni del sole.
"Ad Ailuro, che fu il primo re, succedettero Alapr ed Amelon; a questi, Amnnone, il prediletto dei cieli. Imperocch, essendo egli sulla riva del mare, vide emergere dai flutti Oanne, il dio marino, il gran pesce, che ha voce ed aspetto umano. Questi non prendeva cibo, siccome  costume degli uomini; appariva ogni mattina alla spiaggia, e ogni sera s'inabissava nei gorghi. Fu egli che insegn ad Amnnone l'uso delle lettere sacre e l'arti che fanno felici gli uomini, il seminare, il raccogliere, il radunarsi a civile consorzio, murare citt, edificar templi e far sacrifizi agli Dei.
"Prima di quel tempo, gli uomini non avevano leggi, n riti. Viveano essi sotto le tende, o vagavano per la pianura a guisa di fiere; ammiravano le pietre e temevano il fulmine, che si sprigiona dalle nubi. Ma dopo gl'insegnamenti di Oanne, conobbero gli Dei ed offersero loro i frutti della terra. Cos nacque il culto di Oa, il nume emerso dai flutti, il re del mondo inferiore; di Bel, il risplendente, il demiurgo, l'ordinatore di Omorca; di Ilu, il signore delle acque, e cos di tutte le altre personificazioni della potenza suprema, infno a dodici, aventi in s doppia forma, virile e femminea.
"Morto il savio Amnnone, gli succedette Magalur, e a questi poscia Davon, durante il cui regno apparvero gli altri quattro legislatori uomini pesci, e seguitarono la santa opera di Oanne, insegnando alle genti. Al re Davon tenne dietro Eduruc, nel cui tempo apparve il pesce Dagone; indi regnarono Amenfno, Ossiarte e Chisutro.
"Costoro erano giganti e vivevano oltre la misura assegnata poscia ai mortali. L'ultimo di essi, Chisutro, regn diciotto sari innanzi al giorno del diluvio, ossia sessantaquattro mila ottocento rivoluzioni del sole. Fu egli uomo pio, dotto delle antiche memorie, a lui lasciate da'suoi maggiori, le quali fe'incidere su tavole di pietra, insieme con la legge sacra dei cinque comandamenti.
"Ma, come egli era pio e temente della giustizia celeste, cos non erano gli altri uomini, la cui malvagit si stendeva sulla terra, spregiandosi comunemente la legge e corrompendosi ogni pensiero. Da lunga pezza i savii, raccolti nella contemplazione degli astri, profetavano la fine del mondo; ma gli uomini, induriti nelle perverse consuetudini, avevano in dispregio i certi segni del cielo.
"Allora il pesce dio apparve dall'onde a Chisutro; imperocch questi aveva trovato grazia appo i celesti, e gli annunzi l'imminente diluvio, che avrebbe travolto e distrutto ogni creatura vivente. Intendesse egli a costrurre una nave ed entrasse in quella, co'figli del suo sangue e i familiari suoi, preparandosi a navigare, dappoich l'ultima ora pei malvagi era giunta.
"- E dove volger io il corso? - aveva chiesto Chisutro.
"- Verso gli Dei! - rispose Oanne. - In essi soltanto  il porto di salvezza. Sta di buon animo, o Chisutro! Le tavole della legge sacra e le antiche memorie de'padri tuoi seppellisci sotto la pietra angolare di Sippara; sia la tua nave cos vasta da poter contenere ogni sorta di cibi, semi della terra ed animali utili al servizio dell'uomo; spalmala di bitume entro e fuori, cos che essa resista all'imperversare delle acque, e, tosto che avrai finito l'opera tua, chiuditi in quell'arca sicura, insieme co'tuoi, perocch in quel punto si squarcieranno gli abissi e comincier la rovina dei flutti.
"Obbed ai comandamenti Chisutro; e tosto, con l'aiuto d'un sapiente architetto, che il pesce dio gli aveva indicato, attese alla costruzione della nave. E questa fu la misura della gran mole: cinque stadii pel lungo e due di larghezza. Ivi entr Chisutro, insieme con la moglie, i figli suoi, le mogli e i figli di ciascheduno, che moltissimi furono. E dentro la nave erano cibi in abbondanza, sementi d'ogni pianta e una coppia d'ogni specie animali, lasciando fuori tutti quelli che nascono dal putridume e dai vapori della terra, imperocch lo spirito di questi non  emanato dal sangue degli Dei.
"Intanto gli abitatori del mondo perduravano nella empiet e spregiavano Chisutro, che in s gran mole erasi messo a riparo. Ma posciach egli fu nella nave, con tutti i nati e familiari suoi, il cielo incontanente oscur, cadde la pioggia e il mare starip con furia; Ilu, il signore dell'acque, sconvolgeva gli abissi. La nave allora fu sollevata sui flutti, e un pesce di smisurata grandezza venne a collocarsi davanti la prora, guidando il legno per mezzo a quella rovina di elementi scatenati. Era egli Oanne medesimo; e Chisutro ben vide che la mano d'un dio li proteggeva, imperocch il furore della tempesta e la violenza dei flutti niente potevano contro di loro.
"Lunghi giorni dur la collera d'Ilu, per modo che tutti i monti pi alti ne furono coperti, ed ogni carne che si muove sulla terra, per. E come furono le eccelse cime cos soverchiate, incominci il gran mare a chetarsi, il cielo si rattenne dal piovere, e le acque andarono a grado a grado scemando. Raffidato da quell'alto silenzio, Chisutro mand fuori dal tetto della nave una coppia di uccelli, per sincerarsi se la terra fosse in alcun luogo scoverta; ma gli uccelli, non avendo trovato cibo, n luogo ove posarsi, tornarono a lui. Ed egli, dopo alquanti giorni, mandonne altri, i quali tornarono con le zampe imbrattate di fango. Altri finalmente ne mise fuori, i quali non tornarono pi; sola, tra questi, una colomba venne alla nave, recando nel becco un ramoscello d'olivo. Donde egli conobbe che la terra rinasceva dall'acque; e allora, scoperchiata la nave, vide esser questa posata su d'una vetta dell'Ararat.
"Il gran pesce era sparito; ma il sole splendeva nel firmamento, e di rincontro al sole si dipingeva nell'aria la luminosa striscia dell'arcobaleno. Smont egli tosto, insieme con la moglie, una figliuola sua e il sapiente architetto. E scesi che furono dalla nave, s'inginocchiarono, per baciare la terra; indi, alzato un altare di pietra, adorarono gli Dei. Che avvenne egli poscia di loro? I rimasti nella nave, non vedendoli pi ritornare, scesero alla lor volta; n altrimenti li ritrovarono, sebbene con alte grida andassero chiamandoli in giro. Bens videro la nuvola con l'arcobaleno impressovi su, e dalla nuvola udirono la voce di Chisutro, che s, la moglie, la figliuola e l'architetto, come primi discesi sulla terra, annunziava rapiti in grato olocausto agli Dei; andassero i figli in pace e ripopolassero il mondo: scendessero nel paese di Sennaar, scavassero nelle fondamenta di Sippara, per ritrarne le tavole della legge sacra e i ricordi delle antichissime genti; indi vivessero felici, camminando nelle vie della giustizia e onorando i celesti che li avevano scampati dall'acque.
"Cos fecero i figliuoli e nipoti di Chisutro, dopo avere offerto il sacrifizio su quella medesima ara, che egli aveva pur dianzi rizzata. Trassero fuori le sementi, e le sparsero nel grembo della terra; gli animali, e li mandarono liberi per mezzo alle selve. La gran nave fu lasciata lass, dove gli avanzi rimangono tuttavia, e del bitume, gi fatto come pietra salda e lucente, si cavano gli amuleti, che preservano dallo sguardo maligno, dai sogni nefasti e dalle male sorti gettate.
"Queste le memorie dei primi abitatori della regione di Sennaar. Ridiscesi i superstiti del diluvio alla pianura, e moltiplicatisi in tre figliuolanze, secondo il nome dei padri loro, che furono Zeruano, Titano e Jafeto, si posero a edificare, non lungi da Sippara, una novella citt, alla quale, per esser eglino usciti salvi dall'acque invaditrici, imposero il nome di Babilu, ossia la porta di Ilu. E foggiata a mattoni la molle creta, e adoperato a guisa di malta il bitume tratto dalla prossima fiumana di Is, presero a murar la citt. In pari tempo cominciarono a innalzare una torre altissima, la quale, giungendo con la cima alle nubi, fosse testimonio di loro possanza sulla terra.
"Ma erano eglino appena a mezzo il lavoro, che la discordia entr nelle loro favelle, e il tremuoto e la folgore dispersero quei monti d'argilla. E Sem Zeruano, il maggiore tra i principi loro, avendo preso a tiranneggiare le genti, fu da Titano, detto altres Cam nelle prische memorie, e da Jafet, cacciato a settentrione del paese di Sennaar. E dalla sua gente fu Cus, padre di Nemrod, il possente cacciatore al cospetto di llu. Questi incominci a comandare su tutte le genti dei quattro idiomi, e furono principio del suo regno, Babilonia, Accad, Calne ed Erech.
"Nel tempo suo, Assur, nato dal sangue di Sem Zeruano, dalle rive dell'Eufrate pass a quelle del Tigri, ove pose le fondamenta di Ninive, di Reobot, di Cala o di Resen. E, d'altra parte, Aco, del sangue di Jafet, ricusando assoggettarsi alla possanza del figlio di Cus, and co'suoi, rimontando l'Eufrate, fino alle terre di Ararat, ove pose sua sede. E Nemrod. da poi ch'ebbe stabilito saldamente l'impero della sua stirpe, fu tratto al cielo sull'ali poderose di Nisroc."
- Se ci sia vero, - pens Ara in cuor suo, a quel passo della lettura, - lo dica il campo di Aiotzor, dove il Titano ebbe morte dallo strale del mio forte antenato. -
E reprimendo un sarcastico riso, che gli era venuto alle labbra, si dispose ad udire la continuazione delle memorie di Babilu.
Ma la regina, il cui sguardo innamorato ad ogni tratto si posava sul volto dell'ospite, not quel moto delle sue labbra, e con pensiero cortese si fece a interromper lo scriba.
- Il grande progenitore dei re di Babilonia, - diss'ella nobilmente, -  morto da prode in battaglia. Correggi i tuoi annali, o savio alunno della schiera di Casdim. Bene io credo che lo spirito di Bel Nemrod sia stato rapito in cielo dal signor delle sorti; ma il suo corpo, diligentemente plasmato di balsami e coperto di ricche vesti, riposa sulla collina di Keresman, nella tomba che la piet del forte Aco gli diede.  dei prodi non serbar l'odio, oltre la morte del nemico, e onorare con ogni lor possa la memoria dei prodi. -
A quelle parole di Semiramide si alz Ara commosso, e nobilmente rispose.
- Tu fai pi dolce al mio cuore il debito della gratitudine, o possente regina. Non  vile la stirpe di Aco; ma quind'innanzi ella avr per massimo de'suoi vanti l'essere stata esaltata dalle tue labbra, donde scorre il miele della cortesia, insieme con gli aromi della sapienza regale. Aco, Armengo, Aramais, Amasia, Kegan, Arma ed Armo, progenitori miei, esulteranno nelle lor tombe di Peznuni al soffio consolatore della tua lode. Grande  Babilonia, e degna tu sei di regnare sul pi forte popolo della terra, o bellezza sovrumana e altezza d'animo veramente divina. -
Le guancie della donna leggiadra si tinsero in colore di fiamma. Zerduste, il taciturno, a cui nulla sfuggiva, lampeggi uno sguardo feroce.
- Possente signora, debbo io proseguire? - chiese umilmente lo scriba.
- A qual pro? Quindici et sono trascorse sotto la grand'ala di Nisroc, dacch Babilonia  sorta sulle ubertose rive dell'Eufrate. Chi non ricorda le opere dei discendenti di Nemrod? Bab, Anuv, Arbel, Cael, il secondo Arbel e finalmente il gran Nino, che i sommi Dei hanno fatto partecipe agli onori celesti, scrissero la loro istoria su queste pareti, ne'sacri caratteri della gente degli Accad, e pi chiaramente ancora nelle provincie conquistate di mano in mano all'impero. I Saci e gli Assra a settentrione, i Medi ad oriente, gli Arabi e i Saba a mezzogiorno, i Nabatei, i Cusi, i Carbaniti e quanti son popoli sul mare del sole occidente, narrano abbastanza la gloria del popolo che ha nome dalle quattro favelle.
- Tu dimentichi, - soggiunse il re di Armenia, - le opere tue, le tue vittorie, o regina. Balki, nel paese di l dai Medi, e l'Indo lontano, donde il sole si leva, tremarono allo scalpito del tuo cavallo di guerra. Al gran Nino piacesti, cos per l'alto valore e per l'animo eccelso, come per la splendida bellezza del volto. Figlia prediletta della Dea che ha il suo tempio in Ascalona, non diranno le storie i tuoi celesti natali?
- Non parliamo di ci! - interruppe la regina. - In molte guise si spande e si tramuta l'adulazione del volgo. Io amo assai pi apparire qual sono veramente, e chi mi conosce da presso m'avr, spero, per migliore della mia fama a gran pezza. Pi che nelle vane pompe della nascita arcana e nella gloria dei superbi trionfi, amo vivere onorata nella felicit del mio popolo.
- Gloria a Semiram! Possa ella vivere in perpetuo! - gridarono tutti gli astanti, in un impeto di devoto entusiasmo.
Ed Ara fu lieto di unir la sua voce a quella degli altri commensali. Ma una felicit, una ebbrezza pari alla sua, non era nel cuor di nessuno.
Tarda era l'ora, allorquando egli si alz per toglier commiato.
- A domani! - gli aveva detto sommessamente la regina. - Debbo conferire di gravi cose con te.
-  la regina che mi parler domani? - aveva chiesto il garzone.
- S, e te ne duole?
- Oh no, - aveva egli aggiunto, sospirando; - ma le parole di Atossa tornarono pi soavi al mio cuore.
- Ingrato! - esclam la regina. - Non hai tu ritrovato Atossa sotto le spoglie regali di Semiramide? Cos il re d'Armenia tenga fede alle promesse di Ara, come la regina di Babilonia ricorda di aver perduto il suo cuore nel recinto sacro a Militta. -


CAPITOLO VIII.

LA VOCE DI SOTTERRA.

Partita Semiramide dalla sala del convito, il re d'Armenia fu condotto nelle sue stanze dal cerimoniere di corte e da un drappello di giovani, che recavano faci per rischiarargli il cammino. Erano quelle stanze in un'ala lontana del palazzo, nei quartieri assegnati ai regali ospiti di Babilonia.
Col giunto, Ara dimand d'esser lasciato solo, ricusando gli uffizi dei servi, che erano posti a'suoi cenni. Egli aveva mestieri di raccogliersi, di ordinare i suoi pensieri confusi. E cotesto era pur necessario, dopo tanta variet di strane venture, che gli facevano creder quasi d'essere stato in bala d'un sogno bizzarro. L'arrivo suo in Babilonia, il tempio di Militta Zarpanit, la bella sconosciuta, i felici amori suggellati da un sacro giuramento, la donna diletta poco stante ravvisata sotto spoglie regali, il fasto della corte, le grandi accoglienze, quel misto di fragranze e di volutt, di splendori e di ebbrezze, ond'era stato ricinto, abbagliato e compreso, siccome un dio da una nuvola d'incensi, lo avevano tratto fuori di s, gli avevano annebbiato l'intelletto, lo facevano dubitare, fremere, esultare, venir manco, quasi sentisse fallir sotto i piedi il terreno.
E invero, non aveva egli argomento di smarrir la ragione? Egli, il giovine re di poca terra tra i monti, sceso in Babilonia a tributo, egli conquistatore inconsapevole del pi prezioso tesoro che al mondo fosse! Egli, venuto cos a malincuore, con l'amarezza d'un triste ricordo nell'anima, egli in un giorno, in un'ora, amante riamato di quella regina, che pur dianzi aborriva! Cos era; cos aveva voluto il destino; ed egli, non pure lo ringraziava in cuor suo, ma temeva non fosse che un sogno, quella felicit di rapidi eventi; e implorava dagli Dei di non aversi a ridestare mai pi. Donna celeste, e veramente nata di Dea, com'era ella mal giudicata da tutti! Ah, la giovent  cieca, non sa di quanto lievi apparenze si vesta la menzogna, e porge troppo facile orecchio alle stolte voci del volgo. S'invidia, si odia e si calunnia cos facilmente tutto ci che sta in alto! In quella guisa che il fango calpestato schizza sulle vesti del viandante, la moltitudine, che striscia a terra, largisce ai grandi le colpe, i vizi, ond' contaminata ella stessa.
Povera donna! Perch ella era bellissima, in eccelso stato, buona e cortese, come tutte le anime grandi, sazia forse d'obbedienza e desiderosa di affetto, i vanagloriosi, gl'impronti, i profani sognatori di stragrandi fortune, avevano aguzzate fino a lei le cupide brame; e, respinti da lei, perch una donna d'alto sentire conosce l'amor mentito e fuggevole cos facilmente come il vero e profondo, s'erano riscattati delle altere ripulse, gittandole il loro fango sulle candide vesti. Egli  cos facile infamare una donna! Non  ella tutta quanta nella vita del cuore? Nel cuore si pu meglio, si dee soltanto ferirla.  donna; dunque impudica.  regina; dunque sanguinaria e crudele.
Povera Semiram! Lo aveva detto ella stessa, ed Ara ben ricordava le sue parole: "Nessuno am la povera regina, nessuno! Ella  sola, si sente sola nel suo vasto impero, come un'isola deserta sul mare. Ognuno in lei vede e desidera la regina; nessuno ha amata la donna."
Ed ora questa donna, che finalmente aveva trovato chi meritasse l'amor suo, di quali cose aveva ella a conferire con lui? Gravi cose, aveva detto; ma ve n'erano forse di tali, che non fossero quelle dell'amor loro? No certo, e pensandoci meglio, e meditando le ultime parole di lei, parve ad Ara di aver colto nel segno. E cos in nube egli vedeva la sua diletta Armavir rappicciolirsi a mano a mano, allontanarsi nel fondo e sparire. La sua Armenia, il reame con tanta cura e con tanto sangue difeso dalla cupidigia degli Accad e dalle correrie dei cavalieri Turani, doveva cadere per tal guisa in balla da'suoi vecchi nemici? Egli, il pronipote di Aco, avrebbe lasciata la sua piccola, ma nobile reggia tra i monti dell'Ararat, per salire sul trono di Nemrod? A cotesto intendevano le parole di Semiramide; cotesto traspariva dagli occhi, era voluto dalla potenza medesima dell'amor suo.
Ma, per contro, non c'era egli altra via? In cambio d'innalzarlo a s, non poteva la regina discendere a lui? Ninia era un adolescente: ma a qual principe ha mai fatto ostacolo l'et giovanile, per cinger corona di re? E Semiramide, fatta grande dalle nobili arti del regno, non sarebb'ella diventata grandissima, celebrata in tutte le et future, per alto esempio di amore, al cui cospetto impallidiscono e sfumano i gaudii del potere, i sogni dell'ambizione? Piccolo era il popolo aicano, ma forte; ed egli, confortato dall'amore di quella donna, fatta compagna delle sue sorti, non dubitava di poterlo condurre animoso sul cammino della vittoria e di dare all'amata un nuovo regno, che nulla invidiasse all'antico.
In queste dubbiezze, in questi sogni dell'anima amante, si stava il giovane Ara; n sempre pensando, imperocch tal fiata il pensiero ama posarsi e dormire, mentre gli occhi son desti, e vagano intorno, vedendo senza guardare, o guardando senza vedere.
Un mite chiarore si diffondeva per la camera dai lucignoli d'una gran lampada di rame, che pendeva dal soffitto, illuminando le storiate pareti. Tenui fragranze di eletti aromi vaporavano da bracieri d'argento, collocati negli angoli. Poco lontano era il letto, sormontato da un sopraccielo di porpora e coperto d'una coltre, la cui lana era di cammello non nato. Ma rifuggendo ancora dal sonno, il re d'Armenia se ne rimaneva seduto sopra un tettuccio di morbidi guanciali, di contro al monopodio di cedro, il cui piede era bizzarramente intagliato, e il rotondo piano si nascondeva sotto uno di que'tappeti, vagamente intessuti, che mandava a Babilonia l'arte famosa di Tiro e di Sidone. Su quel tappeto era posata una lucernuzza da mano, e poco discosto da quella un rotolo di papiro, collocato per modo da attirare lo sguardo.
E tuttavia, il giovine Ara, cos sovra pensieri com'era, non ci aveva anche badato. Pi e pi volte i suoi occhi s'erano volti a quel rotolo, ma senza che l'animo lo avvertisse del pari. Senonch, in uno di quegli intervalli che l'innamorato garzone metteva nelle sue fantasticherie, gli occhi posarono tanto sul misterioso involucro, da destare la sua attenzione, e finalmente la sua curiosit.
Rimase un tratto dubbioso a guatarlo; indi stese la mano e lo afferr, in quella che si accostava alla fiamma della lucerna, per considerarlo pi da vicino. Un suggello di argilla rossa chiudeva il margine del foglio, e in quel suggello si vedeva l'impronta d'un cigno. Un brivido gli corse, a quella vista, per l'ossa. Il cigno era l'emblema consueto di Sandi, del soave cantore, amico dell'anima, compagno fedele della sua giovinezza.
Che voleva dir ci? Un senso d'angoscia ineffabile penetr il cuore del giovane, e una voce arcana gli bisbigli nel profondo che in quel rotolo suggellato si chiudevano le sorti della sua vita.
Sandi! Che voleva in quell'ora l'estinto da lui? Veniva forse a rimproverarlo di qualche suo mancamento verso la memoria dell'amico? Egli per fermo non lo aveva dimenticato; ma doveva egli altres chiudere ad ogni affetto il suo cuore? E perch il triste fantasma veniva egli a turbargli il suo primo giorno di gioia?
Ma forse la presenza di quel ricordevole emblema altro non era che un giuoco del caso. Ara lo sper, e ruppe avidamente il suggello.
Pochi versi di scritto, ne'caratteri accadii, allora comuni alle genti della pianura e della montagna, si leggevano sulla interna faccia del papiro; i primi nereggianti e visibili, gli altri man mano pi incerti e sbiaditi.
Ed ecco ci che Ara vi lesse:
"Tu ami e credi di essere amato. Ora, vuoi tu conoscere il vero? Sandi, il tuo Sandi, te lo dir egli stesso, pur che tu il voglia. La gran luce ti aspetta. Ma bada, per giungere ad essa, v'hanno terribili prove a sormontare, fatte soltanto per animi forti.
"Hai tu ardire? Hai tu sete di verit? Ricordi tu l'antica amicizia? Davanti a te, a'piedi della parete che reca scolpita l'immagine del leone alato, si apre un vuoto, che ti guider fino a me. Pensa e risolvi."
Null'altro si leggeva nel foglio. Soltanto seguivano alcuni segni scoloriti, che ad Ara non venne dato d'intendere. Da que'segni, gli occhi del re d'Armenia corsero alla parete. Il leone alato vi si vedeva scolpito sopra una tavola di alabastro dipinto, e pareva guardarlo, co'suoi occhi di smalto. Un sudor freddo gli corse a quella vista per l'ossa, e le chiome gli si rizzarono sulla fronte.
Senonch, a'piedi della parete si vedeva il pavimento liscio e lucente, senza alcun segno che indicasse una apertura sotterranea. Il re d'Armenia balz in piedi, corse laggi e guat lungamente il suolo, ma invano. Torn allora al lume della lucerna e si fece a legger da capo il papiro. Un altro verso di scritto era apparso nel foglio.
"La botola  aperta; mettivi il piede, animoso...."
Ara torn a guardare. E appunto allora gli venne udito un rumor sordo, un cigolio come di serrami smossi. E tosto una cateratta si aperse, discese, e una buca spalancata si mostr nel pavimento.
Il re d'Armenia era prode tra i prodi; ma quello spettacolo, e dopo quella lettura, non era tale da lasciarlo tranquillo. Tuttavia, non apparve inferiore al suo nome. Vi hanno uomini che il pericolo imminente, non che abbattere, rinvigorisce un nemico ignoto e invisibile? Un agguato? Suvvia! egli  dei valorosi il farsi innanzi, checch avvenga, e solamente a conforto della propria dignit. Mancano gli spettatori; che importa? La coscienza del prode non  ella presente a s stessa?
Ritto, immobile, cogli occhi sbarrati, rimase un tratto, guardando la buca; indi, come trascinato da una arcana virt, mosse a quella volta, si affacci in sull'orlo e cacci lo sguardo avido nel profondo.
Un pozzo di scale gli venne veduto l dentro. Si scorgevano i larghi gradini di mattoni scender gi ad un pianerottolo, donde un altro braccio si partiva, voltando ad angolo retto; ed altri a mano a mano andavano in gi digradanti, la cui sequela si perdeva nel buio. Nessun rumore di passi, od altro di somigliante, giunse all'orecchio del giovane; tutto era silenzio in quel baratro; solo un alito, un senso lievissimo, quasi un odor di frescura, venne di l dentro a sfiorargli la guancia, come per dirgli che quello non era un sepolcro, e che l'aria respirabile non vi faceva difetto.
Senonch, era opera di uomini o di spiriti ignoti, quella via che gli si parava dinanzi? D'uomini forse, pens Ara in cuor suo. E tornato prestamente alla tavola di bronzo, afferr il suo coltello dalla fulgida lama, che gi aveva deposto, e lo rimise alla cintola.
Frattanto, gli occhi suoi correvano da capo al misterioso papiro. Altri versi di scritto nereggiavano, dal mezzo insino al pi della pagina. Il re d'Armenia non lesse, divor i nuovi caratteri, che gli offriva lo scrittore invisibile.
".... scendi; quanto pi scenderai, tanto pi sarai innalzato alla conoscenza del vero.
"Odi una triste istoria.  gi gran tempo che due purissimi spiriti, inviati da Dio a spargere la sua luce sulla terra di Sennaar, dimenticarono qui, per l'amore di una figlia di Babilu, il loro celeste mandato. L'ingannatrice strapp dal labbro di quegli illusi il motto d'entrata alle eterne dimore, dov'ella fu pronta a sollevarsi in lor vece.
"Per il santo Iddio li pun, confinandoli in una chiostra profonda, sotto la torre delle sette sfere. Col vivono in tenebre fitte; col rimarranno, sospesi per le ciglia, fino al d del perdono.
"Pari a costoro  il tuo Sandi. Qui sta dolorando il suo spirito, sotto la medesima terra ov'egli ha amato e pianto, sotto le medesime acque in cui ha trovato la morte. Respingerai tu l'invocazione di un'anima, la quale non attende che te? Vorrai tu essere maledetto in eterno?"
- Ah no! - proruppe Ara, gittando il foglio e correndo alla botola. - Chiunque tu sia, spirito immortale o astuto ingannatore, eccomi a te! Dovess'io lottare col negro fantasma di Nemrod, son pronto. Aco, fortissimo Aco, proteggi invocato il tuo sangue! -
E si cacci entro la botola, gi per la segreta scala, da prima con passo veloce, soccorrendogli il lume che pioveva dalla sovrastante apertura, quindi a mano a mano pi tardo, poich la luce veniva scemando sempre pi ad ogni svolta di scale.
Del resto, anche quel fioco raggio gli venne meno ben tosto. Un cigolio si fe'udire alle sue spalle, indi un fragore, un urto, quasi di pietra con pietra. La cateratta si richiudeva su lui. Il re d'Armenia era come sepolto in quel baratro.
N di codesto gli dolse, quantunque il richiudersi della cateratta, togliendogli ogni speranza di ritorno, gli dicesse tutta la gravit del pericolo. Il dado oramai era tratto. Non lo aveva egli forse voluto?
Brancolando con le palme distese lunghesso le mura, prosegu allora il cammino e pot sincerarsi che le scale giravano a pozzo, coi loro ripiani tutti ad uguali distanze. Per, abbastanza spedito, siccome gli veniva fatto, procedendo tentoni, andava egli allo ingi, null'altro udendo che il rumor dei suoi passi, sordamente ripercosso nel vuoto. E nello scendere, gli ricorrevano al pensiero i lieti splendori del convito, gli sguardi amorosi della regina, tutte le allegrezze di poche ore addietro, finite cos malamente per lui, in quel buio, in quel silenzio di tomba.
Per altro, seguitando egli a calare nel cieco abisso, incominci ad udire un suono lontano, come un susurro, un mormorio dal profondo. Da principio, gli parve inganno dei sensi; ma il suono si faceva pi distinto; n egli poteva intendere che fosse, poich di voci umane non gli pareva certamente. In quel mezzo, anche un po'd'aria manco soffocata era venuta a soffiargli sul viso. Certo ella spirava da fori aperti nello spessore dei muri. Intanto il suono cresceva, cresceva, sordo, fragoroso, flottante; indi, da sotto che egli l'udiva, incominci a farglisi sentire di fianco, e poscia sul capo, a grado a grado men forte, mutato in brontolo sommesso, fino a tanto si tacque del tutto, lasciando il giovine Ara nel sepolcrale silenzio di prima.
Egli argoment che quel fragor d'acque scorrenti venisse dall'Eufrate vicino, e che, mettendo la scala sotto il gran fiume, la incognita meta del suo tenebroso viaggio non dovesse ormai esser lontana. N male erasi apposto nel suo giudizio. Difatti, pochi istanti dopo, il pozzo delle scale finiva, ed egli, sempre attenendosi alla parete, conobbe di inoltrarsi sul piano, sopra un androne sterminato, in fondo al quale gli parve di scorgere un lieve barlume, simile a quello che precede, nelle fredde regioni, il sorgere di un nebbioso mattino.
Guidato da quel tenue filo di luce, il giovane studi il passo per afferrare la meta. Ma, giunto col, si avvide che il suo viaggio non era anche finito. L'androne riusciva ad una svolta, d'onde un pi vasto sotterraneo gli si par improvvisamente dinanzi.
Il chiarore l dentro appariva men fioco, ma incerto sempre, confuso, torbido di vapori, che davano sembianza di un denso fumo. Per altro, nessun senso di oppressura al petto, o di irritamento alle palpebre, accennava a cotesto; senonch, per mezzo a quella nube immobile e fissa, tornava malagevole discerner la via a pochi passi pi oltre.
Il re d'Armenia, abbacinato, ristette sotto il grand'arco dell'ingresso, che era sorretto da smisurati piloni. Doveva egli commettersi l dentro? Doveva egli dar volta? Prima di appigliarsi ad un partito, volle esser certo del fatto suo, e con voce sonora, con accento deliberato, grid:
- Ho io fallita la strada? -


CAPITOLO IX.

LA PORTA DI BRONZO.

La voce del re d'Armenia si ripercosse, pi e pi volte ripetuta sotto le invisibili arcate. Egli per alcuni istanti aspett inutilmente una risposta. Alla perfine, una voce si ud, o, a dire pi veramente, un'eco di voce lontana, che gli diceva:
- No; fatti innanzi per mezzo ai vapori, se brami giungere a noi. -
Quella voce, sebbene aspettata, turb profondamente il giovane, gli fe'batter forte il cuore e correre il sangue precipitoso alle tempie. Ma egli si riebbe tosto da quell'assalto di terrore istintivo, e con atto risoluto si cacci dentro a quel vortice bianco. Ai primi passi che egli ebbe fatti l entro, meravigli grandemente di non riceverne alcun senso spiacevole, o altrimenti molesto. Quel vapor bianco, anzich fumo, poteva dirsi una nebbia, un nembo di polvere diffusa nell'aria, e cos fitta, che non gli concedeva di vedere la strada due passi pi avanti. Ed egli vi navigava per entro, senza fatica o disagio; la fendeva facilmente, siccome un raggio di sole si apre la via nel grembo d'una candida nuvola, che, librata sull'orizzonte, vorrebbe contendergli l'estremo saluto alla terra.
Dopo alcuni istanti di quel viaggio nel vaporoso strato, la nube bianchiccia ed opaca cominci a diradarglisi intorno, ed egli a mano a mano pot scorgere una sequela di arcate e di smisurati piloni di pietra, in mezzo ai quali s'inoltrava, andando verso un punto luminoso, che ancora non poteva distinguer che fosse. E allora gli venne alla mente il valico segreto sotto l'Eufrate, opera di Semiramide, ne'suoi primi anni di regno, e per tutto il mondo celebrata audacissima tra le maraviglie di Bbilu.
Per costruire questo valico sotterraneo, la regina aveva fatto deviare il corso dell'Eufrate, mandandolo a scaricarsi in uno sterminato serbatoio, gi scavato a tal uopo, che era largo trecento stadii per ogni suo lato e trentacinque piedi profondo. Cos, mentre il fiume veniva colmando il serbatoio e allagava da ultimo la pianura a mezzogiorno della citt, si era posto mano alle fondamenta del sotterraneo, facendo girare su enormi piloni di granito gli archi delle vlte, le quali erano di mattoni cotti, cementati d'asfalto. La vlta aveva quattro cubiti di spessore; le pareti erano rafforzate da una profondit di venti mattoni, e il sotterraneo misurava dodici piedi d'altezza, quindici di larghezza. La fama, che tutto ingrandisce, aveva a far credere pi tardi che all'opera maravigliosa fossero bastati sette giorni di assidue fatiche; e certo, ad esaltare degnamente l'impresa, non era bisogno di cosiffatte invenzioni. Comunque fosse dei giorni spesi in quell'opera, a mala pena essa era stata condotta a termine e ricoperta da parecchi strati di bitume e d'argilla, il fiume tornava nell'alveo e la regina aveva il suo varco sotterraneo, che congiungeva celatamente i palazzi delle due rive, siccome il ponte congiungeva le due parti della citt, alla luce del sole.
Ed egli stava per l'appunto in quel sotterraneo. L'immagine dell'amata regina era per tal guisa sempre davanti agli occhi dell'ospite. Mirabil donna, che, cos giovane ancora e risplendente di tutte le grazie del suo sesso, aveva potuto metter l'animo in tutte le cure pi svariate e pi gravi, contender tutte le palme ai pi forti, ai pi illustri, ai pi fortunati re della terra! Per lei cresciuto a dismisura il regno degli Accad; per lei Babilonia innalzata a tale di possanza e di fasto, che nessun'altra citt doveva emulare mai pi; per lei sorte a gara le opere stupende, la cui memoria aveva a durare quanto il mondo lontana.
I piloni di granito succedevano ai piloni, le arcate alle arcate, in tre ordini disposte pel lungo, siccome nelle tre navate d'un tempio. E gli smisurati piloni uscivano via via dagli ultimi vapori, siccome escono a poco a poco pi spiccate le larve notturne dal sogno, o le linee dei monti dal crepuscolo del mattino. Intanto, una luce peritosa si diffondeva dai lati, che egli, indi a poco, not esser tramandata da piccole lucerne collocate entro le sporgenze dei cornicioni e dietro le capricciose spire dei capitelli. A quell'incerto chiarore si illuminavano sinistramente mille forme fantastiche, condotte a rilievo lunghesso i muri, uomini pesci, leoni alati e somiglianti a chimere, che assumevano vita e moto dintorno a lui, e ad ogni suo passo parevano fremere, agitarsi irrequiete, pronte a scagliarsi sull'audace turbatore dei loro eterni riposi.
Calmo e sereno, compreso di quella onesta baldanza che conferisce agli animi forti il pericolo, procedeva il re d'Armenia in mezzo a quelle ostili parvenze. Strani rumori si levavano a'suoi fianchi, gemiti, grida, sordi ululati, fischi di serpi, e baturli di tuono; ma egli animoso a nulla badava e proseguiva sicuro la via. Cos giunse in capo al sotterraneo, dove le pareti si ristringevano intorno ad una porta di bronzo, su cui erano impressi caratteri arcani. Era quella la meta; l dietro lo aspettava l'ignoto.
Pochi passi lo dividevano da quell'uscio misterioso; ed egli muoveva risoluto alla soglia, allorquando un cupo rombo s'intese, che lo fece ristare ad un tratto.
- Sciagurato, dove t'inoltri? - tuon una voce minacciosa alle sue spalle.
Ara si volse indietro, turbato; ma nulla vide, n intese donde venisse la voce. Incroci allora le braccia sul petto, e, sorridendo amaramente, esclam:
- Non mi avete chiamato? son qua!
- E non temi di farti pi oltre? - gli chiese un'altra voce da fianco.
- Temere? io? - grid il giovane con piglio superbo. - Chiunque voi siate, sappiatelo; ignoro che sia la paura.
- Non fidar troppo nelle tue forze! - soggiunse la voce. - Esse non valgono contro le arcane potenze. Sai tu forse ci che ti aspetta?
- La morte? - ripigli il re d'Armenia. - Fosse pur questo il mio fato, nol temo. -
E cos dicendo, il pronipote d'Ateo volgeva intorno la fronte, quasi volesse sfidare i suoi interlocutori non visti.
- Ah! - rispose la voce con accento sarcastico. - Ben altro ti si pu fare.... Ben altro.... Tal colpo si pu ferire su te, che ti faccia docile e pauroso siccome un fanciullo. Sacri misteri ti circondano, non uomini pari tuoi, contro i quali basti snudare il ferro, di cui la tua mano ha gi accarezzata l'impugnatura pi volte. Tu sei nel grembo della terra, ricordalo, nel grembo della terra, in cui si celano le idee madri, le virt arcane della natura.
- Sta bene, ed io le venero, queste arcane virt; - rispose Ara tranquillo. - Sono avido di sapere, chiedo di leggere nel passato e nel futuro, se pure  in poter vostro di farmelo palese. Vengo a voi fiducioso; e che mi date voi, dopo avermi chiamato? Come rispondete voi alla mia fede, dopo aver turbato il sereno dell'anima mia, dissipati i dolci miei sogni, avvelenato il nappo delle mie contentezze? M'involgete nelle tenebre, mi niegate accoglienza, mi fate minaccia di tormenti inauditi.
- Uomo cieco! - disse a lui di rimando la voce. - Le tenebre dell'errore ti circondavano; le vane voci del mondo ti suonavano all'orecchio. Ora ti avvicini alla luce del vero, alla quiete santissima del giusto. Se ti soccorre l'ardimento, batti dunque a quell'uscio. Ma bada; non si torna pi indietro, se non educati alla scienza del bene e del male; e l'albero della scienza d frutti amarissimi. -
Il re d'Armenia croll alteramente le spalle e s'inoltr verso l'uscio di bronzo. Aveva appena posato il piede sulla soglia, che questa di un suono metallico, uno schianto rumoroso, a cui rispose un sobbalzo del giovane, un tremito di tutta la persona, siccome avviene ai pi animosi e ai pi calmi, per ogni inaspettato fragore, o traballo, che accenni non esser pi sicura sotto i lor piedi la terra.
- Ah! - suon beffardamente la voce. - Gi ti sgomenti, pronipote di Aco? -
Ara non rispose parola. Tornato in sulla soglia, spinse l'uscio con urto poderoso che ne fe'andare i cedevoli battenti fin contro agli stipiti, e si cacci dentro sollecito.
Ma appunto allora un orrendo frastuono si ud, come di cento dischi di rame l'un contro l'altro percossi, e con essi un rombo di tuono, una confusione di grida e di urli feroci. Intronato, strinse egli ambe le palme alle tempie per turarsi gli orecchi, che gli pareva dovessero andarne in frantumi. E cos avesse chiuso gli occhi del pari! Un bagliore improvviso venne a ferirgli lo sguardo, e gli si par dinanzi come una fornace, anzi un lago di fuoco, per entro a cui si agitavano confusamente mille figure strane, bocche sgangherate, lunghe braccia e mani armate di unghioni minacciosi, mostri alati che arrotavano gli occhi uscenti fuori dell'orbite, guerrieri di smisurata statura, che brandivano spade roventi, e si raccoglievano sulle gambe tese, in atto di avventarsegli contro. Egli rimase un istante attonito, guatando l'orrida scena; indi, si dispose ad attendere i colpi della molteplice schiera.
Aspettava tranquillo la morte, ma la morte non venne; l'alito di fuoco sul volto, ma esso non giunse fino a lui. Per contro, quel torrente di luce ad un tratto si spense, cess il frastuono, e fu d'improvviso un buio, un silenzio di tomba.
- Ah! - sclam egli allora, sorridendo amaramente. - Vi prendevate voi giuoco di me? -
E allora la voce rispose:
- Son queste le false parvenze della vita, i pericoli che circondano l'uomo, nel suo viaggio sulla terra. Guai a chi si smarrisce d'animo, imperocch egli  dannato a perire. Il savio non teme la morte; essa non  che la liberazione dalle catene dei sensi. Da valoroso hai superata la prova. Gli spiriti arcani non t'impediscono il cammino. Va innanzi. -
Ara obbed al comando e si mosse.
Intanto, al suo cospetto si diradavano le tenebre, e un mite chiarore si diffondeva all'intorno, rendendo le sembianze smarrite alle cose. Per altro, ci ch'egli vide non era pi il sotterraneo, bens un vasto loggiato, sorretto e chiuso da alte colonne, per mezzo alle quali vedevasi il cielo sereno e l'onda tranquilla d'un lago, che spirava fino a lui un alito di soave frescura.
Non era quello per fermo un inganno dei sensi. Una coppia di cigni correva speditamente sull'acque, incalzando alla riva uno stuolo di giovani donne, le quali si sollazzavano su quella superficie di liquido argento. Ed egli ammirato le vide emergere dall'onda, rasciugarsi le candide membra, e poscia, mal chiuse in sottilissimi veli, entrare sotto il loggiato. Col, anch'esse si avvidero della presenza del forestiero; e timorose da prima, indi fatte dal suo stupore pi audaci, si condussero con agili passi alla volta di lui.
Bellissime eran costoro e niente que'sottilissimi lini negavano delle graziose membra allo sguardo. Una tra esse, la pi leggiadra di certo, splendida a vedersi per sovrumana eccellenza di forme, pe'sciolti crini, neri come bitume, che facevano risaltare viemmeglio la perlata bianchezza delle carni, venne a rigirarsegli intorno con atti cortesi, e movenze, donde traspariva il desiderio di piacergli e di vincerlo. Si schermiva egli, e gi aveva ricusato di bere alla coppa che la vaghissima ignota gli profferiva, allorquando ella, avvicinatesi in atto supplichevole, mentre le compagne intrecciavano a tondo le danze, gli gittava le traccia attorno al collo, s'avvinghiava amorosa a lui e gli susurrava all'orecchio:
- Tu sei bello; io ti amo! -
Ara si divincol tosto da quella stretta, sebbene in quel modo che pi gli venne fatto cortese. I baci di Atossa gli tornavano in mente. Ora l'amplesso dell'ignota non era egli una profanazione dell'amor suo?
- Lasciami! - esclam, nell'atto di allontanarsi da lei.
E si spicc da quel luogo, rompendo con le sue mani la cerchia che le mute danzatrici gli avevano fatta dintorno.
La lusinghiera lo saett d'uno sguardo corrucciato.
- Ah! tu mi disprezzi? - diss'ella. - Bada, o re d'Armenia! Tu fuggi dalle mie braccia, per correre incontro alla morte.
- Che il mio destino si compia! - mormor il giovane, ripigliando il cammino.
E intorno a lui svanirono a mano a mano quelle femminili parvenze; infosc la scena, fu notte da capo. Il re d'Armenia torn a brancolar nelle tenebre.
- Ed ora? - chiese egli, fermandosi. - Che  egli, questo vostro raggirarmi tra vane lusinghe e pi vane paure? -
Un ghigno beffardo rispose all'inchiesta del giovine.
- Non ti dolere, o figlio di Armo! I dolci misteri di Militta Zarpanit non ti lusingarono forse? Non ti trattennero essi pi del bisogno? Perdona a queste leggiadre abitatrici dell'Eufrate, se, memori dell'amorosa vigilia, ti credettero pi arrendevole alle loro carezze. Invero, esse non avevano pensato che dalle braccia della gran maliarda l'amico di Sandi doveva ritrarsi sfinito. -
Al crudele motteggio Ara non ebbe virt di rispondere. Tutto era noto col, e il ricordo di Sandi veniva pensatamente a inchiodargli la lingua.
- Suvvia! - prosegu rabbonita la voce. - Ormai gli  tempo per te di avvicinarti alla luce. Fatti innanzi, e dammi sicuro la mano. -
A queste parole, e mentre egli si disponeva a muovere il passo, sent una mano che afferrava la sua.
Era quella una mano poderosa, e la sua stretta diceva assai pi l'odio d'un giurato nemico, che non la benevolenza d'un patrono, o la sollecitudine d'una guida. Ed egli, il prode Ara, non pot rattenere un senso di ribrezzo, un brivido di arcano terrore, che gli corse per l'ossa. V'hanno tocchi lievissimi, che avvertono di danni, imminenti o lontani, assai meglio dei pi aperti presagi.
Il re d'Armenia procedette, cos trascinato, una ventina di passi. L'urtare che fece il compagno contro una parete gli fe'intendere che erano giunti alla meta.
- Ci siamo, -disse infatti la voce; -ascendi la soglia. -
Ara obbed, dopo aver tastato del piede l'ostacolo. E allora tre colpi furono battuti dal compagno sopra un disco di rame.
- Apriti, porta della verit! - grid questi con pienezza di accento.
- Chi ardisce accostarsi? - dimand dall'altra parte una voce cupa che parea venir di sotterra.
- Un profano; - rispose il primo interlocutore.
- E che vuole?
- La luce.
- Ha egli superate tutte le prove?
- S; ha varcata la tenebrosa via dell'errore; ha sfidato il pericolo della fiamma e della spada, morte del corpo, e quello dei sensi, morte dell'anima.
- E sa egli che cosa l'attende? Sa egli che la gran luce potrebbe acciecarlo e l'amara scienza mutarsi in veleno per lui?
- Lo sa ed  pronto a patire ogni cosa pel conquisto della luce e della scienza.
- Orbene, s'inoltri! Ben venga egli alla scienza, alla luce.-
E la porta, come per incanto, gir tacitamente sui cardini.
Entrarono in un vestibolo partito a grosse colonne di pietra, illuminato da lampade di nafta. Un guerriero vi stava a custodia, col volto coperto di un negro velo, e con una larga spada scintillante nel pugno.
- Deponi il tuo ferro! - diss'egli con piglio severo al giovine Ara. - A nulla potrebbe esso giovarti qua dentro. -
Ara si tolse dalla cintola il coltello dalla impugnatura gemmata, che aveva preso con s, innanzi di perigliarsi nella scala misteriosa. Frattanto, si volse a guardare il suo introduttore, di cui fino a quel punto egli non conosceva che la voce.
Era questi un uomo di alta statura, di membra robuste; ma la sua faccia non era dato vederla. Anch'egli portava un velo nero ravvolto intorno al capo, siccome il guerriero che vigilava l'ingresso.
Deluso nella sua onesta curiosit, il re d'Armenia si inoltr dal vestibolo fino al limitare d'una gran sala, le cui pareti si vedevano impresse di simboli svariati e di segni arcani, che accennavano a scritture di popoli stranieri. Se egli avesse potuto por mente a tali cose, gli sarebbero apparse in que'simboli le deit antiche di Mesraim, poste col a riscontro di quelle del Gange, e delle pi vicine di Bakdi; nelle arcane leggende egli avrebbe poi ravvisati i caratteri sacerdotali dei tre popoli, a cui si riferivano quelle sacre figure.
Ma il giovane non si trattenne a guardar le pareti, i suoi occhi essendo corsi ad un palco che sorgeva nel fondo, dietro a cui, siccome a tribunale di giustizia, stavano seduti tre uomini, o, per dire pi veramente ci che gli apparvero, tre simulacri d'uomini immoti, vestiti di candide stole, cinte le tempia di bende dorate, le quali scintillavano per mezzo a'veli, ond'erano coperti i venerabili aspetti. Aveva uno di loro tra mani il fiore del loto, emblema della vita; l'altro una foglia di papiro, sacro ai dettami della sapienza; il terzo un ramoscello di ammo, dell'ottima tra le piante.
Una negra cortina scendeva dall'alto, dietro alle loro spalle, celando l'adito sacro, il penetrale del tempio. Sui lati, e sotto il lume di parecchie lampade pendenti da bracciuoli di bronzo, il re d'Armenia vide altre figure, ma coperte di nero dal capo alle piante, siccome il suo introduttore, immobili, con le mani appoggiate sul pomo di lunghe spade, dalle cui larghe lame a due tagli balenava una luce sinistra.
Il giovane era rimasto tra ammirato e confuso, a guardare quei tre, che bene non sapeva discernere se uomini o spiriti, o muti simulacri di Dei. Ma poco stante, uno di loro si fece a trarlo di dubbio, rivolgendogli la parola in tal guisa:
- "Fatti innanzi, profano! Dalle vie dell'errore, tu giungi alla luce del vero. Alla nuova aurora tornerai tra i viventi, ma rigenerato, pi savio e pi forte di loro. Nulla di ci che hai veduto ed udito, nulla di ci che vedrai ed udrai, ha da uscirti dal labbro. Non giurare; ci non t' chiesto; ci non  necessario. Quelle spade che vigilano il nostro tribunale, ti seguiranno invisibili ovunque. Oltre di che, il varco per cui se'giunto fino a noi, fu aperto dalle possanze arcane, e gi non ne resta pi traccia. Nessuno aggiusterebbe fede a'tuoi racconti; ognuno li avrebbe per sogni di mente inferma, frutto dei vapori perniciosi dei liquor della palma. Gli uomini hanno occhi e non vedono, orecchi e non odono; soltanto a pochi eletti  dato di conoscere il vero, che si nasconde sotto l'aspetto ingannatore, o manchevole, delle cose create.
"Invero, l'uom savio ha due viste; quella infida dei sensi, e l'altra, pi pura e pi certa, dell'anima. Egli ha altres due scienze: quella che insegna al volgo, e quella che custodisce gelosamente per s. La prima  involucro, la seconda  sostanza; quella adombra, questa disvela; nell'una  il simbolo, nell'altra la ignuda ragion delle cose. Tre diverse dottrine, ad esempio, ti stanno dinanzi: Memfi, Battro, Ayoda. Il Nilo, l'Arasse ed il Gange, sono i tre fiumi per cui primamente  discesa la sacra verit. L'Eufrate, nelle sue torbide acque non travolge che errore; per sia maledetto fino a tanto egli scorra ossequente ai superbi regnatori della stirpe di Nemrod.
"Costoro, violenti, oltracotanti e feroci, radunarono sotto il loro scettro le genti sparse sulla pianura, non popolo vero, ma avanzi di un popolo, che la collera dell'Eterno aveva sepolto tra l'acque. Naufraghi campati a fatica, non videro che s medesimi al mondo, e dissero: ecco, i forti siam noi! Tirannica mistura di favelle, di credenze e di costumi, pretendono di dettar leggi alle pi antiche nazioni della terra del sole. Gi le loro armi hanno invase le regioni sacre dell'Iran, dove regna il purissimo culto della parola di Dio. A mezzogiorno, di l dai vinti Nabatei, gi volgono il cupido sguardo agli avventurosi figli di Mesraim, dov' prosperit d'arti e scienze, dove l'ascosa verit si adora in effigie e templi degni di lei. N basta. Per mezzo ai popoli vinti, non domi, della stirpe di Iavan, ai Medi, ai Battriani, ai Sogdiani, s'inoltrano audaci ad insidiare i remoti confini dell'India. Dove non corre, in quali imprese non si periglia, lo sterminato orgoglio degli Accad? Non hanno essi, nel loro folle ardimento, tentato di giungere al cielo? Rispetteranno essi alcuna parte di terra, che faccia ostacolo ai mostruosi disegni della loro ambizione? E l'Armenia, alle cui balze ospitali si erano essi aggrappati nel grande naufragio, non tentarono forse di assoggettarla del pari? Il grande Aco rintuzz l'orgoglio dei superbi; ma essi non hanno gi dimenticato lo sbaraglio del loro esercito, e fremono vendetta della uccisione di Belo. Fatti possenti su noi, si scaglieranno su te. Aquila delle montagne, vuoi tu collegarti con noi, per fiaccare questa minacciosa potenza, per distruggere il covo dei serpenti, che tutti ne stringerebbero un giorno nelle molteplici spire."
- Io sono, - rispose Ara, - l'alleato della regina.
- Il tributario della regina eri tu, ed oggi sei lo schiavo della donna. S, schiavo, ed imbelle; non ti sdegnare; qui tutto  noto. Chi ti ha chiamato quaggi nulla ignora dei tuoi facili amori. Lui forse pretenderesti ingannare? -
Il giovane, che gi, nell'impeto dell'ira, aveva dato un sobbalzo, chin raumiliato la fronte. Un turbine di confusi pensieri lo assalse. Che era egli tutto ci che udiva? E tra qual gente era egli disceso? Lo avevano chiamato alla luce del vero, nel regno delle ombre, in mezzo a spiriti arcani; ed ecco, si vedeva in bala di uomini congiurati. Per altro la chiamata di sotterra non eragli apparsa nel misterioso papiro come cosa sovrannaturale? E se l'estinto amico doveva mostrarsi ai suoi occhi, non erano quei tre uomini velati gli arbitri del passato e del futuro, credibili e venerandi maestri di alto sapere alla sua mente in angustie?
Il dubbio del giovane non isfugg per fermo allo sguardo acuto del suo interlocutore; il quale fu pronto a soggiungere:
- La verit dee risplenderti intiera. Per gli increduli, ella si cela dietro a questa negra cortina, che ci baster sollevare. Pei credenti, ella si svolge dai penetrali del pensiero, raccolto saviamente in s stesso. Tu sceglierai. Preparati ora al grande arcano, ascoltando la voce del vero, che si sprigiona dai veli discreti delle sante dottrine. Le storie dell'errore ti furono narrate poc'anzi, tra i fumi del regio convito; odi ora le nostre. Ma anzitutto, bevi alla coppa ospitale, purifica il tuo cuore coi tre sorsi della sacra bevanda. -
Uno dei muti servi del misterioso tribunale si mosse allora, e profferse al re di Armenia una coppa d'argento, in cui tremolava un liquore biancastro. Egli vi intinse tre volte le labbra, e il liquore gli seppe di dolce, misto con alcun che di aromatico e di frizzante al palato. Indi si assise su di uno scanno, che gli era prto in quel mezzo, e stette in attesa, guardando i tre uomini velati.
Allora uno di essi, quegli che aveva tra le mani il fiore del loto, cominci in questa guisa a parlare.

CAPITOLO X.

LA DOTTRINA DEI SAVI.

"Uno  il Dio vero, uno per tutti i popoli della terra; ma la sua semplice e profonda grandezza non risplende che allo intelletto dei savi, mentre il volgo lo intravvede a mala pena da lungi, siccome lampo tra nubi, e lo adora moltiplicato nelle sue manifestazioni terrestri, ascoso nel fitto involucro dei simboli, trasformato in mille guise e parvenze, come porta l'indole varia e il costume mutevole delle genti. Uno per tutti, egli  trino in s stesso; alto mistero disvelato a pochissimi, contemplatori, custodi ed interpetri della sublime verit, che tu sei per grande ventura chiamato ad intendere.
"Odi colui che siede alla mia manca, il savio di Msraim; egli ti dir ci che  scritto nel sacro papiro, chiuso agli sguardi profani. Prima di tutte le cose ora esistenti, era un Dio, immobile nella sua unit. Chi sei? gli domand il savio, prostrandosi nella polvere davanti a lui. E allora per mezzo alla gran notte scintillarono le tre sacre parole Nuk pu Nuk (Io son chi sono). Egli il solo generatore in cielo e sulla terra; n egli  generato; egli il solo Dio, generator di s stesso, che  fin dal principio, increato creatore d'ogni cosa. Da lui, che ha tra gli uomini il nome di Knef, emana Fta, lo spirito onnipossente; da ambi procede Oro, o Fr, il demiurgo celeste.
"Odi colui che siede alla mia destra, il savio di Bakdi, nella terra di Javan; egli ti dir ci che  scritto nel libro della legge a lui dettato nella caverna del monte Elburz, dagli spiriti immortali. Da principio era Zervane Acherene, l'essere assurto nella propria eccellenza, il tempo senza misura, l'eterno senza estremit e senza radice. Con lui ed in lui esisteva Honnover, il verbo, procedente da lui, fonte ed esempio d'ogni perfezione, produttore degli esseri. Da lui  nato Ahuramazda, il principio del bene; da lui Ahriinane, il principio del male; ambedue in lotta continua tra loro, fino alla consumazione dei secoli.
"Seguimi ora con la mente, seguimi alle fortunate sedi degli Aria, alla sacra vetta del monte Mer, culla del vero, che illumin l'universo. Dal grembo di Jarvam Akiaram, il tempo senza misura, esce Brama, il dio che esiste per s medesimo. Egli  in ogni cosa, ed ogni cosa  in lui. Il Gange che scorre, il mare che rugge, il vento che freme, la nube che tuona, la folgore che splende, tutto  sostanza, forma, immagine sua. Il creato era nella sua mente fin dall'eternit; tutto ci che esiste reca l'impronta della sua mano. Egli  la vita e il moto; egli Naraiana, lo spirito che va sulle acque; egli il creatore del mondo e degli spiriti inferiori, che attestano la sua gloria. In lui sono tre essenze e l'una procede dall'altra. Brama  il creatore, Visn il protettore, Siva il trasformatore d'ogni cosa.
"La luce, l'aria, le acque e la terra, sono opera di Brama. Egli dall'anima sua alit la vita comune alle piante e ad ogni sorta d'animali: dall'anima sua la coscienza, l'intelletto e la parola nell'uomo. Fu questa l'ultima creazione del Dio; e l'uomo, per volere di Brama, fu da pi di tutti gli animali della terra, inferiore soltanto agli spiriti celesti.2
"Ora, siccome le piante e gli animali furono creati per modo che potessero riprodursi, cos avvenne dell'uomo, che fosse creato in due corpi, maschio e femmina; al primo dei quali Iddio diede la maest e la forza, al secondo la bellezza e la soavit. E al maschio impose il nome di Adma, che significa il primo uomo: alla femmina il nome di Eva, cio a dire compimento di vita.
"Andate, diss'egli poscia, amatevi e procreate esseri che siano a somiglianza vostra sulla terra, fino a'tempi pi lontani da voi. Io, signore di ogni cosa che esiste, vi ho creati perch m'adoriate tutta la vita, e tutti coloro che crederanno in me parteciperanno alla mia beatitudine, dopo la consumazione dei secoli. Insegnate ci ai figli vostri, affinch eglino si ricordino di me; imperocch io sar con esso loro, fino a tanto pronunzieranno il mio nome.
"E avendoli collocati in un'isola, di cui non  la pi bella, n la pi ricca, sui mari, il sommo Iddio prosegu:
"Sia vostro ufficio di popolare questo lembo felice di terra, e di spargere il mio culto tra coloro che di voi nasceranno. Tutto l'altro del mondo  inabitabile ancora; ma se in progresso di tempo il novero dei figli vostri crescesse in tal guisa che l'isola non bastasse a nutrirli, lasciate lor detto d'interrogarmi in mezzo ai sacrifizi, ed io far loro conoscere la mia volont.
"Ci detto, disparve. E in quel punto Adma si volse alla sua giovine compagna; la guard, e il sangue gli riarse nelle vene, alla vista di cos splendida bellezza. Ella stavasi ritta dinanzi a lui, sorridente nel suo virgineo candore, palpitante d'arcani desiderii. Il morbido volume dei neri capegli le ricadeva disciolto sui bianchi meri e intorno al colmo seno, che l'interno tumulto degli affetti incominciava a commuovere.
"Adma le si avvicin trepidante. Lontan lontano, il sole stava per inabissarsi nell'oceano, e i calici dei fiori si alzavano desiosi per suggere le vespertine rugiade; migliaia d'uccelli variopinti cantavano tra i rami il loro inno all'amore: le lucciole fosforescenti cominciavano ad aliare per l'azzurro dell'aria, e tutti i mille rumori dell'operosa natura salivano a Brama, che si rallegrava in cuor suo, dall'alto delle celesti dimore.
"Ed in quel punto, Adma stese la mano a carezzare le morbide chiome fragranti della sua vezzosa compagna. Egli sent come un tremito scorrere per le membra di lei, e quel tremito invase eziandio le sue vene. La strinse allora tra le sue braccia e impresse il primo bacio sul viso della donna diletta, sommessamente chiamandola per nome. Adma! mormor ella con soavissimo accento, e tremante, confusa, si abbandon nelle braccia di lui.
"La notte era giunta: gli augelli tacevano nel bosco, e Iddio era lieto nel profondo del cuor suo, imperocch l'amore era nato. Ci egli voleva, il sapientissimo Iddio, dirittamente vedendo esser cosa brutale, indegna di puri spiriti, l'amplesso, la confusione di due vite, a cui non presiedesse amore.
"Cos felici vissero a lungo i due primi mortali; n mai nube di tristezza era venuta a turbare il sereno di quella beata esistenza. Ma un giorno, una vaga inquietudine cominci a serpeggiare nei candidi cuori. Invidioso della loro felicit senza pari e dell'opera perfetta di Brama, lo spirito del male bisbigli al loro orecchio arcane parole, spir in quell'anime desiderii ignoti. Andiamo a diporto per l'isola, disse Adma alla sua leggiadra compagna, e vediamo se non ci  dato trovare un luogo pi dilettoso di questo.
"Eva segu obbediente il marito, ed entrambi andarono oltre; viaggiarono per giorni e per mesi, soffermandosi al margine delle chiare sorgenti e al meriggio degli alberi giganteschi, che celavano ad essi la spera del sole. Ma pi s'innoltravano, e pi la donna si sentiva sopraffatta da un arcano sgomento. - Adma, diceva ella al marito, non andiamo pi innanzi, che per fermo noi facciam contro al comandamento di Dio. Non ci siamo noi gi dipartiti dal luogo che egli ci aveva assegnato a dimora?
"Non temere, rispose Adma alla donna diletta. Vedi? Non  gi questa la terra inabitabile che egli ci disse. Avanti sempre, avanti; l'uomo non  nato per poltrire nell'angolo in cui egli ha veduto la luce.
"E andarono innanzi; ella obbediente ed amorosa, egli sempre pi ansioso, tormentato dal desiderio di vedere e sapere. Cos giunsero alla punta estrema dell'isola, donde poterono scorgere ai loro piedi un breve tratto di mare, e di l da questo una lista di terra, che pareva dilungarsi all'infinito sui margini del lontano orizzonte. Uno stretto e malagevole passo, formato di scogli a fior d'acqua, collegava l'isola al continente ignoto.
"I due viandanti si fermarono ammirati. La terra che si stendeva dinanzi ai loro occhi, appariva vestita di alberi svariati e largamente frondosi; augelli dai mille colori correvano cinguettando di frasca in frasca, o s'inseguivano a volo. - Splendida vista! - esclam Adma. E come hanno ad essere gustosi i frutti di quegli alberi! Vieni, o diletta; andiamo ad assaggiarne, e se quella terra  migliore della nostra, noi laggi metteremo dimora.
"La donna tremante supplic Adma, che non volesse tentare pi oltre la collera celeste. - Non viviamo noi bene in questa isola? Non abbiamo noi chiare, fresche e dolci acque per dissetarci, e frutti soavi, che nulla pi, dopo i tuoi baci? Perch cercheremmo noi altro?
"E sia; torneremo; disse Adma a lei di rimando. Che facciam noi di male, a visitare questa terra ignota, che si profferisce ai nostri occhi?
"Cos dicendo, s'innoltr verso la scogliera. Eva lo segu tutta tremante in cuor suo. Egli allora, sollevata la donna da terra, si rec il dolce peso sull'mero e, mutando i saldi passi tra pietra e pietra, si fece a valicare, quanto pi speditamente pot, quel tratto di umida via, che lo disgiungeva dall'argomento dei suoi desiderii.
"Avevano essi a mala pena raggiunto il lido vietato, che un terribile schianto si ud. Lido verdeggiante, alberi, fiori, famiglia di pennuti, ogni cosa che prima aveano veduta di l dal mare, in un baleno disparve. La scogliera per cui erano venuti si sprofond nei gorghi frementi e solo alcune creste qua e l rimasero ritte fuor d'acqua, come indizi d'una via per sempre distrutta.
"La lieta verzura, che i due infelici aveano veduta col, non era che una mostra ingannevole, suscitata dal principe degli spiriti malvagi, per tirarli alla disobbedienza. Adma conobbe allora il suo fallo, e cos perduto dell'animo, com'era stato baldanzoso da prima, cadde piangendo sull'inospite arena. Ma in quel punto Eva gli si accost, pose le braccia intorno al suo collo e gli disse: - Non ti affliggere, amor mio; preghiamo in quella vece il Signore, che voglia condonarci il nostro peccato!
"E una voce si fece udir dalla nube, che parl ad essi in tal guisa: - Donna, tu hai peccato soltanto per affetto all'uomo, che io ti ho comandato di amare, ed hai posta in me la tua fede. Io ti perdono, ed anche a lui, merc tua. Ma udite, voi non riporrete pi il piede in quel luogo di delizie, che io avevo creato per la vostra felicit. A cagione della disobbedienza vostra, ecco, il malvagio ha invaso la terra. I figli vostri, condannati a patire e a romper le glebe in penitenza del vostro fallo, intristiranno nel corso dei secoli e dimenticheranno il mio nome. Non piangere, o donna; il d della clemenza verr. In quel giorno Visn prender umana veste nel grembo d'una figlia tua, recando a tutti la mia parola, e con essa la speranza di un premio futuro e il modo di alleviare i lor mali nella ardente preghiera.
"Raffidati dalla voce di Brama, si alzarono i due piangenti da terra e ripigliarono la via dell'esilio. Ma da quel giorno, furono costretti a duro travaglio, per ottenere il nutrimento dal suolo.
"E giusta il comando di Dio, si venne popolando la terra. I figli di Adma e di Eva si moltiplicarono ed intristirono per guisa, che pi non poterono durarla in pace tra loro. Dimenticarono essi il nome e le promesse di Dio, ed egli si stanc finalmente del rumore di loro aspre contese. La sua folgore tuonava tra le nubi, salutare ammonimento ai perversi; ma gli uomini non conobbero la voce di Brama, e il re Dayta non si perit di scagliare le sue maledizioni alla folgore, minacciandola, se non tacesse, di salire co'suoi guerrieri alla conquista del cielo.
"Allora il Dio deliber d'infliggere alle sue creature un tremendo castigo, che fosse d'insegnamento ai superstiti e alla discendenza loro. E avendo rivolto lo sguardo sulla terra, per conoscere tra tutti l'uomo non indegno della celeste clemenza, vide il giusto Vaiwastata e si rallegr delle opere sue.
"Il virtuoso uomo, l'unico che ancora temesse ed onorasse il Signore, faceva le sue mattutine abluzioni nelle sacre acque della Viriny. E in quel mezzo, un pesciolino, dalle squame lucenti di vivi colori, venne a lui con le ultime spume del flutto.
"Salvami, disse il pesciolino a Vaiwasvata, imperocch i pi grossi di me, che vivono nel fiume, minacciano d'ingoiarmi.
"Impietosito, il sant'uomo lo colse, lo ripose nel vaso di rame, che gli serviva ad attinger acqua dal fiume, e lo port sotto il suo povero tetto. Ma il pesciolino incominci a crescere ad occhi veggenti, per modo che, non bastando un pi capace vaso a contenerlo pi oltre, Vaiwasvata fu costretto a recarlo in uno stagno vicino.
"Uomo virtuoso e benefico, disse il pesce, che andava crescendo a dismisura, portami nel Gange.
"Come lo potrei io? chiese Vaiwasvata. Io non ho forza da tanto.
"Fanne la prova! rispose il natante. E Vaiwasvata, poi che l'ebbe preso tra le palme, lo sollev agevolmente e lo port nel gran fiume. Ora il mostruoso pesce, non pure era leggero come un fuscellino di paglia, ma spandeva intorno le pi soavi fragranze. Donde il sant'uomo pens che quello era messaggio di Dio, e stette in attesa di mirabili eventi.
"Difatti, non and molto che il pesce gli chiese di essere trasportato all'Oceano. E contentato nel suo desiderio, disse allora a Vaiwasvata: Odimi, o santo. Il mondo sta per esser sommerso nei flutti e i suoi abitatori moriranno. Affrettati a costruire una nave e chiuditi in essa coi tuoi. Togli teco i semi di tutte le piante e una coppia di tutte le specie d'animali, tranne di quelli che nascono dai vapori e dalla putredine, imperocch il loro principio vitale non emana dalla grand'anima dell'universo; poscia attendi fiducioso le sorti.
"L'uomo giusto fece ogni cosa secondo i comandamenti ricevuti, ed egli e la sua famiglia furono campati dalla rovina delle acque, sulle estreme vette dell'Imalaya. Visn vi ha salvi da morte, disse il pesce che era stato guida alla nave; per sua intercessione, Brama ha fatto grazia all'umanit; andate ora a compiere i voleri di Dio e ripopolate la terra.
"Cos fu, come aveva disposto l'Eterno che fosse. E cent'anni dopo la rovina delle acque, visse il savio Adgigarta, nipote di Vaiwasvata, uomo pio e temente il Signore.
"Egli abitava nella contrada di Ganga, e quantunque volte sorgesse l'aurora, o cadessero i crepuscoli della sera, Adgigarta si riduceva in luogo appartato, nel profondo delle selve, o sulle rive dei sacri fiumi, per offerirvi olocausti al Signore. Col, prostrato dinanzi all'ara, dopo aver pronunziato sommessamente il mistico Aum, che  l'invocazione all'Altissimo, egli scioglieva l'inno della Savitri.
"- Signore dei mondi e delle creature, accogli l'umil preghiera del tuo servo, distogliti un tratto dalla contemplazione di tua eterna possanza. Un solo dei tuoi sguardi purificher l'anima mia.
"- Vieni a me, cos che io oda la tua voce nello stormir delle foglie, nel mormorio delle correnti, nel crepito della fiamma consacrata.
"- L'anima mia ha mestieri di respirare il purissimo alito che emana dalla tua grand'anima. Ascolta la mia invocazione, Signore dei mondi e delle creature.
"- La tua parola sar pi dolce al mio spirito assetato, che non le lagrime della notte alle arene del deserto, pi soave che non la voce della madre al bambino.
"- Vieni a me, tu, la cui merc fiorisce la terra e maturan le biade; per cui si svolgono i germi e scintillano i cieli; per cui le madri pongono alla luce i dolci nati e i savi conoscono le virt.
"- L'anima mia ha sete di conoscerti e di liberarsi dalla sua spoglia mortale, per godere la beatitudine celeste, per essere rapita nella tua luce. -
"Indi, rivoltosi al sole, che sorgeva glorioso sulla via del firmamento, cos cantava il savio Adgigarta:
"- O radiante e splendido sole, accogli quest'inno che io sciolgo alla tua virt senza pari. - Accogli, te ne prego, la mia invocazione; scendano i tuoi raggi a visitare il mio spirito desioso, come un garzone innamorato che vola ai primi baci della donna diletta.
"- O sole, o tu che illumini la terra, e la cui luce feconda ogni cosa, proteggimi.
"- Meditiamo il tuo mirabile splendore, o purissimo sole; rischiari esso e volga alla sua meta il nostro intelletto.
"- I sacerdoti, con olocausti e cantici, t'onorano, o purissimo sole; imperocch la mente loro scorge in te la pi bella fra le opere di Dio.
"- Avido di nutrimento celeste, io imploro con umili preghiere i tuoi doni preziosi, o sublime e fulgido sole! -
"Cos pregava Adgigarta, uomo pio e caro al Signore. E Pavca, il suo sapiente maestro, gli disse un giorno, nell'atto di dargli in presente una giovenca senza macchia e inghirlandata di fiori: - Ecco il dono che Brama ci raccomanda di fare a coloro i quali hanno posto fine allo studio dei Veda. Tu non hai pi mestieri de'miei insegnamenti, o Adgigarta; pensa ora ad ottenere un figlio, il quale possa compiere sulla tua sepoltura le cerimonie, che ti schiuderanno la dimora dei cieli.
"Padre mio, rispose Adgigarta, e come lo potrei io, il quale non conosco donna veruna? Il mio cuore ha sete di affetto, ma non sa a cui rivolgere la sua prece.
"Io ti ho data la vita dell'intelletto, disse a lui di rimando il maestro; ecco, io ti dar quella eziandio della felicit e dello amore. Mia figlia Parvdi risplende fra tutte le vergini per saviezza e belt. Dal d che nacque, io te l'ho destinata in moglie; i suoi sguardi non si sono ancora soffermati sopra alcun uomo, e nessuno ha veduto mai il suo volto leggiadro.
"Giubil nel suo cuore Adgigarta, ed impalm la bella Parvdi. Scorsero gli anni senza che nulla venisse a turbare la loro felicit. I loro armenti erano i pi vistosi della contrada: le loro messi benedette da Dio. Solo una cosa mancava ai loro voti; Parvdi era sterile. Invano ella era andata in pellegrinaggio all'onda sacra del Gange, invano aveva ella pregato; e l'ottavo anno di sterilit si appressava, dopo cui, giusta la legge, dovea ripudiarla come disutil compagna il marito.
"Triste nel profondo dell'anima, Adgigarta tolse un giorno il pi bello fra i capretti dell'armento, e and in luogo appartato, a farne olocausto al Signore. - Mio Dio, disse egli, non voler separare ci che tu stesso hai unito.... E null'altro pot aggiungere, poich i singhiozzi soffocavano le parole.
"Ma ecco, in quella ch'egli si rimaneva colla faccia a terra, gemendo e invocando il Signore, una voce si ud dalla nube: - Torna alle tue case, Adgigarta; imperocch Dio ha ascoltato la tua preghiera ed ha compassione di te.
"Ora, tornando il savio alla sua dimora, vide farglisi incontro Parvdi, tutta sorridente e lieta, come da lunga pezza non gli era pi occorso vederla. E chiestole il perch di quel suo mutamento, n'ebbe da lei in risposta: - Un uomo affranto dalla stanchezza  venuto pur dianzi a posarsi sotto il nostro pergolato. Io gli ho proferto l'acqua limpida, il riso e il latte che si offre ai viandanti. Ed egli mi ha detto partendo: il tuo cuore  triste e i tuoi occhi sono rossi dalle lagrime; ma statti di buon animo, imperocch di te nascer un figlio, al quale tu imporrai il nome di Viashgana, ossia nato dalla elemosina; ed egli ti serber l'amore di tuo marito e sar l'onore del vostro legnaggio.
"A sua volta Adgigarta raccont alla moglie ci che gli era occorso nell'ora del sacrificio, ed ambedue si consolarono pensando che le loro angoscie stavano per finire e che l'un d'essi non sarebbe stato disgiunto dall'altro.
"Nacque il figlio aspettato, e fu il solo del suo sesso, quantunque Parvdi allegrasse ancora di numerosa prole la casa benedetta. E come il fanciullo ebbe raggiunto il dodicesimo anno, Adgigarta volle condurlo sulla montagna con s, per render grazie al Signore e sacrificargli un capretto, il pi bello che fosse nell'armento.
"Ed ecco, mentre valicavano un folto bosco, si abbatterono in una tenera colomba, caduta dal nido, che stava per esser la preda di un serpe. Viashgana si gett allora sul rettile, lo uccise d'un colpo col suo vincastro e ripose la colombella nel nido. La madre, che aliava tutt'intorno riempiendo l'aria di strida, ringrazi con verso mutato il pietoso fanciullo. Ed Adgigarta giubil nel profondo del cuore, vedendo come il figlio suo fosse prode e buono dell'animo.
"Poi che furono sulla vetta del monte, si dettero ambidue a raccattare la stipa e i sarmenti per l'ara del sacrificio. E in quel mezzo, il capretto, che avevano condotto per l'olocausto, ruppe il suo vincolo e si appiatt tra i cespugli, cosicch non fu pi dato rinvenirlo. E allora Adgigarta disse al figliuolo: - Ecco la stipa pel sacrificio, ma oramai ci manca la vittima. Vanne tu al nido della colomba che hai salvata poc'anzi e portala a me, perch io l'offra al Signore, in luogo del capretto fuggito.
"Viashgana era gi per obbedire al cenno del padre, allorquando la voce sdegnata di Brama si ud. - Perch comandi tu ci al figlio tuo? Avreste campato la colomba dalle fauci del serpente, solo per imitar questo nella sua malvagit? Colui che distrugge in tal modo i suoi benefizi, non  degno di me. Tu hai peccato, Adgigarta; in penitenza del fallo, immolerai il figlio tuo su quest'ara!
"Il che udendo Adgigarta, si contrist grandemente. E caduto a terra, nell'impeto del dolore, grid: Parvdi! o diletta mia! Che dirai tu, quando io torner solo alla soglia domestica? che potr io risponderti, quando tu mi chiederai del nostro amato figliuolo?
"E in tal guisa si dolse fino a sera, non potendo risolversi a compiere il funesto sacrifizio, n osando disobbedire all'Eterno; mentre Viashgana, d'animo saldo oltre l'et, veniva pregando il padre che volesse immolarlo, giusta il comando divino. A ci finalmente si dispose Adgigarta; con mano tremebonda leg il fanciullo all'altare, e gi, brandito il coltello di pietra, stava per ferirlo alla gola, allorquando Visn, sotto la forma di una colomba, venne a posarsi sul capo innocente. - O Adgigarta, diss'egli, rompi i legami della vittima e disperdi la stipa raunata. Iddio  contento della tua obbedienza; e tuo figlio, per la fortezza dell'animo, ha trovato grazia appo lui. Viva egli lunghi anni e felici, imperocch dalla sua discendenza nascer l'aspettata Devanaguy, nel cui seno io ripiglier forma mortale, per la salvezza degli uomini."


CAPITOLO XI.

IL FANTASMA.

Altro aggiunse, narrando, il savio che aveva tra mani il simbolico fiore del loto. Parl della incarnazione di Visn, che gi era l'ottava, dopo la creazione del mondo. Egli era venuto (diceva), egli era venuto, il divino Paramatma, ossia l'anima dell'universo, nella prima ora del Cali yuga, che era la quarta et del mondo; egli era venuto, pi dolce del miele e dell'amrita celeste, pi puro dell'agnello senza macchia e del labbro d'una vergine; egli era uscito dal grembo della Devanaguy, ed aveva riconciliato Brama con la sua creatura. Un fremito sovrannaturale aveva invaso l'aere ed il suolo; voci misteriose avevano dato l'annunzio ai santi eremiti nei boschi; i Gandarvi avevano fatto suonar l'etra di loro celestiali armonie; le acque del mare avevano esultato dai gorghi profondi; i venti si erano infusi di elette fragranze; al primo vagito di Crisna la natura aveva riconosciuto il suo alto signore.
Cos aveva proseguito il savio dal fiore di loto, e i due venerandi compagni avevano chiarito quanto ci fosse nelle sue parole di conforme alle loro istesse dottrine. Avevano inoltre notato come que'santi veri fossero antichi di antichit sterminata, e come quell'ultima teogonia risalisse a mille e pi anni addietro, fin oltre la medesima et che assegnavano alla lor torre delle lingue i sacerdoti degli Accad. Invero, quei superbi figli di Cus, venuti per mezzo alle arene del deserto sulla terra di Sennaar, poveri di storia, o dimentichi del loro passato, non avevano fatto altro che accogliere le sparse leggende e i primi racconti degli Aria, confusi insieme con le sparse memorie dei nomadi figliuoli di Sem, per gustarne il senso arcano e far dell'impuro miscuglio un fondamento alla loro mostruosa idolatria. Ben pi antica soggiungevano i tre savi velati essere la stirpe umana, che non la facessero i Casdim; la luce del vero esser dono d'Oriente, siccome la stessa luce del sole.
Dicevano; ma il giovine Ara, o non udiva gi pi i loro profondi ragionari, o molto confusamente li udiva, e senza coglierne il senso. In quella guisa che per vapori esalati sul far della sera dalla superficie d'un lago, s'ingombra di fitta caligine la silenziosa convalle, cos a grado a grado, lentamente, erasi offuscato l'intelletto del giovine. Ammirato da prima, colto al fascino di quella grave parola, aveva seguito con avida cura il discorso del savio, siccome avrebbe ascoltato, l nella sua reggia d'Armavir, la canzone d'un poeta, o il racconto d'un ospite pellegrino, o un passo delle prime istorie della sua stirpe dal labbro d'uno scriba ossequente. Ma a poco a poco un'insolita stanchezza, un torpore, quasi un senso grave d'ebbriet, gli eran venuti serpeggiando nelle fibre, gli avevano intorbidita la mente e prostrate le forze. Di tratto in tratto tentava riscuotersi; qua e l afferrava una frase, un concetto, ma senza poter altrimenti seguire nel suo corso il ragionamento dei tre venerandi. E quelle frasi, quei concetti slegati erano come faville, che guizzano e si disperdono nel buio; passavano davanti agli occhi della sua mente e fuggivano.
Si avvidero i tre dello stato in cui era il re d'Armenia, e ad un lor cenno si fece innanzi il coppiere, profferendogli la tazza ospitale, colma d'un liquore verdognolo. Bevve egli avidamente a ripetuti sorsi, e si sent come rinascere. La bevanda aveva grato sapore; dava senso di frescura alle fauci riarse, e, destandogli le forze languenti, gli snebbiava altres l'intelletto. Cos almeno a lui parve.
- Bevi; - gli diceva frattanto uno dei tre; - tu hai d'uopo di rinfrancarti le membra e lo spirito. Le prove ti riuscirono faticose e la parola del vero ti  tornata molesta....
- Non gi! - si affrett il re d'Armenia a rispondere. - Cara mi  giunta, come mi fu sempre caro di udire gli insegnamenti dei savii. Le vostre parole, o venerandi, neppur mi vengono nuove del tutto; esse mi ricordano, sebbene alla lontana, cose gi udite nella mia adolescenza, dal labbro di santissimi uomini, tra'miei monti natali.
- Il vero, - rispose quell'altro, -  come il sole; esso spande un raggio della sua luce dovunque. Del resto sono a noi congiunti di sangue gli Armeni, non gi derivati dalle genti della pianura, come favoleggiano i Casdim. Questi vanagloriosi credono di aver essi popolata la terra, essi, gli ultimi venuti nel Sennaar, su questa foce del gran fiume ariano, che inonder, fecondandolo, il mondo. Vogliono esser diga; saranno soverchiati e dispersi. Come Dio  uno e trino, cos una e trina  la verit. Iran, Javan, Mesraim, il Gange, l'Arasse ed il Nilo, si collegano per abbattere la mostruosa possanza dei figli di Nemrod. La tua schiatta, o re, procede dal nobile ceppo degli Aria. Il forte Aco avrebbe egli dovuto pugnare contro l'esercito di Nemrod, se gli eroi dei due campi fossero stati del medesimo sangue? Disgiunti di famiglia e nemici allora, durano nemici pur sempre; e, quel che  peggio, non sono pi pari, come allora le forze. Troppo  divenuto possente il popolo di Kiprat Arbat, e nella isperata felicit di sue sorti vagheggia ambizioso la padronanza del mondo. Ogni terra, felice di popolo, di naturali dovizie, e di utili industrie; Tiro e Sidone, coi loro drappi di bisso, tinti nei vaghi colori della porpora; le isole del mar d'occidente, coi loro candidi marmi e col pi meraviglioso candore delle bellissime schiave; Mesrairn, co'suoi nobili aromi e coi finissimi lini; Ofir, con l'oro e col cedro; Bakdi, coi poderosi cammelli e colle gemme preziose; l'India lontana, con le sue molli lane variopinte e co'tenui veli intessuti d'argento; l'Armenia, co'suoi corsieri veloci come il soffio della tempesta: ecco le invidie, i desiderii, le cupidigie di questi ladroni. Nuotano essi nelle delizie, si sprofondano nelle volutt, imperocch li affida il genio guerresco di Semiramide, che rassodi le prime conquiste e ne faccia di nuove all'intorno, vuoi con aperte guerre, vuoi con infinte alleanze ed amicizie.... le quali pagan tributo.... -
Ara sent il colpo e chin gli occhi a terra, senza risponder parola. Frattanto quell'altro proseguiva, incalzando.
- Ah, facil maestra d'inganni  costei! La sua bellezza, che, la merc di arcani filtri, resiste alle ingiurie del tempo e sfida gli struggimenti delle protratte vigilie,  pari all'albero della morte, al cui meriggio posando, l'incauto pellegrino, s'addormenta in eterno. Te pure, o generoso, ella ha colto ne'suoi lacci, come altri prima di te. Ma costoro negl'incantesimi suoi perdettero solamente la vita: tu perdesti la vita in pari tempo e l'onore della tua fortissima schiatta. -
Ud le dure parole il re d'Armenia, e non ne prese sdegno, siccome qualche ora innanzi egli avrebbe pur fatto. Ma il dubbio, atroce dubbio, gli lacerava il cuore; ma la fede in quei tre uomini velati gli era cresciuta nell'anima. Infine, non dovevano costoro, potenti sugli spiriti invisibili, dargli le chiare, le certe, le incontrastabili prove di tutto ci che asserivano? Queste prove attendeva, a queste mirava, di null'altro gli importava in quel punto. E il capo gli ardeva; il sangue ribolliva nelle vene, gli martellava concitato alle tempie.
- Lasciamo di me! - grid egli, che temeva, desiderava, e ad ogni modo, per quelle dirette allusioni del suo interlocutore, sentiva vicina la catastrofe. - Di lei, dell'amor suo, della fine di Sandi, io vi chiedo; non per altro son io disceso quaggi. Perdonate, o venerandi, alla mia impazienza, alla mia soverchia cura di cose terrene; ora io non sono gi pi signore di me. Mi avete soffiato il dubbio nell'anima; mostratemi il vero; esso sar sempre meno acerbo del dubbio. M'ingann quella donna? E sia; svanir il mio sogno, cadr la mia corona nel sangue, morr con me la stirpe d'Aco.... Ma che io n'abbia le prove! Che il vero, l'amarissirno vero, mi si mostri in tutta la sua dolorosa pienezza!
- Tu lo vuoi, e sia! - disse il savio dal fiore di loto. - Virt dormenti della natura, idee madri di ci che , incancellabili parvenze di ci che fu, ripigliate forma visibile davanti agli occhi del re. Gli sia mostrato da voi quanto egli ebbe di pi caro sulla terra; e cos vivamente, che i sensi di lui, offuscati finora dal dubbio, non ricusino pi oltre la testimonianza del vero. Schiuditi, adunque, misteriosa cortina, che ci nascondi il passato! -
Una mano invisibile fe'scorrere, a quel comando, gli anelli della negra cortina, che partita in due si ritrasse sui lati, lasciando scoperto un largo spazio nel mezzo. Nulla vide il re d'Armenia l dentro; nulla pi vide intorno a s, il lume delle lampade essendosi spento ad un tratto.
- Noi ti lasciamo; - disse la voce del savio, allontanandosi da lui. - Volgi in quel nero spazio tutta la possanza del tuo desiderio; aguzza lo sguardo, e prega Iddio che t'illumini. -
Il giovine Ara si sent solo un'altra volta. Tese l'occhio obbediente, rimase a lungo aspettando, e finalmente gli parve che il buio si rischiarasse di mano in mano. Era dinanzi a lui come una superfcie piana, levigata, ma trasparente in pari tempo e profonda, entro la quale si veniva disegnando lentamente alcun che d'incerto e di mutevole, incognito indistinto di ombre e di barlumi, di di forme e di colori nascenti. Che voleva dir ci? E come chiarire a s stesso l'arcano di quel doppio aspetto del piano e del profondo, del diritto e del concavo? Avea trasparenza d'acqua tranquilla, ci che egli vedeva; ma come poteva l'acqua rimanersi in tal modo sospesa nell'aria, a somiglianza di velo? No, acqua non era quella, per fermo; imperocch, come avrebbero potuto prodursi nel suo grembo opaco quelle forme svariate, e crescere, illuminarsi, assumer contorni e colori? Ecco, di fatti; alla sua destra si protendeva una massa scura, si allungava il ciglione, si partiva in creste e sporgenze, indorate dal sole. Pi indietro erano colline digradanti, quali tinte d'azzurro, perch pi lontane, quali di violetto e di verde, seminate di punti bianchi e lucidi, che si facevano pi frequenti nel basso, verso la sponda d'un lago, la cui superficie si vedeva increspata dalle lievi brezze del nascente mattino.
- Peznuni! - grid il giovane, compreso di maraviglia.
E tutto intento, ansioso, palpitante per memore affetto, si stette egli rimirando quella magica scena, che prendeva sembianza di vero davanti al cupido sguardo, e cercando con assidua cura e ritrovando di mano in mano i cari luoghi, le balze sporgenti, le insenature, i margini del lago, gli edifizii, e via via tutte le cose pi riposte, di cui gli tornavano in mente le immagini. Di pari passo con le sue ricordanze, quasi rispondendo ai suoi desiderii, uscivano lucide forme dalla vaporosa penombra, e il quadro si faceva sempre pi vivo. S, erano quelli i suoi monti; quella era la rocca di Van; quel colmo di case che biancheggiava l in fondo, era Armavir, la sua diletta Armavir; quegli alberi verdeggianti eran pure i sacri platani di Peznuni; quella candida striscia serpeggiante lunghesso la sponda del lago, era il fiorito sentiero che egli adolescente aveva corso e ricorso le tante volte in compagnia dell'amico.
E appunto allora, su quel noto sentiero, vide egli affacciarsi da un ammasso di lieta verdura due giovinetti che procedevano ilari e baldi, l'uno a fianco dell'altro. Vestivano entrambi ad un modo e d'uno stesso colore; donde si sarebbe argomentato che fossero fratelli. Senonch, l'un d'essi, alquanto pi rilevato della persona e biondo di capelli, alla dimestichezza con cui s'appoggiava sull'mero del compagno, appariva essere di pi alto grado, e l'altro, notevole per le chiome corvine, inanellate e lucenti, mostrava agli atti non essere dall'amicizia disgiunto l'ossequio. Del resto, lieti ambidue di vivere insieme e tutti assorti nelle tenerezze di un fraterno colloquio.
Poco stante si fermarono, ed Ara rimase estatico a contemplarli. Vide allora l'un di essi recarsi tra mani un cavo strumento di legno, che portava ad armacollo, e dalle corde, tese sovr'esso, trar suoni con le agili dita. Era egli inganno dei sensi, o verit? I suoni della cetra giunsero distintamente all'orecchio di Ara.
- Sandi! oh, Sandi! - grid egli commosso. E gli parve allora di non essere pi al suo luogo, spettatore lontano di quella scena del suo dolce passato. Si sent, in quella vece, si vide vicino all'amico, e immedesimato con quel biondo adolescente che sedeva sulle molli erbe del prato, al fianco di Sandi, in atto di pendere dal suo labbro e dal fremito delle corde canore.
- Prosegui! - diceva egli con amorosa sollecitudine al compagno. - Grato m' il suono della cetra, e pi grato il suono della tua voce. -
Ma Sandi aveva cessato; il suo strumento giaceva a terra colle corde spezzate.
- No; - rispose egli all'amico. - La mia cetra non ha pi suoni; n pi ha canzoni il mio labbro. Non vedi? Son morto. -
E allora il re d'Armenia si fece a contemplarlo, e un senso di raccapriccio gli corse per l'ossa. Sandi, il suo Sandi, non era pi il baldo, sorridente e roseo garzone, che egli aveva conosciuto ed amato. La faccia aveva livida e gonfia; le membra, siccome apparivano dalle lacere e lorde vesti, ammaccate e sanguinolenti. Nelle peste occhiaie si sprofondavano le pupille smorte sotto le palpebre semichiuse; i capegli, gi s neri e lucenti, si vedevano rappresi alle tempie, stillavano acqua limacciosa lunghesso il tumido collo. Era il cadavere di un annegato, e, orribile a vedersi, pi orribile ad udirsi, il cadavere parlante!
- O Sandi! - grid il re d'Armenia atterrito; - Sandi, mio dolce amico, che  ci?
- Ella mi ha ucciso; - rispose Sandi, con voce cavernosa.
- Ella? chi?
- Atossa, la tua leggiadra ed amatissima Atossa.
- Atossa! - balbett Ara tremante. - Io non t'intendo....
- S, - soggiunse il fantasma, - non  egli forse questo il nome che la perfida donna assume, a nascondere i suoi amori feroci? Vana cura del resto! Ella  ben nota in tutte le opere sue, l'impudica. Ognuno la conosce in Babilonia, e la fugge. Si teme la regina e si disprezza la donna. Per, non amore, ma ripugnanza per lei, per la notturna cacciatrice degl'incauti stranieri!
- Ah! dici tu il vero? - grid Ara, ferito nel profondo dell'anima, e in quella parte pi gelosa, che l'uomo vorrebbe ascondere, non pure altrui, ma a s stesso.
- Pu il labbro d'un estinto mentire? - gli chiese Sandi, con accento severo. - E, vivo ancora, hai tu mai potuto notarlo di menzogna, l'amico della tua fanciullezza? -
E cos dicendo, il fantasma si veniva facendo pi pallido nell'aspetto, pi incerto ne'contorni, a guisa di visione che si dilegui, o di sogno che abbandoni il capezzale d'un dormente.
- Ah no, Sandi, fermati, non mi lasciare cos! - proruppe Ara, tendendo le palme verso le amiche sembianze. - Io non dubito gi delle tue parole; dubito di me, della vita, di tutto, poich la mia fede in quella donna s' scossa.
- Tanto ti aveva ella ammaliato! - sclam Sandi, tornando a lui e guardandolo con aria di profonda mestizia. - E forse domani ancora....
- Ah no, non temere! Io non vedr pi quella donna; lo giuro pei sacri platani di Peznuni; pel sangue di Aco, lo giuro. Uccider te, mio Sandi! Te, il pi caro, il pi nobile, il pi affettuoso degli uomini! E potrei io pi avvicinarmi a costei, senza sdegno, accogliere i suoi baci senza ribrezzo? Ma dimmi, - prosegu Ara, con accento peritoso; - condona a chi am, e credette di esser riamato, la molesta dimanda. Come ti avvenne di conoscere costei? Come fu ella cagione della tua morte? La fama che corse del triste caso in Armenia, non era dunque mendace?
- Assai meno del vero rec intorno la fama; - rispose Sandi all'amico. - Ascoltami, o re, e vedi in chi avevi tu posto il cuor tuo. Tu lo sai, dolce amico, che io non vedr pi sulla terra; egli fu nello scorso anno, e nel primo giorno del mese di Bagayadisc (i Babilonesi lo chiamano Ziggar) che noi ci demmo l'addio della partenza. Te chiamava debito di figlio e di principe, al fianco del fortissimo Armo, sui confini del settentrione, per castigare coll'armi gli irrequieti scorridori Turani. Me vaghezza di cose nuove, amore di gloria, follia, trassero in quella vece alla pianura di Sennaar. Oh, avess'io seguito il tuo affettuoso consiglio, che mi chiamava ai campi di Masciag, per celebrare cogl'inni alati la virt dei combattenti, i corsi pericoli, le vittorie, i trionfi! Ma il Dio delle sorti m'aveva posto le mani poderose entro i capegli, mi voleva, mi trascinava quaggi. E venni, acceso il cuore di liete speranze, l'anima riboccante di auree canzoni; venni, e nel bosco sacro a Militta....
- Ah, com'io, Sandi, com'io'....
- S, pur troppo; egli  in tal guisa che il giovine straniero si perde, che l'aquila della montagna si lascia cogliere al laccio. Cos la vidi, udii il suono delle sue dolci parole, m'inebbriai nella volutt dei suoi baci. E non sapevo credere a me stesso; la mia felicit mi pareva un sogno, da cui dovessi col mattino svegliarmi. Imperocch, come poteva egli accadere che un ignoto straniero, un oscuro artefice di canzoni, giunto nel medesimo giorno alle mura di Babilu, s'incontrasse in un tale miracolo di bellezza, e questo miracolo non gli fosse conteso da mille rivali? Tutti que'baldi garzoni, fiorenti di giovent e di leggiadria, che s'accalcavano nel sacro recinto, in traccia di liete venture, erano essi usciti di senno? Ma forse ella non si cura di loro, pensai; destinata all'amor mio dal provvido volere di Militta, costei ha negletti gli omaggi di cos vani amatori. Diffatti, amano essi veramente, i figli di Babilu? Amano essi, come noi amiamo, una volta sola nella vita, e per sempre? Cos pensavo; n le sue parole suonarono disformi dal giudizio ch'io facevo di lei. Cercava affetto, ma invano, gagliardo e sincero come il suo. Ognuno in lei vedeva e desiderava la regina, nessuno aveva amata la donna. Ed era sola, si sentiva sola nel suo vasto impero, come un'isola deserta sul mare!.. -
Il re d'Armenia mand fuori dal petto un sordo grido che parve ruggito di belva, a cui il giavellotto del cacciatore siasi conficcato nel fianco. Invero, quelle erano parole di Semiramide; l'ingannatrice aveva cos parlato anche a lui!
- Prosegui! - disse egli impaziente. - Prosegui!
- Io l'amai, - ripigli con accento disperato il fantasma, - l'amai con tutto l'impeto del cuor mio giovanile. Amante della donna, non venni meno all'ossequio dovuto alla regina. No; io te lo giuro per l'antica amicizia; la vanit, l'ambizione non fecero velo ai miei occhi. In lei non vidi, non conobbi che Atossa. Fu ella che non si tenne paga di ci, che mi volle ospite suo nella reggia. La donna che ama (fino a tanto questo incendio le duri nel sangue) non sa, non pu, non vuole celare l'amor suo alle genti; ella se ne adorna come di un prezioso monile, al cospetto del mondo; ognuno ha da scorgerlo, da invidiarlo eziandio; che monta, se domani, infastidita, ella getter lungi da s quell'ornamento di un giorno? Cos apparve nella reggia il tuo Sandi, cos fu assunto alla superba allegrezza, agli splendori del vivere cortigiano; cos fu festeggiato, accarezzato e fatto segno d'invidia profonda. Ma egli, non mutato dal regio favore, agli ossequi della moltitudine rispondeva con riguardosa umilt, alle lodi dei grandi con grata riverenza, ai sorrisi delle vezzose ancelle e compagne della regina con modesto riserbo. L'innamorato garzone non vedeva che lei. Ed ella, come rispose all'amor suo? Due lune erano trascorse, e Semiram non lo amava gi pi. Era giusto! Un vil cantore d'Armenia!... Ma allora, perch innalzarlo fino al pi del suo trono? Perch giurargli un'eternit d'affetto?
Pregata, scongiurata, si schermiva, adonestava il suo mutamento con le assidue cure del regno o cogli urgenti apparecchi di una guerra, che ella stava per muovere ai popoli dell'estremo Oriente. Intanto, le care notti vegliate tra i pensili orti, di contro alla dormente citt, sotto l'azzurra vlta seminata di astri lucenti, erano finite per Sandi, ed egli gemeva solingo e negletto nelle sue stanze obliate. M'intendi tu! Solingo e negletto! Cos teneva fede a'suoi giuramenti costei!
- Finisci! - incalz il re d'Armenia, con voce soffocata dall'angoscia.
- S; la storia  breve, oramai. Una sera, atroci sospetti mi morsero, mi lacerarono il cuore. Se fossi tradito!... Volli correre a lei, sincerarmi co'miei occhi medesimi, udire la mia sentenza dalle sue labbra. Palpitante d'amore e di rabbia, balzai fuori dalle mie stanze; m'avviai per un andito segreto, che conduceva agli appartamenti della regina. Da pi giorni ella mi aveva vietato di rifare quel noto cammino; ma io non badavo gi pi al suo divieto. Il mio sangue ardeva; non ero pi padrone di me. Corsi, dunque, ma invano; l'uscio era sbarrato ed io mi ritrassi impossente. Un dubbio, come lampo nelle tenebre, mi guizz nella mente. Uscii dalla reggia. Ero noto ai custodi, e mi dischiusero il passo. Dove correvo io, in tanta angoscia, per le sterminate vie di Babilonia? Tu lo indovini, o re; al sacro bosco di Militta, dove il cuore mi diceva che le gravi cure del regno, i pensieri della guerra imminente, avesser tratta costei. Presago mio cuore! Ben mi parve di ravvisarla col, tutta chiusa nel suo candido pallio di bisso, dal cui lembo traspariva la lunga stola violacea, frangiata d'argento! Fugg, quando mi vide, e il mio ignoto rivale con lei; di guisa che, per mezzo alla calca dei felici, non mi venne fatto raggiungerli, e gl'intricati meandri del bosco mi fecero perder la traccia. Era dessa; oh, non si poteva dubitarne; era ella Semiram Gli occhi suoi balenarono attraverso il fitto velo che la copriva, ed io sentii quello sguardo penetrarmi, gelida punta, nel cuore. Ah mi fosse bastato quel cenno! mi foss'io rattenuto a quel punto! Ma tu lo sai, Ara; l'amore accieca. Errai lungamente, ignaro di me, della via percorsa, di tutto. Il di vegnente, ella era chiusa a consiglio co'suoi ministri e capitani d'esercito, n mi fu dato vederla. Solamente sul far della sera ella fece chieder di me, come per lo passato, e il mio cuore si riaperse alla speranza, nello scorgere il muto messaggiero de'suoi teneri inviti. Patimenti durati, collere e pianti, tutto dimenticai in un punto. Nella sbita ebbrezza, giunsi perfino a negar fede a'miei occhi; mi persuasi di aver traveduto, la notte addietro, nel bosco di Zarpanit; la fede, raggio di sole dopo i rovesci della tempesta, mi racconsolava lo spirito, cancellava ogni passata tristezza. Cos  l'uomo che ama! E giunse finalmente l'ora aspettata. Uscii commosso, palpitante, dalle mie stanze, m'avviai per l'andito segreto.... Ah, maledizione! Avevo a mala pena oltrepassato l'uscio, non pi chiuso tra me e l'argomento miei desiderii, che il suolo mi manc sotto i piedi. Brancolai, tentando aggrapparmi da qualche lato, ma invano; io precipitavo nel vuoto, trabalzato contro le liscie pareti d'un pozzo. La caduta era alta, quanto il palazzo medesimo della regina, e fu tutta per me una lunga bestemmia, uno spavento supremo, una feroce agonia. I ripetuti sbalzi, mi pestavano le membra, mi fiaccavano l'ossa; lame corte e taglienti, infisse ne'muri, mi coglievano al varco, mi spiccavano brandelli di carne. Finalmente ebbi tregua nella morte; diedi un tonfo; larghe ondate mi schizzarono intorno, e i gorghi romorosi dell'Eufrate si chiusero sopra di me. -
Le chiome si rizzarono per raccapriccio sulla fronte di Ara, e un sudor freddo gli still per tutte le membra.
- Orrore! - grid egli, poich il doloroso fantasma ebbe finito il racconto. - Ma  una belva, costei?
- Ben dici, una belva. E tu pure finiresti cos, rimanendo.
- Ah, sarebbe il minor danno, cotesto! Lontano da lei, non avr io morte del pari? O Sandi, il mio cuore  spezzato. Ma ella mi udr.
- Non tentare la prova, sconsigliato! Che potresti tu, solo ed inerme, contro la signora di cento popoli? Che ardiresti tu, uomo e di nobil sentire, contro una donna? O ti romperesti come una fragil canna nel pugno della offesa regina, o piegheresti, come giunco, alle lusinghe della impura maliarda.
- Oh mai, te lo giuro! Ma dimmi, consigliami, ombra diletta; che altro debbo io fare, che non dispiaccia alla tua vigile amicizia?
- Fuggire; non gi come pauroso cerbiatto che teme lo strale del cacciatore, ma come leone che rompe le sbarre del carcere e ripiglia la sua libert. Va; mostrerai alla ingannatrice come a te le sue male arti sian note. Rammenti l'oracolo di Peznuni, innanzi che tu lasciassi Armavir? " La terra di Sennaar ti sar fatale! " Torna alla tua reggia, meno sontuosa, ma pi ricca d'onore; lascia che costei si strugga nella sua rabbia impossente, e farai, nelle tue, le vendette di Sandi. Ed ora, addio; ti sovvenga di me!
- Gi mi lasci?
- S: l'alba novella  vicina; il dio delle ombre non mi concede pi lunga dimora.
- O Sandi, mio diletto, non ti vedr io ancora una volta sulla terra?
- Forse! - rispose mestamente il fantasma.
- E dimmi.... - aggiunse Ara peritoso, come chi teme di chieder troppo; - non avr io da te un pegno del nostro colloquio?
- Dubiti ancora! - esclam Sandi con accento di rimprovero. - Orbene, eccoti il pegno. -
Cos dicendo il fantasma si appress, pose le palme sugli meri di Ara ed accost le labbra al suo volto.
Il re d'Armenia sent, insieme col bacio, l'impressione dell'acqua diacciata, che grondava dalle chiome del morto; di un grido di alto terrore e cadde esanime al suolo.
La visione era sparita; le tenebre regnavano nel sotterraneo.
Poco stante uno scalpiccio, un bisbiglio sommesso si ud; quindi apparve una face, portata da uno dei muti custodi del luogo, e il suo chiarore illumin i tre savi, tornati allora l dentro. Il re d'Armenia appariva disteso a terra, colle membra prosciolte, davanti alla negra cortina, che erasi richiusa da capo.
- Avr egli creduto? - domand il savio che portava tra mani il ramoscello di ammo.
- Non l'hai tu udito favellare col fantasma? - disse a lui di rimando il compagno del fiore di loto. - Il filtro ha fatto opera efficace su lui.
- Ma partir egli? - chiese ancora quell'altro.
- Ne dubiti? Io n'ho certezza. Ardente e pieno di fede, come tutti i generosi, egli non vedr pi regina, seguir il nostro consiglio.
- Eppure....
- Eppure, t'intendo, tu vagheggi sempre il disegno di ucciderlo.
- Sempre! Nemico ucciso non d pi molestia.
- Nol nego; ma egli non  pi nemico.
- Nostro, concedo: ma mio, egli non ha cessato di essere, per questo suo odierno corruccio contro di lei. Per torno al mio primo consiglio; uccidiamolo. Badate, - soggiunse il savio dal ramoscello d'ammo, parendogli che gli altri due si rimanessero ancora perplessi; - noi siamo uniti dal vincolo del vantaggio comune. Proseguiamo tutti un medesimo fine; il mio non pu non essere il vostro.
- Bada a te piuttosto, o Zerduste, - rispose il savio dal fiore di loto. - Nella tua privata vendetta naufragherebbe l'alto proposito che ci ha collegati. Rivale negletto di questo giovane Armeno, a cui bast mostrarsi per conquiderle il cuore, puoi tu fare che ci che  accaduto non sia? Tanto varrebbe comandare ai fiumi discorrere a ritroso e rifarsi alle prime sorgenti. Dimmi: la tua maschia virt, il tuo antiveggente consiglio, ti avrebbero forse abbandonato di un tratto? Ameresti tu sempre colei?
- No, t'inganni, o Sumti. Profondo, tenace,  l'odio mio, siccome fu un giorno l'amore. Cos, non bevuto a tempo, inasprisce il soave liquor dell'ammo, e si converte in veleno. Ma io temo ancora.... Lui vivo, potremmo viver sicuri?
- Lui morto, temiamone un altro; - not prontamente Sumti. - Ella  donna, e, siccome avvien delle donne, mutevole ha il cuore, sempre bisognoso d'affetto. Ma lascia che viva costui, bellissimo fra gli uomini; lascia che, fuggiasco tra'suoi monti natali, si manifesti a lei superbo spregiatore di sua facil conquista, e vedrai, vedrai furore di donna, come alto divampa!
- S; - soggiunse il compagno che aveva tra mani la foglia di papiro; - ben dice Sumti. E spento da noi il re d'Armenia, che altro avverr, che giovi ai nostri disegni? Niente sapr la regina del disprezzo di lui; sconsolata, lo pianger, n certo si rimarr dal cercare gli autori della sua morte, per trarne aspra vendetta. Siam noi cos certi che i misteri della Triade non abbiano un giorno a scoprirsi, fors'anco prima che l'opera nostra sia condotta a buon porto?
- Tu lo vedi; - ripigli allora Sumti; - anche il savio Mante  contro di te. Cedi ai nostri consigli, all'utile della causa comune. Infine, di che abbiam noi mestieri? Di che tu stesso, o Zerduste, il quale gagliardamente ti adoperi per la liberazione della tua Bakdi dal servaggio dei figli di Cus? Viva ed aiuti i nostri disegni il pronipote di Aco; egli  un nuovo e possente arnese di guerra contro i superbi dominatori di Babilonia. Non lo dicevi tu stesso, ieri, mostrandoci la necessit di questo rapido colpo su lui? Nemici avventurati di Babilonia furono un giorno gli Armeni; sospettosi vicini durarono pur sempre; son tributarii oggi, ma tementi di peggio, e preparati a resistere. La favilla che pu destare l'incendio sta in nostra mano, e noi la spegneremmo, dissennati, in quest'ora? Lo sdegno di Semiram, la guerra all'Armenia; non  questa l'occasione fortunata che attendono i tuoi, per ribellarsi al giogo? Ed in questo risveglio di popoli soggetti, non  la nostra salvezza comune? Ai patti, Zerduste, ai patti, che tu stesso hai giurati; e rammenta che il numero  legge. -
Cos parl risoluto il savio del Gange, e Zerduste chin il capo al voler dei compagni.
- E sia come a voi piace! - diss'egli. - Cos torni utile alla gran causa il vostro decreto, com'io mi sommetto alla legge del numero. -
Ci detto, si trasse in disparte. E Sumti frattanto, avvicinatosi al re d'Armenia, si chin sopra di lui, dandogli a respirar per le nari le acute fragranze d'una ampolla, che egli aveva cavata pur dianzi dal seno.


CAPITOLO XII.

LA FUGA.

Il mattino era sorto, restituendo i colori smarriti alle cose. La vlta celeste, con soavi trapassi, di cenerognola che l'aveva mostrata il primo barlume del giorno, erasi venuta schiarando in un bianco perlato, che verso oriente volgeva allo smeraldo, per mutarsi pi oltre in colore di fiamma, su quell'ultimo confine donde aveva a sorgere il sole. Commosse al lene soffio della brezza mattutina, ondeggiavano le biade per l'immenso piano; e qua e l, da un mare di lieta verdura, spuntavano le castella lontane, i villaggi, i casolari, sparsi a guisa d'armenti sui pascoli.
Intanto, una lunga cavalcata, uscita pur dianzi dal sobborgo settentrionale di Babilonia, risaliva di buon trotto la strada maestra, lunghesso la riva destra del fiume. Gi biancheggiava davanti alla torma il villaggio di Lahir; e l'astro del giorno, apparso in quel mentre sull'orizzonte, mandava il suo primo saluto alle torri predilette di Sippara.
Correvano frettolosi, volavano via come il vento i cavalieri, coi grand'archi sull'mero e le frecce risuonanti nelle lucide faretre. Dinanzi a loro cavalcava un nobil garzone, pallido, smunto le guance, accigliato e cupo il sembiante, pur tuttavia bellissimo sempre a vedersi. Un'acerba cura, pi assai che l'insonnia, segnava di triste nota il suo volto, e lo faceva noncurante d'ogni cosa che il suo pensiero non fosse. Difatti, mentre i seguaci suoi ad ogni tanto si volgevano indietro sulle groppe dei cavalli, per rimirare ancora una volta la gigantesca citt, che si veniva illuminando alle loro spalle e sempre nuovi aspetti assumeva ai crescenti raggi del sole, egli, il taciturno comandante, non dava da quella parte neppure una fuggevole occhiata, e al premer convulso delle ginocchia ne'fianchi del suo corsiero, al lentargli le redini sul collo, pareva che avesse fretta di correre, di allontanarsi da un luogo odiato, o temuto. Per contro, non badava ai compagni, se pronti d'ugual metro gli tenessero dietro. Istintivamente faceva cammino, respirando a larghe ondate l'aria frizzante del mattino, quasi a sneghittirsi le fibre; ma il pensiero teneva sempre rivolto in s stesso, e si faceva sempre pi cupo, come chi, non trovando la via per uscir di tristezza, si chiude disperato e si compiace nel dolore che lo uccide.
Frattanto i mattinieri abitatori de'campi, gli artefici borghigiani, in volta fra villaggi e castella, si tiravano, essi e le cose loro, sui margini della strada; frotte di popolo agreste si affacciavano dalle siepi fiorite; curiosi volti di donne apparivano in sull'uscio dei casolari, per veder passare la cavalcata, di cui si udiva da lontano lo scalpito.
- Chi sono costoro? - si diceva qua e l, nella moltitudine degli astanti. - Ah, i baldi cavalieri d'Armenia, che tornano ai loro monti natali. Giunti a mala pena ier l'altro! Breve dimora hanno fatto essi nelle mura di Babilu! E il malka? Vedetelo;  quegli che va innanzi a tutti loro, Ara il bello! Ara il prode! Viva in perpetuo il leggiadro malka delle montagne! Invero egli  simile a Nebo, al malka della vlta azzurra. Ma come rannuvolato! che ha egli mai, che lo rende cos triste? Forse il dover partire dalla terra di Kiprat Arbat. Ma perch tornarsene cos presto? Le rose di Sennaarnon non avevano dunque fragranze per lui? Vedete; egli neppure s'accorge della nostra presenza: non cura i saluti, non risponde agli evviva. Orgoglioso  l'Armeno, come tutto il suo popolo. Pure, egli ha dovuto scendere, portar tributo alla gloriosa regina degli Accad! -
Cos dicevano gli abitatori dei campi; e proseguiva Ara veloce, senza por mente alla turba curiosa, o dare ascolto ai clamori, agli evviva.
Che era egli avvenuto? Come a quell'ora gi tanto lontano da Imgur Bel, colla sua gente raccolta e frettolosa a seguirlo?
Ricuperati i sensi e riavutosi dal suo smarrimento nel sotterraneo, il re d'Armenia aveva veduto daccanto a s il savio dal fiore di loto, non pi velata la faccia, che lo guardava con occhio amorevole e si studiava con paterna cura di essergli utile.
- Santo vegliardo, - disse Ara, crollando mestamente il capo, - la mia anima  triste fino alla morte.
- Suvvia, - gli rispose Sumti, - non ti perder d'animo, o re. L'uomo antico  morto quaggi; tu rinasci da'tuoi errori, pi giovane, pi ardito e pi forte. La terra di Sennaar non ti sar pi oltre fatale. Il destino  scongiurato, e qui, alle sacre fonti del vero, tu hai attinta la vita.
- Ah! - esclam il giovane, sospirando. - E per che farne, ormai?
- Fanciullo! - disse il savio, con piglio affettuoso, che temperava il rigore della parola. - E credi tu che nulla pi ci rimanga a sperare sulla terra, perch abbiam conosciuto menzognero un affetto? Ma a che splende il sole nel firmamento? A che accese in noi il creatore la fiamma immortale dell'intelletto, parte dell'anima sua? Sorgi e cammina, o prediletta creatura di Brama! Non sei tu di quella casta d'uomini ch'egli trasse dal suo medesimo braccio, perch avessero ad impugnare lo scettro, per comandare alle genti, e farle gloriose e felici? Non ami tu il tuo popolo? Non ricordi la tua reggia d'Armavir e i noti volti che ti sorrideranno ossequenti al ritorno?
- S; - rispose Ara commosso; - un Dio parla per le tue labbra, o venerando. Noi non nascemmo per noi. -
Cos dicendo, aveva tentato di sollevarsi da terra; ma non pot reggersi sulle ginocchia, barcoll e cadde tra le braccia del savio, che fu sollecito a trattenerlo.
- Bevi; questo ti rinfrancher; - disse Sumti, stillandogli sulle labbra alcune gocce da una fiala che aveva tolta dalla cintura. - Ed ora, figliuol mio, adagiati su questa lettiga; mentre tu ristorerai le membra affaticate nel sonno, i nostri uomini ti ricondurranno fuori di qua.
- Dove? - chiese Ara, con atto di ripugnanza, che non sfugg all'occhio del savio.
- Oh, non gi nelle tue stanze di iersera. Gli spiriti invisibili che t'hanno dischiuso la via allo scampo, non riaprirebbero certamente il cammino della tua perdizione. Quell'adito  chiuso per sempre. Ti desterai in quella vece dove pi ami vederti.... fra i tuoi.
- Fra i miei; - balbett il re d'Armenia, a cui gi il sonno faceva gravi le ciglia: - fra i miei! Ma tu, santo vegliardo, mi lasci?
-  necessario.
- Non ti vedr io dunque pi?
- In seno di Brama  il futuro; - rispose solennemente il savio dal fiore di loto. - Dormi, o re d'Armenia, e dimentica! -
Il vecchio era sparito; ed Ara, poco stante, dormiva profondamente, in quella che i muti custodi del sotterraneo, alzata la lettiga sugli meri, si disponevano a condurlo all'aperto.
Allorquando il re d'Armenia si risvegli da quel sonno letargico, egli era disteso su d'un letto di piume, in una camera adorna di sontuosi tappeti e morbide pelli di fiere. Pendevano sopra il suo capo, raccolte a festoni, le ampie cortine di un padiglione di porpora; lucerne di forbito rame spandevano per la camera un mite chiarore. Attonito, volse gli occhi lungamente in giro, e riconobbe il suo posatoio della prima sera, nell'edifizio fuori la cinta di Nivitti Bei, dove era smontato ad alloggio co'suoi.
Ma, per qual via era egli giunto col? Come si trovava egli adagiato in quel letto? Aveva egli sognato dapprima, o sognava in quel punto?
Mentre egli era in cosiffatte incertezze, Bared gli si fece innanzi ossequioso. Il suo fidato Bared appariva vestito di tutto punto, in arnese da viaggio, con la sua fascia di lana intorno ai lombi e la spada pendente dal fianco.
- Tutto  pronto! - diss'egli.
Il re d'Armenia lo guard trasognato. Ma Bared non volgeva gli occhi su lui.
- Che cosa? - domand allora il re.
- Il corteo, mio dolce signore; - rispose Bared, inchinandosi. - I cavalli sono in ordinanza sulla via, e i cavalieri fermi in arcione. I cammelli, coi bagaglioni, son gi da un'ora in cammino.
- E.... - balbett Ara, stupefatto, - perch tutto ci?
- Ma.... - soggiunse umilmente quell'altro; - non sei tu sceso stanotte al mio capezzale, per comandarmelo?
- Io?
- S, mio signore. Invero, tu mi parevi turbato oltremodo. " Suvvia, mi dicesti; svegliati, o Bared, e fa che tosto si alzino i nostri uomini. Bisogna partire innanzi giorno; si torna in Armavir; tra un'ora ci metteremo in cammino. " Furono queste le tue parole; non le rammenti? Temendo di alcun triste caso che ti fosse intervenuto, ardii chiederti il perch dell'improvvisa partenza. Non m'hai risposto; io mi sono affrettato ad obbedirti; ed eccomi qua, pronto ai tuoi cenni. -
Il re d'Armenia stette alquanto sopra di s, mentre Bared parlava, e richiam alla mente smarrita tutte le confuse memorie di quell'orrida notte. Furono allora argomenti di tristezza ineffabile, paurose visioni, acutissime spine che gli si strinsero al cuore. Cos la cerva trafelata, poich vanamente ha tentato di sottrarsi allo stuolo de'cacciatori, s'arresta e vede d'ogni banda segugi in volta, cavalli accorrenti, ed archi tesi, che le fanno piover sopra un nembo di strali.
- Io non ho parlato a Bared; - pensava egli in cuor suo; - ma come potrebb'egli essersi ingannato a tal segno? Ah, certo egli  Sandi, che gli ha recato il provvido avviso, il suo volere si compia! -
E balz prontamente dal letto; indoss la tunica bigia, listata di rosso, che gli profferiva il suo fido; cinse la spada; imprigion i capegli nella mitra di nera pelliccia, ornata al sommo da un mobil ciuffo di penne; si gitt il mantello sugli meri, e usc e si affrett per le scale, fino all'ingresso, dov'era il suo cavallo bardato; tutto ci senza far moto, con rapidit fulminea, con atti convulsi. Indi a pochi istanti era in arcioni e spingeva il generoso corsiero a galoppo; gli altri tutti dietro di lui, in ordinanza serrata, verso la porta settentrionale della citt.
Cos erano partiti; ed Ara, spronando il cavallo di l dalla porta di bronzo, non avea pur vlto indietro lo sguardo a rimirar Babilonia, la maravigliosa citt che egli abbandonava per sempre. Un misto di odio e di raccapriccio, pi ancora di rabbia e fastidio di s, gl'ingombrava lo spirito. Pur di sottrarsi a quella oppressura, avrebbe amato uscir di senno, addormentarsi in perpetuo, non essere.
Povero cuore umano! Com' egli sempre schiavo delle sue medesime finzioni! Ma infine, e non son esse la parte migliore della vita? E il cuore che fosse assoluto signore di s, non regnerebbe egli nel deserto? Invero, senza questa eterna cagione di pianti, che sono gli affetti nostri, le fantasie, i rapimenti, gl'inganni, il cuore sarebbe da paragonarsi ad una solitudine ignuda. Ahim, cos sia dunque; amare, pensare, vivere, e sempre soffrire.
Un senso di sollievo, comunque leggiero e tutto materiale, era pel giovane il correre, volar via, fendere la brezza del mattino, in groppa al suo palafreno, docile agl'impulsi, saldo alla fatica, siccome tutti i cavalli d'Armenia, celebrati allora per forza e rapidit singolare nel mondo.
Bello  il corsiero, e veramente degno dell'amore dell'uomo. Nobile e generoso, si acconcia di buon animo ai voleri del suo signore; servo ossequente, non vile, ama e non lo dice, ma ne'suoi grandi occhi umidi  un'eloquenza ineffabile. Delicato e sensibile, un nulla lo turba, gli fa arricciar le nari, drizzar le orecchie e correre un tremito per tutte le membra; ma una parola, un grido, un incitamento lievissimo, gli fa vincere ogni tema, squassar la criniera e pigliare il galoppo contro l'ignoto pericolo. Ha terrori femminei, ed impeti virili. Amico dell'uomo, sia che ci porti a ritrovo d'amore, sia che ci tragga in battaglia, o ci scampi da inseguenti nemici, intende le ansie, i palpiti, i moti tutti dell'animo; partecipa ai nostri affetti, agli sdegni, ai dolori; non si lagna della nostra crudelt momentanea, poich ci sente accorati; patisce ogni disagio, poich ci vede soffrire con lui; sfida animoso la morte, cade sfinito di stanchezza, o coperto di ferite per noi; pago d'uno sguardo compassionevole, lieto di un'ultima carezza su quel poderoso suo collo, madido di sudore e di sangue.
Va, corri, Tiglat; divora la via, generoso corsiero. Il tuo signore  triste, come notte d'inverno nelle gole dell'Ararat; lontano, assai lontano da Babilonia, potranno aver le sue membra un'ora di riposo, non il suo spirito un istante di tregua. Ben pi sereno dell'animo tu l'hai portato a volo sui combattuti campi di Masciag, contro le schiere fuggenti dei predatori Turani. Va, corri, Tiglat; divora la via, perch oggi ti converr fare un doppio cammino. Dopo una breve sosta alle case di Is, la cavalcata proseguir veloce fino alle mura di Erech. E domani? Domani toccherete ai confini della terra di Naraim, dove a nessun cavaliere che parta da Babilonia sar pi dato raggiungervi.
E via, frattanto; volavano via i cavalli sonanti tra nembi di polvere, allontanandosi sempre pi dalla vista di Babilonia. Era bella, l'immensa citt, splendida ai raggi del sole nascente, vero giardino di delizie, innalzato sovr'archi giganteschi alla gloria di Belo.
Bella era e splendida, piena di delizie per tutti i popoli che accorrevano alle sue mura; ma non pi doveva esser tale per la sua gloriosa regina! Quel d, giusta il costume, la celeste Semiram erasi alzata per tempo dai molli riposi. Il corpo aveva di donna, ma virile la tempra, e sapeva mandare di pari passo le morbidezze del vivere femminile, con le aspre fatiche del campo e le gravi cure del consiglio. Asterse le membra nei limpidi lavacri, raccolte in lucide anella le chiome, radiante di fresca bellezza e di senno maturo, aveva chiamati alla sua presenza i ministri, deliberato sulle faccende pi rilevanti della citt, udito le novelle dei corrieri, giunti nella notte dalle pi lontane contrade.
Senonch, quel giorno, una nuova cura, e pi dolce, la faceva impaziente. Ud a mala pena gli avventurosi messaggi; impart brevi comandi e facili perdoni; n prest lungamente orecchie alle lodi, che lo scriba le riferiva essere state incise su nuovi marmi, dall'ossequio dei governatori delle provincie.
Sola alfine, chiusa negl'intimi recessi del suo appartamento, ritorn ai geniali apparecchi della conscia bellezza. Cosa agevole ad intendersi nello stato dell'anima sua, ella era cos sicura di s, come in passato; bene lo specchio le veniva ripetendo, con la sua muta eloquenza: "sei bella" ma la regal donna non pareva contentarsi a quelle testimonianze cortesi. Il pensiero correva malinconico alla sua giovinezza perduta e le faceva temere vicini, presenti quasi, i futuri oltraggi del tempo. Eppure ella vedevasi allora nel pieno rigoglio delle sue irresistibili grazie, l'invidiata rosa di Sennaar; in quella stagione che la donna apparisce pi bella, siccome il fiore pi smagliante sul ramo; in quello che pu dirsi il riposo nella maturit, cos lieto di vivaci colori, cos liberale di soavissimi effluvi; pi bella, insomma, pi giovane che non fosse da prima, imperocch l'amore, come occhio di sole, la illuminava, penetrandola, ringagliardiva in lei le fonti della vita; donde lo scorrer veloce del sangue nelle tumide vene, il perlato splendor delle carni, il vermiglio sulle umide labbra, il baleno negli sguardi profondi.
Salambo, la prediletta fra le ancelle, bruna figlia del paese di Martu, le si accost, le cinse il collo d'un monile di perle, e sorridendo alla immagine della regina, riflessa di contro a lei nel lucido disco d'acciaio, le disse:
- Mia dolce signora, nessuna donna al mondo  pi bella di te. -
Piacque la lode a Semiram, che la ravvisava sincera. Indi, crollando il capo e sospirando con un suo garbo tra malinconico ed umile, rispose:
- Ah, gli anni, Salambo volano essi, calano implacati su noi, e ci rapiscono questi labili vanti!
- Che dici tu, regina delle terre e dei cuori? Essi volano intorno a te, come spiriti benefici, e ognuno di loro ti reca una grazia di pi. Forse non vedi come sei desiderata da tutti, accompagnata dagli avidi sguardi del popolo, da un mormoro d'ammirazione ovunque tu passi? Dall'ossequio dei grandi che ogni giorno s'inchinano a te, non vedi tu trasparire la vampa degli amori che accendi? -
A quelle parole dell'ornatrice, Semiramide si fece rossa in volto, siccome il frutto del melagrano.
- Oh, parer belle agli occhi di tutti! - esclam ella con accento d'allegrezza profonda. - S, gli  ci che piace a noi donne. Ma uno, uno solo, regni su noi. Schiavi tutti gli altri e non degnati pur d'uno sguardo; egli signore nostro per tutta la vita!
- Tu ami, regina?
- Amo, s, e sono riamata, non pel mio serto regale, per me! -
Il pensiero dell'ancella era corso al tempio di Militta e all'incontro di Semiramide col bellissimo straniero, nel quale Salambo, compagna alla regina nella sua notturna visita al sacro recinto, aveva poscia riconosciuto l'ospite regale d'Armenia.
- Invero, - diss'ella, - se un uomo era degno dell'amor tuo, per fermo gli  questi il leggiadro malka delle montagne.
- Ah! - sclam Semiramide, con atto di stupore, che non aveva nulla d'ingrato.-E tu sai?...
- Perdonami, dolce signora!... - balbett confusa l'ancella. - I miei occhi....
- Hanno veduto; - interruppe la regina, con un sorriso amorevole, che valse a rasserenare la turbata ornatrice; - hanno veduto, e non  colpa il vedere. Infine, se io ho potuto amarlo la prima volta che lo vidi, mi dorr che Salambo lo abbia creduto degno dell'amor mio?
- O mia regina, non t'ha ingannato il tuo cuore; - soggiunse la bruna figlia di Tiro, inginocchiandosi e baciando il lembo della veste di Semiramide. - Egli ha la soave bellezza, di Sin, il benefico Iddio rischiaratore delle notti; n pu dall'aspetto esser diversa l'anima sua. Gloriosa signora, vivi felice in perpetuo! A te fu propizia Militta Zarpanit, di cui tu sei la vivente immagine in terra.
- Va, mia buona Salambo, e gli Dei ascoltino l'augurio. Va, ed Hurki, il capo degli eunuchi, annunzi al malka d'Armenia che la regina lo attende. -
Sola, nel suo geniale ritiro, che era bello a vedersi per marmi di svariati colori e tavole d'alabastro nobilmente istoriate, lieto di acque zampillanti e della grata ombria delle latanie e dei salici, che protendevano le foglie tinte di vivo smeraldo tra le colonne dell'aperto loggiato, Semiramide attendeva il leggiadro suo ospite. E seduta su d'un trono d'ebano, incrostato di pietre preziose, rattenuta la bellissima guancia tra l'indice e il medio della candida mano arrovesciata a sostegno del capo, ella stavasi meditando, godeva tacitamente in cuor suo, pregustava l'allegrezza ineffabile del vedere l'amato, e scorgere su quel viso i segni dell'interno tumulto, nell'atto di comparirle dinanzi. E cos procedendo di pensiero in pensiero, s'inoltrava nei vaporosi regni del futuro, sognava gaudii infiniti, intravvedeva giorni di felicit senza pari.
V'ha una pianta nelle contrade predilette dal sole, una pianta singolare tra tutte, la quale, nata in arida terra, stenta anni ed anni il nutrimento, onde il suolo e l'aria le si mostrano avari. Lentamente cresciuta, fa tesoro di elettissimi succhi; di poco s'innalza, ma stende intorno e gonfia a dismisura le larghe foglie carnose, si fa ricca di umori vitali, mentre tant'altri germi di pi facile contentatura sotto il medesimo cielo intristiscono. Ella ha un intento, la nobilissima pianta; accumula, per prodigare; e infatti, dopo tant'anni di vita modestamente operosa, germoglia e cresce dal suo grembo uno stelo, la cui cima rapidamente sboccia e s'allarga in grappolo di fiori, onor dei deserti, allegrezza del viandante che lo scorge da lontano, eretto a guisa di faro amico, sul faticoso sentiero. Lieta fioritura, tanto pi splendida, quanto fu pi sudata! Che importa, se, nascendo, ella prosciuga ed uccide il cespo materno?
Cos la pianta umana; cresce, si nutre, si rafforza per produrre il fior dell'amore. Ed  bello,  maraviglioso il portato, quando tutto alla pianta umana sorride. Grandezza, onore, possanza, umori vitali di cui la terra non  facile dispensiera per tutti, aiutano a rendere il fiore pi splendido, a far pi solenne l'amoroso mistero.
Ed era lieta Semiram. Militta Zarpanit l'aveva fatta felice oltre i suoi medesimi voti. Bellissimo era tra tutti i viventi, generoso e prode, il destinato al cuor suo. Fervido, nell'amicizia, insino alla follia, che non sarebbe egli stato nell'amore?
Qui, per altro, tornava alla mente della regina l'ingrato ricordo di Sandi, la cui misera fine era stata a lei rimproverata dall'ignaro garzone con temerarie parole. Ma non di lui si doleva, bens della malvagit profonda del volgo umano, inchinevole a credere il peggio dei grandi, a rigettar su loro ogni vizio, a farli neri d'ogni delitto. Ed esser tuttavia innocente, nonch della morte di Sandi, d'un solo pensiero, di una parola, d'uno sguardo per lui! Invero, ella non aveva avuto altra colpa in faccia all'estinto, fuor quella di che tanti e tanti potevano accusarla ad un modo, d'esser bella, possente, e desiderata da troppi, vuoi per dissennato amor giovanile, vuoi per proposito di sconfinata ambizione.
Difatti, qual era stato il caso di Sandi? Tratto da desiderio di gloria, il giovine cantore di Peznuni era venuto alle mura d Babilu, era stato accolto nella reggia ed aveva cantate le glorie della stirpe di Nemrud; ma pi ancora quelle della leggiadra figlia di Derceto, venuta d'Ascalona, nel paese di Martu, fino alla terra di Sennaar, per assidersi, moglie di Nino, sullo splendido trono di Nemrod. Ben s'era ella avveduta come il giovine Armeno avesse ardito innalzare fino a lei il cupido sguardo e l'ambizioso desiderio; ma ci, in quella guisa che non giungeva nuovo, non doveva parere altrimenti strano alla donna; per, con quel giusto riserbo che le inspirava il suo stato di donna e di regina, aveva mostrato nei diportamenti suoi non addarsi di nulla.
Che pensasse egli di ci, che sperasse dai suoi inni fiammanti, ignorava Semiramide. N altro le fu dato saperne di poi, imperocch, uscito egli una sera dal suo cospetto, non ricomparve pi mai. La voce si sparse della sua morte improvvisa; alcuni pescatori del quartiere di Suanna avevano trovato il cadavere impigliato tra i giunchi, in una insenatura dell'Eufrate; ci erale stato riferito pi tardi, e non  a dire con quanto rammarico per l'animo suo compassionevole. Qual era la cagione della miseranda catastrofe? Aveasi a vedere nel fatto una vendetta di donna offesa, o d'uomo fieramente geloso? Malagevole scoprire l'arcano; ed ella non volle pure indagarlo, giustamente temendo non paresse altrui che ella troppo si curasse dell'amoroso cantore. Ed ecco, ci che ella aveva fatto per onesto riguardo, volgevasi biecamente contro di lei! Inaudita perfidia! Ma il re d'Armenia, amato da lei coll'impeto di un cuore che per la prima volta e liberamente si concede, non era egli persuaso oramai della sua innocenza? Non aveva ella giurato, pei sommi Dei, per la maest del suo regno, per la testa dell'adolescente suo figlio, cio a dire per quanto una donna ha di pi sacro al mondo, e meno volentieri in simili casi ricorda? E dopo un tal giuramento, non doveva egli credere alle parole dell'amata? Non aveva egli anzi mostrato di credere?
E tuttavia, quel ricordo, in quell'ora, le tornava molesto, uggioso, come un presentimento di sventura. Lo cacci lungi da s; volse l'animo a pi liete immagini; si fece in cuor suo a noverare i passi di Ara, che certo era in cammino per giungere a lei. Capriccio infantile, che bene intender chi ha un giorno atteso l'arrivo di persona amata; non altri.
In quel mentre, Hurki (il guardiano, nella lingua degli Accad) comparve sulla soglia. Egli aveva la cera sconvolta, appariva turbato e perplesso, come chi sa di recare un ingrato messaggio. Quella era di fatti la prima volta che Hurki si presentava alla regina, senza poterle dire: "il tuo comando  eseguito."
Vide Semiramide il mutato sembiante, e n'ebbe una stretta dolorosa al cuore.
- Orbene, che c'? - dimand ella impaziente. - Il re d'Armenia?...
- Vivi in perpetuo, o regina! - disse Hurki, prostrandosi a terra. - Il re d'Armenia non era nelle sue stanze.
- Ah! uscito forse a diporto fuor della reggia.... - ripigli Semiramide, con accento sospeso tra la dimanda e la spiegazione.
- Gli eunuchi che vegliavano nell'anticamera non lo hanno veduto uscire; - rispose Hurki, in atto di rispettoso diniego.
- Che narri tu ora? - domand la regina.- E come non sarebbe egli pi nelle sue stanze?
- Cos , mia clemente signora, sebbene io non giunga ad intenderlo; gli eunuchi giurano....
- Vengano essi! - interruppe la regina, che gi pi non sapeva contenersi.
Hurki si ritir, inchinandosi, mentr'ella, balzata dal trono, misurava a passi concitati il pavimento intarsiato della sua camera.
Poco stante, i quattro eunuchi, che erano rimasti a guardia dell'appartamento dell'ospite nelle due vigilie della notte, e gli altri due che avevano dato ad essi la muta nelle prime ore del mattino, comparvero al cospetto di Semiramide e si buttarono tremanti a'suoi piedi.
- Il re d'Armenia? - chiese ella con voce asciutta e piglio imperioso.
- Possente regina, vivi in perpetuo! Abbiamo vigilato tutta la notte, nelle ore a ciascheduno assegnate; n alcuno di noi vide uscire dalle sue stanze il regale tuo ospite. Per tutto il mattino l'ingresso rest chiuso del pari, n ardimmo entrare non chiesti. Al cenno di Hurki ci siamo inoltrati poc'anzi: ma il re d'Armenia non era nel suo appartamento, e invano lo abbiamo cercato dovunque. Come ha egli potuto uscire non visto, se la porta  chiusa e le pareti intiere? Per fermo, o egli  esperto d'incantagioni, o Nisroc lo ha tratto a volo dal tetto sulle poderose sue ali.
- Ben piuttosto con le sue lo spirito negro del sonno vi ha chiuse le palpebre, servitori infedeli! E l'ospite nostro, uscendo dalle sue stanze, vi avr veduti giacenti a guisa di ebbri sul terreno.
- Possente signora....
- Non una parola di pi! Hurki, sian posti sotto buona custodia i poco vigilanti tuoi uomini. S'indaghi il vero, e se eglino hanno mentito, siano gittati nella fossa dei leoni. Cos voglio; andate! -
Esterrefatti, tremanti a verghe, si alzarono i tapini e uscirono in silenzio dal cospetto della regina.
Ella stette alquanto sopra di s, mettendo lampi dagli occhi. Uscito! uscito, senza attendere un cenno di lei! Imperocch, gi non era da aggiustar fede alla favola degli eunuchi; n il re d'Armenia aveva potuto sparire dalle sue stanze per virt di magiche parole. Uscito! e perch, cos dimenticando l'invito della donna amata? Amata! Ma poteva ella credersi tale tuttavia? L'uomo che doveva rimanere, ansioso, impaziente, ma fermo, ad attendere la dolce chiamata, era uscito, in quella vece, sparito ad un tratto, forse da pi ore, senza curarsi di lei, n di ci che la sua assenza avrebbe dato argomento a pensare. Che dire de'suoi diportamenti? Pazzo era, od ingrato?
E le ore scorrevano, e nessuna nuova si aveva di lui.
Come leonessa ferita si raccoglie a lambire le sue piaghe nel pi profondo della macchia, ove forse morr, e tratto tratto con lunghi ruggiti accusa l'acerbit dello strazio, minacciando aspre vendette a chi ardisse incauto avvicinarsi al suo covo, cos la regina si chiuse nelle sue stanze, per divorare non vista il suo dolore e la vergogna dell'oltraggio patito. Lo scoppio dell'ira non doveva farsi aspettare pi molto.
Un'ora dopo, Ninia chiedeva di vedere sua madre. Il regio adolescente soleva presentarsi al cospetto di lei ogni giorno; ma soventi volte le cure del regno la distoglievano dal grato uffizio di trattenersi in affettuosi colloquii col suo diletto figliuolo. Egli, per altro, il giorno antecedente, non si era mostrato alla reggia, n forse sarebbe andato cos presto quel d, se il savio maestro Zerduste, vedutolo di ritorno dai palmeti di Gomer, e udito di ci che gli era accaduto per via, non gli avesse comandato di farlo.
Semiramide si ricompose all'aspetto del figlio, e lo accolse con amorosa dolcezza.
- Che hai tu, madre mia? - gli chiese egli, notando lo sforzo che ella faceva per mostrarglisi lieta.
- Nulla, mio Ninia; - gli rispose la povera donna, prendendogli affettuosamente la mano.
- Oh. no; tu soffri! - disse a lei di rimando l'adolescente. - Il tuo volto reca le tracce d'una cura profonda; le tue mani ardono come per febbre....
- Non ti dar pensiero di ci; - interruppe la regina, ritraendo istintivamente le mani accusatrici; - io non ho nulla, sai? non ho nulla. Le cure dell'impero sono molte, e la corona non  sempre lieve peso alla fronte. Tu regnerai un giorno, mio diletto figliuolo, ed allora.... Ma dimmi, piuttosto; donde vieni tu, ancora cosparso di polvere?
- Ah, mi perdoni la possente regina! - grid Ninia, arrossendo. - Son sceso or ora d'arcione, e impaziente di vedere mia madre.... Sai? - soggiunse egli interrompendosi. - Ieri non ti avevo abbracciata....
- E fu male; - ripigli Semiramide, baciandolo in fronte. - Troppo ti stai lontano dalla reggia, o mio Ninia. Ieri, ad esempio, fu giorno solenne, e tu non eri al mio fianco, per ricevere l'ospite tributario d'Armavir.
- Ah s, l'ho veduto stamane! - disse il giovinetto, con accento d'amarezza.
- E dove? - grid la regina.
- Poco pi oltre il villaggio di Lahiru; - rispose egli allora, senza por mente alla subita commozione che dipingeva di pallore il volto di sua madre. - La cavalcata volava via come il vento. Generosi corsieri ha l'Armenia; ma superbi sono oltremodo i suoi re.
- Come? Perch parli tu in tal guisa?
- S; - continu l'adolescente; - egli  passato davanti a me, e non si  pur degnato di volgermi lo sguardo, sebbene le grida del popolo dovessero avergli fatto udire il mio nome. A che tanto orgoglio in un principe tributario? Non sono io il figlio di Nino? Ma che hai tu, madre mia? -
La domanda affettuosa di Ninia non era fuori di luogo. Difatti, Semiramide si sentiva venir meno. Le forze che ella aveva sollecitamento raccolte per resistere al colpo improvviso, si erano consumate in quel momento supremo, ed ella ricadeva perduta sul trono, in preda ad una commozione indicibile.
Cos era egli partito? L'offesa non poteva esser pi grave. Nel cuor della notte, mentre gli eunuchi nell'anticamera cedevano al sonno, egli era uscito dalle sue stanze, fuggito dalla reggia, corso ai baluardi di Nivitti Bel per raunar la sua gente e allontanarsi da Babilona, innanzi le prime luci del giorno. E come e quando aveva egli potuto meditar quella fuga? Certo laggi, nella sala del convito, davanti a lei, mentre ella figgeva gli occhi amorosi nei suoi, per leggervi, stolta, le promesse e i rapimenti d'un affetto profondo, immutabile.
E come sapeva egli infingersi! - "A domani! gli aveva ella detto nel prendere commiato da lui. Debbo conferire di gravi cose con te." - Ed egli aveva ricambiato il dolcissimo invito con un sospiro che pareva sprigionarsi dal cuore, e dirle tutto ci che le sue labbra non potevano in quel punto. - "Ed  la regina che mi parler domani?" aveva chiesto. - "E te ne duole?" - "Oh no, soggiungeva egli tosto; ma le parole di Atossa tornano pi soavi al mio cuore." - Cos dicendo, l'aveva come involta in uno sguardo d'amore infinito. E mentiva! Mentivano gli sguardi, mentivano le parole, mentivano i sospiri!
Ma in chi ed in che cosa, creder pi oltre nel mondo?  egli dunque vero esser di tali uomini sulla terra, che dotati d'un fascino pari a quello del serpente, tirano i cuori inesperti a metter fede in esso loro, ne suggono avidamente il meglio e li gittano avvizziti lungi da s? Si mostrano e vincono; la resistenza  impossibile; che anzi,  un desiderio, una volutt, una beatitudine il cedere. Onnipotenza del male! E i sommi Dei la consentono?
Ella, invero, non si sentiva colpevole di arrendevolezza soverchia. In cos solenne occasione s'era egli offerto ai suoi occhi! Il tempio, il momento della preghiera a Militta, la sovrumana bellezza di lui, il suo medesimo invaghirsi d'una donna velata, che pot farle credere esaudito il suo voto, il regio sangue, la generosa foga dell'animo, che pareva candido come la neve dei suoi monti natali, la soavit dei modi, i sacri giuramenti, tutto aveva contribuito a soggiogarla. Quale altra donna, cui fosse vuoto il cuore e desideroso d'affetto, non avrebbe ceduto del pari? Ed ella erasi data in balia di quell'uomo, ella, Semiramide, la fortissima donna, che in ogni altra occasione aveva saputo comandare a s medesima, tanto era avvezza all'impero!
E datasi appena, vedersi tradita! Che pi? Offesa nella profondit del suo nobile affetto, offesa nel suo pudore di donna, offesa nella sua maest di regina, nel cospetto della sua corte, agli occhi del suo medesimo figlio! Di suo figlio anzitutto, che, inconsapevole, veniva a recarle il colpo fatale! Ahi, povera donna, da quanta altezza le era forza cadere!
- Nulla, nulla! - aveva ella risposto a Ninia, nell'atto di aggrapparsi con le mani tremanti ai leoni alati che servivano di sostegno ai fianchi del trono. - Non  che un lieve malore!... Passer; non temere!..
- Chiamo le tue ancelle? - prosegu il giovinetto, con cura ansiosa.
Ma gi Semiramide erasi riavuta e balzava in piedi scuotendo alteramente il capo.
- No, figliuol mio. Per che fare le ancelle? venga Hurki, e chiami egli i ministri dei miei voleri a consiglio. Va, e statti di buon animo, o figlio di Nino, - prosegu ella, baciandolo in fronte; - l'Armenia pagher a caro prezzo la tracotanza degli stolti suoi re. -


CAPITOLO XIII.

DAL CAMPO DI ASSUR.

Era gi presso gli Armeni il ventesimo quinto giorno di Adukanna, che i Babilonesi dicono Muna, o mese della mano, perocch in esso si d opera a raccogliere i frutti ond' liberale la terra.
Oltre un mese era dunque trascorso dagli ultimi eventi narrati, e nelle ubertose convalli dell'Ararat gli abitatori dei campi attendevano a mieter le spighe, pur dianzi maturate ai cocenti raggi del sole. E tuttavia non erano lieti, come in simiglianti occasioni suol essere il colono, che vede centuplicato il frutto delle sue industri fatiche La gaia canzone dei mietitori non risuonava pei colli, nelle ore del riposo tra gli affastellati covoni; le fronti apparivano pensose, le braccia sollecite pi dell'usato al lavoro. Cos il villano, che sente nell'aria grave la minaccia del nembo vicino, raduna il frumento battuto sull'aia e lo ripone in fretta ne'capaci granai.
Ora, qual nube era apparsa sull'orizzonte, che da Tarbazu a Nahiri e da Muhuzri a Milidda, per quanto  vasta l'Armenia da settentrione a mezzogiorno e da oriente a occidente, faceva cos gravi i sembianti? E che s'aveva egli a pensare di quelle file di mandriani che lunghesso i campestri sentieri guidavano a torme i cavalli verso le sponde di Van? E que'fabbri intenti nelle officine a foggiar lame di spade e punte di frecce perch tanto affrettavano essi i colpi dei pesanti martelli sul clibe infuocato?
Una voce era corsa, sommessa e dubitosa da prima, indi a mano a mano pi ricisa e pi chiara, voce di guerra possibile, di guerra imminente coi popoli della pianura. Gli Accad si preparavano in silenzio alle offese, levavano gente dalle pi lontane contrade, ingrossavano verso settentrione, tra Sippara e Gutium, rimontando l'Eufrate. Dove potevano essi volgere tanta piena d'armati, se non contro l'Armenia?
Inoltre, non erasi veduto, sugli ultimi giorni del mese trascorso, ritornare a'suoi monti il giovane re, il dilettissimo Ara, grave e severo come chi porti un triste presagio nell'animo? E non avea bisbigliato una voce che egli fosse scampato a fatica, anzich liberamente partito, dalle mura inospitali di Babilu?
Che era egli avvenuto al pronipote d'Aco, al pi gentile dei re? Nulla di certo erasi risaputo all'intorno. Giunto appena in Armavir, il principe si era chiuso nel silenzio della sua reggia; n alcuno dei suoi sudditi, coi quali era, uso mostrarsi affabile tanto e cortese, aveva potuto per giorni parecchi godere della sua vista.
Da Bared, per altro, si era avuto, sebben lieve, un barlume. Ai grandi del reame e ai governatori delle citt, congregati in Armavir, egli aveva parlato a un dipresso cos: - Troppo grave tributo chiede Babilonia agli Armeni, volendo rapire ad essi il pi amato tra i re. Gi uno dei nostri, Sandi, il cantore, caro al popolo, caro al monarca, fu vittima dei feroci amori di Semiramide. Ara il bello, il prode tra i prodi, avrebbe corsa la medesima sorte. -
Cos narrando, Bared aveva chiesto ai congregati il silenzio. Ed essi l'avevano pure serbato, ma non tanto che non ne trapelasse alcun che, subitamente raccolto dagli avidi orecchi del volgo, sformato dal correre di labbro in labbro, e pi facilmente creduto, quando si buccin di apparecchi guerreschi in Babilonia, o parve di scorgere in Armenia che i governatori delle citt intendessero a provvedimenti di efficace difesa.
Il presentimento di gravissimi casi era dunque negli animi. E pareva cosa naturale ad ognuno. I venerandi Sos, dedicati al sacro ministero nelle foreste dei platani d'Aramaniag, presso il lago di Van, non avevano essi profetato, al tremolar delle foglie vocali, che Babilonia avrebbe arrecato sventura al giovane re? Ed ecco si adempievano i tristi presagi; la guerra non era indetta tra i due popoli, ma frattanto s'indovinava, si sentiva imminente, come nell'afa estiva si sentono i segni precursori della tempesta.
E frattanto, che diceva, che lasciava intendere il re? Taciturno era giunto nella sua diletta Armavir; taciturno era rimasto nella reggia, cupo, grave d'inesplorati pensieri. Senonch, alcuni giorni dopo, egli era uscito dalla citt, in volta per le provincie, e al campo di Aiotzor lo avevano veduto star lungamente immobile, con le braccia conserte sul petto, e gli occhi fisi sulla collina di Kerezinanc. Ora, sul campo di Aiotzor, il suo grande progenitore aveva sconfitto l'esercito di Nemrod, e sopra il poggio di Kerezmanc era caduto il gigante, trafitto dalla infallibil freccia di Aco. E da quella sosta pensosa, di cui nessuno aveva ardito chiedere al re la cagione, tutti avevano cavato il pronostico delle sovrastanti sciagure.
Oltre di che, il sembiante di Ara vedevasi profondamente mutato. Certo, su quel nobile capo era stata gittata una mala. Popolo di maghi, il babilonese! Laggi, comuni i sortilegi e gl'incanti, e gli occhi, le labbra, i volti, le mani, esercitavano un influsso malefico.
E in questa occasione si erano infiammati nel popolo l'amore e la devozione pel re, in quella guisa che una leggiadra donna torna pi cara ai riguardanti, se nube di tristezza le faccia velo alla fronte. Ara il bello, cos malinconico e grave, destava maggiormente l'affetto dei cuori. E confusamente indovinando le cagioni della sua tristezza, si malediceva a Semiram; in ci prime le donne, che ognun sa pi esperte e pi pronte degli uomini a scorgere la mano del loro sesso nei nostri mal celati rammarichi. Un amore infelice diffonde una cert'aria sul nostro volto, che elleno sole sanno intender che sia, poich elleno sole hanno virt di chiamarla coi loro rigori, di scongiurarla coi loro sorrisi. Egli  forse per ci che l'uomo ferito d'amore, cio a dire amato, o reso infelice da una, trova altre in maggior numero, consolatrici volenterose, o rivali.
Cos uomini e donne sentivano piet della mestizia di Ara; lo amavano sventurato, pi assai che non lo amassero felice da prima. E in tutti un tacito foggiarsi sul suo grande contegno; un prepararsi istintivo agli eventi; un ansioso interrogar gli echi e odorar l'aria infida della pianura.
Si era adunque sul finire del mese di Adukanna, ed Ara viveva pensieroso nelle pi solitarie stanze del suo palazzo, donde si scorgevano le onde tranquille del lago di Van, allorquando un drappello di Babilonesi giunse alle porte di Armavir e il suo capitano chiese d'essere introdotto alla presenza del re.
- Venga! - disse Ara, a cui l'annunzio repentino, quantunque da pi giorni atteso, aveva cagionato un turbamento indicibile, che non era gi figlio di paura, sibbene di ripugnanza, per un messaggio di quella donna cos profondamente odiata e diletta.
Invero, egli amava quella donna pur sempre. Creda ci impossibile chi nulla sa dei fieri contrasti d'un affetto gagliardo e delle arcane contraddizioni del cuore. Ei l'amava, esecrandola. Impunemente non s'era egli accostato ai sacri misteri di Militta Zarpanit; impunemente non aveva detto a quella bellissima tra le donne: "io t'adoro; la dea ha assunte le tue forme, per farmi il pi lieto o il pi triste degli uomini; qualunque cosa avvenga, sar tuo, sempre tuo!" Bene erasi egli allontanato dalla odiata regina, ma fieramente amando la donna; era fuggito, ma recando lo strale confitto nella ferita. E voleva disprezzarla, e non poteva; tanto olocausto non gli era dato di fare all'ombra amata di Sandi. L'amore  possente come vin generoso, e pi ancora che in altri, nel petto dei forti. Gli Elleni, trovatori felici di profonde allegorie, dovevano adombrarlo nella veste di Nesso, che s'apprende alle carni del semidio e si consuma nell'apprestato rogo con lui.
Il re d'Armenia si circond, per ricevere il messaggiero babilonese, di tutti i grandi della sua corte, guerrieri la pi parte e cantori; quelli avvezzi a combattere, questi a celebrare le gesta dei prodi.
- Venga il Babilonese! - dicevano essi. - Reca egli messaggio di guerra?
- Forse; - rispose gravemente il re.
- E tu, che gli risponderai, nobile figlio di Armo?
- Quello che voi rispondereste, o miei fedeli; pace a chi viene con amiche parole: guerra a chi cova sinistri disegni.
- Guerra adunque vuol essere! L'orgogliosa signora di Babilonia non pu mandare cortesi messaggi agli Armeni.
- Ella ha costrette a tributo le aquile della montagna! - dicevano i guerrieri. - Ha tentato di umiliare, nei pronipoti loro, i domatori della superbia di Nemrod. Ella invidia le recenti palme ai vincitori di Masciag, ai generosi custodi della pianura, contro le irruzioni dei predatori Turrani!
- Ella odia la gente nostra; - soggiungevano i cantori; - ella ha ucciso Sandi, il soave garzone, il signore dei carmi, amico e fratello del re.
In quella che cos parlavano essi, cercando d'indovinare il messaggio imminente, comparve il babilonese nella sala del trono. Indossava il candi, tunica rossa, frangiata d'oro sui lembi, che gli scendeva ben oltre il ginocchio, e sovr'essa il srapo, camiciotto di lana bianca, dalle corte maniche, le quali lasciavano scorgere le braccia ignude e i polsi cinti d'armille d'oro. Le gambe apparivano chiuse ne'saraballi, o schinieri di cuoio, fin sulla noce del piede, dove, sul fondo rosso della calza di lana, salivano i correggiuoli incrociati dei sandali, le cui suola si raffermavano alla pianta, la merc d'un anello rigirato sul pollice. Costui era per fermo uno dei primarii uffiziali di Babilonia, e ben lo dimostravano il balteo lucente, la guaina leggiadramente lavorata e la tiara biancodorata, i cui lembi, chiusi a soggolo, scendevano a coprirgli le guance ed il mento.
Due guerrieri, armati di tutto punto, seguivano l'ambasciatore. Uno di essi recava tra le mani una spada senza guaina; l'altro un giavellotto dalla punta aguzza e lucente.
Ara, poich il messaggiero gli fu venuto davanti, ravvis tosto in lui quel medesimo uffziale che con larga mano di cavalieri babilonesi gli era uscito incontro, per servirgli di scorta alle mura della capitale di Nemrod. Che voleva dir ci? Era egli caso, o meditata ironia?
Seduto sopra il suo trono, che era tutto coperto di negre pelli foderate di porpora, vestito a bruno egli stesso, senz'auro segno di regio fasto che la sua benda di perle intorno alle tempio, grave nell'aspetto come si conveniva all'attesa d'un grave personaggio, stette Ara guardando l'inviato di Semiramide.
Il babilonese s'inchin profondamente, raccogliendo le braccia sul petto, indi cos prese a parlare:
- Re degli Armeni, vivi in perpetuo!
- Grazie a te, messaggero! - rispose Ara, con piglio cortese. - Chi ti manda alla reggia dei figli d'Aco?
- La gran Semiramide, cui Nebo protegge, a cui Belo ha concessa la vittoria della spada e l'impero dello scettro sui potenti della terra.
- Che gli Dei le concedano lunghi giorni di vita. E che chiede essa da noi?
- Ragione della tua fuga; - rispose lo inviato. - Sceso in Babilonia a portarle tributo, accolto nella sua reggia con animo e pompa veramente ospitali, perch sei tu uscito dalla citt e dal reame, celatamente, a guisa di ladrone, e senza pur render grazie alla regina delle oneste accoglienze?
- Altero parli, - disse a lui di rimando il re, trattenendosi a stento, - pi assai che a me non si convenga di udire.
- Cos m' stato ingiunto, - not il babilonese, inchinandosi. - Pel mio labbro ti parla Semiramide, non io, oscuro soldato che la possente regina degli Accad ha scelto ad interpetre de'suoi alti comandi.
- Sta bene; - soggiunse Ara concentrato. - E a donna non risponder io come la giusta ira consiglia. N tutto dir io ci che penso; bada bene, non tutto! Ci dunque rispondi alla signora degli Accad: il re d'Armenia non esser fuggito dalla sua presenza, bens liberamente partito, come principe che aveva compiuto il debito suo. Pi non aggiungo; n mi dorr che sembri scortese atto a'suoi popoli, ci ch'ella intender, se ben guarda, essere stato umano consiglio nel suo ospite d'un giorno. Ora, che altro mi dice ella per le tue labbra?
- Tu hai niegato il saluto al figlio di lei, nel quale t'abbattesti per via, fuor delle case di Lahiru; hai usato villania al principe Ninia, all'erede del trono di Nemrod, al futuro signore di tutte le genti, dimenticando che la montagna, come la pianura,  soggetta all'impero degli Accad.
- Ah, non sar! - interruppe Ara, dando un sobbalzo, a quelle parole dell'inviato. - Regnino costoro su monti e piani, donde sorge e dove tramonta il sole; a me non si spetta di contenderlo. Ben so che i gioghi dell'Ararat sono e dureranno vergini di loro conquista, fino a tanto cinger spada il figlio di Armo.
- Tu dunque nieghi ai re di Babilonia il tributo? - chiese il messaggero. - E non lo avevi tu recato pur dianzi?
- Libero presente fu quello, e pegno di amicizia, tributo non gi! - rispose Ara sollecito.- Rammenti tu le mie parole, alle porte di Babil? "Nemici da prima e pi e pi volte alle prese, furono i padri nostri coi re della vasta pianura; amici noi, se tali ci accolgono: vassalli non mai!"
- Non far contesa di vane parole con te: - disse freddamente il messaggero. - Sia pure libero presente, e pegno d'amicizia, come giova all'orgoglio aicano di chiamarlo; ma proseguirai tu a darlo in futuro?
- Il futuro  in grembo di Zervane Acherene! - rispose il re, con accento di mal frenata impazienza. - Chi pu dire oggi ci che domani avverr?
- Esso non  dunque nella tua mente? - incalz il babilonese. - Non nella fede giurata?
- Giurata! Quando? e da chi? - proruppe il re, con voce tonante. - Bada a te, messaggero; la menzogna  sul tuo labbro, e chi t'ha detto avere gli Aicani giurato un patto di servit, ha mentito al cospetto dei cieli. Ma, poich egli bisogna dir tutto, - prosegu Ara, tornando, sebbene a fatica, in s stesso, e piegando la voce ad accento di sottile ironia, - dimmi ancora: se io pure ti rispondessi che l'Armenia seguiter a pagare, come voi lo chiamate, un tributo, basterebbe ci alla regina degli Accad?
- No, difatti.... - rispose quell'altro, - non basterebbe.
- Ah, - esclam Ara sorridendo amaramente. - E che altro si vuole?
- Che tu abbia a tornare, scortato da noi....
- In Babilonia?
- No; al campo della regina, che  di presente in Assur, nel paese di Nahiri. Col, al cospetto di tutti i popoli che seguono in armi la possente regina, tu giurerai fedelt al trono degli Accad, e quindi, tu e i successori tuoi, sarete prosciolti da ogni tributo. Semiramide  generosa, non avida di ricchezze pel tesoro di Babilu. Spesso ella dona in un giorno, ci che dieci provincie potrebbero darle in un anno. Tu vedi, o re, da ci che ella chiede, come non la muova cupidigia o mal animo contro le genti d'Armenia.
- Grande  Semiramide! - not con piglio sarcastico il re. - Se ella mi avesse chiesto cosa che tornasse a danno del mio popolo, avrei recisamente negato. Ella chiede in quella vece la mia umiliazione. E a ci forse potr io inchinarmi; - aggiunse, dopo essere stato alquanto sopra di s. - Ma che ne pensano coloro che m'hanno riconosciuto pel loro signore? coloro che da me s'aspettano diportamenti degni del nome aicano? A voi, grandi del reame, e governatori delle citt, il solenne giudizio! Rispondete liberamente al messaggero, e come l'utile del popol nostro consiglia. Debbo io andarne al campo di Assur?
- Pronipote di Aco, - disse gravemente Vasdag, principe di Tarbazu, che  sulle rive dell'Eusino, - tu non puoi giungere a mezzogiorno pi oltre del campo di Aiotzor e della valle memorata di Kerezmane.
- Col, - aggiunse un altro, e tutti i presenti assentirono, - dee piantarsi il tuo stendardo di guerra.
- Tu li odi? - chiese Ara al messaggero babilonese.
- Ho udito; - rispose quegli, con atto di commiato. - Semiramide prevedeva una simigliante risposta, e dal campo di Assur vi annunzia i suoi alti disegni. Ella stessa verr ben pi oltre di Kerezrnanc; verr in Armavir e in quante citt novera il reame dei figli d'Aco.
- Come ospite? - chiese nobilmente Ara, alzandosi in piedi, poich la conferenza accennava al suo termine.
- Come vincitrice! - disse quell'altro, con accento di minaccia.
E trattosi indietro, tolse dalle mani dei due guerrieri il giavellotto e la spada, che gitt poscia solennemente ai piedi del trono.
- Conservate questi segni di guerra; - soggiunse il messaggero babilonese. - Semiramide verr col suo esercito a raccoglierli nel sangue vostro; e li consacrer alla memoria di Bel Nemrod, su quella rocca di cui veggo sorgere i fianchi dirupati dalle acque del lago.
- Se non li riporteremo noi prima al campo di Assur! - disse Valdag, alzando la spada e il giavellotto da terra.
- O in Babilonia! - aggiunse un altro, tra le grida dei consenzienti compagni.
- Tacete! - grid il re. - Non s'addice ai prodi essere vantatori. Va, messaggero, al campo di Assur, e reca alla tua grande signora che i figli d'Aco, fidenti nell'armi loro e nella giustizia dei Numi, attenderanno di pi fermo l'assalto. -


CAPITOLO XIV.

IL PELLEGRINO.

Era alta la notte, e migliaia di fuochi, contendendo lo splendore agli astri del firmamento azzurro, brillavano sulle colline di Aiotzor, ultimi contrafforti dei monti d'Armenia. Col, presso le sorgenti dell'Eufrate, vigilava l'esercito d'Ara, a custodia, delle sue terre natali. Col, diffatti, era a temersi l'assalto: per quelle strette erano sempre venuti, risalendo il corso d'un gran fiume, i nemici della indipendenza d'Armenia; su quelle rupi s'erano sempre inerpicati i guerrieri della pianura, a molestare il nido dell'aquile aicane.
Il grande altipiano che si innalza ad un tratto dalla contrada di Nahiri e da maestro vien digradando con dolce declivio fino alle pianure che lo separano dalle catene del Caucaso, ecco l'Armenia, detta negli antichissimi tempi Aiasdan, o vero sia il paese di Aco. Imperocch questo fu il progenitore della nobilissima schiatta, e da lui doveva essa aver nome ed auspicii.
L'altipiano  intersecato da catene parallele di alte montagne, e da pi umili colli di dolce pendio. Le valli interchiuse sono in parte strette e solitarie vallicelle, in parte larghe e fertili pianure, come quella, ad esempio, cui bagna col suo rapido corso l'Arasse. Una cosiffatta configurazione di terreno mal consentiva lo stabilimento di un forte governo centrale, che signoreggiasse l'intiera contrada, e pi s'acconciava alla libera vita di indipendenti trib, forti a guerreggiarsi tra loro, deboli al cospetto di un possente vicino che le assalisse alla spartita.
E i dominatori della pianura avevano sempre avuto una ragione particolare a tentar simili assalti, essendo che i corsi superiori dell'Eufrate e del Tigri giacevano entro le montagne d'Armenia. Le quali, per contro, correndo da oriente a occidente, presentano il loro pi rapido pendio dalla parte di mezzogiorno, contrariamente alle catene dello Zagro, le quali, rivolte a levante, declinano dolcemente verso la valle del Tigri. Donde avviene che mentre lo Zagro invita gli abitanti della pianura a tentare i suoi alpestri recessi, facili da principio, indi di mano in mano pi orridi e malagevoli, i monti dell'Armenia li respingono, con presentar subito le maggiori difficolt e ad un tempo il pi squallido aspetto, e coi fianchi rocciosi e le cime nevose appaiono insuperabile ostacolo ad un esercito invasore. Per altro, e appunto perch chiudevano nei fianchi loro le sorgenti dei due grandi fiumi del Sennaar, i monti occidentali offerivano la via pi accettevole agli assalitori del piano.
Per col, dunque, avevano ad inoltrarsi le schiere degli Accad. A quelle strette accennava chiaramente l'esser eglino venuti ad oste in Assur, nella contrada di Nahiri. Gi parecchi giorni eran corsi dalla intimazione di guerra; gi si era al principio del mese di Garmapada, che i Babilonesi chiamano Tana, o mese del fuoco, e l'esercito aicano, gi preparato agli eventi, era venuto a chiudere i passi dell'alto Eufrate, lunghesso i poggi e le gole di Aiotzor.
Centomila uomini avevano risposto alla chiamata del re. Nessuno dei validi guerrieri era rimasto negli ozii imbelli delle pareti domestiche. Le trib tutte quante aveano mandato il fiore dei loro combattenti. La regale Armavir e la sacra Peznuni, Tarbazu marinara e Masciag educatrice di cavalli, le tre grandi provincie del paese, cio a dire la montuosa Urarti, la fluviale Adduri e la lacustre Mildis, con nobil gara aveano dato di piglio all'armi. E sugli ultimi lembi della catena dell'Amano e di quella dell'Arzana, che si raccostano da occidente e da oriente intorno alle non lontane sorgenti dell'Eufrate e del Tigri, erano venuti a metter campo i guerrieri. Sukkia, Laiuknu, Cartar, Izirtu, piccole citt pi vicine alla stretta dove occorrean le difese, erano dense d'armati. Sarda e Zikartu, provincie che guardano il mare del sole oriente, avevano dato i pi destri arcadori; dalle ampie valli dell'Arasse, generoso largitore di messi, eran giunti a torme i pi baldi cavalieri; i cittadini d'Armavir, portatori di gravi loriche e di mazze ferrate, i montanari di Urarti, vestiti dal capo alle piante di vellose pelli, e sicuri lanciatori di giavellotti, i valligiani dell'Oronte, fiondatori valenti, erano accorsi ad ingrossare le file, tutti frementi amor di patria, ed ira gagliarda contro gli audaci invasori.
Saviamente distribuiti da Vasdag, il principe di Tarbazu, esperto condottiero, gi amico di Armo e suo compagno nell'armi, vigilavano essi a difesa del confine. Il grosso dei cavalieri si raccoglieva nelle citt e borgate, pronto ad accorrere dove pi bisognasse; il nerbo dei fanti si addensava nelle gole e agli sbocchi delle vallate; numerosi drappelli d'arcieri accampavano sui greppi e lungo le digradanti costiere; fanti e cavalli vigilavano sui poggi avanzati e nelle forre; esploratori, scelti tra i pi animosi e sagaci, s'inoltravano per l'ombre notturne, fino ai primi paeselli della sottostante pianura.
Di l, si  gi detto, bisognava ai nemici farsi strada alle alture. Era stato quello il cammino seguito anticamente dalle schiere di Nemrod; quello doveva essere altres il cammino dell'armi di Semiramide. Per mezzo a quei monti scorreva l'Eufrate, ancora povero d'acque, ma pi impetuoso per contro, chiuso com'era in pi modesti confini. Pi gi, a mezzogiorno, seguivano collinette e rialti, biancheggianti al mite chiaror della luna, tra i quali si andava svolgendo in lunga e tortuosa striscia luccicante il gran fiume, per confondersi pi oltre coi lembi estremi della pianura, involta in una nebbia sottile e d'incerto colore. Quella rcca, che si scorgeva lontan lontano sull'orizzonte, era Assur, forte castello edificato dai figli di Sem, gi padroni della terra di Sennaar, indi cacciati a settentrione dai feroci conquistatori della progenie di Cus.
E laggi, in mezzo ai popoli signoreggiati, la cui alterezza doveva rifarsi pi tardi degli oltraggi patiti, e da Ninive cresciuta in possanza offuscare le cadenti fortune di Babilonia, laggi ingrossavano da parecchi giorni le schiere che gli ultimi Cussiti aveano raccolte da tutte le pi lontane provincie del loro vastissimo impero; attendevano laggi, numerose come le arene del mare, minacciando da presso i liberi monti d'Armenia. Non si scorgevano i fuochi delle innumeri schiere; ma non le sentivano men vicine per ci gli arcadori di Zikartu, che stavano a guardia dei contrafforti dell'Amano, sulla collina di Lukdi.
Ora, mentre essi stavano vigilando, ultime scolte dell'esercito aicano, e specolando all'intorno la biancheggiante pianura, di loro negli occhi un uomo che uscito da una macchia d'arbusti, a lenti passi procedeva per un sentieruolo alle falde del poggio. Veniva egli guardingo, come chi sappia d'essere in luogo pieno d'agguati e tema di abbattersi in qualche drappello d'esploratori; per altro, non aveva seguitato a rasentare la macchia, la cui ombra ancora per lungo tratto di strada avrebbe potuto nasconderlo.
Chi era egli? Troppo misurato negli atti. non era certo un guerriero dei loro; n tanto guardingo, da parere uno spione degli inimici. Avvicinandosi sempre pi lo sconosciuto, videro ancora com'egli fosse inerme, e si giovasse di un lungo bastone ricurvo, alla guisa dei pellegrini, che correvano mendicando di paese in paese, per andare a sciogliere il voto a qualche tempio celebrato e lontano. Diffatti, egli indossava una tunica modesta che scendeva poco oltre il ginocchio; e certo a chi l'avesse veduto pi da vicino, sarebbe apparsa lacera e rattoppata di brandelli d'ogni colore. L'arnese che gli biancheggiava sul capo, doveva esser la fascia rigirata intorno alle tempie, portata dai nomadi pastori del deserto, a custodir la cervice dai cocenti raggi del sole; quell'altro che gli faceva ingombro sugli meri, anzi che un mantello, doveva esser una di quelle bisacce, nelle quali i pellegrini sogliono portare lo scarso viatico accattato dalla umanit dei borghigiani, che loro hanno profferto l'ospizio.
S, forse egli apparteneva a quella classe d'innocui viandanti; ma non poteva esser egli un nemico, che, pi audace degli altri, s'inoltrasse nel campo loro, argomentandosi d'ingannarli, con la umilt delle spoglie? Arte degli esploratori era questa; ma nel caso presente assai poco sagace, dappoich nei dintorni non era tempio, o santuario, che potesse ragionevolmente attirare i viandanti divoti. Tre giornate ancora egli avrebbe dovuto far di cammino, prima di giungere al tempio di Anaiti, in Urfa, che era il pi vicino di quei luoghi; ma neppur quella, che il viandante seguiva, era la strada, bens ad occidente, e pi verso i piani di Assur, che non verso le alture di Lukdi.
Cos pensando, gli arcieri fecero quello che ogni prudente soldato avrebbe fatto in tal caso. Due di loro si dilungarono dal manipolo e si calarono per una insenatura del terreno da un lato; altri due fecero il somigliante dalla parte opposta, e venendosi incontro sulle falde del poggio, furono addosso al viandante con le spade sguainate.
Gli atti dello sconosciuto, all'improvviso apparir dei soldati, mostrarono come non fosse mestieri di tanta minaccia. Dato un passo indietro, pi assai per prudenza che non per repentino sgomento, egli alz placidamente il capo e disse agli arcieri:
- Sia sempre con voi la vittoria. Che volete da un povero pellegrino?
- Che chiedi tu piuttosto, in quest'ora notturna, - dissero a lui di rimando gli arcieri, - inoltrandoti in mezzo alle prime sclte del campo aicano? Chi sei?
- Ve l'ho detto; un pellegrino.
- Ah s! - esclamarono gli altri, con piglio sarcastico. - E dinne; a qual santuario erano volti i tuoi passi?
- A quel di Peznuni, se non vi spiace, - rispose lo sconosciuto; - ma non senza aver fatto da prima una sosta alle tende di Aiotzor. -
Queste ultime parole soggiunse egli sorridendo, con un fil d'ironia, che pareva una rivinta sui loro sarcasmi.
- E tu ardisci confessarlo! - gridarono allora gli arcieri. - Ma sai tu che cosa si spetti ai pellegrini della tua sorte?
- No, in verit, io non lo so; - diss'egli con accento di candore.
- Odilo dunque; si cavano loro gli occhi che hanno voluto veder troppo, si mozzano loro i piedi che hanno tentato di farsi troppo oltre, e con le mani legate dietro le spalle a guisa di vili malfattori, si lasciano sui campi, alla sferza del sole, in pascolo agl'insetti, agli sciacalli, agli uccelli di rapina.
- Questa  giustizia per gli spioni, - rispose lo sconosciuto, senza punto mostrarsi turbato; - ma io non sono uno spione, e nemmeno, a dir vero, un pellegrino dei soliti... quantunque, per giunger fin qua, io abbia dovuto mentirne le spoglie.
- La tua schiettezza si piglia giuoco di noi! - gridarono stizziti gli arcieri. - Ma il tuo caso  grave; non vieni tu dal campo di Assur?
- Per l'appunto.
- Sta bene, e noi ti condurremo in vista delle tende di Aiotzor, dove egli ha da esser domani un mal giorno per te.
- S, conducetemi pure laggi; - ripigli il pellegrino. - Non vi ho io detto che quella era la meta del mio viaggio? Ara il bello, che i santi Numi proteggono, sperder i vostri negri pronostici.
- Bada! - notarono gli arcieri, in quella che, postolo in mezzo, lo conducevano per l'erta. - Non vede il re chi vuole.
- E che? Non vive egli in mezzo a'suoi guerrieri? Non partecipa egli ai disagi del campo?
- S, cos vive Ara il bello; ma gli stranieri non hanno a vederlo che per mezzo allo sfolgorar delle spade. E se tu hai messaggi pel re, come di certo inventerai, per destreggiarti e causare la croce, esci di inganno, tu non giungerai fino al re. Le gravi cose che ti girano per la fantasia, le dirai a pi umile orecchio, al capitano degli arcieri di Zikartu.
- Ah, nulla a lui; tutto al re! - disse lo sconosciuto, con accento tranquillo. - Ma via; troppo abbiam ragionato di ci; vediamo ora il vostro capitano, che certo sar pi umano di voi.-
La placida serenit del pellegrino cominciava ad impacciare i soldati. Essi perci non risposero verbo; e borbottando, quasi a scarico di coscienza, confuse minacce tra'denti, si avviarono con lui alla tenda del capitano.
Il mite raggio di Sin gli illuminava in quel mezzo la fronte e la persona vestita di umili lane. Per fermo egli era innanzi cogli anni, ma nol facevano parere tant'oltre il portamento eretto e la carnagione olivigna, che conferiva alle fattezze sue regolari e robuste alcun che della lucida rigidezza del bronzo. Lunghi, ma radi, i peli del mento; povero l'arco delle soppracciglia; donde avevano pi lume i grandi occhi neri di smalto, dei quali ei si studiava dissimular la vivezza, tenendo, quanto pi gli veniva fatto, socchiuse le palpebre. Non era un pellegrino mendico, lo aveva confessato egli stesso pur dianzi; ma certo molte altre cose egli celava di s.
Giunto alla tenda del capitano, espose in breve ci che gi aveva detto agli arcieri; non esser egli ci che il suo aspetto mostrava, ma neppure un esploratore nemico; gravi cose recava, e non poteva dirlo che al re, lo conducessero a questi, che, se mentitore, lo avrebbe mandato a morte senz'altro. La sicurezza dei suoi modi e l'accennar che faceva ad alti segreti, poterono sull'animo del capitano pi della naturale diffidenza. Laonde, comandato che gli bendassero gli occhi lo fece montare a cavallo e con buona scorta de'suoi uomini su per la via del fiume, condurre all'accampamento del re.
Gi sorgeva l'aurora, tingendo di rsea luce le nevi eterne dei monti, allorquando l'infinito pellegrino giunse guidato da'suoi custodi, in mezzo alle colline di Ajotzor. Era tutto intorno un gaio spettacolo di tende d'ogni forma e colore, di cavalli condotti ad abbeverarsi nel fiume, di guerrieri in moto, di bagaglioni o di servi intenti alle cure del campo, di scudieri che forbivano armature, di trombettieri che davano allegramente nelle lor trombe di rame.
La tenda del re, sormontata da un'asta al cui sommo sventola una lunga e sottile striscia di porpora, era sul poggio pi eminente della convalle La cavalcata mosse a quella volta, e come fu giunta alla meta, si cal d'arcione il pellegrino e gli fu tolta la benda dagli occhi.
Parecchi ufficiali del re stavano a crocchio davanti alla tenda. Uno di costoro, alla vista del nuovo venuto, impallid, torse lo sguardo e si allontan chetamente. Era egli Bired, lo scudiero, il fedel servo del re.
Il pellegrino non pose mente a cotesto, abbagliato com'era da tutto quel tramestio d'armi e d'armati, e sovra pensiero per l'imminente sua introduzione al cospetto di Ara. Diffatti, a mala pena gli uomini della scorta, ebbero detta agli ufficiali la cagione della loro venuta, uno di costoro entr nella tenda, e torn poco stante, annunziando al pellegrino che il re consentiva a vederlo.
Ara il bello! ahi quanto mutato da quel di prima! Il dolore aveva sfiorata la morbida guancia; l'interno struggimento gli si leggeva nella fronte corrugata e nel torbido lume degli occhi.
Vide egli il pellegrino o n'ebbe un soprassalto al cuore. Tosto conged Vasdag, il savio principe di Tarbazu, che era presso di lui, e accostatosi al nuovo venuto, con voce sommessa ma con accento concitato, gli disse:
- Santo vegliardo, tu qui?
- Io, s; - rispose il pellegrino; - ed ho posta a repentaglio la vita, per giungere fino a te, recarti una nuova e darti un consiglio.
- Parla! - disse a lui di rimando il re.- Ci che viene dallo tue labbra  triste, ma vero. E se gli  un altro dolore che tu mi rechi, sii ringraziato del pari. -
Profferite queste parole, con accento malinconico, ma con piglio veramente regale, Ara, addit al vecchio uno sgabello vicino al suo, invitandolo a riposarsi. Il vecchio gli volse uno sguardo lungo od intenso, donde trasparivano insieme affetto e tristezza, fors'anche rimorso; indi, ubbidiente, s'assise.
- Necessario  talvolta recar dolore altrui; - rispose egli poscia. - Non siamo noi sempre arbitri degli atti nostri e delle nostre parole; gli Iddii ci guidano il braccio e c'inspirano il labbro, quando a sanare, quando a ferire. Fu voler loro che per noi ti apparisse la dolorosa verit; io stesso, umile strumento in mano dei santi Numi, fui primo a sentirne rammarico. Odimi ora; ci che m'era dato di fare per utile tuo, la mia presenza tel dica. Lieta novella io ti porto. La superba donna che ha posto le sue tende in Assur, pronta a rovesciare su te l'impeto delle sue fortissime schiere, sta per vedere domato il suo orgoglio feroce.
- Che dici tu mai?
- Ier l'altro, - ripigli gravemente il vecchio, - ier l'altro, sesto giorno del mese di Tana, detto da voi Garmapada, la rivolta  scoppiata in Babilonia. Oggi, forse, tutto il paese di Sennaar ha gi innalzato lo stendardo della ribellione, il trionfo delle nazioni soggetto  vicino.
- Ma come?- dimand il re d'Armonia, che quell'annunzio inaspettato riempiva di stupore.
- A Babilonia, - rispose il vecchio, - spiacque l'intimazione d'una guerra, che tutti sapevano cagionata da un corruccio di donna; d'una guerra che gli antichi esempi fanno temer disastrosa. La sconfitta o la morte di Nemrod erano presenti all'animo di tutti; n si dimenticava che, or fanno pochi anni, lo stesso Nino, il marito o re di costei, sebbene covasse in cuor suo la vendetta e meditasse di sterminare fino all'ultimo rampollo la progenie d'Aco, avea dovuto divorar la sua rabbia, dissimulare l'impotenza sua con amorevoli messaggi e liberali concessioni ad Armo, al tuo gran genitore. Conservi Armo la sua potenza tranquillo, dicevano i messaggi; abbia egli diritto di portare la benda di perle e sia secondo dopo di noi. Cos, sebbene potentissimo, temeva Nino di cimentarsi all'impresa. E, lui morto, ardisce la vedova sua romper guerra agli Armeni? Nemica del suo popolo  costei, non madre, se, per far vendetta sopra un amato garzone, non dubita, di immolare le pi nobili vite di una contrada, cui ella, al postutto,  straniera. Cos il popolo di Babilonia, poich ella fu uscita dalle porte; cos ingrossarono l'ire, cos crebbero facilmente a tempesta. Indegna del trono fu dichiarata costei dai maggiori della citt; indegna la gridarono i sacerdoti di Belo, dal sommo della gran torre di Barsipa. E l, nel tempio del Dio, plaudente il popolo ed auspice il presidio, Ninia fu consacrato re su tutta la gente degli Accad.
- E in qual guisa t' noto? - grid Ara confuso.
- Come pu l'annunzio aver fatto in cos breve tempo dodici giornate di cammino?
- Tutto  noto ai veggenti; - sentenzi il vecchio con accento solenne; - e sei tu che lo ignori? Ma via; - soggiunse tosto, notando il rispettoso acquetarsi del re; - qui non  niente di sovrumano. Tutto era gi concertato tra i grandi, e, a mala pena la rivolta scoppi, un lungo ordine di fuochi accesi di colle in colle ne ha mandalo il rapido annunzio fino alla rocca di Assur.
- Ingegno profondo! - esclam Ara ammirato. - Ed ella ignora tuttavia?...
- S, tutto ignora; - rispose il vecchio. - Fuochi d'allegrezza le parvero, o di sacrifizio offerto sulle alte vette ai celesti; ed erano in quella vece gli annunzi della sua imminente rovina. Il triste evento non le sar noto che tra dodici giorni.... quanti bastano a rafforzare le nascenti fortune di Ninia. Per lui  il popolo delle quattro favelle; per lui i sacerdoti degli astri deificati, che si adorano nella terra di Sennaar; per lui i governatori delle provincie.
- Ma, dimentichi tu il possente esercito che ella ha raccolto in Assur? - chiese il re crollando malinconicamente il capo.- I miei esploratori, tornati ieri da diversi punti dalla vasta pianura, hanno potuto noverare cinquanta miriadi d'armati.
- Forse; - soggiunse prontamente il vecchio; - ma di gente raccogliticcia o la pi parte mal fida. Credi tu che s'abbia a fare grande assegnamento su popoli, ieri nemici, oggi domati coll'armi? Credi tu, ad esempio, che i Medi, i nobili Medi, combatteranno volentieri per lei? Bakdi gi tanto felice, Bakdi con l'alta bandiera, come i suoi sacri cantori la van celebrando, centro e guida a tutti i figli dell'Iran, morde sdegnosa il freno della servit....
- Ma Zerduste, il suo principe, non  egli ospite in Babilonia? Non  egli tra i grandi del reame, maestro e custode di Ninia? La regina non lo pregia o nol venera, siccome  fama, tra tutti i consiglieri del trono?
- Troppo lo venera; - not sarcasticamente il vecchio; - o meglio sarebbe stato per lei averlo ricambiato d'amore.
- Ah! - grid il re, a cui quelle parole erano spina acutissima. - Ed egli pure, il principe di Bakdi, am la regina?
- La maliarda  divinamente bella, e molti son caduti a'suoi piedi. Egli, per altro, men fortunato di tanti; n ci avr giovato a rendere i Medi pi amanti del giogo.
- Intendo; - disse Ara.- Ed era Zerduste il savio dal fiore di amomo?
- No, - rispose quell'altro, con accento breve, se non per avventura molto sicuro. - Bene  egli fautore della rivolta, insieme col vecchio Sumti, che ti sta innanzi, nato sull'Indo, alle cui rive la superba s'attent di spingere il suo cavallo di guerra. Noi l'anima della congiura contro un potere che minaccia d'invader la terra, e di assoggettarne ogni libero popolo; e tu ne sei il braccio gagliardo, o re d'Armenia, a cui ella si sforza di togliere il regno e l'onore.
- Oh, mi toglier la vita, - interruppe Ara, - e sar il meglio per me.
- No, tu di vivere e vincere. Ora, tu vincerai, re d'Armenia, se avrai prudenza pari al valore.
- Ah s, rammento che insieme con un lieto annunzio tu mi rechi un consiglio. Udiamo il consiglio, - soggiunse Ara, con voce impressa di profonda mestizia, - e se potr tornar utile alla gente aicna, grazie a te dal profondo del cuore!
- Tu stesso giudicherai, - disse Sumti, - se il consiglio sia utile, com'io penso, al tuo popolo e a te. Esso ti  porto in nome della lega giurata ai danni della stirpe di Nemrod; ma te lo reca altres un uomo, che, vedendoti prode, generoso e fedele alla santa amicizia, ha preso ad amarti d'un amore paterno. Forse egli non opera sagacemente in cotesto. I sapienti che si travagliano per vie segrete al trionfo del vero, non dovrebbero soffermarsi mai sul fatale cammino, n dissipare la forza loro in pietose cure ed affetti vani, siccome  lecito alla comune degli uomini. Ma cos avvenne di me; la mia tempra non  cos forte, da cancellare nell'animo i pi teneri sensi. E t'amo come un figlio, ti venero come il pi nobile, ti ammiro come il pi valoroso tra i re. Degli uffizi a ciascheduno assegnati, io mi elessi quello d'invigilar Semiramide. Era il pi umile e il pi pericoloso; quello degli altri ha pi fortuna e pi gloria. E lo elessi per farmi pi vicino a te, generoso Aicno, per dimostrarti l'affetto mio, per salvar te in questa grande rovina. Mi crederai tu veritiero?
- Ti credo! - rispose Ara, mettendo le sue mani in quelle del vecchio.
- Accogli dunque ora il consiglio. L'esercito di Semiramide  forte per numero. Dove lo attenderai tu?
- Qui, sulle colline di Ajotzor, dove il gran progenitore della mia stirpe sgomin le forze di Nemrod.
- Troppo  vicino il luogo al passo di Lukdi. E non temi che, mentre sar impegnata la mischia, nuove schiere possano giungere in breve ora dal piano?
- Vengano; alla spartita le affronteremo. Oltre a quaranta migliaia di nemici non possono liberamente muoversi in questa valle che noi difendiamo.
- Intendo; ma pensi tu ai danni d'una prima o grossa battaglia perduta?
- In pugno di Zervane  il destino.
- S, ma Zervane d la vittoria ai prudenti. Montuosa contrada  l'Armenia, e ad ogni pi sospinto t' dato di avere una nuova Ajotzor. Non potrai tu tirar dentro il nemico, costringerlo a chiudersi, a frastagliarsi in queste convalli, temporeggiare, molestarlo dai greppi, predare lo sue salmerie, riunirlo insomma, e attenderlo poscia, stremato di forze, di l dal salso lago di Van, presso la tua munita Armavir? E pensa che neppure ti bisognerebbe giungere a quest'ultima prova; imperocch tra pochi giorni Semiramide udr l'annunzio della rivolta scoppiata in Babilonia e in pari tempo le verranno meno le vettovaglie bisognevoli a sfamare un cos numeroso esercito. Ella in paese nemico, e intorno a lei spopolato, col malcontento e la costernazione tra'suoi, si vedr costretta a rifar la sua via. E tu allora a piombarle sopra improvviso, da qual parte ti piaccia, o far pace onorevole.
- Buono  il consiglio; - disse Ara, dopo alcuni istanti di pausa. - Ma pace io non spero, n fuggire saprei. Il tuo disegno fu gi nella mente di Vasdag, il savio principe di Tarbazu, che  il primo de'miei consiglieri; ma egli stesso ne ha abbandonato il pensiero.
- Egli non poteva sapere della rivolta di Babilonia; - entr sollecito a dire Sumti;- e questo evento....
- S, intendo ci che vuoi dirmi; - interruppe il re; - ma questo luogo  fatale. I sacri platani di Peznuni hanno dato il responso, "  in Ajotzor la tomba dei Babilonesi. "
- Ambigui troppo, gli oracoli! - not brevemente Sumti.
- Non credi tu che in essi parlino i Numi? - chiese Ara con accento di sicurezza.
Sumti chin la fronte, pensoso.
- Io credo, - rispose, - che nella mente del savio sia il pi venerabil tempio e il pi certo oracolo di Dio.
- Chi pu dire: io sono il savio tra tutti? - ripigli Ara, crollando mestamente il capo. - Comunque sia, grazie a te dell'amorevole consiglio; ma vedi, oramai la sorte  gittata. Non  egli forse gi troppo aver condotto l'Armenia a questo cimento per me? Il meglio  di finirla in un giorno. Qui pugneremo da valorosi; qui morremo, quando non sia possibile il vincere. Vivo ella non m'avr in sua bala; m'intendi tu? - prosegu il giovine con accento di sicurezza profonda. - Io l'ho giurato all'ombra amata di Sandi, del dolce amico di cui m' viva qui la presenza in ogni cosa che io miro, pi ancora che non mi fosse chiaro l'aspetto in quella notte orribile, donde hanno principio i miei mali. Ben poco invero io dar in preda alla morte! Non m'ha gi ella ucciso, spegnendo nel mio cuore la fede? O padre! la mia, vita  un tormento, un'atroce agonia dello spirito. Mi ami, hai detto? Orbene, cos m'avresti tu amato del pari, nelle tenebre paurose del sotterraneo, ch m'avresti usato misericordia laggi, dandomi d'un pugnale nel cuore, innanzi ch'io varcassi la soglia di bronzo! -
Sumti reclin la testa sul petto e stette a lungo sopra di s, corrugate le ciglia e gli sguardi atterrati. Quello che gli facea cos grave la fronte era un acerbo rimorso. Tutta egli avea misurata, in quello sfogo dell'ambascia di Ara, la profondit della ferita che egli aveva aiutato ad aprire. Egli, cuor di macigno, s'era intenerito alla vista di quel candido garzone, di quell'animo incauto, cos facile, per l'indole sua generosa e fidente, a cader negl'inganni degli ambiziosi e dei tristi. Commosso da quella grazia e da quella prodezza giovanile, s'era adoperato a salvargli almeno la vita, e di ci appunto, senza saperlo, gli faceva, rimprovero quel misero cuore straziato. Lo amava, oramai; si doleva amaramente di averlo condotto a quel punto, vittima innocente di ambiziosi disegni, strumento inconsapevole di alte vendette. Iddio ha seminato il rimorso nell'anima del malvagio, come il filo d'erba nel deserto, come l'amore nella immensa miseria del mondo. Egli  forse per ci che non siam tristi, o codardi, del tutto. E tale era Sumti, che, nella schiettezza del suo rammarico, avrebbe voluto alzar quella fronte umiliata e parlare al re d'Armenia in tal guisa:
- Tutto ci che hai udito, tutto ci che hai veduto,  menzogna. Nulla  vero di Sandi, e tu, inebbriato da magici filtri, hai creduto di scorgere le sembianze dell'estinto in quel bugiardo aspetto che la nostra arte perversa ti ha mostro. Come sapessimo noi cos minutamente del tuo passato, t' oscuro? Ma torna indietro coll'animo, e rammentati. Non hai tu troppo fatto a fidanza coi silenzi notturni, l, nel sacro bosco di Militta, allorquando, curuccioso di doverti presentare al temuto cospetto di Semiramide, giuravi fede e rapivi la pace del cuore ad Atossa? E ben altro sapemmo, ben altro. Non metter tua fede intera negli uomini, o re! I sensi loro, i desiderii, le ambizioni, i rancori, oggi a te ligii o tacenti per te, si gioveranno della tua fede, si armeranno del tuo segreto contro di te, solo che un astuto malveggente ti possa infiammare a tuo danno. Bared, il tuo fedelissimo Bared, fu colto ai lacci d'una tentatrice leggiadra; tutto egli disse, ci che a noi mettea conto sapere, per colorirne la fantastica scena che t' parsa s vera; e il suo silenzio, la sua complicit, furono compri dalla paura di aver troppo parlato, assicurati alla lega coll'oro, o pi assai con minaccie di morte. Egli ha taciuto finora, temendo di avere assiduo al suo fianco il punitore; tacer, pi pauroso ancora, poi che avr veduto me nel tuo campo. Io solo, dei tre congiurati, mi mostrai a viso scoperto; io solo, il men noto, ti condussi al tuo alloggiamento fuori il baluardo di Nivitti Bel. Tu sei vittima, o re, dell'odio di Zerduste, del pi possente tra noi, contro il quale intendevano le mie parole a metterti in sull'avviso poc'anzi. Egli, contrariamente all'utile della causa comune, e non ascoltando che la sua rabbia gelosa, voleva la tua morte; io a fatica ho rattenuta la sentenza fatale, t'ho salvata la vita. Non basta ancora; io debbo far posare la guerra, ridarti la pace del cuore. Quella donna  calunniata; ella e tu, siete involti in una rete d'inganni. Uccidimi, o re; dammi ai pi fieri tormenti; ma questa  la voce del vero. -
In tal guisa avrebbe voluto parlare Sumti La schietta confessione gli turbinava nell'animo, gli faceva impeto alle labbra. Ma quale vergogna non sarebbe ella, stata per lui! Apparire al cospetto di Ara un vil mentitore, un artefice di biechi inganni, egli, Sumti, il discepolo di Man, l'interprete dei santissimi Veda! E non c'era egli altro modo di tornar utile al re, senza tanto disdoro? Egli ben lo cercava, ma in quel suo turbamento non gli venia fatto trovarlo.
E mentre cos dubbiava tra rimorso e vergogna, s'affacci all'ingresso della tenda Vasdag, il principe di Tarbazu, con aspetto che gi di per s annunziava rilevanti novelle.
L'occasione era fuggita. -  il destino che lo vuole! - aveva detto Sumti in cuor suo.
- Che rechi di nuovo? - dimand Ara al vecchio capitano.
- Un cavaliero, - risposo Vasdag, -  giunto or ora da Lukdi...
E si arrest, guardando Sumti.
- Parla liberamente; - disse Ara; - questo pellegrino non  di soverchio fra noi.
- E giunto da Lukdi, - ripigli allora Vasdag. - e porta novelle dell'esercito babilonese, che ha lasciato il campo di Assur ed  tutto in marcia verso di noi. Le sue ali si stendono all'orizzonte come i corni d'una luna falcata, e lo schiere in moto appaiono numerose come un nembo di locuste, che si rovescino a devastare i campi d'una intera contrada.
- Era tempo; - sclam il re. - E dove accenna il nemico?
- A sforzare col nerbo de'suoi il passo dell'Eufrate, mentre forse una parte, che s'avanza diffatti sulla riva sinistra del fiume, risalir alle sorgenti del Tigri. Questa io l'ho per una vana minaccia; del resto, laggi son munite le strette e poca gente baster a trattenere gli audaci.
- Sia bene, - disse Ara. - E che faremo noi ora, o Vasdag?
- Mio signore, - rispose il principe di Tarbazu, - lo ha gi detto il tuo senno. Li lasceremo penetrare in questa valle, dove, coll'aiuto degli Dei, sar la lor tomba.
- E t'ascoltino gli Dei; - soggiunse il re. - Ma pensiamoci ancora; egli  accorto consiglio aspettarli qui, o non piuttosto ritirarci pi indietro, per modo che non possano cos facilmente rifornirsi di gente fresca, destreggiarci, insomma, rigirarci di greppo in greppo, traccheggiare, stancar l'inimico o attendere una migliore occasione? Sappi, o Vasdag; Babilonia si  ribellata o con essa tutta la regione di Sennar. Quest'uomo che vedi, e nel quale  da riporre gran fede, me ne ha recata or ora la certa notizia. -
E si fece a narrargli partitamente tutto ci che sapeva, e ci che aveva cercato di persuadergli Sumti.
Ma il principe di Tarbazu, o fosse religione vera e profonda, o diffidenza dell'ignoto pellegrino, rispose:
-  tardi oramai. L'oracolo di Peznuni ha parlato, e il tuo esercito, o re, vedrebbe di mal occhio un mutamento di ordini, che oggi, all'approssimarsi del nemico, avrebbe sembianza di fuga.
- Tu l'odi? - esclam il re, volgendosi, con piglio grave, a Sumti.
- E sia! - disse questi rassegnato. - Concedimi, o re, di rimanere al tuo fianco e di far mia la tua sorte.
- Ma... - disse amorevole il re, - se ti incogliesse sventura? E se troppo noto ai nemici....
- Che importa? - interruppe Sumti. - Non l'hai tu detto poc'anzi? In pugno di Zervane  il destino. -


CAPITOLO XV.

IL CANTO DI ABGARO.


La voce dello avvicinarsi dei Babilonesi al passo di Lukdi si era sparsa rapidamente nel campo aicno. Il bellicoso popolo aveva salutato l'annunzio con un grido di giubilo.
Il luogo che gli Armeni avevano scelto per aspettare il nemico, era acconcio che nulla pi. Ne conoscevano ogni insenatura ed ogni declivio, ogni sentiero, ogni forra; sapevano da qual parte celarsi, da quale altra uscir fuori improvvisi; ove i guadi, ove i passi difficili. Quello era inoltre un luogo consacrato da gloriose memorie. Che pi? I platani vocali di Peznuni avevan dato, pochi giorni addietro, un responso: " in Ajotzor la tomba dei Babilonesi." E dal labbro dei Sos, venerandi custodi del sacro recinto, s'era diffuso per ogni dove l'oracolo, argomento di speranza alle turbe, nuova esca all'amor patrio delle pugnaci trib.
Gli Armeni, giusta il culto di tutti i popoli discesi dalle alture dell'Imalaya, adoravano il tempo sconfinato, sotto il nome di Zervane Acherene, donde era uscito Ahura, lo spirito divino ed eterno che penetra l'universo. E vedendolo essi in ogni cosa, erano venuti a grado a grado deificando le forze tutte della natura, siccome avean fatto i popoli affini di Javan, di Iran, e gli altri di Turan, pi lontani consanguinei, sebbene pi vicini per moleste incursioni. Ed anco ad essi parve di ravvisarli nel fuoco, acceso sui monti, la pi pura essenza dello spirito eterno, anch'essi popolarono di deit minori lo spazio, le viscere della terra e i flutti del mare. N meno aveano essi a sentire dalla vicinanza dei figli di Cus, pe'quali erano confuse in un culto le ingenite virt della terra e le stelle del firmamento; per avevano anch'essi la loro Istar nel ciclo e la loro Militla Zarpanit sulla terra; e quella dicevano Asdlig, questa Anait, ambedue pi severe e di pi casti riti onorato in quella contrada di assidue nevi e di costumi pi rigidi.
Altri riti aveano comuni le due genti vicine e tratto tratto nimiche. N tanto era puro negli Armeni il nobil seme ariano, che non vi si scorgesse mescolato alcun che del sangue cussita, o camitico. Dicevasi che lo stesso Aco, il loro gran padre, traesse l'origine dalla terra di Sennaar; forse non era egli che un figlio di Javan, od anco di Turan, disceso al piano dalle cime dell'Ararat, insieme coi campati dal diluvio, indi tornato alle sue prime sedi. Comunque fosse, in molte cose appariano conformi i due popoli; perfin nella lingua si notavano qua e l i segni dell'influsso straniero; certo, poi, la scrittura degli antichi Armeni era ereditata dagli Accad. E lass, come tra le genti della pianura, erano magici riti, sortilegi, augurii e superstizioni in buon dato; epper i platani di Peznuni, reputati faticidi, circondati di venerazione profonda e ciecamente creduti dalle moltitudini. Non aveano essi parlato il vero, profetando sventura pel viaggio del re in Babilonia! Doveano esser creduti dal paro, quando, con dolce lusinga all'orgoglio nazionale, vaticinavano in Ajotzor la tomba dello schiere nemiche.
E il vaticinio stava finalmente per compiersi. I Babilonesi, dopo lunga sosta in Assur, certo necessaria ad ordinare cos numerosa turba d'armati, avean levate le tende e s'inoltravano alla volta dei monti. Ancora un giorno, due al pi, e sarebbero giunti all'assalto. Venissero pure, si perigliassero in quelle anguste convalli; le aquile aicne erano pronte a riceverli.
Quel d fu festa nel campo. S'incontravano i compagni d'arme, gli amici, e si scambiavano parole a vicenda aspettate. A domani! Ci siamo! Finalmente! Far ognuno il debito suo. E lampeggiavano gli occhi, e una stretta di mano faceva sentire le pulsazioni gagliarde del sangue.
L'esercito aicno si raccoglieva adunque in quel sereno riposo, che non  ozio, ma aspettazione; posava, ma meditando i colpi imminenti e le prede. Bella, ampia, ben chiusa sui lati ora la convalle, e, per ogni ciglione, o pendio, per ogni greppo su in alto, o sentiero nel fondo, brulicava di armati. Era egli possibile che, rimanendo in piedi anco un drappello d'Armeni, l'esercito babilonese potesse aprirsi un varco l dentro?
L'ora delle quotidiane fatiche era scorsa e tutte le cure minute e varie del campo, cessate d'un tratto. Appesi entro le tende i grandi archi e le capaci faretre; a fasci raccolti i giavellotti, lunghesso i sentieri e di rincontro ad essi appoggiate le targhe di rame, e gli scudi lunghi di cuoio. Sciolti dallo pesanti bardature, pascevano liberamente i cavalli nei prati, o si diguazzavano nitrendo nel fiume. Qua e l seduti a crocchi, o lentamente vaganti per le viottole campestri, si davano spasso i guerrieri.
Gran ressa, si notava alle falde del poggio, su cui sorgeva la tenda del re. Attirava la moltitudine in quel luogo una danza militare, passatempo cos grato agli Armeni. Ai suoni dei cembali percossi in cadenza da parecchi tra gli astanti, le coppie dei danzatori fingevano assalti di spade, si minacciavano coi giavellotti, s'intrecciavano in molteplici giri, si scioglievano e si assalivano ancora, con impeto pi grande e moti pi celeri, fino a tanto il ballo non rendesse immagine di una mischia, accompagnata da grida feroci e terminata dagli applausi del popolo spettatore.
Dopo le danze, i canti. Si riposava facendo cerchio in mezzo alle tende, dov'era pi libero il campo, e sedevano al centro i poeti, venuti a far gara di maestria gli uni cogli altri. Eglino, di solito, accompagnando il finir d'ogni strofa, con parecchi colpi di cembalo, cantavano antiche tradizioni della stirpe aicna; ognuno, secondo l'umor suo e la feracit della fantasia, mutando alcuna cosa al racconto, e fiorendolo d'immagini proprie; del che pigliavano gran diletto gli uditori e faceano paragone tra i varii rapsdi. La poesia, non la storia, si vantaggiava di questo continuo raffazzonamento, che venia di mano in mano trasformando le cronache paesane in finzioni mitologiche, e queste rinfrescava poi di nuovi colori e apparenze di storica vita.
- "Ancora, - cantava uno di essi, - ancora nella terra dei due fiumi non era edificata la torre, testimonio dell'umana tracotanza, n lo sdegno celeste avea corrotte e moltiplicate le lingue, allorquando erano principi della terra Zeruano, Titano e Jafeto.
"Appena si divisero essi l'impero del mondo, che Zeruano si lev padrone degli altri due. Titano e Jafeto si opposero alla sua tirannia e gli ruppero guerra. Imperocch Zeruano pensava a fare che i suoi figli su tutti regnassero.
"E gi Titano aveva rapita una parte delle terre di Zerunno; ma Asdlig, loro sorella, frappose le candide braccia e quet gli spiriti irati.
"Acconsentirono regnasse Zeruano, ma patteggiarono giurati di far morire tutti i maschi che di Zeruano nascessero, perch egli non regnasse su loro sempre ne'posteri suoi.
"Perci posero alcuni Titani robusti, che vegliassero ai parti delle donne di Zeruano. E gi due maschi sono uccisi, per ossequio al patto giurato, quando la pietosa Asdlig, secondata dalle piangenti donne, commuove i barbari cuori.
"Vivano i figli di Zeruano, e valide braccia ti portino in occidente, sulla vetta di un monte. E sia come un altro Ararat, donde la nostra stirpe discenda a popolare la terra."
Tacque, ci detto, il cantore, e un altro gli sottentr non meno caro alle turbe.
- "Dopo la navigazione di Chisutro alle terre alte e il suo approdo alle ultime vette dell'Ararat, uno dei suoi figli, per nome Sim, va verso tramontana e ponente. Tratto da vaghezza di conoscere i luoghi, s'inoltra egli a tramontana e ponente.
"Qua giunge, e mette sua stanza a'piedi d'un monte dalle lunghe falde, solcate dai fiumi che scendono nello terre degli Accad. Mette qui sua stanza per due lune e chiama il monte Sim dal suo nome; indi fa ritorno verso mezzogiorno e oriente, verso le contrade dond'era venuto.
"Ma uno de'suoi figli, Darpan, co'suoi trenta nati e quindici figliuole, coi loro mariti, separandosi dal vecchio padre, si formano a dimora tra noi. E Sim, dal nome del figlio, chiama il luogo Daron, e la regione ov'egli stesso aveva abitato, chiama Tzeronk, che significa dispersione.
"Imperocch ivi si separ il suo figlio da lui, e un altro del pari, che va a metter dimora presso i confini della regione di Bakdi. E quest'altro luogo serba tuttavia il nome di Zaruant.
"Questo  il poco della stirpe di Sim, che rimase nelle terre d'Aiasdan, innanzi che il forte Aco venisse a rallegrarle di sua dolce presenza. Ora, non s tosto egli apparve, che tutti, discendenti di Sim, trib bellicose di Javan, e domati figli di Turan, accolsero volonterosi la sua paterna autorit, si confusero in una sola gente, in un solo volere, sotto lo scettro del gigante dagli occhi azzurri.
"Ricordate la vostra storia, o genti aicne; queste le prime e care memorie domestiche; cos fu popolato il suolo che tutti ad una dobbiamo difendere, contro le voglie rapaci dei figliuoli di Nemrod."
Unanimi applausi e grida fragorose salutarono il bardo; e agli applausi, alle grida del popolo, si aggiunsero amorevoli parole del re. Ara, il bello era uscito pur dianzi fuor della tenda e si era seduto all'aperto, sul poggio, in mezzo a'suoi capitani.
- Nobile  il canto di Sempad; - aggiunse il vecchio Vasdag, principe di Tarbazu; - ma nessuno di voi, o poeti, per le cui labbra parlano i Numi, canter le gloriose gesta d'Aco? Oscuro  tutto ci che avvenne prima di lui; sebbene,  da lodarsi la cura che voi ponete a serbare ogni pi lieve frammento delle lontane memorie. Ma coll'eroe dai riccioluti capegli ha finalmente nome e vita la patria nostra; da lui comincia la storia; da lui la fama d'Aiasdan. Cantateci Aco, o bardi, e nelle sue lodi prenderemo gli auspicii delle pugne vicine. -
Gran plauso ottenne il dire di Vasdag; del quale per altro era nota la saviezza. Di lui correva questa sentenza in Armenia, non potere l'antico guerriero dir cosa che non fosse vera e sennata.
- S; - gridarono molti facendo eco alle parole del vecchio principe di Turbazu e incoronatore dei re; - chi canter le gloriose gesta d'Aco? -
Esitarono i bardi, guardandosi in viso l'un l'altro.
- Cantare d'Aco! - sclam alla perfine uno di essi. - Chi lo ardirebbe, se  qui presente Abgro?
- Egli il vate divino; - aggiunse un altro; - egli il signore degli inni! L'eroe dal braccio gagliardo non ebbe mai, n avr certo negli anni futuri, un pi degno poeta.
- Sciogliere un inno ad Aco, mentre  il soave Abgro nella corona degli uditori, sarebbe temerit maggioro di quella d'un astro notturno, il quale s'attentasse di splendere quando il sole  spuntato. -
Un vecchio sorrise a quelle parole, un vecchio cui in quel punto erano volti gli occhi di tutti. Era egli vestito di candida lana, alla guisa, dei sacerdoti di Van, ma al fianco gli pendeva la spada o all'mero la capace faretra.
Sorriso egli, e, stesa la destra in atto cortese, parl:
- Bella , o giovani, la lode data ai canuti, anco se paia soverchia. Chi onora i vecchi, d lode agli Dei; imperocch nei vecchi si esalti il senno maturo, grazia impartita dal cielo, ad ammaestramento e guida delle nuove generazioni. A voi rende grazie, o giovani, il cantore d'Aco, che, scarso d'ingegno, ha ravvivati coll'affetto i suoi carmi. Beati voi, che, cresciuti a vostra volta in et, come gi siete d'arte doviziosi o di sapere, darete pi alti insegnamenti al popolo aicno, tramandando ai nepoti le imprese e lo vittorie di Ara il bello, del generoso figlio d'Armo.
- Vivrai tu per cantarle, o maestro; - risposero gli adi.
- In pugno di Zervane  la sorte; - disse Abgro con accento solenne. - Il guerriero non pu dire: "domani", ed oggi, per la difesa del patrio suolo, tutti gli Aicni saranno guerrieri, n i vecchi si mostreranno da meno dei giovani. Ma via, smettiamo gli inutili vanti, che all'opere, non gi alle parole, dee misurarsi il potere dell'uomo. Chiedevate il cantico d'Ajatsor? Il vecchio poeta, innanzi di tacere per sempre, vuol farvi oggi contenti. -
Un grido di giubilo manifest al vecchio il grato animo della guerresca assemblea, e il silenzio che tosto si fece d'ogni parte gli disse altres con qual religiosa attenzione egli sarebbe ascoltato. A tutti era noto il carme, com'era nota la materia intorno a cui s'aggirava. Senonch, era consuetudine degli adi mutar forme, accrescer poetici fregi all'opera loro, e appunto in questo la valentia d'Abgro era somma.
Tolto di mano al pi vicino de'suoi compagni il cembalo festivo, lo percosse egli con tese palme pi volte, quasi ad eccitar gli estri dormenti; volse gli occhi inspirati all'intorno, e cos prese, con voce piena e armoniosa, a cantare:
"Abbia da'sommi Dei princpio il canto. Terribili per maest erano dessi, largitori de'massimi beni al mondo, alta cagione d'ogni cosa creata e della moltiplicazione degli uomini. Da loro si separ la schiatta dei giganti, mostruosi di forze, invincibili, di statura colossi, che nel loro orgoglio concepirono il disegno di edificar la torre. Gi erano all'opera; un vento terribile e divino, soffiato dall'ira dei celesti, l'edifizio disperse. Gli Dei, dato ad ogni uomo un linguaggio dagli altri non inteso, misero tra loro confusione e scompiglio.
"O il pi chiaro tra questi, figliuolo di Thogarma, del seme di Jafet, o Aco, o principe valoroso, possente ed abile arciero, chi esalter degnamente il tuo nome? Famoso per bellezza e nerbo di membra, riccioluto i capegli, azzurro gli occhi al pari d'un Dio, gagliardo il braccio e pugnace, ma pietoso dell'animo e amante del giusto, ti opponesti tu a quanti alzavano la mano dominatrice sopra i giganti e gli eroi. Infiammato da nobile ardire, armasti il tuo braccio contro la tirannia di Nemrod, allorquando il genere umano su tutta la terra si sparse. Era in mezzo a questo un popolo di giganti, fuor di misura robusti e di lor forza superbi; il perch ciascuno, come da una furia sospinto, immerse la spada nel fianco del compagno; tutti sforzandosi dominare sugli altri.
"Ma la fortuna aiut Nemrod ad usurpare la terra tutta; Nemrod, figliuolo di Mesdrim, a cui fu padre Cus, della progenie di Titano. E ricusa Aco obbedirgli; e glorioso come la stella del suo nome, vagante pe'cieli3 si allontana verso settentrione, menando seco, astri minori, i figli, le figliuole, i nepoti, uomini vigorosi, in numero di forse trecento. Vassene co'figli de'suoi servi, cogli estranei a lui ossequenti e con tutto il suo avere; vassene alle terre alte dell'Ararat. e si pone a pi d'un monte, ove alcuni degli uomini, per lo innanzi dispersi, gi avevano messo dimora.
Costoro ei sottomette alle sue leggi; mura edifizi su questa terra e la d in retaggio a Cadmo, al figliuolo d'Armnago suo.
"Di l trascorre, il savio gigante, progenitore dei nobili Aicni; va col resto dei suoi tra settentrione ed occidente, e si ferma ad un piano, che oggi ha nome di Harc, ovvero dei padri. Lo rammenti con allegrezza ognuno di voi e lo insegni a'suoi figli; dinota quel nome che lass abitarono i padri della casa di Thogarma, nel borgo Aicascno, che suona costrutto da Aco. A mezzogiorno del piano, vicino ad un monte di larghe falde, s'erano prima alcuni uomini stabiliti. E costoro, tratti da riverenza, spontanei giurarono fede all'eroe.
"Ma il titano Nemrod, raffermato il suo dominio sui leoni della pianura, guata con invidia all'aquile della montagna, si strugge della nascente potenza d'Aico. Tosto gli spedisce un fgliuol suo con buona scorta d'uomini fedeli, e melate parole dissimulano l'imperiosa acerbit del messaggio.
"Tu abitasti finora tra i ghiacci e le brine. Riscalda e tempera il freddo gelido de'tuoi alteri costumi, e a me sottomesso ed amico, vivi tranquillo l ove piace a te, sulla terra del mio soggiorno.
"Regni il Titano sulla terra sua; - rispose il figlio di Thogarma, corrugando le ciglia. - Aco nulla gli invidia, nulla chiede da lui. Andate, e ditegli questa breve risposta: l'arco lungi saettante del cacciatore ha intorno a s mestieri di spazio.
"All'udire l'altiero diniego, tutto si svela il mal animo di Nemrod. Irato cavalca il Titano alla montagna; cavalca con grande esercito e giunge alla contrada di Ararat, sotto alle case di Cadmo. Fugge questi a ricovero presso dell'avo, e manda avanti a s veloci corrieri.
"Sappi (manda il figlio d'Armnago), sappi, o il pi grande tra gli eroi, che Nemrod sta per rovesciarsi su te, co'suoi sempre gagliardi, co'suoi guerrieri colossi. Com'io il vidi avvicinarsi alle mie stanze, fuggii; eccomi, vengo io gran fretta; tu cura ci che devi e l'accorto ingegno t'inspiri.
"Come l'impetuoso Arasse, sfondate le caverne delle montagne, corre le valli boscose, varca le anguste gole e gli stretti, e scende, precipita col terribil fragore nel piano, cos venia romoreggiando il Titano, colle ardite e poderose schiere. Confidava egli nel valore e nel numero de'suoi soldati. Ma il cauto e savio gigante dai capegli riccioluti e dall'occhio vivace, raduna tosto i suoi figli e nipoti, guerrieri intrepidi e arcieri valenti, pochi di numero, ed altri alla sua legge ossequenti. Arriva, d e notte correndo, alle salse acque di Van; e cos parla il cauto e savio gigante alle schiere:
"Ad util segno soltanto si tende l'arco del cacciatore esperto, e sempre decisivo  il suo colpo. Nel riscontrare l'esercito di Nemrod, sforziamoci di giungere ov'egli sta, da molti suoi guerrieri circondato. O morremo, e le nostre salmerie cadranno in sua mano; o la destrezza del nostro braccio mostrando, disperderemo la sua gente e avremo frutto della vittoria.
"Tosto superato quell'intervallo di lunghissimo tratto, i guerrieri d'Aco arrivano in una convalle tra erte montagne; poscia, a destra del fiume, si trincierano sopra una altura. E in quel mentre, alzati gli occhi, videro la confusa moltitudine dell'esercito di Nemrod, spinta qua e l da audacia feroce e su tutto il terreno diffusa.
"Nemrod, tranquillo e fidente, con forte drappello si stava alla sinistra dell'acque, come alla vedetta, l su quel poggio ch'io vedo. Aco riconobbe il drappello dov'era il Titano innanzi alle sue torme, con iscelti e ben armati guerrieri. Ed era tra lui e l'esercito suo grande spazio di terra.
"Elmo di ferro cingeva il possente; elmo di ferro ampiamente crinito. Corazza di rame portava al dorso ed al petto; schinieri e bracciali gli chiudeano le membra. I fianchi accinti; al sinistro spada a due tagli; nella destra gran lancia; saldo scudo a sinistra; da un lato e dall'altro eragli il fiore de'suoi.
"Aco, vedendo il Titano cos tutto lucente nell'armi, mette in ordinanza le schiere. Armnago ed altri due figli alla destra; Cadmo e due altri della sua prole a manca, perch erano esperti in trar d'arco e in maneggiare la spada. Egli, poi fattosi avanti, dispone dietro a s in cuspide di lancia le sue genti e le fa ordinatamente procedere.
"Orrido scontro! Di qua, di l, serratisi i giganti gli uni sopra degli altri, coll'urto scambievole facevano rimbombare la terra, e col furor degli assalti spargevano mutuo timore e spavento. Ivi, molti giganti robusti, quinci e quindi colpiti dalle frecce e dalle spade, stramazzavano al suolo; tuttavia il combattimento pendeva incerto dall'una parte e dall'altra.
"Bene si avvide allora il figlio di Misdraim di aver troppo confidato nella sua vecchia fortuna. Sbigottito dallo imminente pericolo, fece ritorno sul colle dond'era poc'anzi disceso; ch pensava in mezzo alle sue schiere affortificarsi vieppi, fino a tanto che, giunto tutto l'esercito, potesse in larga fronte ridar la battaglia. E dietro a lui salivano l'erta i suoi guerrieri colossi, per fargli scudo e difesa, maledicendo alla gagliarda resistenza del nemico e invocando con rabbiose grida il soccorso de'cieli.
"Gi erano al colmo e respirava finalmente il monarca. Ma in quel mezzo, Aco, il forte arciere, cui erano noti i pi ascosi sentieri, apparisce sovra un poggio, che lo mette a pari del fuggente nemico. Lo ravvisa Nemrod, alla prestante alterezza della persona, alla vellosa pelle che penda dagli meri del montanaro, alle penne d'aquila che gli fanno orrido cimiero sull'elmo di ferro lucente; lo ravvisa e trema forte in cuor suo, il possente cacciatore di popoli. Fremono, poi che l'hanno veduto a lor volta, i giganti, i sempre valorosi guerrieri di Nemrod; gi stanno per muovere contro di lui, sperando vendicarsi sovr'esso dei danni patiti.
"Ma invano; gi il figlio di Thogarma ha teso il grand'arco lungi saettante, e, tolta la mira coll'azzurro occhio infallibile, scocca poderosamente una freccia a tre ale, diritta al petto di Nemrod. Romba in aere la corda, vola sibilando lo strale, rompe la corazza come fosse di tenero cuoio e trapassando il petto riesce pel dorso. Cadde a terra il Titano; indarno tenta strapparsi l'acuto ferro dal seno, e fiotti di sangue e bestemmie gli gorgogliano dalle fauci; d un tratto, indi un altro, cerca degli occhi il sole e rende lo spirito invitto.
"Un grido di gioia, grido possente, si eleva.  il grido di Aco, che fa restarsi sospese e attonite le pugnaci coorti. Si addensano intorno al caduto i suoi prodi. Egli  spento. Che fare? Ecco, nuovi dardi fischiano per l'aria, seminano la morte intorno al riverso Titano. Terribile, implacato come il Dio della folgore, Aco saetta. Fuggono allora, compresi d'alto spavento, fuggono i guerrieri colossi; invano schermendosi coi larghi scudi sonanti sugli meri, senza pi volgersi indietro.
"Gloria al tuo arco, o nobile Aco! Posi esso eternamente sospeso alla sacra parete del tempio di Peznuni. Braccio mortale non varrebbe a tenderlo oggi; e il potesse anco, avrebbe forse compagno l'infallibile sguardo azzurro del fortissimo arciere?
"Sangue bagna la collina di Kerezmanc; sangue allaga tutta l'ampia convalle di Ajotzor; sangue scorre l'Eufrate, ancor povero d'acque. Odorano i corvi la preda, e calano in fitto stuolo alla pastura. Ma il forte  magnanimo e pio; d sepolcro onorato ai cadaveri, e la collina ha il nome suo dalle tombe. Il gran corpo di Nemrod, plasmato entro e fuori di balsami e di sontuose vesti coperto, lo portano le vittrici aquile montanare in Harc, alle sante sedi de'padri. Colass, alla vista della regal casa di Thogarma, dorme gli eterni sonni il nemico delle libere genti aicne. "
Cos cant il vecchio Abgro, tra l'ansia, il fremito e la commozione profonda delle migliaia che l'ascoltavano. E un grido di ammirazione, di gioia, di gratitudine immensa, si lev tutt'intorno, poi ch'egli ebbe finito.
Ardevano tutti i cuori, e bene a ragione, per quei gloriosi ricordi. Quello era appunto il luogo della memoranda pugna; quella pianura, che si stendeva dinanzi ai loro occhi, era Aiotzor; in vista del poggio di Kerezmanc era cantata la vittoria di Aco.
- Mai cos grande si pales il vecchio Abgro, - dicevano ne'loro crocchi i guerrieri.
- Il suo canto, - soggiungevano alcuni, - ha dissipati i tristi presagi.
- E quali?
- Nol rammentate, il responso dubbioso dell'oracolo di Peznuni? " in Aiotzor la tomba dei Babilonesi."Sicuramente, ella c'; ma degli antichi seguaci di Nemrod.
- Orvia; troppo chiare parole si chiedono agli oracoli. I sommi Dei vonno lasciare alla fortezza del nostro braccio l'adempimento dei vaticinii felici.
- E in Harc, l'altra notte, non s' egli udito un sordo rumore nelle viscere del monte, come d'armi percosse? Il feroce Titano s' desto e si solleva sul cubito.
- Stolto consiglio sarebbe il suo. L presso riposa colui che l'ha vinto ed ucciso. Se Nemrod si sveglia, non temete; anche Aco non dorme. -
Intanto che questi ragionari si facevano nella moltitudine, Ara il bello erasi avvicinato ad Abgro e nell'impeto della sua ammirazione lo aveva abbracciato. Il vecchio cantore, commosso, tenne lungamente stretta sul seno venerando la bionda testa del principe, tra gli applausi di tutti gli astanti. Grande  la maest, come la potenza dei re; ma l'ingegno, raggio dell'anima, in s racchiude alcun che di divino; donde un'arcana virt che penetra i cuori e soggioga.
- Prode figlio di Armo, tu rinnoverai, - disse allora il poeta, - gli alti prodigi del valore d'Aico.
- Ah, non lo spero; - rispose il giovine re; - ma le tue parole mi staranno qui dentro, e far d'imitarlo ne'generosi propositi.
- Gi cominciasti, - entr a dire Vasdag, - scegliendo il tuo campo. Qui pugneremo; di qui ci avventeremo sulle schiere elette della superba regina. O morremo, e le nostre salmerie, le nostre fortune tutte cadranno in sua mano; o la destrezza del nostro braccio mostrando, disperderemo il suo esercito e avrem frutto della vittoria.
- Verr ella sulla prima fronte, audace al pari di Nemrod? - chiese, con piglio d'incredulo, uno tra gli ufficiali del re.
- Certo, ella verr! - rispose Ara, fremendo. - Forte guerriera  costei. -
N altro disse, che gli faceva ostacolo l'interno ribollir degli affetti.
- Forte s, e superba, - soggiunse Abgro, - come nelle vene le scorresse il sangue dei Titani. Ma non  tralignato il seme aicno e la fortuna lo ha sempre assistito fin qui. Armnago, fondatore di Aracaz, ed Armais, che diede il suo nome alla citt d'Armavir, non estesero sempre pi l'avito dominio? Amasia, il padre del fortissimo Kogam, del valoroso Parok e del giocondo Tzolag, non si f'egli padrone di tutta la catena dell'Ararat, detto Masis da lui? E Kegam non signoreggi egli in breve ora tutta la felice contrada cui bagna l'Arasse? Ed Arma non dilat d'ogn'intorno il reame? Che dire di Armo, del glorioso tuo genitore? Questo guerriero, amante della fatica, voleva piuttosto per la patria morire, che scorgere i figli dello straniero calcare il suolo nato, sopra i suoi fratelli imperando. Narro storia a noi molto vicina e presente all'animo di tutti. Aramo, pochi anni innanzi l'impero di Nino, molestato dalle vicine nazioni, raduna tutta la moltitudine de'suoi valorosi, abili a trattar l'arco e a scagliare il giavellotto, giovani, nobilissimi, di gran, destrezza e bellezza notabile; esercito che per coraggio, e nell'atto, vale cinquanta migliaia. Sui confini d'Armenia incontra il fiore dei Medi, condotti da Niucar, detto Mats, superbo e bellicoso guerriero; gli piomba addosso improvviso, innanzi lo spuntar del sole, e stermina la sua gente; lui, fatto prigioniero, conduce ad Armavir e in cima alla gran torre, forata la fronte con lungo palo di ferro, comanda che sia inchiodato, a terribile esempio per tutti gli oppressori e scorridori delle contrade d'Armenia. Nino istesso se l'ebbe per detto. Nino che, avendo in cuore una memoria d'odio pel suo progenitore caduto in Aiotzor, meditava lungamente vendetta. Cel egli i suoi tristi disegni, sebbene potentissimo fosse, e mand messaggieri ad Aramo; conservasse il suo dominio, portasse liberamente la benda di perle, e secondo regnasse, dopo di lui, tra i re della terra. Aquile aicane, salvete;  vostro l'impero dei monti. -


CAPITOLO XVI.


LA REGINA GUERRIERA.
Cos s'apparecchiavano le genti aicne alla prova dell'armi. E frattanto, dal passo di Lukdi si avanzava l'esercito di Semiramide, facilmente respingendo i drappelli armeni col posti in vedetta, e tacitamente distendendosi su per le circostanti alture. Buon nerbo di cavalieri e di fanti s'erano volti ad oriente, accennando a risalire verso le sorgenti del Tigri, siccome gli esploratori avean riferito ad Ara; ma poco oltre una mezza giornata di cammino, i cavalieri avean fatto sosta, e i fanti, scelti tra i pi destri arcadori dell'esercito, aveano piegato non visti a settentrione, inerpicandosi per le ripide coste ed addentrandosi a gran fatica nelle impervie forre delle montagne.
Bene era Semiram quella eccelsa guerriera che il re d'Armenia, nella onesta schiettezza dell'animo suo, erasi affrettato a riconoscere. Mai donna degli antichissimi tempi era stata pi addentro di costei nelle gravi cure e nelle aspre discipline della guerra, n altra che potesse ragguagliarsi a lei avevano a darne le et pi recenti.
Nata d'arcane nozze in Ascalona di Siria, nutrita nel tempio di Derceto e cara (dicevano le favole del volgo) siccome figlia alla Dea, le grazie nascenti d'una sovrumana bellezza l'avean fatta sposa a Mnnone, prefetto e governatore, pel re degli Accad, di tutto il paese di Palastu sulle rive del Mar d'occidente. Ora il re degli Accad era Nino, figlio d'Arbel, della stirpe di Neinrod, che allora, con tutte le forze del suo impero, si disponeva ad invadere la Bakdiana.
Chiamato era Mnnone al campo del re; n potendo egli lungamente rimanervi senza la donna dell'amor suo, che colla leggiadria delle incomparabili forme e coll'avvedutezza del consiglio s l'aveva soggiogato, mand alcuni suoi famigliari a chiamarla, che, come pi presto poteva, si riducesse al suo fianco. E l'ebbe come desiderava, mentre l'esercito, corso tutto il paese dei Medi, stringeva Bakdi, la capitale, vanamente d'assedio.
D'ingegno acutissimo e d'animo pronto, la donna leggiadra aveva colta quell'occasione per far mostra di sua grande virt. E per potere, con pi sicurezza fare il viaggio, ch'era di molte giornate, aveva indossata una stola, per la quale non potesse distinguersi se fosse uomo o donna, chi n'era ammantato; giovandole inoltre quel vestimento, cos a difesa delle candidissime carni contro gli ardori del giorno, come a farla pi snella, in ogni occorrenza, o pericolo. E tanta fu la grazia di quel suo modo di vestirsi d'allora, che i Medi poscia, e gli Assiri, e da ultimo i Persi, insignoritisi dell'Asia, vollero portare la stola di Semiramide.
Intanto, giunta ella al campo, considerando come l'assedio era condotto, aveva visto tutta la forza del nemico rivolgersi contro i luoghi campestri ed ovvii alle irruzioni, ma nessuno frattanto custodire la rocca, che per natura e per arte era fortissima. Presi pertanto uomini che sapessero inerpicarsi sulle rupi, e valicata con essi una certa valle, ascese alle opposte eminenze ed occup una parte della rocca, ed ai suoi, che combattevano nel piano sotto le mura, diede il segnale. Fu allora che i difensori della citt, colti da terrore improvviso per la rocca presa, non avendo pi speranza di difendersi, abbandonarono le mura.
Vol il nome di Semiramide per tutte le bocche. La vide il re, e, preso da tanta bellezza, ne innamor vivamente. Abbi, - dissegli a Mnnone, quanta sostanza del mio tesoro vorrai, e mi appartenga Semiram.
- Nulla sono le ricchezze del tuo regno, - rispose Mnnone al re, - nulla sarebbero quelle dei mari lontani al paragone di lei.
- Sii secondo appo me, - ripigli Nino infiammato; - abbiti in moglie la mia figliuola Sosane, per cui tanti re della terra sospirano, e mi appartenga Semiram.
- No; - disse a lui di rimando il marito. - Io ti rendo grazie, o re dell'onor singolare, che ogni altro m'invidierebbe per fermo. Che mi varrebbe esser secondo appo te, quando io non fossi pi il primo e l'unico nel cuor di Semiram? Vada la tua gentil Sosane ad un possente, che sia degno di cos alto parentado; nessuna figliuola di re mi pagherebbe la perdita del vago fior d'Ascalona.
- E sia; - grid Nino, corrugando la fronte e mettendo lampi dagli occhi; - rinunzia alle ricchezze; rinunzia agli onori; ma io giuro per Nisroc, che in questo mentre gi libra le tue sorti, tu non vedrai pi il vago fior d'Ascalona. Con ferro rovente ti si sfonderanno le pupille tra un'ora; che pi non ti concedo di tempo a consigliarti di ci. -
Preghiere, pianti e scongiuri, non valsero; bisognava obbedire. Mnnone, pel timore delle minacce del re, e per la gelosia che era possente in cuor suo, montato in furore, corse alla sua tenda e s'uccise. Per tal modo, sebbene riluttante, Semiramide era fatta consorte di Nino.
Il fiero Cussita nulla tralasci che giovasse a medicare l'acerba piaga, aperta da'suoi desiderii in quel giovine cuore. Unica sua compagna la volle; regina la pose su tutte le genti tra il Mar d'occidente e le terre dei Medi. Ma, pi che il regio fasto e l'obbediente affetto dell'ammansato leone, valse il grand'animo desideroso di grandi cose, a lenire la sua cura. Indi a non molto, il suo possente signore moriva, lasciandola madre di Ninia. E fu allora che la sua mente gagliarda si pales tutta quanta. Spiaceva agli Accad, perch donna e straniera; ma la sua grandezza, superiore a quella di tanti uomini portatori di scettro, li vinse. E non si dolsero d'essere caduti in bala d'una mano di donna, allorquando videro quella mano impugnare la lancia e tentar le redini del corsiero, che volava sempre dov'era pi aspra la pugna.
Un giorno (e fu dei primi del suo regno), la rivolta era scoppiata nelle vie di Babilonia. La regina sedeva nel suo spogliatojo, in mezzo alle ancelle, intenta a rassettarsi le lucide chiome. Udire il molesto annunzio e balzare in piedi fu un punto. Scese nella corte del suo palazzo, ove stavano poche schiere adunate, e cos scarmigliata come era, accesa in volto di sdegno, mont subitamente a cavallo, corse a furia dove pi spesseggiavano i rivoltosi, entr di lancio nel mezzo, e con fiere parole li rampogn di lor fellonia. Sbigottiti gli uni, commossi gli altri da tanto ardimento, tutti soggiogati da una cos felice mistura di sublime bellezza e di regale corruccio, posarono le armi, la gridaron regina e veramente figlia di Dea.
Abbellita in singolar modo la citt e quasi riedificata da lei; la Media domata, e il suo vecchio re Ossiarte costretto a tributo; signoreggiata tutta la terra degli aromi, che si stende dal paese degli Aribi infno al mare di mezzod; temente ed ossequioso il popolo altero di Mesrahn; le insegne degli Accad condotte di vittoria in vittoria per l'estremo oriente, fino alle rive dell'Indo; erano questi i diritti di Semiramide alla obbedienza ed alla venerazione delle genti del Sennaar. E l sull'Indo, recata la guerra contro il re d'innumerevoli schiere, Staprobate, non aveva ella fatto prova d'altissimo ingegno, pari a quello dei pi insigni condottieri d'esercito? Assai prima di Alessandro Macedone, non aveva ella provveduto guado d'un largo fume, con migliaia di barche in tal guisa costrutte, che si potessero agevolmente scomporre e portare sui carri? E laggi s'era ella mostrata grande nella prospera, pi grande nella avversa fortuna, allorquando, fallita in sul meglio l'impresa, perch i suoi soldati non erano avvezzi a combattere gli elefanti, condusse il suo esercito al ponte e lo ridusse in salvo, ultima a ritirarsi davanti al nemico e pronta a recidere le funi che tenevano le barche congiunte.
Donna invero eccelsa per grandezza d'animo e per felice accoppiamento di virt virili e di grazie femminee, a tutto intendeva, di tutto si pigliava gran cura, e in pace maturava gli accorgimenti di guerra, in guerra assicurava le arti della pace, senz'altro pensiero, fuor quello della felicit del suo popolo Il monte Bagistano, da lei foggiato a monumento della sua gloria, citt nuove, templi, strade militari, canali portatori di acqua ai campi infecondi, tutto recava l'impronta del suo genio multiforme. Per lei la stirpe degli Accad fu grande e avventurosa, come non era stata mai; lampada che d guizzo di pi splendida luce, quando ella  presso a mancare.
E ben meritava la pace e la contentezza per s, lei che cotanto aveva fatto per la prosperit del suo popolo. Ma, pur troppo, non pu esser tregua al dolore, pei nati dalla creta. E appunto allora, quando ella sperava rifarsi dalle molte fatiche ne'taciti gaudii del cuore, in gloriosa quiete, confortata dal pi nobile affetto, un'altra guerra le appariva necessaria. Il delicato sentir della donna e la maest della regina erano stati offesi del pari. E da chi? Da un re tributario; dall'uomo in cui aveva ella riposto sua fede, a cui s'era data in bala, con quel sublime abbandono, con quella piena dimenticanza di s, che accompagnano e dimostrano le profonde passioni, le sole vere e desiderabili della vita.
Stava ella al passo di Lukdi, siccome si  detto, e le sue schiere, passate in rassegna, a mano a mano si avviavano ai luoghi assegnati.
Giusta il costume suo in simiglianti occasioni la regina aveva fatta sul piano un'alzata di terra a guisa di poggio, su cui vedevasi eretto il suo trono, sotto un padiglione di bisso divisato a colori. Sorgeva a manca un'antenna, dal cui sommo sventolava una striscia di porpora, insegna del comando che tutti potessero agevolmente vedere da lunge, e a destra lo stendardo degli Accad, che era un leone alato, dalla faccia umana, tutto d'oro massiccio, innestato sulla punta di un lungo giavellotto.
A'piedi dello stendardo e distribuiti sul pendo di quella eminenza, trecento sceptchi, o portatori di scettro, vegliavano, tutti nobilmente vestiti di bianca e corta tunica, frangiata d'oro, sotto di cui apparivano le anassridi di cuoio colorato, che s'attagliavano alla gamba e la facevano pi salda al cammino.
Dall'altra banda, ove sorgeva l'antenna colle insegne del comando supremo, stavano a custodia trecento portatori di lancia, terribili a vedersi nelle corazze di rame e negli elmi criniti.
Alle falde del poggio era il carro di guerra della regina, tutto di bronzo, con aurei fregi, che simulavano soli fiammanti. Otto poderosi cavalli di Media erano fermi al timone, tutti bardati a squamme di ferro e muniti d'un'ampia rotella sul petto, dal cui mezzo sporgeva un minaccioso spuntone. Succinti valletti erano di fianco ai cavalli, per tenerne le redini e frenarne i moti impazienti; l'auriga stava immobile al suo posto, aspettando la regina, mentre lo scudiero disponeva in bell'ordine, sulla proda del carro, l'arco, la faretra, i giavellotti e lo scudo.
Semiramide intanto stavasi ritta sul trono, in nobile atteggiamento, con una lancia nel pugno. Indossava una tunica di porpora, del color d'amatista, e una bianca sopravveste, serrata ai fianchi da un'aurea cintura, donde pendeva la spada, col fodero tempestato di gemme. Non portava collana o monile; per contro, al sommo del petto appariva fuor della tunica una gorgiera di ferro lucente, segno che tutta la persona era catafratta del pari. Un elmo alato le cingeva le tempie, lasciando libera la nerissima capigliatura che scendeva in larghe anella sugli meri.
Cos chiusa nell'armi ed altera, i Greci l'avrebbero tolta per Minerva discesa tra gli uomini, e si sarebbero prostrati a'suoi piedi, adorandola. Il pastore di Frigia l'avrebbe piuttosto creduta Venere, rivestita delle spoglie di Marte; e a lei pur sempre, a lei sola, avrebbe dato il vanto della bellezza. Severa bellezza era per altro la sua; una torva luce, come lampo per notte buia, rischiarava il profondo di quegli occhi stupendi; erano chiuse, irrigidite da acerbo dispetto, quelle labbra di corallo, che agli umili riguardanti facevano sognare la ineffabile ebbrezza d'un bacio.
Ai fianchi della regina, ma alquanto in disparte, si vedevano i primi uffiziali dell'esercito, vecchi e sagaci consiglieri di guerra. Sui gradini del trono stavano immoti i portatori di flagello, vivi emblemi delle pene imminenti ai ribelli, ai trasgressori de'comandi reali. Dietro a lei gli eunuchi, riconoscibili alle guance imberbi e alle fattezze muliebri, ardevano soavi aromi e scuotevano flabelli di candide penne.
Nella pianura sottostante, l'esercito si scorgeva tutto in moto, e in ordine cos lungo, che l'occhio non poteva abbracciarlo d'un tratto. S'inoltrava quella moltitudine immensa, balenando, ondeggiando, siccome campo di spighe. Nitrivano i cavalli scalpitanti; sonavano con alto fragore i carri, dando frequenti sobbalzi lunghesso il sentiero; strepitavano i timpani, gli oricalchi e gli strumenti della musica guerriera. Gli scudi, le loriche, gli elmi e le lancie, luccicavano al sole, confondevano lo sguardo. Pareva di scorgere Sam, nell'ora che si mostra sull'orizzonte, e fa scintillare in mobili pagliuole d'argento le creste del mare agitato. Qua e l, per mezzo allo sterminato piano di elmi e di punte lucenti, si rizzavano le lunghe cervici dei dromedari sabei, le doppie terga dei cammelli di Bakdi, le immani teste orecchiute degli elefanti indiani, colle lor proboscidi erette e le torri barcollanti sul dorso, e trofei, bandiere, pennoncelli di cento colori; tutto in moto verso le falde del poggio, innanzi al quale dovea passare ogni schiera.
Col diffatti si scorgeva un ampio e lungo steccato, entro al quale i guerrieri, poich tutto l'avean colmo, si fermavano un tratto, indi proseguivano speditamente la via. In quel modo si noveravano allora le forze degli eserciti. Capace era lo steccato di una miriade, cio di diecimila uomini mandati innanzi su d'una fronte di cento; epper, a mano a mano che i guerrieri varcavano lo spazio misurato e una o pi schiere addensate giungevano a riempirne i limiti estremi, lo scriba segnava un numero nel suo papiro, e cos via via fino all'ultimo, per poi cavarne la somma.
Quel d lo scriba reale aveva a segnare settanta numeri e pi, imperocch tante miriadi conduceva seco la regina degli Accad; cinquecento mila fanti e dugentomila cavalli. Il primo novero gi era stato fatto nel campo di Assur, ed in altra maniera anch'essa in uso a que'tempi. Secondo quella, ogni soldato passando gittava una freccia entro una cesta, a tal uopo preparata. A mano a mano che le ceste si riempivano, eran chiuse col regio suggello e si riponevano in luogo da ci. Finita che fosse la guerra, si rimettevano in ordine e, rotti i suggelli, ogni soldato di l passando ripigliava una freccia. Le ultime rimaste, come di leggieri s'argomenta, davano il numero dei perduti in battaglia.
E passavano i guerrieri, passavano lieti e superbi dinanzi al poggio reale, facendo suonar l'aria di lor grida discordi.
Primi erano i soldati delle contrade a mezzogiorno di Babilonia; settantamila di numero. Si riconoscevano gli uomini di Mahabu e di Karbaniti, sui confini di Mesraim; gli Arbi e i Kidri, i Nabati, i Curassiti e i Sabei, fieri abitanti della vasta penisola che s'immerge come ascia lucente nel mare lontano. Guidavano innumeri torme otto principi di quelle ultime regioni che son presso alla aurifera spiaggia di Ofir; i capi delle trib di Caldili, di Rapiati, di Magalani, Cadasc, Dihtani, Ihilu, Gahpani, Guzbih. Tutti costoro, valenti arcadori, vestivano succinte tuniche e portavano calzari intessuti con fibre di palma; cingevano il capo di bende a pi giri ravvolte, e corte spade recavano al destro lato sospese. Nel sembiante della pi parte di loro erano impressi i segni della stirpe camitica; breve la fronte, il naso piatto, corti i capegli e crespi, la carnagione abbronzata.
Seguivano gli uomini delle regioni d'occidente, di Martu, di Aharru e di Hatti. Erano costoro duecento migliaia, tutti della progenie di Sem. Numerosi tra essi i Dimaskiti, quei di Birtu, la citt bianca sul monte, di Laki, di Simari, alle falde del Libano, di Arvada, che  sul mare, di Bit Buruta, di Sidunnu, la trafficante di porpora. Mancavano quei d'Izcaluna, avendo Semiramide liberati i suoi concittadini dall'ufficio dell'armi. C'erano in quella vece i fieri abitatori di Palastu, armati di fionda e di accette di selce. Seguivano del pari le insegne i popoli marinari di Yatnana, che  Cipro, e delle altre isole, di Idihai, Kitusi, Sillua, Pappa, Aprodissa, poste sul mare del sole occidente; questi armati di scure e diligenti artefici di macchine da espugnare citt; gli altri tutti, nominati pi sopra, arcieri gagliardi e destri nel maneggiare la clava nodosa.
Venivano dopo questi i guerrieri delle regioni settentrionali di Nahiri e di Assur, di Urusu e di Urumi, di Nazibi e di Arbel, di Tusan e di Amida, che  sulla riva sinistra del Tigri, di Ninua, la futura rivale di Babilu, di Tuhani e di Izama, di Kabsu, nei pressi di Nipur, le cui abitazioni son fabbricate in alto sui greppi come nidi d'uccelli, di Haran e di Resen, di Tadmor e di Reoboth. Tutti costoro discendenti di Assur, Semiti, fuggiaschi dalla terra di Sennaar ai primi tempi della dominazione cussita, ed ora assoggettati da Nino e da Semiramide all'impero babilonese. Forti guerrieri son essi, e nel combattere corpo a corpo valenti. Portano corazze a sette doppi di lino, macerato da prima nell'aceto, donde si fa pi tenace e pi saldo; imbracciano tondi scudi, e cingono elmi di bronzo; spade, archi e mazze ferrate, son l'armi loro. Di essi una parte  a cavallo, e gli uni e gli altri ascendono a cento migliaia.
Quarto in ordine di cammino veniva il forte popolo d'Elam, che  di l dai monti orientali. Si notavano per la bella presenza gli uomini di Susan, citt reale, di Rasu e di Hamanu. Seguivano i Madai, nobilissima schiatta, i Parsua, gli Ariarvi, i cittadini di Muru e di Bakdi, tutti della antichissima e pura stirpe di Javan, e di sangue, ma non pi di memorie e d'affetti, congiunti agli Armeni. I Parsua attiravano pi d'ogni altra gente lo sguardo, per le loro bionde capigliature inanellate e per gli occhi bigi, che li facevano parer quasi una famiglia al tutto separata dalle altre. Elamiti, Medi, Persi, Ariani, Margiani e Battriani (che cosi, lievemente mutati, giunsero i nomi loro alle et susseguenti) erano duecento migliaia: met de'quali a cavallo con archi sugli meri, corazze di ferro a squamine, elmetti e scudi parimente di ferro. Destri erano costoro a trar l'arco cavalcando e a tr la mira fuggendo, colla fronte ed il petto rivolti all'indietro. I fanti vestivano di cuoio; portavano, come i cavalieri, le anassiridi di pelle a difesa delle gambe; armi da offesa avevano i giavellotti, ascie a due tagli e spade di ferro alla cintura. |
A queste genti tenevano dietro gli abitatori del Sennaar, i fieri Cussiti, gli Accad, i Sumir aspro favellanti, tutta, insomma, quella mescolanza di popoli diversi, che furono i fondatori di Babilu. Cinquanta migliaia erano i cavalieri, con loriche ed elmi di forbito rame, lancie ritte sulla staffa e mazze ferrate pendenti all'arcione. Pi numerosi i fanti, tutti vestiti di cuoio; parte fiondatori, con bisacce sull'mero, che recavano selci, ghiande di piombo, o d'argilla e bitume; parte arcadori, dalle cui spalle pendevano le capaci faretre.
Si avanzavano poscia le artiglierie, torri, uncini e macchine da trarre, con cammelli carichi di munizioni, dardi intrisi di nafta, palle di bitume e di zolfo. Seguivano quaranta elefanti, smisurati animali condotti dalle rive dell'Indo, ognun de'quali portava il suo custode sulla negra cervice e una torre sul dorso, con dieci uomini armati di giavellotti e di frecce. Ultimi quattrocento carri di guerra, con scelti guerrieri, armati d'aste poderose e accompagnati da esperti cocchieri.
Chiudevano la marcia diecimila uomini di scelta cavalleria. Militava in quella schiera il fiore e il nerbo della giovent babilonese, tutti usciti dalle prime famiglie dei Sennaar. Era gran lustro lo entrarvi, imperocch s'avevano a comandanti dei drappelli uomini di regio sangue, o congiunti di parentado colla discendenza di Nemrod.
Le fogge e l'armi rispondevano per lo sfarzo loro alla dignit di quel nobilissimo corpo. Sulla lorica di ferro temprato portavano il cand, tessuto di bisso, di latteo colore, con fregi di porpora, cosparso di soli fiammanti in oro. Sul capo avevano la tiara, i cui lembi si raccoglievano a soggolo, lasciando scoverta appena la met delle guance. Ricche cinture sostenevano le lunghe spade dalle lucenti guaine, ed archi e faretre pendevano dagli omeri. Bianchi erano come neve i cavalli, cresciuti pur essi nelle regie mandre di Sippara. E cos bianchi sulle bianche cavalcature, rutilanti d'oro e di porpora, era una vaghezza a vederli.
Diceansi i cavalieri di Belo, o, con altre parole, la sacra miriade. Accompagnavano l'esercito, quando esso stava sotto il comando del re, e in battaglia non erano adoperati che ne'momenti supremi. La conscia nobilt del sangue e l'obbligo dei forti esempi, li facevano valorosi a gara su tutte le schiere. Andavano contro il nemico a corsa sfrenata, lasciando le redini sul collo ai destrieri; quando si scorgeva quella moltitudine incalzare a galoppo, coi brevi mantelli e le criniere svolazzanti in mezzo a un nembo di polvere, pareva di vedere una legione di spiriti celesti, scesi a combattere le miserande pugne degli uomini.
Passando di sotto al poggio, i cavalieri di Belo acclamarono con alte grida la possente regina, che d'un gesto cortese ricambi loro il saluto; indi ella pure si mosse, per salire sul suo cocchio di guerra, che l'attendeva nel basso. Dietro a lei scendevano a cercare le loro cavalcature i suoi uffiziali, gli sceptuchi e i melofori; quindi gli eunuchi, i serventi, i custodi del tesoro. E postosi in moto il corteo, si affrettarono sull'orme i bagaglioni colle salmerie, e una grossa compagnia di cavalieri, che doveva proteggere le spalle dell'esercito e impedire lo sbandarsi ai codardi.
Al passo di Lukdi non era stata quella confusione, che in tanta moltitudine d'armati era agevole immaginare. Gli ordini della regina erano stati avvedutamente distribuiti; e i comandanti, aiutati da guide esperte dei luoghi, avevano prese le vie a ciascuno assegnate.
I fanti s'inerpicarono per le costiere e per le viottole alpestri; i cavalli seguirono le strade che correvano lungo le rive del fiume. Sulla pi vasta, che risaliva la sponda destra, s'avanzavano, preceduti da buon nerbo d'arcieri, i carri di guerra e la sacra miriade. Tenean dietro a questa le macchine, gli elefanti e i bagaglioni, che ad un certo luogo dovevano far sosta per non riuscire d'ostacolo ai movimenti dell'esercito.
Ogni cosa per tal modo disposta, la marcia che doveva condurre l'esercito babilonese in vista del campo d'Ajotzor, fu recata a buon fine in quel giorno. Gli Aicni avevano udito dalle loro scolte ravvicinarsi del nemico, e, come s' detto, erano pronti a riceverlo.
L'alba del giorno seguente salut i due campi, l'uno in presenza dell'altro.

XVII.


A J O T Z O R

Videro le aquile aicne da quanta moltitudine di combattenti fossero minacciati i lor nidi. Le cime dei monti, le digradanti costiere, i poggi, i declivii, erano coperti di armati. Ancora non si distinguevano le insegne, n potevano noverarsi i manipoli; ma si notava da lunge, e diceva pi assai allo sguardo, il brulicho delle innumeri schiere.
- Per l'anima dei padri nostri! - esclam Sempad, guatando in giro le aperte colline, in mezzo alle quali si dilungava scorrendo l'Eufrate. - Qual fitta selva d'armati!
- Numero sterminato, non forza! - disse di rimando Vasdag, alzando superbamente le spalle. - Calano dai monti e fuggiranno dal piano, siccome  lor costume ne'sabbiosi deserti. Assai pi molestia mi danno quegli altri, che io vedo inoltrarsi laggi, sulla riva sinistra del fiume. -
Cos dicendo, il principe di Tarbazu additava una frotta di cavalieri, che compariva allora alla svolta d'una rupe, in fondo alla valle. Era l'antiguardo dell'ala destra dei Babilonesi, che doveva per l'angustia de'luoghi avanzarsi da quella banda, lasciando tra s e il centro dell'esercito il corso dell'Eufrate.
- Dividono le forze! - not Sempad, con aria di trionfo.
- Possono farlo; - rispose con amarezza Vadag. - Molto maggior nerbo di gente avranno incamminato sulla riva destra del fiume, dove sono i lor movimenti pi agevoli. Mirano a pigliarci in mezzo, e accortamente preparano i cerchi; ma per gli Dei, innanzi che siano calate quelle miriadi senza nome dai monti, avremo fatto un profondo squarcio nelle schiere del piano, e i tronchi del serpente dureranno fatica a ricongiungersi.
- Ti ascolti Zervane! - disse Ara il bello, che stava poco lunge da lui, ritto sull'arcione e il collo teso, guardando nel fondo. - Ecco, diffatti, la prima fronte si avanza,  gi presso alla macchia di Rezduni. -
Non s'ingannavano gli occhi del re. Mentre l'ala destra dei Babilonesi, che era composta di cavalleria meda e di arcadori di Martu, s'inoltrava dall'altra parte del fiume, mollemente accennando a cercare un guado, il centro e l'ala sinistra si facevano speditamente innanzi su quel campo pi vasto, che le alluvioni dell'Eufrate aveano formato sulla sua sponda destra. Grossi drappelli d'arcieri cussiti precedevano, misti a frombolieri di Palastu, che si venivano sparpagliando dinanzi alla fronte di battaglia, colle fionde tese dietro alle spalle e pronti a rotarle in aria al primo apparir di nemici. Dietro a costoro si muovevano grosse squadre di cavalieri. I carri, che venivano in terza linea, erano celati allo sguardo da quella profonda siepe d'armati.
- Orbene, mio re, che faremo? - disse Vasdag, poi che ebbe osservato a sua volta il grosso dell'esercito contrario. - Lasceremo che s'inoltrino ancora e si dispongano in battaglia ordinati?
- No, certo! - esclam il re. - I fiondatori di Van sono appostati a pi della macchia di Rezduni. Eglino, che numerosi sono e valenti, prenderanno a sfrombolare i cavalieri babilonesi, e noi compiremo l'opera loro, facendo impeto dei nostri cavalli, entro le sgominate ordinanze. Cotesto non dee parer dubbio, - soggiunse il re, alzando la voce, perch tutti intorno lo udissero - a chi per la sua patria ha risoluto di affrontare ogni pi grave pericolo. Egli  piuttosto da stare in pensiero per quegli altri che s'avanzano laggi e si fermano ad ogni tratto e mandano cavalli a tentare il guado del fiume.
- Stratagemma! - not sorridendo il vecchio principe di Tarbazu. - Guadando il fiume laggi, farebbero ingombro alle lor medesime schiere.
- S, ben dici, o savio Vasdag. Coloro vorrebbero trarci in inganno, perch facessimo inutil ressa pi avanti, lasciando pi debole il campo nostro, dove certamente, al momento opportuno, si sforzeranno di giungere. Io dunque penso che a questa altezza si debba aspettarli. Vadano gli arcieri di Tarbazu e si appiattino sotto a quella triplice fila di pioppi. Col, non altrove, tenteranno il guado i nemici. Ad ogni costo vuolsi impedirlo. Tu stesso, noto, alla tua gente e diletto, veglierai in quel luogo.  il nostro lato debole, ed ha mestieri del capitano pi valoroso ed accorto. -
Cos parl il giovine re, di senno maturo; e Vasdag. bene intendendo come in quel luogo, che aveva detto il re, fosse necessaria la sua presenza, s'incammin a quella volta, per disporre i suoi arcadori lungo le vincaie del fiume, e un buon nerbo di cavalieri e di fanti al coperto, dietro la selva dei pioppi.
Ci ch'egli aveva argomentato, e che il re aveva detto con lui, era vero. I Medi, comech lentamente, s'avanzavano pur sempre, e senza mai risolversi al guado. Aspettavano, per ci fare, che la pugna fosse sull'altra riva impegnata, e con manifesto vantaggio pei loro compagni.
Ora, a che i lor voti andassero vani, si affaticava il re d'Armenia con provvedimenti solleciti. Per fermo, pensava egli, su quel po'di pianura stesa dinanzi a lui tra le colline ed il fiume, dovea venire la piena delle forze nemiche. Certamente era laggi Semiramide, coi migliori dell'esercito e coi pi terribili congegni di guerra. E diffatti, da un poggio alla sua destra, su cui si era prontamente condotto, egli aveva potuto scorgere i carri, nascosti dietro le profonde ordinanze della cavalleria babilonese.
E si avvicinava frattanto l'antiguardo nemico. Ad un tratto, il suo balenare irresoluto, il cader di parecchi, e un nuvolo, come di negra polvere per l'aria, mostr al re d'Armenia che i nemici erano giunti nelle vicinanze della macchia di Reznuni, e che i fiondatori di Van mettevano ai loro passi impedimento gagliardo.
Un tal po'di sgomento erasi sparso nelle file degli arcieri cussiti, a quell'improvviso assalto di fianco. Tosto avevano poggiato dalla parte del fiume, e, postisi al coperto degli alberi, scagliavano frecce agli appostati nemici; ma con pochissimo frutto, essendo questi in parte nascosti agli occhi loro da una fila di massi scoscesi, che faceano orlo alla macchia.
Veduto il frangente, furono pronti i Babilonesi al riparo. Una mano dei loro, con scudi imbracciati, giavellotto in pugno e corte spade al fianco, si gittarono di lancio alla costa del monte, per inerpicarsi lass e sloggiarne i fiondatori molesti.
Ara, ci vedendo, non ne fu punto turbato. Egli ricordava che al comando dei fiondatori era preposto Dicranu, forte e risoluto guerriero, e non dubitava che i Babilonesi non avessero a pagar tosto il fio della loro temerit. Diffatti, le pietre seguitavano a piovere, e gli alberi sotto cui si riparavano gli arcieri, ne erano sfrondati, come per rovescio di grandine. E i soldati che avevano pur dianzi tentato l'assalto, se ne tornavano in grande scompiglio sul piano, dov'erano fatti segno a quella rovina di sassi, non potuta rintuzzare dalle valide risposte dei frombolieri di Palastu e degli arcieri cussiti. Trasvolando in aria, fitte a guisa di nuvole, le frecce, le pietre, i globi d'argilla e di piombo, fischiavano, rompevano le spade in pugno ai guerrieri, sfondavano le corazze, rimbalzavano sugli scudi, facevano schizzar gli occhi dall'orbite, le cervella dalle infrante cervici.
Grida di giubilo per tutto il campo aicno salutavano questa vittoria dei fiondatori di Van. Ma che avviene egli mai? Fumanti globi si levano da tergo alle squadre babilonesi, fendono l'aria, piombano sulla macchia di Reznuni.
Semiramide, scorgendo che i Medi non hanno ancora guadato il fiume, n possono, perch il nemico ha deluso il loro accorgimento e veglia certamente al passo pericoloso; pensando inoltre che la sua cavalleria e i suoi carri di guerra non potrebbero impunemente passare sotto quella rovina di sassi, ha fatto incontanente sul fianco sinistro avanzar le sue macchine. L'assalto dei guerrieri alla macchia non era che un infingimento per guadagnar tempo e sviar l'attenzione degli Armeni. Ed ecco, le sue macchine, in acconcio luogo collocate, scagliano dardi intrisi di nafta e palle di bitume acceso sulla costiera. S'appicca il fuoco alla selva; cigolano le piante investite dalla fiamma; vortici di denso fumo s'innalzano, ingombrano l'aere, acciecano i combattenti, di cui si rallentano i colpi.
Vide Ara il pericolo che da quella impotenza dei fiondatori di Van sarebbe derivato all'esercito, e si affrett a scendere dal poggio.
- Suvvia, cavalieri di Armavir! - grid egli con voce tonante, - il momento  venuto di dar dentro alle ordinanze nemiche. -
Alte grida rispondono al comando del re. I prodi d'Armavir, lentate le redini sul collo, strette le ginocchia nei fianchi ai poderosi corsieri, appuntate le frecce sulla corda degli archi, galoppano. Quel tratto di strada che li divide dallo incalzante nemico,  superato in brev'ora. Si traggono in disparte, fuggono, si rovesciano gli uni sugli altri i fanti babilonesi, non potendo resistere a tanta rovina. Conoscono le amiche insegne i fiondatori di Van, e calano solleciti al piano; dietro a loro s'avanzano i montanari d'Urarti, che portano punte di ferro innestate al sommo di lunghi bastoni.
Semiramide, dall'alto del suo cocchio di guerra, ha veduto il nembo di polvere che sollevano i cavalieri d'Armavir. Tosto comanda che la sua cavalleria si divida in due ale e lasci aperta la via. Avanti i carri! Pesanti come sono, muniti di ferrea cuspide al sommo del timone, riusciranno pi saldo ostacolo all'impeto dei cavalieri acani.
E si muovono i carri, con alto fragore vanno a dar di cozzo in quella mobil muraglia di petti anelanti. Ma gli Armeni hanno scorto da lunge il mutamento; sviano i cavalli e piombano sui lati, si ristringono addosso ai cavalieri di Balilonia. Dietro a loro, apron le file i fiondatori di Van, si stringono a densi manipoli i montanari d'Urarti; e quelli fan piovere una grandine di sassi sui carri che passano, questi fan selva di picche nei fianchi ai cavalli. D'ogni parte  aspra la zuffa; si confondono gli ordini, e, trattenuti i carri nel corso, incomincia la strage. I cavalli feriti s'impennano; questi infrangono il giogo; quelli rovesciano i carri; gli uni, acciecati, vanno a rompersi la cervice contro le ruote dei cocchi vicini; gli altri, sbuffanti, con erette criniere, trascinano morto l'auriga.
Cos ridotti a mal partito i carri babilonesi (che pochi poterono aprirsi la via nelle schiere avverse, n uno torn pi indietro a raccontare il suo trionfo), si volsero i montanari di Urarti in aiuto del cavalieri di Armavir. Destramente rigirandosi in mezzo ai combattenti, sforacchiavano il ventre delle cavalcature nemiche, tagliavano le cinghie, recidevano i garretti; come tigri si scagliavano in groppa, si avvinghiavano ai fianchi dell'avversario, lo trascinavano a terra, sotto le zampe dei cavalli, entro laghi di sangue. Rotti, sbaragliati da quell'impeto non preveduto, impossenti contro i feroci assalti di quelle belve rabbiose, tentano i Babilonesi divincolarsi dalle strette, e come possono, e quando possono, si dnno alla fuga. Grida, urla selvaggie, sono il cantico di vittoria della gente aicna.
Cuoceva frattanto al buon principe Vasdag di rimanersene l inoperoso, all'ombra dei pioppi. E i suoi soldati, udendo le grida dei compagni, che sempre pi si allontanavano per la valle, incominciarono a dolersi altamente.
- I nostri incalzano il nemico, gli dnno la caccia colle spade nel tergo, e noi resteremo qui senza gloria!..
- Ad udire le voci di trionfo che salgono al cielo!...
- A contemplare quei cavalieri sull'altra riva del fiume!...
- Que'simulacri di pietra, che non si muoveranno mai pi!...
- Pazienza, miei prodi! che farci? - diceva amorevole, ma non meno scontento, il principe Tarbazu. - Queste sono le sorti della guerra. Se noi volassimo laggi, dove il re nostro combatte, gli porteremmo inutile aiuto; e frattanto quelle squadre di cavalieri, che mi hanno l'aria di farsi sempre pi numerose, guaderebbero impunemente il fiume e piglierebbero i nostri valorosi alle spalle. -
Laggi frattanto, dove i soldati di Vasdag si dolevano di non essere, continuava, non pi la pugna, il macello. Ara infuriava nel mezzo, pari al Dio delle stragi. Ma finalmente, vedendo sgomberarsi il campo davanti a lui, da capitano prudente, fe'suonare a raccolta. Temeva egli infatti non si sbandassero i suoi nel tripudio del sangue e non si perdesse in tal guisa il frutto di quella vittoria, che, a dir vero, non gli pareva anche sicura.
E ben gliene incolse. Difatti, un nembo di polvere si solleva da lunge. Sono i bianchi cavalieri di Belo, che giungono alla riscossa. Trema la terra allo scalpito dei cavalli accorrenti; la nuvola cresce, s'approssima, par l'uragano che rovinoso s'avanzi.
Ara comanda a'suoi di ritrarsi. Una macchia di arbusti dalla parte del fiume, nasconder in parte i cavalieri d'Armavir. I carri rovesciati dei Babilonesi faranno serraglia in mezzo alla strada; dietro essi staranno a riparo gli arcieri di Zikartu, i fiondatori di Van, i montanari di Urarti.
Grida sinistre accolgono gli assalitori, e una tempesta di frecce, di pietre e globi di piombo, si disserra sovr'essi. La prima fronte della sacra miriade  disfatta; sottentra la seconda ed egual sorte l'attende. Nuovo ostacolo fanno i cavalli caduti: altri s'impigliano tra le ruote dei carri, inciampano nelle redini sparse, stramazzano al suolo. La lotta a corpo a corpo ripiglia pi acre, pi furibonda che mai; si calpestano i feriti, e su monti di lacere membra i sopravvissuti combattono.  pugna di Titani, non d'uomini della comune misura. Guaiscono i caduti, bestemmiano i moribondi, urlano gli incolumi, e si van provocando mutuamente a battaglia. Con voce pari a mugghio di tuono, Balsam, il capo dei bianchi cavalieri, va chiamando Ara dovunque, lo dimanda avversario, giura di tracannare il suo sangue. E l'ode il re d'Armenia e tenta col cavallo di farsi strada alla volta del fiero Cussita. Ma in quel mezzo, Dicranu ha fatto rotar la sua fionda, il sasso ha colto l'orgoglioso provocatore nel petto e lo ha trabalzato d'arcione. Svelto come un leopardo, si cala Dicranu da un monte di cadaveri e per mezzo ai cavalli nemici corre ad impadronirsi delle spoglie di Balsam, seguendolo nell'audacissima impresa i fiondatori di Van. Gli si attraversano i seguaci del caduto: la mischia non  pi per vincere da una parte o dall'altra bens per contendersi la nobile preda. Per lungo tratto non si discerne pi nulla in quel brulicho in quella confusione, in quell'agitarsi disordinato di membra. Ma ecco, finalmente, appare Dicranu sulla groppa d'un cavallo; egli stringe, acciuffata pei capegli la testa recisa di Balsam; la mostra ridendo ai compagni, che gli si serrano intorno; cade a sua volta; un dardo ha fischiato nell'aria, gli s' ficcato nella strozza, troncandogli ad un punto i superbi dispregi e la vita.
Ara intanto, poich l'impeto della sacra miriade si  franto, comanda ai cavalieri d'Armavir di uscir dalla macchia. Accorrono essi e colgono le profonde coorti di fianco, vi fanno per entro uno scempio. Rotte cos le ordinanze, i montanari d'Urarti, cui il sangue ha reso sitibondi, si gittano alla carnificina, come stuolo di corvi rapaci. Orribile! orribile!
Belli ed alteri nelle candide spoglie, erano venuti i generosi all'assalto. Niente resisteva al loro urto giammai; nelle convalli di Elam, sui campi di Bakdi, sulle rive dell'Indo, que'fulmini di guerra avevano sempre sgominate e disperse le pi valide schiere. Ed ecco, qui, in una stretta d'Armenia, impacciati, confusi, dovevano essi venir meno alla loro gran fama, alle pi grandi impromesse! Gi non erano pi una falange ordinata; sibbene una torma cieca, ondeggiante, lacera e pesta, per entro a cui s'aggiravano belve con faccia umana, mostri usciti dai regni tenebrosi, che sventravano le cavalcature e riversi li facevano cadere colle inutili armi, per trucidarli nella mischia, diromperli sotto le zampe ferrate, affogarli nel sangue.
Guatava dinanzi a s la regina, dall'alto del suo cocchio di guerra. E diceva intanto in cuor suo: o come non vanno pi innanzi i cavalieri di Belo? come non hanno ancora sgomberata la via?
Bene ella sapeva forti guerrieri gli Armeni, ad essi propizio il luogo e ministro d'armi nuove il furore; tuttavia non s'aspettava una cos gagliarda resistenza.
- Per fermo, - ella disse, - il re loro combatte laggi.
- S certamente; - not Faleg, uno de'suoi uffiziali, - non si pugnerebbe con tanto accanimento, dove egli non fosse a capo de'suoi. Ah! la sua testa  poco, a rifar Babilonia di tante vite mietute. -
Semiramide non rispose parola a quella acerba considerazione di Faleg.
- E i miei cavalieri, - grid ella invece, - morranno cos, senza che io sia con loro e corra gli stessi pericoli?
- Possente regina, - entr a dire un altro dei suoi, - lo sguardo tranquillo ed onniveggente del duce  necessario alla comune salvezza.
- Ah! cos pure avranno parlato a lui le timide lingue de'suoi consiglieri. Cionondimeno, egli  nella mischia, come l'ultimo de'suoi combattenti. Orvia, Faleg; sian pronti gli elefanti ad ogni occorrenza; noi ora andiamo, corriamo, dove si pugna per noi. -
Si mosse il cocchio regale, rapidamente trascinato da otto generosi corsieri, verso il luogo del combattimento. Ma l'esito non rispose ai voleri della regina. La sacra miriade era respinta e i fuggenti travolsero il cocchio nella ritirata, invano chiamati, invano ripresi dalla voce di Semiramide. Tutto intorno a lei era un indescrivibil tumulto; cavalli senza cavaliere, anelanti fuggivano, con le viscere penzoloni fuori dal ventre squarciato; altri, imbizzarriti, si traevano dietro il morente signore, co'piedi impacciati nella staffa; molti, compresi d'alto spavento, volgevano al fiume, quasi temendo di non essere pi in tempo ad evitar l'urto dell'incalzante nemico.
La regina guat un istante con torvi occhi quello stuolo di femmine imbelli; indi, comand che gli elefanti uscissero a lor volta, protetti da quanti uomini rispondessero in quel punto all'appello.
- Avanti, ors! - gridava la fortissima donna, che, gi discesa dal cocchio, era balzata a cavallo, brandendo il suo giavellotto. - Avanti, generosa prole degli Accad! Ricordate che tributari vostri furono sempre questi montanari orgogliosi, e che voi siete i vincitori del mondo! Era difficile il passo; ecco perch i nostri cavalieri hanno dovuto piegare davanti ad un pugno di mandriani armati di fionda. Animo, via; non fate che ridano di voi le donne di Armavir, torcendo il fuso nelle veglie invernali! Vedete! Gi calano le nostre migliaia dai monti; appariscono dal sommo dei poggi: scenderanno tra breve a ruina. Ancora uno sforzo. valorosi Cussiti, e la vittoria  per noi! -
La battaglia  al suo momento supremo. I prodi Armeni s'inoltravano, irrompevano sul piano, come gonfio torrente che abbia rotti i suoi argini. Ma ad un tratto i cavalli si arrestano, nitriscono, s'impennano, sbuffano, non sentono pi lo sprone dei cavalieri. Che  ci? Negre moli si affacciano sulla strada. Son gli elefanti; nuovi arnesi di guerra, che Semiramide ha condotti seco dalle rive dell'Indo. I montanari d'Aiasdan non hanno mai combattuto contr'essi.
Accorrono sulla prima fronte e scagliano dardi gli arcieri di Zikartu; ma, contro a quei colossi coperti di ferro, fanno mala prova gli strali. S'inoltrano minacciose le negre moli, e il valore aicno  di bel nuovo arrestato a mezzo il suo corso.
Il re d'Armenia volge lo sguardo all'altra riva del fiume. I Medi, accalcati col, non danno segno di volersi muovere ancora. Tosto egli manda messaggi a Vasdag. che tolga dalle sue file quanti pi uomini pu, senza suo nocumento, e li avvii lunghesso la sponda destra del fiume, per cogliere gli elefanti di fianco. Egli intanto fa testa co'suoi: ma invano. Gli smisurati animali, incitati dagli spiedi de'guardiani che siedono loro sul collo, galoppano contro le sue schiere mal ferme, scuotono gli orecchi, larghi come ali di enormi vipistrelli; cogli acuti barriti sgomentano i cuori pi saldi.
Qualche freccia pi fortunata si ficca tra le giunture dei pettorali di ferro; ed essi colle curve proboscidi strappano le canne innocenti, le gittano sul volto ai nemici. Stizziti dalle punture, si scagliano entro le file, mentre dall'alto delle torri che recano in groppa, guerrieri babilonesi scaraventano sabbia e bitume infuocato. I larghi petti, muniti di sprone, gi sono addosso ai cavalli; come prore di navi fendono il mare, cos essi la calca; e intanto le proboscidi guizzano in aria, scendono nella mischia, afferrano, strizzano, lanciano in alto le vittime. Pallidi, esterreffatti, i soldati armeni danno le spalle, s'incalzan fuggendo davanti ai negri colossi.
Infiammato di sdegno, coi primi che gli giungono in aiuto dalle schiere di Vasdag, il re d'Armenia fa impeto nel fianco dei mostri. I pi audaci de'suoi si cacciano sotto, tentano di strappare le cinghie che tengono ritte le torri, di tagliare i garretti e di squarciare il ventre alle belve. Un elefante cade, ma schiaccia nella caduta i suoi uccisori. Avanti! avanti sempre! Un altro, per mano del re, ha recisa la proboscide ed agita urlando il moncherino sanguinolento; infuria coi denti d'avorio e trafigge chi non  pronto a cansarsi, indi si volta indietro, mette a scompiglio le file. Sollecito il guardiano, perch non abbia a recar danno maggiore tra'suoi, si toglie da fianco un lungo scalpello e, appuntatelo sulla giuntura della cervice, tanto vi picchia su col maglio ferrato, che spezza il cranio e fa stramazzar l'elefante,
Ma, caduti quei due, altri molti ne restano, e menano strage all'intorno. Per colmo di sventura, mentre gli arcieri di Tarbazu cercano di farsi pi innanzi, si abbattono nelle macchine, che la regina ha fatto avanzar prontamente di costa agli elefanti, e sono sfolgorati da una pioggia di fuoco.
Ora, mentre il grosso delle forze aicne  arrestato da quei baluardi animati e da quelle macchine che scagliano fuoco, Semiramide  salita sopra un'eminenza, per abbracciar d'uno sguardo l'intiero campo di battaglia. Dalla tenda di Ara infino al luogo ove s'infrange l'inutil valore del re, la pianura  seminata di strage, ma libera, vuota di combattenti; soltanto le schiere di Vasdag sono visibili l in fondo, dalla parte del fiume, imboscate all'ombra dei pioppi. Poche migliaia d'uomini stanno ancor dietro le tende, alla guardia del campo aicno.
Il momento le sembra opportuno per mandare ai Medi, ai Persi, agli Ariarvi, il segnale stabilito. Un dardo acceso fischia nell'aria e va a cadere nel mezzo del fiume. Tosto quel fitto stuolo di cavalieri si muove, affretta al guado, sotto gli occhi di Vasdag.
Un nembo di frecce accoglie il movimento dei Medi. Il principe di Tarbazu non ha voluto perder tempo, e i primi che si sono perigliati nell'acqua, vi trovano tosto la morte. Si allegrano nel profondo del cuore i destri arcadori, e raddoppiano i colpi. Ma, pur troppo, essi non basteranno a impedire il passaggio. Vasdag, al cui vigile occhio nulla sfugge di ci che si tenta sulla riva sinistra, ha veduto che i Persi e gli Ariarvi si dispongono a guadare in altri due punti l'Eufrate. Non si smarrisce d'animo, tuttavia, e manda incontanente per le riserve, raccolte dietro alle tende; le guida egli stesso, appena giunte, le colloca ne'luoghi pi acconci, lungo la destra del fiume.
- Guerrieri d'Aiasdan! - egli grida. - Qui bisogna far l'ultimo sforzo, e con quanto vigore ci  dato. Noi non avremo pi patria, se non ributtiamo gli assalitori nell'onde. -
Aspro  il combattimento: i soldati di Vasdag fanno prodigi di valore. Ben sette volte i cavalieri nemici afferrano la sponda, e sette volte son respinti nel fiume. L'Eufrate  sparso di cadaveri. Nei luoghi ove il letto  meno profondo e pi facile il guado, si ammonticchiano gli uni sugli altri i caduti, fanno argine alla corrente, che intorno ad essi ribolle, s'innalza flottando e straripa.
Da due ore il sole avea varcato il meriggio; n cessava ancora lo strepito dell'armi, il clamore dei combattenti. Per quanto era lunga la valle, dai poggi di Ajotzor alla collina di Kerezmanc, la quale signoreggiava il luogo dello azzuffamento tra il re d'Armenia e le macchine babilonesi, non era pi un breve spazio di suolo che non fosse coperto di cadaveri, o d'armi infrante, o di lacere membra; e un odor crasso di sangue, un leppo arsiccio, misti ad una nube di polvere, salivano alle nari.
Un messo del re giunge galoppando e chiede nuovi aiuti a Vasdag.
- Che avviene egli laggi? - dimanda il vecchio soldato.
- Che intorno agli elefanti, - risponde il messo, - abbiamo perduto il meglio dei nostri; che la via sulla riva del fiume  sbarrata dallo macchine, vomitanti fuoco; che non possiamo romper la diga nemica, se non abbiamo sussidio di gente fresca e animosa.
- Non  ferito il re? - chiese Vasdag.
- No, grazie sien rese agli Dei.
- Sta bene. Va alle tende di Ajotzor; ancora due migliaia d'uomini rimangono a noi. Pensavo di chiamarli io, a custodia del fiume; - soggiunse sospirando il vecchio guerriero; - ma che farci? Li abbia il re, che forse ne ha maggior bisogno di noi.
- Che debbo io dirgli di te? - chiese il messo, gi in atto di partire.
- Che il vecchio  alla meta del suo viaggio sulla terra; - rispose Vasdag, - che, qualunque cosa avvenga, nessun Medo potr vantarsi, me vivo, d'avermi vedute le spalle. -
Ci detto, il buon cavaliere si allontan verso la riva, per respingere un nuovo assalto dei Medi. Ma ormai l'impresa era superiore alle forze de'suoi. Dur a lungo lo scontro, sulla riva contrastata; finalmente, perduto gran numero dei loro, i nemici giunsero a piantarsi saldamente sul greto; e fu libero il guado.
Vasdag non sopravvisse alla rotta. Slanciatosi col cavallo nella schiere'dei Medi, ebbe morte degna di s, combattendo da forte, coll'ultimo colpo della sua spada fendendo l'elmo e il cranio del capitano nemico.
Accesi di sdegno, furibondi, si gettarono i suoi nella mischia, per difenderne il corpo e vendicarne la morte. Fu lotta disperata; bisogn ucciderli tutti, ad uno ad uno, e l'impresa fu lunga e difficile, cost ai vincitori gran sangue.
Cos mantenne la sua fede Vasdag, il vecchio principe di Tarbazu, che  sulle rive dell'Eusino. Esperto condottiero d'eserciti, era stato compagno ad Armo, nelle sue guerre fortunate contro i Medi e i Turani; d'onde aveva meritato d'esser secondo nel reame, e incoronatore dei re d'Armenia. Epper a lui era concesso portare la corona fregiata di giacinti, due orecchini, il calzare rosso ad un piede, e il diritto altres di bere in coppa d'oro. Biondo in giovinezza i capegli, colorito il viso, gli occhi grigi, robusto le membra, largo le spalle, il pi bello e saldo alle fatiche, fu sobrio sempre nel bere e nel mangiare, nei piaceri temperato. Per lungo ordine di secoli, i memori poeti, a suon di cembali lo cantaron prudente, moderato nei desiderii, pieno di senno, eloquente, utile in tutti gli umani negozi. Sempre giusto nelle sentenze, pesava con bilancia a tutti eguale, senza studio di parti, gli atti d'ognuno. Non invidiava ai grandi, n i piccoli sprezzava; non altro voleva che stendere su tutti il manto delle sollecitudini sue.
Ignaro della fine di Vasdag, ma udendo le grida di vittoria e notando l'affrettarsi dell'ala destra dei Babilonesi nel passaggio del fiume, Ara medit un ultimo colpo; sforzare il passo, non pi dove infuriavano le macchine, ma dall'altro lato, dove sorgevano le colline. Scelti a tal uopo i pi animosi dei suoi, si condusse a volo verso le alture. Lo seguirono primi, al sommo di un poggio, Bared, lo scudiere, Sumati ed Abgro; Abgro che pel lungo combattere vedevasi lordo la bianca tunica di sangue e di polvere.
-  questo il colle, - disse con accento d'amarezza il cantore, - d'onde il fortissimo Aco saett l'orgoglioso Titano. Vedi, o re; quello che ci sta dinanzi  il poggio di Kerezmanc. Col noi dobbiamo giungere, calarci di l, piombare alle spalle di quei luridi cani! Ma che vedo? O m'inganno, o il duce dei Babilonesi  lass. Destro arciere, suvvia, ch non adatti uno strale alla corda e non gli mandi il saluto della morte? -
Trascinato dalle aspre parole di Abgro, il re impugn l'arco e si fece a togliere la mira. Dal poggio di Kerezmanc il suo aspetto fu conosciuto e l'atteggiamento notato.
- Ah! - grid Semiramide. - Lui! -
E spronato il cavallo, si avanz imperterrita sul ciglione, ad attendere il colpo.
Faleg e gli altri che l'accompagnavano, veduto il pericolo a cui ella si esponeva, furono solleciti a correre, per farle scudo colla loro persona. Ma la fortissima donna li rattenne con un gesto imperioso.
- Non ardir! non ardir! - soggiunse ella poscia, con un altero sorriso.
E stette immobile, guatando il suo avversario; ben lieta e largamente vendicata di lui, se avesse potuto scorgere il tremito che gli invadeva tutte le fibre in quel punto.
Rimase egli incerto un tal poco, quasi volesse aggiustar la mira, e sperimentare la tensione della corda. Ma questa per fermo non doveva essere la cagione dell'indugio, poich tosto, con atto disperato, gitt l'arco e lo strale lungi da s.
- Non posso! - grid egli. - Non posso!
- Ma potr io! - disse Abgro.
E raccolse l'arco da terra. Il re lo rattenne, che gi stava per poggiare la cocca sul nervo disteso.
- No, no, mio vecchio Abgro! A qual pr? -
Abgro lo guard trasognato; indi, come parlando a s stesso, acerbamente rispose:
- Ah! invero nessuno saprebbe pi tender l'arco di Aco. Ma nessuno ama pi la sua patria come il figliuol di Thogarma. Gli occhi d'una maliarda hanno virt perniciosa su noi, come quelli del serpe. Oh, dimmi ci che vorrai, re d'Armenia; - soggiunse il vecchio cantore, notando il corruccio che balenava dagli occhi del giovane; - uccidimi, se t'aggrada, e togli un altro soldato alla misera terra dei padri.
- No; - rispose gravemente Ara; - io nol far. Risponder invece al tuo cieco amore di patria che questo inutil colpo contro una donna potrebbe aggravare la sorte del popolo nostro, che non avr pi noi per difenderlo. -
Nulla rispose il vecchio; ma un amaro sorriso d'incredulit gli sfior le labbra; e fu risposta peggiore. Trasse indi la spada; gitt la guaina al basso, dove in quel punto si vedevano apparire i nemici, e gi di lancio, come se avesse al piede le ali della giovinezza, si scagli incontro alla morte.
- Tu solo? - grid il re, con accento disperato. - Vecchio Abgro, non disprezzare i giovani, perch essi hanno un cuore e non amano combatter le donne. -
E impugnata la sua larga spada a due tagli, avanz per seguire il vecchio sdegnoso.
Ma in quel mezzo, Abgro cadeva. Una torma di arcieri sbucava da un colmo di arbusti, sulla destra degli Armeni. Erano i primi che calavano dai monti. Non che la fronte dell'esercito aicno, gi pi non eran sicure le spalle. E il medesimo accadeva dall'altra banda del fiume. Quella parte dell'esercito babilonese che davanti al passo di Lukdi avea piegato a destra, verso le sorgenti del Tigri, per inaccessi e mal guardati sentieri, riuscita era alle spalle di Aiotzor, tagliando la via di ritirata verso Armavir, e piombando sulle tende del campo di Ara, innanzi che i Medi, i Persi e gli Ariarvi avessero distrutto gli ultimi avanzi delle schiere di Vasdag.
Il re d'Armenia non vide la morte di Abgro. Egli era appena a mezzo del declivio, che una freccia lo colse, penetrando l dove la corazza si allacciava alla gorgiera. Sul punto non s'era avveduto di nulla, attribuendo la caduta all'aver posto il piede in fallo. Senonch, tentando di rialzarsi, sent una trafittura, come un bruciore al sommo del petto. Rec istintivamente la mano col e trov la canna infissa nella giuntura; la strapp con violenza e un umor caldo gli spicci sulla mano. Era sangue, e appariva copioso.
- Ah, grazie! - esclam, alzando al cielo le pupille smarrite.
E ricadde, ma non pi sul terreno, bens tra le braccia di uno de'suoi. Riaperse gli occhi a guardarlo, e riconobbe Sumti.
- Santo vecchio, - diss'egli con voce spenta, - che avviene di noi?
- Mio dolce signore! - rispose amorevole e triste l'Indiano. - Scendono innumeri schiere dai monti; gi ci romoreggiano da tergo.
- E il fiume?
- Guadato!
- Ah!  dunque morto Vasdag. Povero amico! Povera terra d'Aiasdan! Uccidimi, te ne prego, Sumti! Toglimi ai miei rimorsi, al mio disonore, finiscimi! -
Sospir profondamente il vecchio Sumti, e chiuse gli occhi come per raccogliersi nei suoi dolorosi pensieri. Anch'egli sentiva il rimorso, che gli lacerava il profondo dell'anima.
In quel mentre s'avvicinavano a passi concitati, e feroci nell'aspetto, i nemici.
- Rattenete le armi! - grid Sumti, poich li ebbe veduti salir minacciosi per l'erta. -  il re d'Armenia ferito. Oscuri soldati, ardirete dar morte ad un re?
- Ah! - sclamarono giubilanti i guerrieri. - Il re d'Armenia! il re prigioniero?
- Non si uccida, pel dio Nergal! non uccida! - grid il capitano, accorrendo tra i primi, colla spada sguainata. - Arrendetevi, figli d'Aco, e gi l'armi, o tutti pagherete col vostro sangue ogni scalfittura che tocchino i miei. -
Erano in piedi sul fianco del poggio, Sumti, Bared, Sempad, e pochi altri guerrieri aicni. La resistenza sarebbe stata impossibile; posarono le armi.
- Dobbiamo prenderlo vivo; - proseguiva il capitano, parlando a'suoi, che s'erano fatti intorno al ferito. - La regina ha promesso un lauto premio a chi le condurr vivo il nemico. E siete voi, voi, uomini di Birtu, la citt bianca sul monte, i fortunati!
- Gloria a Birtu! - gridarono i soldati, levando in aria gli archi e le spade. - Gloria al paese di Libnan, dove sorgono i cedri!
- Il vinto re far bello il trionfo alla possente signora degli Accad; - dicevano alcuni di essi. - Pagher egli il fio di tante migliaia di uomini che questa orrenda giornata ci costa.
- Che far di lui la regina?
- Lo dar in pasto ai leoni.
- Lo far configgere con chiave di rame nella fronte alle porte della sua reggia. -
Cos semivivo, il re fu adagiato sull'erba. Sumti, scioltogli prestamente l'usbergo, gli veniva astergendo la ferita; e con una fascia, che s'era tolta dai fianchi, s'apparecchiava a stringere il sommo del petto, perch il sangue stagnasse.
Intanto Semiramide, discesa dal colle di Kerezmanc, affrettava il cavallo lass.
- Vivo! - gridarono i guerrieri di Birtu, muovendole incontro. - Possente signora, egli  nostre mani, il tuo crudele nemico. -
La regina, severa in volto, accigliata, come chi si sforza di nascondere la tempesta dei contrari affetti che gli freme nel cuore, comparve sul luogo, tra le grida e le acclamazioni delle sue schiere affollate.
Sumti torse le ciglia da lei, ripugnandogli di vedere su quella fronte la gioia dell'ottenuto trionfo. Ma vide in quella vece Bared, lo scudiere, il fido di Ara, che gli stava tutto confuso e tremante da lato.
- Ah, Bared; - susurr nell'orecchio all'Armeno il vecchio della Triade. - Tu lo vedi? Il tuo tradimento ha perduto l'Armenia; ha perduto il suo re. -
Un singhiozzo venne a morir sulle fauci di Sared.
- E tu? - diss'egli di rimando.
- Io? - sclam il vecchio. - Io non ero de'vostri, n conoscevo quel nobile cuore. Ma ora, mi assista l'Eterno, io salver la sua vita.
- Che vuoi tu fare? Tradirci? - balbett, impallidendo, l'Armeno.
Sumti croll alteramente le spalle e non gli rispose che una sola parola: - codardo! -
La vittoria di Ajotzor era stata piena ed intiera. Saviamente scelto il campo di battaglia dall'esercito aicno; ma egli sarebbe bisognato, per vincere, che il re d'Armenia avesse avuto pi gente, per custodire la sinistra riva del nume e asserragliare le gole circostanti. Non erano in quella vece che cento migliaia di valorosi; valorosi, s certo, dappoich tutti giacevano sul campo. Povere donne di Aiasdan! esse non dovevano pi rivedere gli amati.
Le perdite dei Babilonesi erano gravi; si potea noverarle ad occhi veggenti. Duecento migliaia tra morti e feriti; la sacra miriade distrutta; poche centinaia i superstiti.
Il vecchio della Triade s'era ingannato. Semiramide fu triste, assai triste, quel giorno.

CAPITOLO XVIII.


IL TALISMANO.


Il d seguente, che fu il settimo di Garmapada (cos il costume dei popoli medo-ariani; ma presso i Caldei era detto Tana, o mese del fuoco), l'esercito babilonese entrava in Armavir.
Profondo squallore, silenzio di tomba, accolsero le schiere dei vincitori nella capitale dell'Aiasdan. La maggior parte del popolo, donne, vecchi e fanciulli (che d'uomini acconci alle armi gi non ve n'era pur uno) avevano presa la fuga all'avvicinarsi del nemico; e sconsolati per la morte dei loro diletti, pi sconsolati per l'eccidio della patria, quali tementi le orrende vendette del vincitore, quali rifuggenti dal solo pensiero di doverlo vedere orgoglioso ed insolente padrone in mezzo alle vie della loro citt, s'erano rifugiati sulle montagne d'Urarti, che tale avea nome presso gli Armeni la catena dell'Ararat. Non rimanevano nella citt che i decrepiti, gl'infermi, i mendichi.
Colpita da quel doloroso aspetto della citt principale, e volendo con esempio di magnanimit chetare gli spiriti nell'altre provincie del regno, Semiramide invi pronti messaggieri ai fuggiaschi. Tornassero senza timore, liberi nella loro tristezza. Bene ella sapeva non esser tra loro uomini validi al maneggio delle armi; per altro, non voler prigionieri, salvo i pochi fatti in battaglia. Bastarle la sua piena vittoria, le spoglie e i tributi di guerra. Aggiungeva, non sarebbe torto un capello ad alcuno; s esser donna e voler rispettate le donne dei vinti. Tornassero adunque: sacro alla gente degli Accad il dolore di un popolo soccombente; Belo e tutti i sommi custodi di Babilonia non esser gelosi del culto che alle loro deit avrebbero liberamente seguitato a prestare gli Armeni.
Generose parole, a cui, ne'feroci tempi di allora, non erano avvezzi per fermo gli abitanti delle soggiogate contrade. Insolite erano; parvero soverchiamente umane, incredibili. Ma i messaggieri della clemenza portavano in pegno di loro sincerit il suggello di Semiramide; li accompagnavano alcuni superstiti di Ajotzor, che giuravano di avere udite le sante promesse dal labbro medesimo della possente regina. Credettero i derelitti, e a lenti passi, come chi sa di non andare a lieto ritrovo, finalmente tornarono.
Intanto, alle citt e provincie pi lontane del regno, a Tarbazu, che  sull'Eusino, a Sarda e Zikartu sui confini d'oriente, a Mildis e a Masciag dove il sole s'asconde, erano spedite numerose coorti, per levar tributi e recar provvigioni all'esercito. L'oro, le gemme, le pelli preziose, i viveri e quant'altro chiedevano i superbi, tutto fu dato in silenzio, prontamente, con quella severa alterezza che sdegna di piatire, o d'implorare condizioni pi miti. A che contendere del pi o del meno cogli oppressori? Comunque fosse, non esisteva pi Armenia.
Pure, la gran donna non meditava di soggettare la vinta contrada all'impero. Pi giusto sarebbe il dire che nessun concetto aveva ella ancora in mente formato. S'era chiusa nella rcca di Van, rupe foggiata dalla natura a baluardo, sull'acque salse del lago, cosicch poco aveva dovuto aggiungervi l'arte degli uomni. E l rinchiusa, mostravasi a pochi.
Il suo ferito nemico era in una camera appartata della rcca, e vegliavano al suo letto indovini Caldei, esperti di farmachi e di erbe salutari, i quali seguivano sempre l'esercito. Sumti, essendo stato fatto prigioniero insieme col re, aveva potuto seguirlo fn l. Bared, mal sopportando l'aspetto dell'Indiano, e lacerato dal suo rimorso, era andato a confondersi cogli altri prigionieri, spiando con animo intento una occasione di fuga.
Egli non si sarebbe detto per fermo, al vedere l'aspetto desolato della rcca di Van, che fossero vincitori i suoi ospiti e giorni d'allegrezza per le schiere babilonesi. Una nube di atra mestizia incombeva sul luogo; triste e taciturna la regina; pensierosi, come fastiditi, i suoi uffiziali.
Dicevasi nei sommessi parlari che il negro umore della regina derivasse dalle gravissime perdite che aveva toccate l'esercito. La distruzione della sacra miriade, in particolar modo, e la morte di tanti prodi, congiunti di sangue alla casa di Nemrod, erano invero cagione di alto dolore non che per lei, per tutti i guerrieri di Kiprat Arbat, veri sostegni dell'impero degli Accad e partecipi alla sua smisurata fortuna. Tanto sangue sparso, e del migliore di Babilonia, non era egli un argomento di profondo rammarico? ma come, altres, e con che inusitato rigore, non avrebbe fatto Semiramide le sue vendette e quelle de'suoi nella progenie d'Aco! Certo, quel cupo silenzio, il lampo sinistro degli occhi regali, promettevano tempesta. Bene doveva egli risanare, il vinto re degli Armeni, ma per abbellire, entro le mura di Babilonia, il trionfo della possente regina e pagare il fio di tante nobili vite mietute. Tale era il costume degli Accad. Mozzata la lingua a chi aveva spergiurato la sua fede; tronche le mani che avevano impugnate le armi della ribellione; cavati gli occhi, che pi non erano degni di vedere la luce di Belo; questa s, questa era la sorte dell'orgoglioso Aicno.
Frattanto, egli giaceva nel suo letto di dolore. Stremato di forze e non al tutto ritornato in s medesimo, egli non aveva ancora aperte le labbra a parlare. Hurki, il capo degli eunuchi regali, era quasi sempre nella camera del ferito, e ad ogni tanto ascendeva alle stanze della regina per recarie notizie di lui. Ma erano tristi nuove, e poco ancora l'una dall'altra dissimili. Era sfinito il garzone, pel molto sangue perduto; gli ardevano le membra per febbre; il seno, tutto intorno alla ferita, tumido sempre e infiammato. Cibo non voleva, n conforto; i farmachi apprestati dal Casdim a, stento gli erano ministrati, e non da altri fuorch da quel suo vecchio fedele. Gli atti, i moti incresciosi del volto, mostravano l'interno fastidio d'ogni cosa e di s; la vita che gli rimaneva, parea volesse comprimere nel profondo, nella speranza di soffocarla e di sottrarsi al suo fato.
Ci turbava sempre pi la regina. A notte colma, tutta chiusa nel suo manto bruno, scese furtivamente la scala interna, che metteva alla camera dell'Armeno. Nessuno vigilava col, tranne Hurki, che ravvis la sua signora e fu pronto a ritrarsi nelle stanze attigue, dove gli altri si ristoravano con poche ore di sonno.
Un fioco lume rischiarava la camera, lasciando il letto del ferito in una mite penembra. Ara mostrava il petto scoverto; ma una larga benda, addoppiata intorno al torace, nascondeva la piaga.
La regina si avvicin, dal lato dell'ombra, tirandosi sul volto i lembi del velo. Col, ritta daccanto alla proda del letticciuolo, stette lungamente guardando. Il cuore le palpitava forte nel seno; gli occhi mettevano lampi di sotto alle ciglia contratte; aspra battaglia di pensieri le travagliava lo spirito.
Egli era l, il traditore, il leggiadro straniero, cos facilmente impadronitesi di lei nel sacro bosco di Militta, Ara il bello, il benvenuto alla reggia, l'ospite inebriato, che celava la perfidia nell'anima! Egli era l, il superbo dispregiatore, il primo che l'avesse mortalmente offesa, lei, la signora del mondo! Egli era l finalmente, il tributario ribelle, per cui tante migliaia di guerrieri avevano incontrata la morte; il feroce, l'immemore, che aveva osato tender l'arco e toglier di mira un cuore, gi da lui con pi crudele arma ferito. Destro e audace a colpirla nel pi intimo degli affetti, non gli era bastato l'animo a squarciarle il seno in battaglia! Ella, una donna, era stata pi intrepida, pi forte, pi generosa di lui. Per giusti gli Iddii, ed ella vincitrice a buon dritto: egli l, vinto, disonorato, morente forse!...
Si accost al suo capezzale. Il ferito dormiva d'un sonno greve, affannoso. Allung peritosamente la mano su lui. La fronte gli ardeva; grosse stille di sudore bagnavano le tempie, rapprendevano i capegli. Trem tutta a quel tocco, e ritrasse la mano.
- Ma che gli ho fatto io? - mormor nell'angoscia del suo cuore. - Perch  egli fuggito? Perch m'ha fatta vergognar di me stessa?  orribile, orribile! E m'odia egli, dopo avermi sprezzata. Io ho saziata la collera mia; non l'odio pi: l'ho mai odiato? O Militta, o protettrice, m'avrai tu condannata per sempre? E sia; ma io darei me stessa, il mio regno, la mia fama nel mondo, tutto darei, per l'attener questa vita che gli sfugge dal seno.-
Cos disse, piangente, perduta dell'animo; e tratta dalla piena del dolore, cadde ginocchioni daccanto a lui, lo baci d'un bacio sommesso, ma intenso, ma lungo, bacio di donna amante che tutta all'amor suo si concede.
- Risorgi, adorato, esclam, - ed odiami pure! -
I singhiozzi potevano tradirla, risvegliare il sopito. Si tolse prontamente di l, e and a ricadere dietro lo stipite dell'uscio per cui era venuta. Si vergognava del suo pianto, la possente regina, la sventuratissima donna. Pure, quelle erano le pi nobili lagrime che avesse mai versato creatura mortale.
Inginocchiata, colle palme tese, preg.
- Anu, o soccorritore, tu che di la costanza ed esaudisci le preci, non allontanare il tuo sguardo da me. Bel, padre supremo, che tempri lo scettro ai regnanti; Auv, guida e custode, signore del mondo; Nisroc, che governi le unioni, signor dei misteri e re degli abissi inesplorati, ascoltatemi. Sam, o reggitore del cielo e della terra, tu, cui ho innalzato un tempio, facendolo splendido come il tuo astro, coll'oro di cento popoli vinti; Adar, tu che sperdi ogni resistenza; Nergal, che hai data a me la vittoria della spada; Nebo, o sapientissimo, che leggi nel profondo dei cuori come nell'immenso dei cieli, nume pietoso, che risani e conforti; uditemi voi, soccorretemi, per l'amore delle vostre spose immortali; date voi luce e forza al mio spirito, risollevatemi voi, fate che quest'uomo non muoia; o uccidetemi con lui! -
Confortata dalla preghiera e rasciugate le lagrime, torn ancora la misera donna al letto dell'amato, e lui baci in fronte pi volte.
Ma in quel punto, o fosse che la presenza di lei, avvertita nel sonno, riscuotesse il ferito, o ch'egli altrimenti dolorasse per la medesima acerbit della piaga, il supino mosse la testa sul guanciale e diede un gemito fioco. Tem ella non si destasse d'improvviso e la vedesse in quell'atto; per fu pronta a ritrarsi, e, ravvoltosi il manto sul capo, con un passo leggiero s'invol dalla camera.
Quella visita l'aveva spossata. Il sonno discese sulle sue palpebre; ma fu sonno affannoso, febbrile, turbato da dolorose visioni.
Sogn che l'uomo diletto era presso a morire, e che a lei sola era dato di camparlo da morte. Ma come? Facendo sua la sorte del giovane, partecipando alla sventura di lui. Ara aveva perduto il suo regno; anch'ella doveva perdere il suo.
La regina possedeva una negra gemma, con caratteri incisi, d'una lingua sconosciuta, intorno ai quali il pi dotto dei Casdim aveva affaticati vanamente gli occhi e l'ingegno. Quella piccola pietra, tonda, levigata ed opaca, era dono della sacerdotessa di Derceto, in Ascalona; di quella severa e malinconica sacerdotessa che l'aveva educata presso di s, ed amata a guisa di figlia, lei oscura bambina, raccolta sui gradini del tempio. Per anni ed anni, la ignara fanciulla aveva creduto che quella donna fosse sua madre. Ma un giorno le avevano detto che ci non era; che, giovanissima ancora, Astarte era stata consacrata agli altari, e di madre non aveva per lei che l'affetto.
Ora il d che Semiram, fatta sposa a Mnnone, usciva dal tempio di Derceto, la mesta sacerdotessa l'aveva chiamata a s, e dopo averla lungamente stretta al suo seno e bagnata delle sue lagrime, cos s'era fatta a parlarle, togliendosi quella negra gemma dal collo:
- Arcani caratteri sono incisi su questa pietra, o figliuola, e d'alta virt l'hanno dotata gli Dei. Essa custodisce dai pericoli ed esalta chi la possiede. Io non l'ebbi che tardi! Ma non mi esalta, non mi giova ella forse, poich tu l'avrai nell'uscire di qui, e la sentenza della tua vita non  ancora impressa nelle tavole del destino? In te io rivivo, o Semiram; in te, che io amai, come se tu fossi carne della mia carne e sangue del mio sangue. Tu abbila cara, custodiscila gelosamente; essa ti recher ventura in ogni cosa che imprenderai; donna d'umile stato, ti render felice nelle pareti domestiche; salita ad alte fortune, ti guarder dai rovesci, ti conserver ci che avrai per essa acquistato. -
N la promessa era stata fallace. Non lieta ne'suoi affetti, Semiramide avea pure ottenuto quanto a creatura mortale  dato di conseguire, nella prosperit delle imprese e nella altezza del grado. Il talismano si chiariva acconcio alle grandi ambizioni. E ad esso ascriveva la regina il suo continuo inoltrarsi di trionfo in trionfo, la felice intrapresa di Bakdi, il diadema regale, la gloria, i popoli vinti e raccolti sotto il suo scettro potente. Tutto, come signora di genti, erale andato a seconda; quel talismano l'aveva preservata nei pericoli, esaltata nelle prosperit, sottratta quasi alla legge delle umane vicende.
Per, in ogni impresa a cui s'accingesse, soleva la regina portare la negra gemma sospesa al collo, incastonata nel mezzo ad un monile di perle. E quel talismano le venne mostrato dal sogno. - Gittalo in mare! - le bisbigliava una voce arcana. - Tornino le perle alle conchiglie natali; torni la pietra a confondersi coi negri sassolini del fondo. Tu pure tornerai donna in tutto simile all'altre. Forse la sorte, che ti fece avventurosa sul trono, si muter; ma per fermo avrai fatto felice il tuo cuore. Essere ogni cosa non  dato ai mortali; o il regno, o il tuo diletto; o la possanza, o l'amore. -
Ed ella non esitava pure un istante. Toltosi il monile dal collo, con pronta mano lo gittava nei flutti. Con quelle perle s'inabissava ne'gorghi la sua fortuna; ed ella, sereno il ciglio, l'avea veduta perire.
Ecco, ad un tratto, tremava sui cardini, si sfasciava il suo fortissimo impero. - Regina, - diceva un nunzio, accorrendo ansioso con occhi smarriti, - il re di Mesraim vien meno alla fede giurata e aduna le sue schiere contro di te. - Regina, - soggiungeva un secondo, ancora lordo di sudore e di polvere, - i popoli del lontano occidente hanno occupate le tue isole, distrutte le tue colonie; gi scendono alle spiaggie di Martu, donde finora imperasti felice sui mari. - Regina, il tuo regno  caduto; - gridava un terzo piangendo; - i Medi e i Persi, ribellati, calano dalle montagne; il tuo popolo, il tuo popolo fedele, si  collegato coll'inimico e gli ha dischiuso le porte. -
Frattanto, negli oscuri penetrali del suo pensiero, un'ombra cresceva, si condensava, assumeva umane parvenze. Avea volto a lei noto, quel sinistro fantasma: eppure in quella negra barba, in quella fronte spaziosa, in quegli occhi profondi, ella non sapeva pi discernere il ricordato sembiante. Ma poco lunge, seduto sul trono di Nemrod, il figliuol suo, l'amato suo Niuia, regnava, e una gran luce di contentezza era diffusa sul volto adolescente; ma Ara, il diletto del cuor suo, non posava gi pi sul triste giaciglio; ma una rosea nube li accoglieva ambedue, li alzava da terra, li portava con soavissimo impulso per le vie dello spazio. Candide colombe, volate infino a loro dal recinto sacro a Militta, guidavano la rosea conca perlata, su cui riposavano essi l'uno nelle braccia dell'altro.
- Oh, quanto io t'amo! - le susurrava egli, baciandole il viso e colle dita errabonde accarezzando le sue morbide chiome. - Odiai la regina, ma amo, ho sempre amata la donna. Atossa, mia divina Atossa, perdonami; sorridimi, o diletta; io son tuo. -
Un senso d'inusitata dolcezza le corse per tutte le fibre, a quelle soavi parole. Ella era felice, intensamente felice, com'era stata un'ora sola in sua vita.
Si svegli in quel mezzo, e per le ciglia semichiuse le apparvero i primi chiarori dell'alba, che tingevano d'azzurro le nevose vette di Urarti. Ahim! la povera Semiram, dal vaporoso reame dei sogni, faceva ritorno alle orride asprezze della vita. Ma ancora nell'aria le pareva di sentire la fragranza ineffabile di quel bacio, e un ultimo soffio di quella voce carezzevole che le ripeteva: Atossa, io ti amo; son tuo.
Sorse dal letto e fe'chiamare alla sua presenza il capo dei Casdim. L'indovino fu pronto a comparirle dinanzi.
- Possente regina, vivi in perpetuo. Che posso io fare, che ti sia grato?
- Il re d'Armenia?... - dimand ella con ansia
- Riposa. La sua notte fu calma, pi ch'io non credessi. Siamo oggi al punto fatale....
- E speri? - incalz Semiramide, figgendo gli occhi suoi scrutatori in quelli del Casdim.
- Negli Dei  ogni nostra fidanza; - rispose egli, chinando la fronte. - Ho sognato poc'anzi che essi lo serbavano in vita, perch tu avessi liberamente a disporne, o regina.
Semiramide lo guard stupefatta.
- Hai sognato! - esclam. - E credi nei sogni?
- Sono gli Dei che li mandano; - disse, con accento di sicurezza l'indovino; - per sta scritto: "Dai sogni infausti, o re del cielo, difendici; o re della terra, difendici! " A noi recano le notturne visioni gli spiriti, che si muovono per voler degli Dei nel profondo de'cieli e della terra; a noi le recano, perch in esse leggiamo gli eccelsi avvertimenti. Non ci consente la vita della carne di sollevarci agli Dei; soltanto nella notte, quando l'anima s' disgiunta dal corpo, ci  dato di comunicare con essi.
- Eccelsi avvertimenti! - ripet Semiramide. - Sta bene; io li ho per tali, e obbedisco. -
S'avvicin, cos dicendo, a uno stipo che conteneva le sue gemme; ne tolse il monile di perle, contempl il talismano, lo baci e si mosse verso il verone, che dava sulle acque.
Il Casdim la guardava attonito e tremante. Imperocch egli non intendeva perch lo avesse fatto chiamare la regina a quell'ora; n perch, dopo le strane domande, avesse cavato fuor dallo stipo il suo monile di perle.
- Dimmi ancora: - ripigli Semiramide, volgendosi a lui, dal vano della finestra, ove si era recata; - non  egli vero ci che ho sempre udito dai savi, che l'acque di questo lago son salse?
- S, mia signora; epper questa gente lo chiama il mare di Van. Fu un tempo che quest'ampio lago e i mari lontani eran tutti una sola mistura.
- Al mare, dunque, al mare! - proruppe la regina, senza ascoltarlo pi oltre.
E gitt incontanente il talismano nel vuoto. Vol in aria il monile, e tratto dal suo peso and veloce al basso, di un tuffo nelle onde azzure e disparve.
Ora le perle di Semiramide erano note al popolo delle quattro favelle, per l'arcana virt attribuita a quella pietra nera che vi era incastonata nel mezzo.
- Che fai, regina? - grid esterrefatto il Casdim. - Quel talismano, che ti ha sempre custodita, che ha sempre esaltato il tuo regno...
-  l, nei gorghi profondi; - interruppe la regina con fervido accento. - Non m'hai tu detto, o saggio indovino, che egli s'ha da credere ai sogni? Un sogno m'ha ingiunto di gittarlo nel mare. L'eccelso avvertimento  stato seguito da me. Vanne, ora, e se vorrai dire: "son cadute le perle di Semiramide in mare," aggiungi che esse tornarono l dond'erano uscite, e nessuno potrebbe oramai discernere il luogo.
- Io tacer, possente regina; - balbett l'indovino, chinando la fronte e le spalle in atto umilissimo, - Te certo inspirano gli Dei; ma il volgo non dee sapere ogni cosa; che potrebbe cavarne, presagi funesti e intiepidir nella fede.
- Va dunque, ritorna al re d'Armenia. Vivo lo voglio! - aggiunse ella, con tale intensit di desiderio che parve furore e trasse in inganno la mente del Casdim. - Semiramide  grata a chi interpetra i suoi voleri e seconda l'opera sua. Chiedi ci che vorrai, se egli  salvo da morte.
- Possente signora, - rispose il Casdim, - l'uomo far quanto  in poter suo. Ministrer i farmachi salutari, e implorer con fervide preci il soccorso di Nebo. Se cessa quell'ardore ond' tutto invaso il ferito, se egli riapre gli occhi alla luce e dal suo parlare si fa manifesto che nessuna parte del cavo petto fu lacerata dallo strale de'tuoi, scioglier un cantico di lode agli Eterni, imperocch egli sar risanato. Ora io vado, obbediente al tuo cenno, o regina. Unico premio alle mio fatiche, desidero sia prospero sempre e avventuroso il tuo regno. -
Part, ci detto, meditando in cuor suo, ma non intendendo per fermo, che significasse quella furia improvvisa della regina, e lo aver essa gittate il suo talismano nelle acque. Bene avrebbe voluto sapere del sogno; ma oltre che non era costume d'interrogare i monarchi, egli giustamente pensava che in quel momento la sua curiosit avrebbe potuto tornargli dannosa. L'essere Casdim non bastava ancora a salvare un uomo dai flagelli e dai chiovi del patibolo. Superstiziosi, ma feroci, erano i re della stirpe di Nemrod; temevano a volte gli Dei, ma non pativano libere parole dai sacerdoti. Soltanto dopo che il popolo delle quattro favelle, e tutti con esso i figli di Assur, ebbero sperimentata la tirannide forastiera, e una seconda dinastia nazionale fu inalzata dai Casdim, questi sacerdoti, indovini, osservatori degli astri, diventarono una setta potente e temuta, che fu la gloria da prima, indi la rovina del pi nobile tra gli antichissimi imperi.
Uscito il Casdim, la regina rimase a lungo assorta ne'suoi turbinosi pensieri. Quel giorno, quell'ora, decidevano della sua sorte; da quella di Ara, la sua vita pendeva. N gi pi si ricordava del regno; il talismano gittato non le tornava alla mente, in quel punto, che come argomento di dubbio. Pu ella chiudersi (diceva) in una vil pietra, questa favoleggiata virt che incateni gli eventi e governi a sua posta il futuro?
Un rumore di passi la scosse. Era Hurki, il fido guardiano, che compariva sul limitare.
- Orbene? - grid ella, balzando in piedi, e della mano comprimendosi il petto, quasi volesse impedire al suo cuore di battere. - Signora, - disse Hurki, - i Casdim ti stanno mallevadori della vita del re d'Armenia. Egli  salvo.
- Ah! salvo! ripetilo!
- S; ogni timore  svanito, - ripigli il capo degli eunuchi; - l'ardor delle membra  cessato; il re d'Armenia ha aperti gli occhi ed ha ringraziato di lor cure pietose gli astanti, sebbene, egli ha soggiunto, avrebbe meglio amato non risvegliarsi pi mai. -
La fronte di Semiramide si ottenebr, a quelle amare parole, e un freddo acuto le corse per tutte le fibre. Ma da lunga pezza oramai ella era temprata al dolore, e, passato quel primo istante d'angoscia, ricuper l'impero di s medesima.
- Sta bene; - diss'ella, crollando alteramente la testa; - egli  salvo; amer ancora la vita. Ma dimmi; come  egli avvenuto che in quel momento, dopo tante dubbiezze dei Casdim....
- Regina, neppur essi lo sanno, e vedono in ci un prodigio dei Numi. -
Semiramide non aggiunse altre dimande. Il suo voto era stato esaudito.
- O Astarte, madre mia, perdonami! - mormor ella tra s. - Ho gittato il tuo dono; ma egli  salvo, il crudele! Non avresti tu fatto il medesimo, se l'ignoto re del tuo cuore avesse aspettato da te la vita, o la morte? -
Si volse allora, per congedare il servo fedele. Ma in quel mezzo uno scriba dell'esercito chiedeva licenza di entrare al cospetto della regina. Fu subitamente introdotto.
- Possente signora, - disse lo scriba prostrandosi a terra, - il novero dei prigioni, giusta il tuo comandamento, fu fatto. Tra i pochi che furono colti insieme col re d'Armenia, uno ve n'ha che disert le tue schiere dal campo di Assur. Egli  un indiano, e l'hanno riconosciuto parecchi; n egli, or ora interrogato, lo nega.
- Faleg conosce i miei voleri; - disse brevemente la regina; - tratti in servit i prigionieri aicni; a morte i disertori.
- Egli  l'unico disertore, e innanzi di soggiacere alla sua pena, chiede di esser condotto a te. Qual fede meriti il suo dire, non so; ma egli giura di possedere alti segreti e di non poterli svelare che alla regina degli Accad. -
Il cuore le si strinse a quell'annunzio dello scriba. Sinistro presagio! Il getto del talismano portava gi forse le sue conseguenze fatali?
Stette cos per pochi istanti silenziosa, pensando, chiedendo a se stessa che mai volesse dirle quell'uomo. Forse era un codardo, che non sapeva morire, e mendicava un pretesto per prolungar la sua vita. Ma no! Disertore, colto coll'armi in pugno, al fianco di Ara, forse diceva il vero, alti segreti chiudeva in cuor suo. Ma quali, che non riguardassero il re d'Armenia, fors'anco la sua fuga da Babilonia e gli alteri dinieghi che lo avevano condotto, lui e il suo regno, a cos misera fine?
- Venga, - esclam la regina; - lo aspetto. -


CAPITOLO XIX.

GLI ARCANI DELLA TRIADE.


Poco stante, condotto dallo scriba, entr nella camera della regina il vecchio Sumti, stretto i polsi dietro alle terga da catene di ferro. Chin egli il capo davanti a Semiramide; indi rimase immobile, in attesa d'essere interrogato da lei, triste, ma fermo, nell'abbronzato sembiante.
- Chi sei tu? - dimand la regina, a cui quel volto non ricordava nulla di noto.
- Un indiano; - rispose il prigione. - Mi chiamo Sumti. Discepolo di Man, ho consumata la mia giovinezza sui Veda, santissime pagine dettate da lui per la salvezza degli uomini.
- Com'eri tu nelle mie schiere?
- Fui fatto prigione sull'Indo, mentre io davo alla patria mia, al buon re Staprobate, l'aiuto che per me si poteva, il mio braccio e quello dell'unico figliuol mio, contro le tue armi invaditrici. Vissi un anno in Babilonia; da ultimo, intimata da te la guerra agli Armeni, mi giovai della presenza de'miei fratelli di patria nel tuo numerosissimo esercito; viaggiai coi custodi degli elefanti, e son giunto con essi fino al campo di Assur.
- E di l, perch hai tu disertato, riparando in mezzo ai nemici?
-  il mio segreto; - rispose gravemente Sumti; - ed io tel dir. Ma tu mi giurerai, innanzi tutto, o regina, che il re d'Armenia avr salva, la vita. Triste voci corrono nel tuo campo; - continu il vecchio, senza por mente agli atti di Semiramide, cui tanto ardimento aveva compresa di stupore e di sdegno; - si dice che tu pensi farlo morire di crudelissima morte, e che per ci i tuoi Casdim si travagliano a risanarlo della sua grave ferita.... - Semiramide si contenne a stento.
- E se tal fosse l'animo mio? - domand ella con piglio superbo.
- Faresti orribile cosa, - disse a lei di rimando Sumti, - e a te di danno certissimo; imperocch io tacerei; io, tuo prigioniero e condannato a morte, che pure, per capriccio della fortuna, ho la tua vita nel pugno.
- Ah credi? - replic la regina, con aria di sommo disprezzo. - Io frattanto ho la tua e vo'darla ai tormenti.
- Io medesimo te la offersi; - ripigli tranquillamente Sumti, - chiedine al tuo Faleg, ed egli ti dir ch'io mi son posto in sua mano. I tormenti non fanno paura ai seguaci di Brama; uscir di vita non mi duole per fermo. Fin dal momento che non v'ebbe pi speranza per l'armi aicne, avrei potuto darmi la morte; nol feci, perch anzitutto mi premeva la salvezza del re. E certo, se la tua collera non si fa ella a colpirlo, io l'ho salvato stamane....
- Tu? in qual modo?
- Io, s! Ho qui meco un'ampolla; ma le mie mani non possono cavarla fuori dal seno, impedite come sono di ferri.... -
Hurki, ad un cenno della regina, si avvicin al prigioniero, e frugatolo, gli tolse dalla cintura un'ampolla, dal cui seno traspariva un umore verdognolo, e la rec a Semiramide.
- In quell'ampolla, - prosegu Sumti, -  un liquore possente, stillato da piante arcane della mia terra. Una met di questo liquore basterebbe a dare la morte; lenta morte e soave, ma certa. Una goccia sola, stemperata nell'acqua, rinfranca, ravviva gli spiriti languenti. Cos ho io richiamato nelle vene del re la vita che sembrava fuggirgli; e credano pure i tuoi Casdim ad un prodigio del cielo, o alla efficacia dei farmachi loro. Ieri appena, e stamane, mi fu dato di rimanere solo un istante con lui, per ministrargli la portentosa bevanda. Ora egli  fuor di pericolo; ed eccomi a te, o regina degli Accad, per espiare i miei falli, narrarti il passato e il futuro, senz'altro compenso per me, tranne questo: la vita e la libert di quell'uomo.
- ll futuro? E il passato, hai detto? - sclam la regina, guardandolo fiso negli occhi, come volesse penetrargli nell'animo.
Il prigioniero le rispose con un ripetuto cenno del capo, che voleva dire: l'una cosa e l'altra saprai.
Tosto la regina si volse allo scriba e di un gesto lo accommiat. - Hurki, - diss'ella poscia al capo degli eunuchi, - esci sull'atrio ed attendi. -
Rimasero soli nella camera, ella e Sumti.
- Parla! - grid Semiramide allora, muovendosi ansiosa verso di lui. - Per gli Dei che il popolo delle quattro favelle ama ed onora; per l'acqua dell'Oceano, donde emerse Oanne, il pesce dio, ad insegnare la sapienza ai mortali; per tutto ci che splende nello spazio azzurro; pei sacri elementi delle cose create; per gli spiriti eccelsi, che presiedono alle stagioni; pei divini serpenti; che pi? pel capo di Ninia, lo giuro; il re d'Armenia vivr, n gli sar torto un capello. Se io fossi cos malvagia donna da venir meno al mio giuramento, Anu, il regnatore de'cieli, non sorregga pi il fianco della mia regia autorit; non m'illumini pi la mente inferma il veggente occhio di Nebo; Militta Zarpanit non ascolti pi le mie preci. Ecco, io pongo la mia mano su te, in pegno della mia fede; ma parla, in nome del tuo Dio, dimmi tutto quello che sai.
- Grazie, regina! - rispose prontamente Sumti. - Ora il mio supplizio incomincia; e il tuo, povera donna, non sar meno acerbo, pur troppo! Odimi; tu sei tradita. Tu vivi sicura, trionfi in Armavir, e Babilonia da sette giorni s' ribellata, gi maledice il tuo regno.
- Ah, per gli Dei! - proruppe Semiramide accesa in volto di sdegno. - La tua lingua ha mentito.
- Tu non avevi ancora levate le tende dal piano di Assur, quando scoppi la rivolta; - prosegu umilmente quell'altro. - Non hai tu veduto, per gli alti silenzi della notte, i fuochi che ardevano sui colli, da Assur fino al paese di Nahiri? Per lungo ordine seguivano essi, fino alle alture di Sippara. L'un dopo l'altro accesi, essi davano a me il rapido annunzio, che forse ti giunger fra alcuni giorni pe'tuoi corrieri; se pure essi non saranno arrestati per via. In tal guisa avvertito, uscii dal tuo campo, corsi alle tende aicne....
- Ma tu? - interruppe la regina, balzando indietro per alta meraviglia e terrore, mentre veniva guatandolo con occhi smarriti. - Chi sei tu, a cui giungono per tal via, e premono tanto, cos gravi novelle?
- Io te l'ho detto, o regina; un Indiano, un vecchio interpetre dei santissimi Veda. Non hai tu tentato, o Semiramide, di sottomettere la diletta mia terra, di spingere il tuo cocchio regale fino entro le mura della sacra Ayoda e di assoggettare i nostri Dei a quelli della stirpe di Cus? Dominare su quante son terre dalle isole del mar occidente infino alle inesplorate rive del Gange; far tuo il mondo; gittarlo in pascolo ai desiderii immani del popolo delle quattro favelle; era questo il tuo sogno. Orbene, mostruoso era il disegno, e bisognava sgominarlo, anzi che tutti imprigionasse nelle insidiose sue fila. Tre uomini si congiurarono contro di te; tre uomini soli, ma ognuno d'essi era legione, era popolo, moltitudine immensa. Uno di questi tre uomini t' innanzi, umile e dappoco per s, ma grande, ma forte, per ci che egli metteva in moto, a tuo danno; i sospetti, gli sdegni e le vendette dell'India. Contro di te sorse un altro, Manete, della nazione di Mesraim, che la tua potenza minacciava, e che gi i figli del deserto, obbedienti al tuo cenno, hanno tentato d'invadere. E venne un giorno che questi due collegati s'abbatterono in un odio, pi feroce a gran pezza e pi profondo del loro, rinvigorito da tutte le sorde collere che il rancore, la gelosia, l'amaro struggimento dei patiti dispregi, possono addensare nel cuore d'un uomo. Si congiunsero a lui; la Triade era formata; aveva un braccio possente e sicuro, per ferire i suoi colpi.
- Quest'odio avr un nome! - rugg Semiramide. - ll suo nome io ti chiedo.
- E il cuore non te l'ha egli mai detto, o regina? Quel senso delicato, che soccorre alla pi debole ed alla pi leggiadra delle creature di Brama, non t'ha egli avvertito che chiudevi nella tua reggia un serpente? Sei donna, ed ignori che amore negletto si cangia in odio mortale, siccome inacidisce, se obliato in disparte, il soave liquor della palma?
- Zerduste! - esclam la regina, a cui un lampo di tarda luce balen nella mente. - Ma potevo io darmi pensiero dell'amor suo? Chi pu avvedersi di ci ch'egli non cura? Ero io donna cos volgare, da gittare il mio tempo in questi vani compiacimenti del mio sesso? Di donna ebbi il corpo, non l'anima. Zerduste, adunque? Zerduste ha nome quest'odio?
- S, - ripigli Sumti, - Zerduste, al quale incauta, commettevi l'adolescenza di Ninia. Povera madre! Egli ha foggiata a suo talento la molle cera, e tuo figlio non t'ama pi, n ti teme; tuo figlio  ribelle. -
Qui trattenne Sumti il suo dire, poich la regina non avrebbe potuto udirlo pi oltre. A quelle parole: " tuo figlio  ribelle, " che compendiavano per lei tutto il lento e coperto lavorio del nemico, Semiramide aveva dato un grido di fiera che torna al covo e pi non vede i suoi nati; e si era abbandonata, singhiozzando, contro la spalliera del suo trono, a cui le mancava la forza di ascendere. Si riebbe finalmente; e quando volse la faccia a Sumti, gi non era pi quella.
- Il cuor della madre ha toccata una acerba ferita; - diss'ella gravemente, poich si fu posta a sedere sull'alto suo scanno. - Ti udr ora con calma; prosegui! -
L'Indiano s'inchin davanti a quella semplicit maestosa.
- Ti obbedisco, - soggiunse. - Tu scenderai, com'io penso, a Babilonia, e troverai chiuse le porte della tua grande citt. Questa rivolta indugi lo scoppio, fino a tanto che tu non avessi condotto lungi dal Sennaar e impegnato in una guerra pericolosa tra i monti il tuo fortissimo esercito. Ad assicurarne l'esito, era mestieri che qui ti fosse ritardato il trionfo; e fu stabilito perci di avvisare l'Armeno, le cui lentezze e i destreggiamenti, agevoli in queste gole, avrebbero procacciato la nostra vittoria e la sua. Io stesso mi proffersi messaggero, e venni nel tuo campo ad aspettarvi il segnale, per andarne dal re. Animo generoso, respinse egli il consiglio. Regnerebbe ancora, se lo avesse ascoltato; e te, o regina, intenta a dargli caccia faticosa per queste montagne, l'annuncio della rivolta e della perdita del tuo regno, avrebbe fatto ristar dall'impresa.
- Lo credi? - tuon la regina, con sarcastico piglio. - Ai vicini prima, ai lontani pi tardi, e Semiramide avr tempo per tutti. Ma dimmi, piuttosto; per quali vie si  impadronito colui della mente di Ninia?
- Del cuore anzitutto; - not prontamente Sumti. - Il cuore di Ninia si era da breve tempo dischiuso all'amore, e gi questa vampa era fatta un incendio.  sangue di Nino, e fortemente vuole tutto ci ch'egli vuole. Ma la bellissima giovinetta che l'aveva infiammato, di repente mor, e tu gi indovinerai di qual morte. Ella risusciter nel tempio di Belo, quando, per placare gli Dei, corrucciati contro l'Armena....
- L'Armena! - esclam Semiramide.
- S! cos chiama Zerduste la donna che, per castigare un fuggitivo tributario, mette a rovina l'impero. Egli ci dice, non io. Or dunque, ella risusciter, la fanciulla di Ninia, nel tempio di Belo, quando, per placare gli Dei corrucciati, il giovinetto, ribelle a sua madre, abbia cinto corona di re; morr tosto, se egli la depone; cos hanno decretato gli Dei.
- Orribile! orribile! Ma egli, l'astuto malveggente, morr! E morrai tu, suo complice infame: tra i pi feroci tormenti, morrai!
- Non li temo! - disse a lei di rimando Sumati. - Mi sono dannato a morte io medesimo: che puoi tu farmi di peggio? Ben pi feroci, pi acerbi, ne infligge a questo mio cuore il rimorso. Ma io ho la tua fede, o Semiramide! Tu non incrudelirai nel sangue innocente, e il vecchio Sumti morr forse perdonato del turpe inganno, in cui cadde il pi prode, il pi nobile, il pi generoso degli uomini. Tutto ancora non ti  noto, o regina.
- Ah! - grid Semiramide, alla cui mente si affacciava un atroce sospetto. - E che altro riman, per cui debba velarsi il casto raggio di Sin? Parla, o vecchio; dovessi io pure concederti, per tua maggiore vergogna, la vita! Non mi nasconder nulla, sai? Son grande ancora e possente per te; ogni parola che tu dirai ti frutter un tesoro, se io mi appongo al vero, se il mio cuore presago ha indovinato di che ti resta a parlare.
- S; - disse il vecchio, a cui tanta veemenza d'affetto inaspriva i rimorsi nell'anima, - s, o regina, il tuo cuore ha precorsa la mia confessione. Ella sar piena ed intera. Ma tu non mi darai in premio tesori, n mi farai grazia altrimenti della vita. Non mi dire il contrario! Alla mia et, gli occhi della mente vedono lunge, assai lungo, e il pensiero, ammaestrato dalla triste esperienza, non si pasce di vane speranze. Ma ecco, io ti ragiono di me, laddove di un altro mi chiede, di un altro, quell'ansia mortale che ti scolora la faccia. S, sventurata! Un giovine di regio sangue, di cuor generoso e di sovrumana bellezza, era venuto alle mura di Babilu. La Triade, che spiava ogni passo, ogni moto d'una donna tanto odiata quant'era bella e possente, lo incontr sulla sua via, lo circu, lo strinse, insieme con quella donna, ne'suoi lacci invisibili. Ella si credeva sicura laggi, ignota ad ogni altro, siccome a lui; ma orecchi tesi e sguardi acuti vigilavano nelle tenebre. Ella per fermo non s'attendeva agli ingiuriosi sospetti ond'egli flagellava la sua dignit, mentre implorava l'amor suo e le giurava eterna costanza; nemmeno pensava colei che il dubbio sarebbe da altri sfruttato, e l'amor suo prepotente fatto arma terribile contro di lei. Nostro il garzone, ella era nostra del pari. Fu compro coll'oro, vinto, ammaliato dalle lusinghe d'una facil bellezza, il pi fedele, il pi caro de'suoi compagni, e quanto occorreva ad ordire il pi nero degli inganni, si seppe.  orribile, tu dici? A noi parve giustissima guerra; e tale forse mi parrebbe ancor oggi, se oggi io non amassi quell'uomo, quel fidente eroe, che, uscito a mala pena dalle ebbrezze d'un regio convito, fu dalla voce d'un estinto chiamato a profondi misteri nelle viscere della terra. La Triade sapeva evocare le ombre dei trapassati.
- Evocar l'ombre!.... - ripet Semiramide, con ironico accento.
- Credi almeno, - ripigli il prigioniero, - ch'ella sapesse mentirne l'aspetto e la voce. Chiamato da magiche cifre, scese il garzone per una segreta apertura, dischiusa nella sua camera.... La camera dei leoni alati, o regina! Essa era delle antiche e pi care ai re di Babilonia, innanzi che la tua magnificenza, allargando la reggia, vi edificasse una pi sontuosa dimora. Il tuo gran maggiordomo, ora al fianco di Ninia, ne conosceva i segreti. Egli assegn quella camera al biondo ospite Armeno; n fu opera del caso, o innocente consiglio.
- Prosegui! - incalz la regina. - E laggi, nel sotterraneo?...
- Parl, o credette parlar coll'estinto. I suoi felici amori con quella donna; indi il cuore mutato di lei; da ultimo la barbara morte in un abisso dischiuso a'suoi piedi; tutto narr partitamente il fantasma, e fu facilmente creduto. Possono i morti mentire? E quello era Sandi, il suo Sandi, l'amico della sua fanciullezza, non ombra vana, creata dal sogno. Se egli ancora avesse potuto dubitarne, le livide labbra del morto, che si posarono sulla sua fronte, avrebbero dissipato quel dubbio. E credette, l'incauto, e giur; giur che sarebbe fuggito da quella donna, non l'avrebbe veduta pi mai, avrebbe patita la morte, anzi che un altro bacio dell'impudica, che allettava e uccideva gli amanti. Sopito da filtri, come da filtri era stato indotto in ebbrezza, affinch i suoi sensi medesimi aiutassero dove pi manchevoli apparivano gl'inganni, fu trasportato per la via sotterranea (da te scavata, o regina) al suo alloggiamento di Nivitti Bel. Col, per sollecita cura del servo infedele, erano gi sellati i cavalli e i cavalieri in arcione.
- Ah scelleraggine inaudita! Il negro abisso v'ha rigettati, o malvagi? Gli spiriti delle tenebre si vergognarono dunque di voi? Anima incauta, che hai fede nel bene, che il male ignori, o disprezzi, che solo metti ad eccelse cose la tua mira, ecco, ci si trama intorno a te nel silenzio; il livido serpe striscia nel buio a'tuoi piedi, ti schizza la sua immonda bava sulle candide vesti. E non avvedermi dell'insidia! E non sentirmi alle nari il lezzo della vostra presenza! Ah, tu l'hai detto, o vecchio; il tuo pensiero non pu nutrirsi oramai di vane speranze; di mille morti sei degno. E senti rimorso, tu? Merita il tuo spirito impuro questa rugiada de'cieli? -
Cos parl Semiramide, sopraffatta dall'ira, e fiamme le uscivano dagli occhi.
- Io t'odiavo; - le rispose freddamente Sumti; - n t'amo oggi; n, pure volendo, il potrei. La tua grandezza, o regina,  minaccia perenne alla libert del mio popolo, il pi antico, il pi illustre che sia comparso mai sulla terra. Nemici siamo; tu forte troppo; noi deboli. Alla forza risponda dunque l'astuzia. Ogni arma  buona, purch ferisca il nemico. Di che ti lagni, tu, cui la fortuna concesse le parti del leone? Noi dunque i serpenti, e nelle nostre spire morr soffocata la progenie di Cus. Ella deve sparire dal mondo, questa orgogliosa schiatta di feroci Titani. Saranno i Medi dapprima; sian pure pi tardi gli Assura, i Persi, e quanti altri, soverchiato l'antecessore, s'argomenteranno di esercitare l'impero a lor volta; essi tutti cadranno, e la tua Babilonia dovr tutti inghiottirli. Io non ho mai letto cos chiaramente nelle tavole del futuro, come in questo momento. Son sacro alla morte e mi attende l'altissimo oblio, la confusione dello spirito nella increata sostanza di Brama. Accolga egli il mio rimorso; imperocch, io lo confesso, l'opera mia sorpass la misura, fer a morte il pi nobile cuore. Io lo vidi, quel generoso, l, solo, perduto nell'orrore infinito de'tuoi sotterranei, tra ignoti pericoli, formidabili apparizioni, bagliori sinistri e voci di morte, imperterrito, sereno ed altero come Crisna, il divino figliuolo della vergine di Madura. Cos era prode, cos animoso nelle armi, Narada, l'unico figlio, che i tuoi soldati m'hanno ucciso sull'Indo. Il suo dolore mi vinse, e lo amai. Voleva spegnerlo Zerduste, mentre egli era fuori dei sensi; e lo avrebbe fatto, se io non lo avessi impedito: lo avrebbe fatto, tanta era la sua gelosa rabbia: ma avrebbe in tal guisa distrutto l'opera sua faticosa, rinunziando al trionfo del comune disegno. Da quel giorno Zerduste ebbe odio contro di me, com'io contro lui: soltanto la necessit ci tenne sulla medesima via. Ed ora ogni cosa t' chiara. Regina, tu sei perduta; Ninia regna e Zerduste trionfa. Checch tu faccia, o tenti, l'impero  distrutto. I Medi, e l'altre nazioni del sole oriente non tarderanno a separarsi da te; Mesraim scuoter il giogo della paura; i popoli di Martu, le citt marinare e le isole del sole occidente ripiglieranno la loro libert. Lo intento della Triade  raggiunto; a te, minacciosa signora delle genti pi nulla rimane. Felice ancora, se ti baster di regnare nel cuore di lui, che un oscuro prigioniero, un vecchio condannato, ti rende. Egli t'ama, o Semiram. Nella pugna che il destino ha suscitato tra voi, egli, generoso, si elesse la sconfitta e la morte. Egli t'ama! Poteva colpirti de'suoi dardi, e non ne ebbe la forza; bens l'ebbe per rattenere il braccio degli altri, gi pronti a toglier la mira. Egli t'ama, o Semiram; t'ama pur sempre d'un amor disperato. Sgombra da'suoi occhi l'errore, tutto partitamente fagli noto l'inganno che Zerduste ha tessuto nell'ombra, ed egli cadr pentito a'tuoi piedi.
- Che? - sclam Semiramide. - Non gli hai tu gi disvelato ogni cosa?
- No; - rispose Sumti, chinando raumiliato la fronte; - non ho ardito di farlo.
- Ma penso che gliel dirai! - incalz la regina. - Tu hai parlato de'tuoi rimorsi, o vecchio. E che? credi tu che il tuo Dio abbia ad usarti misericordia, se non t'umilii nel tuo rossore davanti a chi hai ingannato, se non diffondi la verit dove hai seminata la menzogna?
- Ah! e credi tu, - disse a lei di rimando il prigioniero, con voce impressa d'ineffabile angoscia, - che avrei scelto di offrirmi alla tua presenza, se mi fosse bastato l'animo di aprirmi d'ogni cosa con lui? Bene era questo il mio primo disegno; confessargli ogni cosa, bere un sorso di quell'ampolla liberatrice e morire. Fui una volta sul punto, e non ne ebbi la forza. Il veleno mi avrebbe tolto la vita, non la vergogna di quel temuto colloquio. Inoltre, egli era gi tardi. Sopravvenne la pugna; indi, egli ferito e fuori dei sensi, agonizzante forse; io disperato per tanta rovina d'ogni cosa a lui cara; da ultimo con un pi acerbo dubbio nell'anima, non forse l'inganno nostro, dopo avergli fatto perdere il regno e la pace del cuore, gli procacciasse morte da un tuo barbaro comando, e morte non degna di re. Semiram, io muoio consolato, pensando che tu l'ami. Tu, non colpevole, tu avrai forza di palesargli il vero. Ne sar la mia morte il suggello, e mi meriter il suo perdono.
- Tu parlerai! - grid la regina con inflessibile accento. - Sarai condotto al suo capezzale e tutto egli udr, dal tuo labbro.
- No: - rispose tristemente Sumti, - la mia vita ti ho offerto; altro non puoi chieder da me.
- Poche parole soltanto, poche parole ti chiedo. Mio re, gli dirai, la Triade t'ha mentito; hai veduto una larva creata da noi....
- No, regina, non l'ardirei. Guardarlo in faccia e parlargli in tal guisa?...  impossibile. Vedi; io mi sono umiliato davanti a te, a te che non amo. Ma tu sei donna; e la donna  per noi la creatura debole; ci facciamo pi facilmente codardi con lei. Ma al cospetto di un uomo.... dell'uomo che amo!.... Ah perch, eterno Iddio, questo vecchio mio cuore sente e palpita ancora? Credevo che fosse morto, quel giorno che il mio povero Narada per. E vive, tenace, ed ama tuttavia; il paterno affetto ha trovato ancora cui dare i suoi ultimi ardori. Perch? Come avviene egli ci? V'hanno piante, le quali, recise in sul tronco, pure non sanno rassegnarsi a morire, e, non potendo farsi ramo, frondeggiano dal ceppo rugoso e mettono un fiore....
- Bada, o vecchio! - esclam Semiramide, la cui voce in quel momento assumeva alcun che di solenne. - Tu m'hai svelata poc'anzi la pi orrida trama in cui possa pericolare un impero; tu m'hai mostrato l'abisso in cui sono gi per cadere. N di questa minacciata rovina, n di quel danno mi curo. Avvenga che vuole; io so questo soltanto, e mi basta, che, dove io comparisca, far ancora tremare i miei congiurati nemici, e che, se io pure debba lasciarvi la vita, il mondo, per quanto duri lontano, ricorder come Semiramide  morta. Tu mi hai addolorata, abbattuta non gi, n sorpresa. Stamane, dopo aver veduto io stessa, con questi miei occhi, il re d'Armenia nel suo letto di dolore, pallido, stremato di forze, languente, ho pregato gli Dei, ho votato ogni mia fortuna per la salvezza di quella nobile vita. Odimi ancora! Io avevo un talismano, impresso d'arcane cifre, che fu sempre con me, fin dai miei anni pi verdi. Era fama che le sorti del mio regno, la mia grandezza, la mia gloria, la mia esaltazione su tutti i potenti della terra, fossero incatenate a quella negra gemma da virt di magici incanti. Orbene, vedi; laggi, in quelle acque profonde, io l'ho gittata stamane. La via  lunga, ed io ho veduto il mio talismano percorrerla intiera; n, mentre esso cadeva, ho sentito pur uno spasimo, una trafittura, una stretta di pentimento nel cuore. Misura da ci l'amor mio per quell'uomo! E credi tu che, giunta l'occasione di apparirgli qual sono, di riconquistare quel cuore che  mio, potr lasciarla fuggire? Dovr io umiliarmi, arrossire, perch tu, il colpevole, il traditore, il codardo, non avrai osato di farlo?
Il prigioniero, che con ansiosa cura aveva seguito il discorso della regina, chin la testa sul petto e non rispose parola.
- Bada ancora! - soggiunse ella, con accento quasi amorevole. - Tu m'hai fatto pi male che regina e donna non siano use a patire. Cionondimeno, io ti concedo la vita. Ricco e potente sarai; ma a te si spetta parlare col re. -
Sumti taceva ancora.
- E sia di te ci che tu stesso hai voluto; - ripigli Semiramide. - Sarai dato a'tormenti. Ve n'ha di terribili, che fanno rizzare i capegli per raccapriccio sulla fronte ai pi saldi; che trarrebbero i gemiti perfin dalle pietre. V'hanno bronzi lentamente scaldati, in cui frizzano le membra, e l'aria vien grado grado mancando, e ti senti soffocare, senza poter anco morire. V'hanno strappi di tanaglie, che lacerano e traggono via a lunghi brani la pelle. V'hanno aculei che si ficcano tra le unghie e le carni, e pungono senza tregua, fanno desiderare che l'anima se ne voli in un grido. Ma la morte  pi lenta a venire, e l'orgoglio rintuzzato chiede finalmente merc.... Ol, Hurki! - diss'ella, avvicinandosi al limitare, su cui fu pronto a comparire il fedele. - Vengano i tuoi; sia consegnato quest'uomo ai flagellatori; ma non prima, - soggiunse incontanente, - non prima di esser condotto alla presenza del re d'Armenia, per udirsi a ripetere laggi tutti i suoi tradimenti. -
Sumti, che era stato fermo alle minacce, muto alle promesse, imperterrito alla descrizione degli atroci tormenti serbati alla sua pervicacia, di un grido a quell'ultime parole di Semiramide, un grido che fece sobbalzar la regina e tornare Hurki sollecito sopra i suoi passi; indi, rapido a guisa di tigre, si volse indietro, corse alla finestra, e cos impedito com'era dalle catene che gli stringevano i polsi alle terga, spicc un salto sul davanzale di pietra.
- Regina, io tel dissi; - esclam egli allora; -  questo il solo supplizio di cui temesse Sumti. Mi sottraggo al dolore, ed espio la mia colpa. Dov' piombata la tua fortuna, piomber la mia vita. Iddio riceva il mio spirito. -
Chiuse gli occhi, ci detto, si spinse all'indietro e si lanci nello spazio.
- Ah! si salvi! si salvi! - grid la regina, correndo a guisa di forsennata, con palme tese, l dond'era scomparso l'Indiano.
Ma come salvarlo? Affacciata al davanzale, Semiramide pot scorgere ancora il corpo barcollante che piombava veloce nel vuoto. Esso ad un tratto di un tonfo; le acque percosse schizzarono in alti zampilli dintorno; spumeggianti gorgogliarono un tratto, indi sbattute ancora, divallate per lo squarcio improvviso, finalmente si chiusero.
Con occhi intenti, trascinata da un'istintiva cura, come di voler trattenere coll'alito una cosa che fugge, la regina guatava quell'onde che avevano inghiottita la sua fortuna da prima e l'ultima sua speranza in quel punto.
Alcuni istanti trascorsero, e l'affogato ricomparve a fior d'acqua.
- Ah, forse potr salvarsi! - diss'ella.
- E come, mia signora? - not Hurki, crollando la testa. - Egli ha incatenate le braccia. -
Il morente, nella postura in cui erasi riaffacciato alla luce, parve alzar gli occhi verso la regina, e quegli occhi mandarle un addio, chiederle una parola di supremo perdono. Quindi l'inerte corpo si sommerse da capo, n pi oltre fu visto; le onde si richiusero come pietra di sepolcro su lui, si spianarono e scintillarono tranquille ai raggi obliqui del sole.


CAPITOLO XX.

ALLA RISCOSSA.


Sei giorni erano scorsi dopo le gravi rivelazioni e i pi gravi annunzi del vecchio della Triade, e il grosso dell'esercito babilonese era gi molto innanzi sulla via del ritorno.
Si affrettavano le schiere, venivano senza indugio, a marcie sforzate. Essendo allora nei massimi ardori dell'estate, non viaggiavano che a lume di stelle; per facevano pi spedito cammino. Sostavano poche ore dopo il romper dell'alba, e si rimettevano in viaggio al tramonto del sole. Ma dopo il sesto giorno, varcato gi dall'esercito il paese di Nahiri, si cominci a guadagnare altres qualche ora sul giorno, tanta era la fretta di Semiramide, il suo desiderio di accorciare lo spazio.
N, in tanta agonia di corso lanciato, aveva la regina trascurati gli accorgimenti di guerra, in cui era meritamente famosa. Giunte le sue schiere nei pressi di Haran, ella aveva spiccato cinquantamila uomini, mandandoli innanzi per la valle dell'Eufrate. Li comandava Faleg, sperimentato guerriero, fido seguace delle fortune di Semiramide; la quale, da umil grado, lo aveva innalzato ai primi onori della milizia.
Quelle cinquanta migliaia erano l'antiguardo dell'esercito. Il grosso, comandato dalla regina guerriera, doveva tener dietro a due giornate di marcia. Cos era detto apertamente, e lasciato credere ai soldati; ma Faleg non ignorava che egli doveva, esser solo su quella via; cionondimeno, animosamente scendeva verso Baliki e Cabur, a marce spedite, ma giuste.
Frattanto la regina, con tutta la numerosa sua gente, piegando rapida a manca, andava a cercare la valle del Tigri, a ridosso dei monti di Lallua; ed avviatasi finalmente sulla destra riva del fiume, scendeva, come si  detto, con quanta celerit per lei si potesse.
Quale intento era il suo?
Certo, e non era da dubitarne, i ribelli di Babilonia avevano in quei giorni raunato un esercito. Quanta gente era valida alle armi nella citt e in tutta la terra di Sennaar tra Bitdakuri e Larsa, gi doveva esser sotto le loro insegne, volente o nolente. E fors'anco d'altri paesi aspettavano aiuto. Scendendo ella, siccome era naturale che facesse, lungo l'Eufrate, i ribelli non le avrebbero opposto resistenza che a Sippara, dove, consentendolo il luogo, si sarebbero fortificati e muniti d'ogni difesa. Laggi dunque, o poco lungi, lo scontro; indi, se soverchiati da lei, sarebbero corsi a rifugio in Babilonia.
Ora, chiuse ad un esercito assalitore le porte di Babilonia, malagevole al sommo, per non dire impossibile, sarebbe stato lo entrare.
La gran capitale degli Accad era cinta all'intorno di salde mura e fortificata di valli profondi: n Semiramide ignorava cotesto, ella che aveva innalzate quelle mura, credute universalmente inespugnabili allora. Poteva la gente assediata ridursi per fame? Colmi erano pel consumo di un anno i granai, e tra la prima e la seconda cinta di mura stendevasi tanto di terreno da cavarne un raccolto che bastasse per tutto l'anno seguente.
Cos giustamente pensando, la regina aveva anche nel suo sagace consiglio noverati i giorni di sicurezza che si riprometteva il nemico. Semiramide, anco ad avere in tempo l'annunzio della rivolta, e senza gli indugi che si sarebbe tentato di frapporre ai messaggi, non avrebbe potuto essere avvisata di nulla innanzi il dodicesimo giorno di Tana. E allora, se libera di partire dall'Armenia (che non era nemmanco da credersi, tante erano e varie le sorti di guerra!), ella non avrebbe pure potuto cos speditamente raccogliere le sue forze, e rimettersi in cammino, da giungere nel piano di Sennaar innanzi il principio di UlulScrivo4. Cos dovevano pensare i ribelli, e da ultimo confortarsi nella fiducia che, se anco Semiramide avesse usato d'ogni sua sollecitudine, e guadagnato qualche giorno di cammino, eglino, appostati nei pressi di Sippara, l'avrebbero trattenuta col.
In quella vece, e a danno dei giudizi dell'inimico, che era egli avvenuto? Che la regina aveva risaputo il tradimento nel decimo giorno di Tana; che tosto aveva levato il campo dall'Armenia, e il sedicesimo giorno, varcato gi il paese di Nahiri, s'affrettava alla pianura di Babilonia, ma non gi per la valle dell'Eufrate, sibbene per quella del Tigri, mentre Faleg, avviato con quel nerbo di forze sull'antico cammino, ne copriva la rapida marcia.
Rapida invero, e quasi fulminea, se i moti degli uomini possono ragguagliarsi agl'impeti delle forze celesti. Certo, cos veloce correva oltre col pensiero la regina; e appunto per vincere in parte quelle fastidiose lentezze che il lungo spazio portava, Semiramide aveva comandato di far cammino anche alcune ore del giorno. N pi era costume di attendere coloro che la stanchezza opprimeva; posassero pure coi loro capi; avrebbero proseguito nella notte e tentato di raggiungere i pi gagliardi alla stazione vicina.
Cos diceva, ben certa in cuor suo che molti sarebbero rimasti indietro di parecchie giornate. Ma ella, co'suoi migliori, con cento migliaia almeno, sarebbe giunta il ventesimo giorno di Tana alla sua capitale, e senza impedimento di nemici, girando alle spalle della citt, dove per fermo non doveva esser buona vigilanza d'armati.
Il regal prigioniero seguiva il corso di quella sterminata falange, adagiato su d'una lettiga, tratta da cammelli, la cui sollecita e dolce andatura, non affaticava punto il ferito. Lo scortavano gli arcadori di Birtu; ed era giusto che un tale onore fosse per l'appunto serbato a quei medesimi che avevano ferito e fatto prigioniero il malka delle montagne. Del resto, a pi certa custodia, era Hurki con essi; e lo seguivano trecento melofori, o portatori di lancia, della regina.
Dall'altra parte, Faleg, proseguendo la sua marcia lunghesso l'Eufrate, era giunto il diciottesimo giorno in vista delle torri di Sippara. Col aveva fatto sosta e mandato un drappello d'arcadori a sopravvedere il paese. Ma udito poco stante come la terra non fosse guardata, e solo nella notte vegnente si aspettasse una grossa mano di ribelli, prontamente vi si condusse co'suoi, che gli parve grande ventura avere quel fortissimo sito, ricco di vettovaglie e d'ogni maniera sussidii, senza colpo ferire.
Piantatosi col, e mentre pur le sue schiere attendevano a collocarsi nell'ordine pi acconcio sui rialti e nei piani a mezzogiorno delle mura, Faleg inviava messaggi a Ninia, in nome della regina.
Egli infatti non poteva pi far le viste d'ignorare la rivolta avvenuta. I cittadini di Sippara gli avevano detto apertamente:
- Regna Ninia in Babilonia e su tutta la terra del Sennaar. Il Saccanco, vicario dei sommi Dei, lo ha incoronato re nel tempio di Belo, che sta in cima alla torre delle sette sfere. Semiramide, come nemica del popolo di Kiprat Arbat, che ella ha condotto a perire per suo folle pensiero nelle strette d'Armenia,  stata spogliata del regio comando e il suo scettro gittato nell'Eufrate, in mezzo ai cadaveri che il biondo fiume trasporta alla foce. -
Cos stando le cose, non tornava difficile a Faleg di argomentare che l'invio dei messaggi niente avrebbe giovato per mutare i consigli dei ribellati. Egli anzi prevedeva in cuor suo che i messaggeri non sarebbero giunti fino alla reggia, forse nemmeno avrebbero potuto varcare le porte della citt. Ma egli, per contro, faceva in tal modo avvertiti i rivoltosi della vicinanza di Semiramide, ed otteneva l'intento di trattenerli dalla loro disegnata marcia su Sippara, procurandosi il tempo di affortificare il suo campo e di pigliar lingua, cos intorno agli ultimi casi, come intorno alle forze di cui disponea la rivolta.
Tranquilla scorse la notte; ma sull'apparire del vegnente mattino, l'esercito dei ribelli si dilag nella pianura davanti alle torri di Sippara. Ancora non sembrava molto ordinato e bene ad arnese; tuttavia s'inoltrava, accennando ad un subito assalto. Cos voleva Zerduste.
Il principe dalla mente profonda e dallo sguardo acuto, aveva detto tra s:
- La regina  rimasta indietro, a malgrado d'ogni suo desiderio e d'ogni sforzo per affrettare il cammino, impedita com' dalla stessa moltitudine de'suoi combattenti. Tutto ci ch'ella ha potuto fare, si  di spingere avanti le squadre pi leggere e pi pronte, sotto il comando di Faleg. Ascendono forse a cinquanta migliaia; non sono certamente di pi; ch i cittadini, fuggiti da Sippara per darcene avviso, non hanno potuto ingannarsi. Or dunque, assaltiamoli con quanta gente  stata da noi raccolta finora, e vediamo di vincerli alla spartita, prima che ricevano aiuto. -
Invero, egli si pentiva amaramente di non aver fatto occupare la citt nel giorno addietro; che forse, con una parte degli uomini a ci destinati, il poteva. Ma, per contro, come arguire una tanta celerit in Semiramide? Da chi e per che modo avrebb'ella risaputi i gravissimi casi di Babilonia, pi giorni innanzi che le fossero riferiti dai corrieri, o lasciati temere da un improvviso difetto delle corrispondenze consuete?
E tuttavia, o notizia o sentore della rivolta aveva ella avuto in Armenia. E come ci, mentre egli, a mala pena di poche ore, per le vanterie dei messi di Faleg, udiva l'annunzio della pronta e piena vittoria di Aiotzor? Egli era ben lungi dal sospettare di Sumti, che forse era morto nel tentare di ridursi al campo aicno. Questa era almeno la conghiettura pi ovvia, imperocch il subito scontro dei due eserciti dimostrava apertamente come al vecchio Indiano fosse fallito il disegno di penetrare fin nelle tende di Ara e persuaderlo a non accettare battaglia. Solo alcuni giorni di poi, doveva egli risapere della presa di Sumti, colto coll'armi in pugno al fianco di Ara, e della sua morte volontaria nel lago di Van, certo per sottrarsi ai tormenti cui lo avrebbe dannato la regina e al pericolo grande che il dolore gli strappasse il suo segreto di bocca.
Comunque fosse di quella celerit prodigiosa, egli non era tempo di fantasticare sul passato; bens occorreva di dare, e tosto, nell'antiguardo di Semiramide. E corsero i ribelli all'assalto; ma per quel giorno, e per l'altro che segu, fu opera vana. Nessun vantaggio si otteneva da alcuna delle due parti. Faleg non si perigliava troppo lontano dalle mura, per tema d'esser preso alle spalle. Egli pi forte per agguerrite schiere, ma queglino pi numerosi d'assai. A lui metteva conto il rimanere col; agli altri, poich di vincerlo non era nulla, tornava anco di averlo chiuso in quel luogo, dove, se pi tardava la regina, lo avrebbero prestamente affamato. Sentivano in quella vece approssimarsi il grosso delle forze nemiche? E allora correvano a rifugio in Babilonia, aspettando col i Medi e i Persi, che gi a quell'ora dovevano valicare i monti di Elam, e il disperdimento dello stesso esercito di Semiramide, in cui erano tante migliaia di quelle due nazioni oramai sollevate.
Intanto la condizione di Faleg, ottima per assicurare la sorte d'un combattimento, per tutto l'altro era pessima. Nella antica e nobil citt che egli occupava, erasi sparsa la fama del troppo sangue che la vittoria di Aiotzor era ai Babilonesi costata. Da parecchi giorni il vicino Eufrate non volgea che cadaveri, alla vista di tutte le genti del Sennaar. Inoltre, i soldati suoi, come quelli che si reputavano tornati in patria, non avevano taciuto dei danni sofferti; segnatamente avean detto della sacra miriade, di cui a mala pena poche centinaia erano scampate da morte. Per si udiva gi a mormorare contro la regina, nelle mura amiche di Sippara, contro la guerra finita pur dianzi e contro quest'altra che cominciava. Infine, chi era Semiramide, se non una straniera, e, come regina, assai pi fortunata che saggia? Laddove Ninia era del sangue di Nemrod; egli o presto o tardi legittimo re; meglio adunque riconoscerlo allora, evitando mali maggiori.
Questo e il pensiero delle scarse vettovaglie, inducevano tristezza, fastidio, ripugnanza negli animi. Sarebbero essi durati nell'obbedienza pi oltre? Per buona, sorte, diceva Faleg tra s, la regina non doveva esser lungi da Babilonia; ad ogni modo, quei due giorni di combattimento a Sippara, le avrebbero spianata grandemente la via.
N s'ingannava. Appunto in quella notte che seguiva il secondo assalto di Sippara, la regina giungeva, con poco pi di centomila combattenti, alla vista di Babilonia, davanti ad una delle porte che guardavano il sole oriente. Appiattato l'esercito nei campi, dove gi crescevano le biade pel secondo raccolto, chiuse con buona custodia d'armati le uscite dei villaggi, perch nessuno avesse modo di recare l'annunzio alla vicina citt, Semiramide si avanz con uno stuolo di cavalieri lunghesso il canale Libil Higal, per esplorare il terreno.
Sin, il casto pianeta a lei caro, splendeva alto nel firmamento azzurro, illuminando la pianura all'intorno e la via battuta che conduceva ad una delle porte. E mentre Semiramide cautamente s'inoltrava pe'colti, evitando la strada e non perdendola d'occhio, le venne udito da lontano un rumore smisurato e crescente, come lo scalpito di una cavalcata, che a quella volta spronasse.
Incontanente fe'restare i suoi cavalieri; e muti, ansiosi, stettero tutti origliando.
Il rumore si avvicinava sempre pi. Semiramide, che gi meditava un audace disegno, si volse a guardare i suoi cavalieri, se fossero abbastanza coperti agli occhi del nemico. Erano essi dietro un campo di ssamo, di rigogliosa cresciuta e di larghissime foglie, siccome portava la natura di quel fertile suolo. La regina non si tenne paga tuttavia, e comand, che tutti smontassero da cavallo, pur rimanendo con un pi sulla staffa e la mano alla criniera.
Cos del tutto nascosti, spiavano l'arrivo della cavalcata nemica. Essa pervenne indi a poco su quel tratto di strada che essi vedevano, e veloce trascorse. Erano a mala pena sei cavalieri; e alle fogge, vedute cos di profilo a lume di luna, apparivano Medi. Forse erano esploratori, fors'anco portatori di messaggi a qualche luogo vicino.
Semiramide lasci che andassero oltre a lor posta. Infatti, a mezzo miglio discosto era accampato il suo esercito, n potevano essi cansare d'esser fatti prigioni.
Ella intanto di il cenno e l'esempio di risalire in arcione. Dietro a lei tutto il drappello si cacci a galoppo sulla strada, serrandosi sulle orme dei Medi. Udirono essi l'improvviso rumore alle spalle e pensando che fossero altri cavalieri usciti di citt, per richiamarli indietro, o per altro che loro importasse sapere, si fermarono tosto. E innanzi che avessero tempo a raccapezzarsi, a conoscere d'esser caduti in agguato, erano circondati da un nugolo di fantasmi; ch tali dovevano parer loro, in quel luogo, i cavalieri di Semiramide, creduti ancora cos lontani, e sulla via dell'Eufrate.
Thuravara, il loro capo, fu condotto alla presenza della regina. Trem egli, quando ebbe ravvisata Semiramide, e, a mala pena interrogato, disse tutto ci che a lei mettesse conto sapere. Thuravara, creato di Zerduste, non ignorava qual sorte lo attendesse, ove, con pronta sommissione e con utili ragguagli, non si fosse raccomandato alla clemenza di lei.
La regina adunque ud dal suo labbro che Faleg resisteva da due giorni tenacemente sulle alture di Sippara, ove Zerduste credeva fosse ella per giungere, col rimanente dell'esercito. Per altro, in quella medesima sera, due esploratori erano tornati da Burat, che  sull'Eufrate, a una giornata pi in alto di Sippara; n lass si aveva fumo di soldatesche vicine. Cotesto aveva confortato Zerduste nel suo primo pensiero, che l'invio di Faleg fosse tutto quanto ella aveva potuto fare, al primo annunzio della rivolta di Babilonia, e che ella fosse, con tutto l'esercito suo, di parecchie giornate pi indietro.
Del resto, soggiungeva Thuravara, Ninia e il suo fedele ministro dimoravano nel palazzo della riva occidentale, per esser pi vicini al pericolo e pi pronti alle acconcie difese. Avevano essi un esercito di duecento migliaia; ma la pi parte di gente ragunaticcia, n ancora bastantemente addestrati. Si aspettavano bens grossi soccorsi dai Medi e dagli Elamiti, gi chiamati in arme dal preveggente Zerduste, alla vigilia della rivolta e della incoronazione di Ninia. Egli, Thuravara, andava per l'appunto sulla via di Libil Higal, a vedere se ancora giungessero, e ad affrettarne l'entrata in citt. Armi, poi, e vettovaglie, come alla regina doveva esser noto, in Babilonia abbondavano.
Ud Semiramide i copiosi ragguagli; e come Thuravara ebbe finito, gli disse:
- La tua vita dipende dal parlar che farai. Qual motto hanno ora i custodi delle porte?
- Per Anati! - rispose tosto il Medo infedele.
- Che significa ci? - chiese la regina in atto di stupore.
-  il re, - soggiunse Thuravara, -  il figliuol tuo, mia clemente signora, che in tal guisa ricorda la diletta del suo cuore.
- La risuscitata! - sclam Semiramide.
- S, potente regina.
- E per grazia de'sommi Dei, non  egli vero? - incalz ella con accento d'amara ironia. Thuravara chin vergognoso la fronte.
- Sta bene; - prosegu la regina, senza curarsi della risposta. - Tu, vieni tra le nostre ordinanze; e guai a te se non m'hai detto il vero! -
Poco stante, era dato il cenno all'esercito, che tutto avesse a rimettersi in moto ed accostarsi alle porte. Ella, col suo stuolo di cavalieri, precedeva le squadre.
Giunsero in breve alle mura. Il ponte era alzato davanti alla porta; ma allo scalpitar dei cavalli sulla pianura, le scolte s'erano affacciate alle feritoie, e allo squillar d'una tromba sul ciglione del fosso, furono pronte a chiedere ai nuovi arrivati:
- Chi siete? In nome di chi venite?
- Siamo guerrieri di Ninia; - risposero gli altri. - Usciti dalle porte di settentrione, torniamo da questa, e per Anati veniamo. Sbrigatevi; sono i Medi aspettati con noi. -
Il ponte fu tosto calato. Semiramide fu la prima a spingere il suo cavallo sull'ampio tavolato di cipresso.
- Giungono i soccorsi di Media! - gridavano intanto sotto l'androne i custodi. - Il veggente Nebo ci assiste.
- Egli viene su voi, traditori, per fulminar le sue collere! - grid Semiramide, menando a cerchio la mazza ferrata entro lo stuolo malcauto.
- Per Anati custodivate le porte!... Per Semiramide arrendetevi, o tutti di mala morte morrete.
- La regina! s,  dessa la regina! - andavano ripetendo i malcapitati, mentre, quinci e quindi fuggendo, tentavano schermirsi dai colpi. - Chi l'avrebbe mai detto? Ahim! c'ingannarono i sacerdoti; non erano per Ninia gli Dei! -
Ben presto fu fatta strage di quella turba fuggente; i pi lontani, sentendosi incalzati dai cavalieri, si buttavano ginocchioni, chiedendo merc, ed avevano cos salva la vita. Non uno and fino al baluardo interno della citt, per recarvi la terribile nuova; e prima ancora, prima sempre tra tutti, vi giunse l'audace guerriera, il cui esercito, infiammato dalla portentosa felicit dell'evento, gi si accalcava sul ponte, sbucava dal profondo androne, si dilagava nel vastissimo piano tra Imgur Bel e Nivitti.
Non era pugna, n inseguimento di nemici; era libera corsa sfrenata, in mezzo a spaventati drappelli. Entro il baluardo di Nivitti Bel fu un tumulto indicibile. I primi che videro le negre schiere apparire agli sbocchi delle vie e irrompere nella citt, minacciose come una legione di spiriti d'abisso, si sparpagliarono tosto per le strade minori, quali cercando nelle lor case rifugio, quali fuggendo senza saper dove, non d'altro solleciti che di scansare l'imminente pericolo, tutti levando altissime strida e mettendo a romore e scompiglio la sterminata citt. Semiramide!  qui Semiramide alla riscossa! Sventura al popolo delle quattro favelle, su cui la regia vendetta discende!
La tristissima voce per ogni dove s' sparsa, ha precedute le squadre degl'invasori. Quanti n'han tempo, o modo, si danno alla fuga verso l'Eufrate; l'ampia travata del ponte cigola sotto il peso e la furia di quell'onda di popolo, che incalza alla destra riva: uomini, donne, fanciulli, mezzo vestiti, scarmigliati, ignudi, come il terribile annunzio li colse, come la paura li spinse.
Non cura la regina i fuggenti; anzitutto ella mira a impadronirsi della reggia. Sfondano i suoi guerrieri l'ingresso, chiamano per nome, invitano alla obbedienza i custodi.  la loro regina,  Semirarnide, che batte alle porte; chi pi oltre serber fede al ribelle, innanzi che giunga il sole al meriggio, pender inchiodato dai merli.
 l'alba, e gi Semiramide ha ricuperato la sua reggia, nobile e forte arnese, dove ella trover armi, sicurezza ai nuovi combattimenti. Dall'altra sponda del fiume hanno appiccato il fuoco al tavolato del ponte; fuoco arde nel valico sotterraneo, per dar tempo ai ribelli di chiuderne pi sicuramente lo sbocco. Ma che importa? Semiramide  padrona, con un colpo audace, in poche ore, di tutta la parte orientale di Babilonia.
- Grazie, santissimi Numi! - ella dice. - Voi non avete tolta la vostra mano da me; io sono ancora la regina degli Accad. -


CAPITOLO XXI.


LA MANO DI NISROC.


La fortuna, che gi sembrava avere abbandonato le insegne di Semiramide, tornava ora a farle buon viso. Era pentimento, sommessione all'audacia, o crudelissimo scherno? Risorgeva la regina pi gloriosa e pi forte dal suo abbattimento, o non era a vedersi altro in quella ardita riscossa che il sollevarsi del guerriero sulle ginocchia e l'ultimo suo brandir l'arme sanguinosa contro il nemico che sta per finirlo? I prossimi eventi dovevano dar la risposta.
Intanto, merc la sua rapida corsa e l'occasione prontamente afferrata, ella era venuta a capo di penetrare in Babilonia e di farla sua fino alla sinistra riva del fiume. Solleciti messaggi avevano mosso Faleg dal suo baluardo di Sippara, e mentre egli rumoreggiava alle porte della sponda destra, tirandosi sopra una gran parte dell'esercito dei ribelli, la regina tentava con barche e zattere d'otri gonfiati il passaggio del fiume, e finalmente ristorava la travata del ponte sotto una pioggia di dardi.
Ninia e Zerduste, con tutti i loro, si ritrassero in Barsipa, la citt sacerdotale, congiunta a Babilonia da un prolungamento del muro esterno, ma forte di per s stessa e dentro e fuori, acconcia a durare per mesi e mesi un assedio.
Col, all'ombra del pi eccelso tempio di Babilonia e del mondo, incuorato dalla inflessibile baldanza di Zerduste, sorretto dal favore dei sacerdoti, ammaliato dalle carezze di Anati, posava il giovin ribelle, o non curante, o inconsapevole del suo delitto. Infine, non era egli il re, unica prole di Nino, ultimo della stirpe di Nemrod? I santi ministri delle sette luci della terra non avevano essi consacrato il suo capo? L'oracolo di Belo non aveva egli pronunziata la reit di Semiramide al cospetto dei cieli? Inoltre, conforme al volere dei sommi Dei di Babilonia, non era forse il volere del Dio di Zerduste? Mai tra rivali divinit si era manifestata una simigliante concordia.
Invero l'astuto principe di Bakdi si era rigidamente astenuto dal palesar la sua fede. Da lunga pezza egli soleva dire al suo regio discepolo che il tempo non era anche venuto di annunziare il regno di Ahuramazda alle genti; questa essere dottrina eccelsa pei savi; al volgo doversi lasciare intanto le sue idolatrie grossolane. Nessuna prova di loro virt avevano fatta gli Dei di Babilonia a favore di Ninia; laddove il soffio potente di Ahura gli aveva restituita la sua diletta Anati. Egli l'aveva pure veduta, l, nel suo casolare tra i palmeti di Gomer, distesa sul letto di morte, le membra prosciolte e fredde; invano aveva pianto amarissime lagrime; invano aveva chiesto a'suoi numi un prodigio. Ma laggi, ne'sotterranei di Babilonia, ove il Dio vero nascondeva ancora il suo purissimo culto, egli aveva pure udito dalla voce di Mazda la cagione per cui era morta Anaiti. "Non tra ozii imbelli doveano poltrire i nati di re; amori e carezze di donna amata esser premio ai valorosi, ai fedeli seguaci degl'insegnamenti celesti, non facil sollazzo, non riposo consentito a mezzo il cammino, quando il debito delle sante opere e la via lunga sospingono. A lui, per ventura, agevole il meritarsi quel premio, intercedendo la cara autorit di Zerduste, n chiedendosi troppo lungo disagio a chi dovea regger lo scettro, moderatore di popoli. Cedesse adunque ai lagni di Babilonia, sdegnata per una stolta e rovinosa guerra e per maggiori danni minacciati al buon seme cussita; cedesse alle voci che il cielo provvidamente spirava sulle labbra degl'idoli bugiardi; cingesse corona di re, ed Anati sorgeva dal suo letto funereo. Resa a lui dal favore di Mazda, al suo ardimento, al suo perseverar ne'propositi era sospesa la vita della fanciulla diletta."
Ora, a mala pena nel tempio di Belo il credulo adolescente aveva impugnato lo scettro d'oro, non erasi infuso di bel nuovo lo spirito vitale nelle rigide membra di lei? Non aveva egli sentito sotto la sua mano tremante riscaldarsi e palpitare quel bianco seno, a cui tre giorni innanzi aveano tentato invano ridar la vita i suoi baci? Cos Ninia era stato condotto ai voleri di Zerduste, e fatto ribelle, nimico alla maest di sua madre. N gi viveva pel regno, di cui lasciava ogni pensiero al sapiente maestro; n gi si curava della sua sconfinata autorit, se non per ricordare che la regia possanza  una piramide al cui sommo sta preparata e colma la coppa di tutte le umane delizie. Viveva allora per Anati, per quella fiorente bellezza che si profondeva inconsapevole a lui, tremante di dover morire se egli vacillasse, e per amore, per ambizione, per paura, incatenata al suo fianco. E in lui, il saperla cos sospesa tra morte e vita accresceva, gli ardori. Si ama, dicono, assai pi fortemente ci che si teme di perdere. Triste sentenza, se vera; ma forse ci che pei nobili cuori non , potrebbe credersi vero per l'anima fiacca e per l'indole tutta sensuale di Ninia; di quel lioncello, a cui, per mezzo agl'ingenui moti della tenera et, cresceva la ferocia dell'avita natura.
Insignoritesi con tali arti della mente di Ninia, il principe di Bakdi non aveva durato fatica ad attizzar gli sdegni del popolo; la merc di falsi messaggi e di aggranditi pericoli, aveva aggiunto esca al fuoco, e, con l'immagine dei certissimi danni, infiammati gli spiriti a rivolta.
Facili i volghi ad essere trascinati; pi facili, se vissuti in lenta ed inerte soggezione, a credere ogni cosa, a farsi stromento docilissimo in mano agli scaltri. N manco agevole, pel grado suo e per l'imperio ch'esercitava su Ninia, gli era tornato di vincere la riluttanza dei sacerdoti. Sempre pi ardente di giorno in giorno la plebe; impensierite pei lor cari assenti le pi ragguardevoli famiglie; tutti contrarii ad una guerra che accortamente si mostrava esser frutto di un'amorosa follia; non avrebbero ardito i sacerdoti far contro alla corrente delle popolari opinioni. Volevasi Ninia per re; meglio averlo tale e dominarlo, come offeriva Zerduste, che osteggiarlo invano, opponendosi ai voti del popolo. Il saccanco, il gran vicario degli Dei, si faceva schiavo in tal guisa agli eventi, assicurava ai pi forti la benevolenza del cielo; vecchio costume degli uomini che si vantano di custodirne i responsi! E, maledetta Semiramide lontana, Ninia era incoronato sulla gran torre di Barsipa; armi ed armati si raccoglievano dalle vicine provincie; i Medi, gli Elamiti, e quanti eran popoli soggetti di l dallo Zagro, tutti incitati a scuotere il giogo. L'impero, saldo in apparenza e durevole, si sarebbe sfasciato dopo il trionfo delle schiere ribelli, se pure lo stesso Zerduste, sotto colore di chiamare i Medi a difesa della stirpe di Nemrod, non pensava a disfarsi, per utile suo, di quel malaccorto adolescente, trastullo nelle sue mani, vera larva di re.
E intanto che costui, riparato con Ninia entro le mura di Barsipa, faceva assegnamento sulla irruzione dei Medi, sullo scompigliarsi dell'esercito di Semiramide e sulle ire di Babilonia, cresciute a dismisura per la morte di tante migliaia de'suoi cittadini, la fortissima donna vacillava nei suoi consigli, esitava a condurre innanzi l'opera sua. Il nemico ch'ella doveva combattere, che un colpo malaugurato de'suoi ingegni di guerra poteva stendere al suolo, era Ninia, era suo figlio! ll tradimento dei Casdim la turbava altres, la faceva pi perplessa. Bene erano ossequenti a lei i sacerdoti di Militta e di Nebo, rimasti in citt; ma che potevano costoro, contro il maggior numero rifugiato in Barsipa ed anco di l possente sul popolo, tranne il pregare in silenzio?
Fatta accorta del pericolo, confidandosi inoltre che il suo inaspettato trionfo in Babilonia avesse ridotto quei temuti nemici a pi miti consigli, di mano a pratiche segrete con essi, facendo che alcuno dei sacerdoti di Nebo andasse a Barsipa, come a cercarvi rifugio, e, avuto agio di parlare col saccanco, ogni pi larga promessa e giuramento gli facesse, in nome di lei. Frattanto i giorni scorrevano, ed altri dolori le si stringevano al cuore.
Il re d'Armenia andava ricuperando la sanit ad occhi veggenti. La ferita non aveva nulla avuto di grave, tranne forse lo spargimento copioso del sangue. Vinta la febbre merc il farmaco dell'Indiano, egli era tornato in s medesimo, e la ingenita vitalit aveva trionfato di tutto, perfino della negra mestizia che gl'ingombrava lo spirito. Il cammino da'suoi monti natali alla pianura del Sennaar non gli era tornato a disagio, dappoich la sua scorta viaggiava sempre nelle ore notturne, ed egli posava su morbide piume, procedendo leggero e senza scosse, o sobbalzi, al dolcissimo passo dei cammelli battriani. La tacita compagnia giungeva in Babilonia tre giorni dopo il vittorioso ingresso di Semiramide, e la frescura dei pensili orti, l'abbondanza di tutti gli agi del vivere, avevano rinfrancate le membra affralite del giovine, facendo il resto la giovent, questa medicina incomparabile, che tutti, ahim! non sempre portiamo dentro di noi. Sbiancato mostrava il volto, gi tinto di rosa e ammorbidito da riflessi dorati; una nube di tristezza offuscava il placido lume degli occhi; pure la sua bellezza non aveva nulla perduto della prima virt; simile al fiore che il soffio della bufera ha alidito, ma che un tiepido raggio di sole ravviva.
Semiramide lo aveva veduto. Nel suo breve colloquio con lei, il prigione erasi mostrato ossequioso, ma freddo. Posto di bel nuovo al cospetto di quella sovrumana bellezza che lo aveva rapito, memore di tante angosce, pi ancora di tante dolcezze, combattuto da contrarii pensieri e da immagini di lutto recente, si adirava con s medesimo, si struggeva di non odiarla quanto avrebbe dovuto.
- Son vinto e tuo prigioniero; - le disse. - Fammi morire; altro io non aspetto oramai. Donna di grande animo ti dice la fama, e le imprese tue ti dimostrano. Fanne un'ultima prova per me, affrettando il mio fine, ed io benedir l'odio tuo.
- Nemico di un giorno, e pensi ch'io t'odii? - replic nobilmente la regina. - Ho vendicato un oltraggio, ho punito un atto di ribellione; tutto l'altro io non ricordo, non vedo. Son regina per te come per tutti; ci soltanto soffri da Semiramide. Ella  soddisfatta: n pensa, ai dolori patiti, o alle profonde allegrezze che si riprometteva dalla sincerit del suo cuore, se non per lagnarsi della sorte, a lei cos larga dispensatrice di potenza, e cos avara di giustizia nel mondo. Credi tu che di questa potenza m'importi? Credi tu che mi prema del regio fasto, dell'impero accresciuto e di questa Babilonia, che un mio cenno ha creata? Io sono pi superba a gran pezza; mi paragono alla stella che trascorre veloce lo spazio e non cura il solco di luce che lascia dietro di s. Mi spegner come ho vissuto, splendendo; ma non vo'che nulla offuschi a'tuoi occhi il mio raggio; non l'amor tuo, la tua stima domando. So quali ragioni t'abbiano mosso alla fuga; Sumti, innanzi di cercare spontaneo la morte nelle acque salse di Van, mi ha confessato ogni cosa. Tu fosti vittima di un'empia macchinazione, che l'abisso non poteva immaginar la pi nera. Per darle a'tuoi occhi colore di verit, un tuo fedele ti ha venduto ai nostri comuni nemici.
- Un mio fedele! - sclam Ara turbato. - Altri non merit pi questo nome, che Bared. Impossibile! Bared pugnava al mio fianco. Non tradiscono, i valorosi. Fatto prigione con me, perch non lo vedo io al mio fianco? -
Tosto, ad un cenno di Semiramide, fu cercato per ogni dove l'infido scudiere del re. Ma invano. Bared, nel muoversi dei prigioni da Armavir, profittando della confusione in cui era l'esercito, aveva presa la fuga, n pi s'era avuta nuova di lui.
- Tu lo vedi, o regina? - disse Ara, con piglio severo. - Anche Bared, l'ultimo testimone, ti manca. Egli pure, come Sumti....
- Basta! - tuon la regina, il cui sangue si rimescol tutto e riarse, come le fosse penetrato un dardo rovente nel cuore.
E furono le ultime parole di lei. Composta negli atti, grave nell'aspetto, ma fieramente combattuta nell'animo, vacillante, smarrita di sensi, usc la misera donna. Ella non era pi Semiramide; non era pi la regina. S, ben lo sentiva in quel punto; la sua fortuna era fuggita per sempre; la dura mano di Nisroc si aggravava su lei.
A che pi combattere? Per quali speranze? A qual pro?  dei giovani il travagliarsi, durare aspre fatiche animosi; dei giovani, che hanno il futuro davanti a s, per chiamarli colle arcane sue voci, stimolarli colle sue confuse promesse. Ma il vecchio, deserto d'ogni promessa e d'ogni speranza, a che tenderebbe i nervi e l'ingegno, conscio pur troppo che pochi passi pi oltre una fossa lo aspetta? Cos Semiramide, a cui la giovent splendeva ancora sul volto, ma pi non esultava nel cuore. Vivere, vincere, regnare, perch? Non  grata fatica, dove manchi la speranza del premio.  vanit rialzare un trono, su cui non abbia a sedere che un'ombra. Cedono allora, cedono le anime grandi ai pi profondi sconforti. Gittar l'opera di tante braccia obbedienti, spargere inutilmente il sangue proprio e l'altrui, peggio che errore non  forse un delitto? E varr egli per avventura, contro queste voci della coscienza il dire che giusta  la causa per cui si combatte? Sar scusa bastevole al cospetto del mondo, o conforto per s, l'aver combattuto per seguire la sua generosa natura?
Chiusa nel silenzio delle sue stanze, la regina pensava. Che aveva ella fatto di cos reo, da meritarle un tal scempio? Vedova di Nino, aveva, pi ancora che colle sue vittorie, colla temuta altezza del nome, formato il pi vasto impero che fosse mai; aveva recato un sorriso di grazia nella forza, un raggio di serena maest nella ferocia di que'prepotenti Cussiti. Luce e bellezza  la donna nel mondo; solo quando ella vi apparve, credettero gl'immortali che Dio avesse compiuto l'opera sua. Tale era stata Semiramide sul trono degli Accad, luce e bellezza all'impero. Ma forse l'alba dei leggiadri costumi non era anche spuntata; ed ella, precoce apparizione, doveva rimanere come un gentile esempio ai venturi, meteora luminosa in quelle tenebre lunghe.
Cionondimeno, era egli forse un delitto lo aver tentato di raggentilire i culti disumani e rozzi, lo avere raunati tanti sparsi popoli in un grande consorzio, lo aver recati i benefizi d'una civilt nascente su tanta parte della terra? E di che, se giustizia celeste presiede all'opere umane, di che era ella punita? D'esser donna e pietosa, d'aver confidato negli uomini, d'averli reputati magnanimi e schietti al pari di s, di non aver creduto alle tenebre perch essa era la luce, al livore perch essa era la bont, all'ingratitudine, alla vilt, al tradimento, perch essa era la generosit, la grandezza e la fede. S, quella era colpa sua; n doveva per ci muover lagno agli Dei. Ah, come avrebbe voluto mutarsi allora, farsi tutt'altra da quella di prima, esser barbara, incrudelire, operare il male, come tanti nel mondo, per la sola volutt del male! Ah, se quel tristo adolescente, quel mostro di perfidia precoce, non fosse uscito dal suo grembo, come le sarebbe bastato l'animo di entrare in Barsipa col ferro e col fuoco, e l, al sommo della torre, costringerlo a bere il sangue del suo Zerduste e del gran sacerdote di Belo, confitti a lungo martirio sugli altari bugiardi!
Ma ella era madre; era magnanima e pia; i feroci pensieri trascorrevano veloci nella sua mente, a guisa di nuvole rotte in un cielo sereno. La nobile creatura non poteva mentire all'indole sua; doveva struggersi nel suo dolore impossente, e cadere, se cos voleva il destino.
Gli eventi incalzavano. Medi, Persi, Elamiti, si erano ribellati ai governatori delle provincie. Le torme loro muoveano minacciose dai monti, alla volta del Sennaar; cotesto recavano i frettolosi messaggi, come nel profetico sogno della rocca di Van. Fortuna estrema per lei, che i popoli sollevati non si fossero posti prima in cammino, come, nella veemenza de'suoi desiderii, aveva sperato Zerduste! Frattanto, egli bisognava spedire un buon nerbo di valorosi ad affrontarli; ella stessa avrebbe dovuto correr laggi, coglierli alla sprovveduta e sconfiggerli. Ma come uscire di Babilonia, come sfornire la citt di soldati, mentre i ribelli erano cos numerosi in Barsipa e dall'alto delle mura certo spiavano l'occasione di rifarsi alle offese?
Inoltre, Babilonia non era sicura, vacillava nell'obbedienza. I grandi, forza e decoro della citt, si erano allontanati con Ninia; il popolo rimaneva, ma inquieto, cruccioso, sbigottito tra i mali presenti e l'incertezza del futuro. Cessate le feste, rovinati i commerci, rotte le consuetudini d'una vita facile e piana, a cui era necessaria la prosperit di tutto l'impero, ben si scorgeva che il ritorno della pristina pace non era pi possibile oramai, senza varcare un'altra sequela di durissime prove. E d'ogni cosa (siccome avviene in mezzo alle pubbliche calamit, che fanno gli animi ingiusti) si accagionava l'autorit pi vicina, quella a cui sarebbe bisognato dar forza per uscire con essa d'angustie; s'accagionava Semiramide, la regina vera, l'autrice di tanta prosperit passata; non Ninia, il ribelle, delle cui grandi opere, delle cui felici impromesse, null'altro pur anche era noto, fuorch il suo tradimento.
Gran colpa, agli occhi del volgo, un'ora di mutata fortuna! A Semiramide niente giovava aver tante cose operato per la felicit di quel popolo. Che era per costoro il passato? Un generoso liquore bevuto a rapidi sorsi, un'ebbrezza, un sogno felice, di cui non si serba gratitudine, e molto  se la memoria rimane. Del presente era ella accusata, del triste presente, di ci che la regina non avea fatto per soggettarsi il destino, di ci che Ninia, Zerduste, complice il popolo di Babilonia, avevano perpetrato contro di lei.
Intanto, lutto, squallore e tumulto per ogni dove. In mezzo all'abbondanza, si pativa difetto d'ogni cosa. Col pretesto della pugna imminente, si smetteva il lavoro; si domandava pane, e avutolo si chiedeva che fossero aperti i granai. N di minore ansiet era cagione l'esercito. Tutte quelle migliaia di guerrieri d'ogni nazione, forti e compatte schiere all'aperto, riuscivano col branchi disordinati e turbolenti, facili a scorarsi, pi facili a secondare, che non a contenere ne'suoi vaneggiamenti la plebe.
Emissarii di Zerduste, fautori di ribellione, correvano di continuo tra le file. Erano popolo, n poteva sospettarsi di loro.
- Contro chi combattete? - dicevano. - E per chi? Doloroso  morire, quando a nulla giova la morte. Sapete a cui siano propizi gli Dei? Non certo a Semiramide! La sua stella  tramontata, dopo ch'ella ha voluto sacrificare agl'idoli stranieri. Ninia ha da essere un giorno il re nostro; a che combatterlo oggi? Egli  oramai al suo sedicesimo anno, e l'ha educato al regno la savia tutela di Zerduste. Egli  ragionevole che, cresciuto negli anni e nella saviezza il discendente di Nemrod, lo scettro continui ad esser impugnato da una fragil mano di donna? Compagna la fortuna ed auspice la gran memoria di Nino, costei ha potuto condurre innanzi malagevoli imprese, altre lasciarne a mezzo, senza troppo suo scorno. Oggi, abbandonata dal favore de'cieli, esce in mostruose follie. Il miglior sangue di Babilonia s' sparso inutilmente nelle gole d'Armenia. Il vostro si sparger inutilmente del pari sotto le inespugnabili mura di Barsipa, con alto rammarico dei vostri cari, che v'aspettano tremanti alle case natali. Ninia vi dar pace; egli vi rimander liberi e ricchi alle vostre contrade. Che pu darvi oramai Semiramide, se non certezza di forsennati assalti e di morte ingloriosa? tra breve incalzeranno alle porte i popoli sollevati dalle regioni orientali. Avremo guerra dentro e fuori, carestia, desolazione, esterminio. Che farete voi, uomini di Elam, voi Medi, Persi, Ariarvi, cavalieri animosi, su cui Semiramide fa assegnamento per distruggere il popolo delle quattro favelle? Uscirete voi in campo aperto, spingerete i baldi corsieri contro i vostri fratelli di sangue, scesi dai monti in aiuto del legittimo re? -
Con arti siffatte era tentata e scossa la fedelt dell'esercito. N pi molto occorreva; forse una lieve occasione dovea bastare a discioglierlo.
- Viva Ninia, in perpetuo! - gi avevano incominciato a gridare i nativi del Sennaar.
- E Anati, con lui, la vezzosa regina! - soggiungevano i popolani. - Quella  nostra, nata del nostro sangue pi schietto. Felice chi la vedr, come noi l'abbiam veduta, passare per queste vie, bella come il sole nascente, e dall'alto del suo cocchio d'argento e d'oro sparger sorrisi e saluti, come sparge fragranze il fiore della mandragora.  dessa, Anati, la vera rosa del Sennaar; la venturiera d'Ascalona pi non usurpi quel nome. -
E scorreva, tra i dissennati, scorreva, versato largamente nei calici, il liquor della palma. Cittadini e soldati, dopo aver maledetto alle regali follie, pianto sui mali presenti e sui temuti danni futuri, gozzovigliavano, infingardivano, tumultuavano insieme.
I capitani delle squadre, giustamente inquieti, andavano a consiglio presso la regina.
- I soldati, sparsi tra il popolo, avranno perduto ogni ritegno ben presto; la licenza e la ribellione son penetrate nel campo. Bada, o regina: se i rivoltosi di Media giungeranno alle porte, con quali forze andremo noi a combatterli? -
Semiramide, oppressa da tanta rovina, perduta nel suo ascoso dolore, non sapeva a qual partito appigliarsi. Dar tosto l'assalto a Barsipa? S certo era quello il pi saggio consiglio; e l, o vincere, o morire! Ma il suo cuore materno tremava. Infatti, come mai, senza mandare in fiamme il covo dei ribelli, avrebbe ella potuto metter piede col?
Faleg, sempre costante nella sua fede e ammonito dalla necessit di uscir presto da quella incertezza, propose un suo divisamente alla regina.
- Se tu tentassi di bandire una tregua, e di chiamare a parlamento gli anziani di Babilonia, insieme coi grandi rifuggiti in Barsipa? Tu udresti ci ch'essi dimandano; essi le tue proposte, o signora. Imperocch, tu lo vedi, questa inerzia  fatale. O assalire i baluardi, o calare agli accordi, ma subito!
- E sia, come tu saviamente proponi! - rispose la regina. - Vengano a parlamento, e dicano l'animo loro qual . -
Indettatesi d'ogni cosa con lei, Faleg esce sollecito dalla reggia e manda gli araldi per la citt. Egli stesso sale arditamente in arcione e s'avvia con pochi uomini di scorta, a Barsipa. Giunto a'pi delle mura e fatte squillare le trombe, cos parla ai ribelli:
- In nome della possente signora degli Accad cui Nebo ha concesso l'impero dello scettro e la vittoria della spada, a voi cittadini e difensori di Barsipa, tregua  proposta da questo momento fino all'alba di doman l'altro, che sar il trentesimo giorno di Tana. I soccorsi, che voi attendete dalle terre del sole oriente, non giungeranno prima di sei giorni in vicinanza di Babilu. Cos recano i nostri esploratori; vedete voi medesimi se vi confortino pi felici notizie. In questo termine, io ve lo annunzio, Barsipa sar espugnata col ferro e col fuoco. Or dunque, accettate la tregua, e quale di voi l'abbia grato, purch sia dei maggiorenti di Kiprat Arbat (o principe tra i suoi, se straniero alla terra del Sennaar), venga a parlamento nella reggia, insieme cogli anziani di Babilu. Udr la regina le proposte de'suoi avversarii, e che cosa essi chiedano da lei per far posare la guerra; ella dir ci che da loro s'aspetta, o che pu loro concedere. Liberi e sacri gli inviati di Barsipa; maledetto, dai sommi Dei chiunque, durante la tregua, tenter cosa alcuna a danno del suo pi odiato nemico. -


CAPITOLO XXII.


IL BIVIO.


Dispiacque la proposta in Barsipa. Che vuole costei? dimandavano i ribelli, radunati a consiglio. Qual nuovo inganno si cela in questa tregua, che ella ci profferisce? Tarderanno ancora parecchi giorni i soccorsi di Media; che importa? Le nostre mura sono salde, e ingegni di guerra non mancano a noi, per respingere i minacciati assalti della regina. Alla perfine, di quali speranze si nutre, col popolo avverso e l'esercito mal fido? E non  forse da credere che ella tema pi di noi l'esito di quest'ultimo scontro? Di certo, le  giunto all'orecchio che domani, dal sommo della gran torre, i Casdim chiameranno solennemente sovr'essa la maledizione degli Dei, e questa sua profferta  intesa a scongiurare il pericolo. Ella ben sa che il popolo di Kiprat Arbat, servo riverente dei Numi, si sollever contro di lei, dichiarata sacrilega, e l'esercito, in cui  tanta parte dei figli del Sennaar, piglier ansa a sostenere le ragioni del popolo. No, si risponda a Faleg, non tregua, n accordi!
Vinceva per tal guisa il partito di respingere la proposta. Ma Zerduste, che fino a quel punto aveva serbato il silenzio, si oppose.
- Due notti in Babilonia, - egli disse, - sono gran ventura per noi, quale non ci era dato sperare dalla benevolenza del cielo. Ponete mente, o savi consiglieri del re: ci che a noi torn cos malagevole di ottenere, la merc di destri emissarii, tenteremo liberamente noi stessi per le vie della citt, nelle lunghe ore che ci consente la tregua. N cos audace  il popolo, n ancora cos pronto ad ammutinarsi l'esercito. D'una propizia occasione  mestieri, e questa occasione  la tregua.
- Ma sar ella osservata, la tregua? - notarono gli altri, con accento di dubbio. - Non  per avventura da temersi una insidia?
- Semiramide non  donna da tendere insidie! - rispose brevemente Zerduste. - Ci ch'ella promette fedelmente atterr. State di buon animo, ed eleggete quali di voi dovranno recarsi alla reggia. Io medesimo, che pi d'ogni altro avrei cagion di temere, scender in Babilonia cogli inviati del re e col venerato collegio dei Casdim. -
Ora, Zerduste era l'anima della rivolta e a lui tutti facevano capo, come al vero monarca. I Casdim medesimi, ai quali l'astuto prometteva tanta possanza nell'impero, erano a lui vincolati. La proposta fu dunque accettata.
Tosto, recatesi alle porte della citt, il principe di Bakdi venne a parlamento con Faleg.
- La regina ascolter dunque i voti del Casdim e dei grandi rifuggiti in Barsipa?
- E degli anziani di Babilu; - aggiunse Faleg. - Il popolo rimasto in citt  sempre il maggior numero; n il suo voto, qualunque esso sia, va lasciato in disparte.
- Sta bene; - disse Zerduste. - E che intendi tu per altri dei ribelli, purch siano principi delle loro nazioni? Son io dunque del numero?
- Tu primo, - rispose l'inviato di Semiramide, - e le mie parole indicavano te. Non fosti tu il consigliere della ribellione? Non comandi tu, non fai ogni cosa a tuo talento appo il re? Vieni dunque, se ti aggrada; la tua persona, come quella d'ogni altro, ci  sacra. -
Cos minutamente convenuti di tutto, fu giurata quel medesimo giorno la tregua nel tempio di Nebo. Giur Zerduste per Ninia e pei ribelli; Faleg per la regina e per l'esercito suo; Abdenago, il primo degli anziani, pel popolo delle quattro favelle.
Babilonia si rasseren come per incanto, dopo che gli araldi ebbero bandita quella sospensione d'arme, altrettanto gradita, quanto era inattesa. Gli animi, riaperti alla speranza, intravvidero la pace imminente. A che si sarebbe fatta la tregua, se non fosse parso ai combattenti di poter giungere ad utili accordi? Del resto, l'esser chiamati in mezzo gli anziani della citt, quasi arbitri del litigio, affidava il popolo che in un modo o nell'altro, per la madre o pel figlio, gli sarebbe restituita la calma.
In sull'ora del tramonto, schiuse le porte di Barsipa, scesero i grandi e i sacerdoti in Babilonia. Sulle orme loro si affrettarono molti altri, che pure non dovevano andare alla reggia, guerrieri e cittadini, a cui premeva di vedere i congiunti o gli amici. N Faleg si oppose a questo lor desiderio. Cos, largheggiando di generosit e di clemenza, volea Semiramide. Non erano che un solo i due popoli; soltanto le sorti della guerra intestina li avean separati; tornassero quelli di prima, finch durava la tregua.
La mattina del giorno seguente, che fu il ventesimonono di Tana, gli anziani di Babilu, condotti da Abdenago, i capi della rivolta, e i maggiori tra i Casdim, guidati dal saccanco, ascendevano alla reggia, ed erano introdotti nella sala di Nemrod, al cospetto della regina.
Semiramide era seduta sul trono, pallida in volto, ma tranquilla, in atteggiamento regale. Immobili ai suoi fianchi stavano i flabelliferi, con alti ventagli di penne, i melofori coll'armi in pugno e i portatori di scettro, interpetri e ministri de'suoi alti comandi. Faleg e i capi dell'esercito erano in attesa, raccolti ai piedi del trono.
Zerduste non era tra i nuovi venuti. O fosse riguardo per s, o atto di meditata cortesia verso la regina egli non aveva posto piede l dentro; ma bene erasi aperto cogli altri, ed essi indettati con lui, d'ogni cosa che avessero a dire. Il saccanco, per giusto riserbo della sua dignit, non voleva dal canto suo esser primo ad ossequiar Semiramide. Per l'ufficio di parlare in nome di tutti era commesso al capo degli anziani, che difatti fu il primo ad inoltrarsi a'piedi del trono.
- Potente signora, - disse Abdenago, inchinandosi a mezzo, - vivi in perpetuo!
- E a te ed a chi viene con te, - rispose la regina, - dian lume di savio consiglio i celesti. Io vo'che posi la guerra, e, perdonati i ribelli, allontanati gli estrani, sia riverita la mia autorit dal popolo delle quattro favelle. Ora, che pensate voi dell'offerta? I disegni della mia clemenza son questi. Amo meglio vengano essi incontro a voi, in sembianza di doni amorevoli, anzi che paiano concessioni lungamente patteggiate, e quasi strappate alla resistenza d'un animo acerbo. Madre io mi tengo del popolo, come sono di Ninia. La mia fede vi  nota. Schietto ed aperto ditemi dunque l'animo vostro. -
Abdenago si fece innanzi d'un passo, e postasi la manca sul petto e stesa la destra in alto, come per aggiungere solennit al suo discorso, parl:
- Regina, non ti dispiaccia il mio dire. Pel mio labbro ti parlano gli ordini tutti della citt, i rifuggiti in Barsipa, il venerato collegio dei Casdim. ll popolo delle quattro favelle  per cagion tua sventurato. Sempre, dacch lo raccolse in questa pianura e gli di legge il fortissimo Nemrod, questo popolo fu governato da re, scesi tutti da una medesima stirpe. Per la prima volta l'ebbe in sua balla una donna, e quella tu fosti. La tenera et di Ninia, la tua gloria, la tua fortuna, persuasero di lasciarti lo scettro, che soltanto a destre virili era concesso impugnare....
- Io lo tenni per virt mia, non l'ebbi in grazia a voi! - interruppe la regina.
- E sia; - disse di rimando Abdenago; - noi dunque a forza obbedienti, non gi condiscendenti alla tua autorit per nostra elezione. Regnasti sola e felice undici anni; la fortuna arrise alle tue armi, fino a quel giorno che, condotto il tuo esercito sulle rive dell'Indo lontano, il Signor delle sorti volse la sua faccia da te, e tu non campasti che colla fuga da una certissima morte.-
Un amaro sorriso sfior le labbra di Semiramide.
- Trasvolate assai presto undici anni di gloria! - diss'ella con piglio sarcastico. - Vi giova altres dimenticare che questa felicit, questa grandezza, di cui rimpiangete la perdita, voi, prima e vera cagione del vostro medesimo danno, sono opere mie. Chi ha fatto l'impero? Chi ha esaltato i sommi Dei di Babilu al cospetto delle vinte nazioni? Prima che io fossi, io, avventuriera d'Ascalona, siccome taluno di voi oltraggiosamente mi chiama, nessuno degli Accad aveva ancora veduto un tratto di mare. Io quattro ne vidi, e sulle rive trionfate posi i confini della mia, della vostra possanza. Chi ha soggettato al nome dei figli di Cus tutto il paese di Martu, dalle arene di Mesraim fino alle spiaggie di Rifat, con entro citt popolose e fiorenti di traffichi, e Chittim, e Caftor e tutte l'altre isole belle che si specchiano nel mare del sole occidente? Bene le terre dei Medi attrassero il cupido sguardo dei vostri re, da Nemrod a Nino; ma chi venne a capo della resistenza di Bakdi, della citt che sovrasta con l'alta bandiera su tutta la contrada del sole oriente, dal Caspio, in cui l'Oxo si versa, infino all'Eritreo, dove l'Indo mette le numerose sue foci? Chi stese il regno alla terra degli aromi e dell'oro, che siede felice in mezzo a tre mari? e le prede di tante guerre, i tributi di tanti popoli soggiogati, chiusi io forse per me, o gittai nelle feste? Non mutai, dov'era bisogno, il corso de'fiumi? Non murai cittadelle? Non apersi vie spaziose, ov'erano dapprima boscaglie, dirupi e libere orme di fiere? Io strinsi d'argini poderosi l'Eufrate ed il Tigri; io riedificai la citt, cingendola di saldissime mura e di fosso profondo; io innalzai questa reggia, splendor della terra; io que'templi, grata dimora ai celesti. Quale dei vostri barbari re, sia egli pure Nemrod, il terribile cacciatore di popoli, o Nino, mio sposo, giunse a tanto di gloria? E a me si ardisce dar cagione delle sventure di Babilu? Dinanzi a me si ardisce rimpiangere la mano d'un re? -
Un mormoro d'approvazione era corso per le file dei cortigiani e dei capi dell'esercito, molti de'quali avevano partecipato ai pericoli e alla gloria di tante nobilissime imprese. Gli stessi cittadini di Babilonia, e parecchi dei grandi rifuggiti in Barsipa, avevano sentito come un'aura della passata grandezza aleggiare sulle loro cervici e curvarle ad atto di riverenza e d'ossequio. Ma Abdenago, nella cui mente aveva stillato le sue sapienti perfidie il principe di Bakdi, non si era dato per vinto:
- E sia ancora; - ripigli il capo degli anziani, - sia sempre come tu dici, o regina. Tante mirabili cose hai operato, o, per dire pi veramente, hanno operato per tua mano gli Dei protettori di Babilu. Ma perch, a mezzo il corso de'tuoi benefizi, hai tu voluto arrestarti e distruggerne i frutti? Perch tu, fondatrice dell'impero, facendo contro a te stessa, ti sei consigliata di mandarlo a rovina? Questa recente guerra contro la maledetta Armenia, per qual ragione fu impresa? -
E Abdenago, uscendo in questa dimanda, si piant arditamente dinanzi al trono, guardando la regina con aria di sfida. Parlavano pel suo labbro i lutti numerosi che quella guerra aveva arrecati a Babilonia, e gli crescevano l'audacia. Fremettero i convenuti nella sala di Nemrod, quali di memore sdegno, quali di corruccio per la temeraria domanda; ma gli uni e gli altri, ben sapendo che l era il nodo di quell'aspra contesa, stettero muti ed intenti ad aspettare la risposta di Semiramide. Essa fu breve.
- Non vi ho mai detto perch imprendessi le altre; - disse alteramente la regina; - non vi dir dunque le cagioni di questa. Ben voglio sia ricordato da voi che l'Armenia era soggetta a tributo e che, d'improvviso, scossa la nostra autorit, offesa dai figli d'Aco la maest del trono degli Accad, occorreva domarne con pronta guerra l'orgoglio. Un grande impero siccome il nostro non pu viver sicuro, con audaci e turbolenti nemici alle spalle.
- Cos non dice la fama! - replic prontamente l'anziano.
- La fama! - esclam Semiramide. - La fama! - ripet con ironico accento. - E che si fa dire a questa compiacente ministra dell'invidia, del maltalento e della stoltezza del volgo?
- Che fu un capriccio di donna; - rispose Abdenago, senza fermarsi a raddrizzare la frase. - Condonami, o regina, le ruvide ma schiette parole. Siam qui per farti udire la voce del vero, non piaggere di servi ossequenti e paurosi. Questa guerra  costata tesori. Per essa, settanta miriadi d'armati furono raccolte in Assur; tutte le pi valide braccia tolte alle case loro e all'operosa pace dei campi. Ma che dico dei tesori profusi, quando  il sangue sparso che grida vendetta? Duecento migliaia di combattenti lasciarono la vita ne'preziosi monti d'Armenia, nelle infami strette di Ajotzor! Tu vincevi, o regina; trionfavi del riluttante Armeno e godevi in cuor tuo; ma tu non eri gi nella desolata terra del Sennaar, confusa tra le orbate famiglie di Babilu, per lunghe e terribili ore immobile sulla riva dell'Eufrate a contemplare i cadaveri tratti nell'onde vorticose del fiume nato! Il fiore e il nerbo della nostra schiatta miseramente perduto; i diecimila cavalieri di Belo, onore e forza della progenie di Nemrod, mietuti dall'orrida morte; e perch? Guerra utile era forse cotesta? O necessaria almeno? Che non la facesti tu prima? Che non ne rimovesti i danni con previdente consiglio? Ma inutile era, inutile e dannosa pel popolo di Kiprat Arbat; utile soltanto a'tuoi corrucci, profittevole alle tue regali vendette!...
- E non erano esse le vostre? - interruppe Semiramide. - Lasciamo le perfidie che s'ascondono nelle tue parole, o Abdenago; la regina le ha udite, e ti basti. Di tante morti mi duole; a me prima e pi fortemente  doluto che a voi. Ma la sorte delle battaglie  cotesta; n la vittoria fruttfica, senza che il campo sia innaffiato di sangue. Molti guerrieri e de'migliori, perirono, in tutte le guerre che hanno fatto grande e poderoso l'impero; molti pi ancora in disutili imprese, e non gi di donna corrucciata, ma d'uomini forti e prudenti, di re animosi e feroci, che voi oggi a mio scorno esaltate. E nessuno si dolse allora, nessuno impugn l'armi della ribellione, quando il fortissimo Nemrod, in quelle medesime strette di Ajotzor, famose, o Abdenago, famose finch duri memoria negli umani intelletti, lasci la vita, la gloria dei passati trionfi e non una parte de'suoi, ma tutta la schiera de'valorosi Titani. E voi sventurati per me! Voi sollevati contro la mia autorit, per alto rammarico delle vite mietute! Sii pi cauto, o Abdenago, nel far tuo pro di un lutto comune. In Ajotzor si combatteva il sesto giorno di Tana, e voi gi apertamente ribelli dal terzo, mentre io mi disponevo a levare le tende dal campo di Assur.
-  vero; - balbett confuso l'anziano. - Ma infine, e non era egli agevole di prevedere quella immensa rovina? Tu stessa hai ricordato il figlio di Misdraim. S, l'impresa del forte Titano contro le case di Thogarma fall; vita e gloria vi perdette ed esercito. E tu, non ammaestrata dall'esempio, hai voluto ritentare la prova, far contro all'espresso voler degli Dei. Vincesti, ma la tua vittoria fu scherno amarissimo di Nisroc; per la tua vittoria, per la tua, contentezza,  Babilonia,  tutta la terra di Sennaar immersa nel lutto. A che contenderemmo di giorni? L'impero  scosso ne'suoi cardini; questo  il danno pi grave, e dimanda le cure sollecite dei savi che consigliano i principi. N mancano essi a Ninia, al regio adolescente, che il popolo volle e che i sacerdoti consacrarono re sulla gente degli Accad. Figlio di Nino e tuo, non dee parerti un usurpatore del regno.
- Figlio di Nino e di Semiramide, aspetti dunque l'ora del suo destino! - grid Faleg, che gi pi non poteva frenarsi. - Male s'argomenta di ottenere obbedienza dal popolo, chi primo si ribella all'autorit della sua genitrice e regina.
- Savio parli; - rispose Abdenago, scosso da quelle ferme parole e pi ancora da segni di assentimento che esse avevano destato tra i capi dell'esercito e tra parecchi de'suoi medesimi compagni. - Ma Ninia dovr pure un giorno impugnare lo scettro de'suoi maggiori. Egli regna oramai; a che scemargli la maest del nome, avvilirlo al cospetto delle genti, richiudendolo di bel nuovo nell'ombra gelosa del suo umile stato? Ricordi Babilonia, ricordino i Casdim, ricordi l'esercito (poich tutti qui raunati non siamo che una famiglia, il popolo delle quattro favelle) essere a noi necessario di premunirci contro un pi grave pericolo. Bene avrei desiderato tacerlo, ma infine....
- Parla, - grid Semiramide. - Molto hai gi detto, e che altro oramai pu farti nodo alla lingua?
- Orbene, s, parler! - soggiunse Abdenago, che astutamente aveva meditata la sua reticenza. - Corrono voci strane e paurose tra il popolo. Non sono forse caduti, in un sol giorno di pugna, tutti i nobili rampolli della progenie di Nemrod? Balsam, il capo dei bianchi cavalieri di Belo, Balsam, il terzo nato di Arbel, che fu padre al gran Nino, tuo sposo; Ninip, ultimo del sangue di Bab, che fu il secondo figlio di Nemrod; e Samas Iva, del sangue di Cael, e Misdrac, Ioreb, Dudaimo, balda giovinezza e decoro del vecchio ceppo di Cus, non sono essi tutti, dal primo all'ultimo, rapiti per sempre all'amore e alle speranze degli Accad? Per contro, non hai tu condotto alla reggia l'Armeno, con ogni pi sollecita cura campato da morte, prigioniero in apparenza, ma perdonato in cuor tuo? Che dovr pensare il popolo di Babilonia? che argomentare da ci? Regina, io nol negher, che sarebbe vano e non degno di noi! le tue gesta furono e rimarranno gloria imperitura di Kiprat Arbat. Giovent, bellezza, ardimento ti arridono, e molto ancora ti sar dato operare. Ma il popolo, di cui t' necessaria l'obbedienza e l'affetto, chiede certezza del futuro, vuoi essere raffidato da te. Qual cosa vogliano i rifuggiti in Barsipa non so; parlino i loro inviati qui raccolti con noi. In nome del popolo di Babilonia ti parlo io, in nome di questo popolo che ha veduto perire in un giorno la progenie dei re, e che teme non si preparino per avventura le vie del trono ad una stirpe nuova, e, quel che peggio sarebbe, di sangue straniero. -
Le vampe del rossore e dell'ira salirono alle guance di Semiramide. Il colpo era tratto alla donna, e la feriva nel cuore. Cionondimeno, l'accusa di Abdenago appariva cos stolta, che ella riavutasi tosto, anzich prorompere in accento di sdegno, sorrise di compassione.
- Dimenticate che Ninia vive? - diss'ella.
- Si, vive, - ripigli Abdenago, crollando mestamente il capo, - ma per prodigio dei Numi. Ier l'altro, nella sua coppa d'oro gli fu ministrato un veleno. Zerduste lo trattenne, che egli gi stava per accostarlo alle labbra. Il coppiere, costretto a bere invece del re, cadde fulminato a'suoi piedi.
- Ah! e che vorresti tu dire? - grid Semiramide, che durava fatica ad intenderlo. - Forse che io.... Orribile pensiero! Una madre!.... E siete voi cittadini di Babilu, voi che lo avete creduto? Ma andate da colui, dal re vostro, correte, e questo ditegli in nome di sua madre, che ella pu disprezzarlo, ma ucciderlo.... ucciderlo! oh, anzi che ci potesse balenarle alla mente, ella avrebbe lacerato col suo ferro il maledetto fianco che lo ha partorito.
- Infame calunnia scaturita dal negro abisso! - tuon Faleg a sua volta, pallido dalla rabbia troppo a lungo repressa. - E il vostro Zerduste, l'astuto consigliero d'ogni pi vil tradimento, non pu egli avervi mentito? Che  mai una nuova menzogna, un nuovo inganno per lui? Che  mai la vita di un umil servo babilonese, per l'uomo straniero che non ha dubitato di mandare a rovina la patria nostra e che s'argomenta oggi di salvarla con l'aiuto dei Medi? D'ogni peggiore artifizio  capace costui! Non lo temo io, lo sdegno dei tristi; soldato sono, e so che dovunque  battaglia; son figlio di questa terra, e l'ho per nemico de'miei fratelli di sangue. Badate, o cittadini; egli inganna voi, come inganna il suo regio discepolo, e tardi vi accorgerete del danno, quando i Medi, ora sudditi vostri, vi staranno padroni sul collo. Badate, o Casdim; egli vi ha ravviluppati nei suoi lacci insidiosi, abbatter i vostri altari, purificher le vostre rozze idolatrie, com'egli superbamente le chiama, nel fuoco de'suoi sacrifici. -
Le concitate parole del guerriero turbarono profondamente gli astanti.
- Che dici tu? - grid il saccanco. - Potrebbero gli Dei esser caduti in inganno?
- No! - incalz Faleg sollecito. - Eglino infatti vi parlano pel mio umile labbro e vi consigliano a diffidare di Zerduste. Egli vi tradir, o venerandi, vi tradir, come ha tradito la donna che incauta per soverchio di generosit lo ha innalzato, lui principe di una vinta contrada, ai primi onori del regno. La prova? mi direte voi, la prova? e non l'avete voi, nella istessa mostruosit del delitto che egli appone alla regina? Pu forse una madre, e una madre che abbia nome Semiramide, compresa della sua grandezza regale, sacra alla immortalit delle opere sue, macchiarsi di parricidio? Lo credano i perversi, nel cui negro animo gli spiriti malvagi vanno soffiando il loro alito immondo, non io, non voi, cittadini di Babilu, memori ancora delle nobili imprese della vostra regina, n cos dissennati da imputare a lei gli errori del caso. E a voi forse parrebbe meno evidente ci che a me, non straniero a voi, ma fratel vostro di sangue e non meno di voi sollecito della patria comune, appar manifesto, luminoso, come il raggio di Sam? Io ne attesto gli Dei, Nergal, il corrusco signore delle battaglie, Nebo, il veggente custode del vero, Auv, il regnatore de'cieli; e possano le loro destre onnipossenti fulminarmi sul punto, se io vi dico menzogna. La madre che Zerduste accusa, si ritenne dallo assalire incontanente le mura di Barsipa, che non sono gi di bronzo, come voi pensate, o ribelli; si ritenne, dico, dallo incenerirvi nel vostro ultimo covo, per tema di arrecar morte allo stolto adolescente, che crede di regnare su voi, perch ha ferito il cuor di sua madre. Orvia, cittadini di Babilu, e voi ministri dei santissimi Numi, tornate in voi medesimi, non perseverate nella via dell'errore, su cui vi ha trascinato il malveggente di Bakdi. Io non aggiunger le minacce, poich la regina non n'ha profferite. Vi dir solo che l'esercito far il debito suo, e, rotti finalmente gl'indugi, non dar tregua, o quartiere.
- No, nulla! nulla! Sar fuoco e sterminio! - gridarono i capi dell'esercito, facendo eco terribile alle parole di Faleg. - Possente signora, le nostre spade son tue! -
Un gesto di Semiramide ringrazi quei valorosi; un suo accento, uno sguardo, un raggio di contentezza ineffabile, aveva gi ringraziato il buon Faleg delle sue generose parole.
Negli animi dei ribelli erasi infiltrata una grande incertezza. Sentivano di non aver buone ragioni da opporre, e quel nobile ardore incominciava a soggiogarli. Pi di tutti gi vacillavano ne'primi propositi gli anziani della citt, dalle cui risoluzioni pendevano oramai le sorti della grande contesa. Ma il vecchio Abdenago, cui rafforzavano i consigli di Zerduste e la stessa sua condizione di orator dei ribelli faceva ostinato, fu pronto a ravviare i compagni.
- Intendo, - diss'egli, - e non so darvi biasimo di questo nobile ardore. Egli  giusto che se dal colloquio nostro non deriva alcun frutto, la lotta ripigli pi accanita che mai. Ma egli  da por mente altres, e tu gi non ne dubiti, o clemente signora, che la vittoria arrider a quella tra le due parti che abbia il popolo babilonese per s. Io vo'concedere, - e cos dicendo la voce di Abdenago s'era fatta pi umile, carezzevole quasi, - che Babilu, messa al punto di scegliere a quale delle due parti accostarsi, non dimenticherebbe i dolci vincoli dell'antica obbedienza e la grandezza dei tuoi benefzi. Questa citt non t'odia, checch sia avvenuto; ma ella vuol quiete, per medicare le sue acerbe ferite; vuol sicurezza del futuro, quella sicurezza, che un giorno la condusse a scorgere in te, sebbene straniera, la degna continuatrice dei fasti della casa di Nemrod; quella sicurezza che il triste eccidio di Ajotzor e un pi recente spettacolo d'ingiustizia, hanno miseramente distrutta. Ella dunque ti torner fedele, onorer i tuoi comandi, sorregger il fianco della tua autorit regale, a patto che i suoi timori siano dissipati e l'ombre de'suoi morti non siano offese pi oltre dalla incolumit di quell'uomo che cagion tanti lutti alla terra di Sennaar. A noi test il valoroso Faleg minacci la pena dei nostri trascorsi; n delle minacce gli anziani si dolgono; essi che accetteranno umilmente, dal volere degli Dei, premio o castigo, secondo che i celesti arridano, o si mostrino avversi, alle armi di Ninia. Ma tu, o regina, se giusta sei col tuo popolo, se non odii la casa di Nemrod, se onori gli Dei che noi tutti adoriamo, devi con atti aperti e sinceri, mostrarti degna del patrocinio celeste....
- Al fine! al fine! - grid Semiramide impaziente.
- Ci vengo: - ripigli Abdenago. - Sia uguale la tua misura per tutti. Cada, per tuo comando, colui che fu cagione del danno. Sconti il malka delle montagne la pena della sua funesta ribellione. Sia dato al patibolo dinanzi alle porte della tua reggia, cosicch dalle due rive dell'Eufrate il popolo delle quattro favelle lo veda espiare il suo tradimento e le lagrime che ci costa; e lo sdegno del popolo sar placato allora (ma bada, allora soltanto) da un atto di solenne, quantunque tarda, giustizia.
- E quello degli Dei sar placato del pari! - soggiunse il saccanco, levando in atto di giuramento la destra.
- S, muoia l'Armeno, e tornerai la regina degli Accad! - incalzarono i grandi del regno. - Giustizia per tutti! Troppo sangue di Babilonia si  sparso; ne porti la pena il primo e il pi grande ribelle! -
Il nuovo accorgimento di Abdenago sconcertava i prudenti disegni di Faleg. Nato anch'egli nel Sennaar, imbevuto di tutta la ingenita superbia della schiatta cussita, Faleg non poteva per fermo vedere di buon occhio l'Armeno. Ma in lui era forte la gratitudine e profondo l'ossequio per la regina. Ora la lentezza di lei a punire il nemico, la bieca ostinazione dei ribelli nel volerlo morto, gli dicevano chiaramente che il leggiadro malka delle montagne era gi perdonato nel cuore di Semiramide e che ella lo avrebbe conteso con ogni sua possa alle feroci vendette che instigava Zerduste. Tra l'avversione dell'animo suo e il debito della gratitudine, tra le pretensioni dei ribelli e gli indovinati impulsi del cuore di lei, non era dubbia la scelta di Faleg. Ma come opporsi efficacemente alle bieche proposte, che al cospetto degli astanti si ammantavano di tanta giustizia? Gli stessi capi dell'esercito, amici e compagni suoi, che non vedevano cos addentro com'egli ne'fini riposti di Abdenago e negli struggimenti arcani d'un cuore di donna, facevano buon viso alla domanda, e il loro spiare ansiosi e muti la risposta di Semiramide, avrebbe chiarito ad occhi meno accorti de'suoi, da qual parte pendessero i loro consigli. Invero, poich tutta la resistenza dei ribelli si restringeva in quel punto, i capi dell'esercito pensavano che ad assai lieve prezzo si comprava la pace, e non dubitavano che la regina fosse per accettare un partito, in cui la giustizia e la dignit sua erano salve del pari.
Avvenne da ci che Faleg, cercando invano tra s come venire in aiuto alla regina, si rimanesse alquanto sospeso. E gli altri solleciti a trar profitto dal suo silenzio, incalzando negl'insidiosi parlari. Con quell'atto di giustizia che si chiedeva a Semiramide, era tolto ogni appiglio ad oltraggiosi sospetti, ogni argomento a paure degli uni, a perfidie degli altri. La pena inflitta all'Armeno era l'ostia propiziatoria ai celesti, era il messaggio di pace, il patto della nuova alleanza tra la regina ed il popolo delle quattro favelle. Ninia sarebbe tornato alla prima umilt; Zerduste, poi, bastava cacciarlo fuor del reame, colla sua vita comprando l'obbedienza dei Medi sollevati. Qual pi largo trionfo per lei, se per ottenerlo non occorreva spargere pur una goccia di sangue? La pace restituita ad un tratto; i guerrieri d'una medesima patria non pi costretti a combattersi l'un l'altro, a incrudelire ne'padri e fratelli loro; gli orrori di una guerra civile, gl'incendi, le stragi, i lutti, risparmiati alla citt diletta, che era costata tanti anni di amorose fatiche; la gratitudine immensa d'un popolo salvato; nulla fu pretermesso dagli accorti avversarii, in ci facilmente seguiti, sostenuti, oltrepassati dallo zelo degli amici malcauti, che facevano a gara per dar nella pania dei fallaci consigli.
Semiramide non rispose parola. Aveva impallidito all'audace dimanda; in quella condizione di pace gittata l come la cosa pi ragionevole del mondo, tanto pi ragionevole allora, che il costume di guerra non faceva sacra la vita dei prigionieri, aveva ella ravvisato il colpo maestro del suo implacabil nemico. Ah, egli non era dunque per la esaltazione di Ninia, che si adoperava l'astuto? Quell'ignaro fanciullo non era che uno strumento, un'arma brandita contro di lei, un'arma che si gittava, dopo averla adoperata a ferire! Non era pi sete di regno che contrastava il poter suo; era una vendetta che cercava il cuor della donna, una vendetta tanto pi sottilmente feroce, in quanto che nessuno di quella moltitudine di nemici e di fautori, poteva averla per tale. Zerduste, infatti, per la proposta degli anziani, non giungeva egli a far sacrifizio di s? Accettava l'umiliazione e l'esilio; si dava inerme in preda allo sdegno di Semiramide, che bene avrebbe potuto, appena sedata la rivolta e ristabilita la sua autorit, cercarlo dovunque egli fosse e farlo inesorabilmente morire. Chi, ci pensando, avrebbe sospettato della magnanimit di Zerduste? Quella sua volontaria caduta era il sommo della ipocrisia; quel suo consiglio di finire ogni cosa colla morte del re d'Armenia, era la stretta fatale in cui la regina, o la donna, doveva certamente soccombere. E si sent perduta, allora, e rimase pi atterrita a gran pezza, che non fosse stata prima, all'udire d'ogni altro suo danno.
Ben le restava uno scampo; la guerra disperata, la sorte dell'armi. Ma questa, che fallacissima era, non poteva farla altres micidiale nel sangue di Ninia? E poi, a che proseguire la lotta? Era ella tanto desiderosa di regnare, temuta, non amata pi dal suo popolo, odiata, non creduta dall'uomo, per cui aveva messa a repentaglio la sua possanza e la fama? V'hanno istanti supremi, in cui le anime pi salde sentono il fastidio della lor medesima forza, dovuta usare in troppo vili contese; e allora dalla inerzia, che si offre noncurante ai colpi nemici, spira assai pi sublime grandezza, che non dall'ardore crescente, dalla terribilit della pugna.
Cos smarrita, la regina volse a Faleg uno sguardo di suprema tristezza. Lo intese il fedele guerriero, che incontanente si fece a salire i gradini del trono e si curv sul ginocchio, per udire i regali comandi. Ma egli non era gi pi un comando quello che Faleg doveva udire dal labbro di Semiramide.
- Tu lo vedi, o Faleg; - sussurr la regina con malinconico accento. - Tutto  perduto oramai.
- Signora! - rispose sommesso il guerriero, e il cenno del capo signific tutto quello che il labbro taceva.
- Or ora, - prosegu la regina, - udranno che Semiramide non accetta le loro condizioni. Potrei forse?...
- T'intendo! - interruppe Faleg, notando il rossore subitaneo che imporporava le guance della regina. - Ma perch dir loro il tuo proposito fin d'ora? Tempo ti resta a pensare.
- Ho pensato; - soggiunse ella; - perch tacerei?
- Perch eglino, i tuoi nemici, che stanno aspettando un forse preveduto diniego, rimangano ancora crucciosi nella loro incertezza. Pensa, o regina, al giubilo che sentiranno, alle ire che non si periteranno di rinfiammare prontamente nel popolo, e consentimi di risponder loro per te. -
La regina assent con un gesto lievissimo, e Faleg allora, vltosi da'piedi del trono ai congregati, parl:
- Cittadini di Babilu, Casdim venerati, e voi tutti seguaci delle fortune di Ninia, che mettete condizioni al ritorno nell'antica obbedienza per la regina degli Accad, oramai la nostra possente signora vi ha udito. Altro vi resta da aggiungere?
- No; - risposero i grandi rifuggiti in Barsipa; muoia l'Armeno, e l'autorit di Semiramide non avr pi fidi sostegni di noi.
- Se gli Dei non sono placati, - soggiunsero i Casdim, - Ninia regner in sua vece. Cos viva egli in perpetuo!
-E noi, - gridarono gli anziani, - aspetteremo che il signor delle sorti ci mostri a cui dovremo obbedire. Ninia  il re consacrato, e i soccorsi di Media non sono lontani.
- Sta bene; - replic Faleg, con voce impressa di guerresca baldanza; - li vedremo noi primi, i vostri soccorsi di Media... se la regina vorr. Andate, frattanto; la possente signora degli Accad, cui Belo ha concesso l'impero dello scettro e la vittoria della spada, si raccoglier nella solitudine de'suoi alti pensieri, mediter le proposte, chieder lume d'inspirazione a Nebo, al veggente consigliero dei re. La tregua spira domani; prima che il raggio di Sam si specchi nei sette colori della gran torre di Barsipa, i ministri della reggia vi annunzieranno ci che la regina avr risoluto di fare. -
Il parlamento ebbe fine con queste oscure parole di Faleg. Taciturni, dubbiosi, uscirono i congregati dalla sala di Nemrod. Invero, essi erano inquieti a ragione. Il silenzio della regina somigliava troppo a quella cupa tranquillit di natura, che precede lo scoppio della tempesta.
Come furono partiti, anche Semiramide si ritrasse nelle sue stanze.
- Ah, Faleg! - diss'ella al guerriero. -  finita; io non lo uccider! Egli  un fellone e un ingrato; ma se io lo odiassi, avrei forse atteso i consigli del volgo ribelle? E adesso, io, regina degli Accad, dovrei piegarmi per avventura ai comandi?
- Certo, non lo sperano essi! - rispose Faleg. - Le armi adunque scioglieranno la contesa; e meglio per noi se ci avvenga domani.
- No; n domani, n poi! - esclam Semiramide. Faleg la guard trasognato; e v'ebbe un istante che egli tem non aver bene udito, o aver la regina male inteso la sua proposta; l'ultima, a parer suo, che recasse un costrutto.
- N cedere, n combattere! - sclam egli poscia. - Che dunque faremo?
- Nulla! - rispose la regina, levando in alto la fronte e chiudendo gli occhi in atto di raccoglimento solenne. - Domani sar avvenuta tal cosa, che sciolga il nodo per sempre.
- Ah! - proruppe il guerriero, impallidendo. - E vorresti....
- Non mi dir nulla! Spesso han d'uopo dell'altrui consiglio i regnanti; ma v'hanno giorni, ore supreme, in cui non  dato pigliarne, fuorch dalle voci arcane dell'anima. Tu, se mi ami e rammenti....
- I tuoi benefizii, o regina? Come potrei averli dimenticati, io che ripeto da te ci che sono, io oscuro figlio del borgo di Susqueanna, io innalzato da te ai primi gradi della milizia del regno? E come suddito e come servo di gratitudine, son tuo; la mia vita ti appartiene, fanne ci che pi ti talenta.
- Grazie, buon Faleg! - ripigli Semiramide, crollando mestamente il capo. - Dedicare la vita dei nostri servi ed amici ad utili imprese non  pi dato oramai; n alcuna io vorrei sacrificarne, per consolare una stolta vanit colla pompa d'una rumorosa caduta. Tu sei libero, o Faleg; nessun vincolo d'obbedienza ti lega pi alla regina; soltanto al fedele servitore, al costante amico, Semiramide chiede oggi un servizio.
- Parla! - diss'egli commosso. - Ogni tuo desiderio sar legge per me.
- Esci di Babilonia, e sia teco una scorta d'uomini, quanti reputerai bisognevoli, ma scelti tra i pi fedeli e i migliori de'tuoi. Si tratta di campare un uomo da morte; - aggiunse ella con imperioso e rapido accento; - la salvezza di quest'uomo  l'ultima volont della regina degli Accad. Vanne dunque subito a lui.... m'intendi? a lui! Per le segrete scale che conducono al gran sotterraneo, guidalo fuori di Imugur Bel. Se alcuno dei cittadini lo ravvisasse, potrebbe aizzare contro lui la rabbia d'una moltitudine forsennata. Ci devi ad ogni costo evitare....
- E impedire, fino all'ultima stilla del nostro sangue! - soggiunse Faleg. - Non dubitare! Sacro per te, il re d'Armenia  sacro per ogni tuo servitore.
- Sta bene; - ripigli Semiramide - Travestito, o celato in quel modo migliore che a te consiglier la prudenza, lo condurrai per la via di Gomer, sulla sinistra dell'Eufrate, fino alle contrade di Assur. Meglio sarebbe che tu potessi accompagnarlo fin oltre il paese di Nahiri....
- Ed anco al passo di Lukdi! - interruppe Faleg sollecito, andando incontro ai voti della regina. - Non mi dire di pi; la vita sua sar salva. -
Semiramide si accost ad uno stipo d'ebano, riccamente scolpito, e ornato di bei fregi d'argento.
- Prendi; - ella disse; - qui son gemme d'altissimo pregio. Sia tutto tuo, quanto potrai recare con te. Eccoti ancora; questo  il mio suggello regale; forse, lunge dalla citt che reca l'impronta de'miei benefizi, la sua autorit sar ancora onorata, ed esso potr in alcun tuo bisogno giovarti. Ed ora, o Faleg, giurami che tutto farai giusta il mio desiderio; giurami che condurrai salvo il prigioniero fuor della terra di Sennaar, n lascerai di custodirlo fino a tanto egli non sia lontano da ogni pericolo.
- Pe'sommi Dei te lo giuro! Mi colga lo sdegno di Auv; mi faccia Nergai il pi codardo e il pi dispregevole dei guerrieri di Babilu; gli spirti d'abisso m'involgano nelle tenebre eterne, se a questo nobile ufficio io non consacrer le forze tutte dell'animo, la virt del braccio e la vita. Ma tu, frattanto, o regina?....
- Io? Non temere, - grid Semiramide, con aria di serena baldanza; - io mi sottrarr, checch avvenga, alle insidie dei tristi. Son figlia a Derceto; nol rammenti tu forse? Il giorno che a me non resti pi luogo sulla terra, le sacre colombe della materna Dea mi rapiranno a volo pe'cieli. Statti di buon'animo, o Faleg; va, e pensa a ci che m'hai giurato di fare. -
Il forte animo di Faleg veniva meno per tenerezza e sgomento. Il fedele servitore, condotto a quel punto supremo, non sapeva darsi pace; vedeva di non poter pi rimanere, e tuttavia non gli bastava il cuore a spiccarsi di l. Semiramide gli sporse la mano; egli cadde in ginocchio, l'afferr tra le sue, la baci ripetutamente, la inumid colle sue lagrime; indi, tutto vergognoso della sua debolezza, coll'anima infranta, senza pure alzar gli occhi a guardare la sua venerata signora, a passi concitati si allontan dalla stanza.
La regina rimase immobile a lungo, attonita, smemorata, come chi, perduta ogni speranza, o desiderio della terra, pi non abbia un concetto in cui riposare la mente. Gli occhi suoi inconsapevoli si erano rivolti al cielo sereno, che si scorgeva per mezzo alle colonne di un ampio loggiato. Il sole volgeva al tramonto; e le torri, le cupole, i terrazzi di Babilonia, si tingevano in colore di fiamma viva ai raggi obliqui dell'astro morente. Offriva un meraviglioso spettacolo, quell'aureola di fuoco, entro a cui s'involgeva Babilonia, come una regina nel suo manto di porpora. Ahim! quanti pensieri senza fine dolorosi doveva risvegliare nell'animo della gran vedova di Nino, quella gloria della sua citt prediletta! Il possente raggio di Sam, innanzi di sparire dietro le arene del lontano deserto, innanzi di nascondersi per sempre allo sguardo di lei, vagheggiava le vaste mura che ella aveva innalzate, salutava i pinnacoli dei suoi templi e delle sue moli superbe, glorificava al cospetto dei cieli, esaltava l'opera sua.
Ed ella intanto si spegneva nella sua solitudine, la dolente regina! Quel maestoso splendore si sarebbe diffuso il giorno vegnente sulle mura dilette; ma ella non le avrebbe pi contemplate; e Babilonia, e il popolo degli Accad, e il figlio, ingrati tutti ad un modo, avrebbero dimenticata la gloriosa fondatrice, la regina, la madre!
A poco a poco le alte gradinate dei templi, i terrazzi e le casupole si venivano ascondendo nell'ombra. Un vasto semicerchio di fuoco, simile a vampa d'incendio lontano, radiava nell'orizzonte, faceva uno sfondo rossastro alle negre torri di Barsipa.
- Deh! - esclam la regina, seguendo cogli occhi quella gloria morente. - Come tu volgi precipitoso al tramonto, astro superbo, che rallegravi il mondo della tua luce! -
E di s, non dell'astro, pensava ella in quel punto. Umane grandezze, splendidi sogni, sconfinate ambizioni, gloria, potenza, amore.... ah s, questo d'ogni altra cosa pi prezioso a grandezza! questo era il grande, l'irreparabile eccidio; tutto l'altro era nulla. E forse, in quel mentre, il re d'Armenia, lieto della ricuperata libert, non memore di lei che per l'odio, s'affrettava sulle orme di Faleg. Ingrato! Ah, la sconoscesse il popolo, la tradissero i grandi del suo regno, dimenticassero tutti le sue gesta, i suoi benefizi; che poteva importarle di ci? Ma egli! l'uomo che era caduto ebbro d'amore ai suoi piedi, che colle infiammate parole, coi giuramenti solenni, aveva strappato dalle sue trepide labbra una confessione, dal suo seno palpitante i santi veli del moribondo pudore! l'uomo che ella aveva amato, pur combattendolo, che aveva sperato vedersi un'altra volta a'piedi, vinto, pi ancora che dalle sue armi, dalla certezza della sua innocenza! No, ella non avrebbe creduto mai possibile una ingratitudine s nera. E per quella sua stolta fede, non gi per le arti di Zerduste, non gi per la ribellione di Ninia, non gi pel traviamento del suo popolo, ella si disponeva alla morte. Ingrato, s, ingrato e codardo! La gentilezza dell'affetto, la magnanimit, la costanza, la fede, e infine tutto quanto  di bello e di nobile nel fango umano, tutto si rifugiava, e per morire, in un povero cuore di donna.
Eppure!... eppure ella aveva sperato fino all'ultimo istante. Le pareva enorme cosa, inaudita vergogna, immeritato oltraggio de'cieli, essersi imbattuta nell'uomo pi sleale e pi vituperoso del mondo. Ma ohim! cos era per lei; cos avviene pur troppo per tutti; ai vili le pi alte venture; ai nobili cuori le pi atroci amarezze, i disinganni, le onte pi gravi. E in questo pensiero, peggior d'ogni morte, si prostr, si rinchiuse lo spirito di Semiramide, che l, di rincontro alla luce del sole morente, pareva, non pi donna viva, simulacro di pietra.
In quel mentre un passo frettoloso si ud nella camera. Hurki si fece innanzi alla regina.
- Potente signora.... - diss'egli peritoso.
- Che ? - dimand la regina, destandosi repentinamente da quel suo doloroso torpore.
- Un uomo chiede parlarti.
- Il suo nome? - proruppe ella, a cui il cuore avea dato un sobbalzo.
- Regina, te ne prego, non ti turbi l'annunzio; - soggiunse l'eunuco, che era lungi dallo argomentare la cagione di quell'ansia subitanea; -  il principe di Bakdi, che dimanda di essere introdotto alla tua sacra presenza. -
La vista improvvisa d'un serpe cui lo sbadato viandante abbia molestato ne'suoi meridiani riposi, non arrec mai cos fiero turbamento, come quello che sent la regina, all'udire quel nome e la richiesta inattesa.
- Zerduste! - esclam, quasi sperando di avere male inteso.
- S, egli stesso, o regina. Egli viene sulla fede sacra della tregua, che spira domani. Conduce seco una scorta numerosa; ma solo ed inerme entrer al tuo cospetto. Gravi cose lo spingono a questo passo; n egli si allontaner, fino a tanto non ti degni ascoltarlo. -
Semiramide stette alquanto perplessa, combattuta da sdegno, da ripugnanza e stupore.- Che vuole costui? - diceva ella tra s. - Ah, certo, un nuovo tradimento egli medita; un nuovo colpo si prepara a ferire. Riposa sulla fede della tregua, il malvagio! E l'ha tenuta egli forse, la fede giurata alla regina degli Accad? Ha egli risposto lealmente alla sincera fidanza della nostra amicizia? Alta sapienza dei tristi! Credono essi alla virt che non hanno, fondano i loro perversi disegni, tendono le insidie scellerate, sulla magnanimit delle vittime loro. E mi conoscono bene addentro, costoro! Mi sanno generosa, gl'infami! Esser diversa da loro, com' diversa la luce dall'orror delle tenebre, ecco il vantaggio che mi resta sovr'essi; ed ecco altres l'arcana ragione della loro vittoria. Oh, perch non sarei io malvagia un istante, un solo istante com'essi? -
Cos pensando, la regina non aveva pi posto mente alla presenza e alla aspettazione di Hurki.
- Che debbo io dirgli, mia clemente signora?- si fece egli allora a domandarle.
- Che io ricuso di vederlo; - rispose la regina.
- Ma pensa.... - balbett egli inchinandosi. - Forse da, questo colloquio potrebbe dipendere....
- Che cosa? - tuon Semiramide. - Che cosa potrebbe egli dire, che a me fosse grato ascoltare da lui?
- Non so; - disse di rimando, e con umilissimo accento, l'eunuco, - Di te mi preme e della tua gloria, o signora.  un nemico che chiede parlarti....  il maestro e il custode di Ninia.... -
E non ard proseguire. Ma il nome di Ninia aveva toccato un'intima fibra del cuore materno. Stette ella alquanto sopra di s; indi, scuotendo il capo, come chi, veduti i pericoli e le molestie a cui va incontro, ha tuttavia pigliata la sua risoluzione, si volse ad Hurki e gli disse:
- Venga il malvagio; lo udr. -


XXIII.

IL TENTATORE.


Indi a pochi istanti, comparve sulla soglia Zerduste. Pallido in volto pi dell'usato, scintillanti gli occhi profondi sotto il grand'arco delle sopracciglia d'ebano, chiuso nella sua tunica nera, frangiata d'oro sui lembi, bello di quella sua marmorea bellezza, cui faceva pi austera il rannuvolato sembiante, sembrava egli il destino, venuto col per dire alla sua vittima: la tua ora  suonata!
S'inchin, ma, contegnoso e superbo. L'atto era d'ossequio; ma ben altro diceva lo sguardo.
A quella vista sent la regina riardere il sangue per tutte le vene. Era l, le stava dinanzi il suo mortale nemico, l'uomo che forse pi non aveva a temer la sua collera, ma che certamente non poteva sperare perdono da lei. Pallida, ansante, fremebonda per l'ira a stento repressa, ella si era seduta sul rilevato suo scanno, chiedendo al riposo delle membra quell'apparenza di forza che le era negata dall'interno tumulto.
Egli v'ebbe un momento di paura tra i due, e in quel muto intervallo si guardarono a lungo, si scrutarono a vicenda; il principe di Bakdi tentando di legger nell'animo di lei, per misurare le sue parole allo sdegno di cui la vedesse compresa; ella cercando d'intendere qual causa lo avesse condotto; ambedue pi turbati nell'animo, che non apparisse al sembiante.
La regina fu prima a parlare.
- Sii breve! - diss'ella asciuttamente a Zerduste.
- Non potrei; - rispose quell'altro. - Tu m'odii, ed io non voglio essere odiato da te. -
Semiramide lo guard, tra corrucciata e stupita.
- Non t'odio; - soggiunse ella poscia, con accento che egli non dur fatica ad intendere.
Diffatti, in quella che ricacciava nel profondo del cuore un moto istintivo di rabbia, egli subitamente ripigli:
- E disprezzarmi non devi! -
Un sorriso d'amara ironia tese le labbra di Semiramide, e, come freccia sibilante dall'arco, vol la parola a saettare l'impronto nemico.
- Perch, Zerduste, perch? Non sei tu forse il pi malvagio tra gli uomini? V'ha egli per avventura tra gli spiriti d'abisso un'anima pi invereconda e pi nera? Parler a te, principe di Bakdi, come si parla ad un uomo che tutto agogna e da nulla rifugge, che molto presume di s, e la cara virt, la santa fede, la gentile alterezza dell'animo, non riconosce e non pregia se non per farne sgabello alle sue scellerate ambizioni. Quanto pi alto ti ripromettevi di salire nella stima del mondo, tanto pi in basso sei sceso, simile al verme che striscia nell'immondo terreno, e invidia l'aquila levata a volo pe'cieli, che sdegna, onestamente altera, di farne suo pasto. Invero, qual  la mia colpa a'tuoi occhi? Principe di nobil sangue, non regnatore di Media, t'ho io forse rapito il trono, o la speranza di ascendervi? No; fu Nino, l'invasore della tua patria; n io regnavo, quando, per ardimento mio, ma coll'armi di Babilonia, la tua Bakdi fu presa. L'eccidio del vostro regno poteva essere indugiato, non impedito per fermo; la conquista della Media e del mondo era opera fatale, serbata alla progenie di Cus. Non io, dunque, non io veramente, t'ho offeso; non io ti ho tolto la libert, le speranze, la patria. Ben io, vedova di Nino, desiderosa di dare al nuovo ed accresciuto impero testimonianza solenne di giustizia e di amore, non tiranna, ma reggitrice e madre di tutte le genti chiamate a parte del glorioso nome degli Accad, ben io t'ho scorto nel tuo umile stato, t'ho fatto grande ben io; ne'miei consigli t'ho accolto; la tua sapienza ho onorato; il figliuol mio t'ho dato in custodia. Fu errore, ma io sola posso darmene biasimo, non tu farmene colpa. In che t'ho io recato danno? In che ho io tralasciato di giovarti? E non dovrei ora coprirti del mio disprezzo, traditore codardo, che hai abusato della mia fede, aspide velenoso, che non ardivi assalirmi all'aperto e m'hai morso al piede, m'hai ferito nell'ombra? Vedi, d'una cosa sola mi duole, ed  questa: che la potenza del mio disprezzo non agguagli la malvagit delle opere tue. -
Accigliato, fremente, stette ad udirla Zerduste. Le parole di Semiramide irata sibilavano a guisa di flagelli, lo percuotevano in volto; ma vampa di rossore non gli corse alle guancie; e la contegnosa rigidezza del sembiante marmoreo custod il segreto degl'interni sussulti. La ud, senza torcere pure un istante lo sguardo da lei; e come si avvide ch'ella era giunta al termine della sua invettiva, cos prese tranquillo a rispondere:
- Una cosa vera hai tu detto nell'ira, o regina; e di questa sola io vo'far conto per ora. No, n per la patria umiliata, n per la delusa speranza di regno, poteva odiarti Zerduste. La patria  vana parola, per uso del volgo, nato a servir sempre, qualunque sieno i confini alla sua stirpe assegnati. Chi regna ha la sua patria nel trono; chi ha vasti disegni, eccelse imprese da compiere, ha la sua patria dovunque. Il fulmine, il raggio di sole, non prediligono questa, o quella parte, del firmamento azzurro. Quello si sprigiona dalla volta celeste e guizza per quanto  lunga la via dalle nuvole al suolo; questo dardeggia e risplende dall'orto all'occaso. Che sarebbe stato il regno di Media per la ma ambizione? Ben altro regno io vagheggiai col pensiero; ben altro regno io chiesi alla sorte, nella lunga agonia de'vani desiderii, che m'hanno contristato lo spirito. N posso oggi allegrarmi di questa grande vittoria, che ad altri parr il colmo d'ogni fortuna nel mondo. Avr Babilonia in poter mio e tutta la terra del Sennaar; non ci che agognavo, non ci che mi ha stimolato all'impresa. Godi a tua volta, trionfa di me, o figlia di Derceto, o espugnatrice di Bakdi; io t'ho amato, ho sperato, e ne porto oggi la pena. -
Le labbra di Semiramide si atteggiarono ad un sarcastico riso, che mal dissimulava il profondo fastidio dell'anima,
- Di ci volevi parlarmi? - diss'ella.
- Ah non temere! - ripigli prontamente Zerduste. - Io non ti stancher de'miei gemiti, non ti bisbig1iero melate parole, cos dolci ad udirsi tra i salici, alla tacita luce degli astri, allo spirar della brezza notturna in riva all'Eufrate.  sfogo d'immenso dolore, il mio, non preghiera di labbro soave, che dissimuli il tradimento meditato e prepari le tarde vergogne. Dicevi poc'anzi di Bakdi....Orbene, col un uomo ti vide la prima volta; e ancora non eri la sposa di Nino. Sulle mura combattute vide egli apparire l'audacissima donna, col ferro in pugno, le neve chiome diffuse in larghe anella, fuori del lucido elmetto, acceso il sembiante, rigate le guance di nobil sudore, sfavillanti i grandi occhi di guerresca baldanza, bella pi assai, pi sfolgorante a'suoi occhi, che non dovesse apparirgli pi tardi, nello splendor d'una reggia, mollemente vestita di bisso, ornata di gemme, all'ombra de'suoi pensili orti, in mezzo ad uno stuolo d'ancelle e di servi devoti. La contempl con desiderio infinito, e disse tra s: Ahura, potentissimo signore del mondo, io darei la mia vita, la mia fama, e ogni altra cosa pi cara, purch fosse mia quella donna! Nemica era; egli armato in difesa delle sue mura; poteva scagliarsi su lei, ucciderla di un colpo, e nol fece....
- Meglio sarebbe stato ferirla allora con l'arma dei prodi, - interruppe Semiramide, - che combatterla poscia, aggirarla colle insidie, trarla a rovina con le arti dei vili. -
Chin la fronte Zerduste e prosegui, con accento d'amarezza profonda:
- Cos avess'egli preveduti gli affanni che gli dovevano essere derivati da lei! Ma allora, dimentico della sua terra, delle speranze perdute, degli ostacoli insuperabili, dei danni futuri, am la cattivit che lo avvicinava a costei. Pochi giorni di poi, ella era sposa di Nino; egli dolente prigioniero in Babilonia. E l'amor suo crebbe tanto pi forte, quanto pi solitario e nascosto. Vegliava sulle tavole dei Casdim, le raffrontava colle dottrine de'loro savi, meditava di purificare il culto dell'unico Iddio dalle rozze idolatrie della stirpe di Cus; e non si sostentava nell'aspra fatica, non si nutriva egli che di quel suo amor dissennato. Perch non lasciarlo nell'oscurit della sua prigionia? Perch dargli inaspettata grandezza e rinfiammare nel cuor suo le audaci speranze? Regina degli Accad, vedi in ci l'opera tua. Mentre egli ti chiedeva disperato al suo Dio, e la morte improvvisa di Nino gli pareva una prima grazia a lui concessa dal cielo, perch hai tu mostrato avvederti di lui? perch l'hai tu chiamato alla tua presenza, onorato del tuo favore, accolto nei tuoi regali consigli? Fatto vicino a te, conscio della sua forza, sper, e sperando tent di piacerti, ard concepire il pi eccelso disegno. Ma tu non lo amasti; il tuo cuore fu muto a lui; non t'avvedesti, o fingevi. E finse egli pure; ricacci nel profondo la parola che inutile e spregiata doveva morirgli sul labbro; accresciuto di potenza, non consolato d'affetto, si piant custode inavvertito della tua desiderata bellezza, vigile nemico di quanti s'appressavano a te, di quanti tem potessero un giorno accenderti in seno la maledetta fiamma d'amore. Voleva egli che tutto fosse silenzio e vuoto intorno a te; nessun altro doveva ottenere ci che a lui era negato. Cos vigila il drago i tesori che non sono per esso, e vampe di morte gli sprizzano dalle fauci rabbiose.
- Io lo ravviso nella fedelissima effigie! - not la regina, con acerbo sarcasmo.
- Ridi ancora per poco; - disse di rimando Zerduste, senza punto scomporsi. - Parecchi scontarono colla morte la colpa di aver desiderato e sperato. Un d'essi, il pi audace, a cui gl'inni sgorgavano dalle rosee labbra, troppo pi infiammati che non si convenisse alla riverenza del suddito, s'argomentava di giungere fino a te, chiamato ne'silenzi della notte da un messaggero discreto; gi nella cupida mente assaporava le dolcezze ineffabili d'un amoroso colloquio; ma un abisso di repente si schiuse a'suoi piedi e gli ardori dell'incauto si estinguevano insieme colla vita, nei gorghi profondi del fiume. Lo so ben io; tu non amavi costui, tu ignoravi ogni cosa; ma egli amava te, egli era leggiadro, poteva un giorno piacere a'tuoi occhi; cos mutevole e pronta negli affetti  la donna! Zerduste vegliava; egli era forte e prudente. I tuoi nemici furono gli amici suoi; fu egli che affratell, congiunse in un odio solo tante collere sparse, diede un capo, una mente, a migliaia di braccia levate a maledizioni impossenti contro la regnatrice del mondo. Raccolte nel suo valido pugno le fila di una vasta congiura, tutte poteva egli deporle a'tuoi piedi, sgominare i tenebrosi assalti, distruggere nel silenzio i tuoi nemici, se tu gli fossi stata pi umana; volgerli contro di te, colpirti a sua posta, se tu avessi durato ne'tuoi superbi dispregi. E tu, frattanto, o regina? Contegnosa ed austera, gli troncavi a mezzo ogni parola che timidamente accennasse alla sua devozione per te. Le cure del regno ti possedevano intiera; non d'altro ti davi pensiero; doveva esser muto all'affetto il cuore della donna, che voleva esser signora e madre d'un popolo. Cos dicevi a Zerduste; ma una notte bast per mutarti, bast una tenera parola per darti in braccio ad un altro. Ah, per lui dunque la stima, per altri l'amore? Grave fallo, o regina! E sei donna, ed ignori che l'uomo ha da essere tutto o nulla, per la donna che egli ama? Non io ti ho tradito; bens tu stessa ti sei condannata a'miei colpi. Potevo soffrire ed attendere; quella notte ha lacerato il mio cuor e.... Eri in mia mano; io mi son vendicato. Il tuo primo amore ti costa un impero. -
In tal guisa parl il principe di Bakdi, per la prima volta scoprendo i tenebrosi recessi dell'anima. Faceva stupore l'udirlo; pi stupore eziandio il veder e quel suo calmo sembiante atteggiarsi a tanta novit di passione, di asprezza feroce e di mestizia profonda, di odio implacato e di ardente preghiera ad un tempo. Ed era pauroso a vedersi, come un portento di trasformazione improvvisa; n pi avrebbe arrecato meraviglia e sgomento, se uno di que'colossi alati, che raffiguravano gli spiriti custodi della gente del Sennaar, avesse lampeggiato una torva occhiata dalle pupille di smalto, e snodate le membra poderose dai vincoli della pietra tenace.
Lo ud Semiramide, lo guat lungamente, e un senso di paura le ricerc le vie segrete del cuore. Ella era, vissuta tanti anni d'accanto a quel mostro, n mai s'era avveduta dell'imminente pericolo! Cos siam noi spensierati, quando non abbiam ragione di temere. E un giorno viene, che il nemico ci  sopra, egli che spia le occasioni, e a noi pi non  dato resistere. Fu atterrita, non sopraffatta, la fortissima donna; e tosto riprese balia di s stessa.
- Nobile affetto invero, - ella disse, - e degno d'esser mostro alle genti, quello che accende tutti i pi malvagi istinti della umana natura!
-  amore, possente amore, che non cercato c'investe e si fa in un punto signore di noi; - replic prontamente quell'altro. - A te lo chiedo, che il sai; si governa esso forse? e spregiato, non divampa pi forte?  fiamma; la sua natura  di ardere. Tu l'hai destata in me; non ti lagnare, se ella s' fatta a tuo danno un incendio.
- T'ho io mai dato lusinga, o speranza? - dimand la regina, con piglio severo.
- No, e di questo mi duole! - rispose amaramente Zerduste. - Ah, fiero tormento, che tu tra tanti mali, non hai provato, o Semiram! Sentirsi forte, vedersi grande, sapersi capace di altissime imprese, e tuttavia desiderare invano un sorriso d'amore; per una donna esser nulla, quando, per ogni altra creatura, e in faccia al destino, si  tutto! Cede ogni ostacolo alla tua volont, o la tua avvedutezza lo rimuove, o la tua pazienza lo strugge; solo una donna ti resiste, e tu, che pieghi a tua posta uomini e cose, ti rodi dentro te colla tua rabbia. Ella non t'ama; ella ti deride, fa peggio ancora, non si cura, n s'avvede di te. E allora, o Semiram, allora il pi nobile affetto si corrompe, come, negletto nella coppa, si corrompe e inasprisce il pi generoso liquore. Fu un senso d'invidia profonda e di desiderio deluso, che produsse il male e rese gli spiriti ribelli all'Eterno. Ah, il forte, il costante amatore, l'uomo che tutte le virt della mente gagliarda avrebbe adoperate a comporti il trono pi glorioso e pi saldo, si sprezza? E il primo garzone vanitoso che giunge, e ripete con labbro avvezzo una soave parola, si accoglie con ansia, si ama, cedendo a lui come una vil femminetta del volgo? Bada, o Semiram, io sono ambizioso, ma nol fui nell'amarti. Non chiedevo di salir teco sul trono degli Accad; sarei rimasto nella polve ai tuoi piedi, e patria, e speranza di regno, altari e tutto, avrei dimenticato, per non avere altro culto che l'amore, altro pensiero fuor quello della tua sfolgorante bellezza. Ed oggi ancora, io, fatto pi forte dalla vittoria, io signore de'tuoi destini, io re di Babilonia tra breve, imperocch il tuo Ninia non ha mano cos ferma da impugnar virilmente lo scettro, io oggi ti dico ancora: tutto pu ripararsi. Amami, credi a questa fiamma divoratrice, consola uno spirito afflitto! Per la mia potenza io te lo giuro, per la mia stessa ambizione che non conosce confini: io, il principe di Bakdi, il leone di Media, sar il tuo umile schiavo. -
E, tratto dall'impeto della sua furibonda passione, si prostr l'acerbo Zerduste, si abbandon contro i gradini del soglio di Semiramide, cos che la sua fronte sfior il piede di lei. Diede ella un sobbalzo di raccapriccio, e si trasse indietro sollecita.
- Va, non mi tentare! - grid. - Che pensi di me? Di qual fango mi credi tu nata? Non amer te, non ti ascolter pi oltre, chi ha amato il re degli Armeni.
- Ara! - sclam Zerduste, con accento sdegnoso. - Ara che ti disprezza e ti fugge!
- S; e perch mi fugge? perch mi disprezza egli? - tuon la regina. - Non l'avete voi con arti tenebrose ingannato, o santi della Triade? -
A quelle parole, in cui si mostrava cos intieramente scoverto il segreto delle sue macchinazioni, lev la fronte Zerduste e rimase alcuni istanti stupefatto a guardarla.
- Ah! - not egli poscia, dissimulando in un ghigno l'interno dispetto. - Fiacco credevo, non traditore Sumti. A che dunque morire, precipitarsi disperato nelle acque salse di Van (imperocch questo da parecchi giorni m' noto), se tutto ti aveva egli disvelato l'inganno? -
Cos disse, nel colmo della sua meraviglia, Zerduste, parendogli sciocca la loquacit di Sumti, se era deliberato di morire, e pi sciocca la morte, dopo essersi disposto a parlare. Ma neppur egli fu savio; quello il rimorso, lui faceva imprudente l'amore. E invero le sue parole ebbero eco l presso; un avido orecchio le accolse.
Intanto la regina a lui di rimando:
- Chiedilo all'ombra sua, tu che evochi dal negro abisso gli spiriti e fai mentire gli estinti! - Ma gi Zerduste si era riavuto dal suo primo stupore. Ci ch'egli sapeva del regal prigioniero e della sua ira tenace, gli mostrava come fosse tornata inutile a lei la loquacit dell'Indiano.
- Per altro, a che ti giova? - prosegu egli, senza por mente al sarcasmo. - Ara  caduto in poter tuo;  tuo prigione; e tu non hai potuto altrimenti mitigare quell'odio, che la Triade gli ha cos profondamente stillato nell'anima. Egli ti abborre e ti sfugge; questo io so, senza mestieri di evocare uno spirito imbelle. Hai vinto il re, non soggiogato l'amante; e Bared si  sottratto colla fuga al pericolo dei tormenti, Sumti colla morte alla vergogna della sua debolezza; n l'uno, n l'altro furono al capezzale del risanato garzone, per dirgli che tu eri sempre degna di lui, e che lo aveva ingannato il malvagio Zerduste. Che farai tu? Morrai; me lo dice il tuo sguardo gi disviato dalle miserie terrene. Ma bada; non morrai come speri, da regina e da figlia di Dea; morrai dispregiata da lui, non giustificata da coloro che tu volesti nemici. Pensa dunque, o Semiram; vedi per chi tu muori, e perch. Ti amava egli davvero, un uomo che dubita di te, che ti disprezza, solo perch un'ombra vana ha parlato? Ah, l'amor mio non sarebbe caduto in questo laccio volgare! L'amo, avrei detto al fantasma; tu amico un giorno, essa la donna mia per tutta la vita! - Ma pensa; ella fu nelle braccia di ben altri anzi che nelle tue.... - L'amo! - Ma bada; ella uccide, impudica e feroce, gli strumenti delle sue volutt...... L'amo; che importa? L'amo. Non  egli un gaudio celeste, l'amore? La morte al colmo della beatitudine, non  forse il dono pi grato de'cieli?
- Vile amore, che nel disprezzo si nutre! - esclam la regina.
Ma ancora non aveva ella pronunziate quelle acerbe parole, che un rumore di passi precipitosi si ud e il re d'Armenia balz dal colonnato nella camera; il re d'Armenia cogli occhi fiammanti di collera, non pi potuta reprimere, e la spada lampeggiante nel pugno.
-  questa la tua pura dottrina, o santo vecchio dal fiore d'ammo? - tuon egli iracondo. - Ma tu morrai, lo giuro a Zervane, che ha numerato i tuoi giorni! -
E si scagli, cos dicendo, sul principe di Bakdi, che stramazz all'urto possente del giovine atleta. Nel tempo medesimo la spada di Ara cercava il petto della stordita sua vittima. La corazza di ferro che Zerduste portava sotto la tunica nera, svi il colpo gagliardo, che avrebbe dovuto passarlo fuor fuori.
- Ah, un tradimento! - grid Zerduste atterrito.
E si divincolava sotto le strette. Ma l'aquila delle montagne lo aveva tra gli artigli; era pi poderosa di lui; le raddoppiava le forze il furore. E gi stava per cacciargli il ferro nella strozza, allorquando la voce della regina si ud.
- Chi ardisce snudar l'armi al cospetto di Semiramide? - grid ella con voce di tuono.
Ara, il furente Ara, si alz intimorito, e il braccio gli ricadde inerte sul fianco.
Semiramide lo guard un tratto, pallida, ansante, per commozione profonda; indi si volse a Zerduste.
- La tregua  sacra per tutti; - gli disse. - Va, rettile, vivi! -
Zerduste si alz fremente da terra; li saett ambedue d'uno sguardo, si strinse i pugni al petto, per rabbia impossente, e fugg. Ogni sua speranza era perduta; l'audace suo tentativo, cos profondamente maturato, falliva.


CAPITOLO XXIV.

LE COLOMBE DI DERCETO.


Erano rimasti soli, Semiramide e il re d'Armenia; ella profondamente turbata, ma contegnosa e severa all'aspetto; egli vergognoso e tremante, come chi  spettatore d'un'alta rovina e la sa opera sua. I pensieri che turbinarono in quelle due anime, tutto ci che significarono i loro sguardi in quel solenne istante di pausa, si pu immaginar nella mente, non dire.
Un senso di scontentezza, forse pi veramente d'indomato rancore, serpeggiava nel petto della regina. Lontano e fuggente, com'ella credeva, Semiramide lo aveva difeso contro i sarcasmi di Zerduste; vicino e certamente pentito, le pareva di odiarlo,
- E tu, che vuoi? - gli disse ella con accento sdegnoso.
- Il tuo perdono; - rispose Ara umilmente. - Ho tutto udito, e tutta misuro la grandezza del mio fallo. Non v'ha pena, per quanto grave ella sia, che io non meriti da te. Sono in odio a me stesso, ed ho la morte nel cuore. -
La voce del giovine era supplichevole e imbevuta di lagrime; ma in quella voce lusinghiera a lei parve di udire il sibilo del tentatore. Non era forse quello l'accento soave che gi una volta l'aveva soggiogata e tradita? Per stette ella inflessibile.
- Come tu qui? - soggiunse ella poscia. - Ov' Faleg?
- Poc'anzi, - rispose egli sollecito, - io mi sono spiccato da lui. Avevo udito delle proposte a te fatte, delle condizioni messe dagli anziani di Babilonia al loro ritorno nell'antica obbedienza. Potevo io partire? accettare una vita ed una libert che a te costassero il regno, fors'anco la sicurezza della persona? Risolsi di portarti il mio capo; io stesso sarei disceso dalla reggia, ma per via discoperta, incontro a'tuoi nemici, ai carnefici miei. Ed eccomi pronto.
- No, gli  inutile! - esclam la regina. - Non lo consentirebbe la maest del mio nome; - aggiunse ella gravemente, dopo un istante di pausa, in cui parve risolversi a temperare l'asprezza delle sue prime parole. - Ci che ho risoluto sar. Tu sei libero; parti, che non abbiano a ritrovarti in Babilonia domani.
- Ma tu, allora? - disse Ara sgomentito. - Ma tu?
- Io.... - ripigli Semiramide, con labbra atteggiate ad un freddo sorriso. - Io mi sottrarr alla rabbia dei tristi.
- Fuggire! - grid il re d'Armenia, tratto in inganno dalle ambigue parole. - Ah s, n' tempo, o regina. Quello scampo che generosa mi profferivi, non rimane anche a te? Ma dimmi, innanzi di correr la sorte della fuga; dimmi, o dolce signora, mi hai tu perdonato?
- S; - bisbigli Semiramide, lasciandosi afferrare la mano, che il giovine amante coperse di baci e di lagrime.
Ella era fuor di s stessa in quel punto. La infinita mestizia de'suoi casi, il recente colloquio col suo atroce nemico, l'improvviso apparire del re, l'aveano percossa per modo, che ella ne era rimasta un tratto smemorata ed attonita, senza pensieri, senza volont, senza forza.
Ara incalz nelle amorose preghiere.
- Vieni adunque, vieni senz'altri indugi, o diletta! Pensa a Zerduste. Lo scellerato, che tu hai voluto campar da'miei colpi, ben altre vendette prepara. Vieni, usciamo da questa reggia, da questa citt, ove tutto  pericolo per te. Andremo lunge, assai lunge di qua; io ti sosterr, mia regina: ti difender io, fino all'ultima stilla di sangue; ti amer, ti amer tanto, o Semiram, che tu dimenticherai le mie colpe, le angosce patite, il trono perduto e quant'altro avesti mai di pi caro.
- Fuggire! - esclam ella, scuotendosi a un tratto da quel suo doloroso torpore. - Fuggire io! E lo pensi tu forse? Non si giunge dov'io son giunta, o malka d'Armenia, per finir cos male; non s'imprime un'orma cos profonda nella memoria degli uomini, per cancellarla con un esempio di solenne vilt. Altro scampo io m'ho scelto, lo scampo de'forti. Morr. Checch ne pensi il malvagio, morr nobilmente, morr da regina.
- Tu morire, o Semiram? - proruppe forsennato il garzone. - No, non sar, non sar mai;  impossibile!...
-  necessario; - soggiunse ella, con malinconico accento. - Vivere con maest non  pi consentito; altra via non rimane.
- Ah, scherno de'cieli! - grid egli disperato, cacciandosi le mani a furia entro i capegli. -  per me.. per colpa mia!..
- No; - interruppe Semiramide. - Non ti accusare; non dar cagione a te stesso!  il signor delle sorti,  Nisroc, che ha voluto cos; son io che gli ho armata la mano a ferirmi. Non ho io forse invocata sul mio capo questa grande sventura! Non ho io chiesto a Militta di concedermi un amor vero e possente, anche a patto dei pi acerbi dolori. Ho amato, e furono ore d'immensa allegrezza per me. Tristi giorni seguirono.... Orbene, che importa? Non son io vendicata del tuo disprezzo? Non sei tu umiliato, piangente, a'miei piedi?
- Ah, tu sei generosa e magnanima; - disse Ara con impeto; - e sebbene io veda tuttavia sul tuo volto la nube d'un nemico pensiero, non debbo lagnarmi del mio destino, n voglio. Concedimi tempo a meritar la tua, grazia, o regina! Vivere tu devi, e risorgere. Non mi dire che ci  impossibile!... Forse tu vedi troppo grave il tuo caso. Altra via non rimane, dicesti; e perch? Non  sempre aperta la via della pugna? N gi tutto l'esercito s' collegato ai ribelli; schiere numerose e fedeli ti restano ancora; tu puoi, tu devi tentare.
- E vincessi pur anco! - esclam Semiramide, crollando il capo, in atto di supremo fastidio. - Imperocch, vedi, io l'ho pensato, ci che tu mi consigli, e non  vero che tutto sia irreparabilmente perduto per me. S'inganna il malvagio, e quel suo traviato fanciullo con lui. Prima che trionfassero i vili, molto sangue potrebbe tingere ancora l'Eufrate, e pi d'un cuore, che oggi si gonfia di facili speranze, impicciolirsi ad un tratto e gelarsi per alto spavento. Ma tutto questo a qual pro? Io non mi curo pi oltre di malvagi, o d'ingrati. L'anima ha le sue tristezze invincibili, sente talvolta il fascino de'superbi raccoglimenti, la volutt delle inerzia mortali; e allora, poni mente, riesce a tedio la pugna, e pi che il vincere, pi che il soverchiare di nostra gloria i mortali ossequiosi, o tementi,  dolcezza il cadere, l'estinguersi. Cos far, re d'Armenia; e se ti duole.... - soggiunse ella con un fil di amarezza, - se ti duole, io l'ho caro. Sar questa la tua punizione, per aver creduto ad altrui, per aver dubitato di me.
- Non m'ero io dunque ingannato! - disse Ara sospirando. - Il tuo cuore non mi ha perdonato del tutto! -
La regina non fece risposta a quel grido di un'anima afflitta.
- Vedi? - soggiunse ella, cedendo all'amaro proposito ond'era tutta compresa. - Il mio disegno  formato, -
E avvicinatasi ad uno stipo che era l presso, ne tolse una piccola ampolla di vetro e la libr in alto, di rincontro alla fioca luce del vespero, davanti agli occhi di Ara, che stette muto, sbigottito a guardarla.
- Da questo tenue involucro, - prosegu Semiramide, - non traspare che un umile liquore verdastro. Ma la vita, la pace, l'allegrezza, la morte, tutto  qui dentro, come nel cuore umano s'accolgono i germi d'ogni contentezza e d'ogni pena eziandio. Ampolla preziosa! Essa  dono del vecchio Sumti. -
Ara chin il capo, fremendo. Imperocch egli aveva udito dal colloquio di Zerduste colla regina, quanto fosse colpevole l'Indiano.
- Ah, non parlare di lui! - grid egli, con accento di rabbia.
- Perch, ch'egli  morto pentito? - ripigli la regina. - A me, dopo tanti immeritati dolori, il vecchio della Triade ha lasciato un conforto. Tutta la mia regia possanza non avrebbe potuto procacciarmi questo maraviglioso liquore, stillato da erbe d'arcana virt, nei silenzi d'una dotta vigilia. Meraviglioso invero, e ben degno della famosa sua patria! Una goccia soltanto, stemperata nell'acqua purissima, rinfranca gli spiriti languenti; poche goccie dnno l'ebbrezza; un sorso intiero, la met di quest'ampolla, , la morte; morte soave, lenta e sicura. Tu lo vedi, o malka d'Armenia; io non son troppo da compiangere. Va dunque, poich l'ora  gi tarda, ed ogni istante  prezioso. Io t'ho amato, e non m'incresce di confessartelo: ti ho perdonato ogni cosa; non ho pi odio nel cuore. Tu piangi e le tue lagrime mi compensano di molte amarezze; va dunque, e ti sovvenga di me nella vita, come io penser a te nella morte. -
Cos parl Semiramide, cercando di allontanare il dolente. Ora, ella aveva a mala pena finito di parlare, che un atto improvviso di Ara la colpi, e un grido le ruppe dal petto, grido di stupore, di sgomento o di gioia inattesa.
Il re d'Armenia l'aveva ascoltata in silenzio, ora guardando lei, ora l'ampolla, che le stava tra mani. Pallido, ansante, confuso, pendeva dalle sue labbra, non osando dir nulla per tentare di smuoverla dal suo fiero proposito; ma ben si scorgeva al sembiante come fosse trambasciato, al pensiero di perderla. Ci appunto aveva mossa a compassione la regina, persuadendole alcune pi amorevoli parole di commiato; ed egli dal canto suo ne aveva preso ardimento ad afferrarle un braccio, accostandosi con atto supplichevole a lei. Ma tosto, senza ch'ella facesse pi in tempo a ritrarre la mano, le aveva egli strappata l'ampolla e in un baleno l'aveva accostata alle labbra, trangugiandone un sorso.
- Che hai tu fatto, disgraziato? - grid ella, tendendo le palme verso di lui.
- Nulla; ho bevuto la parte mia. Ecco, vedi, io non ti ho tolto nulla del tuo. -
E le mostr l'ampolla, ancora a mezzo ripiena; indi, sorridendo, la pos sullo stipo.
- Ah, dissennato! - esclam la regina, con accento di tenerezza ineffabile. - E tu, giovine, bello al pari d'un Dio, con tante speranze nella vita lontana....
- Senza te sarei morto; - interruppe egli sollecito; -  in te la mia speranza, in te la mia vita. -
E cadde a'suoi piedi, tremante d'amore. Ella gli pose le braccia intorno al collo e rimase a lungo muta, ma accesa, palpitante, appoggiata su lui, con tutto il soave suo peso. L'astro notturno, che era spuntato poc'anzi sull'orizzonte, risplendeva tra i cespugli del giardino, e la sua tacita luce, penetrando tra le colonne del loggiato, inondava que'due volti confusi.
Ad un tratto ella si sciolse da lui.
- Smemorata! - grid. - Ed io?..
Balz rapida in piedi, corse, afferr l'ampolla, e avidamente bevve ci che restava del verdastro liquore.
- Come  dolce! - diss'ella poscia, tornando verso l'amato. - Come  dolce, poich tu l'hai recato alle labbra! -
Il giovine innamorato la strinse tra le sue braccia.
- Eccoti bella, amica mia! - le diceva egli, guardandola con occhi rapiti. - Eccoti bella tra tutte le donne, o tu, cui l'anima mia ama! Tu m'hai involato il cuore, o sposa mia nella morte; tu m'hai involato il cuore col primo de'tuoi sguardi; n pi, da quella notte di celesti ebbrezze, io sono stato signore di me. Tu sei tutta bella, amica mia, n cosa alcuna  in te che non mi faccia riardere il sangue per febbre acuta d'amore. I tuoi baci sono pi dolci del liquor della palma: la fragranza che spira da te, vince tutti gli aromi.
- Ara, o diletto, sostienmi nelle tue braccia! Oh, sei pur bello! E avventurosa tra tutte le donne fu certamente colei che ti diede la vita! Ara, rivolgi gli occhi tuoi, che non mi guardino fiso, imperocch essi mi faranno smarrir la ragione. Amico dell'anima mia, e come hai tu potuto allontanarti da me? Oh, grazie sian rese agli Dei; non ci separeremo mai pi! Morire con te! Gioia che io non avrei pi osato sperare! Sostienmi, o diletto! Sia la tua mano sinistra sotto al mio capo e abbraccimi la tua destra.
- Amica mia, sposa mia, le tue labbra stillano miele; il tuo collo vende pi odore, che non le mandragole e i gigli. Dimentica ed ama; mettimi come un suggello in sul tuo cuore; come un suggello in sul tuo braccio; imperocch l'amore  possente come la morte che invocata ci attende; la gelosia dura come l'inferno, e le sue fiamme divorano. Io le ho nutrite a lungo del mio sangue, qui dentro; ma l'amor tuo  il pi soave dei balsami. -
Cos favellarono, confusi in un palpito, l'uno dell'altro beati, immemori d'ogni cosa creata. Gloria, potenza, ambizione, dolori, miserie, splendori e fumi della terra, che siete voi per due anime amanti? Sulla vetta inaccessa d'un monte, la fenice compone de'pi odorosi rami il suo rogo, e lieta s'appresta a morire. Cos eglino, in quel rapimento supremo, nell'alto silenzio d'una notte avventurosa, lunge dal volgo profano, avevano tempio e rogo ed oblo. Che era gi pi Babilonia per essi, col suo popolo ribelle e colle sue ire feroci? Che era l'impero degli Accad, e che tutti gli altri destinati a succedergli, gi per la china dei secoli? Odiati dal mondo, lo ricambiavano colla noncuranza e il disdegno; pi forti delle sue collere, si perdevano in un'estasi, che non aveva a conoscer dimani.
- Ara, diletto mio, come breve  la notte! I segni celesti ascendono rapidi la volta del firmamento azzurro, come viandanti frettolosi che hanno veduta da lunge la meta.
- Fermati, - esclam Ara, tendendo al cielo le palme. - Fermati, se mai udisti parola d'amore; rattieni, o Sin, il veloce tuo corso e sia questa notte eterna! O se ci non  consentito alla nostra preghiera e te pure incalzano i fati, accresci almeno la virt dell'arcano liquore e rapisci le nostre vite coll'estremo tuo raggio! -
La brezza precorritrice dell'alba susurrava dolcemente fra gli alberi. I gigli, le mandragole e i gelsomini spandevano odore. Ascose tra i rami, gemevano le colombe il flebile verso amoroso. Era un senso di volutt infuso per tutta la natura, un inno cantato su in alto alla gloria di Dio. Le ire codarde, le ambizioni, i tradimenti, si agitavano laggi, nella citt sottoposta, il cui frastuono a mala pena si udiva, come rombo di tempesta lontana.
Dolcezza ineffabile, bevuta a lunghi sorsi ed interi; ebbrezza che scalda le fibre e infonde per tutte le membra un amico sopore; qual voce potrebbe ridirle, o penna descriverle? Non si ritraggono a parole i soavi errori, le fantasie, le visioni, con cui, nel silenzio della sua cella, un'anima innamorata inganna le ore notturne e cede senz'avvedersene al sonno, che forse le proseguir l'incantesimo.
Il raggio tremolante di Istar gi impallidiva sull'orizzonte, poco lungi dallo smorto disco di Sin. Il cielo rapidamente sbiancava, e con esso il volto dei due felici, che ancora si tenevano abbracciati, e cogli occhi smarriti, nuotanti nelle ombre di morte, si ricercavano ancora.
Poco stante, sorgeva glorioso il sole dai balzi lontani di Elam, e uno stuolo di colombe fu visto levarsi dal colmo delle piante, che allegavano di bella verzura i pensili orti di Semiramide. Le candide volatrici si librarono sulla citt, valicarono il fiume e disparvero ad occidente dietro le torri di Barsipa.
Il popolo di Babilonia argoment che Derceto, la gran Dea d'Ascalona, avesse mandate le sue colombe a campare da morte la sventurata sua figlia.
E invero, nessuno pi vide Semiram, n il biondo malka d'Armenia. Gli orti pensili, le stanze della regina, frugate dal popolo ribelle, non recavano traccia di loro.
Forse Hurki avrebbe potuto chiarire l'arcano. Ma il fedele eunuco era scomparso; e Faleg, il fedele soldato, del pari.
Zerduste, ministro di Ninia per brevi giorni, re di Babilonia dopo l'arrivo delle soldatesche di Media, dubit che i due amanti fossero stati sepolti dalla piet d'un fedel servitore in qualche segreta dell'immane recinto. Ma la tomba, se cos era, custod gelosarnente i suoi ospiti.

F I N E.
1 1 Il caso della torre di Babele  fissato dalla iscrizione di Nabucodonosor a quarantadue et, o vite d'uomini (2940 anni) prima di quel re, il che condurrebbe a 3540 anni avanti l'Era volgare.
L'iscrizione cuneiforme, trovata a Barsipa, e interpetrata dal dottissimo Oppert, ha il seguente paragrafo:
"Il tempio delle sette luci della terra, a cui si collega il pi antico ricordo di Barspa, fu edificato da un re antico (si noverano gi da quel tempo quarantadue et); ma egli non ne innalz il vertice. Gli uomini lo avevano abbandonato dopo i giorni del diluvio, confusamente favellando. Il tremuoto e la folgore aveano dispersa la sua argilla disseccata al sole; i mattoni cotti che la rivestivano si erano screpolati; l'argilla dell'interno s'era sfasciata in colline. Il gran dio Merodac ha inspirato il mio cuore a riedificarlo; io non ho mutato il sito, non ho intaccate le fondamenta
2 Per questi cenni intorno alle prime teogonie indiane e pel racconto che segue, si leggano i Veda e la traduzione che lo Jacolliot ha fatto di un notevole passo del Bagaved Git
3 Orione, la pi lucente tra le costellazioni,  chiamato dagli armeni Aco, e cos tradoto in Giobbe, canto XXXVIII,v.31, ed in Isaia, canto VIII, v.10
4 Scrivo questo mese come suona in lingua assira, mancando ancorail nome ideogrammatico, ed il fonetico, nell'antico caldeo, a cui i tempi disemiramide si riferiscono. Soltanto  noto che il mese chiamato Ulul dagli Assiri (Agosto-Settembre) suona in caldeo nell'ultima sillaba "na" come il suo precedente Tana (Luglio- agosto) che  ideogrammaticamente il mese del fuoco; ma ancora nelle iscrizioni cuneiformi non si  potuto leggerne con certezza il principio.
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