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ANTON GIULIO BARRILI




IL TESORO DI GOLCONDA



1.

Viadarma, il bgari, andava innanzi a piedi, scalzo, semplicemente vestito del duti tradizionale dei poveri indiani, che  una lunga e larga fascia di stoffa, girata intorno alle reni e ricadente fino al ginocchio. Il viaggiatore, europeo all'aspetto, chiuso in un tutto vestito di pannolano grigio, lo seguiva in carrozza.
Come potessero andar di pari, con mezzi tanto diversi di locomozione, vi sar facilmente chiarito da due notizie, di poco momento per la storia. La strada era pessima, e la carrozza, che meglio sarebbe di chiamare col suo vero nome di carretta, era tirata, non gi da cavalli (che il viaggiatore non ne aveva trovati a Sciolapur) ma da due bianchi zeb, specie di buoi dalle gobbe penzoloni e dalle corna attorcigliate.
Anche il viaggiatore andava molto a piedi. Ma il caldo era stato soffocante, quel giorno, e l'arco di foglie di palmizio che coronava il veicolo aveva attirato con dolce lusinga il viaggiatore sotto le sue ombre ospitali, accanto alle sue armi e alle sue valigie, che riposavano nel fondo. "Riposavano"  un modo di dire, perch pi veramente sobbalzavano ad ogni tratto, secondo le scosse pi o meno forti della carretta, fra i sassi e gli avvallamenti della strada.
Una strada cattiva, anzi pessima, come vi ho detto, era quella da Sciolapur a Secanderabad, prima stazione importante entro i felicissimi stati del Nizam, dopo aver passata la frontiera al villaggio di Alland e fatte in tre giorni le debite fermate a Kalburga e Malcaira, per dar la muta ai quadrupedi. Per altro, essa era altrettanto sicura da cattivi incontri, essendo corsa abbastanza regolarmente dalla vettura postale del governo inglese, guardiano e protettore del Nizam, e continuamente vigilata dai cnsama, addetti alle stazioni di posta, o dai bgari, guide fornite da ogni capo di villaggio per cui dovessero passare i forestieri, specialmente gli europei.
Dopo tutto, il nostro viaggiatore non era pauroso; la consuetudine del pericolo lo aveva agguerrito, ed egli, piuttosto che audace, poteva dirsi temerario. Amava la vita e il suo campo necessario, che  questo povero globo; ma a patto di spender la prima a girare il secondo. "Restare, soffrire; digerir male, forse." Cos mutava, e in verit con poca riverenza per Guglielmo Shakespeare, la profonda osservazione di Amleto. Donde vi sar facile argomentare che il nostro viaggiatore non fosse inglese, quantunque indossasse il tutto vestito di pannolano grigio e portasse il cappello di feltro foggiato ad elmetto, bucherellato nella testiera e fasciato di un bianco velo che simulava il turbante.
Il paese, sui confini del Nizam, non era bello a vedersi. C' anche la sua parte di brutto nell'India pastinaca, come la chiamavano gli antichi; e la jungla, per cui ci figuriamo che debba intendersi la boscaglia indiana, non  tutta di liane e bamb, di banani e mangifere: pi sovente  sterpeto, giuncaia, deserto piano e monotono, senza un filo di verde. La campagna che il nostro viaggiatore percorreva da due giorni, non offriva che linee basse ed uniformi, interrotte qua e l da massi e scaglioni di pietra biancastra. Solo nelle vicinanze dei villaggi s'incominciava a vedere qualche poco di campo, coltivato a grano turco e frumento; e allora sbucava timidamente dal fondo giallo della pianura una capanna d'agricoltore, attorniata da pochi alberi magri e da qualche cespuglio di kalam. Il kalam, se nol sapete,  una graminacea, che nasce spontanea nei luoghi incolti dell'India, specie sui margini de'sentieri. Il suo stelo diritto e poroso  usato dagli Indiani come penna da scrivere; donde il suo antichissimo nome di kalam, diventato calamus nella lingua latina.
Benedette concordanze etimologiche! Rammento che il mio maestro di snscrito (una lingua che ho finito a non imparare affatto) quando mi aveva messa a riscontro una parola indiana con un'altra greca o latina, e notata la somiglianza loro, mi guardava con una cert'aria di trionfo, soggiungendo invariabilmente: "neh, che  difficile il snscrito?"
Certo, col tempo e la pazienza si pu giungere a tutto, superare ostacoli che parevano a tutta prima insormontabili. Il nostro viaggiatore, per esempio, dopo due giorni e mezzo di strada in quel paese arido e polveroso, vedeva a mano a mano cangiarsi l'aspetto della campagna, presentarglisi sull'orizzonte un fitto di verdura, con tetti e guglie di minareti che scintillavano al sole.
- Viadarma! - grid egli al suo compagno di viaggio.
- Sahib! - rispose quell'altro, voltandosi prontamente al cenno del forestiero.
- Che paese  quello, che si comincia a vedere l in fondo?
- Secanderabad; - disse Viadarma.
Il viaggiatore, che aveva gi tratto nella giornata parecchi sbadigli, mut registro a quella notizia e trasse invece un respiro.
- Lo credevo pi lontano; - soggiunse.
- Ed  lontano tuttavia; - replic Viadarma, saltando sul timone della carretta, per dare un grazioso cenno della sua presenza ai due zeb; - abbiamo ancora due ore di cammino. -
Il cenno grazioso non era una frustata, n una punzecchiatura, come potreste immaginare. Viadarma, seguendo il costume del suo paese, prendeva le code dei due poveri animali e le attorcigliava un tantino fra le dita. Lo zeb  sensibilissimo in quella appendice del suo corpo, e, quando gli si usa un mal garbo simile,  capace di prendere anche il galoppo, come un somaro qualunque, a cui venga appioppato un carico di legnate.
Mentre i due cornipedi studiavano il passo in quel modo e per quella ragione che ho detta, colui che Viadarma aveva salutato col nome di Sahib, diede una sbirciata all'orologio. Erano le quattro dopo il meriggio.
- Arriveremo di giorno; - conchiuse; - meno male! -
Il rimanente della strada si fece in silenzio; silenzio dei due bipedi, intendiamoci, mentre i quadrupedi scalpitavano sul battuto della strada, facendo scricchiolar la carretta e sobbalzar le valigie insieme col loro proprietario, che aveva cavato di tasca il suo taccuino per prendere alcuni appunti, ma dovette tosto rinunziarvi, e prendere invece un numero del Times, per leggicchiare gli annunzi.
Il corpo del giornale lo aveva gi letto, parte in strada ferrata da Bombay a Sciolapur, e parte nei primi due giorni di quel piacevolissimo tragitto, in compagnia di Viadarma e delle sue bestie imbizzite.
Secanderabad, ov'egli giunse poco prima delle sei, era la stazione d'accantonamento delle soldatesche inglesi, che avevano l'ufficio di proteggere la persona del Nizam e di vigilare in pari tempo il governo. Il nostro viaggiatore contava di trattenervisi a dormire, ma gli premeva anzi tutto di andare al palazzo del residente britannico, e di ottenere una lettera commendatizia, non solamente necessaria per essere ricevuto dal Nizam e dal suo ministro, ma per entrare nel distretto di Haiderabad, che era la meta del suo pellegrinaggio, poco scientifico e molto capriccioso.
Perci, fermatosi al bungalow il tempo necessario per fissare una camera e dar ordini pel suo desinare, si fece condurre dal bgari Viadarma un miglio pi su, fino al palazzo della Residenza. Il paese era magnifico; si andava per una via larga, alta e diritta, argine continuato d'un gran lago artificiale, l'Hussein Sagar, il cui specchio azzurro carico, incorniciato nel verde dei campi circostanti, contrastava allegramente con le cento miglia di pianura arida e brulla, che il nostro Sahib aveva dovuto percorrere.
Diciamo, prima di continuare il racconto, che cosa fosse quel titolo di Sahib, dato a tutto pasto dal bgari Viadarma al suo forestiero. Ogni viaggiatore europeo, che abbia apparenza di gran signore, ogni straniero residente in India, che eserciti qualche ufficio autorevole,  per l'indiano della classe infima, agricoltore o artigiano, un Sahib. E ci per contrapposto al titolo di Topa, con cui si distinguono gli europei di minor levatura, prendendo il nome da Topi, che significa un cappello a cupola tonda, quello che in Italia, a Firenze, si direbbe paiolino.
Anche ad un signore, ad un Sahib,  permesso di portare il topi, il paiolino; ma non importa, egli non sar mai chiamato col dispregiativo di cappelluccio. Gi, bisogna ricordare che in India ogni persona di riguardo suol portare il cappello ad elmetto, od anche a pioppino, fatto coi filamenti disseccati dell'agave, coperto di tela bianca, foderato di tela verde per tutto il giro della tesa, e ravvolto per met in un velo di mussolina, i cui lembi svolazzano sulle spalle. A queste forme ambigue, tra il cappello e il turbante, chi non riconoscerebbe il Sahib?
Torniamo al viaggiatore. Assorto nella contemplazione di quel piccolo paradiso, egli giunse fino a mezzo della spianata che si stendeva davanti al palazzo della Residenza britannica, senza pensare alla forma meschina del suo veicolo. Ma d'altra parte, perch avrebbe dovuto vergognarsene? Non si capitava mica a Trafalgar Square, n all'imboccatura di Regent Street. Si era in India, dove gli equipaggi signorili son rari, e in una parte dell'India dove la mail-cart, la carrozza di posta, gi costosissima per ogni borsa meglio fornita, non si trova tutti i giorni, a comodo d'un viaggiatore frettoloso. Il nostro Sahib aveva anche l'esempio di molti signori, amanti di viaggiare a piccole tappe, che preferivano alla mail-cart l'umile carretta, coperta con una stoia di palme, e tirata da una coppia di buoi.
Sceso a terra d'un balzo, il Sahib si avvi speditamente all'entrata del palazzo, se pure  lecito di chiamare con tal nome una casa a due piani, circondata da una tettoia all'altezza del primo piano, a cui si ascendeva per quattro o cinque scalini. Sotto la verandah, ai due lati dell'ingresso, si vedevano alcuni soldati inglesi, mezzo vestiti all'indiana. Il Sahib, appena saliti i gradini che mettevano al vestibolo, ne vide un altro, tutto vestito di rosso, specie di veterano trasformato in usciere.
- Parliamo al gambero cotto; - diss'egli tra s.
Indi, avvicinatosi all'usciere, gli domand nel pi puro inglese di Piccadilly.
- Si pu parlare con sir Giorgio Lawson?
- Suo Onore non  visibile; - rispose asciutto il veterano.
- Quando potr vederlo? Ho da chiedergli un salvocondotto...
- Le ore d'ufficio son passate; - replic quell'altro; - anche il cancelliere, signor Partridge,  uscito. Vostra Signoria pu passare domattina alle otto.-
Il viaggiatore stette alquanto sovra pensiero, come uomo a cui torni inaspettato il contrattempo; ma poi fece l'atto di chi si rassegna, non potendo aver altro.
- Sta bene, - diss'egli, - torner domattina. Intanto, favorite di consegnare queste carte a Suo Onore... appena sar visibile per la sua gente. -
Cos dicendo cav il portafoglio e ne trasse fuori una lettera. Era una commendatizia data a lui per sir Giorgio Lawson dal governatore di Bombay. Vi aggiunse il suo biglietto di visita, a cui diede la pieghettina d'uso sopra uno degli angoli, e consegn il tutto nelle mani dell'usciere.
Il veterano aveva data una sbirciatina al biglietto di visita, che portava il nome del viaggiatore abbastanza lungo, sormontato da una corona di cinque fioroni.
- Vostra Grazia sar servita; - rispose egli, mettendosi alla posizione del soldato senz'armi, e recando la mano al berretto.
Sua Grazia, poich bisogna dirgli cos, diede una voltata sui tacchi e si avvi alla scalinata.
In quel mentre, un palanchino, portato da quattro uomini vestiti di bianco, era venuto a fermarsi davanti all'ingresso. Ne discendevano due donne, giovani ambedue, ma molto diverse all'aspetto; una di mediocre apparenza, non bella, vestita con molta semplicit, tipo di damigella di compagnia; l'altra di forme eleganti, bionda, cogli occhi azzurri, la carnagione bianca vermiglia leggermente dorata dai raggi del sole indiano. Un bel riflesso d'oro aggiunge bellezza alle donne bionde, e, se volete, anche alle brune. Consiglio a tutte le belle un viaggetto in India; torneranno indorate.
La fanciulla, discesa per la prima, si era subito voltala indietro, per dare amorevolmente la mano alla sua damigella di compagnia. Il Sahib ne argoment che avesse buon cuore e non fosse punto orgogliosa. Come vengono certe idee? Come le sensazioni, da cui molte volte esse nascono. E non era naturale che il forestiero, notando la diversit di condizione che appariva evidente tra quelle due donne, rilevasse da quell'atto amorevole una prova di buon cuore?
Un'occhiata della biondina venne a mutargli immediatamente il corso delle idee. Sentiva una certa compiacenza vedendo quella giovine signora che aiutava la sua damigella di compagnia a discendere dal palanchino; ma l'interna allegrezza gli si cangi in un sentimento di vergogna, o meglio, se la vergogna vi par troppo nel caso presente, di confusione. La giovine signora aveva rivolti gli occhi alla carretta; peggio ancora, si era fermata tre minuti secondi a guardarla; quindi, volgendosi all'ingresso della casa, aveva scorto il giovinotto, ne'suoi abiti di viaggiatore, mentre egli poneva il piede sul primo scalino. Quel ravvicinamento di due cose, che in verit non erano distanti sei metri l'una dall'altra, e ben dimostravano in quel luogo la loro affinit, fece pentire il Sahib di essersi presentato alla residenza di Secanderabad con un veicolo cos poco decente. Rincresce sempre di sfigurare in presenza di una bella signora, anche quando non si  conosciuti da lei e si crede molto ragionevolmente di non averla a incontrare una seconda volta sulla faccia del globo.
Il saluto che egli fece da buon cavaliere, nel passarle daccanto, riusc molto impacciato; cosa strana, per un uomo che meritava il titolo di Vostra Grazia, dall'usciere della Residenza britannica. Ma quella carretta tirata da una coppia di buoi, quegli abiti sciatti e polverosi, e chi sa, probabilmente anche la faccia, nera di qualche diavoleria, come a dire di una combinazione naturalissima di sudore e di polvere, non erano fatti per concedergli molta padronanza di s. Davanti ad una bella donnina succede sempre cos. Si  in un deserto, e si vorrebbe apparire azzimati, come se allora allora si uscisse dalla bottega del parrucchiere, sul noto marciapiede, nella citt del domicilio legale. Togliete la presenza della donna, e a quelle inezie non ci si pensa pi. A che si perderebbe il tempo in certe caricature? Non pure la compagnia dei proprii simili, ma neanche la solitudine pi certa e pi cara, meriterebbe un sacrificio di quella fatta. Non c' notizia nei sacri libri, che Adamo, avanti la creazione della donna, usasse, magari Dio, lavarsi la faccia.
La signora guard il viaggiatore, ma non saprei dirvi se vedesse tutte le brutte cose che egli pensava di avere sulla persona; indi, risposto al suo saluto con un mezzo inchino, and verso la scalinata. Quando sua Grazia il Sahib giunse alla sua misera carretta di viaggio e si volse per dare una sbirciata alla biondina, essa era gi nel vestibolo, e il viaggiatore non ebbe altra consolazione che quella di vedere per l'ultimo lembo la veste grigia (grigia come il suo tutto vestito) della damigella di compagnia.
- Andiamo ora al bungalow! - grid egli, con piglio sdegnoso, mentre si adagiava sotto l'arco della sua stoia, che non era in verit un arco di trionfo, neanche posticcio, quantunque fosse intessuto di palme.
- Sahib, - gli disse umilmente il conduttore, parlando nel dialetto indostano, che il viaggiatore masticava abbastanza bene, - tu non sei molto contento della tua visita?
- L'ufficio della Residenza  chiuso; mi tocca aspettare fino a domani; - rispose il Sahib, dando cos la ragione del suo malumore. - Andiamo, via, spicciati.
Viadarma, che era balzato sul timone, luogo a dir vero un pochettino ristretto ed incomodo, ma su cui egli stava fermo e tranquillo come un ammiraglio sopra il suo ponte di comando, afferr le code che sapete, e diede una giratina, che fu subito intesa. La carretta fece il suo mezzo giro sulla spianata e ripigli fragorosamente la strada per cui era venuta. Mezz'ora dopo si fermava davanti al bungalow, e il viaggiatore entrava nella camera a lui assegnata., facendovi trasportare le sue valigie e le sue carabine.
Mentre egli si spolvera e si d una riasciacquata alle mani e alla faccia, diciamo brevemente che cosa sia il bungalow. Ha questo nome in India ogni abitazione europea, fabbricata in una forma adatta al clima tropicale del paese. Ma i viaggiatori chiamano pi propriamente cos, abbreviando il nome di Dak-bungalow, la casa delle poste, che fa in pari tempo servizio d'albergo. In queste case, costrutte ad ogni stazione, sulle strade principali dell'India, si alloggiano i viaggiatori europei. Ognuna di esse ha due quartierini, composti d'una camera da letto, d'un camerino e d'una stanza da bagno. Gli arredi sono semplicissimi; un knsama, o servitore, addetto alla casa, provvede e ammannisce quel po'di ristoro che i viaggiatori domandano. L'alloggio, non il vitto, si paga una rupia al giorno (mezzo scudo e non pi); ma bisogna andarsene dopo ventiquattr'ore, se capita un altro forestiero. Donde si vede che il luogo non somiglia punto ai nostri alberghi d'Europa, dove si pu star molto, ma non  ugualmente permesso di spender poco. Altra differenza tra i nostri alberghi e i dak-bungalow. in quelli si ha da fare i conti con una mezza dozzina di persone, che hanno tutte, o vantano di avere, diritto alla mancia; in questi non si corre altro pericolo che di trovare un boa constrictor raggomitolato in un angolo, od una pantera appiattata sotto il letto. Ma, affrettiamoci a dirlo, per non togliere la riputazione ai bungalow, queste noie non s'incontrano dappertutto, n sempre.
Un colpo dato discretamente sull'uscio con le nocche delle dita interruppe il viaggiatore nelle sue occupazioni.
- Avanti! - diss'egli, che gi l'aveva finita con l'abluzione e lavorava a ricomporsi il nodo della cravatta.
La parola era stata pronunziata in inglese, come doveva essere in una stazione di posta, tenuta da ufficiali di Sua Maest britannica. Ma una parola sola, e di uso tanto comune, poteva anche essere intesa da un indiano come Viadarma, il quale viveva in relazione continua coi padroni dell'India.
- Ah, sei tu? - esclam il viaggiatore, vedendo comparire il suo bgari. - Che cosa vuoi?
- Sahib, - disse umilmente Viadarma, - sei tu rimasto contento di me?
- S; - gli rispose il Sahib, col medesimo accento che avrebbe adoperato per dirgli di no.
- Se tu fai conto di proseguire per Haiderabad, - ripigli Viadarma, - non posso io condurti fin l? ... ed anche pi oltre? -
L'immagine della carretta si disegn davanti agli occhi del viaggiatore e gli fece torcere il viso in una maniera molto significativa.
- Non conoscerai la strada; - replic egli, cercando un pretesto per liberarsi.
- L'ho gi fatta un centinaio di volte; e poi, di qui alle mura di Haiderabad, non sono che quattro coss. -
Il coss  una misura di distanza, usata in India, equivalente a tre chilometri, o poco meno.
Altri pretesti da metter fuori, il Saihb non ne aveva. Perci rimase un istante perplesso, senza rispondere al ragionamento di Viadarma. Sarebbe dunque tornato a far mostra di s in quel meschino equipaggio? Per fortuna, la strada maestra proseguiva dal suo bungalow fino alle porte di Haiderabad, senza passare davanti al palazzo della Residenza.
- Oh, sono uno sciocco, io! - pens egli, irritato da quella scusa che il suo amor proprio gli aveva suggerita. - Perch ho veduto qui d'improvviso, in mezzo alla barbarie, un ritaglio di eleganza europea, ho da vergognarmi di viaggiare in un carro da buoi? Che cosa sarebbe di meglio una carrozza, in questi paesi? Lo scigram? Sicuro, bella roba, lo scigram! Una vettura quadra, stangata e sgangherata, con un odore di morchia che mette la nausea. Il dak-hari? Un carrozzone sdruscito, polveroso e pieno d'unto, come i nostri delle vie provinciali. Vedete in che sciocchezze mi perdo io!
Viadarma stava in sull'ali, davanti a lui, aspettando la sua risoluzione.
- Sahib, - diss'egli con un tono di voce che mirava ad intenerirlo, - non accetterai tu i miei poveri servigi?
- S, resta; - conchiuse il viaggiatore, dando un'alzata di spalle che mandava in aria molti dubbi e molte vanit; - partiremo domattina, se questo maledetto residente sar reperibile. -
Maledetto residente! Il viaggiatore disse proprio "maledetto" senza conoscerlo ancora di veduta, e nemmeno di riputazione. Era vecchio, o giovane, questo signor residente? Era un babbo, o un marito? Il viaggiatore non ci pens pi che tanto; poteva dire a sua scusa che questo signore lo condannava a passare una notte e a perdere una mattinata in Secanderebad, dove non c'era niente da vedere. E ci fosse anco stato da vedere il tempio e il naso del dio Ganesa, che ha tra gli occhi e la bocca una proboscide di elefante, o la tomba di Aureng Zeb, il grande imperatore dei Mogol, non ora questa una buona ragione perch egli dovesse fermarsi, e perch il signor residente dovesse obbligarcelo, con le sue ore d'ufficio. Il nostro viaggiatore aveva disegnato di andare fino ad Haiderabad, ed anche un pochettino fuori di strada... per fare una visita... per mantenere una vecchia promessa. Ora, converrete meco, che, quando si  promesso di andare a far visita a qualcheduno, e che la gita  un po'fuori di mano, tra il 17 e il 18 grado di latitudine Nord e il 76 e il 77 di longitudine dal meridiano di Parigi,  ben lecito di seccarsi...a Secanderabad.
Viadarma si accorse che il Sahib non era intieramente di buon umore, e fatto un inchino profondo, si ritir, per andare nella sua stanza, molto pi umile di quella del viaggiatore. Il disgraziato dormiva accanto alle sue bestie, dopo aver mangiata la sua scodella di riso, che  il cibo dei poveri indiani; quando gl'indiani hanno il cibo, s'intende.
Era appena uscito, che dovette ritornare.
- Sahib!
- Che cos' - grid il viaggiatore spazientito.
- Indra ti assista, mio buon padrone; ecco un messo della Residenza, che certamente ti porta qualche buona notizia.-
Il viaggiatore trattenne un moccolo che gi minacciava di prorompere, e fece due passi verso l'uscio, per ricevere il messo. Era questi il gambero cotto, pi cotto del solito, perch al rosso dell'abito si aggiungeva il rosso delle guancie. Il veterano aveva fatta una corsa arrangolata, sperando di raggiungere il viaggiatore a mezza via; ma oltre che egli si era messo in cammino dieci minuti dopo la partenza del forestiero dal palazzo, c'era stata la corsa dei due zeb, che avevano percorso quel tratto di strada al galoppo.
- Suo Onore - diss'egli - era in giardino, quando gli ho presentata la lettera e il biglietto di visita. Egli mi ha mandato subito a cercare di Vostra Grazia, per consegnarle questo foglio. -
Cos dicendo, presentava al viaggiatore una busta, donde questi fu pronto ad estrarre un pezzo quadrato di cartoncino Bristol, su cui erano, in calce al nome, poche righe di scritto. "Sir Giorgio Lawson esprime il suo rammarico al signor Duca di Marana y Cueva per non essersi trovato a riceverlo, e lo prega di volerlo favorire a pranzo. Senza cerimonie; da viaggiatore, a diplomatico imbarbarito."
- A che ora il pranzo, in casa di Suo Onore? domand il viaggiatore, di cui finalmente ci  dato conoscere il nome.
- Quando piacer a Vostra Grazia. Fra pochi minuti giungeranno gli uomini col palanchino.
- Avr tempo a mutar d'abiti, almeno.
- Suo Onore mi ha ordinato di aggiungere a voce che Vostra Grazia non si dia pensiero del vestito.
- Bene; ma ci possono esser signore...
Il veterano stette zitto; aveva fatta l'imbasciata; il resto non era affar suo.
- Andate pure; - ripigli il duca di Marana, vedendo di non poterne cavare pi altro; - fra dieci minuti sar pronto.
I minuti veramente furono quindici; ma tanti ce ne volevano perch sparissero i calzari di ruvido cuoio, per dar luogo agli stivalini neri, e perch la camicia di lana e il fazzoletto di seta floscia, cedessero il posto ad una camicia di tela battista e ad una cravatta bianca. Per non aver aria di esagerare, tenne il suo tutto vestito grigio, che gi era spolverato a dovere, e rinunzi all'abito nero, che non mancava certamente nella valigia.
Il duca di Marana, bel cavaliere di trentasei anni, viaggiava sempre cos, portando con s, anche sull'Imalaia, tutto l'occorrente per fare una visita e per andare ad una festa da ballo. Non si sa mai, dice il proverbio.
Armato di tutto punto, il bel cavaliere chiuse le sue valigie, lasciandole in consegna al kansama, e usc dal bungalow, felice di poter rinunziare al pranzo della cucina postale, ma pi felice di avvicinarsi alla graziosa sconosciuta, che certamente apparteneva alla famiglia del suo ospite. Un pochettino di galanteria non guasta in nessun luogo del mondo; figuriamoci in India!
All'uscio del bungalow, lo aspettava una fortuna singolare. Il palanchino era quello medesimo da cui un'ora prima egli avea vista discendere la biondina, che lo avea messo di cattivo umore, cos involontariamente, cogliendolo in flagranti di sordidezza e di sciatteria. Egli riconobbe subito i portatori coi loro duti bianchissimi intorno alla vita; riconobbe le cortine bianche listate d'azzurro, e le forme ampie del veicolo, entro cui potevano stare due persone comodamente.
Vedete la stranezza del caso che toccava al duca di Marana! Ma in India tutto  contrasto: il cielo che non fa gradazioni di crepuscolo fra il giorno e la notte, la tigre che entra qualche volta in una citt, senza esser molestata alle porte, il boa che attraversa maestosamente un binario di strada ferrata, il fanatico che rispetta tutti gli animali che incontra e cerca di strangolare tutti gli uomini che combina per via, la caverna che  tempio, la piramide che  sepoltura, il dio che si torce una gamba e si succia beatamente il dito grosso del piede, mentre vi guarda con due occhioni di trecento carati.
Il signor duca, che oramai non chiameremo pi n viaggiatore; n Sahib, si adagi voluttuosamente sul cuscino elastico del palanchino e affond il gomito in un guanciale di piume, donde gli veniva alle nari una grata fragranza di kiss-me-quick.
Ne'tempi pagani, il passaggio d'una dea si avvertiva all'odor dell'ambrosia, che restava a mezz'aria.
- Non c' pi dubbio; - pens il duca; - rivedr la signora, o signorina che sia. E poi? E poi niente; gli occhi avranno avuta la parte loro. La vista d'una bella bionda, nel paese delle brune, non  da disprezzarsi, perbacco! -


2.

Il sole era tramontato dietro le lontane creste di Sattara e le ombre della notte cadevano d'improvviso sul lago d'Hussein. Per altro, anche di notte, la strada della Residenza era sicura, assai pi sicura di tante altre, nelle citt principali di Europa. Lungo i parapetti dell'argine, si vedevano qua e l, come profili confusamente abbozzati nel fosco dell'aria, i soldati della Residenza, posti in sentinella, per invigilare il tragitto del forestiero.
All'apparire del palanchino sulla spianata del palazzo, sir Giorgio, vestito di nero con la cravatta bianca, tanto per far vedere che non era punto imbarbarito, come gli era piaciuto di scrivere, discese la scalinata della verandah, per farsi incontro al suo ospite. Lo spagnuolo gli era stato raccomandato dal governatore di Bombay come un viaggiatore di qualit, a cui bisognava agevolare il passo attraverso gli stati del Nizam, dov'egli si recava per istruzione e diporto. Ora si capisce che sir Giorgio, davanti alla lettera di passo per Haiderabad mettesse un invito a pranzo; cosa del resto naturalissima in un paese dove i personaggi d'importanza non capitano mica a diecine, e dove l'arrivo d'un viaggiatore europeo  una fortuna, una benedizione del cielo. Si barattano quattro ciarle, si rif la mano alle usanze civili della patria lontana, si discorre di politica e d'arte; infine, si ripiglia un pochino di familiarit con l'Europa. L'ospite  un amico, un messaggero, un libro, una rassegna, un giornale parlato, che vi d la materia di molti stampati, e vi costa meno e vi diverte di pi.
Sir Giorgio Lawson era uno di que'tipi inglesi, che ci vuol poco a dipingerli, perch constano di poche linee e di pochissime tinte. Aveva i capegli quasi bianchi e li portava tagliati a spazzola; stretta la fronte e sporgente su d'un naso aquilino e lungo, che dominava le due curve delle guance, curve a dir vero un po'rapide, ma interrotte a tempo da due fedine, alquanto pi nere dei capegli, che aiutavano a dissimulare l'ampiezza cartilaginosa delle orecchie; gli occhi limpidi e pieni di vita; la bocca rigida, asciutta, ma ornata di bei denti, che non avrebbero sfigurato, per la bianchezza dell'avorio, davanti a quelli di un giovane elefante; il mento e il labbro superiore accuratamente rasi; alta la persona, e leggermente curve le spalle, ma non per difetto naturale, sibbene per un certo vezzo diplomatico di tenere il collo affondato nella cravatta. Gi si sa, un diplomatico deve sempre aver l'aria di nascondere qualche cosa. Nel complesso appariva un uomo scarno, ma solidamente costrutto. Poteva aver cinquant'anni; i capegli bianchi e quel po'd'incurvatura delle spalle gliene facevano dare sessanta; le fedine scure, gli occhi azzurri e limpidi e il sorriso che metteva in mostra una dentiera invidiabile, gli meritavamo di essere ricondotto ai cinquanta.
Il degno gentiluomo si avanz cortesemente verso il palanchino, come per aiutare il duca di Marana a discendere. Ma questi non gli di tempo di scomodarsi fino a tal segno, e scivol destramente dal cuscino, meglio che non avesse fatto la bella biondina in quel medesimo giorno, obbligata com'era a ravviarsi i lembi della veste. La gentilezza di sir Giorgio si restrinse adunque, e si espresse con maggior forza, nel saluto britannico dello shake-hand, atto di umanit che qualche volta vi fa cos male, perch vi sloga un braccio, o ve ne irrigidisce le articolazioni. La qual cosa fa ricordare il colpo dei giuocolieri egiziani, che ancora ai nostri tempi rinnovano un antico miracolo, quello di mutare i serpenti in verghe, poich li afferrano per la coda, li scagliano a tutta forza fin dove pu andarne la testa, e sorridenti vi offrono quella loro mazza improvvisata, che voi certamente non vi fidate di agguantare dal pomo.
- Perdonate, signor Duca... - incominci a dire sir Giorgio, adoperando la lingua francese, come la pi comune e la pi facile ad intendersi.
Ma il duca di Marana lo interruppe alle prime parole.
- Parliamo inglese, milord, ve ne prego. L'inglese  la lingua dei viaggiatori. Siete gli alfieri della civilt e avete il diritto di chiedere che vi si parli nel vostro idioma nazionale.
- Io vi ringrazio; - rispose sir Giorgio, dopo avergli mostrato in un sorriso amabilissimo i suoi trentadue magnifici denti.
E gli regal frattanto una seconda strappata, che avrebbe dato da pensare seriamente ad ogni gentiluomo troppo amico dei complimenti. Infatti, guai a fargliene tre o quattro di seguito; c'era il pericolo di rimetterci un braccio.
- Non ero pi in uffizio e non potevo certamente aspettarmi l'onore di una vostra visita; - riprese a dire sir Giorgio, parlando liberamente la sua lingua. - Il degno signor Blackburne mi aveva bens annunziato il vostro arrivo, ma senza farmelo sperare cos sollecito. Avrete domattina, a quell'ora che vi piacer, il foglio d'introduzione presso il divano di Haiderabad; noi vedremo intanto di farvi sopportare con pazienza questo piccolo contrattempo.
- Milord, che dite voi mai? Nessun contrattempo sar mai stato per un povero viaggiatore pi piacevole di questo. -
Cos dicendo, il duca di Marana prese arditamente la mano di sir Giorgio e la strinse egli tra le sue. Era quello il buon metodo.
- Ho piacere che la intendiate cos; - disse allora sir Giorgio. - Noi dunque compiremo l'opera senza tanti discorsi. Voi non potete rimanere questa notte al dak-bungalow;non  luogo per voi, signor duca. Se permettete, il mio segretario andr a far ritirare le vostre valigie. Non mi dite di no; in queste solitudini l'uomo si guasta, diventa autoritario, prepotente, e non patisce contraddizioni; abbiate dunque pazienza fino all'ultimo.
- Milord, voi possedete il segreto di farvi amare ed obbedire da chiunque vi vede per la prima volta, ed anche da chi riceve due righe di vostro pugno. Questo si direbbe un saggio di magnetismo a distanza. Io ho obbedito alla vostra lettera; obbedir doppiamente alla vostra parola. Mi duole soltanto che per me...
- Oh, non cerimonie, vi supplico. Qui abbiamo dovuto smetterne una met, per servirci anche assai poco dell'altra. Venite, signor duca; lady Lawson ci aspetta.
Questo nome di lady Lawson fece una strana impressione sull'animo del duca di Marana. Tra le cortesie ospitali del residente di Secanderabad e la veduta di quella graziosa biondina che sapete, egli non avrebbe voluto a nessun costo il ravvicinamento di una immagine matrimoniale. Ma il duca si rasseren, entrando nel salotto. La signora Lawson era l, seduta presso il suo tavolincino da lavoro, sotto la luce diffusa di una lampada Carcel, che metteva in evidenza le sue forme matronali. Bionda lo era, e bianca del pari; ma il biondo del capegli era assai pi vivo di quello che egli aveva veduto e ammirato due ore prima; il bianco delle carni era pi lucido, e a mezzo delle guance sottilmente venato di rosso. N queste erano le sole differenze tra la figura che gli stava dinanzi e quell'altra. La signora Lawson poteva dirsi ancora una bella donna, nel senso pi largo della parola; ma i contorni della persona non avevano pi quell'aria di eleganza, che deriva da un certo grado di snellezza. A farvela breve, la compagna di sir Giorgio non era pi una ninfa, e, poich siamo nella patria di Brama, diciamo che avrebbe sostenuta con miglior esito la parte d'idolo indiano.
La padrona di casa, a cui fu presentato il nostro viaggiatore, si chiamava lady Evelina. Il nome vi parr che contrasti un pochettino col fisico; ma che ci posso far io, se l'idolo indiano portava il nome gentile, sottilino, affusolato di Evelina? Quante Aurore non si trovano sulla faccia del globo, che son nere come la notte? quante Malvine, che pesano cento chilogrammi? quante Margherite, che giuocano a tombola e si scaldano colla cassetta da piedi? Ma lasciamo queste piccolezze, e passiamo a sbrigarci di un'altra. Quello di lady  un titolo che tocca alla signora Lawson, quantunque non sia moglie di conte, e neanche di baronetto. Suo marito appartiene alla gentry, quella classe tutta britannica, in cui i secondogeniti e i terzogeniti dei grandi signori, di coloro che siedono alla Camera alta, si trovano mescolati con tutti i figli del popolo, innalzati dal lavoro, dalla educazione, dalla ricchezza, a meritare il nome di gentlemen, in attesa che riescano a meritarsene un altro, che non cancella questo, ma gli fa compagnia. Del resto, un altro titolo il nostro residente lo ha;  esquire, cio un quissimile di cavaliere; l'ufficio diplomatico che esercita gli ha fruttato di poter mettere il Sir in luogo del Mister. Diciamo dunque Lady Evelina, scambio di Mistress Evelina, e su queste miserie non ci si torni pi.
Il duca di Marana osserv con piacere come la moglie del suo ospite fosse tutt'altra da quella che egli per un momento aveva temuto. Temuto! S, proprio temuto, mantengo la parola, quantunque non sia da attribuirle il significato d'una paura molto profonda. Che cosa ci trovereste di strano se la vista di una bella creatura gli avesse fatto senso laggi, in una mezza solitudine indiana, pi che non ne faccia di solito una vista consimile in una citt europea, dove le bionde e le brune, secondo i gusti, s'incontrano a centinaia?
Del resto, lettori umanissimi, mettetevi una mano sul cuore e degnatevi di riconoscere la verit. Anche senza uscire da una citt europea, e stando in mezzo al semenzaio delle belle, tutti vi siete un po'scossi, vedendone una che fosse nulla nulla pi appariscente delle altre; tutti ci avete pensato e ripensato pi volte in un giorno; tutti avete edificato qualche castello in aria, dandogli sesto e popolandolo a vostro modo, con quel concetto egoistico di possesso esclusivo ed assoluto, che si annida nell'animo di ogni fedel cristiano. Ora portate questi pensieri tra il 76 e il 77 grado di longitudine dal meridiano di Parigi; fateli covare dalla solitudine, scaldare dal sole dei tropici e pi ancora dagli occhi di una bella europea, capitata l per l come una visione, e poi... e poi scagliate la prima pietra, se vi d l'animo, al signor duca di Marana.
Il quale, dopo tutto, non ne aveva mica presa una cotta. Gli era piaciuta la giovine signora del palanchino, la bionda e bianca figliuola d'Albione, che faceva contrasto cos vivo e gradevole con le facce di cioccolata di quelle regioni predilette del sole; l'avrebbe riveduta molto volentieri, e non avrebbe detto di no a chi gli avesse lasciato intravvedere un miccino di flirtation, di innocente galanteria; ma certo non era andato pi oltre, non pensava affatto a incominciare un romanzo, come potreste argomentare voi altri, che vedete i cominciamenti del mio.
Per intanto, con tutto il piacere che avrebbe provato a rivederla, non fu punto addolorato di non ritrovarla; che anzi, egli si sent molto pi libero e franco presso lady Evelina, donna a cui bisognava render giustizia, come in generale bisogna renderla alle donne inglesi, donne cos piene di misura e di senno, e nel governo della casa insuperabili.
Confessiamolo liberamente;  proprio nella donna inglese che si manifesta la nobilt di quella schiatta colonizzatrice, la quale porta le sue costumanze domestiche, il suo at home, dovunque ha spinti i segni della sua operosit insaziabile. E ci aiuta a farla rispettare, e a farle aver pazienza per ci che riguarda l'amore dei popoli; cosa che potr venire pi tardi e di cui, alla stretta dei conti, si pu anche far senza. Ora, il miracolo di questa rispettabilit oltre i confini della patria  tutto della donna e della sua partecipazione agli ardimenti del marito. Operoso, audace, temerario, egli si avanza da per tutto, dall'equatore ai poli; ma cento inglesi sommati insieme non sono pi di cento inglesi, come cento francesi non sono pi di cento francesi. Tuttavia, mentre cento francesi, anche ammogliati, quando vadano a vivere lontani dalla terra natale, si sparpagliano facilmente e si mescolano volentieri col popolo a cui hanno chiesto ospitalit, cento inglesi, nelle medesime condizioni domestiche, non si fondono, non si confondono; fanno manipolo, diventano colonia, e valgono per diecimila. Una gentile compagna, che  donna in giusta misura e delle altre donne non ha tutte le debolezze, n tutte le pretensioni, una casa che contiene ogni cosa necessaria alla vita ed anche ogni cosa superflua, il t fumante alla sua ora e le inevitabili sandwiches, i bambini snelli che ruzzano in giardino con le gambe nude e pavonazze dal freddo nel cuor dell'inverno, son cose che si vedono, per opera d'una coppia inglese, in ogni parte e sotto ogni latitudine meno ospitale del globo. L'Inghilterra militante estende cos la fitta rete de'suoi avamposti. Rule, Britannia! E di ci va gran merito alla donna inglese. Non gi che le altre, generalmente parlando, non sappieno aver casa e governarla a dovere; ma il fatto  questo, che essa ci mette una devozione pi costante, una solennit pi continua. Dove, per esempio, la donna francese regna, la donna inglese pontifica.
Queste cose, che vanno intese sui generali, essendoci donne di tal fatta in tutti i paesi d'Europa, andava pensando il duca di Marena nel salotto di lady Evelina. Al nostro spagnuolo certi dispiaceri di giovent, ma pi ancora le consuetudini della sua vita randagia, avevano tolti i dirizzoni del capo. Il viaggiatore incomincia dall'ufficio di giudico e passa insensibilmente alla dignit di filosofo. Gl'indiani direbbero che egli ha raggiunto il nirvana, il colmo della felicit nella muta contemplazione dell'essere.
Soggiungo, perch non l'abbiate in conto d'uomo grave, che il duca di Marana era un giudice poco severo e un filosofo sui generis, che girava naturalmente al poeta. Si accendeva per le belle cose con la facilit di uno zolfanello. Credo che con eguale facilit si spegnesse, ma senza volerne convenire. In giovent, come sanno i lettori che lo hanno veduto tra i personaggi di un'altra storia, aveva amato e sofferto; donde gli era venuto un sacro orrore por certi vincoli e morbidezze del cuore. Ma perch queste sono le conseguenze inevitabili della vita ristretta in un dato luogo, egli aver presa saviamente la risoluzione di non fermarsi a lungo in nessuno. Il che non gl'impediva di render giustizia, d'intenerirsi, di fare omaggio alla bellezza; e appunto or ora lo abbiamo veduto alla prova.
Una figura che gli piacque poco, sebbene tanto carina, fu quella di un giovane, quasi di un adolescente, che era nel salotto, e che sir Giorgio gli present come il signor Lionello Edgeworth, figlio di una sua sorella, e addetto come lui alla amministrazione delle Indie. I cugini, si sa, piacciono sempre poco agli stranieri, forse per contrapposto alla simpatia che ispirano qualche volta alle cugine.
Ma lei, la cugina, dov'era? Ed era poi certo che ci fosse? La bionda del palanchino non poteva essere una visitatrice, un'amica di lady Evelina? A Secanderabad, dove c'era una residenza britannica, col debito rinforzo di ufficiali militari e civili, poteva trovarsi benissimo un certo numero d'inglesine, mogli o figliuole di maggiori, di medici, di provveditori, di giudici, e chi pi n'ha ne metta.
Pure, il duca di Marana non disper. Una voce interna gli diceva che la bionda del palanchino apparteneva alla residenza e doveva apparire da un momento all'altro sul limitare del salotto, ove si stava aspettando l'ora del pranzo; un pranzo in ritardo, com'era naturale che fosse, in un paese tropicale, e privo per giunta di quei divertimenti che occupano da noi le lunghe ore serali.
Dopo qualche minuto di conversazione, sir Giorgio domand a sua moglie:
- E Maud?
- Voi lo sapete, amico mio, - rispose lady Evelina, a quest'ora Maud passa in rassegna la sua piccola corte. Ma ecco miss Elena che ne sapr qualche cosa. Miss Elena, vi prego, - soggiunse lady Evelina, parlando ad una persona giunta allora nel salotto, nella quale il duca di Marana riconobbe la meno appariscente tra le due signore del palanchino, - chiamate miss Maud; suo padre desidera di vederla.-
Miss Elena si ritir, facendo un inchino; intanto il duca di Marana ripeteva mentalmente il nome di Maud.
Quel nome gli era suonato dolcemente all'orecchio. Era un monosillabo; ma, contro il consueto dei monosillabi, aveva un non so che di soave e di lento. Bont del dittongo, diranno i lettori. Ma, pensate, signori che quel dittongo, anche un tal po'strascicato, come portava l'uso, si riduceva ad una sola vocale, e proprio quella per cui meglio si arrotonda la bocca. Aggiungete che la prima lettera di quel grazioso monosillabo vuole un leggiero sbattimento di labbra, e che l'ultima non richiede altra fatica fuor che di stringere i denti e di premervi mollemente colla lingua. Dove trovare, in pi breve spazio, un pi dolce raccozzamento di suoni?
La graziosa portatrice di quel nome apparve finalmente sull'uscio, accompagnata da miss Elena, che non aveva durato fatica a trovarla. Miss Maud, secondo la frase di lady Evelina, passava in rassegna la sua corte; a dirvela in termini pi volgari, era andata a visitare la sua uccelliera e il suo pollaio, per sincerarsi co'suoi occhi se i bengalini dormissero tranquilli sui loro bastoncelli, se le galline cinesi, i fagiani di Siam e gli uccelli del paradiso non mancassero di becchime, e specialmente d'acqua, per la mattina vegnente; infine, se i graticolati delle gabbie fossero sicuri da ogni invasione notturna. La precauzione non era soverchia laggi, dove i giardini non sono sempre cos ermeticamente chiusi, n le aiuole cos aperte alla vista, che non possa strisciarvi e appiattarvisi una bestia malefica, ingannando la vigilanza degli schiavi pi accorti.
Miss Maud, che bisogner sbozzarvi, bene o male, con quattro colpi alla lesta, era vestita di mussolina bianca; stoffa e colore che conferiscono grandemente alla idealit delle figure, voglio dire a quell'effetto per cui esse si accostano meglio ad un tipo superiore, non materiale affatto e non affatto spirituale, che tutti, anche involontariamente, ci siamo foggiato dentro di noi, un po'per consuetudine d'astrazioni filosofiche, un po'per lunga tradizione di abbellimenti artistici. Ad accrescere quella idealit concorrevano certi svolazzi, ond'erano ornati, quasi fitti, i lembi della veste, e una gorgiera sottilmente pieghettata, sminuzzata, morbida, leggerissima, che faceva pensare ai colombi, od ai cigni, quando arruffano per vezzo le piume intorno al collo. Le grazie del volto avevano alcun che di acerbo, che non mancava di attrattive, ma che un giudice severo avrebbe forse gabellato per durezza di contorni. Gi, s'indovina, miss Maud ritraeva molto dal padre. Di sir Giorgio aveva gli occhi azzurri e l'ovale del volto un pochettino allungato; di sir Giorgio i denti bianchissimi e tutti in mostra ad ogni sorriso; certamente pi piccoli, ma sempre di quella forma salda e di quell'impianto diritto, che dinotano la fermezza tradizionale della razza. In fondo, e per non stare a ingentilire in forma femminea tutte le qualit e i difetti del residente britannico di Secanderabad, dir che miss Maud somigliava al padre, come una bella e fresca ragazza pu somigliare ad un uomo attempato, e non modellato sul tipo dell'Antinoo. Era alta quasi come lui, ma la curva paterna diventava in lei flessuosit di salice. Aveva di suo certi atteggiamenti di testa, certe mosse repentine, che davano alla sua figura un carattere spiccato d'ingenua risolutezza.
Idealit, non volutt; questo era il sentimento che destava nell'animo la vista di miss Maud. I pi volgari osservatori potevano in quella vece fermarsi a notare la sana freschezza del viso e una certa sprezzatura di contorni, che dava alla sua persona l'aspetto un po'rigido ma franco delle figure tirate gi alla brava, senza tante ricercatezze di curve e di sottosquadri. Nessuno ci avrebbe trovate quelle morbidezze che nella fanciulla fanno presentire la donna, la sirena, l'incantatrice, e tutto quel peggio, o meglio che vorrete voi. Offriva l'immagine di una graziosa compagna, che all'uopo sarebbe potuta diventare anche forte. Ma chi ci pensa, alla compagna graziosa e forte, quando si vede per la prima volta una donna? Una schiava, magari; una regina, ecco il punto.
Alle corte, capirete che miss Maud non doveva essere una bellezza pericolosa. Il duca di Marana, a cui ella aveva fatto un certo senso, veduta al fianco della sua damigella di compagnia (una donna mal riuscita, come se ne incontrano tante) e dopo una quindicina di giorni passati in mezzo a troppe facce di bronzo, ora che la considerava pi da vicino e con animo preparato, doveva trovarci ad uno ad uno i difetti. E questo, non senza piacere, intendiamoci. Si ammira la perfezione, o ci che sembra accostarvisi; ma si  contenti, dopo tutto, di non averla troppo vicina, a confonderci lo spirito, a farci perdere quella padronanza di noi medesimi, che  certamente il pi prezioso dei beni, usciti un giorno, insieme con tanti mali, dal vaso di madonna Pandora.
Se non temessi di farvi arricciare il naso con certi paragoni, direi che le bellezze perfette, o gi di li, fanno l'effetto dei pranzi solenni. L'abito nero e la cravatta bianca, le presentazioni cerimoniose, le frasi che vanno foggiate in quel modo e mai in quell'altro, tutto incomincia a mettervi i brividi. Poi c' da offrire il braccio ad una padrona di casa, che ha uno strascico lungo un miglio; poi c' da prender posto come vuole un servitore, e pregar Dio che vi faccia sedere a tempo, cio non prima che egli abbia fatta scivolare destramente la sedia fino al punto necessario; quindi bisogna badare al modo in cui si mangia e al tempo che ci si spende, che non sia troppo, n troppo poco; indi a pesare e a misurare i proprii discorsi, che non escano di riga, e non vi facciano parere un imprudente, o un noioso; il resto si omette per amore di brevit. In quella vece, la tavola d'un amico, senza cerimonia, ma con quel piatto di buon viso che sapete, con quelle due ciarle alla bella libera, col permesso magari di batter la lingua contro il palato, quando il vino  buono, e di tornare a riempir la scodella quando la minestra piace, dite, lettori, non vi sembra la mano di Dio?
Prevedo la risposta, specie se siete ancora a digiuno.

3.

La tavola di sir Giorgio Lawson, quantunque non offrisse nulla di straordinario alla vista, recava l'impronta di una severa eleganza. Rammentate che siamo in Inghilterra; dovendosi riconoscere per tale, non solamente la casa di un residente britannico, ma ogni luogo in cui si trovino inglesi raccolti a famiglia, con tutti i loro usi e costumi, da cui non  facile che vogliano separarsi.
A proposito d'usi e costumi, alla tavola di sir Giorgio durava quella consuetudine delle famiglie inglesi, che fu gi nostra, ma che noi abbiamo perduta da un pezzo, avendola forse per troppo semplice e primitiva, di certi uffici di vigilanza quasi materna assegnati alla padrona di casa. Ci sono de'piatti che non passano in giro; dipendono da lei, che fa le parti e lo distribuisce, o le fa distribuire; e ci con una regolarit ammirabile, con una semplicit che non manca di grandezza, e pu valere assai meglio della fastosa parata di cinque o sei servitori affaccendati a servirvi.
Mi dicono che questa usanza si vada perdendo anche nel Regno Unito; ed  male, a mio credere. La famiglia non pu stare, non pu prosperare, senza un pochino di patriarcato; e questa usanza patriarcale  una di quelle che dnno il tono alla vita domestica. Chi crede che la moda debba soverchiare in ogni cosa, s'inganna. La dignit non  sempre con la moda. Cedrico il Sassone, co'suoi servi seduti alla gran tavola padronale di quercia, non ci scapita punto di grandezza, anche a paragone del duca di Wellington.
Roba vecchia, si dir; veniamo al tempo presente. Ai due capi della tavola sedevano i due coniugi, lady Evelina e sir Giorgio; il duca di Marana, l'ospite, alla destra di lady Evelina, e alla sinistra di miss Maud, che dava la destra a suo padre. Dall'altro lato di sir Giorgio era miss Elena, la damigella di compagnia, e tra questa e lady Evelina, il vezzoso Lionello Edgeworth, che saettava d'occhiate la cuginetta miss Maud.
Il duca di Marana, scambiando parole con tutti i commensali, e per conseguenza voltandosi spesso alla sua destra, not che la cuginetta serbava un contegno lodevole, e non sfuggiva n cercava gli sguardi del vezzoso Lionello. Doveva esser fredda, e poco espansiva; almeno, a giudicarne dal primo aspetto. Rispondeva brevemente, quasi a monosillabi, ma senz'aria di sciocca timidezza. Il duca di Marana argoment che i discorsi avviati in principio di tavola le piacessero poco; o che, avendoci poco a vedere, non ci trovasse nulla ad aggiungere.
Con un viaggiatore a mensa, di che parlare, se non di viaggi? Il duca di Marana era stato lungamente in Inghilterra; questo s'indovinava dalla scioltezza con cui parlava la lingua di Byron. E di questo gli fece complimento sir Giorgio.
- Dopo tutto, voi siete un poliglotta, signor duca; - gli disse; - le lingue d'Europa vi sono tutte familiari, e da qualche vostra parola ho potuto capire che ne conoscete anche qualcheduna dell'Asia.
- Ah, l'indostano, volete dire, sir Giorgio? Per timore o per forza, ho dovuto impararlo, nel mio primo viaggio alle regioni del sole. Occasione e necessit sono due grandi maestre.
- Ma voi riposerete un giorno da questi viaggi continui, e darete alla patria gli ultimi servigi di un uomo sperimentato.
- Sir Giorgio, vi prego, non mi parlate di servire la patria con la mia esperienza. C' un modo di servirla, che non patisce eccezioni, e che fortunatamente non ci  mai contrastato da nessuno: quello di servirla con pericolo della vita. Ma di questo, grazie a Dio, la Spagna non ha oggi mestieri. Ogni altro servizio, di politica interna, di amministrazione, e via discorrendo, lasciamolo pure in disparte; non  fatto per me, n per molti che la pensano come me.
-  lecito di chiederne la ragione?
- Oh, ve la dico subito. Perch nessuno dei vostri concittadini vi crede disinteressato, solamente animato dal desiderio del pubblico bene. Non ci avete pensato mai, alla prima accusa che vi fanno?
- Veramente, ne fanno parecchie; - osserv sir Giorgio, accompagnando la frase con un fine sorriso; - ma un uomo serio, che guarda davanti a s, non deve curarsene punto. Del resto, l'ambizione, poich di questa accusa m'immagino che voi intendiate parlare, l'ambizione  un sentimento lodevole, quando ci sia la coscienza del proprio valore.
- Egregiamente, - replic il duca di Marana; ma tutti dicono questo per s, anche coloro che sanno benissimo di non valere un bel nulla. Perch, infine, l'uomo si conosce pi che non credano i filosofi, e non c' bisogno della massima di Biante. Era Biante, l'autore della massima? Non mi ricordo. Mettiamo un savio della. Grecia. Ne hanno dette tante, quei sette Savi, che c' proprio da confondersi. Ora io dico che tutti gli uomini sono benissimo disposti a concedersi il diritto d'ogni ambizione, ma ugualmente disposti a trovare che essa  un torto negli altri.
- Il fatto  vero; - disse sir Giorgio; - ma l'esempio  buono per tutti. Lasciar cantare, bisogna, e seguitar la sua strada. Persuadetevi, dunque.
- Ho il dispiacere di non potervi accontentare; - disse di rimando il duca. - Reso inutile un argomento, me ne resta un altro, e d'indole assai pi personale. Ho un'ambizione davvero, a dirvela qui in confidenza; quella di stare a vedere le cose di questo mondo dall'alto.
- Come si vede la terra dalla navicella di un globo aerostatico! - esclam ridendo sir Giorgio. Parlatene allora a mia figlia, che muore dal desiderio di andare in pallone.
Miss Maud si fece tutta rossa a quello scherzo del babbo, che richiamava su lei l'attenzione dell'ospite.
- Ah, la signorina ama le forti commozioni? Non so darle torto; - disse il duca di Marana. - Ma io, per vedere la vita, ci ho qualche cosa di meglio: l'imperiale di una diligenza.
- Ed  meglio? - chiese miss Maud, tirata a suo mal grado nella conversazione.
- Notate, signorina, ho detto per vedere la vita; prosa con prosa. Anch'io amo i viaggi in aria, ma per altre sensazioni che essi procacciano all'uomo; non per vedere la terra che fugge, sibbene il cielo che si avvicina.
- Meno male, questa  poesia; - not il residente.
- Sicuro, e la signorina meritava questo intermezzo; - rispose il galante spagnuolo. - Ma torniamo alla prosa. Per veder bene le cose di questo mondo, e filosofarci sopra, l'imperiale di una diligenza  il luogo pi adatto. Io ne ho fatto l'esperimento; e lo avrete fatto anche voi, mio nobile signore. Non vi  occorso mai di passare, cos appollaiato, di buon mattino, nel bel mezzo d'un paese, citt di provincia, o villaggio, che si svegliava in quel punto? Una finestra si apriva e vedevate nel vano un signore che prendeva la sua prima boccata d'aria fresca, appena sceso da letto. Perch si vestiva quell'uomo? Per far colazione; poi per ricever seccature e darne a sua volta; rifare dei conti, mandare avanti una lite, recarsi in piazza, leggere il suo giornale al caff, tagliare i panni addosso a qualcheduno. Roba di tutti i giorni, ristretta in un gruppo di case; ire, passioni, sopraccapi: e tutto questo, perch? Per ottenere l'appoggio del tale, soppiantare il tal altro, metter mano nelle cose del comune, amministrare l'opera pia, vincere un puntiglio, buscarsi una croce, in attesa di quella gran falciatura... Domando scusa, non sono discorsi da farsi a quest'ora. E intanto che l'uomo si prepara a questa bella giornata, una delle trecento sessantacinque dell'anno, che si rassomigliano tutte, la diligenza passa con gran fragore di ruote, e il viaggiatore sovr'essa. L'unica cosa buona che ci sia in quel paese l'ha goduta lui, senza contorno di noie; ed  la prospettiva del villaggio, chiusa tra due masse di verde, sotto un cielo di zaffiro. C'era una curiosit da osservare? un monumento da ammirare? una poetica rovina da copiare con due tratti di matita? Ha osservato, ha ammirato, ha copiato, ed  partito a tempo da quel grazioso nido di vespe. La vita,  un passaggio, si  detto; passiamo dunque,  il meglio che ci si possa fare.
- Se tutti potessero, milord! - entr a dire lady Evelina. - Se non si facesse altro che viaggiare!
- Ah, signora! Ecco il guaio, il punto debole del mio sistema. Non tutti possono viaggiare; ma chi pu, bene o male, chi non ha vincoli, non dovrebbe far altro.
- Gi, non aver vincoli! Ma viene un giorno che la solitudine pesa non fate, milord, il torto al nostro sesso, di credere che un gentiluomo come voi possa star senza una gentile associata.
- No certamente, non lo far. Ma il trovar l'associata non  la cosa pi facile di questo mondo. Vedete, milady; per me, viaggiatore impenitente, ci vorrebbe una rondine, ma senza quell'amore alla grondaia, che trattiene qualche volta le rondini. Ora,  della donna il regnare nella famiglia, ed anche in terra lontana, passato un lungo tratto di mare, edificarvi il grazioso suo nido.
Cos dicendo, il duca di Marana faceva un amabile inchino alla padrona di casa. Lady Evelina, cui andava diritto il complimento, gli rispose con un sorriso e con un cenno del capo, come avrebbe fatto un corcontento di gesso, leggermente cullandosi sulla rotonda sua base.
- Comprendo che rinunzierete all'associata; - diss'ella; - ma almeno un associato... un amico...
- Ah, milady! L'amico  una cosa rara, un caso nella vita, un fenomeno, un'eccezione. Parlo, s'intende, di un amico che si sacrifichi per noi, come noi ci sacrificheremmo per lui; non parlo dell'uomo di cuore, che si  conosciuto alla prova, pel quale sentiamo una profonda simpatia e che rivediamo volentieri ogni qual volta se ne offra l'occasione. Ecco, per esempio, di questi amici io ne ho uno, per cui faccio appunto il mio secondo viaggio nell'India.
- Per un amico?
- Per un amico, milady.
- Ma questo  un fatto anche pi raro; chiamiamolo a dirittura un miracolo; - osserv ridendo lady Evelina. - Dovevate essere molto intrinseci!
- Non tanto; ci siamo parlati a mala pena due volte. L'ho conosciuto e mi  fuggito dagli occhi, per recarsi a vivere in India. Per altro, ho avuto il tempo di promettergli una visita, e son venuto a mantenergli la mia promessa. Non  un bel fatto, milady?
- Voi lo dite celiando, signor duca; ma  un bel fatto, davvero. E in qual provincia dell'India  ora l'amico vostro?
- Nel Nizam, non lungi di qui, sebbene la difficolt di andare avanti senza una lettera di sir Giorgio me lo faccia parere lontano. Ecco del resto un indugio felice; - soggiunse il duca di Marana, con la sua solita galanteria. - Egli me lo perdoner, dopo avermi aspettato tre anni; anzi se sapesse dove io mi trovo in questo punto, m'invidierebbe di certo.
Il corcontento rispose con un altro cenno del capo. Miss Maud, che non aveva da vederci nulla, non facendo lei gli onori di casa, chin gli occhi sul piatto, ma non pot astenersi dal pensare che il duca di Marana era molto gentile. Lionello Edgeworth trov in quella vece che lo spagnuolo chiacchierava troppo; ma, non essendo il caso di pubblicare la sua scoperta, n di consolarsi del suo silenzio negli occhi della bionda cugina, si rassegn all'ufficio di finire la sua porzione di plum-pudding, che era veramente squisito.
- Permettete; - gridava intanto sir Giorgio, con l'aria di un uomo che afferra un'idea per aria; - non  spagnuolo, il vostro amico?
- No,  italiano.
- Dovrebb'essere allora il filologo di Paravady.
- Filologo! veramente, il mio amico  naturalista, e si chiama...
- Laurenti; - disse sir Giorgio, terminando la frase.  anche naturalista, ma da un anno si  dato specialmente agli studi filologici.
- Lo conoscete?
- Non di persona, finora; ma abbiamo avuto occasione di scambiarci qualche lettera. Passano per le mie mani le sue eccellenti memorie alla Societ Asiatica di Calcutta e le raccolte geologiche mandate da lui, di tanto in tanto, al Museo reale di Londra. Lavora assai, il vostro signor Laurenti, ed ha trovata qui una ricca miniera.
- Una miniera! di diamanti, forse? Questo dovrebb'essere il luogo.
- Dico cos per modo di dire, quantunque, come avete osservato benissimo, siamo appunto nel paese dei diamanti. La miniera di cui parlo  tutta scientifica, e si chiama il munder di Paravady. Il signor Laurenti, col pretesto di studiare l'antica lingua dei Veda,  entrato in grande dimestichezza coi bramini, che lo hanno, sto per dire, come uno dei loro. Egli  oramai diventato un sanscritista di prima forza, come lo era il nostro Jones.
- Non mi meraviglio di questa trasformazione; - not il duca di Marana. - Il mio amico era dotto e studioso come un benedettino dei tempi andati. Ed anche la solitudine...
- S, dite bene, - ripigli sir Giorgio, - la solitudine obbliga a cavar profitto dal tempo. Che si fa qui, se non si studia? Si dorme,  vero; ma il dormire, in questi paesi tropicali, a lungo andare, non  pi un sollievo. Anche a Secanderabad si studia. La mia signora si  data alla botanica...
- Oh, per aver cura di un piccolo giardino! - interruppe lady Evelina.
-  sempre botanica; - disse sir Giorgio. - Miss Elena, poi, e mia figlia, si occupano di zoologia domestica; mio nipote Lionello di zoologia selvatica, perch si smania di andare alla caccia delle tigri.
- E voi, sir Giorgio?
- Io sono l'unico ozioso; fo il diplomatico. Ma andiamo a prendere il caff, sotto la verandah. La luna dev'essere gi apparsa, a quest'ora, e il lago di Hussein, a lume di luna,  uno spettacolo incantevole. Non  vero, miss Maud?
Cos dicendo, il faceto sir Giorgio offriva con paterna amorevolezza il braccio alla sua diletta figliuola. Il duca di Marana, balzato in piedi al primo cenno, aveva gi offerto il suo a lady Evelina. Il giovine Edgeworth, che avrebbe dato cos volentieri il braccio alla cugina, si content di offrirlo a miss Elena.
L'Hussein Sagar, che si stendeva placidamente in un largo specchio davanti alla residenza britannica, era bello a vedersi in quell'ora, mezzo nascosto nell'ombra e mezzo illuminato dal disco rossiccio della luna, librato sull'orizzonte, poco sopra ad una massa di alberi che ne incoronava le sponde. Il firmamento, non ancora signoreggiato dalla luce diffusa dell'astro notturno, appariva del colore dell'indaco, e le stelle, occhi d'Indra, scintillavano sulla vlta azzurra. Una pace severa; quasi religiosa, regnava tutto intorno, consentendo all'orecchio di cogliere i suoni pi lievi della notte, il susurro delle acque, increspate da un timido soffio, e gli echi lontani della foresta. Perch la vita non tace mai, chi voglia ascoltarne i battiti, e la notte  piena di arcane voci. Al duca di Marana tornarono in mente i bei versi del suo Zorilla; ed anche a lui parve d'intendere

los mil ruidos
Que pueblan los espacios con misteryoso son.

- Che cosa vi dicevo io? Non  grazioso, di sera, il nostro Hussein Sagar? - disse sir Giorgio, battendo amichevolmente della mano sulla spalla del suo ospite.
- Vi risponder come Wellington alla battaglia di Waterloo: splendid! Ci sarebbe da non muoversi pi dal vostro palazzo.
- Palazzo! palazzo! Non ci fate insuperbire, signor duca; chiamatelo bungalow.
- Lo chiamer, con vostra licenza, il tempio della generosa ospitalit e della schietta amicizia. E lo rimpianger lungamente, non dubitate.
- Anche in cammino per Paravady?
- E perch no? Anche in cammino per Paravady. La vista di un amico non ci dee rendere ingrati verso degli altri. A proposito di Paravady, non sar mica troppo lontano da Haiderabad?
- Sei ore di strada, verso tramontana. Potreste anche andarci senza toccare Haiderabad; ma non vi converr, perch soltanto nella capitale del Nizam troverete le guide. Quantunque, - soggiunse il degno gentiluomo, - ora che ci penso, una scorta sicura potrei darvela io.
- Mandare un drappello ai soldati, a scortare una misera carretta! - esclam ridendo il duca di Marana. - Mi prenderanno per uno dei tanti Nana Sahib apocrifi, che sbucano da ogni parte del Bengala e che bisogna condurre in prigione, come se si trattasse del vero. Ma sapete, sir Giorgio, che son rimasto molto confuso quest'oggi, capitando alla vostra residenza in quel meschino equipaggio, mentre la signorina scendeva dal suo elegante palanchino?
- Di che cosa vi date pensiero, milord! - esclam lady Evelina. - In questi paesi, e per sentieri cos cattivi come i nostri, non si pu andare altrimenti.
- Ed erano cos belli, quei due zeb - osserv miss Maud. - Avevano occhi cos intelligenti!
- Signorina, d'ora in poi amer gli zeb; - rispose il duca, parlando a mezza voce, mentre miss Maud gli offriva il caff.
La fanciulla arross, ma nessuno ne ebbe a far caso. Quel rossore, dopo tutto, poteva passare per un effetto di luna.
- Dunque, siamo intesi; - ripigliava sir Giorgio; accetterete la scorta della residenza. La Spagna non ricuser le offerte della vecchia Inghilterra.
- La vecchia e nobile Inghilterra potrebbe mettere il colmo alle sue cortesie, - rispose il duca, sul medesimo tono di celia amichevole, - venendo fino a Paravady, nella persona di sir Giorgio Lawson.
- Eh, - disse il residente, - si potrebbe fare anche questo. Ho pure una visita da restituire; e non io solamente. Sono appena otto giorni che il vostro amico  passato di qui, in occasione d'una gita alle rovine di Mahablechvar, ed  stato con la sua signora a cercare di noi. Disgraziatamente io non ero alla residenza, e le mie signore erano andate con Lionello agli uffici domenicali, nella nostra cappella di Secanderabad. I gentili passeggieri non hanno veduto che il mio cancelliere. Quel bravo signor Partridge!  ancora tutto scombussolato dalla vista della signora Laurenti.
- Dicono che sia molto bella; - entr ad osservare miss Maud, con un tuono di voce che domandava risposta.
- Veramente, un occhio di sole; - si affrett a rispondere il duca; - una bellezza italiana, come se ne vedono poche, anche in Italia.
- Ah, ah, vi cogliamo in flagranti di entusiasmo; - esclam lady Evelina. - Il viaggiatore frettoloso discende dall'imperiale e s'infiamma per qualche cosa. -
Il duca di Marana sorrise a quell'attacco gentile.
- Quando  necessario, milady, perch no? La signora Laurenti  una donna da fermare anche un viaggiatore... che si ferma; - soggiunse egli, appoggiando sulla pausa. - Il mio amico ha trovata la compagna, viaggiatrice come lui. Amico fortunato! Ma bisogna anche dire, ad onor suo, che quella fortuna egli se l' guadagnata. Conosco la storia de'suoi amori, ed  veramente poetica.
- Raccontatela. - scapp detto a miss Maud.
- Volentieri, signorina;  una storia semplice, come un idillio. Lui medico e naturalista, lei ammalata. Il medico, novellino, fece la prima e l'ultima sua cura; e fu un male per l'arte di Galeno, perch la cura riusc portentosa. La signora guar, ma s'innamor del medico, come il medico s'era innamorato di lei. Ambedue lasciarono la loro citt, donde alcune tristi memorie allontanavano lei, e dove egli non aveva nulla che potesse trattenerlo. Ecco la storia, ridotta a'suoi minimi termini; l'idillio, sciolto nelle poche sue fila. Ma bisognerebbe ritesserlo con tutti i suoi episodi, con tutti i suoi graziosi nonnulla, por gustarlo davvero: bisognerebbe mettere in azione la delicatezza somma di quelle due anime, di quelle due sensitive; la loro volontaria solitudine in un ambiente che non era fatto per essi; il silenzio modesto di lui, che nascondeva dignitosamente un acuto dolore; il contegno nobilissimo di lei, che non voleva e non doveva mostrar subito d'intenderlo; insomma, un piccolo dramma psicologico, che si pu scrivere, ma non si pu raccontare, senza fargli perdere la sua cara freschezza, il suo profumo di eletta poesia.
- La vostra pittura, signor duca, mi raddoppia il desiderio di conoscere il signor Laurenti e la sua bella compagna; - disse allora sir Giorgio.
- Ve l'ho gi proposto, andiamoci insieme. Non avete accennato al debito di contraccambiare una visita?
- S, andiamo; - grid miss Maud, con un ardore che il duca di Marana non si sarebbe mai aspettato da lei.
- Figliuola mia,  presto detto; - rispose gravemente sir Giorgio. - Appunto in questi giorni ho molte faccende da sbrigare. L'ufficio di residente non  una cosa da nulla; - soggiunse, rivolgendosi al duca. - Del resto, voi andate a vedere i vostri amici d'Italia dopo qualche anno di separazione, ed  giusto che andiate solo. Ci sono tante cose da dire, quando ci si rivede in tali condizioni, che il sopraggiungere di altre persone  proprio un guastare la festa.
- Sarebbe un accrescerla; - not il duca di Marana. - Ma via, non insister. Posso almeno annunziare la visita?
- Questo s, ed aggiungere che essa non  solamente un obbligo di educazione per me, in ricambio di cortesia, ma anche di gratitudine internazionale. Come cittadino inglese, e rappresentante del mio governo in quest'angolo del globo, sar felicissimo di stringere la mano al signor Guido Laurenti.
- E di stritolargliela; - pens il duca di Marana, che ricordava le strette poderose del suo ospite.
Ma, come potete immaginarvi, egli tenne quella arguzia involontaria per s.
- Andr dunque ambasciatore britannico a Paravady. - rispose invece allegramente; - superbo della vostra scorta, ma niente superbo del mio equipaggio.
- Volete il palanchino?
- No, non ci mancherebbe altro; lo sfonderei col peso delle mie valigie e della mia armeria ambulante. -
La lingua batte dove il dente duole, e il duca di Marana batteva sempre su quel tasto della carretta, che lo aveva fatto sfigurare davanti alle dame. Segno, direte voi, che egli pensava molto a miss Maud; ma questo come si concilia col fatto, che la ragazza, veduta da vicino, gli era sembrata men bella? A questo proposito, mi pare di avervi gi detto con che gusto e con che soddisfazione egli gettasse quel po'd'acqua sui primi ardori, parendogli cos di trovarsi pi tranquillo e pi franco. Ma in fin de'conti, gli piaceva sempre quel giovane pioppo. E l, vedendolo a lume di luna, in quella pace notturna, disegnarsi sulla prospettiva di quel lago dai riflessi d'argento, il duca di Marana ricascava nel tenero.
Per fortuna, doveva partire la mattina seguente. Andato a letto, dorm i sonni del giusto, o dell'uomo che ha le ossa rotte da tre giorni di carretta; e la mattina seguente si sent molto meglio, anche dalla parte del cuore.
Sir Giorgio lo trattenne a colazione. Ma trattandosi di un'ora insolita, le signore non erano comparse. Lady Evelina faceva dire al duca di Marana che ella sperava una sua visita, al ritorno da Paravady, poich il vedersi col, in occasione della visita ai signori Laurenti, non doveva mettersi in conto. Il duca di Marana ringrazi e promise, com'era naturale.
Il residente aveva fatta preparare la scorta e consegnata al suo ospite la lettera di passo fino alla citt di Haiderabad, pel caso che volesse fare una corsa fin l. Indi lo accompagn in persona fino al dak-bungalow, dove tutto era in pronto per la partenza. Il duca di Marana ebbe il piacere di fare quel piccolo tragitto nel palanchino di miss Maud, e l'altro, non meno grande, di non farsi rivedere da lei nella famosa carretta. Questa per altro, doveva esserle in qualche modo ricordata.
-  vero; - diss'egli, palpando le corna dei due zeb, aggiogati al suo carro trionfale; - hanno gli occhi molto intelligenti. Sir Giorgio, direte alla signorina Maud che i suoi protetti avranno oggi due pezzettini di zucchero. -
Il momento della separazione era giunto; il bgari Viadarma, ritto impalato davanti alle sue bestie e tutto orgoglioso della scorta d'onore che si concedeva alla sua carretta, aspettava che il viaggiatore volesse salire, per balzare sul timone e dare il grido della partenza.
- Ancora una volta, sir Giorgio, - disse il duca di Marana, - i miei ringraziamenti sinceri per le amorevoli vostre accoglienze, e per tutte le altre cortesie che avete voluto usare ad un forestiero.
- Signor duca, tutti siamo forestieri, in questo paese; - gli rispose sir Giorgio, - e tutti ci sentiamo fratelli, qui meglio che altrove, poich ci riconosciamo figli di una gran madre, l'Europa. -
Compiuta questa frase sonora, che apparteneva alla retorica delle occasioni solenni, il residente britannico afferr la mano del viaggiatore e gli diede una di quelle strette, che sono davvero indimenticabili, perch lasciano il segno sulla pelle e il dolore nelle ossa. Ma che volete? In quelle poche ore di consorzio amichevole, il degno uomo si era innamorato senz'altro di quel perfetto cavaliere, il cui spirito, educato dai viaggi, si era liberato da tanti pregiudizi nazionali, e la cui conversazione era cos attraente per lui.
Il corteggio finalmente si mise in moto per la strada di Haiderabad. Ma non per andare fino alle porte della capitale del Nizam, come sapete, poich il duca di Marana giustamente pens che quella gita avrebbe potuto farla a suo agio pi tardi.
La campagna non era molto pittoresca, davanti a lui; ma la prospettiva apparve migliore, quando, usciti dalla strada maestra, si prese un sentiero che correva a tramontana, attraverso la jungla. Del resto, chi nol sa? in fatto di prospettiva, il nuovo  sempre bello. La variet; ecco l'essenziale.
E la variet doveva essere il debole del duca di Marana. A mano a mano che si allontanava dal lago di Hussein, il nostro viaggiatore si sentiva pi libero. Due ore dopo, era affatto tranquillo; non immemore, per altro, n disposto alla ingratitudine.
Notate, infatti, che, giunto appena alla prima fermata, cav dalla scatola delle sue provviste di viaggio due pezzetti di zucchero e li diede a mangiare ai due zeb, con grande maraviglia del bgari Viadarma, ed anche, come credo, di quelle povere bestie. Certo, era quella la prima volta che ritraevano qualche po'di dolcezza dalle loro relazioni con gli uomini.
Purch ci non le abbia condotte a giudicarli male!


4.

Facciamo a parlarci chiaro. Miss Maud, quel giovine pioppo d'Inghilterra, trapiantato sulle rive del lago d'Hussein, non meritava forse un pensiero del duca di Marana? Per quindici o sedici ore di seguito non si era egli occupato di lei, ritraendone qualche idea pi soave, qualche sentimento pi gentile del solito?
Miss Maud, o Maddalena, se vi piace meglio, doveva essere per lui come una di quelle care figurine che s'incontrano qua e l, per mezzo alle noie del mondo, in qualche fermata pi o meno breve, che la loro presenza abbellisce e che aiuta ad imprimere nella mente. Quanti grilli non saltano in capo! Quanti castelli in aria non si vanno architettando! L per l, si vagheggiano perfino certe combinazioni, che non dispiacerebbero neanche al sindaco e al parroco, ma che per contro farebbero rimaner molto male i vagheggini del luogo. Per fortuna di questi signori, si tira via; le idee sfumano, i castelli in aria svaporano, i grilli s'addormentano; sole, quelle graziose figurine rimangono impresse nell'animo, come certi cenni a matita nel taccuino.
Amabili figurine! non c' viaggiatore che non ci abbia le sue. Ulisse, che fu il pi celebre di tutti, si trov fra'piedi una Circe e parecchie Sirene, non c' che dire; ma s'imbatt anco in Nausicaa, e l'immagine vereconda della figliuola d'Alcinoo rimane fra le cose pi leggiadramente poetiche dell'Odissea. Anche in ci siamo tutti pari ad Ulisse; pi sentiamo la poesia ai queste apparizioni, quanto pi siamo provati alle battaglie e ai disinganni dei cuore. Si ha mestieri di questi tuffi nella fontana di giovinezza, e si rammentano, poi, come il beone rammenta le frasche di pino, vedute lungo la strada. Il paragone  volgare ma infine, anche noi non si  veduta la frasca, all'insegna della felicit? E che importa se non ci siamo fermati? Anche il vedere contenta, e forse pi dell'avere.
La vita  una sequela di vedute; variet, sempre variet, che ha in fondo la saziet, dicono i malinconici. Fortunatamente, per avvederci di ci, bisogna giungere al tandem; ora, quando si  giunti laggi, si  anche molto avari delle proprie cognizioni. La qual cosa mi fa ricordare il viaggio degli iniziati a certi misteri dell'antichit. Andavano, per lunghe vie sotterranee, in mezzo a pericoli e voci di minaccia, fino ad una porta di bronzo, che si apriva al loro passaggio e dietro a loro si richiudeva. Giungevano finalmente nell'adito sacro, dove li aspettava il grande arcano. E che cos'era il grande arcano, di grazia? Probabilmente un vecchio giornale e una ciabatta scompagnata. Ma nessuno, tornando, osava dire elle cosa avesse veduto; e la discrezione degli uni manteneva la curiosit, eccitava il coraggio degli altri.
Ma lasciamo in disparte gli antichi misteri e gli antichi iniziati. Dobbiamo andare a Paravady per dove si  incamminato il signor duca di Marana.
Guido Laurenti non si aspettava certamente la visita del suo amico d'un giorno. Sta bene che la visita era stata promessa; ma non tutte le promesse si mantengono, e quella, poi, aveva tutta l'aria d'essere stata fatta per chiasso, e rinnovata per abbondanza di cuore. Infatti, il signor duca l'aveva rinnovata, in una sua lettera di risposta a Guido Laurenti, che, da buon cavaliere, appena giunto in India e piantate le sue tende col, si era creduto in obbligo di mandargli un saluto. Ma a quella rinnovazione aveva tenuto dietro un lungo silenzio. Il signor duca, per allora, correva le poste su tutte le strade ferrate d'Europa; metodo pi comodo, non c' che dire, e che fa capo a stazioni molto pi divertenti.
Due anni dopo, Guido Laurenti aveva ricevuto una seconda lettera del duca. "Siete vivo? gli domandava il Marana. Io sono ancora di questo mondo e penso sempre a voi, quantunque i vapori postali della Peninsular non ve ne facciano testimonianza. Ma che volete? Il pensiero vola, attraversando lo spazio; la mano  pigra e rimette ogni cosa al domani. San Paolo ha detto qualche cosa di simile; lo spirito  pronto, la carne  inferma. Ed io, sebbene non infermo nel senso materiale del vocabolo, lo sono fino ad un certo segno, per questa indolenza di viaggiatore emerito, che sa girare un milione di volte intorno ad una risoluzione energica, e si d un gran moto per non giungere a capo di nulla. Vedete, per esempio; so andare da una estremit all'altra dell'Europa, ma non mi risolvo mai a tornare in Asia, per la semplicissima ragione che un viaggio simile dovrebbe essere preceduto da una gita in Castiglia, dove mi chiamano alcune faccende domestiche. Fate che io abbia il coraggio di andare fin l, e allora, dato sesto alle cose mie, potr venire da voi. Perch io rammento sempre la mia promessa; vi son debitore d'una visita, e qui non c' ombra di dubbio."
Un altro anno era passato, e il duca di Marana aveva finalmente presa la risoluzione di tornare in Ispagna. Era andato in Castiglia, senza cedere alla tentazione di una fermata a Madrid, dove pure aveva lasciato tanti amici e tante memorie della prima giovinezza. Sapete che Madrid non era pi luogo per lui. Col era stato ferito, in quel modo che si era degnato di accennare egli stesso, in una sua conversazione con la signora Argellani. Mi direte che le ferite d'amore sono come tutte le altre; se ne muore, o si risana. Per altro, anche quando si risana, la cicatrice resta, e nella cicatrice un senso di dolore, superficiale fin che vorrete, ma pur sempre noioso. Ora, in certe ferite morali, la superficie  rappresentata dalla nostra vanit. Si  guariti nel profondo, ma la superficie reca i segni del male; la pelle vi  tutta cincischiata, bollata di bianco, gelosa al tatto, e non ama il solletico.
Come raccontarvi la storia di questa ferita, che il duca di Marana non amava di lasciar scorgere alla gente? L'amore e la vanit erano stati colpiti ad un punto. La sua bella, una vera marchesa d'Amaegu per le grazie esteriori, non lo aveva mica posposto ad un grande di Spagna di prima classe; no  certo, la cosa non sarebbe stata neanche possibile, perch grande di Spagna, di prima classe, e magari due volte, per due titoli diversi, lo era gi lui. Tutt'al pi sarebbe stato il caso di fare un baratto.
Ma il guaio si era che la marchesa d'Amaegu aveva posposto il grande di Spagna, il gentil cavaliere, ad una primera espada del circo, ad un audace e ruvido cacciatore di tori. Altro che serenate e duelli per lei, come avrebbe voluto il poeta dell'Andalusa! La bella non amava le serenate; il duca, dal canto suo, non poteva farsela a tu per tu con quell'uomo. Aveva maledetta la perfida, come si usa nei melodrammi, e non era rimasto pi un giorno a Madrid.
Ho detto che non amava lasciar scorgere la sua ferita alla gente. Infatti, non vi accennava mai, o molto da lontano, parlando sui generali, come un uomo che ha sofferto la parte sua, e dichiara, fino a tanto che pu, di non voler soffrire dell'altro. Imitiamo il suo riserbo, e non andiamo pi in l. Il poco che si  lasciato trapelare basti a dar la ragione di quella ripugnanza che il duca di Marana sentiva per una dimora d'oltre un giorno a Madrid. Recatosi ne'suoi possedimenti di Castiglia, aveva incominciato per la primissima volta ad esercitare l'ufficio di padrone, ad occuparsi di affitti, di piantagioni, di tagli, di restauri e via discorrendo. Le cose che si fanno per la prima volta riescono sempre un po'difficili, e il duca di Marana aveva dovuto fare il suo tirocinio anche nel mestier di padrone. Poi, come avviene a chi  sempre stato fuori di casa, su per le diligenze delle vie provinciali o per le carrozze di strada ferrata, che un po'di sosta al focolare domestico gli torna come una benedizione di Dio, specie se il focolare domestico  rappresentato da un bel castello del quattrocento, restaurato nel seicento e abbellito nell'ottocento, con una larga distesa di boschi e bandite di caccia, il duca di Marana prese gusto alla sua vita di gentiluomo campagnuolo e per otto mesi alla fila non parl pi di viaggi.
Dio sa quanto sarebbe rimasto ancora, se la paura, dal livido aspetto, non avesse bussato alle porte. Il castello di Marana aveva un vicinato pericoloso; il castellano s'era lasciato andare a qualche visita, non aveva evitato qualche incontro pi o meno fortuito. Fino a tanto gli parve che tutto ci non uscisse dai limiti di uno scherzo, e di una galanteria cavalleresca, rimase. Appena si avvide che le cose volgevano il tenero, e che egli poteva rimaner preso alla tagliuola, come un lupo disceso in mal punto dalle sue solitudini alpestri, fece bravamente le valigie e via da capo; il viaggiatore la vinceva di bel nuovo sul gentiluomo campagnuolo.
Due o tre giorni prima di lasciare il castello di Marana, aveva scritto un a lettera al suo amico Laurenti. - "Chi sa? gli diceva. Un giorno o l'altro cpito in India e mi calo sul vostro eremo di Paravady, come un avvoltoio in cerca di preda. Ho fame e sete di libert, di pace; e qui, nei campi aviti, non ho trovato n l'una n l'altra. Aspettatemi, dunque, amico Laurenti; questa volta  l'ultima definitiva. Ma no, ora che ci penso, non mi aspettate; l'avvoltoio ha da piombare alla sua ora e quando meno ci si pensa."
Questa improvvisata del suo amico spagnuolo, Guido Laurenti l'aveva aspettata sei mesi con un certo desiderio; al settimo si era seccato; all'ottavo non ci pensava gi pi. - Ho capito, aveva detto tra s; il duca di Marana si ricorda di me tutti gli anni bisestili. -
Del resto, se l'amicizia tra Guido Laurenti e il duca di Marana era schietta, non era altrimenti profonda. Si poteva dire di essa ci che si dice d'un vino generoso, ma giovane: peccato che non abbia vent'anni! Nata in mezzo alle cerimonie di societ, aveva avuto a battesimo la stima sincera e il desiderio scambievole di piacere, ma a questi ottimi principii era mancata l'occasione di rassodarsi. E l'uno e l'altro potevano adunque vedersi con giubilo, dopo molti anni di separazione, ma, altres rimanere per molti anni separati senza rammarico.
I pessimisti dicono essere queste le amicizie migliori. Certo, son quelle che durano di pi, non avendo modo di guastarsi. - Se andassi a far le vacanze a Napoli! diceva un tale, che aveva qualche giorno da godere in libert. Sarebbe una buona occasione per stringer la mano a quel caro Fulgenzio, che non vedo pi da nove anni. - Ma accadde che il pensiero di star troppo a lungo in un viaggio gli facesse mutar proposito, e prendere invece la strada di Torino. Quel caro Fulgenzio  ancora l che lo aspetta.
S, ma quando due amici di quella fatta s'incontrano, come si ristringe bene quel vincolo che soltanto la lontananza aveva rallentato, senza che le gelosie, gli sdegni e i rancori c'entrassero per nulla! Come  limpida e fresca la corrispondenza affettuosa di due cuori, nelle cui pieghe riposte non si cela il pensiero d'un torto ricevuto e male perdonato, o non bene dimenticato! Che importa, se quell'amico non si  sentito il prepotente bisogno di vederlo, per otto o dieci anni di seguito? Sono anni colmati di miserie, avvelenati da malumori, in cui egli non ha avuta la minima parte. Ben vengano adunque i dieci anni.
Tra Guido Laurenti e il duca di Marana non ne erano corsi che quattro. C'era dunque dell'altro da poter aspettare.
Guido, che abbiamo conosciuto modesto e studioso solitario nel suo osservatorio campestre, aveva speso bene in quei quattro anni il suo tempo. Ci che aveva cominciato a fare per suo diletto e quasi a tacita giustificazione dell'ozio nella sua antica dimora, seguit a fare, ma seriamente, nel suo nuovo soggiorno. La botanica e l'entomologia, alternate con qualche altro ramo di scienze naturali, ripigliarono il comando in casa sua, non s tosto ne ebbe una. Era sbarcato a Bombay, ma non per trattenersi col. Chi non si d al traffico non ha nulla a fare, nulla a vedere sulla costa. Guido Laurenti si avanz dentro terra, e in una delle parti meno esplorate dell'India, quantunque sia tanto vicina alle famose caverne di Ellora, visitate da tutti i viaggiatori, ed abbia tanta fama in Europa dal nome di Golconda, celebre pe'suoi diamanti e per le sue fantastiche regine, in prosa del Florian e in musica del Donizetti.
Il luogo gli era forse piaciuto pel nome e per le memorie artistiche ond'era accompagnato; fors'anche per la maggior solitudine che esso gli prometteva. Comunque sia, il fatto sta che deliber di fermarcisi. Accadde che un signore europeo, il quale si era fabbricato un villino nei dintorni di Paravady, col proposito di finirci la vita, mutasse opinione da un giorno all'altro, proprio come avvenne a quel santo Menna, della Gallia romana, che si annoi di star sigillato in un muro, dopo averci passato quarant'anni della sua vita, non tenendo fuori che le mani e la testa, per prendere il cibo dalla piet dei fedeli e qualche infreddatura dalla misericordia de'cieli. Il villino era piaciuto a Luisa, e tanto bast perch Guido Laurenti, come il centurione di Camillo, piantasse le insegne col, profferendo il suo giudizio: "hic manebimus optime."
S'intende che una casa non  mai interamente nostra, se non quando l'abbiamo aggiustata a nostro modo, abbellita, ritoccata, e quasi rifatta di pianta. Guido Laurenti aggiust, abbell, ritocc, rifece la sua, specie per quanto si atteneva al giardino. Anche quella era botanica.
Ma l'India non  un paese come tutti gli altri; portentosa nelle sue forme (direi quasi mostruosa, se il vocabolo non fosse tirato ad un senso poco piacevole) essa  prepotente nelle sue attrazioni. E in quella guisa che si nasce poeti per finire avvocati, Guido Laurenti, andato in India botanico, entomologo, naturalista insomma, davanti ai ruderi di quella civilt che conta i secoli a varie diecine, divenne archeologo e linguista. Lo studio, necessario per lui, del dialetto indostano, lo condusse su su, di idioma in idioma, fino alla lingua madre, la prima e la pi nobile del ceppo ariano, che ha germogliata, per esempio, la nostra e la tedesca. Pare impossibile, ed  semplicemente vero.
Quei monumenti colossali delle antiche religioni di Budda e di Brama, a cui la stirpe invaditrice di Maometto ha inutilmente contrapposte le cupole dorate e i minareti svelti delle sue vuote moschee, svelarono a Guido Laurenti un mondo ignoto. Non dimentichiamo tuttavia che il primo effetto fu quello di confondergli maledettamente la testa. Ma a grado a grado si raccapezz; riconobbe le differenze dei riti; scever gli attributi dalle essenze particolari degli di; not i legami e le derivazioni dei simboli; volle risalire alle fonti, trov le antichissime memorie dell'umanit, e le prime relazioni naturali (che non furono tutte di paura, come vorrebbe il poeta latino) degli uomini con Dio.
Paravady, pi fortunata di tanti paesi del Deccan, che si trovarono esposti alla furia conquistatrice e struggitrice di Aureng Zeb, serbava ancora il suo tempio, il suo munder, da non confondersi con la daghoba, che  tempio buddistico, e con la pagoda, che  cinese e siamese, ne potrebbe giustamente usarsi, per indicare un edifizio dedicato al culto braminico. Il munder, vecchio di duemil'anni, se non forse di pi, minacciava in alcuni punti rovina; gli di di pietra si reggevano male, cos mutilati e scamozzati dal tempo; anche il collegio dei bramini era ridotto a pochi cultori dei Veda, e non tutti sapienti. Ma c'era un buon priore un sant'uomo che credeva ancora alla vitalit del culto di Visn e al suo trionfo finale e che frattanto custodiva con religiosa cura i papiri della libreria del convento cantando gli inni ammirabili dei Rigveda e ripetendo i canti sublimi del Mahabrata.
Il nostro Guido Laurenti non aveva mostrato nessuna ripugnanza per quelle divinit, che la rompevano con tutte le leggi dell'anatomia e con tutte le distinzioni delle specie zoologiche. Se una di esse portava fieramente invece di naso una proboscide d'elefante e un'altra cento braccia invece di due, questa tre teste dove c' posto a mala pena per una, e quella cento mammelle penzoloni dal seno e dai fianchi, Guido Laurenti non ne faceva le meraviglie e non gridava alla mostruosit, rammentando che i Greci, questi maestri del bello, non avevano temuto di figurarsi Argo con cent'occhi, Cerbero con tre teste, Briareo con cento braccia e Cibele con un visibilio di capezzoli; tutte forme simboliche, da intendersi con discrezione, come quelle che dovevano rappresentare ad un popolo bambino le forze molteplici, vive ed operanti, della natura immortale.
D'altra parte, egli discendeva dalla stirpe di Jafet, non gi da quella di Cam, maledetto per aver riso di qualche debolezza paterna. Andava anzi un pochino pi oltre dei moderni cavalieri, che non vogliono si manchi di rispetto alla memoria dei padri; rispettava anche le vecchie forme in cui s'era adagiata la fede giovanile dei nonni e degli arcibisnonni, trovandoci un tesoro di consolazioni celesti. Certo, anche lui offendevano le superstizioni, le divozioni cieche alla parte estrinseca dei culti, le supine adorazioni che non sanno sceverare il concetto dal mito; ma a questi difetti della ignoranza, che in tutti i tempi e presso tutti i popoli  sempre vissuta accanto alla scienza sua nemica e alla mezza scienza sua alleata, a questi difetti, dico, non ci vedeva rimedio fuorch nella civilt, in quella civilt che molti credono nata gi grande ed armata, come Minerva dal cervello di Giove, ma che egli riconosceva come una lontana derivazione di quelle grandi teogonie, che oggi si volgono in celia dal volgo; di quelle grandi teogonie, in cui, dai solenni colloqui di Ariona con Crisna, all'amore immenso e alla fede ingenua di Sita, erano gi dipinte con artistica evidenza, non superata pi mai, tutte le pi nobili curiosit dello spirito e tutti i pi delicati sentimenti del cuore.
Che dirvi di pi, senza riuscirvi noioso? Lacmana, il mahunt del tempio di Paravady, aveva preso ad amare quel suo giovane vicino europeo. A lui, osservatore curioso, ma non irriverente, dei simboli indiani, cultore volenteroso e felice della sacra lingua dei Veda, aveva dischiusi liberalmente i tesori della sua scienza. Guido Laurenti s'era messo in quella via per capriccio letterario; ci aveva preso gusto, ed era diventato un indianista feroce.
Cotesto vi spiegher ci che diceva di lui il residente britannico di Secanderabad, accennando ad alcune importanti memorie inviate alla Societ Asiatica di Calcutta. Guido Laurenti aveva studiati a fondo i libri liturgici del bramanismo, commentati i Purana, trovata e fatta conoscere ai dotti una nuova raccolta d'inni, che non erano compresi nel Rigveda. Una sua trascrizione dello Tsciorapanta, poemetto in lingua pracrita, non ancora conosciuto, faceva chiasso allora tra gl'indianisti di Europa.
Non vi sar difficile d'immaginare che tutto ci gli dava agio ad attendere senza troppa impazienza la visita del duca di Marana. E poich, dopo otto mesi di aspettazione, non ci pensava gi pi, quella visita doveva riuscirgli una improvvisata davvero.
Il fido cronometro del duca segnava le cinque del pomeriggio, quando il suo possessore vide rizzarsi davanti a s la gran mole del tempio di Paravady, sulla riva sinistra di un piccolo corso d'acqua, che portava il suo umile tributo al Godavery, al maggior fiume del Dekkan.
- Ah, finalmente! - grid il duca di Marana, udito dal comandante della scorta com'egli fosse giunto al termine del suo viaggio. - Se piace a Dio, questo  il santuario dove scioglier il mio voto. Ma dove sar questo villino, questo bungalow dell'amico Laurenti? -
Poco stante la carovana faceva il suo ingresso trionfale nel gaum, o villaggio, di Paravady. Si prese lingua da un bisti, in cui vi  lecito di riconoscere un acquaiuolo.
- Il Sahibgar? - diss'egli. -  laggi, dietro a quella macchia di baniani.
Mi duole di trattenervi ancora per via, mentre sarete impazienti, come il duca, di giungere a porto. Ma debbo dirvi anzi tutto che questo Sahibgar  un composto di due parole, la prima delle quali vi  nota, e la seconda la intenderete, quando io vi avr detto che tutt'e due, unite, significano: la casa del signore europeo. Quanto al baniano, da non confondersi col banano,  desso il nome del fico d'India, ficus indica, albero maestoso, che ha il privilegio di riprodursi, gettando dai rami certi suoi filamenti, che mettono radice nel suolo e crescono a mano a mano in forma d'alberi nuovi. Rami che salgono, rami che scendono, vi fanno una confusione pittoresca, vi danno l'aspetto di una foresta vergine. I frutti, poi, non nascono dal sommo dei rami; spuntano qua e l, a ciocche, come le ciliege, dalle rugosit dei tronchi. Le foglie sono larghe e tondeggianti, d'un bel verde carico e lucente. Gl'indiani credono che proprio di queste vestissero la loro nudit vergognosa i nostri progenitori, ed aggiungono che dalla calata dei rami in forma di colonne, derivassero il concetto e la forma delle primitive abitazioni. Racconto e passo.
Il duca di Marana aveva seguita la via indicatagli dall'acquaiolo. Costeggiata la macchia dei baniani, era giunto alla vista di una valletta, o, per dir meglio, di una conca di verdura, in mezzo a cui sorgeva una graziosa casina bianca a due piani, sormontata da un attico che in parte nascondeva il tetto, e fors'anche serviva di parapetto ad un terrazzo che correva torno torno alla cima. L'edifizio constava di due ali, che s'incontravano ad angolo retto, volgendo l'insenatura a levante, e questa disposizione appariva intesa a far s che il giardino, attiguo alla casa, avesse i primi raggi del sole, offrendo un luogo di riposo, al fresco, nelle ultime ore del giorno. L'aspetto del villino non avea nulla d'indiano, tranne forse un vestibolo, sorretto da colonne, e ornato sul cornicione da quel tritume di fregi, di sporgenze, di sottoquadri e di linee spezzate, che  nello stile dell'architettura bengalese. Del resto, la fabbrica non si vedeva tutta intiera; sbucava da un colmo di piante d'ogni specie, come a dire di baniani, di cocchi e di muse paradisiache. Non mancavano neppur le magnolie, necessario contorno di una casa che era abitata dalla signora Luisa Argellani.
Era un parco, e sembrava di vedere una di quelle selve tropicali in cui mille generazioni di piante si confondono liberamente e fioriscono alla luce del sole, mentre le liane sottili s'intrecciano di ramo in ramo, e le glicini e le bignonie portano a maturare le loro ciocche capricciose sulle vette degli alberi; donde un'allegra ridda di colori, che potrebbe dirsi il sorriso della natura, quando l'eterna trasformatrice della materia lavora per s, non curandosi punto di questa famiglia ingrata e stizzosa che  nata dal suo grembo. E qui forse tornerebbe inutile il soggiungere che si parla degli uomini.
Un sentiero aperto in mezzo alla jungla e fiancheggiato da due siepi di nim, pianta comunissima in quelle regioni e il cui succo lattiginoso  reputato un eccellente febbrifugo, conduceva evidentemente al Sahibgar. Il duca di Marana segu quella traccia senz'altro. A mano a mano che si avvicinava, la foresta assumeva un aspetto pi regolare; ad un certo punto, il parco si tramutava in giardino, di cui gi si vedevano i vasi in fila e le aiuole. Il parco, per altro, non aveva muro di cinta; e di questa mancanza, che sarebbe stata grave in ogni luogo solitario d'Europa, egli vide ben presto la giustificazione, in una fossa larga e profonda che correva tutto intorno a quel piccolo paradiso. Il muro di cinta per fermo non sarebbe bastato, in un paese che poteva esser corso da tigri e pantere, senza contare i boa, i pitoni e i cobracapelli, che non sono certo una gradevole compagnia per nessuno e che si vedono anche mal volentieri da lungi.
Per quella fossa profonda, le cui pareti erano stagliate a piombo, il Sahibgar diventava una specie di fortezza, inaccessibile ad ogni specie di animali malefici, compreso il prossimo nostro. Anche la strada, che correva tra le due siepi, giunta a pari del ciglio esterno del fosso, si mutava in un ponte levatoio. Sul far della notte il ponte era alzato, e il Sahibgar si trovava naturalmente custodito da ogni brutta sorpresa, senza mestieri di scolte.
Il duca di Marana stava ancora sull'ingresso del ponte, ammirando quel savio sistema di difesa, allorquando gli vennero veduti due uomini che attraversavano il viale interno. Erano due braccianti, ma vestiti un po'meglio che non usassero i Sudra, perch, alla corta gonnella di tutti i loro simili, aggiungevano una sopravveste di cotone. Se non fosse stato il color della pelle, che aveva tutti i luccicori del bronzo, si sarebbero potuti scambiare per due servi europei.
- Prender lingua da questi, che certamente appartengono alla casa; - disse il duca di Marana tra s.
Era gi balzato dalla carretta, che, secondo il suo parere, non doveva inoltrarsi di pi. E veduto che appunto quei due si erano fermati a guardare il corteggio, con quell'aria di curiosit grave, quasi malinconica, che contraddistingue gl'indiani, il viaggiatore si avanz fino a mezzo del ponte.
- Abita qui il sahib Laurenti? - chiese egli, parlando la lingua indostana.
Prima che uno degli interrogati avesse potuto rispondere, comparve all'ingresso del ponte un terzo personaggio. Era un vecchio di sessant'anni, o gi di l, vestito all'europea. Europeo lo diceva la carnagione, che, sebbene abbronzata dal sole, lasciava trasparire il bianco. La faccia non portava traccia di peli, ma piuttosto di qualche colpo di rasoio; segno che il vecchio si radeva la barba da s, ma senza avere la pazienza necessaria per una operazione di quella fatta. Costui era vestito del tutto all'europea; ma non argomentate da ci che fosse vestito del tutto, perch, quantunque avesse in testa un cappello di paglia, ultimo capo del vestiario in ogni paese d'Europa, andava attorno in maniche di camicia.
- Il sahib Laurenti abita qui; - rispose egli in cattivo indostano, prendendo la parola per gli altri due. - Chi  che domanda di lui?
Ma egli aveva appena pronunziate queste parole, che mand al diavolo l'indostano, quell'assaettato indostano che gli faceva nodo alla gola, e continu in italiano:
- Chi vedo? Il signor duca di Marana!
- Ah! - esclam il duca, felicissimo di essere stato riconosciuto. - Ma voi chi siete, brav'uomo?
- Che, non mi conosce, Eccellenza? Son Giacomo, il giardiniere, quel Giacomo...
- Ah s, quel Giacomo che l'amico Laurenti ha condotto con s; - interruppe il duca; - in verit, non avrei dovuto dimenticarlo. E rammento adesso certi bicchieri di Sciampagna...
- Che lor signori, amici del padrone, mi mescevano con tanta generosit; - disse Giacomo, compiendo la frase. - Ho risicato quella sera di non trovar pi l'uscio di casa. Ma entri, Eccellenza; che sta fermo sull'uscio? Giordano  legato, non dubiti.
- Chi  Giordano?
- Oh, dico cos per dire.  un proverbio. Il padrone mi canzona qualche volta, che non so levarmi il vizio di parlar sempre per via di proverbi. A proposito del padrone, non lo trover in casa.
- Me ne rincresce davvero. Venire a posta da Madrid a Bombay e da Bombay a Paravady per abbracciarlo, e non trovarlo in casa...
- Che vuole? Non aspettava la sua visita: da due mesi ne aveva quasi deposto il pensiero.  partito ieri per una escursione scientifica, col parroco di quella gran chiesa che avr veduta laggi. Una chiesa strana, a dirgliela come sta, e un parroco anche pi strano! La chiesa si chiama munder; il parroco si chiama mahunt: la madonna...
- Ho capito, Giacomo, ho capito; - interruppe, ridendo, il duca di Marana. - In mezzo a questi santi vi ritrovate male. Ma gi, per voi che amate i proverbi, eccone uno che ho imparato in Italia: paese che vai, usanza che trovi. -
Il buon Giacomo era proprio nel suo elemento.
- Anche Lei, Eccellenza, coi proverbi?
- Ma s, caro amico; i proverbi sono la sapienza dei popoli. Sapienza un po'confusionaria, se vogliamo; ma almeno ce n' per tutti i gusti. E quando credete che sar di ritorno il vostro padrone?
- Forse questa sera; ma domani senza fallo. Cos ha detto prima di partire, e quando lui dice una cosa, si pu esser sicuri, che  quella.
- Ma come si fida egli, a correre attorno, lasciando sola in casa la signora?
- Oh, non c' pericolo; veda come siamo ormeggiati; - rispose il Giacomo, che non dimenticava di essere nato in riva al mare. - Il Sahibgar, come lo chiamano questi eretici,  una vera fortezza. Abbiamo trovato il lavoro incominciato e gli abbiamo data l'ultima mano noi altri. Del resto, Eccellenza, anche qui la paura  pi grande del male; e, salvo i poveri indiani, che possono fare di brutti incontri, andando soli per la jungla di notte, nessuno ha da lagnarsi delle bestie feroci. Ma io la tengo qui sulle chiacchiere, mentre avr bisogno di riposo, dopo tante ore di viaggio, con questa vampa di sole.
- Oramai sono agguerrito; - rispose il duca di Marana. - Piuttosto, mi sa mill'anni di presentare i miei ossequii alla signora... che sar in casa, m'immagino.
- Sicuro, e avr molto piacere di vederla. Si parla spesso di Lei, Eccellenza, e l'hanno anche aspettata un bel pezzo. -
Fatte queste ciarle sul ponte, mentre i servi indiani toglievano dalla carretta le valigie e le armi del duca, Giacomo invit gli uomini della scorta ad entrare, per prendere, com'era naturale, un po'di ristoro. Il caporale accett di buon grado l'offerta, ed anche, sebbene dopo essersi fatto pregare un tantino, le dieci rupie che il duca gli metteva tra le mani. Trenta lire, se nol sapeste; perch la rupia indiana vale quanto un fiorino tedesco, due franchi e cinquanta centesimi.
Il bgari Viadarma ebbe il fatto suo ed anche la mancia; i due zeb, pei meriti di miss Maud, due altri pezzettini di zucchero; e il signor duca di Marana, libero da tutte queste piccole noie del viaggiatore, si trov finalmente in casa, per essere annunziato alla signora Laurenti.


5.

Donna Luisa, che non vuol essere pi menzionata pel casato degli Argellani, non si aspettava in quel punto la visita del duca di Marana. Al rumore che si faceva nel cortile, immagin che Guido fosse tornato qualche ora prima dalla sua escursione. Ma presto si avvide che non doveva esser lui, udendo la voce del giardiniere, pi chiassosa del solito, e cogliendo in aria un certo titolo, che il Giacomo non usava dare al padrone.
A tutta prima non le venne in mente che potesse trattarsi del duca, annunziato gi due volte a'suoi amici di Paravady, senza che lo vedessero mai comparire, e certamente ancora lontano un migliaio di leghe. Pens in quella voce che fosse il residente britannico di Secanderabad, venuto a ricambiare la visita di otto giorni addietro. Sir Giorgio Lawson era infatti l'unico europeo che potesse capitare per allora al Sahibgar, meritando dal Giacomo quel titolo sonoro di Eccellenza, che era giunto, per la finestra, all'orecchio di Luisa. Ma, d'altra parte, Giacomo aveva parlato in italiano; e la signora, pensando meglio a questa circostanza... Pensandoci meglio, non giungeva a capo di nulla. E la signora Luisa era tuttavia nell'incertezza, quando il Giacomo si mostr sul limitare del salottino.
- Signora padrona, - diss'egli, con aria trionfale; - Una visita che Lei non si aspetta di certo; il signor duca di Marana.
- Ah! - esclam ella, alzandosi a mezzo, come se il duca di Marana fosse gi per entrare.
Ma tosto si riebbe da quella scossa improvvisa, e ripigli la sua calma apparente.
- Fatelo entrare nel salotto, - soggiunse; vengo subito. -
Il giardiniere fece un inchino e disparve. La signora Luisa, quantunque avesse lasciato credere di voler correre dietro a lui, non si mosse dalla seggiola; anzi, appoggi il gomito al suo tavolino da lavoro, la fronte sulla palma della mano, e rimase alcuni istanti in atto di profonda meditazione. Il duca di Marana! Quante memorie, sopite nell'animo di Luisa, ridestava ad un tratto quel nome! La patria e il passato, immagini poco liete, non si erano mai presentate con tanta evidenza al suo spirito. N lettere, n giornali, con la variet minuta dei loro cenni, n viaggiatori europei, che ad ogni tratto giungevano a Paravady, per stringere la mano a suo marito e visitare il suo eremo di studioso indianista, potevano fare tanta impressione su lei, quanto la presenza improvvisa di quel cortese gentiluomo, da lei veduto forse quattro volte, nelle ultime settimane del suo soggiorno in quella palazzina gialla che sapete.
In quel tempo, Luisa Argellani era appena risanata. Sorretta dalla sua volont, pi che non fosse raffidata dalle sue forze, aveva combattuta e vinta una grande battaglia, non d'amor proprio, n di vanit femminile, ma, come ella diceva, di nobile orgoglio, di onesta alterezza, contro le invidie, le ingratitudini, le dimenticanze e i dispregi del mondo sciocco in cui era vissuta. Quel piccolo mondo era tornato a lei, ed essa lo aveva respinto. Un grande amore l'aveva salvata; quel grande amore doveva rapirla con s. Era partita, aveva dimenticato. La terra  cos grande, dopo tutto! Ogni cielo ha i suoi conforti, ogni paese ha la sua medicina; l'acqua di Lete  dapertutto, fuorch in casa nostra, o, per dire pi veramente, ogni acqua, che sia nulla nulla lontana dalla piccola valle di lagrime in cui ci siamo crogiolati tanti anni,  acqua di Lete per noi. Ma badate, anche questo va inteso con discrezione; non si dimentica sempre cos pienamente, che un cenno del passato, un testimone degli antichi affanni, non ce li possa richiamare allo spirito. E quel duca di Marana, anche annunziato pi volte ed aspettato, doveva al suo primo apparire far battere con molta violenza quel povero cuore di donna. Egli l'aveva pure conosciuta laggi, nella sua valle di lagrime; non ne ignorava certamente la storia; era stato anche in relazione, se non d'amicizia, almeno di cortesia, con quel... No, Luisa Argellani aveva disprezzato quell'uomo; Luisa Laurenti non doveva pi profferire quel nome.
Il triste momento era passato. La signora Laurenti scosse la sua bella testa e si alz, per andare nel salotto.
Il mio amor proprio d'autore mi fa sperare che nessuno mi domander qui il ritratto della signora Laurenti. Il viso di un ovale perfetto, la fronte prominente, mezzo nascosta da due liste di capegli neri e lucenti, le grandi sopracciglia arcate che scendevano sulle nere pupille, il naso grecamente diritto, le labbra sottili e soavemente disegnate, son tutte cose che i miei lettori conoscono, fin da quando ho descritte loro le sembianze di una bella anemica. Perch mi farei a ripeterle? Ripeter soltanto che la bella anemica era guarita, per soggiungere che i colori della salute animavano il suo volto, e quei colori prendevano forza da certi riflessi dorati, di cui ho gi detta la causa, descrivendo in queste pagine un'altra figura di donna. Si  detto che il bronzo, co'suoi luccicori, rammorbidisce i contorni d'una statua e le conferisce come un aspetto di vita. Similmente, quella leggerissima velatura d'oro che il sole indiano distende sulla carnagione delle donne europee, in certa guisa scaldandone i toni, le fa comparire pi belle.
Il duca di Marana rimase per alcuni istanti immobile e quasi estatico a contemplarla. E qui non c' nulla che debba parervi poco naturale. Egli l'aveva pure contemplata ed ammirata prima d'allora, e potete anche credere che gli piacesse molto, come gliene erano piaciute gi tante, in ogni paese d'Europa. Per fortuna, l'uomo non ha da perdere la ragione per tutte le donne che gli piacciono. La natura provvida ci risparmia le impressioni incancellabili, e ci consente in quella vece i benefizi del tempo che passa, delle occasioni che ci allontanano. Qualche volta le occasioni ravvicinano, e un bel viso torna a piacere; se occorre, piace anche pi della prima volta. Ed anche questo  naturale. Non avviene egli d'innamorarsi d'una donna, che, incontrata qualche anno prima, aveva fatta poca sensazione, o nessuna? Questione di luce, dicono i pittori; varia disposizione d'animo, sentenziano i filosofi a un tanto la dozzina.
La signora Luisa si accorse benissimo della grata impressione che la sua vista faceva sull'animo del duca di Marana; anzi, se debbo dirvi tutto, riconobbe che si trattava d'un senso di ammirazione, altrettanto ingenua quanto profonda. Ma di ci non si dolse, e mi piace di farvene avvertiti. Anche la donna che vada meno soggetta a peccare di vanit, ama esser bella e parer tale alla gente; e poich la bellezza  l'ornamento naturale della donna, mettete pure che non se ne sia mai stata nessuna al mondo che si augurasse, anche per causare una domanda di matrimonio spiacevole, di parer brutta, o di riuscire antipatica. Certe cose si dicono, ma non si pensano. Colei che maledisse la sua bellezza, se pure c' stata, aveva certamente sofferte molte persecuzioni del sesso forte, e si trovava in una di quelle condizioni critiche, le quali oramai sono rarissime nella vita reale, quantunque piaccia ai poeti di metterle frequentemente in scena, per cavarne i loro effetti drammatici. Ma perch quelle condizioni, oltre che rarissime, sono sempre eccezionali, non vanno invocate nel caso presente, contro la signora Luisa Laurenti, che era bella, lo sapeva, e, senza ombra di vanit, poteva rallegrarsi di parerlo.
- Signor duca, - diss'ella, concedendo la sua mano al viaggiatore, che la baci con cerimoniosa galanteria, - siate il benvenuto tra noi. Guido sar molto felice, quando ritorner a casa e trover il suo amico, che egli non sperava gi pi di vedere.
- In verit, mi sono fatto aspettare un po'troppo, - rispose il duca di Marana. - Ma non avevo promesso? O prima o dopo, avrei fatto il miracolo. La prova  questa, che sono venuto; lo stesso ritardo dimostra che niente poteva farmi dimenticare dell'amico. Anelavo a questo viaggio, come il credente anela alle gioie del paradiso. Ed  proprio il paradiso che ho trovato in questa valle di Paravady. Dovevo immaginarmelo, del resto, sapendo dalle antiche leggende che il paradiso era in India.
- Per altro, assai lontano di qui, nell'isola di Ceylan; - disse ridendo la signora Luisa; - a Paravady non c' che la pace e l'amicizia.
- E le par poco, signora? Per queste due fortune, si potrebbe anche rinunziare... all'isola di Ceylan.
Con quel caro matto del duca di Marana non la si poteva vincere n impattare. La signora Luisa accett il complimento con un grazioso cenno del capo.
- Ha fatto bene a venire; - diss'ella. - E se la solitudine non l'annoia, se ha voglia di studiare, di esplorare, qui trover un lavoro gi bene avviato.
- Porter un aiuto mal pratico, ma pieno di buona volont; - rispose il duca di Marana. - E qui si studia sempre?  la regola del convento? Gi, dove  il signor Guido Laurenti, non c' posto per l'ozio.
- Guido non perde il suo tempo; Lei lo conosce; ha la febbre delle ricerche scientifiche. Per ora, siamo in filologia.
- Ho bene udito parlarne a Secanderabad. E Lei, signora, si associa al marito?
- Col desiderio e nulla pi, signor duca. La donna  fatta per governo della casa. Ma a proposito di casa, Ella ha da vedere il suo quartierino.
- Gi preparato?
- Sempre. Non le ho detto che s'aspettava da lungo tempo?
Cos dicendo, la donna gentile si alz, facendogli cenno di seguirla.
Dal salotto, in cui era stato ricevuto il duca di Marana, si usciva in un corridoio, che metteva alle scale del piano superiore. Lass erano due porte a riscontro; per una si entrava nello studio di Guido Laurenti, dall'altra nel quartierino assegnato al futuro ospite, quartierino composto di tre camere, e arredato con elegante semplicit.
Il duca di Marana not con piacere che le sue valigie e le sue armi erano gi deposte nell'anticamera. Entrato nel suo salottino, diede una sbirciata alla finestra, donde pot scorgere tutta la campagna, e una parte della valle per cui si dilungava la Godavery in una striscia d'argento. La prospettiva era bellissima e il duca si promise di goderne, specie nelle ore del mattino, poich la finestra guardava dalla parte di tramontana, e non c'era pericolo di cuocersi al sole.
- E adesso, - gli disse la signora Luisa, vada pure nella sua camera; occupi il suo nido.  sotto il tetto, come quel delle rondini. Ma, come ha veduto, la casa non ha che due piani.
- Ci star egregiamente; con quella vista magnifica!
- Badi, per altro, di non perdersi nella contemplazione. Fra poco sar l'ora del pranzo.
- Oh, non dubiti, fo le cose alla svelta. Intanto, mi permetta che io la riaccompagni.
- No, non lo permetto; - diss'ella con piglio di benevola autorit. - L'ho condotto io quass perch un uomo come Lei, che percorre duemila leghe per venire a abitare gli amici, non si fa accompagnare dal servitore. Ma qui le cerimonie finiscono...oppure, - soggiunse la signora, vedendo che il duca di Marana non si disponeva ad obbedirla, sono ammesse soltanto quelle di Lord... non rammento pi il nome. Come si chiamava quell'ambasciatore d'Inghilterra che and alla corte di Luigi 14ESIMO?
- Signora, - disse il duca di Marana, con aria di sublime candore, - non lo so neppur io
- Meglio cos; la sua memoria non far scomparire la mia. Facciamo conto di sapere il nome del personaggio; la storia pu raccontarsi ugualmente. Questo ambasciatore giungeva a Versaglia preceduto dalla fama di primo cerimoniere d'Europa. - Vedremo, - disse il re, che in quella scienza pretendeva di saperla pi lunga di tutti. E lo mise alla prova, appena si present alla corte, offrendogli di visitare il palazzo, meraviglia delle meraviglie, che aveva creata da poco tempo l'architetto Mansart. C'era un uscio da passare; il re lo indic gentilmente con un cenno della mano all'ambasciatore.
- Rammento, adesso; - interruppe il duca. L'ambasciatore non fece complimenti; s'inchin e pass, per ubbidienza, davanti al re. Coi re... e con le regine, la migliore delle cerimonie  quella di obbedire; non  vero?
- Proprio cos.
- Vada dunque sola, Vostra Maest, - ripigli il duca, inchinandosi, - e accetti l'omaggio del primo cerimoniere... dell'Asia. -
Rimasto solo nel suo quartierino, il duca di Marana pose ogni sollecitudine intorno alla sua persona. Il viaggiatore, per solito,  svelto in questi negozi; la necessit  una grande maestra. Frattanto egli rideva, pensando che per la seconda volta, nel corso di ventiquattr'ore, egli guadagnava il suo pranzo con una di quelle frettolose restaurazioni della propria superficie. Del resto, era anche la seconda volta, nel corso di ventiquattr'ore, che egli faceva quella fatica per una bella donna. Ma come la seconda vinceva la prima! E come sarebbe stato necessario raddoppiare le sue cure, per comparire pi elegante del solito! Perch, infine, non ci si atteggia sempre a conquistatori; ma la vicinanza di una bella signora ci spinge istintivamente a fare qualche cosa di pi dell'ordinario, a dare con maggior garbo il nodo alla cravatta, a guardarci ancora una volta nello specchio, a ravviarci i capegli sull'uscio, a presentarci con uno scorcio di vita, che in ogni altra occasione non ci verrebbe neanche al pensiero. Cos ; il pavone fa la ruota; l'uomo si atteggia come pu, con le penne del sarto. Felice lui, se queste gli bastano, e non gli bisogna, per esempio, di metter mano alle tinture del parrucchiere.
Il duca di Marana, niente pi azzimato di quello che fosse il giorno prima, in casa del residente britannico, si present nella sala da pranzo. C'erano tre posti a tavola; omaggio al padrone di casa, che era assente, ma che poteva giungere da un momento all'altro.
- Non  una cosa molto allegra, di pranzar cos soli; - disse la signora Luisa indicando al duca il posto pi vicino a lei; - ma poich Guido non poteva prevedere la sua venuta, si contenti della poca compagnia.
Il duca voleva risponderle un complimento dei soliti; ma si trattenne. Per quel giorno, e nello spazio di un'ora, ne aveva detti gi troppi.
- Consoliamoci pensando agli assenti, - rispose egli con enfasi, - e benediciamo la scienza, a cui essi sacrificano queste ore di pace domestica.
La conversazione, tra due persone in poca intimit fra loro, ha i suoi momenti di languore, anche quando una di queste persone ha molta affabilit e l'altra una grande scioltezza di parola. Per rompere uno di quei silenzi, che accennava di voler durare un po'troppo, la donna gentile chiese al duca di Marana a che cosa pensasse.
- Pensavo al nome di quell'ambasciatore... - rispose egli, tanto per dire qualche cosa; - Un nome che ho qui sulla lingua e che non vuole uscirmi di bocca.
- Davvero? - esclam la signora Luisa. - Ma che cosa le importa pi, ora?
- Come curiosit storica, m'importa sicuramente. Non avviene anche a Lei, signora, di stillarsi il cervello intorno ad un nome che non vien fatto di ricordare?
- A me, no; - rispose la signora Luisa; - e gliene dico la ragione. Un nome che sfugge non merita la fatica di corrergli dietro.
- C' della filosofia, in ci ch'Ella dice; - osserv il duca, che aveva la mente occupata da pensieri confusi, e si aggrappava a quel filo per tener vivo il discorso.
- Filosofia! Oh, non faccia questo onore ad una osservazione naturalissima. Del resto, guai a noi, se dovessimo ricordarci di tutto. La memoria tenace non  sempre un benefizio. Per fortuna, qui in India, e in un genere di vita cos diverso dall'antico, si ha il diritto di rinunziare a quella facolt pericolosa.
- E di non pensare pi a nulla; dice bene. Anch'io ho provata questa dolcezza, nel mio primo viaggio in queste latitudini. Ma veda un po'che stranezza di caso; appena ritornato in Europa, mi torn la memoria di centomila noie e dispiaceri, che qui mi parevano sciocchezze, bambinerie...
- Ma adesso che  tornato in India...
- Adesso dimentico da capo, e quasi quasi... veda dove son capace di arrivare! quasi quasi non rammento gi pi quello che ho fatto ieri.
- Questo poi,  troppo; - grid la signora, ridendo di gran cuore a quella scappata del suo ospite. - Se la va di questo passo, a rivederci domani!
- Vuol dire che non mi ricorder di quest'oggi? No, mia gentile signora: questo sar tra gl'impossibili. -
La conversazione procedeva su questo tono, mezzo scherzosa e mezzo grave, come dovrebbero essere tutte le conversazioni delle persone a modo. Infatti, perch si chiacchiera? Non gi per dire solamente delle sciocchezze, n per far pompa di cognizioni profonde. E tra un uomo e una donna, poi, di che si condisce il discorso, quando esso non deve, o non pu, volgere al tenero? Uno scherzo gentile, un omaggio in forma di complimento, ed anche una attenzione sostenuta che mostri il desiderio di piacere, sono eccellenti preliminari; ma possono ugualmente servire per chi voglia ottenere la stima, e per chi voglia conquistare l'affetto. Nel caso del duca di Marana, la stima era gi ottenuta; mettete dunque che egli lavorasse per abitudine.
Del resto, bisognava anche ammazzare il tempo. E si trov anche un modo migliore di ammazzarlo, quando la signora Luisa venne a parlare delle cure con cui ella e Guido si erano accomodati a vivere in quell'angolo ignorato dell'India. Entrava anche in scena il Giacomo, quel prezioso compagno di viaggio, che aveva fatto prodigi di buona volont e d'intelligenza operosa. La scelta di Paravady era stata determinata dalla occasione propizia di quel villino, gi fatto e posto in vendita dal suo proprietario. Ci si erano trovati bene, anche per la vicinanza del tempio braminico, che a tutta prima si sarebbe potuta credere una grande molestia. Il mahunt Lacmana, con la sua amorevolezza pel dotto forestiero, aveva procacciata al Sahibgar la benevolenza degli indiani, assai pi che non avesse fatto l'incentivo del guadagno, in tutti quei lavori di sterro e di piantagione, che occorrevano ai nuovi abitatori del luogo. Que'poveri Sudra lavoravano pel sahib Laurenti con un giubilo da non dirsi a parole. Se a lui fosse saltato il ticchio di fabbricare una piramide come quella di Cheope, certamente le loro braccia non sarebbero bastate, perch il villaggio di Paravady era piccolo; ma  certo del pari che nessuno avrebbe detto di no, e tutti si sarebbero messi al lavoro, non mossi da altro che dal desiderio di compiacere al Sahib.
Notate che nel villaggio di Paravady, dopo l'arrivo di Guido Laurenti, non si era pi conosciuta la miseria nelle sue forme atroci. L'indiano vive con una giumella di riso, bollito nell'acqua, senza neanche aggiungervi un pizzico di sale. Ma anche a contentarsi in questo modo, vengono le stagioni in cui si pu morire di fame; cosa triste, assai triste, chi paragoni la inedia e la mortalit di quella povera gente, con tanta sua pochezza di bisogni, e con quella sua medesima rassegnazione nel soffrire.
Il pensiero di quella fortuna che era capitata ai poveri abitanti di Paravady e che essi certamente attribuivano alla misericordia di Indra, il dio della vlta azzurra, esalt la mente del duca di Marana, che, in mezzo a tutte le sue debolezze di gran signore e alle sue scapataggini di uomo che viaggiava per passatempo, aveva intelletto d'amore per tutte le belle cose e per tutti i nobili esempi.
- M'immagino - diss'egli - che Paravady avr anche la sua scuola.
- Sicuramente; - rispose la signora Luisa; e ne prendono cura due panditi dello stesso collegio presieduto dal vecchio Lacmana.
- Due panditi! - esclam il duca. - I savi dell'India, appartenenti alle classi superiori, pensano dunque ai loro fratelli dell'infima classe?
-  un miracolo operato da Guido; - disse la signora, con molta semplicit. - Prima di tutto, bisogna notare che lo stato di servit in cui sono caduti da duecent'anni gl'indiani di questa provincia, davanti ai loro conquistatori musulmani, ha recata una certa confusione nelle vecchie spartizioni di caste. Si  sempre fratelli, quando si soffre insieme. Guido, del resto, ha persuaso il suo vecchio amico della necessit di istruire i ragazzi nella lettura dei sacri testi, come avviene alla preghiera, e ha fatto venire egli stesso da Calcutta i libri e sillabarii stampati. Era il meno che potesse fare, in ricambio di tutti i manoscritti della biblioteca, che il mahunt Lacmana ha messi a sua disposizione. Poi, bel bello, ha cercato di aggiungere all'insegnamento un po'di storia generale, specialmente moderna. La confusione  inevitabile, ma la buona volont accomoda tutto.
- Se lo sapesse la societ de Propaganda fide! e quell'altra dell'insegnamento della Bibbia! -grid il duca di Marana, vedendo nella scuola di Paravady l'evidente omaggio reso da un europeo alle credenze paesane. - Ma gi, c' chi va piano e va lontano, e c' poi chi vuol saltare e si fiacca il collo. Io ammiro senza restrizioni questo metodo d'insegnamento, che non pu destare sospetti e non deve incontrar resistenza. Dopo tutto, a ognuno la sua fede, quando non sia quella degli antropofagi. Sebbene, - prosegui egli, ravvedendosi, - l'antropofagia debba riconoscersi come l'apogo della civilt. Essa comincia dove finisce la filantropia. Gli estremi si toccano, e noi, in Europa, ci andiamo bellamente accostando alla filantro...pofagia. S'incomincia dalla politica, ma si prevede gi dove andremo a finire. Per disgrazia, non tutti i nemici son carne da bistecche.
- E per fortuna non siamo ora in Europa; - ripigli la signora Luisa, mettendo fuori un sospiro di contentezza. - Qui  lecito di vivere ancora nella filantropia, e di scavarcisi dentro una nicchia per la propria felicit. -
Il pranzo era finito e la signora offerse al suo ospite di uscire in giardino a prendere il caff. Era la consuetudine di tutti i giorni; non s'andava lontano dalla sala, il cui uscio metteva per l'appunto in giardino, n fuori dal cerchio luminoso della lampada, che pendeva dal soffitto per rischiarare la tavola. Quella conclusione del pranzo all'aperto, con la grata frescura della notte, piaceva molto a Guido, che amava un pizzico di poesia in tutte le cose della vita, e godeva di vedere la luce della lampada rinfrangersi capricciosamente nel ricco fogliame delle magnolie, di cui poneva in evidenza qua e l le candide bocce odorose, e andarsi a spegnere nelle acque dormenti di una vasca, su cui tremolavano le aperte corolle del loto, occhi della immortale natura, vigilanti nell'ombra.
Ma il signor Guido, in quell'ora, vegliava lontano da casa sua, e il posto accanto alla tavola di marmo era occupato per quella sera da un altro. Il quale, da viaggiatore buongustaio, centellando la sua tazza di moka, poteva fare un artistico raffronto tra una notte in riva all'Hussein Sagar, con un bel lume di luna tremolante sulle acque, e una notte in quel fidato recesso di Paravady, che offriva in un medesimo punto i lieti chiarori della casa e le profondit misteriose del bosco. Laggi si espandeva lo spirito, qui si raccoglieva in s stesso. Ma, sia che si raccolga o si espanda, lo spirito non viaggia egli sempre, e non trova, in mezzo alle soavi penombre, le ineffabili volutt dell'ignoto?
Seduto col, nella mezza luce e nella pace profonda di quel paradiso indiano, il duca di Marana meditava sulla bizzarria del suo caso. Dopo aver fatto tanto cammino per abbracciare l'amico Laurenti, e non pensando che a lui, si trovava solo, al fianco della signora Luisa, una delle pi meravigliose bellezze che egli avesse mai vedute in dieci anni di corse capricciose pel mondo. Tutto ci era abbastanza naturale; eppure, gli sembrava strano, e domandava a s stesso: - chi ci vedesse in questo momento, dal buco proverbiale della solita serratura, che cosa penserebbe di noi? -
Rise, facendo questa osservazione. Ma il suo era un risolino a fior di labbra, uno di quei risolini stentati, con cui una certa ipocrisia, molto male dissimulata, tenta di rianimare il nostro coraggio, o di deludere la nostra vigilanza. Gran furbo, quell'uomo interiore! Poi, quando s'accorge di essersi volontariamente ingannato, e di non poter stare pi a lungo sulla negativa, fa un atto d'impazienza, rovescia tutta la colpa sul destino e va a letto.
A letto, sicuro; e il pi delle volte gli riesce di dormire.


6.

Non diciamo troppo male dell'uomo interiore in generale, n in particolare di quello che si facea vivo cos fiaccamente nelle spoglie del signor duca di Marana. Se il nostro eroe dorm quella notte saporitissimamente, datene colpa alle membra, che erano stanche, e merito al letto dell'ospitalit, che era fatto di piume.
Cionondimeno, il duca di Marana si svegli per tempo; e, come si fu svegliato, sorrise benignamente della propria amativit; voglio dire di quella tenerezza di fibra, che lo aveva condotto ad innamorarsi di due donne alla fila, nel corso di ventiquattr'ore. Dopo averne sorriso, ne trov anche la ragione e la scusa in quella novit del caso, che proprio in India, e quasi in un deserto, gli aveva fatto incontrare una dopo l'altra due donne europee, cos degne di un omaggio, anche superficiale, del pi libero e infiammabile tra i cuori di Spagna.
Perch, infatti la signora Maud gli era piaciuta molto, a tutta prima, e un po'meno nel corso della giornata; ma questi sbollimenti graduali non gli tornavano certamente nuovi, ed egli poteva attribuirli a quella facolt di padroneggiarsi, che formava il suo vanto. Miss Maud, dopo tutto, era una graziosa figurina, sbozzata dall'artefice, ma non ancora finita. Poteva con gli anni, e secondo l'indole del suo svolgimento fisiologico, diventare una bella signora, ed anche un manico di scopa. Queste trasformazioni di un tipo non sono mica impossibili, e neanche improbabili. Allungate nella vostra fantasia il torso della Venere di Milo, che  gi tra i tipi pi affusolati dell'arte, e vedrete che cosa vi diventa. Della signora Luisa non si poteva temere questa mala riuscita. Quella era una donna formata, salda ne'suoi contorni, splendida nelle sue morbidezze, soave nelle sue grazie; insomma un miracolo di finitezza, una perfezione della natura. E poi, veduta in quella pace, come una divinit che si svolge dalla sua nube e se ne forma un'aureola, non doveva far senso? Ed anche, in una certa ora del giorno, tra i penetranti effluvii di una vegetazione tropicale, far dare la volta al cervello?
Fortunatamente, i raggi del sole, che spuntava glorioso dai monti di Orissa, venivano a sgombrargli la testa dai fumi di quella seconda ebbrezza, sottentrata in cos poco spazio di tempo alla prima. Sorrise benignamente, come vi ho detto, e si fece un obbligo di coscienza a riconoscere che la signora Luisa era pi bella che mai, e che il suo amico Laurenti era l'uomo pi fortunato della discendenza di Jafet.
Ma vedete capricci degli uomini fortunati! Quel Guido, che ogni buon cavaliere avrebbe invidiato, andava a perdere il suo tempo nelle scorribande scientifiche! Lasciava a casa una donna come quella, per correre dietro alle lucertole, o per chiudersi in una libreria, con certi limbelli di carta ingiallita, tutta scritta a rampini, beccare le astruserie etimologiche, sceverare la desinenza del vocabolo, il suffisso, il prefisso, l'affisso, dalla radice!
- Sarebbe vero, - pensava il duca, nell'atto di uscire dal suo letto di piume, - sarebbe vero che la scienza, come l'arte,  una malattia incurabile? Malattia, no; diciamo uno di quei germi invisibili, che ci s'infiltrano nelle ossa, e invadono tutto l'organismo. Ma gi, o ch'io mi ci perdo, o questo e come dir zuppa e pan molle. Il fatto sta che la scienza, come l'arte,  una bella prepotente, la quale non ammette rivalit; c' lei e vuol bastare da sola. Del resto, chi non lo sa? Un placido possesso mette in quiete lo spirito; all'uomo bisognano gli ardori, le aspirazioni, i contrasti; ora, se  l'arte, o la scienza, che vi d questi benefici stimoli, voi amate la scienza, o l'arte, vi concedete a lei anima e corpo. Povere donne, al paragone di queste divinit esclusive! Poveri amori, che non hanno pi nulla di arcano da offrire in pascolo all'avidit curiosa di questo bel matto, che  l'uomo! -
Il duca di Marana aveva finito di vestirsi, ma stava ancora filosofando (segno di grande tranquillit d'animo, diranno i lettori), allorquando gli venne udito un gran rumore di passi frettolosi e di voci allegre, che si avvicendavano gi nel viale del Sahibgar. Si affacci alla finestra per vedere; ma la frappa delle magnolie e delle muse paradisiache gl'impediva di distinguere le persone. Per contro, udiva meglio le voci, e non tard a riconoscere quella di Guido Laurenti, che rispondeva ai saluti del Giacomo, barattando con lui domande e notizie, come fa un padrone di casa, che ritorni fra la sua gente, dopo qualche giorno di assenza.
L'amicizia proruppe dal petto del duca di Marana in un grido stentoreo, che fece rizzar la testa a Guido Laurenti.
- Ah! - grid egli, uscendo frettoloso all'aperto; - siete voi, signor duca? Che fortuna  la mia! Aspettate, vengo subito da voi.
- No, scendo io, scendo io! - rispose il duca di Marana.
E levatosi dalla finestra, corse fuori dal suo quartierino, per fare a precipizio le scale.
Lascio da banda gli abbracciamenti e le grida, le strette di mano e le parole spezzate, tutte dimostrazioni d'amicizia naturalissime dopo alcuni anni di separazione, e pi calde, pi rumorose in terra straniera, dove un amico, ed anche un semplice conoscente, vi sembra l'immagine della patria lontana.
Cessata la furia, i due amici si guardarono l'un l'altro. Erano un tantino invecchiati ambedue, se pure a quell'et si poteva parlar di vecchiezza; ma Guido Laurenti aggiungeva a quell'aria di virilit qualche cosa di selvatico. Ed anche qui la parola va intesa con discrezione; mettete che sembrasse un po'rustico, un po'meno elegante di quello che era parso quattro anni prima al duca di Marana. Il cambiamento non era forse che superficiale, e piuttosto da attribuirsi al suo arnese da cacciatore e a tanti amminicoli, che facevano pensare al postino e al merciaiuolo ambulante.
Guido Laurenti aveva sempre, come suol dirsi, un occhio al cane e l'altro alla macchia; la filologia non gli faceva dimenticare la storia naturale. Chi avesse aperto il suo zaino, la borsa che portava ad armacollo, la sporta che tenevano i suoi servi indiani, avrebbe trovato un saggio dei tre regni della natura, pietre, erbe, uccelli rari, insetti, e che so io; tutta roba che pass prontamente dalle sue mani a quelle del Giacomo, il suo bravo e fedele aiutante.
Libero da tanti impicci, Guido afferr di bel nuovo le mani del duca.
- Come sono contento di vedervi! Siete finalmente arrivato, don Fernando mio! Lascio i titoli da banda se permettete, quantunque siamo nel paese delle caste...
- Nel paese delle caste lascierete anche il Don; - interruppe il duca di Marana; - se no, dal canto mio, vi chiamer sempre l'illustre Laurenti, il dotto indianista.
- Ah, sapete gi queste inezie? Luisa vi ha raccontato...
- No; - disse il duca, che in quel punto chiedeva involontariamente a s stesso come mai la signora non fosse ancora comparsa; - me ne ha parlato il residente inglese di Secanderabad.
- Sir Giorgio Lawson. Dovevo immaginarmelo. Egli  molto cortese con me, quantunque non ci siamo ancora conosciuti di persona. Amico mio, che fare, in questi luoghi, se non si studia? Capitandoci da solo, avrei seguito il vostro consiglio, di osservare correndo. Ma ero accompagnato, e non ho avuto altra cura che di appendere il mio nido. La vita sedentaria ha portati i suoi frutti, mi ha appiccicate tutte le passioni del suo stato. Leggo, commento, traduco i libri antichi di questo popolo rimbarbarito, le sue sublimi leggende, che furono i primi fiori della civilt. Sono a capofitto nei primi periodi della flora umana, come vedete, e non esco dalla storia naturale, anche facendo il filologo.
- Mi duole, - osserv il duca di Marana, che io, digiuno di studi preliminari, non potr seguitarvi.
- Se ci fate l'onore di restare, ci sar anche lavoro per voi, non dubitate; - disse Guido sorridendo. - Ci ho il fatto vostro.
- Che cosa? Debbo purgare queste jungle dai mostri? Non sono Teseo, n Piritoo; ma infine, sono un cacciatore passabile; spendetemi pure per tale.
- Oh, ci sar dell'altro, per tenervi desto, - rispose Laurenti, - quantunque una caccia alla tigre, di tanto in tanto, non manchi neppur essa di attrattive.
In quel momento, un lieve rumore di passi, accompagnato dal fruscio d'una veste di mussolina, si ud sotto l'atrio. La signora Luisa, bella come l'aurora, appariva dall'intercolonnio, che, per continuar la metafora, poteva fare le veci del classico "balzo d'Oriente".
- Chi  che parla di tigri? - diss'ella, avvicinandosi. - Vorreste offrire questo brutto spasso al signor duca, a mala pena arrivato tra noi?
- No, cara amica, non gli facevo questa offerta; vi prego di crederlo; - rispose Laurenti, muovendole incontro.
Il duca di Marana not che Guido le dava del voi e le baciava la mano.
- Che cerimonia! - diss'egli tra s. - Ci sarebbe mica un principio di freddezza?
A buon conto, freddezza o no, una parte di quella cerimonia l'avrebbe ripetuta volentieri anche lui. Ma ci che era stato naturalissimo il giorno addietro, nell'atto di presentarsi alla signora Laurenti, non era pi ammissibile allora. Fece dunque un inchino e si content di una leggera stretta di mano; usanza britannica, riveduta e corretta.
La giornata pass in mille chiacchiere, e in un continuo andirivieni da un punto all'altro del Sahibgar. Da ambe le parti bisognava porsi al fatto di ogni cosa; il duca aveva da prendere possesso di tutte le abitudini de'suoi ospiti; questi, a lor volta, da metterlo in confidenza, perch si trovasse subito come in casa sua, per tutto quel tempo che gli fosse piaciuto di rimanervi.
Dopo le cure del presente, vennero gli accenni al passato. Per esempio, il duca di Marana dovette raccontare tutto quello che aveva fatto in quegli ultimi anni; e come vi sar facile d'immaginare, don Fernando sorvol su molti punti, fermandosi con burlesca gravit sulle parti noiose.
Quel giorno ebbero a pranzo un nuovo convitato, Lacmana, il savio Mahunt del tempio di Paravady. Era un curioso personaggio, mite ne'suoi discorsi, ma poco venerando d'aspetto, con quel colore di bronzo, e quei pochi peli grigi, ispidi e corti, che gli tenevano luogo di barba. Lacmana non beveva che acqua, e, come si narra dal profeta Daniele, non mangiava che cibi vegetali. Il pranzo di casa Laurenti era composto in guisa da far trovare il fatto suo a quel pitagorico indiano, senza che per lui dovessero far penitenza anche gli stomachi europei.
Guido rispettava molto le consuetudini del vecchio bramino. Se non si fosse trattato che della propria persona, egli stesso non avrebbe ordinato altro pranzo che d'erbe.
- Che volete? - diceva egli al duca, in un momento che erano rimasti soli in disparte. - Ognuno fa quel che gli torna meglio. Poi, tutte le religioni hanno il loro pregio, storico e morale; hanno servito la parte loro, consolando miserie, sollevando spiriti abbattuti. Respingiamo le prepotenze, opponiamoci alle usurpazioni,  ufficio e debito nostro; ma rispettiamo quei culti, da cui tante anime derivano una pace, che noi non sapremmo dar loro con le nostre negazioni, pi o meno scientifiche. Credete a me, Fernando; non sono gli spiriti tormentati, quelli che vagheggiano i grandi concetti ed operano le grandi cose nel mondo.
- Brigadier, vous avez raison; - disse il duca di Marana, abbracciandolo; - vi giuro che non rider dei pasti pitagorici del nostro amico Lacmana.
- Se sapeste che tesori di bont, sotto quella scorza di bronzo! - continu Guido Laurenti. Io lo credo un uomo di alto ingegno, che nel silenzio delle sue meditazioni  risalito alla fonte delle cose, ed ha spogliato il vero di tutti i suoi molesti involucri. Negli usi della vita egli  ci che deve essere un mahunt, un bramino, il quale non vuol rinunziare, per una soddisfazione d'amor proprio, a quegli uffici di carit, che solamente in quella sua veste potrebbe esercitare tra i suoi compaesani. Per dirvela in poche parole, egli ha certamente sceverato lo spirito dalla legge, ma senza rinnegare la lettera.
- Degno Lacmana! Voi me lo fate avere in gran reverenza.
- Poveretto!  un solitario che piange tra le rovine; - ripigli Guido Laurenti, che non sapeva distaccarsi da quel tema. - La sua patria, dopo tanti secoli di gloria e di felicit, cadde in bala dei Musulmani; oggi  quasi tutta in mano agli Inglesi. Il suo tempio si va sgretolando di giorno in giorno, senza speranza di restauri. La sua fede regnava un tempo su quattrocento milioni d'uomini; la riforma di Sakia Muni gliene ha rubati trecento; agli altri la servit politica e la miseria tolgono ogni importanza nel mondo; n quella fede pu sperare un ritorno alla sua prima grandezza. Le forme hanno soffocate le idee; i simboli si sono irrigiditi nella pietra; non c' pi modo di scioglierli. Quella fede non ha pi scismi, che pure varrebbero a dimostrare la sua vitalit, come i polloni dimostrano la potenza non esaurita dell'albero. Si pu scindere in stte, in gruppi, in manipoli, come avviene a tutte le scuole, a tutti i partiti, quando si offuschi il pensiero ordinatore, e manchi, con l'occasione, la voce autorevole per raccoglier le file. La parola di Brama, in cui crede quell'uomo, non  pi che un'eco perduta tra i secoli. Vi ho detto che ogni cosa  rovina intorno a lui. Trovi almeno in questa sua solitudine chi gli ragioni con amore della sua vecchia fede e gliene esalti le grandezze.
- Capisco; - disse il duca di Marana: - perch egli si consoli, come un nobile spiantato si consola della sua miseria presente, ricordando che mill'anni addietro un suo antenato salvava col proprio ardimento la Spagna.
- N pi n meno; - rispose Guido Laurenti. - Tutte le grandezze e tutte le miserie si rassomigliano, in questo culto e in queste consolazioni.  un canto da aggiungere al poema sui "piaceri della memoria". -
La conversazione si era fatta grave, anzi, per dirvela schietta, come la sentiva il duca di Marana, un pochettino noiosa. Ma gi, quei benedetti scienziati, quando ci si mettono... quando ci si mettono, credete pure che non lo fanno col pensiero di smettere.
Per fortuna, arriv la signora Luisa a rompere il filo delle dotte considerazioni.
- In verit, - pens il duca, mentre si volgeva alla bella liberatrice col pi amabile de'suoi sorrisi, - se non ci fosse la dama, mi troverei qui come un pesce fuor d'acqua. Siamo giusti, per altro; Guido ragiona benissimo; e in questa pace... filosofica, son io, proprio io, che ho voluto venirci. Rassegniamoci a fare il quarto. Chi non sta al giuoco di famiglia, non ha a far altro di meglio che andarsene. -
Con queste savie riflessioni il signor duca di Marana mise in pace il suo cuore. Cio, no, scusate, volevo dire il suo spirito.
- Orbene, - diceva intanto la signora Luisa, avvicinandosi, - che cosa fate voi altri? Ci avete del segreti che una signora non possa udire?
- Signora, si chiacchierava di religione indiana; - rispose il duca, chinando umilmente la testa.
- Ah, il discorso prediletto di Guido, che vuol farsi bramino nel munder di Paravady! - esclam la donna gentile.
Guido sorrise, come un uomo che sa stare alla celia. Ma il duca di Marana pot credere che sorridesse come un uomo che sta volentieri con le proprie idee, n ama discuterle in una frivola conversazione col bel sesso.
- Amica mia, - disse Guido Laurenti, senza uscire dal suo tono di affabilit riguardosa, ma anche senza far contro alla supposizione del suo ospite, - persuadevo Fernando a non ridere di certe abitudini del mahunt, che non pu certamente cambiarle a quest'ora.
- S, poveretto; - rispose la signora Luisa; - egli, per dirvene un'altra, si  ritirato or ora nel parco, a recitare la sua preghiera serale. E mi ha lasciata sola, come vedete.
- Cosa che non  punto galante da parte sua, come non lo sarebbe da parte nostra, se non ci affrettassimo a rimediarvi; - disse il duca di Marana, offrendo il braccio alla signora.
- Rientriamo, se vi piace; - ripigli la donna gentile, volgendo il passo verso la casa. - Il nostro bramino... in erba, ha da finire questa sera una memoria per la Societ asiatica di Calcutta. Domani passer la mail-cart, che va alla stazione di Secanderabad; non  vero, Guido?
- Sicuro; - rispose questi; - ma poco mi resta da fare, e avr tempo domattina.
- A proposito di Secanderabad, - entr a dire il duca di Marana, - ho dimenticato di annunziarvi la visita di sir Giorgio Lawson e della sua famiglia. Uno di questi giorni saranno qui certamente.
- Saremo lietissimi di riceverli, - rispose la signora. - Dicono che la figliuola del residente sia molto bella. La conosce lei, signor duca?
- L'ho veduta, s; ma non mi sembra che sia un miracolo di bellezza.  lunga e smilza come una cavalletta. -
Disse proprio cos, il signor duca degnissimo. A mala pena ebbe profferito quel suo giudizio, se ne pent, come ci si pente tutti di una volgarit, o di una leggerezza, che ci sia sfuggita di bocca. Ma oramai era detta, e non tornava pi indietro. Compatite il signor duca, pensando che un oratore, foss'anche Demostene, non  sempre sublime.
- Gi, - osserv argutamente la signora Luisa, - lei che ha la memoria fresca delle bellezze d'Europa, sar ancora di gusto difficile.
- Oh, la prego a credere che non  per questo - grid il duca di Marana.
E avrebbe aggiunto tanto volentieri: - i termini di paragone possono trovarsi anche in India, ad un passo da me. - Ma il signor duca non si sentiva pi cos libero nelle sue galanterie; quando si  tocchi nel cuore, si sente una grande necessit di custodire la lingua, di esser discreti, specie quando non ci si trova a quattr'occhi.
Soggiunse in quella vece:
- Ho detta la cosa come la sento. Ma, dopo tutto, miss Lawson pu anche piacere. Primo punto,  simpatica;  poi d'umor gaio e non manca di spirito; inoltre, ha un fare schietto ed ingenuo che innamora.
- Ho capito; - entr a dire Guido Laurenti;  il caso di rifarsi al proverbio: chi sprezza compra. Voi l'amerete, Fernando. -
L'osservazione di Guido piacque assai poco al suo nobile amico. Il quale, come potete argomentar da per voi, incominciava ad entrare nello stadio psicologico del volere e disvolere in un punto solo, ma non amava neanche di comparire, l per l, davanti alla signora Luisa, come un cavaliere impegnato.
- Io vado da un eccesso all'altro; - rispose egli allora, salvandosi con una celia. - Ma voi caro Laurenti, non vi mettete nel mezzo, dove, a quanto dicono i pratici, si trova la verit.
- Basta, vedremo la signorina, poich Lei, signor duca, ci annunzia la visita dei Lawson;- disse, a modo di conchiusione, la donna gentile.
- Fra tre o quattro giorni; - soggiunse il duca. - Anche sir Giorgio aveva qualche faccenda del suo ufficio da sbrigare, per l'arrivo della mail-cart; se no, sarebbe venuto ieri con me. Sarei stato l'introduttore; non sono invece che il precursore della miracolosa bellezza.
- Via, lo confessi; - ripigli la signora; - senza esser forse miracolosa, qualche po'di senso le ha fatto. E il cavaliere che ella aveva scelto per introduttore...
- Oh, l'idea del cavaliere non c'entrava per nulla; - interruppe il duca, felice di poter fare un complimento in terza persona; - sappia, signora mia, che miss Maud  innamorata... innamorata di Lei, solamente per la fama che ne corre.
- Davvero? E che cosa pu aver posto in giro, la fama? Miss Lawson non si sar mica immaginata di dover trovare a Paravady l'ottava meraviglia! Dopo tutto, meglio cos; ecco una ragione eccellente per farmela parere bellissima, quantunque non dovessi veder altro che una cavalletta... simpatica, come la dipinge il. suo precursore.
- Una ragione eccellente! - esclam don Fernando. - Ma, signora, e i diritti della verit?
- Che le pare? Son donna anch'io, - ribatt argutamente la signora Luisa, - e un omaggio cos ardente ha gi per s tutti i punti favorevoli. -
Quelle parole, buttate l a caso e per mo'di chiacchiera, diedero molto da pensare al signor duca di Marana. Ci pensava ancora, finita la conversazione, quando egli si ridusse nella pace del suo quartierino.
-  vero, - diceva tra s, - amiamo sempre chi ci ama. Lo ha detto anche Dante: amor che a nullo amato amar perdona; amore non ci risparmia quest'obbligo di contraccambio. Ma badi, la signora; ecco una teorica molto pericolosa. In luogo di miss Maud potrebb'essere un certo cavaliere che so io. E se questo cavaliere le rammentasse... Suvvia, sciocco! - interruppe, mentre si sdraiava sulle morbide piume. - Vi par questo il momento e il luogo da prendere una cotta? Perch voi, non c'illudiamo, voi state davvero per prenderla; e sar una cotta senza esempio, ve l'assicuro io, che mi ricordo di tutte le altre. -
Si rizz intanto sul gomito, e con un soffio spense il lume; indi, ripigliata la positura orizzontale, si volt sul fianco, per dormire. Ma il sonno, ahim, non doveva scendere cos presto.
-  morbido, questo letto! - prosegu. - Il letto dell'ospitalit! Ospitalit! Che c'entra questo? Chi vuol mancare a certi riguardi? Un po'di galanteria, ecco tutto;  il contorno necessario di ogni relazione amichevole. Gi, come ci pu essere amicizia tra uomo e donna? All'uomo si stringe la mano, si offre un sigaro, magari anche la borsa; si accompagna sul terreno, ci si batte all'occorrenza per lui. Ad una donna queste prove d'amicizia non si possono dare; si fa molto meno o molto pi, secondo i casi, ma sempre un pochino di corte. -
La massima gli dovette parer giusta; ma forse non poteva star ritta da sola, perch il duca, di Marana reput necessario di rincalzarla con qualche altro argomento.
- Quel Guido, come  freddo con lei! Chi l'avrebbe mai immaginato, dopo tanti bollori! Lavora, pensa, va, viene, ritorna, come un uomo che  tutto nelle sue occupazioni. Gi,  un marito. Anche lei  molto tranquilla; sorride, gli d la baia e non si tormenta troppo delle sue fughe. Se ci fosse un giovinotto, e Paravedy, si potrebbe credere... Ma qui non ho veduto che il vecchio Lacmana; non c' neppur l'ombra d'un cugino, come laggi, a Secanderabad. Caro, quel cugino! Aveva l'aria di vedermi volentieri come il fumo negli occhi. Ed io pensavo a dargli noia, come penso a farmi frate. S, la ragazza  graziosina, non dico di no; ma il matrimonio... Alla larga! Io rimarr l'ultimo scapolo della mia generazione. Il ceppo dei Marana y Cueva morr con me; che importa? Il nome e le tradizioni della casa andranno al secondo ramo, dei marchesi di Villaflor. Del resto, il futuro  in mente Dei. Viene un giorno, che si prende anche moglie. Noi, delle vecchie stirpi, o presto o tardi si d la capata. Si sposa una parente pi o meno lontana, per riunire cinque o sei altre castella, o altri cinque o sei quarti di nobilt sulla testa di un erede, possibilmente di un solo; e poi, "tu ver'Gerusalemme, io verso Egitto" ognuno pensa e provvede ai fatti suoi. Alla conservazione della specie  pensato e provveduto la parte nostra. La specie! Ma perch conservarla? Merita davvero di essere conservata? -
Questa domanda provoc un sorriso di compassione da parte del duca; di compassione per la specie, s'intende!
- Strano- continu. - Vo girando al misantropo. Dopo aver fatto ogni cosa per non diventarlo! Perch, infine, non sono mica andato a cercar le occasioni, ed ho sempre pensato che un leggiero, anzi superficiale, commercio con gli uomini fosse la cosa pi bella e la pi savia del mondo. Andare dall'uno all'altro, ma senza stringersi molto con nessuno, concedere tre dita della mano, distribuire un sorriso a tutti, che non paia troppo canzonatorio, rendere all'occorrenza un servizio, e via, senza voltarsi pi indietro, che non abbiamo neanche il tempo di mostrarvisi ingrati: questa  l'arte sopraffina da usare coi proprii simili. Non vivete nella loro citt; non vogate sul remo a nessuno; siete uomini d'oro. -
Il ragionamento correva; e il pensiero del duca, non trattenuto da nessun fatto esteriore, correva anche pi, correva a sghembo, come le saette.
- Ma poi, a che serve tutto ci? Che razza di viaggio sarebbe mai quello che non avesse una meta? Fermarsi un tratto qua e l, come a certe stazioni di strada ferrata, per prendere un brodo e bistecca, non si chiama vivere, perdio! Contrasto ci vuole, e non c' contrasto possibile, se non si piglia amore a qualche cosa. Un affetto, siamo sempre l. Mala cosa l'affetto, anche quando l'ispirazione  alta... anzi peggio, se l'ispirazione  alta. Non si pu mica disprezzare e partire, come ho fatto io una volta. E poi, alta o bassa, degna o immeritevole, non si  mai soli vicino a lei, per quanto presto si arrivi. Tanto fa giunger tardi, col comodo suo. Ma bravo! Per vogare sul remo a un amico!.. Oh infine, che cosa sono queste sottigliezze?  proprio vero che gli si faccia sempre un dispiacere? Se chi ha un tesoro non lo cura, sembra a me che egli incoraggi tacitamente gli altri a farsi avanti. Poi, si sa, l'uomo  nato cacciatore. Ma se io mi trovassi un pochino nel caso suo? Oh bella! Se io fossi nel caso suo e annoiato parecchio della mia catena, dovrei proprio uscir fuori dei gangheri? Basterebbe che non venissero a cantarmelo negli orecchi. Sull'onor mio, se la illustrissima signora duchessa di Marana... Ecco; una duchessa di Marana  ancora di l da venire; rimander il caso a quando sar venuta. Resta sempre la tesi, che  giusta... Almeno, si pu difendere... -
Su questa specie di compromesso, il signor duca di Marana si addorment. Come sapete, l'animo nostro, quando non intoppa in nessuna contraddizione, trova sempre il modo di coccolarsi in quell'idea che gli piace.
Del resto, anche a dover cangiare d'opinione, non era necessario di far subito. Il duca di Marana aveva tempo per dormirci su, anche a risico di non fare pi in tempo.
Quante cose nella vita, non vanno cos? Il detto degli antichi: "vedo il bene, l'approvo, e corro al peggio" non si potrebbe intendere, senza ammettere il fatto psicologico di questo indugiarsi nella casistica delle distinzioni, nelle sottigliezze del pro e del contro, intanto che il piede si affonda, e dopo il piede il ginocchio. Questa disgrazia incoglie pi facilmente ai filosofi. Rammentate Empedocle, che guardava in alto, e ruzzol nel cratere dell'Etna. Era tardi per ritornare; il filosofo non pot pi far altro che mandar su, tra i getti del vulcano, una scarpa; ultimo saggio delle sue buone intenzioni.


7.

 stato sentenziato che ai turbamenti dell'animo sia efficace rimedio il lavoro. Disgraziatamente l'ospite del Sahibgar di Paravady non poteva guarire del suo male, neanche curandolo da bel principio, perch non sapeva come occupare il suo tempo.
Guido Laurenti studiava molte ore della giornata; un po'disponeva in ordine di battaglia le sue legioni d'insetti, o preparava gli scheletri de'suoi uccelli rari; un po'classificava le radici etimologiche del suo benedetto snscrito. Un lavoro somigliava all'altro. La radice  l'ossatura, lo scheletro della parola.
Giacomo faceva con molta coscienza il giardiniere, e, per le necessit della casa, anche un po'l'ortolano. Qualche volta aiutava il signor Guido ne'suoi lavori; di storia naturale, s'intende, non gi nella estrazione delle radici etimologiche, poich il brav'uomo non masticava la lingua dei Veda, e neanche le sue derivazioni, salvo quel tanto di dialetto indostano, che i lettori rammentano. Del resto, con Giacomo si potevano barattare quattro parole; non gi passare cinque o sei ore del giorno.
Don Fernando, in quelle quattro o cinque ore che correvano tra la colazione e il pranzo, non sapeva proprio dove dare del capo. Non gli restava dunque pi altro (vedete disgrazia!) che tener compagnia alla signora Luisa. Fare accanto a lei cos lunghe fermate, era veramente un po'troppo; ma egli era tanto disoccupato, e la signora tanto gentile, che a fare diverso ci sarebbe voluto un misantropo, anzi peggio, un misgino di tre cotte.
La signora, di solito, nelle ore pi calde del mattino, stava seduta a ricamare, o a lavorare di maglia sotto l'atrio, dove il sole non penetrava ancora co'suoi raggi, e dove il fogliame delle bignonie, arrampicate sugli archi e ricadenti a festoni, manteneva un po'di frescura. Qualche volta capitava il giardiniere, per dare un ragguaglio, o ricevere un ordine; di tanto in tanto si vedeva Guido, che non voleva aver l'aria di lasciar troppo solo il suo ospite, ma che non sapeva rinunziare alle sue occupazioni, e dopo pochi minuti di sosta coglieva un pretesto per rientrare in casa e richiudersi nel suo sancta sanctorum. L'unico che stesse fermo al posto, vicino alla ricamatrice, era lui, il duca di Marana. Chiacchierava pi allegramente che poteva; intanto, assorbiva il veleno. Dolce veleno che si assorbe dagli occhi! Quella figura elegante di donna, raccolta nel suo lavoro senza rigidezza soverchia, quel ricco volume di capegli neri, che avevano tutte le morbidezze della seta e si offrivano a tutti gli amorosi capricci della luce, quella soave fermezza di contorni, quei riflessi dorati della carnagione, donde trasparivano i bei colori di una vita rigogliosa, erano tante vedute, tante adorazioni per lui.
Ma le adorazioni volgono all'inedia; dnno il capogiro, se non si sfogano con la parola. E il duca di Marana non poteva dirne nulla, neanche per via di perifrasi! Contemplava e taceva, oppure parlava d'altro; ma, in certi casi, anche il parlar d'altro  tacere, e ne ha tutte le noie.
- Fate qualche cosa, don Fernando, - gli disse la signora, in un momento che la conversazione era pi languida dell'usato. - Non siete pittore? Disegnate.
- Oh Dio! ci ho avuto per cinque anni il maestro; ma ne ho ricavato cos poco profitto!
- Non importa; provate.
- Obbedisco; - disse il duca.
E and nella sua camera a prendere un albo, in cui egli soleva, a ore perse, buttar gi qualche schizzo a matita.
Seduto a pochi passi da lei, il nostro pittore si diede con molta gravit, ma con poca attenzione, a copiare un pezzo di quella scena campestre che aveva davanti agli occhi. Ma la frappa non era il suo forte; mut dunque registro, e, sbirciando ad ogni tanto la signora, ne disegn il soave profilo sulla carta. Era una ragazzata, ne convengo; ma gl'innamorati, come i cavalieri novellini, prdono qualche volta le staffe.
Tuttavia, ragazzata com'era, non gli and male. La signora, ad un certo punto, si era alzata per avvicinarsi a lui e dare una guardata al disegno. Proprio in quel punto il pittore stava con la matita ombreggiando la bocca della sua figurina.
- Ben disegnato; - diss'ella, con una benevola seriet - ma somiglia poco.
Il pittore era colto in flagranti; ma non mancava di spirito; e si salv con lo spirito.
- Aspettate; - rispose egli; - d l'ultimo tocco.
E tirata una curva, i cui capi venivano a congiungersi tra le labbra della figura, ci scrisse dentro, a guisa di leggenda: "somiglio poco".
- Adesso,  proprio lei - conchiuse; - non ci mancava che questo.
La signora Luisa diede in una sonora risata. Le pareva di vedere una di quelle figure del trecento, alle quali i mal pratici autori facevano uscire le parole di bocca, dipinte su d'un nastro bianco, perch ne indicassero ad un tempo la persona e l'azione, non potuta esprimere convenientemente per virt di pennello.
In questo modo, volgendola in celia, rimediava Don Fernando alla sua ragazzata. Quindi, voltata la pagina, si pose a fare dell'altro, e copi, con tutta quella diligenza che seppe, una ciocca di bignonia.
- Ecco un fiore che non protester per la poca somiglianza; - diss'egli.
La donna gentile chiese di vedere il disegno; e il duca di Marana si mosse per accostarsi a lei e metterle sott'occhio la pagina del suo albo. Ne segu quel che potete immaginarvi facilmente, cio a dire che egli, dovendo chinarsi molto, si trov col viso a due dita, o poco pi, dalla bruna testa di lei. Una ciocca di quei morbidi capegli, che egli sbirciava con tanto desiderio, per effetto di un moto improvviso di quella testa, venne a sfiorargli la guancia. Era un caso; ma poteva non esserlo. Comunque fosse, il tocco di quei capegli lo aveva sentito, la scintilla elettrica era scoccata e gli percorreva tutte le fibre. Sent che perdeva il cervello, e si rialz prontamente, diede una scossa di capo e ritorn al suo posto. Ma non poteva far nulla, e richiuse il suo albo.
Cinque minuti dopo, usciva dal Sahibgar, col fucile ad armacollo, tanto per avere un pretesto di muoversi. Teucro, un bel cane levriero, che girandolava nel parco, lo vide, e in quattro salti lo raggiunse sul ponte. Il duca di Marana andava a caccia, e Teucro, a cui le occasioni capitavano di rado, volle approfittare di quella. Bisognava vederlo, come saltava, dimenando allegramente la coda, appena si avvide, dal tacito assenso del cacciatore, che la sua compagnia non tornava sgradita.
Il duca di Marana, per altro, si curava poco delle dimostrazioni di gratitudine di Teucro, e non pensava affatto a servirsi del suo fucile da caccia.
-  evidente che io sono matto; me ne andr; - diceva egli tra s, volgendo i passi verso la macchia dei baniani, ma senza occuparsi di seguitare la strada battuta. - Bisogna essere onesti, lasciare i sofismi da banda. Egli non ama pi lei,  chiaro; almeno, si pu giurare che non ci mette pi la decima parte dell'ardore d'una volta. E lei? Lei  serena e tranquilla, come una donna per bene, che si  rassegnata da un pezzo, e trova le sue consolazioni nella pace domestica. Gi, a queste calme non giungono che le donne. Sovrabbondanza di linfa, dicono i medici. Ma io, frattanto, io, che cosa voglio, di grazia? E che figura ci fo? Eccomi al quarto giorno, e gi cotto, che non c' pi bisogno di rivoltarmi. Prevedo che ne far qualcheduna delle mie, se pure non mi accadr di peggio. Perch il peggio sarebbe proprio di vincermi, come Scipione Africano, e di passare, senza alcun merito, per un mezzo imbecille.
Mentre il duca di Marana faceva cos i suoi dilemmi, andando a casaccio per la jungla, gli venne veduto il cane che si fermava di schianto. Le abitudini del cacciatore ruppero il filo al monologo.
- Che diavolo ha veduto, il cane? - diss'egli, togliendosi di spalla il fucile.
Teucro non si muoveva; cogli occhi fissi guardava una ventina di passi pi in l, nella direzione di un cespuglio di bamb.
Il duca di Marana guard egli pure da quella parte e non tard a scoprire l'argomento della speculazione di Teucro.
- Un serpente! - esclam. -  un cobra, perdinci! non sembra un professore, con quel paio d'occhiali sul naso? Sta fermo, Teucro; - bisbigli; - ora te lo aggiusto io.
Il cane volse la testa, per dargli un'occhiata d'intelligenza, e subito si rivolse a guardare il serpente, che rizzava il capo e gonfiava le membrane del collo, su cui erano disegnati i due cerchi neri, che al duca di Marana avevano suggerito il paragone degli occhiali.
Il serpente aveva veduto il cacciatore, e metteva il suo fischio di battaglia, molto somigliante al chiocciare delle galline. Ma il duca di Marana non gli di tempo di avviare la sua musica sinistra; punt l'animale e lasci andare la botta. Il rettile si contorse, nello spasimo della ferita, indi si abbandon sul terreno.
Avvicinatosi, il duca di Marana riconobbe un cobra, detto anche naga o cobra sanp dagli indiani, ma dei pi lunghi che avesse veduto mai, perch misurava intorno a due metri.
Il naga, o cobra-capello, o, se vi piace meglio, il serpente dagli occhiali,  dei pi velenosi che si conoscano. Il suo morso, contro il quale non s' ancora trovato un antidoto che valga, d la morte in meno d'un quarto d'ora. Ho detto dei pi velenosi, ma non il pi velenoso. Infatti, c' in India un serpentello, "piccolo e nero come gran di pepe" non pi lungo di venti centimetri, il cui morso vi spedisce ad patres in novantasei minuti secondi. Gli inglesi, perci, lo chiamano minute-snake; e nessun nome e pi meritato di questo.
Il duca esamin a suo bell'agio la strana conformazione del rettile, a cui certe escrescenze della pelle, enfiandosi tutto intorno al collo, nei momenti di furore, parevano regalar l'amminicolo d'un cappuccio, niente affatto necessario in quel clima. Appunto in quella parte del corpo, e sotto uno di quei cerchi che somigliavano tanto agli occhiali, lo aveva colpito la palla del cacciatore.
Teucro si era avvicinato anche lui, ma senza andare un passo pi oltre del duca. I serpenti non erano il fatto suo. Ammirava l'impresa cinegetica, ma non s'accostava a fiutare la vittima. Al duca di Marana torn in mente un discorso, fatto qualche giorno prima con Guido. S, davvero, egli esordiva nell'ufficio eroico di purgar l'India dai mostri. Per allora, non si trattava che d'un cobra-capello; ma un altro giorno poteva essere una pantera, una tigre, un rinoceronte. Teseo e Piritoo, rammentati da lui, avevano trovato un successore.
Questo ricordo chiam un sorriso di compiacenza sulle labbra del duca. E poich bisognava che gli amici del Sahibgar giudicassero della sua valentia, cavato di tasca un coltello, tagli un ramo di bamb, per servirsene come d'una pertica, a trascinare il serpente sul margine della strada.
Mentre egli attendeva a quella occupazione, ud una voce che lo chiamava da lungi. Si volse e riconobbe Guido Laurenti, che veniva alla corsa, seguito dal giardiniere e da due servi indiani, tutti armati di carabina.
- Che cos' stato? - grid Laurenti, avvicinandosi - Ero disceso per cercarvi, e mi hanno detto che eravate uscito con Teucro. Subito dopo ho udito il colpo. Ma perch arrischiarvi da solo nella jungla? Mi avete fatto tremare.
- E perch? - domand lo spagnuolo, con aria di sublime spensieratezza. - Ne ho gi fatte tante, di queste corse solitarie!
- Non dico di no; ma infine... L'ospite ha il debito d'invigilare, ne convenite? Ma vediamo un poco; a che cosa avete tirato?
- Ecco il trofeo; - disse il duca, stendendo la sua canna di bamb, e scuotendo il rettile in modo da farne ammirare la lunghezza.
- Un cobra, e veramente magnifico; - osserv Guido, chinandosi a terra, per aprire la bocca del serpente coll'uncino del suo coltello a pi lame. Ha ancora intatto il serbatoio del veleno. Studieremo; - conchiuse il naturalista; - Un cobracapello col dente intatto non si trova mica ogni giorno. Peccato che ci abbia questo sdrucio nel collo! Si sarebbe potuto conservare tutto intiero.
- Era l'unico punto di mira un po'largo che avessi, a venti passi di distanza; - disse il duca di Marana, scusandosi.
- Infatti, non  la cosa pi facile, di colpire giusto un serpente, tirandogli a palla; - not Guido Laurenti. - Ricevete le mie congratulazioni, Fernando; siete un prezioso compagno di caccia. Ne faremo qualcheduna, non dubitate, sebbene a Luisa questi passatempi non piacciano troppo, e anch'io, salvo l'utile della scienza, non ci trovi un gusto matto. Ma il paese non offre null'altro di meglio, e voi, a stare cos inoperoso, potreste annoiarvi. Anzi, per dirla schietta, - soggiunse Guido, ridendo, - mi pare...
- Che cosa?
- Che non sia pi il caso del condizionale. Voi vi annoiate, Fernando;  indicativo presente.
- No, vi giuro!
- Che non  presente, n indicativo?
- Che non  vero; - ribatt il duca di Marana.
- Grazie; - ripigli Guido Laurenti. - Ma siccome la cosa  sempre possibile, anche in compagnia d'amici, bisogner provvedere in tempo utile; non vi pare? Amico Fernando, alle corte, volete fare qualche cosa, per occupare le vostre giornate?
- S, perdio, datemi il cmpito; - grid il duca di Marana con impeto. - Dovreste anzi rammentare che mi avevate promesso...
- Sicuro, avevo promesso; ma poi ci ho pensato su, e mi  parso... due ragioni mi hanno trattenuto...
- Mica una! due?
- Proprio due; la prima, che io forse vi avrei proposto una fatica inutile; la seconda... e questa  pi grave, badate!.. la seconda, che non era da offrire a voi, ricco sfondato, di andare alla scoperta d'un tesoro.
- Lasciamo stare il ricco sfondato; - disse il duca di Marana; - ma come pu essere fatica inutile la ricerca d'un tesoro?
- Certo, se il tesoro non esiste. Infatti, io non posso giurarvi che ci sia.
- Dove, questo tesoro?
- Qui vicino.
- Ah; ho capito, siamo nei pressi di Golconda, e si tratter del tesoro di Golconda; - disse il duca, ridendo.
- Sicuramente, ma non lo confondete con quello del Nizam, che si conserva appunto nella fortezza, a poche miglia di qui. Vi parlo del vero e antico tesoro di Golconda, che Aureng Zeb, impadronitosi del paese, non ha potuto rinvenire, per quanti sforzi abbia fatti.
- Tesoro nascosto e certamente custodito dai soliti draghi; - osserv il duca di Marana.
- Questo non so; ma comunque sia, voi non avete paura dei draghi; - replic Guido Laurenti, sul medesimo tono di celia amichevole.
- No, per san Giorgio! Ma ditemi, amico, parlate sul serio? C' da tentare un'impresa di questa fatta?
- S, e non la credo neppure cos fantastica, come a tutta prima potrebbe sembrare.
- E in che modo siete venuto a sapere di questo tesoro nascosto?
- Nel modo pi semplice, in quel modo che ho saputo di tanti altri tesori... linguistici, entrando in grazia del vecchio Lacmana. Il sant'uomo  un pozzo di cognizioni. Non  solamente l'unico, tra i sacerdoti del suo munder, che legga e capisca i Veda;  anche l'unico che abbia rovistato in tutti gli scartafacci del convento, e conosca un pochino la storia del suo paese. Suppongo, per altro, che il cenno di questo tesoro, egli non lo abbia desunto dai manoscritti, ma lo tenga per tradizione orale, dal suo antecessore.
- Capisco; si tratter d'un segreto passato di priore in priore, e Dio sa come ridotto! Del resto, se vi siete persuaso voi, perch non avete anche incominciate le indagini?
- Prevedevo l'osservazione; - disse Guido Laurenti; - ma anch'io ci avevo due ragioni per non farlo.
- Sentiamo la prima.
- Eccovela subito: l'indole de'miei studi, che non mi permette di darmi ad un lavoro, il quale assorbirebbe tutto il mio tempo, e chi sa poi con qual frutto!
- Questa dovrebb'essere la seconda; - not argutamente il Marana. - Avevate paura di non riuscire; confessatelo.
- Mio Dio, s. Poich mi sono stabilito in questo angolo di terra, non mi ci vorrei procacciare disillusioni. Voi non avete occupazioni pi grate; siete qui di passaggio... almeno, se non cambiate proposito; che in tal caso, potete immaginarlo, sarebbe una fortuna per me. -
Qui fu pel duca di Marana il caso di dir grazie a sua volta.
- L'impresa mi piace; - osserv egli, dopo aver soddisfatto a quell'obbligo di cortesia. - Veniamo ai particolari.
- Son lunghi a dirsi; n io, qui su due piedi, saprei metterli insieme. Volete che facciamo meglio? Si va dal mahunt e se ne ragiona con lui.
- Andiamo pure; ma subito?
- Certamente; sono adesso le undici, - disse Guido Laurenti, dando un'occhiata al suo orologio. - In mezz'ora siamo al convento. -
Quindi, avvicinandosi al giardiniere, che stava coi due servi indiani avvolgendo il serpente in una cesta improvvisata di frasche, gli diede incarico di avvertire la signora.
- Diamo una corsa fino al munder di Paravady; - soggiunse; - saremo di ritorno per l'ora del pranzo. Il cobra lo porterete su nello studio, collocandolo con garbo sulla mia tavola di marmo, che non si sciupi la testa.
- La testa  questa volta il meglio del pesce; - not il giardiniere, usando di quella confidenza che il suo padrone amava tanto di dargli. - Vossignoria vuol fare qualche esperienza sul veleno?
- Sicuro, poich la vescichetta  rimasta sana; fate dunque attenzione. Provveduto in quel modo al trasporto della sua preda scientifica, Guido Laurenti si rivolse al duca.
- Vedete?  stata una vera fortuna, e mi dar l'occasione di una analisi chimica, che da qualche tempo avevo disegnato di fare. Ho certe idee sul veleno animale!...
- Beato voi che studiate sempre e ne sapete il modo; - esclam il duca di Marana. - Io sono invece uno scioperato.
- Via, non lo sarete pi; troverete i diamanti di Gundwana, l'ultimo e sventurato principe indigeno di Golconda. Frattanto udrete la storia, che  molto interessante, e baster per innamorarvi dell'opera.
- Lo sono gi; - rispose il duca; - e impaziente, come tutti gli innamorati. Andiamo dunque. -
Giacomo e i due servi indiani si erano avviati al Sahibgar. Guido Laurenti e il duca di Marana, riusciti sul sentiero, andarono verso Paravady, costeggiando la macchia dei baniani.
Don Fernando, in cuor suo, e senza sviscerar l'argomento, sentiva che quella proposta di Guido Laurenti era una di quelle vie del destino, le quali, appunto per esserci aperte in un momento di perplessit, debbono seguirsi animosamente. Aveva la scusa per trattenersi, magari per vivere un anno laggi; e tutto ci mentre egli stava meditando di andarsene! In verit, il destino la sapeva pi lunga di lui; bisognava fidarsi al destino.
Attraversato il villaggio di Paravady, in mezzo alle riverenze di quei poveri Sudra, che veneravano il Sahib Laurenti come la provvidenza del luogo, i due amici andarono costeggiando il ruscello, fino alla imboccatura del ponte, davanti a cui torreggiava il munder, con l'attiguo convento braminico.
Il tempio offriva agli occhi dei riguardanti una massa conica smisurata, stretta all'intorno da grossi pilastri, che, a mano a mano innalzandosi e accompagnando le linee generali del monumento, si trasformavano in torri, sormontate da cupole, e lavorate a traforo, come altrettanti merletti. L'edifizio sorgeva su d'una piattaforma bastionata, che lo faceva crescere di maest, e si prolungava sulla fronte in un atrio magnifico, a cui si ascendeva per una grande scalinata di pietra. Lo spettacolo di quella architettura farraginosa era ammirabile, specie ad una certa distanza, donde non si potevano scorgere i guasti del tempo; ma anche avvicinandosi, e vedendo quei bianchi scaglioni rotti e sgretolati in pi luoghi, quelle colonne istoriate i cui simboli non si lasciavano pi indovinare attraverso le sfaldature della pietra, il munder di Paravady, dedicato a Mahadeva, il gran dio, il dio ottimo massimo degli Indiani, appariva pur sempre una meraviglia dell'arte.
Il duca di Marana, come sapete, aveva gi corsa l'India da un capo all'altro, e non era pi il caso per lui di sgranar gli occhi davanti a quelle grandezze architettoniche, o a quei bassirilievi in cui le tre persone della trinit indiana, espresse in cento forme, secondo le varie incarnazioni, davano saggio delle loro intestine discordie, rispondenti a quelle delle varie stte in cui si era spezzata da quindici secoli la grande unit religiosa e politica dell'India braminica.
Salita la gradinata e fatta la elemosina ad un gussano, religioso mendicante, che stava accoccolato sotto l'atrio, facendo pompa dei suoi cenci e delle coroncine attorcigliate in pi giri intorno al suo cappello aguzzo, i due amici entrarono nel tempio. Un ragazzo, addetto al servizio dell'altare, li condusse attraverso le arcate, involte in una religiosa penombra, fino all'uscio dell'appartamento di Lacmana.
Il vecchio mahunt stava assorto nella preghiera del mezzogiorno e non parve neanche accorgersi della loro presenza. Ma, poich ebbe finito le sue invocazioni al Mahadeva, cangi subito d'aspetto e di modi, e si affrett a spargere l'acqua di rose sulle mani e sulla barba dei suoi visitatori.
Dico barba, genericamente, ma vi prego di credere che i due visitatori del vecchio Lacmana portavano soltanto i mustacchi.
Dopo le cerimonie accennate, il mahunt di Paravady volle far vedere ai due giovani il tempio, nobile testimonianza delle glorie celesti di Mahadeva. La cortesia di Lacmana era tutta per don Fernando. Guido, infatti, conosceva in ogni sua parte quell'antico edifizio, e aveva in pratica tutti i simboli, mostruosi e gentili, della teogonia indiana, da quello gigantesco di Siva, che aveva i primi onori l dentro, fino all'ultimo e pi sfaldato gruppo di scoltura, che adornasse le colonne del tempio.
- Il sahib Laurenti ne sa quanto noi; - notava con una certa compiacenza il vecchio Lacmana.
Erano giunti, nella loro passeggiata, davanti ad un bassorilievo, in cui si vedeva un leone smisurato, che recava sulla groppa un fanciullo sorridente e teneva sotto le unghie un uomo, una specie di gigante, il quale annaspava con le braccia, come in atto di chieder misericordia.
- Ecco, infatti, - soggiungeva Lacmana, - il nostro Sahib non  stato molto a riconoscere in questo gruppo il terzo avatara di Visn. Il dio, sotto la forma di un cinghiale, aveva salvato il mondo, scacciando il titano Hirania Haciapa. Acscia, fratello del titano, era tuttavia riuscito a riconquistare, con l'aiuto di Siva, un vasto impero nel mezzogiorno, e si era dato a perseguitare gli adoratori di Visn. Un giorno, trovando suo figlio in atto di preghiera, gli chiese qual dio adorasse con tanto fervore. - "Adoro, - gli rispose il fanciullo, - adoro il dio che  Naraiana, cio a dire il cui spirito  portato sulle acque; che  Vacondeva, il creatore, Visn, l'azzurro infinito, lo spirito dell'universo." - Sdegnato di quella risposta, il titano scagli la sua scure contro il figliuolo; ma la scure and invece a colpire una colonna, da cui balz fuori Visn, sotto la forma di un leone, il quale divor il feroce titano, e innalz in sua vece il religioso fanciullo. Rammentate, Sahib - prosegu Lacmana volgendosi a Guido, - rammentate il savio discorso che mi avete fatto davanti a questo bassorilievo?
- Non era veramente una grande scoperta, la mia; disse Laurenti. - Questo onore a Visn in un tempio dedicato a Siva, mi  parso un omaggio accortamente fatto dal suo fondatore alla religione dei vinti. E la fondazione del tempio di Paravady si pu, per conseguenza, far risalire al mille della nostra era cristiana, perch appunto allora il culto di Siva, portato da'suoi seguaci, incominci a trionfare su quello di Visn. Siva fu generoso col suo rivale, e ne accolse la immagine in questa sua nuova dimora.
- Onore e gloria al Mahadeva! - esclam il vecchio Lacmana, inchinandosi.
- Io rammenter invece, - ripigli Guido Laurenti, - che appunto per questo bassorilievo e per la leggenda che vi  rappresentata, voi mi avete raccontata una certa storia, che piacerebbe molto al mio amico Fernando di udire da voi.
- Ah! la storia del tesoro? Vorrebbe il vostro amico mettersi all'impresa che avete rifiutata voi, dispregiatore delle ricchezze?
- Non di quelle che voi conservate su foglie di palma, mio degnissimo amico; - rispose Guido prontamente. - Voi sapete che quelle mi attirano, occupando una parte de'miei pensieri e del mio tempo. Ma il signor di Marana non  affaccendato al pari di me; vuol farci la grazia di rimanere qualche mese con noi e pu dedicare le sue giornate agli scavi di Karma Vridi. Trover, non trover, questo importa poco; il mio amico avr sempre passato meno male il suo tempo.
-  questa la vostra risoluzione, Sahib? - disse Lacmana, fissando i suoi occhietti scrutatori in quelli del duca.
-  la mia risoluzione; - rispose questi; - purch io sappia un visibilio di cose, che non so ancora. L'amico Laurenti mi ha accennata l'impresa, senza entrare nei particolari.
- Vi dir tutto quello che io so; - disse di rimando Lacmana; - e voi vedrete che valore possano avere le mie notizie. Non mi son messo all'opera io stesso, perch un povero bramino, in terra soggetta a musulmani, sarebbe stato molestato senza fallo. E a qual pro'avrei lavorato io? Per far cadere nelle mani dei Nizam un tesoro che non pu pi ritornare ai figli di Siva?
-  giusto; - osserv il duca di Marana. Ma noi possiamo lavorare col pretesto dell'archeologia; non  vero, Guido? E poi, se troviamo il tesoro, onore e gloria al Mahadeva; vogliamo restaurargli il tempio e incastonargli un diamante per occhio. -
Il vecchio mahunt croll malinconicamente la testa.
- No, giovinotto mio; - diss'egli. - Il Mahadeva troverebbe subito gli invidiosi sacrileghi. E il tempio, d'altra parte, si sosterr ancora per molte generazioni d'uomini, senza i nostri piccoli aiuti. Imitate invece il Sahib Laurenti; soccorrete questo povero popolo di Paravady, e sar il miglior uso che possiate fare delle ricchezze di Gundwana, l'ultimo dei principi di Golconda, dei prediletti di Siva. -


8.

Il duca di Marana ascolt con molta riverenza le nobili parole del vecchio. Cionondimeno, sentiva dentro di s una voglia matta di ridere. E perch? dimanderete voi. Il perch, senza mestieri delle mie spiegazioni, ve lo dir una osservazione che egli fece quando Lacmana ebbe finito.
- Noi ragioniamo come se avessimo gi poste le mani sul tesoro. Forse  di buon augurio; ma potrebbe anche essere, da parte nostra, un vender la pelle della tigre, prima d'averla accoppata. -
Cos dicendo, si volse a Guido, con una occhiata che pareva volesse dirgli:
- Vedete come so adattare i proverbi europei alla storia naturale dell'Asia. -
Lacmana accolse l'osservazione del duca con un sorriso benevolo.
- Intendo; - rispose; - voi pensate che il tesoro possa essere sfumato. Ma la cosa non mi sembra ammissibile. La fede degli uomini che possedevano il segreto, provata coi tormenti e con la morte, esclude perfino il dubbio di un trafugamento. Pu darsi invece che il tesoro sia irreperibile, o per difetto d'indicazioni, o per altra cagione qualsiasi. Ma di questo giudicherete voi altri. Venite con me, e vi porr sott'occhio i documenti. -
I due giovani seguirono Lacmana nella libreria del collegio. Dico libreria, per non trovare un altro vocabolo pi adatto a significare la cosa. I libri del collegio braminico erano larghe strisce di foglia di palma, tagliate tutte alla stessa misura e chiuse in certi astucci di pelle, gelosamente custoditi entro alcune casse di teck, legno durissimo e d'uso comune in tutti i templi braminici.  fatto per l'appunto di questo legno il famoso parasole, emblema della onnipotenza di Budda, in fondo alla gran navata del tempio di Karli. Quel parasole, sfuggito per miracolo ai danni di tante rivoluzioni,  stato piantato l, sull'altare, dai costruttori del tempio, la bellezza di ventidue secoli fa. Potete adunque considerarlo come il nestore dei parasoli e degli ombrelli, che affliggono l'umanit viatrice.
Aperta una di quelle casse, il vecchio Lacmana ne cav un astuccio di pelle, e dall'astuccio alcune foglie di palma, le cui facce erano scritte per lungo con caratteri devanagarici e nel dialetto indi. Il dialetto indi, comune a quasi tutte le provincie settentrionali e centrali della penisola indostanica, dov'era assai coltivato nei secoli scorsi,  una derivazione della lingua pracrita; la quale a sua volta... Ma lasciamo queste filologiche quisquilie e torniamo al manoscritto di Lacmana.
- Questa, - diss'egli, -  una cronaca fedele del regno di Gundwana, e fu scritta da Haruti, un povero bramino del tempio di Karma Vridi. Giovine ancora, quando Aureng Zeb s'impadron di Golconda, Haruti pot fuggire in tempo dalle persecuzioni che il gran Mogol aveva ordinate contro i sacerdoti di quel tempio, e travestito da gussaino and a rifugio fin sulla costa di Bombay, donde non ritorn che dopo la morte di Aureng Zeb. Era vecchio; il suo tempio era diventato un mucchio di rovine; e il povero Haruti ebbe ospizio a Paravady, dove mor santamente, or fanno cento e trent'anni. Legger i passi pi importanti della sua cronaca. Voi forse, Sahib, - soggiunse Lacmana, rivolgendosi al duca, - intenderete meglio l'indostano che l'indi; ma le differenze non sono grandi, ed io, ove occorra, vi tradurr in lingua indostana le parole pi difficili. -
Il duca di Marana ringrazi con un cenno del capo, e si dispose ad ascoltar la lettura; una lettura che non staremo a udire noi altri, poco pratici, come siamo, delle lingue orientali in generale, e dei dialetti indiani in particolare. Faremo in quella vece di restringere in breve alcuni passi della cronaca di Haruti, che possono dar lume anche a noi nella faccenda del tesoro. Si parler anche di Gundwana, l'ultimo e disgraziato principe di Golconda; ma il suo nome e la catastrofe del suo regno sono cos strettamente legati alla faccenda in discorso, che proprio non si pu farne di meno.
Ugualmente necessario sarebbe qui un cenno delle vicende storiche della penisola indiana. Ma di queste ci sbrigheremo in poche parole, per non confonder la testa dei pazienti lettori.
Fin dai primi anni dopo il Mille, gl'Indiani avevano dovuto aggiungere ai mali delle loro discordie e guerre fraterne, il danno delle invasioni maomettane, perdendo a poco a poco mezze le loro provincie del settentrione. Dopo il 1200 ebbero sulle braccia i Mongoli con Gengis Kan; poscia gli Afgani che cacciarono i Mongoli; indi i Tartari, successori di Tamerlano, che cacciarono gli Afgani, e fondarono nel cuore dell'India una dinastia, impropropriamente, ma pure comunemente, chiamata mongolica. Celebre fra tutti i principi di questa dinastia fu il savio Akbar, che tenne in onore le arti, fond citt e non perseguit, anzi protesse e favor la religione dei vinti. Non cos savio, n tollerante, n umano, doveva riuscire il suo pronipote Aureng Zeb, che vinse tutti i suoi antecessori in grandezza, ma oltrepass in crudelt i peggiori tra essi. Rinchiuso in un carcere il vecchio padre e fattolo morire l dentro, regn a suo talento, mirando altres ad estendere i confini dell'impero, e conquistando a mano a mano i principati di Haiderabad, di Visapur e di Golconda, ancora rimasti illesi in quella grande rovina della famiglia indostanica.
Principe di Golconda, nel l660, era il povero Gundwana, della stirpe dei Ragiaputi, nobile d'aspetto, generoso e magnanimo, amante della religione e perci caro agli Dei. - Ma sopra agli uomini e alle loro virt, - commentava il vecchio Lacmana, - sta la necessit delle lontane espiazioni. Forse il gran popolo, uscito dalla bocca e dalle braccia di Brama, doveva scontare il fio delle sue divisioni religiose, del suo allontanamento dal culto della Trimurti, e il destino degli ultimi principi indipendenti era segnato nella mente del Mahadeva.
Un giorno, le guardie che vegliavano alle porte di Golconda annunziarono a Gundwana un messaggiero del gran Mogol.
- Golconda - mandava a dire Aureng Zeb -  un diamante che manca al pennacchio del mio turbante. Preparati a restituirlo. -
Gundwana convoc tosto il durbar di tutti i notabili della sua corte. Fu deliberato di resistere alle minacce di Aureng Zeb, chiedendo alleanza al sultano di Visapur, che neppur lui avrebbe potuto regger da solo contro la cupidigia del comune nemico. Ma Aureng Zeb inoltratosi con un forte esercito, piomb d'improvviso addosso al sultano di Visapur. Della sua capitale, forte e ricca citt che novera forse trecento mila abitanti, fece un mucchio di rovine, e ne disperse la popolazione tra le varie provincie dell'impero.
Gundwana intese subito qual fine fosse riserbata a lui se il cielo non si degnava di assisterlo; e si dispose con animo forte agli eventi.
Chiam presso di s il vecchio Berar, ambastha di nascita. Si dicono ambastha o vaidia, i nati da un Bramano e da una Vaisa, cio a dire da un uomo della casta sacerdotale e da una donna della casta dei mercatanti. Come tutti i suoi pari, Berar esercitava la medicina. Il principe di Golconda riponeva una grande fiducia in quel suo ottimo servitore.
- Berar, - gli disse, - Aureng Zeb ha distrutta la citt capitale di Visapur e presto si volger contro di noi. Egli non mira tanto ad impadronirsi di me, quanto del tesoro di Golconda, famoso nell'universo. Io morir combattendo, come un degno rampollo della progenie di Rama; son gi preparato alla mia sorte. Ma il discendente dei Tartari, il seguace di Maometto, non dee possedere il tesoro. Sarebbe troppa vergogna per noi.
- Perch ti affliggi cos, mio signore? - disse di rimando il savio Berar. - Tu respingerai l'invasione; e ad ogni modo, ci sar tempo per mettere in salvo il tesoro.
- No, il farlo tardi darebbe troppo nell'occhio alla gente; e il nemico, quando pure ci lasciasse il tempo di tentarlo, verrebbe facilmente a conoscer la traccia. Bisogner nascondere il tesoro fin d'ora, in qualche tempio lontano di qui, e adoperando in modo che nessuno dei nostri se ne avveda. Pensaci tu, savio Berar; io non avr pace fino a che tu non abbia trovato il luogo da ci. -
Gundwana aveva il presentimento della sua morte, e voleva che almeno ella non recasse al nemico il profitto sperato.
Dopo esser rimasto alquanto sovra pensiero, Berar propose al suo signore di nascondere il tesoro nel munder di Karma Vridi. Non era lontano che poche ore di cammino dalla capitale di Gundwana, e ci si poteva andare pi volte di seguito, con qualche pretesto ragionevole, senza destare i sospetti della gente. Il pretesto fu anche trovato, in quel medesimo giorno. Gundwana mandava al santuario di Karma Vridi tutti i libri sacri e i poemi dell'India, di cui la libreria reale di Golconda possedeva una copia. Era quello un prezioso donativo al collegio dei bramini di Karma Vridi, che dovevano rivolgere assidue preghiere al Mahadeva, implorando vittoria alle armi del suo servo Gundwana.
Per dar colore di maggiore verit alla cosa, insieme coi sacri testi dei Veda e dei Purana, coi ponderosi poemi di Viasa e di Valmichi, fu mandata in pubblica pompa al santuario una ricchissima collana di perle a dodici filze, che doveva rigirarsi intorno al simulacro del Dio.
Ogni cosa and secondo i disegni del principe. Il tesoro fu trasportato a Karma Vridi, senza che alcuno sospettasse di nulla, e sepolto in una buca, di cui solamente Berar e il mahunt del tempio conoscevano il segreto.
Interamente tranquillo per ci che riguardava il tesoro, Gundwana, il principe religioso e caro agli Dei, and animoso incontro alle sorti della guerra. Aureng Zeb, con l'esercito vincitore, ebbro delle stragi di Visapur, muoveva speditamente alla volta di Golconda. Ragiaputi e Tartari si scontrarono a dieci coss, cio a quindici miglia, dalle mura della capitale. Gundwana fece prodigi di valore; cerc Aureng Zeb nella mischia, ma senza trovarlo; vinto, accerchiato, invoc la morte, ma senza ottenerla, come aveva sperato, sul campo.
In una cosa non si era ingannato; nel prevedere i disegni di Aureng Zeb. Entrato vincitore a Golconda, il gran Mogol corse alla torre in cui sapeva dover esser custodito il tesoro.
A questo mirava, il fiero conquistatore. E certo, quelle favolose ricchezze avrebbero accresciuta la sua potenza assai pi che non potesse fare l'usurpazione di un piccolo reame. Ora, immaginate il suo sdegno, quando si avvide che la miglior parte del tesoro di Golconda, i rubini a sacca, gli zaffiri a migliaia, i diamanti famosi, uno dei quali giustamente considerato il pi vistoso tra i diamanti dell'India, tutto era sparito, restando solamente le pietre di minor pregio, e l'oro e l'argento, necessari ai bisogni della corte.
Fatto condurre alla sua presenza l'infelice Gundwana, gli chiese dove fosse nascosto il tesoro, ma senza averne risposta. Lo fece porre alla tortura, ma invano; lo strazio delle membra non valse pi delle imperiose domande. Il discendente di Rama sopport con mirabile costanza i feroci tormenti, pensando alla grandezza infinita del Dio, che aveva sofferto assai pi di lui, per l'ira degli infami Racssi.
Inasprito, furente, il conquistatore di Golconda, fece mozzar la testa a Gundwana. A quella testa, piantata su d'una lancia, davanti all'ingresso del castello reale, era accompagnata una scritta, che diceva cos: "ugual fine avranno tutti coloro che sanno dove sia il tesoro di Golconda, e ricuseranno di dirlo."
La paura avrebbe fatto correr molti; ma nessuno sapeva nulla; e gli ufficiali della corte di Gundwana stavano sbigottiti ad attendere il supplizio. Il dotto Berar, il medico fidato del principe, era sparito da Golconda; n sulle prime si fece attenzione alla cosa. Ma la sua scomparsa doveva esser notata, come una traccia preziosa, quando uno dei servi di Gundwana ebbe detto all'imperatore che dal castello reale di Golconda egli non aveva veduto uscir nulla; salvo i libri sacri, mandati in dono al santuario di Karma Vridi, sotto la scorta del medico di corte.
- Andiamo al santuario! - grid Aureng Zeb, poich ebbe perduta la speranza di metter le mani addosso a Berar.
Il gran sacerdote del tempio vide appressarsi la bufera, ma il suo cuore non trem per paura. Era vecchio d'anni, oltre gli ottanta, e poco restandogli da vivere, poteva anche sacrificare quel poco alla memoria del suo signore. Neg anzi tutto di aver ricevuto il tesoro in deposito, o di aver nascosto cosa veruna sotto le arcate del tempio. L'invio dei sacri libri dava appiglio al sospetto, ma spiegava anche facilmente l'errore. Di doni preziosi al santuario non era venuto altro, fuorch la collana di perle a dodici filze. Certo, quel monile era per s stesso un tesoro. Aureng Zeb lo prese con le sue mani sacrileghe e volle adornarsene il collo. Indi, mandato a morte il vecchio mahunt, fece appiccare il fuoco al santuario.
Karma Vridi fu ridotto in breve ad un mucchio di rovine. I suoi bramini, i suoi panditi, che ci avevano un collegio fiorente, dove attendevano alla interpretazione dei sacri testi e dei poemi antichissimi dell'India, andarono dispersi qua e l, senza speranza per s medesimi, n per la libert della patria. Ma neanche Aureng Zeb, con tutto il suo smisurato potere, ebbe pi speranza di rinvenire il tesoro. Gundwana era morto; di Berar non si aveva pi traccia, e le rovine di Karma Vridi custodivano il loro segreto.
Erano questi i cenni della cronaca di Haruti. Il savio bramino soggiungeva che le ricchezze sottratte in tal guisa alle ingorde voglie di Aureng Zeb potevano ascendere, tra diamanti e pietre preziose d'ogni genere, a cento lakh di rupie. Ogni lakh equivalendo a centomila rupie e perci a duecento cinquantamila lire, tutto il tesoro di Golconda, nascosto nei sotterranei di Karma Vridi, poteva essere valutato venticinque milioni di lire. Non era molto, per un tesoro indiano; ma bisogna rammentare che Gundwana aveva posto in salvo solamente il meglio delle sue gioie, lasciando la minutaglia a Golconda, insieme con l'oro e l'argento. E dopo tutto, anche venticinque milioni di lire potevano meritare le investigazioni di un europeo del secolo decimonono, come avevano meritate le cupidigie e i furori di un monarca orientale del decimosettimo.
Il racconto era interessante; ma come giovarsene? E in primo luogo, come mai lo scrittore della cronaca era giunto a possedere il segreto?
Haruti, adolescente novizio nel sacro collegio di Karma Vridi, era riuscito a fuggirsene, quando l'imperatore Aureng Zeb minacciava di mettere a morte tutti i sacerdoti e i guardiani del tempio. Non credeva certamente che il tesoro di Golconda fosse stato nascosto nel santuario; sapeva soltanto che v'erano stati portati i volumi della libreria reale e aveva veduto in quella occasione il medico di corte. Ma poich il sospetto era nato nella mente del feroce Aureng Zeb, e il supplizio del mahunt lasciava temere che quel semplice sospetto potesse mandare a morte pi d'uno, Haruti non aveva posto indugio a cercarsi uno scampo; era fuggito, senza fermarsi pi, fino a tanto non ebbe messa tra s e il conquistatore di Golconda la catena dei monti di Sattara. Per farvela breve era andato a rifugiarsi sulla costa occidentale, a Bombay; dove, acconciatosi al mestiere di acquaiuolo, campava miseramente la vita.
Col, un bel giorno, due anni dopo la catastrofe di Karma Vridi, mentre egli passava davanti al munder di Paidoneh, gli venne veduto accoccolato presso la porta maggiore del tempio un religioso mendicante, il cui aspetto gli parve di persona conosciuta. Anche il mendicante lo aveva guardato; da prima con occhio sospettoso, vedendo l'aria curiosa del giovane, quindi pi calmo, a guisa d'uomo che non vuol mostrare d'aver nulla a temere. Intanto l'acquaiuolo si era avvicinato, e, cavando di tasca un pugno di caori, piccole conchiglie usate come moneta nell'India (e ne occorrono almeno quaranta per fare il valsente d'un centesimo dei nostri), lo gett nella coppa del gussaino, dicendogli a mezza voce:
- Il Mahadeva vi assista, buon vecchio, che somigliate tanto a qualcheduno del mio paese.
Il gussaino aveva chinata la testa, mormorando alcune parole, tra il ringraziamento e la preghiera; ma non aveva fatto cenno di raccogliere la frase di Haruti.
Questi prosegu la sua via. Ma come ebbe fatto un centinaio di passi, vide il gussaino, che lo aveva raggiunto e accelerava il passo per andare innanzi a lui.
- S, certo, - disse Haruti fra s, - quello  il vaida Berar, il medico del nostro povero principe. Riconosco la sua andatura.
Il mendicante, a un certo punto della sua corsa, si volt indietro per dare un'occhiata d'intelligenza all'acquaiuolo; indi svolt l'angolo della strada, per andare verso il quartiere di Girgaum.
Evidentemente, il vecchio voleva esser seguito. Haruti obbed e gli tenne dietro fino ad un boschetto di alberi di cocco. Come fu giunto all'uscio di una piccola capanna, il vecchio si ferm, si volse a guardare intorno, e veduto che nessun altri li aveva seguiti, invit il giovane ad entrare con lui.
- Chi sei tu, che credi d'avermi riconosciuto? gli disse.
- Sono Haruti, e vivevo due anni fa, nel santuario di Karma Vridi, - rispose il giovane. Se tu sei Berar, l'ambhasta, il medico di...
- Lo sono; - interruppe Berar. - Anche a me era sembrato di riconoscere un volto amico. Da due anni vivo qui, limosinando, piangendo il mio signore e sospirando la patria. E tu, come sei giunto? Anche tu, figlio della casta pi nobile, sei costretto ad esercitare un vile ufficio, per vivere? -
I due compagni di sventura, dopo essersi narrate scambievolmente le loro miserie, deliberarono, com'era naturale, di metterle insieme. L'uno sarebbe stato il sostegno all'altro; ambedue potevano piangere liberamente sull'eccidio della patria e sulle rovine di Karma Vridi.
- E poi, ci sar stato davvero il tesoro? - aveva chiesto Haruti, che non poteva mandar gi il feroce comando di Aureng Zeb.
Il vecchio Berar non rispose parola. Ma in capo ad un anno (che non ci vuole di meno a pesare un amico) gli disse:
- Lo so io, dov' nascosto il tesoro di Gundwana. Ma il saperlo che giova? Fino a tanto rimane in vita Aureng Zeb, non  prudente consiglio di ritornare a Golconda. -
Indi, crollando malinconicamente la testa, soggiunse:
- Il tiranno  giovane ancora, ed io morir troppi anni prima di lui; se il Mahadeva non si degna di mutare per noi l'ordine naturale delle cose. -
Il miracolo non avvenne, e il vecchio Berar, dopo qualche anno, sent che la sua ora stava oramai per suonare. Chiamato il giovine Haruti accanto al suo letto, gli parl in questa guisa:
- A te, bramino e servo fedele degli Dei, confider il segreto del tesoro di Golconda. Esso  stato nascosto per l'appunto nel santuario di Karma Vridi. Aureng Zeb non si era apposto male; e se la perspicacia sua non lo ha condotto pi oltre, bisogna darne merito ai sassi del tempio, che hanno custodito gelosamente il segreto.
- Ma pur troppo il tempio  stato incendiato; - osserv il giovine bramino.
- Non gi distrutto il nascondiglio del tesoro; - rispose Berar; - il fuoco non intacca la pietra. Ora, bada attentamente a ci ch'io ti dico. Il tempio di Karma Vridi era spartito in tre navate. Sotto quella di destra lungo il muro, e proprio in quel punto che fa riscontro alla quarta colonna,  scolpito uno dei simboli della nostra religione.
- Il terzo avatara di Visn; lo rammento benissimo; - disse il giovine Haruti. - Il leone che salva il mondo, facendo a brani il titano Acscia.
- Per l'appunto. A'piedi del bassorilievo, smuovendo una lastra di pietra, si trova la bocca d'un sotterraneo. Era anticamente una via segreta, che metteva il tempio in comunicazione con la fortezza di Pandia. Il passaggio era stato murato nel mezzo, fino ai tempi di Kafur il maomettano vittorioso, che aveva smantellata la fortezza, senza conoscere il segreto di quella via sotterranea. I mahunt di Karma Vridi ne serbarono soli la tradizione. L dentro, adunque, fatti cento cinquantadue passi nel sotterraneo, bisogna tastare il muro, e rompere dove si sente il vuoto. Il tesoro  chiuso in quella nicchia, che occhio umano non riuscirebbe a scoprire, essendo il muro tutto ragguagliato con lo stesso intonaco e sotto una medesima tinta. Morto il povero mahunt per non aver voluto svelare il segreto, morto me in questo esilio, tu solo al mondo conoscerai dove si nasconda quella ricchezza. Giurami che non andrai a cercarla che dopo la morte di Aureng Zeb, o dopo la sua cacciata dal nostro paese, e, ad ogni modo, quando tu sia ben certo che il tesoro di Gundwana non cadr in balia di Musulmani. Il regno dell'usurpatore potr durare anche molto; uno del suo sangue, o almeno della sua religione, succedergli. In questo caso, se il cielo non ti conceder di compiere l'impresa, innanzi di morire potrai confidare il segreto ad un altro bramino. Chi sa che un altro non abbia miglior sorte di noi! -
Haruti giur il segreto e promise di fare in tutto come gli consigliava Berar. E questi mor in pace, pensando che il conquistatore della sua patria, l'uccisore del suo principe, non avrebbe posseduto il tesoro.
L'ordine naturale delle cose a cui aveva accennato Berar, fece vivere Aureng Zeb ancora una quarantina d'anni. Quando il potentissimo tra i monarchi dell'India venne a morte, anche Haruti era invecchiato. Ritorn a Golconda, dove nessuno lo conosceva, e and in pellegrinaggio a Karma Vridi, ma non trov pi altro, del famoso santuario, che qualche avanzo delle mura maestre e un ammasso informe di rovine, su cui crescevano sterpi ed erbe selvatiche.
Quella vista era fatta per disanimarlo. D'altronde, che cosa avrebbe potuto far egli, vecchio com'era, senza mettere qualcheduno a parte del segreto? E a chi ne avrebbe fatto parola? Con qual pretesto si sarebbe impreso il lavoro, per non destare i sospetti del nuovo signore di Golconda?
Haruti si rassegn. N gli era difficile il farlo, poich il buon vecchio aveva imparato da lunga mano a disprezzarle ricchezze, e bene intendeva per giunta che quelle sepolte sotto i ruderi di Karma Vridi, anche scoperte, non sarebbero servite alla gloria del Mahadeva.
Compiuto il suo pellegrinaggio, si ridusse a breve distanza di l, nel tempio di Paravady. La fama delle sue virt era giunta in quel collegio di bramini, ed egli v'ebbe ospizio onorato pel resto de'suoi giorni, che egli spese nello studio dei Veda e nella composizione di quella sua cronaca, in cui erano raccontati gli ultimi anni della prosperit di Golconda.
Questa era la narrazione del vecchio Lacmana, a rincalzo dei cenni che aveva letti qua e l nella preziosa sua cronaca. La tradizione orale dava il suo compimento allo scritto, ed era per tal guisa spiegato come il segreto fosse giunto fino a Lacmana, terzo dei priori di Paravady, dopo la morte di quello che aveva ricevuta la confidenza dal labbro stesso di Haruti.
- Ma come mai? - esclam il duca di Marana, poich il vecchio mahunt ebbe finito il racconto. Nessuno dei vostri antecessori ha sentito il desiderio di metter sossopra i ruderi di Karma Vridi?
- Lo avr sentito certamente, ma senza poterlo appagare; - rispose Lacmana. - Aureng Zeb mor nel 1707; gli succedette il figlio Sci Alum, e a questi Moez-eddin, deposto in capo a pochi mesi dal nepote Farrukhsir. Solamente dopo di questo principe, che mor nel 1720, e durante il regno di Mohammed Sci, i Mongoli perdettero ogni vero dominio sull'India; ma alla loro autorit succedeva quella di Nizam-al-Mulk, visir di Mohammed. Fu questo il capostipite degli attuali Nizam, maomettani e nemici nostri, come gli antichi padroni, e sotto i suoi occhi niente si sarebbe potuto tentare utilmente. Del resto, - soggiunse sospirando Lacmana, - l'allontanarsi delle nuove generazioni dai fatti che il bramino Haruti aveva registrati nella sua cronaca, non meno avr avuto piccola parte nello intiepidimento di quel desiderio.  anche probabile che non tutti i miei predecessori credessero ugualmente alla veridicit del racconto.
- Volevo ben dire! - esclam don Fernando, che ritornava volentieri ai suoi dubbi.
E dentro di s tir avanti in questa forma:
- Sono cos bugiardi, questi Indiani, a furia di esagerazioni! Vedete la loro storia, come si confonde con la mitologia! E questa, come diventa mostruosa, facendo delle sue divinit altrettanti animali! Ogni grand'uomo ha la sua apoteosi, che si trasforma bel bello in un avatra, in una incarnazione di Dio; testimone quel Rma, che scomoda tanta gente per nascere, e, per riconquistare il suo trono e sua moglie, ha bisogno di farsi aiutare... indovinate da chi? dal re delle scimmie!
- Per altro, - diceva Guido in quel mentre, quasi volesse temperare nell'animo di Lacmana l'effetto di quella frase del duca, - voi ci credete, amico mio!
- Per non crederci, dovrei mettere in dubbio la gravit di Haruti, un sant'uomo, che certamente non ha voluto ingannare un suo fratello con una invenzione di tal fatta, n presentassi al trono di Brama con una menzogna sulla coscienza.
- Potrebbe darsi che non fosse stato veritiero il medico; - entr a dire Fernando.
- Prevedevo l'osservazione; - rispose Lacmana. - Ma ditemi, Sahib, per qual ragione il vecchio Berar avrebbe tessuta una favola? Niente di pi naturale di ci ch'egli ha fatto, svelando il segreto del tesoro al suo giovine compagno di sventura, che lo aveva conosciuto per l'appunto a Karma Vridi nella occasione del trasporto dei libri sacri, di quei libri che dovevano nascondere un altro deposito, assai pi prezioso agli occhi di Aureng Zeb. Ammettiamo per un istante che il tesoro non ci sia. Chi lo avrebbe trafugato? Lo stesso Berar, direte voi. Ma come si spiega allora che il medico di corte, il confidente di Gundwana, vivesse tanto miseramente a Bombay, chiedendo l'elemosina all'ingresso d'un tempio?
-  giusto; - not il duca di Marana, arrendendosi all'evidenza di quelle ragioni.
- Accettate dunque? - domand Guido Laurenti.
- Oh, per questo non mi bisognavano tante prove; - grid lo spagnuolo. - Anche nell'incertezza dell'esito, l'impresa pu essere tentata da uno scioperato par mio. Del resto, - soggiunse, rivolgendosi al mahunt, - noi altri, uomini dell'occidente, siamo scavatori feroci al cospetto di Dio. Per un frammento di statua, per una pentola di monete d'argento o di rame, qualche volta soltanto per un mucchio di cocci, lavoriamo allegramente un anno, e diamo materia di chiacchiere ai nostri antiquarii, per dieci.
- Beati voi, che sentite cos profondamente la religione del passato - disse di rimando il bramino. - Ed ecco anche un pretesto ragionevole per tutti coloro che potessero insospettirsi di questi lavori. Il ministro del Nizam non ci avr nulla a vedere.
- E poi, - replic il duca di Marana, - non abbiamo il residente inglese a due passi? Chiederemo protezione all'Inghilterra. In fondo in fondo,  lei che comanda.
- Difatti, - osserv Lacmana, - stiamo per cangiar padroni da capo. -
E sospir, cos dicendo, il savio interprete dei Veda.
- Ecco, dunque, i diritti dell'archeologia sono salvi, - esclam don Fernando, che si era messo al coperto da tutte le possibili canzonature e andava pi franco all'idea di una occupazione piacevole.- Daremo da lavorare agli uomini di Paravady, e sar questo il primo benefizio che quei poveri diavoli ritrarranno dal tesoro, abbia esso a trovarsi, o no, nella sua nicchia sotterranea. Ma ora che ci penso, bisogner fare prima di tutto una gita d'esplorazione; andare a studiare il problema sulla faccia del luogo; misurare il campo, farci su le nostre brave induzioni.
- Karma Vridi non  pi che un monte di rovine, gi ve l'ho detto, - osserv il vecchio bramino. - Ma si distingue ancora abbastanza il giro delle mura maestre, e non sar tanto difficile di cogliere il punto giusto da cui incominciare lo sterro.
- Ottimamente; possiamo andarci domattina.  lontano di qui?
- Forse due ore di strada, seguitando la macchia dei baniani.
- Per conseguenza, si potr anche tornare a casa ogni giorno per l'ora del pranzo; - disse il duca di Marana. - Io pensavo gi alla necessit di una specie d'accampamento. Amico Laurenti, non perderete neanche per un giorno il vostro commensale. E il vostro meraviglioso Sahibgar potr dirsi veramente un nido di lavoratori. -
Guido Laurenti sorrise, notando quella febbre di operosit che s'impadroniva del suo ospite.
- Sicuro, - diss'egli, - non bisogna stare in ozio. L'ozio  il padre di tutti vizi.
- Ahim! ed anche delle molte fantasie; - aggiunse entro di s il duca di Marana, a cui tornava in mente la soave immagine della signora Luisa. Ma infine, che male c'? Non si pu trovar bella una donna, senza che tutte le campane della coscienza suonino a stormo? -
Quando i due amici furono di ritorno al Sahibgar, non mancavano pi che pochi minuti all'ora del pranzo. La signora Luisa, sempre gaia e gentile, fece molti complimenti al duca di Marana per la caccia del cobra, che ella aveva veduto giungere a casa nel suo letto di frasche; ma raccomand all'ospite di non andare pi in giro per la jungla, senza gli stivaloni di cuoio.
-  giusto. - diss'egli; - metter le gambiere fin da domani, per l'impresa di Karma Vridi.
- Che impresa? - domand la signora.
- Un'impresa stranissima; - rispose il duca con enfasi burlesca. - Scoprir un tesoro, e sar lieto di mettere ai piedi di Vostra Mercede il pi grosso e il pi sfavillante tra tutti i diamanti del mondo. Degnatevi d'accettarlo fin d'ora. -
Si pu promettere di accettare un presente, che sia lontano ancora da ogni probabilit. E la signora Luisa Laurenti accett sorridendo quell'altra pelle dell'orso, che il duca di Marana le offriva. Anzi, per quella sera non si ciarl che di tesori e di pietre preziose, scherzando sulla impresa di don Fernando e sull'uso che egli avrebbe potuto fare di quelle nuove ricchezze
.- Bisogna prenderla per mo'di celia; - disse ad un certo punto della conversazione il duca di Marana; - se no, ci prepariamo qualche disinganno troppo amaro. Non  cos?
Neanche Guido si prov a contraddirlo. E infatti, lontani dal mahunt di Paravady, non si era pi scaldati dagli ardori della sua fede, e quella storia di dugent'anni addietro ricominciava a sapere di favola.
- Confessatelo; - soggiunse il duca; - voi non avete voluto pigliarvi l'incarico di cercare il tesoro, perch non ci credevate affatto.
- Affatto, veramente,  un dir troppo; - rispose Guido Laurenti. - Ci credevo poco, e l'indole delle mie occupazioni non era tale da far pendere la bilancia da quella parte l. Cionondimeno, oggi credo un po'pi di ieri; almeno almeno, - soggiunse, a guisa di correttivo, - credo alla buona fede di Haruti. Che poi il tesoro debba trovarsi nella sua nicchia...
-  un altro paio di maniche, - conchiuse don Fernando. - Ma non importa. Anche questa curiosit vogliamo levarci. E se non troveremo i diamanti, avremo sempre trovato materia da ridere. -
In queste chiacchiere pass la serata. E il signor duca di Marana, stando vicino a madonna, udendone le parole, cogliendone in aria i sorrisi, mandava a quel paese i propositi di fuga, che gli erano passati per la mente in quella mattina.
Dopo tutto, siamo giusti. Come avrebbe potuto andarsene, con un tesoro di Golconda in prospettiva?

9.

Seguito da una cinquantina d'indiani, che aveva presi al suo servigio per la magnifica impresa, e disposto a prenderne un maggior numero, se lo avesse creduto necessario dopo una ispezione diligente dei luoghi, don Fernando si pose in viaggio, la mattina per tempo, alla volta di Karma Vridi.
Faceva volentieri quel suo tentativo, quantunque in lui combattessero di continuo la speranza di trovare la nicchia meravigliosa e il timore di uscirne con un leggiero spruzzo di ridicolo sulla nobilissima testa. Ma pensate, a sua scusa, che don Fernando sentiva il bisogno di non istupidire sotto un atrio di casa, a veder ricamare una donna, e che gli pareva altres di dover cogliere con ogni studio la prima occasione di passare per un personaggio non affatto disutile nella piccola colonia europea di Paravady.
Con questi pensieri, lascio immaginare a voi come andasse franco alla meta. Passata la Godavery a un miglio di distanza dal villaggio e dal munder, ma senza indugiarsi col vecchio Lacmana, don Fernando prese la via verso settentrione, evitando per quanto era possibile di entrar nella macchia, dove i brutti incontri non erano mica difficili. All'aperto, e di giorno, una comitiva, anche di poche persone, non ha nulla a temere dalle belve, che stanno volentieri appiattate nel folto, e al ruscello non vanno per solito che di notte. Ma guai ad avventurarsi nella macchia e lasciarvisi cogliere in guisa da non poter fare manipolo contro un assalto, che non si sa mai donde venga.
Due ore dopo la sua partenza dal Sahibgar, il duca di Marana giunse in vista di Karma Vridi. Era un poggio, anzi un rialto di terra verdeggiante, chiazzato qua e l di grigio, pei ruderi che vi erano sparsi. Don Fernando riconobbe le rovine del tempio, e dalla giacitura dei pezzi pi alti argoment che alcuni tronchi di colonne fossero rimasti in piedi, facendo puntello a qualche frammento di vlta.
Mentre i suoi uomini preparavano la colazione, don Fernando fece il giro del rialto, per riscontrare la traccia delle mure maestre e vedere da qual parte fosse il prospetto del tempio. La qual cosa non riusc molto difficile, essendo noto come tutti gli edifizi religiosi dell'India avessero uno sporto sulla fronte, a guisa di pronao greco, ma assai pi ristretta, e da paragonarsi piuttosto agli atrii dei conventi cristiani.
Trovata la postura dello sciori (che questo nome ha in lingua indostana la parte anteriore d'un tempio) il duca di Marana si fece con molta attenzione ad esaminare il rialto, per vedere se da quelle linee esteriori si potesse argomentare qualche cosa intorno all'ampiezza delle navate e alla distribuzione delle colonne. Rammentate, spero, che egli doveva bens rivolgere le sue indagini ad un certo punto della navata di destra, e di costa al muro, ma che quel punto era determinato dal suo riscontro con la quarta colonna.
Questo esame, quantunque don Fernando ci si mettesse con tutte le forze dell'intelletto, non gli frutt nessuna scoperta. Rimanendo adunque nell'incertezza, bisognava incominciare gli scavi dal prospetto del tempio, e andar oltre, prendendo norma dagli imbasamenti delle colonne. Era l'unica via da seguirsi; certamente la pi lunga, ma anche la pi sicura. E come ebbe fermato l'animo su quella, pens di imitare i suoi compagni e di far colazione, mettendo mano ad una scatola di conserve alimentari, non ultima tra le novit con cui il popolo pi viaggiatore dell'Europa aiuta a colonizzare le regioni meno ospitali del mondo.
Ora, alternando i pezzi di biscotto coi pezzi di salmone, don Fernando pens che gli scavi, incominciati da quel punto, sarebbero andati per le lunghe, e che i giorni sarebbero anche diventati settimane. I suoi uomini, poco lungi da lui, scodellavano il riso, bollito nell'acqua, e diventato come una poltiglia, a forza di cuocere. Alcuni di essi, approfittando dell'indugio, erano andati pi oltre, verso un piccolo poggio, e con frasche tagliate qua e l edificavano una capanna; certo con la buona intenzione di offrire al Sahib un piccolo osservatorio, donde egli potesse sopraintendere ai lavori, stando al coperto dai raggi del sole.
Un'idea balen tosto alla mente del duca. Ci vuole generalmente anche meno, per far nascere un'idea nella testa di un uomo. A Galileo Galilei bast il ciondolar d'una lampada nel duomo di Pisa, per trovare non so che cosa, forse l'isocronismo del pendolo; a Isacco Newton la caduta d'una mela sul naso, per trovare la legge della caduta dei gravi e via via tutto il suo mirabile sistema della gravitazione universale. Al duca di Marana poteva dunque bastare la vista di quella capanna improvvisata, per immaginare che, senza troppa fatica e con utile sommo della spedizione, si sarebbe potuta fabbricare una casa.
Subito fece venire a s il capo della comitiva.
- Come ti chiami? - gli disse.
- Berar; - rispose quell'altro.
Era il nome del medico di Gundwana, che, secondo la cronaca di Haruti, aveva nascosto il tesoro di Golconda nel tempio di Karma Vridi. Quella coincidenza gli parve di buon augurio per l'esito della sua intrapresa.
- Dimmi, Berar, - prosegu don Fernando, - saresti capace, co'tuoi compagni di aggiustare quel poggio a mo'di terrapieno, con un po'di fossa intorno, e di farci sopra una capanna pi vasta? magari anche una casa? Ci si riposerebbe tutti, la notte, senza bisogno di andare ogni giorno avanti e indietro da Karma Vridi a Paravady. Ogni sera, una squadra di dieci uomini andrebbe laggi, e si farebbe a torno tra voi altri, per veder la famiglia e portare le provvigioni al nostro accampamento. -
La proposta piacque a tutti gl'indiani. Un desiderio del Sahib Marana era una legge per essi, che dalla sua munificenza avevano ottanta pai, al giorno, come a dire il valsente d'una lira, mentre una ventina di pai bastano laggi per la quantit di riso necessaria al sostentamento di un uomo. Vedete che con una lira al giorno, in India, un uomo pu anche metter da parte i suoi bravi sparagni. Eppure (tale  la legge delle proporzioni!) anche in India mancano spesso all'uomo i venti pai, che gl'impediscano di morir di fame.
Berar e i suoi quarantanove compagni si diedero tosto a lavorare con ardore intorno alla casa immaginata dal duca di Marana. Il fosso fu subito tracciato, e senza alcuna difficolt, perch doveva appunto abbracciare il breve giro del poggio. Due ore dopo incominciato il lavoro, aveva gi l'aspetto d'una di quelle fortificazioni passeggiere, che gli eserciti improvvisano sull'aperta campagna, per custodirsi contro ogni possibile sorpresa del nemico. E quei cinquanta non erano forse un piccolo esercito, nella solitudine di Karma Vridi? E il nemico non ronzava egli forse in quelle vicinanze?
Per ricevere degnamente ogni importuno visitatore, i solitari di Karma Vridi ci avevano una mezza dozzina di carabine; inoltre, quasi tutti avevano portate le lance, insieme coi picconi e le zappe. Ed erano allegri, lavorando attorno a quella loro piccola fortezza; allegri come si  sempre in campagna, quando si fa una cosa nuova, di cui si vede l'utilit immediata.
Data forma al terrapieno, occorreva rizzarvi su i muri a secco. E neppur questo era difficile, poich gli stessi ruderi del tempio, dovunque si mostrassero a fior di terra, fornivano i sassi alle squadre dei manovali.
Intanto, il duca di Marana, seduto sulle rovine di Karma Vridi come Mario su quelle di Cartagine, o, se vi piace meglio, come lo Chateaubriand su quelle di Sparta, pensava ai casi suoi; ma questa volta senza azzeccare un'idea. Anche il genio si affatica, lo sapete, e due idee luminose sarebbero troppa ricchezza in un giorno. Il duca di Marana pensava a Donna Luisa, e si rallegrava (vedete contraddizione!) di essere per un po'di tempo, mettiamo anche per una giornata, cos lontano da lei.
Non ignorate certamente, poich di queste cose ognuno ha fatta pi o meno l'esperienza nel suo proprio cuore, non ignorate, dico, che ogni amor novellino ci ha sempre qualche cosa di acerbo, come ce l'hanno sempre le frutte primaticce. Si sente l'effetto di una bella immagine, e si vorrebbe non sentirlo tanto; si amerebbe star saldi, custodirsi un po'meglio contro una certa facilit di cascar nella pania. E allora piace qualche ora di solitudine, che giova a fortificarci contro quel grande pericolo; e gran merc se si riconosce che lei  freddina parecchio, e noi matti altrettanto. Quella resistenza alla tentazione, che pareva impossibile, stando vicini a lei, o nel raggio della sua influenza magnetica (e dite pure nel circolo magico de'suoi sortilegi, che per me fa lo stesso), sembra una cosa abbastanza facile, e fino ad un certo punto piacevole, quando, se Dio vuole, si va un po'fuori del tiro. Ma, per contro, quando si torna vicini a lei, come si ricasca! "Scendono i filinguelli al paretaio" ha detto il poeta. Quei fieri proponimenti svaniscono, o si trasformano; il savio diventa uno sciocco, o si rimette ad operare come tale.
Intanto, il lavoro degli indiani procedeva sollecito, e, verso le cinque del pomeriggio, la casa appariva sbozzata. Casa, veramente, non si sarebbe potuta dire; somigliava piuttosto ad uno di quei recinti preistorici, che si trovano qua e l sulle coste di Bretagna, e che l'opinione popolare attribuisce al culto druidico. Non era vasta, e dei cinquanta uomini che la edificavano con tanta furia ne avrebbe potuto contenere a stento la met. Ma fin qui, niente di male, poich dieci di quegli uomini dovevano andare prima di notte a Paravady; e i quaranta destinati a restare avevano a spartirsi in due drappelli, e alternarsi nel servizio di guardia. La vigilanza era necessaria, poich le mura non erano condotte ancora ad una altezza sufficiente, e il tetto era alla meglio imbastito con canne di bamb ed un intreccio di frasche. Aggiungete che l'uscio non era pi alto delle mura, n pi saldo del tetto.
Al duca di Marana parve tuttavia che quella costruzione fosse gi un bel riparo, per una prima notte di solitudine. Ma di che cosa non si contenta il viaggiatore? Certi disagi e certe peripezie sono anzi il meglio della sua vita.
Del resto, sapete che il duca di Marana ci provava un po'di gusto, a passare quella notte lontano dal Sahibgar. Laggi si sarebbero occupati della sua assenza, avrebbero sentita la sua mancanza. Gi, sono gli assenti, quelli che possono farsi desiderare; ai presenti non resta che di dar noia.
Don Fernando non era anche venuto a capo d'intendere che cosa pensasse quella donna di lui, e con che occhi si disponesse a vedere la sua assiduit, la sua divozione... via, diciamo pane al pane, la sua corte spietata. Veramente, troppo pochi giorni erano scorsi dall'arrivo di lui, e poteva anche darsi che Donna Luisa non avesse posto mente ai suoi lavori d'approccio, confondendoli forse con le naturali espansioni d'una schietta amicizia. Ma il signor duca, come tanti cavalieri del suo stampo assuefatti a trinciarsi liberamente la loro parte nei beni della vita, aveva la pretensione d'indovinar certe cose alla bella prima. E non gli pareva mica di sentire soverchiamente di s. Aveva pure notata fin dal giorno del suo arrivo a Paravady quella gentile freddezza che governava le relazioni coniugali di casa Laurenti!
Or dunque, come andava quell'altra faccenda? Perch non gli riesciva di leggere ugualmente nell'animo della signora, per ci che risguardava il pi infiammabile tra tutti i grandi di Spagna? Don Fernando non ci si raccapezzava. Ed anche per questo non gli dispiaceva di star lontano un giorno da lei. La facilit con cui rinunziava ad una serata nel boschetto delle magnolie, poteva giovargli benissimo in due modi, e presso due persone ugualmente; toglieva un appiglio a futuri sospetti, se pure ne potevano nascere nella mente di Guido, e a lui, don Fernando, offriva modo di fare le pi sottili induzioni sulle accoglienze che gli sarebbero toccate al ritorno.
Quante parole, per non riuscir poi a farvi intendere con precisione ci che il duca di Marana intendeva gi tanto poco da s! Ma il cuore  un labirinto cos intricato che guai ad entrarci! Ogni piega vi lascia intravvedere una strada, e tutte aiutano a confondervi, prima che abbiate infilata la buona. Ma c', poi, la buona tra tante? E non pu dipendere da un nulla che lo stesso proprietario ci si smarrisca anche lui? Avviene in simili casi che la via senza uscita si apra da s, mentre se ne chiude un'altra, che pareva la meglio tracciata.  la storia dei semi gittati in un pezzo di terreno. Son tutti vitali ad un modo; ma dipende da un nulla che l'uno avvizzisca e l'altro s'ingrossi, che questo si arresti a mezzo della sua espansione, e l'altro improvvisamente si riabbia e germogli.
Risoluto di dormire nel suo accampamento di Karma Vridi, il duca di Marana aperse il suo taccuino e ne strapp una pagina, su cui scrisse alcuni versi con la matita.
"Il luogo  bello (diceva egli all'amico Laurenti), ma queste rovine mi promettono un lungo lavoro. Non mi sgomento, anzi ho incominciato a fabbricare una casa. Non istante in ansiet; la squadra che viene a Paravady vi dir come ho concertato il servizio. Considerandomi un soldato come tutti gli altri, prender domani a sera il mio turno di vacanza. "
Scritto questo saggio di eloquenza spartana, pieg il foglietto e lo consegn al capo della squadra che doveva andare a Paravady pei viveri. La squadra si componeva di dieci uomini, armati di lancie e coltelli. A due di loro, il duca di Marana aveva distribuite le carabine, precauzione forse soverchia, poich c'erano ancora due ore di sole, e la squadra sarebbe giunta all'abitato prima dell'imbrunire. Ma il duca, che aveva gi corsa la sua parte di mondo e non voleva lasciar nulla al caso, pens che due carabine sarebbero state sempre una buona compagnia per la squadra. Al grosso del suo campo ne restavano quattro, senza contare la sua, e la rivoltina che gli pendeva dal fianco.
Gli uomini partiti dal campo potevano gi essere arrivati al Sahibgar, quando il duca di Marana si dispose a cenare, davanti all'entrata della sua piccola fortezza. Gl'indiani, al solito, mangiavano il riso bollito; ed anche don Fernando volle assaggiarne, ma torcendo il viso a quella minestra cotta senza sale, e in un'acqua che non gli sembrava molto pulita.
A proposito d'acqua, i suoi uomini erano andati ad attingerla da un fossatello, che si vedeva distante un cinquecento passi di l. Ritornando con le brocche ripiene, essi narrarono al Sahib di aver notate orme di fiere sui margini del torrente.
- Benissimo! - esclam don Fernando, che non era pi nuovo a simili incontri. - Vedremo anche le tigri, stanotte. Per fortuna ci abbiamo cinque carabine, e munizioni bastanti a sostenere anche un assedio. Per altro, bisogner vigilare attentamente da ogni parte, poich il muro non  troppo alto, e il tetto non ci riparerebbe da un salto nemico nella piazza.
- Non dubitare, Sahib; - disse il capo degli indiani; - siamo avvezzi a questi vicini, e abbiamo la vista acuta. -
Intanto, scendeva la notte. Venti uomini entrarono nella casa, a prendersi cinque ore di sonno, sdraiati l'uno a fianco dell'altro; venti rimasero in piedi, per vegliare intorno al recinto, distribuiti in quattro squadre, sui lati del terrapieno. Questi ultimi non dovevano dormire che dalla mezzanotte alle cinque del mattino
Il duca di Marana, da buon capitano, volle rimanere tra coloro che vegliavano, e scelse per se il lato che guardava dalla parte del torrente. Da quella, piuttosto che da un'altra, poteva esserci un pericolo, poich i corsi d'acqua sono i notturni ritrovi delle fiere.
Un'ora dopo, le ombre regnavano sovrane sulla valle di Karma Vridi. Indra spiegava nel campo azzurro del firmamento le sue scolte vigilanti, il cui scintillio nelle tenebre ha dato immagine e nome alle prime adorazioni degli uomini. Una notte indiana  sempre un grande spettacolo, e ce lo fa gustare pi intimamente quel profondo silenzio delle cose, in mezzo a cui vegliano, tacendo, la coscienza nel petto, e le stelle nel cielo. Una meteora fiammeggiante che attraversi lo spazio, un ruggito di fiera in lontananza, il verso malinconico dei bulbul, l'usignuolo dell'Asia, tra le liane della selva, turbano a tratti quel silenzio profondo e quella pace solenne della natura, come turba i riposi della coscienza un pensiero doloroso che attraversi lo spirito. Ma la quiete universale riprende tosto i suoi dritti; la gran madre si riaddormenta, e l'uomo estatico ne invigila i sonni.
Il duca di Marana, seduto davanti al suo accampamento notturno, pensava al Sahibgar, e si figurava di contemplare quello spettacolo da una nota radura del boschetto di magnolie.
- Che cosa faranno adesso? - chiedeva egli fra s. - Parleranno certamente di me e del mio pazzo disegno.  un argomento come un altro e non ne debbono aver troppi, per farci su quattro chiacchiere. Ma s, vedete che caso  il loro! Non ci hanno mica molto da dirsi, e sono freddini parecchio. Chi lo avrebbe mai detto ad uno di loro, cinque anni fa?  proprio un peccato, che il cuore si muti a questo modo! Ma gi, questa  la storia di tutti; ci si raffredda a mano a mano, e quasi senza avvedercene. Non c' che l'amore contrastato, che duri. Ma dura anche questo davvero? Via, diciamo le cose come stanno; il pi delle volte  vanit offesa; e quella corda l  gelosa, d il suono acuto pi dei cantini. Brutta cosa, la vanit! E quanto  miserabile cosa la vita! O ve ne fate una prosa corrente, e allora tante gioie, e le pi delicate, si perdono; oppure... Ma non dimentichiamo nemmeno che spesso  impossibile di rinunziare a certe soddisfazioni dell'intelletto. L'idealit  un bisogno della natura umana. Viviamo, a buon conto, delle nostre facolt, e tra queste c' l'astrazione. Si filosofa su tutto; segno che il bisogno  in noi. Perch si legge? perch si studia?  una necessit. Il gaudio intellettuale scaturisce da questa propensione dello spirito, come il gaudio materiale dalla salute e dalla ricchezza. -
Il signor duca andava sfilosofando la parte sua; ma vogliate scusarlo, vi prego; la notte era cos tranquilla, ed egli cos sfaccendato! Del resto, rallegratevi; il pensiero della ricchezza lo ricondusse in carreggiata.
- La ricchezza! Anche questa giova e non giova. E qualche volta procaccia dei brutti quarti d'ora. Vedete Gundwana! E il suo medico Berar, e il povero mahunt di Karma Vridi! Eccolo l, un tesoro; venticinque milioni sepolti sotto quelle rovine, con uno sciocco sconclusionato, che ammazza il tempo cercandoli. Se ci saranno poi! Ma se li trovassi davvero? Vediamo un po', che cosa debbo farne, di questo tesoro? Gi, si capisce, che il duca di Marana non pu esser venuto in India per diventare un ricco sfondato. Il pi bel diamante ha da esser per lei, l'ho promesso. Col resto, far di Paravady un paese di cuccagna. Tutte le famiglie di questi poveri indiani avranno la loro casetta linda e ben provveduta. Oppure, no, s'impianta un'industria, che dia da vivere a tutti, e guarentisca la prosperit di parecchie generazioni. Che non si possa trar profitto dalle acque del Godavery? Basta, vedremo. Ma guardate che bel matto son io! Fo i conti sul tesoro, come se lo avessi gi in tasca.
Il soliloquio del duca fu interrotto da uno sparo improvviso. Don Fernando balz in piedi di scatto.
I suoi uomini si strinsero intorno a lui, come per chiedergli il suo avviso su quella novit. Nessuna parola era stata ancora scambiata tra lui e gli indiani, che un altro colpo s'intese. Il suono veniva da mezzogiorno, e non pareva che il tiratore fosse a troppa distanza.
- Chi sar mai? - chiese il duca di Marana tra s. - Forse l'amico Laurenti ha mandato qualcheduno a farmi compagnia. Ma come si fa a muovergli incontro, con questa oscurit, lasciando una parte degli uomini senza guida? -
Don Fernando, sulle prime, aveva creduto che si trattasse di due colpi tirati a qualche animale; ma poi venne a pensare che poteva anche trattarsi di un segnale dato a lui, per ottenere risposta e regolare la marcia secondo la direzione del suono. Si pent allora di non aver seguita un'idea che gli era venuta in prima sera, di accendere un fal in vicinanza della sua fortezza improvvisata. Frattanto, per dar cenno della sua presenza ai lontani, fece rispondere ai due spari, uditi poc'anzi, con due altri colpi di carabina.
Non si era ingannato, dopo una quindicina di minuti, si ud un nuovo colpo, ma questo ad una distanza molto minore della prima volta. Il tiratore doveva esser gi nella valle, forse cinquecento metri discosto. E il duca di Marana fece rispondere con un terzo colpo, ma tirando in arcata, che non avessero a succedere disgrazie.
Indi a non molto si ud un rumore di passi e di voci. Un drappello d'uomini armati veniva frettoloso verso il fortino. Don Fernando si mosse e diede una voce agli sconosciuti. Un'altra voce gli rispose, ed era quella di Guido Laurenti.
- Ecco un bel modo di trovar l'orma; - diss'egli, avvicinandosi e stringendo la mano al duca di Marana. - Ma che diavolo vi salta, amico Fernando, di piantarci cos, e di far testa, per la notte, in un luogo come questo? Se me lo aveste detto prima!...
- Che male c'? - chiese candidamente il duca.
- Dio buono, c' questo, - rispose Guido, - che non  prudente di stare la notte in un punto cos deserto della jungla. Le fiere non vi lasceranno mica senza contrasto i loro diritti di possesso notturno.
- Oh, eravamo ben preparati a riceverle; non vedete?
- Vedo ed ammiro; ma siccome in questi casi le precauzioni non sono mai troppe, scusate, Fernando, avreste fatto meglio a ritirarvi entro le mura del Sahibgar, che sono un poco pi salde di queste.
- Ne convengo; - disse il duca ridendo; - ma dopo tutto, l'India mi conosce, e queste notti, alla locanda della Stella, non sono nuove per me.
- Quando non potevate farne di meno, pazienza! Ma con la casa, distante appena due ore di strada; con la vostra stanzetta che vi aspettava!..
- Ma voi, Guido, non avete abbandonata la vostra anche voi? Vi combatto con le vostre ragioni.
- Bravo. Ma ditemi, potevo io farne di meno? Lasciarvi qui solo, mentre ci siete anche un pochino per colpa mia? Infatti, questa impresa di Karma Vridi ve l'ho proposta io.
- Non mi dispiace di esserci venuto. Il luogo  stupendo e m'ha preso la tentazione di restarci.
- Per far l'ufficio d'un drago, alla guardia del tesoro? Ottimamente. Ma le nostre chiacchiere all'ombra delle magnolie, come vi ha dato il cuore di lasciarle? E quel che  peggio...
- C' di peggio?
- Sicuro; per esempio, il farsi rimpiangere da una bella creatura. -
Il duca di Marana fremette involontariamente a quella escita inattesa.
- Che dite voi ora? - grid.
- Dico che oggi, durante la vostra assenza, abbiamo avuta una visita al Sahibgar. Indovinate di chi?
- Dei Lawson? - balbett don Fernando, a cui tornava il respiro.
- Per l'appunto; abbiamo in casa sir Giorgio, la sua amabile figliuola ed anche, se vi fa piacere saperlo, un leggiadro cugino di lei. Ci siamo adoperati come potevamo a far gli onori di casa; ma non abbiamo potuto dar loro ci che non era pi in nostra mano, come a dire un certo duca, che ha lasciata, a quanto pare, una memoria indelebile del suo passaggio alla residenza britannica di Secanderabad. Son certo che a quest'ora una bionda miss tremer per l'assente archeologo, che io sono venuto a cercare.
- Voi credete? - domand Fernando, che in verit non sapeva quello che si dicesse in quel punto.
- Lo credo fermamente, e ve ne faccio le mie pi sincere congratulazioni.  tanto carina, miss Maud!
Il duca di Marana non rispose. - Sta a vedere, - pens, - che se ne innamora lui! Faccia pure, io non ho da lagnarmene; che anzi!
Anzi, che cosa? Il pensiero di don Fernando non os andare pi oltre. Quel tasto gli rispondeva male, a quanto sembra. Il duca di Marana pensava piuttosto all'amicizia di Guido Laurenti, di quel gentile suo ospite, che, pur sapendolo accompagnato da una quarantina d'uomini, lasciava la sua casa di nottetempo, per avventurarsi nella jungla, in compagnia di pochi indiani, e correre sulle sue tracce. Non era mica un piccolo rischio, quello a cui si esponeva il Laurenti. Una grossa comitiva di cacciatori non ha troppo a temere nella campagna indiana, alla luce del sole, quando un pericolo si vede e la difesa  facile a chi sta sull'avviso; ma la notte vi  piena d'insidie, che si distinguono male, e non sempre  dato cansarle.
- Lasciamo stare le visite; - disse allora il duca. - Io penso che non vi ho ancora ringraziato di questa prova d'amicizia...
- Zitto, mi ringrazierete dopo; - interruppe Guido. - Datemi piuttosto una sorsata di rum, perch, nella fretta, ho dimenticato di far le provviste.
Don Fernando fu lieto di offrirgli la sua fiaschetta.
- Caro Guido, - gli diceva frattanto, - non aspettavo davvero la vostra venuta.
- Uomo di poca fede! - esclam Guido, sempre su quel tono di celia amichevole che aveva assunto fio dal primo istante del suo arrivo all'accampamento.- Sono un filologo, un naturalista, un imbalsamatore, e tutto quel che vorrete; ma il pericolo piace anche a me, quando s'incontra utilmente. E questo era il caso; perch, veramente, il luogo che avete scelto per passarci la notte...
Un rugghio, che si faceva udire dalla parte del torrente, interruppe la frase di Guido.
- Ah, ah! - esclam egli, rizzando la testa. - Il vicinato canta; noi suoneremo.
La tigre, poich era lei che rugliava in quel modo, poteva essere ancora di l dal fossato. Ma poco dopo ella diede un altro segno di vita, e il suono parve pi vicino all'accampamento.
-  mezzanotte, l'ora dei fantasmi; - disse Guido, che aveva accostato agli occhi il suo orologio, per veder le lancette al fioco lume delle stelle. - Ma eccone uno dei fantasmi, che viene verso di noi.
- Dove?
- Laggi; non vedete? Ora si  fermato; forse per prendere cognizione della novit architettonica che avete innalzata quass. Evidentemente,  il padrone di questa solitudine, e noi gli sembriamo intrusi, o poco meno. Via, mettiamo mano al biglietto di visita. -
Cos dicendo, e mentre don Fernando stava ancora con gli occhi tesi per discernere il corpo nero che gli era stato indicato, Guido Laurenti spian la sua carabina, rimase tre minuti secondi aggiustando la mira, e fece fuoco; indi, afferrata un'altr'arma dalle mani d'un indiano, che gli stava da fianco, si prepar a scaricare un altro colpo. Era tempo; la fiera aveva gettato un urlo feroce; la negra mole aveva fatto un balzo in avanti.
- Fermo! - grid Guido al duca di Marana, che stava per prendere la mira. - Serbate il colpo, pel caso che io fallisca il mio.
Intanto, calata la canna della carabina all'altezza dell'occhio, lasci andare il secondo colpo, che certo dovette aver ferito in pieno, poich l'animale, urlando pi rabbiosamente di prima, si rovesci sul terreno e si contorse nello spasimo dell'agonia.
- Bello il primo e bellissimo il secondo! - esclam il duca di Marana. - Ci vedete di notte come gli uccelli di preda.
- Emulazione! - rispose Guido Laurenti. Voi di giorno azzeccate le mobili spire del cobra; io colpisco nelle masse pi vistose, in mezzo alle ombre della notte. Non ero cacciatore, sapete? Ma la necessit, pi ancora che l'occasione, mi ha gettato sulle orme di Nembrot.
Il duca di Marana era impaziente di veder la tigre, uccisa con tanta flemma dal suo amico Laurenti. Ma questi lo trattenne.
- No, aspettate; - gli disse. - Pu avere ancora un fil di vita, quanto basta per darvi una granfiata. E poi, bisogna vedere se non ha compagni. Chi ci assicura che non ne capiti un'altra? A bere laggi ci caleranno in parecchie.
- Giustissimo, aspettiamo; - disse Fernando.
E aiut l'amico a ricaricare le armi. Gli uomini che dormivano al coperto si erano svegliati al rumore delle schioppettate, e, poich appunto era giunta l'ora di cambiare la guardia, avevano preso il posto dei loro compagni sui quattro lati del terrapieno.
- Andate a riposare anche voi; - disse Guido Laurenti. - due ore di sonno vi faranno bene.
- Non lo faranno meno a voi, che sarete stanco della corsa; - rispose il duca di Marana. - Del resto, io non potrei dormire. Sono geloso del vostro trionfo.
- Quand' cos, buona guardia; - ripigli Guido;- vado io a riposare.
E mandando i fatti compagni alle parole, entr nella casetta, non tanto per dormire, quanto per lasciare all'amico la sua parte di gloria. L'andarsene dal posto d'onore in quel modo, era anche una prova di fiducia data a Fernando, che gliene fu molto grato.
- Bisogner ch'io faccia attenzione per due; osserv egli tra s, come fu solo in vedetta. - E strano che io non abbia veduta subito quella massa nera; e Dio sa se, vedendola, avrei tirato cos giusto come il Laurenti! Con che tranquillit d'animo e con che sicurezza d'occhio me l'ha distesa a terra! Pareva venuto a bella posta per fare quel colpo, e potrebbe scrivere a casa, come Giulio Cesare al senato di Roma: "veni, vidi, vici". Vedrete che sar ancora tanto fortunato da restar solo sul piedistallo. Le tigri si terranno per avvisate, ed io non trover pi da ammazzare la mia. Una tigre, una tigre! Il mio tesoro per una tigre!
Cos, mezzo per celia e mezzo sul serio, si lagnava il duca di Marana. N lo ingannava il suo malinconico presentimento di cacciatore sfortunato. Nella notte si udirono ancora urli e brontolamenti di fiere; ma la tigre, o la pantera, tanto gentile da venirsi ad offrire come bersaglio a don Fernando, non si trov. Dico male, ne apparve una, ma troppo da lungi, ed egli, per timore di vedersela sfuggire, le lasci andare troppo presto il suo colpo. L'ombra nera spar, ed egli non vide pi nulla.
Anche gl'indiani ebbero occasione di scaricare le loro carabine, ma senza frutto apparente. Tigri e pantere si tennero lontane dall'accampamento, indovinando che non avrebbero avuto buon giuoco lass. Le rovine di Karma Vridi cangiarono di padroni. E i vecchi abitatori di quella solitudine si ritiravano fremendo; non senza dispiacere del duca di Marana, che avrebbe desiderato da parte loro un po'pi di contrasto.
- Voi lo vedete; - diss'egli la mattina a Guido Laurenti, quando l'amico si fu alzato dal suo giaciglio; - non m' riuscito di farvi il riscontro. Anche dormendo, tenevate lontane le belve. Ma via, ci vorr pazienza; andiamo a vedere la vostra vittima; siete cos non curante della vostra gloria, da esservene anche scordato.
- Avete ragione, perbacco, non ci pensavo gi pi; - rispose Guido Laurenti. - Andiamo a vedere la nostra visitatrice di stanotte. -
L'animale era l, disteso sul campo, a centocinquanta passi dal terrapieno. Veramente, era una tigre magnifica, smisuratamente lunga, con un bellissimo mantello a strisce nere; denti aguzzi d'avorio ed unghioni arrotati d'un bel giallo opaco, che li faceva parer d'ambra.
-  un maschio. - osserv Guido Laurenti, - e pu avere da otto a dieci anni. Era proprio nel buono della sua forza, e noi possiamo vantarci di aver levato dal mondo un tristo soggetto. Almeno, - soggiunse, - se si vuol ragionare con le idee del maggior numero. Come la vedete voi, amico Fernando?
- Per me, - rispose il duca, - non fo differenza fra tigri ed uomini, se non in questo, che le tigri hanno un po'meno d'ipocrisia. -
E soggiungeva mentalmente:
- Io ne so qualche cosa. Vedete, infatti; amo questo gentiluomo, non c' che dire; darei la mia vita, per lui. Frattanto, non so astenermi da un sentimento d'invidia contro il cacciatore fortunato. S, diciamo pure il cacciatore; quest'altro poco d'ipocrisia con noi stessi  veramente il sublime nel genere. -


10.

Invidia e ipocrisia! Graziosi sentimenti, dir il lettore, per un eroe da romanzo come il duca di Marana. Ma vogliate por mente, amico lettore, vogliate concedere e vogliate distinguere; sopra tutto distinguere. Si tratta di quantit; si tratta anche del grado di malleveria che pu averci un uomo, nei pensieri che gli si affacciano alla mente. La chimica, vedete, ha trovato l'oro e il ferro, nella composizione del bipede in discorso, come ci ha trovato il fosforo, l'arsenico, lo zolfo, ed altre diavolerie senza fine. Che cosa ne possiamo noi, se siamo una drogheria ambulante? Merito nostro, se a certe parti di noi non lasciamo prendere il vantaggio sul tutto.
Ora, il duca di Marana non era mica troppo contento di averceli in corpo, quei due sentimenti peccaminosi. Credete pure che essi entravano per due terzi nel malumore con cui egli si presentava al saluto del sole. Il resto andava sul conto della vigilia prolungata; di cui intendeva ricattarsi tra breve, cio dopo aver date le disposizioni opportune per mettere a lavoro la sua gente.
Quanto a ritornare, lo aveva detto: non prima di sera. I lavori di sterro dovevano essere incominciati vigorosamente. Egli, poi, voleva castigarsi un tantino di quella sua facilit infiammatoria che sapete; voleva... che cosa non voleva, il mio duca? L per l, dopo aver ricevute le notizie del Sahibgar, voleva anche indugiare il suo incontro coi Lawson. E di questo indovinerete la ragione con molta facilit. Una donna che ci  piaciuta tanto e quanto, non la vediamo volentieri in presenza di un'altra che ci turba gli spiriti. In queste posizioni ambigue l'uomo ci si trova sempre impacciato, e finisce anche col mostrarsi ridicolo. Notate inoltre che Guido, parlando di miss Maud, gli aveva detto ridendo (ma anche ridendo si pu dire una verit): "voi l'amate; voi l'amerete." E la signora Luisa, dal canto suo, si sarebbe forse astenuta dal dirgli: "avevate torto; miss Maud  una bella ragazza? "
Ora, il meglio che potesse fare il duca, di Marana, era appunto di ritardare l'incontro. Anche a doverci cascare, erano sempre otto o dieci ore di confusione, risparmiate alla sua dignit mascolina. Perci, come ebbe ripreso il suo ufficio di sopraintendente ai lavori, si volse all'amico e gli disse:
- Non vorrete mica annoiarvi quass? Tornate ai vostri studi, mio caro: io verr questa sera.
- Che! - rispose Guido. - Non mi muovo neanch'io. -
Don Fernando inarc le ciglia a quella escita di Guido.
- Stiamo a vedere che diventate un archeologo; - esclam.
- Fate conto che lo sia gi; voglio tenervi compagnia.
- Grazie, ma almeno, la vostra tigre..., volete che stia qui a marcire, a questi stelloni?
- No, certamente; la mander a casa pi tardi. Ma non capite, benedetto uomo, che non c' nessuna ragione di muoversi da Karma Vridi, quando...
- Quando, che cosa?
- Quando il Sahibgar si muove lui, per venire a questa volta. Sicuro, Fernando; - prosegu il Laurenti ridendo dello stupore del duca; - voi non pensavate ad andare incontro ai vostri amici di Secanderabad, ed i vostri amici di Secanderabad sono a quest'ora in cammino per venire da voi. S'intende che fanno una scampagnata, e appunto per questo hanno accettato di restare un giorno con noi. Ma la ragione ultima, la ragione ultima qual ? Io credo che sir Giorgio Lawson sia innamorato di voi. Albione accarezza la Spagna. Scommetto che vuol cedergli... Gibilterra!
- Matto! - esclam don Fernando, che non pot trattenersi dal ridere. - E siete voi che lo dite... con tanta calma? Voi che trovate bella miss Maud?
- Ah ah! Questa  una frecciata in pieno; osserv Guido Laurenti. - Sareste geloso, per avventura?
- No; accennavo semplicemente un fatto.
- Quand' cos, mettiamolo in chiaro a dirittura. Io ho lodata la bellezza di miss Maud, in omaggio alla verit, e per vendicarla da un giudizio ingiusto che ne avete voi dato l'altro d, voglio credere per celia. Che cosa ci vedete di strano? Senza secondi fini, si pu riconoscere il bello anche fuori di casa propria. -
Il duca di Marana accett per buono l'argomento, quantunque, a dir vero, gli paresse un po'troppo da marito. I mariti, si sa, trovano sempre il modo di conciliare le loro ammirazioni di fuori via con la mezza divozione al santo di casa.
- Viva dunque miss Maud! - grid egli allegramente. - La loder anch'io, senza secondi fini; perch in verit non sar lei che mi far rinunziare al celibato. Che ve ne pare? Ecco una ragazza che ha trovati due giudici molto imparziali, fin troppo imparziali! Ella forse preferirebbe una lode pi modesta, ma assai meno indipendenza di cuore. Per fortuna, c' un biondo Lionello, che non si contenta di giudicare, ma mette anche la sua berretta nera ai piedi della cugina.
- Un bel giovinotto! - esclam Guido Laurenti. - E voi credete...
- Credo quel che ho veduto. Non fa altro che covarla, da mattina a sera. La sposer, se Dio vuole, e se la porter a Calcutta, dove ha l'impiego,
- Amen, se cos vi piace, amico Fernando; - disse Guido, inchinandosi.
Erano le otto del mattino, e la squadra degli indiani, che il duca di Marana aveva mandata a Paravady per le provvigioni, non era anche arrivata. Giunse in quella vece sulle nove, ma cresciuta di numero e d'importanza. Due elefanti torreggiavano nel mezzo, portando in groppa gli haoda, o sedie di gala, su cui stavano seduti a due a due gli annunziati visitatori di Karma Vridi. Il duca di Marana ravvis subito sul primo haoda le due donne che gli dispiaceva tanto di vedere insieme, per quella astruseria psicologica che vi ho detto poc'anzi. N gli dispiacque meno di presentarsi a loro con la faccia d'uno che aveva perduto la nottata. Ma ci voleva pazienza, e il meglio che potesse fare in quel punto era di muovere incontro alle dame.
Un po'tardi, veramente, per fare il suo debito di cavaliere al montatoio. La signora Luisa scendeva per la prima; e Lionello, il biondo Lionello, balzato gi prima dalla groppa del secondo elefante, era stato sollecito ad offrirle la mano. Si rivolse allora a miss Maud, che smontava dopo la signora Luisa; ma l, nella calca, Guido Laurenti veniva a trovarsi meglio impostato di lui, per cogliere la palla al balzo. Ed egli, dopo tutto, non si ficc in mezzo, per contendergli quell'onore. Che anzi, volete sapere quel che fece? And pi in l e si fece sotto al secondo elefante, per dar la mano a sir Giorgio, il quale, da buon diplomatico, scendeva con tutti i suoi comodi.
- Oh, ben trovato, signor duca! - grid egli, con l'accento di Archimede, quando ebbe sciolto il suo famoso problema. - Ed anche molto cercato e desiderato! - soggiunse. - Bisognava proprio fare per voi il miracolo di Maometto.
- Venire alla montagna, sir Giorgio; - rispose il duca. - Ma pensate che la montagna non ne sapeva nulla; altrimenti, vi giuro che si sarebbe posta le ali al piede. Eh eh! che cosa ne dite, di questa montagna che vola?
- L'immagine  ardita; - osserv sir Giorgio; - ma l'ho provocata io e non posso lagnarmene. Ma sapete, signor duca, che voi siete il pi irrequieto degli uomini?
- Perch, di grazia?
- Perch? C' bisogno di dirlo? Giunto appena tra i vostri amici, prendete la via della jungla; uccidete i serpenti (perch sappiamo anche questa, delle vostre imprese, e abbiamo veduta la vostra vittima), visitate i monumenti, e poi vi date alla macchia.
- Per amore dell'archeologia; - rispose don Fernando; - per amore dell'archeologia, vi prego di crederlo.  l'unica scienza che il mio amico Laurenti mi abbia lasciata, lui che sa tutto e di tutto si occupa.
-  un gran dotto, il vostro amico; ha gi uno studio maraviglioso, un vero museo. Gli proporremo di comperarglielo, per arricchire quello di Londra. Mia figlia  rimasta incantata a vederlo, lei che  la scienziata di casa. Ma parliamo di voi; che cosa contate di trovare, frugando in quelle rovine?
- Il terzo avatara di Visn; - rispose gravemente il duca di Marana.
Don Fernando diceva la verit. Non si poteva giungere al sotterraneo, senza trovare il bassorilievo del terzo avatara di Visn.
- Diamine - esclam sir Giorgio. - Ed  per un terzo avatara, che lasciate gli amici? Benedetti gli archeologi! Ma gi, tutti i gusti son gusti.
- Non sa nulla del tesoro; - pens don Fernando tra s.
Indi, prese a difendersi dalla celia del suo amico sir Giorgio. Il terzo avatara di Visn non era senza importanza. Nessun museo d'Europa ne possedeva una immagine. Era anche rarissimo in India, dove il culto di Siva, del Mahadeva, come era comunemente detto, era sottentrato, merc la violenza, a quello di Visn. Egli, don Fernando Solis, duca di Marana y Cueva, era un viaggiatore, un giramondo, un ebreo errante; ma a che servirebbe un viaggiatore, se non cercasse di rendersi utile in qualche modo alla scienza? Don Fernando Solis, duca di Marana y Cueva, ne chiamava giudice il suo buon amico sir Giorgio Lawson, residente britannico a Secanderab. Era permesso ad un viaggiatore, che non volesse parere un pazzo sconclusionato, era permesso di trovarsi in India, di supporre che sotto un mucchio di rovine, a poche miglia discosto da lui, ci fosse un terzo avatara di Visn, senza andarlo a cercare, senza tentare il colpo di recarne un esemplare in Europa?
Queste ragioni persuasero sir Giorgio, che del resto parlava per celia, volendo fare una dimostrazione della sua amorevolezza pel duca di Marana, suo ospite di pochi giorni addietro.
- Intanto, ci siete mancato iersera; - diss'egli. - L'annunzio della vostra fermata in questo deserto  stato un vero disastro per la societ di Paravady.
- Ma s, - entr a dire la signora Luisa, che don Fernando aveva ossequiata poc'anzi, ma senza poter guizzare di mano a sir Giorgio, - vi siete fatto molto desiderare, iersera.
- Signora mia, quale onore! - balbett don Fernando.
La signora Luisa diede in un allegra risata.
- Con che aria lo dite, signor duca! Per caso, in queste poche ore di lontananza, saremmo noi diventati semplici conoscenti, da rimetterci cos in cerimonia? -
Il duca di Marana avrebbe voluto dirlo lui, o almeno lasciarlo trapelare con due parole un po'calde quel che era diventato, e in pochi giorni di dimora a Paravady. Ma la signora Luisa aveva sempre al fianco il vezzoso Lionello Edgeworth, che pareva essersi costituito suo cavaliere per tutta la giornata.
- Maledetto inglesino! - borbott don Fernando. - O perch non va al suo posto, presso la cuginetta?
La cuginetta andava in compagnia di Guido Laurenti. Era giusto che il padrone di casa facesse il cavaliere alla dama forestiera; e poich lady Evelina non si era mossa da Secanderabad, Guido non poteva dicevolmente che accompagnare miss Maud. Per contro, sir Giorgio avrebbe dovuto dare il braccio alla signora Luisa. Ma che cos'era invece avvenuto, e proprio per colpa di don Fernando? Che il braccio di sir Giorgio era andato a noleggiarselo lui, e Lionello Edgeworth aveva colta l'occasione per cacciarsi avanti con la signora. A farlo a posta, non poteva andar peggio.
Visitando il campo di Karma Vridi, si era giunti davanti alla tigre, che alcuni indiani stavano coprendo di frasche, in attesa di portarla al Sahibgar. La vista di quell'animale, che era certamente tra i pi grossi e i pi begli esemplari della sua specie, dest l'ammirazione di tutti, ma pi specialmente di miss Maud.
- E chi l'ha uccisa? - domand la fanciulla.
- Vorrei dirvi che l'ho uccisa io; - rispose don Fernando, con aria malinconica. - Ma in verit, l'ha uccisa, con due colpi maravigliosi, il mio amico Laurenti.
- Come? - grid la signora Luisa. - La tigre lo aveva aspettato proprio lui?
- Pare di s; forse io non le ero sembrato un degno avversario. -
E qui, facendosi un obbligo di raccontare ogni cosa che tornasse ad onore dell'amico Laurenti, narr appuntino tutti i particolari di quella caccia notturna. Miss Maud, che, come sappiamo da suo padre, amava le forti commozioni, lo stava ad udire con molta attenzione, e il piacere che risentiva dal racconto di don Fernando le si leggeva negli occhi.
- Il guaio  stato proprio questo, - conchiuse il duca, - che il mio amico Laurenti, giunto a tempo per ammazzare la tigre, non me ne ha lasciata un'altra per mo'di consolazione. Quando egli  andato a dormire, ho pure avuto il destro di fare un colpo, ma pur troppo inutilmente.
In quel mentre, giungeva Berar, in compagnia di quattro uomini che tornavano da attinger acqua.
- Sahib Marana, - diss'egli, avvicinandosi al duca, - laggi, verso il torrente, si vedono i sassi macchiati da una striscia di sangue.
- Uomo di poca fede, ricredetevi! - esclam Guido Laurenti. - Avete colpita la vostra tigre anche voi.
- Ma essa  fuggita; - not don Fernando. Ed anche questo aiuta a provare che io non son nato sotto una buona stella. Ad ogni modo, amico Berar, - soggiunse egli, rivolgendosi all'indiano, - sii ringraziato, per la tua buona intenzione.
- Non  una buona intenzione;  una notizia, mi pare; - osserv sir Giorgio. - Andiamo a vedere la traccia del sangue. -
La comitiva, seguendo l'invito di sir Giorgio, and tutta verso il torrente. Era il meno che si potesse fare, per consolazione del duca di Marana, cavaliere sfortunato con le tigri, ed anche un pochino con le donne. Videro il sangue, ond'era chiazzato per una lunga striscia il sentiero, fino al margine dell'acqua, dove se ne era formata una piccola pozza, e dove il terreno appariva anche tormentato dalle unghie di una fiera.
- Si potrebbe passar l'acqua e andare sull'orme; - disse Berar. - La tigre sar andata a morire in quei boschi laggi.
- O a guarirci: - aggiunse il duca di Marana, dando un'alzata di spalle. - Lasciamola guarire e ridere dei fatti miei.
- Le tigri non ridono; - osserv ingenuamente miss Maud.
-  vero, signorina; c' al mondo un solo animale che ride, e questo animale io debbo rappresentarlo degnamente. Vedete, come rido? E adesso, signore mie, col loro permesso, vo a fare l'archeologo. La pianta del prospetto del tempio  gi allo scoperto, e voglio in giornata rinvenire la linea delle navate. -
Signore e cavalieri seguirono il duca, per dare un'occhiata curiosa a quelle rovine che tanto gli stavano a cuore. Miss Maud, che era, come sappiamo da suo padre, la scienziata di casa Lawson, volle conoscere la storia di Karma Vridi.
- Raccontatela voi, Guido, che sapete ogni cosa; - disse il duca di Marana, che non poteva disfarsi del suo malumore.
- Non ogni cosa, - rispose Guido con la sua calma consueta, - ma questo brano di storia s, per contentare la signorina. -
E preso l'aire da un sorriso della bella inglesina, Guido Laurenti narr la storia di Karma Vridi, come l'aveva risaputa egli stesso dal vecchio Lacmana, ma senza entrare nella faccenda del tesoro nascosto, che avrebbe forse fatto ridere i Lawson ed anche il vezzoso Lionello Edgeworth alle spalle di don Fernando, che sopraintendeva frattanto con molta dignit agli scavi del tempio. L'archeologia  una passione seria, e da potersi confessare liberamente, anche davanti a coloro che l'hanno per una vera mania. La passione archeologica salvava adunque le apparenze con gli ospiti; senza contare che non sarebbe stato prudente di accennare alla possibilit di trovare un tesoro, destando le cupidigie di qualcheduno tra que'braccianti indiani, che poteva anche intendere alla meglio il francese, lingua diplomatica, usata dai nostri personaggi nella loro conversazione, dir cos, internazionale.
Dopo la storia, venne la colazione, fatta all'aperto e con una allegria veramente campestre. Non potrei giurarvi che il duca di Marana vi partecipasse molto; ma gi, lo sapete, don Fernando per quel giorno brillava pochino. Solita disgrazia dei malcontenti, e di coloro che hanno perduta la notte.
Vi ho detto che lady Evelina non si era mossa dalla residenza di Secanderabad. La brava signora, sul punto di mettersi in viaggio, era stata presa da un po'd'emicrania. L'invio della figlia, in compagnia del babbo, teneva luogo d'una visita della padrona di casa; e babbo e figlia potevano dire ai Laurenti come una loro visita un po'lunga alla residenza fosse aspettata con desiderio da lady Evelina e da loro. La signora Luisa promise, e suo marito del pari.
- Noi potremmo fare una cosa bellissima; aveva aggiunto sir Giorgio. - Siamo due famiglie, due sentinelle perdute dell'Europa in questa solitudine indiana, e viviamo a poche ore di distanza l'una dall'altra. Non vi sembra che sarebbe bene di vederci spesso?
- Sarebbe una fortuna per noi; - rispose Guido Laurenti, che non poteva onestamente rispondere diverso.
- Ogni settimana, dunque; vi pare? Ma intendiamoci; una volta noi altri da voi, a Paravady, un'altra voi alla residenza di Secanderabad. -
Come dire di no ad una offerta cos gentilmente fatta? La signora Luisa assent col capo, e Guido Laurenti con la voce, alle condizioni di sir Giorgio. Quella convenzione del gentile diplomatico inglese si chiam, con un nome abbastanza sonoro, il trattato di Karma Vridi.
Il duca di Marana vedeva stringersi frattanto i vincoli di una grande intimit fra miss Maud e la signora Luisa. Erano sedute ambedue all'ombra della sua casa, e formavano un quadro delizioso. Belle ambedue, ma d'una bellezza diversa; bruna l'italiana e bionda l'inglese, quella pi florida all'aspetto e pi efficace nell'espressione, questa pi snella, quasi acerba, ma promettente la parte sua; insomma, che vi dir? due leggiadre figure, da contentar tutti i gusti; ed anche da far perdere al duca di Marana quel po'di cervello che ancora gli restava. Figuratevi! Lionello Edgeworth da una parte e Guido Laurenti dall'altra, l'uno per foga di giovent, l'altro per debito di cortesia, si tenevano ai fianchi delle dame, le avevano come a dire impegnate. E a lui non restava di libero che sir Giorgio; un amico eccellente, un diplomatico rispettabile; ma un uomo, ahim, nient'altro che un uomo.
Ci avete badato mai? Qualche volta, senza ragioni apparenti, e quasi per arcana potenza divinatoria, il cuore vi avverte di ci che si pensa e si prepara dintorno a voi. Sembra allora che gli uomini vi diventino trasparenti, per modo da lasciarvi scorgere i fili nascosti che li fanno muovere in questo senso o in quell'altro, e sarei forse per dire le intenzioni che dnno moto a quei fili.
Ora, al duca di Marana, posto dal caso in quella condizione psicologica che vi ho detto, parve proprio di vedere quelle intenzioni e quei fili. Quanto a Lionello Edgeworth, veramente non c'era nulla da indovinare. Lionello, ardente di tutto il fuoco della sua giovent, aveva presa una cotta improvvisa per la signora Laurenti, e di ci poteva accorgersi don Fernando, anche senza gli avvertimenti misteriosi del cuore, come avrebbe potuto accorgersene miss Maud, se nulla nulla si fosse data pensiero del suo bel cuginetto. Ma se ne accorgeva la signora Luisa, che era l'argomento di tante premure, la meta di tante ingenue adorazioni? S certo, se ne accorgeva, ma aveva anche l'aria di non prenderle sul serio.
Una donna, segnatamente quando abbia dovuto farci l'abitudine, non d pi una particolare importanza a certi omaggi, che sono una conseguenza necessaria della sua bellezza, e spera sempre (tanti ha potuto conoscerne alla prova delle chiacchiere) che anche il pi recente de'suoi adoratori si raffredder a mano a mano, smetter le sue pretensioni d'innamorato, per diventare un amico. S'intende, quando costui meriti d'essere accettato come tale. E al duca di Marana sembrava appunto che la signora Luisa la vedesse cos, e pel biondo Lionello e per lui. Anche per lui, sicuramente. Don Fernando si metteva in ispirito al posto di Lionello, faceva le sue medesime sciocchezze, e gli toccava la medesima sorte.
Ragione per non farle, direte. E don Fernando si prometteva appunto di non cascare nella imitazione di quel ragazzo inesperto. Ma intanto soffriva di vederlo l, tutto inteso a piacerle; e soffriva non meno, pensando al futuro e non vedendoci chiaro.
Ma che cosa faceva in quel mentre il suo ospite, l'indianista Laurenti? In primo luogo, non badava affatto alle smancerie del signor Lionello. Gi, era sempre lui, freddino parecchio, noncurante della moglie. Di che cosa si sarebbe egli ingelosito, se non poteva pi sentire la gelosia? Felice amico! E come la signorina Maud era tutta gentilezza per lui! Badate, non c'era nulla di esagerato nel loro contegno scambievole; a tutta prima, e senza sofisticarci su, si poteva credere che fosse compitezza di buon cavaliere da una parte, e stima dall'altra, come poteva averne una ragazza per bene, amante dei forti caratteri e delle forti commozioni, per un uomo della tempra di Guido Laurenti, cos candido e gentile nella sua gravit, cos modesto nella sua dottrina e nel suo coraggio. Ma non per nulla il duca di Marana aveva al suo servizio quel raggio di luce che dovea rischiarargli le fibre pi riposte dei cuori, e andava sicuro dietro a quel raggio, come il popolo d'Israele dietro alla sua colonna di fuoco. Guido Laurenti, per lui, era rimasto colpito dalle grazie giovanili di miss Lawson. Infine, non l'aveva trovata bella? E miss Lawson andava in visibilio per Guido. Non poteva essere altrimenti, per un uomo che l per l, tra la conversazione della sera e il saluto della mattina, aveva uccisa una tigre. Un uomo che ha uccisa una tigre ha sempre buon giuoco con le donne. Forse, diranno i maligni, c' in esse un pochino di spirito di corpo, che le consiglia a far le vendette d'una povera estinta. Perch, gi, anche il bel sesso ha i suoi detrattori.
Comunque sia, eccovi il duca di Marana con un diavolo per occhio. Vedesse bene o male in quel punto, il fatto era questo, che don Fernando si trovava fuori del ballo, faceva da comparsa insieme col suo amico sir Giorgio. Forse s'ingannava, e tutte le sue fisime non avevano altro fondamento che il malumore, conseguenza di una notte perduta. Ma infine, ci vuol pazienza; quando si hanno le lune, bisogna portarne la pena, sfigurando al confronto degli altri. Brillar poco, si sa,  proprio delle lune. E per quel giorno, don Fernando non brill affatto; egli cavaliere perfetto, cos amabile, cos galante, cos arguto, quando si sentiva libero di cuore, e quando aveva dormito.
Si era allontanato dalla comitiva, per attendere agli scavi. La sua gente lavorava di buona voglia, e quel punto delle rovine a cui egli aveva rivolta ogni sua cura, incominciava a scoprirsi. Ma erano tutti massi ammonticchiati, in mezzo ai quali si capiva poco o niente della struttura antica del tempio; le colonne (se pure erano colonne, e non pilastri di fabbrica) dovevano essere sepolte sotto parecchi metri di rottami.
Ora l'uno ora l'altro personaggio della brigata andava a fare un po'di chiacchiera con lui; ma pi di tutti sir Giorgio. Aveva uno scopo, sir Giorgio? S e no. I babbi ne hanno sempre uno e non vanno mai con la testa per aria. In fatto d'occasioni, ogni lasciata  persa, e i signori babbi non ne vogliono perdere alcuna.
Miss Maud si trov per un istante sola con lui. Era tanto carina, con quel suo cappellino bianco, che velava appena di un'ombra leggiera la sua carnagione tutta latte e sangue!
- Ha ragione Guido, questa ragazza  bella; disse tra s don Fernando. - Ma egli ha torto a invaghirsene, trascurando sua moglie. Che cosa? Dove pu condurlo, questo capriccio? Oh bella! Forse che un uomo ci pensa, a queste cose? Ed io, di grazia, non... Ma ecco, il mio caso  diverso... Io...-
L'avvicinarsi della signora Luisa gli ruppe il filo del ragionamento. E fu davvero un peccato, perch ne avremmo sentite delle belle.
- Adesso, vengono. - borbott don Fernando. - Bisogner metter su muso, per vederle capitare?
Intanto, volgendo gli occhi alla donna gentile, salut la sua venuta con un mezzo sorriso.
- E cos? - disse la signora Luisa; - immobile come Napoleone sullo scoglio di Sant'Elena? -
Don Fernando si avvide soltanto allora che stava duro impalato al suo posto, con le braccia intrecciate sul petto, e rise suo malgrado di quel paragone che gli andava proprio a capello.
- Signora mia, perdonate; - diss'egli, lasciando prontamente quel suo atteggiamento statuario; questi ruderi mi danno tanto da pensare! Dio sa quanti giorni ci vorranno, per giungere a capirci qualche cosa.
- E a trovare il terzo avatara di Visn, non  vero? - chiese la signora Luisa, appoggiando la frase con un sorrisetto malizioso. - Ma se  stato dugent'anni sepolto, non c' niente di male che ci stia ancora due mesi. -
La signora Luisa, evidentemente conosceva la storia del tesoro; n il duca di Marana, doveva maravigliarsene. Del resto, il pensiero di don Fernando aveva ben altro da fare in quel punto; per esempio, da fermarsi con una certa compiacenza su quell'accenno a due mesi di lavoro, che supponevano due mesi di vita comune, proposti con tanta naturalezza dalla donna gentile.
L'intenzione poteva esserci e non esserci; ma a don Fernando piacque di vedercela. Si crede cos facilmente tutto quello che si desidera!
Per altro, don Fernando non credette opportuno di rilevare apertamente un significato cos amorevole per lui.
- Due mesi - esclam invece, con aria malinconica. - Sarebbe veramente un po'troppo, per la mia impazienza. Non sapete, signora? Io, quando faccio una cosa, ci metto l'anima. Il desiderio di riuscire  come un fuoco interno; e il fuoco brucia.
- Sta bene, - rispose la signora, - ma non occorre che divampi. Il divampare  proprio dei fuochi di paglia. -
Che cosa voleva dire la signora Luisa, con quel paragone? Don Fernando, che aveva incominciato a vedere i sensi riposti, non poteva resistere alla tentazione di vederne un altro nelle ultime parole di lei. Fu per guardarla in viso, ma non ne ebbe il coraggio. Gi, non aveva dormito, e temeva di aver gli occhi rossi.
La lontananza delle signore dal terrapieno aveva fatto muovere anche i cavalieri verso le rovine. Miss Maud si era accostata a Guido e al cugino Lionello, per invitarli a vedere un masso che recava qualche traccia di scultura. A Guido sembr di potervi riconoscere un pezzo del fregio che doveva correre sull'ingresso della navata maggiore.
- Prendete dunque la cosa con calma; - proseguiva intanto la signora Luisa. - E frattanto, intendiamoci sul d'un punto. Voi non contate mica di restare un'altra notte a Karma Vridi?
- No, vengo stasera di certo.
- Perch stasera e non subito, con tutti noi?
- Veramente, la casa ha bisogno di qualche altro lavoro, perch sia un asilo sicuro nella notte. Vedete?  appena imbastita.
- Lasciate i vostri ordini a Berar. Cinquanta uomini possono far molto, in cinque o sei ore di giorno. Voi qui non ci fareste altro che stare a vedere. Fate meglio; venite in gi per il pranzo. Scusate, don Fernando, vi parlo come ad uno della famiglia....
- Mi fate onore; cos amo di essere trattato.
- Vedete, - ripigli la signora, - abbiamo degli ospiti. Sono venuti per noi, lo ammetto, ma siete stato voi, l'introduttore, l'anello di congiunzione.
-  verissimo.
- Fate dunque il vostro ufficio di anello; - conchiuse ella argutamente. - Non  neanche ben fatto lasciar cos miss Lawson. -
In tutt'altra occasione, un simile accenno avrebbe destata l'ilarit di don Fernando, ed egli avrebbe soggiunto che a miss Lawson non mancavano certo i cavalieri. Ma appunto l'immagine dei cavalieri, e di certi cavalieri, affacciandosi allo spirito di don Fernando gli fece balenare un sospetto. Che la signora vedesse di mal occhio l'assiduit di Guido presso miss Maud? Don Fernando non istette a cercare pi addentro, e rispose con molta gravit:
- Avete ragione, signora. Do le mie istruzioni a Berar e sono agli ordini di Vostra Mercede. -
Sapete gi che il nostro spagnuolo amava tradurre cos l'Usted, di uso tanto comune nella sua lingua natale

11.

Questo di abbracciare la causa delle mogli e di sposarne le gelosie,  un caso abbastanza naturale nei vagheggini, anche quando sono innamorati per davvero, o credono d'esserlo. Spesso il secondo fine non c'entra; ma il fatto sta che si accetta volentieri quella specie di complicit morale, che assume i caratteri della giustizia. Il cuore ha le sue brutte pieghe, e l'amore, che ci mette casa per entro, si adatta pi facilmente che non si creda alle vilt del cuore. Tutto sta a cominciare.
Ma veniamo a noi. Era proprio vero che la signora Luisa pensasse a quel modo? A lui, sul momento, bastava di crederlo. Non avete veduto con che strana facilit il duca di Marana tirasse ogni frase a dire quel che faceva comodo a lui?
E intanto, spiegate quest'altra novit. Non gli dispiaceva punto miss Maud. Quando si tratt di salire in groppa agli elefanti, per ritornare a Paravady, tocc a lui di tener compagnia alla bella inglesina. Con lei si sentiva pi franco. Non gli pareva neanche di aver gli occhi rossi, o non se ne dava pensiero. Non gli tornava molesta neppure la compagnia di Lionello Edgeworth; che anzi, godeva di averlo al suo fianco per l'intiero tragitto. Ed era naturale; stando con lui, il vezzoso Lionello non era accanto alla signora Laurenti, e non lo seccava con le sue svenevolezze da bambino.
Ecco in che modo erano andate le cose. La signora Laurenti, nel muoversi da Karma Vridi, aveva preso il braccio di sir Giorgio. Guido, che stava appunto chiacchierando con sir Giorgio, si era trovato necessariamente impegnato nella compagnia di sua moglie. E il vezzoso Lionello era rimasto fuori, non restandogli pi altro che di adattarsi alla compagnia della bionda cugina; alla quale, per quel principio di complicit che sapete, il duca di Marana si era affrettato ad offrire il suo braccio.
- Non ha voluto saperne del signor Edgeworth; - pens egli, notando l'atto della signora Luisa; - segno evidente che era seccata dalle sue smancerie.
Altra osservazione, non meno profonda della prima, fu questa:
- Guido  in compagnia di sua moglie. C' rimasto per obbligo. In verit, sarebbe stata grossa, se egli l'avesse piantata con sir Giorgio, per correre al fianco di miss Maud. -
Il duca di Marana non pensava punto alla spiegazione pi naturale, che un po'di corte a sir Giorgio, un padrone di casa doveva anche fargliela, in un momento della giornata; che, quanto a miss Lawson, non occorreva andare a tenerle compagnia, mentre c'era gi un altro, considerato a ragione, per rispetto ai nuovi venuti, come uno della famiglia.
Veramente, le due donne avrebbero potuto andare insieme, come erano venute, sul medesimo haoda. Ma d'altra parte, e appunto perch cos erano venute, era proprio necessario che cos dovessero ritornare? E infine, tutto ci che a lui pareva cos sottilmente architettato, non poteva esser l'opera del caso?
Notate, inoltre, che questa separazione delle due donne era appena appena osservabile. Gli elefanti andavano l'un dopo l'altro, a pochi passi di distanza. Sul primo era miss Maud e sul secondo la signora Laurenti; ordine di marcia che non faceva molto comodo a Lionello Edgeworth. Ma il vezzoso giovinotto seppe rimediare a quel piccolo guaio, voltandosi indietro pi spesso che poteva e non occupandosi affatto della sua cuginetta.
Se ne occup in quella vece, e moltissimo, il duca di Marana. Don Fernando non aveva mestieri l per l di mandare occhiate languidamente assassine alla signora Laurenti, poich immaginava di servirla, anzi di farle piacere, rivolgendo la sua attenzione a miss Lawson. Era un complice, non lo dimenticate; almeno, si figurava d'esserlo, e operava in conseguenza di quella sua opinione. Se lo aveste veduto, che cavaliere di garbo! Era altrettanto amabile allora, quanto si era mostrato malinconico e scontroso per una parte della giornata.
Cos, facendo il debito suo di cavaliere con miss Maud, gli parve di scorgere che la fanciulla era con lui n pi n meno di quello che era stata a Secanderabad, anzi, per notare ogni cosa, di quello che era stata quella mattina con Guido; cio a dire molto schietta, molto ingenua nelle sue espansioni, rese pi originali e pi care da quella certa rigidezza che noi vogliamo vedere qualche volta nelle giovani inglesi. Non si lagnino le inglesi; il duca di Marana, uomo di buon gusto, rese loro giustizia, nella persona di miss Maud.
- Sarebbe proprio un peccato, - pens egli, che una ragazza cos savia e gentile toccasse in sorte a questo sciocco di suo cugino! Perch, via, bisogna esser giusti. Non esserne invaghiti, sta bene, quando si hanno altri pensieri pel capo; ma quel che , non si deve sconoscere. -
Miss Lawson non ebbe nessun ritegno a parlare di Guido, e si rallegrava di averlo conosciuto finalmente da vicino, quel giovine signore, di cui si ragionava tanto a Secanderabad, e il cui nome correva su pei giornali dell'India inglese; gli aveva finalmente parlato, a quell'uomo, che era cos dotto, senza bisogno di prender tabacco; a quel viaggiatore, che spendeva cos utilmente la vita. In questo miss Lawson aveva tutte le idee della sua razza; per lei, come per ogni buon figlio d'Albione, la vita doveva essere spesa operando, e, meglio che in ogni altra maniera d'opere, in quelle che vogliono il moto, stimolando tutte le energie della mente e del corpo. Una fanciulla di quella fatta non avrebbe amate le donne operose all'italiana, cio a dire poetesse; al pi al pi, le avrebbe tollerate romanziere, a patto che i loro romanzi mirassero ad un intento umanitario, come quelli della Beecher Stowe, o morale, come quelli di miss Cumming. Ma pi delle scrittrici di amena letteratura, le piacevano le scienziate, come Maria Somerville, e le viaggiatrici, come Ida Pfeiffer. C'era un briciolo d'uomo, in quella giovine tempra di donna, e le conferiva un certo garbo particolare. Vedete che elogio per gli uomini! Ma io l'ho fatto senza intenzione.
Il duca di Marana, preso l'aire dalle confessioni dell'ingenua creatura, si abbandon ad una di quelle corse matte, che erano il suo forte, o il suo debole; secondo vi piacer di credere.
- Sicuramente, miss, sicuramente; - diceva egli; - cos dovrebbero essere tutti, uomini e donne, una processione continua in questa valle di lagrime. Che cos', poi, questa fissazione, di volersi tappare in un cantuccio di mondo? La capirei, se si trattasse di viverci soli e malinconici, come i santi nella Tebaide. Ma no, ci si vuol vivere in compagnia di centomila persone. Che gusto c'? Intendo il filosofo Diogene che si ritir in una botte vuota, e il duca di Clarence che si affog in una botte piena; ma anche queste non sono altro che conseguenze del vivere ristretto per anni ed anni in una piccola parte del globo. E poi gli uomini si lagnano della prigione! Che cosa  una citt, poniamo anche di cinquecentomila abitanti, se non una prigione pi vasta delle altre? Dopo un mese di soggiorno, si conoscono tutti gli angoli e tutti i bugigattoli, come si conosce il fondo delle proprie tasche; si fa alle gomitate con tutti i compagni di pena, e si patisce per avere un posto migliore, in questa distribuzione non nuova n piacevole di lavori forzati. Mettete gli aguzzini alle porte, in luogo dei gabellieri, e dichiaratela galera;  come dir zuppa e pan molle. -
Miss Maud diede in uno scoppio di risa a quella pittura delle citt d'Europa, e mise in mostra i suoi trentadue denti. Aveva la bocca grande, ma bella, e poteva ridere senza paura.
- Mentre, invece, a girar sulla faccia del globo, - prosegu don Fernando, - quest'aria di rinchiuso non c'. Andar molto, posar poco, appena quel tanto che basti ad appagare le nobili curiosit dello spirito,  questa la vita. Ogni figura nella sua luce, dicono i pittori; ogni cosa sotto il suo cielo, dico io. Se fossi uno scrittore, non farei due libri in un luogo, per tutto l'oro del mondo. Ma pur troppo non sono che un viaggiatore sconclusionato, e porto il mio ozio attorno, come il merciaiuolo le sue cianciafruscole alla fiera.
- Scavate le rovine di Karma Vridi; - not miss Maud; - ed  gi una bella cosa.
- S; e poi? Quando avr rimessi in luce otto o dieci frammenti di scultura braminica?
- Farete dell'altro; andrete a cercare un altro monte di rovine. Io, per esempio....
- Ah s, sentiamo che cosa fareste voi, signorina.
- Io cercherei una citt a dirittura; - rispose miss Maud. - La vostra ripugnanza contro le citt vive non giunger, io spero, fino a farvi odiare le morte.
- No, certamente. Vi dir anzi che di queste ultime io amo immensamente gli abitanti. A Pompei, per esempio, mi sono innamorato dei pompeiani. Che brava gente! Non liti, non discordie, una pace ammirabile! Se Pompei non fosse stata dissotterrata, vorrei disseppellirla io. Ci sarebbe la sua vicina Ercolano, di cui troppo poco  ritornato alla luce; ma la poverina ci ha un paese nuovo sullo stomaco, e le case dei moderni guastano ogni disegno a chi voglia rimettere in vista le antiche.
- Andate in Grecia; - osserv miss Maud. - Laggi avrete le mani pi libere.
- Per la solitudine, capisco; - ripigli il duca di Marana. - Ma di grazia, signorina, volete proprio mandarmi in Grecia?
- Io no; dicevo cos per dire; - rispose la fanciulla ridendo. - Mi avete chiesto: "E poi?" ed io vi ho detto: "fate dell'altro, andate a cercare un nuovo monte di rovine".  una bella cosa il cercare, specie quando si tratta di ricostruire il passato.
- Ci consola del presente; - osserv don Fernando. - Anche questa  una considerazione filosofica che ha la sua importanza. Non dimentichiamo neppure che la curiosit dell'archeologo, se per un verso riesce utile a pochi, per l'altro non fa male a nessuno. Vi obbedir, signorina, andr in Grecia; - prosegu il duca di Marana, continuando una celia che lo aiutava benissimo a tener vivo il discorso; - vedo gi la mia vocazione, e questa di Karma Vridi  per me la via di Damasco. Sar un archeologo coi fiocchi; scaver Olimpia, Itaca, Troia, Persepoli, facendo in ogni stazione il mio piccolo at home, da piantar l, a cose finite. La mia smania girovaga avr in questo modo la sua utilit. E vi mander da ogni stazione una memoria abbastanza noiosa delle mie scoperte, va bene cos?
- Ci conto; - disse miss Maud, mostrando un'altra volta i trentadue denti che sapete.
La via di Damasco, frattanto, era stata corsa fino al suo termine, e l'attico del Sahibgar appariva dal colmo delle magnolie, davanti agli occhi dei viaggiatori. Il duca di Marana ne fu quasi dolente. Quella conversazione, intessuta di sciocchezze, non lo aveva punto annoiato.
- Ecco una donna che farebbe per me; - pensava egli, mentre l'elefante si fermava davanti all'ingresso del ponte. - E mi capita qui, mentre sono innamorato di un'altra! Gi, succede sempre cos. Vivete un anno nella pi profonda tranquillit di cuore; ed ecco, a mala pena vi siete invaghito di una, subito ve ne cascano due sulle braccia.  proprio vero che la poligamia, moralmente parlando, sia lo stato naturale del cuore?
Fatta questa riflessione, si ferm, come stupito della sua medesima audacia.
- Oh, dove vado? Mi confesso di due amori, come se questa ragazza mi avesse presa una parte di cuore. E s, dopo tutto, mi piace. Che c' di strano? Mi piacciono tutt'e due. Luisa ha la palma, si capisce; quest'altra ha un ramoscello di mirto. -
Quel riscontro d'immagini, venuto cos naturalmente, lo fece ridere.
- Ben detto - esclam dentro di s. - Con una frase, l'uomo aggiusta ogni cosa.
Intanto, messo il piede sul ponticello di legno che pendeva dal fianco dell'elefante, si cal a terra e offerse la mano alla sua compagna di viaggio. Per quella volta Guido Laurenti non c'era a rubargli il mestiere. Quanto al signor Lionello, egli saltava dall'altra banda, lesto come uno scoiattolo, per andare ad aiutar la discesa della signora Laurenti. Il giovinotto aveva presa cos poca parte alla conversazione, che il suo abbandono non fu neanche avvertito. E mentre lo scoiattolo scendeva da una parte, la gazzella (vedete che gentilezza di paragone!) la gazzella balzava allegramente dall'altra.
Quella medesima sera il residente britannico avrebbe voluto ritornare a Secanderabad; ma i suoi ospiti lo trattennero con tanto amorevoli parole, che egli si lasci persuadere. Era una visita in campagna, la sua; del resto, niente obbligava sir Giorgio a riprendere la via della residenza, donde nella mattina aveva ricevute notizie, e dove poteva spedire un messaggero, con l'annunzio di quell'altra fermata.
- Resteremo, - diss'egli, - ma ad un patto; che la visita vostra a Secanderabad sia pi lunga della nostra. Altrimenti, Evelina non mi perdonerebbe questa assenza prolungata. Faremo in modo che il tempo non abbia a parervi troppo lungo, in riva all'Hussein Sagar. -
Non  da credere che Guido Laurenti accogliesse con giubilo l'idea di passare due o tre giorni fuori del suo nido. Ma non si poteva rispondere all'invito dei Lawson altrimenti che con una pronta accettazione, specie dopo che essi avevano mostrata tanta compiacenza coi padroni del Sahibgar. E la risposta di Guido apparve l'espressione del pi vivo desiderio d'un marito, che coglie volentieri il destro di far divertire sua moglie.
Don Fernando pens invece che al suo amico Laurenti fossero venuti a noia i duetti e che un pezzo concertato gli paresse la man di Dio; tanto pi se in quel pezzo avea parte miss Maud. Briccone d'un Laurenti! E pensare che cinque anni addietro!.. Mah! Mutano i saggi. E quel saggio gli girava maledettamente nel manico. Ne volete una prova, da aggiungere a tutte le altre che don Fernando aveva raccolto? Miss Maud, quella mattina, era andata in visibilio per la tigre uccisa da Guido Laurenti. Or bene, quella sera, mentre si faceva il chilo nel boschetto delle magnolie, Guido Laurenti, cacciatore fortunato, invidiato e lodato, offriva la pelle della sua tigre a miss Maud. Gliel'avrebbe portata lui, a Secanderabad, debitamente conciata e foderata di rosso, con le sue unghie in bella mostra sui margini.
Anche le unghie! Ma non era da piantargliele addosso a lui, le unghie? E la signora Luisa udiva e taceva! Anzi peggio, udiva e sorrideva! Ma gi, che cosa ci possono fare le donne, quando l'amore se ne va? Ed anche lei, non doveva essersi raffreddata parecchio?
Per tutto il rimanente della giornata, non ci fu pi verso pel duca di occupare un posto presso le signore e di volgere a s tutta la loro attenzione. Lionello Edgeworth, per incominciare da lui, si trovava sempre dov'era la signora Luisa, importuno, seccante, molesto, peggio delle mosche, quando vi pigliano di mira un orecchio, o la punta del naso. Le mosche si cacciano in cento modi, e almeno per qualche minuto riuscite a levarvele d'attorno: gl'importuni no; specialmente in societ, dove la buona creanza non permette di prenderli a scapaccioni, sono essi che vi mettono fuori.
Anche miss Maud era tornata a ragionare molto volentieri con Guido, da cui si faceva raccontare la storia dell'India braminica, come si pu ricavarla dalle sacre leggende; storia ideale, senza date, e quasi senza divisioni d'epoche, ma abbastanza chiara nel suo complesso e grandiosa. I filosofi amano questo genere di storie anche pi delle altre, poich esse, lasciando da parte le preoccupazioni cronologiche, fatte solo per confondere la memoria e fuorviare il giudizio nelle quistioncelle minute, vi danno come un filo conduttore, in quel laberinto che  l'antichissima vita di un popolo.
Ma il duca di Marana non era un filosofo, n per quel giorno se la sentiva di fare il dilettante. Perci, immaginate come si annoiasse a quella esposizione, in cui il suo amico ed ospite mostrava di compiacersi tanto, e di cui miss Lawson non perdeva una sillaba.
Dove si trovano solamente due donne, stanno male tre uomini; meglio varrebbe per loro esser quattro, dieci, magari anche una ventina. Il numero tre non  buono che per una conversazione di soli uomini, quando uno di loro ama ascoltare gli altri due, oppure, come  pi naturale, non ascoltarli affatto.
Al duca di Marana tocc di bel nuovo la compagnia di sir Giorgio. Ed anche questo, dopo tutto, poteva parere un onore lasciato dai padroni di casa al primo dei loro ospiti. Don Fernando era il cosmopolita della compagnia, perci un quissimile di diplomatico; a lui, dunque, spettava il residente britannico. Don Fernando si adatt a far la sua parte, ragionando molto, ed anche sragionando, delle varie nazioni e delle capitali d'Europa, che pel momento e pei bisogni della conversazione erano tornate a piacergli. Infatti, dove si poteva viver meglio, pi intensamente e pi presto, che nelle grandi capitali? La storia naturale dell'uomo non si studiava a fondo che l.
- Eppure, dicevate oggi, - osserv ad un certo punto miss Maud, - che le grandi citt non sono altro che grandi prigioni.
- Ah, non mi cogliete in contraddizione; - rispose il duca. - Sono prigioni per chi ci si chiude, per chi si restringe a vivere in una di esse; non gi per chi vede, studia, e se ne va. A lungo andare, lo capisco, tutto annoia, anche una bella solitudine. Tutti gli angoli del mondo hanno le loro piccole commedie, i loro piccoli drammi e guai a chi si rinchiude in queste piccinerie.
Tirata cos la sua bottata al Sahibgar, che non ci aveva colpa, il duca di Marana torn a ragionare con sir Giorgio e pass in rassegna tutti gli uomini politici dell'Inghilterra. Al residente britannico pareva di andare a nozze, ed io vi lascio immaginare come gli tenesse bordone. Sir Giorgio non sperava pi di far molto cammino in diplomazia. Si era impaludato laggi, fuori della corrente, e pensava di doverci aspettare la sua pensione di riposo. Ma laggi si sentiva padrone; rendeva servizio al suo paese ed era contento del proprio stato. E poi, ci aveva la sua casa, la sua famiglia, che  la forza e la consolazione dell'inglese; che cosa poteva egli desiderare di pi?
- Avete anche il nepote, con voi; - gli aveva detto don Fernando. - Rimarr egli a Secanderabad?
- No, egli appartiene all'amministrazione centrale di Calcutta, ed  qui per passare con sua zia due mesi di licenza.
- Vuol dire che lo godrete appena per questi due mesi; - osserv il duca, premendo involontariamente sul verbo.
- Per due mesi, certamente, - rispose sir Giorgio. -  una compagnia eccellente per le signore.  di buon'indole, e quantunque la sua et sia fatta piuttosto per correre agli svaghi, egli si adatta con molta buona volont alle nostre abitudini casalinghe.
-  tanto gentile! - esclam a denti chiusi il duca.
E dentro di s soggiungeva:
- Che il diavolo se lo porti; altrimenti, ne abbiamo per due mesi. Vedetelo l, il biondino! Pare un'ostrica appiccicata allo scoglio. -
Ad allargare un po'il cerchio e a togliere il vezzoso Lionello dai fianchi della signora Luisa, capit quella sera il savio Lacmana. Era una figura strana, quel vecchio bramino, e con la sua faccia di bronzo, come con la foggia del vestire, faceva un curioso contrasto in quella societ, gi tanto mescolata, di due italiani, uno spagnuolo e tre inglesi.
Il discorso, dopo le presentazioni d'uso, si volse agli scavi di Karma Vridi, che il duca di Marana aveva intrapresi e che questi e Guido avevano inaugurati con una caccia notturna cos fortunata. Guido Laurenti, mettendo in ottima luce il concetto che aveva governato il suo amico Fernando nel cominciare gli scavi, si trattenne a mostrarne l'importanza archeologica, lasciando cos intendere al vecchio mahunt che la societ non sapeva nulla del tesoro, vero ed unico movente delle loro ricerche. Forse anche a Guido pareva che un accenno a tesori nascosti potesse spargere un'ombra di ridicolo sugli esploratori delle rovine.
Don Fernando, che non aveva ragioni per essere di buon umore, rovesci la sua stizza su Karma Vridi e sulla lentezza con cui doveva procedere il lavoro.
- Cinquanta uomini son pochi, per quella montagna di ruderi; - diss'egli. - Ne vorrei cento, almeno.
- Anche duecento, se vi piace; - rispose Lacmana. - Tutti gli uomini di Paravady saranno lieti di aiutarvi.
- Bene, riparleremo di ci; - disse il duca. - Sono impaziente di scoprire i bassirilievi che dovevano ornare le pareti del tempio. Se trovo il terzo avatara di Visn... fo voto di mandarlo in regalo al British Museum.
- Ringrazio; - disse sir Giorgio, inchinandosi.
- Sempre la vostra impazienza! - osserv la signora Laurenti.
- Signora, ve l'ho detto; quando faccio una cosa... E poi, debbo andare in Grecia, a scoprire a dirittura una citt.
- Dite dunque, - ripigli la signora, - che siete impaziente di andarvene.
- Oh, signora, che dite? Rimarr sempre abbastanza, per aver varcati i limiti della discrezione;- replic il duca di Marana, che sentiva l'obbligo di temperare un pochino l'asprezza delle sue prime parole.
Ma il cattivo umore doveva riprendere ancora il vantaggio.
- Del resto, - soggiunse, - io sono come un uccello senza nido. Ho passato il mare per venire a salutare il vostro; sono rimasto qui un tratto sull'ali; non  giusto che ripigli il mio volo? -
La signora Luisa non replic pi altro. Un bel silenzio  la migliore risposta che si possa dare alla gente scontrosa.


12.

Alla mattina, per tempo, i Lawson partivano dal Sahibgar, accompagnati da Guido Laurenti per un buon tratto di strada oltre il villaggio di Paravady. Il duca di Marana si dispens dall'andare con Guido, col pretesto che la sua presenza doveva essere necessaria a Karma Vridi.
- Andate pure, signor duca, e spingete molto avanti i vostri scavi; - gli aveva detto sir Giorgio. - Presto verremo a vederli di nuovo. Consideratemi come il rappresentante ufficiale del British Museum, che non rinunzia all'idea di possedere il suo quarto avatara di Visn.
- Il terzo, sir Giorgio, il terzo.
- Ah, scusate, con tutte queste incarnazioni indiane mi ci confondo. L'essenziale per me  la vostra promessa. Ma, a proposito di promesse, rammentate quell'altra, vi prego. Dovete venire anche voi a Secanderabad, insieme col signor Laurenti.
- Se la mia presenza non sar troppo necessaria a Karma Vridi...
- No, non ammetto scuse; - interruppe sir Giorgio. - O voi ci onorate della vostra visita, o noi dovremo credere che la residenza britannica di Secanderabad vi ha lasciata una poco buona memoria di s.
- Tolga il cielo che io porga appiglio a cos brutti sospetti; - grid il duca di Marana, che in mezzo al suo cattivo umore si ricordava d'essere un gentiluomo; - lascierei anche in sospeso il terzo avatara di Visn, per venire ad ossequiare lady Evelina. -
Liberato da quella accompagnatura, don Fernando ritorn verso Paravady, e di l, presa la squadra d'indiani che lo aspettava, se ne and alle sue predilette rovine. Quello era un luogo di rifugio per lui. Lontano dai Lionelli e dalle Luise, dai Guidi e dalle Maddalene, don Fernando poteva recitare a sua posta il paternostro della bertuccia. Ed anche non recitar nulla, anzi non pensare affatto. Perch questa, non lo ignorate,  la chiusa naturale di tutti i contrasti del cuore, di tutte le contraddizioni dello spirito.
Quando giunse a Karma Vridi trov la sua casa alzata di due metri, parte per un'aggiunta alle mura maestre, parte per uno scavo pi diligente del terrapieno su cui era fondata. Grossi tronchi di bamb, tagliati nelle vicinanze, facevano da correnti al tetto e da sostegno ad un fitto frascame.
Niente di nuovo era occorso durante la notte. I suoi uomini avevano udito bens ad intervalli il ruggho delle fiere, l dalla parte del torrente; ma nessuna tigre era venuta a ronzare nei pressi del terrapieno. Il sillogismo  una forma di ragionamento che troppe testimonianze dimostrano non essere privilegio esclusivo dei bipedi. Ed  lecito il credere che le schioppettate della notte antecedente, messe a riscontro di ci che era toccato a due compagni pi audaci, avessero condotta la famiglia felina ad una illazione abbastanza prudenziale. Passatemi le voci sgarbate;  il linguaggio filosofie o che le richiede.
Intanto, quegli scavi archeologici, condotti innanzi con una squadra cos numerosa di braccianti, davano a Karma Vridi l'aspetto d'un villaggio nascente. Le bestie feroci dovevano retrocedere per necessit; dare il luogo ad una specie rivale, non meno feroce e carnivora, sebbene in apparenza pi mite.
Al quarto giorno di lavoro, tutta la distesa delle rovine si vedeva scoperta, dir quasi scorticata; ma gli scavi non erano profondi che in una parte sola, cio in quella di destra, dove il nobile soprastante cercava la sua quarta colonna. Capirete che, per azzeccare la quarta, bisognava trovare la prima, e misurare le distanze da questa. Ora, al quarto giorno di fatica, la prima colonna non era ancora trovata. Ma gli architravi, i massi, i frammenti di volta, si andavano smuovendo a mano a mano, e don Fernando poteva sperare dall'oggi al domani di raggiungere l'intento.
Cos fosse stato sicuro di raggiungere quell'altro! Ma le cose sue non andavano bene; cio, spieghiamoci, non andavano punto. Si era ficcato in un ronco; perdeva la memoria dell'entrata e non vedeva altrimenti l'uscita.
Vi ho detto che la signora Luisa non gli aveva pi replicato altro, dopo quella sua scappata bisbetica. Aggiungo adesso che era rimasta in contegno, non gi come chi trattiene la collera, ma piuttosto come chi comincia ad impensierirsi. Da quella medesima sera la donna gentile si mut insensibilmente con lui; era sempre cortese, ma molto pi riguardosa. Un altro non si sarebbe accorto di nulla; ma il duca di Marana pot avvedersi, al suo ritorno da Karma Vridi, com'ella non fosse pi per lui quella gaia e spensierata amica che gli faceva festa al suo apparire e lo bersagliava con libera confidenza di motti arguti e di facete allusioni.
Donna pensierosa, donna innamorata, dice il proverbio. Ma innamorata di chi? Non certo di Lionello Edgeworth, di quel ragazzo imprudente, che le aveva fatta per due giorni di seguito una corte spietata. Quanto a Lionello, il duca di Marana non poteva ingannarsi. La sua esperienza gli diceva che al vezzoso inglese doveva toccare presso la signora Luisa quella medesima sorte che hanno presso le dame tutti i giovani di primo pelo. Servono qualche volta di contorno, quei benedetti ragazzi; pi spesso di pietra di paragone. Le loro tenerezze che sanno di latte, i loro ardori freschi di memorie petrarchesche, dicono chiaramente ad una donna che essa  bella... per un altro, e che pu fidarsi di piacere grandemente a quest'altro. Ma chi era l'altro della signora Laurenti? D'altri, al Sahibgar, non c'era che lui. Dunque lui? proprio lui? Don Fernando Solis, duca di Marana y Cueva, non ci si fermava neanche, in quella delicata quistione. Sentiva molleggiare il terreno, temeva d'ingannarsi, e questo dubbio lo consigliava a sfuggire ogni esame del caso. Scivolare, non premere;  il consiglio dei prudenti, vale a dire degli incerti e dei timidi.
E frattanto, il suo animo andava allontanandosi sempre pi da Guido Laurenti, da quell'ospite cos buono e cos compiacente, che non sembrava avvedersi di nulla. Mariti! esclamava don Fernando tra s. Per la stima che ne faceva, lo avrebbe voluto qualche volta pi sagace, anche a patto di doverla dire con lui. Ma infine, era colpa di don Fernando, se Guido vigilava cos poco? E d'altra parte, se Guido si era disamorato, doveva egli dolersene? Non doveva piuttosto cogliere un'occasione, approfittare di una libert, che gli era cos facilmente offerta? Il mondo non era forse pieno di queste concessioni? Ma che concessioni d'Egitto! Nelle faccende del cuore non c' legittimit di possesso che tenga. La legge non  il diritto; al pi al pi una finzione di diritto, che si pu rispettare in apparenza, e violare in tutta coscienza nel fatto.
Belle ragioni, eccellenti sofismi; ma intanto il duca di Marana era scontento di s, e quel terzetto di Paravady gli pareva la cosa pi fastidiosa del mondo. Le serate pi belle erano quelle in cui veniva ospite al Sahibgar il vecchio Lacmana. La conversazione in tre spesse volte languiva; c'era un senso di freddo, nel boschetto delle magnolie.
Per vivere a lungo con qualcheduno nella solitudine dei campi, ci vuole non solamente comunanza di gusti e conformit di pensieri, ci vuole altres la fusione dei cuori in un medesimo sentimento. Ora, qual fusione di cuori  possibile in tre, quando il sentimento comune non sia l'amicizia, e schietta, cio senza gelosie da una parte, senza secondi fini dall'altra?
- Son matto, o poco ci manca; - disse un giorno tra s il duca di Marana. - Questa condizione  veramente intollerabile. Mi sono innamorato, mi sono buttato avanti, a capo fitto, contro ogni regola d'arte e d'esperienza, non sapendo prima se sarei cascato sul soffice. E adesso eccomi in aria, non pi poggiato sul saldo terreno, non ancora giunto a dar del capo nel muro, ma molto vicino a darci, oh molto vicino! Vedete che sciocco! E a trentadue anni, quasi "nel mezzo del cammin di nostra vita"! In verit, mi trovo in una selva oscura, come il poeta, ed ho smarrita la strada. -
A recare un pochino di variet nelle uniformi alternative di Karma Vridi e di Paravady, capit l'occasione di una visita a Secanderabad. Sapete che i Laurenti avevano promessa quella visita ai Lawson, e immaginate che la gita non potesse rimandarsi pi in l dagli otto giorni. Andarono dunque, e il duca di Marana li accompagn, come aveva promesso per suo conto a sir Giorgio. Furono tre giorni di feste, che non istar a descrivervi, con la presentazione formale di tutti i personaggi ragguardevoli della colonia inglese, e con una regata di barche sul lago; nella quale occasione il premio fu vinto dal vezzoso Lionello, e dato a lui dalle belle mani di Luisa Laurenti. Ma il duca di Marana non vide il trionfo del suo giovine rivale, poich la sera del secondo giorno aveva abbandonata la residenza. L'archeologo non poteva lasciare troppo a lungo i suoi scavi; quella gente zotica, che lavorava a Karma Vridi, avrebbe potuto rovinargli Dio sa quale prezioso cimelio; era dunque necessaria la sua presenza lass; e bisogn dargli commiato. La promessa di un'altra visita di compenso gli fece perdonare quella mezza diserzione, del resto abbastanza giustificata.
Domanderete qual fosse il contegno di miss Maud, nei due giorni passati dal duca a Secanderabad in compagnia dei signori Laurenti. Miss Maud era sempre la stessa; gentile, rigida, ingenua, curiosa; insomma, una ragazza, con tutte le qualit e i difetti dell'et sua. Volumi al primo capitolo; chi li capisce  bravo. Quanto al duca di Marana, egli rinunzi all'idea d'intenderci qualche cosa. - S'innamori pure di Guido, e Guido di lei, - pensava don Fernando, - io non ci ho da veder nulla.
Il nostro eroe se ne torn a Paravady molto contento della sua fuga. Respirava finalmente, poteva taroccare a sua posta. Giunto al Sahibgar, trov la squadra di ritorno da Karma Vridi, ed ebbe notizia del punto a cui erano stati condotti nella sua assenza gli scavi. Un rocchio di colonna era stato trovato, e Berar, sapendo come il duca desse importanza alle colonne, faceva lavorare a gran furia per rintracciare gli altri pezzi del fusto.
- Ecco una notizia consolante; - esclam don Fernando. - Non va mica male ogni cosa, in questo mondo birbone. -
La mattina, per tempo, fu a Karma Vridi e trov con grande soddisfazione che Berar lo aveva servito a modo. Il fusto della colonna non si era trovato tutto; ma ci poteva attribuirsi al fatto probabilissimo che, nel cader della volta, la parte superiore fosse andata in frantumi. La stessa frattura irregolare del rocchio superstite poteva addursi come un argomento plausibile, a conforto di quella opinione. Del resto, un gran punto era assodato. Se la colonna mancava, si era pur ritrovata la base, e la distanza che correva dal muro di prospetto a quella base di colonna doveva essere una guida sicura per ritrovar la seconda, anzi, avendo fretta, per andar difilati alla quarta.
Tutto quel giorno e l'altro che venne dopo, fu un lavoro indefesso, arrangolato, febbrile, su tutta la linea del colonnato. Ma pi si andava innanzi, verso il centro delle rovine, pi era fitta la catasta dei ruderi e pi malagevole l'impresa. Certo, il tempio di Karma Vridi era fatto a piramide, come tanti altri della sua specie, e l'immane cappello di pietra, rovinando sulle navate interne, aveva fatta una grossa colmata. Ma don Fernando non conosceva pi ostacoli, almeno tra i sassi, e il suo ardore si comunicava a quella squadra di lavoratori. Egli, del resto, chiedeva una grande operosit, ma i suoi uomini si nutrivano laggi, merc sua, pi abbondantemente che non facessero a Paravady. Avevano il riso bollito, le focacce di farina, cotte con due voltate sotto la brace, il betel da masticare di tanto in tanto, e da ultimo il bang, il liquore prediletto dagli indiani, composto di oppio e di hascisce.
Quando ridiscese al Sahibgar, per prendere il suo turno di riposo, trov i suoi ospiti nella solita calma. La signora Luisa stava ancora sotto l'atrio, lavorando, in attesa del pranzo, agli ultimi raggi del tramonto. Guido era su, nel suo studio; ma, come intese la voce di don Fernando nel viale, cal prontamente nel vestibolo.
- Ebbene? - gli chiese.
- Si va, si va! - rispose il duca. - E non potrebb'essere diverso, lavorando nelle rovine d'un tempio di Siva.
- Anche un bisticcio; buon segno! - grid Laurenti. - Eravate cos ingrugnato, ieri l'altro!
- Io? vi pare? Avevo proprio un'aria...
- Ma s, per bacco, un'aria di temporale; - interruppe Guido. - E ho detto tra me: questo va a scaricarsi su Karma Vridi. -
Il duca pens che Guido Laurenti aveva un coraggio da leone.
- Vedete come scherza col fuoco! - diss'egli fra s. - E sua moglie non ci abbada! Un po'di risveglio l'altro giorno; e poi s' rimessa a dormire. -
Intanto, bisognava rispondere qualche cosa alla celia di Guido.
- Dio buono! - esclam. - Lo sapete pure, che io son cos fatto. Quando ho una cosa in mente, non c' pi luogo per un'altra. E adesso, non penso che al tesoro; voglio il tesoro ad ogni costo. -
La prima parte del discorso aveva un senso particolare per la signora Luisa; la seconda veniva in buon punto a mascherare la prima. E la signora, che fors'anche non ci aveva avuto tempo ad intendere pel suo verso la prima, sorrise alla seconda, che mostrava il duca di Marana cos infatuato delle sue ricerche archeologiche e del premio assai problematico che v'era stato appiccicato dalla leggenda di Lacmana.
- Ne dubitate? - ripigli don Fernando. - Non dubiterete pi fra otto o dieci giorni, quando io verr da Vostra Mercede con un bel cofanetto di teck, fantasticamente intagliato da un artista di dugent'anni fa, e deporr ai vostri piedi il pi grosso diamante della mia collezione.
- Ah s, il famoso diamante da fare il paio con la montagna di luce! Ma di grazia, don Fernando, che cosa ne far io, che vivo in questa solitudine, e senza desiderio di uscirne? Il vostro diamante non briller, ve ne avverto, non briller.
- Signora mia, - replic il duca con aria grave, - questo non mi riguarda. Lo avete accettato; io non sono punto disposto a ripigliare i miei doni. -
Lo scherzo era buono, e l'idea di quel diamante, ancora di l da venire, ma promesso da una parte e accettato dall'altra, diffuse un poco di buon umore nel terzetto del Sahibgar. La signora Luisa aveva accolto don Fernando col pi amabile de'suoi sorrisi, mentre egli si aspettava di vederla in contegno. Dunque, allegria nel cuore di don Fernando. E perch il cuore di don Fernando era un vaso slabbrato, l'allegria doveva traboccare, spandersi, inondare senz'altro.
- Parler! - diss'egli, in uno di quei soliloquii che erano il suo forte. - Parler di sicuro. Tutto sta a trovare il momento. -
Ma il momento non era da cercarsi quella sera. Il padrone di casa non lavorava di sera, e la signora Luisa non restava mai sola. Si parl invece e lungamente delle rovine e degli scavi. La prima colonna, la famosa prima colonna, che doveva condurre allo scoprimento della quarta, e, per conseguenza, del famosissimo terzo avatara, torn in ballo un centinaio di volte.
- Un giorno o l'altro verr a darvi una mano, - disse Guido.
- Grazie; - rispose don Fernando. - Sarete anzi necessario, quando avr scoperto l'ingresso del sotterraneo, perch allora, mi capirete, bisogner deludere l'attenzione degli indiani; se no, addio segreto.
- Chiameremo in aiuto il Giacomo. - replic Laurenti. - quello  un uomo fidato.
- Benissimo. E voi, signora, non verrete ad assisterci? I diamanti sono stati creati a bella posta pel sesso gentile, e il tesoro sentir l'attrazione magnetica.
- Lo credete? - disse la donna gentile, sorridendo. - Io non sono della vostra opinione. I genii che custodiscono i tesori non amano il nostro sesso.
- Hanno torto, i genii! - osserv don Fernando, che coglieva tutte le occasioni per fare un complimento.
Tra quelle chiacchiere vane, a cui solamente dava importanza il tono amichevole degli interlocutori, fin allegramente la serata. Il duca di Marana si trovava meglio allora, anche con la presenza di Guido, che non le sere antecedenti, con la giunta degli ospiti di Secanderabad. Se non si fosse trattato che di averci miss Lawson, manco male; una bella ragazza non guasta mai, e forse don Fernando non avrebbe neanche sgradito che il suo amico Laurenti si occupasse un pochino di lei. Ma quel Lionello Edgeworth, che gli usurpava il posto presso la signora Luisa, e quel sir Giorgio, a cui bisognava tener bordone, gli erano venuti in uggia; respirava, di non averli sugli occhi.
Poi, quella sera, Luisa era stata cos gentile con lui! Certamente anche a lei tornava molesta la compagnia chiassosa di Secanderabad e la persecuzione del vezzoso Lionello. Tornata nella quiete del Sahibgar, la signora Luisa sembrava pi ilare. Come lui, come lui; vedete che conformit di pensieri e di gusti!
Insomma, il duca di Marana imitava senza volerlo quei frati di cartone, che ci hanno nella testa un apparecchio igrometrico, e prendono o lasciano ricadere il cappuccio ad ogni pi leggiera variazione atmosferica. Quella sera il tempo volgeva al buono, e il duca di Marana aveva smesso il broncio anche lui.
Il giorno seguente si alz di buon'ora. Stava alla finestra, respirando con volutt l'aria balsamica del mattino, quando vide uscir Guido dall'atrio.
- Dove andate? - gli chiese.
- Oh, buon giorno; vo a Paravady. Non ridete dei fatti miei; Lacmana mi aspetta, per decifrare insieme un manoscritto in lingua pracrita. E voi, non andate a cercare il terzo avatara?
- Un'oretta di riposo, e mi pongo in cammino.
- Buona fortuna, dunque, e a rivederci. -
Il duca di Marana gli rese il saluto, e, come l'ebbe veduto uscire dal ponte, discese a sua volta in giardino.
- Ella dormir ancora; - pens, mentre andava rasente il muro, sotto le finestre della camera di Luisa. - Se fossi un raggio di sole!
Ma ella non dormiva, anzi era gi alzata. Il rumore dei passi di Fernando sulla ghiaia del sentiero la fece apparire al davanzale. Lo era lei, il raggio di sole, e Fernando, che andava cogli occhi in aria, ne fu investito dal capo alle piante.
- Ah siete voi, don Fernando? - esclam essa, con la sua voce argentina. - Buon giorno!
- Lo sar davvero, se incomincia cos; - rispose egli, inchinandosi.
Per complimento, poteva passare, e la signora Luisa, che era avvezza alle galanterie del duca, non ci trov nulla a ridire.
- Vi credevo ancora nel sonnellino d'oro; - continu don Fernando.
- Oh, da un pezzo  finito. Stavo appunto per scendere in giardino. -
Il cuore di don Fernando diede le battute doppie.
- Mi faccio volentieri interprete dei sentimenti di tutti questi fiori, e vi porto i loro ringraziamenti sull'atrio, - rispose egli, ritornando sopra i suoi passi.
La signora Luisa non tard molto a comparir dalle scale.
- Davvero siete galante, stamane; - diss'ella, porgendogli la mano. - E non siete andato a Karma Vridi? Sia lodato il cielo, ecco un miracolo. -
Parlava per celia, o da senno, la signora Laurenti? E se parlava da senno, fino a che punto voleva giungere? Don Fernando non potendo l per l trovare una risposta conveniente, rimase perplesso; anzi, pi che perplesso, confuso.
- Signora mia, - diss'egli, cos per dire qualche cosa - Faccio poi tanto male ad andare a Karma Vridi?
- Non ho detto che facciate male; - rispose la signora. - Pensavo che con questa vostra furia archeologica potreste anche guastarvi la salute. Lo dicevo appunto a Guido, l'altro d. Il sole indiano  traditore; e l'ombra della notte non  meno pericolosa del sole di mezzogiorno. -
Al duca di Marana cascarono le braccia. Non si trattava d'altro che della sua salute! Ed era naturale. I padroni di casa dovevano prendersi cura dell'ospite. La signora Laurenti ne aveva perfino ragionato con suo marito. Non si poteva essere pi gentili di cos.
- Potreste almeno venire ogni sera a casa, e dormire nella vostra camera; - prosegu la signora.
- Obbedir; - disse il duca, con aria rassegnata. - Ma purtroppo si andr pi lentamente negli scavi.
- Che importa? La salute prima di tutto.
- La salute? A che serve darsene tanto pensiero?
- Bella domanda! Sareste scettico, per avventura?
- Eh, qualche volta s; per esempio, quando penso alla mia vita, che non ha scopo per s, e che non ha da premere a nessuno.
- Se non preme a voi, premer ai vostri amici. Ed io conosco qualche persona...
La reticenza, appoggiata da un sorrisetto malizioso, voleva una domanda. E il duca di Marana non si fece pregare.
- Qualche persona? E chi mai?
- Gli scettici non debbono esser curiosi; - diss'ella.


13.

Quel piccolo dispetto gli piacque, sto per dire, come gli sarebbe piaciuta una carezza. E si guard bene d'insistere nella sua domanda, poich il silenzio di lei gli permetteva di credere tutto ci che gli piacesse meglio.
La signora Luisa si era mossa, per fare la sua passeggiata mattutina nel parco, lungo i viali fiancheggiati d'aiuole. Erano l, disposti a canestri e a piccole macchie, i fiori pi appariscenti e pi strani dell'India, i pi belli e i pi noti dell'Italia, che diventavano rari laggi, e, a farla breve, i rappresentanti di tutte le flore del mondo. Molti di essi ebbero uno sguardo amorevole della signora Luisa, ma pi lungo e pi affettuoso certe eriche del capo di Buona Speranza, che formavano l'orgoglio di Giacomo, il suo giardiniere, coi loro fiorellini foggiati a campanelle, come quei del mughetto, e raccolti a rappe sulle vette dei rami.
Don Fernando non guardava i fiori, potete immaginarvelo; guardava la signora, vestita con semplicit mattutina, d'una veste di seta cruda, il cui taglio garbato accompagnava le armoniche curve della persona. Il giovinotto pens involontariamente ad Eva, ma ad Eva che fosse tornata nel paradiso terrestre, dopo l'invenzione delle vesti di seta e delle lattughe di merletto e di mussolina. Quando la signora si voltava a mezzo, per indicargli una pianta rara, o una forma strana di fiore, egli si beava nella vista di quel profilo corretto e soave, di quelle ciglia lunghe calate sugli occhi azzurri scuri, e di quelle chiome corvine che scendevano ad accarezzare l'orecchio, per rigirarsi in lucide anella su d'un collo d'alabastro. Eterni numi, quel collo! Come lo avrebbe baciato volentieri! Ma confessate che sarebbe stato un cattivo modo di cominciare una dichiarazione, che da un pezzo gli tremava sulle labbra.
Ora, mentre egli ammirava quel collo e moriva dal desiderio di farglielo sapere, gli venne veduto...inorridite! gli venne veduto un piccolo coleottero, o, a dirvela con nome pi cristiano, un insetto nerastro, con le ali nascoste sotto due elitre cornee, dal riflesso verdognolo, che andava tranquillamente passeggiando sull'omero della signora Laurenti.
Se ci fosse stato Guido, avrebbe subito indovinata la famiglia, il genere, il sottogenere e la specie di quel piccolo animale; lo avrebbe anche trovato grazioso, e salutato d'un bel nome greco-latino, aggiungendovi il casato del naturalista che lo aveva tenuto a battesimo. Don Fernando si content di gridare:
- Fermatevi, signora; avete qui sulla spalla un insetto.
- Credete che mi manger? - diss'ella, ridendo, ma anche fermandosi, per contentare il suo cavaliere.
- Oh, non credo;  troppo piccolo. Aspettate, gli d la caccia. -
E stese la mano, col pollice e l'indice aperti, per afferrare quella negra bestiuola.
Ma il coleottero deluse la speranza del cacciatore, ficcandosi tra i cannoncini d'una gorgieretta di tulle, che usciva fuori dallo scollo della veste. Maledetto! non si poteva prenderlo, senza acciaccare il tulle, e col pericolo per giunta, di macchiarne il candore col sangue della vittima.
Intanto, il duca di Marana contemplava quella pelle d'un bianco muto, morbida e liscia come la superficie del raso. E mentre egli stava assorto in quella contemplazione, a cui la caccia del coleottero sembrava esser diventata un pretesto, l'insetto giungeva con le sue zampine filiformi e frettolose sull'orlo del cannoncino, girava abilmente lo scrimolo e si calava gi, tra la gorgiera e la radice del collo.
-  fatta! - esclam don Fernando.
- Che cosa?
- Lo avete sul collo.
- Infatti, mi par di sentirlo. -
Don Fernando pens con raccapriccio che quel l'animaletto da nulla poteva darle un morso. Non si sa mai; ci sono anche degli insetti velenosi.
- Se non potete prenderlo, dategli un colpo col dito; - proseguiva la signora.
- No, temo di farvi male.
- Che! non sono una bambina. Schiacciatelo, via; oppure, dategli un soffio, se ne andr. -
Aspirare, manco male; ma soffiarci su? No, questo non metteva conto al duca di Marana.
- Permettete; - diss'egli; - fo un colpo ardito. Gli taglio la strada.
Il coleottero sfuggito miracolosamente a quelle due tanaglie gigantesche (almeno, cos dovevano parergli, mentre correva a rifugio nel tulle), dimenticava il pericolo, sul nuovo terreno in cui era disceso. Annibale, cos destro e fiero sulle Alpi, si rammorbidiva negli ozi di Capua. Era rimasto come irresoluto a mezza la salita del collo, forse (e questo fu un pensiero di don Fernando) per metter fuori la sua tromba e far provvista di nettare in alcuna tra tante coppe naturali che gli apprestavano i pori di quella pelle alabastrina. Ed anche a don Fernando metteva conto l'indugio di pochi secondi, per premere leggermente col dito su quella morbida superficie, a poca distanza dall'insetto. Questo era il suo colpo ardito, il suo stratagemma. E il coleottero, come ebbe risoluto di muoversi da capo, trov l'ostacolo del dito, lo tast con le antenne e vi appoggi fiducioso le zampe.
- Che sciocco! - mormor egli, tirando su il dito, col suo prigioniero sul polpastrello.
- Sciocco! perch? - domand ingenuamente la signora.
- Perch  venuto sul mio dito, lasciando... -
La signora Luisa gli mozz le parole con una sonora risata.
- La vostra galanteria abituale - diss'ella - vi porta adesso a pretendere l'ingegno e la malizia anche da un povero insetto.
- Almeno l'istinto! - grid il duca di Marana.- Non ci hanno l'istinto, le bestie? Almeno questo avrebbe dovuto guidarlo nella scelta. -
Dio sa dove sarebbe andato a finire, il signor duca, avviato a quel modo pei sentieri del tenero. Ma proprio in quel punto, da un altro sentiero men tenero, si ud un passo, che faceva scricchiolare la ghiaia.
Non vi spaventate, era il passo del giardiniere. Giacomo, il fido Giacomo, veniva per dare il buon d alla sua signora e per ricevere i suoi complimenti. Non c' uomo perfetto, a questo mondo, e Giacomo ci aveva il suo difetto anche lui, la vanit. Quel giorno, poi, voleva far vedere alla signora una bella novit; certe pianticelle d'abete, lunghe come il dito mignolo, educate in un viluppo di borracina, senza ombra di terriccio.
- Le crittogame, - voleva dir lui, con aria di trionfo, giustificata dall'esempio, - sono state le prime piante del globo, e hanno dato principio alla terra vegetale. I muschi, con la loro porosit, assorbono l'umidit dell'aria; hanno dunque in s stessi tutto quel che bisogna, per nutrire a lor volta una pianta di grado superiore nella scala organica. Veda questi piccoli abeti; non hanno terriccio intorno alle barbe, non sono innaffiati, e prosperano qui dentro, come se fossero in piena terra e vicino ad un corso d'acqua. -
Cos dicendo, voleva acciuffare d'un colpo otto o dieci di quei piccoli abeti, alzare il braccio e sospendere tutta quella crosta di musco e di radici intrecciate, per far vedere che non c'era nessuna aderenza col suolo. La signora Luisa, che non aveva studiata la botanica come scienza, ma che ne intendeva benissimo e ne amava le applicazioni, avrebbe fatte le meraviglie di quella novit, veduta la prima volta dal Giacomo nell'orto botanico di quella stessa universit in cui il signor Guido si era addottorato in medicina e chirurgia. Il Giacomo non aveva studiato, ma possedeva un discreto ingegno naturale; quell'esperimento curioso gli era rimasto impresso nella mente; ci aveva pensato parecchie volte, e il pensarci su (che era il segreto artistico di Alessandro Manzoni) lo aveva condotto a capire le ragioni del fatto, in apparenza cos strano. E cos avvenne che la bella trovata del mio amico Giovanni Bucco, l'esperto giardiniere dell'orto botanico di Genova, avesse un riscontro, per opera di Giacomo Vernazza, nel Sahibgar di Paravady.
Il nostro Giacomo andava con profonda compiacenza incontro alle meraviglie della signora Laurenti. Era cos contento, il bravo giardiniere, quando la sua padrona gli sorrideva! Era un uomo raro, il Giacomo, uno di quegli uomini miracolosi, che vivono per noi senza chiedere nulla in ricambio, ma che ottengono facilmente da noi quel medesimo affetto che essi ci dnno, e ci confortano, nei brutti momenti, a non disperare della natura umana.
Io lodo il Giacomo; ma non doveva altrimenti lodarlo il duca di Marana, quando lo vide comparire in fondo al viale.
- Che noia! - borbott egli tra i denti. - Proprio io questo momento, che stavo per dirle ogni cosa! Un'occasione cos bella, per cominciare, non mi capita pi. -
Il giardiniere, venuto presso alla signora e accolto con quella benevolenza che si meritava da lei, prese a ragionarle di fiori, dell'azalea che provava benissimo, delle margotte di gardenia che erano tutte riuscite, dall'ortensia azzurra che tornava al color di rosa primitivo, insomma di tutte le piccole faccende e di tutti i casi minuti della variopinta famiglia affidata alle sue cure. Il momento di parlare della piantagione degli abeti nella borraccina non era anche venuto. Giacomo Vernazza serbava quella novit per la chiusa, come si serba il colpo di scena per la fine di un atto.
Don Fernando non stette ad aspettarlo, e, a mezza la rassegna botanica del giardiniere, prese commiato dalla signora Laurenti.
- Vado a Karma Vridi; - le disse; - ci rivedremo domani, all'ora solita.
- Bene, - rispose la signora, - a rivederci. -
E lo lasci andare cos, senza trovarci nulla a ridire, senza soggiungere una frase, una parola, che sentisse nulla di pi intimamente affettuoso. Dov'era andata quella complicit che egli incominciava a raffigurarsi, mentre faceva un lavoro cos fine e cos lento per cacciare un coleottero impertinente, ma non privo di buon gusto? Madonna era rimasta tranquilla, mentre a lui bruciava il sangue nelle vene; madonna si era mostrata gentile, ma non si era avveduta di nulla, non aveva partecipato affatto al suo turbamento, e lo lasciava partire senza dargli un'occhiata, che gli permettesse di sperare, almeno almeno di fantasticare un seguito a quella scenetta d'idilio. Ahim! Non c'era neanche stato l'idilio, era un episodio senza importanza, in un colloquio casuale, senza secondi fini, n altro.
Il duca di Marana se ne and, quasi seccato di quella mezz'ora che aveva passata in giardino.
- Potevo parlare; - pens egli, mentre si avviava alle rovine; - sicuro, lo potevo, se non capitava quell'altro. Ma vediamola sino in fondo; avrei fatto bene, a parlare? Che fondamento avevo, per spingermi avanti? Mi ha ella mai dato un barlume di speranza? Mi ha ella mai lasciato intravvedere di essersi accorta di qualche cosa? Siamo giusti, io fin qui non ho fatto altro che dare importanza a certi nonnulla, gentilezze, amabilit, complimenti, che l'amicizia giustifica... e da una parte e dall'altra. Mi ha detto di conoscere qualcheduno a cui dovesse premere la mia vita... S, me lo ha detto; ma che per ci? Scherzava, forse...alludeva a miss Maud. E questo senza il forse. Non poteva mica parlar d'altri! Sarebbe stato troppo ardimento, se avesse voluto parlare di s. In verit, noi non sappiamo far altro che andare agli eccessi. Ci figuriamo le donne o troppo austere, o troppo sfacciate. Ella  fredda, nient'altro, o ch'io non ci capisco nulla.. Eccovi qua, don Fernando mio riverito, alla famosa conclusione di sant'Agostino. Questo siete giunto a sapere, di non saperne una maledetta! Vediamo un po':  gelosa, o non lo ? Ama suo marito, o non lo ama? Se lo ama, deve essersi accorta delle tenerezze di Guido per miss Lawson, e soffrirne in silenzio, finora; se non lo ama, pu essersi accorta e non farne caso. Torniamo alla freddezza; ma questa pu esserci per me, come per lui, come per un altro. Infatti, il vezzoso Lionello... Oh, al diavolo queste indagini! Lei  fredda,  gelosa,  quello che vuole; Lionello  uno scemo, Guido  uno stravagante, ed io sono... che cosa sono io? un matto da legare. -
Tra questi pensieri; il signor duca di Marana giunse alle rovine di Karma Vridi. A consolarlo del tempo perduto in giardino e della logica andata a quel paese, giunse in buon punto la scoperta della quarta colonna. Senza badare al sole, che scottava senza misericordia, don Fernando si piant l sugli scavi, per dirigere gli sforzi della squadra in quel tratto di ruderi che si stendeva dalla quarta colonna al muro. Se la leggenda di Lacmana diceva il vero il terzo avatara di Visn doveva trovarsi in quella direzione.
Del resto, egli voleva finirla con quella curiosit, che incominciava a parergli malsana.
- Che sciocco! - borbottava il duca tra i denti.- Vedrai che anche questo sar un disinganno. -


14.

Tornano in scena i Lawson. Sapete, lettori umanissimi, che  venuta la loro volta, nella alternativa delle visite tra il Sahibgar e la residenza britannica, come era stata felicemente combinata tra Guido Laurenti e sir Giorgio.
Questa volta, insieme col residente e con sua figlia, era venuta anche lady Evelina. Del vezzoso Lionello non occorre neanche parlare; il giovinotto era in vacanze e si trovava a tutte le feste, a tutti gli spassi della famiglia.
Lady Evelina non conosceva ancora il Sahibgar che di fama. Se ne invagh, a mala pena lo ebbe veduto. Inglese nell'anima, la signora Lawson amava sopra ogni altra cosa al mondo una bella casa, ben disposta, fornita di tutto il necessario e di tutto il superfluo, che  davvero il nec plus ultra nell'ordine dei desiderii ragionevoli. Fare la casa, come una coppia d'uccelli fa il nido, farla bene, che non gli manchi nulla, che abbia del palazzo in piccole proporzioni, del giardino e del parco anche in pochi metri quadrati, possibilmente dell'orto, per gli usi della famiglia,  l'ideale della felicit; ideale che noi, figli degeneri del ceppo latino, intendiamo cos poco, mentre pure abbiamo tutto l'occorrente per raggiungerlo pi presto e meglio di chi si sia.
Ho detto figli degeneri e mi spiego. I latini amavano la casa, come l'amano gli inglesi, e suppergi tutti i popoli nordici. Orazio e Virgilio ne fanno testimonianza pi volte, sbugiardando gli osservatori superficiali, a cui sembra di poter dire, per certi edifizi di pubblico ritrovo costruiti dagli imperatori di Roma, che i signori Quiriti vivessero molto fuori di casa. Ci si capisce pei poveri, che avevano case piccole e senz'aria respirabile; non gi pei ricchi, o semplicemente per gli agiati, che vivevano al largo, ed anche in piccolo spazio sapevano foggiarsi un'abitazione rispondente a tutte le comodit desiderabili nella vita domestica.
Vedete le loro case; hanno l'atrio, aperto all'aria e alla luce, e sempre pi vasto, sempre pi aperto, a mano a mano che l'architettura si allontana dal vecchio tipo toscanico; io fondo all'atrio  il salotto, con la parete di legno, che si toglie col bel tempo, mettendo in comunicazione di luce l'atrio col peristilio. Che cos' il peristilio? Un orto, un giardino, col suo porticato in giro, la sua fontana nel mezzo, le aiuole fiorite, gli ortini verdeggianti di erbaggi. Utile dulci. Poche finestre sulla strada, pi per dar luce alle camere, che per uso di vedere ci che avviene di fuori, o di sbirciare nelle case dei vicini. Che importa di ci che fanno gli altri? La casa, come la famiglia, basta a s stessa. Ci ha perfino la sua cappella e l'ara pei sacrifizi agli dei Lari e ai Penati. La matrona non ha bisogno di uscire, governa la casa e vi regna, in mezzo a tutte le agiatezze, che mancheranno pur troppo a molte dame del secolo decimonono, costrette davvero a viver fuori delle mura domestiche i due terzi della giornata, e finalmente a cercar l'aria e la luce in campagna, per un terzo dell'anno. La campagna...parliamone.  il luogo in cui si vive peggio, in cui bisogna adattarsi, perch, si capisce, non ci possono essere i comodi della casa di citt; di quella casa stretta, buia, malinconica, che par fatta solamente a benefizio d'una sala di ricevimento, per dare un buon concetto dei padroni di casa ad una mezza dozzina di conoscenze. Alla larga, da queste case; viva la domus dei nostri padri; e poich la domus non c' pi, viva almeno l'at home della savia Inghilterra.
La casa dei signori Laurenti, fabbricata con una perfetta intelligenza di tutti gli agi della vita, piacque immensamente a lady Evelina, che non rifiniva di lodarla. Miss Maud, che la conosceva gi, pregiava assai pi i meriti del giardino e del parco, aliando tutto il giorno qua e l, come le farfalle, o, se vi piace meglio, come una bella ninfa antica, a cui la snellezza delle forme giovanili la faceva rassomigliare abbastanza.
Guido Laurenti aveva abbandonato il suo studio, il prediletto suo studio, per tener compagnia alle signore, ma pi particolarmente a quella girandolona di miss Maud, poich lady Evelina si muoveva poco, la signora Luisa non si staccava da lady Evelina, e sir Giorgio e Lionello Edgeworth, ognuno per ragioni diverse, non si staccavano dalla signora Laurenti.
E il duca di Marana? Il duca di Marana non si trovava al Sahibgar, quando ci giunsero i Lawson. Il nostro archeologo malcontento lavorava a gran furia tra i suoi ruderi. Mezza navata di destra era gi tornata alla luce del sole; nella sua parte pi umile, s'intende, poich la volta e il colonnato erano caduti in rovina. Restava un cumulo di frantumi, che poteva essere spazzato prima di sera; ma don Fernando voleva ancora abbreviare il termine, per recare al Sahibgar la notizia d'una grande scoperta. Il bassorilievo del terzo avatara doveva trovarsi appunto l, sotto a quel cumulo.
Ahim! Era destinato che il British Museum non possedesse il bassorilievo di don Fernando. Si trov contro il muro una pietra, un lastrone, che certamente era istoriato nei tempi trascorsi, ma che per allora non recava pi tracce di scalpello. La pietra appariva sfaldata, e solamente un occhio esperto, aiutato da una buona volont singolare, poteva scorgere nelle irregolarit della sfaldatura le forme d'un leone, con qualche cosa d'incerto sulla groppa; ma neanche un occhio esperto e una buona volont singolare avrebbero potuto vedere un avanzo d'uomo supino, sotto le unghie del sacro animale.
- Che importa? - disse tra s il duca di Marana, poich ebbe fatto ogni sforzo immaginabile per vedere sulla pietra quel che non c'era. - Un bassorilievo ci doveva, essere, e non si pu supporre che quel lastrone fosse murato l, senza uno straccio di scultura. Del resto, siamo proprio di rimpetto alla quarta colonna. Fin qui la leggenda di Lacmana non mi ha ingannato. Bisogna scavare; l'ingresso del sotterraneo, se lo trovo, confermer il resto della leggenda. -
Indi, rivolto alle squadre dei manovali, prosegu:
- Voi lavorate quest'oggi a ripulirmi questo tratto di pavimento, mettendo da parte i rottami che portassero tracce di scultura. Domattina ritorner e vedremo quello che ci sar da fare. -
E mentalmente soggiungeva:
- Domattina verr col Giacomo, e con Guido Laurenti, se vorr darmi una mano, come ha promesso di fare. Si mandano gli indiani a lavorare in un'altra parte delle rovine, e noi si vede di entrare in questo sotterraneo, se c'.
Ma giungendo al Sahibgar, aveva trovata la colonia inglese, arrivato col dal mattino. Naturalmente, sarebbe rimasta due giorni, e per quel tempo non si poteva pi fare assegnamento sui rinforzi sperati.
Sir Giorgio Lawson accolse con grande allegrezza l'arrivo del suo archeologo, questo s'immagina. E l'archeologo credette di dargli una brutta nuova, annunziandogli che il terzo avatara di Visn, destinato al British Museum, era andato in frantumi.
- Che importa? ne troverete un altro; - rispose sir Giorgio.
- Ah s, un altro; ma quello mi premeva; il pi raro e il pi prezioso di tutti. -
Guido cap che il suo amico Marana era giunto al termine delle sue ricerche. E trovato il momento buono per parlargli da solo a solo, gli chiese:
- Il bassorilievo non si  dunque trovato?
- S' trovata la pietra su cui doveva essere scolpito. Non c' dunque da disperare. Piuttosto, ci sar un ritardo nell'ultima parte dell'opera, perch capisco che voi non potrete muovervi di qui, e forse nemmeno il vostro giardiniere.
- Che farci? Del resto, un giorno pi, un giorno meno, non conta. Andremo, quando i nostri ospiti saranno partiti. Neanche voi, m'immagino e spero, non vorrete piantarci a mezzo, per ritornare alle vostre rovine.
- Mah... non saprei; - disse il duca, che prevedeva di doversi seccare, coi soliti duettini, in cui egli non aveva mai parte.
Don Fernando aveva salutata con un certo sussiego miss Maud, che gli aveva reso il saluto con la sua rigidit impacciata; quindi, non venendogli fatto d'intrattenere la signora Luisa neanche un minuto a quattr'occhi, per saettarle una delle sue giaculatorie amorose in forma di complimento, si rivolse a lady Evelina. Era un mezzo eccellente per non essere lontano dalla signora Luisa, che doveva star molto con lei. Presa quella risoluzione, il duca di Marana si diede a fare la sua corte alla signora Lawson, una corte seria, piena di galanteria all'antica, come si fa per solito alle mamme e generalmente alle vecchie dame, con tanto onore per chi riceve, e con tanto merito per chi rende l'omaggio.
Miss Maud era sempre in moto; la farfalla svolazzava, la ninfa folleggiava pei viali, e quasi sempre con Guido. Si vedevano sparire da una parte e ricomparire dall'altra, lei franca e pronta alle risa, lui grave nella sua gentilezza, come uno scienziato in vacanze. Parlava adagio, il signor Guido, e con un tono di voce che non si udiva a cinque passi di distanza; lei chinava la testa, coglieva un fiore, arrossiva e rideva. Una confidenza, vi dico io, una confidenza che sapeva di sfacciataggine. Quella ragazza! Chi l'avrebbe mai immaginato, che potesse perdere la testa a quel modo?
E il duca di Marana si stizziva, ci aveva un diavolo per occhio. Meglio cos, dopo tutto, che averli nella nuca, o foderati di nuvole, come la signora Luisa. Infatti, o come andava, che ella non se ne dsse per intesa, di tutti quei maneggi del suo consorte degnissimo? Ma gi, tra lei e lui si faceva a buon rendere. Vedeva egli forse, si dava egli per inteso della corte spietata del vezzoso Lionello?
Col duca di Marana la signorina Lawson ci parlava poco. Anche quando, per una ragione o per l'altra doveva accostarsi al crocchio in cui si trovava lui, accanto a lady Evelina, la bionda fanciulla cansava perfino di guardarlo; o, se pure doveva rispondergli qualche cosa, lo faceva a monosillabi, i quali sembravano anche pi asciutti di quello che comportasse la lingua inglese, gi tanto monosillabica di per s.
Che cosa aveva egli fatto a quella ragazza, da esser trattato con tanto riserbo? peggio ancora, con tanta severit? Che la si fosse accorta delle sue tenerezze per la signora Laurenti? Veramente, egli non aveva avute mai, presente la fanciulla, vere occasioni di scoprirsi. Ma chi nol sa, che le fanciulle vedono lontano, e molto addentro, nei segreti del prossimo? Sotto quelle ciglia abbassate dalla modestia, si fa spesso un lavoro di osservazione, da disgradarne quello di dieci padri inquisitori.
Del resto, anche quella spiegazione, trovata l per l dal duca di Marana, poteva esser giusta; aveva una specie di riprova nel fatto, che anche il vezzoso Lionello era molto trascurato dalla sua bionda cugina. Anche lui, e pi sfacciatamente di ogni altro, non faceva il cascamorto presso la signora Laurenti?
Il bello, anzi lo strano della commedia, era questo, che la signorina, accostandosi a Luisa, assumeva un'aria di colombella amorosa, e sembrava voler cadere ad ogni tratto in ginocchio davanti a lei, come per adorarla. Non le era occorso perfino di abbracciarla e di baciarla, davanti a tutta la compagnia, come una figliuola, tornando dalle sue scorribande sul prato, avrebbe abbracciata e baciata la mamma?
- Che bugiarda! - pens il duca, che notava ogni cosa. - Vedete come cerca di addormentarne la vigilanza! e fors'anche di farsi perdonare certe libert!.. Ma che cosa intende di fare, dico io, che cosa spera di ottenere, da questa indegna flirtation? -
Disse indegna, s, proprio indegna; tanto era fuori dei gangheri, quel povero duca!
Anche Lionello seguitava a flirtare, se mi passate la novit del vocabolo. La flirtation (pronunziate flirtscion)  un amoreggiamento sui generis, tra la passione e la civetteria; ma non  veramente n una cosa n l'altra, e tiene in s qualche cosa di riguardoso, direi quasi di metodico, forse derivato dalle pratiche religiose della nazione.
- Ed anche costui, che cosa spera? - domandava fra s il duca di Marana. - E a che punto si crede di essere? Questo, bisognerebbe sapere. Io fo l'osservatore a distanza, col telescopio, come se si trattasse d'una nebulosa, e mi vado alienando a mano a mano da questo piccolo mondo in cui vivo.-
L'osservazione era giusta, ma il fatto non era particolare al duca di Marana. Tutti, qual pi, qual meno, ci siamo trovati nel caso suo. Ci si apparta a grado a grado, insensibilmente, seguendo un dirizzone dello spirito, e ci si trova alla fine, in mezzo ai nostri amici e conoscenti, come il forestiero in una citt nuova, di cui vede ed ammira gli abitanti, ma non ne intende e quasi non ne sospetta gli umori, le guerricciole, i pettegolezzi e via discorrendo. Beato chi gode i benefizi di questa solitudine, dir cos, psicologica; ma allora non bisogna cercare di saper nulla, proprio nulla "di ci che quivi si bisbiglia", perch il metodo seguito non  adatto alla soddisfazione di certe curiosit. Chi vuol sapere, chi vuol capire, essere al fatto, non deve appartarsi in nessun modo, dee farsi avanti, ficcarsi nella baraonda, vivere insieme con gli altri e per gli altri, anche a risico di non vivere pi affatto per s.
Il duca di Marana si arm di coraggio, volle di schianto mutar vita e costumi. - Appunto a quello sbarbatello mi attaccher: - diss'egli in cuor suo;- egli ha da rimettermi sull'orma, che avevo scioccamente smarrita. -


15.

Tra lui e Lionello Edgeworth non c'era stata fino allora che una relazione di cortesia, molto riguardosa e molto compassata, la quale poteva anche e facilmente diventare avversione bella e buona Ma il duca era accorto, quando gli metteva conto di esserlo; e, fatto appena il suo nuovo proposito, lavor d'accortezza ad entrar nelle grazie di quel caro ragazzo. A tavola gli rivolse cinque o sei volte la parola; sorrise amabilmente a qualche sua frase, che poteva parere spiritosa; gli diede ragione, facendogli dire quel che non aveva mai detto, e scoprendo nelle sue osservazioni una profondit, che quel ragazzo non s'era neanche sognata. Lionello era ingenuo, con tutta la sua audacia giovanile, e casc nella pania.
Sul finire del pranzo, secondo la moda inglese, le signore si erano alzate da tavola, non rimanendo a chiacchiera che gli uomini. Erano quattro, e potevano farne di molte, aiutando la cantinella dei liquori, piccolo armadio d'ebano, dalle pareti mobili, che conteneva i liquidi e spiritosi aiuti dello stomaco.
- Eccellente, questo gin, non  vero? - chiedeva don Fernando al vezzoso Lionello. - Un altro bicchierino, vi prego. -
E il vezzoso Lionello non si faceva pregare due volte. Qual  il figlio d'Albione che non ami il gin? Se ci fosse, si potrebbe chiamarlo un figlio degenere.
Aggiungete che il gin  un ottimo conduttore dell'amicizia, come l'acqua lo  dell'elettrico.
Ridotto a buon segno il suo uomo, don Fernando lo prese a braccetto e lo condusse bel bello a dare una giratina nel parco. Immaginate anche su quale argomento egli conducesse il discorso.
- Com' bella! - gli disse.
-  un angelo; - rispose Lionello.
- Ah, se io fossi pi giovane, non so davvero quel che farei, per una donna simile.
- Confessate, duca, che ne siete cotto.
- Io? che, vi pare? Finisco di dirvi che alla mia et non si fanno pi certe pazzie.
- Infatti, non siete pi giovane. Trentaquattro anni, non  vero?
- Pur troppo; - rispose il duca, traendo un sospiro.
E dentro di s, soggiungeva:
- Caro ragazzo! Vedete come mi butta a mare! Ma gi, anch'io, quando avevo vent'anni, credevo poco alla giovent degli uomini di trenta. -
Intanto, il vezzoso Lionello proseguiva:
- Quantunque mia cugina pretenda che si sia giovane a quaranta, ed anche pi in l.
- Ah, pretende questo, miss Lawson? E a che proposito lo ha detto?
- Appunto per voi. Gli avevo detto, fin dalla prima volta che siamo venuti qua: il duca di Marana non  insensibile alle bellezze della signora.
- E lei?
- Rispose che non ci credeva affatto.
- Miss Lawson vede giusto; - sentenzi don Fernando.
- Gi, non credeva possibile che voi foste innamorato; ma sapete perch? Perch la cosa le sembrava esorbitante. Capirete, mia cugina ha le idee d'una ragazza. E quando io le dissi che, dopo tutto, la vostra et... Non vi offendete, m'immagino?
- Niente affatto, continuate. Che cosa vi disse miss Lawson?
- Che siete giovane. E infatti, vecchio non lo siete di certo. Ma pretender poi che si sia giovani anche a quaranta e pi in l, via! mi pare un po'grossa.
- Pare anche a me; quantunque, se lo dice miss Lawson... Ma poich parliamo d'et, quanti anni credete che abbia la signora Laurenti?
- Non saprei; - disse Lionello, che era colto alla sprovveduta. - Ventitr?
- Aggiungete.
- Venti...cinque?
- Aggiungete ancora. La signora Luisa deve averne trenta, o gi di l.
- Ah, ah! mi fate ridere! - esclam Lionello, un po'confuso da quella enumerazione. - Ma infine che importa? Dicono i francesi: une femme n'a que l'age qu'elle parait...
- Questo, poi,  verissimo; - osserv don Fernando. - La signora Luisa non dimostra neanche venticinque che voi le avete regalati.  cos fresca! cos bella!
- Dite divina. Io non ho mai veduta una donna cos adorabile.
- Bravo, mi piace il vostro ardore. E lo avete detto anche a vostra cugina?
- S'intende.
- E lei?
- S' messa a ridere. Del resto mia cugina non  invidiosa.
- Et pour cause! - aggiunse mentalmente il duca di Marana, che aveva sempre negli occhi le tenerezze di Guido per la signorina Lawson, e il buon viso con cui essa mostrava di accoglierle.
La conversazione, come vedete, era bene avviata. Lionello aveva trovato un cuore amico, in cui versare la piena de'suoi giovani affetti. Sono cos confidenti, e cos chiacchierini, i vent'anni!
- Miss Maud  molto bella anche lei; - disse il duca. - Avevo creduto da principio che voi foste il suo fidanzato.
- Ah s, per celia, fin da quando avevamo dieci anni; - grid Lionello, dando in uno scoppio di risa. - Ma come volete che io sposi una fanciulla, che ha quasi la mia et? Ci sono appena due mesi di differenza. Del resto, mia cugina ha un umore troppo diverso dal mio.  una cosa che abbiamo riconosciuta sinceramente ambedue.
Al duca di Marana non dispiacque la notizia. Anche senza averci un interesse particolare, certe cose si ascoltano sempre volentieri. Quel vezzoso biondino, messo cos, senza complimenti, fuor dalle grazie di una bella ragazza, cominciava ad entrare in quelle di don Fernando. Per una parte, intendiamoci; ne restava sempre un'altra, per cui don Fernando non lo poteva soffrire.
- Ah! - esclam egli, col tono sospensivo di chi vorrebbe sapere e non parer di volerlo. - Siete venuti gi a questo punto? Ella sa dunque che il vostro cuore  impegnato fuori di casa?
- Non so; io certamente non gliel'ho detto. Siete voi il primo con cui ne faccio parola. Ma a voi, signor duca, non si potrebbe nasconder nulla; siete un uomo di mondo, e di queste avventure dovete averne avute parecchie.
- Eh! temporibus illis! Oramai sono da mettere fra i giubilati. Godo della fortuna degli altri, e a voi ne desidero un centinaio. Vi bastano?
- Ah, me ne basterebbe una, una sola, - disse Lionello tra due sospironi.
- Che c'? Le faccende camminano male?
- Non dico questo; penso che vederla una volta sola per settimana  troppo poco.
- Lo credo, mio giovine amico, lo credo. Se potessi darvi il mio posto! Ma la distanza non  poi molta; le occasioni si possono far nascere, e l'amore, quando sia aiutato dal coraggio, vince ogni ostacolo.
- Se non si trattasse d'altro! - esclamava Lionello. - L'amo gi tanto, che non si pu dire di pi. Mi ha inebriato, che volete? mi ha inebriato, come inebria il profumo d'un fiore. Ma il fiore perde il profumo, ella no, e lo comunica anche ai fiori avvizziti.
- Che cos' questa sciarrada? - chiese don Fernando tra s.
E guardando il suo giovine compagno gli parve scorgere che mettesse le palme contro il petto, all'altezza di quella tasca, in cui per solito si tiene il portafoglio, o l'astuccio dei sigari.
- Ai fiori avvizziti! - ripet don Fernando. - Ah, capisco; abbiamo gi un piccolo ricordo.
- S, amico mio; vedete qua! -
Cos dicendo, il vezzoso Lionello apriva, sotto il naso del suo interlocutore un portafoglio di cuoio di Russia. Ci si vedeva poco, in mezzo agli alberi del parco, ma quanto bastava al duca di Marana per distinguere l'oggetto, e alcuni fiorami ricamati in seta sulle facce interne del maledetto portafoglio.
- Ah, le sue dita d'oro hanno fatto il ricamo? - chiese egli, stringendo i denti dalla stizza.
- No, questo ricamo lo ha fatto mia cugina.  stato il suo dono pel mio giorno natalizio. -
Il duca di Marana respir; ma per poco.
- Vedete piuttosto qua dentro; - continuava Lionello; - c' un fiore naturale, un fior di gardenia. Non sentite la fragranza?
- Comunicata da lei; - not il duca; - perch l'altra... deve gi averla perduta.
- Infatti, - ripigli Lionello, -  dell'altra settimana.
- Quando siete venuto la prima volta? Ma bene! Proprio al passo di carica! E ve lo ha dato l per l...
- No, le  caduto. Lo aveva in seno, nello scollo della vita; ma capirete che non poteva cadere da s.
- Giustissimo; non poteva cadere. Ma voi, da cavaliere accorto, avrete almeno messo i puntini sugli i.
- In che modo?
- Facendole capire che lo avevate raccolto da terra, e che avevate indovinata la sua gentile intenzione.
- Oh, questo si sa.
- Ed ha capito?
- Ma... credo; una donna non capisce sempre ogni cosa? -
Il duca di Marana era su tutte le furie. Avrebbe data l'anima al diavolo, se quel grazioso personaggio gli fosse l per l capitato tra'piedi. Ma anche il diavolo invecchia, e non  pi cos lesto come una volta ad acciuffar le occasioni.
- A che pensate? - gli chiese il giovine innamorato.
Don Fernando non volle tradirsi sul pi bello, e, data una scossa di testa, come per rimetterla a segno, rispose:
- Penso, mio giovane amico, che si potrebbe fare un bel passo di contraddanza. Voi innamorato della signora Laurenti; Guido innamorato di vostra cugina...
- Ah, credete davvero? Ma s, ma s, - grid Lionello ridendo; - ella  sempre a passeggio con lui. Voglio canzonarla quel poco, la mia cara cugina!
- Non andrete gi a dirle chi vi ha messo sull'orma!
- Non dubitate; sono un uomo, non gi un ragazzo. -
La conversazione avea dato al duca di Marana tutto quel sugo che egli voleva; era dunque da farla finita, e don Fernando, preso a braccetto il suo giovane amico, lo ricondusse verso la casa.
Sentiva un po'di vergogna, il nostro duca. Non gi dell'artifizio con cui aveva cavati i segreti di bocca allo sbarbatello; ma di aver dovuto fingere una specie di complicit in quella sua ragazzata. Per averne l'intiero, non aveva forse solleticato un po'troppo il vezzoso Lionello? E non era quello un piccolo tradimento verso il suo ospite?
Tradimento! Ci pens tutta la notte, a quel caso di coscienza. Ma non tradiva, lui, per suo conto, e da un pezzo? ci voleva proprio lo aver tenuto bordone alle chiacchiere d'un adolescente, per fargli sentire un rimorso?
Povera natura umana! Vede soltanto quel che le comoda e quando le comoda, soprattutto!
Ma appunto allora, che egli vedeva meglio dall'esempio di un altro la sua condizione di tentatore, appunto allora, che leggeva nel cuore di quel piccolo rivale, la cui baldanza giovanile gli pungeva il cuore di sospetti nuovi, appunto allora il duca di Marana prese una grande risoluzione. Vorrei chiamarla eroica, se non sapessi che c'entrava un pochino di sfiducia per s, e di malumore verso quel l'altro, che era venuto a vogargli sul remo.
Don Fernando passeggi lungamente per la sua camera, meditando il pro e il contro dell'impresa che gli girava per la fantasia; finalmente la ruppe coi dubbi della sua logichetta, ma pi ancora con le tortuosit di una strada falsa, che non gli prometteva niente di buono.
- Oramai sono al termine degli scavi; - diss'egli. - Non c' pi tempo da perdere. Se questi Lawson, che Iddio li benedica, son capitati al Sahibgar, la colpa  un po'mia; tocca a me di rimetter la pace qua dentro.
Troppo generosit! direte voi. Ma che ne posso io, se quel magnifico uomo era fatto cos?


16.

Il duca di Marana ha dunque un segreto, e i miei lettori vorranno saperlo. Stiano tranquilli, saranno i primi a cui lo dir, ma un po'di pazienza, per ora. Lo stesso don Fernando ci vedeva ancora poco chiaro, in quello che contava di fare; e perch tra il pensiero e l'azione c' sempre pi distanza che non dalla coppa alle labbra, e perch nel frattempo il signor duca poteva anche cangiar d'opinione, non bisogna dare intorno ai suoi proponimenti un cenno prematuro, che potrebbe essere chiarito inutile dallo stesso andamento delle cose.
Per intanto, il nostro eroe sentiva il bisogno di esser solo. I grandi pensieri, lo sapete, vogliono la solitudine. Tutti gli eccelsi riformatori, sia che mirassero a riformare il proprio simile, o solamente s stessi, hanno sempre incominciato con una fermata pi o meno lunga al deserto.
Di grazia, come si possono meditare efficacemente le novit nell'ordine psicologico e morale, se non si rompono prima di tutto quei mille vincoli che ci legano al vecchio mondo delle nostre abitudini? Farsi la solitudine in un angolo di citt, in una strada, in un quartierino modesto! Dio buono, ma come  possibile ci? Anche quando centinaia di importuni non venissero per bussare al vostro uscio, le centomila voci della vita quotidiana salirebbero alle vostre finestre. E quando non ci fossero altre attaccature fra voi e il mondo, non ci sarebbero ancora la serva e la portinaia?
Senza dover cercare fin l i suoi vincoli col mondo esteriore, don Fernando ci aveva intorno tutta quella piccola colonia del Sahibgar, che era per l'appunto la cagione de'suoi grattacapi. Ad ogni costo, se voleva vedere un po'chiaro ne'fatti suoi e prendere una risoluzione energica, ad ogni costo doveva piantar l uomini e donne, coi loro idilii e i loro romanzetti, per andarsene a rifugio tra le rovine di Karma Vridi; che forse, dopo tutto, avevano bisogno di lui.
Ma l'uomo propone e la donna dispone. Il mattino seguente, mentre egli si preparava alla partenza, la signora Laurenti lo preg di fare una piccola variante nelle sue abitudini. I Lawson rimanevano ancora per tutta la giornata; non era bene che egli se ne andasse cos.
- Capisco, - diss'egli, guardandola perplesso, - capisco; potrei mandare a dire lass che oggi non vado. Quantunque, i lavori sono gi ad un certo punto...
- Oh, non ci sono scuse che tengano; - interruppe la signora Luisa con piglio autorevole; - la vostra assenza dispiacerebbe troppo alle signore.
- Perch non dire "a me?" - chiese in cuor  suo il duca di Marana. - A lei, veramente, gliene importa poco. -
E in quel punto, mentre s'inchinava in atto d'obbedienza, da quel buon cavaliere ch'egli era, in quel punto vide con gli occhi dell'immaginazione un fior di gardenia, che cadeva dallo scollo della veste di quella graziosa signora, cos serenamente lieta davanti a lui, un fior di gardenia che altri era pronto a raccogliere, per recarselo alle labbra.
- Non andr; - rispose egli brevemente, in appoggio a quell'inchino che ho detto.
E dentro di s soggiungeva:
- O quel ragazzo  matto, o questa donna... E perch, poi? Non fa nulla di nuovo, n di diverso dalle altre. Si tratta d'una galanteria, finalmente! Che cos' una galanteria? Uno scherzo innocente e le signore li amano, gli scherzi innocenti. Si pu benissimo passeggiare sull'orlo di un precipizio, quando non si ha paura delle vertigini. L'essenziale  di non cascarci dentro. Gi!..-
L'ironico monosillabo vi dica con che animo si disponesse don Fernando a proseguire la conversazione. Essa del resto fu breve, perch Lionello non tard molto a giungere, per fare il terzo; e don Fernando, per contentar la signora, doveva andar e di l dal ponte, ad avvisare i suoi uomini, che non lo aspettassero pi oltre.
La giornata fu mediocre, cio a dire non bella n brutta. Don Fernando stava grosso, e, per dissimulare il suo pessimo umore, ragionava di cose serie. Indizio grave, come vedete. Quando un giovanotto (e il duca di Marana lo era, checch ne pensasse il biondo Edgeworth, che aveva il latte sulle labbra) quando un giovanotto si d al serio, in una societ dove ci sono signore, e tende a far crocchio in disparte, per ragionare verbigrazia di economia politica, dite pure liberamente che quel giovinotto  fuori dei gangheri e che le signore presenti ci hanno la parte loro nel suo umore bisbetico.  infatti naturale che le donne attraggano i giovani nel giro delle loro conversazioni, anche frivole, come il sole attrae nella sua orbita i pianeti, o un pianeta i proprii satelliti; chi si apparta, o altrimenti resiste all'attrazione delle dame,  sdegnato di sicuro. Non vuol parere, cerca i pretesti, mette mano ai discorsi pi noiosi, da far dormire la gente in piedi; ma non c' dubbio, l'amico ha le lune; e che lune!
Dunque, il signor duca ai Marana si era dato ai discorsi serii. Per quella mattina egli non fece altro che ragionare di scienze sociali con sir Giorgio; il quale, come potete figurarvi, era invitato al suo giuoco. E le signore lasciarono che il duca si sfogasse a sua posta. Per un uomo trattenuto al Sahibgar dal desiderio delle signore, non c'era male; che ne dite?
Nelle prime ore del pomeriggio capit un messo da Karma Vridi. Il duca lasci la brigata per andarlo a sentire. Si era fatta una scoperta importante; almeno, cos pareva a Berar, che aveva creduto di doverne mandare l'annunzio al Sahib Marana. Smuovendo i rottami, i manovali avevano trovata una buca nel pavimento. Sgomberata l'apertura per alcuni palmi di profondit, avevano veduto che non si trattava d'un avvallamento del terreno, perch v'erano tracce di pareti regolarmente condotte; e nemmeno di un pozzo, perch quelle stesse pareti, dopo un certo tratto a piombo, accennavano a piegare da un lato.
- Che c' di nuovo? - chiese Guido Laurenti, avvicinandosi.
- C' che laggi hanno trovato il sotterraneo - disse il duca di Marana. - Se permettete, io vado. Una scusa con questi signori non sar difficile trovarla.
- Inventeremo un quarto avatara; - ripigli Guido, ridendo. - Vi accompagnerei, se non fossimo troppo vicini all'ora del pranzo, e se i nostri ospiti non partissero appunto stasera.
- Avete ragione; restate.
- Verr domattina per tempo; - soggiunse - Guido.
- Venite. -
Cos laconicamente il duca di Marana, felicissimo in cuor suo di sottrarsi alla compagnia, di avviarsi al deserto. Spacciata la sua frottola per iscusarsi con la brigata, indoss in fretta i suoi abiti da cacciatore, prese la sua carabina, e si avvi lestamente, in compagnia del messaggiero.
Lady Evelina era stata molto graziosa con lui, e sir Giorgio, quasi non occorrerebbe il dirlo, espansivo come al solito; miss Maud, per contro, molto impacciata, quasi fredda, e Lionello un pochettino confuso. Il biondo adolescente sentiva forse un certo rimorso, per tutte le confidenze che gli aveva fatte, o, se volete, per tutte le illustrazioni a cui aveva dato il carattere di confidenze.
La gita del duca fu tutta un monologo, brontolato tra i denti. Ve ne ho gi fatto gustare uno, a pari condizioni di moto in luogo, e non mi d l'animo di farvi sorbire quest'altro. Questo  certo, e pu dirsi, delle sue meditazioni, che egli pensava al sotterraneo di Karma Vridi, meta del suo viaggio, e al tesoro di Golconda, argomento delle sue ricerche, come al Gran Turco e alle casse di risparmio, quei due temi cos felicemente maritati nella "bellissima giornata del cavaliere" in un sonetto del Belli.
- Metter ognuno a suo posto; - conchiudeva il duca, giungendo in vista delle sue rovine; - non son pi io, se non metto ognuno a suo posto. -
Karma Vridi lo distrasse un pochino da quei disegni autoritarii. L'archeologia riacquistava i suoi diritti nell'animo di don Fernando.
- Dov' questa buca? - chiese egli a Berar, come fu giunto l dentro.
- Eccola; - rispose Berar.
E gli fece vedere un'apertura, abbastanza larga sui margini, proprio davanti a quello zoccolo di pietra, sulla cui superficie sfaldata il duca aveva creduto di riconoscer le tracce del terzo avatara di Visn.
Fin qui la leggenda di Lacmana appariva conforme al fatto; o meglio, il fatto appariva conforme alla leggenda. Per altro, dov'era andato il lastrone che doveva coprire la buca? E perch tutto quel l'ammasso di rottami, che ingombrava il pozzo? Non poteva nascere il dubbio che quel sotterraneo fosse stato visitato?
Per far le cose in ordine, il duca di Marana chiese conto a Berar della pietra che avrebbe dovuto coprire l'apertura.
- Non abbiamo trovato che dei frantumi; - disse Berar.
Era il caso di mettere a raffronto quei rottami con gli altri pezzi di cui si vedeva lastricato quell'angolo del pavimento. Ma tutte le schegge erano state spazzate via, ammonticchiate a rinfusa sui lati, e riusciva impossibile di riconoscerne l'identit. Il dubbio che la buca fosse stata aperta in altri tempi non poteva chiarirsi, neanche ammettendo la mancanza di una lastra sola, perch, come si  detto, l'affondamento aveva i margini pi larghi che non bisognasse, per corrispondere all'ampiezza della buca. Molto probabilmente, la lastra si era sfondata sotto l'urto della parte superiore del tempio; il quale urto aveva sfracellati anche i margini delle lastre circostanti, ma senza poter fare di pi, stante la resistenza del terreno. Che c'era egli di strano, se, dove il terreno mancava, la lastra era sparita e le macerie si erano precipitate nel vuoto, chiudendo l'imboccatura del sotterraneo?
Queste osservazioni, che avevano pure la loro gravit, chetarono un poco lo spirito del duca, cos pronto ai sospetti.
Berar, che non poteva immaginarsi il vero scopo delle ricerche del Sahib Marana, credette di aiutarlo, mettendo fuori l'idea che si trattasse di un'uscita del munder a qualche punto non lontano della campagna, od anche di una via di comunicazione sotterranea con una vecchia fortezza, di cui si vedevano gli avanzi, a due miglia pi oltre, sulla collina di Pandia.
- Potrebbe darsi; - rispose don Fernando, che sapeva benissimo la cosa, per le notizie avute dal mahunt di Paravady. - Ma a che ci servirebbe la congettura? Qui c' il principio del sotterraneo; di qui bisogna cominciare lo sgombero, per vedere di esplorarne almeno una parte. Continua dunque a far togliere queste macerie, e ci lavorino quanti uomini possono, senza impacciarsi l'un l'altro.
Dentro la buca, fin dove era gi state sgomberata, non ce ne capivano pi di due; ma tutto intorno ai margini ce n'erano otto o dieci, attenti a levare le ceste piene e a restituire le vuote a quei due.
Il pozzo, come sapete, dopo essere andato un tratto a piombo, piegava da un lato e al di fuori, dando ragione alla congettura di Berar. Tale essendo l'andamento della buca, non si doveva faticar molto a trovare il passo libero, parendo naturale che la rovina delle macerie non fosse andata troppo oltre, anche in linea orizzontale. Ma poteva darsi, altres, che il cammino andasse per un tratto in discesa, e che quella gola a piano inclinato si fosse colmata anch'essa; donde la prospettiva di un lavoro pi lungo.
Ad ogni modo, per quella sera bisognava rinunziare alla speranza di penetrare nel sotterraneo. E la notte sopraggiunse, con la sua rapidit tutta indiana, senza che don Fernando potesse argomentar nulla di certo, intorno alla durata di quel nuovo lavoro. Fortunatamente, doveva esser l'ultimo.
Raccolto in un angolo della sua piccola fortezza, e non potendo prender sonno, il duca di Marana si figurava l'opera compiuta, entrava nella via sotterranea, contava i cento cinquantadue passi necessari a trovare il punto giusto per la ricerca del  tesoro, tastava il muro col suo mazzuolo, sentiva il vuoto, rompeva... e l, diamanti a bizzeffe. Non per lui, lo sapete, ma per gl'indiani di Paravady. A lui la gloria della scoperta, e il diamante pi grosso, per metterlo ai piedi della signora. Ah, quella benedetta signora! Quante volte ritornava, nel soliloquio del duca! Quanti pensieri dolorosi gli destava nel cuore la sua bellissima immagine! Ma gi aveva fatto il proponimento... quel tale proponimento che sapete, o meglio che non sapete ancora! E il proponimento e il tesoro si avvicendavano, si confondevano nella sua testa, per fargli perdere quell'oncia di cervello, che ancora gli rimaneva.
Vi  mai occorso di stare con l'animo sospeso tra due cure diverse, quasi d'indole opposta, o di voler spedire due faccende ad un tempo? Se vi siete trovati in questo caso, rammenterete come quel doppio lavoro della mente vi rendesse torbidi, intolleranti, scontrosi, e con gli altri e con voi. Cos il duca con s medesimo, poich aveva fuggita la compagnia del Sahibgar, divenutagli, sto per dire, antipatica. N la solitudine di Karma Vridi, n il silenzio della notte, valevano a ridargli la quiete. La vinse la stanchezza, pi che le stelle, secondo l'espressione virgiliana, non lo persuadessero al sonno. Si addorment, ma per sognare un mondo di stramberie; che il dio Visn, presolo per mano, lo conduceva nel sotterraneo a prendere il tesoro; che egli s'impadroniva di un diamante di quattrocento carati, e cos sfavillante da abbarbagliare Lionello Edgeworth; che Guido Laurenti fuggiva con miss Lawson attraverso le gole dell'Imalaia, lasciando a lui di consolare la signora Luisa; che era felice, o meglio, lo sarebbe stato, se non capitava Giacomo Vernazza, il giardiniere, a rinfacciargli il suo tradimento, accusandolo di aver favoriti gli amori e la fuga di Guido; che la signora Luisa gli rivolgeva un'occhiata di sommo disprezzo e lo piantava l, per ritornarsene in Europa; che egli voleva seguirla, ma si trovava sbarrato il cammino da un enorme cobra capello; che la via si ristringeva, fino alle proporzioni di una stanzetta umida e buia, nel cui fondo vedeva fiammeggiargli occhi e dardeggiare la lingua del rettile immondo; che non aveva un'arma per difendersi e il rettile gli si avventava contro, lo stringeva nelle sue spire, gli piantava i denti nel petto. Si svegli, con quella sensazione di dolore; si tast con sollecitudine mista a ribrezzo il costato, e si avvide che, voltandosi inconsciamente dal suo giaciglio di strame, aveva urtato contro uno stecco.
La luce del mattino trapelava dalle fessure del tetto. Non era pi il caso di dormire, e il signor duca si alz. I suoi uomini, gi usciti all'aperto, si disponevano a ritornare al lavoro. N la luce del mattino, n l'idea del lavoro, valsero a schiarirgli la mente; era sempre rannuvolato e di un umore pessimo, che rasentava il feroce. Lacer cinque foglietti di carta, prima che gli venisse fatto di azzeccare una spagnoletta, e mand a male tre fiammiferi per venire a capo di accenderla. Cos pieno di mal talento, se ne and ad osservare gli scavi.
Era l a dir l'orazione della bertuccia su quella congerie di sassi, quando capit Guido Laurenti, fresco come una rosa, bello a vedersi con quella sua faccia leggermente abbronzata, la sguardo aperto, i capegli biondi svolazzanti sugli orecchi, che pareva il dio Febo, quando faceva il pastore nella reggia di Admeto. Per altro, il nuovo Febo, invece del vincastro, portava la carabina.
- Buon giorno! - grid allegramente Guido, apparendo improvvisamente sul colmo del ciglione.
- Buon giorno! - rispose il duca di Marana, con voce sepolcrale.
E senza perdersi in dimostrazioni d'amicizia, condusse il discorso sulla buca, che si apriva ai loro piedi, e in cui lavoravano gl'indiani. Guido Laurenti osserv minutamente ogni cosa, fece le sue riflessioni, le sue congetture, indi pass ad un altro argomento.
- Bravo! Non mi chiedete nemmeno se i nostri ospiti sono partiti.
- Me lo immaginavo, vedendovi capitare; - rispose il duca. - A proposito, volevo parlarvi. -
Don Fernando non aveva trovato altro appiglio per entrare in materia. Intanto, il dado era tratto, ed egli si sent sollevato. Certi discorsi vogliono essere attaccati ex abrupto.
- Anch'io; - gli disse Guido. - Vedete come ci s'incontra!
- Voi ridete; ma si tratta di cose gravi; - rispose il duca.
- Che? - esclamo Guido, con accento mutato. - Vi sarebbe forse intervenuto qualche dispiacere? Parlate, Fernando, parlate.
- No, non mi  intervenuto nulla; sebbene, per colpa vostra, il dispiacere ci sia.
- Quand' cos, - replic Guido, un po'sconcertato da quella botta improvvisa, - son pronto a farvene ammenda. Mi  troppo cara la vostra amicizia.
- Grazie; - borbott il duca.
Intanto si muoveva, per condurre in disparte il suo ospite.
Giunti all'ultimo ciglio del poggio, sedettero gravemente su due massi che sporgevano dalle macerie e sembravano piantati l a bella posta per una conversazione. I manovali, alzando gli occhi dal lavoro, potevano vederli, ma non udirne i discorsi.
- Son qua e vi ascolto; - disse Guido Laurenti.
Il duca rimase per parecchi istanti in silenzio. Finalmente scapp fuori con questo esordio:
- Parliamoci schietto.
- Col cuor sulle labbra: - ribatte Guido, acconsentendo del capo.
- Ottimamente; - replic il duca di Marana, - entro dunque in argomento. Voi... trascurate vostra moglie.-

17.

A quella escita inattesa, Guido Laurenti diede un sobbalzo, e poco manc non gli sfuggisse di mano la carabina, su cui si era appoggiato, aspettando le schiette parole del duca. Ma dopo quell'atto di stupore, e non sapendo spiegarsi l per l tanta tenerezza di don Fernando per la sua felicit coniugale, rivolse all'amico un'occhiata curiosa, quasi temendo che egli avesse dato il cervello a pigione.
Ma il duca di Marana pareva molto in s, e la sua gravit, il piglio austero e lo sguardo inquisitorio, facevano pensare ad un moralista, nel pieno esercizio della sua autorit.
- Oh diamine! - esclam allora Guido Laurenti.
E senza volerlo, incresp le labbra ad un mezzo sorriso, che poteva esprimere ugualmente la sua innocenza rispetto all'accusa, o la sua incertezza su ci che doveva pensare del duca.
- Non c' da ridere; - ripigli don Fernando, che l'aveva presa su quel tono, e non poteva mutarla. - Trascurate vostra moglie, perch amate...miss Lawson.
Fu quello, per Guido Laurenti, il caso d'inarcare le ciglia.
- Miss Lawson! - ripet egli trasognato.
- S, ho detto miss Lawson; - replic il duca, misurando le sillabe. - E che cosa ne sperate?
Guido era evidentemente rimasto atterrato da quell'attacco del suo interlocutore, anzi meglio, del suo giudice. Ma si riebbe prontamente e componendo il viso a quella gravit che la circostanza richiedeva cos gli rispose:
- Molto, specie adesso, dopo la vostra sfuriata.
- E perch, di grazia? - chiese il duca di Marana, rizzando fieramente la testa.
- Perch essa mi conforta nel mio disegno; ecco tutto.
- Guido! - esclam il duca, con un accento che non prometteva niente di buono per la continuazione del colloquio.
- Fernando! - replic Guido, sul medesimo tono.
Don Fernando si contorse un pochino sul sedile, batt delle labbra, rot gli occhi, fece insomma tutti i versi caratteristici dell'uomo spazientito..
- Via, - diss'egli poscia, scuotendo il capo, - non facciano una commedia.
- Sia pure, non la facciamo. Ma avete torto; perch, in fede mia, dovrebbe riuscire gustosa.
- Vi avverto che non sono disposto alla celia.
- Infatti, mi pare; avete un'aria cos torbida! Se le Signore vi vedessero...
- M'importa delle signore... - grid il duca di Marana.
Ma non gli di l'animo di compiere la frase.
- Andr via da Paravady, - soggiunse in quella voce, - dove mi pento di esser venuto.
Guido Laurenti si alz, e con accento di rimprovero gli rispose:
- Ah, questo  pi grave; e voi, Fernando, non sapete adesso quello che dite.
- Mi pento, s, - replic don Fernando, - e voi ne intenderete la ragione. Ma prima di andarmene, ho sentito l'obbligo di avvertirvi che cos non va.
- Non va! che cosa?
- Quel che voi fate. Con una donna come quella, bellissima, intelligente, affettuosa, che vi ha seguitato fin qua...
- Proseguite, - disse Guido Laurenti, vedendo che il duca di Marana si fermava ad appoggiare la frase con certi suoi tentennamenti di testa.
- S, perch infine, - continu don Fernando, - non  della donna di sacrificarsi in tal modo ai capricci di un uomo. La donna fa viaggiare, correre mezzo mondo, e magari impazzire, - e cos dicendo il duca sospirava, - ma non impazzisce lei, non corre lei in capo al mondo, per la conquista di un uomo. Questa  la regola; ma a voi  toccata l'eccezione. E come vi mostrate degno della vostra fortuna? Vedete, vi parlo schiettamente, come vi ho promesso; perch certe cose mi pesavano sul cuore e mi faceva male di non darle fuori. State a sentirle; farete poi quel che vi torner meglio. Ripeto, come vi siete mostrato degno di lei? Son capitato qua e vi ho veduto; freddo, misurato, cortese anche negli atti, ma di quella cortesia che maschera la noncuranza e la noia. Gi, so quello che potreste rispondermi; la consuetudine, il vedersi troppo, il viver soli, ed altre sciocchezze di questo genere. La saziet trova molte scuse, anche filosofiche, se occorre, per coprire i suoi torti. La beatitudine eterna non  per questo mondo, n per la natura umana, che si compone di sorrisi e sbadigli; il bello  nel vario... Infatti, era il vario che mancava a voi. E proprio in buon punto  capitata una certa signorina bionda!.. Non ci avrei da veder nulla, se non l'avessi condotta io. Sono stato uno sciocco, in verit; non si poteva essere pi sciocco di cos. Ma vivaddio, amico Laurenti, abbiatevela a male, o no, vi sentirete dire la verit, e mi risponderete poi, senza ambagi, senza reticenze, che cosa contate di fare. Non sarebbe da gentiluomo, se... -
Guido Laurenti gli mozz le parole con un gesto. Era stato ad udirlo con aria abbastanza rassegnata; aveva lasciata andare, senza interruzioni, quella filippica, molto confusa e discretamente comica, del suo nobile amico. Ma poich lo vide uscir fuori dal seminato, si fece con gran sollecitudine a dargli sulla voce, temendo che nel calore della improvvisazione gli scappasse detta qualche grossa corbelleria, per esempio una di quelle frasi che duole poi d'aver profferite, ma che rincresce anche pi di dover ritirare.
- Bravo! - gli grid, per non dargli il tempo a ripigliare - Dopo avermi investito- con tanta furia, offendetemi anche un pochino. E perch, poi? Per miss Lawson che amate, e che io consolo, parlandole di voi!
- Che cosa dite voi ora? - esclam il duca di Marana.
- Che da parecchi giorni io non fo altro che lavorare per voi. Diventate cos malinconico! Abbiamo indovinato il vostro segreto, e vi abbiamo data una mano. Cos ci ricompensate! -
Il duca di Marana era rimasto l come Tenete, il personaggio proverbiale della bocca aperta.
- Perch parlate in plurale? - gli chiese, dopo un istante di pausa.
- Perch... oh bella! Perch eravamo in due ad aiutarvi. Avevo accennato il mio disegno a Luisa, ed essa lo ha approvato.
- Lei!
- S, lei.
- Scusate, - osservo il duca di Marana, - ma non lo credo.
- Dovrei andare in collera; - not Guido, con aria perplessa.
Ho detto aria, badate; nel fatto non ci pensava neanche, e l'intonazione della voce era quasi di celia.
Il principio di quel dialogo lo aveva un po'sconcertato; ma poi, vedendo di che si trattasse e intendendo lo stato d'animo del duca, si era prontamente rimesso. Quelle furie del suo nobile amico non lo turbavano punto; quasi quasi si sarebbe detto che gli facessero piacere.
Don Fernando tentenn un poco la testa, come aveva gi fatto una volta, e si morse le labbra, quasi volesse punirle di aver lasciata passare quella parola scortese, che dopo tutto non aveva avuto neanche il merito di far perdere la pazienza al suo interlocutore
- Cio... volevo dire... - soggiunse annaspando.- Insomma, voi m'intendete; questo non  uno di quei discorsi che si fanno tutti giorni.
- Vero, - disse Guido.
- N tra ogni specie d'amici.
- Verissimo.
- E infine, l'amicizia d pure il diritto di fare un'osservazione.
- Chi ve lo nega, Fernando? -
Al duca di Marana tutte quelle frasi di assentimento piacevano poco.
- Mi fate rabbia, col darmi sempre ragione; - gli disse.
Guido Laurenti allarg le braccia e chin la testa, con aria di rispondergli: star zitto!
- Perch, infine, - soggiunse il duca, - mi date ragione, e non mi dite nulla di nulla, intorno all'argomento della nostra conversazione.
- Vi dar torto per la prima volta, e sarete contento; - rispose Guido Laurenti. - Questa non  una conversazione, e da parte vostra somiglia piuttosto ad un alterco. Ma veniamo all'argomento che dite. In che cosa vi ho risposto fuori di tono? Vi ho confessata candidamente la ragione dei miei colloquii con miss Lawson, di quei colloquii che vi sono tanto spiaciuti. Capisco benissimo che, giudicando cos a occhio, senza approfondir nulla, potessero destare qualche sospetto. Ma ora che vi ho spiegata ogni cosa, mi pare che potreste farmi la grazia di smettere. Quanto al trascurare mia moglie, poich l'accusa era appoggiata alle mie pretese tenerezze per miss Lawson, che cosa ne rimane, ditelo voi, che cosa ne rimane ora, che queste tenerezze svaniscono? Rimangono le vostre supposizioni, se pure volete mantenerle; ma le supposizioni non hanno valore in nessun caso, quando non sono confortate da un briciolo di prova.-
Un risolino ironico incresp le labbra del duca.
- Gi, mancano le prove! - diss'egli. - E quella vostra freddezza... quell'aria d'idolo indiano annoiato?..
- Ecco le vostre esagerazioni - rispose Guido con calma. - Mi volete ardente, chiassoso nelle mie dimostrazioni d'affetto. Vorrei contentarvi anche in questo; ma vi avverto che la mia signora sarebbe la prima a dolersi di questa pubblica espansione. -
Don Fernando non voleva darsi per vinto.
- Frattanto, - gli scapp detto, - la gente, che non sa nulla, e giudica da quel che vede, si fa animo e spera.
- Ah s, la gente si fa animo? Ma di chi intendete parlare? Al Sahibgar, ch'io sappia, non ci praticano molte persone, ci siete voi... che amate miss Lawson, e ve ne faccio i miei complimenti, perch ella merita davvero l'affetto di un gentiluomo. Ci viene sir Giorgio.- ... a cui non vorrete attribuire idee di conquista, salvo nel campo diplomatico, e per conto della sua nazione. Da ultimo, Lionello Edgeworth... -
Don Fernando si pent di aver gittato l quel cenno pericoloso; non gi per s che in quel punto non ci pensava neanche ma per quel ragazzo che egli metteva, senza volerlo, in mala vista presso un marito.
-  forse di lui che volevate parlare? - proseguiva Guido Laurenti. - Infatti, ci sta molto ai fianchi, e, se debbo dirvi tutto quello che ne penso, pi noioso che piacevole. Ma gi, son ragazzi, e non badano a quel che fanno, n al sentimento che destano.
- Lo far correre io, - disse il duca; - quel ragazzo ha da tornare a Calcutta.
- Non ne farete nulla; - osserv Guido Laurenti. - E qui proprio vi parlo sul serio, amico Fernando; perch in tutto il resto io vi ho lasciato dire e non mi sono spazientito, come avreste fatto voi ne'miei panni. Credo infatti che l'amicizia abbia molti diritti, anche a danno, anzi, specialmente a danno del nostro amor proprio, della nostra vanit. Ma non credo (ed e questo il gran punto) non credo che essa abbia il diritto di usurpare la nostra autorit per ci che risguarda la casa nostra, le nostre relazioni con altra gente, n di usurpare il nostro posto in faccia alla gente sullodata, n di chiedere o di far giustizia per noi. Se il signor Edgeworth mi dsse noia davvero, ci penserei io, provvederei io, come so, e come debbo sapere meglio d'ogni altro, finche si tratta di me. Dunque, vi prego, amico Fernando, occupatevi d'altro; per esempio, del modo in cui vi adoprerete a cacciar gl'importuni dal salotto di vostra moglie, quando avrete moglie, e quando, per conseguenza necessaria, capiteranno gli importuni anche a voi. Una bella donna  come una bella giornata di sole, che non viene mai senza moscerini. S'intende, che la presenza dei moscerini non esclude quella dei mosconi, dei tafni, dei calabroni, delle zanzare, e via via di tutte le generazioni d'insetti. Comunque siano, bisogna sopportarli, finch si pu, e cacciarli quando vi diventano troppo seccanti, senza maledire per questo alle belle giornate di sole, n rinunziare alle belle donne. Parlo sui generali e perci mi servo del plurale; - soggiunse Guido ridendo; - ma non vorrei esser creduto amante della pluralit, salvo in materia di belle giornate. Quanto alle donne, ne amo una, io, una sola e l'amo oggi ancora come il primo giorno che ella ha posta la sua mano nella mia, e mi ha dato liberamente, ma per sempre, il suo cuore. -
Parlando cos, ed infervorandosi a grado a grado con le sue stesse parole, Guido Laurenti appariva trasfigurato. Non era pi il freddo naturalista, il cavaliere gentile ma compassato, l'uomo che pareva compiacersi nel perfetto equilibrio delle sue facolt; era un vulcano, un Mongibello; dal grembo di quelle nevi sprizzavano le fiamme.
Il duca di Marana, che due o tre volte, colpito da qualche immagine arguta, o da qualche accenno a lui, aveva alzato gli occhi a guardarlo, cap che diceva la verit. Ma vedete contraddizione! Non era quella la verit che egli avrebbe voluta. Con quella verit, don Fernando perdeva il merito della sua ramanzina, e si sentiva dire molto garbatamente, che egli, per due settimane alla fila, aveva battuta una strada falsa. Poi, in quell'accenno ai moscerini, ai mosconi, e a tante altre generazioni d'insetti, non c'era anche qualche cosa per lui? Forse l'amico non aveva avuta intenzione di toccare pi questo che quell'altro; ma la distribuzione era stata fatta, e in quella distribuzione anch'egli poteva servirsi, pigliar la sua parte, senza aver l'aria di rubar niente a nessuno.
- Bene, bene, - borbott egli, come Guido ebbe finito, - voi siete felice e non vi occorre pi altro. Ma torniamo un po'indietro, se non vi spiace. Nelle vostre parole di poco fa, c' un punto che non capisco. La signora sapeva... la signora ha approvato... Che cosa aveva da sapere e da approvare la signora?
- Uomo di poca fede, - grid Guido Laurenti - anche di questo dubitate? E sia. Andate da lei per notizie.
- Sicuramente, ci andr, e senza perder tempo.
- Ah bravo! Temete che io la prepari ad una piccola bugia? Di bene in meglio. Andate pure; io non mi muovo di qui. -
Era quella una prova di molta tranquillit di coscienza, e il duca di Marana non poteva sofisticarci su, come avrebbe voluto, per dissimulare in qualche modo la sua confusione.
- No, venite anche voi, - gli rispose; - tanto, per oggi, non torno pi a Karma Vridi. Lo sgombero della buca vuole andar per le lunghe.
- Vi porter le ultime notizie per l'ora del pranzo; - replic Guido Laurenti. - Andate, Fernando, e non peccate pi. -
Don Fernando rizz la fronte, come per domandargli che cosa intendesse di dire.
- Ma s, - ripigli Guido Laurenti, che aveva notato l'atto del duca, - non siete cascato oggi in errore? Non avete peccato di falso giudizio, e di ostinazione, di compiacenza nel falso giudizio? -
Il duca di Marana non reput conveniente di rispondergli altro, e si avvi con lui verso la squadra dei manovali
Lo sgombero della buca, com'egli aveva preveduto, non lasciava sperare un risultato finale in quel giorno. Pi si scendeva, e pi si restringeva lo spazio; n sotto l'arco della piccola vlta, che si addentrava sotto il muro maestro del tempio, ci poteva stare pi d'uno.
- Qui ci ha da essere una scaletta; - osserv Guido, che non pareva pi rammentarsi del colloquio avuto poco prima col duca, e si occupava degli scavi con una calma ammirabile; - or ora si trover, il primo scalino.
- Lo credo anch'io; - disse il duca, tanto per dire qualche cosa.
E non trovava il verso di andarsene. Ma, poco stante, Guido gli aperse la strada.
- Mi fate il piacere, poich andate a Sahibgar, di dire a Giacomo che chiuda le mie raccolte entomologiche nel cassetto? Per venire da voi, le ho dimenticate sulla tavola, e non vorrei che mi s'impolverassero. Mi scusate, non  vero?
- Figuratevi! - rispose il duca.
E fatto un cenno del capo, che arieggiava il saluto, diede una giravolta sui tacchi. Cinque minuti dopo, era sparito dall'orizzonte di Karma Vridi insieme col suo drappello di scorta.
Non era una bella cosa che faceva, il novello san Tommaso, a voler vedere e toccare con mano. Ma in qualche modo bisognava pure che egli uscisse dal ronco. Ed era anche necessario che avesse un colloquio con lei. Di Guido non poteva pi dubitare. Guido amava sua moglie, pur troppo. Capite? pur troppo. Ma che ci posso far io, se il pensiero del duca si present in quella forma? E che ci posso far io, se, non dubitando pi di Guido, continuava a dubitare di lei? Tant', quel Lionello!.. Che non ci fosse nulla di vero, neanche da quella parte l? E le confidenze di quel ragazzo, come spiegarle? La storia della gardenia poteva essere un'illusione del suo amor proprio, ma era da credersi che tutte quelle vampe amorose si fossero accese per nulla?
Ma che Lionello, dopo tutto? Era il caso di pensare a lui, e a qualche atto di civetteria femminile che lo avesse indotto in errore, quando egli, il duca di Marana, rammentava le parole di Guido: "eravamo in due ad aiutarvi; avevo accennato il mio disegno a Luisa ed essa lo ha approvato?" Vedete un po'come quella graziosa signora disponeva di lui! Lo ammogliava con miss Lawson. E come le era nato quel pensiero in testa? Se non si era accorta dell'amore di Fernando per lei, tanto meglio; il fatto poteva considerarsi allora come una vergogna risparmiata. Ma che? forse una donna non si accorge di questo cose? Altri poteva crederlo, non gi don Fernando, che ci aveva la sua esperienza in aiuto. Se n'era accorta, sicuro; e quel consiglio, quel disegno, quella complicit con Guido, quel diavolo che vorrete, insomma, era una ferita per l'amor proprio del duca, era, per chiamare le cose col loro nome, una vergogna di pi.
A questa vergogna egli andava incontro, e con un passo cos veloce, che i suoi uomini duravano fatica a seguirlo.
Che cosa voleva dir egli alla signora Luisa? A che pensava di riuscire? In verit, non lo sapeva neppur lui. Con tutta la sua esperienza! Povero duca!


18.

L'ora di mezzogiorno era passata di poco, quando il duca di Marana giunse al Sahibgar. Aveva fatta una corsa inutile, il nostro duca; era ancora troppo presto per vedere la signora Luisa al suo solito posto, dove ingannava il tempo e aspettava l'ora del pranzo, ricamando o leggendo, e qualche volta ascoltando le tantaferate botaniche del suo giardiniere.
Rammentate dove fosse quel posto? L, sotto l'arco dell'atrio incoronato dai rami delle bignonie, i cui fiori pendevano in grappoli vermigli, cullandosi dolcemente ad ogni soffio di quella poca brezza che rallegrava le giornate di Paravady. A temperare la luce del sole, nel quadro che le si disegnava davanti agli occhi, aiutavano le masse verdeggianti dei baniani, largamente distribuite nel fondo, i ciuffi eleganti dei palmizi e dei calami, disseminati intorno alla maidana, piccola spianata che si stendeva davanti all'ingresso, e le aiuole di fiori, foggiate a canestri, che rompevano la monotonia di quella lista biancheggiante di ghiaia.
Pace! bella pace! divina pace! Come riusciva facile intenderla in quel luogo! E come era piacevole sentirla! Si andava pi oltre col pensiero; s'intendeva e si sentiva la volutt del nirvana, di quell'annientamento dell'essere, di quella confusione dell'anima umana nell'anima universale, che  il colmo della beatitudine presso i filosofi indiani. La cosa  meno intelligibile per noi, che non siamo panteisti, e che andiamo allegramente avviandoci a non essere pi nulla. Anche questa sar una specie di nirvana; ma non bella, ve lo assicuro io. Lasciatemi dunque tornare a quello dei filosofi indiani, che forse fu loro suggerito, com'era richiamato allo spirito di don Fernando, dall'idea molto naturale dell'annientamento d'ogni cura, dall'obblio d'ogni molestia della vita propria, nella contemplazione della vita esteriore.
Vi ho detto, senza volerlo, qual fosse il pensiero del duca di Marana, mentre volgeva gli occhi in giro, osservando quel piccolo tempio deserto, ma cos pieno della presenza del Nume. Il nume, lo indovinate, era la signora Luisa, Lu...i...sa, come sillabava suo marito, quando non era ancora niente pi d'un amante.
- Forse questa donna pensa davvero cos; - disse il duca tra s, illuminato da quel concetto improvviso. -  il suo nirvana, questo nido elegante, ascoso in un cantuccio dell'India. Se ella ha trovata la felicit nella pace, che cosa le importer di essere amata meno? E d'altra parte non amer meno anche lei? Ho sempre osservato che pi si  sensibili alle bellezze della natura, pi si  innamorati della vita universale, si concede meno agli affetti umani. L'amore pi vasto affoga il minore. -
Cos fantasticava, met vaneggiando e met ragionando. Sal alle sue camere, per rimettersi in sesto, quindi ritorn al basso, e and a passeggio in giardino. Aveva gi la sua storia, il giardino. Quello era il viale in cui Lionello Edgeworth gli aveva fatte le sue confidenze; in quell'altro egli aveva posto il dito sul collo di Luisa, per dar la caccia ad un insetto impertinente, ma di buon gusto, come sapete benissimo.
Ahi, povero duca! Quell'insetto si era vendicato di lui, pungendolo al cuore.
Quel giorno medesimo, nell'ebbrezza di una dolce intimit, aveva fatto il proponimento di parlare, aprir l'animo suo, di schiccherare la sua brava dichiarazione. Ora, vedete che contrasto di casi! Veniva appunto per parlare; ma con quale intento? Per romperla.
Veramente, non c'era nulla di annodato, che si dovesse rompere, o sciogliere. Egli veniva a quel termine, per romperla con le sue pazze speranze, per salvarsi dal ridicolo, se poteva, o per incontrarne dell'altro.
- Vediamo; - almanaccava egli; - che cosa le dir? Da dove comincier? Via, se ci penso prima, non parlo pi di sicuro. Lasciamo fare al destino. Non  esso che mi ha condotto in questo ginepraio? In verit, io non mi ci raccapezzo pi. Alieno dai vincoli del cuore, dovevo proprio andare al laccio, e senza un filo di certezza. Ma l'amore  fatto cos; quando non lo accompagna questa cecit sublime, esso non  altro che un calcolo ignobile. Belle frasi; intanto io ci ho avuto il fatto mio; non mi resta che fare un inchino e dir grazie. E mezzo ammogliato, per giunta! Ah, quanto a ci, signori miei, la vedremo. Ci ho da essere anch'io, a questa cerimonia; e miss Lawson... Miss Lawson  una bella e gentile ragazza, e non merita che le siano offerti i rifiuti delle altre. -
Cos fu servita, e non male, la bionda figliuola di Albione. Intanto il duca di Marana tornava al suo prediletto argomento.
- Graziosa signora! Vedete quanto  generosa!.. Almeno, se Guido ha detto il vero. Perch, dopo tutto, potrebbe averla sforzata un po'lui, a parlare in quel modo. Non  nuovo il caso, tra marito e moglie. Le donne sono costrette a fingere, a trovar buone le combinazioni dei mariti. Ma guai all'amante che ci casca e si dispone ad accettarne i consigli! Il labbro si adatta a persuadere; ma lo spirito si ribella, le dita si contraggono e promettono le unghiate. -
Capitargli questa idea e parergli luminosa, fu un punto solo. Gi, lo sapete, le idee balenano, e il baleno  luce, o le somiglia molto.
- Eh! se fosse proprio cos!... - pens il duca di Marana. - Ma via, non bisogna fermarcisi. Se ama qualcheduno, non  pi probabile che questo qualcheduno sia il vezzoso Lionello? E perch, di grazia? La cosa non andrebbe mica d'accordo con ci che comunemente si osserva. Il civettare con un ragazzo, ed anche lo accettarne apparentemente la corte, mira sempre a dissimulare un sentimento pi vero e pi profondo per altri, che non  mai un ragazzo. E qui, se togliamo il signorino Edgeworth... Ah, ah! - soggiunse egli con un sorriso interno, che aveva un certo senso d'amarezza, - queste sono belle trovate della gaia scienza, quando volge alla corruzione. Conchiudiamo invece che io non so nulla, fuor questo: che qui c' una sfinge bella ed avara come l'antica, che io vengo a strapparle il suo segreto, o a farmi sbranare.
Sbranare, veramente, era un po'troppo. Ma questo  il solito difetto dei paragoni, che non tornano mai a puntino. Del resto, potete ammettere che lo sbranamento accennato dal duca di Marana risguardasse solamente il suo cuore, la parte pi nobile, ed anche la pi essenziale.
Passeggiando su e gi pel giardino, era tornato in vista dell'atrio, ma senza aver pi fortuna di prima. La sfinge non era anche discesa, e il suo posto prediletto era vuoto.
Egli s'incontr in quella vece col giardiniere, che andava e veniva, al solito, per le sue faccende quotidiane.
- Come, illustrissimo? Gi di ritorno? - chiese Giacomo, con la sua rispettosa dimestichezza.
- S, mio caro Giacomo. Ho lasciato laggi a surrogarmi il signor Laurenti, e sono venuto a casa...per scrivere alcune lettere. -
Quella scusa, come avete indovinato, il signor duca la trovava l per l. Ma  delle scuse trovate a quel modo, di obbligarci a fare una cosa piuttosto che un'altra, a cui si attenderebbe molto volentieri.
- Quand' cos, - aveva risposto il giardiniere, - non star a seccarla di pi. -
Ed era andato oltre, senza scostarsi tuttavia dalle vicinanze dell'atrio. Donde, pel duca di Marana, la necessit di tornare nella sua camera, a scrivere lettere, o a far le viste di scriverne. La passeggiata e il soliloquio del giardino, ebbero una continuazione non preveduta nella camera di don Fernando.
- Ma  detto che io non possa parlarle quest'oggi? - grid egli finalmente. - Scendo di nuovo, e, se non  ancora comparsa, la faccio chiamare. Ho gi perduto due ore di tempo utile! -
Quando discese nel vestibolo, non c'era pi bisogno di far chiamare la signora Luisa. La sfinge era l, seduta al solito posto, col suo ricamo fra mani.
Ho parlato della sfinge, e adesso parler di Medusa. La bella e terribile immagine non fu veduta mai con pi sgomento di quello che prov il duca di Marana, al vedersi di schianto, e senza aver preparato un briciolo d'esordio, davanti alla signora Luisa.
- Che c'? - diss'ella, notando il moto involontario del duca. - Vi faccio forse paura?
- Signora... - balbett egli, - non mi aspettavo...
- Neanch'io mi aspettavo di vedervi cos presto. Ma or ora Giacomo mi ha detto che eravate tornato per fare il vostro carteggio.
- Maledetto! - pens il duca. - Per lui ho dovuto perdere un'altra mezz'ora. -
E frattanto, rispondeva alla signora Luisa:
- Sicuro, ho scritto alcune lettere. Credo che la mail-cart passi domani per l'appunto; non c'era dunque tempo da perdere. E adesso, signora,... vorrei dirvi una cosa. -
Queste ultime parole, che io riferisco come il duca le aveva pensate, non gli uscirono veramente di bocca. Voleva dirle, infatti; ma la signora Luisa si dimostrava proprio allora tanto amabile con lui, che l'entrar subito in argomento gli parve un precipitar le cose, guastar forse, rinunziare ai benefizi di quella graziosa accoglienza. - Non faccio male, a incominciare le ostilit? - chiese egli a s stesso. - Non mi chiudo forse la strada? -
Perci, mutato improvvisamente il giro della frase continu in questa forma:
- E adesso, signora,... sar felicissimo di tenervi compagnia. Avete lana, refe, cotone, da dipanare? Ecco un guindolo di buona volont.
- Ah s, - rispose la signora Laurenti, - gli uomini si prestano volentieri a questi uffici, per un certo spazio di tempo.
- Permettetemi di dirvi che io lo farei per cent'anni.
- Vi augurate una lunga vita; non c' male; - osserv argutamente la signora; - lunga come quella della balia di Washington. Sapete? Quella balia miracolosa che Barnum faceva vedere per un dollaro, ancora dieci anni fa.
- Sicuro, - rispose don Fernando sul medesimo tono, - quella balia che ha avuta la fortuna di assistere a tutte le glorie del suo allievo e alle grandezze della repubblica fondata da lui. Cos io, signora; assisterei a tutti i trionfi della nuova regina di Golconda, e agli onori che le sarebbero tributati dalla memoria del suo popolo.
- Dio, quanta roba! - esclam la signora Laurenti. - Regina, a dirittura?
- Certamente, e splender, nella vostra corona il pi vistoso tra i diamanti di Karma Vridi, che avr tolto domani dal loro nascondiglio.
- Domani! Siete gi al termine degli scavi?
- S, la via del sotterraneo  trovata; non resta che di sgomberarne un tratto dalle macerie. Ma questo lavoro sar finito quest'oggi, o, alla pi trista, domattina.
- Sarete contento; - osserv la signora.
- Contento! oh no, pur troppo; - rispose il duca sospirando. - Non cesser forse per me il pretesto di rimanere, ospite importuno, o, per lo meno, indiscreto?
- Indiscreto! Importuno! che brutte parole! Vi fate davvero un cattivo concetto di noi, che non ce lo siamo meritato. -
Il cuore di don Fernando si allarg, vorrei poter dire che sgallett dalla contentezza, a quelle parole della signora Laurenti. Cos bella, resa pi bella da un amabile raggrinzamento di labbra, Luisa sembrava comandargli di restare. Che cosa si fa egli di diverso, con una persona che si vede volentieri?
- Poi, - soggiunse la signora, - con la vostra partenza, fareste piangere qualcheduno. Non ci avete pensato? -
L'allegrezza di don Fernando si scem un pochino, a quella aggiunta, che mirava certamente fuori di l.
- Di chi intendete parlare? - diss'egli indovinando l'allusione, e andandoci come la biscia all'incanto.
- Non commetter un'imprudenza, poich parlo ad un uomo serio e gentile; - rispose la signora. - Intendevo di miss Lawson, di quella bella signorina, che un giorno, certamente per chiacchiera, e senza crederne un ette, abbiamo paragonata ad una...
- Non proseguite, signora, ve ne supplico; - grid il duca di Marana. - Mi vergogno di quello scherzo. Miss Lawson  davvero una leggiadra fanciulla.
- Ah! - esclam la signora con aria di trionfo.- Ci siamo.
- No, v'ingannate, non ci siamo affatto.  bella, come avete detto,  anzi da annoverarsi tra le pi belle. Ma... c' un ma... io non l'amo. Vi dir sinceramente ci che sento; mi permettete? A cuor libero, e non seguendo altro che le sensazioni del momento, avrei potuto farle la corte, non lo nego; mi sarei anche ostinato nel giuoco; fors'anche mi sarei indispettito di vederla corteggiata, da un altro. Sapete, signora mia... Cio, mi spiego; voi non potete saperle, certe miserie del cuore di un uomo; ma le so io, e ve le confesso candidamente. Ci sono due nature dentro di noi, la nostra particolare, la pi intima, e quella comune, la esteriore, che  frutto di educazione mascolina, di convivenza con gli uomini nostri pari. E adesso m'intenderete facilmente, se io vi dir che questa natura meno intima, meno mia, mi avrebbe condotto a corteggiare miss Lawson, ed anche fatto soffrire di qualche sua preferenza per altri; ma che la cosa non era possibile, per quella natura pi mia, tutta mia... che, ahim, non era pi mia. Infatti, ci ho guardato dentro; non c'era l'immagine sua. Posto preso, come suol dirsi; e il diritto  del primo occupante. -
La signora Luisa era stata ad udirlo, da prima con un sorriso benevolo, che poteva considerarsi un omaggio alla spiritosa distinzione del duca, indi con un'aria pensosa, che lasciava indovinare lo studio della risposta,
- Via, - diss'ella, come don Fernando ebbe conchiuso, - questi sono gli errori di un uomo che si  forse troppo innamorato delle sue distinzioni. Si credono molte cose, del proprio cuore, che in realt non sussistono. Per esempio, chi pu giurare che un'immagine, creduta indelebile oggi, non sar cancellata domani?
- Signora, e voi credete?
- Non son io che credo,  l'esperienza che lo insegna a tutti.  anche la ragione che lo vuole. Se fosse vero ci che voi dite, girereste voi il mondo, come fate? E non sareste invece fermo a Madrid, incatenato alla prima stazione della vostra vita?
- Oh, ma laggi... il disprezzo mi ha guarito.
- Segno che si pu guarire; segno che un'immagine si pu cancellare. Il modo  vario, secondo i casi, e secondo il merito... delle immagini; ma il risultato ha da essere lo stesso. E il risultato pu essere molto pi facile, - soggiunse maliziosamente la signora, - quando l'immagine non si  stampata per nostra volont, o col nostro permesso, nel cuore, e la ritroviamo a caso, guardandoci.
- Siete crudele, signora; - replic il duca di Marana; - io mi sono servito di quella frase per modo di dire, per farvi intendere, senza molti discorsi, che, anche rendendo giustizia a miss Lawson...
- Un'altra considerazione, vi prego; - interruppe la signora, che non voleva lasciarlo finire.- Siete ben certo di non ingannarvi? Da una parte qualche idea vaga e capricciosa, accolta senza pensarci troppo e trattenuta per puntiglio; dall'altra un sentimento vero ed umano; ricusereste il sentimento, per attenervi all'idea? M'immagino la risposta d'un filosofo ostinato. Quell'idea  mia, direte, mentre questo sentimento non mi appartiene. E perch non vi apparterrebbe, se lo avete destato voi? se, anzi, confessate che in certi casi lo avreste eccitato voi? Del resto, io non faccio tutte le distinzioni che voi fate, tra il sentire degli uomini e il sentire delle donne, e vi sottoporr una considerazione generale, che intenderete anche voi. Si  sempre un po'schiavi dell'amor che s'inspira. -
Il duca di Marana, che gi si vedeva preso nelle fila del suo stesso ragionamento e si crucciava internamente di trovar tanta logica in una bella signora, afferr risolutamente quel capo, che gli parve davvero quel buono, per disfare tutta la maglia d'un colpo.
-  un principio pericoloso che stabilite; - diss'egli. - Se io l'applicassi, per esempio... alla mia interlocutrice? -
La carta era giuocata. Don Fernando fu il primo a dolersene, ma non era pi in tempo a ritirarla.
- Basta, - soggiunse egli tra s, - quel ch' fatto e fatto. Il mio segreto mi pesava sullo stomaco.
E fiss gli occhi ardenti su lei, aspettando la risposta.
La signora Laurenti era rimasta alquanto sovrapensiero, ma non aveva dato segno di maraviglia per quella scappata del duca. Donde sar lecito argomentare che ella si aspettasse a qualche cosa di simile.
Finalmente, rispose alla domanda, con molta tranquillit, e ripigliando l'aria amorevole, quasi sorridente, di prima.
- Se l'applicaste a me, - diss'ella, - io non avrei da osservare che una cosa; meglio ora che poi.
- Perch? - domand il duca di Marana, che non intendeva nulla in quel giro di parole.
- Ve lo dir. Ma s'intende che scherziamo, non  vero?
- Scherziamo pure; - rispose don Fernando, che voleva concedere il meno possibile.
- Orbene, - ripigli la signora, - io direi in tal caso al signor duca di Marana: ci sono degli uomini alle cui domande non si risponde nulla; ce ne sono degli altri, a cui, anche mal volentieri, si risponde sempre qualche cosa, perch... si amano un poco.
- Ah! - esclam don Fernando.
- S, e voi siete uno di quelli. Non mi credete una sciocca puntigliosa, n permalosa, n ipocrita. Vi amo un poco, e ve lo confesso. Siete un uomo di valore e non debbo mettervi a mazzo coi pi. Gi,  proprio cos; e non mi fate quegli occhi, perch mi fareste dubitare di aver detta un'eresia. Del resto, non mi sembra tale, n a pensarla, n a dirla. Infine, l'amare un uomo e avergli consacrata la vita, non  una buona ragione per odiare tutti gli altri, o averli in conto di nulla. Ogni sentimento ha le sue gradazioni; e che male ci sar se ho per voi una grande amicizia?
- Amicizia! - ripet il duca di Marana, crollando malinconicamente la testa.
- No, non mi giudicate cos leggera; - soggiunse la signora Luisa; - non l'amicizia solita, che le donne di poco cuore promettono agli uomini come una consolazione, in cambio d'un affetto che non sentono, o non possono concedere. Vi parlo di un'amicizia vera; di un'amicizia schietta e piena di ardore; di un'amicizia che rende omaggio a ci che valete, alla vostra bont di cuore, alla vostra gentilezza d'animo, e aggiunger, perch anco la vostra vanit mascolina sia appagata, ai pregi esteriori del cavaliere. Va bene cos? Ma sopra tutto, intendiamoci, sopra tutto alla nobilt del vostro sentire, perch questa va messa in prima linea. Alla fin fine... dir, sempre nella ipotesi di una vostra dichiarazione... alla fin fine voi non mi avete buttato l il vostro omaggio alle prime, con quella audacia che indica la sicurezza di s e la poca stima degli altri; siete in quella vece rimasto l un pezzo, confuso, perplesso, combattuto tra sentimenti diversi. Una donna, che non sia puntigliosa, n ipocrita, pu avvedersi di questa delicatezza e riconoscerla apertamente. E perch la dichiarazione  venuta tardi, quasi strappata al labbro dal caso, essa non toglie nulla al vostro carattere di amico leale. Vedete, - conchiuse la signora Luisa, sorridendo, - che non sono mica una donna scontrosa, e so accettare allegramente un'ipotesi. E voi, signor duca, data sempre l'ipotesi, che cosa rispondereste ora? che cosa fareste?
- Signora...
- Ho capito, non volete dirmelo. Ma non importa; ve lo dir io, che cosa fareste. Mi prendereste la mano, che io vi cederei senza paura, perch vi conosco, perch leggerei nei vostri occhi tutti i nobili sentimenti del vostro cuore. E l, stringendo la mia mano, mi dareste ragione. -
Il duca di Marana s'inchin, prese la mano della signora Luisa, la strinse, ma non aggiunse parola.
- Accetto anche la muta eloquenza; - ripigli la donna gentile. - Ma non  ancora finita. Qualche cosa bisognerebbe pur dire in aggiunta.
- In aggiunta?
- Certo un gentiluomo pu dar ragione ad una donna e stringerle la mano. Ma si d ragione anche per solo debito di coscienza, e si stringe la mano per prender commiato. Or dunque, siccome voi non potreste andarvene con l'amarezza nel cuore, e siccome l'amicizia dovrebbe durare tra noi, accompagnata per parte vostra da un pochino di galanteria cavalleresca, voi soggiungerete a un dipresso cos: - "Signora, io non voglio andarmene imbronciato; voglio restare, vedervi negli occhi che non siete punto mutata per me da quella di prima; voglio anche dimostrarvi la mia devozione, accettando dalle vostre mani un'altra mano..." Avanti, a voi! sempre nella ipotesi, ed anche senza l'ipotesi, continuate.
- Signora, - replic il duca dopo un istante di raccoglimento, - io non posso che ringraziarvi. Vedo quanto siete buona, e vorrei farvi testimonianza che nel mio cuore non c' ombra dell'amarezza che dite. Ma che volete? Non  dato a tutti di essere perfetti ad ogni ora. E mentre voi vi mostrate a me cos diversa dalle altre donne, cos esperta a trovare il punto giusto tra l'austerit e la cortesia, debbo dirvelo? non mostrate ugualmente di conoscere addentro il cuore dell'uomo. L'uomo, signora mia, non  capace di tutta la bont che supponete in lui, di tutta la generosit che chiedete da lui.
- Non lo accusate; - grid la signora Luisa. - L'uomo  capace d'ogni pi nobile azione, quando egli si chiama il duca di Marana.
- S, innalzatelo pure, fatene una statua di bronzo, ed abbia tutta la vostra stima per piedestallo; - proruppe don Fernando commosso. - Egli non far altro che cadere da un'altezza maggiore. E sapete perch? Perch il vostro colosso ha i piedi di creta.
- Lo dite voi; ma io non me ne sono accorta. E, con vostra licenza, non lo credo.
- Ne volete una prova? Ho sospettato di voi. -
Quello era il giorno delle confessioni. Il duca di Marana, che era andato cos chiuso, incontro a quella conversazione, cos pieno di arcane speranze, di disegni, di artifizi sottili, e che so io, come si va alla piccola guerra col proposito di approfittare d'ogni nonnulla, perfino delle sinuosit del terreno, si trovava l, senza difesa, senza, volont, condotto a scoprirsi, come farebbe un bambino.
La signora Luisa aveva avuta l'aria di cascar dalle nuvole, a quella confessione del duca.
- Sospettavate di me? In che modo? Ah, capisco; - soggiunse.
E sorrise, immaginando di che si trattasse. Benedetta signora! Non c'era caso che perdesse la sua serenit.
- Che cosa avete capito, di grazia? Io non ho ancora parlato.
- Ma s,  naturale; - rispose la signora Laurenti. - Basta il sospetto, perch io ne indovini la cagione. E vi aggiunger sinceramente che questa cagione dei vostri sospetti ha dato noia anche a me. Perch infine...
- Oh, non mi dite di pi, ve ne prego!
- No, debbo e voglio continuare. Sar la vostra punizione, amico cattivo! Che cosa volevate che facessi, notando ci che vi ha messo in sospetto? Una donna si accorge sempre di certe cose; questo  fuor d'ogni dubbio. Non  neanche difficile accorgersi, perch gli uomini delicati o imprudenti, esperti o novizi che siano, ci hanno tutti un modo comune di farsi avanti, l'assiduit. Forse, perch tutti incominciano cos,  giusto che finiscano altrimenti; - soggiunse ella, con un risolino malizioso. Ora, una donna che si accorge, ha poco da fare; anzi non ha da far nulla, poich non deve neanche far le viste di accorgersi.
- Neanche d'un fiore caduto a lei e avidamente raccolto da un altro! - scapp detto a don Fernando.
- Ah, c' anche la storia d'un fiore? Di questo non mi ero accorta, - ripigli la signora: - tanto  vero che non si pu badare a tutto. Ma d'ora innanzi far buona guardia ai fiori. Torniamo all'essenziale. Non facendo le viste d'aver capito, si pu sperare dentro di s che i ragazzi troppo infiammabili si cheteranno a poco a poco, o, come  naturale nella loro et, sbolliranno in un punto. Senza contare che non son liberi di stare dove vogliono, e quanto vogliono, e che certe vacanze finiscono.
- Giustissimo, - osserv malinconicamente il duca, - come cessano i pretesti di soggiorno pei grandi.
- Ah, pei grandi... di Spagna,  un'altra cosa; - rispose la signora. - Per quelli c' una schietta parola. Ed anche questa, solamente perch essi l'hanno chiesta.
- E se non l'avessi chiesta? Se non avessi parlato, - ripigli don Fernando, - avreste aspettato pazientemente che me ne andassi.
- La pazienza non ci ha nulla a che fare. Non lo avrei aspettato, n desiderato.
- Davvero?
- Davvero. Voi siete un pochino per me come per ogni gentiluomo sarebbe un amico, le cui virt superano di gran lunga i difetti. Per un difetto da nulla si dovr forse rinunziare ad un amico prezioso? Specie, poi, quando il difetto ci onora?
- Badate, signora, questa potrebbe parer vanit.
- Chiamatela vanit a dirittura; io non me ne offendo. Son donna, e i trionfi della vanit convengono al mio sesso, che non pu averne di pi alti. Ecco qua il signor duca di Marana che mi fa la corte. Che male c', se egli non mi trova orribile? Abbiamo bisogno qualche volta di saperlo anche noi, come siamo, e lo specchio non ci basta. Dunque, nessun dispiacere, per un omaggio cos naturale e cos delicato. Ma fermi l, - soggiunse la signora, che abbondava in quel senso, per consolare don Fernando della sconfitta, accordandogli l'onore delle armi, - fermi l, ripeto, perch quel gentile amico non si era letto abbastanza chiaramente nel cuore. Giunto qua, fresco di certe memorie, aveva anzi parlato d'una ragazza in un certo modo...
- Vi prego! - interruppe il duca: - non parliamo di lei.
- No, lasciatemi finire; in un certo modo, da far credere che gli piacesse molto. Non dico gi che avesse perduta la testa; no, anzi ammetto che non s'immaginasse neppur lui di esserne invaghito. Tanto  vero che pens ad altro, o credette di pensare ad altro. Ma infine, la simpatia c'era, e vivissima. Tanto  vero, - incalz la signora Luisa con aria di trionfo, e mozzando le parole al duca, che voleva rispondere, - tanto  vero, che oggi ha confessati nobilmente i meriti della ragazza. Vien lei, a sua volta, in questo eremo di Paravady, e di chi parla, col suo giovanile entusiasmo? Del duca di Marana, dei suoi pregi, della sua grazia, di tutti i particolari della sua visita alla residenza. Che volete? Non pu nascondere il segreto del suo cuore, quella cara fanciulla. E il babbo? Oh, il babbo,  innamorato anche lui. Scommetterei non so che cosa, che lady Evelina, sotto quella calma apparente... Ma via, don Fernando, siate buono, leggetevi nel cuore, e ci troverete il nome di miss Maud, di quella bionda e rosea fanciulla, di quella ninfa elegante, che star cos bene, appoggiata al vostro braccio. Non volete trovarcelo? Rammentate ancora, rammentate ci ch'io v'ho detto in principio: si  sempre un po'schiavi dell'amor che s'inspira. -
Il duca di Marana era scosso, ma non si disponeva gi, a contentare la sua bella interlocutrice. A levarlo d'impaccio, almeno per allora, capit Guido Laurenti annunziato dalla festa che gli facevano sul ponte i suoi cani, e quell'essere non meno affezionato dei cani, che era Giacomo Vernazza.
Il duca di Marana era scosso, vi ho detto, ma anche combattuto tra sentimenti diversi. Non  mai piacevole essere battuti, anche quando se ne esce con l'onore delle armi. E il duca di Marana si sentiva battuto. Se almeno avesse potuto rialzarsi moralmente un pochino, al cospetto di quella donna! Con tutta la sua nobilt di sentire, io credo che avrebbe fatto carte false, pur di sollevarsi da quella mediocrit, in cui si sentiva affogare.
- Orbene, - gli disse Guido, accostandosi e stringendogli amichevolmente la mano, - vi ha persuaso?
- S; - rispose il duca.
- Bene; faremo dunque il matrimonio?
- No; - replico quegli, con la stessa breviloquenza e col medesimo tono.
- O come? E di che cosa, se  lecito saperlo, siete dunque rimasto persuaso? -
Il duca stette alquanto perplesso, guardandolo. Pareva che dicesse tra s: parlo, o non parlo?
L'audacia era grande, ed egli, con tutto il suo coraggio, esitava a buttar l una certa frase, che gli era venuta dal cuore alle labbra. Ma lo sapete anche, si sentiva ridicolo, col suo segreto messo in mostra, e con la sua sconfitta innegabile; voleva rialzarsi moralmente al cospetto di quella donna, e l'occasione di rialzarsi era l. Questo pensiero la vinse.
- Persuaso della sciocchezza di certe idee che mi erano venute in capo, - diss'egli finalmente.
- Vi debbo una riparazione, Laurenti, e non soltanto pei dubbi di questa mane. Sappiate che ero innamorato di...
Guido non gli di tempo di finire la frase.
- Zitto; - grid egli prontamente; - non turbate il genio dell'amicizia, che non vuol sapere i segreti di nessuno, anche quando gli sembra di averli indovinati.
- Ah! - esclam don Fernando. - Avevate dunque indovinato?
- Certamente. Perch sono in una certa condizione davanti a voi, debbo proprio aver perso il lume dell'intelletto? Amico Fernando, - soggiunse Guido Laurenti, con aria di benevolenza che dava risalto alla celia, - dei mariti si  riso abbastanza, in teatro e fuori; lasciate che io li difenda un pochino.
- Non dico di no: - rispose il duca, inchinandosi; - a patto che non difendiate un amico mio, che non ne ha punto bisogno. Intanto, voi volete lasciarmi il ridicolo della confessione non terminata?
- E il mio, di grazia! Pensate anche al mio; - replic Guido Laurenti. - Che figura ci fo io, ora, con questo eccesso di generosit, da parte vostra? Date retta a me, Fernando, il meglio  di non parlarne pi e di andarcene a pranzo. Vi dar notizia degli scavi, che sono andati molto avanti, dacch siete partito. Si  trovato un masso abbastanza voluminoso in fondo alla buca; dev'essere un rocchio di colonna, attraversato sull'ingresso del corridoio. Rimosso questo, non c' pi altro ostacolo, perch abbiamo veduto dalle fessure il buio del sotterraneo. -
In quel sotterraneo, don Fernando avrebbe voluto ficcarcisi, per nascondere la sua vergogna. Ma non lo aveva l, per comodo suo; e perci, fatta di necessit virt, offerse il braccio alla signora Laurenti, per andare nella sala da pranzo.
Che quello dei nostri personaggi riuscisse un pranzo allegro, n io vi dir, n voi credereste cos facilmente. Fra quei tre commensali c'era come una nube. S'ha un bel dire che la stima e l'amicizia cancellano molte cose e ne fanno dimenticare molte altre. Vi sono certe posizioni, drammatiche, o comiche, della vita, le quali non vogliono altro scioglimento, che la calata del sipario, o una brava uscita dei personaggi in angustia.
Quella sera il duca di Marana mostr di essere stanco, e si ritir nelle sue stanze un'ora prima del solito. E come respir, quando finalmente fu solo!


19.

Vorrei potervi dire e dimostrare coi fatti che il mio eroe, don Fernando Solis, duca di Marana y Cueva, era un uomo superiore all'universale, per fortezza d'animo e per tante virt di quella fatta; ma in coscienza non posso dirvelo, e in verit, non posso dimostrarvelo. Don Fernando era un uomo come tanti altri, e con tutti i difetti degli altri. C'era in lui una certa schiettezza cavalleresca che poteva passare per originalit; ma il garbo e l'amenit, di cui facea prova con le signore e con gli amici, erano qualit di parata, che non lo sostenevano pi quando era solo. Si ridiventa brutti, quando ci si trova a tu per tu con la nostra coscienza, e non ci avviene mai di volerci bene e di dircelo. Facciamo volentieri ad ingannare il prossimo nostro; ma non riusciremmo, anche volendo, ad ingannare noi stessi.
Il duca di Marana era in collera, e non aveva altro scampo che di andarla a smaltire nelle rovine di Karma Vridi. Se fosse stato il dio Thor, o il semidio Ercole, o il cavaliere don Rodrigo di Bivar, sopranominato il Cid Campeador, come sarebbe andato volentieri col martello, con la clava, o con la spada miracolosa, a rompere, ad abbattere, a fracassare! Almeno, con quella forza e con quegli attrezzi fuor del comune, si sarebbe sfogato un pochino.
Si alz per tempo, si vest in fretta, e discese. Guido Laurenti ud il suo passo frettoloso sulla ghiaia del viale, e si affacci alla finestra.
- Non andate con tanta furia; - gli disse; - vengo anch'io a Karma Vridi.-
Don Fernando mand il genio dell'amicizia a tutti i diavoli; ma si trattenne ad aspettare il suo ospite, che finiva di vestirsi.
Anche la signora Luisa comparve alla finestra, mentre egli aspettava, facendo sulla ghiaia le volte del leone; anzi, dopo avergli dato il buon giorno, discese prontamente sotto l'atrio. Era vestita di bianco, e portava in testa una cuffiettina di tulle. Dei immortali! Era bella come l'Aurora, che appare sempre anche lei (scusate l'immagine ardita) con una cuffiettina di vapori sul capo.
Don Fernando le borbott un saluto, che con un po'di buona volont poteva anche interpretarsi per un complimento.
- Buona fortuna; - gli disse la signora Luisa. - Oggi, infatti, vuol essere il gran giorno.
- Se entro nel sotterraneo, sicuramente; - rispose egli asciutto.
- Non siete mica in collera? - domand la signora.
- No; - mormor egli con aria impacciata, e non osando guardarla in viso.
- Cos lo dite?  male. Noi vi amiamo pi di ieri. -
Chi avrebbe resistito a tanta cortesia, dir meglio, a tanta dolcezza di parole? Io no, e voi nemmeno, o lettore. Il duca di Marana, che era fatto della medesima pasta di cui siamo fatti io e voi, prese la mano della signora Luisa e la baci con molta divozione.
- Dunque, - rispose ella, - obbedirete?
- In che cosa?
- Ma... dovreste indovinarlo; interrogando meglio il vostro cuore, e trovandoci l'immagine di una bella fanciulla bionda, che proprio...
- Oh, signora, permettete! - interruppe il duca, rannuvolandosi. - Ho bisogno di raccogliermi. Vado a Karma Vridi. -
La signora Luisa non credette opportuno d'insistere.
- Buona fortuna a voi... e a lei; - diss'ella, accomiatandolo.
II duca di Marana fece le viste di non avere udito, e si avvi verso il ponte.
- Oggi, se Dio vuole, metter la mano su quel maledetto tesoro; - borbott egli tra i denti. - Lascio ogni cosa a Guido e al vecchio Lacmana, che ne facciano quel che vogliono; e poi... e poi, chi s' visto s' visto. Questa  la volta che vado al Giappone.
Per intanto, andava a Karma Vridi. L'amico Laurenti, seguito dal giardiniere, lo raggiunse di l dal ponte, e s'incammin con lui, senza dirgli nulla, durante il tragitto, che accennasse anco lontanamente ai discorsi del giorno indietro. Quel silenzio si spiegava naturalmente con la presenza di Giacomo Vernazza, chiamato a far parte della spedizione, per quel lavoro geloso che sapete.
Guido Laurenti, andando attorno per la campagna, ridiventava bambino; anzi no, dico male, ridiventava giovane. Il bambino scorrazza volentieri, gode di trovarsi all'aria libera, di cogliere i fiori e d'inseguir le farfalle, ma senza formarsi un giusto concetto delle proprie sensazioni. Soltanto ad una certa et incomincia questo lavoro della coscienza, questo ripiegarsi della mente in s stessa; avviene allora che anche le gaie corse del bambino si rammentino, e la loro bellezza  tutta nel ricordo, nella immagine che se ne affaccia allo spirito. E l'aspetto della natura, il verde, l'azzurro, l'aria impregnata delle fragranze della selva, avevano la virt di ringiovanire Guido Laurenti; ogni cosa in cui s'incontrasse, pianta, filo d'erba, insetto vagamente screziato, gli era argomento di gaia curiosit e di ameni discorsi. Il duca di Marana lo lasciava fare e dire, rispondendogli a sbalzi, quando gli pareva e piaceva.
Dentro di s, il signor duca pensava qualche volta che quell'uomo cos calmo e sereno valeva pi di lui. Quanta forza in quella tranquillit! N'avrebbe avuta altrettanta lui, marito, se uno, anche il suo amico migliore, gli avesse detto senza tanti giri di parole: sono innamorato di vostra moglie? S e no; anzi pi facilmente no. Almeno almeno per l'indole cavalleresca e per omaggio alla dama, un po'di chiasso l'avrebbe fatto. E se Guido non si era commosso, bisognava proprio che non ne sentisse il prepotente bisogno. Donde la conclusione che la freddezza del cuore c'entrasse per la sua parte. E donde la nostra conclusione, amico lettore, che il signor duca di Marana fosse un pochino ingiusto e stravagante parecchio. Compatiamolo, perch era ammalato.
Giunsero alle rovine e trovarono i loro uomini tutti intenti al lavoro. Per occuparli tutti, il duca di Marana aveva trovata la necessit di scoprire qualche altra parte di quel monte di ruderi. Cos, non lavorando che otto o dieci all'ingresso del sotterraneo, si nascondeva meglio il vero intento degli scavi.
Don Fernando, appena giunto col, volle entrare nella buca. La cosa non era punto difficile, poich la minutaglia dei rottami era stata levata, e i gradini di pietra della scaletta, quantunque ridotti a pochi avanzi sporgenti, gli offrivano modo di calarsi fino al fondo. Ma laggi, dove il pozzo finiva e il fondo metteva in un buio androne, principio del sotterraneo, proprio laggi era l'impedimento maggiore, cio quel rocchio di colonna, che stava attraversato, quasi incastrato a forza, tra il piano e l'orlo della vlta. Ma, quell'ostacolo, come si trovava l dentro? Evidentemente nel crollare del tetto piramidale di Karma Vridi la colonna si era spezzata come le altre sue compagne della navata di mezzo e col peso del suo tronco aveva sfondato il lastrone che chiudeva la bocca del sotterraneo. In questa guisa si spiegava che il tronco precipitando nel vuoto fosse andato a batter laggi e che dietro ad esso fossero caduti i rottami della gran vlta facendovi una colmata di macerie fino all'orlo del pozzo.
Piantato di traverso com'era e poco maneggevole come poco intaccabile ai colpi di piccone in quello spazio ristretto il tronco della colonna non poteva levarsi di l per dar adito al sotterraneo. Guido consigli di rompere un tratto della parete quanta bastasse pel passaggio di un uomo. Era il meglio che potesse farsi e don Fernando approv pienamente l'idea. Un'ora di assiduo lavoro bast per aprire la via.
Il duca di Marana aveva assistito con ansia febbrile a quell'opera di distruzione. In attesa del risultato, aveva mandato a prendere nel suo fortilizio le fiaccole di legno resinoso, gi preparate per quella esplorazione sotterranea. E a mala pena si avvide di poter passare, diede una fiaccola a Giacomo, ed entr, tenendo nel pugno la sua.
Potete immaginarvi come fosse agitato, penetrando per la prima volta in quel sotterraneo, chiuso da forse due secoli. Era un viaggio in paese sconosciuto, il suo, e un tesoro lo aspettava laggi nelle tenebre. Non avrebb'egli trovato un drago a custodirlo e a contrastargliene il possesso?
Si prova sempre un certo sgomento ad entrare nel buio.  avanzo dei terrori lasciati in noi dalle favole e dalle leggende dell'infanzia?  presentimento dell'ignoto, che ci aspetta sull'ultimo confine della vecchiaia? Forse, c' un poco dell'uno e dell'altro.
Il duca di Marana, vinto quel primo senso di terrore involontario, entr risoluto nella via tenebrosa, reggendo a braccio steso la sua fiaccola, per vedere almeno dove ponesse il piede.
E qui, avete gi indovinato che cosa incominciasse a fare. Contava mentalmente i passi che lo avvicinavano al punto indicato dalla leggenda di Haruti. La via sotterranea correva diritta e lunga davanti a lui; e pi don Fernando s'inoltrava pi la leggenda si riscontrava giusta.
Egli doveva contare fino a cento cinquantadue passi, per giungere alla nicchia del tesoro. Perch cento cinquantadue e non cento sessanta, od altro numero tondo? Forse perch una nicchia, o stanza che fosse, si trovava ab antico in quel punto, e il gran sacerdote di Karma Vridi non aveva creduto opportuno di aprirne un'altra in luogo pi vicino, o pi lontano, del sotterraneo.
Del resto, quella indagine non meritava di fermare la sua attenzione. L'essenziale era di trovare la nicchia, qualunque fosse la ragione per cui era stata fatta in quel punto, anzich in un altro. Don Fernando nover i cento cinquantadue passi, e come fu giunto a quel termine, diede una guardata alle mura. Da qual parte poteva essere il nascondiglio? Da ritta, o da mancina? Lacmana non lo aveva detto, e i due amici si erano scordati di domandargliene.
Mentre il duca stava guardando con aria perplessa da una parte e dall'altra, Guido Laurenti, che doveva aver fatto lo stesso computo mentale, gli disse:
- Dovrebb'esser qui. - E gli accennava frattanto la parte destra, a pie'della quale si vedevano alcune schegge di pietra, che potevano essere avanzi dei materiali adoperati a rinchiudere la nicchia.
- Certo,  un indizio; - rispose il duca di Marana. - Ma prima di fermarci a rompere il muro, vediamo se il sotterraneo prosegue ancora per molto. -
Arrivato alla meta, don Fernando aveva paura di un disinganno, e voleva procacciarsi qualche minuto d'indugio.
I tre esploratori andarono ancora oltre un centinaio di passi. Laggi erano le colonne d'Ercole: il passaggio era chiuso da un monte di terriccio. Ci si doveva forse vedere l'effetto di uno scoscendimento del terreno soprastante, poich la tradizione recava essere stato il passaggio murato fin dai tempi di Kafur, il maomettano vittorioso che aveva smantellata la fortezza di Pandia, senza conoscere il segreto di quella via sotterranea, che metteva i difensori in comunicazione col munder di Karma Vridi; e l non si vedeva traccia di una chiusura fatta con materiali di fabbrica, n era da supporsi che quel terriccio vi fosse portato dalla parte del tempio.
Fatto quell'esame che non li conduceva a nulla, i tre esploratori tornarono indietro, fino al punto dove si erano fermati da principio.
- Vogliamo incominciare? - disse il duca.
- Come volete; - rispose Guido; - ma, se non volete dar sospetto agli indiani, sar meglio dopo la colazione, quando li avrete mandati tutti a lavorare da un'altra parte.
Don Fernando si arrese al consiglio di Guido, sebbene a malincuore. Da principio voleva indugiare; poi, gli avean preso le furie.
- C' un sotterraneo lungo trecento passi, o gi di l; - disse il duca al suo fidato Berar, come fu uscito all'aperto, - ma non c' nulla che franchi la spesa di aprir meglio il passaggio. Perci, leverai gli uomini di torno alla colonna, che pu stare dov', e li manderai a lavorare di l, insieme con gli altri. Le sculture, se riusciremo a trovarne, mi premono pi del sotterraneo. -
Fatta colazione in fretta, ritorn coi due compagni in quel luogo che gli premeva cos poco. Nover da capo i passi, per timore di non aver contato giusto la prima volta. Ma il conto tornava a puntino; ai cento cinquantadue passi, trov le schegge di pietra gi osservate da Guido.
- A noi, dunque, lavoriamo! - diss'egli.
Giacomo Vernazza fu il primo a dare un poderoso colpo di piccone sul muro. Ma la parete non diede suono grave in quel punto, n in altri punti vicini.
L'indizio delle schegge di pietra non valeva nulla, o doveva essere inteso con discrezione.
- Non  naturale che le abbiano lasciate proprio sotto la parete rifatta; - osserv: Guido Laurenti. - Vediamo piuttosto di rimpetto. -
E and a battere col suo piccone a sinistra.
- Sentite? - grid egli, mentre il muro rimbombava cupamente sotto i suoi colpi. -  qui certamente. -
Il suono si era ripercosso dagli orecchi nei cuori. Per verit, non ci s'avvicina impunemente alla scoperta di un tesoro; specie, poi, quando il tesoro ascende ad un crore, ossia a cento laks di rupie, che  come a dire a venticinque milioni di franchi. Vi ho gi detto, se ben rammento, che il lak equivale a centomila rupie, e la rupia vale due lire e mezzo; donde... tirate la somma.
- Diamoci dentro! - grid il Giacomo, avvicinandosi col suo piccone. - Se il nascondiglio  qui, il morto non  stato toccato.
- Da bravo, Giacomo! - disse il duca. - C' qui la ricchezza futura del popolo di Paravady.
- Siete dunque risoluto? - chiese Guido Laurenti.
- Certo; voi e Lacmana studierete il modo migliore per far fruttare questa piccola somma.
- Un carico grave, per noi! - esclam Guido. - Ma voi...
- Io non c'entro; lascio fare a voi altri. - E tutte quelle magnifiche idee, di fabbriche, di opifici...
- Ubbie! Mi manca il tempo. Farete voi, e sar meglio. -
Ambedue, giunti a quel punto, diedero in uno scoppio di risa. Pure, uno dei due non ne aveva gran voglia!
- Vendiamo la pelle dell'orso! - not don Fernando.
- Meglio ancora; - replic Guido; - facciamo i conti dell'Arabo, nelle Mille e una notte.
- Ma non per utile nostro.
- Questo  vero, dopo tutto, e ci salva dal ridicolo. -
Fatte queste parole, si erano rimessi al lavoro. La parete non era di molto spessore; ma, essendo fatta di pietre, su cui la calce aveva maggior presa, ella offriva una discreta resistenza ai colpi ond'era tempestata. Finalmente, trovato il modo di andar sotto ad una falda di pietra, si fece leva con la punta d'un piccone, e quella falda salt fuori, permettendo di lavorare nel suo alveo di calce e si ingrandire la buca. Picchia e ripicchia, in capo a cinque minuti un piccolo pertugio fu fatto.
- Mi sa mill'anni, - disse il duca, - di vedere che diavol , se una nicchia, o una camera. -
Due o tre colpi bene assestati di Giacomo Vernazza fecero staccare un pezzo di parete. Da quel momento l'impresa divent facilissima, e poco stante si ottenne uno squarcio cos largo, da passarci dentro la testa.
Il duca di Marana vi pass prima di tutto il braccio, con la sua fiaccola accesa. Il nascondiglio era assai pi d'una nicchia e molto meno d'una camera; poteva paragonarsi agli in pace del Sant'Uffizio. Don Fernando spinse gli occhi dentro, e subito balz indietro atterrito.
- Che  stato? - chiese Guido Laurenti.
- Orribile! Orribile! Vedete voi; - rispose il duca.
Guido Laurenti introdusse la fiaccola, e guard a sua volta nel vano e vide contro il muro uno scheletro, nella postura dell'uomo seduto e con le ginocchia verso la parete. Il costato si teneva ritto; il teschio era un miracolo d'equilibrio; ma le ossa delle braccia, erano cadute sul pavimento.
Di sicuro, l'uomo era stato sepolto vivo l dentro. Chiunque egli fosse, innocente o colpevole, quale atroce supplizio! Veder chiudere davanti a se il muro che doveva segregarlo dai viventi, piombare nella oscurit eterna, sentirsi morto prima di morire, udir finalmente il crollo del tempio che diventava un mucchio di rovine sulla sua testa, togliendo a lui ogni pi lieve e lontana speranza di essere cercato da alcuno quale tremenda agonia! Un pensiero si affacci alla mente del duca di Marana. Chi aveva chiuso quell'uomo la dentro? Se si trattava di un compagno la cui fedelt non fosse troppo sicura pei sacerdoti di Karma Vridi, perch non farlo morire altrimenti? Perch seppellirlo cos crudelmente accanto al tesoro di Gundwana? Ma prima di tutto, era quello il nascondiglio del tesoro? I centocinquantadue passi contati dall'ingresso fin l, conforme alla leggenda di Haruti, dicevano di s. Ma la rottura della parete non era anche condotta a tal punto da permettere un esame decisivo.
Si lavor, per conseguenza, ad allargare la buca. Il Giacomo torn a menar colpi disperati, Guido lo aiut dal canto suo, e don Fernando si colloc in mezzo, per tirar via i rottami. L'ingresso dello stambugio fu aperto; entrarono allora, e videro nel fondo un piccolo forziere. Sovr'esso era appunto seduto lo scheletro, che bisognava adunque rimuovere, per mettere le mani sul tesoro. Ma quell'avanzo d'uomo risparmi ai suoi visitatori la profanazione e l'incomodo. Toccato appena, si sfasci; il teschio and a battere sul pavimento, prima che Guido avesse potuto osservare la sua dentatura, per arguirne approssimativamente l'et del personaggio.
Poste rispettosamente le ossa da un lato, i due amici, aiutati dal Giacomo, trassero il forziere dallo stambugio. Era una cassa di legna forte, guarnita di spranghe e lamine di ferro, e con qualche saggio d'intagli.
- Ci siamo, Fernando; che ve ne pare? - disse Guido Laurenti, sorridendo all'amico.
- Mi pare che non pesi troppo; - rispose il duca di Marana, che appunto allora aiutava Giacomo Vernazza a sollevare la cassa da terra.
- E come dovrebbe pesare? Sono diamanti, dopo tutto, e non ce ne vogliono mica molti, di quei grossi, per fare i vostri venticinque milioni di lire. Mi meraviglio invece che sia cos grande. Ma forse  quella medesima in cui il principe Gundwana serbava tutto il suo tesoro, le collane, i diademi, i braccialetti e tutto il resto, che non ha creduto opportuno di nascondere a Karma Vridi. -
Mancavano le chiavi per aprire la cassa. Ma in quel momento non si badava a certe piccolezze, e in due colpi di piccone mandarono in aria il coperchio.
- Ci siamo davvero; - disse il duca di Marana a Guido Laurenti.
- Sicuro, ci siamo, e bisogner chiudere gli occhi, per non restare abbagliati. -
Guido parlava per celia; ma in verit non c'era bisogno di quella precauzione. La cassa era vuota.
I due amici si guardarono in viso; ricacciarono gli occhi scrutatori nel forziere, indi tornarono a guardarsi. Frattanto il Giacomo rovesciava quel legno inutile e lo tasteggiava col piccone, per vedere se a caso non ci fosse un doppio fondo. Ma ohim, non c'era niente di simile; solo, nel rovesciare la cassa, ne era balzato fuori un piccolo arnese, non avvertito da prima, cio un astuccio di pelle, lungo e piatto, di cui Guido Laurenti riconobbe subito l'importanza molto paleografica, forse, ed anche filologica, ma punto adamantina. Infatti, era in quell'astuccio una foglia di palma, su cui si leggevano alcune linee di scritto.
- Ah! - esclamo Guido: - non sar stata tutta fatica inutile, la nostra. Chi sa? forse in questo manoscritto ci si dir dove sia nascosto il tesoro.
E recato lo scritto sotto la luce della fiaccola, si prov a decifrarlo.
- Ecco, - prosegu, - sono caratteri devanagarici. La lingua  indi, secondo l'uso di queste provincie. Ahi! diavolo, diavolo! - mormor, mentre andava innanzi nella lettura. - Che cosa dir, Lacmana?
- Che cosa dite voi, piuttosto, che leggete e non partecipate le vostre scoperte a nessuno? - grid il duca di Marana.
- Ecco qua, - disse Guido, - ecco qua. Leggo a senso, badate, quando saremo alla luce del giorno, ci si potr tornar su e tradurre con maggior precisione.
- Andiamo alla sostanza, spicciatevi. Questo  un far morire di curiosit il povero prossimo.
- Ors, contentiamo l'impaziente; - ripigli Guido Laurenti. - Ma, se permettete, non qui, praesente cadavere, e con questa luce fumosa. -
I nostri esploratori andarono verso l'ingresso del sotterraneo, a prendere la luce del giorno da quel pozzo benedetto, il cui sgombero era costato tante inutili fatiche. E laggi, il filologo Laurenti, aiutandosi con le sue cognizioni di paleografia indiana, decifr i caratteri devanagarici della sua foglia di palma.
Ed ecco ci che egli lesse, con gran dispiacere del duca di Marana, che avrebbe preferiti i diamanti:
"Mohi Eddin, Aureng Zeb, ornamento del trono e vincitore dei mondi; sia lode a Dio che la esalta; sovra tutti i suoi nemici.
"A te, Berar, malvagio consigliere del ribelle Gundwana, a voi, perfidi sacerdoti idolatri di Karma Vridi, a chiunque, oggi ascoso e tremante della mia collera, ardisse tornare in cerca del tesoro nascosto;
"Io, Aureng Zeb, figlio di Sci Gehan, nepote di Salim Gebanghir, il glorioso conquistatore dell'universo, ho disseppellito il tesoro che la vostra perfidia mi nascondeva, e chiudo, a custodia di questo foglio, il vostro alunno Nader, che ha osato chiedermi un premio per iscoprire il nascondiglio. Abbia egli in premio la vita eterna, e vi faccia fede di ci che toccher a voi, quando cadrete nelle mie mani.
"Le speranze dell'empio e i suoi tristi consigli si dileguano. Dio solo  grande, e Aureng Zeb, Alan Ghir, ornamento del trono e conquistatore dei mondi,  il prediletto di Dio."
Il duca, di Marana rabbrivid per Berar, quantunque il povero ambhasta del principe di Golconda, cos fieramente minacciato dal possente monarca, fosse morto da quasi due secoli.
Con questo colpo di scena andava in fumo ogni cosa; non solamente le speranze dell'empio, ma anche: quelle di un galantuomo, che intendeva di volgere a profitto dei poveri indiani di Paravady un tesoro che certamente era il frutto dei sudori di tanti loro antenati. E che cosa avrebbe detto Lacmana? Il tesoro, con gelosa cura sottratto all'ingordigia del gran Mogol, era caduto in balia del nemico di Visn. Il Titano aveva vinto il leone, il Mahadeva.
Com'era andata la faccenda? Il manoscritto di Aureng Zeb, giustamente interpretato, lo lasciava capire. Berar era fuggito di l dai monti di Sattara, prima che il vincitore giungesse davanti al munder di Karma Vridi. Haruti, il giovine bramino, del pari. N l'uno, n l'altro potevano sapere di quell'episodio, per cui il gran Mogol era venuto a conoscere il nascondiglio. Neanche potevano sospettare che un traditore ci fosse stato, poich questo era stato sepolto vivo nel sotterraneo, e il murder di Karma Vridi era stato distrutto. S'intendeva facilmente, dopo quella lettura, che ad Aureng Zeb non mettesse contro di propalare la scoperta, poich sperava di cogliere al laccio i primi colpevoli, se, come era naturale di credere, fossero tornati pi tardi sul luogo, per rapire il tesoro nascosto da essi, e certo nell'intento di andarlo a riprendere.
Dalla cronaca di Haruti, i nostri esploratori sapevano come e perch i padroni del segreto non avessero potuto approfittarne; dal foglio di Aureng Zeb dovevano sapere come e perch, ingannati dalla distruzione del tempio, quei fuggiaschi morissero nell'ignoranza della verit, dopo aver fidato ad una cronaca scritta e ad una tradizione orale un inutile segreto.
Il duca di Marana rimase assai male, dopo quella scoperta, che guastava tutti i suoi generosi disegni. Pensava al tempo perduto, alle ansie sprecate nella ricerca; pensava altres che quello non era il solo de'suoi disinganni e che veramente l'India rispondeva assai male alla cortesia che egli le aveva usata, andando a visitarla una seconda volta. Ma gi, tornare in un paese che si  veduto e corso per lungo e per largo, , per gli uomini come il duca di Marana, un vero error di grammatica. Che cosa era andato a fare laggi, quel benedetto uomo? A mantenere una promessa. Ottimamente, quando le promesse hanno ad argomento qualche cosa di serio. Ma certe promesse si fanno per chiacchiera e senza obbligo di mantenerle, in quello stesso modo che si dicono certe bugie, senza mestieri di arrossire o di pentirsene, perch esse non fanno male a nessuno.
Vedendolo cos malinconico, Guido Laurenti si prov a consolarlo.
- Non siate ingiusto; - gli disse; - anche questa scoperta paleografica, anzi, dir meglio, diplomatica, francava la spesa del lavoro che si  fatto. Abbiamo chiarito un punto di storia; siamo in possesso d'un curioso episodio della terra di conquista e d'esterminio, di quel caro matto che  stato l'imperatore Aureng Zeb. Sapete che uomo balzano egli fosse? Vegliava scrupolosamente all'amministrazione della giustizia, onorava la religione di All e voleva l'osservanza dei buoni costumi; era semplice nel vestire e parco nel vivere; non dormiva che due ore su ventiquattro e passava gran parte della notte a leggere il Corano; tutte cose che non faremmo n io n voi, e che non faceva sicuramente il suo medico, il francese Bernier, che ne ha levate a cielo la liberalit e la temperanza. Ma era un fanatico, un feroce, e lo seppero i poveri principi indigeni, che cacci di seggio e mand a morte senza misericordia; lo seppe la religione di Brama, che egli perseguit accanitamente. Melik Saleh, il suo precettore, il Seneca di questo Nerone indiano, nella storia che ha scritta della giovent del suo caro discepolo, non pu nascondere che l'ornamento del trono macchi di delitti atroci i primi anni del suo regno. Con queste contraddizioni, tir innanzi la bellezza di ottantotto anni; il che prova che una coscienza tranquilla  gi un bel rincalzo per vivere lungamente.
- Voi ridete; - disse il duca di Marana. - Intanto, che cosa ci resta? Un pezzo di carta.
- Un pezzo di carta, s, ma qual carta! - replic Guido Laurenti. - Caro mio, un autografo di Aureng Zeb non si trova mica tutti i giorni in Europa, n da tutti gli appalti di sale e tabacchi! -
Quelle di Guido Laurenti non erano ragioni da consolare il duca di Marana; ma bisognava poter contentarsene, in mancanza di meglio.


20.

Quel giorno, verso le tre del pomeriggio, il mahunt Lacmana stava rinchiuso nella sua cella, meditando le sublimi preghiere del Rigveda, il primo dei sacri volumi, che Brama stesso, il dio padre, ha ricavati dal fuoco, dall'aria e dal sole, per la debita osservanza dei sacrifici. Povero avanzo di una religione moribonda, il vecchio Lacmana era la malinconica simpatia di Guido Laurenti, la cui indole sentiva tanto del poeta, in mezzo alle cure del naturalista e del filologo.
Avete osservato come tutte le vecchie istituzioni tornino uggiose, fino a tanto son vive e pugnano con le nuove idee per ragion di dominio, ma diventano care e venerabili, quando sono irremissibilmente cadute? Forse  la maest dei ricordi che parla allo spirito delle nuove generazioni; forse alcunch di giovanile e di grazioso, che si riscontra in quelle forme estinte, a cui ci si accosta senza sospetto, poich la loro parte men nobile non pu far pi male a nessuno. Questo avvenne del paganesimo tra noi, quando divent una forma archeologica. Lo ammiriamo nella bellezza delle sue manifestazioni artistiche, lo studiamo e lo amiamo nella profondit de'suoi miti. Quasi quasi sarebbe da credere che lo spirito dei presenti volesse rifare il tentativo di Giuliano, mille cinquecento anni dopo la sua mala riuscita.
E la religione braminica faceva un senso consimile nella mente di Guido. Nobilissima per la purezza delle sue massime, veneranda per la sua antichit, apparsa, si pu dire, con l'alba della storia, cresciuta a straordinaria grandezza in un periodo di non interrotte fortune, venuta ad una fioritura maravigliosa di lettere ed arti, in quel medesimo tempo che il politeismo italico aveva il suo secol d'oro con la potenza d'Augusto, era naturale che destasse l'ammirazione di Guido Laurenti, e che il nostro poeta, il nostro pensatore, nutrisse un affetto compassionevole per quel vecchio bramino, che la rappresentava a'suoi occhi.
Dir forse un'eresia; ma credo che anche il vecchio Lacmana amasse di pi il suo tempio di Paravady e venerasse con pi fervore il suo Mahadeva, dopo che si era imbattuto in quel figlio dell'Occidente, che amava e venerava gli argomenti del suo medesimo culto. Infine, eresia o no, voglio dirvela come la sento; non avviene un pochino la stessa cosa a chi possiede una donna, che la stima e l'ama di pi, per la stima che vede farne, o meglio, per gli occhi teneri che vede farle dagli altri? E la donna, che lo sa... Ma qui mi avvedo che il paragone non corre pi, tra la donna e la religione dei Veda; perci, lascio in tronco il periodo.
Quel giorno, adunque, il manhunt Lacmana stava pregando il suo dio, per s e pei poveri indiani posti sotto la giurisdizione del tempio di Paravady. Egli vedeva nell'amicizia del sahib Laurenti, e nella impresa archeologica del sahib Marana, un indizio di singolare benevolenza del Mahadeva, di cui era evidente il favore per la popolazione di quel piccolo villaggio. Dio si compiace negli umili.  questo un concetto che troverete in tutte le religioni, e basterebbe forse a dimostrare la eccellenza di tutte.
Ah, se il Mahadeva si fosse degnato di far scoprire il tesoro! Era ben suo, e poteva giovare alla prosperit del suo popolo. Il gran giorno era imminente. Guido Laurenti e il duca di Marana gli avevano annunziata la scoperta del sotterraneo. E il suo cuore affrettava coi voti la scoperta del nascondiglio indicato nella leggenda di Haruti.
Per, immaginate se non gli parve d'essere esaudito a volo nel suo desiderio, quando un alunno del munder venne ad annunziargli che il sahib Marana desiderava di vederlo.
- Sia il benvenuto; - grid, alzandosi dalla sua scranna per muovergli incontro.
Don Fernando era solo. Giunto insieme con Guido dalle rovine di Karma Vridi, se ne era spiccato, in vista del munder di Paravady. E Guido lo aveva lasciato andar solo a informare il vecchio Lacmana dell'esito di tante faticose ricerche, intendendo benissimo che il suo amico avesse bisogno di rimanere un po'solo. Una sventura domanda i conforti dell'amicizia; il malumore e la stizza vogliono la solitudine, in cui trovano ad un tempo la compiacenza e lo sfogo.
Il duca di Marana non aveva ancora trovato lo sfogo; ma era tuttavia nel periodo della compiacenza. Almeno, si poteva argomentarlo dalla sua aria rannuvolata.
- Orbene? - gli chiese Lacmana. - E il sotterraneo?
- Lo abbiamo percorso stamane.
- E.. il nascondiglio?
- Trovato.
- Ah! - esclam il vecchio, mettendo un sospiro.
- Ma vuoto; - soggiunse il duca, - cio, senza niente di ci che eravamo andati a cercare. -
Lacmana era rimasto di sasso.
- Ma come? - diss'egli, dopo un istante di pausa. - Chi pu essere penetrato l dentro?
- Oh, non c' penetrato nessuno. La parete era chiusa; ma il tesoro... il tesoro non c'era pi da due secoli. Eccovi qua tutto ci che abbiamo rinvenuto nel forziere di Gundwana. -
Cos dicendo, il duca di Marana porse al vecchio mahunt l'astuccio di pelle in cui era custodito il prezioso autografo di Aureng Zeb.
Lacmana lo aperse ne trasse fuori la foglia di palma che sapete e lesse con voce tremante quella pagina ferocemente canzonatoria; indi lev gli occhi smarriti a guardare il duca come per chiedergli la spiegazione del fatto, se pure fosse stato possibile di averne una, dugent'anni dopo gli avvenimenti a cui si riferiva l'autografo.
Il duca di Marana gli raccont allora tutti i particolari della scoperta gli espose le congetture di Guido, avvalorato dalla presenza dello scheletro.
- Dev'essere cos; - conchiuse Lacmana, crollando malinconicamente la testa. - Il malvagio ha trionfato.
- Triste cosa, non  vero? - disse il Marana. - E quando si pensa che quelle ricchezze dovevano servire alla prosperit dei fedeli di Paravady!
- Il Mahadeva ha voluto cos; rispettiamo i suoi decreti; - ripigli Lacmana inchinandosi.
Il duca di Marana era cos pieno di stizza, per tutte le ragioni a voi note, che avrebbe preso a dirla, non solo con un bramino dell'India, ma anche con un teologo d'Europa.
- Rispettiamo pure; - diss'egli; - ma non sar permesso all'uomo di lagnarsi un pochino? Tutto va alla rovescia; il cielo non riconosce pi le buone intenzioni. -
Il vecchio mahunt gli rivolse un'occhiata tra severa e malinconica.
- Conoscete la parabola del pescatore? - chies'egli poscia al duca.
- No, in verit; non sono un indianista della forza del mio amico Laurenti.
- Sentitela, adunque; - ripigli gravemente Lacmana. - Il dio Crisna, tornando un giorno da una spedizione lontana, rientrava a Madura in compagnia dei suoi discepoli. Gli abitanti della citt, recatisi incontro a lui, chiesero di udire la santa parola. E Crisna, salito su d'un poggio, parl in questo modo alle turbe:
"Sulle rive del Gange viveva un povero pescatore. Durga era il suo nome. Allo spuntar dell'alba, egli si avvicinava all'acqua per farvi la sue abluzioni, e, tenendo tra mani un ramicello dell'erba divina del cusa, recitava divotamante l'inno della Savitri; indi, purificato lo spirito come il corpo, andava di buon animo al suo lavoro quotidiano, pel sostentamento della sua numerosa famiglia.
"Iddio gli aveva concesso dieci figli, sei maschi e quattro femmine, che formavano la sua contentezza, poich essi erano credenti e buoni al pari di lui. Il pi giovane de'suoi figli poteva gi aiutarlo a condurre la sua barca, e le sue figliuole, chiuse nell'interno della casa, intrecciavano la lana delle capre, per farne vesti a tutta la famiglia.
"Malgrado un'assidua fatica, la famiglia era povera. Ingelositi delle sue virt, gli altri pescatori si erano collegati contro di lui e lo perseguitavano ogni giorno con parole ed atti malvagi. Ora essi scompigliavano le sue reti, o tiravano la sua barca in sulla rena, perch egli dovesse perdere un'intiera giornata a rimetterla in acqua; ora, imbattendosi in lui, quando egli andava a vendere il suo pesce in citt, gli strappavano le ceste di mano e le gettavano a terra, perch nessuno volesse pi di quel pesce, avvoltolato nella polvere.
"Soventi volte il povero Durga ritornava malinconico al suo abituro, pensando che un giorno o l'altro egli non avrebbe potuto pi sovvenire ai bisogni della sua famigliuola. Cionondimeno, egli aveva cura di portar sempre i frutti migliori della sua pesca in dono ai santi eremiti, ed accoglieva e sfamava tutti gl'infelici che andavano a lui. Della qual cosa lo schernivano i suoi nemici, mandando a lui tutti i mendicanti, che trovavano per via.
"- Andate da Durga, - dicevano, - quello  un ricco travestito, che pesca per suo sollazzo. -
"E cos beffeggiavano la sua povert, che era opera loro.
"Ma ben presto i tempi volsero cattivi per tutti, e una carestia spaventevole desol la contrada, essendo andato a male il raccolto del frumento e del riso. I nemici di Durga, non potendo pi avere i grani necessarii per la pasta da adescare il pesce, diventarono poverissimi al pari di lui e non pensarono pi a tormentarlo.
"Una sera che il pover uomo ritornava della spiaggia senza aver potuto prendere un pesce, e mentre egli pensava con dolore che nulla gli restava pi in casa per isfamare la famiglia, gli venne veduto un fanciullino che, seduto al piede d'un tamarisco, piangeva, chiamando sua madre.
"Durga gli chiese donde fosse e chi lo avesse abbandonato col. Il fanciullino rispose che sua madre lo aveva lasciato in quel luogo, per andare a cercargli un po'di cibo.
"Tocco di compassione per quel povero innocente, Durga lo prese tra le braccia e so lo port in casa. Sua moglie, che era caritatevole come lui, gli disse che aveva fatto bene a non lasciarlo morire di fame e di paura laggi.
"Ma in casa di Durga non c'era pi riso, n pesce affumicato; la tristezza regnava in quel misero abituro.
"La luna saliva placidamente per la vlta azzurra; tutta la famiglia s'inginocchi, per l'invocazione della sera.
"Tutto ad un tratto, il fanciullino si pose a cantare:
"- Il frutto della ctaca purifica l'acqua; ma la carit purifica l'anima. Prendi le tue reti, o Durga; la tua barca galleggi sul fiume; i pesci attendono.
"- Ecco la tredicesima notte della luna; l'ombra dell'elefante cade da oriente; gli spiriti degli antichi domandano miele, burro e riso bollito. Prendi le tue reti, o Durga; la tua barca galleggia sul fiume; i pesci attendono.
"- Tu darai un banchetto ai poveri, e l'amrita scorrer cos abbondante come le acque del fiume sacro; tu offrirai agli antichi la carne d'un capretto rossigno, perch i tempi delle prove sono al termine loro. Prendi le tue reti, o Durga; tredici volte le getterai. La tua barca galleggi sul fiume; i pesci attendono. -
"Durga, meravigliato, pens che fosse quello un avviso del cielo; prese le sue reti e discese, col pi robusto de'suoi figli, alle rive del Gange.
"II fanciullino li segu, ascese nella barca con essi, e dato di piglio ad un remo, si pose a dirigerla.
"Tredici volte le reti s'immersero nell'acqua, tredici volte la barca, colma fino all'orlo, dovette tornare alla riva, per deporre il frutto della pesca. Dopo l'ultima gettata, il fanciullino disparve.
"Ebbro di gioia il pescatore si affrett a portare a'suoi figli il sostentamento necessario; quindi, pensando che c'erano altri bisognosi da soccorrere, corse dai pescatori suoi vicini, dimenticando il male che gli avevano fatto, per chiamarli a parte della propria fortuna.
"- Accorsero tutti, non osando credere a tanta generosit. E Durga distribu loro immediatamente la maggior parte della sua pesca miracolosa.
"Per tutto il tempo che dur la carestia, Durga continu, non solamente a nutrire i suoi vecchi nemici, ma anche ad accogliere tutti i poverelli che correvano a lui. Il pescatore non aveva da far altro che immergere le sue reti nel Gange, perch il pesce vi si gettasse in gran copia.
"Passata la carestia, la mano del Signore continu a proteggerlo, ed egli divent cos ricco in processo di tempo, da poter innalzare del suo danaro un tempio a Brahma, sontuoso e magnifico per guisa, che i pellegrini vi accorrevano da tutte le parti del mondo, per vederlo e pregarvi il Signore.
"Non disperate, abitanti di Madura. La povert non  un delitto, n una punizione; essa  una prova. Iddio d quel che vuole, e quando vuole. Felici coloro che sanno rinunziare a tutti i beni della terra, pensando che sopra alla gioia e al dolore  un sentimento pi sublime: quello dell'uomo che affissa lo sguardo al cielo, e, aspettando di nascere in Dio, non desidera la morte, non desidera la vita, ma attende la sua ora, come un mietitore attende la sua mercede." -
Cos parl il vecchio Lacmana, riferendo le parole dei sacri volumi. E don Fernando, che non poteva astenersi dal notare certe somiglianze tra dottrine e dottrine, vide altres come fossero puri gl'insegnamenti di Crisna.
E gli chiese altre massime, che Lacmana, sentendosi invitato al suo giuoco, gli gett a piene mani. Queste, ad esempio:
"L'uomo che non sa comandare ai sensi, non  capace di adempiere il suo ufficio nel mondo.
" da rinunziare alle ricchezze e ai piaceri, quando la voce della coscienza non approva il motto con cui si conseguono.
"I mali che noi facciamo al nostro simile ci seguiranno, come l'ombra seguita il corpo.
"Come la terra nutre coloro che la calpestano, lacerandone il seno, cos noi dobbiamo rendere bene per male.
"L'uomo virtuoso  come il baniano, la cui ombra benefica spande intorno la frescura e la vita.
"L'uomo onesto dee cadere sotto i colpi dei tristi, come il tronco del sandalo, che cade profumando la scure."
Quelle massime della filosofia pi antica del mondo erano un balsamo per lo spirito infermo del Duca di Marana. Il quale, d'altra parte, andava facendo dentro di s un curioso paragone.
- Se quell'uomo, che sperava di essere utile col suo segreto ad un popolo di devoti credenti, si rassegna a vedere perduto un tesoro e a saperlo caduto in balia dei nemici di Mahadeva, e attinge nobili consolazioni nella sua stessa dottrina, perch non sarei un pochino filosofo anch'io? Un miccino di nobilt, non guasta mica, che diamine!-
L'uomo, per solito, non se ne avvede, perch non ci pensa; ma  questa nobilt di sentire, innalzata a punto d'onore, che gli fa compiere un certo numero di buone azioni nel corso della vita.
Il duca di Marana non aveva l per l nessuna buona azione da compiere; aveva solamente da padroneggiare s stesso. E per intanto quel puntiglio di nobilt valse a calmargli le bizze.
Congedatosi dal filosofo di Paravady, don Fernando fece ritorno al Sahibgar, non lieto ma calmo, e non arross punto nell'atto di ripresentarsi alla signora Laurenti.
Quella sera la donna gentile gli disse:
- Noto una cosa abbastanza singolare. Mi sembrate molto tranquillo, dopo la canzonatura di Aureng Zeb.
- Oh signora! - grid egli, con aria tra faceto e malinconica. - Se non vi rammaricate voi pel diamante perduto, perch mi lagnerei io di non aver trovato il tesoro? Del resto, che farci? - soggiunse, mettendo fuori un lungo sospiro. - Non basta desiderare i tesori, bisogna meritarli. Ed io ho avute ben altre canzonature, che questa dell'imperatore Aureng Zeb. C' un destino che mi perseguita. Vedrete, signora mia, che sar condannato a non imbroccarne pi una. Se, per esempio, domani, o doman l'altro, voi e Guido andaste...
- Dove?
- A Secanderabad, a chiedere per me la mano di miss Lawson, sono sicuro che vi risponderebbero: dolentissimi, ma la mano di nostra figlia  impegnata da ieri.
- Ah, bene! - esclam la signora Luisa, raggiante di contentezza. - Volete dunque provare?
- Non gi per mia elezione; solamente per convincervi.
- Di che cosa?
- Di ci che vi ho detto, intorno alla mia cattiva stella, al destino che mi perseguita.
- Ecco una contraddizione bella e buona; - osserv la signora; - cio, no, mi correggo; non bella, n buona.
- O dove la vedete, di grazia?
- Dove la vedo? Nelle vostre parole. Se un no dei signori Lawson ha da essere una prova della vostra sfortuna, e certo che un s basterebbe alla vostra felicit. E allora, perch dirmi che non ne fareste nulla per vostra semplice elezione? Don Fernando, amico mio, fate senno; - soggiunse la signora Luisa, assumendo un'aria di materno rimprovero; - che cosa sono queste bambinerie? Non le voglio, sapete? Infine, parliamoci chiaro;  amicizia, la nostra, o non ? Vi ho forse offeso, ier l'altro? Ho solamente ferita la vostra dignit -
- No, certo; - rispose il duca; - avete anzi fatto il contrario. Siete un angelo. E appunto perch lo siete, son triste, poich sento il dolore di allontanarmi di qui... dove vivono gli angeli.
- Ammetto il plurale; - ripigli la signora, che tornava sempre al suo tema favorito; - e appunto perch ci sono degli angeli, potete rimanere. Quella gentile fanciulla...
- Ah, signora! - interruppe don Fernando. - quella gentile fanciulla non merita che le si offra... un rifiuto.
- Anche questo  un errore. Voi non siete il rifiuto di nessuno. Cionondimeno, questa vostra delicatezza mi piace. E siccome la signorina vi andava a genio, e solamente una nuvoletta passeggiera, un capriccio, aveva leggermente offuscato quell'affetto nascente...
- Oh! - disse il duca. - Capriccio! Nuvoletta passeggiera? Protesto contro queste denominazioni arbitrarie, molto arbitrarie.
- Siano pure arbitrarie; vi proveranno che io non rinunzio all'arbitrio. Voglio cos, don Fernando; altrimenti, badate, mi fareste pena. Mio Dio, s, lo capisco e lo ammetto; valgo qualche cosa, mettiamo pure un omaggio. Siete contento? Ma siccome siamo e vogliamo apparire sinceri, vi dir che se io avessi accettato l'omaggio, mi avreste stimata meno. Rispondetemi voi, con questa medesima sincerit, non sarebbe stato cos? -
Il duca di Marana fece un atto diniego e di preghiera, ma non rispose parola. Era un dir chiaro che la signora Luisa aveva ragione. E la signora Luisa non incalz per avere una parola, dove il silenzio bastava.
- Eccola invece laggi, - ripigli la signora, - laggi a Secanderabad, la donna che amerete e stimerete ad un tempo.  bella,  buona,  degna di voi; meglio ancora, se ci pu essere qualche cosa di meglio dell'esser degna,  innamorata di voi. S'intende, - aggiunse ella, notando un atto di modestia del duca, - come pu essere innamorata una fanciulla, che ami per la prima volta in sua vita. Ora, sapete voi che cosa avverrebbe, se vi saltasse il ticchio di andarvene?
- Non ne morr certamente; - disse il duca, stringendosi nelle spalle.
- No, dite benissimo, non ne morr. Si consoler in quindici giorni, fors'anche in meno di quindici giorni. Un primo amore non  molto profondo; ma esso  la norma di tutti quelli che verranno dopo. La bella ninfa dell'Hussein Sagar perder le sue care illusioni giovanili e il suo carattere ne soffrir. Le avete usato pi cortesia che non porti il costume; vi siete lasciato andare fino a guardarla nel bianco degli occhi, e questo  grave, assai grave. Ci sono degli sguardi che valgono pi di cento discorsi. Insomma, la signorina vi piaceva, e glielo avete lasciato capire. Se andrete via, ella penser che i signori uomini sono volubili, molto volubili, troppo volubili. E da una opinione simile, formata in cos giovane et, immaginate voi, don Fernando, che cosa ne possa nascere.
- Volete dire, con questo, che io farei un servizio al mio sesso, togliendo a miss Lawson di formarsi una idea cos cattiva degli uomini?
- Certamente. Vi  lecito di prendere la cosa anche per questo verso, che ha pure la sua importanza; - disse la signora Laurenti. - Ma pensateci meglio, ve ne prego, e siate pi schietto. Che vergogna ci ha da essere per voi, gentil cavaliere, a confessarmi che l'amate un pochino? -
Il duca di Marina stette alquanto sovra pensiero; quindi rispose, facendo in due parole una gran concessione:
- L'amer. -
La signora Laurenti fece un atto d'impazienza.
- Oh, vi assicuro - ripigli prontamente il duca, - che l'amer di tutto cuore. Non ci vorr molta fatica, perch, voi l'avete detto, essa mi va a genio. Non volevo vincoli; ma lo accettar questo sar anche un modo di obbedirvi. Avendola da voi, mi sar cara; l'amer poscia per lei.
- Incominciate da questo; - replic la signora; - se no, non vado. Ma che uomo siete voi?
- Il duca di Marana vide il lampo di quegli occhi sdegnati, e non aspett il tuono.
- L'amer... l'amo, - diss'egli sollecito, - l'adoro, non voglio che lei. Va bene cos?  contenta Vostra Mercede? -
La donna gentile sorrise, a quella raffica di proteste amorose.
- Per farmi andare a Secanderabad, - diss'ella con molta gravit, - non ci voleva di meno. -


21.

Due mesi dopo quel dialogo tra la signora Laurenti e il duca di Marana...
Capisco, s, capisco, il benigno lettore va in collera. Che cos' questa fretta? Perch gli si sottraggono cos, con un colpo di mano, due mesi di storia?  un furto bello e buono; anzi, per servirci d'una frase della signora Luisa, non bello, n buono.
Lettori dell'anima mia, perdonate e lasciatemi dire la mia ragione. Perch non consentirete voi al modesto narratore di far un po'a modo suo? Egli sa il perch di questo salto a pi pari, ma non pu dirvelo cos apertamente, perch questo sarebbe come scoprire il suo gioco. Del resto, tutti i narratori fanno il comodo loro: raccontano, tacciono, sopprimono, lasciano indovinare, e questa lor maniera capricciosa  uno tra i segreti dell'arte. Nel caso suo, egli intende benissimo che questa di due mesi  una sottrazione alla vostra curiosit; ma si fa lecito di soggiungere che il pretendere una restituzione di quei due mesi sarebbe una tirannia, della quale, dopo tutto, voi sareste i primi a pentirvi.
Facciamo un passo per uno e vediamo di trovare un modus vivendi. Avrete la storia dei due mesi; ma io ve la distender, anzi meglio, ve la restringer in pochi periodi. E per cominciare, ecco qua.
Sir Giorgio Lawson e lady Evelina avevano accolta con molta soddisfazione la domanda del duca di Marana, portata loro in piena forma dai signori Laurenti. Sir Giorgio era felicissimo e lo lasciava scorgere. Miss Maud, prima interessata nella faccenda, non lo lasciava scorgere, ma era pi felice di suo padre.
Volete che mi trattenga a raccontarvi i fidati colloqui sotto la verandah, della residenza britannica, o le passeggiate romantiche a lume di luna sulle rive dell'Hussein Sagar? In verit, non ci furono colloqui n passeggiate. Don Fernando, appena accettata la sua domanda e ricevuta la sua visita di pretendente, era andato a Bombay per centomila coserelle, pi o meno necessarie al suo matrimonio. Voi lo sapete benissimo, prender moglie non  mica come sorbire un uovo fresco, che tutta la fatica sta nel trovarne uno che sia veramente fresco. Dal canto suo, miss Lawson doveva pensare al suo corredo di nozze; e la sarta, e tutta la caterva delle pronube industrie che hanno mano in un corredo di nozze, domandavano la sua attenzione, come quella di sua madre.
Dunque, niente colloqui fidati, niente passeggiate romantiche. C'era una febbrile operosit, a Secanderabad, ma sotto l'apparenza d'una quiete maggiore.
Figuratevi, mancava perfino Lionello Edgeworth. La ragione era evidente; un giovanotto non pu stare, neanche come cugino, sotto il medesimo tetto di una promessa sposa. Lionello, a dir vero, non avrebbe saputo che farsene, e sarebbe andato volentieri in qualche luogo del vicinato, magari al Sahibgar. Ma s, proprio laggi aveva fatte tante sciocchezze, che un ordine da Calcutta lo richiam in servizio, un mese prima che spirasse la sua licenza. Non si seppe da chi gli venisse quel tiro, abilmente dissimulato da certe necessit amministrative. Ma qui, tra me e voi, si pu dire che il duca di Marana non era affatto estraneo a questo provvedimento della amministrazione centrale dell'India. Don Fernando cedeva il campo, rilegava tra le ciambelle non riuscite quel suo amore di Paravady; ma non voleva ragazzi a prendere il suo posto, anche ammettendo, e, se pure volete, anche essendo certo, che tutti i Lionelli del mondo ci avrebbero fatta una figura come la sua. Quel biondino gli era un bruscolo negli occhi; bisognava che si levasse quel bruscolo.
Dicevamo dunque che due mesi dopo quel dialogo tra la signora Luisa e il duca di Marana, un altro dialogo si faceva...
Ma no, per darvi la misura giusta, bisogner soggiungere qualche altra cosuccia. Il matrimonio era stato celebrato. Miss Maud Lawson diventava di schianto S.E. la duchessa di Marana y Cueva. L'inglese diventava spagnuola, e il suo nome di Maud si allungava in Maddalena, anzi in Magdalena, per far onore a un capriccio del duca.
Guido e Luisa erano stati presenti alla cerimonia nuziale. E gli sposi, dal canto loro, erano stati a far visita al Sahibgar. Poi, come potete immaginarvi, andavano a far il loro viaggio in Europa, dovendo la giovane duchessa visitare i suoi feudi di Spagna. Avevano promesso di ritornare; intanto avrebbero scritto ai loro amici da tutte le stazioni; da Bombay, da Aden, da Cape Town, da San Vincenzo, da Cadice. Quanto a ci, credo che mantenessero la parola data; non cos quella di ritornare in India, perch sei mesi dopo (e qui, anticipo a dirittura gli eventi) anche il pretesto del ritorno mancava. Sir Giorgio Lawson, residente britannico a Secanderabad, era richiamato in patria, al Foreign Office, per passare poscia in qualit di ministro plenipotenziario a Madrid; nella quale occasione assist al battesimo di un duchino. Sicuro, di un duchino. Se nascono dei principi belli e fatti, perch non nascerebbero dei duchi?
E adesso, torniamo indietro. Due mesi dopo il colloquio del duca di Marana e della signora Laurenti, i due felici abitatori del Sahibgar si trovavano soli nel boschetto delle magnolie. Avevano veduti partire poc'anzi i due sposi, che non dovevano veder pi, malgrado le loro promesse. Si  sempre mesti, quando parte un amico, anche se questo amico vi  stato cagione di qualche piccolo rammarico. Ed erano mesti, i due abitatori del Sahibgar, ed auguravano propizi i genii della partenza agli amici.
Era una quieta mestizia, la loro, una mestizia poetica, come quando lo spirito ritorna sul passato, senza dolersi del presente. Pensavano al piccolo dramma psicologico che si era svolto intorno a loro, e di cui erano stati la involontaria cagione, essi, che vivevano cos lieti in una beatitudine senza confine, non desiderando e non vedendo di pi. Eppure, come in un campo di biade la traccia del vento, cos nelle anime loro era rimasta l'orma delle passioni e dei dolori a cui non avevano partecipato. E pensavano, tacendo, ed auguravano lieto il futuro a coloro che non avrebbero pi riveduti.
- Saranno felici; - mormor Luisa, come se continuasse un discorso gi avviato; - Maud  bella e amorosa; egli nobile e schietto.
- Per altro, - disse Guido, crollando malinconicamente la testa, - gli rimarr qualche cosa nell'anima, che egli non vorr dire, o non potr. C' sempre, negli intimi penetrali dello spirito, il luogo recondito, il sacrario, in cui si ha tema di entrare, donde vaporano le arcane fragranze e sgorgano i santi pensieri. L dentro egli terr chiusa un'immagine; senza volerlo, fors'anco senza saperlo; e di quella immagine, di quel culto involontario, inconsapevole, io sono geloso. -
La donna gentile intrecci le sue belle mani intorno al collo di Guido.
- Ed io... - gli bisbigli, - sono migliore di te.
- Come? - diss'egli, sorridendo.
- Perch io... non sono gelosa.
- Senza fatica; - not placidamente Guido. - E di chi dovresti esserlo?
- Infatti, non lo sono; - rispose la donna gentile, eludendo la dimanda. - Dovrei forse esserlo di ci che si potesse pensare e sentire, conoscendo l'amico del mio cuore? Potrei esserlo, indovinando che un'altra donna ha pensato e sentito qualche cosa che somigli a ci che ne penso e ne sento io? Alla lontana, intendiamoci, molto alla lontana; - soggiunse Luisa con una grazia adorabile. - Altri pu avere amata la tua nobilt di pensiero; io amo, io sono tutta compresa della tua bont, mio signore, della tua delicatezza di sentire. Sapete, angelo mio, - mormor la signora, con un filo di voce che non si sarebbe udito un passo pi in l, - quella vostra delicatezza che pareva freddezza, indifferenza, e dava ansa alla gente! Quasi che voi aveste dovuto, in faccia a tutti, gittarmi le braccia al collo, come ora, fissare come ora i vostri occhi ne'miei! Li vedo, sai, li vedo anche nell'ombra, i tuoi occhi azzurri profondi, mio freddo e indifferente sultano...
- Freddo come il mare, - disse Guido, - come il mare, che cela nel profondo le sue calde correnti. -
E cos dicendo, strinse contro le sue labbra la bruna testa di Luisa.
- Come  dolce la vita! Come  santa questa pace! - diss'ella. - Oh, dimentichiamo! Le fragranze della tua India sono penetranti e soavi, come sono molesti gli echi della terra donde siamo fuggiti.
- Virt dei contrasti; - osserv Guido. - Laggi le molestie e laggi il lavoro febbrile. A quel centro dobbiamo intendere con le opere nostre, perch l si formano e scorrono i succhi vitali della civilt, del progresso umano. Belle parole, non  vero? Almeno, - soggiunse egli, - pare che suonino bene. Ma, comunque sia, due anime amanti possono anche appartarsi, cercare la loro felicit nella solitudine. E la gran solitudine, la sola vera e profonda solitudine,  qui. Ascosi, ignorati, in questa pace notturna cos piena di luci fiammeggianti, che custodiscono tutte il loro alto segreto, vediamo passare il gran fiume della vita, non fidandogli altro che i fiori cadenti dalla ghirlanda della nostra giovinezza, non domandandogli altro che di obliarci, e di coprire col suo metro monotono il suono dei nostri baci; e, pel momento, del mio.
- Bel poeta, ma cattivo; - diss'ella. - Il mio non c'era, perch non volevo interrompere... il corso del fiume.-
Rimasero un lungo tratto in silenzio.
- Dio, - mormor Luisa, alzando gli occhi alla vlta azzurra, da cui Indra contempla i mortali con le sue pupille di fiamma, - Dio, poich quest'uomo vive di me, serbate la mia bellezza, perch egli mi ami sempre cos.
- A che pensa la mia regina? - disse Guido, chinando la fronte sulla testa di lei.
- Non lo indovini? Chiedo a Dio qualche cosa, gli chiedo l'eternit di quest'ora.
- Eternit! - disse Guido. - E perch no? Che cos' infine l'eternit? Intensit, si dovrebbe dire. Non siamo immortali del tutto, e parte di noi rimane alla terra. Ma ci che  spirito, essenza celeste, si sprigiona da noi, arde, si confonde, vive. Non cerchiamo pi oltre. Rammentate, mia dolce regina, i bei versi del cantico Yavana Nourvady, che vi ho letti un giorno, come li avevo tradotti dalla raccolta degli inni braminici? "Le mie orecchie non odono pi i rumori della terra; i miei occhi nuotano nelle tenebre; che m'importa del giorno e della vita, dei fiori e dei frutti, del sole che splende in alto, del rosignuolo che canta nei boschi, del fiume che scorre, della natura che ci si stende dintorno? Amo, e muoio d'amore. Ascoltami, Nourvady, mia dolce compagna, amica mia; riposa il tuo capo tra le mie braccia e inebbriami dell'amor tuo. Non udivo, e tu hai dischiuse le mie orecchie; non vedevo, e tu hai aperti i miei occhi; il mio cuore taceva, e tu l'hai fatto parlare. Amor mio, sempre con te, fino a tanto che il rosignuolo canter nei boschi, sino a tanto che il Gange volger al mare i suoi fiotti d'argento, fino a tanto che Surya illuminer de'suoi raggi il creato, fino a tanto che Brama regner, nella sua eccelsa dimora."
Cos parl Guido Laurenti. Il rosignuolo cantava, la luna splendeva, le fragranze del bosco involgevano i due amanti felici. Felici? Sicuramente. Che cosa potevano chieder di pi? dimenticati, dimenticare, era il colmo della felicit sulla terra il nirvana in due beatitudine non concepita dai sapienti dell'India che pure hanno concepite tante cose sublimi ma intesa da tutti coloro che hanno vissuto e sofferto e che vivendo volentieri perch la vita  bella chi sappia intenderne la bellezze arcane non chiedono sorrisi agli uomini n inni alla fama, n tesori a Golconda.

FINE.