STORIA DELLA COMUNICAZIONE
di MASSIMO BALDINI
Enciclopedia Tascabile "Il Sapere" edita dalla Newton Compton
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO
REVISIONE DI AMEDEO MARCHINI
INDICE:
INTRODUZIONE
1. Le tre rivoluzioni
2. Gli apocalittici e gli integrati
I. La cultura orale e il potere della memoria
1. L'oralit, la memoria e il sapere formulaico
2. Le caratteristiche della cultura orale
3. L'invenzione della poesia
II.	La cultura manoscritta o chirografica
1. La Musa impara a scrivere
2. Enmerkar, il re di Uruk
3. La superiorit dell'alfabeto greco
4. Le caratteristiche della cultura chirografica
5. Le conseguenze inintenzionali della scoperta della scrittura
6. La tenacit dell'oralit
7. Lo scriba, il volumen e il codex
8. Libri, autori, editori e lettori nel mondo antico e in quello medievale
9. Le biblioteche nell'antichit e nel Medioevo
III. La cultura tipografica
1. La scoperta di Gutenberg e la diffusione della stampa
2. Il libro stampato e il libro manoscritto
3. Le caratteristiche della cultura tipografica
4. Autori e lettori
5. Le conseguenze inintenzionali della stampa
6. La stampa, la nascita del capitalismo, la Riforma protestante
e la rivoluzione scientifica
7. Dagli avvisi a mano ai giornali
IV. La cultura dei media elettrici ed elettronici
1. Il villaggio planetario
2. Il mondo della comunicazione e le innovazioni tecnologiche
del 19esimo e del 20esimo secolo
3. I mass media e il pericolo della telecrazia
4. La nascita dell'ipertesto
5. Morte e resurrezione del libro
6. La televisione  una ladra di tempo, una serva infedele
e una cattiva maestra
7. Il computer e la galassia dei nuovi media
Cronologia
Bibliografia

INTRODUZIONE
Le societ sono sempre state plasmate pi dalla natura dei media attraver-
so i quali gli uomini comunicano che non dal contenuto della comunica-
zione. (...) L'alfabeto e la stampa favoriscono e incoraggiano un processo
di frammentazione, un processo di specializzazione e di distacco. La tec-
nologia elettrica favorisce e incoraggia l'unificazione e l'interessamento.
 impossibile capire i mutamenti sociali e culturali senza una conoscenza
del funzionamento dei media. MARSHALL MCLUHAN.
1. Le tre rivoluzioni.
Gli studiosi dei problemi connessi alla sfera della comunicazio-
ne da McLuhan a Ong, da Innis ad Havelock, per fare soltanto
alcuni nomi, hanno sottolineato unanimemente il fatto che i me-
dia, attraverso i quali gli uomini comunicano, influenzano il loro
modo di pensare e anche, quindi, direttamente e indirettamente
le societ in cui essi vivono.
Se volgiamo lo sguardo sul passato prossimo e sul passato re-
moto del mondo della comunicazione vediamo che tre sono state
le rivoluzioni pi importanti che si sono susseguite nel tempo, e
cio: la rivoluzione chirografica (in seguito all'invenzione della
scrittura avvenuta nel quarto millennio a.C.), la rivoluzione guten-
berghiana (in seguito all'invenzione della stampa che ebbe luogo
intorno alla met del quindicesimo secolo) e la rivoluzione elettri-
ca ed elettronica (in seguito all'invenzione del telegrafo e, succes-
sivamente, della radio e della televisione).
Alla luce degli strumenti di comunicazione che sono stati di vol-
ta in volta utilizzati, possiamo distinguere almeno quattro tipi di
culture che si sono succedute nel corso degli ultimi sei millenni:
la cultura orale (che fa uso, per trasmettere le conoscenze, solo
della parola parlata), la cultura manoscritta o chirografica, dal greco 
kheir = mano e graphon = scritto (che adopera quella tecno-
logia silenziosa della parola che  la scrittura), la cultura tipogra-
fica (che fonda la trasmissione del sapere sul libro stampato) e,
infine, la cultura dei media elettrici ed elettronici (nella quale le in-
formazioni vengono inviate, in modo sempre pi rapido e dilu-
viale, attraverso mass media quali la televisione e la radio).
La conseguenza pi vistosa di queste rivoluzioni  stata quella
di far circolare le informazioni a una velocit sempre maggiore
(oggi volano alla velocit della luce) e a costi via via pi bassi. 
Inoltre, le rivoluzioni in questione si sono succedute nel tempo con
ritmi sempre pi raccorciati: infatti, mentre tra l'invenzione del-
la scrittura e l'invenzione della stampa sono passati circa cinque-
mila anni, tra l'invenzione della stampa e la rivoluzione dei me-
dia elettrici non sono intercorsi neppure quattro secoli. E quel
che  pi rilevante sembra che la nostra era sia caratterizzata da
un vero e proprio fregolismo dei media. Infatti, se il libro dal
Cinquecento ai nostri giorni non ha cambiato sostanzialmente
aspetto, di contro la televisione negli ultimi trent'anni ha subito
radicali cambiamenti divenendo, grazie a una serie di gadget tecnologici, 
anche, ad esempio, un visore di foto o di film, che gli
utenti possono aver registrato in proprio grazie allo stesso appa-
recchio televisivo oppure essere stati acquistati sul mercato.
2. Gli apocalittici e gli integrati
Ogni qualvolta si  verificata una delle rivoluzioni sopraricor-
date gli uomini si sono divisi in due fazioni l'un contro l'altra 
armata: da un lato quella degli apocalittici e dall'altra quella degli
integrati. Si sono, cio, divisi tra coloro che ritenevano che l'intro-
duzione di una nuova tecnologia nella comunicazione, fosse essa
la scrittura, la stampa o il computer, avrebbe arrecato alla societ 
e agli uomini solo danni irreparabili e coloro che, di contro, af-
fermavano che da essa sarebbero venuti solo e soltanto dei bene-
fici. Tanto gli apocalittici quanto gli integrati sono, come scrive
Neil Postman, degli zelanti profeti con un occhio solo; essi ve-
dono solo ci che vogliono vedere non rendendosi conto che
ogni tecnologia  al tempo stesso un danno e una benedizione;
non  l'una cosa o l'altra,  l'una cosa e l'altra.
(NEIL POSTMAN, Technopoly. La resa della cultura alla tecnologia, 
trad. it., Torino, Bollati Boringhieri, 1993, p. 12.)
Il primo apocalittico, in merito a una rivoluzione nella sfera del-
la comunicazione, di cui ci  giunta notizia  il filosofo greco Platone. 
Egli, infatti, fu tra i primi, come risulta da un celebre passo
del Fedro ad accorgersi che la scrittura avrebbe cambiato la mente 
degli uomini e che tale cambiamento, marginalizzando la me-
moria, sarebbe stato irrimediabilmente un cambiamento in peggio.
Nel Fedro Platone racconta la storia di Thamus, re di una grande 
citt dell'alto Egitto, che aveva invitato Theuth, un dio autore
di svariate invenzioni, tra cui i numeri, il calcolo, la geometria,
l'astronomia e l'alfabeto. Arrivato a corte Theuth illustr le sue
invenzioni al re Thamus.
Il re - narra Socrate a Fedro - gli domand quale fosse l'utilit di 
ciascuna di quelle arti e, mentre il dio gliela spiegava, a seconda 
che gli sembrasse che dicesse bene o non bene, disapprovava oppure lodava. 
A quel che si narra, molte furono le cose che, su ciascun'arte, Thamus 
disse a Theut in biasimo o in lode e per esporle sarebbe necessario un 
lungo discorso. Ma quando si giunse alla scrittura, Theuth disse. Questa 
conoscenza, o re, render gli egiziani pi sapienti e pi capaci di 
ricordare, perch con essa si  ritrovato il farmaco della memoria 
e della sapienza.
E il re rispose: O ingegnosissimo Theuth, c' chi  capace di creare le 
arti e chi  invece capace di giudicare quale danno o quale vantaggio ne
ricaveranno coloro che le adopereranno. Ora tu, essendo padre della 
scrittura, per affetto hai detto proprio il contrario di quello che essa 
vale. Infatti, la scoperta della scrittura avr per effetto di produrre la 
dimenticanza nelle anime di coloro che la impareranno, perch fidandosi 
della scrittura si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante segni 
estranei, e non dal di dentro e da s medesimi: dunque tu hai trovato non 
il farmaco della memoria, ma del richiamare alla memoria.
Della sapienza, poi, tu procuri ai tuoi discepoli l'apparenza e non la verit
infatti essi, divenendo per mezzo tuo uditori di molte cose senza 
insegnamento crederanno dl essere conoscitori di molte cose, mentre come 
accade per lo pi in realt, non le sapranno; e sar ben difficile 
discorrere con essi, perch sono diventati portatorl di opinioni invece 
che sapienti.
(PLATONE, Fedro, trad. it. di Giovanni Reale, Milano, Rusconi, 199l, 
pp. lS9 e 161.)
Platone, pertanto, atribuisce al nuovo medium costituito dalla
scrittura conseguenze nefaste. L'alfabeto, sostiene egli in sintesi,
nuocer alla memoria e creer un falso sapere. La chiarezza e la
compiutezza, egli afferma, sono proprie dell'oralit, non della
scrittura. Mentre l'oralit procura agli uomini la verit, la scrittura
consente loro di attingere solo l'apparenza della verit. La
scrittura serve a chi gi sa, ma per chi deve imparare la via regia
 quella dell'oralit dialettica, vale a dire l'insegnamento diretto
del maestro.
A suo avviso, tra l'altro, il filosofo non deve mai affidare alla
scrittura tutto ci che pensa, ma riservare all'oralit le cose che
per lui sono le pi importanti, le pi alte. All'epoca di Platone -
nota lo storico della filosofia Giovanni Reale - stava giungendo a
termine una rivoluzione culturale con il sopravvento della scrittura, 
il cui affermarsi era iniziato gi nel secolo quinto a.C. Ebbene,
Platone cerca di ridurre proprio il ruolo, la funzione e la portata
della scrittura schierandosi in difesa dell'oralit. Ma nel far ci,
come faranno tutti gli apocalittici che verranno dopo di lui, cade
in contraddizione. Infatti, affida alla scrittura le sue argomenta-
zioni in difesa della superiorit dell'oralit.
Nelle pagine che seguono illustreremo le caratteristiche pi im-
portanti delle varie culture: orale, chirografica, gutenberghiana
e quella dei media elettrici ed elettronici. In breve, mostreremo
come l'uomo sia passato dalla selce al silicio o, se si vuole, dal 
testo all'ipertesto.

I. La cultura orale e il potere della memoria
Gli alfabetizzati riescono ad immaginare solo con grande sforzo come sia
una cultura orale primaria, che non conosce affatto la scrittura, n la 
pensa possibile. Provate ad immaginare una cultura in cui nessuno ha mai
cercato una parola in un dizionario. (...) Senza la scrittura, le parole
come tali non hanno una presenza visiva, anche quando gli oggetti che
rappresentano sono visibili; esse sono soltanto suoni che si possono ri-
chiamare, ricordare. WALTER J. ONG
1. L'oralit, la memoria e il sapere formulaico
Per millenni l'uomo ha trasmesso le proprie conoscenze con il
solo strumento della voce. Le informazioni passavano di bocca in
bocca e procedevano a velocit pedonale. L'uomo che vive in una
cultura orale primaria, in una cultura cio che non conosce la scrit-
tura, non possiede documenti, ma ha solo la memoria. Egli sa
solo ci che ricorda e per ricordare ha bisogno di formule come
ausili mnemonici. Un uomo siffatto ha una relazione con le parole 
profondamente diversa dalla nostra, egli sara pi un uditivo che
un visivo. Tra i suoi sensi l'orecchio sar quello considerato pi
importante.
In una cultura in cui non esistono n testi scritti a mano n
stampati, il sapere deve essere organizzato in modo tale da essere 
facilmente mandato a memoria. In tali culture, cio, occorre
articolare le conoscenze in pensieri memorabili. In altre parole,
come scrive Ong, il pensiero deve nascere all'interno di moduli
bilanciati a grande contenuto ritmico, deve strutturarsi in ripeti-
zioni e antitesi, in allitterazioni e assonanze, in epiteti ed espres-
sioni forrnulaiche, in temi standard, in proverbi costantemente
uditi da tutti e che sono rammentati con facilit, anch'essi formu-
lati per un facile apprendimento e ricordo e, infine, in altre forme 
a funzione mnemonica. Il pensiero  intrecciato ai sistemi mnemonici, 
i quali determinano anche la sintassi.
(WALTER J. ONG, Oralit e scrittura. Le tecnologie della parola, trad. it.
di AIessandra Calanchi, Bologna, Il Mulino, 1986, pp. 62-63.)
Nelle culture orali primarie, dunque, i pensieri devono essere
espressi in versi o in una prosa molto ritmica? in quanto il ritmo
aiuta la memoria anche da un punto di vista flsiologico. Jousse ha
mostrato l'intimo legame esistente fra modelli ritmici orali, il pro-
cesso respiratorio, i gesti e la simmetria bilaterale del corpo umano 
nelle antiche parafrasi aramaiche e greche del Vecchio Testamento e 
anche nell'ebraico antico. (Ibidem, p. 63)
Si racconta che alcuni Padri del deserto, quei monaci che dal III
al VI secolo dopo Cristo si ritirarono nell'Alto Egitto, nei deserti
della Siria e della Palestina, conoscessero a memoria l'Antico e il
Nuovo Testamento nella loro interezza. Vero  che essi passavano 
la vita ruminando, meditando cio in continuazione, brani
della Scrlttura, ma tale loro incredibile (per i parametri odierni)
performance mnemonica era resa possibile anche dal fatto che il
testo sacro era stato trasmesso per secoli oralmente; era, in breve,
un racconto ritmato, strutturato in modo da essere facilmente 
memorizzabile. Queste caratteristiche della Bibbia si sono
perdute con le traduzioni nelle lingue moderne.
Nelle culture orali primarie il sapere finisce con l'essere trasmesso 
attraverso formule, frasi fatte, proverbi, massime, in breve finisce 
con l'essere un sapere veicolato in espressioni verbali essenziali o,
per meglio dire, quintessenziali. Frasi, proverbi e massime del tipo 
Rosso di sera bel tempo si spera, Divide et impera, Sbagliare  
umano perdonare  divino, Il lupo perde il pelo, ma non il vizio, 
Buona  la mestizia pi del riso, perch un triste aspetto fa buono 
il cuore (Ecclesiaste 7,3) sono reperibili anche in opere a stampa, 
tuttavia nelle culture orali esse non sono occasionali, formano la 
sostanza stessa del pensiero. Senza di loro  impossibile un pensiero 
che abbia una qualche durata, poiche esse lo costituiscono. (Ibidem p. 63)
Nelle culture orali primarie, dunque, la memoria occupa un ruolo
centrale tra i poteri della mente e le persone pi sapienti sono
quelle che posseggono una memoria di ferro. La memoria  la
custode dell'intero sapere che  sempre espresso in massime formulaiche.
Del resto, in una cultura orale pensare in termini non
formulaici, non mnemonici, se anche fosse possibile, sarebbe una
perdita di tempo, poich il pensiero, una volta formulato, non
potrebbe pi essere ricordato se non con l'aiuto della scrittura.
Per quanto raffinata non sarebbe perci conoscenza duratura
ma pensiero fuggevole. (Ibidem p. 64)
2. Le caratteristiche della cultura orale
Una cultura orale possiede caratteristiche particolarissime che
appaiono decisamente insolite a chi si  formato nella galassia 
Gutenberg o vive nel mondo della parola elettronica. L'uomo del-
l'oralit primaria ha con la dimensione storica e con la sfera del
sacro, con gli altri e con se stesso, con il linguaggio e con la poesia
rapporti diversi da quelli che hanno gli uomini della parola scritta.
Per cercare di ricostruire l'universo culturale e comunicativo
delle societ orali prenderemo in esame, rifacendoci agli studi di
Ong, alcune delle loro caratteristiche di fondo.
a. L'orecchio  il senso pi importante. I sensi dell'uomo della cul-
tura orale sono tra loro in un rapporto gerarchico che  diverso
dal nostro. L'uomo che non conosce la scrittura vive nel mondo
magico dell'orecchio e non in quello neutro della vista. In altre
parole, per lui il senso pi importante  l'udito,  questo infatti il
senso privilegiato con cui viene in contatto con l'intero sapere
della sua cultura. Ma il mondo dell'orecchio , come nota McLuhan, 
un mondo caldo e iperestetico mentre il mondo dell'occhio  relativamente 
freddo e neutro.
(MARSHALL MCLUHAN, La galassia Gutenberg. Nascita dell'uomo tipografico, 
trad. it. di Stefano Rizzo, Roma, Armando, 1976, p. 43.)
L'uomo biblico, ad esempio,  per antonomasia l'uomo dell'ascolto. 
Nell'Antico Testamento il verbo ascoltare ricorre da cinque a sei
volte pi frequentemente del verbo vedere. Dio si manifesta all'uomo 
nella parola. Il Dio dell'Antico Testamento  l'invisibile, ma non 
l'inudibile. Jahv (Jhwh) non si  rivelato ad
Israele facendogli vedere il suo volto, ma facendogli udire la sua
voce. Nessuna delle cosiddette "visioni" teologiche dell'Antico
Testamento ha mai la pretesa di descriverci realmente il volto di Dio. 
Al contrario, lo si vede solo di spalle (Es. 33,23) o lo si vede
solo dai piedi in gi (Es. 24,10) o se ne intravede appena il lembo
del vestito (Is. 6,1): tutte espressioni figurate, e forse anche sot-
tilmente ironiche, per affermare precisamente l'impossibilit della 
visione.
La religione biblica, dunque,  una religione centrata sull'ascolto. 
L'uomo pio  colui che  in ascolto. Ascoltare e credere costi-
tuiscono quasi uno stesso atto. In breve, le culture non-letterate
sono caratterizzate da una prepotente tirannia dell'orecchio sull'occhio
e da una gerarchia tra i sensi che appare insolita per
chi vive nelle culture chirografiche e ancor di pi per chi si  
formato nella galassia Gutenberg.
b. La comunicazione orale privilegia la paratassi. Il pensiero e i
processi comunicativi delle culture orali sono caratterizzati da uno
stile paratattico, cio da una costruzione del periodo essenzial-
mente fondata sulla coordinazione. Un esempio celebre di questo
stile  fornito dal racconto della creazione contenuto nella
Genesi. Se ci volessimo mantenere il pi vicino allo stile del testo
ebraico originario dovremmo cos tradurne i primi cinque versetti: 
All'inizio Dio cre i cieli e la terra. E la terra era sgombra
e vuota, e le tenebre stavano sulla superficie del mare; e lo spirito
di Dio si muoveva al di sopra delle acque. E Dio disse: Sia la luce.
E fu la luce. E Dio vide che la luce era buona; e separ la luce dalle
tenebre. Ed egli chiam la luce Giorno, e le tenebre Notte; e ci fu
sera e mattina, un giorno.
In effetti i traduttori moderni, che sono portatori di una ben ra-
dicata sensibilit linguistica chirografica e tipografica, sopprimono 
molte delle e poste all'inizio delle varie frasi (ben nove nella 
versione soprariportata) e sono soliti fornirci una versione di
questo tipo: All'inizio Dio cre i cieli e la terra, la terra era una
terra desolata e senza forma, e le tenebre coprivano gli abissi, mentre 
un vento potente soffiava sulle acque. Allora Dio disse. "Vi sia
luce", e vi fu luce. Dio vide com'era buona la luce. Dio allora separ 
la luce dalle tenebre. Dio chiam la luce "giorno" e le tenebre le 
chiam "notte". Venne cos la sera, e poi il mattino, ed era
i1 primo giorno.
Come si pu notare le molte e sono state sostituite da una serie 
di connettivi logici (quando, allora, mentre, cos) che
creano un flusso narrativo contraddistinto dalla subordinazione 
analitica e ragionata tipica della scrittura.
c. La comunicazione orale ama la ridondanza. Chi comunica oralmente 
deve procedere a velocit pedonale sui sentieri della parola e 
con un incedere zigzagante, attraverso cio una frequente
ripetizione di ci che ha gi detto. Di fatto l'espressione orale deve
essere ridondante poich la ripetizione serve in sostanza a man-
tenere saldamente sul tracciato sia l'oratore che l'ascoltatore.
In primo luogo, la ridondanza  incoraggiata dall'esigenza che
ha l'oratore di continuare a parlare mentre pensa. E nell'espres-
sione orale, sebbene una pausa possa essere d'effetto, l'esitazione 
 sempre svantaggiosa, per questo  meglio ripetersi, con abilit 
se possibile, piuttosto che smettere semplicemente di parlare, 
mentre con la mente si va in cerca di un'altra idea.
Inoltre la ridondanza  favorita anche dalle condizioni fisiche
dell'espressione orale, cio dall'avere dinanzi un pubblico nume-
roso, nel qual caso essa  effettivamente pi marcata che nella
maggior parte delle conversazioni fra due interlocutori. In un pub-
blico numeroso non tutti capiscono ogni parola dell'oratore, magari 
solamente per problemi acustici. Per cui gli torna a vantaggio 
ripetere pi o meno la stessa cosa due o tre volte.
d. Lo stile orale predilige il tono agonistico. La verbalizzazione orale
 una verbalizzazione che porta le stimmate dell'agonismo. In
tutte le societ a cultura orale le produzioni verbali sono centrate, 
in genere, su dinamiche agonistiche. In tali culture si ama scon-
trarsi verbalmente attraverso l'insulto reciproco, lo sbeffeggia-
mento, il vituperio verbale, ma anche talora ci si pu esibire in lodi
che suonano tremendamente esagerate ai nostri orecchi.
Del resto, in una cultura orale, la stessa conoscenza non  mai
astratta, ma  sempre vicina all'esperienza umana ed , quindi,
situata perennemente in un contesto di lotta. In queste culture,
i proverbi e gli indovinelli non vengono usati semplicemente per
immagazzinare conoscenza, ma anche per impegnare gli altri in
una battaglia intellettuale e verbale: pronunciare un proverbio o un
indovinello significa sfidare gli ascoltatori a rispondere con un altro
pi appropriato, o con uno che lo contraddica. Il vantarsi del proprio
coraggio e/o il sarcasmo sul nemico sono atti che regolar-
mente ricorrono nella narrativa orale, basti pensare a quanto
accade nell'Iliade o nella Bibbia (ad esempio fra Davide e Golia).
e. La cultura orale  conservatrice e tradizionale. Le societ a cul-
tura orale sono societ magiche e tribali, in breve societ chiuse,
societ fortemente conservatrici e tradizionali in cui la critica, il
miglioramento o l'innovazione non vengono favorite, ma guardate 
con diffidenza e spesso osteggiate. I motivi di questa propensione 
alla difesa della tradizione sono molteplici, ma tra i principali 
va posto quello inerente ai processi comunicativi propri di tale cultura.
Infatti, poich in una cultura a oralit primaria una conoscenza 
concettualizzata che non venga ripetuta ad alta voce svanisce
presto, le societ che su di essa si basano devono investire molta
energia nel ripetere pi volte ci che  stato faticosamente imparato 
nel corso dei secoli. Questa esigenza crea una mentalit altamente 
tradizionalista e conservatrice che, a ragion veduta, inibisce la
sperimentazione intellettuale. La conoscenza  preziosa
ed  arduo raggiungerla, per cui la societ tiene in gran conside-
razione i vecchi saggi che si specializzano nel conservarla, che co-
noscono e possono raccontare le storie dei giorni che furono. La
scrittura e ancor pi la stampa, immagazzinando la conoscenza
al di fuori della mente, degradano invece l'immagine dei vecchi
saggi, semplici ripetitori del passato, in favore dei pi giovani 
scopritori di cose nuove.
f. La cultura orale  enfatica e partecipativa. L'uomo moderno assiste 
a concerti e spettacoli cinematografici tenendosi il pi pos-
sibile immobile e silenzioso: solo al termine, a meno che l'esecu-
zione non sia pessima o il film orribile, esprime la propria appro-
vazione o disapprovazione con gesti in genere composti, ma l'uomo 
della cultura orale non  in grado di offrire una performance
cos distaccata e oggettiva, egli tende sempre a una partecipazione
empatica, a una immedesimazione totale. Gli uomini della cul-
tura orale, pertanto, sono un pubblico pi caldo e rumoroso del
pubblico della cultura tipografica. Essi sono soliti ascoltare con
la piena fioritura dei sensi e sono disposti a lasciarsi coinvolgere
totalmente da colui che parla o che canta.
g. La cultura orale  una cultura omeostatica. L'imparare a memoria
 un processo faticoso che richiede tempo ed esercizio, per
questo nelle culture orali, in cui molte sono le cose da mandare a
mente, si tende a eliminare sistematicamente tutto ci che non
ha nessun rilievo per il presente. In altre parole, l'uomo della cul-
tura orale vive sotto la tirannia del presente. Ricorda solo ci che
 utile per la sua esperienza quotidiana. Egli non ha nei confronti
della verit storica la nostra stessa sensibilit, in quanto l'inte-
grit del passato  sempre subordinata alle esigenze del presente.
Ecco perch parti scomode o non pi attuali del passato
vengono ben presto dimenticate, immolate sull'altare della quotidianit.
A livello linguistico, tutto ci comporta che in quelle culture so-
pravvivano solo le parole che sono di uso quotidiano e che termini 
arcaici possano rimanere in circolazione solo se entrano a far
parte del vocabolario specializzato dei poeti. Ma anche in questo
caso esse rimangono in vita sin quando vengono quasi quotidia-
namente usate, altrimenti anch'esse sono destinate a svanire.
h. L'uomo dell'oralit pensa in modo situazionale pi che in modo
astratto e analitico. Quanto la scrittura abbia cambiato il modo di
pensare dell'uomo  stato evidenziato in modo esauriente da alcune 
ricerche compiute da Lurija e da alcuni suoi collaboratori
su contadini illetterati o su persone a bassa alfabetizzazione che
vivevano nelle aree pi remote dell'Uzbekistan e della Kirghizia.
Queste ricerche furono compiute all'inizio degli anni Trenta e
sono contenute nel volume Storia sociale dei processi cognitivi. 
(A. R. LURIJA, Storia sociale dei processi cognitivi, Firenze, 
Giunti-Barbera, 1976)
Da esse emerge che una cultura orale semplicemente non riesce a
pensare in termini di figure geometriche, categorie astratte, logica 
formale, definizioni, o anche descrizioni inclusive o auto-analisi 
articolate che derivano tutte non semplicemente dal pensiero
in s ma dal pensiero condizionato dalla scrittura.
Un giovane contadino illetterato posto da Lurija davanti a una
serie di disegni che raffiguravano un martello, una sega, un ceppo 
e una accetta e invitato a raggruppare quelli che erano simili
fra loro non riusc a riunirli secondo categorie astratte 
(ad esempio quella degli strumenti), ma solo secondo situazioni pratiche. 
Pertanto, egli rispose dicendo che erano tutti simili, la sega segher
il ceppo, l'accetta lo romper in piccole parti. Se bisogna buttar
via qualcosa, butto l'accetta che serve meno della sega. E guando 
gli si fece notare che i primi tre erano degli strumenti egli 
persistette nel pensiero situazionale affermando ancora: S, ma anche 
se abbiamo gli strumenti ci vuole il legno, senza di esso non si
costruisce niente.
Le regole legali, infine, nella cultura orale non vengono mai pre-
sentate in enunciati universali, in princpi generali, ma attraverso
la creazione di una situazione esistenziale concreta. Dalla bocca
dell'uomo orale non uscir mai un enunciato del tipo: L'assassinio  
definito un crimine ed  punibile con la pena di morte, egli
tender a presentarlo come un caso concreto (Se un uomo uccide un 
altro uomo, sar a sua volta ucciso). Mentre, nei contesti
religiosi la norma etica  rivolta ai destinatari sotto forma di un 
comandamento personalizzato della divinit: Tu non ucciderai.
(ERIC A. HAVELOCK, Dike. La nascita della coscienza, Bari, Laterza, 1981)
3. L'invenzione della poesia
Le societ non-alfabetizzate non necessariamente sono societ
rozze e primitive, infatti, come sostengono numerosi storici, alcune 
di esse hanno avuto anche una cultura estremamente raffinata, basti 
pensare alla Grecia che tra il 1100 e il 700 a.C. non era
alfabetizzata, ma che proprio in questi secoli invent le prime
forme di quella organizzazione sociale e di quelle conquiste arti-
stiche che fecero la sua gloria: dalla costituzione di quegli ag-
glomerati sociali conosciuti come poleis, le citt-Stato, all'inven-
zione e al perfezionamento dello stile geometrico nella decorazione.
Certo  che la cultura orale  una cultura pi povera sul piano
della comunicazione della cultura chirografica o di quella dei
media elettronici, in quanto  priva di quelle tecnologie della
parola che consentono di leggere e di scrivere, di trasmettere e di 
ricevere. In tale cultura si pu solo parlare e ascoltare. Tra l'altro
le informazioni e le conoscenze in una cultura orale sono affidate 
a mezzi fragili: la voce dell'uomo e la sua memoria, come riconosce 
anche una nota massima: verba volant, scripta manent (le parole volano, 
ma ci che  scritto rimane).
Per ovviare a tale fragilit gli uomini dell'oralit escogitarono
una serie di strumenti tra cui numerosi aides-mmoire. Tra questi
i pi raffinati erano i quipu incaici, che erano formati da un cordone 
principale dal quale pendevano cordicelle, di colori e lunghezze 
diverse, costellate di nodi. Ogni colore corrispondeva a
un soggetto preciso, i nodi esprimevano un valore numerico. I
quipu relativi a leggi erano conservati in una stanza del palazzo
reale. Nel regno inca i tributi delle varie province, la produzione
agricola, la successione sul trono dei vari sovrani, tutto era archi-
viato accuratamente mediante i quipu, alla cui lettura, di genera-
zione in generazione, alcuni giovani, sin dalla loro pi tenera et,
venivano educati.
Tuttavia, questi raffinati aides-mmoire erano per pochi specia-
listi, a disposizione della popolazione c'erano altri mezzi di pi 
facile uso. Le societ a cultura orale, infatti, erano riuscite a risol-
vere il problema connesso alla trasmissione del loro sapere grazie 
a una scoperta fondamentale: esse avevano imparato a costruire 
contenitori verbali ritmici e formulaici. In breve, avevano
scoperto la poesia e di essa avevano fatto uno strumento essen-
zialmente funzionale alla conservazione delle conoscenze e alla
trasmissione, da una generazione all'altra, dell'intero loro sapere.
In particolare, le societ a cultura orale riuscirono a conservare
una memoria sociale collettiva associando la poesia alla musica e
alla danza. Nella civilt moderna si verifica una situazione simile
a quella presente nella cultura orale nel caso dei testi delle canzoni 
di successo che finiscono con l'imprimersi nella mente del
grande pubblico popolare grazie alla loro ossessiva e piacevole ripetizione.
Di fatto; anche nella cultura orale la tecnica pi comune per tra-
smettere la tradizione era quella della ripetizione. La poesia epi-
ca veniva recitata da cantori professionisti, ma anche da adulti e
anziani, da bambini e da adolescenti e ci avveniva durante i ban-
chetti, all'interno della famiglia, a teatro e sulla piazza del mer-
cato. Per mantenere viva la tradizione, la memoria doveva essere
esercitata continuamente e consolidata a ogni passo dalla pressione sociale.
Lo scopo, dunque, della poesia nella Grecia arcaica, si pensi ai
poemi omerici (Iliade e Odissea), non era tanto quello di raccon-
tare una storia, ma quello didattico-pedagogico. Per noi il poeta
 un artista, ma per l'uomo greco era, in primo luogo, un educa-
tore, le cui produzioni verbali erano uno strumento di conser-
vazione sia di consuetudini familiari e appropriate, sia di abitudini 
e di atteggiamenti degni e accettabili.
Omero  stato, a detta di due grandi filosofi greci Senofane ed
Eraclito, il pi grande educatore della Grecia ed  rimasto tale
anche per molti secoli dopo l'introduzione della scrittura. L'Odissea 
era vista come un magazzino della memoria, come un'enciclopedia tribale,
come una sorta di manuale in versi e non gi in primo luogo come un'opera
di invenzione poetica ossia come un'opera d'arte. Del resto, l'Iliade  
elogiata, in un dialogo platonico, per i consigli che offre circa le corse 
delle bighe.
Il cantore epico trasmetteva, in modo piacevolissimo, ai suoi
ascoltatori l'intero sapere giuridico, storico, religioso e tecnologico 
del proprio tempo. Il primo libro dell'Iliade, ad esempio, 
un sintetico manuale sulle corrette pratiche della marineria. Nel
riferire l'arrivo in patria della bella Criseide il poeta cos canta:
Essi dunque, come giunsero al porto acqua profonda,
raccolsero le vele, le deposero nella nave nera?
l'albero spinsero al suo cavalletto, allentando i cavi
in fretta, e verso l'ormeggio avanzarono a forza dl remi;
fuori gettaron le pietre forate e legarono il cavo di poppa,
fuori essi pure uscirono sopra la ghiaia marina,
fuori trassero l'ecatombe per Apollo che lungi saetta,
fuori usc Criseide dalla nave che va sopra il mare.
In questo passo, come nota Havelock, le varie fasi del corretto
sbarco sono elencate nettamente e chiaramente. Primo: si giunge in porto; 
secondo: si avvolgono le vele; terzo: si abbassa l'albero; quarto: si 
raggiunge la riva a remi; quinto: si ancora la poppa in acqua profonda; 
sesto: si scende dalla nave (dalla parte di prua);
settimo: si scarica la nave; ottavo: si sbarca la passeggera.
Nel mondo greco, a lungo, la poesia omerica  stata l'unico veicolo 
di comunicazioni importanti e significative. Essa venne chiamata 
a fissare e a salvaguardare l'apparato sociale e i meccanismi di 
governo e di addestramento al comando e all'amministrazione (...) 
Questa stessa poesia era essenziale per il sistema educativo da cui 
l'intera societ dipendeva per la sua continuit e coerenza. Ad essa 
facevano riferimento tutti gli affari pubblici,
tutte le transazioni rette da norme generali. Il poeta era in primo
luogo (...) l'erudito e il giurista della societ e soltanto in senso
secondario il suo artista e intrattenitore.
(ERIC A. HAVELOCK, Cultura orale e civilt della scrittura. Da Omero a 
Platone, Bari, Laterza, 1983)
Da quanto abbiamo detto  facile intuire che il poeta nella Grecia 
arcaica, ma anche in quella di Platone, esercitava un fortissimo 
controllo culturale sulla societ, controllo che venne meno
poco a poco con l'introduzione della scrittura e che per noi  
difficilmente immaginabile in quanto oggi la poesia non fa pi parte
dell'attivit di tutti i giorni.
Nel ventesimo secolo, scrive Havelock, non ci mettiamo improvvisamente 
a parlare in poesia per sgridare i nostri figli o per
dettare una lettera o raccontare una barzelletta, tanto meno per
impartire ordini o per emanare direttive. Eppure nella situazione 
della Grecia durante la fase preletteraria, proprio questa cosa
era possibile. Almeno, il solco tra la poesia e la prosa non era cos
profondo come per noi. L'intera memoria di un popolo era di
tipo poetico, e questo fatto esercitava un controllo costante sul
modo in cui esso si esprimeva nel parlare quotidiano. In breve, 
nel mondo greco preplatonico avevano i ritmi del discorso
poetico anche i cataloghi di armature, le comunicazioni diplomatiche 
e persino quelle quotidiane.
Contro la poesia epica come strumento didattico si scagli Platone in 
vari libri della Repubblica. I motivi di tale rifiuto sono
presto detti: la poesia era accusata dal filosofo ateniese di essere
una imitazione della realt di secondo grado, una imitazione che
per di pi favoriva negli ascoltatori una ricezione puramente
mnemonica, una totale identificazione con la materia recitata,
una completa perdita dell'obiettivit e un atteggiamento mentale 
decisamente acritico. Il poeta per Platone paralizzava l'intel-
letto degli ascoltatori e, quindi, la poesia finiva con l'essere una
specie di veleno per la mente e una nemica della verit.
Questa polemica platonica  la spia del conflitto che stava 
insorgendo nella cultura greca tra il canto, la recitazione e l'appren-
dimento mnemonico da un lato e la lettura e la scrittura dall'altro.
A partire da Platone i processi di apprendimento messi in atto
dalle societ sarebbero stati caratterizzati da una minor quantit
di piacere, se  vero, come  vero, che nella cultura orale esisteva
un'intima connessione tra l'istruzione da un canto e il piacere
sensuale dall'altro. Lettura e scrittura solo per pochissimi 
costituiranno nei secoli successivi un'esperienza anche sensuale.

II. La cultura manoscritta o chirografica
Ma sopra tutte le invenzioni stupende, quale eminenza di mente fu quella
di colui che si immagin di trovare modo di comunicare i suoi pi recon-
diti pensieri a qualsivoglia altra persona, bench distante per lunghissimo
intervallo di luogo e di tempo? (...) Con i vari accozzamenti di venti 
caratteruzzi sopra una carta. Sia questo il sigillo di tutte le ammirande 
invenzioni umane. GALILEO GALILEI
1. La Musa impara a scrivere
L'Homo sapiens  vissuto sulla Terra, nella versione pi ottimi-
stica, cinquantamila anni fa, mentre il primo esempio documen-
tato di scrittura ha fatto la sua comparsa solo seimila anni fa, intorno 
cio alla met del quarto millennio a.C. Il merito di aver
inventato la scrittura va ai Sumeri che si erano insediati nella 
Mesopotamia. Gli Egizi inventarono il loro sistema di scrittura 
intorno al 3000 a.C., i cinesi nel 1500 a.C., i Maya nel 50 d.C., gli
Aztechi nel 1400 d.C.
Con molta probabilit, queste forme di scrittura sono il frutto di
numerosi tentativi ed errori e hanno i loro precedenti pi immediati 
in qualche tipo di pittografia, o forse a volte a un livello ancora 
pi elementare, all'uso di oggetti simbolici.  stato suggerito 
che la scrittura cuneiforme sumerica, la prima tra quelle conosciute 
(circa 3500 a.C.), possa essere derivata, almeno in parte, da
un sistema che permetteva di registrare le operazioni economiche 
utilizzando oggetti simbolici d'argilla, racchiusi in piccole capsule 
cave totalmente chiuse, dette anche "bullae", che recavano
all'esterno intaccature corrispondenti agli oggetti contenuti al
loro interno.
(WALTER J. ONG, Oralit e scrittura, cit., pp. 26-127.)
Il sistema di scrittura inventato dai Sumeri ebbe la sua culla nella 
Babilonia meridionale, nel sud dell'attuale Irak, e fu chiamato
(da Kampfer nel 1700) cuneiforme perch i suoi segni grafici erano 
composti da cunei disposti nelle forme pi varie. Le pi antiche 
testimonianze del cuneiforme risalgono al periodo di Uruk IV
(circa 3200 a.C.): si tratta di tavolette d'argilla di piccole dimen-
sioni con impressi segni grafici aventi valore di parole o di numeri.
(GIOVANNI PETTINATO, La comunicazione nel vicino Oriente antico, in 
AA.VV. La comunicazione nella storia, Roma, Sarin, 1989. vol. I, t.1, p.101.)
Inizialmente la scrittura cuneiforme venne adoperata per esigenze 
amministrative e contabili, solo in seguito fu usata per raccon-
tare eventi storici e religiosi e per composizioni letterarie. Il 
cuneiforme si diffuse lentamente in tutta l'area della Mezzaluna
Fertile; alla fine del 15esimo secolo conquist l'Egitto, nel nono secolo 
fu adottato dagli Urartei. Col passare del tempo era di fatto divenuto la
scrittura della corrispondenza internazionale. Tavolette cuneiformi sono 
state ritrovate anche in Transilvania. Si scriveva ancora in questa 
lingua nel 50 d.C.
La scrittura consent il costituirsi di scuole e di accademie. Le
grandi citt sumeriche di Uruk, di Ur, di Fara, di Abu Salabikh,
di Adab e Nippur nella Mesopotamia meridionale - scrive Pettinato - 
furono nei secoli compresi tra il 3000 e il 2500 delle vere e
proprie fucine del sapere, in cui lo scibile scientifico venne raccolto, 
elaborato e trasmesso ad altri centri. Non solo i testi scientifici,
ma anche le opere letterarie passavano da una citt all'altra,
tanto che nelle loro biblioteche sono state ritrovate copie delle
medesime opere.
Negli Archivi reali di Ebla sono stati rinvenuti manuali di bota-
nica, di mineralogia, di zoologia e di matematica, nonch dizionari. 
Il fatto poi che molti manuali siano stati ritrovati in
pi esemplari ci autorizza a concludere che gli studiosi di Ebla
li consultassero veramente. A Ebla, tra l'altro, esistevano veri
e propri gradi accademici, come si rileva dai colofoni (cio dalle 
ultime righe) dei testi. Si iniziava come scribi (dub-sar), si diven-
tava esperti delle tavolette (dubzu-zu) per finire professori (ummi-a).
Il sistema di scrittura sumerico si svilupp passando attraverso
le fasi di pittogramma (quando si scrive adoperando simboli sti-
lizzati di un'immagine: ad esempio quella del sole per indicare il
sole), ideogramma (il simbolo  utilizzato per rappresentare
un'idea, ad esempio gli attuali cartelli stradali) e fonogramma (i segni
rappresentano suoni), esso fin cio con l'accentuare l'elemento
fonetico a discapito dell'elemento figurativo.
Il cuneiforme sopravvisse all'invasione dei territori dei Sumeri
da parte delle trib babilonesi sotto il re Hammurabi nel 1720 a.C. 
e alla successiva conquista e assimilazione dei popoli babilonesi 
da parte degli Assiri. Alla fine tuttavia fu soppiantato da un
altro sistema di scrittura molto pi semplice e pi facile: 
l'alfabeto fenicio-greco-romano.
In verit, il cuneiforme, col passare dei secoli, si era semplificato 
passando dai 1200 caratteri della fase iniziale ai 500 circa nel
2000 a.C., ma tutto questo non era stato sufficiente a salvarlo
dalla scomparsa. L'alfabeto greco infatti era una tecnologia della
parola estremamente raffinata in quanto possedeva nei confronti
di tutti gli altri sistemi di scrittura esistenti una superiore 
efficienza fonetica.
Intorno al 3000 a.C., come abbiamo detto, gli Egizi avevano
dato vita anch'essi a un sistema di scrittura che i Greci chiamarono
geroglifica (che significa scrittura sacra incisa) e che rimase lo
stile di scrittura usato nelle iscrizioni religiose e monumentali.
Successivamente essi svilupparono altri due stili: la ieratica e la
demotica. Tutti e tre questi stili rimasero sistemi di scrittura a 
immagini.
Gli Egizi, inoltre, concepirono al pari di altri popoli la scrittura
come un mezzo di comunicazione tra questo e l'altro mondo tanto che 
all'interno delle casse dove erano contenute le mummie si
sono rinvenute delle composizioni religiose dette appunto testi
dei sarcofagi. Per scrivere essi adoperarono penne ricavate dal
gambo di un giunco (gambo che se viene masticato o martellato
a una estremit si sfilaccia facilmente trattenendo una quantit
di inchiostro sufficiente per scrivere un buon numero di lettere)
e inchiostro (ottenuto mescolando della fuliggine fine con acqua e colla).
L'unione di inchiostro liquido, penna e carta che gli Egiziani
fecero per primi - scrive Donald Jackson - fu un passo talmente
rivoluzionario che  ancora oggi la base fondamentale della
maggior parte delle comunicazioni manoscritte.
La scrittura fu nell'Antico Egitto anche un segno di distinzione.
Il saper scrivere e leggere era una delle vie per conseguire una vita
agiata, come ricorda un alto funzionario al figlio: Ama le lettere
come tua madre perch con esse puoi proteggerti dalla dura
fatica di ogni giorno ed essere un magistrato di gran reputazione. 
Con la scrittura nasce anche il problema della correttezza
dei testi copiati. Le massime di Ptahhotep, del periodo del Regno Antico, 
cos suonavano: Non tralasciare una parola, non aggiungerne una, non 
metterne una al posto di un'altra. E, talora il copista per 
tranquillizzare il lettore poteva annotare nel colofone:
 stato trascritto dal principio alla fine come  stato trovato scritto.
2. Enmerkar, il re di Uruk
Uno dei pi antichi poemi epici giunti sino a noi appartiene alla
civilt dei Sumeri e narra del conflitto tra il regno di Uruk, una
citt posta nell'Iraq meridionale, e quello di Aratta, una citt non
identificata dell'altopiano iranico. In questo poema  contenuto
il primo riferimento alla scrittura come mezzo di comunicazione
diplomatica.
(Per la stesura di questo paragrafo mi sono servito del saggio di 
Giovanni Pettinato gi citato).
I re di queste due citt, che distavano circa mille chilometri l'una 
dall'altra entrarono in conflitto intorno alla fine del quarto
millennio a.C. Il re di Uruk, il leggendario Enmerkar (che avrebbe 
regnato attorno al 3000 a.C.) invia un proprio messaggero al
re di Aratta con l'invito a sottomettersi e a mandargli oro, argento 
e pietre preziose. Il messaggero parte, attraversa le rituali sette 
montagne, incontra il re di Aratta, riferisce il messaggio, ma
questi dichiara di essere disposto a inviare le pietre preziose 
richieste solo in cambio di una grande quantit di cereali.
Il re di Uruk acconsente a questa richiesta, ma dopo che il messaggero 
ha consegnato il dono pattuito e descritto la magmficenza dello scettro 
del suo re, si vede rifiutare ancora una volta le pietre preziose. Enmerkar,
udita la inattesa risposta negativa,  indeciso sul da farsi e lascia 
passare vari anni, dopo di che decide di inviare al re di Aratta, tramite 
il solito messaggero, il suo scettro, questa volta senza nessun messaggio
orale. Alla vista dello scettro il re rivale e i suoi sudditi si spaventano.
A questo punto il sovrano di Aratta decide di acconsentire alle richieste 
di Enmekar, ma gli pone un indovinello e lo invita a una sfida. In primo
luogo, gli chiede di scegliere tra i suoi soldati un campione che
possa scontrarsi con il suo e, in secondo luogo, gli fa sapere che il
guerriero prescelto non dovr essere n bianco, n nero, n bruno, n 
giallo, n colorato.
Enmerkar risolve subito l'indovinello (i vari colori non si riferiscono 
al colore della pelle del suo campione, ma a quello dell'armatura che 
avrebbe dovuto indossare), tuttavia questa volta la risposta da affidare 
al messaggero  pi complessa del solito in quanto deve contenere 
l'accettazione della sfida, la soluzione dell'indovinello, la richiesta 
rinnovata delle pietre preziose, la minaccia della distruzione totale 
del regno di Aratta. Ecco allora che il re di Uruk ricorre a un nuovo modo
di comunicazione: alla scrittura. Nel testo a noi giunto cos, si legge:
Il messaggero aveva la lingua pesante, non era capace di ripeterlo, / 
poich il messaggero aveva la lingua pesante e non era capace di 
ripeterlo / il signore di Kullab (Uruk) impast l'argilla e vi incise le 
parole come in una tavoletta, / prima nessuno aveva mai inciso parole 
nell'argilla - / ora, quando il dio Sole risplendette, ci fu manifesto / 
il signore di Kullab incise le parole come in una tavoletta, ed esse 
furono vlsibili.
(Le tavolette cuneiformi non sono leggibili n al chiarore dell'alba n al
tramonto abbisognano della piena luce solare, luce che va fatta arrivare 
radente sulla tavoletta)
In queste poche righe, commenta Giovanni Pettinato, lo scriba sumerico 
ci descrive una delle invenzioni pi grandi della mente umana, 
l'invenzione della scrittura, il mezzo di comunicazione
per eccellenza degli esseri umani, senza il quale la nostra stessa
civilt sarebbe incomprensibile. Nei versetti sopracitati ci vengono 
rivelate sia l'esigenza del nuovo mezzo di comunicazione che
la novit dell'introduzione della scrittura: l'esigenza  data dalla
delicatezza del messaggio da riferire e la preferenza sull'oralit.
Non vogliamo addentrarci qui nel difficile problema del rapporto 
tra oralit e scrittura, ma  certo che il messaggio fissato per
iscritto, sebbene pi limitato di quello orale, offre pi garanzie di
fedelt di ogni altro sistema di comunicazione, appunto perch
sottost a verifiche minori e poi perch consente un controllo accurato
e pacato che pu farsi ogni qualvolta si ritenga necessario o opportunO
Il messaggero prende la tavoletta dalle mani del suo sovrano e
si reca ad Aratta, si presenta al re avversario e cos gli dice:
Enmerkar, il figlio del dio Utu, mi ha consegnato una tavoletta d'argilla / 
o signore di Aratta, esamina la tavoletta, apprendi il cuore della sua 
parola: /ordinami ci che debbo riferire riguardo al messaggio ricevuto. /
Il signore di Aratta, dall'araldo / prese la tavoletta lavorata 
artisticamente / il signore di Aratta scrut la tavoletta, / - la parola 
detta ha forma di chiodo, la sua struttura trafigge -, /Il signore di
Aratta scruta la tavoletta lavorata artisticamente.
Il verso che pi colpisce  quello in cui si afferma che il re di Aratta 
deve esaminare la tavoletta e apprendere il cuore della sua parola. 
Con questa espressione, lo scriba sumerico - conclude Pettinato - 
introduce l'interessante tema del rapporto tra "segno" espressivo 
e "parola" come enunciazione del pensiero.  indubbio, infatti, che la 
scrittura esiga un atteggiamento nuovo della mente umana e dei suoi 
organi percettivi: mentre nell'oralit era l'orecchio l'organo di 
percezione, ora, con la scrittura balza in primo piano l'occhio; mentre
prima c'era la possibilit del colloquio, ora l'interlocutore  solo: 
da qui l'invito a penetrare, scandagliandolo, il segreto del segno che 
per  gi parola.
3. La superiorit dell'alfabeto greco
Intorno alla met del secondo millennio, nel bacino orientale
del mediterraneo i principali tipi di scrittura che venivano adoperati 
erano i seguenti: in Asia la scrittura cuneiforme, in Egitto
la scrittura geroglifica nella sua variante corsiva chiamata ieratico, 
a Creta la lineare A, in Anatolia a fianco della scrittura cuneiforme 
si stava affermando una scrittura chiamata dagli studiosi
pseudo-geroglifico ittita. Il mondo semitico-occidentale non
possedeva ancora una scrittura propria. Fu in questo periodo (e
pi precisamente nei secoli 15esimo e 14esimo) che i Fenici, un popolo 
dedito al commercio che si era insediato sulle coste della Siria, in-
trodussero una forma di scrittura che  stata definita un sillabario 
senza vocali e che  stata la madre di tutti gli alfabeti del mondo.
Prima dei Fenici si era cercato di assegnare un segno a ogni suono 
(c'era, ad esempio, un segno per il ka, uno diverso per il
ke un altro per il ki e cos via per il ko e per il ku), ma il
numero dei suoni, cio delle sillabe,  spaventoso, e il risultante
sistema di segni divenne difficile da memorizzare e poco maneggevole 
da usare. I Fenici mirando all'economia, ridussero questo
numero inventando un sistema stenografico, che raggruppava le
sillabe in "serie", ciascuna delle quali aveva un denominatore 
comune - o segno - rappresentante la "consonante" iniziale della
serie: per esempio, i cinque componenti della serie "ka ke ki ko ku"
erano tutti rappresentati dal segno k. Quindi il lettore che usava
il sistema doveva decidere da s quale vocale scegliere tra le cin-
que (o qualunque numero e variet di vocali fosse usato in una
lingua particolare). La drastica economia (si potevano facilmente 
mandare a memoria i nomi di un simile "alfabeto") si otteneva
a prezzo di una drastica ambiguit.
Non era infatti facile individuare la vocale da inserire fra le con-
sonanti anche se le grammatiche delle lingue semitiche facilitavano 
a vocalizzare correttamente (ovviamente pi lunga era la parola pi 
agevole era la sua lettura), tuttavia essa presupponeva
sempre una buona conoscenza della lingua e una grande familiarit 
con i testi che si dovevano leggere.
Il sistema di scrittura fenicio e i suoi derivati, l'aramaico e l'ebraico,
avevano inconsapevolmente preparato il terreno a una vera
e propria rivoluzione nel campo della comunicazione, quella che
avrebbe provocato, qualche secolo pi tardi, l'alfabeto greco. Infatti, 
l'alfabeto fenicio aveva in primo luogo ridotto il numero dei
segni a ventidue e poi aveva preparato il terreno per il riconoscimento
della consonante in quanto elemento teoricamente distinto del linguaggio.
La rivoluzione operata dall'alfabeto greco consistette nel non
considerare pi la sillaba come l'unit linguistica fondamentale
ma nello scioglierla nelle sue (due o pi) componenti foniche
astratte, negli elementi atomici del suono: le consonanti e le vocali. 
Per Havelock la grandezza della scoperta dei Greci consistette soprattutto
non tanto nell'aver individuato le vocali (gi scoperte da altri 
sistemi di scrittura) quanto quegli elementi impronunciabili del suono 
linguistico che noi chiamiamo consonanti e a dare loro una 
identit visiva.
Tre, egli scrive, sono i presupposti teorici che un alfabeto deve
contemporaneamente soddisfare: in primo luogo tutti i fonemi
devono essere resi nel linguaggio in modo esauriente; seconda-
riamente, il numero dei segni deve essere contenuto entro una
cifra oscillante fra i venti e i trenta; i segni, infine, non devono 
essere suscettibili di un doppio o di un triplo impiego. La loro iden-
tit fonica deve essere definita e invariabile. I sillabari presemitici 
cercarono di soddisfare la prima di queste condizioni, ma pi
tendevano a raggiungere tale obiettivo, moltiplicando i segni sillabici,
pi si allontanavano dal secondo requisito. I sillabari semitici privi 
di vocalizzazione rispettarono invece la seconda regola, al prezzo, 
per, di venir meno alla terza. Solo il sistema greco riusc a soddisfare
tutte e tre le condizioni.
La creazione dell'alfabeto greco risale a un'epoca non anteriore alla
met dell'ottavo secolo a.C. La pi antica iscrizione di tale lingua 
che  giunta sino a noi compare su un'anfora che fu cotta negli ultimi 
decenni del 700 a.C. Si tratta di un esametro dattilico
che cosi suona: Chiunque di tutti i danzatori ora con maggior
grazia giochi e che molto probabilmente doveva cos continua-
re: Avr questa anfora in premio.
I venticinque segni (comprendendo le aspirate) inventate dai
Greci erano capaci di una efficienza fonetica nettamente superiore a 
tutti gli altri sistemi di scrittura allora esistenti. Questa
meravigliosa tecnologia della parola consent al mondo greco di
conseguire risultati notevoli nelle varie branche del sapere, tanto
che fin con l'esercitare per secoli un indiscusso primato intellet-
tuale sulle altre culture antiche. Di questa superiorit tanto Ong
quanto Havelock hanno addotto numerose prove. Per Ong l'alfabeto greco 
era democratico e internazionalista. Democratico perch consentiva a tutti,
addirittura anche ai bambini piccoli, di imparare a leggere e a scrivere 
senza molta difficolt. Internazionalista poich poteva essere usato per 
scrivere o leggere anche lingue sconosciute.
Da parte sua Havelock, dopo aver messo a confronto la narrazione del 
diluvio universale contenuta nell'Epopea di Gilgamesh
con quella contenuta nel dodicesimo libro dell'Iliade  giunto
alla conclusione che la descrizione del diluvio in alfabeto greco
 meno tautologica, meno ritualistica di quella in cuneiforme. La
disposizione del vocabolario impiegato ne potenzia, potremmo
dire, le capacit espressive, a causa di una maggiore ricchezza di
sostantivi, verbi e aggettivi, di una minore tendenza a una sintassi
ripetitiva.
Mentre, dunque, il cuneiforme era incapace di rispettare la com-
plessit e la ricchezza del linguaggio quotidiano, l'alfabeto greco
era un sistema di scrittura che consentiva di descrivere pi ade-
guatamente l'esperienza umana, che, quindi, non impoveriva la
realt, che soprattutto non strozzava il pensiero, anzi favoriva il
sorgere del pensiero critico ed era in grado di render conto della
dialettica delle idee. I testi mesopotamici, scrive A. Leo Oppenheim, 
presentano una vistosa caratteristica negativa rispetto a
quelli del mondo greco, e cio l'assenza di qualsiasi polemica. In
essi non vi  nessun argomentare contro idee opposte; manca
l'evidenza di quel dialogo continuo che permea la vita dei Greci
nei tribunali, nei teatri e nei luoghi di lezione.
La Yourcenar ha scritto che quasi tutto ci che gli uomini hanno 
fatto di meglio al mondo  stato detto in greco. Che cosa sarebbe 
accaduto se Platone e Aristotele avessero avuto a disposizione 
un sillabario presemitico invece di un alfabeto?
4. Le caratteristiche della cultura chirografica
Il Diringer in una sua celebre opera (L'alfabeto nella storia della
civilt), afferma che l'alfabeto  stata l'invenzione di un solo uomo
altri, e Ong  tra questi, sono di parere opposto in quanto, a loro
avviso, le culture orali non producono pensatori o inventori singoli 
come le culture dove la scrittura, e in particolare l'alfabeto,
sono stati profondamente interiorizzati e hanno posto l'individuo 
in una condizione di relativa indipendenza rispetto alla trib. 
Nelle culture primitive altamente orali anche se possedevano
questa o quella forma di scrittura, il pensiero procedeva come un
ghiacciaio collettivamente strutturato dove l'attivit dell'indivi-
duo, se mai appariva, restava inglobata.
Comunque siano andate le cose certo  che con l'invenzione della 
scrittura (in particolare dell'alfabeto) cambia poco a poco il
modo stesso di pensare e di parlare degli uomini. La scrittura -
afferma ancora Ong - ha trasformato la mente umana pi di qualsiasi 
altra invenzione. E Cohen ha sostenuto che l'invenzione
dell'alfabeto sembra corrispondere a un nuovo stadio nelle applicazioni 
dell'intelligenza ragionante.
Le caratteristiche proprie della cultura chirografica sono numerose, 
ma le principali possono essere sinteticamente individuate
nelle seguenti:
a. La memoria diviene una regina decaduta. Se la cultura orale era
una cultura incentrata sulla memoria, la cultura chirografica 
una cultura che, poco a poco, impara a fare a meno della memoria. 
Il libro , di fatto, una mernoria artificiale, una estensione della
mente che ha consentito agli uomini di dedicarsi a compiti pi
creativi. Gi all'inizio del quarto secolo a.C. l'arte della memoria
stava lentamente ma inesorabilmente diventando tra gli intellettuali 
alfabetizzati un'attivit desueta, tanto che questi presero a
coltivare l'atto dell'apprendimento mnemonico in s, considerato 
una tecnica necessaria, che andava imparata.
Questa linea di tendenza si accentuer ancora di pi nella cultura 
tipografica, tanto che alla fine la memoria non sar pi il requisito 
fondamentale del sapiente. Genio e smemoratezza, grazie a
Theuth e Gutenberg, sono cos potuti andare mano nella mano
sui sentieri della storia. Sull'atteggiamento assunto dall'uomo ti-
pografico nei confronti dell'imparare a memoria  illuminante
un aneddoto che riguarda Albert Einstein. Mentre il celebre premio Nobel
era a Boston gli fu sottoposta da un giornalista una copia di un 
questionario per vedere se egli sapeva rispondere alle domande 
in esso elencate. Il questionario era stato preparato dal
grande inventore Thomas Edison ed era volto a mostrare l'inefficienza 
dell'educazione universitaria che veniva impartita negli Usa. 
Non appena Einstein ebbe letta la prima domanda: "Qual  la velocit 
del suono?", disse: "Non lo so, non mi imbottisco la
memoria con questi dati che posso facilmente trovare in ogni libro 
di testo".
Nella cultura tipografica la memoria verr lasciata indolente-
mente a impigrire, non sar n educata, n esercitata. La scrittura 
e il libro avevano liberato l'uomo dal dovere di memorizzare
tutto (o gran parte) del sapere consegnandolo al piacere dell'imparare 
a memoria ci che gli risultava pi gradito. La memoria,
infine, nella civilt dei media elettronici  diventata un fenomeno 
da baraccone, una facolt che consente al candidato di turno di
un gioco a premi televisivo di saper indicare tutti i risultati
delle partite giocate dalla Fiorentina nel campionato del 1948-49
o il nome dei molti partner di Rossella O'Hara nel film Via col vento.
b. L'occhio, l'orecchio e la lettura. Se nella cultura orale l'orecchio
aveva anestetizzato l'occhio, aveva cio esercitato nei suoi con-
fronti una vera e propria tirannia, questa supremazia nella cul-
tura chirografica (o manoscritta) si attenu. L'alfabeto fonetico,
secondo McLuhan, cre, per la prima volta nella storia dell'umanit, 
una frattura tra l'occhio e l'orecchio. Tuttavia, pur in
una situazione di accresciuto visualismo, l'orecchio conserv ancora 
nei processi di comunicazione un certo qual primato. Tutto
ci che crediamo - scrive Sant'Ambrogio nel Commento a San Luca - lo 
crediamo o attraverso la vista o attraverso l'udito. Per
subito aggiunge: La vista s'inganna spesso, l'udito serve come
garanzia. La stessa lettura era una performance solo in parte visiva, in
quanto, anche in privato, si svolgeva per lo pi ad alta voce. Per
leggere bisognava avere non solo buoni occhi, ma anche un ottimo udito. 
Sant'Agostino nelle Confessioni cita come un fatto decisamente insolito 
che Sant'Ambrogio fosse in grado di leggere silenziosamente. 
Nell'antichit come pure nel Medioevo, scrive Jean Leclercq 
la gente leggeva non come oggi, principalmente con gli occhi, ma con 
le labbra, pronunciando quello che gli occhi vedevano, e con le orecchie
ascoltando le parole pronunciate, udendo quelle che venivano chiamate 
le "voci delle pagine". Si tratta di una vera e propria lettura acustica 
legere vuol dire allo stesso tempo audire. Al pari del canto, dunque, la 
lettura richiedeva la partecipazione di tutto il corpo e di tutta la mente.
Nell'antichit i dottori talvolta raccomandavano ai pazienti di
leggere come un esercizio fisico al pari del passeggiare, correre o
giocare a palla.
I lettori della cultura manoscritta procedevano a velocit pedonale sui 
sentieri della lettura per molti motivi. In primo luogo poich i libri 
manoscritti non erano stati scritti per i lettori, ma per gli amanuensi, 
erano cio pieni di abbreviazioni per alleviare la fatica del copista. 
Inoltre, la separazione tra le parole era praticamente sconosciuta, 
esistevano pochissimi segni di interpunzione, l'ortografia non era fissa
e l'accuratezza grammaticale non era tenuta in gran conto. L'uomo 
dell'antichit (e del Medioevo) pertanto, quando leggeva, essendo il testo 
che aveva di fronte privo di elementi visivi che lo aiutassero, chiedeva 
aiuto continuamente agli orecchi, come facciamo noi saltuariamente quando 
ci imbattiamo in un passo di cui a una prima lettura silenziosa non 
riusciamo a cogliere il senso. Solo unendo la vista e l'udito, gli occhi 
e gli orecchi, l'uomo medievale e quello dell'antichit riuscivano a 
decifrare il senso dei testi che avevano di fronte.
Leggere, in breve, era un'attivit faticosa e rumorosa. Del resto
nella Regola di San Benedetto si legge al capitolo 48: Dopo l'ora
sesta levatisi da tavola, riposino sui loro letti in perfetto silenzio;
o se qualcuno vuole leggere da solo, che legga in modo tale da
non disturbare gli altri.
c. Pensieri ed espressioni si fanno pi analitici, pi astratti e meno
formulaici. Nelle culture orali il pensiero e le produzioni verbali
sono caratterizzate da un succedersi di formule fisse, da un affastellarsi
di clich. Ad esempio ci si imbatte continuamente
in una aggettivazione consueta e prevedibile: l'astuto Ulisse,
il saggio Nestore, l'alba dalle dita rosee, la forte quercia,
la bella principessa e cos via. (Tale caratteristica  tuttora pre-
sente in molte culture in via di sviluppo e a basso livello tecno-
logico. Le formule "nemico del popolo", "guerrafondaio capitalista", 
che sembrano stupide a una mentalit altamente alfabetizzata, sono 
residuati formulari essenziali al pensiero orale.)
Tutto ci inizia lentamente a venir meno nella cultura manoscritta 
e tale tendenza si accentuer nella cultura tipografica tanto che 
quando nel 19esimo secolo ci si imbatter in una qualche aggettivazione 
meccanica e routiniera questa susciter solo noia,
ilarit o repulsione. Si pensi alla prosa di certo giornalismo secondo 
la quale acuminato  sempre il coltello usato per commettere un 
delitto, acuto  invariabilmente il discorso dell'uomo politico,
diabolici sono gli amanti che abbiano soppresso o tentato
di sopprimere i coniugi, ingenti sono i danni del maltempo, strin-
genti sono gli interrogatori di polizia, e cos via.
Nella cultura manoscritta si gettano le premesse che consentiranno 
di passare, col trascorrere dei secoli, dalle cinquemila parole
(e forse anche meno) dei dialetti orali alle 450.000 che sono con-
tenute nel Webster's Dictionary (1971) o le 150.000 del Dizionario
della lingua italiana (1990) opera di G. Devoto e G. Oli. L'arric-
chimento del lessico  dovuto anche alla possibilit di conservare
la memoria di quelle parole che escono dal traffico quotidiano
delle produzioni verbali.
Le verbalizzazioni della cultura manoscritta si distaccano, poco
a poco, dall'esperienza vissuta. Le genealogie, ad esempio, cessano 
di essere narrative, come quelle che si leggono nella Bibbia
(Irad gener Maviael; Maviael gener Matusael, Matusael gener Lamec, 
Genesi 4,18), per divenire aridi elenchi di nomi propri.
La cultura chirografica  molto meno omeostatica di quella orale. 
Il passato anche quello che non  pi utile per il presente viene 
conservato nei documenti. Tanto che Jabs scriver che il tempo 
comincia con il libro. La scrittura, inoltre, attenua nei pro-
cessi conoscitivi l'identificazione e privilegia l'oggettivit. 
Apprendimento e conoscenza in una cultura orale - scrive Ong -
significano identificazione stretta, empatica, con il conosciuto.
La scrittura separa chi conosce da ci che viene conosciuto, sta-
bilendo cos le condizioni per l'oggettivit e il distacco personale.
Nella cultura chirografica gli uomini imparano a manipolare
enunciati teorici invece di enunciati particolari e a usare una sin-
tassi logica invece di una sintassi dell'azione. Con la scrittura l'uomo 
giunge faticosamente a una sintassi astratta, a concetti universali e 
fa sempre pi raramente ricorso alla personificazione.
Laddove gli uomini dell'oralit vedevano eventi, gli uomini della
cultura chirografica imparano a vedere princpi.
5. Le conseguenze inintenzionali della scoperta della scrittura
Tutte le azioni intenzionali dell'uomo hanno conseguenze inintenzionali. 
E anche dalle intenzioni che si realizzano talora deri-
vano aspetti inattesi. I primi uomini che cominciarono a servirsi
della scrittura non avrebbero mai pensato che questa loro azione
avrebbe cambiato il loro modo di pensare e di parlare, e avrebbe
influenzato le loro istituzioni politiche ed educative, nonch le
loro pratiche tecnologiche. Le conseguenze inintenzionali della
scoperta della scrittura sono molteplici, tra queste quelle a no-
stro avviso pi interessanti sono le seguenti:
a. La nascita della filosofia, della scienza, della logica e dell'etica.
La scienza e la filosofia, la logica e l'etica sono tutte state rese
possibili e dipendono dalla scrittura. In nessuna cultura orale co-
nosciuta ci si  imbattuti in quel procedere analitico che  pro-
prio di Platone e di Aristotele. La filosofia pu nascere solo dopo
che l'uomo ha finalmente interiorizzato la scrittura.  stata la
scrittura a liberare la mente e a darle la possibilit di formulare
pensieri pi astratti quali quelli che si incontrano nei testi dei fi-
losofi. La scienza e la filosofia nacquero quando l'occhio inizi a
prendere il sopravvento sull'orecchio, quando cio la scrittura
rese possibile la separazione tra soggetto e oggetto della conoscenza.
Anche l'etica al pari della scienza e della filosofia, nacque gra-
zie alla sostituzione dell'alfabetismo all'oralit. L'idea di un si-
stema di valori autonomi - scrive Havelock - e nel contempo capace 
di venir interiorizzato nella coscienza individuale era un'invenzione 
dell'et della scrittura e precisamente un'invenzione platonica. 
Infatti, gli uomini della Grecia arcaica, che si muove-
vano nell'oralit, non avevano elaborato il concetto di giustizia,
in quanto essi non tendevano ad astrarre dai vari comportamenti
che essi ritenevano giusti princpi generali e formare con questi
un sistema coerentemente strutturato.
La stessa logica formale trae origine dalla tecnologia della scrit-
tura ed  anch'essa un'invenzione del mondo greco. Nell'opera
gi citata di Lurija (Storia sociale dei processi cognitivi) sono ri-
portati degli esperimenti sulle reazioni di illetterati posti di fronte 
a dei ragionamenti sillogistici e deduttivi. I soggetti sembravano 
non operare affatto mediante processi formali di deduzione; 
il che non significa che non fossero in grado di pensare, o che
il loro pensiero non fosse retto dalla logica, ma soltanto che essi
non lo adattavano a schemi puramente logici, i quali sembravano
loro privi di interesse. Perch privi di interesse? Perch i sillogismi 
hanno a che vedere con il pensiero, ma nella pratica nessuno
opera mediante tali schemi formali.
(Ibidem, p. 83. Posti di fronte al seguente interrogativo: All'estremo nord, dove
c' la neve tutti gli orsi sono bianchi. La Terranova sta all'estremo nord e l 
c' sempre la neve. Di che colore sono gli orsi?. Ebbene la risposta tipo 
era la seguente: Non so, io ho visto un orso nero, altri non ne ho 
visti... Ogni localit ha i suoi animali.)
b. La nascita dell'io. Le moderne riflessioni sull'io e sulla auto-
coscienza sono le conseguenze dell'interiorizzazione prima della
scrittura e successivamente della stampa. Gli illetterati non sono
in grado di fornire un'autoanalisi articolata, non sono cio in grado 
di uscire dal pensiero situazionale, isolare il proprio io intorno 
al quale ruota l'intero mondo delle esperienze vissute dell'individuo 
e di spostare il centro di ogni situazione quel tanto che basta 
per permettervi di porvi l'io per esaminarlo e descriverlo.
Il concetto di io nacque solo quando il linguaggio prese a es-
sere separato visivamente dalla persona che lo pronunciava, cos
pure la persona, fonte del linguaggio venne ad assumere maggior
rilievo. E ci accadde solo a partire dall'epoca di Platone. Pu
darsi che Achille avesse un "io" nel nostro senso della parola, ma
non ne era cosciente, e se lo fosse stato, non si sarebbe compor-
tato come un eroe del linguaggio orale pronto all'eloquio e all'impresa 
guerresca. L'"io" fu una scoperta socratica o, forse meglio
una invenzione del vocabolario socratico.
(Ibidem, p. 85. I contadini illetterati di Lurija invitati a parlare del 
loro carattere, dei loro difetti e delle loro qualit, rispondevano solo in 
modo narrativo, raccontando ci che avevano fatto o che desideravano fare.
Ecco una risposta tipo: Sono venuto qui dall'Uchkurgan, ero molto povero, 
adesso mi sono sposato e ho dei bambini.)
c. Il poeta diventa un artista. Quando in qualche luogo tra il 700
e il 550 a.C. - scrive Havelock - l'Iliade e l'Odissea furono come si
suol dire "affidate alla scrittura", quest'azione fu qualcosa di
simile a uno scoppio di tuono nella storia dell'umanit, che la nostra 
eccessiva dimestichezza ha trasformato nel fruscio della carta
su di uno scrittoio. Di fatto, la scrittura appena comparve
serv a congelare testi che sino ad allora erano stati tramandati,
di generazione in generazione, oralmente: l'lliade e l'Odissea appunto 
come pure i codici legali sumerici.
Tra i testi pi antichi a noi giunti quelli poetici sono, per molti
motivi, i pi numerosi. Del resto, nelle societ a cultura orale il
poeta rivestiva un ruolo importantissimo, il suo compito era quello 
di produrre enciclopedie in versi. Egli, in primo luogo, non era
un artista, ma un educatore. E i poeti nella Grecia arcaica non
erano celebrati per la loro creativit linguistica, erano dei rapsodi 
(da rhaptein = cucire insieme e oide = canzone, poesia), erano
cio degli abili cucitori di parti prefabbricate, le loro erano poesie 
vergognosamente formulaiche.
In breve, la loro originalit narrativa non consisteva tanto nel
saper inventare nuove storie, ma nel creare una particolare in-
terazione col pubblico: ogni volta il racconto doveva essere in-
serito in modo unico in una situazione anch'essa unica, poich
nelle culture orali il pubblico deve essere portato a reagire, spes-
so in maniera vivace. In altre parole, i rapsodi tendevano a ri-
strutturare formule e tematiche in base al pubblico che avevano
di fronte piuttosto che a sostituirle con nuovo materiale, non ri-
cercavano l'originalit ma piuttosto un'abilit superlativa nel-
l'eseguire un pezzo familiare. Questa figura di poeta entra lenta-
mente in crisi con l'introduzione della scrittura. Il poeta perde,
poco a poco, sotto le critiche anche dei filosofi come Platone, il
suo ruolo centrale, la sua influenza il suo potere, ma, nel contempo, 
acquista una maggiore libert, diviene solo un artista, una
persona speciale dotata del dono della parola. Diviene un marginal man, 
ma gli si apre nel contempo la possibilit di parlare non
in modo formulaico, ma inaudito. Certo si tratta di un cambia-
mento che ha avuto tempi lunghissimi e che si  concluso qualche
secolo dopo l'introduzione della stampa. Tuttavia  grazie alla
scrittura che i poeti si sono lentamente incamminati verso le
frontiere del linguaggio e hanno imparato a esprimere convin-
zioni e sentimenti personalissimi.
d. Gli eroi vengono soppiantati dai comuni mortali. Nelle culture
orali primarie, ma anche in quelle a bassa alfabetizzazione la
mente dell'uomo  aiutata nel suo sforzo di memorizzazione dal-
la presenza nei racconti di personaggi eroici, le cui imprese sono
tanto straordinarie che non si possono dimenticare. L'eroismo e
l'insolito sono pi memorabili del quotidiano. Ecco che al fine di
organizzare l'esperienza in una forma che possa essere ricorda-
ta a lungo, e non per ragioni romantiche o didattiche, vengono
generate figure smisuratamente grandi, cio eroiche. Le perso-
nalit incolori non possono sopravvivere nel contesto di una 
memorizzazione orale e, proprio per essere ritenute importanti e ri-
cordate, le figure eroiche tendono alla tipizzazione: il saggio Nestore, 
il furioso Achille, l'astuto Ulisse.
Nella letteratura dell'antichit, dunque, come nelle fiabe, ab-
bondano le figure estreme e/o bizzarre perch  pi facile ricor-
dare il Ciclope che non un mostro con due occhi, o Cerbero piut-
tosto che un comune cane con una testa sola. Questo mondo
pieno di grandi figure eroiche o bizzarre  stato ridimensionato
via via che la scrittura e la stampa liberavano la mente dell'uomo
dalle strutture mentali dell'oralit. Nella cultura manoscritta le
narrazioni si sono basate sempre meno su "grandi" figure, finch 
circa tre secoli dopo l'invenzione della stampa, esse si posso-
no ormai muovere a proprio agio nella realt ordinaria tipica del
romanzo. In questo genere letterario, al posto dell'eroe incon-
treremo perfino l'anti-eroe, il quale, invece di affrontare il nemi-
co, gli volta le spalle e scappa, come il protagonista di Rabbit Run
di John Updike.
6. La tenacit dell'oralit
Il processo di erosione dell'oralit da parte della scrittura e del-
la stampa  stato lentissimo ed  durato dei secoli. I passaggi da
una cultura a un'altra, da quella orale, ad esempio, a quella chiro-
grafica, ma ci vale anche per il passaggio da quest'ultima a quella 
tipografica, non sono affatto improvvisi. La scrittura, dunque,
non annull n tantomeno ridusse d'un colpo l'importanza dell'oralit, 
anzi a detta di Ong, all'inizio l'accrebbe in quanto permise 
l'organizzazione dei "princpi" o dei costituenti dell'oratoria 
in un'"arte" scientifica.
Solo molto lentamente si  passati dal pensiero orale (associativo 
e paratattico) al pensiero analitico, dal primato del campo
uditivo, che pregia la simultaneit, a quello visivo, che privilegia
la sequenzialit. Per secoli dopo l'invenzione della stampa - ha
scritto McLuhan - la prosa conserv un carattere orale invece
che visivo. Un tale stato di cose lo si pu facilmente riscontrare 
in opere letterarie celeberrime come pure in altrettanto cele-
bri opere filosofiche. Cicerone, come sappiamo, scriveva le sue
orazioni dopo averle tenute al pubblico e i poeti, in Grecia e a
Roma, scrivevano i loro carmi sapendo che sarebbero stati pi
ascoltati che letti. Erano poesie, dunque, composte per l'udito.
Sino al Rinascimento, inoltre, i testi filosofici hanno privilegiato, 
in genere, le forme pi prossime all'oralit: i dialoghi platonici,
ma anche non poche opere medievali sono un esempio lampante di 
una tale tendenza. Platone, che pure visse in una civilt
letterata, era profondamente ed esplicitamente legato alla parola 
come suono. Egli mise per iscritto alcuni degli insegnamenti
di Socrate in uno stile teso e conciso, molto lontano dai moduli
orali, ma us di proposito la forma dialogica per dare agli inse-
gnamenti qualcosa del loro originale carattere orale.
Da parte loro, i filosofi medievali, pur essendo legati ai testi pi
di quanto non fossero i loro colleghi dell'antichit, scrissero, tut-
tavia, opere che erano ancora subordinate a performance orali.
La Summa Theologiae di San Tommaso, ad esempio, ha una strut-
tura, una forma che risente fortemente della dimensione orale,
tanto che il lettore moderno, appena ne inizia la lettura, ne rima-
ne sconcertato. Tommaso d'Aquino, infatti, non sviluppa le sue
argomentazioni in una serie di capitoli organizzati secondo un
filo continuo, bens procede elencando una serie di questioni,
che egli tratta presentando prima le obiezioni alla soluzione da
lui proposta, poi la soluzione stessa e rispondendo, in ultimo, alle
obiezioni. Egli, cio, presenta i suoi argomenti in quello che per
l'uomo tipografico  un residuo della prolissa forma disputatoria,
una specie di dibattito continuato.
Il lettore contemporaneo che ha interiorizzato la scrittura e vive
in una cultura tipografica, quando prende in mano un testo filo-
sofico dell'antichit e del Medioevo, ma anche del Rinascimento
deve abituarsi ad una organizzazione del discorso radicalmente
diversa da quelle che gli sono abituali. Pi che essere considerato
dagli autori del passato un lettore, viene visto come un ascoltato-
re. Infatti, le opere filosofiche sino al Cinquecento sono sovente
strutturate in forma di dialogo o hanno l'incedere delle dispute
orali. Da Agostino, passando per Tommaso d'Aquino e Christian Wolff, 
gli scrittori di trattati hanno generalmente strutturato 
le loro opere in modo polemico e i loro lettori sono stati con-
siderati dei partecipanti a contese retoriche o a dispute dialettiche
scolastiche.
L'oralit, afferma Ong, vide ridursi progressivamente la propria 
influenza, ma ne conservava ancora un po' all'epoca dei Tudor, 
dato che in quel periodo l'inglese, ma le cose non andavano
diversamente per le altre lingue europee, conteneva pesanti residui 
di oralit, in quanto usava ancora gli epiteti, le frasi bilan-
ciate, le antitesi, le strutture formulaiche e i luoghi comuni.
7. Lo scriba, il volumen e il ..codex
Il leggere e lo scrivere nell'antichit e nel Medioevo, tranne due
brevi periodi sui quali tra poco ci soffermeremo, furono pratiche
poco diffuse. Solo gli appartenenti alla casta sacerdotale e alle
classi al potere, nobili e alti funzionari, erano capaci di leggere e
di scrivere. I primi si servivano della scrittura per tramandare i
testi di carattere sacro, i secondi per registrare testi diplomatici
legislativi o commerciali. Si era, dunque, in presenza di una alfa-
betizzazione esclusivamente professionale. Durante il Medioevo, 
infine, l'analfabetismo fu cos diffuso che giustamente le 
cattedrali vennero chiamate i libri del popolo.
Solo nell'Atene della fine del quinto secolo, dopo la guerra del Pelo-
ponneso, e nella Roma dei primi secoli dell'impero ci si trova di
fronte a societ in cui la maggioranza dei cittadini  alfabetizzata. 
Sintomatico di questa situazione  quanto si legge in un verso
di una commedia di Aristofane. In Atene, scrive il celebre com-
mediografo greco, ognuno ha in mano un libro.
Secondo Erodoto il primo dei materiali utilizzati per scrivere libri 
fu la pergamena, che veniva fabbricata con pelli di animali,
dalle quali dovevano essere raschiati il grasso e i peli, quindi ve-
nivano ammorbidite con la pomice e, infine, sbiancate con il gesso. 
Il tipo pi pregiato di pergamena era quello che si otteneva
dalle pelli dei vitelli di latte. Gli Egizi adoperavano il papiro, 
i Sumeri tavolette di argilla, i Cinesi dapprima la seta e poi la carta
ma si scriveva anche su superfici lignee, sul piombo, sul marmo e
su tavolette di cera, che doveva essere sistematicamente rispianata.
Per scrivere si adoperavano stili, bastoncini di legno, penne d'oca, 
pennelli e vari altri strumenti che erano in grado di incidere
su superfici pi o meno morbide o di spargere inchiostri, pi o
meno colorati, inchiostri che venivano conservati all'interno di
corna bovine cave. Come si pu ben capire, lo scrivere era un'at-
tivit complessa e faticosa in quanto non era resa agevole dalle
propriet fisiche dei materiali a disposizione. Divenne tutto pi
facile quando si cominci a far uso della carta, che fu introdotta
in Medio Oriente dagli Arabi nell'ottavo secolo e fu prodotta in 
Europa solo a partire dal 12esimo secolo.
Data l'abilit manuale che richiedeva la stesura di una testo e la
scarsa alfabetizzazione solitamente ci si rivolgeva a degli arti-
giani specializzati: gli scribi. Nacque cos un vero e proprio 
mestiere della scrittura. In genere, gli stessi grandi autori del-
l'antichit, ma il coscienzioso Quintiliano disapprovava questo
metodo, non scrissero in prima persona le loro opere, ma le dettarono.
I libri nell'Antichit ebbero la forma del rotolo o quella del codice. 
I primi (detti volumina, da cui deriva il nostro volumi) erano
ottenuti arrotolando il papiro intorno a una bacchetta (che poteva 
essere di legno, d'avorio, ma anche di osso). I secondi, (detti
codices) che avevano la forma in genere rettangolare, erano otte-
nuti con la pergamena, un materiale questo pi flessibile e pi
resistente del papiro che consentiva la preparazione anche di 
libri di grandi dimensioni.
Fu nel corso del quarto secolo, scrive Guglielmo Cavallo, che giunse a
definitivo compimento quella che fu la pi grande rivoluzione
nella storia del libro prima della stampa: il passaggio dal rotolo al
codice. I motivi addotti per spiegare questo cambiamento
sono molteplici. In particolare si  sostenuto che il codice prevalse 
sul volume poich era fatto con un materiale (la pergamena)
che era meno costoso del papiro (che doveva essere importato
dall'Egitto) e, inoltre era pi pratico, tra l'altro sul papiro si pote-
va scrivere solo su un lato. Altri hanno sostenuto che a favore dei
codici gioc la loro forma indubbiamente pi maneggevole del
volume. I codici si adattavano meglio alla lettura, al trasporto in
viaggio, all'uso scolastico.
Altri ancora attribuiscono al cristianesimo e alle esigenze dei giu-
risti (I suoi padrini - si  scritto - furono la Chiesa e la Legge) il
prevalere dei codici in pergamena sui volumi in papiro, in quanto
solo il codice consente una consultazione rapida dei passi biblici
o delle leggi che di volta in volta possono interessare il lettore.
Tuttavia, a detta di Guglielmo Cavallo, l'avvento del codice va in-
quadrato nel rapporto pi ampio tra produzione libraria e pubblico.
In breve, il codice spodest il volume poich era cambiato il
pubblico dei lettori. A dare vita alle prime comunit cristiane
non era stato il pubblico del rotolo e delle biblioteche, ma, si sa,
una piccola gente senza ruolo politico, di scarse possibilit eco-
nomiche e di modesta formazione intellettuale: tra questa plebe
un vero libro, il rotolo, era cosa rarissima, ma corrente era certo
il libro non-ufficiale, a buon mercato, il codice. Il rinnovamento 
tecnologico del libro fu determinato, dunque, da una spinta
dal basso, dal pubblico dei romanzi popolari, soprattutto dei
testi cristiani o dei testi di materie tecniche. In altre parole,
l'avvento del codice veniva a rompere la cerchia ristretta dei
lettori abituali: sotto tal profilo la sua funzione pu essere para-
gonata in qualche modo all'avvento dei tascabili nella nostra epoca.
Sul finire del quarto secolo d.C., infine, fecero il loro ingresso sul mer-
cato i codici di lusso, confezionati con pergamene purpuree
scritti con lettere d'oro, rivestiti di gemme, codici la cui funzione
era essenzialmente una funzione ornamentale. Si tratta dei Vangeli 
destinati alle cerimonie sacre o a ricche dame dell'aristocra-
zia. I Padri della Chiesa (da san Giovanni Crisostomo a san Girolamo) 
si scagliarono inutilmente contro questa moda dei Vangeli-oggetto, 
che rimanevano non letti, libri nei quali la parola di Dio era come morta.
8. Libri, autori, editori e lettori nel mondo antico e in quello medievale
I libri manoscritti iniziarono a circolare ad Atene nel quinto secolo a.C.
Uno tra i libri greci pi antichi, se non il pi antico, giunto sino a noi
 stato ritrovato in una tomba e risale probabilmente al quarto secolo. 
una copia dei Persiani di Timoteo, si tratta di un nomo, cio di
una composizione lirica che era accompagnata dalla cetra. E,
dunque, un'opera poetica; n questo deve meravigliarci in quanto 
sino alla met del secolo 13esimo d.C. nulla che non fosse in versi
avrebbe avuto un pubblico.
In Atene a partire dal quarto secolo c' una situazione di diffusa alfa-
betizzazione. Le decisioni del popolo, del resto, venivano incise su
marmo perch chi lo volesse potesse leggerle. In quei libri non
c' punteggiatura, n divisione tra le parole e anche i versi non ven-
gono distinti.
La pubblicazione di un'opera consisteva nel leggerla pubblica-
mente e nel farla circolare tra gli amici o tra quelli che erano in-
teressati. Isocrate del suo discorso Contro i sofisti, di cui fa cita-
zioni nell'Antidosi, dice: "una volta scritto, lo misi in distribuzione". 
La formulazione pi completa compare pi di una volta altrove: 
"distribuire tra gli interessati". Il procedimento ha qualche
somiglianza con quello di uno studioso moderno che spedisce copie 
dei suoi estratti, e anche il motivo non  diverso.
Tracce di un vero e proprio commercio librario risalgono alla
met di questo secolo. La prima volta che compare il termine libraio 
 nella commedia Gli ingannatori di Aristomene. Nicofone
parla di venditori di libri presenti al mercato ateniese insieme a
venditori di varie altre merci. Sui prezzi praticati dai commer-
cianti greci di libri sappiamo poco, ma ovviamente la legge della
domanda e dell'offerta valeva naturalmente allora come ora. Platone 
avrebbe pagato 100 mine per le opere del famoso filosofo
pitagorico Filolao in tre libri, che furono acquistate in Sicilia dietro 
sua ordinazione. Aristotele deve aver pagato tre talenti attici
per gli scritti del filosofo Speusippo.
Sui librai greci Luciano di Samosata, nel secondo secolo d.C., scrisse tut-
to il male possibile presentandoli come gente ignorante o di poca
cultura. Il primo editore-libraio di Roma di cui ci  giunto il
nome e un po' di notizie  Tito Pomponio Attico, che fu editore
e amico di Cicerone. Fu uomo di notevole cultura che aveva ottimi 
scrivani (librarii) e bravissimi correttori (anagnostae), alcuni
dei quali dovevano essere greci. L'editore migliore nella Roma
di Cicerone non era quello che pagava diritti d'autore pi alti in
quanto nessun autore romano o greco ha mai ricevuto un compenso
economico dal suo editore, ma quello che riusciva a mettere in 
commercio copie con un numero molto basso di errori o che
riusciva a diffondere meglio le opere o che poteva pi efficace-
mente proteggere l'autore da edizioni-pirata che, allora come
oggi, erano terribilmente scadenti. I copisti di un editore erano
degli schiavi come pure dei liberi cittadini, lavoravano a cottimo,
venivano cio ricompensati in base alle righe copiate.
A Roma vi erano numerose librerie (taberna libraria) e queste
erano il luogo di ritrovo di quanti avevano interessi letterari e
scientifici. Marziale trova modo di fare pubblicit alle sue opere
dando in una poesia l'indirizzo del libraio presso il quale potevano 
essere acquistate: Ma perch tu non debba girovagare senza
meta per le strade, / senza saper dove, annotati questo indirizzo!
/ Va' al negozio di Secondo, proprio dietro il tempio della dea /
della Pace, vicino a piazza di Nerva! L puoi comprare il mio libro
I libri erano prodotti in edizioni di lusso, ma anche in edizioni a
buon mercato, oggi diremmo economiche. C'erano anche allora
nelle librerie le giacenze di magazzino che si cercava di vendere
nelle province o, nel peggiore dei casi, come carta per imballare
le merci dei negozianti. In Grecia e a Roma vi erano degli arric-
chiti che facevano incetta di libri, per servirsene, come scrive 
Seneca, solo come decorazione delle stanze. Dato che non ave-
vano nemmeno le cognizioni d'uno schiavo.
N a Roma n in Grecia vi era qualcosa di simile al diritto d'autore. 
Quando un libro - scrive Toennes Kleberg - era stato copiato 
in alcuni esemplari e diffuso in una qualunque maniera non
era pi propriet di alcuno. Oratio publicata est res libera est: cos
alla fine del quarto secolo d.C., si esprime sulla questione l'alto funzio-
nario statale e oratore Simmaco. Ognuno poteva copiare qualunque 
libro, venderlo o sistemarlo nella sua biblioteca.
Molti scrittori erano di fatto economicamente indipendenti, come
ad esempio Tacito e Quintiliano, gli altri ricevevano compensi da
mecenati e protettori di cui dovevano accontentare gusti e desi-
deri. Stazio per campare dovette scrivere farse, ma c'era anche
chi per sbarcare il lunario doveva fare il banditore di aste o
affittare panetterie o stabilimenti balneari.
Sul finire della tarda antichit, si rarefece il pubblico che acqui-
stava i libri: prima la borghesia cittadina e, poco dopo, l'aristo-
crazia senatoria vennero meno e l'analfabetismo ritorn anche a
Roma a essere un fenomeno di massa. Nonostante qualche rara
sopravvivenza - scrive Cavallo - alla fine del secolo sesto il tradizio-
nale pubblico committente del libro  scomparso, e il trapasso della 
produzione libraria dalle botteghe laiche agli scriptoria eccle-
siastici pu considerarsi compiuto.
Nei secoli dell'alto Medioevo la Chiesa fin col monopolizzare
tutte le forme scritte di cultura, tanto che clericus fin per equiva-
lere a litteratus e laicus a illitteratus. Se dal quarto al sesto secolo, 
come nota A. Petrucci, la figurazione prevalente del libro per antonomasia,
il Vangelo, era quella di un libro aperto in cui si legge, si scrive,
o si pu leggere e scrivere, nel sesto secolo a questo modulo icono-
grafico se ne affianca un altro, che presenta il libro stesso sempre
chiuso in ricche rilegature minuziosamente riprodotte e sempre
stretto rigidamente sul petto del personaggio raffigurato, come
oggetto di particolare rispetto e venerazione. In altre parole,
nei secoli sesto e settimo il libro si trasforma da strumento di scrittura
e di lettura, fruibile e perci aperto, in oggetto di adorazione e in
scrigno di misteri non fruibile direttamente e perci chiuso.
La produzione libraria aument notevolmente a partire dall'et carolingia,
mentre fiorivano centri di copia negli scriptoria dei
conventi, soprattutto di tradizione benedettina, o nelle scuole
capitolari. Il lavoro di copia era faticoso, ma veniva compiuto
come una pia penitenza. Nel colofone di un codice del 12esimo secolo
si legge questa confessione-raccomandazione di un copista:
Il lavoro dello scrivano  il ristoro del lettore. Il primo toglie le forze
al corpo, l'altro favorisce lo spirito. Pertanto chiunque tu sia non 
disprezare, ma stai piuttosto attento al lavoro di colui che fatica per 
portarti profitto. Se non sai scrivere non lo considererai una fatica, ma 
se ne vuoi un racconto dettagliato ti dir che il lavoro  duro: rende gli
occhi annebbiati, curva la schiena, schiaccia le costole e il ventre, fa 
dolere le reni e tutto il corpo. Pertanto, o lettore, gira le pagine 
delicatamente e tieni le dita lontano dalle lettere, poich come la tempesta
di grandine rovina il raccolto della terra, cos fa lo stolto lettore, 
distrugge il libro e la scrittura. Come al marinaio  gradito trovare il 
porto ultimo del suo viaggio, cos per lo scrivano l'ultima riga. sia 
sempre grazia a Dio.
Tra la fine dell'11esimo e l'inizio del 12esimo secolo, in seguito alla 
rinascita delle citt, si determin nella storia della circolazione libraria
una svolta di decisiva importanza: nacque l'editoria universitaria
e la produzione dei libri si laicizz. Alla fine del 12esimo secolo - ha
scritto Guy Fink-Errera - l'era dei grandi scriptoria monastici 
finita. Ormai non si tratta pi di dettare lentamente a dei monaci, 
negli intervalli fra le ore dell'ufficio, un testo molto raro, con
diffusione scarsissima, quasi sconosciuto fuori dalle mura del con-
vento; si tratta invece di fornire rapidamente dei libri agli studenti
che brulicano nella cinta dell'universit.
A Bologna e a Parigi, intorno alla met del dodicesimo secolo,
e poi via via nelle sedi degli altri pi importanti centri universitari, 
nacque la pratica della pecia. Gli editori-librai (detti stationarii) 
erano degli artigiani che copiavano i testi (exemplaria) appro-
vati da una commissione che doveva accertarne la fedelt ai
modelli o, se ricavati da lezioni, al dettato dei magistri e, quindi,
fissarne la tariffa di trascrizione o di fitto che gli stationarii po-
tevano percepire; non tuttavia la tariffa di un intero exemplar, ma
quello di ciascuna pecia di cui era composto, vale a dire di ogni
singolo fascicolo. Infatti, il testo ufficiale (l'exemplar) non veniva 
rilegato, ma lasciato sciolto in fascicoli per permettere una
trascrizione simultanea: pi scribi potevano lavorare contempo-
raneamente, e d'altro canto le peciae potevano essere affittate a
turno a pi studenti.
Anche nel Medioevo come nell'antichit gli autori non scrivevano le 
loro opere, ma le dettavano a dei notai, con poche eccezioni tra 
cui quella di sant'Ambrogio. L'arte di scrivere, dunque, per tutto 
il Medioevo costitu una disciplina specifica: la si
imparava per guadagnare il proprio pane; gli autori - san Tommaso, 
per esempio - non praticavano quest'arte ma annotavano
il testo dettato in una scrittura personale, vera corsiva, peraltro
completamente illeggibile a prima vista per chiunque salvo che
per loro stessi. I libri editati, quindi, destinati a essere copiati e ri-
copiati erano opera di professionisti.
Con l'intensificarsi dei commerci e con la crescita economica
della borghesia urbana, che tese ben presto ad alfabetizzarsi unitamente 
a frange del popolo minuto, si ampli il numero dei lettori facendo 
di conseguenza aumentare nei secoli 14esimo e 15esimo la
produzione libraria manoscritta. Se fino a tutto il 12esimo secolo i li-
bri in volgare furono pochi e poco accurati, e anzi per alcuni di
essi s' pensato che siano stati, per cos dire di "repertorio", de-
stinati non a lettori ma a recitatori a partire dal Duecento la
produzione di tali libri aument progressivamente.
9. Le biblioteche nell'antichit e nel Medioevo
Secondo il geografo Strabone Aristotele fu il primo a raccogliere 
libri e insegn ai re d'Egitto come si ordina una biblioteca.
Nella Grecia del quinto e del quarto secolo a.C. non ci furono biblioteche 
pubbliche, ma solo raccolte private o biblioteche di scuole filosofiche,
ma in questo caso si trattava poco pi di una stanzuccia in cui
si conservavano le opere del fondatore e dei suoi discepoli pi
eminenti al fine di tramandarne il pensiero nella sua integrit.
Fu a partire dal terzo secolo a.C. che vennero fondate le prime biblio-
teche pubbliche, tra le quali le pi grandi furono quelle di Pergamo 
e del Museo di Alessandria. Tuttavia, queste due biblioteche
insieme alle altri grandi biblioteche ellenistiche furono sostan-
zialmente (e paradossalmente) biblioteche "pubbliche" senza pubblico, 
altrettanto "esclusive" quanto, da una parte, le raccolte librarie 
delle scuole filosofiche, dall'altra gli archivi-biblioteche del
Tempio o del palazzo di tradizione orientale, modelli ch'esse fondono. 
Ad esempio, la biblioteca del Museo di Alessandria non
era pensata per il pubblico, ma per i dotti del Museo: a fruire
dei libri era una assai ristretta comunit, anche se non si trattava
di filosofi, ma di filologi, poeti-filologi o scienziati, e vi sovrinten-
deva, invece dello scolarca, un "sacerdote del Museo" nominato
dal sovrano. Da ci deriva la situazione paradossale, quanto a
fruizione della cultura scritta, in cui versava la societ ellenistica:
era una societ analfabeta e dotta.
Le biblioteche ellenistiche erano sorte per soddisfare in primo
luogo le manie di grandezza dei sovrani del tempo, primi tra tutti
i Tolomei, e per assecondare le loro politiche culturali. I testi,
per, finivano con l'essere conservati in una situazione quasi 
sepolcrale. Controverso  il numero dei rotoli posseduti dalla biblioteca
di Alessandria, anche se per i tempi doveva essere notevolissimo. 
Interessante, inoltre,  la tesi sostenuta da Galeno, secondo 
la quale la nascita delle grandi biblioteche aveva incrementato 
la fabbricazione dei falsi.
A Roma si ebbero le prime vere biblioteche pubbliche soltanto
durante l'et imperiale. Quelle private si erano per gi costituite
almeno un secolo prima. Fu, infatti, a partire dalla met del secondo 
secolo che i Romani iniziarono a portare a Roma come bottino di guerra 
le biblioteche dei sovrani vinti. La prima che giunse nella capitale 
fu la biblioteca di Perseo, re di Macedonia, che era stato scon-
fitto dal console Lucio Emilio Paolo nel 168 a.C. La seconda fu
quella di Apellicone, un generale e filosofo greco, essa conteneva
anche i resti delle raccolte di Aristotele e Teofrasto e fin, come
bottino di guerra, nelle mani di Silla che aveva conquistato Atene 
nell'86 a.C. La terza apparteneva al re del Ponto Mitridate
che fu sconfitto nel 66 a.C. da Lucio Licinio Lucullo. Queste biblioteche
rimasero propriet privata dei consoli sopraricordati e
dei loro eredi, ma talora, come nel caso di quella di Lucullo, fini-
rono con l'essere aperte agli studiosi.
Farsi una buona biblioteca privata era un desiderio molto costoso. 
I libri venivano solitamente conservati in armadi (o in casse) 
a file sovrapposte in modo che le etichette su cui era stato
scritto il nome dell'autore e il titolo dell'opera fossero rivolte al-
l'esterno. Sino all'epoca della rivoluzione gutenberghiana il titolo 
delle opere consisteva spesso nell'incipit, cio nelle prime parole 
del testo, pratica che oggi  ancora in uso per le encicliche papali.
A Roma vi erano biblioteche private molto ricche di opere, quella 
del poeta Sereno Sammonico aveva un capitale librario di
62.000 volumi.
Avere una biblioteca - scrive Paolo Fedeli - divenne in et imperiale una
moda; averne di belle, poi, recava prestigio e contribuiva al successo 
(...) Di conseguenza ci si adoperava perch le biblioteche non fossero 
solo un austero luogo di studio e di meditazione, ma offrissero diletto 
agli occhi oltrech alla mente dei frequentatori. Sempre pi numerose
diventano le attestazioni di statuae o imagines che le adornano. 
Secondo la testimonianza di Svetonio fu Caio Giulio Cesare il
primo che a Roma pens di fondare una biblioteca pubblica e
aveva affidato il compito di realizzarla al grande erudito Varrone, 
tuttavia il suo assassinio blocc sul nascere il progetto. Pochi
anni dopo, comunque, nel 39 a.C. la prima biblioteca pubblica fu
istituita a Roma nel tempio della Libert da Gaio Asinio Pollione 
col bottino di guerra strappato ai Parti. Dieci anni dopo, nel
28 a.C., Augusto cre una seconda biblioteca pubblica presso il
tempio di Apollo sul Palatino.
Tutte le biblioteche pubbliche erano dotate di un catalogo, avevano
finestre volte a Oriente secondo il consiglio di Vitruvio, erano 
divise in almeno due sale: in una si conservavano i testi greci e
nell'altra quelli latini. Le biblioteche erano solitamente luoghi
rumorosi non solo per l'abitudine degli antichi di leggere ad alta
voce, ma anche perch erano luoghi di discussioni pi o meno vivaci.
Le biblioteche pubbliche scomparvero in Occidente col decadere 
dell'impero romano.
Vista nel suo insieme - scrive Luciano Canfora - la storia delle
biblioteche antiche  una catena di fondazioni, rifondazioni e catastrofi. 
Un filo sottile collega vari, e in larga parte vani, sforzi del mondo 
ellenistico-romano di mettere in salvo i propri libri. Tutto comincia con 
Alessandria: Pergamo, Antiochia, Roma, Atene non sono che delle repliche. 
Distruzioni, saccheggi, incendi colpirono immancabilmente i grandi
addensamenti di libri. Neanche le biblioteche di Bisanzio fecero eccezione.
Perci quello che alla fine  rimasto non proviene se non mediatamente 
dai grandi centri (in genere i pi colpiti), bens piuttosto
dai luoghi marginali.
Durante il Medioevo i libri si accumularono presso le cattedrali
e i conventi. Alcune di queste biblioteche sono giunte sino a noi,
ma molte sono andate ancora una volta disperse in seguito a invasioni, 
saccheggi, furti e, al solito, incendi. In ambito monastico
occorre, tuttavia, distinguere le biblioteche delle abbazie benedettine 
dell'Alto Medioevo dalle biblioteche dei conventi degli ordini mendicanti 
(Domenicani e Francescani).
Infatti, se nelle abbazie benedettine contava scrivere i libri; di
qui una biblioteca non di lettura, ma tutta funzionale a uno scriptorium 
rigorosamente organizzato e perci sostanzialmente incrementata dalla 
produzione di quest'ultimo: una biblioteca, perci di conservazione 
di libri intesi pi come beni che come strumenti (e di qui, pure, 
il ruolo affatto secondario della lettura), nei conventi degli ordini
mendicanti contava, di contro, leggere i libri, di qui una biblioteca 
articolata in una sezione aperta alla pubblica consultazione e in un 
deposito finalizzato al prestito, ma in ogni caso incrementata da libri 
di diversa origine - acquistati, fatti copiare, scambiati solo se utili - 
e, ove prodotti all'interno dello stesso convento, trascritti non in uno 
scriptorium definito come spazio e come struttura organizzata, ma per 
iniziativa individuale (anche se controllata) e, spesso, a opera di 
scriptores esterni.
Notevole per quantit di testi fu, a detta di Eginardo, la biblioteca 
che Carlo Magno era riuscito a costituire presso il palazzo reale, 
tuttavia essa conserv il carattere di possesso personale e
alla sua morte il sovrano dispose che fosse messa in vendita e il ricavato 
distribuito ai poveri. Il Medioevo, scrive Peter Karstedt,
non conobbe uno Stato nel senso moderno e, di conseguenza,
neanche una biblioteca civica, bens solamente biblioteche di sovrani.
Il concetto di biblioteca pubblica rinacque in Italia nel corso del
14esimo secolo con la riscoperta e la rilettura dei classici. Esemplare
e, a questo proposito, il caso di Francesco Petrarca, che in una
lettera del 1346 al padre domenicano Giovanni Anchiseo ricorda
i meriti di Asinio Pollione che per primo aveva aperto a Roma
una biblioteca pubblica. Successivamente, nel 1362, il Petrarca
offr alla citta di Venezia la propria biblioteca quale nucleo iniziale 
di una biblioteca aperta al pubblico in cambio di una casa in
cui risiedere nella citt lagunare. Il senato veneto accolse la proposta 
nella seduta del 4 settembre di quello stesso anno. Per la
prima volta - commenta Giorgio Montecchi - in Occidente l'autorit statale 
si presentava quale garante della conservazione nel tempo e dell'uso 
pubblico dei libri; essa si impegnava cio a svolgere un servizio che 
nell'Europa medievale era sempre stato appannaggio quasi esclusivo 
dei monasteri e dei conventi.
La proposta del Petrarca non venne alla fine realizzata, ma essa
era stata il segnale che i tempi erano ormai maturi per la nascita
di una biblioteca pubblica, biblioteca che vide luce nel 1441 a Firenze 
a opera di Cosimo il Vecchio de' Medici. La biblioteca consisteva in 
una sala del convento domenicano di san Marco e il capitale librario 
iniziale era costituito dalla ricca biblioteca dell'umanista Niccol Niccoli.
III. La cultura tipografica
Bisogna considerare anche la forza, la virt e gli effetti delle
cose scoperte, che non ricorrono tanto chiaramente in altre
cose, quanto in quelle tre invenzioni, che erano ignote agli an-
tichi (...) l'arte della stampa, la polvere da sparo, la bussola. Queste 
tre cose, infatti, mutarono l'assetto del mondo tutto. FRANCESCO BACONE
1. La scoperta di Gutenberg e la diffusione della stampa
L'invenzione della stampa provoc una vera e propria rivoluzione 
nel mondo della comunicazione. George Sarton, noto storico
della scienza, ha definito i caratteri mobili la pi grande inven-
zione del Rinascimento. Per Myron Gilmore l'invenzione e lo
sviluppo della stampa a caratteri mobili determin la pi radicale 
trasformazione delle condizioni della vita intellettuale nella storia 
della civilt occidentale. Apr nuovi orizzonti nel campo del-
l'istruzione e della comunicazione delle idee. I suoi effetti si fecero 
sentire prima o poi in ogni sfera dell'attivit umana.
Su queste tesi concorda anche uno dei pi noti storici della stampa, 
S.H. Steinberg. A suo avviso, la stampa ha esercitato un'influenza 
importantissima su tutti gli avvenimenti politici, costitu-
zionali, religiosi, economici e su tutti i movimenti sociali, filosofi-
ci e letterari, tanto che nessuno di essi pu essere compreso appieno 
se non si tiene conto di questa influenza. Dal punto di vista
commerciale, ha avuto parte nello sviluppo di tutti gli altri settori
dell'industria e del commercio. Da parte loro alcuni dei pi ce-
lebri massmediologi dei nostri tempi, primo tra tutti McLuhan,
hanno sostenuto che l'invenzione della stampa ha determinato
cos profondi cambiamenti nel modo di conservare e trasmettere
le informazioni e, addirittura, nel modo stesso di pensare dell'uomo 
tanto che si pu parlare della nascita di un uomo nuovo: l'Uomo 
tipografico. La differenza - egli scrive - tra l'uomo di una cultura 
a stampa e quello di una cultura amanuense  quasi altrettanto 
grande di quella che vi  tra un non-letterato e un letterato.
La rivoluzione silenziosa della stampa inizi intorno alla met
del Quattrocento in un piccolo centro renano, Magonza, di tremila 
abitanti, e la si deve all'inventiva e alla tenacia di un orefice
che si chiamava Johannes Gensfleisch detto Gutenberg. Egli era
nato molto probabilmente tra il 1394 e il 1399 da una famiglia di
orafi. Nel 1428, in seguito a lotte tra fazioni politiche scoppiate a
Magonza, fu costretto ad andare in esilio a Strasburgo, dove rimase 
per circa vent'anni.
In questa citt inizi a fare i suoi primi tentativi di stampa.
Quattro sono gli elementi necessari per stampare a mano: la carta, 
i1 torchio, l'inchiostro e i caratteri mobili di metallo fuso, elementi 
che rimasero sostanzialmente identici dall'et di Gutenberg 
sino al 19esimo secolo. La carta aveva fatto la sua comparsa in Europa 
nel 12esimo secolo; Gutenberg adatt un comune torchio a vite
realizz un nuovo tipo d'inchiostro con della vernice d'olio di lino
e, utilizzando conoscenze tipiche degli orafi del tempo, escogit
il principio della fusione a ripetizione, ottenendo da una singola
lettera incisa in rilevo la matrice di numerose altre copie a quella
identica versandovi sopra del piombo fuso.
Tutto ci pu sembrare apparentemente facile, tuttavia per ottenere 
dei buoni caratteri mobili si dovettero provare, tra l'altro
metalli e leghe di durezza diversa al fine di trovare quella che im-
pediva alla matrice e ai caratteri di consumarsi troppo rapidamente. 
Con la tecnica dei caratteri mobili Gutenberg non solo stabil
scrive Steinberg, il principio della stampa tipografica, ma intro-
dusse anche in Europa, con pi di tre secoli d'anticipo sulla sua
adozione nell'industria, la teoria dei "pezzi intercambiabili", che
rappresenta il fondamento tecnico della moderna produzione in serie.
Gutenberg rientr a Magonza intorno al 1448 e qui continu le
sue ricerche volte a produrre una scrittura artificiale. Nel 1450
chiese un prestito di 800 fiorini a Johannes Fust, un ricco avvocato, 
e nel 1452 altri 800 per acquistare carta e inchiostro facendolo
divenire suo socio. Ma nel 1455, Fust chiese a Gutenberg la resti-
tuzione della somma iniziale che gli aveva prestato maggiorata
degli interessi. Il tribunale diede ragione a Fust che cos ottenne
gran parte dei torchi e dei caratteri che si trovavano nella bottega 
di Gutenberg. Fust si associ, allora, con Peter Schoeffer, un
ex studente dell'universit di Parigi che aveva sino ad allora 
lavorato con Gutenberg.
Nel 1456, con molta probabilit, usc la Bibbia di 42 righe,
nota come Bibbia di Gutenberg e di cui sono giunti sino a noi ben
quarantanove esemplari. Il 14 ottobre del 1457 usciva la prima
opera di cui  nota la data di stampa: il Salterio di Magonza. Legato 
alla stampa della Bibbia di Gutenberg esiste un curioso aneddoto 
che viene cos raccontato da Goldsmith: non appena la Bibbia fu 
terminata di stampare, il finanziatore della ditta, John Fust, 
se ne and con una dozzina di copie, pi o meno, per verificare 
di persona come cogliere nel migliore dei modi il raccolto
dei suoi pazienti investimenti. E dove si rivolse per prima cosa
per convertire le sue Bibbie in denaro? And nella maggiore citt
universitaria d'Europa, a Parigi, dove diecimila studenti o pi
riempivano la Sorbona e i collegi. E cosa vi trov, con sommo imbarazzo? 
Una bene organizzata e potente corporazione del libro, la Confrrie 
des Libraires, Relieus, Enlumineurs, Ecrivains et Parcheminiers (...) 
Allarmati dalla comparsa di un intruso con un simile straordinario tesoro
di libri, videro che vendeva una Bibbia dopo l'altra, subito chiamarono 
la polizia, esprimendo la loro opinione di esperti che una simile 
abbondanza di libri preziosi doveva essere in possesso di un solo uomo
mediante l'aiuto del diavolo in persona, e Fust dovette scappare per 
salvare la pelle, altrimenti il suo primo viaggio d'affari si sarebbe 
concluso con un pericoloso fal.
Schoeffer, in seguito, spos la figlia di Fust e la sua stamperia era
ancora attiva all'inizio del Cinquecento. Gutenberg visse, probabilmente 
per vari anni, in ristrettezze economiche. Nel 1465 l'arcivescovo 
elettore di Magonza lo elev al rango nobiliare e lo prese al suo 
servizio. L'inventore della stampa mor nel mese di febbraio del 1468. 
Nessuna opera porta nel suo colofone il nome di Gutenberg, tuttavia in
quello del Catholicon, una enciclopedia popolare, che molti ritengono 
sia stata da lui composta, emerge quello che fu, se non il suo, certo 
il modo in cui i primissimi stampatori considerarono la loro attivit:
Con l'aiuto dell'Altissimo, per volont del quale parlano le lingue degli
infanti, e che spesso rivela agli inferiori ci che cela ai saggi, questo
nobile libro Catholicon  stato stampato e portato a termine senza l'aiuto 
del calamo dello stilo o della penna, ma per mezzo del meraviglioso accordo,
della proporzione e dell'armonia di punzoni e di matrici, nell'anno 1460 
dalla nascita di Cristo nell'alma citt di Magonza dell'inclita nazione 
germanica, che la clemenza di Dio s' degnata di preferire e di distinguere
con s alto genio e liberale dono. Perci sia lode e onore a te Padre, 
Figlio e Spirito santo, Dio in tre persone e tu Catholicon diffondi la 
gloria della Chiesa e non cessare mai di lodare la devota Maria. 
DEO GRATIAS.
Per qualche decennio il mestiere dello stampatore rimase in mani 
tedesche pur diffondendosi rapidamente in tutti i paesi europei. 
Furono, infatti, fondate stamperie a Colonia (1464), Basilea (1466),
Roma (1467), Venezia (1469), Parigi, Norimberga e Utrecht (1470),
Milano, Napoli e Firenze (1471), Augusta (1472),
Lione, Valencia e Budapest (1473), Cracovia e Bruges (1474)
Lubecca e Breslavia (1475), Westminster e Rostock (1476), Ginevra, 
Palermo e Messina (1478), Londra (1480), Anversa e Lipsia (1481), 
Odense (1482), Stoccolma (1483). Le citt universitarie -
commenta Steinberg - in quanto tali non attrassero gli stampatori 
(erudizione e accuratezza non sono validi sostituti del denaro),
mentre Colonia, Basilea, Parigi, Valencia, Siviglia e Napoli agi-
rono come tante calamite, in quanto fiorenti centri commerciali
di banche e di spedizionieri, e sede di corti e amministrazioni 
secolari ed ecclesiastiche.
2. Il libro stampato e il libro manoscritto
I primi libri che uscirono dalle stamperie quattrocentesche assomigliavano
terribilmente ai libri manoscritti (alcuni avevano addirittura le 
lettere iniziali fatte a mano dai calligrafi e/o miniate). Tra gli 
studiosi c' chi ha voluto vedere in questa somiglianza
una deliberata intenzione, da parte dello stampatore, di voler 
ingannare l'acquirente. In realt, questa somiglianza mostra solo
la limitatezza della creativit umana: accadde per i libri a stampa
ci che accadr qualche secolo pi tardi per le carrozze ferroviarie 
che furono inizialmente costruite perfettamente identiche a
quelle tirate dai cavalli. La novit ha, talora, processi lenti di
creazione e la sua prima forma pu essere quasi una copia dell'esistente.
I libri a stampa si imposero, comunque, sul mercato e agli inizi
del Cinquecento avevano vinto la loro battaglia sui manoscritti.
Questi, come osserva Petrucci, sopravvissero pi a lungo in zone
periferiche del mondo europeo, in Russia e soprattutto in Serbia, 
ove l'introduzione della stampa a caratteri mobili, pur tentata, 
non venne assunta dalla Chiesa o dalle autorit statali. Anche nei 
paesi tipografici, quali ad esempio la Francia o la Germania il testo
manoscritto non scomparve del tutto, ma pass ad assolvere ruoli 
diversi: divent il codice raffinato di celebrazioni o
di festeggiamenti oppure serv a diffondere opere di cui era vietata 
la vendita per motivi di censura politica o ecclesiastica, oppure, 
infine, fu prodotto in ambienti relegati ai margini della cultura 
scritta ufficiale costituendo cos una testimonianza relativamente 
diretta della cultura delle classi subalterne.
Le cifre sulla produzione libraria dei primi cinquant'anni della
stampa (sino cio al 1500 incluso), il periodo degli incunaboli
(dal latino incunabula = fasce), sono controverse, ma comunque
estremamente significative. Un uomo - scrive Chapman - nato
nel 1453, l'anno della caduta di Costantinopoli, a cinquant'anni
poteva vedere dietro di s una vita durante la quale erano stati
stampati circa otto milioni di libri, forse pi di quanto avevano
prodotto tutti gli amanuensi da quando Costantino aveva fondato 
la sua citt nel 330 d.C.
Febvre e Martin, da parte loro, parlano di circa trenta-trentacinquemila
edizioni anteriori al Cinquecento per un numero di 15-20 milioni di 
esemplari. Si trattava di libri per quasi il 75 per cento in latino, 
per il 7,5 per cento  in italiano, per il 5,4 per cento in tedesco, per 
il 4,5 per cento in francese. Quasi il 45 per cento era di carattere 
religioso. In Italia oltre il 50 per cento dei libri era stato stampato
a Venezia.
Anche se per tutto il Quattrocento la tiratura media di un libro rimase 
molto bassa (intorno alle 200 copie) si verificarono i primi casi di
best seller. Si tratt ovviamente di due testi religiosi; la Bibbia e 
il De imitatione Christi (di cui furono tirate tra il 1472 e il 1500 
ben 99 edizioni). Nel Cinquecento, gli autori le cui opere divennero 
dei best seller furono essenzialmente tre: Erasmo, Lutero e l'Ariosto 
(il suo Orlando Furioso, ristampato tra il 1532 e il 1542 per 36 volte  
il primo caso di best seller nazionale).
Gli amanuensi che in un primo momento si erano visti copiare
i loro testi dagli stampatori, sul finire del Quattrocento ricambiarono 
la cortesia copiando i loro manoscritti dai libri stampati.
Cos - commenta Eisenstein - lavoro a mano e a macchina continuarono 
a sembrare quasi indistinguibili, anche dopo che lo stampatore ebbe 
cominciato ad abbandonare le convenzioni degli amanuensi e a sfruttare
alcune delle nuove caratteristiche insite nella sua arte.
Sotto l'incalzare del libro a stampa gli amanuensi videro sparire
il loro pubblico. Alcuni divennero tipografi, altri librai, altri ancora 
entrarono alle dipendenze di mecenati di sicura fortuna
per eseguire opere di lusso su ordinazione, alcuni, infine, di-
vennero amanuensi itineranti. Anche gli scriptoria monastici ven-
nero meno sia pure tra qualche isolata resistenza come testimonia 
i1 trattatello di Johannes Trithemius (De laude scriptorum), in
cui si invitano i monaci a non cessare di copiare a causa 
dell'invenzione della stampa. E ci non solo perch la pratica della
copiatura incoraggiava, a suo dire, la diligenza, la devozione, la
conoscenza della Sacra Scrittura, ma anche perch la pergamena 
avrebbe superato i secoli, mentre la parola stampata su carta
avrebbe avuto vita assai pi breve. In genere i monaci ricercarono, 
da subito, la collaborazione degli stampatori (come i benedettini 
di Subiaco che in Italia nel 1465 ospitarono per primi degli stampatori 
tedeschi) o si fecero essi stessi tipografi definendo la stampa 
ausiliatrice della Chiesa.
I libri a stampa, poco a poco, cominciarono a distinguersi dai libri 
manoscritti e uno dei motivi dell'affermarsi della distinzione
va attribuito alla concorrenza che si venne a creare tra gli editori
per conquistarsi una fetta di pubblico sempre maggiore. Infatti,
se i manoscritti non tenevano conto dei consumatori, ma dei produttori 
(le abbreviazioni, come abbiamo gi detto, erano pensate per alleviare 
la fatica dei copisti e non per facilitare il lavoro dei lettori) tale
situazione si capovolse con la stampa. Il carattere commerciale 
altamente concorrenziale del nuovo modo di produzione del libro - scrive 
Eisenstein - incoraggi l'adozione relativamente rapida di ogni 
innovazione che rendesse allettante per gli acquirenti
una data edizione. Gli stampatori, dunque, nel tentativo di battere 
la concorrenza cercarono di stampare testi pi leggibili (usando le
note, i titoletti, i capoversi, la numerazione delle pagine, le illustra-
zioni, graduando i corpi di un carattere), testi pi facili da consultare
(introducendo indici dei nomi e degli argomenti pi completi possibili),
testi pi corretti (attraverso una correzione delle bozze particolarmente 
accurata e con l'introduzione dell'errata corrige)
Nel Cinquecento, afferma McLuhan, nessuno sapeva come lanciare sul 
mercato e come distribuire il libro stampato, prodotto di massa. Esso 
veniva smerciato attraverso i vecchi canali del libro manoscritto. 
Tuttavia, ben presto, da tali canali il libro tracim e furono individuati
nuovi punti di distribuzione. Gli stampatori iniziarono a stampare 
manifesti e cataloghi con l'elenco delle opere. In genere i venditori si
recavano nelle varie citt durante le fiere (tra le pi importanti quelle
di Lione e di Francoforte) e le feste locali.
I libri per giungere agli acquirenti dovevano superare non poche 
difficolt di trasporto. Essi erano una merce preziosa, ma anche 
pesante e ingombrante. In un'epoca in cui le spese di trasporto erano 
forti, il suo prezzo ne era sovente gravato. Appunto
per ridurre il peso e l'ingombro si usava spedire e vendere i libri
a fogli sciolti, senza rilegatura. Il sistema non era privo d'incon-
venienti: i commessi che preparavano le spedizioni dovevano
ogni volta scegliere in magazzino i fogli e raggrupparli: ci era
fonte di molti sbagli e la corrispondenza dei librai  piena di 
richieste di fogli mancanti per completare gli esemplari gi inviati.
Ma il libro  anche una merce fragile. Esistevano, allora, soltanto
due mezzi di trasporto; il battello o il carro, e i fogli rischiavano o
di bagnarsi nel fondo della stiva, o d'essere rovinati dalle intem-
perie. Per proteggerli, occorreva mettere le balle di libri in barili
di legno, e nonostante queste precauzioni, spesso i libri arrivavano 
bagnati e guasti.
3. Le caratteristiche della cultura tipografica
Con l'invenzione della stampa si conclude secondo McLuhan
quel processo di detribalizzazione che era iniziato con la creazio-
ne dell'alfabeto. La fase tipografica della cultura alfabetica  se-
gnata dall'uniformit, dalla continuit, dalla ripetibilit e dalla
omogeneit. In questa fase i tratti caratteristici della cultura chi-
rografica subiscono una vistosa accentuazione e, a questi, se ne
aggiungono di nuovi.
La stampa privilegia ancora di pi la sinteticit, l'analiticit, l'og-
gettivit, il pensiero astratto. Si accentuano i fenomeni della crea-
tivit linguistica e la definitiva marginalizzazione del pensiero for-
mulaico. La stampa privilegia la vista tra tutti gli altri sensi e de-
termina cos la vittoria dell'occhio sull'orecchio. La scrittura e 
ancor pi la stampa abituano l'uomo a guardare diversamente, gli
insegnano a non usare gli occhi come organi di tatto che esplorano 
le immagini un pezzo alla volta, ma a mettere a fuoco prima in
nodo da avere una visione d'insieme.
La stampa trasform la memoria collettiva allentando ancor pi
gli obblighi mnemonici, ma soprattutto ebbe effetti dirompenti
sulla lingua. In primo luogo, la stampa contribu a purificare il latino 
in quanto permise un confronto visivo diretto con gli stili
dell'antichit in tutta la loro rigidit. ci favor il privilegia-
mento di quel particolare stile noto come ciceronianesimo, privi-
legiamento che port all'eliminazione dei solecismi e soprattutto
dei barbarismi tradizionali, costringendo gli scrittori a servirsi
di perifrasi imbarazzanti per esprimere un'idea o descrivere un
nuovo oggetto. In tal modo distolse gli scrittori dall'uso del latino 
provocandone la morte.
In secondo luogo, la stampa favor lo sviluppo delle lingue nazionali, 
ma al prezzo di una loro cristallizzazione. Gli editori, infatti, per 
motivi economici incrementarono la stampa delle opere in lingua nazionale,
e ci perch il pubblico delle librerie era sempre pi un pubblico di 
laici che non avevano dimestichezza col latino.
Prima della stampa le differenze tra lingua parlata e lingua scritta 
erano molto meno marcate e la lingua era in uno stato pi magmatico. 
La stampa, come scrivono Febvre e Martin, ebbe una parte essenziale 
nella formazione e nella normalizzazione delle lingue. Sino ail'inizio 
del Cinquecento le lingue nazionali, che in date diverse s'erano imposte 
in Europa occidentale come lingue scritte ed erano servite come lingue 
comuni, avevano continuato ad evolversi, seguendo da vicino la lingua 
parlata (...) Dopo il Cinquecento, comincia a non esser pi cos. Nel 
Seicento, le lingue nazionali sono un po' dappertutto cristallizzate.
La stampa, inoltre, fu per la lingua una implacabile forza omogeneizzatrice.
Essa contribu a normalizzare l'ortografia, eliminando le fantasie 
ortografiche degli amanuensi come pure i capricci dei compositori e rese 
cos possibile la sgrammaticatura.
Mentre la cultura manoscritta non aveva alcun potere di fissare
una lingua o di trasformare un vernacolo in un mezzo di comunicazione 
di massa per la realizzazione dell'unit nazionale, ci fu alla portata
della cultura tipografica che contribu a dare a ogni parola significati 
ben definiti.
La tipografia rese meno fluidi i cambiamenti a livello linguistico,
ma arricch il lessico, valorizz i volgari, ma ne uccise anche
qualcuno. Infatti, se il torchio da stampa - come osserva Steinberg - ha 
conservato, codificato e a volte perfino creato, in Inghilterra come 
altrove, la lingua locale, tuttavia presso popoli poco numerosi ed 
economicamente deboli la mancanza di una stamperia ha portato alla 
scomparsa delle lingue nazionali, o almeno alla loro esclusione 
dall'Olimpo letterario. La sopravvivenza del gallese  dovuta in gran 
parte al fatto che, a partire dal 1546, si stamparono libri a Cymric.
4. Autori e lettori
Le figure dell'autore e del lettore hanno subto in seguito alla ri-
voluzione tipografica tali cambiamenti che meritano un esame il
pi attento e il pi analitico possibile poich esso ci consentir di
cogliere alcuni nodi centrali dei cambiamenti introdotti dalla ri-
voluzione gutenberghiana.
a. Il plagio divenne un reato, la parola una merce e il pubblico il
nuovo mecenate. Nella cultura manoscritta la paternit letteraria
era un elemento a cui non si prestava molta attenzione, non ne
prestavano i lettori e neppure gli autori. L'anonimato era una
pratica diffusissima. Il Medioevo, scrive Goldschmidt, non diede
ai concetti di autore e di paternit letteraria lo stesso significato
che noi oggi diamo a questi termini. Buona parte del prestigio e
del fascino che noi moderni attribuiamo al termine autore e che
ci fa considerare lo scrittore che sia riuscito a far pubblicare un 
libro come qualcuno che  di un passo pi vicino a divenire un grand'uomo, 
 necessariamente una aggiunta recente. L'indifferenza degli studiosi 
medievali nei confronti dell'esatta identit degli autori di cui 
studiavano i libri  innegabile. Gli stessi scrittori, d'altra parte, 
non si preoccupavano sempre di "citare" quello che prendevano da altri 
libri o di indicare da quale fonte l'avessero preso; si astenevano 
persino dal firmare le opere che erano palesemente loro in 
maniera chiara e senza possibilit di errori.
La paternit letteraria individuale, dunque, si  fatta strada len-
tamente sui sentieri della storia e si  affermata anche grazie al
fatto che la stampa ha reso la parola una merce tra le altre merci
e ha creato un senso tutto nuovo della propriet privata delle
parole. Con la cultura tipografica il plagio divenne un reato e
si istituzionalizz l'uso della citazione. Se termini come plagio o
propriet privata non avevano senso per i menestrelli, ne avranno
moltissimo per gli autori a partire dal Cinquecento. Nell'et del
manoscritto - scrive H.J. Chaytor - copiare e mettere in circola-
zione l'opera di un altro poteva essere considerato un atto meri-
torio; nell'et della stampa la stessa cosa avrebbe come conse-
guenza una causa legale e la richiesta del risarcimento dei danni.
Questo rivoluzionario cambiamento  il frutto anche delle diverse 
modalit di pubblicazione proprie della cultura tipografica
e di quella manoscritta. In questa cultura, ad esempio, le diffe-
renze tra lettori e autori erano meno nette che in quella tipogra-
fica, tanto che il testo dell'autore e le note o le glosse del lettore
godevano dello stesso status. Inoltre, la pubblicazione nella cul-
tura manoscritta era un evento indubbiamente meno solenne e
costoso di quello della cultura tipografica. Nella cultura mano-
scritta qualunque lettore poteva decidere di passare dall'altra
sponda e diventare un autore: bastava sedersi a scrivere un trat-
tato, o scrivere i propri appunti in modo che altri potessero leggerli. 
Una volta che il trattato era stato scritto, non vi era alcuna
differenza fra esso e le opere di altri autori "pubblicati", tranne
che le opere pi famose, esistevano in un maggior numero di copie.
Per gli uomini della cultura tipografica un autore  tanto pi degno 
di ammirazione quanto pi  originale, ma per gli uomini
medievali agli autori non si chiedeva quale prima e somma virt
l'originalit. C' a questo proposito un passo di san Bonaventura
da Bagnoregio, uno degli autori pi fecondi della Chiesa latina,
in cui sono elencati quattro diversi modi di fare libri e tra questi,
come tra breve vedremo, sono state omesse proprio quelle opere
che sono il frutto di una piena e festiva originalit.
Un uomo - sostiene San Bonaventura - pu scrivere le opere di altri, senza
aggiungere o cambiare nulla, e in questo caso  chiamato semplicemente 
amanuense (scriptor). Un altro scrive le opere di altri con aggiunte che 
non sono sue, ed  chiamato compilatore (compilator). Un terzo scrive sia 
il lavoro di altri sia il proprio, ma con il lavoro degli altri in primo 
luogo, aggiungendo il proprio a mo' di spiegazione; ed  chiamato 
commentatore (commentator)(...) Un altro scrive sia un libro proprio 
sia libri di altri, ma il proprio in primo luogo e aggiungendo quello 
degli altri a mo' di conferrna; e tale individuo dovrebbe essere 
chiamato autore.
La prassi del diritto d'autore, la prassi cio secondo la quale un
autore percepisce dal suo editore un compenso per la vendita delle 
copie di una sua opera, fatic ad affermarsi. Gli autori anche
nei primi secoli della stampa continuarono a comportarsi come
gli scrittori dell'antichit. Attraverso l'uso della dedica essi 
cercavano di ottenere compensi dai vari mecenati.
Il primo autore a percepire uno stipendio dall'editore fu Erasmo da 
Rotterdam, le cui opere, grazie anche al fatto che venivano regolarmente 
condannate, divennero tutte dei best seller. Ma per almeno due secoli 
rimase un caso isolato, se si eccettuano l'Aretino (che si serv della
stampa come un'arma per ottenere tramite il ricatto e la diffamazione, 
compensi in denaro e privilegi) e vari autori teatrali che ricevettero 
(come del resto avevano gi fatto quelli dell'antichit) compensi per le 
loro opere.
Come nel Medioevo chiunque aveva il diritto di copiare qualsiasi opera 
cos nei primi tempi della stampa quando un editore faceva uscire 
un'opera, nulla impediva a un altro libraio di stampare, se lo trovava 
interessante, lo stesso testo. In un primo tempo, questo modo di fare 
present pochi inconvenienti: si stampavano, soprattutto in origine, 
testi antichi, gi noti e diffusi per tradizione manoscritta, tra le 
opere da pubblicare, la scelta era enorme e il bisogno di libri tale, 
che spesso si potevano stampare contemporaneamente parecchie edizioni 
d'un testo importante senza troppo danno.
Tuttavia, questa situazione divenne insostenibile quando i libri
stampati cominciarono a essere molti e, soprattutto, quando si
pass a stampare per lo pi opere di autori contemporanei. In
questa nuova situazione, il fatto che lo stampatore non avesse il
monopolio delle opere che pubblicava cre problemi economici
non indifferenti. Dapprima, gli editori cercarono di difendersi 
ricorrendo a privilegi reali (il primo risale al 1481 e fu rilasciato a
un editore milanese: Andrea de Bosiis), ma le edizioni pirata
continuarono a proliferare. In Francia, ad esempio, il regime dei
privilegi di stampa fin con l'avvantaggiare i grandi editori parigini 
pi vicini al potere regio, pi docili e pi noti, a spese dei 
provinciali.
Il sistema dei privilegi era per ricco di inconvenienti, non pro-
teggeva a livello internazionale, in quanto ogni sovrano concedeva 
privilegi validi ovviamente solo nell'ambito del suo Stato.
Inoltre, esso fin col dar luogo a una legislazione vasta, confusa e
contraddittoria. Alla fine alcuni Stati europei, dapprima l'Inghilterra 
e poi la Francia, decisero di fissare i rapporti tra gli editori
e tra questi e gli autori su basi normative nuove. Le prime disposizioni 
di legge in merito furono il Copyright Act inglese del 1709
e la corrispondente legge francese del 1793 (in cui era prevista la
protezione per un periodo di due anni dopo la morte dell'autore). 
In Germania la prima legge di questo genere fu quella emanata 
nel 1839 dal granducato di Sassonia-Weimer, che fu anche
la prima a prevedere il prolungamento della protezione per trent'anni 
dopo la morte dell'autore. Ci vollero per altri cinquant'anni 
prima che nella Convenzione di Berna del 1886 venisse finalmente 
stabilito il principio della reciprocit internazionale di diritti.
Per tutto il Settecento gli autori, anche se percepirono un compenso 
dai loro editori, se ne vergognarono e cercarono di far passare
sotto silenzio la cosa. Molti tra loro, con Voltaire in testa, si
schierano pubblicamente contro quella sciagurata specie che scrive 
per vivere. Tuttavia, il clima stava ormai mutando e il pubblico, 
a poco a poco, divenne il re del mercato e per lo scrittore il
nuovo protettore da conquistare e, talora, purtroppo, da adulare.
b. La lettura si fece silenziosa ed estensiva e divenne un fatto privato
e, nel contempo, di massa. Nella cultura manoscritta il leggere era
un'esperienza radicalmente diversa da quella che sar nella cul-
tura tipografica. Il lettore si trovava davanti a testi che non avevano 
spazi tra le parole, n vi era la punteggiatura, n l'uso delle
maiuscole. La lettura era, in breve, un'operazione che richiede-
va un lavoro di decodificazione particolarmente faticoso. Essa
poteva essere eseguita solo ad alta voce ed era, solitamente, una
esibizione pubblica, una performance paragonabile al cantare o
al ballare. Ad esempio, il passo posto in esergo all'inizio di que-
sto capitolo si presentava al lettore medioevale nel modo se-
guente:
bisognaconsiderareanchelaforzalavirtueglieffettidellecosescopertechenonricorrono
antochiaramenteinaltrecosequantoinquelletreinvenzionicheeranoignoteagliantichi
lartedellastampalapolveredasparolabussolaquestetrecoseinfattimutaronolassetto
delmondotutto
Inoltre, occorre tenere presente che il lettore della cultura manoscritta 
per riuscire ad avere tra le mani e leggere il testo desi-
derato doveva compiere un lungo viaggio dopo aver chiesto presso 
le biblioteche di vari conventi dove poteva trovarlo. Nella prima met 
del Quattrocento non c'era in tutta Firenze una sola copia completa 
della Naturalis Historia di Plinio, ma Niccol Niccoli
sapeva che ne esisteva una a Lubecchi, nella Magna e ordin
- come scrive Vespasiano da Bisticci - che Cosimo facesse d'averla, 
e cos fece e per mezzo suo venne Plinio in Firenze.
I libri nella cultura manoscritta sono oggetti rari, talora unici.
Leggere , dunque, per il lettore un privilegio, un'attivit da com-
piere tra mille attenzioni perch quei testi cos rari ogni volta che
venivano maneggiati vedevano ridursi, per l'uso, la propria pre-
ziosa esistenza. Non ci si deve mai dimenticare che i libri nella
cultura manoscritta erano pochi, erano difficili da reperire, erano 
lenti da leggere e lenti nel muoversi e nel circolare.
Fu solo con la stampa che la lettura divenne poco a poco un fenomeno 
di massa. Fino alla fine del Seicento - scrive Steinberg
- tempo libero e capacit di leggere e scrivere erano stati virtual-
mente limitati agli studiosi e ai "gentiluomini"; nel Settecento
acquisirono il gusto della lettura il ceto medio dei mercanti e spe-
cialmente le donne; nell'Ottocento l'introduzione della frequenza 
scolastica obbligatoria allarg ancora la cerchia dei lettori 
potenziali, cui il "Welfare State" del Novecento ha finalmente fornito 
le condizioni sociali per godere della lettura.
Con la stampa si pass da un pubblico di ascoltatori a un pubblico 
di lettori, un pubblico sempre pi atomistico, individualistico,
disperso e differenziato (nacque la letteratura infantile e quella
femminile). Grazie a Gutenberg la lettura divenne un fatto inte-
riore, inizi a essere per molti un piacere e un passatempo o, pi
semplicemente, un atto di devozione dato l'alto numero di copie
di libri d'ore o, pi semplicemente, di argomento religioso che
venivano stampati.
Sul finire del Settecento, infine, si verific un'altra rivoluzione
della lettura: si pass, cos sostiene Rolf Engelsing, dalla lettura
intensiva alla lettura estensiva. Infatti, sino alla met del Settecento 
in genere, gli uomini possedevano ben pochi libri: la Bibbia,
qualche almanacco e qualche operetta devozionale. Essi pratica-
vano una lettura attenta, rispettosa, riverente, iterativa. Si trattava 
di una continua rilettura degli stessi testi. Ma verso il diciannovesimo
secolo questo scenario mut e gli uomini, tutti gli uomini, ebbero a
disposizione un numero crescente di testi stampati, la lettura si 
fece cos estensiva, disinvolta, irriverente. Infine, nel Novecento fece 
la sua comparsa il lettore nomade, il lettore bracconiere, il lettore 
che procede per assaggi, che non legge pi i testi per intero, ma per
sondaggi, a salti, comparvero lettori che cannibalizzavano i testi, che
procedevano tra le pagine delle opere con l'andatura zigzagante di 
coloro che passeggiano erborizzando. Questa lettura non-lineare sar, 
come vedremo, la lettura tipica anche dei lettori degli ipertesti.
5. Le conseguenze inintenzionali della stampa
La mia penna, era solito dire Einstein,  pi intelligente della
mia testa. E con questa frase intendeva sostenere che ogni uomo
di scienza (ma anche ogni scrittore) mette molte pi cose nelle
scoperte che fa (o nelle opere che scrive) di quante ne sia imme-
diatamente consapevole. L'inventore della serie naturale dei nu-
meri, ad esempio, li cre anche, inconsapevolmente, pari e di-
spari e i suoi lontani nipotini scoprirono che alcuni di essi erano
anche primi. La stessa cosa accadde a Gutenberg: il suo torchio,
i suoi caratteri, il suo inchiostro hanno provocato una serie di ef-
fetti che egli non poteva neppure lontanamente immaginare. In
breve, il suo torchio fu pi intelligente della sua testa.
a. I libri, maestri silenziosi, cambiarono il modo di studiare e di 
insegnare. Per tutto il Medioevo l'educazione ebbe un carattere orale. 
Gli studenti universitari solitamente non dovevano superare
prove scritte e quando queste erano previste esse non erano apprezzate 
in quanto tali, ma come prova di una solida formazione orale. Il fatto 
di non avere libri sufficienti a disposizione costrinse i docenti a 
dettarli ai propri allievi che divenivano cos i curatori e gli editori 
dei testi scolastici su cui studiavano.
Questo stato di cose cambi radicalmente con l'invenzione della stampa. 
I mercati furono invasi da una serie di manuali, i pi diversi, che 
consentirono, ad esempio, la nascita della figura dell'autodidatta. 
Per la prima volta gli uomini ebbero la possibilit di apprendere 
nuove tecniche senza eseguire un apprendistato formale o andare a scuola
e ci incoraggi anche un nuovo senso di indipendenza da parte di molti
individui che cos diventarono autodidatti. Anche se i cosiddetti nuovi
"insegnanti muti" non fecero altro che riprodurre lezioni gi insegnate in
aule scolastiche e botteghe, essi recisero i legami di subordinazione che
tenevano alunni e apprendisti sotto la tutela di un dato maestro.
- Inoltre, la presenza di molte copie di uno stesso manuale, contribu 
alla omogeneizzazione e alla standardizzazione dei programmi e dei 
metodi educativi. Il libro portatile e uniforme - nota McLuhan - cre 
l'esame uniforme e centralizzato. L'apprendimento attraverso la lettura
divenne centrale nel processo educativo dall'imparare facendo si pass 
all'imparare leggendo.
b. Il libro favor la nascita dell'individualismo e del nazionalismo.
Con la stampa ben presto fecero la loro comparsa sul mercato i
libri tascabili. I formati piccoli furono inizialmente riservati ai 
libri di devozione, ma con Aldo Manuzio, alla fine del Quattrocento,
anche per i classici si adott tale formato. I libri uscirono
cos dalle biblioteche e si pot consultarli o leggerli in qualsiasi
momento e in qualsiasi luogo. Con la stampa la lettura da fatto
pubblico divenne essenzialmente privato. Fu il carattere portatile 
del libro che increment notevolmente il nuovo culto dell'individualismo 
fornendogli alcuni degli strumenti essenziali.
Tuttavia, nel contempo la stampa contribu a creare anche il nazionalismo.
Per Harold Innis come la scrittura e il papiro avevano favorito il 
sorgere dei grandi imperi, cos la stampa e la carta contribuirono alla
nascita del nazionalismo. Stampa e nazionalismo, scrive McLuhan, 
sono elementi assiologici, cio coordinati, semplicemente perch per
mezzo della stampa un popolo vede se stesso per la prima volta. La 
lingua parlata, manifestandosi con un'alta definizione visiva, fa 
intravedere quella unit sociale coestensiva con i confini linguistici. 
In breve la stampa aiut la nascita del nazionalismo sia rafforzando i 
volgari, rafforzando cio le barriere linguistiche tra i popoli, ma 
anche fornendo ottime armi al centralismo per uniformare e controllare 
istituzioni e tradizioni.
c. La creazione delle grandi biblioteche pubbliche e di quelle private.
Con Gutenberg classi che mai prima d'allora avevano avuto una
biblioteca riuscirono a formarsela e dopo Gutenberg fiorirono di
nuovo grandi biblioteche pubbliche. Come nell'antichit cos nel
Cinquecento e nel Seicento le biblioteche private individuali tennero, 
come osserva Peter Karstedt, il primo posto nella storia delle biblioteche.
Delle 377 biblioteche - scrivono Febvre e Martin - della fine del 
Quattrocento e del cinquecento di cui abbiamo il catalogo, centocinque
appartennero ad ecclesiastici (cinquantadue a dignitari della Chiesa, 
arcivescovi, canonici e abati, diciotto a professori e studenti 
universitari, trentacinque a parroci o a semplici preti); un numero 
ancor maggiore a uomini di legge: centoventisei a parlamentari e a membri
di corti sovrane, sei a giudici del tribunale dell'lection o a
funzionari di questo, quarantacinque ad avvocati, dieci a procuratori, 
quindici a notai (...) Poche invece appartenevano a membri della nobilt 
di spada e a uomini di guerra e di solito in provincia (una trentina su 377). 
In cambio si trovano libri, a volte in numero abbastanza grande, nelle case
di molti borghesi, mercanti, artigiani: in totale sessantasei biblioteche 
su 377 appartengono a merciai, mercanti di drappi, vetrai, conciatori, 
droghieri, setaioli, formaggiai, fabbri, pasticcieri, commercianti di pelli, 
tintori, calzolai o vetturali.
A partire dal cinquecento il numero delle biblioteche possedute da laici 
tende ad aumentare costantemente, mentre quello relativo alle biblioteche
possedute dagli ecclesiastici diminuisce lentamente. Tra le biblioteche 
cinque-seicentesche si ebbero biblioteche di lusso e di esibizione, ma
anche biblioteche d'uso e di erudizione. Alcune furono ricchissime 
(il canonico Guillaud d'Autun riusc a mettere insieme 4000 volumi) 
altre pi modeste (come quella di un ricco mercante parigino che alla 
sua morte lasci ai suoi eredi 170 libri). Alcune di queste rimasero a 
livello di biblioteche individuali soggettive, altre con l'aumentare dei
testi, divennero biblioteche individuali oggettive, biblioteche cio in cui
i fondi risultano essere un'unit indipendente dalle inclinazioni
soggettive del proprietario.
Nacquero anche varie biblioteche pubbliche: in Italia, la Biblioteca 
Ambrosiana, aperta dal cardinale Federigo Borromeo e, in
Francia, quella del cardinale Mazarino. Nel Settecento, infine, si
ebbero le prime biblioteche circolanti.
I due grandi avvenimenti religiosi e politici che favorirono il
sorgere delle biblioteche pubbliche furono da un lato, la Riforma 
protestante e la Controriforma e, dall'altro, la Rivoluzione francese.
La maggior parte delle biblioteche nazionali, infine, nacque tra
il Seicento e il Settecento sul nucleo di alcune biblioteche private: 
la Bibliothque Nationale deriv da quella di Carlo Quinto, la
Mediceo-Laurenziana riun quelle di Cosimo e di Lorenzo de' Medici, 
la Preussische Staatsbibliothek si form intorno al nucleo di
quella del grande elettore Federico Guglielmo e la biblioteca
di Robert Cotton fu il principale componente del British Museum.
Di furti di libri da biblioteche pubbliche e private si ha notizia
sin dalla Roma di Cicerone, la cui casa fu alleggerita di preziosi
volumi da un servo infedele. Nella biblioteca dell'Universit di
Salamanca un avviso ricordava nel Cinquecento a quanti tendevano 
ad affezionarsi troppo ai libri sino a portarli via che stavano
commettendo un reato passibile di scomunica: Hai excomunion
reservada a su Santidad contra qualesquiera personas, que qui-
taren, distraxeren o de otro qualquier modo enagenaren algun libro, 
pergamino o papel de esta bibliotheca, sin que puedan ser
absueltas hasta que esta est perfectamente reintegrada.
d. Stampa, censura e persecuzione. Forme di censura nei confronti 
della parola scritta erano comparse anche nella cultura manoscritta. 
I filosofi furono i primi a farne le spese. Protagora nel quinto secolo
a.C. fu mandato in esilio per avere offeso gli di e i suoi scritti fu-
rono pubblicamente bruciati. Anche gli imperatori romani si comportarono 
come i governanti greci: al tempo di Augusto - scrive
Toennes Kleberg -, presumibilmente poco prima dell'8 a.C., furono 
bruciati gli scritti di Tito Labieno, oratore focoso e schietto
(per ordine del Senato, ma naturalmente dietro desiderio dell'imperatore):
"una punizione fino allora sconosciuta (nova poena)",
dice Seneca il Vecchio, padre del famoso filosofo.
Tuttavia, nell'antichit dato il numero ridotto delle copie delle
opere incriminate e la loro incapacit di influenzare l'opinione
pubblica, la censura ebbe un ruolo meno marcato di quello che
avr nella cultura tipografica. In quest'ultima, infatti, il potere 
religioso e quello civile crearono ben presto un organo che
esaminasse i libri a stampa.
Il primo ufficio laico di censura fu istituito a Magonza nel 1486,
il primo Index librorum prohibitorum fu promulgato dalla Chiesa nel 1559.
Se la censura ecclesiastica era volta a reprimere i testi ereticheg-
gianti o in odore di scisma, la censura politica colpiva quelle opere 
che intendevano delegittimare, o semplicemente criticare coloro che 
detenevano il potere. Tra il 1600 e il 1756 la Bastiglia, in
Francia, come ricorda la Eisenstein, ospit pi di ottocento tra
autori, tipografi, librai e mercanti di stampe. Di fatto, scrivono
Febvre e Martin, in quei secoli sono rari i librai e gli stampatori
che non siano stati perseguitati almeno una volta nella loro vita.
Le tecniche messe in atto per eludere da parte degli stampatori
la censura furono molteplici e vanno dalla soscrizione falsa (si indicava,
in genere, come luogo di edizione una citt di comodo)
all'omissione del nome dello stampatore. Per gli autori la via pi
seguita fu quella dell'anonimato o dello pseudonimato.
La censura nel cinquecento, come ai nostri giorni, fu la causa di
grandi successi editoriali; del resto, i libri, ieri come oggi, che 
vengono proibiti finiscono con l'avere un fascino insolito e vengono
acquistati pi facilmente. La storia della censura, scrive Steinberg
 costellata di errori dovuti a ottusit.
e. Il diario  il frutto di quell'ampliamento dell'interiorit provocato
dalla stampa. Una delle conseguenze dell'introduzione della
stampa fu quella di favorire l'individualismo, ma anche paralle-
lamente l'interiorit e l'introspezione che, del resto, erano gi state 
alimentate dalla scrittura. Una delle conseguenze dirette di questo 
emergere della coscienza fu il proliferare di una forma letteraria 
particolare: il diario. Scrivere - afferma Ong -  sempre una
imitazione del parlare, e in un diario io fingo di parlare a me stesso. 
Ma in realt non parlo mai a me stesso in questo modo, n potrei 
farlo senza la scrittura tantomeno senza la stampa. Il diario 
una forma letteraria molto recente, addirittura sconosciuta fino
al 17esimo secolo. La verbalizzazione delle fantasticherie solipsistiche 
che esso implica  il prodotto di una struttura mentale modellata 
dalla cultura della stampa.
La stampa produsse diari, dizionari e manuali, ma soprattutto
abitu a modalit di scrittura sconosciute al mondo orale e anche
a quello chirografico. Se esaminiamo i testi epici dell'oralit vediamo, 
come scrive Ong, che essi non posseggono una trama lineare, il materiale 
 organizzato ad episodi, come una serie di scatole l'una dentro l'altra. 
In breve, il materiale epico non ha mai la struttura narrativa piramidale
propria, ad esempio, dei libri gialli.
Solo la scrittura e la tipografia hanno reso possibile la trama
narrativa ascendente. La scrittura, scrive Ong,  un'attivit che
allarga la coscienza. Il racconto dall'intreccio organizzato e com-
patto  il prodotto e allo stesso tempo la causa di un acuirsi della
coscienza, e per questo fatto simbolicamente si esprime quando
con la comparsa dell'intreccio perfettamente piramidale del romanzo 
poliziesco, l'azione viene focalizzata nella coscienza del protagonista, 
il detective.
6. La stampa, la nascita del capitalismo, la Riforrna protestante e la 
rivoluzione scientifica
Per Elizabeth Eisenstein la stampa  stata uno dei fattori pi importanti
che stanno alla base di quei mutamenti che hanno portato alla societ 
contemporanea. A suo avviso, per, la rivoluzione gutenberghiana  
stata per molti storici (delle idee, della politica, della religione e 
dell'economia) una rivoluzione inavvertita in quanto solo raramente
ne hanno colta tutta la portata e tutte le pi profonde implicazioni.
In primo luogo, non  stato adeguatamente sottolineato il fatto,
a detta della nostra storica, che la nascita del capitalismo  legata
pi ai mercanti-editori cinque-seicenteschi che, con buona pace
di Max Weber, all'etica protestante o, con buona pace di Marx,
alla lotta tra le classi. Da un punto di vista economico il primo
stampatore  un imprenditore urbano che a prodotti manuali
sostitu prodotti fatti a macchina e che doveva restituire grossi
prestiti e garantirsi aiuti finanziari; quest'uomo apr la strada alla
prima produzione di massa ed estese le reti commerciali oltre i limiti 
delle corporazioni e delle citt del tardo Medioevo; speriment i 
problemi del lavoro, compresi i primi scioperi, e si trov
ad affrontare la continua concorrenza di ditte rivali spinte alla 
ricerca del profitto.
In secondo luogo, la stampa ha dato un contributo fondamentale 
anche all'affermarsi della Riforma protestante: Raramente -
sostiene Gordon Rupp - un'invenzione ha avuto un'influenza pi
decisiva di quella della stampa sulla Riforma. In tredici anni,
tra il 1517 e il 1530, Lutero vendette pi di trecentomila copie
delle sue opere. Diversamente dalle eresie di Wycliffe e di Valdo - ha 
scritto Arthur Geoffrey Dickens - il luteranesimo fu fin dall'inizio 
figlio del libro stampato, e grazie a questo veicolo Lutero fu in grado 
di esercitare un'impressione chiara, standardizzata e inestirpabile 
sulla mente dell'Europa. Per la prima volta nella storia umana, un 
grande pubblico di lettori giudic la validit di idee rivoluzionarie 
attraverso un mezzo di comunicazione che usava le lingue locali insieme
con le arti del giornalista e del caricaturista.
Gli editori aprirono la strada alla Riforma e le fornirono le armi
per la sua affermazione. Religione del libro per antonomasia, la
Riforma aveva bisogno di Gutenberg per diffondersi, gli scriptoria
medievali non sarebbero mai stati in grado di soddisfare la
fame di Bibbie dei seguaci di Lutero.
Infine, i torchi di Gutenberg diedero un contributo decisivo anche 
alla rivoluzione scientifica e ci nonostante il luogo comune
secondo il quale lo scienziato rinascimentale leggeva solo nel
grande libro della natura e non si curava dei libri di carta. In
realta, gli scienziati poterono leggere nel libro della natura perch 
avevano a disposizione testi in una tale abbondanza che la
storia non aveva mai conosciuto e soprattutto testi che a ogni edizione 
risultavano migliori di quelli dell'edizione precedente. Infatti, 
mentre i libri manoscritti ogni volta che venivano copiati vedevano
aumentare gli errori e i fraintendimenti, tale processo con
la stampa fu arrestato e addirittura rovesciato. Il potere che ci
d la stampa di migliorare e correggere continuamente i nostri libri 
nelle edizioni successive - scriveva David Hume - mi sembra il vantaggio 
principale di quell'arte.
La stampa consent di porre su nuove basi la raccolta dei dati,
mise a disposizione dei ricercatori tavole, carte, diagrammi, mappe, 
disegni sempre piu precisi, liber gli uomini di scienza dall'onere 
della copiatura pedissequa. Le conquiste alessandrine - scrive 
Eisenstein - non furono sorpassate finch la stampa non permise di 
mettere "il mondo su carta" affinch tutti i viaggiatori a
tavolino potessero vederlo. Fino all'avvento della stampa il recu-
pero e la conservazione di ci che gli antichi avevano saputo dovevano 
avere la precedenza su ogni altro compito, e la funzione
principale di una data facolt universitaria doveva essere quella
di custodire un corpus particolare di testi ereditati.
Questo riorientamento delle informazioni mise a disposizione
degli uomini di scienza biblioteche migliori di quelle che avevano
posseduto coloro che li avevano preceduti sui sentieri della ricerca 
e, come si sa, la biblioteca per lo scienziato  uno strumento al
pari del cannocchiale o del microscopio. Pur riconoscendo -
conclude Eisenstein - l'importanza del movimento empirico e
dello slogan "dai libri alla natura", bisogna osservare che 
l'insoddisfazione per la letteratura ereditata dagli amanuensi coincise
con lo sviluppo di nuove forme di raccolta dei dati. L'avvento
della stampa rese possibile inserire nei libri una parte maggiore
della natura.
7. Dagli avvisi a mano ai giornali
Nella prima met del Seicento nascono le prime riviste 
accademico-scientifiche, i primi periodici (la Nieuwe Antwersche Tijdingne 
di Anversa nel 1605 e gli Ordinarii Avisa di Strasburgo nel 1609), le 
prime gazzette (che comparvero tra il 1618 e il 1631 ad Amsterdam, 
Vienna, Londra e Parigi, tra le quali la pi celebre fu quella fondata 
dal medico francese Thophraste Renaudot e a cui collabor lo stesso
Luigi 13esimo), i primi giornali che assunsero veste quotidiana (il primo
in assoluto fu la Leipziger Zeitung che usc a Lipsia nel 1660).
Gli immediati antecedenti di queste prime pubblicazioni periodiche 
vanno rintracciati nella tradizione trecentesca delle lettere
private che circolavano tra le sedi centrali e le filiali delle grandi
compagnie commerciali. Queste lettere contenevano notizie sui
prezzi delle merci, sul movimento delle navi, sugli avvenimenti
che erano accaduti nelle principali corti europee. Queste circolari 
private nel Cinquecento assunsero anche la forma stampata e si
ebbero cos i primi libri di notizie, il pi antico dei quali  il The
Treve Encounter uscito a Londra nel 1513, da questi si pass ai fogli 
di notizie che furono i padri dei giornali nel senso moderno
del termine. "Lettere d'avvisi", "distinti racconti", "fogli volanti" 
furono in ordine di tempo le forme di divulgazione corrente
che prelusero, tra la seconda met del Cinquecento e il primo
trentennio del Seicento - come scrive Valerio Castronovo - alla
nascita del giornalismo vero e proprio, ossia di un'attivit d'infor-
mazione a carattere periodico in cui vennero a saldarsi - unita-
mente a un complesso di esigenze di varia natura politica e sociale - i 
risultati dei perfezionamenti tecnici acquisiti nella fabbrica-
zione della carta, nell'arte tipografica e nei servizi di posta. Beninteso 
il passaggio dalle "novelle a mano" o dagli almanacchi alla
carta stampata non avvenne di punto in bianco; n il nuovo prodotto 
assunse variet e validit di toni e di contenuti tali da im-
porsi, automaticamente, all'attenzione degli individui e delle 
comunit. Anzi, entrambe le forme di raccolta e di diffusione delle
notizie continuarono a coesistere per lungo tempo nel corso del
17esimo secolo l'una accanto all'altra.
Nel 1680 ii Frankfurter Journal arrivava a tirare ben 1500 copie:
quasi dieci volte la tiratura normale di pubblicazioni consimili.
Agli inizi del Settecento i giornali hanno ormai assunto la forma
che conosciamo. Ospitano gi le lettere dei lettori e le risposte
del direttore, grandi firme (da De Foe a Swift) redigono articoli
di fondo e ospitano da tempo i primi avvisi pubblicitari a pagamento.
In verit la prima gazzetta a ospitare della pubblicit fu
quella fondata da Renaudot: si trattava, per la cronaca, di un avviso 
dell'acqua minerale di Forges les Eaux e il relativo messaggio 
pubblicitario cos suonava: La secchezza della stagione ha
molto accresciuto la virt delle acque minerali, tra cui quelle di
Forges sono qui generalmente usate. Trent'anni or sono il grande 
medico Martin dette loro voga, la voce pubblica le approv.
Oggi il protomedico del re, Bonnard, ha conferito loro la massima 
reputazione che la sua grande fedelt, capacit ed esperienza
possono attribuire a cosa che la merita presso Sua Maest, che
qui ne beve per precauzione, come quasi tutta la corte seguendo
il suo esempio.
Nell'Ottocento, infine, il quotidiano si trasforma da giornale di
lite a giornale di tutti. Ci pu avvenire per tre circostanze: l'al-
largamento della cerchia dei popoli "sviluppati", un maggior numero 
di alfabeti fra le classi pi numerose e il progresso tecnico
dell'industria tipografica, che permette le grandissime tirature a
basso prezzo. Questa trasformazione  provata dal numero di copie 
vendute giornalmente, che passano da sette milioni del 1870
(su 350 milioni di abitanti del mondo "sviluppato") a settanta milioni 
nel 1914 (su 650 milioni di abitanti della stessa area). L'introduzione 
di macchinari nuovi consente di ridurre drasticamente i costi e i prezzi 
di vendita. Dal record di 25.000 copie raggiunto dal giornale La Presse 
nel 1840, nel 1880 il Daily Telegraph  gi pervenuto a 300.000 copie e 
il Petit Journal a 650.000. Il fatidico traguardo del milione di copie 
giornaliero sar raggiunto dal Daily Mail al tempo della 
guerra anglo-boera.
IV. La cultura dei media elettrici ed elettronici
Il recente progresso tecnologico ha reso possibile (...) la comunicazione
di massa. Questa nuova forma si differenzia da quelle pi antiche per le
seguenti principali caratteristiche:  diretta a pubblici relativamente 
vasti, eterogenei e anonimi; i suoi messaggi sono trasmessi pubblicamente,
spesso regolati in modo da raggiungere gran parte dei membri del pubblico 
simultaneamente e hanno carattere transitorio. CHARLES R. WRIGHT
1. Il villaggio planetario
Intorno alla met dell'Ottocento si verific nel mondo della comunicazione 
una nuova, profonda rivoluzione; si pass, lentamente ma inesorabilmente, 
dalla cultura tipografica alla cultura dei media elettrici e, 
successivamente, elettronici. Sino ad allora le notizie si erano mosse 
alla velocit del messaggero, cio alla velocit delle gambe dell'uomo 
o del cavallo, della corrente dei fiumi o della locomotiva dei primi treni.
Tutti i tentativi di una trasmissione istantanea dei messaggi erano falliti.
Infatti, il telegrafo ottico di Claude Chappe, la cui prima applicazione 
risale al 1793 quando in piena Rivoluzione francese serv a trasmettere 
gli ordini del governo da Parigi a Lille, era uno strumento che consentiva 
di telegrafare messaggi terribilmente elementari. Questo stato di cose 
cambi radicalmente con la scoperta da parta di un artista americano, 
Samuel Morse, del telegrafo elettrico. In particolare, nel 1844, grazie 
a 30.000 dollari forniti dal Congresso, egli inaugur un collegamento 
telegrafico tra Washington e Baltimora. E questa pu essere assunta come la
data di inizio della cultura dei media elettrici, di quella cultura, la
nostra, in cui la tipografia ha visto venir meno il suo monopolio
nel mondo della comunicazione.
Fu soltanto con l'avvento del telegrafo - nota McLuhan - che i
messaggi poterono viaggiare pi in fretta del messaggero. Prima
esisteva uno stretto rapporto tra le strade e la parola scritta. Con il
telegrafo l'informazione si  staccata da materie solide come la pietra 
e il papiro, nello stesso modo in cui il denaro si era precedente-
mente staccato dalle pelli, dai lingotti e dai metalli per diventare
carta. Il termine comunicazione  stato ampiamente usato con riferi-
mento alle strade, ai ponti, alle rotte navali, ai fiumi e ai canali, prima
di trasformarsi con l'era elettronica in movimento d'informazione.
Con il telegrafo l'uomo entr, senza accorgersene in una nuova
cultura quella dei media elettrici ed elettronici. Entr in un
mondo nuovo di zecca fatto di subitaneit, un mondo dove il
"tempo"  cessato, lo "spazio"  svanito. Ora noi viviamo in un
villaggio globale. Grazie all'elettricit e all'elettronica la Terra
 diventata un villaggio planetario e il sensorio dell'uomo 
stato costretto a riorientarsi passando di nuovo dall'occhio, troppo 
lento per essere efficace, all'orecchio, dallo spazio visivo allo
spazio acustico.
La tecnologia elettrica ed elettronica, la tecnologia cio del telegrafo 
e della radio, del telefono e della televisione ci ha ricondotti - come
scrive Ong - in un'era di oralit secondaria. Questa nuova oralit ha 
sorprendenti somiglianze con quella pi antica per la sua mistica 
partecipatoria, per il senso di comunit, per la concentrazione 
sul momento presente e persino per l'utilizzazione delle formule. 
Ma si tratta di un'oralit pi deliberata e consapevole, permanentemente 
basata sull'uso della scrittura e della stampa, che sono essenziali 
per la fabbricazione e il mantenimento delle attrezzature, nonch per 
il loro uso. L'oralit secondaria - continua Ong -  molto simile, ma 
anche molto diversa da quella primaria. Come quest'ultima, anche la 
prima ha generato un forte senso comunitario, perch chi ascolta le 
parole parlate si sente un gruppo, un vero e proprio pubblico di 
ascoltatori, mentre la lettura di un testo scritto o stampato fa 
ripiegare gli individui su di s. Ma l'oralit secondaria genera il 
senso di appartenenza a gruppi incommensurabilmente pi ampi di quelli 
delle culture a oralit primaria, genera cio il "villaggio universale" di
McLuhan.
2. Il mondo della comunicazione e le innovazioni tecnologiche 
del 19esimo e del 20esimo secolo
L'Ottocento e il Novecento sono stati caratterizzati da una ra-
pida evoluzione del sapere scientifico e tecnologico, evoluzione
che ha trasformato, come abbiamo gi accennato, il mondo della
comunicazione e, quindi, la qualit stessa della cultura. L'Otto-
cento  segnato dall'invenzione del telegrafo (avvenuta nel 1832
grazie a Samuel Morse), del telegrafo senza fili (che dobbiamo
alla genialit di G. Marconi che nel 1895 riusc a inviare segnali a
una distanza di 1600 metri e l'anno successivo di 15.000 km), del
telefono (a opera prima dell'italiano A. Meucci e, successivamente, 
di A. G. Bell che la sfrutt commercialmente), del cinema (
nel 1895 che i fratelli Lumire presentarono il congegno da loro
battezzato cinematografo), del fonografo (apparecchio con
cui T.A. Edison nel 1877 riusc a registrare e a riprodurre i suoni), 
della fotografia (la prima Socit Photographique  del 1830 e
venne fondata da J.N. Niepce e L.J. Daguerre).
Anche la stampa fu investita in questo secolo da profondi muta-
menti tecnologici. La prima innovazione riguarda il passaggio
dalla lenta e costosa produzione manuale della carta alla sua 
fabbricazione meccanica. Nel 1798 Nicolas-Louis Robert invent
una macchina che consent di decuplicare la produzione della
carta e che nel giro di cinquant'anni ne fece abbassare il costo del
50 per cento. La seconda innovazione riguard l'introduzione di una nuova 
macchina per la fusione e la composizione di caratteri nuovi e
questa fu la celebre linotype, ideata negli anni che vanno dal 1880
al 1890 dal tedesco-americano Ottmar Mergenthaler, che come
Gutenberg era anche un abile orologiaio.
Nel Novecento tutte queste invenzioni subirono miglioramenti
tecnologici notevolissimi e a esse se ne aggiunsero altre: dalla radio 
alla televisione, dalla fotocopiatrice al computer. Agli inizi del
20esimo secolo il telegrafo era ormai presente in ogni nazione e il 
telefono cominciava a diffondersi soprattutto negli Usa, dove nel
1910 si aveva gi un apparecchio ogni dodici abitanti, mentre in
Italia nel 1920 risultano installati poco pi di centomila apparecchi. 
In questi anni, tra l'altro, si iniziano a trovare soluzioni per
il problema della teleselezione automatica, effettuata mediante
la composizione di numeri codice su un disco rotante. L'attenua-
zione che il segnale telefonico subisce lungo il percorso inizial-
mente limita la portata delle linee telefoniche e le pone in condi-
zioni di svantaggio rispetto a quelle telegrafiche; ma ben presto
l'inconveniente viene ridotto con opportuni artifici tecnici: nel
1914 si arriver a telefonare, senza amplificazioni intermedie, fino
a 3000 km di distanza. Tra il 1910 e il 1920 si riusc a utilizzare
uno stesso cavo telefonico per varie conversazioni che si svolgevano 
contemporaneamente. Nel 1936 vengono adoperati negli Stati Uniti e 
in Europa i primi cavi coassiali che consentono circa un migliaio 
di conversazioni contemporanee. Nel 1940 sono ormai funzionanti 
nel mondo 50 milioni di apparecchi telefonici, che saliranno 
a 120 milioni nel 1960.
Per quanto riguarda il cinema nel 1902 fu prodotto il celebre
Viaggio sulla luna di Mlis. Il primo film sonoro risale al 1927 e
il cinema parlato finisce con l'uccidere, nel giro di pochi anni, il
cinema muto. Di contro, le pellicole cinematografiche a colori,
disponibili gi in quegli stessi anni, non incontrano un eguale
successo commerciale. Agli inizi del 20esimo secolo la durata media di
una proiezione cinematografica si aggirava su 15-20 minuti. Fin
dall'inizio si tratta di uno spettacolo di massa, destinato in preva-
lenza a un pubblico che non ha i mezzi per frequentare i teatri.
L'arte muta cerca ben presto di sbarazzarsi delle didascalie; il
primo tentativo di cinema parlato risale al 1902, ma la pesantezza 
dell'attrezzatura, basata sull'uso di apparecchi fonografici, ne
impedisce il successo, che dovr attendere l'avvento della colonna 
sonora. Nel 1906-1907 vengono inventati i cartoni animati, basati 
sulla successione di inquadrature, ciascuna delle quali reca lievi 
varianti rispetto alla precedente e che, proiettate in rapida sequenza, 
simulano il movimento. Nel 1908 gli Stati Uniti dispongono gi 
di 10.000 sale cinematografiche e nella sola New York si
stimano 250.000 spettatori giornalieri. Nel 1910 in Russia esistono 
1200 cinematografi, dei quali 150 a Pietroburgo e 80 a Mosca.
Le prime trasmissioni radio risalgono al 1920: negli Usa (a Pittsburgh 
a opera della societ Westinghouse) e in Olanda. In Italia
i programmi di radiodiffusione ebbero inizio nel 1921 e in Inghilterra 
nel 1922. Lo sviluppo della radiodiffusione  subito trionfale. 
Negli Stati Uniti si passa dai centomila apparecchi radio del
1922 ai due milioni del 1925. Tra il 1930 e il 1940 viene triplicata
la produzione degli apparecchi radio e in Germania, ad esempio,
si passa da 3,5 milioni di punti di ascolto a 13,7 milioni. Nel 1933
E.H. Armstrong inventa la modulazione di frequenza.
Il 2 novembre del 1936 hanno inizio a Londra le prime trasmissioni 
televisive. Lo sviluppo delle reti televisive si ha a partire
dalla fine della seconda guerra mondiale e in Italia, in particolare, 
dagli inizi degli anni Cinquanta. Se gli anni Trenta sono stati
gli anni del boom della radio, gli anni Sessanta sono gli anni del
boom televisivo. Nel 1960 negli Stati Uniti ci sono gi 55 milioni
di televisori, di cui un milione a colori. Negli anni Settanta fanno
la loro comparsa le videocassette. Nel 1980 le statistiche dell'Unesco 
stimano che gli apparecchi televisivi nel mondo siano ormai 500 milioni
ripartiti in 137 paesi.
Negli anni Trenta iniziarono le ricerche per riprodurre i suoni
su filo e nastro. Nel 1946 viene costruito il primo calcolatore, si
tratta dell'Eniac. Lo ha commissionato l'esercito americano. Nel
1947 viene inventato il transistore, che sostituisce, in modo rivo-
luzionario, la valvola termoionica. Nel 1948 fanno la loro comparsa 
(a opera di P.C. Goldmark) i primi dischi a 33 giri e negli
anni Cinquanta i dischi stereofonici. Sempre nel 1948 E.H. Land
elabora il sistema polaroid di foto istantanee. Nel 1958 appaiono
i primi circuiti integrati, nel 1960 il Laser ed  a partire dal 1962
che si iniziano a utilizzare i satelliti per le telecomunicazioni. 
Negli anni Sessanta fanno la loro comparsa sul mercato le prime 
fotocopiatrici e negli anni Settanta le videocassette.
3. I mass media e il pericolo della telecrazia
Nel mondo della comunicazione, come ha sottolineato Neil
Postman, accade ci che solitamente si verifica anche in natura:
un cambiamento importante provoca un cambiamento totale. In
altre parole, nel mondo della comunicazione una nuova tecnologia 
non aggiunge e non sottrae nulla: cambia tutto. E questo
 ci che  accaduto quando tra l'Ottocento e il Novecento fecero 
la loro comparsa i mass media (espressione composta da un
termine inglese mass, che significa massa, e da uno latino, media, 
che  il plurale di medium, parola che significa mezzo, strumento), 
cio quei mezzi di comunicazione di massa frutto della tecnologia 
elettrica ed elettronica, strumenti comunicativi
che hanno permesso di far giungere lo stesso messaggio, simulta-
neamente a un gran numero di persone in localit anche molto distanti 
tra loro, strumenti che vanno dalla radio alla Tv via satellite.
I mass media hanno cambiato le modalit di lettura e di scrittu-
ra, hanno cambiato i tempi e le caratteristiche del divertimento,
hanno rimodellato il sensorio e tendono, tra l'altro, a modificare
i processi educativi che erano stati adottati dagli uomini nei secoli 
precedenti. Infatti, mentre il mondo della parola punta sulla
logica, i rapporti di successione, la storia, l'esposizione, l'obietti-
vit, il distacco e la disciplina, il mondo della televisione, di con-
tro,  imperniato sulla fantasia, il racconto, la contemporaneit,
la simultaneit, l'intimit, la gratifica immediata e la rapida 
risposta emotiva.
Sulle caratteristiche proprie della stampa e dei media elettronici  
quanto mai utile il seguente schema steso da Gilbert Seldes:
STAMPA
1. Richiede abilit per leggere.     
2. Per lo pi  sperimentata individualmente.
3. Presa in piccole dosi.
4. Diffusione relativamente lenta.
5. Pu essere riletta e controllata.
6. Relativamente conveniente a prodursi, ma costosa per il consumatore.    
7. Creata per minoranze di varia entit. 

ELETTRONICA
1. Non richiede alcuna educazione.
2. Per lo pi  sperimentata in compagnia.
3. Presa in dosi abbondanti.
4. Diffusione rapidissima.
5. Non  generalmente adatta a un'osservazione ulteriore.
6. Molto costosa a prodursi, ma conveniente al consumatore.
7. Creata per la maggioranza.

Sul ruolo e le funzioni dei mass media si  sviluppato a partire
dagli anni cinquanta un dibattito che ha visto contrapporsi, come
nelle rivoluzioni precedenti, il partito degli apocalittici a quello
degli integrati. I mass media, hanno sostenuto i primi, possono
diventare prigioni senza muri, sono un'ottima arma per dittatori
e per i demagoghi, tendono a creare desideri artificiali, distruggono 
le differenze tra le culture omogeneizzandole, schiacciano
i loro fruitori sotto la tirannia del presente intorpidendo cos la
coscienza storica.
A ogni buon conto, tra tutti i mass media quello contro il quale
si sono appuntate di pi le critiche  stata soprattutto la televisione.
Infatti, come ha sottolineato McLuhan, il cinema  pi vicino
al libro della televisione. L'uomo tipografico - egli scrive - ha 
subito accettato il cinema proprio perch offre, come il libro - un mondo 
interiore di fantasie e di sogni. Lo spettatore cinematografico
 psicologicamente solo come il silenzioso lettore di libri. Non
era in questa situazione il lettore di manoscritti e non lo  lo spettatore 
televisivo. Non  piacevole aprire la Tv soltanto per se stessi, in una
camera d'albergo o anche a casa.
La televisione  stata vista come la nemica per eccellenza del pensiero 
critico, della consapevolezza integrale dell'uomo. Uno dei
maggiori teorici della negativit del mezzo televisivo  Derrick
de Kerckhove, allievo ed erede intellettuale di Marshall McLuhan. 
In un suo recente volume (Brainframes) egli afferma che la
televisione parla in primo luogo al corpo e non alla mente.
Essa cio ha un nascosto potere di fascinazione ipnotica in quanto 
riesce a trascinare lo spettatore da un'immagine a un'altra 
costringendolo a rinunciare a una decodifica interiore. In altre 
parole, essa lascerebbe troppo poco tempo ai suoi fruitori per ri-
flettere su ci che stanno guardando. Davanti a essa siamo costretti 
a pensare con il nostro corpo e non con la nostra testa. In
breve, la televisione minaccia la sacrosanta autonomia che 
abbiamo acquisito grazie al leggere e allo scrivere.
Noi possiamo leggere il libro che teniamo davanti agli occhi, ma
quando siamo di fronte alla televisione, per motivi connessi alle
leggi fisiologiche del nostro corpo,  la televisione a leggerci. Il
tubo catodico ha uno sguardo pi potente di quello dello spetta-
tore che finisce quindi con l'essere una facile vittima della sedu-
zione multi-sensoriale. Inoltre, per de Kerckhove, la televisione,
come sostiene il pubblicitario newyorkese Tony Schwartz, non
 una finestra sul mondo,  una finestra sul consumatore.
Il rischio connesso a questo stato di cose  l'avvento della telecrazia. 
In misura sempre maggiore - egli scrive -, gli uomini politici della 
democrazia di tipo occidentale devono la propria base di potere a 
meticolose analisi computerizzate dell'opinione pubblica su qualunque 
argomento elettorale. I responsabili delle campagne elettorali 
adattano le risposte dei candidati alle diverse esigenze dei media 
di diffusione locali. Tuttavia, una cosa  che i sondaggi riflettano,
il pi accuratamente possibile, le opinioni di una data comunit e 
un'altra  che gli stessi sondaggi modellino le opinioni, o presentino 
opinioni che prima non c'erano:
questa  psico-tecnologia in azione. Le prospezioni e i sondaggi
hanno un effetto di omogeneizzazione sull'opinione pubblica
per il fatto che portano alla ribalta, e dunque promuovono, le ri-
sposte della maggioranza a scapito di quelle dell'opposizione. In
una cultura in cui ai mezzi per formarsi un'opinione personale 
dato meno peso e tempo che a quelli per formare l'opinione collettiva, 
 pi facile che sia la maggioranza a detenere l'egemonia.
Nella telecrazia molti finiscono col decidere in base a presenti-
menti e non in base a fatti e gli elettori indecisi (in genere il 15-20 per
cento) possono essere costretti a decidere bene grazie al trucco 
di dare il giusto peso, al momento giusto, sui media giusti,
alle opinioni di gente di potere o in qualche modo influente.
Sulla scena dei media, infine, ha fatto recentemente la sua comparsa 
lo spin-doctor, un manipolatore d'opinione il cui compito
 quello di "mettere in movimento" le idee di un leader politico. 
Il suo compito, in breve, consiste nel selezionare e mettere in 
risalto parole, suoni e frasi che con maggiore probabilit
produrranno l'effetto desiderato sull'opinione pubblica. Citare e
ripetere, con o addirittura senza adeguate parole, sar comunque 
come far rotolare una palla di neve lungo un pendio. Lo
spin-doctor deve saper fare un ottimo uso dei sondaggi al fine di
alimentare un'opinione e farla progredire, egli sa bene, a diffe-
renza degli spettatori televisivi, che c' un effetto d'accelerazione 
complessivo tra il sondaggio e la sua pubblicazione, soprattutto 
quando si tratta del secondo o del terzo sondaggio. Del resto, come 
gi aveva notato McLuhan, quando l'informazione si sposta a 
velocit elettrica, i mondi delle tendenze e delle dicerie
diventano il mondo "reale".
4. La nascita dell'ipertesto
Con l'ingresso dell'informatica nel mondo della comunicazione
 cambiato il modo di leggere e di scrivere perch  cambiata la
forma dei testi. Si  passati, infatti, non solo dal testo fisico (il 
libro a stampa) al testo virtuale del computer (nel quale le informa-
zioni sono immagazzinate in codici elettronici invece che in segni
fisici posti su una superficie fisica), ma anche e soprattutto dal 
testo all'ipertesto.
Fu negli anni Sessanta che Theodor H. Nelson coni il termine
ipertesto per indicare una forma particolare di testo elettronico
costituito da una serie di brani di testo tra cui sono definiti dei
collegamenti che consentono al lettore differenti cammini. In
altre parole, un esempio di ipertesto sono le enciclopedie elettroniche 
interattive in cui da un testo, con un percorso multimediale, si pu 
passare ad altri testi, ma anche ad animazioni, foto, schemi e, talora, 
a musiche.
Ma possiamo immaginarci (e, se proprio ci interessa, creare) un
ipertesto formato da un'opera (ad esempio la Divina Commedia)
e da tutti i commenti critici che nel corso dei secoli su di essa
sono stati pubblicati, nonch dai testi degli autori in essa richia-
mati. In tal modo la Divina Commedia finirebbe inevitabilmente
con l'esistere come parte di un dialogo complesso e non come
l'incarnazione di una voce o di un pensiero che parla incessante-
mente. L'ipertesto, che collega un blocco di testo a una miriade
di altri, distrugge quell'isolamento fisico del testo, cos come
distrugge anche gli atteggiamenti creati da quell'isolamento.
Con l'ipertesto, dunque, vengono meno alcune caratteristiche essenziali 
dei testi della cultura tipografica. Infatti, il libro a stampa
 caratterizzato dalla stabilit spaziale, dalla fissit nell'impagi-
nazione, dalla linearit, dalla unitariet, da un inizio e una fine ben
precisi e immutabili, esso delimita con precisione ci che  dentro 
e ci che  fuori, in breve  caratterizzato da una fondamentale 
separatezza e monologicit.
L'ipertesto, di contro, presenta una maggiore dinamicit, fluidit, 
magmaticit del libro a stampa. In primo luogo, atomizza e
frammenta i testi, distrugge cio l'idea di un testo unitario e sta-
bile; inoltre, indebolisce i confini tra i vari testi, incoraggia tra essi
l'integrazione piuttosto che l'autosufficienza. Con l'ipertesto, in
breve, viene meno la stabilit e l'isolamento fisico della tecnologia 
del libro. L'ipertesto confonde i confini tra ci che  dentro
e ci che  fuori. Anche con il libro a stampa erano possibili con-
nessioni con altri testi, il collegamento ipertestuale per rende
rapidissimo questo processo.
Inoltre, mentre nel testo a stampa la divisione tra le varie parti
dell'opera (dall'introduzione alle note, dalla postfazione all'indice
dei nomi)  stabile e risponde a gerarchie di status e di potere (i
caratteri pi piccoli usati per il testo delle note e la collocazione
del testo in una zona lontana dal centro normale dell'attenzione
del lettore, rendono chiaro che quel linguaggio  sussidiario, dipendente,
meno importante), tutto ci viene meno nell'ipertesto, nel quale, ad 
esempio, il collegamento elettronico distrugge immediatamente la 
semplice opposizione binaria fra testo e nota su cui si basa la relazione 
di status che abita il libro stampato. Seguire un collegamento elettronico
pu portare il lettore non necessariamente dal testo alla nota, ma da un 
testo a un altro testo o a un commento critico oppure pu farlo passare
da una nota a un'altra nota e da qui a una variante testuale, e cos via.
Se il testo a stampa  paragonabile a un blocco di ghiaccio, l'ipertesto 
 simile all'acqua di un ruscello che scorre liberamente.
L'ipertesto , di fatto, una rete di testi, di cui non esiste un centro
e una periferia, in quanto consente al lettore infinite operazioni
di decentramento e ricentramento secondo i suoi interessi momentanei.
Nell'ipertesto - come scrive George Landow - la centralit, come la 
bellezza e l'importanza, risiede nella mente dell'osservatore. 
L'ipertesto  pi incentrato sul lettore che sull'autore.
Da quanto abbiamo sin qui detto emerge che l'ipertesto riconfigura 
sia l'esperienza della lettura, sia la natura di ci che viene
letto, sia il ruolo dell'autore. L'ipertesto, ad esempio, implica un
lettore pi attivo, un lettore che non soltanto sceglie i suoi per-
corsi di lettura, ma che ha anche l'opportunit di leggere da autore: 
in qualsiasi momento la persona che legge pu assumere il ruolo di 
autore e associare collegamenti o aggiungere testo al testo che sta 
leggendo. Con l'ipertesto viene meno il modello di lettura lineare, 
lo si legge con un'andatura nomade tipica della lettura del quotidiano,
e, nello stesso tempo, avvicina la figura del lettore a quella dell'autore.
Anche nell'ipertesto il lettore non pu cambiare il testo prodotto da
un'altra persona, ma pu con grande facilit annotare testi scritti 
da altri e creare collegamenti fra documenti scritti da altri. In breve,
l'ipertesto si sbarazza di certi aspetti di autorit e di autonomia del 
testo, e cos facendo riconcepisce la figura e la funzione dell'autore.
Inoltre, mentre la cultura tipografica era una cultura che ostacolava 
sistematicamente un pieno riconoscimento della scrittura in 
collaborazione, nella cultura dei media elettronici questo ostacolo 
viene totalmente rimosso. Infine, i testi elettronici rimettono in 
discussione anche i concetti tradizionali di propriet letteraria 
legati all'esistenza di molte copie identiche di un'opera a stampa. 
Per proteggere la creativit e non ostacolare il flusso di informazioni,
a detta di Landow, sar necessario prima di tutto sviluppare una sorta
di tassa sull'uso, forse del tipo di quella imposta dalla Siae, quando le
stazioni radio trasmettono musica registrata.
5. Morte e resurrezione del libro
In una cultura elettronica c' ancora posto per il libro oppure 
destinato inevitabilmente a scomparire? In altre parole, il libro a
stampa far la stessa fine del libro manoscritto? Il primo a stendere 
il certificato di morte nei confronti del libro fu il poeta Lamartine 
che nel 1830 suppose che sarebbe stato ucciso dalla stampa quotidiana 
in quanto il libro arrivava sempre troppo tardi rispetto al giornale. 
Da allora a oggi il panorama dei media  radicalmente cambiato e i
nemici del libro si sono fatti, a detta di alcuni celebri studiosi,
ben pi temibili.
Tra gli estensori di (prematuri) necrologi del libro un posto di
tutto rilievo spetta a Neil Postman, il quale in pi opere ha affer-
mato che il libro  stato assassinato dalla televisione. La televi-
sione attenta chiaramente alla libert di leggere - egli scrive -, e
lo fa con mano innocente, per cos dire. La televisione non vieta
i libri, semplicemente li mette da parte. A suo avviso, nella nostra 
societ non solo  in aumento l'analfabetismo (totale o funzionale), 
ma si va sempre pi estendendo l'aletteratismo (la capacit cio di 
leggere, ma senza l'inclinazione alla lettura).
Per George Steiner la lettura privata e silenziosa propria della
cultura tipografica rischia di diventare un'abilit e un passatempo 
specializzato allo stesso modo in cui lo furono gli scriptoria e
le biblioteche dei monasteri nei cosiddetti secoli bui. Per George 
Landow l'ipertesto e la stampa esisteranno fianco a fianco
per qualche tempo, soprattutto in culture elitarie e accademiche, 
ma col tempo l'ipertesto diventer culturalmente dominante marginalizzando
il libro a stampa. Per Robert Escarpit, infine, i mass media elettronici 
posseggono nei confronti del libro un duplice vantaggio: costano 
relativamente poco e la loro presentazione  piacevole. Il libro, a 
suo avviso potr sopravvivere solo come paperback dalla copertina attraente.
Di parere opposto sono per molti studiosi che non vedono affatto 
all'orizzonte una catastrofe disalfabetica (anche se il numero degli 
alfabeti  in lieve calo), n credono che la cultura elettronica sar 
inevitabilmente una cultura anti-tipografica. A conferma delle loro tesi 
adducono il fatto che non sono mai stati prodotti tanti libri a stampa 
quanto in questi ultimi decenni di testualit elettronica.
Molti ritengono, sostiene Ong, che nel mondo della comunicazione un 
nuovo medium elimini semplicemente ci che esisteva prima. Oggi si 
sente dire che i libri sono finiti, che radio e televisione li hanno 
rimpiazzati. Ebbene, chiunque pensi ci  ben lontano dalla realt. 
Basta entrare in una comune libreria, in un grande magazzino, guardarsi 
intorno in un aeroporto, in una stazione degli autobus:  evidente che 
non solo non mancano i libri, ma che ce ne sono pi di prima; ci sono pi 
libri nuovi e pi ristampe di quelli vecchi. No, il nuovo mezzo di 
comunicazione rafforza il vecchio, per lo cambia. Dobbiamo evitare i due 
estremi: il nuovo medium non elimina quello vecchio, d'altra parte 
quest'ultimo non  pi lo stesso di prima.
Per Ong ci saranno ogni anno pi libri di quello precedente, ma
anche libri diversi da quelli presenti nella cultura tipografica,
come ad esempio i libri-intervista frutto della tecnologia elettronica 
del registratore, libri cio parlati, opere frutto di un'oralit
elettronica, dei quali non c' un autore nel senso classico del termine.
In difesa della vitalit del libro si sono schierati anche molti altri
autori ugualmente celebri: da S.H. Steinberg (le caratteristiche
psico-fisiologiche della razza umana danno ampie garanzie circa
la possibile coesistenza pacifica dei mezzi grafici e di quelli
audiovisivi) ad E.A. Havelock (i media acustici, sia la radio sia
la televisione, ovvero il disco e il nastro magnetico, non sono in
grado di assumersi tutto l'onere, o anche soltanto l'onere principale, 
della comunicazione nel mondo moderno) sino alla E.L. Eisenstein 
(nonostante che io creda che la cultura degli amanuensi ebbe fine, non 
sono convinta che si possa dire lo stesso della cultura tipografica. 
Gli effetti della stampa sembrano essersi esercitati sempre in modo 
irregolare e tuttavia continuo e cumulativo a partire dalla fine del 
Quattrocento. Non ho trovato nessun momento in cui cessarono di 
esercitarsi o anche cominciarono a decrescere. Ho trovato molti elementi 
che suggeriscono che si sono mantenuti, con forza sempre crescente, 
fino a oggi).
Tuttavia, anche se il libro, che fu il primo mezzo di comunicazione 
di massa, non  stato ancora ucciso (e con molta probabilit
non lo sar neppure negli anni futuri) dal computer o dalla televisione, 
certo  che il suo monopolio culturale, e su questo punto
sono d'accordo tutti gli studiosi,  ormai venuto meno. Contro i
nuovi media non serve lanciare anatemi, come non serve pronunciare 
elogi in difesa della nobilt del libro, del suo valore culturale.
Chi si  formato nella cultura tipografica deve abituarsi al fatto
che il libro nella nuova cultura, quella elettronica, sar non lo
strumento di conoscenza, ma uno strumento tra tanti, che non
godr, quindi, come nel passato n di privilegi n di un particolare
status. Come scrive Laeng, le garanzie per il futuro del libro stanno 
in gran parte nel libro stesso. Se il suo potenziale attrattivo, la
sua capacit motivazionale verranno sostenute dalle doti intrinseche, 
oltrech da un buon avviamento alla lettura intelligente
fin dall'et infantile, e da una politica scolastica e culturale ade-
guata, il libro non chieder altro: da secoli esso ha i mezzi per farsi 
desiderare.
6. La televisione  una ladra di tempo, una serva infedele
e una cattiva maestra
Contro la televisione hanno scritto scienziati della comunica-
zione e psicologi, pedagogisti e sociologi, ma in questi ultimi anni
hanno lanciato i loro strali contro questo medium elettronico anche 
noti filosofi, come Hans-Georg Gadamer, e celebri epistemologi, 
come Karl R. Popper. Per Gadamer la televisione  la catena a cui 
l'uomo moderno  legato dalla testa ai piedi. E chi ha le chiavi di 
questa catena  la moderna lite delle informazioni. Una lite che 
esiste solo per schiavizzare l'umanit con le immagini.
Da parte sua Popper gi negli anni Ottanta aveva tenuto una
conferenza alla Camera dei Lords in cui sosteneva che la televisione 
era una cattiva maestra perch educava i giovani alla
violenza. La mia tesi era, ed  - egli confess qualche anno pi
tardi - che noi stiamo oggi educando i nostri bambini alla violenza 
attraverso la televisione e gli altri mezzi di comunicazione. Dissi 
allora, e penso tuttora, che purtroppo noi abbiamo bisogno della censura.
Mi dispiace dirlo proprio perch sono un liberale e non sono favorevole 
alla censura. Il fatto  che la libert dipende dalla responsabilit. 
Se tutti fossero pienamente responsabili per il modo in cui vivono - in 
cui dovrebbero vivere - se considerassero gli effetti delle loro azioni 
sui bambini non avremmo bisogno della censura. Ma purtroppo le cose non 
stanno cos e la situazione  andata sempre peggiorando: la gente vuole 
sempre pi violenza, chiede alla televisione di mostrare pi violenza. 
Non possiamo accettare che si vada avanti cos.
Successivamente Popper  ancora una volta tornato su questi temi. 
A suo avviso, la causa della perdita delle funzioni educative
da parte del medium televisivo deve essere attribuita al fatto che
ci sono troppe reti televisive e che queste trasmettono per un 
numero di ore troppo alto. Un tempo le poche reti televisive presenti
sul mercato trasmettevano molti programmi di valore, ma poi
il livello  sceso perch per mantenere l'audience dovevano produrre 
sempre pi materia scadente e sensazionale. Il punto essenziale  
che difficilmente la materia sensazionale  anche buona.
Le televisioni per accaparrarsi i telespettatori hanno finito cos
con l'offrire spettacoli dove la violenza  sempre pi presente.
Grazie alla televisione - scrive Charles S. Clark - un bambino
americano assiste in media a 8mila omicidi e a 100 mila atti di
violenza prima di aver terminato le scuole elementari. Di fronte a 
questa bancarotta educativa Popper ha avanzato recentemente
una nuova proposta quella di istituire un albo per chi fa la televisione, 
un albo simile a quello che gi da tempo esiste per i medici. Questi 
ultimi, egli ha scritto, sono controllati dalle proprie organizzazioni 
secondo un metodo che  altamente democratico. I medici hanno infatti 
un grande potere sulla vita e la morte dei loro pazienti, che deve 
necessariamente essere sottoposto a un controllo. E in tutti i paesi 
civili c' una organizzazione attraverso la quale i medici controllano 
se stessi e c' anche, naturalmente, una legge dello Stato che definisce 
le funzioni di questa organizzazione. Io propongo che una organizzazione
simile sia creata dallo Stato per tutti coloro che sono coinvolti nella 
produzione di televisione. Chiunque sia collegato alla produzione televi-
siva deve avere una patente, una licenza, un brevetto che gli possa
essere ritirato a vita qualora agisca in contrasto con certi princpi.
La patente di cui parla Popper dovrebbe essere rilasciata solo
dopo un corso di addestramento che si dovrebbe concludere con
un esame ed essa dovrebbe essere presa non solo dai produttori
di televisione, che hanno la pi elevata responsabilit nelle deci-
sioni sui programmi, ma da tutti i lavoratori, anche i tecnici e i 
cameramen, perch tutti coloro che sono coinvolti nella produzione 
televisiva ne portano una responsabilit.
Infine, per Popper, la televisione  divenuta un potere politico
colossale, forse il pi importante di tutti e nessuna democrazia
pu sopravvivere se all'abuso di questo potere non si mette fine.
Le riflessioni di Popper poggiano, per sua stessa ammissione,
sulle ricerche portate a termine da John C. Condry negli anni Ottanta.
Psicologo, scienziato delle comunicazioni e condirettore
del Centro per le ricerche sugli effetti della Tv, Condry  autore 
di un fondamentale lavoro: The Psycholoy of Television e pochi mesi 
prima di morire ( scomparso nel giugno del 1993) ha pubblicato un 
saggio dal significativo titolo: Ladra di tempo, serva infedele: 
la televisione e il bambino americano.
Per Condry la televisione  un mezzo comunicativo che sta modificando 
in maniera profonda la nostra cultura e la nostra societ. Essa ha
un enorme potere anche perch la scuola non funziona come dovrebbe 
e perch la famiglia abdica ai suoi compiti formativi. La televisione 
non sollecita nei suoi fruitori nessuna curiosit, non lascia spazio 
al mistero, vive nel presente, non ha rispetto per il passato e ha 
scarso interesse per il futuro.
Essa mette i bambini, che ormai la guardano mediamente per
ben 40 ore settimanali, di fronte a 25 atti di violenza l'ora, inoltre
essa distorce gravemente le situazioni della vita reale. La Tv
insegna a essere belli, essere giovani, essere sexy, privilegia i valori 
egoistici e auto-orientati (ad esempio la felicit personale,
una vita intensa o il riconoscimento sociale) e non i valori pi
altruistici come l'"uguaglianza" o l'"amicizia".
La televisione, in breve,  una ladra di tempo: deruba i bambini 
di ore preziose, essenziali per imparare qualcosa sul mondo e
sul posto che ciascuno vi occupa. E questo sarebbe gi abbastanza 
negativo. Ma la Tv non  soltanto ladra:  anche bugiarda. Guar-
dando la televisione i bambini vi scorgono una fonte ragionevole
di informazioni sul mondo. Questo non  vero, ma loro non hanno 
modo di capirlo. Per quel po' di verit che la televisione comu-
nica, c' molto di falso e di distorto, sia in materia di valori che di
fatti reali.
La televisione  uno strumento di socializzazione pessimo,
essa provoca sui giovani un danno personale, sociale, fisico e
mentale. Oltre che una ladra di tempo e una emerita bugiarda 
anche una serva infedele che educa male i bambini che le vengono
affidati. I genitori non dovrebbero mai dimenticarsi che essa 
un'istituzione che serve gli interessi delle imprese da cui  spon-
sorizzata molto pi di quelli del pubblico. Fin dal suo avvento, la
televisione ha usato violenze eccessive e gratuite come strumento 
per attirare l'attenzione, e ha continuato a farlo anche davanti
alla riprovazione diffusa dell'opinione pubblica.
Per Condry i genitori debbono sempre mediare gli spettacoli te-
levisivi guardandoli e commentandoli insieme ai figli, ma soprat-
tutto devono insistere con i loro figli affinch guardino meno la
televisione e devono offrire loro altre idee su come passare il tempo. 
I bambini hanno bisogno di conoscere il mondo; e queste informazioni 
si ottengono soltanto agendo nel mondo, cio tramite l'interazione 
reale fra esseri umani. I bambini hanno bisogno di pi esperienza e 
meno televisione.
7. Il computer e la galassia dei nuovi media
I media elettrici ed elettronici hanno cancellato i confini tra gli
Stati, hanno creato una pubblicit gridata ed emotiva, ma so-
prattutto hanno diffuso una tale massa diluviale di inforrnazioni
che gli individui ne sono stati, per cos dire, sommersi e, talora,
sopraffatti. L'uomo del ventesimo secolo, per dirla con Neil Postman, 
fa ormai una quotidiana indigestione di informazioni.
Inoltre, a partire dall'invenzione del telegrafo, come scrive il
nostro autore, abbiamo ricevuto delle informazioni che rispon-
devano a domande che non avevamo posto e che, in ogni caso,
non ci lasciavano il diritto di replica. Si pu affermare che il 
contributo del telegrafo al pubblico discorso  stato quello di dare
dignit all'irrilevante e di aumentare la sensazione di impotenza.
E non  tutto: il telegrafo ha fatto diventare il discorso pubblico
essenzialmente incoerente. Ha dato vita a un mondo spezzato nel
tempo e nell'interesse, come dice Lewis Mumford. L'effetto prin-
cipale del telegrafo  stato di accelerare le informazioni, non certo 
di raccoglierle, spiegarle, analizzarle. In questo senso il tele-
grafo  stato l'opposto esatto della tipografia. I libri sono un con-
tenitore magnifico per accumulare, esaminare le informazioni e le idee.
La nostra era  stata definita era informazionale, un'era in cui i
due terzi della popolazione sono dediti a raccogliere, elaborare e
vendere informazioni o a fornire servizi ai singoli o alle imprese.
I media si sono moltiplicati col passare di questi ultimi decenni e,
soprattutto,  cambiato il modo di trasmettere ed elaborare le no-
tizie. Sino agli anni Sessanta il giornale, il libro, il telefono o la
radio erano, nei fatti e nel vissuto di chi li produceva e di chi ne
fruiva, dei prodotti di industrie diverse, per cultura e dimensioni
economiche di riferimento, e quindi appartenevano a mondi caratterizzati 
da pochi punti di contatto e da limitate sovrapposizioni. L'evoluzione 
tecnologica degli ultimi trenta anni, in particolare lo sviluppo 
della microelettronica e le possibilit sempre
pi diffuse di immagazzinare, elaborare e trasmettere informazioni 
a costi decrescenti, ha avvicinato progressivamente questi mondi,
ne ha aumentato la compenetrazione, li ha progressivamente
unificati nell'unico grande universo chiamato mondo della comunicazione 
o dell'industria dell'informazione.
E l'elemento unificatore di questi diversi pianeti della galassia
della comunicazione  stato il computer. Sono stati i calcolatori,
figli dei circuiti integrati, a trasformare radicalmente e a unifica-
re il complesso mondo della comunicazione, pi di quanto non
appaia, di primo acchito, a uno spettatore di una trasmissione 
televisiva o a un lettore di una prima pagina di un quotidiano.
L'uomo  stato costretto ad adattarsi al mondo telematico e videomatico, 
a imparare a lavorare in uffici senza carte, a leggere libri virtuali. 
 nata l'editoria elettronica, si sono sviluppate le reti
via cavo, i giornali sono stati teletrasmessi via satellite in lontani
paesi per esservi stampati prima delle luci dell'alba (per la cronaca 
i primi quotidiani italiani a fruire di questa opportunit sono
stati il Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport che l'8 luglio
1986 sono stati teletrasmessi a una tipografia posta alla periferia
di Francoforte).
In attesa di case telematiche e di citt cablate, che sembrano essere 
ormai dietro l'angolo,  auspicabile che gli studi e le riflessioni, 
comprese quelle di ordine storico, sul mondo dei media
elettronici si infittiscano, poich in questi tempi di storia surri-
scaldata l'evoluzione tecnologica ha iniziato a correre pi veloce-
mente della riflessione culturale e delle conseguenti decisioni 
politiche. E nessuno vorrebbe incontrare sul suo cammino un 
Grande Fratello di orwelliana memoria anche se questi avesse, 
perennemente sulle labbra, un accattivante sorriso.
FINE.
CRONOLOGIA
3500 a.C. ca. I Sumeri inventano la scrittura.
3000 a.C. ca. Gli Egizi inventano il loro sistema di scrittura.
1500 a.C. circa. I Fenici introducono una forma di scrittura che  stata 
definita sillabario senza vocali e che  stata la madre di tutti gli 
alfabeti del mondo.
VIII sec. a.C. Invenzione dell'alfabeto greco.
III sec. a.C. Vennero fondate le prime biblioteche pubbliche.
39 a.C. Fu istituita a Roma la prima biblioteca pubblica, nel tempio della 
Libert, da Gaio Asinio Pollione col bottino di guerra strappato ai Parti.
IV sec. d.C. Giunge a definitivo compimento quella che  stata la pi grande
rivoluzione nella storia del libro prima della stampa: il passaggio dal 
rotolo al codice.
VI d.C. La produzione libraria passa dalle botteghe laiche agli scriptoria
ecclesiastici.
XI-XII sec. d.C. Nasce l'editoria universitaria con la pratica della pecia.
1441. Fu istituita a Firenze la prima biblioteca pubblica ad opera di Cosimo
il Vecchio de' Modici. La biblioteca si trovava in una sala del convento 
domenicano di San Marco e il capitale librario iniziale era costituito dalla
ricca biblioteca dell'umanista Niccol Niccoli.
1454. Invenzione della stampa ad opera di Johannes Gensfleisch detto 
Gutenberg.
1456. Con molta probabilit  questo l'anno in cui usc la Bibbia 
delle 42 righe, nota come Bibbia di Gutenberg.
1457. Il 14 ottobre usc la prima opera di cui  nota la data di stampa: 
il Salterio di Magonza.
1444-1483. Vengono fondate in numerose citt europee delle stamperie, e pi
precisamente: Colonia (1444), Basilea (1466), Roma (1467), Venezia (1469), 
Parigi, Norimberga e Utrecht (1470), Milano, Napoli e Firenze (1471), 
Augusta (1472), Lione, Valencia e Budapest (1473), Cracovia e Bruges (1474),
Lubecca e Breslavia (1475), Westminster e Rostock (1476), Ginevra, Palermo 
e Messina (1478), Londra  (1480), Anversa e Lipsia (1481), Odense (1482), 
Stoccolma (1483).
1486.  istituito, a Magonza, il primo ufficio laico di censura.
1559. La Chiesa promulga il primo index librorum prohibitorum.
1605. Compare ad Anversa il primo periodico, la Nieuwe Antwersche Tijdinghe.
1618-1631. Compaiono ad Amsterdam, Vienna, Londra, e Parigi le prime 
gazzette.
1660. La Leipziger Zeilung che si stampava a Lipsia fu il primo giornale 
ad assumere veste quotidiana.
1680. Il Frankfurter Journal fu il primo quotidiano a raggiungere la 
tiratura di 1500 copie.
1709. In Inghilterra vengono fissati i rapporti tra autori ed editori su 
basi normative nuove, viene infatti promulgato il Copyright Act.
1713. Un ingegnere inglese, Hemy Mill, ottiene il primo brevetto per 
l'invenzione di una macchina artificiale per stampare.
1788. A Londra esce il primo numero del quotidiano The Times.
1793. Claude Chappe inventa il telegrafo ottico.
1798. Nicolas-Louis Robert inventa una macchina che soppianta la lenta e 
costosa produzione manuale della carta.
1814. Friedrich Koenig applica per primo il principio della macchina a 
vapore al torchio da stampa. Il lavoro che poteva eseguire un torchio a 
mano era di circa 250 fogli all'ora, con la macchina di Koenig se ne 
potevano fare 1100. L'invenzione di Koenig ridusse i costi della stampa 
del 25 per cento e rese possibile alte tirature a costi inferiori.
1828. Augustus Applegath od Edward Copper invantano macchine che stampano
sino a 8000 copie/ora.
1827. J. N. Niepce impressiona le prime lastre.
1830. Niepce e Daguerre fondano la Socit Photographique.
1832. Samuel Morse inventa il telegrafo.
1833. Il matematico C. Baggage inventa la prima macchina analitica che 
integra tutti i concetti impiegati negli attuali computer.
1844. Samuel Morse collega telegraficamente Washington e Baltimora.
1858. Viene fondata l'agenzia americana Associated Press.
1865. Fondazione dell'Unione internazionale telegrafica.
1866. Viene posto il primo cavo sottomarino transatlantico.
1868. Sholes, Glidden, e Soule brevettano e commercializzano la prima 
macchina per scrivere.
1871. Antonio Meucci inventa il telefono e ne deposita il brevetto che per
rimane inutilizzato per le scarse possibilit finanziarie dell'inventore. 
Cinque anni pi tardi un brevetto del tutto simile  presentato 
da A. G. Bell.
1877. Invenzione del fonografo da parte di T.A. Edison. Per la prima volta
l'uomo  in grado di registrare i suoni e di riprodurli. 
1878. Viene costituita in Gran Bretagna la prima societ di esercizio 
telefonico.
1880. Il quotidiano pi venduto (Le Petit Journal) tira ormai 650.000 copie.
1886. Ottmar Mergenthaler inventa la prima linotype.
1890. Il quotidiano popolare francese Le Petit Journal raggiunge il milione
di copie.
1892. I fratelli Lumire inventano il cinematografo.
1895. I fratelli Lumire organizzano a Parigi (il 28 dicembre) il primo 
spettacolo cinematografico a pagamento. Giuseppe Marconi inventa il 
telegrafo senza fili riuscendo a inviare segnali a una distanza 
di 1600 metri. E l'anno successivo sino a 15.000 km.
1901. Prima trasmissione telegrafica senza fili transatlantica. 
1912. La Olivetti produce la prima macchina per scrivere italiana.
1920. A Pittsburgh la societ Westinghouse effettua le prime trasmissioni 
radio.
1925. Un ricercatore scozzese, John Baird, ottiene le prime immagini 
televisive sperimentali.
1927. Arriva nelle sale cinematografiche il primo film parlato. Le pellicole 
a colori, disponibili, in questi stessi anni, non incontrano un eguale 
successo commerciale.
1936. Hanno inizio a Londra le prime trasmissioni televisive presso la BBC. 
Primi sondaggi Gallup in una campagna politica.
1940. Viene costruito all'universit dello Iowa il primo calcolatore 
binario. L'inventore  il fisico J. Atanasoff.
1946. Viene costruito il primo calcolatore, si tratta dell'ENIAC. Lo ha 
commissionato l'esercito americano.
1948. Fanno la loro comparsa, ad opera di P. C. Goldmark, i primi dischi 
a 33 giri. F. H. Land elabora il sistema polaroid di foto istantanee.
1953. Commercializzazione del primo computer costruito in serie: si tratta 
dell'IBM 650.
1958. Compaiono i primi circuiti integrati.
1960. Viene inventato il laser.
1961. L'IBM inventa la prima testina rotante per le macchine per scrivere.
1962. Lancio del primo satellite per le telecomunicazioni.
1967. Prima trasmissione mondovisione.
1968. Dougls Engelbart, inventore del mouse, in una conferenza a San 
Francisco, d di questa sua invenzione una dimostrazione pratica.
1973. Vengono costruiti dall'IBM i primi floppy disk
1975. Vengono messi in vendita i primi personal computer.
1978. John Barnaby scrive il programma Wordstar.
1961. Viene messo in vendita il primo personal computer portatile.
1982. La Olivetti mette sul mercato il primo personal computer italiano.
1984. La Apple commercializza il Macintosh.

Bibliografia
La bibliografia sulla storia della comunicazione  realmente amplissima, 
dato che molte sono le discipline da cui sono venuti contributi fondamentali.
Ricorderemo, pertanto, essendo ogni tentativo di esaustivit inutile alla
luce dello spazio a nostra disposizione, le sole opere che sono state 
utilizzate direttamente nella stesura del presente lavoro.
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Gutenberg 2000, 1988.
AAVV., Dalla selce al silicio, a cura di G. Giovannini, Torino, 
Gutenberg 2000, 1987.
AAVV., Un mondo da leggere, a cura di R. Simone, Firenze, La 
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AAVV., Le biblioteche nel mondo antico e medievale, a cura di G. Cavallo, 
Bari, Laterza, 1988.
AAVV., Libri, editori e pubblico nel mondo antico, a cura di G. Cavallo, 
Bari, Laterza, 1989.
AAVV., Libri e lettori nel mondo bizantino, a cura di G. Cavallo, Bari, 
Laterza, 1990.
AAVV., Libri e lettori nel medioevo, a cura di G. Cavallo, Bari, 
Laterza, 1989.
AAVV., Libri scrittura e pubblico nel Rinascimento, a cura di A. Petrucci, 
Bari, Laterza, 1979.
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Bollati Boringhieri, 1994.
AAVV., Il libro a stampa. I primordi, a cura di M. Santoro, Napoli, 
Societ Editrice Napoletana, 1979.
AAVV., Il metalibro. Viaggio intorno al libro, Napoli, Colonnese, 1984.
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