Lucio Apuleio.

Della magia.

A cura di Concetto Marchesi.

Testo elettronico adattato ai mezzi di lettura dei ciechi, dalla Fondazione
Ezio Galiano. Catanzaro, 16 Febbraio 2000.

I
Io ero certo e ritenevo per vero, o Massimo Claudio e voi Signori del
Consiglio, che Sicinio Emiliano, vecchio di famigerata audacia, a sostenere
l'accusa contro di me, prima dinanzi a te intentata che dentro di s meditata,
si sarebbe valso, in mancanza di positive imputazioni, di un cumulo di
ingiuriose calunnie. Qualsiasi innocente pu essere diffamato, ma convinto di
reit non pu essere che un colpevole. E in questo solo pensiero confidando,
mi rallegro che dinanzi a un giudice come te mi sia data ampia facolt di
difendere presso gli ignoranti la filosofia e discolpare me stesso. In verit
codeste calunnie, gravi al primo aspetto, sorte cos all'improvviso, hanno
accresciuto la difficolt della difesa. Come ricordi, sono quattro o cinque
giorni, da che avevo cominciato a difendere nell'interesse di mia moglie
Pudentilla la causa contro i Granii, quando, seguendo un loro piano,
inaspettatamente gli avvocati di Emiliano mi assalgono con invettive
accusandomi di magici malefci e per ultimo della morte di Ponziano mio
figliastro.
Comprendevo che non eran queste vere e proprie imputazioni prodotte in
giudizio, ma schiamazzi ingiuriosi di litiganti: appunto per questo li sfidai,
con insistenti richieste, a presentare l'accusa. E qui Emiliano, vedendo che
anche tu eri sdegnato e che dalle parole si passava ormai a un'azione
giudiziaria, si smarr e cominci a cercare un rifugio alla sua temerit.

II
Egli, che poco prima andava gridando ai quattro venti che Ponziano, il
figlio di suo fratello, era stato ucciso da me, appena  sollecitato a
sottoscrivere l'accusa, subito se ne scorda: della morte del giovane parente
neppure una parola; ma per non sembrare di avere in tutto desistito dalla
determinazione di cos grave reato, la calunnia di magia, dove  pi facile
incolpare che provare, questa sola prefer serbare all'accusa. Ma neppure di
questo ardiva farsi responsabile; il giorno dopo presenta una querela scritta
in nome di mio figliastro Sicinio Pudente, un minorenne, e appone il suo nome
come assistente, secondo la bella novit di perseguitare in giudizio a nome
altrui; naturalmente perch mettendo innanzi un ragazzo, egli potesse sfuggire
alla pena di calunnia. E tu, con il tuo finissimo accorgimento avvertisti la
cosa e lo esortasti per la seconda volta a sostenere in proprio nome l'accusa.
Promise di farlo, ma nemmeno cos fu possibile trascinarlo qui a lottare di
persona e, ribellandosi alla tua stessa autorit, egli saetta le calunnie da
lontano. Tante volte fuggiasco dinanzi alla pericolosa responsabilit
dell'accusatore, ha perseverato nello scusabile ufficio dell'assistente. Cos
prima ancora che il dibattimento fosse iniziato, chiunque poteva facilmente
capire che razza di accusa sarebbe stata quella di cui temeva farsi legale
promotore proprio colui che ne era stato il maestro e il macchinatore:
specialmente un uomo come Sicinio Emiliano, il quale, se avesse scoperto una
qualche prova contro di me non avrebbe davvero esitato a chiamare in giudizio
per tanti e cos gravi delitti un uomo estraneo a lui: lui che ha impugnato di
falso il testamento dello zio pur sapendone l'autenticit, e con tale
ostinatezza che, allorquando l'illustrissimo Lollio Urbico, su parere dei
consolari, ebbe dichiarato quel testamento autentico e valido, questo
mentecatto, contro una sentenza profferita da cos alto personaggio, os
giurare tuttavia che quell'atto s, era falso: e a fatica Lollio Urbico si
trattenne dal rovinarlo.

III
E un simile decreto, confidando nella tua equit e nella mia innocenza,
spero risoner pure in questo processo, contro un uomo il quale, convinto di
mendacio in una causa di gran conto dinanzi al prefetto di Roma, pu adesso
con pi facilit accusare di proposito un innocente. Un onest'uomo, quando
abbia peccato una volta, si guarda bene dal ricadere; ma chi ha malvagia
natura pi sfacciatamente ricomincia: e via via che crescono i delitti, cresce
l'impudenza: perch il pudore, come la veste, pi  logoro, tanto pi 
trascurato. E appunto perch il mio pudore  rimasto intatto, prima che io
cominci a discutere la lite, ritengo necessario confutare le maldicenze; non
soltanto la mia causa io difendo, ma anche quella della filosofia, la cui
maest respinge come gravissima imputazione anche il pi lieve biasimo. Gli
avvocati di Emiliano hanno test buttato fuori con prezzolata loquacit tante
e tante calunniose invenzioni contro la mia persona ed altre pi generiche use
a dirsi contro i filosofi. Codeste loro ciance, bench possano apparire
utilmente rimunerate e compensate con la paga dovuta all'impudenza, essendo
ormai costume di codesti cavalocchi prestare all'altrui rancore il veleno
della propria lingua, pure nell'interesse della mia causa devo brevemente
rispondere loro perch, se io, che ho tanto scrupolo nell'evitare la bench
minima macchia della mia vita, avr trascurato qualcuna delle loro frivole
insinuazioni, non si debba credere che l'abbia accettata per vera anzich
disprezzata. E pudore e la verecondia, siccome penso, devono mal sopportare
perfino il falso vituperio. Anche quelli che hanno coscienza del delitto
commesso, nel sentirsi biasimati provano emozione e collera, bench da quando
cominciarono a mal fare dovettero assuefarsi al biasimo, perch se anche gli
altri tacciono, essi hanno ugualmente coscienza della loro riprovevole colpa.
Con pi ragione l'uomo buono e innocente che ha le orecchie inesperte e nuove
al biasimo ed  per consuetudine di lode non avvezzo alla contumelia, si
contrista che gli sian dette tante di quelle cose che egli stesso potrebbe
veracemente rimproverare agli altri.
Se dunque sembrer che io abbia voluto scolparmi da frivolezze e da
inezie, ci sia rivolto a discapito di coloro che vergognosamente anche tali
cose hanno imputato, e non sia data colpa a me che onestamente anche tali cose
confuter.

IV
BELT ED ELOQUENZA
Hai dunque udito poco fa l'esordio dell'accusa: accusiamo dinanzi a te
un filosofo di bell'aspetto e s in greco, s in latino - guarda che delitto!
- facondissimo. Se non erro, proprio con queste parole diede principio
all'accusa Tannonio Pudente, uomo quello l davvero tutt'altro che
facondissimo. Magari egli fondatamente mi avesse rimproverato tali colpe di
bellezza e di facondia. Mi sarebbe stato facile rispondere come l'Alessandro
di Omero a Ettore: non sono da spregiare i doni gloriosissimi degli di,
quanti essi ne accordano; molti li vorrebbero, senza ottenerli.
Questo avrei detto quanto alla bellezza: e avrei aggiunto che  lecito
anche ai filosofi essere di nobile aspetto. Pitagora, che primo assunse il
nome di filosofo, fu l'uomo pi bello del suo tempo; similmente Zenone
l'antico, oriundo di Velia, che primo con abilissimo artificio seppe ridurre
ogni proposizione a termini contradittor, anche lui, secondo afferma Platone,
fu pieno di leggiadria: e cos pure molti filosofi sono ricordati di
bellissimo aspetto, i quali la grazia del corpo ornarono con la dignit dei
costumi. Ma una tale difesa, come ho detto,  ben lontana da un uomo, come me,
di mediocre aspetto, a cui la continuata fatica degli stud toglie ogni grazia
alla persona, estenua il corpo, prosciuga il succo vitale, spegne il colorito,
debilita le forze. Questi miei stessi capelli, che costoro con spudorata
menzogna dissero spioventi a bella posta per vezzoso lenocinio, guarda, guarda
quanto siano graziosi e delicati, arruffati e lanosi, stopposi e scarruffati e
batuffolosi e impannicciati per la lunga incuria, nonch di acconciarli, di
scioglierli almeno e spartirli. Mi pare di aver detto abbastanza circa
l'accusa dei capelli, che costoro hanno mosso quasi fosse un crimine capitale.


V


Quanto all'eloquenza, supposto che io ne abbia avuta, non dovrebbe
sembrare cosa strana n odiosa, se fin dalla prima giovinezza, dedicatomi
unicamente e con tutte le forze agli stud letterar, sdegnato ogni altro
piacere, fino a questa et, forse pi di ogni altro uomo con accanito lavoro
giorno e notte, io abbia cercato di conseguirla, spregiando e sprecando la mia
salute. Ma nessun timore da questo lato. Della eloquenza, per quanto io abbia
potuto in essa progredire, ho piuttosto il desiderio che il possesso.
Certamente, se  vero quanto si dice abbia scritto nelle sue commedie Stazio
Cecilio, che l'innocenza  eloquenza, se  vero questo, riconosco e
pubblicamente dichiaro che in fatto di eloquenza non la ceder a nessuno. Chi
potrebbe essere nella vita pi valente espositore di me, che non ebbi mai un
pensiero che temessi di esporre? E affermo io stesso di essere facondissimo,
perch ogni peccato ho sempre ritenuto nefando; di essere ottimo parlatore
perch non esiste nessun fatto o detto mio di cui io non possa publicamente
parlare: cos come ora parler dei versi da me composti che essi hanno creduto
di recitare qui quasi a mia vergogna, mentre io, come hai notato, ascoltavo
con un riso di sdegno per quegli ignorantoni che li pronunciavano in modo cos
scorretto.


VI

IL DENTIFRICIO
Essi, dunque, hanno cominciato a leggere tra i miei scherzucci letterari
un bigliettino poetico su un dentifricio, indirizzato ad un certo Calpurniano,
il quale nell'esibire quella lettera a mio danno, non ha certamente visto, per
la bramosia di nuocermi, se egli non fosse per caso responsabile con me di
quel delitto, se delitto c'era: perch proprio lui mi aveva richiesto una
sostanza per la pulizia dei denti, come attestano i versi. Eccoli.

Ti saluto, Calpurniano, con versi improvvisati.
Ti ho mandato, come hai chiesto, nettezza di denti,
splendori di bocca, fatti con arabici aromi,
una tenue candifica famosa polverina
che liscia e appiana la gengivetta enfiata
che spazza via i resti del pranzo di ieri
perch non si veda nessuna traccia impura
quando avrai schiuso le labbra al sorriso.

Di grazia, qual  in codesti versi il detto, il pensiero, che faccia
vergogna e che un filosofo non debba volere far suo? Oppure per questo io sono
da riprendere, per avere inviato una polverina tratta da piante arabiche a
Calpurniano cui sarebbe molto pi adatto, secondo la sporcissima usanza degli
Iberi, di servirsi, come dice Catullo, della propria urina:

Per lustrarsi i denti e la rossa gengiva.


VII


Ho visto poco fa alcuni che trattenevano a stento le risate mentre
quell'avvocato muoveva fiera accusa contro la pulizia dei denti, e la parola
dentifricio pronunziava con tanto sdegno quanto nessuno ebbe mai nel dire
veleno. Perch no? Dev'essere accusa bene accetta a un filosofo, non
tollerare su di s nulla di sordido, non permettere che nessuna parte visibile
del suo corpo sia immonda e fetida: soprattutto la bocca che, posta in
evidenza, agli occhi di tutti,  l'organo di cui l'uomo si serve pi spesso,
sia che baci qualcuno o che discorra o parli in pubblico o rivolga nel tempio
la preghiera a Dio. Ogni atto umano  preceduto dalla parola che, come dice il
massimo poeta, vien fuori dalla chiostra dei denti. Immaginiamo un
magniloquente oratore: egli direbbe, nello stile che gli  proprio, che chi ha
specialmente cura del proprio linguaggio, deve attendere pi che al resto del
suo corpo, alla bocca, vestibolo dell'anima, porta della orazione, comizio
delle idee. Per me, secondo la mia capacit, mi basti dire che a un libero e
liberale cittadino nulla sconviene pi che la sozzura della bocca. Essa  la
parte eccelsa del corpo umano, la prima che si veda, la cui funzione  la
parola. Nelle fiere e nelle bestie la bocca bassa e prona gi gi fino alle
zampe e atterrata lungo il sentiero o la pastura mai pu contemplarsi se non
quando siano morte o mordenti per la furia che le assale; nell'uomo nulla tu
osservi pi presto quand'egli tace, nulla pi spesso quand'egli parla.


VIII


Io vorrei pertanto che il mio censore Emiliano mi rispondesse se egli usi
qualche volta lavarsi i piedi o, se egli lo afferma, che mi dimostri come mai
sia pi da curarsi la pulizia dei piedi che quella dei denti. Certamente, se
qualcuno come te, Emiliano, apre soltanto la bocca per maledire e calunniare,
credo bene che egli non curi n di pulirsi la bocca n di nettarsi con una
polvere esotica i denti - che per lui sarebbe pi giusto strofinare con
carbone di forno crematorio - e neppure di sciacquarli con acqua comune: ma
piuttosto la sua lingua malefica, dispensiera di menzogne e di amarezze, si
appesti sempre nel suo letamaio. Infatti, ahim, perch mai una lingua pulita
e bella dovrebbe possedere una voce brutta e sporca e a modo di vipera col
piccolo niveo dente stillare il nero veleno? Di chi si accinge ad esporre
pensieri n disutili n sgradevoli  giusto che sia ben forbita la bocca, come
la tazza per una buona bevanda. Ma a che parlare pi a lungo dell'essere
umano? Una bestiaccia feroce, il coccodrillo che nasce nel Nilo, anch'esso, a
quanto ho appreso, sporge senza far male la enorme gola per farsi pulire i
denti; infatti poich ha una bocca ampia ma priva di lingua, che schiude
solitamente nell'acqua, molte sanguisughe gli si attaccano ai denti; e quando,
arrivato al battito del fiume, ha spalancato la bocca, uno degli uccelli
fluviali, compiacente uccello, ficcato dentro il beccuccio, senza pericolo
alcuno, gliele cava fuori.


IX


VERSI DI AMORE

Lasciamo questo argomento. Vengo ad altri versi, ai versi d'amore, come
essi dicono, che pure hanno letto in modo cos duro e villano da smuovere la
bile. Quale rapporto pu avere coi magici malefici il fatto che ho composto
una poesia in lode dei figli di Scribonio Leto, amico mio? Sono mago perch
sono poeta? Chi ha mai sentito parlare di un sospetto cos verosimile, di una
congettura cos fondata, di una prova cos calzante? Fece dei versi Apuleio:
se cattivi,  un delitto e non del filosofo ma del poeta; se buoni, di che mi
accusi? Ma versi leggeri, versi d'amore egli compose. Ah son questi davvero
i miei delitti? E avete dunque sbagliato accusandomi di magia? Ben altri
siffattamente peccarono, se anche voi lo ignorate: presso i Greci un tale di
Teos, un Lacedemone, uno di Ceos, con innumerevoli altri; anche una donna di
Lesbos, voluttuosa quella veramente e con tanta grazia da fare accettare con
la dolcezza del canto l'arditezza del linguaggio; presso di noi Edituo,
Porcio, Catulo, anch'essi con innumerevoli altri. Ma non erano filosofi
costoro: e negherai dunque che Solone sia stato un personaggio severo ed un
filosofo? Ebbene, quel verso pieno di lascivia  suo: desiando le cosce e la
bocca soave. E di fronte a codesto solo che hanno mai di tanto sfacciato i
miei versi? E non dico nulla degli scritti di Diogene il cinico e di Zenone,
il fondatore della setta stoica, che ne hanno scritte molte, di simili cose.
Recitiamoli pure quei versi una volta ancora, perch sappiano che non ne ho
punto vergogna:

S, Critia  la mia gioia: ma  salva, Carino, la parte
che a te rimane, o mia vita, nell'amor mio.
No, non temere, fuoco con fuoco a talento mi bruci:
io questa doppia fiamma, pur di godervi, sopporter.
Per l'uno e l'altro io sia quel che ognuno di voi  per s:
e voi per me sarete quel che sono due occhi.

Recitiamo adesso anche gli altri che essi hanno letto per ultimi, come i
pi scostumati:

Ecco, dolcezza mia, io t'offro ghirlande e canzoni:
offro canzoni a te e al genio tuo ghirlande.
Cantino le canzoni, o Critia, la luce del grato giorno
che ti riporta sette con sette primavere.
Fiorisca di ghirlande, nel tempo lieto, la tua fronte,
e tu adorna di fiori il fiore di giovinezza.
Per i fiori di primavera tu dmmi la tua primavera,
e supera coi tuoi doni i miei doni.
Per gl'intrecciati serdi mi rendi col corpo un amplesso,
e per le rose i baci della purpurea bocca.
Ma se il tuo fiato spiri nel flauto, tosto i miei canti
si taceranno vinti dalla tua dolce zampogna.


X


Eccoti il mio crimine, o Massimo, come di un incorreggibile crapuIone: un
crimine fatto di ghirlande e di canzoni. E qui hai notato che mi si fa un
altro rimprovero, perch avendo i fanciulli altro nome, ho continuato a
chiamarli Critia e Carino. Per il medesimo fatto accusino Catullo perch
nomin Lesbia invece di Clodia, e similmente Ticida per avere scritto Perilla
e non Metella, e Properzio che dice Cintia dissimulando Hostia e Tibullo che
ebbe Plania nel cuore e Delia nel verso. E io non saprei veramente approvare
Lucilio, quantunque sia poeta satirico, per avere esposto a mala fama coi veri
nomi, in uno dei suoi carmi, i giovinetti Genzio e Macedone. Quanto pi
discreto il poeta Mantovano che, lodando, come io ho fatto, il giovane schiavo
dell'amico suo Pollione, in una scena bucolica, si astiene dai nomi, chiamando
s Coridone e Alessi il fanciullo. Ma Emiliano, uomo rusticano pi dei pecorai
e dei bovari virgiliani, zoticone e barbaro sempre, ma di gran lunga pi
austero, com'egli si crede, dei Serrani e dei Curii e dei Fabrizi, nega che a
un filosofo platonico si convengano versi di tal genere. Dimmi, Emiliano:
anche se dimostro ch'essi sono fatti proprio sull'esempio dello stesso
Platone, del quale non abbiamo altri carmi fuorch elegie di amore? Perch le
altre poesie, immagino, non ritenendole altrettanto piacevoli, le diede alle
fiamme. Ascolta i versi del filosofo Platone sul giovane Aster, se pure,
vecchio come sei, puoi apprendere qualcosa di lettere:

Aster, prima splendevi stella dell'alba tra i vivi:
ora, che sei morto, splendi Espero tra i defunti.

Dello stesso Platone sono questi versi dove sono congiunti due efebi, Alexis e
Fedro:

Da quando io dissi che Alessi solo  bello, lo guardano tutti,
e in ogni luogo gli mettono gli occhi addosso.
O cuore mio, perch mostrare un osso ai cani? Te ne pentirai
un giorno. Fedro, non l'abbiamo perduto cos?

E per non citarne di pi, eccovi un suo ultimo verso su Dione siracusano e
avr finito: O Dione, mia frenesia d'amore.


XI


Ma sono io forse uno stolto, che parlo di queste cose anche davanti a un
tribunale? O non voi piuttosto calunniatori, che cose di tal genere allegate
nell'accusa, quasi fossero documenti di moralit alcuni scherzi poetici? Non
avete letto la risposta di Catullo ai malevoli? Eccola: il pio poeta
dev'essere casto, lui: i versi non  necessario lo siano. Il divo Adriano,
onorando di un omaggio poetico il tumulo dell'amico poeta Voconio, cos
scrisse: il verso tuo lascivo, ma l'anima era pura. Il che non avrebbe mai
scritto se le poesie alquanto voluttuose fossero da ritenere prove di
impudicizia. E proprio di lui, del divo Adriano, ricordo di aver letto pi
cose di tal genere. Ora di' pure Emiliano, se ne hai il coraggio che  male
fare ci che fece e lasci alla posterit il divo Adriano imperatore e
censore. Del resto, puoi tu pensare che Massimo riterr colpevole ci che io
ho fatto, com'egli sa, sull'esempio di Platone? i cui versi, or ora citati,
sono tanto pi puri quanto pi schietti, tanto pi pudicamente composti,
quanto pi ingenuamente professati. In siffatta materia dissimulare e
occultare  di chi male opera, professare e divulgare  di chi scherza:
giacch la natura ha assegnato la voce all'innocenza, il silenzio al
maleficio.


XII


E tralascio di significare quell'alto e divino concetto di Platone noto,
salvo eccezione, alle anime religiose, ma sconosciuto a tutti i profani: che
vi siano due Veneri, signora ciascuna di un proprio amore e di amatori
diversi; l'una  la Venere popolare che si scalda all'amore volgare e sprona
alla libidine gli animi non solo degli uomini ma anche degli animali domestici
e selvaggi, avvinghiando insieme in una passione sfrenata e selvaggia i corpi
asserviti; l'altra, la Venere celeste, preposta al pi nobile amore, ha cura
degli esseri umani soltanto, di pochi tra essi, n per impulsi di libidine n
per lusinghe abbatte i suoi adoratori; ch il suo amore non voluttuoso e
sollazzevole, ma disadorno e severo rivolge i suoi amanti alla virt, colla
bellezza morale: e se talora ci richiama alle belle persone, ci distoglie dal
far loro oltraggio: e infatti per questo solo  amabile la bellezza dei corpi,
perch essi richiamano l'anima divina e quella vera e pura bellezza ch'essa
vide prima tra gli di. Per ci, sebbene con molta eleganza Afranio abbia
lasciato scritto: amano i saggi, bramano gli altri, tuttavia, Emiliano, se
vuoi saper la verit e se sei capace di comprendere qualche cosa, il sapiente
non tanto ama quanto ricorda.


XIII


Perdona dunque a Platone filosofo quei suoi versi di amore, perch io non
abbia necessit, contro il precetto del Neottolemo enniano, di filosofare con
molte parole; se non vuoi, sopporter facilmente di farmi incolpare per
siffatte poesie in compagnia di Platone. A te, Massimo, rendo grazie infinite
per la tanta attenzione onde hai ascoltato anche queste appendici della mia
difesa, per questo necessarie, perch fanno da contrappeso alle accuse. Ed io
ti chiedo di ascoltare ancora, come hai fatto finora, volentieri e
attentamente, ci che mi resta a dire prima ch'io venga alle accuse
principali.


LO SPECCHIO

Segue dunque quel lungo e censorio discorso intorno allo specchio, per
cui, dinanzi all'atrocit della cosa, Pudente per poco non  scoppiato
schiamazzando: ha uno specchio il filosofo, possiede uno specchio il
filosofo! Orbene, ammettendo pure di averlo, perch tu non creda di aver
mossa, se lo negher, una seria obiezione, non  tuttavia necessario
concludere che io sia solito anche abbigliarmi allo specchio. E che? Se io
possedessi tutto un vestiario scenico forse ne argomeriteresti che io sia
solito indossare il manto del tragico, la gialla tunica dell'istrione, la
variopinta casacca del mimo? Non credo. Cos al contrario, moltissime sono le
cose che non possiedo ma che adopero. Se il possesso non  una prova dell'uso
e la mancanza di possesso non esclude l'uso, giacch non tanto il possesso
dello specchio si incolpa, quanto il fatto di specchiarsi, questo  necessario
che tu mi provi: quanto e in presenza di chi io mi sia guardato allo specchio.
Dico questo perch in realt tu decreti che per un filosofo la vista di uno
specchio  un sacrilegio peggiore che per un profano vedere gli oggetti sacri
dei misteri di Cerere.


XIV


Dimmi: se io confesso di essermi guardato, quale delitto  conoscere la
propria immagine e, anzich tenerla racchiusa in un determinato luogo,
portarla dovunque tu voglia, visibile e manifesta, in un piccolo specchio?
Ignori che per una creatura umana nulla  pi degno di essere rimirato che la
propria figura? Anche dei figli so che sono pi cari quelli che rassomigliano
ai genitori; e le citt fanno dono ai benemeriti cittadini delle loro
immagini, perch possano contemplarle. Altrimenti che significato hanno le
statue e le immagini con varia arte rappresentate? A meno che per avventura
ci che  stimato lodevole quando sia elaborato dall'arte, non sia da
giudicarsi vizioso quando venga offerto dalla natura, dove  pure assai pi
meravigliosa la facilit e la somiglianza. Giacch in ogni ritratto si lavora
a lungo, eppure la somiglianza non apparisce cos viva come negli specchi;
manca infatti alla creta il vigore, alla pietra il colore, alla pittura il
rilievo e a tutte quante il moto che rende con singolare fedelt la
somiglianza: mentre nello specchio si vede l'immagine mirabilmente riportata,
che rassomiglia e si muove e obbedisce a ogni cenno della persona. E quella
immagine, di coloro che si rimirano  coetanea sempre, dalla nascente puerizia
alla morente vecchiaia; tante mutazioni di tempo essa riveste, cos vari
aspetti della persona comporta, tante espressioni riflette di letizia e di
dolore. Ma ci che  plasmato o fuso nel bronzo o scolpito nel sasso o
impresso nella cera o steso su coi colori o raffigurato con qualsivoglia altro
artificio, dopo un breve intervallo di tempo non rassomiglia pi e, a guisa di
cadavere, serba una sola ed immobile faccia. Di tanto, rispetto alla
somiglianza, supera le arti figurative quella modellatrice levigatezza e
quella creatrice splendidezza dello specchio.


XV


Dobbiamo, dunque, seguire il proposito del solo Agesilao, il Lacedemone,
il quale diffidando del suo aspetto non si lasci mai n dipingere n scolpire
o  da mantenere il costume di tutti gli uomini nel bene accogliere le statue
e le immagini? E in tal caso, perch ritieni si debba vedere la propria
immagine nella pietra e non nell'argento: in un quadro e non in uno specchio?
Oppure pensi tu sia brutta cosa studiare con assidua contemplazione la propria
figura? Socrate, il filosofo, esortava, come si dice, i giovani a contemplarsi
spesso nello specchio perch chi si fosse compiaciuto della propria bellezza
badasse attentamente a non disonestare coi mali costumi la dignit del corpo;
chi si ritenesse poco raccomandabile nell'aspetto, si adoprasse a nascondere
la bruttezza con le qualit morali. Tanto quell'uomo, il pi sapiente fra
tutti, si valeva dello specchio per la disciplina dei costumi. E Demostene, il
principe dell'arte della parola, chi non sa che egli sempre dinanzi allo
specchio quasi davanti a un maestro ripeteva le sue orazioni? Cos quel sommo
oratore, dopo aver attinto da Platone filosofo l'eloquenza e appreso da
Eubolide dialettico l'arte dell'argomentazione, chiese per ultimo allo
specchio l'armoniosa compostezza della pronuncia. Credi tu dunque che nel far
valere la sua orazione debba curare maggiormente il decoro della forma
l'avvocato che litiga o il filosofo che ammonisce; colui che discute per un
momento davanti a giudici sorteggiati o quello che disserta sempre dinanzi
agli uomini tutti? uno che contesta i limiti di un campo o uno che insegna i
limiti del bene e del male? N soltanto per questo un filosofo deve riguardare
lo specchio. Spesso  necessario non solo esaminare la propria rassomiglianza,
ma considerare anche le ragioni della somiglianza. Bisogna vedere se, come
afferma Epicuro, le immagini movendo dai nostri corpi con perenne flusso, come
leggeri tessuti, allorch hanno urtato un che di liscio e di solido,
schiacciate, si riflettano e risaltino per di dietro rovesciate; o, come
sostengono altri filosofi, se i nostri raggi, sia emanati dal centro dei
nostri occhi e con la luce esterna commisti e unificati, come pensa Platone:
sia semplicemente usciti dagli occhi, senza alcun appoggio di luce esterna,
secondo la opinione di Archita, sia condotti attraverso il fluido dell'aria,
come pensano gli Stoici; se questi raggi, dunque, quando cadono su un corpo
solido e brillante e liscio rimbalzino con angoli uguali all'angolo di
incidenza, tornando indietro alla figura donde sono partiti, di guisa che ci
che essi toccano e vedono all'esterno raffigurino dentro lo specchio.


XVI


Non pare a voi che la filosofia debba proporsi tutti questi problemi e
investigarli e guardare tutti gli specchi liquidi e solidi? E al filosofo,
oltre le questioni di cui si  parlato,  necessario altres considerare
perch appunto negli specchi piani apparisce quasi affatto uguale l'immagine
di chi si specchia, in quelli convessi e sferici tutto apparisce pi
impiccolito e nei concavi invece ingrandito; e inoltre per quale ragione negli
specchi la sinistra  al posto della destra, e quando la immagine ora resti
nascosta nell'interno, ora si manifesti alla superficie del medesimo specchio;
perch gli specchi concavi se sono collocati di faccia al sole accendano gli
oggetti infiammabili messi davanti al loro foco; perch mai si vede lo
svariare di un arco tra le nubi e l'emula somiglianza di due soli; e restano
moltissimi altri fenomeni di tal genere che tratta in un grande volume
Archimede siracusano: uomo certamente in ogni scienza geometrica sopra tutti
meraviglioso per acutezza, ma per questo forse massimamente memorabile, per
aver saputo veder bene e molte volte nello specchio. E se tu, Emiliano, avessi
conosciuto questo libro e ti fossi dato non solo al campo e alle glebe, ma
anche all'abbaco e alla rena, credimi pure, anche con codesto tuo mostruoso
aspetto da maschera tiestea, saresti, senza dubbio, per la passione dello
studio, andato allo specchio e talvolta, smesso l'aratro, avresti rimirato
sulla tua faccia i tanti solchi delle rughe.
Ma se tu sei contento che io parli di codesta tua raggrinzatissima
faccia, dissimulando quella assai pi selvaggia indole tua, non ne ho punto
meraviglia.
Cos : oltre a non essere litigioso, io ho avuto sino a poco fa il
piacere di non sapere se tu fossi bianco o nero; e finora, per grazia di Dio,
non ti ho conosciuto abbastanza. Ed  avvenuto appunto questo: che tu vivi
ignorato nei tuoi campi, ed io vivo occupato nei miei studi. Cos l'ombra che
ti nasconde ti ha sottratto alla censura e io non ho cercato mai di conoscere
le male azioni degli altri, e ho preferito sempre far dimenticare i miei
peccati che indagare quel degli altri. Pertanto, dinanzi a te sono nella
condizione di chi  vissuto in un luogo tutto pieno di luce e un altro dalle
tenebre di lontano lo spia. Cos quello che io faccio all'aperto ed in
pubblico tu agevolmente riguardi dal fondo delle tenebre tue, mentre la bassa
ed occulta oscurit in cui vivi non mi consente di vederti a mia volta.


XVII


I TRE SERVI AFFRANCATI

Cos, se tu hai degli schiavi per coltivare la terra o se fai scambio di
opere mutuarie coi tuoi vicini, non so n mi curo di sapere; tu invece sai che
io nello stesso giorno in Oea ho affrancato tre schiavi, e ci il tuo
avvocato, fra le altre rivelazioni che gli hai fatto, mi ha rinfacciato,
bench poco prima avesse detto che ero venuto in Oea accompagnato da un solo
servo. Ed io vorrei che tu mi rispondessi proprio su questo, come mai con un
solo servo io abbia potuto affrancarne tre: a meno che non entri anche qui la
magia. Che debbo dire? Pu giungere fino a tanto la cecit o la consuetudine
della menzogna? Venne Apuleio in Oea con un solo servo: e dopo un garrulio
di poche parole: Apuleio in Oea in un sol giorno ne affranc tre. Sarebbe
gi poco credibile che venuto con tre io li avessi tutti e tre liberati; ma se
anche cos avessi fatto, perch dovresti stimare tre servi indizio di povert
piuttosto che tre affrancati indizio di opulenza? Tu non sai certamente,
Emiliano, che accusi un filosofo: tu che hai potuto rimproverarmi quella
pochezza di servit, che invece avrei dovuto inventare io, per farmene un
vanto: perch sapevo che non solo i filosofi, dei quali mi dichiaro seguace,
ma anche i supremi comandanti del popolo romano si gloriarono della pochezza
dei servi. Dunque neppure questo hanno letto i tuoi avvocati, che M. Antonio,
dopo il suo consolato, aveva in casa soltanto otto servi; Carbone, quello
rimasto a capo della Repubblica, uno di meno, e Manio Curio, famoso per tante
vittorie, che pass tre volte per la medesima porta da trionfatore, quel Manio
Curio, dico, ebbe nel suo accampamento due soli garzoni. Cos quell'uomo che
trionf dei Sabini, dei Sanniti e di Pirro, ebbe pi trionfi che servi. E M.
Catone, senza aspettare che altri facesse la sua lode, in una orazione lasci
scritto che partendo console per la Spagna, condusse con s da Roma tre soli
servi; giunto alla Villa Pubblica, credendo che non bastassero alle necessit
del servizio, ne fece comprare due al pubblico mercato: and in Ispagna con
cinque. Credo che se Pudente avesse letto questi fatti o si sarebbe
risparmiata la calunnia ovvero in tre servi che accompagnano un filosofo
avrebbe preferito scorgere una colpa di abbondanza anzi che di miseria.


XVIII


LA POVERT

Egli, Pudente, anche della mia povert ha fatto un delitto: delitto che
un filosofo gradisce e apertamente professa. La povert  sempre stata
domestica ancella della filosofia, onesta, sobria, ricca di poco, gelosa del
buon nome, stabile possesso di fronte alle ricchezze, sicura del suo stato,
semplice nell'aspetto, provvida di consigli; nessuno ha mai gonfiato di
superbia, nessuno ha depravato con la sfrenatezza, nessuno ha imbestiato con
la tirannide, le delizie della gola e degli amori non vuole n saprebbe
godere. Queste sono vergogne consuete agli alunni delle ricchezze. Se passi in
rassegna i pi grandi scellerati che la storia ricordi, non troverai tra di
essi nessuno povero; e mentre bisogna fare ricerca per trovare dei ricchi fra
gli uomini illustri, quanti sono ammirevoli per qualche merito sono stati fin
dalla culla nutriti dalla povert. La povert, dico, fin dai primi tempi
dell'umano consorzio, fondatrice di tutti gli Stati, inventrice di tutte le
arti, priva di ogni peccato, larga dispensiera di ogni gloria, operatrice di
ogni bene nel mondo. Vedetela presso i Greci: in Aristide giusta, in Focione
benigna, in Epaminonda valorosa, in Socrate sapiente, in Omero eloquente; essa
stessa, la povert,  stata dalle origini fondamento di impero al popolo
romano, il quale appunto per ci, ancora oggi, sacrifica agli di immortali
con un ramaiolo e una scodella di argilla. Se dovessero sedere giudici in
questa causa Gaio Fabrizio, Gneo Scipione, Manio Curio, le cui figlie per la
loro povert furono dotate a spese dello Stato e andarono alle case dei loro
mariti portando la gloria domestica e il denaro pubblico; se Publicola, colui
che cacciava i re, se Agrippa, riconciliatore del popolo, i cui funerali a
cagion di miseria furono fatti mediante pubbliche offerte; se Attilio Regolo,
il cui campicello per simile indigenza fu coltivato a spese dello Stato: se
insomma tutte quelle antiche famiglie di consoli, di censori, di trionfatori,
potessero ritornare un istante alla luce ed assistere a questo processo,
oseresti tu rinfacciare la povert a un filosofo dinanzi a tanti consoli che
furono poveri?


XIX


E pare a te che Claudio Massimo sia uomo adatto ad ascoltare i tuoi
scherni sulla povert per il fatto che egli ha sortito un prospero e copioso
patrimonio? Sbagli, Emiliano: tu sei ben lontano da quest'anima, se la misuri
secondo i favori della fortuna, non secondo i severi principi della filosofia;
se un uomo di tanta austera disciplina filosofica e di cos lunga milizia, non
credi sia pi amico di una contenuta temperanza che di una raffinata opulenza
e si compiaccia della fortuna come di una tunica piuttosto proporzionata che
lunga: giacch anche essa, la fortuna, se invece che portata  trascinata,
cos come un lembo che penda gi, impaccia e fa cascare. Fra tutte le cose
necessarie agli usi della vita tutto quanto sorpassa la giusta misura 
piuttosto di aggravio che di vantaggio. Le ricchezze smodate come ingenti ed
enormi timoni fanno pi facilmente affondare la nave, anzi che dirigerla per
la sua rotta, perch hanno un'abbondanza inutile e una sovrabbondanza nociva.
E tra la gente pi ricca vedo che sono soprattutto lodati quelli che,
silenziosi e modesti, dissimulate le loro fortune, vivono amministrando i loro
grandi beni senza ostentazione n superbia, per la semplicit delle loro
maniere, simili ai poveri. Ora, se anche i ricchi, per prova di modestia,
vagheggiano una certa apparenza e un tal colore di povert, perch dovremmo
arrossirne noi che, in pi umile condizione, sopportiamo una povert non
simulata ma reale?


XX


Ed io potrei anche fare con te questione proprio di parola: e sostenere
che nessuno  povero il quale rinunci al superfluo ed  provveduto di quel
necessario che per natura si riduce a ben poco. Ha il massimo quegli che
desidera il minimo; chi vorr pochissimo avr infatti quanto vorr. Le
maggiori ricchezze non sono riposte in terre e in capitali, quanto negli
appetiti dell'animo nostro, ch se dall'avidit  fatto bisognoso e
insaziabile ad ogni guadagno, neppur montagne d'oro gli saranno abbastanza: e
per aumentare i suoi guadagni avr sempre qualcosa da mendicare.  questa
appunto una vera confessione di povert: perch ogni desiderio di arricchire
viene dal pensiero che ti manchi qualcosa: e non importa quanto sia grande ci
che ti manca. Filo non ebbe un patrimonio cos grosso quanto Lelio, n Lelio
quanto Scipione, n Scipione quanto Crasso il ricco, ma neppure Crasso il
ricco quanto ne avrebbe voluto. Cos, mentre superava in richezza tutti gli
altri, a tutti sembr ricco, meno che a s. Quei sapienti invece, che ho
ricordati, nulla volendo al di l delle proprie forze e avendo anzi accordati
i desideri con le loro facolt, furono a buon diritto meritamente ricchi e
fortunati. Tu sei povero per il continuo bisogno di afferrare qualcosa, sei
ricco per la saziet dell'esser pago. Il distintivo della miseria  il
desiderio, quello dell'opulenza  la saziet. Cos, Emiliano, se vorrai che io
mi ritenga povero,  necessario dimostrarmi prima che sono un avaro. Ma se
l'animo mio non manca di nulla, io non mi d pensiero di quanto manchi dei
beni esteriori, dei quali l'abbondanza non  un merito, e la penuria non  una
colpa.


XXI


Ma supponi che la cosa stia altrimenti e che io sia povero perch la
fortuna mi ha invidiato le ricchezze, ed esse, come di solito avviene, mi ha
accorciate un tutore o mi ha strappate un nemico, o non mi ha lasciate mio
padre. Per questa ragione dovrai rinfacciare a un uomo quello che non si
rimprovera a nessun animale, non all'aquila, n al toro n al leone? Se un
cavallo ha tutte le migliori qualit: uguale andatura, corso veloce, nessuno
gli rimprovera la scarsezza del nutrimento; e tu mi attribuirai a colpa non la
bassezza di qualche parola o azione, ma la modestia della casa, la pochezza
dei servi, la troppa parsimonia degli alimenti, la semplicit dei vestiti, la
frugalit della tavola? Eppure, comunque ti sembrino misere queste mie
condizioni, io stimo al contrario di avere assai, di aver troppo, e vorrei
contenermi ancora di pi e godere la maggiore felicit nelle maggiori
strettezze. Giacch dell'animo come del corpo la sanit non vuole impedimenti;
la debolezza  piena di impicci ed  segno infallibile di infermit aver
bisogno di tante cose. La vita  come il mare: nuota meglio chi  leggero, ed
anche nella tempesta della umana esistenza, il poco peso regge, il troppo
affonda. Ho appreso che appunto in questo consiste la superiorit degli di
sugli uomini, nel non aver bisogno di nessuna cosa per la propria esistenza;
fra noi, dunque, chi si contenta del minimo, quegli  pi vicino agli di.


XXII


Per ci godevo quando per oltraggiarmi dicevate che tutto il mio
patrimonio era la bisaccia e il bastone. Voglia il cielo che io abbia l'animo
cos alto da non desiderare mai nulla oltre quel corredo e di portare
degnamente quell'apparato che Cratete, abbandonate le proprie ricchezze, volle
far suo. Codesto Cratete - puoi crederlo, Emiliano - uomo, tra i grandi
signori di Tebe, ricco e nobile, per amore di quest'abito che mi rinfacci,
don al popolo il suo ricco ed opulento patrimonio, e congedati i suoi
numerosi schiavi, scelse la solitudine: ai moltissimi alberi fruttiferi
prefer un solo bastone, le ville piene di ogni ornamento commut con una sola
bisaccia che poi, sperimentatane la utilit, celebr in un carme, adattando a
questo scopo i versi in cui Omero magnifica l'isola di Creta. Ne citer il
principio perch tu non creda siano queste fantasticherie della mia difesa:

In mezzo al fosco oceano dell'orgoglio  una citt:
la mia bisaccia.

E il resto  cos stupendo che se tu l'avessi letto mi avresti invidiato la
bisaccia pi che le nozze di Pudentilla. La bisaccia e il bastone tu
rimproveri ai filosofi: allora anche ai cavalieri le loro flere e ai fanti
gli scudi e ai vessilliferi gli stendardi e ai trionfatori le bianche
quadrighe e la toga palmata. Queste di cui parlo non sono le fogge della setta
platonica, ma le insegne della cinica famiglia. Dico dunque che per Diogene e
Antistene la bisaccia e il bastone furono quello che  il diadema per i re, il
manto per i generali, la calotta per i pontefici, il lituo per gli uguri.
Diogene cinico, discutendo con Alessandro il Grande sul vero regno, si
gloriava del suo bastone invece dello scettro; e lo stesso invincibile Ercole
- giacch per te le virt morali dei filosofi sono miserabili pitoccherie - lo
stesso Ercole, dico, percorritore del mondo, sterminatore delle fiere,
domatore delle genti, egli che fu pure un dio, nel tempo in cui vag per le
terre, fin quasi al momento in cui le sue virt lo innalzarono al cielo, non
ebbe che una sola pelle per veste e un sol bastone per compagno.


XXIII


Ma se questi esempi non valgono niente per te e se mi hai citato non per
trattare la causa ma per inventariare i miei beni, perch t non abbia a
ignorare nulla delle mie cose, - supposto che tu non sappia - dichiaro che a
me e a mio fratello mio padre lasci circa due milioni di sesterzi: e questo
patrimonio per i lunghi viaggi, per i miei continui stud e le frequenti
liberalit fu alquanto diminuito. A molti amici prestai soccorso, a moltissimi
maestri diedi segni della mia riconoscenza e di alcuni anche dotai le
figliole: e non avrei affatto esitato a sacrificare anche tutta la mia
ricchezza per acquistare un bene che del patrimonio vale assai pi. Ma tu,
Emiliano, e gli uomini della tua razza, gente incolta e selvaggia, valete
soltanto quello che possedete: cos come l'albero sterile e infelice, che non
produce alcun frutto, vale soltanto il legno del suo tronco. Lascia per
l'avvenire, Emiliano, le invettive contro la povert, tu che ora  poco quel
campicello di Zaratha, l'unico che ti avea lasciato tuo padre, solo con un
solo asinello in tre giorni lavoravi verso la stagione delle pioggie. Perch
solo da poco tempo la morte che infierisce tra i tuoi parenti ti ha rassodato
con eredit che non ti spettavano affatto: donde a te, piuttosto che da
codesta tua orribile figura,  venuto il nome di Caronte.


XXIV


LA PATRIA DI APULEIO

Quanto alla patria mia, che essa  posta proprio sul confine della
Numidia e della Getulia, risulta, come avete mostrato, dai miei discorsi
scritti; infatti in una pubblica conferenza, alla presenza del chiarissimo
Lolliano Avito, mi dichiarai seminumida e semigetulo; ma io non vedo che cosa
ci sia in questo di vergognoso per me come per Ciro il grande, il quale fu di
genere misto, semimedo e semipersiano. Non infatti dove uno  nato, ma come 
costumato bisogna osservare: e considerare non il luogo di nascita ma il modo
di comportarsi nella vita. L'ortolano e il bettoliere a buon diritto vantano
gli ortaggi e il vino secondo la nobilt del suolo da cui provengono: vino di
Tasos, legumi di Fliunte: giacch a quei prodotti della terra d un miglior
sapore la fertilit della contrada, l'umidit del clima, la mitezza del vento,
l'abbondanza di sole, la grassezza del terreno. Ma all'anima umana, che viene
a immigrare straniera nell'ospizio del corpo, quale di codeste cose accessorie
potrebbe accrescere o diminuire la virt o il vizio? E varii ingegni non sono
sempre apparsi in tutti i paesi, anche in quelli pi famosi per ottusit o per
intelligenza? Presso gli Sciti, ottusissima gente, nacque il sapiente
Anacarsi; in Atene, la citt dello spirito, Meletide l'idiota. Non ho detto
questo perch io abbia vergogna della mia patria, se pur fossimo ancora
dominio di Siface: ma cos non fu: ch dopo la sua sconfitta passammo per
favore del popolo Romano alla signoria di Massinissa e poi con nuovo
ordinamento divenimmo splendidissima colonia di veterani. In questa colonia
mio padre tenne l'alta carica di duumviro, dopo esser passato per tutti i
gradi: e la paterna dignit, fin da quando ebbi parte nella vita pubblica,
senza mai degenerare, ho sempre mantenuto, spero, con uguale stima ed onore.
Perch ho detto queste cose? Perch tu, Emiliano, da ora in poi sia meno
sdegnato con me ed anzi mi impartisca il perdono, se mi sono per avventura
scordato di scegliere a luogo di nascita quella tua attica Zaratha.


XXV


Come mai non vi vergognate di produrre seriamente dinanzi a tale
magistrato tali capi di accusa frivoli e contradittori, colpendoli ugualmente
di biasimo? E non vi siete forse contraddetti incolpando la bisaccia e il
bastone di austerit, le poesiole e lo specchio di scostumatezza, e trovando
in un solo servo lo spilorcio, in tre liberti lo scialacquatore e l'eloquenza
greca in un barbaro? Svegliatevi una buona volta e ricordate di parlare
dinanzi a un magistrato severo che deve accudire agli affari di tutta la
provincia; tralasciate, dico, queste ingiurie vane e dimostrate le colpe di
cui mi avete accusato, i feroci delitti, i vietati malefic, le nefande
macchinazioni. Perch nelle prove tanta mollezza e negli schiamazzi tanta
energia?


L'ACCUSA DI MAGIA

Eccomi arrivato all'accusa di magia, a quell'incendio che acceso con
grande baccano, per mia rovina, contro la comune aspettazione  svanito fra
non so quali storielle da vecchie comari. Non vedesti tu mai, Massimo, uno di
quei fuochi di stoppia che scoppiettando sonoro divampa immenso a un tratto e
poi cade, ch  paglia, senza lasciare pi nulla? Eccoti quell'accusa:
cominciata con le ingiurie, nutrita di chiacchiere, difettosa di prove, dopo
la tua sentenza non lascer pi veruna traccia della calunnia.


IL MAGO

Poich per Emiliano tutta l'accusa fu compresa in questa sola
imputazione, che io sono un mago, voglio chiedere ai suoi eruditissimi
avvocati, che cosa sia il mago. Siccome io leggo in numerosi autori, mago 
nella lingua dei Persiani quello che  da noi il sacerdote; e allora qual
delitto  dopo tutto essere sacerdote, avere la conoscenza, la scienza, la
pratica delle ordinanze rituali, dei precetti della religione, delle regole
del culto? Questa  almeno la definizione che Platone d della magia quando
ricorda con quali discipline i Persiani educhino al regno il giovane principe.
Ho nella memoria le parole di quell'uomo divino: e tu, Massimo, ricorda con
me: All'et di quattordici anni lo ricevono quelli chiamati regi pedagoghi.
Sono scelti tra i Persiani i quattro ritenuti migliori, di et matura: il pi
saggio, il pi giusto, il pi temperante, il pi coraggioso. Dei quali uno
insegna la magia di Zoroastro figlio di Oromazo: e questo  il culto degli
di. Insegna anche l'arte del regnare.


XXVI


Avete ascoltato, dunque. La magia, che voi sconsigliatamente accusate, 
arte gradita agli di immortali, che gli di sa bene onorare e venerare,
pietosa voglio dire ed esperta delle cose divine, gi fin da Zoroastro e da
Oromazo, suoi fondatori, sacerdotessa dei celesti; essa fa parte dei primi
insegnamenti del principe, e fra i Persiani non  pi lecito a chiunque esser
mago che essere re. In un altro dialogo Platone, a proposito di Zalmoxis, uno
che pur essendo trace di nazione, praticava la medesima arte, lasci scritto
cos: gl'incantamenti essere buone parole. Se  cos, perch non mi  lecito
conoscere le buone parole di Zalmoxis o la scienza sacerdotale di Zoroastro?
Ma se, com' volgare costume, i miei avversari credono che mago  propriamente
colui che mediante la sua comunicazione con gli di immortali, con la forza di
certi incantesimi pu compiere tutto ci che voglia di incredibile, mi
stupisco in verit che essi non abbiano temuto di accusare uno cui riconoscono
tanto potere. Giacch da una potenza tanto occulta e soprannaturale non ci si
potrebbe guardare come da altri pericoli. Chi chiama in giudizio un assassino,
viene accompagnato; chi accusa un avvelenatore, sta pi attento a quel che
mangia; chi denuncia un ladro, custodisce bene le sue cose; ma chi accusa di
un delitto capitale un mago, come costoro l'intendono, con quali compagni, con
quali scrupoli, con quali custodi pu rimuovere da s la invisibile e
inevitabile rovina? Per siffatti delitti, chi accusa non crede.


XXVII


Per un comune errore di ignoranza sono attaccati solitamente i filosofi.
Gli uni che cercano di penetrare le cause elementari e i princpi costitutivi
dei corpi, sono tenuti per irreligiosi e negatori degli di, come Anassagora,
Leucippo, Democrito ed Epicuro e tutti quanti sono sostenitori dell'ordine
naturale del mondo; gli altri che solleciti scrutano la provvidenza
ordinatrice dell'universo e onorano devotamente gli di, questi sono chiamati
volgarmente maghi, quasi fossero altres gli autori dei fatti che essi
conoscono. Tali furono Epimenide e Orfeo e Pitagora e Ostane; e in sospetto di
magia vennero dopo anche le Purificazioni di Empedocle, il Dmone di Socrate,
il Bene di Platone. Mi congratulo con me stesso di essere anch'io annoverato
fra tanti e tali personaggi. Tutte le altre inezie e assurdit che costoro han
tratto fuori per dimostrare la mia colpabilit ingenuamente temerei che tu
possa ritenerle criminose per il solo fatto che mi sono state imputate.
Perch, dice, tu hai fatto ricerca di certe specie di pesci? Come se a un
filosofo non sia lecito fare per motivo di studio quello che un gaudente si
permetterebbe per il piacere della gola. Perch una donna libera ti ha
sposato dopo quattordici anni di vedovanza? Quasi non fosse pi mirabile cosa
l'essere rimasta tanti anni senza marito. Perch prima di sposarti mise per
iscritto in una lettera non so quale suo personale apprezzamento? Quasi uno
debba dare ragione dei sentimenti altrui. Una donna avanti negli anni non ha
rifiutato un giovane: questo per l'appunto prova che non c' stato bisogno di
magia, per decidere una donna a sposare un uomo, una vedova un celibe,
un'anziana un giovane. E cos anche il resto. Apuleio ha in casa un oggetto
che adora religiosamente: come se non sia piuttosto una colpa non aver nulla
da adorare. Un ragazzo  caduto in presenza di Apuleio: e che ci sarebbe di
strano se un giovane, se anche un vecchio fosse caduto dinanzi a me o colpito
da malore o sdrucciolato su un terreno scivoloso? Ah, dunque con questi
argomenti intendete convincermi di magia, con la caduta di un fanciullo, col
matrimonio di una donna e con un piatto di pesci?


XXVIII


Potrei con piena sicurezza contentarmi di ci che ho detto e concludere.
Ma, perch in grazia della lunga accusa, mi resta molto tempo ancora,
consideriamo, se non dispiace, i singoli capi di accusa. Tutti i fatti che mi
sono imputati, falsi o veri che siano, io non negher: li confesser come
fossero avvenuti, affinch tutta codesta gente che  qui accorsa da ogni parte
ad ascoltare, intenda apertamente che contro i filosofi non c' accusa vera o
calunniosa che essi, quantunque sia loro lecito negare, non possano respingere
come pi loro piace, sicuri della propria innocenza. Comincer dunque col
confutare i loro argomenti provando che non hanno alcun rapporto con la magia;
fossi anche il pi gran mago del mondo, dimostrer che essi non ebbero mai n
motivo n occasione di sorprendermi in qualche opera malefica, Tratter della
campagna di calunnie scatenata contro di me, delle lettere di mia moglie
malamente lette e perfidamente interpretate, e dei mio matrimonio con
Pudentilla, accettato da me per dovere e non per interesse: matrimonio che non
 a dirsi quanto sia stato a Emiliano angoscioso e tormentoso. Di l  nata
tutta l'ira, la rabbia, la follia, che hanno mosso questo processo. Quando io
ti avr apertamente e chiaramente dimostrato tutti questi punti, allora,
Claudio Massimo e tutti voi qui presenti, vi prender a testimoni che questo
ragazzo Sicinio Pudente, mio figliastro, a cui nome e per cui volere dallo zio
suo sono accusato,  stato ora  poco strappato alla mia cura, dopo la morte
di Ponziano, suo fratello maggiore di et e migliore di costui; e, reso
empiamente selvaggio contro di me e la madre sua, disertati senza mia colpa
gli studi liberali, ripudiata ogni disciplina, merc gli scellerati
ammaestramenti di questo processo, sar destinato a rassomigliare allo zio
Emiliano piuttosto che al fratello Ponziano.


XXIX


I PESCI MAGICI

Ed ora, conforme al mio piano, passer a tutte le frenesie di questo
Emiliano qui, cominciando da quella che hai sentito addotta in principio come
argomento capitale per il sospetto di magia: che cio io abbia pagato dei
pescatori per procurarmi certe specie di pesci. Quale dei due fatti  valido
per il sospetto di magia: il fatto che dei pescatori abbiano cercato del pesce
per me? Vuol dire che avrei dovuto dare questo incarico a dei ricamatori o a
dei carpentieri e invertire cos le prestazioni di ciascun mestiere per
evitare le vostre calunnie, di guisa che un falegname mi pescasse dei pesci e
un pescatore mi piallasse il legname. Oppure intendete che quei pesci eran
destinati a un maleficio per il fatto che l'ho pagati? Gi: ritengo che se li
avessi richiesti per un banchetto, me li avrebbero dati per nulla. Perch non
mi accusate anche di tanti altri acquisti? Tante volte ho speso il mio denaro
per comprare vino, legumi, frutta. Ma tu cos condanni alla fame tutti i
rivenditori di generi alimentari, perch nessuno oser provvedersi da loro, se
si stabilisce che tutti i commestibili acquistati a un dato prezzo servono non
al pranzo ma alla magia. Se non sussiste dunque alcun sospetto, sia nei
pescatori invitati al loro mestiere, cio a prendere i pesci - dei quali
tuttavia nessun testimone citarono, perch nessuno esisteva - sia nel prezzo
della merce - la cui somma tuttavia non specificarono affatto perch il prezzo
non apparisse se troppo basso una miseria, se troppo alto una menzogna - se in
tutto questo, dico, non  alcun sospetto, mi dica Emiliano per quale probante
indizio sia stato indotto ad accusarmi di magia.


XXX


Tu cerchi, dice, dei pesci. Non voglio negarlo. Ma, di grazia, chi
cerca un pesce  un mago? Non pi, credo, che se cercasse lepri o cignali o
pollame. Oppure i soli pesci hanno qualcosa di occulto agli altri e noto
soltanto ai maghi? Se tu sai che cosa sia, sei certamente mago; se non lo sai,
devi confessare che mi accusi di ci che non sai. Ma come essere cos
ignoranti di ogni opera letteraria e perfino di ogni favoletta popolare, da
non poter mettere insieme delle fandonie verosimili? Come mai pu servire ad
accendere fiamma di amore un freddo pesce o qualunque altra sostanza tratta
dal mare? A meno che non vi abbia indotto a mentire la leggenda di Venere nata
dai flutti marini. Stai a sentire, Tannonio Pudente, che grande ignorantone
sei tu che hai raccolto una prova di magia a proposito dei pesci. Se tu avessi
letto Virgilio per certo avresti appreso che a fare stregoneria occorrono
altre cose. Egli infatti, per quanto io so, enumera bende delicate, grasse
verbene, maschio incenso, fili di diverso colore e inoltre l'alloro
crepitante, l'argilla che indurisce, la cera che si fonde: senza contare ci
che egli menziona nell'opera grande:

Con falci di bronzo si raccolgono al lume di luna le erbe mature
stillanti un succo di
nero veleno: si cerca dalla fronte di un puledro neonato l'ippomane
strappato alla
madre.

Ma tu, l'accusatore di pesci, attribuisci ai maghi ben altri strumenti che
bisogner non detergere dalle tenere fronti ma staccare dai dorsi squamosi, n
divellere dal campo ma estrarre dal fondo del mare, n mietere con le falci ma
uncinare con gli ami. Infine, Virgilio, in quella magica fattura, nomina il
veleno, tu una pietanza, egli erbe e ramicelli, tu squame e lische, egli
spoglia il prato, tu frughi il mare. Potrei citare anche passi analoghi di
Teocrito, altri di Omero, altri numerosissimi di Orfeo: e molti tratti dalle
commedie e dalle tragedie greche e dalle storie, se non avessi notato che non
hai saputo leggere una lettera di Pudentilla in lingua greca. Citer un solo
poeta latino, i cui versi riconosceranno i lettori di Levio:

Estraggono da per tutto filtri, cercano l'antipate,
rotelle, unghie, bende, radichette,
erbe, sorcoli, lucertole adescatrici a due code,
dolcezze di annitrenti cavalle.


XXXI


Ecco press'a poco le cose che invece dei pesci con pi verosimiglianza e
con qualche credito, sulla base di correnti dicerie, avresti potuto immaginare
se tu avessi la minima erudizione. Un pesce invece a che pu servire, quando
si  preso, se non che a mangiarlo, quando si  cotto? Rispetto alla magia mi
pare non possa per niente giovare. Ti dir perch penso cos. Molti hanno
ritenuto Pitagora discepolo di Zoroastro ed esperto, come lui, di magia:
eppure si narra che presso Metaponto, sul litorale della sua Italia, divenuta
per lui una seconda Grecia, avendo egli visto dei pescatori che traevano la
rete, compr tutta la retata e sborsato il denaro ordin che i pesci l dentro
prigionieri fossero liberati e restituiti al fondo del mare. Egli, di certo,
non se li sarebbe lasciati sfuggire di mano se ci avesse trovato una qualche
utilit in fatto di magia. Era un uomo, Pitagora, di eccezionale erudizione,
che aveva a modello gli antichi e ricordava che Omero poeta multisciente, anzi
di un sapere assolutamente universale, aveva attribuito ogni magico potere non
al mare, ma alla terra, quando di una certa maga egli dice:

essa tanti farmaci conobbe quanti ne produce l'ampia terra,

e in un altro poema dice ugualmente:

col dove la terra feconda produce insieme in gran copia
erbe velenose e salutari.

E invece mai in Omero con alcunch di mare o di pesci incant Proteo la
propria figura o Ulisse la sua fossa o Eolo i suoi otri o Elena la sua coppa o
Circe i suoi beveraggi o Venere la sua cintura. Voi soli, da che mondo 
mondo, siete stati trovati capaci di trasferire la virt magica delle erbe,
delle radici, dei sorcoli e delle pietre, per una specie di rovesciamento
della natura, dalle sommit delle montagne nel mare e di cucirla in fondo alle
interiora dei pesci. Pertanto come nelle cerimonie magiche si solevano
invocare Mercurio apportatore di incantesimi e Venere ammaliatrice dei cuori e
la Luna complice delle notti e Trivia regina dei Mani, per merito vostro ormai
Nettuno con Salacia e Portuno e tutto il coro di Nereo trapasseranno dal
fervore dei flutti al fervore delle passioni amorose.


XXXII


Ho detto perch non credo ci sia alcun rapporto tra i maghi e i pesci. E
ora, se volete, crediamo pure ad Emiliano, che i pesci servono anche alle
operazioni magiche. Ma per questo chi ne fa ricerca  un mago? E allora chi fa
ricerca di un brigantino  un pirata, chi cerca una leva  uno scassinatore,
chi una spada, un assassino. Nulla  in ogni cosa tanto innocente che non
possa ispirare una sinistra interpretazione. Ma pure non si ha l'abitudine di
trarre ogni cosa al suo peggiore significato; come credere per esempio che
incenso, cassia, mirra, debbano servire soltanto ai funerali, mentre si
acquistano anche per medicamenti o per sacrifici? Restando all'argomento dei
pesci, crederai maghi anche i compagni di Menelao che, a quanto afferma il
poeta sovrano, presso l'isola di Faros si servirono di ami ricurvi per
cacciare la fame, anche gli smerghi, i delfini, la squilla porrai nella stessa
categoria, anche tutti i ghiottoni, che a furia di spese si fanno affogare dai
pescatori, e i pescatori stessi, la cui arte consiste nel pigliare ogni specie
di pesce. Ma si pu sapere, dici tu, perch ne hai fatto ricerca? Non ho
desiderio n bisogno di dirtelo; tu, se ne sei capace, accusami pure di averne
acquistato per magia. Se io per esempio avessi comperato elleboro o cicuta o
succo di papavero o altre simili sostanze, di cui l'uso moderato  benefico,
ma nocivo il miscuglio e l'eccesso, chi sopporterebbe in pace che tu mi
accusassi di veneficio per la sola ragione che con quelle sostanze si pu
uccidere un uomo?


XXXIII


Vediamo quali specie di pesci furono cos indispensabili e cos rare a
trovare da dover essere ricercate a prezzo stabilito. Essi in tutto ne hanno
nominato tre: in uno hanno sbagliato, in due hanno mentito. Si sono sbagliati
quando hanno dato il nome di lepre marino a tutt'altro pesce, che il mio servo
Temisone, non ignaro di medicina, mi port spontaneamente a esaminare, come
hai udito da lui stesso: perch lepri di mare finora non ne ha trovati.
Dichiaro che le mie ricerche vanno pi in l: e non solo ai pescatori, ma
anche agli amici d incarico, ogni qual volta capiti loro sotto gli occhi un
pesce di specie poco conosciuta, che me lo descrivano, oppure me lo facciano
vedere vivo o, se non  possibile, morto. Dir fra poco per quale ragione.
Codesti miei accusatori, pieni come si credono di furberia, mentirono quando a
compimento della calunnia immaginarono che io avessi ricercato due frutti di
mare dai nomi osceni: e Tannonio voleva far intendere che fossero le parti
genitali dei due sessi; ma non potendo per incapacit di parola esprimersi,
quel sommo avvocato, dopo molta e lunga incertezza, finalmente, con non so
quale perifrasi, riusc a nominare, con disgustosa impropriet, i genitali
maschili di un pesce; ma non potendo assolutamente trovare un termine pulito
per l'organo femminile, ricorse ai miei scritti e lesse in un mio libro:
l'interfeminio nasconda con la sporgenza delle cosce e col velame della
palma.


XXXIV


Quest'uomo, anche in nome della sua moralit, mi rimproverava che non mi
increscesse dire onestamente cose alquanto impudiche; io piuttosto dovrei pi
onestamente rinfacciargli che, mentre fa pubblica professione di patrocinio
oratorio, anche delle cose oneste a dirsi ciancia trivialmente, e dove non c'
difficolt alcuna si mette a chioccolare o ammutolisce. Ti faccio una domanda:
se io non avessi detto nulla della statua di Venere n avessi nominato
l'interfeminio, con quali parole avresti mosso quell'accusa che  in perfetta
armonia tanto con la tua sciocchezza quanto con la tua lingua? E si potrebbe
fare congettura pi sciocca di questa, che cose affini di nome abbiano tra
loro una reale parentela? Eppure probabilmente voi credete di avere scoperto
un modo ingegnosissimo, immaginando che io avessi cercato per i miei magici
incantesimi quei due frutti marini, la veretilla e il virginal: impara a
nominare le cose in latino: per questo ho variato i termini, perch tu meglio
istruito rinnovi l'accusa. Sappi tuttavia che accusare un uomo di aver cercato
oscenit marine per i suoi piaceri venerei sarebbe argomento tanto ridicolo
come se tu dicessi che un pettine di mare  richiesto per ravviare i capelli,
un pesce falco per acchiappare gli uccelli, un pesce cignalino per cacciare i
cinghiali o i teschi marini per evocare i morti. A tali vostre invenzioni cos
insipide e assurde rispondo che queste robucce e chiappole di mare e di
spiaggia io non ho mai cercato n a prezzo n in dono.


XXXV


E dico anche questo, che voi non sapete che cosa inventare quale oggetto
delle mie ricerche. Queste scioccherie che avete nominato giacciono in massa e
alla rinfusa su tutte le spiagge: e senza intervento di nessuno, col solo
lievissimo ondeggiare dei flutti, sono voltolate fuori del mare. Dite dunque,
una volta che ci siete, che io a caro prezzo ho fatto cercar da moltissimi
pescatori la conchiglietta striata, la conchiglia smussata, la pietruzza
liscia, pinze di granchi, gusci di ricci, ossi di seppia, pietruzze, festuche,
stecchi, [ostriche di Pergamo vermicolate] e musco e alga e altri rifiuti
marini che sono dovunque sui lidi cacciati dai venti, rigettati dai flutti,
sballottati dalla tempesta, abbandonati dalla bonaccia. Infatti codeste cose
che ho ricordate possono suscitare similmente a causa del nome i vostri
sospetti. Voi dite che abbiano potere, in fatto di amore, sostanze marine che
hanno nome di organi sessuali maschili e femminili. E perch, sarebbe meno
efficace prendere ugualmente dalla spiaggia una pietra per il mal della
pietra, una testa per il testamento, un granchio per il cancro e l'alga per la
febbre algida? Oh s certamente, Claudio Massimo, troppo paziente uomo tu sei
e di una assai facile bont, tu che hai cos a lungo sopportato tutte codeste
argomentazioni mentre io, quando essi parlavano di tali cose come di prove
gravi e decisive, ridevo della loro stoltezza e ammiravo la tua sopportazione.


XXXVI


Del resto perch io abbia conosciuto cos gran numero di pesci e di altri
mi rincresca non avere conoscenza, impari Emiliano una volta che ha tanta cura
delle mie cose. Bench egli sia ormai giunto al precipizio dell'et e al
tramonto della vecchiaia, pure, se gli pare, acquisti una scienza davvero
tardiva e dell'ultima ora; legga le opere degli antichi filosofi, perch
intenda una buona volta che non sono il primo in queste ricerche, ma gi da
tempo vi hanno atteso quelli venuti prima di me, Aristotele, dico, e Teofrasto
ed Eudemo e Licone e tutti gli altri discendenti di Platone, i quali
lasciarono moltissimi libri sulla generazione degli animali, sui loro costumi,
sulla loro struttura e sull'insieme dei loro caratteri distintivi.  bene,
Massimo, che giudice di questa causa sia tu, che per tua erudizione hai
certamente letto i numerosi volumi di Aristotele, intorno alla generazione,
l'anatomia e la storia degli animali, come anche i suoi innumerevoli Problemi:
e poi le opere degli altri peripatetici, dove sono trattate diverse questioni
dello stesso genere. Ora se fu loro di onore e di gloria scrivere su tante
diligenti ricerche, perch dovrebbe essere disonorante per me farne oggetto di
esperimento, tanto pi che mi sforzo di presentarle con maggiore ordine e
concisione in greco e in latino e di aggiungere nuovi risultati e colmare le
lacune? Permettete, se ne avete voglia, che io legga qualche passo dei miei
libri magici, perch Emiliano sappia che io ricerco e diligentemente esploro
pi cose di quanto egli non creda. (Si rivolge a un suo segretario.) Prendi
uno dei miei libri greci, che forse in questa citt troverai presso qualche
amico mio, amatore di scienze naturali; prendi soprattutto quello che tratta
di questioni relative ai pesci. (Torna a rivolgersi ai giudici.) Intanto,
mentre ne va in cerca, vi riferir un aneddoto adatto alla circostanza.


XXXVII


Il poeta Sofocle, che fu rivale di Euripide e gli sopravvisse - infatti
raggiunse l'estrema vecchiaia -, accusato di demenza da suo figlio, quasi
fosse a cagion dell'et svanito di mente, si racconta abbia presentato il suo
Edipo a Colono, la eccellentissima delle sue tragedie, ch'egli componeva
proprio in quel tempo: e la lesse ai giudici, aggiungendo a propria difesa
solo queste parole: che osassero condannarlo di pazzia se fossero dispiaciuti
i carmi della sua vecchiaia. Trovo scritto che tutti i giudici si levarono in
piedi dinanzi a tanto poeta, esaltandolo per la bravura artistica di tutta la
trama e la grandiosit tragica dello stile: e poco manc non condannassero
piuttosto l'accusatore come demente. (Si rivolge all'uomo che  tornato.) Hai
trovato il libro? Benone. Vediamo un po' se anche a me, dinanzi a un
tribunale, possano giovare i miei scritti. Leggi alcune linee dal principio, e
poi qualche passo sui pesci. (Si rivolge all'uomo che ha cura della
clessidra): tu, intanto, arresta l'acqua. (Si d lettura di alcuni passi
greci.)


XXXVIII


Molte di queste cose che hai udite, Massimo, avevi naturalmente lette nei
libri degli antichi filosofi. Nota che questi miei volumi trattano dei soli
pesci, quali di essi siano generati per via di accoppiamento, quali crescano
su dal fondo limaccioso, quante volte e in quale epoca dell'anno le femmine e
i maschi di ciascuna specie vadano in caldo, per quali disposizioni di membri
e per quali cause la natura abbia distinto i vivipari e gli ovipari - cos
traduco in latino i vocaboli greci zootca e ootca - e, per non infastidirvi
ancora con le geniture animali, quali sono le loro differenze, i costumi, la
struttura del corpo, la durata della vita e tantissime altre questioni
necessarie alla scienza, ma estranee affatto in un processo giudiziario.
Rispetto alle medesime nozioni, far leggere qualche passo delle mie opere
latine in cui osserverai altre particolarit poco note, nomi ancora fuori
d'uso presso i Romani e fin'oggi, ch'io mi sappia, non creati; nomi i quali
merc lo studio e l'opera mia sono bens derivati dai Greci, ma di puro conio
latino. Se no, dicano i tuoi avvocati, Emiliano, dove hanno letto in lingua
latina le parole che sto per pronunciare. Parler dei soli acquatici, n far
cenno degli altri animali salvo quando abbiano caratteri comuni. Ascolta ci
che dir. Adesso tu griderai che faccio una rassegna di parole magiche secondo
il rituale egiziano o babilonese:

Selcheia, malkeia, malakstraka, chondrkantha,
ostrakderma, karchardonta, anfbia, lepidot, folidot,
dermptera, steganpoda, monre, sunagelastik.

Potrei continuare ancora, ma non possiamo consumare la giornata in queste
cose, e ho bisogno di tempo per passare al resto. Leggi intanto come io abbia
reso in latino quei pochi vocaboli che ho test citati. (Manca tale elenco nel
testo latino.)


XXXIX


Ebbene, credi tu che per un filosofo, non secondo la cinica
sconsideratezza rozzo e ignorante, ma consapevole di appartenere alla scuola
platonica, credi tu sia brutta cosa sapere queste cose o ignorarle,
trascurarle o interessarsene, conoscere quanto sia grande anche in codeste
piccole cose il disegno della Provvidenza, o ricorrere al babbo e alla mamma
sul conto di Dio? Quinto Ennio scrisse una Gastronomia in versi, dove enumera
innumerevoli specie di pesci, che naturalmente aveva studiato con molta cura.
Ne ricordo qualche verso: ecco:

La mustela marina di Clipea supera tutte le altre,
i topolini di mare si trovano a Enos, le ruvide ostriche
abbondano in Abido; a Mitilene il pesce pettine e anche
a Caradro, nella regione di Ambracia; a Brindisi  buono
il sargo: prndilo, se  grosso; il cignalino sappi che
a Taranto  di prima qualit. Compra a Sorrento l'elope;
il glauco a Cuma. Come mai ho potuto scordare lo scaro,
quasi cervello del sommo Giove: esso, nella patria di Nestore,
si piglia grosso e buono: il melanuro, il pesce tordo,
il merlo, l'ombrina? A Corcira il polpo, i pingui calvar,
le acarne, le conchiglie della porpora, i piccoli murici,
i topi di mare, e anche i ricci saporiti.

E altri pesci ancora celebr in molti versi, dicendo di ciascuno in qual paese
si trovi e come sia pi gustoso, arrostito o in salsa. Eppure non  ripreso
dagli uomini dotti: tanto meno potr esserlo io, che cose note a pochissimi,
in greco e in latino, metto insieme con termini scelti e appropriati.


XL


Ho detto abbastanza: ora ascolta anche questo: che c' finalmente di male
se io, che della medicina sono studioso ed esperto, cerco di ricavare dai
pesci taluni rimedi? La natura ha infuso dovunque, sparsi e seminati qua e l,
numerosissimi princpi salutari, e alcuni anche nei pesci. Conoscere i rimedi
e farne ricerca ritieni sia piuttosto ufficio del mago e non del medico e del
filosofo il quale se ne servir non per averne guadagno ma per prestare
soccorso? Gli antichi medici conoscevano anche gl'incantesimi come rimedio
delle ferite: ce lo insegna Omero, l'autore pi sicuro di tutta l'antichit,
il quale ci mostra arrestato mediante incantesimo il sangue che scorre dalla
ferita di Ulisse. Nulla di ci che si fa per salvare una vita  delittuoso.
Ma, dice, per quale fine, se non malefico, tu sezionasti il pesce che ti
port il servo Temisone? Poco fa ho detto che ho scritto libri sugli organi
di tutti gli animali: loro posto, loro numero, loro ragione di essere: e di
avere esaminato accuratamente e accresciuto di nuove osservazioni le opere di
anatomia di Aristotele. E sommamente mi stupisco che voi abbiate saputo della
ispezione di un solo pesce, mentre tanti e poi tanti, dovunque me ne siano
capitati, ho ugualmente ispezionato; e questo ho fatto non di nascosto, ma
apertamente alla presenza di qualunque testimone, anche estraneo, seguendo
l'esempio e i precetti dei miei maestri i quali affermano che l'uomo libero e
generoso deve, dovunque vada, portare l'anima sulla fronte. Cos, questo
pesciolino, che chiamate lepre di mare, ho mostrato ai moltissimi che erano
presenti, e ancora non saprei dire qual  il suo nome, senza prima fare
ricerche molto accurate, perch neppure presso gli antichi filosofi trovo il
carattere proprio di questo pesce, sebbene sia il pi raro fra tutti e davvero
degno di essere ricordato. Esso solo infatti, per quanto io ne sappia,
sprovvisto di ossi nel resto del corpo, ha dodici ossi, simili a malleoli di
zampe suine, connessi e concatenati nel ventre. E Aristotele non avrebbe
tralasciato di segnalarlo nei suoi scritti, egli che ricord, come molto
importante, il fatto che solo il pesce asello ha il cuoricino collocato nel
mezzo dell'addome.


XLI


Hai sezionato un pesce, dice. Ma  tollerabile che per un filosofo sia
delitto quei che non lo sarebbe per un beccaio o per un cuoco? Hai sezionato
un pesce. Perch crudo?  questa l'accusa? Se dopo averlo cotto frugassi nel
suo ventre, ne cavassi il fegato, come in casa tua, a proprie spese, impara a
fare il piccolo Sicinio Pudente, per te, questa non sarebbe materia di accusa.
Eppure  pi grave colpa per un filosofo mangiare un pesce che esaminarlo. 
permesso agli indovini rovistare i fegati ed  interdetto al filosofo di
osservarli, a lui che sa di essere aruspice di tutti gli animali e sacerdote
di tutti gli di? Tu dunque imputi a me ci che io e Massimo ammiriamo in
Aristotele, le cui opere, prima di accusarmi, dovresti bandire dalle
biblioteche e strappare dalle mani degli studiosi.
Ma su questo argomento ho detto pi del necessario. Ora tu vedi come si
contraddicano da se stessi: affermano che una donna con arti magiche, con
seduzioni marine,  stata da me tentata, proprio nel tempo - e non potranno
negarlo - in cui mi trovavo nell'interno del paese, fra le montagne della
Getulia, dove si troveranno i pesci grazie al diluvio di Deucalione. Ed  una
fortuna per me che essi ignorino che ho letto anche il libro di Teofrasto
sulle morsicature e sulle ferite degli animali e i Theriaca di Nicandro:
altrimenti mi avrebbero accusato di veneficio. Questa attivit ho conseguita
leggendo ed emulando Aristotele, incoraggiato un poco anche dal mio Platone il
quale afferma che darsi a queste ricerche  godere di un passatempo non
increscioso nella vita.


XLII


IL SERVO TALLO

Ora, giacch  abbastanza assodato che cosa siano i pesci di costoro,
ascoltane un'altra escogitata,  vero, con pari stupidit, ma con molto pi di
sconsigliatezza e di bricconeria. Essi sapevano che quello dei pesci era
argomento futile e nullo, oltre la ridicola novit della cosa: perch si  mai
sentito dire che ai pesci si usa togliere scaglie e dorsi per magiche fatture?
Pensarono dunque che bisognava inventare un che di pi diffuso e accreditato;
e per conformarsi alle comuni credenze immaginarono che un ragazzo, da me
incantato, senza gente dattorno, in un luogo segreto, con un piccolo altare e
una lucerna e in presenza di pochi complici, appena compiuto l'incantesimo,
sia caduto a terra, e poi si sia risvegliato senza pi memoria dell'accaduto.
Non osarono spingere oltre la loro menzogna; per completare la favola,
infatti, avrebbero dovuto aggiungere che il fanciullo aveva predetto molte
cose. Giacch sappiamo che  questo il fine pratico di tali incantesimi: il
presagio e la divinazione: n soltanto la opinione volgare, ma anche
l'autorir di uomini dotti conferma questo prodigio che riguarda i fanciulli.
Ricordo di aver letto in Varrone, scienziato di accuratissima dottrina ed
erudizione, insieme con altre cose analoghe, anche questa: che a Tralle,
fattosi ricorso alla magia per conoscere l'esito della guerra mitridatica, un
fanciullo vide nell'acqua un'immagine di Mercurio e ci che sarebbe accaduto
annunzi in un presagio di centosessanta versi. Parimenti Fabio, perduti
cinquecento denari, and a consultare Nigidio. Costui incant alcuni fanciulli
i quali indicarono dov'era sotterrata una borsa contenente parte della somma e
il resto come era stato distribuito: e aggiunsero che uno di quei denari era
in possesso del filosofo Marco Catone, il quale confess di averlo ricevuto da
un suo servo tra le offerte per il tesoro di Apollo.


XLIII


Questi ed altri esempi in molti autori ho letto intorno alle arti magiche
e ai fanciulli, ma sono incerto se debba negarne o affermarne la possibilit.
Tuttavia credo, con Platone, che fra gli di e gli uomini esistano alcune
divine potest, intermedie per la loro natura e per lo spazio che occupano, le
quali altres governano tutte le divinazioni e i miracoli della magia. Ed
invero io penso tra me stesso che possa l'anima umana, specialmente semplice e
pargoletta, s per l'estasi che la incanti, s per lenimento di profumi,
addormirsi e sollevarsi all'oblo delle cose presenti e che, per poco rimossa
la memoria del corpo, ella si riduca e torni alla natura sua che , come
ognuno sa, immortale e divina, e cos presagisca come in visione di sogno
l'avvenire. Ma naturalmente, se a codesti fatti bisogna prestar fede, dovrebbe
questo non so quale antiveggente fanciullo, per quanto ne sento dire, essere
scelto bello e intatto di corpo, ingegnoso e facondo, perch la divina potenza
abbia in lui degna dimora, se veramente essa si introduce nel corpo di un
ragazzo: oppure perch l'anima, appena desta, ritorni subito alla sua visione
delle cose future, che bene impressa in lei e per nessuna dimenticanza offesa
e affievolita, si ripresenti di nuovo senza ostacoli. Infatti, come diceva
Pitagora, non ogni legno  buono per scolpire Mercurio. Se  cos, ditemi chi
sia stato quel fanciullo sano, incolume, ingegnoso, bello, che con i miei
incanti ho voluto iniziare ai misteri. Ma quel Tallo, da voi nominato, ha
bisogno pi di un medico che di un mago; l'infelice  tormentato
dall'epilessia s che tre o quattro volte al giorno spesso cade a terra, senza
bisogno di incantesimi, con tutto il corpo fiaccato da convulsioni, la faccia
ulcerosa, la fronte e l'occipite pieni di contusioni, gli occhi inebetiti, le
narici dilatate, i piedi vacillanti. Mago, il pi grande di questo mondo, 
quegli alla cui presenza Tallo possa reggersi a lungo sulle gambe: tante
volte, ripiegandosi per il male, come per sonno  costretto a cadere.


XLIV


Questo  quel fanciullo che avete detto gettato a terra coi miei
incantesimi, perch una volta per caso cadde in mia presenza. I suoi conservi,
che avete fatto citare come testimoni, sono per la maggior parte qui presenti.
Tutti possono dire perch sputino alla vista di Tallo, perch nessuno voglia
con lui mangiare nello stesso piatto, bere nel medesimo bicchiere. E a che
parlo dei servi? Voi stessi lo sapete. Negate pure che Tallo, molto prima che
io venissi in Oea, era soggetto agli accessi che lo facevano cadere e fu
mostrato spesso ai medici; neghino questo i suoi conservi che sono al vostro
servizio: io mi confesser convinto di tutto se egli non  da tempo ormai
relegato in una campagna lontana, per non contaminare gli altri schiavi. Che
questo sia avvenuto, neppure essi possono negare: perci non abbiamo potuto
oggi produrlo in tribunale. Perch tutta codesta accusa fu temeraria e
repentina e soltanto da tre giorni Emiliano ci ha intimato di esibire dinanzi
a te quindici schiavi. Quattordici sono presenti, che si trovavano in citt:
Tallo solo, relegato come ho detto a una distanza di circa cento miglia,
soltanto lui  assente; ma abbiamo mandato un tale che lo trasporti qui di
corsa. Interroga, Massimo, i quattordici servi che presentiamo, domanda loro
dov' il ragazzo Tallo e come stia di salute; interroga i servi dei miei
accusatori. Non negheranno che  un ragazzo ripugnante, di corpo floscio e
malato, soggetto a cadute, un selvaggio zoticone. Avete scelto davvero un bel
fanciullo, da figurar bene in un sacrificio e proprio meritevole che gli si
tocchi la testa, che lo si avvolga nel bianco lino, che se ne attenda il
responso. Per Ercole, vorrei fosse qui: io l'avrei affidato a te, Emiliano, e
lo avrei sostenuto perch tu lo interrogassi: a met dell'interrogatorio, qui
davanti al tribunale, egli avrebbe puntato su di te gli occhi truci, avrebbe
sputacchiato di spuma la tua faccia e contratte le mani, scossa la testa,
finalmente sarebbe caduto fra le tue braccia.


XLV


Ecco i quattordici servi che hai reclamati. Perch non ne profitti per
interrogarli? Un solo fanciullo tu richiedi, un epilettico, che tu sai, come
me, assente da molto tempo. Quale calunnia pi evidente? Quattordici servi, a
tua richiesta, sono presenti; fingi di non vederli. Uno solo, un fanciullo, 
lontano, e tu ne incolpi l'assenza. Insomma, che cosa vuoi? Fa' conto che
Tallo ci sia. Vuoi provare che egli  caduto in mia presenza? Sono il primo a
confessarlo. Per via d'incantesimo, tu dici. Questo il ragazzo non lo sa: io
rispondo ch' falso. Che il fanciullo sia epilettico neppure tu oserai negare.
Perch dunque attribuire la sua caduta a incantesimi anzich a malattia?
Dinanzi a me non potrebbe coglierlo lo stesso male che altre volte lo ha clto
dinanzi a tante persone? E se io avessi stimato una gran cosa buttare a terra
un epilettico, che bisogno c'era di incantesimi, quando, come leggo nei
fisici, a richiamare senz'altro i sintomi del male basta un pezzo di gagate
infocata? Nei mercati di schiavi si fa appunto odorare questa pietra per
assicurarsi della sanit o della malattia degli schiavi messi in vendita.
Anche la ruota girata dal vasaio coglie nella sua vertigine l'epilettico:
tanto la vista della rotazione colpisce i sensi malati: ad abbattere un
epilettico ha molto pi potere un vasaio che un mago. Tu dunque, senza
ragione, hai richiesto la presenza dei miei servi: ma bene a ragione, io ti
intmo di nominare i testimoni presenti a questo empio sacrificio dove io ho
spinto Tallo a cadere. Nomini uno solo in tutto, quel ragazzo Sicinio Pudente,
nel cui nome mi accusi; egli infatti dice di essere stato presente: ma se
anche la sua fanciullezza non fosse di ostacolo alla seriet della
testimonianza, la sua condizione di accusatore ne infirmerebbe la buona fede.
Sarebbe stato pi agevole, Emiliano, e molto pi serio dire che tu stesso eri
presente: e che da quella magica scena ebbe principio la tua pazzia, invece di
abbandonare tutto questo affare, come fosse un gioco, ai ragazzi. Un fanciullo
fu la vittima, un fanciullo l'osservatore: che sia stato anche un fanciullo
l'incantatore?


XLVI


Qui Tannio Pudente, furbacchione com', visto che anche questa menzogna
era freddamente accolta e disapprovata a quanto appariva dal volto e dal
mormorio del pubblico, per trattenere ancora con le promesse i sospetti di
alcuni, afferm che avrebbe prodotti altri fanciulli, ugualmente vittime dei
miei incantesimi: dopo di che pass ad altro ordine di prove. Avrei potuto
lasciar cadere l'incidente: ma come su tutto il resto, anche su questo punto,
sfido l'avversario alla prova. Voglio che tu li produca, quei giovani servi
che con la promessa dell'affrancamento, si dice, hai impegnato a mentire. Di
questo non discuto: siano prodotti. Reclamo ed esigo, Tannonio Pudente, che tu
adempia la tua promessa. Avanti, vediamo codesti fanciulli in cui confidate,
presentali, di' i loro nomi. Prendi pure a questo scopo la mia parte di acqua:
io consento. Parla, dico, Tannonio; perch taci, perch esiti, a che guardi
indietro? Ma se Tannonio non sa pi la sua lezione e ha dimenticato i nomi,
fatti avanti tu, Emiliano, di' quale incarico avevi affidato al tuo avvocato,
presenta questi ragazzi. Sei impallidito, taci, perch? Ah, dunque cos si
accusa, cos si denuncia un tanto delitto, o non piuttosto si tiene in
dileggio Claudio Massimo, un tanto uomo, e mi si perseguita con la calunnia?
Ma se per caso il tuo avvocato ha sbagliato a parlare, e tu non hai giovani
schiavi da presentare, almeno givati dei quattordici servi che ho messo a tua
disposizione.


XLVII


Altrimenti perch richiedevi la presenza di tanta servit? A sostenere
l'accusa di magia hai fatto richiesta di quindici servi; se tu mi accusassi di
violenza, quanti servi richiederesti? Quindici servi conoscono, dunque, un
certo fatto: e questo fatto  occulto; se non fosse occulto, dove sarebbe la
magia? Tu devi ammettere una delle due cose, o che non fosse illecita
un'operazione a cui non ho temuto di ammettere tanti testimoni, o che fosse
illecita, e allora non avrei dovuto avere tanti consapevoli complici. Codesta
magia, per quanto ne sento dire,  delitto perseguitabile in giudizio, gi fin
dai tempi antichi interdetta dalle Dodici Tavole, per gli incredibili incanti
onde pu attrarre le messi; occulta, pertanto, non meno che tetra e
spaventosa, essa si esercita solitamente nelle veglie della notte, in mezzo
alle tenebre, lungi da ogni sguardo, al mormorio degli incantesimi, a cui
pochi, non soltanto dei servi, ma anche degli uomini liberi, sono ammessi. E
tu vuoi che siano intervenuti quindici servi? Fu un matrimonio, dunque, o
qualche altra solennit o un banchetto di circostanza. Quindici servi hanno
parte in un sacrificio magico, quasi fossero un collegio di quindecimviri
sacris faciundis. Per qual motivo avrei dovuto adoperarne tanti, se sono gi
troppi per custodire un segreto? Quindici cittadini fanno un popolo,
altrettanti servi una casa, altrettanti prigionieri un ergastolo. Forse avevo
bisogno di tante persone che mi aiutassero a tenere le vittime lustrali? Ma
voi non avete parlato di altre vittime che di galline. O forse perch
contassero i granelli di incenso o mi gettassero a terra Tallo?

XLVIII


LA DONNA EPILETTICA

Inoltre avete detto che una donna di libera condizione, afflitta dallo
stesso male di Tallo, mi fu condotta in casa, che io promisi di curarla e che
anch'essa, incantata da me, cadde a terra. Evidentemente voi siete venuti ad
accusare un lottatore, non un mago: quanti sono venuti da me, voi dite che
sono caduti. Eppure a tua richiesta, Massimo, il medico Temisone, che mi aveva
condotto la donna per un esame, dichiar che io non feci altro che domandarle
se qualche volta le ronzassero le orecchie e quale delle due maggiormente: e
che essa, dopo aver detto che l'orecchia destra era molto inquieta, senz'altro
si ritir. E qui, Massimo, bench mi astenga con ogni cura dal tuo elogio
dinanzi al tribunale, per non aver l'aria di lusingarti nell'interesse della
mia causa, pure non posso non lodare la tua accortezza nell'interrogare.
Infatti, mentre si discuteva questo punto, e quelli dicevano incantata la
donna e Temisone, che l'aveva assistita, lo negava, tu domandasti con
straordinaria sagacit quale profitto avevo ricavato da quell'incantesimo.
Risposero: la caduta della donna. E dopo? hai aggiunto,  morta? Dissero
che no. E allora ditemi, quale vantaggio avrebbe avuto Apuleio se fosse
caduta? Cos opportunamente e con insistenza hai rinnovato tre volte la
domanda, perch sapevi che di tutti i fatti bisogna con diligenza esaminare e
pi spesso ricercare le cause, pur se si ammettono i fatti; e per questo gli
avvocati si chiamano anche causidici, perch spiegano le cause di ciascun
fatto. Negare un fatto  cosa facile, e non ha bisogno di alcun avvocato. Ma
dimostrare che il fatto  giustificato o condannabile, qui  la difficolt e
la fatica.  inutile ricercare se il fatto sia avvenuto, quando non ci sia una
intenzione colpevole. Cos l'imputato del fatto, dinanzi a un buon giudice, 
liberato dalla inquietudine del processo, se non ha avuto nessuna ragione di
male operare. Ora, giacch essi non hanno provato che la donna sia stata da me
incantata e gettata per terra, ed io non nego di averla, a richiesta del
medico, esaminata, dir a te, o Massimo, per quale ragione ho fatto quella
domanda sul ronzo dell'orecchio, non tanto per discolparmi di un fatto che
gi preventivamente hai giudicato n colpevole n incriminabile, quanto per
non trascurare nulla che sia degno della tua attenzione e dottrina. Dir
pertanto, pi brevemente che potr, giacch non ho nulla da insegnarti,
soltanto qualcosa da ricordarti.


XLIX


Il filosofo Platone in quel suo preclarissimo Timeo, con eccelsa
eloquenza, costru il piano di tutto l'universo. Dopo aver trattato con sommo
accorgimento delle tre potest dell'anima umana e aver esattamente esposto
perch ciascuno dei nostri membri  opera di una divina provvidenza, dimostra
infine, sotto tre punti di vista, la causa di tutte le malattie. La prima
causa attribuisce ai princpi costitutivi dei corpi: se le qualit di questi
elementi, l'umido e il freddo, e il loro contrario, il secco e il caldo, non
armonizzino tra loro: e ci avviene per eccesso o spostamento di qualcuno di
essi. La seconda causa delle malattie sta nei viziosi prodotti di questi
elementi semplici, quando siano gi rappresi e combinati in un tutto
specificamente definito, come il sangue, le carni, le ossa, il midollo: e
ancora in tutto ci di vizioso che risulta da queste singole parti. In terzo
luogo finalmente le concrezioni formate nei corpi dalla ineguaglianza della
bile, dalla torbidezza dello spirito e dalla densit degli umori, danno
stimolo al male.


L


Di qui viene il principale alimento alla epilessia, della quale ho
cominciato a parlare. Quando la carne per un fuoco che la strugge, si
discioglie in un umore crasso e schiumoso, si genera quindi un vapore: e
dall'accensione dell'aria compressa fluisce un liquido corrotto, biancastro e
ribollente. Questo liquido, se pu traspirar fuori, si diffonde con pi
laidezza che danno: infatti screzia di vitiligini l'epidermide del petto e la
chiazza di svariatissime macchie; ma chi tenga questo corso del male, non 
pi assalito dall'epilessia: e cos sconta una gravissima infermit dello
spirito con un lieve deturpamento del corpo. Ma se quella perniciosa
sierosit, rattenuta nell'interno e associata alla nera bile si spande furiosa
in tutte le vene e fattasi una via fino alla sommit del capo, riversa il suo
terribile flusso nel cervello, debilita subito quella regale parte dell'anima
che col dominio della ragione occupa come rocca e reggia il vertice dell'uomo;
e ne oscura e sconvolge le divine vie e i sentieri della saggezza. Gli effetti
sono meno rovinosi durante il sonno, quando gli ammalati pieni di bevanda e di
cibo, sono presi da uno strozzamento non molto tormentoso che annunzia
l'attacco epilettico; ma se la tabe si accresce tanto da riversarsi nel capo
degli ammalati anche quando siano svegli, allora con la mente a un tratto
ottenebrata, si irrigidiscono e col corpo tramortito, privi di sentimento,
cadono gi. Questa malattia noi chiamiamo non soltanto morbo maggiore o
comiziale, ma anche morbo sacro, come i Greci ier nsos: giustamente, perch
profana la parte razionale dell'anima, che  quella pi santa.


LI


Riconosci, Massimo, la teoria di Platone esposta, per quanto ho potuto,
chiaramente, data l'urgenza del momento. E giacch io penso con Platone che il
morbo sacro  prodotto dall'affluire di quella peste nel capo, credo di aver
avuto ragione di domandare a quella donna se avesse pesantezza di testa,
torpore alla nuca, pulsazioni alle tempie e ronzio alle orecchie. E poich
essa accusava pi frequenti ronzii all'orecchio destro, era segno questo di
male assai progredito, perch la parte destra del corpo essendo la pi forte,
lascia meno speranza di guarigione, quando essa stessa soccombe alla malattia.
Aristotele, nei Problemata, lasci scritto che gli epilettici colti in
principio dal male al lato destro, si salvano pi difficilmente. Sarebbe lungo
riferire l'opinione di Teofrasto sulla medesima malattia; anche di lui esiste
un eccellente libro sugli epilettici, ai quali in un altro libro sulla gelosia
degli animali, indica come rimedio la pelle di cui le tarantole, alla pari
degli altri rettili, si spogliano in determinate epoche, come di un vecchio
abito. Bisogna per sottrarre subito quelle spoglie perch altrimenti o per un
presentimento geloso o per istintiva appetenza, si rivoltano subito e le
divorano. Ho ricordato queste opinioni di filosofi illustri e ho citato
diligentemente i loro libri, lasciando volutamente da parte medici e poeti,
perch costoro smettano di stupirsi che filosofi conoscano, per necessit
della loro dottrina, le cause e i rimedi delle malattie. Concludendo: una
donna ammalata fu condotta da me a scopo di cura: essendo questa cosa ben
fatta sia per confessione del medico che quella donna accompagn, sia per mio
ragionamento, stabiliscano i miei avversari che o  proprio di un mago e di un
malefico uomo curare le malattie o, se questo non osano dire, confessino di
avere rivolto, quanto al fanciullo e alla donna caduca, delle vane e veramente
caduche calunnie.


LII


Anzi, a dire il vero, tu piuttosto caduco, Emiliano, che sei caduto ormai
sotto il peso di tante calunnie. Infatti non  pi grave cosa il deliquio del
corpo che quello dello spirito, andar gi col piede anzich col cervello,
essere coperti di sputi nella propria camera che di maledizioni in questa cos
splendida assemblea. Forse ti credi sano perch non sei chiuso in casa e segui
la tua pazzia dovunque essa ti conduca. Eppure, confronta, se vuoi, il tuo
furore con quello di Tallo; troverai che la differenza non  molta, se non che
Tallo infuria con s, tu anche con gli altri; Tallo storce gli occhi, tu la
verit; Tallo contrae le mani, tu gli avvocati; Tallo batte la testa contro il
pavimento, tu contro il tribunale; finalmente, egli, qualunque cosa faccia, la
fa per malattia, pecca senza avvedersene: tu, miserabile, pecchi previdente e
sciente, tanta  la violenza del male che ti istga; insinui il falso, come
vero; ci che non  fatto incolpi come fatto; colui che ti risulta con
certezza innocente, accusi tuttavia come colpevole.


LIII


IL FAZZOLETTO MAGICO

C' di pi: e dimenticavo di parlarne. Ci sono cose che tu confessi di
ignorare, eppure le denunci come le conoscessi. Affermi che io, presso i Lari
di Ponziano, tenevo avvolti in un fazzoletto alcuni oggetti. Quali fossero
questi oggetti e di che natura, confessi di non saperlo: e aggiungi che
nessuna persona li ha mai visti. Non di meno sostieni che erano strumenti di
magia. Non ti si faranno dei complimenti, Emiliano: nel tuo mestiere di
accusatore non mostri n astuzia n impudenza: credilo pure. Mostri lo sterile
furore di un animo invidioso e la miserabile follia di una selvaggia
vecchiaia. Ecco press'a poco il discorso che hai fatto a un giudice cos.
grave e perspicace. Apuleio teneva alcuni oggetti avvolti in un lino presso i
Lari di Ponziano; ignoro quali fossero tali oggetti, e perci sostengo fossero
oggetti di magia. Credi dunque a quello che dico, perch dico quello che
ignoro. Bellissimi argomenti, che non lasciano dubbi sull'accusato: questo
fu perch ignoro ci che fu. Ci sei tu solo al mondo, Emiliano, che sai anche
quello che non sai. Per la sciocchezza ti innalzi sopra tutti, giacch i pi
esperti ed acuti filosofi dicono che non dobbiamo prestar fede neppure alle
cose che vediamo, mentre tu parli con sicurezza anche delle cose che non hai
n viste n intese. Ponziano se vivesse e tu gli chiedessi cosa c'era in
quell'involucro, risponderebbe di non saperlo. Ecco qui: il liberto che tiene
ancora le chiavi della stanza, e che  dalla vostra parte, dichiara di non
aver mai esaminato quell'oggetto: e s che egli, come custode dei libri l
conservati, apriva e chiudeva quasi ogni giorno; entrava spesso con noi, pi
spesso solo, vedeva il pannolino posto su una tavola, senza sigillo n legame.
Perch no? L dentro c'erano nascosti oggetti magici: appunto perci lo
conservavo con tanta negligenza; anzi lo esponevo liberamente alla curiosit e
alla vista di chi potesse anche, volendo, portarlo via; lo affidavo all'altrui
custodia, lo abbandonavo all'altrui discrezione. Come vuoi, ora, che ti si
creda? Ci che ignor Ponziano, il quale convisse con me inseparabilmente, si
pu mai credere lo sappia proprio tu, di cui vedo soltanto ora, dinanzi al
tribunale, la faccia? Ci che il liberto sempre presente, che aveva ogni
facilit di guardare, ci che quel liberto non ha visto, lo hai visto tu che
non hai mai veduto, sia come dici tu. Ebbene, povero sciocco, se oggi tu
avessi intercettato quel fazzoletto, qualunque oggetto tu ne traessi fuori, io
negherei che sia magico.


LIV


Fai pure come vuoi, immagina, inventa, escogita ci che possa apparire
magico: ti confuterei sempre: direi che si tratta di una sostituzione o di un
oggetto per guarigione, per sacrificio, per incubazione: e mille altre
spiegazioni conformi a verit potrei opporre secondo le comuni abitudini e le
pratiche pi generalmente osservate. Ora quella tal cosa che, se anche fosse
raccolta e trattenuta, dinanzi a un giudice onesto non mi apporterebbe alcun
danno, tu vuoi che, senza essere accertata e conosciuta, per un vuoto
sospetto, mi faccia condannare. Potrebbe darsi che tu ancora dica, secondo il
solito: ma insomma che era quella cosa che coperta da un lino deponesti
proprio l, presso i Lari? Ah cos , Emiliano? Tu sei un accusatore che
chiede tutto all'imputato e da s non porta niente di preciso: perch fai
ricerca di pesci, perch hai esaminato la donna malata, che cosa avevi nel
fazzoletto? Sei venuto ad accusare o ad interrogare? Se ad accusare devi
proprio tu provare quello che dici; se ad interrogare non anticipare giudizi
su ci che sei costretto a domandare, appunto perch ignori. In questo modo
tutti gli uomini si potrebbero processare se il denunciatore non avesse alcun
obbligo di prova e avesse invece ogni facolt di interrogare. A ciascuno cos,
non appena lo si abbia incolpato di magia, si potr imputare qualunque cosa
avr fatto. Hai scritto un voto sulla gamba di qualche statua: dunque, sei
mago; altrimenti, perch quel voto? Ti sei rivolto nel tempio con tacita
preghiera agli di, dunque sei mago: se no, che cosa hai chiesto? E al
contrario: sei stato nel tempio senza pregare: dunque, mago; allora perch non
hai invocato gli di? Lo stesso accadrebbe se tu avessi deposto un dono, fatto
un sacrificio, preso della verbena. La giornata non mi basterebbe se volessi
enumerare tutti i fatti di cui un accusatore di malafede chiederebbe
ugualmente ragione. Tutto quanto si tiene riposto, sigillato, chiuso in casa,
in virt della stessa argomentazione, sar detto magico, oppure si dovr
cavare dall'armadio e presentare nel foro, in tribunale.


LV


Quanti e quali mai sarebbero siffatti procedimenti, o Massimo, e che
largo campo alle calunnie si aprirebbe su questo sentiero di Emiliano: e
quanti fazzoletti di sudore un semplice fazzoletto farebbe versare agli
innocenti;  questo un tema su cui avrei pi cose da dire: ma seguir la via
che mi sono imposta. Anche quando potrei dispensarmene, confesser, e
interrogato da Emiliano, risponder. Tu domandi, Emiliano, che cosa avevo in
quel fazzoletto. Potrei affermare di non aver affatto deposto alcun fazzoletto
nella biblioteca di Ponziano e, se anche ne volessi ammettere pienamente
l'esistenza, potrei dire che niente vi era avvolto, e a questa asserzione non
si potrebbe opporre n testimonianza n argomento alcuno, poich nessuno
tocc, e un solo liberto, come tu dici, vide; tuttavia, per quanto sta a me,
quel fazzoletto era pieno zeppo. Pensalo pure, se vuoi, come quella volta
pensarono i compagni di Ulisse, i quali credevano di aver trovato un tesoro e
rubarono un otre pieno di venti. Vuoi ti dica di che genere fossero gli
oggetti avvolti nel fazzoletto e confidati ai Lari di Ponziano? Sarai
soddisfatto. Sono stato iniziato in Grecia a un gran numero di culti e
conservo accuratamente i segni e i simboli che mi furono consegnati dai
sacerdoti. Nulla di insolito, dico, nulla di sconosciuto. E anche voi, quanti
siete qui presenti, iniziati anche ai soli misteri di Libero Padre, sapete
quale oggetto tenete in casa nascosto ed in silenzio adorate, lungi da tutti i
profani. Ma io, come ho detto, diversi culti e moltissimi riti e varie
cerimonie per amore della verit e per dovere verso gli di, ho voluto
conoscere. E non  questa una favola inventata per la circostanza. Circa tre
anni addietro, nei primi giorni del mio arrivo in Oea, in una pubblica
conferenza sulla maest di Esculapio, feci questa medesima dichiarazione e
annoverai i misteri che conoscevo. Quel discorso  celebratissimo; si legge
dovunque ed  tra le mani di tutti, raccomandato ai religiosi di Oea non tanto
dalla mia facondia quanto dal nome di Esculapio. (Si rivolge al pubblico.)
Qualcuno di voi dica, se per caso se ne ricorda, il principio di quel passo.
(Voci del pubblico ripetono le parole del passo.) Senti, Massimo, quanti se ne
ricordano? Oh ecco: mi viene offerto il testo del discorso: far leggere il
passo, giacch, dalla grande benevolenza del tuo volto, dimostri che non ti
sar fastidioso ascoltare. (Viene letto il brano della orazione.)


LVI


Chi abbia qualche notizia di religione si stupir che un uomo iniziato a
tanti divini misteri conservi in casa simboli di sacre cerimonie e li tenga
avvolti in un tessuto di lino, il velo pi puro per oggetti consacrati?
Giacch la lana, escrescenza di un pigrissimo corpo detratta alla pecora, 
gi, secondo i precetti di Orfeo e Pitagora riservata alle vesti dei profani;
invece la purissima pianta del lino, tra i pi nobili frutti della terra, non
solo serve di rivestimento e di abbigliamento ai santissimi sacerdoti
dell'Egitto, ma si adopera anche per coprire gli oggetti sacri. Io so bene che
taluni, Emiliano in prima fila, trovano divertente la derisione delle cose
divine, perch, come sento dire dagli abitanti di Oea che lo conoscono, egli
non ha mai supplicato nessun Dio, non ha frequentato nessun tempio; se passa
davanti a un luogo sacro ritiene empiet accostare la mano alle labbra in
segno di adorazione. Costui neppure agli di della campagna, che lo nutrono e
lo vestono, offre mai qualche primizia delle sue messi, delle sue vigne, del
suo gregge; nessun santuario  nella sua villa, nessun luogo o bosco
consacrato. A che parlo di santuari e di boschi? Coloro che ci sono stati
affermano di non aver veduto dentro i confini dei suoi campi una sola pietra
unta o un ramo inghirlandato. Perci gli furono imposti due soprannomi: quello
di Caronte, come ho detto, per la ferocia del volto e dell'animo, e l'altro,
che gli  pi gradito, di Mezentio, per il disprezzo della divinit. Perci mi
 facile capire che tutte queste enumerazioni di misteri gli sembrino delle
stupidaggini e, per codesto suo spregio delle cose divine, pu essere che egli
non creda alla verit delle mie parole, allorch dicevo della venerazione onde
custodisco i simboli e i ricordi di tante sacre cerimonie. Ma io, qualunque
cosa pensi di me Mezentio, non alzerei un dito; agli altri ad altissima voce
dichiaro: se qualcuno c' qui, iniziato con me ai medesimi misteri, dia un
segno di riconoscimento: e potr sentire quali sono gli oggetti da me
custoditi: perch non c' pericolo che possa indurmi a divulgare dinanzi ai
profani ci che mi  stato confidato con l'obbligo del silenzio.


LVII


SACRIFICIO NOTTURNO

Mi pare, Massimo, di aver detto abbastanza per soddisfare anche l'animo
pi maldisposto: e quanto al fazzoletto, di aver tolto ogni macchia di
peccato. Sicch ormai dalle supposizioni di Emiliano sicuramente passer a
quella famosa testimonianza di Crasso. Avete ascoltato la lettura di una
deposizione scritta fatta da un certo ghiottone e lurcone disperato, Giunio
Crasso; che io, cio, nella sua casa, con il mio amico Appio Quinziano, che
stava l a pigione, abbia fatto dei sacrifici notturni; e quantunque Crasso
sia stato in quel tempo precisamente in Alessandria, tuttavia dice di avere
scoperta la cosa mediante fumo di torce e penne di uccelli. E gi: egli  uomo
che si trascina ben volentieri di giorno nelle taverne: cos mentre in
Alessandria faceva baldoria, in mezzo a quelle esalazioni di osteria, diede la
caccia alle penne che venivano dai suoi Penati e riconobbe il fumo che sorgeva
lontano dal culmine della patria dimora. E se lo vide con gli occhi, pi di
quanto fosse nei voti e nei desideri di Ulisse, egli  veramente occhiuto.
Ulisse cerc invano in tanti anni di vedere dalla spiaggia il fumo che saliva
dalla sua terra; Crasso, in pochi mesi di assenza, quel medesimo fumo ha visto
senza fatica, stando a sedere in una bettola. Se poi avvert con le narici
quell'odore domestico, egli vince per finezza di fiuto i cani e gli avvoltoi;
infatti a qual cane, a quale avvoltoio del cielo alessandrino pu giungere
l'odore di alcuna cosa che venga dalle terre di Oea?  veramente codesto
Crasso un sommo ghiottone, conoscitore di ogni fumo, ma in grazia della sua
passione per il vino, per cui soltanto  tenuto di conto,  pi facile gli sia
giunto ad Alessandria l'odore del vino che quello del fumo.


LVIII


Ha capito anche lui che la cosa non sarebbe stata credibile; infatti si
dice abbia rilasciata per denaro codesta testimonianza, prima della seconda
ora del giorno, senza avere ancora mangiato n bevuto. Scrisse dunque di avere
in questo modo fatto la scoperta: ritornato in Alessandria, fil diritto a
casa sua che Quinziano aveva gi lasciata; e qui, nel vestibolo, trov molte
penne di uccelli e le pareti imbrattate di fuliggine; ne chiese il motivo al
servo rimasto in Oea, e quello gli rivel i sacrifici notturni fatti da me e
Quinziano. Ecco davvero una favola bene ordita ed una verosimile invenzione:
io dunque, se avessi voluto fare una cosa di tal genere, non avrei preferito
la mia casa; e Quinziano, questo qui che mi assiste e che io per la
strettissima amicizia che ci lega, per la sua eccellente cultura e la sua
impeccabile eloquenza nomino a titolo di onore e di merito, questo Quinziano,
dunque, se avesse avuto degli uccelli a pranzo o se, come dicono, li avesse
uccisi per pratiche di magia, non aveva proprio nessun garzone che potesse
spazzare le penne e gettarle fuori di casa? E il fumo avrebbe avuto tanta
forza da annerire le pareti e Quinziano, finch vi abit, avrebbe tollerato
nella sua camera quelle brutture di pareti affumicate? Tu non dici nulla,
Emiliano; e infatti non c' nessuna verosimiglianza, a meno che Crasso invece
che in camera non sia andato difilato, secondo il suo costume, in cucina. E da
dove il servo di Crasso trasse il sospetto che le pareti erano state
affumicate precisamente di notte? Forse dal colore del fumo? Si vede che il
fumo notturno  pi nero e differisce da quello diurno. E come mai questo
servo sospettoso e diligente permise che Quinziano lasciasse l'alloggio senza
ripulire la casa? Perch quelle piume, come fossero di piombo, attesero cos a
lungo l'arrivo di Crasso? Non accusi Crasso il suo schiavo. Di queste cose
qui, fuliggine, penne, l'inventore  lui che neppure nel fare testimonianza
riesce a stare troppo lontano dalla cucina.


LIX


Ma perch (si rivolge agli avvocati avversati) avete letto una
deposizione scritta? Crasso in che paese si trova? Forse per tedio della casa
e tornato ad Alessandria? Forse ripulisce le sue pareti? O, ci che  pi
probabile, quel ghiottone  preso dalla sbornia? Perch, Emiliano, io l'ho
notato ieri qui, a Sabrata, nel mezzo del foro, mentre ti ruttava in faccia.
Domanda, Massimo, ai tuoi uscieri - sebbene egli sia pi noto ai tavernieri
che agli uscieri - domanda se qui abbiano visto Giunio Crasso di Oea. Non lo
negheranno. Faccia venire Emiliano l'onorevolissimo giovane, della cui
testimonianza si fa forte. Tu vedi che ora . Io dico che Crasso russa ormai
briaco da un pezzo: o che, preparandosi con un secondo lavacro a una seconda
ribotta, distilla nel bagno il vinolento sudore. Egli, essendo qui a Sabrata,
parla con te, Massimo, per mezzo di una denunzia scritta: non perch lo tenga
lontano il pudore, ch anche sotto i tuoi occhi mentirebbe senza rossore
alcuno: ma forse perch il nostro ubriacone non ha potuto nemmeno per un
tantino astenersi dal bicchiere ed aspettare sobriamente questa ora; o
piuttosto Emiliano lo ha fatto con intenzione, per non esporre alla severit
del tuo sguardo questo bruto dalle mascelle spelate, dall'aspetto ripugnante,
che tu avresti giudicato solo a vedere quella testa giovanile senza pi barba
n capelli, gli occhi lacrimosi, le ciglia rigonfie, la bocca semiaperta, le
labbra bavose, la voce stonata, le mani tremanti, una taverna di rutti. Il
patrimonio se l' bell'e mangiato da un pezzo, e dei beni paterni non gli
resta che una casa, a far bottega di calunnie: la quale tuttavia egli non ha
mai affittato a pi alto prezzo che in occasione di questa testimonianza,
perch codesta briaca menzogna l'ha venduta a Emiliano per tremila sesterzi.
Nessuno lo ignora in Oea.


LX


Tutti conoscevano l'affare, prima che fosse concluso, e denunziandolo
avrei potuto impedire quel mendacio, se non sapevo che una menzogna cos
stolta avrebbe nociuto a Emiliano che inutilmente la comperava e non a me che
meritamente la disprezzavo. Questo io volevo: che Emiliano perdesse il suo
denaro, e Crasso si prostituisse con la vergogna della sua testimonianza. Ieri
l'altro, senza il minimo segreto, la cosa fu negoziata in casa di un certo
Rufino, per le intercessioni e le insistenze dello stesso Rufino e di
Calpurniano. E Rufino lo faceva tanto pi volentieri in quanto era certo che
buona parte del premio sarebbe toccata alla propria moglie, di cui, bench
avvertito, finge di ignorare gli adulteri. Ho visto, Massimo, che tu
sospettando nella tua chiaroveggenza l'intesa e la congiura loro contro di me,
appena presentato il libello, mostravi nel volto il disgusto per tutta quella
faccenda. E infine, nonostante la loro non comune audacia e la intollerabile
impudenza, neppure essi osarono leggere sino in fondo n validamente adoperare
quella testimonianza di cui sentivano il puzzo di feccia. Queste cose ho
voluto ricordare non perch dinanzi a un giudice come te temessi gli
spauracchi delle penne e le macchie di fuliggine, ma perch Crasso non avesse
impunemente venduto del fumo a quel rozzo campagnolo di Emiliano.


LXI


LO SCHELETRO MAGICO

Un'altra imputazione mi hanno mosso, leggendo lettere di Pudentilla. Si
tratta di una certa statuetta che mi accusano di aver fatto fabbricare
clandestinamente, con un legno sceltissimo, per i miei magici malefci: una
brutta e orribile figura di scheletro che io avrei il coraggio di venerare
intensamente invocandolo col nome greco di basilus. Se non m'inganno, vado
seguendo passo passo i miei accusatori e, cogliendole una ad una, ritesso
tutto il tessuto delle loro calunnie. Come pot essere occulta, secondo voi
dite, la fabbricazione di una statuetta di cui non ignorate l'artefice, tanto
che gli avete intimato di presentarsi? Eccolo, l'artefice: Cornelio Saturnino,
uomo tra i suoi confratelli lodato per il talento e stimato per i costumi; il
quale, a te che poco fa, Massimo, diligentemente lo interrogavi, ha esposto
ordinatamente il fatto con somma fede e verit. Egli ha dichiarato che io,
dopo aver visto presso di lui molte figure geometriche di bosso, lavorate con
finezza e maestria, allettato dalla sua abilit, gli commisi, insieme con
alcuni congegni, la statua di una divinit, a sua scelta, ch'io potessi,
secondo il mio costume, supplicare; quanto alla materia, non mi importava la
qualit, purch fosse di legno. Egli tent prima con il legno di bosso. Poi,
mentre ero in campagna, Sicinio Ponziano, mio figliastro, che voleva farmi
cosa gradita, ottenuto da Capitolina, rispettabilissima signora, un cofano di
ebano, lo port a Saturnino, esortandolo a preferire per la statuetta quel
legno pi pregiato e resistente: quel dono, diceva, mi sarebbe stato
particolarmente gradito. Seguendo i consigli di Ponziano egli lavor siccome
il materiale permetteva: cos a poco a poco, da quelle tavolette di compatta
spessezza, pot venir fuori un piccolo Mercurio.


LXII


Tutto questo hai sentito da Saturnino. Inoltre il figlio di Capitolina,
giovanetto di grande rettitudine, qui presente, a tua domanda, ha detto che
Ponziano aveva chiesto il cofano, e Ponziano lo aveva portato all'artefice
Saturnino. Anche quello  stato ammesso: che Ponziano ricevette da Saturnino
la statuetta, gi bell'e pronta, e me la port in dono.
Chiaramente e apertamente dimostrato tutto questo, c' una sola cosa in
cui resti qualche sospetto di magia? Anzi c' una sola cosa che non vi
convinca di manifesto mendacio? Avete detto fabbricato nascostamente un
oggetto che Ponziano, distintissimo cavaliere, fece fare; che Saturnino, uomo
serio e fra i suoi compagni onorevolmente conosciuto, nella sua bottega,
sedendo avanti a tutti, scolp; che una signora ragguardevolissima favori con
un suo dono; che quando si doveva fare e poi che fu fatto, fu noto a tanti
servi, a tanti amici che venivano a trovarmi. Che io abbia cercato il legno
per ogni quartiere della citt, facendomi in quattro, non vi siete vergognati
di dire falsamente, mentre sapete che in quel tempo ero assente ed  provato
che avevo lasciato all'artefice la scelta del legname.


LXIII


Terza menzogna: ch'io mi sia fatto scolpire la figura macilenta, anzi
interamente scarnita, di un cadavere spaventoso, orribile e spettrale. Ma se
avevate trovato una prova cos evidente di magia, perch non mi avete intimato
di esibirla? Forse per potere liberamente mentire in assenza dell'oggetto? Ma
questa possibilit di falso vi  tolta da una certa mia provvidenziale
consuetudine.  mio costume, dovunque io vada, portare con me, tra le mie
carte, l'immagine di un dio e nei giorni festivi supplicarla con offerta di
incenso, di vino e a volte con una vittima. Poco fa, sentendo che si
continuava a parlare con spudoratissima menzogna di uno scheletro, ordinai che
si andasse a prendere subito dal mio albergo il piccolo Mercurio che
Saturnino, questo qui, ha scolpito per me in Oea. (Si rivolge al domestico che
ha portato dall'albergo la statuetta.) Dai qua: lo guardino, lo tengano in
mano, lo scrutino. Eccovi ci che quello scellerato chiamava uno scheletro.
(Si rivolge agli avversari.) Avete udito le proteste di tutti i presenti?
Avete udito la condanna della vostra menzogna? E non vi brucia la faccia per
tante calunnie? Questo  uno scheletro? Questo  uno spettro? Questo  quello
che chiamavate un demonio?  un simulacro magico, questo qui, o non 
piuttosto una delle sacre e comuni immagini? Prendilo, ti prego, Massimo, e
osservalo bene. Alle tue mani pure e pietose bene si consegna un oggetto
consacrato. Vedi come la sua faccia sia bella e piena del vigore della
palestra, quanta gioia serena nel volto del dio, con qual grazia la nascente
lanugine gli serpeggia per le gote, come nel capo i capelli ricciuti
appariscono sotto l'orlo estremo del pileo, quanta leggiadria in quelle alette
che si drizzano uguali sulle tempie, quanta piacevolezza nella veste che gli
si annoda alle spalle. Chi osa chiamare questo qui uno scheletro, per certo
non ha visto alcuna delle immagini divine o le disprezza tutte quante. Chi
crede questa una larva, le fa lui le larve.


LXIV


A te, Emiliano, a compenso di codesta menzogna, il dio viandante del
cielo e dell'inferno, attiri la maledizione degli di celesti e infernali,
metta sempre sul tuo cammino i fantasmi dei morti e presenti in folla ai tuoi
sguardi quanti vi sono e lemuri e mani e larve e tutti gli spettri notturni e
gli spaventi dei roghi e i terrori delle tombe, dai quali per la tua et e il
tuo merito non sei lontano. Noi, platonica famiglia, non conosciamo che gioia
e letizia e ci che  santo, eccelso, celeste. Per l'amore del sublime, la
nostra filosofia ha fissato lo sguardo anche pi in su del cielo e si 
arrestata all'estrema superficie del mondo. Massimo sa che io dico il vero,
egli che nel Fedro legge con la dovuta attenzione lo spazio superceleste e
il tergo del mondo. Quanto al nome, Massimo comprende bene chi sia quello
che non da me, per il primo, ma da Platone fu chiamato basilus, re:

Al re di tutte le cose tutto si riferisce e tutte le cose
sono per opera sua.

Chi sia quel re, causa, ragione, origine prima di tutta quanta la natura,
sommo creatore dell'anima, conservatore eterno degli esseri animati, assiduo
artigiano del suo mondo, ma certamente artefice senza lavoro, conservatore
senza sollecitudine, creatore senza generazione, non compreso n dal tempo n
dallo spazio, n a vicenda alcuna soggetto: e per ci conoscibile a pochi,
ineffabile a tutti. Ecco: accresco da me stesso il sospetto di magia: non ti
dico, Emiliano, qual  il re da me venerato; e se anche lo stesso proconsole
me lo chiede, qual  il mio dio, taccio ugualmente.


LXV


Sul nome ho detto quel tanto che la circostanza presente richiedeva.
Resta, lo so bene, un particolare che eccita la curiosit di alcuni tra i
presenti: perch io abbia voluto una statua fatta non di argento o di oro, ma
di legno: e penso che essi vogliano saperlo non per assolvermi da un peccato,
ma per amore di conoscenza: affinch siano liberi anche da questo scrupolo,
quando vedano abbastanza confutato ogni sospetto di colpabilit. Tu dunque che
hai sollecitudine di conoscere, ascolta, ma con l'animo quanto  possibile
sollevato ed attento, come ti disponessi ad ascoltare le parole stesse di
Platone, gi vecchio, nell'ultimo libro delle Leggi:

 necessario che l'uomo misurato faccia misurati doni agli di: il
terreno e il focolare
della casa sono sacri a tutti quanti gli di: nessuno dunque consacri per
la seconda
volta cose gi sacre agli di.

Egli fa questo divieto: che nessuno stabilisca santuari privati; bastano ai
cittadini per immolare vittime i pubblici templi. Quindi aggiunge:

L'oro e l'argento sono nelle altre citt, e in privato e nei templi,
occasione d'invidia;
l'avorio estratto da un corpo senza pi vita non  offerta gradevole;
ferro e bronzo
sono strumenti di guerra. Ma un dono di legno, quale che voglia, e di
solo legno,
ciascuno pu farlo: e similmente di pietra.

L'assenso unanime ha dimostrato, o Massimo, e voi tutti signori del Consiglio,
che ho molto acconciamente preso s a maestro di vita, s a difensore dinanzi
al tribunale, Platone, alle cui leggi mi vedete obbediente.


LXVI


L'INCANTO AMATORIO DI PUDENTILLA.
IL MATRIMONIO DI APULEIO

Ora  tempo di volgerci alle epistole di Pudentilla, o piuttosto di
riprendere un poco pi da principio la serie dei fatti, perch a tutti sia
chiaramente manifesto che io, accusato di avere invaso per cupidit di
guadagno la casa di Pudentilla, avrei dovuto, se ad alcun guadagno avessi
pensato, fuggire per sempre da quella casa: e sia chiaro che il matrimonio,
svantaggioso per ogni altro rapporto, senza le virt di mia moglie che hanno
compensato le molte disavventure, mi  stato nemico. Nessun altro motivo
infatti, fuor che una vana gelosia, ha potuto suscitare contro di me questo
processo e i molti anteriori pericoli di vita. Per quale altra ragione si
sarebbe dovuto commuovere Emiliano, se anche avesse scoperto la mia magia,
egli che non dico da nessun atto, ma neppure dalla minima mia parola  stato
mai offeso, si che potesse sentire il bisogno di vendicarsi? E neanche per la
gloria egli mi accusa, come fece Marco Antonio con Gneo Carbone, Gaio Mucio
con Aulo Albucio, Publio Sulpicio con Gneo Norbano, Gaio Furio con Manio
Aquilio, Gaio Curione con Quinto Metello. Giovani eruditissimi per amore di
gloria esordivano in tal modo nell'arringo forense, per farsi conoscere dai
propri concittadini con qualche processo famoso. Tale consuetudine permessa
dagli antichi ai giovani esordienti, perch rivelassero il fiore del loro
ingegno, da gran tempo  scomparsa. Ma se anche fosse valida ancora, non lo
sarebbe per Emiliano. Poich n ostentazione di eloquenza si converrebbe a un
rozzo ignorante, n cupidigia di gloria a un barbaro villanzone, n un esordio
forense a un vecchio da cataletto: a meno che Emiliano per l'austerit dei
suoi princpi, non abbia voluto dare un esempio e, nemico solamente del male,
assumere codesta accusa per soddisfare la sua intemerata coscienza. Ma io
questa ipotesi l'ammetterei appena per Emiliano, non per questo nativo
dell'Africa, ma per quell'altro Africano e Numantino e Censorio; tanto sono
lontano dal credere che in questo palo qui ci sia, non dico l'odio del male,
ma neanche il senso del male.


LXVII


E allora? Ognuno vede luminosamente che la sola invidia, nient'altro, ha
mosso Emiliano ed Erennio Rufino, suo istigatore, di cui dir fra poco, e gli
altri miei nemici a ordire questa trama calunniosa di magia. Cinque punti io
debbo trattare perch, se ben ricordo, rispetto a Pudentilla, i capi di accusa
sono questi: primo: Pudentilla non ha mai voluto rimaritarsi dopo la morte del
primo marito: lo ha fatto perch costretta dai miei incantesimi; secondo:
nelle sue lettere, siccome essi pretendono,  confessata l'azione magica;
terzo: a sessant'anni di et essa ha ripreso marito per voglia di maschio;
quarto: l'atto di matrimonio fu stipulato in campagna, non in citt. L'ultimo
capo di accusa, e il pi odioso, concerne la dote.
Qui con ogni sforzo cercarono di spargere tutto il loro veleno; ed era
questa la cosa che pi li tormentava: questa grossa dote che io, al principio
della nostra unione, in una villa di campagna, avrei estorto a una moglie
innamorata. Cos hanno detto. E questo inconfutabilmente dimostrer cos
falso, cos vano, cos nullo, che temo davvero, Massimo, e voi signori del
consiglio, non abbiate da sospettare che io abbia sospinto e subornato
l'accusatore perch, trovata l'occasione, potessi smorzare pubblicamente
l'invidia che mi circondava. Credetemi, e lo constaterete: avr da faticare
non poco per eliminare il vostro sospetto che una tanto frivola accusa sia una
mia astuta invenzione anzich una stolta impresa dei miei avversari.


LXVIII


Ora, mentre riassumo ordinatamente i fatti e cerco di costringere lo
stesso Emiliano a confessare, quand'abbia conosciuto la realt delle cose,
d'essersi pienamente ingannato, vogliate voi, come avete fatto fin qui e pi
attentamente ancora, se  possibile, considerare proprio la fonte e la base
dell'attuale processo. Emilia Pudentilla, ora mia moglie, da un tale Sicinio
Amico, suo precedente marito, gener due figli, Ponziano e Pudente, e ad essi,
rimasti orfani, sotto la potest dell'avo paterno - Amico era morto essendo
ancor vivo suo padre - durante quattordici anni dedic tutte le sue cure di
tenerissima madre: ma non senza il rincrescimento di una cos lunga vedovanza
proprio nel fiore dell'et. Il nonno dei ragazzi cercava di unirla, contro sua
volont, all'altro figlio Sicinio Claro e perci teneva lontani tutti i
pretendenti; inoltre minacciava, se avesse sposato un estraneo, che ai figli
non avrebbe lasciato nulla, per testamento, dei loro beni paterni. Visto che
era quella una irremovibile condizione, da saggia donna e da madre affettuosa,
per non recar danno ai figli, fece contratto di matrimonio con l'uomo che le
era imposto, con Sicinio Claro, ma con vari pretesti eluse le nozze, fino a
che il nonno mori e, rimasti eredi i figlioli, al maggiore di essi, Ponziano,
fu per conseguenza data la tutela del fratello.


LXIX


Liberata da questo scrupolo, richiesta in matrimonio da uomini tra i pi
ragguardevoli, decise di non restare pi a lungo in vedovanza, perch, se
anche poteva sopportare il tedio della solitudine, il malessere del corpo
sopportabile non era. Donna di irreprensibile pudicizia, in tanti anni di
vedovanza, senza colpe, senza dicerie, ormai languente per disusanza del
marito e afflitta dalla lunga astinenza, per il deperimento degli organi
sessuali, assalita dai dolori, si riduceva in fin di vita. I medici con le
levatrici consentivano che il morbo era prodotto dalla mancanza del marito e
che il male cresceva di giorno in giorno, e si aggravava il travaglio. Mentre
lo permetteva ancora l'et, la medicina sarebbe stata il matrimonio. Questo
consiglio fu dagli altri approvato, ma soprattutto da Emiliano, il quale, poco
fa, con spudoratissima menzogna, affermava che Pudentilla non aveva mai
pensato al matrimonio prima di essere costretta dai miei magici malefici, e
che io solo fui trovato capace di violare con filtri e incantesimi quella,
dir cos, verginit della vedovanza. Spesso - e non senza ragione - ho
sentito dire che il mentitore deve avere buona memoria. A te, Emiliano, non
viene in mente che, prima che io venissi in Oea, tu, perch lei sposasse,
scrivesti anche una lettera al figlio suo Ponziano, che allora, maggiorenne,
viveva in Roma. (Al segretario): Dai qua la lettera: anzi, consegnala a lui
stesso ch'egli la legga, e con la sua voce e con le sue stesse parole si
smentisca. (La lettera  presentata ad Emiliano.) Dunque,  tua questa
lettera? Perch quel pallore? Gi, arrossire tu non puoi.  tua la firma?
(Emiliano resta impacciato e interdetto. Notata la confusione dell'avversario,
Apuleio si rivolge ad uno del tribunale perch dia lettura del documento.)
Leggi pi forte, ti prego, perch tutti intendano quanto la lingua di
quest'uomo discordi dalla sua mano e quanto egli dissenta pi da s che da me.
(Prosegue la lettura.)


LXX


Hai scritto, Emiliano, ci che  stato letto? Che la vedova voglia e
debba sposare lo so; chi sia il preferito, lo ignoro. Hai detto bene: lo
ignoravi. Infatti Pudentilla, che conosceva bene la tua nemica malignit, ti
aveva comunicato soltanto la cosa senza fare il nome dell'aspirante. Ma tu
credevi ancora che lei avrebbe finito per sposare tuo fratello Sicinio Claro,
e indotto dalla fallace speranza, inducesti anche Ponziano a dare il consenso.
Se lei avesse sposato Claro, un contadinaccio decrepito, diresti che essa di
sua volont, senza bisogno di fatture magiche, desiderava un marito; ma poich
si scelse un giovane, tale quale voi dite, dici che fu costretta a farlo e che
essa aveva sempre sdegnato il matrimonio. Ignoravi, pezzo di canaglia, che su
questo argomento era nelle nostre mani una lettera tua; ignoravi che ti
avrebbe smentito la tua stessa testimonianza. E appunto questa lettera,
testimone e rivelatrice della sua volont, Pudentilla, che ti conosceva
frivolo e mutevole non meno che mentitore e impudente, prefer trattenere
anzich spedire. Essa stessa tuttavia su quest'affare scrisse a Roma al suo
Ponziano, esponendo pienamente anche i motivi della sua decisione. Parl senza
nasconder nulla, della sua malattia: disse che non c'era alcun motivo di
persistere ancora, che a scapito della sua salute aveva assicurato ai figli
l'eredit del nonno e che l'aveva anzi accresciuta con la massima diligenza;
aggiunse che ormai, col volere di Dio, egli stesso era giunto all'et del
matrimonio e il fratello stava per indossare la toga virile; dovevano
permettere una buona volta che anch'essa finalmente ponesse un rimedio alla
solitudine e all'infermit; quanto al resto della tenerezza e delle sue ultime
volont non dovevano dubitare: qual era stata da vedova, tale sarebbe stata da
maritata. Far leggere una copia della sua lettera al figlio. (Segue la
lettura del documento.)


LXXI


Dopo ci, credo risulti limpidamente a chiunque che Pudentilla non fu
strappata alla ostinata sua vedovanza dai miei incantesimi, ma che essa stessa
da tempo, di sua volont, non aliena dalle nozze, mi abbia forse preferito
agli altri. E non trovo che la preferenza di una donna cotanto seria debba
essermi attribuita a colpa anzi che ad onore; e mi stupisco che Emiliano e
Rufino abbiano mal sopportato la decisione della donna, una volta che coloro i
quali avevano chiesta Pudentilla in matrimonio, accettano con buona grazia che
io fossi a loro preferito. In questa decisione essa veramente obbed piuttosto
al figlio che all'animo suo: ed Emiliano non potrebbe negarlo. Ricevuta la
lettera materna, Ponziano accorse volando da Roma, temendo che, se si fosse
imbattuta in un uomo avido di quattrini, tutta la sua sostanza sarebbe
passata, come spesso accade, in casa del marito. Era una preoccupazione
angosciosa. Tutte le speranze di ricchezza per lui e per il fratello erano
riposte nella sostanza della madre. Il nonno aveva lasciato poca cosa, la
madre possedeva quattro milioni di sesterzi, sui quali essa doveva pagare ai
figli una discreta somma non per obbligazione legale, ma - com'era giusto -
per semplice patto di buona fede. Questo timore Ponziano lo masticava fra i
denti, ma non osava fare un'aperta opposizione, per non sembrare diffidente.


LXXII


La cosa restava l, fra i progetti matrimoniali della madre e il timore
del figlio. Intanto, fosse caso o destino, arrivo io, diretto ad Alessandria.
Direi: questo non fosse mai avvenuto, se non mi trattenesse il rispetto per
mia moglie. Era l'inverno. Stanco del viaggio, mi fermo nell'amica casa degli
Appii, qui presenti, che nomino a titolo di onore e di amore, e quivi mi
riposo per parecchi giorni. Col venne a visitarmi Ponziano: egli mi era
stato, pochi anni prima, presentato in Atene da comuni amici, e poscia era
vissuto con me in una stretta intimit. Egli  pieno di deferenza per la mia
persona, di sollecitudine per la mia salute e di astuzia per il mio cuore;
infatti gli pareva di aver trovato in me un marito adattissimo per la madre,
cui poteva senza rischio affidare tutta la fortuna della casa. E dapprima,
saggiando con giri di parole l'animo mio, giacch mi vedeva bramoso di viaggi
e per nulla incline a matrimonio, mi prega di trattenermi almeno ancora un
poco, dicendo che desiderava partire con me e che, a cagione della mia
infermit, non avendo potuto profittare di quell'inverno, mi toccava aspettare
l'altro inverno, per i calori della Sirte e per le bestie feroci. A forza di
preghiere strappa ai miei cari Appii il permesso di trasferirmi presso di s
in casa della madre, abitazione pi giovevole alla salute, da dove avrei anche
goduto pi liberamente della vista del mare che mi  tanto gradita.


LXXIII


Insiste con tanto zelo ch'io consento a tutto. Mi raccomanda la madre, il
fratello, questo ragazzo qui: d loro qualche aiuto per i nostri studi comuni:
cresce la nostra intimit. Frattanto mi tornano le forze; faccio, a richiesta
degli amici, una pubblica conferenza. Gli intervenuti, numerosissimi, che
gremivano la basilica, tutti a una sola voce mi acclamano bene, bravo: mi
pregano di restare e diventare cittadino di Oea. Sciolta l'adunanza, Ponziano,
pigliando quell'occasione per assalirmi, interpreta il consenso della pubblica
voce come un segno della divina volont e mi rivela che  suo proposito, se io
non mi rifiuto, unirmi in matrimonio a sua madre, alle cui nozze moltissimi
aspirano; in me solo dice di riporre una fede e una confidenza assolute; se io
non volessi accogliere questo peso, perch mi si offriva non gi una bella
fanciulla, ma una madre con figli e di mediocre apparenza: se io per
considerazione di bellezza o per amore di denari mi serbassi ad altra pi
fortunata occasione, egli non mi stimerebbe pi n come amico n come
filosofo. Il discorso non finirebbe pi se volessi ricordare le mie contrarie
risposte, le nostre lunghe e frequenti schermaglie di parole, le molti e
pressanti preghiere ond'egli instancabilmente mi assal finch non ebbe il mio
assenso.  vero altres che un anno continuo di assidua convivenza mi aveva
messo in grado di apprezzare Pudentilla e di conoscere bene tutte le sue doti
morali: ma bramoso com'ero di andare per il mondo, respingevo intanto
l'impiccio di un matrimonio. Tuttavia, non tardai a desiderare quella donna
cos vivamente come ne fossi innamorato. Ponziano aveva ugualmente persuaso la
madre a darmi la preferenza su tutti gli altri e smaniava di vedere la cosa
compiuta. A stento potemmo ottenere da lui una brevissima dilazione fino a che
egli stesso si fosse sposato e il fratello avesse per la prima volta indossato
la toga virile. Subito dopo si sarebbe celebrato il nostro matrimonio.


LXXIV


Magari io potessi trascurare senza gravissimo danno della mia causa ci
che mi tocca dire: perch non sembri che io rimproveri oggi Ponziano della sua
incostanza, dopo aver sinceramente concesso alle sue preghiere il perdono del
fallo commesso. Ma io debbo riconoscere un fatto, di cui si sono serviti
contro di me. Ponziano, cio, dopo il suo matrimonio, manc di fede ai patti
convenuti e subito, mutato animo, ci che prima aveva con soverchio zelo
affrettato, con pari ostinatezza voleva impedire, mostrandosi deciso a
sopportare qualunque cosa, a operare qualunque cosa perch il nostro
matrimonio non si compisse. So bene che questo sconcio rivolgimento dell'animo
suo, questa sua animosit contro la madre non  da attribuire a sua colpa, ma
al suocero suo, eccolo l, a quell'Erennio Rufino, uomo che non uno solo ha
lasciato sulla terra pi vile, pi malvagio, pi sozzo di lui. Con poche
parole e con ogni possibile temperanza io dovr rappresentarvi quest'uomo,
perch non voglio, qualora io taccia di lui, ch'egli non sia compensato della
grave fatica compiuta nel suscitarmi contro questo processo.


RITRATTO DI ERENNIO RUFINO

 lui infatti l'istigatore di questo ragazzo,  lui l'autore dell'accusa,
lui l'arrolatore degli avvocati, il compratore dei testimoni, la fornacetta di
tutta la calunnia; egli  la furia infernale di questo Emiliano; e presso
tutti si gloria sfrenatamente di avermi trascinato con le sue macchinazioni in
tribunale. Su questo campo ha davvero ragione di battersi le mani. Egli 
l'impresario titolato di tutte le liti, ideatore di tutti i falsi, architetto
di tutte le frodi, seminario di tutti i vizi, ricettacolo di libidini e di
crapule, bordello, lupanare; da bambino famoso per le sue turpitudini;
ragazzo, prima che fosse sfigurato da codesta calvizie, condiscendente a tutte
le voglie infami dei suoi smascolatori; nella giovent pantomimo senz'ossa e
senza nervi, ma, come sento dire, di una mollezza grossolana e sgarbata: e
dell'istrione  noto ch'egli avesse soltanto l'impudicizia.


LXXV


Adesso, nell'et in cui si trova - che gli di lo maledicano: mi tocca
parlare con buona licenza di chi ascolta - la sua casa  tutta un antro da
ruffiani, la sua famiglia  tutta una impurit, lui stesso uno svergognato, la
moglie una prostituta, i figli simili ai genitori. Notte e giorno, per
trastullo della giovent, calci tirati alla porta, canzoni urlate sotto le
finestre, chiassi di bevitori nel triclinio, sfilata di adulteri nella camera
da letto: giacch, quando si  pagato lo scotto al marito, l'entrata  libera.
Cos l'ignominia del suo letto  la sua rendita. Un tempo col suo corpo, ora
con quello della moglie sa bene fare i suoi pubblici guadagni. Con lui dico,
non mentisco, proprio con lui si patteggiano a prezzo le notti della moglie,
ed  ben conosciuto il segreto accordo tra moglie e marito. Quelli che fanno
alla signora il regalo pi generoso, nessuno li vede, hanno libera uscita;
quelli venuti colla borsa poco piena, a un dato segno sono sorpresi come
adulteri, e quasi fossero venuti a scuola non escono prima di aver lasciato
qualche scritto.
Del resto cosa poteva fare quel pover'uomo, rotolato gi da una
abbastanza cospicua fortuna, capitata inopinatamente grazie alla frode
paterna? Il padre suo, carico di obbligazioni, prefer il denaro all'onore.
Sollecitato da ogni parte a pagare i suoi debiti e trattenuto, come fosse un
pazzo, da chiunque lo incontrasse per la strada, pace disse: io non posso
pagare: e tolti gli anelli d'oro e tutti i distintivi del grado, si accord
coi creditori. Frattanto, intesta al nome della moglie la maggior parte dei
suoi beni con astutissima frode: e cos lui, povero, nudo, ormai protetto
dalla sua ignominia, lasci a questo Rufino qui, non mentisco, tre milioni di
sesterzi da divorare. A questa somma, ereditata intatta dalla madre, egli ha
aggiunto i guadagni che ogni giorno gli ha portato in dote la moglie. Ma tutto
questo denaro in pochi anni con tanta cura codesto ghiottone ha riposto nel
suo ventre e sperperato in bagordi di ogni sorta, da far credere ch'egli
volesse sfuggire all'accusa di possedere qualche avanzo delle frodi paterne.
Uomo giusto e costumato si adoper perch il male acquistato fosse malamente
consumato e niente gli avanzasse della sua grossa fortuna, fuorch il
miserabile intrigo e la insaziabile gola.


LXXVI


Ma la moglie, ormai vecchia ed esausta, destin tutta quanta la casa al
disonore. E la figlia condotta in giro, per adescamento materno, fra i giovani
pi ricchi e perfino abbandonata a qualche pretendente perch ne facesse
esperimento, se non si fosse imbattuta nella dabbenaggine di Ponziano, forse,
vedova prima del matrimonio, sarebbe rimasta ancora a sedere nella casa
paterna. Ponziano, malgrado le nostre insistenti riprovazioni, le don un
fittizio e immaginario titolo di nozze, perch ben sapeva che poco prima
ch'egli la sposasse, un giovane di ottima famiglia, suo fidanzato, l'aveva
abbandonata dopo che ne fu sazio. Venne frattanto a lui questa novella
sposina, sicura e intrepida, spoglia di pudore, scolorito il velo nuziale,
rifatta vergine dopo il recente ripudio, portando piuttosto il nome che
l'integrit di fanciulla. Condotta su una lettiga a otto portatori, voi qui
presenti avete certamente veduto che sguardi procaci ella volgeva intorno sui
giovani e come ostentava le sue forme impudiche. Chi non riconosceva la scuola
materna vedendo nella figlia la bocca dipinta, le guance imbellettate, gli
occhi adescatori? Quanto alla dote, un creditore ne aveva il giorno prima
sequestrato i tre quarti: ed era una dote pi elevata di quanto non
comportasse una casa rovinata e piena di figli.


LXXVII


Quest'uomo, dunque, limitato nelle sostanze e illimitato nelle speranze,
di una avidit pari alla povert, senza far conti con nessuno aveva gi bell'e
ingoiati tutti e quattro i milioni di Pudentilla; e perci ritenendo che
bisognava sbarazzarsi di me, per insidiare pi facilmente la dabbenaggine di
Ponziano e la solitudine di Pudentilla, comincia col rimproverare il genero
per avermi promessa la madre, lo persuade a ritrarsi al pi presto, mentre 
tempo, da tanto pericolo e mantenere per s la fortuna materna, anzich
trasferirla scientemente a un estraneo: e qui, il volpone, getta uno scrupolo
nel cuore innamorato di quel giovane minacciando che se non facesse cos egli
riprenderebbe la figlia. Poche parole: il nostro giovane, scioccherello, preso
inoltre dalle lusinghe della nuova sposa, casc, sviato, in potere di
quell'uomo. Se ne va dalla madre, portatore delle parole di Rufino; tenta
invano la sua fermezza e, dopo averne anzi ricevuto una solenne sgridata per
la sua leggerezza e incostanza, riferisce al suocero una ben dura risposta:
che la madre, contrariamente alla sua natura placidissima, irremovibile, si
era adirata per quella richiesta, e resa pi ostinata dall'ira, aveva risposto
che ben sapeva ormai di dovere quelle richieste alle istigazioni di Rufino: e
per ci tanto pi sentiva il bisogno di procurarsi l'aiuto di un marito,
contro la disperata avidit di quell'uomo.


LXXVIII


Esacerbato per tale risposta codesto sciacquacosce della propria moglie,
talmente arse di collera che contro quella santissima e pudicissima donna, in
presenza del figlio, avvent parole degne della sua alcova, chiamando lei una
sgualdrina, me un mago e un avvelenatore, dinanzi a molti che ascoltavano - i
cui nomi potr fare, se vorrai - e dicendo che di sua mano mi avrebbe dato la
morte. Ma io freno a stento la mia collera: non posso pi contenere lo sdegno
dell'animo mio. Tu, tu, il pi smascolinato degli esseri, minacci un uomo di
farlo morire di tua mano? Con quale mano? Di Filomela, di Medea, di
Clitemestra? Ma quando tu balli questi pantomimi,  tanta la snervatezza del
tuo animo, tanta la paura del ferro, che balli senza il punteruolo.


LA LETTERA DI PUDENTILLA

Torniamo sui nostri passi. Pudentilla quando vide che suo figlio, contro
ogni aspettazione, si era rivoltato contro di lei, andata in campagna, gli
scrisse per rimproverarlo quella famosissima lettera nella quale - come
costoro affermavano - confessava che indotta in amore con le mie arti magiche
aveva smarrito la ragione. Di questa lettera, presente il segretario di
Ponziano e col controllo di Emiliano, l'altro ieri, per ordine tuo, Massimo,
abbiamo fatto trascrivere una copia con ogni legale garanzia. E in essa,
contro le asserzioni di costoro, tutto  in mio favore.


LXXIX


Ma voglio pure ammettere che Pudentilla senz'altro mi abbia chiamato
mago. Ci potrebbe significare che essa, per giustificarsi presso il figlio,
abbia voluto addurre a pretesto il mio potere piuttosto che la sua voglia.
Forse la sola Fedra, in grazia del suo amore, ide una letterina bugiarda, o
non  questo piuttosto un artificio di tutte le donne che, quando han
cominciato a esser prese dal desiderio amoroso, preferiscono sembrare di aver
ceduto alla forza? E se anche credette sinceramente che io fossi un mago, per
questo devo essere giudicato mago, perch lo scrisse Pudentilla? Voi con tanti
argomenti, con tanti testimoni, con tanti discorsi, non riuscite a provare la
mia magia: e quella con una sola parola, si? Una dichiarazione sottoscritta in
giudizio ha infine un peso assai maggiore che una lettera privata. Perch non
mi combatti con le mie stesse azioni, anzi che con le parole altrui? Con
questo sistema molti saranno accusati di un qualsiasi maleficio, se si dar
valore a ci che un tale in una lettera avr scritto o per amore o per odio.
Pudentilla ha scritto che sei mago: dunque sei mago. E se avesse scritto che
sono console, sarei console? E se pittore, medico e infine innocente, sarei
tale per voi, perch essa l'ha detto? No, certamente.  una vera iniquit
prestar fede ad uno quando  contrario, e quando  favorevole, no: dire che
una lettera  valida se manda in rovina e non lo  se pu salvare. Ma, dice,
essa era troppo turbata allora: essa ti amava perdutamente. Sia pure; tutte
le persone amate, dunque, sono dei maghi, se cos ha scritto chi ama. Debbo
ammettere ora che Pudentilla non mi amasse in quel tempo, se davvero le scapp
scritto ci che pubblicamente mi avrebbe nociuto.


LXXX


Insomma che cosa vuoi? Era sana o no, quando scriveva? Era sana? E allora
non era vittima di arti magiche. Era insana? Allora, non sapeva per certo
quello che scriveva, e le sue parole non meritano fede; anzi, se fosse stata
veramente insana avrebbe ignorato di esserlo. Come opera assurdamente colui
che dice di tacere, perch nel momento in cui dice di tacere non tace, e con
la stessa dichiarazione infirma ci che dichiara: cos  pi contraddittorio
dire sono pazzo, perch non  vero se non quello che si dice scientemente; e
sano  colui il quale sa che cosa sia la pazzia, perch la pazzia non si pu
conoscere da s come la cecit non pu vedere se stessa. Dunque Pudentilla era
in possesso della sua ragione se credeva di non esserlo. Potrei, se volessi,
seguitare ancora, ma lascio la dialettica. Far leggere la lettera: essa
proclama ben altro, e pare sia stata appositamente preparata e adattata a
questo processo. (Al cancelliere.) Ecco, tieni e leggi fino a che ti
interromper (lettura del documento). Sospendi per un momento, perch siamo
giunti alla svolta. Fino a questo punto, Massimo, per quanto ho notato, la
donna non ha mai fatto cenno di magia; essa ha mantenuto lo stesso ordine mio
nel parlare della lunga vedovanza, delle cure occorrenti alla sua salute,
della sua volont di sposare, dei meriti miei, quali aveva sentito da
Ponziano, e dei consigli dello stesso perch mi preferisse come marito.


LXXXI


Si  letto fin qui. Resta quella parte della lettera che, similmente
scritta in mio favore, rivolge le corna contro di me; mandata appositamente
per espellere da me l'imputazione di magia, merc la memorabile abilit di
Rufino, sort un effetto diverso ed anzi conferm la opinione di taluni di Oea
che mi avversavano come mago. Molte cose hai udite con la conversazione,
Massimo; di pi ne hai apprese con la lettura; non poche hai trovate con
l'esperienza: ma una furberia cos insidiosa, combinata con cos mirabile
scelleraggine, non dirai di averla mai conosciuta. Quale Palamede, quale
Sisifo, quale Euribate o Frinonda, ne avrebbero escogitato una simile? Tutti
costoro che ho nominato e quanti altri sono stati memorandi per trappolerie,
al paragone di codesta unica falsit di Rufino appariranno dei perfetti
sciocconi da farsa, Oh mirabile trovata! Sottigliezza degna del carcere duro.
Chi crederebbe si possa convertire in accusa quella che era stata una difesa,
senza mutare una lettera sola?  incredibile: ma l'incredibile dimostrer
com' avvenuto.


LXXXII


Era un rimprovero della madre al figlio il quale, dopo avermi lodato
quale personaggio di gran merito, ora, in ossequio alla volont di Rufino,
andava spacciando che ero un mago. Ecco le sue parole testuali: Apuleio  un
mago: e mi ha stregata, e sono presa d'amore. Vieni dunque da me, finch
conservo ancora la ragione. Queste parole, che ho citato in greco, staccate
dal loro contesto e prese a s, Rufino le portava in giro quale confessione
della donna, traendosi dietro per il foro Ponziano piangente, e le mostrava a
tutti e le dava a leggere fino al punto che ho detto, occultando tutte le
altre, prima e dopo, dicendo che eran troppo scandalose per essere mostrate: e
che rispetto alla magia era gi abbastanza la confessione della donna. In una
parola: tutti credettero. Quelle stesse parole, appunto, scritte in mio
favore, presso gl'ignari sollevarono una violenta animosit. Metteva
scompiglio, questo immondo, nel mezzo della piazza, come invasato; e aprendo
spesso la lettera strillava: Apuleio  mago! Lo dice lei stessa che lo sente
e lo patisce. Che volete di pi? E non c'era nessuno che si presentasse per
me e rispondesse: Per favore, fammi vedere tutta la lettera; lascia ch'io
legga tutto, dal principio alla fine. Molte parole ci sono che, presentate
sole, potrebbero dare appiglio a calunnie. Quando alle conseguenze si tolgano
le premesse e si sopprimano ad arbitrio talune frasi e le cose dette per
finzione si leggano con accento di affermazione anzi che di rimprovero, allora
qualsivoglia discorso si pu prestare all'accusa. Questo si poteva allora
giustamente osservare. Ecco il testo della lettera.


LXXXIII


Verifica, Emiliano, se anche qui la tua copia sia stata scritta, come la
mia, esattamente:

Avevo deciso, per le ragioni che ho detto, di rimaritarmi, e tu
stesso mi avevi
persuaso scegliere costui a preferenza di tutti, per la stima che ne
avevi e per il
desiderio di farlo subito, per mio tramite, nostro parente. Ma ora,
poich i nostri
accusatori malvagi ti hanno fatto girare la testa, ecco a un tratto
Apuleio  un mago e
m'ha stregata e sono presa d'amore. Vieni dunque da me finch conservo
ancora la
ragione.

Ti prego, Massimo; se le lettere, cos come hanno in parte il nome di
vocali, possedessero anche una voce propria e se, munite di ali, fossero
solite volare, come dicono i poeti, quando Rufino estraeva in malafede questa
epistola e ne leggeva pochi passi, tacendo di proposito tutto quanto mi era
favorevole, non forse allora le altre lettere avrebbero proclamato di essere
state delittuosamente trattenute in arresto, e le parole soppresse non
sarebbero volate via dalle mani di Rufino riempiendo di schiamazzo tutto il
foro? Questo avrebbero detto: Anche noi siamo state inviate da Pudentilla e
abbiamo da esporre il nostro mandato. Non si dia ascolto a un uomo cattivo e
scellerato che tenta di operare con le altre lettere il falso: noi dobbiamo
essere udite. Pudentilla non ha accusato Apuleio di magia; Rufino l'ha
accusato, e Pudentilla l'ha assolto.
Non sono state dette queste cose: ma oggi, quando pi esse mi giovano,
appariscono pi chiare della luce. Sono scoperte le tue arti, Rufino: le tue
frodi spalancano la bocca, la tua menzogna  senza veli. La verit un giorno
rovesciata ora prorompe e la calunnia si inabissa.


LXXXIV


Vi siete appellati alla lettera di Pudentilla; la lettera mi d la
vittoria. Se volete ascoltare anche le ultime parole della chiusa, sar ben
contento. (Al segretario.) Di' tu con quali parole finiva la sua lettera
questa donna incantata, insensata, demente, amante: Io non sono n stregata,
n innamorata: il destino... (Si rivolge agli avversari.) Ne volete ancora di
pi? Grida contro di voi Pudentilla e la sua assennatezza rivendica
solennemente contro le vostre calunnie; sia la ragione, sia la necessit del
matrimonio essa rivendica al destino, il quale non ha rapporti con la magia,
anzi, pi esattamente, la sopprime. Infatti, quale potenza rimane agli
incantesimi e ai malefici se il destino di ogni cosa, come impetuosissimo
torrente, non pu essere n fermato n sospinto? Con questa frase Pudentilla
neg non solo che io sia un mago, ma addirittura che esista la magia.  bene
che Ponziano abbia avuto l'abitudine di conservare intatte le lettere materne:
 bene che la fretta di questo processo vi abbia tolto il tempo necessario per
fare qualche mutazione in questa lettera qui.  beneficio tuo, Massimo, e
della tua previdenza se, subodorata fin da principio la calunnia, perch col
tempo non prendesse forza, la portasti subito in giudizio e senza indugio
l'hai stroncata.
Ora supponi che la madre abbia confessato al figlio, come suole avvenire
in una lettera confidenziale, qualcosa intorno a un suo amore. Sarebbe stato
giusto, Rufino, sarebbe stato non dico rispettoso, ma almeno umano, divulgare
questa lettera e farne del figlio il banditore? Ma sono davvero un ingenuo io
che chiedo ti faccia custode dell'altrui pudore, tu che hai perduto il tuo.


LXXXV


Ma perch lamentare il passato, quando non  meno acerbo il presente?
Fino a tal punto avete depravato codesto sciagurato ragazzo, sino a tal punto
che egli viene a leggere le lettere di sua madre - ch'egl crede lettere di
amore - dinanzi al tribunale del proconsole, dinanzi a un uomo
venerabilissimo, Claudio Massimo: e qui, presenti le statue dell'imperatore
Pio, rimprovera alla madre vergognosi traviamenti e le getta in faccia i suoi
amori? Chi  tanto misericordioso da non esasperarsi? Tu, il pi spregevole di
tutti, in mezzo a costoro osi scrutare l'animo della tua genitrice, ne osservi
gli sguardi, conti i suoi sospiri, esplori gli affetti, intercetti gli
scritti, ne comprovi gli amori? Tu ardisci spiare quel ch'essa faccia
nell'intimit dell'alcova, di guisa che alla madre tua non sia lecito essere,
non dico un'amante, ma neppure una donna? E credi che in tua madre non ci
debba essere altro vincolo che quello dei figli? Disgraziato fu il tuo seno,
Pudentilla: e desiderabile la sterilit e infausti i dieci mesi di gravidanza,
e mal compensati i quattordici anni di vedovanza. La vipera, si dice, divorato
il seno della madre, striscia fuori alla luce e cos nasce merc un
parricidio. Ma tu, Pudentilla, dal tuo figlio ormai cresciuto sei addentata
mentre vivi e mentre guardi,  fatto a pezzi il tuo silenzio, assalito il tuo
pudore, scavato il tuo cuore, tratti fuori i visceri pi riposti. Questi sono
i ringraziamenti che il buon figlio porge alla madre in compenso della vita
che gli  stata data, dell'eredit salvata, del lungo mantenimento per
quattordici anni? Sono queste le lezioni con cui t'ha istruito tuo zio, tali,
che se tu fossi certo di avere figli simili a te, dovresti ben guardarti dal
pigliar moglie?  noto quel verso del poeta: Odio i fanciulli di saggezza
precoce; ma, perdinci, anche per un fanciullo di precoce cattiveria chi non
ha avversione e odio, quando vede un mostro pi avanti nell'infamia che nella
vita, delinquente prima che capace a delinquere, di verde puerizia e di canuta
malizia? tanto pi nocivo in quanto fa il male impunemente, e non ancora
maturo per le pene, lo  per l'ingiuria. Per l'ingiuria, ho detto? No, no, per
il delitto verso la madre, nefando, mostruoso, intollerabile.


LXXXVI


Caddero nelle mani degli Ateniesi alcune lettere di Filippo, col quale
erano in guerra: e furono lette in pubblico tutte quante, tranne una, diretta
alla moglie Olimpiade: di questa fu proibita la lettura in forza di un comune
diritto di umanit. Usarono riguardo al nemico piuttosto che divulgare un
segreto maritale, pensando che il diritto comune vale pi della propria
vendetta. Tali i nemici col nemico; tu come ti sei comportato con la madre?
Vedi quanto siano simili i termini del mio confronto. Ma tu, figlio, le
lettere materne - lettere di amore, come dici - leggi in questa adunanza dove
se ti invitassero a leggere versi di qualche poeta un po' licenzioso, non
oseresti certamente, trattenuto da un resto di pudore. Dir di pi: se tu
avessi alcun gusto di lettere, non avresti mai toccato le lettere di tua
madre. Inoltre, hai avuto l'audacia di far leggere proprio la lettera tua,
quella lettera cos irriverente, oltraggiosa, turpe nei riguardi di tua madre,
scritta quando eri ancora nutrito dalle sue cure, mandata di nascosto a tuo
fratello Ponziano, s'intende bene, per non limitarti a un solo peccato e
perch'egli, Ponziano, con un'occhiata potesse cogliere la tua magnifica
azione. Miserabile, non intendi che tuo zio lasci che tu operassi in tal modo
per potersi giustificare con la gente, quando dalle tue lettere fosse apparso
che ancor prima di recarti presso di lui, mentre ancora facevi le carezze alla
mamma, eri fin da allora un volpone e un perverso.


LXXXVII


D'altra parte non posso immaginarmi Emiliano tanto sciocco da credere
possa danneggiarmi la lettera di un ragazzo che  inoltre mio accusatore.


LA FALSA LETTERA

Ma c' ancora una lettera, falsa, non scritta di mia mano, messa insieme
senza verosimiglianza, con la quale volevano far apparire la donna sollecitata
dalle mie blandizie. Perch dovevo ricorrere alle biandizie, se potevo
disporre della magia? E per quali vie pot giungere alle mani di costoro una
lettera mandata a Pudentilla, naturalmente per mezzo di fidata persona, come
si ha cura di fare in tali circostanze? E perch poi avrei scritto con errori,
in un linguaggio tanto barbaro, io che, siccome essi stessi dicono, m'intendo
un poco di lingua greca? E finalmente perch avrei dovuto stuzzicare la donna
con lusinghe cos assurde e grossolane, mentre essi stessi decantano il mio
gusto nelle procaci galanterie poetiche? Cos  certamente: la cosa 
manifesta a chiunque: costui, che non ha saputo leggere la lettera di
Pudentilla, scritta in miglior greco, ha potuto leggere con pi scioltezza ed
efficacia questa lettera, in quanto era sua. Ma ora basta con le lettere. Mi
si consenta una sola osservazione. Pudentilla che aveva scritto ironicamente e
per beffa: Vieni dunque da me, finch conservo la ragione, dopo questa
lettera chiam a s i figli e la nuora e convisse con loro circa due mesi.
Dica questo pietoso figliuolo se egli abbia visto allora la madre sua operare
e ragionare male per pazzia; neghi che lei abbia riveduto e sottoscritto con
la massima accortezza i conti degli affittuar, dei pastori, degli stallieri;
neghi che suo fratello Ponziano sia stato da lei gravemente ammonito perch si
guardasse dalle insidie di Rufino; neghi ch'egli sia stato meritamente
biasimato per aver portato in giro e aver letto in malafede una lettera che la
madre gli aveva mandato: e dopo questo, neghi che la madre sua si  con me
sposata in una casa di campagna, come si era da un pezzo convenuto.


MATRIMONIO IN CAMPAGNA

Si era deciso cos, di sposarci in una villa del suburbio, per evitare
che la gente accorresse di nuovo ai regali, dopo che Pudentilla aveva gettato
via al popolo cinquantamila sesterzi, il giorno in cui Ponziano prese moglie e
questo ragazzo vest la toga; inoltre si era voluto fare a meno dei tanti
banchetti e fastid che per lo pi, secondo l'usanza, i mariti novelli devono
patire.


LXXXVIII


Eccoti, Emiliano, la sola ragione per cui l'atto nuziale fra me e
Pudentilla fu sottoscritto in campagna e non in citt, per non gettare di
nuovo cinquantamila sesterzi e per non pranzare n con te n a casa tua. Non
ti pare motivo sufficiente? Mi stupisco tuttavia perch hai tanto in orrore la
campagna, tu che ci passi quasi tutta la vita. La legge Giulia sul matrimonio
degli ordini sociali, in nessuna parte interdice:  vietato sposare in
campagna; anzi, se vuoi saperlo,  molto pi di buon auspicio per la prole
prender moglie in campagna che in citt, in un terreno fertile anzich in un
luogo sterile, sulle zolle erbose dei campi anzich sopra il selciato di una
piazza. Quella che sar madre sia sposa nel medesimo seno materno, tra le
messi cresciute, sulla gleba feconda, o si giaccia a pi dell'olmo maritale,
sullo stesso grembo della terra madre, fra la progenie delle erbe e le
propaggini delle viti e i germogli degli alberi. E qui torna benissimo quel
verso tante volte ripetuto nelle commedie: per la generazione dei figli
legittimi.
Anche agli antichi Romani, ai Quinzii, ai Serrani, e a molti altri non
soltanto le mogli, ma anche i consolati e le dittature venivano offerti in
campagna.  bene che io mi arresti in un campo tanto esteso, per non far
piacere a te, a un campagnolo, se avr fatto le lodi della campagna.


LXXXIX


Quanto all'et di Pudentilla, tu hai sfacciatamente mentito, asserendo
che essa ha sposato a sessant'anni. Ti risponder in poche parole perch su
una cosa tanto chiara non c' da fare molti ragionamenti. Il padre di
Pudentilla dichiar, secondo l'uso, la nascita della figlia: e i documenti
sono conservati parte nel pubblico archivio, parte in casa: e adesso, eccoli
qua. (Al segretario.) Presentali ad Emiliano: ne osservi il filo, riconosca i
sigilli, legga i nomi dei consoli e faccia il conto degli anni. Gliene aveva
assegnati sessanta. Ammesso che ne provi cinquantacinque, mentirebbe per un
lustro soltanto.  poco. Voglio essere pi liberale ancora; poich egli ha
elargito molti anni a Pudentilla, gli render in cambio dieci anni. Mezentio
ha errato con Ulisse. Che egli dia almeno la prova di questi cinquant'anni;
per finirla: giacch devo trattare con un quadruplicatore, moltiplico i cinque
anni per quattro e d'un sol colpo ne detraggo venti. Massimo, fai fare il
computo dei consoli: se non mi sbaglio, troverai che ora Pudentilla non ha
passato di molto i quarant'anni. Falsit audace! Menzogna meritevole di un
esilio di venti anni. Tu aggiungi di tuo la bagattella della met; osi
alterare i numeri di una met in pi. Se tu avessi detto trent'anni invece di
dieci, si potrebbe credere che tu avessi sbagliato nelle mosse del calcolo,
aprendo le dita che avresti dovuto piegare in cerchio; ma quando il numero di
quaranta che, pi facilmente degli altri, si indica colla palma protesa,
quando il numero di quaranta tu accresci della met, l'errore non  pi delle
dita. Pu essere tuttavia che tu, credendo Pudentilla una giovane di
trent'anni, abbia computato un anno per ognuno dei due consoli.


XC


Ma di ci basta. Vengo ora proprio alla base dell'accusa, alla vera
ragione del magico maleficio. Rispondano Emiliano e Rufino, per quale
emolumento - foss'io anche il pi gran mago del mondo - avrei con incantesimi
e filtri costretto Pudentilla al matrimonio. So bene che molti dei
giudicabili, imputati di qualche misfatto, se anche potevasi dimostrare che
non eran mancate le ragioni del delitto, con questo solo argomento si sono
largamente difesi, dicendo che la loro vita era in contrasto con tal genere di
delitti, e che non doveva loro recar danno l'apparente interesse a delinquere.
Infatti non tutte le cose che potrebbero accadere sono da ritenersi accadute:
le vicende della vita non avvengono tutte d'un modo. Sicuro indizio  il
carattere di ciascuno. Una costante e naturale inclinazione al bene o al male,
 questo un saldo argomento per accogliere o respingere un'accusa. Queste cose
potrei a buon diritto giustamente ripetere: ma ve ne faccio grazia: io non mi
ritengo interamente purgato da tutte le vostre accuse sino a che possa
rimanere in qualche punto il pi leggero sospetto di magia. Considerate bene
con quanta fiducia nella mia innocenza io agisca e con quanto disprezzo per
voi. Si trovi una causa, una minima causa di lucro che abbia potuto farmi
appetire le nozze di Pudentilla; si provi che io ne abbia ricevuto un
qualsiasi modestissimo vantaggio, ebbene, allora, io sia pure un Carmenda, un
Damigerone, un Mos, un Ianne, un Apollobex, un Dardano e chiunque altro, dopo
Zoroastro e Ostane,  celebrato come mago. (Alla rievocazione dei pi celebri
maghi la parte avversaria insorge protestando: e non  da escludere che anche
parte del pubblico abbia mostrato il suo malumore per questo che poteva
sembrare un appello alle potenze malefiche.)


XCI


Vedi, Massimo, quale schiamazzo hanno fatto perch ho enunciato i nomi di
alcuni maghi. Come comportarsi con gente cos rozza, cos barbara? Dovrei loro
ancora insegnare che questi nomi e molti altri ancora ho letto nelle pubbliche
biblioteche in opere di chiarissimi scrittori, oppure dovrei sostenere che una
cosa  conoscere i nomi delle persone, un'altra cosa  praticarne le arti, e
che lo studio e la cultura non devono essere considerati come la confessione
di una colpa? Oppure non sar molto meglio che io mi affidi alla tua scienza,
Claudio Massimo, e alla tua compiuta erudizione, sdegnando di rispondere a
gente sciocca e incivile? S, s: cos  meglio. Pensino essi quello che
vogliono: non me ne importa nulla. Questo riprender a dimostrare: che non
ebbi nessun motivo per allettare Pudentilla al matrimonio con magiche fatture.
Dell'aspetto e dell'et della donna hanno parlato con disprezzo, e mi
hanno accusato di aver desiderato una donna n bella, n giovane per avidit
di denaro: e per ci di averne estorto, appena uniti, una grossa e proficua
dote. Di fronte a tale accusa, Massimo, non intendo stancarti con lunghi
discorsi. Non c' bisogno di parole, qui: il contratto nuziale parla molto pi
eloquentemente; in esso tu trovi tutte le cose fatte e predisposte con
intenzioni contrarie a quelle che costoro, secondo la propria capacit,
attribuiscono anche a me; e dapprima trovi che l'assegnazione dotale 
modesta, sebbene sia ricchissima la moglie, e che non vi  costituzione reale,
ma soltanto obbligatoria della dote; inoltre c' questa condizione
matrimoniale, che se Pudentilla passi di vita senza avermi dato figlioli, la
dote intera rimane ai due figli Ponziano e Pudente; se essa, prima del suo
ultimo giorno, lasci un figlio o una figlia, met della dote viene al figlio
del secondo letto, il resto gli altri due.


XCII


Questo, dico, dimostrer con gli atti alla mano. Forse Emiliano neppure
cos creder che soli trecentomila sesterzi siano stati messi in contratto con
il patto di riversibilit in favore dei figli di Pudentilla. Prendilo tu
stesso in mano, quest'atto, e passalo al tuo consigliere, a Rufino; legga, si
vergogni delle sue furie e della sua ambiziosa mendicit: lui, povero, nudo,
ha preso in prestito quattrocentomila sesterzi per dotare la figlia; la ricca
Pudentilla si content di una dote di trecentomila sesterzi ed ha un marito
che, dopo avere rifiutato in tante occasioni molte e ricche doti, si 
contentato di un meschino e illusorio titolo dotale. Perch egli, all'infuori
della moglie, non fa conto di altra cosa: e ogni corredo e ogni ricchezza
ripone nella concordia e nella pienezza dell'amore coniugale. D'altra parte,
quale uomo, che abbia un poco di esperienza, oserebbe incolpare una vedova
scarsa di bellezza ma non scarsa di anni che, volendosi rimaritare, cercasse
con la sua ampia dote e la sua vantaggiosa condizione di allettare un giovane
non sgradevole n di aspetto n di animo n di fortuna?
Una vergine bella, se anche poverissima,  copiosamente dotata: essa
porta al marito la freschezza dell'anima, la grazia della bellezza, la
primizia del suo fiore. Giustamente, a ragione, a tutti i mariti 
graditissimo il pregio della verginit, perch qualunque altro bene tu abbia
ricevuto in dono, puoi, quando ti piaccia, per non sentirti obbligato,
restituire intero come l'hai ricevuto: rimborsare i denari, riconsegnare gli
schiavi, lasciare la casa, abbandonare i poderi; la sola verginit una volta
ricevuta, non si pu rendere pi; dei beni dotali essa sola resta al marito.
La vedova quale giunge nella casa del marito tale per divorzio se ne
allontana. Nulla porta che non si possa ridomandare. Essa viene, posseduta da
un altro, per nulla pieghevole ai tuoi voleri, sospettosa della nuova casa,
siccome sospettata  anche lei a cagione della sua prima separazione
coniugale: perch se essa ha perduto il marito, come donna di malaugurio e
d'infausto connubio  tutt'altro che desiderabile; se c' stato ripudio,
allora la colpa  della donna tanto intollerabile da essere ripudiata o tanto
insolente da ripudiare. Per queste e per altre ragioni le vedove sollecitano i
loro pretendenti con doti pi ricche. Pudentilla anch'essa l'avrebbe fatto con
un altro marito, se non avesse trovato un filosofo spregiatore di doti.


XCIII


Ebbene, se io avessi desiderato la donna per avidit di denaro, non
sarebbe stato pi vantaggioso per me, allo scopo di impadronirmi della sua
casa, seminare discordia tra madre e figli, alienare dal suo animo l'amore per
le sue creature affinch io solo possedessi quella donna, cos isolata, con
pi libert e intimit? Non sarebbe stata questa l'opera degna di un predone,
come voi immaginate che io sia? Invece, no. Della quiete, della concordia,
della tenerezza, io sono stato promotore, conciliatore, fautore e invece che
seminarne di nuovi, ho estirpato dalle radici i vecchi od. Io esortai mia
moglie - della quale, come dicono costoro, avevo tranghiottito tutte le
sostanze - la esortai, dico, e finalmente la persuasi, a rendere ai figli
senza indugio il denaro ch'essi reclamavano - come sopra ho detto - : e
renderglielo in poderi, stimati a basso prezzo, quanto essi volevano; inoltre
la persuasi a donare del patrimonio suo fruttuosissimi campi e una grande casa
riccamente provveduta e una gran quantit di grano, di vino, di orzo, di olio
e di altri prodotti, e non meno di quattrocento servi e ancora mandrie
numerose e di non poco valore: perch fossero intanto con quell'assegno
rassicurati ed invitati con buona speranza al resto della successione.
Pudentilla non voleva - essa permetter ch'io dica come avvenne la cosa - , io
ottenni a fatica il suo consenso, lo strappai, con grandi preghiere, alle sue
riluttanze e alla sua collera, riconciliai la madre con i figli, e per primo
beneficio di patrigno, ho arricchito di una considerevole somma i miei
figliastri.


XCIV


Tutta la citt conosce queste cose. Rufino esecrato da tutti, io portato
alle stelle. Prima che la donazione fosse legalmente perfetta era venuto a
trovarmi Ponziano, con codesto suo fratello, tanto diverso da lui: e caduto ai
miei piedi aveva chiesto perdono e dimenticanza di tutto il passato: e
piangeva e mi baciava le mani, tutto pentito di aver dato ascolto a Rufino e
ai suoi pari. Mi supplic poi di farlo rientrare in grazia dell'illustrissimo
Lolliano Avito, a cui l'avevo da poco raccomandato, durante il suo tirocinio
oratorio: giacch aveva saputo ch'io lo avevo informato per iscritto di tutto
quanto era avvenuto. Lo contentai anche in questo. Pertanto, avuta la lettera,
se ne va a Cartagine, dove, quasi alla fine del suo proconsolato, Lolliano
Avito aspettava il tuo arrivo, Massimo. Lolliano legge la mia lettera e,
conforme alla sua esimia umanit, si congratula con Ponziano per l'errore
sollecitamente riparato e lo incarica di portarmi una lettera: ma che lettera,
buon Dio, e con quale dottrina, con quale grazia e amabilit e piacevolezza di
espressione! Insomma il buon cittadino esperto della parola. So, Massimo,
che ascolterai volentieri quella lettera; e se potr, voglio leggerla io
stesso. (Al segretario.) Dammi la lettera di Avito: essa mi fu sempre un
titolo di onore; adesso mi sia anche di salvezza. (Al custode della
clepsidra.) E tu lascia pure che l'acqua scorra. Questa lettera di quell'uomo
eccellente io voglio rileggerla, tre, quattro volte, con qualsiasi dispendio
di tempo. (Lettura della lettera.)


XCV


So bene che dopo questa lettera di Avito dovrei porre termine al mio
discorso. Quale pi ricco lodatore, quale pi illibato testimone della mia
vita, io potrei produrre, quale avvocato pi eloquente? Molti oratori di
romana nominanza ho bene conosciuto nella mia vita, ma per nessuno ho avuto
pari ammirazione. Nessuno  oggi, siccome io penso, nel campo dell'eloquenza,
oggetto di lode e di speranza, che non preferisca di gran lunga essere Avito,
se con lui, senza ombra di gelosia, voglia compararsi: perch tutte le varie e
presso che opposte virt dell'oratoria si accordano in quell'uomo. Qualunque
orazione Avito abbia composta, sar essa in ogni sua parte cos perfettamente
compiuta che n Catone sentirebbe mancanza di gravit, n Lelio di
scorrevolezza, n Gracco di impeto, n Cesare di calore, n Ortensio di
ordine, n Calvo di arguzie, n Sallustio di sobriet, n Cicerone di
abbondanza. Insomma, per non nominarli tutti, quando si ascolta un discorso di
Avito, non si desidera aggiungere n togliere n mutare alcuna cosa.
Vedo, Massimo, con quanta benignit tu ascolti queste lodi che
riconoscerai nel tuo amico Avito. La tua benignit mi ha invogliato a dire di
lui qualche cosa: ma io non voglio secondare la tua indulgenza fino a
permettermi, stanco come sono e ormai alla fine della causa, l'elogio delle
sue rare virt, che preferisco riserbare a quando avr pi di forze e di
tempo.


XCVI


Perch ora, mio malgrado, dal ricordo di tanto uomo dovr passare a
questa peste. Tu vuoi dunque, Emiliano, opporti ad Avito? Quel tale che Avito
chiama buon cittadino, il cui carattere loda senza riserva alcuna nella sua
lettera, tu accuserai di magico maleficio? E ammesso che io abbia invaso la
casa di Pudentilla e la stia spogliando dei suoi beni, proprio tu dovresti
dolertene pi di quanto non abbia fatto Ponziano, il quale, per un disaccordo
durato pochi giorni, eccitato naturalmente da voi, mi diede, in mia assenza,
soddisfazione presso Avito, e dinanzi a tanto uomo ebbe per me parole di
grazie? Supponi che io abbia letto il racconto di ci che accadde in presenza
di Avito e non la sua lettera: che cosa potresti tu o quali cose potrebbe un
altro biasimare in questa faccenda? Ponziano stesso riconosceva che quanto gli
era stato donato dalla madre lo doveva a mia generosit: Ponziano nel fondo
del suo cuore si rallegrava di aver trovato in me un tale patrigno. Magari
egli fosse tornato incolume da Cartagine! Magari - poich era questo il suo
destino - tu, Rufino, non gli avessi impedito di esprimere le sue ultime
volont! Quali grazie non mi avrebbe egli reso o in persona o nel testamento!
Ma le lettere che egli mi indirizz da Cartagine, lungo la via del ritorno,
quelle che ancora valido, quelle che ormai malato mi scrisse, piene di onore,
piene di amore, lascia, Massimo, che siano lette per un istante, affinch il
fratello suo, mio accusatore, sappia quanto poco egli sia compagno al
fratello, uomo di virtuosissima memoria, nel seguire il corso di Minerva. (Si
leggono le lettere di Ponziano.)


XCVII


Hai sentito le parole con le quali Ponziano, tuo fratello, mi chiamava:
suo padre, suo signore, suo maestro: tante volte fino all'estrema ora della
sua vita. Dopo di che potrei anche produrre alcune tue lettere dello stesso
tono, se le credessi degne del bench minimo indugio. Piuttosto avrei tanta
voglia di presentare il recente testamento di tuo fratello, sebbene
incompiuto, dove egli mi ricord coi termini pi riguardosi e onorevoli. Ma
quel testamento Rufino non permise che fosse redatto e compiuto, per la
mortificazione della perduta eredit, da lui valutata siccome compenso,
veramente assai salato, per le notti di quei pochi mesi in cui la sua figliola
fu moglie di Ponziano. Inoltre egli aveva consultato alcuni Caldei sui
guadagni che gli sarebbero venuti collocando la figlia: e risposero (cos non
fosse stato vero!) che il suo primo marito in poco tempo sarebbe morto; gli
altri responsi intorno all'eredit, combinarono, com' loro costume, secondo
il desiderio del consulente. Ma, grazie al cielo, a guisa di cieca bestia,
rimase a gola aperta inutilmente. Infatti Ponziano, conosciuta, per quel che
valeva, la figlia di Rufino, non solo non la lasci erede, ma le fece un
legato infamante, un tessuto di lino di circa duecento denari, perch si
capisse ch'egli l'aveva rinnegata per disprezzo e non trascurata per
dimenticanza. In questo testamento, come nel primo, di cui si  data lettura,
lasci eredi la madre e il fratello, contro il quale, come vedi, ancora
ragazzo, Rufino fa avanzare quella medesima catapulta della sua figliola, e
mostra ed espone nel letto a questo povero giovincello una donna, di molto pi
anziana, che poco fa era sua cognata.


XCVIII


E il ragazzo si  lasciato accalappiare dalle carezze cortigianesche
della donna e dalle manovre ruffianesche del padre. Appena spirato suo
fratello, lasciata la madre, egli si trasfer in casa dello zio, dove, senza
di noi, i disegni di quella gente potevano avere pi facile successo. Emiliano
 compare di Rufino; e desidera il buon affare. (Qualcuno del pubblico
assente: Apuleio raccoglie la interruzione.) S,  giusto: mi ci fate pensare:
quel bravo zio nella persona del nipote ripone e nutrisce le proprie speranze,
giacch egli sa che se il ragazzo muore intestato, egli ne sar l'erede,
secondo la legge se non secondo giustizia. Sarebbe stato meglio che questo
rilievo non fosse venuto da me; non  conforme alla mia consueta riservatezza
svelare i taciti sospetti del pubblico: la colpa  di voi che avete suggerito.
Il fatto  che molti, Emiliano, si stupiscono per codesta tua improvvisa
amorevolezza verso questo ragazzo, dopo la morte del fratello Ponziano, mentre
prima gli eri talmente ignoto che neppure quando lo incontravi eri capace di
riconoscerne il volto. Ma ora sei cos condiscendente con lui, indulgi tanto
ai suoi vizi, talmente lo assecondi in ogni cosa, da accreditare ogni
sospetto. Lo hai ricevuto da noi che era un bambino, ne hai fatto subito un
uomo malizioso; quando era sotto la nostra disciplina, frequentava le scuole;
ora ne scappa via per andare nei luoghi malfamati; schiva gli amici seri; coi
giovinastri della peggiore risma tra sgualdrine e bicchieri egli, un fanciullo
di quell'et, celebra i suoi festini. Lui rettore della tua casa; lui padrone
dei tuoi schiavi, lui re del convito; frequentatore assiduo della scuola
gladiatoria, si fa insegnare dallo stesso lanista il nome dei gladiatori, i
loro scontri, i loro colpi, assolutamente come un bravo ragazzo; non parla mai
che in punicio, se anche ritiene ancora dalla madre qualche parola greca:
parlare in latino non vuole n pu. Hai sentito, Massimo, poco fa - che
vergogna! - il mio figliastro, il fratello di Ponziano, giovane facondo, l'hai
sentito che a mala pena chioccolava ad una ad una le sillabe, quando gli
domandavi se la madre avesse loro fatto quelle donazioni, che io dicevo dovute
al mio intervento.


XCIX


Vi prendo a testimoni, Claudio Massimo e voi signori del Consiglio, e
anche voi che siete con me presenti in tribunale, che di queste rovine e
vergogne morali responsabili sono lo zio e il candidato suocero. Quanto a me
sar contento che un tale figliastro abbia scosso dal collo il giogo della mia
custodia e che non avr pi da intercedere per lui presso la madre. Perch -
me n'ero quasi quasi scordato - pochissimo tempo addietro, dopo la morte di
Ponziano, suo figlio. Pudentilla, malata, fece testamento: ed io dovetti
sostenere una lotta perch lei non diseredasse l'autore di tanti clamorosi
oltraggi e di tante ingiurie. Essa aveva gi scritto, ve lo assicuro, il
motivo gravissimo della diseredazione; io la pregai con insistenti preghiere
che lo cancellasse: e per ultimo minacciai, se non avesse consentito, che mi
sarei separato da lei: supplicandola di accordarmi questa grazia, di vincere
col beneficio il cattivo figlio, di liberarmi da ogni sospetto di ostilit. E
cos non desistei prima ch'ella avesse consentito. Mi dolgo di aver tolto
questa sollecitudine ad Emiliano e di avergli fatto questa inattesa
rivelazione. Guardalo, Massimo, te ne prego: vedi come a un tratto, udite
queste cose,  rimasto stupito, come tiene gli occhi a terra. Ben altro egli
si aspettava, e non a torto: ch sapeva la donna avvelenata dalle contumelie
del figlio e attaccata alla mia devozione. Egli aveva ragione di temere anche
di me. Chiunque, anche se noncurante - come sono io - di eredit, non avrebbe
rinunciato a vendicarsi di un figliastro cos poco rispettoso. Una
sollecitudine principalmente li stimol ad accusarmi: ch'io fossi istituito
erede universale. Non era cos: ma essi lo pensavano, conforme alla loro
avarizia. Vi libero per il passato da questo timore. Nessuna occasione, n
quella della eredit n quella della vendetta, ha potuto smuovere l'animo mio.
Ho combattuto con una madre incollerita a favore del figliastro, io, patrigno,
come farebbe un padre a favore di un ottimo figlio contro la matrigna: n fui
contento finch non riuscii a trattenere, pi di quanto l'equit non esigesse,
la generosa liberalit di una buona moglie nei miei riguardi.


C


(A un segretario.) Dammi il testamento fatto dalla madre in favore del
figlio che le si era gi dichiarato nemico, fatto per preghiera e sotto
dettatura mia: cio di questo predone, com'essi dicono. Massimo fa' rompere i
sigilli; troverai che il figlio  istituito erede; a me  lasciata non so che
piccola cosa, per semplice convenienza, acciocch, se le fosse toccato qualche
male, non mi mancasse il titolo di marito nel testamento della moglie. (A
Sicinio Pudente.) Prendilo, prendilo questo testamento di tua madre, questo
testamento davvero inofficioso. Come no?  un testamento dove il pi devoto
dei mariti  diseredato e si istituisce erede un figlio inimicissimo. Ma che
dico figlio? Eredi sono le speranze di Emiliano, le vagheggiate nozze di
Rufino, tutta un'associazione di briachi parassiti. Prendilo, dico, tu, la
perla dei figliuoli, e messe per un poco da parte le lettere amatorie della
madre, leggi piuttosto il suo testamento; se qualcosa essa vi ha scritto con
la mente traviata, la troverai qui: e per l'appunto subito, alle prime parole:
Sicinio Pudente, figlio mio,  mio erede. Lo confesso: chi legger questo,
dir che l'ha scritto un pazzo. Erede  questo figlio che proprio durante i
funerali del fratello, chiamata una banda di giovinastri teppisti, volle
cacciarti da quella casa che tu stessa gli avevi donato; quel figlio che
consider grave ed acerba offesa che il fratello ti abbia lasciata coerede con
lui; che subito ti abbandon nel lutto e nel dolore, per correre dalle tue
braccia materne a Rufino e ad Emiliano; che moltissime volte poi ti oltraggi
di presenza con le parole e, aiutato dallo zio, coi fatti; che port in giro
per i tribunali il tuo nome, che tent di svergognare pubblicamente il tuo
pudore con le tue lettere, che accus di un delitto capitale il marito tuo,
quello che tu avevi scelto, quello che, come lui stesso ti rimproverava, tu
amavi appassionatamente. Suvvia, apri, bravo figliuolo, apri il testamento:
cos pi agevolmente dimostrerai la pazzia della madre.


CI


Rifiuti, non vuoi? E gi: ormai ti sei liberato da ogni preoccupazione
sulla materna eredit. Ma io, Massimo, questo testamento, lo getto dinanzi ai
tuoi piedi e attesto che d'ora innanzi non mi curer di ci che Pudentilla
scriver nel suo testamento. Ci pensi lui per l'avvenire, come gli piace, a
scongiurare sua madre; a me non ha lasciato pi possibilit di intervenire in
suo favore. Egli, ormai padrone di s e uomo, siccome scrive alla madre
amarissime lettere, cos cerchi lui stesso di placarne la collera: chi  stato
buono a incolpare, sar buono a scolparsi. A me basta di avere pienamente
confutato le accuse mosse contro di me, non solo: ma di avere anche estirpato
dal fondo la radice di questo processo, cio l'odioso sospetto di una captata
eredit. Ma, perch nulla sia trascurato, prima di finire, voglio ribattere
un'altra calunnia. Avete detto che io, con una forte somma appartenente a mia
moglie, ho comprato a mio nome un bellissimo podere. Dico che si tratta di un
poderetto di sessantamila sesterzi, che non io, ma Pudentilla acquist a suo
nome: e il nome di Pudentilla  nel contratto e a nome di Pudentilla si pagano
le imposte.  qui il questore pubblico, cui  stata pagata la somma, Corvinio
Celere, rispettabile uomo;  presente anche il tutore autorizzante di
Pudentilla, uomo serio e scrupolosissimo, da nominare con ogni riguardo,
Cassio Longino. Chiedi, Massimo, quale acquisto egli abbia autorizzato e con
quale piccola somma, quella ricca donna, abbia comperato questo piccolo campo.
(Testimonianza di Cassio Longino e di Corvinio Celere.)  cos come ho detto?
Il mio nome apparisce in qualche parte dell'atto di compera? O forse ha
destato sospetto il prezzo del poderetto o forse questo, almeno, mi  stato
trasmesso in propriet?


CII


C' qualcosa, ancora, Emiliano, che a tuo giudizio io non abbia
confutato? Della mia magia quale premio hai trovato? Perch avrei piegato con
incantesimi l'animo di Pudentilla? Per cavarne quale vantaggio? Perch mi
assegnasse una piccola anzich una ricca dote? Che splendidi incantesimi! O
perch stipulasse la riversibilit della dote in favore dei figli invece che
lasciarla in mio potere? Che c' di pi perfetto di una simile magia? O perch
dietro mia esortazione lasciasse ai figli quasi tutta la sua sostanza, mentre,
prima di sposarmi, nessuna largizione aveva loro fatto: e a me lasciasse una
piccolezza? Che grave veneficio, dovrei dire: o non piuttosto, che ingrato
beneficio? Oppure perch nel testamento che ella redasse adirata contro il
figlio, lasciasse erede il figlio che l'aveva offesa, anzi che me, cui era
obbligata? Certamente occorrevano di molti incantesimi per ottenere con fatica
questo bel risultato.
Supponete che la causa non si tratti dinanzi a Claudio Massimo, uomo
giusto e pertinace nella giustizia, ma al suo posto mettete qualche altro
giudice perverso e crudele, che si compiaccia di accuse, bramoso di condanne:
dategli una pista da seguire, somministrategli un piccolissimo pretesto per
decidere secondo le vostre richieste, inventate almeno qualche cosa,
immaginare una risposta da dare alle sue domande. Poich ogni tentativo 
necessario che muova da qualche causa, voi che accusate Apuleio di aver
assalito l'animo di Pudentilla con magiche seduzioni, rispondete, spiegate per
che cosa egli l'avrebbe fatto, che cosa voleva da lei. La sua bellezza? Dite
di no. Era avido delle sue ricchezze? Lo nega il contratto di nozze, lo nega
l'atto di donazione, lo nega il testamento, il quale dimostra ch'egli non
soltanto non ha cupidamente desiderato, ma che anzi ha rigidamente respinto la
liberalit della moglie. Quale altra causa c' dunque? Perch ammutolite,
perch tacete? Dov' quell'atroce esordio del vostro atto di accusa formulato
a nome del mio figliastro: Io mi costituisco, o massimo, davanti a te
accusatore di quest'uomo...?


CIII


Perch non aggiungi: accusatore del mio maestro, del mio patrigno, del
mio intercessore? E poi continuando: ... di quest'uomo reo di moltissimi e
manifestissimi malefci. Dimmene uno solo di questi moltissimi, di questi
manifestissimi, dimmene uno solo, che lasci alcun dubbio o per lo meno una
certa oscurit. Quanto al resto delle vostre accuse, fai bene il conto se non
rispondo con due parole. Ti lustri i denti.  pulizia. Guardi gli specchi:
un filosofo deve. Componi versi.  lecito. Esamini i pesci: Aristotele
insegna. Consacri un legno: Platone consiglia. Prendi moglie: la legge
vuole.  pi anziana di te: suole accadere. L'hai fatto per lucro. Prendi
il contratto, ricorda la donazione, leggi il testamento. (Si rivolge
concludendo al proconsole.) Se tutte queste cose ho abbastanza rintuzzato, se
io ho messo la mia innocenza al riparo non solo di ogni accusa, ma anche di
ogni ingiuria, se l'onore della filosofia, che mi  pi caro della vita, non
ho mai menomato, anzi al contrario se l'ho dovunque, come un invitto
gladiatore, mantenuto: se questo  cos come dico, io posso con rispettosa
fiducia attendere la espressione della tua stima anzich temere la tua
potest; perch la condanna del proconsole sarebbe per me cosa meno grave e
temibile che il biasimo di un uomo tanto degno e illibato.
Ho detto.
FINE.
