Lucio Apuleio.

L'asino d'oro.

Traduzione di Nino Marziano.

Testo elettronico adattato ai mezzi di lettura dei ciechi, dalla Fondazione
Ezio Galiano. Catanzaro, 16 Febbraio 2000.

LIBRO PRIMO
I
Eccomi a raccontarti, o lettore, storie d'ogni genere, sul tipo di quelle
milesie e a stuzzicarti le orecchie con ammiccanti parole, solo che tu vorrai
posare lo sguardo su queste pagine scritte con un'arguzia tutta alessandrina.
E avrai di che sbalordire sentendomi dire di uomini che han preso altre
fogge e mutato l'essere loro e poi son ritornati di nuovo come erano prima.
Dunque, comincio.
Certo che tu ti chiederai io chi sia; ebbene te lo dir in due parole: le
regioni dell'Imetto, nell'Attica, l'Istmo di Corinto e il promontorio del
Tenaro nei pressi di Sparta sono terre fortunate celebrate in opere pi
fortunate ancora. Di l, anticamente, discese la mia famiglia; l, da
fanciullo, appresi i primi rudimenti della lingua attica, poi, emigrato nella
citt del Lazio, io che ero del tutto digiuno della parlata locale, dovetti
impararla senza l'aiuto di alcun maestro, con incredibile fatica.
Perci devi scusarmi se da rozzo parlatore qual sono, mi sfuggir qualche
barbarismo o qualche espressione triviale.
Del resto questa variet del mio linguaggio ben si adatta alle storie
bizzarre che ho deciso di raccontarti.
Incomincio con una storiella alla greca. Stammi a sentire, lettore, ti
divertirai.

II
Ero diretto in Tessaglia per affari (la mia famiglia per parte di madre,
 originaria di quella regione e per il fatto che fra i suoi antenati vanta il
celebre Plutarco e suo nipote, il filosofo Sesto,  per me titolo di gloria),
dunque, ero diretto in Tessaglia e m'ero gi lasciato alle spalle montagne
ripide, valli impervie, umide pianure, campagne fertili e coltive e il bianco
cavallo indigeno che montavo era stanchissimo. Cos decisi di fare un po' di
strada a piedi per sgranchirmi le gambe, stanco com'ero anch'io di star seduto
in sella.
Smontai, asciugai con cura la fronte del cavallo madida di sudore, gli
accarezzai le orecchie, gli tolsi il morso e lo lasciai andar libero, al
passo, perch smaltisse un po' la stanchezza e si svuotasse del peso naturale
del ventre. E mentre quello a muso all'ingi pascolava lento fra l'erba, io mi
unii, come terzo, a due viandanti che in quel momento mi passavano accanto.
Tesi l'orecchio per sapere di che cosa parlassero e sentii che uno dei
due, scoppiando in una gran risata, diceva all'altro: Ma la pianti di
raccontar simili balle?
Io che sono sempre smanioso di novit, intervenni: Non  per essere un
ficcanaso, ma perch mi piace sapere un po' tutto o per lo meno quanto pi 
possibile, vi prego di mettermi a parte di quello che state dicendo;
oltretutto ci vuol proprio qualche allegra storiella per farci sembrare meno
scoscesa e impervia la strada che abbiamo davanti.

III

Sono frottole queste, continuava, intanto, quello che aveva parlato per
primo, vere come quelle di chi vorrebbe far credere che basta una formuletta
magica per fare andare i fiumi all'ins, rendere il mare una massa solida,
impedire ai venti di soffiare, fermare il sole, far svaporare la luna,
staccare le stelle dal cielo, oscurare il giorno e rendere eterna la notte.
Io, allora, incoraggiato, ripresi: Ehi, tu, che evidentemente hai
avviato il discorso, non prendertela, non badargli, continua il tuo racconto.
E all'altro: In quanto a te fai male a tapparti le orecchie e a rifiutarti
cocciutamente di credere a delle cose che potrebbero anche esser vere. Capita,
sai, per una sciocca prevenzione per, di ritenere falso ci che non si  mai
visto o udito o che cade fuori della nostra comprensione; ma se poi ci pensi
un po' su ti accorgi che tutto  spiegabilissimo, non solo, ma che  anche
realmente possibile.


IV

Per esempio, l'altra sera, a tavola fra amici feci la bravata di mandar
gi un boccone troppo grosso di polenta e formaggio e per poco non mi
strozzavo, tanto quella roba molliccia mi s'era attaccata al palato e mi
impediva di respirare. Eppure, non molto prima, proprio con questi occhi, ad
Atene, davanti al portico Pecile, avevo visto un giocoliere infilarsi nella
gola, per la punta, una spada affilata, di quelle che usano in cavalleria, e,
per poche monete, ficcarsi fin gi nelle budella, una lancia da cacciatore,
proprio dalla parte della punta mortale: ed ecco che al legno dell'asta, la
cui punta di ferro introdotta nella gola sbucava dietro la nuca, si attacc un
ragazzino leggiadro e agilissimo e cominci a far capriole e volteggi tali da
parer tutto snodato e senz'ossa e noi l a bocca aperta a guardarlo. Pareva il
provvidenziale serpente che s'attorciglia al bastone nodoso di Esculapio.
Di, allora, ti lascio la parola, riprendi il racconto che stavi
facendo. Ti basti che sia soltanto io a crederti, anche per lui; in cambio,
alla prima locanda che incontreremo, ti offrir da mangiare, parola mia.

V
Mi va bene e ci sto mi fece. Avevo appena iniziato e, comunque,
ricomincer dal principio. Ma prima voglio giurarti, per questo dio sole che
tutto vede, che le cose che sto per narrarti sono tutte vere e
controllabilissime; del resto, voi stessi non avrete pi dubbi una volta
arrivati alla pi vicina citt della Tessaglia dove questi fatti sono accaduti
alla luce del sole e tutti ancora ne parlano.
Ma prima lasciate che io vi dica da dove vengo e chi sono: mi chiamo
Aristomene e sono di Egio. Mi guadagno da vivere vendendo miele e formaggio e
prodotti simili, su e gi per le osterie della Tessaglia, dell'Etolia e della
Beozia.
Fu cos che venni a sapere che a Ipata, la citt principale della
Tessaglia, si vendeva formaggio fresco, di buona qualit e a un prezzo
d'occasione. Subito mi ci precipitai per acquistarne l'intera partita. Ma si
vede che partii sotto cattiva stella perch Lupo, il grossista, mi aveva
preceduto e il giorno prima aveva fatto incetta di tutto. Cos, sfumata la
speranza del guadagno, innervosito e stanco per quel viaggio fatto in fretta e
furia e per nulla, non mi rest, che andarmene alle terme.


VI

Ma pensa un po' chi vidi: Socrate, un vecchio amicone. Se ne stava
seduto per terra, ravvoltolato a mala pena in un mantellaccio sbrindellato,
irriconoscibile, tanto era pallido e smagrito; pareva uno di quei poveri
disgraziati perseguitati dalla malasorte che si riducono a chiedere
l'elemosina alle cantonate.
Nonostante la confidenza e la familiarit, mi avvicinai a lui con una
certa titubanza: 'Ohil, Socrate,' gli feci, 'cos' questa storia? Com' che
sei in questo stato? Che t' capitato? A casa ti piangono per morto e ai tuoi
figli i giudici hanno gi dato un tutore; con tua moglie, che t'ha fatto il
funerale e che s' consumata in lacrime e che per il pianto le si sono seccati
gli occhi, i suoi parenti insistono perch si consoli della tua perdita e
rallegri la tua casa con nuove nozze. E tu, intanto, te ne stai qui che mi
sembri proprio un fantasma.  proprio un avvilimento!'
'Ah, Aristomene,' mi rispose, 'come si vede che non conosci i colpi
mancini della fortuna, i suoi capricci, i suoi tranelli' e, arrossendo per la
vergogna, si tir sulla faccia quel suo mantello sbrindellato; ed io vidi che
sotto era nudo dal ventre al pube.
Non reggendo alla vista di tanta miseria, gli tesi la mano e feci per
tirarlo su.


VII

Ma lui, col viso coperto: 'No, no, che la malasorte continui a godersela
la sua vittoria.'
Finalmente riuscii a tirarmelo dietro e intanto gli feci indossare uno
dei miei indumenti per coprirlo alla meglio e me lo portai alle terme,
rifornendolo di tutto l'occorrente per ungersi e asciugarsi; anzi io stesso lo
strofinai ben bene per togliergli quel dito di sudiciume che aveva addosso.
Dopo averlo ripulito, bench fossi stanco anch'io, lo portai di peso alla
locanda, ch a mala pena si reggeva in piedi, e qui lo ficcai in un letto
caldo, gli diedi da mangiare e da bere, lo tenni su con qualche storiella,
tanto che in breve ritorn loquace e allegro e si lasci perfino andare a
qualche battuta. A un tratto, per, dette in un sospiro profondo, doloroso, e
picchiandosi la fronte con una gran manata: 'Ma si pu essere pi iellati di
me' cominci a lamentarsi 'se soltanto per aver voluto correre dietro a uno
spettacolo di gladiatori di cui, si dicevano meraviglie, mi sono ridotto in
questo stato. Ricordi che ero andato in Macedonia per il mio lavoro? Ebbene
gli affari m'erano andati a gonfie vele e cos, dopo nove mesi, stavo tornando
a casa, ben fornito di quattrini, quando poco prima di giungere a Larissa, mi
venne in mente di fare una capatina a quel famoso spettacolo, ma, in una valle
impervia e deserta, fui assalito da una banda di briganti ferocissimi che mi
lasciarono completamente al verde: per fortuna non ci rimisi la pelle e
riuscii a raggiungere la locanda di una certa Meroe, una donna matura ma
ancora belloccia, alla quale raccontai dei miei lunghi viaggi, del mio
desiderio di tornare a casa e, infine, della rapina subita. Ella fu molto
gentile, mi prepar gratis una graditissima cena e, alla fine, andata in
fregola, mi port a letto con lei. Scalogna maledetta, perch bast che
dormissi una sola notte con lei per impegolarmi in una di quelle relazioni che
poi ti tiri dietro per anni: le diedi quei pochi stracci che i briganti mi
avevano lasciato addosso, e pefino gli spiccioli che, facendo il facchino
(allora ero ancora in gamba) mi venivo guadagnando. Ed ecco in quale stato tu
l'hai visto, quella buona donna e la mia cattiva stella, mi hanno ridotto.'


VIII

'Perdio, te la meriti proprio una fregatura simile, e anche di peggio se
fosse possibile, dal momento che invece di pensare alla tua casa, ai tuoi
figli, ti sei messo a fare il galletto, e con una vecchia baldracca.'
'Zitto, per carit, zitto' fece quello tutto spaventato, portando
l'indice alle labbra e volgendo il capo all'intorno come per assicurarsi che
nessuno ascoltasse 'non parlare male di quella donna perch  una maga; questa
tua linguaccia potrebbe procurarti qualche guaio.'
'Ma che stai dicendo? Che razza di donna  costei, questa tua bellezza
da taverna?'
' una maga, un'indovina' insistette 'capace di tirar gi la volta
celeste e di sollevare la terra, di far diventare le fonti di sasso e liquefar
le montagne, di riportare alla luce gli dei dell'inferno e inabissare quelli
del cielo, di spegnere le stelle, di illuminare perfino il Tartaro.'
'Ma piantala, di, con questa messinscena da tragedia, smettila di
recitare e parla chiaro e naturale.'
'Vuoi che te ne racconti una o due o anche molte delle cose che ha
fatte? Che gli uomini delle nostre parti si innamorino pazzamente di lei, anzi
tutti gli indiani e gli africani dell'uno e dell'altro oceano e perfino le
genti che abitano agli antipodi,  solo un piccolo segno della sua magia, una
bazzecola. Ma sta a sentire quello che ha fatto, testimone un sacco di gente.


IX

'Con una sola parola ha mutato in castoro un suo amante che s'era messo
con un'altra. E sai perch proprio in castoro? Perch questa bestia, quando 
inseguita e teme di essere catturata, si stacca da s i testicoli. Questo lei
voleva che capitasse anche a quel suo amante che l'aveva piantata per
un'altra.
'E ancora: ha trasformato un oste che era suo vicino e le faceva
concorrenza, in un rospo: ora quel povero vecchio sguazza in una botte del suo
vino immerso nella feccia fino alla gola e chiama con suoni rochi che
vorrebbero essere amabili i suoi avventori di un tempo.
'Un altro l'ha trasformato in montone: era un avvocato che l'aveva
calunniata e da montone ora difende le cause.
'Alla moglie di un suo amante che le aveva indirizzato una paroletta
pepata ha tappato l'utero e poich quella era incinta le ha bloccato il feto
in corpo condannandola a una perpetua gravidanza. La gente ha fatto i conti,
dice che sono otto anni ormai che la poveretta si porta dentro quel peso ed 
gonfia come se dovesse partorire un elefante.


X

'Per queste e per tante altre vittime l'indignazione popolare crebbe a
tal punto che un giorno venne deciso, senza tanti complimenti, di condannarla
alla lapidazione. Ma lei con le sue arti magiche prevenne la sentenza; un po'
come la famosa Medea che, ottenuta da Creonte una sola giornata di dilazione,
con la fiamma sprigionata da una corona magica mise a fuoco tutta la reggia
con dentro lui stesso e la figlia. Cos questa Meroe, fatti alcuni sortilegi
sopra un sepolcro (come mi confid poco dopo tra i fumi del vino) ed evocando
misteriose potenze soprannaturali, chiuse tutti nelle loro case tanto che per
due interi giorni nessuno riusc a sbloccare le serrature, a scardinare le
porte, a sfondare le pareti.
'Questo finch, per consiglio comune, non la supplicarono ad una voce
giurandole solennemente che non le avrebbero torto un capello, pronti, anzi, a
proteggerla da chi avesse osato qualcosa contro di lei.
'Solo cos' ella si rabbon e liber dall'incantesimo la citt. Ma
l'ideatore del complotto lasci serrato in casa e questa, cos com'era,
pareti, pavimento, fondamenta, di notte tempo, fece volare cento miglia
lontano, in un'altra citt, posta in cima a una montagna dirupata e priva
d'acqua. E poich le case erano addossate le une alle altre e non c'era spazio
per quella del nuovo venuto, te la scaravent davanti a una porta della citt
e se ne and.'


XI

'Certo, caro Socrate, che le cose che mi racconti hanno dello
straordinario e fanno venire i brividi. M'hai messo un'agitazione addosso,
anzi proprio un bello spavento. Altro che pulce nell'orecchio, questo  un
colpo di lancia se penso che quella vecchia, valendosi delle sue arti divine
pu benissimo venire a sapere di questi nostri discorsi.
'Perci ficchiamoci subito buoni buoni sotto le coperte e, appena ci
siamo un po' tolti di dosso la stanchezza, prima che faccia giorno,
filiamocela di qui, quanto pi lontano  possibile.'
Gli stavo ancora parlando per convincerlo, che quel buon Socrate gi
dormiva e russava di grosso, stanco della giornata e intontito dal vino cui
non era pi abituato. Cos, chiusa la porta e bloccati i chiavistelli, anzi
avvicinato il letto all'uscio e addossatovelo ben bene contro, mi coricai
anch'io.
All'inizio, per la paura, non riuscii a chiudere occhio, poi verso
mezzanotte mi appisolai. Ma avevo appena preso sonno che con un fracasso
tremendo, certo assai maggiore di quello che avrebbero potuto fare dei ladri,
i battenti della porta si spalancarono, i cardini si spezzarono e volarono
via. Il mio lettuccio, piccoletto com'era e traballante e tarlato per giunta,
a quel gran colpo si ribalt rovinandomi addosso e io, finito per terra, vi
rimasi sepolto.


XII

Come  vero che certe impressioni, a volte, producono reazioni
contrarie. Capita spesso, per esempio, di piangere per la gioia; cos,
nonostante il terribile spavento io non potetti trattenere il riso vedendomi
da Aristomene mutato in tartaruga. Steso per terra, coperto dal provvidenziale
lettuccio, sbirciavo cosa stesse accadendo ed ecco che vidi entrare due donne
di et piuttosto avanzata: l'una reggeva una lucerna accesa, l'altra una
spugna e una spada ignuda. Con quel loro armamentario si avvicinarono a
Socrate che se la dormiva placidamente:
'Caro il mio Endimione' esclam quella che portava la spada 'eccolo qui,
sorella Pantia, il mio Ganimede, quello che giorno e notte ha abusato della
mia innocenza e che ora non soltanto mi diffama vigliaccamente ma si accinge a
squagliarsela. Ma io, allora dovrei fare la fine di Calipso  abbandonata dallo
scaltro Ulisse e piangere la mia eterna solitudine?'
Poi con la mano tesa indic me a sua sorella Pantia 'Ma guardalo l,
Aristomene, questo bel consigliere, che ha avuto la bella pensata della fuga e
che ora se ne sta mezzo morto accucciato sotto il letto a guardare illudendosi
di passarla liscia dopo che mi ha coperto di improperi. Costui te lo servir
dopo a dovere, anzi no, all'istante si dovr pentire della sua linguaccia e
della sua curiosit, questo impenitente ficcanaso.'

XIII

Come intesi quelle parole cominciai a sudar freddo e presi a tremare
tutto fin nelle viscere, tanto che anche il letto mi si mise a traballar sulla
schiena, mentre l'amabile Pantia continuava: 'Allora, sorella, cominciamo con
questo? Facciamo come le Baccanti? Lo riduciamo a pezzettini, oppure lo
leghiamo e poi gli tagliamo i testicoli?'
'Ma no,' replic Meroe (a quel che me ne aveva detto Socrate, questo
nome le si addiceva proprio), 'che resti vivo, invece, cos getter una
manciata di terra sul corpo di questo miserabile' e, cos dicendo, rovesciata
la testa di Socrate da un lato, gli immerse la spada nel collo fino all'elsa;
poi accost alla ferita un piccolo otre e ne raccolse il sangue che sgorgava a
fiotti, senza farne cadere nemmeno una goccia. Con questi occhi io vedevo
tutta la scena. Poi l'ottima Meroe, per adempiere, credo, in tutto e per tutto
al rituale di un sacrificio in piena regola, affond la mano in quella ferita,
frug dentro fino alle viscere e trasse il cuore di quel povero amico mio che,
dalla gola tutta squarciata per la violenza del colpo, ancora mandava una
voce, un sibilo indistinto, un gorgoglio.
'O spugna nata dal mare' intanto cantilenava Pantia e tamponava con la
spugna la ferita l dov'era pi larga 'acqua di fiume non sorpassare.'
Compiuta ogni cosa se ne andarono; prima per mi tolsero il letto di
dosso, si piazzarono sopra di me a gambe divaricate e mi pisciarono in faccia
inondandomi tutto del loro fetore.


XIV

Avevano appena varcata la soglia che i battenti della porta si
drizzarono e si rimisero intatti al loro posto, i cardini ciascuno nel loro
buco, i chiavistelli negli infissi, i catenacci nei loro anelli, tutto come
prima. Io solo, invece mi ritrovai disteso per terra senza fiato, nudo e
gelato, fradicio per giunta di piscio come se fossi appena uscito dal ventre
di mia madre, pi morto che vivo, eppure, nonostante tutto, un sopravvissuto,
un relitto di me stesso e un sicuro candidato alla croce.
'Che ne sar di me' gemevo 'quando domani mattina troveranno quest'uomo
scannato? Chi mi creder quando racconter per filo e per segno come sono
andate le cose? Avresti per lo meno potuto gridare, mi ribatteranno, chiedere
aiuto se ti mancava il coraggio, grande e grosso come sei, di tener testa a
una donna. Ma come, si sgozza un uomo sotto i tuoi occhi e tu te ne stai in
silenzio a guardare? E poi come mai delinquenti di tal razza non hanno fatto
fuori anche te? Perch nella loro ferocia ti avrebbero risparmiato? Un
testimone per giunta cos compromettente del loro delitto? Comunque visto che
sei scampato alla morte, va a fare compagnia all'amico tuo.'
Questi pensieri rimuginavo dentro di me e intanto cominciava a far
giorno. La cosa migliore era quella di filarmela prima che venisse chiaro,
fare della strada anche se le gambe mi tremavano. Cos presi il mio sacco,
infilai la chiave nella serratura e, gira e rigira, dovetti fare una fatica
boia prima di riuscire ad aprire quella porta sicura e amica che durante la
notte s'era spalancata da s.


XV

'Ohil, dove sei?' cominciai a gridare, 'aprimi il portone, che voglio
andarmene prima di giorno.'
II portinaio che era disteso giusto dietro l'uscio della locanda, mezzo
addormentato mi fece: 'Ma come? Vuoi metterti in cammino a quest'ora di notte?
Non sai che le strade sono infestate dai briganti? Se hai scelto di morire
perch hai la coscienza sporca io non sono mica tanto, grullo da fare la
stessa fine per causa tua.'
'Tra poco  giorno,' gli risposi 'e poi, ch cosa possono prendergli i
briganti a un viandante cos al verde come me? Ma ti rendi conto, balordo che
sei, che nemmeno dieci campioni di lotta possono spogliare uno che  gi
nudo?' Ma quello, voltandosi dall'altra parte, morto di sonno e intontito
com'era, mi rimbecc: 'E che ne so io se tu non hai scannato il tuo compagno
di viaggio col quale sei giunto ier sera, ed ora cerchi di metterti in salvo?'
Allora s che la terra mi parve spalancarsi sotto i piedi e io
precipitare gi fin nel Tartaro in bocca all'affamato Cerbero; e capii che la
buona Meroe non per misericordia aveva risparmiato la mia gola ma per
riservarmi, nella sua ferocia, alla croce.


XVI

Cos tornai in camera pensando al modo pi spiccio di darmi la morte. Ma
non mettendomi la sorte a portata di mano alcuna arma mortale se non il mio
letto, cos a lui mi rivolsi: 'Caro lettuccio mio che dividesti con me tutti i
miei guai, che sei stato testimone oculare di quanto  accaduto stanotte, tu
che solo potrei citare a prova della mia innocenza, porgimi l'arma liberatrice
che mi mandi alla svelta all'inferno.'
Cos dicendo sciolsi la reticella di corda che formava il piano del
letto e legatone un capo a una trave che sporgeva sopra la finestra, feci con
l'altra estremit un nodo scorsoio, salii sul letto ormai votato alla morte e
infilai la testa nel cappio. Ma non appena, con una  pedata, scaraventai
lontano il sostegno che mi sorreggeva perch, per il peso del corpo, il cappio
stringesse la gola e mi togliesse il respiro, la corda, marcia com'era, si
spezz ed io precipitai addosso a Socrate che giaceva l accanto e con lui
rotolai per terra.


XVII

In quel mentre irruppe in camera il portinaio, urlando: 'Dove diavolo
sei tu che, in piena notte, avevi tanta furia di partire e ora te ne sei
tornato a russare fra le coperte?'
In quel momento, non so se per il mio ruzzolone o per il gran baccano di
quell'uomo, Socrate salt su esclamando: 'Quanta ragione hanno quei
viaggiatori che non possono soffrire gli albergatori. Questo rompiballe ti
vien dentro magari con l'intenzione di fregare qualcosa, e col suo blaterare
mi sveglia, sfinito com'ero, proprio nel sonno migliore.'
Anch'io balzai in piedi, preso da una gioia insperata: 'Eccolo, bravo
portinaio, eccolo qui l'amico mio, il mio fratellino, quello che tu, stanotte,
ubriaco fradicio com'eri, andavi insinuando che avevo assassinato.' E,
intanto, baciavo e abbracciavo Socrate che per, protestando, mi respingeva
con violenza schifato dal fetore di piscio che quelle streghe mi avevano
lasciato addosso: 'Va via' mi diceva 'che puzzi peggio di un fondo di
latrina.'
Poi, scherzandoci su, mi chiese la ragione di quel fetore. Io,
poveretto, gli inventai una frottola per sviare il discorso e con una manata
sulle spalle: 'Che aspettiamo ad andarcene?' gli dissi 'Perch non
approfittiamo del fresco del mattino?'
Presi quel po' di roba che avevo, pagai il conto all'albergatore e ci
mettemmo in cammino.

XVIII

Avevamo gi fatta un bel po' di strada e il sole, ormai alto, illuminava
ogni cosa all'intorno. Io, intanto, non facevo che guardare con curiosit e
apprensione la gola del mio compagno, l dove avevo visto penetrare la spada e
mi dicevo: 'Ma guarda un po' che matto. Ne devi aver scolati di bicchieri ed
essere stato ben sbronzo per fare sogni cos assurdi. Eccotelo qua Socrate,
sano e vegeto. E dov' la ferita, dove la spugna e quell'orribile piaga
sanguinante?'
Poi rivolto a lui: 'Non hanno mica torto quei gran dottori quando dicono
che chi mangia molto e alza troppo il gomito poi fa brutti sogni. Prendi me,
per esempio ieri sera mi son lasciato andare alle libagioni e cos ho passato
una notte infernale, piena di incubi spaventosi, tanto che mi sembra ancora di
esser tutto imbrattato di sangue umano.'
'Ma che sangue e sangue,' mi sogghign, 'pieno di piscio sei. Per ho
fatto un sogno anch'io mi pareva che mi sgozzassero; sentivo un gran dolore
qui alla gola e come se mi strappassero il cuore; pure ora mi manca il
respiro, mi tremano le ginocchia e mi par di cadere. Sento proprio il bisogno
di mettere qualcosa sotto i denti per riprendere le forze.'
'Eccoti servita la colazione' e, detto fatto, mi tolsi il sacco dalle
spalle e gli offrii del pane con del formaggio. 'Anzi,' gli feci, 'sediamoci
la, sotto quel platano.'


XIX

Cos facemmo e anch'io trassi fuori qualcosa da mangiare per me e
intanto lo osservavo. Ed ecco che mentre mangiava avidamente lo vidi, tutto a
un tratto, impallidire, farsi livido livido come uno stecco. Man mano che
perdeva colore io rivedevo l'orribile scena della notte e, per lo spavento, il
pezzo di pane che avevo messo in bocca, bench piccolo, mi si piant nel
gozzo, tanto che non riuscivo a mandarlo n su n gi.
Non passava di l molta gente e questo accresceva il mio terrore. Chi
avrebbe creduto che di due compagni uno era morto senza che l'altro ne sapesse
nulla? Socrate, intanto, che s'era ingozzato di pane e aveva fatto fuori quasi
tutto il formaggio, ora si sentiva bruciare dalla sete. Poco lontano dal
nostro platano scorreva un filo d'acqua ma cos lento da formare una pozza
limpida e chiara come argento o vetro.
'Eccoti l dell'acqua' gli dissi 'bianca come il latte.'
Egli si alz, s'accost alla riva l dove questa era pi bassa e fece
per inginocchiarsi e bere con avidit ma non aveva ancora accostato le labbra
all'acqua che il collo gli si apr in un largo e profondo squarcio e ne venne
fuori la spugna e un po' di sangue. Era morto, e sarebbe caduto in acqua se
io, appena in tempo, afferrandolo prontamente per un piede, non lo avessi
tirato su a fatica. E l, su quella riva, come potetti, date le circostanze,
piansi l'infelice compagno: scavai una fossa nella sabbia e ve lo chiusi per
sempre.
Ero pieno di paura, temevo guai peggiori e cos mi misi a fuggire qua e
l per luoghi desolati e deserti e, quasi avessi sulla coscienza un delitto,
lasciai la mia patria, la mia casa e scelsi un volontario esilio.
Ora vivo in Etolia e mi sono fatta uma nuova famiglia.


XX

Questo il racconto di Aristomene, ma il suo compagno, che fin dall'inizio
s'era rifiutato di credere a una sola parola, esclam: Non c' storia pi
fantastica, pi assurda di questa. E rivolto a me: E tu che mi sembri una
persona seria almeno dall'apparenza, ci credi a questa storia?
Mah, feci io, veramente tutto  possibile a questo mondo e quello che
capita agli uomini  scritto nel destino: a me, a te, a tutti possono
succedere cose strabilianti, inaudite, che se le vai a raccontare a chi non ne
 stato toccato, nessuno ti crede. Io invece ci credo a quello che ha
raccontato l'amico, e come, e per di pi lo ringrazio perch con la sua
storia, col suo fare piacevole ci ha un po' svagati e mi ha fatto sembrare
meno noioso e lungo questo viaggio. Se n' giovato anche il mio cavallo che
non ha poi fatto una gran fatica, dal momento che sono arrivato alle porte
della citt non sulla sua schiena ma con le mie orecchie.


XXI

Cos fin il viaggio e anche la nostra conversazione. I due, infatti,
svoltarono a sinistra, verso una casupola l vicino, io, invece, tirai dritto
e m'infilai nella prima taverna che vidi.
 Ipata questa? chiesi alla vecchia ostessa. E quando ella annu:
Conosci un certo Milone? Da queste parti dovrebbe essere tra le persone pi
in vista. Certo, fece lei ridendo, Milone  proprio uno ben in vista: sta
di casa oltre il pomerio  fuori di citt.
Lascia stare le battute, buona donna, gli feci e dimmi, piuttosto che
tipo d'uomo  e dove abita.
Vedi quelle finestre l in fondo, che guardano fuori di citt e quella
porta alle spalle che s'apre sul vicolo? L sta il tuo Milone; denari a
montagne, ricco sfondato; lo conoscono tutti, ma per la spilorceria; un
avaraccio che non ti dico; pratica l'usura, e in grande, su pegni d'oro e
d'argento; se ne sta tappato nel suo bugigattolo sempre a contare e a lustrare
denaro, assieme a sua moglie che ha la stessa malattia. Si concede una sola
servetta e va in giro vestito come un mendicante.
A queste parole sbottai in una risata: E bravo l'amico Demea! Mi ha
proprio ben sistemato per questo viaggio indirizzandomi a un tipo simile.
Certo che da un tale ospite non dovr temere n odor di fumo n tantomeno di
arrosto.


XXII

Cos dicendo feci pochi passi e, arrivato sulla soglia, cominciai a
bussare alla porta, ch'era sprangata a dovere con tanto di catenacci, e a
chiamare. Finalmente comparve una ragazzotta: Ehi, tu, che bussi con tanta
furia, mi fece che pegno hai per il prestito che desideri? Lo sai o no che
si accettano solo pegni d'oro e d'argento?
Potresti anche parlare con pi creanza le risposi. Intanto dimmi se il
tuo padrone  in casa.
Certo che  in casa, ma perch me lo domandi?
Ho per lui una lettera di Demea da Corinto.
Glielo vado a dire; tu, intanto, aspetta qui e mi sbatt la porta sulla
faccia tornando a sprangarla a doppia mandata. Dopo un po' ricomparve
spalancando i battenti: Ti puoi accomodare fece.
Entrai e me lo vidi davanti, sdraiato su un lettuccio striminzito, che si
accingeva a cenare. Gli stava seduta accanto la moglie ma la mensa era vuota.
Ecco quel che posso offrirti mi fece, mostrandomi la tavola.
Obbligatissimo e gli consegnai la lettera di Demea. Dopo averla letta
alla svelta esclam: Ma che caro il mio Demea, che mi ha mandato un ospite
cos di riguardo.


XXIII

Al tempo stesso disse alla moglie di allontanarsi e a me di sedere al suo
posto, ma vista la mia esitazione: Siediti pure qui mi fece, prendendomi per
il mantello e quasi tirandomi gi, purtroppo per la paura dei ladri io non mi
arrischio ad avere sedie n, tantomeno, mobilio a sufficienza.
Gli obbedii e quello riprese: Dai tuoi modi cos urbani e dal tuo
riserbo quasi di fanciulla, non  difficile intuire la nobilt della tua
famiglia. Del resto la lettera di Demea lo conferma. Ti prego, perci, di non
sdegnare il mio modestissimo tetto. Per te c' la stanza qui accanto, comoda e
accogliente; vedrai che non ti troverai male a casa mia. Se ti degnerai di
restare questa casa sembrer pi grande e tu ne trarrai motivo di gloria
perch avrai fatto come Teseo di cui tuo padre porta il nome, che non
disprezz la modesta ospitalit della vecchia Ecale.
Poi chiam la servetta: Fotide, prendi i bagagli dell'ospite e mettili
in quella stanza, ma fa piano; e tira fuori dall'armadio l'olio per ungersi, i
panni per asciugarsi, insomma tutto l'occorrente e accompagna il signore alle
terme qui vicino: il suo viaggio  stato lungo e faticoso e dev'essere molto
stanco.


XXIV

Sentendo questo e ripensando alla tirchieria di Milone, e volendomelo
fare amico: Lascia stare, non ho bisogno di tutta questa roba, perch quando
viaggio io me la porto sempre con me; quanto alle terme vedrai che sapr
trovarle da solo. Piuttosto, quello che mi preme di pi  il mio cavallo, che
mi ha portato fin qui senza intoppi. Prendi questi spiccioli, Fotide, e va a
comprargli fieno e biada.
Dopo di che portai il bagaglio in camera e mi avviai verso le terme,
passando per dal mercato per comprare qualcosa da mangiare. C'era del
bellissimo pesce; ne chiesi il prezzo e mi fu offerto per cento sesterzi; feci
finta di andarmene e lo ebbi per venti denari.
Me ne stavo gi venendo via quando incontrai Pitia, un vecchio compagno
di studi, ad Atene, che subito mi riconobbe nonostante fosse ormai trascorso
molto tempo: Lucio carissimo, esclam gettandomi le braccia al collo e
baciandomi affettuosamente, da quanti anni che non ci vediamo, santo cielo ne
 passato del tempo da che lasciammo la scuola del maestro Clitio! Ma tu, come
mai da queste parti?
Domani te lo dir gli risposi. Tu, piuttosto, che roba  questa?
Complimenti: littori, fasci, mi vedo davanti un magistrato coi fiocchi!
S, sono edile e dirigo l'annona; se sei qui per acquisti disponi pure
di me.
Gli dissi di no perch avevo gi comprato del pesce per la cena, ma
Pitia, vista la sporta e rivoltati i pesci per esaminarli meglio: Quanto
l'hai pagata questa robaccia? A stento sono riuscito a farmela dare da un
pescatore per venti denari.


XXV

Subito mi afferr per un braccio e mi ricondusse al mercato chiedendomi
da quale venditore avessi comprato quella porcheria. Gli indicai un vecchietto
che se ne stava seduto in un angolo e subito egli, forte della sua autorit di
edile, lo invest con voce terribile: Non avete riguardo ormai n dei miei
amici n tanto meno dei forestieri, voialtri, se vendete a prezzi cos alti
finanche pesciolini da nulla. Ma per il carovita volete ridurre a un arido
deserto, a uno scoglio brullo questa citt che  il fiore della Tessaglia? Ma
non la passerete liscia. Quanto a te ti far vedere io, finch sono in carica,
come si puniscono i bricconi! e, svuotata la sporta per terra, ordin a una
guardia del seguito di montare con i piedi sopra quei pesci e di spiaccicarli.
Poi tutto soddisfatto per avermi dato una prova della sua autorit, il caro
Pitia mi consigli di allontanarmi. Mi basta, caro Lucio, concluse, di aver
data una bella lezione al nonnino!
Rimasi esterrefatto, addirittura basito e lemme lemme mi avviai verso le
terme. Grazie alla bella sparata del mio saggio compagno di studi, io mi
ritrovai senza i quattrini e senza cena.
Dopo il bagno feci ritorno a casa, da Milone, e mi ritirai in camera mia.


XXVI

Ma ecco Fotide, la servetta, ad avvertirmi che il padrone mi cercava, ed
io, che ormai conoscevo quanto Milone fosse spilorcio, a schernirmi con belle
maniere, dicendo che avevo pi bisogno di sonno che di cibo per smaltire lo
strapazzo del viaggio. Ma lui a precipitarsi di persona, a prendermi per un
braccio e, tutto cerimonioso, a tirarmi con s. Io cercavo di tergiversare, di
resistergli con garbo ma quello a insistere: Non mi muover di qui fino a
quando non mi avrai seguito e accompagnando queste parole con un giuramento,
riusc a rimorchiarmi fino a quel suo lettuccio. Alle sue insistenze, di mala
voglia, fui costretto a sedermi e lui a chiedermi come se la passasse Demea,
la moglie, i figli, la gente di casa ed io a metterlo al corrente di tutto.
Poi volle sapere per filo e per segno le ragioni del mio viaggio ed io a
riferirgliele tutte nei minimi particolari e lui ancora a interrogarmi della
mia patria, dei cittadini pi in vista, perfino del governatore, fino a quando
non cap che ero troppo stanco del viaggio, stremato da tutte quelle
chiacchiere e mezzo morto di sonno, al punto da lasciare a met le frasi e
biascicare appena qualche parola sconnessa. Solo allora si rassegn a mandarmi
a dormire.
Finalmente pieno di sonno ma non di cibo mi liberai da quel vecchio
petulante che mi aveva offerto un pranzo di sole chiacchiere e, rientrato
nella mia camera, mi abbandonai al tanto sospirato riposo.

LIBRO SECONDO



I

Appena il sole fug le tenebre e riport sulla terra la luce, io mi
destai e subito saltai fuori dal letto desideroso e impaziente di conoscere
tutte le cose bellissime e rare del luogo, tanto pi, pensai, che mi trovavo
proprio nel cuore della Tessaglia, la terra degli incantesimi, la culla della
magia, famosa per questo in tutto il mondo e, per giunta, proprio dove era
accaduto il fatto straordinario raccontato da quell'ottimo compagno di viaggio
che era stato Aristomene.
Mi misi cos a osservare attentamente ogni cosa con uno stato d'animo
misto di curiosit e insieme d'ansia.
Ma in quella citt tutto mi sembrava strano, irreale, ovunque posassi lo
sguardo, come se un qualche funesto incantesimo avesse stregato ogni cosa: i
sassi in cui inciampavo mi pareva fossero uomini pietrificati, gli uccelli che
sentivo cantare esseri umani diventati pennuti, gli alberi che cingevano le
mura uomini anch'essi mutati in creature arboree, perfino l'acqua mi sembrava
sgorgasse da corpi umani. Mi aspettavo, da un momento all'altro, che le statue
e le figure degli affreschi si mettessero a camminare, le pietre delle mura a
discorrere fra loro, che i buoi o, che so io, animali simili a predire il
futuro e che dal cielo stesso e dal disco del sole sarebbe, a un tratto,
venuto gi un qualche oracolo.


II

Cos me ne andavo a zonzo qua e l tutto frastornato e eccitato da una
curiosit tormentosa senza tuttavia riuscire a trovare un bench minimo
indizio di quanto mi stava a cuore.
Bighellonavo di porta in porta come uno sfaccendato che ha quattrini da
spendere e senza accorgermene mi trovai al mercato.
Qui affrettai il passo per dare una sbirciatina a una donna che passava
di l circondata da un codazzo di schiavi. I monili d'oro scolpiti e l'abito
trapunto in oro anch'esso mi mostravano chiaramente che si trattava di una
vera signora. Era al suo fianco un vecchio molto avanti negli anni il quale
appena mi vide: Ma s,  proprio lui, Lucio esclam stampandomi un bacio e
bisbigliando poi qualcosa che non compresi all'orecchio della donna.
Perch non ti fai avanti a salutare questa tua parente? mi fece poi. Ed
io vergognoso: Non conosco la signora risposi arrossendo e rimasi l fermo
impalato, a capo chino.
Ma guardalo, lo stesso ritegno signorile di sua madre Salvia, santa
donna, commentava quella, intanto, guardandomi. Straordinario, anche nel
fisico le somiglia, tale e quale; statura regolare, forte e slanciato,
colorito roseo, capelli biondi, ondulati di natura, occhi azzurri ma vivi e
lampeggianti come quelli di un aquilotto, e i lineamenti del volto? una
bellezza, e poi, elegante e disinvolto nel portamento.

III

Sai, Lucio continu ti ho allevato io, con queste mani, come no? Fra
me e tua madre non c' soltanto un vincolo di sangue ma siamo state allevate
insieme.
Tutte e due discendiamo dalla famiglia di Plutarco e siamo state
allattate dalla stessa balia e insieme siamo cresciute, come due sorelle; solo
la posizione sociale ci divide perch lei ha sposato un uomo importante, io un
semplice borghese: sono Birrena e forse hai gi sentito fare il mio nome fra
quelli che ti hanno educato.
Non fare complimenti, quindi, e accetta la mia ospitalit, anzi
considerati a casa tua.
Sentendola parlare cos io vinsi ogni impaccio e le risposi:
Madre, non  assolutamente il caso che io senza motivo, ora pianti l
Milone che mi ha dato ospitalit; comunque, appena possibile, con le dovute
convenienze, sapr regolarmi altrimenti e tutte le volte che mi capiter di
passare di qui non mancher di fermarmi da te.
Cos, tra una chiacchiera e l'altra, in pochi passi fummo a casa sua.

IV

L'atrio era bellissimo, colonne ai quattro angoli reggevano Vittorie
palmate che, ferme, ad ali aperte sembravano sfiorare con le agili piante il
mobile sostegno di una sfera nell'atto di spiccare il volo non di sostare.
Al centro, stupendo capodopera, una Diana in marmo pario, con la veste
gonfia di vento sembrava protendersi leggera verso chi entrava, eppure
veneranda nella sua divina maest.
Ai lati della dea, a suo presidio, stavano due molossi, anch'essi in
marmo pario: erano i loro occhi minacciosi, ritte le orecchie, dilatate le
narici, le fauci avidamente spalancate. Se fosse risuonato l intorno un
latrato, certo lo avresti creduto uscito da quelle gole di marmo. Qui,
appunto, quell'insigne artista aveva dato la prova pi alta della sua arte,
raffigurando quei cani con il petto proteso, le zampe posteriori ben ferme a
terra e quelle anteriori nell'atto della corsa.
Aveva anche scolpito un macigno alle spalle della dea in foggia di
spelonca e muschio, morbide foglie, ramoscelli, pampini e arbusti sembravano
fiorire dalla pietra. All'interno, nel nitore del marmo, risplendeva
l'immagine divina.
Dagli orli alti del sasso frutti ed uve pendevano, di squisita fattura,
simili in tutto al vero, l'arte avendo emulato la natura. Certo avresti
pensato di coglierli e mangiarli quando l'autunno che porta il mosto avesse in
essi infuso i bei colori maturi. Se, poi, chinandoti a guardare il ruscello
che ai piedi della dea scorreva in onde lievi, quei grappoli riflessi tu li
avresti creduti non solo naturali ma persino oscillanti come quelli sospesi ai
tralci veri.
Tra le fronde si distingueva l'immagine marmorea di Atteone cupidamente
proteso a spiare la dea che si bagnasse in quella fonte, nuda; ma gi mutato
in cervo.

V

Mentre io guardavo ogni cosa con gran piacere e interesse, Birrena mi
fece: Tutto questo  tuo e, cos dicendo, invit gli altri, con un cenno
discreto ad allontanarsi. Rimasti soli, continu:
Sapessi, Lucio, come sono in ansia per te, come vorrei proteggerti, pi
che se fossi mio figlio. In nome di questa idea, guardati, per carit,
guardati dalle male arti e dalle pericolose lusinghe di Panfile, la moglie di
quel Milone di cui mi hai detto che sei ospite:  una maga famosa, nessuna, a
quanto dicono,  pi esperta di lei a evocare gli spiriti maligni: soffiando
su dei rametti, su delle pietruzze e cose del genere, quella  capace di
sprofondare sole e stelle gi nel Tartaro e nel vecchio Caos. Per di pi
quando vede un bel giovane ne resta subito presa e non lo molla pi, lo
lusinga, gli si insinua nell'animo, lo lega indissolubilmente a s. I meno
compiacenti o quelli che le son venuti a noia li trasforma invece in sassi o
in caproni o in altri animali o addirittura li uccide. Ecco perch io sono in
pena per te e ti supplico di stare attento: quella  una che  sempre in
calore e tu, per et e per avvenenza, fai proprio al caso suo.
Questo mi disse tutta preoccupata Birrena.

VI

Ma io che sono curioso per natura, appena sentii la parola magia, che
sempre mi aveva sedotto, a tutt'altro pensai che a guardarmi da Panfile, anzi
mi venne tanta voglia d'essere iniziato anch'io nell'arte magica e di
gettarmici a capofitto, costasse quel che costasse, che, tutto eccitato, mi
liberai di Birrena, come da una catena, e gettandole un salve in tutta
fretta, mi precipitai a casa di Milone.
Intanto, correndo come un pazzo, mi dicevo:
Coraggio, Lucio, apri gli occhi e bada a te. Questa  la volta buona,
finalmente potrai appagare il tuo desiderio e saziarti di storie meravigliose.
Bando alle paure da ragazzini, prendi di petto la cosa, ma soprattutto
astinenza con la tua ospite, e guardalo da lontano e con rispetto il letto del
buon Milone; datti da fare, piuttosto, con Fotide, la servotta:  appetitosa e
ci sta e poi  simpatica. Ieri sera, quando sei andato in camera, lei  venuta
con te, ti ha messo a letto con un sacco di moine, ti ha rimboccato le coperte
in modo piuttosto provocante e baciandoti in fronte ti ha fatto capire che le
dispiaceva andarsene; infatti s' voltata indietro pi volte, a guardarti.
Questo  di buon augurio; pu darsi effettivamente che tutta la faccenda non
finisca bene, almeno cerca di portarti a letto questa Fotide.

VII

Cos ragionando arrivai alla porta di Milone e vidi che tutto funzionava,
come suol dirsi, a pennello.
A casa, infatti, non c'era n Milone n sua moglie ma solo la mia cara
Fotide che stava preparando per i suoi padroni un ripieno di trippa e polpa di
carne tritata, una cosetta veramente squisita a giudicar dall'odore.
Indossava una linda tunichetta di lino con una cinturina rosso vivo che
le stringeva la vita, proprio sotto i seni. Con le sue manine tondette
rimestava il cibo nel tegame, che scuoteva continuamente, di modo che quel
movimento le si comunicava a tutto il corpo e cos dondolava mollemente la
schiena e ancheggiava ch'era uno spettacolo.
A quella vista rimasi l fermo incantato, in estasi, e mi si rizz anche
un certo arnese che prima era penzoloni.
Che bellezza! riuscii alla fine a esclamare, Fotide mia, come sai
muovere bene quei tuoi fianchi e quel tegamino. Chiss che intingoletto
squisito stai preparando. Beato, eh, s, proprio beato chi, col tuo permesso,
potr metterci il dito.
Ma lei, civetta e spiritosa com'era: Sta' lontano, sbarbatello, sta'
lontano dal mio fornello, quanto pi puoi, ch se appena ti tocca questo mio
focherello, ti sentirai bruciare fin le midolla e nessuno potr estinguerti
l'incendio se non io che, con lo stesso piacere, ci so fare assai bene sia coi
sughetti e le pentole sia a letto.

VIII

Cos dicendo si volt a guardarmi e rise mentre io restai l a
mangiarmela con gli occhi. Ma, in effetti, perch mettermi a parlare degli
altri particolari quando delle donne la mia unica passione sono sempre stati
il viso e i capelli, che prima ammiro in pubblico e poi me li godo in privato.
La ragione di questa mia debolezza sta, forse, nel fatto che questa
importante parte del corpo, cos in evidenza e cos esposta,  la prima a
colpirci; e poi, anche perch se per le altre parti, gli abiti e i bei colori
delle vesti fanno molto, per questa  solo la bellezza naturale che conta.
Del resto un po' tutte le donne, quando vogliono farsi ammirare per la
loro bellezza e per le grazie che hanno, si spogliano, buttano via i veli e,
tutte compiaciute, mettono in mostra le loro nudit sapendo che  un dolce
incarnato a far colpo pi che l'oro di una veste.
Ma se - dico per assurdo, e non voglia mai che succeda una cosa del
genere - se a una donna, fosse anche la pi bella, tu le tagliassi via i
capelli, la privassi di quel naturale ornamento del viso, venisse pure dal
cielo o sorgesse dal mare, figlia dell'onda, fosse pure Venere in persona
circondata dalle sue Grazie e accompagnata da tutto lo stuolo dei suoi
Amorini, ornata del suo cinto fragrante di profumi e stillante balsami, se si
mostrasse calva non potrebbe piacere nemmeno al suo Vulcano.

IX

Vuoi mettere, invece, il fascino di una bella chioma quando fiammeggia
viva ai raggi del sole o, morbida, ne raccoglie la luce o, mutevole, appare
nei suoi cangianti riflessi? O quando il fulgore dell'oro sfuma nel biondo del
miele, o il nero corvino ha iridescenze azzurre come il collo delle colombe o,
ancora, quando densa di balsami orientali e ravviata dai denti sottili del
pettine, raccolta a nodo dietro la nuca, si offre agli occhi dell'amante, come
a uno specchio, porgendo di s l'immagine pi gradita?
E vuoi mettere ancora quando, folta, fa da corona al capo oppure quando
scende fluente, a onde, lungo le spalle? Insomma  cos importante una bella
chioma che, per quanto una donna si mostri adorna d'oro, di belle vesti, di
gemme o d'ogni altro ornamento, se non ha una particolare cura dei suoi
capelli, non pu mai dirsi elegante.
Ma la mia Fotide era seducente per una certa qual negligenza, pi che per
l'accurata ricercatezza: infatti i suoi capelli folti scendevano mollemente
sulla nuca e lungo il collo, fino a lambire l'orlo della veste; le estremit
erano poi raccolte in un nodo al sommo del capo.

X

Non resistetti alla tortura di un piacere cos intenso e piegandomi su di
lei le lasciai un bacio pi dolce del miele, proprio alla radice dei capelli,
dove essi risalivano verso la sommit del capo.
Ella si volse lanciandomi di sottecchi uno sguardo assassino:
Ehi, ehi, scolaretto, mi sa che tu ti stai prendendo un bocconcino
agrodolce, sta' attento che per la troppa dolcezza del miele tu poi non abbia
a sentire a lungo l'amaro della bile.
E che m'importa, gioia mia, soltanto un bacino e poi son pronto, a
mettermi lungo disteso sul tuo fornello e a farmi abbrustolire, e cos
dicendo me la strinsi forte fra le braccia e cominciai a baciarla e poich lei
mi corrispose con eguale ardore e gareggi con me in ogni sorta di libidine,
schiudendomi la sua bocca odorosa e cercando con la sua lingua, che sapeva di
nettare, la mia, vinto dal desiderio: Mi fai morire, le dissi, anzi sono
gi morto se tu non mi compiaci. Ed ella riprendendo a baciarmi: Pazienta,
anch'io sono ormai tua e perci non dovremo aspettare a lungo per goderci;
questa sera, appena far buio, verr in camera tua. Ora va, ma preparati
perch voglio misurarmi con te e darci sotto quant' lunga la notte.

XI

Queste promesse ci sussurrammo prima di staccarci. Intanto s'era fatto
mezzogiorno e Birrena pens bene di farmi pervenire, come segno di benvenuto,
un grasso porcellino, cinque gallinelle e un'anfora di vino pregiato.
Ecco che arriva Bacco con le sue armi a dar man forte a Venere, gridai
a Fotide. Ce lo berremo tutto questo vino, oggi, per vincere ogni ritegno,
ogni fiacchezza ed eccitare ancora di pi la nostra libidine. Queste sono le
provviste che occorrono per una notte d'amore: olio alla lucerna e vino nei
calici.
Passai il resto della giornata ai bagni e, poi, a cena, con il buon
Milone che mi aveva invitato a mangiare un boccone con lui, ma avendo cura di
evitare lo sguardo di sua moglie, memore degli avvertimenti di Birrena; e se
per caso i miei occhi si posavano sul volto di lei subito li ritraevo
spaventatissimo, come se avessi visto l'inferno. Guardavo, invece,
continuamente Fotide che ci serviva e in lei mi rincuoravo.
S'era, intanto, fatta notte, quando Panfile, guardando la lucerna
esclam: Quanta acqua verr gi domani, e al marito che le chiese come
facesse a saperlo, rispose che era la lucerna a dirglielo. Al che Milone,
sbottando a ridere: Proprio una gran sibilla noi manteniamo con questa
lampada. In cima al suo candeliere, come da un osservatorio, quella vede tutto
ci che succede in cielo e perfino nel sole.

XII

Ma sono proprio questi, intervenni io, i primi tentativi di magia e
non c' niente di strano se questo focherello cos piccino, acceso dalla mano
dell'uomo, ricordi quel gran fuoco celeste dal quale ha avuto origine e quindi
conosca e ci riferisca con un presagio divino le cose che quello  in procinto
di combinare lass nel cielo.
Del resto, da noi, a Corinto, ora c' un forestiero, un Caldeo, che con
le sue strabilianti profezie sta mettendo lo scompiglio in citt e per quattro
soldi svela tutti i misteri del destino. Ti sa dire, per esempio, il giorno in
cui ti devi sposare, in qual'altro puoi mandar su i muri di una casa se vuoi
che non ti vada in malora, quando puoi concludere buoni affari, iniziare un
viaggio o metterti in mare. Anch'io gli chiesi cosa mi sarebbe capitato in
questo viaggio e lui mi disse un sacco di cose, tutte molto strane: che sarei
diventato famoso, addirittura il protagonista di una storia incredibile,
straordinaria e che avrei scritto anche dei libri.

XIII

Che tipo  questo Caldeo e come si chiama? fece Milone sorridendo.
 alto, piuttosto bruno e si chiama Diofane.
Ma allora  proprio lui, non ci sono dubbi! esclam. Anche qui da noi
s'era messo a tutto spiano a far l'indovino fra la gente, guadagnando
quattrini a palate, altro che pochi soldi, finch non gli tocc, poveraccio,
un incidente, o meglio, un vero accidente  proprio il caso di dirlo.
Una mattina, mentre stava predicendo l'avvenire al solito crocchio di
gente, gli si avvicin un mercante, un certo Cerdone, per sapere quale fosse
il giorno pi favorevole per mettersi in viaggio. Come Diofane glielo predisse
Cerdone mise subito la mano alla borsa e aveva gi rovesciato i soldi per
contare cento denari quale compenso per la profezia, quando un giovanotto
dall'aspetto distinto si fece alle spalle di Diofane e tirandolo per un lembo
del mantello, tanto da costringerlo a voltarsi, gli butt le braccia al collo
e cominci a baciarlo con trasporto. Diofane fece altrettanto, lo invit a
sedere accanto a lui e stupito di quell'improvvisa apparizione, dimenticando
completamente l'affare che stava combinando, cominci: 'Che piacere vederti
qui! Quand' che sei arrivato?'

XIV

'Soltanto ieri sera,' fece l'altro di rimando, 'ma tu, fratello,
raccontami del tuo viaggio per mare e per terra, dopo che sei partito in tutta
furia dall'Eubea..'
A questo punto Diofane, il nostro grande Galdeo, balordo e distratto,
attacc: 'Un viaggio cos infame come quello vorrei che toccasse soltanto ai
nemici della patria e a quelli che mi vogliono male: una vera odissea. La nave
sulla quale eravamo imbarcati, sbattuta dalla tempesta e dal vento, perse
tutti e due i timoni e and alla deriva, finch non cal a picco sfasciandosi
contro la riva opposta. Perdemmo tutto e a stento riuscimmo a salvarci a
nuoto. Tutto quello, poi, che potemmo racimolare per la compassione di ignoti
e il buon cuore di amici, ci fu portato via da una banda di malfattori.
Arignoto, il mio unico fratello, che aveva tentato di opporsi alla loro
violenza, poveretto, fu sgozzato sotto i miei occhi.'
Ma, intanto, mentre Diofane, col cuore a pezzi, raccontava tutto questo,
Cerdone, il mercante, ripresisi i soldarelli che aveva gi sborsato per la
profezia, se la squagli.
Soltanto allora Diofane torn in s e s'accorse della sua balordaggine,
specie quando vide che noi, tutt'intorno, ci sbellicavamo dalle risa.
Per, caro Lucio, speriamo almeno che a te, quel Caldeo abbia detta la
verit e che tu possa essere fortunato e proseguire felicemente il tuo
viaggio.

XV

Mentre Milone parlava e sembrava non volere smettere pi, io mi rodevo e
me la prendevo con me stesso che involontariamente avevo dato esca a tutte
quelle ciarle inutili e mi stavo perdendo il meglio della serata e il suo
frutto pi ghiotto. Finalmente messa da parte ogni esitazione, dissi a Milone:
Se la veda lui quel Diofane con le sue disavventure e si Porti pure per mare
c per terra tutto il denaro che spilla alla gente, quanto a me sono ancora
stanco del viaggio di ieri e, se permetti, vorrei andare a dormire un po'
prima.
Detto fatto mi avviai in camera mia e qui trovai tutto bell'apparecchiato
per una cenetta infima. I letti della servit erano stati spostati, messi il
pi lontano possibile dalla mia porta, immagino perch non sentissero i nostri
notturni gemiti di piacere; accanto al mio letto era stato posto un tavolino
con ci che di meglio era rimasto della cena e coppe riempite a met di vino,
bell'e pronte ad accogliere la giusta porzione d'acqua; accanto, una brocca
dall'imboccatura larga fatta a posta per le abbondanti bevute, insomma un
gustoso aperitivo per una notte d'amore.

XVI

M'ero appena coricato che la mia Fotide, la sua padrona era gi andata a
letto, Se ne venne da me tutta giuliva.
Aveva una ghirlanda di rose fra i capelli e petali di rose anche sul
florido seno. S'appress e mi baci lungamente, mi cinse il capo di fiori,
altri ne sparse in torno. Poi prese una coppa di vino, vi mescol dell'acqua
tepida e me l'offr da bere; ma dolcemente me la rub dalle mani prima ch'io
l'ebbi del tutto vuotata e l'accost alle sue labbra e bevve a piccoli sorsi,
guardandomi. Una seconda coppa e una terza e poi altre ancora cos ci
scambiammo.
Io, tra i fumi del vino, non solo la mia fantasia ma tutti i sensi
sentivo eccitati dalla libidine, bramosi, anelanti; allora, tirandomi su la
tunica fino all'inguine e mostrandole quanto impellente fosse il mio desiderio
d'amore: Per carit, esclamai, fa' presto, vedi come son tutto teso e
pronto alla guerra che tu, alla brava, mi hai dichiarato. Da quando Amore
crudele ha trafitto il mio cuore con la sua freccia, anch'io con tutto il
vigore ho teso il mio arco ed ora ho paura che il nerbo troppo rigido mi si
spezzi.
Ma se tu vuoi veramente offrirmi proprio tutte le tue delizie, sciogli i
capelli e abbracciami nell'onda delle tue chiome.

XVII

Non se lo fece dire due volte. In fretta sgombr piatti e vivande, si
liber delle vesti mostrandosi tutta nuda, si sciolse i capelli con maliziosa
lascivia; bella, simile a Venere quando emerse dai flutti, pi per civetteria
che per pudore mi nascondeva il liscio pube con le sue dita rosate.
Vieni mi disse vieni all'assalto. Ti terr testa, sai, non ti ceder.
Drizzati, se sei uomo, e lotta corpo a corpo, trafiggimi, fammi morire perch
anche tu morirai.  una battaglia questa che non avr tregua.
Cos dicendo entra nel letto e mi monta sopra, adagio; poi comincia a
muoversi con volutt, su e gi, veloce, inarca la schiena, vibra tutta di
libidine e a me supino, dispensa tutti i doni di Venere.    Questo finch ad
entrambi resse il respiro, finch non cademmo esausti, l'uno sull'altro
abbracciati.
In cosiffatti assalti ci producemmo ben desti fino alle prime luci
dell'alba, di volta in volta chiedendo al vino nuovo vigore, perch non
scemasse in noi il desiderio e si rinnovasse il piacere.
Cos volemmo che molte altre notti fossero simili a questa.

XVIII

Un giorno Birrena insistette perch a tutti i costi io andassi a cena da
lei e bench cercassi di sottrarmi al l'invit, non volle sentire ragioni.
C'era Fotide, per, a cui dar conto e fu a lei, come a un oracolo, che io
dovetti chiedere il permesso: sebbene a malincuore, perch ormai non voleva
ch'io mi allontanassi nemmeno d'un filino, gentilmente lei concesse alle mie
prestazioni amorose una breve licenza. Bada, per mi fece a non far tardi
dal pranzo. C' una banda di giovani, delle migliori famiglie ma scapestrati,
che mette a soqquadro la citt; vedrai tu stesso qua e l gente ammazzata per
le strade e le guardie del governatore sono troppo lontane per liberarci da
questo flagello. E tu, sia per la tua invidiabile condizione, sia perch qui i
forestieri sono malvisti, sei proprio l'uomo giusto a cui tendere
un'imboscata.
Sta' tranquilla, cara Fotide, sai bene quanto mi sarebbe piaciuto fare
all'amore con te anzich andarmene a cena fuori, perci non temere che torner
presto. Comunque ho anch'io la mia scorta: questo fedele pugnale qui al mio
fianco sapr ben difendermi.
E cos, con questa precauzione, mi recai a cena.

XIX

Trovai un gran numero di invitati, il fior fiore della citt, dato che
Birrena era una donna di classe; mense sontuose, splendenti di cedro e
d'avorio, letti coperti di drappi trapunti d'oro, grandi, preziosi calici
ciacuno con una sua bellezza particolare, unica, vetri artisticamente incisi,
cristalli istoriati, argenterie scintillanti, ori abbaglianti, coppe per bere
scavate nell'ambra o in altre pietre pregiate, insomma cose da non potersi
immaginare. E c'era poi uno stuolo di camerieri splendidamente vestiti,
inappuntabili, che servivano numerose portate e giovani schiavi dai capelli
ricci e dalle vesti succinte che versavano in continuazione vino pregiato in
calici ricavati da pietre preziose.
Portate le lucerne, assai vivo si fece il cicaleccio dei convitati, si
rideva, si scherzava, fiorivano qua e l facezie, battute piccanti.
A un certo punto Birrena mi fece: Beh, come te la passi nel nastro
paese? A quanto ne so, in fatto di templi, di terme, di altri edifici pubblici
noi superiamo di molto tutte le altre citt, e poi godiamo di molte comodit
ancora: libert assoluta per chi vuole starsene tranquillo, via vai di gente,
come a Roma, invece, per chi viene in cerca d'affari, una pace addirittura
campestre per l'ospite di poche pretese. Stiamo proprio nel posticino pi
delizioso di tutta la provincia.

XX

Verissimo feci io di rimando, proprio cos. In nessun altro luogo mi
sono sentito a mio agio come qui.  Soltanto devo dire che ho una certa paura
della magia, delle sue insidie oscure e inevitabili. Si dice che da queste
parti non lasciano in pace nemmeno i morti nelle loro tombe, e che dalle urne
e dai roghi si trafugano reliquie e pezzetti di cadavere per gettare il
malocchio sui vivi, e che ci sono vecchie streghe che al momento dei funerali,
in un battibaleno, ti portano via il morto.
Purtroppo, qui, non risparmiano nemmeno i vivi intervenne uno degli
invitati. E c' un tale, chiss chi , a cui  capitata una cosa del genere,
ed  rimasto tutto mutilato e col volto sfregiato.
A queste parole scoppi una risata generale e gli occhi di tutti si
posarono su un tizio che se ne stava appartato in un angolo. Imbarazzatissimo
di sentirsi piovere addosso tutti quegli sguardi, brontolando qualcosa, costui
aveva gi fatto le mosse di andarsene, quando Birrena: Eh, no, caro
Telifrone, ora devi fermarti al meno un pochino e con la tua solita
compiacenza raccontarci ancora una volta la tua avventura, perch il qui
presente Lucio che  per me come un figlio possa godere anche lui del tuo
piacevole racconto.
Sempre buona e gentile, tu, mia signora, ma l'insolenza di certa gente 
insopportabile.
Era tutto agitato, ma Birrena insistette assicurandogli che nessuno lo
avrebbe pi insolentito e cos alla fine, sebbene malvolentieri, quello si
decise.

XXI

Si sistem i cuscini, vi si appoggi col gomito, restando a busto eretto,
port avanti la destra, assumendo l'atteggiamento degli oratori, cio le
ultime due dita chiuse, le altre distese, il pollice puntato avanti e in
cominci:
Ero ancora un ragazzino quando, per vedere i giochi olimpici, lasciai
Mileto; ma desiderando visitare anche le localit di questa provincia famosa,
dopo aver vagato, sotto cattivi auspici, in lungo e in largo per la Tessaglia,
giunsi a Larissa. Ero quasi al verde, dato che le mie scorte, durante il
viaggio s'erano di molto assottigliate e cos mi misi a girare un po' qua e un
po' l cercando di rimediare qualcosa. A un tratto, nel bel mezzo di una
piazza, vidi un vecchio allampanato che, in piedi su un pilastro, andava
chiedendo ad alta voce se c'era qualcuno che volesse far la guardia a un
morto; e che si facesse avanti a contrattare il compenso.
Ma che storia  questa chiesi io esterrefatto a un passante; forse che
da queste parti i morti hanno l'abitudine di scappare?
Sta zitto rispose quello si vede proprio che sei un ragazzo e
forestiero per giunta. Ma lo sai o no che sei in Tessaglia e che qui le
streghe strappano a morsi la faccia dei morti per ricavarne il materiale
necessario alle loro diavolerie?

XXII

Dimmi ancora una cosa gli chiesi in che consiste questo far la guardia
ai morti?
Per prima cosa mi rispose bisogna stare svegli tutta la notte, con gli
occhi ben aperti e sempre fissi sul morto; guai se per un momento solo volgi
lo sguardo altrove, perch quelle maledettissime megere sono capaci di
assumere l'aspetto dell'animale che vogliono, avvicinarsi di soppiatto e
ingannare gli stessi occhi del Sole e della Giustizia. Possono diventare
uccelli, cani, topi, perfino mosche; poi con i loro terribili incantesimi
fanno cadere i guardiani in un sonno profondo e nessuno riesce a immaginare
tutte le trappole che ti sanno architettare queste scelleratissime donne pur
di ottenere quel che gli gira pel capo. E con tutto ci un servizio cos
pericoloso te lo pagano appena quattro o sei monete d'oro. Ah gi, a
proposito, dimenticavo la cosa pi importante: se al mattino uno non consegna
intatto il cadavere, quelle parti che mancano deve rimpiazzarle con
altrettante del proprio corpo.

XXIII

Saputo di che si trattava mi feci coraggio e, avvicinandomi al banditore:
Piantala di gridare gli dissi faccio io la guardia, dimmi quanto mi dai.
Ci sono per te mille denari, ma patti chiari, giovanotto: sta bene
all'erta dalle maledette arpie perch si tratta del figlio di un pezzo grosso
della citt
Sono sciocchezze queste per me gli risposi. Tu hai di fronte un uomo
di ferro, che non dorme mai, tutt'occhi, e con la vista pi acuta di Linceo e
di Argo.
Non avevo ancora finito di parlare che quello mi men a una casa che
aveva tutte le porte sprangate; mi fece entrare per una porticina di servizio
e mi introdusse in una stanza anch'essa con le finestre chiuse, immersa nel
buio, e mi indic una donna vestita di nero che piangeva: Ecco l'uomo le
disse avvicinandosi che ho ingaggiato per far la guardia a tuo marito; dice
che  sicuro del fatto suo.
Quella ravviandosi i capelli che le cadevano sul viso e mostrando una
cera assai bella pur nel dolore, mi guard e: Ti prego esclam mettici
tutto il tuo impegno.
Non preoccuparti di questo; tu per preparami una buona mancia.

XXIV

Con quest'accordo ella si alz e mi condusse in un'altra stanza dove
c'era il morto coperto di candidi lini e, fatti entrare sette testimoni,
sollev il lenzuolo e, fra molte lacrime, invocando la testimonianza dei
presenti, cominci a elencare, con accento dolente, ogni parte di quel corpo
mentre un tizio trascriveva scrupolosamente ogni sua parola: Ecco, vedete, il
naso  perfetto, gli occhi intatti, cos le orecchie e le labbra, il mento
intero, voi, onesti cittadini ne siete testimoni, e cos dicendo sigill le
tavolette e fece per andarsene. Ma io: Signora, fammi almeno portare
l'indispensabile.
E cio? Cosa vuoi?
Una lucerna le feci, bella grande, con olio a sufficienza fino a
domani mattina, dell'acqua calda, un fiaschetto di vino e un vassoio con il
resto della cena.
Ma va in malora, sfacciato, mi fece scrollando il capo, in una casa
colpita dal dolore tu vieni a chiedere cena e avanzi; proprio qui dove da
molti giorni non s' visto nemmeno un filo di fumo. Credi forse di esser
venuto a far bisboccia? Non pensi che dovresti anche tu rattristarti o, per lo
meno, assumere un contegno adeguato?
Cos mi disse poi rivolgendosi a una servetta: Mirrina, portagli olio e
lume e chiudilo dentro, ma veh, tu per vieni via subito.

XXV

Cos mi ritrovai solo a tener compagnia a un morto. Mi fregai gli occhi
per prepararli alla veglia e mi misi a canticchiare per farmi coraggio.
Ed ecco scendere la sera, il buio, sempre pi fitto e la notte, la notte
profonda. A mano a mano anche la mia paura cresceva, quando, a un tratto, una
faina scivol dentro la stanza e mi si venne a piazzare proprio davanti,
fissandomi con i suoi occhietti acutissimi. Era una bestiola innocua ma io
rimasi egualmente turbato, proprio per la sicurezza con cui mi si era
avvicinata: Va via, bestiaccia alla fine le gridai vatti a confondere tra i
topi pari tuoi, prima che ti faccia assaggiare la mia forza. E allora, che
aspetti? Fece dietro front e scivol via dalla stanza. Ma subito dopo un
sonno pesante mi sprofond, all'improvviso, come in un baratro, sicch nemmeno
il dio di Delfo avrebbe pi potuto distinguere chi fra noi due, in quella
stanza, fosse il pi morto, lunghi distesi com'eravamo. Insomma ero privo di
vita, fuori di questo mondo e di un guardiano ero io ad averne bisogno.

XXVI

Gi il canto dei galli crestati riempiva del suo strepito la quiete
notturna. Finalmente io mi svegliai e pieno di spavento, afferrato il lume, mi
precipitai sul morto a scoprirgli la faccia per accertarmi che ogni cosa fosse
al suo posto. In quel mentre anche l'inconsolabile moglie entr piangendo,
seguita dai testimoni del giorno prima e, ansiosa, si gett su quel corpo
baciandolo a lungo e, al lume della lampada, controllandoselo tutto. Poi,
voltandosi e cercando Filodespoto, l'amministratore, gli ordin di pagare
senza indugio il prezzo convenuto a un guardiano cos in gamba.
E mentre io venivo soddisfatto all'istante, ella si profondeva in mille
ringraziamenti per il mio zelante servizio, assicurandomi che da quel momento
mi considerava uno della famiglia.
Dal mio canto gongolavo dalla gioia per il guadagno insperato e, ancora
incredulo, facevo tintinnare nella mano quelle monete d'oro sonanti. Ma
figurati, sono io che mi considero ormai un tuo schiavo; anzi ogni volta che
ti servir l'opera mia, comandami pure.
M'erano appena uscite di bocca queste parole che tutti quelli della
famiglia, imprecando al malaugurio, mi si avventarono addosso con tutto quello
che capit loro fra le mani: uno mi moll un pugno in faccia, un altro mi
prese a gomitate nella schiena, un terzo si mise a darmi gran manate nei
fianchi, chi a sferrarmi calci, chi a tirarmi per i capelli, chi a strapparmi
i vestiti, fino a che mi buttarono fuori tutto lacero e a pezzi, come il
bell'Aonio o il vate Orfeo.

XXVII

Ma fu soltanto nella pubblica piazza, un po' in ritardo in verit e dopo
aver ripreso fiato, che ripensando alla mia frase di cos cattivo augurio e
del tutto fuori luogo, compresi con quanta ragione mi avessero caricato di
botte. Ecco, intanto, uscire il morto seguito dall'estremo compianto e dagli
ultimi addii e il corteo funebre attraversare il foro, secondo l'usanza,
essendo quello un cittadino importante.
A un tratto si fece avanti un vecchio vestito di nero, tutto sconvolto e
in lacrime che strappandosi la folta capigliatura bianca e gettandosi a
braccia aperte sul feretro, con voce alta sebbene rotta dai continui singulti,
comincio a dire: In nome della vostra coscienza, cittadini, e della pubblica
piet vendicate questo morto e punite l'efferato crimine di questa femmina
scellerata.  stata lei e nessun altro a uccidere col veleno questo povero
giovine, figlio di una mia sorella, per compiacere il suo amante e mettere le
mani sull'eredit. Cos quel vecchio andava gridando fra i singhiozzi e i
lamenti. La folla allora cominci ad agitarsi perch la verisimiglianza di
quelle parole lasciava effettivamente pensare a un delitto e gi si sentiva
gridare al rogo, al rogo, gi si raccattavano sassi e si incitavano gli
schiavi a uccidere la donna, mentre questa con false lacrime e giurando su
tutti gli dei con quanta pi devozione poteva, negava un simile delitto.

XXVIII

Ma il vecchio riprese: Allora rimettiamo il giudizio della verit nelle
mani della provvidenza. C' qui tra noi un profeta di prim'ordine, Zathlas
l'Egiziano, che proprio un momento fa mi ha promesso, dietro una forte
ricompensa, di richiamare dal mondo dei morti lo spirito di costui e di
rianimare il suo corpo strappandolo per un momento alla morte e cos dicendo
fece venire avanti un giovane che indossava una tunica di lino, aveva sandali
di palma e il capo completamente rasato.
Abbi piet, sacerdote cominci a implorare il vecchio baciandogli le
mani e abbracciandogli perfino le ginocchia piet per gli astri del cielo,
per le potenze infernali, per gli elementi della natura, per i silenzi della
notte, per i santuari di Copto, per le piene del Nilo, per i misteri di Memfi,
per i sistri di Faro, concedigli ancora un po' di sole, versa appena una
piccola luce nei suoi occhi chiusi per sempre. Noi non vogliamo forzare le
leggi della natura n negare alla terra ci che le  dovuto, ma imploriamo un
breve istante di vita per avere il conforto della vendetta.
Cos propiziato il profeta mise un'erbetta speciale sulla bocca del morto
e un'altra sul petto, si volse verso oriente e, in silenzio, preg il sommo
sole che stava sorgendo. A questa messinscena da rito sacro nell'animo dei
presenti si accrebbe l'attesa di tanto prodigio.

XXIX

Anch'io mi feci largo tra la calca e salito su una sporgenza del terreno
sufficientemente alta, proprio dietro al catafalco, seguii la scena con occhi
sgranati.
A un tratto il petto del morto cominci a gonfiarsi, la vena del polso a
palpitare e tutto il corpo ad animarsi di un soffio vitale; finalmente la
salma si sollev e il giovine cos cominci a parlare: Perch, di grazia,
richiamare ai compiti di una vita effimera me che avevo gi bevuto le acque
del Lete e navigavo ormai sulla palude Stigia? Non pi, ti scongiuro, non pi,
lasciami alla mia pace.
Questa la voce che venne da quel corpo, ma il profeta eccitandosi:
Perch, invece, non racconti al popolo ogni cosa, non sveli il mistero della
tua morte? Non sai che io posso evocare le Furie con i miei scongiuri e far
torturare le tue stanche membra?
Allora quello dal suo lettuccio con un profondo gemito e volgendosi alla
folla, cos riprese: Sono morto per le male arti della mia giovane sposa,
ucciso dal veleno ho ceduto a un amante il mio letto ancor caldo.
Ma quella brava moglie dimostr un'impudente presenza di spirito e con
animo sacrilego prese a rimbeccare il marito negando ogni accusa.
La folla cominci ad agitarsi, divisa in due opinioni contrarie: alcuni
volevano prendere quella criminale e seppellirla viva accanto al marito, altri
dicevano che non si poteva prestar fede alle menzogne di un morto.

XXX

Ma quello che il giovane disse subito dopo tronc ogni incertezza. Cos,
infatti, fra gemiti sempre pi alti riprese: Vi dar, s, vi dar le prove
inconfutabili che questa  la verit, vi riveler cose che nessuno all'infuori
di me pu sapere e indicando me alla folla, mentre costui faceva una guardia
scrupolosissima al mio corpo, le streghe in agguato sulle mie spoglie, invano
presero pi volte aspetti diversi. Non riuscendo a trarlo in inganno per la
sua straordinaria diligenza, alla fine, lo avvolsero in una nuvola di sonno e
lo fecero piombare in un profondo letargo; poi cominciarono a chiamarmi per
nome, finch le mie giunture inerti e le mie gelide membra fra continui
tentativi non sentissero i richiami della magia. Costui per che ha il mio
medesimo nome, vivo com'era, morto infatti soltanto di sonno, sentendosi
chiamare si lev in piedi, senza riprendere coscienza, e si avvi come un
fantasma verso la porta della stanza. Questa era chiusa a dovere, ma le
streghe, si vede, attraverso qualche fessura, riuscirono egualmente a
tagliargli prima il naso, poi le orecchie. Cos la mutilazione l'ha subita lui
al posto mio.   Inoltre perch di quella diavoleria non restasse traccia, con
della cera hanno plasmato due orecchie e glie l'hanno applicate al posto di
quelle tagliate, la stessa cosa hanno fatto col naso: perfetto, identico al
suo.
Guardatelo l quel disgraziato: ha fatto un bell'affare con tutto il suo
zelo: quel po' po' di mutilazione!
A quelle parole, spaventatissimo, cominciai a tastarmi: mi presi il naso
e quello mi rest in mano, mi toccai le orecchie e mi si staccarono. La gente
cominciava a guardare nella mia direzione, a indicarmi a dito, finch non
scoppi una risata generale ed io, sudando freddo, riuscii a battermela
sgusciando tra la folla.
Cos conciato e ridicolo non ebbi nemmeno il coraggio di tornare a casa
mia; per nascondere le cicatrici delle orecchie mi sono spartiti i capelli
lasciandoli cadere ai due lati, e con questa benda legata stretta cerco di
nascondere nel modo pi conveniente il ribrezzo del mio naso.

XXXI

Appena Telifrone ebbe finito di raccontare, i convitati, sbronzi
com'erano, ricominciarono a sghignazzare e mentre reclamavano nuove bevute in
onore del dio Riso, Birrena si rivolse a me: Domani mi disse ricorre una
solenne festivit che risale addirittura alla fondazione di questa citt; in
questo giorno noi, unici al mondo, con un rito allegro e divertente, ci
propiziamo il venerabile dio Riso. La tua presenza render pi lieta la festa.
Se poi tu volessi, a tuo estro, inventare qualcosa di spiritoso per onorare il
dio, meglio ancora: potremmo ottenere in misura maggiore i favori di una
divinit cos potente.
Bene assicurai sar come tu desideri. E poi, caspita, farebbe piacere
anche a me avere una qualche idea che andasse bene per un cos grande dio.
Dopo di che, avvertito dal servo che s'era fatto tardi e sentendomi
gonfio per la gran bevuta, decisi di alzarmi e salutata in fretta Birrena, un
po' barcollando, mi diressi verso casa.

XXXII

Ma appena fuori uno sbuffo di vento ci spense la lucerna che ci faceva da
guida, tanto che dovemmo faticare parecchio a districarsi al buio. Finalmente,
stanchi e con i piedi doloranti per aver dato spesso nei sassi, imboccammo la
via di casa. Eravamo quasi arrivati, sorreggendoci stretti l'un l'altro,
quando scorgemmo tre omaccioni nerboruti che, con tutte le loro forze,
tentavano di forzare la nostra porta. Alla nostra vista non sembrarono per
nulla intimiditi, anzi mettendocela tutta, raddoppiarono i loro assalti. Era
chiaro che si trattava di briganti, e della peggiore risma.
Subito misi mano al pugnale che avevo portato con me per simili evenienze
e che tenevo nascosto sotto il mantello, e senza alcun indugio mi gettai su di
loro e li affrontai mano a mano che mi vennero sotto, finch, trapassati da
parte a parte, non rimasero morti stecchiti ai miei piedi.
Al rumore di quel combattimento Fotide, intanto, s'era svegliata e venne
ad aprirci. Io, ansante e tutto coperto di sudore, mi infilai dentro: quella
battaglia contro i tre briganti mi aveva sfinito come se avessi lottato contro
Gerione, cos mi lasciai cadere sul letto  mi addormentai.

LIBRO TERZO



I

Non appena l'Aurora dalle rosee braccia scosse le briglie d'oro ai suoi
cavalli e s'avanz nel cielo, la notte mi strapp dal sonno profondo per
consegnarmi al giorno.
Al ricordo di quanto era accaduto la sera prima un turbamento angoscioso
prese l'animo mio. Seduto sul letto a gambe incrociate, con le mani
intrecciate sui ginocchi, piangevo a calde lacrime, immaginandomi gi il
tribunale, il processo, la sentenza e lo stesso carnefice.
Vallo a trovare un giudice dicevo fra me tanto indulgente e
comprensivo da assolvere un uomo reo di triplice omicidio, macchiatosi del
sangue di cittadini! Ecco la gloria che, a sentire Diofane il Caldeo, questo
viaggio sicuramente mi avrebbe procurato! Cos gemevo fra me, ripensando alla
mia sventura.

II

A un tratto sentii battere con forza al portone e un confuso vocio di pi
persone. Spalancate le porte tutta la casa fu piena di magistrati, di guardie,
di un codazzo di gente; seduta stante, a un cenno, due littori mi agguantarono
e senza ch'io facessi resistenza, mi trascinarono via.
Avevamo appena messi i piedi in istrada che una gran folla sbucata da
ogni parte, quasi l'intera citt, ci venne dietro. Io procedevo affranto, col
capo all'ingi, penzoloni, a dir meglio rivolto gi all'inferno, eppure a
un'occhiata che diedi di traverso, mi colp una cosa stranissima: non c'era
una persona, una soltanto fra le tante migliaia che mi si affollavano intorno
che non si sbellicasse dalle risa.
Mi fecero percorrere tutte le strade, fermarmi ad ogni cantonata, come
quando si portano in processione le vittime per scongiurare la minaccia di
funesti portenti; alla fine mi menarono nel foro, davanti al tribunale.
I magistrati erano gi seduti sui loro alti scranni e il banditore
chiedeva che si facesse silenzio, quando a un tratto da parte del pubblico si
grid all'unisono che un processo cos importante fosse celebrato in teatro,
perch troppa era la calca e c'era il rischio di rimanere schiacciati.
In un lampo la folla si rivers nella platea e riemp ogni ordine di
posti, premette ai cancelli, strabocc per fino sui tetti: alcuni rimasero
abbracciati alle colonne, altri aggrappati alle statue, altri ancora
s'accontentarono di allungare il collo da finestre e abbaini, senza
minimamente preoccuparsi per la gran smania di vedere del rischio che
correvano.
Le guardie intanto mi avevano condotto sul proscenio come una vittima e
piazzato proprio in mezzo all'orchestra.

III

E cos per la seconda volta l'usciere a gran voce dette la parola
all'accusatore. Si alz un vecchio che dopo aver riempito, per controllare il
tempo del suo discorso, un vasetto a forma di imbuto sottilissimo terminante
in un forellino, attraverso cui l'acqua passava goccia a goccia, cos parl al
popolo:
Onorevoli cittadini, non  una causa da poco questa che dobbiamo
trattare, soprattutto perch riguarda la sicurezza dell'intera citt e perch
dovr essere un esempio di severit per tutti. Per questo  pi che mai
necessario che voi, come singoli e come collettivit, in nome della pubblica
piet, facciate in modo che non resti impunito uno scellerato omicida che ha
compiuto a sangue freddo cos orribile strage. Non crediate che io voglia
infierire contro di lui spinto da personale risentimento o da rancori privati.
Sono il comandante delle guardie notturne e nessuno pu fino ad oggi muovere
qualche addebito al mio scrupoloso servizio.
Ma vengo subito al fatto. Vi esporr per filo e per segno quanto 
accaduto questa notte: era circa mezza notte ed io col solito zelo faceva il
giro della citt controllando una per una ogni porta, quando a un tratto vidi
questo sanguinario che con la spada in pugno seminava strage. Ne aveva gi
fatti fuori tre: erano stesi ai suoi piedi, vittime della sua ferocia, e
stavano esalando l'ultimo respiro, le membra ancora palpitanti, in un lago di
sangue.
Consapevole egli stesso di aver compiuto un delitto cos efferato e ben
a ragione stravolto, costui si dette subito alla fuga e favorito dalle tenebre
riusc a riparare in una casa dove rimase nascosto per tutta la notte.
Ma la provvidenza divina non consente ai malfattori di restare impuniti
e, cos, prima che costui potesse diventare uccel di bosco, allo spuntar del
sole, io gli fui addosso, ed ora eccolo qui, davanti al vostro autorevole
inappellabile giudizio. Nelle vostre mani c' un uomo reo di tanti delitti,
colto in flagrante e per giunta forestiero. Con fermezza pronunciate dunque la
vostra sentenza contro questo straniero per un crimine che voi severamente
punireste, anche se fosse stato commesso da un vostro concittadino.

IV

Questo disse, con un vocione enorme, il terribile accusatore. Quando
tacque l'usciere mi chiese se volessi replicare e m'incit a farlo; ma io, in
quel frangente non potevo far altro che piangere, non tanto per l'orribile
accusa, quanto, perdio, per il mio rimorso cocente. Tuttavia, fatto audace da
un'improvvisa ispirazione, cos cominciai.
Mi rendo conto quanto sia difficile, di fronte a tre cadaveri, per chi
sia accusato di strage, persuadere un cos gran pubblico della propria
innocenza anche se costui dice la verit e spontaneamente riconosce le sue
responsabilit. Tuttavia se la pubblica benevolenza vorr concedermi un po'
d'attenzione, facilmente vi dimostrer che oggi io rischio la pena di morte
non per mia colpa, e che soltanto per un casuale evento, che ha suscitato in
me un comprensibile sdegno io sopporto ingiustamente l'infamia di tale accusa.

V

Rincasavo dunque a tarda ora da una cena e, per la verit, ero un po'
brillo; come vedete non voglio nascondervi le mie colpe, quando, proprio
davanti all'uscio di casa - sono ospite del buon Milone, vostro concittadino -
vidi dei terribili briganti che cercavano di entrare forzando i cardini della
porta Erano gi riusciti a far saltare tutti i paletti, che pure erano
solidamente piantati, e stavano concordando fra loro di far fuori tutta la
gente che vi abitava. Uno di essi, il pi deciso, il pi grosso, cos veniva
dicendo agli altri: 'Coraggio, ragazzi, mettiamocela tutta e facciamoli fuori
mentre dormono, nessuna esitazione e niente paura, mettete mano ai coltelli e
fate un bel massacro dappertutto: chi dorme scannatelo, chi tenter di
difendersi fatelo a pezzi; la faremo franca a patto di non lasciare vivo
nessuno.'
S, cittadini, ve lo confesso, temendo per me e per i miei ospiti e
pensando che questo fosse il dovere di un buon cittadino, col pugnale che
porto sempre appresso per evenienze del genere, io cercai di spaventarli e
metterli in fuga quei banditi decisi a tutto. Ma barbari com'erano, mostri
addirittura, quelli si guardarono bene dal fuggire e bench mi vedessero col
pugnale in mano, si disposero ad affrontarmi a pi fermo.

VI

Ingaggiammo una battaglia in piena regola e il capobanda, l'alfiere
della combriccola, con tutta la sua forza mi venne addosso e afferratomi con
tutte e due le mani per i capelli mi rovesci all'indietro con l'intenzione di
massacrarmi a colpi di pietra; ma mentre gridava che gliene dessero una, io
con mano ferma gli assestai un colpo cos preciso che lo stesi a terra. Poi
tocc a un altro che mi s'era afferrato ai polpacci e ferocemente me li
mordeva; a questo gli vibrai un colpo proprio in mezzo alle scapole. Il terzo
che mi veniva imprudentemente attaccando di fronte, lo inchiodai con un colpo
in pieno petto.
Cos, ristabilita la pace, salvata la casa dei miei ospiti e
l'incolumit loro e mia, io credevo di aver ottenuto non soltanto l'impunit
ma anche la pubblica lode dal momento, poi, che non ho avuto mai nulla da
spartire con la giustizia, che sono stato sempre stimato dai miei come un uomo
d'onore e che nella vita, ai miei interessi, ho sempre anteposto l'onest.
N io riesco a capacitarmi perch si considera reato la giusta punizione
che ho inflitto a quei pericolosissimi delinquenti, tanto pi che nessuno pu
dimostrare che fra me e loro esistessero rancori personali o che quegli uomini
io li avessi mai visti e conosciuti o ancora che io abbia commesso un crimine
cos orrendo, spinto dalla cupidigia: in tal caso mi si mostri la refurtiva.

VII

Questo dissi e di nuovo scoppiai in lacrime e a mani giunte, in nome
della pubblica misericordia, di quanto avessero di pi caro, mi misi a
scongiurare ora l'uno ora l'altro. E bench mi sembrasse d'aver suscitato in
loro un sentimento di umanit, di averli mossi a compassione con i miei
pianti, chiamai a testimone l'occhio del sole e della giustizia e affidai la
mia sorte alla provvidenza divina. Ma ecco che levando in alto lo sguardo,
m'accorsi che tutta quella folla di gente se la rideva a crepapelle e che
perfino Milone, il mio ospite paterno, non si teneva pi dal ridere.
Ma che razza di vigliacco, che coscienza pensai allora tra me. Per
avergli salvato la pelle a quel mio ospite, sono preso per un assassino e mi
si sta condannando a morte e lui, oltre a non avermi dato neppure il conforto
di un'assistenza,  l che se la sghignazza sulla mia rovina.

VIII

In quel mentre, fra lacrime e gemiti, una donna in gramaglie e con un
bambino in braccio, si precipit in mezzo al teatro, seguita da una vecchia
cenciosa, anch'essa piangente. Agitando rami d'ulivo si posero attorno al
catafalco, dove giacevano, coperti da un telo i corpi degli uccisi e
cominciarono a dare in alte grida e in lugubri lamenti. Per la pubblica
piet, dicevano per il comune diritto di umanit, abbiate piet di questi
giovani ingiustamente uccisi e a noi, vedove e sole, date il conforto della
vendetta. Aiutate almeno questa creaturina rimasta orfana in cos tenera et e
soddisfate le nostre leggi e la pubblica morale con il sangue di questo
assassino.
A queste parole il magistrato pi anziano si lev in piedi e rivolto al
popolo disse: Questo crimine, che occorre punire severamente, non pu essere
negato nemmeno da colui che lo commise, tuttavia ci resta soltanto un ultimo
punto da chiarire, anche se secondario: cio i complici di tanto misfatto. Non
 verosimile, infatti che uno, da solo, abbia fatto fuori giovani cos
gagliardi. Quindi dobbiamo scoprire la verit con la tortura. Infatti lo
schiavo che lo accompagnava  sparito e quindi, non ci resta che costringere
l'accusato stesso a rivelarci i suoi complici, perch sia stroncato alle
radici il terrore che semina questa banda di delinquenti.

IX

In un battibaleno vennero portati il fuoco, la ruota e staffili d'ogni
genere, secondo l'usanza greca. Naturalmente in me crebbe, anzi si moltiplic,
l'angoscia, dal momento che non mi si consentiva di morire senza prima avermi
fatto a pezzi, e intanto quella vecchia, che un attimo prima aveva turbato
l'animo di tutti con le sue lacrime incalzava: Pietosi cittadini, prima di
torturare l'assassino dei miei poveri figli, lasciate che siano scoperti i
volti delle vittime, perch alla vista della loro bellezza e della loro
giovane et, voi possiate ancor pi accendervi di giusta collera e commisurare
la punizione alla gravit del crimine.
A queste parole segu un applauso generale e subito il magistrato impose
che fossi io stesso a scoprire quei corpi giacenti sul catafalco.
Invano mi schermii, tentai di rifiutarmi per non rinnovare lo spettacolo
atroce della sera prima: i littori per ordine dei magistrati mi ci costrinsero
senza tanti complimenti e, afferratomi il braccio che penzolava al fianco, me
lo stesero, per mia rovina, sopra i cadaveri. Dovetti arrendermi
all'ineluttabile e, quindi, mio malgrado, sollevare il lenzuolo e scoprire
quelle salme. Santi numi, che cosa vidi! Quale prodigio! E come la mia sorte
si capovolse! Mi vedevo gi in potere di Proserpina e tra gli schiavi
dell'Orco, quando a un tratto rimasi di stucco, strabiliato dinanzi
all'improvviso colpo di scena e, anche adesso, non ho parole adatte per
esprimere la sorpresa ch'io provai al nuovo spettacolo.
Infatti i corpi degli uccisi altro non erano che tre otri gonfi, bucati
qua e l proprio in quei punti dove, almeno per quel che ricordavo della
battaglia della sera prima, avevo colpito quei briganti.

X

Allora le risate che alcuni, maliziosamente, erano riusciti a trattenere
si propagarono senza pi freno tra la folla; alcuni parevano impazziti per la
gioia, altri si tenevano con le mani la pancia dolente per il gran ridere e
tutti, divertiti e contenti, nel lasciare il teatro, continuavano a voltarsi
verso di me.
Io invece, da quando avevo toccato quel lenzuolo, ero rimasto impietrito,
agghiacciato come una statua, una colonna del teatro e non ritornai in me se
non quando il mio ospite, Milone, avvicinandosi e posandomi una mano sulla
spalla, malgrado io tentassi di resistergli e tornassi a singhiozzare e a
piangere angosciosamente, con dolce violenza, mi trascin via con s e, per
vie traverse e deserte, mi condusse a casa sua cercando di consolarmi con vari
discorsi, affranto e avvilito com'ero.
Non riuscii, tuttavia, in alcun modo a placare lo sdegno per la beffa
patita e che mi bruciava dentro.

XI

Poco dopo i magistrati in persona, in pompa magna, si presentarono a casa
e con queste parole cercarono di rabbonirmi:
Signor Lucio, noi non ignoriamo n i tuoi meriti, n le tue origini; la
nobilt della tua famiglia  infatti nota in tutta la regione e, quindi,
credi, tutto quello che ti  capitato e di cui sei profondamente offeso, non 
stato fatto per mancarti di riguardo; perci sgombra dall'animo tuo ogni
tristezza, ogni angoscia dal tuo cuore. Questa festa che ogni anno ricorre e
che noi, con pubbliche solennit, celebriamo in onore dell'amabile dio Riso,
si ravviva ogni volta di qualche nuova trovata. Questa divinit accompagner
sempre, propizia e benevola, l'autore dello scherzo e chi vi si  prestato e
non consentir mai che il dolore affligga l'animo tuo ma sempre spianer la
tua fronte di una gioia serena.
Nel frattempo tutta la citt in segno di gratitudine vuole tributarti
onori particolari; infatti ti considera ormai come suo patrono e ha deciso che
la tua immagine resti scolpita nel bronzo.
A questo meraviglioso, straordinario popolo della Tessaglia risposi io
porgo il mio grazie per gli onori che ha deciso di tributarmi, ma quanto alla
statua e ai busti, vi consiglio di riservarli a persona pi degna e pi
illustre di me.

XII

Furono parole piene di modestia, le mie, mentre cercavo di assumere
un'espressione serena e, per quanto potevo, anche di sorridere; cos quando i
magistrati se ne andarono li salutai cordialmente.
Ed ecco entrare di corsa uno schiavo: Birrena, mi fece tua madre, ti
ricorda che tra poco  l'ora del pranzo e tu, ieri sera, hai promesso di
andarci.
Rabbrividii, perch quella casa mi ripugnava ormai anche da lontano.
 Come sei cara, Birrena risposi e come vorrei accettare il tuo invito
se lo potessi, senza rimangiarmi la parola data; infatti, Milone, il mio
ospite, si  fatto giurare sul potente dio che si venera oggi, che io stasera
sarei rimasto a cena da lui e non intende mollarmi n permettermi che io me la
svigni, perci la promessa valga per la prossima volta.
Stavo ancora parlando che Milone mi prese decisamente per un braccio e
ordinando che ci seguissero con tutto l'occorrente per il bagno, mi condusse
alle terme vicine.
Io camminavo tutto accostato a lui, evitando gli sguardi della gente e
non volendo suscitare il riso che io stesso avevo provocato; ne mi ricordo
come feci, per la vergogna, a lavarmi, ad asciugarmi e a tornare a casa, dal
momento che gli occhi di tutti m'erano addosso e quei cenni, quelle mani che
mi mostravano a dito mi avevano del tutto frastornato e istupidito.

XIII

Consumai in fretta la magra cenetta di Milone e, dicendo che avevo un
gran mal di capo, che in effetti mi era venuto con tutto quel piangere,
ottenni facilmente il permesso di andarmene a letto.
M'ero gi coricato e stavo ricordando con amarezza ad uno ad uno, tutti i
fatti della giornata, quando la mia Fotide, messa a dormire la padrona, entr
in camera mia; ma come diversa dal solito! Non pi il suo volto ridente, non
pi quella cascatella di parole sulle sue labbra, ma tutta seria e
corrucciata. Sono stata io esclam, dopo qualche momento di esitazione. S,
devo confessartelo, sono stata io la causa dei tuoi guai di oggi e trasse di
sotto il vestito una frusta poi mi fece, porgendomela Tieni: vendicati, ti
prego, di una donna perfida, anzi dammi tu la punizione che credi. Per, non
pensare che io ti abbia procurato una simile angoscia di mia volont. Non
permettano mai gli dei, che per causa mia, tu debba soffrire il bench minimo
male: sono pronta a versare il mio sangue pur di allontanare dal tuo capo ogni
sventura. Ma quello che mi era stato ordinato di fare, e per tutt'altro scopo,
per mia disgrazia s' volto a tuo danno.

XIV

Allora sentii risvegliarsi in me l'abituale curiosit e volendo vederci
chiaro in tutto quello che m'era accaduto, le feci:
Questa frusta odiosa e crudele che hai messo nelle mie mani perch ti
picchiassi, la butter via lontano, la far in mille pezzi prima che sfiori la
tua morbida, candida pelle, ma tu sii sincera, dimmi qual' stata questa tua
azione che la sorte malvagia ha poi rivoltato a mio danno. Ti giuro, sulla tua
testa, a me cos cara, che se qualcuno, fossi anche tu stessa, mi venisse a
raccontare che tu hai tramato qualcosa ai miei danni, io non gli crederei.
Un'azione ambigua o anche malvagia non pu essere giudicata tale se pensata
con buone intenzioni.
Il risultato di questo discorso fu che gli occhi tremuli e lustri della
mia Fotide si socchiusero, si fecero languidi di desiderio ed io mi chinai
assetato a baciarli, avidamente e lungamente.

XV

Allora ella tutta racconsolata mi disse:
Ti prego lasciami prima chiudere per benino la porta della camera perch
se trapelasse qualcosa del mio discorso non vorrei che questo fosse cagione di
un guaio ancora pi grosso e cos dicendo and a fissare i chiavistelli e a
mettere la spranga nei suoi anelli, poi mi ritorn accanto e, gettandomi le
braccia al collo, riprese a bassa voce: Ho paura, tanta paura di scoprirti i
misteri di questa casa, di rivelarti i segreti della mia padrona, ma io mi
fido molto di te, perch sei saggio, appartieni a una nobile famiglia, hai un
ingegno non comune e per di pi sei stato iniziato a parecchi riti e, quindi,
conosci la sacra legge del silenzio. Quindi tutto quello che io affider
all'inviolabile scrigno del tuo buon cuore, ti prego di custodirlo gelosamente
e di ricompensare la sincerit delle mie parole con un silenzio di tomba. Si
tratta di cose che soltanto io conosco e che mi son decisa rivelarti solo per
l'amore che a te mi lega. Tu cos saprai che casa  questa e saprai per quali
misteriosi tramiti la mia padrona evochi i morti, muta il corpo degli astri,
piega al suo volere gli dei, rende docili a s gli elementi. E mai ella fa
maggior uso di quest'arte sua come quando t'ha adocchiato un bel giovane, e
questo le capita spesso e volentieri.

XVI

Ora, per esempio,  pazzamente innamorata di un bellissimo giovane della
Beozia ed  l tutta presa a trafficare con le sue arti e le sue trappole.
Pensa che ieri sera, proprio con queste orecchie, io l'ho sentita che
minacciava il sole di avvolgerlo in una nuvola nera e nelle tenebre eterne se
non si fosse sbrigato a tramontare per cedere il posto alla notte, e questo
perch lei potesse fare i suoi incantesimi.
Ieri, mentre tornava dalle terme scorse per caso questo giovane nella
bottega di un barbiere che si stava facendo tagliare i capelli. Ce n'erano gi
molti ciuffi per terra, caduti sotto i colpi delle forbici, e lei subito mi
ordin di andarli a raccogliere, senza farmi vedere. Ma il barbiere mi
sorprese proprio sul fatto e poich noi siamo malviste un po' da tutti per le
nostre pratiche malefiche, mi invest malamente: 'Ehi, tu, strega della
malora, la vuoi smettere di venire a rubare i capelli dei giovinotti per bene?
Se non la pianti con questa infamia, di sicuro ti consegno ai magistrati' e
detto fatto mi cacci una mano in petto e dopo avermi frugata, tutto
arrabbiato, tir fuori i capelli che io vi avevo nascosti.
Ci restai molto male pensando che la padrona, la quale per contrattempi
del genere se la prende moltissimo, mi avrebbe frustata a sangue e quindi ero
gi decisa a fuggire, ma poi, pensando a te, cambiai subito idea.

XVII

Ma mentre me ne venivo via mogia mogia, notai un tale che stava tosando
degli otri di capro che poi appendeva in alto ben legati e rigonfi. Vidi anche
che per terra erano rimasti dei peli, biondi come quelli del giovane beota, e
cos per non tornarmene a mani vuote, ne raccolsi parecchi e li portai alla
mia padrona, naturalmente facendo finta di niente.
Sul far della notte, prima che tu rientrassi da quella cena, Panfile, la
mia padrona, gi tutta invasata, se ne sal in un abbaino che sta dall'altra
parte della casa, aperto a tutti i venti, con la vista ad oriente e agli altri
punti cardinali, fatto apposta per quelle sue: arti, e che ella, quindi, usa
in tutta segretezza, e qui, per prima cosa, prepar con i soliti ingredienti i
suoi infernali marchingegni, aromi d'ogni sorta, piastre di metallo con su
incisi segni misteriosi, frammenti di navi naufragate, una ricca collezione di
pezzi di cadaveri gi pianti e sepolti, come nasi, dita da una parte, chiodi
con su ancora attaccati pezzi di carne da un'altra, altrove il sangue rappreso
di persone assassinate, perfino teste mozze sottratte alle zanne delle belve.

XVIII

Poi si mise a recitare scongiuri su delle viscere ancora calde,
cospargendole di liquidi vari: acqua di fonte, latte di mucca, miele di monte
e perfino idromele. Poi intrecci e annod quei peli, li profum e li gett
sui tizzoni ardenti. Ed ecco che per l'irresistibile potere della sua arte
magica e per la forza occulta degli spiriti da lei evocati, i corpi ai quali
quei peli che stavan bruciando appartenevano, cominciarono ad animarsi, a
sentire, a udire, a camminare e, richiamati dall'odore, l dove le loro
spoglie bruciavano, arrivarono essi, al posto del giovane beota, e volendo
entrare, si dettero a forzare la porta.
In quel momento giungesti tu, ubriaco fradicio e, ingannato dalla fitta
oscurit della notte, mettesti coraggiosamente mano al pugnale, un po' come il
folle Aiace, solo che lui si gett su animali vivi e ne fece strage, tu, molto
pi audace, bucasti invece tre otre di capro. Cos, proprio perch tu hai
ammazzato molti nemici senza spargere una goccia di sangue, io ora me ne sto
fra le braccia di otricida, non di un omicida.

XIX

Risi al divertente racconto di Fotide e, scherzando a mia volta:
Anch'io, dissi, posso considerare questo mio primo atto di valore come una
delle dodici fatiche di Ercole paragonando i tre otri che ho bucato con i tre
corpi di Gerione o con Cerbero triforme. Ma se vuoi ch'io ti perdoni
completamente della tua colpa che mi ha procurato tanti guai, devi farmi un
favore, te lo chiedo a mani giunte: mostrami la tua padrona quando fa qualcuna
delle sue magie, quando invoca gli spiriti o, addirittura, quando muta
aspetto. Ho una voglia matta di conoscerla da vicino quest'arte della magia,
sebbene mi d l'idea che anche tu ne debba sapere qualcosa e non poco.
Per esempio io so, e lo sento, che se finora non mi sono mai troppo
sprecato ad andare a letto con le signore, con te, invece,  tutta un'altra
cosa e questi tuoi occhi ardenti, queste due guance rosa, i tuoi splendidi
capelli, i tuoi baci libidinosi, i tuoi capezzoli odorosi, mi hanno fatto tuo
schiavo, e tale che non desidero essere altro. Ormai alla famiglia non ci
penso pi e non mi passa nemmeno per la testa di ritornarvi: una soltanto
delle nostre notti non la cambierei con nessun'altra cosa al mondo.

XX

Come vorrei accontentarti, Lucio mio, rispose in ci che mi chiedi; ma
quella sospetta di tutto e i suoi riti misteriosi li compie nella pi completa
solitudine, lontana da ogni sguardo. Il tuo desiderio, per, viene prima del
rischio che io potrei correre e, quindi, trover il momento opportuno per
accontentarti, basta per che tu, come ti ho raccomandato all'inizio, mantenga
il pi assoluto silenzio su questa faccenda.
Tra una chiacchiera e l'altra, venne per a tutti e due, una voglia matta
di fare all'amore: buttammo via  alla svelta, ogni indumento e, liberi e nudi,
folleggiammo nelle braccia di Venere.
Quando io non ne potevo pi Fotide, generosa com'era, volle metterci
un'aggiunta: e darmi il piacere che di solito Si prendono i ragazzini.
Poi sui nostri occhi intorbiditi dalla stanchezza di quella veglia cadde
un sonno profondo che ci tenne fino a giorno alto.

XXI

Ci godevamo cos le notti quando, un bel giorno, Fotide si precipit da
me tutta agitata dicendomi che la sua padrona, poich con le pratiche usate
finora, in fatto d'amore, non era riuscita a concludere nulla, la notte
seguente si sarebbe trasformata in uccello e sarebbe volata dal suo desiderio.
Cos alle prime ore di notte mi condusse ella stessa, con ogni
circospezione, in punta di piedi, fino a quella stanzetta l in alto e mi
disse di guardare attraverso una fessura dell'uscio che cosa stava succedendo
l dentro.
Panfile si era spogliata di tutte le vesti, poi, aperto uno scrigno
cominci a estrarne parecchi vasetti; tolse il coperchio ad uno di essi, prese
dell'unguento e stropicciandolo a lungo nelle mani se lo spalm su tutto il
corpo, dalla cima dei capeli alle unghie dei piedi. Dopo che ebbe
sommessamente parlato con la lucerna, le sue membra cominciarono ad essere
scosse da un tremito, poi a ondeggiare lievemente e a coprirsi d'una fitta
peluria. Nacquero, infine, delle robuste penne, il naso s'incurv e
s'irrigid, le unghie si mutarono in artigli adunchi. Panfile era diventata un
gufo. Emise un querulo strido, prov a saltellare ancora incerta delle sue
possibilit, infine, levatasi in alto se ne vol via ad ali spiegate.

XXII

Panfile si era trasformata, grazie alle sue arti magiche e di sua
volont. Io, di fronte a un simile prodigio, ero come impietrito per lo
stupore e senza bisogno di scongiuri mi sentivo di essere tutto tranne che
Lucio: ero fuori di me, imbambolato come uno che abbia perso la ragione,
sognavo ad occhi aperti e me li venivo stropicciando continuamente per vedere
se ero davvero sveglio.
Finalmente tornai alla realt e afferrata la mano di Fotide e portatamela
agli occhi: Ti supplico esclamai ora che si presenta l'occasione, dammi la
prova suprema, unica, dell'amor tuo, dammi solo un filino di quell'unguento,
te ne scongiuro, dolcezza mia, per queste tue mammelline tutto miele, che sono
mie, incatenami per sempre a te con questo favore eccezionale, fa che diventi
un Cupido alato per volare in braccio alla mia Venere.
E bravo il mio furbacchione innamorato. Vorresti, eh, che io mi dessi da
me la zappa sui piedi. Faccio gi fatica, cos come sei, a sottrarli a queste
bagasce di Tessaglia, figuriamoci poi dove andrei a cercarti e quando ti
rivedrei se diventassi un uccello!


XXIII

Che il cielo mi liberi da una simile carognata. Anche se io potessi
volare in alto, dappertutto nel cielo, come l'aquila, e diventare il fidato
messaggero di Giove e il suo augurale scudiero, dopo tanta gloria di voli, non
tornerei sempre al mio piccolo nido? Ti giuro per queste deliziose trecce dei
tuoi capelli con cui mi hai incatenato il cuore, che io non preferir mai
nessun'altra alla mia Fotide. E poi, adesso che ci penso, una volta che sar
tutto bello spalmato d'unguento e trasformato in un uccello simile, dovr
starmene alla larga dalle case. Che allegria, infatti, e come potranno
goderselo, le signore, un amante gufo. La sappiamo, no? la fine che fanno
questi uccelli notturni quando entrano in qualche casa: li prendono e li
inchiodano alle porte perch con la loro morte atroce facciano penitenza delle
disgrazie che il loro volo infausto reca alle famiglie. Ma quasi quasi mi
dimenticavo di chiederti qual' la formula, il gesto magico con cui potr
togliermi quelle penne di dosso e tornare di nuovo il Lucio di prima?
Non ti preoccupare riguardo a questo mi assicur. La mia padrona mi ha
mostrato tutto quanto occorre per restituire l'aspetto umano a quelli che
hanno preso altra forma. Non credo per che l'abbia fatto per bont d'animo ma
solo perch, cos, quand'ella torna io possa apprestarle i rimedi efficaci.
Inoltre devi sapere che bastano erbette da nulla per ottenere un simile
prodigio: un po' di semi di aneto, delle foglie di lauro mescolate in acqua di
fonte ed ecco bell'e pronto il bagno e la bevanda.

XXIV

Dopo avermi ripetuto pi volte tali assicurazioni, entr tutta emozionata
in quella stanzetta e prese dallo scrigno il vasetto. Come io l'ebbi fra le
mani me lo strinsi al petto e cominciai a baciarlo pregando che mi facesse
fare voli felici, poi, liberatomi in fretta di tutti i vestiti, immersi
avidamente le dita nel barattolo e preso un bel po' di unguento me lo spalmai
su tutto il corpo. Poi, agitando le braccia su e gi mi misi a fare l'uccello,
ma niente: penne non ne spuntavano e nemmeno piume; piuttosto i peli
cominciarono a diventare ispidi come setole, la pelle, delicata com'era, a
farsi dura come il cuoio, alle estremit degli arti le dita si confusero,
riunendosi in una sola unghia e in fondo alla colonna vertebrale spunt una
gran coda.
Poi eccomi con una faccia enorme, una bocca allungata, le narici
spalancate, le labbra penzoloni, mentre smisuratamente pelose mi erano
cresciute le orecchie. Nulla in quell'orribile metamorfosi di cui potessi per
qualche verso compiacermi, se non per il mio arnese diventato grossissimo, ma
proprio quando, ormai, non potevo pi tener Fotide tra le mie braccia.

XXV

Guardandomi tutte le parti del corpo e vedendomi diventato asino e non
uccello sentii d'essere rovinato. Mi venne voglia di prendermela con Fotide
per questo bel guaio, ma privo ormai del gesto e della voce, feci quel che
potevo: chinai il muso e guardandola di traverso con gli occhi umidi mi
raccomandai a lei in silenzio.
Quand'ella, intanto, mi vide in quello stato, cominci a picchiarsi il
viso e: Disgraziata che sono cominci a gridare l'emozione e la fretta mi
hanno tradita e mi ha ingannata la somiglianza dei vasetti. Meno male che per
questa trasformazione  presto trovato il rimedio. Basta che tu mastichi delle
rose e subito ti toglierai di dosso questo aspetto d'asino e tornerai il mio
Lucio. Peccato che ieri sera non ho preparato per noi le solite coroncine di
rose perch allora non avresti dovuto aspettare nemmeno una notte. Appena
spunta l'alba, per avrai subito la medicina.

XXVI

Cos ella si disperava ed io bench asino perfetto, un quadrupede al
posto di Lucio, conservavo la sensibilit umana. Cos stetti a lungo a
chiedermi se avessi dovuto uccidere a furia di calci e di morsi quella
disgraziata e malvagia femmina; ma da questo proposito avventato mi distolse
una considerazione pi sensata e cio che se avessi punito Fotide con la
morte, mi sarei tolta da me ogni possibilit di aiuto. Cos a testa bassa e
ciondoloni e mandando gi la momentanea umiliazione, nonch rassegnandomi a
quel tristissimo accidente, me ne andai vicino al mio cavallo che cos
zelantemente mi aveva portato fin l, nella stalla, dove trovai anche un altro
asino, appartenente a Milone, un tempo mio ospite.
Intanto io pensavo che se tra gli animali, privi come sono di parola,
esiste un tacito e istintivo senso di solidariet, quel mio cavallo,
riconoscendomi e avendo piet di me, mi avrebbe dato ospitalit e lasciato
ch'io occupassi il posto migliore. E, invece, per Giove ospitale, per le
segrete divinit della Fede, quella mia illustre cavalcatura e quell'asino,
annusandosi, si misero subito d'accordo ai miei danni e, appena videro che io
mi avvicinavo alla greppia, preoccupati per il cibo, a orecchie basse,
infuriati, mi accolsero con una tempesta di calci. Cos fui tenuto bene alla
larga da quell'orzo che io stesso, la sera prima, con le mie mani, avevo posto
davanti a quel mio riconoscente servitore.

XXVII

Trattato in questo modo e messo al bando mi ritirai in un cantuccio della
stalla e mentre pensavo all'insolenza di quei miei colleghi e progettavo di
vendicarmi di quel perfido cavallo non appena con l'aiuto delle rose sarei
tornato Lucio, vidi appesa a met del pilastro centrale che sosteneva le travi
della stalla un'immagine della dea Epona incassata in una piccola nicchia e
circondata da una ghirlandetta di rose fresche.
Scorto l'aiuto provvidenziale mi torn la speranza e tese in alto le
zampe anteriori, mi detti da fare come potevo ad allungare il collo e a
protendere le labbra, insomma a tentare con tutte le mie forze di afferrare
quelle ghirlande. Ma per il colmo della disgrazia il mio servo al quale era
stata affidata la cura del mio cavallo, vedendomi fare tutti quegli sforzi, mi
salt su infuriato: Ma fino a quando devo sopportare questo castrone? Un
momento fa si stava fregando la biada delle altre bestie, ora se la prende
anche con le immagini degli dei. Quasi quasi lo cionco, 'sto sacrilego! e
messosi alla ricerca di un'arma, gli venne sotto, per caso, una fascina dalla
quale sfil il ramo pi robusto e pi frondoso e cos, povero me, gi a
darmele pi che poteva. Smise quando s'udirono un grande strepito e colpi
violenti alla porta e i vicini che gridavano: i briganti, i briganti;
allora, impaurito, se la diede a gambe.


XXVIII

Un attimo dopo la porta si spalanc violentemente e un gruppo di briganti
fece irruzione mentre una seconda schiera armata circondava la casa e, con
continui spostamenti, teneva a bada la gente che accorreva da ogni parte.
Tutti erano armati di spade e di torce e illuminavano le tenebre; il fuoco e
il ferro brillavano come un sole sorgente.
Al centro della casa c'era un ripostiglio chiuso e sigillato da catenacci
solidissimi dove Milone ammucchiava i suoi tesori. Quelli a gran colpi di
scure spaccarono tutto, entrarono, portarono fuori ogni cosa e in fretta la
chiusero in sacchi che poi si divisero. Ma i portatori non erano in numero
sufficiente per un bottino simile; cos, messi in difficolt per la troppa
abbondanza, presero noi, due asini e un cavallo, ci tirarono fuori della
stalla, ci seppellirono quanto poterono sotto i fardelli pi pesanti e
minacciandoci con i bastoni ci spinsero fuori della casa ormai svuotata di
tutto.
Uno della banda rimase sul posto per raccogliere notizie e riferire poi
dell'inchiesta che si sarebbe aperta su quel fattaccio; quanto a noi, invece,
a suon di legnate ci spinsero tra le montagne per viottoli impraticabili.

XXIX

Intanto un po' per tutto quel carico, un po' per la ripidezza di quei
viottoli di montagna, un po' per la molta strada gi fatta, tra me e un morto
c'era ormai poca differenza. Eppure, anche se in ritardo, mi venne un'idea di
quelle fini, cio di fare appello alla legge, sperando che tirando in ballo il
nome dell'augusto imperatore, mi sarei liberato di tutti i miei guai. E cos a
giorno fatto, mentre, finalmente, attraversavamo un villaggio popoloso e pieno
di gente accorsa per il mercato, giunto nel bel mezzo di un gruppo di greci,
tentai di invocare nella loro lingua, il nome augusto di Cesare, ma non mi
riusc di gridare che un O forte e chiaro, ch il resto del nome Cesare non
potetti articolarlo.
Urtati assai da quel mio raglio sgradevole i briganti cominciarono a
darmene un fracco da spianarmi la pellaccia fino a ridurmela peggio di uno
straccio.
Finalmente il gran Giove volle porgermi una via di salvezza. Infatti,
mentre sorpassavamo casette di campagna e grosse cascine, io vidi un
giardinetto grazioso nel quale oltre a diverse piante leggiadre c'erano delle
rose ancora in boccio e stillanti di rugiada. Tutto lieto e arzillo per la
speranza della salvezza mi ci accostai e con le labbra avide gi stavo per
afferrarle quando feci una considerazione che fu davvero assai saggia e cio
che se io mi fossi ritrovato non pi asino ma Lucio, quei briganti, di sicuro,
mi avrebbero fatto fuori o perch sospettato di magia o per la paura che un
domani li avrei denunciati.
E cos, anche questa volta, per forza maggiore, dovetti rinunziare alle
rose e, rassegnandomi alla mia temporanea sventura, proprio come un asino mi
misi a masticare fieno.

LIBRO QUARTO



I

Doveva essere all'incirca mezzogiorno e il sole ormai cominciava a
picchiare, quando facemmo sosta a un casolare, da certi vecchi che i briganti
conoscevano e di cui erano amici, come riuscii a capire, per quanto asino,
dall'accoglienza che ci fecero, dai lunghi discorsi, dai baci e abbracci che
si scambiarono.
Anzi i briganti cominciarono a togliermi di dosso alcuni degli oggetti
che regalarono a quei vecchi, facendo loro capire, a mezze parole, che era
tutta roba rubata. Poi, liberatici completamente del carico, ci menarono a
pascolare in un prato l vicino.
Ma a me pascolare con un asino e con un cavallo non mi andava proprio,
tanto pi che non ero ancora abituato a mangiar fieno. Vidi per fortuna dietro
la stalla, un orticello e, morto di fame com'ero, non ci pensai due volte a
buttarmici dentro e a riempirmi la pancia di cavoli sebbene fossero crudi;
intanto, guardando a destra e a manca, pregavo tutti gli dei che mi facessero
trovare nei giardini l intorno qualche bel rosaio fiorito.
D'altronde il luogo solitario mi dava una certa fiducia in quanto, una
volta presa la medicina, nascosto tra il verde, io avrei potuto abbandonare
l'andatura curva del quadrupede e, non visto da alcuno, tornare nella
posizione eretta di un uomo.

II

Mentre, dunque, mi lasciavo andare a un mare di pensieri, allungando lo
sguardo vidi poco lontano, una valletta ombreggiata da un fitto bosco dove fra
molte erbe e la densa vegetazione brillavano ciuffi di rose di un color rosso
fiammante.
Fra me, non ancora diventato tutto bestia, pensai si trattasse del bosco
di Venere e delle Grazie se, appunto, nei suoi angoli pi nascosti, splendeva,
il regale fulgore di quel fiore divino.
E cos, invocato il dio Evento perch mi fosse propizio, mi precipitai
gi di volata tanto che per la velocit mi pareva di essere un cavallo da
corsa, perdio, altro che un asino.
Ma quello scatto in grande stile non pot superare l'avversit della mia
sorte. Infatti giunto sul posto non vidi rose belle e delicate, stillanti
nettare e divina rugiada, quelle che nascono dai rovi felici e dalle spine
feconde, e nemmeno pi la valletta ma solo il greto di un fiume chiuso da
fitti alberi.
Erano di quegli alberi che per le lunghe foglie somigliano all'alloro e
che producono piccoli calici di un color rosso pallido che hanno tutto
l'aspetto di fiori profumati e che invece profumo non hanno.
La gente ignorante, con un termine campagnolo, li chiama rose d'alloro e
qualunque animale che le mangia ci resta secco.

III

Vedendomi perseguitato in tal modo dalla malasorte mi pass anche la
voglia di vivere e cos decisi di farla finita col veleno di quelle rose.
Ma mentre, esitante, mi accingevo ad addentarle, un giovanotto,
l'ortolano credo, al quale poco prima avevo saccheggiato il campo di cavoli,
accortosi della rovina che gli avevo procurato, tutto infuriato, agitando un
grosso bastone, mi piomb addosso e afferratomi, me ne diede tante e poi tante
che mi avrebbe ammazzato se alla fine non fossi riuscito a cavarmela da me e
con un po' di giudizio: con grandi sgroppate, infatti, cominciai a tempestarlo
di calci da sbatterlo contro la scarpata del monte lasciandolo malconcio. Poi
me la diedi a gambe.
Ma ecco che una donna, evidentemente sua moglie, appena lo vide dall'alto
mezzo morto a terra si mise a correre verso di lui urlando e strepitando a
bella posta per suscitare compassione di s e farmela pagare. Infatti tutti i
contadini dei dintorni alle urla di quella donna diedero la voce ai cani e me
li aizzarono contro inferociti perch mi facessero a brani.
Quando vidi venirmi addosso tanti cani e tutti enormi, che avrebbero
potuto affrontare benissimo orsi e leoni, allora pensai che la mia ultima ora
era suonata e presi l'unica risoluzione che le circostanze mi suggerivano:
smisi di fuggire e arretrando a tutta velocit rientrai nella stalla dove
avevamo fatto sosta.
I cani, sebbene a fatica tornarono buoni alla catena ma i contadini
legarono anche me con una solida correggia a un'anello fissato nel muro e gi
di nuovo a darmene cos forte che certamente mi avrebbero finito se il mio
ventre, gonfio com'era per quella mangiata di cavoli crudi e disturbato dalla
diarrea, non avesse sprizzato come uno zampillo un po' di quella sciolta cos
da insozzarne alcuni mentre il fetore faceva fuggire gli altri dalla mia
povera schiena mezza fracassata.

IV

Senza un attimo di respiro, sotto il sole del primo pomeriggio, quei
briganti ci tirarono fuori dalla stalla e ci caricarono ben bene pi di prima,
me soprattutto.
S'era gi fatto un bel pezzo di strada ed io, sfinito da quel po' po' di
miglia, schiacciato sotto il mio carico, dolorante per tutte le legnate che
avevo preso, con gli zoccoli ormai tutti consumati, zoppo e traballante, mi
fermai presso un ruscello che scorreva dolcemente fra l'erba pensando che
quello era proprio il momento buono per piegare le ginocchia, stendermi a
terra e non muovermi pi a costo d'essere finito a furia di legnate o
addirittura con una coltellata.
Credevo che, ridotto com'ero, mezzo morto ormai, mi sarebbe proprio
spettato il congedo d'invalidit e che quei briganti, vuoi per non star l a
perdere tempo, vuoi per la preoccupazione di fuggire pi presto che potevano,
avrebbero diviso il mio carico fra gli altri due giumenti e per maggior
vendetta mi avrebbero lasciato l in pasto ai lupi e agli avvoltoi.

V

Ma un destino infame mand a monte un'idea cos brillante: infatti
l'altro asino, leggendomi nel pensiero, mi precedette e, l per l, fingendo
una gran stanchezza, si butt per terra con tutto il carico, lungo disteso
come fosse morto e non ci fu verso, n con le frustate, n con le spunzonate,
nemmeno tirandolo per la coda, per le orecchie, per le gambe, di farlo
rialzare, fino a che i briganti, persa la pazienza e la speranza, dopo aver
confabulato un po' fra loro, per non ritardare pi oltre la fuga con lo star
dietro a un asino ormai morto e immobile come un sasso, divisero il suo carico
fra me e il cavallo, poi presa la spada gli troncarono i garretti e tiratolo
in parte sul ciglio della strada lo precipitarono gi a capofitto, ancora
vivo, nella scarpata sottostante.
Allora io, riflettendo sulla sorte di quel mio infelice compagno, decisi
di piantarla con tutti i sotterfugi e le furbizie e di essere piuttosto un
asino come si deve, obbediente e servizievole verso i miei padroni, tanto pi
che, almeno cos avevo capito dai loro discorsi, presto ci saremmo fermati,
giacch eravamo finalmente giunti alla meta, l dove era la loro casa e il
loro rifugio sicuro.
Infatti, dopo aver superato un lieve pendio giungemmo a destinazione.
Qui i briganti ci tolsero di dosso i bagagli che nascosero all'interno ed
io liberato dal peso cominciai a rivoltolarmi nella polvere come in un bagno
per smaltire la stanchezza.

VI

Ora, per, mi sembra il caso di descrivere quei luoghi e la spelonca
abitata da quei ladroni. Cos metter alla prova il mio talento e dar a voi
l'occasione di giudicare se anche in fatto di cervello e di sentimenti io
fossi proprio un asino.
Noi eravamo proprio sotto una montagna, altissima, paurosa, tutta coperta
da boschi fittissimi, lungo i suoi fianchi dirupati, tutti rocciosi, puntuti
e, perci inaccessibili, si aprivano anfratti profondi coperti di rovi e
disposti in ogni senso, tali da formare intorno intorno come una difesa
naturale. Dalla vetta sgorgava a grandi getti una sorgente le cui acque
argentate precipitando a valle si rompevano in tante cascatelle che poi,
raccogliendosi nel fondo di quegli anfratti vi ristagnavano formando come una
sorta di recinto, quasi uno stretto di mare o un fiume che s'impaluda. Sopra
la caverna, proprio sul ciglio di un dirupo, si ergeva un'alta torre. Solide
staccionate di robusti graticci per rinchiudervi le pecore si stendevano da
una parte e dall'altra e davanti all'ingresso formavano uno stretto passaggio
come fra due alte pareti.
Parola mia che a vederla tu l'avresti detta proprio una casa di briganti.
Eppure tutt'intorno non c'era altro che una capannuccia tirata su alla
meglio con delle frasche dove la notte, come venni a sapere in seguito,
montavano la guardia taluni briganti estratti a sorte.

VII

Dopo averci legati con una robusta correggia davanti all'ingresso i
briganti, uno per volta, carponi, si calarono gi nella caverna e qui
cominciarono a prendersela con una vecchia curva e rinsecchita dagli anni che
evidentemente doveva essere la persona addetta alle cure e al servizio di
tutti quei giovinastri: Brutta carogna putrida, sgorbio della natura,
schifato anche dall'inferno, ti sei sistemata in questa casa a far niente?
Mica ti sogni di farci trovare, dopo tante fatiche e tanti pericoli, qualcosa
da mettere sotto i denti. Tu, per, giorno e notte, te la riempi a garganella
quel la tua pancia, di vino.
E quella, tutta tremante e con un filo di voce stridula:  tutto pronto,
miei bravi giovanotti, miei coraggiosi protettori: pietanze abbondanti e
saporite, cotte a puntino, pane in quantit, vino gi bell'e versato nei
calici scintillanti e, come al solito, c' anche l'acqua calda per una
lavatina alla svelta. Appena sentirono questo quei giovani, in un batter
d'occhio, si spogliarono e tutti nudi si riscaldarono intorno a un gran fuoco,
poi si lavarono con l'acqua calda, si unsero con l'olio e, alla fine, si
sistemarono intorno a una mensa stracolma di vivande.

VIII

Avevano appena preso posto che altri ne arrivarono, molto pi numerosi e
non mi ci volle gran che a capire che anche questi erano dei briganti e della
stessa risma. Anch'essi, infatti, se ne vennero con il loro bottino: monete
d'oro e d'argento, vasi preziosi, stoffe di seta e broccati. Anch'essi si
ritemprarono con un bagno caldo, poi sedettero a mensa fra i compagni. Alcuni,
estratti a sorte, cominciarono a servirli. Mangiarono e bevvero a pi non
posso, divorarono montagne di carne, intere infornate di pane, uno dietro
l'altro tracannarono file di bicchieri; fecero un baccano d'inferno, cantarono
a squarciagola, si scambiarono lazzi ingiuriosi, sembravano tanti Lapiti e
Centauri ubriachi, a met bestia e a met uomini.
A un tratto, uno di loro, il pi grosso di tutti, prese la parola:
Noi abbiamo espugnato Ia casa di Milone di Ipata e, a parte il ricco
bottino che abbiam fatto su, grazie al nostro coraggio, siamo ritornati alla
base quanti n'eravamo, senza nemmeno un graffio; voi invece che siete andati a
scorrazzare per le citt della Beozia siete tornati in pochini e avete perduto
perfino il vostro capo, il fortissimo Lamaco. Per riaverlo qui vivo e vegeto
io sarei pronto a dare tutta questa roba che vi siete portata dietro. Comunque
egli  ormai morto, il suo troppo coraggio l'ha perduto, ma la sua memoria
sar celebrata insieme con quella dei re pi famosi e dei guerrieri pi
valorosi. Quanto a voialtri non siete che dei volgari ladruncoli, buoni solo
per furtarelli da servi, per sgraffignare cenci ai bagni pubblici o nelle
casupole delle vecchie.
Si vede che tu sei l'unico a non sapere che le case dei signori sono le
pi facili da svaligiare rimbecc a questo punto uno degli ultimi venuti.
S,  vero, per ch se anche in quelle grandi case c' un sacco di servit
che va e che viene, in effetti ciascuno bada pi a salvare la propria pelle
che le ricchezze del padrone. La gente modesta, invece, che non ha tanti
servitori, cerca di custodirselo per benino quello che ha, poco o molto che
sia, di nasconderselo con la massima cura e non lo molla, a rischio, magari,
del proprio sangue.

IX

Se non ci credete state a sentire:
Eravamo appena giunti a Tebe, la citt dalle sette porte e, secondo le
regole pi elementari del mestiere, ci mettemmo subito a fare le nostre
indagini sulle sostanze di questo e di quello. Arrivammo cos a sapere che un
certo Crisero, un banchiere, aveva denari a palate, ma che per paura delle
tasse e delle pubbliche elargizioni, da furbo fingeva di non essere poi cos
ricco, e cos se ne viveva come un eremita in una casupola modestissima ma ben
difesa e qui, cencioso e sordido, covava i suoi sacchi d'oro. Cos decidemmo
di visitarlo per primo, pensando che non sarebbe poi stata una gran cosa
affrontare un uomo solo e che senza alcuna fatica ci saremmo impossessati di
tutti i suoi tesori.

X

Senza perder tempo, scesa la notte, ci trovammo tutti pronti davanti
alla porta di Crisero e fummo subito dell'avviso che non era il caso di
forzarla, di scardinarla e tanto meno di abbatterla perch il rumore che
avremmo fatto avrebbe svegliato tutto il vicinato e noi ci saremmo trovati a
mal partito.
Fu cos che Lamaco, il nostro valorosissimo capo, col suo coraggio di
sempre introdusse una mano nel buco della serratura e cerc, dall'interno di
far saltare il chiavistello. Ma quel Crisero, certamente il pi infame di
tutti gli esseri con due gambe, che stava all'erta e che aveva sentito tutto,
si avvicin in punta di piedi, senza il minimo rumore e, all'improvviso, con
tutta la forza che aveva inchiod con un grosso ferro la mano del nostro capo
al legno della porta, poi lasciandolo cos atrocemente crocifisso, corse sul
tetto di casa e di l, gridando a squarciagola, si mise a invocare aiuto,
chiamando ad uno ad uno per nome tutti i vicini e facendo credere che la sua
casa aveva improvvisamente preso fuoco e che, quindi, ne andava di mezzo la
vita di tutti.
Naturalmente i vicini si precipitarono a dargli una mano, atterriti da un
pericolo che minacciava anche loro.

XI

Eravamo proprio in un bel pasticcio: o lasciarci ammazzare tutti o
piantare l il compagno. Trovammo una soluzione, la migliore, date le
circostanze, condivisa anche da lui: con un colpo netto tagliammo al nostro
capitano il braccio all'altezza del gomito e, lasciato l l'avambraccio, gli
avvolgemmo la ferita con molte bende perch il sangue che colava non rivelasse
le nostre tracce e ce la filammo con quel che restava di Lamaco. Da una parte
noi ci sentivamo impegnati verso di lui da un sacro giuramento, ma dall'altra
vedendoci inseguiti da una folla vociante e atterriti dal pericolo imminente
accelerammo la fuga. Cos quell'eroe sublime quel valoroso, non potendo
correre altrettanto in fretta, n rimanere indietro senza danno, con mille
preghiere ci supplic e ci scongiur per la destra di Marte e per la fede
giurata, di liberare un buon compagno come lui da ulteriori sofferenze e dalla
cattura. Come avrebbe potuto, un brigante degno di questo nome, sopravvivere
alla perdita della mano, la sola cio che gli consentiva di rubare e di
uccidere? Fortunato, invece, se fosse stato ucciso, come voleva, dai suoi
compagni
Quando per vide che nessuno di noi se la sentiva di commettere un
omicidio volontario, con la mano che gli restava afferr la spada la baci
lungamente e con un colpo tremendo si trapass il petto.
Onore noi rendemmo al coraggio del nostro magnanimo capo; avvolgemmo con
cura in un lenzuolo di lino i resti di quel corpo e li affidammo al mare
perch li custodisse. Il nostro Lamaco ora  sepolto l nelle profondit degli
abissi.

XII

Cos egli  degnamente morto, da valoroso, come visse.
Alcimo, invece, nonostante ce l'avesse messa anch'egli tutta in quanto a
coraggio, non pot sfuggire a una sorte crudele. Penetrato nel misero tugurio
di una vecchia, sal nella stanza di sopra, dove quella dormiva, ma invece di
sbarazzarsene subito, strangolandola, come avrebbe dovuto, prefer prima
gettare da una larga finestra tutto quello che c'era da rubare perch noi lo
portassimo via. In un battibaleno fece piazza pulita di ogni cosa e non
volendo risparmiare nemmeno il letto sul quale quella vecchiaccia dormiva, con
uno scossone la scaravent per terra e afferr il pagliericcio per buttarcelo
gi come aveva fatto con tutto il resto. Ma quella megera gettandosi alle sue
ginocchia cos lo supplic: 'Ma perch ragazzo mio vuoi regalare i poveri
oggetti e gli stracci di una povera vecchia ai ricchi vicini sulla cui casa
sporge questa finestra?'
Ingannato da queste parole astute e prendendole per vere, temendo, per
giunta, che tutto quello che finora aveva mandato gi e il resto che stava per
gettare potesse andare a finire non pi nelle braccia dei suoi compagni ma in
casa d'altri, per sincerarsi della cosa, si sporse dalla finestra aguzzando
ben bene lo sguardo all'intorno, ma soprattutto per valutare le ricchezze
della casa vicina di cui la vecchia gli aveva parlato. Atto certamente
coraggioso ma imprudente perch proprio mentre egli era penzoloni tutto
intento a guardare altrove, quell'assassina, con una spinta da nulla ma
improvvisa, lo fece precipitare gi a capofitto.
A parte l'altezza rispettabile, egli and a cadere proprio sopra un
grosso macigno ch'era l sotto fracassandosi le costole. Pat poco per perch
mentre ci stava raccontando come erano andate le cose, cominci a vomitare
sangue e spir.
Degno compagno di Lamaco noi gli demmo la stessa sepoltura.

XIII

Colpiti da questa duplice perdita la piantammo l con Tebe e
raggiungemmo la vicina Platea.
Qui venimmo a sapere, per il gran parlare che se ne faceva, che un certo
Democare stava allestendo uno spettacolo di gladiatori. Era un uomo tra i pi
ragguardevoli, fornito di molti mezzi e generoso per giunta, che organizzava
quei pubblici divertimenti con una magnificenza pari alle sue possibilit.
Difficile sarebbe trovare un uomo di ingegno, un oratore tanto abile da
saper descrivere con parole adeguate tutti i particolari di quei preparativi:
gladiatori dalla forza eccezionale, cacciatori dall'occhio infallibile,
malfattori che non avevano pi nulla da perdere, si preparavano con le loro
carni a ingrassare le belve, macchine montate su telai fissi, torri di tavole
snodabili a guisa di case mobili, vivaci pitture, palchi riccamente addobbati
per assistere al previsto spettacolo venatorio. E che gran quantit di bestie
feroci, di tutte le specie, perch Democare ce l'aveva messa tutta e s'era
fatti venire dall'estero quei magnifici esemplari, vero sterminio di
condannati a morte.
Ma oltre a tutte queste attrazioni, che, peraltro, erano gi costate un
patrimonio, egli, spendendo quattrini a palate, s'era procurato un gran numero
di gigantesche orse. senza contare quelle che aveva catturato egli stesso o
che aveva comprato pagandole assai salate, si aggiungevano tutte 1e altre che
gli amici, a gara, gli avevano regalato; ed egli le manteneva tutte queste
bestie con ogni cura e a fior di quattrini.

XIV

Naturalmente tutto quel magnifico e grandioso apparato allestito per la
gioia del pubblico non sfugg agli occhi gelosi dell'Invidia. Tutte quelle
bestie, infatti, indebolite dalla lunga cattivit, estenuate dal caldo
eccessivo dell'estate, infiacchite dalla mancanza di movimento, furono colpite
da un'improvvisa pestilenza e morirono quasi tutte.
Ce n'erano un po' dappertutto, riverse qua e l nelle piazze,
agonizzanti, simili a relitti di un naufragio. La plebe pi miserabile che per
la sua squallida povert  costretta a non andar troppo per il sottile in
fatto di cibo e, per riempirsi il ventre vuoto, a ricorrere a supplementi
schifosi e a qualche razione gratis, si gett di furia su quelle vivande gi
bell'e servite.
Quella circostanza sugger a me e al qui presente Babulo, un'idea
geniale.
Avevamo visto un'orsa di parecchio pi grande delle altre, la prendemmo
e facendo finta di volercela mangiare la portammo nel nostro nascondiglio. Qui
la scuoiammo per benino lasciandole tutti gli artigli e la testa fino
all'altezza del collo; poi raschiammo accuratamente la pelle dalla parte
interna per assottigliarla e dopo averla cosparsa di cenere finissima la
mettemmo a essiccare al sole.
Nell'attesa che il calore del sole l'asciugasse, con la carne di quella
bestia facemmo una gran mangiata e, in vista dell'imminente impresa,
stringemmo il seguente patto, cio, che uno di noi, non tanto il pi forte,
quanto il pi coraggioso, purch si offrisse volontario, entrasse in quella
pelle e assumendo l'aspetto di un'orsa penetrasse nel palazzo di Democare; poi
approfittando del silenzio della notte, al momento opportuno, aprisse le porte
e facesse entrare anche noi.

XV

L'impresa era affascinante e non pochi della nostra banda si fecero
avanti. Ma fra tutti fu scelto, all'unanimit, Trasileone il quale accett il
rischio di una simile trappola a doppio taglio e, tranquillamente, si fece
chiudere nella pelle che, divenuta morbida e pieghevole, gli si adatt
perfettamente. Con una cucitura accurata accostammo gli orli della pelle e
mascherammo la sutura, del resto quasi impercettibile, con il folto pelame che
era ai lati. Poi infilammo, non senza difficolt, il capo di Trasileone alla
radice della gola nel punto dove era stata tagliata la testa della belva,
praticammo dei piccoli fori accanto alle narici perch potesse respirare e, in
corrispondenza degli occhi perch potesse vedere, infine, facemmo entrare il
nostro coraggiosissimo compagno, ormai diventato una bestia perfetta, in una
gabbia che ci eravamo procurata per pochi spiccioli, anzi fu lui stesso a
saltarvi dentro con un balzo risoluto e disinvolto.

XVI

Dopo questi preliminari ecco come procedemmo per far scattare la nostra
trappola. Eravamo venuti a sapere che un certo Nicanore, di origine tracia,
era legato a Democare da profondi vincoli di amicizia. Cos scrivemmo una
lettera nella quale fingemmo che quell'amico inviava un esemplare di una sua
battuta di caccia per concorrere alla splendida riuscita dei giuochi.
Cos a sera inoltrata ci recammo da Democare con la gabbia nella quale
c'era Trasileone e con la falsa lettera.
Quello stupito della grande mole della bestia e tutto contento di quel
dono cos generoso e cos opportuno dell'amico, ordin che all'istante ci
fossero contati dai suoi forzieri, dieci monete d'oro per ciascuno, portatori
come eravamo di tanta gioia.
Succede sempre che la gente, ad ogni novit, si precipita per vedere;
cos intorno a quella belva, si radun subito una gran folla d'ammiratori che
il nostro Trasileone, astutamente immedesimandosi nella parte, teneva a bada
con grandi salti minacciosi, per cui tutti non facevano altro che
complimentarsi della gran fortuna di Democare che dopo aver perduto tante
bestie poteva in qualche modo rifarsi della disgrazia con questo nuovo arrivo.
Frattanto egli ordin che la belva fosse subito portata, con ogni
precauzione nei suoi allevamenti.
Ma allora dovetti farmi avanti io.

XVII

'Signore, per carit, questa bestia  stremata dal gran caldo e dal
lungo viaggio; non metterla insieme con le altre, tanto pi che sono
parecchie, come ho sentito dire, e non godono buona salute. Perch non le
trovi un posticino qui, a casa tua, spazioso e ben arieggiato magari vicino a
uno specchio d'acqua, che le dia un po' di refrigerio. Lo sai, no, che queste
bestie vivono nei boschi fitti, in caverne umide e vicino a limpide sorgenti.
A queste considerazioni Democare rimase colpito e ripensando fra s al
gran numero di bestie perdute non fece obbiezione alcuna, anzi ci autorizz
subito a mettere la gabbia dove volevamo.
'Anzi,' ripresi 'noi siamo anche disposti a dormire qui, questa notte,
accanto alla gabbia; la bestia  troppo malandata per il caldo e per il
viaggio e cos possiamo darle noi cibo e acqua al momento giusto e con ogni
premura.'
'Non c' bisogno che vi prendiate questo disturbo,' ci rispose. 'Quasi
tutta la mia gente ha una lunga pratica ormai e sa benissimo come governare
gli orsi.'

XVIII

Dopo di che gli augurammo la buona notte e ce ne andammo.
Usciti di citt scorgemmo in un luogo appartato e fuori mano, un
sepolcreto, dove trovammo molte casse da morto ormai corrose e sconquassate
dal tempo con i cadaveri gi polvere e cenere, ne aprimmo alcune pensando di
nascondervi il futuro bottino. Poi con il solito sistema della nostra banda,
attendemmo che la luna tramontasse, cio quando il primo sonno diventa
irresistibile e assale e afferra pi forte i sensi degli uomini, e ci
appostammo tutti al completo con le spade in pugno davanti alle porte di
Democare, puntuali come se fossimo stati citati in giudizio.
Dal canto suo Trasileone, colto il momento pi propizio della notte, per
dare il via al colpo, usc dalla gabbia e in un attimo pass a fil di spada,
uno dopo l'altro, i guardiani che dormivano l accanto; lo stesso fece col
portinaio e, sfilatagli la chiave, corse ad aprirci le porte.
Noi ci precipitammo dentro e, in un baleno, ci radunammo al centro della
casa. Allora egli ci indic il magazzino nel quale la sera prima aveva visto
accortamente nascondere una gran quantit di argenteria.
 In un attimo, facendo forza tutti insieme, scardinammo le porte e io
ordinai a ciascuno dei miei compagni di arraffare quanto pi oro e argento
potevano e di andarlo a nascondere in quelle casse dei morti, di cui ci si
poteva fidare, e, di volata, poi, ritornare per raccogliere altro bottino.
Io solo nell'interesse di tutti, sarei rimasto a vigilare davanti alla
porta finch non fossero ritornati. Del resto la stessa presenza di un'orsa
che scorazzava libera per la casa mi pareva sufficiente a spaventare quei
servi che, eventualmente, si fossero svegliati. Chi, infatti, per quanto forte
e coraggioso, vedendosi davanti una simile bestiaccia, di notte per giunta,
non se la sarebbe data a gambe, non avrebbe cercato scampo in camera sua,
spaventatissimo, sprangandosi dentro?

XIX

Avevamo, dunque, organizzata ogni cosa a puntino e prese tutte le
precauzioni, quando capit un maledetto contrattempo. Infatti, mentre
aspettavo ansioso il ritorno dei compagni, un servitorello, reso inquieto per
il rumore o chiss ispirato da qualche dio, si avanz quatto quatto e vista la
fiera che andava liberamente su e gi per tutte le stanze, torn adagio sui
suoi passi e rifer a tutti quelli di casa ci che aveva visto.
In un attimo tutta la casa si riemp di servi: fiaccole, lucerne,
candele di cera e di sego, ogni altro oggetto buono a far luce rischiar le
tenebre; di tutta quella gente nessuno era senza un'arma, chi con un bastone,
chi con una lancia, chi con la spada in pugno, tutti corsero a bloccare le
uscite. Come se non bastasse sciolsero anche i cani da caccia per avventarli
contro l'orsa, quelli con le orecchie a punta e il pelo ritto.

XX

Allora io, vedendo la tempesta che si addensava feci dietro front e me
la svignai da quella casa non prima per di aver lanciato uno sguardo, dalla
soglia della porta dove m'ero acquattato, a Trasileone che, intanto, aveva
iniziato contro i cani una bellissima resistenza. Bench sapesse che era
giunta ormai l'ultima sua ora, non dimenticando chi era, chi eravamo noi e il
suo coraggio di sempre, egli non si arrese dinanzi alle fauci gi aperte di
Cerbero. Sostenendo, infatti, fino all'ultimo, la parte che s'era
volontariamente assunto, ora arretrava, ora attaccava, finch con finte e
aggiramenti non riusc a scivolar fuori di quella casa.
Purtroppo, bench fosse all'aperto e avesse via libera, non riusc a
fuggire e a salvarsi: tutti i cani del quartiere, che erano tanti e feroci, si
unirono in un'unica muta ai segugi che erano usciti dalla casa
all'inseguimento. Che orribile e funesto spettacolo vedere il nostro
Trasileone circondato e assalito da una muta di cani inferociti e dilaniato da
mille morsi.
Io non riuscii a sopportare la vista di tanto strazio e cos mi confusi
tra la gente che correva da tutte le parti e nel tentativo di soccorrere il
buon camerata nell'unico modo che potevo senza scoprirmi cominciai a
dissuadere i battitori di quella caccia all'orso: ' un vero pecato,' gridavo,
' un delitto perdere una cos gran bella bestia che deve valere un tesoro.'

XXI

Ma il trucco non funzion e a quel povero diavolo non port alcun bene
perch nel frattempo un omaccione grande e grosso, sbucando da una casa,
s'avvent contro l'orsa e gli conficc la lancia nel petto.
Dopo di lui un altro fece altrettanto e poi altri ancora gli si fecero
sotto quasi a gara a colpirlo con la spada. E cos Trasileone, veramente
gloria e vanto della nostra banda, degno dell'immortalit invece che di tanto
strazio, alla fine fu sopraffatto; ma non un grido, non un gemito tradirono la
fede giurata: per quanto egli fosse ormai tutto dilaniato dai morsi e trafitto
dai colpi continu a fare la belva muggendo e ringhiando e sopportando con una
forza d'animo nobilissima la sua sventura, finch non rese la vita al fato
riservando per s gloria immortale
Eppure fu tanta l'impressione, tanta la paura che egli aveva messo in
quella folla che fino al sorgere del sole, anzi fino a giorno alto, nessuno
os toccare la belva neanche con un dito sebbene giacesse morta l a terra.
Fu un macellaio, prima con molta titubanza, via via con pi coraggio, a
sventrare la bestia e a mettere allo scoperto l'eroico brigante. Cos anche
Trasileone ci mor ma la sua gloria non morir.
In fretta e furia raccogliemmo i bagagli che i fedeli morti ci avevano
custodito e di gran carriera ci lasciammo alle spalle il territorio di Platea,
giustamente pensando in cuor nostro che se la lealt non  pi di questo
mondo, vuol dire che essa, in odio alla nostra perfidia, se n' andata a stare
fra i Mani e coi morti.
E cos, eccoci qua, stanchi morti per il peso del carico e per la strada
pessima, con tre compagni di meno, e questa, come vedete,  la roba che
abbiamo portato.

XXII

Quando smisero di raccontare brindarono con vino schietto in calici d'oro
alla memoria dei compagni caduti, cantarono per un po' qualche strofetta in
onore di Marte, poi se ne andarono a riposare.
A noi invece la vecchia di cui ho detto prima, somministr orzo fresco in
grande abbondanza e per il mio cavallo, l'unico che potesse godersela in tanto
scialo, fu proprio come trovarsi a un banchetto dei Salii.
Io invece che non avevo mai mangiato orzo se non ben brillato e cotto a
puntino, adocchiai un angolino dove erano stati raccolti i pani avanzati da
tutta la compagnia e mi misi alacremente a lavorar di ganasce che per il lungo
digiuno s'erano anchilosate e avevan fatto la muffa. A notte inoltrata i
banditi si destarono e, variamente equipaggiati, levarono il campo, alcuni
armati di spade, altri travestiti da fantasmi e scomparvero a passi veloci.
Quanto a me, sebbene morissi dal sonno, continuai a mangiare
imperturbabile e di buona lena. E pensare che quand'ero Lucio mi bastavano s
e no un paio di pani per alzarmi gi sazio da tavola mentre ora, per riempire
un ventre cos vasto, m'ero gi attaccato alla terza cesta. Cos la luce del
giorno mi colse di sorpresa ancora tutto intento in quest'opera.

XXIII

Ebbi un po' di vergogna, vergogna asinina s'intende, e cos, bench a
malincuore, mi staccai di l e andai a dissetarmi in un vicino ruscello. Poco
dopo rientrarono i briganti, tutti trafelati e nervosi: erano tornati a mani
vuote senza neanche un misero mantello.
Spade in pugno, ranghi serrati, banda al completo, si tiravano dietro,
per, una fanciulla dai lineamenti delicati che doveva appartenere a una delle
famiglie pi nobili della regione, come indicava il suo aspetto signorile, una
fanciulla perbacco che faceva voglia anche a un asino pari mio, e che piangeva
e che per la disperazione si strappava i capelli e si lacerava le vesti.
La fecero entrare nella caverna e con queste parole cercarono di
calmarla: Sta sicura, la tua vita e il tuo onore qui non corrono alcun
pericolo; soltanto devi portare un po' di pazienza e darci una mano in un
nostro affaretto, perch  la povert che ci spinge a far questo. I tuoi
genitori, con tutti quei quattrini che hanno, per quanto taccagni, di certo
saranno disposti a pagare un adeguato riscatto, trattandosi del loro stesso
sangue.

XXIV

Ma la fanciulla non si calm a queste parole n ad altre simili che le
vennero dette. Come poteva in effetti? Se ne stava con la testa fra le
ginocchia e piangeva dirottamente.
Quelli allora chiamarono la vecchia e le ordinarono di sederle accanto e
di dirle parole gentili, per quanto potesse; poi se ne andarono per i loro
soliti affari.
Ma nemmeno alle parole della vecchia la fanciulla smise di piangere, anzi
cominci a lamentarsi ancora pi forte e con certi singhiozzi che la
scuotevano tutta e che strapparono le lacrime perfino a me: Oh, povera me
diceva privata di una casa come la mia, di tutti i miei servi, di tutti i
miei affezionati domestici, dei miei amati genitori, vittima di un infame
rapimento, diventata merce di scambio, chiusa come una schiava in questa
prigione fra le rocce, senza pi nessuno di quegli agi in cui sono nata e
cresciuta, con la vita in forse, in questo antro di carnefici, fra tutti
questi briganti, in mezzo a una simile razza di assassini. Come faccio a non
piangere, come faccio a vivere?
Cos si lamentava, finch sfinita dall'angoscia, la gola gonfia, le
membra stremate, non chiuse gli occhi stanchi al sonno.

XXV

Aveva appena socchiuse le palpebre che improvvisamente si riscosse come
una pazza e ricominci a smaniare pi di prima, a battersi il petto e a
straziarsi con le mani il bel viso.
Ora s che  finita per me, ora s che non c' pi speranza diceva tra
i sospiri mentre la vecchia le chiedeva il perch di quel rinnovato dolore.
Non mi resta che appendermi a una corda o trapassarmi con una spada o
precipitarmi in un burrone.
A queste parole la vecchia perse la pazienza e con un'espressione dura
pretese che le dicesse il perch di quel pianto improvviso, di
quell'insopportabile lagna, dopo che finalmente era riuscita a prendere sonno:
Non vorrai mica impedire che i miei ragazzi guadagnino un po' di soldi col
tuo riscatto? Bada che se la fai tanto lunga con tutte queste lacrime che, sta
sicura, non impressionano mica dei briganti, io ti far bruciare viva.

XXVI

Atterrita da questo discorso la fanciulla prese a baciarle le mani e a
implorare: Perdonami, madre mia, perdonami, ma abbi un po' di compassione per
la mia infelicissima sorte. Io lo so, ne sono sicura che l'et ormai avanzata,
questa tua veneranda canizie non ha inaridito in te il sentimento della piet.
Considera un po' che sventura  la mia: un bel giovane il pi in vista fra
tutti quelli della sua condizione, che tutta la citt aveva riconosciuto come
suo figliuolo, per giunta mio cugino, si era legato a me con un sentimento
d'amore purissimo, che io ricambiavo. Aveva soltanto tre anni pi di me,
eravamo cresciuti insieme fin dall'infanzia, compagno inseparabile della mia
camera e del mio letto. Da tempo eravamo fidanzati, anzi, con il consenso dei
genitori e dai documenti ufficiali egli poteva gi considerarsi mio sposo.
In vista delle nozze, tra uno stuolo numeroso di parenti e di amici egli
gi faceva sacrifici propiziatori nei templi e nei santuari; la mia casa era
tutta adorna di lauri e risplendeva di luci e risuonava di canti nuziali; la
mia povera madre, tenendomi sulle ginocchia, gi mi faceva bella nell'abito
nuziale e mi copriva di teneri baci, trepidante, facendo voti e sperando in
cuor suo nella prole futura.
Proprio in quel momento all'improvviso, irruppero i briganti, tutti con
le spade sguainate che mandavano lampi, come in una violenta scena di guerra.
Non erano venuti per uccidere n per saccheggiare, ma in schiera serrata
entrarono direttamente nella nostra stanza. Nessuno dei servi tent di
ricacciarli, tanto meno di resistere, ed io, infelice, morta di paura e tutta
tremante fui strappata dalle braccia materne. Cos le mie nozze furono
tragicamente interrotte e sconvolte, come quelle di Attide e di Protesilao.l

XXVII

Ed ora l'orribile sogno che ho fatto ha rinnovato la mia sventura, anzi
l'ha raddoppiata.
Mi sembrava di essere stata strappata di forza dalla mia casa, dalla mia
camera, dal mio stesso letto e trascinata per strade deserte. Invocavo per
nome il mio infelicissimo sposo e lui, privato dei miei amplessi, ancora tutto
profumato d'unguenti com'era e cinto di corone, cercava di raggiungermi, ed io
che gli fuggivo davanti portata da piedi non miei. E siccome lui gridava che
gli rapivano la bella sposa e chiamava in suo soccorso il popolo, uno dei
briganti irritato da quel molesto inseguimento raccolse una grossa pietra che
si trov fra i piedi e con quella colp il mio povero e giovane marito
uccidendolo.
Tale fu l'orrore di questa terribile scena che piena di paura io mi
riscossi da quel sonno funesto.
Ai pianti della fanciulla si aggiunsero allora i sospiri della vecchia:
Suvvia, padroncina, fatti coraggio le diceva non lasciarti spaventare da
queste false visioni notturne, perch non solo i sogni del mattino risultano
falsi ma anche quelli che si fanno a notte alta non corrispondono per niente a
quello che poi accade realmente. Pensa un po' che sognare di piangere, di
venir malmenati o addirittura di morire ammazzati vuol dire che guadagnerai un
sacco di soldi e che, vice versa, sognare di ridere, di riempirsi la pancia di
dolci o di fare all'amore significa che avrai dispiaceri, malattie e guai.
Ma ora  meglio straviarti: ti racconter una bella storia, una di quelle
favole che sanno le vecchie.
E cominci:

XXVIII

Un tempo, in una citt, vivevano un re e una regina che avevano tre
bellissime figlie, le due pi grandi, per quanto molto belle, potevano essere
degnamente celebrate con lodi umane, ma la bellezza della pi giovane era cos
straordinaria e cos incomparabile che qualsiasi parola umana si rivelava
insufficiente a descriverla e tanto meno a esaltarla.
Insomma sia quelli della citt che i forestieri, attratti in gran numero
dalla fama di tanto prodigio, restavano attoniti dinanzi a un simile miracolo
di bellezza: portavano la mano destra alle labbra, accostavano l'indice al
pollice e la adoravano con religioso rispetto come se fosse stata Venere in
persona.
Anzi nelle vicine citt e nelle terre confinanti si era sparsa la voce
che la dea nata dai profondi abissi del mare e allevata dalla spuma dei
flutti, volendo elargire la grazia della sua divina presenza, era discesa fra
gli uomini o anche che da un nuovo seme di stille celesti non il mare ma la
terra aveva sbocciato un'altra Venere, anch'essa bellissima, nella sua grazia
virginale.

XXIX

Di giorno in giorno una simile credenza si rafforzava sempre pi e la
voce cominci a diffondersi nelle isole vicine e poi pi lontano in molte
regioni del continente.
Folle di pellegrini sempre pi numerose facevano lunghi viaggi,
attraversavano mari profondi per vedere quella straordinaria meraviglia del
secolo.
Nessuno andava pi a Pafo o a Cnido o a Citera per visitare i santuari
di Venere; alla dea non si facevano pi sacrifici, i suoi templi erano
lasciati nell'abbandono, i suoi sacri cuscini calpestati, le cerimonie
trascurate, le sue statue restavano disadorne, vuoti i suoi altari e ingombri
di cenere spenta.
Alla fanciulla si innalzavano preghiere, e si placava il nume di una dea
potente come Venere adorando un volto umano. Al mattino, quando la vergine
usciva, a lei si apprestavano vittime e banchetti invocando il nome di Venere
assente e, quando passava per via, il popolo le si affollava supplice intorno
con fiori e ghirlande.
Questo eccessivo tributo di onori divini a una fanciulla mortale suscit
lo sdegno violento della Venere vera che, scuotendo fieramente il capo e
malcelando la collera, cos cominci a ragionare:

XXX

'Ecco che io, l'antica madre della natura, l'origine prima degli
elementi, la Venere che d vita all'intero universo, sono ridotta a dividere
con una fanciulla mortale gli onori dovuti alla mia maest e a veder profanato
dalle miserie terrene il mio nome celebrato nei cieli. Nessuna meraviglia,
allora, se durante i riti espiatori dovr sopportare un culto equivoco, diviso
a met e se una fanciulla che non potr sfuggire alla morte ostenter le mie
sembianze.
'A nulla  valso allora che quel pastore la cui giustizia e lealt fu
dallo stesso Giove riconosciuta, per la straordinaria bellezza prescelse me
fra dee tanto pi illustri.
'Ma non se li godr a lungo costei, chiunque sia, gli onori che mi
usurpa: la far pentire io della sua bellezza che non le spetta.'
'E l per l chiam il suo alato figliuolo, quel cattivo soggetto che,
infischiandosene della pubblica morale, ha la pessima abitudine di andarsene
in giro armato di torce e di frecce, di entrare di notte nelle case della
gente e profanare i letti nuziali insomma di provocare impunemente un sacco di
guai, senza far mai nulla di buono. E sebbene fosse un briccone e sfacciato
per natura, lei questa volta con le sue parole lo incoraggi e lo aizz, lo
condusse fino a quella citt, gli indic Psiche - cos si chiamava la
fanciulla - e gli raccont gemendo e fremendo d'indignazione tutta la storia
della bellezza contesa.

XXXI

'Ti prego' gli diceva 'in nome dell'affetto che mi porti, per le dolci
ferite delle tue frecce, per le soavi scottature delle tue torce, fa che tua
madre abbia piena vendetta, punisci senza piet questa bellezza insolente. Se
tu vuoi puoi davvero farmelo questo piacere, soltanto questo: che la ragazza
si innamori pazzamente dell'ultimo degli uomini, di quello che la sfortuna ha
particolarmente colpito nella posizione sociale, nel patrimonio, nella stessa
salute, caduto cos in basso che sulla faccia della terra non se n trovi
nessuno come lui disgraziato.
Cos gli parl stringendosi forte al seno quel suo figliuolo e
baciandoselo a lungo. Poi si diresse alla spiaggia vicina, l dove batte
l'onda, e sfiorando con i rosei piedi le creste spumose dei fervidi flutti,
ristette alfine sulla calma superficie del mare; e il mare le rese omaggio, a
un suo cenno, com'ella desiderava, come se tutto da tempo fosse gi stato
voluto: le danzarono intorno le figlie di Nereo cantando in coro, e Portuno
con l'ispida barba azzurra e Solacia col grembo colmo di pesci e il piccolo
Palemone che cavalcava un delfino. Qua e l fra le onde esultavano a schiera i
Tritoni,l uno soffiava dolcemente nella conchiglia sonora, un altro con un
velo di seta faceva schermo all'ardore molesto del sole, un terzo sosteneva
uno specchio dinanzi agli occhi della dea, gli altri nuotavano a coppie
aggiogati al suo cocchio.
 Un tal seguito scortava il viaggio di Venere verso l'oceano.

XXXII

Ma intanto Psiche, bellissima com'era, non ricavava alcun frutto dalla
sua grazia. Tutti la ammiravano, la lodavano, e pure non un re, non un
principe, nemmeno un plebeo veniva a chiederla in sposa. Restavano l a
contemplare quelle divine sembianze come si ammira una statua di suprema
fattura.
Un giorno le due sorelle pi grandi, la cui bellezza, modesta, era
passata inosservata al gran pubblico, si fidanzarono con principi del sangue e
celebrarono nozze felici mentre Psiche, rimasta vergine, sola nella vuota
casa, piangeva il suo triste abbandono e sofferente e intristita fin per
odiare la sua stessa bellezza che pure tutti ammiravano.
E cos l'infelice padre della sventurata fanciulla, temendo una
maledizione celeste e la collera degli dei, interrog l'antichissimo oracolo
del dio Milesio e con preghiere e con vittime chiese a questa potente divinit
per la vergine negletta nozze e marito. E Apollo, bench greco e ionico, per
compiacere l'autore di questo romanzo, gli rispose in latino cos:

XXXIII

Come a nozze di morte vesti la tua fanciulla
ed esponila o re su un'alta cima brulla
non aspettarti un genero da umana stirpe nato
ma un feroce, terribile, malvagio drago alato
che volando per l'aria ogni cosa funesta
e col ferro e col fuoco ogni essere molesta.
Giove stesso lo teme, treman gli dei di lui,
orrore ne hanno i fiumi d'Averno e i regni bui.

Il re che un tempo era stato felice, sentito il sacro responso, fece
ritorno a casa coll'animo colmo di tristezza e rifer alla moglie i comandi
del funesto oracolo. Per pi giorni non fecero che piangere, gemere,
lamentarsi. Ma ormai era giunto il tempo di adempiere a quanto aveva
prescritto il crudele vaticinio e per la sventurata fanciulla venne l'ora di
prepararsi a quelle funebri nozze. Gi il lume delle fiaccole si oscurava di
nera fuliggine spegnendosi sotto la cenere, il suono del flauto nuziale si
mutava in una triste nenia lidia, il canto lieto dell'imeneo in un lamento
lugubre e la sposa novella si asciugava le lacrime con il velo nuziale. Tutta
la citt si dolse del triste destino che aveva colpito quella casa e in segno
di generale cordoglio fu decisa la sospensione di ogni pubblica attivit.

XXXIV

Ormai alla povera Psiche non restava che obbedire al volere celeste e
sottomettersi al supplizio cui era stata destinata.
Terminati nella pi profonda tristezza tutti i solenni preparativi di
quel funesto matrimonio una gran folla di popolo segu le esequie di un vivo e
Psiche in lacrime fu accompagnata non a nozze ma al suo funerale.
I poveri genitori colpiti da una sventura cos grande, esitavano a
compiere un cos orribile crimine ma era la stessa figliola ad esortarli:
'Perch' diceva 'volete angustiare ancor pi la vostra infelice vecchiaia?
Perch affannate il vostro cuore, che  anche il mio, in continui lamenti?
Perch sciupate con lacrime inutili quei vostri visi adorati? Straziando i
vostri occhi  come se straziaste i miei. E perch vi strappate i capelli,
perch vi battete il petto, e tu, madre, perch colpisci quel santo seno che
mi nutr? Ecco per voi il premio della mia famosa, straordinaria bellezza.
L'invidia funesta ha inferto il colpo mortale e voi tardi lo avete capito.
Quando folle intere, intere citt mi tributavano onori divini e tutti, a una
voce, mi proclamavano la nuova Venere, oh, allora avreste dovuto dolervi e
piangere e indossare il lutto come se fossi gi morta. Ne sono sicura, lo
sento, la mia rovina  stata soltanto per quel nome di Venere.
Conducetemi dunque in cima alla rupe che la sorte mi ha destinata e
lasciatemi l. Desidero ormai celebrare presto queste nozze felici, voglio
vederlo subito questo mio nobile sposo. Perch indugiare, perch differire
l'incontro con costui che  nato per la rovina dell'intero universo?'

XXXV

Cos disse la vergine e poi tacque e con passo deciso s'avvi tra la
folla che la segu in corteo.
Giunsero cos alla rupe destinata, su in alto, in cima a un monte a
strapiombo, e l lasciarono la fanciulla, sola, l lasciarono le fiaccole,
spente con le loro lacrime, con cui s'eran fatti lume e a capo chino
rientrarono alle loro case.
I poveri genitori, distrutti da tanta sciagura, si chiusero nell'ombra
pi fitta delle loro stanze votandosi a una notte senza fine.
Psiche intanto, spaurita e tremante, l in cima alla rupe, si struggeva
in lacrime, quand'ecco l'alito mite di Zefiro che mollemente spirava e in un
vortice lieve le ventilava le vesti, dolcemente la sollev da terra e
sostenendola col suo soffio leggero, gi gi lungo il pendio del monte, la
depose nel cavo di una valle in grembo all'erbe e ai fiori.

LIBRO QUINTO



I

Psiche dolcemente adagiata su un morbido prato, in un letto di rugiadosa
erbetta sent l'animo suo liberarsi di tutta l'angoscia e placidamente
s'addorment.
Dopo aver riposato abbastanza si lev pi tranquilla e vide un boschetto
fitto di alberi alti e frondosi e una sorgente d'acque cristalline e, proprio
in mezzo al bosco, non lontana da quella fonte, vide una reggia, costruita non
dalla mano dell'uomo ma per arte divina. Fin dalla soglia ci si accorgeva
subito che si trattava della dimora splendida, fastosa di un dio.
Il soffitto a cassettoni finemente intarsiati di cedro e d'avorio, era
sostenuto da colonne d'oro, le pareti tutte rivestite da bassorilievi
d'argento raffiguranti belve e altri animali nell'atto di balzare su chi
entrava.
Un uomo certamente straordinario, un semidio forse, anzi un dio di
sicuro, chi aveva, con un'arte cos magistrale, animato tutto quell'argento.
Anche i pavimenti di preziosi mosaici spiccavano per la variet delle
composizioni.
Beati, oh, s, veramente beati quelli che avrebbero potuto camminare su
quelle gemme e su quei gioielli.
D'altronde, anche il resto della casa, in lungo e in largo. era di
valore inestimabile: i muri erano formati da blocchi d'oro e brillavano di
luce propria, cos che quel palazzo risplendeva di per s anche senza la luce
del sole,tanto sfolgoravano le stanze, i porticati, le stesse porte.
Tutte le altre cose erano perfettamente intonate alla magnificenza
regale di quella casa s che veramente sembrava che quel divino palazzo fosse
stato costruito per il sommo Giove come sua dimora terrena.

II

Attratta dall'incanto del luogo Psiche s'avanz, poi fattasi coraggio
varc la soglia e, presa dalla curiosit di quella mirabile visione, si mise a
osservare attentamente ogni cosa. Vide cos, in un'altra ala del palazzo,
loggiati dalla linea stupenda, pieni zeppi di tesori: c'era tutto quanto si
potesse desiderare e immaginare.
Ma la cosa pi straordinaria, pi ancora di tutte quelle meraviglie, era
che nessuna chiave, nessun cancello, nessun custode difendeva quelle
ricchezze.
Mentre con sommo piacere ella contemplava tutto questo, sent una voce
misteriosa che le disse: 'Signora, perch stupisci di fronte a tanta
ricchezza? Ci che vedi  tuo. Entra in camera e lasciati andare sul letto e
comanda per il bagno, come ti piace Queste voci sono quelle delle tue ancelle,
pronte a servirti, e quando avrai terminato di prenderti cura della tua
persona, non dovrai attendere per un pranzo regale.'

III

Psiche comprese che tutta quella grazia era un segno della divina
provvidenza e seguendo le indicazioni delle voci misteriose prima con il sonno
poi con un bagno si liber della stanchezza.
Fu allora che vide, poco discosta, una tavola semicircolare gi
apparecchiata per il pranzo e pensando si trattasse del suo, volentieri
sedette.
All'istante, senza che nessuno servisse, ma come spinti da un soffio, le
vennero recati vini pregiati, svariate pietanze. Non riusciva a vedere
nessuno, sentiva solo un rimbalzar di parole  aveva per ancelle soltanto
delle voci.
Dopo quel pranzo squisito un essere invisibile entr e cominci a
cantare e un altro ad accompagnarlo sulla cetra ma Psiche non riusc a vedere
nemmeno questa; poi le giunse all'orecchio un concerto di voci: si trattava di
un coro, ma anche questa volta la fanciulla non vide nessuno.

IV

Quando queste delizie cessarono, l'ora tarda invit al sonno Psiche.
Ma nel cuor della notte un rumore leggero le giunse all'orecchio, Ella
era sola col suo pudore di vergine e trasal, cominci a tremare di paura, a
temere l'ignoto che la circondava pi che un pericolo reale. Ma era il suo
sposo invisibile che veniva a lei che entrava nel suo letto e la possedeva, e
che prima dell'alba s'era gi dileguato.
Accorsero allora prontamente le voci che vigilavano nella stanza e
porsero alla novella sposa le loro cure per la violata verginit.
Questo si ripet per molto tempo e come di solito accade l'abitudine
fin col rendere piacevole a Psiche questa sua nuova esistenza e il suono di
quelle voci misteriose col consolare la sua solitudine.
Nel frattempo i suoi genitori invecchiavano in un dolore e in un lutto
inconsolabili. La fama di quanto era accaduto s'era sparsa in lungo e in largo
e anche le sorelle maggiori erano venute a sapere ogni cosa.
Tristi e angosciate, esse avevano lasciate le loro case e in fretta e
furia erano corse a consolare i loro genitori.

V

Quella notte stessa lo sposo disse alla sua Psiche; - infatti, bench
invisibile lei poteva udirlo  toccarlo come un marito in carne e ossa -
'psiche, mia dolcissima e amata sposa, il destino crudele ti minaccia di un
terribile pericolo, per cui ti prego d essere molto prudente. Le tue sorelle,
angosciate dalla notizia della tua morte si sono messe sulle tue tracce e
presto verranno a questa rupe; se tu sentissi i loro lamenti, per carit non
rispondere, non farti vedere, perch a me daresti un grande dolore ma per te
sarebbe addirittura la fine.'
Assent Psiche e promise che avrebbe fatto come il suo sposo diceva ma
quando egli con la notte si dilegu, per tutto il giorno la poverina non fece
che struggersi in lacrime: 'Allora son proprio morta' si ripeteva tra i
lamenti 'prigioniera in questo carcere d'oro, senza poter corrispondere con
esseri umani, senza nemmeno poter consolare le mie sorelle che mi piangono
morta, senza neppure poterle vedere.' E quel giorno non fece il bagno, non
tocc cibo, non si concesse alcun ristoro. A sera il sonno la vinse che ancora
piangeva disperata.

VI

Cos quando il suo sposo, pi presto del solito, le si distese al fianco
e stringendola fra le braccia sent che piangeva: 'Sono queste' le disse 'le
tue promesse, Psiche? Che cosa pu aspettarsi da te, che cosa pu sperare un
marito? Non fai altro che piangere giorno e notte e non smetti di tormentarti
neanche quando sei fra le mie braccia. Fa pure quello che vuoi, va pure dietro
al tuo cuore e tienti il danno, ma quando comincerai a pentirtene, e sar
tardi, ricordati che io ti avevo seriamente avvertito.'
Ma ella con mille preghiere, minacciando perfino che si sarebbe data la
morte, strapp al suo sposo il permesso di vedere le sorelle, di consolare il
loro dolore, di trattenersi un poco a parlare con loro.
Ed egli cedette all'insistenza della giovane sposa e le concesse perfino
che donasse alle sorelle tutto l'oro e i gioielli che credeva ma, nello stesso
tempo, l'avvert se veramente e con parole ch le fecero paura, di non
indagare, magari seguendo i cattivi suggerimenti delle sorelle, sull'aspetto
di lui, di non cedere a una simile sacrilega curiosit, perch allora, da
tanta beatitudine sarebbe precipitata nella rovina pi nera e non avrebbe pi
goduto dei suoi amplessi.
Ella ringrazi lo sposo e tutta contenta lo rassicur che avrebbe
preferito cento volte morire piuttosto che non fare pi all'amore con lui, che
lo amava ardentemente, chiunque fosse, che le era caro come la vita e che lo
preferiva perfino allo stesso Cupido: 'Ma ti prego' gli diceva tra i baci
'concedimi ancora questo: comanda al tuo servo Zefiro di portar qui le mie
sorelle al modo stesso che lo fui io' e gli sussurr mille dolci paroline e si
avvinghi al suo corpo quasi a costringerlo, continuandogli a ripetere fra le
carezze: 'Gioia mia, sposo mio diletto, dolce anima della tua Psiche.'
Suo malgrado lo sposo cedette alla forza e alla seduzione di quei
sussurri d'amore e promise che avrebbe fatto quello che lei voleva; poi,
appressandosi l'alba, si sciolse dagli amplessi della sposa a svan.

VII

Frattanto le sorelle, saputo il posto in cima alla montagna dov'era
stata abbandonata Psiche lo raggiunsero senza indugio e qui cominciarono a
piangere e a battersi il petto, tanto che rocce e dirupi echeggiarono presto
dei loro gemiti.
Poi si misero a chiamare per nome la povera sorella finch Psiche, a
quei dolorosi lamenti che si spandevano tutt'intorno gi gi fino a valle,
trepidante e fuori di s si precipit dal palazzo esclamando:
'Perch vi disperate? Voi mi piangete ed io sono qui. Smettetela con i
lamenti. Asciugate le vostre guance troppo a lungo bagnate di lacrime perch
ormai potete abbracciare quella che piangevate morta. Poi chiam Zefiro, gli
rifer il volere dello sposo e quello, subito, ubbidiente al comando, lieve
lieve con i suoi dolci soffi le trasport gi sane e salve.
Baci e abbracci a non finire si scambiarono le tre sorelle e le lacrime
a stento poco prima represse tornarono a spuntare ma questa volta furono
lacrime di gioia. 'Suvvia, entrate  rallegratevi,  questa la mia casa,
bando alle malinconie, ora che siete con la vostra Psiche.'

VIII

E cos dicendo mostr alle sorelle tutti i tesori di quel palazzo dorato
e fece sentire anche a loro le innumerevoli voci che la servivano.
Poi le ristor con un magnifico bagno e con un pranzo che fu tutto una
delizia, degno degli dei, tanto che dopo essersi rimpinzate di ogni ben di dio
le due sorelle cominciarono a covare in cuor loro un senso di invidia.
A un certo punto una delle due cominci a far la curiosa e a chiedere
con insistenza chi fosse il padrone di tutte quelle meraviglie, chi era suo
marito e che aspetto avesse.
Ma Psiche a nessun costo avrebbe tradito il giuramento fatto allo sposo
e, infatti, non svel i suoi segreti. L per l invent che era un bel giovane
con il volto appena ombreggiato dalla prima barba, sempre via a caccia per
boschi e per monti, e, anzi, per evitare che, continuando nel discorso ella
potesse tradirsi e dire cose che non doveva, chiam Zefiro e dopo averle
caricate di gioielli, di gemme, di pietre preziose, le affid a lui, perch
gliele portasse via. Il che fu subito eseguito.

IX

Ma quello che non si dissero, rientrando a casa, le due rispettabili
sorelle, divorate com'erano dall'invidia e dalla bile!
Una, alla fine, garr: 'Fortuna orba, crudele e malvagia. Bel gusto il
tuo a farci nascere dagli stessi genitori e poi darci una sorte cos diversa.
Noi che siamo le pi grandi, facciamo le serve a dei mariti stranieri e siamo
costrette a vivere come delle esiliate, lontano dalla nostra casa, dalla
nostra patria, dai nostri genitori; quella li invece, la pi giovane l'ultimo
parto di un ventre ormai esausto, ha ricchezze a non finire e un dio per
marito e di tutta questa fortuna non sa nemmeno farne buon uso. Ma hai visto,
sorella, quanti e quali tesori in quella casa e che splendide vesti e che
luccichio di gioielli? Sembra di camminare addirittura sull'oro, se poi ha
anche un bel marito, come lei dice,  proprio la donna pi fortunata del
mondo. E non  detto poi che vivendo insieme e crescendo l'affetto, il marito,
che  un dio, non finisca per far diventare dea anche lei. Sta a vedere,
perdio, che sar proprio cos: quel suo modo di fare, quel suo comportamento,
quella gi si vede sul piedistallo, ha per schiave delle voci, d ordini ai
venti, mi sa che nella donna c' gi la dea.
Guarda me, invece, disgraziata che sono: m' capitato un marito pi
vecchio di mio padre, per giunta pi calvo di una zucca, pi timido d'un
ragazzino e che tiene tutta la casa sotto chiave e catena.

X

'Ed io,' fece di rimando l'altra 'che mi devo sopportare un marito tutto
rattrappito e sciancato dai reumatismi e che in fatto d'amore, quindi, mi fa
fare lunghe astinenze. Devo sempre fargli le frizioni alle dita, contorte e
indurite come pietre, irritarmi queste mie mani cos delicate tra medicine
puzzolenti, luride ben de e schifosi cataplasmi; altro che la moglie
premurosa, l'infermiera mi son ridotta a fare. Tu, sorella, lasciatelo dire
francamente, mi sembra che sopporti tutto questo con troppa pazienza, se non
addirittura con la rassegnazione di una serva; io invece non so rassegnarmi
all'idea che una fortuna di quel genere sia dovuta capitare a una che non ne 
degna.
Prova a ricordarti con quanta superbia e arroganza ci ha trattate e come
si vantava davanti a noi e come si compiaceva dentro di s.
In fondo in fondo, poi, che cosa ci ha dato? Poche scarabattole, se si
pensa a tutti i tesori che possiede, e a malincuore per giunta; poi su due
piedi si  liberata della nostra presenza e a soffi e a fischi ci ha fatto
portar via. Ma quant' vero che sono una donna e che sono viva, io quella la
tirer gi da tutta la sua fortuna.
Perci se anche tu, come dovresti, ti senti bruciare da quest'affronto,
vediamo in due di tirar fuori qualche progettino efficace.
Per prima cosa silenzio con tutti, genitori compresi, per quanto
riguarda i doni che ci siamo portati via; anzi dobbiamo dire di non aver
saputo nulla di lei se sia ancora viva o meno.: gi troppo quello che abbiamo
visto noi e che non avremmo voluto vedere, che non  proprio il caso di andare
a rivelare ai quattro venti o anche soltanto ai nostri genitori le sue
fortune.
Per fare, infatti, meno felice qualcuno  sufficiente che nessuno
conosca la sua fortuna.
Ora per torniamo dai nostri mariti, alle nostre case, povere quanto
vuoi ma ospitali. Ci penseremo su con tutta calma e ponderazione e ritorneremo
pi risolute e decise a punire tanta superbia.'

XI

Questa malvagia risoluzione parve buona alle perfide sorelle che,
nascosti tutti quei doni cos preziosi, cominciarono a strapparsi le chiome, a
graffiarsi il viso (se lo sarebbero meritato) e a versare false lacrime.
Poi, gonfie di rabbia, dopo aver rinnovato il dolore nei loro genitori
sbigottiti, di furia, fecero ritorno alle loro case per macchinare un inganno
scellerato, anzi un vero e proprio delitto nei riguardi della sorella in
nocente.
Intanto il misterioso sposo ripeteva a Psiche i soliti avvertimenti nei
suoi colloqui notturni: Ma non vedi quale pericolo ti sovrasta? La sventura,
per ora, ti minaccia da lontano ma se tu non prendi tutte le precauzioni essa
presto ti piomber addosso Quelle perfide bagasce stanno architettando contro
di te una trappola infame, come quella di persuaderti innanzitutto a scoprire
il mio aspetto e tu sai, invece, perch te l'ho ripetuto pi volte, che se mi
vedi poi non potrai pi vedermi. Quindi se quelle perfide streghe torneranno
da te con cattive intenzioni, e senz'altro torneranno, lo so, non parlare con
loro e se questo per il tuo carattere semplice e i1 tuo buon cuore proprio non
ti sar possibile, almeno non ascoltare e non dire una parola che riguardi tuo
marito.
'Presto non saremo pi in due perch questo tuo grembo, fino a ieri
ancora di bambina, porta gi in s, per noi, una creatura: un dio se tu saprai
custodire il nostro segreto, un essere mortale se, invece, lo violerai.'

XII

A quella notizia Psiche s'illumin di gioia; il consolante pensiero di
una prole divina la rallegrava, era orgogliosa del futuro rampollo ed esultava
della sua nuova dignit di madre.
Ansiosa contava i giorni che si succedevano, i mesi che passavano e
nella sua innocenza si stupiva di quello strano peso e di quel ventre che, per
una piccola trafittura, le era tanto cresciuto.
Ma intanto quei flagelli, quelle orribili Furie, gonfie di veleno come
vipere, avevano rotto gli indugi e, preso il mare, rapide si appressavano
spinte dalla loro stessa malvagit.
E allora quello sposo sempre fuggente, ancora una volta ammon la sua
Psiche:
 venuto il giorno supremo, il momento decisivo: un nemico del tuo
sesso, del tuo stesso sangue, ha preso le armi, ha levato il campo, muove
contro di te, dando fiato alle trombe. Sono le tue sciagurate sorelle che
hanno impugnato la spada e cercano la tua gola. Ohim, mia dolce Psiche quali
grandi sventure ci sovrastano.
Abbi piet di te, di noi e con il tuo scrupoloso silenzio salva
dall'imminente rovina la casa, lo sposo, te stessa, questo nostro piccino.
Evita di vederle, di ascoltarle quelle femmine scellerate, che non puoi pi
chiamare sorelle dopo che ti hanno dichiarato odio mortale e hanno calpestato
i vincoli del sangue, quando compariranno su quella rupe e come sirene faranno
echeggiare le rocce dei loro funesti richiami.'

XIII

Ma Psiche con parole soffocate dai singhiozzi: 'Da tempo, credo, hai
avuto le prove della mia fedelt e della mia discrezione; tuttavia voglio
nuovamente di mostrarti la fermezza del mio animo. Soltanto devi ancora una
volta dire al nostro Zefiro che obbedisca ai miei ordini e, in cambio del tuo
aspetto divino che mi nascondi, lasciare almeno che io riveda le mie sorelle.
Suvvia, ti prego, per questi tuoi capelli profumati e fluenti, per queste tue
guance morbide e lisce come le mie, per questo tuo petto che spande non so
quale ardore, oh possa un giorno riconoscere almeno nel bimbo il tuo aspetto;
ti supplico con le preghiere pi ardenti, pi umili, lascia ch'io riabbracci
le mie sorelle, fa contenta la tua Psiche che ti  fedele e ti ama. Il tuo
volto io non lo voglio pi conoscere, la notte per me non ha pi ombre: ho te
e tu sei la mia luce.'
Stregato da queste parole e dalle carezze lascive lo sposo, asciugandole
le lacrime con i capelli, promise che l'avrebbe esaudita, poi rapido si
dilegu prima che sorgesse il nuovo giorno.

XIV

Le due sorelle, unite nella congiura, senza neppure far visita ai
genitori, lasciata la nave, si diressero di filato verso la rupe e non
aspettarono nemmeno che il vento si sollevasse a raccoglierle ma con folle
temerariet si precipitarono gi dall'alto.
Ma Zefiro che ricordava l'ordine del suo signore, sebbene malvolentieri,
le raccolse nel grembo del suo soffio e le depose al suolo. Ed esse senza
indugiare, a passi veloci, entrarono nella casa di Psiche, abbracciarono la
loro vittima, sorelle soltanto di nome, la blandirono, nascondendo dietro il
sorriso tutta la perfidia che covavano in cuore.
 Psiche, ma tu non sei pi la bimba di prima, eccoti gi madre. Pensa
chiss quale tesoro tu ci porti in questo tuo piccolo grembo. Che gioia darai
a tutta la nostra famiglia. Come saremo felici di allevare questo bimbo d'oro.
Se poi, com' naturale, somiglier in bellezza a sua madre e a suo padre, oh,
allora, vedremo nascere proprio un nuovo Cupido.'

XV

Cos simulando affetto, a poco a poco si cattivarono l'animo della
sorella la quale premurosamente le fece sedere perch si riposassero del
viaggio, le ristor con un bel bagno caldo, le intrattenne nel triclinio
lasciando che si servissero loro piacere di quelle sue pietanze squisite e
raffinate. Ordin poi che la cetra suonasse e subito s'ud un arpeggio,
comand che i flauti suonassero e cos fu, che si cantasse in coro e un coro
cant: non si vedeva nessuno ma queste soavi melodie accarezzavano l'animo di
chi le ascoltava.
Eppure la malvagit di quelle femmine scellerate non si quiet nemmeno
alla dolcezza di quel canto, anzi avviando il discorso in direzione della
trappola gi predisposta, facendo finta di nulla, cominciarono a chiedere a
Psiche com'era quel suo marito, dov'era nato e da quale famiglia discendesse.
E quella, ingenua com'era e non ricordando ci che aveva detto la volta
prima, invent una nuova storia, cio che il suo sposo era nativo della vicina
provincia, che aveva un grosso giro di affari, che era di mezza et e gi con
qualche capello bianco.
Poi, senza indugiare troppo su questo discorso le colm nuovamente di
ricchi doni e le affid al vento perch le riportasse via.

XVI

Ma quelle mentre tornavano a casa sollevate dal soffio tranquillo di
Zefiro, cos cominciarono a discutere: 'Che ne pensi sorella, della grossolana
menzogna di quella stupida? L'altra volta era un giovanotto che aveva s e no
la barba, ora  diventato un uomo maturo con i capelli gi brizzolati. Ma chi
pu essere uno che in cos poco tempo diventa vecchio? Sorella mia, c' poco
da capire: o quella svergognata ci racconta un sacco di bugie o non sa nemmeno
come  fatto suo marito.
Comunque, nell'un caso o nell'altro, l'importante  tirarla gi da tutte
le sue ricchezze. Perch se non conosce l'aspetto del marito vuol dire che ha
sposato un dio e, dato che  incinta, un dio sar anche il bambino.
Sta certa che se quella l, non sia mai, passer per la madre di un
fanciullo divino, io mi appender a una corda, e subito.
Ma per adesso torniamo dai nostri genitori e prendendo lo spunto da
questo discorso, continuiamo a tessere inganni, quanto pi verosimili.'

XVII

Cos, divorate dall'ira, rivolsero appena un saluto sgarbato ai genitori
e, dopo una notte insonne, al mattino, tornarono di furia alla rupe e di li si
calarono gi con l'aiuto del solito vento.
Strofinandosi le palpebre riuscirono a strizzare qualche lacrima e poi
si rivolsero alla fanciulla con queste astute parole: Beata te che te ne stai
tranquilla, ignara di un fatto terribile, incurante del pericolo che ti
sovrasta, ma noi che stiamo sveglie la notte, preoccupate del tuo caso, siamo
angosciate al pensiero delle. tue sciagure. Abbiamo saputo, infatti, con tutta
certezza, e non possiamo nascondertelo dato che abbiamo fatto nostre le tue
sventure e il tuo dolore, che chi viene a letto con te, di nascosto la notte,
 un serpente gigantesco, tutto viscide spire dal collo gonfio d'un sangue
velenoso e mortale e dalle fauci enormi spalancate.
Ora, ricordati dell'oracolo che ti predisse che avresti sposato
un'orribile bestia. Molti contadini, e quelli che vengono a caccia da queste
parti, e parecchi abitanti dei dintorni lo hanno visto all'imbrunire tornare
dalla pastura e nuotare nelle acque del fiume qui vicino.

XVIII

E tutti dicono che non ti colmer per molto tempo di tutte queste
delizie ma che appena la tua gravidanza si sar compiuta ti divorer insieme
con il ricco frutto del tuo ventre.
Stando cos le cose tu devi decidere: o ascoltare le tue sorelle cos
sollecite della tua vita e, scampando alla morte, vivere con noi fuori di ogni
pericolo, oppure finire nelle viscere di un mostro orrendo.
Se poi ti piace questa solitudine risonante di voci, se ti piace giacere
con un fetido, furtivo e pericoloso amante, accoppiarti con un velenoso
serpente, noi le tue buone sorelle, avremo almeno fatto il nostro dovere.'
La povera Psiche, ingenua e di cuor semplice com'era, a quelle parole
cos terribili fu assalita dal terrore. Come fuori di s dimentic gli
avvertimenti dello sposo, tutte le promesse fatte e precipit se stessa nella
rovina pi nera.
Tremante, sbiancata in volto livida, con un filo di voce, balbett
parole rotte.

XIX

'Sorelle carissime, a fare quel che fate vi spinge il vostro affetto
verso di me ed  anche giusto che sia cos, ma anche quelli che vi han detto
queste cose orribili, purtroppo, mi sa che non se le sono inventate. In
effetti io non ho mai visto in faccia il mio sposo, n so di dove egli venga.
Di lui conosco soltanto la voce per qualche paroletta che mi sussurra la notte
e nient'altro, tranne che prima di giorno,  gi fuggito. Questo mi fa pensare
che voi abbiate proprio ragione e che si tratti di un mostro.
Sapete poi come si spaventa se io gli chiedo di volerlo conoscere e di
quali disastri mi minaccia se gli dico che sono curiosa di sapere almeno com'
il suo volto.
Perci se voi volete effettivamente soccorrere questa vostra sorella
infelice, fatelo subito; qualsiasi indugio renderebbe vano il beneficio che
gi mi avete recato con il vostro tempestivo intervento.'
Allora quelle due scellerate ebbero via libera nell'animo ormai indifeso
della sorella e messa da parte la tattica sottile dell'intrigo sconvolsero i
trepidi pensieri dell'ingenua fanciulla con le armi palesi della frode.

XX

E cos la seconda incalz: 'Poich il vincolo di sangue che ci lega ci
induce, pur di salvarti, a non tener conto del pericolo, noi ti indicheremo,
dopo averci pensato e ripensato, l'unica via che pu portarti a salvamento.
Prendi un rasoio molto affilato, anzi rendilo pi tagliente che puoi
passandolo sul palmo della mano e nascondilo bene nel letto, dalla parte dove
ti corichi, poi sotto una pentola ben chiusa poni una lucerna piena d'olio, di
quelle che fanno molta luce, e fa bene attenzione che nulla si veda. Quando
lui strisciando sulle sue spire, come al solito, sar salito nel letto e vinto
dal primo sonno comincer ad avere il respiro pesante, tu scivola gi dal
letto e pian piano, scalza, in punta di piedi, va a tirar fuori dal suo
nascondiglio la lucerna e alla sua luce scegli il momento opportuno per la tua
audace impresa, impugna senza esitazione quell'arma a due tagli, alza in alto
il braccio e con tutta la tua
forza stacca al terribile drago la testa dal collo.
Non ti mancher il nostro aiuto perch appena tu l'avrai ucciso e sarai
salva, noi accorreremo prontamente e ti aiuteremo a portar via in fretta tutte
queste ricchezze e poi ti faremo sposare secondo il tuo desiderio, ma con un
uomo, dal momento che sei una creatura umana.'

XXI

Con queste parole di fuoco infiammarono l'animo della sorella che gi
divampava, poi la lasciarono in asso temendo esse stesse di restare pi oltre
sul luogo di tanto misfatto e fattesi portare in alto fino alla rupe dal
solito soffio di vento, via di gran corsa fino alle navi per poi fuggire
lontano.
Ma Psiche, rimasta sola, anche se sola non era perch tormentata da
Furie ostili, si sentiva turbata e sconvolta come un mare in tempesta e bench
risoluta e ferma nel suo proposito, bench gi sul punto di consumare il
misfatto, provava una certa esitazione e nella sua sventura era combattuta da
sentimenti diversi. Ora voleva affrettarsi, ora differiva l'azione, voleva
osare e aveva paura, disperava e a un tempo ardeva dalla collera, insomma
odiava la bestia e amava il marito che erano un essere solo.
Tuttavia mentre scendevano le prime ombre della sera, trepidante e in
gran fretta ella dispose ogni cosa per il delitto. 'Venne la notte e giunse
anche lo sposo che, dopo essersi un po' cimentato in qualche schermaglia
amorosa, cadde in un sonno profondo.

XXII

Allora a Psiche vennero meno le forze e l'animo; ma a sostenerla, a
ridarle vigore fu il suo stesso implacabile destino: and a prendere la
lucerna, afferr il rasoio e sent che il coraggio aveva trasformato la sua
natura di donna.
Ma non appena il lume rischiar l'intimit del letto nuziale, agli occhi
di lei apparve la pi dolce e la pi mite di tutte le fiere, Cupido in carne e
ossa, il bellissimo iddio, che soavemente dormiva e dinanzi al quale la stessa
luce della lampada brill pi viva e la lama del sacrilego rasoio dette un
barbaglio di luce.
A quella visione Psiche, impaurita, fuori di s sbiancata in viso e
tremante, sent le ginocchia piegarsi e fece per nascondere la lama nel
proprio petto, e l'avrebbe certamente fatto se l'arma stessa, quasi
inorridendo di un cos grave misfatto, sfuggendo a quelle mani temerarie, non
fosse andata a cadere lontano.
Eppure, bench spossata e priva di sentimento, a contemplare la
meraviglia di quel volto divino, ella sent rianimarsi.
Vide la testa bionda e la bella chioma stillante ambrosia e il candido
collo e le rosee guance, i bei riccioli sparsi sul petto e sulle spalle, al
cui abbagliante splendore il lume stesso della lucerna impallidiva; sulle
spalle dell'alato iddio il candore smagliante delle penne umide di rugiada e
bench l'ali fossero immote, le ultime piume, le pi leggere e morbide,
vibravano irrequiete come percorse da un palpito.
Tutto il resto del corpo era cos liscio e lucente, cos bello che
Venere non poteva davvero pentirsi d'averlo generato. Ai piedi del letto erano
l'arco, la faretra e le frecce, le armi benigne di cos grande dio.

XXIII

Psiche non la smetteva pi di guardare le armi dello sposo: con
insaziabile curiosit le toccava, le ammirava, tolse perfino una freccia dalla
faretra per provarne sul pollice l'acutezza ma per la pressione un po' troppo
brusca della mano tremante la punta penetr in profondit e piccole gocce di
roseo sangue apparvero a fior di pelle. Fu cos che l'innocente Psiche, senza
accorgersene, s'innamor di Amore. E subito arse di desiderio per lui e gli si
abbandon sopra e con le labbra schiuse per il piacere, di furia, temendo che
si destasse, cominci a baciarlo tutto con baci lunghi e lascivi.
Ma mentre l'anima sua innamorata s'abbandonava a quel piacere la lucerna
maligna e invidiosa, quasi volesse toccare e baciare anch'essa quel corpo cos
bello, lasci cadere dall'orlo del lucignolo sulla spalla destra del dio una
goccia d'olio ardente. Ohim audace e temeraria lucerna indegna intermediaria
d'amore, proprio il dio d'ogni fuoco tu osasti bruciare quando fu certo un
amante ad inventarti per godersi pi a lungo, anche di notte il suo desiderio.
Balz su il dio sentendosi scottare e vedendo oltraggiata e tradita la
sua fiducia, senza dire parola, d'un volo si sottrasse ai baci e alle carezze
dell'infelicissima sposa.

XXIV

Psiche per, nell'attimo in cui egli spicc il volo, riusc ad
afferrarsi con tutte e due le mani alla sua gamba destra e a restarvi
attaccata, inerte peso, compagna del suo altissimo volo fra le nubi, finch,
stremata, non si lasci cadere al suolo.
Ma il dio innamorato non ebbe cuore di lasciarla cos distesa a terra e
vol su un vicino cipresso e dal ramo pi alto con voce grave e turbata cos
le parl:
'Oh, troppo ingenua Psiche, mia madre, Venere, mi aveva ordinato di
farti innamorare del pi abbietto, dell'ultimo degli uomini e a lui darti in
isposa; io invece le ho disubbidito e son volato a te per essere io stesso il
tuo amante: stata una leggerezza, lo so, e mi sono ferito con il mio stesso
dardo, io, famosissimo arciere, e ti ho fatto mia sposa perch tu, pensandomi
un mostro, mi troncassi col ferro questo capo che reca due occhi innamorati di
te.
'Eppure quante volte ti ho detto di stare in guardia, con che cuore ti
ho sempre ammonita. Ma quelle tue brave consigliere presto faranno i conti con
me per i loro suggerimenti funesti; quanto a te, baster la mia fuga a
punirti.' E con queste parole aperse le ali e si lev nel cielo.

XXV

Da terra ove giaceva, Psiche segu il volo dello sposo finch pot
vederlo e, intanto, si sfogava in gemiti angosciosi; ma quando nel suo rapido
volo egli si fu sottratto alla vista di lei, perdendosi lontano nello spazio,
ella corse alla riva del fiume pi vicino e a capofitto vi si gett; ma il
buon fiume, devoto al dio che suole accendere d'amore anche le acque e temendo
per s, senza farle alcun male la sollev su un'onda e la depose sulla riva
fiorita.
Per fortuna che Pan, il dio dei campi, se ne stava seduto proprio l,
sulla sponda del fiume, con Eco fra le braccia, la dea dei monti e le
insegnava a cantare le melodie pi varie, mentre le capre, qua e l, lungo la
riva saltando, brucavano l'erba che la corrente lambiva
Il dio caprino appena vide Psiche cos distrutta e affranta, poich non
era ignaro delle sue sventure, la chiam dolcemente a s, confortandola con
buone parole:
'Figliola cara,' cominci a dirle 'io non sono che un villano, un rozzo
pastore, per di esperienza ne ho tanta dato che sono vecchio ormai. Quindi se
vedo chiaro - in fondo in questo consiste, secondo quelli che se ne intendono,
l'essere profeti - dal tuo passo vacillante, dal pallore estremo del tuo viso,
da quel sospirare continuamente e soprattutto dai tuoi occhi cos tristi, devo
arguire che un amore violento ti tormenta. Dammi retta, allora, non provarci
pi a gettarti nel fiume, n cercare la morte in altro modo. Cessa di
piangere, scaccia il dolore e mettiti piuttosto a pregare Cupido, il pi
potente degli dei: giovane, sensibile e vagheggino com', lusingalo con dolci
voti.'

XXVI

Psiche non rispose al dio pastore che le aveva parlato e, riverente al
nume soccorritore, si mise in cammino.
A lungo err per strade sconosciute, tra molti stenti, finch giunse con
le prime ombre della sera ad una citt dove era re il marito di una delle sue
sorelle. Appena Psiche lo seppe si fece annunziare e quando fu dinanzi alla
sorella, che, dopo reciproci scambi di abbracci e di saluti, le chiese le
ragioni della sua venuta, cos cominci a dire:
'Ricordi i consigli che mi deste quando mi persuadeste ad uccidere con
un affilato rasoio il mostro che mi dormiva accanto sotto il mentito nome di
marito prima che fosse lui a divorar me, poveretta?
'Ebbene, quando la complice luce della lampada, come s'era d'accordo, mi
rivel il suo volto, oh, che spettacolo meraviglioso, addirittura divino,
videro i miei occhi: il figlio stesso di Venere, Cupido in persona ti dico,
era l che riposava tranquillo.
'Rimasi come colpita a tale straordinaria visione e mentre tutta
sconvolta da un desiderio prepotente che mi faceva soffrire perch non
riuscivo ad appagare del tutto, malauguratamente, dalla lucerna cadde una
goccia d'olio bollente sulla sua spalla. Per il dolore egli si svegli di
soprassalto e vedendomi armata di ferro e di fuoco: Tu? Un'assassina?"
esclam. Infame, via dal mio letto, subito, fa fagotto. Tua sorella" e
pronunzi il tuo nome, io sposer con legittime nozze" e l per l comand a
Zefiro che mi buttasse fuori dalla sua casa.'

XXVII

Psiche non aveva ancora finito di parlare che quella, eccitata dagli
stimoli di una pazza libidine e da una malvagia invidia, cos su due piedi,
invent al marito una panzana che facesse al caso, cio che aveva saputo della
morte di uno dei suoi genitori e, di furia, prese la nave e si rec
direttamente alla nota rupe.
Ma il vento che soffiava, ora era vento diverso, tuttavia, protesa in
una folle speranza, quella cominci a invocare: 'Cupido prendimi, sono io la
sposa degna di te, e tu, Zefiro, accogli la tua padrona' e con un gran salto
si butt gi.
Ma nemmeno morta pot giungere l dove voleva, perch il suo corpo si
sfracell sulle rocce aguzze e per gli uccelli rapaci e le fiere quelle membra
straziate furono un pasto abbondante. Era quello che si meritava.
Il seguito della vendetta non si fece attendere. Infatti Psiche, nel suo
peregrinare, giunse a un'altra citt dove abitava la seconda sorella e anche a
questa tese la stessa trappola. Costei, bramosa di prendere il posto della
sorella con nozze sciagurate, s'affrett a correre alla rupe e fece la stessa
fine dell'altra.

XXVIII

Intanto mentre Psiche andava di paese in paese cercando Amore, questi,
dolorante ancora per la scottatura della lucerna, s'era rifugiato nello stesso
letto della madre e si lagnava.
Allora il candido uccello che sfiora con le sue ali le onde del mare, il
gabbiano, velocissimo, si tuff nel profondo grembo dell'Oceano e avvicinatosi
a Venere che tranquillamente stava facendo il bagno e nuotava, le rifer che
il figlio s'era scottato, che si lamentava per il dolore acuto della piaga, e
che giaceva a letto in grave stato; infine che la famiglia di Venere ormai era
sulla bocca di tutti e sul suo conto correvano dicerie e malignit a non
finire, per esempio che il figlio s'era appartato tra i monti per godersi i
favori di una sgualdrina e che lei, la madre, se ne stava sempre in mare a
nuotare e che perci gli uomini non sapevano pi cos'era il piacere, la
gentilezza, la grazia, e tutto era diventato rozzo, selvaggio, volgare, e non
si celebravano pi matrimoni, non c'erano pi relazioni amichevoli fra gli
uomini e anche l'amore per i figli si stava allentando e c'era solo un gran
disordine e come un fastidio per ogni sorta di legami del resto sempre meno
sentiti.
Questo cicalava quell'uccello petulante e pettegolo all'orecchio di
Venere, calunniandole il figlio.
'Ah, cos quel mio bravo figliolo ha gi l'amica?' sbott a un tratto la
dea su tutte le furie. 'E tu che sei l'unico a servirmi con affetto, fuori il
nome, voglio sapere chi  questa che ha sedotto un ragazzino ingenuo e
indifeso, se  una Ninfa o una delle Ore o una Musa o anche una delle Grazie
al mio servizio.'
E l'uccello chiacchierone non tacque: 'Non lo so mia signora, credo per
che egli sia innamorato cotto di una fanciulla mortale; se ben ricordo si
chiama Psiche.'
Venere salt su infuriata e cominci a gridare: 'Ah  Psiche che ama! La
mia rivale in bellezza, quella che voleva usurpare il mio nome. Sta a vedere
che il ragazzo mi avr presa per una ruffiana e s' pensato che io gli abbia
mostrato la fanciulla perch ci andasse assieme.'

XXIX

E usc dal mare strillando per precipitarsi di furia al suo talamo d'oro
dove, come le era stato riferito, trov il giovanotto infortunato: 'Belle cose
mi fai sentire' cominci a tuonargli dal limite della porta. 'Proprio quello
che ci voleva per la tua famiglia e il tuo buon nome. Prima di tutto te ne sei
infischiato degli ordini di tua madre, anzi, che dico, della tua padrona, e
invece di punire la mia rivale legandola a un uomo spregevole, te la sei presa
tu, alla tua et, per i tuoi dissoluti e precoci amori; e io dovrei sopportare
per nuora la mia nemica? Ma che credi, buffone, seduttore, essere odioso, che
soltanto tu ora sei capace di aver figli eh? Pensi che alla mia et io non ne
possa pi farei Ebbene sappi che ho deciso di avere un altro figlio, e molto
migliore di te; anzi, a tuo maggior dispetto, adotter qualcuno dei miei
schiavetti e gli dar codeste penne, la fiaccola, l'arco e anche le frecce,
insomma tutto quest'armamentario che  di mia propriet e che ti avevo
affidato non certo perch tu ne facessi l'uso che ne hai fatto. Roba di tuo
padre, infatti, in tutto questo corredo non ce n' davvero.

XXX

La verit  che tu sin da piccolo eri un poco di buono e hai sempre
avuto le grinfie lunghe. Quante volte senza alcun rispetto hai messo le mani
addosso anche ai tuoi vecchi; perfino di tua madre, dico io, s, proprio,
anche di me, assassino, te ne approfitti; spesso mi hai anche picchiata; mi
tratti male come se non avessi nessuno al mondo e non hai soggezione nemmeno
di quel grande e forte guerriero che  il tuo padrino. E che? forse non  vero
che tante volte a dispetto mio gli hai procurate delle ragazze? Ma ti far
pentire io di codesti tuoi scherzi e sentirai come ti diventeranno amare e
agre queste tue nozze.
S, ma ora che devo fare dal momento che sono stata beffata? Dove devo
andare? E com' che posso tenere a bada questa tarantola? Possibile che debbo
chiedere aiuto alla Temperanza, alla mia nemica, che io ho tante volte offeso
proprio per colpa di questo scostumato? D'altro canto mi vengono i brividi al
pensiero di dover parlare a quella cafona miserabile; comunque la
soddisfazione che d la vendetta non  cosa da buttar via, da qualunque parte
venga, e, quindi, proprio di lei e di nessun'altra mi posso servire per dare a
questo pagliaccio una solenne lezione, spaccargli la faretra spuntargli le
frecce, allentargli l'arco, spengergli la fiaccola, insomma adottare rimedi
estremi per farlo rigar dritto. Non mi sentir soddisfatta dell'offesa patita
fino a quando quella donna non lo avr pelato della chioma che io stessa, con
le mie mani, ho tante volte pettinato e fatto risplendere come oro, e non gli
avr spuntate le penne che, tenendolo in grembo, io gli ho imbevute di
nettare.'

XXXI

Cos parl la dea e usc a precipizio dalla stanza, adirata e furente
come sapeva esserlo soltanto lei.
Ma ecco che Cerere e Giunone le corsero dietro e vedendola tutta
sconvolta le chiesero il perch di quel truce cipiglio che toglieva incanto e
fulgore ai suoi occhi.
'Siete proprio giunte a proposito' le interruppe: 'ho la rabbia in corpo
e voi mi darete la soddisfazione che cerco. Vi prego, mettetecela tutta, ma
trovatemi questa Psiche, sempre in fuga, sempre che scompare. Sapete, no, le
favolette che corrono ormai sulla mia famiglia e le prodezze di quel tipo che
non voglio pi chiamare figlio?'
'Quelle, allora, conoscendo i fatti, si misero ad ammansire la dea: 'Ma
che cosa ha poi fatto di tanto male tuo figlio, che gli togli tutti gli spassi
e addirittura vuoi a tutti i costi la rovina della fanciulla che ama? Via, non
 mica un delitto se ha fatto l'occhietto
a una bella ragazza. In fondo  un maschio, ed  un giovanotto! O ti sei
dimenticata quanti anni ha? O forse perch li porta bene credi che sia sempre
un ragazzino? E tu che sei sua madre e, per di pi, una donna piena di buon
senso, che fai ora? Ti metti l a indagare nelle passioncelle di tuo figlio,
ad accusarlo che  un donnaiolo, magari a rimproverargli i suoi amori, a
biasimare in un ragazzo cos avvenente quelle che sono le tue abitudini, i
tuoi piaceri?
'Nessun dio, nessun uomo potrebbe darti ragione se tu continui a
spargere il seme del desiderio tra le genti e poi, a causa tua, pretendi che
Amore faccia astinenza e chiudi la scuola dove s'insegnano certi vizietti che
piacciono alle donne.'
Cos quelle due dee, per paura delle sue frecce e per propiziarselo, di
loro iniziativa presero le difese di Cupido, bench questi non fosse presente.
Ma Venere, indispettita perch le offese che aveva ricevute venivano
prese poco sul serio, volt loro le spalle e tutta risentita, a rapidi passi,
prese la via del mare.

LIBRO SESTO



I

Intanto Psiche vagava di qua e di l cercando con l'animo in pena,
giorno e notte il suo sposo. Ella pi che mai desiderava se non di rabbonirlo
con le sue carezze di sposa perch era troppo adirato, almeno di ottenerne il
perdono con le preghiere pi umili.
'Chiss che il mio signore non abiti l' pens quando scorse un tempio
sulla cima di un'alta montagna. E, sebbene fosse stanca per il continuo
peregrinare, l si diresse affrettando il passo, sorretta dalla speranza e dal
desiderio. Superate rapidamente alte giogaie, raggiunse quei sacri altari.
Vide spighe di frumento a mucchi e altre intrecciate in corone, spighe d'orzo,
falci e attrezzi per mietere ben lustri ma sparsi qua e l alla rinfusa, come
sogliono lasciarli d'estate per il gran caldo i contadini stanchi.
Psiche con gran cura cominci a dividere e a mettere in ordine, pensando
giustamente che ella non dovesse trascurare nessun tempio e pratica religiosa
ma anzi invocare la misericordia e la benevolenza di tutti gli dei.

II

Mentre tutta sollecita Psiche era intenta a questo lavoro sopraggiunse
Cerere: 'Oh, povera Psiche' esclam da lontano. 'Venere  furibonda con te e
ti sta cercando per mare e per terra; vuole ucciderti e con tutta la sua
divina potenza grida vendetta. E tu te ne stai qui a occuparti delle mie cose
e a tutto pensi fuorch a porti in salvo.'
Allora Psiche prostrandosi dinanzi alla dea e bagnando con copiose
lacrime i suoi piedi e spazzando con i capelli la terra, cominci a pregarla
in mille modi, a invocarne il soccorso:
'Ti supplico per questa tua mano dispensatrice di messi, per le gioconde
feste della mietitura, per gli inviolabili misteri dei tuoi sacri arredi, per
il tuo alato cocchio al quale, per servirti, sono aggiogati serpenti, per i
solchi delle campagne di Sicilia, per il carro che ti rap Proserpina, per la
terra avara che te la sottrasse, per la sua discesa agli Inferi a nozze
tenebrose, per il suo ritorno alla luce, per ogni altro mistero che il
silenzio del tuo santuario, ad Eleusi, custodisce, soccorri Psiche che ti
supplica, la sua povera vita.
'Lascia ch'io mi nasconda fra questi covoni di spighe, per pochi giorni
soltanto, finch non si plachi, col tempo, la collera terribile di una dea
cos potente o almeno fino a quando io non riprenda, con una breve sosta, un
po' di forze, sfinita come sono dopo un cos lungo peregrinare.'

III

'Mi commuovono le tue lacrime e le tue preghiere' le rispose Cerere 'e
vorrei proprio aiutarti. Ma Venere  una mia parente, ottima donna peraltro,
con la quale sono sempre stata in buoni rapporti; non me la sento, perci, di
farle un torto. Esci dunque, e in fretta, da questo mio tempio e consideralo
gi un favore se non ti faccio mia prigioniera.'
Cos, contro ogni sua speranza, Psiche si vide respinta e, delusa, sent
raddoppiare dentro l'angoscia. Torn allora sui suoi passi e vide nel mezzo di
un boschetto che verdeggiava nella valle sottostante un tempio costruito con
bell'arte. Non volendo tralasciare nessuna possibilit, bench minima, di
miglior fortuna, ma anzi invocare il favore di quel dio, qualunque fosse, ella
si avvicin alla sacra porta e vide magnifici doni votivi e festoni ricamati a
lettere d'oro appesi ai rami degli alberi e agli stipiti delle porte che
testimoniavano le grazie ricevute e dichiaravano il nome della dea cui erano
dedicati.
 Psiche cadde allora in ginocchio e asciugandosi gli occhi e
abbracciando l'altare ancora tepido, cos preg:

IV

'O sorella e sposa del grande Giove, sia che tu abiti nell'antico
santuario di Samo, la sola che pu vantarsi dei tuoi natali, di aver sentito
per prima i tuoi vagiti e d'averti allevata, o sia che tu ti indugi nella
beata dimora dell'eccelsa Cartagine che venera te, vergine trascorrente nel
cielo sul dorso di un leone, o sia che tu protegga le mura di Argo presso le
rive dell'Inaco, che da sempre ti chiama sposa del Tonante e regina di tutte
le dee, tu che tutto l'Oriente venera col nome di Zigia e tutto l'Occidente
con quello di Lucina, sii nella mia estrema sventura, veramente Giunone
Salvatrice e me, sfinita da tutte le sofferenze patite, libera dalla paura del
pericolo che mi sovrasta. So che tu sei quella che prontamente accorre a
sostenere le donne nel momento rischioso del parto.'
Cos supplicava Psiche e a un tratto le comparve davanti Giunone in
persona in tutta l'augusta maest del suo nume:
'Come vorrei, credimi, esaudire le tue preghiere' le disse 'ma per
doveroso riguardo io non posso mettermi contro la volont di Venere, che mi 
nuora, e che, del resto, ho sempre voluto bene come una figlia. Per giunta ci
sono anche le leggi a impedirmelo, che proibiscono di dare ospitalit agli
schiavi fuggiti senza il permesso dei loro padroni.'

V

Per la seconda volta Psiche vide cos naufragare le sue speranze.
Sentiva che non avrebbe pi potuto raggiungere il suo sposo alato e che ogni
via di salvezza ormai le era preclusa.
'Quali altre strade mi restano' incominci a pensare fra s, 'quali
rimedi ai miei mali, se neppure delle dee hanno potuto aiutarmi nonostante le
loro migliori intenzioni? Dove di nuovo volgere i passi, impigliata come sono
in tanti lacci, sotto qual tetto, in quali tenebre nascondermi per sfuggire
all'occhio implacabile della grande Venere? Perch, invece, non ti fai
coraggio e, decisamente, rinunzi alle tue povere speranze e spontaneamente non
ti arrendi alla tua padrona e con un atto di umilt, anche se tardivo, non
cerchi di placarne la collera violenta? Chiss che quello che stai cercando da
tanto tempo tu non lo trova proprio l, nella casa di sua madre?'
Cos, pronta a una resa le cui conseguenze erano incerte, o meglio
portavano a una sicura rovina, Psiche rifletteva tra s come incominciare la
supplica.

VI

Intanto Venere rinunciando a valersi per le sue ricerche di mezzi
terreni decise di tornarsene in cielo e ordin che le fosse allestito il
cocchio che Vulcano, l'orafo insigne, le aveva fabbricato con arte raffinata
per offrirglielo come dono di nozze alla vigilia della prima notte. Era un
carro bellissimo per l'opera sottile della lima che togliendo l'oro superfluo
lo aveva ancor pi impreziosito. Delle molte colombe che sostavano dinanzi
alla camera della dea, quattro, bianchissime, vennero avanti e con graziosi
passi, muovendo qua e l il collo iridato, si sottoposero al giogo tempestato
di pietre preziose, attesero che la loro signora fosse salita e poi presero il
volo.
In corteo, dietro il carro, folleggiavano i passeri in lieta gazzarra e
gli altri uccelli con canti modulati e con dolci gorgheggi annunziavano il suo
arrivo. Le nubi si ritrassero, il cielo si spalanc per ricevere sua figlia e
l'altissimo etere gloriosamente accolse la dea, n volo d'aquile o di rapaci
sparvieri impauriva il canoro corteggio della grande Venere.

VII

Ella si diresse difilato al gran palazzo di Giove e senza mezze misure
chiese che, per un suo progetto, le fosse messo a disposizione Mercurio, il
dio banditore.
Il nero sopracciglio di Giove le disse di s e Venere, tutta trionfante,
lasci il cielo rivolgendosi con gran premura a Mercurio che la seguiva.
Fratello Arcade, tu sai che tua sorella Venere non ha mai fatto nulla senza
l'aiuto di Mercurio e saprai da quanto tempo  che io non riesco a sapere dove
si nasconda quella ragazza. Non mi rimane altro che annunciare pubblicamente
attraverso un tuo bando che io dar un premio a chi la trover. Fa, per, alla
svelta e vedi di essere chiaro, di illustrare bene i suoi connotati, in modo
che ognuno possa individuarla e, se contro le leggi si sia reso colpevole di
averle dato ospitalit, non abbia poi a trovare scuse di non saperne nulla.'
Cos dicendo gli porse un foglio dove era segnato il nome di Psiche e ogni
altra indicazione. Poi se ne torn subito a casa.

VIII

Mercurio obbed all'istante. Si mise a correre per tutte le terre del
mondo per eseguire l'incarico di banditore che gli era stato affidato:
Chiunque catturer o indicher il luogo dove si nasconde una figlia di re,
schiava di Venere, datasi alla fuga, di nome Psiche, si rechi dal banditore
Mercurio dietro le colonne Murzie. A compenso della denunzia ricever da
Venere in persona sette dolcissimi baci e uno ancora pi dolce a lingua in
bocca.'
Un bando come questo, gridato da Mercurio, e il desiderio di guadagnarsi
un premio simile eccit ogni uomo e tutti gareggiarono in zelo e questo tolse
a Psiche ogni ulteriore incertezza.
Mentre ella si avvicinava al palazzo di Venere le venne incontro la
Consuetudine, una delle schiave della dea che, con tutta la voce che aveva in
corpo, cominci a investirla: 'Finalmente hai cominciato a capire che hai una
padrona, serva d'una malora! Oppure con la tua solita impudenza ora fai anche
finta di non sapere quanti fastidi ci hai dato per venirti a cercare? E sta
bene, ora per mi sei capitata fra le mani e quindi sii pur certa che sei
caduta nelle grinfie dell'Orco e quanto prima la pagherai, e come, questa tua
insolenza.'

IX

E afferratala bruscamente per i capelli cominci a strascinarla senza
che quella poveretta potesse minimamente reagire.
Quando Venere se la vide portare davanti sbott in una sonora
sghignazzata e scuotendo la testa come di solito fa chi ribolle dentro dalla
rabbia e grattandosi l'orecchio destro: 'Finalmente' le grid 'ti sei degnata
di venire a salutare tua suocera! O forse sei venuta a far visita a tuo marito
in pericolo per la ferita che gli hai procurato? Ma sta tranquilla, ti far
l'accoglienza che merita una brava nuora come te,' e soggiunse: 'dove sono
Angoscia e Tristezza, le mie ancelle?' e fattele entrare ad esse l'affid
perch la torturassero; e quelle, eseguendo a puntino l'ordine della padrona,
cominciarono a lavorare di scudiscio sulla povera Psiche e a straziarla con
torture di vario genere, poi gliela riportarono davanti. E Venere nuovamente
scoppi a ridere: 'Sta a vedere che io adesso debbo commuovermi per quel suo
ventre gravido che dovrebbe farmi nonna felice di una prole illustre. S,
proprio felice: nel fiore degli anni esser chiamata nonna e il figlio di una
miserabile schiava passare per nipote di Venere. Ma stupida anch'io a
chiamarlo figlio, ch mica  valido il matrimonio fra persone di diversa
condizione sociale celebrato, poi, cos, in campagna, senza testimoni, senza
il consenso del padre; perci questo che nascer sar un bastardo, ammesso
pure che io ti lasci portare a termine la gravidanza.'

X

E cos dicendo le si precipit addosso e cominci a lacerarle in mille
brandelli la veste, a strapparle i capelli, a scuoterla per il capo, a
colpirla furiosamente.
Poi si fece portare dei chicchi di frumento, d'orzo, di miglio, semi di
papavero, ceci, lenticchie e fave, le mescol, ne fece un gran mucchio e le
disse: 'Sei una schiava cos brutta che a me pare tu non possa farti in alcun
modo degli amanti, se non a prezzo di un diligente servizio. Perci voglio
mettere alla prova la tua abilit: dividi tutti questi semi, sceglili ad uno
ad uno e fanne tanti mucchietti, in bell'ordine. Prima d sera verr a
controllare che il lavoro sia stato eseguito.' E lasciatala davanti a quel
gran mucchio di semi se ne and a un pranzo di nozze.
Psiche non ci prov nemmeno a metter mano in quel confuso, inestricabile
cumulo ma costernata dall'enormit di quell'ordine se ne rimase in silenzio
come imbambolata. Allora quel piccolo animaluccio dei campi, la formicuccia,
che ben sapeva quanto difficile fosse un lavoro del genere, prov compassione
per la compagna del grande Cupido e condann la crudelt della suocera. Cosi
cominci a darsi da fare, su e gi, chiamando a raccolta, dai dintorni, tutto
il popolo delle formiche: 'Correte, agili figlie della terra feconda correte e
date una mano, presto, a una leggiadra fanciulla in pericolo, la sposa di
Amore!' E quelle accorsero tutte, a ondate, minuscolo popolo a sei piedi, e
lavorando con uno zelo mai visto, chicco dopo chicco, disfecero tutto il
cumulo, separarono i semi, li distribuirono in mucchi secondo la qualit e
poi, in un batter d'occhio, disparvero.

XI

Sul far della notte Venere torn dal banchetto un po' brilla ma odorosa
di balsami e con il corpo tutto inghirlandato di rose meravigliose. Vide il
lavoro compiuto a puntino e: 'Questo lavoro non l'hai fatto tu' cominci a
gridare 'furfante che non sei altro, ma  opera di colui al quale per tua e
soprattutto per sua disgrazia tu sei piaciuta' e gettatole un tozzo di pane
perch non morisse di fame se ne and a dormire.
Cupido, intanto, era stato isolato in una stanza tutta d'oro, la pi
interna del palazzo e tenuto sotto chiave, sia perch, con la sua sfrenata
libidine non aggravasse la ferita, sia perch non si incontrasse con la sua
amata. E cos, i due amanti, passarono una notte triste, divisi e separati
l'uno dall'altro sotto lo stesso tetto.
Ma quando l'Aurora spinse innanzi i suoi cavalli, Venere, chiamata
Psiche, cos le ordin: 'Vedi quel bosco laggi che si stende fin sugli argini
del fiume e i cui rami pi bassi quasi toccano l'acqua e vi si specchiano?
Ebbene l pascolano in libert pecore bellissime dalla lana d'oro lucente e
non v' alcun guardiano. Io voglio che tu mi porti subito, vedi un po' tu come
fare, un poco di quella lana preziosa.'

XII

S'avvi di buon grado Psiche non gi per eseguire quell'ordine ma per
trovare rimedio ai suoi triboli precipitandosi da una rupe gi nel fiume; ma
dalla sponda una verde canna, di quelle da cui si posson trarre le melodie pi
soavi, quasi fosse ispirata da un dio, cos le parl nel lieve murmure della
brezza leggera:
'Oh, Psiche, afflitta da tante pene, non profanare le mie acque sacre
con la tua morte miseranda e non avvicinarti, ora, a quelle terribili e
selvagge pecore, perch la vampa ardente del sole le rende ferocissime e con
le loro corna aguzze e con le loro fronti dure come il macigno, talvolta
addirittura con morsi velenosi, esse s'avventano sugli uomini per ucciderli.
Intanto fin ch il sole del meriggio non avr mitigato il suo ardore e le
pecore non si saranno ammansite alla fresca brezza che sale dal fiume, tu puoi
nasconderti a bell'agio sotto quel grande platano che, insieme con me beve
alla stessa corrente. Quando le pecore si saranno quietate, allora recati nel
bosco vicino e scuoti le fronde e troverai la lana d'oro rimasta attaccata qua
e l nell'intrico dei rami.'

XIII

Cos quell'umile canna umanamente indicava alla povera Psiche la via
della salvezza e questa non si pent di averle dato ascolto n indugi a
seguire a puntino ogni istruzione, tanto che le fu facile compiere il furto e
tornare da Venere addirittura con il grembo colmo di soffice lana d'oro.
Ma nemmeno questa seconda prova, cos rischiosa per giunta, le valse a
cattivarsi il favore della sua padrona la quale, aggrottando la fronte e
sorridendo amaro cos le disse: 'Non  che io non sappia chi sia stato
l'autore furfantesco anche di questa impresa, ma voglio metterti ancora alla
prova, proprio per vedere se hai veramente tanta forza d'animo e tanta
saggezza. Vedi lass la cima a strapiombo di quell'altissimo monte? L c' una
sorgente le cui acque cupe scorrendo gi nel fondo di una valle vicina vanno a
finire nella palude Stigia e alimentano le vorticose correnti di Cocito.
Voglio che tu vada l in cima, proprio dov' la sorgente, e che mi rechi
all'istante, in questa piccola anfora, un po' di quell'acqua gelida' e cos
dicendo non senza minacciarla di pene ancora pi gravi, le consegn un'ampolla
di levigato cristallo.

XIV

E Psiche a rapidi passi e tutta in ansia si diresse alla cima del monte
sicura che lass almeno avesse termine la sua infelicissima vita. Ma appena
giunse nei pressi della vetta indicatale, ella si rese conto del rischio
mortale che comportava quell'impresa smisurata. Quella cima, infatti, enorme e
altissima, liscia e a strapiombo, inaccessibile, vomitava dalle sue viscere un
orrido fiotto che irrompendo dai crepacci e scorrendo poi gi per il pendio,
s'ingolfava in un angusto canale sotterraneo per poi scrosciare invisibile
nella valle sotto stante.
A destra e a sinistra, tra gli anfratti rocciosi, orribili draghi
strisciavano e rizzavano i lunghi colli, sentinelle vigilanti dagli occhi
sempre aperti, dalle pupille eternamente spalancate alla luce.
Del resto quelle acque che erano parlanti, da se stesse provvedevano
alla loro difesa: 'Vattene!' gridavano incessantemente. 'Che fai qui? Bada a
te! Che vuoi? Guardati! Fuggi via! Sei perduta!'
Cos Psiche rimase come impietrita nella sua impotenza, presente col
corpo ma lontana coi sensi, schiacciata dall'enormit di un pericolo senza via
d'uscita; e non le restava nemmeno l'estremo conforto del pianto.

XV

Ma le tribolazioni di quell'anima innocente non sfuggirono all'occhio
attento della buona provvidenza. E cos l'uccello regale del sommo Giove,
l'aquila rapace, spieg le ali e in un attimo le venne in soccorso, memore
dell'antica obbedienza, quando sotto la guida di Amore, rap per Giove il
coppiere frigio. Ora, volendo ancora una volta offrire i suoi servigi a questo
potente dio e cattivarsene il favore col soccorrere la sua sposa in pericolo,
lasci le eteree cime dell'eccelso Olimpo e cominci a ruotare intorno alla
fanciulla: 'O tu, ingenua e inesperta come sei di tali cose,' intanto le
diceva, 'speri, proprio tu, di poter portar via o soltanto toccare una sola
goccia di quest'acqua sacra e tremenda insieme? Non sai, almeno per sentito
dire, che queste acque infernali fanno paura anche agli dei, perfino allo
stesso Giove, e che se voi di solito giurate sulla potenza degli dei questi
sogliono giurare sulla maest dello Stige? Ma dammi quest'anforetta' e l per
l gliela prese e tenendola stretta si libr sulle grandi ali remiganti e
volteggi a destra e a sinistra fra le mascelle irte di denti aguzzi e le
lingue triforcute dei draghi riuscendo ad attingere di quell'acqua riluttante
che gridava anche a lei di fuggir via finch era incolume e alla quale per
ella rispondeva che per ordine di Venere sua padrona era venuta ad attingere;
per questo le fu pi facile avvicinarsi.

XVI

Psiche con gioia prese l'anforetta colma d'acqua e di corsa la porta a
Venere. Ma neppure questa volta ella riusc a placare la collera della dea
crudele che, infatti, minacciando tormenti ancora pi terribili, con un
sorrisetto velenoso le fece: 'Credo proprio che tu sia una gran maga, una di
quelle stregacce malefiche dal momento che hai eseguito come niente i miei
ordini; ora per, carina mia, dovrai farmi anche questo: prendi questa
scatola' e gliela diede 'e di corsa arriva fino agli Inferi, fino al lugubre
palazzo dello stesso Orco e consegna a Proserpina questo cofanetto dicendole
che Venere la prega di mandarle un poco della sua bellezza, almeno quanto
basti per un sol giorno perch quella che aveva l'ha consumata e sciupata
tutta per curare il figlio malato. Per cerca di tornare alla svelta perch io
devo proprio farmi una ripassatina prima di andare a una rappresentazione
teatrale degli dei.

XVII

Allora Psiche comprese che per lei era davvero finita e si rese
chiaramente conto che ormai la si voleva mandare a morte sicura. C'era,
infatti, da dubitarne dal momento che la si costringeva a recarsi con i suoi
piedi al Tartaro, nel mondo dei morti? Senza indugiare oltre sal allora su
una altissima torre per gettarsi di lass a capofitto pensando che questo
fosse il modo migliore e pi spedito per giungere agli Inferi. Ma la torre
improvvisamente parl: 'Perch, disgraziata, vuoi ucciderti, buttandoti gi?
Perch dinnanzi a quest'ultimo rischio, a quest'ultima prova vuoi darti subito
per vinta? Una volta che il tuo spirito sar separato dal corpo andrai, s, in
fondo al Tartaro, certamente, ma di laggi in alcun modo potrai tornare.

XVIII

'Ascoltami: poco lontano di qui c' Sparta, la celebre citt della
Acaia; cerca il promontorio del Tenaro che non le  distante anche se situato
un po' fuori mano. L c' l'imboccatura che porta all'inferno e attraverso le
sue porte spalancate si vede l'inaccessibile strada. Tu varca la soglia e
mettiti in cammino seguendo quella burella e arriverai diritto alla reggia di
Plutone. Non dovrai tuttavia inoltrarti in quelle tenebre a mani vuote ma
recherai due ciambelle d'orzo impastate con vino e miele, una per mano, e due
monete in bocca. Percorrerai un buon tratto di quella strada che porta alla
morte e incontrerai un asino zoppo carico di legna e un asinaio zoppo anche
lui che ti pregher di raccattargli alcuni rami caduti dal suo fascio; ma tu
non ascoltarlo, passa oltre in silenzio.
'Poco dopo arriverai al fiume dei morti a cui sta a guardia Caronte il
quale per traghettare sulla sua barca rattoppata quelli che vanno all'altra
riva si fa pagare il pedaggio. Come vedi anche fra i morti esiste l'avidit di
denaro e nemmeno il famoso Caronte, n lo stesso padre Dite, un dio cos
potente, fanno mai nulla gratis e un pover'uomo quando muore deve procurarsi
il prezzo del viaggio e se per caso non ha il denaro l pronto nella mano non
gli danno neanche il permesso di morire.
'A quel sordido vecchio darai per il pedaggio una delle monete che hai
portato con te, ma lascia che sia egli stesso, con le sue mani, a prenderla
dalla tua bocca. Inoltre, mentre traverserai quella pigra corrente un vecchio
morto dal pelo dell'acqua sollever verso di te le putride mani e ti
supplicher di accoglierlo nella barca, ma tu non lasciarti piegare da una
piet che non ti  consentita.

XIX

'Attraversato il fiume, poco pi oltre, delle vecchie intente a tessere
una tela ti pregheranno di dar loro una mano, ma tu non farlo, non toccare
quella tela, perch  un'insidia di Venere, come tutto il resto, per farti
cadere dalla mano una delle due ciambelle. Non credere che perdere una
focaccia sia cosa da poco conto: basterebbe questo, infatti, per non rivedere
mai pi la luce. Perch c' un cane gigantesco, con tre teste enormi, mostro
terribile, smisurato, che con le sue fauci spalancate latra contro i morti ai
quali per, ormai, non pu fare alcun male; egli cerca inutilmente di
spaventarli e intanto eternamente veglia davanti alla porta e agli oscuri
antri di Proserpina, custode della vuota dimora di Dite.
'Tu tienilo a bada gettandogli una delle due ciambelle; cos potrai
facilmente passare e giungere fino a Proserpina che ti accoglier con cortesia
e con benevolenza e ti inviter a sedere a tuo agio e a consumare un lauto
pasto.
'Tu per siederai per terra e chiederai soltanto un tozzo di pane e
mangerai di quello, poi le dirai il motivo della tua venuta e preso quanto ti
verr dato, tornerai indietro, placherai la ferocia del cane con l'altra
ciambella, darai all'avaro nocchiero la monetina che avrai conservato e,
oltrepassato nuovamente il fiume, ricalcherai le tue orme per rivedere questo
nostro cielo con il suo coro di stelle.
'Ma soprattutto ti raccomando una cosa: non aprire la scatola che
porterai con te, non guardare dentro, non essere curiosa, non curarti di quel
tesoro di divina bellezza che essa nasconde.'

XX

Cos quella torre provvidenziale assolse il suo profetico incarico e
Psiche non indugi, raggiunse il promontorio del Tenaro, prese con s le
monete e le ciambelle secondo le istruzioni ricevute, discese lungo la strada
infernale, oltrepass senza dir parola l'asinaio zoppo, diede al nocchiero la
moneta per il traghetto, fu sorda al desiderio del morto che galleggiava, non
si cur delle insidiose preghiere delle tessitrici, plac con la ciambella la
rabbia spaventosa del cane e, infine, giunse alla dimora di Proserpina.
Qui rifiut il morbido sedile e il cibo squisito che l'ospite le offerse
ma sedette umilmente ai suoi piedi si content di un pane scuro, poi rifer
l'ambasciata di Venere.
E senza indugio prese la scatola, in gran segreto riempita e sigillata,
fece tacere le bocche latranti del cane con l'inganno della seconda ciambella,
consegn al nocchiero la moneta che le era rimasta e risal dall'inferno con
passo assai pi leggero.
Ma dopo aver rivista e adorata questa candida luce, bench avesse fretta
di portare a buon fine il suo mandato, fu assalita da un'imprudente curiosit:
'Sono proprio una sciocca' si disse: 'porto con me la divina bellezza e non ne
prendo nemmeno un pocolino, non foss'altro per piacere di pi al mio
bellissimo amante' e, detto fatto, apr la scatola.

XXI

Ma dentro non v'era nulla, nessuna bellezza, ma solo del sonno, un
letargo di morte che s'impadron di lei non appena ella sollev il coperchio e
che si diffuse per tutte le sue membra in una pesante nebbia di sopore
facendola cadere addormentata proprio dove si trovava, l sul sentiero.
E Psiche giacque immobile nel suo sonno profondo, come morta.
Intanto, Cupido, guarito ormai dalla ferita che s'era rimarginata, non
sopportando pi a lungo la lontananza di Psiche, era fuggito da un'altissima
finestra della stanza dove lo tenevano rinchiuso e, volando pi veloce del
solito sulle ali rinvigorite dal lungo riposo, accorse dalla sua Psiche.
Premurosamente egli le dissip il sonno che rinchiuse di nuovo dove era prima
nella scatola, poi, appena pungendola con una sua freccia, ma senza farle del
male, la svegli: 'Oh, tapinella' le disse 'ecco che la tua curiosit stava l
l per perderti un'altra volta, Ma suvvia, sbrigati ora a eseguire l'incarico
che ti ha affidato mia madre: al resto penser io ed il dio innamorato si
libr leggero sulle sue ali e Psiche si affrett a recare a Venere il dono di
Proserpina.

XXII

Cupido dal canto suo divorato com'era dalla passione e tutto preoccupato
per quell'improvvisa castigatezza di sua madre, che lo angosciava, pens bene
di ricorrere ai suoi espedienti e salito con le sue ali veloci sulla sommit
del cielo si mise a supplicare il grande Giove e a esporgli la sua situazione.
E Giove prendendogli le guance fra le mani e attirandolo a s: 'Signor mio
figlio' gli fece, dopo averlo baciato, 'bench tu non mi abbia mai portato
quel rispetto che m' dovuto per unanime consenso di tutti gli dei, ma anzi tu
abbia continuamente bersagliato con le tue frecce questo mio cuore che regola
le leggi della natura e il moto degli astri, impegolandomi in tresche e
avventure d'ogni genere e, quindi, macchiando la mia fama e il mio buon nome
con vergognosi adulteri, a dispetto delle leggi, ad onta della stessa legge
Giulia e della pubblica morale facendo ignobilmente prendere al mio aspetto
sereno ora le forme di un serpente, ora quelle di una fiamma, di una belva, di
un uccello, di un animale da stalla, io voglio essere clemente con te, tanto
pi che sei cresciuto fra le mie braccia. Perci far tutto quello che mi
chiedi, a un patto per: che tu stia in guardia dai tuoi rivali e che se, per
caso, sulla terra, ora, c' qualche bella figliola, ma veramente coi fiocchi,
tu mi ripaghi con quella del favore che ti faccio.'

XXIII

Ci detto ordin a Mercurio di convocare subito tutti gli dei in
assemblea e di avvisare che se qualcuno fosse mancato avrebbe pagato una multa
di diecimila sesterzi.
A tale minaccia il teatro celeste fu subito al completo e Giove,
dall'alto del suo seggio, cos parl: 'O dei, iscritti nell'albo delle Muse,
voi tutti certamente sapete che questo ragazzo l'ho cresciuto io stesso con le
mie mani. Ora per credo sia giunto il momento di mettere un po' a freno i
suoi ardori giovanili; sono troppe ormai le favolette che corrono in giro sui
suoi adulteri e su tutte le sudicerie che combina. Occorre eliminare ogni
occasione e contenere la sua giovanile lussuria con i vincoli del matrimonio.
La ragazza gi ce l'ha, l'ha anche sverginata: che se la tenga, ci vada a
letto e si goda per sempre Psiche e il suo amore.' E volgendosi a Venere: 'E
tu, figlia mia, per questo matrimonio con una mortale non te la prendere, non
temere per il tuo casato e la tua condizione. Disporr che queste nozze siano
tra eguali, del tutto legittime quindi e conformi al diritto civile' e l per
l ordin che Mercurio andasse a prendere Psiche e la portasse in cielo:
'Bevi, Psiche' le disse offrendole una coppa d'ambrosia 'e sii immortale; n
mai Cupido si scioglier dal vincolo che lo lega a te e queste saranno per voi
nozze eterne.'

XXIV

All'istante fu servito un sontuoso banchetto nuziale: lo sposo era
seduto al posto d'onore e teneva fra le braccia Psiche, poi veniva Giove con
la sua Giunone e quindi, in ordine d'importanza, tutti gli altri dei.
Poi fu la volta del nettare, il vino degli dei; e a Giove lo serv il
suo coppiere, il famoso pastorello, agli altri, Bacco. Vulcano faceva da
cuoco, le Ore adornavano tutto di rose e d'altri fiori, le Grazie spargevano
balsami e le Muse diffondevano intorno le loro soavi armonie. Apollo cominci
a cantare accompagnandosi sulla cetra; Venere, bellissima, si fece innanzi
danzando alla soave melodia di un'orchestra ch'ella stessa aveva predisposto e
in cui le Muse erano il coro, un Satiro suonava il flauto, un Panisco soffiava
nella zampogna.
Cos Psiche and sposa a Cupido, secondo giuste nozze e, al tempo
esatto, nacque una figlia, che noi chiamiamo Volutt.

XXV

Questa la storia che la vecchierella svanita e un po' brilla raccont
alla fanciulla prigioniera, mentre io, l poco distante, mi rammaricavo,
perdio, di non avere tavolette e stilo per annotarmi una favola cos bella.
Ma ecco che in quel momento fecero ritorno i briganti, carichi di bottino
e reduci chiss da qual furioso scontro se alcuni di essi, tra i pi forti,
erano feriti. Questi rimasero a casa per medicarsi, gli altri s'affrettarono a
ripartire per andare a prendere il resto del carico che, come dicevano,
avevano nascosto in una caverna.
Cos, dopo aver mangiato in fretta e furia un boccone, a suon di legnate,
ci tirarono fuori, me e il cavallo, perch trasportassimo quel carico e dopo
averci costretti a tirare il fiato per una strada tutta curve e saliscendi,
verso sera ci fecero fermare a una grotta e di qui, caricatici a pi non
posso, via di nuovo, dietro front, senza lasciarci riposare nemmeno un
istante. E tanta era la fretta e la smania di rientrare che a furia di
bastonate e di spinte mi fecero incespicare in un sasso posto l sulla strada;
e allora gi un'altra gragnuola di legnate per farmi rialzare, per giunta con
la zampa destra e lo zoccolo sinistro malconci.

XXVI

Ma fino a quando dovremo dar da mangiare a quest'asinello striminzito
che ora s' pure azzoppato fece uno; e un altro, di rimando: Di' pure che da
quando ha messo piede da noi non s' fatto pi un colpo buono: le abbiamo
soltanto prese e i nostri compagni pi validi ci hanno lasciate le penne; e
un terzo, di rincalzo: Ma appena questo pelandrone ci avr portato a
destinazione il carico, nel burrone io lo scaravento. Sai che bella festa sar
per gli avvoltoi.
Mentre quei tipi cos di buon cuore discutevano della mia morte, eravamo
gi arrivati a casa, ch la paura mi aveva messe le ali agli zoccoli.
Ci scaricarono in gran fretta e senza curarsi di noi e tanto meno di
farmi fuori, tirandosi dietro i compagni che prima s'erano fermati per curarsi
le ferite, ripartirono di corsa per recuperare, essi stessi, il resto del
bottino, dal momento che s'erano stufati - dicevano - della nostra lentezza.
Dal canto mio non  che non fossi preoccupato pensando alla morte che
m'era stata minacciata e fra me stesso m'andavo dicendo: Ma che stai a fare,
Lucio? Che altro aspetti? Ormai questi banditi hanno deciso di spedirti
all'altro mondo e con una morte orribile, peraltro senza troppo disturbo:
eccoli qui, proprio qui sotto, precipizio e spuntoni di roccia che ti
bucheranno e ti ridurranno a brandelli prima che tu arrivi al fondo. Ch
quella tua famosa magia t'ha dato,  vero l'aspetto e le disgrazie di un
asino, non la sua pelle, dura, robusta, che t' rimasta, invece ma sottile
sottile come quella d'una mignatta. Perch, dunque, non ti fai animo e non
cerchi di metterti in salvo finch t' possibile? L'occasione per fuggire 
splendida, ora che i banditi son fuori. O forse hai paura di quella vecchia
mezza morta che ti fa la guardia e che un sol calcio del tuo piede zoppo
potresti toglier di mezzo? Ma fuggire dove? E chi ti dar ospitalit? Ma che
preoccupazione stupida  questa, proprio da asino. Infatti chi  quel
viandante che trovandosi a sua disposizione una cavalcatura non sarebbe tutto
contento di portarsela via?

XXVII

E l per l con un forte strattone spezzai la fune con cui ero stato
legato e con tutto lo slancio delle mie quattro zampe feci per battermela. Ma
non potetti sfuggire a quella vecchia furbastra e ai suoi occhi di sparviero.
Infatti, appena s'accorse ch'io m'ero liberato, con un coraggio superiore alla
sua et e al suo sesso, quella mi afferr per la cavezza e cerc di tenermi,
di tirarmi indietro.
Ma io, ricordando le intenzioni assassine dei banditi non ebbi alcuna
piet e sferrandole una doppietta di calci coi posteriori, immediatamente la
stesi. Quella, per, bench a terra, non moll la presa tanto che io me la
trascinai dietro nella corsa per un buon tratto, finch non cominci a
lanciare certi urlacci e a chiedere l'aiuto di chi, pi forte di lei, potesse
darle una mano.
Ma le sue grida per, si persero nel nulla perch soccorso non ne poteva
venire in quanto non c'era anima viva l intorno tranne che la fanciulla
prigioniera la quale, infatti, a quel baccano, venne fuori e vide una scena
veramente memorabile: una Dirce stagionata attaccata non a un toro ma a un
asino. Ma ecco che quella giovane arrischi un'impresa bellissima, degna del
coraggio di un uomo: strapp le briglie dalle mani della vecchia, plac il mio
impeto con parole carezzevoli, poi con un balzo mi salt in groppa e via mi
lanci nuovamente al galoppo.

XXVIII

Io poi, tra la voglia di fuggire, il desiderio pure di liberare quella
fanciulla e, perch no, le frustate per suasive che ella ogni tanto mi dava,
filavo con la velocit di un cavallo facendo rimbombare il terreno col mio
quadruplice scalpito e cercando anche di rispondere con qualche raglio alle
dolci paroline che ella mi sussurrava.
Di quando in quando, anzi, fingendo di grattarmi il dorso giravo la testa
e baciavo i bei piedini della fanciulla. Allora lei si metteva a sospirare
volgendo al cielo lo sguardo ansioso:
O sommi dei, aiutatemi voi in questo estremo pericolo e tu, crudele
fortuna, cessa dal perseguitarmi. Queste mie terribili sofferenze dovrebbero
averti ampiamente soddisfatta. Quanto a te, difensore della mia libert e
della mia vita, se mi riporterai sana e salva a casa, dai miei genitori, dal
mio bel fidanzato, vedrai quanta riconoscenza avr per te, come ti colmer di
attenzioni, quanti buoni bocconi ti dar.
Per prima cosa ti pettiner ben bene questa tua criniera, vi appender
tutti i miei gioielli di ragazza, questo ciuffo sulla fronte lo arriccer e
poi, per benino, lo divider in due bande e vedrai con che cura far diventare
lucente la tua coda ora tutta arruffata e ispida per la sporcizia; poi ti
orner di tante borchie d'oro che dovrai sembrare rivestito di stelle e cos
passerai tra l'esultanza del popolo in festa, mentre io ti porter in un
drappo di seta noccioline e altre ghiottonerie e ti rimpinzer da mane a sera,
o mio salvatore.

XXIX

E in mezzo ai cibi delicati, all'ozio assoluto, alla beatitudine pi
completa non ti mancheranno onori e gloria perch io eterner il ricordo di
questa mia presente avventura e del provvidenziale intervento divino, ponendo
nell'atrio della mia casa una tavoletta dipinta raffigurante la scena di
questa mia fuga. Tutti verranno a vederla, ovunque se ne sentir parlare, i
letterati nel loro stile tramanderanno l'umile storia di una 'principessa che
ritrova la libert con l'aiuto di un asino'. E tu entrerai a far parte degli
antichi miti e noi, adducendo ad esempio la tua storia realmente vissuta,
saremo indotti a credere che Frisso abbia passato il mare sul dorso di un
ariete, che Airone abbia guidato un delfino ed Europa si sia sdraiata su un
toro. Anzi, se  vero che Giove mugg sotto le spoglie di un toro, pu anche
darsi che nel mio asino si nasconda o il volto di un uomo o l'immagine di un
dio.
Mentre la fanciulla continuava a farmi questi di scorsi, mescolando voti
e sospiri insieme, giungemmo a un crociccio e qui, tirandomi per le briglie,
cerc in tutti i modi di farmi prendere a destra perch da quella parte, si
vede, era la casa dei suoi genitori.
Io, sapendo bene che i ladri erano andati proprio da quella parte a
recuperare il loro bottino, facevo di tutto per resisterle e, intanto, in cuor
mio cos protestavo: Ma che fai, disgraziata? Che stai facendo? Hai proprio
fretta di morire? E intendi farlo servendoti dei miei piedi? Cos non soltanto
te ma anche me finirai per mandare in rovina. E mentre tiravamo l'uno per un
verso l'altra da quello opposto, come due litiganti in una causa per la
definizione di una propriet fondiaria o di un diritto di transito, arrivarono
i briganti carichi di refurtiva e, al chiaror della luna, riconosciutici da
lontano, ci dettero la voce con una sghignazzata. E uno di loro:

XXX

Ma dov' che andate cosi in fretta e a quest'ora? Non avete mica paura
con questo buio di spiriti e fantasmi? O forse, tu che sei una brava ragazza,
correvi tanto in fretta per rivedere i tuoi genitori? Ma vedrai che ci
penseremo noi alla tua solitudine e ti indicheremo la via pi diretta per
andare dai tuoi. E, facendo seguire a queste parole i fatti mi afferr per la
cavezza e mi fece fare dietro front non senza avermi dato la solita ripassata
di botte col nodoso bastone che aveva con s.
Allora, vedendomi nuovamente e, mio malgrado, avviato a morte sicura, mi
venne in mente il dolore al piede e cominciai a zoppicare e a ciondolare la
testa.
Ma guarda guarda, fece quello che mi aveva rimesso sui miei passi
eccoti qui che barcolli e zoppichi di nuovo. Ma che? Questi tuoi luridi piedi
a scappare ce la fanno, poi quando devono camminare si bloccano? Un attimo fa
correvi pi veloce dell'alato Pegaso. E cos, nel frattempo che quell'amabile
compagno mi prendeva in giro dimenando il suo randello, giungemmo alla cinta
esterna della loro casa: appiccata al ramo pi alto di un cipresso penzolava
la vecchia. I briganti la tirarono gi, senza toglierle nemmeno la corda dal
collo e la precipitarono nel burrone, poi Legata la fanciulla, con bestiale
ingordigia si gettarono sul pasto che la povera vecchietta aveva loro
diligentemente preparato per l'ultima volta.

XXXI

E mentre s'ingozzavano con voracit di tutto quello che capitava loro
sotto i denti, cominciarono a discutere della pena da infliggerci e del modo
come vendicarsi di noi. Ma, come capita in una riunione tumultuosa, i pareri
erano diversi: uno affermava che la ragazza dovesse essere bruciata viva, un
altro riteneva che era meglio gettarla in pasto alle belve, un terzo
pretendeva che bisognasse inchiodarla a una croce, un quarto, infine,
suggeriva che la si facesse morire fra le torture. Comunque tutti concordarono
per la pena di morte. Uno dei briganti, per, fatto cessare tutto quello
schiamazzo, con voce tranquilla cominci:
 contrario ai principi della nostra banda, tanto pi alla vostra
mitezza d'animo e alla mia personale moderazione infierire oltre i limiti e
pi di quanto comporti la colpa; quindi niente belve o croce o fuoco o torture
e neppure una morte sbrigativa. Se volete darmi retta lasciate vivere la
ragazza ma nel modo che si merita. Non vi sarete mica scordati quello che poco
fa avevate deciso per quest'asino sempre pigro ma formidabile mangione e anche
impostore, per giunta, che finge di non farcela pi e intanto fa fuggire la
ragazza e diventa suo complice.
Dunque, domani s'ha da scannarlo. Lo vuotiamo delle interiora e dentro
gli cuciamo, tutta nuda, la ragazza che lui ha preferito a noi, in modo per
che soltanto la testa sporga fuori, mentre tutto il resto del corpo resti
stretto dentro la bestia come in una prigione.
Poi metteremo l'asino cos riempito e farcito su un pietrone e l  lo
lasceremo arrostire al sole ardente.

XXXII

In questo modo tutti e due subiranno quelle pene che voi avete
giustamente proposto: l'asino la morte che gi da un sacco di tempo si merita,
la ragazza i morsi delle fiere quando appunto i vermi roderanno le sue membra,
e il bruciore del fuoco quando il sole con i suoi raggi ardenti far diventare
un forno il ventre dell'asino, e la tortura della croce quando cani e avvoltoi
le strapperanno le viscere. Fate, inoltre, il conto delle altre torture e pene
varie: dovr star viva nel ventre di una bestia morta: il fetore
insopportabile le soffocher il respiro per il lungo digiuno si consumer
lentamente e non avr nemmeno le mani libere per darsi la morte da s.
I briganti, all'unanimit, approvarono questa proposta per acclamazione
ed io, ascoltando tutto questo con le mie grandi orecchie, che altro potevo
fare se non piangere su quel cadavere che sarei stato, l'indomani?

LIBRO SETTIMO



I

L'alba di un nuovo giorno aveva disperse le tenebre della notte e lo
splendente carro del sole illuminava ogni cosa quando arriv uno della banda.
E che fosse dei loro lo si cap dal saluto che si scambiarono.
Si sedette sul limitare della grotta e, ripreso fiato, comunic ai
compagni queste notizie:
Per quanto riguarda la casa di Milone di Ipata che poco fa abbiamo
saccheggiata, possiamo star tranquilli, non c' affatto da preoccuparsi.
Infatti, dopo che voi, grazie al vostro coraggio, faceste man bassa di tutto e
tornaste qui alla base, io mi mescolai tra la folla e fingendomi indignato e
rattristato mi detti a indagare per sapere in che direzione sarebbero
cominciate le indagini e se intendessero mettersi alla ricerca dei ladri e
fino a qual punto, per poi riferirvi ogni cosa come mi avevate ordinato.
Ebbene tutta la gente diceva, e non in base a incerti indizi ma per
prove sicure, che autore della rapina era un certo Lucio, un tale che nei
giorni precedenti, con una falsa lettera di presentazione e fingendosi un uomo
dabbene, s'era cattivata la simpatia di Milone tanto che questi gli aveva dato
ospitalit e lo considerava come uno di casa. Inoltre nei giorni che si era
fermato, con false promesse d'amore aveva abbindolato la serva di Milone e
cos s'era potuto render conto a suo bell'agio delle serrature delle porte e
venire a conoscenza perfino dei ripostigli dove Milone custodiva i suoi
tesori.

II

Un'altra prova, non irrilevante, della sua colpevolezza era il fatto che
in quella stessa notte e proprio al momento in cui veniva compiuta la rapina,
quello era scomparso e da allora nessuno l'aveva pi visto. Per facilitare la
sua fuga, poi, per rendere vani gli sforzi degli inseguitori e nascondersi
meglio, egli s'era servito di quel suo cavallo bianco che aveva portato con
s. Vero  che in quella casa fu trovato un suo servo che avrebbe potuto
rivelare i misfatti e i piani del padrone ma, arrestato dai magistrati e,
l'indomani, torturato ben bene e ridotto quasi in fin di vita, non confess
nulla di queste cose. Tuttavia numerosi uomini erano stati mandati al paese di
Lucio per rintracciarlo e fargli scontare la pena.
A sentir raccontare queste cose io facevo dentro di me il paragone tra il
Lucio beato di un tempo, arriso dalla fortuna e l'asino infelice che ero ora
con tutte le tribolazioni presenti e mi struggevo e mi veniva alla mente che
non per nulla i filosofi antichi avevano immaginato e rappresentato la Fortuna
cieca, addirittura senza occhi. Essa porge sempre i suoi favori ai malvagi e
agli indegni e non favorisce mai nessuno secondo un giusto criterio; anzi
s'accompagna sempre con certi tali che invece dovrebbero fuggire se ci
vedesse, e il colmo  che ci attribuisce una reputazione diversa da quella che
meritiamo, anzi l'opposta, per cui un malvagio passa per galantuomo e una
persona integerrima  vittima; invece, delle pi nere calunnie.

III

Cos proprio io, che un suo violento assalto aveva ridotto a bestia, anzi
al quadrupede pi spregevole la cui triste sorte mi pareva dovesse suscitare
compassione e rammarico anche all'uomo pi malvagio, ora venivo accusato di
rapina ai danni di un ospite carissimo, di un delitto che chiunque avrebbe
potuto pi esattamente definir parricidio, altro che rapina. E pensare che non
potevo difendermi, protestare la mia innocenza nemmeno con una sola parola.
Alla fine, proprio perch non sembrasse che col mio silenzio cinicamente
assentissi a una simile, orribile'accusa, tentai di gridare: Non sono stato
io e riuscii a sbraitare la prima parola, una e pi volte ma in quanto a
pronunziare le successive, niente da fare: rimasi bloccato al primo suono e
seguitai ad urlare: Non, non per quanto ce la mettessi tutta a muovere al
modo giusto le labbra che invece, rotondeggianti com'erano, restavano
penzoloni.
Ma perch sto qui a lamentarmi ancora della crudelt della Fortuna che
non s' nemmeno vergognata di avermi reso compagno di schiavit e di fatica
del mio servo, di quel cavallo ch'io avevo finora usato come mezzo di
trasporto?

IV

Mentre mi dibattevo in queste considerazioni fui assalito da un'angoscia
ancora maggiore: mi ricordai infatti che i ladri avevano deciso di
sacrificarmi come vittima ai Mani di quella vergine e guardandomi ogni tanto
la pancia mi pareva gi d'essere incinto di quella povera giovine.
Intanto il tipo che poco prima aveva riferito tutte quelle false notizie
sul mio conto, trasse fuori dalla cucitura del mantello, dove le aveva
nascoste, mille monete d'oro sgraffignate a diversi viandanti e, per onest,
come disse, le vers alla cassa comune; poi cominci a informarsi, pieno di
premure, della salute dei suoi compagni.
Venendo a sapere che alcuni, anzi i migliori, chi per una circostanza chi
per un'altra, erano morti, ma tutti in modo egregio, fu del parere che, per
qualche tempo, si lasciassero star tranquille le strade e si sospendessero gli
assalti per occuparsi, piuttosto, del reclutamento di nuovi giovani
commilitoni che, avrebbero potuto reintegrare il numero degli organici e, una
volta addestrati, restituire alla banda il suo aspetto marziale. Disse che si
potevano costringere i riottosi con la paura, allettare i ben disposti con dei
premi e che non pochi avrebbero rinunziato volentieri a un'esistenza grama e
servile per unirsi alla banda e avere cos un potere simile a quello di un re;
dal canto suo aveva gi arruolato un giovane di corporatura grande e grossa;
lo aveva consigliato e alla fine convinto a far miglior uso delle sue braccia
infiacchite da un ozio prolungato e a trar profitto dalla sua buona salute,
finch lo poteva, a non tendere la sua mano ancora forte per chiedere
l'elemosina ma ad esercitarla piuttosto a sgraffignare oro.

V

Tutti si trovarono d'accordo su questa proposta e acconsentirono di
accogliere quel giovane sul quale erano state date assicurazioni cos
convincenti e stabilirono di andarne a reclutare degli altri.
Allora quello si allontan e dopo qualche momento rientr con un giovane
di statura gigantesca, come aveva promesso, tale che nessuno di quelli che
stavan l, credo, avrebbe potuto sostenerne il confronto.
Infatti oltre alla mole complessiva del corpo, costui li superava tutti
della testa; aveva guance appena ombreggiate da una leggera peluria e i pochi
stracci rattoppati e tenuti a mala pena insieme che lo coprivano s e no,
lasciavano intravedere la poderosa muscolatura del torace e del ventre.
Salute a voi esord entrando o protetti dal fortissimo Marte, ed ora
miei fidi commilitoni. Accogliete di buon animo un uomo di coraggio e
risoluto, pi disposto a ricevere ferite sul suo corpo che ad accettare oro
nella sua mano, il pi intrepido di fronte alla stessa morte, che gli altri
temono. Non crediate che io sia un morto di fame o un miserabile e non
giudicate il mio valore da questi stracci. Io sono stato il capo di una
famosissima banda e ho saccheggiato tutta la Macedonia. Sono un predone
famoso, quell'Emo di Tracia al cui nome tremano intere province. Terone fu mio
padre, brigante anch'egli celebre; fui nutrito di sangue umano, allevato in
mezzo alle schiere della sua banda, erede ed emulo del valore paterno.

VI

Ma nel giro di pochi giorni persi tutta la banda e tutte le ricchezze
che possedevo. Infatti per mia disgrazia aggredii un procuratore imperiale di
quelli che si beccano uno stipendio di duecentomila sesterzi, per caduto in
disgrazia. Ma per meglio sapere come andarono le cose lasciatemi procedere con
ordine.
C'era un tale molto noto e considerato a corte, ben visto dallo stesso
imperatore, che per l'invidia e le calunnie di certi cortigiani fu mandato in
esilio. Sua moglie, una certa Plotina, donna di rara onest e di singolare
virt, che aveva dato al marito ben dieci figli, rinunciando agli agi della
citt, volle condividerne le sorti e seguire l'esule sventurato. Si tagli i
capelli, indoss abiti maschili e con una cintura stretta intorno alla vita,
nella quale aveva celato parecchie monete d'oro e i suoi pi preziosi
gioielli, sostennne con animo virile tutti i disagi e, intrepida, vegli
sull'incolumit del marito, in mezzo alle guardie armate e alle spade
sguainate.
Di traversie ne avevano gi passate molte sia nei viaggi di terra che in
quelli per mare e si stavano dirigendo a Zacinto, che una sorte avversa aveva
loro destinata come sede temporanea.

VII

Ma raggiunto il lido di Azio, proprio l dove noi calati dalla
Macedonia, facevamo razzie, essendo notte inoltrata e per evitare la maretta,
essi presero alloggio in una locanda non lontana dalla spiaggia e dalla nave.
Qui piombammo noi e facemmo man bassa di tutto ma prima di filarcela corremmo
un serio pericolo. Infatti, appena la signora sent i primi rumori alla porta,
corse dove dormivano gli uomini e con le sue grida suscit un baccano
terribile invocando per nome non solo i soldati di scorta e i servi ma tutto
il vicinato che accorresse in aiuto. Fortuna che ognuno, pensando alla propria
pelle, prefer restarsene acquattato nel suo cantuccio, altrimenti noi non ne
saremmo usciti interi; comunque, senza danno, potemmo squagliarcela
Poco dopo, quella santa donna, bisogna proprio dirlo, pi unica che rara
in quanto a fedelt, e quanto mai apprezzabile per i suoi meriti, fece domanda
di grazia all'imperatore implorando per suo marito un sollecito ritorno in
patria e piena vendetta dell'aggressione. Insomma per farla breve l'imperatore
decise di annientare la banda del brigante Emo e, detto fatto, la banda fu
annientata. Tanto pu un solo cenno di un grande sovrano.
Tutta la mia banda cos fu attaccata, inseguita e massacrata da reparti
di polizia a cavallo; soltanto io riuscii a fuggire salvandomi a stento; state
a sentire come.

VIII

Indossai un vestito da donna tutto a fiori e a svolazzi, mi misi in
testa un cappello di stoffa, ai piedi scarpe femminili bianche e leggere e
cos camuffato come uno dell'altro sesso, salii su un asinello che portava
spighe di grano e potetti passare indisturbato proprio sotto il naso dei
soldati che mi davano la caccia. Credendomi la moglie dell'asinaio, infatti,
quelli mi lasciarono libero il passo, tanto pi che le mie guance erano ancora
senza peli e avevano il colore chiaro e fresco dell'adolescenza.
E per non smentii mai il mio valore e la gloria paterna, sebbene con
tutte quelle spade consacrate a Marte c'era proprio da farsi venire la
tremarella, ma protetto com'ero dall'inganno del travestimento, da solo, io mi
detti ad assaltare villaggi e castelli tanto per raccapezzarci le spese del
viaggio. E slacciatisi i panni ne tir fuori duemila monete d'oro: Eccovi un
piccolo omaggio, o meglio, il mio contributo volontario alla banda; anzi, se
non avete nulla in contrario, mi offro vostro condottiero e state certi che in
poco tempo questa vostra spelonca ve la trasformer in un palazzo tutto d'oro.

IX

Senza neppure un attimo di esitazione e con voto unanime i briganti gli
conferirono il comando e gli dettero un abito un po' pi decente perch
l'indossasse al posto di quei suoi cenci che pure avevano custodito tanta
ricchezza.
Rimesso a nuovo egli ad uno ad uno abbracci e baci i nuovi compagni che
poi lo fecero sedere al posto d'onore e gli servirono un gran pranzo e vino in
quantit.
Tra un discorso e l'altro, intanto, egli venne a sapere della fanciulla e
della parte che io avevo avuto nella sua fuga, nonch della terribile morte
che c'era stata decretata.
Allora chiese dove fosse la giovine e si fece condurre da lei, ma quando
la vide carica di catene si ritrasse arricciando il naso per la
disapprovazione: Non sono cos bestia e avventato esclam da oppormi a una
vostra decisione ma mi sentirei rimordere la coscienza se non vi dicessi
qual', secondo me, la cosa migliore da fare. Per vi prego, anzitutto, di
credere che io parlo nel vostro interesse, ch se poi la mia idea non vi va,
padronissimi di tornare all'asino.
Io sono del parere che dei briganti, almeno quelli che hanno la testa sul
collo, non debbano anteporre niente di niente al loro interesse, neppure la
vendetta che spesso si ritorce su chi la compie. Se fate morire la ragazza nel
ventre dell'asino voi non avrete fatto altro che sfogare la vostra rabbia
senza alcun utile. Io penso invece che bisogna portarla in qualche citt e
venderla. Per un simile piccioncino potremo fare un prezzo mica da poco. Da
tempo io conosco alcuni ruffiani e uno di questi, credo, pagherebbe la
fanciulla un bel mucchio di soldi per sistemarla in un bordello di lusso, per
ragazze di buona famiglia, come  lei. E cos niente pi fughe ma ridotta a
puttana da casino vi pagher la giusta vendetta. Questa  la mia proposta, a
mio parere vantaggiosa, ma voi, padroni di decidere e di fare come volete.

X

Cos perorando gli interessi dei banditi quello aveva difeso anche i
nostri, salvatore egregio di una fanciulla e di un asino.
Ma gli altri con i loro se e i loro ma, prima di decidersi mi resero
angosciosa l'attesa e mi tolsero perfino quel poco di vita che mi restava.
Finalmente la proposta del nuovo arrivato venne accolta e la fanciulla fu
subito liberata dai ceppi.
Ma da quando aveva visto quel giovane e sentito parlare di ruffiani e di
bordelli, quella s'era messa a fare certi risolini e certe mossettine di gioia
da farmi giustamente stramaledire dentro di me il suo sesso.
Ma come, pensavo, una fanciulla che fino a un momento fa aveva dato a
intendere di essere innamorata del suo promesso sposo e di non veder l'ora di
passare a giuste nozze, eccola che non sta pi nella pelle soltanto a sentir
nominare uno sporco e lurido bordello e in quel momento su tutte le donne e
sulla loro moralit pes il giudizio di un asino.
Intanto quel giovane riprese a dire: E allora perch non cominciamo a
rendere onore a Marte, nostro alleato, ora che abbiamo deciso di vendere la
ragazza e di arruolare nuovi compagni? Ma, a quel che vedo, qui non abbiamo n
bestie da sacrificare n vino a sufficienza da bere. Datemi dieci compagni
quanti me ne bastano per assalire il castello qui vicino ed io vi procurer un
pranzo degno dei Salii.
Cos part e quelli che rimasero prepararono un gran fuoco e innalzarono
al dio Marte un altare di verdi zolle.

XI

Poco dopo tornarono recando degli otri di vino e spingendo un intero
gregge dal quale prelevarono un vecchio e grosso caprone e lo sacrificarono a
Marte loro alleato e protettore.
Poi prepararono un banchetto sontuoso: Potrete constatare, fece lo
straniero, come io sia un buon capo e non soltanto negli assalti e nei
saccheggi ma anche quando si tratta di farvi divertire e con estrema
disinvoltura e abilit si diede a sistemare ogni cosa: scop, imband la
mensa, cucin i cibi, prepar le salse, dispose tutto in bell'ordine ma
soprattutto fece ingurgitare agli altri numerosi e grandi calici di vino.
Nel frattempo, fingendo di andare a prendere qualcosa che gli occorreva,
si avvicinava ogni volta alla fanciulla e senza farsi vedere, tutto contento,
le porgeva qualche bocconcino sottratto alla mensa o un calice di vino che lui
aveva gi sorseggiato.
Dal canto suo ella accettava di gusto e quando il giovane faceva per
baciarla, era sempre pronta a ricambiarlo coi suoi labbruzzi protesi. La cosa
mi disgustava: Ve' la verginella commentavo fra me, s' gi scordata delle
nozze e del fidanzato cui i suoi genitori la promisero, e a lui ecco che
preferisce uno sconosciuto, un assassino. E non sente rimorso, anzi, se l'
messo sotto i piedi il sentimento, e le piace star qui tra queste lance e
queste spade a far la puttana. Ma se gli altri banditi se ne accorgono? Non
verr fuori un'altra volta il supplizio dell'asino? E costei non torner ad
essere la mia rovina? Ma questa veramente scherza con la pelle degli altri!

XII

Mentre al colmo dello sdegno la venivo fra me stesso cos calunniando, da
certe parole allusive ma non oscure a un asino intelligente com'ero io, capii
che quello non era Emo, il famoso brigante ma Tlepolemo, il fidanzato della
fanciulla in persona. A mano a mano le loro parole si facevano sempre pi
esplicite come se io manco esistessi o addirittura fossi morto: Fatti
coraggio, Carite, dolcezza mia le diceva lui vedrai che tra poco tutti
questi tuoi nemici li avrai in mano tua e gi, intanto, lui che non beveva,
con foga, con accanimento a inzupparli di vino senza smettere un attimo, un
vino non pi misto ad acqua ma riscaldato sul fuoco anche se quelli erano gi
intontiti e sbronzi del tutto. Addirittura mi venne il sospetto che egli,
perdio, avesse versato nelle loro coppe un qualche sonnifero.
Quando finalmente tutti, senza eccezione, giacquero ubriachi fradici come
se fossero morti, egli senza alcuna difficolt li leg strettamente con
parecchi giri di corda come meglio credette e, postami in groppa la fanciulla,
prese la strada della sua citt.

XIII

Quando vi giungemmo tutta la cittadinanza si rivers nelle strade come
dinanzi a un'apparizione. Accorsero i genitori, i parenti, i clienti, i
domestici, i servi, tutti, felici, pazzi di gioia. Era una gran folla, uomini
e donne insieme, di tutte le et, uno spettacolo straordinario, perdio,
indimenticabile: una fanciulla in trionfo su un asino.
Anch'io, finalmente allegro, ovviamente al modo che m'era consentito, per
non essere da meno in tutta quella festa, drizzai le orecchie, dilatai le
narici e mandai un raglio potente, anzi un tuono rimbombante.
Intanto, mentre la fanciulla veniva accompagnata nelle sue stanze fra le
premurose cure dei genitori, insieme con molti altri giumenti e seguito da una
gran folla di cittadini fui ricondotto indietro da Tlepolemo e questa volta
rifeci con piacere quella strada, in quanto, curioso come sono per natura,
desideravo assistere alla cattura dei banditi.
Li trovammo ancora incapaci di muoversi pi per il vino che per le corde.
Cos tutto il bottino fu portato fuori e noi fummo caricati dell'oro,
dell'argento e degli altri oggetti preziosi. Quanto ai briganti alcuni vennero
gettati nel burrone vicino legati com'erano, gli altri decapitati con le loro
stesse spade e abbandonati l.
Poi ce ne tornammo in citt lieti e festanti per questa vendetta.
Il bottino catturato fu depositato al pubblico erario e la fanciulla
ritrovata fu data legalmente in matrimonio a Tlepolemo.

XIV

Da quel momento la signora non faceva che proclamarmi suo salvatore e mi
colmava d'ogni attenzione: nel giorno delle nozze volle che la mia mangiatoia
fosse ben colma di biada e mi fece portare tanto fieno come se si dovesse
sfamare un cammello della Battriana.
Ma quante maledizioni e quanti santi accidenti io non mandai a Fotide che
mi aveva trasformato in asino e non in cane, dal momento che vedevo i cani di
casa rimpinzarsi fino a scoppiare degli avanzi di quella cena sontuosa e di
tutto quello che potevano rubare.
Dopo la prima notte e le prime esperienze d'amore la sposa novella
continu a ricordare ai suoi genitori e al marito tutto il debito di
gratitudine che mi doveva, fintanto che essi non le promisero di colmarmi di
tutti gli onori. E infatti, riunirono gli amici pi autorevoli e discussero in
che modo io potessi degnamente essere ricompensato. Qualcuno propose che fossi
tenuto in casa a far nulla, ingrassato a biada di prima qualit, a fave e a
lupini; prevalse, per l'opinione di un altro che, preoccupandosi della mia
libert, consigli di lasciarmi scorrazzare per i campi, a mio piacimento, in
mezzo alle mandrie di cavalli, dove montando allegramente le puledre avrei
potuto dare ai padroni molte mule di razza.

XV

Cos fu subito chiamato il mandriano e gli fui affidato con mille
raccomandazioni.
Com'ero allegro e felice e come trotterellavo davanti a lui pensando che
non ci sarebbero stati pi basti e some, che riacquistata la libert avrei pur
trovato da qualche parte un cespo di rose, dato che gi i prati cominciavano a
verdeggiare e la primavera era alle soglie.
Ma facevo anche un'altra considerazione e cio che se tanti onori e tante
attenzioni mi venivano tributate come asino, chiss che pacchia sarebbe stata
per me quando avessi riacquistato aspetto umano.
Una volta per che quel mandriano m'ebbe portato lontano dalla citt per
me non ci fu nessuna delizia e nemmeno libert. Sua moglie, infatti una donna
terribilmente avara e cattiva, mi mise subito a girar la macina del mulino e
cos, frustandomi spesso e volentieri con una frasca, trov il modo di farsi
il pane per s e per i suoi, a spese della mia pelle.
E non si contentava di farmi lavorare soltanto per s ma mi faceva girare
per macinare a pagamento anche il frumento dei vicini, e, in cambio di tutta
quella fatica, povero me, non mi dava nemmeno il cibo che mi spettava; anzi il
mio orzo lo abbrustoliva, lo metteva nella macina, me lo faceva triturare ben
bene e poi lo vendeva ai contadini del vicinato e a me, che tutto il giorno
ero stato attaccato a quella pesantissima mola, soltanto alla sera mi metteva
davanti un po' di cruscone tutto sporco e immangiabile pieno com'era di
terriccio.

XVI

Dopo avermi prostrato con tante tribolazioni la sorte crudele volle
mandarmene delle altre, naturalmente perch io potessi gloriarmi, come suol
dirsi, in patria e all'estero, delle mie gesta eroiche.
Infatti quello scrupoloso mandriano ricordandosi, un po' tardi per, quel
che gli aveva raccomandato il padrone, mi lasci raggiungere il branco dei
cavalli. Ero finalmente un asino libero, lieto e giubilante, che caracollava
con eleganza e che gi andava adocchiando alcune puledrine che facevano al
caso suo.
Ma anche questa volta le pi rosee speranze risultarono un vero disastro.
I maschi, infatti, ben pasciuti e da lungo tempo appositamente allevati per la
monta, bestie in ogni modo intrattabili e ben pi forti di un asino,
ingelositi della mia presenza e volendo impedire un ibrido accoppiamento,
senza riguardo alcuno ai doveri dell'ospitalit si avventarono contro il loro
rivale con una furia terribile: uno, levando in alto l'ampio petto e
impennando la fiera testa e il lungo collo mi colp con gli zoccoli anteriori,
come se facesse a pugni, un altro volgendomi la groppa pingue e muscolosa mi
prese a calci, un terzo mi venne addosso a orecchie basse e con un nitrito
minaccioso, mostrandomi una fila di denti bianchi e aguzzi come lance, mi
prese a morsi. Insomma, un po' come la storia che avevo letta di quel re della
Tracia il quale faceva sbranare e divorare i poveri ospiti dai suoi cavalli
selvaggi: quel tiranno cos potente era tanto taccagno in fatto di biada che
calmava la fame delle sue voraci giumente dispensando loro carne umana.

XVII

Straziato anch'io allo stesso modo e assalito da ogni parte da quegli
stalloni rimpiansi la macina del mulino. Ma la sorte che non s'era stancata di
tormentarmi mi prepar un nuovo flagello.
Venni preso per trasportare legna gi dalla montagna e mi si diede per
conducente un ragazzo che, a dire il vero era il peggiore ragazzo del mondo.
Non soltanto salire un monte cos alto e cos impervio era per me una fatica
micidiale, non soltanto a correre su e gi in mezzo ai sassi aguzzi mi s'eran
consumate tutte le unghie, ma per di pi le frustate che prendevo erano tante
e poi tante che il dolore mi arrivava fino alla midolla delle ossa. A furia di
colpirmi sulla zampa destra e sempre allo stesso punto, quello m'aveva rotta
la pelle e prodotta una profonda lacerazione, anzi un buco, addirittura una
finestra e, ci nonostante, gi ancora colpi, giusto sulla ferita sanguinante.
Mi caricava poi di certi fasci di legna cos enormi che li avresti
creduti destinati a un elefante, non a un asino.
Per di pi ogni volta che il carico, mal distribuito, pendeva tutto da un
lato non  che quel birbante togliesse qualche pezzo di legno dalla parte
sbilanciata, come era logico, tanto da alleggerirmi un po' e darmi un attimo
di sollievo o per lo meno riequilibrasse il carico passandomene qualcuno
dall'altro lato, macch, rimediava alla differenza di peso aggiungendo delle
pietre.

XVIII

Ma non contento di schiacciarmi sotto carichi enormi, come se non ne
avessi abbastanza di guai, tutte le volte che incontravamo un fiume e c'era da
attraversarlo, costui, per non bagnarsi gli stivali, mi saltava in groppa,
sistemandosi comodo: piccolo supplemento, certo, che s'aggiungeva al mio
carico. E se per caso per il peso eccessivo che mi faceva barcollare,
risalendo la riva opposta, io scivolavo sul terreno fangoso, quel singolare
asinaio mica mi tendeva una mano, o mi tirava su per la cavezza, o cercava di
sollevarmi per la coda o almeno di liberarmi di una parte del carico perch io
potessi farcela a rialzarmi, macch, manco per niente che mi dava un aiuto,
sfinito com'ero, ma, principiando dal capo, anzi proprio dalle orecchie, mi
caricava di botte con un randello enorme fino a quando quelle legnate,
funzionando come una medicina, non mi rimettevano in piedi.
E fu lui, questo disgraziato, a inventare un altro supplizio ai miei
danni. Prese dei rami che avevano spine aguzze e velenose, ne fece un fascio
ben stretto e me li appese alla coda, perch, ciondolandomi dietro a ogni
passo che facevo, mi straziassero con i loro terribili aculei.

XIX

E cos non avevo scampo ai due mali: se mi mettevo a correre per evitare
le sue furiose bastonature, erano le spine a bucarmi con pi violenza; se mi
fermavo un istante per far cessare quel tormento, le legnate mi costringevano
a riprendere la corsa. Insomma pareva proprio che quel ragazzaccio le
escogitasse tutte per ammazzarmi, in un modo o nell'altro; e talvolta me lo
diceva finanche sacramentando.
Ora accadde un fatto che spinse la sua odiosa malvagit a farmene una
anche peggiore. Un giorno che non riuscii a sopportare le sue prepotenze, gli
appioppai un paio di calci solenni. Ecco allora l'azionaccia che mi combino:
mi pose sulla schiena una grossa balla di stoppa, fissandomela ben bene con
doppio giro di corda, poi mi spinse sulla strada, alla prima cascina rub un
tizzone ardente e lo ficc proprio in mezzo al carico. Il fuoco trov una
facile esca e divamp improvviso avvolgendomi tutto in una grande fiammata.
Sembrava che ormai non vi fosse alcun rimedio, nessuna via di salvezza in
quanto un simile rogo non con sentiva indugi e mandava in fumo anche le
risoluzioni pi sagge.

XX

In un simile frangente la Fortuna, per, volle sorridermi e offrirmi uno
spiraglio di luce, forse per riservarmi futuri accidenti ma, certo, al
presente, per liberarmi da una morte ormai sicura.
Il caso volle ch'io scorgessi poco distante un fossato colmo d'acqua
fangosa formatosi con la pioggia caduta il giorno prima; senza star l a
pensarci, mi ci buttai. d'un salto e le fiamme finalmente si spensero e io ne
uscii alleggerito del carico e sano e salvo.
Ma quel poco di buono, quello spudorato, anche sta volta ritorse contro
di me questa sua mascalzonata e and a dire in giro a tutti i mandriani che
ero stato io a passare in mezzo ai fuochi accesi dei vicini, che avevo messo
un piede in fallo e che mi ci ero lasciato cadere sopra di proposito, dandomi
cos fuoco da me. E aggiunse ridacchiando: Ma fino a quando dovremo
ingrassare senza profitto questo incendiario?
Non fece passare molti giorni che mi procur guai peggiori: vendette a un
casolare l vicino il carico di legna che trasportavo e facendomi rifare la
strada scarico si mise a dire a tutti che egli non riusciva pi a venire a
capo della mia pigrizia, ch'era stufo di fare un mestiere simile e altre
tiritere di questo genere.

XXI

Ma lo vedete questo indolente, andava blaterando, questo fannullone,
asino per davvero in tutto e per tutto? Oltre alle malefatte che mi combina,
ora mi mette anche nei guai. Se vede passare qualcuno per strada, che sia una
bella donna o una ragazza da marito o un ragazzino, l per l, perde la testa
rovescia il carico, si libera perfino del basto, e gli d addosso, preso da
smanie amorose per gli esseri umani, li butta a terra e, tutto bramoso, tenta
su di loro illecite e strane libidini, bestiali piaceri, invitandoli ad amori
contro natura. Perfino baci cerca di dispensare ma con quel suo muso osceno
non riesce che a dare colpi e morsi. Tutto questo ci tirer addosso denunzie e
liti tutt'altro che piacevoli e finiremo anche processati.
Poco fa, per esempio, ha adocchiato una bella ragazza, ha scaraventato
qua e l la legna che trasportava e le si  buttato addosso come una furia:
l'ha messa a terra lunga distesa e, davanti a tutti, ha cercato di montarla,
questo allegro dongiovanni. Se alcuni passanti non fossero accorsi alle grida
e ai pianti della ragazza e non gliel'avessero tolta di sotto, di quella
poveretta ne avrebbe fatto uno scempio e noi saremmo andati a finir proprio
male con la giustizia.

XXII

Aggiungendo bugie su bugie che nel mio imbarazzato silenzio suonavano
ancor pi offensive, quello riusc ad aizzare contro di me l'animo di quei
pastori, tanto che uno di loro se ne usc con questa proposta: Ma perch non
lo immoliamo, questo marito pubblico, anzi questo seduttore bell'e pronto per
tutti, ben degna vittima dei suoi amori mostruosi. Al, ragazzo, scannalo e
poi getta le sue budella ai nostri cani e conserva la carne per la cena degli
operai. Penseremo noi a portare la pelle ai padroni dopo averla conciata con
un po' di cenere e, come niente, a far credere che  stato un lupo a
divorarlo.
Senza farselo dire due volte quel mio infame accusatore tutto contento
altres di essere l'esecutore materiale di quella sentenza decretata dai
pastori, spernacchiando sulle mie disgrazie e ricordandosi dei calci che gli
avevo appioppati - ahi!, quanto mi dispiacque averglieli dati troppo piano -
si mise subito ad affilar la spada.

XXIII

Ma  un peccato ammazzare un asino cos bello intervenne uno di quei
villani. In fondo noi ci priviamo del suo servizio e della sua opera cos
preziosa solo perch ha certi vizietti e certe manie erotiche; tagliamogli,
invece, i coglioni, cos finir di sfoderare il membro e di darci grattacapi
in pi ci diventer bello grasso e grosso. Io so non solo di molti asini
lavativi ma anche di cavalli che essendo sempre in calore erano ribelli e
intrattabili; ebbene, una volta castrati sono diventati mansueti e belli
grassi, proprio adatti per portare il basto e per fare ogni altro tipo di
lavoro.
Se siete d'accordo me ne incarico io: gi che devo arrivare al mercato
qui vicino, faccio un salto a casa, prendo i ferri che mi servono e in un
attimo sono di ritorno. Vedrete che non ci vuol molto ad aprirgli le cosce a
questo stallone fetente e, zac, a farvelo diventare pi docile di una pecora.

XXIV

Se questa proposta mi strappava alle grinfie della morte mi condannava,
per, a una pena delle pi spiacevoli.
Cos cominciai a disperarmi e a piangere la perdita di un'appendice tanto
importante del mio corpo. Pensai addirittura di lasciarmi morire di fame o
buttarmi gi da un precipizio, di farla finita, insomma: almeno sarei morto
intero.
Mentre stavo l a pensare sul tipo di morte da darmi ecco che quel
delinquente di ragazzo mi prelev di primo mattino e mi port ancora sulla
montagna, lungo il solito sentiero. Qui mi leg al ramo di una grande quercia
e lui si mise un po' pi discosto a tagliare con la sua accetta la legna da
portar gi. Ma ecco che da una caverna l vicino sbuc con l'enorme testa
eretta un'orsa spaventosa. Atterrito alla vista di quell'apparizione
improvvisa appoggiai sui garretti posteriori tutto il peso del corpo e
sollevando la testa pi in alto che potevo cominciai a dare strattoni furiosi
finch non ruppi la corda che mi tratteneva; poi, via di gran volata gi per
la china e non soltanto spingendo con i piedi ma capitombolando con tutto il
peso del corpo proteso in avanti, finch non mi trovai in piano, nei campi,
tanto era stato l'impulso di scampare a quell'orsa colossale e a quel ragazzo
ancora peggiore.

XXV

Ma ecco che un viandante vedendomi vagare tutto solo e senza padrone mi
afferr, mi salt lesto in groppa e, picchiandomi col suo bastone, mi men per
una via traversa che non conoscevo.
Io, dal canto mio, ce la mettevo tutta a correre pi che potevo visto che
soltanto cos potevo evitare l'orribile mutilazione della mia virilit; quanto
alle frustate ero cos abituato ormai a prenderle regolarmente che quelle non
mi facevano punto impressione.
Ma la Fortuna, ostinandosi contro di me mand in malora con fulminea
rapidit quella provvidenziale occasione e architett nuove trappole.
I miei pastori, infatti, che stavano battendo quella zona alla ricerca di
una loro giovenca che s'era smarrita, per caso s'imbatterono in noi e,
riconoscendomi immediatamente, mi presero per la cavezza e fecero per
trascinarmi con loro. Ma perch mi fate violenza? perch mi derubate?
cominci a gridare il mio cavaliere, cercando coraggiosamente di opporre
resistenza e invocando a testimoni gli uomini e gli dei.
Ah, s, eh? Ora siamo noi a trattar male te, che ci rubi l'asino e ce lo
porti via? Perch, invece, non ci dici cosa ne hai fatto del ragazzo ch'era
con l'asino? L'hai ucciso? E dove l'hai nascosto? e scaraventatolo a terra
cominciarono a tempestarlo di pugni e di calci, a pestarlo ben bene nonostante
che egli giurasse e spergiurasse di non aver visto alcun asinaio ma che s'era
appropriato soltanto di un asino libero e tutto solo per giunta, con
l'intenzione di restituirlo al padrone per averne una mancia.
Magari potesse parlare quest'asino (ah, non l'avessi mai visto!): vi
testimonierebbe la mia innocenza e voi vi pentireste dell'offesa che mi fate.
Ma le sue preghiere non valsero a nulla. Quei violenti gli legarono una
corda al collo e lo trascinarono su per la montagna nel folto del bosco, l
dove il ragazzo era solito andare a far legna.

XXVI

Ma del ragazzo nessuna traccia nella zona. Fu invece trovato il suo corpo
fatto a brandelli, sparso qua e l per un gran tratto. Io capi; subito che era
stata l'orsa e se avessi avuto la possibilit di parlare, perdio, l'avrei
anche detto, l'unica cosa per che potetti fare fu quella di rallegrarmi in
cuor mio, di quella tardiva vendetta.
Raccolte a fatica le membra sparse del morto i pastori le seppellirono
sul luogo ma il mio Bellerofonte, accusato ormai senza ombra di dubbio come
ladro e sanguinario assassino, se lo trascinarono dietro alla loro capanna per
consegnarlo, l'indomani, ai magistrati perch fosse fatta, cos essi dissero,
giustizia.
Intanto mentre i genitori del ragazzo piangevano disperati la sua morte,
ecco sopraggiungere il contadino che, mantenendo puntualmente la parola,
pretendeva di eseguire l'operazione, com'era stato deciso.
Questa  una questione che non c'entra per niente con la disgrazia che
ci  capitata oggi fece uno. Sar per domani e vedrai che non gli taglieremo
soltanto i coglioni a questo asino maledetto, ma anche la testa.

XXVII

E cos quella tortura mi fu differita all'indomani ed io fui riconoscente
a quel buon ragazzo che, almeno da morto, m'aveva regalato un giornerello di
proroga al mio supplizio.
Per nemmeno questo tantinello di tempo io potetti godermi in pace in
quanto la madre del ragazzo, disperata per l'immatura morte del figlio, tutta
in lacrime e in gramaglie, strappandosi con ambedue le mani i bianchi capelli
cosparsi di cenere, straziandosi il petto a furia di pugni, urlando e
strepitando, irruppe nella stalla: Ma guardalo qui, come se niente fosse, col
muso nella mangiatoia che pensa a saziare la sua ingordigia e a gonfiarsi quel
suo ventre senza fondo; e non ha un minimo di compassione per il mio dolore e
non gli passa nemmeno per la testa l'orribile fine che  toccata al suo
padrone. Si capisce, lui se ne infischia della mia vecchiaia, non tien conto
della mia debolezza ed  convinto di passarla liscia dopo un delitto cos
mostruoso, anzi presume di essere innocente. Eh, s, sono proprio quelli che
hanno commesso le colpe pi gravi che sperano impunit nonostante che hanno la
coscienza sporca. Ma tu, in nome di dio, maledetta bestiaccia, se anche per un
momento tu potessi far uso della parola, com' che potresti persuadere
qualcuno, fosse anche l'uomo pi balordo, che questa terribile disgrazia 
accaduta senza che tu ne avessi colpa, quando proprio tu, a calci e a morsi,
avresti potuto di fendere quel povero ragazzo? Eppure a prenderlo a calci, e
spesso, eri capace, ma a difenderlo dalla morte con lo stesso zelo, no!
Potevi, certo, caricartelo in groppa e strapparlo, cos, dalle mani
insanguinate del suo spietato assassino; e, invece, no. Te ne sei fuggito da
solo lasciandolo steso a terra, lui che era il tuo compagno di lavoro, il tuo
maestro, il tuo amico, la tua guida.
Ma non lo sai che quelli che rifiutano di porgere aiuto a chi  in
pericolo vengono puniti, perch cos facendo agiscono contro i princpi della
morale?
 Ma tu non ti rallegrerai a lungo della mia sventura, assassino: ti far
sentire io come questo mio strazio m'abbia ridato le forze!

XXVIII

Cos dicendo trasse da sotto il vestito la fascia che le stringeva la
vita e mi leg strettamente i piedi perch io non potessi avere alcuna
possibilit di difendermi; poi, presa una pertica che serviva per sprangare la
porta della stalla, continu a darmene tante finch le ressero le forze e il
bastone, pesante com'era, non le cadde di mano.
Imprecando, allora contro le sue braccia che s'erano cos presto
stancate, corse al focolare e, preso un tizzone ardente, me lo ficc fra le
natiche.
Ricorsi, allora, all'unica difesa che mi restava: le scaricai addosso un
getto violento di sciolta che le imbratt viso e occhi e, cos accecata e
soffocata dal fetore, quella peste mi si lev di torno, altrimenti un asino
sarebbe morto per il tizzone di un'Altea impazzita, come Meleagro.


LIBRO OTTAVO



I

Al canto del gallo giunse dalla vicina citt un giovane che mi parve
fosse uno dei servi di Carite, cio di quella fanciulla che aveva condiviso
con me tante pene per mano dei briganti.
Costui, sedendosi presso il fuoco, in mezzo al gruppo degli altri servi,
port la notizia dell'atroce e strana morte di lei e della rovina che era
piombata su tutta la sua famiglia.
Stallieri, pastori e bovari cominci a dire. Carite non  pi, la
poveretta se n' andata ai Mani, e non lei sola.  stata una disgrazia
tremenda. Ma perch voi possiate sapere ogni cosa, conoscere tutti i
particolari, voglio cominciare dal principio. Sono accadute cose da romanzo,
degne di essere messe per iscritto da chi ha la fortuna di saper tenere la
penna in mano.
Dunque, nella vicina citt, viveva un giovane di famiglia nobile, molto
noto quindi e anche molto ricco, un depravato per, che bazzicava nelle
bettole e nei bordelli, sempre in mezzo ai bagordi da mattina a sera, e per
questo anche in rapporto con certe bande di malfattori, non estraneo finanche
a qualche fatto di sangue. Si chiamava Trasillo e il nome non smentiva la sua
fama.

II

Appena Carite fu in et da marito costui si fece subito avanti fra i
pretendenti pi in vista a chiederne la mano e bench per nobilt fosse di
gran lunga superiore agli altri e cercasse con bellissimi doni di ottenere il
consenso dei genitori della ragazza, proprio per i suoi riprovevoli costumi
dovette subire l'affronto di un rifiuto.
Cos, quando la padroncina fu promessa in sposa al buon Tlepolemo quello
continu a covar dentro di s una morbosa passione cui si aggiunse ora la
rabbia per la delusione patita arrivando perfino a cercare l'occasione per una
sanguinosa vendetta.
Il momento opportuno per rifarsi avanti non si fece attendere e cos
egli pot accingersi al delitto che da tempo meditava.
Il giorno in cui la fanciulla, per il coraggio e l'astuzia del suo
fidanzato, fu liberata dalle mani dei briganti e sottratta alla minaccia delle
loro armi, egli si mescol allo stuolo degli amici accorsi per congratularsi,
ostentando la sua contentezza, complimentandosi con gli sposi novelli per lo
scampato pericolo, e beneaugurando per la prole futura.
In considerazione del suo illustre casato egli fu cos accolto in casa
nostra fra gli ospiti di maggior riguardo e qui cominci a recitar la parte
dell'amico fedelissimo ben dissimulando il suo proposito delittuoso.
Nelle conversazioni abituali, nelle frequenti visite, durante i pranzi o
quando si beveva insieme un bicchiere, egli fin col diventare l'ospite pi
gradito e simpatico ma anche col precipitare sempre pi in fondo, e senza
accorgersene, nell'abisso della sua passione.
Cos , purtroppo! La fiamma del crudele amore fino a quando  un
focherello, allieta col suo tepore, quando poi, dalli oggi, dalli domani, le
si d esca, la si alimenta, allora diventa un insopportabile incendio e divora
completamente l'uomo.

III

Gi da tempo Trasillo pensava a un luogo adatto per incontrarsi
segretamente con Garite ma per il gran numero di servi che bazzicavano per
casa, si rendeva conto che una relazione clandestina era praticamente
impossibile; d'altro canto sentiva di non essere pi capace, ormai, di
spezzare i lacci tenaci di quella sua recente e crescente passione e che se
anche la fanciulla avesse consentito, ma come poteva?, la sua inesperienza in
fatto di amori extraconiugali avrebbe reso la cosa ancor pi difficile.
Tuttavia era proprio la difficolt dell'avventura a spingerlo a tentarla con
accanita ostinazione, come se fosse una conquista a portata di mano. E,
infatti, se in un primo momento la cosa gli parve difficile, poi, man mano che
la passione gli cresceva dentro, egli ritenne di poterne facilmente venire a
capo. D'altronde  vero; via via che un amore si rafforza, tutto sembra pi
facile, anche quello che in un primo momento pareva difficile.
Ma state a sentire, vi prego, fate attenzione adesso e vedete un po'
fino a che eccessi arriv la sua furiosa passione.

IV

Un giorno Tlepolemo, preso con se Trasillo, se ne and a caccia di
fiere, se fiere possono chiamarsi i caprioli; Carite, infatti, non voleva che
il marito cacciasse animali armati di zanne e di corna.
Giunti a un'altura boscosa, ombreggiata da un fitto intrico di cespugli,
dove per sottrarsi allo sguardo dei cacciatori si nascondevano i caprioli,
furono mollati i cani, tutti segugi di buona razza, perch stanassero la
selvaggina e subito essi, perfettamente addestrati com'erano, si sparsero per
la macchia, chiusero tutte le vie d'uscita, prima con sordi mugolii, poi, a un
improvviso segnale, riempendo tutto il bosco con i loro furiosi e assordanti
latrati.
 Ma non fu stanato n un capriolo, n un daino, n un cerbiatto che di
tutti gli animali selvatici  il pi mansueto; salt fuori, invece, un
cinghiale enorme, di dimensioni mai viste, tutto muscoli vibranti sotto la sua
cotenna, tutto coperto di peli ispidi, di grosse setole sulla schiena: aveva
la bava alla bocca, digrignava le zanne, i suoi occhi minacciosi mandavano
lampi, le sue mascelle erano tutte un fremito e con un impeto fulmineo si
lanci all'attacco. Prima di tutto, dando colpi di zanna a destra e a manca,
fece a pezzi i cani pi audaci che lo incalzavano da vicino, poi, lacerando le
reti che al momento lo avevano trattenuto, pass oltre.

V

Noialtri, presi da un grande spavento, abituati com'eravamo a cacciare
soltanto animali innocui e trovandoci indifesi e disarmati, andammo tutti a
nasconderci nel folto dei cespugli e sugli alberi. Trasillo, invece, cogliendo
l'occasione propizia per il suo tranello, astutamente cominci a provocare
Tlepolemo: 'Ma che ci succede? Siamo proprio anche noi spaventati a tal punto
da restarcene imbambolati come questi servi vigliacchi, o tutti tremanti come
femminette, e intanto ci lasciamo sfuggire questa bellissima bestia? Che
aspettiamo a saltare a cavallo e, in un attimo, a raggiungerla? Al, prendi
uno spiedo, io una lancia' e, senza attendere oltre, balzarono a cavallo e si
lanciarono all'inseguimento della fiera; la quale, non ignorando la sua forza,
fece un improvviso dietro front e, tutta fremente di ferocia, arrotando le
zanne, raccolse il suo impeto contro di loro, esitando un attimo come per
scegliere chi dei due dovesse caricare per primo. Tlepolemo, prevenendola, le
scagli nelle reni il suo spiedo ma Trasillo, invece di colpirla a sua volta,
con un colpo di lancia tronc i garretti posteriori del cavallo di Tlepolemo
che, arrovesciandosi indietro nel proprio sangue, senza volerlo, trascin
nella caduta il suo cavaliere.
Fu un attimo: il cinghiale, vedendo il giovane a terra, gli fu addosso
furibondo e mentre egli tentava d rialzarsi, con ripetute zannate, gli lacer
le vesti e le carni.
Quel buon amico di Trasillo certo non si pent del suo crimine, anzi non
si ritenne nemmeno del tutto soddisfatto vedendo l'altro in cos gran
pericolo, vittima sacrificata alla sua crudelt, e cos, mentre Tlepolemo,
trafitto ormai da ogni parte, cercava invano di proteggersi dai colpi e gli
implorava disperatamente aiuto, quello, freddamente, gli piant la lancia
nella coscia destra, sicurissimo che la ferita della sua arma sarebbe stata
del tutto simile alle altre provocate dai denti dell'animale. Infine, con un
colpo ben assestato, trafisse anche la fiera.

VI

Cos mor il povero Tlepolemo e noi servi, chiamati fuori dai nostri
nascondigli, accorremmo tutti addolorati.
Ma Trasillo, bench tutto lieto d'aver raggiunto il suo scopo con la
morte del rivale, dissimul la gioia e aggrottando la fronte e fingendo una
grande afflizione, Si gett sul corpo dell'amico che egli stesso aveva ucciso
e imit a perfezione chi si dispera e piange per qualche disgrazia: solo le
lacrime non riusc a farsi venir fuori. Cos, conformandosi a noi che eravamo,
per, sinceramente addolorati, incolpava la fiera di ci che egli aveva
compiuto con le sue mani.
Il delitto era stato appena compiuto che subito se ne diffuse la notizia
la quale, prima che altrove, giunse alla casa di Tlepolemo e agli orecchi
della sposa infelice.
Come una pazza Carite, a una notizia cos tremenda, inaudita, fuori di
s e sconvolta dal dolore, si slanci per le strade affollate, per i campi,
urlando con voce alterata la morte del marito.
In folla accorsero i cittadini, tristi, e, associandosi al suo dolore,
le si fecero intorno, la seguirono, tutta la citt si svuot per correre a
vedere.
Quando la poveretta giunse trafelata accanto al cadavere del marito,
senza pi forze, si lasci cadere su quel corpo e l per poco non rese l'anima
che aveva a lui consacrata.
A stento fu strappata di l dalle mani dei suoi e, suo malgrado, rimase
in vita, mentre il morto, seguito da tutto il popolo in solenne processione,
veniva accompagnato al luogo della sepoltura.

VII

Anche Trasillo gridava e si batteva il petto, fin troppo forte, anzi
quelle lacrime che prima non era riuscito a spremere per il dolore, ora, per
la gioia incontenibile, gli scendevan gi copiose e, insieme ad altre mille
esclamazioni di affetto, riuscivano a ingannare la stessa verit: chiamava
Tlepolemo amico, coetaneo, compagno, fratello, lo invocava per nome con
lamenti che strappavano il cuore e intanto prendeva nelle sue le mani di
Carite perch ella cessasse di colpirsi il petto; cercava di calmare la sua
disperazione, di frenare i suoi lamenti, di lenire con parole carezzevoli il
suo acuto dolore, la consolava portandole vari esempi di altrettanti luttuosi
incidenti. Ma tutta quella simulata piet non era che un pretesto per
palpeggiarsi la donna e alimentare con illeciti diletti il suo esecrabile
amore.
Appena ebbero termine le onoranze funebri la giovane fu impaziente di
raggiungere suo marito e, considerate tutte le vie, scelte quella pi dolce e
pi lenta, che non ha bisogno d'arma alcuna, che  simile, piuttosto, a un
placido sonno: insomma la poverina decise di lasciarsi morire d'inedia e,
trascurando completamente la sua persona, nascondendosi nelle tenebre pi
fitte, aveva gi detto addio alla luce.
Ma Trasillo, a furia di insistere, o di persona o ricorrendo all'aiuto
dei familiari o degli amici o degli stessi genitori della giovane, riusc a
tirarla fuori e a far s ch'ella si decidesse a concedere a quel suo corpo,
gi roso dalla sporcizia e che aveva gi il pallore della morte il ristoro di
un bagno e di un po' di cibo.
 E cos Carite, timorata com'era dei suoi genitori piegandosi al dovere
che l'affetto le imponeva ma suo malgrado e con volto certo non lieto anche se
un po' pi sereno, riprese il suo posto tra i vivi, come le era stato
ordinato. Ma nel suo cuore, nel pi profondo dell'animo suo, sentiva pena e
dolore e consumava i suoi giorni e le sue notti in un cupo rimpianto, del
marito morto s'era fatta riprodurre l'effigie sotto l'aspetto del dio Bacco e
ad essa con assidua devozione rendeva onori divini e questo era per lei una
consolazione e, insieme, un tormento.

VIII

Ma Trasillo, ardito e, come dice il suo nome, temerario, prima ancora
che le lacrime avessero placato il dolore e che si fosse acquietato il delirio
di una mente sconvolta e la pena fosse scemata col tempo chiudendosi in se
stessa, a lei che ancora piangeva lo sposo, che ancora si lacerava le vesti e
si strappava i capelli, non esit a parlare di nozze e a svelare
spudoratamente il segreto che covava dentro e le sue incredibili infami
intenzioni.
Inorrid Carite e si ribell a quella ignobile proposta e come colpita
da un gran tuono o da una forza celeste o dallo stesso fulmine di Giove, cadde
a terra priva di sensi. Quando dopo un po' riprese conoscenza cominci a
gridare come una belva, e, comprendendo ormai la parte sostenuta dall'infame
Trasillo, men per le lunghe la richiesta del pretendente per meglio
riflettervi.
Fu appunto in questo lasso di tempo che l'ombra di Tlepolemo, cos
tragicamente ucciso, sporca ancora di sangue e irriconoscibile nel suo
pallore, apparve nei casti sogni della sposa: 'O moglie mia' le diceva 'che
qualcun altro ormai potr anche chiamarti cos, se nel tuo cuore s'
affievolito il mio ricordo o se per la mia morte immatura s' spezzato il
vincolo d'amore che ci legava, sposa pure chi vuoi e sii felice ma, in nessun
modo, non darti a Trasillo, non metterti nelle sue sacrileghe mani, evita di
parlargli, di sedere alla sua mensa, di entrare nel suo letto. Sta' lontana
dalla mano insanguinata del mio uccisore, non iniziare la tua nuova vita di
sposa con un assassino. Quelle ferite che lavasti con le tue lacrime non
furono tutte prodotte dalle zanne del cinghiale: fu la lancia del perfido
Trasillo a separarmi da te.' E altro ancora aggiunse chiarendo perfettamente
come s'erano svolti i fatti.

IX

Carite, che poco prima s'era addormentata tutta triste, la faccia contro
il guanciale, e che anche nel sonno rigava le sue gote di lacrime,
riscuotendosi da quel suo riposo agitato, come da un incubo, risent la
stretta del dolore e ricominci a dare in lunghi e acuti lamenti, a strapparsi
la veste, a martoriarsi le belle braccia con le sue piccole mani crudeli.
Per non accenn ad alcuno del suo sogno ma fingendo di non saperne
nulla del delitto, decise di punire l'infame assassino e poi di por fine a
quella sua vita senza pi gioia.
E cos, ogni volta che l'odioso pretendente tornava nuovamente alla
carica, martellando con domande di nozze quelle orecchie che non erano
disposte ad ascoltarlo, ella amabilmente respingeva le sue proposte e alle
insistenze, alle implorazioni di lui, a meraviglia e astutamente recitava la
sua parte:
'I miei occhi,' diceva, 'sono ancora pieni dell'immagine del mio adorato
marito che per te era come un fratello; sento ancora il profumo del suo corpo
divino che sapeva di cinnamomo. Oh, il bel Tlepolemo  ancora vivo nel mio
cuore. Comportati da quel galantuomo che sei e concedi a questa povera donna
che sia trascorso con i mesi che restano, almeno il tempo necessario, cio
l'anno di lutto stabilito. Questo, sia per difendere il mio pudore che per il
tuo interesse, perch non vorrei suscitare l'ombra adirata di mio marito e il
suo giusto sdegno per le nozze premature con funeste conseguenze per la tua
incolumit.'

X

 Trasillo non era soddisfatto da discorsi simili e tanto meno lusingato
da una promessa che pure dava una precisa scadenza, e cos continu a
incalzarla con proposte illecite, senza darle respiro, fino a quando Carite,
fingendosi vinta, un giorno non gli disse: 'Va bene; per, caro Trasillo, tu
devi assolutamente concedermi che noi ci troviamo di nascosto e che nessuno,
neanche quelli di casa, venga a sapere della cosa prima che siano trascorsi i
giorni che mancano a finir l'anno di lutto.'
Trasillo s'arrese alla donna e cadde nel tranello di quella insidiosa
promessa. Ben volentieri consent a quegli amori clandestini e trascurando
ogni cosa pur di possedere Carite, altro non chiese che scendesse presto la
notte con le sue tenebre pi nere.
'Fa' attenzione' gli raccomand Carite 'avvolgiti bene nel mantello e
non farti accompagnare da nessuno. Alle prime ore della notte avvicinati piano
alla mia porta, fa' un fischio e aspetta la mia governante che star dietro
l'uscio ad attenderti. Essa ti aprir e ti far strada, al buio, fino al mio
letto.'

XI

Piacque a Trasillo questa messinscena di nozze per lui fatali e senza
sospettare di nulla ma tutto smanioso, nell'attesa, si rammaricava che il
giorno fosse tanto lungo a passare e la notte tanto lenta a venire.
Ma quando il sole lasci il posto alle tenebre egli, puntualissimo, e
tutto avvolto nel suo mantello come gli aveva raccomandato Carite, con la
ingannevole complicit della nutrice ch'era l ad aspettarlo, scivol nella
camera di lei, pieno di speranza.
La vecchia, allora, secondo le istruzioni ricevute, lo intrattenne
amabilmente porgendogli delle coppe e un'anfora di vino nella quale
furtivamente aveva messo del sonnifero, pregandolo di giustificare il ritardo
della padrona trattenuta al letto del padre ammalato.
Senza alcun sospetto Trasillo cominci a bere a garganella e fu un gioco
farlo piombare in un sonno profondo. Quando, infine, egli giacque riverso, del
tutto indifeso e inoffensivo, la vecchia chiam Carite che nel suo virile
risentimento e fremente di rabbia si precipit dentro e s'avvent
sull'assassino.

XII

'Eccolo qui,' grid,' l'amico fidato del mio sposo, il leale cacciatore,
il mio affettuoso pretendente. Questa  la mano che sparse il mio sangue,
questo il petto che ha ordito gli inganni infernali per la mia rovina, questi
gli occhi ai quali piacqui per mia sventura ma che, avvolti come sono ora
nelle tenebre anticipano gi la pena che li attende. Riposa pure tranquillo,
fa' pure sogni felici. Non avr spada, io, non lancia per ucciderti. Non
voglio che tu somigli al mio sposo fosse pure nel genere di morte: tu vivrai,
ma a morire saranno i tuoi occhi e non vedrai pi nulla se non in sogno. Far
in modo che pi fortunato stimerai il tuo rivale per la sua morte che non te
per la tua vita. Non vedrai mai pi la luce e avrai sempre bisogno della mano
di un compagno, ma non avrai quella di Carite, non godrai delle sue nozze, n
ti consoler la pace della morte, n gioirai dei piaceri della vita ma, ombra
inquieta, andrai vagando tra l'Averno e il sole e a lungo cercherai quella
mano che ti ha preso gli occhi e non saprai di chi lagnarti e questo far la
tua sventura ancora pi orribile. Io, invece, offrire al sepolcro di Tlepolemo
il sangue delle tue pupille, sacrificher ai suoi santi Mani questi tuoi
occhi. Ma perch dilazionare la pena che ti aspetta? magari lasciarti godere
in sogno dei miei amplessi a te fatali? Sgombra le tenebre del sonno e destati
per entrare in quelle del tuo castigo. Leva in alto il tuo volto spento,
riconosci la vendetta, renditi conto della tua sventura, valuta la tua pena.
Cosi sono piaciuti i tuoi occhi alla casta moglie, cos le fiaccole nuziali
hanno illuminato le tue nozze. Ti saranno pronube le Furie vendicatrici,
compagna la cecit, continuo tormento il rimorso.'

XIII

Questa la sorte che la donna assicur a Trasillo e, trattosi dai capelli
uno spillone, lo immerse negli occhi di lui.
Quindi lasciandolo l completamente cieco a dibattersi in un dolore di
cui non si rendeva conto e che lo aveva riscosso dal sonno e dalla sbornia,
ella afferr la spada che Tlepolemo soleva portare e, sguainatala, si lanci
in folle corsa attraverso la citt e si diresse al sepolcro del marito, certo
col proposito di compiere chiss qual gesto insano.
Tutti noi, l'intera popolazione, ci precipitammo fuori delle nostre case
e le corremmo dietro costernati esortandoci a vicenda a strapparle il ferro di
mano, impazzita come sembrava.
Ma giunta al sepolcro di Tlepolemo ci tenne tutti lontani con la sua
spada che mandava bagliori e quando vide il nostro gran piangere, i lamenti e
i sospiri di una folla intera: 'Smettetela' disse, 'con queste lacrime
importune, scacciate un dolore che non si addice alla mia virt. Mi sono
vendicata del feroce assassino di mio marito; ho punito colui che mi ha tolto
lo sposo. Ora  tempo che con questa spada mi apra la via che mi ricongiunga
al mio Tlepolemo.'

XIV

E dopo averci narrato ad uno ad uno tutti i particolari che il marito le
aveva rivelato in sogno, l'inganno con cui aveva adescato e poi ucciso
Trasillo, si immerse la spada sotto la mammella destra e cadde sul suo stesso
sangue balbettando parole incomprensibili, e virilmente spir.
I parenti lavarono il corpo della povera Carite, lo composero in
un'unica sepoltura e restituirono al marito, per l'eternit, la sua sposa.
Quanto a Trasillo, risaputa ogni cosa, non riuscendo a trovare una morte
adeguata a tanta catastrofe e comprendendo che neanche una spada sarebbe stata
sufficiente a lavare cos nefando delitto, si fece condurre presso quella
tomba ed esclamando pi volte 'Eccovi, o irati Mani, la vittima volontaria',
chiuse dietro di s le porte del sepolcro e, deciso a porre volontariamente
fine ai suoi giorni, si lasci morire di fame.

XV

Queste cose, tra lunghi sospiri e qualche lacrima, rifer quel servo ai
contadini che rimasero profondamente impressionati; anzi temendo un nuovo
padrone e commiserando la sventura toccata al loro signore, decisero di
fuggire.
Ma il capo delle scuderie, quello al quale io ero stato affidato con
mille raccomandazioni, lasci la vecchia dimora accatastando sulla mia schiena
e su quella degli altri quadrupedi tutto ci che teneva nella sua casetta e
avesse qualche valore. Portavamo bambini, donne, polli, uccelli, capretti,
cagnolini, insomma tutto ci che per la propria lentezza ci avrebbe ritardato
la marcia; camminava con i nostri piedi. A me, per, il carico che portavo,
per quanto fosse enorme, non era gravoso dal momento che con quella fuga
provvidenziale mi lasciavo indietro quel detestabile individuo che mi voleva
castrare.
Superato un monte ripido e boscoso, ridiscesi nuovamente al piano,
procedemmo fra i campi liberi e aperti finch non giungemmo a un borgo ricco e
popoloso che gi stava annottando.
Gli abitanti ci raccomandarono di non uscire di notte e nemmeno di prima
mattina, perch, ci dissero, lupi giganteschi, ferocissimi, in grossi branchi
infestavano e rapinavano tutta la regione, anzi si appostavano lungo le strade
e assalivano i viandanti come veri e propri banditi; resi ancor pi feroci
dalla fame, addirittura attaccavano i vicini villaggi minacciando di strage
gli stessi abitanti come se fossero pecore inermi. E aggiunsero anche che
proprio la strada che dovevamo percorrere era disseminata di corpi umani
semidivorati e biancheggiava qua e l di ossa spolpate e che noi, quindi,
dovevamo procedere con ogni cautela e soprattutto riprendere il cammino in
piena luce, a giorno fatto, col sole alto, proprio per evitare le insidie che
si celavano da ogni parte, dal momento che soltanto la luce frenava l'impeto
di quelle bestie feroci; e che, se volevamo superare tutte quelle difficolt,
dovevamo avanzare in gruppo serrato, a cuneo, e non in ordine sparso.

XVI

Ma quegli sconsiderati che nella loro fuga avevan tirato dietro anche
noi, per la smania di far presto, nel timore di un improbabile inseguimento,
se ne infischiarono di quei saggi avvertimenti e senza aspettare che venisse
giorno, in piena notte, carichi come eravamo, ci rimisero in strada.
Io, per la paura del pericolo ventilato, me ne stavo nascosto pi che
potevo nel gruppo dei cavalli pensando a salvare le chiappe dall'assalto delle
fiere, e tutti si meravigliavano come riuscissi ad allungare il trotto e
addirittura a correre pi degli stessi cavalli. Eppure quella fretta era segno
di fifa, non di zelo, tanto che fra me cominciai proprio a credere che quel
famoso Pegaso, per la paura, avesse messo le ali e che se la leggenda che
l'aveva rappresentato alato, era stato proprio per quel gran salto che aveva
spiccato fin su nel cielo, per la fifa d'essere morsicato dalla Chimera
vomitante fiamme.
Del resto anche quei pastori che ci guidavano erano come se stessero
andando alla guerra. Chi portava una lancia, chi uno spiedo, chi delle frecce,
chi un bastone o anche pietre che la strada sassosa forniva in quantit alcuni
poi s'eran presi dei pali acuminati, parecchi, infine, tenevano lontane le
fiere con fiaccole accese.
Non mancava niente, eccetto la tromba, per essere una vera e propria
squadra in assetto di guerra.
Ma tutti presi da quella nostra paura che doveva rivelarsi inutile noi
incappammo in un guaio peggiore. I lupi, infatti, spaventati forse dal baccano
di quella schiera compatta di giovani o dalla luce accecante delle torce, o
perch stavan facendo razzia altrove, non solo non ci assalirono ma non si
fecero vedere nemmeno da lontano.

XVII

Furono, invece, i contadini di un villaggio che in quel momento stavamo
oltrepassando, a scambiarci per una banda di ladri e, preoccupati per i loro
averi e tutti impauriti, con i soliti incitamenti e con urla di ogni genere, a
lanciarci addosso i cani, bestioni enormi e feroci, assai pi dei lupi e degli
orsi, addestrati con cura proprio per la difesa e la guardia.
Questi, feroci per natura e aizzati dalle grida dei loro padroni, si
lanciarono contro di noi e, attaccandoci da tutti i lati, ci saltarono
addosso, azzannando senza alcuna distinzione bestie e uomini e atterrandone
molti con ripetuti assalti. Fu una scena davvero indimenticabile e pi ancora
pietosa: un nugolo di cani inferociti che azzannavano quelli che tentavano di
fuggire, che s'avventavano su chi era rimasto fermo, che saltavano addosso ai
caduti, che correvano di qua e di l in mezzo alla nostra schiera distribuendo
morsi.
Ed ecco che a questo malanno se ne aggiunse un altro peggiore: i
contadini, dall'alto dei tetti e gi dal colle vicino cominciarono a farci
piovere addosso una violenta sassaiola, tanto che a un certo punto noi non
sapemmo pi da che cosa dovessimo prima guardarci, se dai cani che ci erano
addosso o dai sassi che piombavano su di noi da lontano.
A un certo momento una pietra colp giusto al capo la donna che mi sedeva
sulla schiena, la quale cominci a strillare e a piangere per il dolore e a
chiamare in aiuto suo marito, uno dei mandriani.

XVIII

Quello accorse sacramentando e mentre asciugava il sangue alla moglie
cominci a urlare: Ma perch vi accanite contro della povera gente, contro
stanchi viandanti? Perch ci attaccate e ci massacrate con tanta ferocia? Cosa
credete di poterci prendere? Che male vi abbiamo fatto? Eppure non abitate
mica nelle spelonche come le belve o fra le rocce come i selvaggi per
prendervi il gusto di spargere sangue umano!
Aveva appena detto questo che la gragnuola di sassi cess e cos la furia
scatenata dei cani che vennero richiamati. Poi uno dalla cima di un cipresso:
Non vi abbiamo assaliti per prendervi la vostra roba, ma, al contrario, solo
per difendere la nostra da un vostro assalto. Ora per la pace  fatta e voi
potete proseguire sicuri.
Alle sue parole noi riprendemmo la marcia, chi pi, chi meno tutti feriti
e malconci o per i morsi dei cani o per i colpi di pietra e dopo un buon
tratto di strada giungemmo a un bosco fitto di grandi alberi e rallegrato da
verdeggianti prati.
Qui i nostri conducenti pensarono di fermarsi un pochino per riposare e
medicar le ferite. Cos si sdraiarono per terra a riprendere fiato poi si
dettero da fare con vari rimedi intorno alle loro piaghe: uno con acqua di
fonte toglieva il sangue, un altro comprimeva il gonfiore con spugne inzuppate
d'aceto, un terzo stringeva con bende le ferite aperte, ciascuno, insomma,
provvedeva da s a curarsi.

XIX

Intanto dalla cima di un colle un vecchio ci guardava, che fosse un
pastore lo capimmo dalle capre che gli pascolavano intorno. Ma quando uno dei
nostri gli chiese se avesse del latte fresco da venderci o almeno del
formaggio, quello, scuotendo a lungo la testa, per tutta risposta ci fece: Ma
come? proprio ora voi pensate a mangiare, a bere e a far la siesta? Ma non
sapete dove vi trovate? e tiratesi dietro le sue caprette scomparve ai nostri
sguardi.
Queste parole, quel suo improvviso allontanarsi fecero nascere nei nostri
mandriani una paura mica da poco e mentre, tutti impressionati, si chiedevano
in che luogo fossero mai capitati, e non scorgevano nessuno che potesse
informarli, ecco che apparve lungo la strada un altro vecchio, alto, carico
d'anni, tutto curvo sul suo bastone dal passo lento e strascicato; piangeva, e
quando ci vide raddoppi le sue lacrime e venne a prostrarsi alle ginocchia di
quei giovani.

XX

Che la fortuna e i vostri genii vi facciano giungere sani e salvi alla
mia et, cominci a implorare. Ma voi aiutate questo povero vecchio,
strappate alla morte il mio nipotino, rendetelo ai miei capelli bianchi. Vi
dir: mio nipote, dolce compagno di questo viaggio, mentre cercava di
afferrare un uccellino che cantava sulla rupe,  scivolato in un fosso qui
vicino, sotto i rami pi bassi di quegli alberi, ed  in estremo pericolo di
vita.  ancora vivo, perch lo sento che piange e chiama spesso suo nonno ma,
come potete vedere, mi mancano le forze per poterlo soccorrere. Ma a voi che
siete giovani e forti sar facile dare una mano a questo povero vecchio e
salvarmi il bambino, l'ultimo della mia famiglia e l'unico mio discendente.

XXI

Tutti ebbero compassione di quel vecchio che li supplicava e si strappava
i bianchi capelli; e uno ch'era il pi coraggioso di tutti, il pi giovane e
anche il pi forte, il solo ch'era uscito incolume dal putiferio di poc'anzi,
si alz prontamente e dopo aver chiesto dove fosse caduto il bambino, senza
indugio segu il vecchio che, intanto, gli mostrava a dito certi cespugli
spinosi poco lontani.
Nel frattempo noi ci eravamo rimessi un po' in forze pascolando, i
conducenti curandosi le ferite e cos ognuno riprese il proprio carico e si
accinse a rimettersi in cammino.
Preoccupati, per, del ritardo del giovane, invano chiamato per nome pi
volte e a gran voce, mandarono uno di loro a cercarlo per farlo tornare e
avvertirlo ch'era tempo di riprendere il viaggio.
Costui torn poco dopo tutto tremante e livido come una bacca e rifer
sul suo compagno una cosa orribile: che lo aveva visto lungo disteso a terra
gi quasi tutto divorato da un enorme drago che gli stava sopra a finirselo di
spolpare, mentre di quel miserabile vecchio nessuna traccia.
Collegando questa notizia con il discorso del pastore il quale aveva
voluto certamente alludere a quel terribile abitante del luogo e non ad altro,
i mandriani fuggirono precipitosamente da quella contrada spingendoci avanti a
furia di randellate.

XXII

A perdifiato facemmo un lungo pezzo di strada finch non giungemmo a un
villaggio e qui ci fermammo per la notte. In quel luogo per era successo poco
prima un fatto che val la pena di raccontare.
Uno schiavo, al quale il padrone aveva affidato la sorveglianza di tutta
la servit e, praticamente, la sovrintendenza della sua vasta propriet,
quella dove noi c'eravamo fermati, aveva preso in moglie una schiava che
lavorava nella medesima casa, ma s'era follemente innamorato di un'altra
donna, di condizione libera e per giunta forestiera.
La moglie tradita, accecata dalla gelosia, diede alle fiamme i registri
del marito e tutto quanto egli aveva raccolto nel granaio. Non soddisfatta del
danno procurato, che non lavava sufficientemente l'onta del tradimento, la
donna infier contro il suo stesso sangue: si leg a una corda insieme con un
figliuoletto che aveva avuto a suo tempo dal marito e si precipit in un pozzo
profondissimo, tirandosi dietro come un'appendice quella povera creaturina.
Il padrone, profondamente turbato per quella morte, arrest il servo che
con la sua condotta aveva provocato una simile tragedia e lo fece legare nudo
e tutto ricoperto di miele a un albero di fico il cui tronco tarlato era tutto
un brulicare di formiche che andavano su e gi per il legno, entrando e
uscendo da tutti i fori.
Appena queste sentirono l'odore dolciastro del miele, in un baleno
s'attaccarono a quel corpo e con i loro piccoli ma continui, implacabili
morsi, in un supplizio che non pareva aver mai fine, ne rosicchiarono le carni
e le stesse viscere fino a spolparlo completamente e finch, attaccate a
quell'albero funesto, non rimasero che ossa biancheggianti.

XXIII

Cos abbandonammo anche questo infausto luogo e riprendemmo il cammino
lasciando alle sue disgrazie la gente sconsolata che vi abitava.
Viaggiammo un'intera giornata lungo strade di campagna e, finalmente,
stanchi morti, giungemmo a una bella e popolosa citt. Qui i pastori decisero
di fermarsi definitivamente, di metter su casa, un po' perch quello parve
loro un nascondiglio sicuro, lontano da ogni ficcanaso, un po' perch li
allettava l'abbondanza e la continua affluenza di viveri.
Per tre giorni, cos, noi bestie fummo lasciate in pace, anzi ci
rimpinzarono a pi non posso perch facessimo bella mostra di noi e, poi, ci
portarono al mercato e ci misero in vendita.
Il banditore a gran voce offr il prezzo per ciascuno di noi: i cavalli e
gli altri asini furono subito comprati da ricchi mercanti, io, invece, rimasi
l tutto solo in un cantuccio e la gente mi passava davanti con una smorfia
come se fossi roba di scarto.
Alla fine mi venne rabbia d'esser palpato e squadrato da tutti e di
sentirmi calcolare l'et dai denti che avevo e cos afferrai la mano
puzzolente di un tizio che continuava a strizzarmi le gengive con quelle sue
mani luride e gliela conciai proprio a dovere.
La cosa bast per togliere a tutti la voglia di comprarmi ed io passai
per una bestia ferocissima. Ma il banditore riprese a urlare con la sua voce
sgangherata e questa volta si mise a snocciolare sul mio conto un sacco di
ridicolaggini: Ma che stiamo qui a perder tempo per cercar di vendere questo
castrone? vecchio per giunta, che s e no si regge su quei quattro zoccoli
consumati, sformato dai dolori, inselvatichito dalla pigrizia, che non vale
pi di un setaccio da ghiaia. Via, se qualcuno  disposto a rimetterci il
fieno, noi glielo regaliamo.

XXIV

A simili battute la gente rideva ch'era un piacere. Su di me, invece, la
sfortuna maledetta tornava a puntare i suoi occhi ciechi, quella sfortuna che
da un po' di tempo mi tiravo dietro dovunque andassi e che, nonostante tutti i
guai che mi aveva gi fatto passare, non s'era ancora stancata di
perseguitarmi. Ecco che ora mi offriva un compratore fatto apposta per me,
trovato proprio giusto per compensare le mie disgrazie.
Pensate un po': un finocchio, un vecchio finocchio, per di pi calvo,
tranne qualche riccioletto sbiadito e penzoloni attorno al capo, uno della
feccia, di quelli che battono le strade e che vanno per piazze e paesi
portando in processione la dea Siria e costringendola a chiedere l'elemosina
al suono di cembali e nacchere. Ebbene, proprio a costui venne la voglia di
comprarmi.
Di che paese ? fece al banditore. E quello ad assicurarlo. Della
Cappadocia.  ancora forte abbastanza.
E quanti anni ha?
E l'altro, spiritoso: Un astrologo, facendogli l'oroscopo ha detto che
aveva cinque anni. Tu, per, chiedilo a lui, che deve sapere meglio di tutti
il suo stato anagrafico. D'altro canto, per quanto io sia prudente, so che
avr a che fare con la legge Cornelia se ti vendo come schiavo questo
cittadino romano. Tu per che aspetti a comprarlo?  un servitore fedele e
onesto e ti sar di aiuto in casa e fuori.
Ma quell'odioso compratore non la smetteva di far domande e, alla fine,
tutto preoccupato, chiese se fossi una bestia mansueta.

XXV

Non  un asino,  un pecorone, lo rassicur il banditore, buono a
tutti gli usi; non morde, non tira calci, quasi quasi sotto quella pelle si
direbbe che si nasconda un brav'uomo. Prova a metterci la testa fra le cosce e
vedrai da te quant' arrendevole.
Cos quel banditore sbeffeggiava il gaglioffo che, capita l'antifona, lo
rimbecc tutto arrabbiato: Carogna sordomuta, gli grid, imbecille d'un
banditore! E da un po' che mi stai menando per il naso con le tue battute
oscene. Che l'onnipotente Siria, genitrice di tutte le cose e il santo Sabazio
e Bellona e la Madre Idea col suo Attis e Venere regina col suo Adone ti
rendano cieco. Ma, idiota che sei, ti pare che io possa affidare la dea a un
giumento ribelle che tutt'a un tratto s'impunta e mi getta gi la sacra
immagine e io, poverina, a correr di qua e di l, tutta spettinata a cercare
un medico per la mia dea stesa in terra?
Io che avevo ascoltato tutto pensai di mettermi a dare sgroppate come un
ossesso in modo che quello, vedendomi cos inferocito, rinunciasse a
comprarmi. Ma quello, ansioso di concludere, mi prevenne e sbors l per l
diciassette denari che il mio padrone subito intasc, lieto di sbarazzarsi di
me.
E cos, con una corda attorno al collo, fui consegnato a Filebo, come si
chiamava il mio nuovo padrone.

XXVI

E cos costui si tir dietro fino a casa il nuovo servitore. E dalla
soglia cominci a gridare: Su, bambine, eccovi un bel servitorino, l'ho
comprato al mercato.
Ma le bambine altro non erano che un branco di finocchi i quali, subito
entusiasmandosi, cominciarono a dare in urletti striduli e fessi, credendo per
davvero che si trattasse di un servitorello pronto all'uso.
Ma quando videro altro che una cerva sostituita a una vergine, ma
addirittura un asino al posto di un uomo ecco che arricciarono il naso e
cominciarono a schernire in vari modi il loro maestro, dicendogli che egli
s'era portato a casa un marito per lui e non un servo per loro.
 Bada, per, veh? soggiunsero, non divorartelo tutto tu un cocco cos
bello, ma lasciacelo un po' anche a noi che siamo le tue colombine.
Scambiandosi piacevolezze di questo genere mi legarono a una mangiatoia
l vicino.
Qui trovai un giovane molto robusto, abilissimo nel suonare il flauto,
che essi avevano comperato al mercato degli schiavi con i soldi ricavati dalle
elemosine. Quando i suoi padroni andavano in giro con la dea, costui li
accompagnava suonando il flauto ma a casa, fra tutto il resto, doveva anche
fare da marito un po' all'uno e un po' all'altro.
Appena mi vide si precipit a mettermi davanti una gran quantit di cibo
e: Finalmente, mi fece tutto contento, sei venuto a darmi il cambio in
questa faticaccia. Possa tu vivere a lungo e piacere ai miei padroni per dar
cos un po' di sollievo alla mia schiena che non ne pu pi.
E bastarono queste parole perch io gi mi figurassi le nuove
disavventure che mi attendevano.

XXVII

Il giorno dopo si misero dei vestiti sgargianti, si fecero belli
truccandosi in modo osceno, impiastricciandosi la faccia con un cerone
schifoso e segnandosi gli occhi, e uscirono in pubblico.
Inoltre s'eran posti sul capo delle mitrie e, addosso, dei veli gialli di
lino e di seta, alcuni, poi, bianche tuniche con una svolazzante smerlettatura
di porpora a punta di lancia, cinture alla vita e sandaletti dorati ai piedi.
La dea, avvolta in un manto di seta, me la sistemarono sulla schiena e
loro, tiratesi su le maniche fino alle spalle, brandendo spade e scuri enormi,
cominciarono a far come le baccanti, a danzare e a saltare, tutti eccitati al
suono del flauto, che parevano degli ossessi.
Toccarono cos parecchie case e alla fine giunsero alla villa di un gran
signore e l, sull'uscio, si misero a fare uno strepito terribile, a cacciare
urla assordanti, come degli invasati: dimenavano continuamente la testa,
giravano il collo con movimenti lenti e serpentini, si scuotevano i riccioli,
di quando in quando poi si davan coi denti nei muscoli e addirittura finirono
per ferirsi le braccia con le spade di cui erano armati. Uno poi agitandosi
pi degli altri e mandando continui sospironi come se fosse posseduto da un
nume, fingeva di essere pazzo furioso, quasi come se la presenza di un dio
rendesse gli uomini deboli e infermi anzich migliorarli.

XXVIII

Ed ecco il compenso che s'ebbe dalla celeste provvidenza: con un tono
enfatico cominci a inventarsi delle accuse contro se stesso, come se avesse
commesso chiss quale sacrilegio e gridava che doveva infliggersi con le sue
stesse mani la giusta punizione a tanto crimine. Prese, infatti, uno staffile,
di quelli che, di solito, per vezzo, portano questi mezzi uomini, fatto di
striscioline di lana ritorta e terminanti in lunghe frange con dentro inseriti
ossicini di pecora, e cominci a colpirsi furiosamente con quell'arnese tutto
a groppi resistendo al dolore dei colpi con straordinaria disinvoltura. E cos
per quei tagli di spada e quei colpi di staffile il lurido sangue di quegli
invertiti lordava tutto il terreno; e non  che la cosa mi lasciasse
tranquillo: mi chiedevo infatti se tutto quel sangue che colava dalle ferite,
per caso non avesse messo voglia allo stomaco di quella dea foresta di
assaggiare quello d'asino, cos come certi si piccano di voler bere latte
d'asina.
Quando, alla fine, stanchi di torturarsi o, piuttosto, sazi, la smisero
con quello scempio, si dettero da fare a raccogliere le monete d'oro e
d'argento che gli avevano gettato, un'anfora di vino, latte, formaggio,
focacce di farina e di segale, alcuni avevano anche offerto l'orzo per il
portatore della dea e quelli arraffarono tutto con bramosia, riempirono i
sacchi che avevano portato con loro apposta e me li ammucchiarono addosso,
sicch con quel doppio carico mi pareva proprio d'essere un tempio e insieme
un granaio ambulante.

XXIX

Cos, girovagando, setacciarono tutta la zona e, alla fine, soddisfatti
per la questua ch'era andata meglio del solito, si fermarono in un villaggio e
decisero di prepararsi un allegro banchetto.
Con la scusa di dover allestire chiss quale cerimonia religiosa per
soddisfare con un sacrificio la fame della dea Siria si fecero dare da un
contadino un montone bello grasso e, predisposto un pranzetto coi fiocchi, se
ne andarono ai bagni.
Al ritorno, tutti belli e lavati, si tirarono dietro, come invitato, un
contadino, un pezzo di ragazzo, con certe spalle e certi attributi al basso
ventre per cui, dopo aver assaggiato soltanto un po' di verdura, quei luridi,
proprio davanti alla tavola, montarono in fregola e si abbandonarono a ogni
sorta di sconcezze: circondarono quel giovane, lo spogliarono e, dopo averlo
disteso a terra, se lo lavorarono con le loro bocche oscene.
Non potendo pi sopportare la vista di una simile infamia, tentai di
gridare: Soccorso, cittadini ma venne fuori soltanto una O chiara, sonora,
tipicamente asinina, ma scompagnata da tutto il resto, e, per di pi,
assolutamente inopportuna in quel momento.
Molti giovani di un villaggio vicino, infatti, che stavano cercando un
loro asino scomparso la notte precedente e che scrupolosamente frugavano tutte
le locande della zona, sentito il mio raglio, pensarono che in quella casa
fosse nascosta la refurtiva e, tutti in gruppo, irruppero dentro per
riprendersi la roba loro sorprendendo quegli schifosi proprio nel bel mezzo
delle loro oscenit. Subito allora si dettero a chiamare gente e a mostrare a
tutti quel turpe spettacolo sbeffeggiando la specchiata illibatezza di quei
sacerdoti.

XXX

Confusi da un simile scandalo che in un baleno fu sulla bocca di tutti,
rendendoli giustamente odiosi e repugnanti, raccolti i loro bagagli, di
nascosto, in piena notte, lasciarono il villaggio, tanto che prima del levar
del sole avevano gi percorso un buon tratto di strada e a giorno fatto erano
ormai lontani in una zona solitaria e fuori mano.
Qui, dopo aver parlottato a lungo fra di loro, decisero di farmi la
pelle: mi tolsero la dea dalla schiena, la posarono a terra, mi liberarono di
tutti i finimenti mi legarono a una quercia e con quel loro staffile tutto
nodi e ossicini di montone me ne diedero tante da ridurmi in fin di vita; e ce
ne fu uno che voleva tagliarmi i garretti con un'ascia, visto che cos
brutalmente gli avevo offeso il suo pudore immacolato. Ma gli altri, per, oh,
non certo perch ci tenevano a me ma perch vedevano che la dea era riversa a
terra, ritennero pi opportuno lasciarmi vivere.
E cos nuovamente mi caricarono di tutti i bagagli e spingendomi a furia
di piattonate, giunsero a un'importante citt.
Qui uno dei cittadini pi in vista, un uomo molto religioso, che aveva
una particolare devozione per la dea, quando sent il fragore dei cembali, il
rullo dei tamburi e le carezzevoli melodie del canto frigio, subito ci venne
incontro e, per voto, volle ospitare la dea e tutti noi nell'atrio della sua
grande casa e si fece in quattro per propiziarsi quella divinit
sacrificandole grasse vittime con la devozione pi profonda.

XXXI

Ricordo che in quest'occasione io fui l l per lasciarci le penne.
Un colono di questo signore aveva mandato in regalo al suo padrone, un
assaggio di quel che aveva cacciato: il cosciotto bello grasso di un cervo
enorme che per, sbadatamente, era stato appeso dietro la porta della cucina e
nemmeno molto in alto, tanto che un cane, buon cacciatore anch'egli, l'aveva
di nascosto afferrato e poi, tutto contento, se l'era data a gambe sotto gli
occhi dei guardiani.
Accortosi del guaio il cuoco cominci a imprecare contro se stesso per la
sua negligenza, a disperarsi e a piangere inutilmente e quando il padrone
ordin la cena, egli, angosciato e sconvolto, diede un ultimo saluto al suo
bambino e si mise a preparare un cappio deciso a impiccarsi.
Non sfugg alla moglie, per, questa disperata risoluzione del marito e
strappandogli con forza quel nodo dalle mani: Ma la paura per il guaio che
t' successo, gli disse, t'ha proprio reso pazzo del tutto? Ma non vedi che
la divina provvidenza ci ha mandato un rimedio? Se in tutta questa brutta
disgrazia sei ancora capace di connettere, cerca di farlo, ascoltami: piglia
quest'asino che non  della casa, portatelo in un posto dove non ti vede
nessuno e sgozzalo; poi gli tagli la coscia, tale e quale com'era questa che 
scomparsa, la fai cuocere per benino in una salsina piccante e gliela servi al
padrone al posto di quella di cervo.
A quel disgraziato farabutto non sembr vero salvar la sua pelle a danno
della mia e, apprezzando moltissimo la furbizia della moglie, si mise ad
affilare i coltelli per macellarmi.


LIBRO NONO



I

Cos quell'infame carnefice armava contro di me l'empia sua mano. Ma di
fronte a un pericolo simile che non ammetteva esitazioni, senza star l a
pensarci due volte, decisi di sfuggire al macello dandomi alla fuga e,
spezzata con uno strattone la fune cui ero legato, sparando calci e sgroppando
per aprirmi un varco verso la salvezza, schizzai via con tutta la velocit
delle mie gambe.
Attraversato come un fulmine il portico, piombai nella sala dove il
padrone stava celebrando il banchetto rituale insieme con i sacerdoti della
dea e nel mio slancio fracassai tutto, buttai all'aria stoviglie, lampade, la
stessa mensa gi bell'e imbandita.
A tutto quel disastro il padrone agitatissimo, grid a un servo di
mettermi al sicuro in modo che non potessi pi turbare la serenit del
banchetto, dal momento che mi ero rivelato una bestia cos bizzarra e
insolente.
Ma intanto io con la mia furba pensata l'avevo fatta franca, ero sfuggito
alle mani di quel macellaio e anzi ero tutto contento di finire al chiuso
sotto custodia perch questo significava la mia salvezza.
Ma  inutile, non c' niente che vada per il verso giusto a chi  nato
sotto cattiva stella, e non c' saggia decisione, non c' accorgimento per
quanto geniale che possa mutare o spostare d'un filino i disegni della
provvidenza divina.
Tant' vero che quella stessa trovata che al momento sembrava avermi
ridato la vita, proprio quella, mi cacci in un nuovo pericolo, anzi
addirittura in un guaio ancora pi grave, a tu per tu con la morte.

II

Infatti, all'improvviso, mentre i commensali se ne stavano pacifici a
chiacchierare, si precipit in sala un ragazzetto con la faccia terrea dallo
spavento e annunci al suo padrone che, pochi momenti prima, da un vicolo
vicino, una cagna rabbiosa, tutt'a un tratto, era entrata in casa, come una
furia, per la porta di servizio, e s'era prima avventata contro i cani da
caccia, poi aveva preso la via della stalla e qui, con la stessa ferocia,
aveva assalito parecchi giumenti e, per ultimo, non aveva risparmiato nemmeno
gli uomini Mirtilo il mulattiere, il cuoco Efestione, il cameriere Ipatafio,
il medico Apollonio e molti altri schiavi, che avevano tentato di scacciarla,
s'eran beccati infatti anche loro diverse zannate e molte bestie, si vede
contagiate da quei morsi avvelenati, davan segni d'aver presa anch'essi la
rabbia.
Il fatto spavent moltissimo tutti, i quali subito arguirono dalle mie
bizze di prima che anch'io fossi stato colto dal contagio e cos afferrarono
ogni sorta di armi ed incoraggiandosi l'un con l'altro ad allontanare il
comune pericolo, si misero a corrermi dietro, quando erano proprio loro che
sembravano sconvolti dal contagio della pazzia.   Con tutte quelle lance,
quegli spiedi e quelle scuri finanche, di cui i servi premurosamente li
avevano riforniti, mi avrebbero senza dubbio ucciso se, resomi conto della
tempesta che mi s'era scaricata addosso, io non mi fossi rifugiato nella
camera dove erano stati ospitati i miei padroni.
Quelli allora chiusero e sprangarono la porta alle mie spalle e si posero
di guardia, tranquillamente aspettando, senza alcun pericolo di contagio per
loro, che quel mortale, inesorabile male che mi s'era attaccato addosso;
lentamente mi consumasse e m'uccidesse.
Cos fu ch'io riacquistai la libert e cogliendo l'occasione propizia
d'esser rimasto finalmente solo, mi buttai lungo sul letto gi sprimacciato e
dopo tanto tempo potetti dormire come un uomo.

III

Mi svegliai ch'era giorno fatto ben riposato della stanchezza grazie a
quel morbido letto e rimesso completamente in forze.
Tesi le orecchie e sentii che quelli che avevan vegliato a turno tutta la
notte per farmi la guardia stavano parlando di me:
Chiss se quel povero asino  ancora in preda ai suoi furori?
Io credo invece che il veleno giunto al massimo della violenza l'ha gi
ammazzato.
Finalmente per troncarla con tutte quelle ipotesi decisero di dare una
sbirciatina all'interno e cos, da una fessura, videro che io ero sano e salvo
e che me ne stavo l pacifico.
Allora spalancarono la porta per meglio assicurarsi ch'io mi fossi
veramente ammansito e uno di loro, inviato certamente dal cielo in mio
soccorso, sugger agli altri: Facciamo questa prova, se vogliamo sapere
sicuramente come sta: mettiamogli davanti un recipiente colmo d'acqua fresca;
se beve tranquillamente come al solito vuol dire che  guarito e non ha pi
niente, se invece la rifiuta, se se ne allontana e ne ha ripugnanza, allora
sicuramente ha ancora la rabbia e di quelle maligne. Questa, aggiunse;  la
prova che si  soliti fare, riportata anche nei libri degli antichi.

IV

L'idea piacque e, cos, corsero subito a riempire a una fontana l vicino
una gran tinozza d'acqua fresca e non senza una certa diffidenza me la misero
davanti. Io, con tutta quella sete che avevo, senza esitare, mi feci sotto e
immergendovi tutto il capo bevvi quell'acqua veramente ristoratrice. Poi
cominciarono a darmi delle pacche, a piegarmi le orecchie, a tirarmi per la
cavezza, insomma a sottopormi a non so che altre prove che io sopportai
docilmente finch convinsi tutti, a dispetto delle loro sciocche supposizioni,
che effettivamente ero mansueto.
Cos fu che io scampai a un doppio pericolo.
Il giorno dopo, di nuovo col mio sacro carico sulla schiena, fui
risospinto per le strade a far l'accattone ambulante al suono dei crotali e
dei cembali.
Dopo aver toccati parecchi cascinali e villaggi ci fermammo a un paese
venuto su fra le rovine di una citt un tempo ricca, come ci dissero i suoi
abitanti, e nella locanda dove prendemmo alloggio, ci fu riferita la storiella
spassosa di un povero gramo fatto cornuto che ora voglio raccontare anche a
voi.

V

Dunque, quest'uomo che lavorava da fabbro faceva la miseria nera e, con
quel che guadagnava, appena appena riusciva a vivere. Anche sua moglie, come
lui, non aveva il becco d'un quattrino ma, in compenso, era libidinosa al
massimo, e tutti lo sapevano.
Un giorno, di buon'ora, appena il marito se ne usc per andare al lavoro,
subito un amante, con estrema sfacciataggine, s'infil in casa. Ma ecco che
mentre i due s'azzuffavano alla bell'e meglio sul letto, l'ignaro marito,
senza sospettare di nulla, torn sui suoi passi e, trovando la porta chiusa e
sprangata, fra s compiacendosi dell'onest della moglie, picchi all'uscio e
le dette anche un fischio per farsi riconoscere.
La moglie, furba e pratica in imbrogli di questo genere, si stacc
dall'uomo che teneva stretto fra le braccia e, come se niente fosse, lo
nascose in una botte vuota, seminterrata in un angolo; poi, aperta la porta,
aggred il marito che ancora nemmeno era entrato: Ah,  cos? Ora mi vai
anche a spasso, con le mani in tasca, come uno sfaccendato, buono a nulla.
Perch non sei andato a lavorare? Alla famiglia non ci pensi, no? Cos' che
mangeremo oggi? E io, disgraziata, che me ne sto notte e giorno a rompermi le
braccia filando lana perch in questa stanzetta almeno ci sia accesa la
lampada. Guarda Dafne, quella qui vicino invece, com' pi fortunata di me:
mangia e beve da prima mattina e si rivoltola ora con uno ora con un altro.

VI

E il marito, dopo una simile strapazzata: Ma che ti prende? le fece.
Il padrone aveva una causa in tribunale e ci ha fatto far festa. Per io ci
ho pensato lo stesso alla nostra cenetta. La vedi quella botte?: sempre vuota,
occupa tanto spazio per nulla, anzi sempre l tra i piedi  pi un impiccio
che altro in casa. Ebbene, l'ho venduta a un tale per sei denari; tra poco
sar qui con i quattrini e se la porter via. Perci dammi una mano a tirarla
fuori, cos gliela consegneremo subito.
La moglie, pronta anche in una situazione come questa, scoppi in una
risata insolente e: Ma che gran d'uomo che  mio marito; ha proprio il
bernoccolo degli affari: mi va a vendere a un prezzo inferiore della roba che
io, povera donna, sempre chiusa in casa, ho gi venduto per sette denari.
E chi te l'ha comprata a cos tanto? fece lui tutto contento di
quell'aumento di prezzo.
E lei: Ah scemo!  gi da un po' ch' l dentro, per vedere se  sana!

VII

Dal canto suo l'amante non fu da meno della donna e, spuntando fuori:
Vuoi sapere la verit, buona donna? le fece. Questa tua botte  troppo
vecchia e sgangherata. Ha certe crepe che paion fessure, e rivolgendosi come
se nulla fosse al marito: E tu buon uomo, chiunque sia, fammi il favore di
darmi una lanterna; voglio toglierci tutto lo sporco per vedere se pu ancora
servire. Non crederai mica che io li vada a rubare i miei soldi!
E quell'intelligentone, quella perla rara di marito, tutto premuroso
senza sospettare di nulla, acceso il lume: Tirati su di l, amico mio, e
stattene quieto e comodo. Ci penser io a farlo e te la mostrer quand'
pulita. E cos dicendo, toltisi gli abiti, si cal dentro con il lume e
cominci a raschiare tutta la gromma che con il tempo s'era formata in quella
vecchia giara.
Dal canto suo l'amante, un pezzo di ragazzo, si lavorava di gusto, dal di
dietro, la moglie del fabbro che se ne stava appoggiata e curva sulla giara e
che anzi, da vera puttana, sporgendo il capo all'interno, si prendeva gioco
del marito dicendogli: Pulisci qui, c' ancora sporco l, e qua e l, finch
portato a termine ciascuno il suo lavoro, e avuti i suoi sette denari, quel
disgraziato fabbro fu costretto a caricarsi in spalla la giara e a portarla
fino a casa del suo rivale.

VIII

Quei santissimi sacerdoti si trattennero l un po' di giorni e bench
fossero ingrassati generosamente dalla pubblica munificenza e ricavassero
lauti proventi con le loro profezie, ti escogitarono un nuovo sistema per far
quattrini. Inventarono un unico responso che andava bene per un gran numero di
casi e cos riuscirono a gabbare un sacco di gente che li consultava sulle
questioni pi svariate. Il responso diceva cos:

Perch liete domani germoglino le messi
arano i buoi la terra al giogo sottomessi.

Cos, se uno, per caso, voleva combinare un matrimonio e veniva a
chiedere il loro responso, quelli dicevano che l'oracolo era chiarissimo:
occorreva mettersi sotto il giogo del matrimonio per avere una messe di
figlioli; se veniva un tizio che voleva comprare un terreno, i buoi, i1 giogo;
i campi seminati e le messi verdeggianti cadevano proprio a proposito; se poi
un altro, preoccupato per un viaggio, veniva a chiedere il parere della dea,
ecco che gli si indicavano i buoi, gi belli e pronti e aggiogati, i pi
mansueti fra tutti gli animali, mentre le messi stavano a significare che
avrebbe fatto ottimi affari; se infine un tale doveva partire per la guerra o
inseguire una banda di briganti e veniva a chiedere se l'impresa si sarebbe
favorevolmente conclusa, affermavano che il responso garantiva la vittoria in
quanto i nemici avrebbero chinata la testa sotto il giogo e dal saccheggio si
sarebbe ricavato un bottino ricco e abbondante.
Cos, con questo sistema truffaldino della profezia, quelli riuscirono a
intascare non pochi quattrini.

IX

Ma con tutte quelle continue richieste, a un certo punto, non seppero pi
trovare argomenti validi e allora, di nuovo, dovettero rimettersi in viaggio,
per una strada, per, la peggiore di quante ne avevamo per corse di notte.
Certo! tutta buche e crepacci, in certi punti sommersa dall'acqua stagnante,
in altri sdrucciolevole per la fanghiglia.
Finalmente con le zampe tutte contuse per le continue inciampate e i
numerosi scivoloni, stanco morto, riuscii a raggiungere un sentiero di
campagna.
Ma ecco che, improvvisamente, ci piomb alle spalle una schiera di
cavalieri armati che, trattenendo a stento la foga dei loro cavalli, si
gettarono su Filebo e soci e afferratili per la collottola, cominciarono a
chiamarli spudorati e sacrileghi, prendendoli di quando in quando a pugni e a
calci. Alla fine li ammanettarono tutti pretendendo che tirassero fuori una
coppa d'oro, il frutto del loro misfatto, dicevano, che avevano rubata proprio
dall'altare della madre degli dei, quando avevano finto di celebrare in
segreto un rito solenne, per poi svignarsela dalla citt alla chetichella che
ancora non era giorno, sperando cos di farla franca, come se fosse possibile
dopo un simile sacrilegio.

X

Uno mi mise le mani addosso e frugando ben bene nella veste della stessa
dea, tir fuori, davanti a tutti, la coppa d'oro.
Ma nemmeno dinanzi all'evidenza della loro empiet quegli svergognati si
intimorirono o provaron vergogna, anzi con un risolino di circostanza se ne
uscirono con una battuta: Ma guardate che infamia! Succede sempre cos: a
rimetterci sono le persone per bene. Per un piccolo calicino che la madre
degli dei ha offerto a sua sorella Siria come dono d'ospitalit, ecco che si
trattano i ministri del culto come dei malfattori e li si accusa di delitto
capitale!
Ma inutilmente essi continuarono a ripetere panzane di questo genere: gli
abitanti del paese se li trascinarono dietro, e, ben legati, li gettarono in
carcere. Poi riconsacrarono la coppa e anche la statua che trasportavo e le
restituirono al tesoro del tempio; il giorno dopo mi presero e mi portarono al
mercato dove mi vendettero all'asta.
Mi comper il mugnaio del vicino villaggio, pagando sette sesterzi in pi
di quelli che aveva sborsati Filebo e poich aveva acquistato anche del grano,
quello subito mi caric a dovere e per una strada tutta sassi e sterpi mi
spinse fino al suo mulino.

XI

L c'erano molti animali da tiro che, girando sempre torno torno,
muovevano delle macine di varia grandezza. E non soltanto di giorno ma anche
di notte, ininterrottamente, facevano girare quegli ordigni e la loro veglia
produceva farina.
A me, per, il nuovo padrone, per non farmi spaventare, cosi, subito,
all'inizio, di quel genere di lavoro, generosamente mi dette un comodo
giaciglio e, anzi, per quel primo giorno, mi fece far vacanza lasciandomi
davanti a una mangiatoia stracolma.
Ma l'ozio beato e le belle mangiate non durarono a lungo perch il giorno
dopo, di prima mattina, m'attacc a una macina che mi parve enorme e,
bendatimi gli occhi, mi spinse lungo un solco circolare in modo che io,
camminando sempre dentro quel cerchio, fossi obbligato a passare e a ripassare
sui miei stessi passi e a rifare continuamente lo stesso giro.
Ma io che non avevo ancora perduto la mia furbizia la mia perspicacia,
non mi assoggettai tanto facilmente a un servizio di quel genere e, bench
avessi gi veduto altre volte girare simili arnesi quand'ero uomo, me ne
rimasi l fermo immobile fingendo di essere confuso e di non saperne nulla di
quel lavoro.
Credevo, infatti, che mostrandomi incapace o non adatto a quel mestiere,
sarei stato impiegato per qualche lavoro pi leggero o meglio ancora sarei
rimasto l senza far niente, a mangiare a sbafo.
Idea sprecata, anzi a mio discapito quando la misi in pratica perch
subito mi piombarono addosso in parecchi, armati di bastoni, e mentre me ne
stavo l fiducioso, con gli occhi bendati, a un segnale convenuto e cacciando
un urlo tutti insieme, mi dettero tale un fracco di legnate da spaventarmi al
punto che io, lasciati perdere tutti i miei calcoli, mi misi a tirare la corda
di sparto e a fare molto opportunamente e alla svelta i miei bravi giri.
Questo mio repentino ravvedimento fece ridere tutta la compagnia.

XII

Era trascorsa quasi l'intera giornata ed io ero stanco morto quando
quelli mi staccarono dalla macchina e mi legarono alla mangiatoia.
Ma bench fossi sfinito e affamato, bench avessi proprio estremo bisogno
di mangiare per ritemprare le forze, preso dalla mia solita curiosit che mi
rendeva addirittura ansioso, lasciai perdere il cibo, a dir la verit
abbondante, e mi misi a osservare con interesse come funzionava quell'odiosa
baracca.
Santi numi! Com'eran ridotti l dentro quegli uomini: avevano la pelle
tutta a chiazze livide, le spalle piagate e, sopra, soltanto l'ombra di un
cencio che non le copriva neppure; anzi taluni avevano un pezzo di straccio
soltanto all'inguine; insomma tutti, per quei poveri panni che portavano, era
come se fossero nudi. Avevano un marchio inciso sulla fronte, i capelli rasati
e anelli ai piedi, erano sfigurati dal pallore e con le palpebre bruciate dal
nerofumo e dal denso vapore che li aveva resi quasi ciechi; come i pugili che
quando combattono si spargono il corpo di sabbia fine, cos quelli erano tutti
bianchi e sporchi di polvere di farina.

XIII

E che dire poi degli animali, dei miei compagni? Che muli decrepiti e che
ronzini cadenti! Eran tutti l con il muso affondato nella mangiatoia a
masticare montagne di paglia, il collo pieno di piaghe infette, le narici
cascanti e fiaccate da incessanti colpi di tosse, il petto ulcerato per il
continuo sfregare della corda di sparto, le costole messe a nudo dalle molte
bastonature, gli zoccoli larghi e piatti per l'ininterrotto girare, la pelle,
infine, rinsecchita e coperta di croste.
Allo spettacolo miserando di quei miei compagni temetti proprio per me e
ripensando alla fortuna di quand'ero Lucio, ora che mi vedevo precipitato nel
fondo della sventura, chinai il capo e piansi.
Nessun conforto in questa vita di tormenti se non quello di poter
soddisfare la mia innata curiosit dal momento che, non dando alcun peso alla
mia presenza, ognuno parlava e agiva liberamente.
Aveva, infatti, ragione il divino creatore dell'antica poesia greca
quando volendo descrivere un uomo di somma saggezza cant che costui aveva
acquistato tutte le virt visitando citt e conoscendo i costumi di molte
genti.

XIV

Anch'io, del resto, conservo un ricordo riconoscente dell'asino che fui
perch, nascosto sotto quelle spoglie, affrontai le situazioni pi diverse e,
se non pi saggio, divenni almeno esperto delle cose del mondo.
Ma via, ora ho deciso di raccontarvi una storiella proprio graziosa, la
pi simpatica e divertente di tutte.
Il mugnaio che mi aveva comprato e che era, in fondo, un brav'uomo, una
persona veramente a modo, guarda caso aveva sposato una pessima donna, la
peggiore di tutte e, quindi, a casa sua, c'erano sempre guai a non finire, al
punto che perfino io, tra me stesso, lo compiangevo. Non c'era un vizio che
non avesse quella detestabile donna, era come una sporca latrina che
raccoglieva tutte le peggiori sozzure: perfida e stupida, sporcacciona e
ubriacona, tarda e testarda, desiderosa di possedere la roba d'altri, pronta a
spendere per cose turpi, nemica di ogni fede e di ogni pudore. Disprezzava e
offendeva le sante divinit e invece della vera religione fingeva di seguire
il culto sacrilego di un dio che ella proclamava unico e con riti senza
costrutto, che si inventava, ingannava tutti e si faceva beffe del povero
marito, ubriaca com'era fin dal mattino, disposta a cedere a tutti il suo
corpo.

XV

Ebbene costei mi odiava ed era la mia persecuzione.
Infatti cominciava a gridare che mettessero alla macina l'asino novizio,
fin dal letto, che non era ancora spuntato il sole e appena usciva dalla
stanza mi si piantava davanti e ordinava che mi si desse una buona dose di
legnate; quando poi per l'ora del pasto gli altri animali venivano staccati,
disponeva che io fossi portato alla greppia molto pi tardi.
Questa sua malvagit aveva accresciuto la mia naturale curiosit di
indagare un po' nelle sue abitudini.
Io gi m'ero accorto che un giovanotto, spesso e volentieri, s'infilava
nella sua camera, ma ora ero proprio curioso di vedere che aspetto avesse:
bastava che la benda stretta attorno al capo mi avesse lasciati almeno per un
attimo liberi gli occhi, dal momento che non mi mancava davvero l'accortezza
di scoprire le infamie di quella detestabile femmina.
Intanto c'era una vecchia che le stava tutto il giorno appresso, una che
le procurava i clienti e le portava le ambasciate.
Era con questa che quella femmina, fin dal mattino, a colazione,
cominciava a bere, di quello schietto e, gi il primo, gi il secondo,
finivano col macchinare con un'astuzia feroce, i loro perfidi imbrogli ai
danni del povero marito.
C' da premettere che io, quantunque ce l'avessi con Fotide perch invece
di farmi diventare uccello mi aveva fatto asino, pur tuttavia in questa mia
disgraziata metamorfosi una consolazione almeno ce l'avevo: quella cio
d'avere delle orecchie grandissime, grazie alle quali potevo facilmente udire
tutto anche a una certa distanza.

XVI

E cos un bel giorno, finalmente, arriv alle mie orecchie questo
discorsetto:
Padrona mia, diceva quella brava vecchina, vedi un po' tu come
metterla con questo che ti sei voluto prendere senza sentire il mio parere. 
un cascamorto, tutto timido timido, che se quell'odioso antipatico di tuo
marito aggrotta appena le sopracciglia, lui si mette tutto a tremare; e poi,
moscio moscio com', quando fa all'amore, per te  un vero supplizio, che
invece sei tutta un fuoco. Filesitero  molto meglio, giovane, bello, sempre
disponibile, un fusto, che mica si tira in dietro di fronte alle ingenue
precauzioni dei mariti, l'unico, perdio, a meritarsi i favori di tutte le
donne, il solo degno di portare una corona d'oro, non foss'altro per il tiro
che ha giocato a un marito geloso, un tiro da maestro, pi unico che raro.
Sta' a sentire e poi fa il paragone e di' se anche tra gli amanti non  tutta
questione di stile.

XVII

Conosci, no? Barbaro, il decurione della nostra citt che tutti chiamano
Scorpione per il suo carattere scontroso; ebbene, costui teneva sua moglie
sotto chiave, addirittura guardata a vista, una donna bellissima e anche di
buona famiglia.
S che la conosco, e anche bene, fece la moglie del mugnaio. Parli di
Arete, no?  stata mia compagna di scuola.
Allora, riprese la vecchia, conoscerai anche tutta la sua storia con
Filesitero?
Assolutamente no. Ma racconta, ti prego. Dai, vecchia mia, che voglio
sapere tutto per filo e per segno.
E allora quella vecchia chiacchierona e incorreggibile, senza aspettare
oltre cominci:
Dunque, Barbaro dovendo assolutamente partire e volendo garantirsi, al
cento per cento, che la cara moglie si mantenesse onesta, chiam a
quattr'occhi un suo giovane schiavo di nome Mirmece, fidatissimo, e gli dette
l'incarico di sorvegliare col massimo scrupolo la moglie, minacciandolo di
chiuderlo in carcere e di lasciarvelo per tutta la vita, di farlo lentamente
morire di fame, soltanto che un uomo, anche solo passandole accanto, l'avesse
sfiorata con un dito e conferm queste minacce giurando su tutti gli dei.
E cos lasciando Mirmece spaventatissimo e perci zelantissimo guardiano
della moglie, Barbaro part tranquillo.
 Da allora il povero Mirmece visse sempre sul chi va l, non lasciava
mai uscir la sua padrona, le stava sempre seduto accanto, anche quando ella
filava e quando, la sera, doveva uscire per forza per recarsi al bagno, lui le
si attaccava al fianco, addirittura le si incollava addosso prendendole con
una mano il lembo della veste ed espletando, cos, con uno zelo pi unico che
raro l'incarico che gli era stato affidato.

XVIII

Ma la venust della signora non poteva passare inosservata all'occhio
sempre vigile di Filesitero; anzi fu proprio la castit per la quale lei era
tanto celebrata e la stretta sorveglianza cui era sottoposta, che infiammarono
ed eccitarono il giovanotto il quale, risoluto a tutto osare e ad affrontare
qualsiasi rischio, si accinse con tutte le sue forze ad allentare la rigorosa
consegna che vigeva in quella casa.
Ben sapendo come fragile sia la fede umana e come con il denaro si
superano tutte le difficolt, che perfino le porte d'acciaio crollano davanti
alla potenza dell'oro, Filesitero scelse il momento in cui Mirmece era solo
per confidargli la sua passione amorosa e implorarlo che si sarebbe data la
morte, di sicuro, se quella donna non fosse stata sua, e anche subito.
Aggiunse che non c'era nulla da temere per una cosetta cos facile, perch
egli sarebbe venuto solo, di sera, e ben protetto e nascosto dalle tenebre,
sarebbe scivolato dentro in camera per uscirne dopo un po', garantito.
A questi e ad altri argomenti, gi validi di per s, ne aggiunse un
altro, il pi persuasivo, che avrebbe fatto a pezzi l'ostinata intransigenza
del servo: fece balenare nella sua mano tesa alcune monete d'oro zecchino,
nuove fiammanti, venti delle quali, disse, per la signora e dieci, di tutto
cuore, per lui.

XIX

Mirmece inorrid di fronte a una simile inaudita scelleratezza e fugg
tappandosi le orecchie.
Ma egli non poteva cancellare dai suoi occhi lo splendore di quelle
monete fiammanti e per quanto fosse ormai lontano da Filesitero e, a passo
svelto, fosse gi rientrato in casa, vedeva sempre il luccichio di quelle
belle monete, gi gli sembrava di stringere nella mano quel ricco tesoro.
L'animo di quel poveretto ondeggiava fra contrastanti pensieri ed era
combattuto e diviso da differenti considerazioni: da una parte la parola data,
dall'altra il guadagno; di qui la minaccia del supplizio, di l tutto
quell'oro. E l'oro alla fine vinse la paura della morte. Il desiderio di avere
quelle belle monete non gli dava tregua, la bramosia, come una febbre,
tormentava perfino le sue notti e se le minacce del padrone lo trattenevano in
casa, la tentazione dell'oro lo invitava ad uscire.
Alla fine, scacciato ogni senso di pudore e rotti gli indugi, port
l'ambasciata alla padrona. La donna, da parte sua, non sment la naturale
frivolezza del suo sesso e di fronte all'esecrando metallo non esit a vendere
il suo onore.
Cos Mirmece, che per la gioia non stava pi nella pelle, si precipit a
mandare del tutto in malora la sua onest, bramoso non dico di avere quel
denaro che per sua disgrazia aveva intravisto, ma almeno di toccarlo, e tutto
raggiante, annunzi a Filesitero che grazie alle proprie pressanti insistenze
il suo desiderio era stato accolto e, quindi, chiese il compenso pattuito.
E cos la mano di Mirmece, che non aveva mai toccato nemmeno un soldino
di rame, ora strinse le belle monete d'oro.

XX

Venuta la notte il servo guid fino alla casa l'audace spasimante, tutto
solo e col volto ben nascosto, e lo introdusse nella camera della padrona.
Stavano appunto godendosi la novit dei primi amplessi, bruciando le
prime offerte a quell'amore appena sbocciato e, nudi, come bravi soldati di
Venere, erano alle prime schermaglie, quando, all'improvviso, senza che
nessuno se l'aspettasse, il marito, approfittando della notte per ritornare,
si present alla porta di casa. Cominci a bussare, a chiamare, a gettar sassi
e, sempre pi insospettito di quel ritardo, a minacciare Mirmece delle pi
atroci torture.
Costui, tutto sconvolto da quel disastro improvviso e non sapendo pi
che fare nella sua angoscia, tir in ballo il buio - ed era la sola scusa che
potesse inventare - e che perci - diceva - non riusciva a trovare la chiave
che aveva cos bene nascosta.
Frattanto Filesitero a sentire tutto quel baccano, in un baleno, si
butt addosso la tunica ma per la furia si precipit fuori della camera
scalzo.
Allora, finalmente, Mirmece infil la chiave nella serratura, apr la
porta e fece entrare il padrone che urlando e sacramentando, corse difilato
nella camera della moglie, poi, di soppiatto, lasci uscire Filesitero e
appena questi varc la soglia e fu salvo, richiuse la porta e se ne torn a
dormire.

XXI

Ma al mattino Barbaro, ciabattando per la camera, vide sotto il letto un
paio di sandali che non aveva mai visti, quelli, appunto, che aveva Filesitero
quando s'era intrufolato dentro.
La cosa gli fece subito sospettare quel ch'era successo, ma senza
mostrare ad alcuno il suo cruccio, n alla moglie, n ai servi, prese quei
sandali e se li nascose in seno, limitandosi a ordinare agli altri servi di
prendere Mirmece e trascinarlo in catene sulla pubblica piazza.
Lui stesso vi si diresse a rapidi passi, ruggendo in cuor suo, sicuro
che con l'indizio dei sandali gli sarebbe stato facile pescare l'adultero.
E cos Barbaro avanti, rosso in viso per la rabbia, la fronte
aggrottata, Mirmece dietro, carico di catene, giunsero in piazza;
 Quest'ultimo, bench non fosse stato colto sul fatto, per la coscienza
sporca, era l che piangeva come una fontana, suscitando coi suoi lamenti
disperati l'inutile piet della gente.
Ma eccoti l Filesitero, proprio nel momento giusto, che pur dovendo
sbrigare tutt'altra faccenda, colpito da quella scena ma non certo intimorito,
ricordando quale imperdonabile distrazione la fretta gli avesse fatto
commettere e immaginando tutte le conseguenze che ne erano derivate, con
quella presenza di spirito e quella risolutezza che gli erano proprie, fattosi
largo tra i servi, si gett urlando su Mirmece, riempiendogli la faccia di
pugni, non troppo forti per:
'Ehi, tu, furfante e spergiuro,' gli gridava, 'che ti possano far
crepare come meriti, il tuo padrone e tutti gli dei del cielo che tiri sempre
in ballo nei tuoi falsi giuramenti. Sei tu che ieri al bagno mi hai rubato i
sandali. Te le meriti proprio queste catene, perdio, che ti si possano
consumare addosso e tu finire sprofondato in un carcere.'
Una trovata migliore di questa l'intraprendente giovanotto non poteva
inventarla. Infatti Barbaro si sent subito sollevato e ci credette
ciecamente.
Torn subito a casa, chiam Mirmece, gli diede i sandali, lo perdon con
tutto il cuore e lo esort a restituirli a chi li aveva rubati.

XXII

La vecchia stava continuando a parlare, che la moglie del mugnaio
intervenne: Beata lei che si gode liberamente un amico che sa il fatto suo. A
me, invece, poveretta,  capitato uno che ha paura anche del rumore della
macina e perfino del muso di quell'asino rognoso.
Non ci pensare, la consol la vecchia, a quell'amante focoso ci
parler io e lo convincer e vedrai che te lo porto qui. E promessole che
sarebbe tornata la sera, se ne and.
Intanto quella sposa vereconda si mise a preparare un pranzetto degno dei
Salii, spill vini pregiati, fece un intingoletto di carni fresche e
insaccate, imband sontuosamente la tavola e aspett l'amante come se dovesse
venire un dio.
Manco a farlo apposta, poi, il marito, quella sera era a cena fuori da un
vicino che faceva il tintore.
Quando alla sera io fui staccato dalla macina e posto alla greppia per
riprendere le forze, non tanto mi rallegrai di aver chiuso per quel giorno con
il lavoro, quanto di poter comodamente osservare, a occhi aperti, tutti i
traffici di quella donnaccia.
E quando il sole sprofond nell'oceano a illuminare le opposte regioni
della terra, ecco venire la vecchia megera e al suo fianco il temerario
amante, un ragazzo dalle guance ancora lisce, che poteva egli stesso ancora
piacere agli uomini.
La donna lo accolse e se lo baci a lungo, poi lo invit a sedersi alla
mensa imbandita.

XXIII

Ma il ragazzo aveva appena assaggiato in punta di labbra il vino che
rientr il marito molto prima del previsto. La buona moglie sacramentando e
mandandogli le peggiori maledizioni, nonch l'augurio di fracassarsi le gambe,
corse a nascondere il giovane, tutto tremante e morto di paura, sotto un
recipiente di legno nel quale venivano conservate le granaglie prima della
cernita e che per caso si trovava a portata di mano poi, dissimulando
quell'infamia con l'astuzia che le era propria e assumendo un atteggiamento
disinvolto, chiese al marito come mai avesse rinunziato alla cena di quel suo
caro amico e perch fosse ritornato a casa cos presto.
Son venuto via di corsa, le fece lui sospirando e con un'espressione
desolata, perch non ne potevo pi della condotta sfacciata di quella
scellerata di sua moglie. Santi numi, come  possibile! Una madre di famiglia
come lei, cos onesta e virtuosa, andarsi a cacciare tanto in basso! Ti giuro
su questa sacrosanta Cerere che io non riesco ancora a credere ai miei occhi.
Incuriosita dalle parole del marito, quella sfacciata, desiderosa di
sapere il fatto, cominci a tormentarlo perch le rivelasse tutta la storia,
dal principio, e non la smise fino a quando quel poveretto non cedette alla
sua volont e, ignaro dei propri guai, non prese a raccontarle quelli degli
altri.

XXIV

La moglie del mio amico tintore pareva una brava donna, virtuosa, e che,
almeno da quel che si diceva, aveva sempre mandato avanti la casa. Eppure a un
certo punto vennero anche a lei i suoi calori e si mise con un tizio col quale
andava regolarmente a letto tutti i giorni.
Pensa che anche nel momento in cui noi, dopo il bagno, stavamo
mettendoci a tavola, lei era l che si godeva il giovinotto.
Sorpresa dalla nostra improvvisa apparizione, su due piedi pens di
nascondere l'amante sotto una cesta di vimini, di quelle circolari che
finiscono a punta e dove si distendono i panni per farli diventare bianchi ai
vapori di zolfo; poi venne a sedersi tranquilla a tavola con noi, pensando che
quello era proprio un nascondiglio sicuro.
Ma il giovanotto avvolto e preso alla gola dall'odore acre e penetrante
dello zolfo, dopo un po' si sent soffocare e, come succede quando si manipola
questa sostanza, cominci a sternutire.

XXV

Quando il marito sent il primo sternuto, siccome veniva dalla parte
della moglie, dalle sue spalle, credette che fosse stata lei e cos le rivolse
il solito 'salve'; ma quando ce ne fu un secondo, un terzo e poi altri ancora,
sorpreso che la cosa si ripetesse con tanta frequenza, fin per sospettare
quel che c'era sotto e dato uno spintone alla tavola, sollev la cesta e ti
scopr un uomo boccheggiante e semiasfissiato.
Furente per l'ingiuria patita cominci a gridare che gli dessero una
spada, a scalmanarsi che voleva scannarlo, quando quel poveretto stava per
conto suo tirando le cuoia.
Allora io, vedendo che le cose si mettevano male per tutti, cercai un
po' di calmargli quella furia omicida facendogli osservare che il suo rivale,
di l a poco, sarebbe morto lo stesso, avvelenato dallo zolfo, e che perci
non valeva la pena andarci di mezzo anche noi.
Infatti si calm ma pi che per il mio consiglio per l'evidenza della
situazione: quel poveretto, effettivamente, era pi morto che vivo e cos lo
and a buttare nel vicolo accanto.
Nel frattempo io suggerii a sua moglie in un orecchio di sparire per un
po' e la persuasi di andare ad alloggiare da qualche sua amica, almeno fino a
quando suo marito non si fosse calmato: infuriato e stravolto com'era, non
escludevo affatto che potesse commettere qualche grosso sproposito contro se
stesso e sua moglie.
Per che nausea quella cena e cos me la sono svignata e sono tornato a
casa.

XXVI

Mentre il mugnaio raccontava questa storia quella svergognata e impudente
di sua moglie rifilava all'altra gli epiteti pi ingiuriosi: quella perfida,
commentava, quella scostumata, veramente la vergogna del sesso femminile, che
se n'era infischiata del suo onore e s'era messa sotto i piedi la santit del
matrimonio, che aveva trasformato la casa del marito in un bordello indegna
ormai del nome di sposa ma piuttosto di quello di prostituta e aggiunse:
certe donne bruciarle vive bisognerebbe!
Per anche lei era agitata dall'interno rodio della sua coscienza sporca
e, per liberare al pi presto l'amante da sotto lo scomodo nascondiglio,
cercava di indurre il marito ad andare presto a dormire. Ma quello, con una
cena interrotta a met e quindi digiuno come se ne era venuto via, le chiedeva
invece candidamente di dargli da mangiare e cos lei, di malavoglia, dovette
servirgli il pranzo che aveva destinato all'altro.
Quanto a me mi sentivo rodere il cuore riflettendo all'azionaccia che
quella donna spregevole aveva compiuto poc'anzi e alla indifferenza che ora
mostrava e fra me almanaccavo come poter smascherare tutto quell'inganno,
venire in aiuto al mio padrone, insomma ribaltare il cassone e scoprire a
tutti quello l che se ne stava l sotto accucciato come una tartaruga.

XXVII

Mentre mi dolevo per il mio padrone cos umiliato la celeste provvidenza
mi venne in aiuto. A quell'ora il vecchio zoppo che aveva la sorveglianza di
tutti i giumenti, ci portava in gruppo all'abbeverata a uno stagno l vicino.
Fu un'occasione magnifica per la mia vendetta perch io, passando l
davanti, vidi che le punte delle dita di quell'adultero sporgevano dal di
sotto della cassa troppo angusta e cos, posto un piede un po' di traverso,
gli detti proprio una bella schiacciata, tanto che quello, non potendo
sopportare il dolore, lanci un urlo soffocato e buttando all'aria il cassone
si mostr a chi nulla ancora sospettava rivelando cos tutto l'imbroglio di
quella moglie svergognata.
Ma il mugnaio non sembr troppo scomporsi per l'offesa fatta al suo
onore, anzi, con un'espressione pacata e un fare rassicurante, fece animo a
quel giovine che tremava tutto ed era livida come un morto: Non temere,
figliolo, non ti far nulla di male; non sono mica un barbaro io e neanche uso
i modi rozzi della campagna; non ti uccider come ha fatto quella furia di
tintore con i vapori di zolfo e non mi varr della legge contro l'adulterio,
che  molto severa, per far condannare a morte un ragazzino cos carino e
avvenente, ma invece mi metter d'accordo con mia moglie per spartirti a met
con lei: non voglio mica dividere il patrimonio familiare, anzi reclamo solo
la comunanza dei beni perch senza controversie e dissensi tutti e tre si goda
il letto in comune.
Vedi, tra me e mia moglie c' stata sempre un'armonia cos perfetta per
cui, come dicono i saggi, ci che piace a lei piace anche a me. D'altronde
neanche la giustizia permette che la moglie abbia pi diritti del marito.

XXVIII

E intanto, motteggiandolo bonariamente con frasi simili, se lo tir verso
il letto e il ragazzo, sebbene riluttante, dovette rassegnarsi. Conclusione:
lasciata fuori la sua castissima moglie egli se la spass per tutta la notte
con quel figliuolo prendendosi proprio una bella vendetta del tradimento
subito.
Ma non appena il disco risplendente del sole ebbe riportato la luce egli
chiam due servi molto robusti, fece sollevare in alto il ragazzo e cominci a
frustargli le natiche:
Ma perch, intanto gli diceva, tu che sei ancora un fanciullo cos
morbidetto e delicato, perch vuoi privare gli uomini del fiore della tua
giovinezza e metterti con le donne e per di pi con quelle di condizione
libera o gi sposate e aspirare prima del tempo al nome di adultero?
Dopo avergliene dette queste ed altre e in aggiunta averlo frustato a
dovere, lo fece buttar fuori, e quello l, il pi in gamba di tutti i
seduttori, ritrovatosi sano e salvo senza saper nemmeno lui come, se la diede
a gambe piagnucolando per quelle sue bianche chiappe cos strapazzate di notte
e di giorno.
Dopo di che il mugnaio mand a dire alla moglie che sloggiasse anche lei
dalla sua casa.

XXIX

Quella donna, per, oltre che per l'innata malvagit, sentendosi
terribilmente provocata ed esasperata da quella punizione per quanto giusta,
ricorse alle sue frodi e ai soliti artifici delle donne.
Si mise con molta pazienza alla ricerca di una vecchia strega di cui si
diceva che con i suoi scongiuri e i suoi incantesimi era capace di far tutto
quello che voleva e, pregandola in tutti i modi, colmandola di doni, le chiese
o di rabbonire il marito e farlo riconciliare con lei o, se non le fosse stato
possibile, di suscitargli contro uno spettro o qualche altro demone maligno
per farlo morire.
La maga, che aveva poteri soprannaturali, tent subito con i mezzi pi
semplici della sua arte scellerata e cerc di piegare l'animo offeso del
marito e ridurlo nuovamente all'amore, ma quando s'accorse che la cosa non le
riusciva come aveva previsto, indispettita contro i suoi dei e sollecitata
oltre che dalla perdita del premio promessole, dal discredito che gliene
sarebbe derivato, si mise ad attentare alla vita del povero marito
suscitandogli contro lo spirito di una donna assassinata.

XXX

A questo punto un lettore pignuolo potrebbe interrompermi e chiedermi:
Ma com', furbacchione d'un asino che sei, com' che tu, chiuso nel recinto
del mulino, hai potuto sapere quello che le donne macchinavano in segreto fra
loro.
Stammi ancora a sentire in che modo io, pur sempre un uomo e curioso per
giunta, anche se sotto le spoglie di un asino, ho saputo tutte le
macchinazioni che si tramavano ai danni del mugnaio: era circa mezzogiorno
quando a un tratto comparve nel mulino una donna con un'espressione sfigurata
dall'angoscia, da condannata a morte, un mantelluccio liso che s e no la
copriva: era scalza, il viso pallido come uno stecco, i capelli grigi,
scarmigliati e sporchi di cenere le coprivano parte del volto.
Questa donna prendendo confidenzialmente per mano il mugnaio, come se
volesse dirgli qualcosa in segreto, lo condusse in camera da letto, chiuse la
porta e vi rimase a lungo.
Nel frattempo essendo stato macinato tutto il grano che i lavoranti
avevano in consegna e dovendosene, quindi, richiedere dell'altro, alcuni servi
si accostarono alla porta della camera da letto e, a gran voce, cominciarono a
chiamare il padrone chiedendogli altro lavoro. Ma bench chiamassero pi volte
e tutti insieme, non ebbero risposta alcuna e cos, dopo aver bussato con
forza alla porta, quando si accorsero che questa era accuratamente sprangata,
sospettando che qualcosa di grave doveva essere accaduto, con una forte
spallata, tutti insieme, scardinarono la porta e la aprirono.
Ebbene di quella donna nemmeno l'ombra, quanto al padrone se lo trovarono
davanti appiccato con una corda a una trave, gi morto.
Fra lamenti e pianti a non finire gli liberarono il collo dal cappio e lo
tirarono gi, lo lavarono per l'ultima volta, gli resero le estreme onoranze
e, fra un gran concorso di popolo, lo seppellirono.

XXXI

Il giorno dopo dalla borgata vicina, dove da tempo aveva preso marito,
accorse la figlia del mugnaio, sconvolta, coi capelli scarmigliati e
percuotendosi il petto. Senza che nessuno l'avesse avvertita della disgrazia
era venuta a sapere ogni cosa perch in sogno le era apparsa l'ombra
miserevole del padre ancora con il laccio stretto al collo e le aveva rivelato
tutti i misfatti della matrigna, l'adulterio, l'incantesimo, il modo com'egli
era stato ucciso dopo essere stato stregato.
Per molti giorni ella non fece che piangere e disperarsi e soltanto
quando i familiari, tutti insieme, intervennero, la poverina pose tregua al
dolore.
Al nono giorno, conclusi i riti funebri sulla tomba dell'estinto, ella
fece vendere all'asta tutti i beni dell'eredit, gli schiavi, le suppellettili
e tutte le bestie.
La capricciosa fortuna cos disperse qua e l con una vendita in blocco
il patrimonio di una famiglia.
Io fui comprato da un povero ortolano per cinquanta sesterzi, una gran
somma a sentir lui, ma almeno, cos, mettendo insieme la nostra fatica, egli
avrebbe avuto di che campare.

XXXII

Ma penso che valga la pena raccontarvi in che cosa consisteva il mio
servizio.
Al mattino il mio padrone mi menava in citt carico di verdura e,
consegnata la merce ai rivenditori, mi montava in groppa e se ne tornava al
suo orto.
Mentre lui zappava, innaffiava, se ne stava curvo sul suo lavoro, io me
ne rimanevo parecchio tempo a spasso e mi godevo il dolce far niente.
Con il passare dei giorni e dei mesi, per, secondo il prescritto giro
degli astri, l'anno si lasci dietro le dolci vendemmie dell'autunno e si
volse alle brine invernali del Capricorno ed io, in una stalla aperta a tutte
le inclemenze del tempo, che aveva il cielo per tetto esposta alle continue
piogge e all'umidit della notte, patii un freddo terribile, dal momento che
il mio padrone, nella sua estrema indigenza, non poteva procurarsi nemmeno per
s, e figuriamoci poi per me, un po' di strame e un bench minimo riparo, e
doveva, quindi, accontentarsi di una capannetta di frasche.
E con tutto questo al mattino mi toccava camminare nel fango gelato e fra
i ghiaccioli appuntiti che mi perforavano i piedi; inoltre non potevo nemmeno
riempirmi il ventre con i soliti cibi, infatti, se io ed il mio padrone
mangiavamo la medesima cena, questa era un ben misero pasto: foglie di lattuga
vecchia e amara, gi spigata, che sembrava scopa, con un sapore amaro e
terroso.

XXXIII

In una notte senza luna, un signore del vicino villaggio, non potendo
proseguire il cammino per la fitta oscurit e inzuppato fradicio dalla pioggia
che cadeva gi a torrenti e che lo aveva allontanato dalla strada maestra
fiaccandogli completamente il cavallo, capit nel nostro orto.
Fu ricevuto premurosamente, date le particolari circostanze, e pot
riposare, se non comodamente, almeno quel tanto che gli era necessario, si che
per ricompensare la benevola ospitalit, egli promise alcuni prodotti delle
sue terre: frumento, olio, due anfore di vino. Il mio padrone non se lo fece
ripetere due volte, prese la bisaccia, due otri vuoti, si sistem sulla mia
schiena e s'avvi per quel viaggio di sessanta stadi.
Quando, dopo aver fatto tutta quella strada, finalmente giungemmo ai
poderi del suddetto signore, l'ospite cortese ci imband un lauto pranzetto.
Ma ecco che proprio quando i due s'eran messi con tutto l'impegno a darci
sotto col vino, accadde un fatto straordinario: una gallina del pollaio
cominci a correre qua e l per l'aia, schiamazzando col suo caratteristico
verso come se dovesse far l'uovo.
 Ma che brava la mia servetta feconda, le fece il suo padrone
seguendola con lo sguardo.  da tempo che tu ci nutri con il tuo ovetto
giornaliero e ora, come vedo, vuoi offrircene uno come antipasto. Poi
aggiunse: Ehi, tu, ragazzo, mettile nel solito angolo il cestello per le
uova.
Il servo esegu l'ordine ricevuto ma la gallina, rifiutando quel cestello
che le era abituale, and a deporre proprio ai piedi del suo padrone un frutto
portentoso che sarebbe stato motivo di non poche preoccupazioni. Non si
trattava, infatti, di un comune uovo ma di un pulcino vero e proprio gi con
le sue penne, le sue zampine, gli occhi, la voce, che si mise subito a correre
dietro la madre.

XXXIV

Ed ecco un altro portento ancora pi sorprendente che giustamente
spavent un po' tutti.
Proprio sotto la tavola sulla quale v'erano ancora gli avanzi del
banchetto, la terra si spalanc e dalla fenditura zampill un getto violento
di sangue tanto che la mensa ne fu tutta spruzzata e lordata.
In quello stesso momento, mentre tutti eran l sbigottiti dallo stupore e
annichiliti per quei divini presagi, uno dei servi corse su dalla cantina per
avvertire che il vino, gi da un pezzo sigillato nelle anfore, stava tutto
bollendo come se gli avessero messo il fuoco sotto. E poi si vide una donnola
tirar fuori dalla tana un serpente morto e serrarlo tra i denti, e ancora,
dalla bocca di un cane pastore saltar fuori un ranocchio vivo e un montone che
era nei paraggi assalire quel cane e strangolarlo con una sola zannata.
Tutti questi prodigi misero nell'animo di quel signore e in tutta la sua
casa una gran paura e una profonda costernazione.
Nessuno sapeva come regolarsi, che cosa fare o non fare per placare
quelle celesti minacce e quante e quali vittime sacrificare.

XXXV

Come se non bastasse, mentre tutti se ne stavan l come inebetiti in
attesa di qualche spaventosa sventura, sopraggiunse un servo ad annunziare al
padrone di quelle terre l'ultima e pi terribile disgrazia.
Costui aveva tre figli, gi grandi, istruiti e virtuosi, che erano il suo
orgoglio, legati da una vecchia amicizia con un modesto proprietario di una
piccola cascina. Quel povero podere confinava con i ricchi e fertili campi di
un potente signore, giovane e facoltoso, che, abusando del nome glorioso del
suo casato e spalleggiato da alcuni gruppetti di faziosi, spadroneggiava in
tutta la zona.
Costui faceva vere e proprie spedizioni sulle povere terre del vicino,
trucidandogli il gregge, rubandogli i buoi, calpestandogli il grano ancora
verde; per di pi dopo avergli tolto quel poco che aveva, ora minacciava
addirittura di scacciarlo da quelle poche zolle e intentandogli causa su
un'assurda questione di confini, rivendicava per s tutta la terra.
Quel povero paesano, un timido per giunta, ridotto ormai in miseria
dall'avidit del ricco vicino, per conservare almeno un pezzetto della sua
terra avita, quel tanto per esservi seppellito, col cuore in gola preg
parecchi amici perch intervenissero in merito a quei confini. Tra gli altri
vi erano anche quei tre fratelli, lieti di dare, come potevano, una mano
all'amico disgraziato.

XXXVI

Ma quel pazzo, per nulla intimidito dalla presenza di tutti quei
cittadini e tanto meno turbato, non solo non intese recedere dalle sue
piratesche pretese, ma non volle nemmeno moderare le parole e, a quanti lo
pregavano cortesemente e, con atteggiamento conciliante, cercavano di calmare
la sua irruenza, egli per tutta risposta, giur sulla sua vita e su quella dei
suoi cari che se ne infischiava della presenza di tanti intermediari e che
avrebbe ordinato ai suoi servi di prendere il suo vicino per le orecchie e di
buttarlo fuori, il pi lontano possibile, dalla sua catapecchia.
Queste parole suscitarono lo sdegno violento di quanti fra i presenti le
udirono e uno dei tre fratelli gli rispose subito per le rime dicendogli che
invano egli, facendosi forte delle sue ricchezze, minacciava e tiranneggiava,
perch c'erano le buone leggi a garantire e proteggere i poveri dall'insolenza
dei ricchi.
Ci voleva questo discorso per far esplodere la furia di quell'uomo:
infatti fu come se su una fiamma fosse caduto dell'olio, o in un incendio
dello zolfo, o nella mano di una Furia fosse stata messa una frusta.
Completamente fuori di s, cominci a inveire che avrebbe messo sulla forca
tutti i presenti e le leggi comprese.
E subito fece sguinzagliare e aizzare i suoi enormi e feroci cani da
pastore, quelli che divorano i cadaveri abbandonati nelle campagne, allevati
apposta per avventarsi, senza distinzione, su tutti i viandanti che
transitavano da quelle parti.
Quelle bestiacce, eccitate e provocate dai noti richiami dei pastori, fra
latrati assordanti, si lanciarono contro quegli uomini con tutta la loro furia
e la loro ferocia, li assalirono, li straziarono a furia di morsi, li fecero a
pezzi, non risparmiando nemmeno quelli che cercavan di fuggire e sui quali,
anzi, si avventarono con maggior rabbia.

XXXVII

Durante quella carneficina di gente terrorizzata il pi giovane dei tre
fratelli inciamp in un sasso e cadde ferito a un piede; subito i cani
inferociti gli furono addosso e orrendamente dilaniarono le sue membra. Alle
sue grida strazianti gli altri due accorsero in suo aiuto e, raccolto il
mantello sul braccio sinistro, cercarono di allontanare i cani e di difendere
il fratello con una fitta sassaiola.
Ma non riuscirono n a domare n a respingere la ferocia di quelle belve
e cos quel povero giovane, le cui ultime parole implorarono vendetta contro
quell'infame riccone, fatto a brani, spir.
I fratelli superstiti, allora, non tanto perch disperavano ormai di
salvarsi ma perch non tenevano pi in alcun conto la vita, si gettarono sul
ricco e con un impeto furibondo lo assalirono a sassate.
Ma quel sanguinario, gi da tempo addestrato a imprese del genere,
trafisse con un colpo di lancia proprio in pieno petto uno dei due. Il
giovane, colpito a morte, bench morisse subito, non cadde a terra in quanto
la lancia trapassandolo da parte a parte, per la violenza del colpo, era
rispuntata alle sue spalle quasi in tutta la sua lunghezza e s'era conficcata
nel terreno sostenendo cos quel corpo che vi rimase come appoggiato.
Nel medesimo tempo un servo, alto e corpulento, correndo a prestar man
forte a quell'assassino, da lontano, scagli un sasso contro il terzo
fratello, mirando al suo braccio destro, ma fall il colpo e la pietra,
sfiorando la punta delle dita, and a cadere per terra, lasciandolo illeso
anche se parve il contrario.

XXXVIII

Questa fortunata circostanza offr al giovane, che era assai perspicace,
l'occasione della vendetta. Infatti, fingendo che la mano gli fosse stata
stroncata, cos apostrof lo spietato signore:
Godi ora che hai distrutto la nostra famiglia, pasci la tua insaziabile
crudelt con il sangue di tre fratelli e sii orgoglioso di tanti concittadini
massacrati; per sappi che per quanto tu abbia potuto estendere i tuoi
confini, privando un poveretto delle sue terre, avrai pur sempre un vicino.
Purtroppo anche questa mia destra che avrebbe dovuto troncarti il capo, per un
destino avverso ora  spezzata.
Queste parole resero ancor pi furioso quel brigante che si avvent sul
povero giovane con la spada sguainata, smanioso di ucciderlo con le sue mani.
Ma si trov di fronte a un avversario non meno forte di lui che, con sua
grande sorpresa, gli resist validamente, anzi gli afferr in una stretta
tenacissima la destra e con uno sforzo sovrumano, rivoltandogli la spada
contro, lo subiss di colpi, finch quel riccone non esal la sua sporca
animaccia.
Ma poi per non cadere nelle mani dei servi che accorrevano, con il
pugnale ancora sporco del sangue del suo nemico, con un gesto fulmineo, si
tagli la gola.
Quegli straordinari prodigi avevano preannunciato questi fatti, gli
stessi che ora venivano riferiti allo sventurato signore.
Il vecchio, in tanta tragedia, non riusc ad articolare una parola, a
emettere un lamento, n a versare una lacrima: afferr un coltello, quello con
cui, qualche momento prima, aveva tagliato il formaggio e le altre vivande per
i suoi commensali e anch'egli, come il suo infelicissimo figlio, si trafisse
pi volte la gola, finch non cadde riverso sulla mensa cancellando col suo
sangue le macchie di quell'altro sangue prodigiosamente zampillato.

XXXIX

Fu cos che in pochi istanti and distrutta un'intera famiglia.
Il mio ortolano rimase molto impressionato e lamentandosi amaramente
anche della propria sfortuna, che aveva richiesto per quel pranzo un suo
tributo di lacrime, battendosi le mani purtroppo rimaste vuote, mi sal in
groppa e rifece la strada per cui eravamo venuti.
Ma nemmeno il ritorno doveva andar liscio.
Infatti, un tipo, alto di statura, che dall'uniforme e dalle sue maniere
doveva essere un legionario di guarnigione, ci si piazz davanti e con un fare
tronfio e arrogante chiese all'ortolano dove portasse quell'asino senza
carico.
Il mio padrone era ancora tutto sconvolto dal dolore e per di pi, non
capendo una parola di latino, non gli bad e tir avanti.
Il soldato, indispettito da quel silenzio preso come un insulto, non
seppe frenare l'insolenza che gli era abituale e cos lo colp col suo bastone
di vite rovesciandolo dalla mia schiena.
L'ortolano, allora, gli fece umilmente capire che non conosceva la sua
lingua e che perci non sapeva ci che egli gli avesse chiesto.
Dov' che porti quest'asino? gli ripet allora in greco il soldato e,
quando l'ortolano gli disse ch'era diretto alla vicina citt: Ora serve a
me, lo interruppe. Deve portare con gli altri quadrupedi i bagagli del
comandante della vicina fortezza e allungata la mano alla cavezza cominci a
trascinarmi via.
Ma l'ortolano, asciugandosi il sangue che gli colava dal capo per il
colpo di prima, torn a pregare e a scongiurare il soldato di usare modi pi
urbani e gentili, augurandogli le migliori fortune. E poi aggiunse, questo
qui  un asinello pigro che per ha il vizio di mordere ed  l l che mi
crolla per un brutto male che ha, tanto che a mala pena, tirando il fiato,
riesce a portarmi qualche mazzetto di verdura dall'orto qui vicino e non pu
assolutamente farcela a trasportare carichi pi pesanti.

XL

Ma quando s'accorse che le sue preghiere anzich convincere il soldato lo
irritavano di pi, al punto che questi, girato il bastone dalla parte pi
grossa stava l l per spaccargli la testa, ricorse a un estremo rimedio:
fingendo di allacciargli le ginocchia per implorare piet, si chin in avanti,
lo afferr per le gambe e sollevatolo di peso, lo sbatt pesantemente a terra;
poi con pugni, gomitate, morsi, perfino con una pietra che riusc ad afferrare
dalla strada, gli pest ben bene la faccia, i fianchi, le mani.
L'altro, riverso per terra, non riusciva a difendersi n a reagire,
eppure continuava a minacciare che lo avrebbe fatto a pezzi con la spada
appena si fosse rialzato. L'ortolano, allora, a scanso di un simile rischio,
via la spada il pi lontano possibile e gi a infittire i colpi!
Completamente distrutto, coperto di ferite, non trovando altro scampo, il
soldato ricorse all'unico mezzo che gli restava: fece finta di essere morto.
Allora l'ortolano, prendendo con s la spada, mi salt in groppa e mi
fece trottare lesto lesto verso la citt e, senza nemmeno fermarsi un momento
nel suo orticello, corse difilato da un suo amico, e dopo avergli raccontato
tutto l'accaduto, lo preg di aiutarlo in un simile frangente, di tenerlo
nascosto, insieme con l'asino, per qualche tempo, per due o tre giorni almeno,
il tanto che bastasse per evitargli un processo e una condanna capitale.
E l'amico, memore dell'antica amicizia, senza esitare, gli dette asilo:
con le zampe strette nelle pastoie, io fui issato su per una scala in una
stanza al piano superiore, l'ortolano scomparve dentro una cesta gi in
bottega e si tir sul capo il coperchio.

XLI

Ma quel soldato, lo venni a sapere pi tardi, riscuotendosi come da una
solenne sbornia, barcollando e tutto dolorante per le ferite, a stento
reggendosi sul suo bastone, raggiunse la citt.
Ai cittadini non disse nulla di quel che gli era capitato, vergognandosi
di passare per un pusillanime e un inetto, ma rodendosi dentro per lo smacco
patito, si sfog con i suoi commilitoni e ad essi raccont tutta la sua
disavventura.
Fu deciso che rimanesse nascosto per un po' sotto la tenda per non
incappare nei rigori del regolamento militare che puniva chi avesse perduto la
spada; gli altri, invece, conosciuti i nostri connotati, si sarebbero messi
alla nostra ricerca e lo avrebbero vendicato.
Immancabilmente, ci fu un disgraziato di vicino che fece la spia
indicando il luogo dove eravamo nascosti. I soldati allora ricorsero ai
magistrati e raccontarono, quei gran bugiardi, che durante il viaggio avevano
perduto un vaso d'argento del loro comandante, di gran valore, che un ortolano
l'aveva trovato ma si rifiutava di restituirlo e anzi si era andato a
nascondere in casa di un amico.
I magistrati, valutato il danno e l'importanza del comandante che l'aveva
subito, si presentarono alla porta del nostro rifugio e ad alta voce
intimarono al nostro ospite di consegnarci nelle loro mani, se non voleva
mettere a repentaglio la sua testa, dal momento che sicuramente egli ci teneva
nascosti presso di s.
Ma quello, per nulla intimorito e volendo a tutti i costi salvare colui
che aveva confidato nella sua lealt, non rivel nulla sul nostro conto, anzi
dichiar che non aveva visto l'ortolano ormai da parecchi giorni, anche se i
soldati continuavano a insistere, giurando sull'imperatore che egli era
nascosto l e in nessun altro luogo.
Cos i magistrati per smascherare quell'uomo che si accaniva a negare,
decisero un sopralluogo e, chiamati i littori e gli altri pubblici ufficiali,
ordinarono che procedessero a un'accurata e minuziosa perquisizione della
casa.
Ma quelli, alla fine, riferirono che non v'era traccia d'anima viva l
dentro e tanto meno di un asino.

XLII

La contesa fra le due parti si riaccese allora pi violenta: i soldati
confermavano che noi eravamo l e lo giuravano sull'imperatore, l'altro
continuava a negare e a chiamare a testimoni gli dei.
A sentir quella lite e quel baccano, io, curioso per natura, e asino
irrequieto, per sapere il perch di tutto quel tumulto, sporsi la testa a
sghembo da una finestrina, ed ecco che un soldato, volgendo per caso lo
sguardo nella mia direzione, vide la mia sagoma e si mise a chiamare tutti a
testimoni.
Si lev un grido improvviso, si precipitarono su per le scale, mi
abbrancarono e mi trascinarono gi come un prigioniero Ormai nessuno aveva pi
dubbi e cos tutti si misero a frugare in ogni angolo, finch non trovarono la
cesta e, dentro, il povero ortolano che, consegnato ai magistrati, fu portato
in carcere in attesa della condanna a morte.
Quanto a me e alla mia apparizione si continu a ridere proprio di gusto
e a scherzarci sopra e anche di qui nacque il noto proverbio dell'asino che
s'affaccia alla finestra e della sua ombra.

LIBRO DECIMO



I

Che cosa sia accaduto il giorno dopo al mio ortolano, io non so; quanto a
me, invece, senza che nessuno dicesse niente, fui prelevato dalla stalla
proprio da quel soldato che per la sua prepotenza era stato lisciato a dovere.
Passando dal suo alloggiamento, almeno cos mi parve, mi caric dei suoi
bagagli, mi bard con un equipaggiamento militare e mi avvi sulla strada.
Portavo, infatti, un elmo luccicante e uno scudo ancora pi lucente e
anche una lancia, di quelle a punta lunga, non regolamentare, che ti fanno un
certo effetto e che, messa l, in cima al mucchio dei bagagli, come s'usa
nell'esercito, serviva pi che altro a spaventare i passanti.
Percorsa una strada in mezzo ai campi abbastanza agevole giungemmo a una
cittadina e ci recammo non alla locanda ma alla casa del decurione.
Il soldato mi affid a un servo e lui si rec subito dal comandante che
aveva sotto di s mille uomini.

II

Alcuni giorni dopo, ricordo che si scopr proprio l un delitto orribile,
un crimine efferato, di cui voglio accennarvi in questo mio libro perch
possiate conoscerlo anche voi.
Il padrone di casa aveva un figlio, molto istruito e per questo modesto e
virtuoso, tanto che anche tu, lettore, avresti gradito averne uno come lui.
La madre era morta da molto tempo e il padre s'era risposato e da questo
secondo matrimonio aveva avuto un figliolo che allora poteva contare dodici
anni.
Ma la matrigna che nella casa del marito si faceva notare pi per la sua
bellezza che per i buoni costumi, o perch lei era corrotta per natura o
perch il destino la spingeva all'infamia pi degradante, certo  che mise gli
occhi sul figliastro.
Bada bene, lettore, io sto raccontandoti di una tragedia non di una
commediola e che quindi dal socco ora si passa al coturno.
La donna, finch l'amore era sul nascere e quindi poco esigente, seppe
resistere ai suoi deboli stimoli e soffocare facilmente in silenzio la tenue
passione; ma quando il crudele iddio cominci a divamparle in cuore e a
diffondere come una smania per le sue intime fibre, ella cedette, e, fingendo
un mortale languore nascose la ferita dell'animo dando ad intendere d'esser
malata.
Tutti sanno che il deperimento del volto  comune agli ammalati come agli
innamorati: viso pallido, occhi languidi, gambe fiacche, sonni inquieti,
respiro sempre pi affannoso, via via che cresce la pena.
A vederla pareva che lei si agitasse soltanto per un attacco di febbre e,
invece, piangeva anche. E quanta ignoranza nei medici: cosa volevano dire il
polso frequente, le vampe al viso, il respiro ansimante, il continuo voltarsi
e rivoltarsi ora su un fianco ora sull'altro?
Santo cielo! Com' facile capire, anche senza essere un medico, cosa vuol
dire quando uno brucia e non ha febbre, solo se si ha un po' d'esperienza
nelle cose d'amore.

III

La donna, dunque, nella sua eccitazione, non riuscendo pi oltre a
contenersi, decise di rompere il lungo silenzio e mand a chiamare il figlio,
nome questo che, se avesse potuto, per non arrossire, se lo sarebbe volentieri
cancellato dalla mente.
Il giovane non indugi a obbedire all'ordine della matrigna ammalata e
con la fronte segnata dalla tristezza e dal cruccio, come quella di un
vecchio, con tutto il dovuto rispetto entr nella camera della moglie di suo
padre e della madre di suo fratello.
La donna, per, depressa dal lungo tormentoso silenzio, fu ripresa dai
dubbi e le parole che un momento prima aveva ritenute adatte per la
circostanza, ora le sembravano sconvenienti e, trattenuta da un senso di
vergogna, non sapeva da dove cominciare.
E quando il giovane, non sospettando di nulla, le chiese con deferenza
che male avesse, lei, approfittando che, malauguratamente, erano soli, divenne
audace e scoppiando in un pianto dirotto, coprendosi il volto con un lembo
della veste, con voce trepidante, cos gli parl brevemente: Tu sei la causa,
l'origine del mio male, ma tu sei anche il rimedio, la mia sola salvezza. I
tuoi occhi, fissando i miei, mi son penetrati dentro fin nel profondo
dell'animo e vi hanno acceso un fuoco che mi brucia tutta e che non riesco pi
a estinguere. Muoviti a piet d'una donna che muore di te e non farti scrupolo
per tuo padre a cui, in fondo, salvi la moglie che altrimenti morrebbe. Del
resto io ti amo anche perch nel tuo volto ritrovo il suo. Non aver timore,
siamo soli e c' tutto il tempo per far quello che ormai  inevitabile; e poi,
le cose che non si vengono a sapere  come se non fossero mai accadute.

IV

Il giovane rimase sconvolto da quella inattesa rivelazione e sebbene
fosse inorridito dinanzi a un crimine cos mostruoso, pens di non esasperare
la donna con un netto rifiuto ma di calmarla con vaghe promesse e, intanto, di
prender tempo.
Cos le dette tutte le assicurazioni possibili e immaginabili, le disse
di tirarsi su, di rimettersi in salute e di attendere che suo padre si
assentasse per qualche viaggio perch allora essi si sarebbero goduti a loro
agio.
Cos le disse e subito si sottrasse alla insidiosa presenza della
matrigna e and difilato a trovare il suo maestro, un vecchio di molta
esperienza e di gran senno, pensando che in una cos grave sciagura familiare
fosse urgente un qualche saggio consiglio.
I due ragionarono a lungo e insieme convennero che l'unico rimedio era
quello di sottrarsi con la fuga alla tempesta che il destino avverso addensava
su quella casa.
Ma la donna che non ce la faceva pi ad aspettare, con un pretesto
qualsiasi e con straordinaria abilit riusc a convincere il marito a recarsi
subito in certe sue propriet molto distanti di l. Fatto questo, ancor pi
eccitata perch vedeva appagata in anticipo la sua speranza, pretese che il
ragazzo, come le aveva promesso, si concedesse alla sua libidine.
Ma il giovane, ora con una scusa ora con un'altra, cerc di eludere
l'infame convegno, tanto che la donna comprendendo chiaramente da tutti quei
pretesti che egli non aveva alcuna intenzione di mantenere la sua promessa,
con estrema volubilit, mut il suo nefando amore in un odio ben pi
terribile. E chiamato un suo schiavo che s'era portato in dote, uno scellerato
capace di tutti i delitti, lo mise a parte delle sue criminali intenzioni, e a
entrambi non parve cosa migliore che uccidere lo sventurato ragazzo.
Cos la matrigna mand subito quel delinquente a procurarsi un veleno a
effetto istantaneo che, accuratamcnte sciolto nel vino, doveva togliere di
mezzo il figliastro innocente.

V

Mentre quei due criminali s'accordavano sul momento pi opportuno per
dargli da bere il veleno, il ragazzo pi giovane, proprio il figlio di quella
perfida donna, rientr a casa dalle lezioni del mattino e, fatta colazione e
sentendo sete, vide quel bicchiere di vino in cui era stato messo il veleno e,
non sospettando quale insidia nascondesse, bevve tutto d'un fiato.
Cos il ragazzo bevve la morte destinata al fratello e, di schianto,
croll esanime a terra.
Accorse sgomenta tutta la servit e la stessa madre alle grida del
maestro sconvolto da quella repentina tragedia, e subito apparve chiaro che si
trattava di veleno e ognuno cominci a fare le pi svariate supposizioni sugli
autori di quell'orribile delitto.
Ma quella femmina perversa, esempio pi che unico della malvagit delle
matrigne, non fu punto turbata dalla morte improvvisa del figlio, non sent
alcun rimorso per quel delitto, per la sventura della sua famiglia, per il
dolore del marito, per il lutto che avrebbe avvolto la casa, ma trasse spunto
da questa disgrazia per portare a compimento la sua vendetta.
Invi subito un corriere per informare della sciagura il marito che era
in viaggio e, quando questi rientr a precipizio, con un'audacia senza pari,
disse che era stato il figliastro ad assassinare con il veleno suo figlio. E
in questo, se vogliamo, mentiva fino a un certo punto, perch, in effetti, il
ragazzo aveva rivolto su di s la morte destinata all'altro; epper aggiunse
che il fratello minore era stato ammazzato dal figliastro perch lei non s'era
concessa alle sporche voglie di quest'ultimo che aveva tentato di farle
violenza.
Inoltre, ancora non contenta di queste turpi menzogne, aggiunse che
quando s'era visto smascherato, l'aveva minacciata con la spada.
Sgomento per la perdita dei suoi due figli il povero padre si sent come
travolto da un'immane catastrofe.
Il figlio pi piccolo se lo vedeva infatti seppellire sotto i suoi occhi
e l'altro sapeva che glielo avrebbero condannato a morte per incesto e
omicidio. Eppure verso quest'ultimo, per le false lacrime di una moglie troppo
amata, sentiva ormai un odio profondo.

VI

S'erano appena concluse con la sepoltura le cerimonie funebri che il
povero vecchio con il viso ancora scavato dal pianto e i capelli bianchi
sporchi di cenere, lasci il sepolcro del figlio e raggiunse il tribunale.
Qui, fra le lacrime e le implorazioni, gettandosi ai piedi dei decurioni,
ignaro delle frodi della perfida moglie, scongiur con tutta l'anima che
l'altro suo figlio fosse condannato a morte, dichiarandolo colpevole di
incesto per aver violato il talamo paterno, un fratricida per l'uccisione del
fratello, un assassino per aver minacciato di morte la matrigna.
E tanta fu la piet, tanto lo sdegno che egli suscit nei senatori e fra
il popolo che di fronte ad accuse cos schiaccianti e palesi e a prove cos
deboli e incerte portate a sua difesa, tutti gridarono che bisognasse tagliar
corto con le lungaggini procedurali e che quel pericolo pubblico fosse
condannato pubblicamente alla lapidazione.
Ma i magistrati temendo di esporsi a un rischio troppo grande se da un
banale motivo di sdegno il tumulto popolare avesse preso dimensioni tali da
minacciare lo stesso ordine cittadino, da un verso si raccomandarono ai
decurioni, dall'altro convinsero il popolo perch si istruisse un processo
secondo tutte le regole della procedura nel rispett della tradizione, si
esaminassero le prove portate dall'una e dall'altra parte e si pronunziasse
una sentenza regolare, non all'uso dei barbari o dei selvaggi o come fanno i
tiranni e i prepotenti che condannano un cittadino senza nemmeno ascoltarlo;
questo anche per non dare, in un'et di prosperit e di pace, un esempio di
crudelt.

VII

Questo saggio consiglio venne accolto e subito il banditore ebbe
l'incarico di radunare i senatori nella curia.
Quando ciascuno si fu seduto al posto che gli assegnava il suo rango,
nuovamente il banditore si fece sentire e chiam il primo accusatore, poi, a
gran voce, anche l'imputato, mentre avvertiva gli avvocati, secondo la legge
Attica e la procedura dell'Areopago a non dilungarsi in esordi e a non
appellarsi alla piet popolare.
Che le cose fossero andate cos io lo seppi dopo da alcune persone che
continuarono a parlarne; quale poi sia stata la requisitoria del pubblico
accusatore e con quali argomenti l'imputato si sia difeso e poi le arringhe e
le discussioni, io non so proprio, confinato com'ero nella stalla, e quindi
non sono in grado di riferirvelo; perci su queste carte riporter soltanto
quello che ho potuto accertare.
Dunque, terminati i dibattiti, fu deciso che la verit e l'attendibilit
delle accuse fossero accertate da prove sicure per non giungere a una condanna
cos grave su semplici sospetti e che, quindi, era necessario far venire in
tribunale quel famoso servo, il solo che a detta di tutti, sapeva com'erano
andate effettivamente le cose.
Ma quel delinquente, per nulla turbato dall'esito incerto di un processo
cos importante, n dalla maest della curia riunita al completo e tanto meno
dalla sua coscienza sporca, cominci a raccontare un sacco di fandonie
facendole passare per pura verit, che cio quel giovane, infuriato per la
repulsa della matrigna, lo aveva chiamato e per vendicarsi gli aveva chiesto
di uccidere il figlio della donna promettendogli un grosso premio in cambio
del suo silenzio; e che siccome lui s'era rifiutato, lo aveva minacciato di
morte; che gli aveva consegnato il veleno da far bere al fratello, preparato
con le sue mani, ma che poi, sospettando che egli non compisse il delitto e si
tenesse la tazza come prova, alla fine l'aveva porta al ragazzo lui stesso.
Con queste dichiarazioni che quel miserabile fece con un'aria tutta
spaventata e come se dicesse le cose pi vere di questo mondo, il processo
ebbe termine.

VIII

Fra i decurioni non vi fu pi nessuno disposto alla benevolenza. Di
fronte all'evidenza tutti ritennero di dover proclamare il giovane colpevole e
degno di essere cucito nel sacco.
La sentenza fu unanime ed era gi stata trascritta sulle schede che
ciascuno si apprestava a metter nell'urna di bronzo secondo la consuetudine di
sempre, dove, una volta deposte, avrebbero irrevocabilmente segnato la sorte
del reo e rimesso la sua testa al carnefice, quando un senatore, uno dei pi
anziani, stimato da tutti per la sua rettitudine e medico di grande prestigio,
coprendo con la mano la bocca dell'urna per evitare una votazione affrettata,
cos parl alla corte:
Mi consola il fatto di aver vissuto cos a lungo sempre nella vostra
stima e perci non posso consentire che, condannando costui sotto falsa accusa
si commetta un vero e proprio assassinio, n che voi, chiamati a esercitare la
giustizia sotto il vincolo del giuramento, fuorviati dalle menzogne di uno
schiavo, diventiate voi stessi spergiuri. Almeno per quel che mi riguarda, io
non posso calpestare il timore degli dei e venir meno alla mia coscienza
pronunciando una condanna ingiusta.
Perci ascoltatemi e saprete come sono andate veramente le cose.

IX

Questo furfante, non molto tempo fa, mi si present con cento monete
d'oro sonanti dicendomi che aveva urgente bisogno di un veleno a pronto
effetto per un malato che, colpito da un male inguaribile, voleva farla finita
con una vita di sofferenze.
Io, per, mi accorsi che questo sciagurato s'impappinava, adduceva
confusi pretesti e cos mi convinsi che stava macchinando qualche delitto.
Allora gli detti il veleno, certo che glielo detti, ma prevedendo quanto
prima un'inchiesta, non ritirai il compenso che mi aveva offerto: 'Sta a
sentire,' gli dissi, 'nel caso che qualcuna di queste monete fosse falsa o
fuori corso, domani le controlleremo davanti a un banchiere.'
Lui ci casc e sigill il denaro, cos quando l'ho visto comparire in
tribunale, ho detto a un mio schiavo di correre in bottega a prendere il
sacchetto e di portarlo qui. Eccolo, io ve lo esibisco. E se lo guardi anche
lui e dica che non e il suo sigillo. E allora, com' che si pu accusare il
fratello se il veleno l'ha comprato costui?

X

Allora questo mascalzone fu preso da un tremito convulso, perse il suo
colorito naturale e divenne cadaverico, cominci a sudar freddo per tutto il
corpo e a non star fermo un momento con i piedi, a grattarsi continuamente la
testa, a borbottare nella bocca semichiusa parole incomprensibili, cos che
ognuno cap che qualcosa sulla coscienza doveva avercela.
C' da dire, per, che egli riprese quasi subito il controllo di s e
furbo com'era, cominci a negare, anzi ad accusare il medico di mendacio.
Allora questi, vedendo che oltre l'autorit della corte si offendeva
l'onorabilit della sua persona, raddoppi la sua foga oratoria per confondere
quel farabutto tanto che, su ordine dei magistrati, i pubblici ufficiali
afferrarono le mani di quell'infame schiavo, gli strapparono l'anello di ferro
e lo confrontarono con il sigillo del sacchetto: il raffronto conferm il
sospetto iniziale. Si pass allora alla tortura e, all'uso greco, non gli
furono risparmiati la ruota e il cavalletto. Ma egli oppose una resistenza
eccezionale e non si pieg n alle frustate n al fuoco.

XI

Allora il medico: No, non permetter, perdio, non posso permettere che
voi contro ogni giustizia condanniate a morte questo giovane innocente e che
costui, prendendosi beffa di questo tribunale, sfugga alla pena che si merita
per l'orrendo delitto commesso.
Eccovi, allora, la prova decisiva del fatto in questione.
Dunque, quando vidi che questo sciagurato insisteva per avere un veleno
a effetto fulminante, subito riflettei che come medico io non potevo dare a un
tizio qualunque sostanze che facessero morire ben sapendo che la medicina
serve a guarire gli uomini non a ucciderli; per, temendo che se io gli avessi
negato il veleno, non  che col mio rifiuto gli avrei tolta l'occasione di
porre in atto il suo crimine in quanto egli se lo sarebbe procurato da un
altro o avrebbe usato, alla fin fine, la spada o un'altra arma, io glielo
diedi, ma era un sonnifero, quello famoso che si estrae dalla mandragora e che
fa piombare in un letargo simile alla morte.
Non c' da stupirsi, quindi, se questo furfante sopporta la tortura;
egli la ritiene ancora il male minore perch sa che per lui non c' pi
speranza e che, secondo le leggi degli antenati, lo aspetta la pena di morte.
Ma se  vero che quel ragazzo ha bevuto la pozione preparata da me, 
vero anche che egli  vivo e che ora riposa e dorme e che fra poco, quando si
ridester dal suo sonno profondo, torner alla luce del giorno.
Se, invece, egli  morto bisogner che voi cerchiate altrove le cause
del suo decesso.

XII

Con questo discorso il vecchio ebbe partita vinta e subito tutti si
recarono di corsa al sepolcro dove giaceva composto il corpo del ragazzo. Non
ci fu un senatore, un nobile, o anche uno solo del popolo che, spinto dalla
curiosit, non vi accorresse. Ed ecco il padre, alzato con le proprie mani il
coperchio della bara, vide che il figlio, proprio allora, stava destandosi dal
profondo letargo e tornava dalla morte alla vita; e strettoselo forte fra le
braccia, senza riuscire a dir parola per la troppa gioia, lo mostr al popolo;
poi, cos com'era ancora avvolto nelle vesti funebri, lo port in tribunale e
la verit venne fuori e piena luce fu fatta sugli intrighi dell'infame servo e
dell'ancor pi infame moglie.
La matrigna fu condannata all'esilio perpetuo, il servo al patibolo e il
bravo medico, su proposta unanime, in premio di quel sonno provvidenziale,
s'ebbe le monete d'oro.
E fu proprio la mano della divina provvidenza a far concludere cos
l'avventura straordinaria e clamorosa di quel vecchio che dopo aver corso il
pericolo di vedersi privato dei suoi due giovani figli, in poco tempo, anzi
nel giro di qualche istante, si ritrov padre di entrambi.

XIII

Quanto a me la sorte continuava a sballottarmi di qua e di l.
Quel soldato che mi aveva comprato senza che nessuno mi avesse venduto e
s'era appropriato di me senza aver sborsato nemmeno un soldo, fu comandato dal
suo tribuno di portare a Roma un messaggio all'imperatore e cos mi vendette
per undici denari a due fratelli del luogo.
Costoro erano gli schiavi di un uomo molto ricco: uno era pasticciere e
faceva ciambelle e dolcetti al miele, l'altro era cuoco e preparava succulenti
bocconcini di carne cotti in salse piccanti. Abitavano insieme e facevano vita
in comune. Mi avevano comprato per farmi trasportare i molti utensili, di
tutti i generi, che occorrevano al padrone sempre in viaggio da un posto
all'altro.
Cos fui accolto dai due fratelli come terzo coinquilino e mai per me vi
fu pacchia maggiore. La sera, in fatti, dopo certi pranzetti stupendi,
ch'erano uno spettacolo, i miei padroni portavano in camera ogni sorta di
avanzi: uno se ne veniva con interi pezzi di maiale, polli, pesce e pietanze
di tutte le specie, l'altro con pani vari, pasticcini, ciambelle, biscotti a
forma di amo, di lucertola, e squisiti dolci al miele.
E cos, quando i due, chiusa la camera, se ne andavano alle terme per
ristorarsi un po', io mi rimpinzavo alla bell'e meglio con quelle delizie
piovutemi dal cielo.
Mica ero davvero cos stupido e cos asino da mangiarmi il mio fieno
indigesto e lasciar l tutte quelle squisitezze.

XIV

Per un po' quel mio rubacchiare and a meraviglia, dal momento che io
cercavo di controllarmi e in tutta quell'abbondanza pizzicavo di sottecchi
soltanto qualcosa qua e l, n, d'altra parte, i due potevano minimamente
sospettare di un asino.
Ma quando io presi coraggio e, vedendo che mi andava sempre liscia,
cominciai a darci sotto coi bocconi pi appetitosi e a farmi il palato ai
dolci pi prelibati, un sospetto non infondato mise sul chi va l i due
fratelli che, assolutamente non dubitando ancora di me, cominciarono a
chiedersi chi potesse essere mai l'autore di quelle giornaliere sparizioni.
Alla fine, di quella vigliaccata, s'incolparono addirittura a vicenda e
si misero a far la guardia ai pezzi e perfino a contarseli con una pignoleria
odiosa.
Un bel giorno se le dissero fuori dei denti: Non  giusto, cominci uno
apostrofando il compagno, e neanche corretto che tu ogni giorno ti sgraffigni
i pezzi pi buoni e te li vai a vendere per farci su il gruzzoletto e che poi,
di quello che resta, vuoi ancora fare a met. Se la nostra societ non ti sta
pi bene possiamo sempre scioglierla pur restando buoni fratelli, perch
continuando cos con tutta questa roba che sparisce, andr a finire che noi
litigheremo brutto.
Ostia, ne hai della sfacciataggine, rimbecc l'altro. Sei tu che ogni
giorno, sotto sotto, ti freghi i pezzi e ora pure ti lagni, quando io mi
tenevo in corpo la rabbia proprio per non incolpare mio fratello d'una
vigliaccata simile. Ma  bene, ora, che tutti e due ne abbiamo parlato,
proprio per trovare una soluzione a questa brutta faccenda, altrimenti
continuando a starcene zitti avremmo finito per azzuffarci come Eteocle e
Polinice.

XV

E seguitarono a querelarsi finch non giurarono entrambi di non aver
commesso alcuna frode, di non aver mai sottratto nulla e, quindi, che
bisognasse a tutti i costi cercare il ladro che li derubava.
L'unico che restava in casa, dicevano era l'asino ma a questo non
piacevano certi cibi; eppure, ogni giorno, scompariva la roba migliore e le
mosche che bazzicavano in quella stanza mica eran grosse come le Arpie che
razziavano i cibi a Fineo.
Intanto io, preso per la gola da tutte quelle ghiottonerie e continuando
a rimpinzarmi con quei cibi destinati agli uomini, avevo messo su un bel po'
di ciccia; la pelle era diventata grassa e morbida e anche il pelo s'era fatto
tutto lucente. Ma fu proprio il bell'aspetto fisico a procurarmi una grossa
mortificazione. Infatti, quando i due si accorsero che io continuavo ad
ingrassare e che d'altra parte il fieno restava sempre l intatto,
cominciarono ad appuntar su di me i loro sospetti e un giorno, facendo finta
di andare ai bagni come al solito, mi chiusero dentro ma si misero a spiare da
una fessura della porta e videro che io m'ero gi buttato a piene ganasce su
quelle vivande l a disposizione.
Lo stupore nel vedere un asino che si dava a quegli strani piaceri fece
loro passar di mente tutto il danno subito e, scoppiando in una gran risata,
chiamarono ad uno ad uno tutti i compagni perch anch'essi vedessero una cosa
incredibile: a che punto arrivava la golosit di uno sciocco animale.
E allora tali e tante furono le risate, che giunsero fino alle orecchie
del padrone che si trovava a passare da quelle parti.

XVI

Costui chiese cosa ci fosse di tanto bello da far ridere tutta la servit
e quando gli dissero di che si trattava, volle anch'egli guardare dal buco e
si divert moltissimo.
Rideva a crepapelle fino ad aver male alla pancia e per osservar meglio
la cosa apr la porta della stanza e mi venne vicino.
Da parte mia vedendo che finalmente la fortuna mi mostrava il suo volto
propizio e incoraggiato dal buon umore di tutta quella gente, senza
minimamente scompormi, continuai a mangiare, fin quando il padrone, divertito
dalla stranezza di quello spettacolo, ordin che mi si conducesse al palazzo,
anzi fu lui stesso a portarmici, fino in sala da pranzo, e fatta imbandire la
tavola volle che mi fossero portati cibi in quantit e pietanze d'ogni specie
non ancora toccate.
Io, bench fossi sazio, per rendermi simpatico, mi misi a trangugiare
tutti i cibi che mi offrivano e cos, quelli, tutti a pensare quali potevano
essere le pietanze pi ostiche per un asino e a mettermele davanti, per
provare fino a che punto io fossi addomesticato: mi dettero carni alla senape,
volatili cosparsi di pepe, pesci in salse piccanti, mentre tutta la sala
rintronava di risate.
Dateci del vino a questo amico, se ne usc uno dei presenti, in vena di
far dello spirito. E il padrone, cogliendo a volo: Mica  malvagia la tua
idea, brigante che sei; forse forse il nostro amico se lo fa volentieri un
bicchierino di quello dolce! e rivolto a un servo: Ehi, tu ragazzo, pulisci
bene quel calice d'oro, riempilo e offrilo al mio ospite, assicurandolo che io
ho gi bevuto alla sua salute.
Allora fra i convitati ci fu un momento di grande attesa.
Ma io, per nulla preoccupato, tranquillamente e con grazia, sporsi il
labbro inferiore come se fosse la lingua e vuotai tutto d'un fiato quel calice
enorme.
Si lev, allora, un'ovazione e i presenti, a una voce, mi gridarono
evviva.

XVII

Allora il padrone che per la gioia non stava pi nella pelle, chiamati i
servi che mi avevano comprato, fece restituir loro il quadruplo della somma
pagata e, con mille raccomandazioni, mi affid alle cure di un suo fedelissimo
liberto, per giunta assai danaroso.
Costui mi trattava proprio con umanit e aveva per me un sacco di
attenzioni e per ingraziarsi il suo protettore faceva di tutto perch le mie
trovate lo divertissero.
E cos mi insegn per prima cosa a stare a tavola appoggiato sul gomito,
poi a far la lotta, e a ballare tenendo alte le zampe anteriori, infine, cosa
davvero straordinaria, a esprimermi per cenni.
Cos quando volevo dir di no io alzavo il capo, quando invece volevo dire
di s lo abbassavo; se avevo sete, per chiedere da bere mi volgevo verso il
coppiere e battevo le palpebre.
Queste cose io le eseguivo molto facilmente e le avrei sapute fare anche
se nessuno me le avesse insegnate, ma temevo che se avessi fatto tutto come un
uomo, senza l'aiuto di un maestro, molti l'avrebbero preso come un cattivo
presagio e credendomi un mostro o un prodigio mi avrebbero ucciso e lasciato
in pasto agli avvoltoi.
Intanto, per, la fama s'era sparsa e grazie alle mie straordinarie
abilit, anche il mio padrone era diventato un uomo in vista: Eccolo,
dicevano, quello  l'uomo che ha un asino per amico, un asino che pranza con
lui, che fa la lotta, che balla, che capisce i discorsi degli uomini e che si
esprime a cenni.

XVIII

Prima per devo dirvi chi era e da dove veniva questo mio padrone, anche
se, veramente, avrei dovuto parlarvene fin dall'inizio. Ebbene, si chiamava
Tiaso, era originario di Corinto, la capitale della provincia di Acaia e, dopo
aver percorso tutti i gradi della carriera politica, come del resto esigevano
la sua nobile stirpe e il suo rango, era stato designato alla magistratura
quinquennale.
Orbene per festeggiare degnamente l'assunzione della carica aveva
promesso ben tre giorni di spettacoli gladiatori e aveva tutta l'intenzione di
andar ben oltre con la sua munificenza. E, infatti, per il desiderio di farsi
una notoriet, era andato perfino in Tessaglia a comperare le belve migliori e
i gladiatori pi rinomati.
Quando giunse il momento di tornare in patria, dopo aver sistemato ogni
cosa secondo la sua volont e aver fatto tutti gli acquisti, non  che egli
utilizzasse per s i suoi magnifici cocchi, i suoi carri tirati da bestie
feroci, che coperti o scoperti che fossero rimasero vuoti in coda al
convoglio, ma volle amabilmente sedere sulla mia groppa, sdegnando perfino i
puledri tessali o i cavalli di Gallia, purosangue ricercati a peso d'oro.
Mi aveva messo finimenti dorati, una sella ricamata, una gualdrappa di
porpora, un morso d'argento, briglie colorate e squillanti campanellini e ogni
tanto ci rivolgeva paroline dolci, e fra le altre cose mi confessava che
l'aver trovato in me un commensale e, nello stesso tempo, una cavalcatura, era
la cosa che gli faceva pi piacere.

XIX

Viaggiammo per terra e per mare e quando giungemmo a Corinto una gran
folla ci venne incontro, non tanto per far bella accoglienza a Tiaso, almeno
cos mi parve, quanto per la curiosit di vedere me. Fin l era giunta,
infatti, la mia fama e a tal punto che il mio padrone ci fece un gruzzolo mica
da poco.
Egli aveva capito che la gente moriva dalla voglia di vedere le mie
prodezze e allora pens bene di farmi lavorare a porte chiuse, facendo entrare
dietro pagamento uno per volta e rimediando, cos, alla fine della giornata,
una bella sommetta.
Un giorno capit fra gli altri una signora d'alto rango e molto ricca la
quale per vedermi pag come tutti gli altri, ma tanto fu lo spasso che prov
per i miei svariati scherzi che a furia di star l ad ammirarmi, a poco a poco
fu presa da un'inconcepibile attrazione per me e non trovando rimedio alcuno a
quella folle passione, novella Pasife ma di un asino, altro non cercava che i
miei amplessi, tanto che, alla fine, sbors una forte somma al mio custode per
poter passare una notte con me.
Costui senza minimamente preoccuparsi se la cosa garbava anche a me, ma
pensando solo al suo torna conto, acconsent.

XX

E cos, dopo cena, rientrando in camera mia dalla sala da pranzo del
padrone trovammo la signora che gi da un pezzo mi aspettava.
Ma santo cielo che atmosfera e che lusso! Quattro eunuchi, l per l, con
molti cuscini di morbide piume ci prepararono un giaciglio a terra, vi stesero
una coperta di porpora di Tiro, tutta trapunta d'oro, e sopra misero molti
altri piccoli cuscini, che le signore raffinate usano per appoggiarvi il collo
e le guance.
Ci fatto per non ritardare oltre con la loro presenza i sollazzi della
padrona, chiusero la porta della camera e se ne andarono.
Dentro splendevano le candele che illuminavano a giorno le tenebre della
notte.

XXI

Allora ella si mise tutta nuda, slacciandosi anche la fascia che le
stringeva le dolci mammelle, poi si avvicin alla luce, prese da un vasetto di
stagno una pomata profumata e se la spalm per tutto il corpo, strofinando
abbondantemente anche me, soprattutto intorno alle narici. Poi cominci a
coprirmi di baci, non di quelli che ci si scambia nei bordelli, dove le troie
te li dispensano a tanto l'uno e i clienti stan l a tirar sul prezzo, ma baci
veri, dati con tutta l'anima e tra parole dolcissime: Ti amo, Ti desidero,
Voglio te solo, Senza di te non posso pi vivere e tutte le altre frasi
che le donne sanno dire quando vogliono incantare gli uomini e esprimere il
loro amore.
Poi mi prese per la cavezza e senza alcuna difficolt mi fece stendere a
terra al modo che mi avevano insegnato.
A me non parve di dover far nulla di eccezionale o di difficile: dopo
tanto tempo di astinenza c'era solo da soddisfare una bella signora che mi
moriva dalla voglia.
Per di pi il vino che mi ero scolato, di quello buono, e quell'unguento
da capogiro, avevano messo un certo qual prurito anche a me.

XXII

Tuttavia ero preoccupato e non poco se pensavo in che modo avrei fatto
con quelle mie zampe grandi e grosse a montare una donna cos delicata, ad
abbracciare con i miei duri zoccoli quelle membra bianche, morbidette, fatte
di latte e di miele, baciare quelle sue labbruzze rosse e umide d'ambrosia, io
che avevo una bocca spropositata, enorme; armata di denti che sembravano
macigni e, infine, come avrebbe fatto quella donna, bench tutta in calore
fino alle punta delle unghie, ad accogliere in se un affare cos grosso come
il mio.
Povero me, dicevo, se ti sventro questa nobildonna sar gettato alle
belve e fornir una scena in pi allo spettacolo del mio padrone.
Intanto lei continuava a sussurrarmi dolci paroline, a coprirmi di baci,
a mangiarmi con gli occhi fra gagnolii di piacere:
Finalmente ti tengo, ti godo piccioncino, passerottino mio, e cos
dicendo mi dimostrava che erano del tutto infondate le mie preoccupazioni e
fuor di luogo ogni timore.
Infatti, tenendomi stretto stretto a s, lo prese tutto, ma proprio
tutto; anzi ogni volta che io mi tiravo un po' indietro con le natiche,
temendo di farle male, lei, di forza, tutta stizzita, mi si riattaccava e
aggrappandosi alla mia schiena, mi teneva in una stretta ancor pi intima,
tanto che addirittura mi venne il dubbio se, perbacco, non me ne mancasse un
po' per soddisfare del tutto la sua libidine, e capii quale piacere doveva
aver provato la madre del Minotauro col suo muggente amante.
Dopo una notte insonne e laboriosa, tutta spesa cos, la signora fugg
via evitando la compromettente luce dell'alba, non prima per di essersi
accordata per la notte successiva allo stesso prezzo.

XXIII

Del resto il mio istruttore non aveva nulla in contrario ad elargirle a
volont di questi piaceri non solo perch ne ricavava lauti guadagni ma anche
perch intendeva procurare al suo padrone uno spettacolo di nuovo genere.
Infatti egli corse subito a descrivergli tutta la scena dei nostri amori
e quello, ricompensato generosamente il suo liberto, dispose che io mi
producessi in pubblico; ma poich quella nobildonna non poteva prestarsi alla
bisogna in quanto ne sarebbe andata di mezzo la sua dignit, e non se ne
trovava nessun'altra disposta a una simile prestazione, nemmeno a pagarla a
peso d'oro, si ricorse a una povera disgraziata condannata alle belve su
sentenza del governatore, che avrebbe dovuto prodursi con me nell'anfiteatro
davanti a tutto il popolo.
Ma ecco quello che seppi di costei e della sua condanna:
Essa era maritata a un giovane il cui padre, partendo per lontani paesi,
aveva raccomandato alla moglie, madre appunto del suddetto ragazzo, e che egli
ora lasciava un'altra volta incinta, che se avesse dato alla luce una femmina
avrebbe dovuto subito ucciderla.
E proprio una femmina, infatti, nacque durante l'assenza del marito; ma
la moglie seguendo l'istinto proprio di ogni madre, disobbed a quell'ordine e
affid la piccola ad alcuni vicini perch l'allevassero.
Quando il marito torn ella gli raccont della femmina che era nata ma
anche che l'aveva uccisa.
Ma allorch la ragazza giunse nel fiore degli anni, nel tempo in cui la
giovinezza reclama uno sposo, la madre, naturalmente, non fu in grado,
all'insaputa del marito, di darle una dote adeguata alla sua nascita e cos,
non potendo far altro, confid al figlio il suo grande segreto; anche perch
temeva che questi, all'oscuro di tutto, giovane e ardente com'era, non
mettesse puta caso gli occhi addosso alla sorella anch'ella ignara di ogni
cosa.
Il giovane, che era di buonissimi sentimenti, assolse scrupolosamente il
suo dovere verso la madre e i suoi obblighi verso la sorella: custod sotto il
pi sacro silenzio il segreto della sua famiglia e, mostrando all'apparenza
d'essere spinto soltanto da un normalissimo sentimento di umanit, fece ci
che il vincolo del sangue gli imponeva, cio prese in casa, sotto la sua
tutela, la povera fanciulla rimasta sola e senza l'appoggio dei genitori, le
fece una ricca dote pigliando del suo e poi la diede in sposa a un carissimo e
intimo amico.

XXIV

Ma tutte queste belle e buone e sacrosante azioni fatte a puntino, non
sfuggirono alla malignit della Fortuna che istig la gelosia a entrare nella
casa del giovane e a funestarla.
E cos la moglie, la stessa che ora, appunto, per questi fatti, era
condannata alle belve, in un primo momento cominci a sospettare nella
fanciulla una rivale, addirittura che andasse a letto con suo marito, poi
prese a odiarla e, infine, a tenderle perfino spietate insidie per farla
morire. Ecco la trappola fatale che le tese: sottrasse al marito l'anello che
egli usava come sigillo e part per la campagna. Di qui sped un servo a lei
fedele, ma che non poteva assolutamente dirsi uomo di buona fede, perch
riferisse alla fanciulla che il giovane essendosi recato in campagna la
invitava presso di s, raccomandandole, per, che andasse da sola, senza
compagnia alcuna, il pi presto possibile. Inoltre, per allontanare nella
ragazza ogni titubanza, consegn al servo perch glielo mostrasse, l'anello
sottratto al marito a conferma dell'autenticit di quel messaggio.
Ella obbediente all'ordine del fratello (era la sola, infatti, a
conoscerlo per tale) e riconoscendo il sigillo che le veniva mostrato, senza
indugio e tutta sola s'avvi, come le era stato ordinato e cos cadde nella
trappola infame, nei lacci insidiosi e che le erano stati tesi.
Quella moglie esemplare, infatti, fuori di s ormai dalla rabbia e dalla
gelosia, prima la spogli, poi la frust a sangue nonostante che la poverina
gridasse la verit, cio che quello sdegno era fondato sul nulla, su un
adulterio che non esisteva e che quel giovane era suo fratello.
Ma fu come se dicesse soltanto menzogne, come se si inventasse tutto di
sana pianta, perch l'altra la uccise in modo atroce cacciandole un tizzone
ardente fra le cosce.

XXV

Sconvolti alla notizia di una morte cos atroce accorsero il fratello e
il marito e piansero a lungo l'infelice ragazza prima di darle sepoltura. Anzi
il fratello rimase tanto turbato per la morte cos terribile e ingiusta
toccata alla sorella che non riusc a darsi pace fino a restare come stravolto
dal dolore profondo e avvelenato da un furioso travaso di bile che gli procur
una febbre violentissima per cui si rese necessario ricorrere a una medicina.
Ma la moglie che gi da tempo aveva perduto ogni onore e lo stesso
diritto di chiamarsi con questo nome, si rivolse a un medico senza scrupoli,
famoso per le sue prodezze, per i molti risultati brillanti ottenuti con
l'opera delle sue mani, e gli promise cinquanta sesterzi se le avesse
procurato un veleno istantaneo per darle il modo di far fuori il marito.
Concluso l'affare fu fatto credere al malato che per calmare i visceri ed
eliminare la bile egli dovesse prendere quella bevanda che i medici chiamano
sacra, ma al suo posto, invece, gliene venne somministrata un'altra sacra, a
Proserpina Salutare.
E cos il medico in presenza dei servi, di alcuni parenti e amici, porse
al malato la bevanda preparata a puntino con le sue mani.

XXVI
Ma quella sfrontata, per sbarazzarsi del complice e nello stesso tempo
per risparmiare la somma pattuita, di fronte a tutti ferm la mano che porgeva
il veleno e: Aspetta, dottore illustrissimo, esclam, darai questa bevanda
al mio diletto sposo soltanto dopo che tu stesso ne avrai bevuto una buona
dose, altrimenti come faccio a sapere se dentro non vi sia del veleno? Tu sei
un uomo saggio e istruito e perci non devi prendertela se io, da moglie
scrupolosa e affettuosa, ci sto attenta alla salute di mio marito e ce la
metta tutta in fatto di precauzioni.
Il medico, colto alla sprovvista dall'audacia e dal cinismo della donna,
rimase come basito e non ebbe nemmeno il tempo di prendere una risoluzione
qualsiasi, dal momento che un segno di paura o un attimo di esitazione
avrebbero tradito la sua coscienza sporca, e cos bevve una buona dose di
quella roba; al che il giovane rassicurato, prese il bicchiere che gli veniva
offerto e bevve anche lui.
La cosa era fatta e il medico ora voleva tornarsene a casa pi in fretta
possibile per bloccare con un antidoto l'azione micidiale e repentina del
veleno, ma quella terribile donna persever nel suo piano con ostinata ferocia
e non gli permise di fare un passo prima che la medicina, diceva, non avesse
prodotto il suo effetto.
Soltanto dopo che quel poveretto la scongiur e la supplic con mille
preghiere fino a stancarla, si decise a lasciarlo andare.
Ma ormai l'inesorabile veleno s'era gi diffuso nelle sue viscere
devastandole in profondit con la sua forza micidiale, tanto che, a stento,
pi morto che vivo e gi immerso in un torpore mortale, egli pot giungere a
casa. Fece appena in tempo a raccontar l'accaduto alla moglie e a
raccomandarle di esigere il compenso pattuito per quella duplice morte che,
quel medico egregio, fulminato dal veleno, tir le cuoia.

XXVII

Neanche il giovane la tir per le lunghe e tra le false e bugiarde
lacrime della moglie, fece la stessa fine.
Dopo la sua sepoltura, trascorsi appena quei pochi giorni riservati alle
funzioni funebri, la moglie del medico venne a reclamare il compenso per
quella duplice morte. Ma l'altra non si sment e simulando la pi perfetta
buona fede l'accolse amabilmente, le fece una quantit di promesse e
l'assicur che avrebbe subito pagato il compenso pattuito purch lei le avesse
procurato un altro po' di quel veleno, dal momento che voleva finire un
lavoretto appena iniziato.
Per farla breve la moglie del medico acconsent senza tante difficolt e
cos anch'ella cadde nella trappola mortale; anzi, per ingraziarsi quella
donna cos generosa, corse a casa e torn di volata recandole addirittura un
vasetto pieno di veleno.
Quella criminale s'ebbe cos in abbondanza ci che le serviva per i suoi
delitti e ne dispens a profusione con le sue mani scellerate.

XXVIII

Dal marito, appena fatto fuori, aveva avuto una bimba, alla quale, per
legge, sarebbe spettata l'eredit paterna; ebbene questo non riusciva a
sopportarlo, volendo per s tutto il patrimonio e cos decise di eliminare
anche la figlia.
Sapeva che le madri anche se colpevoli di qualche crimine entravano in
possesso dei beni appartenuti ai figli defunti e cos quel che aveva fatto
come moglie fu pronta a ripeterlo come madre: alla prima occasione organizz
un pranzetto e ti fece secche, in un sol colpo la moglie del medico e la
figlioletta.
Sulla piccola, di fragile costituzione e dalle viscere tenere e delicate,
il veleno ag all'istante, sulla moglie del medico, invece, quell'orribile
bevanda pi lentamente comp la sua opera devastatrice, tanto che ella ebbe il
tempo di sospettare quel che le stava accadendo e di rendersene perfettamente
conto quando sent che le veniva meno il respiro: allora si precipit al
palazzo del governatore gridando che voleva giustizia, mettendo a rumore il
popolo, dichiarando che doveva rivelare mostruosi delitti, finch il
magistrato non decise di riceverla e di ascoltarla.
Aveva appena finito di riferire, dal principio alla fine e ad una ad una,
tutte le atrocit di quella orribile donna, che la poverina fu colta da
vertigine: le sue labbra, che volevano ancora parlare, si suggellarono,
digrign per un po' i denti, poi cadde esanime ai piedi del magistrato.
Uomo di molta esperienza costui, di fronte a cos lunga serie di delitti,
non volle differire con lungaggini procedurali la punizione di quella serpe
velenosa: mand a prelevare i servi della donna e, con la tortura, li
costrinse a rivelare tutta la verit
Per quanto ella meritasse di peggio, non riuscendo a trovare una pena
adeguata ai suoi crimini, egli sentenzi che fosse almeno esposta alle belve.

XXIX

Con una donna simile, dunque, io avrei dovuto accoppiarmi pubblicamente.
Immaginate con che angoscia, con quale turbamento aspettavo il giorno della
mia prestazione. Avrei voluto mille volte morire piuttosto che insozzarmi al
contatto con quella scellerata e subire la vergogna di una pubblica
rappresentazione.
Ma non avevo mani, non avevo dita, non potevo con il mio zoccolo rotondo
e monco stringere una spada.
Mi consolava per nella mia disperazione un filo di speranza: la
primavera, che timidamente tornava a rivestire ogni cosa di turgide gemme, a
ricoprire i prati di smaglianti colori, anche le rose sarebbero rifiorite dal
loro guscio spinoso e avrebbero sparso intorno il loro soave profumo, le rose
che mi avrebbero fatto tornare il Lucio di un tempo.
Venne prima per il giorno della festa ed io fui condotto in gran pompa
magna, fra un codazzo di popolo acclamante, fino alla cinta delle gradinate e
dato che la prima parte dello spettacolo era dedicata alle danze e ai giuochi,
mentre aspettavo davanti alla porta, mi misi a mordicchiare l'erbetta tenera
che spuntava qua e l, proprio l sull'ingresso e, di quando in quando,
attraverso la porta aperta, ammiravo il bellissimo colpo d'occhio di tutto
quello spettacolo.
Giovinetti e fanciulle nel fiore degli anni, tutti assai belli e
splendidamente vestiti, avanzando con grazia, s'accingevano a danzare la
pirrica alla maniera greca e, in file serrate, compivano eleganti evoluzioni,
ora formando cerchi, ora disponendosi per linee oblique o ad angolo a formare
un quadrato, ora dividendosi in due schiere. Ma quando uno squillo di tromba
pose fine a tutte quelle giravolte e a quei complicati esercizi, le tende
furono arrotolate, il sipario venne piegato e apparve la scena.

XXX

Si vedeva una montagna di legno, altissima, simile al famoso monte Ida
cantato da Omero, ricoperta di piante vere, tutte belle verdeggianti; dalla
cima, grazie all'abilit del macchinista, scaturiva una sorgente che versava
le sue acque gi per le pendici, come un fiume; alcune capre brucavano
l'erbetta e un giovane, che rappresentava Paride, il pastore frigio, le
guardava, stupendamente vestito con un mantello di foggia orientale, che gli
scendeva dalle spalle e una tiara d'oro sul capo.
Accanto a lui un fanciullo bellissimo e tutto nudo salvo che per la
piccola clamide che gli copriva la spalla sinistra; erano uno stupore i suoi
capelli biondi e da essi spuntavano due piccole ali d'oro, simmetriche,
perfette: era Mercurio e portava la verga e il caduceo.
A piccoli passi di danza egli avanz reggendo nella destra una mela d'oro
che porse al giovane raffigurante Paride, indicando con un cenno l'incarico
che gli aveva affidato Giove, poi con la stessa grazia si ritrasse e
scomparve.
Apparve allora una fanciulla dai nobili lineamenti, che faceva la parte
di Giunone; aveva, infatti, il capo coronato da un diadema scintillante e
recava lo scettro. Poi entr nella scena un'altra che non avresti potuto
confondere: era Minerva e aveva un elmo scintillante in capo e sull'elmo una
corona d'ulivo; imbracciava lo scudo e scuoteva la lancia simile in tutto alla
dea quando scende in battaglia.

XXXI

Dietro di lei venne una terza: per lo splendore della sua bellezza, pel
suo divino incarnato, rappresentava Venere, una Venere ancora fanciulla, che
mostrava il bel corpo ignudo e la perfetta armonia delle sue forme: un leggero
velo di seta appena adombrava il dolcissimo pube. Un vento birichino,
scherzando amabilmente con quel velo, or vi soffiava dentro sollevandolo, s
da mostrare il fiore di quella adolescenza, ora, lascivo, lo faceva aderire a
quel corpo perch meglio segnasse le voluttuose forme.
Due colori esaltavano la bellezza della dea: il candore del suo corpo, a
dire che veniva dal cielo, l'azzurro di quel velo, come colei ch'era uscita
dal mare.
Le tre fanciulle che raffiguravano le tre dee, avevano ciascuna il loro
seguito: accompagnavano Giunone Castore e Polluce che portavano in capo elmi a
forma di uovo, dai cimieri scintillanti di stelle, naturalmente, anch'essi
giovani attori.
La fanciulla che impersonava questa dea si avanz al suono modulato del
flauto ionico e con gesti misurati, senza affettazione, con una mimica
semplice, promise al pastore che se le avesse assegnato quel premio di
bellezza ella gli avrebbe dato il dominio di tutta l'Asia.
L'altra, di tutto punto armata, e che quindi faceva la parte di Minerva,
era scortata da due giovinetti, il Terrore e il Timore, i due scudieri della
dea guerriera, che brandivano spade sguainate. Li seguiva un flautista che
alla maniera dorica suonava un motivo di guerra e alternava suoni gravi a
squilli acuti come di tromba per dare slancio maggiore all'agile danza.
Ella scuotendo il capo con gesti strani e concitati fece intendere a
Paride che se avesse dato a lei la vittoria in quella gara di bellezza sarebbe
diventato, col suo aiuto, un guerriero famoso per i molti trofei.

XXXII

Ma ecco finalmente Venere: s'avanz circondata da uno sciame festoso di
bimbi, tra gli applausi scroscianti del pubblico, e con un dolce sorriso venne
a fermarsi proprio in mezzo alla scena.
Quei bimbetti paffuti, dalla pelle bianca come il latte, sembravano
proprio amorini volati allora allora dal cielo o dal mare: con quelle loro
alucce, infatti, con quelle piccole frecce e per tutto il resto
corrispondevano perfettamente all'immagine vera e alla loro signora aprivano
il cammino con fiaccole lucenti, come se ella dovesse recarsi a un banchetto
di nozze.
Ed ecco sulla scena, spargendo fiori a ghirlande, fiori sciolti in onore
di Venere, sciamare due leggiadre schiere di fanciulle, di quale Grazie
amabili, di l le bellissime Ore, serrare in una danza vaghissima la regina
del piacere e rallegrarla con i doni della primavera.
Allora i flauti dai molti fori cominciarono a suonare le dolci melodie
della Lidia e a quel suono, che rap l'animo degli spettatori, Venere cominci
ad accennare un passo di danza, prima esitante, lentissimo, poi, lievemente
oscillando sul busto e appena accennando col capo, ad accompagnare con gesti
voluttuosi quella musica dolce; le sue pupille ora si socchiudevano languide,
ora brillavano fiere ed era talvolta una danza di sguardi.
Quando ella giunse dinanzi al suo giudice non altro che con la danza
delle sue braccia parve promettere a Paride una sposa bellissima, del tutto
simile a lei, se egli l'avesse preferita alle altre dee.
E cos il giovane frigio, consegn volentieri, a lei, in segno di
vittoria, la mela d'oro che teneva nella mano.

XXXIII

E allora perch meravigliarvi, gente spregevole, anzi pecoroni del Foro o
meglio avvoltoi in toga se oggi giorno tutti i giudici contrattano le loro
sentenze a denaro sonante, quando fin dal principio del mondo la corruzione 
riuscita a falsare un giudizio cui erano interessati uomini e dei e un rozzo
pastore scelto come giudice dalla saggezza del sommo Giove, in cambio di un
piacere amoroso, vendette la prima sentenza della storia, causando anche la
rovina di tutta la sua stirpe?
Ma perdio la cosa si ripet; in quel giudizio per esempio pronunciato da
famosi guerrieri greci, quando Palamede sotto false accuse fu condannato per
tradimento, il pi dotto fra tutti, il pi saggio, o quell'altro ancora,
quando al grandissimo Aiace, incomparabile in guerra, fu preferito il mediocre
Ulisse?
E che sentenza fu quella pronunciata dagli Ateniesi, i legislatori per
eccellenza, i maestri d'ogni scienza? Con la frode e l'invidia una sporca
cricca accus un vecchio di straordinaria saggezza, che il dio di Delfi aveva
anteposto per senno a tutti i mortali, di corrompere la giovent, lui che
cercava, invece, di tenerla a freno e lo fece morire col succo di un'erba
velenosa, a incancellabile infamia per tutti i suoi concittadini. E oggi i pi
illustri filosofi ti seguono la sua dottrina come la pi vera, e nella
continua ricerca del bene giurano sul suo nome.
Ma lasciamo andare. Non vorrei che qualcuno trovando da ridire per questo
mio sfogo, pensasse: Ma guarda un po' che cosa ci tocca sopportare adesso: un
asino che filosofeggia. Perci  meglio ch'io torni al mio racconto, l dove
l'ho lasciato.

XXXIV

Dunque, terminato il giudizio di Paride, Giunone e Minerva, deluse
entrambe e indispettite, uscirono dalla scena, manifestando a gesti il loro
disappunto per l'umiliazione subita; Venere, invece, giuliva e sorridente
espresse nella danza la sua gioia, ch'ella esegu con tutto il suo corteggio.
A un tratto, dalla cima del monte, attraverso un tubo nascosto sprizz in
alto un getto di vino misto a zafferano che ricadendo qua e l come una
pioggia profumata, bagn le capre che pascolavano l intorno facendole pi
belle, tutte d'oro, da bianche che erano. E mentre il profumo soave si
spandeva per tutto il teatro, s'apr una voragine e il monte di legno
sprofond sotto terra.
Allora il popolo cominci a reclamare che fosse portata dal pubblico
carcere la donna che, come dissi, per i suoi molti crimini, era stata
condannata alle belve, ma che prima avrebbe dovuto accoppiarsi con me in un
amplesso fuori del comune; e mentre un soldato, traversando di corsa il
teatro, andava a prelevarla, gi veniva allestito il letto con molta cura, il
nostro letto nuziale, a intarsi lucenti di tartaruga orientale, tutto cuscini
di piume e coperto di un ricco drappo di seta.
Quanto a me, per, oltre alla vergogna di dovermi produrre in pubblico,
alla ripugnanza che mi suscitava quella scellerata e ignobile femmina, ero
angosciato dal timore che avrei fatto anch'io una brutta fine: E se,
putacaso, andavo almanaccando, proprio mentre noi siamo attaccati, a
qualcuno venisse il ghiribizzo di mandar dentro una belva per far fuori la
donna, mica quella sar tanto intelligente e cos bene ammaestrata o con tanto
poco appetito da sbranare la donna distesa al mio fianco e risparmiare me,
solo per il fatto che non ho subito condanne e sono innocente.

XXXV

Cos, a dire il vero, ero preoccupato non pi tanto per il pudore quanto
per la mia pelle.
E mentre il mio istruttore era tutto intento a prepararmi il letto e gli
altri servi o indaffarati nei preparativi della caccia, o gi mezzo
imbambolati a godersi quella stuzzicante messinscena, io ebbi tutto il tempo
di fare le mie riflessioni e poich a nessuno passava per il capo di dover
fare la guardia a un asino cos buonino, pian pianino, un passetto alla volta,
mi avvicinai alla porta pi vicina e, quando ci fui, via di corsa, fuori, a
rompicollo.
Sei miglia buone feci, tutte di volata, e giunsi a Cencrea, una delle pi
nobili colonie dei Corinzi, bagnata dal mar Egeo e dal Saronico, con un porto
che  un ottimo rifugio per le navi, sempre pieno di gente. Io per evitai la
folla, trovai un posticino appartato sulla spiaggia, una cunetta di morbida
sabbia, proprio vicino alla riva, dove l'onda si frange e, stanco com'ero, mi
distesi per riposare. Il carro del sole piegava ormai verso l'ultimo confine
del giorno ed io mi abbandonai alla placida quiete della sera e un dolce sonno
mi vinse.

LIBRO UNDICESIMO



I

Dovevano essere le prime ore della notte quando, per un'improvvisa
sensazione di paura, io mi svegliai.
La luna piena, scintillante in tutto il suo fulgore, sorgeva allora
allora dal mare. Io ero come immerso nel misterioso silenzio della notte
profonda e sentivo lo strano fascino dell'eccelsa dea che esercita il suo
potere sovrano su tutti gli esseri viventi e non soltanto su questi, animali
domestici o belve feroci che siano, ma anche sulle cose inanimate, che sentono
l'influsso della sua potenza e della sua luce, sui corpi celesti o su quelli
della terra e del mare, che crescono quando essa cresce, che si ritraggono
quando essa cala.
Sentivo che il destino, soddisfatto ormai delle mie tante e cos grandi
sventure, mi offriva, bench tardi, una speranza di salvezza e perci decisi
di pregare l'augusta immagine della dea che m'era davanti.
Senza pi indugiare mi riscossi dal torpore del sonno, balzai in piedi
tutto lieto e arzillo e mi tuffai in mare per purificarmi. Sette volte immersi
il capo nell'acqua, in quanto questo numero, secondo il divino Pitagora, pi
d'ogni altro fa parte del rituale nelle cerimonie religiose, e col volto
rigato di lacrime, cos pregai l'onnipotente  divinit.

II

O regina del cielo, o sia pure tu l'alma Cerere, l'antichissima madre
delle messi, che per la gioia d'aver ritrovata la figlia, offristi all'uomo un
cibo pi dolce che non quello bestiale delle ghiande, e fai pi bella con la
tua presenza la terra di Eleusi; o anche la celeste Venere che all'inizio del
mondo desti la vita ad Amore e accoppiasti sessi diversi propagando la specie
umana con una discendenza ininterrotta, onorata ora in Pafo, circondata dal
mare; o la sorella di Febo, che alleviando con dolci rimedi il dolore del
parto, hai dato la vita a tante generazioni ed ora sei venerata nei santuari
di Efeso; o che tu sia Proserpina, la dea che atterrisce con i suoi ululati
notturni, che nel tuo triplice aspetto plachi le inquiete ombre dei morti e
chiudi le porte dell'oltretomba e vaghi per i boschi sacri, venerata con riti
diversi, tu che con la tua virginea luce illumini tutte le citt, che nutri
con i tuoi umidi raggi le sementi feconde, e nei tuoi giri solitari spandi il
tuo incerto chiarore, sotto qualsiasi nome, con qualsiasi rito, sotto
qualsiasi aspetto sia lecito invocarti, soccorrimi in queste mie terribili
sventure, sostienimi nella mia sorte infelice, concedimi un po' di pace, una
tregua dopo tanti terribili eventi, che cessino gli affanni, che cessino i
pericoli. Liberami da quest'orrendo aspetto di quadrupede, rendimi agli occhi
dei miei cari, fammi tornare il Lucio che ero.
E se poi qualche divinit che ho offesa mi perseguita con una crudelt
cos accanita, mi sia almeno concesso di morire se non mi  lecito vivere.

III

Cos pregai versando lacrime e lamenti da far piet, finch nuovamente il
sonno non vinse il mio animo spossato ed io non ricaddi l dove m'ero steso
poc'anzi.
Ma avevo appena chiusi gli occhi, quand'ecco che sulla superficie del
mare apparve una divina immagine, un volto degno d'esser venerato dagli stessi
dei. Poi la luminosa parvenza sorse a poco a poco con tutto il corpo fuori
dalle acque e a me parve di vederla, ferma, dinanzi a me.
Mi prover a descrivervi il suo aspetto mirabile se la povert della
lingua umana mi dar la possibilit di farlo o se quella stessa divinit mi
conceder il dono di un'efficace e facile eloquenza.
Anzitutto i capelli, folti e lunghi, appena ondulati, che mollemente le
cascavano sul collo divino. Una corona di fiori variopinti le cingeva in alto
la testa e proprio in mezzo alla fronte un disco piatto, a guisa di specchio
ma che rappresentava la luna, mandava candidi barbagli di luce. Ai lati, a
destra e a sinistra, lo stringevano le spire irte e guizzanti di serpenti e,
in alto, era sormontato da spighe di grano.
Indossava una tunica di bisso leggero, dal colore cangiante, che andava
dal bianco splendente al giallo del fiore di croco, al rosso acceso delle
rose, ma quello che soprattutto confondeva il mio sguardo era la sopravveste,
nerissima, dai cupi riflessi, che girandole intorno alla vita le risaliva su
per il fianco destro fino alla spalla sinistra e, di qui, stretta da un nodo,
le ricadeva sul davanti in un ampio drappeggio ondeggiante, agli orli
graziosamente guarnito di frange.

IV

Quei lembi e tutto il tessuto erano disseminati di stelle scintillanti e
in mezzo ad esse una luna piena diffondeva la sua vivida luce: lungo tutta la
balza di questo magnifico manto, per quanto esso era ampio, correva
un'ininterrotta ghirlanda di fiori e di frutti d'ogni specie.
Gli attributi della dea erano poi i pi diversi: nella destra recava,
infatti, un sistro di bronzo la cui la mina sottile, piegata come una cintola,
era attraversata da alcune verghette che al triplice moto del braccio
producevano un suono argentino. Dalla mano sinistra invece, pendeva un vasello
d'oro a forma di barca dai manico ornato da un'aspide con la testa ritta e il
collo rigonfio. Ai suoi piedi divini calzava sandali intessuti con foglie di
palma, il simbolo della vittoria.
Tale e cos maestosa, spirante i profumi felici d'Arabia, si degn di
parlarmi la dea.

V

Eccomi o Lucio, mossa alle tue preghiere, io la madre della natura, la
signora di tutti gli elementi, l'origine e il principio di tutte le et, la
pi grande di tutte le divinit, la regina dei morti, l prima dei celesti,
colei che in s riassume l'immagine di tutti gli dei e di tutte le dee, che
col suo cenno governa le altezze luminose del cielo, i salubri venti del mare,
i desolati silenzi dell'oltretomba, la cui potenza, unica, tutto il mondo
onora sotto varie forme, con diversi riti e differenti nomi.
Per questo i Frigi, i primi abitatori della terra, mi chiamano
Pessinunzia, Madre degli dei, gli Autoctoni Attici Minerva Cecropia, i
Ciprioti circondati dal mare Venere Pafia, i Cretesi arcieri famosi Diana
Dittinna, i Siculi trilingui Proserpina Stigia, gli antichi abitatori di
Eleusi Gerere Attica, altri Giunone, altri Bellona, altri Ecate, altri ancora
Ramnusia, ma i due popoli degli Etiopi, che il dio sole illumina coi suoi
raggi quando sorge e quando tramonta e gli Egizi, cos grandi per la loro
antica sapienza, venerandomi con quelle cerimonie che a me si addicono, mi
chiamano con il mio vero nome, Iside regina.
Eccomi, sono qui, pietosa delle tue sventure, eccomi a te, soccorrevole
e benigna.
Cessa di piangere e di lamentarti, scaccia il dolore, grazie ai miei
favori ormai gi brilla per te il giorno della salvezza.
Sta' ben attento, invece, agli ordini che ti do: il giorno che sta per
nascere da questa notte, come vuole un'antica tradizione,  consacrato a me.
In questo giorno cessano le tempeste dell'universo, si placano i procellosi
flutti del mare, i miei sacerdoti, ora che la navigazione  propizia, mi
dedicano una nave nuova e mi offrono le primizie del carico.
Dunque, con animo puro e sgombro da timore, tu devi attendere questo
giorno a me sacro.

VI

Infatti ci sar un sacerdote. in testa alla processione, che per mio
volere porter intrecciata al sistro una corona di rose. Senza esitare tu
fatti largo tra la folla e segui la processione, confidando in me, poi
avvicinati a lui come per baciargli devotamente la mano e afferrargli le rose.
Vedrai che in un attimo ti cadr questa brutta pelle d'animale che anch'io gi
da tempo detesto.
Non aver paura, ci che ti dico di fare non  difficile, perch in
questo stesso istante in cui ti sono davanti, sono presente anche altrove e al
mio sacerdote sto dicendo in sogno le cose che deve fare.
Per mio comando la folla assiepata ti far largo e a nessuno, in questa
lieta ricorrenza e nell'allegria della festa, ripugner quest'orribile aspetto
che hai o giudicher male la tua metamorfosi interpretandola addirittura come
un fatto sinistro.
Ma ricordalo e tienlo bene a mente una volta per tutte, che la tua vita,
fino all'ultimo giorno,  ormai consacrata a me.
Del resto mi pare sia giusto che tu dedichi la tua esistenza a colei che
per sua grazia ti ha fatto tornare uomo fra gli uomini. E tu vivrai felice,
vivrai glorioso sotto la mia protezione, e quando il tempo della tua vita sar
compiuto e scenderai agli Inferi, anche allora, in quel mondo sotterraneo, nei
campi Elisi, dove tu abiterai, vedrai me, come in questo momento, risplendere
fra le tenebre dell'Acheronte, regina delle dimore Stigie e continuerai ad
adorare il mio nume benigno.
Che se poi con l'assidua devozione, lo zelo religioso, la castit
rigorosa tu avrai ben meritato della mia protezione, sappi che a me  anche
possibile prolungarti la vita di l del tempo stabilito dal tuo destino.

VII

Posto fine all'augusta profezia l'invitta divinit scomparve.
Quanto a me mi ritrovai all'inpiedi che il sonno era a un tratto
scomparso, pieno di spavento e di gioia insieme tutto madido di sudore e,
ancora stupefatto per l'apparizione cos netta di quella potente dea, corsi a
bagnarmi nell'acqua del mare deciso a obbedire ai suoi precisi ordini e
ripetendo a mente, una dopo l'altra, le sue istruzioni.
Appena la cupa oscurit della notte si dilegu e il sole dorato apparve,
la gente cominci a riempire le strade per la processione religiosa, quasi
come per un trionfo e a me sembrava che non soltanto io fossi contento ma che
ogni cosa all'intorno spirasse gioia e alle grezza, che gli animali, la citt,
l'aria stessa nel suo aspetto sereno, partecipassero di quella letizia.
Alla fredda umidit della notte era succeduto, infatti un giorno sereno,
pieno di sole, tanto che gli uccelli, rallegrati dal tepore primaverile,
s'eran messi dolcemente a cantare festeggiando anch'essi piacevolmente la
madre degli astri, la signora delle stagioni, la regina di tutto l'universo.
Anche gli alberi, sia quelli fecondi di frutti che quelli sterili
contenti soltanto di fare ombra, si aprivano alla brezza di Austro, rifulgenti
dei teneri germogli delle foglie, sussurranti dolcemente al lieve dondolio dei
loro rami s'era quietato il gran tumulto delle tempeste s'era placato il
torbido ribollire dei flutti e il mare rompeva calmo sul lido.
Il cielo, sgombro di nuvole e di nebbie, brillava nel puro e sereno
splendore della sua luce.

VIII

Ed ecco che lentamente cominci a sfilare la solenne processione. La
aprivano alcuni riccamente travestiti secondo il voto fatto: c'era uno vestito
da soldato con tanto di cinturone un altro da cacciatore in mantellina,
sandali e spiedi, un terzo, mollemente ancheggiando, tutto in ghingheri,
faceva la donna: stivaletti dorati, vestito di seta, parrucca. C'era chi,
armato di tutto punto, schinieri, scudo, elmo, spada, sembrava uscito allora
allora da una scuola di gladiatori; e non mancava chi s'era vestito da
magistrato, con i fasci e la porpora e chi con mantello, bastone, sandali,
scodella di legno e una barba da caprone, faceva il filosofo, due, poi,
portavano delle canne di varia lunghezza, con vischio e ami, a raffigurare
rispettivamente il cacciatore e il pescatore; vidi perfino un'orsa
addomesticata vestita da matrona e portata in lettiga e una scimmia con un
berretto di stoffa e un vestito giallo all'uso frigio che aveva in mano una
coppa d'oro a ricordare il pastore Ganimede; poi un asino, con un paio d'ali
posticce, che seguiva un vecchio tutto traballante, erano proprio buffi quei
due: Pegaso e Bellerofonte.

IX

Mentre queste divertenti maschere popolari giravan qua e l, la vera e
propria processione in onore della dea protettrice cominci a muoversi.
Donne bellissime nelle loro bianche vesti, festosamente agghindate,
adorne di ghirlande primaverili spargevano lungo la strada per la quale
passava il corteo i piccoli fiori che recavano in grembo, altre avevano dietro
le spalle specchi lucenti per mostrare alla dea che avanzava tutto quel
consenso di popolo, altre ancora avevano pettini d'avorio e muovendo ad arte
le braccia e le mani fingevano di pettinare e acconciare la chioma regale
della dea, altre, infine, versavano, a goccia a goccia, lungo la strada,
balsami deliziosi e vari profumi.
Seguivano uomini e donne in gran numero che con lucerne, fiaccole, ceri e
ogni altra cosa che potesse far luce, invocavano il favore della madre dei
cieli.
Seguiva una soave musica di zampogne e di flauti dalle dolcissime
modulazioni e, dietro, una lieta schiera di baldi giovani, tutti vestiti di
bianco, che cantavano in coro un bellissimo inno scritto e musicato col favore
delle Muse da un valente poeta e che era un preludio ai solenni sacrifici;
venivano poi i flautisti votati al gran Serapide, che sul loro flauto ricurvo
che arrivava fino all'orecchio destro, ripetevano il motivo che si suona nel
tempio di questo dio e, infine, molti che gridavano di lasciar libera la
strada per il sacro corteo.

X

Finalmente sfilarono le schiere degli iniziati ai sacri misteri, uomini e
donne di ogni condizione e di tutte le et, sfolgoranti nelle loro vesti
immacolate di candido lino, le donne coi capelli profumati e coperti da un
velo trasparente, gli uomini con il cranio lustro, completamente rasato, a
indicare che erano gli astri terreni di quella grande religione; inoltre dai
sistri di bronzo, d'argento e perfino d'oro, traevano un acuto tintinnio.
Seguivano poi i ministri del culto, i sommi sacerdoti, nelle loro
bianche, attillate tuniche di lino, strette alla vita e lunghe fino ai piedi,
recanti gli augusti simboli della onnipotente divinit. Il primo di loro
reggeva una lucerna che faceva una luce chiarissima, per non di quelle che
usiamo noi, la sera, sulle nostre mense, ma a forma di barca, e tutta d'oro,
dal cui largo foro si sprigionava una fiamma ben pi grande.
Il secondo era vestito allo stesso modo ma reggeva con tutte e due le
mani degli altarini, i cosiddetti soccorsi, a indicare la provvidenza
soccorritrice della grande dea; il terzo portava un ramo di palma finemente
lavorato in oro e il caduceo di Mercurio, il quarto mostrava il simbolo della
giustizia: una mano sinistra aperta. Questa, infatti, lenta per natura, priva
di particolari attitudini e di agilit, pareva pi adatta della destra a
raffigurare l'equit. Costui, inoltre, portava anche un vaso d'oro, rotondo
come una mammella, dal quale libava latte, un quinto recava un setaccio d'oro
colmo di rametti anch'essi d'oro e un altro un'anfora.

XI

Subito dopo apparvero le immagini degli dei che procedevano sorrette da
piedi umani.
Ed ecco lo spaventoso Anubi, messaggero fra gli dei del cielo e quelli
degli Inferi, dalla figura ora nera ora d'oro, dalla testa aguzza di cane;
nella sinistra reggeva il caduceo, nella destra una foglia di palma; subito
dietro veniva una vacca in posizione eretta a simboleggiare la fecondit della
dea, madre di tutte le cose, portata a spalla da uno dei sacerdoti che
procedeva con passo solenne.
Un altro portava una gran cesta che custodiva gelosamente i misteriosi
corredi di quella splendida religione, un altro ancora recava nel suo grembo
fortunato l'immagine veneranda della grande dea non sotto forma di animale
domestico, n di uccello, n di belva n di uomo, ma egualmente ammirabile per
la novit e l'ingegnosit dell'idea, simbolo ineffabile di una religione
sublime, che vuol essere circondata dal pi grande segreto: era una piccola
urna, tutta d'oro lucente, artisticamente lavorata, dalla base rotonda e
all'esterno istoriata con meravigliose figure egizie. Il suo orifizio non era
posto molto in alto ma sporgeva lateralmente in un lungo tubo a forma di
becco; dalla parte opposta si dipartiva un manico dall'ampia curva sul quale
s'attorcigliava un'aspide dal collo striato e rigonfio, irto di squame.

XII

Ma ecco avvicinarsi il destino propizio, il momento fatale della grazia
promessami dal nume benefattore, ecco venire avanti il sacerdote che recava la
mia salvezza, come me l'aveva descritto la divina promessa, con il sistro
della dea nella mano destra e la corona di rose per me, una corona, perdio, in
virt della quale e grazie al soccorso provvidenziale della grandissima dea,
dopo tante tribolazioni e tanti pericoli, io trionfavo di quella sorte che
cos accanitamente m'aveva fatto guerra.
Tuttavia, pur nella mia subitanea emozione, non  che fui tanto
sconsiderato da mettermi a correre, temendo, ovviamente, che l'improvvisa
irruzione di un quadrupede, turbasse l'ordinato svolgimento della cerimonia,
ma, lentamente, a passo d'uomo, con prudenza, e camminando di sbieco, mi
insinuai tra la folla che, certamente per divina ispirazione mi fece ala.

XIII

Intanto il sacerdote, messo sull'avviso dal sogno notturno, come potetti
da me constatare, e a sua volta colmo di meraviglia per l'esatta
corrispondenza tra ci che stava accadendo e gli avvertimenti divini, subito
si ferm e allungando il braccio, egli stesso mi porse la corona proprio
davanti alla bocca.
Allora tutto trepidante, col cuore che mi batteva forte, smanioso che la
promessa s'adempisse, afferrai avidamente quella corona di bellissime rose
intrecciate ch'era uno splendore e la divorai.
E la celeste promessa non mi deluse. L per l persi il mio brutto e
animalesco aspetto, dapprima cadde l'ispido pelo, poi la grossa pelle si
assottigli, il largo ventre si restrinse, dalle piante dei piedi, attraverso
lo zoccolo, spuntarono nuovamente le dita, le braccia non furono pi zampe ma,
rialzatesi, ripresero le loro funzioni, la testa ritorn eretta, il viso e il
capo si arrotondarono, le orecchie da enormi che erano tornarono piccole come
prima, i denti, grossi come ciottoli, ripresero dimensioni umane, infine la
coda, quella coda che pi d'ogni altra cosa era stata la mia ossessione,
scomparve.
La folla rimase incantata dalla meraviglia i pi devoti si prostrarono in
adorazione davanti alla potenza cos evidente della grande dea, alla
grandiosit di quella metamorfosi e anche alla naturalezza con cui s'era
compiuta, cos simile a un sogno notturno, e a voce alta e in coro, levando al
cielo le braccia, testimoniarono lo straordinario miracolo della dea.

XIV

Io, invece, rimasi in silenzio, come impietrito per lo stupore, non
riuscendo l'animo mio a contenere una gioia cos improvvisa e cos grande.
E che cosa dovevo dire per prima? Come cominciare a usare di nuovo la mia
voce ritornata umana? Con quali parole ringraziare una dea cos grande? Ma il
sacerdote che per volere divino conosceva fin dal principio tutte le mie
disgrazie, per quanto anch'egli fosse profondamente emozionato per quello
straordinario miracolo, chiese che prima di tutto mi fosse data una veste di
lino che mi coprisse: cadutami quella maledetta pelle d'asino, infatti, io me
ne ero rimasto con le cosce strette e le mani incrociate sulle mie vergogne
facendo del mio meglio per coprirmi con quello schermo naturale, ovviamente
come pu farlo un uomo nudo. Allora dalla folla dei devoti uno si tolse la
sopravveste e, alla svelta, me la gett addosso.
Dopo di che il sacerdote, fissandomi con lieto volto, anzi con
un'espressione addirittura estasiata, cos mi parl:

XV

O Lucio, dopo tante e cos varie tribolazioni, dopo tutte le prove
terribili della Fortuna, sospinto dalle pi tremende calamit, sei finalmente
giunto al porto della Quiete e all'altare della Misericordia.
La nobilt dei natali, i tuoi meriti personali, la cultura che hai non
ti hanno giovato a nulla; ma giovane com'eri e intemperante, ti sei lasciato
andare su una strada sdrucciolevole dietro passioni non degne e con la tua
maledetta curiosit hai ottenuto proprio un bel risultato.
Comunque la Fortuna che  cieca, mentre ti tormentava con i mali
peggiori, non si accorgeva, nella sua malignit, che ti stava conducendo alla
beatitudine di questa religione.
Se ne vada ora a infuriare altrove, cerchi altrove qualcuno su cui
sfogare la sua crudelt, dal momento che nulla di male pu pi accadere a
coloro che hanno consacrato la vita al servizio della maest della nostra dea.
Briganti, bestie feroci, schiavit, tutta la fatica di andar su e gi
per strade impraticabili, ogni giorno la paura della morte, che cosa hanno
giovato all'empia sorte?
Ora s che tu sei sotto la protezione della Fortuna, ma di quella che
tutto vede, di quella che con lo splendore della sua luce illumina anche gli
altri dei.
Sia lieto, dunque, il tuo volto, come si conviene, ora che indossi
questa candida veste e con passo trionfante accompagna la processione della
dea salvatrice.
Che gli increduli vedano, vedano e riconoscano il loro errore: eccolo,
libero da tutti gli antichi affanni, felice della protezione della grande
Iside, Lucio trionfa sul suo destino.
Ma perch tu sia pi sicuro e pi protetto iscriviti a questa santa
milizia cui anche poco fa sei stato chiamato a votarti e d'ora innanzi
dedicati al culto della nostra religione e assoggettati volontariamente al
giogo del suo ministero.
Infatti quando incomincerai a servire la dea allora veramente sentirai
il frutto della tua liberazione.

XVI

Questo disse in tono ispirato l'egregio sacerdote e tirando un profondo
sospiro si tacque.
Io allora mi confusi tra la folla dei fedeli e mi misi a seguire il
corteo notato e segnato a dito da tutti.
Eccolo quello che l'augusta maest dell'onnipotente dea ha fatto
ritornare uomo, mormorava la gente non parlando che di me. Fortunato lui,
beato davvero che per la purezza e l'onest della sua vita precedente s'
meritato un simile aiuto celeste da venir subito destinato ai sacri misteri
come se fosse rinato una seconda volta.
Intanto fra questi discorsi e le festose ovazioni, procedendo lentamente,
giungemmo alla riva del mare, proprio l dove il giorno prima, ancora asino,
io m'ero riposato.
Qui, allineate secondo il rito le immagini sacre, il sommo sacerdote
s'avvicin con una fiaccola accesa, un uovo e dello zolfo a una nave costruita
a regola d'arte e ornata tutt'intorno di stupende pitture egizie e,
pronunziando con le sue caste labbra solenni preghiere, con fervido zelo la
purific e la consacr offrendola alla dea.
La candida vela di questa nave fortunata recava a lettere d'oro il voto
augurale di una felice navigazione per i traffici che si riaprivano.
A un tratto fu issato l'albero, un pino rotondo, alto e lucido con su in
cima un bellissimo calcese; la poppa ricurva, a collo d'oca, scintillava
rivestita com'era di lamine d'oro e la carena di puro legno di cedro splendeva
anch'essa.
Allora sia gli iniziati che i profani, tutti indistintamente, fecero
quasi a gara a recare canestri colmi d'aromi e d'altre offerte e libarono sui
flutti con un intruglio a base di latte, finch la nave, colma di doni e
d'altre offerte votive, libera dagli ormeggi, non prese il largo sospinta da
un vento blando e propizio.
Quando essa fu tanto lontana che appena la si poteva scorgere i portatori
ripresero di nuovo i sacri arredi che avevano deposto e, tutti soddisfatti,
ritornarono al tempio in processione nello stesso bell'ordine di prima.

XVII

Quando giungemmo al tempio il sommo sacerdote, i portatori delle divine
immagini e quelli che erano stati iniziati gi da tempo ai venerandi misteri,
entrarono nel sacrario e deposero, secondo il rito, quelle statue che
sembravano vive.
Allora uno di loro che tutti chiamavano il grammateo, dalla soglia
convoc in adunanza la schiera dei pastofori, - cos erano chiamati quelli del
sacro collegio e salito su un alto scranno cominci a leggere da un libro
alcune frasi augurali all'indirizzo dell'imperatore, del senato, dei
cavalieri, di tutto il popolo romano, dei marinai delle navi e di tutto quanto
al mondo rientra sotto il nostro imperio; poi, in lingua e rito greco proclam
l'apertura della navigazione e l'ovazione che segu della folla conferm che
quest'annunzio era inteso come un buon auspicio per tutti.
Quindi la folla esultante, portando rami fioriti, verbene e ghirlande, si
rec a baciare i piedi della dea, tutta in argento, che troneggiava su una
gradinata poi fece ritorno a casa.
Nel mio stato d'animo, invece, io non riuscii a fare un passo e tutto
assorto davanti alla statua della dea riandavo con la mente alle mie trascorse
avventure.

XVIII

Intanto la Fama, che ha ali veloci, non aveva mica rallentato il suo
volo, anzi era subito corsa nella mia patria a raccontare in lungo e in largo
la grazia straordinaria ricevuta dalla dea misericordiosa e tutta la mia
avventura. E subito i miei familiari, i miei servi, quanti erano a me legati
da vincoli di sangue, deposto il lutto che avevano preso alla falsa notizia
della mia morte, rallegrati da quell'improvvisa gioia, e carichi dei pi
impensabili doni, corsero a vedere chi dagli Inferi era tornato alla luce.
Anch'io ne fui lieto, dopo che avevo disperato di rivedersi e accettai
riconoscente quei doni gentili che i miei familiari s'eran premurati di
offrirmi perch potessi largamente provvedere alle spese del culto e al mio
sostentamento.

XIX

Dopo essermi trattenuto a parlare con tutti e aver brevemente narrato la
storia delle passate disgrazie e la mia gioia presente, tornai di nuovo alla
mia dea e preso in fitto un alloggio dentro il recinto del tempio mi si
stabilii temporaneamente, ammesso per ora non ufficialmente al servizio della
dea ma compagno indivisibile dei sacerdoti e dediti ormai completamente al
culto della potente divinit.
Non c'era notte, non c'era momento nei miei sonni che la dea non mi
apparisse o non mi consigliasse, anzi che non mi invitasse continuamente ad
iniziarmi ai suoi misteri ai quali gi da tempo ero stato destinato
Ma io, bench ne sentissi una gran voglia, avevo un qualche scrupolo dal
momento che m'ero reso conto di quanto severa fosse quella regola religiosa e
come difficile osservare la castit e mantenersi guardinghi nella vita esposta
a tutti i venti, e circospetti.
Questo pensavo fra me e per quanto fossi io stesso impaziente, non so
come, differivo.

XX

Una notte m'apparve in sogno il sommo sacerdote: aveva il grembo pieno di
doni e me li offriva. Io gli chiedevo che cosa fosse quella roba e lui mi
rispondeva che veniva per me dalla Tessaglia e che c'era anche un mio servo di
nome Candido.
Quando mi svegliai ripensai lungamente a questo sogno e a quel che
volesse dire anche perch ero sicuro di non aver mai avuto un servo con quel
nome.
Finii per concludere che qualunque cosa volesse presagire il mio sogno,
quelle offerte, comunque, stessero a significare un sicuro guadagno.
Attesi perci con l'animo in ansia e tutto speranzoso del lieto evento
l'apertura mattutina del tempio.
Finalmente si aprirono le bianche cortine e noi ci prostrammo dinanzi
alla venerabile immagine della dea mentre il sacerdote si aggirava tra gli
altari gi apparecchiati attendendo con solenni preghiere alle sacre funzioni
e libando con acqua attinta a una fonte del santuario.
Dopo queste cerimonie rituali si levarono i canti dei fedeli a salutare
la luce nascente e ad annunziare il mattino.
Ma ecco che, proprio in quel momento, giunsero da Ipata i servi che vi
avevo lasciati quando Fotide con la sua sbadataggine mi aveva messo la
cavezza. Avevano saputo naturalmente delle mie peripezie e ora mi riportavano
il cavallo che ne aveva passate di belle anche lui e che essi erano riusciti a
ritrovare grazie al marchio che aveva sulla schiena.
Immaginatevi allora la mia meraviglia per l'esattezza del sogno: non
solo, infatti, io realizzavo un guadagno, secondo la promessa ma con quel
servo di nome Candido non si era voluto alludere che al mio cavallo, appunto
di candido pelo, che mi sarebbe stato restituito.

XXI

Dopo questo episodio io mi diedi ad assolvere con zelo ancora maggiore il
mio ministero anche perch i benefici presenti garantivano le mie speranze per
il futuro.
Quindi di giorno in giorno in me cresceva il desiderio di apprendere i
sacri misteri e spesso andavo a trovare il sommo sacerdote implorandolo in
tutti i modi che mi iniziasse agli arcani della Sacra Notte.
Ma quell'uomo, cauto davvero, e noto per la scrupolosa osservanza dei
doveri religiosi, con dolcezza e umanit, proprio come fanno i genitori quando
vogliono frenare i desideri prematuri dei figli, calmava la mia impazienza e
cercava di quietare l'ansia dell'animo mio con il conforto di migliori
speranze.
Mi diceva, infatti, che il giorno in cui uno doveva essere iniziato, lo
avrebbe stabilito con un suo cenno la dea stessa la quale avrebbe indicato
anche il sacerdote che doveva compiere il rito e fissate le spese necessarie
per la cerimonia.
Mi raccomandava di sopportare tutte queste prove con grande pazienza e
soprattutto di guardarmi sia dalla precipitazione che dall'indolenza; due
colpe da evitare entrambe, cio star l a indugiare quando  venuto il
momento, come voler a tutti i costi aver fretta quando l'ora non  ancora
giunta.
Nessuno, del resto, fra i sacerdoti, continuava, sarebbe stato cos
pazzo, addirittura cos votato alla morte, da osare una consacrazione
arbitraria e sacrilega, cio senza l'ordine della dea, e quindi da cadere in
peccato mortale, perch le porte dell'inferno come quelle della salvezza,
diceva, sono entrambe nelle mani della dea e la stessa iniziazione non  che
una morte volontaria e, insieme, una salvezza ottenuta per grazia divina.
Ecco perch la dea, continuava, soleva chiamare di solito quelli che
avevano gi un poi di annetti sulle spalle, anzi che fossero l l per
andarsene, perch ad essi, senza rischio alcuno, poteva affidare i grandi
misteri e per sua grazia farli, in certo modo, rinascere e avviarli sulla via
di una nuova vita.
Concludeva, pertanto, che io dovessi uniformarmi al volere celeste
sebbene il chiaro ed evidente favore della grande dea provasse che gi da
tempo io fossi stato prescelto e destinato al suo santo servizio, e infine,
che dovevo astenermi, fin d'ora, come facevano gli altri aspiranti, da cibi
impuri e proibiti per poter pi degnamente accedere agli arcani misteri di
questa religione purissima.

XXII

Questo mi diceva il sacerdote ed io non venni meno al mio dovere
mostrandomi impaziente, anzi mi sforzavo di essere calmo e sereno e mantenevo
una lodevole discrezione, mentre ogni giorno attendevo con zelo alle pratiche
del sacro rito.
E la benevolenza della potente dea non mi deluse n volle troppo provarmi
con una lunga attesa.
In una notte oscura, ma per segni assai chiari ella mi avvert che
finalmente era venuto il giorno da me sempre agognato, in cui avrebbe
soddisfatto i miei voti mi precis anche la spesa che avrei dovuto affrontare
per la cerimonia e stabil che a officiare il rito fosse lo stesso Mitra, il
suo sommo sacerdote, che, cos mi disse, era a me unito da una qual certa
congiunzione astrale.
Con l'animo pieno di gioia per questi ed altri benevoli avvertimenti
dell'altissima dea, senza aspettare che facesse giorno del tutto, balzai dal
letto e corsi alla cella del sacerdote.
Lo incontrai che stava appena uscendo dalla sua camera e gli diedi il
saluto deciso di chiedergli con maggiore insistenza del solito la mia
consacrazione come cosa dovutami ormai. Ma quando mi vide: Beato te, Lucio,
esclam prevenendomi, fortunato te. L'augusta dea, nella sua benevola volont
si  degnata di favorirti. Ma che fai, ora? soggiunse, perch te ne stai l
fermo? Ora sei tu che indugi?  venuto il giorno che con tutti i tuoi voti hai
tanto desiderato, il giorno in cui per il divino volere della dea dai molti
nomi tu sarai iniziato da queste mie stesse mani ai suoi sacrosanti misteri.
E affettuosamente postami la mano sulla spalla, il vecchio mi condusse
subito all'entrata del grande tempio dove, celebrato solennemente il rito
dell'apertura e le solenni funzioni del mattino, trasse da una celletta certi
libri scritti in caratteri misteriosi: figure d'animali d'ogni specie, alcuni,
parole abbreviate che racchiudevano un discorso complesso; altri tutti
svolazzi e circoletti come ruote o a riccioli e nodi come viticci perch i
profani nella loro curiosit non potessero decifrarli.
Ma proprio di l egli mi lesse le istruzioni necessarie per la mia
iniziazione.

XXIII

Allora io provvidi subito a ogni cosa senza badare alla spesa prendendo
dal mio o ricorrendo all'aiuto degli amici.
Quando venne, a detta del sacerdote, il momento giusto, accompagnato da
una schiera di fedeli, egli mi condusse alle terme vicine e mi fece fare un
bagno normale, poi, invocando il perdono degli dei, mi asperse tutto d'acqua
lustrale e, trascorsi ormai due terzi della giornata, mi ricondusse al tempio
facendomi sostare dinanzi ai piedi della dea e confidandomi in seguito talune
cose che non  lecito riferire; poi, chiaramente perch tutti udissero, mi
raccomand di astenermi per dieci giorni di seguito dai piaceri della mensa,
di non mangiare carne e di non bere vino, cosa che io osservai insieme con
tutte le altre prescrizioni di rito.
E venne finalmente il giorno destinato alla consacrazione: il sole
volgeva al tramonto e dava luogo alla sera quando da ogni parte cominci ad
adunarsi una gran folla che secondo l'antico rito religioso veniva a rendermi
omaggio recandomi molti doni.
Allontanati tutti i profani il sacerdote mi fece indossare una
sopravveste nuova di lino e presomi per mano mi condusse all'interno del
santuario.
Forse, curioso lettore, tu sarai in ansia e vorrai sapere che cosa in
seguito fu detto e fu fatto ed io volentieri te lo direi se mi fosse lecito e
tu lo sapresti se ti fosse lecito sentirlo; ma lingua e orecchie peccherebbero
entrambe di temeraria curiosit.
Tuttavia non voglio tenerti a lungo sospeso in un desiderio che  forse
pio zelo. Perci ascolta e credi perch ti dico la verit.
Raggiunsi i confini della morte, varcai le soglie di Proserpina rivissi
tutti gli stadi dell'essere, vidi nella notte il soie brillare di candida
luce, giunsi al cospetto degli dei inferni e di quelli del cielo, li adorai da
vicino.
Ecco, ti ho detto, ma tu che hai udito ancora non sai, perch  giusto
che cosi sia.
Perci ora ti riferir soltanto quello che pu essere rivelato a mente
umana senza commettere sacrilegio.

XXIV

Venuto il mattino e conclusisi i riti solenni, io uscii in pubblico che
indossavo dodici stole, paramenti che hanno un loro preciso significato
religioso ma di cui nulla mi vieta di parlare anche perch furono in molti, l
presenti, che potettero vederli.
Infatti fui invitato a salire su un palco di legno situato al centro del
tempio davanti alla statua della dea proprio bene in vista nella mia splendida
veste di lino tutta ricamata.
Gi dalle spalle, poi, fino ai piedi mi scendeva un prezioso mantello
tutto decorato con figure d'animali a vari colori, da qualunque lato lo si
guardasse: draghi indiani, grifi iperborei, cio bestie alate come uccelli che
nascono solo nell'altro emisfero, un mantello che gli iniziati chiamano stola
olimpica.
Nella destra reggevo una fiaccola accesa e in testa avevo una bella
corona di lucide foglie di palma disposte a raggiera.
Cos abbigliato da sembrare il dio sole e messo l come una statua,
quando s'aprirono le cortine una gran folla mi sfil davanti per ammirarmi.
Pi tardi festeggiai quel giorno felice che mi vide iniziato ai sacri
misteri con un pranzo squisito fra allegri commensali.
Dopo tre giorni le cerimonie si ripeterono con lo stesso rituale e una
colazione mistica perfezion la mia consacrazione.
Rimasi l ancora qualche giorno per godere del piacere ineffabile che mi
dava l'immagine della dea cui ero debitore ormai di un bene impagabile.
Infine per per suo stesso suggerimento, dopo averle umilmente esternato,
come potevo, non certo come meritava, tutta la mia gratitudine, mi accinsi a
far ritorno in patria, dopo tanto tempo, anche se mi era duro spezzare i
legami di quel mio ardentissimo amore.
Prosternato davanti alla dea, asciugando col mio volto i suoi piedi
bagnati dalle mie lacrime dirotte, fra singhiozzi incessanti e parole
soffocate cos le parlai:

XXV

O santa e sempiterna Salvatrice del genere umano, prodiga dispensatrice
di grazie in favore dei mortali, tu offri il tuo affetto di madre ai poveri
che soffrono.
Non passa giorno, non una notte, non un istante per quanto breve che tu
non largisca i tuoi doni, non protegga in terra e in mare i mortali, che tu
non allontani le tempeste della vita e non porga la tua mano soccorritrice,
non sciolga i contorti e intricati fili del destino, non corregga il corso
funesto degli astri.
Gli dei del cielo ti onorano, quelli dell'inferno ti rispettano, tu fai
ruotare la terra, dai la luce al sole reggi l'universo, costringi il Tartaro
nel profondo.
A te obbediscono gli astri, per te si susseguono le stagioni, di te
gioiscono i numi, tutti gli elementi sono al tuo servizio.
A un tuo cenno soffiano i venti, le nubi si gonfiano le sementi
germogliano, i germogli crescono.
Dinanzi alla tua maest tremano gli uccelli che per corrono il cielo, le
belve che errano sui monti, i serpenti che si nascondono sotto terra, i mostri
che nuotano nel mare.
Ma troppo povero  il mio ingegno per cantare le tue lodi e modesto il
mio patrimonio per offrirti sacrifici.
La mia voce non basta per esprimere quel che sento della tua grandezza;
nemmeno mille bocche e mille lingue e l'infinito numero delle parole per un
discorso che durasse in eterno.
Io quindi far quello che un tuo sacerdote, per giunta povero, pu fare:
custodir per sempre nel profondo del mio cuore e dei miei pensieri il tuo
volto divino, il tuo santissimo nume.
Dopo aver pregato cos l'eccelsa dea abbracciai il sacerdote Mitra ormai
per me come un padre e lungamente gli rimasi avvinto tra i molti baci,
chiedendogli perdono se non potevo degnamente ricompensarlo di cos grandi
benefici.

XXVI

A lungo mi trattenni con lui per dirgli tutta la mia gratitudine e
finalmente mi decisi a partire, a prendere la via di casa, dopo tanta assenza.
Ma erano trascorsi soltanto pochi giorni che per esortazione della
potente dea raccolsi i miei pochi bagagli e mi imbarcai per Roma.
Col favore dei venti, dopo un viaggio tranquillo e senza intoppi, giunsi
rapidamente al porto di Augusta e di qui proseguii, in carrozza, per la
sacrosanta citt dove giunsi la sera: era la vigilia delle Idi di dicembre.
Da allora in poi non ebbi altro pensiero che quello di pregare ogni
giorno la divina maest di Iside che qui a Roma  venerata con somma devozione
e che dal luogo dove sorge il suo tempio viene chiamata Iside Campense.
Divenni insomma un assiduo praticante forestiero per quel tempio ma
cittadino ormai di quella religione.
Nel frattempo il Sole aveva compiuto il suo giro intorno allo Zodiaco ed
era trascorso un anno, quando la benefica dea che vigilava su di me comparve
nuovamente nei miei sogni e nuovamente mi parl di iniziazione e di sacri
misteri.
A che alludesse io non compresi, n se volesse annunziarmi qualcosa del
mio futuro. Certo mi stupii molto ritenendo di aver compiuto ormai tutti i
gradi dell'iniziazione.

XXVII

Mentre cercavo di risolvere questi dubbi religiosi riflettendo un po' con
me stesso, un po' parlandone ai sacerdoti, venni a scoprire una cosa del tutto
nuova per me e veramente stupefacente, cio che io ero iniziato soltanto ai
misteri di Iside ma non ancora a quelli dell'invitto Osiride, il padre sommo
di tutti gli dei e per quanto i legami tra questi due culti fossero molto
stretti, anzi tali da formare un'unica religione, tuttavia in fatto di
iniziazione la differenza era grande; di qui dovevo aspettarmi d'esser
chiamato a servire anche questo grande dio.
La cosa non tard ad essermi confermata: la notte seguente, infatti,
m'apparve in sonno uno dei sacerdoti; indossava i sacri paramenti di lino e
reggeva dei tirsi, delle corone d'edera e altri oggetti che non mi  lecito
nominare e che venne a depositare proprio davanti alla mia casa. Poi sedette
sulla mia sedia e ordino di preparare il banchetto per la grande
consacrazione. Per indicarmi poi un segno sicuro di riconoscimento egli mi
fece notare che, per il tallone sinistro incurvato, aveva un'andatura
strascicata e claudicante.
Di fronte a una cos evidente manifestazione della volont divina in me
si dissip ogni ombra di dubbio e appena ebbi concluse le preghiere mattutine
di saluto alla dea, con la massima attenzione mi misi a esaminare ad uno ad
uno tutti i sacerdoti per vedere se ce n'era qualcuno che camminasse come
quello apparsomi in sogno. E la mia speranza non fu delusa. Infatti vidi che
uno dei pastofori, non solo per il piede ma anche per tutto il resto, la
statura, il portamento, corrispondeva perfettamente all'immagine apparsami in
sogno.
Seppi poi che si chiamava Asinio Marcello, un nome che in qualche modo
ricordava la mia metamorfosi.
Senza indugiare lo abbordai subito ma egli gi sapeva quello che stavo
per dirgli in quanto a sua volta era stato avvertito da un'analoga visione,
che avrebbe dovuto provvedere alla mia iniziazione.
Anch'egli, infatti, la notte precedente aveva fatto un sogno: mentre
stava preparando le corone per il grande dio, questi con la sua stessa bocca
con la quale fissa il destino di ciascuno di noi, lo aveva informato che
sarebbe venuto da lui un uomo di Madaura, povero in verit, ma che egli
avrebbe dovuto senza indugio iniziare ai sacri misteri: dalla divina
provvidenza a quell'uomo era stata riservata la gloria delle lettere e a lui
un guadagno notevole.

XXVIII

Promesso cos a questa seconda consacrazione io ero per costretto, mio
malgrado, a rimandarla per la modestia dei miei mezzi. Le spese del viaggio
avevano, infatti, assottigliato il mio patrimonio e la vita in citt era poi
molto pi cara che non in provincia; stante cos l'ostacolo della povert, io
mi trovavo, come dice il vecchio proverbio, tra l'incudine e il martello,
proprio in un bel guaio, dato, oltretutto, che il dio continuava a insistere e
a portarmi fretta.
Alla fine, di fronte a cos frequenti esortazioni, che mi avevano messo
in uno stato di angoscia, e che poi divennero vere e proprie ingiunzioni, io
decisi di vendere i miei vestiti, per quanto modesti e a far su la sommetta
necessaria. In effetti l'ordine del dio era stato chiaro: Per toglierti
qualche capriccio, chi aveva detto, tu certo non esiteresti a disfarti di
questi tuoi stracci; ora per che devi accostarti a una cerimonia cos
importante stai l in forse se arrischiare o meno una povert di cui non avrai
davvero a pentirti.
E cos predisposi per benino ogni cosa: per dieci giorni, nuovamente, mi
astenni dal mangiar carne, poi mi rasai il capo, partecipai ai riti notturni
in onore del dio, insomma con fede sicura frequentai i servizi di vini di
quella religione affine. E questo, per me che, in fondo, ero uno straniero, fu
di grande conforto, anzi mi procur addirittura una certa agiatezza, come no?:
col buon vento in poppa mi misi a difendere cause nel foro in lingua latina e
ci sbarcavo il lunario.

XXIX

Dopo un po', per, di nuovo, gli dei mi chiamarono e, con ammonimenti
inaspettati che veramente mi fecero trasecolare, mi dissero che io dovevo
sottopormi a una terza iniziazione.
Ero molto preoccupato e con l'animo tutto agitato facevo mille
supposizioni e mi chiedevo che cosa volesse dire questa inattesa e strana
insistenza degli dei e che cosa mancasse mai alla mia iniziazione dopo tutto
ripetuta due volte.
Sta a vedere, pensavo, che i due sacerdoti han fatto qualche sbaglio o
si son dimenticati di qualcosa, e, perdio, cominciai proprio a pensar male di
loro.
Ero tutto sconvolto in questa ridda di pensieri che mi sembrava quasi di
impazzire, quando una notte la dolce immagine del dio cos mi spieg: Non c'
alcuna ragione perch tu debba spaventarti di queste numerose consacrazioni,
quasi come se finora fosse stata sempre dimenticata qualcosa. Anzi devi star
su col morale e rallegrarti del continuo favore che ti dimostrano gli dei,
devi esultare che a te viene concesso tre volte ci che agli altri  accordato
una volta soltanto; se pensi, poi, a questo numero puoi proprio credere che
sarai felice.
D'altronde questa nuova consacrazione t' assolutamente necessaria se
soltanto consideri che le sacre vesti della dea che tu indossasti in provincia
sono depositate laggi nel tempio e che qui a Roma tu quindi non puoi con
quelle celebrare gli uffici divini nei giorni di festa n ben comparire con
quei felici paramenti quando ci  prescritto.
Con animo gioioso, dunque, e col favore dei grandi dei, iniziati di
nuovo ai sacri misteri perch tu possa essere felice e avere prosperit e
bene.

XXX

Con queste parole durante il sogno la divina maest mi persuase dicendomi
cosa dovessi fare. Ed io senza rimandar la cosa e, per pigrizia, por tempo in
mezzo, immediatamente, riferii al mio sacerdote la visione, mi rimisi a fare
astinenza di carni, protraendo volontariamente quei dieci giorni di digiuno
prescritti da una legge che si perde nel tempo, infine provvidi largamente al
necessario per l'iniziazione attingendo pi al fervore della fede che non alle
mie effettive possibilit e per davvero non ebbi mai a pentirmi n delle
fatiche n delle spese sostenute, certo perch, grazie alla munifica
provvidenza degli dei, con quel che guadagnavo facendo l'avvocato cominciavo a
passarmela abbastanza bene.
Dopo pochi giorni quel dio che  il migliore dei gran di dei, il sommo
tra i migliori, il massimo tra i sommi il sovrano tra i massimi, Osiride, mi
apparve in sogno, non sotto altre spoglie ma nel suo vero aspetto e si degno
di rivolgermi la sua veneranda parola.
Mi esort a continuare risolutamente la gloriosa professione di avvocato,
senza lasciarmi intimorire dalle calunnie malevoli nate soltanto dall'invidia
per la mia dottrina e i miei studi tenaci.
Infine, perch io non attendessi alle pratiche del suo culto confuso tra
la schiera dei suoi iniziati, mi volle nel collegio dei pastofori, anzi
proprio fra i decurioni quinquennali.
Cos, di nuovo, con i capelli completamente rasati, senza velare o
nascondere la mia calvizie, anzi mostrandola a tutti, io con gioia mi dedicai
ai doveri di quell'antichissimo collegio fondato ai tempi di Silla.
FINE.
