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[a] Storia di Roma antica                                                 Pag=1
[a] Premessa                                                              Pag=2
[a] 1. La nascita di Roma                                                 Pag=6
[a] 2. La supremazia nell'Italia centrale                                 Pag=23
[a] 3. La conquista dell'Italia meridionale                               Pag=41
[a] 4. Cartagine                                                          Pag=54
[a] 5. Annibale                                                           Pag=69
[a] 6. L'imperialismo romano in Oriente                                   Pag=84
[a] 7. I Gracchi                                                          Pag=98
[a] 8. Dai Gracchi a Silla                                                Pag=115
[a] 9. La restaurazione sillana e l'ascesa di Pompeo                      Pag=132
[a] 10. Pompeo, Cesare e la fine dell'oligarchia                          Pag=146
[a] Bibliografia                                                          Pag=153
[a] Cronologia essenziale:                                                Pag=155
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 Storia di Roma antica
dalle origini alla fine della Repubblica
di Giuseppe Antonelli
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO
REVISIONE DI AMEDEO MARCHINI
 Premessa
Chi ci liberer dei Greci e dei Romani? lamentavano tre secoli
fa i letterati francesi impegnati nella disputa sugli antichi e sui
moderni. La domanda soltanto ai nostri giorni ha avuto una esplicita
risposta positiva, risposta che pu essere riassunta in una sola parola:
la tecnologia.
Fino a quando si viaggiava in diligenza e ii cavallo non serviva
soltanto per l'agriturismo e per le corse tris, ii livello tecnico delle
societ europee non era molto diverso da quello di duemila anni
prima. Pensieri e ragionamenti perci si muovevano in un contesto
materiale in cui la velocit media di spostamento, salvo rare
eccezioni, non poteva superare i dieci chilometri l'ora. Ne scaturivano
varie conseguenze, tra cui anche quella che faceva credere di poter
imparare qualcosa dai precedenti storici e accettare una assoluta
continuit col passato. E poich Greci e Romani erano stati le fonti
della cultura occidentale, si pensava che ripercorrere la loro storia e
leggere la loro letteratura fosse comunque un modo di attingere da
essi nuova energia e nuovi insegnamenti utilizzabili in futuro.
Ancora gli uomini della Rivoluzione Francese, nella ricerca dei
modelli repubblicani romani, si spingevano fino a far propri i nomi
degli antichi magistrati.
L'Ottocento  stato pi sospettoso nei confronti del mondo classico ma,
nella sua opera di smitizzazione, ha ottenuto il risultato di proporne una
ricostruzione filologica cos grandiosa e monumentale da confermare
indirettamente la vitalit della sua presenza nella cultura moderna.
Il riferimento ai modelli antichi desinit in piscem col fascismo.
Soltanto la nostra cultura politica, ritardataria e provinciale, poteva
concludere una parabola, iniziata con i protoumanisti parecchi
secoli prima, nel ridicolo della farsa.
La vertiginosa velocit della storia riscontrata nel Novecento e
attribuibile all'ultima fase della rivoluzione industriale, ci ha
mostrato che non esiste pi alcuna continuit col mondo antico, e in
generale col passato, e che la cesura  definitiva e irreversibile.
Non sappiamo se questa novit riduca la funzione storica a una
forma di antiquariato ma  probabile che, liberati dall'assurda
esigenza di scoprire l'attualit del mondo classico in nuovi quanto
improbabili insegnamenti, i suoi studiosi possano guardarlo e
raccontarlo con un occhio pi limpido.
Rimane in ogni caso l'opportunit, anzi la necessit di non
disperdere una tradizione che, non meno di altre, ha cercato di
scoprire e di plasmare la natura dell'uomo, cio la necessit di
conservare almeno il ricordo del patrimonio genetico che ha portato alla
cultura occidentale di oggi. Questo ricordo ci sembra che possa
formare gente pi pensosa e pi adatta alla convivenza civile o
perch resa intransigente da ideali sperimentati o perch addolcita
dalla pietas che s'impara dalla contemplazione del passato.
Un computerista che non capisca altro linguaggio che il basic e
che pretendesse di abbattere quel che rimane del Colosseo per
ricavarne un parcheggio, farebbe orrore anche nel nostro tempo cinicamente
pratico e prospetterebbe l'avvento di un mondo in cui lui
stesso forse non vorrebbe abitare.
Premesso dunque che conoscere qualcosa del mondo antico  un
modo per non somigliare pi a un robot che a un uomo, bisogna
aggiungere che il contenere la storia della repubblica romana in
cento pagine non vuole essere una provocazione e nemmeno una
scommessa ma soltanto un tentativo di trasformare la storia in mito
o favola, in modo da facilitarne la comprensione anche a un pubblico
che ha frequentato poco la scuola.
Nella favola qui narrata, la morale, cio la tesi che viene sostenuta
 che l'antica repubblica romana  un miracolo, mai pi ripetuto,
operato da una dirigenza politica di altissimo livello che ha
saputo coniugare consenso e potere e dedicare la sua grande capacit
di sacrificio al bene dello Stato.
Per almeno cinque secoli, dal momento in cui Romolo tracci il
solco, i patres, i capifamiglia, i capi delle gentes, i senatori,
comunque li si voglia chiamare, hanno dimostrato una sapienza politica
che non  inferiore alla loro naturale vocazione di predatori. Le
loro regole hanno fissato alcuni canoni fondamentali dell'arte di
governare e sono servite di norma a tutte le successive classi
dirigenti europee, nonostante che i loro interlocutori, i ceti subalterni,
cio quelli che essi governavano, non fossero masse anonime
abbrutite dalla servit ma cittadini consapevoli dei loro diritti e
capaci di farli valere con tignosa determinazione.
Questa sapienza gli ha permesso di fare ci che nell'antichit
non  riuscito neanche ai Greci: unificare la penisola costituendo
un organismo che anticipava di quasi un millennio il processo di
formazione degli Stati nazionali.
Meno lungimiranti si sono dimostrati nella gestione dei territori
che i loro generali e i loro legionari gli hanno conquistato fuori
d'Italia; ma nel frattempo era accaduto che il potere li avesse
corrotti e che la loro dedizione alla repubblica fosse sopraffatta
dall'avidit di ricchezza. Questa evoluzione, forse inevitabile nella storia
di ogni classe dirigente, non pu modificare la valutazione
complessivamente positiva che la nobilt romana merita e che consente
di definirla come l'unica dirigenza politica degna di rispetto
prodotta dalla penisola italiana da tremila anni in qua. Enfasi di
esaltazione che probabilmente ci viene suggerita dal confronto con i ceti
politici italiani che abbiamo conosciuto e patito nel nostro secolo.
 1. La nascita di Roma
Non  escluso che la cosiddetta isola Tiberina abbia avuto una
discreta importanza nella nascita di Roma. Questo isolotto  uno
sperone di roccia conficcato proprio nel mezzo della corrente del
Tevere, all'altezza dei quartieri di Trastevere e di Ghetto, poco prima
dell'ansa del fiume che converge a gomito sotto l'Aventino per
avviarsi verso il mare. Il suo nucleo di lava vulcanica regge
impavido la pressione dell'acqua e la fronteggia dimezzando la distanza
tra le due rive principali, creando cos un'occasione che non poteva
non stimolare l'iniziativa di qualche fiumarolo di tremila anni fa
il quale deve aver pensato di guadagnarsi da vivere organizzando
un traghetto o magari gettando una passerella mobile nel punto in
cui l'attraversamento risultava pi agevole e sicuro.
Un poco pi a valle, un centinaio di metri circa, il Tevere
sbracava nella palude del Velabro e riduceva le sue pretese di ostacolo
naturale diventando guadabile. Qui transitavano le greggi, le mandrie,
i cariaggi; sull'isola, i viaggiatori sofistici che non gradivano di
bagnarsi i piedi.
Il terminal degli uni e degli altri era comunque lo stesso e cio il
Foro Boario, quello slargo di territorio pianeggiante sulla riva
sinistra del fiume compreso tra i colli del Campidoglio, del Palatino e
dell'Aventino.
Se si aggiunge che, pi o meno nella stessa zona, attraccava il
naviglio che proveniva dalla costa tirrenica, avendo risalito la
corrente a forza di remi, si pu immaginare che il Foro Boario non
presentasse l'aspetto smobilitato proprio dei luoghi dove si svolge
una volta l'anno una grande fiera ma facesse trasparire il fervore
dei suoi traffici permanenti pur nella sonnacchiosa solitudine naturale
propria dei siti lontani dall'animazione delle aggregazioni urbane.
La frequentazione vi era varia e costante. Il maggior numero di
presenze lo sommavano i pastori della Sabina i quali vi calavano
nella transumanza aggirandosi nei dintorni durante tutta la stagione
invernale. La regione infatti forniva pascoli ideali al bestiame grazie
alla vegetazione favorita dall'umidit. Il territorio su cui oggi si
stende Roma era un posto silvestre, lussureggiante di un verde
marcio dall'odore mefitico un poco malsano. Un residuo del suo
clima originario  arrivato fino ai nostri giorni, quando le combinazioni
di aria stagnante e di umido trattengono i gas di scarico delle
auto e costringono l'amministrazione della citt a diradare il traffico.
I pastori si affacciavano spesso al Foro Boario per vendere le
loro caciotte e i loro abbacchi che nascevano proprio all'inizio e al
termine della permanenza in pianura e cio prima dell'inverno e
col ritorno della primavera.
In queste occasioni i pi religiosi di loro non mancavano di dire
una preghiera a Ercole davanti all'Ara Maxima a lui dedicata, situata
sul Palatino, e i pi scettici di fare una visita all'annesso lupanare
sacro che probabilmente, considerata la consistenza delle sue
entrate, poteva gi vantare locali in muratura e non pi solo capanne
di frasche o di ginestre intrecciate.
In muratura comunque, quasi certamente, erano i magazzini in
cui veniva ricoverato il sale che proveniva dalle saline del Tirreno
dislocate intorno alla foce del Tevere. Questo tratto di costa pare
che fosse tra i pi produttivi dell'intera penisola e fosse in grado di
assicurare il fabbisogno di tutto l'entroterra sabino e di buona parte
delle regioni centrali dell'Appennino. I produttori portavano il sale
al Foro Boario, forse anche per via d'acqua, ma pi spesso via terra
(attraverso la cosiddetta strada Campana) e lo vendevano o direttamente
ai commercianti che con le loro carovane di muli si sarebbero subito
avviati verso l'interno lungo la Salaria o agli intermediari
locali che lo avrebbero stivato nei loro scantinati in attesa dei clienti
che scendevano dalle montagne.
Circa i commercianti bisogna dire che sul posto se ne vedevano
di tutte le specie e di tutte le razze; non solo italici e sabini ma
greci, fenici e soprattutto etruschi i quali erano cos numerosi da
permettersi il lusso di costituire una colonia che ha lasciato una traccia
perfino nella toponomastica di quella che sarebbe stata la futura
citt. Il Vicus Tuscus indicava infatti la zona in cui, una volta, i
queruli vicini avevano ritenuto utile concentrarsi.
Quanto ai Greci si pu dire che anch'essi erano di casa; soprattutto
quelli di Cuma e di altre citt greche della costa tirrenica ma
anche quelli venuti di pi lontano, dalla Sicilia o magari dalla stessa
Grecia. Con la loro lunga esperienza di traffici acquisita nel frequentare
gli scali dell'Egeo, del Mar Nero e di tutto il Mediterraneo erano i
soli capaci di insegnare a stendere contratti di compravendita che
garantissero da brutte sorprese.
 in questo periodo infatti, tra l'ottavo e il settimo secolo a.C. che
le popolazioni latine, osche e umbre adottano l'alfabeto euboico (Cuma
era una colonia di Calcide citt dell'isola Eubea) sia che l'abbiano
appreso direttamente dai Greci o, indirettamente, dagli Etruschi i
quali, essendo notevolmente pi acculturati, avevano ritenuto utile
impararlo prima.
Ma tra i frequentatori non mancavano i Fenici, e non solo perch
la costa centrale tirrenica era di strada per arrivare ai loro fondachi
in Sardegna, ma perch avevano da vendere manufatti pi sofisticati
di quelli esistenti in loco e da comprare derrate agricole e bestiame
che sarebbero stati pi cari su altri mercati.
Insomma il grande quartiere fieristico sorto in corrispondenza
del guado del Tevere in un punto relativamente vicino alla foce,
prima ancora che Roma nascesse, era gi in grado di assicurare
scambi molto intensi di prodotti artigianali, di prodotti agricoli,
di bestiame e anche di informazioni tecniche e culturali. C'era,
come abbiamo detto, perfino un garante soprannaturale di tutto
il sistema, il cosiddetto Ercole italico, protettore d'ufficio del
bestiame transumante, il quale riceveva l'omaggio dovutogli per
mezzo dell'Ara Maxima che Romolo, quando fu il momento, ritenne
opportuno comprendere entro il solco primigenio della citt.
Questo altare infatti formava un angolo della cosiddetta Roma quadrata.
La gente coinvolta nell'attivit di questa specie di supermercato
mediterraneo non doveva essere tanto poca. Le infrastrutture necessarie
a farlo funzionare esigevano personale numeroso e con diverso livello
professionale di addestramento. I manovali probabilmente prevalevano
su tutti, dato che il compito di caricare e scaricare sacchi di
derrate non ammetteva soste; ma non mancavano gli artigiani di
ogni specie: ciabattini per risuolare le scarpe consumate
dei viaggiatori, falegnami e fabbri per riparare i loro carri e le loro
navi, stallieri per governare le bestie, barbieri e tonsori per migliorare
l'aspetto, sarti per ricucire le tuniche, locandieri per alloggiarli
in ricoveri affumicati e pulciosi e soprattutto osti e baristi per
propinargli minestroni fumanti di verdure locali o fogliette generose di
vino dei vicini colli Albani.
Alle necessit dello spirito, ripetiamo, soccorreva la badia adiacente
l'Ara Maxima di Ercole, a quelle del corpo lo sciame di prostitute sacre
che si alternavano, senza limiti di orario, sui letti del convento.
Pastori, contadini, artigiani, commercianti, tavernieri, preti, mignotte;
gli ingredienti per fondare una citt c'erano tutti. Al punto che siamo
tentati di chiederci perch Romolo abbia tardato tanto a decidersi.
Questa gente, o almeno la sua maggior parte, ovviamente non
abitava nel Foro Boario, che era un posto malarico e afoso d'estate
nonch umido e freddo d'inverno, ma sui colli che lo sovrastavano:
il Campidoglio, l'Aventino, il Palatino e pi in l il Quirinale e il
Celio, dove il clima era asciugato dai venti di ponente e dove si poteva
respirare aria pi fresca d'estate.
I vari insediamenti costituivano dei veri e propri villaggi, dall'aspetto
misero e provvisorio, paragonabile a quello di una bidonville di baraccati,
ma tuttavia gi consapevoli della loro identit e della loro vocazione
sociale. Questi quartieri di Latini, separati gli uni dagli altri, erano
gi organizzati con una propria larvale amministrazione. La prova
che abbiano avuto una qualche struttura di governo  data dal fatto che
i pagi (si chiamavano cos) rimasero, sia pure con compiti molto
limitati, comunit gestionali locali fino alla tarda repubblica e all'impero.
Il guado del Tevere e l'isola Tiberina costituirono insomma il centro
di un campo magnetico che ha determinato una concentrazione
demografica impressionante per gli standard di densit territoriale
di quei tempi; concentrazione che l'entroterra ha potuto facilmente
sostenere grazie alla sua particolare fertilit. Non bisogna dimenticare
infatti che tutta la pianura circostante era stata creata dalla cenere
vulcanica eruttata dai monti Albani ed era ricca perci di sostanze
chimiche capaci di assicurare raccolti superiori alla media degli altri
terreni della penisola.
Prima ancora di nascere perci, Roma, o per essere pi precisi
l'area comprendente i villaggi sorti sulle alture vicine al fiume,
costituivano una grande occasione, covavano una promessa di futuro
che doveva essere scoperto o inventato.
 difficile pensare a un'alternativa diversa dalla aggregazione in
citt di questi vari nuclei abitativi preurbani, anche se in Italia non
tutti gli insediamenti decentrati hanno subito questa fatale mutazione,
almeno fino ai primi secoli dell'era volgare; ma non meno difficile 
stabilire con certezza che cosa ha innescato il processo agglutinante
che l'ha realizzato.
Su questo punto le ipotesi sono diverse ma, tra tutte, quella
che sembra pi convincente, e comunque pi determinante,  l'insorgere
di un ceto aristocratico bene affiatato, cio di un gruppo dirigente
con interessi comuni che si  reso conto in tempo di poter
difendere la sua supremazia politica ed economica solo costringendo
i vari nuclei protourbani a organizzarsi in una struttura unitaria.
Chi fossero questi aristocratici  facile immaginarlo: erano i capi
delle famiglie che avevano monopolizzato il commercio del Foro
Boario nonch acquistato la maggior parte della terra che forniva la
produzione agricola della regione. Quindi grandi proprietari terrieri
che disponevano del surplus di derrate necessario agli scambi, che
davano lavoro a quei contadini che non erano riusciti a ritagliarsi
un proprio podere, che imponevano un balzello. ai pastori che scendevano
dalle montagne per sfruttare i loro pascoli, finanziavano i
templi e forse anche qualche opera di interesse generale, come per
esempio la canalizzazione delle acque che scorrevano dai colli verso
il Tevere e che costringevano i futuri cittadini a sguazzare nelle
marane pi spesso di quanto erano disposti a sopportare. Romolo 
stato il loro uomo di fiducia, quello che ha fatto capire a tutti gli
sparsi abitanti della zona, compreso suo fratello Remo, che i padroni
ormai non solo c'erano ma erano venuti allo scoperto e che da
allora in poi nessuno pensasse di poter fare di testa sua senza tener
conto dei loro interessi e delle loro ragioni.
L'apparizione di questa classe politica dirigente  l'avvenimento
pi fortunato e pi interessante di tutta la storia della penisola da
tremila anni in qua. Nessuna altra lite  riuscita a pareggiare il suo
successo, nessuna ha saputo coniugare consenso e potere con la
stessa abilit e lo stesso fiuto politico. Il suo etnos era sicuramente
latino e ha espresso una cultura che fa del suo nomen la variante
pi creativa e intelligente di tutte le altre nazioni italiche.
Non era facile concepire un'astrazione come lo Stato, la res publica,
e imporla come religione, come regola di vita, come misura
di ogni valore. E non era facile conciliare sapientemente questo
slancio ideale con un senso della realt cos concreto da diventare a
volte spietato e crudele. Perci questa lite appare nello stesso tempo
rigorosa e ipocrita, istintivamente capace di conoscere pi di
qualsiasi altra il segreto del potere.
Il motivo che la spinse a muoversi sembra abbastanza chiaro.
Qualcuno guardava da tempo alla aggregazione che si era formata
intorno al Foro Boario. Il luogo era diventato un grande emporio
produttore di ricchezza ed  naturale che ci fosse chi pensava di
impadronirsene o di controllarlo. Gli Etruschi avevano tutti i titoli
per desiderarlo e non solo perch la loro colonia era assai numerosa
ai piedi dei sette colli o perch si servivano del guado del Tevere
per mantenere, via terra, contatti costanti con i loro possedimenti in
Campania, ma perch in quel momento costituivano la potenza pi
forte di tutta la penisola.
Come classe dirigente i patrizi latini erano di gran lunga superiori
ai lucumoni etruschi ma erano ancora troppo inesperti per resistere
vittoriosamente a una forza militare organizzata quale quella
che i loro rivali potevano mettere in campo. Inoltre non erano abbastanza
alfabetizzati per pretendere di provvedere direttamente a
dare una struttura istituzionale alla nuova citt. Cos accadde che,
appena fondata, Roma fosse occupata, per circa un secolo, dai confinanti
della riva destra del fiume. Si tratt di una occupazione militare
che comport la nomina di un governatore che i romani chiamarono re
(Il re era un istituto originale della cultura indoeuropea ed  perci
sicuro che i primi magistrati della nuova citt fossero anch'essi re.
Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio. Anco Marcio furono sabini o latini,
personaggi leggendari che adombrano realt storiche indimostrabili sulla
base delle fonti letterarie. Gli ultimi tre re di Roma, Tarquinio Prisco,
Servio Tullio, Tarquinio il Superbo furono invece etruschi.
Ma non vi fu nessuna integrazione o fusione di popoli.
Gli Etruschi rimasero a casa loro e i Latini continuarono a parlare
latino e a essere la componente principale del crogiuolo etnico che
abitava la loro citt.
I re etruschi insegnarono parecchie cose ai Romani, i quali le appresero
di buon animo soprattutto perch non sapevano a chi ricorrere per
avere suggerimenti su come organizzarsi; gli insegnarono
soprattutto un po' di etichetta, per esempio il fascio littorio, la toga
pretesta, la sella curule, la cerimonia del trionfo nonch tutta la
disciplina augurale e i giuochi gladiatori, ma non poterono insegnargli
quello che i loro sudditi conoscevano meglio e cio come si doveva comandare.
I patrizi capifamiglia di cui abbiamo detto non tardarono molto
ad accorgersi di questa carenza e, dopo averli tollerati per un po' di
tempo decisero di sbarazzarsene soprattutto perch i prncipi etruschi
avevano immaginato di poter fare a meno dei loro consigli e
del loro sostegno appoggiandosi alla gente minuta della citt, agli
artigiani, ai piccoli commercianti, ai braccianti cio a quella componente
sociale che si sarebbe chiamata plebe. Del resto non avevano pi
bisogno di un monarca. Il loro re era diventata un'idea,
quella della repubblica, un ente astratto al di sopra di ogni cittadino,
di cui loro si sentivano di interpretare puntualmente le esigenze,
le necessit, il destino.
Fin da quando avevano fatto parte del consiglio di anziani che
forniva i pareri al principe straniero si erano resi conto che non
avevano bisogno di un mediatore cos insignificante, di uno che per
la citt non aveva in testa nessuna prospettiva se non quella di
continuare a sfruttarne la ricchezza. Avevano capito che ormai potevano
fare da soli e che sarebbe stato un errore trascinare pi a lungo
la situazione.
Perci cacciarono l'intruso e concordarono che, a turno, avrebbero
svolto loro la funzione di re; due per volta, e per un solo anno,
affinch potessero controllarsi a vicenda e affinch il loro potere
fosse molto limitato nel tempo. Governare doveva essere un servizio
che si rendeva allo Stato, non un modo di soddisfare l'ambizione o di
badare al proprio interesse personale. La stretta limitazione
nel tempo delle magistrature comportava una conseguenza di cui i
patrizi erano perfettamente consapevoli e cio che la continuit di
governo sarebbe stata assicurata da loro stessi nella loro assemblea,
il senato.
Cos i patrizi fecero di Roma una repubblica. Del resto era giusto
che decidessero la forma costituzionale della loro citt. Perch
Roma era davvero la loro citt; non l'avevano inventata in un giorno
tracciando un solco simbolico, ma strutturata poco alla volta in
una lunga gestazione che aveva messo alla prova la loro capacit di
governo e la loro maturit politica. Quando divenne repubblica
Roma aveva infatti strutture interne gi collaudate e consolidate,
che non erano quelle esili e quasi condominiali dei pagi ma quelle
pi complesse e di rilevanza politica oltre che amministrativa
delle curie e delle trib.
In un primo momento le trib forse avevano avuto una base etnica.
Le tre pi antiche, quelle dei Ramnes, dei Titieres e dei Luceres
erano associazioni rispettivamente di Latini, di Sabini e di Etruschi,
ma ben presto i capifamiglia avevano fatto in modo che il criterio
di aggregazione diventasse territoriale. Con questo sistema potevano
collocare i loro clienti come meglio gli conveniva e quindi controllare
l'opinione pubblica all'interno di questi organismi che assolvevano
compiti importanti, amministrativi, militari, elettorali.
Del resto la loro spregiudicatezza interpretava correttamente il
carattere interrazziale della nuova citt, che nei suoi bassifondi si
presentava come un crogiuolo in cui schiumavano gli individui e i
mestieri pi diversi: soldataglie disoccupate, sicari di professione,
ladri sfuggiti alla giustizia del loro paese, pastori esperti in abigeato,
avventurieri in cerca di fortuna e via di seguito. Fin dalle origini
Roma ha potuto vantarsi di quella che Cicerone chiamava la feccia dell'urbe.
Di tanto in tanto questa gente serviva ai grandi proprietari terrieri,
per fare scorrerie contro rivali arroganti e sgarbati e per difendere
i raccolti dalle incursioni delle citt vicine quando queste decidevano
di rimpinguare i loro magazzini saccheggiando i poderi degli altri.
A cose fatte la compensavano emancipandola e accogliendola
nelle loro clientele. Cos Roma  stata subito una societ aperta, almeno
da questo punto di vista: che non c'erano obiezioni di principio a
fare di uno straniero e di uno schiavo un cittadino romano.
Il punto invece su cui questi patrizi non volevano sentir ragioni
riguardava la questione dei loro privilegi. Innanzi tutto perch erano
orgogliosamente consapevoli dei loro meriti e della loro funzione.
Se la citt si era formata e arricchita, se aveva respinto gli sfruttatori
stranieri, se assicurava a tutti, anche ai poveri, una decente
sopravvivenza, questi risultati dovevano essere attribuiti alla loro
fermezza, al loro rigoroso senso del dovere, alla loro fedelt verso
lo Stato. Queste indiscutibili qualit politiche e morali, nella loro
mentalit arcaica, gli davano il diritto di decidere non solo per s
ma anche per tutti quelli che facevano parte della loro comunit. E
d'altra parte che titoli avevano i loro interlocutori e oppositori
all'interno della citt per pretendere di mettere bocca sul da farsi?
Gli artigiani, i piccoli commercianti insomma la plebe di Roma,
erano troppo condizionati dalla ricerca del modesto utile quotidiano
per intuire e riconoscere l'interesse generale.
Tale interesse generale, come  ovvio, coincideva quasi del tutto
con il loro, ma in questa identificazione non c'era solo cecit o
ipocrisia, c'era una convinzione che  propria di tutta la cultura antica
secondo cui solo la terra, e quindi la varia produzione che nasce da
una fattoria, pu assicurare la ricchezza e la potenza degli Stati.
Produzione che non  soltanto di beni ma anche di uomini. Solo i
contadini infatti, disciplinati nel rispetto degli di e dei padroni,
temprati dalla durissima fatica che l'agricoltura impone, hanno le
qualit morali e fisiche per diventare buoni soldati e per difendere
la citt dai nemici.
Sul punto che dovessero soltanto ubbidire e subire, i plebei non
erano affatto d'accordo e fin dall'inizio non hanno n taciuto n
sfumato la loro opinione. La lotta tra patriziato e plebe infatti percorre
tutta la storia di Roma dalle origini all'impero, fino a quando
cio non i plebei della citt ma quelli della penisola, divenuti nel
frattempo legionari e pretoriani, non hanno designato un loro
rappresentante alla guida dello Stato (Augusto deriva il suo potere
soprattutto dal proletariato militare). Il tentativo di appoggiarsi alla
plebe per poter comandare l'avevano gi fatto i re etruschi ma in
maniera maldestra e fuori tempo. Dovevano passare almeno cinque
secoli perch l'idea che li aveva ispirati trovasse interpreti pi
persuasivi e condizioni che permettessero di attuarla.
In sintesi ci che i plebei rivendicavano era nient'altro che
l'uguaglianza civile e politica. Cominciarono a riunirsi e a prendere
deliberazioni importanti che dovevano valere per tutti, aristocratici
compresi. E cos elessero i loro magistrati, i tribuni della plebe, che
all'inizio saranno stati i pi linguacciuti delle assemblee, cio quei
personaggi che non temono di parlare in pubblico e che sono cos
convinti della bont delle loro opinioni da convincere gli uditori a
farle proprie. Successivamente, come conseguenza dell'efficacia dei
servizi resi, li dichiararono sacri e inviolabili (nessuno avrebbe dovuto
alzare la mano contro un tribuno) e li dotarono di poteri che
condizionavano quelli dei governanti aristocratici. Un tribuno poteva
accorrere in aiuto di un plebeo ingiustamente perseguitato e addirittura
sospendere le deliberazioni del senato o i provvedimenti di
un magistrato che giudicava contrari all'interesse dei cittadini che
tutelava. E, affinch la minaccia dei loro interventi non fosse soltanto
verbale, gli attribuirono il diritto di mettere in galera chiunque non
rispettasse i loro ordini, di infliggere multe e perfino di condannare
a morte.
L'uguaglianza politica, almeno in teoria, fu raggiunta con la costituzione
dei concilia plebis e con l'elezione dei magistrati popolari; quella
civile fu consacrata dalle leggi delle Dodici tavole (intorno al 450 a.C.).
Nelle sue disposizioni specifiche questo codice ripeteva le consuetudini
preesistenti ma implicitamente stabiliva un principio fondamentale
rivoluzionario: che tutti gli uomini liberi, patrizi o plebei, erano
uguali di fronte alla legge la quale, promulgata nell'interesse di tutti,
costituiva il fondamento della repubblica. Al tempo di Cicerone i ragazzi,
a scuola, ancora ne imparavano a memoria il testo, come oggi si fa al
catechismo con i dieci comandamenti. E non senza ragione, perch  davvero
un monumento della cultura latina. Alcuni dei princpi contenuti nelle
sue norme, in particolare quelle sulla condizione della donna, sulla tutela
della propriet, sulla libert di testare, sull'esclusione della tortura
come mezzo di prova, costituiscono l'avvio di quella riflessione
giunsprudenziale che  stata alla base della cultura giuridica europea
occidentale.
Qualche anno dopo i plebei ottennero anche il seguito delle loro
rivendicazioni: cio lo jus connubii, l'abolizione del divieto di
matrimonio tra uomini e donne appartenenti a ordini diversi (patrizio
e plebeo) e l'ammissione alle massime magistrature.
Nel frattempo per tutti i cittadini erano stati divisi in cinque
classi censuarie, a seconda cio della consistenza del loro patrimonio,
e le classi, a loro volta, divise in 193 centurie che costituirono
l'assemblea pi importante dello Stato (comizi centuriati), quella che
oltre a legiferare aveva il diritto di eleggere i magistrati superiori.
Il suo ordinamento e funzionamento assicurava la maggioranza e
quindi la supremazia dei ceti pi ricchi della popolazione e indirettamente
del senato in cui era asserragliata l'lite politica che rappresentava i
grandi proprietari terrieri e in generale tutti i padroni dello Stato.
Fu questo, nelle sue linee generalissime, lo schema costituzionale che
caratterizz i secoli repubblicani e che permise al senato e
dunque all'antica aristocrazia di governare Roma e di inventarne il
suo straordinario destino.
 2. La supremazia nell'Italia centrale
L'aspetto pi appassionante e sorprendente della storia di Roma
repubblicana  quello della sua espansione territoriale. Un'espansione
che si  sempre incerti su come definire perch sembra ispirata a
volte dalla prudenza e altre volte dalla passione per la rapina.
Ma forse sarebbe pi esatto dire che i due sentimenti vi convivono
in una mistura a dosi variabili e che la prevalenza dell'uno non riesce
a cancellare del tutto quella dell'altro.
Nei primi secoli della sua vita comunque la nuova citt-stato cresciuta
sul guado del Tevere segue, nei confronti di terzi, una linea
politica di attenta cautela. La sua ricchezza aveva attirato molta
gente, di varia stirpe e di varia estrazione sociale, che aveva rafforzato
la sua consistenza demografica sia nelle classi alte sia nella
plebe; ma aveva attirato anche la gelosia delle citt vicine, alcune
latine, altre di razza diversa, e soprattutto suscitato le loro
preoccupazioni circa la possibilit di mantenere l'indipendenza a contatto
di una rivale cos ingombrante.
Durante il periodo etrusco, nel secolo cio dei re etruschi,
l'espansionismo di Roma era stato sfacciato. Questi prncipi stranieri
avevano una mentalit pi brillante di quella dei patrizi capi
delle varie gentes latine, seguivano modelli che si potrebbero definire
omerici; privilegiavano consumi di lusso e perci favorivano
l'espandersi di un ceto di artigiani e di commercianti estraneo e
svincolato dalla ferrea disciplina e coesione clientelari della gens.
Contemporaneamente avevano costretto molte citt del Lazio a subire
la supremazia di Roma.
Quando i patrizi si erano resi conto che la strada imboccata dai
re stranieri portava a una situazione politica e sociale in cui avrebbero
contato molto meno, o magari quasi niente, si erano affrettati
a cambiare direzione. Avevano cacciato quei sovrani estranei e
pretenziosi e ripreso il controllo della citt.
Il cambiamento non era stato indolore. Tagliata fuori dai traffici
del grande mercato etrusco che, all'epoca, coinvolgeva una notevole
parte della penisola, la citt si era impoverita ed era decaduta in
maniera vistosa. In questo contesto i patres avevano elaborato
quell'ideale complesso di valori che potremmo chiamare della moderazione
dei consumi che accompagner e annoier la societ romana fino alla
tarda repubblica. Attico, Orazio e altri si riconoscevano
come veri autentici romani rispettosi del mos majorum soprattutto
per la modestia delle loro esigenze e per la loro frugalit.
Ben presto per questa ideologia anticonsumistica, anche se era
praticata con scrupolo, non aveva impedito ai dirigenti romani di sentire
la necessit, dal punto di vista politico, economico e militare, di
recuperare il controllo sulle citt latine le quali, a seguito della crisi
della monarchia, avevano denunciato il trattato con Roma e si erano
rese indipendenti accordandosi tra loro nella cosiddetta lega latina.
 a questo punto che comincia l'imperialismo repubblicano il
quale, comunque lo si voglia motivare, costituisce, fino ad Augusto,
la chiave di interpretazione pi pertinente della storia della citt.
Il conflitto con le comunit laziali si concluse con il Foedus Cassianum,
un trattato che veniva definito equo dai Romani perch,
secondo loro, considerava i loro cugini su un piano di parit e gli
riconosceva vari privilegi formali. A questi in realt aveva fatto comodo
allearsi con Roma per difendersi meglio dalla minaccia che
fino a quel momento non erano riusciti ad allontanare: gli Equi.
Questo gruppetto di montanari, forse di origine osca, scacciati, dalle
loro forre e dalle loro foreste, dai Celti che scendevano dalla valle
del Po, avevano immaginato di ritagliarsi una nicchia nel Lazio
meridionale. Erano quattro gatti dal punto di vista numerico ma
cos tosti da quello militare che non avevano permesso a nessuno
di fermarli. Se avessero avuto pi testa che coraggio e soprattutto
se avessero trovato qualcuno capace di guidarli e di proporgli un
destino realizzabile, probabilmente avrebbero scritto un loro capitolo
nella storia dell'Italia antica. Il transfuga Coriolano si serv di
loro e dei Volsci, loro alleati, per arrivare fino alle porte di Roma
ma poi, fermato dai rimbrotti materni, li trad mollandoli e ritirandosi
a vita privata.
I patres per non dimenticarono il pericolo corso e, appena furono in
condizione di sopraffare gli avversari, provvidero a sterminarli uno per
uno in modo da eliminare perfino l'ipotesi di trovarseli di nuovo di fronte.
Questo radicalismo indica una costante della politica romana.
Tutte le volte infatti che un nemico si  dimostrato tanto pericoloso
da minacciare la sopravvivenza stessa della loro citt, i patres hanno
sempre mirato non alla sua sconfitta ma al suo annientamento.
Come classe dirigente avevano questa capacit specifica: che sapevano
riconoscere quando bisognava escludere i mezzi termini e fare
sul serio, e quando potevano concedersi di essere pi tolleranti.
Dopo aver sistemato il confine meridionale del Lazio, decisero
che era tempo di occuparsi dei nemici che stavano sulla riva destra
del Tevere, cio a nord, per creare un antemurale che evitasse
all'urbe di trovarsi in prima linea.
A pochi chilometri di distanza, una quindicina, in territorio etrusco,
esisteva una citt che aveva concepito la pretesa di far concorrenza a
Roma. Questa citt era Veio e fondava il suo diritto su due
fatti abbastanza rilevanti: non era meno popolosa della rivale e
controllava, grazie a un accordo con Capena, il guado del Tevere
collegato al santuario del Lucus Feroniae.
Poich tra l'altro contendeva a Roma le saline del Tirreno e voleva
mettere bocca anche sulle regole di navigazione del fiume, si
poteva definire, n pi n meno, un emporio-copia della citt dei
sette colli. La differenza era solo questa: che i suoi abitanti invece
di essere Latini erano Etruschi. Ovviamente doveva scomparire e i
patres si convinsero che prima era e meglio sarebbe stato. Veio
per aveva mezzi per difendersi e una cinta di mura tutt'altro che
disprezzabile. Perci resistette a lungo. Il suo assedio, secondo la
leggenda, sarebbe durato dieci anni, come quello di Troia. Alla fine
per non riusc a respingere l'assalto decisivo di Furio Camillo e
dovette arrendersi. I vincitori prima ammazzarono quasi tutti i suoi
abitanti e poi la rasero al suolo in maniera che non venisse in mente
a nessuno l'idea di ricostruirla. Quindi confiscarono tutte le sue
terre e ne fecero una spartizione che non  cos limpida come ci si
attenderebbe da senatori e magistrati di altri tempi. Una parte dei
terreni fu distribuito ai plebei poveri e l'altra, indivisa, fu lasciata
al demanio perch la affittasse come terra da pascolo.
La consuetudine voleva che i terreni pi fertili fossero lottizzati
per gli aventi diritto poveri e quelli meno, destinati a pascolo.
Sembrerebbe per che in questa occasione non sia stata rispettata perch
i senatori furono accusati di aver fatto il contrario e cio di
aver soddisfatto un interesse privato in atti di ufficio. I maggiori
beneficiari dei pascoli infatti erano proprio loro o meglio le loro
mandrie e le loro greggi.
Ci significa che il problema dell'ager publicus  nato molto
prima dei Gracchi e che accompagna tutta la storia di Roma come
l'ombra del sempre presente conflitto politico interno, latente o
esplicito, tra plebe e patriziato.
Dopo la vittoria su Veio i Romani erano arrivati quasi agli attuali
confini del Lazio. A nord, dopo aver fondato le colonie di Sutri e di
Nepi, erano stati fermati solo dall'invalicabile ostacolo della
foresta Cimina.
La prima tappa di un percorso che sarebbe stato interminabile si
era conclusa con successo. La conquista di Veio avvenne nel 396 a.C.,
all'incirca tre secoli dopo la fondazione della citt.
Pochissimi anni dopo i Romani dovettero scontare questa vittoria
con una delle pagine pi clamorose e umilianti della loro storia.
Un'orda di Galli Senoni, probabilmente cacciati dalle loro sedi dalla
pressione di trib germaniche, si era precipitata nella valle padana
e, attraversato l'Appennino, era avanzata sul versante tirrenico
della penisola. Si trattava di gente primitiva, abituata al nomadismo
e perci pi propensa a saccheggiare che non a trovare un posto
dove sistemarsi definitivamente. Lungo il suo cammino aveva lasciato
un corridoio di terra bruciata formato di distruzioni, rapine e
pulizie etniche. I Romani la affrontarono sull'Allia, un fiumiciattolo
che si riversa sul Tevere a circa 18 chilometri da Roma e furono
sconfitti in maniera disastrosa; anche perch l'organizzazione delle loro
legioni, a quell'epoca, era ancora molto lontana dal tecnicismo
professionale che in seguito le avrebbe rese invincibili, I barbari cos
dilagarono verso l'urbe, la occuparono e la spogliarono scrupolosamente
di tutto ci che giudicarono potesse risultargli utile. Ma non
dovettero essere soddisfatti del bottino, dato che nel frattempo la
maggior parte della popolazione si era messa in salvo con tutte le
sue carabattole, e pretesero un riscatto in oro per restituire la citt
ai suoi abitanti. Nel frattempo, anche per stimolare i Quiriti a mettere
insieme rapidamente la taglia, si divertirono ad appiccare il fuoco ai
vari quartieri della citt e a spaventare le oche del Campidoglio nella
cui cittadella si erano asserragliati i Romani pi irriducibili.
Non si sa dove i vinti abbiano racimolato il contante necessario a
pagare il riscatto ma sembrerebbe che la maggior parte sia stata
prestata dalla citt di Massalia ovverosia Marsiglia, la quale fin da
allora coltivava rapporti di amicizia con l'urbe.
Una volta ottenuto quanto richiesto, i Galli levarono le tende e il
disturbo. Alcuni sostengono che si siano avviati verso nord, altri invece
che siano andati a sud, in Sicilia, ingaggiati come mercenari dal
tiranno di Siracusa.
Cos i profughi poterono rientrare in citt e darsi da fare per
ricostruire, nel pi completo caos urbanistico, le loro abitazioni. Ma
la figuraccia che Roma aveva fatto nei confronti dei suoi soci e alleati
non era di quelle che lasciano indenne una reputazione. E infatti i
Latini e i Volsci del Lazio pensando che i loro padroni, dopo la lezione
ricevuta, non avessero pi il coraggio di distribuire ordini,
tentarono di recuperare la loro piena libert. I patres per non erano
persone che si perdessero d'animo. L'umiliazione patita li aveva
messi gi di pessimo umore. Non erano perci nello stato d'animo
adatto per tollerare con pazienza le velleit indipendentistiche dei loro
alleati. E siccome sapevano bene come rimetterli in riga lo fecero
senza tanti complimenti, ristabilendo la situazione precedente la comparsa
dei Galli e quindi confermando l'egemonia su tutto il Lazio.
Nel frattempo all'interno della citt era cresciuta una nuova classe
dirigente con caratteristiche alquanto diverse da quelle degli antichi
aristocratici. Questi ultimi erano i capi delle gentes che avevano
cacciato i re etruschi, fondato la repubblica e costituito il primo
senato. Di tali meriti erano tanto orgogliosi che avevano preteso di
trasmettere la distinzione che ne derivava ai loro discendenti, i quali
naturalmente non avevano rinunciato a chiamarsi patrizi e a godere
tutti i privilegi che la qualifica comportava, anche se spesso
risultavano cos decaduti che il loro patrimonio li abilitava a essere
iscritti non nell'albo degli aristocratici ma in quello dei morti di
fame. Al contrario molti non patrizi avevano fatto fortuna, o perch
avevano coltivato le loro tenute con abilit o perch avevano fatto
ben fruttare le occasioni offerte dall'attivit commerciale e
industriale. Questi plebei ricchi, dopo la catastrofe gallica, eliminarono
il nodo che il secolare conflitto tra plebe e patriziato non era riuscito
a sciogliere: nel 367 a.C., grazie alla legge dei tribuni Licinio e
Sestio, ottennero che uno dei due consoli potesse essere un plebeo,
cio che non fosse necessariamente un patrizio.  vero che
contemporaneamente i consoli perdettero le funzioni giudiziarie, che
furono trasferite ai pretori, nonch quelle di sorveglianza sulle opere
pubbliche, attribuite agli edili curuli, ma questa limitazione di
competenze va interpretata non come un tentativo di ridurre il potere
dei consoli ma come una pi razionale e indispensabile redistribuzione
delle funzioni tra i vari magistrati in modo da rendere pi efficiente
l'amministrazione dello stato.
I plebei che riuscirono a raggiungere il consolato non tardarono
a considerare questo successo come un motivo di distinzione sociale
e si definirono nobili per s e per i propri eredi. Si form cos
accanto al patriziato un ceto di nobilt plebea che entr a far parte del
senato e che accrebbe l'antica classe dirigente aristocratica.
La nobilt plebea non aveva idee molto diverse da quelle del patriziato,
tuttavia non era priva di un elemento che si poteva considerare
aggiuntivo rispetto alla tradizione arcaica: una maggiore aggressivit.
 questa una componente della cultura romana che in qualche modo
ha orientato e condizionato la politica della repubblica nei secoli
successivi e spiega anche la sua frenetica accentuazione imperialistica
negli ultimi cento anni della sua storia.
L'insorgere e l'affermarsi di questo ceto e la sua rapida integrazione
con quello patrizio ribadirono comunque una regola esplicita
della costituzione romana, come  dimostrato dai comizi centuriati
i quali privilegiavano i cittadini con censo pi alto: che spettasse
soprattutto ai ricchi di prendere le decisioni riguardanti l'intero
corpo dei Quiriti e dei loro alleati.
A proposito di questi ultimi c' da dire che  proprio in questo
periodo, cio intorno alla met del quarto secolo, che viene definito
stabilmente il loro rapporto con Roma. Da grandi esperti del potere i
senatori avevano capito che non dovevano consentire alle varie citt,
comunit, trib comprese nell'area della supremazia politica romana,
di collegarsi tra loro. Questo collegamento, comunque si
fosse strutturato, le avrebbe rese pi forti nel confronto con la citt
egemone. Perci stabilirono che ogni comunit dovesse firmare un
suo particolare trattato in base a condizioni che potevano variare a
seconda dei precedenti e degli interessi che la univano a Roma.
In questi trattati  contenuto il segreto del successo dell'urbe,
cio il motivo per cui Roma  riuscita a unificare l'Italia peninsulare
e a costituire un organismo che non si  sfaldato neanche quando
un nemico esterno, Annibale, ha lasciato intravedere ai popoli italici
la possibilit di riacquistare l'indipendenza. In essa si esprime
l'originalit della cultura politica romana e si concreta la prudenza
degli antichi patres. A parte la tacita promessa di una futura cittadinanza,
questi trattati lasciavano agli alleati le loro terre migliori,
non gli imponevano tributi o balzelli umilianti e gli permettevano
una larga autonomia gestionale. Nel contesto delle consuetudini del
mondo antico era una novit, un qualcosa che non s'era mai visto e
che dimostrava come fosse possibile tenere insieme un grande agglomerato
i popoli diversi utilizzando solo il consenso e senza bisogno di
occupazione militare.
Come era naturale che accadesse questa federazione dai caratteri cos
originali divenne subito un punto di riferimento per le comunit confinanti.
La prima che chiese l'intervento di Roma fu Capua.
La citt era sannita ma era stata fondata dagli Etruschi ed era
cresciuta accanto ai Greci di Cuma e di Napoli. Sicch si era imbastardita
e rifiutava la sua ascendenza osca. Quando i parenti sanniti
delle montagne le fecero sapere che intendevano assimilarla nella
loro lega, cio in altri termini imporre una tangente sulla sua ricchezza,
Capua che non voleva avere nulla a che fare con loro si rivolse al senato
perch la difendesse.
I Romani non avevano la stessa vocazione missionaria degli
Americani di oggi i quali giustificano gli interventi dei marines,
qua e l per il mondo, col proposito di far conoscere ai popoli stranieri
i vantaggi della democrazia e del libero mercato. Tuttavia non
erano insensibili ai gridi di dolore di quanti invocavano aiuto per
difendere la loro libert, anche perch giudicavano che l'indipendenza
dei singoli vicini allontanasse il pericolo di coalizioni tra
loro che in prospettiva potevano diventare minacciose. Perci accolsero
la richiesta e intervennero sconfiggendo i Sanniti al monte Gauro e
a Suessola. Si era nel 343 a.C.
La federazione dei selvatici montanari del Sannio in un primo
momento abbozz ma subito dopo, quando Roma ebbe l'arroganza
di fondare una sua colonia, la citt di Fregelle, proprio nel suo territorio
e pretese di garantire il governo oligarchico di Napoli che
era greco, a danno della maggioranza della popolazione di quella citt che
era sannita, riapr la discussione a brutto muso e dichiar guerra.
 questa la cosiddetta seconda guerra sannitica, quella vera,
quella cio in cui la posta in gioco fu la pi alta: il diritto di
unificare la penisola. A disputarselo furono due gruppi di trib
indoeuropee: i latini da una parte e gli osci dall'altra.
In un primo momento i Romani subirono delle sconfitte umilianti.
Avevano creduto di poter chiudere la partita con una o magari
due battaglie campali, se la prima non fosse stata decisiva, e invece
si trovarono imbrigliati da una strategia che non avevano previsto:
la guerriglia. La loro legione assomigliava moltissimo alla falange
macedone e sul terreno accidentato dell'Appennino risultava perci
una specie di ciocco senza agilit ed elasticit. Sicch le presero di
santa ragione, tanto che dovettero subire perfino il sarcasmo delle
Forche Caudine.
I governanti romani per avevano due qualit che, se non difettavano,
non erano altrettanto spiccate in quelli sanniti: una tenacia
che poteva arrivare al limite della pi tetra ottusit e una capacit
di imparare rapidamente quale si pu constatare solo in cervelli
molto giovani e molto svegli. Cos riorganizzarono le loro armate
in modo diverso. Le divisero in manipoli e gli conferirono una flessibilit
che ne avrebbe fatto strumenti adatti a fronteggiare e sconfiggere tutti
gli eserciti del mondo mediterraneo. Cos, ironia della sorte,
involontariamente, i Sanniti insegnarono ai Romani come diventare
padroni del mondo.
La seconda guerra sannitica dur circa vent'anni, dal 326 al 304 a.C.
con qualche interruzione e col risultato pratico immediato di
consentire ai Romani di costituire colonie, ai margini del territorio
del Sannio, in funzione di scolte e di sentinelle vigilanti su un
avversario sempre inquietante.
Qualche anno dopo, nel 298 a.C., si combatt anche la terza
guerra con gli irriducibili abitanti degli altipiani dell'Appennino
centrale e meridionale ma in questa occasione i Sanniti non furono
i soli antagonisti dei Romani e nemmeno i principali perch lo
sforzo maggiore della campagna fu sostenuta dalla solita orda di
Galli discesa dalle Alpi. L'obiettivo di questi nuovi invasori era di
trovare una terra su cui sistemarsi. Poich la valle padana era gi
occupata da affini che non si erano dichiarati disposti a dividere
con loro i campi, supposero che avrebbero potuto confiscarli facilmente
ai Romani, i quali sembrava che ne avessero fin troppi e comunque
pi di quelli indispensabili alla sopravvivenza. La resistenza che
avrebbero trovato non li preoccupava: gi altre volte la loro
gente ne aveva avuto ragione, ma, per garantirsi un successo sicuro,
chiamarono a dargli una mano i popoli della penisola che tenevano
aperto un contenzioso con i prepotenti interlocutori dei sette colli.
Accorsero i Sanniti naturalmente e poi gli Etruschi e gli Umbri che
avevano parecchi motivi per liberarsi della tutela di Roma.
Con questi alleati fu costituito un esercito imponente che al momento
opportuno alz le insegne e si avvi verso sud per compiere
la sua missione.
I Romani lo affrontarono a Sentino in Umbria nel 296 a.C. in
una di quelle battaglie in cui la pari determinazione dei contendenti
rende incerto l'esito per lungo tempo. Dopo ore di combattimento,
pagate severamente con la vita di migliaia di uomini, finalmente il
console Decio Mure fece la mossa giusta per prevalere. Dedic se
stesso e i nemici agli di infernali e si gett nella mischia per trovare
la morte cio per trascinare con s all'inferno anche l'esercito
degli alleati.
La storia di Decio Mure  ovviamente una leggenda. Anzi alcuni
storici sostengono che questo console non era neppure presente a
Sentino e che iI merito della vittoria  tutto del suo collega Fabio
Massimo Rulliano.
Leggenda o no, metteva sempre in enorme imbarazzo i discendenti
della sua casata i quali ogni volta che si ritrovavano in battaglia
rischiavano l'obbligo morale di dover ripetere il gesto dell'avo
per assicurare il successo alle armi romane. Per loro fortuna le legioni,
nei secoli successivi, raramente si sono trovate in frangenti
altrettanto incerti e pericolosi e in tali occasioni i Deci presenti non
hanno avuto responsabilit di comando cos eminenti da essere costretti
a replicare un cos tragico sacrificio personale.
Il fatto che la leggenda sia nata e che impegnasse cos strettamente
anche i discendenti di chi ne era il protagonista, dimostra
che la dedizione della classe dirigente allo Stato era totale e sentita
cos drammaticamente da legittimare in qualche misura, anche se
non avesse avuto altri meriti, la pretesa di esercitare in esclusiva il
potere di governo.
La dedica risult gradita ed efficace perch i Romani guadagnarono
la giornata e la guerra. I Galli tornarono indietro e i sopravvissuti
Etruschi, Umbri e Sanniti si dispersero.
La terza fu considerata l'ultima guerra sannita. Ma in realt ce
ne fu una quarta: quella della battaglia di Porta Collina, sotto le
mura di Roma, pi di due secoli dopo Sentino.
Silla, tornato dalla Grecia con il compito di restaurare il regime
oligarchico senatoriale, aveva risalito l'Italia fino a Roma sconfiggendo
le legioni comandate dai consoli populares. I Sanniti in questa guerra
civile si erano schierati con il partito democratico e avevano messo
in campo un esercito di 40.000 uomini. Quando si resero conto
che tutto era perduto si trovavano nella pianura reatina.
Sapevano bene che tornarsene a casa non sarebbe servito a farla
franca, perch Silla, con tutto comodo, li avrebbe raggiunti e puniti.
Perci concepirono un disegno disperato e criminale: gettarsi
sull'urbe indifesa e distruggere la tana dove si rifugiavano i lupi
che avevano azzannato alla gola la libert dei popoli italici.
Anche questa, in certo senso, era una dedica agli di infernali,
perch se avessero portato a termine il loro disegno non sarebbero
sfuggiti al destino che li attendeva. Prima che li colpisse perci decisero
di dare quest'ultima feroce testimonianza alla loro religione di libert.
Silla era stato avvertito del progetto e arriv appena in tempo,
mentre i Sanniti si accingevano a scavalcare le mura. il combattimento
dur tutto il pomeriggio e tutta la notte ma alla fine i veterani di
Silla ebbero la meglio e i 40.000 Sanniti furono uccisi, una parte in
battaglia e gli altri, i prigionieri, nei giorni successivi, scannati dai
legionari che erano stati designati a svolgere la funzione del boia.
Questa fu la quarta guerra sannitica, l'ultima, nella quale Silla cancell
la pi forte e la pi stolida nazione italica dalla lavagna della storia.
La vittoria di Sentino, e quella, di poco successiva, al lago Vadimone
sui Galli, consentirono ai Romani di fissare il confine settentrionale
entro il quale si imponeva la loro supremazia: costituito
dalla catena appenninica sopra Firenze e dal fiume Rubicone oltre Rimini.
Etruschi e Umbri, che si erano dimostrati incapaci di contenere la
pressione dei Celti provenienti dalla pianura padana o che addirittura
li avevano invitati a dargli manforte contro i Romani, furono sorvegliati
collocando insediamenti latini nei punti strategici delle loro due
regioni, mentre ai Senoni fu confiscata la terra e assegnata alla nuova
colonia di Sena Gallica, che sarebbe poi l'attuale Senigallia.
Il confine meridionale invece era pi vago. La zona di influenza
romana comprendeva anche il Sannio col quale era stato firmato un
trattato che lo lasciava indipendente ma escludeva Apuli, Lucani e
Bruzi con i quali Roma aveva avuto contatti sporadici non significativi.
Il punto di riferimento della presenza al sud era costituito dalla citt
di Venosa che era stata colonizzata da oltre ventimila Latini e che
assolveva alla funzione di controllo alle spalle della federazione sannita.
I successi dell'esercito romano e soprattutto le caratteristiche degli
accordi che Roma stipulava con le varie citt e comunit indipendenti
che entravano nella sua orbita, avevano attirato l'attenzione delle
citt greche del meridione il cui problema principale era
sempre stato, ed era tuttora, quello di come conservare l'indipendenza
all'interno di regioni abitate da pastori e contadini abbastanza
primitivi ma anche aggressivi e desiderosi di migliorare il loro
tenore di vita rapinando i vicini pi ricchi.
Impegnate a commerciare avevano escluso l'eventualit di costituirsi
eserciti permanenti che le difendessero da nemici esterni e
avevano ritenuto che sarebbe stato pi pratico, oltre che meno costoso,
assoldare mercenari nella madre patria ogni volta che se ne
fosse presentata la necessit.
La soluzione adottata forse era pratica ma non deve essere risultata
sempre soddisfacente, almeno per Thuri, una citt greca situata
sul golfo di Taranto, la quale, pressata ancora una volta dai Lucani,
prese una decisione che, senza rendersene conto, avrebbe cambiato
il destino della Magna Grecia: rinunci ai mercenari epiroti, di solito
scritturati dalla vicina Taranto, e chiese aiuto a Roma.
 3. La conquista dell'Italia meridionale
Sappiamo di sicuro che prima di dare la sua risposta all'invocazione
d'aiuto dei Turini, il senato la medit a lungo. Ne possiamo
dedurre che il dibattito sulla opportunit di intervenire deve essere
stato molto ampio e serrato. Se fosse disponibile il resoconto stenografico
delle sedute in cui fu affrontato il problema, potremmo conoscere pi
dettagliatamente le motivazioni che la classe dirigente di Roma
dava al suo espansionismo.
Poich la decisione di intervenire avrebbe comportato la reazione
dei Greci dello Ionio (e i senatori ne erano perfettamente consapevoli) 
ragionevole pensare che sia stata determinata da due considerazioni
principali: la prima, che con l'eventuale e probabile controllo della
Magna Grecia si acquistavano nuovi territori da colonizzare utili
ad alleggerire la pressione demografica; la seconda,
che si garantiva la sicurezza della complessa struttura gi creata
nell'Italia centrale estendendola a sud fino ai confini naturali delle
coste dell'Adriatico, dello Ionio e del Tirreno.
Gli argomenti dell'opposizione devono essere stati molto meno
persuasivi e l'alternativa che proponevano, (probabilmente una
prudente politica del piede di casa), non appariva soddisfacente a
una lite che attribuiva alla psicologia collettiva della comunit che
governava la propria vocazione di predatore naturale. E poi la classe
dirigente di Roma era irresistibilmente attratta verso il sud e verso
l'est, cio verso paesi ricchi e civili dove le prospettive di bottino
sembravano pi interessanti. Non per niente la prima vera strada
costruita dalla repubblica  stata quella che portava a Capua e che il
censore Appio Claudio aveva pairocinato con tutta la sua autorit.
Come se non bastasse la situazione offriva la possibilit di coprire
i veri motivi dell'intervento con una irreprensibile foglia di fico
che avrebbe reso la guerra giusta (bellum iustum): soccorrere amici
che chiedevano protezione. Non mancava nulla per confermare
l'opportunit di accogliere le sollecitazioni dei Turini. Cos il senato,
confortato dal fatto di essere in regola con la forma, decise di rischiare
e distacc una guarnigione a Thuri affinch difendesse la citt dalle
prevaricazioni dei Lucani.
Giustamente Taranto consider il fatto non solo come un'offesa
ma come una intrusione intollerabile nei suoi affari interni. Prima
di allora aveva sempre provveduto direttamente a garantire la sicurezza
di Thuri, o impegnandosi con i suoi soldati o assoldando mercenari
in Grecia. Perci quando i Romani, con la consueta sfrontatezza,
doppiarono il capo Lacinio con una flotta di dieci navi da guerra
dirette a Thuri, i Tarantini le attaccarono e in parte le affondarono.
Ritenevano di aver diritto a questa azione ostile perch un
precedente trattato, stipulato tra Roma e Taranto, aveva fissato proprio
al capo Lacinio il limite delle acque territoriali della citt greca,
limite che nessuna nave da guerra romana avrebbe dovuto superare.
I Romani che non aspettavano altro che di essere provocati, per
sentirsi la coscienza pi tranquilla, si accinsero alla guerra. Taranto
da parte sua, convinta di non essere in grado di sostenere da sola il
confronto, chiam in soccorso Pirro, re dell'Epiro.
Era costui una specie di capitano di ventura tra i pi brillanti
interpreti della tradizione militare macedone, tradizione che era stata
esaltata da Alessandro Magno e che aveva fatto della falange il forcipe
grazie al quale erano nati i vari regni elienistici. Come tutti i
suoi colleghi di questo periodo della storia, regoli e generali, Greci,
Macedoni, Persiani, Pirro aveva in programma di allargare il suo regnicolo
in misura da conferirgli la dimensione di un vero e proprio Stato.
L'invito di Taranto gli apriva la prospettiva interessantissima di
un possibile impero che comprendesse l'Italia meridionale ionica e
la Sicilia. Si affrett a organizzare un esercito di 25.000 uomini
e di venti elefanti e attravers il canale di Otranto (280 a.C.).
Il primo scontro avvenne ad Eraclea. I Romani che non avevano
mai visto quei pachidermi si sbandarono malamente tanto che riuscirono
a ritrovarsi e a rimettersi insieme, dopo molti giorni, soltanto in
Campania. Pirro punt come una freccia su Roma sperando di poter
rinforzare i suoi reparti con i volontari delle comunit italiche
che, pensava, si sarebbero ribellati al dominio latino, ma
ben presto dovette rendersi conto che la sua speranza era infondata.
Non aveva immaginato che l'egemonia romana imponesse ai sudditi una
servit tollerabile.  stato un grave errore ma bisogna dire
che non  stato il solo a farlo. Mezzo secolo dopo l'avrebbe ripetuto
Annibale che evidentemente non aveva bene riflettuto sull'esperienza
del suo predecessore nell'invasione dell'Italia.
E infatti la supremazia romana sugli alleati era non solo tollerabile
ma in parte anche gradita; perch non imponeva tasse esose,
garantiva un'esistenza tranquilla in quanto impediva le solite baruffe
tra vicini e consentiva di partecipare alla disbibuzione del bottino
di guerra. L'unico vero gravame era costituito dal contingente di
reclute da destinare alle legioni. Anche questo per non era insopportabile
perch la leva era gestita dalle autorit locali secondo i
criteri che ritenevano pi opportuno di applicare. Perci non andiamo
molto lontani dalla realt se diciamo che, forse, il salasso poteva
essere giudicato dagli interessati come una valvola di sfogo che
faceva comodo; per esempio, per liberarsi di quei giovani che non
avevano una sicura prospettiva di lavoro in loco o per alleggerire il
carico di famiglie numerose. Non bisogna dimenticare infatti che
tra gli Osci sussisteva ancora il rito della primavera sacra che
prevedeva in certe occasioni l'espulsione di tutti i ventenni dalla
comunit. Questi consacrati dovevano cercarsi altrove un posto
dove vivere, al solo scopo di ridurre la popolazione in patria.
Con queste caratteristiche specifiche il sistema romano, anche se
aveva la costituzione formale di una citt-stato, in realt poteva
contare sulla dimensione quantitativa e sul consenso, pi o meno
esplicito, propri di uno Stato nazionale. Fatto che si configura come
una novit nel mondo antico che tuttavia non era privo di regni a
base etnica. Questi per pi che altro sembravano feudi allargati e
non avevano la solidit degli organismi che si costituiscono in base
a un patto generale, fondato, oltre che sull'affinit culturale, anche
sul consenso dei cittadini.
Compresa bene la situazione, Pirro rinunci ad assediare Roma,
che tra l'altro aveva completato da non molto tempo la cinta delle
cosiddette mura serviane e ridimension le sue ambizioni. Forse aveva
immaginato di travolgere l'Occidente come Alessandro aveva
fatto, mezzo secolo prima, con l'Oriente ma ora, dopo aver saggiato
le capacit di resistenza dell'avversario, concluse che l'esito della
sua spedizione in Italia sarebbe stato comunque soddisfacente se
gli avesse permesso di controllare un regno composto dei territori
della Magna Grecia. Perci avvi trattative di pace con i Romani sperando
che questi, preoccupati di garantire la loro federazione dell'Italia
centrale, non avessero troppe obiezioni da opporre al suo progetto.
Intanto tra l'entusiasmo dei Sicelioti aveva liberato l'isola dai
Cartaginesi a cui era rimasta solo la citt-fortezza di Lilibeo (situata
all'incirca dove oggi  Marsala) dentro la quale si erano asserragliati.
Ma figuriamoci se il senato non capiva che era contro gli interessi di
Roma il lasciare che si formasse un regno di Greci sul territorio della
penisola e, per di pi, confinante con l'area di influenza
latina. Prese un po' di tempo, tanto per non umiliare l'ambasciatore
di Pirro, Cinea, fingendo di essere interessato alle proposte del re, e
poi le respinse. Nel frattempo era arrivato in citt l'ammiraglio
cartaginese Magone per concordare un'alleanza tra Romani e Punici
mirata a contrastare il disegno dell'avventuriero greco.
A questo punto a Pirro non rimaneva che prendere la sua roba e
tornarsene a casa ma volle fare un ultimo tentativo per vedere se gli
riusciva di rovesciare la situazione con l'aiuto dei Sanniti i quali,
sempre insofferenti di un padrone e quasi fisicamente bisognosi
della loro libert, si erano ribellati a Roma. Lo scontro avvenne a
Benevento. Pirro era un raffinato stratega, specialmente se confrontato,
sul piano tecnico, col generale romano Curio Dentato, e quindi
difficilmente avrebbe permesso che un avversario cos buzzurro
gli scompigliasse i reparti. Infatti tenne il fronte di battaglia fino a
quando ambedue i combattenti, ormai stanchi, si ritirarono nei loro
accampamenti. Le perdite degli Epiroti per erano state molto gravi e
poich non potevano essere compensate facendo affluire altri soldati
dalla Grecia, il re decise di riattraversare il canale di Otranto.
In Italia sarebbe tornato in seguito, quando fosse stato in grado
di organizzare una spedizione adeguata a fondare un impero. I Romani
da parte loro si convinsero di aver guadagnato la giornata e cambiarono
il nome della localit in cui era stata ottenuta la vittoria da
Maleventum in Beneventum.
Con la rinuncia di Pirro, l'unificazione della parte peninsulare
dell'Italia era stata compiuta. I trattati stipulati dal senato con le
varie citt greche e con le popolazioni degli Apuli, dei Lucani e dei
Bruttii tessevano una variet di rapporti adatti alla condizione dei
singoli contraenti e comunque delineavano un fenomeno grandioso
nel contesto della cultura antica: l'inizio del processo di formazione
di uno Stato nazionale. Purtroppo questo processo sarebbe poi
risultato lunghissimo e si sarebbe concluso dopo circa duemila
anni; non solo in ritardo rispetto alle altre nazioni europee, ma in
una forma incompleta e approssimativa. Le tante ragioni che hanno
provocato questo ritardo, nonch la nascita di una creatura portatrice
di handicap, potrebbero essere i titoli di tutti i volumi della storia
della penisola da allora fino ai nostri giorni.
Ma per il momento la classe dirigente di Roma, gli aristocratici
della repubblica, non potevano che essere soddisfatti di loro stessi.
Pressati dalla necessit di difendersi da nemici che non sopportavano
il loro espansionismo, si erano resi conto di poter confrontarsi
con chiunque e di riuscire a spuntarla se avessero resistito un minuto
in pi dei loro avversari.
Il fitto reticolo di trattati che collegava a Roma tutte le citt e le
comunit della penisola era il sofisticato strumento giuridico con
cui imponevano e gestivano il loro primato. Alcune di queste comunit
erano formate da cittadini di pieno diritto, cio di coloni
che erano stati gratificati di un bel pezzo di terra fertile in localit
strategicamente importanti. Questi gruppi dovevano far prosperare
la loro colonia ma soprattutto sorvegliare che, nell'area di loro
competenza, non si verificassero torbidi o si creassero intese a danno
dell'ordine romano.
Ad altre comunit era stata riconosciuta una semicittadinanza
che conferiva parecchi vantaggi ma, per esempio, escludeva il diritto
di intervenire nelle assemblee della capitale quando si votavano
o si eleggevano i magistrati dell'anno.
La maggior parte invece era legata a Roma da un trattato di alleanza
che non era identico per tutte ma disarticolava obblighi e diritti
reciproci a seconda dei precedenti storici, delle capacit produttive,
delle strutture sociali e culturali dei singoli contraenti.
La regola fondamentale che presiedeva su questi diversi rapporti
doveva essere la lealt (fides). Da classe politica di altissimo livello
i dirigenti romani avevano capito che, se volevano lealt dai loro
sudditi, dovevano essere i primi a praticarla nei loro confronti. E
infatti hanno rispettato i doveri che imponeva anche quando avrebbe
fatto comodo ignorarli.
Questa originale e grandiosa costruzione statale non somigliava
a nessun'altra di quelle esistenti nel mondo antico, non alle leghe
greche e neanche a uno Stato federale ma era piuttosto una combinazione
inedita in cui due elementi diversi: la citt-stato da una
parte e il suo territorio imperiale dall'altra, si saldavano in un blocco
capace di opporre all'esterno un fronte unitario e omogeneo.
Questa realt che, dal punto di vista giuridico-istituzionale, si
presentava come notevolmente evoluta, da quello dello sviluppo
economico-finanziario appariva invece piuttosto primitiva. Il contatto
diretto col mondo italiota costrinse i dirigenti romani a prendere
provvedimenti, a colmare lacune e a dare alla repubblica quello che
ancora non aveva mai avuto e cio una moneta degna del nome.
Nonostante che si possa dire che Roma  nata da un insediamento
commerciale, per i primi quattro secoli della sua esistenza il suo
sistema economico non ha oltrepassato di molto lo schema del baratto.
La parola pecunia, cio denaro, del resto, viene da pecus che
vuol dire bestiame, pecora o vacca o mulo o asino o altro quadrupede
e bipede di fattoria. Questo denaro vivente configura ipotesi di
compravendite idillicamente paesane: una pecora in cambio di un sacco
d'orzo, tre galline per un'anfora di terracotta e via dicendo.
Col moltiplicarsi dei bisogni e delle specializzazioni artigiane, il
baratto non fu pi sufficiente a soddisfare le necessit di scambio
che insorgevano da un'economia sempre pi differenziata e complessa.
Ci si serv allora del metallo, per lo pi del bronzo (una lega
di rame e di stagno) o anche del rame puro e semplice. Il metallo
non era per niente trattato ma tagliato in forme approssimative di
pani o di tavolette che furono designate col nome di aes rude perch
non portavano alcun contrassegno. Il loro valore variava a seconda del peso.
Un passo avanti, ma puramente estetico, fu fatto con l'aes signatum che
veniva chiamato cos perch la piastra di metallo aveva
impresse sul dritto e sul rovescio figure varie, aquile, spade, ancore,
maiali e perfino elefanti. E siccome gli elefanti i Romani non
l'hanno conosciuti prima della venuta di Pirro in Italia, se ne deve
dedurre che la loro zecca ha continuato a sfornare questa vaga moneta
metallica fino alla met del terzo secolo, quando gi tutta l'Italia
peninsulare era stata unificata. L'abbiamo definita vaga perch non
portava indicazioni sul valore e quindi lasciava al peso, alle fluttuazioni
di mercato e all'intesa tra acquirente e venditore, la determinazione del
suo potere d'acquisto.
Verso la met del quarto secolo per era stata messa in circolazione
una moneta vera e propria che fu chiamata asse librale perch pesava
una libbra di bronzo, cio quasi tre etti. Poich un bue costava
cento di questi assi si pu pensare che il contadino intenzionato ad
acquistare bestiame conducesse seco in fiera un facchino che lo
aiutasse a sostenere il peso dei portamonete.
Alla fine, nonostante il conservatorismo del contadiname italico,
Roma dovette decidersi a cambiare questo larvale sistema monetario,
anche per non apparire pi rustica di quanto effettivamente era di
fronte ai nuovi sudditi della Magna Grecia che si servivano di monete
di bronzo e d'argento trasportabili. Perci ne invent un altro che, senza
gravi mutamenti, funzion per quasi mezzo millennio. Oltre a varie
monete di bronzo furono introdotte due monete di argento: il denario
che pesava circa quattro grammi e il sesterzio che valeva un quarto del
denario. II sesterzio divenne la moneta di conto e aveva un potere di
acquisto equivalente press'a poco a quello delle nostre 5000 lire (1993)
cio circa tre dollari al cambio di l500 lire per un dollaro.
(Una dimostrazione dell'equivalenza tra sesterzio e lira  contenuta nel
capitolo Quanto vale il sesterzio del libro Crasso, Newton Compton
editori. Roma, 1986.)
Cos la classe dirigente di Roma si scrost di dosso la fama di
pittoresca rusticit primitiva. Contemporaneamente per riconfermava la
sua vocazione contadina. La sua politica sociale infatti continu a
ruotare intorno alla distribuzione della terra. Con le conquiste, e
quindi con la deduzione di colonie, allegger la pressione
demografica delle citt latine e liber le sue fattorie dalla presenza
dei piccoli coltivatori diretti confinanti, attirandoli in altre localit
con la prospettiva di appezzamenti pi ampi e pi produttivi, e
dando avvio cos al processo di formazione dei latifondi nel Lazio.
Il suo obiettivo implicito era la completa autarchia delle proprie
domus e delle proprie tenute.
In questo contesto e con tali intenzioni era difficile, per esempio,
che Roma potesse sviluppare una sua industria, (non c'era n la
mano d'opera n il mercato che ne favorissero la nascita), e quindi
diventasse qualcosa di diverso da un grande quartiere soggiorno di
grandi agrari circondati dalle bicocche dei loro clienti e dei poveri
che non erano riusciti a trovare una sistemazione.
L'ideologia della propriet della terra, come unica fonte legittima
di guadagno e come carisma di nobilt,  il vero limite di questa
classe dirigente, unica lite politica degna di rispetto che sia stata
prodotta dalla societ italiana da tremila anni a questa parte.
L'esperienza del successo e l'orgoglio di casta non sono bastati a
superarlo anche se hanno innestato sul tronco delle tradizioni contadine
il ramo di un elemento culturale nuovo, che sarebbe stato di
grandi conseguenze e che pu essere definito con una formula forse
riduttiva ma semplice: il gusto del potere.
Notabili sanniti s'erano recati nel campicello che Curio Dentato
coltivava in Sabina per ottenere da lui qualcosa o forse soltanto per
accattivarsi la sua benevolenza. Allo scopo di ammorbidirlo un poco,
gli avevano portato in dono alcune monete d'oro che a quei tempi,
a Roma, valevano quanto oggi i gioielli della corona d'Inghilterra.
Avevano trovato il console solo nella sua casa, che era una specie
di baracca affumicata, mentre si preparava, su un piatto di legno,
una misera cena da bracciante. Avevano illustrato le loro speranze e
deposto il dono.
Curio lo rifiut con una risata e con una motivazione del tutto
imprevedibile: riferissero ai loro mandanti, disse, che preferiva
comandare su uomini ricchi piuttosto che diventare ricco.
Frase dalla cui formulazione risulta che non era nemmeno indignato
dal tentativo di corruzione ma che niente avrebbe potuto pagargli
l'orgoglio di pensare che i Romani comandavano su tutti i popoli
della penisola.
Per concludere sul tema della dirigenza politica dell'urbe, si pu
aggiungere che i due ceti che la formavano, cio il patriziato e la
nobilt plebea, non avevano trovato difficolt a integrarsi. Teoricamente
avrebbe potuto verificarsi contrapposizione tra loro, ma un
punto aveva allontanato il pericolo e li aveva messi subito d'accordo:
che le cariche pubbliche sarebbero state di loro esclusiva competenza.
D'ora in poi nessun altro che non fosse dei loro avrebbe potuto accedere
alle magistrature: era nata cos l'oligarchia che avrebbe governato la
repubblica per oltre due secoli.
 4. Cartagine
Ma se Curio Dentato era uomo tanto semplice da contentarsi del
potere per credere di aver dato uno scopo alla vita, i suoi colleghi
della dirigenza romana erano, rispetto a lui, di pasta un poco pi lavorata
e si andavano sempre pi convincendo che il legittimo coronamento
della supremazia politica dovesse essere la ricchezza. Un presagio
di questa ineluttabile coniugazione l'avevano avuto gi
con la conquista della parte greca dell'Italia. Le citt della Magna
Grecia ionica gli avevano fatto intravedere un tenore di vita meno
severo di quello a cui erano abituati. Avevano preso atto della
differenza ma si erano trattenuti dal tirarne le conseguenze solo perch
la loro morale sociale li impegnava a una linea di comportamento
rigorosamente anticonsumistica.
Questa rinuncia per poteva essere compensata solo con la soddisfazione
di un altro desiderio che in loro era ben radicato: l'ambizione
di estendere il pi possibile l'area in cui distribuire i loro comandi.
L'occasione per un tale ampliamento fu offerta dalla solita richiesta
di protezione da parte di una citt confinante con il territorio romano
e cio la dirimpettaia di Reggio, Messina.
Fin dalle origini Messina era stata una citt bastarda, abitata e
colonizzata da briganti e da mercenari. Col tempo non aveva mutato
composizione sociale o vocazione culturale e aveva consentito
che la padroneggiassero i Mamertini, cio un gruppo di mercenari
osci che, per il controllo della Sicilia, si erano battuti con Agatocle
e cio con i Greci contro i Cartaginesi.
Alla morte di Agatocle si erano sistemati in citt, avevano ammazzato
tutti i Messinesi, si erano divise le loro donne e avevano
dichiarato di voler difendere la loro indipendenza. Ma Gerone, tiranno
di Siracusa, non era disposto a lasciare una posizione strategica
come quella sullo stretto in mano ad avventurieri imprevedibili e
inaffidabili. Mentre per si accingeva a prendere provvedimenti, fu
anticipato dagli usurpatori che chiamarono contemporaneamente in
aiuto: alcuni, i Cartaginesi e altri, i Romani. La citt infatti,
divisa sulla scelta da fare, non era riuscita a mettersi d'accordo su
quale alleato preferire.
Le perplessit del senato, di fronte a questa nuova occasione, furono
molto pi forti di quelle che l'avevano angosciato a seguito
della richiesta di Thuri. I Romani evidentemente non erano soltanto
rapaci appollaiati sul braccio del falconiere, pronti a lanciarsi sulla
preda ogni volta che una mano gli toglieva il cappuccio dalla testa.
La loro vocazione di predatori era spesso temperata da una intelligente
prudenza che  poi in definitiva una costante dello spirito romano
e che, pi di altri aspetti della cultura che ne derivava, ha tenuto
insieme un impero a dir poco eterogeneo per un tempo interminabile,
oltre mezzo millennio.
L'esitazione del senato in questa circostanza non era motivata
dal timore dell'inevitabile confronto con Gerone e con i Greci della
Sicilia, che l'intervento a Messina avrebbe provocato, ma da quello,
altrettanto inevitabile, con i Cartaginesi.
Con Cartagine, fino a quel momento, Roma era andata sempre
d'accordo. Secoli prima aveva firmato trattati con la citt punica che
garantivano le coste del Lazio. Ed erano stati sufficienti a mantenere
buoni rapporti anche perch Roma non aveva mai avuto una flotta da
guerra, n aveva sviluppato delle rotte marittime commerciali, e perci
non aveva sfiorato neanche con un dito l'impero cartaginese che
comprendeva tutto il bacino occidentale del Mediterraneo.
I Punici erano cos gelosi della loro esclusiva in quest'area che,
per esempio, non permettevano a nessuna nave straniera di attraversare
lo stretto di Gibilterra. In questo modo potevano importare
lo stagno dalla Gran Bretagna senza correre il rischio di vederne
aumentare il prezzo per colpa di qualche acquirente pi spendaccione
partito dalla Siria o dall'Egitto.
Sbarcare in Sicilia perci significava mettere il piede su un terreno
che Cartagine considerava provincia del suo impero. Provincia riottosa,
disputata spesso dai Sicelioti che ambivano liberarsi della egemonia
straniera, ma comunque ricompresa nell'area dei suoi interessi vitali.
La prudenza sembrava prevalere nel dibattito senatoriale quando
qualcuno sottoline con energia i vantaggi, anzi la necessit strategica,
dell'operazione. Infatti se ai Cartaginesi fosse venuta la cattiva
idea di chiudere lo stretto di Messina come avevano chiuso quello di
Gibilterra, i collegamenti via mare che Roma manteneva, o poteva aprire,
con i suoi alleati sudditi dello Ionio e dell'Adriatico sarebbero stati
seriamente compromessi. Era una eventualit forse remota ma non impossibile
in prospettiva. Roma non era pi una cittaduzza che si era imposta ai
suoi vicini per il raggio di alcune miglia intorno, ma era ormai una
potenza cos cresciuta che non era da escludere ispirasse a un
confinante sospettoso il proposito di operare su di lei un salutare
ridimensionamento.
Fu forse l'argomento decisivo. I Romani probabilmente sul momento
non progettavano di conquistare altri territori ma non avrebbero mai
accettato neanche un'eventuale minaccia a ci che era
stato gi messo in cascina e che ormai consideravano irrinunciabile.
Fu cos che decisero di inviare un corpo di spedizione e implicitamente
di iniziare la prima guerra punica.
Dire che fu una decisione avventata sarebbe inesatto ma riesce
difficile cancellare l'impressione secondo cui i Quiriti non abbiano
calcolato bene la forza dell'avversario. L'impero cartaginese, come
abbiamo detto, comprendeva quasi tutte le coste settentrionali africane
dalla Libia fino a Gibilterra, le Baleari nonch la Corsica e la
Sardegna. La Sicilia era una marca di frontiera turbolenta di questo
impero, una provincia il cui controllo veniva periodicamente conteso
dai Greci dell'isola ma che, in ultima analisi, non era mai sfuggito
alla citt punica.
La gente che abitava l'intera area non era inferiore ai quattro milioni
di individui e quindi superava quasi certamente quella dell'Italia
peninsulare. Non era per altrettanto omogenea perch Libici, Numidi,
Iberici, Corsi e Sardi avevano scarse affinit tra loro e meno
ancora ne avevano con i loro padroni che erano semiti emigrati da
Tiro e da Sidone, quando i Persiani avevano cominciato ad attuare
il loro antico disegno di affacciarsi sull'Egeo. Le varie popolazioni
italiche invece, a parte gli Etruschi che facevano razza a s, se non
erano proprio tutte parenti stretti erano per lo meno procugini e
comunque possedevano in comune un certo patrimonio di idee, di
consuetudini, di religioni che gli permetteva di non sentirsi
completamente estranei gli uni agli altri.
La variet culturale e razziale dei popoli dell'impero cartaginese
costituiva senza dubbio una debolezza che era aggravata poi dal
rapporto di totale subordinazione imposta dalla citt egemone. Mentre
i Romani facevano credere ai loro soci di essere formalmente indipendenti
e legati solo da un patto che avevano firmato liberamente,
i Cartaginesi non avevano certo addolcito il tradizionale concetto
orientale di dipendenza assoluta tra padrone e servo. Di conseguenza
potevano contare su un consenso molto tiepido da parte dei loro sudditi,
quando non gli capitava di essere circondati da una decisa avversione.
Questi stati d'animo tuttavia non li preoccupavano pi del necessario
perch erano abbastanza ricchi per permettersi di ignorarli,
pagando profumatamente i mercenari indispensabili a sostenere la
loro supremazia e la loro politica estera.
Il monopolio dei commerci di tutto il Mediterraneo occidentale
gli consentiva infatti di accumulare un tesoro pubblico capace di
finanziare qualsiasi impresa. In Cartagine il ceto dei grandi commercianti,
cio dei grandi ricchi, forniva la dirigenza politica alla comunit e
naturalmente orientava le scelte e le decisioni di maggior
peso soprattutto in funzione dei suoi interessi e delle sue idee. Non
mancava una nobilt di grandi agrari, del tipo di quella esistente a
Roma, ma si doveva considerare se non minoritaria in subordine rispetto
a quella dei commercianti e industriali.
Contro questo Stato africano che, nel contesto della situazione
dell'universo mediterraneo, poteva essere considerato allora una
grande potenza mondiale, i Romani scesero in campo con una baldanza
non priva di una qualche leggerezza. Sbarcarono a Messina (264 a.C.)
e, poich sia i Cartaginesi sia i Siracusani avevano detto
chiaramente che non avrebbero accettato il fatto compiuto, proseguirono
verso l'interno dell'isola assediando Agrigento, che allora
era una ricca e bellissima citt greca.
L'assedio dur sette mesi e fu condotto dai Romani con la determinazione
feroce propria del predatore. Le motivazioni che avevano favorito la
decisione di sbarcare in Sicilia comprendevano anche la speranza di
fare bottino. E quando la citt cadde, si vide che questa speranza
non sarebbe stata delusa. Le case furono saccheggiate e gli abitanti
venduti schiavi. A Roma la vittoria fu accolta con entusiasmo; si
cominciava infatti a sentire un odore di preda bellica molto diverso
da quello solito. Le spoglie non erano pi i miseri souvenir che si
raccoglievano nelle citt dei soci italici disubbidienti ma erano
cumuli di denaro e di metallo preziosi che rimpinguavano il tesoro dello
Stato e alimentavano l'attesa di soddisfacenti elargizioni pubbliche.
Nel frattempo Gerone, tiranno di Siracusa, con un giro di valzer
degno di un politicante italiano del nostro secolo, aveva cambiato
bandiera. Denunciato il trattato di alleanza con i Cartaginesi si era
poi accordato con i Romani. Forse aveva intuito che la difesa della
grecit occidentale sarebbe stata sostenuta da Roma meglio di quanto non
fosse stata finora da Siracusa. E del resto non era Roma una citt greca,
nella valutazione dell'opinione pubblica del mondo ellenistico?
Dopo i primi successi, l'andamento della guerra non registr un
progresso apprezzabile. Emergeva infatti dalla stasi una verit che,
al momento di decidere l'intervento, i Romani non avevano bene
approfondito: che per conquistare le citt-fortezza sul mare, Lilibeo
(Marsala), Drepanum (Trapani), Panormus (Palermo), nonch tutte
le altre minori disseminate lungo le coste della Sicilia e nelle isolette
satelliti, occorreva una flotta capace di confrontarsi con quella nemica.
Cos decisero di vararne una. Precettarono tutti i cantieri della
penisola, in particolare quelli degli alleati, e in tempo relativamente
breve riuscirono a mettere insieme una squadra navale rispettabile.
Questo non vuol dire che si erano miracolosamente trasformati da
contadini in marinai. Per con un semplicissimo accorgimento tattico
immaginarono di neutralizzare la superiorit professionale degli
avversari dotando le proprie navi di un ponte levatoio che agganciasse
quelle nemiche e trasformasse una battaglia navale quasi in un
combattimento su terraferma.
Con questa sorpresa il console Caio Duilio guadagn davanti a
Milazzo (260 a.C.) il primo scontro tra una flotta romana e una
cartaginese. Di questa clamorosa vittoria i Quiriti hanno parlato tanto
a lungo che un reperto ricordo delle loro celebrazioni  arrivato
fino a noi: la famosa colonna rostrata elevata in onore del console,
restaurata durante l'impero, che racconta la trionfale impresa
dell'ammiraglio. Dice tra l'altro la sua iscrizione: Fu il primo che
combatt con le navi in mare, distruggendo l'intera flotta cartaginese.
Imbandalzito da questo successo lo stato maggiore romano ebbe
un'alzata d'ingegno strategica tutt'altro che disprezzabile: pens di
portare la guerra direttamente in territorio africano.
L'invasione part da Siracusa e fu preceduta da una gigantesca
battaglia navale nella quale i Romani subirono molte perdite ma
ebbero la meglio, nonostante che i Cartaginesi si battessero con il
furore di chi difende la propria casa.
Appena messo piede sul bagnasciuga, i Romani si sentirono pi
sicuri circa il futuro dell'operazione e diventarono imprudenti. La
truppa mercenaria del nemico non li preoccupava nonostante la
componessero genti bellicose come i Galli, i Liguri, gli Iberici.
Perci decisero di dividere l'esercito e di rimandarne indietro una
buona parte. A investire la citt nemica e il suo entroterra rimase un corpo
di spedizione di soli 20.000 uomini comandato dal console Attilio Regolo.
Di fronte alla terribile minaccia che incombeva, Cartagine strizz
ferocemente i suoi ricchi contribuenti e chiam a raccolta tutti i
soldati di ventura disponibili nel bacino del Mediterraneo e pronti
ad accorrere in cambio di una scrittura allettante; probabilmente
aumentando di molto, per l'occasione, il premio partita.
Il provvedimento disperato ebbe successo e Regolo fu sconfitto,
pagando di persona. Com' noto infatti fin i suoi giorni rotolando
su balze scoscese ficcato come una sardina dentro un barile catafratto
di micidiali punteruoli.
In questa occasione i Romani si convinsero della verit del motto
secondo cui  opportuno non sottovalutare mai il nemico anche
quando sembra innocuo e trascurabile. E conclusero altres che comunque
la guerra, almeno per il momento, doveva essere vinta prima in Sicilia
e poi, eventualmente, in Africa.
Nonostante questa presa di coscienza, l'assedio alle citt-fortezza
cartaginesi non fece grandi progressi e anzi registr un rovescio
gravissimo; davanti a Trapani il console Appio Claudio, figlio del
grande censore ed estroso rampollo della superbissima gente Claudia,
si fece distruggere la flotta dall'ammiraglio punico Aderbale (249 a.C.).
A questo disastro bellico si aggiunse subito dopo quello meteorologico.
Un'altra flotta romana composta di navi da carico e da
guerra, salpata da Siracusa per portare aiuto agli assedianti di Lilibeo,
fu sbattuta sugli scogli della costa da una tempesta e messa
completamente fuori uso.
A questo punto Roma era davvero col fiato grosso. In quindici
anni di guerra aveva perso quattro squadre navali, due in battaglia e
due a causa delle mareggiate. Non le rimaneva che chiedere un armistizio
ma l'ammiraglio cartaginese Amilcare Barca le fece cambiare idea.
Era costui infatti un genio militare che meglio dei suoi colleghi
aveva capito in che modo si potesse indebolire la macchina bellica
romana. A suo parere non doveva essere contrastata ma sfinita con
la guerriglia. Con questa idea in testa aveva organizzato una serie
di piccole flotte corsare che, a sorpresa, toccavano terra, ora qua
ora l, sulle coste siciliane o su quelle della penisola devastando e
rapinando le localit visitate.
I danni che questi corsari facevano erano gravi ma ancora pi
gravi erano le conseguenze che queste scorrerie arrecavano all'immagine
di Roma come protettrice indefettibile e sicura dei suoi alleati.
Il senato si rese subito conto del pericolo che la situazione minacciava.
Se non avesse provveduto al pi presto, non il prestigio
di Roma ma il suo controllo sulla complessa federazione creata in
Italia sarebbe stato compromesso.
Cos chiese in prestito i soldi ai privati per costruire l'ennesima
flotta; l'ultima e la decisiva; perch con queste navi il console
Lutazio Catulo sconfisse nella battaglia delle Egadi (241 a.C.)
quanto restava della marina cartaginese e concluse cos la prima
guerra punica.
Questa manche era durata ventitr anni e aveva ridotto allo stremo
i due avversari. Il bottino politico di uno dei due per era imponente.
Non soltanto Roma sottraeva la Sicilia a Cartagine, non soltanto annetteva
il mar Tirreno alla sua competenza territoriale ma rendeva edotti gli
Stati dell'Egeo che nell'Occidente mediterraneo esisteva una potenza
capace di contendere il primato all'impero cartaginese.
La multa destinata al risarcimento dei danni di guerra fu di 3200
talenti cio poco pi di 76 milioni di sesterzi pari a oltre 380 miliardi
di lire (1993) e a 253 milioni di dollari al cambio di Lire 1500
per un dollaro (un sesterzio  calcolato pari a circa 5000 lire 1993).
Nonostante questo gravame, pi umiliante che decisivo per sancire la
supremazia dell'uno sull'altro dei contendenti, risultava chiaro
dalle condizioni di ambedue che il trattato di pace serviva soltanto
a riprendere fiato, che la partita non era chiusa e che avrebbe avuto
quanto prima un seguito.
La conquista della Sicilia costituisce una cesura storica importante
dei secoli repubblicani perch fu nel definire i rapporti con gli
isolani che Roma, per la prima volta, rinunci allo schema tradizionale
del trattato di alleanza e adott quello della costituzione di provincia
soggetta.
Era una conseguenza della teoria imperialistica persiana che
Alessandro aveva trasmesso a tutti i regni ellenistici e in generale
al mondo dell'Egeo. Secondo tale principio la terra non era di chi
la possedeva o l'acquistava ma del re il quale, conservando il diritto
di propriet, poteva esigere da chi la coltivava quella parte del
prodotto (di solito la decima) che riteneva giusto gli fosse dovuta.
Nel caso di terre demaniali, confiscate o no, iI sovrano poteva affittare
lotti a condizioni ancora pi vantaggiose, pretendendo addirittura un
terzo del prodotto, mentre per quelle a pascolo chiedeva conbibuti per
ogni singolo capo di bestiame.
Il governo romano che non era abituato a tanta abbondanza di
tasse e che aveva un dannato bisogno di soldi, visto che le finanze
dello Stato erano al limite della bancarotta, non stette tanto a
riflettere su come incardinare i rapporti con i Siciliani e fece propri
quelli stabiliti a suo tempo da Gerone e dai Cartaginesi che gli
assicuravano entrate molto superiori a quelle messe in preventivo.
Fu l'inaugurazione di un sistema di sfruttamento che, inasprito
dall'avidit dei pubblicani, esattori di imposte, e dalla corruzione
dei governatori (proconsoli e propretori) avrebbe reso il nome romano
inviso a tutti i popoli del mondo mediterraneo.
Vediamo ora in che modo fu utilizzato dai due avversari l'intervallo
di pace tra la prima e la seconda guerra punica, cominciando da Roma.
Con l'indennit di guerra il governo rimbors anzitutto il debito
pubblico. La dirigenza romana voleva comandare ma non rapinare
i suoi dipendenti, come invece hanno fatto e meditano di fare le
dirigenze italiane del ventesimo secolo. Anche per questo l'antico
senato  un'anomalia non ripetuta nella storia della penisola.
Con ci che restava della flotta provvide a sanare l'intollerabile
situazione dell'Adriatico. Del versante orientale dell'Italia e del
mare nel quale si specchiava, Roma non aveva avuto il tempo di
occuparsi con continuit. Poich Macedoni ed Epiroti avevano dimostrato
di non disporre di forze sufficienti per normalizzare la costa slava,
si era costituito un regno illirico che pareggiava il suo bilancio
con le grassazioni che i suoi corsari facevano in mare a danno del
traffico mercantile greco. La sua regina era Teuta, una donna
che non si sa se fosse pi spregiudicata o pi arrogante. Il governo
romano per prima cosa cerc di affrontare il problema della pirateria,
che danneggiava tra l'altro le sue citt alleate dell'Adriatico e
dello Ionio, avviando un discorso diplomatico. Le mand un ambasciatore
per saggiare se era possibile risolvere la questione con le buone.
Teuta rispose che non poteva impedire ai suoi sudditi di dedicarsi
alle loro abituali occupazioni e fece giustiziare uno dei legati romani
che, secondo lei, le aveva parlato con eccessiva franchezza e senza il
tono deferente che le spettava.
Il potere evidentemente le aveva obnubilato il cervello, non solo
perch la sua suscettibilit sembra grottesca ma perch le sue informazioni
sulla forza dell'interlocutore erano deplorevolmente insufficienti.
Dopo questa offesa ai Romani non rimaneva che procedere alla
necessaria punizione. Inviarono la flotta e confiscarono al regno di Teuta
le basi (tra le quali c'era anche Corf) grazie alle quali gli illirici
taglieggiavano il commercio marittimo. Questo conto fu regolato
nel 229 a.C.
Qualche anno dopo tra il 225 e il 223 a.C. fu pagata una bella
rata anche a quello dei Galli. Mandati a chiamare certi loro parenti
che friggevano oltr'Alpe in attesa di affacciarsi sui laghi e sui mari
caldi italiani, rinforzati anche da piccoli clan germanici che avevano
perso il contatto col grosso delle loro correnti migratorie, Insubri,
Senoni e Boi avevano programmato una delle solite scorrerie
con le quali, in parte accumulavano un peculio che gli assicurava per
qualche tempo la sicurezza della sopravvivenza, in parte si prendevano
una vacanza soddisfacente nella quale realizzavano i sogni
pi frequenti della loro immaginazione barbarica: saccheggi, stupri
generalizzati delle donne di intere citt, stragi perpetrate con una
crudelt non priva di una giocosa goliardia, incendi appiccati con
divertimento e quindi ricerca di giornate della vita insolite, godute
nella leggerezza di spirito propria di chi  sollevato dal peso della
responsabilit quotidiana. Insomma una delle scorrerie tipiche di
un'orda barbarica.
Radunatisi nella valle Padana, questi Celti e Germani si erano
avviati verso il sud della penisola e avevano razziato a piacimento
seminando dovunque terrore e disperazione.
A un certo punto, mentre gi si rallegravano dei primi buoni risultati
del raid, furono fermati dall'esercito romano presso il lago Talamone.
Questa volta il senato aveva agito con fredda determinazione.
Aveva evitato di affrontare gli invasori nella condizione di inferiorit
imposta da una preparazione affrettata, psicologicamente affannosa, e
aveva chiamato a raccolta un'armata di oltre 100.000 legionari, scelti
tra i veterani pi addestrati. Per l'epoca era un esercito enorme.
Non si era mai vista una concentrazione simile e il suo numero ci
suggerisce l'intenzione che l'aveva ispirata: dare una lezione ai Celti
che difficilmente i sopravvissuti avrebbero potuto dimenticare.
Non si sa quanti fossero i barbari (certamente varie decine di migliaia).
Quello che  certo  che pochissimi riuscirono a scampare dalla morsa
delle legioni, forse neanche tanti da poter raccontare esaurientemente
al loro paese come era andato il fallimento della loro ennesima avventura.
 5. Annibale
Dopo la fine della guerra e come conseguenza della dura sconfitta,
Cartagine aveva avuto parecchie gatte da pelare. La pi grossa
le era stata procurata dai suoi mercenari i quali non avevano voluto
sentire ragioni e avevano preteso di essere pagati subito. Non era
colpa loro se la guerra era stata perduta, se la citt doveva un tributo
annuale a Roma, se le sue esattorie non riscuotevano pi nulla
dalla Sicilia e dalle altre province perdute e se l'attivit commerciale
sembrava ristagnare. Perci, ispirati dagli immancabili sindacalisti e
arruffapopoli, si erano radunati e avevano concordato una
linea d'azione al termine della quale era previsto anche l'eventuale
saccheggio della citt dei loro datori di lavoro.
I cittadini cartaginesi pi facoltosi per un punto avevano ben
chiaro in mente: che non avrebbero mai pagato di persona, cio
aprendo le loro borse private, e che, se i creditori volevano i loro
soldi, dovevano aiutare a spillarli a qualcun altro, per esempio alle
popolazioni dell'interno o della costa africana che non erano ancora
entrate nell'area di controllo punica.
In questo modo infatti contavano di trovare il denaro necessario
a pagare la truppa e nello stesso tempo di sostituire, con nuove
acquisizioni territoriali, quelle confiscate dai Romani.
I soldati di ventura per non abboccarono e assediarono Cartagine.
Cos la citt fu costretta a ricorrere al suo miglior generale,
Amilcare Barca, nonostante che fosse malvisto e sospettato. L'oligarchia
dei grandi agrari, commercianti e industriali, personalizzava in lui
l'incubo che la perseguitava da sempre: la monarchia militare. La classe
dirigente cartaginese era consapevole del pericolo che i mercenari
minacciavano alla sua Costituzione repubblicana.
Un generale vittorioso e troppo popolare in un esercito non di cittadini
ma di stranieri, per lei, non era un eroe nazionale ma un potenziale
traditore capacissimo di servirsi dei suoi soldati per diventare
tiranno. Perci qualunque cartaginese tornasse in patria con l'aureola
del grande condottiero era riguardato come una disgrazia da neutralizzare
il pi rapidamente possibile.
Il momento per era troppo difficile per dare spazio a queste fobie e
perci Amilcare Barca, che era stato messo da parte, fu richiamato a
salvare la patria.
La sua campagna contro i mercenari, e contro i ribelli libici che
avevano approfittato delle difficolt dei loro padroni per cercare di
riconquistare l'indipendenza,  caratterizzata da una insolita ferocia.
Barca infatti evit di fare prigionieri pensando forse che il
modo migliore di saldare il debito pubblico fosse quello di eliminare
fisicamente i creditori.
Nel frattempo era maturata la convinzione che bisognasse ricostituire
una base tributaria territoriale all'impero cartaginese. Tra le
varie opzioni, per esempio Numidia, Mauretania, Barca scelse la
Spagna, probabilmente per due motivi: perch le sue miniere d'argento
permettevano di pagare senza sforzo i danni di guerra dovuti
a Roma e perch era a una distanza rassicurante dalla madre patria.
Rassicurante per lui che non avrebbe dovuto subire il controllo
asfissiante del governo centrale; e anche per la dirigenza cartaginese
perch dissipava i timori di una possibile incombente tirannia.
Cos Barca si spost a Cadice che era un'antica colonia fenicia e
ne fece la base della sua campagna di conquista. Aveva con s, nella
tenda dell'accampamento, un figlio di nove anni, Annibale.
La storia di come, in poco tempo, sia riuscito a fondare una specie
di regno indipendente nella penisola iberica, utilizzando in particolare
le risorse umane e materiali del paese, meriterebbe un racconto a parte;
ma di questa storia a noi interessa di sapere solo in quale misura
influ sulle decisioni del governo romano.
In un primo momento Roma si era disinteressata della faccenda.
Aveva vari problemi interni da risolvere e le mancava la disponibilit
psicologica ad affrontarne uno nuovo. A richiamare la sua attenzione
provvide Massalia o Marsiglia la quale, con l'avanzata dei
Cartaginesi sulla costa orientale della Spagna, temeva una loro
intrusione massiccia nella sua nicchia commerciale, sulla quale
sopravviveva e che le permetteva di gestire gli scambi con l'interno
della Gallia, e di procurarsi, via terra, lo stagno della Gran Bretagna.
Nel frattempo l'occupazione cartaginese della penisola iberica si
era ampliata e consolidata. Asdrubale, che era genero di Amilcare
Barca e che gli era succeduto nel comando, aveva fondato una capitale
e le aveva dato il nome di Cartagena (cio Cartagine nuova)
e stava formando una colonia che, col tempo, poteva diventare un
organismo statale autonomo e costituire un caposaldo imprendibile
dell'impero punico.
Si era nel 226 a.C. quando i Romani cominciarono a discutere questa
situazione con i Cartaginesi. Inviarono un'ambasceria ad Asdrubale e
concordarono con lui che gli avrebbero lasciato mano libera in tutta
la Spagna purch non avesse superato l'Ebro con gente armata.
La prudenza mostrata dal senato in questa trattativa, che somiglia
molto a una sconfitta, ha una spiegazione: l'orda gallica e germanica
di cui abbiamo gi detto si stava concentrando nella valle
padana e si apprestava a programmare il suo raid di distruzione gi
per l'Italia peninsulare. E siccome i Romani si preparavano a farle
l'accoglienza che meritava, per il momento non volevano essere
distratti o indeboliti da altri impegni.
Ma, dopo aver annientato gli invasori nella battaglia del lago Talamone,
la loro comprensione nei riguardi dell'espansionismo imperialistico
di Cartagine cal di colpo e, affinch questa se ne accorgesse subito,
firmarono un trattato di alleanza con Sagunto che era una citt spagnola,
vicina all'attuale Valencia, situata in pieno territorio punico a met
strada tra l'Ebro e Cartagena.
Era una evidente provocazione e ribaltava del tutto la linea di
politica estera tenuta fino a quel momento. Nonostante avesse molta
carne al fuoco (Roma doveva ancora conquistare la Gallia Cisalpina
oltre il Po, doveva normalizzare l'Illiria che le dava continui grattacapi
e chiarire i rapporti con la Macedonia che vedeva malvolentieri
l'intrusione dei Romani alle sue spalle sulla costa slava dell'Adriatico),
l'istinto di predazione della dirigenza romana prevalse sulla paura
dell'indigestione. Evidentemente il successo dell'iniziativa cartaginese
in Spagna aveva fatto scoprire un territorio finora sconosciuto che
prometteva di diventare una provincia opulenta per l'erario pubblico e
per i singoli magistrati che l'avessero governata.
Annibale, che nel frattempo era succeduto al cognato Asdrubale nel
comando dell'esercito, non volle subire la prevaricazione e pose
l'assedio alla citt garantita da Roma. Le sue informazioni gli
consigliavano di non aspettare, di venire allo showdown con l'odiato
nemico e quindi di risolvere, una volta per tutte, la questione della
supremazia che la fine della prima guerra con Roma aveva lasciato in
sospeso. Il	suo esercito era ben addestrato e fedele nonch galvanizzato
dai successi ottenuti contro le bellicose trib spagnole; inoltre sapeva
che i Celti della valle padana erano pronti a schierarsi con lui
e immaginava che gli altri popoli della penisola avrebbero accolto
con favore la possibilit di staccarsi dal legame con Roma, e poich
non sarebbe mai riuscito a convincere i suoi compatrioti a prendere
l'iniziativa, non gli rimaneva che costringere Roma a dichiarare
guerra. II solo modo perci di raggiungere lo scopo era di assediare
ed espugnare Sagunto.
I Romani non aspettavano che un buon pretesto per fare ci che in
cuor loro avevano gi deciso di fare e inviarono un'ambasceria a
Cartagine chiedendo, oltre il risarcimento de danni alla citt spagnola,
la consegna di Annibale e degli altri responsabili della sua
distruzione. Sapevano bene che erano condizioni inaccettabili ma
non volevano far credere di aver iniziato una guerra se non dopo
aver ricevuto il massimo della provocazione da parte dei nemici.
Come, con sarcasmo, avrebbero sottolineato in seguito i Greci, le
loro guerre dovevano essere sempre giuste.
Elencate le richieste, l'ambasciatore romano, inaugurando il filone
retorico della cultura della sua citt, dichiar al senato punico
che nelle pieghe della sua toga erano contenute la pace e la guerra;
dicessero i senatori che cosa sceglievano.
L'alternativa era teorica. Solo dirigenti politici italiani del 20esimo
secolo, tipo Badoglio o di estrazione partitica, democristiani, comunisti,
socialisti e via dicendo, sarebbero stati tanto abietti da subire
una tale umiliazione. E infatti quelli cartaginesi, che pure non avevano
alcuna intenzione di affrontare una nuova guerra, risposero che non
avrebbero consegnato i presunti colpevoli. Cos cominci la seconda
guerra punica (219 a.C.).
I Romani non immaginarono che cosa avesse in mente Annibale
e definirono un piano che da una parte prevedeva l'invio di un corpo
di spedizione nella penisola iberica per contenere l'espansione
cartaginese, dall'altra, contemporaneamente, quello di un esercito
in Africa per chiudere la partita con la citt rivale. Questa seconda
iniziativa, nelle loro convinzioni, avrebbe costretto il nemico a
richiamare l'esercito di Spagna a difesa della madrepatria.
Annibale invece pass l'Ebro e indugi a lungo a normalizzare
le popolazioni comprese tra il fiume e i Pirenei, facendo credere ai
Romani che, almeno per quell'anno, non avrebbe fatto altro che
garantirsi un corridoio sicuro per un'eventuale ritirata verso Cartagena.
Invece, a stagione avanzata, si era gi nel luglio del 218 a.C.,
attravers come un fulmine i Pirenei e la Gallia meridionale, facendosi
largo tra trib ostili e pass le Alpi, probabilmente al Moncenisio,
quando gi le prime nevi rendevano pi difficile la marcia.
Perdette gli elefanti, una buona parte dei quali mor di freddo e di
fame, ma arriv praticamente indenne nella Gallia Cisalpina con
davanti nessuno che potesse contrastarlo.
Il console Scipione, che comandava l'esercito romano diretto in Spagna,
si trovava a Marsiglia quando fu messo al corrente di questa sgradita
sorpresa. Invece di fare marcia indietro ordin alle sue truppe di
proseguire per la destinazione stabilita e corse a Roma a informare
il senato di quanto stava accadendo.
Naturalmente furono richiamate le legioni che in Sicilia si apprestavano
a imbarcarsi per l'Africa e si presero le misure atte a fermare il
passo dell'invasore.
Annibale intanto aveva rinforzato il suo esercito con quei Galli
che non aspettavano altro che di poter vendicarsi dei Romani e, con
truppe riposate e rifocillate, accett il primo grande confronto campale
alla Trebbia nelle vicinanze di Piacenza.
In un primo tempo Scipione aveva rifiutato lo scontro perch un
gruppo di Celti, prima suo alleato, aveva disertato; ma quando fu
raggiunto dall'altro console, Sempronio, col secondo esercito romano,
ritenne di poter uscire dal suo accampamento e di misurarsi
in terreno aperto. Contava sulla superiorit numerica dei suoi reparti
e non sapeva ancora, come tutti gli altri suoi concittadini, con
che razza di avversario doveva misurarsi. Perci Annibale ebbe
buon gioco ad inaugurare lo schema tattico che gli avrebbe permesso
di vincere tutte le sue battaglie contro le legioni: aggirare e aggredire
alle spalle lo schieramento nemico con la cavalleria numida. Dei 40.000
romani sopravvissero alla mischia solo i 10.000 che riuscirono a
rifugiarsi dentro il campo trincerato di Piacenza (218 a.C.).
Abbiamo detto: vincere tutte le battaglie contro le legioni; dobbiamo
aggiungere: tutte meno l'ultima, quella di Zama, nella quale
il giovane Publio Scipione, figlio dello sconfitto della Trebbia, adott
nei confronti di Annibale la sua stessa strategia aggirando, con i
cavalieri numidi di Massinissa, l'esercito cartaginese.
Questa clamorosa batosta non serv a rendere pi prudente il
console dell'anno successivo, il popularis Gaio Flaminio, il quale,
dopo aver invano tentato di impedire ad Annibale di scavalcare
l'Appennino e di affacciarsi sul versante tirrenico della penisola, si
mise a inseguire l'esercito nemico probabilmente nella speranza di
prenderlo in mezzo tra le proprie legioni e quelle del suo collega
Servilio che dal sud si stava avvicinando all'Etruria.
Annibale che ormai si era reso conto di poter quasi scherzare con
gli improvvisati generali avversari, prov a tendergli un tranello
che, se fosse riuscito, avrebbe permesso di eliminare un altro esercito
nemico. Nascose una parte delle sue truppe dietro le colline
che costeggiano la pianura davanti al lago Trasimeno e, con il resto,
finse di allontanarsi verso sud. Flaminio non esit a seguirlo
nonostante fosse reso cieco dal nebbione che ristagnava nei dintorni
del lago. Era proprio ci che Annibale aveva sperato. Appena i
Romani si misero in marcia e quindi in un assetto in cui  difficile
difendersi, gli piomb addosso di fronte e di fianco e li ridusse in
poltiglia. Morirono 15.000 legionari, compreso il console, varie altre
migliaia furono presi prigionieri e soltanto alcuni riuscirono a
mettersi in salvo (217 a.C.).
Dopo la disfatta del Trasimeno finalmente Roma cap che doveva
comportarsi con pi cautela con un nemico che sembrava molto pi
agguerrito di quanto avesse immaginato. Questa linea di pru-
denza fu impersonata dal console Fabio Massimo, che  stato chiamato
il temporeggiatore, perch si limit a sorvegliare da lontano
le mosse dell'avversario. Lo segu passo passo ma si tenne sempre
a distanza di sicurezza, permettendogli di scorrazzare a suo piacimento
per tutta l'Italia meridionale, di saccheggiare, di incendiare e di
devastare campi, fattorie, paesi e quanto altro gli faceva comodo
togliere di mezzo.
Ma a un certo punto sembr ai pi impazienti che il prezzo di
questa tattica dilatoria fosse troppo alto e che bisognasse affrontare
direttamente l'ospite non invitato che stava distruggendo la casa.
Fu perci messo insieme un grandissimo esercito di oltre 70.000
uomini, e schierato vicino alla fortezza di Canne sulla riva sinistra
dell'Ofanto davanti al campo cartaginese.
Annibale aveva circa 35.000 uomini, di cui un terzo almeno erano
alleati galli e sanniti. La disposizione delle forze sul terreno non
permetteva via d'uscita n a l'uno n all'altro degli avversari. Se i
Romani, infatti, avessero tentato di ritirarsi, sarebbero stati massacrati
durante la fase di sganciamento mentre Annibale, se non avesse guadagnato
la battaglia, con i superstiti della sua armata, sarebbe rimasto
imbottigliato nel tacco dello stivale senza la possibilit di rifornirsi
o di sfuggire all'inseguimento delle legioni.
Lo scontro, per le condizioni in cui avveniva, si annunciava decisivo;
un evento che ipotecava il futuro, un confronto in cui era contenuto
l'esito di tutta la guerra.
Lo stato maggiore romano che, come al solito, aveva trascurato di
rinforzare la cavalleria, era convinto che bisognasse sfondare il centro.
Annibale aveva distribuito a mezzaluna le sue truppe con la
parte convessa rivolta verso il nemico. Quando le legioni aumentarono
la pressione lasci che l'arco del suo schieramento diventasse
concavo e complet l'accerchiamento con la cavalleria numida che
aveva tenuto di riserva. Per le legioni, troppo ammassate l'una
sull'altra, non ci fu scampo. I morti furono almeno 25.000 e i
prigionieri 10.000. Gli altri uomini, in parte si dispersero, in parte si
rifugiarono a Canosa e a Venosa col console sconfitto, Varrone; cifre
enormi per l'epoca che, fatte le proporzioni, equivarrebbero per
un paese come l'Italia di oggi, alla perdita, in una sola giornata, di
250.000 morti e di 100.000 prigionieri.
Dopo questo disastro, la diga che fino a quel momento aveva tenuto si
spacc e Annibale credette che le speranze che gli avevano suggerito
di portare la guerra in Italia si stessero realizzando. Capua, Taranto,
le citt della Calabria e della Sicilia e in generale tutto il
mezzogiorno denunciarono i trattati con Roma e chiesero la sua protezione.
Delle tre Italie, solo una parte di quella centrale rimase con i Romani.
Quella celtica del nord, quella greca del sud, nonch gli atavici nemici
sanniti passarono all'invasore.
A questo punto qualunque governo, cio qualunque classe politica
dirigente, di ogni epoca e di ogni paese, avrebbe mollato e chiesto
la pace. Non cos la romana che in questa drammatica circostanza si
guadagn il diritto morale al grande destino di successo che il futuro
le riservava. Arroccata nella sua piazzaforte laziale-sabino-abruzzese,
la dirigenza romana riorganizz le sue truppe e le sue idee. Due fattori
giocavano a suo favore: l'impossibilit per Annibale di assediare
Roma (con l'assedio di una citt niente affatto abbordabile il generale
nemico avrebbe messo a grave rischio le sue linee di rifornimento); e
l'abbondanza del personale di leva offerta da un territorio
demograficamente numeroso come il suo.
Chiese ai concittadini e agli alleati il massimo dello sforzo finanziario
e ricostitu una serie di armate, non mastodontiche come quelle che le
erano state distrutte nelle battaglie campali, ma agili e tuttavia
adatte a svolgere i compiti limitati che gli venivano assegnati. Con
queste legioni furono riprese le citt che avevano tradito: Capua innanzi
tutto, che fu punita severamente, Siracusa, nonostante gli specchi ustori
di Archimede, e via via tutte le altre.
Asserragliato nell'Italia meridionale, Annibale non poteva rischiare
di dividere il suo esercito per contrastare tutte le iniziative
nemiche. Aveva chiesto rinforzi alla madrepatria ma non gli erano
stati mandati; probabilmente non per cattiva volont ma perch era
difficile trovare mercenari disposti a impegnarsi in una guerra vera
e feroce come quella che si combatteva in Italia. Questi soldati infatti
si convincono pi facilmente ad arruolarsi quando le prospettive
d'impiego lasciano intravedere piuttosto comode scorrerie di rapina tra
popolazioni inermi che non mischie selvagge con gente armata fino ai denti.
Anche l'aiuto previsto dalla Spagna tardava ad arrivare. I fratelli
di Annibale, Asdrubale e Magone, avevano penato molto nel contrasto con
l'esercito romano distaccato nella penisola iberica. Avevano ottenuto
qualche buon successo ma nessuno decisivo e cos alla fine si erano
trovati a competere con un generale che gli era sicuramente superiore,
il giovanissimo Publio Scipione.
Scipione inaugurava una mutazione antropologica nello stato
maggiore romano. Non era il solito magistrato civile distaccato a
guidare l'esercito, non gestiva il rapporto con i suoi soldati con la
mentalit di un caporale di fureria ma ambiva di legittimare il comando
attraverso il loro consenso, entusiasmo, ammirazione. Per di pi pensava
che la strategia potesse guadagnare in incisivit se nutrita di qualche
scatto di immaginazione. Insomma era il primo di quegli specialissimi
generali, met politici e met strateghi, tipicamente romani che, nel
giro di poco pi di un secolo, hanno conquistato per la repubblica
l'intero universo del Mediterraneo orientale nonch l'Europa occidentale;
il primo di un gruppo che comprender, tra gli altri, Mario, Silla,
Lucullo, Pompeo e infine Cesare.
Invece di fare muro sull'Ebro per impedire ai Cartaginesi di avvicinarsi
ai Pirenei e all'Italia settentrionale, Scipione prese lui l'iniziativa
e punt direttamente sulla loro capitale, Cartagena, che riusc ad
assediare ed espugnare.
A questo punto Asdrubale valut che accorrere in aiuto del fratello in
Italia fosse pi importante che difendere la provincia spagnola. Radun
tutte le truppe utili, caric il tesoro senza lasciare neanche uno
spicciolo e part per l'Italia. Nell'estate del 207 a.C. era sul
fiume Metauro tra Rimini e Ancona. Aveva concordato con Annibale che
si sarebbero incontrati in Umbria, in modo da riunire le forze dei
due eserciti cartaginesi. I Romani per, pur di impedire
il ricongiungimento, mentre finora, dopo Canne, avevano evitato
accuratamente gli scontri campali con Annibale, giudicarono che
valesse la pena di rischiarne uno con Asdrubale, e lo costrinsero a
battersi. La loro vittoria fu completa e ne dettero notizia ad Annibale
nel modo pi macabro e barbarico: gettandogli la testa del fratello
dentro lo steccato dell'accampamento.
La guerra cartaginese in Italia era in pratica perduta. Ad Annibale
rimaneva una sola possibilit di garantire non la supremazia ma
la semplice sopravvivenza di Cartagine: sperare di poter battere e
distruggere gli eserciti romani su suolo africano. Anche questa speranza
per, come abbiamo gi detto, sarebbe stata delusa da Scipione nella
battaglia di Zama o Naraggara (201 a.C.).
Le conseguenze interne ed esterne della seconda guerra punica
hanno condizionato e orientato lo sviluppo non solo della storia di
Roma ma di quella di tutto il mondo antico.
 6. L'imperialismo romano in Oriente
Non aveva ancora firmato il trattato di pace con Cartagine che il
senato ricevette richieste d'aiuto dall'Egeo (ormai gli si rivolgevano
tutti, anche dai luoghi pi lontani, come a un santo indiziato di
fare miracoli). Succedeva infatti che Filippo quinto re di Macedonia e
Antioco terzo re di Siria, approfittando della crisi da cui non riusciva a
risollevarsi l'Egitto e contando sul possibile disinteresse di Roma
circa le questioni riguardanti il Mediterraneo orientale, si erano
accordati sottobanco per dividersi le spoglie dell'impero tolemaico e
per riattivare e rinsaldare il controllo sulle citt e sulle leghe greche.
Le sollecitazioni e invocazioni vennero da vari postulanti: dall'Egitto,
da Atene, da Rodi, da Pergamo e, tenuto conto che sono precedenti alla
battaglia di Zama, cio alla definitiva sconfitta di Cartagine,
suggeriscono la misura del prestigio che Roma, come potenza militare,
aveva acquisito nell'opinione pubblica ellenistica.
La prima reazione del governo sembr orientarsi verso il rifiuto.
La gente era stanca, il tesoro pubblico esausto. Il debito accumulato
sarebbe stato pagato con il tributo sui danni di guerra che si pensava
di imporre a Cartagine. Ma c'erano da sistemare varie questioni rimaste
in sospeso, non solo in Italia e nella Gallia Cisalpina ma anche in
Spagna e Illiria, che comunque avrebbero richiesto ulteriori sforzi
militari e impegni economici.
Insomma la parte pi conservatrice del senato era favorevole a
dare una risposta negativa e a non ficcarsi in quel groviglio di
ambizioni sbagliate, di velleit espansionistiche, di risentimenti
ideologici, di rivendicazioni di indipendenza che era il mondo ellenistico.
Questa voce della prudenza, nonostante il momento difficile, era
per contrastata da altre voci meno dimesse e rinunciatarie e pi
prepotenti, nelle quali l'aggressivit della dirigenza romana sembrava
concretarsi in una presa di coscienza chiara ed esplicita della
sua vocazione imperialistica.
I motivi che le ispiravano erano nuovi e in certo senso imprevedibili.
Uno di questi era costituito dalla nascita nella societ italica, dopo
tante guerre, di una professione nuova; quella del soldato. Roma non
ha mai avuto, fino all'impero, un esercito professionale,
almeno nel nostro senso tecnico del termine, cio una istituzione
stabile a cui alcuni cittadini dedicavano in esclusiva la loro attivit
e la loro esistenza, ma ha avuto molti militari professionisti e cos
numerosi da formare una specie di ceto sociale. Erano graduati o
anche semplici legionari che avevano trascorso la maggior parte
dei loro anni in servizio, reiterato la ferma al momento del congedo,
e imparato dalle loro campagne come fosse possibile accumulare un
gruzzolo per la vecchiaia o rapinando le popolazioni civili di paesi
stranieri o tesaurizzando i frutti dei saccheggi e le regalie
che talvolta il loro generale gli faceva, quando il loro comportamento
si era distinto per disciplina, bellicosit, intelligenza e via
dicendo. Non erano mercenari bens cittadini che avevano calcolato
di poter ricavare, dal servizio militare, abbastanza per sopravvivere
e assicurarsi un dignitoso ritiro.
Il professionista della guerra presentava caratteri comuni nei vari
individui che, secondo Plauto, potevano essere anche oggetto di satira.
Il suo miles gloriosus, per esempio, sottolinea la vanteria comica
dei reduci delle legioni ma ci svela anche le ambizioni e le attese
dell'homo militaris dell'epoca. Il quale, in definitiva, non poteva
essere che guerrafondaio, considerato che solo in azione, e
non in caserma, contava di raggiungere il suo scopo. Per lui, perci,
l'ipotesi di andare a razzolare in paesi ricchi e civili, come erano
allora quelli del mondo ellenistico, mentre finora, per lo pi, era
stato costretto a contentarsi di rovistare nelle bicocche di contadini
e, in prevalenza, di gente primitiva e povera, costituiva una prospettiva
interessantissima che doveva fare del suo meglio perch non venisse
lasciata cadere.
Questo mondo militare, che gi di per s era un discreto mezzo
di pressione a favore dell'interventismo, aveva poi interpreti e
rappresentanti di grande prestigio e di altrettanto grande peso politico.
In particolare tra quegli aristocratici che potremmo definire
ellenizzanti, che ormai non erano pi tanto pochi e sostenevano il
dovere per i Romani di scrollarsi di dosso la rusticit paesana e quindi
di darsi una ripulita per non sfigurare troppo di fronte ai pi colti e
civili abitanti della vicina penisola greca.
Questi ellenizzanti avevano imparato il greco e ammiravano gli
scrittori di quella lingua, come la nostra generazione letteraria del
secondo dopoguerra ha ammirato e imitato gli autori americani degli
anni '30 e '40.
Il fatto che Atene, per difendere la sua libert, chiedesse aiuto a
Roma, creava in costoro un impegno morale a cui sarebbe stato
vergognoso sottrarsi. E siccome disponevano di collegamenti e di
diramazioni politiche tutt'altro che insignificanti, poterono influire
sulla decisione finale in modo da far prevalere il loro punto di vista.
A prendere tale decisione comunque non fu estraneo il conto in
sospeso che il governo romano teneva in evidenza nei confronti di
Filippo di Macedonia il quale aveva approfittato delle terribili
difficolt in cui si trovava l'urbe a seguito della invasione annibalica,
per impadronirsi di quasi tutti gli insediamenti romani sulla costa
illirica. Dopo il disastro di Canne Filippo aveva meditato di sbarcare
un suo esercito in Puglia allo scopo di dare man forte ad Annibale e di
affossare definitivamente la rivale di Cartagine. Era stato
dissuaso, da questo maramaldesco disegno, solo dalla iniziativa della
diplomazia romana che gliel'aveva impedito attivando la ribellione
della Lega Etolica, cio creandogli problemi in casa.
Il compito di guidare il corpo di spedizione destinato a difendere
la libert dei Greci fu affidato a un convinto ellenizzante, Flaminino,
il quale aveva fatto un'utile esperienza da soldato nella guerra
punica e aveva abbastanza cervello per intuire la giusta strategia da
adottare. Infatti affront il re a Cinoscefale e lo batt sonoramente
(197 a.C.). Flaminino si pu considerare il primo generale romano
che, in campo aperto, ha prevalso con la legione sulla falange macedone,
perch la sconfitta di Pirro a Benevento non fu una vera
sconfitta, come pretendevano i Romani, ma una semplice ritirata.
Il suo accorgimento tattico principale: quello di costringere il
nemico a battersi non su terreno piano ma accidentato cos da scompaginare
la massiccia e impenetrabile geometria della falange, fu fatto proprio,
in seguito, con non minore successo, da altri suoi colleghi.
Di conseguenza Filippo dovette abbandonare tutti i suoi possedimenti,
comprese le tre grandi fortezze che erano dette le pastoie
della Grecia, e cio Demetriade in Tessaglia, Calcide in Eubea,
Corinto sull'istmo, e ritirarsi nei confini della Macedonia.
Ai Giochi istmici ai quali, come a una specie di Olimpiade, convenivano
atleti da ogni parte del mondo, finalmente Flaminino annunci che
rendeva libere le citt elleniche e che Roma non avrebbe chiesto per s
neanche un palmo del suolo greco. L'entusiasmo fu tale che il pubblico
per poco non soffocava il proconsole romano con le sue espansioni di
ringraziamento e di affetto.
La superiore cultura dei Greci mise in soggezione in questo caso
il governo romano il quale, forse inconsapevolmente, fu indotto a
sperimentare una forma inedita di imperialismo, non pi dichiarato
e garantito da trattati di alleanza che limitavano in qualche misura
la sovranit dei contraenti, ma sottinteso e cauto. Le citt e le leghe
greche mantenevano integralmente la loro libert, che per derivava
da una sistemazione complessiva del territorio della penisola secondo
confini che erano stati definiti insieme col proconsole straniero.
Il che implicava che chiunque avesse voluto modificarli rischiava di
dover discutere col senato di Roma, inevitabile arbitro tra le parti
in conflitto.
La libert della Grecia era insomma una libert protetta e indicava
un'area periferica nella quale Roma si limitava ad esercitare soltanto
una discreta influenza politica.
Dopo aver ridimensionato Filippo di Macedonia, il governo romano rivolse
la sua attenzione ad Antioco di Siria.
Come quasi tutti i sovrani dell'area mediorientale, Antioco era
afflitto da una megalomania che si traduceva spesso in comportamenti
imprudenti. Il senato gli aveva fatto capire che avrebbe chiuso un
occhio se si fosse limitato ad allargarsi nella penisola anatolica,
senza ovviamente toccare gli amici dell'urbe, ma Antioco si convinse che
per un re del suo calibro era troppo poco. Perci, dopo la sconfitta di
Filippo, pass dall'Asia all'Europa e si impadron della Tracia.
I Romani l'avevano diffidato dall'attraversare gli Stretti e perci
non poterono fare altro che ordinare alle legioni di marciare.
L'esercito fu affidato a Lucio Scipione che aveva come consulente
proconsole suo fratello maggiore Publio, cio Scipione Africano.
Esperto in campo avverso era stato Annibale il quale, esiliato
da Cartagine, si era rifugiato presso il re di Siria e aveva tentato di
convincerlo ad attaccare i Romani portando la guerra addirittura in
Italia. Almeno cos dicono le fonti; ma sembra un suggerimento
inverosimile in bocca a un generale che pensiamo conoscesse esattamente
sia la capacit di resistenza dei legionari sia l'aggressivit
delle fanterie siriane.  legittimo perci sospettare che sia stata una
voce messa in giro dalla propaganda romana per giustificare l'accanimento
con cui il senato ha cercato di farsi consegnare il temuto
avversario. C' stato un momento, durante la permanenza alla corte
del re di Bitinia, in cui Annibale ha avuto la sensazione che questa
consegna fosse imminente, e perci, pur di evitare di essere processato
come criminale di guerra, prefer suicidarsi.
Ma questo  accaduto quasi alla fine della campagna siriana. Antioco
fu sconfitto una prima volta alle Termopili e poi, in maniera
definitiva, in una grande battaglia campale a Magnesia, nei pressi
di Smirne, nel 190 a.C.
Di conseguenza fu costretto a dimettere ogni velleit espansiva,
a rientrare nei suoi antichi confini e a firmare un trattato in cui
accettava di non oltrepassare il Tauro, cio la catena di monti che
segna il confine nordoccidentale della Siria, rinunciando cos, per il
futuro, anche soltanto a mettere il piede nella penisola anatolica.
Nonostante avesse umiliato sul campo l'arroganza dei due pi
potenti sovrani del variegato mondo ellenistico, Roma non rivendic
province, non impose tributi e si limit a dare una sistemazione,
dal suo punto di vista, razionale agli Stati dell'Egeo. Favor naturalmente
i suoi alleati, per esempio il regno di Pergamo, locupletato con un
ampliamento territoriale favoloso che il suo re non si sarebbe mai
sognato di acquisire, con mezzi propri, neanche nel pi
delirante sogno di potenza, e cerc di assicurare alle varie comunit
greche la libert cui pensava avessero diritto. Naturalmente questa
libert era quella ricompresa nel concetto che i Romani ne avevano
e che prevedeva una prevalenza politica delle aristocrazie locali
sulla gran massa della popolazione, a specchio di quanto accadeva in Roma.
A conclusione di questa lunga prima presa di contatto con
l'Oriente mediterraneo si pu dire che i Romani avessero annusato
la possibilit di ridurlo alle loro dipendenze, ma ne siano stati
trattenuti da una sorta di timore cautelativo, risultato di motivazioni
allo stesso tempo ideologiche e politiche. Tra queste emergevano:
un qualche complesso d'inferiorit nei confronti di mondi pi colti
e civili di quello romano; il desiderio di approfondire la conoscenza
di un ambiente tanto diverso per scoprire la sua reale capacit di
resistenza, la sensazione che convenisse non cogliere il frutto prima
che fosse venuto alla sua completa maturazione.
Cos i Romani ritirarono le legioni e i vari Stati ellenistici, per un
ventennio circa, tentarono di convivere nella situazione creata dalla
libert degli occidentali; ma con poca fortuna, perch scoprirono
ben presto che piaceva solo a pochi e che non aveva sradicato le
antiche pretese, speranze o illusioni.
Come accade spesso quando il successo diventa troppo insolente, i
Romani diventarono subito antipatici. L'opinione pubblica greca
cominci a giudicarli insopportabili e a credere che non esistesse
alcuna ragione che le imponesse gratitudine nei loro confronti.
L'antipatia divent malcontento nelle opposizioni antioligarchiche,
cio nei partiti democratici che esistevano un po' dappertutto, e si
trasform ben presto in azione politica.
Il punto di riferimento di questa resistenza fu la Macedonia. Secondo
il suo nuovo re, Perseo, figlio di Filippo, il suo paese era stato
maltrattato ingiustamente nella sistemazione finale che Roma
aveva dato alla penisola greca. Questa convinzione per non gli
aveva ispirato velleit di rivalsa ma solo il proposito di rafforzare il
suo esercito in modo da essere capace di respingere eventuali ulteriori
dimensionamenti. In realt Perseo non aveva in mente una politica
aggressiva, ma non pot dimostrarlo ai sospettosi Romani i
quali, nel frattempo irritati dalle ribellioni e dalle critiche di cui
erano fatti oggetto dovunque, decisero di adottare maniere meno rispettose
e pi sbrigative nei riguardi dei riottosi, pettegoli, indisciplinati
abitanti del mondo greco. E ovviamente se la presero per
prima con quella che identificavano come la fonte da cui venivano
iapirate le varie contestazioni: la Macedonia. Perseo si difese ed
ebbe anche qualche successo ma alla fine fu sconfitto irrevocabilmente
a Pidna (168 a.C.) dal console Paolo Emilio.
Non era certo per caso che i Romani avevano attaccato il suo
paese. Sapevano bene che era l'unico in grado di mettere in campo
un esercito capace di resistere alle legioni e che la tradizione militare
della falange poteva creare reparti combattenti di alto livello. E
non fu per caso che la Macedonia venne smembrata in quattro repubbliche
autonome, a cui fu negato perfino il diritto di matrimonio tra cittadini
dell'una con quelli dell'altra.
Eliminato il nemico maggiore, Roma provvide a punire gli Stati
e le citt minori che avevano parteggiato per lui. A Rodi furono tolti
i possedimenti su terraferma che gli erano stati donati dopo Magnesia,
mentre mille cittadini eminenti della Lega Achea furono deportati a Roma
come ostaggi. Tra di essi c'era anche uno dei pi distinti e
interessanti storici dell'antichit, Polibio.
Ma la sistemazione definitiva dopo Pidna non poteva durare a
lungo. Il malcontento dei Macedoni che si sentivano umiliati e
quello dei Greci del Peloponneso raggiunse rapidamente il limite
del furore. Spunt un falso Filippo che si dichiarava discendente
della famiglia reale macedone e chiam alle armi i suoi concittadini
per riconquistare l'unit e la libert del suo paese. I dirigenti della
Lega achea permisero che venissero malmenati gli ambasciatori romani
venuti a imporre lo smembramento della loro istituzione.
A questo punto Roma si rese conto che era necessario far capire
pi chiaramente al mondo ellenico quale era la sua reale condizione
di dipendenza e mise da parte ogni riguardo. Sconfisse l'esercito del
falso Filippo e ridusse la Macedonia a provincia romana, la prima
provincia della parte orientale dell'impero. Poi si dedic ai Greci
della Lega achea e dopo averli annichiliti in battaglia giudic che
un esempio memorabile fosse necessario per ammorbidire la loro natura
litigiosa e ribelle. Ordin al console Mummio di distruggere la loro
pi bella e rappresentativa citt, Corinto (146 a.C.).
L'eco di questa crudele esecuzione, paragonabile, per risonanza,
nei nostri giorni a quella di Hiroshima e Nagasaki, ha percorso tutto
l'Egeo come il segnale dell'avvento di un mondo nuovo, forse
peggiore di quello che spariva ma certamente diverso, perch comunque
sarebbe stato condizionato dalla presenza di un padrone.
Per completare il panorama di questa fase della storia di Roma
bisogna aggiungere che mentre il suo imperialismo si affermava in
Oriente non dimenticava di consolidare l'opera costruita in Occidente.
Di rifiniture ne erano rimaste in sospeso parecchie ma le pi
importanti furono portate a termine con spietata energia. Tra queste
la pi nota e la pi crudele fu quella che riguard Cartagine.
Il trattato di pace, firmato a suo tempo dopo la battaglia di Zama,
prevedeva che la citt non potesse fare guerre esterne e che anche
per quelle difensive, cio su suolo africano, dovesse chiedere
l'autorizzazione del governo di Roma. In quasi mezzo secolo di pace
forzata Cartagine aveva dovuto inghiottire molti bocconi amari. Il
suo vicino confinante, Massinissa, re di Numidia, si era infatti
approfittato dell'amicizia con Roma per confiscarle fette di territorio
sempre pi ampie, col pretesto di rivendicazioni patriottiche a dir
poco speciose.
Le relative vertenze, sottoposte al senato, erano state risolte sempre
a favore del re che taglieggiava le sue frontiere.
Un'ennesima prevaricazione, ancora pi sfacciata delle altre, la esasper
al punto di provocare la sua reazione militare, senza preventivo permesso.
Era l'occasione che Roma aspettava da tempo. La rapidit con
cui la citt punica si era ripresa dopo la guerra l'aveva inquietata
profondamente. Infatti Cartagine sollevata dal peso finanziario che
la sua precedente politica imperialistica le imponeva, e non essendo
i Romani subentrati nello sfruttamento delle sue rotte commerciali,
aveva pagato tranquillamente i danni di guerra e incrementato la sua
ricchezza in misura davvero notevole.
La dirigenza romana era perci pervenuta alla conclusione che la
citt dovesse essere tolta di mezzo una volta per tutte. Catone concludeva
i suoi interventi in senato, quale che fosse l'argomento di
discussione, con questa frase: Inoltre sono del parere che Cartagine
deve essere distrutta.
Con la martellante insistenza di questo spot pubblicitario sottolineava
una linea politica che in sostanza era condivisa non solo dal governo
ma da tutta l'opinione pubblica.
Incaricato dell'esecuzione fu il console Scipione Emiliano, nipote
adottivo dell'Africano e figlio di Paolo Emilio, il vincitore di Pidna.
Quando l'esercito legionario sbarc in Africa, Cartagine dichiar
che non avrebbe fatto resistenza e chiese di conoscere le condizioni
della resa. I Romani risposero che le avrebbero conosciute dopo
aver consegnato le armi. Poi, quando i Cartaginesi ebbero eseguito
l'ordine, gli comunicarono che dovevano abbandonare la citt e sistemarsi
in villaggi non fortificati distanti almeno dieci miglia dal mare.
I Cartaginesi non avevano intuito quale dura sentenza era stata
consegnata dal senato ai comandanti romani e quando la conobbero
era troppo tardi per ribellarsi. Ci nonostante, in un accesso di
disperazione e di furore, decisero di resistere quasi a voler morire con
la loro citt.
Si chiusero dentro le mura per quasi tre anni, finch non furono
sopraffatti e uccisi o fatti schiavi (146 a.C.).
Il cinismo, l'ipocrisia, la crudelt esibita in questa occasione dalla
dirigenza romana mostravano la faccia pi bieca del suo imperialismo.
La spiegazione di tanta malafede  da ricercare nella diffidenza
atavica del governo romano verso chiunque diventasse tanto forte da
costituire un polo di aggregazione capace di contrastare
il dominio dell'urbe. La sua linea di politica estera  stata sempre quella
di dividere i suoi interlocutori, in modo da poter trattare non con grossi
organismi statali ma con piccole comunit separate, autonome ma deboli.
Aveva cominciato con questo sistema con i soci italici e continu
ad applicarlo dovunque arrivasse la sua influenza politica. A maggior
ragione doveva seguirlo ora che aveva intravisto la possibilit
di conquistare l'impero del mondo. Niente che potesse costituire
un ostacolo a questa grandiosa prospettiva doveva restare in piedi.
 7. I Gracchi
La prima fase della espansione fuori dell'Italia si pu considerare
conclusa nel 133 a.C. quando la caduta di Numanzia sanziona la
definitiva acquisizione della Spagna nell'orbita romana e quando il
senato trasforma in provincia d'Asia l'antico regno di Pergamo lasciato
da Attalo terzo in eredit ai Quiriti.
Ma il 133 a.C.  anche l'anno da cui si pu datare l'inizio di
quella che  stata definita la rivoluzione romana, cio quella crisi di
trasformazione durata circa un secolo, che ha piegato le istituzioni
repubblicane al servizio di un principe che fu detto imperatore. E
poich questo  uno dei capitoli pi drammatici non solo della storia
di Roma ma di tutta la storia antica, forse perch possiamo leggerlo
con i nostri occhi di moderni e capirlo meglio di quanto non
succeda per altri momenti o per altre societ storiche,  necessario
abbandonare il racconto delle conquiste esterne per andare a vedere
che cosa era accaduto e accadeva all'interno dell'urbe.
Del resto a questo punto nessuno dei paesi del Mediterraneo poteva
contestare la supremazia romana. L'impero mondiale era
ormai il semplice corollario di un teorema gi risolto da Roma con
le vittorie definitive su Cartagine, sulla Macedonia e sulla Siria.
Perci si pu dire che di imprevedibile, nel futuro, rimaneva soltanto
ci che potevano fare o non fare i cittadini romani.
Bisogna dunque accennare alle mutazioni intervenute nella societ
italica nei settant'anni circa che separano quella data fatidica
dalla sconfitta di Annibale in Africa.
La pi importante di tutte, quella del diverso rapporto tra senato
e assemblee popolari, era maturata anche prima del secondo secolo,
in particolare durante la grande guerra punica. Per la costituzione
romana i diritti di legiferare, di dichiarare guerra, di decidere le
assegnazioni demaniali spettavano all'assemblea del popolo. E in
teoria nessuno li aveva messi in discussione. Di fatto per era accaduto
che il senato li avesse usurpati integralmente, salvando appena
la faccia, lasciando cio alle assemblee solo la sanzione formale
delle decisioni prese in altra sede. Quando diciamo senato intendiamo
dire la dirigenza aristocratica oligarchica che ha costruito e gestito
il clamoroso destino di Roma e che si  garantita il potere politico
attraverso il monopolio delle magistrature e di conseguenza
(considerato che quasi tutti gli ex magistrati entravano in senato)
attraverso la maggioranza in quella assemblea.
La supremazia della dirigenza nobiliare per la verit non  mai
stata minacciata, anche in tempi pi antichi, ma non  stata cos ovvia
e sottintesa come si potrebbe immaginare regolandosi sulla situazione
del periodo di cui stiamo parlando. Perch l'opposizione
popolare in Roma non  mai velleitaria o letteraria,  una tradizione
antichissima che risale al contrasto tra patriziato e plebe, che
accompagna tutta la storia della citt e la condiziona alla fine, con
l'impero, secondo le sue proprie esigenze.
Sul momento per non poteva fare altro che tacere. Scontenta di
come il governo conduceva la guerra contro Annibale, aveva imposto
due consoli populares i quali, da generali, avevano provocato
due disfatte terrificanti, Flaminio quella del lago Trasimeno e Varrone
quella di Canne. Annichilita da queste responsabilit aveva
abbassato il tono della voce e si era messa in disparte lasciando
campo libero ai senatori. E questi non avevano certo fallito nel loro
compito principale, nonostante la drammaticit degli eventi. Bastava
un solo merito per accettare la loro supremazia: quello di non
aver disperato del futuro della citt, quando sembrava che prevedesse
soltanto la sua pura e semplice distruzione.
Tra l'altro erano i soli tecnicamente in grado di interpretare e di
muoversi nei rapporti con mondi e paesi nuovi, del tutto sconosciuti
ai contadini o agli artigiani romani, cio i soli abbastanza acculturati
per distinguere, in una prospettiva pi ampia, gli interessi generali
dello Stato. Inoltre, per testimoniare la loro fedelt a questi
interessi, potevano esibire campioni cos adamantini da diventare
leggenda: Scipione, Flaminino, Catone, Paolo Emilio e via dicendo.
Insomma la superiorit morale e tecnica dei senatori non veniva
messa pi in discussione ed era implicitamente riconosciuta non
solo dalle assemblee popolari ma anche dai magistrati in carica, ai
quali non conveniva mettersi contro la classe dirigente da cui provenivano
e che quindi si erano adattati ad accogliere i consigli del
senato (i quali, in teoria, per loro non erano vincolanti), non pi
come pareri ma come ordini.
Se si vuole dunque tirare una conclusione a questo punto della
storia di Roma, si pu dire che il suo straordinario successo, che in
parte era stato ottenuto e in parte si profilava, era dovuto ovviamente
anche al fortissimo contadiname italico, che aveva fornito le
leve alle legioni, ma soprattutto alla classe dirigente aristocratica.
Era questa infatti che con la sua fedelt agli interessi della repubblica,
con l'abnegazione dimostrata nel servizio di Stato, era riuscita a far
coagulare il consenso in tutti gli strati della societ romana
e a trasformarlo in patriottismo. Ed era questa classe che aveva saputo
incanalare l'istinto proprio di una comunit di predatori in una
politica estera allo stesso tempo abile, lungimirante e spietata.
 una banale notazione moralistica dire che potere e successo
corrompono pi rapidamente del prevedibile. Ma viene spontaneo
di farla nel constatare come, a seguito di tale successo, lo smisurato
orgoglio di casta concepito dalla dirigenza romana sia stato ben
presto inquinato dall'avidit.
Di migliorare il loro tenore di vita i nobili ormai sentivano il
bisogno da molto tempo. Il mos majorum gli aveva insegnato che
conveniva accontentarsi di poco. Finch le risorse erano state modeste
non sembr difficile adattarsi a un costume anticonsumistico,
ma ora che la ricchezza affluiva da tutte le parti e in misura sempre
pi cospicua, sembrava pedantesco oltre che vagamente ridicolo
continuare a esibire un'austerit vecchio stile.
A questa innocua aspirazione si aggiungeva per una convinzione
estremamente pericolosa, e cio che la maggior parte della ricchezza,
che in tante forme diverse si riversava sull'urbe e in generale
sull'Italia, spettasse alle grandi famiglie aristocratiche e
all'oligarchia che le rappresentava in senato, cio a coloro che pi
di chiunque altro se l'erano meritata.
Questa voglia di arricchire aveva impedito di vedere, o per lo
meno aveva fatto ignorare, un problema sociale che non era affatto
secondario ma incrinava la struttura portante della repubblica e
cio il problema dei piccoli e medi contadini italici, dei coltivatori
diretti, comunque si voglia definire quella parte della popolazione
che dalla politica imperialistica non solo non aveva ricavato alcun
beneficio, come era accaduto per gruppi pi fortunati, ma aveva
tratto la certezza di non poter pi sopravvivere materialmente nelle
nuove condizioni economiche determinate da tante guerre.
La crisi di questo ceto  uno dei fenomeni pi palesi, pi macroscopici
e anche pi misteriosi della storia di Roma del secondo secolo.
L'illustrazione, da parte dell'analisi storica, dei motivi che l'hanno
provocata  efficace e quasi definitiva anche se non sembra bastare mai.
Tra questi motivi, notevole per incidenza  la riduzione
numerica dovuta alle perdite in guerra.  stato calcolato che i legionari
uccisi in combattimento tra la fine del terzo e quella del secondo
secolo a.C. siano stati circa 100.000 cio il 4 percento di tutta la
popolazione della penisola. Cifra che equivarrebbe oggi, per l'Italia,
a un salasso di 2.400.000 individui maschi in piena et produttiva e
riproduttiva. Non  escluso perci che qualcuna delle famiglie superstiti
di questi caduti, non avendo pi forza lavoro sufficiente per coltivare
i suoi campi, sia stata costretta a venderli al migliore offerente e a
rinunciare all'agricoltura. Tra l'altro, nel periodo, non sono mancati
certo gli acquirenti. Il ceto nobiliare romano, che traeva i maggiori
vantaggi dalla politica espansionistica, disponeva di moltissimo liquido
e, poich identificava il concetto di ricchezza con la massima
estensione di propriet fondiaria, era pronto a comprare tutto ci
che il mercato offriva e magari disposto anche a forzare la
volont del venditore con pi o meno lecite pressioni ricattatorie.
Per far fruttare queste acquisizioni di terra disponeva infatti di
mano d'opera che era meno costosa del libero bracciante e che, appunto,
la guerra aveva reso disponibile: gli schiavi. In questo secolo i
Romani hanno preso schiavi dovunque hanno combattuto, tra i
Celti, gli Iberici, i Punici, i Siriani, i Greci e si sono fatti la
fama di latrones gentium, cio di rapinatori per antonomasia tra tutte
le nazioni del mondo e anche di ladroni materiali di popoli, se si pensa
al prelievo di schiavi che facevano nei paesi vinti. Sono questi ricchi
che, soprattutto nel mezzogiorno della penisola, hanno dato il via alla
formazione dei latifondi e sono loro che, grazie ai capitali di cui
disponevano, hanno orientato in taluni casi la produzione agricola verso
colture differenziate non tradizionali.
La convivenza con questi vicini che tendevano sempre a straripare non
dev'essere stata molto comoda per i piccoli proprietari, anche perch
la legge sui debiti li metteva in un batter d'occhio alla merc dei
creditori. Bastava infatti non rimborsassero in tempo un debito contratto
in un'annata cattiva per consentire al creditore di confiscare e di
impadronirsi dei loro campi. Nel giro di qualche mese infatti la famiglia
di un libero contadino poteva trovarsi nella condizione di non sapere
dove andare, dove trovare un ricovero e dove cercare una giornata di
lavoro da bracciante.
Furono appunto questi relitti della trasformazione latifondistica
che impressionarono Tiberio Gracco quando li vide vagare, con
moglie e figli, affamati e laceri in cerca di un riparo e di un lavoro.
Le loro destinazioni erano soprattutto le baraccopoli delle grandi
citt, e di Roma in particolare, dove speravano di vivere di espedienti,
di beneficenza pubblica, di impieghi di fortuna. I meno intraprendenti
si sono ridotti a elemosinare un'occupazione dai padroni pi caritatevoli
e ad abbassarsi al livello della condizione servile.
La rovina della piccola propriet contadina delineava per la repubblica
una situazione inaccettabile da un uomo politico che fosse
davvero preoccupato di salvaguardare l'interesse generale. Il libero
contadiname italico era il vivaio delle legioni e quindi la leva che
aveva innalzato l'espansionismo della classe dirigente alla soglia
dell'impero mondiale. Lasciare che si inaridisse significava rinunciare
non solo a qualunque ulteriore conquista ma forse a compromettere
quanto finora era stato ottenuto. Era impossibile che qualcuno non
se ne rendesse conto, anche nel contesto sociale di un'aristocrazia
ormai accecata dall'egoismo di classe e tesa ad ottenere
un utile immediato senza stare a guardare troppo lontano.
Questo qualcuno fu Tiberio Gracco, cio un uomo della pi
esclusiva nobilt, sul quale si pu misurare la tensione ideale e il
grado di consapevolezza maturati da quella parte della dirigenza
romana che, nella valutazione dei problemi, non era condizionata
dagli interessi di casta. Il superiore sentimento di giustizia che lo
animava conferisce alla sua figura uno slancio e un coraggio che la
proiettano verso il simbolo e verso il mito e fanno di lui il
rivoluzionario pi appassionato di tutta l'antichit.
Gracco dunque si convinse che bisognasse restituire un podere ai
contadini scacciati dalle campagne. Qualcuno gli fece notare che
non sarebbe stato opportuno premiare la pigrizia regalando, a spese
dello Stato, la terra a chi non era stato capace di farla fruttare. Ma
Tiberio non dette molto peso a questa obiezione, anche se non era
priva di fondamento. Sapeva bene come i grandi agrari non si facessero
scrupolo di ricorrere ai mezzi pi scorretti, pur di annettere
i campi dei confinanti alle loro tenute. E sapeva anche di precedenti
assegnazioni che avevano sortito effetti benefici e sanato situazioni
sociali complicate. Da parte sua non pensava tanto a quelle ricordate
dal suo pedagogo, lo stoico Blossio di Cuma, neil'illustrargli la
storia greca, quanto a quella del console Flaminio, lo sconfitto
del Trasimeno, il quale, nonostante l'opposizione del senato, era
riuscito a distribuire, ai poveri dell'urbe, l'ager gallicus et picenus
cio i terreni confiscati ai Senoni.
In teoria il governo romano non avrebbe dovuto fare grandi
obiezioni al suo disegno. Da secoli ormai disbibuiva terre ai cittadini
pi indigenti e agli alleati. Ma le motivazioni politiche coloniarie
erano piuttosto diverse da quelle che ispiravano Gracco. Gli
insediamenti patrocinati dal governo avevano una funzione strategica
di difesa e di consolidamento dei confini dello Stato, mentre
quelli auspicati dal tribuno creavano nei cittadini soltanto l'attesa e
la pretesa di essere assistiti dal governo.
Perch poi il modo di aiutare i poveri dovesse essere in particolare
quello della distribuzione di terra  appena il caso di spiegarlo:
perch era la forma di intervento pi conosciuta e pi praticata e
soprattutto perch la repubblica disponeva in Italia di un ager publicus
di dimensioni imponenti.
Questo demanio si era formato sulla base del principio secondo
cui il territorio di una citt o di un paese vinto diventava propriet
del vincitore. E siccome Roma, nel corso dei suoi lunghi secoli di
storia, aveva avuto a che dire, per un motivo o per l'altro, con la
maggior parte delle comunit italiche, ed era uscita vittoriosa dalle
dispute, aveva dichiarato di propriet pubblica romana un buon terzo
delle loro terre. L'affitto che ne ricavava era iscritto nel bilancio
dello Stato e contribuiva in misura non insignificante al suo pareggio.
L'ager campanus, per esempio, cio il territorio confiscato a
Capua dopo la defezione in favore di Annibale, forniva un'entrata cospicua,
tanto che Cicerone, in una lettera ad Attico, si preoccup della sua
perdita quando Cesare decise di lottizzarlo tra i poveri e i legionari.
Una gran parte per di questo terreno pubblico era stato abbandonato
alla occupazione di fatto di quanti avevano la possibilit di sfruttarlo.
Ne avevano approfittato in particolare i grandi latifondisti romani e
italici per servirsene come pascolo delle loro mandrie e delle loro greggi.
Era una forma di parassitismo a spese dello Stato che avrebbe
potuto essere anche tollerata se non avesse comportato una disparit
di trattamento clamorosa nei confronti di quei cittadini che non
disponevano neppure di un pezzo di terra su cui sopravvivere.
Tiberio Gracco perci rifacendosi a una vecchia legge Licinia
che fissava in 500 jugeri (125 ettari) il limite massimo di occupazione
di suolo pubblico, propose al senato una nuova legge nella
quale si alzava il limite a 1000 jugeri, si riconosceva ai possessori
un indennizzo per le spese di migliorie sostenute nel frattempo e si
trasformava il semplice possesso in propriet assoluta. Contemporaneamente
per si stabiliva che quanto rimaneva di terra demaniale, dopo questa
ripartizione, fosse assegnato in piccoli lotti di 30 jugeri
(sette ettari e mezzo) a cittadini poveri.
Dalla reazione furibonda e scomposta che il disegno di legge
provoc tra i senatori, cio tra i grandi agrari romani, possiamo dedurre
a quali vertici fosse arrivata la quantit di demanio accaparrata
da questi severi padri della patria.
Il senato bocci la proposta ma Tiberio non si fece fermare. E
poich era tempo che le assemblee del popolo riprendessero il loro
diritto di legiferare, ignor l'opposizione senatoriale e port il
provvedimento davanti ai comizi tributi.
Era gi uno sgarro, non alla costituzione perch questa prevedeva
che le assemblee, tributa e centuriata, fossero comunque sovrane
nel legiferare, ma certo alla prassi corrente, instauratasi da almeno
un secolo in favore della supremazia del senato. Poich Ottavio,
uno dei dieci tribuni della plebe, collega di Gracco, aveva posto il
veto alla presentazione della legge, (fatto che doveva fermarla
definitivamente), Tiberio chiese che Ottavio fosse deposto dalla sua
carica. Non era infatti ammissibile che un tribuno eletto per difendere
la plebe si opponesse a un decreto predisposto per aiutarla.
Tutti i magistrati romani non potevano essere revocati durante il
loro mandato. Potevano essere chiamati a rispondere delle loro
eventuali malefatte alla scadenza dell'incarico, non prima. A maggior
ragione un tribuno della plebe che era sacrosanto e intoccabile.
Ma il ragionamento di Tiberio dovette risultare persuasivo perch
l'assemblea vot la deposizione di Ottavio.
E poich nel frattempo il re Attalo aveva lasciato in eredit ai
Romani il regno di Pergamo, Tiberio fece votare un'altra legge con
la quale gli si dava l'incarico di utilizzare i tributi provenienti dalla
nuova provincia per finanziare la grande distribuzione di terre che
era stata decisa.
Era il terzo sgarro, dato che fino a quel momento l'amministrazione
del tesoro pubblico era stata di esclusiva competenza del senato.
Il quarto, la goccia che fece traboccare il vaso, fu la richiesta
di reiterazione del tribunato anche per l'anno successivo a quello in
scadenza. Si trattava indubbiamente di una violazione alla regola
costituzionale che limitava a dodici mesi la durata delle magistrature.
 ben vero che la volont dell'assemblea era sovrana; ma non
sembrava legittimo servirsene per instaurare un regime personale
tirannico cambiando, secondo il proprio interesse, le regole del gioco.
La maggioranza dei senatori ne fu indignata. Alcuni pi facinorosi e
decisi, tra i quali quelli che venivano pi colpiti dalla legge
di Tiberio, convocarono le loro clientele manesche e si riversarono
nel Foro per impedire materialmente la elezione illegale. Ne nacque
una rissa selvaggia nel corso della quale Tiberio Gracco perse
la vita. Che lo scopo degli aggressori fosse di togliere di mezzo
fisicamente lo scomodo legislatore si pu desumere da questo
particolare: che Tiberio non fu ucciso con un colpo di daga, diciamo,
preterintenzionale ma a bastonate con la gamba di una sedia.
Dice lo storico antico che questo fu il primo sangue versato in
un'assemblea e l'inizio di un conflitto civile che sarebbe durato un
secolo e che avrebbe decimato almeno quattro generazioni di Romani.
Questa reazione spropositata dell'aristocrazia  la prova della
sua rapidissima involuzione verso l'egoismo di classe provocato
dall'arricchimento. In definitiva Tiberio non proponeva una rivoluzione
ma il semplice ripristino della situazione sociale che aveva
permesso a Roma di affermarsi come potenza mondiale e alla stessa
dirigenza governativa di diventare protagonista privilegiata di un
successo, fino a quel momento, senza precedenti, se si prendono a
confronto le oligarchie del mondo antico.
La questione dell'ager publicus comunque, che si era sperato di
sopprimere con l'eliminazione di Tiberio, era destinata a provocare i
contrasti pi violenti di tutto l'ultimo secolo repubblicano e a mandare
di traverso il godimento dei suoi privilegi alla dirigenza oligarchica.
Il testimone lasciato cadere da Tiberio fu raccolto, dieci anni dopo,
da suo fratello Gaio Gracco.
Gaio non aveva la stessa tensione ideale del fratello maggiore,
ma pi di lui aveva attitudine politica nonch una straordinaria lucidit
nell'individuare le situazioni reali. Aveva capito che il vero
problema non era di far passare la riforma agraria patrocinata da
Tiberio, ma piuttosto di trovare gli strumenti idonei a condizionare
e a dimensionare lo strapotere che l'oligarchia, attraverso le sue
clientele e le istituzioni, esercitava sullo Stato e sulle decisioni che
riguardavano l'intera comunit.
Per risolverlo, appena eletto tribuno, fece approvare due provvedimenti
che assecondavano le sue intenzioni; col primo sottrasse all'oligarchia
il potere giudiziario. Le giurie dei tribunali infatti
erano composte di senatori che molto spesso si servivano del voto
in giudizio per sostenere la politica conservatrice o per vendersi
assoluzioni e condanne. Gaio li allontan dalle esedre in cui si
amministrava la giustizia e li sostitu con gli equites, cio con quel
ceto sociale che era attiguo, se non identico, a quello senatoriale ma
che aveva scelto di rinunciare al servizio di Stato, alla carriera politica,
cio a concorrere alle elezioni per ottenere una magistratura, e aveva
preferito darsi agli affari. Gli equites o cavalieri erano il potere
economico dell'epoca, non si contrapponevano al potere politico
rappresentato dai senatori, con i quali normalmente colludevano
per difendersi dalle pretese dei meno privilegiati, ma dai quali
qualche volta erano tentati di distinguersi, specie se la separazione
serviva ad aumentare o a garantire meglio le loro ricchezze.
Il secondo provvedimento gli assicur lo strumento pi efficace
per ottenere lo scopo e cio la disponibilit assoluta dell'assemblea.
Tiberio non era mai certo di poter fare approvare le sue leggi dai
comizi tributi, perch la maggioranza dipendeva dal numero dei
contadini dell'entroterra laziale disposto a trasferirsi a Roma nei
giorni delle votazioni. Gaio si garant questa certezza assoldando la
plebe di Roma, stabile in citt e quindi sempre pronta a votare. E la
ottenne con una trovata costosa ma semplice: un decreto col quale
si consentiva ai cittadini poveri di acquistare, nei magazzini governativi,
a met del prezzo di mercato, la quantit di grano sufficiente a portare
in tavola ogni giorno quella specie di polenta di frumento che i Romani
chiamavano puls e che era il loro piatto nazionale.
Era un provvedimento demagogico che infliggeva un colpo micidiale al
bilancio della repubblica. Fu accolto per dagli interessati con un
entusiasmo che saliva dai precordi; interpretava infatti puntualmente
la vocazione profonda degli italiani di tutti i millenni, quella di
essere mantenuti dallo Stato.
Nel ventesimo secolo questa vocazione, che allora baluginava
all'orizzonte,  diventata imperiosa, come  dimostrato dalla fedelt
con cui gli abitanti della penisola riservano il loro voto sempre e
comunque a partiti assistenzialisti, quale che sia la loro etichetta,
democristiana o comunista.
Il provvedimento ebbe un successo strepitoso e Gaio pot contare
sulla completa disponibilit di un'assemblea popolare le cui delibere
avevano valore di legge.
Dopo aver cos tagliato le unghie ai senatori, Gaio riprese e mand
avanti la riforma agraria patrocinata dal fratello e, per renderla
pi appetibile, cio per coinvolgere nell'operazione non solo i coloni
prescelti per le assegnazioni, ma anche operai, artigiani e imprenditori,
vi abbin un grandioso programma di opere pubbliche, in particolare strade.
L'originalit della sua politica, l'incisivit dei metodi con cui
l'attuava, avevano fatto di lui il protagonista assoluto della vita
dell'urbe. Si muoveva come un re o un principe e svettava sugli altri
magistrati con un prestigio che nessuno fino allora era riuscito a
meritare. Non gli fu difficile perci replicare l'elezione a tribuno
anche per un altro anno.
Il suo secondo tribunato dimostr che non era soltanto un abile
politicante, preoccupato di garantirsi il potere a qualsiasi prezzo,
ma che era uno statista di grande livello. Propose infatti di estendere
la riforma agraria a tutti i soci italici e nello stesso tempo di
riconoscergli la cittadinanza romana.
Il progetto era grandioso ma anticipava troppo i tempi. Infatti fu
rifiutato non solo dai nobili ma anche dalla plebe di Roma, la quale
non voleva altri aventi diritto allo sfruttamento dell'erario. Secondo
lei era opportuno che il tesoro pubblico fosse riservato solo agli
abitanti della capitale.
Il senato tent varie azioni contro la politica di Gaio e alla fine,
prendendo pretesto da un incidente, forn l'occasione ai suoi sostenitori
pi accesi di eliminare il tribuno (che prefer farsi uccidere
da un servo invece che da un sicario) e qualche migliaio dei suoi
seguaci. Da sempre aveva saputo, del resto, che con gli avversari
davvero difficili conveniva non cincischiare e affrettarsi a toglierli
di mezzo definitivamente.
I termini della lotta politica che si sarebbe sviluppata negli anni
successivi, in Roma e in Italia, sono quelli messi in evidenza dalle
idee e dalle iniziative di Gaio. Pi di chiunque altro infatti questo
geniale tribuno aveva capito cosa bisognasse fare per rendere la
repubblica di Roma una comunit la cui potenza, nei confronti di terzi,
fosse fondata soprattutto sulla equit di trattamento riservata
dalle leggi ai suoi cittadini.
 8. Dai Gracchi a Silla
I quarant'anni che vanno dalla morte di Gaio Gracco alla dittatura
di Silla sono cos affollati di avvenimenti e di personaggi che
tentare di raccontarli tutti richiederebbe molto pi spazio di quanto
abbiamo a disposizione. Possono per essere riassunti sinteticamente
se disposti intorno a due motivi principali: il primo, relativo
alla politica interna,  la contestazione dell'antico potere dei nobiles
da parte dei politici populares; il secondo, relativo a quella estera,
 la normalizzazione di quanti non avevano ancora compreso bene che
l'ordine romano diventava sempre pi stringente e che non ammetteva
avventurosi colpi di mano, iniziative indipendenti o pretese di autonomia.
Cominciamo da questo secondo ricordando solo gli episodi pi
noti e pi significativi, e cio la guerra giugurtina, quella contro i
Cimbri e i Teutoni e quella contro Mitridate.
Giugurta, nipote del re di Numidia, Micipsa, era divenuto uomo
di fiducia e suggeritore dello zio, il quale non aveva il temperamento
n la voglia di esercitare la sua funzione di sovrano. Perci
aveva delegato al nipote il compito di governare anche perch i
suoi due figli, Aderbale e Jempsale, non sembravano individui capaci
di dare ordini.
Nel suo testamento aveva previsto che il regno, alla sua morte,
fosse diviso in tre province, una per il nipote e le altre due per
ciascuno dei figli. Giugurta per si era troppo abituato a comandare su
tutto per contentarsi di farlo soltanto su una parte e perci aveva
tentato di far fuori i due cugini con un provvedimento radicale:
l'eliminazione fisica. Con uno gli era riuscita ma l'altro gli era sfuggito
mettendosi in salvo a Roma. Aderbale, questo era il nome del profugo,
appena arrivato in citt aveva invocato l'intervento del senato che, tra
l'altro, era stato indicato da Micipsa come suo esecutore testamentario.
Giugurta poteva contare su molti amici romani; aveva combattuto con loro
sotto le mura di Numanzia e soprattutto aveva imparato a conoscere
l'attenta comprensione e benevolenza che riservavano a coloro che
cercavano di corromperli. Da bastardo spregiudicato qual era distribu
mazzette cospicue a tutti i livelli e riusc a fare in modo che
l'intervento di Roma sugli affari del suo paese, e sulla sua posizione
personale, non fosse cos deciso come il suo cinismo avrebbe meritato.
Mentre espugnava Cirta, per, la citt dove nel frattempo si era
rifugiato il cugino rivale, aveva commesso l'errore di uccidere anche
un certo numero di cittadini romani che commerciavano nella zona.
A questo punto il senato non pot fare a meno di decidere l'invio
delle legioni.
Giugurta, che era un eccellente soldato, le tenne a bada in due
modi: battendosi bene sul campo e spuntando l'accanimento militare
dei proconsoli che si avvicendavano nel comando con doni interessanti fatti
arrivare, rispettando la massima discrezione, nella tenda del pretorio.
Ai Romani sembrava impossibile che un reuccio africano mettesse in
difficolt un loro esercito. Perci quando Gaio Mario si
present alle elezioni per il consolato giurando che, se fosse stato
eletto, avrebbe chiuso la guerra giugurtina entro l'anno della sua
magistratura, fu votato a grande maggioranza, nonostante che fosse
un homo novus cio che non facesse parte della cricca oligarchica.
Mario nato ad Arpino, come Cicerone, aveva grandi ambizioni.
Di mentalit per era rimasto provinciale perch coltivava l'ingenua
speranza di essere ammesso a far parte della congrega dei padroni
dello Stato grazie ai suoi meriti personali. Siccome era soldato di
ineccepibile professionalit, gli sembrava che questa bravura
fosse titolo sufficiente per essere ammirato e cooptato. Non sapeva
che qualit troppo spiccate suscitano quasi sempre invidia e sospetto.
Queste reazioni, prevedibili nel partito senatoriale, non erano
per condivise da quello democratico il quale aspettava da tempo
un magistrato, non proveniente dal ceto nobiliare, che fosse cos
buon generale da riscattare il ricordo dei disastri del Trasimeno e di
Canne, addebitati, nell'opinione corrente, all'incapacit congenita
dei populares a comprendere la strategia bellica.
Ci possiamo spiegare perci il motivo per cui Mario sia diventato un
grande eroe popolare. I suoi successi militari, senza dubbio molto
importanti, hanno infatti liberato l'inconscio collettivo plebeo da
un umiliante complesso di inferiorit e hanno creato intorno a lui
una specie di culto. I marianisti infatti sono stati per decenni,
anche dopo la morte del loro eroe, una corrente distinguibile nel
coacervo eterogeneo costituito dal partito democratico.
Mario mantenne la promessa fatta ai suoi elettori. Trascin Giugurta
a Roma e lo esib in catene, affinch il popolo lo vedesse, dietro il
suo carro trionfale. Poi lo abbandon nelle mani dei triumviri capitales
i quali lo fecero strangolare nel carcere Mamertino (104 a.C.).
Contemporaneamente aveva trovato anche il tempo, da magistrato in
carica, di prendere uno dei provvedimenti pi significativi e
pi carichi di conseguenze della storia di Roma: la proletarizzazione
dell'esercito.
La decadenza demografica dell'Italia e il diradarsi dei piccoli
contadini proprietari, a seguito delle mutate condizioni dell'agricoltura
a cui abbiamo accennato, avevano reso evidente che le leve non erano
pi sufficienti a riempire gli organici delle legioni, se ci si fosse
attenuti alla regola di reclutare persone classificate con un
sia pur modesto censo economico. Per completare i reparti erano
indispensabili ormai anche i volontari nullatenenti. La diffidenza e
il sospetto verso il loro senso di responsabilit civile dovevano essere
accantonati di fronte a necessit pi imperiose e cogenti.
La misura di quanto l'antica classe dirigente nobiliare avesse
perduto il suo fiuto politico  data dall'indifferenza con cui lasci
passare la riforma.  quasi certo che anche Mario non si sia reso conto
della carica rivoluzionaria che vi era innescata, ma  abbastanza
grave che nessuno degli oligarchi ne abbia avuto sentore. Da questo
provvedimento infatti sarebbe derivato: che i legionari avrebbero maturato
una mentalit combattentistica e che quindi avrebbero preteso una
liquidazione sufficiente ad assicurargli una dignitosa sopravvivenza
(in genere erogata sotto forma di distribuzione di terra). Questo
trattamento di fine servizio doveva essergli garantito, secondo la
loro convinzione, dal generale comandante, per la cui gloria avevano
combattuto e vinto, il quale avrebbe dovuto impegnare tutta la sua
influenza politica allo scopo di superare le resistenze del senato,
cio dell'oligarchia dominante, generalmente ostile a tali costose
elargizioni. Per raggiungere lo scopo i legionari erano pronti anche
a dare manforte al loro generale nei modi meno protocollari, magari
marciando direttamente sulla capitale.
La riforma dell'esercito fatta da Mario, in conclusione, aveva
creato un rapporto tra le legioni e i loro comandanti che portava
dritto filato alla monarchia militare, cio alla cancellazione
dell'antico ceto dirigente nobiliare.
Uno dei motivi contingenti che avevano spinto Mario a riformare la
struttura delle legioni e a ignorare la schizzinosit degli antichi
legislatori in materia di reclutamento, era una minaccia che da
qualche tempo incombeva sui confini nordoccidentali del territorio
europeo controllato da Roma: un'orda barbarica fuoriuscita dalle
sue sedi iperboree e decisa a trovarsi uno spazio in paesi pi caldi.
Era composta da due trib germaniche, i Cimbri e i Teutoni e, in
subordine numerico, da due trib celtiche loro alleate, gli Ambroni
e i Tigurini. I Germanici erano partiti dallo Jtland ed erano scesi
al sud sostando nella Gallia meridionale in attesa di sapere se qualcuno
si decideva a concedergli una regione nella quale sistemarsi.
Nel frattempo avevano sconfitto sei eserciti romani, compreso quello
comandato da Manlio Massimo, che contava circa 80.000 uomini,
in una grande battaglia ad Arausio (Orange) in Gallia (105 a.C.).
Non trovando sbocchi nella Narbonense si erano diretti verso la
Spagna ma ne erano stati respinti dai Celtiberi che avevano messo
da parte le loro beghe interne per coalizzarsi tutti insieme contro la
minaccia di questi invasori. Tornati in Gallia si erano divisi; i Teutoni
decisi a entrare in Italia attraverso le Alpi Marittime e i Cimbri,
aggirato l'arco centrale, da quelle orientali. Dopo aver guadagnato
tutti gli scontri con le legioni, si erano convinti di poter prevalere
anche su territorio italiano.
Intanto le armate romane erano state riorganizzate da Mario il
quale, celebrato il trionfo giugurtino, era stato riconfermato console
e inviato a comandare la difficile guerra con l'orda germanica.
Ad Aquae Sestiae (Aix les Bains) affront i Teutoni e li sconfisse.
Ma non gli bast un giorno per farlo, gliene occorsero due, tanto era
l'accanimento dei crucchi. Questa resistenza a oltranza esasper i
legionari che sfogarono la loro ira abbandonandosi al
massacro indiscriminato (102 a.C.).
I Cimbri intanto erano entrati nella valle padana perch l'altro
console, Quinto Lutazio Catulo, che comandava il secondo esercito
romano, aveva valutato di non disporre di forze sufficienti per
contrastargli il passo. Per fortuna sua non era di quei generali ambiziosi
i quali, pur di non dividere il successo con altri colleghi, cercano
di fare a meno della loro collaborazione. Aspett infatti che Mario
rientrasse in Italia e si un a lui. Ai Campi Raudi i due consoli
affrontarono i Cimbri e li distrussero completamente (101 a.C.). Cos
Roma fece capire alle trib nordiche dell'Europa che, almeno per il
momento, non era igienico venirle a pestare i piedi addirittura in
casa. L'ultimo tentativo, di un qualche rilievo, di scrollarsi di dosso il
peso dell'imperialismo romano fu fatto da un principe orientale,
Mitridate sesto re del Ponto. Mezzo persiano e mezzo greco, era infatti
figlio di una principessa seleucide cio di una greca, Mitridate
aveva avuto la fortuna di ereditare un regno ben strutturato dalla
dinastia dei suoi avi. Appena salito al trono si erano rivolti a lui i
Greci della Crimea per sollecitare il suo intervento contro le trib
sarmate e scite che tormentavano periodicamente le loro citt e i
loro fondachi con vessazioni e richieste di contributi di ogni genere.
Mitridate aveva organizzato la spedizione e ristabilito l'ordine
in tutta la zona, non solo in Crimea ma su tutta la costa settentrionale
del Mar Nero, diventando in breve tempo una specie di sovrano protettore
di quel mare e delle sue coste.
Questa clamorosa espansione gli aveva permesso di assicurarsi
una materia prima strategica per gli Stati antichi e cio il frumento
con cui nutrire il suo esercito, e nello stesso tempo un bacino di
reclutamento per le sue truppe mercenarie praticamente inesauribile.
Poich i suoi minatori e i suoi fabbri, i famosi Calibi o Caldei,
che avevano inventato l'acciaio gi al tempo della dominazione ittita,
gli permettevano, grazie ai loro prodotti, di commerciare con
l'Egeo e in generale con tutto il Mediterraneo, Mitridate aveva accumulato
un tesoro reale, composto delle pi diverse valute, sufficiente a
finanziare qualunque impresa e comunque a sostenere una ambiziosa politica
estera. Il suo obiettivo principale non poteva essere altro che quello di
assicurarsi una qualche forma di controllo sugli stretti del mare di
Marmara, cio sul Bosforo e sull'Ellesponto, in modo da tenere
aperta la giugulare che metteva in comunicazione il mar Nero col
Mediterraneo e che, se fosse stata ostruita, avrebbe reso asfittico il
bacino del suo impero.
Quando i Romani, che gi controllavano l'Ellesponto, ereditarono da
re Nicomede la Bitinia e cio anche il Bosforo, Mitridate credette
suo diritto di intervenire per correggere una situazione che si
era evoluta tutta a danno del suo paese. E siccome gli Occidentali
in Asia non avevano stanziati grossi contingenti militari, Mitridate
ebbe la meglio sulle esigue guarnigioni sparse nella zona e riusc a
conquistare buona parte della penisola anatolica e a galvanizzare
tutto il mondo greco dell'Egeo che, almeno in un primo momento,
vide in lui il liberatore che avrebbe ricacciato i padroni al di l del
canale di Otranto.
La ragione per cui Mitridate pot illudersi, e prendersi uno spazio
che gli faceva credere di essere un secondo Alessandro, era che
Roma aveva trascurato il settore orientale perch troppo preoccupata
e impegnata in Occidente con l'invasione germanica.
Dopo l'ultima e definitiva vittoria sui barbari, il senato si dedic
all'Egeo e mand un vero esercito a ristabilire la situazione che era
stata ingarbugliata dal re del Ponto.
Le cinque legioni comandate da Silla sconfissero gli sterminati
eserciti del re, prima a Cheronea e poi a Orcomeno, e fecero chiaramente
capire a tutti gli stati, le citt, le comunit, gli abitanti
dell'area che sarebbe stato impossibile sottrarsi alla tutela dei
conquistatori venuti dall'Occidente (85 a C.).
Mitridate continu a battersi contro i Romani per altri vent'anni
circa, prima contro Lucullo e poi contro Pompeo, perch il suo carattere
non gli consentiva di sottomettersi e il suo desiderio di libert
coincideva per lui col concetto stesso di regalit, ma la sua resistenza,
una specie di guerriglia ai confini, non metteva pi in discussione
il dominio romano nell'Egeo, come era sembrato in un
primo momento; era solo la testimonianza drammatica della irriducibilit
di un personaggio di re capace di mandare in rovina i sudditi pur di
non rinunciare alla sua indipendenza.
Ma se le minacce al dominio di Roma provenienti dall'esterno
non erano per il senato davvero serie, non altrettanto si poteva dire
di quelle che crescevano all'interno dell'urbe, rappresentate dai
tentativi dei politici populares volti a ridurre e a limitare l'esclusiva
del potere del ceto nobiliare. Ormai le occasioni di arricchire diventavano
sempre pi frequenti e non sembrava giusto, ai vari livelli della societ
romana, che fossero riservate soltanto e soprattutto ai vecchi gestori
dello Stato. A suo tempo costoro avevano servito la repubblica con
disinteresse, abnegazione, sacrificio ma i discendenti avevano dedotto da
questo merito la convinzione che spettasse a loro il diritto di prelazione
sulle ricchezze che affluivano dalle province.
Su questa pretesa naturalmente tutti gli esclusi dalla spartizione
non erano d'accordo e perci il mezzo secolo circa che precede la
restaurazione sillana, registra una serie di attacchi al potere dei
nobili che si manifestano nelle forme pi varie e imprevedibili.
Abbiamo gi detto della riforma mariana dell'esercito. La sua
conseguenza pi pericolosa era la contrapposizione dei comandanti
militari alla politica governativa, qualora questa non fosse abbastanza
comprensiva nei riguardi delle liquidazioni attese dai congedati. Ma
non era certo la sola rivendicazione che provenisse dalle classi subalterne.
Quella degli equites, il ceto economico dell'epoca, per esempio,
non era meno insidiosa. Nonostante la loro filosofia neutralista, 
in questo periodo che cominciano ad essere tentati dalla politica,
cio dal desiderio di prendere decisioni riguardanti l'intera comunit.
Come tutti i capitalisti di tutti i tempi e luoghi, la loro vocazione
naturale era l'alleanza con il governo in carica, cio con il gruppo
politico dominante. Invece in questi anni mostrano di voler sostituirsi,
almeno in certe questioni, agli aristocratici arroccati nel senato.
Coi Gracchi si erano impadroniti dei tribunali. Subito dopo fecero
approvare regole di gestione che gli permettevano di utilizzarli
contro chiunque fosse intenzionato a dargli fastidio, e in particolare
contro i politicanti che volessero limitare la loro libert di azione o
pretendessero tangenti troppo gravose.  infatti in questi anni che
viene istituito, in forma permanente, il tribunale delle repetundarum,
cio delle cause in cui gli uomini politici erano chiamati a rispondere
di concussione. Ed  in questi anni che i processi di questo tribunale,
i quali fino allora erano stati civili, diventano penali e con sanzioni
piuttosto dure, compresa quella che un uomo politico romano considerava
la pi infamante: l'espulsione dal senato.
Quando mai i protervi oligarchi erano stati minacciati cos apertamente?
Nessuno fino a quel momento aveva osato discutere il
loro comportamento. Ora le cose stavano cambiando al punto che
si pretendeva non di giudicarlo ma addirittura di punirlo.
Ma pi pericolosa di ogni altra, almeno per qualche tempo, fu la
contestazione implicita nell'insurrezione degli alleati italici che
rivendicavano la cittadinanza romana.
I disegni di legge relativi a una diversa distribuzione dei terreni
demaniali su suolo italiano, alcuni attuati, altri soltanto progettati,
prima dai Gracchi e poi da altri tribuni come Saturnino e Glaucia, avevano
messo in allarme gli alleati italici i quali occupavano anch'essi, a
titolo pi o meno provvisorio, una discreta parte di ager publicus.
La loro preoccupazione era che, nel conflitto aperto circa i criteri
di sistemazione di questo bene pubblico, la soluzione di compromesso
tra oligarchi e demagoghi fosse trovata a danno di terzi, cio con una
confisca che riguardasse solo i terreni occupati da loro.
Per allontanare questa minaccia si erano convinti che l'acquisizione
della cittadinanza romana sarebbe stata determinante. In precedenza
non avevano insistito per ottenerla, sebbene i loro meriti di
alleati fedeli gliene dessero il diritto, perch i vantaggi che comportava
non gli erano sembrati tanto urgenti o tanto importanti; ma ora che
giudicavano potesse servire a evitare espropriazioni, la reclamarono
pi vibratamente, incoraggiati anche da alcuni uomini politici romani
pi consapevoli della necessit di un tale riconoscimento.
Uno di questi, Livio Druso, decise di affrontare il problema e
propose un pacchetto di provvedimenti con i quali da una parte risarciva
e quindi tacitava in qualche misura tutti coloro (senato e plebe, una volta
tanto d'accordo) che erano contrari all'estensione della cittadinanza e
dall'altra la riconosceva agli abitanti dell'Italia peninsulare.
Il costo dell'operazione era naturalmente proibitivo per l'erario,
considerato il numero degli individui e delle categorie da accontentare,
ma Druso apparteneva a quella specie di uomo politico, frequente da noi
pi che in altre regioni europee, per la quale il pareggio del bilancio
dello Stato non  un tab insuperabile. Perci non si fece fermare da
meschine remore economicistiche.
Qualcuno per si era davvero indispettito di questa demagogia perch,
forse di persona in un raptus di furia, o pi probabilmente servendosi
di un sicario, volle prevenire quello che valutava come un imminente
disastro, eliminandone fisicamente iI responsabile.
Mentre si intratteneva con clienti e sostenitori, durante una salutazione
mattutina, Druso fu accostato da uno sconosciuto (che poi riusc a
dileguarsi) il quale con un trincetto riusc a lavorargli l'inguine e
il ventre in modo da costringere i parenti ad assegnargli un loculo
nella tomba di famiglia.
Druso rappresentava l'ultima speranza degli Italici di ottenere il
sospirato diritto civico con mezzi pacifici. Il suo assassinio li
convinse che se volevano raggiungere lo scopo non dovevano chiedere
con le buone ma esigere con le cattive maniere. E infatti piantarono
una grana di guerra, la cosiddetta guerra sociale, che il governo romano
pot sbrogliare solo con molta fatica e dopo essersi preso uno spavento
che nemmeno al tempo di Annibale ne aveva provato uno uguale.
Dopo aver compreso che sarebbe stato molto difficile soffocare
l'insurrezione degli alleati con la forza (perfino un generale come
Mario aveva trovato pane per i suoi denti contro avversari come i Marsi),
il senato giudic che conveniva cedere prima che accadesse il peggio e
concesse il riconoscimento della cittadinanza. In questo modo l'oligarchia
fu costretta a tener conto anche di quella parte della popolazione italica
che avrebbe avuto la voglia e l'interesse a diventare politicamente
attiva nell'urbe.
In conclusione si pu dire che tutta la societ italico-romana non
sopportava pi l'esclusiva che poche centinaia di persone si riservavano
sul governo dell'intera comunit. Il ceto politico che aveva
provocato un'insofferenza cos generale era condannato. Il problema
ora consisteva nel sapere in che modo e in quanto tempo avrebbe scontato
la sua pena.
Il partito popolare comunque era deciso a non dargli tregua. I vecchi
conservatori nel concedere la cittadinanza, avevano escogitato un
marchingegno furbastro che consisteva nel distribuire i neocittadini
non nelle 35 trib che componevano il corpo elettorale ma
nel concentrarli nelle trib urbane, annullando cos quasi completamente
il peso del loro voto. Era una vera mascalzonata, tale da giustificare
l'indignazione dei pi illuminati progressisti i quali ritennero loro
dovere di intervenire per riformarla. A tale scopo il tribuno
Sulpicio Rufo present una serie di progetti di legge tra cui
spiccava, per rilevanza politica, quello sulla diversa distribuzione
dei neocittadii italici nei collegi elettorali. Rufo sapeva bene che
la sua proposta dispiaceva a molta gente, compresa quella parte
della plebe che non gradiva altri aventi diritto allo sfruttamento del
tesoro pubblico e perci volle garantirne l'approvazione chiedendo
il sostegno del popularis pi prestigioso e rispettato di Roma, Gaio
Mario, il generale che aveva salvato la repubblica dall'invasione
germanica. In cambio assicur a Mario il comando dell'imminente guerra
contro Mitridate.
Le sue motivazioni politiche erano legittime ma Rufo commise
un errore tattico: ebbe il torto di sottovalutare il temperamento di
uno degli avversari del suo disegno di legge, il console Silla, il
quale era gi stato formalmente designato a condurre quella guerra.
A costui del rimpasto dei collegi elettorali non importava un bel
niente e forse se ne sarebbe disinteressato del tutto se Rufo non gli
avesse pestato i piedi in quel modo. Corse dalle legioni accampate
a Nola, pronte a partire per l'Oriente, illustr la situazione dal suo
punto di vista e le convinse a marciare su Roma (la prima delle tante
nella storia) e a occupare la citt.
Mario riusc a scappare in Africa, altri populares si eclissarono
in vari modi, alcuni furono presi e giustiziati e Silla pot fare la sua
prima restaurazione conservatrice. Poi, ansioso di andare a far bottino
in oriente, si trasfer a Brindisi con il suo esercito e attravers
il canale di Otranto.
Non aveva ancora messo piede su suolo greco che gli arriv la
comunicazione del governo con la quale lo si dichiarava nemico
del popolo romano. Era accaduto infatti che, dopo la sua partenza,
il partito democratico guidato dal console Cinna aveva ripreso il
controllo della situazione a Roma e procedeva all'epurazione degli
avversari politici. Una epurazione resa particolarmente sanguinaria
dai risentimenti e dal furore senile di Mario, nel frattempo rientrato
dall'esilio africano.
Silla, che non era un soggetto impressionabile, non se ne dette
per inteso e prosegu la sua missione con due obiettivi specifici in
testa: primo, sconfiggere Mitridate per poter saccheggiare le province
asiatiche e quindi disporre dei mezzi necessari a finanziare i
suoi progetti; secondo, fare in modo che il suo esercito gli restasse
comunque fedele. E siccome era convinto che esistesse un solo
modo per raggiungere lo scopo: la corruzione, permise ai suoi soldati
di rapinare i privati che gli capitavano tra le mani, di ammazzare,
stuprare e via dicendo. In talune citt impose alle famiglie
private di accogliere in casa ciascuna un suo legionario, prescrivendo
un trattamento paragonabile a quello di un albergo a cinque stelle.
Le malcapitate fra l'altro dovevano versare al loro ingombrante ospite
un argent de poche che equivaleva a qualche centinaio di dollari al giorno.
I legionari naturalmente lo veneravano e, al ritorno in Italia, si
batterono per lui con tale determinazione da consentirgli di vincere la
difficile partita con gli eserciti democratici numericamente molto superiori.
E poich Silla non era uomo che facesse le cose a met, quando rientr a
Roma, dopo aver vinto la guerra civile, decise che occorrevano
provvedimenti radicali per impedire che l'antico potere dell'aristocrazia
fosse rimesso continuamente in discussione dai politici populares.
I provvedimenti furono due: l'eliminazione fisica degli avversari pi
accaniti, con relativa confisca dei loro beni (le proscrizioni), e il
varo di una Costituzione che impedisse ai superstiti di rialzare la testa.
 9. La restaurazione sillana e l'ascesa di Pompeo
Gli obiettivi principali della riforma costituzionale di Silla o della
sua restaurazione, se si vuole chiamarla con questo nome di sapore
reazionario, erano due: primo, assicurare il governo della repubblica
al senato, cio alla vecchia aristocrazia oligarchica; secondo, impedire
ai proconsoli militari delle province di marciare su Roma per imporre
le loro soluzioni personali ai problemi dello Stato.
I provvedimenti con cui Silla cerc di raggiungerli sono diversi e
convergenti. Uno riguard la composizione dell'assemblea dei patres.
Fino allora la sua consistenza numerica non aveva mai superato le
300 unit. Silla la raddoppi e scelse i nuovi senatori nel ceto
dei cavalieri. Tenuto conto che la maggior parte delle vittime delle
sue proscrizioni era stata fornita proprio dagli equites, si potrebbe
essere indotti a interpretare questa scelta come un gesto di resipiscenza
o di risarcimento nei confronti della categoria. In realt Silla sapeva
bene che solo due ceti erano in grado di fornire dei quadri dirigenti:
quello antico dei nobili che, sotto il profilo della loro
attivit economica, potremmo definire dei grandi agrari e quello,
pi recente, dei finanzieri, commercianti, industriali che costituivano
appunto il ceto equestre. Gli sembrava perci opportuno dare
spazio a questi ultimi se si voleva evitare che continuassero a fare
politica e a difendere i propri interessi, quando non coincidevano
con quelli dei loro amici aristocratici, brigando, intrallazzando e
comprando le assemblee popolari nonch i tribuni della plebe.
Poi aument il numero dei questori e dei pretori e stabil che,
concluso l'anno di carica, entrassero automaticamente a far parte
del senato senza passare attraverso l'antico vaglio dei censori.
Definito in questo modo il reclutamento della classe dirigente,
spigolando il meglio delle classi dotate di esperienza e di cultura
sufficienti a governare, Silla cerc di neutralizzare la mina vagante
costituita dal concilium plebis, cio dai comizi tributi i quali, quando
fossero stati plagiati, ispirati o corrotti dal demagogo di turno,
erano capaci di votare le leggi pi disastrose. La pretesa che questa
assemblea potesse rappresentare il popolo dei cittadini romani, che
ormai comprendeva tutti gli abitanti dell'Italia peninsulare, era in-
sostenibile. Pi che rappresentare la pubblica opinione essa costituiva
una struttura parassitaria organizzata con lo scopo specifico
di sfruttare l'erario, anche ignorando e contrastando gli interessi dei
cittadini che non risiedevano a Roma. Era la feccia dell'urbe, una
confederazione di bande guidate da professionisti della politica,
specializzate nell'imporre tangenti sui candidati che concorrevano alle
varie magistrature e sui decreti che si prospettavano pi remunerativi.
Silla non tocc i suoi diritti costituzionali ma la neutralizz con
due disposizioni catenaccio; la prima stabiliva che nessuna legge
poteva essere portata alla votazione senza il preventivo consenso
del senato; la seconda che i tribuni della plebe, una volta eletti, non
potessero pi concorrere a nessuna delle altre magistrature, comprese
pretura e consolato. Decidere di fare il tribuno della plebe,
nell'idea di Silla, doveva essere come scegliere di farsi frate. Se
qualcuno sentiva l'imprescindibile dovere di servire il popolo, sapesse
subito che quella vocazione non sarebbe stata utilizzabile per far carriera.
Contemporaneamente impose al diritto di veto dei tribuni limitazioni
cos forti da svuotarlo di un reale potere di interdizione, lasciando
cos al tribunato una funzione paragonabile a quella di un semplice
assistente sociale.
Parata cos la minaccia che proveniva dall'assemblea popolare e
dai demagoghi, Silla provvide a prevenire anche quella rappresentata
dai governatori provinciali che disponevano di eserciti.
Il problema era di evitare che i proconsoli, rimanendo troppo a
lungo a contatto con le armate della repubblica, fossero tentati
dall'idea di servirsi, a scopi personali, di quelle straordinarie
concentrazioni di potere. Del resto Silla conosceva il meccanismo che
innescava il patto scellerato dei legionari e del loro generale contro
il governo in carica, perch l'aveva praticato in proprio e perch se
ne era servito con una spregiudicatezza per la quale sarebbe stato
difficile trovare dei precedenti.
Aument dunque il numero dei magistrati soprattutto con il proposito
di garantire alle province il ricambio annuale dei governatori,
proconsoli o propretori che fossero. Un magistrato che si vedeva
arrivare puntualmente il suo successore, alla scadere dell'anno di
carica, non aveva molto tempo per mettere a punto progetti o sfruttare
occasioni che lo ponessero contro il senato. Poi stabil che si
dovessero considerare alto tradimento: lasciare la provincia, far
marciare l'esercito oltre i suoi confini, iniziare una guerra senza
l'approvazione del senato. Non per nulla Cesare, nella disputa che
ha preceduto il passaggio del Rubicone, intender mantenere a tutti
i costi il suo imperium magistratuale. Era infatti la sua sola difesa
contro l'incriminazione. Non avrebbe mai potuto spiegare perch,
solo di sua iniziativa, aveva intrapreso la guerra di Gallia.
Furono queste le pi importanti regole che Silla dett per la nuova
costituzione romana e, a valutarle in prospettiva, sembrano molto
funzionali agli obiettivi che si ripromettevano.
Sarebbero bastate a garantire l'antico potere della nobilt romana?
Le reazioni che provenivano dalla societ civile e da quella politica,
a questo proposito, non facevano pensare che avrebbero avuto vita facile.
Silla si era appena dimesso dalla sua carica di dittatore e si era
ritirato a vita privata per dedicarsi alla sua quinta moglie, Valeria,
che cominciarono le manovre intese a smantellare la cittadella eretta
in difesa della sua fazione.
A cominciare fu Lepido, padre del futuro triumviro, individuo
che era quanto di peggio potesse produrre il politicantismo romano.
Da governatore della Sicilia aveva strizzato i contribuenti al
punto che quando, qualche tempo dopo, i Siciliani furono amministrati
da Verre, non poterono consolarsi nemmeno rivalutando la memoria della
sua gestione.
Appena entrato in carica da console, nel 78 a.C., cominci a cavalcare
il malcontento che il ritiro di Silla aveva reso esplicito nei
gruppi che pi di altri soffrivano le regole imposte dal dittatore e
dichiar che ai tribuni della plebe dovevano essere restituite le loro
antiche competenze, che il popolo aveva diritto alle distribuzioni
gratuite di grano e di altri generi alimentari e che le terre confiscate
e assegnate ai veterani del dittatore dimissionario dovevano essere
rese ai loro legittimi proprietari.
La sua disputa col senato dur a lungo e lo port a gesti irresponsabili
come arruolare truppe e marciare su Roma (anche lui, come Silla, credeva
di aver diritto alla marcia sulla capitale). Tra le altre rivendicazioni
avanzava, per se stesso, anche un immediato secondo consolato. Richiesta
arrogante nei confronti di un'oligarchia che solo pochi mesi prima aveva
accettato a malincuore da Silla la regola di non reduplicare la
magistratura se non a dieci anni di distanza. Questa pretesa forn un
eccellente pretesto per deliberare il senatus consultum ultimum col quale
i padri coscritti invitarono il console collega a difendere lo Stato
contro il traditore, che fu sconfitto e costretto a sparire dalla
circolazione. Il primo colpo significativo alla restaurazione sillana
fu dato non da Lepido ma da due generali che avevano combattuto la guerra
civile dalla parte di Silla e che si potevano considerare suoi allievi e
cuccioli della sua figliata: Pompeo e Crasso.
Impegnato a Roma nel definire la sua nuova Costituzione e nell'opera di
epurazione nota col nome di proscrizioni, Silla aveva dato a Pompeo
l'incarico di eliminare le sacche di democratici che si erano rifugiati
o asserragliati nelle province periferiche. Nella guerra civile Pompeo,
appena ventenne, s'era fatto la fama di stratega fortunato e geniale;
sembr pertanto al dittatore che fosse l'uomo adatto a svolgere un
compito difficile e delicato nello stesso tempo. Le sue attese non
furono deluse perch il giovane generale riusc a togliere di mezzo
facilmente l'esercito di Domizio Enobarbo in Africa e, con pi fatica,
a soffocare la guerriglia di Sertorio in Spagna. Di ritorno dalla penisola
iberica si era accampato con le sue legioni nelle vicinanze di Roma e,
senza congedare i legionari, aspettava che il senato desse una risposta
alle sue richieste.
Crasso, che soffriva una grande rivalit nei confronti del collega,
non era riuscito a formare un'opinione pubblica altrettanto entusiasta
dei suoi meriti di generale. Per pi di qualsiasi altro aveva
contribuito alla vittoria finale di Silla risolvendo l'ultima battaglia,
sotto la porta Collina, contro i Sanniti. Inoltre aveva diretto la campagna
contro la rivolta di Spartaco e liberato Roma e l'Italia dall'incubo di
una insurrezione generale degli schiavi.
Anche lui, esaurito il suo compito, si era accampato con le sue legioni
nei dintorni dell'urbe e aspettava, come Pompeo, una risposta del senato.
Il perch i senatori tardassero tanto a far conoscere il loro parere
si pu facilmente riassumere: i due comandanti pretendevano di
presentarsi alle elezioni per il consolato, nonostante che, secondo
le regole del cursum honorum, non ne avessero diritto. Pompeo tra
l'altro non aveva mai concorso all'elezione di una qualsiasi carica
pubblica e perci sembrava fatto intollerabilmente pretenzioso che
pensasse di iniziare la sua carriera partendo dalla pi alta magistratura
della repubblica.
Non a caso per Pompeo aveva evitato di congedare le sue truppe.
Sapeva benissimo che costituivano un mezzo di pressione nei
riguardi dei padri coscritti molto pi efficace di quanto non potessero
essere i suoi meriti di generale. I senatori pi intransigenti e
formalisti non avrebbero voluto dargliela vinta ma la maggioranza,
resa prudente dal pensiero delle eventuali conseguenze che potevano
derivare da un'eventuale occupazione dell'urbe, decise di mollare.
Abbiamo ricordato questo episodio, apparentemente minore nella storia
del periodo, perch molto significativo nel quadro della lotta politica
come si andava configurando dopo la restaurazione.
Dimostra infatti che gli interlocutori e i contestatori dell'oligarchia
senatoriale stavano diventando soprattutto i generali che disponevano
di un esercito. Perch, pur essendo cittadini, i legionari consideravano
matrigna la repubblica gestita dai nobili e seguivano il loro comandante
anche quando, magari, giudicavano le sue ragioni non propriamente
patriottiche.
Superato l'ostacolo formale, Pompeo e Crasso si accordarono per affrontare
insieme quello elettorale. Pompeo dichiar che avere per collega una
personalit come Crasso era pi gratificante dello stesso consolato.
Crasso apr pi del solito i cordoni della borsa per convincere il suo
apparato elettorale a votare anche Pompeo. Tutti e due s'impegnarono a
realizzare un programma di governo che l'opinione pubblica antisillana
considerava ormai improrogabile: la reintegrazione dei tribuni della
plebe nei loro antichi poteri e la riforma dei tribunali.
Grazie soprattutto all'impegno di Pompeo questo programma popularis fu
attuato integralmente. Per la gente il tribunato della plebe era il
simbolo stesso della libert e della dignit del popolo romano.
Un politico come Pompeo, estremamente sensibile ai sentimenti dei
cittadini, non poteva non reintegrarlo anche a costo di mettersi
contro la nobilt sillana. Del resto sapeva bene che l'operazione
aveva un valore retorico e che la minaccia al potere costituito non
poteva venire dai tribuni, diventati ormai uno strumento di governo
del senato. L'assemblea dei padri infatti, attraverso il veto dei suoi
infiltrati nella decina eletta annualmente, riusciva a neutralizzare le
eventuali iniziative sgradite che a qualcuno fosse venuto in mente
di patrocinare.
Pi importante era invece la questione giudiziaria. Per molto tempo a
Roma la giustizia era stata di parte. Le giurie che gestivano i vari
tribunali, in particolare quello relativo alle concussioni, erano
composte da senatori e si erano abituate non a fare giustizia ma a
fare quadrato intorno agli imputati del loro gruppo che, per un
qualunque motivo, fossero stati trascinati in giudizio.
Gaio Gracco aveva eliminato questa indecenza trasferendo i tribunali
dai senatori agli equites. Ma l'innovazione non aveva dato risultati
soddisfacenti. I capitalisti, quando si tratta di difendere i loro
interessi, non sono meno faziosi dei politici puri. Sicch non si poteva
certo dire che la qualit della giustizia, sotto la loro gestione fosse
migliorata. Di conseguenza Silla non aveva avuto scrupoli a fare marcia
indietro e a restituire i tribunali alle giurie di padri coscritti i
quali, a loro volta, non avevano esitato a riprendere le loro pratiche
mafiose. Le sentenze, in particolare quelle connesse a processi di
corruzione, avevano un prezziario fisso, per cui gli imputati sapevano in
anticipo quanto costava la loro innocenza e i senatori potevano fare
conti precisi su quanto si poteva ricavare dal mestiere di giurato.
L'opinione pubblica esigeva che questa situazione venisse modificata e
che l'amministrazione dello Stato, compresa quella della giustizia, non
fosse inquinata dal malcostume. Pompeo era particolarmente attrezzato
per affrontare la questione morale, perch era uno dei pochi che
avesse le mani pulite, tant' vero che i Romani non dimenticarono mai
la sua seriet. A nessun altro politico dell'epoca conservarono, come
a lui, il rispetto e la stima.
La sua nuova legge sui tribunali stabil che le giurie dovevano
essere composte per un terzo di senatori, per un terzo di equites e
per l'altro terzo di tribuni erarii. In questo modo ha evitato
l'estremismo del popularis radicale, che avrebbe cercato di estromettere
del tutto il ceto senatorio dall'amministrazione della giustizia, e anche
di fare apparire troppo smaccata la vittoria dei cavalieri, ricorrendo
all'artificio di mascherare la loro prevalenza. Attribu infatti
l'ultimo terzo delle giurie a dei presunti tecnici, cio a quei tribuni
erarii che in realt erano degli aspiranti equites.
Perci si  dichiarato contrario a un'alternativa che escludesse
l'antico ceto nobiliare dal governo ma riconosceva a quello economico
il diritto di concorrere a formare la nuova classe dirigente dello Stato.
Questa scelta politica sarebbe stata poi teorizzata da Cicerone con
la formula della concordia ordinum, cio dell'alleanza tra nobili
ed equites.
Allo scadere della sua magistratura, nel gennaio del 69 a.C., Pompeo
rifiut il sorteggio nel mandato proconsolare. Le province interessanti
erano gi occupate da Lucullo che si batteva contro Mitridate e Tigrane
e che, per il momento almeno, cio fino a quando le notizie delle sue
vittorie continuavano a deliziare i patrioti romani, non poteva essere
sostituito. Tutte le altre, quale che gli fosse capitata, avrebbe
costituito per lui una specie di esilio, il rientro in una normalit
che la sua presunzione non avrebbe potuto accettare. Tanto pi che un
incarico eccezionale, degno del suo prestigio, sembrava profilarsi
all'orizzonte della politica estera romana, un incarico connesso
all'esigenza di dare sistemazione complessiva al sistema imperialistico
istituito nell'Egeo e in Asia Minore, fino a quel momento trascurato
da un governo troppo impegnato nelle dispute interne.
Uno dei problemi urgenti di tale sistemazione era quello della pirateria.
Dopo la distruzione di Cartagine, il senato non aveva permesso che
un'altra potenza navale si affermasse nel Mediterraneo e aveva ritenuto
pi economico non mantenere una flotta solo per pattugliare i mari.
Questa latitanza della potenza egemone aveva favorito un ipertrofico
sviluppo della pirateria, tanto che a un certo punto la presenza dei
pirati era diventata cos fastidiosa da non potere essere pi ignorata.
I tentativi per ridimensionarla non avevano avuto grande successo ma
poich la sua insolenza aveva toccato anche il limite dell'irrisione e
del sarcasmo, il senato decise che era venuto il momento di farla finita
e incaric Pompeo di provvedere.
I Romani ritenevano che Pompeo fosse un generale cos straordinario da
sostenere il confronto con Alessandro Magno; sarebbe stato un peccato non
servirsi della sua bravura per risolvere una volta per tutte il problema.
L'incarico era prestigioso e Pompeo non solo non lo rifiut ma lo port a
buon fine rapidamente. Nel giro di qualche mese san una piaga secolare
che aveva reso sempre incerti gli spostamenti in mare e che aveva
segnato in maniera indelebile il destino individuale di decine di
migliaia di uomini e donne nati liberi e ritrovatisi improvvisamente
schiavi nelle mani dei pirati.
Sull'abbrivio di questo successo, il suo incarico fu ben presto
esteso a obiettivi pi ampi e interessanti. Una legge presentata dal
tribuno Manilio gli conferm i poteri navali che gi aveva e gli atbibu
il governo e i relativi eserciti della Bitinia e della Cilicia,
nonch il comando della guerra contro Mitridate e Tigrane, senza
fissare al suo mandato alcun limite di tempo.
Nessun magistrato romano si era mai visto assegnare una competenza cos
ampia e dalla durata indefinita. Infatti prefigurava nella costituzione
della repubblica una magistratura nuova, quella di un comandante generale
delle forze armate che per ora si limitava a risolvere i problemi
militari ma a cui nulla avrebbe impedito, qualora l'avesse voluto, di
gestire anche quelli civili. Era insomma una specie di incunabolo,
neanche tanto larvale, della monarchia militare come sarebbe stata
realizzata da Augusto.
L'opposizione della oligarchia senatoria a una legge cos pericolosa
fu esplicita e accanita ma venne superata dal voto dell'assemblea
popolare, grazie anche a un sontuoso intervento di Cicerone che si
dichiar in favore del suo amico personale e politico.
Cos Pompeo pot procedere alla sistemazione della parte orientale
dell'impero. Per prima cosa entr nel Ponto, per la stessa strada fatta
qualche anno prima da Lucullo, per affrontare Mitridate. Il re non pot
resistere a lungo alla pressione delle legioni e per sottrarsi alla
cattura si rifugi in Crimea dove si suicid con l'aiuto di un ufficiale
del suo stato maggiore.
Pompeo invece di inseguirlo, convinto ormai che il fuggiasco
non potesse essere pi motivo di preoccupazione, prefer dare un
saggio del potere militare romano agli abitanti del Caucaso, gli Albani
e gli Iberi, sconfiggendoli in alcune sanguinose battaglie, e si premur
di imporre un tributo a Tigrane re di Armenia che non aveva aspettato
per sottomettersi di essere sconfitto sul campo. Poi torn indietro e
discese in Siria e Palestina. Ad Antioco, sovrano di Siria in esilio,
che chiedeva di essere rimesso sul trono dei Seleucidi, rispose che
non poteva restituirgli ci che non era suo, considerato che non aveva
saputo controllare e governare i suoi sudditi. E a Gerusalemme,
invischiato nella disputa sulla successione del regno di Giuda, fu
costretto a domare la ribellione di quanti non volevano accettare
l'arbitrato dei Romani e si rifiutavano di ammettere i gentili nel tempio.
Allo scopo di evitare questo sacrilegio, i fanatici vi si erano
fortificati, pronti a morire pur di non vedere pagani e barbari aggirarsi
nel santa santorum. Il tempio di Gerusalemme era un bastione formidabile
e Pompeo impieg tre mesi per espugnarlo. La carneficina che ne segu
comport l'uccisione di oltre 12.000 ebrei.
Concluse le operazioni a Gerusalemme non rimaneva a Pompeo altro da fare
che mettere in riga lo sceicco Nabateo di Petra, che aveva commesso
l'errore di intromettersi nei problemi di politica interna del regno
giudaico. Mentre si accingeva a farlo, arriv la notizia della fine di
Mitridate. Poich con la morte del re del Ponto scadeva il suo mandato
Pompeo, sempre molto attento alle aspettative e alle esigenze della
truppa, la maggior parte della quale voleva tornare in Italia, comunic
che il suo compito era stato assolto e che, insieme con l'esercito,
sarebbe rientrato in patria.
La sua lunga cavalcata nell'Anatolia, nell'Armenia, nel Caucaso, nella
Siria, nella Palestina e in tutte le altre regioni che sarebbe troppo
lungo elencare, gli aveva consentito una sistemazione organica delle
province orientali che, salvo qualche ritocco successivo, doveva reggere
per buona parte della storia dell'impero romano d'oriente. La sua
vocazione organizzativa anticip l'amministrazione imperiale.
Significativo, in tutta questa grandiosa operazione,  che non abbia
sentito il bisogno della consulenza del senato e delle sue commissioni
di controllo e d'indirizzo. Sapeva che l'ignorare l'autorit tradizionale,
nel caso specifico, non sarebbe stato un gesto di ribellione ma un modo di
dare ai territori imperiali una sistemazione pi funzionale di quella che
poteva scaturire dai compromessi di una oligarchia preoccupata innanzi
tutto di assicurare la propria sopravvivenza.
 10. Pompeo, Cesare e la fine dell'oligarchia
Mentre Pompeo, in Asia Minore, faceva la sua prova generale di aspirante
imperatore, a Roma i vari gruppi democratici si affannavano a predisporre
gli accorgimenti atti a deludere le eventuali mire tiranniche del
vittorioso proconsole. Il ritorno di Silla dalla Grecia era troppo
recente perch i politici pi esperti, e la stessa opinione pubblica,
non fossero indotti a temere che quello del giovane condottiero potesse
concludersi allo stesso modo, con una nuova dittatura. Quanto ad ambizione
l'uomo aveva dimostrato di covarne parecchia, e di quel tipo megalomane
che non pu essere soddisfatto con qualche briciola di potere o magari
con altisonanti riconoscimenti solo formali. Non c'era perci da sperare
che il suo rientro in citt si risolvesse come ai tempi di Cincinnato,
quando i generali, dopo aver vinto la guerra e salvata la patria, tornavano
all'aratro nel proprio campicello.
Le manovre predisposte o organizzate per scongiurare il pericolo Pompeo
riempiono un capitolo abbastanza nutrito della storia tardo-repubblicana
e permettono di comprendere con quali metodi e strumenti venisse condotta
la lotta politica. Metodi e strumenti che sono stati condizionati da una
opinione pubblica favorevole al proconsole d'Oriente.
Pompeo era diventato un eroe popolare, aveva liquidato i pirati e
Mitridate, restituito una qualche fiducia nella giustizia dei tribunali
penali e civili, restaurata l'autorit dei magistrati della plebe; insomma
non c'erano stati, nella vita della repubblica, soluzioni di problemi a
cui non avesse dato conbibuti decisivi. Perci l'opinione pubblica romana
non avrebbe tollerato leggi o provvedimenti che risultassero poco
amichevoli nei confronti dell'assente. Le iniziative per scongiurare la
sua incombente tirannide dovevano di conseguenza sembrare rivolte verso
obiettivi diversi da quello che avevano realmente di mira.
Il sistema sicuro, comunque, per raggiungere lo scopo era di assicurarsi
la disponibilit degli organi governativi in modo che, almeno per qualche
anno, fossero elette alle magistrature superiori persone su cui era
possibile contare o che potevano essere manovrate.
Un tentativo fu fatto con la cosiddetta prima congiura di Catilina, che
si riprometteva di attribuire una dittatura di emergenza a Crasso, in
Italia, e di costituire, all'estero, (in Egitto e in Spagna), due
caposaldi provinciali pronti a resistere o a intervenire qualora
Pompeo avesse tentato di ripetere l'esperienza sillana. Tentativo
rientrato forse sulla base della riflessione secondo cui impadronirsi
del potere con una serie di omicidi politici avrebbe fornito a Pompeo
un eccellente motivo per fare ci che si temeva facesse e per di
pi col consenso dell'opinione pubblica.
Un'altra iniziativa fu la proposta di riforma agraria di Rullo la
cui sottintesa intenzione era di costringere Pompeo a trattare, una
volta che fosse tornato in Italia, cio che si fosse trovato nella
situazione di dover dare un pezzo di terra ai suoi 40.000 legionari in
lista di congedo.
Il proposito che ispirava la legge era fazioso e Cicerone non dovette
faticare molto per denunciarlo. Tra l'altro con la sua opposizione
l'oratore non solo difendeva il suo amico Pompeo ma anche se stesso,
perch una commissione, come quella prevista da Rullo per l'attuazione
del progetto, che entrasse in funzione proprio all'inizio dell'anno del
suo consolato (si era nel 63 a.C.) avrebbe oscurato il ricordo della
sua magistratura.
Le preoccupazioni e lo scomposto agitarsi dei politicanti si dimostrarono
poi infondate e inutili perch Pompeo, proprio perch voleva che i romani
non pensassero a lui come a un secondo Silla, prima ancora di sbarcare
a Brindisi, sciolse il suo esercito.
Fu un grave errore perch il senato e l'aristocrazia sillana che lo
gestiva ne approfittarono per umiliarlo; non solo rinviarono la ratifica
dei provvedimenti da lui presi nelle province orientali ma si opposero
alla sistemazione coloniaria dei suoi legionari.
Come una vecchia bisbetica e suscettibile, l'antica nobilt non
poteva rinunciare a trattare i capi democratici da parvenus che andavano
tenuti a distanza ed esemplarmente bistrattati. Cos a Pompeo che era
venuto a mettersi ossequiosamente a disposizione fu sbattuta la porta in
faccia con un sentimento nello stesso tempo di rivalsa e di soddisfazione.
Chi trasse Pompeo dalle difficolt fu Cesare che, prima ancora di essere
eletto console (59 a.C.), prese contatto con Pompeo e insieme con lui
defin il programma della sua imminente magistratura.
Questo accordo  noto e classificato nei libri di scuola come primo
triumvirato (Cesare tir dentro nel patto anche Crasso suo finanziatore)
e segna l'inizio di un regime antioligarchico che avrebbe governato Roma
e il suo impero per qualche anno.
Durante il suo consolato Cesare riusc a far passare tutti i decreti che
interessavano i triumviri; fece approvare la sistemazione data da Pompeo
alle nuove province in Medio Oriente, la distribuzione di terre ai
legionari; accontent Crasso che voleva uno sconto degli appalti
esattoriali per i suoi amici e si attribu, come prossimo proconsole,
non per un anno ma per cinque, la provincia della Gallia Cisalpina.
Se l'accordo fosse durato, la vecchia aristocrazia non avrebbe avuto pi
spazio per uscire dall'angolo in cui era stata cacciata. Ma la rivalit
personale dei tre potentati non poteva garantire questa durata. Crasso
per esempio non sopportava neanche l'idea che Pompeo pretendesse di
credersi una specie di padre nobile protettore del terzetto.
Il fatto che indirettamente determin la rottura fu la conquista della
Gallia, il capitolo pi grandioso e carico di futuro di tutta la storia
della repubblica.
Pompeo si era abituato a pensare a Cesare come a una specie di galoppino
privato, adatto a gestire le assemblee popolari e a svolgere i bassi
servizi. Non avrebbe mai sospettato che fosse capace di condurre a
termine un'impresa politicamente e militarmente cos difficile e nello
stesso tempo prestigiosa. L'opinione pubblica romana era entusiasta
delle notizie che arrivavano dalla Gallia. Il sentimento popolare vi
intuiva qualcosa di importante, la scoperta di un mondo nuovo, finora
quasi sconosciuto, che apriva un altro orizzonte all'impero di Roma.
Nessuno dei leader romani, finora, si era fatto tentare dalle foreste
dell'Europa del nord. L'attenzione di tutti era stata sempre rivolta
al sud e all'Oriente, quasi che solo in queste direzioni fosse possibile
trovare il baricentro e il segreto del futuro. Le vittorie di Cesare
invece stavano abbattendo un tramezzo che immetteva in un ambiente
nuovo e sembrava potessero fare della casa dei Romani una magione
straordinariamente grande e maestosa.
Grazie alla nostra prospettiva bimillenaria possiamo aggiungere
che il sentimento popolare non si sbagliava. Perch la conquista
della Gallia ha cambiato la storia d'Europa; la quale, se avesse vinto
Ariovisto, sarebbe stata una storia soprattutto germanica, mentre invece,
per merito di Cesare,  stata una storia latino-germanica.
Pompeo, nella sua vanit di generale invincibile, non era tanto stordito
da non capire l'importanza di quanto stava accadendo. Lui aveva dato
una sistemazione alla parte orientale dell'impero ma ora Cesare stava
facendo altrettanto in quella occidentale e questa simmetria creava
obiettivamente una rivalit per lui intollerabile.
Le sue vittorie, il suo prestigio avevano fatto di lui il primo dei
cittadini romani, il princeps civitatis. Non poteva ammettere che
questo primato gli venisse conteso da un politicante fino a un giorno
prima oberato di debiti. Perci Pompeo si stacc da Cesare e si alle
con la vecchia aristocrazia che era in cerca di un altro Silla, di
qualcuno cio che fosse capace di restituirle l'antico potere e di
contrastare i demagoghi del partito popularis. Tra l'altro, nel frattempo,
era morta Giulia, sua moglie e figlia di Cesare, e quindi non c'era pi
neanche il vincolo familiare a trattenerlo.
Cesare tent disperatamente di riallacciare i rapporti col genero e
di trovare un compromesso onorevole con gli oligarchi che avevano deciso
di mandarlo in pensione. Si sarebbe contentato di una normale
sopravvivenza politica, garantita da un nuovo consolato con relativo
incarico di governatore provinciale, ma non ci fu verso di convincerli.
E siccome non aveva il temperamento di uno che si sottomette, pass il
Rubicone con il proposito di imporre una soluzione di forza ai suoi
avversari.
Questi abbandonarono l'Italia, si rifugiarono in Grecia e costituirono
l'esercito che gli avrebbe permesso di rientrare in patria. Ma Cesare
li sconfisse a Farsalo e divenne padrone di Roma.
La vecchia classe dirigente romana, l'aristocrazia che aveva gestito
la repubblica per quasi sette secoli, era definitivamente sconfitta.
Prima di rassegnarsi ebbe per ancora due sussulti di ribellione.
Il primo fu la congiura delle idi di marzo con la quale volle riaffermare
il principio a cui si era sempre ispirata: la collegialit del potere e
il rifiuto di ogni ipotesi tirannica. Il secondo fu la battaglia
di Filippi nella quale gli antichi aristocratici repubblicani, insieme
con i loro sostenitori, guidati da Bruto e Cassio, scesero in campo
di persona nell'estremo tentativo di recuperare il loro mondo arcaico
che l'avvento di gente nuova e di nuove esigenze aveva reso decrepito.
Tentativo disperato e destinato alla sconfitta, che trov il suo simbolo
pi appropriato nel suicidio di Bruto, l'ultimo dei repubblicani.
Cos tramont la repubblica romana e la sua antica classe dirigente,
quella nobilt che era stata capace di costruire un impero mondiale pi
grande e pi duraturo di quello di Alessandro, ottenendo un successo che
nessun'altra lite politica in Europa, per molto tempo a venire,
sarebbe mai riuscita ad eguagliare.
FINE
 Bibliografia
Avvertito il lettore che una bibliografia, con qualche ambizione di
completezza, sulla storia della repubblica romana richiederebbe lo spazio
di alcuni corpulenti tomi fittamente stampati, precisiamo che lo smilzo
elenco che segue si ripromette soltanto di fornire poche indicazioni a
chi desiderasse fare un primo passo per inoltrarsi nella maggiore
conoscenza dell'argomento. Perci comprende solo alcune opere di storici
italiani, o di storici stranieri gi tradotti in lingua italiana, facilmente
reperibili in libreria o in biblioteca.
OPERE COLLETTIVE:
Autori vari, Storia antica dell'Universit di Cambridge, Milano, 1972.
Autori vari, Storia di Roma a cura di Arnaldo Momigliano e Aldo Schiavone,
Torino. 1988.
STORIE GENERALI E STUDI PARTICOLARI:
Silvio Accame, Le origini di Roma, Napoli, 1958.
Raymond Bloch, Le origini di Roma, Milano, 1963.
Gaston Boissier, Cicerone e i suoi amici, Roma, 1938.
Jerome Carcopino, Silla o la monarchia mancata, Milano, 1943.
Filippo Cassola, I gruppi politici romani nel terzo secolo a.C., Trieste,1962
Enzo Ciaceri, Cicerone e i suoi tempi, Milano, 1930.
Francesco De Martino, Storia della Costituzione romana, Napoli, 1951.
Gaetano De Sanctis, Storia dei Romani, Firenze, 1956.
Guglielmo Ferrero, Grandezza e decadenza di Roma, Firenze, 1946.
Tenney Frank, Storia di Roma, Firenze, 1974.
Emilio Gabba, Le origini della guerra sociale, Pavia, 1954
Giulio Giannelli, La repubblica romana, Milano, 1947.
L M. Hartmann e G. Kromayer, Storia romana, Firenze, 1952.
Mario Attilio Levi. La Costituzione romana dai Gracchi a Cesare, Firenze, 1968
Ettore Manni, Per la storia dei municipi fino alla guerra sociale, Roma, 1947
Enzo Marmorale, Cato Major, Bari, 1942.
Santo Mazzarino, Dalla monarchia allo Stato repubblicano, Catania, 1945.
Theodor Mommsen, Storia di Roma, Firenze, 1960.
Giovanni Niccolini. Il tribunato della plebe, Milano, 1932.
Ettore Pais, Storia di Roma, Roma, 1926.
Massimo Pallottino, Etruscologia, Milano, 1963.
Luigi Pareti, Storia di Roma, Torino, 1951.
Ronald Syme, La rivoluzione romana, Torino, 1962.
Arnold I. Toynbee, L'eredit di Annibale, Torino. 1981.
 Cronologia essenziale:
753 a.C.     Data tradizionale della fondazione di Roma.
650-510 a.C. Roma citt etrusca.
509 a.C.    Cacciata dei re etruschi, sostituiti, da magistrati romani;
pretori, poi consoli.
471 a.C.   Elezione dei tribuni della plebe.
450 a.C.   Legge delle Dodici Tavole.
396 a.C.   Caduta di Veio. Il territorio romano comprende Lazio ed
Etruria del sud.
390 a.C.   Vittoria dei Galli ai fiume Allia e sacco di Roma.
367 a.C.   Leggi Liciniae-Sestiae; primo console plebeo.
343-341 a.C. Prima guerra sannitica.
327-304 a.C. Seconda guerra sannitica.
312 a.C.     Costruzione della via Appia da Roma a Capua.
298-291 a.C. Terza guerra sannitica. Roma occupa tutta l'Italia
centrale, meno Brutio e Magna Grecia.
280-272 a.C. Vittoria romana su Pirro. Taranto  occupata dai
Romani. Unificazione dell'Italia peninsuiare.
264-241 a.C. intervento di Roma a Messina; prima guerra punica.
260 a.C.  Vittoria navale a Milazzo.
255 a.C.  Attilio Regolo viene ucciso in Africa dai Cartaginesi.
242 a.C.  Lutazio Catulo distrugge la flotta cartaginese davanti
alle isole Egadi. Annessione di Sicilia, Sardegna, Corsica.
218-201 a.C. Seconda guerra punica. Sconfitte romane della Trebbia,
del Trasimeno, di Canne.
202 a.C. Vittoria di Scipione Africano a Zama.
197 a.C. Flaminio sconfigge Filippo quinto di Macedonia a Cinocefale.
190 a.C. Antioco terzo di Siria  vinto dai Romania Magnesia.
168 a.C. Perseo di Macedonia viene sconfitto a Pidna.
146 a.C. Distruzione di Cartagine e di Corinto.
134 a.C. Tribunato di Tiberio Gracco.
133 a.C. Scipione Emiliano conquista Numanzia. Attalo in re di
Pergamo, lascia, in eredit, il suo regno ai Romani.
125 a.C. Tribunato di Gaio Gracco.
102-101 a.C. Mario sconfigge i Teutoni a Aix-les-Bains e i Cimbri ai
Campi Raudi.
91 a.C. Tribunato e uccisione di Marco Livio Druso e inizio della guerra
sociale.
90 a.C. La Lex Julia concede ii diritto di cittadinanza romana agli Italici.
88-85 a.C. Silla scaccia Mitridate dalla Grecia e dall'Egeo.
81 a.C. Dittatura di Silla e nuova costituzione dello stato romano.
70 a.C. Consolato di Pompeo e Crasso. Restaurazione degli antichi poteri
dei tribuni della plebe.
67-63 a.C. Pompeo sconfigge i pirati, pone fine alla guerra contro
Mitridate e riordina le province orientali dell'imparo romano.
60 a.C. Primo triumvirato; accordo di Cesare. Pompeo e Crasso.
58 a.C. Cesare inizia la conquista della Gallia.
49-45 a.C. Guerra civile. Cesare vince sui Pompeiani a Farsalo,
Tapso e Munda.
44 a.C. Uccisione di Cesare alle idi di marzo.
43 a.C. Costituzione del secondo triumvirato (Ottaviano, Antonio e Lepido).
Bruto e Cassio capi della congiura contro Cesare organizzano la
resistenza nelle province orientali.
42 a.C. Battaglia di Filippi e sconfitta degli ultimi repubblicani; morte
di Bruto e Cassio.
