    PROGETTO MEMORIA.
    SGUARDI RITROVATI.



    Roma, Sensibili alle Foglie, settembre 1995.
    Su concessione Sensibili alle Foglie.















    INDICE.

    RINGRAZIAMENTI: pagina 22.
    INTRODUZIONE: pagina 23.

    CAPITOLI NOMINALI IN ORDINE CRONOLOGICO, SECONDO L'ELENCO (PER DATA DI
    MORTE) DEI 69 MILITANTI DECEDUTI.

    GIANGIACOMO FELTRINELLI: pagina 38.
    Documenti prodotti da organizzazioni armate: pagina 39.
    Documenti prodotti da gruppi sociali: pagina 41.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 43.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Renato Curcio: pagina 67.

    LUCA MANTINI: pagina 71.
    Documenti prodotti da organizzazioni armate: pagina 72.
    Documenti prodotti da gruppi sociali: pagina 76.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 78.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Amici di Luca Mantini: pagina 82.

    GIUSEPPE ROMEO: pagina 90.
    Scritture di Giuseppe Romeo: pagina 91.
    Documenti prodotti da gruppi sociali: pagina 96.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti:
    Roberto Silvi,  "La memoria e  l'oblio",  dattiloscritto  in  Archivio
    P.M.: pagina 103.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Agrippino Costa: pagina 110.

    BRUNO VALLI: pagina 114.
    Documenti prodotti da gruppi sociali: pagina 115.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Marzia Belloli: pagina 129.

    GIUSEPPE VITO PRINCIPE: pagina 133.
    Documenti prodotti da organizzazioni armate: pagina 134.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Archivio P.M.: pagina 156.

    GIOVANNI TARAS: pagina 139.

    MARGHERITA CAGOL CURCIO: pagina 142.
    Scritture di Margherita Cagol: pagina 143.
    Documenti prodotti da organizzazioni armate: pagina 148.
    Documenti prodotti da gruppi sociali: pagina 149.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 152.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Loris Paroli: pagina 163.
    Renato Curcio: pagina 168.

    ANNAMARIA MANTINI: pagina 175.
    Documenti prodotti da organizzazioni armate: pagina 176.
    Documenti prodotti da gruppi sociali: pagina 178.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 181.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Amici di Anna Maria Mantini: pagina 186.

    MARIO SALVI: pagina 190.
    Documenti prodotti da gruppi sociali: pagina 191.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 197.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Archivio P.M.: pagina 203.

    MARTINO ZICHITTELLA: pagina 208.
    Scritture di Martino Zichittella: pagina 209.
    Documenti prodotti da organizzazioni armate: pagina 220.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 224.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Agrippino Costa: pagina 231.

    WALTER ALASIA: pagina 235.
    Scritture di Walter Alasia: pagina 236.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 238.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Renato Curcio: pagina 248.

    ANTONIO LO MUSCIO: pagina 252.
    Scritture di Antonio Lo Muscio: pagina 252.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 258.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Silvana Innocenzi: pagina 261.
    Amici di Antonio Lo Muscio: pagina 267.

    ROMANO TOGNINI: pagina 270.
    Documenti prodotti da organizzazioni armate: pagina 271.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Archivio P.M.: pagina 273.

    ATTILIO DI NAPOLI: pagina 276.
    Documenti prodotti da organizzazioni armate: pagina 277.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 278.

    ALDO MARIN PINONES: pagina 280.
    Documenti prodotti da organizzazioni armate: pagina 281.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Riccardo D'Este: pagina 283.

    ROCCO SARDONE: pagina 285.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Nicola Sardone: pagina 287.

    ROBERTO RIGOBELLO: pagina 289.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Cinzia Bonacorsi: pagina 290.

    FRANCESCO GIURI: pagina 295.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Ernesto Balducchi: pagina 297.
    Archivio P.M.: pagina 300.

    ROBERTO CAPONE: pagina 303.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 305.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Nicola Valentino: pagina 313.
    Rosaria Biondi: pagina 315.

    BARBARA AZZARONI: pagina 320.
    Documenti prodotti da organizzazioni armate: pagina 321.
    Documenti prodotti da gruppi sociali: pagina 323.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 324
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Corrado Alunni: pagina 328.

    MATTEO CAGGEGI: pagina 331.
    Documenti prodotti da organizzazioni armate: pagina 333.
    Documenti prodotti da gruppi sociali: pagina 335.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 337.


    MARIA ANTONIETTA BERNA: pagina 340.
    Documenti prodotti da gruppi sociali: pagina 341.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Archivio P.M.: pagina 347.
    Archivio P.M.: pagina 349.
    Alcuni compagni di Thiene: pagina 351.

    ANGELO DEL SANTO: pagina 354.
    Documenti prodotti da gruppi sociali: pagina 355.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Archivio P.M.: pagina 359.
    Tiziana Dal Pr: pagina 364.

    ALBERTO GRAZIANI: pagina 368.
    Scritture di Alberto Graziani: pagina 368.
    Documenti prodotti da gruppi sociali: pagina 370.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 372.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Giuliano Carli a nome collettivo: pagina 375.
    Francesca Graziani: pagina 379.
    Wanda Dal Maso Graziani: pagina 384.

    LORENZO BORTOLI: pagina 386.
    Scritture di Lorenzo Bortoli: pagina 387.
    Documenti prodotti da organizzazioni armate: pagina 388.
    Documenti prodotti da gruppi sociali: pagina 390.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 393.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Archivio P.M.: pagina 395.
    Alcuni compagni di Thiene: pagina 397.

    LUIGI MASCAGNI: pagina 398.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti:
    Poesia in archivio P.M.: pagina 399.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Archivio P.M.: pagina 401.
    Nello: pagina 402.
    Marco Lorenzini: pagina 404.
    Cecco Bellosi: pagina 405.

    FABRIZIO PELLI: pagina 408.
    Documenti prodotti da gruppi sociali: pagina 409.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 411.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Renato Curcio: pagina 413.
    Annibale Viappiani: pagina 416.

    SALVATORE CINIERI: pagina 424.
    Documenti prodotti da organizzazioni armate: pagina 425.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 433.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Riccardo D'Este: pagina 435.

    FRANCESCO BERARDI: pagina 438.
    Documenti prodotti da organizzazioni armate: pagina 439.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 440.

    ROBERTO PAUTASSO: pagina 445.
    Scritture di Roberto Pautasso: pagina 445.
    Documenti prodotti da gruppi sociali: pagina 447.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 448.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Graziella Pautasso: pagina 451.
    Guido Borio: pagina 452.

    GIOVANNI MARIO BITTI: pagina 461.
    Documenti prodotti da gruppi sociali: pagina 462.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Antonio Contena: pagina 464.
    Sisinnio Bitti: pagina 465.

    FRANCESCO MASALA: pagina 474.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Antonio Contena: pagina 476.
    Sisinnio Bitti: pagina 478.
    Famiglia Masala: pagina 481.

    WILLIAM WACCHER: pagina 482.
    Documenti prodotti da organizzazioni armate: pagina 483.
    Documenti prodotti da gruppi sociali: pagina 486.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 489.

    LORENZO BETASSA: pagina 490.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Ernesto Amato: pagina 492.


    RICCARDO DURA: pagina 495.
    Scritture di Riccardo Dura: pagina 496.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 500.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Vincenzo Guagliardo: pagina 510.
    Enrico Porsia: pagina 513.

    ANNAMARIA LUDMAN: pagina 517.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 519.

    PIERO PANCIARELLI: pagina 529.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Nadia Ponti: pagina 531.
    Renata Micheletto: pagina 537.
    Archivio P.M.: pagina 540.
    Antonio Ginetti: pagina 545.
    Enrico Porsia: pagina 549.

    EDOARDO ARNALDI: pagina 551.
    Scritture di Edoardo Arnaldi: pagina 551.
    Documenti prodotti da gruppi sociali: pagina 558.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 563.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Giancarlo Corazza: pagina 567.
    Vincenzo Guagliardo: pagina 569.
    Nicol Pasero: pagina 572.

    MARINO PALLOTTO: pagina 577.
    Scritture di Marino Pallotto: pagina 577.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Romina Pallotto: pagina 582.

    CLAUDIO PALLONE: pagina 596.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 598.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Vincenzo Sparagna: pagina 601.
    Archivio P.M.: pagina 603.

    ARNALDO FAUSTO GENOINO: pagina 607.
    Scritture di Arnaldo Fausto Genoino: pagina 608.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Paola De Luca: pagina 609.
    Eugenio Gastaldi: pagina 615.
    Archivio P.M.: pagina 616.

    WALTER PEZZOLI: pagina 623.
    Scritture di Walter Pezzoli: pagina 624.
    Documenti prodotti da organizzazioni armate: pagina 628.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Gianfranco Pezzoli: pagina 630.

    ROBERTO SERAFINI: pagina 634.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti:
    Vittoria  Dilda  Biscaro,   "L'ultimo  caduto  della  Walter  Alasia",
    dattiloscritto in Archivio P.M.: pagina 635.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Marzia Belloli: pagina 636.

    ALBERTO BUONOCONTO: pagina 640.
    Scritture di Alberto Buonoconto: pagina 640.
    Documenti prodotti da gruppi sociali: pagina 645.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 651.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Agrippino Costa: pagina 653.

    GIANFRANCO FAINA: pagina 657.
    Documenti prodotti da gruppi sociali: pagina 658.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 661.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Luigi Grasso: pagina 668.
    Clara Ghibellini, Enza Siccardi: pagina 675.
    Riccardo D'Este: pagina 682.

    ROBERTO PECI: pagina 686.
    Scritture di Roberto Peci: pagina 687.
    Documenti prodotti da organizzazioni armate: pagina 693.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 694.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Archivio P.M.: pagina 697.

    GIORGIO SOLDATI: pagina 699.
    Scritture di Giorgio Soldati: pagina 699.
    Documenti prodotti da organizzazioni armate: pagina 700.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 703.

    LUCIO DI GIACOMO: pagina 709.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 711.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Marco: pagina 712.
    Ciro Longo: pagina 713.
    UMBERTO CATABIANI: pagina 715.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 717.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Stefano Petrella: pagina 719.

    ROCCO POLIMENI: pagina 722.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Marco: pagina 724.

    ENNIO DI ROCCO: pagina 726.
    Documenti prodotti da organizzazioni armate: pagina 727.
    Documenti prodotti da gruppi sociali: pagina 736.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Lodovico Basili: pagina 742.
    Stefano Petrella: pagina 745.
    Antonella Fabbrini: pagina 747.

    STEFANO FERRARI: pagina 752.
    Documenti prodotti da gruppi sociali: pagina 753.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Cecco Bellosi: pagina 756.

    MAURIZIO BISCARO: pagina 758.
    Scritture di Maurizio Biscaro: pagina 759.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti:
    Vittoria  Dilda  Biscaro,   "L'ultimo  caduto  della  Walter  Alasia",
    dattiloscritto in Archivio P.M.: pagina 765.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Bruno Bigoni: pagina 784.
    Rosella Simone: pagina 785.

    GAETANO SAVA: pagina 789.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Marco: pagina 791.

    CIRO RIZZATO: pagina 793.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 794.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Marco: pagina 796.

    MANFREDI DE STEFANO: pagina 798.
    Scritture di Manfredi De Stefano: pagina 798.
    Documenti prodotti da gruppi sociali: pagina 802.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 805.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Francesco Giordano: pagina 807.
    Patrizia: pagina 813.

    LAURA BARTOLINI: pagina 815.
    Scritture di Laura Bartolini: pagina 815.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 819.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Archivio P.M.: pagina 821.

    ANTONIO GUSTINI: pagina 823.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Cecilia Massara: pagina 825.

    PIETRO MARIA GRECO: pagina 826.
    Documenti prodotti da gruppi sociali: pagina 827.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 835.

    WILMA MONACO: pagina 842.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti:
    Poesia in archivio P.M.: pagina 843.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Gianni Pelosi: pagina 845.
    Laura Monaco: pagina 847.

    DARIO BERTAGNA: pagina 849.
    Scritture di Dario Bertagna: pagina 849.
    Documenti prodotti da gruppi sociali: pagina 851.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Angelo Cane: pagina 853.
    Giulio Petrilli: pagina 855.

    GINO LIVERANI: pagina 859.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Archivio P.M.: pagina 861.

    PAOLO SIVIERI: pagina 864.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 865.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Agrippino Costa: pagina 866.
    Archivio P.M.: pagina 867.

    NICOLA GIANCOLA: pagina 869.
    Scritture di Nicola Giancola: pagina 870.
    Documenti prodotti da gruppi sociali: pagina 871.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Adriana Roveretto: pagina 873.
    Salvatore Roveretto: pagina 876.

    ERMANNO FAGGIANI: pagina 882.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Sergio Segio: pagina 883.

    CARLO PULCINI: pagina 890.
    Documenti prodotti da gruppi sociali: pagina 891.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 892.

    CLAUDIO CARBONE: pagina 897.
    Scritture di Claudio Carbone: pagina 898.
    Testimonianze al Progetto memoria:
    Archivio P.M.: pagina 906.
    Renato Curcio: pagina 908.
    Agrippino Costa: pagina 911.
    Archivio P.M.: pagina 914.

    SERGIO SPAZZALI: pagina 917.
    Scritture di Sergio Spazzali: pagina 918.
    Documenti prodotti da organizzazioni armate: pagina 929.
    Documenti prodotti da gruppi sociali: pagina 931.
    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti: pagina 939.

    ALESSANDRA D'AGOSTINI: pagina 957.
    Scritture di Alessandra D'Agostini: pagina 957.

    COME NASCE IL PROGETTO MEMORIA: pagina 963.

    COME PROSEGUE IL PROGETTO MEMORIA: pagina 965.











    RINGRAZIAMENTI.

    La  ricerca  da  cui  prende  avvio questo secondo volume del Progetto
    Memoria  stata condotta da Maria Rita Prette,  con la cooperazione di
    Renato Curcio.
    Essa  tuttavia  non  sarebbe stata possibile senza il decisivo apporto
    delle  persone  che  hanno  voluto  fare  dono  delle  loro   preziose
    testimonianze. Il nostro ringraziamento va dunque anzitutto a loro.
    Ringraziamo  inoltre  tutte quelle persone,  a volte amici e familiari
    dei militanti morti,  ma spesso persone non coinvolte direttamente nei
    lutti,  che  hanno  messo  a  disposizione  di  questo lavoro tutto il
    materiale che avevano reperito nel corso degli  anni  e  che  si  sono
    attivate per aiutarci nella raccolta dei documenti e degli sguardi.
    Poich  i  costi per la realizzazione del libro sono stati molto alti,
    ringraziamo anche tutti coloro che, preacquistando una o pi copie, ci
    hanno consentito di sostenerli.
    Vogliamo comunque ringraziare tutte le persone con cui siamo venuti in
    contatto, nella fase di ricerca degli sguardi,  qualsiasi ne sia stato
    poi  l'esito  per  il  nostro  lavoro,  perch  l'esperienza umana che
    abbiamo fatto  stata preziosa per la  nostra  crescita  spirituale  e
    riteniamo  di  dovere  il  rispetto  totale  per qualsiasi posizione o
    risposta incontrata.
    INTRODUZIONE.

    Nel primo volume del Progetto Memoria,  "La  mappa  perduta",  abbiamo
    presentato delle informazioni relative agli eventi in cui 68 militanti
    delle organizzazioni armate hanno incontrato la morte.
    Rimandiamo  perci  i  lettori  a  quella  pubblicazione  per  ci che
    concerne i dati sociostatistici relativi a  sesso,  et,  composizione
    sociale   dei  militanti  deceduti  e  per  la  disseminazione  spazio
    temporale degli eventi luttuosi.
    Per la ricostruzione dell'evento, in alcuni casi anche per i documenti
    prodotti dalle organizzazioni armate all'epoca dei  fatti,  pubblicati
    in  "La  mappa  perduta",  il  Progetto  Memoria  offre  ai lettori la
    possibilit  di  ricevere,  su  richiesta,   i  capitoli  relativi  in
    fotocopia.
    In  questo lavoro ci proponiamo di presentare questi 69 militanti (una
    persona  deceduta in esilio nel tempo intercorso tra la pubblicazione
    del primo volume e questo) attraverso gli sguardi delle persone e  dei
    gruppi sociali che li hanno conosciuti e hanno voluto ricordarli.
    Abbiamo iniziato questa ricerca mossi da un sentimento d'amore per chi
    ha  condiviso  il percorso della lotta armata e vi ha dato la vita,  e
    dalla convinzione che questo lavoro di scavo nella memoria  sia  utile
    per   fare   passi   verso   una   maggiore  e  migliore  comprensione
    dell'esperienza armata.  Non essendo per una volont  apologetica  n
    agiografica  a  muoverci,  abbiamo escluso l'idea di presentare vere e
    proprie biografie,  soprattutto per il rischio di chiudere i militanti
    morti  in  uno schema interpretativo univoco (fosse di tipo familiare-
    affettivo,   fosse  politico-ideologico)  come  ogni   "ricostruzione"
    comporta.
    Abbiamo cercato e raccolto gli sguardi di chi li aveva conosciuti,  in
    contesti  differenti,   con  l'intento  di   restituire   un   profilo
    biografico-sociale  di  ciascuno  attraverso  particolari  momenti del
    vissuto,  descrizione  di  incontri  in  epoche,   situazioni  sociali
    diverse;   nella  vita  familiare,  scolastica,  lavorativa,  amicale,
    militante.  Riteniamo per necessaria una premessa che ci riguarda: il
    Progetto  Memoria presenta dei documenti per ricordare dei "militanti"
    e dunque vive alcune contraddizioni di fondo.
    Vogliamo ricordarli come persone,  ma nello stesso tempo  abbiamo  noi
    stessi  l'esigenza  di  dire  che  questi 69 umani erano militanti (il
    criterio cui ci siamo attenuti  esposto alla  pagina  269  del  primo
    volume), perch sappiamo che si tratta di persone che hanno incontrato
    la morte l e non altrove.  L,  nella militanza armata.  E dunque ci
    significa qualcosa.  (Per noi che cerchiamo e per loro che non ci sono
    pi).  Sappiamo  cio che non avrebbe senso un volume per ricordare 69
    persone (perch queste 69 e non altre 6900?) se questo non avesse  una
    stretta  relazione  con  la storia della lotta armata in questo paese,
    con la domanda di fondo che il Progetto Memoria si pone orientando  la
    ricerca  verso chi ha vissuto questa esperienza: proporre informazioni
    sulle porzioni  di  questa  societ  coinvolte  dall'inquisizione  per
    'banda armata' e 'associazione sovversiva'.
    Abbiamo  scelto  di  raccontare  la  persona  attraverso molti sguardi
    incrociati, di tempi e contesti differenti,  per non darne un'immagine
    univoca,   ma   spesso  questo  intento    stato  disatteso  per  una
    molteplicit  di  ragioni.   In   proposito   due   ci   sembrano   le
    considerazioni  essenziali: la ricerca tocca due grandi nodi irrisolti
    da questa  societ  e  da  questa  cultura;  la  mancata  elaborazione
    collettiva dell'esperienza della lotta armata in questo paese,  che ha
    visto contrapporsi due opposte figure simboliche: "il  terrorista,  il
    killer"  da  un  lato  e  "l'eroe,  il  comunista  caduto combattendo"
    dall'altra.  Uscire da questa forbice per ritrovare l'umano e  la  sua
    complessit  a tuttora evidentemente molto difficile.
    L'altro  nodo  la morte.  Il modo in cui questo mistero viene vissuto
    oggi, in questa societ, in contrapposizione alla vita, e che comporta
    altrettanti stereotipi: "dei morti si  deve  parlare  solo  bene";  "i
    morti  devono  andarsene  da  questo  mondo";  "lasciate  che  i morti
    seppelliscano i morti";  "i morti stanno alla periferia,  nelle  notti
    buie,  nelle  paure,  nei sogni";  "i morti sono i fantasmi dei vivi";
    "dei morti bisogna liberarsi,  per continuare a vivere";  "i morti non
    ci sono pi, pensiamo ai vivi".
    D'altra  parte,  ricordare  chi    morto   anche un po' ricordare se
    stessi,   e  dunque  presentare   gli   sguardi   altrui   vuol   dire
    contestualizzarli:  chi dice quella cosa di quel militante?  Quando la
    dice? A chi si rivolge?
    Il contesto,  la parzialit dello sguardo di ciascuno,  a partire  dal
    limite  dei  suoi  occhi,  ma  anche  dalla  porzione di mondo che pu
    vedere, nel suo tempo, nella situazione in cui testimonia quella cosa.
    Ci che abbiamo incontrato,  in questo  senso,  ci  pare  interessante
    anche per i lettori dei risultati di questo lavoro.
    Abbiamo  evidenziato  alcune  costanti  nei  tipi  di  difficolt e di
    risposte che ci sembra utile segnalare,  per contestualizzare anche la
    ricerca:  siamo  infatti  partiti  da  un'idea  di scavo nella memoria
    (dunque nel passato) e abbiamo invece incontrato il presente ed i suoi
    irrisolti.  D'altra parte  ci  che  presentiamo  in  questi  capitoli
    consente un incontro,  non soltanto con i 69 militanti morti, ma anche
    con i mondi e i periodi storici che hanno attraversato.




    L'organizzazione del testo.

    Presentiamo i 69 capitoli in ordine cronologico,  per data  di  morte,
    ritenendo  molto  significative  le  differenze  che  vengono man mano
    delineandosi nel corso del tempo, sia nei documenti prodotti all'epoca
    dei fatti, sia nei ricordi successivi. Seguendo la cronologia naturale
    degli  eventi,  emergono  infatti,  attraverso  parziali  e  peculiari
    sguardi, i differenti contesti, le diverse epoche, le culture che sono
    state significativamente toccate dall'esperienza armata.  Ci consente
    ai lettori un incontro da molteplici punti di vista,  non solo con  le
    persone  ma  con  i  loro  riferimenti  simbolici  e  i  loro mondi di
    provenienza.
    Bench la nostra ricerca si sia,  naturalmente,  orientata  in  eguale
    misura  per tutti i militanti,  i 69 capitoli nominali che presentiamo
    sono del tutto disomogenei fra loro per quel che concerne  quantit  e
    qualit dei materiali trovati per ciascuna persona.
    Ci  dipende  da molteplici fattori e riteniamo di dover rendere conto
    ai lettori soprattutto delle lacune, spesso anche molto gravi.
    In molti casi non sono mai stati prodotti documenti da  organizzazioni
    armate  o  da altri gruppi sociali,  n per la persona n per l'evento
    luttuoso.
    Per alcuni militanti  non    stato  possibile  trovare  persone  che,
    avendoli conosciuti,  fossero capaci di fornire anche soltanto notizie
    biografiche complete di date e luoghi,  o per il modo  particolare  in
    cui  i militanti morti sono entrati in rapporto all'esperienza armata,
    o per il dissolvimento degli ambiti di provenienza;  cos come  stato
    impossibile rintracciare le famiglie d'origine,  o perch i componenti
    sono deceduti  nel  frattempo,  o  perch  hanno  cambiato  luoghi  di
    residenza  e  di  riferimento  e  gli ambienti da noi interpellati non
    hanno potuto aiutarci  a  ritrovarli.  In  pochissimi  casi  ci  siamo
    trovati  di  fronte  a  familiari  estremamente  chiusi  in  una sorta
    d'irrisolto  doloroso  intorno  alla  persona,   che  ha  impedito  un
    qualunque affrontamento pubblico del loro ricordo.
    In  alcuni casi abbiamo incontrato invece problemi relativi al modo in
    cui il militante ha incontrato la morte.  Ci  in  quanto  l'irrisolto
    giudiziario  intorno  ad  alcuni particolari eventi rende diffidenti e
    restie le persone  a  ricordare,  ad  esporre  se  stesse  e  la  loro
    conoscenza  della  persona deceduta in quella particolare circostanza,
    per il timore  di  conseguenze  criminalizzanti  e  strumentalizzabili
    giudiziariamente.
    Per  altri,  le  ragioni  che  hanno  portato  a  quegli  eventi  sono
    sovradeterminanti rispetto a qualsiasi ricordo.  Ci vale  soprattutto
    per alcuni degli uccisi da organizzazioni armate e per alcuni suicidi.
    In qualche modo i pudori e le reticenze nascono prima,  nella condotta
    di vita del militante,  non riconducibile ad alcuno schema accettabile
    per chi potrebbe, all'oggi, testimoniare di quella vita.
    In  moltissimi  casi  le  persone  che  potevano,  per  la  loro lunga
    frequentazione o i loro profondi legami affettivi,  proporre  il  loro
    sguardo  ed  il  loro  ricordo,  hanno  ritenuto  di non poterlo o non
    doverlo fare.
    Consideriamo significativo che questo problema sia insorto soprattutto
    fra  persone  che  hanno  condiviso  l'esperienza  armata   ma   hanno
    successivamente   scelto   strade  politiche  e  personali  di  aperta
    dissociazione rispetto alla loro storia precedente. Tuttavia riteniamo
    di non poter identificare un nesso stretto fra le due cose,  in quanto
    abbiamo  verificato  numerose  "eccezioni  a  questa regola" e abbiamo
    incontrato eguali resistenze e reticenze in chi ha intrapreso percorsi
    molto diversi da questo, e motiva invece il proprio silenzio a partire
    dalla possessivit dei propri ricordi.
    Per quel che riguarda le persone che  non  hanno  risposto  al  nostro
    invito, esse hanno probabilmente pi di un movente e d'una ragione, ma
    sarebbe  da parte nostra inconsistente ed ipotetico cercare di rendere
    conto di motivazioni non portate a nostra conoscenza.
    Per rispettare  l'eventuale  volont  di  riservatezza  dei  nominati,
    quando  si  tratta  di  inquisiti  per  'banda armata' o 'associazione
    sovversiva', abbiamo ritenuto corretto, infine, sostituire con la sola
    iniziale i  nomi  delle  persone  trovati  nelle  citazioni  da  altre
    pubblicazioni.
    In  questo  gioco  di  sguardi presentiamo le testimonianze insieme ai
    documenti d'epoca,  ma riteniamo di dover precisare talune differenze,
    per non ingenerare equivoci.


    Documenti d'epoca.

    Il  contesto temporale nel quale i documenti vengono redatti ha un suo
    proprio  linguaggio,  un  suo  riferimento  simbolico.   L'autore  del
    documento    un'entit  astratta,  e  le strutture sono diverse dalle
    persone, perci i documenti delle organizzazioni armate propongono uno
    sguardo sulla persona  che  ne  riduce  la  complessit  ad  un  ruolo
    (politico) e ad un'immagine, tutta interna ed utile alla struttura.
    Allo  stesso modo i gruppi sociali fanno una cosa simile,  sebbene pi
    articolata, riducendo l'individuo a ruoli,  figure sociali (l'operaio,
    il   combattente,   il  ribelle...)  utili  all'immagine  di  s  come
    struttura.  Spesso,  per non  nuocere  all'immagine  pubblica  di  s,
    sacrificano  la  parte  della persona che ha avuto maggiore importanza
    nella scelta politica al cui interno muore.  D'altra parte il  rischio
    della  criminalizzazione strumentale,  all'epoca dei fatti era un dato
    oggettivo.
    Essi hanno perci il valore dei documenti d'epoca: dicono di  un  modo
    di  stare con quelle morti;  sono datati nel linguaggio e nello schema
    culturale ideologico che li informa,  ma hanno il pregio di  riportare
    quello sguardo senza le deformazioni degli esiti successivi.
    Trovarli  stato in molti casi impossibile,  anzitutto perch le fonti
    che ancora ne dispongono (centri di  documentazione,  e  probabilmente
    qualche archivio delle forze dell'ordine) sono scarse in questo paese,
    e i ricercatori non ne hanno avuto facile accesso,  quando non  stato
    loro  ufficialmente  impedito,   con  motivazioni   inconsistenti.   I
    documenti  che  sono  stati  pubblicati all'epoca dei fatti sono stati
    reperiti quasi tutti,  sebbene  spesso  gli  stessi  stampati  abbiano
    richiesto  ricerche articolate e complesse,  che hanno visto coinvolte
    numerose persone.
    Infine,  quando il medesimo documento  si  riferisce  a  pi  persone,
    perch  decedute  nello  stesso  evento,  lo  presentiamo  al capitolo
    dedicato al militante cui, in ordine alfabetico, corrisponde il primo.
    Nei casi in  cui  il  documento  riveste  un  carattere  pi  generale
    dell'organizzazione  o del gruppo sociale,  ne presentiamo solo alcuni
    frammenti,  che in questo caso vengono distribuiti nei  capitoli,  per
    riferimento specifico alla persona.

    I frammenti tratti da altre pubblicazioni.

    Sono  sguardi  trovati  qua  e  l di cui  citata la provenienza,  il
    periodo  ed  il  contesto  in  cui  vengono  redatti,   ma  sulla  cui
    autenticit  i ricercatori non sanno dire con certezza,  in quanto non
    sanno come e perch quei ricordi sono stati  elaborati  e  portati  al
    pubblico.  Nella  scelta dei frammenti abbiamo seguito due criteri: la
    quantit di informazioni che offrono  e  la  qualit  della  relazione
    intercorsa tra lo scrivente e il militante ricordato.
    Trovarli    stato  piuttosto  semplice,  essendo scarsa e limitata la
    produzione per l'intero periodo.  Decisive sono state in proposito  le
    donazioni  di  libri e riviste d'epoca non pi reperibili in libreria,
    da  parte  di  persone  generose,  interessate  al  proseguimento  del
    Progetto Memoria.
    In  alcuni casi chi legge trova frammenti tratti da "dattiloscritti in
    Archivio P.M.".  Questa dicitura  indica  quegli  scritti  (biografie,
    testimonianze   dirette  ed  interne  all'esperienza  armata)  che  il
    Progetto Memoria ha ricevuto e che sono  a  disposizione  di  chi  sia
    interessato a valorizzarli seriamente, previo accordo con gli autori.



    Le scritture dei militanti.

    Le  lettere  scritte  a  parenti o amici o indirizzate al pubblico che
    presentiamo  in  alcuni  capitoli   hanno   un   valore   documentario
    essenzialmente  parziale,  ma  ci sono sembrate preziose perch dicono
    dello sguardo che quel militante aveva, in quel momento, relativamente
    a quel contesto e a quella specifica situazione relazionale.
    Sono,  dunque,  la testimonianza di uno sguardo;  quello del militante
    stesso, su di s e sul mondo, o su un particolare evento.
    In  molti  casi  non    stato  possibile  trovarli,  neanche presso i
    familiari disponibili ad aiutarci, o perch sequestrati dalle autorit
    giudiziarie tempo addietro e mai restituiti o perch altrimenti andati
    persi o distrutti.
    In alcuni casi i familiari hanno invece ritenuto  che  trattandosi  di
    documenti  troppo  personali  e  riservati,  essi  ne  siano gli unici
    legittimi custodi.


    Le testimonianze al Progetto Memoria.

    Cercare gli sguardi dei "Testimoni al Progetto Memoria" ha voluto dire
    incontrare resistenze,  paure,  tensioni,  conflitti interiori,  altri
    tipi di problemi intorno all'evento e alla persona.
    Alcuni  hanno  provato inutilmente per giorni a scrivere qualcosa,  ma
    poi hanno gettato tutto  nel  cestino  (del  computer  o  della  carta
    straccia)  perch  nessuna  parola  parsa loro capace di dire ci che
    vivono in quel ricordo, in quella relazione.
    In alcuni casi l'immagine dell'evento  in  cui  la  persona    morta,
    presentata  dai  mass-media all'epoca dei fatti,  chiude la memoria ad
    ogni altra immagine: quel  ricordo  sovrasta  tutti  gli  altri.  Quel
    ricordo  presentifica una qualche presunta inadeguatezza,  una qualche
    ipotetica  irresponsabilit,   comunque  un  limite  umano  in  quella
    relazione, un'assenza di serenit con la persona e con l'evento in cui
     morta.
    Alcuni di coloro a cui ci siamo rivolti ci hanno detto no.  "No, ho le
    mie rimozioni,  il mio dolore,  i miei fardelli,  ma non chiedetemi di
    aprirli, perch non saprei sostenere la vista di quel che c' dentro".
    "No,  ho  altro  da  fare,    un  periodo  chiuso,  finito,  passato,
    cancellato. Sono altrove, sono altro, non voglio neanche ricordare".
    E' una rimozione collettiva e sociale ad avere consegnato  al  singolo
    il suo proprio fardello, ad averlo lasciato solo con se stesso, le sue
    forze,  capacit,  gli strumenti - di cui dispone o no - per elaborare
    il lutto degli amici,  parenti,  compagni morti in questa  storia,  ma
    anche   il   proprio  vissuto,   la  propria  esperienza  di  vita  in
    quell'epoca, sin qui.
    Anche  fra  chi  ci  ha  fatto  dono  di  una  testimonianza,  abbiamo
    incontrato differenze: alcuni lo hanno fatto timidamente,  chi temendo
    l'aspetto politico,  implicante socialmente,  chi il proprio limite di
    sguardo,  di comprensione,  d'espressione. Alcuni ne hanno sofferto in
    maniera profondissima,  hanno partorito  il  loro  ricordo  fra  mille
    difficolt  e  rimozioni  che  hanno richiesto uno stimolo costante da
    parte dei ricercatori.
    Altri con grande partecipazione e gioia,  come un dono  prezioso  alla
    memoria  collettiva  e  personale,  in  un  coinvolgimento  che non ha
    richiesto sollecitazioni,  pur nella consapevolezza dei rischi che  ci
    sono: parlar di s pi che dell'altro che si vuole ricordare,  parlare
    a orecchi che non sapranno ascoltare,  parlar troppo  del  sentimento,
    dell'umano  che  l  si  giocava  e troppo poco del contesto nel quale
    quell'umano percorreva il suo sentiero,  parlar troppo di quel tempo e
    troppo  poco di quel singolo,  che l,  e allora,  diceva faceva,  era
    quello e non altro.
    Tra i ricercatori e i testimoni in molti casi si  creata  un'intimit
    emozionale  per  la persona ricordata che ha reso pi ricco e prezioso
    il lavoro di entrambi.
    Ci detto,  ci sembrano necessarie talune considerazioni,  per mettere
    in guardia chi legge dall'incantesimo della lettura.
    E'  possibile  che  una  qualche allucinazione negativa venga attivata
    dalle persone,  con loro stesse,  sul loro rapporto vero con  l'altro,
    sul loro sguardo di allora,  sulla loro capacit, allora come oggi, di
    stare in una relazione con la persona che fa una scelta il  cui  esito
    entra in doloroso conflitto con qualsiasi immaginario affettivo.
    Ed   probabile che risentano di questa allucinazione le testimonianze
    dei pi vicini,  anche per la grande solitudine  sociale  in  cui  gli
    amici,  i  compagni  ed  i  parenti  dei  militanti morti hanno dovuto
    elaborare la scelta della lotta armata prima e il lutto  poi.  Non  va
    dimenticato  infatti  che  un  pi  profondo  rimosso informa l'intera
    esperienza, con le sue implicazioni politiche,  ideologiche,  sociali,
    umane,  che  non  cos distante da se stessa da consentire facilmente
    uno sguardo lucido e distaccato.
    Per chi  ancora in carcere  per  quella  -  condivisa  -  esperienza,
    l'elaborazione   indubbiamente ancora pi complessa,  in quanto chi 
    in condizioni di prigionia politica deve fare operazioni  di  tutti  i
    tipi,  deve  attivare dinamiche complesse per reggere la tortura della
    carcerazione, oggi,  dal momento che il contesto nel quale ha maturato
    le scelte radicali  sparito,  che nessuno sa neanche pi perch  l,
    in un carcere,  con un  ergastolo  o  altri  10  anni  di  carcere  da
    scontare.
    Non  a  caso  dal  mondo  dei  prigionieri  e  degli esuli ci arrivano
    testimonianze molto particolari, ed in taluni casi non possono nemmeno
    essere prodotte,  per la difficolt immane  che  esse  procurano  alle
    persone recluse.
    Per  ci che concerne gli sguardi dei parenti - madri,  padri,  mogli,
    mariti, fratelli, sorelle, conviventi - va invece detto che essi sono,
    pur  comprensibilmente  e  "naturalmente",   tutti  interni  a  quella
    dimensione affettiva totale che fa vedere, ricordare quella cosa e non
    altre.
    Infine,  in  alcuni  casi i testimoni hanno espresso preoccupazioni di
    natura  sociale  circa  il  ricondurre  loro  stessi  a  rapporti   di
    qualsivoglia natura con l'esperienza armata e perci i lettori trovano
    la  dicitura Archivio P.M.,  testimonianza al Progetto Memoria,  senza
    nome.  Oppure trovano solo il nome di battesimo senza cognome.  Alcuni
    testimoni  hanno  invece  scelto  di  firmarsi col nome che avevano al
    tempo del loro incontro con il militante.
    A conclusione di questa introduzione, ringraziando tutti coloro che ci
    hanno offerto il loro contributo,  invitiamo i lettori  ad  accostarsi
    con  rispetto  alle testimonianze,  perch esse rappresentano comunque
    preziosi documenti umani.



    GIANGIACOMO FELTRINELLI.


    Note biografiche.

    - Giangiacomo Feltrinelli nasce a Milano, il 19 giugno 1976.
    - compie gli studi superiori.
    - si sposa nel 1959 si separa, si risposa nel 1968.
    - ha un figlio, Carlo.
    - milita nel P.C.I.
    - fonda nel 1950 l'Istituto per la Storia del Movimento Operaio e  nel
    1954 la casa editrice Feltrinelli
    - milita nei Gruppi d'Azione Partigiana.
    -  muore per lo scoppio accidentale di un ordigno che stava collocando
    su un traliccio, a Segrate, il 15 marzo 1972.



    Scritture di Giangiacomo Feltrinelli.

    - Vedi Progetto memoria, "La Mappa perduta", Roma 1994, Sensibili alle
    Foglie.
    Documenti prodotti da organizzazioni  armate  per  la  persona  o  per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    -  'Gunther',  "Testimonianza  integrale  sull'evento,  senza luogo n
    data,  in:  Guido  Viola,  "Requisitoria  Feltrinelli",  Verona  1975,
    Bertani. Frammenti:
    (...) Nella serata di sabato avevano espresso, insieme agli altri, la
    propria  opinione  circa  il tipo di obiettivo che dovevano mettere in
    atto. Ma Osvaldo era stato in grado di imporre lo stesso,  comunque la
    cosa.
    Quella sera si trattava di una opposizione di tipo psicologico,  ed in
    parte anche politico;  infatti accusa i due di mancanza di coraggio  e
    di cattiva volont.
    Il giorno precedente il 13, li mand infatti in giro intorno a Milano,
    verso,  dalle  parti,  in  direzione  di  Bergamo  per  ricercare  dei
    tralicci,  con il compito di localizzarli,  misurarli,  calcolarne  le
    dimensioni,  e  per metterli insieme alla lista di possibili obiettivi
    della giornata.
    I  due  infatti  fecero  tutto  questo,  andarono  verso  Bergamo,  ed
    individuarono  un  grossissimo traliccio di cui presero le misure.  Si
    infangarono anche, solo che...  Osvaldo poi disse che il traliccio era
    troppo  distante  da  Milano,  troppo  lontano  e  che  lui  aveva gi
    provveduto a questo.  Sembra che volesse  semplicemente  mettere  alla
    prova la... volont di collaborare dei due amici.
    Loro  di  questo  in  fondo ne erano da un lato coscienti e dall'altro
    tendevano a dimostrare la loro volont.
    Il rapporto tra i tre  abbastanza strano, Osvaldo era una persona che
    faceva di tutto per dimostrare agli altri di essere pi proletario  di
    loro, o almeno quanto loro.
    Sembra  che  non  si  lavasse  per  intere  settimane,  ma loro dicono
    addirittura mesi, questo per annerire le mani, rendersele callose, per
    ridurre il suo volto e le sue mani stesse cos a livello degli  operai
    che  lavorano  nelle  fabbriche.  Anche  il  suo  modo di vestire,  di
    atteggiarsi, di comportarsi in pubblico era un modo di...  era un modo
    che...  esprimeva questa...  queste forti volont di assomigliare alla
    classe...  di rendersi il pi possibile simile...  confondibile con la
    classe operaia.
    I  due  amici  erano  da  un lato meravigliati,  dall'altro certamente
    affascinati da questo personaggio che loro sapevano chi fosse,  ma  di
    cui dovevano... con il quale dovevano fingere di non sapere chi fosse.
    Indubbiamente li affascinava,  era un uomo importante,  un personaggio
    sulla bocca di tutti, ricchissimo, il suo comportamento da padrone, il
    suo continuo attaccarsi a loro, costringerli all'azione, indubbiamente
    esercitava su di loro un...  rapporto antitetico,  ma    indubbio  il
    fascino che ha esercitato non solo sui due amici ma anche sugli altri.
    (...) Bisogna ricordare per, che Osvaldo sembra fosse uno che guidava
    sempre molto male,  cos non stupisce che anche questa sera fosse cos
    maldestro nella guida.  Ma indubbiamente questa sera qui si  andava...
    andava  all'appuntamento con un'azione...  ad un appuntamento da solo,
    con due inesperti,  andava a una verifica con se stesso,  di  fatto...
    Gli  altri,  i  compagni  pi  esperti,  coloro  che  potevano  dargli
    concretamente una mano, erano altrove.
    Osvaldo era vestito con un  cappotto  elegante,  non  fecero  caso  al
    pantalone  e  alle  scarpe  che indossava ma finche era in viaggio nel
    pulmino sembrava vestire in maniera normale come gli altri (...).



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    -  Anonimo,  "Un  rivoluzionario    caduto:  Giangiacomo Feltrinelli,
    militante dei GAP", in: Potere Operaio del luned 26-3-72. Frammenti.
    Feltrinelli da vivo  era  un  compagno  dei  GAP,  un  organizzazione
    politico-militare  che  da  tempo  si   posta il compito di aprire in
    Italia la lotta armata come unica via per  liberare  il  nostro  paese
    dallo sfruttamento e dall'ingiustizia...  Certo nelle azioni di questo
    compagno ci  sono  stati  errori,  ingenuit,  improvvisazioni.  Grave
    soprattutto ci  sembrata e ci sembra, nel programma politico dei GAP,
    la sottovalutazione delle lotte operaie, della loro capacit di andare
    oltre  il terreno rivendicativo per porre la questione dei rapporti di
    forza fra le classi,  cio del potere politico.  Ma i suoi errori,  la
    sua  impazienza,  appartengono  al movimento rivoluzionario,  a questo
    "assalto al cielo" che da qualche anno  migliaia  di  militanti  hanno
    ricominciato  a costruire dopo decenni di oscurit e di paura (...) Il
    compagno Feltrinelli  morto.  E gli sciacalli si sono scatenati.  Chi
    lo  vuole  terrorista  e chi vittima.  Destra e sinistra fanno il loro
    mestiere di sempre.  Noi sappiamo che questo compagno  non    n  una
    vittima n un terrorista.  E' un rivoluzionario caduto in questa prima
    fase della guerra di liberazione dallo sfruttamento.  E' stato  ucciso
    perch  era  un militante dei GAP.  E carabinieri,  polizia,  fascisti
    esteri e nostrani lo sapevano e lo sanno benissimo.  E'  stato  ucciso
    perch era un rivoluzionario....

    - Brigate Rosse,  "Scelte di campo", senza luogo n data, in: Vincenzo
    Tessandori,  "B.R.  Imputazione: banda armata.  Cronache  e  documenti
    delle Brigate Rosse", Milano 1977, Garzanti. Frammenti.
    Posti di fronte alla campagna di annientamento che la borghesia, dopo
    aver assassinato il compagno Feltrinelli, ha scatenato contro le forze
    rivoluzionarie,  certi "democratici" hanno fatto con lodevole tempismo
    una precisa scelta di campo: si sono schierati con gli  assassini.  In
    fondo  ci  non sarebbe una gran perdita se ci non coincidesse con un
    fatto pi grave: la delazione (...).



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    -  R.  Cantore,  C.  Rossella,  C.   Valentini,   "Dall'interno  della
    guerriglia", Milano 1978, Mondadori. Frammenti.
    (...) Cominci proprio e paradossalmente dall'incontro con Nenni quel
    lungo  cammino  di  Feltrinelli  che  in  pochi  anni lo condurr alla
    guerriglia e alla clandestinit.  Editore  d'avanguardia,  famoso  nel
    mondo  per  aver pubblicato per primo ed in esclusiva l'opera di Boris
    Pasternak "Il dottor Zivago",  Feltrinelli,  figlio di una ricchissima
    famiglia   d'industriali   del  legno  (una  vera  e  propria  piccola
    multinazionale con boschi e fabbriche in Italia e in  Austria),  aveva
    sempre  avuto,  in  vita  sua,  rapporti  tormentati  con  la sinistra
    ufficiale italiana.  Il primo contatto  col  P.C.I.  l'aveva  avuto  a
    sedici  anni,  nel  1942.  Allora  era solo un giovane rampollo di una
    famiglia miliardaria, appassionato di barche, di mare e di caccia, che
    detestava il patrigno,  il noto giornalista conservatore Luigi Barzini
    junior. Caduto il fascismo, Feltrinelli si arruol, nel 1944 (e contro
    la  volont  della madre Giannalisa che gi col marito Barzini,  aveva
    ostacolato  il  suo  tentativo  di  raggiungere  i  partigiani)  nella
    divisione  Legnano,  aggregata  alla  Quinta  Armata americana e prese
    contatti con l'organizzazione comunista fra i soldati.
    Nel 1945 arriva a Milano con  le  truppe  americane.  Si  iscrisse  al
    Partito  socialista,  ma  continu a frequentare il Partito comunista.
    Faceva parte di quei militanti del P.C.I.  incaricati  di  infiltrarsi
    nelle  file  socialiste per orientarne l'attivit.  Diventato amico di
    Pietro Secchia, allora responsabile dell'apparato militare segreto del
    P.C.I.  (un  rapporto  che  non  si  incriner  mai),  Feltrinelli  fu
    incaricato  di  controllare  l'attivit  di  Umberto  Primo di Savoia.
    Frequentando  la  casa  della  madre,   parlando  con  Luigi  Barzini,
    chiacchierando direttamente nel salotto di famiglia con Umberto,  fece
    un colpo grosso. Seppe che,  nell'eventualit di un esito negativo del
    referendum, i monarchici si stavano preparando per un colpo di stato.
    L'Unit  usc  a tutta pagina con la notizia e la manovra fu sventata.
    Spedito in Portogallo dalla famiglia,  Giangiacomo riusc a  inserirsi
    negli  ambienti  dell'emigrazione  reazionaria  italiana  e  a mandare
    informazioni al P.C.I.  Solo nel 1948,  dopo la sconfitta  del  fronte
    popolare delle sinistre, entr ufficialmente nel Partito comunista. Si
    iscrisse  alla  sezione  di  via Duccio da Boninsegna,  e ricominci a
    frequentare vecchi  partigiani  che  non  si  erano  tolti  l'elmetto,
    nostalgici  della  rivincita  e  della lotta armata.  A Milano in quei
    tempi operava la Volante Rossa,  un  gruppo  clandestino  composto  in
    prevalenza  da  ex  combattenti  della  Liberazione.  Le  azioni erano
    essenzialmente di "giustizia popolare" e colpivano fascisti e padroni.
    Feltrinelli entr in contatto con loro.  Fu arrestato: prima per  aver
    affisso manifesti che incitavano a lotte violente e armate (in effetti
    dopo  l'attentato  a  Palmiro  Togliatti  ci  furono  grossi scontri a
    Lambrate),  poi nel corso di indagini sulle  attivit  clandestine  di
    vari nuclei di ex partigiani.  Nonostante la fondazione di un Istituto
    per lo studio del movimento operaio  e  i  cospicui  finanziamenti  al
    partito (pagava la tessera 120 milioni l'anno come ha rivelato dopo la
    sua  morte il settimanale "Potere Operaio"),  la creazione di una casa
    editrice (nel 1954) organizzata con efficienza capitalistica ma  messa
    a disposizione della formazione ideologica dei quadri,  non riusc mai
    a essere accettato dalla base.
    Lo chiamavano "il conte" e vedevano con poca simpatia la sua  Cadillac
    azzurra.  Quando  nel 1957 lasci il partito,  a causa dei dissidi sui
    fatti d'Ungheria e della pubblicazione di Zivago (una vera  e  propria
    operazione  di  samizdat  fatta personalmente a Mosca),  nessuno ne fu
    sorpreso.  Nemmeno lo stile dell'abbandono,  clamoroso  come  tutti  i
    gesti della sua vita, dest impressione.
    Feltrinelli  infatti  non  se ne and in silenzio,  ma comunic la sua
    decisione  a  un  giornalista  americano,  Ralph  Chapman  dell'Herald
    Tribune,  al  quale  dichiar:  'Mi sono accorto che,  dopo tutto,  il
    comunismo non  una risposta a tutti  i  problemi.  Il  P.C.I.  mi  ha
    deluso e in Italia ce ne sono tanti come me".
    All'apparenza  la  polemica  di  Feltrinelli  nei confronti del P.C.I.
    sembrava   di   tipo   socialdemocratico,   consono   all'Italia   del
    neocapitalismo  e alla illusione boom del centro-sinistra.  Compr una
    villa lilberty nel Monferrato, Villa Deati, si diede alle feste e alla
    vita mondana.  Ma non dur a lungo.  Poco a poco ricominci a muoversi
    all'estrema  sinistra.  Soprattutto  attraverso le pubblicazioni della
    sua casa editrice, aperte a tutte le correnti rivoluzionarie comuniste
    dissenzienti, trotzkismo compreso, protagoniste di dibattiti culturali
    e di denunce clamorose contro il sistema.
    Le sue idee non potevano trovare punti  di  contatto  n  con  gli  ex
    compagni del P.C.I.,  n tantomeno col riformismo casareccio di Pietro
    Nenni. Perci quella mattina del luglio 1964,  quando Feltrinelli usc
    da  Palazzo  Chigi  cominci  a  riflettere  sulle nuove strade di una
    possibile  rivoluzione  italiana.  Lui  che  aveva  sempre  viaggiato,
    frequentato  gli intellettuali di tutto il mondo,  cominci a muoversi
    ancora di pi all'estero. Soprattutto in America Latina. Era l che si
    potevano trovare nuove idee per Ia lotta (...).

    - Inge Schontal,  Esame di testimonio senza giuramento,  affogliazione
    N. 19, presso la Procura della Repubblica di Milano, Milano 19-3-72.
    Ho  conosciuto  Feltrinelli  il 14 luglio 1958,  in casa dell'editore
    Rowohlt ad Amburgo.  Ci siamo sposati  in  Messico  nel  1959,  ma  il
    matrimonio  non  ha  avuto  effetti civili in Italia,  a causa del suo
    precedente legame.  Inizialmente ho vissuto da  sola  ad  Ascona,  per
    evitare  inconvenienti  con  la  precedente  moglie  e  solo  dopo  la
    separazione legale siamo andati a vivere insieme a Milano.
    Ho potuto seguire le sue idee politiche fin quando ho vissuto con lui,
    cio al 1967. In questo periodo i suoi rapporti con il P.C.I., a causa
    dei fatti di Budapest e della pubblicazione del  libro  di  Pasternak,
    erano  molto  peggiorati,  ma,  in  ogni  caso,  in  quell'epoca  io e
    Giangiacomo  eravamo  principalmente  assorbiti  dall'impegno  di   un
    aumento  delle  dimensioni  e  della qualit delle attivit della casa
    editrice,  puntando specialmente al  raggiungimento  di  un  ruolo  di
    avanguardia nel campo dell'editoria mondiale.
    Noi ci recammo nel 1963 o 1964 a Cuba,  su invito di Fidel Castro,  il
    quale aveva scelto la nostra casa editrice per la pubblicazione  delle
    sue  memorie.  Questo  contatto con l'esperienza rivoluzionaria cubana
    entusiasm mio marito,  che da quel momento guard con molto interesse
    ai  problemi  dei  paesi  dell'America  Latina.  Ricordo la sua grande
    commozione per il processo contro Debray in Bolivia, per il quale egli
    volle mobilitare il pi grande numero di intellettuali e  condurli  in
    quel  paese.  Dal  ritorno  dalla  Bolivia  non    pi vissuto in Via
    Andegari,  trasferendosi in via del Carmine con  la  Melega.  Da  quel
    momento  ho  avuto con Feltrinelli solo rapporti di lavoro e quando ci
    siamo incontrati al di fuori della casa editrice lo abbiamo fatto solo
    per non turbare nostro  figlio  con  una  separazione  completa.  Dopo
    l'esperienza  boliviana (rimase in carcere un paio di giorni) cominci
    a manifestare una certa apprensione per la sua vita. Piccoli incidenti
    contribuirono a turbarlo maggiormente,  come nel caso  in  cui  sbarc
    all'aeroporto  di  Lisbona  e  fu  respinto dalle autorit portoghesi.
    Rimase molto impressionato dalla morte di Guevara  e  una  volta,  nel
    1970,  mi  disse  che  non  ci  sarebbe stato da meravigliarsi se egli
    avesse fatto la stessa fine di Ben Barka.  Tutte le volte che ci siamo
    incontrati  a  Zurigo  si  mostrava  sempre  spaventato  per eventuali
    pericoli  alla  vita  di  nostro  figlio  e  questa  sua  angoscia  si
    manifestava  sempre  pi  intensamente.  (...)  Ho  saputo  poi che in
    febbraio a Saint Moritz Feltrinelli fu colpito da una polmonite e  mio
    figlio,  che lo ha incontrato in Austria durante le vacanze di Natale,
    mi ha detto che fu colpito da un'infezione ai nervi delle gambe, tanto
    che camminava con difficolt (...).

    - Melega Sibilla, Verbale di istruzione sommaria, affogliazione N. 16,
    presso la Procura della Repubblica di Milano, Milano, 19-3-72.
    Ho conosciuto Giangiacomo  Feltrinelli  circa  sei  anni  fa,  mi  fu
    presentato   da  amici.   A  quell'epoca  Giangiacomo  era  in  attesa
    dell'annullamento del suo ultimo matrimonio,  quello cio con la prima
    moglie.  Abitavo  a Milano e Giangiacomo decise di venire a vivere con
    me in attesa di sposarci.  Il matrimonio fu celebrato dopo  circa  due
    anni.  Non sono nati figli dalla nostra unione.  Giangiacomo aveva gi
    un figlio, nato da una precedente relazione con Inge Schontal. Preciso
    che io sono entrata nella vita di Giangiacomo allorch egli si era gi
    separato dalla signora Inge Schontal. (...) La nostra vita si svolgeva
    in maniera normale e tranquilla, mio marito si recava ogni mattina nel
    suo studio presso  la  casa  editrice  dove  svolgeva  il  suo  lavoro
    ricevendo  amici  e scrittori.  Nel 1969 nel mese di dicembre partimmo
    come altre volte per trascorrere un periodo di  vacanze  nelle  nostre
    tenute  in  Austria.  (...) In seguito alle note vicende relative alla
    strage di piazza  Fontana,  nel  quale  i  giornali  italiani  avevano
    cercato di coinvolgerlo, decise di rimanere in Austria per il momento.
    (...)
    Il  figlio veniva a trascorrere i periodi di vacanza scolastica presso
    di noi.  Giangiacomo partiva per viaggi di affari,  almeno cos  penso
    data  la  sua  attivit  di editore.  (...) Facevamo una vita normale,
    Giangiacomo spesso andava a caccia nelle sue tenute, incontrava i suoi
    parenti...  comproprietari  delle  tenute,  s'incontrava  con  i  suoi
    guardiacaccia  e si occupava della coltivazione dei boschi.  (...) Mio
    marito quando era in viaggio si allontanava per periodi  che  andavano
    anche  fino  a due mesi;  quando mio marito era lontano non telefonava
    mai e scriveva molto di rado.  (...) Mio marito non  amava  confidarsi
    con  me,  o meglio,  preciso,  spesso rimaneva per ore solo con i suoi
    libri. Non parlavamo mai di politica in quanto a me non interessava in
    maniera attiva.  Rispettavo le sue idee in  quanto  era  un  idealista
    puro, non amava la violenza e penso che non avesse neanche la capacit
    di manovrare e maneggiare esplosivi e congegni a orologeria (...).

    -   Brega   Gian   Piero,   Esame   di  testimonio  senza  giuramento,
    affogliazione N.  27 presso la Procura  della  Repubblica  di  Milano,
    Milano 20-3-72
    Ho  conosciuto  G.G.F.  prima  della  fondazione della casa editrice,
    quando ancora lavoravo alla Colip, cooperativa del libro popolare,  la
    quale pubblicava la collana Universale economica da cui prese le mosse
    la  casa  editrice  Feltrinelli.  Da  allora  e  per tutti questi anni
    collaborando con la casa  editrice  in  varie  forme  (continuative  e
    saltuarie)  ho avuto modo di mantenere rapporti col suo titolare.  Non
    ho mai avuto modo di constatare che egli finanziasse tramite  la  casa
    editrice  gruppi  o  persone  che non fossero strettamente legati alle
    attivit editoriali: l'amministrazione mi risulta essere sempre  stata
    condotta   in   modo   rigoroso   e   con   rigidi  criteri  aziendali
    dall'amministratore...  Tutte le piccole spese  personali  che  G.G.F.
    effettuava   attingendo   alla   cassa   della   casa  editrice  erano
    puntualmente rimborsate a questa dalla sua  amministrazione  personale
    (...).

    -  Giuseppe Del Bo,  Verbale di istruzione sommaria,  affogliazione N.
    29, presso la Procura della Repubblica di Milano, Milano 20-3-72.
    Nel 1948 ho conosciuto Giangiacomo  Feltrinelli  e  precisamente  nel
    mese di dicembre,  al quale feci una proposta precisa di costituire in
    Italia un centro di documentazione interna: sulla storia  economica  e
    politica  a  partire dal 1700 sino ai nostri giorni.  Lui accett e si
    impegn sul piano personale oltre  che  finanziario  e  mi  accompagn
    spesso  nelle  diverse  parti  del  mondo  per  raccogliere  tutta  la
    documentazione necessaria.  Siamo stati in tutta Europa.  Con lui sono
    stato  solo  in Europa.  Il Feltrinelli si appassion personalmente al
    lavoro collaborando fattivamente quale raccoglitore di documentazione.
    Il Feltrinelli aveva appena  ricevuto  un  grossissimo  patrimonio  in
    eredit.  Nel  1956  o 1955 nacque la casa editrice Feltrinelli di cui
    Giangiacomo assunse personalmente la direzione. (...) La sua figura di
    uomo di cultura assunse una risonanza mondiale. Intorno al 1965,  dopo
    aver fondato le librerie Feltrinelli,  i suoi interessi si allargarono
    al 'Terzo mondo' (...).  Trattavasi di  un  rivoluzionario  a  livello
    ideologico  sicuramente  in  quel periodo (agosto 1967).  Premetto che
    sono stato per Feltrinelli quasi come un fratello,  egli si  confidava
    con  me  e  mi  esternava i suoi problemi e le sue preoccupazioni.  Fu
    appunto dalla esperienza vissuta e forse  subta  in  Bolivia  che  il
    Feltrinelli  cambi  in maniera quasi totale.  Mi disse di aver subito
    interrogatoli da parte di autorit boliviane che  lui  individuava  in
    esponenti della CIA,  mi parl dei sistemi d'interrogatorio,  mi disse
    che gli avevano fatto domande per nulla attinenti al  fatto  immediato
    (processo  Debray),  ma  attivit  riguardanti  azioni  rivoluzionarie
    nell'America latina.  (...) Sostanzialmente per,  durante il  1968  e
    anche  il  1969  quasi  quotidianamente  veniva  nel  suo  ufficio per
    svolgere il suo normale lavoro. Intanto lui era sempre pi interessato
    a tutto ci che riguardasse i problemi del terzo  mondo,  sempre  per
    sul  piano  della documentazione.  La circostanza che ulteriormente lo
    sconvolse convincendolo che  contro  di  lui  esistesse  o  si  stesse
    preparando  un  piano  per "incastrarlo",  come diceva lui,  fu quando
    venne convocato dal  Giudice  Amati  del  Tribunale  di  Milano  il  4
    dicembre  1969  per  fatti  relativi  alle  bombe  alla  Fiera  e alla
    stazione.  Usc da quell'incontro sconvolto e soprattutto convinto  di
    dover compiere una scelta definitiva sulle sue posizioni ideologiche e
    personali.  Decise  infatti  di  abbandonare  immediatamente l'Italia,
    assicurandosi come aveva predisposto, che io e gli altri collaboratori
    avremmo mantenuto e salvaguardato e condotto la Casa Editrice e le sue
    Librerie,  esattamente come lui avrebbe desiderato,  lasciandoci  per
    totale  autonomia  per  quanto  riguardava  le  scelte  ed i programmi
    editoriali. (...) Desidero descrivere,  per quanto mi risulta,  dati i
    miei  fraterni  contatti,  il  carattere del Feltrinelli.  Era un uomo
    indubbiamente di  grosso  ingegno,  impulsivo,  tendente  al  comando,
    appariva  diffidente,  ma di fatto era pronto ad accogliere con impeto
    le altrui opinioni, abbracciandone, se del caso,  anche la causa.  Era
    altres pronto ad abbandonare la causa,  anche in modi bruschi, quando
    l'avesse ritenuta  o  superata  o  inutile  nella  sua  mentalit.  Si
    entusiasmava facilmente.  Credeva in ci che faceva. Non ritengo che i
    suoi problemi familiari abbiano influito in modo sostanziale n  sulle
    sue  scelte,  n  sul  suo  modo di essere.  Indubbiamente per il suo
    carattere   presentava   aspetti,    qualche   volta   contraddittori,
    soprattutto  per  chi  non  lo  capiva  o non lo conosceva bene.  Tali
    contraddizioni  possono  sostanziarsi  principalmente  nel  fatto  che
    mentre si tuffava con tutto se stesso nelle cause che abbracciava, poi
    entrava  in  conflitto  con  se  stesso  in quanto affiorava in lui la
    profonda convinzione di poter essere oggetto di qualche macchinazione.
    (...) Sulla personalit di Feltrinelli ha avuto un grande influsso - a
    mio  avviso  negativo  -  l'educazione  materna.   La  madre    stata
    dittatoriale e accentratrice; Feltrinelli non aveva stima della madre,
    per  ne  aveva  subito tutto l'influsso negativo.  Feltrinelli voleva
    rompere col suo passato,  odiava i soldi e il capitale ereditato,  non
    era  per generoso nei soldi;  non ritengo abbia speso miliardi per la
    causa  rivoluzionaria.   (...)  In  questi  anni  l'ho  visto   sempre
    estremamente  dimesso;  non  credo abbia fatto in questi anni una vita
    brillante. Era un uomo orribilmente solo.  Aveva un affetto enorme per
    il figlio, per la signora Inge nutriva un'enorme stima, per la signora
    Sibilla non lo so, mi risulta che per non stavano molto insieme e ci
    non lo aiutava a colmare la sua solitudine. (...) Da me il Feltrinelli
    accettava  le  parole  pi dure e pi umane a un tempo,  egli era alla
    ricerca disperata di qualcosa che n l'infanzia n la  giovinezza  gli
    avevano  dato:  aveva assoluto bisogno di credere in qualche cosa,  in
    qualche ideale;  era alla continua ricerca di qualcosa che lo portasse
    oltre  e  pi  avanti.  Feltrinelli  fumava molto e beveva anche molto
    cambiando dal wiscky al cognac a dismisura.  Bastava  fargli  bere  in
    questi  ultimi  tempi  un  po'  di  alcool che Feltrinelli non era pi
    totalmente composto.  Fumava Senior Service,  non  gli  ho  visto  mai
    fumare le Astor (...).

    - Regis Debray,  Verbale di istruzione sommaria,  affogliazione N. 64,
    presso la Procura della Repubblica di Milano, Milano 29-3-72.
    Ho conosciuto Feltrinelli alla fine dell'estate del  1966  alla  casa
    editrice  qui  a  Milano.  Egli  aveva  letto degli articoli che avevo
    scritto sulla rivista "Le temps modernes" e mi  sono  reso  conto  che
    s'interessava all'America latina. Egli mi ha fatto delle domande sulla
    maniera in cui consideravo la situazione dell'America latina. Da parte
    mia gli ho chiesto se gli interessava pubblicare un libro sull'America
    latina  che  stavo scrivendo all'epoca.  Mostr molto interesse per il
    mio progetto ma non  abbiamo  concluso  nessun  contratto.  Non  si  e
    arrivati  a  nulla  di  concreto.  Non  l'ho mai pi rivisto perch in
    Bolivia non gli hanno permesso di visitarmi in prigione  e  ho  saputo
    solo  in  seguito che era venuto.  Non ho avuto alcun rapporto neppure
    epistolare con Feltrinelli in questi  ultimi  due  anni.  Non  ho  mai
    ricevuto  lettere  a  casa  anzi nella prigione boliviana.  (...) Sono
    venuto ai funerali per riconoscenza per quello che  Feltrinelli  aveva
    tatto  per  me  quando  mi  trovavo  in prigione in Bolivia e anche in
    ricordo dei rapporti che avevo avuto con lui nel 1966 (...).

    - Alberto Franceschini,  "Mara Renato e io",  Milano 1988,  Mondadori.
    Frammenti.
    Renato  e  io  ci  incontravamo  con  lui una volta la settimana,  ai
    giardini del parco Sempione.  Dovevamo fingere di non sapere  che  era
    Feltrinelli; per noi doveva essere solo Osvaldo, un militante dei GAP,
    e anche se lo conoscevamo dai tempi del movimento di Trento,  stare al
    gioco era obbligatorio. Parlava sempre lui. Seduto su una panchina, le
    gambe allungate,  le mani in  tasca,  lo  sguardo  al  cielo  come  se
    cercasse  un'ispirazione,  ci  sommergeva  di discorsi sulla strategia
    rivoluzionaria,   la  struttura  dell'esercito  proletario,   l'Unione
    sovietica  e  il  suo ruolo guida.  Noi avevamo rinunciato all'idea di
    interromperlo per dire la nostra, lo ascoltavamo pazientemente, i suoi
    progetti non ci convincevano.
    - Oreste Scalzone, "Lettera aperta a Carlo Feltrinelli",  Parigi 1988,
    in: Frigidaire n. 95, Ottobre 1988. Frammenti.
    (...) E' innanzitutto come "compagno Osvaldo", combattente comunista,
    che  tuo  padre  avrebbe  amato essere ricordato: detestato da 'loro',
    amato da 'noi' ("vedi, questa  la 'loro' Westminster", diceva Lenin a
    Trotzkij passeggiando per Londra...)
    Cos, in tutti questi anni, "Osvaldo"  rimasto senza sepoltura. (...)
    In un opuscolo in sua memoria Giampiero  Brega  rifer  a  Giangiacomo
    Feltrinelli  una citazione di non so pi chi: "E' il solo e unico homo
    novus che io abbia conosciuto".  E' un po  vero.  Io  lo  consideravo,
    anche,  testardo,  romantico  teoricamente arcaico,  sognatore vetero-
    comunista e  un  po'  semplicisticamente  terzomondista  e  castrista.
    Litigavamo sulla natura dell'URSS,  sul "campo socialista",  sulla sua
    ossessione del fascismo e del 'golpe', su Secchia. Ma ci rispettavamo.
    Quando (ancora potente editore che ci aiutava con un  pre-acquisto  di
    qualche  migliaio  di  copie di Potere Operaio) ci propose di inserire
    nel nostro settimanale un suo foglio "Rassegna comunista",  ai  nostri
    occhi   tardo-resistenziale,   ammalato  di  neo-partigianesimo  e  di
    fochismo, gli dovemmo dire di no e non insistette (fece poi,  quasi da
    solo,  il  suo  "Voce  Comunista").  Quando  faceva  editare  - "dalla
    Feltrinelli" come diceva lui - la rivista "Compagni" (alla  cui  breve
    vita  parteciparono anche Eco,  Nanni Balestrini e altri intellettuali
    di  grido)  ci  propose   con   schiva   timidezza   di   pubblicargli
    un'intervista,  in  cui  spiegava  le  ragioni  del suo passaggio alla
    clandestinit pi ampiamente di quanto aveva potuto tare in una famosa
    lettera all'Espresso Fu tutto.  In questi tempi  dei  Berlusconi,  una
    rara lezione di stile.
    Litigavamo   (la  sua  testardaggine  era  proverbiale  e  la  nostra,
    "teorica") ma mantenemmo sempre tra noi qualcosa di pi dell'amicizia,
    della solidariet e dell'affetto: una profonda complicit.
    Cos,  quando decise di  partire,  io  e  qualche  altro  compagno  lo
    aiutammo;  anche  se non condividevamo le sue previsioni sul golpe,  e
    se,  alla sua attenzione privilegiata alla lotta contro l'imperialismo
    americano e il sub-imperialismo tedesco,  preferivamo la lotta operaia
    contro quello di casa nostra. Quando mi chiese di andare all'emeroteca
    dell'Istituto Feltrinelli a ricavare dai giornali l'elenco  dei  morti
    per omicidi bianchi, o di andare a ritirare a Lugano una valigia piena
    di  opuscoli  della  "Brigata  GAP  Canossi  (che  faceva  saltare  le
    betoniere dei cantieri degli omicidi bianchi,  quelli dove i  muratori
    si  ammazzavano  cadendo  dalle  impalcature,  per  super-lavoro e per
    mancanza di misure di sicurezza,  che i padroni  consideravano  troppo
    costoso installare) lo feci.
    Ricordo  come  scelse  il  nome  "Osvaldo".  Passeggiavamo per Genova,
    vedemmo un'insegna luminosa con su scritto "Osvaldo Ivaldi", lui stava
    per partire e ci voleva un nome in codice.  Ecco - disse - mi chiamer
    Osvaldo.
    Ripensandoci  mentre  rientravo  a Terni in treno nella fredda mattina
    del giorno di Capodanno '70 mi dissi che era un inguaribile romantico:
    Osvaldo  il nome di Pesce,  il leggendario capo dei "Gruppi  d'azione
    patriottica"  della  Resistenza  di  citt,  e  Ivaldi  il suo nome di
    battaglia,  come lui stesso racconta in "Senza tregua,  la guerra  dei
    gap".  E  alla  sigla  GAP,  Osvaldo  ispir  i  suoi  Gruppi d'azione
    partigiana" (come altri, poi, gli effimeri "Gruppi armati partigiani e
    "proletari").
    Ricordo che aveva le lagrime agli occhi, una mattina fredda soleggiata
    e ventosa sul ponte di via Farini a Milano,  a due passi dalla  nostra
    sede,  il  giorno dopo che era accaduta la tragedia della '22 Ottobre"
    di Genova (durante una rapina M.R. uomo conosciuto peraltro per la sua
    mitezza - aveva involontariamente  ucciso  il  portavalori  Alessandro
    Floris  -  era stato ripreso in una foto rimasta celebre,  inseguito e
    arrestato).
    Osvaldo preferiva farsi i "timers" con le scatole di fagioli, come gli
    aveva insegnato Fidel,  e accettava di rischiare di persona per andare
    a prendere i soldi in una banca, non certo per non 'sperperare' la sua
    fortuna  (  la  vita che poi ha messo in gioco),  n solo per fedelt
    alle tradizioni e alle 'leggi' dei movimenti e partiti rivoluzionari e
    delle organizzazioni guerrigliere.  N (come fu in quel tempo per  me)
    perch  "il  salario operaio,  per definizione,  non basta a coprire i
    costi dell'organizzazione di classe".  Ma soprattutto per una  ragione
    personale  e  profonda,  di  cui  aveva pudore: sapeva che,  se avesse
    ceduto alla tentazione  della  via  pi  facile,  quella  di  fare  il
    mecenate  perch  il  fine  giustifica  i  mezzi avrebbe introdotto un
    elemento che avrebbe corroso la rete militante a  cui  era  legato,  e
    avrebbe finito inesorabilmente per circondarsi di mercenari (cos come
    nella  sua vita di editore era stato spesso attorniato,  suo malgrado,
    di cortigiani:).  Ricordo che raccontando  del  suo  soggiorno  con  i
    Tupamaros  (dei  quali  trov  il  modo  di pubblicare due libri),  si
    accalorava a raccontare che, per esempio,  quei compagni consideravano
    giustamente  il  "kidnapping" (Nota del Redattore: rapimento a fini di
    riscatto, in genere di bambini) contrario alla morale rivoluzionaria".
    Aveva ragione, e sono sicuro che pensasse anche a te, il piccolo Carlo
    Fitzgerald,  che quando ne parlava - lui d'abitudine timido e schivo -
    gli  si illuminava il viso e gli ridevano gli occhi.  Quando seppe che
    era nato a me e Lucia nostro figlio Emiliano,  mi port un  giocattolo
    di legno.  Me ne ricordai otto mesi dopo,  quando Emiliano mor per un
    "rio morbo  selvaggio"  che  aveva  aggredito  all'improvviso  la  sua
    piccola vita.
    Osvaldo  era tutto meno che un terrorista,  voleva spiegare alla gente
    con le parole,  non lasciarli soli davanti  al  fatto  compiuto  delle
    azioni.  Non  un caso che si impegn come un matto per "Radio GAP" (a
    cui fece eco a Roma la "Radio clandestina operaia",  d'impostazione  -
    diceva  lui  -  "sindacalista  rivoluzionaria"  pi vicina alla nostra
    cultura).
    Lo vidi per l'ultima volta in un cinema (come spesso  amava  fare,  il
    che mi ha dato l'alibi per vedere alcuni dei film che altrimenti avrei
    rimpianto)  pochi  giorni  prima  della sua morte,  nel marzo del '72.
    (...)
    Osvaldo  mi  aveva  cercato  perch  si  prevedevano  scontri   gravi,
    coll'ormai usuale morto fatto dalla polizia. Mi chiese se a mio parere
    il  movimento  avrebbe potuto accettare il fatto che lui e alcuni suoi
    compagni  venissero  alla  manifestazione  armati,   con  compiti   di
    eventuale  autodifesa.  Fu  la  prima  volta  che sentii l'espressione
    'gruppi di fuoco'.
    Ci pensai, gli risposi di no. (...)
    Il suo problema era quello di  vedere  come  mantenere  la  permanenza
    dell'offensiva (o quantomeno sviluppare contrattacco e resistenza) nei
    tempi duri del 'cavo dell'onda' che si preparavano.
    Per  questo,  c'era  il  problema di un'ossatura politico-militare del
    movimento.  Che lui non vedeva nella forma di un  'Partito-guerriglia'
    (come poi,  per esempio, le Brigate Rosse); ma in quella di un vario e
    articolato e pluralistico fronte. A cui un giorno - e qui radicalmente
    divergevamo - sarebbero state costrette dagli eventi ad aderire  anche
    le organizzazioni 'storiche' del Movimento Operaio riformista.
    Penso,  ora,  a  quanto ebbe a cuore l'istruzione di un vero dibattito
    teorico su queste questioni.  Intanto ho l'impressione che vedesse - o
    almeno  cercasse di vedere - "tutti" (voglio dire,  anche tutti quelli
    che poi lo hanno rinnegato,  come San Pietro).  Ricordo che mi  diceva
    spesso,  con un misto di affetto e di 'gelosia' (o meglio,  di spirito
    di competizione "bisogna vedere Renato,  discutere della  costituzione
    del fronte...".
    E  poi aveva una vera passione pedagogica.  In quegli anni aveva fatto
    pubblicare,  per vie  traverse  "L'insurrezione  armata"  del  Neuberg
    ('nome  d'arte'  di  un  gruppo  di  lavoro della Terza Internazionale
    coordinato da Togliatti e Ho-Chi-Minh). E poi la raccolta "Lenin sulla
    guerra  partigiana",   il  manuale  "Die   Total   krieg",   preparato
    dall'esercito  svizzero  per  l'eventuale  scenario  di una guerriglia
    anticomunista,  "Guerriglia e  guerra  rivoluzionaria  (dedicato  -  a
    conferma  del  fatto  che  Feltrinelli  non  fu  mai  stalinista - "al
    Maresciallo  Mihalil  Tukacewskj,   eroe  e  genio  dell'Armata  Rossa
    fucilato durante le 'purghe' di Stalin").  E poi molti altri testi che
    ora  non  ricordo.  D'altra  parte,   gi  prima  del  passaggio  alla
    clandestinit e all'azione, aveva editato i "Diari del Ch" e numerosi
    altri  materiali,  fortemente 'orientati'.  Insomma - contrariamente a
    ci che sostiene chi volle  amputarne,  dimenticarne  e  semplificarne
    l'identit  e la memoria - tuo padre,  Carlo,  era un uomo complesso e
    multiforme.  Certo  che  "disdegn  sempre  dissimulare  le  sue  vere
    intenzioni,  e  predic  la  necessit  del rovesciamento violento del
    potere della classe dominante...".
    Quel pomeriggio, dunque,  rimase amareggiato e deluso,  frustrato.  Ci
    lasciammo  con questo velo di tristezza.  Ne ho conservato a lungo una
    specie di rimorso.
    L'11 marzo gli scontri ci furono,  duri.  (...) La polizia colp  alla
    cieca, facendo un morto: l'anziano passante Giuseppe Tavecchio, ucciso
    da  un  candelotto  sparato  come  al solito a tiro disteso ad altezza
    d'uomo, che lo colp in pieno volto.
    Chiss se Osvaldo era  alla  manifestazione,  o  quantomeno  in  zona.
    Immagino comunque cosa possa aver pensato. Credo di capire che dovette
    decidere febbrilmente di dover fare qualcosa,  e pens al black-out di
    Milano come rappresaglia,  convinto che  fosse  necessaria  un  azione
    clamorosa per "evitare la demoralizzazione del movimento".  Dev'essere
    stato cos, in questo clima politico e psicologico, sotto la spinta di
    una forte componente, come avrebbe detto Sartre,  d'indignazione,  che
    l'operazione  black-out  fu preparata cos malamente e fin come fin,
    con quella morte atroce su quel  traliccio  maledetto  di  Segrate,  a
    causa di un errore che fa pensare a una tragica ironia della sorte.
    Osvaldo  pensava  che  tutti  gli  strumenti militari dovessero essere
    artigianali: non tanto per una  componente  d'ideologia  pauperistica,
    che  sarebbe  stata peraltro comprensibile in uno come lui,  transfuga
    della  borghesia:  quanto  per  una  considerazione  strategica  sulla
    necessit  della "riproducibilit su larga scala" dei mezzi d'azione e
    delle tecniche operative (il che dimostra la sua concezione  popolare,
    virtualmente di massa delle forme della "guerra di classe").
    Fedele  ai  suoi  principi e alle sue scelte,  Osvaldo prepar da s i
    timers,   adattando  degli  orologi.   Forse   nella   fretta,   nella
    concitazione, sbagli, e tolse la lancetta delle ore invece che quella
    dei minuti,  lasciando quest'ultima per il contatto.  Cos, per questo
    incidente atrocemente banale, l'esplosivo scoppi dopo,  mettiamo,  15
    minuti, invece che dopo tre ore. E' andata cos. (...)
    La  cerimonia  funebre al Cimitero Monumentale di Milano,  quel giorno
    triste e assolato,  fu la consumazione di un  tradimento  che  avrebbe
    pesato,  'a futura memoria' su vita e destino dei movimenti degli anni
    a venire.
    Quella cerimonia fu, a dirlo propriamente, empia.  Erano un tradimento
    i  fiori  bianchi  di  Oberhof  sulla bara,  che noi arrossammo con le
    bandiere di Potere Operaio abbrunate che avevamo potuto introdurre nel
    cimitero,  'quadrill' di polizia come in una scena  della  Madrid  di
    Rossif,  nascondendole  sotto giacche e bluse.  Arrossammo quel bianco
    con un'idea semplice e teatrale: quando passavamo,  seguendo  la  fila
    indiana,  accanto  al  catafalco,  ci  strappavamo  dalla  manica  del
    cappotto i bracciali rossi abbrunati che  portavamo,  e  li  gettavamo
    come fossero fiori, addosso a quei rami di fiori bianchi di Oberhof...
    Ricordo Franco,  Marione,  Emilio,  Livia, Toni, Paola, Sergio, Lucia,
    Mariolino, Alberto, Marisa, Giairo, Cecco,  Roberto,  Chiara,  Grazia,
    Claudia,  Adriana,  Nanni...  Mentre,  sulla  porta  della cappella di
    famiglia,  parlavano gli oratori ufficiali (ricordo  Maria  Antonietta
    Macciocchi,  Rgis Dbray, Klaus Wagenbach), io sollevato sulle spalle
    da alcuni compagni gridai: "Il compagno Feltrinelli non  una vittima,
    ma un comunista che ha scelto di tradire la classe  dei  padroni,  per
    diventare un combattente della guerra di liberazione sociale".
    Si consumava l, Carlo, attorno alla bara di tuo padre, quella rottura
    che  ci  avrebbe sempre di pi fatto divergere dai futuri destini neo-
    parlamentari del grosso del 'gauchisme'.  Noi andavamo verso il nostro
    destino,  loro  cominciarono  l  la 'deriva' che li avrebbe portati a
    entrare in punta di piedi nelle anticamere del potere.
    Ti ho raccontato queste cose in una lettera aperta, Carlo,  per dire a
    te e a tutti che anche questo era Giangiacomo Feltrinelli,  Osvaldo. E
    Osvaldo non era meno vero del brillante 'cane da  tartufi'  editoriale
    che aveva 'scoperto' Pasternak e Tomasi di Lampedusa (...)
    Ma,  come  tuo  padre,  appartengo  alla  razza  di  quelli  che amano
    scommettere controcorrente.  Come Giangiacomo cominci a fare a sedici
    anni,  quando  abbandon una prima volta la sua Itaca per andare con i
    ribelli.  Dicendo ai compagni adulti - come nella  canzone  -  "se  ci
    resta ancora mondo, sono pronto, dove andiamo?"
    Parigi 20 settembre 1988.

    - Renato Curcio, "A viso aperto", intervista di Mario Scialoja, Milano
    1993, Mondadori.
    (...)   Nell'arco   delle   sue  "lezioni",   Feltrinelli  un  giorno
    intrattenne Franceschini e me sulla necessit di avere  sempre  pronto
    "lo zainetto del guerrigliero".  "Cos' lo zainetto del guerrigliero?,
    domandammo  sbalorditi.   "E'  uno  strumento  di  sopravvivenza   che
    l'esperienza di guerriglia in America Latina e gli insegnamenti di Che
    Guevara indicano come indispensabile", ci rispose. "Deve essere sempre
    a  portata di mano,  in modo da permettere una fuga immediata,  e deve
    contenere dei vestiti di ricambio, dei documenti, dei soldi,  tutto il
    necessario per una latitanza cittadina. E anche un sacchetto di sale e
    dei sigari". "Scusa, chiesi io, ma perch il sale?" "Perch il sale in
    America Latina  un bene prezioso". "Va bene, ma qui siamo a Milano, e
    il  sale si trova ovunque".  "Non fa niente,  il sale  una tradizione
    del guerrigliero, ci deve essere".  "E perch i sigari?".  "Perch Che
    Guevara  diceva  che  il  miglior  amico del guerrigliero nelle ore di
    solitudine    il  sigaro:  anche  questa    una  tradizione,   e  va
    rispettata".   Naturalmente   questa   storia   dello   zainetto   del
    guerrigliero si tramand negli anni e divenne un po'  il  simbolo  del
    ricordo  di Feltrinelli.  Per lungo tempo nelle valigette che tenevamo
    pronte per una fuga improvvisa molti di noi continuarono a mettere  un
    po' di sale e dei sigari. Non Havana, semplici Toscanelli.



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Renato Curcio, Testimonianza al Progetto memoria, Roma 1992.
    Giangiacomo  Feltrinelli    nato  il  19 giugno 1926 a Milano in una
    famiglia piuttosto agiata.
    Compiuti gli studi superiori,  nel 1944  si  arruola  come  volontario
    nella Divisione "Legnano" del Corpo Italiano di Liberazione.
    Finita  la  guerra  si  iscrive all'allora Partito Socialista di Unit
    Proletaria.
    Secondo Henner Hess: "Al  corrente  di  quanto  accadeva  nei  circoli
    monarchici (il re frequentava il salotto di sua madre),  nel 1946 pot
    informare i comunisti dei piani per un colpo di Stato, nel caso che il
    referendum istituzionale avesse dato esito sfavorevole alla monarchia.
    Resi  di  dominio  pubblico,   questi  piani  vennero   sventati   sul
    nascere...".
    Dopo   la  scissione  di  Palazzo  Barberini,   nel  1948  si  iscrive
    ufficialmente  al  P.C.I.   Amico   di   Pietro   Secchia,   dirigente
    dell'apparato clandestino del partito, negli anni successivi s'impegna
    a  fondo  nel  lavoro  politico a sostegno di questo orientamento e in
    questo contesto subisce due arresti.
    Nel 1950 fonda l'Istituto Feltrinelli  per  la  storia  del  Movimento
    Operaio: istituto che diventa presto famoso nel mondo per la copiosit
    di dati che raccoglie e la qualit della sua documentazione.
    Nel 1954 nascono anche la Casa Editrice e le Librerie Feltrinelli.
    Alla  fine  del  1957  Giangiacomo Feltrinelli,  in seguito a dissensi
    maturati sui "fatti d'Ungheria",  annuncia pubblicamente la  decisione
    di lasciare il Partito Comunista Italiano.
    Molto   attento   agli   sviluppi   interni  ed  internazionali  della
    rivoluzione cubana,  guidata da Fidel Castro che egli va  a  conoscere
    personalmente  nel 1964,  Feltrinelli,  nel 1967,  si reca in Bolivia,
    dove  in corso l'esperienza rivoluzionaria di  Ernesto  Che  Guevara,
    per  sostenerla  e  per  chiedere  la  liberazione  dell'intellettuale
    francese Regis Debray.  Ma viene arrestato  ed  interrogato  dal  capo
    della polizia Roberto Quintanilla che,  nel 1971,  verr poi ucciso ad
    Amburgo da Monika Hertl,  con una pistola  Colt  Cobra  fattale  avere
    proprio da Feltrinelli.
    Rilasciato  ed espulso dalla Bolivia dopo forti pressioni diplomatiche
    rientra  in  Italia  e  svolge  un'intensa  attivit   saggistica   di
    diffusione delle sue idee rivoluzionarie.
    Di  agosto-settembre  del  1967   anche il primo numero dell'edizione
    italiana della rivista Tricontinental, organo teorico della segreteria
    esecutiva dell'Organizzazione di solidariet dei popoli d'Asia, Africa
    e America latina, fondata al congresso dell'Avana agli inizi del 1966.
    Rivista che,  tra l'altro pubblicher  il  "Manuale  della  guerriglia
    urbana" scritto dal rivoluzionario brasiliano Carlos Marighella.
    Il  1968  lo  vede molto attento ai movimenti studenteschi del "maggio
    francese",  di Berlino e delle universit  italiane.  Va  a  conoscere
    Cohn-Bendit, Rudy Dutschke e Ulrike Meinhof. In Italia organizza molti
    incontri  e  sostiene  alcuni  dei  giornali rivoluzionari che in quel
    periodo vengono prodotti.
    Dopo le bombe di piazza Fontana,  a Milano,  forte si  fa  in  lui  la
    preoccupazione per una svolta golpista,  che gi peraltro paventava in
    "Estate 1969",  scritto molti mesi prima.  Ecco  allora  che  allaccia
    rapporti  di  confronto e discussione con alcuni capi partigiani e con
    molti esponenti dei  gruppi  extraparlamentari  pi  vicini  alle  sue
    preoccupazioni.
    Nella primavera del 1970, d vita ai Gruppi d'Azione Partigiana.
    Nel  1971  fa  un viaggio in Uruguay dove si incontra con i Tupamaros,
    prima organizzazione latinoamericana di guerriglia urbana e ne  studia
    il modello organizzativo. Questa esperienza influenza profondamente lo
    sviluppo dei GAP, che infatti operano per propagandare in Italia ed in
    Europa  i  fondamenti  strategici  ed  i  principi organizzativi della
    guerriglia urbana,  immaginata entro il quadro di riferimenti  proprio
    delle teorie "fochiste"; si propongono cio come "fuochi guerriglieri"
    autonomi,  con funzioni d'avanguardia rispetto ai movimenti di massa e
    di appoggio esterno alle lotte.
    E' appunto in appoggio al movimento  di  lotta  scontratosi  duramente
    l'11 marzo 1972 con le forze dell'ordine,  che Feltrinelli progetta di
    sabotare il traliccio numero 71 di Segrate.  Con l'obiettivo di creare
    un black-out in alcuni quartieri di Milano.
    L'esplosione  accidentale degli ordigni piazzati sul montante,  chiude
    per per sempre il suo sogno e la sua vita.
















    LUCA MANTINI.


    Note biografiche.

    - Luca Mantini nasce a Firenze, il 18 ottobre 1946.
    - frequenta l'Istituto tecnico Leonardo da Vinci a Firenze.
    - si diploma Perito Tecnico nel 1969.
    - si iscrive all'Universit di Firenze, facolt di Economia Politica.
    - aderisce in questo periodo a Lotta Continua.
    - nell'aprile 1972, viene arrestato e processato a Prato in seguito ad
    una manifestazione con scontri di piazza.
    - all'inizio del 1973 esce dal carcere, lascia Lotta Continua.
    - nell'estate del 1974 promuove la creazione del Collettivo Jackson.
    - milita nei Nuclei Armati Proletari.
    - viene ucciso dai carabinieri a Firenze, il 29 ottobre 1974,  insieme
    a Giuseppe Sergio Romeo.





    Scritture di Luca Mantini.

    - Non ne sono state reperite.



    Documenti  prodotti  da  organizzazioni  armate  per  la persona o per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Nuclei Armati Proletari,  "Volantino",  senza  luogo  n  data,  in:
    Nuclei  Armati  Proletari,  Quaderno  numero  1 di Controinformazione,
    Milano 1976.
    La mattina del 29 ottobre 1974 a Firenze  cinque  militanti  dei  NAP
    sono caduti nella premeditata imboscata tesa a loro dai carabinieri di
    Calamari.  I  compagni  fucilati in Piazza Alberti erano militanti dei
    NAP e come tali li rivendichiamo.  Lo scopo della loro operazione:  un
    esproprio  per autofinanziamento e le loro vite sono state stroncate a
    raffiche di mitra con la precisa intenzione di  ottenere  il  massacro
    che  si    concluso  con  la morte di due compagni ed il ferimento di
    altri due: uno dei quali in modo  grave.  Un  compagno    riuscito  a
    fuggire  ed    ora  in  luogo  sicuro.  Questa  logica  del  massacro
    premeditato,  si ricollega alla fucilazione di Del  Padrone  (Firenze-
    Murate),  alla strage di Alessandria, alla morte dei compagni uccisi a
    San Basilio e a Lamezia Terme;  tanto per citare gli ultimi fatti  che
    concretizzano la precisa volont dello Stato dei padroni.  Come sempre
    anche a Firenze i carabinieri hanno aperto il  fuoco  senza  preavviso
    alcuno  contro  i  nostri  compagni,  sicuri dell'impunit propria dei
    lacch  armati  dello  Stato,  garantita  ed  avallata  dalla  diretta
    complicit della stampa borghese e revisionista con i suoi falsi,  con
    le sue mistificazioni.
    La morte di questi compagni prosegue l'infinita  lista  di  quanti  da
    sempre  hanno  saputo battersi e morire per la libert anche quando il
    "comodo politico" di tutti esigeva i pi  immondi  baratti  di  questo
    inalienabile valore.
    Sappia di illudersi chiunque pensi che la morte di Mantini e Romeo sia
    un  pauroso  esempio di repressione che dovrebbe far desistere quanti,
    proprio da questo esempio,  trarranno motivo e momento per  effettuare
    un salto qualitativo definitivo dalla loro lotta.
    Mentre  le  trombe  della  paura  padronale  strombazzano  la presunta
    sconfitta dell'organizzazione che per prima porta avanti i toni  della
    lotta  armata  (Brigate  Rosse)  queste  ottengono  nei  fatti la loro
    vittoria che si realizza  nel  progressivo  generalizzarsi  di  questa
    scelta a tutti i livelli proletari.  Questo nuovo massacro rientra nei
    precisi disegni del potere  che  tende  a  rafforzare,  fascistizzando
    ulteriormente  le  strutture  autoritarie  dello  Stato,  un quadro di
    pesante ristrutturazione e di svolta a destra gi in atto da tempo;  e
    che  trova  nella politica di delazione e di tradimento della sinistra
    parlamentare la sua migliore garanzia.
    Dalla  dinamica  dei   fatti   di   Piazza   L.B.   Alberti   emergono
    incontestabili due dati di fatto:
    1) La premeditazione. Intesa come scelta di intervenire nel fatto solo
    quando fosse stato possibile,  secondo i canoni della logica borghese,
    "giustificare il massacro".
    2) La precisa volont di uccidere.  Essenziale affinch  la  brillante
    operazione dei carabinieri fosse esemplare.
    Significativa  la corsa affannosa della stampa padronale tutta tesa ad
    esaltare il massacro  richiedendo  alla  pubblica  opinione  un  vasto
    assenso;  negato  di  fatto  nei  commenti  dei  proletari  fiorentini
    nonostante la disinformazione sul fatto specifico.
    Mantini e Romeo sono morti coscientemente,  avendo accettato a  priori
    una possibilit di questo genere,  forti della convinzione che l'unico
    banditismo esistente  sia  quello  capitalistico;  banditismo  che  si
    combatte  oggi  con  l'unico  mezzo che abbia una possibilit reale di
    trasformarsi in vittoria: la lotta clandestina,  propaganda armata  ed
    anticipo della lotta armata del proletariato.
    Ricordiamo  a  quanti  ancora si illudono (in buona o malafede) che la
    lotta rivoluzionaria sia possibile all'interno di un contesto  legale,
    che la legalit in Italia  firmata Mussolini. Quella cilena  firmata
    Pinochet.   Quella   dell'imperialismo   mondiale      firmata  dalle
    multinazionali USA.
    Il modo in cui sono morti i compagni Mantini  e  Romeo  ci  impone  di
    portare  i livelli del nostro scontro anche contro gli individui della
    repressione;  ed a questo dato si  uniformeranno  le  nostre  prossime
    azioni.  Non  si  illudano  i lacch armati dello Stato che sia ancora
    possibile il ripetersi della causa  che  ha  portato  al  massacro  di
    Piazza   Alberti  (una  delazione  esterna    del  tutto  estranea  e
    distribuita a tutti i suoi componenti) e siano questa volta  veramente
    pronti  a  difendere  la  loro  vita  poich  colpiremo  come e quando
    riterremo opportuno sia logico fare finch i conti tornino pari. Tutti
    sappiamo che i NAP si muovono  all'interno  di  una  logica  di  lotta
    totale  allo  Stato  e  che  a  questo  principio si uniformeranno per
    rispondere al massacro di Firenze.
    Viva il comunismo, viva i compagni Mantini e Romeo!
    Nuclei Armati Proletari. Nucleo fiorentino.




    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    - "L'agguato di Firenze",  in: Rosso contro la repressione 15,  Milano
    1975.
    Luca  Mantini    uno  dei  tanti   giovani   proletari   fiorentini,
    dall'itinerario  politico  faticoso  e  contraddittorio,  come lo sono
    sempre le scelte  che  contano.  Non    comunque  quello  che  stampa
    borghese   e   riformisti   cercano   di  fare  credere,   e  cio  un
    sottoproletario  malamente  indottrinato,   incline  alla   confusione
    ideologica  e  quindi facile preda delle provocazioni.  Luca Mantini 
    invece un proletario comunista dal comportamento limpido.
    Milita  per  due  anni  in  L.C.,  nel  periodo  di  maggiore  impegno
    antifascista militante di questa organizzazione. Siamo nel '72 durante
    la campagna elettorale che vedr i militanti di L.C.  e P.O., in prima
    linea contro i fascisti e la polizia,  impegnarsi in furibondi scontri
    a Firenze,  Pistoia, Prato. E' proprio a Prato che il compagno Mantini
    verr arrestato,  per detenzione di congegni esplosivi e resistenza  a
    pubblico  ufficiale.  La  condanna durissima a due anni e otto mesi si
    inquadra nel clima generale di  quel  periodo.  In  Toscana  oltre  60
    arresti, decine di anni di galera vengono comminati agli antifascisti.
    Luca  uno di questi. Sconta otto mesi di galera che rafforzano in lui
    la  convinzione  politica,  ma  che lo portano alla comprensione della
    necessit di un mutamento di  rotta  nelle  forme  di  lotta  e  negli
    obiettivi.  Di  l  a  poco,  infatti,  uscir da Lotta Continua,  per
    iniziare poi un lavoro sulla condizione dei  detenuti,  e  quindi  pi
    precisamente nel movimento di lotta delle carceri.
    Il  Collettivo  di  G.  Jakson sar la struttura di lavoro che Luca ed
    altri compagni sceglieranno e anche  il  primo  tentativo  di  rompere
    l'isolamento  in  cui  si  trovano le lotte dei detenuti a Firenze.  I
    risultati non si faranno attendere.  La rivolta del carcere di Firenze
    sar  un  episodio  estremamente importante per la verifica del lavoro
    fatto.
    E' sicuramente attorno a questo episodio che si rafforza la  decisione
    di  Luca di lottare a fondo anche contro tutti gli opportunismi che si
    manifestano nei primi episodi di lotta armata nelle carceri.
    Questo impegno diventer azione concreta per il compagno Luca.
    Nel corso di una azione di esproprio, organizzata dai NAP a Firenze il
    20 ottobre del '74,  il compagno Luca cade in un  agguato  teso  dalla
    polizia.  Con  lui  verr  fucilato  anche  il  compagno Sergio Romeo,
    avanguardia di lotta riconosciuta di tutti i proletari napoletani.
    Errori, ingenuit, tradimenti, non possono infangare la memoria di due
    militanti comunisti.

    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Alessandro Sjli, "Mai pi senza fucile!  All'origine dei nap e delle
    b.r.", Firenze 1977, Vallecchi editore. Frammenti.
    (...)  Di  Luca  Mantini,  per  la  gente  delle  Cure,   come se ne
    esistessero due.  Uno era  il  "bravo  ragazzo"  cos  come  si  erano
    abituati  a  conoscerlo in famiglia e nel vicinato ("Pieno di premure,
    gentile.  L'ho conosciuto bene perch lui e  mio  figlio  giocavano  a
    calcio  nella  stessa  squadra,  l'Esperia",  racconta il commesso del
    forno);  e poi c'era "l'altro Luca",  e di questo nessuno sa  o  vuole
    parlare.  Probabilmente  la  sola persona,  alle Cure,  che sospettava
    della doppia vita di Luca  era  la  madre.  "La  madre,  lei,  ne  era
    perfettamente cosciente",  dice padre A. M., barnabita, oggi a Bologna
    ma  gi  parroco  alle  Cure,  "la  madre  si  confidava  con  me,   e
    naturalmente non posso rivelare quanto mi diceva.  Si preoccupava, non
    potevano sfuggirle certe cose,  il tipo di amici che Luca  frequentava
    in  casa,  le  telefonate  che riceveva,  rientrava a notte inoltrata,
    eccetera. Questo era vero anche per Annamaria, non soltanto per Luca".
    L'altro Luca Mantini,  il vero,  gli abitanti delle Cure non lo  hanno
    mai conosciuto e ancora oggi si rifiutano di conoscerlo,  quasi che le
    sue scelte non abbiano avuto nulla a che vedere con le loro vite,  con
    le Cure,  con l'ambiente in cui  cresciuto.  Eppure  proprio qui, in
    questo villaggio fatto di casette linde e di gente  quieta  che  altro
    non  chiede che di vivere e di lasciar vivere,  che molte cose debbono
    essergli parse cos lontane dalla realt da spingerlo a cercare  altro
    in risposta alle proprie inquietudini.
    Nato a Fiesole nel 1946 da una famiglia piccolo borghese (il padre era
    impiegato  dell'azienda  tranviaria),  Luca ha ricevuto una educazione
    tradizionale. Ha frequentato la parrocchia delle Cure,  dove ebbe come
    insegnante  di  catechismo  l'attuale  procuratore della Repubblica di
    Firenze,  dottor Casini.  Si iscrive all'istituto tecnico Leonardo  da
    Vinci,  passa  da  un anno all'altro,  tra bocciature e anni ripetuti,
    senza dimostrare il bench minimo interesse per questi  studi  che  ha
    intrapreso soltanto per non dispiacere ai genitori e specialmente alla
    madre  alla  quale   legato da un rapporto molto intenso.  Il diploma
    riesce a strapparlo finalmente nel 1969.  Nel frattempo ha fatto mille
    mestieri,  cose  disparatissime,  garzone  di  fioraio e procacciatore
    d'assicurazioni, l'artigiano: statuine di gesso, crocefissi, oggettini
    ricordo,  roba di poco conto destinata  ai  turisti.  Nei  ritagli  di
    tempo,  dipinge.  Passa  da  un  mestiere  all'altro per partito preso
    perch,  dice,  un lavoro fisso equivale  a  prostituirsi.  Nel  1969,
    ottenuto il diploma di perito tecnico, si iscrive all'universit, alla
    facolt  di  Economia  e  commercio;  questa volta non per ossequio ai
    desideri dei genitori e della madre  ma  perch,  ormai  attestato  su
    posizioni  critiche  nei  confronti  della  societ  in  cui vive,  ha
    compreso che   importante  capirne  i  meccanismi.  Ma  anche  questo
    rappresenta soltanto un momento, uno fra i molti, nella sua ricerca di
    un  ruolo  e  di  una realt nella quale potersi identificare.  Il suo
    tempo e le sue energie  le  riserva  in  primo  luogo  alla  militanza
    politica. Aderisce a Lotta Continua. Partecipa alle lotte per la mensa
    universitaria,  all'occupazione  delle  case in via Manni,  del Centro
    sfrattati, della Casa dello studente. (...)
    In aprile, a Prato, durante una manifestazione per impedire un comizio
    del missino Andreoli,  avvengono scontri violenti  tra  i  fascisti  e
    gruppi  extraparlamentari.  Vengono  lanciate delle bottiglie molotov.
    Mantini ed altri due militanti di Lotta Continua vengono arrestati. La
    condanna per Luca  pesante: due anni e otto mesi di carcere.
    Nel carcere delle Murate, Luca familiarizza con altri detenuti.  (...)
    Ai suoi nuovi amici Luca si d tutto,  generosamente. Le testimonianze
    di quanti lo conobbero sono,  in merito,  inequivocabilmente concordi.
    (...) Tornato libero grazie alla "legge Valpreda",  dopo aver scontato
    soltanto nove dei trentadue mesi della condanna,  Luca Mantini  lascia
    Lotta  Continua,  di  cui  critica  la  linea  "morbida".  Entra in un
    collettivo carceri.  Pi che  mai  convinto  che  per  chi  vuol  fare
    veramente  politica  i  discorsi  lasciano  il tempo che trovano,  che
    l'impegno  va  misurato  soprattutto  nell'azione  quotidiana.  Tra  i
    compagni  del  Collettivo carceri ricordano la sua insofferenza per il
    lavoro da farsi a tavolino.  Un giorno,  dopo molto discutere,  si  fa
    convincere che tocca a lui preparare un volantino.  Ma il volantino lo
    redige in fretta e di malavoglia,  con errori di ortografia.  Non nega
    l'importanza del lavoro di controinformazione,  per il quale volantini
    e opuscoli sono elementi indispensabili,  ma  preferisce  lavorare  da
    porta  a porta,  coinvolgendo la gente.  Ed  proprio a questo modo di
    far  politica  che  dedicher  tutte  le   proprie   energie   quando,
    nell'estate del 1974, Luca stesso promuove la creazione del Collettivo
    Jackson  dopo  che  il  collettivo carceri si  sciolto.  Per il nuovo
    collettivo,  affitta una sede nel quartiere di Santa Croce,  ed    in
    questo   quartiere   soprattutto  che  imbastisce  il  proprio  lavoro
    politico,  uno dei primi ad impostare in termini di azione concreta il
    discorso dell'autoriduzione.
    E', questa, l'attivit politica "pubblica" di Luca Mantini. (...)
    Testimonianze raccolte a Firenze indicano che la morte di Luca ebbe un
    effetto  traumatizzante  tra  quanti lo avevano conosciuto da vicino e
    soprattutto tra i giovani sottoproletari.  Uno di  questi  reag  alla
    notizia tentando il suicidio in Arno.
    La  morte  di  Luca  rappresenta  un trauma non soltanto sul piano dei
    rapporti umani,  ma  anche  per  le  attivit  politiche  dei  giovani
    militanti   della   sinistra  rivoluzionaria  alle  quali  egli  aveva
    contribuito.   (...)  A  Firenze  egli  era  diventato  un  punto   di
    riferimento, un catalizzatore di umori e di energie. Come capo sapeva,
    all'occorrenza,  farsi  rispettare.  Quando  affitt quella che doveva
    essere,  tra l'altro,  la sede del Collettivo Jackson a  Santa  Croce,
    offr  parte  dello  spazio ad un gruppo di contro-cultura,  anche per
    economizzare sulle  spese.  Ma  quando  si  rese  conto,  dopo  alcune
    settimane,  che  la  presenza  nello  stesso  stabile  dei compagni di
    contro-cultura rappresentava un rischio per il  suo  lavoro  politico,
    perch si diceva che "fumassero" e per questo ed altri motivi potevano
    attrarre  l'attenzione della polizia,  li fece sgomberare.  Senza per
    addebitare loro certe spese, come l'elettricit,  e anzi restituendo i
    soldi che avevano anticipato per l'affitto (...).



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Amici di Luca Mantini, Testimonianza collettiva al Progetto memoria,
    Firenze 1995.
    Gi   nel   1973   Potere   Operaio   a   Firenze   si   voleva  dare
    un'organizzazione che potesse agire anche sul piano  extralegale.  Con
    la  condanna  di  Luca (per i fatti di Prato) noi ci si sent quasi in
    obbligo di creare all'interno della sinistra un gruppo di compagni che
    fossero capaci di lavorare anche per la liberazione  dei  prigionieri.
    Luca  all'epoca  era  di Lotta Continua,  che a Firenze era una realt
    piuttosto consistente.  Ci che differenziava Potere Operaio da  Lotta
    Continua era un principio d'organizzazione. P.O. era probabilmente pi
    disciplinato,  pi settario e Luca invece era un compagno a cui "stava
    bene tutto", un semplicione. Uscito dal carcere con la legge Valpreda,
    Luca sia accosta a P.O.  perch gli interessava anche il discorso  del
    carcere.  Luca  venne e ci present i compagni che aveva conosciuto in
    carcere.  Si tenne allora una riunione  dove  ci  si  interrog  sulla
    possibilit  di  fare  anche delle cose clandestine per autofinanziare
    l'attivit politica,  e Luca accett con entusiasmo,  e diede tutto se
    stesso ai primi espropri. L nacquero i primi nuclei clandestini. Luca
    era  uno  a  cui  piaceva "mangiare la minestra insieme",  ecco perch
    veniva cos preso in simpatia da tutti quelli che avevano sofferto  la
    vita.


    Luca l'ho conosciuto in carcere,  quando lo arrestarono per i fatti di
    Prato.  Io ero allora una delle avanguardie di lotta del  proletariato
    extralegale  detenuto.  Vedendo  che ero un punto di riferimento per i
    detenuti,  nel quadro delle lotte che  si  organizzavano  allora  alle
    Murate,  si  avvicin  a  me,  a noi.  Rimase affascinato dalla realt
    carceraria;  da fuori la vedeva in un modo,  entrandovi si rese  conto
    che  c'erano  dei  proletari,  che lottavano.  Fu l'unico compagno che
    riusc a creare un legame vero con gli altri  detenuti.  Mentre  altri
    'politici'  che  finivano in carcere avevano un po' 'la puzza sotto il
    naso',  facevano gruppetti a  parte,  Luca  si  mise  in  discussione,
    cominci  a  stare  in  cella  con gli altri,  cominci a conoscere la
    gente. Rimase affascinato da quei detenuti che si erano formati dentro
    queste lotte e riusc  a  costruirci  un  rapporto  veramente  solido,
    umano, prima ancora che politico.
    Preparammo  insieme  un piano di evasione,  poi lui venne trasferito a
    San Gemignano e la cosa salt. Lui,  uscito poi con la legge Valpreda,
    venne  a  trovarmi in carcere,  mi disse d'essere disposto a venirmi a
    prendere,  mi propose di organizzare una liberazione e sostanzialmente
    cominci  a  parlarmi  dei  NAP.  Io  poi  risolsi  la  mia situazione
    legalmente. Cos ci ritrovammo fuori, e fra i tanti che conoscevo,  fu
    l'unico  che  mi  diede una somma di denaro (piuttosto consistente per
    quegli anni),  per pagare l'avvocato.  Col massimo disinteresse,  cap
    che  ne  avevo bisogno e invece di lasciarmi andare a fare una rapina,
    mi diede questi soldi e mi present  altri  compagni.  La  realt  che
    c'era allora a Firenze,  era fatta di gruppi,  gruppetti, gente che si
    conosceva,  parlava delle azioni armate delle B.R.,  e  dentro  questa
    situazione Luca era un po' la cerniera con i gruppi di Roma,  Napoli e
    voleva costituire a Firenze un nucleo.  Voleva collegare questa realt
    fiorentina  al  discorso  pi ampio dei NAP che si stavano costituendo
    come organizzazione nazionale.  Erano a Torino,  Roma,  Napoli  e  lui
    diceva  "colleghiamoci  a  questo",  non  perch Luca condividesse una
    presunta  'strategia'  dei  NAP,   che  all'epoca  non  c'era  nessuna
    strategia,  ma  semplicemente  riteneva che,  volendo inoltrarci nella
    direzione della propaganda armata,  legarsi a chi gi aveva una realt
    pi  consolidata  e pi ampia ci avrebbe insegnato molte cose.  E poi,
    non essendo i NAP una realt centralizzata, avremmo avuto comunque una
    grande autonomia.
    Quando si tratt di unire le due cose (la realt locale con quella pi
    ampia dei NAP) i compagni fiorentini non furono  d'accordo;  dicevano:
    "Noi abbiamo il nostro dibattito,  le nostre cose,  andiamo avanti con
    le nostre cose prima di legarci a questo  'carro'  pi  grande...  poi
    vedremo".
    Quando  furono  fatte  le azioni propagandistiche con gli altoparlanti
    davanti alle carceri,  il gruppo dei compagni fiorentini era contrario
    ad attuarle anche a Firenze.  Luca invece era molto pi legato, ormai,
    con i compagni dei NAP;  era gi interno alla struttura,  e si era gi
    impegnato  che  anche  Firenze avrebbe fatto la sua azione.  In quella
    riunione,  siccome non si  era  arrivati  a  decidere  di  operare  in
    sintonia  con  gli altri nuclei,  Luca se ne and sbattendo la porta e
    decise di andare a fare da  solo  questa  azione.  Tent  di  fare  il
    megafonaggio  alle  Murate  e  non  funzion.  Non ricordo quale fu il
    problema tecnico, ma siccome non venne fuori niente quando venne fatto
    il volantino di rivendicazione Firenze non fu citata, perch non c'era
    niente da rivendicare.
    Piazza Alberti fu, in un certo senso, la stessa cosa. I NAP arrivarono
    alla necessit  di  un'operazione  di  finanziamento,  all'improvviso.
    Tutti  gli altri fiorentini non lo condivisero e si and a farlo senza
    metterli al corrente  della  cosa.  L'idea  di  fondo  era  questa  "i
    compagni  fiorentini non sono ancora convinti,  per si convinceranno.
    Quindi,  noi che siamo pronti,  lavoriamo gi  con  gli  altri,  senza
    arrivare  ad una rottura con questi".  Piazza Alberti mise in evidenza
    questo modo di stare  con  entrambe  le  situazioni  e  ci  cre  una
    spaccatura.
    Il  volantino  dei  NAP  su  quell'evento ha una credibilit limitata,
    venne fatto nella concitazione del momento su iniziativa privata di un
    militante,  che partiva dall'idea che ci  fosse  stata  una  delazione
    fuori dal gruppo.  Invece,  come poi abbiamo ricostruito anche in sede
    processuale, la cosa  avvenuta in modo molto diverso.
    L'esproprio di piazza Alberti non  era  previsto.  Dovevamo  farlo  in
    un'altra banca. Siamo arrivati l e l'abbiamo trovata circondata dalla
    celere  perch  c'era  uno sciopero.  Cos ci siamo messi a girare per
    Firenze,  passando davanti ad altre  tre  o  quattro  banche.  Nessuna
    andava  bene.  Noi  dovevamo  assolutamente  reperire  i soldi per una
    partita di armi, avevamo gi preso l'impegno,  non potevamo perdere la
    faccia.  A un certo punto siamo arrivati in piazza Alberti,  dove per
    era stato messo un uomo 'antirapina',  in borghese.  Noi ci siamo resi
    conto di essere stati visti da quest'uomo, ma credendo dovesse perdere
    comunque  del  tempo  per  chiamare  la  polizia decidemmo di farla lo
    stesso, operando molto alla svelta.  Invece questo era un carabiniere,
      andato  al  bar,  ha chiamato il suo collega e il maresciallo,  che
    abitava proprio l in piazza e  che  pare  sia  sceso  addirittura  in
    pantofole.  Si  sono  predisposti  a  triangolo  e ci hanno aspettati.
    Quando siamo usciti hanno cominciato a sparare.  Il compagno che stava
    fuori  di  copertura  si era messo anche lui a sparare,  ma gli si era
    inceppata la pistola.
    Ma per rendere chiaro chi  Luca,  oltre al  fatto  che  aveva  questa
    simpatia  per  i  rapinatori,  e  voleva  sapere  tutto,  come si fa a
    prendere le macchine, a fare questo e quello, quel giorno l, per dire
    la generosit d'animo che aveva Luca, va detto questo.  Lui guidava la
    macchina,    partito  in  mezzo  alla sparatoria,  aveva gi svoltato
    l'angolo  quando  ha  visto  nello  specchietto  retrovisore   l'altro
    compagno che aveva un mezzo autonomo,  ma era ferito ad un braccio. Ha
    inchiodato,  ha detto "c' ancora P.  ferito",  cos ha  fatto  marcia
    indietro e l'ha caricato.
    E cos  morto. Una pallottola l'ha colpito alla testa. La macchina ha
    avuto  due  singulti  e  si   fermata.  Io gli ho scosso la spalla da
    dietro e l'ho visto cadere sul volante.
    Sergio  stato il primo a uscire fuori,  si  rigirato su se stesso ed
     caduto a terra. A braccia aperte.
    Eravamo tutti feriti... siamo andati via.
    Ma  quello  che  c' da dire  quanto Luca era generoso.  Casa sua era
    aperta a tutti i ricercati di tutti i tipi,  perch lui  aveva  questa
    solidariet  umana nei confronti di tutti.  Appena trovava qualcuno in
    difficolt lui non sapeva dire di no a nessuno.  Ma tutti gli volevano
    bene,  lo  rispettavano  per questo suo modo.  Tutti i proletari,  nel
    quartiere, gli volevano bene. Lui era una calamita di simpatia, quando
    ha fondato il collettivo Jackson tutti si sono spostati l,  sulle sue
    posizioni,  ma  proprio  perch  era  un  punto  di riferimento umano.
    Personalmente  stato  il  compagno  che  mi  ha  fatto  diventare  un
    compagno.  Perch io s avevo il mio orientamento, la mia simpatia, ma
    poi rimanevo sempre sulle mie, alla fin fine.  Non mi ero ancora messo
    in  gioco  totalmente.  Invece  con  Luca...  ritrovandolo  fuori,  ho
    abbracciato il suo mondo.  Ma anche lui aveva abbracciato il  mio.  E'
    stata una cosa molto reciproca. Luca per me  stato decisivo; ma credo
    di esserlo stato anch'io per lui.





















    GIUSEPPE SERGIO ROMEO.


    Note biografiche.

    - Giuseppe Romeo nasce ad Aiello del Sabato (Avellino), il 20 novembre
    1954.
    - a tredici anni viene messo in una casa di rieducazione.
    -  nel  1968 muore sua madre;  ha quattordici anni e,  poche settimane
    dopo, viene arrestato, a Napoli,  per aver minacciato a mano armata la
    padrona  di  un appartamento che lo ha sorpreso a rubare;  finisce nel
    riformatorio di Nisida.
    - in carcere,  l'incontro casuale con l'anarchico Giovanni  Marini  lo
    porta a conoscenza della letteratura politica marxista e degli scritti
    rivoluzionari dei neri americani.
    -  quando  viene scarcerato si trasferisce a Roma,  dove trascorre due
    mesi lavorando al giornale "Re Nudo".
    - emigra successivamente in Belgio e trova  alloggio  presso  parenti.
    Qui  conosce i militanti della "Quarta Internazionale".  Poco dopo,  a
    causa della sua militanza politica, viene espulso dal Belgio.
    -  tornato  a  Napoli  aderisce  a  Lotta  Continua,  diventandone  il
    dirigente del "servizio d'ordine".
    - per via di condanne precedenti divenute esecutive,  o per i fatti in
    cui si trova coinvolto in margine alle sue  attivit  politiche,  egli
    torna periodicamente in carcere.
    - milita nella Commissione carceri di Lotta Continua.
    - alla fine del 1973 esce da L.C.  e con altri militanti napoletani da
    vita ai Nuclei Armati Proletari.
    - viene ucciso dai carabinieri a Firenze, il 29 ottobre 1974,  insieme
    a Luca Mantini.



    Scritture di Giuseppe Romeo.

    - Giuseppe Romeo,  "Testimonianza autobiografica",  in: Soccorso Rosso
    napoletano (a cura del), "I nap",  Milano 1976,  Collettivo Editoriale
    Libri Rossi.
    Ero entrato in galera il 4 ottobre per aggressione alla sede fascista
    Berta a via Foria, ero stato accusato dal segretario della stessa sede
    di averlo aggredito e di avergli spaccato la faccia, causandogli dieci
    giorni  di  ospedale.  Dopo  dieci  giorni dal padiglione Livorno sono
    stato portato alle celle (di punizione) perch mi ero  arrampicato  su
    un  finestrone  per  parlare  col magistrato.  Le guardie hanno subito
    montato un idrante e per una mezz'ora mi hanno  annaffiato  rendendomi
    semisvenuto,  poi hanno montato una scala e mi hanno tirato gi.  Dove
    mi hanno riempito di botte.
    La testa sembrava che stesse scoppiando, di sera era ancora peggio. Mi
    dovevo  masturbare  un  paio  di  volte.   Eccitandomi  pensando  alle
    avventure che avrei avuto fuori, il cervello rilassava un po'. Mi sono
    letto  quattro  libri alla media di uno al giorno ("Il muro",  "Storia
    dell'Angola",  "Oltre la scuola" e "Il tallone di ferro"),  ho scritto
    questa  poesia  (chiamiamola  cos)  in un momento psicologico che era
    zero.  Ho voluto dire  a  me  stesso  che  continua  la  lotta,  anche
    superando  la  depressione,  perch  la  nostra  lotta  diversa,  noi
    abbiamo lottato da piccoli per  mangiare  e  per  spezzare  le  nostre
    catene, perci non ci resta che lottare.

    Dai piccoli bassi
    e scuri vicoli
    abbiamo aperto gli occhi
    tutto era scuro e vecchio.
    Appena ho fatto i primi passi
    sono andato l
    nella piazza del Castello
    era diverso,
    c'era il verde e i negozi
    i pullmans e i turisti.
    Mi ha preso una guardia
    e mi ha chiamato
    vagabondo.
    Allora mi hanno messo in un collegio
    dove c'erano le suore
    che ci imparavano a pregare
    picchiandoci per nulla.
    Abbiamo rifiutato
    la cultura dei borghesi
    e ci hanno voluto rieducare
    in dei riformatori.
    Fra botte e fame
    abbiamo imparato ad odiare.
    Siamo usciti a 18 anni
    ma non eravamo ancora pronti
    per entrare nella societ,
    allora ci hanno radiato
    e ci hanno messo
    in stanze buie,
    con le sbarre e porte chiuse
    legati sopra i letti
    e la gavetta vuota
    qui c' la fame come in India.
    Lavorare per quattro soldi
    oppur star chiusi in cella
    abbiam visto che c' lo sfruttamento.
    Ci dan botte come niente
    e cella d'isolamento.
    Abbiam visto i sorrisi
    e sguardi infami
    del maresciallo e brigadiere
    anche loro servi del potere.
    Ma abbiam gridato
    l'estate sar calda,
    ci siam presi il carcere,
    abbiamo rotto i muri
    scardinati i cancelli
    dato a fuoco i pagliericci
    e tante botte alle guardie infami.
    Poi i celerini a migliaia
    hanno attaccato
    bombe lacrimogene
    contro le nostre tegole.
    Lotta dura abbiam gridato
    ma eravamo ancora pochi
    abbiam perso la battaglia
    ma la guerra  ancora lunga.
    Poi ci hanno incatenati
    e mandati assai lontano.
    Un celerino figlio di puttana ha detto
    non aver paura sporco ladro
    ma il compagno a pugno alzato
    ha gridato
    chi ha paura, ma di chi.
    Qui  gi guerra
    con molti feriti
    non ci resta che lottare.
    Lotta dura abbiam gridato.
    (25 ottobre 1973).





    Documenti  prodotti  da  organizzazioni  armate  per  la persona o per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Vedi capitolo per Luca Mantini.



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    - Anonimo, Volantino, Napoli 1974.
    II compagno Sergio (Giuseppe Romeo) non  morto invano.  Compagni, il
    29 ottobre a Firenze davanti alla Cassa di Risparmio la polizia ha con
    premeditata determinazione sparato e ucciso due compagni e ridotto  in
    fin di vita altri due.
    Tutta  la  stampa  ha  esaltato  questa azione poliziesca e tentato di
    infangare le figure di questi compagni.
    I carabinieri, autori materiali di questo eccidio, sono stati premiati
    dal ministro dell'interno Taviani, con il passaggio di grado.
    L'attacco dello Stato alle condizioni di vita delle masse  popolari  
    oggi  sempre  pi  duro  (centinaia  di  migliaia  di  operai in cassa
    integrazione, aumento generalizzato dei prezzi e della disoccupazione,
    licenziamenti, eccetera)
    In questa guerra di classe sono molte  le  avanguardie  comuniste  che
    stanno  pagando  con  la  vita  e con centinaia di anni di carcere per
    vedere la classe operaia e i proletari,  liberati dallo sfruttamento e
    dalla  miseria,  dalla schiavit di un sistema sempre pi putrefatto e
    incapace di soddisfare i minimi bisogni popolari.
    Il silenzio di gruppi opportunisti  e  i  fiumi  di  inchiostro  della
    stampa  di  potere  non  potranno  infangare  minimamente  la nobile e
    generosa figura dei comunisti,  tanto  meno  del  compagno  Sergio.  A
    Napoli  il  compagno  Giuseppe  Romeo  era  conosciuto  con il nome di
    Sergio. I proletari che lo hanno conosciuto ricordano il suo carattere
    generoso,  pieno di vita,  il coraggio e l'odio nella lotta  contro  i
    padroni, il suo attaccamento alla causa di tutti gli sfruttati.
    Il piombo del potere non servir per frenare le lotte proletarie anzi,
    esso  ci  convince  sempre  di  pi  della necessit di rispondere con
    piombo proletario.
    Il compagno Sergio, come tutti i compagni caduti, sar vendicato dalla
    giustizia del proletariato.


    - Autonomia Operaia, Volantino ciclostilato, Napoli, 29 ottobre 1975.
    Noi sappiamo bene che la societ borghese  produce  in  continuazione
    'delinquenti'  per poter giustificare l'esistenza delle galere stesse,
    mentre si prodiga a salvaguardare i veri ladri che sono i padroni,  il
    governo,  i  ministri,  che  ci  sfruttano  nei  posti di lavoro,  che
    imboscano generi  alimentari,  che  uccidono  continuamente  proletari
    (ogni  ora  viene  assassinato un operaio e centinaia vengono feriti e
    restano invalidi per tutta la vita).
    La distruzione del carcere non spetta,  perci,  soltanto a chi  ci  
    rinchiuso, ma principalmente al movimento operaio quale vero bersaglio
    che questo strumento repressivo vuole colpire.
    29  ottobre  1974:  moriva  in  un esproprio in una banca a Firenze il
    compagno Sergio.  La polizia era a conoscenza del fatto,  gli tese  un
    agguato  e lo fucilarono.  In quell'occasione moriva anche il compagno
    Luca Mantini.
    29 ottobre 1975: Sergio  ancora vivo!!!
    L'anno della contestazione e le grandi  lotte  operaie  non  manca  di
    investire  l'ambiente  contadino.  Nell'Irpinia,  in  particolare,  la
    spinta mette in moto lotte  proletarie  che  ben  presto  sfociano  in
    assalto  agli  organismi  istituzionali  dello  Stato.  La giovent vi
    partecipa in prima fila  con  la  consapevolezza  di  dover  dare  una
    risposta  adeguata  alla secolare ingiustizia: ma anche,  nello stesso
    tempo,  con la coscienza di compiere un primo atto di  liberazione  da
    una potenza ostile che la domina e la opprime.
    E'  l'anno  di  nascita  di  Giuseppe  Romeo  sul  terreno della lotta
    politica.  Gi la scuola con il suo  esasperante  nozionismo,  la  sua
    chiusura al mondo esterno,  lo porta ben presto ad una riflessione che
      di  negazione  e  di  estraneit  totale.   Da  qui  al   passaggio
    all'indipendenza,  al  principio  di  contare sulle proprie forze,  di
    fuori dall'assoggettamento familiare, il passo  breve.  Sono le prime
    esperienze di autofinanziamento che,  per,  la societ,  basata sulla
    propriet privata, non tollera. Si erge innanzi a lui,  giovanissimo e
    tutto  aperto  alla  conoscenza  del  mondo  che  gli sta davanti,  la
    mostruosa macchina dello Stato.  Lo prendono e  lo  rinchiudono,  come
    elemento  socialmente pericoloso,  in un collegio di rieducazione.  La
    vita dura,  le sofferenze cui  sottoposto,  la degradazione  di  ogni
    avanzo  di umanit,  lo portano ad una riflessione sempre pi profonda
    delle cause che hanno dato vita allo stato di cose presenti.  Siamo ai
    primi  contatti politici con i compagni,  alle prime letture dei testi
    del marxismo,  che producono in Giuseppe Romeo squarci  di  chiarezza,
    primi   frammenti   di   una   concezione   comunista   del  mondo  e,
    contemporaneamente, sentimenti di iniziative, spinte all'azione.
    Dimesso  dal  riformatorio    gi   interno   alla   lotta   politica
    rivoluzionaria;  la  sua  prima  scelta  organizzativa    verso Lotta
    Continua.  Le sue attenzioni non mancano per di rivolgersi verso quel
    particolare  mondo  delle  carceri  dove    rinchiusa quella fetta di
    umanit che la societ ha emarginato,  e che perci stesso,  oltre che
    per le sue condizioni oggettive,  tutta protesa contro di essa, senza
    mezzi termini, in un totale sentimento di distruzione. Questo richiamo
    verso  i  carcerati  lo  spinge a riconsiderare e ampliare l'orizzonte
    della  ricomposizione  di  classe  e  a  tener  conto,   nell'attivit
    politica, di questo fronte di lotta come di una potenziale base rossa,
    tale e quale come le fabbriche,  le scuole,  i quartieri proletari. Il
    suo aiuto verso i compagni  perci  politico  e  materiale  al  tempo
    stesso.  I  rischi  cui  va  incontro  hanno  all'origine  un progetto
    politico,  lucido e consapevole.  Giuseppe Romeo  sa  affrontarli  con
    coraggio  non  comune  e sprezzo della vita per il trionfo della causa
    proletaria, che, nella sua concezione,  vicina e non pu mancare.  E'
    di nuovo preso e,  questa volta,  rinchiuso a S.  Vittore. Qui tutti i
    termini della sua concezione politica si ripropongono e  riconfermano.
    Partecipa  attivamente  alla  rivolta  del  carcere.  Una  fotografia,
    scattata dall'esterno,  lo ritrae attaccato alle sbarre,  con il pugno
    chiuso  in alto,  gridare a voce spiegata il suo odio verso la societ
    dei  padroni  e  la  sua  profonda   convinzione   nella   liberazione
    dall'oppressione.
    Nuove  riflessioni  maturano  e  si  fa  sempre pi ferma e decisa nel
    compagno Romeo la determinazione di passare a livelli sempre pi  alti
    di  scontro.  Uscito  dal carcere cozza contro le prime incomprensioni
    della sua  organizzazione  che  ritiene  superata  la  fase  di  lotta
    generalizzata   e   violenta   e   si   avvia  a  proporre  una  linea
    democraticistica.  La parabola  di  Lotta  Continua,  che  comincia  a
    perdere   il   referente   di   classe  per  acquistare  quello  delle
    organizzazioni riformiste,  trova Giuseppe  Romeo  all'opposizione  e,
    infine, in posizione di aperta rottura. La sua ipotesi politica  che,
    s,  una  fase    superata  ma  per proiettarsi immediatamente in una
    superficie  che  vede  la  classe  militarizzarsi  per  una  soluzione
    definitiva  della vertenza con i padroni.  In tale concezione vi  gi
    il superamento del gruppo in quanto tale e la scelta verso l'autonomia
    operaia   come   referente   strategico   definitivo,   organizzazione
    proletaria, potere di classe dato, allusione al comunismo.
    Questa scelta intanto lo conduce in varie carceri e, in particolare, a
    Poggioreale.  In ognuna di esse partecipa da protagonista alle lotte e
    ne esce sempre pi indomito.
    Il quartiere di Forcella a Napoli,  che egli sceglie come  terreno  di
    nuova esperienza politica,  presenta tutte le caratteristiche per dare
    corpo e anima alla sua ipotesi. Si crea un'organizzazione, fa politica
    insieme ai proletari,  partecipa agli scontri sotto  il  collocamento,
    affronta i fascisti,  pesta il capo degli squadristi di via Foria, una
    sezione protagonista di varie azioni provocatorie armate.  Si  cimenta
    sul  terreno  dell'appropriazione,  d  l'esempio  con l'assalto ad un
    camion di pane e pasta,  i cui prezzi intanto  cominciavano  a  salire
    alle  stelle  e ne distribuisce ai proletari il contenuto.  Allarga la
    sfera delle sue conoscenze  politiche,  entra  in  contatto  con  vari
    nuclei  autonomi  operai,   partecipa  attivamente  all'organizzazione
    dell'autonomia operaia a Napoli.
    S'interessa di tutto e non trascura i rapporti umani con  i  compagni.
    Di ognuno vuole conoscere pensieri e opinioni politiche.  Colpisce, al
    ricordo,  profondamente la sua curiosit,  il suo interesse  per  ogni
    argomento, la sua sete di sapere e la sua attenzione vibrante per ogni
    manifestazione della lotta di classe. Giuseppe Romeo era un compagno i
    cui  tratti  umani,  oltre che politici,  difficilmente possono essere
    dimenticati. Poi,  e individualmente,  la scelta l'ha compiuta fino in
    fondo.  E' membro attivo e dirigente dei Nuclei Armati Proletari.  Non
    vi  azione a cui egli non partecipi,  fino a trovare la morte in  una
    azione  di  esproprio  a  Firenze,  giustiziato sommariamente per mano
    poliziesca insieme ad altri compagni. Aveva 20 anni.  Pur cos giovane
    la  sua  vita  umana  e  politica  era  stata intensa e vissuta in una
    pienezza assoluta. Voleva manifestarsi comunista in tutta l'estensione
    del termine.



    - "L'agguato di Firenze",  in: Rosso contro la repressione 15,  Milano
    1975. Riproduce una parte del testo del volantino sopra riportato.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    -  Roberto Silvi,  "La memoria e l'oblio",  dattiloscritto in Archivio
    P.M., Napoli 1994. Frammenti.
    (...) Ci eravamo dati appuntamento nel tardo pomeriggio in centro per
    andare poi a mangiare un gelato  a  Posillipo.  Era  sempre  piacevole
    andare  lass  in  collina  a guardare il panorama del golfo di Napoli
    oppure a passeggiare tra quelle  strade  che  avevano  conservato  dei
    viali  alberati  e qualche macchia di vegetazione che nascondeva ville
    sontuose occultate agli  sguardi  dei  comuni  mortali.  Era  un'altra
    Napoli quella della collina di Posillipo.  L'architettura stessa della
    zona, strana per la citt, era fatta tutta di ville isolate, molte con
    discesa al mare che avevano espropriato ai pi tutto il litorale della
    collina  lasciando  una  sola  discesa  libera  verso  una  spiaggetta
    abbandonata  a  se stessa,  meta dei pellegrinaggi dei compagni che vi
    andavano a fare qualche bagno quando non avevano il tempo  di  salpare
    verso  le  isole  del  golfo.  Con la speculazione laurina molte parti
    della Posillipo bassa, verso Mergellina, era stata invasa da palazzoni
    a pi piani,  ma per le strade della zona della collina  si  respirava
    ancora  un'atmosfera  di  pace  avvolta nel profumo pungente dei pini,
    sensazioni che non si potevano pi provare altrove a Napoli.
    Il gelato,  in effetti,  era una scusa.  Quello che ci interessava era
    goderci i meravigliosi colori del tramonto in quella cornice unica del
    golfo.
    Ci  eravamo goduti lo spettacolo da una panchina piazzata in posizione
    strategica di fronte al mare e al Vesuvio.
    Per me, che,  come Sergio,  abitavo le zone basse della citt,  le pi
    povere,  quelle  erano  le  prime  escursioni  che  facevo  nelle zone
    collinari e mi sembrava di scoprire di lass una citt sconosciuta, da
    poter abbracciare con un  solo  sguardo  nella  sua  totale  bellezza.
    Immergermi   nella   tranquillit   della   collina   mi  dava,   poi,
    l'impressione di essere in terra straniera tanto poco ero  abituato  a
    quella calma.  Potr sembrare assurdo,  ma quando ero giovane andare a
    Posillipo era quasi affrontare un viaggio,  per sovrappi  dispendioso
    perch,  una volta l,  i bar erano pi cari che in centro e nella mia
    famiglia giravano pochissimi soldi.  Tanto pochi  da  costringermi  ad
    andare  a  lavorare  d'estate  durante  le  vacanze  scolastiche,  col
    risultato che la prima volta che ho  messo  piede  a  Ischia    stato
    all'et  di  sedici anni per seguire "clandestinamente" la mia ragazza
    che era andata l in vacanza con la sua famiglia.
    Si era ormai fatto buio e ci incamminammo a  piedi  verso  Mergellina.
    Era  una  bella passeggiata,  tutta in discesa e in mezzo a una doppia
    fila di pini.  Avevamo riannodato il filo dei discorsi che ci  avevano
    riuniti,  ma ora, pi che altro, Sergio ci parlava della sua vita. Tra
    di  noi  era  quello  che  aveva   vissuto   pi   intensamente.   Era
    particolarmente  disteso  e  rilassato  e si lasciava andare a qualche
    confidenza.  La nostra vita non era ancora entrata a far  parte  delle
    nostre  conversazioni  abituali,  ma  il  bisogno  di  non dividere le
    esperienze  personali  da  quelle  pi  propriamente  politiche  della
    militanza  si  imponeva  sempre  pi  a chi nell'attivit politica non
    vedeva solo un modo come un altro  per  sentirsi  impegnati.  La  vita
    diventava  il  far  politica  e la sua qualit era modellata dai ritmi
    della militanza.
    - Ieri, ci diceva, ho visto Titina. Non so come andr a finire. Non si
    capisce mai bene se vuole stare con me oppure no. Dobbiamo fare sempre
    tutto di nascosto.
    - Ma chi Titina?  Quella ragazza piccoletta,  bruna,  che sta in L.C.?
    Che fa l'infermiera...?
    -  S,  disse  Sergio  un po' intimidito come se avesse il rimorso per
    aver rivelato qualcosa che non doveva.
    - Ma se non ci stai bene insieme, perch continui a stare con lei?
    - Beh!  Ci vediamo di tanto in tanto...  facciamo l'amore...  e poi  
    simpatica!
    - Ma non sta con Enzo da un paio d'anni?
    - Non lo so! Fece lui, convinto. Comunque ci sto bene con lei e questo
    mi  basta.  Ieri  abbiamo fatto l'amore sei volte nel giro di tre ore.
    Alla fine non ce la facevo pi.
    - E ci credo!
    - Ma  stato bellissimo!
    - E non ce l'hai una ragazza fissa?
    - No,  non ce l'ho mai avuta.  Con la vita che faccio.  Dentro e fuori
    dal carcere... Quando stavo al mio paese andavo alla stazione a caccia
    delle fuggiasche insieme a un mio amico!
    - Come, delle "fuggiasche"?
    -  S,  le  ragazze  che  erano  scappate di casa,  magari per qualche
    giorno. Ne trovavo, parecchie. Cos,  facevamo amicizia e le portavamo
    a  casa.  Le  ospitavamo  e ci facevamo l'amore.  Sempre se loro erano
    d'accordo, ma finiva quasi sempre cos.
    - Ma scusa, che et avevi?
    - Quindici anni,  forse sedici.  Subito dopo il riformatorio non  sono
    pi  tornato da mia zia e ho cominciato a girare insieme a ragazzi pi
    grandi di me che vivevano da soli. Ogni tanto organizzavamo un furto e
    poi ci divertivamo. Ma non eravamo cattivi!
    - Allora hai cominciato presto a far l'amore.  Io la prima volta  l'ho
    fatto a diciott'anni!
    - No,  io ho cominciato prima.  Mi ricordo gi al riformatorio,  avevo
    poco pi di tredici anni e la notte ogni tanto mi mettevo vicino ad un
    altro ragazzo che aveva un po' paura di me e gli dicevo: "Dai  fammelo
    appoggiare un poco, un poco poco". Lui sbuffava sempre e diceva di no,
    allora io lo minacciavo,  ma cos quasi per gioco,  magari gli dicevo,
    non so,  che non gli avrei pi parlato,  e lui alla fine si  girava  e
    diceva: "E va bu, ma chesta  l'urtima vota!"
    - Insomma erano ricchionate!
    - S,  ma solo per scherzare,  poi ero un ragazzo. La sera mi tirava e
    non sapevo che farne... Uh, siamo arrivati.
    - Dove?
    - Venite vi faccio vedere una cosa.  Questo  un  colpo  che  potremmo
    fare  insieme,  giusto  per  fare  un  po'  di soldi.  Gi ho fatto un
    sopralluogo e so che il sabato e la domenica non  sono  mai  in  casa.
    Oggi,  forse ci sono,  anzi  probabile. Noi andiamo solo a vedere. Se
    poi non c' nessuno allora entriamo.
    E ci mostr una 7,65 che aveva alla cintola.  - Non si sa mai!  Meglio
    essere coperti quando si fanno queste cose.
    Aveva preparato tutto senza dirci nulla.  Era,  come ci confess dopo,
    solo per metterci alla prova e vedere  se  avevamo  paura  oppure  no.
    Quando  ci  eravamo  visti  nel  pomeriggio  lui si era allontanato un
    attimo dicendo che doveva andare a casa di un  amico  a  prendere  una
    cosa ed era poi subito ritornato, ma non ci era nemmeno passato per la
    testa che si trattava di una pistola.
    Ci  trovavamo davanti al muro di cinta di una villa.  Sergio ci mostr
    un punto vicino al cancello dove il muro era un po'  dissestato  e  le
    sue  pietre formavano dei facili appigli per arrampicarsi.  Aspettammo
    che non ci fosse nessuno in strada e salimmo.
    Il muro,  alto circa tre metri,  costituiva in effetti un contrafforte
    per  un  terrapieno  che  formava un giardino,  folto di vegetazione e
    piante di ogni tipo,  soprelevato rispetto alla strada in discesa.  In
    lontananza  si  vedeva una grande villa stile tardo settecento,  tutta
    illuminata.
    - Ci dev'essere qualcuno - disse Sergio preoccupato,  poi  aggiunse  -
    Aspettate un attimo.
    Si  guard  intorno  poi  si  allontan dietro certi cespugli.  Noi ci
    guardammo dubbiosi.  Dai gesti  che  aveva  fatto,  massaggiandosi  la
    pancia prima di allontanarsi con una smorfia sul viso, non sembrava ci
    fossero dubbi sul motivo del suo allontanamento.
    - Sar l'emozione - fece Francesco.
    Dopo  poco  Sergio  torn  pi  sollevato mentre si tirava ancora su i
    pantaloni:
    - Non ce la facevo pi. Adesso possiamo andare.
    Ci avviammo lentamente e guardinghi verso la villa.  Per  fortuna  non
    c'erano cani.  Arrivammo fino a quattro,  cinque metri dalla casa dove
    ci acquattammo dietro una striscia di terra  soprelevata  che  formava
    una piccola dunetta. Di l cercavamo di vedere se all'interno ci fosse
    qualcuno. Non riuscimmo a notare ombre in movimento dietro le finestre
    e  Sergio disse: - Secondo me non c' nessuno e hanno lasciato la luce
    accesa apposta per scoraggiare eventuali ladri.
    - Che facciamo, entriamo?
    - No,   meglio lasciar perdere per questa  sera.  La  prossima  volta
    prima di venire telefoniamo.
    E  si  diresse verso il muro di cinta mettendosi a correre,  ma questa
    volta invece di scendere dal lato dal quale eravamo  saliti,  arrivato
    al limite del muretto si butt con un salto felino.  Noi lo seguimmo e
    per non essere da meno ci buttammo cadendo sul marciapiede senza,  per
    fortuna, farci male.
    Sergio  era  contento  dell'operazione,  a  quanto  pare  secondo lui,
    riuscita.  Io molto meno essendo sicuro che tutto  era  filato  liscio
    perch  noi  non  eravamo al corrente di niente e che la sicurezza che
    avevamo mostrato era pi che altro incoscienza del pericolo. Il nostro
    primo abbozzo di azione era comunque avvenuto.
    In seguito,  di tentativi ce ne sarebbero stati tanti altri,  in altre
    circostanze,  ed  alcuni sarebbero anche andati a segno,  ma non avrei
    mai pi ritrovato la spensieratezza di quei primi momenti,  per me  al
    limite  del  gioco  e  per  Sergio  gi  parte  di  una routine che ne
    strutturava la vita.



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Agrippino Costa, Testimonianza al Progetto memoria, Roma 1995.
    Mi  viene  in  mente  un'altra  figura  che  ho  amato  molto  e  che
    consideravo  un  po' il mio fratellino minore,  che ho un po' allevato
    io, nel periodo in cui ci eravamo incontrati in carcere. E' una figura
    notevole: Sergio Romeo. Io lo conobbi a Potenza, nel '71 o '72, chi se
    lo ricorda...  Lo conobbi al minorile.  Mi avevano messo  l,  sebbene
    fossi maggiorenne, perch non c'era posto nel carcere. E lo conobbi in
    un  modo  veramente  curioso.  L  al minorile c'era un ragazzo che si
    chiamava "Faccia d'Angelo" e che era un  po'  il  "capo"  di  tutti  i
    minorenni.  Era un ragazzo che aveva gi dietro le sue spalle omicidi,
    rapine, insomma era un minore terribile. E una sera vidi questa scena:
    vidi "Faccia d'Angelo" con un coltello in mano e un altro ragazzo  con
    una bottiglia rotta in mano. Si fronteggiavano. E stavano arrivando al
    peggio.  Io  intervenni e li bloccai.  E poi in seguito scoprii che il
    ragazzo che teneva la  bottiglia  rotta  in  mano  era  Sergio  Romeo.
    Invitai "Faccia d'Angelo" a non fargli del male. Poi si rivel che lui
    era un compagno,  era un anarchico,  e allora diventammo subito amici.
    Gli feci fare la pace con "Faccia d'Angelo" e chiaramente lui  mi  era
    molto  grato,  per  avergli  evitato  un  brutto  momento.  Con Sergio
    diventammo amici,  passeggiavamo insieme  nel  cortile  dell'aria,  si
    parlava  appunto  dei  primi  momenti di organizzazione che accadevano
    nelle carceri e lui mi diceva che voleva combattere, voleva fare delle
    cose, voleva liberare i compagni... e gli dissi guarda che  la stessa
    cosa che vogliamo fare noi. In quel periodo gli mancava poco ad uscire
    in libert,  e animato com'era dalla volont di  combattere,  di  fare
    delle  cose,  io  gli  comunicai  i  nostri progetti di organizzare un
    gruppo che si muovesse nella visione di liberazione,  dei progetti che
    portavamo avanti. Lui, entusiasta, accett.
    E cos lo misi in contatto con alcuni amici, alcuni compagni che erano
    gi usciti, e poi in seguito lui cominci ad operare, e nacquero i NAP
    e divenne un nappista.  Fino al 1974, quando una pallottola gli blocc
    la vita.  Una pallottola in fronte lo uccise per sempre.  Lui  e  Luca
    Mantini.
    Io  mi  trovavo a Lecce,  proprio mentre i NAP si stavano organizzando
    per liberarmi.  Sergio stesso mi aveva comunicato,  con un bigliettino
    che  mi  era giunto in segreto,  in carcere,  che c'era un progetto di
    liberazione nei miei confronti. E allora mi sentivo proprio vincolato,
    perch venivo da una rivolta (una mancata evasione finita in  rivolta)
    a San Gemignano,  e un'altra mancata evasione a Siena,  tutto nel giro
    di quaranta giorni.  E quindi il suo biglietto mi rincuor proprio,  e
    aspettavo con ansia...
    Lo seppi dai giornali...
    Ma  la  cosa  curiosa    che  quando mi giunse la notizia,  lo stesso
    giorno, mi giunse una cartolina.  Ed era proprio di Sergio.  E c'erano
    queste  parole - erano parole sicuramente del Che Guevara,  ma che lui
    aveva  fatto  proprie  -  dicevano:  "Compagno  non  importa   morire.
    L'importante  morire in piedi.  Ti abbraccio.  Sergio".  Certo Sergio
    non lo conobbi quanto altri,  ma mi lasci un segno fortissimo.  E' il
    pi  giovane dei compagni morti che io ricordi,  forse era napoletano,
    non ricordo. Era figlio di proletari, ma era rimasto orfano, credo. Ma
    c'era una determinazione in lui, ed una onest che mi impressionarono.
    Era uno di quei "scugnizzi" cresciuti nella  strada,  quindi  attento,
    coraggioso,  anche  furbo  -  ma  non nel senso della furbizia,  della
    scaltrezza, piuttosto. Un ragazzo d'azione,  cio.  Un vero guerriero.
    Che,  quando affrontava "Faccia d'Angelo",  nonostante fosse veramente
    pericolosissimo, lo affrontava come... come un samurai. Fermo, deciso.
    Eppure aveva solo un pezzo di  vetro  in  mano.  Forse  mi  colp  pi
    quell'immagine che tante altre cose.
    Il  giorno  in  cui  seppi della sua morte,  quel giorno,  scrissi una
    poesia sul muro della cella.  Le ultime parole erano:  "Scriveremo  il
    tuo nome sui muri della storia,  a colpi di mitra fino alla vittoria".
    E oggi ripensando a quelle parole mi viene da sorridere,  perch  sono
    anche  infantili,  ma  allora erano la passione,  la rabbia,  il segno
    dell'impotenza....















    BRUNO VALLI.


    Note biografiche.
    - Bruno Valli nasce a Rodero (Como), il 19 dicembre 1948.
    - frequenta le scuole a Rodero.
    - nel 1968 lavora come operaio elettricista alla Bernasconi di Varese.
    - milita nel P.C.d'I. (M-L) di Varese.
    - fra il '68 ed il '69 viene arrestato dopo  gli  scontri  tra  gruppi
    fascisti e Movimento Studentesco.
    -  nel  1969,  milita  nel  Collettivo  Politico Operaio,  vicino alla
    rivista Rosso.
    - nel 1972 lavora come operaio alla Harley Davidson.
    - il 5 dicembre 1974, viene arrestato per un esproprio ad Argelato.
    - viene trovato impiccato nel carcere di Modena, il 9 dicembre 1974.



    Scritture di Bruno Valli.

    - Non ne sono state reperite.

    Documenti prodotti da organizzazioni  armate  per  la  persona  o  per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Documenti  prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento in
    cui ha incontrato la morte.

    - "Bruno Valli.  Un mitra assurdo?",  in: Rosso contro la  repressione
    15, Milano 1975.
    Bruno Valli un mitra assurdo? Morto di lotta e di mitra.
    Alcuni fatti e qualche morale nella storia di Bruno Valli.
    1) Il capitale ha paura anche dei bambini?
    S,  soprattutto  se  son  figli  di  proletari.  La  loro  educazione
    abbisogna di sistemi speciali,  che tolgano loro  la  sicurezza  dello
    spazio vitale.  In futuro,  se saran capaci, dovranno guadagnarselo. E
    al bambino Bruno tanto meglio non va. Padre invalido, madre domestica,
    povert decorosa,  vale a dire la mancanza di tutto  che  non  sia  la
    scodella  di  minestra  e  soprattutto  ossequio  ai  potenti  che  la
    'elargiscono': il lamento e,  peggio,  la ribellione  son  quello  che
    toglie decoro ai poveri. Cos i genitori a Rodero sono conosciuti come
    decorosi e anche il bambino Bruno che  taciturno, timido, incapace di
    chiedere, come si conviene a un povero. Ma un giorno scompare qualcosa
    all'oratorio e qui si dimostra subito la fragilit del decoro,  perch
    i poveri,  ancorch decorosi son sempre  sospetti.  Cos,  guidato  da
    questa  elementare  norma  di  buon  senso,  il  prete (che a Rodero 
    Vangelo) non ha dubbi ad identificare  nel  Bruno  il  ladro.  Che  al
    bambino Bruno, allevato in povert e decoro, scotta come un'offesa che
    ricorder  tutta  la  vita.  -  Cos ho capito che il mondo pu essere
    pieno di stronzi - dice l'adulto Bruno Valli a  giustificare  un  odio
    per i preti,  arricchito di nuove e pi vaste ragioni,  ogni volta che
    avr occasione di ricordare che la  preveggenza  tipica  dell'uomo  di
    chiesa  gli  aveva  pronosticato  un  futuro  certo  di disordine e di
    vergogna.
    Morale.
    Un prete malaccorto non giustifica il potere. Vale a dire che il mitra
    in mano al Bruno non glielo ha messo lui.  Questo semmai  lo  lasciamo
    dire a quei balordi servitori del potere che si chiamano psicologi che
    sono  esperti  appunto  nel  cercare  le  ragioni  della 'devianza' in
    qualche incidente sul lavoro degli educatori. Per costoro a 'guastare'
    una persona non  quel  destino  di  schiavit  che  gi  si    visto
    all'opera su genitori gabbati e contenti, ma nella mancanza di abilit
    di  coloro  che  devono convincere un bambino che questo  il migliore
    dei mondi possibili.
    Perch altrimenti anche un bambino pu far paura al capitale.
    2) Il tempo  denaro?
    Nella decorosa casa del Bruno a Rodero  il  denaro  entra  solo  nella
    forma  del  tempo  prestato  a  terzi,  che  fa  tutto  il tempo della
    giornata.  Questo per il Bruno capita tutti i giorni con  l'aggravante
    di un paio d'ore in pi per i trasporti.  Al mattino, col freddo becco
    delle prealpi e il buio pesto dell'inverno,  ci si  infila  dentro  il
    pullman  di  linea che porta a Varese i prestatori d'opera incazzati e
    sonnolenti verso la loro meta di laboriosa  'perdita'  di  tempo.  Ma.
    Capita quando c' la neve che il pullman impieghi un po' a partire per
    via del motore freddo.  E se c'era il Bruno capitava spesso che non si
    partisse pi.  Il pullman tossiva e piangeva ma non partiva.  Il Bruno
    lo faceva "ammalare" riempiendogli il tubo di scappamento di stracci e
    giornali.  E se ne tornava a casa soddisfatto di essersi comprato otto
    ore di tempo.  Peccato che prima o poi la  neve  si  sarebbe  sciolta.
    Perch della neve non c' da fidarsi.
    Morale.
    Togliete la luce del giorno all'uomo e la sua 'natura' perde in lealt
    e schiettezza.  Dategli l'oscurit della notte come condizione di vita
    e l'uomo si far oscuro come le sue  passioni.  Contorto,  pericoloso,
    sar portato a cospirare contro i padroni del giorno e della luce.
    Le  migliaia  di vite rese 'notturne' dal lavoro non hanno trasformato
    la notte in  un  affaccendarsi  di  incontri,  riunioni,  discussioni,
    organizzazioni?  Le rivoluzioni non vengono sempre decise di notte? E'
    di notte che si capisce che i padroni sono uomini anche  loro:  perch
    dormono.
    Tranne nei gloriosi momenti in cui la classe 'nottambula' li obbliga a
    stare svegli col timore che non verr mai pi per loro un nuovo giorno
    in cui essere padroni.
    3) La meta  radiosa ma...
    Un  cinema  strapieno di operai e studenti in assemblea.  Uno studente
    armato  soltanto  del  pensiero  di  Mao  Tze  Tung  urla   contro   i
    revisionisti,  il  destino  della classe: spazzar via tutta la vecchia
    merda, prendere il potere,  gli sfruttati hanno una meta radiosa anche
    se la strada  tortuosa.  Tumulto fra i presenti.  "Fanatico,  cosa ne
    sai  della  classe  -  piccolo  borghese..."  I  "vecchi"  del  P.C.I.
    ricordano  gloriose  battaglie  tra  cui  si  annovera  una Resistenza
    Vittoriosa.   Com'  che  allora...   se  parlasse   un   operaio   lo
    ascolterebbero?  Ma  non  c' operaio che voglia parlare neanche tra i
    giovani.  "Non  affar mio,  a parlare sei buono  tu,  stiamo  con  te
    apposta,  perch  sei uno studente..." "Non c' un operaio fra di voi,
    la classe operaia  ha  le  sue  organizzazioni!!..."  Il  sindacato  
    furioso,  forte  dei  suoi iscritti in aumento perfino nella provincia
    bianca di Varese.
    "Stronzo,  io sono un operaio...  o no...?"  Ha  l  un  foglietto  di
    appunti,  idee  che gli sono venute ascoltando lo studente,  frasi del
    libretto  rosso  che  si  ricorda  bene.  Va  al  microfono,  violaceo
    dall'emozione  e  dall'incazzatura.  "Compagni,  compagni..." urla dal
    microfono.  Ma dove sono i suoi compagni  se  quelli  che  gli  stanno
    davanti  lo linciano d'insulti e gli danno del provocatore?  Compagni!
    (Ma quanti  compagni  ha  avuto  il  Bruno?  Secondo  lui,  tanti.  Di
    comunisti    pieno  il  mondo - aveva annotato sull'opera di Mao - il
    problema  quello di togliergli la paglia dal culo).
    "Compagni! Dobbiamo lottare,  non abbiamo scelta,  dobbiamo battere il
    capitalismo  e tutti i suoi reggicoda revisionisti.  Viva la dittatura
    del proletariato!"
    Fin quasi a botte. E a botte il Bruno si esprimeva meglio.
    Allora faceva l'elettricista alla Bernasconi di Varese.  I genitori ci
    tenevano  perch  era  un buon lavoro e il Bruno dava tutti i soldi in
    casa.
    Ma da allora nessun lavoro sarebbe pi stato buono per  il  Bruno  che
    cominciava cos ufficialmente la sua carriera di "testa calda".
    Vuol essere ormai qualcosa di diverso da uno sfruttato, vuol essere un
    rivoluzionario  comunista.  E  decifra  gli  ideogrammi  della  grande
    rivoluzione culturale proletaria per ritrovarci i segni delle sue otto
    ore di stupida fatica.  Ci ha fatto una lunga e  dettagliata  dispensa
    per  la  scuola  quadri.  E' il '68 dell'impazienza e il Bruno accetta
    allora anche la ragione, la pazienza, la gentilezza, perch, come dice
    lui, si riconosce nelle masse.
    Morale.
    Un discorso "povero" quello del Bruno? Ma nel '68 il discorso "povero"
     anche quello vincente.  E' un'epoca in cui la parola torna ad essere
    letta nella forma di volantino,  scritta sui muri, parola d'ordine che
    smaschera il disordine dello sfruttamento. Certo, l'analisi politica 
    carente per i tempi a venire,  perch i tempi  a  venire  sembrano  il
    presente e il presente  la lotta,   la Fiat, gli studenti in piazza,
    la rabbia rossa,  il gigante in tuta blu che si risveglia persino alla
    Ignis  di  Cascinette.  Non c' tempo per approfondire il discorso.  I
    nodi son venuti al pettine e adesso vogliamo tutto,  con  la  violenza
    degli scioperi selvaggi,  dei cortei interni,  del pestaggio dei capi,
    della paura sindacale, delle invasioni di piazza.  Nel '68 la politica
     arrivata al Bruno pi che il Bruno alla politica.  Questo  il clima
    di violenza che lo "forma", la violenza dei fatti evidenti, quando tra
    il dire e il fare non c' di mezzo  il  mare.  E  quando  la  violenza
    torner  indietro nella forma mortifera dei padroni e degli squadristi
    neri a suon di bombe,  massacri e denunce  (un  centinaio  soltanto  a
    Varese) il Bruno avr imparato una lezione che, testa dura proletaria,
    non riuscir a dimenticare.
    4) Lotta... Lotta... Lotta... Non smetter di lottare...
    Il  Bruno   arrestato un giorno dopo un tentativo di assalto fascista
    alla sede  del  Movimento  Studentesco  di  Varese.  Molte  cose  sono
    cambiate  dai  tempi  del P.C.d'I.  (M-L).  I compagni di Varese hanno
    fatto "autocritica" e il Bruno con loro.  Dopo gli  scioperi  autonomi
    all'Ignis,  l'autunno del '69 ha spazzato via i tentativi del Comitato
    di Lotta,  nato da una confluenza nel P.C.d'I.  (M-L) di compagni  del
    "Partito"  e compagni di P.o.  Fallisce la contrapposizione alla linea
    della costruzione del Consiglio.  I comizi  e  la  tenda  che  avevano
    raccolto  la  simpatia  degli operai sulla linea di "un pezzo s e uno
    no",  "meno lavoro pi salario",  "delegati  della  cogestione",  sono
    ormai   un   ricordo.   I  compagni  escono  dal  P.C.d'I.   (M-L)  in
    disgregazione.
    Si interviene adesso nel sindacato, si prendono contatti con i giovani
    operai FIM e con qualcuno della FIOM,  si spingono le linee  politiche
    pi  avanzate  cercando  di  far  emergere contenuti eversivi presenti
    nelle lotte. Si forma il primo Collettivo Politico Operaio,  organismo
    teso al "far politica in prima persona",  a scoprire il comunismo come
    "tensione  interna  alla  stessa  lotta   operaia",   ci   si   libera
    gradualmente  dell'ideologia  M-L per fondare l'unit dei compagni sul
    piano  del  programma,   contro  la  tentazione  delle  "discriminanti
    ideologiche".  Una  faticosa  azione di costruzione trasforma le prime
    agitazioni  studentesche,   guidate  ancora  sul  finire  del  '70  da
    qualunquisti  e  infiltrate da presenze di destra,  in un movimento di
    massa che,  nella citt della "violenza nera" riuscir a  riempire  le
    piazze di bandiere rosse.  Il 3 dicembre del '70 i compagni del M.S. e
    del Gramsci, vincendo lo scetticismo sindacale,  riducendo la F.G.C.I.
    ad  un  drappello  di  inseguitori  del  corteo,  guidano un corteo di
    seimila (su ottomila) studenti contro il fascismo e la repressione  di
    Stato.
    E'  la  stagione  trionfale degli "estremisti" varesini.  In quei mesi
    Bruno sa che il suo comunismo non  fuori dal mondo:  guardare  quella
    folla di giovani,  a Varese mai visti cos tanti, e ricordarsi dei due
    anni di "isolamento",  di "avanguardismo" significa per lui e per  gli
    altri  imparare  che per un comunista non conta il successo immediato,
    la ressa delle masse;  quel che conta    indicare  e  percorrere  una
    strada:  saperla  percorrere,  condizione  necessaria  perch altri la
    percorrano.  E infatti non erano l disorientati i  giovani  burocrati
    F.G.C.I. e sindacati, gli stessi che il giugno dell'anno prima avevano
    cercato di impedire (anche allora senza riuscirci per via del coraggio
    fisico e politico di un centinaio di compagni) di sfilare e di parlare
    ad  una  manifestazione  antimperialista?  E  poi,  dov'erano le masse
    quando si trattava di vedersi viso a viso  con  gli  squadristi  neri?
    Quando  in  citt  i  fasci spegnevano i giovanili ardori degli stessi
    giovani revisionisti con le sigarette accese in faccia  e  attaccavano
    in tutto il centro persino la libert di "passaggio"?
    Il Bruno queste cose ormai le sapeva,  da qui aveva prima imparato che
    l'avanguardia non si pu  eliminare  dalla  teoria  perch  c'  nella
    pratica,  e  poi  aveva imparato che essere avanguardia in fondo non 
    che diventare prima degli altri quello che  gli  altri  sono  comunque
    destinati  a  diventare.  Gli  studenti,  alla  sua rabbia metodica di
    proletario educato dalla durezza,  non piacevano tanto.  Ma col  tempo
    impar  a  conoscerli,  scopri con loro che la rabbia pu essere anche
    pi lieve, pi gioco e per non meno rabbia. I fascisti "scivolavano",
    incalliti  squadristi,   ammaestrati  alle  spranghe,   lasciavano  la
    politica: gli studenti "giocavano" bene e con lui.
    Fascismo,  Stato,  Padrone:  una  trinit un po' semplice ma tanto ben
    scolpita nella zucca che i mediocri  compromessi,  la  pavidit  degli
    eredi  della  resistenza  armata  gli  sembravano  dei "funzionari del
    sistema",   gli  "impiegati"  della  "democrazia".   Bruno  odiava   i
    "socialdemocratici":  sentiva  come  un istinto personale la forza dei
    suoi,  della  classe,  sapeva  che  solo  le  catene  a  questa  forza
    lasciavano sopravvivere la trinit odiata. Ne deduceva che spezzare le
    catene voleva dire, prima di tutto, liberarsi della pesante tutela dei
    "compromessi".  Segu  la  nuova  linea  dei compagni diventando (...)
    all'Harley Davidson finch ebbe speranze,  confermate dai  fatti,  che
    con  questa  "tattica  pi astuta" i revisionisti perdessero peso,  le
    lotte  autonome  vincessero.  Le  consultazioni  del  contratto,   gli
    dicevano i compagni, ci danno ragione: siamo stati in prima fila nello
    sconfiggere  la  piattaforma  antiegualitaria e miope presentata nella
    primavera del '72. Anche a Varese in effetti sembrava cos.
    Ma nelle consultazioni si fa la "conta";  ai  "democratici"  piacciono
    sempre  le  conte  "ammaestrate":  e il salario garantito,  i passaggi
    automatici,  la quantit del salario non  erano  pi  quelle.  In  pi
    Andreotti  al  governo  e il P.C.I.  che appariva il leader indiscusso
    della mobilitazione anticentrista (nonostante che gli extra  facessero
    chiasso  anche  loro).  Ma   la lotta di fabbrica che conta,  la Fiat
    occupata, il rifiuto del lavoro, il comunismo. Il P.C.I. si avviciner
    ancor pi all'area del potere e diventer ancora pi socialdemocratico
    di prima,  allora la "normalizzazione" pagher  per  la  sinistra.  Si
    vedr  chi  combatte il lavoro e chi vuole amministrarlo,  una nuova e
    pi alta stagione  di  lotta  si  aprir.  Questo  come  una  litania,
    ascoltava   Bruno.   La   sinistra   era   sempre  pi  divisa  e  pi
    "preoccupata", non della tattica,  a volte pi dura,  ma proprio delle
    cose di fondo, della strategia.
    "Nuova  opposizione  -  bello  schifo  -  salario  e libert - si sono
    sbagliati di 25 anni - costruzione del socialismo guidata dal  partito
    leninista - mezzo secolo di scivolata indietro".  Bruno era d'accordo:
    la sinistra extra gli pareva un colabrodo. Ma anche i suoi compagni di
    lotta non erano pi quelli: autonomia e comunismo, rifiuto del lavoro,
    lotta alla socialdemocrazia del P.C.I. che avrebbe prevalso certo,  ma
    ancora  consigli,  anche  allora,  anche  dopo la Fiat,  ancora strani
    garbugli con L.C.,  ancora tanta speranza nella linea  giusta  che  si
    afferma per convinzione.
    Bruno  cominciava  a  non  poterne pi,  fabbrica senza lotte = merda,
    lotte s ma  mediazioni  nel  Consiglio  =  merda;  gli  pareva  tutto
    inutile.  Nuovo modo di fare politica, femminismo eccetera eccetera...
    bella roba certo, ma anche qui pi che lotta gli sembrava ancor troppo
    balletto.
    L'identificazione tra la sua rabbia, il suo istinto e l'organizzazione
    e la ragione pacata dell'organizzazione,  non c'erano pi;  e per lui,
    non  c'erano  dubbi,  meglio  la rabbia che un rompicapo nel quale,  a
    questo punto,  si capiva poco davvero.  A questo punto lo perdiamo  di
    vista. Aveva fiducia, come al solito, che poi ci si sarebbe ritrovati,
    con  tanti,  con  tutti,  bastava  si  togliessero la paglia dal culo,
    quella paglia che a lui, invece,  dava un enorme fastidio.  Una rabbia
    che  altri trasformavano in "tattica" e che,  forse pi semplicemente,
    avevano meno di lui.
    Morale.
    Il personale  politico, appunto.  E per la sua persona,  Bruno Valli,
    la legalit era solo un legaccio,  politico certo,  ma un legaccio che
    non gli dava tregua,  come quando un legaccio stringe la  pelle  e  la
    taglia.  Ed era tanto un legaccio, personale e politico, che non c'era
    niente in lui della violenza come ferocia sadica che era  propria  dei
    suoi  nemici,  era  sensibile  e  gentile,  il suo mitra era impugnato
    comunque per la libert e per la vita.
    Chi ha fatto della vita una morte lenta e  noiosa  e  ha  ribadito  il
    concetto  con  la  pi  sadica  ferocia  che  la storia dei dominatori
    ricordi,  non ha diritto di parola quale che sia la violenza  che  gli
    viene ritorta contro.
    Che siano degli assassini i suoi nemici,  gliel'hanno provato non solo
    da vivo ma anche da morto: hanno ridotto  la  sua  vita  a  insulti  e
    denigratori  fatti  di  cronaca,  hanno cancellato la realt delle sue
    battaglie e la fraternit  del  suo  vivere  e  la  rabbia  delle  sue
    violenze: per questa razza del mitra "astuto",  astuto come la ragione
    della storia della classe.
    Commiato (nella forma che pi si conviene).
    "Ecco davanti a voi,  in procinto di scomparire,  il rappresentante di
    una  categoria  che  va  anch'essa scomparendo.  Noi...  che lealmente
    affrontiamo col piede di porco alla mano,  le casse  di  nichel  delle
    bottegucce,  noi  veniamo  ingoiati dal grandi Imprenditori,  dietro i
    quali stanno le banche.  Che cos' un  grimaldello  di  fronte  ad  un
    titolo  azionario?  Cos'  lo  scasso  di  una  banca  di  fronte alla
    fondazione di una banca?  Che cos' l'omicidio  di  fronte  al  lavoro
    impiegatizio?  Miei  cittadini io mi commiato da voi,  vi ringrazio di
    essere venuti. Alcuni di voi mi sono stati molto vicini".
    (B. Brecht - L'opera da tre soldi).

    Un commiato che a teatro si applaude.  Nella  vita    un  finale  che
    lascia perplessi.  Meglio pensare il Bruno come uno uguale a noi, solo
    sfortunato - nel migliore dei casi - a non possedere la linea politica
    che fa  morire  di  vecchiaia.  Uno  sbandato  pieno  di  rimorsi  che
    s'impicca in solitudine condannandosi da s.  Si preferisce credere al
    suicidio e farne un caso pietoso ma nella "norma".  Mica tanto diverso
    per  una  coscienza democratica,  da un "lontano parente" morto di una
    malattia rara. Una malattia che i giornali hanno chiamato poeticamente
    il "mitra assurdo". Ma una malattia che impensierisce se ad averla era
    uno cos normale da avere un lavoro e  la  ragazza  e  un  passato  di
    schietta  militanza.  La  diversit  del Bruno rispetto a noi  ancora
    troppo difficile da giustificare per  noi?  Perch  il  Bruno  non  ha
    bisogno di giustificazioni. Ha giustificato la sua vita stando con noi
    finch  abbiamo saputo stare con lui.  Poi,  contro la fiacca dell'et
    matura,  fatta di integrazione e di sfiducia,  ha preferito ritrovarsi
    tra le mani la lotta,  un mitra e un destino.  Cos la storia di Bruno
    non  una storia  di  disperazione.  Prima  dei  "fatti"  diceva:  "La
    rivoluzione si far anche senza di me; nella rivoluzione ognuno sa che
    cosa  gli  tocca  fare,  anche  se quelli che dovrebbero essere con me
    possono non saperlo ancora".  Nella sua storia  facile,  per  chi  sa
    quanto  contraddittoria,  leggere invece una vicenda della classe.  E
    sapere che qui sta il Bruno adesso, e non all'inferno dei preti.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Jacopo Fo, "Se ti muovi ti Stato!",  1975,  Edizioni Ottaviano.  Non
    reperito.







    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Marzia Belloli,  Lettera-testimonianza al Progetto memoria,  carcere
    di San Vittore, Milano 1993.
    Brunetto.  (Per noi era Brunetto) L'ultima volta che ci siamo  visti,
    ti  ricordi ancora?  Era un 4 novembre - quel 4 novembre - e nevicava!
    Tutti alla cascina di Casale Litta,  a sgranocchiare le pannocchie  di
    granoturco.  Io  ero piccola,  a 20 anni,  tanto piccola: il mondo era
    tanto pi grande di me,  che muovevo i primi passi verso la vita e  la
    ricerca  della libert.  Non capivo davvero granch,  di quel discorso
    l,  finito sul senso della vita e della morte.  Un  discorso  che  mi
    sembrava tanto strano fatto da te...  perch tu ridevi sempre,  con la
    tua risata squillante e contagiosa,  e mai ti  avevo  conosciuto  cos
    serio,  a dire cose come "non ho paura della morte". Cosa c'entrava la
    morte, mi chiedevo io, che andavo alla ricerca della vita... e la vita
    eri tu, gli altri, noi, e le risate e tutto il resto, la compagnia, il
    sole,  stare insieme,  il cercarsi in  ogni  occasione  possibile,  il
    rubare l'attimo per fuggire un po' da casa con una scusa o cercando di
    rivendicare  e  far  capire  quel che si poteva a chi non poteva certo
    capire quei nostri bisogni di volare via lontano... Insomma, solo dopo
    ho capito il senso di quei tuoi discorsi seri sulla morte. Poco pi di
    un mese dopo,  quando la tua immagine mi  arrivata,  diretta come una
    martellata al cuore,  dal telegiornale della notte. Ma eri proprio tu?
    Eri tu,  s,  quel Bruno Valli che si era  impiccato  nel  carcere  di
    Modena,  dopo la fallita rapina di Argelato. Avevo sentito il tuo nome
    e cognome, avevo visto la tua faccia in foto, l in televisione...  ma
    non  accettavo,  non  ci  credevo.  Quella  notte mi sono inventata di
    tutto, pur di convincermi che non potevi essere tu. Al mattino,  corsa
    ansiosa  verso  il giornale pi vicino,  dove la tua faccia stava l a
    dimostrarmi che era tutto vero. Ho conservato a lungo quel ritaglio di
    giornale. Vero.  Ok,  era vero,  ne presi atto.  Sul lavoro,  provai a
    confidarmi  un attimo,  dicendo che ero cos perch era morto quel mio
    amico l,  che era sul giornale.  "Begli amici  che  hai",  mi  sentii
    rispondere.  E allora,  per me,  non ci fu pi alcuno spazio possibile
    verso chi si dichiarava di sinistra...  e poi tanto non capiva  niente
    di  me,  di noi.  Non gliene importava davvero niente,  alla fin fine.
    Neanche davanti alla morte, ad un suicidio. "Begli amici che hai".  Fu
    tutto.  E  l cominciai a decidere della mia vita,  sul serio,  perch
    cominciavo a vedere pure quei compromessi...  e non mi  stavano  bene.
    Cominciai a vedere bene le scelte alternative,  portate fino in fondo,
    fino alle estreme conseguenze.  Come la tua,  che ricalcava quella  di
    tanti altri gi,  in altre parti del mondo. Feci la mia scelta. (Senza
    sapere minimamente cosa  avrebbe  potuto  voler  dire  materialmente).
    Avevo capito la tua,  ma non ti ho mai perdonato il suicidio, anche se
    l'ho capito bene, sai, fino in fondo.  Tu eri cos: "Libert o morte".
    Come  hai  scritto  col  tuo  sangue  sul  muro  della  cella prima di
    impiccarti, rivolgendoti a Luisa,  la tua compagna,  che io non sapevo
    neanche  esistesse...  perch in fondo non sapevo davvero poi molto di
    te... ma non importava.
    Libert o morte, come il libro dei Tupamaros.
    Solo che io ti volevo troppo bene,  per perdonarti il  suicidio.  L'ho
    accettato, s, perch tu eri cos, e a me andavi bene cos, nel bene e
    nel  male.  Ma perdonarti  un'altra faccenda,  che non abbiamo ancora
    risolto,  io e te.  D'accordo: sono io che non  l'ho  ancora  risolto.
    Perch  mi  sono  mancate  troppo  le  tue  risate contagiose,  i tuoi
    riccioli neri e le scintille di luce nei tuoi occhi scuri  e  profondi
    come pozzi. Sono passati quasi 20 anni, ma a me pare di vederti ancora
    in giro per Varese,  sulla tua HF rossa, nella tua camicia a quadri...
    se solo chiudo gli occhi per un attimo.  Brunetto.  Una grande risata,
    verso  tutti  e tutto.  Libert o morte...  s,  tutto come una grande
    risata, per te. Molte volte, sai, mi  stato chiesto: "Ma, secondo te,
    Brunetto si  impiccato davvero o  stato impiccato?" Io  non  ho  mai
    avuto dubbi, pur sapendo bene che la domanda fosse pi che lecita: hai
    scelto tu, fedele a te stesso fino in fondo, per il tuo modo d'essere.
    E  dubbi non ne hai avuti tu,  quando hai fatto la tua scelta estrema,
    ben deciso a lasciare dietro di te pianti e rimpianti,  come cose  che
    non  ti  appartenevano.  Io  non ho mai saputo molto di te e della tua
    vita,  in fondo...  e ho perso le occasioni che  mi  hai  offerto  per
    parteciparne pi da vicino,  come quella volta che mi hai costretta ad
    una risposta, finite le risate,  mentre mi riaccompagnavi a casa...  e
    io ti ho risposto, semplicemente, che non ero pronta...
    Ed   sempre cos che,  per finire o per cominciare...   stato al tuo
    funerale,  sulla tua tomba,  che ho giurato di prendere in mano il tuo
    fucile. "Non sei morto invano" ho detto...
    Brunetto,  lo  sai  che ti ho sempre voluto bene.  Anche se allora ero
    "strana" e difficile da  avvicinare  veramente.  Lo  sai  e  basta.  E
    allora...  non resta che continuare a ringraziarti per essere esistito
    cos com'eri, ed averci dato tanto.  Ti saluto con un bel sorriso,  ai
    nostri anni belli e veri.









    GIUSEPPE VITALIANO PRINCIPE.


    Note biografiche.

    - Giuseppe Vitaliano Principe nasce a Castellamare di Stabia (Napoli),
    il 18 marzo 1952.
    - frequenta le scuole a Napoli.
    - si iscrive all'universit di Napoli nel 1970.
    - milita nel movimento studentesco.
    - milita nei Nuclei Armati Proletari.
    -  muore per lo scoppio accidentale di un ordigno che stava preparando
    a Napoli, l'11 marzo 1975.



    Scritture di Giuseppe Vito Principe.

    - Non ne sono state reperite.



    Documenti prodotti da organizzazioni  armate  per  la  persona  o  per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    -  Nuclei  Armati  Proletari,  Comunicato in ricordo di Vito Principe,
    Napoli 1975.
    La sera dell'11 marzo 1975 il  compagno  Vito  Principe    caduto  a
    Napoli.
    Il  fatto  che  Vito sia morto dilaniato da una carica di esplosivo ha
    scatenato le iene borghesi e riformiste. Ricordare come gli 'incidenti
    di lavoro' capitano purtroppo ai compagni che si muovono  sul  terreno
    della  lotta  armata,  sarebbe  superfluo  se non fosse per far tacere
    queste luride carogne.
    Nel 1970 Vito Principe ha lavorato entusiasticamente con il  Movimento
    Studentesco   napoletano   in   tutte  le  sue  esperienze  di  lotta,
    antifasciste,   accademiche,   antirepressive,   e  trasse  da  questa
    esperienza  quanto  di positivo poteva offrire.  Non  un'accettazione
    ideologica del marxismo,  ma  la  scoperta  di  esperienze  pienamente
    realizzate di vita diversa, di diversi rapporti umani e politici.
    E' in questo anno ed in quelli immediatamente successivi che matura il
    salto  qualitativo  che  lo  porter nel 1973 ad essere un'avanguardia
    reale del movimento.  In questo periodo Vito paga sulla propria  pelle
    il  vivere  da comunista;  il distruggersi come intellettuale borghese
    segna il suo  momento  cruciale  di  crescita.  Per  lui  l'essere  un
    compagno,   l'essere   un   comunista  diviene  sempre  pi  un  fatto
    complessivo vissuto fino in fondo, in tutti i suoi aspetti. (...)
    E' tra i primissimi compagni  dei  Nuclei  Armati  Proletari;  il  suo
    contributo  enorme,  il suo lavoro  preziosissimo. E' un altro salto
    di qualit che Vito compie e con piena coscienza. (...)
    Il suo stile di lavoro,  la sua seriet  fatta  di  azioni  e  non  di
    professioni di fede,  la sua ricerca di unit reale,  non formale,  la
    sua decisione sono ora il patrimonio di tutti  i  compagni  che  hanno
    lottato e lavorato con lui..



    Documenti  prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento in
    cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.





    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Non ne sono state prodotte.



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Archivio P.M., Testimonianza al Progetto memoria, Napoli 1994.
    Il compagno Vito Principe  si  sviluppa  politicamente  nelle  grandi
    lotte  di massa del movimento studentesco napoletano dell'inizio degli
    anni  '70,   diventando  immediatamente  un'avanguardia  di  lotta   e
    dirigente  del movimento studenti medi,  esprimendo al massimo livello
    le sue capacit concrete di militanza e di organizzazione, ma anche di
    studio e intuizione marxista di grado elevato. La sua continuit,  nel
    movimento  studentesco  e  poi  nella  sinistra universitaria,  con le
    esperienze sociali  vissute  in  quegli  anni  di  grosso  radicamento
    popolare    e    proletario    dalla    sinistra   rivoluzionaria   ed
    extraparlamentare,  lo portano ad  ampliare  velocemente  l'esperienza
    politica  e  l'analisi generale,  anche dietro la spinta e l'incalzare
    dei grossi avvenimenti dello scontro sociale in quegli anni: le grandi
    lotte operaie e le occupazioni di fabbrica  al  Nord,  in  gran  parte
    autonome, come l'occupazione della Fiat Mirafiori a Torino. Le rivolte
    e  le  grandi  lotte  popolari  al  Sud,  contro  la  miseria e per la
    sopravvivenza.  Le stragi dei  fascisti  e  l'antifascismo  militante.
    Producono  un  pi  forte  impegno  ed una maggiore determinazione per
    tutti i compagni interni al movimento ed alla militanza. Vito Principe
    partecipa attivamente a tutte le lotte e manifestazioni,  che a Napoli
    spesso  in  quel periodo si concludono con duri scontri con la polizia
    ed i fascisti.
    Momenti e date storiche che vedono spontaneamente insieme migliaia  di
    lavoratori,  studenti  e  disoccupati,  scavalcare qualunque direzione
    sindacale riformista,  creando nei fatti un nuovo soggetto politico ed
    un  nuovo  tessuto  sociale di ricomposizione e mobilitazione attiva e
    autonoma.  Cos che,  queste esperienze altissime ed  intensissime  di
    massa, vissute da migliaia di persone con entusiasmo e combattivit al
    di  fuori  di qualunque mediazione burocratica,  producono anche nelle
    soggettivit  un  innalzamento   qualitativo   di   coscienza   e   di
    riflessione. Si innesca cos tra vari compagni, tra cui Vito Principe,
    un percorso dialettico di ricerca e di confronto,  con la necessit di
    approfondire ed estendere la propria militanza.  Sviluppandosi cos il
    dibattito per la costruzione di una strategia politica pi avanzata, e
    facendo  parte  dei  primi  compagni che diedero vita ai Nuclei Armati
    Proletari,  partecipa con  metodicit  organizzativa  ed  intelligenza
    comunista    alla    realizzazione    delle    prime   operazioni   ed
    all'organizzazione dei primi nuclei.




















    GIOVANNI TARAS.


    Note biografiche.

    - Giovanni Taras nasce a Torino, il 6 gennaio 1953.
    - frequenta le scuole medie.
    - svolge attivit extralegali.
    - milita nei Nuclei Armati Proletari.
    -  muore  per  lo  scoppio  accidentale  di  un  ordigno  destinato  a
    distruggere degli altoparlanti che stava collocando,  ad Aversa, il 22
    maggio 1975.



    Scritture di Giovanni Taras.

    - Non ne sono state reperite.




    Documenti prodotti da organizzazioni  armate  per  la  persona  o  per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    -  Non  ne  sono stati prodotti,  ma Taras viene ricordato in numerosi
    documenti dei NAP, a volte col nome di Giampiero.



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    - Requisitoria del Pubblico Ministero al processo contro i NAP, Napoli
    1976. Frammenti. Dalle ricerche di archivio emergeva, inoltre, che in
    data  10-5-74 a Bruxelles era stato fermato,  per accertamenti,  dalla
    polizia  belga,  certo  Taras  Giovanni.  Colto  in  possesso  di  due
    passaporti falsi e di tre carte d'identit egualmente false.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Non ne sono state prodotte.
    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Non ne sono state prodotte.



















    MARGHERITA CAGOL.

    Note biografiche.

    - Margherita Cagol nasce a Sardagna di Trento, l'8 aprile 1945.
    - frequenta le scuole a Trento.
    - si diploma in ragioneria nel 1964.
    - milita nel movimento studentesco di Trento.
    - si laurea in sociologia presso l'universit di Trento nel 1969.
    - si sposa nel 1969 e si trasferisce a Milano.
    -  lavora come ricercatrice presso la Societ Umanitaria di Milano dal
    1969.
    - milita nel Comitato Unitario di Base della Pirelli,  nel  Collettivo
    Politico Metropolitano e in Sinistra Proletaria.
    - dal settembre 1970 milita nelle Brigate Rosse.
    - nell'estate del 1972 si trasferisce a Torino.
    -  viene  uccisa dai carabinieri il 5 giugno 1975,  ad Arzello d'Acqui
    (Alessandria),   dove  viene  ferito  mortalmente  anche   l'appuntato
    Giovanni D'Alfonso.



    Scritture di Margherita Cagol.

    -  Margherita  Cagol,  Lettera  alla  madre,  Milano 28 novembre 1969.
    Frammenti.
    Carissima mamma,  visto che per oggi il viaggio a Trento  andato  in
    fumo  voglio scriverti alcune cose per esserti in qualche modo vicina.
    Potrei dirti molte cose nella mia nuova vita qui a Milano,  ma nessuna
      pi  importante  della  maturazione della mia coscienza.  Di questo
    voglio scriverti e di  questo  se  vuoi  parleremo  a  Trento  al  mio
    prossimo viaggio. Milano  per me una grande esperienza. Questa grande
    citt che in un primo tempo mi  parsa luminosa,  piena di attrattive,
    mi appare sempre di pi come un mostro feroce che divora tutto ci che
    di naturale,  di umano e di essenziale c' nella  vita.  Milano    la
    barbarie,   la vera faccia della societ in cui viviamo. Questa  una
    constatazione che ormai ogni giorno  faccio,  ma  per  questo  non  mi
    dispiace  viverci,  anzi  questo  fa maturare in me tutta una serie di
    convinzioni che gi a Trento stavo assumendo e  di  cui  solo  ora  so
    misurare l'importanza.  Questa societ, che violenta ogni minuto tutti
    noi,  togliendoci ogni cosa che possa in qualche  modo  emanciparci  o
    farci  sentire veramente quello che siamo (ci toglie la possibilit di
    coltivare la famiglia, di coltivare noi stessi, le nostre esigenze,  i
    nostri bisogni,  ci reprime a livello psicologico, fisiologico, etico,
    ci manipola nei  bisogni,  nell'informazione,  eccetera  eccetera)  ha
    estremo   bisogno  di  essere  trasformata  da  un  profondo  processo
    rivoluzionario.  La violenza del sistema ormai   recepita  da  grandi
    masse  e  non   pi sopportata.  Quando mercoled scorso c' stata la
    manifestazione sindacale in cui  intervenuta  la  polizia  provocando
    gli  incidenti  in  cui  ha  perso  poi  la  vita  l'agente di polizia
    Annarumma io ero in citt con Renato. Ebbene i commenti che ho sentito
    nei numerosissimi crocchi di persone che si erano formati in tutte  le
    parti  della  citt,  erano  pi  che  mai arditi e violenti contro il
    governo, contro i padroni,  contro la situazione sociale creata da una
    politica  errata  che  da  lunghi  anni  viene portata avanti.  Ma non
    occorre molto per capire la rabbia e l'insopportabilit da  parte  dei
    lavoratori  di questa situazione: basta guardare i fatti che succedono
    quotidianamente  dentro  le  fabbriche:  rivolte,   ammutinamenti   (i
    giornali certo non ne parlano...),  oppure i cortei qui a Milano ce ne
    sono due o tre ogni giorno eccetera eccetera.
    Ebbene  se  pensiamo  che  tutto  questo  potrebbe  essere   eliminato
    benissimo  (ti  ricordi quando l'anno scorso ti dicevo che utilizzando
    al massimo tutti i progetti tecnologici studiati ed  impiegandoli  nel
    processo produttivo sarebbe possibile mantenere 10 miliardi di persone
    al  livello  di  reddito medio attuale americano?) ma che questo non 
    possibile fin quando esisteranno sistemi politici come quello  europeo
    e americano attuali.  Tuttavia esistono moltissime condizioni oggi per
    trasformare questa societ e sarebbe criminale (verso  l'umanit)  non
    sfruttarle.  Tutto  ci  che    possibile  fare per combattere questo
    sistema  dovere farlo,  perch questo io credo sia il senso  profondo
    della  nostra  vita.  Non  sono  cose troppo grosse,  sai mamma.  Sono
    piuttosto cose serie e difficili che tuttavia vale la  pena  di  fare.
    (...)  La  vita    una  cosa  troppo  importante per spenderla male o
    buttarla via in inutili  chiacchiere  o  battibecchi.  Ogni  minuto  
    importante,  soprattutto  qui a Milano dove la citt ti ruba ore e ore
    che potrebbero essere usate in mille  modi  creativi.  Bene  mamma  di
    tutto questo parleremo a lungo e ci scriveremo spesso,  per ora smetto
    perch senn magari pensi che sto chiacchierando troppo e che i  fatti
    sono ben altro!  Beh! Forse avresti anche ragione... Ciao mamma, tanti
    bacioni dalla tua rivoluzionaria! Margherita.


    - Margherita Cagol, Lettera ai genitori, senza luogo, autunno 1974.
    Cari genitori,  vi scrivo per dirvi che  non  vi  dovete  preoccupare
    troppo  per  me.  Ed  ora  vi spiego perch.  Renato  stato arrestato
    grazie ad una grossa spia internazionale: padre  Leone,  un  frate  al
    servizio   della   CIA  che  gi  s'era  infiltrato  nelle  formazioni
    guerrigliere dell'America Latina.  Purtroppo  tutto  questo  lo  si  
    capito  troppo tardi.  Renato aveva accettato di incontrarsi con lui e
    questo gli  valso l'imboscata e l'arresto.  Ora tocca a me e ai tanti
    compagni  che  vogliono combattere questo potere borghese ormai marcio
    continuare la lotta.  Non pensate per favore che io  sia  incosciente.
    Grazie  a  voi  sono  cresciuta  istruita,  intelligente e soprattutto
    forte. E questa forza in questo momento me la sento tutta. E' giusto e
    sacrosanto quello che sto facendo,  la storia mi d ragione come  l'ha
    data alla Resistenza nel '45.
    Ma voi direte,  sono questi i mezzi da usare? Credetemi non ce ne sono
    altri.  Questo stato di polizia si regge sulla forza delle armi e  chi
    lo  vuol  combattere  si deve mettere sul suo stesso piano.  In questi
    giorni hanno ucciso con un colpo di pistola un ragazzo, come se niente
    fosse,  aveva il torto di aver voluto una casa dove abitare con la sua
    famiglia.  Questo    successo a Roma,  dove i quartieri dei baraccati
    costruiti  coi  cartoni  e  vecchie  latte  arrugginite  stridono   in
    contrasto  alle  sfarzose  residenze dell'Eur.  Non parliamo poi della
    disoccupazione e delle condizioni di vita delle  masse  operaie  nelle
    grandi   fabbriche   delle   citt.   E'  questo  il  risultato  della
    "ricostruzione", di tanti anni di lavoro dal '45 ad oggi? S  questo:
    sperpero,  parassitismo,  lusso sprecato da una  parte  e  incertezze,
    sfruttamento e miseria dall'altra.  Cari genitori,  voi avete lavorato
    una vita, avete conosciuto il fascismo e il postfascismo e queste cose
    le sapete meglio di me.  Oggi,  in questa fase di crisi acuta  occorre
    pi   che  mai  resistere  affinch  il  fascismo  sotto  nuove  forme
    "democratiche" non abbia nuovamente  il  sopravvento.  Le  mie  scelte
    rivoluzionarie  dunque,  nonostante  l'arresto  di  Renato,  rimangono
    immutate.  Vogliatemi bene lo stesso,  anche  se  so  che  per  voi  
    difficile  capirmi.  Abbiate  fiducia  nelle  mie capacit e nella mia
    ormai grossa  esperienza.  So  cavarmela  in  qualunque  situazione  e
    nessuna  prospettiva  mi impressiona o impaurisce.  Vi voglio pi bene
    che mai.
    Margherita.
    Caro pap,  spero che tu ti sia rimesso in salute,  dopo questa brutta
    parentesi. Stai sereno per me, so quello che faccio e non c' nulla di
    torbido  in tutto questo.  Ti sono sempre in ogni momento riconoscente
    per i sacrifici che so tu hai fatto  per  me.  Oggi  sono  una  donna,
    cresciuta sana e forte. Grazie pap, ti voglio bene.
    Tua figlia.
    P.S. Se qualche avvocato vi chiede soldi, non date una lira.





    Documenti  prodotti  da  organizzazioni  armate  per  la persona o per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Brigate Rosse, Volantino di commemorazione, senza luogo, 6-6-75, in:
    Soccorso Rosso, Brigate Rosse, Milano 1976, Feltrinelli.
    Ai   compagni   dell'organizzazione   e   alle   forze   sinceramente
    rivoluzionarie,  a  tutti i proletari:  caduta combattendo Margherita
    Cagol,  "Mara",  dirigente comunista e membro del  Comitato  esecutivo
    delle  Brigate  Rosse.  La sua vita e la sua morte sono un esempio che
    nessun combattente per la libert potr pi dimenticare.
    Fondatrice della nostra organizzazione "Mara" ha dato un  inestimabile
    contributo d'intelligenza,  di abnegazione e di umanit alla nascita e
    alla crescita dell'autonomia operaia  e  della  lotta  armata  per  il
    comunismo.  Comandante politico-militare di colonna,  "Mara" ha saputo
    guidare  vittoriosamente  alcune  tra  le  pi  importanti  operazioni
    dell'organizzazione.  Valga  per  tutte  la  liberazione  di un nostro
    compagno dal carcere di Casale Monferrato. Non possiamo permetterci di
    versare lacrime sui nostri caduti, ma dobbiamo impararne la lezione di
    lealt,  coerenza,  coraggio ed eroismo!  E' la guerra che decide,  in
    ultima  analisi,  della  questione  del  potere:  la  guerra di classe
    rivoluzionaria.   E  questa  guerra  ha  un  prezzo:  un  prezzo  alto
    certamente,  ma  non  cos  alto  da  farci preferire la schiavit del
    lavoro salariato;  la dittatura della  borghesia  nelle  sue  varianti
    fasciste  o socialdemocratiche.  Non  il voto che decide la questione
    del potere;  non  con una scheda che si  conquista  la  libert.  Che
    tutti i sinceri rivoluzionari onorino la memoria di "Mara",  meditando
    l'insegnamento politico che ha saputo dare con la sua scelta,  con  il
    suo  lavoro,  con  la  sua  vita.  Che mille braccia si protendano per
    raccogliere il suo fucile! Noi,  come ultimo saluto,  le diciamo: Mara
    un  fiore    sbocciato  e  questo  fiore  di libert le Brigate Rosse
    continueranno a coltivarlo fino alla vittoria!  Lotta  armata  per  il
    comunismo!.



    Documenti  prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento in
    cui ha incontrato la morte.

    - Lotta Continua, 8 giugno 1975. Frammenti.
    Leggiamo  con  disgusto  le  frasi  di  scoperta  esultanza,   o   di
    deplorazione  pietistica  -  e  perfino razzistica: una donna fragile,
    piccolo borghese,  travolta dal destino del suo  uomo  -  che  vengono
    dedicate alla morte di Margherita Cagol. Leggiamo con rispetto, ma con
    un  ancor  pi fermo dissenso politico,  le parole con le quali i suoi
    compagni l'hanno salutata,  che parlano di eroismo e  della  vittoria.
    (...) Oltre la tristezza per la morte di Margherita Cagol, c' nel suo
    destino  - e di altri prima di lei - una misura indiretta della strada
    che ancora resta da percorrere alla  politica  rivoluzionaria,  a  una
    trasformazione  del  mondo  che  non consente forzature soggettiviste,
    distaccate dalla fiducia razionale nella lotta di classe; e nemmeno la
    faciloneria di nuovi miti,  che fingono una nascita senza  dolore  dal
    vecchio mondo, e un destino senza dolore del mondo nuovo (...).


    -  Anonimo,  Trafiletto,  senza  luogo  n  data,  in: Rosso contro la
    repressione 16, Milano 1975.
    Margherita Cagol.
    Dipinta come un'appendice del marito,  da cui  "dovrebbe"  aver  preso
    l'ideologia  rivoluzionaria  pi per amore che per la sua reale scelta
    politica, Margherita Cagol, ora assassinata nello scontro di Acqui,  
    considerata  dallo  Stato  e  dalla  stampa  borghese  come  una donna
    totalmente incapace di  scelte  personali  dettate  da  una  presa  di
    coscienza politica.
    La  stampa  borghese,  serva dei padroni,  porta nei suoi confronti un
    duplice abominevole attacco: oltre alla denigrazione politica anche la
    denigrazione personale che colpisce la  donna  in  quanto  sottospecie
    umana incapace di fare scelte rivoluzionarie autonome.
    Margherita    morta,  assassinata  dallo  stato  della  violenza come
    migliaia di altri ed altre rivoluzionarie,  pienamente cosciente della
    sua scelta di lotta fatta per abbattere il sistema capitalistico e per
    eliminare quindi lo sfruttamento di qualsiasi essere umano su un altro
    essere umano.
    Evidentemente   non   meraviglia   affatto  i  compagni  rivoluzionari
    l'attacco politico della stampa sia  di  Stato  che  riformista  sulle
    forme  di  organizzazione  e  di  resistenza  armata oggi esistenti in
    Italia,  ma piuttosto il fatto che a questo si aggiunge l'attacco alla
    donna  che  non  pu  fare  queste  scelte  politiche se non in quanto
    manipolata da un uomo di  cui  si    innamorata  perdutamente  e  per
    frustrazioni  amorose  in  generale.  E  il  caso anche della compagna
    Ulrike  Meinhof  oggi  coinvolta  nel  processo  pi   scandalosamente
    antidemocratico e illegale dell'occidente capitalistico.
    Ulrike   Meinhof   avrebbe   intrapreso   l'attivit   all'interno  di
    un'organizzazione armata a causa di sue precedenti delusioni  amorose.
    E'  la  disperazione  individuale,  l'insoddisfazione  all'interno dei
    rapporti personali che muove le donne a votarsi e a  sacrificarsi  per
    la  causa  rivoluzionaria.  Noi sappiamo che sia Margherita sia Ulrike
    hanno fatto le loro scelte di classe e d'organizzazione in base a  una
    presa  di  coscienza  precisa  e  ad una analisi del momento politico,
    (fase  politica,   autonomia  della  classe,   ruolo  del  riformismo,
    organizzazione) che pur non condividendo, non possiamo che rispettare.
    Nel  conto  che dovranno pagare i padroni e i loro servi,  aggiungiamo
    anche questo modo di trattare la donna.
    Pagherete caro, pagherete tutto.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.
    - Massimo Fini,  Claudio Lazzaro,  "Ricostruiamo attraverso le  parole
    della sorella di Margherita Cagol, una figura tipica del nostro tempo:
    la  ragazza  borghese che sposa l'estremismo politico",  in: L'Europeo
    20-6-75 (intervista a Milena Cagol). Frammenti.
    "Signora Cagol,  ci parli dell'infanzia  di  sua  sorella.  E'  stata
    un'infanzia felice o infelice?"
    E'  stata  un'infanzia  normalissima.  Margherita era la minore di noi
    tre. Vivevamo in una famiglia molto serena, tranquilla, con un padre e
    una madre che lavoravano, una nonna che si prendeva cura di noi quando
    i nostri genitori erano fuori.
    Margherita era una bambina  piuttosto  intelligente,  vivace.  Ma  non
    molto  diversa da noi,  da me e Lucia.  Era una bambina uguale a tante
    altre bambine e non si distingueva dalle altre se non  forse  per  una
    certa  sua  qual  testardaggine.  Margherita,  da  piccola,  non se la
    "faceva fare tanto".  Sapeva difendersi e non si faceva mettere  sotto
    dai compagni pi grandi o dalle sorelle maggiori. Sapeva insomma farsi
    rispettare,  ma senza schiamazzi,  senza pianti, senza liti clamorose.
    Non  mai stata appariscente nelle sue manifestazioni, Margherita.
    Noi tre vivevamo  una  vita  molto  quieta.  La  mia    una  famiglia
    tradizionale.  Non eravamo certo ricchi, ma neanche poveri. Il pap ha
    avuto fino a  poco  tempo  prima  che  si  ammalasse,  un  negozio  di
    profumeria,  a Trento,  la "Casa del sapone". La mamma lavorava in una
    farmacia.  Erano cattolici,  la  mamma  soprattutto  lo  era  in  modo
    profondo.  E  forse  proprio  da mia madre ha preso di pi Margherita.
    Comunque tutti quanti in famiglia eravamo cattolici,  ma non  in  modo
    fanatico,  bigotto:  non  andavamo in chiesa a "leccar gi gli altari"
    come dicono qui nel Trentino.  Insomma non c'  nell'infanzia  di  mia
    sorella, almeno per quello che mi posso ricordare io, n un trauma, n
    dell'oppressione, n della carenza d'affetto, n una qualche angoscia.
    "Fu cos anche nell'adolescenza?"
    Noi  abbiamo  vissuto  la nostra adolescenza negli anni '60.  E si pu
    facilmente capire che tipo di vita fosse  quella  di  una  ragazza  in
    quegli anni, in una citt di provincia come Trento. Il pap era severo
    nel  modo  tradizionale.  Noi  ragazze dovevamo tornare a casa presto,
    rispettare un certo orario,  dire sempre dove e con chi  eravamo.  Non
    era  certo,  il  pap,  un  tipo  che  ci permettesse di andare a "far
    baracca" o a ballare.  Ma noi,  Margherita,  Lucia e  io,  accettavamo
    tutto  questo in modo molto naturale.  Non ci sentivamo certo oppresse
    per questo. Era la vita di tutte le nostre coetanee,  allora,  e a noi
    pareva  del tutto normale.  Inoltre,  per il resto,  il pap era molto
    affettuoso,  molto tenero  con  noi.  I  nostri  giorni  trascorrevano
    quieti,  uguali,  sereni.  D'estate si andava un mese a villeggiare ad
    Andalo;  d'inverno,  invece,  si andava sciare sulle montagne vicine a
    Trento, soprattutto al Bondone che  a due passi.
    "Lei,  Milena,  la sorella maggiore e aveva 22 anni quando Margherita
    ne aveva sedici ed era nella piena adolescenza. Aveva quindi un occhio
    abbastanza maturo per giudicare e per capire.  Che rapporti aveva,  ad
    esempio, sua sorella con i ragazzi?"
    Di ragazzi in casa nostra non ne venivano.  Proprio perch eravamo tre
    sorelle e non potevamo quindi neanche tirarci in casa gli amici di  un
    fratello.  Non  pensi  per  che  per  questo  Margherita  sentisse la
    mancanza di una presenza maschile. Andavamo in classe mista, abitavamo
    in un condominio pieno di gente e quindi di ragazzi, Ci vedevamo con i
    compagni di scuola.  Eppoi  Margherita  era  una  bella  ragazza,  era
    snella,  aveva  gli  occhi  verdi,  dei  bei  capelli  scuri.  C'erano
    moltissimi ragazzi che le facevano la corte.  Lei  per  preferiva  il
    rapporto amichevole, sportivo.
    Un tipo di rapporto del resto abbastanza frequente,  allora, per delle
    ragazze moderne,  ma di educazione cattolica.  Comunque Margherita non
    era  il  tipo  da  flirtare per flirtare.  Non dava molta importanza a
    queste cose.  La sua,  nell'adolescenza,  era una vita  molto  attiva,
    molto sportiva.  Alle letture preferiva lo sci,  il tennis o una bella
    gita.  Eppoi studiava con grande seriet.  A dire il vero  lei  faceva
    tutto  con  molta seriet.  Le piaceva andare fino in fondo alle cose.
    Non conosceva le vie di mezzo.  Basta pensare alla chitarra  classica.
    L'ha  presa  in  mano  da sola.  L'ha studiata da sola e in pochissimo
    tempo  arrivata a livelli quasi professionali.  Margherita suonava la
    chitarra  divinamente.  E,  infatti,    arrivata terza in un concorso
    nazionale, ha suonato alla sala Bossi di Bologna,   stata chiamata in
    Francia.  Ma  chitarra  o  sci o ginnastica che fosse Margherita aveva
    sempre bisogno di non fermarsi alle prime note, ma di approfondire, di
    cercare. Fra noi era la pi brava in tutto; a scuola, negli sport e in
    ogni cosa. Era una perfezionista.
    "E da che cosa le derivava  questo  perfezionismo?  Dal  desiderio  di
    primeggiare,   da  una  sorta  di  esibizionismo,  da  un  pizzico  di
    narcisismo?"
    No.  Assolutamente.  Lo faceva solo per  se  stessa.  Per  il  proprio
    piacere.  Non era una che voleva mettersi in mostra.  E,  infatti,  ad
    esempio,  la chitarra la suonava solo se  c'erano  degli  amici  e  se
    glielo chiedevano. Con degli estranei non accettava. Pi che timidezza
    c'era  in lei una specie di riservatezza.  Di pudore.  Margherita,  ad
    esempio, era molto generosa,  aveva molto bisogno di dare.  E ti dava.
    Per  lo  faceva  sempre senza che tu te ne accorgessi,  come una cosa
    qualunque.  Ricordo un episodio che forse pu spiegare questo  aspetto
    di mia sorella.  Quando io ero incinta del secondo figlio mi capit di
    dover traslocare.  E lei che faceva gi l'universit,   venuta da  me
    per  molti giorni.  Solo dopo,  dalla mamma,  ho saputo che per questo
    aveva rinunciato a dare due esami.
    Ecco, questo bisogno di dare era forse la caratteristica pi forte che
    ricordo di Margherita. Pensi che aveva l'abitudine di andare in visita
    negli ospizi di Trento, di Povo, di Fiera di Primiero. Lei,  giovane e
    piena  di  vita,  era capace di stare ore e ore al letto di un vecchio
    ammalato.  E i vecchi di questi ospizi ormai la conoscevano bene,  per
    loro  era  "la  Margherita".  Aveva gi vent'anni allora,  non era una
    ragazzina dagli entusiasmi infantili e facili.  Quello era il suo modo
    di essere religiosa,  tutto interiore: lo stesso di nostra madre.  Una
    spiritualit nei fatti non nelle forme.
    Molto importante per lei, a questo proposito, fu un gesuita che teneva
    delle prediche nella chiesa di San Francesco Saverio. "Perch ci vai?"
    chiedevo io,  visto che Margherita non    mai  stata  bigotta  e  che
    oltretutto  quella  chiesa  era molto lontana da casa nostra.  "Perch
    quelle prediche mi fanno bene, mi appagano".
    "Cosa c'era di particolare in quelle prediche?"
    Non so esattamente.  Margherita non si accontentava dei luoghi comuni.
    Lei  cercava  delle risposte ai grandi problemi e forse,  per un certo
    periodo, le ha trovate nelle parole di quel predicatore.
    "Finiti gli  studi  inferiori  Margherita  si  iscrive  a  sociologia.
    Perch?"
    Non fu una vera e propria scelta.  Margherita si iscrisse a sociologia
    pi che altro per necessit.  Perch la facolt era a Trento e  perch
    con un diploma di ragioneria c'era poco da scialare, l'alternativa era
    economia  e  commercio,  una facolt troppo arida per gli interessi di
    mia  sorella.  Purtroppo  lei  ebbe  la  sfortuna,  se  oggi  vogliamo
    chiamarla  cos,  di  entrare all'universit di Trento nel '65,  in un
    momento caldissimo. E forse era impreparata. Perch in famiglia non si
    era mai parlato di politica,  ci era completamente  estranea.  E  cos
    Margherita,  con  la sua ricerca di verit si  trovata troppo aperta,
    troppo indifesa di fronte a questa  esperienza.  Che  poi  ha  vissuto
    profondamente,  con  la convinzione che metteva in tutte le cose,  e a
    modo suo. Senza gesti clamorosi, senza mettersi in mostra.
    Anche se non  vero,  come    stato  scritto,  che  non  andava  alle
    manifestazioni.  Ci  andava: c' per esempio una fotografia dell'Adige
    che la riprende in un corteo con  la  bandiera  in  spalla.  Solo  che
    partecipava  senza  esibizionismo,  perch  questo  era  profondamente
    contrario al suo carattere.
    "Che differenza c', signora, fra la Margherita di diciotto anni, cos
    perbenista,  cos cattolica,  cos piccolo borghese in definitiva e la
    nuova  Margherita impegnata politicamente,  la Margherita che inizia a
    incamminarsi sulla strada della guerriglia?"
    Ci ho pensato anch'io tante volte. Le parr strano, forse, ma non c',
    almeno ai miei occhi, nessuna differenza.  Margherita  rimasta sempre
    la stessa nei rapporti umani e anche nel modo di comportarsi.
    Con  noi  di politica non parlava perch sapeva che era inutile che lo
    facesse. Con noi faceva le cose di sempre. Veniva a casa mia, guardava
    i bambini,  era la Margherita dolce,  affettuosa e  regolare  di  come
    l'avevo  sempre  conosciuta.  E  questo  anche  dopo che ha incontrato
    Curcio.  Curcio  era  un  ragazzo  molto  normale,  sa?   Era  aperto,
    simpatico. I primi tempi venivano qui da noi a Fiera di Primiero, e ci
    stavano parecchi giorni.  Io avevo per lui le solite attenzioni di una
    cognata.  Gli preparavo da  mangiare  bene  perch  a  Renato  piaceva
    mangiare  bene.  Lui passava ore a chiacchierare con mio marito che fa
    l'impiegato di banca. Mai di politica,  per.  Per la politica con noi
    non ci si mettevano neanche.  Noi comunque lo avevamo accettato perch
    voleva bene a mia sorella,  perch era  un  bravo  ragazzo.  E'  stato
    accolto in famiglia proprio come gli altri mariti,  il mio e di Lucia.
    (...)
    "Ma voi non avete mai provato a 'recuperare Margherita'"?
    Fare  certi  discorsi  con  mia  sorella  non  era  facile,  anzi  era
    impossibile.  Lei diceva che era nel giusto,  che la storia le avrebbe
    dato ragione. E questo troncava ogni discussione.
    "Lei, signora, diceva prima che, per quanti sforzi faccia,  non riesce
    a trovare in sua sorella un'ombra,  un vizio,  qualcosa che non va. Ma
    forse il 'vizio di Margherita' era proprio questo:  di  essere  sempre
    troppo convinta di aver ragione".
    Forse.  Forse  vero.  Se Margherita imboccava una strada era convinta
    che fosse quella giusta e la  percorreva  fino  in  fondo.  Una  volta
    scelto  non  aveva  pi  dubbi.  Erano  gli altri a sbagliare.  Era un
    carattere fortissimo. Deciso. Da un certo momento in poi sapeva quello
    che voleva e lo voleva fino in fondo.  Ricordo che lo disse una  volta
    "Fino alla morte" (...).


    - Agrippino Costa, "Mara", carcere speciale, Trani, in: Versoperverso,
    Lecce 1991, Capone Editore.
    ... una raffica
    inchiod
    alla terra
    il tenero sorriso...
    l'erba di giugno
    carezz il suo viso
    capelli sparsi giocarono col vento...


    -  Alberto  Franceschini,  Mara Renato e io,  Milano 1988,  Mondadori.
    Frammenti.
    Un pomeriggio,  dopo pranzo,  mentre in  cucina  stavamo  scherzando,
    Mara,  in piedi all'altro capo del tavolo, prese un fucile, un Flobert
    calibro 32 che un compagno usava per sparare ai passeri.  Me lo  punt
    contro,  ridendo e dicendomi "Difenditi". Io stetti al gioco prendendo
    l'altro fucile, un calibro 22 con il cannocchiale.  Lo imbracciai e lo
    puntai contro la mia nemica di giochi.  Vidi,  attraverso le lenti, il
    suo volto contrarsi, ci fu uno scoppio,  il mio fucile cadde a terra e
    sentii un forte bruciore al braccio sinistro e al petto.  Ero pieno di
    sangue: Mara  pensava  che  l'arma  fosse  scarica,  aveva  tirato  il
    grilletto e mi aveva colpito.  (...) Solo Mara non cucinava, diceva di
    non esserne capace, con lo stesso tono di voce che usavano anche altre
    compagne di movimento.  (...) Lei piena di voglia di vivere,  di fare:
    se decideva di raggiungere un obiettivo, qualunque fosse stato, nessun
    ostacolo  l'avrebbe  fermata.  (...) La sera vado in sala t.v.  per il
    telegiornale. Fanno vedere un prato,  un corpo coperto da un lenzuolo:
     Mara,  riconosco i suoi bluejeans arrotolati al polpaccio, le scarpe
    di corda.  Non posso pi vedere il televisore,  devo  andare,  uscire.
    (...) Non gli dico di Mara, di quelle scarpe di corda comprate insieme
    alla  Upim.  In  cella  mi  getto  sul  letto,  chiudo  la  tenda  del
    baldacchino e piango.  Ho tentato di resistere  alle  lacrime,  ma  mi
    salgono   agli  occhi  da  sole,   pi  forti  della  mia  volont  di
    respingerle.  E piango per ore,  lentamente sento come  un  blocco  di
    ghiaccio  si sciogliesse dentro di me.  (...) Mi addormentai dopo ore,
    creandomi a poco a poco un'immagine:   morta  col  sole,  sorridendo,
    senza soffrire, nel campo vicino al suo boschetto di nocciole.


    -  Mario  Moretti,  Brigate  Rosse una storia italiana,  intervista di
    Carla Mosca e Rossana Rossanda, Milano 1994, Anabasi. Frammenti.
    (...) Quando trovo Margherita alla cascina Spiotta,  dove vado subito
    dopo l'inutile appuntamento,   lei che mi dice: guarda che a Pinerolo
    non  andato solo Renato, c' andato anche Alberto, poi dovevano venir
    qui tutti e due.  Sono un po'  sorpreso  ma  lei  e  io  non  dobbiamo
    spiegarci  niente.  Nei  giorni  successivi dovemmo concentrarci sullo
    sconquasso  provocato  dall'arresto.  Nessuno  cerca  giustificazioni,
    nessuno  recrimina,  nessuno  cerca  di imbrogliare.  Margherita ha la
    durezza,  la tenacia di chi ha fatto scelte come la nostra.  Ma   una
    donna,  e le donne hanno la fortuna di saper piangere quando ci vuole.
    Ha pianto solo un momento.  (...) Margherita  diventata  un  simbolo.
    C' per uno spazio, intimo e inviolabile, in cui si va a collocare la
    morte  di  una  persona  che hai conosciuto,  dove essa  solamente la
    persona che hai conosciuto.  Niente pu far crescere o sminuire il suo
    ricordo,  il  dolore per la sua scomparsa non si sana,  le parole sono
    intrusioni, solo il silenzio  all'altezza della perdita subita. (...)
    Quel che mi  rimasto pi caro  nella  memoria    la  sua  normalit.
    L'hanno  trasformata  in un'immaginetta,  e invece era una donna vera,
    con tutti i problemi della sua e mia  generazione.  La  conoscevo  dai
    tempi  della  Comune  e  della Siemens,  era un'amicizia lieve e molto
    profonda,  priva del gioco della seduzione e delle relative  tensioni,
    un'esperienza rara per me con una donna.  Potevamo dirci tutto,  anche
    degli aspetti pi intimi  delle  nostre  esistenze,  senza  timore  di
    equivoci.  Con  lei non c'era bisogno di bugie per far tornare i conti
    delle nostre vite stravolte  dalla  clandestinit,  vissute  sopra  le
    righe;  poteva  permettersi  di  cogliere il ridicolo dell'immagine di
    grandezza che avevamo di noi  stessi,  mentre  ci  ritrovavamo  con  i
    problemi  di  tutte e di tutti.  Lei ci stava con saggezza e allegria,
    anche dove non trovava facilmente una soluzione.

    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Loris Paroli, Testimonianza al Progetto memoria, Reggio Emilia 1995.
    Se guardo dalle mie finestre rivolte al passato e tra le reti curve e
    ondulate del tempo vissuto,  tra i tanti ricordi e fra i pi belli  vi
    sono  saldamente  ancorati  quelli  di  Margherita Cagol "Mara".  Sono
    ricordi difficili da spiegare col solo ragionamento verbale, in quanto
    si legano agli affetti, alle sensazioni, alle emozioni, alla simpatia,
    ai sorrisi, alla complicit sugli accenti di sguardo, alle discussioni
    politiche accese, dure e passionali, alle azioni rivoluzionarie,  alle
    paure e alle perplessit. Al credere reale ci che era meno del reale,
    al credere al sogno, al virtuale, all'utopia della lotta armata per il
    comunismo.  (Ma  sapevamo pure che nella storia erano sempre le grandi
    utopie ad elevare l'umanit verso stati superiori di vita).
    Mara era una dirigente comunista,  una delle  prime  donne  emancipate
    dell'epoca  moderna  e  credeva  alla  donna  come  uno dei poli della
    societ;  determinante per l'emancipazione  di  tutti  gli  altri.  Un
    giorno  manifestando  a  lei  le  mie  perplessit sulla poca presenza
    femminile nella nostra organizzazione, anche in relazione alla durezza
    del vivere clandestini tra soli maschi,  mi disse di essere certa  che
    la   componente  donna  nell'arco  di  pochi  anni  sarebbe  aumentata
    enormemente. Aveva avuto ragione. Infatti in pochi anni quasi tutte le
    organizzazioni  armate  erano  dirette  da  una   elevata   componente
    femminile.  E  questo    uno  degli aspetti pi profondi della nostra
    storia,  mai messo in luce  da  coloro  i  quali  hanno  riversato  su
    centinaia  di  libri  tutti  quei tentativi manipolati e disperati nel
    volerla spiegare.
    Mara era una compagna vera e concreta  e  sapeva  costruire  relazioni
    semplici  e complesse con tutti i compagni.  Con lei non vedevi mai la
    rottura tra le discussioni politiche e il momento  in  cui  si  poteva
    suonare  la  chitarra  e  cantare,  scherzare  o  ridere,  o quando si
    cucinava o si era a tavola.  Il tempo era per  lei  tutto  dentro  una
    scelta  di  vita  e  con  dolcezza sapeva sempre armonizzare i momenti
    belli con quelli stressanti e angosciosi.
    Sul  piano  personale    la  compagna  che  mi  aspetta   all'imbocco
    dell'autostrada  di Reggio Emilia,  nel lontano '74,  quando faccio la
    scelta della clandestinit.  Ed  lei che fin  dal  primo  momento  sa
    leggermi  dentro  e capire quanto per me questa scelta fosse anche una
    scelta sofferta,  dato  che  avevo  lasciato  gli  affetti  personali,
    soprattutto quelli del figlio.
    Questa sua comprensione era importante, per me era liberatoria, non mi
    costringeva,  rispetto  a  certe  persone tutte d'un blocco,  a essere
    quello che non ero...
    Sul  piano  politico  sono  molti  i  momenti  cruciali  dove  Mara  
    esageratamente attiva,  propulsiva e stimolante nei confronti di tutti
    noi  della  colonna  di  Torino.  Un  particolare  importante:  quando
    l'esecutivo  decide  di  far entrare "frate Mitra" nelle B.R.,  lei si
    oppone,   politicamente  condivideva  il  metodo  di   farlo   entrare
    trasversalmente; asseriva che lui doveva inserirsi nel mondo di lavoro
    e  solo  in  seguito  a verifiche...  avremmo valutato se e come farlo
    entrare nell'organizzazione.  Nessuno la  ascolt.  "Frate  Mitra"  si
    rivel una spia facendo arrestare Curcio e Franceschini.
    Ma  il momento pi rivelante,  ricco e nel contempo lacerante  quello
    dei primi mesi del '75,  quando noi di Torino proponemmo di affrontare
    il problema dei nostri compagni prigionieri. Periodo ricco perch dopo
    tanti  compagni arrestati avevamo rimesso assieme le forze in grado di
    riprendere   l'iniziativa   teorica   e   pratica   della   propaganda
    guerrigliera.  Lacerante  in  quanto  la  proposta  di  Torino non era
    condivisa da molti compagni di altre colonne.  Infatti  alla  proposta
    operativa  di  liberare  Curcio  da  Casale  Monferrato,  due compagni
    scelsero di uscire dall'organizzazione.  Altri  compagni  sospettarono
    Mara di personalismo, in quanto moglie di Renato (ma se vi fosse stato
    in lei anche una quota di personalismo affettuoso verso il compagno da
    liberare  era una cosa cos grave?) il che non era assolutamente vero:
    noi di Torino stavamo lavorando da tempo anche su altre prigioni  dove
    erano  rinchiusi dei nostri compagni.  Solo che proponemmo Casale dove
    le nostre inchieste avevano individuato dei punti vulnerabili pi  che
    altrove.
    Alla  fine  di  una  serie  di  dibattiti  riuscimmo  a far passare la
    proposta e facemmo l'intervento alla prigione.  La cosa riusc: fu una
    delle pi belle azioni guerrigliere delle B.R.,  attorno alla quale il
    consenso e l'entusiasmo si manifestarono a livello di massa. Il giorno
    prima di quell'azione io e  Mara  ci  appartammo  in  macchina  in  un
    viottolo  per attendere il momento di fare un ultimo sopralluogo ad un
    passaggio a livello... E,  in attesa che calassero le sbarre,  ricordo
    quel tempo durato circa un'ora di totale mutismo tra me e lei,  mentre
    ascoltavamo musica di Bob Dylan.  Da quel silenzio profondo e rifratto
    dai  nostri  sguardi chiss se perlustravamo coi rispettivi pensieri e
    stati d'animo le stesse problematiche: se ai timori  e  paure,  se  ai
    compagni  imprigionati  o  alle persone care che avevamo lasciate o al
    rischio di non vedere pi nessuno. Chiss dove siamo volati con quegli
    sguardi assenti mentre Bob Dylan trasmetteva quella musica  dal  senso
    lontano e dal ritmo un po' triste, chiss.
    Di certo avevamo la consapevolezza del fatto che all'indomani dovevamo
    affrontare  per  la  prima  volta un attacco ad una struttura militare
    dello Stato.  E bench il nostro intento fosse quello di fare tutto il
    possibile  per  evitare sparatorie,  non sapevamo se era realizzabile:
    potevamo lasciarci anche la pelle.  La paura  sempre in  relazione  a
    ci  che  non  sei  in  grado  di  prevedere,  a  ci  che non conosci
    esaurientemente e temi di non saper affrontare i problemi che ti pone.
    Mentre parlo di Mara mi  accorgo  di  avere  il  pensiero  fisso  alla
    cascina  Spiotta su quel maledetto lenzuolo bianco che sovrasta il suo
    corpo. Quello  stato uno dei primi sipari calati sulla nostra storia.
    Ma la cascina Spiotta di Mara non  solo quel finale.  Lei  in  quella
    nostra  base  con diversi ettari di terra era molto attiva e coltivava
    di tutto, dalle verdure ai frutti e mi parlava spesso di ogni sorta di
    piante.  Simpaticamente,  con gesti assomiglianti ai  contadini,  l'ho
    vista  irrorare il vigneto su quella dolce rupe delle Langhe,  dove il
    sole si confondeva sul sorriso del suo viso biondo trentino.  Lei  era
    una poetessa della vita,  nella vita, per la vita; per cui manifestava
    sempre quella generosit nel  suo  essere  compagna  che  oltrepassava
    tutti  i  limiti,  fino  a  quello di vent'anni fa dove morimmo un po'
    tutti sotto quel lenzuolo bianco,  ma anche  dove  rinascemmo  un  po'
    tutti.
    In  coloro  i  quali l'hanno conosciuta,  proprio perch Mara  sempre
    stata un antimito in persona,  non pu  che  rimanere  mito  nel  loro
    interiore profondo. Un mito-antimito.



    -  Renato  Curcio,  Testimonianza al Progetto memoria,  carcere,  Roma
    1995.
    Una testimonianza.  Ne ho scritto una prima versione di getto ma poi,
    avendola fatta leggere e avendola riletta,  mi sono posto un problema.
    Essenziale.  Che significa testimoniare il proprio  incontro  con  una
    persona  poi  morta?  La  chiave per rispondere a questa domanda credo
    stia  nello  schema  culturale  in  cui  viene  inserita  la   propria
    convinzione   sul   destino   che  spetta  alle  persone  che  escono,
    definitivamente, dall'orizzonte terreno.  Tre scene mi sembrano le pi
    consolidate.  La  prima  quella religiosa,  cristiana.  Chi ci lascia
    sale al cielo: in paradiso,  all'inferno o in purgatorio.  Prima o poi
    anche  noi  faremo quel viaggio e dunque,  a seconda di dove andremo a
    finire,  chiss che non la si possa reincontrare.  La seconda  quella
    atea.  Finisce la vita,  finisce ogni cosa.  Ci che resta son solo le
    opere della persona defunta che, appunto per esse e per il loro valore
    sociale verr ricordata o dimenticata.  La terza  quella psicologica.
    Ci  che capita alla persona morta non ha un interesse precipuo perch
    ci che conta, in definitiva  l'uso del suo ricordo che chi resta pu
    fare.   Naturalmente  ognuna  di   queste   prospettive   ha   precise
    implicazioni  che  influiscono sulla testimonianza.  Nel primo caso la
    persona verr riguardata per identificare il suo approdo  post-mortem.
    In  seguito  a  ci  che ha fatto dove sar finita: in purgatorio,  in
    paradiso o all'inferno?  Nel secondo caso si tenter un bilancio della
    sua eredit; economica, culturale o politica. Nel caso di un militante
    rivoluzionario, ovviamente sar la determinazione politica ad assumere
    la  funzione dominante.  Nel terzo ci si aggrapper al suo ricordo per
    tenersi  a  galla  nelle  burrasche  della  vita  e  si  cercher   di
    eternizzare questo ricordo senza il quale non si riesce a navigare.
    Personalmente,  pur avendo a lungo oscillato tra la seconda e la terza
    di queste soluzioni,  penso di  essere  giunto  alla  conclusione  che
    nessuna delle tre fa al caso mio.
    Restituire  il  mio  incontro con Margherita tra il 1964 - anno in cui
    l'ho incontrata all'universit di Trento - ed il 1975 - anno in cui  
    morta  sparata  da  un  carabiniere  alla  cascina di Arzello - chiede
    dunque anzitutto una problematizzazione assai terrena  su  ci  che  
    passato  tra  noi mentre  passato.  Prover a farlo su alcuni terreni
    che in qualche modo mi sembrano rilevanti anche se altri,  ovviamente,
    potrebbero non ritenerli tali.
    L'universit.  Per me era una sfida con me stesso, una scelta voluta e
    cercata.  Per lei,  almeno inizialmente,  era il  possibile  in  casa,
    l'universit-caminetto.  Non  una  sfida,  non una passione ma uno dei
    possibili esiti del suo diploma di ragioneria.  Si laure  con  110  e
    lode,   vero,  mentre io non lo feci. E anche questa  una differenza
    nel nostro modo di rapportarci a quella istituzione.
    La musica.  Per quanto sforzo ci  abbia  messo  non  sono  mai  andato
    d'accordo  con la musica.  Lei invece aveva una passione bruciante per
    la chitarra classica.  Quando l'ho conosciuta suonava ancora molte ore
    al  giorno  e certo sarebbe diventata una grande concertista - visti i
    primi successi - se l'incontro con il movimento  studentesco,  con  la
    politica, con l'epoca e con me non avessero influito altrimenti.
    Il   movimento   studentesco  trentino.   Io  sono  vissuto  con  esso
    simbioticamente,   lei  ci    capitata  dentro  per  forza  di  cose.
    Imponendole,  il  padre,  di  essere a casa entro le 8 - 8,30 di sera,
    inflessibilmente,   Margherita  non  ha  frequentato  pi   di   tanto
    l'"ambiente"  del  movimento  studentesco.  Certo  non  ha mancato gli
    appuntamenti  decisivi,   le  assemblee,   le   manifestazioni   e   i
    controcorsi. Ma poi "staccava" mentre io restavo.
    La famiglia. Le volevano molto bene in famiglia. Con la madre e le due
    sorelle  non  c'erano  problemi.  Ma  il padre era un tipo ad un tempo
    geloso e un po' tiranno.  Non voleva accettare l'idea  che  Margherita
    non  era pi la sua bambina ed aveva il diritto ad una vita autonoma e
    piena.  Non lo voleva accettare e non lo consentiva sicch ci volle un
    atto  ufficiale,  il  matrimonio,  affinch  il  salutare  distacco si
    potesse  consumare.  Col  senno  del  poi  si  pu  dire  che,  forse,
    volendolo,  Margherita avrebbe potuto "forzare la situazione".  Ma lei
    non lo fece,  io non glielo chiesi e questo  un fatto sul  quale  non
    resta che meditare.
    Il  matrimonio.  Non si pu dire che il nostro sia stato un matrimonio
    d'interesse.  Che ci amassimo  indubbio ma anche  questa  non  potrei
    dire che sia la cosa fonda mentale.  Pi importante, credo,  stata la
    necessit di mettere la sua famiglia di fronte ad un  atto  ufficiale,
    formale,  socialmente impeccabile. E questo mentre furoreggiava tra le
    nostre letture "La morte della famiglia" di David Cooper.  Tra noi era
    esplicito  che il legame istituzionale non aveva pi valore del nostro
    amore. D'altra parte, sposarci,  a San Romedio di Trento,  il 1 agosto
    1969,  non  ci apparve soltanto un escamotage,  n ci cre problemi lo
    sconcerto divertito dei nostri amici del movimento studentesco.
    Milano.  Sia per Margherita che per me il trasferimento a Milano  dopo
    la  sua  laurea e il nostro matrimonio apre una nuova fase della vita.
    Lei ora non  pi vincolata ai rigidi orari che il padre dettava e  la
    citt-metropoli, a cui tanto si era interessata scrivendo la sua tesi,
    ora  le  avrebbe finalmente consentito di sottoporre a verifica i suoi
    convincimenti. Ma soprattutto, Milano  l'esperienza della nostra vita
    insieme che cambia molte cose  nel  suo  e  nel  mio  stile  di  vita.
    Guardando  oggi quei giorni mi rendo conto di una grande immaturit da
    parte mia ad affrontare i problemi che  la  "vita  insieme"  comporta.
    Quanto  abbia  imposto  di mio alla sua vita  un problema che capisco
    con gli anni.  Che lei non me lo abbia mai  fatto  pesare    un'altra
    storia.  La storia,  forse,  di una cultura politica che giustifica il
    sacrificio del "personale" in nome  di  una  ragione  pi  "alta":  la
    rivoluzione.  Troppo  pochi  sono  stati  i "giorni per noi" e se solo
    penso che il primo agosto 1969,  al pomeriggio del  nostro  matrimonio
    eravamo  gi  a  Milano per partecipare ad una assemblea di lavoratori
    studenti, mi chiedo: era proprio questo che Margherita si aspettava?
    L'esperienza extraparlamentare.  Il 1969   stato  un  anno  di  lotte
    sociali molto estese.  E Margherita, come me del resto, si  tuffata a
    capofitto in quelle tensioni.  Se prima le sue notti se le prendeva la
    famiglia, ora erano le "riunioni politiche" a divorarne la gran parte.
    Per  lei cambiava la forma delle cose,  per me molto meno.  Ma in quel
    contesto d'epoca per "noi" c'era davvero poco spazio e  ad  allargarlo
    non ci provavamo neppure,  sembrando ad entrambi, almeno credo, che il
    senso della nostra vita stesse "fuori di noi" pi che tra  noi.  Aveva
    senso  il  nostro  amore in quanto,  insieme,  mettevamo le nostre pi
    vitali energie al servizio di una causa. Buona era la causa,  buona la
    nostra vita. Ma era vero, davvero? Vorrei chiederlo oggi a Margherita.
    Ma  lei  non  c'  pi  e il non-detto di allora rimane in me come una
    domanda aperta. Una domanda mia, a questo punto, non per un rimosso e
    neppure un senso di colpa.
    La lotta armata.  Che lei abbia voluto l'organizzazione armata  quanto
    me,  se non pi di me,   un fatto.  Ma ci non toglie che per lei gli
    spazi di vita personale si siano ancor  pi  ridotti.  Semilegalit  e
    clandestinit  ci hanno indotto a compiere un'esperienza volontaria di
    istituzione totale.  Tutto per la rivoluzione:  anche  la  separazione
    fisica che molte volte si rendeva necessaria. Di pi, nelle prime B.R.
    donne  clandestine  ce  n'erano  poche  anzi  pochissime  sicch,  tra
    l'altro,  l'esperienza  di  quell'organizzazione  totale  per  lei  ha
    comportato  un'aggiunta di problemi: donna tra tanti uomini,  punto di
    convergenza di tante frustrazioni e repressioni.  Ne  abbiamo  parlato
    alcune  volte  ma  troppo io ero immerso nel "senso" di quell'universo
    per saper dare l'adeguato  ascolto  e  le  giuste  risposte  alle  sue
    domande.  Quanto  fu profonda la sua solitudine nei giorni pi bui - e
    ce ne furono - di quella nostra esperienza?
    La morte. Una valutazione errata, non sua, ed eccola l, ferita seduta
    nel prato. Di fronte ad un carabiniere tremante,  tutta sola.  Sola di
    fronte  alla  morte.  Si  dice  che  in prossimit della morte la vita
    scorra tutta dall'inizio alla fine, velocissima,  quasi a ricapitolare
    il   suo   senso.   Ma   quale   senso  per  lei?   Quello  "politico"
    dell'organizzazione in cui ha militato? E quale altro senn? Non posso
    entrare nei suoi ultimi pensieri n voglio attribuirgliene di un  tipo
    o  di un altro.  Certo nel film della sua esistenza non tutti i giorni
    hanno visto combaciare il desiderato e il vissuto.  E questo  sia  per
    quanto  attiene  al  nostro  incontro,  sia  per  ci  che riguarda la
    militanza politica.  Ma in ogni caso,  libera  stata fino  all'ultimo
    giorno  la  sua scelta,  piena la sua responsabilit sulla condotta di
    vita. Semmai  a me che resto che preme la domanda. cosa abbiamo fatto
    a noi stessi in quell'epoca "eroica" della nostra vita?
    Dopo la morte.  Uscita dalla nostra dimensione Margherita  entrata in
    un'altra realt.  Quale sia non saprei dirlo ma so che non  lecito n
    giusto impedirle una piena libert. Non  buona pratica,  voglio dire,
    legare  la  sua  immagine,  il  suo  ricordo,  ad  un'appartenenza  di
    qualsiasi tipo.  Margherita non appartiene  "alla  Rivoluzione",  alle
    Brigate  Rosse,  alla  sua  famiglia o al sottoscritto.  Ovunque sia 
    libera e nessuno su questa terra  ha  pi  il  diritto  di  disturbare
    questa  sua  libert.  Questa    anche la nostra unica possibilit di
    salute interiore e di ricerca libera e autonoma  della  nostra  strada
    nei giorni che ci restano.








    ANNAMARIA MANTINI.


    Note biografiche.

    - Annamaria Mantini nasce a Fiesole (Firenze), l'11 aprile 1953.
    - frequenta le scuole a Firenze.
    -  si  iscrive  all'universit  di  Firenze,   facolt  di  Lettere  e
    Filosofia, nel 1973.
    - si trasferisce a Roma nel 1975.
    - milita nei Nuclei Armati Proletari.
    - viene uccisa dai carabinieri a Roma, l'8 luglio 1975.



    Scritture di Annamaria Mantini.

    - Non ne sono state reperite.




    Documenti prodotti da organizzazioni  armate  per  la  persona  o  per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    -  Nuclei  Armati  Proletari,  Comunicato,  senza luogo,  9-7-75,  in:
    Soccorso rosso napoletano (a cura del), I nap, Milano 1976, Collettivo
    Editoriale Libri Rossi.
    9 luglio 1975: Ieri in un agguato teso dalla polizia,   stata uccisa
    a  freddo la compagna Annamaria.  La volont del potere di chiudere la
    partita con i compagni che si organizzano clandestinamente,  ha armato
    la mano del killer di turno, che con la precisa coscienza di uccidere,
    ci ha privato di una compagna eccezionale.
    Annamaria  era  uno  dei  compagni  che  hanno dato vita al nucleo "29
    ottobre".  Ha fatto parte del gruppo che ha sequestrato sotto casa  il
    magistrato Di Gennaro, e il contributo che ha dato alla costruzione ed
    esecuzione  di questa azione,  dimostrano il livello politico militare
    che aveva raggiunto.  E'  enorme  l'abisso  che  separa  una  compagna
    rivoluzionaria  da  uno  sbirro.  Non  basterebbero  la  vita di cento
    Tuzzolino per pagare la vita di Annamaria.
    Questo non significa che dimenticheremo i Tuzzolino, i Barberis,  cos
    come non abbiamo dimenticato i Conti e i Romaniello.
    La  mano  che  uccide  un  proletario  ci  nemica come i porci che la
    armano.  Ma lo ripetiamo,  non  uccidendo uno  o  pi  sbirri  che  i
    proletari  si  possono  ripagare  del  prezzo  che  stanno pagando per
    liberarsi.  E per questo prezzo altissimo,  in noi  come  in  tutti  i
    rivoluzionari,  non  c'  solo  la rabbia ma anche la coscienza che il
    movimento si sta arricchendo in maniera definitiva del  patrimonio  di
    importantissime esperienze che questi compagni ci lasciano.
    Le giornate di aprile, le innumerevoli azioni armate, gli espropri per
    autofinanziamento,  le  azioni nei carceri,  dimostrano la crescita di
    una nuova generazione di combattenti,  e non bastano gli omicidi e gli
    arresti per distruggerla.
    La nostra esigenza di comunismo  indistruttibile.
    Luca  Mantini,  Sergio Romeo,  Bruno Valli,  Vito Principe,  Gianpiero
    Taras, Margherita Cagol, Annamaria Mantini.
    Non siete i soli e non sarete gli ultimi, ma rappresentate per tutti i
    rivoluzionari una scelta irrinunciabile.
    Lotta armata per il comunismo.
    "Nucleo armato 29 ottobre".


    - Manifesto con fotografia di Annamaria Mantini e con un pugno chiuso.
    Sempre avanti fino alla vittoria.
    Lotta armata per il comunismo.
    Creare organizzare 10 100 1000 Nuclei armati proletari.
    "Nucleo armato 29 ottobre".



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    - "Anna Maria Mantini",  in: Nuclei Armati Proletari, Quaderno n. 1 di
    Controinformazione, Milano 1976.
    Comunista da sempre,  ma  solo  a  17  anni  inizia  ad  interessarsi
    attivamente  di politica sull'onda della contestazione studentesca del
    '68.  Quando il fratello viene  arrestato  ('72)  entra  a  far  parte
    dell'allora  'Soccorso  rosso'  fiorentino.  L'esperienza diretta,  la
    grande sensibilit  nei  confronti  delle  esigenze  del  proletariato
    detenuto  la  portano  alla  spontanea  scelta verso questo settore di
    intervento.
    Vive dall'interno le contraddizioni  dei  "nuclei  carceri"  di  Lotta
    Continua.
    Di  sua  iniziativa prende contatti con altri detenuti ed ex-detenuti,
    con i quali mantiene rapporti sempre pi intensi: sono loro lo stimolo
    principale alla sua maturazione politica,  il suo punto di riferimento
    ed  con loro che critica le posizioni attendiste di L.C.
    Dopo  una  breve  militanza  in  Potere  Operaio  ne esce per dar vita
    insieme ad altri proletari al Collettivo G. Jackson.
    Il  radicalizzarsi  delle  posizioni  all'interno  e  all'esterno  del
    carcere  la  rendono  cosciente della necessit di operare sui livelli
    pi avanzati dello scontro,  ci la spinge ad approfondire i  rapporti
    con i compagni dei NAP.
    Con l'assassinio di due di loro durante un'azione di autofinanziamento
    viene  a  rompersi un legame politico e umano fortissimo.  "E' inutile
    che io nasconda dietro la fede politica (che  maggiormente salda)  la
    mutilazione  grossissima  che  ho avuto" scrive ad un mese dalla morte
    del fratello.
    Ma non per questo affretta o decelera una  scelta  che  gi  da  tempo
    aveva fatto.  La maturit politica,  la carica umana,  l'odio profondo
    per l'istituzione carceraria (risultato di tre anni di  partecipazione
    a  tutti  i  livelli  delle  aspirazioni del proletariato detenuto) la
    vedono fondatrice del nucleo "29  ottobre".  Verr  assassinata  a  22
    anni,  ma come spesso ripeteva lei stessa: "E se la morte ci sorprende
    all'improvviso, che sia la benvenuta, purch il nostro grido di guerra
    giunga ad un orecchio che lo raccolga,  un'altra  mano  si  tenda  per
    impugnare  le  nostre  armi  e  altri uomini si apprestino ad intonare
    canti funebri con il crepitio delle mitragliatrici e  nuove  grida  di
    guerra e di vittoria.
    -  Lotta  armata  per  il comunismo,  documento per Margherita Cagol e
    Annamaria Mantini,  in: Ida Far,  Franca Spirito,  Mara e  le  altre,
    Milano 1979, Feltrinelli.
    Il movimento rivoluzionario ha perso due militanti, Margherita Cagol,
    "Mara"  e  Anna  Maria  Mantini.  Mara  era  una  delle  militanti pi
    "vecchie" delle Brigate Rosse.  Il suo impegno  nell'organizzazione  
    stato  quello  di una militanza totale cui ha dedicato la priorit dei
    suoi  interessi...   Anna  Maria,   che  i  NAP  definiscono  compagna
    eccezionale,  era  uno  dei  fondatori del gruppo 29 ottobre.  Abbiamo
    registrato sgomento  e  stupore  (e  non  solo  tra  i  borghesi)  per
    l'uccisione  di due donne.  Ma lo stupirsi per il ruolo che queste due
    compagne avevano nella lotta armata  semplicemente stupirsi  che  due
    compagne  siano  arrivate  a  fare  ci  che  molti compagni non osano
    neppure pensare.  Stupirsi perch due compagne dimostrano di avere  un
    ruolo  attivo nella guerra di classe,  di essere soggetto politico,  
    semplicemente stupirsi che le donne possano essere altro  che  oggetti
    sessuali,  pi  o  meno  di sinistra.  Sgomento per una nuova immagine
    della donna come soggetto ribelle: le nuove streghe.
    Lo Stato naturalmente non pu permettersi il lusso di trovare  simboli
    pericolosi  soprattutto  se  i cadaveri sono di sesso femminile.  Cos
    Mara diventa per la stampa la signora Curcio, manichino senza cervello
    che seguiva per amore (come ci si aspetta da ogni  donna)  il  proprio
    uomo...  E  poi  c'  Anna  Maria  che  tutti hanno descritto come una
    ragazza mite,  plagiata dal fratello maggiore.  Non appena  una  donna
    rivendica   non   soltanto  l'autonomia  economica  e  il  diritto  di
    scegliersi il proprio modo di vita, ma anche si riconosce nella classe
    sfruttata e inizia la  lotta  di  classe,  allora  lo  Stato  con  una
    pallottola in fronte chiude il conto....



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Alessandro Silj,  Mai pi senza fucile! Alle origini dei NAP e delle
    BR, Firenze 1977, Vallecchi editore. Frammenti.
    (...)I Mantini  sono  una  famiglia  "davvero  per  bene"  e  Luca  e
    Annamaria due "cos bravi ragazzi". Questo quartiere  un villaggio, e
    come  un  villaggio  si comporta.  Quando uno di loro  colpito da una
    "disgrazia" la gente fa quadrato.  Ed    la  consegna  del  silenzio.
    Quando vado alle Cure,  nel maggio 1975, per cercare Annamaria (non la
    sapevo nappista,  ovviamente;  di lei sapevo soltanto ci che  avevano
    scritto  i giornali,  che era molto legata al fratello) a casa Mantini
    rispondono che lavora, che ha orari irregolari.  Anche i vicini dicono
    lo stesso,  unanimemente generici: "S,  la si vede ogni tanto, lavora
    fino a tardi;  poveretta,  dopo la morte del fratello...".  Gli  occhi
    sfuggono,  il discorso scivola subito via.  La verit  che nel maggio
    1975 Annamaria non abita pi con la famiglia, ha gi lasciato Firenze.
    Gli abitanti delle Cure,  che sanno quanto fosse legata  al  fratello,
    che  la  sospettano  di  bazzicare,   come  gi  il  fratello,  gruppi
    "sovversivi" (e che forse ora non vedendola pi non  sanno  bene  cosa
    pensare), la proteggono con il proprio silenzio. Anzi fanno di pi, si
    adoperano  perch l'interlocutore non sospetti che Annamaria da queste
    parti ormai non si fa vedere che raramente. In realt, non  tanto lei
    che proteggono quanto la famiglia,  cio in definitiva la  madre,  che
    tutti stimano e che  gravemente malata. (...)
    Su  Annamaria  Mantini,  il  giudizio di quanti hanno conosciuto i due
    fratelli  abbastanza unanime;  pi intelligente del fratello;  ma pi
    timida,  meno  portata  del  fratello a socializzare.  Al fratello era
    legata da  una  "unione  viscerale,  incredibilmente  intensa".  (...)
    Annamaria  il  31  ottobre  1974,  si reca all'obitorio di Firenze per
    riconoscere la salma del fratello. E' calma, composta. "S,   proprio
    lui,  Luca."  dice  semplicemente.  Nella  camera mortuaria si china a
    deporre tra le mani del fratello alcune pagine di un libro. Il libro 
    "Col sangue agli occhi",  di George Jackson,  l'autore di "Fratelli di
    Soledad". (...) Della vocazione politica di Annamaria i giornali hanno
    dato,  dopo  la  sua  morte,  una  versione romantica.  Secondo questa
    versione Annamaria, "ragazza tranquilla" fino alla morte del fratello,
    si sarebbe buttata nella militanza attiva dopo la sua morte, mossa non
    tanto da moventi politici quanto dal suo affetto per Luca e dalla  sua
    determinazione  fermissima  di  vendicarlo.  Ecco  allora  che  si  fa
    guerrigliera e si arruola nei NAP...  In realt militante Annamaria lo
      gi  da  tempo,  partecipa alle riunioni del nucleo NAP,  fa la sua
    parte anche se,  per temperamento pi che per qualsiasi altra ragione,
    si  tiene  in  seconda  linea.  Che  ai  pi  sia sembrata una ragazza
    tranquilla non deve stupire. Perch tranquilla,  effettivamente,  lo 
    sempre  stata,  fin dai giorni in cui frequentava la parrocchia ed era
    scout-girl.  (...) "Aveva un aspetto cos  dimesso"  ricorda  un'amica
    "dimesso  e  casalingo,  una  ragazza  all'acqua  e sapone,  tanto per
    benino".  (...)  Subito  dopo  la  morte  del  fratello  Annamaria  si
    precipita nel rifugio segreto di via Pellas.  Vuole recuperare carte e
    materiali  compromettenti.   Ma  non  ci  riesce.   Si  trova   ancora
    nell'appartamento  quando la polizia vi fa irruzione.  All'inviato del
    Corriere della sera che vuole intervistarla  risponde  con  le  stesse
    parole  che  appaiono  nei  manifesti  affissi sui muri di Firenze dal
    Collettivo autonomo di Santa Croce e  dal  Collettivo  Jackson:  "Dica
    questo  di Luca: che  morto da comunista.  Che da quando aveva sedici
    anni ha lottato come comunista".  (...) L'emarginazione e le lotte dei
    detenuti non sono temi nuovi per Annamaria.  Il suo primo contatto con
    il carcere risale  ai  tempi  in  cui  il  fratello  milita  in  Lotta
    Continua,  pi esattamente al 1972. Annamaria segue molto da vicino le
    vicende del processo di Prato,  e durante i colloqui  in  carcere  con
    Luca familiarizza con le donne dei carcerati, entra nei loro problemi,
    si  appassiona  alle  loro  lotte.  Inizia  cos  il  suo  processo di
    politicizzazione.  Ha diciannove anni.  Fino a questo momento  il  suo
    impegno   politico      stato   tutto   sommato   marginale:  cortei,
    volantinaggi, comizi, sempre al seguito del fratello (...).


    - Lorenzo Mantini, Interrogatorio-deposizione, Questura di Firenze, 8-
    7-75.
    Sono zio paterno del defunto Luca Mantini e di Annamaria Mantini e da
    quando  morto mio fratello io ho fatto loro da  padre,  fino  ad  una
    certa  et,  perch  poi,  quando sono diventati pi grandi,  non mi 
    stato pi possibile esercitare su  loro  alcun  controllo.  (...)  Per
    quanto  riguarda  mia nipote Annamaria,  posso dire che da poco pi di
    due mesi si  in sostanza allontanata da casa ed  venuta  a  trovarci
    soltanto  saltuariamente,  anche  se  molto  spesso  ha telefonato per
    conoscere le  condizioni  di  salute  della  mamma.  Nel  corso  delle
    frequenti  telefonate  e dei pochi incontri ho cercato di sapere quale
    attivit la Annamaria svolgesse e ho cercato anche di  richiamarla  ad
    una vita pi ordinata,  ma lei mi ha sempre detto di non preoccuparci,
    perch aveva  trovato  un  lavoro  a  Milano  come  rappresentante  di
    enciclopedie  ed  inoltre insegnava in un istituto per bambini.  (...)
    Ricordo di aver visto mia nipote circa  dieci  giorni  fa,  arriv  di
    sera,  si  trattenne per la notte a casa,  la mattina dopo and a fare
    visita alla madre in ospedale ed ivi si trattenne tutta  la  giornata;
    ripart all'indomani.  (...) Per l'appunto ieri sera,  verso le ore 21
    la Annamaria mi ha telefonato a casa  ed  abbiamo  parlato  brevemente
    soltanto delle condizioni di salute della mamma (...).


    - Massimo Troise,  Interrogatorio-deposizione, Questura di Firenze, 8-
    7-75.
    Per  circa  4  anni,  a  principiare  dal  1970,  sono  stato  legato
    sentimentalmente  a  Mantini  Anna  Maria.  In atto questa relazione 
    cessata.  La motivazione penso sia da ricercarsi nel fatto che la Anna
    Maria  dopo  le  note  vicende  occorse  al fratello era diventata pi
    chiusa ed irritabile ed inoltre nel fatto che proprio in quel  periodo
    io  prestavo servizio militare e quindi la mia presenza solo saltuaria
    in Firenze ha contribuito ad allentare i nostri rapporti. Rapporti che
    sono cessati del tutto,  e in maniera non pacifica,  nel  febbraio  di
    quest'anno.  Ignoro  cosa la Annamaria abbia fatto dopo tale periodo e
    dove sia stata anche perch non  esisteva  pi  un  mio  interesse  di
    sapere.  Ricordo  soltanto  che  una  volta  che  occasionalmente l'ho
    veduta,  mi disse che  lavorava  a  Milano,  ma  non  mi  forn  altri
    particolari.  Allo  stato non sono in grado di dire dove la Arma Maria
    possa essere reperibile n quali ambienti frequenti; tuttavia suppongo
    che possa frequentare ambienti di sinistra  ed  in  particolare  della
    sinistra extraparlamentare (...).



    Testimonianze al Progetto memoria.

    -  Amici  di  Annamaria Mantini,  Testimonianza collettiva al Progetto
    memoria, Firenze 1995.
    Annamaria la sua scelta politica la fece quando arrestarono Luca, nel
    1972. Allora era molto giovane,  era cattolica.  Noi di Potere Operaio
    facemmo  una  colletta e portammo i soldi raccolti alla mamma di Luca.
    Lei ci ringrazi di questa offerta per il figlio in  carcere,  essendo
    una  famiglia  proletaria  ne  avevano  bisogno.   In  quell'occasione
    incontrai Annamaria.  Ricordo che la madre ci disse: "Sono preoccupata
    per Luca,  ma pi di lui mi preoccupa lei, che senz'altro prender pi
    coscienza ancora del fratello...".  Il giorno dopo Annamaria  venne  a
    cercarmi.  E  disse:  "Io voglio stare con voi,  con i compagni di mio
    fratello Luca Mantini. Fino in fondo". E di l  sempre stata con noi,
    a tutte le riunioni,  a tutti i dibattiti,  a tutte le scelte  che  si
    sono fatte.
    I  giornali  hanno  scritto  che  Annamaria  era  una ragazza "acqua e
    sapone", ed  la verit. Era una ragazza discreta,  bionda,  semplice.
    Timida,  anche.  Nel  breve  periodo della nostra storia sentimentale,
    quando tornava a casa la sera,  voleva essere accompagnata proprio  al
    portone di casa,  e che le si aprisse la porta, perch aveva paura del
    buio.  Diceva: "Ho terrore del buio".  Era molto  fragile,  anche  nei
    sentimenti,  di una bont infinita. Annamaria come donna sentiva anche
    il bisogno di aderire alle lotte.  Lei ha voluto incontrare i compagni
    per  condividere  con qualcuno il bisogno di organizzarsi,  fare delle
    cose.   Quando  mi  arrestarono  veniva  a  farmi  i  colloqui,   come
    convivente.  Noi  avevamo vissuto per un breve periodo insieme,  in un
    appartamento grande,  dove si stava insieme a vivere anche con  altri.
    Lei  era  fidanzata  con un ragazzo cattolico,  ma quello era un mondo
    dove lei non riusciva pi a  riconoscersi.  Vedendo  come  vivevano  i
    compagni,  si  sentiva pi vicina a questo modo di stare,  pi aperto,
    pi collettivo;  si passavano sere insieme...  forse quell'altro mondo
    la annoiava,  era troppo stretto per la sua vitalit, il suo desiderio
    di vivere e lottare.
    Quando mor Luca io ero in carcere. Mi telefon Annamaria: "Ho bisogno
    di vedervi", disse. Non disse vederti, vedervi.  Non era ancora venuto
    lo  choc;  lei voleva cos bene al fratello che ci volle un po' perch
    si rendesse conto a pieno di ci che  era  successo.  Il  giorno  dopo
    venne  a trovarmi a colloquio.  Sembrava di una cosa...  di una rabbia
    rivoluzionaria che io non ho mai visto in  nessuno.  Diceva:  "Bisogna
    veramente  attaccare le strutture di questo Stato".  E cos la scelta,
    il passo: se n' andata a Roma, s' incontrata con dei compagni...

    Ma lei,  in termini logistici,  era gi dei NAP.  Tant' che il canale
    attraverso  cui  ripresi i contatti con l'organizzazione quando uscii,
    per me fu lei. Annamaria l'avevo conosciuta di riflesso a Luca, quando
    veniva a trovarlo.  Nei nostri progetti di evasione lei era una figura
    centrale,  era lei che teneva i collegamenti.  Poi l'ho rivista fuori,
    in questa casa clandestina dei NAP,  dove  tenevamo  la  cassetta  dei
    soldi,  e chi ne aveva bisogno li prendeva, chi ne aveva li metteva...
    Annamaria era,  in quel periodo,  storicamente,  una delle pochissime,
    rarissime  donne  in  un'organizzazione  prevalentemente di uomini.  E
    riusciva a tenere a bada tutti; era rispettata da tutti.  Lei da fuori
    gestiva, organizzava, e quella era la sua capacit, la sua qualit.

    Un  grosso  cambiamento  in  Annamaria  l'ho visto sicuramente dopo la
    morte di Luca,  ma questo mi sembra  logico,  visto  il  bene  che  si
    volevano. Lei  l che ha preso la decisione di andare clandestina, di
    fare determinate cose, non soltanto pi teorizzarle o aiutare a farle,
    ma  assumerle in prima persona.  Io,  pur non sapendo esattamente cosa
    facesse a Roma, questo cambiamento lo sentivo, in lei.  La sentivo pi
    dura.  Dura,  s,    la  parola che mi viene.  A parte che prima era,
    naturalmente,  molto pi gioiosa,  sempre allegra,  e quel che  poi  
    successo...  ma proprio pi dura nell'affermare determinate cose,  nel
    prendere decisioni. Era come se si fosse raddoppiata la sua forza. Non
    c'era pi Luca ed era come se lei volesse fare per due, anche per lui.
    Sar anche scontato,  non lo so,  ma  io  li  rivedo  entrambi  belli,
    sorridenti, sempre molto disponibili...

    Il  ricordo che ho di Annamaria  un incontro,  pochi mesi prima della
    sua morte.  La rividi casualmente in una piazza a Firenze.  Lei andava
    da una parte,  io dall'altra.  Ci salutammo,  parlammo qualche minuto.
    Poi lei and verso il treno. E' l'ultima volta che la vidi.
    Lei e Luca erano genuini,  d'una bont d'animo infinita,  capaci di un
    profondo rispetto per la gente che era in difficolt.  E cos vogliamo
    ricordarli, sempre belli e disponibili.


    MARIO SALVI.


    Note biografiche.

    - Mario Salvi nasce a Roma, il 20 luglio 1955.
    - frequenta l'Istituto tecnico a Roma.
    - milita nel movimento studentesco.
    - milita in Lotta Continua.
    - milita nei Comitati Autonomi Operai.
    - viene ucciso da un agente di custodia a  Roma,  il  7  aprile  1976,
    durante una manifestazione.



    Scritture di Mario Salvi.

    - Non ne sono state reperite.




    Documenti  prodotti  da  organizzazioni  armate  per  la persona o per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    - Lotta Continua, 9-4-76.
    Come per Pietro Bruno,  come per Giannino Zibecchi,  come per Rodolfo
    Boschi.  Mario Salvi  stato assassinato dai cecchini dello Stato  per
    servire  gli  ordini  di  Moro  e  Cossiga.  La Legge Reale continua a
    funzionare con automatismo perfetto: i corpi di polizia uccidono,  gli
    assassini  confessano  apertamente,  i  loro  superiori  elaborano  le
    versioni opportune,  la magistratura indaga,  sentenzia la legittimit
    dell'omicidio  e  assolve.  Questo  meccanismo  omicida ha maturato in
    dieci mesi quasi sessanta vittime, un morto ogni sette giorni.  Scelba
    non  avrebbe  saputo  far  di meglio.  A pochi giorni dall'omicidio di
    Mario Marotta   stata  la  volta  di  Mario  Salvi,  un  compagno  di
    vent'anni,  militante  comunista  e  proletario.  Il suo corpo  stato
    identificato a tarda notte dal padre.  La famiglia di Mario  vive  nel
    quartiere proletario di Primavalle,  il padre  edile,  la madre aveva
    quattro figli,  la sorella di Mario  poliomielitica e proprio oggi  i
    genitori  sarebbero  partiti per Firenze,  dove la ragazza deve essere
    operata per una grave forma di scoliosi,  ma adesso  precipitata  sui
    Salvi una tragedia pi grande. Mario frequentava un istituto tecnico e
    militava nei Comitati Autonomi Operai, dopo essere stato fino all'anno
    scorso  in Lotta Continua.  La ricostruzione dei fatti  unanime nelle
    versioni dei testimoni: non era pi in atto alcuna azione offensiva da
    parte del  gruppo  che  aveva  lanciato  le  molotov  contro  le  mura
    posteriori  del ministero della Giustizia;  non c'era nessun "pericolo
    presente e attuale"  come  dicono  i  giuristi,  per  giustificare  la
    sparatoria (...).


    - "Ricordo di Gufo", in: Rivolta di classe, numero III, ottobre 1976.
    Il  sette settembre abbiamo affisso una lapide ricordo sul posto dove
    Mario Salvi  stato trucidato 5 mesi prima da un assassino  di  Stato,
    la guardia carceraria Velluto.
    Vuota  commemorazione o prassi rivoluzionaria?  Detto tra noi potrebbe
    essere scontata la seconda  ipotesi,  vediamo  per  di  spiegarne  il
    perch.  I  rivoluzionari non sono tali in virt di una ideologia o di
    una fede incondizionata, ma in quanto portatori tra le masse del nuovo
    che  sorge  dalle  lotte  di  tutti  gli  sfruttati,  portatori  della
    necessit di non riconoscersi nelle strutture dello Stato borghese per
    costruire   le   basi  del  futuro  Stato  proletario,   e  da  queste
    riconosciuti  come  avanguardie  reali  delle  loro  lotte,  dei  loro
    bisogni,  interni alle loro problematiche di vita. Questa lapide, l a
    Via degli Specchi,  non serve tanto ai rivoluzionari: la consegna  che
    hanno ricevuto da Mario Salvi,  Ceruso, Bruno, Romeo, Cagol, Mantini e
    tanti altri,   ben diversa!  Serve a dimostrare che una parte di Roma
    (d'Italia,  dell'umanit)  sta con quel sacrificio,  con quelle lotte,
    con  quella  vita  contro  l'altra  parte  che  tenta  inutilmente  di
    sopravvivere a quel destino che  gi segnato dal corso delle lotte di
    classe.
    Un monito per tutti coloro che quotidianamente attentano alla vita dei
    proletari:  c' tanta forza in quella muta e fredda lapide,  quanta ne
    ha il movimento nel suo insieme,  l'autonomia operaia come  sua  parte
    avanzata.
    Ma chi era Mario Salvi?  Perch la morte di un compagno " pi pesante
    del monte Tai"?  (come dice Mao Tse Tung).  Mario era figlio  di  quel
    favoloso  popolo  romano  descritto  sempre in termini menefreghisti e
    sfaccendato,  ma che  in  verit  accoglie  le  cose  della  vita  con
    semplicit,  schiettezza,  ironia.  Mario,  per  quello che lo abbiamo
    conosciuto noi, era tutto questo.  Militante duro e caparbio ma sempre
    allegro,  burlone,  sarcastico,  pronto  alla  battuta pungente,  alla
    satira feroce contro  amici  e  antagonisti,  non  gli  pesava  questa
    strenua  militanza nella Autonomia Operaia come ad alcuni pesa.  Aveva
    scelto di essere compagno da molti anni, da ragazzo forse anche per le
    tradizioni socialiste e proletarie della sua famiglia. A Primavalle lo
    ricordano da sempre. Una militanza non appariscente,  un contatto,  un
    rapporto continuo con i proletari del suo quartiere,  con quei giovani
    di borgata costretti ad entrare e uscire di galera, ad arrangiarsi per
    vivere,  con i quali ingaggiava duri discorsi per fargli capire che la
    loro  risposta era perdente,  inutile e che valeva la pena combattere,
    ma con cervello, organizzati.  Lui l'aveva capito subito e ogni volta,
    ovunque  aveva  militato,  la  sua  figura  era  venuta  fuori non con
    irruenza, ma in modo preminente, senza alcuna forzatura ma prendendosi
    la responsabilit di  cui  era  capace,  un  equilibrio  tra  problemi
    privati  e  attivit  politica  che pochi compagni della sua et hanno
    dimostrato fin'ora di saper raggiungere.
    Che lascia Mario? Non solo il vuoto politico derivante dalla scomparsa
    di questa figura tutt'altro che secondaria,  lascia purtroppo orfani i
    compagni di Primavalle,  di cui rappresentava un punto di riferimento,
    che  la  sua  morte  ha  sconvolto  trovandoli  impreparati,   sia  ad
    affrontare  il significato di questa brutalit,  sia a prendere il suo
    posto tra i proletari, il suo posto di lotta.
    Qualcuno ha anche azzardato "ma chi glielo  ha  fatto  fare?"  facendo
    intravedere attraverso quante oscillazioni deve passare la costruzione
    della  coscienza  politica  fino  a  sciogliere  il  nodo della scelta
    rivoluzionaria,  non come professione  ma  come  scelta  di  vita,  di
    costume,  di  prassi.  Mario  questa scelta l'aveva fatta da un pezzo,
    improntandone ogni  aspetto  della  vita,  dai  rapporti  con  la  sua
    famiglia,  a  quelli  con  la  sua ragazza,  a quelli con i compagni e
    l'organizzazione.  Senza rimpianti  n  mugugni,  con  quell'onest  e
    franchezza  che quasi sempre caratterizza i proletari,  e che  invece
    difficile conquistare per  i  figli  della  borghesia  o  dei  piccoli
    borghesi.  Sta  proprio qui la distanza tra Mario e altri compagni che
    fanno politica per darsi una ragione,  uno scopo,  tenendo per sempre
    all'erta vecchi rimpianti. E purtroppo sono sempre i pi bravi i primi
    a cadere, proprio perch quell'essere "pi bravi" non  segno di gradi
    o  di  posti  al  sole,  ma di maggiori disponibilit,  dello stare in
    trincea, in prima linea.
    Non  questo un inno a dare il buon esempio, a funzionare da simbolo e
    da bandiera,  si vuol solo dire che   proprio  la  conquista  di  una
    coscienza politica, sgombra da settarismi e da servilismi che ci rende
    protagonisti,  che ci porta a tirare la carretta quando gli altri sono
    esitanti,  in definitiva che ci espone in continuazione ai  rischi  di
    una  militanza  dura  e senza remunerazioni.  Mario era questo,  ma ci
    piace di pi ricordare la sua figura  allegra  che  riempiva  riunioni
    grigie e lunghe di simpatiche battute, ricordarlo spavaldo, padrone di
    se stesso, giovane, "fico".
    I suoi progetti per impalmare Rita, la mancanza dei quattrini, i conti
    della  probabile  dote,  la  "magnata co' tutti",  la casa da soli per
    poterci portare tutti i compagni, per continuare a far vita collettiva
    oltre la militanza politica.
    Gufo vive.  Perch vivo  il calore che ha lasciato in  mezzo  a  noi,
    anche  tra  coloro che appena lo conoscevano o che lo hanno conosciuto
    dopo morto.  Perch  in noi presente  quella  sua  vitalit,  il  suo
    atteggiarsi  quale  "miglior  baffo"  di  Via  dei  Volsci,  la carica
    esplosiva che contagiava chi  gli  stava  vicino,  la  presa  in  giro
    bonaria e burlona rivolta ai "vecchi",  ma che serviva a dissacrare le
    favole e i miti che i pi giovani cuciono addosso ai pi navigati,  ai
    "pi  responsabili";  il  "nun  c'  problema" coniugato in continuit
    rispetto ai vari aspetti della vita o dell'attivit.
    "Gufo  vivo e lotta insieme a noi,  le sue idee non  moriranno  mai".
    Questo grido che sale dalle piazze da quel triste giorno,   propriet
    oggi del movimento,  sta a significare la continuit delle scelte  gi
    fatte insieme, il costume proletario dell'organizzazione, la modestia,
    la  franchezza,   la  puntigliosit  che  sono  propri  dei  militanti
    dell'autonomia operaia organizzata.
    Gufo,  ci hanno privato della tua intelligenza e del tuo cuore,  ma il
    fiore  che  abbiamo  coltivato  insieme,  lo  alimenteremo  fino  alla
    vittoria.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - "Parlano i compagni e i proletari di  Primavalle",  in:  Rivolta  di
    classe, numero 3, ottobre 1976.
    Intervista con una proletaria di Primavalle.
    "Mi vuoi parlare di Mario e delle lotte che faceva nel quartiere con i
    compagni  del  comitato?"  Conoscevo  Mario da un anno;  per me era un
    bravissimo ragazzo, era sempre in prima fila nelle lotte politiche del
    quartiere;  con lui e con gli  altri  compagni  del  comitato  abbiamo
    organizzato  l'autoriduzione delle bollette telefoniche e della luce e
    le lotte contro il carovita. (...)
    "Pensi che la morte di Mario sia stata inutile?  Pensi che ha  ragione
    la gente che dice 'chi glielo ha fatto fare'?"
    No, non  stata inutile; per me era giustissimo manifestare davanti al
    ministero di Grazia e Giustizia; mi domando come hanno fatto a mettere
    fuori  quest'individuo infame...   una cosa ripugnante e bisognerebbe
    scriverla su tutti i giornali.  Mario  stato ammazzato;  la guardia 
    uscita ed ha fatto un omicidio volontario perch ha mirato all'altezza
    della  testa  proprio  per ucciderlo;  mi ricordo anche che i giornali
    scrissero che era un tiratore scelto.
    "Domenico Velluto    uscito;  pensi  che  la  giustizia  dello  stato
    borghese  condanner  Velluto  o  pensi che ci sia bisogno di un altro
    tipo di giustizia?"
    Oramai non lo condanneranno pi; dobbiamo condannarlo noialtri,  visto
    che  loro  non  ne  sono stati capaci;  allora c' bisogno di un'altra
    giustizia: mirare alla testa come hanno fatto con Mario.
    "Cosa hai provato per la morte di Mario? Paura della repressione dello
    Stato, sfiducia nell'organizzazione delle lotte?"
    La morte di Mario mi ha provocato un grandissimo dolore,  ma non mi ha
    spaventato,  anzi  ha aumentato la mia volont di lotta.  Il fatto che
    tutte le donne, tutti gli abitanti di Primavalle hanno voluto dedicare
    la piazza del quartiere a Mario dimostra come  tutti  lo  ricordino  e
    come tutti vogliano continuare le lotte.


    - Giampiero, un giovane proletario di Primavalle.
    "Vuoi parlare di Mario e della sua vita con te e con gli altri giovani
    del quartiere?"
    Pi  che  dire  che  conoscevo  Mario,  posso dire che era impossibile
    trovare qualche ragazzo qui nel quartiere che non lo conosceva, perch
    era un tipo che si faceva conoscere e faceva facilmente  amicizia  con
    tutti.  L'ho  conosciuto  parecchio  tempo  fa  con altri miei amici e
    subito ho notato che era diverso,  che stava molto avanti a noi perch
    era  l'unico  che  parlava  dei  nostri  problemi e cercava di farcelo
    capire anche a livello spontaneo.  In tutte le cose  che  si  facevano
    insieme lui cercava di farci capire il perch.
    "Hai  detto che era diverso,  perch lo vedevate superiore a voi,  per
    quali motivi precisi?"
    Viveva i nostri problemi ma era l'unico a dire che dovevamo cercare di
    risolverli,  viveva alla  giornata  come  noi  ma  pure  nell'amicizia
    cercava di portare avanti le sue idee.
    Io,  gli altri amici, prima tanti problemi non ce li ponevamo, eravamo
    quelli che si dicono tipici ragazzi di borgata e passavamo il tempo al
    bar e Mario ci ha fatto cambiare e con noi   cambiato  il  quartiere.
    Lui ci faceva capire in linea pratica quello che si doveva fare invece
    di fare i cazzari tutto il giorno al bar.
    "Quali erano questi problemi di cui parli?"
    Il problema del nostro tempo sprecato qui al bar, il lavoro che non si
    trovava e i nostri rapporti con gli altri perch non facevamo attivit
    politica, non avevamo le idee chiare sul comunismo.
    "Tutti  parlano  di Primavalle come di un quartiere di ladri,  buoni a
    nulla,  delinquenti: cosa diceva Mario di questo,  cosa  proponeva  di
    fare?"
    Mario conosceva tutti,  dal primo ladrone all'ultimo coatto, e cercava
    di farci capire che lo scippatore a modo suo si ribella a una  societ
    che   di merda,  e ci diceva che non erano tanto diversi da noi e che
    bisognava parlare con tutti e far capire quali erano le lotte giuste e
    come uscire fuori dalla oppressione.
    "E' sicuro che il potere far qualcosa per impedire che una piazza  di
    questo quartiere resti intitolata a Mario.  Quale pensi sar la vostra
    risposta?"
    La lapide non si staccher, ci saremo noi, i suoi amici, i ladroni, le
    donne del quartiere ad impedire a questurini e poliziotti una cosa del
    genere. Sarebbe una lotta grossa, triste solo per i padroni.
    "Che cosa rappresenta per voi questa lapide?"
    Non solo un ricordo,   qualcosa che ci fa capire giorno  dopo  giorno
    che  quello  che  ha  fatto  lui  non   che una parte delle lotte che
    dobbiamo continuare a fare.  E' uno sprone per noi giovani e per tutti
    quelli che credono in qualche cosa.
    "Come  nato il soprannome di 'Gufo'?"
    Quando  ci  si trovava nelle bische per giocare a flipper,  lui era un
    tipo che ti si metteva alle spalle e tanto faceva  che  perdevi,  cos
    tutti  a dire che portava jella e tutti a dirgli che sembrava un gufo.
    E poi era il primo che affibbiava soprannomi a tutti, a me per esempio
    mi chiamava Picchio. Quando gli andava di scherzare era terribile, non
    smetteva pi.
    "Ultimamente   aveva   fatto   una   scelta   politica   ben   precisa
    dell'autonomia operaia, vi ha mai fatto pesare questa militanza?"
    Era  molto importante per lui il fare politica,  ma continuava a stare
    in mezzo a noi al bar, al cinema,  in pizzeria,  perch pi importante
    di tutto era per lui stare con gli altri, con i suoi amici. Mi ricordo
    di  una  sera  che  all'improvviso  decidemmo  di  andare  a dormire a
    Bracciano, anche se tutti avevamo una casa, tanto per fare qualcosa di
    diverso, e lui era con noi. Tutto questo  bellissimo.


    - Dario, compagno del Collettivo politico Mario Salvi.
    "Come erano i rapporti di Mario con il Collettivo e con i compagni?"
    Il modo di fare politico di Mario non era quello del  "militante",  24
    ore  su  24,  che pensa soltanto alla politica.  Anche le riunioni pi
    lunghe diventavano meno  pesanti  perch  in  ogni  intervento  sapeva
    infilarci  la battuta e distendere l'atmosfera.  Non faceva mai pesare
    la sua militanza e tutti i compagni nuovi cominciavano con lui a  fare
    l'intervento nel quartiere perch, lo sappiamo bene, intervenire in un
    quartiere non  cosa facile. Nell'ultimo periodo era diventato uno dei
    compagni pi responsabili.
    "Aldil  della  partecipazione  di  Mario  all'azione  al  palazzo  di
    giustizia per la liberazione di Marini pensi  che  azioni  del  genere
    valgono la pena di essere fatte nello scontro attuale con il potere?"
    Senz'altro  azioni  del  genere  vanno  fatte per riportare l'opinione
    pubblica,  la stampa,  sulla ingiustizia padronale.  Dobbiamo  evitare
    sempre  per  di andare inermi allo scontro con un apparato repressivo
    statale reso tracotante da una legge liberticida  come  quella  Reale.
    Dobbiamo  evitare  che  ci  siano  ancora dei Pietro Bruno e dei Mario
    Salvi.
    "La morte di Mario ha portato una qualche  svolta  nel  programma  del
    Collettivo, nell'impegno dei compagni?"
    I  compagni del comitato sono ancora in fase di riflessione,  comunque
    una cosa  abbastanza chiara, bisogna colmare quello stacco che esiste
    fra la coscienza proletaria reale e alcune azioni di avanguardia.  Per
    questo  ci  proponiamo anche di fare di meno nel quartiere ma di farlo
    meglio.  Vogliamo  rapporti  di  reale  militanza  con  una  serie  di
    avanguardie  proletarie  che  gi  esistono  nel  quartiere e al tempo
    stesso cercare sempre pi il dato di classe  nelle  lotte  ed  evitare
    livelli interclassisti.
    Nel  quartiere  ci  interessa  soprattutto  un  intervento sui giovani
    proletari rispetto alla militarizzazione del quartiere  che    sempre
    maggiore.  Ricordiamo  l'uccisione  di  Giuliano Moccia da parte della
    polizia durante un inseguimento e la polizia stessa che spara ai  suoi
    funerali contro i giovani proletari presenti.  Rispetto ai giovani, ai
    ladri, eccetera,  il quartiere vive in continua tensione e questo  un
    altro  punto  della  nostra  lotta  che  cercher anche di impedire la
    diffusione della droga pesante che gi ha invaso i  quartieri  vicini,
    tenendo  conto  del  ruolo dei fascisti in queste cose e del fatto che
    hanno riaperto la loro sede qui a Primavalle.



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Archivio P.M., Testimonianza al Progetto memoria, Roma 1995.
    Il mio ricordo di Mario Salvi  legato alla nostra  comune  militanza
    nel Comitato Proletario di Primavalle. Il comitato, nato alla fine del
    '74,  era  diventato un punto di riferimento per il movimento di lotta
    delle autoriduzioni delle tariffe Enel  e  Sip;  la  nostra  militanza
    politica era legata al movimento dell'Autonomia Operaia romana.
    Mario  entr in contatto con noi,  se ben ricordo,  nella seconda met
    del '75.
    Prima frequentava la locale sezione di Stella rossa; un gruppo M-L che
    si presentava regolarmente alle elezioni politiche con scarso successo
    e che viveva  in  un  clima  di  auto-isolamento  ritenendosi  l'unico
    detentore della linea rivoluzionaria.
    I  suoi  militanti erano comunque conosciuti nel quartiere soprattutto
    per la loro feroce determinazione negli scontri con i  fascisti,  dove
    usavano martelli, chiavi inglesi e altri arnesi di ferramenteria.
    Nelle  prime  riunioni Mario era guardato con un po' di diffidenza per
    questi suoi precedenti, ma ben presto conquist con la sua personalit
    la stima e la simpatia di tutti.
    La composizione sociale del Comitato,  tranne qualche  eccezione,  era
    prevalentemente   studentesca;   il  nostro  intervento  politico  nel
    quartiere era "esterno", infatti quasi nessuno abitava a Primavalle.
    Mario invece era nato a  Primavalle,  l  da  sempre  viveva  e  aveva
    comprensione immediata e diretta dei problemi del quartiere, anche nel
    'loock'  era diverso da noi,  mi ricordo il suo abbigliamento e il suo
    taglio di capelli perfettamente adeguati allo stile un po' 'coattesco'
    di chi frequentava i vari bar e muretti della borgata.
    Questo per dire come la sua  vita  era  anche  in  questi  particolari
    secondari  molto  vicina ai giovani del quartiere.  La sua militanza 
    stata purtroppo breve ma molto intensa e ben presto  divenne  uno  dei
    compagni pi presenti alle riunioni e alle iniziative politiche.
    Con  la  presenza  'politica'  cresceva  anche  quella  'militare' sul
    territorio;  nei cortei eravamo sempre pronti allo scontro,  Mario era
    molto   coinvolto   nell'organizzazione  del  servizio  d'ordine  alle
    manifestazioni  e  partecipava  con  entusiasmo  alle   nostre   prime
    esercitazioni con le armi.
    Il  "battesimo  del  fuoco" per Mario,  fu veramente di fuoco!  La Sip
    staccava il telefono a chi praticava l'autoriduzione, si organizzarono
    come risposta una  serie  di  sabotaggi  alle  cabine  di  derivazioni
    telefoniche nei quartieri borghesi, lasciando cos per un po' di tempo
    senza  telefono  gli abitanti dei Parioli e degli altri quartieri-bene
    della citt.
    Io e Mario ci recammo con una vespetta  all'ora  stabilita  al  nostro
    obiettivo,  dovevamo  aprire  l'armadietto  metallico  e sistemarvi un
    ordigno incendiario.
    Un congegno chimico doveva ritardare l'esplosione;  l'acido  solforico
    entrando  in contatto con la miscela di clorato di potassio e zucchero
    avrebbe innescato l'incendio della tanica di benzina;  ma  la  qualit
    del  profilattico  che  separava le fiale dell'acido dalla miscela era
    evidentemente  scarsa,  cos  la  sua  corrosione  non  avvenne,  come
    preventivato, dopo qualche minuto, ma fu immediata.
    La  fiammata  illumin  la  strada,  saltammo  sulla  nostra  vespetta
    modificata e schizzammo  via  a  tutto  gas  nella  notte.  Le  nostre
    capacit  di artificieri ci lasciarono perplessi,  ma la nostra 'guida
    veloce' ci confort.
    Il 7 aprile c'era stata la sentenza del processo Marini  (il  compagno
    anarchico  condannato  per aver ucciso un fascista),  la mattina c'era
    stato lo sciopero e il corteo degli studenti,  per  il  pomeriggio  si
    decise  un'azione  contro  il  ministero  di Grazia e Giustizia di via
    Arenula.   Io   non   dovevo   partecipare   all'azione,   ma   sapevo
    dell'appuntamento  e  mi  recai  a Campo dei fiori a dare un'occhiata.
    Incontrai Mario che insieme ad altri,  divisi in  piccoli  gruppi,  si
    preparava.  Ci  salutammo  e  con il suo solito modo scherzoso mi fece
    notare il rigonfiamento sotto il giubbotto;  era armato.  Mario era un
    compagno molto determinato e coerente;  il suo compito nell'azione era
    quello di  coprire  il  lancio  di  bottiglie  incendiarie  contro  le
    finestre  laterali  del  Ministero,  era  quindi  rimasto  per  ultimo
    garantendo la fuga degli altri compagni.
    A duecento metri di distanza dal Ministero venne ucciso con  un  colpo
    di  pistola alle spalle da un agente di custodia mentre si allontanava
    camminando.
    Quando giunse a San Lorenzo,  dove  ci  ritrovavamo  quella  sera,  la
    notizia della morte di un compagno, non si sapeva chi fosse perch non
    aveva documenti addosso e quindi non era stato identificato.
    Una  notizia  Ansa descriveva la statura e dava anche come particolare
    il fatto che il morto indossava dei  pantaloni  arancioni.  Ricollegai
    subito  questo  fatto  a  Mario  e  lo dissi agli altri,  purtroppo mi
    ricordavo bene come era vestito.
    Il giorno dopo ci furono violenti scontri davanti  al  Ministero,  poi
    venne  attaccata  con  molotov  e  colpi  di  pistola  la  caserma dei
    carabinieri di Piazza Farnese; negli scontri successivi un carabiniere
    venne gravemente ferito: quella volta  sparammo  noi  per  primi.  Era
    finito il tempo delle azioni dimostrative.













    MARTINO ZICHITTELLA.


    Note biografiche.

    - Martino Zichittella nasce a Marsala (Trapani), il 26 aprile 1936.
    - si trasferisce a Torino pochi anni dopo.
    - svolge attivit extralegali.
    - viene arrestato per rapina nel 1966.
    - evade dal carcere di Firenze.
    - riarrestato, milita nel movimento di rivolta dentro alle carceri.
    - milita nei Nuclei Armati Proletari.
    -  resta  ucciso  a  Roma,  durante un'azione armata dei Nuclei Armati
    Proletari, il 14 dicembre 1976.








    Scritture di Martino Zichittella.

    - "Memoriale redatto da Martino Zichittella", in: Anarchismo n. 10-11,
    Catania 1976.
    Prima del mio arrivo nella Casa di reclusione di Lecce,  mi era stato
    accennato come fosse usuale in questo luogo, conosciuto come il "Lager
    del Salento", percuotere i nuovi arrivati. Gi il compagno S. N. in un
    memoriale  presentato  alla  magistratura  alcuni mesi fa,  descriveva
    fatti avvenuti e metodi usati di violenza da restare sgomentati;  egli
    si  riferiva  al caso di un detenuto che dopo essersi aperto il ventre
    dalla disperazione con un'arma da taglio,  fu oggetto di un  pestaggio
    da  parte degli agenti di custodia,  che lo ridussero in fin di vita a
    colpi  di  manganello  e  calci.  Lo  stesso  poi  (il  suo  nome  era
    Caradonna),  fu  abbandonato  in  una  cella sotterranea senza che gli
    fossero state apprestate le cure necessarie.  Non ricordo la  data  di
    questo fatto.
    Trasferito in questo stabilimento,  ebbi modo di constatare, e subire,
    i metodi che venivano messi in atto: un  trattamento  riservato  quasi
    sempre  ai  compagni  o  simpatizzanti di sinistra.  Il 30 giugno 1975
    facevo il mio ingresso nella menzionata  casa  penale  proveniente  da
    Rebibbia, dove fui trattato secondo il regolamento. Alla villa Bob di
    Lecce  invece,  appena  preso  in  consegna  dal  corpo di guardia del
    carcere,  mi venne rivolta da un brigadiere degli agenti di  custodia,
    questa  frase: "E adesso che cosa avanzi?" Certo non potevo immaginare
    cosa mi sarebbe accaduto nei seguenti 80  giorni.  Dopo  essere  stato
    portato  in  un ufficio adiacente a quello del maresciallo comandante,
    fui  perquisito  da  cima  a  fondo,   senza  rispetto  alcuno   della
    personalit umana,  con accurate esplorazioni anali, poi introdotto in
    una sezioncina detta "Reparto isolamento": qui fui  rinchiuso  in  una
    cella  che  non aveva alcun arredo,  solo mura,  porte e inferriate di
    ferro. Qui ci rimasi circa mezzora, dopo di che fui invitato ad uscire
    in un corridoio dove c'erano ad attendermi un numero considerevole  di
    guardie  (una  quindicina).  Mi  fecero  percorrere il corridoio della
    sezione e a spintoni mi condussero in un passaggio che immetteva in un
    sotterraneo detto "La campana".  Si  trattava  di  tre  anguste  celle
    lunghe due metri e trenta circa, per uno e cinquanta. Appena scesi gli
    scalini  e spinto in una delle tre cellette (precisamente la seconda),
    venni  aggredito  da  alcune   guardie   che   erano   nel   corridoio
    precedentemente, agli ordini di un appuntato.
    Queste  mi  furono addosso in un baleno e mi percossero selvaggiamente
    per mezzora con calci e pugni,  tanto da farmi  svenire  e  procurarmi
    lesioni  e  dolori  che  accusai  per  oltre  un  mese.  Dopo il primo
    pestaggio,  chiusero la porta  della  cella  e  quella  della  sezione
    andandosene.  Il locale maleodorante e sudicio era umidissimo, l'unica
    suppellettile era un bugliolo senza coperchio nel quale c'erano ancora
    escrementi umani.
    Di l a poco  tempo  con  un  rumore  assordante  di  chiavi  e  ferri
    sbattuti,  arrivarono altre guardie, era una seconda squadretta per il
    secondo pestaggio,  l'appuntato era sempre lo stesso,  aprirono la mia
    cella  e mi si avventarono nuovamente addosso,  dicendomene di tutti i
    colori, frasi come bastardo, fottuto, delinquente.
    Mi strapparono di dosso la  camicia  e  i  pantaloni  e  questa  volta
    ricevetti  anche dei colpi con un bastone.  Insomma avevo le ossa e il
    corpo in stato pietoso,  era  blu  per  le  ecchimosi,  il  sangue  mi
    fuoriusciva dal naso,  dalla bocca e dalle abrasioni alle braccia e al
    corpo.  Prima che se ne andassero gettarono  nella  cella  due  secchi
    d'acqua allagando l'angusto locale; in queste condizioni rimasi ben 24
    giorni,  cio  nudo  con acqua sul pavimento e con scarso cibo,  per i
    primi tre giorni non mi dettero nulla e per un mese non vidi un raggio
    di luce, e non presi una boccata d'aria all'esterno.
    Nello stesso periodo ebbi modo di conoscere altri compagni che avevano
    subito o subirono vessazioni e pestaggi. Si tratta di D. C., G. L., B.
    D. S., U. M., P. R. M.,  S.  R.,  I.  B.,  G.  P.,  e molti altri.  Il
    trattamento  fu pressappoco analogo per tutti: il B.  D.  S.  fu messo
    addirittura in un reparto denominato "Il forno", locale strettissimo e
    privo di finestre, nel buio pi totale, per diversi giorni.  Altri due
    mesi,  poi,  me  li  fecero  trascorrere  in  una  cella  in  un piano
    superiore,  dove c'era un pancaccio e un gabinetto  alla  turca.  Alla
    "Campana"  per  tutta  la  durata  dei 24 giorni non mi fu data n una
    branda n un materasso.  Dormivo a terra con una coperta  sudicia  che
    subito  si  inzuppava di acqua,  che mi veniva consegnata la sera alle
    ventuno e ritirata la mattina successiva alle otto. Continue furono le
    istigazioni al suicidio e durante la notte mi costringevano ad alzarmi
    per il controllo della ronda,  la luce  era  accesa  giorno  e  notte,
    naturalmente  per  tutto  il tempo che rimasi in quel buco,  non potei
    acquistare cibo,  n scrivere a  mia  madre,  la  quale  dopo  il  mio
    trasferimento da Roma non sapeva dove fossi stato mandato.
    Un  giorno  arriv  un  compagno,  A.  M.,  ad  accoglierlo  c'era  un
    brigadiere che disse  alle  guardie  che  lo  perquisivano:  "Addosso,
    questo    un  rosso,  si  pu  ammazzare!" e sfilatosi la cinghia dei
    calzoni, cominci a colpirlo.
    Dopo una quarantina di giorni  di  quell'inferno  mi  portarono  nella
    sezione  comune al piano superiore,  qui ci rimasi solo cinque giorni;
    un mattino, precisamente il 1 agosto 1975,  venni nuovamente prelevato
    e portato alle celle di punizione. Dissero di aver trovato un coltello
    nella  cella  comune  (che  dividevo con altre cinque persone),  e che
    l'arma mi apparteneva: cosa anacronistica,  perch il mio bagaglio  al
    mio arrivo fu minuziosamente perquisito.
    Dopo  l'entrata  in vigore della riforma carceraria e la presentazione
    da parte mia e di D. C. di una denuncia, pareva che le cose fossero un
    tantino cambiate.  Dopo una dimostrazione pacifica e la  presentazione
    di  un  documento  da noi stilato che chiedeva alcuni miglioramenti di
    carattere interno,  per tutta risposta,  alcuni di noi furono presi  e
    portati  nelle  carceri  giudiziarie  situate  in  un altra zona della
    citt, e picchiati.
    Responsabile dei due stabilimenti penale e  giudiziario    il  dottor
    Vito Siciliano,  noto per la sua durezza.  Un giorno disse al compagno
    G. M.  (pure lui  passato sotto le ire degli agenti): "Alla Campana i
    cani morirebbero, ma voi ci state bene!"
    Alcuni  giorni  or sono un detenuto,  S.  R.,  che aveva bevuto un po'
    troppo, per aver detto "siete dei fascisti",  e dopo essersi rinchiuso
    in  una  sezione  (voleva essere trasferito) con un coltello,   stato
    assalito e picchiato selvaggiamente dalle guardie corse in forze con i
    manganelli e gli scudi.  Il R.   stato duramente picchiato anche dopo
    che  era  stato  disarmato.  A  testimoniare  ci  ci  sono i compagni
    detenuti I. P., S. R., e il compagno G.  S.  Il R.  si trova ancora in
    stato  di  isolamento  e  si  teme  per  le  sue condizioni.  Un'altra
    testimonianza pu venire da D. A.  che dice di essere stato oggetto di
    percosse  nelle  carceri  giudiziarie  in  piazza  dei Peruzzi,  15/a,
    Lecce.
    - Martino Zichittella,  "Assassinio di un uomo",  Porto  Azzurro,  in:
    Autori Vari, Liberare tutti i dannati della terra, Roma 1972, Edizioni
    Lotta Continua.
    Questa  la giustizia del nostro paese, condanne assurde senza troppo
    andare  per  il  sottile,  labili  indizi  per  ci  che  concerne  la
    colpevolezza,   prove  ed   alibi   di   innocenza   non   tenuti   in
    considerazione.  Perch?  Si  tratta di un pregiudicato,  pregiudicato
    diventato per protesta di una societ che  fa  schifo,  democrazia  di
    capitalisti,   uomini   che   sfruttano   milioni   di  altri  uomini,
    salariandoli con molliche di pane,  briciole  lasciate  cascare  dalla
    loro  sontuosa mensa,  briciole che non sfamano,  gocce che tengono in
    vita un moribondo.
    Pregiudicato   colui  che,  stanco  dei  soprusi,  stanco  di  essere
    sfruttato,  stanco  del massacrante turno di lavoro,  dice al padrone:
    basta, ladro, restituiscimi ci che mi hai rubato prima.
    Stenti e fame alle dipendenze del padrone.
    Stenti e fame durante l'espiazione della pena.
    Stenti e fame dopo l'espiazione scacciato e insultato.
    Pregiudicato e operaio da noi,  negro in America non sono che forme di
    preconcetti razziali del capitalismo, dei padroni che ci trattano come
    servi della gleba,  quei padroni che vivono senza sapere che vuol dire
    un'esistenza squallida,  nella miseria,  senza sapere cosa  significhi
    desiderare pane e mortadella,  di non aver avuto da bambino il piacere
    di possedere un giocattolo costoso,  a volte il calore e l'affetto  di
    una  famiglia,  del  focolare.  L'orfanotrofio,  il  correzionale,  il
    carcere,  ecco sfornato il pregiudicato.  Ed ora?...  marcisca in  una
    patria  galera...  rieducarlo ora?  macch,  carne da macello,  taluni
    gridano pena di morte,  altri  no!  Fatelo  vivere,  fatelo  vegetare,
    l'organizzata  industria  della  giustizia  deve  avere la sua materia
    prima.  Polizia,  carabinieri,  parte di  una  florida  industria  che
    produce... pregiudicati, e criminali, il carcere  l'universit ove si
    laurea,  la scuola per delinquere,  il giovane che vi  rinchiuso oggi
    per un furtarello,  sar il rapinatore o l'assassino  di  domani,  non
    importa,  l'industria non deve fallire.  Le carceri magazzini di carne
    umana sono zeppe,  si raggiunge ormai,  in ogni stabilimento penale  o
    giudiziario,  la saturazione,  uno sull'altro come animali,  l'esempio
    pi classico dei tre compagni arsi vivi a San Vittore in  una  angusta
    cella,  dico  tre  persone...  tre  giovani  vite  troncate  nel fiore
    dell'et  per  una  assurda  cognizione  carceraria,  per  il  sadismo
    edilizio  che  costringe  tre  giovani  a stare rinchiusi in due metri
    quadrati di spazio.
    Nel carcere di Torino sono stato compagno di cella con Bobbio,  Viale,
    Bosio,  Mochi Sismondi,  compagni e seguaci di Lotta Continua, al loro
    fianco ho compreso veramente il valore di ci che significhi lotta per
    la libert,  lotta  al  capitalismo:  ed  a  tutte  le  sue  strutture
    borghesi, con profonde radici fasciste.
    Con  loro  ho  vissuto momenti di vera fratellanza,  fummo commensali,
    discutemmo sulle occupazioni delle  fabbriche,  delle  universit,  la
    Fiat, Palazzo Campana.
    Su queste basi capeggiai nell'estate del '68,  una rivolta passiva. Un
    sit-in alla Bertrand Russel a protesta e a richiesta che si facesse di
    pi per i detenuti,  che si riformassero  i  codici,  che  si  varasse
    l'ordinamento  carcerario,  fui  prelevato  di  peso,  attaccato dalla
    Stampa per il mio gesto e trasferito in casa  di  rigore.  Ancora  una
    volta  dovetti  subire  la repressione da parte della polizia e voluta
    dai capitalisti.
    Dovr ancora scontare oltre quindici anni di carcere per dei reati che
    non ho commesso,  con  ingiustizie  e  provocazioni:  uscir...  debbo
    uscire  per scendere ancora in piazza ad alzare la destra,  serrare il
    pugno,  dovr contestare,  dovr combattere la  polizia  mia  acerrima
    nemica,  il capitalismo dovr essere sconfitto, e con loro i servi e i
    fascisti,  dovr uscire per raggiungere i miei compagni e marciare  al
    loro fianco verso un nuovo orizzonte.



    - Martino Zichittella, "Ad Attica si muore", detenuto a Porto Azzurro,
    20  settembre  1971,  in: Autori Vari,  Liberare tutti i dannati della
    terra, Roma 1972, Edizioni Lotta Continua.
    Questa sera ho parlato con i compagni, spesso li convoco a cena, e ci
    intratteniamo con lunghe discussioni,  gli argomenti sono  quelli  pi
    attuali,  in  questi  giorni  c'  la  notizia  di  Attica,  che ci ha
    rattristato moltissimo, avvenimenti a catena,  prima la triste fine di
    Jackson, poi quella di tutti quei compagni trucidati, con barbarie che
    ha del mostruoso.
    La civilt capitalistica,  la civilt reclamizzata,  la civilt ove il
    clero fa sfoggio di teorie che inducono  al  perdono  e  alla  carit,
    altro  non    che  una  civilt  ove  le  barbarie  si alternano e si
    susseguono con un  ritmo  ed  una  spietatezza  impressionanti.  Quale
    essere pi vile di colui che uccide un inerme? Ad Attica c'erano degli
    uomini  esasperati,  degli uomini che col loro bagaglio di sofferenza,
    volevano ritornare ad essere uomini liberi,  per poter essere utili ad
    una nuova forma di comunit, per essere di aiuto ad altri compagni che
    combattono e si dibattono, tra i tentacoli della piovra capitalista.
    Sono  stati  trucidati  perch  reclamavano i loro diritti,  perch si
    rifiutavano di accettare  il  sistema  col  quale  erano  barbaramente
    trattati, frustrati nel loro io, ridotti a dei numeri, spogliati della
    loro  dignit  di  uomini,  privati dei loro affetti pi cari.  Ho nel
    cuore le lettere del compagno Jackson ai fratelli Fleeta Drungo,  John
    Cluchette,  Angela Davis; lettere che lasciano un solco di commozione,
    un non so che nel cuore,  che ci lasciano sgomenti.  Anche ad Attica -
    erano compagni,  avevano spartito le stesse sofferenze, avevano deciso
    di sollevarsi per far sentire al mondo la loro voce, per far sapere al
    mondo che la loro sopportazione era giunta al  termine  -  sono  stati
    stroncati  con una ferocia che pu essere paragonata a quella nazista.
    Si stanno ricercando dopo 26 anni i criminali nazisti,  non  si  tiene
    conto  di  quelli  che  operano  tuttora.  Questi  recenti avvenimenti
    dimostrano che il sistema  capitalista    il  pi  errato  che  possa
    esistere,  si  vuole  schiacciare in ogni settore,  coloro che sono il
    fiore di una comunit  proletaria,  coloro  che  col  loro  contributo
    farebbero  s che la nazione progredisse nel vero senso,  e nel giusto
    senso.
    Ad Attica sono stati presi gli ostaggi, ma che male  stato fatto loro
    dai rivoltosi?  Nessuno,  essi  sono  stati  trucidati  dalla  Guardia
    Nazionale,  da  poliziotti  che  noncuranti della gravit del gesto da
    loro compiuto,  hanno dato un raccapricciante esempio di barbarie  del
    nostro  secolo.  Ho  vissuto  i  momenti terribili che hanno vissuto i
    compagni di Attica,  perch potevo comprendere il  loro  dramma,  alle
    Nuove di Torino ho evitato per miracolo le raffiche di mitra,  sparate
    dalle mura di cinta,  l'odore dei gas  ancora nelle  mie  narici,  la
    visione  di  alcuni compagni feriti,  due seriamente.  Solo feriti per
    fortuna,  a Torino.  Ad Attica invece si muore,  tutto  finito in  un
    lago di sangue, una strage assurda, degna di un dittatore pazzo, degna
    di un essere spietato come lo pu solamente essere Rockefeller,  ed il
    responsabile degli istituti di pena americani  di  quello  Stato.  Non
    potremo  mai  dimenticare  dunque  il  gesto  di  quegli  uomini  cos
    coraggiosi,  cos uniti nella loro  protesta,  cos  degni  di  essere
    definiti dei veri compagni,  dei veri rivoluzionari, dei veri eroi. La
    maggior parte erano negri,  affiliati al movimento delle Pantere Nere.
    Ora  sono  stati  trucidati,  non  sono pi,  certo ci che loro hanno
    lasciato  cosa  immensa,    parte  di  una  immensa  costruzione,  i
    pilastri  di  una nuova comunit,  dove l'eguaglianza ed i diritti dei
    compagni saranno sullo stesso piano,  senza distinzioni di  sorta,  di
    ceto,  di sesso,  tutti insieme verso un unico solo obbiettivo,  verso
    l'abolizione del carcere,  della segregazione,  dell'isolamento di  un
    uomo  da un altro uomo.  Fatti come quelli di Attica ci dimostrano che
    il sistema carcerario vigente  una barbarie che non pu  e  non  deve
    esistere.
    Ad  Attica ora  tornata la calma,  i giornali descrivono la cosa come
    se fosse una festa, quasi una sagra di campagna,  senza rendersi conto
    o  fingendo  di  non  rendersene,  che sono state distrutte delle vite
    umane, che delle madri,  delle spose piangono e che mai come ora ci si
    rende conto che una societ come quella attuale non pu e non deve pi
    esistere.
    Addio compagni di Attica!.



    Documenti  prodotti  da  organizzazioni  armate  per  la persona o per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Nuclei Armati Proletari, "Onore al compagno Zichittella", Roma 1976,
    in: Processo allo stato numero 2,  Milano 1977,  Collettivo Editoriale
    Libri Rossi.
    Il  compagno  Martino Zichittella nacque a Marsala (Trapani) il 26-4-
    1936 ma fin da piccolo ha vissuto a Torino,  la citt della  borghesia
    savoiarda,  degli ex-repubblichini, la citt dei Valletta, la citt in
    cui la sperequazione capitalistica  pi evidente e pi umiliante.  La
    citt  metropoli  in  cui,  gi negli ultimi anni del "boom",  la vita
    sociale  pianificata, controllata e manipolata;  dove ogni attivit 
    finalizzata  alla  produzione di plusvalore e di consenso,  attraverso
    l'utilizzazione dei pi rudimentali mass-media del tardo capitalismo.
    Dai casermoni di via Verdi ai portici di via Roma lastricati di marmo,
    alla Barriera di Milano (il quartiere di Martino),  alla  Crocetta,  i
    salariati  di  Torino  si  battono  tra  centinaia  di  contraddizioni
    giornaliere, simili a quelle di qualsiasi altra metropoli di qualsiasi
    altro paese capitalista,  ma tutte riconducibili a  una  sola:  quella
    della  propria appartenenza di classe,  del proprio potere di acquisto
    dal quale  dipende  la  gradazione  della  propria  identit  umana  e
    sociale.  Qui  l'acquisizione  e l'interiorizzazione dei valori legati
    all'ideologia borghese  non  sono  scelta,  sono  induzione  violenta,
    costante, asfissiante.
    Martino  sceglie la strada dell'appropriazione violenta ed individuale
    del benessere padronale: quella della rapina,  per cui viene arrestato
    nel 1966.
    Durante   l'alluvione   di   Firenze,   Martino  evade,   vive  ancora
    contradditoriamente la sua  realt  di  proletario  detenuto;  salver
    invece alcuni giovani dalla melma dell'Arno.
    Il  carcere e lo scontro che in esso si vive collettivamente gli fanno
    acquisire i primi elementi di coscienza rivoluzionaria  e  lo  portano
    nel '68 alla testa,  come direzione ed avanguardia riconosciuta, delle
    prime dimostrazioni pacifiche nelle carceri "Nuove"  di  Torino,  alle
    quali il potere risponde brutalmente, come sempre.
    Nel  '70  Martino  ha  pienamente  chiarificato  la  sua identit,  ha
    identificato lo Stato anche nelle sue appendici carcerarie e riesce ad
    evadere da Alessandria.
    Rimane fuori poche ore con le gambe spezzate per il salto dal muro  di
    cinta. Ripreso viene massacrato dalle guardie e rimarr claudicante.
    Nel  '71    alla  testa  della  rivolta delle "Nuove".  Con lui altri
    compagni   che   in   quelle   lotte   e   da   quelle   lotte   hanno
    consequenzialmente maturato la scelta della lotta armata;  all'interno
    della quale rappresentano le avanguardie pi alte e pi coscienti  del
    proletariato detenuto,  al quale la loro prassi fornisce le pi chiare
    indicazioni: l'evasione e l'organizzazione combattente.
    Il '71  l'anno di Attica per i proletari che  si  ribellano  in  USA;
    quello di Porto Azzurro per i compagni come Martino.
    Le successive rivolte ad Alghero,  Noto, Enna, lo vedono farsi carico,
    nella gestione delle  lotte,  degli  interessi  di  sopravvivenza  dei
    proletari  prigionieri,  della  loro  necessit  di  organizzarsi e di
    combattere.
    Nel '74 a Viterbo inizia un confronto con altre  avanguardie  espresse
    dalle   lotte   dei  detenuti  sulla  costituzione  in  organizzazione
    politico-militare all'esterno di alcune avanguardie rivoluzionarie.
    Con la presenza a Viterbo  di  un  militante  dei  NAP,  il  confronto
    prosegue  e si sviluppa interno-esterno,  sul piano politico quanto su
    quello organizzativo-militare.
    Partecipa cos alla costruzione e alla realizzazione della  operazione
    coordinata  con  l'attacco  armato  interno-esterno del maggio '75 che
    vede  al  primo  posto  la  parola  d'ordine  della  liberazione   dei
    combattenti comunisti prigionieri.
    L'attacco  interno  non  coglie l'obiettivo della liberazione ma,  per
    effetto dell'attacco esterno che vede imprigionato il boia Di Gennaro,
     comunque un momento di enorme crescita politico-militare che Martino
    fa suo patrimonio all'interno dell'organizzazione dei NAP.
    Trasferito a Lecce per rappresaglia subisce per mesi torture fisiche e
    psicologiche ma non  cessa  di  porsi  come  direzione  dello  scontro
    organizzando  e  realizzando  con  un altro militante dei NAP l'azione
    armata dell'agosto '76 che porta alla liberazione di 11 prigionieri.
    La sua morte nello scontro di Roma caratterizza  e  definisce  la  sua
    vita e la coerenza di un combattente comunista.



    Documenti  prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento in
    cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - "Occhi grigi: racconto di Giorgio Panizzari", e "La generosit", in:
    Rosella Simone, Giuliano Naria, La casa del nulla, Napoli 1988, Tullio
    Pironti Editore.
    Occhi grigi: racconto di Giorgio Panizzari.
    Martino era gi,  ad Alessandria gli era andata male e s'era rotto  un
    piede.  I chirurghi invece di aggiustarti ti disfano.  Dopo un paio di
    interventi era zoppo.  Non faceva neanche pi ginnastica e s'era messo
    a lavorare come spesino.
    Sicuramente non lo sai, ma Martino, durante l'alluvione di Firenze del
    1966,  aveva salvato un agente che stava per annegare.  Per premio gli
    avevano scontato qualche anno.
    Io smaniavo, al processo mi avevano dato tre giorni. S,  i tre giorni
    sardagnoli:  oggi,  domani  e  mai.  Quando  arrivato P.  S.  abbiamo
    cominciato a ragionare di cose serie.
    Con degli argomenti  solidi  in  mano  non  era  difficile  uscire  da
    Viterbo.  Martino ha detto: 'Ci penso io. Lavoro, me li cucino. Faccio
    entrare quello che volete'.
    I compagni ci hanno mandato due pezzi  e  qualche  saponetta.  L'unico
    ostacolo  era  una  guardia  grande  e  grossa  che montava all'ultimo
    cancello. Avevamo avuto delle questioni a parole.
    Ha gli occhi grigi, fa resistenza.  E' un detto che si usa in carcere,
    gli occhi li aveva del colore dell'acqua marcia.
    Il  giorno  stesso dell'azione i compagni ci fanno avere la foto di un
    giudice importante: De Gennaro.  L'avevano  sequestrato,  ma  non  era
    ancora  stato  comunicato  pubblicamente.  I  magistrati  e la polizia
    avevano inciuccato le quote,  credevano che De  Gennaro  se  la  fosse
    battuta con l'amante.
    Partiamo dalla sezione e arriviamo al cancello, ci troviamo la guardia
    con gli occhi grigi.  Il cattivello si ribella,  afferra la baiaffa di
    Martino, c' una boxe violenta. Una pugnalata gli ha fatto cambiare il
    colore degli occhi, nulla di definitivo.
    Torniamo in sezione e per non farci caricare  tiriamo  una  saponetta,
    poi  lanciamo  le  foto  di  De  Gennaro legato ad una seggiola con la
    bandiera dei NAP attaccata al collo.
    Hanno sbarellato,  pensavano alla solita  tentata  e  invece  si  sono
    trovati un quiz da risolvere.
    Abbiamo  chiesto  di  essere  trasferiti  in carceri di nostra scelta.
    Avevano dato la loro parola,  De Gennaro era stato liberato  incolume,
    ma li abbiamo visti da lontano; Asinara e Alghero, invece. Per Martino
    Lecce, la Campana.


    La generosit.
    Dal carcere di Alessandria erano scappati in due,  Martino Zichittella
    e un francese, Franco Munari.
    Solite cose,  taglio finestra,  scalata del  muro  di  cinta,  discesa
    veloce  verso  la  libert.  Nell'arrivare  gi  di  botto  Martino si
    frattura un piede.  Il francese lo sostiene,  riescono ad allontanarsi
    di poco.
    La  sentinella,  facendo  il  solito  passaggio  scorge  la corda e d
    l'allarme. Comincia la caccia agli evasi.
    Martino dice al francese: "Io non ce la faccio. Vai tu. Ciao".
    E l'altro: "Vado a raccattare una macchina e torno a prenderti".
    "Vai". "Torno". "Vai".
    Il francese va e riesce a fregare una macchina: un tagliaunghie  nelle
    mani  di  un professionista  strumento sufficiente.  Cerca di tornare
    dove aveva lasciato Martino ma sbaglia tragitto.
    Le guardie organizzate per squadre escono dalla porta e  cominciano  a
    battere la zona.
    Martino  ancora l,  non si  mosso.  Non pu muoversi e il francese,
    con una macchina rubata appena evaso sta facendo il giro del carcere.
    "Eccolo! Addosso". Le guardie si accorgono che Zichittella  ferito, e
    cominciano a saltargli proprio sopra il piede  fratturato.  Bum,  bum,
    bum.
    Il francese arriva, gli passa davanti. Ferma la macchina.
    Martino vede. Alza la mano. Il francese riparte e si allontana.


    -  Giorgio  Panizzari,  Libero per interposto ergastolo,  Milano 1990,
    Kaos edizioni. Frammenti.
    Con particolare gioia rividi Martino Zichittella;  ci raccontammo dei
    "pezzi di vita", vicende, speranze, aspirazioni... Ogni giorno Martino
    cucinava per me e A.  delle cose deliziose, perdendoci dietro un sacco
    di tempo - dovevamo rimetterci,  diceva lui...  "Zichi" era  anche  un
    culturista: in libert aveva avuto una sua palestra, frequentava anche
    dei ballerini della Rai che lavoravano alla sede di Torino;  era stato
    "Mister Muscolo",  ma non era  un  fanatico  -  diciamo  un  esteta...
    delicato,  cordiale  e  gentile  con  tutti.  In  libert  ci  eravamo
    frequentati anche per via del fatto che la sua palestra stava  in  via
    Aosta, in piena "barriera di Milano", dove io ero nato e avevo passato
    tutta  la mia infanzia e adolescenza;  eravamo anche finiti coimputati
    per una faccenda di automobili rubate,  camuffate e esportate in altri
    continenti...   (...)   Nel   carcere   di  Viterbo  ritrovai  Martino
    Zichittella.   Lui  era  sfiduciato  e  deluso  rispetto  ai  compagni
    all'esterno;  in carcere ne aveva passate di tutti i colori, pagandone
    un prezzo in sofferenze personali tremendo. L a Viterbo stava vivendo
    un periodo di riflessione e di rilassamento,  e stava  rieducando  gli
    arti che aveva rotto nel corso di una tentata evasione da Alessandria.
    Riuscii a rincuorarlo e a spronarlo,  mettendolo a parte del dibattito
    politico in corso e delle iniziative che i compagni esterni avevano in
    programma,  nonostante la tragedia della rapina di Firenze.  (...) Nel
    mese  di  maggio i compagni all'esterno presero in ostaggio il giudice
    Giuseppe Di Gennaro,  quale massimo ispiratore teorico  della  riforma
    penitenziaria  basata  sulla differenziazione del trattamento.  Poi ci
    fecero pervenire una sua fotografia, una "polaroid" che lo ritraeva in
    manette,  seduto su un letto.  Con la  fotografia  ci  arrivarono  tre
    pistole  (due  calibro  7,65  e  una  calibro 9 corto),  insieme a tre
    scatole di proiettili e a un caricatore di riserva per ciascuna  arma,
    quattro paia di manette americane,  due coltelli a scatto,  500 grammi
    di esplosivo in candelotti,  quattro detonatori a miccia con un  metro
    di  miccia  a  lenta combustione,  una pistola lanciarazzi e una radio
    ricetrasmittente di media portata ma  di  ottima  qualit.  Pagammo  3
    milioni  di  lire a un agente di custodia,  per poter disporre di quel
    materiale.
    Forti di questo piccolo arsenale,  ci saremmo potuti aprire la  strada
    fino  al cancello di entrata che stava sulla via Santa Maria in Gradi;
    l avremmo trovato alcuni compagni in attesa,  che ci avrebbero  fatto
    da  copertura  e  caricato  su  un'auto per uscire da Viterbo,  con un
    successivo trasbordo su altro mezzo per arrivare a Roma.
    Due giorni prima della data fissata per l'evasione,  la  totalit  dei
    detenuti  rinchiusi  nel carcere di Viterbo scese in lotta: standosene
    sui tetti dell'edificio, inscenarono una protesta collettiva chiedendo
    la riforma carceraria,  nuovi codici,  e una sanatoria per  i  "reati"
    commessi in carcere nel corso delle lotte.  Con stupore di molti - che
    mangiarono subito la foglia - Martino,  P.  e io non partecipammo alla
    lotta:  la  nostra posizione ufficiale era che,  pur essendo solidali,
    attraversavamo  una  grave  crisi  personale,   e  desideravamo   solo
    riflettere ed essere lasciati in pace.
    Nel  giorno  stabilito  ci  preparammo  per  scendere  armati verso la
    portineria dando attuazione al piano concordato nell'orario stabilito.
    Pochi minuti prima, con un contatto radio,  avevamo avuto conferma che
    i compagni erano appostati fuori dal carcere come previsto.
    Ma  ci ferm lo scetticismo del brigadiere di servizio,  che vedendoci
    armati di tutto punto pens a uno scherzo,  che tutte quelle armi  non
    fossero autentiche,  o che non fossero funzionanti... Idem l'appuntato
    che stava con  lui  in  ufficio  -  fummo  costretti  ad  accoltellare
    entrambi  in  mezzo  a un gran trambusto che mise subito in allarme la
    portineria.
    Costringemmo brigadiere e appuntato,  terrorizzati  e  sanguinanti,  a
    cercare  di  farsi aprire la portineria - noi ce ne stavamo nascosti -
    ma la guardia se ne rest ben  chiusa  nel  gabbiotto,  e  anzi  diede
    l'allarme.  Quando sentimmo il tipico fragore delle masse battenti dei
    mitra disposti in posizione da sparo,  oltre  il  cancello  dietro  al
    quale ci eravamo appostati, decidemmo di arretrare, barricandoci nella
    sezione  dell'isolamento  per evitare di coinvolgere altri detenuti in
    una situazione che si era fatta drammaticamente critica.
    Di l a poco ci fu chiaro che rischiavamo di  subire  un  attacco  sul
    genere di quello effettuato dagli uomini del generale Dalla Chiesa, un
    anno prima,  quando tre detenuti,  nel carcere di Alessandria, avevano
    preso in ostaggio una decina tra agenti e operatori penitenziari, e il
    "blitz" dei carabinieri aveva portato all'uccisione di due detenuti  e
    di  quattro  ostaggi.  Cos a mo' di avvertimento,  sparammo un intero
    caricatore, e lanciammo un candelotto esplosivo - sapessero almeno che
    eravamo ben armati.
    Poich fino a quel giorno  la  improvvisa  scomparsa  del  giudice  Di
    Gennaro  era  stata  attribuita  dagli  organi  di  stampa a una "fuga
    d'amore",  mandammo un solitario  detenuto  della  sezione  isolamento
    nella   quale  eravamo  barricati  a  consegnare  alle  "autorit"  la
    "polaroid"  del  giudice   sequestrato   accompagnata   dalle   nostre
    richieste: lettura integrale di un nostro comunicato nei notiziari Rai
    delle  ore  8  e  8.30,  e  in  quelli  televisivi delle 13.20 e 20.30
    dell'indomani, e il nostro trasferimento immediato in carceri del Nord
    Italia: Fossano, Saluzzo e Alessandria.
    Quando arrivarono  a  Viterbo  i  miei  difensori  Tommaso  Mancini  e
    Giuliano  Vassalli  tramite la loro mediazione consegnammo le armi,  e
    partimmo alla volta delle carceri che  avevamo  chiesto.  A  me  tocc
    Fossano,   dove   reincontrai  subito  il  brigadiere  Incandela:  era
    assegnato alla mia sorveglianza, e mi tratt con i guanti bianchi...
    Fummo autorizzati, Martino, P. e io,  a un contatto telefonico tra noi
    nel  corso  del quale concordammo,  essendo state assecondate tutte le
    nostre  richieste,   di  emettere   un   comunicato   da   pubblicarsi
    integralmente sulla stampa nazionale; un messaggio che avrebbe indotto
    i  NAP,  come  convenuto,  a rilasciare il giudice Di Gennaro.  E cos
    avvenne.
    Subito dopo,  io fui trasferito nel carcere di Porto Azzurro,  Martino
    in quello di Lecce, e P. in quello di Alghero.



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Agrippino Costa, Testimonianza al Progetto memoria, Roma 1995.
    Non  posso  non ricordare Martino,  che  una delle figure pi vicine
    alla mia storia.  Martino che lo conoscevo,  quando stavamo alle Nuove
    di Torino, dal '66, quando mi trasferirono al terzo braccio. Lui stava
    l.
    Martino    stato uno dei primi ad aderire alle idee di rivolta che in
    quegli anni pervasero le avanguardie dell'epoca.  Martino che  insieme
    preparammo  molte evasioni: tentavamo sempre di scappare,  di fuggire.
    Poi lui ce la fece,  ebbe questa grande chance,  riusc a  fuggire  da
    Lecce. E poi durante un'operazione (un'operazione cos detta politico-
    militare), come tutti sappiamo, mor.
    Era  un  bravo  compagno,  era  un istruttore di judo,  frequentava la
    palestra,  era stato  Mister...  credo  mister  Muscolo.  Martino  era
    famoso,  per le doti e la prestanza psicofisica. Quando lo arrestarono
    "fece volare" cinque carabinieri all'ospedale. E allora nella mala era
    un eroe, perch aveva "fatto volare" cinque carabinieri...
    Poi era un soggetto raffinato,  lui era  gentile,  aveva  qualcosa  di
    dolce  nel  portamento,  aveva  un modo elegante di porsi,  che era in
    contrasto: lui cos gentile, quasi femminile e questo corpo che era un
    po' da Rambo.  E quindi per i detenuti rappresentava una figura un po'
    pittoresca. Un bel personaggio, era.
    Me  lo  ricordo  quando era al primo braccio di Torino,  che una volta
    organizzammo un'evasione, eravamo nel '67, mi pare.  L'evasione and a
    finire male, io poi uscii, andai a Marsiglia... Lo ritrovai anni dopo.
    Martino  in  assoluto  fu  il primo ad avere rapporti con i ragazzi di
    Lotta Continua e le  visioni  rivoluzionarie;  culturalmente,  era  un
    ragazzo  di  vita  che  veniva  dalla periferia di Torino;  pare fosse
    nobile di origine,  ma non so che storia fosse.  E del resto,  per  il
    modo  gentile  in  cui si poneva,  un po' si diversificava dagli altri
    "normali malavitosi": aveva un  atteggiamento  elegante,  un  modo  di
    parlare che lo distingueva; era attento, intelligente, era una persona
    molto  sensibile  e  credo  che questa sua sensibilit lo abbia spinto
    alla scelta della lotta armata.
    Quello che mi viene in mente per Martino  un'immagine: l'ho  scoperto
    al buio una volta...
    Io  tornavo  a  Torino  dopo la tentata evasione.  Mentre,  salendo le
    scale,  vado verso il terzo piano del primo braccio delle Nuove,  vedo
    nel  buio  un  tipo  che  sta  segando  delle sbarre (erano sbarre che
    portavano in un corridoio verso il femminile,  una cosa particolare di
    quel carcere).  Appena mi vede,  lui mi riconosce.  Non c'ha problemi,
    per me, che lo veda mentre sega le sbarre; per si rende conto che sta
    salendo anche una guardia.  Anzi,  io lo avverto che sta salendo anche
    una  guardia.  Lui allora,  con non-chalance,  prende il seghetto,  lo
    avvolge in un giornale e lo butta per terra.  Forse   l'immagine  pi
    bella  che  ho di lui: mentre segava le sbarre.  Aldil delle cose che
    diceva, un'immagine nel buio. Ma con una serenit, tagliava le sbarre,
    come se stesse dipingendo un quadro. Non c'era timore, paura,  era con
    una sicurezza... Mi ricordo di questo gesto molto bello.
    E  l'altro ricordo  quando l'ho visto in televisione,  che non sapevo
    neanche che era Martino.  Quando eravamo a  Saluzzo.  Il  telegiornale
    parl  di  un  compagno,  non l'aveva detto che era lui,  ma l'avevamo
    riconosciuto, nonostante che non si vedesse bene....

















    WALTER ALASIA.


    Note biografiche.

    - Walter Alasia nasce a Milano, il 16 settembre 1956.
    - frequenta le scuole medie all'Ernesto  Breda,  in  via  Leonardo  da
    Vinci, a Sesto San Giovanni.
    -  frequenta  per un anno un corso per grafici pubblicitari presso una
    scuola gestita dall'Enalc a Milano.
    - frequenta per due anni l'Itis di Sesto San Giovanni.
    - continua gli studi frequentando le serali.
    - milita nel movimento studentesco e operaio.
    - lavora per un periodo  come  operaio  nel  reparto  meccanico  della
    Farem, alla periferia di Sesto, poi si licenzia.
    -  lavora  per  un  po'  presso  un'officina  per  l'installazione  di
    apparecchi telefonici.
    - lavora per tre mesi a scaricare pacchi  alle  poste,  alla  stazione
    centrale di Milano.
    - milita nelle Brigate Rosse.
    -  viene  ucciso dalla polizia a Milano,  il 15 dicembre 1976,  mentre
    tenta la fuga dopo aver ucciso due agenti: Sergio Bazzega  e  Vittorio
    Padovani.



    Scritture di Walter Alasia.

    -  Walter  Alasia,  Lettera  a  Gabriella,  ottobre 1975,  in: Giorgio
    Manzini, Indagine su un brigatista rosso, Torino 1978, Einaudi.
    ...E non  neanche immergendosi nello studio e nei 'lavori  di  casa'
    che  ti  liberi  e  ti realizzi diversamente.  Le cose che si vogliono
    bisogna sapere prendersele, vorrei riuscire una volta a parlare con te
    della famiglia - di che cosa tu ne pensi - e  del  rapporto  che  deve
    esistere  tra  due  che  si  amano.  Se  no ci riduciamo alla famiglia
    classica. La donna sottomessa a far calzetta o sui fornelli - l'angelo
    della casa - l'uomo, il duro, quello che mantiene,  quello che detiene
    il  potere  perch  possiede la cultura.  Senza toccare il tasto della
    fedelt.  Non so cosa pensi di queste  cose,  forse  ti  sembrer  una
    scemenza  quel  che  io dico,  ma io sono uno dei tanti che pensano di
    cambiare qualcosa - e non ritengo di essere un utopista come dice  mio
    padre  - quelli che dicono cos vogliono nascondere la loro paura e il
    loro egoismo.  Quindi penso che la tua libert te la devi costruire  -
    questo l'unico consiglio, anche se troppo generico, che ti posso dare.
    Per  il  sottoscritto  invece  -  visto  che  anch'io  ho un casino di
    problemi - il militare si avvicina sempre pi,  dovrei partire  il  17
    ottobre,  massimo  novembre.  Di questo per te ne avevo gi parlato a
    Nole.  Ti ricordi?  Non so se ci capirai qualcosa in quello che ti  ho
    scritto.



    Documenti  prodotti  da  organizzazioni  armate  per  la persona o per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.  Le Brigate Rosse  hanno  intitolato  la
    colonna  di  Milano  al  suo  nome  e  l'hanno  ricordato  in numerosi
    documenti.



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    -  Comitato  Operaio  Magneti  Marelli,   "Volantino',   Milano  1976.
    Frammento in: Corriere della Sera 18-12-76.
    Il terrorismo l'ha fatto la  polizia  nei  confronti  di  tutti  noi.
    Walter ha risposto col fuoco.  Possiamo essere d'accordo o no con lui,
    ma il terrorismo contro gli operai non  stato il suo  ma  quello  dei
    padroni dello Stato e dei suoi uomini armati.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    -  "Mio  figlio?  Ora  so  che  non lo conoscevo".  Intervista a Guido
    Alasia, dicembre 1976, in: Il Corriere della Sera 17-12-76. Frammenti.
    Io non lo sapevo... qualche volta avevamo discorso di quella cosa l,
    delle Brigate Rosse,  perch le leggevamo sui giornali.  Io dicevo  la
    mia idea: 'Walter,  quelli sono dei delinquenti",  e lui mi rispondeva
    "S,  pap,  fanno male,  sbagliano" e invece...  Un tempo  il  Walter
    leggeva Lotta Continua,  e io non volevo;  sono iscritto al P.C.I.  da
    diciassette anni,  e quando ho saputo che  si  era  staccato  da  quel
    gruppo non mi sono pi preoccupato. Io avevo piacere che si iscrivesse
    al partito. Gli dicevo sempre che bisognava essere con gli operai, che
    bisognava  essere in tanti per progredire,  per vincere adagio.  E non
    pensavo che... L'unica cosa che mi faceva paura  che lui si spingesse
    troppo avanti nei cortei,  e  si  prendesse  qualche  randellata.  Non
    temevo di pi (...).


    - "No,  mio figlio non era un eroe".  Intervista a Guido Alasia, marzo
    1994, in: L'Unit 22-3-94. Frammenti.
    Di mio figlio tengo poche cose: avevo dei  suoi  vestiti,  ma  li  ho
    buttati via, se no diventano dei cimeli. Tengo solo le foto, perch le
    ho fatte io,  e un suo disegno 'politico',  in china,  dove in mezzo a
    strani sghiribizzi c' scritto,  tra l'altro  "25  Liberazione?  Ma  
    finita?  Ora  e sempre resistenza".  Non mi piace quel disegno,  ma lo
    tengo perch l'ha fatto lui. Qualche anno fa sul muro di mattoni della
    casa,  proprio dove c' il balcone da cui mio  figlio  ha  cercato  di
    scappare dopo aver ucciso i due poliziotti, hanno scritto: "14 anni fa
    un  angelo  ci  lasciava.  Ciao  Walter".  No,  mio  figlio non era un
    rivoluzionario (...).


    - Ivana Cucco,  Intervento processuale,  Milano  1984,  in:  Atti  del
    processo N.  R.G. 44/83, Corte d'Assise di Milano, 1984; Il Bollettino
    13, Milano 1984.
    ...Allora l'accusa si reggeva sostanzialmente sul  mio  rapporto  con
    Walter Alasia, rapporto che  stato per me un'esperienza ricchissima e
    importante  e che  stato ridotto a capo di imputazione e a una specie
    di marchio  negativo.  Un  rapporto  criminalizzato,  forse  perch  
    inconcepibile  che si possa amare un brigatista.  Il brigatista doveva
    essere presentato come una specie di mostro, un individuo senza radici
    e senza ragioni,  senza legami  e  senza  valori  positivi.  Chi  l'ha
    conosciuto  sa  invece  che  Walter  era una persona meravigliosa: due
    occhi azzurri come il cielo sereno e  una  gioia  di  vivere  che  gli
    sprizzava  da  tutti i pori.  Dopo la sua morte si sono sprecati fiumi
    d'inchiostro sul suo conto. E' stata persino scritta una biografia che
    faceva scempio della sua identit e della sua storia.  Ogni pezzettino
    della  sua  vita    stato  radiografato  e  vivisezionato  al fine di
    scoprire l'origine della sua malattia,  per  trovare  una  spiegazione
    plausibile  alle  sue  scelte  di  vita  e  di lotta;  una motivazione
    razionale al fatto che un ragazzo di  vent'anni  possa  essere  ucciso
    sotto  casa  mentre  cerca  di sottrarsi all'arresto in una mattina di
    dicembre.  Tutte cose da mass media  e  da  sociologia  da  strapazzo.
    Walter  non era figlio di nessuna variabile impazzita.  Era figlio del
    suo tempo  e  di  Sesto  San  Giovanni,  la  rossa  Sesto,  la  grossa
    cittadella  operaia  impregnata  fino  in fondo e in ogni ambito della
    vita  sociale  della  cultura  operaia  comunista.  Walter    nato  e
    cresciuto  dentro  a  questa  cultura  e questo sistema di valori.  Ha
    respirato da sempre questa atmosfera.  La sua vita si  snodata  tutta
    dentro  il clima di tensione di quegli anni e di quell'ambiente.  Sono
    gli anni delle grandi lotte operaie,  delle  stragi  di  stato,  delle
    rivolte  studentesche,  del  Cile,  del Portogallo,  dell'antifascismo
    militante,  dei gruppi extraparlamentari,  delle occupazioni di  case.
    Tutte  esperienze  che  Walter ha attraversato fino alla scelta e alla
    militanza nella lotta armata, che era comunque una scelta di vita, non
    di morte.  Una scelta e  un  bisogno  di  liberazione  tanto  forte  e
    irrinunciabile  da  arrivare anche a giocarsi la vita.  Walter non era
    diverso da molti altri perch quelle  stesse  tensioni  di  esperienze
    sono appartenute a migliaia di persone e sono state lo scenario dentro
    cui  si   affermata ed espressa un'intera generazione di soggetti che
    aspiravano a un cambiamento radicale di questa  societ.  Tensioni  ed
    esperienze che appartengono anche al mio vissuto.  Ho scoperto anch'io
    molto giovane,  quello che  allora  si  chiamava  l'impegno  politico,
    comunque la ribellione,  l'entusiasmo, la voglia di cambiare il mondo,
    la ricerca e l'affermazione di contenuti di trasformazione sociale. Io
    sono nata e cresciuta in provincia,  ma anche la provincia  in  quegli
    anni era investita dagli stessi fermenti.  Si rimetteva in discussione
    tutto: dalla famiglia alla scuola,  dalla cultura dominante al lavoro,
    dai  valori sociali imposti al ruolo della donna,  dalla medicina alla
    musica.   E  sono  stati  anche  bellissimi  e  frenetici.   Riunioni,
    assemblee,  picchetti, feste collettive e soprattutto la ricerca di un
    diverso stare assieme e di costruire qualcosa di diverso.  Quello  che
    ci  muoveva erano s le ragioni sociali,  cio le condizioni oggettive
    di vita, l'insopportabilit dello stato presente di cose,  ma anche la
    voglia  e  il  bisogno  di essere protagonisti della propria vita,  di
    progettare un futuro fuori dagli schemi e dai binari imposti.  Poi  mi
    sono  trasferita  a Milano.  Una scelta che significava,  per me e per
    altri come me, la ricerca di una propria autonomia,  anche dai vincoli
    della  famiglia.  La  possibilit di autodeterminarsi la propria vita,
    secondo i propri caratteri,  i propri desideri.  La necessit di spazi
    pi  ampi  in  cui  esprimersi.  E  la  scoperta  di  Milano    stata
    entusiasmante.  Milano  metropoli,   con  le  sue  mille  facce,   con
    quell'intrecciarsi di culture e realt diverse in cui tutto quello che
    avevo  vissuto  fino  ad  allora  in  provincia,   era  amplificato  e
    variegatissirno,  in cui era possibile fare mille esperienze  e  mille
    incontri.  Walter  fu uno di questi,  il pi bello,  quello che ancora
    oggi mi porto dentro.  Non solo i suoi compagni hanno  pianto  la  sua
    morte.  Al suo funerale c'erano centinaia di persone, nonostante tutte
    le intimidazioni.  C'era Sesto S.  Giovanni.  Dai ragazzi di vent'anni
    come lui ai vecchi operai cinquantenni. Non  stato sepolto n come un
    mostro n come un orfano.
    Anche   allora,   anche   il   suo   funerale,     stato  oggetto  di
    criminalizzazione.  Ci fu,  in particolare,  una martellante  campagna
    condotta  da Leo Valiani sulle pagine del Corriere della Sera,  in cui
    sosteneva che  si  sarebbero  dovuti  schedare  e  arrestare  tutti  i
    presenti in quell'occasione, tutti quelli che avevano sfidato il clima
    di  terrore  e  la militarizzazione a tappeto,  per andare a urlare il
    loro amore e il loro dolore per la sua morte. Il 15 dicembre 1976,  il
    giorno della morte di Walter, sono stata arrestata (...).


    -  Giorgio Manzini,  Indagine su di un brigatista rosso.  La storia di
    Walter Alasia, Torino 1978, Einaudi. Frammenti.
    ."(...) Walter bisognava sempre stargli dietro perch lasciava in giro
    roba dappertutto. Riempiva la casa,  parlava,  cantava,  faceva versi.
    Era anche molto espansivo.  Appena mi sedevo sul divano,  per guardare
    la t.v.  o leggere il giornale,  mi si appiccicava subito addosso".  A
    quattordici anni Walter non era ancora cresciuto. Aveva un viso tondo,
    era  un  po'  grasso,  un  bambino  d'aspetto.  Ma  era sicuro,  senza
    imbarazzi,  dice sua madre.  Aveva consegnato  il  suo  estro  per  il
    disegno e se aveva la luna giusta stava delle ore a copiare i Topolini
    e  i  Paperini,  che  poi colorava coi pennarelli e le tempere.  (...)
    Walter aveva ancora i tratti infantili, ma si era smagrito, allungato,
    era alto come suo padre.  Si era  fatto  crescere  i  capelli,  bruni,
    lunghi, che gli arrivavano alle spalle. (...) "Appena entrato all'Itis
    Walter  era  un  ragazzino,  anche  se  si  distingueva per certi suoi
    momenti  di  seriet,   per  un  certo  suo  modo  di  parlare  calmo,
    distaccato. Di lui ci si poteva fidare, gli si faceva una confidenza e
    non  l'andava  a  dire a nessuno.  In classe aveva trovato alcuni suoi
    amici d'infanzia e aveva fatto subito il suo gruppo, non si staccavano
    mai, a scuola e fuori". (...)
    Di libri se ne leggevano pochi.  Giornaletti piuttosto,  e  Walter  ne
    teneva una pila nella sua stanza,  che scambiava,  regalava.  Giravano
    Diabolik,  Alan Ford,  Asterix,  i fumetti neri,  i porno,  quelli  di
    guerra,  gli avventurosi.  Riviste niente, tranne "Il pane e le rose",
    che Walter collezionava. (...) Se non c'erano riunioni,  si passava il
    pomeriggio  alla Nuova Torretta,  il circolo del P.C.I.  in via Saint-
    Denis.  Oppure si passeggiava per Sesto,  fino a Villa Zorn.  Di  sera
    qualche  volta al cinema,  al Rond,  oppure la pizza in un bar vicino
    alla stazione. La domenica si poteva capitare al circolo Lafargue,  in
    viale  Marelli,  uno  stanzone  a  piano terra con le panche contro il
    muro,  le luci  basse  e  un  giradischi.  Si  ballava,  senza  troppi
    sbattimenti.  Rare le scappate a Milano,  una riunione al Politecnico,
    alla Statale o per comprare dischi in un negozio vicino a  piazza  del
    Duomo. Walter ne aveva parecchi, quasi tutta musica pop, Jimi Hendrix,
    The Tripp,  King Crimson,  Vanilla Fudge, Getro Tull, e poi le ballate
    di Fabrizio De Andr.  Passava delle ore nella sua  stanza  ascoltando
    dischi,  sdraiato sul letto.  Ada lo ricorda sempre indaffarato.  Ogni
    tanto portava a casa un fracco di gente, almeno una decina di ragazzi:
    passavano  delle  ore  a  preparare  gli  striscioni,   in  soggiorno,
    sporcando  il  pavimento  di  vernice rossa.  Parlavano,  scherzavano,
    ridevano.  C'era anche una ragazza,  l'unica,  che portava una sciarpa
    rossa  lunga  fino  ai  piedi.  Se  arrivava mezzogiorno chiedevano di
    mangiare e Ada preparava la pastasciutta,  nella pentola  pi  grossa.
    Poi  se  ne  andavano  tutti  insieme.  (...)  Andava  in  fabbrica in
    bicicletta,  venti minuti di strada,  in blue-jeans e  camiciola,  mai
    messa la tuta.  Quand'era in ritardo lo accompagnava lei, in macchina.
    La mattina doveva sempre chiamarlo,  perch era un dormiglione.  (...)
    Ada  non ricorda che cosa prendesse,  forse sulle 100000 lire al mese.
    Le dava la busta senza  aprirla,  si  teneva  pochi  soldi  in  tasca.
    Comprava dei dischi, qualche libro. I vestiti erano sempre gli stessi.
    La  sua  mania  erano i capelli,  lunghi fino alle spalle;  in casa li
    legava dietro con un cordino.  Ada gli diceva,  una di  queste  notti,
    quando dormi,  te la taglio io quella treccia.  Lui le girava intorno,
    le faceva i complimenti: ma lo sai che sei dimagrita? Aveva una camera
    che era un disastro, giornali, dischi, roba dappertutto.  L'opposto di
    suo  padre,  che  non  vuole  mai  vedere  niente fuori posto.  Lui lo
    prendeva in giro: questa  scatola  di  fiammiferi  dove  la  mettiamo,
    nell'armadietto?  (...)  Aveva  comprato,  a rate,  i sei volumi della
    "Storia del pensiero filosofico e scientifico" di  Ludovico  Geymonat.
    (...) Aveva comprato anche le "Opere scelte" di Lenin, di cui aveva un
    grande poster,  un profilo netto,  un colore di bronzo.  Erano fiorite
    altre immagini nella sua stanza,  un Che Guevara col sigaro in  bocca,
    un'Angela  Davis  con  un'aureola  di  capelli  ricci  e  gli occhiali
    tondi...  (...) Se non ascoltava  dischi  o  leggeva,  disegnava,  sui
    grandi fogli dalla grana spessa...  erano intrecci,  labirinti,  linee
    sinuose,  colori tenui.  Oppure si esercitava con la chitarra,  interi
    pomeriggi a strimpellare,  sino a scordarla. (...) Col gruppo di Lotta
    Continua si mescolava a tutte  le  manifestazioni.  Era  nel  servizio
    d'ordine,  lo  ricordano controllato e freddo nei momenti di tensione.
    (...) Non vedeva pi i vecchi amici.  Continuava a frequentare il  bar
    di  via  Firenze,  giocava a biliardo,  nella saletta in fondo.  (...)
    Aveva scoperto George Jackson,  "I fratelli di Soledad",  "Col  sangue
    agli  occhi".  Li  aveva  consigliati anche a sua madre.  (...) Spesso
    mangiava da solo.  Si preparava una pastasciutta,  delle  uova  o  una
    bistecca  e  poi  sparecchiava  la  tavola  e  lavava i piatti.  Aveva
    imparato anche a cucire,  si  rammendava  le  calze,  si  attaccava  i
    bottoni.  Se  c'era  da  fare  un lavoro in casa lo faceva,  senza che
    nessuno lo pregasse. Diceva a sua madre: visto che non lavorava voleva
    rendersi utile.  Non era pi disordinato come prima.  Nella sua stanza
    non  disseminava  pi  gli  indumenti fra il divano e le seggiole.  Si
    rifaceva il letto qualche volta,  prendeva  in  mano  la  scopa  e  lo
    straccio.  Teneva  in ordine i suoi giornali,  le sue riviste,  i suoi
    quaderni.  Nella sua stanza aveva un angolo di  cui  era  geloso,  una
    nicchia in cui nessuno doveva mettere le mani. (...) Guido Alasia: "Io
    non so giudicare la situazione che stiamo vivendo. Sono un operaio, ho
    la mentalit da operaio.  Quando gli uomini arrivano a fare certe cose
    provo solo spavento. Ho piet per i morti, i miei, quelli degli altri.
    Adesso mi accorgo che non  ho  conosciuto  mio  figlio.  E'  stato  un
    protagonista  ma  soprattutto una vittima".  Ada Tibaldi: "Non capisco
    quel che succede.  Vedo Walter solo,  nessuno  l'ha  aiutato.  Abbiamo
    tutti le nostre colpe".


    -  Mario  Moretti,  Brigate  Rosse una storia italiana,  intervista di
    Carla Mosca e Rossana Rossanda, Milano 1994, Anabasi. Frammenti.
    Walter era  un  compagno  molto  giovane,  quasi  un  ragazzino,  con
    un'intelligenza  non  comune  delle  tensioni  sociali di quegli anni.
    Veniva da una famiglia di operai di  Sesto  San  Giovanni,  gente  del
    P.C.I.  Erano  un  mucchio  i  ragazzi  della  sua  et  e  della  sua
    provenienza che ci  giravano  attorno.  E  anche  se  erano  studenti,
    tendevano a prender subito un punto di vista rigidamente operaio.  Per
    Walter era ancora pi naturale,  vista la sua origine.  Non so davvero
    se  rappresenti  quella  leva  giovanile  dei  quartieri che si andava
    formando fuori dalle fabbriche. Io non l'ho mai percepito cos.  (...)
    Fu  una  grande  tristezza  la  morte  di  Walter.  Meritava  un'altra
    occasione,  meritava di vivere in un altro modo quel suo straordinario
    impegno.



    Testimonianze al Progetto memoria.

    -  Renato  Curcio,  Testimonianza al Progetto memoria,  carcere,  Roma
    1995.
    Ero a  Pisa,  Walter,  quel  15  dicembre  1976.  Isolamento  duro  e
    prolungato.  Pensa, di fronte alla mia cella, stazionava 24 ore su 24,
    un agente. Si sedeva l, e, quando non ne poteva pi, dormiva. Dormiva
    anche quando la T.v. pass la notizia.  Io facevo "le righe",  Walter,
    su e gi,  su e gi per la cella. Diceva il mezzobusto che a Sesto era
    successo un casino. Un terrorista aveva ucciso due poliziotti e, altri
    poliziotti, lo avevano ammazzato. Eri tu l'ammazzato e,  appena fecero
    il  tuo  nome,  mi  fermai.  Bloccato.  Dissero  molte  parole in quel
    telegiornale ma io non riuscii pi ad ascoltarle.  Ero l,  in  piedi,
    immobile,  come lo eri tu nelle braccia della morte.  Ascoltavo il mio
    cuore che mentre mi ripeteva il tuo  nome  mandava  immagini  del  tuo
    volto sorridente.
    Quel primo nostro incontro - ti ricordi? - in zona Ticinese. Io che mi
    presentavo  come  ex  operaio della Fiat e tu che te la ridevi sotto i
    baffi.   E  poi  gli  addestramenti  nelle  grotte  di  qualche  valle
    bergamasca.  Tu che mi scherzavi per via dell'et: "Lascia a me questa
    Luger,  troppo grossa per un vecchietto come te!" E io che ti sfidavo
    mentre risalivamo il fiume: "Ne hai da fare di strada ragazzo prima di
    tener dietro al mio passo". Ridevamo. Ma la Luger,  che Feltrinelli mi
    aveva  lasciato,  io te la affidavo volentieri.  Pur se di generazioni
    diverse eravamo entrambi in quel gioco d'armi pieno e vero e  tu,  per
    me,   rappresentavi  il  futuro.   Soprattutto  mi  piaceva  quel  tuo
    disincanto,  quel tuo guardare Milano con  gli  occhi  di  un  ragazzo
    smagato.
    "Vieni  ti  porto a San Donato,  a San Giuliano,  cos vedrai coi tuoi
    occhi le ronde dei carabinieri su e gi per le strade  del  paese  col
    mitra in spalla due a due a piedi,  pronti a sparare. Vedrai la rabbia
    sul volto dei ragazzi che gi per il solo fatto  di  esistere  vengono
    sospettati...  Vieni  ti presento qualche amico che vive come pu,  un
    giorno operaio all'Autobianchi,  un giorno disoccupato  incazzato,  un
    giorno a portar via motorini di fronte all'Autodromo di Monza... Molti
    di  questi  ragazzi  che ti ho fatto conoscere - mi dicevi - non sanno
    pi cosa inventare per resistere alle ferite della vita".
    L'idea delle "calate" sulla  grassa  Milano  stava  appena  incubando.
    Cominciava  a  circolare  l'eroina.  Ci  capit di esplorare insieme i
    primi luoghi dello spaccio.  Brutti presagi,  vero?  Non ci  piacevano
    affatto.
    Io  venivo  da  un'esperienza  al  tramonto  e tu da un futuro che era
    appena annunciato.  Per noi,  davanti,  ci sarebbero stati solo  pochi
    mesi.  L'idea  che  il carcere o la morte stessero gi aspettando,  in
    quei giorni non ci sfiorava neppure.  E comunque ci non  c'imped  di
    andare a "recuperare" insieme armi e documenti in una casa "insicura".
    Fu in quell'occasione che mi presentasti tua madre.
    "Ci  aiuter  una  compagna  di Sesto,  una operaia della Pirelli - mi
    dicesti - puoi fidarti,  mia madre".
    Andammo insieme tutti e tre,  in un pomeriggio  di  pioggia.  Missione
    riuscita.  Ridevano  i tuoi occhi al ritorno,  mentre io non finivo di
    "scoprirti".  Era felice tua madre di aver partecipato insieme a te  a
    quell'azione.
    "Mia  madre    la mia migliore confidente.  Ci battiamo per le stesse
    cose.  E ci vogliamo bene".  Era bello sentirtelo dire,  bella la voce
    del  tuo  cuore.  Non  mi  stup  perci  che  proprio  a  casa sua ti
    rifugiasti la sera  del  tuo  appuntamento  con  la  morte.  Qualunque
    amarezza  ti abbia spinto,  qualunque ambascia vi siate confidati,  so
    che per te fu certo buona cosa.  E che se  sfidasti  le  regole  della
    clandestinit  non  fu  per  superficialit ma per un qualche profondo
    buon motivo.
    Molti mi hanno chiesto di te, dopo la tua morte.  Le mie risposte sono
    state  spesso  inadeguate.  Come se il registro politico fosse davvero
    l'unico rilevante nel definire il senso della tua rapida esistenza. Di
    ci ti chiedo scusa,  Walter,  perch so che tu per primo,  di  fronte
    alle  mie  parole  seriose,  avresti  preso  la chitarra e suonato una
    canzone.  Mi avresti canzonato,  proprio come facevi nelle  valli  del
    bergamasco quando ci andavamo ad addestrare.












    ANTONIO LO MUSCIO.


    Note biografiche.

    - Antonio Lo Muscio nasce a Trinitapoli (Foggia), il 28 marzo 1950.
    - frequenta le scuole elementari.
    -  non  risponde alla chiamata per il servizio militare e perci viene
    arrestato nel 1970 e rimane in carcere fino al 1972.
    - torna in carcere pi volte.
    - nel 1975 lavora alla Fargas di Novate milanese per qualche tempo.
    - milita nei Nuclei Armati Proletari.
    - viene ucciso dai carabinieri a Roma, il 1 luglio 1977.



    Scritture di Antonio Lo Muscio.

    - Antonio Lo Muscio, "Lettere dal carcere",  in: Controinformazione 9-
    10, Milano 1977. Procida 27-2-1974.
    Come  certamente  avrai saputo e sai,  giorni fa a Firenze nel carcere
    delle Murate,  a  seguito  di  una  pacifica  manifestazione    stato
    barbaramente ucciso un compagno,  un ragazzo di venti anni.  Ma chi ha
    detto che in Italia non esiste pi la pena di morte? Certamente l'avr
    detto un pazzo.  La pena di morte in Italia non  stata mai abolita  e
    non  mai finita la guerra; alcuni dicono che molte cose sono cambiate
    dall'era  fascista ad oggi.  Per me,  anche se in quell'era non c'ero,
    non  cambiato nulla in meglio;  siamo in uno Stato dove vigono ancora
    i  tribunali  speciali (tribunali in cui anch'io come altri sono stato
    condannato) e dove si segue il susseguirsi di continui colpi di stato.
    Pi gli operai acquistano coscienza del loro continuo sfruttamento  da
    parte  dei  padroni,  pi  la  lotta  di  massa la lotta proletaria si
    sviluppa e pi il governo (la D.C.) cerca di orientarsi a  destra  coi
    fascisti eccetera.
    L'ultimo  avvertimento  ci    stato  dato  circa  un mese fa,  con il
    preallarme nelle caserme, nei reparti della polizia e dei carabinieri.
    Quella notte molte case di uomini ed esponenti politici, il Quirinale,
    la Rai-t.v.  furono  circondati  dalle  forze  dell'ordine;  a  questa
    notizia  il ministro dell'interno e quello della difesa non hanno dato
    nessuna smentita.
    Ora invece,  con la  scusa  della  prevenzione  al  terrorismo  Arabo,
    l'aeroporto  di  Fiumicino    presidiato  da  autoblindo con relative
    mitragliatrici.
    A parer mio ci troviamo ad  affrontare  un  brutto  periodo;  vogliono
    creare  un clima di tensione e di malcostume nella popolazione per poi
    approfittarne.  Che stupidi!!!  Cosa credono che  siamo  nel  '22?  Se
    pensano questo hanno sbagliato a fare i conti (come si suol dire fanno
    i conti senza l'oste) in questo caso l'oste  il popolo i lavoratori i
    compagni i veri democratici.  La forza proletaria si sta facendo, ogni
    giorno  di  pi,   sempre  pi  forte  e  schiaccer  ogni   tentativo
    reazionario  di  portare  l'Italia alla completa rovina e distruzione.
    Non baster il sangue delle camicie  nere  per  far  rosse  le  nostre
    bandiere in questo caso anzi altri saranno schiacciati dalla forza del
    proletariato.
    Oggi con l'aiuto di altri compagni abbiamo dato inizio ad una colletta
    per  manifestare  la  nostra  solidariet con la famiglia del compagno
    ucciso a Firenze.  Si  raggiunta la  cifra  di  Lire  160000  che  ho
    provveduto  a  consegnare  alla  direzione  del  carcere,  per la loro
    spedizione,  unitamente  al  telegramma  di  cordoglio  con  il  quale
    esprimiamo tutta la nostra indignazione per il barbaro assassinio.
    Sono  gi  stato  condannato  dal  Tribunale militare di Napoli per il
    reato di insubordinazione e mancata presentazione alla  chiamata  alle
    armi a un anno e nove mesi di reclusione militare.
    Poi  mentre  ero  prigioniero  nelle  carceri  militari  di  Gaeta per
    scontare tale pena sono stato nuovamente denunciato perch il 9 Giugno
    del 1972 circa 40 detenuti rinchiusi in quel  carcere  si  ribellavano
    alle  continue  provocazioni  fatte  da un altro gruppo di detenuti di
    un'altra sezione.  Con l'istigazione e l'aiuto di qualche ufficiale  e
    sottufficiale   scoppi  una  violenta  rissa.   Lo  stesso  ufficiale
    comandante ci assicur che nulla sarebbe successo.  Invece proprio lui
    ci denunci, per non tutti. Scelse tra questi solo 14 detenuti, tra i
    quali  io,  che  secondo  lui  davano  pi  "fastidio" ed erano per la
    maggior parte compagni.  Era questo il suo piano prestabilito che  noi
    senza ravvederci accettammo ciecamente.
    Con  l'aiuto  dei  nostri  compagni avvocati tra i quali Rocco Ventre,
    Guido Calvi e altri riuscimmo ad evitare che il tribunale  facesse  il
    resto.  Per ci condannarono alla pena di un anno e sei mesi ad ognuno
    di noi.  Ora mettendo insieme un anno e nove mesi cui il Tribunale  di
    Napoli mi condann e un anno e sei mesi che mi diedero a Roma per quei
    reati, fanno in tutto tre anni e tre mesi dei quali ho gi scontato un
    anno e tre mesi.  Ora mi rimangono due anni che per non devo scontare
    nelle  carceri  militari  ma  bens  in  quelle  ordinarie  perch  il
    Tribunale  di  Roma  dichiar  che quelli che avevano partecipato alla
    rissa nel carcere di Gaeta erano da considerarsi pazzi...
    Succedono troppe cose ripugnanti: detenuti che accoltellano altri  che
    sono ubriachi dalla mattina alla sera, altri che si drogano, altri che
    si  tagliano le vene;  davanti a tutte queste cose non si pu rimanere
    impassibili ma purtroppo sento anche di essere impotente a reagire  da
    solo  e  cos  non posso fare altro che assorbire.  In questo modo non
    faccio altro che buttarmi gi di morale e accrescere  l'odio  verso  i
    colpevoli di questi tristi avvenimenti.  Pensa, fuori, per uno che non
    sia nel giro  molto difficile procurarsi delle fiale di morfina,  qui
    invece  basta che hai i soldi per poterla pagare.  Vedo giovani che in
    mancanza  di  meglio  si  iniettano  nelle  vene  medicinali  come  il
    Cardiazol  e  altre  medicine  per  la  cura del raffreddore,  a volte
    addirittura del vino  o  del  caff,  roba  da  pazzi,  pensa  in  che
    condizioni sono ridotti questi poveri ragazzi.
    La  condanna  dicono serve per la rieducazione del condannato;  se per
    rieducazione vogliono dire distruggere hanno ragione ma,  dato che non
      questo,  di  ragione  non  ne hanno per niente.  Mi sono stancato a
    ripetere a me stesso e ad altri  che  "un  giorno  pagheranno"  vorrei
    fosse domani, ora, quel giorno.


    - Antonio Lo Muscio, "Lettera ad un amico", dal carcere di Procida, 5-
    3-74.
    Caro  compagno  spero  tanto  che tu stia sempre bene.  Quando uscir
    oltre a lavorare normalmente,  cercher di  svolgere  anche  un  certo
    lavoro politico coinvolgendo se sar possibile gli stessi elementi che
    ieri come me vivevano al di fuori della realt. In un mondo diverso da
    quello  reale dove si vede nel denaro la sola via d'uscita,  cos come
    ci ha insegnato la borghesia,  che con  i  soldi  fa  e  disfa  a  suo
    piacimento.  Bisogna  far  capire loro come ho capito io che chi ha il
    potere di fare e disfare a suo piacimento  uno solo,  il  popolo.  E'
    questa la vera forza che fa cambiare il mondo,  e non il denaro. Tutte
    le soddisfazioni ce  le  potremo  prendere  una  volta  abbattuti  gli
    sporchi  capitalisti  e  tutte  le  forze reazionarie esistenti.  Solo
    quando questo sar attuabile tutti gli  uomini  si  potranno  ritenere
    uomini,  oggi  siamo  sulla via di transizione,  cio uomini lo stiamo
    diventando solo ora.


    - Antonio Lo Muscio, "Lettera ad un amico", dal carcere di Perugia, 5-
    1-75.
    Carissimo compagno,  come sai fra non molto sar  fuori  precisamente
    fra  18 giorni.  Di questo sono contentissimo per il fatto che uscendo
    potr veramente dedicarmi alla lotta politica e in questo modo dar un
    significato alla mia stessa vita. Dico questo in riferimento a ci che
    ero prima, cio prima che entrassi in carcere. Sono del parere,  se il
    tempo della detenzione viene usato bene, che, almeno una volta, tutti,
    senza escludere nessuno, dobbiate venire in carcere a vedere da vicino
    quello che veramente  l'istituzione carceraria e la sua violenza.
    Documenti  prodotti  da  organizzazioni  armate  per  la persona o per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Patrizia Lo Muscio, Intervista a Controinformazione, Napoli 1977.
    Vorrei precisare che  stato precedentemente in carcere per reati che
    non erano n per omicidio n per rapina e niente di tutto questo.  Lui
    era  un  ragazzo   sensibile   innanzitutto,   riflessivo,   piuttosto
    introverso,  tutto per gli altri.  Dopo aver trascorso 3 anni e 3 mesi
    in carcere per non essersi presentato puntualmente alla  chiamata  per
    il militare e successivamente picchiato da pubblici ufficiali,  perch
    al momento dell'arresto lo hanno immobilizzato dandogli  un  frego  di
    botte, non c'era nessun motivo dato che il carabiniere aveva semmai il
    compito di ammanettarlo e non di menarlo a quella maniera. Ecco perch
    c' stata quella reazione da parte di mio fratello. In questi tre anni
    di  carcere  mio  fratello era in corrispondenza con alcuni compagni i
    quali gli mandavano dentro libri da  leggere,  infatti  lui  ha  letto
    molto,  si  documentato,  si  politicizzato; ha fatto politica e per
    questo motivo ha  subito  trasferimenti  in  quasi  tutte  le  carceri
    d'Italia, da Gaeta a Volterra, a Firenze, a San Gemignano, a Milano, a
    Brescia   e  altri  fino  a  venire  a  Procida  dove  ci  sono  quasi
    esclusivamente ergastolani e ogni volta veniva picchiato  a  sangue  e
    umiliato.  Io ho seguito veramente tutto, quando  stato trasferito da
    San Gemignano a Procida; io l'ho visto solo una settimana dopo appunto
    a Procida: portava ancora sulle braccia  i  segni  del  pestaggio  che
    aveva  subito  a  San  Gemignano.  Nonostante tutto questo lui credeva
    ancora nelle istituzioni e nel ruolo di certa gente che  lui  chiamava
    ancora compagni. Una volta uscito dal carcere definitivamente cerca di
    prendere  contatti con i compagni che gi conosceva e gli era sembrato
    che non vedessero l'ora che uscisse  per  fare  grandi  cose  insieme,
    invece non ha trovato questo,  non ha potuto portare seriamente avanti
    il suo coronato discorso  sulla  repressione  nelle  carceri,  non  ha
    trovato  spazio,  non ha trovato molte mani tese,  si  sentito ancora
    una volta  emarginato,  disperatamente  solo.  Evidentemente  non  c'
    spazio  in questa societ di materialismo e di opportunismo per questa
    gente come mio fratello; che voleva con tutte le sue forze coinvolgere
    le  masse  a  prendere  coscienza  di  questo   Stato   repressivo   e
    distruttivo.
    Dicevo che uscito dal carcere ha cercato disperatamente un lavoro.
    Dopo  un po' di mesi trova finalmente un posto alla Fargas,  che  una
    fabbrica di Novate Milanese allora occupata,  ma quando il tutto si  
    normalizzato    stato  sbattuto  fuori  perch faceva lavoro politico
    all'interno della fabbrica.  In poche parole,  emarginato anche qui in
    questa societ come tanti altri.
    Il suo intento era di riuscire a far politicizzare pi gente possibile
    e  il  suo  desiderio  di  far  capire  che  ormai  in  questo mondo i
    capitalisti hanno vita breve,  che non si pu rimanere indifferenti  a
    questo marcio che lo Stato .  Ha lottato fino alla morte, combattendo
    contro le ingiustizie di questo mondo corrotto,  sporco e  impossibile
    (...).




    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Silvana Innocenzi, Testimonianza al Progetto memoria, Firenze 1995.
    Un  ragazzo intelligente,  timido e sensibile.  Un sorriso spontaneo,
    carico di tenerezza ed entusiasmo per  la  vita.  Cos  la  mia  mente
    ricorda il primo incontro con Antonio.  Mi colp la disponibilit e la
    generosit che aveva nei confronti degli altri.  La  sua  capacit  di
    ascoltare.
    Bello, dicevano le compagne che lo incontravano o che hanno avuto modo
    di conoscerlo nella sua passione politica.  Io ero rimasta affascinata
    dal suo carattere, dal suo mondo interiore.
    Un ragazzo pugliese,  nato nel 1950 a Trinitapoli (Foggia),  immigrato
    con la famiglia a Cinisello Balsamo (Milano), negli anni '60, in piena
    et adolescenziale. Era il sesto di otto figli.
    Inizi  a  lavorare presto in una fabbrica che produceva chiodi.  Ogni
    sera rincasava  con  le  tasche  piene,  orgoglioso  di  quanto  aveva
    prodotto.
    Arriv  il servizio militare e venne inviato a Como proprio mentre era
    nata un'intensa storia d'amore.  La ragazza rimane incinta (un  figlio
    che  poi  non  nascer  a  causa  di un aborto spontaneo)...  e lui la
    raggiunge... la classica fuga.
    Viene raggiunto a casa e dichiarato in stato d'arresto.  Ne  nasce  un
    tafferuglio...  processato e condannato venne rinchiuso nel carcere di
    Forte Boccea e poi Gaeta.
    E' l'inizio dell'impatto con il carcere.
    Il padre,  iscritto al P.C.I.,  discuteva spesso con lui.  Discussioni
    animate  in  cui Antonio,  con la passione politica che aveva maturato
    contestava al padre la  politica  "riformista"  e  "revisionista"  del
    P.C.I. In quegli anni lui era ideologicamente pi vicino alla sinistra
    extraparlamentare.  Fin  da  ragazzo  era  alla continua ricerca di un
    mondo diverso,  pi giusto,  con meno  differenze  sociali,  con  meno
    sfruttamento e meno emarginazione.
    Il  suo primo sguardo io l'ho incrociato dietro un bancone di una sala
    colloqui del carcere di Perugia.
    Era finito l, dopo la detenzione militare, per un reato definitivo di
    furto.
    A Perugia insieme ad altri compagni  aveva  dato  vita  al  Collettivo
    delle  Pantere  Rosse  sull'onda  del  movimento  delle  Black Panters
    americane.
    Erano gli anni '70,  gli anni in cui Lotta Continua si interessava  al
    problema  delle  carceri italiane,  alla condizione dei detenuti.  Gli
    anni   della   contestazione   studentesca   e   operaia.   Gli   anni
    dell'internazionalismo   proletario.   Gli   anni  della  nascita  dei
    movimenti di guerriglia e dei primi nuclei  armati  anche  in  Italia.
    Anni  in  cui  la  risposta  delle  istituzioni alle manifestazioni di
    piazza per i nuovi bisogni sociali fu soprattutto repressiva.
    I compagni iniziano a conoscere direttamente  il  carcere  e  la  loro
    presenza  incider moltissimo nelle lotte future,  intrecciando realt
    sociali diverse (scuola, fabbrica,  quartiere).  Il carcere si leg di
    pi al territorio entrando a pieno titolo nelle lotte sociali.
    I nostri incontri a colloquio,  erano dei momenti intensi di confronto
    e scambio, di comunicazione tra realt diverse.  Io che frequentavo il
    movimento di liberazione della donna e lui che mi parlava dell'assurda
    vita  coatta.  Delle  vite  e  delle  sofferenze  che  erano rinchiuse
    all'interno  delle  mura  di  un  carcere.   Dell'uso  dei  letti   di
    contenzione  e  dei  manicomi  giudiziari  per  le persone che meno si
    adattavano alla vita del carcere, alle sue regole.
    Era felice quando poteva comunicarmi una  piccola  conquista  interna,
    sia  che si trattasse di spazi di socialit,  di condizioni lavorative
    migliori o della possibilit di far entrare libri  e  altro  materiale
    scritto senza l'intervento della censura.
    Era  felice  perch  stava  cambiando  qualcosa e si rendeva conto che
    poteva farlo anche all'interno di un'istituzione cos totale  come  ,
    ed era, il carcere.
    Mi  regal  il  libro "Col sangue agli occhi" di Jackson.  "Leggilo mi
    disse, dimmi cosa ne pensi, secondo me  stupendo".
    Lo lessi e capii che lui l ritrovava tutte le sue emozioni pi forti:
    rabbia, odio, amore. Non amava il sottoproletariato di Marx,  amava il
    proletariato di Fanon.
    Intanto  le  rivolte nelle carceri aumentavano e quella del carcere di
    Alessandria fece discutere pi di tutte.  C'erano stati dei morti  tra
    il personale civile sequestrato.
    Alcuni  detenuti della rivolta finirono anche a Perugia e inizi anche
    l un'attiva campagna di controinformazione su  quanto  era  realmente
    accaduto durante il sequestro degli ostaggi.
    Sognare,  realizzare  un'evasione    il  desiderio  pi  vivo di ogni
    recluso per sottrarsi ad una situazione che,  per  quanto  pu  essere
    vivibile, toglie il bene pi importante: la libert dell'individuo.
    "Liberare  tutti"  era  il  messaggio  pi  radicato tra i detenuti in
    quegli anni.
    Alla rabbia istintiva,  individuale,  cosciente di molti  detenuti,  i
    Nuclei   Armati  Proletari  diedero  una  progettualit  collettiva  e
    rivoluzionaria.
    Antonio ci si ritrov.
    Un giorno con discrezione mi diede un foglietto dattiloscritto, voleva
    sapere cosa ne pensavo.  Erano delle riflessioni sulla  lotta  armata,
    sulla sua possibilit e necessit.
    Non  riuscii subito a dargli una risposta,  ero solo cosciente che l,
    in carcere pi che altrove, le mediazioni non erano possibili.
    Usc nel 1974.  Mi presi dei giorni di ferie dal lavoro  e  l'aspettai
    all'uscita.  Fu  sorpreso.  Aveva  i  capelli  lunghi,  la  barba e un
    cappotto lungo che gli davano un aspetto particolare,  tra l'originale
    e  il  demod.  Andammo  al  mare  e  come  prima cosa volle tornare a
    Trinitapoli a ritrovare un suo fratello.  Poi tornammo a  Roma  e  lui
    part per tornare a casa.
    Furono   momenti  stupendi.   E  solo  oggi  che  ho  anch'io  vissuto
    l'esperienza del carcere posso coglierne ulteriori sfumature.
    Cerc i compagni che conosceva,  gli amici che da tempo non  rivedeva.
    Alcuni lavoravano in fabbrica e lo invitarono alle loro riunioni. Io a
    Roma, lui a Milano, ma continuammo a vederci circa ogni 15 giorni.
    Il  carcere  per  non  lo  aveva  dimenticato,  soprattutto non aveva
    dimenticato le persone che aveva lasciato  e  che  voleva  aiutare  ad
    uscire da quei luoghi di non vita. Continuammo ad andare ai colloqui e
    a seguire alcuni compagni nei bisogni pi immediati.
    Intanto  nel  suo cuore c'era la speranza di entrare in contatto con i
    compagni dei NAP che iniziavano a fare le loro prime azioni.
    Ma il passaggio decisivo alla lotta armata avvenne quando  la  polizia
    uccise  a  Roma,  sul  pianerottolo  di  casa,  la compagna Anna Maria
    Mantini.  L'aveva  conosciuta,  apprezzata,  stimata  moltissimo.   Ne
    discutemmo  a  lungo di questa morte.  Non ci volle molto a capire che
    avrebbe continuato la sua lotta.
    Non voleva comunque influenzarmi e mi lasci libera di maturare le mie
    scelte.  Continuammo comunque a vederci e la mia scelta non  tard  ad
    arrivare...
    Vivere  con  lui  un  periodo  della  mia militanza nei NAP  stato di
    un'enorme ricchezza.  Era la prima volta che  dividevamo  insieme  pi
    cose,  dalla quotidianit al grande sogno di un mondo diverso. Non c'
    mai stata tra noi una grande divisione di  ruoli,  ci  alternavamo  in
    molte  cose;  quello che detestava era fare acquisti,  anche quando le
    cose servivano a lui.  Non viveva la sua scelta separata  dalle  altre
    dimensioni  della  vita.  La  sua  concezione di guerriglia conciliava
    tutto: azioni, amore, famiglia e figli.
    Tutto era un unico grande filo rosso.
    Viaggiavamo  sempre  molto  uniti,   tanto  da  diventare  oggetto  di
    simpatica ironia per gli altri compagni.
    L'ultima  immagine  che ho di lui vivo  quella della separazione alla
    stazione Termini di Roma.  Io partivo per Torino,  per incontrare  dei
    compagni, e lui mi aveva accompagnato. Non voleva farmi partire, ma io
    insistetti.  Mi  girai pi volte a guardarlo andare via e giurammo che
    al ritorno avremmo mollato tutto per festeggiare il mio compleanno.
    Ma non potemmo farlo. Appena arrivata a Torino fui arrestata.
    Mi  raggiunge  anche  in  carcere  con  simpatiche  cartoline,  brevi,
    affettuose,  cariche di emotivit, quasi a voler colmare il vuoto e la
    distanza che si era creata materialmente tra noi.
    Intanto  i  compagni  continuavano  ad  essere  arrestati,  la  caccia
    all'uomo  era  diventata sempre pi accerchiante,  e la vita per lui e
    per gli altri non deve essere stata facile negli ultimi periodi.
    Poi un giorno,  il primo luglio 1977,  la terribile notizia appresa da
    un  banale  giornale  radio  tra  le  mura di una cella di Marassi,  a
    Genova.
    Ucciso durante un conflitto a fuoco con i carabinieri a  Roma,  piazza
    San Pietro in Vincoli,  vicino alla facolt di Ingegneria,  all'et di
    27  anni,  mentre  tentava  di  sfuggire  all'arresto  con  altre  due
    compagne.
    Falciato  dalle  raffiche  di mitra fu poi freddato con una pallottola
    sparata a pochi centimetri dalla nuca.  Non  volevano  arrestarlo,  ma
    ucciderlo.
    Non ci rivedemmo pi.
    Da  una  testimonianza  raccolta  da un giornalista del Corriere della
    Sera e pubblicata il 2 luglio 1977: "Prima   passato  di  corsa  quel
    giovane,  Lo Muscio,  inseguito da un carabiniere che sparava raffiche
    di mitra. E' caduto proprio a pochi metri dall'ingresso della facolt,
    cercando di sostenersi con le braccia e urlando per il  dolore.  E'  a
    questo  punto  che  il  carabiniere,  fatti  pochi passi,  ha lasciato
    partire un altra raffica e Lo Muscio   stato  fulminato.  Gli  ultimi
    colpi sono stati sparati dal carabiniere con una pistola"..


    -  Amici  di  Antonio Lo Muscio,  Testimonianza collettiva al Progetto
    memoria, Roma 1995.
    Antonio l'ho conosciuto in carcere,  nelle prime lotte.  E' diventato
    un  compagno  dei  NAP  proprio  stando insieme a noi.  Antonio era un
    compagno generoso, molto disciplinato. Quando si accost al collettivo
    di Perugia doveva uscire da l a poco. Gli dissi, se vuoi conoscere un
    compagno eccezionale, vai a questo indirizzo,  e gli diedi l'indirizzo
    di  Luca Mantini.  Lui usc.  E per quanto sembri incredibile,  era la
    sera di Piazza Alberti,  del giorno in cui Luca era  morto  in  piazza
    Alberti.  Naturalmente  non  poteva saperlo e and a casa di Luca.  L
    trov Annamaria.

    Vennero a casa mia insieme quella sera,  e fu la prima  volta  che  lo
    vidi. Dopo di allora ci siamo incontrati molte volte. Con me non aveva
    un  rapporto politico,  era una cosa un po' strana,  un rapporto molto
    umano.  Antonio era un tipo gioviale,  festoso.  Cantava.  In macchina
    cantava  sempre.  Ricordo  di un viaggio con Antonio.  Me lo ricorder
    tutta la vita.  Venne una notte  verso  l'una,  e  mi  disse  dobbiamo
    portare  una  cosa in carcere.  Prendemmo un vassoio,  pesante come un
    macigno.  E partimmo.  Attraversando mezza Italia.  E durante tutto il
    viaggio,  sebbene spossato di stanchezza, cantava. Cantava una canzone
    che ancora adesso quando la risento,  mi viene in  mente  Antonio.  Si
    ferm  all'alba in un negozio di alimentari,  compr un po' di gnocchi
    di patate.  Poi,  da un'altra parte,  del pomodoro crudo.  Li condimmo
    cos,  a  mano.  Erano  pochi,  gli  gnocchi,  e il vassoio era troppo
    pesante. Cos ne comprammo altri.  Al controllo dei cibi,  in carcere,
    comunque,  mi  restituirono il vassoio con tutti quegli gnocchi,  e mi
    dissero seraficamente di metterli in un contenitore di plastica...  Ma
    ricordo questo episodio perch dice com'era fatto Antonio: se c'era da
    fare una cosa,  lui partiva all'una di notte,  attraversava l'Italia e
    la faceva,  con  allegria.  Antonio  era  subito  disponibile,  sempre
    allegro, ti sapeva mettere subito a tuo agio.

    C'  da  dire  questo  di Antonio,  che di tutti i detenuti usciti dal
    carcere  lui  fu  l'unico  che,  uscendo,  mantenne  l'impegno  di  un
    interessamento  politico  a  favore  degli  altri  reclusi.  Lui prese
    coscienza in carcere,  ma una volta fuori ci mise tutta l'energia e la
    generosit di cui era capace.


    ROMANO TOGNINI.


    Note biografiche.

    - Romano Tognini nasce a Milano, il 31 maggio 1937.
    - si diploma nel 1956.
    - lavora come impiegato al Banco di Roma, a Milano.
    - si sposa nel 1973.
    - ha un figlio nel 1974.
    - si separa nel 1975.
    - milita in Lotta Continua.
    - milita in Prima Linea
    - viene ucciso dal proprietario di un'armeria,  a Tradate (Varese), il
    19 luglio 1977.
    - Nota: Aveva scelto come nome di battaglia Valerio,  in  memoria  del
    comandante  partigiano che assunse la responsabilit dell'uccisione di
    Benito Mussolini.




    Scritture di Romano Tognini.

    - Non ne sono state reperite.



    Documenti prodotti da organizzazioni  armate  per  la  persona  o  per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Prima Linea,  Volantino,  Milano 22-7-77.  Frammenti in: Il Corriere
    della Sera, 23-7-77.
    Marted 19 luglio 1977  caduto,  assassinato  a  tradimento  durante
    un'operazione  di  esproprio  di  armi,  il  compagno  Romano  Tognini
    "Valerio".  Valerio ha contribuito alla preparazione e  all'esecuzione
    delle perquisizioni ai covi padronali dell'Iseo e della Scuola quadri,
    dell'attacco   alla   caserma   dei  carabinieri  di  Corsico,   della
    distruzione dei magazzini della Sit-Siemens.  La  mano  di  un  lurido
    omicida ci ha privato di un compagno eccezionale: freddo e determinato
    nelle  operazioni,  lucido  e intelligente nell'elaborazione politica,
    estremamente ricco di umanit. La sua esecuzione non rimarr impunita.
    (...) Quella di Speroni non  una reazione isolata,  ma l'azione di un
    blocco  sociale  che  si    armato che pi volte ha ucciso.  (...) La
    rappresaglia contro l'assassino Speroni non   un  fatto  privato,  ma
    politico,  non una vendetta. Rivendichiamo la distruzione dell'armeria
    avvenuta la notte del 22 luglio. (...)
    Diffidiamo chiunque dal diffamare il nome di questo compagno.  Non  si
    tratta  di  un  bandito  n  di  un  disperato,  ma  di un combattente
    comunista.
    Organizzazione comunista combattente Prima Linea.



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Testimonianze, ricordi poesie, manifesti.

    -  Diego  Novelli,  Nicola  Tranfaglia,  Vite  sospese,  Milano  1988,
    Garzanti. Frammenti.
    A.R.  Il rapporto con la morte in fondo aveva assunto caratteristiche
    estremamente  complesse  tra di noi: pochissimi ne parlavano,  non per
    esorcizzarla,  ma perch  considerata  lontana.  La  morte  di  Romano
    Tognini,  avvenuta a Milano,  ci avvicin invece a questa eventualit,
    sentita sino a quel momento soltanto come un calcolo delle probabilit
    nel corso della nostra esperienza.



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Archivio P.M., Testimonianza al Progetto memoria, Milano 1995.
    Ricordo di Romano Tognini,  non solo perch   morto,  ma  perch  mi
    ricordo  comunque  dei  compagni  con  cui  ho diviso,  con pi o meno
    passione e affetto,  la mia militanza politica in  Lotta  Continua  di
    Milano.
    Mi  ricordo  di lui con una serie di ragioni difficili da esprimere in
    parole,  perch sono sensazioni che ho fatto sprofondare - tentando di
    seppellirle   -   molto   dentro  di  me.   Pensarlo  mi  crea  sempre
    un'inquietudine e un disagio che con il tempo non si  sono  attenuati,
    ma stanno l come un macigno, un irrisolto.
    Infatti  mi domando,  oltre che lo conoscevo,  cosa posso dire di lui?
    Era un compagno che vedevo alle riunioni, ma non era un mio amico. Non
    era molto pi "grande" di me,  ma almeno per i primi tempi mi sembrava
    appartenere  ad un modo di essere e ad un mondo molto diverso dal mio,
    con il suo lavoro in banca,  al Banco di Roma,  la famiglia "regolare"
    con moglie e figlio,  un certo stile di vita almeno apparentemente, un
    certo modo di vestirsi, di porsi...
    Certo erano altri tempi,  tanto fuori  che  dentro  di  noi...  Chiss
    quante  e  quali  di  queste  sensazioni  hanno  una  qualche  base di
    obiettivit.
    Un particolare inquietante per me  stato  averlo  visto,  dopo  tanto
    tempo che non mi capitava di incontrarlo,  proprio il giorno prima che
    venisse ucciso,  lui e il suo  cane.  E  mi    poi  pesato  non  aver
    desiderato  attraversare  la  strada  per salutarlo,  ma io lo pensavo
    oramai totalmente estraneo a ogni tipo di impegno politico.  Eppure in
    un  certo  senso  era  abbastanza  "naturale"  che si trovasse dove si
    trovava,  in fondo alcune "scelte" non c'era neanche bisogno di farle,
    erano un po' nel "naturale" divenire delle cose.
    In  ogni  caso  la sua vita era gi molto cambiata;  avevo avuto in un
    modo o nell'altro sue notizie;  la sua vita familiare era "saltata"  e
    anche  sua  moglie  era  molto  cambiata,  infatti credo si sia dovuta
    misurare con molte sofferenze e perdite ben prima di misurarsi con  la
    morte di Romano, so che si era sentita abbandonata e ferita da lui, ma
    mi piace credere che si fosse saputa anche re-inventare,  abbandonando
    radicalmente  un'identit  pi  convenzionale  per  essere  assai  pi
    coraggiosa.
    Ma da molti anni non so pi nulla di lei,  l'ultima cosa che ho saputo
    era che stava dall'altra parte del mondo con un uomo che ho conosciuto
    come un ragazzo molto dolce e anche lui decisamente sfortunato.
    Anche il figlio di  Romano  e  Grazia  dopo  un  brutto  incidente  si
    trascina delle brutte conseguenze.
    Ma  non  so  molto,  non credo che questa sia una testimonianza utile,
    sono ricordi e sono tristi,  sono una  sensazione  interiore  che  nel
    tempo rimane sempre dolorosa di come tutto sia andato secondo la linea
    di   un  destino  che  non  si  poteva  intuire  n  indovinare  sotto
    l'esteriorit, l'apparenza di alcuni. Ed invece si  compiuto e non ha
    lasciato alcuna via di scampo.









    ATTILIO DI NAPOLI.


    Note biografiche.

    - Attilio Di Napoli nasce a Milano, il 23 febbraio 1953.
    - ultimo nato di una famiglia numerosa,  vive con il  padre  quando  i
    genitori si separano.
    - studia ragioneria a Milano.
    - fa lavori precari di varia natura (ai mercati generali, eccetera).
    - milita in Azione Rivoluzionaria.
    - muore per lo scoppio accidentale di un ordigno che sta preparando, a
    Torino, il 4 agosto 1977, insieme a Aldo Marin Pinones.



    Scritture di Attilio Di Napoli.

    - Non ne sono state reperite.



    Documenti  prodotti  da  organizzazioni  armate  per  la persona o per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Azione Rivoluzionaria, Bozza del volantino di commemorazione,  senza
    luogo, 1977.
    Attilio fu un compagno generosissimo, seppure giovanissimo, capace di
    scegliere e di volere nel magma di un mondo corrotto e mendace,  fatto
    di continui compromessi tra declamazioni dottrinarie e impegno  reale,
    cosciente di dover superare la dicotomia tra pensiero e azione, pronto
    a  tutto con il sicuro istinto dei giovani proletari,  convinto di non
    aver nulla da perdere e  tutto  da  guadagnare.  Attilio  partecip  a
    diverse   azioni   distinguendosi   per   coraggio   e  consapevolezza
    rivoluzionaria.



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.


    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Corriere della Sera, 6-8-77.
    Attilio  Alfredo  Di  Napoli,  19 anni,  nato a Milano,  studente del
    quarto anno  di  ragioneria,  abitava  con  i  genitori  in  una  zona
    residenziale  non  lontana  dalla Fiera Campionaria.  Un giovane della
    media borghesia come  tanti  altri:  capelli  ricci,  sguardo  vivace,
    spigliato nei modi, apparentemente affatto impegnato politicamente.
    Cos lo ricorda una sua compagna di scuola: "Era simpaticissimo, anche
    se  un  po' dissociato,  nel senso che sembrava molto solo.  Durante i
    discorsi  tra  compagni,   che  per  raramente  toccavano   argomenti
    politici, non si era mai espresso in modo tale da qualificarlo".


    - La Stampa, 6-8-77.
    Il nostro inviato ci telefona da Asti: "Attilio era un bravo ragazzo,
    per molti versi immaturo. Non faceva mistero delle sue idee politiche,
    ma  credo  le relegasse in secondo piano rispetto ai numerosi problemi
    che lo assillavano in questi ultimi tempi. E poi, che ne sapeva lui di
    bombe?" Lo afferma con sicurezza il cognato.  (...) "Ha sempre  tirato
    il carretto" dice ancora il cognato.  "Dopo la decisione di riprendere
    gli studi, aveva fatto diversi mestieri, per pagarsi le spese e 'avere
    una certa indipendenza' come ripeteva spesso.  Ha persino scaricato le
    cassette di frutta e verdura ai mercati generali di Milano".  Un lungo
    soggiorno in Olanda,  la conclusione dolorosa del 'grande amore',  per
    il  quale  ha  tentato  il  suicidio,  non  sono valsi a migliorare la
    situazione. Neppure qualche settimana trascorsa a Firenze,  presso una
    sorella sposata.



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Non ne sono state prodotte.










    ALDO MARIN PINONES.


    Note biografiche.

    - Aldo Marin Pinones nasce a Vallenar, in Cile, il 27 febbraio 1953.
    - lavora come operaio in una fabbrica cilena.
    -  viene  arrestato  dalla  polizia  di  Pinochet e conosce il carcere
    cileno.
    - quando esce si trasferisce a Cuba.
    - arriva in Italia,  a  Roma,  nel  marzo  1976,  in  possesso  di  un
    documento di identit per profughi.
    - lavora come autista.
    -   si   trasferisce   a  Torino,   nell'ottobre  1976,   dove  lavora
    saltuariamente come manovale nei cantieri edili.
    - milita in Azione Rivoluzionaria.
    - muore per lo scoppio accidentale di un ordigno che stava preparando,
    a Torino, il 4 agosto 1977, insieme ad Attilio Di Napoli.




    Scritture di Aldo Marin Pinones.

    - Non ne sono state reperite.



    Documenti prodotti da organizzazioni  armate  per  la  persona  o  per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Azione Rivoluzionaria,  Bozza di volantino di commemorazione,  senza
    luogo, 1977.
    Rico fu un combattente per la libert e il comunismo nel suo paese di
    origine: il Cile.  Si batt con tutte le forze contro  il  regime  dei
    colonnelli di Pinochet, pagando di persona, e duramente. Fuori dal suo
    paese  non  si  lasci  gabbare da vane parole di sostegno impotente e
    impugn ancora una volta le armi,  consapevole che la lotta di  classe
    proletaria  non  conosce confini nazionali.  Rico lott in altri paesi
    del Sud America e rifiut l'impostura  del  "potere  socialista"  alla
    cubana.  Combatt  in  Italia  contro  il  regime  democristiano e del
    compromesso   storico,   portando   a   compimento   numerose   azioni
    rivoluzionarie,  tra  le quali - per citarne solo alcune che in questo
    momento ci conviene indicare - la distruzione delle nuove  carceri  di
    Firenze e di Livorno e l'esplosione contro l'Ipca di Ciri,  azioni di
    grande  rilievo,   eppure  taciute  o  minimizzate  o   calunniate   o
    ridicolizzate dalla "libera" "La Stampa" di Torino.



    Documenti  prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento in
    cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Non ne sono state prodotte.






    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Riccardo D'Este, Testimonianza al Progetto memoria, Torino 1995.
    Per un certo periodo ho convissuto con Rico, non nella clandestinit,
    ma nelle lotte sociali della seconda met degli anni settanta. Avevamo
    deciso di chiamarlo "Per" come soprannome perch non  si  voleva  far
    capire  che  era  un  rifugiato  cileno.  Da giovanissimo era stato un
    dirigente  socialista  in  Cile.   Dopo  l'avvento  di  Pinochet,   la
    repressione,  il  carcere,  era  andato  a  Cuba:  scuole  di  guerra,
    addestramento alle armi, insegnamento delle forme di guerriglia. Rico,
    come altri suoi compagni,  inizialmente ne era  entusiasta.  L'ipotesi
    era  di  apprendere  delle  tecniche  per poter poi iniziare una lotta
    armata contro il governo fascista, in Cile.
    Per,  l'ideologia autoritaria Castrista pose lui  e  altri  due  suoi
    compagni  nella  necessit di fuggire da quella sorta di scuola-quadri
    militari che vivevano a Cuba.
    Scelsero l'Italia in quanto la ritenevano,  in Europa,  il laboratorio
    pi avanzato per quella rivoluzione sociale che desideravano.
    Tutti  e  tre  trovarono  la maggior convergenza con le tesi comuniste
    libertarie. Gli altri due finirono in carcere come militanti di Azione
    Rivoluzionaria.
    Rico ne mor.
    Se c'era un difetto che si pu dire di "Per",   che era convinto  di
    avere delle conoscenze militari che,  effettivamente,  esistevano,  ma
    che in sostanza erano minori di quanto  lui  presumesse.  Caricando  e
    scaricando   una   pistola,   una   volta  gli  sfugg  un  colpo  che
    fortunatamente fin sul soffitto.
    Era assai capace,  ma talora,  per lanciare il cuore oltre l'ostacolo,
    chiedeva da s pi di quanto era possibile.
    Per  questo   morto saltato insieme con la sua bomba,  con Attilio Di
    Napoli, cognato di Cinieri. Un piccolo ma fatale errore.
    "Per" era  un  uomo  allegrissimo,  divertito  e  divertente.  Quando
    vivevamo  assieme faceva ottimamente da mangiare,  non si limitava nel
    bere e sino all'alba si discuteva  di  passioni:  Amori,  rivoluzioni,
    Cile, Italia.









    ROCCO SARDONE.


    Note biografiche.

    - Rocco Sardone nasce a Tricarico (Matera), il 23 ottobre 1955.
    - frequenta le scuole medie.
    - emigra, nel 1972 (ha 17 anni), verso il nord Italia.
    - vive a Reggio Emilia, Venezia, Milano, Bologna.
    - lavora come operaio.
    - milita nei movimenti di protesta di quegli anni.
    -   muore   per  lo  scoppio  accidentale  di  un  ordigno  che  stava
    trasportando, a Torino, il 30 ottobre 1977.



    Scritture di Rocco Sardone.

    - Non ne sono state reperite.



    Documenti prodotti da organizzazioni  armate  per  la  persona  o  per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Documenti  prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento in
    cui ha incontrato la morte
    - Non ne sono stati prodotti.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Non ne sono state prodotte.






    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Nicola Sardone, Testimonianza al Progetto memoria, Tricarico 1995.
    Sono poche le  notizie  che  posso  darvi  sulla  vicenda  di  Rocco.
    Operaio,  figlio di operaio emigrante. Innamorato di Rocco Scotellaro,
    poeta e sindaco amato dal popolo tricaricese di sinistra.
    Rocco venne a Reggio Emilia due anni dopo di me, nel '71, trov lavoro
    da operaio e subito si inser nel movimento di scioperi nelle  piccole
    industrie  che  lottava  per ottenere condizioni salariali e normative
    pi vicine a quelle della grande industria.
    Era conosciuto per il suo radicalismo di classe,  acquisito da  nostro
    padre ma soprattutto dalla visibilit negli anni '60 della differenza,
    nelle scuole,  tra alunni,  o addirittura ancora tra classi con alunni
    di ceti sociali benestanti ed altre di figli di contadini e  proletari
    per lo pi emigranti.
    Eravamo insieme nel U.C. (M-L) I. (Servire il popolo).
    L'impegno  di  Rocco  era  costante  nell'avvicinare  i  proletari,  i
    giovani, discuterne le condizioni di esistenza, invitarli alla lotta.
    Nel '74 su invito del gruppo va a Venezia per aiutare,  visto  la  sua
    esperienza  a  Reggio  Emilia,  il  movimento  di  lotta nella piccola
    industria che l si andava costituendo.
    In quel periodo ci siamo scritti  poche  volte  comunicandoci  notizie
    della  famiglia  rimasta  a  Tricarico.  Mi raccont di scontri con la
    Digos ed i fascisti, molto attivi nella zona di Venezia e Mestre.
    L strinse legami pi forti con le problematiche giovanili (la musica,
    il  tempo  libero  come  rifiuto  dello  sfruttamento)  l'antifascismo
    militante; non solo pi le lotte per il salario o i diritti sindacali,
    ma  il  rifiuto  del  rapporto  subalterno  che nutr i movimenti ed i
    gruppi in quegli anni e che sfoci in parte  nella  lotta  armata,  in
    parte  negli  scontri di piazza del '77 prima a Bologna,  poi a Roma e
    altrove.
    Rocco fu presente in prima fila negli scontri a Bologna  dove  si  era
    trasferito da pochi mesi.
    A  met  del '77 viene a Torino dove ci eravamo trasferiti io e nostro
    fratello Pietro gi nel settembre '76.
    Non ci vedevamo molto,  lui cercava lavoro,  io facevo  i  turni  alle
    Ferriere;  la  vita  era  frenetica,  c'erano  continue  iniziative di
    movimento, lui voleva esserci sempre.
    Ad ottobre arriva la notizia del "suicidio" dei  compagni  della  RAF.
    Esplode  la  rabbia  ed  ognuno  cerca  di fare qualcosa per fargliela
    pagare.
    In questo Rocco ha trovato la morte a 22 anni appena compiuti.


    ROBERTO RIGOBELLO.


    Note biografiche.

    - Roberto Rigobello nasce a Bologna, il 25 aprile 1957.
    - studia fino a 17 anni.
    - lavora come operaio meccanico alla Cesab di Bologna.
    - milita in una formazione autonoma.
    - viene ucciso dalla polizia a Bologna, il 4 maggio 1978.



    Documenti prodotti da organizzazioni  armate  per  la  persona  o  per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    -  Viene  ricordato  come militante,  su iniziativa autonoma di un suo
    amico,  arrestato due mesi prima,  su posizioni B.R.,  in un  processo
    B.R. Ma non vengono prodotti documenti da alcuna formazione.



    Documenti  prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento in
    cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Non ne sono state prodotte.



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Cinzia Bonacorsi, Testimonianza al Progetto memoria, Bologna 1993.
    Roberto Rigobello,  chiamato Rigo dagli amici,  muore  poco  pi  che
    ventenne nel corso di una rapina,  colpito da un proiettile sparato da
    un agente di P.S. contro di lui mentre, a bordo di un'auto, cercava di
    allontanarsi per sottrarsi alla cattura.  Non vi fu conflitto a  fuoco
    vero e proprio,  sebbene alcune incerte testimonianze dicano che forse
    da parte di Rigo sia stato sparato un colpo di pistola mentre si  dava
    alla fuga.
    Roberto  non  era un rapinatore.  La sua partecipazione a quell'azione
    era stata frutto di una scelta;  un atto con il quale Rigo rivendicava
    la  sua  presa  di  coscienza di quello che era,  allora,  il contesto
    politico nel quale vivevamo.
    Una  presa  di  coscienza  maturata  nel  contesto  della   sua   vita
    quotidiana,  nel quartiere dove viveva,  nella fabbrica dove lavorava,
    nelle   contraddizioni   forti   e   apparentemente   insolubili   che
    specialmente in quegli anni la "politica" mostra apertamente.
    Una  presa  di  coscienza  maturata attraverso la sua breve esperienza
    fatta di tutto quanto  solidariet, socializzazione, riappropriazione
    di tempi e spazi che l'"ordine" sistematicamente tendeva a reprimere.
    Di Roberto come di tanti altri non rimane nelle  cronache  nient'altro
    che  quel fatto specifico.  Ma per lui quell'atto non era altro che un
    passaggio per dare corpo e forza ad altri valori  che  con  il  denaro
    (inteso  come  potere,  ricchezza,  eccetera)  non avevano nulla a che
    fare,  anzi quel denaro non sarebbe pi stato elemento  di  divisione,
    bens di aggregazione.
    Roberto  per  la  sua  grande  sensibilit  e  disponibilit  e il suo
    desiderio di vivere in un mondo migliore ha scelto  di  percorrere  la
    strada  di  una  lotta  difficile  sulla  quale  non  era solo: la sua
    organizzazione non era propriamente quello che comunemente  intendiamo
    con  quella  definizione;  la sua organizzazione erano i suoi rapporti
    con i suoi compagni nel lavoro,  nella vita,  la gioia e la voglia che
    lo   univa   alle   persone,   nelle   cose   che  faceva  con  altri,
    nell'intenzione di migliorare  la  qualit  di  una  vita  che  sapeva
    importante per s e per gli altri.
    Non ricordiamo Rigo associato a nessuna organizzazione.  Lo ricordiamo
    come nostro compagno quotidiano.


    - Cinzia Bonacorsi,  Testimonianza al Progetto  memoria  sul  percorso
    politico di Roberto Rigobello, Bologna 1993.
    Da  un generico ed istintivo senso di ribellione verso l'ingiustizia,
    una propensione alla difesa del  debole,  passa  ad  una  elaborazione
    politica,  alla  ricerca  di  un  metodo  scientifico  (che  lui trova
    nell'idea comunista) per lottare contro  le  brutture  del  mondo.  La
    presa di coscienza politica viene usata anche come una propria ricerca
    di  liberazione  personale e culturale da una condizione che fin dalla
    nascita segna il proletario;  una vita gi tracciata: un po' di scuola
    (Rigo  era  stato  espulso  da tutte le scuole del Regno d'Italia - in
    base ad una legge ancora in vigore dal periodo monarchico - perch nel
    corso dell'occupazione di una scuola aveva chiuso  dei  professori  in
    un'aula),   l'insegnamento   da  parte  della  famiglia  a  rispettare
    acriticamente le regole  della  societ;  lavoro,  matrimonio,  figli,
    crescere la prole,  niente socialit, pensione, morte!!! Il proletario
    ha compiuto cos il ciclo che la borghesia gli ha imposto.
    A questo ciclo innaturale,  non tanto per  il  lavoro,  i  figli  o  i
    rapporti  vari,  ma  per  i ritmi innaturali,  come si fosse bestie da
    allevamento, Rigo come tanti altri si era ribellato.
    Questo il motivo esistenziale e politico della sua scelta di  superare
    le  lotte nel sociale - fabbrica,  quartiere,  scuola - con una azione
    pi eclatante perch tanta  era  la  fretta  di  emanciparsi  dal  suo
    quotidiano.  Nel  quartiere  si  era occupato un centro sociale che si
    chiamava Borgo rosso,  che raccoglieva principalmente i  compagni  del
    quartiere  Borgo  Panigale.  L  cominciarono  a uscire tutte le varie
    diversit fra chi voleva fare qualcosa subito e in  maniera  armata  e
    chi  invece  era  sul  movimentista,  o addirittura alla ricerca di un
    dialogo  con  il  P.C.I.   Il  centro  occupato  fin  proprio   sulle
    differenze.
    Rigo  pur  non  essendo  un  militante  nel senso stretto,  aveva come
    referente Potere Operaio.
    La scelta  della  rapina  viene  fatta  non  per  motivi  strettamente
    economici  ma  per fare velocemente un salto di qualit esistenziale e
    politico.  Ma la poca esperienza e la generosit gli fanno perdere  la
    vita.  Perde  del  tempo  prezioso per fuggire quando gi la polizia 
    arrivata, per tentare fino all'ultimo di liberare uno dei compagni che
    erano con lui,  che era rimasto intrappolato fra le due porte a scatto
    della banca.  Quando tenta la fuga  troppo tardi e viene colpito alla
    schiena dai colpi sparati dalla polizia. Non ci sar nessuna inchiesta
    perch la madre  rifiuta  di  costituirsi  parte  civile  dicendo  che
    comunque  per  lei  la colpa di quello che  successo ' di quelli che
    hanno traviato suo figlio' (un classico dei genitori!).
    Il compagno rimasto bloccato all'uscita dalla banca  (Marco  Tirabovi,
    conosciuto per la sua militanza in Lotta Continua,  anche se ha sempre
    mantenuto una sua autonomia di tipo libertario, viveva a Roma ed aveva
    con Rigo un grosso feeling,  nato in tante  sere  di  discussioni,  di
    musica  e chiaramente di vino) viene arrestato,  si fa qualche anno di
    galera partecipando attivamente alle lotte  in  carcere  e  alla  vita
    quotidiana con i compagni.
    Quando esce ricomincia a frequentare i suoi compagni,  senza per fare
    pi attivit politica, scrive, parla, insomma cerca comunque di essere
    attivo  senza  integrarsi  comunque  nelle  cose  che   aveva   sempre
    rifiutato.  Entra  in  una  profonda crisi,  ha molto dolore dentro se
    stesso, e nel febbraio 1990 si suicida.



    FRANCESCO GIURI.


    Note biografiche.

    - Francesco Giuri nasce a Milano, il 24 settembre 1953.
    -  la  famiglia,  di  origini  calabresi,  emigra  successivamente  in
    Argentina dove Francesco Giuri cresce e frequenta le scuole.
    - torna in Italia, a Milano, quando  adolescente.
    -  lavora  come operaio gruista per due anni alla Breda Siderurgica di
    Milano.
    - il 5 maggio 1978 viene licenziato "per assenteismo".
    - milita nel P.C.d'I. (M-L).
    - milita nei Comitati Comunisti Rivoluzionari.
    - viene ucciso da una guardia giurata a Lissone (Milano),  il 9 giugno
    1978.



    Scritture di Francesco Giuri.

    - Non ne sono state reperite.
    Documenti  prodotti  da  organizzazioni  armate  per  la persona o per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Non ne sono state prodotte.





    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Ernesto Balducchi, Testimonianza al Progetto memoria, Milano 1995.
    Francesco Giuri, "Camillo" per noi, l'ho conosciuto alle riunioni del
    Coordinamento  Operaio Sestese,  incontri tra compagni delle fabbriche
    di  Sesto  San  Giovanni.   Lavorava  alla  Breda  Siderurgica,   dove
    interveniva il P.C.d'I. (M-L), allora, 1976, in fase dissolutiva, e mi
    pare che fosse coinvolto con quei compagni che da quel gruppo uscirono
    avvicinandosi  all'autonomia  operaia,  e  quindi  a  noi dei Comitati
    Comunisti.  Ricordo bene che abitava dalle parti di  viale  Monza,  un
    fratello  e  tre  sorelle,  la  madre  sola,  tutti  in  tre locali di
    ringhiera.
    La cosa che pi mi resta di lui  l'impazienza.
    Sembrava,  col senno del poi,  che sentisse che non gli rimaneva molto
    tempo:  lui  voleva fare;  agire,  combattere,  poche chiacchiere e la
    gente ci avrebbe seguito.
    Anche fisicamente sprigionava energia. Non alto,  non pi di 1,70,  ma
    tarchiato  e forte.  Sembrava sempre che gli prudessero le mani,  ma a
    muoverle sul serio non l'ho mai visto: tant' che se  l'avesse  saputo
    fare non sarebbe morto.
    Infatti,  quando s' trovato davanti alla guardia giurata da disarmare
    fuori dalla banca di Lissone,  ad una reazione  di  pura  sorpresa  ha
    reagito  pi  spaventato  forse  della  stessa guardia e ha sparato in
    alto, cosa che non sta n in cielo n in terra,  se non vuoi mandare a
    monte tutta l'operazione.  La guardia, puoi immaginarlo, terrorizzata.
    Di sasso.  E invece Camillo si  accorge  che  la  pistola  automatica,
    esploso  il  primo  colpo  gli  si   inceppata: potrebbe far finta di
    niente, allungare un braccio e disarmare comunque la guardia.  Niente.
    S' girato,  letteralmente voltando le spalle a quel disgraziato e s'
    messo a correre. Cinque, dieci passi; c'era l'angolo della via e forse
    sperava  di  svoltarlo  in  tempo,  ma  la  guardia,  dopo  l'iniziale
    smarrimento ha impugnato il suo revolver e gliel'ha scaricato addosso.
    Un colpo a segno,  quattro o cinque nella vetrina di un bar di fronte,
    Camillo  riuscito giusto a svoltare quell'angolo prima di stramazzare
    a terra.  Ho visto tutta la scena e non riuscivo  a  credere  ai  miei
    occhi.  Ho sperato che ce l'avesse fatta - dietro l'angolo non vedevo.
    Ho evitato di sparare alla guardia,  che s' messa a correre verso  la
    banca e ho preferito andare con l'auto nella direzione di Camillo, per
    poterlo recuperare, da qualche parte.
    Mi sono sempre sentito responsabile di quello che  successo.
    Sotto  il profilo dei sentimenti innanzitutto,  ma anche perch ero il
    responsabile militare e solo quel giorno  mi  sono  reso  conto  della
    fragilit  di  Camillo.  Aveva  fortemente insistito per svolgere quel
    ruolo, che di solito era mio...
    Anni dopo, in carcere, un giudice mi ha contestato una rapina in banca
    a Bernareggio, in Brianza, con tanto di rei confessi e in concorso con
    Camillo: una tra le tante e sul momento non ci ho neppure badato.  Del
    resto non sono mai entrato in merito ai singoli episodi quando mi sono
    assunto  davanti ai giudici le mie responsabilit.  Rileggendo poi gli
    atti ho notato la data di quella rapina,  soltanto uno  o  due  giorni
    prima  della  morte  di  Camillo.  Non avrei mai potuto dimenticare un
    avvenimento con Camillo a cos breve distanza dalla sua fine. E non mi
     rimasto che dover accettare una residua possibilit:  avevano  fatto
    tutto da soli,  a mia insaputa,  per bisogno di denaro. Non eravamo n
    volevo si diventasse "professionisti della lotta armata",  e un lavoro
    ci  tenevo  che  tutti l'avessimo;  per ricordo che dai giornali dopo
    l'identificazione di Camillo,  avevo appreso che da pochi  giorni  era
    stato licenziato dalla Breda siderurgica,  e lui non aveva detto nulla
    a nessuno.
    In pochi  giorni  licenziato,  compie  con  due  compagni  del  nucleo
    militare  la rapina per loro stessi e poi si offre per sostituirmi nel
    disarmo della guardia davanti alla banca di Lissone,  dove proprio non
    potevo   agire   avendola   disarmata   in  precedenza,   in  analoghe
    circostanze.
    Ho pensato che dei tre lui aveva il maggiore senso di colpa verso me e
    gli  altri  compagni:  se  non  avesse  insistito  io   avrei   scelto
    qualcun'altro  a  sostituirmi,  sicuramente  pi  preparato  per  quel
    compito. Cos ho voluto seguirlo attentamente nei suoi ultimi istanti,
    tenendomi di copertura, per eventuali imprevisti, e vedendolo morire.
    Ricordo che avevo una foto di lui con mia figlia per mano,  gli voleva
    molto bene,
    si chiama Francesca..


    - Archivio P.M., Testimonianza al Progetto memoria, Parigi 1995.
    Per Francesco Giuri.
    Correre,  correre,  correre,  partire...  lontano. Fa caldo. Andare...
    via. L'avete provata?... S fa lo stesso... Mamma,  dov' la camicetta
    rossa. L'altro  in ritardo... Perch sorridete? Fa caldo... Prendo la
    P.P.K...  E  la  copertura?  "Nato sotto il segno dei pesci"...  Non 
    venuto...  Chi l'ha provata?  Fa troppo caldo...  dopo...  andiamo  in
    piscina...  perch hai detto che s fa lo stesso?...  Ma qualcuno l'ha
    provata?...
    Ma nessuno fa qualcosa?...
    Nove giugno 1978. Nessuno poteva pi fare qualcosa per te, Francesco.
    Forse questi pensieri, o altri pensieri, o nessun pensiero.
    Ti dirigi verso la guardia.  Quando gli  sei  vicino,  gli  intimi  di
    consegnarti la sua arma.  La guardia reagisce. Sai che puoi togliergli
    la vita. Preferisci tirare un primo colpo in aria.
    Probabilmente non sapevi che la tua piccola arma era  stata  sottratta
    alla stessa guardia pochi mesi prima.
    Tu che diffidavi delle automatiche per paura che s'inceppino.
    Come sapere che le tue inquietudini si sarebbero avverate per te, quel
    giorno, e che, dopo il primo colpo, la tua arma si sarebbe inceppata.
    Forse la guardia l'ha riconosciuta,  forse l'arma  difettosa e lui lo
    sa.
    Senza che tu possa impedirlo,  estrae la sua pistola.  Esplode tutti i
    suoi  colpi  contro  di  te,  mentre  tu  ormai  gli  volti le spalle,
    correndo. Cercando disperatamente un riparo.
    Sei caduto a terra,  esanime.  Il colore della tua  maglietta  mischia
    tutto di rosso.
    Ancora oggi, la piazza  rossa, di te.
    E gi  il vuoto,  lo sgomento. Non sei pi. E gi  insopportabile la
    tua assenza.  Il tuo silenzio.  Dove il conforto della  tua  presenza?
    Dove la gioia di ritrovarti, di viverti? Mai pi sorridere, con te.
    Nell'Argentina dove sei nato, pi ancora che in Italia, avevi imparato
    ad  'accomodarti  delle  situazioni',  imprevisibili o improbabili che
    siano.  Ed eri di grande aiuto per rimontare il  morale.  Nei  momenti
    duri,  sapevi  trovare  le parole giuste,  per far cadere la tensione.
    Forse la tua corporatura,  robusta.  Certo,  il tuo  viso,  simpatico.
    Anche  la  tua  voce,  piacevole,  calma,  con  quel  leggero accento,
    irresistibile. Il tuo charme. Insomma, tu.
    Ma da qualche tempo eri teso.  Forse lo  stress.  Impressione  che  il
    tempo non scorre pi come prima. L'avvenire si programma al massimo da
    una settimana con l'altra. Diverse le variabili che puntuano i giorni,
    le ore,  i minuti, i secondi, di... cambiamenti brutali. Forse sentivi
    qualcosa, ma nessuno ci ha fatto caso.
    Cos ieri sera sudavi,  e non solo per il caldo.  Ascoltavi la canzone
    di Venditti.  Sul tuo viso,  tuo malgrado,  l'espressione di un dubbio
    non capito.
    Cercavi di distenderti per meglio prepararti a domani, oggi.  Le poche
    ore  che  ci  separano  a  domani  non bastano ma bisogna ritrovare la
    serenit. Per domani.
    Ciao Camillo.








    ROBERTO CAPONE.


    Note biografiche.

    - Roberto Capone nasce a Milano, il 22 aprile 1954.
    - si trasferisce ad Avellino con  la  famiglia  d'origine  nell'estate
    1954.
    - frequenta l'Istituto tecnico per geometri di Avellino.
    - si diploma nel 1974.
    - milita in Potere Operaio.
    - milita in Autonomia Operaia.
    - si iscrive all'universit di Salerno, corso di Sociologia, nel 1974.
    - milita nelle Formazioni Comuniste Combattenti.
    -  viene  ucciso  da  un  agente di scorta a Patrica (Frosinone),  l'8
    novembre 1978,  nel corso dell'attentato mortale a Fedele Calvosa e la
    sua scorta, in cui muoiono anche Giuseppe Pagliei e Luciano Rossi.





    Scritture di Roberto Capone.

    - Non ne sono state reperite.



    Documenti  prodotti  da  organizzazioni  armate  per  la persona o per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    - Gli amici di Roberto, Volantino, Avellino 1978. Non reperito.





    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    -  Ferruccio Capone,  Avellino 1978,  in: Cenzino Mussa,  "Mio figlio,
    Roberto Capone", Famiglia cristiana n. 48, 3-12-78. Frammenti.
    "Chi era suo figlio?"
    Era un ragazzo timido e buono. Un amico, pi che un figlio. Pensavo di
    sapere tutto di lui, mi aveva dato soltanto soddisfazioni.
    "Distribuiva   volantini,   faceva   sit-in.    Anche   queste   erano
    soddisfazioni?"
    E' tanto tempo fa.  La contestazione nelle scuole era di moda. Lui era
    un ragazzo generoso, sensibile. Gli dicevo: non esporti,  chi si mette
    troppo in vista alla fine ci rimette sempre.
    "E lui che cosa rispondeva?"
    'Non m'importa,  bisogna andare fino in fondo alle cose'.  Anch'io del
    resto,  ero impegnato politicamente.  Sono sempre  stato  un  compagno
    militante,  pi  volte  candidato.  Prima  nel P.S.I.,  poi nel PSIUP.
    Capivo la sua passione.  E,  d'altra parte,  a scuola andava bene,  in
    famiglia  era  affettuoso.  Che  cosa potevo rimproverargli?  (...) Si
    stanno scrivendo troppe falsit in questi giorni.
    "Per esempio?"
    Che mio figlio era di estrazione cattolica, e non  vero.  Che in casa
    mia    stato  sequestrato un notes sul quale Roberto avrebbe annotato
    cifre in entrata e in uscita per un giro di molti milioni.  In effetti
    si tratta di un'agendina senza alcun interesse, che risale ai tempi in
    cui  Roberto  faceva  parte  di  Potere  Operaio.  Addirittura c' chi
    continua a pubblicare, nonostante le nostre smentite, che in casa sono
    stati trovati 11 milioni di lire.  Di soldi mio figlio non ne  ha  mai
    avuti.  Non gli  mai importato di averne. Gli bastavano le mille lire
    per andare al cinema o per farsi la pizza con la fidanzata. Ogni tanto
    domandavo a mia moglie: vedi un po' se Roberto ha bisogno  di  qualche
    cosa.  Volevo offrirgli una giovinezza meno pesante che la mia.  (...)
    Il 14 settembre ho festeggiato  le  nozze  d'argento  con  mia  moglie
    Elvira.  Un  bel  pranzo  al  ristorante.  C'erano tutti i miei figli.
    Roberto aveva accanto la fidanzata. Li guardavo ed ero felice.
    "Davvero mai una discussione con suo figlio?"
    Tante discussioni, ma sempre sottovoce, con serenit.  Lui non credeva
    nei partiti,  io s.  E per questo si discuteva. Parlavamo anche della
    scuola, della casa, del futuro. Gli mancavano cinque esami, a marzo si
    sarebbe  laureato   in   sociologia.   Tutti   trenta   sul   libretto
    universitario.
    "Il  primo  aprile suo figlio si era trasferito a Napoli.  Lei l'aveva
    perso di vista?"
    Tornava ogni sabato, per l'ora di pranzo.  Ripartiva la domenica sera.
    Sempre con il pullman.
    "Ma non aveva la motocicletta?"
    Gi,  ho  letto  anche  che amava i bei vestiti e le maximoto.  Invece
    portava i blue-jeans ed era appiedato.
    "E' vero che dal primo aprile Roberto non aveva pi avuto  bisogno  di
    quattrini?"
    Mi aveva detto di aver trovato lavoro presso un architetto,  a Napoli.
    E che guadagnava trecentomila lire al mese.  Perch non  avrei  dovuto
    credergli?
    "Ma non era vero."
    Ecco,  devo  essere sincero: questo proprio non lo so.  Non so n dove
    lavorava n con chi.
    "Prima di allora suo figlio le aveva mai mentito?"
    Mai.  E del resto,  non aveva motivi per mentire.  La sua era una vita
    assolutamente tranquilla La passeggiata con la fidanzata, due calci al
    pallone  con  il  fratello,  qualche  volta a sciare sull'altopiano di
    Laceno, dove aveva conosciuto Rosaria. Il cinema, i libri,  lo studio:
    tutto qui.  E' la vita di un terrorista?  I terroristi sono cos abili
    nel camuffarsi?  Mio figlio non aveva  neppure  i  piccoli  vizi:  non
    fumava, non beveva, non frequentava il bar. Gli piaceva far borsellini
    di cuoio e braccialetti di ferro.  Da regalare ai parenti. Ad Avellino
    non aveva pi amici.
    "I suoi amici erano tutti a Napoli?"
    Non lo so. So che a Napoli avrebbe voluto inserirsi nella professione.
    Mia moglie ed io avremmo preferito che si fermasse  ad  Avellino.  Gli
    dicevo:  apri  uno studio accanto a quello di tua sorella.  Lui invece
    insisteva perch gli comperassi due stanze a Napoli.  Avevamo fatto  i
    conti. Ci volevano tredici o quattordici milioni. Dovrei prenderne una
    ventina  di  buonuscita.  Gli  avevo detto: d'accordo,  per poi tu mi
    paghi l'affitto.  Sono un pensionato del gruppo B,  420 mila  lire  al
    mese,  un  figlio  ancora  da  crescere: non mi lamento,  ma non ho da
    scialare.
    "Quando l'ha visto l'ultima volta?"
    Domenica cinque novembre.  Il giorno prima era venuto  a  trovarci  un
    cugino  americano.  E  noi  aspettavamo  Roberto  che  sapeva  un  po'
    d'inglese.  E' arrivato puntuale.  Siamo andati tutti da mio  fratello
    che  festeggiava  l'onomastico  del figlio Carlo.  Una bella giornata.
    Domenica mattina,  Rosaria  arrivata verso  le  undici.  Roberto  era
    sotto la doccia. Sono usciti. Una breve passeggiata, perch mio figlio
      rincasato  per  pranzo.  Nel  pomeriggio    di nuovo uscito con la
    fidanzata. Sono andati da una cugina: Rosaria voleva che le insegnasse
    a fare un maglione.  Alle sette di sera Roberto ha preso  la  sua  '24
    ore' e si  avviato alla corriera. Ciao pap, ciao mamma. Come sempre.
    Mia  moglie  si  affacciata sulle scale: 'Sabato torni per pranzo?' E
    lui: 'Ti telefono'.  Sono state le ultime  parole  che  ci  ha  detto.
    Adesso penso a lui e lo rivedo sorridente.
    "Pensa anche alle tre vittime innocenti di quella terribile strage?"
    S,  con  piet  e  dolore.  Quando  sono  andato a Roma a riprendermi
    Roberto,  avrei desiderato rendere omaggio a quei morti,  ma le  salme
    erano gi state traslate.
    "Signor  Capone,  sui  muri  della  citt c' un manifesto funebre che
    dice: 'Per non aver saputo amare la sua  fulgida  giovinezza,  Roberto
    Capone   l'ha  infranta  contro  un  insuperabile  ostacolo'.   Qual'
    l'ostacolo?"
    E' questa societ.  Se mio figlio ha agito consapevolmente,  cosa  che
    rifiuto di credere, ha sbagliato.
    "Intende la violenza criminale?"
    Voglio  dire  che  gli  atti  singoli e sporadici sono inutili.  Credo
    nell'unit di classe.
    "E la violenza che avvelena la vita dei nostri figli?"
    E' anche colpa dei padri.  Non  abbiamo  fatto  nulla  per  migliorare
    questa societ.  Siamo stati capaci soltanto di parole. E le parole ai
    ragazzi non bastano pi.  Molti giovani si sentono  traditi  nei  loro
    ideali  e  fanno una scelta sbagliata.  Non scopro io che il Sud  una
    polveriera. Adesso stanno imbrattando d'inchiostro rosso i manifesti a
    lutto di Roberto.  E anche questo mi addolora.  Vede,  io non  piango.
    L'angoscia  me  la  porto  dentro.   Chiedo  soltanto,  anzi  imploro:
    lasciateci in pace.


    - Frank Cimini,  "A colloquio con i professori con cui Roberto  Capone
    preparava la tesi", Avellino 1978, in: Il manifesto 10-11-78.
    Chi  era  Roberto Capone,  il giovane rimasto ucciso l'altro ieri nei
    pressi di Frosinone durante l'aggressione armata al magistrato Calvosa
    e la sua scorta?
    Racconta Ugo Santinelli,  esercitatore alla facolt di  sociologia  di
    Salerno, dove studiava Roberto Capone.
    La  notizia    arrivata  in  citt solo nella tarda serata.  Io l'ho
    saputo dal giornale radio delle 10,30 e  oggi  naturalmente  tutti  ne
    parlano.  Io  non  lo vedevo da pi di un anno: l'ultima volta avevamo
    parlato della tesi che stava preparando e che  riguardava  il  credito
    agevolato  in  provincia  di Avellino con riferimento particolare alla
    zona di Solofra".
    Salvatore Casillo    il  docente  col  quale  Capone  doveva  appunto
    discutere la tesi.
    "Anch'io non lo vedevo da un po'.  Non mi ero preoccupato molto, per:
    pensavo che,  come altri studenti,  avesse rinunciato alla  tesi,  per
    scegliere poi un argomento diverso.  Mi era sembrato,  in quelle poche
    occasioni in cui gli avevo parlato, un giovane molto riservato,  tanto
      vero che,  caso abbastanza singolare,  gli davo del 'lei' e non del
    'tu', come faccio di solito coi miei studenti. Non mi sembrava inoltre
    nemmeno uno di sinistra, se non in modo generico".
    Dice ancora Ugo Santinelli.
    "Roberto Capone cominci a far  riferimento  a  gruppi  dell'autonomia
    operaia,  presente  da  qualche anno anche ad Avellino,  ma non era un
    esponente di punta,  almeno all'esterno.  Io l'ho conosciuto come  una
    persona estremamente seria, riflessiva, riservata ma molto disponibile
    ai  rapporti con gli altri.  Non c'era praticamente niente che facesse
    senza ragionarci su: per questo  penso  che  anche  le  sue  ultime  e
    tragiche  scelte politiche le abbia fatte dopo lunghe riflessioni.  Lo
    conoscevo bene e penso  che  si  debba  rifiutare  la  definizione  di
    "mostro"   gi   affibbiatagli  dalla  stampa.   Questa    una  citt
    benpensante,  dominata dalla piccola borghesia e dalla sua  ideologia,
    una  citt  che  d una parte dei suoi voti alla D.C.,  al ministro De
    Mita: sono sicuro che in occasione dei funerali ci saranno fenomeni di
    autocensure,  si sceglier il  silenzio  oppure  lo  si  alterner  al
    pettegolezzo. Io, con serenit ai funerali ci andr. La condanna delle
    sue  scelte  politiche  non  pu  ossessionarci  come  compagni,  come
    democratici, come uomini di sinistra, al punto di rinnegare l'amico. E
    poi c' il padre,  partito per Frosinone;   andato a  riconoscere  la
    salma. L'altro ieri gli hanno anche perquisito la casa dove Roberto si
    recava  a  trovarlo  sempre  pi  raramente.  (...)  Ti ripeto,  provo
    fastidio quando sento dire che un giovane come Roberto pu essere solo
    considerato un pazzo:  proprio l'ultimo cosa che  si  possa  dire  di
    lui.  Almeno  io di lui,  mi sono fatto questa opinione.  Forse si pu
    parlare  di  disperazione  politica:  e  allora  dobbiamo   riflettere
    tutti".


    -  Francamaria Trapani,  "Un ragazzo-bene con il mitra",  in: Gente n.
    47, 25-11-78. Frammenti.
    Negli anni settanta - dice di lui il giornalista  Gianni  Festa,  che
    l'ha  conosciuto  bene  -  quando  cio  aveva  15 o 16 anni,  Roberto
    cominciava a  impegnarsi  politicamente,  forse  pi  per  emulare  la
    sorella maggiore Tina,  che per seguire il padre, uomo che la politica
    la faceva in modo forse romantico,  certamente da idealista,  ed  era,
    come si suol dire,  un socialista vecchio stampo.  Militando nell'area
    di Potere Operaio, e poi nell'area di Autonomia, Capone frequentava la
    scuola per geometri. Si diploma e si iscrive, nel '74,  all'universit
    di Salerno, al corso di Sociologia. Salerno, per chi non lo sapesse, 
    in  un  certo  senso  la  Trento del Sud,  per l'importanza che questa
    universit di 25 mila studenti ha  assunto,  come  vivaio  di  giovani
    impegnati  in  un  certo  tipo  di  contestazione.  Roberto per,  pur
    frequentando,  in un primo momento,  la facolt,  e sostenendo qualche
    esame,  risulta  anche in quell'ambiente un tipo piuttosto tranquillo,
    timido,  impacciato.  Si esime dal prendere parte alle  manifestazioni
    che  di  tanto in tanto esplodono in facolt.  Si potrebbe dire che la
    sua    una  presenza  discreta.   L'ultimo  esame  che   sostiene   
    'antropologia  criminale'.  Siamo  a  qualche mese fa.  Roberto ha gi
    scelto la tesi di laurea,  sull'attivit industriale in  provincia  di
    Avellino, relatore il professor Casillo.



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Nicola Valentino,  Testimonianza al Progetto memoria,  carcere, Roma
    1992.
    Ho conosciuto  Roberto  Capone  ad  Avellino  nel  1970,  frequentava
    l'Istituto  tecnico  per  geometri,  io  ero al Liceo scientifico.  Il
    movimento  degli  studenti  era  esploso  e  noi   eravamo   tra   gli
    organizzatori delle lotte e dei primi collettivi studenteschi. Insieme
    partecipammo ad un piccolo gruppo della sinistra extraparlamentare per
    poi fondare con altri compagni la sezione irpina di Potere Operaio.
    Roberto  veniva  da  una famiglia di tradizione socialista;  il padre,
    impiegato,  militava nel PSIUP insieme  alla  sorella  pi  grande  di
    Roberto.  La  militanza  in  Potere  Operaio  ci  port a conoscere il
    malcontento degli edili e degli operai delle piccole fabbriche, nonch
    la generale miseria e abbandono della provincia irpina.  Cominciammo a
    desiderare  un  modo  diverso di immaginare la vita.  Dopo la fine dei
    gruppi decidemmo di aprire ad Avellino una sede dell'Autonomia Operaia
    che faceva riferimento alla rivista Rosso.
    Roberto appartiene  come  me  a  quella  generazione  che  comincia  a
    scegliere  la lotta armata dopo la fine dei gruppi extra-parlamentari,
    l'esplosione in Italia della crisi economica e il colpo  di  stato  in
    Cile  con  la  conseguente  scelta di compromesso storico da parte del
    P.C.I.
    Il Movimento del '77  favorir  ulteriormente  questa  spinta  e  vari
    nuclei di compagni, in tutta Italia, si aggregheranno in quell'area di
    lotta armata che porter alle Formazioni Comuniste Combattenti.  Anche
    questa scelta ci vede insieme.  Roberto nel frattempo prosegue i  suoi
    studi iscrivendosi alla facolt di Sociologia di Salerno.
    Il  rapimento  dell'onorevole  Aldo  Moro  ci fa guardare alle Brigate
    Rosse  come  la  vera  organizzazione  guida.   La  portata   politica
    dell'azione, lo sbandamento che ne consegue nel potere politico, ci fa
    immaginare  un'accelerazione  dei  tempi  dello scontro.  E' in questo
    clima che a pochi mesi dall'uccisione di Moro il nostro  nucleo  delle
    F.C.C.  decide di colpire il Procuratore della Repubblica di Frosinone
    Fedele Calvosa,  ritenuto responsabile  ed  ispiratore  di  una  linea
    particolarmente  dura nei confronti degli operai delle fabbriche della
    zona, tra cui lo stabilimento Fiat di Cassino.
    L'8 novembre viene compiuta l'azione.  Nel corso dell'attacco all'auto
    del  Procuratore  una  delle  persone  di  scorta  risponde al fuoco e
    colpisce mortalmente Roberto.



    - Rosaria Biondi,  Testimonianza al Progetto memoria,  carcere,  Opera
    1994.
    In  isolamento,  a  Genova,  nell'81,  provai  a scrivere di Roberto.
    Volevo avere la sua presenza pi vicina,  pi concreta.  Non riuscii a
    scrivere nulla,  non ci stava in poche - o in tante - righe,  Roberto.
    Il suo "ricordo": qualcosa dentro di me,  un dolore  fortissimo  e  un
    sorriso.
    Da quel giorno nell'81 non  cambiata per me la difficolt di chiudere
    Roberto in un "ricordo" fatto di parole,  e non posso ricordare la sua
    morte e la sua militanza politica senza  rivivere  l'intenso  rapporto
    d'amore che ci ha uniti.
    Eravamo  giovanissimi  quando  ci  siamo  conosciuti e quando ci siamo
    innamorati. Giovani come eravamo, siamo cresciuti insieme, insieme nel
    nostro rapporto e  nelle  nostre  scelte  di  militanza  politica.  Ci
    innamorammo   per   le   rispettive   -  ed  ovviamente  reciproche  -
    "curiosit": io  vedevo  Roberto  diverso  dagli  altri  compagni  che
    conoscevo e lui mi vedeva "un po' strana".
    Voglia  di  conoscere,  curiosit  -  continuo  a parlare di curiosit
    perch  voglio  intendere  quella  molla  che  porta  una  persona  ad
    impegolarsi per la via pi difficile invece che affidarsi a quella che
    si  vede  dritta davanti a s - testardaggine,  grande disponibilit e
    affetto verso i compagni e gli amici.  Queste le  prime  cose  che  ho
    conosciuto di Roberto.
    Una  scritta  comparsa sui muri di Avellino dopo la sua morte dice una
    cosa semplice e che credo vera: Roberto  rimasto nel cuore di chi  lo
    ha  conosciuto  e  gli  ha  voluto  bene.  Cos  come  stato un gesto
    d'amore,  oltre che politico,  quell'anonimo volantino diffuso per  la
    citt  all'indomani della sua morte.  Un volantino scritto da compagni
    che non condividevano pi da tempo la medesima militanza  politica  di
    Roberto,  ma  che  cos hanno voluto esprimere l'affetto per lui ed il
    rispetto per una scelta politica di radicalit e coerenza.
    Quella che chiamo  la  "curiosit"  di  Roberto,  allora  la  definivo
    scherzando "da esploratore".  In effetti avevo delle buone ragioni per
    dire cos,  Roberto era naturalmente portato all'esplorazione.  Perch
    mai  fermarsi  alle  strade conosciute,  a quei luoghi in cui si  gi
    stati tante volte,  perch non andare a vedere cosa c' da quell'altra
    parte?  Perch  no...  Questo  "esplorare" non era sempre una faccenda
    tanto  tranquilla,  come  quella  volta  che  poco  ci  manc  che  ci
    trovassimo impallinati dal fucile da caccia di un contadino.  Era sera
    tarda ed il  poveretto  era  stato  svegliato  dal  nostro  arrivo  in
    macchina  davanti  a casa sua: secondo Roberto la stradina di campagna
    che avevamo appena percorso doveva portare in un certo posto,  secondo
    il  contadino  invece  portava  a  casa  sua e basta e non aveva tanta
    voglia di star l a dare spiegazioni.  Il contadino aveva ragione - la
    stradina  finiva  l  - ma la cosa era molto poco soddisfacente per la
    curiosit testarda di Roberto: se proprio non  si  poteva  proseguire,
    c'erano  allora  da tentare altre tre o quattro stradine;  per fortuna
    non svegliammo pi nessuno per quella notte. Nonostante avventure come
    questa, valeva la pena di rischiare le "esplorazioni" con Roberto, per
    riuscire anche a trovare il prato  delle  fragole  e  il  bosco  delle
    farfalle nere e gialle. Ma per molto di pi di questo  valso dividere
    con Roberto una parte della mia vita.
    Non  era  l'irrequietezza che spingeva Roberto alle esplorazioni - non
    soltanto di stradine e di boschi  -  ma  piuttosto  voglia  di  andare
    avanti e in fretta,  voglia di non perdere nulla di quel presente cos
    tanto in movimento, voglia di esserci e di agire. Se queste spinte che
    sentiva dentro di s non fossero state  cos  forti,  Roberto  sarebbe
    stato  ben  volentieri un gran pigro.  Si sentiva,  infatti,  un socio
    elettivo - per  elezione  spirituale  -  del  famoso  "club  dei  nati
    stanchi",  il  cui  statuto  teneva  ben sistemato tra i poster di Che
    Guevara e Ho-Ci-Min.  Pur  conoscendone  benissimo  i  "comandamenti",
    finiva col rispettarli solo di tanto in tanto, facendosi dei regali di
    pigrizia  goduriosa.  Nei  primi tempi ebbi difficolt a capire questi
    suoi auto-regali: per me si  trattava  solo  di  appuntamenti  in  cui
    dovevo  aspettare  delle  ore prima di vederlo spuntare all'orizzonte.
    Difficile per me rendermi conto che quello per Roberto era un  modo  -
    riconosceva  certo che non era il migliore - di farmi partecipe di una
    cosa importante per lui. Ho imparato poi a convivere con quella strana
    pigrizia,  ad apprezzarla e a sognare con  lui  un  tempo  in  cui  si
    sarebbe stati, volendo, "felicemente pigri", perch no?
    Ma i sogni,  sia i grandi che i piccoli,  vanno conquistati; se si sta
    fermi si pu solo continuare a sognare. E Roberto fermo nella sua vita
    non c' stato molto: di sogni ne aveva tanti. Sapeva,  per,  unire al
    suo essere sempre in movimento una sorta di calma interiore, il sapere
    guardarsi intorno e dentro di s, il sapere fermarsi a riflettere.
    A volte sentivo che riusciva a proiettarsi oltre l'immediato presente,
    a  cogliere  con  il  suo  rigore dei problemi che io percepivo appena
    sfumati in superficie.  Contraddizioni la cui  grossa  portata  doveva
    ancora  manifestarsi  tutta.  Allora  quelle sue inquietudini potevano
    ancora trovare una risposta fiduciosa nel pensare che, andando avanti,
    facendo la rivoluzione,  tante cose  sarebbero  cambiate  anche  nella
    testa dei compagni,  anche nei rapporti tra le persone.  Del resto, se
    si combatteva per  un  cambiamento  sociale  cos  radicale,  non  era
    possibile  non mettersi in gioco del tutto,  con tutto s stessi,  non
    essere disposti in prima persona ad un cambiamento  radicale.  Non  in
    maniera  automatica,  ma  mano  a  mano si sarebbero comunque superati
    positivamente limiti e contraddizioni, anche se si sarebbe trattato di
    un processo non del tutto indolore.  Ci voleva pi tempo per capire  e
    per riflettere.
    Inevitabile  per me in questi anni tornare tante volte a quei pensieri
    che Roberto non ha avuto il tempo di approfondire, a quelle che allora
    non erano che delle intuizioni.  Per me sono stati come  un  punto  di
    riferimento  nelle  mie  riflessioni  per cercare di capire cosa stava
    succedendo in questa "nostra storia",  quali  erano  le  radici  della
    crisi politica e della fine dell'esperienza della lotta armata,  quali
    gli errori, le mancanze, le cose non viste e non capite.
    A questo scritto non riesco a dare una conclusione, cos come non sono
    riuscita a dire tante cose....


    BARBARA AZZARONI.


    Note biografiche.

    - Barbara Azzaroni nasce a Rimini, il 2 febbraio 1950.
    - frequenta l'Istituto magistrale di Bologna.
    - lavora come maestra a Bologna negli asili nido del comune.
    - nel 1969 ha una figlia.
    - milita nei movimenti.
    - milita in Potere Operaio.
    - milita nelle Formazioni Comuniste Combattenti.
    - milita in Prima Linea.
    - viene uccisa dalla polizia a Torino, il 28 febbraio 1979,  insieme a
    Matteo Caggegi.



    Scritture di Barbara Azzaroni.

    - Non ne sono state reperite.

    Documenti  prodotti  da  organizzazioni  armate  per  la persona o per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Prima Linea, "Carla e Charlie sono due comunisti", Torino 1979,  in:
    Lotta Continua 29-3-79. Frammenti.
    Carla   e   Charlie  sono  due  comunisti,   militanti  della  nostra
    Organizzazione. Il Gruppo di Fuoco di cui facevano parte era in quella
    zona per compiere un attacco contro  Michele  Zaffino,  attivista  del
    P.C.I. e presidente del consiglio di quartiere. Costui si  distinto a
    Torino  per  alcune  azioni  tipicamente poliziesche nei confronti del
    movimento di lotta proletario, delle sue avanguardie combattenti.
    Ha promosso nel quartiere  un  "questionario"  che    in  realt  una
    massiccia  raccolta di dati e di informazioni sui proletari della zona
    (le domande sono sui vicini di casa "strani",  con orari irregolari  e
    movimenti sospetti,  e cos via).  (...) Barbara Azzaroni,  "Carla": 
    una compagna che a Bologna conoscono tutti.  Ex dirigente  della  sede
    bolognese  di  Potere Operaio,  a partire dallo scioglimento di questo
    gruppo comincia un percorso di iniziativa politica che,  da una  parte
    la  rende  un  punto  di  riferimento  della  lotta  di  massa  contro
    l'amministrazione rossa (il Coordinamento lavoratori enti pubblici, le
    lotte del marzo '77), dall'altra pone la questione dell'organizzazione
    del  combattimento  proletario  e  della   costruzione   del   partito
    rivoluzionario.   Dirigente   nazionale   delle  Formazioni  Comuniste
    Combattenti,  confluisce poi con  un  gruppo  di  compagni  di  questa
    organizzazione in Prima Linea.
    Il  suo  contributo  lucido,  la sua determinazione e la sua capacit
    operativa molto alte.  A Torino fa parte del Comando e del  Gruppo  di
    Fuoco. Ha partecipato a molte importanti operazioni, da Mazzotti (capo
    personale  della  Menarini)  a  Bologna,  a quelle contro Lorusso e la
    Napolitano (rispettivamente torturatore e "vigilatrice" delle Nuove) a
    Torino. (...)
    Ogni volta che lo scontro fa un salto di qualit,  in particolare  nei
    momenti  in  cui  i  proletari riconoscono con particolare chiarezza i
    caratteri odiosi del proprio nemico ed esprimono il massimo  dell'odio
    nei  suoi  confronti in cui il nemico di classe infligge duri colpi ai
    rivoluzionari,  e  per  farlo  concentra  la  sua  capacit  di  fuoco
    determinato  a  distruggere uomo su uomo la forza rivoluzionaria,  dei
    compagni caduti,  colpiti,  catturati,  torturati,  proprio in  questi
    momenti  va  sviluppato  il  massimo  dell'iniziativa  politica  e  di
    combattimento,  ma anche col massimo di lucidit si debbono definire i
    propri  compiti,  i  rapporti  di  forza da modificare,  i limiti e le
    contraddizioni dello schieramento proletario (...).


    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    -  Il  movimento  di  Bologna,  "Barbara    stata  assassinata mentre
    combatteva questo Stato", Bologna 1979.
    Sono centinaia di migliaia i proletari che,  pur con  forme,  metodi,
    tattiche  diverse,  hanno  individuato  il  loro comune,  irriducibile
    nemico in questo Stato.
    La situazione di crisi politica ed economica in cui versa l'Italia, la
    completa adesione di tutti i partiti,  indistintamente al progetto  di
    ristrutturazione  antiproletaria,  ha aperto inevitabilmente gli spazi
    ad un movimento di guerriglia che  rivendica  a  viso  aperto  le  sue
    azioni.
    Il   movimento   di   guerriglia      una  componente  del  movimento
    rivoluzionario in Italia,  movimento estremamente diffuso e articolato
    che   ha   comunque   una   sua  unit  reale  e  non  fittizia  nella
    individuazione del comune nemico: questo Stato.
    Per gli operai che lottano nelle grandi fabbriche, per i proletari dei
    servizi,  per i nuovi soggetti rivoluzionari della  fabbrica  diffusa,
    per  i  compagni  che  hanno  scelto  o  a  cui    stata  imposta  la
    clandestinit il nemico  quindi comune.
    Barbara Azzaroni per anni ha lottato con noi sul terreno degli scontri
    di classe in questa citt cosiddetta  democratica.  L'hanno  costretta
    alla  clandestinit  nella  quale  ha continuato,  in altre forme,  la
    stessa battaglia. Per questo, anche se fisicamente lontana,  l'abbiamo
    sentita  sempre  unita  a  noi.  Non  chiediamo luce sugli avvenimenti
    perch non c' nessun mistero da svelare.  Centinaia di comunisti come
    lei sono stati uccisi nelle piazze e nelle galere di questo paese.
    Per noi,  compagni di Bologna,  Barbara non era per nulla clandestina.
    La conoscevamo e la stimavamo tutti.
    Partecipiamo in massa ai funerali, marted, ore 17.00,  via San Vitale
    28. Bologna, 4 marzo 1979.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    -  Diego  Novelli,  Nicola  Tranfaglia,  Vite  sospese,  Milano  1988,
    Garzanti. Frammenti.
    P.Z.  Negli ultimi giorni di febbraio c'era stata la morte di Barbara
    in  un  bar di Torino,  assieme a Matteo.  La sua morte ci colp tutti
    moltissimo: Barbara era stata da sempre una di  noi  nelle  scelte  di
    quegli   anni,   sempre   presente   nelle   lotte  e  nel  movimento.
    All'universit e in alcune assemblee si decise che se anche la maggior
    parte non condivideva le sue scelte,  la presenza  di  massa  ai  suoi
    funerali  oltre  che  esprimere  il  dolore reale che tutti provavamo,
    doveva significare che comunque veniva considerata parte del movimento
    e della sua storia.
    L.T.  Prima del mio arrivo in questa citt era morta Barbara Azzaroni,
    mia vecchia amica di Bologna;  questo fatto aveva concorso alla scelta
    di una militanza a tutti gli effetti:  si    trattato  di  una  forte
    spinta   determinata   non   solo   da   ragioni  politiche  ma  anche
    esistenziali.
    F.D. Non fu tanto la morte a colpirmi quanto l'immagine dei nostri due
    compagni denudati sul posto...  La fotografia di Barbara completamente
    nuda in quel maledetto bar  un'immagine incancellabile dai miei occhi
    ancora oggi.


    -  Liviana  Tosi,  Lettera in ricordo di Barbara Azzaroni,  carcere Le
    Nuove, Torino 1987.
    In quella stanza un po' antica,  abbellita dagli oggetti  quotidiani,
    ci parlavamo fitto fitto.  Ci eravamo incontrate dopo molto tempo.  Il
    suo viso minuto  ancora qui  che  mi  racconta  della  sua  veggenza.
    Parlava  di  sua figlia,  parlavamo delle persone amate e degli ultimi
    particolari dell'azione contro i nemici  nei  giorni  successivi.  Lei
    sarebbe partita il mattino dopo, cos la notte non dormimmo.
    Ogni tanto interrompeva il discorso,  e con quel mazzo di carte tra le
    mani cercava il suo destino.
    Poi riprendevamo a dirci  del  futuro,  eravamo  in  quel  momento  al
    sicuro.
    Durante  il  giorno,  dopo  che  lei era stata ad una riunione ed io a
    un'altra, ci eravamo incontrate e, passeggiando, ci eravamo fermate in
    qualche bar e davanti a qualche vetrina.  Mi aveva chiesto -  davvero
    sicura la tua casa?
    - Certo - le dissi -  la pi sicura.
    - Sai domani parto e ho bisogno di essere tranquilla stasera, le carte
    insistono sulla mia morte.
    -  Tu  sei  matta,  come  puoi  affidarti  a queste cose?  - fu la mia
    risposta.
    Pensandoci ora,  le risposte che le davo per allontanare quei pensieri
    dalla  sua mente erano davvero stupide.  Per noi,  che la morte poteva
    essere ad ogni angolo, non erano pensieri strani ma proprio per questo
    non potevano diventare un pensiero fisso.
    Rifiutavo per  di  pensare  ci  che  sapevo:  lei  era  davvero  una
    veggente,  alcune facolt particolari le aveva, in questo senso le mie
    risposte erano ancora pi stupide.
    Devo aver fatto  tanti  caff  quella  notte.  In  quella  stanza,  in
    quell'armadio pieno di vestiti e di armi cercai qualcosa da regalarle.
    Trovai  un  maglione.  Lei mi chiese anche dei proiettili,  di un tipo
    che, nella sua sede, avevano quasi esaurito.
    Intanto ci scambiavamo le impressioni del momento in cui eravamo,  dei
    piani sia politici che di combattimento da portare avanti,  della vita
    personale fatta di angosce e felicit in quel  mondo  clandestino  dai
    confini ben circoscritti.
    Arriv l'alba che era ancora presto per noi.  Le preparai la colazione
    con un caff forte per mandare via la sonnolenza che stava arrivando.
    Il treno partiva presto,  insieme sistemammo ogni cosa per il viaggio,
    con molta attenzione ai particolari.
    Il  suo  viso  minuto mi salut: - b ci vediamo il prossimo mese,  mi
    raccomando!
    Fissammo gli appuntamenti sia per gli incontri che per lo  scambio  di
    documenti politici.  Quando richiusi la porta, in quella casa sembrava
    mancasse qualcosa.  Ero abituata a stare sola ma lei  mancava  proprio
    tanto  e  mi  dicevo  -  vuoi  mai dire che una veggente non possa mai
    sbagliare?
    Dopo due giorni, il mattino fissato per l'azione,  aspettai la notizia
    per  la radio.  Ma cosa aspettavo?  Altre volte,  in simili occasioni,
    avevo aspettato il notiziario, ma quella volta era diverso.
    Quella mattina,  in quella casa un po' antica,  la radio  era  l'unica
    cosa che funzionava male,  giravo in continuazione le stazioni radio e
    quando la notizia arriv fu un colpo al cuore.  La veggente non  aveva
    sbagliato.
    Mi precipitai gi per le scale per andare a telefonare.  Mi dissero, i
    compagni,  che avevano sentito la  notizia  e  che  alcuni  erano  gi
    partiti per andare in quella citt.
    Tornai  a  casa camminando piano e in quella stanza mi feci l'ennesimo
    caff, pensando - mi hai fregato!
    Dopo pochi mesi anch'io sarei partita per andare  l  dove  era  stata
    lei.



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Corrado Alunni, Testimonianza al Progetto memoria, Milano 1995.
    Quel  giorno  stavo  tornando  da  Roma  e  avevo un appuntamento con
    Barbara a Bologna.  Il  treno  si  ferm  un  chilometro  prima  della
    stazione e l rimase per un bel po': stavo per scendere temendo di far
    troppo tardi, quando si rimise in moto.
    Arrivati  alla  stazione  si  sent  subito  l'odore  noto  e acre dei
    lacrimogeni,  nei sottopassaggi l'aria era quasi  irrespirabile  e,  a
    parte i passeggeri scesi dal treno, non c'era nessuno in giro.
    Sul  piazzale  della stazione,  invece c'erano delle concentrazioni di
    polizia. Non una macchina n un negozio aperto n un mezzo pubblico.
    L'unica luce era quella di un bar con la saracinesca mezzo  abbassata,
    mi  diressi  l  per  sapere  cos'era successo;  insieme a me entr un
    ragazzo con una bottiglia di champagne, offrendo da bere a tutti.
    Di Barbara e degli altri compagni nemmeno l'ombra.
    Dopo aver aspettato un po' ed aver dato un'occhiata in giro ripresi il
    treno e arrivai a Milano che era notte fonda.
    Solo la mattina venni a sapere che si trattava  "dell'insurrezione  di
    Bologna"  e  che  i  compagni  erano asserragliati dentro l'universit
    circondati dalla polizia.
    Dopo, Barbara mi raccont di come la polizia avesse ucciso un compagno
    e di come la rabbia fosse divampata in un incendio.
    Mi raccont,  con gli  occhi  che  luccicavano,  della  gente  che  li
    appoggiava,  di un tipo che suonava sulle barricate, del saccheggio di
    un mitico negozio per  ricchi  (la  bottiglia  di  champagne  di  quel
    ragazzo  alla stazione veniva da l),  delle armerie prese d'assalto e
    di mille altri episodi.
    Mi disse di come fosse stato... esaltante?... liberatorio?...  essersi
    trovata  insieme a tutta la sua Bologna in piazza sulle barricate e la
    sera nelle osterie a discutere di tutto fino a notte fonda.
    Quelli sono sicuramente stati fra i momenti pi felici della sua  vita
    e  a me piace ricordarla cos: generosa,  con la voglia di vivere fino
    in fondo il suo tempo e le sue idee.
    Ma venne anche il tempo delle scelte.
    In quel convegno di Bologna qualcuno pensava di  fare  del  "movimento
    del  '77" un partito contro od oltre le organizzazioni che facevano la
    lotta armata; alcune di queste ultime, viceversa, speravano di potersi
    porre come suo punto di riferimento.
    Barbara le sue scelte le aveva gi fatte,  ma in quella circostanza le
    condivise   con   molti  altri  compagni  e  verific  anche  come  le
    motivazioni fossero molteplici e l'unit lunga a venire.
    L'occasione per  passare  alla  militanza  a  tempo  pieno  venne  nel
    settembre del 1978, a seguito del mio arresto.
    Nemmeno sei mesi dopo era in quel bar di Torino.
    E'  difficile  non  provare  ancora tanta rabbia per l'uso che i media
    hanno fatto delle immagini della sua morte.






    MATTEO CAGGEGI.


    Note biografiche.

    - Matteo Caggegi nasce a Catania, il 21 febbraio 1959.
    - nel 1967 emigra dalla Sicilia con la sua famiglia,  per approdare ad
    Orbassano, alle porte di Torino (ha otto anni).
    -  frequenta il Settimo liceo scientifico di Corso Tazzoli,  a Torino,
    fino al quarto anno.
    - dal 14-7-78 lavora come operaio alla Fiat ( uno dei tremila assunti
    in  quell'anno  a  Rivalta)  e  viene   assegnato   all'officina   85,
    lavorazioni di carrozzeria della 128.
    - milita nei movimenti.
    - milita in Prima Linea.
    - viene ucciso dalla polizia a Torino,  il 28 febbraio 1979, insieme a
    Barbara Azzaroni.





    - Archivio P.M., Note sul percorso politico.
    La sua attivit politica prende avvio tra i circoli del  proletariato
    giovanile.
    Partecipa  attivamente  al Movimento del '77 nel circolo "Cangaceiros"
    di ragazzi proletari, ad Orbassano.
    In  fabbrica,   si  impegna  attivamente  nelle   lotte   contro   gli
    straordinari.
    Il giorno 6 marzo 1979,  all'Universit di via S.  Ottavio,  a Torino,
    gli studenti tengono un'assemblea di commemorazione di Matteo Caggegi.
    Si esprimono "sulla necessit di aprire una campagna  politica  contro
    la  morte  di  Matteo,  contro i consigli di quartiere e certi settori
    sindacali".



    Scritture di Matteo Caggegi.

    - Non ne sono state reperite.




    Documenti prodotti da organizzazioni  armate  per  la  persona  o  per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Prima Linea,  "Carla e Charlie sono due comunisti", Torino 1979, in:
    Lotta Continua 29-3-79. Frammenti.
    Matteo Caggegi "Charlie": nonostante la sua giovane et - ha 20  anni
    -  anche Charlie  un compagno noto a Torino.  Si distingue per la sua
    capacit di aggregare compagni,  per  la  sua  militanza  nei  circoli
    giovanili,    nelle   iniziative   che   questi   promuovono,    nelle
    manifestazioni del marzo '77.  L'anno scorso viene assunto  alla  Fiat
    Rivalta,  dove  gli  operai  e i compagni ricordano il suo ruolo nelle
    lotte contro gli straordinari, la sua presenza assidua ai picchetti, i
    suoi scontri politici con i burocrati sindacali. La sua disponibilit,
    la sua generosit sono enormi,  come eccezionali sono le sue  capacit
    di combattente dimostrate in varie operazioni. (...)
    Lo  schieramento rivoluzionario tra i proletari,  mentre si identifica
    nei compagni caduti,  ne riconosce la pratica,  la sua  efficacia,  si
    trova pi unito e pi forte - contro tutti i corvi che hanno blaterato
    di  contraddizioni  tra  lotta  armata  e sviluppo di una coscienza di
    massa; ci significa che il combattimento in questi giorni e in questi
    mesi supera definitivamente una prima fase di accumulo  di  esperienza
    nel  disarticolare  le  gerarchie  e  le  forze  nemiche per diventare
    espressione di un movimento  rivoluzionario  stabilmente  radicato  ed
    espresso da settori proletari di massa. (...)
    Il  rapporto tra "terrorismo" e criminalit su cui si stanno accanendo
    gli esperti della controguerriglia  rilevante perch   semplicemente
    in  gioco  l'autorit  del  processo  rivoluzionario,  la  capacit di
    concentrare,  finalizzare ogni forza che nasce dalla  volont  di  non
    stare  al  gioco  di  una  societ  che distrugge l'uomo.  Il discorso
    sarebbe lungo e sar fatto,  ma  certo che i comunisti possono avere,
    con  mercanti e mercanti di morte di ogni genere,  con gli sfruttatori
    di  ogni  risma,  solo  un  rapporto  di  guerra.  La  guerra  tra  le
    istituzioni dello Stato e le istituzioni della criminalit organizzata
    multinazionale    un gioco al massacro per le forze del proletariato,
    una guerra in cui il  capitale  produce  un  accumulo  formidabile  di
    armamento,  di  violenza  organizzata,  a  tutto  finalizzati meno che
    all'emancipazione della classe; una guerra destinata ad egemonizzare o
    a  distruggere  ogni  espressione   di   violenza   sociale   che   le
    contraddizioni  e  le  trasformazioni di questa societ producono ogni
    giorno a piene mani (...).




    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    - Vedi Progetto memoria,  La mappa perduta,  Roma 1994, Sensibili alle
    Foglie.
    -  "Matteo  un  compagno,  un  comunista",  in:  Sovversivo,  giornale
    dell'autonomia, Torino 1979.
    "Matteo  era  un  compagno  che  da anni faceva lavoro politico nella
    zona,  presente nelle lotte contro i licenziamenti e  lo  sfruttamento
    assurdo, nelle piccole fabbriche. C' chi dir che era un clandestino,
    chi lo definir un assenteista, e chi tirer in ballo la mafia a causa
    del padre;  per noi, per chi ha lottato con lui, era un compagno, e la
    sua scelta, quella della lotta armata contro i padroni, non pregiudica
    certo la nostra rabbia".  Sono  parole  scritte  dai  compagni  in  un
    volantino distribuito il giorno dei funerali, parole che sentiamo come
    nostre.
    Non    in  queste  poche  righe  che  vogliamo  rimarcare  le pesanti
    differenze che ci separavano dalla scelta fatta da  Matteo,  in  altra
    parte del giornale se ne parla e lungamente.  Ora ci interessa parlare
    di Matteo,  della sua vita e della sua morte,  per ricordarne  la  sua
    identit politica,  la sua militanza comunista. Gli sciacalli di tutte
    le risme hanno cercato di infangarne la memoria facendolo passare  per
    un pendolare tra la mafia e il "terrorismo".  In questa operazione non
    poteva  mancare  di  distinguersi  l'Unit  che  con  l'acume  di   un
    questurino  da  sacrestia ha sentenziato la convivenza della mafia con
    il terrorismo perch il padre di Matteo sarebbe un mafioso!  Le scelte
    di vita si trasmettono per eredit!  Ma non si sono fermati qui, hanno
    descritto Matteo come un disperato,  un isolato,  uno  sbandato  senza
    idea. Mancava solo la definizione di drogato e il quadro sarebbe stato
    completo; un mostro da dare in pasto ai "cittadini onesti".
    Peccato  che  l'operazione  cos  ben  architettata  non sia andata in
    porto.  La sola presenza di migliaia di compagni,  la discussione  che
    c'  stata  in  fabbrica e la partecipazione di moltissimi operai Fiat
    (al funerale) possono bastare come risposta.  Il mostro  che  volevano
    creare  gli    esploso tra le mani,  si  moltiplicato in migliaia di
    compagni che oggi nel territorio e in fabbrica esprimono antagonismo e
    ribellione.  Sono  settori  di  classe  che  non  sono  riducibili  n
    riconducibili  all'interno  del  "gioco  democratico",  che  non hanno
    niente a che spartire con il "sistema dei partiti",  che  hanno  rotto
    con qualsiasi opportunismo.  Ecco perch la presenza di tanti compagni
    ai funerali di Matteo (come a quelli di Barbara a Bologna)  stata una
    presenza politica, che va aldil della partecipazione personale, della
    commemorazione perch un compagno  stato ucciso.
    La vita di Matteo e i suoi vent'anni,  le catene  di  montaggio  della
    Fiat-Rivalta, fanno parte della storia di tantissimi giovani proletari
    che  si  ritrovano  nei  quartieri  ghetto  o  nei paesi della cintura
    metropolitana di Torino, tra le fabbriche, la nebbia, tra carabinieri,
    polizia,  vigili urbani armati fino ai denti,  vigilantes di tutte  le
    risme,  comuni  e  sezioni  del  P.C.I.  trasformatisi  in  centri  di
    delazione di massa e di controllo sociale.
    Matteo continua a vivere perch lo sfruttamento  e  l'oppressione  che
    lui  subiva  continua  ad  esistere,  perch  la rabbia e la voglia di
    ribellarci non si  spenta in noi, perch all'interno del movimento di
    classe,   tra  i  compagni,   vogliamo  allargare  e  approfondire  la
    discussione  su  scelte,  come  quella  di  Matteo,  che  continuano a
    dimostrarsi sempre pi slegate dalla classe e controproducenti per  il
    movimento comunista.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    -  Diego  Novelli,  Nicola  Tranfaglia,  Vite  sospese,  Milano  1988,
    Garzanti. Frammenti.
    F.D.  In  una  delle  azioni  della  campagna  contro  il  "controllo
    territoriale"  -  la  nota  iniziativa  del  questionario lanciato nei
    quartieri dalla giunta di sinistra per schedare  di  fatto  tutti  gli
    abitanti  -  morirono in un bar di piazza Stampalia due giovani nostri
    compagni.  (...) Dallo stesso  giorno,  spontaneamente,  centinaia  di
    giovani  iniziarono a trovarsi a Palazzo Nuovo: era morto Matteo,  uno
    del movimento,  e tutti coloro che del movimento  ricordavano  qualche
    cosa erano l.  Senza preamboli venivano a chiedermi quando si sarebbe
    fatta  la  rappresaglia:  in  quella   situazione   il   concetto   di
    rappresaglia non era poi molto diverso dal concetto di giustizialismo.
    In  molti,  proprio  a  seguito di quella tragedia,  si riavvicinarono
    all'attivit politica direttamente su un piano  di  lotta  armata.  Ai
    funerali  di  Matteo parteciparono migliaia di giovani stretti attorno
    ai componenti delle "ronde" che furono presenti  in  modo  dichiarato.
    Vennero  rispettati e seguiti tutti gli slogan lanciati dalle "ronde",
    e la pressione per la rappresaglia aument.  (...) La morte  dei  miei
    due compagni mi aveva tolto il respiro e il sorriso,  ma non la voglia
    di andare avanti,  anzi mi  sentivo  ancora  pi  vincolato  alle  mie
    scelte.  Il fatto che avrei potuto (o forse avrei dovuto) essere io in
    quel bar,  in quel giorno,  al posto di Matteo,  mi port  a  dedicare
    praticamente  tutte  le  mie  energie e le mie forze a quell'attivit,
    nell'illusione che quelle morti,  tutte  le  morti,  non  risultassero
    tragicamente inutili.

    P.C.  Ci  fu  un  momento  in  cui acquisii un grado di consapevolezza
    concreta circa la sostanza del mio vivere  e  fu  quando  mor  Matteo
    Caggegi.  Allora tastai con mano uno dei futuri possibili;  lo vidi in
    una visita tristissima all'Istituto di medicina legale,  brulicante di
    poliziotti  in  borghese  con  macchine  fotografiche che riprendevano
    tutto e tutti. La morte, si  detto pi volte,  un tremendo vincolo e
    in quei giorni fui ancora pi deciso di prima nel  proseguire  la  mia
    strada.



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Non ne sono state prodotte.








    MARIA ANTONIETTA BERNA.


    Note biografiche.

    - Maria Antonietta Berna nasce a Thiene (Vicenza), il 6 giugno 1957.
    - frequenta le scuole superiori.
    - lavora saltuariamente come intervistatrice per ricerche di mercato e
    propagandista di pubblicazioni editoriali.
    - milita nei Collettivi Politici del Veneto.
    -  muore  per  lo  scoppio accidentale di un ordigno,  a Thiene,  l'11
    aprile 1979, insieme ad Angelo del Santo e Alberto Graziani.



    Scritture di Maria Antonietta Berna.

    - Non ne sono state reperite.




    Documenti prodotti da organizzazioni  armate  per  la  persona  o  per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Vedi Progetto memoria,  La mappa perduta,  Roma 1994, Sensibili alle
    Foglie.



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    - Vedi Progetto memoria,  La mappa perduta,  Roma 1994, Sensibili alle
    Foglie.
    - Comitato per  la  liberazione  dei  compagni  arrestati,  Conferenza
    stampa, Vicenza 1-4-79, in: "Ci sono vite che pesano come piume e vite
    che pesano come montagne", Vicenza 1979. Frammenti.
    A noi interessa innanzitutto smentire tutta una serie di affermazioni
    che  sono  state fatte rispetto ai tre compagni che sono morti e anche
    ai compagni che  sono  stati  arrestati.  Questa  conferenza    stata
    proposta  dai  compagni  che lavorano in fabbrica,  nelle scuole e che
    hanno conosciuto direttamente  questi  compagni.  Compagni,  delegati,
    anche  appartenenti  al  direttivo  provinciale dell'F.L.M.  che hanno
    avuto un rapporto diretto coi tre compagni morti,  attraverso le lotte
    e  attraverso quello che  stato il loro percorso nella zona dell'Alto
    Vicentino e da compagni che si sono assunti in prima persona la difesa
    degli arrestati. Per smentire quindi, prima di tutto,  una facciata di
    falsit e di menzogne che sono uscite nei giornali come nei comunicati
    di sindacati e partiti.  Questa  l'intenzione della conferenza stampa
    e il senso con cui  stata convocata. Inoltre spiegare chi sono questi
    compagni in carcere e con quali motivazioni  sono  stati  arrestati  e
    chiarire  la  situazione  che  oggi  si   venuta a creare in tutta la
    provincia di Vicenza e specialmente nell'Alto Vicentino in  seguito  a
    questi fatti. (...)

    Sono  un'operaia della Sasso di Thiene e ho conosciuto questi compagni
    nelle lotte e personalmente.  Voglio dire di Angelo: lavorava  in  una
    piccola  fabbrica  metalmeccanica di Lugo.  Solita situazione: nessuna
    forma  di   organizzazione,   repressione   interna,   salari   bassi,
    straordinari. Angelo  stato un delegato che ha aperto tutta una serie
    di  lotte,  tra  cui  una  vertenza  vincente  sul salario,  premio di
    produzione,  nocivit.  Alberto,  Angelo sono stati  sempre  presenti,
    animatori  di  tutte  le  ronde  e i picchetti che per mesi nella zona
    abbiamo fatto contro il ricatto dello straordinario.  Sono stati nelle
    ronde di Schio,  nelle piccole fabbrichette del decentramento, dove si
    facevano assemblee con gli operai,  dove si  parlava  del  livello  di
    sfruttamento  che  questi  subivano  e  della repressione all'interno,
    delle condizioni in cui lavoravano. Un'altra lotta a cui l'Antonietta,
    Alberto e Angelo  hanno  partecipato    quella  della  Spinnaker,  la
    fabbrica  dove  lavoravo  anch'io.  Al ritorno dalle ferie tutte 25 le
    operaie ci siamo trovate senza posto di lavoro,  "trasferite" a Forl.
    Il  sindacato  se ne  lavato le mani rifiutandosi di partecipare alla
    lotta perch c'erano questi compagni.  Si   deciso  di  occupare  gli
    uffici  e  altre  forme  di  lotta e questi compagni sono stati sempre
    presenti.  Abbiamo anche occupato la  sede  della  CISL  e  alla  fine
    abbiamo vinto. (...)

    Compagno dei Gruppi Sociali.
    Volevo  aggiungere una cosa.  Voi della stampa dovreste frequentare le
    assemblee  in  fabbrica,  quelle  normali,   non  quelle  eccezionali,
    costruite. Se il movimento in grossi e larghi settori, ha riconosciuto
    questi  compagni  come tali,  a prescindere dal problema delle bombe o
    meno,   evidente che ne condivide anche,  per certi  aspetti,  questa
    questione.  Adesso  non entriamo,  se  giusto o se  sbagliato,  se 
    corretto,  se la fase storica  adeguata a questo livello di scontro o
    meno,  se  vale  la pena usare questi metodi o se ce ne vogliono degli
    altri; secondo me,  bisogna anche dire che queste cose ci sono,  si sa
    che ci sono,  vivono dentro il movimento,  sono cose reali,  convivono
    con altre forme di lotta,  tipo i picchetti,  tipo i blocchi stradali.
    E'  una  contraddizione  che  vive dentro il movimento ed  reale.  E'
    questo il problema. Si dice sempre: questi fanno le lotte, sono bravi,
    poi sbagliano perch fanno le bombe. Ma anche a livello di fabbrica si
    sente ormai parlare tranquillamente di queste cose tipo  "Sarebbe  ora
    di sparare nelle gambe a qualcuno" eccetera, da operai qualsiasi.
    Ci  interessava  sottolineare  soprattutto questo,  l'attenzione anche
    troppo ossessiva dei giornalisti rispetto  all'episodio  della  bomba,
    che  in  fondo,  se  pensiamo,  rappresenta non pi di una manciata di
    secondi nella vita politica e militante di questi  compagni.  Per  noi
    questa attenzione ossessiva,  in un certo senso "criminale",  a questo
    episodio  dentro ad un operazione tendente a ridurre questi  compagni
    a  un  aut-aut,  cio  a  persone socialmente impegnate,  o terroristi
    sganciati dalle  masse.  Oggi  questo  per  noi    inaccettabile.  Il
    Movimento  Comunista  oggi  rivendica,  nella  maniera  pi completa e
    problematica,  proprio per la  rappresentativit,  l'emblematicit  di
    questo  episodio  e  della  vita  e della biografia politica di questi
    compagni, la loro figura. Rivendichiamo per il movimento la assunzione
    di questa tematica politica.  Come oggi questa vive  nel  corpo  della
    classe, in figure centrali della classe operaia, delegati di fabbrica,
    non  giovani emarginati.  Questo  per noi il significato politico che
    deve uscire domani sulla stampa, come immagine di questa assemblea.


    - Un gruppo di compagni,  "Antonietta,  Angelo e Alberto non  sono  n
    'terroristi' n 'caduti per il comunismo', Thiene 1979.
    Rivendichiamo  le  persone  che  conoscevamo,  non  solo nel ruolo di
    militanti che li rappresentava; li riconosciamo come nostri perch con
    loro abbiamo diviso lo  stesso  intollerabile  quotidiano,  la  stessa
    disperazione,  la stessa voglia di distruggere ci che ci impedisce di
    vivere totalmente.  Anche se loro avevano scelto dei modi per "abolire
    lo  stato  di  cose  presente" che si attuava nei ristretti limiti del
    politico, rispettiamo fino in fondo le loro scelte.
    Quando al rifiuto della logica del lavoro,  della noia,  della miseria
    dell'esistente  non    unita  una  comprensione critica adeguata,  la
    ribellione  si  pu  stravolgere  in  immediatismo,   in   opposizione
    fittizia,  spettacolare, cio in autodistruzione reale: pu voler dire
    eroina, delirio, mistica dello spino, lottarmatismo, suicidio,  e cos
    via...
    Rispetto a queste dinamiche di annientamento ognuno pu constatare nel
    proprio quotidiano le cadute, i recuperi e gli avanzamenti.
    Sia chiaro a tutti, comunque, l'abisso esistente tra chi, bene o male,
    sia  pure  nell'incertezza,  si  muove  per affermare la propria vita,
    esprimendo la volont di cambiamento e il coraggio di rischiare, e chi
    si rassegna all'attendismo imperante e si ritrova sempre ad  assistere
    e  consumare,  come  tifoso  o  simpatizzante,  anche  i tentativi pi
    tragici.
    La scelta di Antonietta, Angelo e Alberto si pone gi come superamento
    del generico  rifiuto,  e  come  tentativo  in  atto  di  cambiare  il
    presente;  manifesta un livello pi alto di comprensione, sia pure nei
    limiti degli strumenti politici di trasformazione che questi  compagni
    si erano dati. Il problema, allora,  quello di passare da una critica
    dell'organizzarsi  alla  comprensione  del punto oltre il quale questi
    strumenti diventano altro da s,  financo per imporre  a  chi  li  usa
    modelli di vita, tempi e ritmi estranei alla propria soggettivit.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Non ne sono stati reperiti.




    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Archivio P.M., Testimonianza al Progetto memoria, Thiene 1994.
    Il 13 aprile 1979,  il bar Giardini di Thiene,  da quattro anni ormai
    punto  di  ritrovo  del  movimento,   era  affollatissimo.   Visto  il
    considerevole  numero di compagni,  movimentisti e cani sciolti (anche
    da  fuori  provincia  e  da  molto  lontano)  sembrava  di   assistere
    all'appuntamento che precede una scadenza di massa.
    Non  c'era  per  l'abituale,  allegro vociare di tali occasioni.  Gli
    sguardi smarriti,  la cappa di  silenzio  incombente  denunciavano  la
    consapevolezza  che quei giorni segnavano uno dei momenti pi dolorosi
    della nostra vita: non eravamo l per una festa o una  lotta,  ma  per
    accompagnare   al  loro  ultimo  viaggio  i  nostri  compagni  Angelo,
    Antonietta  e  Alberto,  e  non  sapevamo  nemmeno  se  sarebbe  stato
    possibile.
    Thiene,  infatti, si presentava come la fiera delle forze dell'ordine:
    dai semplici carabinieri e celerini ai numerosi agenti in borghese che
    vestivano come noi, ma portavano impressa sul volto la natura del loro
    mestiere.
    Il clima,  gi pesante,  era aggravato da una ridda di voci sussurrate
    di bocca in bocca: si ipotizzava la presenza a Thiene di questo o quel
    generale  dell'arma  (circol  il nome dello stesso Dalla Chiesa),  si
    riferiva di militanti fermati e arrestati,  di posti di blocco intenti
    a  schedare  compagni e a rallentarne il flusso verso la cittadina per
    limitare la presenza ai funerali.
    La tumulazione di Alberto era avvenuta il giorno prima in gran fretta:
    arrivati sul posto a cerimonia gi svolta,  avevamo sostato comunque -
    cantando  l'Internazionale  - davanti a quella tomba per ricordare uno
    dei compagni pi comunicativi che il movimento avesse avuto.
    Quel 13 aprile seppellivamo contemporaneamente,  Antonietta a  Thiene,
    Angelo a Chiuppano, costringendoci cos a dividerci in due gruppi. Chi
    rimaneva a Thiene avrebbe raggiunto Chiuppano in un secondo tempo.
    Il  funerale di Antonietta part dal Duomo e raggiunse il cimitero.  I
    compagni seguivano a piedi il  feretro:  un  corteo  di  fiori  rossi.
    Lorenzo Bortoli,  bench in quel momento detenuto,  era come fosse tra
    noi a testimoniare il grande amore  per  Antonietta  e  tutto  il  suo
    sconforto.
    Lungo  i  due  chilometri  del percorso celerini,  Digos,  autoblindo,
    elicotteri: lo Stato democratico dispiegava la sua potenza.
    La sepoltura avvenne in silenzio.  Le donne,  le compagne di vita e di
    lotta,  dedicarono alla dolce Antonietta l'ultima poesia. Poi, tutti a
    ricoprire la bara coi fiori rossi per  dire  addio  a  quella  giovane
    vita.
    Ci  allontanammo,   scossi,  cercando  di  sfuggire  alle  maglie  del
    controllo poliziesco. Una parte di noi riusc a raggiungere Chiuppano.
    Qui lo spettacolo era grottesco: ammassate sulla piccola piazzola  del
    centro paesano,  numerose autoblindo pronte ad intervenire,  quasi che
    Angelo resuscitasse e fosse ancora il battagliero compagno operaio che
    rivendicava a muso duro i diritti di classe.
    La sepoltura era gi avvenuta: per entrare al cimitero si erano dovuti
    spintonare i cordoni della polizia,  che volevano addirittura  vietare
    l'ingresso.  Malgrado i rastrellamenti,  i fermi,  le identificazioni,
    eravamo in tanti, davanti al tumulo di Angelo.  Pareva impossibile che
    lui fosse l,  muto,  quando mai lo avevamo conosciuto silenzioso. Una
    compagna lesse alcune parole.  L'Internazionale concluse  quei  giorni
    assurdi.


    - Archivio P.M., Testimonianza al Progetto memoria, Vicenza 1994.
    Non    facile  ricordare  e  capire  a fondo i fatti degli anni '70,
    arrivare a guardare in faccia A.,  il tempo ha costruito dentro di noi
    molti strati;  dal vortice di pensieri emerge per chiara la figura di
    A., il suo percorso. A., una ragazza alta magra dai voluminosi capelli
    neri, un luminoso sorriso e un largo maglione azzurro. Vissuta in modo
    per bene, normale, la sua insicurezza le aveva impedito di esprimersi.
    L'adeguamento era per lei l'unica strada percorribile.  Manifestava la
    sua  sensibilit disegnando e costruendo graziosi oggetti di stoffa da
    regalare agli amici.
    Ad  un  certo  punto  il  cambiamento;  i  messaggi  che  le  arrivano
    dall'esterno si fanno sempre pi forti.
    Non  certo solo la vicinanza della prima sede del gruppo sociale alla
    sua abitazione di famiglia a far esplodere il suo animo ribelle.
    Thiene  pullula di personaggi diversi,  alternativi,  che esprimono in
    modo manifesto  il  loro  non  adeguamento  ai  comportamenti  piccolo
    borghesi  della  cittadina,  e  Antonietta ebbe una forte maturazione;
    quella che era una sua timida e sporadica presenza fra i compagni  del
    movimento divenne presenza costante.
    In  breve  si  afferm  l'A.  che  fino  ad  allora nessuno conosceva:
    carattere saldo e idee chiare. Divenne pi intraprendente di qualunque
    altra,  continuava a scavalcarci a sinistra nei suoi  comportamenti  e
    non fin di stupire quando and a vivere insieme al compagno Enzo.
    I  tratti  del  carattere  si conformarono ai suoi tratti somatici: si
    conosceva di lei l'infinita dolcezza tutta espressa dai grandi occhi a
    mandorla,  ad essa  si  aggiunse  e  si  mescol  la  decisione  e  la
    precisione confermate nel suo largo viso dai lineamenti puliti e dalla
    carnagione perfetta.
    A  ricordarla adesso si ha la sensazione che A.  con il modo in cui ci
    ha lasciati non c'entrasse molto.  Forse prepotentemente lei ha  fatto
    parte  di  quel chiarore intravisto in quegli anni attraverso la porta
    che ci  stata richiusa in faccia.


    - Alcuni compagni di Thiene, Testimonianza al Progetto memoria, Thiene
    1995.
    Ricostruire la vita, la figura,  l'esperienza soggettiva e collettiva
    di questi due compagni, nell'atmosfera di quel periodo (1976-1979) non
     semplice;  quel periodo  certamente uno dei pi vivi e nello stesso
    tempo esplodente di contraddizioni di ogni genere. (...)
    Antonietta nasce a Thiene  da  una  famiglia  medio-borghese  e  muore
    tragicamente  nello  scoppio  della  bomba  l'11 aprile 1979;  esce da
    un'altra esperienza molto dura con la  famiglia  e  la  comunanza  dei
    problemi  crea  un  legame  talmente  forte con Lorenzo che nemmeno la
    morte riesce a dividere.  Rifiutata dalla famiglia per il suo modo  di
    vivere,  controllata  ossessivamente  e  alle  volte violentemente dal
    padre,   ritrova  nella  situazione  thienese  lo  sbocco  al  proprio
    malessere familiare.
    Piena  di vita,  nonostante tutto: questo  il ricordo che tutti hanno
    di lei. Una sbandata: cos la definiscono familiari e giornali.
    Tocca subito con mano la difficolt di rompere con la famiglia: vivere
    da soli,  con il tasso di  disoccupazione  esistente  allora,  lavori,
    lavoretti  precari  che  a mala pena ti fanno sbarcare il lunario.  Ma
    l'esperienza collettiva  trasforma  i  problemi  personali,  riesce  a
    sdrammatizzarli:  la lotta contro lo straordinario e per l'occupazione
    aperta in modo molto incisivo in questo territorio    una  di  queste
    strade.  E'  molto  attiva  nella  vita  sociale  e  lo   altrettanto
    personalmente: usa la sua spiccata capacit e creativit  nel  cucire,
    per  aprire una sua piccola attivit alternativa;  collabora con altre
    compagne nella gestione di un piccolo negozio di articoli "femministi"
    (gonne, vestiti, eccetera), confeziona giocattoli per bambini. E colma
    la sua vita personale: la sua grossa umanit si esprime  nel  rapporto
    che  avvia  con Lorenzo,  nella loro convivenza.  Si apre per loro una
    nuova fase: collettiva, con la loro presenza alle lotte e al dibattito
    di quel momento;  personale,  trovando il giusto equilibrio per uscire
    dalle  loro  esperienze  di vita negative.  Il loro sogno si spegne in
    quel  tragico  pomeriggio  dell'11  aprile:  lei  morta  subito  nello
    scoppio,  lui  inconsolabile,  solo,  posto in condizioni psicologiche
    ancora  pi  precarie  (isolamento,  in  cella  con  l'unico  pentito,
    disperato) fatto suicidare due mesi dopo.  Li hanno disegnati come due
    mostri, due terroristi allo sbando: nemmeno il dolore delle famiglie 
    stato risparmiato.  Quello che ci resta di questi due compagni e degli
    altri  che  con loro sono morti  il loro ricordo sereno e tenero,  le
    ultime  parole  di  Lorenzo  prima  di  impiccarsi:   "Voglio   essere
    seppellito accanto a lei".
    La  violenza  di  questo  Stato  li ha uccisi: la violenza continua ed
    incessante che non lascia tregua ai proletari,  ai comunisti che hanno
    nel cuore e nella lotta una gran voglia di libert. Non dimenticheremo
    mai questi compagni: loro sono sempre presenti. Nemmeno la repressione
    feroce  che  si  scatenata da allora in avanti potr scalfire il loro
    ricordo.















    ANGELO DEL SANTO.


    Note biografiche.

    - Angelo Del Santo nasce a Chiuppano (Vicenza), l'8 marzo 1955.
    - frequenta per un paio d'anni il Liceo a Schio.
    - lavora come operaio alla Rimar di Lugo.
    - si sposa il 23 marzo 1979.
    - milita nei Collettivi Politici del Veneto.
    -  muore  per  lo  scoppio  accidentale  di  un  ordigno   che   stava
    confezionando,  a Thiene, l'11 aprile 1979, insieme a Maria Antonietta
    Berna e Alberto Graziani.



    Scritture di Angelo Del Santo.

    - Non ne sono state reperite.



    Documenti prodotti da organizzazioni  armate  per  la  persona  o  per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Vedi Progetto memoria,  La mappa perduta,  Roma 1994, Sensibili alle
    Foglie.



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    -  Comitato  per  la  liberazione  dei compagni arrestati,  Conferenza
    stampa,  Vicenza 18-4-79,  in: "Ci sono vite che pesano come  piume  e
    vite che pesano come montagne", Vicenza 1979. Frammenti.
    Compagno  del  C.d.F.  della P.  Berto,  metalmeccanica della zona di
    Thiene: "Vorrei puntualizzare alcune cose  rispetto  alla  figura  del
    compagno   Del  Santo,   che  io  conoscevo  in  maniera  particolare.
    Rettificare in maniera particolare,  alcune affermazioni  che  vengono
    fatte  nei  giornali  e  anche  alla  t.v.,   nei  volantini  e  nelle
    dichiarazioni varie,  sia dal sindacato che  dal  P.C.I.,  dove  viene
    smentito,  per certi aspetti, che facesse parte del sindacato, che non
    era delegato,  che era stato escluso qualche  mese  addietro:  insomma
    sempre  la  solita  musica  che  in  questi  tempi viene avanti quando
    succedono questi casi. Rispetto a questo, per quello che lo conosco io
    perch sono delegato della zona di Thiene, ed era stato delegato anche
    lui per un paio di anni della sua fabbrica,  la Rimar di Lugo,  e solo
    dall'ultimo  rinnovo  del C.d.F.  non era pi delegato.  Questo perch
    aveva anche il problema del  matrimonio  e  anche  per  un  intervento
    abbastanza massiccio del sindacato nel tentativo di non farlo eleggere
    un'altra  volta.  L'impegno di questo compagno rispetto a queste cose,
    rispetto a tutti i  problemi  sociali,  contrattuali    sempre  stato
    ineccepibile;  sempre stato un compagno che si  dato da fare e credo
    che,  chiamiamoli  sputtanamenti,  chiamiamoli  come  si vuole,  siano
    assurdi.  Quando si dice che erano drogati,  o cose di questo  genere,
    sono menzogne. (...)
    Anche quella volta della Spinnaker,  di fronte al fatto che 25 operaie
    erano state trasferite a Forl, quei compagni erano presenti con forme
    di lotta dure ma che erano anche forme che per anni avevamo  praticato
    come operai. Questi compagni erano presenti e hanno fatto la battaglia
    fino  in  fondo  e evidentemente,  questo per noi conta come scelta di
    vita,  di combattere l'ingiustizia.  Non si pu liquidare tutto questo
    nella  maniera  con cui  stato fatto.  Rispetto anche al problema del
    sindacato,  che poneva il fatto che non si dovesse dire che Angelo era
    un  delegato,  mi pare assurda questo tipo di censura e la denunciamo.
    Sappiamo  che  all'interno  della  Rimar,   la  fabbrica  di   Angelo,
    inizialmente non c'era nessun tipo di organizzazione;   stata portata
    avanti, certo non un compagno da solo, con gli altri operai,  comunque
    con  un  ruolo importante,  di traino e queste robe non possono essere
    negate (...).


    - Autonomia,  "Intervista al Gruppo Sociale di Thiene",  Thiene  1979.
    Frammenti.
    Dopo  la  morte  a Thiene dei tre compagni Angelo Del Santo,  Alberto
    Graziani,  Maria Antonietta Berna,  in seguito all'esplosione  di  una
    bomba,  questa  citt  stata banco di prova della militarizzazione di
    un intero territorio e della criminalizzazione  di  tutti  i  compagni
    appartenenti  al  Gruppo  Sociale che maggiormente si erano esposti ed
    erano stati momento trainante nelle lotte in questa zona. (...)
    Autonomia: "Il modo in cui si sono  svolti  i  funerali  dei  compagni
    hanno  rappresentato  il  culmine  di  tutta  questa situazione.  Puoi
    spiegarci come si sono svolti, in che clima?"
    G.S.T.: Ad aggravare il gi pesante stato emotivo dei compagni, per la
    morte di Angelo, Alberto e Maria Antonietta, tutta la zona di Thiene e
    paesetti limitrofi  stata occupata manu militari da P.S.  e  C.C.  In
    posti di neanche tremila abitanti c'erano dieci, quindici blindati con
    'pulotti'  bardati  da  marziani,  con lacrimogeni innestati,  scudi e
    tanto di tute antiproiettile,  per non parlare dei due elicotteri  che
    continuavano a sorvegliare la situazione dall'alto.  Inoltre due o tre
    ore prima dello svolgimento dei funerali,  i C.C.  avevano  creato  un
    cordone  sanitario  attorno  a  Thiene con posti di blocco su tutte le
    strade statali e no,  cercando in questo modo di impedire  l'affluenza
    ai   funerali   dei   compagni   provenienti   da  tutta  la  regione.
    Esemplificatore  di  tutta  la  situazione    un  fatto  accaduto   a
    Chiuppano, dove  stato sepolto Angelo Del Santo; qui infatti, durante
    i  funerali,  i  C.C.  hanno  minacciato  di  caricare  i compagni che
    volevano recarsi al cimitero per tributargli l'ultimo  saluto,  perch
    secondo loro costituivano un'adunata sediziosa.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Non ne sono state reperite.




    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Archivio P.M., Testimonianza al Progetto memoria, Vicenza 1994.
    Entrai in fabbrica all'et di quindici anni. L'impatto fu molto duro,
    ma  stabilii  fin da subito un buon rapporto con le altre operaie.  Il
    mio senso innato contro le ingiustizie e il mio carattere  battagliero
    mi portarono ad essere eletta nel consiglio di fabbrica.
    Ad un consiglio di zona intercategoriale (a quei tempi erano frequenti
    e  ricchi  di  discussioni)  si  alz  in piedi un operaio della Rimar
    (fabbrica di Lugo):  era  riccioluto,  parlava  appassionatamente:  lo
    ascoltai  molto attentamente e come me altri.  Condividevo le cose che
    diceva perch era riuscito ad esprimere  lo  stato  d'animo  di  molti
    operai, il disagio nei confronti del sindacato, la rabbia, il senso di
    impotenza. Quando termin il suo intervento, applaudimmo in tanti.
    Chiesi,  a  uno  accanto  a  me  che aveva tenuto le mani in tasca ben
    strette, chi fosse quel ragazzo.  - Lascia perdere,   un 'autonomo' -
    mi  disse.  Pensai - sar anche un autonomo,  ma le cose che dice sono
    giuste.
    Era il  1978  e  nella  nostra  zona  di  Schio-Thiene  era  tempo  di
    ristrutturazione:  licenziamenti,  straordinari,  arroganza e violenza
    padronale,  soprattutto nel  settore  tessile,  erano  all'ordine  del
    giorno.  Il sindacato,  con la linea dell'Eur, si preparava a dividere
    gli operai,  soffocando la forte spinta di  lotta  e  solidariet  che
    veniva dai Consigli di fabbrica.
    Partecipai  ad  una manifestazione operaia a Thiene: ad un certo punto
    vidi  partire  un  corteo  che  si   stacc   da   quello   sindacale.
    Istintivamente  feci  per  seguirlo:  fui letteralmente bloccata da un
    sindacalista che mi chiese se ero matta a seguire gli  'autonomi'.  Ma
    quali  'autonomi'!  gli gridai in faccia: c'erano operai e operaie che
    conoscevo,  che avevo incontrato ai dibattiti sindacali;  capii  nella
    mia  ingenuit  che  il  dissenso  si  stava  organizzando  fuori  dal
    sindacato.
    Seppi pi avanti  dell'esistenza  di  un  Comitato  operaio  e  di  un
    Coordinamento operaio: cominciai a frequentarne le riunioni. Mi trovai
    subito  a mio agio: finalmente si partiva dai bisogni operai e non dai
    sacrifici da fare in nome della crisi.
    L ritrovai l'operaio della Rimar: si chiamava Angelo.  Me lo  ricordo
    sempre  impegnato  nel  dibattito,  in prima fila nella lotta,  sempre
    disponibile: lo faceva con  molta  naturalezza,  con  molta  passione.
    Ricordo che una sera mi disse: - Gli operai non si rendono conto della
    forza che hanno; se smettessero di delegare e si unissero...
    Nell'estate  del 1978,  tornate alla fine di agosto dalle ferie,  io e
    altre quattordici operaie della fabbrica dove  lavoravo,  ci  trovammo
    praticamente licenziate: una lettera della direzione ci comunicava che
    il  luned successivo avremmo dovuto prendere servizio a Forl,  in un
    altro stabilimento di propriet del nostro padrone.  Oltre il danno la
    beffa.
    Ci fu subito un'assemblea sindacale.  Capimmo che alla nostra proposta
    di occupare gli uffici delle varie ditte della propriet, il sindacato
    non ci stava;  in alternativa ci proponeva una trattativa con i soliti
    tempi lunghi, con la reale prospettiva che noi operaie ci stancassimo,
    perdendoci  di  vista  e  trovando  individualmente  un altro posto di
    lavoro.
    Cercammo la solidariet del Comitato operaio, occupammo gli uffici. Da
    quel giorno la mia vita cambi.
    Fu un'occupazione importante.  Dagli uffici le  forze  dell'ordine  ci
    sgomberarono dopo pochi giorni.  Con molto zelo ci fecero presente che
    si trattava di intrusione in una propriet  privata.  Montammo  allora
    una   tenda  e  continuammo  l'occupazione  impedendo  l'entrata  agli
    impiegati e al padrone.  Si formalizz un comitato di occupazione.  Fu
    un susseguirsi di iniziative,  volantinaggi, assemblee. In breve tempo
    diventammo un punto di riferimento per tutte  le  altre  fabbriche  in
    crisi.  Ci  furono  una  grossa  manifestazione a Thiene per la nostra
    riassunzione e l'occupazione  della  sede  sindacale.  Insomma  fu  un
    grosso  movimento,  partito  dai  quindici  licenziamenti  ma divenuto
    portavoce di tutti i bisogni operai della zona.
    Furono giorni speciali vissuti intensamente: si instaur  un  rapporto
    molto  forte fra noi operaie e i compagni Angelo,  Alberto e tutti gli
    altri.
    Per un tempo abbastanza lungo vivemmo assieme in quella tenda; assieme
    vivemmo quel periodo di lotta quotidiana che port  alla  riassunzione
    di tutte le licenziate.
    Quando  entrai in fabbrica la mattina del 12 aprile 1979 con gli occhi
    rossi dal pianto,  le  altre  quattordici  operaie  gi  sapevano  che
    Angelo,  Alberto  e  Antonietta  erano  morti  dilaniati da una bomba:
    spontaneamente ci fermammo in  assemblea.  Nessuno  chiese  il  perch
    della  loro scelta: li ricordammo per come li avevamo conosciuti,  per
    quello che ci avevano dato. Decidemmo di partecipare ai funerali.
    Il 13 aprile uscimmo dalla fabbrica per andare al funerale di Angelo e
    Antonietta: il primo posto di blocco  lo  trovammo  a  200  metri.  Ci
    perquisirono  le  borse,  ci  identificarono,  ci  fecero presente che
    stavamo andando al funerale di tre  terroristi.  In  silenzio  subimmo
    tutto  e  proseguimmo  verso Thiene.  Lungo il tragitto altri posti di
    blocco,  il rumore  assordante  dell'elicottero  dei  carabinieri  che
    volava  basso,  uomini dell'Arma ovunque: un'atmosfera da 'scontro tra
    il bene e il male',  il 'male'  che  si  raccoglieva  intorno  a  quei
    funerali e il 'bene' che impediva, reprimeva. Si respirava un senso di
    oppressione  sia  fisica  che  mentale.  Mi  ricordo  perfettamente la
    sensazione che ho provato quel giorno,  il  dolore  per  quelle  morti
    violato dalla presenza repressiva.
    Eppure  a  quei  funerali,  dal  territorio,  da tutta Italia si stava
    recando una folla di parenti, amici, operai e compagni.
    Indescrivibile  la  scena  che  si  svolse  davanti  al  cimitero   di
    Chiuppano,  dove  Angelo  doveva  essere  seppellito:  un  cordone  di
    carabinieri ci sbarrava l'entrata. Ci fu uno sfondamento rabbioso. Nel
    cimitero ricordo tanta gente con  il  pugno  chiuso,  il  discorso  di
    Rossella,  alcuni  compagni  di lavoro di Angelo,  le lacrime,  i visi
    stravolti.   Ricordo  tanta  gente  che,   malgrado  lo   schieramento
    repressivo, port, come atto politico, l'ultimo saluto ai compagni.
    Ci  sono  vite  che  pesano  come  piume,  altre pesanti come macigni,
    titolava il manifesto dedicato ai compagni.  Questa frase non mi  pi
    uscita dalla testa.  Sono passati quindici anni da quell'undici aprile
    del '79.  Mi sono chiesta tante volte se la loro  morte    servita  a
    qualcosa, se ne  valsa la pena.
    Ma  quando sento di una lotta,  mi ritorna il loro ricordo,  li rivedo
    sorridenti con un volantino in mano, oppure ad una manifestazione,  ad
    un picchetto contro gli straordinari.
    Hanno   vissuto   tutto   in   prima   persona,   lo  hanno  fatto  da
    rivoluzionari.

    - Tiziana Dal Pr, Testimonianza al Progetto memoria, Imola 1995.
    Ho vissuto la mia infanzia e parte della mia adolescenza con Angelo a
    Chiuppano,  piccolo paese dell'alto vicentino:  abitavamo  di  fronte,
    giocavamo  nello  stesso  cortile.  Ci  separammo  solo al tempo delle
    scuole superiori, ritrovandoci di nuovo insieme dal '74 in poi,  prima
    in Lotta Continua e poi nel movimento comunista antagonista.
    Angelo  era  il  primogenito  di cinque,  tra fratelli e sorelle.  Una
    famiglia contadina povera ma molto  unita  e  orgogliosa.  Quando  era
    piccolissimo,  Angelo  si  bruci  un  piede cadendo nel camino con il
    fuoco acceso: perse tre dita.  Questo episodio segn la sua vita:  pi
    che per il lieve handicap nel camminare,  rispetto al suo rapporto con
    la madre, una donna forte e piena di risorse,  molto combattiva ma che
    cerc  sempre  di essere presente nella vita di Angelo,  anche adulto,
    quasi a superare un senso di colpa  per  quell'incidente.  Lo  ricordo
    come un bambino geniale nell'inventare scherzi e giochi (qualche volta
    pesanti) con gli animali che circolavano nel suo cortile. E lo ricordo
    altrettanto   bravo   nell'uscire  dalle  situazioni  pi  ardue  dove
    inevitabilmente rimanevamo coinvolti noi  bambini,  quasi  sempre  per
    "colpa"  sua.  Questa  sua  creativit  spiccava  nel nostro gruppo di
    bambini-ragazzi e lo faceva amare da tutti;  emergeva anche per il suo
    machismo che alle adolescenti piaceva meno.  Fui consapevole solo anni
    dopo che quegli strani palpeggi che mi faceva durante  le  ripetizioni
    di inglese altro non erano che una iniziazione alla sessualit, muta e
    cruda come gli adolescenti di allora praticavano.
    Quando poi,  sedicenni o poco pi,  iniziammo a fare politica,  Angelo
    aveva ancora quel suo maschilismo che conserv anche negli anni in cui
    pi forte e lacerante si svilupp la pratica delle  donne  all'interno
    dei  gruppi  extra-parlamentari.  Non  mi   mai sembrato,  come altri
    compagni del resto,  molto  interessato  a  quello  che  noi  compagne
    discutevamo  e  proponevamo: forse assisteva come testimone a qualcosa
    che,  suo malgrado,  gli succedeva intorno.  In quel marasma di  idee,
    pensieri,  pratiche  che  riempirono  la nostra quotidianit in quegli
    anni,  Angelo fu un compagno che seppe coniugare la sua concretezza di
    proletario con la capacit,  tutta politica, nel costruire progetti di
    ampio respiro.  Per questo divent un punto di riferimento  nella  sua
    fabbrica  e nel territorio thienese durante l'occupazione delle case e
    nella lotta per il ribasso  dei  prezzi,  poi  per  ottenere  un  cibo
    decente  nella  grande  mensa  aziendale.  E  ancora lo fu nelle ronde
    contro il lavoro nero  in  tutta  la  cintura  industriale  vicentina,
    pratica  che  ci  vide  presenti per mesi e mesi ogni sabato mattina a
    picchettare, volantinare, trascinare in corteo gli operai per bloccare
    (a gatto selvaggio) la  produzione  contro  i  ricatti  padronali.  Fu
    durante  un'altra  battaglia  politica,  quella contro i licenziamenti
    della Spinnaker (fabbrica tessile di Thiene),  che  accaddero  2  cose
    importanti:   le   operaie  della  Spinnaker  abbandonarono  la  linea
    sindacale  per  scegliere  quella  dei  compagni  dell'autonomia  (che
    risult  poi  vincente: tutti i licenziamenti rientrarono) e Angelo si
    innamor, come si dice, perdutamente,  di Chiara,  dagli occhi chiari,
    una  compagna  di  Montecchio  Maggiore.  Amore travolgente,  ridente,
    sessuoso: da invidiare. Pochi mesi dopo si sposarono, a fine marzo per
    festeggiare la primavera. Di l a pochi giorni scattarono gli arresti,
    poi detti del 7 aprile.
    Angelo muore l'11 aprile  preparando  un  ordigno:  come  tanti  altri
    compagni aveva scelto questa risposta all'ondata di repressione.  Mor
    senza  sapere  che  Chiara  aspettava  un  bambino.  La  crudelt  dei
    carabinieri   costrinse   Chiara  a  riconoscere  i  resti  di  Angelo
    all'obitorio;  Chiara scopr solo in carcere (in isolamento a Venezia)
    di essere incinta.
    Oggi  il  loro  figlio,  Angelo,  anche lui,  suona nei Centri sociali
    occupati.
    Nel '79,  Angelo ha dovuto lottare persino per essere sepolto: polizia
    e  carabinieri misero in stato d'assedio Chiuppano perch non volevano
    che la gente del paese lo salutasse (con tutte le  serrande  abbassate
    in   segno   di   lutto)  e  che  tutti,   insieme  ai  compagni,   lo
    accompagnassero quasi in corteo, nel cimitero in collina.
    Da poco lo ho salutato nella sua tomba.  Ogni volta che ci vado ho  un
    brivido addosso. Sono trascorsi anni ma non un solo istante dal dolore
    di allora: un dolore fisico,  come se ora quel pezzo di piede mancasse
    anche a me.



















    ALBERTO GRAZIANI.


    Note biografiche.

    - Alberto Graziani nasce a Thiene (Vicenza), il 17 giugno 1954.
    - frequenta il liceo scientifico a Schio (Vicenza).
    - consegue la maturit nel 1973
    - frequenta l'universit di Padova, facolt di Medicina.
    - milita nei Collettivi Politici del Veneto.
    -  muore  per  lo  scoppio  accidentale  di  un  ordigno   che   stava
    confezionando,  a Thiene, l'11 aprile 1979, insieme a Maria Antonietta
    Berna e Angelo Del Santo.



    Scritture di Alberto Graziani.

    - Alberto Graziani, Diario, Thiene 11-12-68.
    Oggi  ho  visto  arrestare  gli  studenti.  Aiutavano  gli  operai  a
    manifestare contro la chiusura della loro fabbrica. E' un fatto che mi
    ha  molto colpito.  Penso ai ragazzi che,  disinteressatamente,  hanno
    reagito stando con chi aveva un problema. E ci hanno rimesso le penne.
    Non so quanti avrebbero avuto il  coraggio  di  fare  altrettanto.  Ho
    discusso di questo con un amico.  La mamma mi chiama, devo prendere il
    the.....

    - Alberto Graziani, Diario, Thiene, gennaio 1977.
    ...  la vita come un lungo nastro d'asfalto,  pieno di occasioni  che
    puoi sfruttare se veramente vuoi, ma incredibilmente ricca di bivi che
    impongono scelte,  anche se nel tuo folle viaggio suicida vorresti,  a
    volte, che fosse senza biforcazioni,  con orari fissi,  da rispettare.
    Paura delle scelte,  paura di vivere, paura di morire:  questo che ci
    fa correre dritti, senza mai guardarci intorno.  E' la paura di morire
    che  ci  impedisce  di vivere e di scegliere,  in cambio di una banale
    sicurezza. Ci impedisce di pensare e di volere.  Invece bisogna morire
    ogni  momento.  Bisogna  distruggere  il  vecchio che  in noi per far
    rinascere l'uomo nuovo. Ma chi di noi ha il coraggio di tirar fuori la
    testa dal guscio? Chi di noi ha voglia veramente di uscire dalle balle
    del tempo gi deciso?.




    Documenti prodotti da organizzazioni  armate  per  la  persona  o  per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Vedi Progetto memoria,  La mappa perduta,  Roma 1994, Sensibili alle
    Foglie.



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    - Vedi Progetto memoria,  La mappa perduta,  Roma 1994, Sensibili alle
    Foglie.

    - Vedi anche i capitoli per Maria Antonietta Berna e Angelo Del Santo.

    - Comitato per  la  liberazione  dei  compagni  arrestati,  Conferenza
    stampa,  Vicenza  18-4-79,  in:  "Ci sono vite che pesano come piume e
    vite che pesano come montagne", Vicenza 1979. Frammenti.
    Compagno del C.d.F.  della  Laverda,  metalmeccanica  della  zona  di
    Thiene e membro del direttivo provinciale dell'F.L.M.
    Anch'io  voglio  ribadire  l'assurdit di certi articoli in cui questi
    compagni,  la loro vita,  viene  definita  in  maniera  mostruosa.  Ho
    conosciuto Alberto sin da quando si dava da fare nel cineforum, non si
    possono  infangare questi compagni come hanno fatto i giornali.  Sulla
    militanza personale dei compagni,  le  cose  vanno  approfondite,  non
    intendiamo farlo stasera,  ma  un problema anche nostro. Le ronde che
    facevamo l'anno scorso con questi compagni, io sto facendole in questi
    giorni col sindacato in alcune fabbriche in  difficolt;  ora  nessuno
    dice  niente,  quando le facevamo a livello di organismi diffusi nella
    zona  sembravano,   come    stato  messo  nel  Giornale  di  Vicenza,
    un'attentato o come la volta dell'occupazione della CISL.

    Compagna del Comitato.
    Tutti  gli  interventi  fatti  finora  si  pongono  l'obiettivo di far
    comprendere quale  stata  la  figura  complessivamente  dei  compagni
    morti.  Questo  soprattutto  a fronte del monte di calunnie e menzogne
    scritte sui giornali.  Ribadiamo,  proprio in  risposta  a  chi  vuole
    racchiudere  tutta  l'esistenza,  la  militanza,  il  lavoro  politico
    quotidiano di questi compagni nel pomeriggio di mercoled, nel momento
    della morte,  nella bomba,  che essi hanno saputo costruire giorno per
    giorno,  in questi ultimi due anni nella zona di Thiene,  lotte reali,
    che dovunque ci fosse aggregazione,  bisogni  reali,  questi  compagni
    hanno portato il loro impegno, il loro contributo. Dentro in fabbrica,
    nel  territorio  la  loro  presenza   stato un dato costante: tutti i
    compagni, i proletari,  tutti i comunisti li ricordano cos.  Invece i
    giornali,  tutti i giornali non hanno saputo far altro che parlare dei
    "terroristi di Thiene";  il tentativo  chiaro: si vuole rimuovere  il
    percorso di questi compagni,  perch comunque sono stati 'scomodi', si
    vuole criminalizzarli per poter negare la ricchezza politica e sociale
    di cui questi compagni erano parte.  Prova evidente di ci  il  clima
    che tutta la zona sta vivendo,  un clima di terrore che C.C. e Polizia
    continuano a montare.  Rastrellamenti nei  bar,  nei  luoghi  dove  si
    ritrovano  i  compagni,  operai  sequestrati in fabbrica,  controllati
    passo  su  passo  dai  padroni  per  conto  anche   dei   carabinieri,
    perquisizioni  massiccie,  i  compagni  seguiti ovunque.  A cosa serve
    tutto questo se non ad impedire,  ad arrestare le iniziative di lotta,
    i momenti pubblici di discussione, di organizzazione?.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    -  Wanda  Graziani,  Thiene  1979,  in: Maurizio Chierici,  "Quando un
    figlio sceglie la strada delle bombe", Il Corriere della Sera, 284-79.
    Frammenti.
    Guardi...
    "dice la madre,  aprendo i ricordi sul tavolo.  C' il Gazzettino  del
    '73 che annuncia pieno di contentezza: 'tutti maturi allo scientifico:
    Bacilieri e Graziani i migliori'. Chi ha copiato l'elenco dei promossi
    sente  il  dovere di un complimento a Ugo Bacilieri e Alberto Graziani
    unici ad avercela fatta con sessanta sessantesimi.  Ecco il regalo che
    il  comune di Thiene offre nel '66: 'premio di bont e profitto perch
    Alberto  Graziani  ha  meritato  l'elogio  dei  professori   e   della
    cittadinanza' annuncia con una certa solennit il sindaco Pizzolo."
    "Perch  successo, signora?"
    Non  lo  capisco  neanch'io.  Ripasso  gli  ultimi  mesi  cercando una
    spiegazione.  Non la trovo.  Nessun  discorso,  nessun  turbamento  ha
    lasciato intuire la vocazione alla violenza.
    "Eppure..."
    Eppure  come dico io. Era impegnato politicamente, ma cosa vuol dire?
    Vuol  dire  esercitare un tipo di militanza che esalta la solidariet:
    occupava case  vuote  chiedendo  fossero  assegnate  ai  senza  tetto.
    Parlava  alla  radio  (radio Sherwood 3) spiegando agli altri ragazzi:
    niente droga,  bisogna battersi contro la mistica dello  spinello.  Mi
    pare ancora di sentire la sua voce: 'La droga serve il potere'.
    "E suo marito?"
    Con  mio  marito  non  s'intendeva.  Non  perch era il segretario del
    partito liberale di  qui:  rispettava  le  sue  idee,  e  gli  piaceva
    ricordare  che  aveva  combattuto  il  fascismo  finendo  in  un lager
    polacco.  La politica non c'entrava.  Non riuscivano a trovare  l'onda
    comune sulla quale comunicare.
    "Non so se posso chiamarla cos, la vita pubblica di suo figlio quando
     cominciata?"
    Due anni fa.  Ma voglio ancora raccontare com'era: prima e dopo non ha
    importanza, per noi non  mai cambiato. Un'intelligenza straordinaria.
    Da ragazzo leggeva i  libri  che  si  leggono  in  quell'et:  Cronin,
    Steinbeck,  ma  a  quattordici  anni gi studiava Freud.  Poi  venuto
    l'amore per Gramsci, l'approfondimento del marxismo. Negli ultimi mesi
    si chinava su testi diversi: i nuovi filosofi, i saggi di Negri...
    "Suo marito lo seguiva dialetticamente nelle letture?"
    Ci ho provato io.  Mi sono comprata i libri di Negri  per  riuscire  a
    decifrare le polemiche che infuriavano le sue parole.
    "Non ha mai dubitato che vi fosse qualcosa di pi delle parole?"
    Dubitato no,  per volevo esserne sicura.  Qualche tempo fa,  gliel'ho
    chiesto.  Qui attorno succedevano tante cose:  non  alle  persone,  ma
    bombe  che  bruciavano portoni,  facevano saltare i vetri dei palazzi,
    mettevano in pericolo le fabbriche.  Tu non c'entri?  'Stai diventando
    paranoica', mi ha risposto. Tutto qui... Da quando  morto comincio ad
    avere paura.  Mi chiedo che se un tipo con questi sentimenti ha scelto
    la strada delle  bombe,  vuol  dire  che  qualcosa  di  terribile  sta
    succedendo.  I  giovani  non  riescono  a trovare appigli onesti nella
    realt. Sono delusi da tutto e da tutti....



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Giliano Carli,  per i compagni dell'Altopiano di  Asiago  (Vicenza),
    Testimonianza al Progetto memoria, Altopiano di Asiago 1994.
    Ma rimase un qualcosa nell'aria...
    Il  vento  che  s'alz  ricadde  subito,  non  ebbe alcun desiderio di
    volare.  Essere nato in un tuono di fuoco e di rovine,  la certezza di
    poter volare un giorno, pi in alto, nel luogo pi bello.
    E cos si pos e attese.
    E avvenne.
    Seguendo i compagni, tutto il movimento. Aggrappandosi ai loro pianti,
    alla  loro rabbia,  s'innalz in volo,  incontrando cos,  nuovamente,
    Alberto, Angelo, Antonietta.  In un universo che mai avrebbe potuto un
    giorno sognare di poter soffiare.
    Senza saperlo,  Alberto,  Angelo, Antonietta lo fece entrare nei cuori
    di tutti noi.
    Mi ricordo una soffitta,  una festa e Angelo che mi parlava "verr  ad
    Asiago  a trovarti,  mi porterai in montagna..." Venne a trovarmi,  mi
    parl di lavoro nero,  di volantinaggi,  di picchetti ai panifici  che
    non producevano il "pane comune" allora di 400 lire al chilo.
    Mi  ricordo  di  Alberto al bar Giardini di Thiene,  mi parl di crisi
    delle aziende ma che praticavano lo  straordinario,  di  1600  imprese
    della zona dove serpeggiava l'arroganza ed il ricatto.
    Mi  ricordo  di  Maria  Antonietta,  il suo modo gentile di spiegare i
    perch dei centri sociali,  punti d'incontro,  di aggregazione per chi
    vuole veramente costruire qualcosa.
    Mi  ricordo  la  loro  gioia  e  quella di tutti i compagni del centro
    sociale nel raccontarsi i consensi avuti dalla  gente.  Fossero  stati
    nei volantinaggi davanti ai cancelli delle fabbriche che nelle piazze,
    nei  picchetti  contro  lo  straordinario,   nelle  occupazioni  delle
    fabbriche, nelle lotte per la casa, quando insomma portavano in piazza
    le idee, proposte, momenti di autentica lotta operaia.
    Ma sono caduti,  un qualcosa di grande li ha  uccisi,  lasciando  per
    indistruttibile un qualcosa nell'aria...
    E lo respirammo ai loro funerali, eravamo in tanti, centinaia.
    Sebbene  furono  fatte  circolare false informazioni sugli orari delle
    cerimonie,  sebbene treni carichi  di  compagni  in  arrivo  a  Thiene
    vennero ritardati volutamente, uno addirittura, proveniente da Padova,
    venne fermato in aperta campagna.
    Nonostante tutto eravamo in tanti!
    Era  presente  il movimento,  quello che loro volevano fosse presente,
    quello che loro avevano contribuito a far crescere, era l compatto.
    C'erano anche loro, s,  le autoblindo,  gli elicotteri,  centinaia di
    carabinieri  a conferma dell'esistenza di una moltitudine di compagni.
    E facce nuove,  operai di varia et che  assieme  a  noi,  silenziosi,
    seguivano  i  cortei  e  si  cap  la  loro  presenza;  quei  morti li
    riportarono  lontani  negli  anni,  quando  d'un  tratto,  dopo  tante
    angherie,  soprusi  e  sofferenze  si  ruppe  un  giogo  e  si  and a
    combattere in montagna.
    Loro erano  l,  accompagnati  da  tristi  ricordi,  per  capire,  per
    guardarci.  E non ebbero paura di noi.  Percepivamo tenerezza, eravamo
    figli loro.
    Ci fu un giusto silenzio ai rispettivi cimiteri d'origine; da parte di
    compagni pi vicini ai caduti la voglia di dire qualcosa, poche parole
    a sottolineare che sono morti per ci che credevano.
    Nessuno potr mai dubitare di questo.
    Ma lo si volle fare, come atto dovuto, nero su bianco.
    Sommariamente,  cos il testo di radio  Sherwood,  diffuso  poi  nelle
    piazze: "Sono morti esprimendo rabbia, l'odio, l'antagonismo di classe
    contro  questo Stato contro questa societ fondata e organizzata sullo
    sfruttamento dell'uomo sull'uomo.
    Nessuna  disputa  di  linea  politica,   nessuna  differenziazione  di
    impostazione  di  analisi  dentro  il movimento pu offuscare,  negare
    l'appartenenza di questi compagni all'intero movimento  rivoluzionario
    - a tutti i comunisti".
    Sono  passati molti anni,  ma non si pu negare che la voglia di fare,
    di organizzare,  di cercare una "giusta  qualit  della  vita'  e  nel
    contempo  smascherare,   combattere  i  soprusi,   gli  intrighi,  gli
    imbrogli,  le arroganze del padronato e della classe politica  quass,
    non  siano l'eredit di Angelo,  Alberto e Antonietta.  Perch da loro
    sempre sostenuta quasi alla  noia,  non  sia  l'eredit  dei  compagni
    riparati  all'estero  e  di  tutti  i  compagni del centro sociale che
    vissero il carcere o che ne furono sfiorati.
    Quass soffia sempre il vento.
    Fra i molti che soffiano ce n' uno che sferza con rabbia le menzogne,
    le  ipocrisie.   Hanno  sempre  scritto,   raccontato  gli  altri,   i
    pennivendoli  ladri  e  bugiardi,  facendone  una storia loro,  perch
    "vissuta loro" perch nemici loro. Questo non ci va bene,  eccetto una
    cosa,  perch,  vera: erano veramente vostri nemici,  i pi convinti e
    sinceri. Dispiace che vi abbiano dato, con le loro morti, un onore che
    non meritavate.
    Come un sasso tirato non rimane che l'invincibile grandezza del  gesto
    di aver provato a resistere, cos quel Tuono, quel Vento, che scavalc
    montagne  per  arrivare  quass ad accarezzarci,  a darci la forza per
    continuare, un'unica certezza: quel Tuono, quel Vento, lo possono fare
    solamente gli Di, solamente i compagni.


    - Francesca Graziani, Testimonianza al Progetto memoria, Milano 1995.
    Mi hanno chiesto di scrivere di te,  Alberto,  perch la  memoria  di
    quello che  successo non sia perduta,  perch l'ultimo atto della tua
    vita non cancelli in un vuoto di senso quanto l'ha preceduto.
    Ma come raccontare di te,  cosa dire in poche pagine,  quali  ricordi,
    quali  episodi  fra  i  tanti a cui ho ripensato mille volte in questi
    sedici anni...
    Raccontare il periodo della tua breve militanza politica  o  gli  anni
    all'universit  di  Padova?  Tutto questo - lo studio,  la musica,  le
    discussioni, i viaggi... - lo hanno spartito con te pi i tuoi amici.
    C'era gi una distanza fra noi allora...
    Ho conosciuto meglio il ragazzo  che  eri:  la  tua  intelligenza  non
    comune  che  ti  faceva  diverso dagli altri e ti rendeva difficili le
    amicizie;  la tua estrema  sensibilit  e  fragilit  che  cercavi  di
    nascondere  dietro la tua pungente ironia e le battute a mitraglia;  o
    dietro la maschera  di  qualche  personaggio  che  ti  eri  inventato.
    (Chiss  se  qualche  tuo  compagno  di  liceo  che faceva con te ogni
    mattina in treno Thiene-Schio, si ricorda ancora di "Gino",  una delle
    tue pi demenziali interpretazioni...)
    Ricordo  molto  bene il bambino tranquillo dall'aria un po' triste che
    eri;  il bravo studente portato ad esempio da insegnanti  e  genitori,
    anche a me che ero cos diversa, rumorosa, vivace, confusionaria...
    Quest'immagine  di  ragazzo  modello  ti imbarazzava fin da allora: in
    seguito ne sei stato talmente infastidito che hai fatto di  tutto  per
    liberartene.
    Lo  sai  cosa mi  venuto in mente quando sei morto?  Quella volta che
    abbiamo fatto fuori tutta una scatola di cioccolatini;  e poi  non  ti
    trovavamo pi,  perch ti eri messo in castigo da solo - a letto senza
    cena... Infanzia di un terrorista...
    In quei giorni di aprile 1979,  come un film,  tutta la  tua  vita  mi
    scorreva  davanti:  e  le  immagini  di te bambino si confondevano con
    quella del  giovane  uomo  che  eri  diventato  -  gi  a  me  un  po'
    sconosciuto...
    I  tuoi venticinque anni si condensavano in un unico grumo: non ho mai
    trovato strano in quei giorni che la casa dove sei morto fosse a pochi
    passi dalla casa dove tu avevi vissuto la tua - la nostra - infanzia.
    Vado avanti e indietro nel tempo della tua vita e mi riesce  difficile
    fare  un taglio tra la tua storia "privata" e la tua storia pubblica",
    proprio perch so bene quanto sia arduo disegnare questo  confine:  il
    "privato"  carne e sangue del "politico".
    Quel giorno, quando ho saputo della bomba - prima mi avevano detto che
    era  stata  una  bombola  a  gas  difettosa  - mi sono improvvisamente
    calmata.  A qualcuno sembrer paradossale: ma per me tutto prendeva un
    altro senso.
    Non  era stata la tragica banalit di un incidente,  che sarebbe stato
    ancora pi difficile per me da sopportare,  a farti incontrare il  tuo
    destino.  Tutto  un  lungo  percorso  ti aveva portato in quel piccolo
    bagno davanti a quella pentola a pressione piena di polvere  da  mina,
    in nome del "comunismo".
    Ero  stata  io la prima a trasgredire in famiglia,  dopo generazioni e
    generazioni di rispettabili cittadini, buoni cattolici, - lo zio prete
    fondatore di un  collegio,  il  pap  segretario  del  locale  partito
    liberale, la mamma - ancora per poco - democristiana.
    Un  giorno  tornata  da  scuola,  avevo aperto la porta per annunciare
    trionfante a mia madre: "Sono diventata comunista!" Lei  aveva  alzato
    gli occhi e mi aveva detto: "Non dire stupidate". Era il 1968.
    E  cos  dopo  le  riunioni  in parrocchia,  dopo le messe 'beat' e le
    letture su marxismo e cristianesimo,  dopo le  interminabili  litigate
    con  nostro  padre sul "pericolo rosso",  ognuno di noi aveva preso la
    sua strada.
    Per me c'era stato il femminismo,  per te l'incontro  con  l'Autonomia
    Operaia:  e  cos avevamo cominciato a litigare anche noi due.  Per me
    c'era in primo piano la  contraddizione  uomo/donna  (che  cos'era  il
    patriarcato  l'avevo  gi  imparato  in  famiglia);   per  te,   c'era
    l'operaio-massa e lo stato borghese che si abbatte, non si cambia.  Io
    per  te  ero una "femminista piccolo-borghese" e tu per me un "maschio
    sciovinista".
    Mi ricordo quando la mattina verso le cinque i tuoi compagni  venivano
    a  chiamarti per fare i picchetti davanti alle fabbriche: tiravano dei
    sassolini sulle tapparelle per svegliarti bestemmiando in  veneto.  La
    mamma  pregava  perch  il  pap  non  si  svegliasse e tu dopo un po'
    scendevi   insonnolito   e   andavi   alla   Lerolin   (una   fabbrica
    metalmeccanica)  a  convincere  gli  operai  di Veneto bianco,  che da
    questo orecchio non ci sentivano proprio, a non fare gli straordinari.
    Ho ancora un volantino scritto dagli operai  della  Lerolin:  stizziti
    per  le  vostre  visite  a loro non gradite,  ringraziano "la presenza
    esterna e responsabile dei Carabinieri"  e  denunciano  te  e  i  tuoi
    compagni:  nome,   cognome,   relazione  di  parentela  con  assessori
    democristiani,  con industriali della zona,  tutti figli  degeneri  di
    "buona famiglia", insomma.
    Veramente  avevate  avuto anche qualche successo,  per esempio facendo
    riassumere le operaie della Spinnaker; e con il centro sociale e radio
    Sherwood eravate diventati un punto di riferimento per molti  ragazzi.
    Credo che sia stato il periodo pi felice della tua vita, anche perch
    -  e  non    cosa  secondaria  - avevi trovato finalmente ci che eri
    andato sempre cercando: un  vero  amico:  Angelo;  e,  dopo  un  amore
    adolescente difficile e tormentato, una ragazza: la dolcissima Lucia.
    Eri  sempre fuori casa preso da mille attivit: spesso mi sono chiesta
    come facevi ad essere a posto con gli esami.  L'ultimo l'hai  dato  il
    sei  marzo:  medicina legale.  E' stato proprio il tuo professore,  un
    mese dopo, a farti l'autopsia.
    E cos "l'onda rossa" arrivata in ritardo in un  piccolo  paese  della
    provincia  veneta fin: e dopo arrivarono gli anni della disperazione,
    con i suicidi e i morti per droga...
    Tu non c'eri pi.  Ma io ho continuato  dentro  di  me  a  parlare,  a
    discutere,  a  litigare  con  te,  fratello silenzioso;  a raccontarti
    quello che succedeva  e  che  tu  (neanche  io)  non  ti  saresti  mai
    immaginato potesse capitare: la caduta del muro di Berlino,  il crollo
    dell'Urss,  la guerra in Jugoslavia,  Tangentopoli,  Craxi scappato in
    Tunisia;  Andreotti processato per i suoi legami con la mafia, la Lega
    di Bossi e Berluskaiser, l'ultimo nostro governo, un governo di destra
    sostenuto dalla sinistra con l'opposizione della destra, immaginandomi
    la tua sorpresa e cercando di figurarmi delle impossibili risposte.
    Perch tu,  in verit,  non sai niente di tutto questo:  non  sai  dei
    pentiti   che   hanno   parlato  e  sono  usciti  di  galera  e  degli
    "irriducibili" delle B.r.  che hanno pagato pi di tutti (ti  ricordi?
    "sono  compagni  che  sbagliano",  mi dicevi) e ora scrivono libri per
    riflettere sulla loro sconfitta e trovare un modo di andare avanti.
    Quando sei morto, nell'angoscia di quei giorni,  ho detto ad un'amica:
    dobbiamo  inventarla  noi donne un'altra politica,  perch questa  un
    suicidio.
    E questo ho cercato di fare in questi anni: ma a te non serve  proprio
    a niente, ormai, povero caro amato fratello mio.


    - Wanda Dal Maso Graziani,  Testimonianza al Progetto memoria,  Thiene
    1995.
    Oggi  venuta a trovarmi un'amica di mio figlio Alberto.  Quanti anni
    sono passati da quel giorno? 16 anni: un'eternit.
    Io  non  volevo riaprire una vecchia ferita che ho cercato di chiudere
    per sempre nel mio cuore. Ma oggi,  come un fiume in piena,  i ricordi
    hanno preso il sopravvento.
    Ero  impazzita  dal  dolore  per  la  sua  morte,  ma  specialmente mi
    ribellavo a quello che scrivevano i giornali: lo avevano  sbattuto  in
    prima pagina come un 'terrorista'. E lui non lo era.
    Aveva  ereditato da me la parte migliore: era mite,  buono e generoso.
    Un idealista.
    Amava la musica e suonava con la chitarra tutte le canzoni di Fabrizio
    De Andr.
    Ma si interessava anche alla realt che lo circondava: e  fissava  nei
    suoi  diari quello che lo emozionava di pi: i cortei dei disoccupati,
    dei senza tetto, dei cassaintegrati.
    Poi quando and all'universit,  non fu solo spettatore ma partecip e
    condivise con gli altri queste situazioni penose.
    I  suoi diari non li scrisse pi,  perch la 'sua' primavera fin l'11
    aprile 1979.
    Quando mor,  feci un sogno.  Sognai che avevano messo  il  suo  corpo
    dentro un sacco nero fuori dal cancello di casa.
    Ero presa dal panico che lo portassero tra i rifiuti; andai a prendere
    il sacco, lo apersi e vi trovai dentro solo foglie morte.
    Mi  misi a piangere e in quel momento lui mi apparve bello,  radioso e
    mi disse: "Perch, mamma,  dai tanta importanza al corpo?  Lo sai,  io
    sar sempre con te: vivo.





    LORENZO BORTOLI.


    Note biografiche.

    -  Lorenzo  Bortoli  nasce a Torrebelvicino (Vicenza),  il 23 dicembre
    1954.
    - si diploma all'Istituto d'arte Nove.
    - lavora come operaio decoratore alla Blue Bell di Bassano.
    - milita nel movimento studentesco.
    - dipinge quadri astratti.
    - convive con Maria  Antonietta  Berna,  nella  casa  di  Thiene  dove
    avviene l'esplosione dell'11 febbraio 1979.
    -  viene  arrestato  il 12 febbraio 1979 nell'inchiesta sui Collettivi
    Politici Veneti.
    - muore suicida nel carcere di Verona, il 19 giugno 1979.






    Scritture di Lorenzo Bortoli.

    - Lorenzo Bortoli,  Verbale di confronto tra coimputati,  Padova 15-6-
    79.
    Il  Bortoli al P.: "Ripeto ancora una volta che  falso quello che tu
    hai detto; ricordati di questo particolare: nella comune cella, mentre
    giocavamo a carte io ho estratto di tasca l'ultimo mandato di  cattura
    notificatomi  e  nel  leggerne  la  motivazione dove si faceva cenno a
    dichiarazioni  di  coimputati   ebbi   un   moto   di   sorpresa;   tu
    spontaneamente  mi  dicesti  che  eri stato tu e che avevi riferito su
    confidenze non vere perch ti era stata promessa dagli  inquirenti  la
    derubricazione  delle  imputazioni  e  la  concessione  della  libert
    provvisoria".


    - Lorenzo Bortoli, Foglio di richiesta, Carcere Verona, 18-6-79.
    Al signor direttore della casa circondariale di Verona.
    Le sarei veramente grato se potesse far pervenire  ai  miei  familiari
    (Fam.  Bortoli,  via  Lesina  di sotto Santorso - Vicenza) il seguente
    telegramma: "Raggiunto Antonia. Vi prego di essere sepolto con lei. Vi
    assicuro che sto  bene  cos.  Un  abbraccio.  Dite  a  Vanna  di  non
    piangere,  ma  di  ricordarsi  come  eravamo felici come ora che siamo
    nuovamente insieme. Lorenzo"
    La  pregherei  di  far  pervenire  anche  il  gruppo  di   fotografie,
    difalcando le spese dal mio conto personale. La ringrazio vivamente.



    Documenti  prodotti  da  organizzazioni  armate  per  la persona o per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Movimento Comunista  Organizzato,  Manifesto  "A  Lorenzo  Bortoli",
    Vicenza 19-6-80.  Questo non vuole essere un epitaffio commemorativo,
    tu per primo non lo vorresti. Lasciamo alla societ borghese la misera
    forma ipocrita di commemorare i propri morti.
    Noi vogliamo ricordarti da comunista, da proletario in lotta contro la
    barbarie del capitale,  dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo,  delle
    morti  "bianche"  e  per  aborto,  del  rifiuto a una vita invivibile.
    Questo  un filo rosso che unisce la tua  vita  alla  nostra,  la  tua
    militanza   comunista   alla   vita   di   milioni  di  proletari  che
    quotidianamente lottano contro  i  propri  sfruttatori.  La  tua  vita
    continua  in noi nella volont e nell'impegno che ci assumiamo nel non
    voler dimenticare chi ti ha costretto al suicidio.
    Certo credevano attraverso la tua morte di annientare  e  terrorizzare
    centinaia  di  compagni  che come te lottavano e soffrivano in carcere
    mentre in realt la tua morte ha smascherato ancora una  volta  e  per
    sempre  chi  si  nasconde  dietro  il  paravento  della  legge e della
    democrazia.
    La tua scelta  stata una forma di lotta,  non una  sconfitta.  Questo
    tutti i rivoluzionari ed i veri comunisti lo hanno capito.
    Mai  dimenticheremo con quanto odio le bande armate di Dalla Chiesa ti
    hanno aggredito; come il P.M.  Rende ha pianificato sin dall'inizio la
    tua morte,  attraverso l'isolamento, il non ricovero all'ospedale dopo
    il tuo primo tentato suicidio,  con la  provocazione  dell'inserimento
    con te in cella del burattino vigliacco C.P.
    Vogliamo  gridare  guardandoli  in  faccia  tutto il nostro odio verso
    queste figure,  vogliamo che sentano  continuamente  tutto  il  nostro
    disprezzo per le loro misere e meschine vite,  li vogliamo additare al
    disprezzo  proletario;  spregevoli  giocattoli  nelle  mani  dei  loro
    padroni.
    Certamente  questo  non  ti  far essere fisicamente tra noi.  Tu vivi
    nella nostra irriducibilit al sottometterci allo Stato del  capitale,
    vivi nel nostro bisogno di comunismo.
    Per tutto questo ti onoriamo e ti ricordiamo.
    O tutti o nessuno.
    Onore a Lorenzo, Angelo, Alberto e Antonietta.
    Per il comunismo.



    Documenti  prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento in
    cui ha incontrato la morte.

    - Vedi Progetto memoria, La mappa perduta,  Roma 1994,  Sensibili alle
    Foglie.

    -  Comitato  per  la  liberazione  dei compagni arrestati,  Conferenza
    stampa,  Vicenza 18-4-79,  in: "Ci sono vite che pesano come  piume  e
    vite che pesano come montagne", Vicenza 1979. Frammenti.
    Compagno dei Gruppi Sociali.
    C'  una  chiara volont da parte della stampa di guidare una campagna
    terroristica,  questo lo si vede chiaramente nell'atteggiamento  della
    stampa  locale  nei  confronti  dei  Gruppi  Sociali.  Voglio iniziare
    smentendo quello che  hanno  scritto  i  giornali,  cio  che  Lorenzo
    Bortoli  sia  stato  arrestato  ad  una  riunione  del  Gruppo Sociale
    Bassanese. E' falso perch i compagni erano a Padova all'assemblea. E'
    una diffamazione  voluta,  volontaria.  Si  collega  ad  un  tentativo
    generale  di criminalizzare quella che  l'esposizione pubblica,  alla
    luce del sole,  delle lotte politiche che  in  questo  periodo  stanno
    marciando nel vicentino.

    -  Comitato  di  zona  Partito  Comunista  Italiano,  "Un suicidio che
    riempie di sdegno", Thiene 21-6-79.
    Apprendiamo con profondo sgomento e  indignazione  la  notizia  della
    morte,  nel carcere di Verona, di Lorenzo Bortoli. E' accaduto ci che
    si temeva e ci che  le  forze  dell'amministrazione  della  giustizia
    erano tenute ad evitare.  Era infatti evidente che dopo 2 tentativi di
    suicidio (ed  gravissima responsabilit degli  organi  preposti  aver
    nascosto  un  tentativo  di  avvelenamento  con  farmaci,   dietro  la
    vergognosa accusa e  menzogna  di  intossicazione  da  droga)  Lorenzo
    Bortoli  si trovava in uno stato psicofisico di estrema prostrazione e
    che,  in  mancanza  di  cure  adeguate,  di  un'attenta  assistenza  e
    sorveglianza,   di   un  trattamento  pi  umano  e  non  assurdamente
    segregante,  non avrebbe desistito nel suo  intento  di  togliersi  la
    vita.  Proprio  queste  cure,  questa assistenza,  avevamo sollecitato
    aderendo all'appello del 30 Maggio lanciato da  alcune  personalit  e
    cittadini  democratici  sul "Giornale di Vicenza".  Anche alla luce di
    ci,     il    comportamento    delle    autorit    giudiziarie     e
    dell'amministrazione   carceraria      tale  da  suscitare  sdegno  e
    riprovazione,  in quanto si  dimostrato insensibile e incurante verso
    il diritto fondamentale di ogni essere umano: il diritto alla vita,  e
    verso i diritti costituzionali di un imputato  di  potersi  difendere,
    nella  pienezza  delle proprie facolt intellettuali e fisiche,  dalle
    accuse mossegli.
    Il suicidio di Lorenzo  Bortoli    quindi  un  fatto  di  eccezionale
    gravit. Le responsabilit nel comportamento delle autorit carcerarie
    e  giudiziarie  vanno  perci  indagate e punite,  per salvaguardare i
    valori dello stato di diritto e le garanzie che la Costituzione d  ad
    ogni cittadino.


    - AA.VV.  (Coordinamenti, collettivi, radio), "Lorenzo Bortoli  stato
    assassinato", Vicenza 1979. Frammenti.
    Lorenzo Bortoli,  operaio  decoratore  alla  Blue  Bell  di  Bassano,
    arrestato   dopo  l'esplosione  dell'11  aprile  di  Thiene  dove  era
    tragicamente morta la sua compagna Maria Antonietta Berna,  si  tolto
    la  vita  impiccandosi  nel carcere di Verona.  E' un suicidio che noi
    chiamiamo assassinio e del quale riteniamo responsabili  tutti  coloro
    che  hanno  abbandonato  Lorenzo  a se stesso,  spingendolo prima alla
    disperazione con l'accusa di omicidio nei confronti della persona  che
    amava di pi,  diffamandolo poi come dedito alla droga quando tent di
    suicidarsi una prima e una seconda  volta  ingerendo  dei  medicinali,
    rifiutando  infine il suo ricovero in ospedale come da tempo richiesto
    dal collegio di difesa e sollecitato anche da  organismi  sindacali  e
    sociali  della  provincia,  ma  negato  dai  giudici  del tribunale di
    Vicenza.
    Tutto ci  stato fatale per Lorenzo.  L'obiettivo  di  questo  Stato,
    cio  la  distruzione  fisica  dei suoi avversari,  ancora una volta 
    stato raggiunto.  (...) A tutte le strutture di movimento,  a tutti  i
    proletari  della  provincia proponiamo che la mobilitazione continui e
    si allarghi ponendosi come obiettivo centrale la  messa  in  stato  di
    accusa di tutti i responsabili della morte di Lorenzo (...).



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    -  Avv.  Giuseppe  Carnelutti,  Ricostruzione  dell'iter carcerario di
    Lorenzo Bortoli, Bassano 3-12-84. Frammenti.
    15 giugno: Proprio la sua calma agghiacciante, quasi indifferente, in
    contrasto col tremito delle mani e con lo  sguardo  disperato,  dietro
    quegli occhiali da Gramsci,  mi preoccupava.  (...) 24 giugno: Lorenzo
    viene sepolto a Thiene accanto ad Antonietta, come voleva. La famiglia
    gli aveva sempre voluto bene (li ricordo tutti,  in lacrime,  nel  mio
    studio,  dopo la morte); era un ragazzo intelligente, dolce e mite; le
    accuse mossegli erano tutte da dimostrare.  Se  ci  fosse  stata  meno
    negligenza,  se,  come  si  doveva,  ci fosse stata la convinzione che
    'ogni sforzo non andava lesinato per salvargli la vita'  (il  Giornale
    di Vicenza,  21-6-79;  ottimo articolo di un cronista: G. B.), Lorenzo
    sarebbe  ora  in  libert,   come  gli  altri   coimputati;   potrebbe
    difendersi, come gli altri; come gli altri, sarebbe vivo.

    -  "Le 'anime morte' di fronte a Lorenzo Bortoli",  in: Lotta Continua
    22-6-79. Frammenti.
    La terribile fine di Lorenzo ha intanto  scosso  le  anime  morte  di
    questa  citt  che  ieri    stata attraversata da una forte e sentita
    manifestazione di alcune centinaia di persone,  amici  e  compagni  di
    Lorenzo.   Si   erano   convocati  in  poche  ore,   usando  i  canali
    dell'amicizia  e  quelli  delle  radio  di  movimento,   Contropotere,
    Centofiori,   il   coordinamento  operaio.   La  federazione  unitaria
    C.G.I.L.-CISL-UIL di Vicenza definisce 'esacrabile e superficiale'  il
    comportamento  degli organi preposti alla salvaguardia dell'incolumit
    fisica e psichica dei detenuti. (...) E' necessario, dicono i compagni
    e gli amici di Lorenzo,  riprendere in noi questa tragedia,  assumerne
    tutto il peso che comporta, dato che ne va della vita di tante, troppe
    persone, abbandonate a se stesse e costrette ad un isolamento non solo
    politico (...).



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Archivio P.M., Testimonianza al Progetto memoria, Vicenza 1994.
    Il  dispositivo  di  controllo  che  lo  Stato  aveva  riversato  sul
    territorio nei mesi successivi al rapimento  Moro,  e  in  particolare
    dopo  il  7  aprile,  aveva  molto impressionato l'opinione pubblica e
    scosso anche molti settori del movimento.
    Quel movimento che negli anni precedenti aveva saputo  esercitare  una
    notevole  capacit  di  orientamento  sul  proletariato  delle piccole
    fabbriche e dei paesi dell'alto vicentino,  con pratiche  e  obiettivi
    radicati  negli  interessi  materiali di quegli strati,  si trovava di
    colpo a contrastare l'offensiva tutta giudiziaria e  militare  che  in
    loco assumeva anche i connotati della criminalizzazione in conseguenza
    della tragica morte di tre compagni che maneggiavano dell'esplosivo in
    una casa di Thiene.
    L'estate  era  dunque  arrivata tutta costellata di arresti,  denunce,
    fughe precipitose e pervasa di un velenoso incitamento  al  linciaggio
    da  parte  dei  giornali  locali.  E' in quel clima che la notizia del
    suicidio di Lorenzo,  richiuso nel carcere di Verona dopo l'esplosione
    di  Thiene,  arrivava  come ulteriore tragica mazzata ad indebolire la
    sacrosanta esigenza di saperne di pi,  di salvaguardare e onorare  la
    memoria  di  un giovane compagno vittima di un congegno terribile,  in
    seguito pratica abituale nelle carceri e nei tribunali  italiani,  che
    miscelava  insieme  minacce,  delazioni e intimidazioni per spaventare
    l'imputato ma anche per  distruggerlo  se  chiuso  e  introverso  come
    Lorenzo.
    Era  necessario  quindi fare controinformazione,  smentire,  chiarire,
    controbattere al Giornale di Vicenza e al Gazzettino che  si  facevano
    portavoce  di  una  volont  tutta protesa a radere alle fondamenta le
    ragioni, le pratiche,  e la memoria di un movimento che da un decennio
    aveva  saputo sviluppare opposizione ed antagonismo in una terra prima
    consacrata alle pratiche della sottomissione.
    I funerali di Lorenzo si svolgono in un clima  allucinante  di  stampo
    cileno,  con  elicotteri  e  autoblindo  nelle  piazze  dei  paesi e i
    compagni  con  i  parenti  che  si  stringono  davanti   alla   fossa,
    paralizzati e sdegnati a urlare giustizia e vendetta,  ma anche con un
    grande desiderio  di  uscire  dall'incubo  e  riprendere  a  vivere  e
    sperare.


    - Alcuni compagni di Thiene, Testimonianza al Progetto memoria, Thiene
    1995:
    (...)  Lorenzo nasce in un piccolo paese di campagna del Vicentino da
    una famiglia proletaria e "viene suicidato" nel carcere di Vicenza nel
    mese di giugno del '79;  ha vissuto gran parte della sua vita a Schio,
    cittadina operaia, polo industriale vicentino e italiano.
    La sua vita  quella di un qualsiasi giovane "diverso" di quegli anni:
    la  ricerca  di  un  proprio spazio di vita,  varie esperienze di vita
    comunitaria,  I'attrazione a provare nuove  esperienze,  alcune  anche
    negative quale l'uso di sostanze dannose quali l'eroina. Schio detiene
    in  quegli  anni  il  primato della tossicodipendenza.  Ma ha anche un
    grande amore: la pittura;  attraverso questa percorre sogni della  sua
    vita,  sogni  comuni  a  molti  di noi,  quali la voglia di libert (
    ricorrente nei suoi quadri il soggetto della farfalla) e la spinta  ad
    uscire  dall'incuho  che  alle  volte l'eroina gli provoca.  E' dentro
    questo contesto che arriva a Thiene,  attratto dalla  risonanza  della
    crescita  di  un  movimento  ampio  e  di piazza,  che in quel momento
    storico iniziava un percorso di  lotta  contro  la  democrazia  bianca
    veneta ed apriva la lotta contro lo sfruttamento. Qui la sua vita  ad
    una  svolta:  dentro  il  collettivo  trova la forza di rompere con il
    passato e nello stesso tempo  trova  l'altro  amore  della  sua  vita:
    Antonietta (...).
    LUIGI MASCAGNI.


    Note biografiche.

    -  Luigi  Mascagni  nasce  a Monte San Pietro (Bologna),  il 21 agosto
    1955.
    - si trasferisce con  la  famiglia  d'origine  a  Carimate  (Como)  da
    ragazzo.
    - frequenta il liceo scientifico di Como.
    - lavora come allenatore di calcio.
    - milita in Lotta Continua.
    -   nel  1977  costituisce  con  altri  un  gruppo  di  sostegno  alle
    organizzazioni armate.
    - muore colpito accidentalmente da un proiettile, durante un trasporto
    d'armi, a Milano, il 27 giugno 1979.



    Scritture di Luigi Mascagni.

    - Non ne sono state reperite.
    Documenti prodotti da organizzazioni  armate  per  la  persona  o  per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Documenti  prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento in
    cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Poesia-testimonianza al Progetto memoria.
    Piero,  A Luigi Mascagni giovane uomo ed amico nel  giorno  della  sua
    morte.
    Io sono un lupo.
    Da sempre ritorna quando tutto finisce
    un vuoto viscido e silenzioso.
    Freddo come le notti di gennaio
    triste nell'indefinita sera del lago.
    Il male  con te di nuovo e sussurra:
    - nessun futuro nessun futuro per te!
    ma io sono pi forte io sono un lupo
    porto in giro i miei occhi nella notte
    mordo l'aria scura uccido l'ignaro passante
    dentro il dolore non passa
    diventa pi forte
    ma io sono pi forte
    io sono un lupo
    grider la mia anima con la gola colma di sangue
    il sonno mi prender in luoghi oscuri e umidi
    la fame prender le mie forze
    ma io sono pi forte
    io sono un lupo
    nessuno mi vincer nessuno mi prender
    sono un lupo
    e ora sono solo.



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Archivio P.M., Testimonianza al Progetto memoria, Como 1994.
    Luigi Mascagni nasce il 21 agosto 1955, muore il 27 giugno 1979.
    Cresciuto a Carimate,  paese di frontiera tra le province di Como e di
    Milano, frequenta il liceo scientifico di Como. Entra nel gruppo Lotta
    Continua,  in cui milita fino alla diaspora del '76.  Nel '77  tra  i
    compagni  attenti e attratti dall'opzione armata.  Costituisce un'area
    di dibattito vicina  alle  organizzazioni  comuniste  combattenti,  in
    attesa di una scelta definitiva.
    E'  un'area  che,  pur non sviluppando un'azione politica diretta,  si
    impegna soprattutto nel  logistico.  Luigi  rinuncia  alla  visibilit
    politica,  frequenta un ristretto gruppo di amici e fa l'allenatore di
    calcio.
    E' iscritto all'universit.
    Nel giugno del '79 mentre trasporta delle armi,  rimane vittima di  un
    incidente.  Un  colpo  partito  accidentalmente  lo raggiunge al petto
    uccidendolo.  Il suo corpo viene trovato alcuni giorni  dopo,  segnato
    dalla lunga esposizione.  Basandosi su immagini ad effetto, la polizia
    (e non solo) cerca di accreditare  le  tesi  pi  diverse,  per  nulla
    benevole, sulle circostanze della sua morte.
    La sua figura, assolutamente limpida, verr ricordata dai compagni nei
    processi degli anni successivi.


    - Nello, Testimonianza al Progetto memoria, Como 1995.
    Ricordo di Luigi, compagno ed amico.
    Quanti  fogli ho stracciato dopo aver cominciato a scrivere!  La paura
    di cadere nella celebrazione vuota o nella banalit mi hanno  messo  a
    disagio.  Politica  e  memoria confuse dal tempo e dalla tensione alla
    ricostruzione d'identit. Ricerca di testimonianze, faticosamente, con
    la difficolt di dare valore ad  avvenimenti  scomparsi  nell'economia
    del tempo trascorso.
    Sono  passati  quasi  vent'anni  da  quando  in  quel caldo pomeriggio
    d'estate abbiamo con la tristezza  nel  cuore  accompagnato  Luigi  in
    quell'anonimo cimitero di provincia.  Ci eravamo conosciuti negli anni
    '70, attraverso... quella... esperienza di lotta e di vita che  stata
    la militanza in Lotta Continua.
    Sono stati anni pieni, ricchi di discussioni,  di lotte,  di progetti,
    gli anni dell'antifascismo,  del dibattito sul partito,  dell'esigenza
    di difendere un patrimonio di coscienza e di politica, gli anni in cui
    si poneva il problema dell'autodifesa militante.
    Gli anni dei servizi d'ordine, dei nuclei di controinformazione. Luigi
    ha vissuto  come  tutti  con  entusiasmo  questo  periodo  con  grande
    partecipazione emotiva.
    Insieme  abbiamo  sempre  sentito  l'esigenza  di  tradurre  in  fatti
    concreti il desiderio di trasformazione.
    Luigi aveva un vero talento per cogliere accenti, modi di fare, vezzi,
    cadenze,  dettagli fisici e tic di  comportamento  negli  altri,  cos
    nessuno   poteva   salvarsi   dal  non  avere  un  soprannome  che  lo
    identificava con immediatezza.
    Amava  lo  scherzo,   le  serate  passate  in  compagnia,   lo   sport
    appassionatamente,  ma  sapeva essere deciso e determinato nei momenti
    in cui la tensione e l'azione lo imponevano.
    Ma quando nel '75 inizia all'interno di L.C.  la crisi,  che  poi  la
    crisi di un modo di fare politica, stravolto dall'entit dei problemi,
    dalla ricchezza delle ragioni e dei contenuti e dall'insufficienza dei
    modelli  precedenti,  Luigi,  come me e come altri si trova spiazzato.
    Non  volevamo  che  la  grande  ricchezza  di  contenuti  degli   anni
    precedenti fosse dispersa nel ripiegarsi su se stessi.
    Cos  decidemmo  di  uscire,  di  abbandonare l'organizzazione che era
    stata un pezzo della nostra vita, ma sentivamo ormai lontana.
    Il resto della storia  quello comune a centinaia  di  altri  compagni
    che   con  percorsi  diversi  hanno  comunque  ricercato  percorsi  di
    liberazione, ed  sulla strada di questa ricerca che Luigi  morto.

    - Marco Lorenzini, Testimonianza al Progetto memoria, Como 1995.
    In quei pomeriggi della primavera del '75 mi accorsi che Luigi  aveva
    una gran voglia di parlare.  Non eravamo nella sede di Lotta Continua,
    ma passeggiavamo per le strade del centro, lungo un itinerario rituale
    per chi abitava a Como e si aspettava  d'incontrarvi  gli  amici,  sia
    quelli  che  facevano  politica sia gli altri.  L'occasione di parlare
    fuori dalla sede politica e lontano dalle fabbriche,  dalle  scuole  e
    dagli   impegni   di  militanza,   normale  con  gli  amici,   divenne
    straordinario perch avveniva con una persona con la quale condividevo
    l'esperienza politica ma che non consideravo amica.  In  sede  l'avevo
    sentito  discutere animatamente di calcio,  argomentare il suo piacere
    della lettura di fumetti quali Corto Maltese  e  Tex  Willer,  parlare
    vagamente di cinema come svago, ma soprattutto raccontare barzellette,
    lanciare  battute ironiche e mettere in ridicolo i comportamenti delle
    persone.
    Con Luigi non  condividevo  l'ascolto  della  musica,  le  letture,  i
    riferimenti culturali e spesso neanche i comportamenti: ecco perch mi
    pareva  strano e piacevole parlare con lui della vita,  dei desideri e
    del futuro.  Per la prima volta mi resi conto che esprimeva  dubbi,  e
    che dietro quei gesti a volte un po' spacconi, l'ironia delle parole e
    quell'apparente  sicurezza  di sempre,  sapeva parlare del senso della
    vita ed era capace di ascoltare.  Non avevamo quasi nulla in comune ma
    quelle  passeggiate  resero  comune  la  possibilit  di  parlare,  di
    ascoltarsi e il  disagio  della  diversit:  lui,  vestito  bene,  ben
    pettinato e con lo sguardo spesso rivolto in basso,  io, con i capelli
    lunghi e un po' scomposto nel vestire.  Mi chiedo se quelle sensazioni
    fossero comuni, ma non potendo dare una risposta restano solo un pezzo
    dei miei ricordi. Del resto l'esercizio della memoria  una operazione
    difficile e faticosa e spesso, purtroppo, ingannevole.


    - Cecco Bellosi, Testimonianza al Progetto memoria, Como 1995.
    Como, anni '70, piazza del Duomo. Gli spazi divisi: a nord i tossici,
    a  sud i compagni.  Con qualche bar promiscuo,  dai cucchiaini bucati.
    Gli spostamenti avvenivano da sud  a  nord,  mai  viceversa:  l'eroina
    portava con s il nome e la sua fatale attrazione. Molti volti li vedo
    adesso,  ancor  giovani,  sulle  lapidi di un cimitero che continua ad
    ingoiare i morti di Aids.
    Tra i due mondi non c'era conflitto, solo distanza.  Con Roberto ci si
    faceva il bianchino tutte le sere, in bottiglieria. Luigi svettava nel
    gruppo dei compagni, un po' per l'altezza, un po' per la voce, forte e
    sarcastica.  Personaggi  e  personagge  della piazza dovevano a lui il
    soprannome.
    Le  femministe  non  lo  amavano  e  la  cosa  ci  rendeva   complici.
    Appartenevamo   a   quella   setta   di  ostinati  comunisti  che  non
    riconoscevano nel conflitto di genere  la  contraddizione  principale.
    Eravamo  un  po'  (tanto) maschilisti,  anche perch ci piaceva andare
    controcorrente,  non piegarci come salici  alla  bufera  assumendo  la
    ridicola maschera di uomini femministi.
    Con i fasci legnate e qualcosa di pi. Ma l'atmosfera stava cambiando.
    Alle elezioni del '76 venne Boato per il comizio.  Luigi gli faceva da
    guardaspalle. "Guarda che destro mi tocca scortare,  l'ultima volta",
    mi disse con malcelato sarcasmo.
    Lotta Continua and alla diaspora, i compagni del servizio d'ordine si
    avvicinarono alla lotta armata.  Luigi  cominci  a  diradare  le  sue
    presenze in piazza sino a ridurle impercettibili.  Come tutti,  non si
    occupava pi di politica.  Il passaggio gli riusc  naturale,  vestiva
    stretto  l'abito di via Pal e dell'antifascismo militante.  Un mattino
    caldo di primavera passai davanti a una banca, per lavoro: sull'angolo
    opposto, con i ray-ban e un giornale che fingeva di leggere, Luigi. Il
    suo sorriso, quel giorno,  il ricordo pi vivo.
    Nel '79 Luigi mor, in un banale e tragico incidente professionale.
    In quei giorni ero via,  in uno stato di semiclandestinit.  Lessi  la
    notizia,  decisi  di  tornare.  Una  situazione  pesante.  I  compagni
    bloccati tra il discorso forte dell'appartenenza  e  le  indagini  dei
    Pinkerton  di turno.  I vecchi compagni di Luigi,  inveleniti di nuovi
    rancori,  vedevano nella lotta  armata  soltanto  una  riedizione  del
    terrore.  I  media  scatenati  alla  ricerca  di un piatto forte,  non
    importa quale: la disumanit dei  comunisti,  la  pista  inconsistente
    della droga, le allusioni rosa.
    Su  una  cosa  i  compagni  avevano ragione: i quotidiani di sinistra,
    Lotta Continua  e  Il  manifesto,  avrebbero  speculato  anche  su  un
    volantino  di  appartenenza.  Il clima era da resa dei conti.  Ricordo
    un'assemblea tesa e dura,  in cui  cercai  di  dire  con  la  prudenza
    necessaria  la verit,  ma ognuno viaggiava dentro i propri fantasmi e
    le proprie dietrologie.
    Il funerale,  con il momento istintivo e coinvolgente della cerimonia,
    sembrava  riunire  tutti  nel momento del dolore e della rabbia per la
    morte di un ragazzo di ventiquattro anni; subito dopo,  lo svuotamento
    dell'energia emotiva riport ognuno sui suoi passi.
    Incomprensioni   trascinate   per  anni,   forse  non  ancora  sopite,
    interrotte solo dal ricordo di Luigi in  alcuni  processi  degli  anni
    '80.
    Una  volta  fuori  sono  andato  a  trovarlo,  nel piccolo cimitero di
    Carimate: prima di  entrare  mi  sembrava  fosse  passato  un  secolo,
    davanti alla lapide diventava terribilmente vicino. Riti e ritmi della
    quotidianit spesso ci portano lontano,  ma il nostro passato  sempre
    qui, accanto a noi. Forse per condanna, anche per fortuna.
    FABRIZIO PELLI.


    Note biografiche.

    - Fabrizio Pelli nasce a Reggio Emilia, l'11 luglio 1952.
    - frequenta le scuole medie a Reggio Emilia.
    - lavora come cameriere.
    - milita nelle Brigate Rosse.
    - viene arrestato a Pavia nel dicembre 1975.
    - muore di leucemia nel carcere di San Vittore,  a Milano,  l'8 agosto
    1979.
    - Archivio P.M., Note sul percorso politico.
    Giovanissimo,  si  avvicina  al  "gruppo dell'appartamento" di Reggio
    Emilia,  in cui erano confluiti i giovani della sinistra reggiana  pi
    curiosi  e  vivaci  del  '68.  Insieme  ad  essi  prende  contatti col
    Collettivo Politico Metropolitano di Milano, di cui segue l'evoluzione
    fino alla costituzione delle Brigate Rosse.  La  sua  militanza  nelle
    Brigate  Rosse,  iniziata poco dopo la loro fondazione,  avviene prima
    nelle colonne di Torino e Milano e, successivamente, in quella veneta,
    fino alla primavera del  1975.  Sensibile  ai  nuovi  movimenti  e  in
    disaccordo con alcuni passaggi di ristrutturazione delle B.R., ne esce
    aprendo   un   rapporto   interlocutorio   con  i  progetti  politico-
    organizzativi facenti capo alla rivista Rosso e all'area dei  Comitati
    Comunisti  per  il  Potere  Operaio (Senza Tregua).  Viene arrestato a
    Pavia alla fine di dicembre del 1975 prima di aver aderito formalmente
    al progetto di Senza Tregua.



    Documenti prodotti da organizzazioni  armate  per  la  persona  o  per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    -  Non ne sono stati prodotti,  ma a Fabrizio Pelli vengono intitolate
    una Brigata e un'organizzazione armata a Salerno.



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    -  Comitato  di  lotta  del  Campo  dell'Asinara,  "Onore  al compagno
    Fabrizio Pelli",  Asinara,  agosto 1979,  in:  Controinformazione  16,
    Milano 1979.
    Per ogni comunista la morte  un evento naturale e Fabrizio Pelli era
    un comunista combattente.
    Anche  il  male  pi "incurabile" per un rivoluzionario  occasione di
    lotta e Fabrizio,  con il suo comportamento,  lo ha dimostrato a tutta
    la sua classe e ai suoi nemici, in quest'ultima, solitaria battaglia.
    Invano  i  corvi  borghesi  hanno atteso un suo cenno di debolezza per
    piegarlo,    per   ricondurlo   al   compromesso    dentro    l'ordine
    dell'oppressione.  A  nulla   servito tenerlo isolato fino all'ultimo
    istante,  privarlo della posta e della vicinanza  dei  suoi  compagni,
    negargli,  -  come  neppure il fascismo osava fare - di trascorrere le
    ultime ore di vita in compagnia dei suoi familiari, a casa sua.
    La speranza delle iene  andata delusa di fronte ad un  comunista  che
    aveva  maturato  a  fondo  un  principio  essenziale:  uomini  che  si
    rifiutano di interrompere la loro lotta,  o vincono o muoiono,  invece
    di perdere e morire!
    Il  Tribunale  di  Milano,  cos  sollecito  a  concedere  la  libert
    provvisoria per motivi di salute ai fascisti  assassini  di  proletari
    come  Braggion,  non    che l'ultimo anello di una catena di infamie,
    cominciata proprio qui, all'Asinara, dove il medico Silvetti si guard
    bene dal rilevare il reale stato  di  salute  del  compagno  Fabrizio,
    quando  nell'estate  dello  scorso anno cominci ad accusare i sintomi
    della  malattia.   I  Campi  di  Trani,   Fossombrone  e  Milano  sono
    altrettanti  anelli  del  suo  progressivo  annientamento che medici e
    direttori hanno perseguito con lucida  e  spietata  determinazione  in
    occulta  armonia con i funzionari del ministero di Grazia e Giustizia.
    E non vogliamo  dimenticare,  in  questo  elenco  di  canaglie  ancora
    viventi, carabinieri e poliziotti che hanno sottoposto i famigliari di
    Fabrizio  alle perquisizioni pi vili e che in ogni modo hanno tramato
    per interrompere il proseguimento delle cure.
    Noi proletari prigionieri del Campo  dell'Asinara,  che  con  Fabrizio
    abbiamo lottato e che, anche per il suo contributo, abbiamo rafforzato
    la  nostra  identit e la nostra organizzazione,  oggi diciamo,  senza
    alcuna retorica,  che i suoi nemici sono anche i nostri,  che  i  suoi
    assassini non resteranno impuniti!
    Onore al compagno Fabrizio Pelli!
    Onore a tutti i compagni caduti combattendo per il comunismo!.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    -  Diego  Novelli,  Nicola  Tranfaglia,  Vite  sospese,  Milano  1988,
    Garzanti. Frammento.
    S.R.  Una solitudine abissale,  appena temperata dal rapporto col mio
    compagno   di   allora,   Fabrizio,   che  per,   per  ferrea  logica
    organizzativa, vive in un'altra citt.  (...) L'uscita dalle B.R.  non
    vede  una mia significativa battaglia politica interna;  un po' perch
    sono una militante giovane e ho poca  'voce',  un  po'  perch  faccio
    molta difficolt a proporre l'interezza di considerazioni che sono pi
    'mie' che appartenenti all'intera generazione. Esco per con altri due
    compagni,  Fabrizio Pelli e C.,  che sono invece vecchi compagni delle
    B.R.  Formiamo un "gruppetto dissidente",  ma le motivazioni di ognuno
    sono  diverse,  coincidono solo nella preoccupazione - ciascuno a modo
    suo  -  della  verticalizzazione  dello  scontro  militare   e   della
    separatezza  crescente  della  pratica  organizzativa  dalle dinamiche
    sociali.  La nostra uscita avviene nella primavera del  1975.  Seguono
    alcuni  mesi  in  cui  -  completamente  soli e isolati - cerchiamo di
    mettere insieme  ricordi  e  conoscenze  per  ricucire  un  minimo  di
    contatti capaci di darci una nuova occasione di vita e di militanza.
    Nel  '75 esiste molta disponibilit nei nostri confronti,  fatta tanto
    di solidariet quanto di interesse per le  nostre  posizioni  critiche
    nei confronti delle B.R. e per le nostre intenzioni politiche quanto -
    anche  -  per  la  nostra ormai acquisita capacit militare.  Non sar
    dunque difficile ricostituire una possibilit di militanza  nel  magma
    in fermento del movimento della sovversione.  Purtroppo,  pochi giorni
    prima  di  riprendere  una  nuova  vita  militante,   Fabrizio   viene
    arrestato....



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Renato Curcio, Testimonianza al Progetto memoria, Roma 1994.
    Ho conosciuto Fabrizio,  Bicio per gli amici, nel 1969. Aveva 17 anni
    ma, a Reggio Emilia,  gi da tempo aveva fatto parlare di s.  "Per un
    colpo  di  flobert  indirizzato  ai  glutei di un politico del partito
    Liberale",  mi dissero,  tra l'ammirato e l'ironico i suoi compagni di
    allora.
    Non  aveva ancora diciotto anni quando venne a Milano con tutte le sue
    curiosit per la metropoli.  Ma ci  che  veramente  lo  spingeva,  in
    verit  era  una cosa sola: l'impegno militante a fianco di studenti e
    operai, di chiunque in qualsiasi modo lottasse, per cambiare le cose.
    Si sentiva un po' anarchico ma il fascino della rivoluzione bolscevica
    era su di lui cos potente che trascorreva infinite notti  a  leggere,
    oltre ai testi canonici,  qualsiasi saggio,  opuscolo,  libello che in
    qualche modo potesse arricchire le sue conoscenze.  E se qualcuno  per
    caso   citava  un'opera  che  gli  era  sfuggita,   s'infuriava,   non
    sembrandogli l per l possibile che quell'opera esistesse veramente.
    Se non era a volantinare,  in qualche manifestazione o  a  organizzare
    qualche  azione di lotta potevi star sicuro che il suo tempo era speso
    in letture. Politiche,  s'intende.  Una dedizione totale,  senza mezze
    misure.    Senza   concedere   a   se   stesso   nemmeno   gli   spazi
    dell'esplorazione della vita.
    Quando entr nella lotta armata,  nel 1971,  se non era il pi giovane
    certo  si  contendeva  il  primato.  Proprio  in  relazione  alla  sua
    giovanissima et, con altri due compagni ci chiedemmo se fosse il caso
    di accoglierlo nella vita clandestina che,  per ovvie ragioni,  non  
    tra  le  pi permissive.  Ma a Bicio il carattere non faceva difetto e
    non ne volle sapere di tutti gli argomenti che  gli  mettemmo  davanti
    per dissuaderlo.
    Era  molto  orgoglioso  e  un  po'  testardo.  Capitava  cos  che non
    accettasse di buon grado che altri gli insegnassero qualcosa.  Ricordo
    che   una   volta   s'infuri   con   un  militante:  non  ritenendolo
    adeguatamente colto  in  dottrina  marxista,  gli  negava  il  diritto
    d'insegnargli a guidare l'automobile.  L'altro, naturalmente, lo moll
    gi dalla macchina,  in piena campagna,  dicendogli: "Beh,  ora vado a
    studiare, tu raggiungimi a piedi!"
    Quando,  nel 1975, dopo l'evasione da Casale, lo incontrai di nuovo, a
    Milano, Fabrizio si era innamorato. Nella sua vita era la prima volta.
    E  il  calore  di  questa  nuova  e  magnifica  esperienza  scioglieva
    tumultuosamente   tutte  le  sue  rigidezze.   Della  sua  proverbiale
    rigorosit,  in quei giorni non rimase traccia.  A met della riunione
    pi  delicata,  lui  si  alzava  e borbottando "Scusate...",  in pieno
    candore se ne andava a telefonare.  Alla vita clandestina il suo stato
    di  grazia  caus  qualche problema,  ma alla sua vita personale certo
    fece un gran bene.
    Ho appreso la notizia del suo arresto dalla radio,  pochi giorni prima
    di essere a mia volta arrestato.
    L'ultimo  nostro incontro,  dunque,  avvenne in carcere.  All'Asinara.
    Alcune divergenze politiche che poco prima del suo arresto lo  avevano
    portato  a  distaccarsi  dalle Brigate Rosse non avevano in alcun modo
    intaccato il nostro affetto. I giorni trascorsi nella stessa cella, al
    Bunker dell'isola,  furono cos pieni di confidenze sulla nostra  vita
    privata. Giocammo anche a scacchi - costruiti con la mollica di pane -
    ridendocela  a pi non posso sul nostro incontro,  qualche anno prima,
    con quel gioco. Nel tempo della clandestinit, a Torino. Sull'onda del
    duello tra Carpov e Fisher,  - USA contro Urss - Bicio aveva deciso di
    "sapere  tutto"  sugli scacchi,  proprio come qualche anno prima aveva
    fatto con  la  rivoluzione  bolscevica.  S'era  quindi  comperato  una
    scacchiera,  tanti  libri,  riviste  e s'era sprofondato nello studio.
    Venne finalmente il giorno della prima prova.  Si sentiva pronto e col
    sorriso  diceva:  adesso  ti  faccio vedere...  Ci provai col fatidico
    "scacco del barbiere": scacco matto in  pochissime  mosse.  E  la  sua
    inesperienza  ebbe la peggio.  Come al solito and su tutte le furie e
    per un bel po' di tempo di scacchi preferimmo non parlarne pi.
    All'Asinara mi disse anche dei malori  che  poco  dopo  lo  portarono,
    rapidamente,  alla morte.  Ma di cosa effettivamente si trattasse,  in
    quel carcere senza alcun servizio medico, non fu possibile stabilirlo.
    Non si lament mai delle mancate cure: per lui era scontato.  E  anche
    questo, ricordando Bicio, non pu essere pi dimenticato.


    - Annibale Viappiani,  Testimonianza al Progetto memoria,  S. Maurizio
    (Reggio Emilia) 1994.
    Scrivere di Pelli Fabrizio  per me scrivere di una parte  della  mia
    vita,  di  una stagione: l'adolescenza e gli anni successivi,  dove di
    fatto si delineano le scelte che influenzano il resto della  vita.  Ci
    siamo  divisi  a  vent'anni  con due scelte opposte per non rivederci.
    Questo intreccio  inseparabile;  il luogo comune dove abbiamo vissuto
    questi  anni dell'infanzia e i successivi  la periferia est di Reggio
    Emilia (San Maurizio)  a  circa  4  chilometri  dal  centro,  famiglie
    proletarie che significava non avere,  o avere pochi pochissimi, soldi
    in tasca.
    L'autobus con un viaggio  rettilineo  e  immediato  collegava  con  il
    centro  in  5  minuti.  La  via  Emilia fa di questa citt qualcosa di
    speciale in senso di spazio e tempi.
    Il primo grande interesse  stata  la  musica  di  Blues-Rock  inglese
    (Yarbirds - Animals, eccetera), tutto ci che era comunque diverso dai
    composti e laccati Beatles.
    La folgorazione fatale: Fabrizio riusc a trovare una vecchia batteria
    ed  io  una chitarra.  Un concerto dei Nomadi,  gruppo locale,  che in
    particolare a met degli anni '60 cantavano  "Dio    morto",  canzone
    allora proibita, fu interrotto da una carica della polizia che sgombr
    la piazza e danneggi gli amplificatori.
    Decidemmo  assieme  ad altri di trovare un posto in citt per fare una
    specie di club, trovammo una stanza.
    Le scuole medie Fabrizio le aveva  fatte  in  collegio,  un'esperienza
    spiacevole.  Si  inizi un periodo incredibile,  l'interesse cadde sui
    perch,  perch una canzone,  uno spettacolo devono essere  censurati!
    Iniziammo  a  leggere  di tutto e ad approfondire tutto,  rimanemmo di
    fatto in due,  ci si divise i compiti e in poco  tempo  si  approd  a
    Bakunin,  all'Anarchismo; conoscemmo altri coetanei, la stanza divent
    un circolo Anarchico, si fond la Federazione Anarchica Reggiana,  non
    pi di sei aderenti. La rapidit con la quale Fabrizio leggeva i libri
    era proverbiale.
    Si approfond l'Anarchismo e la psicoanalisi, sostammo parecchio su W.
    Reich  e  la  rivoluzione  sessuale.  Poi  scoprimmo  E.  Malatesta  e
    l'occupazione delle fabbriche del 1920,  la cosa ci appassion di  pi
    delle  dispute fra i vari filoni dell'Anarchismo.  Quindi Gramsci e il
    marxismo  critico,  Rosa  Luxemburg  e  la  sinistra  non  stalinista.
    Fabrizio divorava i testi;  era avido di conoscere e allo stesso tempo
    un critico di ci che conosceva e leggeva;  aveva una grande fretta di
    approfondire  e  poi  di sistemare le cose che apprendeva.  Avevamo un
    metodo: si iniziava  la  discussione  su  ci  che  si  era  studiato:
    mediamente per accordarci si faceva notte.
    Si  innamor  in quel periodo,  circa sui 15 anni,  di una ragazza che
    andava a lezioni di violino;  quando lo si prendeva  in  giro  per  la
    violinista,  che  era  ovviamente  di  buona  famiglia,  si arrabbiava
    moltissimo.  Lui che usava l'ironia  e  il  sarcasmo  sino  al  limite
    dell'offesa con tutti e con tutto.
    Due  avvenimenti  fondamentali.  Il  primo  che  sanc il distacco dal
    movimento  anarchico:  Fabrizio  partecip  al  congresso  della   Fai
    (Federazione  Anarchica  Italiana)  del  1968  e fu espulso insieme ai
    "Francesi" D. Cohn Bendit,  eccetera (avevano semplicemente chiesto lo
    scioglimento della federazione). Poi una provocazione fece chiudere il
    circolo.  Secondo:  l'invasione  della  Cecoslovacchia e la guerra del
    VietNam. Il fatto era di una enormit tale che ricordo partecipiamo da
    quel momento a tutte le manifestazioni contro l'imperialismo.
    Critica   e   lotta   all'imperialismo,   la   F.G.C.I.    organizzava
    manifestazioni tutti i sabato pomeriggio, non mancava mai l'argomento.
    Avevano un significato particolare anche perch il percorso si snodava
    nel centro cittadino "il salotto".
    Avevamo  allora  16 o 17 anni;  prendemmo una decisione,  approfondire
    tutto Marx,  "Grundrisse" e  primo  libro  del  "Capitale"  e  via  di
    seguito.
    La nascita di Luca,  che si aggiunse a due sorelle ed un fratello,  lo
    riemp di gioia.  Lo presentava a tutti con  orgoglio,  era  strano  a
    vedersi  con  quel piccolo neonato fra le braccia.  La sua famiglia si
    trasfer in un quartiere di case popolari a ridosso  della  citt.  La
    scuola  la  odiava  e  cos  i  professori,  che definiva autoritari e
    ignoranti. Discutemmo sul da farsi, poi venne la svolta,  la scissione
    della  F.G.C.I.  reggiana.  Nasce  il  Collettivo  Politico  Operai  e
    Studenti (C.P.O.S.).  La composizione:  maggioranza  ex-F.G.C.I.,  ex-
    PSIUP  e  noi  due.  All'assemblea  inaugurale  in parecchi presero la
    parola;  Fabrizio contrariamente al  solito  disse  poche  frasi,  era
    stranamente emozionato,  che suonavano cos: "E' una societ ingiusta,
    un mondo ingiusto, bisogna fare la rivoluzione".
    Gli fu affibbiato un soprannome, 'Bicio'; per mantenersi inizi a fare
    il cameriere alcune sere la settimana e nei festivi.
    Era chiaro a  tutti  che  iniziare  una  discussione  con  il  'Bicio'
    significava: 1) non riuscire a tenergli testa; 2) non sapere come e su
    cosa sarebbe finita, se mai lo sarebbe.
    Vi era in lui un'energia vitale enorme che lo spingeva sul "fare", sul
    riuscire  a  unire  o  legare  assieme  tanti  elementi,  tutti quelli
    disponibili. L'irruenza,  la necessit di muoversi,  il suo comunicare
    velocissimo,  la necessit di essere immerso in qualcosa che bruciasse
    comunque le tappe per arrivare a capire per intervenire.  Partecip ad
    un  progetto che approfondiva la realt economica/politica locale.  Il
    "modello emiliano", la cooperazione, il partito. L'ideologia - la cosa
    cadde con l'instaurarsi dei rapporti con il C.P.M. e la trasformazione
    in Sinistra Proletaria del collettivo.
    La discussione fu fatta sui  punti  "alti":  la  metropoli,  i  grandi
    centri  operai,  ovvio  che  una  realt come la nostra era pressocch
    insignificante. Naturalmente, la cosa non lo convinse. Fummo investiti
    da confronti strategici sulla "fase",  fatti a Milano e a Reggio,  sul
    Leninismo, su Mao. Nel periodo del massimo splendore di Mao la sede si
    riemp di posters sulla Cina: uomini e donne curvi al lavoro. Fabrizio
    mandava su tutte le furie il pi accanito sostenitore del Mao-pensiero
    dicendo: "Facciamo una colletta gli mandiamo un trattore cos lavorano
    meno e pensano di pi a Mao", il tutto condito con una grande risata.
    Al  convegno  di  Pavullo,  Fabrizio  non  partecipa.  L'esclusione lo
    rammarica molto,  ma la discussione successiva riportata nel gruppo ne
    sancisce  la spaccatura.  La maggioranza di Sinistra Proletaria scelse
    in quel convegno l'approfondimento sull'evoluzione  organizzativa  che
    di fatto porta di l a poco alla scelta della lotta armata. I rapporti
    diventarono  tesi  e  si  incattivirono all'interno.  Si iscrive in un
    Istituto tecnico e fa lavoro politico fra gli studenti. L'ultima volta
    che ci siamo visti era aggrappato alla porta di un  autobus  di  linea
    che   gridava   agli   studenti   di   scioperare   contro   l'aumento
    dell'abbonamento e per ottenere trasporti  gratuiti.  Io  partii  poco
    dopo per il servizio militare,  era l'inizio del 1972,  non ci saremmo
    pi n visti n sentiti.  Ho appreso del  suo  arresto  dai  giornali,
    all'inizio  del  1978  della  terribile malattia che lo aveva colpito.
    Nonostante sia piantonato in un letto d'ospedale,  guardato  a  vista,
    instaura  un  rapporto  con il personale e i medici che lo curano,  si
    informa sulla malattia,  si fa portare dai medici tutti i testi che ne
    parlano e dialoga con loro quasi a volerne seguire le tappe.
    Dopo pochi mesi,  in agosto, muore. Ricordo il dolore, il dolore della
    famiglia e la rassegnazione di chi vede spegnersi  lentamente  un  suo
    caro. Il funerale, un corteo di trenta persone, poliziotti in borghese
    tanti,  gli  abitanti  del posto che l'avevano visto crescere ai lati,
    quasi a dire "noi lo conosciamo ma non abbiamo nulla a che  fare",  la
    telecamera  sul campanile che filmava il tutto per la Digos,  i fiori,
    un po' di terra che ognuno di noi ha depositato sulla bara.  Aveva  26
    anni.
    Fabrizio  Pelli  non    riconducibile  a  nessuno  schema o prototipo
    precostituito di tipo generazionale. Il suo essere 'a s' deriva da un
    incontro tra una personalit forte e una rottura storica di qualit  e
    dimensioni  difficilmente  ripetibili;  l'antiautoritarismo allo stato
    puro,  la straordinaria vitalit,  la ricerca continua di spiegazioni,
    la  critica e l'ironia,  l'uso disinvolto di queste cose tutte assieme
    sono sicuramente i suoi tratti distintivi.
    Mentre scrivevo queste note ho lasciato spesso andare la mente su cose
    e ricordi e si  prodotto qualcosa di  ricorrente  come  pensiero,  un
    pensiero che ha come base di partenza un "se".
    Ma  "se" Fabrizio uscisse in questi mesi o fosse gi uscito di galera,
    come ha fatto la totalit dei Reggiani coinvolti nella  lotta  armata,
    come sarebbe.  Andrebbe grosso modo cos: - Incontro con vecchi amici,
    cena, discussione a 360 gradi; poi si finirebbe in due: spietato sulle
    cause della sconfitta subita con tesi strane e indigeribili su tutto e
    tutti. Tu al massimo avresti detto dieci parole. Poi "Ma tu che non ci
    sei stato,  che non hai  partecipato,  che  ti  sei  collocato  in  un
    osservatorio  privilegiato,  converrai con me che questa societ  pi
    ingiusta ancora pi ingiusta, che il mondo  sbagliato.  Perch questo
    anche  tu  lo riconosci - avrei detto qui le mie ultime dieci parole -
    poi da dove si riparte per l'analisi da cosa,  cosa  si  pu  fare..."
    Sino  a  quando avrebbe avuto la forza di parlare ti avrebbe investito
    di analisi, idee e tutto ci che si conosce vi sarebbe entrato.




















    SALVATORE CINIERI.


    Note biografiche.

    - Salvatore Cinieri nasce a Grottaglie (Taranto), il 27 aprile 1950.
    - emigra a Genova da ragazzo.
    - si sposa ad Asti (con la sorella di Attilio di Napoli).
    - ha quattro figli.
    - viene arrestato la prima volta il 7 dicembre 1976,  ad Asti,  perch
    nell'appartamento  in cui vive vengono rinvenuti documenti e volantini
    dei Nuclei Armati Proletari.
    - evade dal carcere e  viene  riarrestato  nell'ambito  dell'inchiesta
    contro Azione Rivoluzionaria.
    -  viene ucciso da un detenuto per reati comuni nel carcere Le Nuove a
    Torino, il 27 settembre 1979.



    Scritture di Salvatore Cinieri.

    - Non ne sono state reperite.
    Documenti prodotti da organizzazioni  armate  per  la  persona  o  per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    -  Azione  Rivoluzionaria,  "Rendiamo  onore alla memoria del compagno
    Salvatore Cinieri",  4 ottobre 1979,  Torino.  Documento presentato al
    processo da militanti di Azione Rivoluzionaria.
    Noi ne attestiamo qui la presenza morale,  anche se una tragedia,  di
    cui ancora ci sfuggono i contorni,  ci ha privato della  sua  presenza
    fisica,  sconvolgendo  i  nostri  cuori.  Noi esprimiamo lo sdegno pi
    incontenibile contro  le  verminose  calunnie  propagate  dalle  penne
    prezzolate  del regime in un estremo tentativo di infangarne la figura
    di   proletario    irriducibilmente    antagonista,    di    militante
    rivoluzionario esemplare.
    Non abbiamo eroi da celebrare, non ne vogliamo neppure. Ma pretendiamo
    il rispetto della verit d'un percorso umano che sappiamo senza ombre,
    che sappiamo cristallino nelle sue sofferenze,  nei suoi slanci, nelle
    sue miserie,  nelle sue grandezze.  Non siamo abituati alla retorica e
    non  abbiamo  da esibire nulla di spettacolare.  Intendiamo soltanto i
    momenti della vita di un proletario come tanti  altri,  un  proletario
    determinato a porre fine allo stato presente delle cose.
    Salvatore, ancora adolescente, conobbe l'impatto del trapianto forzato
    dal Meridione d'Italia verso la grande citt industriale del Nord,  in
    quel grande "cammino della speranza", che solo alla disperazione della
    fame e della miseria di milioni di famiglie  contadine  del  Sud,  non
    suonava  d'insulto.  Prima  tappa  di questa autentica deportazione in
    massa fu per lui Genova,  immediatamente a contatto con la realt  dei
    vicoli  che  avrebbe  lasciato  un  segno  indelebile  su tutta la sua
    esistenza.  Non passarono molti anni e conobbe la prigione,  una prima
    dura  esperienza  che  s'affacciava  - era il 1968 - sulla stagione di
    fermento e rivolta che avrebbe percorso tutto l'arcipelago carcerario.
    Espropriare per sopravvivere materialmente. Rifiutare la sopravvivenza
    per tentare di vivere.  Un gioco che val bene il rischio della galera.
    Dopo  anni  di extralegalit,  per Salvatore,  ancora adolescente,  le
    porte della prigione si aprirono ineluttabilmente.  Ma i giovani  come
    lui,  e  lui  tra i primi,  portarono dentro le galere i fermenti,  le
    insofferenze,  tutta la carica di ribellione  di  quel  carcere  senza
    apparenti muri che  la societ dei proletari.
    Fu  in prima fila nella rivolta di Marassi del 1969.  Dopo Genova,  la
    girandola dei  trasferimenti.  Prima  il  carcere  di  Massa,  poi  il
    famigerato  lager  di  Volterra,  dove  non  furono  certo  i pestaggi
    sistematici ad opera dei boia locali a piegarne la  resistenza.  Tutte
    le  tappe  dei  suoi  trasferimenti  furono momenti di lotta,  come la
    distruzione del carcere di Pisa. La durezza del "trattamento" di Nuoro
    e Sassari (dove ancora una volta i boia sanguinari che  passano  sotto
    il  nome  di agenti di custodia si accanirono contro di lui) non sort
    l'effetto sperato.  Tornato a Genova partecip attivamente alla  nuova
    rivolta del 1970.  Fin a Enna, nel 1971, dove fu ancora in prima fila
    nelle lotte. Scontata la condanna,  usc dal carcere nel 1972,  con il
    fiore dell'odio che aveva dato nuovi boccioli. Si stabil a Torino per
    un  breve periodo.  Nel 1973 cadde nelle mani della polizia elvetica e
    speriment l'isolamento delle prigioni svizzere.  Rimase  ancora  poco
    tempo in libert,  perch,  rilasciato nel 1974, venne riarrestato nel
    1975.   Intanto  nelle  prigioni  cominciavano  ad  affluire  i  primi
    militanti  di  lotta  armata  caduti,  e l'incontro con costoro fu per
    Salvatore particolarmente  salutare  perch  in  lui  si  acceler  il
    processo  di  presa  di  coscienza e matur la decisione di dare forma
    conseguente all'innato antagonismo.  Uscito di prigione,  tutto il suo
    impegno  fu  dedicato  al  problema  del carcere,  portando avanti una
    fattiva opera di controinformazione e solidariet  verso  i  proletari
    imprigionati.
    Dopo un'ennesima breve sosta in prigione, compie un primo tentativo di
    organizzazione   armata.   Quindi   decide   di  meglio  organizzarsi,
    scegliendo il terreno della semiclandestinit, nella preoccupazione di
    non perdere tutti i  legami  sociali  e  umani  intessuti  negli  anni
    precedenti. Intanto in lui si precisano meglio i contenuti della lotta
    rivoluzionaria   e  matura  definitivamente  il  progetto  libertario.
    Partecipa  ad  un'infinit  di  azioni  nel  quadro  della  guerriglia
    proletaria.  Non ci dilunghiamo in questo capitolo di cui svilupperemo
    in prosieguo le tracce che gi  emergono  dagli  atti  processuali  di
    questa corte.  Il 1977  per lui un anno intensissimo che,  purtroppo,
    si  conclude  con  un  nuovo  e  definitivo   arresto,   nell'ottobre.
    L'universo  carcerario ha nel frattempo conosciuto una svolta,  quella
    dell'istituzione  delle  carceri  speciali,   e  all'interno  di  esse
    Salvatore  si muove con coerenza e spirito battagliero,  rifiutando il
    rinvio a tempi mitici e indeterminati  del  problema  centrale  che  a
    tutti i detenuti sociali con prepotenza si pone: quello della libert.
    Non  stiamo  ad  elencare  gli  innumerevoli  episodi  di  lotta a cui
    partecipa.  Coloro che lo conobbero sanno che le sue reali tensioni lo
    portavano  al fianco di quanti anelano alla riconquista della Libert,
    sanno  che  egli  stesso  era  parte  di  quell'"altro  movimento"  di
    proletari  imprigionati  di  cui  le  cronache  politiche non parlano,
    proprio perch per questo movimento era pi volte andato incontro alla
    galera  e  aveva  sfidato  la  morte,  quando  invece  avrebbe  potuto
    sfruttare   gli   agi   e   le  comodit  che  gli  potevano  derivare
    dall'incameramento personale dei numerosissimi espropri effettuati, al
    punto di lasciare oggi dietro di s ben quattro figli che non hanno di
    che sfamarsi.
    La sua morte  quasi un'ironia del destino e  ci  lascia  increduli  e
    sgomenti,  quasi avremmo preferito avvenisse altrimenti,  in ogni caso
    in modo meno banale. Ed avremmo persino accettato questa banalit,  se
    non  avessimo letto tutte le menzogne,  tutte le montature dei Ferrero
    di turno,  di questi laidi corvi sempre pronti a trasformare a fini di
    dominio,  a  fini  di  consenso  spettacolare,  ogni evento della vita
    quotidiana.  Un uomo come Salvatore stava e poteva stare da una  parte
    sola  della barricata,  un compagno generoso e moralmente integro come
    Salvatore stava e continuava a stare al di qua della barricata, contro
    ogni potere. Egli era sempre rimasto fedele ad una consegna che si era
    data,  insieme ad innumerevoli altri soggetti antagonisti,  durante la
    primavera  dell'insurrezione  carceraria del lontano 1971: "I detenuti
    non vogliono  autogestire  il  carcere,  cos  come  i  proletari  non
    vogliono  dirigere  questa  societ  di  merda,  ma  distruggerla".  A
    quest'opera di distruzione ha  dato  veramente  tutto  se  stesso.  Da
    quest'opera di distruzione  rimasto tragicamente travolto.  E' atroce
    constatare le divisioni all'interno del proletariato  imprigionato,  i
    motivi di frattura che possono insorgere tra un prigioniero e l'altro.
    Incomprensioni,  equivoci,  possono  rompere  la  comunanza  dei  loro
    interessi reali.  E' compito dei proletari pi consapevoli  adoperarsi
    per il superamento di questi contrasti,  affinch tutte le energie dei
    detenuti sociali si coalizzino contro l'unico vero nemico: il  sistema
    di  oppressione  carcerario,  affinch  tutti gli sforzi siano diretti
    alla conquista del fine comune: la  libert.  Ora,  aldil  del  fatto
    particolare,   di   cui   non   abbiamo   ancora   tutti  i  contorni,
    un'osservazione va fatta, che abbiamo sviluppato in un'altra sede e ci
    proponiamo  meglio  ancora  di  precisare.   E'  tale  la   situazione
    all'interno    del   carcerario   che   si   rischia   di   avvelenare
    irrimediabilmente  l'atmosfera.   Fasce   consistenti   di   proletari
    imprigionati  lottano  concretamente  non  solo  contro  le condizioni
    presenti nel carcerario,  ma anche  contro  l'esistenza  stessa  delle
    prigioni  e della societ che conseguentemente la esprime,  ma ci non
    significa che si sia dato o si possa dare un coagulo in tesi politiche
    e in modi organizzativi esclusivi. Avviene invece, che alcune frazioni
    organizzate  del  proletariato  prigioniero  tendono  ad  assumere  in
    proprio  il  frammento e a gestire il potere totalitario del frammento
    (cio queste stesse frazioni rispetto alla ricchezza dell'intero corpo
    sociale detenuto e del movimento sociale complessivo)  raggrumando  le
    esperienze  in  ideologia  particolare  e  in  formule  organizzative,
    rovesciando la realt della loro organizzazione in  organizzazione  di
    tutte   le   realt,   con  tutto  quanto  ne  deriva  in  termini  di
    colonizzazione ideologica dell'esistente.  Questo clima  generale  non
    favorisce  certo  l'attutimento  dei  contrasti  interpersonali,  anzi
    contribuisce ad esasperarli fino a conseguenze estreme, perch tramuta
    le divisioni  "ideologiche"  in  denigrazione,  perfino  in  calunnia,
    provocando  o  almeno  agevolando  rotture  all'interno della comunit
    carceraria  antagonista.   A  tutto   il   movimento   dei   proletari
    imprigionati,  a  tutti  i  detenuti  sociali si impone di fare al pi
    presto un bilancio di tutti questi limiti allo scopo di superarli  con
    la necessaria chiarezza teorica e pratica,  fuori da ogni reificazione
    ideologica,  allo scopo di  compiere  un  ulteriore  passo  avanti  in
    direzione  di  una  reale  aggregazione  del  proletariato incarcerato
    attorno all'obiettivo della soppressione del carcere e della conquista
    della libert.


    - Azione Rivoluzionaria,  "La 'dea bendata' ha colpito ancora:  sempre
    pi cieca", Corte di Assise di Torino, 20-5-80, in: Controinformazione
    19, Milano 1980. Frammenti.
    (...)  Approfittiamo  di questa circostanza per fare una precisazione
    su quanto dichiarammo in quest'aula 8 mesi fa in  coincidenza  con  la
    prima udienza di questo processo e con la morte del compagno Salvatore
    Cinieri.  Sulla  nostra  dichiarazione  nato qualche malinteso che ci
    preme diradare,  un malinteso generato dalla parte finale  del  nostro
    scritto.   Avevamo   fatto   osservare  che  esistevano  divergenze  e
    differenze  all'interno  dello  strato  proletario  imprigionato,  una
    situazione  che  non favoriva il pi ampio dispiegarsi di cooperazione
    antagonista e sovversiva all'interno delle galere e che  ritardava  il
    costituirsi d'una reale comunit carceraria, omogenea, non tanto sulle
    finalit  -  che  sono  chiare a tutti: liberazione e soppressione del
    carcerario - quanto sui percorsi e processi organizzativi da  seguire.
    Accennavamo  al  clima  di  divisione  presente nelle carceri il quale
    "oggettivamente"    favorisce     l'esasperazione     dei     rapporti
    interpersonali.    Sottolineavamo    l'urgenza   di   comprendere   le
    diversificazioni allo scopo di superare questi limiti oggettivi con il
    massimo di chiarezza teorica e pratica, evitando l'appiattimento delle
    tensioni ricche e composite esistenti.  Su questo passaggio finale  si
    sono  gettati  come  sciacalli  i  soliti  pennivendoli  di  Stato  e,
    purtroppo,  anche fogli che pur si dicono  libertari,  i  quali  hanno
    tentato di travisare l'episodio della morte del compagno Cinieri.
    Ora,  aldil  delle  illazioni sollevate dalla stampa e tutte volte ad
    approfondire le divisioni nel carcerario,  ci preme  qui  ribadire  la
    totale  estraneit  di  qualsiasi  frazione organizzata alla morte del
    compagno Cinieri.  Accennare a divisioni anche marcate e a limiti  nei
    rapporti  tra  le  varie  componenti prigioniere aveva per noi un solo
    scopo: aprire un dibattito e un confronto capaci di arricchire  queste
    stesse  componenti.  Non si voleva alludere alle conseguenze di queste
    divisioni se non in termini puramente oggettivi,  escludendo  in  ogni
    caso  qualsiasi volont soggettiva delle varie componenti presenti nel
    carcerario. Torino, 20 maggio 1980.



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Enrico Fenzi,  Armi e bagagli. Un diario dalle Brigate Rosse, Genova
    1987, Costa & Nolan. Frammenti.
    In settembre, nel cortile delle Nuove,  a Torino,  Salvatore Cinieri,
    un  membro di Azione Rivoluzionaria,  l'organizzazione anarchica,  era
    stato accoltellato a morte da un detenuto  comune  mezzo  siciliano  e
    mezzo  spagnolo.  In  quei giorni se ne riparl molto,  forse perch a
    Torino,  durante il processo a loro  carico,  i  militanti  di  Azione
    Rivoluzionaria,  tra  i  quali  Gianfranco Faina,  avevano esaltato la
    figura dell'ucciso,  e si erano scagliati  contro  la  logica  mafiosa
    dell'omicidio.  I detenuti comuni,  in genere,  sembravano stare dalla
    parte dell'uccisore,  che  godeva  di  grande  reputazione  di  "bravo
    ragazzo"  e  "uomo  d'onore".  Nel  carcere  di Pianosa,  la primavera
    precedente,  era andato a monte un grosso tentativo di fuga.  Qualcuno
    aveva fatto la spia e si diceva fosse un amico di Cinieri,  E. P. E si
    diceva pure che lo stesso Cinieri avrebbe salvato E. P. dalla vendetta
    dei  compagni  avvertendolo  del  pericolo  che  correva  e  facendolo
    trasferire: in questo modo lui,  personalmente innocente, si era messo
    sullo stesso piano del traditore,  e l'uccisore  era  proprio  uno  di
    quelli che avrebbe dovuto scappare con lui... (ma secondo versioni pi
    recenti, non sarebbe stato E. P. a parlare, ma un altro, un calabrese:
    in  galera circolano in continuazione verit segrete e minuziosissime,
    ma del tutto effimere. La verit, l, non  che il precario momento di
    equilibrio di forze e interessi diversi,  e non riesce  a  essere  mai
    istantaneamente   uguale   a   se   stessa   -  figurarsi  nel  tempo!
    Curiosamente,   tutti  sanno  quanto  sia   effimera,   e   di   fatto
    contribuiscono a renderla tale,  ma la loro fede in essa ne riesce, se
    possibile, ancora pi assoluta, pi cieca e intollerante).




    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Riccardo D'Este, Testimonianza al Progetto memoria, Torino 1995.
    Salvatore Cinieri era un tarantino,  trapiantato in Piemonte (Asti e,
    in parte,  Torino). Una delle persone pi generose e coraggiose che io
    abbia conosciuto.  All'origine  era,  come  si  diceva  un  tempo,  un
    "proletario   extra-legale",   cio,   detto  in  altri  termini,   un
    "malavitoso", ma non organizzato e tanto meno rackettista.
    Si innamor dell'idea di rivoluzione sociale e ad essa si  dedic.  Il
    suo riscatto,  che aveva gi cercato come espropriatore,  voleva avere
    una base storica e sociale maggiore.
    Non sapeva tanto di teoria,  preferendo piuttosto gli aspetti  pratici
    dell'agire  rivoluzionario.  Per  casi  della vita che,  per spiegarli
    abbisognerebbero almeno di un  volume  di  analisi  della  societ  di
    quell'epoca  e  soprattutto  di  Torino,  si  trov  in  rapporto e in
    concordanza soprattutto con persone che erano di un'area che  potremmo
    definire  comunista  libertaria  o,  se  si  vuole,  anarco-comunista.
    D'altronde a Torino forte era stata l'influenza dei Consigliari  prima
    e dei Comontisti dopo.
    Le  note  'tesi  sul  crimine'  e successivamente lo slogan "Contro il
    capitale  lotta  criminale",   avevano  influenzato  ampi  settori  di
    proletariato  extralegale  che  vedeva  in  queste  tesi  una  propria
    possibile giustificazione: non  solo  pi  "Lumpen  prolettariat",  ma
    potenziali soggetti rivoluzionari attivi.
    Salvatore  mor  per  quel  che  ho  detto  prima:  perch  generoso e
    coraggioso.
    Nel carcere di Pianosa divideva la cella  con  tal  E.  P.,  un  altro
    elemento  proveniente  dalla  extralegalit,  che si era avvicinato ad
    Azione Rivoluzionaria,  di cui Salvatore faceva parte.  Costui divenne
    poi un infame pentito. Per una sorta di millantato credito il P. venne
    accusato  da  altri  detenuti  comuni,  perch  aveva  promesso  e non
    mantenuto,  di procurare una pistola che nell'ipotesi dei  prigionieri
    sarebbe  servita  per  un'evasione.  E  dell'esplosivo.  Tutto ci non
    essendo arrivato, i detenuti dubitarono del P. Salvatore si assunse la
    responsabilit di chiarire il fatto.  Generosamente e coraggiosamente:
    se  il  P.  fosse stato un traditore,  avrebbe pensato lui stesso alla
    sanzione; qualora non lo fosse stato, lo avrebbe difeso.
    Al momento dei fatti, Salvatore trov solo della negligenza in P.;  il
    quale  tuttavia,  successivamente,  avrebbe chiesto il trasferimento e
    l'isolamento per timore degli altri detenuti.
    Ma  quando  vi  fu  questa  contestazione,   P.   non  era  ancora  un
    collaboratore di giustizia,  lo divenne per paura e per vilt, per non
    aver saputo rispondere  alle  accuse  mossegli,  e,  in  qualche  modo
    nascondendosi  dietro  l'autorit di Cinieri.  Non diremo pi nulla di
    questo squallido personaggio.
    Salvatore sapeva di avere la coscienza del  tutto  a  posto  e  dunque
    quando venne a morire a Torino,  in carcere,  non temeva nulla.  Pochi
    giorni prima della morte aveva mandato dei  messaggi  ai  compagni  in
    libert: "P. non mi risultava infame e perci non l'ho sanzionato. Non
    si pu colpire nel dubbio. Adesso so che  diventato una carogna e, se
    lo trovassi, lo colpirei, ma allora non era cos".
    Quando giunse nel carcere di Torino per un processo ad A.R.  per fatti
    avvenuti a Torino, non ebbe alcun problema a salutare tutti,  compreso
    il suo assassino, Farre Figueras, uomo di mano della mafia.
    Salvatore non aveva alcuna paura,  come scrisse, perch sapeva di aver
    mantenuto un comportamento umano, corretto e leale.  In pi era,  come
    tarantino,  assai  abile  col  coltello  e dunque non temeva eventuali
    scontri.  Purtroppo,  nel  cortile  dell'aria,  venne  improvvisamente
    accoltellato  e  ucciso da Farre Figueras che lo riteneva responsabile
    di aver salvato la vita all'ignobile P.
    Salvatore era un uomo coraggioso e generoso e per questo  morto.





    FRANCESCO BERARDI.


    Note biografiche.

    - Francesco Berardi nasce a Terlizzi (Bari), il 20 maggio 1949.
    - emigra a Genova quando  ancora ragazzo.
    - dal 1956 lavora come operaio all'Italsider.  Dopo anni di lavoro  in
    zincatura,  viene promosso a capoturno.  Un infarto,  determina il suo
    trasferimento a mansioni secondarie e, infine, impiegatizie.
    - milita nelle Brigate Rosse.
    - viene arrestato a Genova nel 1978.
    - muore suicida nel carcere speciale di Cuneo, il 24 ottobre 1979.



    Scritture di Francesco Berardi.

    - Non ne sono state reperite.



    Documenti prodotti da organizzazioni  armate  per  la  persona  o  per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    -  Brigate Rosse - colonna Walter Alasia,  "Comunicato",  Milano 1979,
    Frammenti  in:  Giampaolo  Pansa,   Storie  italiane  di  violenza   e
    terrorismo, Roma-Bari 1980, Laterza.
    Nei  giorni scorsi un compagno  morto in carcere: Francesco Berardi,
    operaio dell'Italsider di  Genova.  E'  stato  assassinato  prima  dai
    berlingueriani  che  lo hanno consegnato agli sbirri di questo regime,
    poi dalla "giustizia" dei padroni,  ed infine da quei lager nei  quali
    vengono rinchiusi i comunisti combattenti.  Nella nostra memoria resta
    il ricordo della sua vita di proletario che non si    mai  arreso  ai
    padroni,  di  operaio che ha saputo porsi alla testa degli sfruttati e
    ha dato la vita per il comunismo....



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    - Proletari Prigionieri del campo di Cuneo,  "Comunicato", Cuneo 1979,
    in: Lotta Continua 27-10-79.  Pubblicato  in:  Progetto  Memoria,  "La
    mappa perduta", Roma 1994, Sensibili alle Foglie.

    - Edoardo Arnaldi,  "Testimonianza", Genova 1979, in: Giampaolo Pansa,
    "Storie italiane di violenza e terrorismo",  Roma-Bari 1980,  Laterza.
    Pubblicato  in:  Progetto  Memoria,  "La  mappa  perduta",  Roma 1994,
    Sensibili alle Foglie.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Andrea Marcenaro,  "Una testimonianza su Riccardo Dura",  in:  Luigi
    Manconi,   "Vivere  con  il  terrorismo",   Milano  1980,   Mondadori.
    Frammento.
    Mi ricordo per esempio Berardi,  Franco  Berardi:  s,  il  'postino'
    dell'Italsider,  denunciato  da  Guido  Rossa  e  poi  suicidatosi  in
    carcere.
    Lui, Berardi voglio dire, era uno che parlava tanto, tantissimo;  come
    capita  spesso  agli  operai anziani che ritornano sempre sugli stessi
    argomenti: che qui siamo tutti antifascisti,  ma la resistenza non  la
    facciamo mai; che qui si parla si parla, ma di cose concrete non se ne
    vedono;  e  che  sarebbe  anche  ora  di muoversi.  Ecco,  questi sono
    discorsi che avevano un particolare successo in quegli anni.


    - Enrico Fenzi,  "Armi e bagagli.  Un  diario  dalle  Brigate  Rosse",
    Genova 1987, Costa & Nolan. Frammenti.
    E'  arrivato  dritto  verso di me,  in maglietta e blue-jeans,  su un
    piccolo ciclomotore. Era come me lo aveva descritto Arnaldi: i capelli
    scuri e ricciuti,  abbronzato e con un aspetto giovanile nonostante  i
    cinquant'anni.  Aveva  appena  finito  il  turno a Cornigliano.  (...)
    Intanto,  mi aveva gi raccontato  molte  cose.  Il  suo  lavoro,  per
    cominciare:  "...Ero  al laminatoio,  facevo il caposquadra.  Mi hanno
    mandato anche in America, per vedere come lavorano l".  Rispetto alla
    prima volta che l'avevo visto era cambiato,  e la sua timidezza si era
    risolta in una gran voglia di parlare.  Ma  le  mie  rare  domande  lo
    incupivano,  e  con nervosa volubilit cercava di nascondere qualcosa:
    qualcosa che era al fondo dei suoi pensieri  e  che  aveva  voglia  di
    dirmi.  Aveva una spina nel cuore: "No. Non sono pi al laminatoio. Ho
    sempre la mia qualifica... ora giro per i reparti". A poco a poco, per
    frammenti, la verit era venuta fuori. Era stato male,  un infarto.  E
    poi un principio di esaurimento nervoso. Nel frattempo l'avevano tolto
    dal  laminatoio,  non  aveva pi responsabilit,  e ormai andava da un
    reparto all'altro in bicicletta,  portando bolle  di  carico  e  altre
    scartoffie.
    Una  specie  di  fattorino.  Era  avvilito,  e  si  vergognava del suo
    avvilimento: "Mi hanno messo da parte, come un ferro vecchio. Sono dei
    cani... Adesso ho anche l'ulcera".
    Ma si ritraeva dai suoi guai,  comprimendo la rabbia e  lo  sconforto.
    (...)  Ma oltre i suoi continui scatti di umore,  la sua imprevedibile
    ombrosit mescolata  all'ingenuit  pi  disarmata  veniva  fuori  una
    personalit calda e vivace,  che a tratti mi conquistava. Sapeva anche
    essere divertente: "Ma guarda te! Siamo qui all'osteria,  davanti a un
    bicchiere  di vin bianco,  a parlar male dei padroni.  Come due vecchi
    rincoglioniti". (...)
    Rideva  con  tutta  la  faccia,  una  faccia  mediterranea,  algerina,
    marocchina,  da venditore di tappeti,  il bianco degli occhi iniettato
    di sangue.  (...) Ma aveva le sue improvvise cupezze,  attimi  d'ombra
    che passavano come nuvole veloci,  e per incrinavano la sua allegria,
    la coloravano d'irrealt.  Solo un momento - smorz i toni e riusc  a
    parlare  con calma,  con rimpianto.  (...) "Si stava meglio una volta"
    diceva "C'erano meno cose,  si capisce,  ma si stava meglio.  Al tempo
    dei  nostri padri la gente era pi allegra,  si voleva pi bene...  si
    divertiva di pi. Gli operai venivano in comitiva con le famiglie,  su
    per  queste  trattorie,  e  suonavano  e  cantavano  e  bevevano tutti
    insieme...  le feste erano proprio feste.  Ce  l'hai  presenti  quelle
    fotografie di una volta con tutti insieme,  gli uomini con i panciotti
    e i baffi, in venti,  trenta,  sotto le pergole,  sulle panche,  con i
    fiaschi e i ragazzini che spuntavano da tutte le parti... era tutto un
    altro  vivere,  credimi,  anche  a  fare l'operaio o lo scaricatore in
    porto".  (...)  Dopo  un  breve  silenzio,  cominci  a  parlarmi  del
    nipotino.  Non  sapevo  ancora  che  ne  avesse uno.  "Si pu dire che
    Massimiliano l'abbiamo allevato noi,  io  e  mia  moglie..."  Tutti  i
    giorni, verso sera, lo portava fuori lui, nel cortile sotto casa, e ci
    giocava  insieme:  "Neanche dovessi timbrare il cartellino.  Non manco
    mai,  e sapessi come ci  tiene  Max  a  stare  fuori  con  il  nonno!"
    L'adorava,  ma  anche  parlando di Max s'oscurava e cambiava discorso,
    alzando i toni. "Allora, ragazzi, che facciamo? Mi pare che battete un
    po' la fiacca o sbaglio?" Ma poi ci tornava, senza aspettare risposta.
    (...) Ora,  scendendo verso  Sestri,  tornava  a  dire  a  voce  alta:
    "Ragazzi,   bisogna  far  qualcosa  subito...   siete  un  po'  troppo
    politicanti per i miei gusti,  ci vorrebbero  i  partigiani..."  (...)
    Stavolta  Berardi  aveva  un  atteggiamento secco,  da professionista.
    Molto affidabile e discreto (...).




    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Non ne sono state prodotte.



















    ROBERTO PAUTASSO.


    Note biografiche.

    - Roberto Pautasso nasce a Avigliana (Torino), il 9 agosto 1958.
    - frequenta le scuole in collegio.
    - inizia a lavorare a 14 anni come operaio generico nelle boite.
    - milita attivamente nel movimento dell'Autonomia.
    - viene arrestato nel 1978 perch sorpreso ad affiggere manifesti  che
    chiedono   il  proscioglimento  di  alcuni  esponenti  dei  Collettivi
    Autonomi della val di Susa. Resta in carcere qualche mese.
    - viene ucciso dai carabinieri a Rivoli (Torino), il 14 dicembre 1979.



    Scritture di Roberto Pautasso.

    - Roberto Pautasso, Poesia ritrovata dalla sorella, Condove anni '70.
    Perch io ho sempre pianto
    e nessuno, nessuno, nessuno
    nessuno, l'ha mai visto
    Vorrei dire tante cose
    ma il cuore si  stancato
    e la voce si  seccata
    Non ricordo mia madre
    non ricordo pi mio padre
    solo chi non lo vorrei

    Sono stanco troppo stanco
    sono stanco, troppo stanco
    sono stanco, troppo stanco.



    Documenti prodotti da organizzazioni  armate  per  la  persona  o  per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.





    Documenti  prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento in
    cui ha incontrato la morte.

    - Centro di documentazione di Condove, Comunicato stampa,  Condove 16-
    12-79.  L'assemblea  del Centro di Documentazione di Condove,  val di
    Susa,  svoltasi  il  15-12-79,  viste  le  trasmissioni  televisive  e
    radiofoniche  e  letti  gli articoli apparsi su Gazzetta del popolo",
    "La Stampa",  "L'Unit" a riguardo della morte  del  compagno  Roberto
    Pautasso in Rivoli il 1~12-79 comunica:
    -  respinge  come volgari illazioni tutti i tentativi di accomunare la
    morte di Roberto ai fatti di terrorismo di questi giorni;
    - rivendica la sua costante militanza politica alla luce del  sole  in
    tutti questi anni sempre dalla parte degli sfruttati;
    -  nega che qualsiasi compagno citato dai giornali e dalla televisione
    come latitante sia tale;
    - diffida i giornali succitati dal descrivere  assemblee  alle  quali,
    pur essendo invitati, non erano presenti;
    - ritiene una ignobile espressione di sciacallaggio politico qualsiasi
    rivendicazione da parte di gruppi armati;
    -  si  riserva  di  procedere  in  via giudiziaria nei confronti degli
    organi di stampa in merito alle menzogne e alle falsit politiche;
    - si dichiara invece disponibile ad un pubblico incontro  e  dibattito
    con  tutti  coloro  che  ritengano necessario chiarire la realt delle
    cose.
    Comunichiamo inoltre che la notte tra il 15 e il 16 la sede stessa del
    Centro  stata messa completamente a soqquadro per  una  perquisizione
    da  parte dei carabinieri di Rivoli che si sono inoltre impadroniti di
    un ciclostile e di una macchina da scrivere che sono stati trafugati e
    non restituiti;  inoltre sono stati buttati all'aria tutti i  libri  e
    tutto il materiale di documentazione.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Compagni di Roberto, Manifesto letto al funerale, Condove 1979.
    L'impotenza di fronte alla tua morte  stata disperazione. L'angoscia
    di  constatare che tutto a poco a poco riprendeva il suo corso normale
     stata ancora pi grande.
    Berto,  noi avremmo voluto fermare per sempre quel  primo  momento  di
    dolore  che  ci lacerava,  appena abbiamo saputo che tu non c'eri pi.
    Perch niente per noi aveva pi importanza senza di te.
    Ma non ci siamo riusciti,  il nostro corpo ha ripreso  a  mangiare,  a
    dormire, a discutere, il nostro spirito a sperare.
    E tutto questo lo sentiamo quasi come un tradimento.
    Come dei robot abbiamo fatto assemblee, abbiamo discusso, organizzato,
    senza  riuscire  a  capire veramente che tutto questo stava succedendo
    perch tu non c'eri pi.
    Abbiamo paura di cedere Berto,  abbiamo paura di non essere pi quelli
    di prima senza di te.
    S  lo sappiamo che tu ci insulteresti ora,  che tu avresti voluto che
    ci comportassimo esattamente come abbiamo fatto.
    Centinaia di compagni si sono raccolti attorno a noi  per  aiutarci  a
    non lasciare infangare la tua morte e cos noi ti ricordiamo.

    Berto un compagno
    Berto un proletario
    Berto che amava i compagni
    Berto innamorato di tutte le compagne
    Berto che adorava Graziella
    Berto che si faceva amare e si faceva odiare
    Berto che non ha mai avuto una vita facile
    Berto goloso di cioccolata
    Berto costretto a fare i lavori pi schifosi
    Berto che non  riuscito a mettersi i denti,  ad avere gli occhiali, a
    prendere la patente
    Berto che lavorava nelle boite pi squallide, nei posti pi duri
    Berto scatenato, ribelle, selvatico
    Berto un comunista
    Berto che adorava, giocava, bisticciava, con Giulio e Barbara
    Berto presente ai picchetti
    Berto al bar di Mario
    Berto come una furia sul campo da gioco
    Berto che lavorava alla B.T.O.  dove morivano i ragazzini di 15  anni,
    avvelenati dalle esalazioni
    Berto di nuovo disoccupato perch il padrone fallisce
    Berto che ciclostilava, volantinava, discuteva, si incazzava
    Berto che saltava, che correva, che ballava
    Berto mai fermo
    Berto  che  esce dal P.C.I.  per un'analisi precisa e non espulso come
    certi avvoltoi ora dicono
    Berto che giocava a carte
    Berto che distribuiva i volantini in costume da  bagno,  davanti  alla
    Magnadine, per dimostrare che non aveva nulla da nascondere
    Berto muratore alla Vertek
    Berto che aspetta ancora adesso i soldi dell'impresa
    Berto di nuovo disoccupato
    Berto davanti alle fabbriche
    Berto crudo
    Berto duro, Berto con gli studenti
    Berto che ha fatto della militanza comunista la sua vita
    Berto che  morto perch voleva vivere.


    -  Diego  Novelli,  Nicola  Tranfaglia,  "Vite sospese",  Milano 1988,
    Garzanti. Frammenti.
    C.M.  Il 14 dicembre del 1979 moriva in uno scontro a  fuoco  con  le
    forze  dell'ordine  il  mio amico Roberto Pautasso.  Con lui moriva il
    sogno e la follia che avevano caratterizzato quel nostro  ultimo  anno
    di  vita  passato  insieme.  Fu  una  fine  drammatica.  Per  noi  che
    rincorrevamo da sempre la vita, incontrare la morte fu come svegliarsi
    dopo un sogno che avevamo amato tanto dall'inizio e che non riuscivamo
    a capire perch fosse finito cos tragicamente.



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Graziella Pautasso, Testimonianza al Progetto memoria, Torino 1994.
    Quando Roberto nacque la madre era affetta  da  sclerosi  multipla  e
    rimase paralizzata dal momento del parto fino alla sua morte.
    Quando  Roberto  nasce la sua famiglia  composta da tre fratelli (uno
    di 15 anni,  uno di 16 e una  sorella  di  12);  il  pap    operaio.
    Abitiamo  tutti  alle  case  operaie  di  Condove.  Per  la  difficile
    situazione famigliare,  (la madre  paralizzata  e  i  figli  piccoli),
    Roberto  viene preso in carico a turno dalle famiglie vicine di casa e
    diventa il figlio delle case popolari, fino a sette anni, quando va in
    collegio.
    Cambia diversi collegi per motivi  disciplinari  e  finisce  la  terza
    media da esterno.  A 14 anni (la madre nel frattempo  morta) inizia a
    lavorare nelle boite,  durante il tempo libero gioca a  pallone  nella
    squadra del paese, diventando bravo e conosciuto.
    Vive  con  il fratello maggiore che si  sposato a Condove,  fino a 17
    anni,  poi se ne va di casa per sei mesi girovagando da amici,  finch
    trova casa con altri compagni. Iscritto al P.C.I., straccia la tessera
    quando comincia a far politica con l'autonomia operaia.


    - Guido Borio, Testimonianza al Progetto memoria, Torino 1995.
    Ricordo il vento freddo che soffiava tra le case e sulle strade,  gli
    alberi e le montagne dipinte dall'autunno.  Un migliaio di persone  in
    attesa  avvolte  nei  giacconi  e nei cappotti.  Molti gli abitanti di
    Condove,  una cittadina della bassa Val  Susa,  tanti  i  giovani  del
    Centro  di  Documentazione,  nutriti  i  gruppetti  di  operaie  e  di
    lavoratori delle piccole fabbriche,  delle boite e delle  ferriere  di
    Avigliana,  femministe,  studenti  e militanti attivi nella miriade di
    paesini e frazioni che si susseguono arrampicandosi sempre pi su  per
    la  Val Susa.  Noi compagni del movimento e dell'autonomia venivamo da
    Torino,  questa volta non per una delle molte  manifestazioni  che  ci
    aveva   visti  partecipi  nelle  lotte  e  nelle  iniziative  in  quei
    territori,  ma per salutare Berto,  ucciso  dai  carabinieri,  in  uno
    scontro a fuoco con una pattuglia due giorni prima, nella notte del 14
    dicembre  a  Rivoli.  I  muri dei paesi della valle erano ricoperti di
    manifesti che lo ricordavano,  un viso giovane e sorridente,  ma tutti
    eravamo  l  perch lo conoscevamo e avevamo avuto a che fare con lui,
    con il suo modo di vivere,  lottare,  far politica,  scontrarsi contro
    ci che non gli andava.  Cosa era successo quella notte lo dissero poi
    le cronache dei giornali: un gruppo di compagni si era  scontrato  con
    una  pattuglia  dei  carabinieri  accorsa  davanti  ad una fabbrica di
    Rivoli,  la Elcat,  chiamata da un sorvegliante  interno.  I  compagni
    erano  l forse per fare un disarmo o per compiere un sabotaggio.  Due
    carabinieri rimasero feriti gravemente,  Berto  rimasto  sull'asfalto
    morto. Colpito da un solo proiettile al cuore, dir l'autopsia. Sempre
    le   cronache   giudiziarie   ci  dicono  che  tuttora  rimane  aperta
    un'istruttoria su questo fatto.  Giudici e pentiti non sono riusciti a
    ricostruire  penalmente  quello  scontro;   unico  "fatto  di  sangue"
    accaduto in Piemonte in quegli anni in cui non ci sono  state  persone
    condannate e incarcerate.
    Roberto  Pautasso  era un autonomo,  militava nei collettivi della Val
    Susa fin da giovanissimo,  credo dal '74;  io lo ricordo presente  nei
    dibattiti  e  nelle  iniziative  in  una  sede  divisa con le compagne
    femministe alle Chiuse di San Michele.  Poi aveva  aperto  insieme  ad
    altri  compagni autonomi il Centro di Documentazione a Condove che era
    diventato un punto di riferimento e di ritrovo per tutte  le  attivit
    della  valle.  C'era  una vasta biblioteca,  materiale di movimento in
    vendita;  il ciclostile a disposizione di tutti.  Ogni  sera  ospitava
    riunioni  e  discussioni,  i collettivi della Elcat di Rivoli,  quelli
    della Moncenisio,  della C.R.T.  L  gli  operai  della  Magnadine  si
    organizzavano contro la chiusura della loro fabbrica,  di l partivano
    le ronde che impedivano in  molte  piccole  fabbriche  lo  svolgimento
    degli straordinari e il lavoro nero.  E poi ancora l si organizzavano
    le lotte dei  pendolari,  i  blocchi  ferroviari,  gli  scioperi  alle
    ferriere  di Avigliana,  le lotte e i sabotaggi contro la soppressione
    delle festivit, l'assenteismo organizzato, le riduzioni dei ritmi, le
    prime campagne contro il nucleare e le fabbriche di  morte,  l'Ipca  e
    l'Icmesa,  le  lotte delle compagne per la legalizzazione dell'aborto,
    per i consultori autogestiti. Le iniziative contro la repressione,  le
    denunce  e  gli  arresti  dei  compagni,  poi  per  il "7 aprile",  la
    controinformazione  sui  detenuti,   sui  carceri  speciali,   per  la
    liberazione dei compagni.  Poi contro i licenziamenti alla Fiat sia di
    operai considerati assenteisti, gli invalidi,  gli anziani ma anche le
    avanguardie  che  lottavano,  che  facevano  gli  scioperi  contro  il
    sindacato,  i 61 accusati di contiguit con la lotta armata.  Dal  '74
    tutte  queste  attivit  erano riportate periodicamente sul bollettino
    della valle,  un ciclostilato  quindicinale  che  si  chiamava  "Senza
    Padroni".
    Berto  era  sempre  presente  a tutte le manifestazioni nazionali,  ai
    dibattiti,  ai convegni dell'autonomia operaia che si tenevano  ora  a
    Milano,  ora a Padova, ora a Torino. Da quando l'abbiamo costituita ha
    collaborato  nella  redazione  torinese  di  Rosso.   Ma  io   ricordo
    soprattutto  il  suo  lavoro,  i  suoi  resoconti,  le discussioni che
    duravano fino a notte tarda.  Lui veniva a Torino,  noi andavamo su  e
    gi  per  questa  valle  in  ogni  stagione.   Non  dimentico  il  suo
    radicamento,  la sua capacit di stare tra i proletari,  in  modo  non
    separato, capace di socializzare modi di pensare, modi di essere, modi
    di lottare che erano profondamente antagonisti,  contro i partiti,  il
    P.C.I. soprattutto, dal quale, pure, lui proveniva.  Me lo ricordo nel
    movimento,  nelle assemblee, negli scontri contro la polizia, ma anche
    contro il sindacato contro la "nuova polizia".
    Aveva un chiodo fisso in testa,  la cosa che ha determinato  tutta  la
    sua  vita  fin  da  giovanissimo:  fare  politica.  A  questa attivit
    dedicava tutto il suo tempo,  tutti i suoi  sforzi;  il  resto  girava
    attorno, era solo di contorno: era importante, ma veniva dopo.
    Quando c'era da scegliere prima veniva sempre l'attivit sociale. Pure
    era  bravo  anche  nei  rapporti  personali,  nel  farsi riconoscere e
    rispettare  anche  da  chi  non  ragionava  come  lui  o  aveva  altri
    interessi.  Pure  la  sorte non  stata tenera con lui,  aveva perso i
    genitori fin da bambino, non era ricco, si trovava spesso disoccupato.
    Per alcuni periodi quasi viveva giocando e vincendo a  carte  nei  bar
    del paese, era titolare nella squadra di calcio del paese.
    Aveva un bel modo di essere al contempo militante politico e individuo
    sociale,  anzi  faceva  ben  attenzione a non separare i due ruoli: si
    assumeva il compito di essere avanguardia non perdendo per i tratti e
    la collocazione di proletario uguale alla maggioranza  delle  persone.
    Non  stava  mai  al  margine;  era  sempre dentro le cose,  sempre con
    impegno, con partecipazione, capace di vivere, misurarsi, lottare, far
    valere il proprio punto di vista.
    Berto per anni aveva passato la  sua  vita  facendo  lavori  saltuari,
    prima era assunto in alcune piccole fabbriche,  poi sostanzialmente la
    sua attivit principale era stata di fare il militante;  faceva lavoro
    politico in tutta la valle: al mattino davanti a una fabbrica, all'una
    all'uscita   di  una  scuola,   il  pomeriggio  al  Centro,   che  era
    praticamente la sua casa.  Proprio con molto impegno aveva  animato  e
    organizzato  il  Centro  di  documentazione  di Condove,  sostenuto il
    lavoro operaio in alcuni coordinamenti  operai  e  studenteschi,  dato
    vita a numerose pubblicazioni di movimento e collaborato anche con una
    delle prime radio libere della valle.
    Spingeva i compagni dei collettivi autonomi a dare molta importanza al
    lavoro  territoriale,  al  radicamento  in  valle  e  scherzando amava
    affermare: "In Val  Susa  abbiamo  un'autonomia  che    pi  autonoma
    dell'Autonomia".  Il  modo di intervenire e di far politica era contro
    la delega e contrapposto a quello dei partiti,  e  questo  dava  molto
    fastidio  soprattutto  al  P.C.I.  che  era  arrivato a mandare i suoi
    militanti a  scrivere  fuori  dal  centro  di  documentazione:  "Pala,
    piccone,  fonderia,  questa  la cura per l'Autonomia". Per ogni paese
    c'era un gruppo di  compagni  che  discuteva  e  lavorava,  e  poi  si
    coordinava  con gli altri e si univano le attivit e le forze dei vari
    gruppi. Poi si confrontava con gli altri ambiti regionali e nazionali.
    Lavorava all'interno  degli  ambiti  dell'autonomia  sia  come  realt
    torinese  che all'interno del dibattito delle iniziative e delle forme
    organizzative nazionali. Sicuramente era il compagno pi propositivo e
    capace  di  costruire  intorno  a  s  organizzazione,  raccogliere  i
    compagni.  Allora  l'autonomia  in  Val Susa come a Torino era appunto
    costituita da alcuni collettivi che nascevano e lavoravano come gruppi
    di fabbrica o di territorio o nei  paesi.  Intorno  ai  collettivi  si
    aggregavano   ambiti   pi   vasti   di  compagni  e  di  persone  che
    partecipavano alle iniziative e alle campagne politiche,  dando vita a
    un  infinit  di  lotte  e  di  presenze  che  era  una vera e propria
    ragnatela sociale  e  politica  contrapposta  alle  istituzioni  e  ai
    partiti. La militanza politica e sociale era l'attivit principale che
    coinvolgeva migliaia e migliaia di persone.  All'interno di questa non
    c'era separazione tra comportamenti legali e illegali, si faceva tutto
    quello che era necessario per sostenere e  potenziare  le  lotte,  per
    costruire quello che definivamo contropotere. Portare i punti di vista
    e  le istanze costruite nelle lotte a prevalere,  a ottenere risultati
    concreti, a vincere: questo era l'Autonomia organizzata.
    Ecco,  Berto si muoveva in  questo  modo,  per  questo  progetto.  Era
    sicuramente   uno  dei  compagni  pi  coscienti  della  necessit  di
    estendere e potenziare questi  percorsi  autonomi,  che  non  volevano
    essere  clandestini  o  di  delega,  ma  di  presa  di  coscienza e di
    partecipazione collettiva.  Lui,  insieme  ad  altri  di  noi,  queste
    pratiche  politiche le aveva discusse,  proposte,  sostenute,  difese,
    portate avanti con pi determinazione,  convinzione e  continuit.  La
    politica  cos vissuta,  come militanza e come impegno totale,  era il
    suo modo di vivere.
    Io lo ricordo come un compagno energico,  con una chiarezza di idee  e
    di modi di fare che per non aveva niente a che fare con l'arroganza o
    la  prevaricazione.  L'impegno  politico  era  la  prima  cosa che gli
    interessava e gli piaceva,  che lo portava a essere sempre disponibile
    a muoversi.  Per questo viaggiava molto,  si trovava sempre dove c'era
    una lotta in piedi in  valle,  a  Torino,  in  altre  parti  d'Italia.
    Ricordo   molte   discussioni  sulle  strade  che  l'autonomia  doveva
    intraprendere,  sulle battaglie da fare.  La sua presenza ai seminari,
    ai  momenti  di discussione,  era riconosciuta e a volte determinante.
    Sapeva discutere, sapeva riflettere,  ma sapeva anche lottare e fare a
    pugni quando ci voleva. Durante gli scontri e le attivit illegali era
    molto  determinato.  Era  un compagno che quando ti muovevi con lui ti
    sentivi in qualche modo sicuro;  non era affatto avventurista,  ma era
    molto determinato. Pure, allora, in quegli anni, non era un'eccezione,
    non  stato un'eccezione:  stato un autonomo.  Credo che anche quella
    sera si sia trovato davanti a quella fabbrica, non certo per caso,  ma
    consapevole di quello che faceva della sua scelta.
    C'erano   tanti   compagni   che   come  lui  militavano,   lottavano,
    proponevano, davano un impegno che era molto grande.  Dopo quegli anni
    moltissimi  hanno  fatto altre scelte.  Non sta a me dire cosa avrebbe
    fatto Berto se un proiettile non lo avesse raggiunto quella  notte.  A
    me  per piace pensare che sta ancora dalla parte giusta,  e in questi
    anni  novanta  girerebbe,  almeno,  con  qualche  sasso  in  mano.  Di
    rimpianti,  forse  il  pi  grosso    che  i  giovani di questa nuova
    generazione dei centri sociali e dell'antagonismo,  che in questi anni
    promuovono nuove lotte, non hanno avuto la fortuna di conoscerlo.

















    GIOVANNI MARIO BITTI.


    Note biografiche.

    - Giovanni Mario Bitti nasce a Nule (Sassari), il 12 luglio 1945.
    - frequenta le scuole elementari.
    - lavora nell'azienda agricola di famiglia.
    - viene arrestato nell'agosto 1973, per un reato non politico.
    - non rientra da un permesso nel maggio del 1979.
    -  viene  ucciso  dai  carabinieri  a  Sa  Janna Bassa (Nuoro),  il 17
    dicembre 1979, insieme a Francesco Masala.



    Scritture di Giovanni Mario Bitti.

    - Non ne sono state reperite.




    Documenti prodotti da organizzazioni  armate  per  la  persona  o  per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Documenti  prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento in
    cui ha incontrato la morte.

    - "Riflessioni  sulle  prospettive  del  movimento  rivoluzionario  in
    Sardegna",  dal processo a Barbagia Rossa, Cagliari 26-5-83. Documento
    firmato da dieci imputati, in: Il Bollettino numero 9, Settembre 1983,
    Milano. Frammenti.
    (...)  Iniziativa  statale  che  trova  il  suo  momento  di  massima
    esternazione  nella  strage di Sa Janna Bassa,  momento che funger da
    allora in avanti come spartiacque per il progetto normalizzatore dello
    Stato;  al di l del progetto c' l'annientamento nei suoi aspetti pi
    crudi,  al di qua c' la possibilit dell'inserimento entro le norme e
    le compatibilit dello Stato.  Sa Janna Bassa   fine  ed  inizio  del
    progetto della borghesia sul territorio. Fine perch sancisce un punto
    di  non  ritorno,  oltre  il  fallimento delle illusioni pacificatrici
    affidate alle soluzioni economiche;  inizio perch a partire  da  quel
    momento  lo  Stato  articoler  tutta una serie di iniziative di altro
    segno,  oltre il militare e la strage,  tese a scorporare e disperdere
    la  solidariet dell'habitat sociale entro cui l'antagonismo esprimeva
    le sue iniziative e la propria identit,  trovando le ragioni del  suo
    essere attivo contro le logiche e le soluzioni di normalizzazione.
    Sa  Janna  Bassa  diviene  modello storico della pacificazione e viene
    rovesciata sugli strati proletari per propagare  la  potenza  "ideale"
    del controllo sociale, ma oltre la verit ufficiale animata da eroiche
    figure,  medaglie al valore,  encomi pi o meno solenni,  c' un'altra
    verit che corre sul filo della memoria  di  classe  e  che  parla  di
    strage  decisa  a "palazzo",  di esecuzione sommaria.  E' quest'ultima
    anche la nostra verit.  Da Sa Janna Bassa in poi lo  Stato  cercher,
    riuscendoci in parte,  di aprirsi un varco, anche con altre soluzioni,
    oltre quelle  sanguinarie,  di  carattere  politico  e  giuridico  per
    innervare  ed  incentivare  il  progetto di pentimento e dissociazione
    entro le fila dell'extralegalit e dell'antagonismo, non dimenticando,
    di  tanto  in  tanto,   di  estendere  queste  iniziative   attraverso
    "l'informazione" data da ulteriori esecuzioni sommarie,  tanto per non
    disperdere i suoi simulacri "militaristi" (...).


    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Agrippino Costa, "Canzone per Bitti e Masala", carcere 1980. Nastro-
    audio e poesia scritta. Non  stata reperita.



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Antonio Contena, Testimonianza al Progetto memoria, Roma 1993.
    ...Insieme a Francesco quella fredda notte (del dicembre  1979,  dopo
    una  vera  e  propria  imboscata  dei  C.C.,  comandati dal famigerato
    Barisone) mor Mario, anche lui di professione pastore, con un passato
    carcerario assai lungo.  Era latitante da alcuni anni,  da quando  non
    fece pi ritorno in carcere dopo la fruizione di un permesso.
    Mario  era  di  Nule  (Sassari)  ma  praticamente  la  sua  cultura  
    sovrapponibile a quella di Francesco,  tanto pi che il territorio  di
    Nule e di Orune confinano. Mario era un uomo intelligente e riflessivo
    ed  al  contrario  di  Francesco  voleva approfondire ogni argomento e
    capire fino in fondo le ragioni che avevano mosso tanti giovani  sardi
    a  decidere di imboccare la via delle armi per lottare contro lo stato
    centrale.
    Il carcere lo aveva fatto molto maturare e vivere le nuove  esperienze
    con grande seriet.


    - Sisinnio Bitti, Testimonianza al Progetto memoria, Olbia 1995.
    Con  Mario ho vissuto l'infanzia;  egli aveva un buon carattere,  era
    sempre allegro e molto coraggioso;  ricordo che quando  ci  lasciavano
    soli  in  campagna,  all'imbrunire,  io  avevo  paura,  lui invece era
    impassibile e,  spesso,  mi prendeva in  giro  perch  sosteneva  che,
    stando soli, diventavamo pi coraggiosi.
    Mario  sin da piccolo era un gran lavoratore,  molto appassionato agli
    animali e alla campagna, infatti il suo grande desiderio era quello di
    possedere tanti cavalli, pecore,  mucche;  il mio pi grande desiderio
    era  quello di trovare il momento pi opportuno per scappare da quella
    realt.
    Il nostro paese,  Nule: contava allora 2500 abitanti circa,  dista  da
    Nuoro circa 40 chilometri,  anche se si trova in provincia di Sassari.
    L la vita per  un  giovane  era  difficile,  non  esistevano  svaghi,
    c'erano  solo  le  scuole  elementari  e bisognava andare in citt per
    poter continuare gli studi.  Le possibilit di continuare  a  studiare
    sia per Mario che per me erano poche.
    La  nostra  famiglia  comprendeva sei sorelle e quattro fratelli;  mia
    madre,   figlia  di  un  sottufficiale  dei  carabinieri,   mio  padre
    contadino, ancora oggi viventi.
    Mario  Giovanni  nato  il  12-7-45  era  il  fratello maggiore,  aveva
    frequentato le scuole elementari e gi lavorava con mio padre;  a  lui
    pi di tutti era toccato aiutare in campagna,  sia da contadino sia da
    pastore.
    Ho lasciato Mario definitivamente nel 1970  quando  sono  partito  per
    Milano con l'idea di frequentare il corso per infermieri.
    Voglio   fare   una   premessa  prima  di  parlare  della  sua  storia
    giudiziaria: tutto ci che scrivo sono notizie vere, certe, infatti se
    avessi dei dubbi preferirei non parlarne.
    Mario era stato accusato per omicidio,  esattamente il 17-8-73,  dalla
    compagnia  dei  carabinieri  coordinati dal maresciallo Fusinetti che,
    pi volte,  aveva minacciato me e Mario di farcela pagare per il fatto
    che non collaborammo all'arresto di alcuni latitanti, tra cui Graziano
    Mesina  che,  secondo  il  maresciallo prima citato,  ospitavamo nella
    nostra campagna.
    Mario fu arrestato la mattina alle sette  dove  mio  padre  teneva  il
    bestiame;  quella  notte  mio fratello aveva dormito in una casetta di
    campagna con lo zio del ragazzo ucciso quella notte,  che  infatti  la
    mattina  fu  arrestato  assieme  a  Mario.  (Notare bene che la nostra
    campagna distava una ventina di chilometri dal luogo  del  delitto,  e
    Mario  assieme  allo zio del ragazzo sarebbero potuti arrivare in quel
    luogo soltanto con le ali).
    Mario e Giovanni Maria (cos  si  chiama  lo  zio  del  morto)  furono
    portati nella caserma dei carabinieri di Nule.  (Giovanni Maria, che 
    vivo e vegeto,  ancora oggi  conferma  che  quella  notte  loro  erano
    assieme e si dispera essendo a conoscenza dell'estraneit di Mario con
    quell'omicidio).  Dopo  qualche  giorno  Giovanni Maria fu rilasciato,
    mentre Mario venne trattenuto.
    Furono svolti tutti gli accertamenti compresa la perizia balistica  su
    di  Mario  e,  nonostante  fosse risultato tutto negativo per Mario fu
    confermato l'arresto e portato a Badu e Carros.
    Le prove per le quali trattenere Mario erano rilasciate da un fratello
    del morto, un ragazzino di 10 anni, che affermava di aver visto,  a 50
    metri  di distanza,  alle due di una notte senza luna,  una sagoma che
    scappava,  e che tale sagoma poteva somigliare a quella di Mario.  Nel
    giro di qualche mese fu costretto a cambiare versione dei fatti almeno
    tre  volte fino a quando non ci fu il rinvio a giudizio.  Dopo un anno
    circa inizi  il  processo  a  Nuoro.  Ci  accorgemmo  subito  che  il
    ragazzino  era  stato  addestrato  a  testimoniare  contro  Mario.  Il
    processo si chiuse verso  maggio,  se  non  erro,  del  '75,  con  una
    condanna  di 21 anni per Mario e di 3 anni e 6 mesi per Giovanni Maria
    per falsa testimonianza.
    Mario rest a Nuoro fino alla fine dell'estate di quell'anno.
    Fu trasferito all'Asinara in seguito a un  tentativo  di  evasione  da
    Badu e Carros.  Infatti, nella cella di Mario, condivisa con altri due
    detenuti, furono trovate le sbarre segate.
    All'Asinara trov  i  compagni  della  "22  ottobre".  Partecip  alla
    rivolta  che  ci  fu  nella  sezione  Fornelli,  se non erro alla fine
    dell'estate '76.  Quella rivolta per ci che mi raccontava  Mario  pi
    che  dai  detenuti  fu effettuata da Cardullo e i suoi secondini;  che
    oltre ad avere massacrato tutti di botte distrussero letteralmente  il
    carcere;  infatti  Cardullo  entrava nelle celle con il mitra spianato
    minacciandoli.
    La sosta all'Asinara dur circa  7-8  mesi,  venne  poi  trasferito  a
    Cagliari  per  il  processo di appello che si concluse con la conferma
    della condanna.
    Dopo qualche mese fu trasferito al  carcere  mandamentale  di  Alghero
    tramite un amico di mio padre.  Il carcere di Alghero,  per un periodo
    di tempo era molto malfamato,  ma con  l'arrivo  del  nuovo  direttore
    Fiori,  che  aveva impostato l'andamento del carcere secondo il parere
    che un detenuto potesse ritornare alla societ come normale cittadino,
    era diventato uno dei pi "umani".
    L rimase sino al 12 maggio del '79, data in cui gli venne concesso un
    permesso per recarsi all'ospedale di Sassari  a  visitare  mio  padre.
    Anch'io  mi trovavo l quel giorno.  Pranzammo insieme,  e dopo pranzo
    Mario  mi  chiam  in  disparte  e  mi  confid  l'intenzione  di  non
    ripresentarsi  in  carcere.  Io lo assecondai e gli proposi di partire
    quella sera stessa per Milano,  ma rifiutando tale proposta mi  chiese
    di  accompagnarlo in macchina in una campagna vicina a Nuoro,  dove lo
    avrebbero ospitato alcuni suoi amici.  Ci mettemmo d'accordo su dove e
    quando rivederci prima che io partissi, infatti ci vedemmo ancora dopo
    qualche giorno; io insistetti ancora perch mi seguisse per Milano, ma
    neanche  questa  volta  mi dette ascolto.  Voleva restare in Sardegna,
    lavorando clandestinamente  per  poter,  se  non  altro,  annullare  i
    precedenti processi ritenuti tanto ingiusti.
    Per Mario infatti il solo pensiero di essere accusato dell'omicidio di
    un  ragazzino  era  pesante  come  un macigno (infatti non sarebbe mai
    stato capace di uccidere un ragazzo,  che tra l'altro non meritava  di
    finire  in  quel  modo  la  sua  breve vita e che son sicuro sia stato
    ucciso per errore).
    Prima di partire restai d'accordo con  mio  fratello  che  ci  saremmo
    incontrati  ancora  una  volta  in estate per decidere meglio che cosa
    fare.  Passai tutto il mese di agosto in Sardegna e trascorsi con  lui
    tantissimi  giorni in una casetta su un altissimo monte.  Perch io lo
    trovassi in quel "paesaggio lunare" si mise d'accordo  con  un  nostro
    amico  che  poi mi diede indicazioni per trovare il sentiero giusto ed
    arrivare in cima al monte dove si trovava Mario.  In quel  periodo  io
    ero  seguito  e controllato dalla polizia,  dovevo quindi muovermi con
    attenzione.
    Cos una sera mi incontrai con questo  amico,  che  mi  accompagn  in
    macchina ai piedi dell'altissima montagna e mi guid verso il sentiero
    che  portava  su  in  alto.  Iniziai  la  scalata da solo verso le 22;
    arrivai in cima all'alba.
    Mario non sapendo che io sarei arrivato,  appena mi vide non  credette
    ai  suoi  occhi;  non  gli sembrava vero infatti che io da solo avessi
    potuto scalare di notte quell'impervia  montagna,  arrivando  cos  in
    quel luogo pieno di solitudine ma con un paesaggio quasi irreale.
    Restammo  insieme  per  un po' di giorni,  il padrone della casa stava
    quasi sempre in paese,  quindi Mario si trovava spesso solo.  In  quei
    giorni  parlammo  tantissimo  delle  esperienze  vissute  da quando ci
    eravamo lasciati sino ad allora: mi parl a lungo dell'esperienza  del
    carcere, io gli parlai della mia a Milano.
    In  quei pomeriggi sulla montagna all'ombra,  nonostante il sole fosse
    caldo,  con al di sotto un mare che splendeva,  restai  stupito  dalla
    voglia che aveva di sapere ci che in quel periodo stava succedendo in
    Italia.  Trovai Mario veramente maturo,  sicuramente per le sofferenze
    passate  prima  in  carcere  poi  nella  latitanza   trascorsa   nella
    solitudine  della  campagna.  Era  un  uomo  che  ragionava tantissimo
    nonostante la sua scarsa scolarit; era molto estroverso.  Lui cercava
    di capire come lo Stato potesse, con i suoi corpi militari, annientare
    una   persona  cos  giovane  anzich  aiutarla  eventualmente  a  non
    commettere altri errori.  Mario si poneva tantissimo il  problema  dei
    detenuti,  si  sentiva in colpa per non essere rientrato dal permesso.
    Ricordo che una volta mi mise in difficolt quando mi chiese  chi,  in
    Italia, potesse dare dei problemi allo Stato con i corpi armati, e chi
    eventualmente  fosse  in  grado di guidare un processo rivoluzionario.
    Cercai di imbastire un discorso e alla fine mi resi conto che Mario ne
    usc poco convinto.
    Lo pregai ancora una volta di venire con me: a lasciarlo  da  solo  in
    quel  posto  non  ero  tranquillo;  sentivo  che  gli sarebbe successo
    qualcosa.  Questa volta la scusa era che non  poteva  seguirmi  perch
    aveva promesso a dei detenuti di aiutarli ad evadere.  Scesi da quella
    montagna qualche giorno dopo  e  restammo  d'accordo  che  ci  saremmo
    trovati vicino alla strada che costeggiava la montagna, qualche giorno
    prima  che ripartissi,  per accompagnarlo in una campagna confinante a
    quella di mio padre; l Mario si sentiva molto sicuro perch conosceva
    alla perfezione i vari luoghi.  Io gli promisi che al pi presto sarei
    tornato a trovarlo,  sempre con l'intento di convincerlo di venire con
    me.  Partii raccomandandogli di stare attento,  sapendo che  anche  in
    Sardegna  la solidariet che esisteva prima fra le persone bandite non
    esisteva pi.
    Tornai a trovarlo in autunno,  la  prima  settimana  di  novembre;  ci
    vedevamo  quasi  tutte  le  notti  nella campagna di mio padre;  anche
    questa volta non mi fu possibile convincerlo a  venire  via.  In  quei
    giorni   ero  veramente  preoccupato  per  lui  perch  mi  arriv  un
    comunicato che ci metteva all'erta dal Capitano dei carabinieri Enrico
    Barisone che stava mobilitando i suoi collaboratori.
    Ritornai  ancora  una  volta  a  Milano  con  un  gran  malumore;  gli
    raccomandai  di  stare  attento  a non cadere in qualche trappola;  mi
    promise che forse la prossima volta che io fossi ritornato mi  avrebbe
    seguito.
    L'unica  cosa  che  mi  disse  fu  che  si sarebbe spostato nei giorni
    successivi verso Nuoro,  ma senza dirmi esattamente  quali  fossero  i
    suoi programmi.  Dopo una settimana circa, ero a Milano e mi arriv la
    prima telefonata da un mio cugino di Sassari,  che mi  comunicava  che
    forse,  nel  conflitto di Sa Janna Bassa,  era rimasto coinvolto anche
    Mario. Presi l'aereo l'indomani mattina e mi recai subito all'obitorio
    di Nuoro per riconoscere se davvero uno dei due corpi era di Mario.
    Non so esattamente come andarono le cose quella notte,  infatti  molte
    ne ho sentite dire ovviamente,  visto che in quel periodo mi trovavo a
    Milano.
    C' per  una  scena  che  ancora  oggi  viene  ricordata  con  grande
    ripugnanza da molta gente, infatti i due corpi vennero caricati in una
    campagnola dei carabinieri con i piedi che restavano a penzoloni fuori
    e furono sbandierati per tutte le vie della citt.
    So  per  certo  che  la  retata  di  quella  notte   stata eseguita e
    comandata da Barisone;  pare infatti che i due fossero stati catturati
    vivi,  dopo un breve interrogatorio, messi al muro uno sopra l'altro e
    massacrati a raffiche di mitra.
    La morte di Mario assomiglia molto a quella del Che; forse il paragone
     enorme?.













    FRANCESCO MASALA.


    Note biografiche.

    - Francesco Masala nasce a Orune (Nuoro), il 13 giugno 1948.
    - frequenta le scuole elementari.
    - lavora come pastore.
    - svolge il servizio militare a Roma nel 1968.
    - inizia la latitanza a met anni '70, perch accusato di omicidio.
    - viene ucciso dai  carabinieri  a  Sa  Janna  Bassa  (Nuoro),  il  17
    dicembre 1979, insieme a Giovanni Mario Bitti.



    Scritture di Francesco Masala.

    - Non ne sono state reperite.




    Documenti  prodotti  da  organizzazioni  armate  per  la persona o per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    - Vedi capitolo per Giovanni Mario Bitti.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Agrippino Costa, "Canzone per Bitti e Masala", carcere 1980. Nastro-
    audio e poesia scritta. Non  stata reperita.




    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Antonio Contena,  Testimonianza al Progetto memoria,  carcere,  Roma
    1993.
    Francesco era di Orune e la  sua  storia    stata  quella  di  molti
    Orunesi. Pastore, figlio di pastori, conduceva una vita molto normale,
    quasi banale.  I divertimenti e gli spassi rappresentati dalle "sagre"
    estive dove i pastori sono sempre i protagonisti - corse sfrenate  con
    i cavalli, grandi bevute e mangiate.
    Il  comportamento  sociale  di  Francesco  indissolubilmente legato a
    quello dei barbaricini che vivono  la  campagna.  Ribelle  da  sempre,
    sprezzante con qualsiasi autorit civile o militare, riconosce solo un
    codice, quello barbaricino.
    Fu  cos che,  sentendosi offeso nel suo onore,  nella met degli anni
    '70 uccise un suo paesano, un ragazzo come lui, bravo e laborioso,  ma
    immerso in un mondo di comportamenti e di atteggiamenti che sono stati
    disastrosi  per  molti  paesi  del Nuorese e per Orune in particolare.
    Durante la latitanza entr in  contatto  con  elementi  dell'eversione
    armata  sarda.  A spingerlo verso questa parziale adesione fu soltanto
    la sua avversione verso le  forze  dell'ordine,  attraverso  le  quali
    individuava il volto dello Stato.
    E' morto,  insieme a Mario Bitti,  in una fredda notte di dicembre nel
    1979 dopo  una  vera  e  propria  imboscata  dei  C.C.,  comandati  in
    quell'occasione  dal  Capitano  Enrico Barisone.  Quella notte vennero
    arrestati e successivamente condannati a dieci anni di  carcere  altri
    uomini  che  si  trovavano  a  Sa  Janna  Bassa.  Alcuni di loro erano
    avanguardie  rivoluzionarie  che  hanno  dedicato  la  loro   vita   a
    combattere  contro la brutalit,  l'ingiustizia e le altre brutture di
    uno Stato che anche attraverso il controllo militare  del  territorio,
    intendeva  consegnare  la nostra isola al progetto imperialista perch
    ne facesse una enorme base militare.
    Quella di Sa Janna Bassa non fu una normale operazione di  polizia  ma
    il  frutto  di  un  piano  voluto  e  ordito  da  tempo,  con la certa
    collaborazione  di  personaggi  del  luogo  che,   in   combutta   con
    carabinieri  e  polizia  hanno agito perch a Sa Janna Bassa accadesse
    ci che poi  accaduto.  Non intendo entrare  in  particolari  per  il
    rispetto  che  nutro  nei  confronti  di  Mario e Francesco e dei loro
    familiari perch non mi sembra opportuno dire  certe  cose  in  questa
    occasione.
    Non  scorder  mai  Mario e Francesco,  due uomini che pur con le loro
    contraddizioni si sono posti da  una  parte  precisa:  nella  lotta  a
    questo  Stato  che  ha  sempre  mostrato il vero volto,  attraverso la
    brutalit delle forze armate.  A  modo  loro,  certo,  ma  con  grande
    slancio  e  grande  impegno.  Il mio pensiero va ai loro familiari e a
    quanti li hanno conosciuti  prima  che  la  loro  giovane  vita  fosse
    stroncata dalla banda di Barisone che con le sue medaglie che grondano
    sangue non ha certo cancellato il valore di Mario e Francesco.


    - Sisinnio Bitti, Testimonianza al Progetto memoria, Olbia 1995.
    Vidi  Francesco  per la prima volta verso la met degli anni '60,  lo
    vidi quando passava vicino alla nostra campagna cambiando il  bestiame
    da una campagna all'altra.  Francesco era schivo, non si fermava mai a
    parlare con nessuno.  Ci incontrammo a Roma  entrambi  a  svolgere  il
    servizio militare, lui, se non vado errato nella caserma di via Castro
    Pretorio,   io   proveniente   dall'aereoporto  di  Pratica  di  mare.
    L'appuntamento  era  stabilito  sempre  alla   stazione   Termini   di
    pomeriggio,  quando  avevamo il permesso di libera uscita.  Con noi si
    trovavano anche un altro gruppetto di sardi ed avevamo la nostra terra
    sempre legata a noi, eravamo campanilisti al massimo e pensandoci oggi
    avevamo la mentalit molto  ristretta,  ma  a  quell'et  si    molto
    giovani. Avevamo tanta paura di affrontare culture e realt diverse da
    quella che era stata la nostra infanzia.  Nonostante la timidezza a me
    piaceva trovare altre  amicizie  che  non  fossero  delle  mie  parti,
    infatti avevo amici veneti,  laziali,  romani,  toscani. Francesco era
    molto inquadrato,  appena ci incontravamo mi coinvolgeva a cantare  in
    sardo  con  i "tenores" che consisteva in questo: uno cantava ed altri
    tre seguivano  con  suoni  gutturali,  senza  nessun  bisogno  di  uno
    strumento.  Mi  vergognavo  tantissimo e avevo paura che chi ci avesse
    sentiti ci avrebbe chiamati "pecorari". Avevo una voglia matta di fare
    altre cose,  ma nello stesso momento ero condizionato,  soprattutto da
    parte di Francesco,  per paura di essere considerato uno che rinnegava
    la propria terra, la propria cultura.  Francesco amava tanto andare al
    bar,  farci belle bevute di birra,  parlare sempre della Sardegna, lui
    parlava soprattutto di Orune,  della storia che aveva sentito dire dai
    grandi,  le sagre paesane,  la campagna, il gregge. Io, per evitare di
    parlare continuamente di queste cose,  che  non  mi  divertivano  pi,
    cominciavo  ad  essere  attratto  da  tante  cose  che la grande citt
    offriva,  spesso non mi facevo trovare  agli  appuntamenti,  prendendo
    altre  vie,  alla  ricerca di altre realt.  Francesco era un soggetto
    molto  difficile,   la  ribellione   nel   suo   silenzio   traspariva
    continuamente, se era convinto di una cosa era impossibile convincerlo
    diversamente.  Come tutti i sardi amava poco essere comandato, infatti
    una delle cose di cui spesso parlavamo erano  le  punizioni  prese  da
    parte  dei  superiori  per  aver  rifiutato  gli  ordini.   Nonostante
    Francesco fosse un testone,  punizioni ne avevo sempre pi io di  lui,
    quindi, forse, ero ancora pi testone di lui...
    Ci  perdemmo di vista quando finii a Forte Boccea per una banale rissa
    con un sergente dell'esercito visto per la prima volta.  Dopo sei mesi
    di  carcere  per  insubordinazione  finii  il  resto  del  militare  a
    Monterotondo,  dopodich tornai in Sardegna.  Lo incontrai ancora alle
    solite feste,  mi resi conto che lui non aveva la minima intenzione di
    muoversi da quella realt.  Io parto per Milano e ci perdiamo di vista
    per  sempre.  Ero  gi  immerso  in  pieno  nella realt dei quartieri
    milanesi,  ero un militante della sezione Carlo Marx di via Orti e  l
    cominciai  a  sentir  parlare  delle  B.R.;  i capi sezione del P.C.I.
    dicevano che le B.R. erano dei fascisti provocatori. Venni a sapere da
    casa mia che Francesco era stato imputato per un omicidio  di  un  suo
    compaesano,   lavoratore  e  proletario  come  lui,   e  si  era  reso
    irreperibile; persi quindi ogni possibilit di rivederlo.
    Ha ragione chi dice che la cultura di Francesco era sovrapponibile con
    quella di Mario,  la realt di Orune con quella di Nule si somigliano,
    ma per come li conoscevo io erano due soggetti nettamente diversi;  li
    contraddistingueva  particolarmente  l'uno  dell'altro  il  carattere:
    Francesco  era molto impulsivo,  molto silenzioso,  come dicono al mio
    paese "Riumudu Trazzadore" che vuol dire che quando le acque del fiume
    scorrono silenziose,  portano via tutto ci  che  trovano.  Mario  era
    sempre  calmo,  gli  piaceva ridere,  parlare con la gente,  era molto
    riflessivo.
    Erano insieme da poco quando furono uccisi.
    - La famiglia d'origine di Francesco Masala, Testimonianza al Progetto
    memoria, Orune 1995.
    Noi come familiari riteniamo sia sbagliato considerare  Francesco  un
    militante  di  qualsiasi organizzazione armata e non desideriamo venga
    ricordato in questo lavoro,  in quanto egli non  ha  mai  militato  in
    alcuna  organizzazione  di  alcun  genere.  La  sua  storia ed il modo
    tragico con cui si  conclusa sono una ferita ancora aperta  per  noi,
    abbiamo  gi  sofferto  molto e chiediamo soltanto che non se ne parli
    pi.













    WILLIAM WACCHER.


    Note biografiche.

    - William Waccher nasce a Battipaglia (Salerno), il 27 maggio 1954.
    - si trasferisce a Milano da bambino.
    - si diploma geometra.
    - si iscrive  fuoricorso  all'universit,  facolt  di  Ingegneria,  a
    Milano.
    - lavora come impiegato della Snam di Milano.
    - milita in Prima Linea.
    -  viene ucciso da un nucleo di Prima Linea,  a Milano,  il 7 febbraio
    1980.



    Scritture di William Waccher.

    - Non ne sono state reperite.


    Documenti prodotti da organizzazioni  armate  per  la  persona  o  per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Prima Linea,  Volantino,  Milano 1980,  in: Luigi Manconi,  Vittorio
    Dini, "Il discorso delle armi,  Brigate Rosse",  Milano 1981,  Savelli
    Editori. Frammenti.
    Oggi,   6   febbraio   1980,   un   nucleo   operativo   del  comando
    dell'Organizzazione Comunista Prima Linea ha giustiziato  il  delatore
    William Waccher.
    Va  capito a fondo il modo con cui si costituiva assieme l'immagine di
    sconfitta del movimento rivoluzionario  e  l'immagine  di  onnipotenza
    dello  Stato,  quella  della presunta mostruosit del rivoluzionario e
    della riconquista di un volto positivo ed umano di quella macchina  di
    violenza che  lo stato capitalistico.
    I caratteri della delazione.
    E'  in  gioco la costituzione di un'identit antagonista della classe,
    il rapporto tra le forme d'esistenza legate a momenti di resistenza  e
    di lotta parziale,  e lo sviluppo di un processo di guerra civile. Ci
    che  allora in gioco    la  forza  necessaria,  la  legittimit  dei
    diversi  livelli  di  iniziativa  proletaria  nel  rideterminare nuove
    regole che guidano il rapporto collettivo sulla base di una estensione
    dell'antagonismo organizzato e dello sviluppo di un processo di guerra
    civile.   (...)  La  forza  dello  Stato  cerca   di   scavare   nelle
    contraddizioni  che il proletariato vive,  proprio perch costretto ad
    adeguare le proprie forme di lotta e di organizzazione  e  soprattutto
    ad adeguare le proprie prospettive di vita. (...)
    Nazismo e comunismo.
    Il richiamo alla barbarie nazista  uno dei ritornelli della stampa di
    regime,  della controguerriglia psicologica, nel tentativo di demolire
    l'immagine, di togliere legittimit all'azione delle forze combattenti
    comuniste e  proletarie.  (...)  Il  nazismo  svilupp  per  primo  le
    tecniche pi moderne di orientamento di massa attraverso gli strumenti
    potenti  delle  comunicazioni di massa,  allora la radio,  realizzando
    quello   che      diventato   uno   dei   principali   strumenti   di
    controguerriglia,  disorientamento  e insieme orientamento e divisione
    delle masse proletarie.  Massimo di socializzazione e centralizzazione
    del  comando:  ecco  ci  che  accomuna  il  capitale  oggi allo stato
    nazista, cos come allo stato USA tra le due guerre e alla costruzione
    degli stati a socialismo reale. (...) La perdita di ogni autonomia, di
    ogni forma di indipendenza porta a riconoscersi solamente in chi e  in
    ci  che  esercita comando.  Il processo di liberazione comunista  il
    modo con cui una volont di rivolta nasce su  un  momento  determinato
    della vita sociale anche essenziale ma parziale,  e quindi diventa una
    volont di distruzione del nemico di classe.  (...) Tuttavia la guerra
    civile    una  porta  stretta  in  cui  i  momenti  di valorizzazione
    antagonista della personalit dell'uomo  vengono  confrontati  con  la
    necessit di costruire forza, per annientare il dominio che li blocca.
    L'eliminazione di un delatore  una scelta di spaccare con un rapporto
    opportunista,  di imporre ad ogni compagno la chiarezza sul livello di
    scontro che oggi si affronta,  di imporre una  rottura  dell'esistenza
    privata   separata,   (...)  di  imporre  l'apertura  di  un  processo
    collettivo di organizzazione.
    Non  si  tratta  della  difesa   del   proprio   piccolo   spazio   di
    sopravvivenza,  ma  della  misura  di responsabilit soggettiva di chi
    sino  ad  oggi  ha  lavorato  a  costruire  la  rete  combattente,   e
    dell'apertura  di  un  processo  di chiarificazione nella classe,  nel
    quale si rideterminano gli schieramenti e si esplicitano le volont di
    fronte all'alternativa che si apre: da una parte una compiuta e totale
    subordinazione alle necessit del capitale,  condita con  un  abbietto
    senso  di  riconoscenza verso ci che ci sfrutta per il fatto che esso
    ci organizza l'esistenza, ci toglie, col desiderio di ribellarci, ogni
    contraddizione;   dall'altra  un  rapporto  drammatico   costantemente
    rideterminato con una crescente forza e partecipazione collettiva, tra
    momenti  concreti  e immediati di liberazione e rilancio delle proprie
    prospettive nella  crescita  del  rapporto  di  guerra  col  capitale.
    Organizzazione comunista - Prima Linea.
    Documenti  prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento in
    cui ha incontrato la morte.

    - Interventi in sede processuale (Corte d'Assise d'Appello di  Milano,
    con sentenza del 8/3/86) di militanti P.L.
    M. B.: Quelle informazioni che abbiamo su Waccher, che ce lo indicano
    come un collaboratore con il nemico,  non  che...  certo,  l'ho detto
    subito: se confrontato con quello che avviene dopo,    irrisorio.  Il
    problema   che fino a quel giorno non c'era mai stato niente,  fino a
    quel giorno nessuno di noi aveva nella propria testa,  o concepiva  il
    fatto  che  il compagno arrestato,  che fosse di movimento,  che fosse
    d'organizzazione,  che fosse di  una  o  di  un'altra  organizzazione,
    potesse  collaborare.  Era  un  fatto  assoluto,  chiaro:  il compagno
    arrestato non  collabora.  (...)  Sappiamo  tutti  che  i  livelli  di
    collaborazione  del  Waccher  furono,  se confrontati con i livelli di
    collaborazione di altri  militanti  di  P.L.  o  di  altre  formazioni
    armate,    assolutamente   irrilevanti.    Quello   che   invece   era
    pericolosissimo,   come  pareva  a  noi,   e   comunque   estremamente
    significativo,   quello  che  a  noi  parve  l'elemento  fondamentale,
    soprattutto la consegna (il fatto che Waccher  si  fosse  consegnato).
    Ecco,  proprio  rispetto a questo,  quella domanda che lei mi ha fatto
    sull'esiguit delle eventuali responsabilit di Waccher,  voglio  dire
    che questa cosa ci pesa spaventosamente. (...)

    - S.  R.: (...) Cogliamo una tendenza del diritto a non farsi pi come
    elemento di mediazione sociale ma a valorizzarne  l'aspetto  puramente
    repressivo.  Questo lo vedremo molto evidentemente nei confronti della
    lotta armata e dei comportamenti politici illegali.  Sar  poi  questa
    riflessione  che ci porter a ragionare diversamente anche rispetto al
    carcere: noi pensiamo che ci sia ormai una nemicit totale, rispetto a
    questa  questione,   e  non  pi  spazi  di   mediazione,   per   cui,
    conseguentemente,   chiediamo   ai  nostri  militanti  in  carcere  di
    rivendicare una  propria  identit  politica  e  quindi  di  porsi  in
    posizione   di   nemicit   totale   anche   rispetto  all'istituzione
    carceraria.  Qui c' una particolarit:  in  effetti  gli  arresti  di
    Firenze  sono  avvenuti,  in  parte in base ad indagini normali,  e in
    parte grazie alle deposizioni di alcuni  compagni  che  avevano  fatto
    parte  della  struttura  delle squadre di P.L.  precedentemente.  Ora,
    questi compagni erano uniti da un unico destino,  e  questo  fatto  ci
    colp:  erano  compagni  che  erano  usciti  dalle  squadre  ed  erano
    diventati  tossicodipendenti.   A  quel  punto  facciamo  proprio  una
    riflessione   sul   fatto  che  il  loro  comportamento  fosse  dovuto
    evidentemente non alla tossicodipendenza in s ma  al  fatto  di  aver
    vissuto una tale crisi individuale, e quindi anche di legami solidali,
    e quindi anche di riferimenti,  erano defilati, e dall'organizzazione,
    e anche dal movimento;  c'era un massiccio fenomeno  di  riflusso,  di
    ritorno  al  privato,  di  sfiducia.  Queste  sono le premesse di quel
    dibattito che affronteremo subito e che ci  porter  poi  alla  scelta
    dell'omicidio  Waccher.  Su questo devo dire una cosa: come l'omicidio
    Waccher,  pi che un'operazione militare  stato un vero  dramma,  per
    come poi  stato vissuto.
    Questo  un salto mostruoso,  rispetto alla nostra pratica precedente,
    anche se precedentemente era stata una pratica omicidiaria; per se da
    un punto di vista morale  vero che non ci sono morti pesanti e  morti
    leggere,  ma  la  morte  evidentemente    una,  da  un punto di vista
    dell'esperienza personale,  questo   vero  fino  a  un  certo  punto.
    Almeno, nella mia esperienza, ci sono dei fatti - l'omicidio Waccher 
    forse  il  primo di questi - che mi hanno segnato pi profondamente di
    altri,   anche per questo forse che  ho  difficolt  a  parlarne.  In
    realt, decidendo l'omicidio Waccher decidiamo di drammatizzare ancora
    di pi questa situazione (...).





    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    -  Diego  Novelli,  Nicola  Tranfaglia,  "Vite sospese",  Milano 1988,
    Garzanti. Frammenti.
    C.W. Mio cugino, William Waccher,  nato e cresciuto in una delle zone
    che  sono  state  la  culla  dell'estremismo milanese (basti ricordare
    l'occupazione di case in  via  Mezzotti,  a  cui  parteciparono  molti
    futuri  esponenti  di  formazioni della lotta armata),  vive a stretto
    contatto con personaggi di quella che sar Prima Linea. (...)

    M.F.  Nel mio  peregrinare  da  una  casa  all'altra  conosco  William
    Waccher.  Essendo  William  nato in quel quartiere,  nel giro di breve
    tempo divento una persona familiare: nessuno si poneva domande su come
    fossi arrivato l.



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Non ne sono state prodotte.


    LORENZO BETASSA.


    Note biografiche.

    - Lorenzo Betassa nasce a Torino, il 30 marzo 1952.
    - frequenta le scuole medie a Torino.
    - lavora dal 1969 come operaio alla Italimpianti e  assume  la  delega
    sindacale per la FIM-CISL alla Fiat Mirafiori, sezione Carrozzerie.
    - milita in Potere Operaio.
    - milita nelle Brigate Rosse.
    - viene ucciso dai carabinieri a Genova,  il 28 marzo 1980,  insieme a
    Riccardo Dura, Annamaria Ludman e Piero Panciarelli.



    Scritture di Lorenzo Betassa.

    - Non ne sono state reperite.



    Documenti prodotti da organizzazioni  armate  per  la  persona  o  per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    -  Brigate  Rosse,  Volantino  di  commemorazione,  Genova  1980,  in:
    Progetto memoria,  "La  mappa  perduta",  Roma  1994,  Sensibili  alle
    Foglie.



    Documenti  prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento in
    cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Non ne sono state prodotte.



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Ernesto Amato, Testimonianza al Progetto memoria, Torino 1994.
    Lorenzo nasce a Torino il 30-3-1952 ed  ucciso  a  Genova  il  28-3-
    1980,  due  giorni  prima  di  compiere  28  anni.  L'ho conosciuto in
    fabbrica nel 1973, siamo diventati amici,  molto amici,  ho conservato
    in  tutti  questi  anni  un  ricordo  vivo  di  lui,  della sua grande
    generosit,  giovialit e disponibilit umana;  ci  che  dico  non  
    retorico  perch  l'ho sperimentato in prima persona,  a me Lorenzo ha
    dato un grande aiuto, soprattutto sul piano della crescita umana.
    In fabbrica lo chiamavamo "Lucio" a causa dei suoi  capelli  crespi  e
    lunghi  a  cespuglio che lo rendevano simile a Lucio Battisti;  la sua
    militanza politica non  mai stata di quelle finalizzate  ad  emergere
    sugli altri,  il suo rapporto con i compagni di lavoro era di assoluta
    normalit e cordialit,  oppure di giusta contrapposizione qualora  ne
    sussistessero i motivi.
    Entr in Fiat credo nel '69 proveniente dalla Scuola Allievi.
    Fare politica per Lorenzo significava vivere la vita di tutti i giorni
    in mezzo agli altri, cogliendo le contraddizioni e cercando una strada
    per migliorare le proprie condizioni e quelle degli altri. Amava molto
    vivere,  raramente era depresso, amava molto divertirsi e scherzare su
    tutto e tutti.
    Mi ricordo che ai picchetti eravamo quasi sempre i primi ad  arrivare,
    ci  si  trovava ai cancelli arrivando da strade diverse,  quasi sempre
    erano le 2 o le 3 del mattino e le porte  erano  quasi  sempre  quelle
    degli impiegati.
    La  sua  scelta  politica  l'ha  fatta in piena libert e convinzione,
    facendola soprattutto  per  s,  infatti  mi  ricordo  una  sua  frase
    ricorrente,   mi  diceva:  "Caro  Ernesto,  la  rivoluzione  va  fatta
    innanzitutto per noi stessi e  di  conseguenza  per  gli  altri,  devi
    rivoluzionare  prima  al tuo interno ci che non ti va e poi fuori..."
    Non credo comunque che avesse preventivato, nelle sue scelte, una fine
    cos cruenta.
    La sua semplicit,  il suo  atteggiamento  "normale"  lo  avvicinavano
    molto  agli  altri,  soffriva di una "normale" timidezza a causa della
    sua altezza che cercava sempre di mascherare stando sempre leggermente
    col busto flesso,  cos che noi lo sfottevamo sempre  su  questa  cosa
    facendoci delle sane risate.
    Abbiamo avuto un buon rapporto di amicizia, stima ed affetto, anche se
    non  l'abbiamo  mai formalizzato parlandone ma,  comunque,  ne eravamo
    convinti; non sopportava n gli intellettuali n gli intellettualismi.
    E' sparito dalla fabbrica e dalla vita civile alla  fine  del  1979  e
    solo  alcuni mesi pi tardi  stato ucciso,  quindi ha fatto una breve
    militanza da clandestino; sinceramente,  conoscendolo bene,  non credo
    che  quel  ruolo  da "regolare" si confacesse molto al suo carattere e
    alla sua personalit, anche in termini di rinunce.
    La notizia della morte  cal  su  tutti  noi  come  una  gelida  notte
    d'inverno, di quelle notti insonni che non finiscono mai.
    Al suo funerale eravamo in molti, grande era la rabbia, la commozione,
    il senso d'impotenza,  l'angoscia.  Fummo tutti, per quanto possibile,
    vicino alla famiglia che, come tutti noi, vide arrivare la bara chiusa
    e sigillata;  questo rese faticoso prendere coscienza della  morte  di
    Lorenzo.  A me successe,  poi,  diverse volte,  di vedere, per strada,
    delle persone che gli assomigliavano  e  cercare  di  avvicinarle  per
    vedere se era lui o meno.
    La  cerimonia  funebre fu straziante e veloce come imponeva il momento
    storico  e  il  percorso  politico  di  Lorenzo,  molti  poliziotti  e
    carabinieri  parteciparono  alla cerimonia facendo molte foto di tutti
    noi.
    Ancora oggi,  a 14 anni di  distanza,  stento  a  rendermi  conto  che
    "Lucio"  sia  morto  ammazzato  una  mattina  di  marzo  dell'80 in un
    alloggio a Genova,  insieme ad altri tre;  da allora ho una  sua  foto
    incorniciata e appesa in casa,  in questa foto c' lui sorridente.  Io
    devo molto a Lorenzo, ho un gran rimpianto: quello di non aver pensato
    di pi a divertirci insieme, ma erano gli anni... era la storia....

    RICCARDO DURA.


    Note biografiche.

    - Riccardo Dura, nasce a Roccalumera (Messina), il 12 settembre 1950.
    - si trasferisce a Genova giovanissimo.
    -  tra  il  1966  ed  il  1967  fa  l'esperienza  di  un  istituto  di
    rieducazione, la "nave Garaventa", a Genova.
    - frequenta per qualche anno l'istituto per geometri.
    - svolge il servizio militare in Marina nel 1970.
    - successivamente fa lunghi viaggi in mare, come operaio marittimo.
    -  lavora  come  operaio  presso  le ditte d'appalto dell'Italsider di
    Cornigliano, dove vive l'esperienza, nel 1971, delle lotte dei "negri"
    per essere assunti dalla grande industria.
    - milita in Lotta Continua.
    - milita nelle Brigate Rosse.
    - viene ucciso dai carabinieri a Genova,  il 28 marzo 1980,  insieme a
    Lorenzo Betassa, Annamaria Ludman e Piero Panciarelli.



    Scritture di Riccardo Dura.

    - Riccardo Dura,  Lettera alla madre, Olbia, 6 ottobre 1970. Frammenti
    in: Il Secolo XIX 54-80.
    Cara mamma,  (...) come tu hai detto,  io sono un uomo e non sono pi
    un  bambino  e  mi rendo conto ormai degli errori e mi dispiace che tu
    abbia sofferto per causa mia,  perch capisco che da sei anni a questa
    parte  ti  ho fatto fare una vita grama,  dandoti mille dispiaceri.  E
    questo sono finalmente riuscito a  capirlo,  ma  vedi  anche  tu  devi
    capirmi  perch  io  mi sentivo soffocato dalla tua severit,  dal tuo
    affetto quasi morboso.  E' comprensibile dal momento che  ero  il  tuo
    unico  figlio e tutto ci mi impediva di crescere nel vero senso della
    parola, con i miei errori,  le mie esperienze,  la mia personalit;  e
    quando  in seguito a tutto ci credevo di ricominciare da capo da solo
    vedevo che fallivo e addossavo su  di  te  i  miei  fallimenti.  (...)
    Sembrava  che  ti odiassi,  ma non ti odiavo credimi,  cercavo solo di
    tornare indietro ma purtroppo non si pu tornare indietro e non si pu
    ricominciare a 17-18 anni a fare ci  che  andava  fatto  a  14-15,  e
    allora  mi  pesavano i rimpianti,  le delusioni,  la consapevolezza di
    essere un escluso,  un fallito e a tutto ci si aggiungeva l'idea  che
    se  mi fossi trovato in un'altra situazione e in un'altra famiglia non
    sarebbe andata cos.  Io non ti serbo  rancore,  nella  mia  mente  di
    bambino ho attribuito a te,  per anni,  a ogni errore, a ogni ostacolo
    incontrato,  io,  subito,  davo la colpa a te e cos si accumulava  in
    tutti questi anni una situazione dentro al mio animo che poteva finire
    in due modi. O portarmi al delirio e alla pazzia, o trovare uno sfogo.
    Io  avevo  trovato  lo  sfogo  che  mi  consentiva  di  non  impazzire
    addossandoti tutte le colpe della mia disgrazia,  del  mio  fallimento
    interiore.  Con  questo  non  devi pensare che ti abbia messo in croce
    tutti questi anni. In fondo,  senza rancore,  se ti ricordi,  anche tu
    tanti anni fa reagivi cos, sfogandoti su chi ti capitava per mano, e,
    spesso  e  volentieri,   con  me,   picchiandomi  a  sangue,   reagivi
    all'amarezza della vita, ai dispiaceri,  alle delusioni,  ai ricordi e
    mi  picchiavi a morte,  poi mi chiedevi scusa e diventavi affettuosa e
    mi compravi le leccornie.  Vedi mamma,  la vita  dura e  amara  e  ci
    rende  come  bestie  e  ognuno  deve  reagire  in qualche modo per non
    diventare matto e c' chi si ubriaca,  come faceva mio padre -  chiss
    forse  anche  lui  aveva di questi problemi e cercava di affogarli nel
    vino - c' chi si droga, chi si d alla pazza gioia,  chi crede in Dio
    e si attacca alla religione, poi c' anche chi  debole e non ce la fa
    e allora ruba, ammazza. Non devi pensare che questa sia vigliaccheria,
    che sia per fuggire dalle proprie responsabilit gettandole addosso ad
    altri, perch  impossibile affrontare tutto a viso aperto, accollarsi
    tutto  sulle  spalle,  comportarsi  da veri uomini.  Nel periodo della
    giovent questo    pi  che  impossibile  ed    penoso  e  difficile
    riconoscere le proprie colpe e le proprie responsabilit. La colpa che
    ti  attribuivo  era  quella  di  avermi soffocato col tuo affetto,  io
    capisco il tuo desiderio che  non  mi  mancasse  mai  nulla,  che  non
    facessi esperienze spiacevoli a mie spese, mi hai fatto crescere senza
    il  senso  della responsabilit.  Hai impedito alla mia personalit di
    svilupparsi, in poche parole intendo l'educazione della vita, il saper
    affrontare la vita da uomo e non  da  femminuccia,  un  Riccardo  uomo
    cosciente  e responsabile di quel che faceva.  Ho voluto fare tutto in
    un colpo quanto andava fatto piano piano e sono finito,  come sai,  in
    manicomio e in Garaventa, poi tutto perch tu, invece che lasciarmi le
    redini  piano  piano,  le hai tenute con forza tirando sempre di pi e
    tenendomi come un cane al guinzaglio.  Un cane per che pi  il  tempo
    passava  pi si inferociva.  Mi  andata bene,  io pur nella mia foga,
    nella mia smania di libert,  sono un  tantino  controllato  se  no  a
    quest'ora  saremmo  a  piangere  in due sulla mia fine.  Hai sbagliato
    anche nel senso che non dovevi impedirmi di  seguire  il  mio  istinto
    maschile  e picchiarmi se andavo dietro alle ragazze perch  regolare
    che un ragazzo vada dietro alle ragazze,  e anche alle donne.  Tu  non
    hai  capito  che a 13 o 15 anni un ragazzo cerca le donne grandi e non
    le ragazze della sua et che sono sceme come le papere. Cos tu mi hai
    spinto nelle braccia di donne che mi lasciano lo schifo addosso  e  il
    cuore gonfio di amarezza. (...) Ho sbagliato a prendere il lavoro alla
    leggera,  a  trattare  la  gente a calci.  Mi hai reso timido cos che
    quando sono con una ragazza seria ho paura delle  brutte  figure,  non
    vado  a  ballare  perch  non  so ballare e a vent'anni non si pu non
    saper ballare. A vent'anni faccio la vita di un vecchio. Mentre riesco
    ad ammettere lo sbaglio e  riesco  a  capire  che  questa  vita    un
    fallimento non riesco invece a rifarmi un'esistenza ed ho paura che in
    futuro la mia vita sar un inferno.



    Documenti  prodotti  da  organizzazioni  armate  per  la persona o per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Vedi Progetto memoria, "La mappa perduta", Roma 1994, Sensibili alle
    Foglie.






    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Andrea Mercenaro, "Riccardo Dura", in: Lotta Continua 4-4-80.
    - Andrea Mercenaro, "Ancora Riccardo Dura", in: Lotta Continua 8-4-80.
    - Celestina Di Leo, Intervista in: Il Secolo XIX 5-4-80. Frammenti.
    Fino  a  sedici  anni    stato  un figlio perfetto.  Bravo a scuola,
    affezionato, pieno di premure per me. Guai a chi me lo toccava.  Poi 
    tutto   cambiato   improvvisamente.   Io   mio  figlio  non  l'ho  pi
    riconosciuto,  ho tentato in  ogni  modo  di  assecondarlo,  di  farlo
    tornare  quello  di prima.  Ma non c' stato niente da fare.  (...) E'
    cominciato tutto quando lui si era messo in  testa  di  ricomporre  la
    famiglia.  Con  mio  marito ci eravamo separati quando Riccardo era un
    bambino di quattro forse cinque anni.  Da  quel  momento  sono  sempre
    stata  io  a  curarmi  di  mio figlio.  Non gli facevo mancare niente.
    Quando ha compiuto sedici anni mi ha chiesto di tornare insieme a  mio
    marito.  Ne  abbiamo  parlato  ma  non siamo riusciti a raggiungere un
    punto d'intesa. Forse era passato troppo tempo.  Forse lui ha sofferto
    per  tutto  questo,  forse  ha parlato con altre persone che gli hanno
    messo in testa certe idee. (...)
    Diceva che in casa voleva essere pi libero,  che voleva  poter  stare
    con  gli  amici senza che io gli dessi fastidio.  Ho fatto dividere in
    due l'appartamento in modo che avesse la sua libert.  Io poi andavo a
    rimettere  a  posto.  Magari  loro  stavano insieme fino a tardi e poi
    lasciavano tutto in disordine. Ma neppure cos andava bene. Lui voleva
    essere indipendente. Allora gli ho preso una camera all'albergo Centro
    di Sampierdarena, io mi preoccupavo che non gli mancasse niente, vitto
    e alloggio. Nemmeno quella sistemazione  durata.  Poco distante c'era
    una  trattoria  e Riccardo ha detto che voleva lasciare l'albergo dove
    c'era troppa gente con la cravatta che lo metteva  in  soggezione.  Ho
    preso accordi con il proprietario della trattoria per i pasti e per la
    camera. Gli ho detto di curare mio figlio, di farlo mangiare, che ogni
    sera sarei passata io a pagare il conto. (...)
    "Prima  l'iscrizione  al  corso  di scuola per elettrotecnici,  poi un
    collegio a Novi Ligure."
    E' partito con la sua valigia ma il giorno dopo era  gi  di  ritorno,
    diceva  che  non  si  trovava  bene,  che  non  riusciva  a sopportare
    quell'ambiente. (...)
    "Prima la donna si rivolse ai carabinieri."
    Perch lo richiamassero all'ordine, per una bella lavata di capo, dato
    che io,  ormai,  non riuscivo pi a capirlo.  (...) Un giorno Riccardo
    mise le mani nel cassetto del tavolo di cucina. Prese sette coltelli e
    me li lanci,  inveendo contro di me. Feci a tempo a tirarmi dietro la
    porta.  Qualche coltello si piant nel legno.  (...) L'ho accompagnato
    all'ospedale  di  San Martino,  ho parlato con il dottore spiegandogli
    cos'era successo. L'ho pregato di far qualcosa ma io non volevo che me
    lo mandasse a Quarto.  Speravo  che  fosse  possibile  ricoverarlo  in
    qualche clinica,  farlo curare, farlo diventare quello di prima. (...)
    Da quel momento per io Riccardo l'ho praticamente perso. E' ritornato
    all'ospedale psichiatrico, ci sono state altre crisi,  sono continuati
    quegli   atteggiamenti  sempre  pi  incomprensibili.   (...)  Io  ero
    disperata.  Non sapevo pi a chi rivolgermi.  Ho  parlato  con  tutti:
    polizia,  carabinieri,  ufficiali,  marescialli. Ho mosso mezzo mondo.
    Non ho mai smesso di interessarmi a mio figlio.  Ma nessuno  stato in
    grado di aiutarmi. Da sei anni non ho avuto pi notizie.


    - Andrea Mercenaro, in: Il lavoro 4-4-80.
    Era  entrato in Lotta Continua nel '71,  e ne era uscito nel 1973.  A
    fargli scegliere la militanza  nella  nuova  sinistra  non  era  stata
    l'ideologia:  non  aveva  ancora  avuto  esperienza politica;  non era
    uscito da un partito per entrare nell'altro; non era un intellettuale.
    Era una persona  intelligente  e  sensibile.  Non  amava  mettersi  in
    mostra,   n   cercava  di  farsi  notare  dai  dirigenti,   preferiva
    frequentare e fare amicizia con i proletari come lui. Poi,  nel luglio
    1973,  usc da L.C.  Non ricordo bene i motivi di quell'abbandono,  ma
    una cosa posso escludere con tutta tranquillit: non se ne and perch
    amava la lotta armata.  Ho la  sensazione,  sfocata  certo  dal  tempo
    passato eppure nitida, che Riccardo se ne fosse andato per delusione e
    mi  sembra di ricordarne i drammi,  la paura di restare solo,  come ai
    tempi precedenti le lotte nelle ditte d'appalto.  Nel 1973 L.C.  smise
    di essere il grande amore di Riccardo: sappiamo ora,  dalle parole dei
    suoi compagni, che le B.R. sostituirono L.C. Mi dispiace la sua morte,
    caduta  come  una  mazzata,  come  mi  dispiace  la  sua  scelta,   la
    coincidenza  tremenda  di  sentire  parlare,  dopo tanti anni,  di una
    persona cara e  scoprire  il  brigatista  morto  ammazzato,  scoprirlo
    uccisore ed ucciso.


    - Andrea Mercenaro, "Una testimonianza su Riccardo Dura", giugno 1980,
    in: Luigi Manconi, "Vivere con il terrorismo", Milano 1980, Mondadori.
    Frammenti.
    In  tutta questa storia,   difficile riuscire a cancellare del tutto
    una sorta di senso di colpa.  (...) Io  credo  che  questa  storia  di
    Riccardo Dura, perch anche la storia di Riccardo Dura  una storia di
    intrecci   e   di   collegamenti,     una  storia  di  rifiuti  e  di
    incomprensioni.  Come la storia di  Lotta  Continua  a  Genova.  Anche
    quella    una  storia  complessa  e  intrecciata proprio perch Lotta
    Continua era il crocevia di molte vicende umane e politiche,  il luogo
    di  incontro  e  di  scontro,  di  fusione  e di separazione tra molti
    destini e molte vite.
    Una di queste storie, particolarmente intensa e dolorosa,  riguarda il
    processo al gruppo 22 Ottobre.  Su questo processo indubbiamente Lotta
    Continua sbagli tutto o quasi. Non che una posizione diversa di Lotta
    Continua   avrebbe   influito   sull'andamento    del    processo    o
    sull'atteggiamento   della  sinistra  genovese,   o  avrebbe  cambiato
    l'atteggiamento dei singoli militanti.  No di certo: ma avrebbe  forse
    consentito  di  comprendere  meglio  cosa stava succedendo e come quel
    processo modificava la fisionomia di una parte non trascurabile  della
    sinistra  genovese.  E  la  fisionomia  di  Riccardo Dura.  Lui era un
    operaio di una delle ditte che lavorano in  appalto  all'Italsider,  e
    non era per nulla felice di fare l'operaio.  Al contrario.  E Riccardo
    incontrando Lotta  Continua,  credette  di  incontrare  una  comunit.
    Voleva incontrare una comunit.  E comunque era soprattutto quello che
    cercava. Tant' vero che, come spesso succedeva, in breve trasform la
    sua vita: da operaio che fa la vita da  operaio,  divenne  quello  che
    allora si chiamava un "militante esterno".  Uno cio che non  operaio
    ma che va ai cancelli della fabbrica per fare lavoro politico tra  gli
    operai e con gli operai...  E faceva l'intervento politico,  insieme a
    degli studenti,  in Valpolcevera,  che  una zona  con  molte  piccole
    fabbriche.  Come  poi  sia  uscito da Lotta Continua non me lo ricordo
    esattamente.  No,  non  uscito su  posizioni  militariste.  (...)  E'
    uscito,  si  pu  dire,  per  simpatia umana e politica verso i membri
    della 22 Ottobre che erano stati condannati e  perch  Lotta  Continua
    non mostrava analoga simpatia umana e politica. E questo non vuol dire
    assolutamente che era d'accordo con le posizioni della 22 Ottobre.  No
    assolutamente no.  E' una cosa tutta diversa.  Ma per capirlo  bisogna
    appunto  capire  che  cosa  quella  vicenda  significasse  per Genova.
    Quelli, i condannati,  erano proletari e i proletari di Lotta Continua
    si  sentivano  molto vicini a loro;  e poi erano persone conosciute ed
    apprezzate per il loro coraggio e per la loro  generosit;  e  infine,
    "loro s che facevano le cose concrete". La lotta armata, appunto: una
    cosa  molto  concreta,  com'  evidente.  (...)  Fu quella sentenza di
    Genova,  che inaugur il ricorso a tutti quei  reati,  successivamente
    diventati  di larga applicazione,  come l'associazione sovversiva e la
    banda armata. E fu quello, non dimentichiamolo,  il primo processo per
    banda armata fatto in Italia in questi ultimi decenni. Lo scalpore che
    suscit  a  Genova  fu  enorme.  Ed  enormi  furono  l'influenza  e la
    suggestione che esercit sui compagni.
    No,  non sono in grado di dire come reag concretamente Riccardo Dura,
    e non mi ricordo i suoi discorsi precisi.  Riccardo era uno che taceva
    molto: alle riunioni,  ma anche fuori,  non era  sicuramente  un  tipo
    molto  loquace.  (...)  Quello  che  so per certo  che Dura segu con
    molta attenzione e assiduit il processo alla 22 Ottobre, e con grande
    partecipazione e angoscia.  E fu a seguito dei sentimenti  che  quella
    vicenda  suscit  in lui che Riccardo decise,  con altri compagni,  di
    uscire da Lotta Continua. Lo ripeto: non usc da Lotta Continua perch
    aveva deciso di fare la lotta  armata,  usc,  perch,  semplicemente,
    Lotta  Continua  non soddisfaceva i suoi bisogni e non rispondeva alle
    sue richieste: non dava, insomma,  una risposta agli interrogativi che
    poneva  a  lui - e non solo a lui - una vicenda come quella del gruppo
    22 Ottobre. Oltre a non dare molte altre risposte.  Questo  il punto:
    non   le   cazzate  che  si  sono  sentite  dire  sulla  sua  presunta
    predisposizione alla violenza. Ma quale predisposizione!  Riccardo era
    un  ragazzo molto introverso,  dolce e fragilissimo: la tipica persona
    che  corre  al  canile  per  salvare  un  cane  che  sta  per   essere
    vivisezionato.  Era  insomma  una  persona,  come  dicevamo una volta,
    "ottima e abbondante", cio complessa e ricca.  (...) Dopo il massacro
    di  via  Fracchia (...) ho avuto subito la certezza che quel "Roberto"
    era proprio lui,  Riccardo Dura.  E ho subito deciso che  avrei  fatto
    quel nome, e avrei detto - se le B.R. non lo avessero fatto loro - che
    Riccardo  Dura  andava  seppellito come Riccardo Dura,  col suo nome e
    cognome, con la sua faccia e la sua identit e la sua storia. Insomma,
    non so bene perch,  ma non volevo proprio rassegnarmi a quella  morte
    anonima.  Ecco, so solo questo: che non volevo rassegnarmi, e basta. E
    volevo fare qualcosa; sapevo di averne diritto. Credevo, e credo,  che
    a nessuno pu essere impedito testimoniare del modo con cui ha vissuto
    il rapporto con una persona. Io, altri amici e compagni, avevamo tutti
    il  diritto  e  il  dovere  di  testimoniare di Riccardo Dura per quel
    tratto della sua vita che a era stato comune. (...) Ciascuno parli, se
    ne ha voglia,  di quel frammento di vita di Riccardo che ha avuto modo
    di  conoscere  e condividere.  N di pi n di meno.  Il Riccardo Dura
    membro della direzione strategica delle B.R.,  non  n pi autentico,
    n  pi realizzato e definito,  n pi significativo del Riccardo Dura
    militante di Lotta Continua o del Riccardo Dura che decide  di  uscire
    da  Lotta Continua.  (...) Per questa stessa ragione mi ha fatto molto
    piacere che le  B.R.,  nella  scarna  biografia  che  hanno  fatto  di
    Riccardo  sottolineino  proprio  la  sua  capacit  di  "confortare" i
    compagni: la sua grande disponibilit e solidariet,  insomma;  perch
    questo  testimonia  di  una  continuit  tra  il  Riccardo Dura che ho
    conosciuto io e il Riccardo Dura che non ho pi conosciuto perch  era
    entrato  nelle  B.R.,  tra  il  "mio"  e il "loro" Riccardo.  Ed  una
    ragione di conforto,  credo,  per  chi  gli  ha  voluto  bene:  ce  lo
    restituisce in una dimensione pi completa e piena.  Pi autentica.  E
    ci pu impedire, forse,  di cadere nell'errore di fare di Riccardo,  o
    di altri come lui,  degli eroi.  Il rischio,  mi creda,   grosso ed 
    facile cadervi.  L'opera di demonizzazione che compie abitualmente  la
    stampa  ti  pu  spingere  facilmente  a piegare il bastone dall'altra
    parte;  nel senso di una facile  enfatizzazione  delle  qualit  degli
    amici morti.  E anche questa enfatizzazione contribuisce a deformare e
    a falsificare la realt. E' menzogna. E a questa menzogna  necessario
    sottrarsi. Anche se non  facile quando ti tocca leggere articoli come
    quelli pubblicati a Genova dal "Secolo XIX", e ti viene da pensare che
    poi proprio il "Secolo XIX" contribuisce,  certo in maniera indiretta,
    a  spingere  alcuni  verso  la scelta della lotta armata.  Voglio dire
    che... insomma,  molto difficile parlare in maniera piana e obiettiva
    di una persona quando tutti sono alacremente impegnati a  demonizzarla
    e a sbatterla in prima pagina, come un mostro... Mi riferisco a quella
    cultura  e a quella esperienza che spingono il giornalista del "Secolo
    XIX" a fare il suo mestiere,  e a farlo  in  quel  modo  orribile.  Ma
    voglio  anche  dire  che io non ho il minimo dubbio che Riccardo Dura,
    morto da membro della Direzione Strategica delle B.R., sia migliore di
    quel giornalista che non ha esitato a fare scempio della sua  identit
    sulle  colonne  di  un  giornale...  E  poi sono convinto che mai,  in
    nessuna delle azioni fatte da Riccardo - fossero le pi  sanguinose  -
    lui  Riccardo,  c'ha  messo quel cinismo necessario al giornalista del
    "Secolo XIX" per scrivere ci che ha scritto di un giovane assassinato
    all'alba in un appartamento (...).


    - Mario Moretti,  "Brigate Rosse una storia italiana",  intervista  di
    Carla Mosca e Rossana Rossanda, Milano 1994, Anabasi. Frammento.
    "Dura era un amico per te oltre che un compagno?"
    S. Ho scritto il volantino per commemorare quei nostri quattro morti,
    in una casa di Sampierdarena,  dove abitava una compagna operaia e una
    sua figlia,  allora diciottenne.  Eravamo in tre generazioni intorno a
    quel  tavolo  e  certo per la mente ci passavano cose diverse,  a mala
    pena saprei dire quello che  passava  nella  mia.  Ma  dovevamo  avere
    qualcosa  di molto forte in comune per stare tutti e tre a guardare in
    faccia la morte di quattro che  sentivamo  come  fratelli.  Un  dolore
    terribile,  che non vogliamo neppure che si veda.  "Mia figeu, semo ne
    'a bratta, ma u sci Costa ha gi pago" (Senti, noi siamo nella merda
    fino al collo,  ma il signor  Costa  ha  gi  pagato),  avrebbe  detto
    Roberto,  un  marinaio comunista come ne ho conosciuti tre nella vita,
    che dopo l'azione Costa ci ripeteva questo tormentone ogni  volta  che
    ci trovavamo nei guai. Lo immagino anche stavolta.



    Testimonianze al Progetto memoria.

    -  Vincenzo  Guagliardo,  Testimonianza al Progetto memoria,  carcere,
    Opera 1994.
    Non  facile ricordare Riccardo in poche parole,  dato il modo in cui
    mor,  le  cose  che  allora  su  di  lui  stampa  e pentiti dovettero
    inventare per giustificare la strage e sbiadirne il senso all'opinione
    pubblica,  e l'amarezza rabbiosa che tutto questo  suscit  in  quelli
    come me.
    La strage di via Fracchia non fu affatto,  come disse a caldo un primo
    comunicato delle B.R.  in preda  all'emozione,  il  risultato  di  uno
    scontro,  ma  una  fredda  esecuzione  comandata dal generale dei C.C.
    Dalla Chiesa per ottenere - credo -,  a  partire  dalla  delazione  di
    Patrizio  Peci,  l'inizio  della  politica  del "pentitismo",  ponendo
    l'esecutivo d'allora e il presidente Pertini di  fronte  a  un  "fatto
    compiuto".
    Riccardo  ed  io  ci  chiamavamo "compari' per ironizzare sulla nostra
    comune origine siciliana.  Quando dovevamo  incontrarci  in  questa  o
    quella citt,  quello di noi che combinava l'incontro cercava il posto
    migliore dove pranzare assieme come meglio potesse piacere  all'altro,
    nell'ambito  del  possibile...  La nostra amicizia da "compari" era il
    risultato di alcune belle e confuse bisticciate,  avvenute  all'inizio
    della nostra conoscenza,  intorno ai massimi sistemi.  Io venivo dalle
    fabbriche di Torino e Milano, dal carcere...  Lui veniva da esperienze
    pi solitarie: da piccolo lo aveva cresciuto in pratica solo la madre,
    come  operaio aveva fatto soprattutto il marittimo,  come compagno era
    cresciuto  in  una  citt  austera,   non  particolarmente  ricca   di
    "movimento",  come Genova.  Credo perci che in cuor suo individuasse,
    giustamente,  la solitudine umana come il grande nemico,  come la  pi
    grave  contraddizione  di questa societ.  Per lui dunque la militanza
    brigatista diventava una condizione totale in cui si faceva  quel  che
    era "giusto";  e poi si sarebbe visto come andava a finire...  Come un
    nuovo Pisacane,  vedeva le B.R.  come un piccolo reparto  delle  masse
    oppresse che cominciava a fare la sua parte nel comune destino. Io ero
    pi  "politico",  individuavo  me  e  lui  in una comunit pi vasta e
    contraddittoria delle B.R., e citando Mao dicevo che il nostro cammino
    era  un  governo  della  contraddizione  all'interno  di  questa   pi
    sconfinata realt. Alla fine per, convenivo con lui che personalmente
    non  sapevamo  quanto  noi  avremmo  visto,  quanto  sarebbe durata...
    Insomma,  dopo  lunghe  discussioni  trovavamo  sempre  l'accordo.  Il
    paradosso  brigatista  era  proprio  questo:  che  in  esso era sempre
    possibile la convergenza finale di esperienze umane diverse. In quella
    dimensione, come sappiamo,  quella potente allusione a una superiore e
    vivace concordia  stata sconfitta,  ha incontrato dei limiti.  Dove e
    come far rivivere questa convergenza delle singole esperienze umane in
    nuove dimensioni  quello che si vedr.  Esse comunque  richiedono  un
    cammino che ha bisogno di verit: a partire dal passato.
    E  proprio di Riccardo sono state dette all'epoca della sua morte cose
    orribili o ingiuste grazie al fatto che era poco conosciuto. Gli altri
    compagni uccisi in via Fracchia avevano tutti delle vite conosciute da
    molti,  non  erano  stati  per  mare,  per  passare  poco  dopo  nella
    clandestinit.   I  pentiti,   per  guadagnare  punti  e  affinch  si
    giustificasse e manipolasse l'opera di via Fracchia,  presentarono  la
    sua  tensione morale,  tutta interna a una visione dell'organizzazione
    quale comunit retta da valori diversi da  quella  "ufficiale",  quale
    esempio  di  rigidit crudele.  Uno giunse a dire che Riccardo l'aveva
    invitato a prepararsi la fossa per costringerlo a stare nelle B.R.  In
    particolare   si  insist  molto  sul  fatto  che  volle  uccidere  il
    sindacalista della C.G.I.L.  Guido Rossa nonostante la  volont  delle
    B.R.  fosse quella di dargli una lezione ferendolo per aver denunciato
    un compagno di lavoro.  La verit  quella che dissero allora le B.R.:
    un'azione  armata  pu  conoscere  un  esito diverso da quello che era
    nelle intenzioni.
    Riccardo rimane  il  "compare"  di  un  possibile  mondo  diverso  che
    sognavamo insieme.  Me lo vedo ancora che si preoccupa,  un giorno, di
    consigliare ad alcuni sconosciuti turisti francesi,  seduti al  tavolo
    accanto  al  nostro,  di  non  sciupare  uno  squisito  sugo  di pesce
    mettendoci sopra il formaggio grattugiato.


    - Enrico Porsia, Testimonianza al Progetto memoria, Parigi 1995.
    A Roberto.
    Mi ricordo:
    Avevo diciannove anni e volevo farmi crescere  due  baffetti  che  non
    crescevano  mai,  mentre  il tuo sorriso si dipingeva veloce dentro la
    sottile spiovenza di due baffi dai riflessi di rame. Occhi grandi,  si
    aprivano  enormi,  illuminati  come  fari  luccicanti  di  curiosit e
    rimbalzavano nei miei.
    Era con lo sguardo e  la  premura  di  un  fratello  maggiore  che  mi
    insegnasti, un giorno, a rubare una macchina. Ed era la complicit che
    ci  accompagnava  nei volantinaggi lungo i marciapiedi dell'Italsider,
    ed era la tua  continua  preoccupazione  che  si  agitava,  quando  mi
    muovevo da solo.
    Mi ricordo:
    Conoscevi  Genova  a  memoria  e  me  la insegnasti metro a metro.  Mi
    apristi la vista su quartieri mai immaginati, su viuzze invisibili, su
    ristorantini nascosti,  quanto lo  il segreto dell'aroma  famigliare.
    Un  soffio  caldo  che  si cela fra certe tovaglie a quadretti e certi
    muri sudati d'unto e d'umido che sprigiona  un  pentolone  di  bollito
    misto ben fatto.
    Mi ricordo:
    Era amicizia quando pranzavamo insieme e lo era anche quando le nostre
    frasi  si  trasformavano in liti.  Liti rabbiose,  a volume acceso,  a
    volte,  con reciproci scambi di "e tu non capisci  un  belino".  E,  a
    volte,  anche  proprio con parolacce,  ma anche quando facevamo uscire
    fuori le parolacce, queste si disperdevano in fretta,  ed in ogni caso
    erano sempre da pari a pari. Mai da capo a gregario.
    Mi ricordo:
    Era  mattino  presto  e  avevamo  il  caff  di un baretto di fronte a
    Brignole che ci  colorava  l'alito  ed  il  fumo  della  tua  M.S.  si
    confondeva alla raucedine della mia Gitane.  Non so pi perch,  ma io
    non ero d'accordo.  Gli occhi negli occhi,  con la calma d'un sorriso,
    tu, mi parlasti. "Vedi, Pietro, ma tu non sei mai d'accordo, subito, e
    ci di per s non  un male.  Almeno si vede che pensi. In ogni caso 
    certo che sei un gran rompicoglioni, ma se no,  che ci faresti qui?  E
    poi,  vedi, tu mi ricordi qualcuno qualcuno che conosco bene... quando
    avevo la tua et, non ero poi cos diverso..." Ci osservammo.  Un buon
    momento.  Poi  arriv  un  autobus  e  due  saluti  si incrociarono "A
    domani".
    Era domani,  ed era il rumore eccitato  della  voce  di  una  radio...
    diceva che... in via Fracchia...

    ma io, mi ricordo lo stesso:

    Mi ricordo
    quando l'inverno bruciava
    con il vento che si accende
    e taglia, a volte, la mia citt.

    Mi ricordo
    come la guardavi
    girando, se volevi, senza sguardi;
    la tua citt.

    Un inverno di polvere di mare
    soffiata soffice e violenta
    su due impermeabili che ascoltano.
    Un inverno di odori spessi
    che sono i minestroni, camminando,
    per le salite rosse
    della nostra citt.


















    ANNAMARIA LUDMAN.


    Note biografiche.

    - Annamaria Ludman nasce a Chiavari (Genova), il 9 settembre 1947.
    - si trasferisce con la famiglia a Genova, nel 1963.
    - frequenta la Scuola Svizzera.
    - si diploma alle Magistrali.
    - si iscrive a diversi corsi di lingue.
    - nel 1970 si sposa, ma si separa dopo poco tempo e torna a vivere con
    i genitori.
    - in questo tempo lavora al "Centro Galliera".
    -  alla  morte  del  padre,  inizia  a vivere da sola a Genova e trova
    lavoro come segretaria all'Italimpianti.
    - nel 1980 impartisce lezioni di lingue a privati.
    - milita nelle Brigate Rosse.
    - viene uccisa dai carabinieri a Genova,  il 28 marzo 1980,  insieme a
    Lorenzo Betassa, Riccardo Dura e Piero Panciarelli.



    Scritture di Annamaria Ludman.

    - Non ne sono state reperite.



    Documenti  prodotti  da  organizzazioni  armate  per  la persona o per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Vedi Progetto memoria, "La mappa perduta", Roma 1994, Sensibili alle
    Foglie.



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.




    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    -  "La  scambiavano  per  un'istitutrice",  in: Il Secolo XIX 29-3-80.
    Frammenti.
    Genova.  Alta,  snella,  capelli castani scuri,  gli occhi indeboliti
    dalla miopia,  sempre gentile ma molto riservata,  a parecchi dei suoi
    conoscenti  Anna  Maria  Ludman  dava   l'impressione   della   rigida
    istitutrice tedesca, non certo della brigatista. (...)
    Nel  suo  passato  prossimo  e  remoto  non c' traccia di militanza o
    semplice impegno politico.
    "Amava molto i libri, ma non sembrava particolarmente interessata alla
    realt quotidiana,  pareva quasi fuori dal mondo",  ricorda una sua ex
    collega  del  Centro  culturale  italo-francese "Galliera",  dove Anna
    Maria Ludman aveva prima studiato e poi lavorato, come segretaria, dal
    '74 fino  al  giugno  dell'anno  scorso.  Questa  figlia  di  profughi
    fiumani,  che conosceva alla perfezione, oltre al francese, il tedesco
    e l'inglese,  non si era nemmeno mai impegnata nelle  battaglie  delle
    donne. Fino a una decina di anni fa frequentava con i genitori, per la
    stessa messa domenicale,  la parrocchia di Oregina, ma non prese parte
    ai movimenti dei cattolici del dissenso,  come non ader  mai,  almeno
    pubblicamente,  a qualunque partito o a gruppi politicizzati. Alle sue
    spalle,  come esperienze  fondamentali,  nessuna  tappa  di  una  vita
    sociale;  soltanto  un matrimonio fallito pochi mesi dopo il "s" e un
    difficile rapporto di figlia unica con i genitori,  soprattutto con il
    padre  Corrado,  morto  un  paio  di anni fa,  comandante marittimo in
    pensione,  che in famiglia faceva pesare tutta la rigida educazione di
    stampo austroungarico ricevuta da ragazzo.
    Su Anna Maria il pap Corrado,  che vantava un po' di sangue blu nelle
    vene, e la madre Zora Sumberaz,  entrambi profondamente religiosi,  ci
    contavano proprio. Trasferiti nel '63 da Chiavari, dove Anna Maria era
    nata il 9 settembre '47,  a Genova, avevano iscritto la figlia, allora
    sedicenne,  in uno degli istituti pi esclusivi della citt.  "Anna si
    sentiva  a  disagio.  Provava  un  senso  di  inferiorit davanti alle
    compagne  figlie  della  'Genova  che  conta'"  dice  un'amica.  Nella
    primavera  del '68,  a ventun anni non ancora compiuti,  mentre i suoi
    coetanei portavano sulle strade  la  contestazione  studentesca,  Anna
    Maria,  sotto lo sguardo vigile dei genitori,  prendeva servizio, come
    interprete,  per tre mesi all'hotel Regina Elena di Santa  Margherita.
    Il  titolare  ricorda  ancora  quella  "ragazzona cos alta e cos per
    bene".
    La svolta arriv due anni dopo e riguard soltanto  il  "privato":  un
    fidanzamento bruciato in fretta,  un matrimonio lampo, celebrato nella
    parrocchia di Oregina.  Al vecchio  comandante  Ludman,  quel  ragazzo
    appena  diplomato  perito chimico,  di due anni e mezzo pi giovane di
    Anna, non andava a genio,  anche se poteva vantare un padre medico.  I
    Ludman non glielo perdonarono.  Misero alla porta figlia e genero e la
    coppia  si  trasfer  in  casa  del  medico  in  via   Guidobono,   in
    Circonvallazione a monte.
    Dopo  le  nozze  per  Anna  Maria  e  il  marito  si  apr  un periodo
    movimentato.  Lui and a militare.  Lei dalla ditta di  spedizioni  di
    Carignano,  dove  lavorava  in precedenza,  pass all'Italimpianti: vi
    rimase dall'ottobre '71 al dicembre '73 come segretaria.  "Devo andare
    all'estero"  confid ai colleghi presentando la lettera di dimissioni.
    Non varc il confine,  raggiunse a  Milano  il  marito  che,  dopo  il
    congedo, aveva trovato un posto alla Montedison. Lei si impieg in una
    ditta di Como. Ma ormai il matrimonio era in crisi. "Il nostro accordo
    dur  soltanto sette mesi,  anche se le carte legali sono arrivate pi
    tardi" spiega l'ex marito "Avevamo caratteri troppo diversi".
    Il grigio "tran-tran" del lavoro nella tabaccheria di via Siffredi,  a
    Cornigliano, che il padre di lui aveva comprato per riportare a Genova
    la  coppia,  dette  il colpo finale al matrimonio.  Forse per la prima
    volta questa ragazza ebbe un crollo. Una sera d'estate tent,  o finse
    di  tentare,  il  suicidio  con  i  barbiturici.  Quando  la  dimisero
    dall'ospedale, al marito che era andato a prenderla,  disse "Non torno
    pi a casa con te". Per Anna Maria, che nel frattempo aveva trovato un
    posto al centro Galliera,  si riaprirono le porte dell'appartamento di
    via Fracchia.  "Nel quartiere non aveva amici,  faceva una vita  molto
    riservata,  regolata  sui  tipici  orari degli impiegati" raccontano i
    vicini di casa "Solo ultimamente andavano a trovarla parecchi  giovani
    e si faceva vedere spesso con un ragazzo con la barba. Pensavamo fosse
    il suo fidanzato".
    Un  paio  di  anni fa il cuore del severo comandante Corrado Ludman si
    ferm. Un infarto fulminante sotto la doccia.  Dopo pochi mesi madre e
    figlia andarono ad abitare a Chiavari dove il padre era stato sepolto.
    Per Anna,  per,  i continui spostamenti dalla Riviera a Genova,  dove
    continuava a lavorare nel Centro italo francese,  erano troppo pesanti
    e  presto  torn  sola  definitivamente in via Fracchia.  "Mi sento in
    colpa per questa separazione,  ma anch'io ho diritto  alla  mia  vita"
    confid ai colleghi. Sembrava, per chi la conosceva meglio, che avesse
    perduto  quella  scorza  di  inflessibilit:  appariva  molto fragile,
    spesso scoppiava in lacrime per nulla. "Aveva modi dolcissimi".
    Neppure un  anno  fa,  nel  giugno  scorso,  si  licenzi  dal  Centro
    Galliera.   "Lo   stipendio  non  mi  basta,   purtroppo",   disse  ai
    responsabili dell'ufficio,  che la ritenevano una delle dipendenti pi
    valide, "intelligente anche se non fantasiosa". A questo punto la vita
    genovese  di  Anna Maria si fa pi nebulosa.  "Avevo trovato lavoro in
    una ditta del porto,  ma non mi pagavano.  Adesso  me  la  cavo  dando
    lezioni", aveva detto gioved pomeriggio, poche ore prima di morire, a
    una ex collega.


    - Intervista alla madre, in: Il Secolo XIX 29-3-80. Frammenti.
    Chiavari.
    Sono  affranta,  distrutta  (...)  Proprio  l'altro  ieri    venuta a
    trovarmi. Insieme siamo andate al cimitero.  Era il terzo anniversario
    della  morte di pap e assieme siamo andate a pregare sulla sua tomba.
    Non avrei mai pi pensato che quelle sarebbero state le ultime ore che
    avremmo trascorso assieme.  (...) Sono di  origine  fiumana.  Con  mio
    marito  ci  eravamo  allontanati  dalla  nostra  terra  subito dopo la
    seconda guerra mondiale.  Nel 1946 ci trasferimmo a Novi Ligure e dopo
    pochissimo  tempo a Genova nell'appartamento di via Fracchia.  Era una
    sistemazione pi razionale per mio marito che era  capitano  di  lungo
    corso.  (...) Annamaria nacque un anno dopo, nel 1947, a Chiavari dove
    abbiamo ancora molti parenti.  Poi la nostra vita si   sempre  svolta
    nella  casa  di  via  Fracchia  che  per  noi  si  trasformata in una
    maledizione. (...) Ho acceso la radio,  come ogni mattina,  poco prima
    delle  otto.  Ho  sentito che era accaduta una cosa terribile.  Poi il
    nome della strada, l'appartamento, il nome di Annamaria. E' cominciata
    un'affannosa ricerca nella  speranza  che  si  fosse  trattato  di  un
    errore. Purtroppo, pi tardi, i carabinieri mi hanno confermato che si
    trattava  proprio  della  mia  Annamaria.  (...)  Aveva frequentato le
    scuole a Genova e successivamente si  era  iscritta  alla  facolt  di
    sociologia. So che stava per preparare una tesi in pedagogia. (...) La
    vedevo  spesso,  veniva  a  trovarmi.  Per  me  non era cambiata.  Era
    tranquilla, serena. Come sempre.
    "Ripete il racconto dell'ultimo incontro dell'altro  ieri,  la  visita
    alla tomba del padre".
    Abbiamo parlato a lungo di pap... il nostro dolore era sempre grande.
    "Il cronista chiede una foto di Annamaria".
    Non  ne  ho,  o meglio posseggo foto di quando era bambina,  di quando
    frequentava la scuola media.
    "Una pausa e poi la signora aggiunge".
    Mia figlia non ha mai amato farsi fotografare (...).


    - Liliana Boccarossa, Lettera al Manifesto, Genova 1980, in: Il lavoro
    2-4-80.
    Anna Ludman. Persona per bene, educata, tranquilla, normale.  Cos ti
    definiscono tutti quelli che ti hanno conosciuto.  E anch'io non posso
    fare a meno di ripetere le stesse parole.  Posso  solo  aggiungere  la
    normalit dei problemi raccontati da te, visti in te per quei tre anni
    che abbiamo lavorato insieme nella scuola.
    Parlavi  poco di te: mai nessuno ti aveva insegnato questo lusso.  Dal
    tuo  fare  gentile  emergevano  parole  sulla   frustrazione,   allora
    condivisa,  di un lavoro malpagato in un ambiente meschino.  Ricordavi
    le sofferenze della scuola per ricchi dove ti avevano mandato i  tuoi.
    Accennavi  a  un  matrimonio  fatto  per  andare  via di casa e presto
    degenerato in violenza.  E poi c'erano le  tue  paure;  paura  di  non
    valere niente,  paura di non essere all'altezza (di cosa, poi?), paura
    della gente; e un'enorme solitudine.
    Io all'epoca ero militante del movimento delle donne;  ti ho  proposto
    di  venire  a qualche riunione,  a qualche assemblea.  Ma avevi paura,
    queste cose erano troppo fuori dalla tua vita.
    Quando ho lasciato quel posto di lavoro ci siamo viste per  poco.  Non
    avevamo  pi  in comune la quotidianit del lavoro.  Mi avevi detto di
    voler cambiare  lavoro:  un  giovane  gruppo  di  teatro  cercava  una
    segretaria  organizzatrice.  Lo  stesso  tipo  di  lavoro  che  facevi
    benissimo.  In diverse te lo abbiamo proposto.  Hai  risposto  di  no.
    Ufficialmente  dicevi delle tue paure che il gruppo fallisse,  che non
    fosse un lavoro sicuro.  Avevo l'impressione che le tue paure  fossero
    altre: paura di cambiare, paura di lasciarti dietro le cose che dicevi
    di non sopportare, paura di scegliere la tua vita.
    Dopo ti sei licenziata.  Come gli altri ho preso per buone le cose che
    raccontavi: un  altro  lavoro  presto  lasciato,  e  dopo  traduzioni,
    ripetizioni,  concorsi da passare, studi da riprendere. Era possibile,
    stando pi attenti, indovinare altro dietro le tue parole?  Non lo so,
    non lo sapremo mai.
    Certi ti vedranno come un mostro, altri ti hanno gi messo sull'altare
    insanguinato dei "combattenti comunisti".  Io non so se hai ammazzato;
    so solo che ti hanno ammazzato e che questo poteva essere evitato.  Ho
    pensato, ho sperato, che tu non sapessi niente di quello che succedeva
    nella  casa  di  Oregina.  Mi si dice che  impossibile,  che c'era un
    arsenale,  che sei morta con una bomba in  mano.  Allora?  Allora  non
    capisco,  come  non capiscono quelli che ti hanno conosciuto.  Per ore
    abbiamo parlato per accorgerci di quanto  poco  sapevamo  di  te,  per
    dirci  e  ridirci  che  non c'eravamo accorti di niente,  che tutti ti
    volevamo bene e che eravamo disposti ad aiutarti anche  con  i  nostri
    squallidi limiti, se tu ci avessi fatto un cenno. Ma a cosa serve dire
    queste  cose  quando  proprio per la tua incapacit di parlare di te,
    di permettere agli altri di vederti,  di chiedere,  accettare  il  pi
    piccolo  aiuto,  che  hai  fatto quella orribile fine?  Un po' forse a
    calmarci, un po' a ribadire una triste ma ineluttabile verit: nessuno
    pu niente per te se non sei tu a volere qualcosa per te stessa.
    Anna, nonostante le ore passate insieme, e so quanto per me sono state
    preziose anche solo per rompere il silenzio, la solitudine; nonostante
    la rabbia per quelli che ti hanno uccisa,  per questo mondo che  rende
    sempre pi difficile aver voglia di vivere; nonostante la mia simpatia
    per  la  donna  che  conoscevo,  la mia comprensione per quella che ho
    conosciuto solo attraverso la sua  morte:  nonostante  tutto  ci  non
    voglio, non posso erigerti un altarino.
    Cerco di immaginare la tua vita in questo ultimo anno.  Ti penso dolce
    moglie, madre esemplare, impiegata efficiente del terrorismo.  Non hai
    certo  dimenticato  i  tuoi  doveri: la casa,  il giardino,  i vestiti
    curati, tua madre, la tomba di tuo padre.
    Ma quanto poteva durare questo schizofrenico sogno hollywoodiano della
    realt, nella quotidianit con o nonostante - non si sa pi che dire -
    il sangue, l'orrore del massacro? Se tu avessi avuto pi tempo avresti
    potuto vedere, capire?  Ma l'orrore della morte,  del terrorismo,  sta
    proprio in questo,  non lasciare il tempo di capire, la possibilit di
    cambiare n alle vittime che lo propongono  n  alle  vittime  che  lo
    subiscono.
    Mi  dispiace,  Anna,  ma se posso capire,  non voglio arrendermi mai a
    questa facilit, non voglio che altri mi permettano di farlo facendola
    passare per eroismo.  Io ti ricordo,  ti ricorder per quella che eri,
    una  brava  e  simpatica donna incasinata,  fregata dal perbenismo dei
    tuoi, del tuo ambiente, in quella maledetta citt, fregata dall'ultima
    moda in fatto di perbenismo totale e rassicurante: il terrorismo.

    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Non ne sono state prodotte.



















    PIERO PANCIARELLI.


    Note biografiche.

    - Piero Panciarelli nasce a Torino, il 29 agosto 1955.
    - frequenta le scuole medie.
    - lavora come operaio alla Lancia di Chivasso.
    -  il  9  maggio  1978  sceglie  la   clandestinit,   essendo   stato
    identificato  come  militante  B.R.,  per  sottrarsi  alla  cattura  e
    proseguire l'impegno politico.
    - viene ucciso dai carabinieri a Genova,  il 28 marzo 1980,  insieme a
    Lorenzo Betassa, Riccardo Dura e Annamaria Ludman.



    Scritture di Piero Panciarelli.

    - Non ne sono state reperite.



    Documenti  prodotti  da  organizzazioni  armate  per  la persona o per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Vedi Progetto memoria, "La mappa perduta", Roma 1994, Sensibili alle
    Foglie.



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Non ne sono state prodotte.




    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Nadia Ponti, Testimonianza al Progetto memoria, carcere, Opera 1994.
    Piero  era  figlio  di  rumeni,  i  suoi  occhi nerissimi leggermente
    obliqui richiamavano antichi ascendenti orientali.  Il suo spirito era
    da cittadino del mondo da sempre.  Ogni volta che penso a lui il primo
    pensiero : ha fatto tutto presto come  se  un  istinto  superiore  lo
    portasse  a vivere intensamente in poco tempo ci che altri non vivono
    neanche in vite lunghissime.
    Di famiglia povera,  ha fatto parte della sua infanzia al  "Bonafous",
    un collegio a due passi da casa che a Torino viene usato come minaccia
    verso i bambini.
    Ma non si pensi che avesse un ricordo triste della sua infanzia, anzi,
    era uno che "cavava sangue anche dalle rape",  viveva ogni cosa con un
    gusto della vita che riusciva a girare in buono tutto.
    Era evidente che per lui era stata una preziosa scuola  di  vita  dove
    aveva  imparato  a  cavarsela  da  solo a muso duro,  e soprattutto la
    solidariet nella difesa dei pi deboli.
    A tredici anni aveva fretta di  conoscere  il  mondo,  altri  modi  di
    vivere.  Un  passaporto  falso,  quattro stracci,  quattro soldi e via
    verso l'oriente.  Orecchino e capelli lunghi la sua sfida con allegria
    alle convenzioni.
    L'ho  conosciuto che avr avuto 17,  18 anni alle Vallette o a Lucento
    quartieri dell'estrema periferia,  in qualche occupazione di case o di
    fabbrica.
    Si  dichiarava  anarchico,  era  chiaramente  per  dire: sono e voglio
    essere un uomo libero.
    Un ribelle indomito,  viveva in genere facendo lavori come  lattoniere
    qua  e  l  nei cantieri,  ma niente padroni.  O dipingendo quadri che
    vendeva per strada: era bravo, tanto da cavarci spesso di che sbarcare
    il lunario. O "arrangiandosi" con i suoi amici di quartiere.
    Viveva di niente,  in alcuni periodi ha dormito dove  capitava,  anche
    all'aperto in mancanza d'altro.  Un bicchiere di vino bastava a fargli
    sorridere gli occhi.  Il consumismo ha avuto in  lui  il  pi  ridente
    degli avversari.
    Ma "uomo libero" per lui non voleva dire,  come era per molti,  libero
    di fare tutto quello che  gli  pareva,  era  vivere  con  coerenza  il
    desiderio  di un mondo di uomini liberi dallo sfruttamento,  liberi di
    pensare con la loro testa.
    Piero era un uomo con la "vocazione",  con la chiamata dentro  di  s.
    Uno  dei pochi che non ho visto cercare di resistere a questa chiamata
    interiore della coscienza di fare ci che sentiva  giusto,  quale  che
    fosse il prezzo da pagare.  A lui non sembrava un "prezzo", poter fare
    ci che sentiva dentro di s lo viveva come un privilegio.  Ha fatto i
    pi  grandi  sacrifici  senza  mai  sentirsi  sacrificato.  Anzi,  gli
    sembrava di non dare mai abbastanza,  un vulcano di  vitalit  e  buon
    umore.
    Per me  stato pi che un compagno-amico,  un fratello minore, prima e
    durante la militanza nelle B.R.
    Per la sofferenza di un amico a  cui  non  poteva  porre  rimedio  era
    capace di patirne fino alle lacrime.  Era sempre pronto a togliersi la
    camicia di dosso per chiunque - ma chi ha  avuto  l'infelice  idea  di
    scambiare  questa  sua genuina generosit d'animo per semplicioneria e
    ha pensato di poterselo rigirare, si  trovato "un tantino" inchiodato
    con le spalle al muro...
    I bambini e le bestie come  nessuno  sanno  riconoscere  chi    buono
    davvero.  Piero  era il fratello dei randagi,  i bambini lo adoravano,
    trattavano con lui da pari a pari senza il minimo timore o  soggezione
    per  quel ragazzone grande e grosso.  Ma da pari a pari davvero,  mica
    per concessione del  grande  verso  il  bambino.  Ricordo  sempre  una
    domenica  mattina che l'ho pizzicato in cucina con un bambino di circa
    tre anni, nostro ospite,  a discutere serissimi su non so quali regole
    del  gioco,  e  lui  (Piero),  ritenendo  di avere ragione,  non aveva
    nessuna intenzione di darla vinta al bambino,  e alla fine  stato  il
    bambino a dover mettere "giudizio" decidendo di ammettere il torto. Mi
    sono  sbellicata dalle risate a vedere quella scena mentre tutti e due
    mi guardavano stupiti e seccati,  come a dire: cos'ha da  ridere,  era
    una cosa seria.
    Entrare nelle B.R.  stato darsi con tutto se stesso a quell'ideale di
    un mondo diverso di uomini liberi che inseguiva.
    Il  ribelle  vagabondo,  per rigore e non per posa,  per questo stesso
    rigore, senza fare una piega ha tagliato i capelli, ed  andato a fare
    l'operaio alla  Lancia.  E  niente  assenteismo,  sarebbe  stato  come
    rubarsi  del  tempo  prezioso  da  solo  a  ci  che voleva fare,  una
    stupidaggine inconcepibile per lui.
    Eppure non  che non avesse motivo di prendersi degli "spazi" per  s,
    aveva  incontrato l'amore,  viveva da poco con la sua compagna.  Prima
    del previsto ha dovuto entrare in clandestinit.  Ho visto  il  dolore
    che  stato per lui separarsi dalla sua compagna, lasciare la fabbrica
    e  quel  lavoro  politico  in  cui  si  era  buttato  con tutta la sua
    passione.
    L'ho visto impegnarsi con tutte le sue energie in questa  nuova  vita,
    non per dimenticare il dolore,  ma perch, solo se ce la metteva tutta
    a vivere per ci in cui credeva, questo aveva senso.
    E cos ci siamo ritrovati ad abitare nella stessa casa,  questa  volta
    da clandestini. L'ho accolto con: "E io che ero andata clandestina per
    non averti pi per casa!".  Mi ha presa in braccio e buttata per aria,
    felice di trovarmi l.  Nelle discussioni era una comica vederci,  lui
    grande  e grosso,  io che gli arrivavo appena alle ascelle con il naso
    per aria a dirgliene di tutti i colori mentre  mi  guardava  a  tratti
    costernato,  a  tratti  viola  in  faccia per trattenersi dal darmi un
    pugno in testa. Lo tollerava per stima e per affetto, un altro che gli
    si fosse rivolto con quel tono se lo sarebbe mangiato vivo.
    Pativa le critiche ma non come un'offesa personale - il rammarico e la
    rabbia era per non essere stato all'altezza,  ci stava male  e  se  le
    andava a cercare.  Era tremendo, a chiunque avesse sotto mano non dava
    tregua,  voleva capire,  conoscere per migliorarsi.  Mentre  mangiavi,
    mentre ti riposavi,  mentre camminavi per strada aveva sempre qualcosa
    che aveva bisogno di discutere.  Quando - spesso - lo mandavo  a  quel
    paese,  cominciava a sfottermi perch era poco rivoluzionario rompersi
    le palle a discutere,  e  mentre  ridendo  come  un  matto  badava  di
    ripararsi  dagli  immancabili pezzi che gli tiravo dietro,  continuava
    imperterrito.
    Non gliene facevo passare una,  mi sfotteva cantandomi "Mariarosa  qui
    la vita  sempre rosa solo quando manchi tu..." Non poteva stare senza
    fare scherzi. Una volta, alla stazione di un posto che non conoscevo e
    non  sapevo  dove  andare,  si   presentato ballando con una bambola-
    strega in braccio...  dopo avermi fatta aspettare abbastanza da  farmi
    preoccupare  nascosto  dietro  un albero.  Mi ha insegnato a giocare a
    poker e quando alla prima mano giocata da sola gli ho levato anche  le
    mutande  come  ad un pollo,  ho dovuto chiudermi in bagno a ridere per
    salvarmi dai suoi scherzi di rappresaglia.
    Un turbine di vitalit e buon umore, mai soddisfatto di s, questo era
    Piero.
    Lui  sarebbe  imbarazzato  da  questa   descrizione,   la   troverebbe
    esageratamente lusinghiera. Non  vero, chi l'ha conosciuto sono certa
    che  lo  riconoscer  in  queste  parole,  aveva il dono raro di farsi
    volere bene da tutti.
    In un nostro scherzo abituale,  io gli  dicevo  che  un  giorno  avrei
    voluto  andare a zappare la terra per le patate in cima ad un picco in
    montagna cos non l'avrei pi avuto tra i  piedi.  E  lui  di  rimando
    rispondeva che si sarebbe piazzato sul picco di fronte - becca!
    E'  stato ucciso che aveva 25 anni in via Fracchia a Genova insieme ad
    altri tre compagni Anna Maria Ludman, Riccardo Dura,  Lorenzo Betassa,
    non  in  un  conflitto  a fuoco come dissero allora le B.R.  sull'onda
    dell'emozione ma in una esecuzione che doveva essere "esemplare",  dai
    carabinieri di Dalla Chiesa.
    Non  ci  vedremo  sul  picco.  Mi manchi amico mio.  E' il pensiero di
    persone come te che mi aiuta a vivere il carcere con serenit.



    - Renata Micheletto, Testimonianza al Progetto memoria, Torino 1994.
    Panciarelli Pietro  nato a  Torino  il  22  agosto  1955.  Il  padre
    marchigiano emigr in Romania dove spos Steliana Ventilescu.
    Pochi  anni  prima  della  nascita  di Piero si trasfer nuovamente in
    Italia.  A Torino Steliana trov lavoro come operaia in  una  fabbrica
    (non  ricordo  di  che cosa).  Il padre - di lui non ricordo il nome -
    mor poi alcolista.  Piero me ne ha sempre  parlato  con  un  tono  di
    distacco.  Eppure  andandolo  a  trovare  in  ospedale  gli passava di
    nascosto il vino. A quel tempo Piero poteva avere 16 o 17 anni. Questo
    modo di sentirsi vicino al padre gli rese il nome di "Piero Quartino".
    A quel tempo amava bere... forse in maniera un po' smisurata.
    Ho conosciuto Piero nei movimenti del  quartiere  popolare  Lucento  -
    Vallette. Nel '72 gli unici punti di riferimento erano la parrocchia e
    un  bar.  Uno  di  fronte  all'altro.  Ci si guardava in cagnesco,  ma
    d'estate,  quando  la  citt  era  vuota,  ci  si  aggregava,   ci  si
    scambiavano opinioni,  litigate,  passioni. Era un periodo molto ricco
    per il quartiere: occupazioni di case,  autoriduzione delle  bollette,
    problemi del lavoro,  del quartiere - dormitorio... insomma, su queste
    tematiche, Piero era molto attivo e ben inserito.  A quel tempo girava
    con una vestaglia lunga fino ai piedi,  capelli lunghi,  e un berretto
    alla Guevara che oltre a "Piero Quartino" gli rese anche il soprannome
    di "Piero il Che". Per natura  sempre stato "contro",  scatenatamente
    "fuori";  si diceva anarchico per amore della vita, e credo che questo
    suo modo di esprimersi rappresentasse veramente il  suo  essere  vero.
    "Espropriava"  per  vivere.  Non  aveva  una casa fissa,  girava nelle
    comuni che sorgevano in quel periodo in  citt.  Le  poche  volte  che
    dorm a casa di sua madre era perch la polizia lo riaccompagnava dopo
    una  "marachella".  Aveva  un curriculum di reati sospesi lunghissimo.
    Sempre verso i 16 o 17 anni,  decide di partire per l'Afghanistan.  Si
    procura  documenti  falsi  che sua madre conservava ancora gelosamente
    nel '78 pensando che fossero validi.  Viene per fermato al rientro  e
    denunciato, fermato e poi rilasciato perch minorenne.
    Lo si potrebbe definire un "fricchettone".
    Ogni tanto lavorava. Aveva imparato un po' il mestiere dell'idraulico.
    Per  qualche  periodo  fece  il  commesso ai mercati.  Per il resto...
    rubava.  So che ebbe un pezzo di storia nei Comontisti  (Fucylom).  Ma
    non so il periodo o come vi arriv e in che modo lo visse.
    So  invece  che  fu  tutt'altro  che  semplice  dare  un ordine al suo
    temperamento antagonista.  Ci fu chi - conoscendolo bene -  disse  che
    solo  la  sua  rabbia  e  la  sua ricerca di giustizia e di una vita a
    misura   d'uomo   lo    convinsero    ad    accettare    gli    schemi
    dell'organizzazione.  E  in  una  vita a misura di Piero non rientrava
    l'ordine, l'obbedienza o qualsiasi disciplina.  Voglio dire che quello
    che per molti era "normale",  accettato perch vissuto fin da piccoli,
    per lui non esisteva.  Lavorare non era un bisogno,  la  famiglia  non
    aveva   alcun  valore,   l'amicizia  e  l'amore  erano  importanti  ma
    innanzitutto veniva lui e il suo bisogno esasperato di esprimersi  per
    quello  che sentiva di essere e di avere dentro di s.  Un anarchico 
    un po' un artista.  Piero tra l'altro dipingeva.  E sapeva farlo molto
    bene.  Sempre per guadagnarsi da vivere,  esponeva i suoi quadri nelle
    vie del centro citt.  Qualche volta gli fu proposto di partecipare  a
    delle  mostre  dove  vendette  bene  i  suoi  prodotti.  Mia  madre ne
    possedeva uno.  Glielo regal Piero e quando lo vide disse che solo il
    diavolo poteva dipingere cos. Il suo genere era surrealista.
    Nel '77 entr in fabbrica.  Alla Lancia di Chivasso.  Come fece non si
    sa, dato il suo curriculum.  Ma era "importante" che anche lui facesse
    parte  della Classe Operaia.  Solo a questa idea rideva,  perch Piero
    non  era  un  operaio.  Ma  quelli  per  lui  furono  anni  intensi  e
    gratificanti.  Studiava,  leggeva,  si  impegnava moltissimo per poter
    raggiungere gli altri attraverso le sue idee ed i suoi  scopi.  Non  
    mai  andato  un  solo  giorno  in  fabbrica  con  l'idea  che andava a
    lavorare: di questo ne sono certa.  Ogni giorno era quello  buono  per
    parlare, discutere, organizzare e vivere... la rivoluzione.
    Ci  nonostante  ricordo  che  un  giorno  mi  disse: "Non so se vedr
    realizzato tutto quello per cui ora sto lavorando.  Ma se fosse per me
    non sar finita.  Io lotto per la mia libert,  sono un anarchico e la
    mia  una rivoluzione continua".
    Piero  morto a Genova.  Il suo  riconoscimento  venne  fatto  da  mia
    madre.  E' sepolto nel cimitero di Staglieno,  vicino a Riccardo Dura.
    Non fu riportato a Torino per volere della madre.
    Credo che i funerali furono celebrati a cura del Comune. In seguito si
    occup la moglie dell'avvocato Arnaldi delle lapidi, eccetera...
    Di pi non so perch in quel periodo ero in carcere. Non ho fotografie
    n documenti o altro, bisognerebbe rivolgersi a sua madre che per non
    contatto da anni e anni.
    Una cosa che ricordo di lui  era  il  suo  piacere  nell'ascoltare  un
    vecchio disco che apparteneva a sua madre. Musiche di flauti rumeni. E
    poi si divertiva a far cantare a sua madre l'Internazionale in rumeno.
    Insieme si cantavano canzoni di lotta. E cantava bene. Da solo cantava
    spesso  quella  canzone di De Andr che non ricordo il titolo e che fa
    "Mai pi mi chinai e nemmeno su un fiore".



    - Archivio P.M., Testimonianza al Progetto memoria, Torino 1994.
    Faccio molta fatica a scrivere di  Piero  perch,  come  altri,  sono
    stato  molto  legato per un'importante periodo della nostra vita,  tra
    gli  anni  '70-'80.  Abitavamo  nello  stesso  quartiere  nell'estrema
    periferia torinese,  Lucento-Vallette, un quartiere nato da poco e gi
    simbolo  di  emarginazione.  Erano  gli  anni  '60.   Erano  gli  anni
    dell'adolescenza  e  il quartiere era per noi la base,  il "covo",  il
    nostro territorio libero. La citt era laggi,  dall'altra parte,  era
    il  simbolo  del  tempo,  dello  spazio,  dei  rapporti  che a noi non
    piacevano.  Era il centro dello sfruttamento del tempo,  delle risorse
    umane,  la merce,  la cultura dell'avere senza essere,  l'omologazione
    delle menti, delle identit, della cultura.
    Era il periodo  delle  grandi  lotte  operaie  a  Torino,  prime  case
    occupate  nel quartiere,  le discussioni con i comunisti del quartiere
    sull'Unione Sovietica, il "Che", sul potere, sui pregiudizi nei nostri
    confronti per il nostro vivere ed affrontare le cose.  Erano gli  anni
    delle  stragi,  Valpreda,  Pinelli,  gli "Area" con l'L.p.  "Settembre
    nero".
    A noi nel quartiere giungevano gli echi  (che  erano  ottimi  stimoli)
    mentre esprimevamo altro,  a modo nostro, ancora lontani e volutamente
    lontani da una concezione di  militanza  in  qualsiasi  cosa.  Ma  pur
    lontani dalla "politica" ci sentivamo solidali con le altre situazioni
    che  in modo proprio esprimevano un punto di vista diverso dal potere,
    seppur con linguaggio  proprio.  Capelli  lunghi,  l'orecchino,  senza
    soldi e senza lavoro quando questa "non morale" era simbolo che creava
    disturbo anche a sinistra, mentre esprimevamo un semplice essere altro
    nel  nostro  modo  di  vivere  quotidiano e opposto allo stato di cose
    presenti.  Il gusto del gioco nell'abbigliamento come il piacere delle
    provocazioni contro il potere del pregiudizio.  A Piero, cos come nel
    nostro "giro",  non piacevano le chiese,  con i  loro  messaggi  e  la
    propriet  privata.  Quante  discussioni  ed  esperienze  sul problema
    concreto della propriet privata nella nostra piccola realt.
    A Piero e a noi piaceva vivere la notte e a volte con i suoi  "strani"
    abitanti.  Si  partiva  (con  la  gioia nella mente e nel cuore) dalla
    cantina in quartiere per andare a fare  "scorribande"  in  citt.  Era
    come  entrare  di  nascosto  nella  citt e possederla di notte,  come
    libera, ed esserne padroni per poche ore.  Scrivevamo sui muri ci che
    pensavamo,   ironizzando  sui  simboli  e  sulla  morale  del  potere,
    scrivevamo anche cose "assurde" e ci si divertiva da matti.  Oppure si
    andava  in  centro a provocare con il nostro abbigliamento,  a vendere
    alcune cose che producevamo noi, come i quadri fatti da Piero.  Spesso
    Piero ci andava da solo ed allora capitava che tornasse da solo con un
    "bottino" in natura che dividevamo divertiti.
    Un'immagine  che  ho  molto bella di Piero  di quella volta di notte,
    terminato Zabrinscki Point, passata a camminare per chilometri in fila
    indiana, lungo le strade che portano dalla citt al quartiere,  mentre
    si mimava a gesti e vocalmente del jazz.
    In qualche modo Piero era riuscito a procurarsi una soffitta diroccata
    dove gli piaceva dipingere tranquillamente e da dove si partiva per le
    nostre  "scorribande",  per  procurarci  il pranzo e poi ritornare nel
    rifugio al sicuro. Si era cuccato diversi soprannomi legati ai momenti
    diversi del suo vivere,  al suo carattere,  al suo modo  di  fare.  Da
    "Quartino"  per  via del suo essere un buon bevitore,  come gi lo era
    simpaticamente suo padre; oppure "il Conte", come un personaggio di un
    fumetto  di  Alan  Ford.   Oppure  "Molotov",   non   ricordo   quanto
    nell'origine   di  questo  soprannome  c'entrassero  le  sue  simpatie
    anarchiche,  o quanto il suo modo di gesticolare  imitando  i  cartoni
    animati,  che a lui piacevano un casino.  Certo che Piero "Molotov" in
    quegli anni, in quanto a bottiglie, conosceva solo quelle di vino e la
    cosa ci ha sempre divertito molto. Era uno che sapeva ridere di gusto.
    Sua madre era una profuga rumena e lui,  orgoglioso delle sue  radici,
    spesso  nel  portarmi  a  casa  sua,  tra  un  buon  sigaro ed un buon
    bicchiere,  mi imponeva,  ci imponeva di ascoltare  il  violino  della
    musica tradizionale rumena.  Bello,  ma non ce la facevamo pi! Era il
    periodo che si partiva in gruppo per andare ai primi festival pop.  Re
    Nudo, la controcultura, in autostop o in treno, qualsiasi mezzo purch
    senza  pagare.  E  cos  si  girava  e  si faceva conoscenza con altre
    persone,  con altri mondi,  vagabondando per le  citt,  dormendo  per
    strada o dove ti capitava.
    In  quegli anni ogni tanto capitava che sparisse,  si allontanasse dal
    nostro giro (questo capitava a tutti  noi,  faceva  parte  del  nostro
    vivere  e  della  nostra concezione dei rapporti) e non si vedesse per
    qualche giorno, settimana o mese.  Magari era in citt che vagabondava
    per  le  piole,  in  una casa di qualche nuova amicizia,  o in qualche
    altra citt. Per lui il rapporto era sempre un punto di partenza,  non
    un punto di arrivo.
    O  dalla  cantina si partiva per i concerti di allora ('70-'73) con il
    minimo necessario per la "sopravvivenza" e via a prenderci quello  che
    ritenevamo  nostro e di tutti,  la musica come espressione di un certo
    linguaggio ed immaginario  collettivo.  E  quanti  stratagemmi  (anche
    scontri)  per riuscire nell'obiettivo.  Non voleva essere "padrone" n
    avere "padroni" di nessun tipo e non voleva  che  gli  si  rubasse  il
    tempo di vivere e il suo spazio e per questo, in quel periodo, essendo
    figlio  di  "baracchina",  ci  si  divertiva a scrivere sui muri frasi
    ironiche sui "padroni dei sogni" e sui "baracchini derubati" e poi  li
    si  firmava  "Fucylom"  con il simbolo della canna di un fucile con la
    bocca del cylom ed il fumo che usciva.  Per noi  questa  immagine  era
    semplicemente divertente, ma rendeva l'idea.
    Quando ci incontrammo nella stessa organizzazione, dopo un periodo che
    si  erano  percorse  strade diverse,  esperienze diverse,  ci sentimmo
    particolarmente  ed  intensamente  emozionati  e   ricordo   una   sua
    curiosissima  espressione  di  gioia per esserci ritrovati nuovamente.
    Era fatto cos! E l'ultima volta che ci siamo incontrati in quartiere,
    anche come militanti,  sapendo che poteva succedere che non ci saremmo
    pi visti,  decise che dovevamo salutarci a modo nostro,  con i nostri
    riti.
    Il suo grande sogno, di quei tempi soprattutto,  ma anche nel tempo di
    militanza,  era  quello di poter vivere in una comune,  con le persone
    che amava e dividere con loro la vita, il viaggio.
    Raccontare di Piero non  cosa semplice,  soprattutto  ricordarlo  nel
    periodo  che  l'ho  frequentato.  Non  semplice  perch  avrei  dovuto
    raccontare episodi,  flash di momenti,  espressioni e gesti che  fanno
    parte di un periodo e di un linguaggio che ho ritenuto essere intimi a
    Piero e alle persone che con lui li hanno condivisi. Questo limite che
    ho  ritenuto  di  non  superare  rende  monca  la  possibilit di dare
    un'immagine completa in tutti i suoi colori.
    Piero  sepolto nel cimitero di Staglieno a Genova, vicino a un gruppo
    di alberi e cos capitando in quella citt,  quando non  mi  fermo  da
    lui, osservo da lontano quegli alberi e lo saluto a modo nostro.


    - Antonio Ginetti, Testimonianza al Progetto memoria, Pistoia 1995.
    Agli  inizi  del 1973 mi ero trasferito a Torino,  dove,  ai primi di
    aprile, fui assunto alla Fiat e collocato a Mirafiori.
    All'epoca militavo gi nei  gruppi  extraparlamentari,  o  per  meglio
    precisare, nell'area marxista-leninista.
    Fu  durante  alcune  riunioni delle varie realt di fabbriche torinesi
    che ebbi modo di conoscere un operaio della Lancia  di  Chivasso,  che
    successivamente conobbi come anarchico: Piero Panciarelli.
    I  nostri  rapporti  si  svilupparono  anche  fuori  dai coordinamenti
    operai,  per evolversi in una amicizia che ci port  ad  una  costante
    frequentazione, anche fuori dalla militanza politica.
    Frequentava  assiduamente  l'abitazione  che  dividevo  con  altri due
    giovani; spesso organizzavamo,  la domenica,  delle scampagnate in Val
    di Susa, oppure al parco della Pellerina.
    La  sua voglia di vivere,  la sua spensieratezza,  la sua animosit ci
    teneva sempre allegri,  anche nei momenti difficili;  non si  staccava
    mai dal suo sorriso, dalla sua allegrezza.
    In  quel periodo,  con Piero ed altri compagni,  ci ritrovavamo in una
    sede in zona Borgo San Paolo (non ricordo il nome della via) e da  qui
    portavamo  la  nostra  esperienza operaia nel quartiere,  portavamo il
    nostro entusiasmo di militanti  comunisti  per  lottare  con  tutti  i
    proletari  per  i  bisogni  sociali,  volevamo  trasmettere  a tutti i
    proletari l'idea della partecipazione diretta, dell'autonomia.
    Ricordo il periodo dell'autoriduzione: tutte le mattine  organizzavamo
    dei  picchetti  davanti agli uffici postali per discutere con la gente
    delle tariffe dei servizi,  e non  pochi  allora  effettuarono  questa
    forma  di  lotta:  l'autoriduzione  dell'Enel,  del  telefono ed altri
    servizi sociali.
    Con Piero (quando avevamo il  turno  di  mattino)  spesso  andavamo  a
    trascorrere  il  pomeriggio  a  Palazzo  Nuovo  (Universit,   facolt
    umanistiche).
    Era un modo di collegarsi con il movimento studentesco, ma ci andavamo
    anche molto spesso per ricercare conoscenze femminili  (quale  miglior
    ambiente,  pensavamo!);  ma a dire la verit avevamo poco successo, si
    era alquanto sfigati;  ma passavamo comunque interminabili pomeriggi a
    discutere, a scherzare, a divertirci.
    Piero  aveva uno spirito gioviale,  sempre allegro,  con una voglia di
    vivere immane.
    Era un periodo in cui la spensieratezza,  l'allegria,  la facevano  da
    padrone:  riuscivamo  a  giocare  in  ogni  momento,  ad essere sempre
    allegri qualunque cosa ci potesse capitare.
    La militanza era vissuta in modo gioioso,  come  un'esaltazione  della
    propria  voglia  di godere della vita;  e Piero su questo era una vera
    avanguardia.
    Nel 1976 abbandonai il lavoro alla Fiat,  cos come fecero tanti altri
    giovani  che  preferivano  ritornare  al  paesello  pur  di  non farsi
    schiacciare dal gigante  Fiat,  che  ti  prendeva  tutto  senza  darti
    niente.
    Ritornai a Pistoia senza per rompere i ponti con Torino, dove tornavo
    spesso  a  trovare  gli amici,  e tra questi non mancava mai Piero,  o
    magari per qualche manifestazione.
    Poi,  un giorno  lessi  sul  giornale  che  avevano  ammazzato  alcuni
    compagni brigatisti, tra cui lessi il nome di Piero: piansi.
    Piansi per la morte di un amico e compagno; ma poi mi interrogai sulla
    sua  scelta,  sulla  sua  volont di dedicare tutto se stesso,  fino a
    sacrificare la propria vita per  quegli  ideali  che  tante  volte  ci
    avevano  portato  insieme  nelle  strade  di  Torino,  che  ci avevano
    accomunato nella lotta in fabbrica e nel quartiere.
    Immensa fu la mia rabbia allorch lessi la verit sull'assassinio  del
    compagno Piero.
    Ripercorsi  con la memoria le manifestazioni in cui urlavamo la nostra
    voglia di vivere una vita che  valesse  la  pena  di  essere  vissuta;
    ripercorsi  le  giornate  trascorse in interminabili discussioni sulle
    forme di lotta, sull'organizzazione.
    Da quel 28 marzo il compagno Piero  sempre vissuto nei miei  ricordi;
    mi  ha  aiutato a superare momenti assai difficili della mia vita;  il
    suo assassinio non potr mai dimenticare.


    - Enrico Porsia, Testimonianza al Progetto memoria, Parigi 1995.
    Pasquale era un operaio e divent un  guerrigliero.  Mor  giovane  e
    fedele  alle  sue  origini  ed  alla sua ragazza che gi giaceva in un
    carcere speciale.  Fisico grande e spesso,  pupille nere che  tiravano
    fuori  dagli  occhi  tutta la voglia di vivere di un uomo che aveva da
    poco varcato la ventina.
    Una volta, eravamo su un autobus gremito di gente,  lui gi ricercato,
    scherzava allungando parole dall'accento di Piemonte. Mi raccontava di
    quando era militare;  parlava di proletari in divisa e mi disse che un
    giorno stopp di netto la sua mansione di soldato cuoco,  acchiapp un
    coltellaccio  da  cucina  e  chiese  ad  un  qualche  grado  di  osare
    ripetergli un insulto che questi gli aveva inviato con  disprezzo.  Mi
    narr di come il sottufficiale s'ammutol e fece scendere gli occhi al
    di  sotto  del  livello  del suolo.  Il racconto ci diede energia e ci
    mettemmo a ridere,  poi aprimmo il vetro della finestra  dell'autobus,
    facemmo  uscire  le  nostre  teste  al  vento e ci mettemmo a cantare.
    Spontaneamente le parole di Bandiera  Rossa  uscirono  appena  un  po'
    stonate dalle nostre labbra.  Dapprima cantavamo quasi sottovoce,  ma,
    mano a mano che il ritornello si avvicinava, aumentavamo sempre pi il
    volume. E,  quando arrivammo a "evviva il comunismo e la libert",  ci
    accorgemmo che in uno slancio di commozione stavamo proprio cantando a
    squarciagola  e  che  qualche  passeggero  ci osservava con un velo di
    stupore.  Scendemmo cos  dal  mezzo  per  non  attirare  all'infinito
    l'attenzione  su di noi,  anche se,  malgrado lo schizzo d'imprudenza,
    eravamo contenti di  avere  cantato  lasciando  la  libert  al  fiato
    d'esprimersi.  Entrammo  in un bar e ci facemmo servire un biancoamaro
    e,  alzando i bicchieri,  Pasquale mi strizz l'occhio "Al comunismo e
    alla  libert"  brindammo;  "E a tutti i compagni delle Brigate Rosse"
    brindammo ancora. E nulla e nessuno avrebbe mai potuto strapparci quel
    sorriso di birichina soddisfazione che ci accompagn  irradiandoci  di
    buon umore per tutta la giornata.
    E'  cos  che  sei stampato nella mia memoria,  Pasquale,  uomo con il
    quale ho diviso  un  soffio  veloce,  profumo  di  brezza;  aria  d'un
    pomeriggio di libert.










    EDOARDO ARNALDI.


    Note biografiche.

    - Edoardo Arnaldi nasce a Genova, il 27 novembre 1925.
    - si sposa con Anna Simonetti all'inizio degli anni '50.
    - ha un figlio nel 1955.
    - dal 1949 lavora come avvocato civilista.
    - dal 1969 lavora come avvocato penalista.
    - milita nel Soccorso Rosso.
    -  muore  suicida  a Genova,  il 19 aprile 1980,  quando i carabinieri
    vanno a casa sua per arrestarlo.



    Scritture di Edoardo Arnaldi.

    - Edoardo  Arnaldi,  Istanza  presentata  all'Ufficio  Istruzione,  21
    agosto 1979, Genova. Frammenti.
    All'ufficio di istruzione.
    L'avvocato Edoardo Arnaldi,  quale difensore di C.B, E.F., L.G., M.G.,
    G.M., I.R., M.S., espone quanto segue:
    Uno dei principi fondamentali del diritto  che l'accusato  sia  posto
    in  grado  di  difendersi.  Questo  principio  vale  tanto  nella fase
    dibattimentale,  quanto  in  quella  istruttoria;  non    inopportuno
    ricordare  che l'art.  24 della Costituzione afferma che: "la difesa 
    diritto inviolabile in  ogni  stato  e  grado  del  procedimento".  E'
    necessario  stabilire  in  quale modo questo diritto si estrinseca nel
    nostro ordinamento.  E' evidente che a  tale  scopo  esiste  tutto  un
    complesso  sistema  di istituti e di meccanismi tecnici che dovrebbero
    consentire alla difesa di essere presente nel processo. (Sia detto per
    inciso: l'uso del condizionale non  casuale,  in quanto in realt  la
    difesa  si  trova  in  condizione  di  assoluta  inferiorit  rispetto
    all'accusa). (...) Deve essere chiaro a chiunque che l'interrogatorio,
    proprio perch costituisce un pilastro dell'edificio processuale,  non
    pu  mai  essere degradato ad una mera formalit,  n essere svilito e
    ridotto alla funzione di un mero adempimento di  routine  processuale,
    perch  in tal caso verrebbe a costituire una vera beffa nei confronti
    dell'imputato, e del suo diritto alla difesa.
    Ci  tanto vero che la legge si preoccupa di fissarne  tassativamente
    modalit e contenuti. L'art. 367 c.p.p. stabilisce infatti che:
    1) il giudice contesta in forma chiara e precisa all'imputato il fatto
    che gli  attribuito;
    2) gli fa noti gli elementi di prova esistenti contro di lui;
    3) e, se non pu derivarne pregiudizio all'istruzione, gliene comunica
    le fonti;
    4) invita quindi l'imputato a discolparsi e a indicare le prove in suo
    favore.
    Queste  condizioni non possono e non debbono essere dimenticate e,  in
    qualunque modo, eluse. (...)
    Non a caso la giurisprudenza pone l'accento  sulla  contestazione  del
    fatto, pi che su quella del reato, anche se deve essere subito chiaro
    che  le  due  contestazioni  appaiono  entrambe obbligatorie,  proprio
    perch il fatto e il reato sono in effetti la stessa cosa osservata da
    due diversi punti di vista.
    Primo fra tutti quello delle c.d.  "fonti testimoniali",  argomento di
    primaria   importanza  poich  soprattutto  su  codeste  fonti  poggia
    l'intero edificio dell'accusa  di  partecipazione  "all'organizzazione
    autodefinitasi  'Brigate  Rosse'  costituita da tempo in banda armata,
    eccetera".
    L'anonimato  di  queste  fonti  (accompagnato  dalla  promessa  che  i
    testimoni  si  presenteranno  al  dibattimento)  evita  il pregiudizio
    dell'istruzione,  ma  contemporaneamente  arreca  lesione  al  diritto
    dell'imputato a difendersi.  (...) Altrimenti, sarebbe facile accusare
    chiunque dei pi tremendi delitti fondandosi esclusivamente sul  fatto
    che,  un bel giorno,  un tale si  recato dai carabinieri a raccontare
    una qualche storia a danno di qualcuno.  (...) In altre parole  e  per
    esemplificare,  non  deve  certo  ritenersi sufficiente che il giudice
    dica all'imputato: "Persone di cui non si  pu  fare  adesso  il  nome
    hanno  detto  che  lei  fa  parte delle Brigate Rosse" ovvero "che lei
    nell'aprile 1979 ha organizzato un volantinaggio B.R.".
    Ben al contrario il giudice  dovr  leggere  all'imputato  tutti  quei
    passi delle testimonianze dove sono contenute le accuse;  non solo, ma
    il giudice dovr anche preoccuparsi di rendere noti all'imputato tutti
    i particolari in grado di conferire la massima  concretezza  possibile
    al fatto riferito dal teste, nonch il modo nel quale il teste afferma
    di essere venuto a conoscenza dei fatti che riferisce.
    Solo  in  questo  modo  il diritto alla difesa sar,  nella misura del
    possibile, tutelato e l'instaurarsi di un vero contraddittorio sar il
    pi possibile garantito. (...)
    All'argomento delle c.d.  fonti testimoniali   del  tutto  affine  il
    delicato   capitolo   delle   intercettazioni   telefoniche.   Codeste
    intercettazioni, di cui tanto si  parlato, della cui estensione tanto
    si  detto,  avvenute prima,  ma anche dopo la cattura degli imputati,
    rimangono  fino  ad oggi (21 agosto 1979,  vale a dire pi di tre mesi
    dal giorno dell'arresto degli imputati) avvolte nel pi fitto mistero.
    (...) Ebbene va da s  che  gli  imputati  dovranno  essere  posti  in
    condizione  di  conoscere  esattamente il testo di tutte le telefonate
    intercettate,  il cui preciso contenuto dovr essere loro  contestato,
    qualora il giudice ravvisi in esso un potere indiziante.  Non potr il
    giudice limitarsi a contestare il sunto del parere che  i  carabinieri
    esprimono su un insieme di telefonate!
    E,  prima  di  chiudere  su  questo  punto,  sia  concesso alla difesa
    affermare con  grande  chiarezza  (non  disgiunta  da  una  sacrosanta
    indignazione)  che  non si pu e non si deve tenere la gente in galera
    solo perch le strutture giudiziarie non sono in grado  di  funzionare
    efficacemente  e  rapidamente.  (Sia  detto  per  inciso ed a scopo di
    confronto: nella famosa notte tra il 17 e  il  18  maggio  sono  stati
    impiegati  contemporaneamente  un  migliaio  di  carabinieri;  fino  a
    quindici contro un solo perquisito!).
    Si osserva che con il ritmo con  cui  vengono  portati  avanti  questi
    adempimenti, qualunque ditta privata sarebbe gi da tempo fallita!
    L'ultimo  argomento  di cui la difesa vuole parlare  quello del reato
    del quale gli imputati sono accusati,  e cio l'appartenenza  a  banda
    armata (art. 306 C.P.).
    Si  tratta  di  una  figura  criminosa molto complessa che richiede la
    coesistenza di molteplici condizioni: pluralit di persone  legate  in
    modo  stabile da un comune interesse,  organizzazione interna,  idonea
    dotazione  di  armi,  finalit  politica,   clandestinit,   eccetera.
    Affinch  sia  provata  la  commissione di reato,  di questo specifico
    reato,  l'accusa dovr dimostrare,  al di l di ogni possibile dubbio,
    che gli imputati hanno compiuto atti tali da renderli oggettivamente e
    soggettivamente partecipi alla banda armata.  Riteniamo che, se questo
     lo scopo dell'istruttoria in corso,  essa si trova  oggi,  dopo  tre
    mesi, estremamente distante da questo obbiettivo. Non un solo elemento
    tra  quelli contestati pu essere ritenuto idoneo a dare corpo,  nella
    fattispecie, n alla pretesa banda armata n tanto meno ad un rapporto
    di qualsiasi tipo tra  questa  associazione  ed  i  singoli  imputati:
    associazione che non , si badi bene, una qualunque banda armata, ma 
    (almeno stando ai provvedimenti di cattura) quella banda armata che da
    tempo si  autodefinita come 'Brigate Rosse'.
    Non si vorr forse pretendere d'aver dimostrato la partecipazione alla
    banda  armata  solo perch ad uno degli imputati  stata attribuita la
    improbabile detenzione di una pistola?
    O perch lo stesso imputato avrebbe collaborato alla rivista "Invece"?
    O perch  altro  imputato  tentava  di  trovare  un  lavoro  facendosi
    assumere   all'Italsider?   Oppure,   perch   aveva  l'intenzione  di
    iscriversi alla CISL?
    Ma su questa strada  occorre  fermarsi  subito,  perch  gli  elementi
    sarebbero molti e molto facili, e perch una siffatta esemplificazione
    esulerebbe dallo scopo essenziale di questa memoria.
    Scopo ,  giova ripeterlo, quello di dimostrare che questa istruttoria
     stata condotta fino ad oggi in un modo e con  criteri  assolutamente
    censurabili,   ed  ,   di  conseguenza,  sommaria  (bench  formale),
    affrettata,  incompleta,  caratterizzata da un oggettivo  spregio  dei
    diritti degli imputati. (...)
    A  fronte  di questa situazione,  non rimane alla difesa che porre sul
    tappeto due istanze, l'una alternativa all'altra:
    - Voglia il giudice procedere al pi presto,  oltre a tutti gli  altri
    adempimenti  cui    per  legge  tenuto  e  che non sono ulteriormente
    procrastinabili,  a disporre nuovi interrogatori degli  imputati  onde
    procedere a precise contestazioni,  affinch gli imputati stessi siano
    messi finalmente in grado di difendersi (e di  capire,  se  possibile,
    perch sono oggetto di azione penale).
    - Se ci non sar fatto,  non esiste per il giudice, allo stato, altra
    alternativa che quella di scarcerare  gli  imputati  per  mancanza  di
    indizi,  ovvero,  -  poich  a  questo  punto ci che pi importa  la
    libert - con la motivazione meglio preferita,  della  cui  scelta  il
    giudice si assumer tutta la responsabilit.




    Documenti  prodotti  da  organizzazioni  armate  per  la persona o per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    - La Sinistra Rivoluzionaria Genovese, Volantino, Genova 1980.
    Quando  sabato  mattina  Edoardo  ha  compiuto  la scelta di darsi la
    morte,  da uomo libero,  ad un tempo la vita e la lotta che  un  unico
    respiro aveva fino ad allora alimentato, si sono fermate.
    Il suo  stato un atto di estremo coraggio.  Un estremo coraggio, come
    si  pretende  per  lasciare  la  vita  che  egli  tanto  amava  quanto
    intensamente aveva vissuto;  per separarsi dalla sua adorata e stimata
    Anna, e dalla sua grande passione, Edgardo;  un estremo coraggio verso
    i  tanti  compagni  che  assisteva  legalmente,  tra  cui  alcuni suoi
    fraterni amici che stava difendendo in Corte d'Assise.
    Un atto di grande coraggio, dunque, degno del nostro rispetto,  perch
    ad esso va unito il senso pi probabile della silenziosa scelta ultima
    di  Edoardo.  Il  senso  cio  di affermare,  sino all'estremo limite,
    l'integrit della sua vita e della sua libert.
    Edoardo ha probabilmente scelto di sottrarsi cos ad  una  condanna  a
    morte,  come  sarebbe  stata  la  sua  incarcerazione  nei lager per i
    detenuti politici,  luoghi di distruzione fisica  e  psicologica,  che
    egli  aveva  pi  volte  visitato  e  denunciato,  capaci di prostrare
    compagni giovani e sani.
    Forse la sua salute fisica,  in questa luce,  deve aver avuto un  peso
    importante  nella sua decisione,  quella salute profondamente minata e
    pi volte malignamente attaccata, che Edoardo volle sempre sacrificare
    a favore del tempo e delle forze da dedicare al suo lavoro  e  al  suo
    impegno.
    Che il mandato di cattura presentatogli,  per la grossolanit, ma pure
    per la gravit delle imputazioni, equivalesse ad una condanna a morte,
    non deve essergli sfuggito.
    Del resto Edoardo conosceva molto bene i meccanismi che muovono questi
    processi,   la  volont  politica  che  li  dirige,   le  carcerazioni
    preventive  senza  esito,  le  bestiali  condizioni di trattamento,  i
    trasferimenti coatti, l'isolamento, i pestaggi.
    Da anni una sentenza in questo senso era stata emessa contro  di  lui.
    Da  quando  pi  viva  e  pi  intensa  si  era  fatta la sua opera di
    difensore nei  processi  politici,  da  quando  soprattutto  egli  era
    divenuto  una tenace contraddizione per il corso sempre pi repressivo
    e militare della giustizia penale:
    - contraddizione nell'affermare senza deroghe il diritto alla difesa e
    alle  garanzie  democratiche  per  tutti,   a  cominciare  da   coloro
    istituzionalmente  obbiettivi  della  logica  del  diritto  penale:  i
    proletari, gli antifascisti conseguenti, i comunisti,  gli emarginati,
    gli antiautoritari;
    -  contraddizione  nel  portare nelle aule di giustizia la natura e le
    motivazioni intimamente sociali e la volont  politica  dei  "delitti"
    imputati  ai  suoi  assistiti,  per  affermare  la loro identit,  per
    sottrarli  alla  rituale  loro  riduzione  a  "criminali",  variamente
    paragrafate   nelle  pagine  fasciste  del  codice  penale  di  questa
    "democrazia".
    Per tutto questo periodo la libert e la incolumit  di  Edoardo  sono
    divenute  sempre  pi  precarie.  Ci  hanno  provato  a  pi riprese i
    fascisti,  la  polizia,  i  carabinieri,  la  magistratura,  le  forze
    politiche  con  in  testa  il  P.C.I.  a minacciarlo e denunciarlo per
    costringerlo all'abbandono del suo posto.
    Stampa e televisione  sono  pi  volte  intervenute,  con  menzogne  e
    allusioni,  a creare un clima favorevole alla sua criminalizzazione; i
    carabinieri  hanno  'sensibilizzato'   i   giudici,   il   P.C.I.   ha
    sensibilizzato i carabinieri; e i giudici a loro volta hanno alzato il
    tiro  sino  al pi volgare ricatto verso gli assistiti da Edoardo: "Se
    ti fai difendere da Arnaldi sei liquidato,  sei  gi  condannato  come
    brigatista", dicevano.
    Cos  il  cerchio  allucinante  della persecuzione era chiuso: Arnaldi
    difendendo i brigatisti diventa a sua  volta  un  brigatista,  chi  si
    rivolge  ad Arnaldi per farsi rappresentare legalmente,  diviene a sua
    volta brigatista.
    Si  dovuto attendere un deus ex machina per risolvere  la  situazione
    nel  senso  preteso dalla classe dominante: il traditore Peci,  mentre
    vende i suoi compagni,  mandandone a morte quattro e altre  decine  in
    quelle stesse galere da cui lui vuole stare fuori,  come d'accordo col
    suo nuovo superiore il generale Dalla Chiesa,  chiude la sua relazione
    di  servizio  chiamando  in  causa (il suo nome  a chiare lettere sul
    mandato di cattura) il suo avvocato, Edoardo Arnaldi, descrivendone la
    figura politica come un vero  e  proprio  factotum,  fornito  di  alti
    poteri, dell'organizzazione B.R.
    Da  questo  perverso patto col diavolo stretto da Peci scaturisce cos
    il frutto pi maligno che  egli  potesse  concepire:  vendere  il  pi
    generoso  fra  gli  avvocati,  colui  che,  come  al  solito,  si  era
    precipitato all'atto della sua nomina e si apprestava  a  difendere  i
    suoi diritti e la sua identit senza paura n cedimenti.
    Cos  la  sentenza pendente sul capo di Edoardo ha potuto avere corso.
    Ed egli,  senza soste e mai rinunciando all'integrit del suo ruolo  e
    del suo impegno, ha atteso l'esecuzione di questo atto preordinato con
    una  coerenza  ed una fermezza di spirito che neppure i pi miserabili
    tra i suoi detrattori riescono oggi a negargli.
    Hanno detto per  alcuni  di  costoro  che  il  gesto  di  Edoardo  va
    interpretato   come  resa,   debolezza,   stanchezza,   una  sorta  di
    confessione.  Quali pi grandi  menzogne!  Finch  Edoardo  ha  potuto
    lottare e vivere,  egli non si  mai arreso, non ha mai concesso nulla
    alla forza del potere come alle sue resistenze fisiche; il suo impegno
    politico e professionale  un libro aperto in  cui  sono  segnati  gli
    avvenimenti   pi  vivi  della  storia  della  sinistra  di  classe  e
    antifascista genovese,  nazionale ed europea degli ultimi dieci  anni,
    avvenimenti  che  lo  hanno  visto  discreto,  generoso,  intelligente
    protagonista delle battaglie processuali,  sul terreno dello studio  e
    dell'analisi  giuridica  e  politica,  costantemente presente e sempre
    disponibile.
    Di fronte a chi gli  venuto a notificare con l'arresto la sospensione
    del suo lavoro e del suo impegno, la cessazione della lotta,  Edoardo,
    da uomo libero, ha fatto cessare allora la sua vita.
    Questo  il  senso  onorevole  che  noi  rivendichiamo  della morte del
    migliore dei nostri compagni.  Questo l'ultimo atto di  una  vita  che
    deve esserci di esempio e di forza per le nostre lotte future.
    Onore al compagno Edoardo, fino alla vittoria, per il comunismo!
    Cicl. in prop. via S. Donato 12, Genova 23-4-80.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Anna Simonetti, "Testimonianza su Edoardo Arnaldi, giugno 1980, in:
    Luigi
    Manconi, "Vivere con il terrorismo", Milano 1980, Mondadori.
    (...)  Fatto  sta  che  lui  era  malatissimo e soffriva di terribili
    disturbi: aveva avuto  tre  infarti,  soffriva  di  diabete  e  di  un
    progressivo  e  acutissimo  calo della vista,  e di altri mali ancora;
    eppure io  credevo  che  lui  esagerasse,  credevo  che  si  trattasse
    soltanto di un esaurimento nervoso e che la stanchezza,  la fatica, la
    tensione,  aggravassero i suoi malori.  Poi,  dopo che    morto,  son
    venuta  a  sapere  che  il  suo  male  era  a uno stadio molto,  molto
    avanzato.  Mi ha detto il perito di parte: se  la  pu  consolare,  le
    posso  dire  che  suo  marito  in carcere poteva durare una settimana,
    forse qualche settimana,  ma al regime  carcerario  non  poteva  certo
    sopravvivere pi a lungo. E questo mi ha fatto pensare che poi un uomo
    non  lo  conosci  mai  abbastanza,  non lo conosci mai del tutto,  per
    quanto amore ti leghi a lui.  E guardi il nostro era  un  amore  molto
    bello,  un  amore  che  ha superato la giovinezza,  che  andato oltre
    l'entusiasmo iniziale e che  continuato nel tempo...  fino  a  quella
    mattina.  E ora,  a me manca il mio amico, manca il mio uomo, manca il
    mio compagno e mi sento sola.  (...) Una cosa che amavo di lui era  il
    fatto  che  fosse  sempre alla ricerca di una sua ragione,  di una sua
    collocazione precisa: questo da quando  era  uscito  dal  P.C.I.,  nel
    1952.  Deluso, terribilmente deluso. E aveva cercato immediatamente di
    fare qualcosa all'interno del movimento antifascista perch quello era
    un valore a cui lui credeva tantissimo e a cui aderiva con entusiasmo.
    Ancora di  pi,  forse,  perch  la  Resistenza  non  l'aveva  vissuta
    direttamente  e  personalmente,  a  causa  della sua giovane et e del
    fatto che la sua era una famiglia molto chiusa  e  conservatrice:  una
    famiglia  soffocante  che  lo  teneva  in  una  campana di vetro e gli
    impediva di sapere, di capire, di agire. E questo di non aver fatto la
    Resistenza era per lui un dolore e,  si pu dire,  quasi una vergogna;
    eppure era talmente sincero e attivo il suo antifascismo che per molti
    anni  stato membro del direttivo provinciale dell'ANPI.  (...) E come
    civilista ottenne anche degli importanti risultati: fu lui ad esempio,
    a  ottenere  la  prima  sentenza  che  riconosceva  il  diritto  delle
    casalinghe  ad  avere,  in  caso  di  infortunio,  l'indennizzo per il
    mancato guadagno.  (...) Lui difendeva  in  sostanza  chiunque  avesse
    bisogno  di  aiuto,  senza  prima  chiedere  la  tessera:  che fossero
    autonomi,  anarchici o Lotta Continua o cani sciolti.  E  fare  questo
    mestiere non  stato facile;  guardi,  da quando lui ha scelto di fare
    il penalista,  la nostra vita  notevolmente cambiata.  Prima vivevamo
    in una certa tranquillit,  anche economica. Poi abbiamo vissuto con i
    risparmi del periodo precedente e grazie al  fatto  che  tutti  e  tre
    abbiamo  accettato  di  fare  molte rinunce.  (...) Anche il fatto che
    certe persone prendono le distanze da te.  (...)  I  veri  cambiamenti
    sono  altri,  e  pi  radicali.  La  tua  esistenza ne risulta davvero
    sconvolta.  Le famiglie dei detenuti che ti chiamano,  ti cercano,  ti
    chiedono aiuto, ti invocano, ti telefonano, ti vogliono bene; e questo
    a  tutte  le  ore del giorno e della notte.  Perch a tutte le ore del
    giorno e della notte ci sono madri,  mogli e  sorelle  che  vengono  a
    sapere  che  il  loro parente detenuto in quel carcere non c' pi,  
    sparito,  stato spostato di seicento chilometri, di mille chilometri.
    Ecco,  un primo grande segnale  dei  mutamenti  che  avvenivano  nella
    nostra  vita  fu  l'irruzione del problema carcerario in casa nostra e
    nella nostra esistenza.  E fu un'irruzione davvero traumatica.  A  mio
    marito   capitato di vedere,  nel corso di una rivolta,  le celle del
    carcere di Perugia e cos ha scoperto che la  "grotta"  poteva  essere
    proprio  una grotta,  un luogo che nulla aveva a che vedere con quella
    che uno si immagina sia la cella di un carcere moderno (...).
    - Enrico Fenzi,  "Armi e bagagli.  Un  diario  dalle  Brigate  Rosse",
    Genova 1987, Costa & Nolan. Frammenti.
    Sapeva  fin  troppo  bene,  lui  cos  disponibile,  cos  ansioso di
    partecipare, che da quel momento un'altra vita sarebbe stata travolta,
    probabilmente distrutta. E dunque soffriva per gli altri,  non per s,
    perch  c'era  nella  sua  natura  qualcosa che aderiva intimamente ai
    principi dell'etica professionale: al dovere, cio,  di proteggere chi
    s'affidava a lui,  non di rovinarlo. Lo guardavo fisso e capivo meglio
    il senso di tante nostre passate conversazioni.  Per quanto riguardava
    la sua vita,  le sue scelte personali,  Arnaldi riusciva a prendere in
    considerazione solo le Brigate Rosse,  ma quando andava come  avvocato
    per  le carceri i detenuti erano tutti uguali ai suoi occhi,  e niente
    l'offendeva   come   le   divisioni   interne,    le   rivalit,    le
    discriminazioni.   Non  era  per  niente  paternalista,   semmai,  con
    discrezione estrema,  con burbera timidezza da genovese,  era paterno.
    Tutti  erano da difendere allo stesso modo,  da proteggere.  Cos come
    ora sentiva con confusa angoscia di dover fare con  l'operaio  che  si
    era affidato a lui, nel momento stesso che me lo consegnava.




    Testimonianze al Progetto Memoria.

    - Giancarlo Corazza, Testimonianza al Progetto memoria, Genova 1994.
    Funerale di Edoardo Arnaldi, 23-4-80.
    Gi il giorno della sua morte,  era sabato mattina,  davanti alla casa
    di Edoardo piantonata dai carabinieri,  una folla di compagni  si  era
    radunata  per testimoniare il proprio dolore,  amicizia e incazzatura.
    Mille e pi compagni si erano ritrovati l dopo  appena  tre  ore  dal
    suicidio:  la  notizia  si  era  propagata  con  grande  velocit e la
    risposta era immediata.
    Verso sera si organizza l'estremo saluto e la protesta.
    Si ottiene il permesso affinch il funerale si faccia  di  pomeriggio.
    La  questura  ci impone come percorso la sola via Palestro,  dove  la
    casa di Edoardo.
    Il giorno del funerale  le  persone  sono  tante,  tantissime.  Dietro
    Edoardo  i  familiari,  dietro  ai familiari un lungo striscione della
    Comunit di San Benedetto al Porto e poi migliaia di compagni.
    Via Palestro, una via larga e lunga,  strapiena.
    Il carro funebre si muove,  supera i limiti  imposti  dalla  Questura,
    percorre via Palestro,  Piazza Corvetto, via S. Giacomo e Filippo, via
    Serra, via De Amicis, Piazza Brignole, passa sotto la ferrovia, prende
    via Moresco,  via del Piano,  via G.  De Pr,  si ferma  nel  piazzale
    Marassi  di  fronte  al  carcere giudiziario lanciando slogan ai quali
    rispondono pugni chiusi che spuntano da alcune finestre  del  carcere,
    il corteo poi continua per via R.  Mandoli,  piazzale Parenzo e arriva
    al cimitero di Staglieno alle 17,30.
    Il cimitero ha come orario di chiusura le ore 17,  ma   stato  tenuto
    aperto per accogliere Edoardo.
    Ci  avevano imposto 300 metri di strada,  abbiamo accompagnato Edoardo
    per 6-7 chilometri,  abbiamo attraversato il Centro di  Levante  della
    citt e buona parte della val Bisagno.
    Un  corteo  lunghissimo:  i  giornali parleranno di 10000 persone,  ma
    eravamo molti di pi.
    Un corteo arrabbiato, forte ed espressivo.  Inconsueto e contornato da
    gente  in  silenzio che faceva ala ai pugni chiusi e ai forti richiami
    rivoluzionari. L'"ultima" delle grandi manifestazioni a Genova.
    La sinistra  c'era  tutta,  molti  persino  i  riformisti,  tutti  per
    esprimere  il  proprio  dolore,  ma  anche  rispetto  per la storia di
    Edoardo.
    Allego il volantino distribuito nella circostanza.




    - Vincenzo Guagliardo,  Testimonianza al  Progetto  memoria,  carcere,
    Opera 1994.
    Subito  dopo  l'esecuzione  di  via  Fracchia,  le  forze dell'ordine
    andarono ad arrestare l'avvocato Edoardo  Arnaldi  poich  sulla  base
    delle  indicazioni di Patrizio Peci,  egli ormai non poteva che essere
    un brigatista.  La nascita del "pentito" moderno fonda improvvisamente
    una nuova etica: la comunit non  pi orgogliosa,  (per se stessa) di
    avere piccole "zone franche" dove il  medico,  o  l'avvocato  eccetera
    devono  restare impuniti e devono incontrare il fuorilegge in pericolo
    per la propria vita o libert.  I delicati contrappesi di una  cultura
    costruitasi  in secoli spariscono in un baleno.  Le definizioni usuali
    che  ne  conseguivano  per  l'identit  e  la  coscienza  del  singolo
    sbiadiscono, le parole dello storico o del filosofo vengono sostituite
    da quelle del giudice e del poliziotto, le quali stritolano, riducono,
    annullano  ogni  differenza  nella  semplice  e  immensa  visione  del
    complotto.
    Devo qui confessare che Edoardo accett,  per esempio,  di incontrarsi
    con me,  mentre ero brigatista e latitante,  perch considerava ci un
    suo dovere nella sua... antiquata morale. I suoi modi, la sua voce,  i
    suoi  ragionamenti  avevano una gentilezza d'altri tempi.  Neppure io,
    all'epoca, ero cosciente dei cambiamenti avvenuti. Mi era parso dunque
    giusto incontrare  quest'uomo  onde  dargli  un  aiuto  economico  per
    sostenere  i  suoi  viaggi  appresso  ai compagni in carcere e ai loro
    casi. Non vedevo grandi rischi per lui.
    Quando le forze dell'ordine arrivarono a casa sua per  un  motivo  del
    genere,  Edoardo chiese di andare un attimo in un'altra stanza,  e qui
    si spar un colpo di pistola e mor. Mi viene in mente la filosofia di
    Anders,  secondo la quale  l'essere  umano  risulta  essere  ormai  un
    prodotto  antiquato rispetto a ci che ha costruito,  rispetto ai suoi
    stessi prodotti. E a volte si ribella come pu, aggiungo.
    Va detto che Edoardo s'era  rovinato  economicamente  per  noi.  Aveva
    accettato  di  difendere i brigatisti insieme a Sergio Spazzali,  e si
    era ritrovato umanamente sempre pi solo e senza pi tanti clienti. Ma
    tutto questo non  niente perch dei suoi beni svenduti penso  che  se
    ne fregasse. Il fatto  che stava pure male fisicamente: era diabetico
    e  affetto  dal morbo di Burger,  ragion per cui,  quando lo rividi da
    clandestino,  zoppicava vistosamente.  Provo ora a interpretare il suo
    gesto  anche  se mi rendo conto dell'arroganza e dell'insufficienza di
    un tale tentativo di fronte alla complessit dell'essere umano che  si
    suicida.
    Edoardo  era  stato  un  partigiano,  uno  dei tanti che erano rimasti
    delusi dei risultati ottenuti dalla Resistenza.  Perci svilupp verso
    i brigatisti dei complessi rapporti "paterni". Disse in un'arringa che
    avevamo  dovuto  fare i conti con i limiti di quanto aveva ottenuto la
    lotta della sua generazione.  Perci essendo ancora noi  dei  "ragazzi
    con il sangue nelle vene", avevamo dovuto cercare a modo nostro e come
    potevamo  di  finire  ci  che lui e quelli come lui avevano provato a
    cominciare.  Oserei dire che ci vedeva a errare da limiti suoi pi che
    nostri...  Penso che in questo tipo di affermazioni ci sia un ingiusto
    "complesso di colpa" verso se stesso, ma al tempo stesso e al di l di
    questo,  un profondo senso storico,  una coscienza della inevitabile e
    necessaria  contraddittoriet  dell'atto umano volto alla liberazione.
    Il limite viene individuato per rafforzare la solidariet  invece  che
    per giudicare; per non rinunciare al cammino.
    Certo   che una persona come questa,  trovatasi di fronte all'idea di
    finire in galera in quelle condizioni, avr pensato pi o meno: "Nelle
    mie condizioni fisiche finire in carcere significher dover  accettare
    umiliazioni per ogni cosa" (poich  evidente che come avvocato sapeva
    cosa  voleva  dire  trovarsi in carcere quando si sta male).  Inoltre,
    c'era in lui l'uomo deluso dagli esiti della Resistenza che ora doveva
    fare i conti con un arresto dovuto a tradimento fondato - per giunta -
    su una malafede interpretativa impensabile fino a pochi anni prima.  E
    c'era  proprio  uno  dei  suoi  "figli"  ideali  che  per cavarsela lo
    denunciava cos.  Qui l'uomo antico che era in lui si sar  ribellato:
    il  vecchio  amico dichiarato,  ma non identico ai giovani brigatisti,
    non poteva accettare di essere cos presentato e denunciato proprio da
    un brigatista delatore. E allora un uomo che sta male ma  orgoglioso,
    non ci sta ad accettare giorni umilianti per le sue condizioni fisiche
    e per una ragione del genere: un secondo tradimento  dei  suoi  sogni.
    Allora va nell'altra stanza e si spara.
    In  un  nuovo  contesto,  con  altri pensieri pi ricchi d'esperienza,
    bisogner  riconquistare  le  caratteristiche   dell'"uomo   antiquato
    rispetto al suo prodotto", farlo rivivere.


    - Nicol Pasero, Testimonianza al Progetto memoria, Genova 1995.
    Parlando  di  Arnaldi  con persone che lo hanno conosciuto pi o meno
    bene,  mi  capita  frequentemente  di  sentire  espressioni  quasi  di
    compatimento.  Una  volta  non era cos,  se non forse in privato e da
    parte di determinati individui;  oggi con quel che si ritiene il senno
    di poi,  s'incontra sovente chi lo tratta - se va bene - da idealista,
    e pi spesso da ingenuo, da persona che  stata usata (o si  lasciata
    usare) da altri, di lui pi scafati. Non so, e non m'importa, in quale
    misura questo aspetto - che non voglio escludere:  ma  non  di  questo
    stiamo  parlando  qui  -  sia  stato  determinante per la sua vicenda;
    quello  che  mi  sembra  necessario    per  contestare  una  lettura
    puramente negativa di tale caratteristica.
    Ho  frequentato Arnaldi anche al di fuori di occasioni politiche.  Per
    un certo tempo,  avevamo affittato una casa di vacanze nel Cuneese,  e
    capitava  d'incrociarci l nell'avvicendamento dei soggiorni.  Per due
    famiglie insieme non c'era posto sufficiente, o forse s, ripensandoci
    adesso, ma il nostro rapporto non era di tale intimit. E questo forse
     il motivo per cui certe cose funzionavano meglio.  Mi spiego,  in un
    certo  senso  penso  di  aver  costituito  per  Arnaldi  un  possibile
    ancoraggio  nei  confronti  del  mondo  "normale",   un  elemento  per
    controllare dall'esterno la correttezza del suo operato.  Arnaldi dava
    l'impressione di aver bisogno di sapere cosa ne pensavano gli altri  -
    quelli  fuori  dal circuito clandestino - di ci che faceva,  di ci a
    cui si sentiva moralmente impegnato.  Ricordo il modo con cui  parlava
    dei  suoi problemi personali (con me e mia moglie,  essenzialmente del
    figlio Edgardo): "da uomo a uomo",  con quel suo  modo  disarmante  di
    guardare  in viso l'interlocutore,  attendendone risposta,  consiglio,
    giudizio.  La mia impressione  che le reazioni  dell'altro  alle  sue
    inquietudini private, se gli apparivano dettate da interesse sincero e
    non  da  conformismo,  lo  confortassero  indirettamente  anche per il
    resto,  come se lo facessero sentire meno diverso,  meno isolato nelle
    sue  scelte,  oggetto,  in  qualche  modo,  di  solidariet: ma di una
    solidariet che non fosse solo quella, quasi obbligata,  che regna fra
    i  combattenti  in  una  situazione  di  guerra;   o  peggio,   quella
    interessata di chi ti sta vicino solo perch ha bisogno di  te,  delle
    tue capacit, del tuo specialismo.
    Sereno certo non lo era.  Il troppo carico,  di lavoro e psichico, che
    aumentava costantemente,  veniva sempre  meno  bilanciato  da  momenti
    alternativi. Le responsabilit e le scelte incombevano su un individuo
    da  sempre segnato anche nella salute (le difficolt nel camminare,  i
    denti,  il logorio nervoso).  Eppure  Arnaldi  aveva  anche  dei  lati
    diversi dal preoccupato,  se non angosciato: un gusto per la vita, per
    l'amicizia semplice (non  politica,  o  non  politica  in  quell'unico
    senso),  e persino una certa fanciullesca birichineria. Le chiavi, per
    esempio: collezionava vecchie chiavi, talvolta sottratte personalmente
    o dagli amici a porte di edifici  isolati  (chiesette  o  simili).  Si
    rideva  insieme  di  questi  innocenti  reati;  si  facevano  progetti
    (progetti? forse meglio: si fantasticava) a proposito degli ex-voto di
    certi santuari.  Si stava  volentieri  insieme,  insomma,  come  fanno
    tutti:  per  simpatia,  senza  impegno  e  senza intenzioni recondite;
    nessuno  veniva  "con  la  volpe  sotto  il  braccio",   come  diceva,
    riferendosi  neanche  troppo velatamente ad alcuni del giro,  Anna (la
    moglie di Arnaldi), nei suoi giudizi taglienti ma spesso azzeccati.
    Gi,   Anna  Arnaldi.   Una  figura  importante,   per  capire   certi
    atteggiamenti  del marito.  Una preziosa collaboratrice,  che appariva
    pi concreta,  pi pratica,  quasi una  figura  materna,  dominante  e
    protettiva, nei confronti di un uomo dai forti impulsi idealistici (ha
    mantenuto  questo ruolo fino all'ultimo: era lei che,  un attimo prima
    del suicidio,  gli preparava la borsa per la prigione,  con le maglie,
    le  calze  di lana).  Penso che certi suoi atteggiamenti poco popolari
    tra gli amici - bisogna dirlo: non a tutti  era  simpatica  -  fossero
    originati,  oltre  che  dal  suo carattere spigoloso,  anche da questo
    forte senso di responsabilit, al limite della possessivit.  Ma,  per
    quanto mi  dato di ricostruire, la protettivit non si dev'essere mai
    spinta  fino  all'essere  impedimento,  all'ostacolare  le  scelte del
    marito - condivise o meno che fossero.  E questo non    poco,  in  un
    rapporto vissuto in situazioni cos eccezionali.
    Arnaldi,   stato scritto, aveva un fortissimo senso dell'impegno, che
    andava molto al di l dell'interessamento del difensore per il difeso.
    Si  preoccupava  attivamente  della  situazione  concreta   dei   suoi
    assistiti,  come  anch'io  ho  avuto modo di constatare da vicino,  in
    occasione d'un processo a compagni tedeschi  in  cui  gli  servivo  da
    interprete.   Una  ragione  di  questo  suo  atteggiamento  premuroso,
    protettivo,  con sfumature quasi paterne,  poteva essere  la  distanza
    generazionale  che lo separava da questi e da altri giovani;  ma forse
    proiettava su di loro anche ansie  e  timori  analoghi  a  quelle  che
    segnavano il rapporto col proprio,  amatissimo figlio.  Timori e ansie
    di un padre che spinge molto, molto avanti il proprio coinvolgimento.
    Per questo, penso,  era particolarmente ferito da atti e comportamenti
    che  gli  apparissero  sleali  da  parte  di chi gli stava (o sentiva)
    vicino, da quelli che trattava (e sentiva) come dei figli. La slealt,
    il tradimento, comunque si manifestino,  gravano come macigni su chi 
    leale  fino  all'estremo.  Un certo vuoto che gli si era fatto attorno
    negli ultimi tempi aveva moltiplicato le occasioni di amarezza: non la
    esternava,  a quanto so;  ma lo si capiva pi che  bene  dalle  parole
    della  moglie,  al solito pi esplicita ("Le chiavi dello studio nella
    cassetta della posta!",  il suo commento indignato dopo  che  l'ultimo
    assistente   del   marito  lo  aveva  lasciato  senza  una  parola  di
    spiegazione. Non tanto e non solo il fatto, il modo offendeva).
    Terribile dev'essere stata, a sentire chi ne ha parlato per conoscenza
    pi o meno diretta, l'amarezza di Arnaldi per la delazione di Peci, da
    lui  aiutato  e  difeso.   Dicevo  all'inizio  dell'ingenuit  di  cui
    indirettamente oggi lo si accusa: certo se ingenuit  credere che gli
    altri  -  non  tutti,  ma  almeno  quelli  a  cui  ti  lega una comune
    convinzione,  un  patto,  un  sentire  -  condividano  i  tuoi  stessi
    principi,  sentano  con la stessa intensit i medesimi valori,  allora
    Arnaldi era ingenuo. E ha pagato caro, in vita e in morte,  per questa
    ingenuit.  Ma  non per ci si potr sostenere,  come si tende a fare,
    che hanno avuto e avranno sempre ragione soltanto quelli  che  ingenui
    non sono.

    MARINO PALLOTTO.


    Note biografiche.

    - Marino Pallotto nasce a Macerata, il 19 luglio 1956.
    -  secondogenito di una famiglia composta dai genitori, un fratello e
    due sorelle.
    - si trasferisce con la famiglia d'origine a Roma da bambino.
    - frequenta le scuole a Roma.
    - si sposa nel 1973 e si separa dopo pochi mesi dalla moglie.
    - nel 1974 nasce sua figlia.
    - milita nel Movimento Proletario di Resistenza Offensiva.
    - viene arrestato a Roma, il 29 dicembre 1979.
    - muore suicida nel carcere di Velletri, il 29 giugno 1980.



    Scritture di Marino Pallotto.

    - Marino Pallotto,  Lettera manoscritta, Velletri 25-5-80, allegata in
    atti al Proc. N.  R.G.  24/81 in Corte d'Assise di Roma,  sentenza del
    16-1-82. Velletri 25-5-80.
    Io  sottoscritto  Pallotto  Marino  aggiungo  quanto segue a proposito
    delle armi che io consegnai al mio amico Paolo Santini, anche se so di
    non meritare questa amicizia.  La pistola calibro 38 (parlo di  quella
    piccola)  era  di  mia  propriet,  la  acquistai da D.M.,  la pistola
    calibro 7,65 nera, che credo sia della marca Beretta, fu acquistata da
    T.  dal B.: misi anch'io dei soldi per l'acquisto (30000 lire circa) e
    altre due persone di cui non faccio il nome per miei motivi. Parte dei
    proiettili  che  consegnai insieme alle armi a Paolo,  li acquistai io
    per conto del gruppo da E.D.M.,  un'altra parte dei proiettili era  di
    propriet  di  E.D.M.  che  ce  li diede prima della perquisizione per
    disfarsene.  I silenziatori (che mi furono richiesti da E.  e  da  R.)
    furono  fatti  da  E.D.M.  e  pagati  da  me  (50000 lire l'uno se non
    sbaglio) con i soldi che mi furono dati da  T.  e  in  ogni  caso  dal
    gruppo.  Riguardo  alla  pistola calibro 38 (parlo di quella che Paolo
    butt) ho da dire queste cose: a settembre 1978 T.  mi  chiese  se  E.
    aveva una pistola a tamburo, lo chiesi ad E. e lui mi rispose di s io
    allora  lo dissi a T.  e lui mi rispose che entro una decina di giorni
    sarebbe venuto per acquistarla.  Passarono una quindicina di giorni  e
    poi T. mi disse che non aveva i soldi per poterla comprare, quindi per
    non  far  incavolare E.  che a sua volta aveva avuto questa pistola da
    un'altra  persona,   che  non  so  chi  sia,   dovetti  comprarla  io.
    L'esplosivo trovato nella mia abitazione,  lo acquistai da E. per lire
    60000 per conto del gruppo,  la miccia i detonatori li diede B  M.  Il
    fucile  Fal  l'ho  acquistato io da E.D.M.  ancor prima di entrare nel
    gruppo.  Debbo anche dire che tutte quelle armi  che  io  consegnai  a
    Santini  Paolo  non sono mai state usate per nessun attentato,  almeno
    credo,  dal momento dell'acquisto fino  a  quando  furono  giustamente
    sequestrate.  Per quanto riguarda R.M.  lo conobbi in casa di U.A. una
    sola volta,  ebbi modo di rivederlo quando mi fu presentato  come  D.,
    non  sapevo  della  sua  partecipazione  al gruppo sino a quando entr
    nello stesso gruppo,  e questo avvenne dietro la proposta che mi  fece
    T.L. Per quanto riguarda il gruppo dei 16 o 17, di cui il "colonnello"
    D.L.  era  il  maggior  esponente (io non ho mai conosciuto il D.L.  e
    tutte le cose che ho saputo e sentito, questo  avvenuto tramite M.B.)
    ho incontrato M. una sola volta, vicino via Candido, fu lo stesso B. a
    presentarmelo, poi non lo vidi pi. B. mi fece conoscere gli altri che
    ho gi citato.  Devo precisare  una  cosa;  non  fu  T.  che  mi  fece
    conoscere B. ma un certo C. che si chiama P.C. Fu infatti a lui che io
    manifestai  l'intenzione  di  entrare  a far parte di un gruppo dedito
    alla lotta armata.  C.  mi disse infatti che B.  era gi dentro uno di
    questi gruppi. Per quanto riguarda le targhe delle auto trovate a casa
    di  Paolo,  fui  io  a  rubarle a Pisa durante un viaggio che feci per
    andare a trovare una mia amica di nome D.  che  comunque  estranea  a
    questa vicenda.  Sono completamente estraneo alla rapina che fecero ai
    danni del Colonnello Giunone, non conosco M.A. se non per aver sentito
    il suo nome sui giornali e per aver letto il suo nome sui fogli  delle
    intercettazioni  telefoniche  che  mi mostr l'avvocato V.  Per quanto
    riguarda la carta d'identit trovata nella valigia che diedi  a  Paolo
    fui io a trovarla in un vicolo dietro piazza Argentina,  era insieme a
    una tessera del tram (non c'erano comunque soldi)  ed  i  baffi  erano
    nelle  valige consegnatemi da E.,  cos come le riviste trovate a casa
    mia.  Nelle valige che mi diedero c'erano anche due  silenziatori  che
    poi  si ripresero insieme agli altri.  Per quanto riguarda le schedine
    alcune le port B. altre le facemmo io B. e R. Poi ce le chiesero E. e
    R.  e gliele consegnammo.  Non ho mai  partecipato  ad  attentati.  Ho
    accusato  delle  persone  che non hanno grosse colpe,  ma avevo i miei
    particolari  stati  d'animo  e  non  pretendo   affatto   una   vostra
    comprensione,  credo  di non avere diritti in questo momento,  ma solo
    doveri. Ora sono comunque pronto anche a scagionare le persone che voi
    ritenete siano meno colpevoli e che forse meritano pi di me. Una cosa
    vorrei dirvi, ho fatto i miei sbagli,  ma non sono un assassino,  sono
    pronto  a pagare i miei errori.  C' solo un motivo che mi ha spinto a
    mentire su alcune cose,  ed  la paura di essere coinvolto in cose pi
    grandi di me.  Vi ringrazio di quanto avete fatto per me sino ad ora e
    di quello che sar.
    Distinti saluti, Pallotto Marino.
    P.S.  Le accuse che ho fatto  all'avv.  V.  sono  completamente  vere,
    comunque non sono contento che sia in galera.
    P.S.  Io  non ero nemmeno a conoscenza di Via Ostia sino alla scoperta
    di questo posto.



    Documenti prodotti da organizzazioni  armate  per  la  persona  o  per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Documenti  prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento in
    cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Non ne sono state prodotte.



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Romina Pallotto, Testimonianza su alcuni punti, Roma 1994.
    - Sul carcere a cui  stato assegnato.
    Il primo carcere a cui  stato assegnato   stato  quello  di  Regina
    Coeli,  poi Rebibbia,  Latina,  di nuovo Rebibbia. La morte  avvenuta
    per presso il carcere di Velletri,  a cui  Marino  fu  trasferito  il
    giorno  prima o due giorni prima.  L'isolamento  scattato dall'inizio
    della carcerazione fino alla fine.
    - Sul passaggio dell'aprile '80, quando decide di collaborare.
    Su questo punto non ho elementi in merito.  L'unica cosa di cui  sono
    certa  riguarda  l'aspetto psicologico di Marino che negli ultimi mesi
    della  carcerazione  risentiva  fortemente  della  sua  condizione  di
    isolamento  fino a mostrare segni evidenti di instabilit.  Ricordo la
    difficolt a sostenere colloqui con i suoi familiari a causa della sua
    sofferenza psicologica.  Aggiungo testimonianza  diretta  di  percosse
    avvenute  nei  primi mesi di detenzione (riferita da mia madre) non da
    altri detenuti.
    - Su quali documenti  siano  reperibili:  testimonianze  sul  percorso
    politico e profilo biografico.
    Sul  percorso  politico  ricordo  la  sua  partecipazione attiva alle
    assemblee e alle  attivit  politiche  che  si  rifacevano  allora  al
    collettivo  di  zona  Nord  e  che  credo avessero a Montespaccato una
    propria sede. So poi di discussioni avvenute nel collettivo per cui si
    determinarono delle spaccature all'interno, circa il costituirsi di un
    gruppo clandestino appoggiato da qualcuno ma  non  da  tutti  che  poi
    credo sia confluito nel nucleo autonomo di zona Nord.
    Per  il  profilo biografico: vive a Roma con la famiglia,  frequenta i
    primi due anni di un liceo scientifico.  Poi  lo  abbandona.  Vive  un
    difficile periodo adolescenziale,  a scuola e in famiglia.  I rapporti
    col padre sono sempre stati di scontro e incomprensione.  Con la madre
    ha  sempre  avuto un rapporto di grande affettuosit.  Il rapporto pi
    importante l'ha vissuto con un suo amico Cesare,  molto pi grande  di
    lui  (allora  cinquantenne)  anche lui coinvolto nel processo.  Lavora
    come  cameriere  per  diverso  tempo  poi  come  muratore  presso   la
    cooperativa  '25  aprile'.  A  17  anni  circa  scopre  l'amore per la
    pittura. Realizza un numero consistente di tele. Alcune le conserviamo
    noi, altre le ha vendute.
    Scappa di casa per qualche tempo.  Ritorna,  si sposa a  17  anni.  Si
    separa  dopo 6,  7 mesi.  La moglie  incinta e da alla luce una bimba
    nel dicembre del 1974.  Lui i primi anni la vede solo  qualche  volta.
    Chiede di rivederla in carcere, nell'80, ma la madre non accetta. Oggi
    ha  20 anni e non solo non conosce nulla della storia del padre ma non
    ha ancora voluto conoscere i suoi familiari.  Rifiuta un contatto  con
    la famiglia del padre.

    - Su documenti che aiutino a capire meglio l'intera vicenda.
    Dovrebbe  risultare  agli  atti  una lettera che lui scrisse prima di
    morire. Ci sono vari articoli scritti su di lui, sull'intera vicenda e
    sulla sua morte.

    - Su eventuali testimonianze sulle ragioni della sua scelta ultima.
    Non ci sono testimonianze dirette  sulle  ragioni  della  sua  scelta
    ultima,  oltre  alla  lettera  gi  citata.  Personalmente  la ritengo
    conseguenza del peggioramento delle  sue  condizioni  psicologiche,  e
    soprattutto  dovuta al peso delle conseguenze delle sue dichiarazioni.
    Lo  ricordo  molto   spaventato,   lo   sguardo   perso   nel   vuoto,
    psicologicamente  distrutto,  incapace di affrontare la libert che di
    l a poco dovevano concedergli.  Mia madre disse  allora  che  avrebbe
    dovuto uscire 4 giorni dopo il suicidio.
    Riporto la testimonianza indiretta fornita da suoi coimputati circa la
    sorpresa nello scoprire il Santini come infiltrato.  Prendere atto che
    Santini fosse un infiltrato fu motivo di ulteriore peggioramento delle
    sue condizioni psicologiche: (fino all'aprile '80 aveva sempre negato,
    reputandola una mossa degli inquirenti per costringerlo a parlare. Poi
    le dichiarazioni,  una volta resosi conto della verit della posizione
    del Santini).

    - Romina Pallotto, Testimonianza al Progetto memoria, Roma 1995.
    A Emanuela
    per aiutarti a capire...

    I ricordi.
    Quello  che voglio ricordare  l'enorme affetto che lo legava a un suo
    amico,  allora molto pi grande di lui.  Marino  avr  avuto  18  anni
    all'epoca  in cui conobbe Cesare,  che invece ne avr avuti 50,  forse
    55.
    Per dare un'idea del rapporto che si era stabilito tra loro,  era come
    se  Marino  avesse ritrovato in Cesare il padre e Cesare il figlio che
    non avevano avuto.  E questo non perch entrambi non avessero un padre
    e un figlio reali.
    Non si separavano mai.  Trascorrevano quasi tutto il loro tempo libero
    insieme. Marino dipingeva e Cesare lo aiutava a vendere i suoi quadri,
    Marino fotografava i suoi lavori e Cesare si  faceva  fotografare  con
    essi.  Marino  inizi  a  frequentare  assiduamente i compagni del suo
    quartiere e Cesare lo segu  anche  in  questo.  Quando  Marino  mor,
    Cesare se ne and.
    Io da allora non l'ho pi rivisto,  ma so, dentro di me, che una parte
    di Cesare si  spenta insieme a lui,  come succede a un  padre  quando
    vede morire il proprio figlio.
    Ero  una  ragazzina fin troppo vivace.  Marino  presenza costante nel
    mondo dei giochi e della spensieratezza degli anni precedenti  al  suo
    arresto.  Non  era  solo  il compagno adulto dei giochi.  Nostra madre
    impegnava tutte le sue giornate sul lavoro, costretta praticamente lei
    sola a sostenere quattro figli e un marito a  cui  non  piaceva  molto
    lavorare.  Marino  era il secondogenito.  Vivevamo allora in una delle
    tante borgate romane,  dove non esisteva  niente,  se  non  cumuli  di
    calcinacci  ovunque ti girassi e fogne a cielo aperto.  Sono trascorsi
    vent'anni circa, e,  a parte la fogna che  stata chiusa,  le cose non
    sono molto cambiate.
    Quando  mia  madre  non  poteva  seguire le figlie pi piccole,  china
    com'era sempre sulla sua macchina da cucire,  era lui che mi portava a
    comprare  un  paio  di  scarpe,  mi faceva conoscere i suoi amici.  Mi
    portava spesso con s.
    Marino aveva allora solo 18-20 anni,  ma di  fronte  all'impossibilit
    per  sua  madre di seguire le figlie pi piccole con le sue attenzioni
    dovute, aveva saputo aiutarla, colmando il vuoto lasciato.

    Un frammento...
    Avevo sette  anni,  lui  diciassette.  Era  arrivato  il  momento  che
    aspettavo  da  tanto.  Mi  siedo silenziosa sul grande letto della sua
    stanza,  affollata di quadri e gigantografie che riportavano frasi per
    me   incomprensibili.   Sulla  parete  che  avevo  davanti  aleggiava,
    disegnata, una enorme bandiera rossa.  Stavo l,  curiosa,  davanti ai
    suoi  oggetti  di lavoro,  di fronte a lui che si accingeva a farmi un
    ritratto. Il tempo trascorreva lento. Mi ritrovavo al centro della sua
    attenzione, immaginandomi invasa dai colori della sua tavolozza. E lui
    mi disse: "Se non stai ferma non te lo faccio  pi  il  ritratto!"  Io
    risposi: "Mica posso stare qui tutto il giorno". E lui: "Ci devi stare
    altro  che  un giorno".  Farsi ritrarre non era una cosa da tutti,  mi
    entusiasmava da morire, ma non credevo costasse tanta fatica. Sbuffavo
    in continuazione.  Alla fine lo pregai di disegnarmi meglio di come mi
    vedeva. Almeno lo sforzo sarebbe stato ripagato con una immagine di me
    che mi sarebbe piaciuta di pi.  Cos mi calmai, aspettando il quadro,
    senza sapere che, di l a poco, sarebbe andato smarrito.
    Passai cos quel pomeriggio e molti altri  pomeriggi,  di  ritorno  da
    scuola, l di fronte a lui che pazientemente lavorava al mio ritratto.

    L'arresto.
    Viene  arrestato  subito  dopo  il  natale del 1979.  Gli viene subito
    contestata l'accusa di partecipazione a banda armata e  detenzione  di
    materiale esplosivo. Lo portano via e lo mettono in isolamento. La mia
    famiglia  riesce  ad avere il primo colloquio con lui molto pi tardi,
    forse un mese dopo l'arresto.
    Fu evidente  subito  che  l'intenzione  era  quella  di  farci  girare
    parecchio per riuscire a vederlo.  Veniva trasferito ora in un carcere
    ora in un altro.
    Per i primi tempi, la mia famiglia riusc a gestire bene la vicenda di
    Marino. Lo vedevamo tutte le settimane e lui ci appariva tranquillo. E
    anche nel nostro quartiere,  dove molti lo conoscevano,  la situazione
    sembrava essere normale.
    Da  Marino,  in  questo iniziale periodo di detenzione,  ricevemmo una
    sola lettera,  preferiva comunicare con noi direttamente ai  colloqui.
    Ricordo  perfettamente la sua tranquillit nell'affrontare il carcere.
    Si preoccupava della salute di noi tutti in famiglia, parlava dei miei
    studi.
    La situazione per precipit presto,  anche se Marino faceva di  tutto
    per continuare ad apparire sereno. Nell'aprile del 1980, aveva intanto
    trascorso  4  mesi  di detenzione in isolamento,  gli vengono ascritte
    dichiarazioni che avrebbero portato all'arresto di molti suoi compagni
    di militanza.
    Per molto tempo non sono stata in grado di spiegare i suoi passaggi in
    quel preciso contesto.  Ma a distanza di 15 anni da quegli  eventi  ho
    cercato  di  chiarirmi  innanzitutto,  quale  fosse stata realmente la
    condizione in cui si  trovato.
    Quello che subito apparve evidente fu che la situazione  era  scappata
    di mano a tutti,  soprattutto a Marino. La sensazione forte e chiara 
    che a un certo  punto  la  realt  di  quei  fatti  venne  volutamente
    ingigantita  e  le responsabilit dei singoli amplificate a dismisura.
    Questo avvenne per innumerevoli casi,  ed avvenne anche per la vicenda
    in  cui  fu  coinvolto  Marino,  in  un  contesto di totale isolamento
    rispetto a come affrontare la prigionia,  al rapporto  con  gli  altri
    detenuti.  So  che  si   trovato solo,  lontano da qualsiasi punto di
    riferimento politico e umano che avrebbe potuto fornirgli il  sostegno
    che gli era necessario in quel momento. Immagino che la sua condizione
    di  isolamento  abbia  significato  moltissimo nel periodo in cui sono
    maturate le sue dichiarazioni.  Il gruppo in cui  militava  non  credo
    avesse  avuto contatti coi detenuti politici,  non ci sono elementi al
    riguardo a mia conoscenza.  Era come se,  fino ad  allora  almeno,  il
    gruppo avesse agito per conto proprio nell'arcipelago dei tanti gruppi
    che  praticavano lo scontro armato anche in maniera scollegata gli uni
    con gli altri. In carcere questo mancato collegamento si  manifestato
    nell'assoluta inesistenza  di  qualsiasi  contatto  e  di  conseguenza
    nell'assoluta  incapacit individuale di gestire passaggi e momenti di
    grande difficolt.
    Aggiungo che le cose cambiarono dopo l'aprile  di  quell'anno.  Marino
    era  molto  spaventato dalla dimensione esagerata che la vicenda aveva
    assunto.  E non era in grado di affrontarla in quel momento cos  come
    non era riuscito nel periodo iniziale della detenzione. Il periodo che
    va  dall'aprile  ai  mesi  successivi    il  periodo  in  cui vengono
    arrestati tutti  gli  altri.  Alcuni  erano  compagni  del  quartiere,
    qualcuno non proprio politicizzato.
    La  consapevolezza del significato e del peso delle sue dichiarazioni,
    il suo isolamento,  lo portarono a uno stato  di  sofferenza  che  noi
    percepivamo in tutta la sua gravit. Non riuscivo pi a incontrare gli
    occhi di mio fratello quando lo vedevo in carcere. Lo ricordo non come
    l'uomo  che  poteva  dirsi  fortunato di uscire di l a poco,  ma come
    l'uomo spaventato dalle conseguenze di quello che era successo. So che
    Marino  non  voleva  uscire  dal  carcere  cos.  So  che  non  voleva
    ritrovarsi libero quando tutti i suoi compagni stavano dentro.  So che
    il pensiero di tutto questo era la  spiegazione  a  quella  sofferenza
    psicologica  che  gli  vedevo  addosso tutte le volte che lo vedevo ai
    colloqui.  Ed  anche la sofferenza che leggo nelle sue parole  quando
    scrive a maggio la sua unica lettera, il suo unico sfogo pubblico a un
    mese  dalle  dichiarazioni.  Durante  i colloqui non ci parlava mai di
    quello che avrebbe fatto una volta uscito fuori;  Marino  non  era  in
    grado  di  pensare  che  sarebbe  stato  libero,  non  era in grado di
    sostenere colloqui con noi, non era gi pi l con noi. Stava da solo,
    completamente,  e cercava di ritrovare dentro di s il senso di quello
    che era accaduto. Non si poteva fare i conti col suo carattere, Marino
    non dava retta a nessuno, agiva spesso molto impulsivamente. Quando da
    solo  ha capito che da quello stato di solitudine non sarebbe riuscito
    a tirarsene fuori nemmeno sapendo che di l a poco sarebbe uscito, non
    c' poi stato nulla da fare per farlo restare attaccato alla vita.  Fu
    come se per lui tutto fosse troppo drammaticamente chiaro.
    Negli  ultimi  colloqui gli sguardi di mio fratello erano sempre persi
    nel vuoto,  era ossessionato dall'idea che qualcuno potesse farci  del
    male, si sentiva prigioniero nel corpo e nell'animo.
    La  reazione  di  quelli  che  lo conoscevano nel quartiere,  parlo di
    quelli che lo conoscevano  meglio,  fu  molto  pesante  dopo  i  primi
    arresti. Per quanto la zona nella quale abitavamo fosse periferica, di
    fatto  molti giovani praticavano un impegno costante nel quartiere.  E
    tutti lo conoscevano.
    In tutto l'arco di  tempo  che  segu  l'arresto  ci  fu  il  silenzio
    assoluto. Ognuno fece i conti solo con s stesso rispetto a quello che
    stava  accadendo.  E' possibile che su tutto prevalesse la paura delle
    responsabilit che  le  autorit  giudiziarie  avevano  ingigantito  a
    dismisura.  L'idea che ci si faceva sui giornali "ufficiali" di allora
    era che una colonna romana delle B.R. avesse agito clandestinamente in
    questo quartiere romano.  La rappresentazione che si  dava  di  quegli
    avvenimenti  era  quella  che  accompagnava solitamente la scoperta di
    covi B.R.,  o che vedeva  l'arresto  dei  militanti  dei  vari  gruppi
    armati,  delle  implicazioni  con gli altri gruppi pi riconoscibili e
    operanti,  degli attentati sventati  all'ultimo  momento  dalle  forze
    dell'ordine.  Sono  cresciuta  nell'idea  che il gruppo autonomo a cui
    faceva  riferimento  fosse  realmente  dietro  tutto  questo.  E  solo
    leggendo  gli  atti  del  processo,  (dove per,  stranamente,  non ho
    trovato i suoi verbali di interrogatorio) dopo 15 anni,  ho  percepito
    la  realt di quella vicenda con la rappresentazione che di essa se ne
    doveva realmente fare.  Questo  era  uno  dei  moltissimi  gruppi  che
    esistevano  allora,  che intendeva praticare lo scontro in quegli anni
    cos  tumultuosi  come  facevano  in  migliaia  allora,   ma  le   cui
    responsabilit  penali  erano  state  inverosimilmente  esagerate.  Il
    gruppo   poteva   al   massimo   aver   fatto   qualche   rapina   per
    autofinanziamento  o praticato campi di addestramento militare.  Certo
    politicamente  esprimevano  una  realt,   per  nel  clima  di  paura
    generalizzato  tutto  si  era  confuso,  c'era solo la paura di essere
    coinvolti da fatti troppo grandi e da qui l'allontanamento di tutti da
    quello che stava accadendo era la  conseguenza  pi  naturale.  Questo
    accadde nel quartiere, questo fu il clima in cui fu percepita tutta la
    vicenda. Quelli erano terroristi, punto e basta.
    Ma  io  che  mi  nutrivo  durante i nostri sabato pomeriggio trascorsi
    insieme, di ritorno da scuola,  dei suoi discorsi sulla politica,  che
    lo  ricordo  raccontarmi e spiegarmi con la semplicit che si richiede
    quando si parla a una bambina delle grandi  cose  della  politica,  di
    quello  che  succedeva  nel  mondo,  non riuscivo pi a conciliare gli
    eventi nella mia testa.
    Devo dire che anche questo   stato  il  terreno  della  solitudine  e
    dell'isolamento dove si  consumata la vicenda di mio fratello.  In un
    quartiere che  politicamente  vedeva  agire  molti  giovani,  dove  il
    significato politico degli anni '70 qui in una dimensione pi piccola,
    era sotto gli occhi di tutti,  dove da tanti anni la gente scendeva in
    piazza  per  reclamare  i  suoi  diritti  essenziali,   si    reagito
    certamente  col silenzio quando  andata bene,  spaventati tutti da un
    precipitare di eventi troppo grandi per essere alla loro  portata;  e,
    quando   andata peggio,  con le scritte di "Pallotto infame" sui muri
    della scuola che frequentavo,  e seguivo con gli occhi ogni volta  che
    ci  passavo  davanti  anche dopo che Marino era gi morto.  Questa era
    opera dei duri e dei puri, di quelli che l'hanno giudicato subito,  di
    quelli  che  non  praticano  pi  la politica da anni,  i quali dubito
    avranno qualcosa da aggiungere in tutta questa triste storia visto che
    l'infame ha scelto di non essere un infame.
    Pur non volendo negare i suoi  errori,  le  sue  responsabilit  e  le
    ricadute  pesanti  sui compagni da lui coinvolti,  io credo che non ci
    sia proprio pi nulla da aggiungere,  perch altrimenti nemmeno morire
    avrebbe pi alcun significato.

    La notizia.
    Ho  fatto  un  sogno  quando  mio fratello era in carcere.  Sognai che
    sarebbe morto. Ma tenni tutto questo solo per me.  Forse capii che non
    ce  l'avrebbe  fatta a sostenere quel peso enorme.  Ci comunicarono la
    sua morte di notte. Ci telefonarono a casa.  Eravamo io,  mia sorella,
    mio padre,  mia madre.  Si alz mio padre per rispondere,  e noi tutte
    andammo verso di lui. Cadde a terra all'improvviso, rantolava, le mani
    sulla pancia.  Noi lo guardammo e bast un  attimo  a  mia  madre  per
    capire.  Lei  corse nella sua camera,  si mise a gridare sedendosi sul
    letto,  tutta svestita.  Mia sorella corse fuori,  anche lei  urlando,
    senza alcun indumento addosso.  Tutti urlavano,  svestiti,  chi dentro
    chi fuori della casa, mentre io correvo loro dietro per zittirli.  Non
    resistevo a quelle urla, li seguivo uno ad uno chiudendogli le bocche,
    volevo impedirgli di gridare. Non sopportavo di sentire tutti urlare.
    Cos  fin,  cos  i  carabinieri  della  stazione di Montespaccato ci
    comunicarono che mio fratello s'era impiccato in cella.  E  di  quella
    notte mi restano addosso solo quelle urla terribili.


















    CLAUDIO PALLONE.


    Note biografiche.

    - Claudio Ernesto Pallone nasce in Argentina, il 2 novembre 1954.
    - frequenta le scuole a Roma e si iscrive all'universit.
    - lavora come correttore di bozze.
    - viene arrestato nel maggio del 1977, ed esce dopo pochi mesi.
    - milita nel Movimento Comunista Rivoluzionario.
    -  viene ucciso dalla polizia a San Donato Val Comino (Frosinone),  il
    13 novembre 1980, insieme ad Arnaldo Genoino, ferito mortalmente,  che
    morir in ospedale.


    - Archivio P.M., Note sul percorso politico.
    Claudio  Ernesto  Pallone  cresce  alla  Garbatella  con i collettivi
    Politici Studenteschi del suo liceo.  Fa le sue  prime  esperienze  di
    militanza  nel  Gruppo  Comunista  della  Garbatella,   formazione  di
    quartiere che, nei primi anni '70, confluisce nel Gruppo Gramsci.  Con
    lo   scioglimento   del   Gramsci   (1973)   egli   milita   nell'area
    dell'autonomia romana; partecipa alla vita del foglio trasversale Zut;
    si iscrive,  in quanto disoccupato,  alla lista  di  collocamento  per
    entrare  al  Policlinico  ed    presente  a  tutte le manifestazioni,
    partecipando molto attivamente al movimento dell'autonomia.  Nel marzo
    1977  partecipa alla manifestazione dell'universit che culmina con la
    cacciata del sindacalista Lama.  Viene arrestato nel maggio del  1977,
    in  seguito  ad un attentato contro una caserma di P.S.  nel quartiere
    Garbatella di Roma,  dopo gli scontri con le forze dell'ordine seguiti
    alla morte di Giorgiana Masi. La sua carcerazione dura qualche mese.
    Durante  il  1978,  con altri militanti,  da vita ad esperienze armate
    diffuse sul territorio e variamente denominate.  Nel 1979 partecipa al
    dibattito  che  d  vita  al  M.C.R.  esperienza entro cui  collocato
    l'evento che porta alla sua morte.



    Scritture di Claudio Pallone.

    - Non ne sono state reperite.




    Documenti prodotti da organizzazioni  armate  per  la  persona  o  per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Documenti  prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento in
    cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Giancarlo De Simoni,  poesia pubblicata in: "Just to break the ice",
    Edizioni Marginalia/Stampa Alternativa, Roma 1991. Frammenti.

    New York, 15 novembre 1980, ore 17,45.
    Cercher di dire
    parole senza eco; parole morte.
    Al centro:
    MORTE
    Sul margine,
    io scrivo.

    Volevo parlare,
    con la donna che amo, che conoscendomi ti
    conosceva,
    di te;
    ma il telefono squilla a vuoto.
    Cos, ora,
    mentre forse lei, con la donna che tu amavi,
    parla di te,
    io, con te,
    parlo di loro.
    Ma gi: taccio
    perch anche tu,
    come tutti i morti,
    della tua morte
    a me hai lasciato
    il ricordo.
    Sul margine,
    gli occhi arrossati
    dall'inatteso pianto,
    cerco con urla
    tacitate dalla solitudine
    di
    quel tuo corpo
    che intralcia la mia
    scrittura e la costringe
    ad ogni riga a raggomitolarsi.
    Inavvicinabile
    la tua morte
    mi costringe su questo
    margine
    affollato
    che non posso
    fuggire.
    Vivo.
    Tu
    non dici
    non taci
    non sei.
    (...)
    Un battito cupo d'ali,
    una risata agghiacciante
    gi scomparsa all'orizzonte,
    a Dio,
    Claudio!



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Vincenzo Sparagna, Testimonianza al Progetto memoria, Roma 1995.
    Claudio  me  lo  ricordo  come  un  ragazzo  giovane,  alto,  ma  non
    altissimo,  magro ma non magrissimo,  con una bella cornice di capelli
    mi  pare  pi  rossi che castani,  pi amaranto che biondi.  Aveva due
    occhi dolci e gentili,  di quelli che sanno sorridere con discrezione,
    facendoti  partecipe  di un'ironia senza invaderti l'anima,  di quelli
    che sanno annuire o dissentire,  ma conservandoti l'affetto anche  nel
    dissenso, come una carezza.
    Lavorava,  quando  lo  conobbi,  come correttore di bozze al Male.  In
    realt  avevamo  avuto  un  primo  correttore  di  bozze,   ma  troppo
    discontinuo,  cos,  mi pare Marlowe,  comunque qualcuno,  ci present
    questo Claudio,  un compagno,  un amico.  Prendeva -  se  non  ricordo
    troppo  male - cento o duecentomila lire a settimana (il Male al tempo
    era relativamente "ricco").  Veniva  una  mattina  alla  settimana  in
    tipografia  (la  mattina  della  chiusura  del numero) e correggeva le
    bozze che  si  preparavano  nella  tipografia  "15  giugno"  di  Lotta
    Continua su delle antiquate Linotypes.  C'era l'odore del piombo fuso,
    il ticchettio delle macchine e Claudio stava ore,  chino sulle  bozze,
    mentre   magari   io   e   altri   lavoravamo   con  Franco  Circosta,
    l'indimenticabile "roccia", al montaggio delle pagine...  fino a notte
    fonda, talvolta le quattro del mattino del giorno dopo.
    Talvolta Claudio andava via dopo aver visto le ultime bozze,  talvolta
    restava a guardarci lavorare e dare una mano fino a  tardi,  quasi  in
    silenzio sempre, ma anche presente, premuroso, gentile.
    Poi,  una  mattina,  Claudio  non venne.  C'era il sole,  erano gi le
    undici, poi le dodici, mi trovavo ad aspettarlo dalle dieci. Ormai ero
    arrabbiato,  mi toccava correggere tutte  le  bozze,  ricorreggere  le
    pagine,  tutto procedeva pi lentamente. "Che cavolo combina Claudio?"
    La giornata fin  e  il  numero  venne  montato.  Di  Claudio  nessuna
    notizia.  Solo il giorno dopo venimmo a sapere che era morto, sparato,
    ucciso sul  ciglio  di  una  strada,  dopo  un  tentativo  di  rapina,
    militante  clandestino  di  qualcosa,  le  "Brigate Rosse",  le "Unit
    Combattenti", i "Proletari contro il destino" poco importava.
    Mi restava questo vuoto  nello  stomaco,  questa  angoscia  in  cuore,
    l'impossibile, eppur realissimo, collage tra il silenzioso Claudio dai
    capelli  rossi,  il  gentile,  mite,  attento e puntuale correttore di
    bozze, forse studente,  forse lavoratore autodidatta e il suo "doppio"
    drammatico,  armato  di  determinazione,  nel  rischio  consapevole  e
    praticamente quotidiano della morte.
    Forse un "inutile" simbolo in pi del dramma della nostra  generazione
    di  fronte all'abisso della fine della storia.  Oppure solo un giovane
    dagli occhi dolci, troppo caro agli Di.


    - Archivio PM, Testimonianza al Progetto memoria, Roma 1995.
    Claudio era pi  giovane  di  me  di  un  paio  d'anni;  quando  l'ho
    conosciuto,  sar stato nel '72 o '73, era ancora al Liceo. Per natura
    ed intelletto era gi ben  riconoscibile:  serio,  motivato,  con  una
    grande  attenzione per il dibattito effervescente di quegli anni,  che
    vedeva  la  sinistra  rivoluzionaria   muovere   verso   nuove   forme
    organizzative.
    Il Collettivo della Garbatella,  dove militava,  era da poco confluito
    nel Gruppo Gramsci.  Quando nell'autunno 1973 il  Gramsci  si  sciolse
    nell'Autonomia,  per  almeno  un anno ci siamo persi di vista.  A Roma
    attorno alla met degli '70 i  collettivi  autonomi  organizzavano  in
    primo  luogo  occupazioni  di case e pi in generale momenti di difesa
    del salario, sia sul posto di lavoro che nei quartieri (autoriduzioni,
    spese proletarie).  Queste lotte per Claudio sono state  di  certo  un
    momento  entusiasmante;   per  un  paio  di  anni  il  movimento,  pur
    minoritario,   cresciuto in modo continuo arricchendosi man  mano  di
    nuove  componenti.  Si trattava di passare all'azione politica diretta
    dopo  molto  intellettualismo  studentesco.   Claudio,   che  era   di
    estrazione  borghese,  ha  colto  da questo contatto quotidiano con la
    realt di vita dei proletari  e  dei  ceti  pi  deboli,  uno  stimolo
    decisivo di riflessione sul senso della lotta politica in quegli anni.
    Verso  il  '76  vari  collettivi  avviavano  iniziative  centrate  sui
    problemi del proletariato  giovanile;  una  figura  sociale  emergente
    nelle  grandi periferie urbane delle maggiori citt.  Ai concerti rock
    in  migliaia   pretendevano   e   ottenevano   "musica   gratis",   si
    organizzavano  le prime occupazioni di centri sociali e la discussione
    politica su queste "emergenze sociali"  era  accesissima.  L'autonomia
    romana,  rigidamente operaista, viveva con notevole fastidio l'operare
    di soggetti i cui bisogni,  pur  rivendicati  in  modo  aggressivo  ed
    organizzato,    sembravano   molto   pi   cultural-esistenziali   che
    "proletari".
    Claudio,  legato da sempre a "Rosso" (nato nel periodo di scioglimento
    del   Gruppo   Gramsci   e   sopravvissuto  come  testata  laboratorio
    dell'autonomia  milanese)  era  tra  i  compagni  pi  interessati   a
    organizzare questo movimento e nel fargli riconoscere quella dignit e
    potenzialit  eversiva,  la  cui  effettiva  portata sar generalmente
    chiara  solo  dal  17  febbraio  1977  con   la   cacciata   di   Lama
    dall'universit occupata. Il movimento del 1977  il naturale sviluppo
    per  qualit  e  quantit  del lavoro politico del biennio precedente;
    comportamenti sociali praticati da minoranze organizzate si diffondono
    e generalizzano;  i centri sociali nascono a decine,  le scuole  e  le
    universit occupate non si contano.
    Nel  percorso politico ed esistenziale di Claudio,  accanto alla gioia
    per questa rapidissima fioritura di  antagonismo  sociale,  matura  la
    coscienza della difesa degli spazi e delle iniziative che il movimento
    propone e della diffusione di strutture di autodifesa non clandestine;
    anche   il   contemporaneo   diffondersi   sempre   pi   incisivo  di
    organizzazioni  combattenti  che  propagandano   la   loro   attivit,
    costituisce  tema  ineludibile  nella  discussione  politica  di  quel
    periodo.  Claudio con calma e coerenza questi passaggi li ha  maturati
    tutti,  cercando sempre di condividerli e svilupparli collettivamente,
    senza fughe in avanti e senza opportunismi.  In  momenti  che  univano
    all'entusiasmo   dell'essere   parte   di   trasformazioni   profonde,
    l'angoscia di scelte difficili e non revocabili,  di  Claudio  ricordo
    proprio  la serena e intelligente sicurezza.  Aveva misura,  coraggio,
    responsabilit,  senza ostentazioni;  conosceva bene  le  armi  ma  si
    ribellava  ad  ogni  enfatizzazione  del  loro ruolo,  rifiutandone la
    funzione "taumaturgica" che spesso le si attribuiva.
    Sul piano personale Claudio era senz'altro razionale e determinato, va
    per detto che innestava queste sue  caratteristiche  su  uno  slancio
    umanistico veramente spontaneo. Era costante da parte sua lo sforzo di
    identificare  la  militanza  politica  con  le  aspirazioni  etiche ed
    esistenziali di cui si era  nutrito.  Generoso,  sensibile  ai  valori
    dell'amicizia,  era  sempre  disponibile  a fornire le sue capacit di
    compagno "in gamba" per iniziative militanti,  anche in occasioni  che
    lo  riguardavano  assai  poco.  Attento  alle  questioni teoriche e di
    principio,  amava poi le cose che faceva  e  le  persone  con  cui  le
    condivideva in modo tenerissimo. Questa scelta esistenziale tendente a
    non  separare,  per  quanto  possibile,  gli  affetti  dalla militanza
    politica ha costituito per lui sicuramente una sofferta dimensione  di
    vita.
    Il  suo  sforzo    stato  proprio  di  non creare volontariamente una
    frattura irreparabile tra il mondo  della  quotidianit  dei  rapporti
    civili e le scelte anche pi radicali di antagonismo politico.  Quando
     stato ucciso non lo vedevo da due anni e mezzo;  so per certo che ha
    mantenuto fino all'ultimo, con piena coerenza politica, il rigore e lo
    slancio  di vita degli anni irripetibili del "movimento".  E' stata la
    perdita di un fratello.
    ARNALDO FAUSTO GENOINO.


    Note biografiche.

    - Arnaldo Fausto Genoino nasce a Roma, il 30 gennaio 1946.
    - frequenta il liceo Lucrezio Caro, a Roma.
    - svolge il servizio militare come ufficiale dell'Esercito nel 1966.
    - milita nelle Formazioni Comuniste Armate.
    - milita nel Movimento Comunista Rivoluzionario.
    - viene ferito mortalmente dalla  polizia  a  San  Donato  Val  Camino
    (Frosinone),  il 13 novembre 1980,  e muore in ospedale,  nel dicembre
    1980.

    - Archivio P.M., Note sul percorso politico.
    A seguito  dello  scioglimento  delle  Formazioni  Comuniste  Armate,
    esperienza da cui proviene, partecipa al movimento del '77. Tra il '77
    ed  il  '78,  per  le  peculiari caratteristiche derivategli dalla sua
    carriera militare,  svolge principalmente  una  funzione  di  sostegno
    logistico a varie formazioni territoriali.
    Nel  1979  partecipa  al  dibattito  che  sfocia nella costruzione del
    Movimento Comunista Rivoluzionario.
    Scritture di Arnaldo Genoino.

    - Arnaldo Genoino,  Biglietto trovato  in  un  vecchio  libro  in  una
    vecchia casa, senza luogo n data:
    Domanda   a   I  King  (il  libro  dei  mutamenti):  "E'  conveniente
    abbandonare il campo quando la battaglia si protrae indefinitamente  e
    la speranza della vittoria  meno salda?" Sotto  annotata la risposta
    dell'oracolo: l'esagramma 30 Li (Il fuoco) che, con un nove alla prima
    e  un  sei  alla  quinta  posizione,  si  trasforma  in  33  Touen (La
    ritirata).



    Documenti prodotti da organizzazioni  armate  per  la  persona  o  per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.





    Documenti  prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento in
    cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Non ne sono state prodotte.



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Paola De Luca, Testimonianza al Progetto memoria, Parigi 1995.
    Arnaldo Genoino on my mind.
    Correvano gli anni '60.  Io ne avevo sedici  e  al  liceo  Mamiani  mi
    avevano  fatto  capire  che  non  ero persona grata.  Facevo politica,
    facevo chiasso,  ero arrogante e pessima allieva.  A quei  tempi  fare
    politica significava soprattutto fare a botte coi fascisti, impedirgli
    gli  scioperi  per  Trento e Trieste,  contrastargli gli spazi,  dalla
    palestra al cortile,  dalle scale al baretto d'angolo.  Tornavo a casa
    coi lividi un giorno s e uno no. Allora mi fecero cambiare scuola. Fu
    cos  che  mi ritrovai al Lucrezio Caro,  che allora era un fabbricato
    praticamente  immerso  nel  fango,   frequentato  dai  poveracci   del
    Villaggio  Olimpico  e  da  qualche  benestante  di  Vigna Clara e del
    Flaminio, come me.
    Di lotte non ne avevano mai sentito parlare. I fascisti facevano sport
    e i figli dei borghesi avevano il motorino e andavano alle  feste.  Io
    cominciai subito a creare casini, era un imperativo categorico, pensai
    di organizzare delle manifestazioni perch ci facessero il marciapiedi
    intorno al liceo.  Riuscii a smuovere un manipoletto di studenti,  era
    gente strana,  diversa dei compagni del Mamiani,  a  met  strada  tra
    filosofi  e  artisti,  la  politica  non  li aveva contagiati,  non ne
    sapevano niente, io mi affannavo e loro giocavano.
    Mentre urlavo slogan pi  o  meno  imbecilli  col  megafono  preso  in
    prestito  alla  sezione  Mazzini  del P.C.I.,  mi si avvicin uno e mi
    chiese con voce educata: "Perch urli cos? Siamo tutti d'accordo".
    "Col cavolo che siamo tutti d'accordo. Sei comunista tu?".
    "No", intervenne un altro "lui  fascista".
    Mi misi a sparargli in  faccia  tutti  gli  slogan  pi  roboanti  che
    conoscevo,  fascista carogna eccetera, quello sorrideva e la bocca gli
    arricciava un lato solo del viso,  poi arriv la celere  chiamata  dal
    preside,  nella  confusione  io  riuscii a farmi dare un gran colpo di
    manganello,  qualcuno mi stratton da dietro,  mi tir al  riparo  dei
    cancelli,  mi spinse per le scale del liceo, mi ritrovai in seconda c,
    accasciata sul primo banco con un fazzoletto premuto sulla tempia.
    "Mi sa che  meglio che torni in classe tua.  Il preside fa il giro di
    controllo". Era Arnaldo Genoino, il "fascista", che m'aveva raccattata
    e protetta.
    Adesso lo so che era un principe.  Allora non mi spiegavo,  e quasi mi
    vergognavo del sentimento che mi aveva fatto nascere dentro.  Come  si
    fa ad essere amica di un fascista, mi rimproveravo.
    Era  un  principe,  Arnaldo.  Ma  a  quel  tempo non sapevo ancora che
    volesse dire.
    Facevamo la stessa strada per tornare a casa,  tutta la via  Flaminia.
    Io  mi fermavo un po' prima,  lui continuava fino agli archi di Piazza
    del Popolo,  abitava coi genitori in un appartamento fantastico che lo
    Stato affittava agli artisti (suo padre era regista di cinema);  ci si
    accedeva da un vano sotto i portici,  era pieno di libri,  di scale  e
    gradini, di oggetti strani, di ombre e di luci.
    Discutevamo di patriottismo.  Io m'incazzavo, lui diceva: "Stai calma,
    si pu discutere senza azzannarsi",  diceva:  "A  te  ti  disturba  la
    parola, per poi canti: nostra patria  il mondo intero..."
    Certe volte mi veniva voglia di rompergli un bastone in testa. Per mi
    passava subito,  c'era qualche cosa nel suo sguardo,  o nella voce,  o
    nelle mani,  che ne so,  c'era una  dichiarazione  di  amicizia  e  di
    rispetto  che  andava dritta al cuore.  Anche al cuore della ragazzina
    settaria, confusionaria e violenta che ero io.
    Alla fine smettemmo di blaterare di politica.  Mi fece conoscere poeti
    come  Sandro  Penna,  io  gli leggevo i versi di Nazim Ikmet.  Qualche
    volta andammo al cinema.  Lui mi spiegava le inquadrature,  raccontava
    la storia della luce. Non mi annoiavo mai.
    Fin il liceo.  Davanti ai quadri, gli chiesi che pensava di fare. "Mi
    tolgo il pensiero del servizio  militare.  Poi  decider".  Seppi  che
    l'avevano   preso   nei   paracadutisti,   io  entrai  a  testa  bassa
    all'universit. L'anno dopo, 1966,  ammazzarono Paolo Rossi,  ormai si
    stava da una parte o dall'altra, non c'era pi tempo per niente altro.
    Quando lo rincontrai, erano passati dieci anni, o forse cento, dipende
    dai  punti di vista.  Insomma ci rivedemmo a una riunione clandestina.
    Aveva il sorriso di sempre,  un po' storto.  "Hai cambiato idea",  gli
    dissi. "Ne ho trovata una che mi ha convinto", mi rispose. Non ero per
    niente sorpresa di ritrovarlo. Arnaldo in una struttura rivoluzionaria
    clandestina era una sicurezza.  Uno di cui ci si poteva sempre fidare.
    Con lui, le discussioni potevano essere molto lunghe, e accigliate,  e
    accanite.   Rivoltava  ogni  proposta  d'azione  come  un  guanto,  ne
    esaminava la consistenza, la tenuta,  le cuciture...  tutto.  Per una
    volta  che  si  era  trovato  un accordo,  la sua presenza era totale.
    Calmo,  preciso nei gesti,  sentivi che mai  ti  avrebbe  abbandonato.
    Aveva  competenze  specifiche,  ma  a differenza di altri,  non era un
    "militare".  Il fatto che sapesse maneggiare gli esplosivi e  le  armi
    non  lo  ha  mai  condotto  alla deriva di distruzione in cui tanti si
    persero.
    E' morto per finanziare la liberazione  dei  compagni  prigionieri.  I
    rischi li conosceva tutti e tutti li accettava.
    Ci facevamo le canne di nascosto,  Arnaldo e io.  S, perch ai tempi,
    la  marijuana  era  mal  vista,   nel  nostro   ambiente.   Roba   per
    fricchettoni,  si  pensava,  roba  che devia il rivoluzionario dal suo
    Scopo. Figurarsi.  Lui sorrideva e ficcava l'erba nello scatolo magico
    perch non ha mai imparato a rollare decentemente.
    Aveva  lunghi  silenzi.  Silenzi leggeri,  che non pesavano sull'amico
    vicino.
    Abbiamo spesso camminato insieme.  Penso che  da  qualche  parte,  sul
    Lungotevere,  al  Porto di Ripetta,  sotto i platani,  le nostre ombre
    passeggiano ancora. Aveva l'andatura lenta,  un po' pesante,  un corpo
    solido, le spalle larghe e le gambe lunghe.
    Aveva il mare da guardare.  Musiche da ascoltare.  Fotografie da fare:
    io non  ci  capisco  niente  di  foto,  lui  delle  volte  cercava  di
    spiegarmi:  piani,  e  obiettivi,  e  grandangoli.  Io vedevo immagini
    carezzate di luce,  donne e pietre trattate con la  stessa  tenerezza,
    non  lo  so  se  erano  belle,  a  me  piacevano,  mi  pareva  che gli
    somigliassero, poche parole, niente chiacchiere.
    Arnaldo era nato il 30 gennaio. Pi vecchio di me di un anno meno otto
    giorni.  Due acquari.  A ogni anno che compio,  lo insulto perch m'ha
    lasciata sola a invecchiare.
    Penso l'ultima vota che l'ho visto, io scappavo e lui restava. Aveva i
    capelli  castano  scuro,  lucidi  e  vivi,  con la frangia corta sulla
    fronte,  una vecchia cicatrice all'angolo di un occhio,  una giacca di
    velluto a coste. Sotto portava il suo 357, con l'ascellare.
    "Mi sa che  finita", gli dissi. Era il 1980.
    "E  i compagni in galera?  Finch posso,  io resto",  rispose.  Con la
    bocca diritta, era serio serio.
    Latitavo in Africa,  quando ho saputo che era morto.  Ero in Togo,  di
    giornali  italiani  se  ne  trovava uno al mese ed era vecchio di due.
    Sudavo nella cabina telefonica bollente: "Lo conoscevi?", mi chiese la
    persona che mi stava dando notizie.
    La morte di Arnaldo, per me,  resta in quello spiazzo di terra rossa e
    infocata,  ha  sempre  l'odore del mango che una donna mi offr perch
    piangevo, vola bassa nella savana, come la farfalla che disturbai.
    Lo conoscevo, s. E la sua vita me la porto dentro.

    - Eugenio Gastaldi, Testimonianza al Progetto memoria, Vincennes 1995.
    Non ricordo pi se fu la radio o  la  televisione  a  portarmi  nella
    cella di Fossombrone la notizia della morte di Claudio e del ferimento
    di  Arnaldo.  La  velocit  dell'informazione  in carcere era sempre a
    tempo reale: la prima  divulgazione  di  una  notizia  ci  raggiungeva
    subito  senza  essere ritardata da impegni lavorativi o altro.  La mia
    conoscenza di Arnaldo era avvenuta "sul terreno" in una militanza  che
    avevamo  condiviso  a lungo ma in un momento ed in circostanze che non
    avevano lasciato lo spazio necessario per coltivare l'amicizia. Se non
    fossi stato imprigionato credo che pi tardi  l'avrei  cercata  questa
    amicizia  perch  Arnaldo mi piaceva,  era una bella persona,  come si
    diceva allora.
    Nonostante la gravit delle sue ferite, nella mancanza di informazioni
    precise, mi ero voluto convincere che se la sarebbe cavata,  che anche
    lui,  come  me  e  come  altri tre compagni del nostro comune passato,
    sarebbe stato miracolato dal destino e dopo aver incrociato lo sguardo
    con la morte avrebbe potuto pi tardi,  una volta pagato il prezzo pi
    o  meno  elevato  della  sopravvivenza,  commentare  a  s  stesso  la
    stupefazione per la seconda possibilit che gli era offerta di vivere,
    di continuare a vedere gli altri e percepire la vita con  un'intensit
    da  bambino.  Ma  Arnaldo  come  tanti  altri non ha avuto una seconda
    possibilit.
    Quando ad un mese dal ferimento ho saputo,  durante un  colloquio  con
    mia moglie,  che era morto, il colpo  stato duro. Dopo pi di quattro
    anni di carcere la situazione tanto  paventata  di  vedere  cadere  un
    compagno  caro  s'era  presentata  senza mezze misure con tutto il suo
    peso tragico e definitivo.
    I ricordi che ho di lui sono tutti legati alla  militanza  salvo  uno:
    sono  per  me  ricordi  piacevoli,  di  situazioni in cui tutto andava
    sempre bene anche perch c'era la sua efficienza e sicurezza su cui si
    poteva assolutamente contare. Per quell'unico ricordo che fa eccezione
    ho per un angolo particolare della memoria.  Eravamo a casa mia e  la
    sua   versione  particolare  dei  bucatini  all'amatriciana  nonch  i
    consigli di preparazione  che  li  accompagnarono,  furono  uno  degli
    argomenti per cui avrei voluto frequentarlo di pi, se il mio arresto,
    poche settimane dopo, non avesse diviso le nostre strade.


    - Archivio P.M., Testimonianza al Progetto memoria, Lugano 1995.
    Caro Ollie,
    ormai  sono  diventato  pi  tondo io,  tanto che dovrei essere al tuo
    posto per 'mandarmi da solo la lettera',  come cantava Woody  Guthrie.
    Ma qui chiedono notizie tue,  cos che sei riuscito a ingarbugliare il
    ginepraio: eri tu il mio biografo,  nei patti mica c'era il contrario.
    Suppongo  dunque  che  questa  sia  una  mossa  per  continuare quelle
    inesauste partite a reversi,  lunghe come l'autostrada del sole.  Ogni
    pedina  ne  ribalta  necessariamente  delle  altre  e,  viste le volte
    (decinaia e  decinaia)  che  versammo  il  caff  addosso  quando  uno
    chiedeva  che  ora  ,  ne  potresti risultare un supremo giocatore di
    reversi. Supremo non so (ti), ma certo ti descriverei come giocatore,
    di quella rarissima specie che sa condurre nel mondo sub specie  ludi.
    Cos eri gi dall'incontro, che avvenne, manco a dirlo, su un gioco di
    alea: ti prendi in casa un riparato da poche ore nella clandestinit e
    non  perdi  tempo a sottoporlo alla prova del lancio delle monete.  In
    momenti  seri  con  aria  dannatamente  seria  facevi  cose  che   non
    lasciavano  al poveraccio di turno molte possibilit (poi al pi tonto
    si diceva "guarda che quello fa cos perch  un ex-militare",  il che
    era  pur  vero  ma non c'entrava un piffero e lo spiazzava ancor pi);
    quella volta,  pi di vent'anni  fa,  l'oracolo  fece  da  trampolino.
    Mostrato  di saper gi calcolarlo,  il responso dei King era del tutto
    secondario al fatto che  risultasse  normale,  in  una  situazione  di
    segreta ospitalit comandata dall'organizzazione (non aveva neppure un
    nome,  qualcuno  al pensava con la O maiuscola e qualcuno diceva l'O.,
    col punto), riconoscersi con giochi cos altri dalle ferme forme della
    politica,  della milizia rivoluzionaria - che  avanzava  cementando  i
    rapporti  in fortilizi e le convinzioni in muri di certezza.  Chi  in
    un labirinto, non riesce a vederlo finch non sale su una delle pareti
    di separazione. Allenato a spiccare il salto,  era l che ti si poteva
    trovare seduto (sempre che non avessi minotauri da cacciare).
    Nei  giochi  del  caso  non  avevi  la  postura febbrile del giocatore
    d'azzardo,  n in quelli dell'agon l'aggressivit del competitore,  ed
    anche i giochi di vertigine riuscivi in qualche modo a cappottare. Una
    partita  a stratego,  una simulazione bellica sulla mappa di Caen,  si
    traducevano in scenari di libera interpretazione,  cos come la  canna
    accesa  all'incontrario  ingenerava  un  copione  sul  paradosso.   La
    mimicry,  la finzione,  il travestimento,  il gioco di ruoli erano  il
    regno in cui dare forma al dubbio sulla reversibilit.  Il dubbio, che
    ci appariva come natura stessa dell'essere comunisti,  come ragione  e
    fardello  dell'assalto alla barricata,  saltellava sulle allegre zampe
    dell'immaginario  di  cui  avevi  fatto  mestiere.  Un  regista  senza
    contratto  disoccupato solo per l'anagrafe,  a meno che non smetta di
    guardare, vedere, prefigurare, proiettarsi. Dicono, l'ho pure letto da
    qualche parte, che un terrorista abbia raccontato in una sceneggiatura
    la propria morte,  cos come  poi avvenuta.  Vecchio mio,  o  ti  sei
    beccato l'Oscar delle leggende metropolitane o sei in buona compagnia.
    Quando l'organizzazione,  che nel frattempo era passata dall'anonimato
    all'acronimato assaggiando psichedeliche sigle (che trasformavano  una
    rutilante Lottaarmataperilpotereproletario nella sfigatissima LAPIPP),
    si  stabil  nelle  Formazioni  Comuniste Armate,  invi un silenzioso
    commando a demolire la cineteca della Rai.  Di certo eri vestito  alla
    bisogna,  "pel colto pubblico e l'inclita guarnigione" come dicevi, ma
    star ad altri raccontarlo.  La tua firma  era  comunque  chiara  come
    quella  di Peter Bruegel inventore sull'incisione di un episodio della
    lotta tra la realt e l'immaginario.  Un archivio contiene le immagini
    delle manifestazioni del movimento,  cos lo virtualizza e consente di
    sminuzzarlo in individuazioni poliziesche;  e  lo  eternizza,  privato
    della  sua realt di conflitto vivo e del suo potenziale immaginifico,
    nella memoria dei controllori,  che non vedono virtualit nel pericolo
    segnato sulle loro schede.  In questo,  chi altri poteva inventarsi un
    colpo di reversi che liberasse le anime  rubate  dalla  pellicola?  Da
    affibbiarti  ancora  un  Oscar per l'eresia catodica,  non fosse che i
    tuoi spettatori erano di quelli che 'applaudono con una mano sola'.
    I  ricordi  dicono  del  tuo  accogliere  ogni  stimolo  per   toccare
    l'apparire  e il suo contrario,  di una concolina in testa che basta a
    farti fante britannico a Omaha beach  nel  giorno  pi  lungo,  di  un
    ruscello  di  montagna che richiama le nudit di Tarzan cittadini,  di
    traslochi mistificati da imprese di sherpa,  di saluti  cantati  sulla
    marcetta  di Hair,  di un saper essere giocatore e giocato,  capace di
    farsi affascinare e di trasmettere il fascino. Per questo, o anche per
    molto meno ("Ma di dov'?" "Di qui,  di Roma,  dentro le mura"  "Parla
    strano..."  "Non  dice  parolacce"  "Vabb,   ma  che  accento  c'ha?"
    "Italiano.  Lui parla italiano") risultavi troppo bizzarro,  qualcuno,
    pur uso ad affermare che normale  il naturale,  diceva pazzo,  magari
    aggiungendovi simpatico.  Tu liquideresti lo  sconcerto  con  un  "non
    almanaccatevi  il  cervello!"  e  ti  vedo sogghignare su tutto questo
    discorso: "Mongo  solo la  piccola  pedina  nel  Grande  Gioco  della
    Vita".
    Benedetti  rimandi:  nella  chirurgia  casereccia  offrivi al tuo pard
    impallinato, sdraiato sul tavolo da pranzo,  non prove di compassione,
    tensione  o  affetto  ma  una pallottola;  "mordi questa mentre Doc ti
    taglia la pellaccia", lo convincevi, fino a che biascicava "Ah,  ma o
    mi  rompo  i  denti o me la inghiotto!  Guarda che c' l'anestesia!" e
    cos,  arredando uno scemenzaio di considerazioni sulle  capacit  del
    segaossa  e sull'opportunit di disinfettare col wiscky e cauterizzare
    bruciando polvere  da  sparo,  il  dramma  si  dissolveva  davvero.  E
    maledetti  rimandi: per la somiglianza ti chiamavamo anche Bo Hopkins,
    quell'attore che nelle pellicole di Peckinpah si  faceva  puntualmente
    ammazzare,  senza neanche arrivare all'intervallo.  Come una di quelle
    sparatorie fu probabilmente la tua;  ma nel resto del film  vincono  i
    buoni,  e  gli  scaraffoni  si  pentono  di  tutto,  meno  che del tuo
    funerale.
    L'ultima volta,  nell'intimit della cucina,  dove il confine tra  New
    York  e  la  Cina restava letterario,  c'era un'aria da fine del primo
    tempo,  di  cambiamento  di  affetti,   abitazioni  e  altro.   Poche,
    fottutamente   poche   parole   mentre  sfrittellavi.   "Stai  andando
    operativo?" "S." "Non ha pi senso continuare cos;  non  puoi  venir
    via?"  "Ancora  questo  lavoro"  "Hai  controllato?  Ma  per  cosa..."
    "Pulito. E' l'ultimo. Per i compagni in galera."
    Parole come solidariet e generosit non erano,  non  potevano  essere
    nel  lessico,  da  quando  la  morte  aveva  smesso di essere un fatto
    individuale,  perch erano attributi normali e naturali.  Il Comunismo
    era forse un luna-park,  noi magari i Losers, superperdenti dei Marvel
    comics, ma quelle parole non avevano forma,  non ci si poteva giocare.
    Erano  sostanza del tuo agire per gli altri,  per la vita e la libert
    degli altri,  anche di  quelli  che  invece  si  preparavano  a  farne
    commercio.
    Quel  rigore dell'espressione,  che non voleva repliche - ma accidenti
    se doveva essere discusso - si attenu appena nell'immancabile sorriso
    con cui accompagnavi la citazione preferita: "Un giorno questa  sporca
    guerra finir". Un giorno, certo.
    Poi  le  notizie.  Claudietto morto.  Tu ricoverato.  Cure dubbie.  Il
    trasferimento  al  grande  ospedale   in   citt.   Corridoi,   porte,
    carabinieri,  vetri.  Ma ci sei. In un corpo trasfigurato. E prima che
    altre  dubbie  cure  di  medici  senza  volto  lo  spengano,   ti  fai
    riconoscere.  "Cosa  ti  serve?" Domanda impertinente,  impareggiabile
    ultima risposta: "Un culo nuovo!"
    Ora sarai l a trastullarti con Venere  callipigia,  a  pascolare  con
    Manit o a escogitare giochi proibiti: e vorrei che in quella no man's
    land ci fosse almeno un telefono.
    Per dirti grazie, fratello caro.
    Stan.















    WALTER PEZZOLI.


    Note biografiche.

    - Walter Pezzoli nasce a Rho (Milano), il 18 agosto 1957.
    - frequenta l'Istituto Tecnico per Chimici fino al quarto anno.
    - inizia a lavorare come operaio in una cartiera a Pero (Milano), dove
    la sua famiglia, di origini bergamasche, si era stabilita.
    - nel 1976 lavora come operaio in una stamperia a Pero (Milano).
    - nel 1977-1978 svolge il servizio militare.
    -  viene  arrestato  a  Genova nel settembre 1979 per partecipazione a
    banda armata, viene assolto e scarcerato nel giugno 1980.
    - milita nella Brigate Rosse - Walter Alasia.
    - viene ucciso dai carabinieri a Milano, l'11 dicembre 1980, insieme a
    Roberto Serafini.






    Scritture di Walter Pezzoli.

    - Walter Pezzoli, E.F., I.R., Comunicato al processo in Corte d'Assise
    di Genova, 5-5-80.
    Noi prigionieri E.F.,  Walter  Pezzoli,  I.R.,  revochiamo  i  nostri
    difensori   di  fiducia  e  dichiariamo  che  da  questo  momento  non
    parteciperemo pi in alcun modo a questo processo.  Crediamo che  gran
    parte   delle   ragioni  di  una  simile  scelta  siano  perfettamente
    immaginabili. Per scrupolo di chiarezza vogliamo tuttavia sottolineare
    alcuni punti.
    Il primo riguarda quel che sta avvenendo ai  compagni  avvocati.  Dopo
    che  Edoardo  Arnaldi  ha  scelto  con  lucidit  e  coraggio  di  non
    arrendersi,  di  non  consegnarsi  a  quel  potere  che  sempre  aveva
    combattuto;  dopo  che Sergio Spazzali e G.F.  sono stati imprigionati
    con accuse simili a quelle che vengono rivolte a  noi,    sin  troppo
    chiaro  che  il processo ha cessato di esistere.  Esso non pu infatti
    esprimere ormai altro contenuto che non sia  una  passiva  e  completa
    accettazione  della  logica  militare  dei  carabinieri: logica che ha
    prodotto  il  cosiddetto  blitz  genovese  e  che  ha  ora  finito  di
    scatenarsi  contro  gli  avvocati.  A Genova non ci sono i Caselli,  i
    Calogero, i Vigna,  i Gallucci: qui tutto  stato e continua ad essere
    saldamente in pugno ai soli carabinieri, che hanno trovato nel giudice
    istruttore Bonetto il loro diligente anche se non intelligente notaio.
    Sono  i  carabinieri che hanno tentato per un anno,  con pazienza,  di
    costruire un super-testimone o - come si dice - un "pentito".  Ma quel
    che  con  Girotto  e con Peci  riuscito,  non  riuscito con Berardi,
    nonostante le terribili pressioni alle quali questo compagno    stato
    sottoposto,  sicch alla fine  diventato inevitabile distruggerlo.  E
    andata un po' meglio con la C. e la C., ma non troppo,  viste le mezze
    ritrattazioni di quest'ultima: e si tratta comunque di risultati tanto
    volgari e miseri quanto volgari e misere sono le due signore. E meglio
    non    andata  con i volantini e la pistola,  a bell'apposta seminati
    dopo otto mesi di indagini tanto laboriose quanto vuote.
    Ma noi,  appunto,  non accettiamo di avere a che fare con un simulacro
    di  processo,  e  dunque di accodarci e di subire giorno dopo giorno i
    fatti e i misfatti del generale Dalla  Chiesa  e  dei  suoi  mandanti.
    Signori  della  Corte,  cosa  potete pretendere da noi?  Le parti sono
    tutte fatte: ci sono i carabinieri,  i testimoni  dei  carabinieri,  i
    giudici  istruttori dei carabinieri.  Che essi nominino a questo punto
    anche i nostri avvocati d'ufficio e,  chiusi tutti insieme qua dentro,
    andate pure avanti. Buon lavoro.
    Non  mancher  neppure  il  pubblico.  Il  pubblico degli onnipresenti
    carabinieri, s'intende, ma anche quello degli ammiratori,  dei tifosi,
    degli amanti dei carabinieri.  Ci riferiamo ai cosiddetti sindacalisti
    che vengono in quest'aula  avidi  di  emozioni  forti  e  di  condanne
    esemplari,  affascinati  dallo  spettacolo  del  potere,  smaniosi  di
    servirlo e di applaudirlo.  Questi signori non si sono accontentati di
    aver trasformato ogni festa,  dal Natale alla Pasqua, dal 25 aprile al
    1 maggio,  dal Corpus Domini al ferragosto,  in altrettante  feste  in
    onore  dei  carabinieri  e dei poliziotti.  Per soddisfare questa loro
    nuova smania che chiamano "farsi Stato" (in effetti solo  come  sbirri
    questo Stato mostra di volerli raccattare),  non hanno solo cercato di
    soffocare le lotte proletarie,  di cancellare ogni memoria di  classe,
    di  nascondere  in  tutti  i  modi  i  nuovi  e  feroci  meccanismi di
    sfruttamento, la miseria che esso continuamente genera, le vittime del
    lavoro.  Non solo hanno scelto di stare sempre e comunque dalla  parte
    dei  padroni;  non solo si sono trasformati in tanti infiltrati e spie
    all'interno della classe  operaia.  In  pi,  come  forse  neppure  il
    peggior sindacato corporativo fascista era arrivato a fare,  approvano
    e si rallegrano quando le avanguardie della classe vengono arrestate o
    meglio ancora uccise,  proprio come  successo qui a  Genova,  in  via
    Fracchia.  E  vengono  e  continueranno  a venire qui dentro a fare la
    claque  di  questo  gran  gioco  delle  parti,   e  ad  assicurare  la
    democraticit dello spettacolo.
    Buon lavoro. Ci sono tutti, continuate pure.
    Fuori di qui,  invece,  resta e si rafforza la lotta di classe, che lo
    sviluppo delle forze produttive da una parte e  l'approfondirsi  dello
    sfruttamento  e  delle  diseguaglianze  dall'altra,  non  possono  che
    rigenerare e allargare sempre di pi.  Alcuni imbecilli si ostinano  a
    ripetere  che  la lotta di classe si infiltrerebbe dall'esterno dentro
    le  fabbriche,   nei  luoghi  della  produzione:  ma  tutti  vedono  e
    dovrebbero vedere che  vero il contrario.  E' proprio dalle fabbriche
    che la lotta di classe esce e si irraggia in strati sociali sempre pi
    vasti,  e con chiarezza politica e di programma investe alla radice  i
    fondamenti stessi dei meccanismi dell'accumulazione capitalistica.  In
    noi non c' dunque nessun atteggiamento improntato a  masochismo  o  a
    sfiducia. Tutt'altro. Lasciamo qui chi si illude di fermare la storia,
    di esorcizzare l'antagonismo sociale,  di coprire con lo spettacolo di
    questa efficienza militare la crisi  che  in  forme  ogni  giorno  pi
    convulse  e  laceranti  investe  le  basi  del  potere borghese.  E ci
    schieriamo  invece  dall'altra  parte,   sicuri  come   siamo,   senza
    trionfalismi, della vittoria finale di quella lotta che vive ben oltre
    la  portata dei tribunali,  dei carabinieri,  dei sindacalisti,  e dei
    vari "pentiti" e infiltrati e traditori oggi di  moda,  dei  quali  il
    proletariato nel suo cammino si sbarazzer senza alcuna fatica.



    Documenti  prodotti  da  organizzazioni  armate  per  la persona o per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Brigate Rosse,  Volantino di  commemorazione,  Milano,  12  dicembre
    1980.
    A tutto il movimento rivoluzionario.
    Due compagni appartenenti alla nostra organizzazione,  militanti nella
    colonna  Walter  Alasia  "Luca"  sono  caduti  sotto  il  piombo   dei
    carabinieri.  La  storia  e  la militanza di Roberto Serafini e Walter
    Pezzoli sono simili a quelle dei molti comunisti  che  hanno  dato  la
    vita  per  combattere questa societ basata sul massimo profitto,  che
    costringe milioni di proletari al supersfruttamento e a condizioni  di
    vita sempre pi miserabili, per costruire la societ comunista.
    I  compagni  provenivano  da  esperienze  diverse  da quelle che hanno
    formato una grossa parte dei militanti della nostra  Organizzazione  e
    proprio per questo,  per onorare la loro memoria, riteniamo ancora pi
    importante il loro contributo al movimento rivoluzionario perch  sono
    riusciti  a  passare  -  attraverso una profonda autocritica pratica e
    teorica - da esperienze di gruppo,  soggettiviste  e  militariste,  al
    lavoro  con noi in un progetto e un programma rivoluzionario che ha la
    sua sola base di verifica nel lavoro di  massa.  Sono  stati  preziosi
    perch  hanno messo a disposizione la loro grossa esperienza al lavoro
    politico-militare portato avanti dalle avanguardie di fabbrica.
    Sono stati profondamente onesti e  veri  comunisti  nell'accettare  la
    direzione  operaia  sul  lavoro che stavano sviluppando.  E' in questa
    dialettica che i due compagni stavano  assumendo  man  mano  un  ruolo
    politico  oltre  che  militare  nel lavoro della nostra colonna che ha
    spazzato via ogni residuo militarista derivato dalla  loro  esperienza
    politica.  Cos  li vogliamo ricordare e il vuoto che lasciano proprio
    per questa loro eccezionale presenza  e  chiarezza  nel  movimento  di
    classe sar incolmabile.
    La  campagna  che  abbiamo  aperto in questo ultimo mese ha portato il
    nemico a decidere di eliminare fisicamente  le  avanguardie  comuniste
    combattenti,  sperando  di  stroncare  la nostra forza.  Cos come era
    avvenuto in via Fracchia,  l'ordine  di sparare  a  vista  e  cos  i
    compagni sono stati falcidiati.
    Sar  la  coerenza e la forza di un programma politico a rafforzare la
    nostra organizzazione verso la costruzione del Partito ed a formare  i
    militanti  che  gli  daranno continuit e vita,  capaci di prendere il
    posto di ciascun comunista che cade. Le brigate di fabbrica Alfa Romeo
    e Sesto San Giovanni prenderanno il nome di Walter Pezzoli "Giorgio" e
    Roberto Serafini "Marco".
    Proprio 4 anni fa cadeva il nostro compagno Walter Alasia "Luca".
    Onore ai compagni caduti combattendo per il comunismo!
    Per il Comunismo Brigate Rosse Colonna Walter Alasia "Luca".



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Non ne sono state prodotte.



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Gianfranco Pezzoli, Testimonianza al Progetto memoria, Milano 1995.
    Walter   cresciuto a Pero,  (una cittadina dell'hinterland di Milano
    caratterizzata dalla presenza di numerose  fabbriche),  con  il  padre
    operaio,  la madre casalinga provenienti dalla provincia di Bergamo, e
    un  fratello  e  una  sorella  pi  giovani.   Dopo  aver  frequentato
    l'oratorio,  assieme  ad  altri  giovani,  fa  nascere  un  collettivo
    Studenti Medi Superiori.  E' assieme a questi  studenti  e  ad  operai
    della  zona  che partecipa,  negli anni settanta,  alle molte lotte di
    quegli anni,  fra le quali quella per  l'autoriduzione  delle  tariffe
    dell'elettricit e dei trasporti,  alle "spazzolate contro i crumiri",
    alle  lotte  contro  gli  straordinari,   per  la  casa,   contro  gli
    spacciatori  di eroina,  contro i fascisti,  per la costruzione di una
    societ diversa,  migliore.  La prima  cosa  che  mi  viene  in  mente
    ripensando  a  quegli  anni  sono le scritte sui muri di Pero,  tante,
    varie, divertenti, dure, che venivano cancellate e subito riapparivano
    qualche giorno dopo.
    Dopo aver interrotto gli studi nel 1976,  Walter va a lavorare in  una
    fabbrica dove si stampano giornali,  a Pero.  In seguito al fallimento
    questa fabbrica diventa una cooperativa dei  lavoratori,  guidata  dal
    P.C.I.  Intanto  Walter  presta  il  servizio  militare,  e  quando lo
    termina,  nel maggio 1978,  ritorna a lavorare,  per altri sette  mesi
    circa,  nella cooperativa. Si licenzia nel gennaio 1979. Nel settembre
    '79  viene  arrestato  con  l'accusa  di  associazione  sovversiva   e
    partecipazione  a banda armata a seguito del blitz di Dalla Chiesa nel
    maggio dello stesso anno. Detenuto nel carcere di Cuneo.  Il processo,
    svoltosi  a  Genova  da  aprile  a  giugno  del 1980,  si conclude con
    l'assoluzione con formula piena di tutti e sedici  gli  imputati,  che
    vengono  scarcerati il 3 giugno '80.  (A seguito di questa assoluzione
    il generale Dalla Chiesa dichiara che i  carabinieri  arrestano  e  lo
    Stato assolve).  Durante il processo viene arrestato l'avvocato F.  di
    Milano,  difensore  di  alcuni  imputati,  tra  cui  Walter)  e  muore
    l'avvocato  Edoardo  Arnaldi,  di  Genova  (anche  lui del collegio di
    difesa) durante una perquisizione della sua abitazione.  A seguito  di
    questi  fatti  Walter  e  altri due coimputati revocano i difensori di
    fiducia e dichiarano che non  parteciperanno  pi  in  alcun  modo  al
    processo.
    Tornato a casa,  vive assieme a noi per qualche mese,  poi ricordo una
    mattina che ero ancora a letto,  mi sveglia,  mi raccomanda  di  stare
    vicino ai nostri genitori, mi saluta...
    E' l'ultima volta che l'ho visto.
    L'11   dicembre  viene  ucciso,   insieme  a  Roberto  Serafini,   dai
    carabinieri in via Varesina a Milano.
    La colonna Walter Alasia diffonde un volantino per commemorare  i  due
    compagni. All'Alfa Romeo, sul muro all'interno dello stabilimento, nel
    reparto  "Gruppi",  viene scritto con bombolette spray di colore rosso
    "Onore a Walter e Roberto, combattenti comunisti".
    Al funerale di  Walter,  a  Pero,  partecipano  diverse  centinaia  di
    persone, nonostante le provocazioni dei carabinieri che impediscono ad
    alcuni compagni di parteciparvi, portandoli in caserma proprio durante
    lo    svolgimento   del   funerale.    Al   cimitero   hanno   cantato
    l'Internazionale,  gridato slogan,  e letto lettere provenienti  dalle
    carceri.
    La  cosa  che  mi  preme sottolineare in questo lavoro per il Progetto
    memoria sui compagni caduti, e in particolare qui di Walter Pezzoli, 
    la seriet e la coerenza di questo compagno,  convinto a tal punto del
    lavoro rivoluzionario che svolgeva,  assieme a molti altri, da mettere
    in discussione la sua stessa vita.
    Ci che non  stato per troppi militanti delle  organizzazioni  armate
    che  non  hanno  saputo  fare  altro,  alla  prima  difficolt (o alla
    seconda...) che abiurare la lotta di classe.









    ROBERTO SERAFINI.


    Note biografiche.
    - Roberto Serafini nasce a Genova, il 23 ottobre 1954.
    - si trasferisce, con la famiglia d'origine, a San Donato Milanese nel
    1960.
    - frequenta le scuole medie superiori a Milano.
    - lavora come redattore di Rosso.
    - milita nelle Formazioni Comuniste Combattenti.
    - milita nelle Brigate Rosse - Walter Alasia.
    - viene ucciso dai carabinieri a Milano, l'11 dicembre 1980, insieme a
    Walter Pezzoli.



    Scritture di Roberto Serafini.

    - Non ne sono state reperite.



    Documenti prodotti da organizzazioni  armate  per  la  persona  o  per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Vedi capitolo per Walter Pezzoli.



    Documenti  prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento in
    cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    -  Vittoria  Dilda  Biscaro,  L'ultimo  caduto  della  Walter  Alasia,
    dattiloscritto in Archivio P.M. Frammento.
    Una sera,  saranno state le 22, sentiamo suonare il campanello. Entra
    frettoloso e furtivo un bel ragazzo,  alto e gentile.  E' un amico  di
    Maurizio  e si ritirano nella camera a parlottare.  Dopo un po' il mio
    Maurizio mi chiede un bicchiere di latte e un panino  col  prosciutto.
    Ho  capito  subito  che  quel compagno era ricercato e che aveva tanta
    fame. Che pena Santo Cielo,  ma perch quel bel figliolo non stava con
    i  suoi?  Purtroppo  di  quel  giovane hanno parlato poi i giornali: 
    stato ucciso dai carabinieri. Era Roberto Serafini,  figlio amatissimo
    dell'ingegnere  Angelo  Serafini.  Per ogni compagno che veniva ucciso
    capivo che aumentava l'infelicit di mio figlio e anche la mia, perch
    il mio pensiero andava a quelle madri e  a  quei  padri  che  dovevano
    affrontare  un  dolore  che pensavo inumano.  Anche il mio Maurizio ha
    avuto un'adolescenza inquieta,  col passaggio dalla  scuola  media  al
    liceo Berchet,  tra i pi turbolenti,  crogiolo di tanta contestazione
    politica.  Come Roberto anche lui ha vissuto in  fretta,  con  letture
    impegnative,  con incontri di leader politici molto importanti e, come
    Roberto,  era spesso solo,  perch,  come ho gi spiegato,  io  ero  a
    scuola e mio marito trascorreva lunghi periodi a Malcesine sul lago di
    Garda per curare l'enfisema polmonare, regalo della galera fascista.



    Testimonianze al Progetto Memoria.

    - Marzia Belloli,  Testimonianza al Progetto memoria,  carcere, Milano
    1992.
    Sapete, non mi piacciono le schede aride,  con dati essenziali quando
    si parla di compagni morti.  Se memoria deve essere, vorrei mettere le
    mie due righe per Roberto Serafini. Proprio perch lui non  pi qui a
    compilare una scheda, come noi, nel calderone odierno.
    Roberto  "  stato".   Non  so  perch,   ma  gi  nel  volantino   di
    rivendicazione stilato dalle B.R. per la sua morte... io ho voluto far
    togliere  la  parola  "era"...  per  mettere  "  stato".  Chiss.  Ho
    tollerato il resto,  cio il fatto che l fosse precisato che  Roberto
    non  era un "purosangue B.R." (proveniva da altre esperienze,  come me
    del resto) ma non ho mai sopportato la parola "era".
    S, Roberto  stato.
    Oggi  la "festa dei caduti".  Coincidenza.  Roberto    uno  di  quei
    caduti che nessuno commemora.  Eppure la sua mancanza  grande, ancora
    oggi, a distanza di 12 anni. Per me sola? Non credo.
    In quale sogno sei finito, adesso, Roberto?
    Se io ti piango,  ancora oggi,   perch a te devo  qualcosa:  mi  hai
    insegnato ad amare la Vita.
    Roberto... oppure uno dei suoi tanti "nomi di battaglia". Lui, in ogni
    caso,  e  nessuno  come  lui,  mai.  Lui,  una  specie  di Che Guevara
    metropolitano. Rida pure, chi vuole, chi viveva di miti... e ora muore
    senza pi niente.
    Roberto morto per un'esecuzione. Occhi azzurri, spenti sull'asfalto di
    via Varesina a Milano in una brutta notte.  Notte che per me ed  altri
    divenne  alba,  nell'attesa.  Poi  tante  lacrime,  per  lui  e Walter
    (Giorgio).
    Marco,  Roberto,  vagabondo come me.  Insieme a me.  Giorni su giorni,
    mesi ed anni.  Anni: sapete cosa vuol dire,  vero? Anni in cui lui non
    seppe mai il mio vero nome. Vagabondi.  "Purosangue" mai,  per niente.
    Eterna  ricerca  di  gente,  e  della  causa  migliore da fare nostra.
    Poveri... poveri noi! Lui, morto ancora in piena illusione.
    In quale illusione sei ancora perso, Roberto? Tu, che mi hai insegnato
    ad amare la vita, perch non torni tra noi? Dove sei perso? Perch sei
    ancora cos lontano?  Forse hai ragione: tutto  cos cambiato...  che
    tornare non ha senso alcuno. Io sono tornata lass, dove eravamo stati
    noi  stessi,  sotto il ciliegio selvatico...  e niente era pi nostro.
    Neanche un filo d'erba, neanche un respiro.
    Tutto  cos cambiato che  se  Roberto  tornasse  saprebbe  certamente
    portarci dove c' qualcosa di nuovo da conoscere. Per lui  tutto cos
    normale! Perfino cucinare... ed apprezzare i gusti della vita. Roberto
    non  era  pronto  per  morire...  cos  come  non   ancora pronto per
    tornare,  forse.  Perch lui ha bisogno di illusioni,  che non ci sono
    proprio pi.
    Roberto " stato" d'accordo?  E' stato molto.  Non solo per me. Le sue
    illusioni sono la vita. Non chiedetemi altro.  Potrei rispondervi solo
    che  "i fiumi scendevano ad oriente" e i musei erano pieni di cose per
    la prima volta in vita mia e che non era amore ma piango  ancora  oggi
    la  sua  mancanza  e  che  le  mimose di Roma sono diverse da tutte le
    altre... e cose cos.
    Roberto, forse allora ci sembravano giornate da riempire,  nell'attesa
    della  lotta,  ma  devi  sapere  una cosa che non ti ho mai detto: sei
    stata la prima persona in vita mia che mi sapeva parlare  d'amore  nel
    modo  giusto: al di l di noi due.  Era "solo" la ricerca della nostra
    libert. Per tutti. Roberto sei sempre con me.













    ALBERTO BUONOCONTO.


    Note biografiche.

    - Alberto Buonoconto nasce a Napoli, il 7 agosto 1953.
    - frequenta il liceo a Napoli.
    - milita nei Nuclei Armati Proletari.
    - viene arrestato a Napoli, l'8 ottobre 1975.
    - si sposa nel carcere speciale di Cuneo il 19 settembre 1977.
    - la sua pena viene sospesa per motivi di salute, il 12 dicembre 1979.
    - muore suicida a Napoli, il 20 dicembre 1980.



    Scritture di Alberto Buonoconto.

    - Alberto Buonoconto,  Lettera ad un  amico  di  famiglia,  l'avvocato
    Torcia,  carcere  1976,  in:  Franca  Rame,  "Alberto Buonoconto.  Non
    parlarmi degli archi parlami delle tue galere",  Cremona 1984,  F.  R.
    Edizioni.
    Febbraio 1976.
    ...Ti  dico  subito  una cosa in cui credo tu possa riuscire in questo
    momento,  per l'affetto che ti lega a mia madre,  meglio di me.  Ossia
    farle  capire,  a  me non riuscirebbe in una lettera,  tantomeno in un
    colloquio, tutto il bene che le voglio,  che  tanto,  e non solo come
    persona con la quale discutere,  scambiarsi idee,  esperienze,  ma ora
    come madre. Ossia come quella presenza, anche silenziosa, che solo lei
    mi sa dare e che io sento molto. In effetti mi rendo conto che lei pu
    capire certe mie aspirazioni in genere  ma  anche  certe  mie  scelte.
    D'altra parte, da quando la lasciai, e con lei pap, Paola e la casa e
    la  famiglia,  come  gruppo,  ho  fatto  tante  di  quelle scelte e ho
    accumulato e vado accumulando ancora oggi tante di quelle  esperienze,
    che  non  sarei  capace di esprimerle o di dividerle con lei se non in
    modo sbagliato.  N comunque questo mi interessa farlo.  Ti  basti  il
    fatto  che scrivendo a lei sarei riuscito solo a parlarle del carcere,
    di altre pi o meno merdate del genere.  In effetti  non  meritano  n
    lei,  n pap,  n Paola, n tutti quelli che mi sono stati amici, che
    io faccia pesare loro il  disagio  (e  vorrei  fosse  pochissimo),  di
    questa "situazione" di privazione. Ti abbraccio Alberto.


    - Alberto Buonoconto, Documento letto al processo contro i NAP, Napoli
    13-10-77,  in:  Il collettivo di Controinformazione napoletano (a cura
    di), "Chi processa chi!",  senza data,  Napoli,  Compagnia tipografica
    napoletana s.p.a.
    Questo  processo    un processo per art.  80.  Io Alberto Buonoconto
    militante comunista, proletario prigioniero, gi condannato a quindici
    anni per  avere  praticato  la  lotta  armata,  unica  strada  per  la
    liberazione  della  classe con cui ho scelto di lottare,  riaffermo la
    mia volont e determinazione a rifiutare la  giustizia  dei  tribunali
    della borghesia,  rompendo con l'apparato borghese che gestisce questo
    processo: magistratura-avvocati-carabinieri.
    Voglio precisare che vengo da Cuneo,  uno  dei  sei  carceri  speciali
    istituiti dall'esecutivo dello stato imperialista delle multinazionali
    e  diretti  militarmente dall'odiato nemico del proletariato: generale
    Dalla Chiesa.  Non  mio interesse fare un discorso di denuncia  sulle
    condizioni di vita che vengono imposte ai proletari detenuti a Cuneo e
    negli altri carceri speciali: Asinara,  Messina,  Fossombrone,  Trani,
    Favignana.  Considero il trattamento a cui siamo sottoposti un atto di
    guerra  che tende,  attraverso la destabilizzazione psicologica,  alla
    distruzione della nostra identit politica e un'azione di rappresaglia
    contro tutto  il  movimento  comunista  combattente  e  le  lotte  del
    proletariato  prigioniero.  Per questo su tutta l'area metropolitana a
    questo trattamento di guerra il movimento rivoluzionario  impegnato a
    rispondere con azioni di guerra.  I carceri  speciali  sono  la  punta
    avanzata  della  nuova  riforma  sul carcere,  sono l'altra faccia dei
    carceri  aperti  e  materializzano  il  principio  della  riforma:  il
    trattamento  differenziato.  I  carceri  speciali  sono  oggi  un nodo
    strategico  fondamentale  degli  apparati  di   guerra   dello   stato
    imperialista   e   vanno   disarticolati   orientando   con  decisione
    l'iniziativa rivoluzionaria di tutte le forze  comuniste  combattenti,
    attaccando  negli  uomini  e  nei  mezzi  la  struttura  repressiva  e
    coercitiva dello  SIM  (Stato  Imperialista  delle  Multinazionali)  e
    colpendo  tutti  coloro  che  accettano  coscientemente  il  ruolo  di
    oppressore del proletariato,  di aguzzini e  di  agenti  attivi  della
    controrivoluzione imperialista!
    A questo proposito c' da notare l'azione coscientemente e attivamente
    controrivoluzionaria  del maresciallo Manfra e del Migliaccio e di una
    squadretta di picchiatori che operano  costantemente  nel  carcere  di
    Cuneo, con la pratica dei pestaggi che tendono chiaramente a mantenere
    costantemente  un  clima  di terrorismo psicologico.  Disarticolare le
    forze del nemico vuol dire in questa fase portare l'attacco ai  centri
    vitali  economici,  politici  e  militari  dello  stato  imperialista,
    significa superare ogni settorialit di esperienze  di  lotta  armata,
    significa  affrontare la contraddizione principale per tutti i settori
    del proletariato,  significa ricomporre le  esigenze  particolari  sui
    livelli  pi alti,  significa costruire su questo attacco nel M.D.R.P.
    (Movimento   di   Resistenza   Proletario)   il   partito    comunista
    rivoluzionario.
    Questi sono i compiti fondamentali del momento!
    Portare   l'attacco  e  disarticolare  i  centri  vitali  dello  stato
    imperialista.  Costruire nel M.D.R.P.  il  P.C.R.  (Partito  Comunista
    Rivoluzionario).
    Trasformare  tutti  i  processi  comuni  in  processi  di guerriglia e
    ribaltare il ruolo dei P.P.  (Proletari Prigionieri)  da  accusati  in
    accusatori!
    Lotta armata per il comunismo. Onore ai compagni comunisti combattenti
    caduti nella lotta per il comunismo.
    Liberare tutti i proletari prigionieri dalle galere del nemico.



    Documenti  prodotti  da  organizzazioni  armate  per  la persona o per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    - "Il carcere ha lasciato la sua impronta", in: Controinformazione 17,
    Milano 1980.
    L'odissea di Alberto Buonoconto non  ancora finita. Posto in libert
    provvisoria il 10 dicembre 1979,  dopo quattro anni di reclusione,  si
    trova in  gravi  condizioni,  minato  nel  fisico  e  nell'intelletto.
    Ricostruire  la  sua  storia  indispensabile a tutti i compagni,  per
    toccare con mano gli effetti devastanti dell'istituzione totale.
    Quando il 20 agosto il  medico  curante  dottor  Manacorda,  and  nel
    carcere  di Pisa per visitare il paziente-detenuto Alberto Buonoconto,
    si trov davanti un uomo distrutto nel fisico e nel  cervello:  "...II
    detenuto  si  presentato a me nell'infermeria...  Proveniva dalla sua
    cella ed era accompagnato da un condetenuto,  quest'ultimo sosteneva e
    trainava  il Buonoconto,  il quale si presentava nel seguente assetto:
    tronco flesso in avanti ad angolo retto;  capo ruotato a destra,  arto
    superiore sinistro con la mano nella tasca dei pantaloni;  mano destra
    flessa ad artiglio;  nella mano destra,  tra l'indice e il medio,  una
    sigaretta  accesa  che il Buonoconto non fuma,  andatura irregolare ed
    ineguale,  a passi tendenzialmente piccoli ma ineguali nella misura  e
    disarmonici;  emette  un  borbottio  incessante  e indistinto...  Alla
    presenza di chi scrive... non d segni di riconoscimento...  Occorrono
    due persone per estrargli dalla tasca sinistra la mano e misurargli la
    pressione   arteriosa   (105/70)  sempre  due  persone  tentano  sulla
    bilancia,   ma  l'operazione    impossibile  perch   egli   continua
    incessantemente a "segnare il passo" e quindi il piatto della bilancia
    in  maniera  incoordinata...  Il  Buonoconto    ormai  -  in  anni di
    detenzione - giunto in una situazione di deterioramento fisico  (oltre
    che  psichico)  tale  da considerarlo con certezza irreversibile nelle
    condizioni detentive. Appare quindi non pi utilizzabile alcun margine
    terapeutico fino a che detenzione perduri..."
    La storia dello stato di salute di  Alberto  Buonoconto  parte  dall'8
    ottobre  1975,  quando  viene  arrestato  a  Napoli  con  l'accusa  di
    appartenere ai NAP, di una rapina in armeria e per aver partecipato al
    sequestro  dell'industriale  Moccia  (al  processo  di  appello  verr
    completamente scagionato da queste due ultime accuse).  Interrogato al
    momento dell'arresto,  per dieci ore senza avvocato,  viene pestato  a
    sangue dai funzionari della Questura di Napoli. Una denuncia in merito
    a quest'episodio verr subito archiviata.  Nel novembre dell'anno dopo
    (1976) viene  condannato  a  15  anni  di  reclusione.  All'appello  -
    novembre  1977  - la condanna scender a 8 anni e due mesi.  In questi
    due anni Alberto conoscer le patrie galere dello Stato pi libero del
    mondo...  Da Napoli a Milano (in isolamento per quasi  due  mesi)  poi
    Napoli  e  Salerno  (dove  viene  ancora  picchiato).  Negli otto mesi
    successivi Sulmona,  Volterra,  Viterbo,  Napoli  (per  il  processo).
    Nascono  le  carceri  speciali e Alberto viene trasferito all'Asinara,
    Cuneo, Napoli (per l'appello) e a Trani... dove comincia a manifestare
    le prime crisi depressive e viene nutrito con fleboclisi.
    Il Ministero dopo molto tempo  e  mille  sollecitazioni,  accoglie  la
    richiesta  dei  difensori  per  un  trasferimento al Centro Clinico di
    Napoli,  ma invece Alberto  Buonoconto  viene  trasferito  al  braccio
    speciale  di  Napoli dove rester per dieci mesi.  Cominciano le prime
    prese di posizione e interpellanze per un atto umanitario.  Nel  marzo
    1979, il senatore Umberto Terracini scrive una lettera al Ministero di
    Grazia e Giustizia...  "per sapere se non ritenga necessario e urgente
    trasferire A.  Buonoconto al centro clinico come da precedente  e  mai
    messa  in  atto  richiesta  ministeriale".  Due  mesi dopo il Ministro
    risponde a Terracini che il detenuto  stato trasferito al carcere  di
    provenienza  (Trani)  perch...  "le  sue  condizioni  non  richiedono
    ulteriori cure".  A nulla valgono altre richieste umanitarie di Franca
    Rame,  Dario  Fo,  Sergio  Spazzali  e di una quipe di medici (leggi:
    baroni) che si sono offerti per una...  perizia  psichiatrica:  Franco
    Basaglia,  H. Terzian, Sergio Piro, Agostino Pirella, Antonio Salvich,
    Domenico Casagrande,  Vieri  Mazzi,  Franco  Rotelli.  Nell'aprile  di
    quest'anno,  la direzione del carcere speciale di Trani si rende conto
    delle gravi condizioni del detenuto (!) e chiede il  trasferimento  in
    un  carcere ordinario.  Nonostante questo il Ministero e l'Ispettorato
    ribadiscono che: "...Alberto Buonoconto gode di ottima salute".
    Alla  fine  di  maggio,   le  condizioni  di  Alberto  sono  diventate
    gravissime,  lo  trasferiscono  a Pisa in carcere ordinario,  in cella
    singola,  dove viene costantemente  sorvegliato  da  un  piantone.  Ai
    colloqui  doveva  essere  accompagnato e sorretto da altri,  cos come
    introduce la relazione del medico curante dottor Manacorda.


    - "Il  carcere  speciale  uccide  a  distanza",  intervista  di  Radio
    Proletaria  allo  psichiatra  Alberto  Manacorda,   Napoli  1981,  in:
    Controinformazione 20, Milano 1981. Frammenti.
    "Ci puoi ricostruire gli ultimi mesi di carcere di Alberto?"
    Direi che rivedere  gli  ultimi  mesi  o  forse  l'ultimo  anno  della
    detenzione  di  Alberto    significativo  per  capire  in quale stato
    psicofisico fosse quando  stato rimesso in libert. Il primo contatto
    con Alberto lo ebbi nel '75 quando fui chiamato  per  visitare  questo
    ragazzo  (allora  era  a  Napoli)  che  presentava  qualche  segno  di
    difficolt,  non grosse cose.  In quel periodo era  un  ragazzo  molto
    vivace,  ma  nel  contempo  molto  sensibile alla situazione che stava
    vivendo.  In ogni caso non era assolutamente fiaccato  dall'esperienza
    carceraria,  che  era  appena  all'inizio,  ma  sempre  molto vigile e
    critico verso di  essa.  Con  lui  discussi  la  sua  situazione,  non
    giuridica  naturalmente,  e  lui  mi rassicur di non avere per niente
    bisogno di un intervento medico, cosa che peraltro dovetti riscontrare
    io  stesso.  Soffriva  di  qualche  disturbo  nervoso,  aveva  qualche
    difficolt,  ma lo addebitava al particolare momento che stava vivendo
    e pensava di essere in grado di superarlo in breve tempo. Poi non l'ho
    pi visto per un po' di tempo fino  al  '78,  nel  carcere  di  Trani,
    quando,  in  seguito  ad una richiesta degli avvocati e dei familiari,
    sono andato a trovarlo.  La  sua  situazione  si  era  gi  fatta  pi
    difficile.  In  seguito  l'ho  rivisto  a  Pisa,  dove fu eseguita una
    perizia,  e successivamente,  l'anno scorso (1979) a Napoli.  Nel '79,
    dal  punto  di  vista  psicologico,  in  Alberto si era affievolita la
    capacit di resistere ad un clima di violenza,  anche  se  silenziosa,
    come  quella del carcere.  Ed era questa una condizione che gi si era
    manifestata in maniera abbastanza grave nel '78. Alberto aveva momenti
    in cui rifiutava il cibo,  di  andare  all'aria,  rifiutava,  cio  il
    rapporto con gli altri.
    La sua esigenza, costantemente presente nel passato, di discutere, con
    chiunque  lo andasse a trovare,  della situazione politica,  del mondo
    esterno,  veniva a mancare.  Solo di tanto in tanto la  esprimeva,  ma
    poi,  subito dopo,  il suo discorso si frammentava.  Fummo tutti molto
    allarmati di questo e le relazioni che  in  quegli  anni  cominciai  a
    redigere  (sono  tutte  agli  atti)  esprimevano  il  giudizio  che la
    situazione non era curabile,  che non si trattava di  una  malattia  e
    tantomeno  di  una  malattia  mentale.  Ci si trovava semplicemente di
    fronte  ad  una  persona  che  non  poteva  sopportare  un  regime  di
    detenzione  carceraria  e  tantomeno  quello  speciale.  Sulla base di
    quanto rilevato,  da me come medico ma anche dai suoi familiari  e  da
    suoi  avvocati si  innestata una battaglia politica e giudiziaria per
    la  sua  liberazione.  Sul  piano  giudiziario,  la  campagna  per  la
    liberazione  di Alberto ha ottenuto un grosso risultato perch per lui
     stato applicato,  per la  prima  volta  in  Italia,  l'articolo  che
    prevede  la  sospensione  pena  per motivi di salute,  dopo che questa
    norma,  in base ad una sentenza della Corte Costituzionale,  era stata
    resa  di  competenza del giudice e non del governo,  come prevedeva il
    codice fascista Rocco.  Si cominci questa battaglia anche giudiziaria
    ed  essa  ha avuto s come risultato la liberazione di Alberto,  ma in
    una situazione ormai veramente deteriorata.  Alberto nel dicembre  '79
    (  morto  1  anno  e  8  mesi  dopo  la sua liberazione) era ormai in
    condizioni tali da far prevedere che non avrebbe  potuto  riaffrontare
    la  vita  fuori.  Quando l'ho portato fuori dal carcere di Poggioreale
    steso sulla sua  branda,  aggrappato  ai  fori  della  sua  rete,  era
    assolutamente incapace di muoversi,  incapace di parlare.  Quando sono
    andato a dirgli che era ormai libero e che bastava  firmare  la  presa
    visione della sospensione pena, non si  alzato! Ho dovuto portarlo in
    braccio  al  tavolo  dell'infermeria dove c'era il provvedimento e con
    difficolt sono riuscito a fargli firmare il  foglio.  Era  questo  un
    quadro  che gi durava da tempo.  Gli allarmi sulle condizioni di vita
    di  Alberto  sono  stati  numerosi  e  a  questi  allarmi,   a  queste
    valutazioni  realistiche  di  tutti  noi,  si  rispondeva da parte dei
    medici penitenziari e  da  parte  del  ministero,  che  sarebbe  stato
    assicurato  il miglior trattamento medico possibile nei suoi riguardi.
    Tutti noi abbiamo sempre insistito che era assurdo,  inumano,  pensare
    di  curare  una  persona  senza rimuovere le cause principali dei suoi
    disturbi e che era assurdo,  impensabile,  trattare  come  malata  una
    persona che non lo era (...).



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Franca Rame,  "Alberto Buonoconto.  Non parlarmi degli archi parlami
    delle tue galere", Cremona 1984, F. R. Edizioni. Frammenti.
    Testimonianza della sorella Paola: (...) Il mio amore per lui  stato
    e resta grande,  e non per l'ovviet della parentela ma per il  nostro
    rapporto,  perch  Alberto  era  una  persona  stupenda,  era ironico,
    sarcastico,  vivo,  soprattutto  compagno,  vi  sono  dei  dolori  che
    uccidono  e  questo ne  l'esempio.  Il rispetto e la stima che merita
    Alberto non sono a conoscenza di quelli che non l'hanno conosciuto, ma
    sono immensi. (...)
    Testimonianza del padre: Sono il padre di Alberto.  Non  posso  e  non
    voglio  esprimere qui sentimenti che devono restare personali.  Voglio
    solo dire ci che offende la mia sensibilit di uomo e  di  cittadino,
    oltre  che di padre.  Voglio solo comunicare i miei dubbi,  le angosce
    che sempre accompagneranno per me il quotidiano  ricordo  di  Alberto.
    Alberto  era  una  persona profondamente sensibile,  un uomo sincero e
    leale.  E ancora oggi mi chiedo perch di  tanta  crudelt,  di  tanto
    spietato  accanimento  contro di lui,  il perch delle torture che gli
    hanno inflitto dopo l'arresto,  durante e dopo la lunga  carcerazione,
    quel   lungo  calvario  che  giorno  dopo  giorno  ha  determinato  la
    distruzione di Alberto (...).






    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Agrippino Costa, Testimonianza al Progetto memoria, Lecce 1995.
    Incontrai Alberto nel periodo in  cui  l'Asinara  si  trasformava  in
    Carcere speciale, era il 1977.
    Mancava  qualche  mese  al  blitz  del generale Dalla Chiesa mentre un
    gruppo di noi erano 'parcheggiati' a Fornelli. Alberto,  che ricordavo
    come  un  tipo  versatile  al  senso  dell'ironia e del gioco,  ora lo
    ritrovavo muto silenzioso spesso assente... come se qualcosa si stesse
    spezzando lentamente in lui;  la  stessa  vivacit  dei  suoi  sguardi
    appariva  spenta.   Sapevo  che  al  momento  dell'arresto  era  stato
    picchiato duramente,  cos in carcere in seguito...  come tanti di noi
    aveva sperimentato varie forme di tortura. Viveva momenti di angoscia,
    come un pugile in difesa stava nell'angolo del passeggio, inarcando le
    spalle,  pugni  serrati e sguardo assente,  poi si svegliava da questo
    tormentoso incanto e  rivelava  la  simpatica  'napoletanit'  che  lo
    animava.
    Nel 1978 eravamo nello speciale di Trani... dividevamo la stessa cella
    e  i  compagni  me  lo  avevano  affidato...  aveva  subto  un crollo
    spaventoso... passava giorni interi senza pronunciare verbo...  il suo
    corpo  comunicava  un  terremoto  interiore...   cose  strane...  come
    aggrapparsi alle sbarre della cella senza poggiare i piedi e tendere i
    muscoli fino allo spasimo per lungo tempo... oppure steso sulla branda
    ad arco si dondolava per ore emettendo suoni gutturali  ossessionanti.
    Si  nascondeva a volte sotto il letto cantilenando suoni senza senso e
    spesso serrava la testa dentro lo stipetto della cella;  forse in quel
    buio cercava una luce...  Tentavo di comunicare,  di sollecitarlo,  di
    stimolarlo ma lo sguardo era fisso, sperduto, di pietra...
    Era dimagrito, rifiutava il cibo,  tentavo di imboccarlo come un bimbo
    ma serrava i denti e li digrignava come una bestia ferita...
    Poi improvvisamente accadevano sprazzi di lucidit, parlava, mangiava,
    sorrideva,  era come se uscisse dal buio, e a tratti tornava ad essere
    quel ragazzo acuto e intelligente che conoscevo un tempo.
    Allo stesso modo improvvisamente ricadeva nei suoi mutismi,  tornavano
    gli  strani  versi,  l'anomalia dei movimenti per ore per giorni senza
    stancarsi.
    Non mi arrendevo al tentativo di comunicare con quello stato  alterato
    di  coscienza  che  si impadroniva di Alberto;  uno stato che assumeva
    forme dominanti rispetto ai rari momenti di lucidit,  ma insistevo  a
    scuoterlo  perch  intuivo  che se non fosse uscito da quello stato si
    sarebbe smarrito per sempre.
    Nel timore che venisse internato in un manicomio noi compagni facevamo
    di tutto per mascherare i suoi strani atteggiamenti al controllo delle
    guardie...  avevamo deciso che non doveva mai restare  solo  in  cella
    cos lo trascinavamo al passeggio contro la sua volont...
    Una  sera  che  metteva  la testa dentro lo stipo,  serrandola come se
    volesse decapitarsi, gli urlai: "Alberto che cazzo fai, smettila..." e
    poich insisteva lo scossi duramente,  lo spinsi contro il muro  e  lo
    schiaffeggiai  e per la prima volta reag con una violenza che non gli
    conoscevo, con una forza sovrumana... sembrava una bestia braccata, mi
    morse con ferocia al collo al braccio  al  fianco...  mi  spaventai...
    rinunciai per sempre a questo tipo di 'terapia'.
    Ormai comunicava sempre pi raramente...  in seguito fui trasferito di
    nuovo all'Asinara e per molto tempo di Alberto non seppi pi nulla. Lo
    avevano ucciso lentamente nemici visibili  ed  invisibili,  piccole  e
    grandi  torture in tante prigioni cosiddette legali che sviolinando la
    forza del diritto  ti  schiacciano  col  diritto  della  forza  bruta.
    Alberto era uno di noi, un uomo che combatteva per cambiare un sistema
    marcio  ed  ipocrita  che  divora  i  suoi  figli  quando questi osano
    ribellarsi all'infamia che esso stesso produce.
    Era stato traumatizzato terribilmente;  nel penoso  peregrinare  delle
    carceri aveva perduto il filo della memoria,  erano venuti a mancargli
    i riferimenti in persone e cose,  ed inesorabilmente  era  precipitato
    nel suo abisso.
    Ma  questo  era  secondario,  il  problema ce lo aveva con questi suoi
    stati alterati, indotti dalla tortura. Il carcere non era il luogo pi
    adatto per aiutare una persona.
    Non fui sorpreso quando seppi che,  uscito,  si era dato  la  morte...
    forse in quel suo ultimo gesto rivelava il suo urlo di libert! Questa
    apparente  libert  lo  ha  ucciso.  E'  stato suicidato da una storia
    infame, una storia fra tante...
    Rammento qualcosa di simile alle Nuove di Torino.  Un  detenuto  aveva
    scontato  quasi  vent'anni  di carcere...  mancavano pochi giorni allo
    scadere della pena... un mattino le guardie lo trovarono morto. Si era
    strangolato da solo arrotolando un asciugamano attorno al collo; aveva
    fatto un nodo e ci aveva infilato un cucchiaio e,  torcendolo,  si era
    autostrangolato.  Ero  stato arrestato da poco tempo e quella morte mi
    lasci perplesso...  stentavo a capire come  un  prigioniero  prossimo
    alla libert dopo tanto calvario rinunciasse al profumo della vita...
    Ci  vollero  vent'anni  per  farmene  una  ragione,  quando un mattino
    vennero le guardie e mi dissero "preparati sei liberante"....







    GIANFRANCO FAINA.

    Note biografiche.

    - Gianfranco Faina nasce a Genova, il 6 agosto 1935.
    - milita nel P.C.I. dal 1953 al 1961.
    - si laurea in Filosofia nel 1959.
    - dal 1961 lavora come assistente volontario nell'Istituto  di  Storia
    Moderna, all'universit di Genova.
    - nel 1967 viene nominato assistente ordinario.
    -  dal  1970  lavora come professore incaricato di "Storia dei partiti
    politici".
    - ha due figli.
    - milita in Azione Rivoluzionaria dal 1977.
    - viene arrestato a Bologna, il 10 giugno 1979.
    - in carcere i medici gli  riscontrano  un  "carcinoma  polmonare  con
    metastasi  ossea diffusa" e viene ricoverato a Milano,  nel Centro per
    la cura dei tumori.
    -l'8 dicembre 1980 gli viene concessa la libert provvisoria.
    - muore nella sua casa di Vignola (Massa), l'11 febbraio 1981.


    Scritture di Gianfranco Faina.

    - Vedi Progetto memoria, "La mappa perduta", Roma 1994, Sensibili alle
    Foglie.



    Documenti prodotti da organizzazioni  armate  per  la  persona  o  per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Documenti  prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento in
    cui ha incontrato la morte.

    - I compagni di Genova, Manifesto, Genova 1981.
    Qui, in questo zinco
    sta un uomo morto,
    o le sue gambe o la sua testa,
    o di lui anche qualcosa di meno,
    o nulla, perch era
    un agitatore.
    Fu riconosciuto fondamento del male.
    Sotterratelo. E' meglio
    che solo la moglie vada con lui allo scorticatoio.
    Chi altri ci vada
     segnato.
    Quel che  l dentro
    a tante cose vi ha aizzati:
    a saziarvi e a dormire all'asciutto
    e a dar da mangiare ai figliuoli
    e a non mollare di una lira
    e alla solidariet con tutti
    gli oppressi simili a voi,
    e a pensare.
    E siccome quel che  l dentro ha parlato cos,
    l'hanno messo l dentro e dev'essere sotterrato,
    l'agitatore che vi ha aizzati.
    E chi parler di saziarsi
    e chi di voi vorr dormire all'asciutto
    e chi di voi non moller d'una lira
    e chi di voi vorr dar da mangiare ai figliuoli
    e chi pensa e si dice solidale
    con tutti coloro che sono oppressi,
    quello, da ora fino all'eternit
    dovr essere chiuso nella cassa di zinco
    come questo che  qui,
    perch agitatore; e sar sotterrato.
    (B. Brecht).

    Il compagno Gianfranco Faina  morto.
    Lo hanno accompagnato fino in fondo la violenza e  la  disumanit  dei
    suoi  nemici,  dei nostri nemici: le forze dello Stato e di coloro che
    aspirano a farsi Stato.
    Ma noi compagni che  abbiamo  condiviso  con  lui  lotte  politiche  e
    passioni  rivoluzionarie riconosciamo la sua vita,  la sua storia come
    patrimonio delle vittorie e degli errori  della  lotta  rivoluzionaria
    per la libert.






    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Gad Lerner, "Uno strano genovese di nome Faina", in: Il lavoro 13-2-
    81. Frammenti.
    (...  )  Una  domanda  triste  legata  al  nome di Gianfranco Faina 
    infatti questa: come pu avvenire, in questi ultimi anni italiani, che
    alcune delle intelligenze migliori,  uomini di  sinistra  di  profonda
    cultura,    divengano    artefici    dell'autodistruzione   fisica   e
    intellettuale,  vivano un progressivo distacco  da  ogni  speranza  di
    rinnovamento?  Fino  a  dire,  come  diceva di recente Faina quand'era
    ancora detenuto a Trani,  che "in carcere si sta benone;    il  posto
    migliore dove stare di questi tempi"? (...) L'uomo che viene sepolto a
    Pontremoli    stata  una  delle  intelligenze  pi vive del movimento
    operaio genovese degli anni '60-'70.  E i perch del  distacco  di  un
    intellettuale   come   lui   non  sono  affatto  risolti.   Cominciamo
    dall'inizio:  un fatto che a met degli anni '50 e fino alla  rottura
    del 1961,  il P.C.I.  genovese puntava molto su Faina,  lo considerava
    una "promessa",  un intellettuale  vivace  che  forse  sarebbe  potuto
    diventare  anche  un  giovane dirigente svettante oltre i livelli medi
    della burocrazia.
    E'  un  fatto  anche  che   per   tutti   i   primi   anni   sessanta,
    contemporaneamente   alla   sua   ricerca  universitaria,   il  lavoro
    d'inchiesta di  Faina  sulle  fabbriche  genovesi,  e  in  particolare
    sull'Italsider (...) fu stimolante e per molti versi anticipatorio.
    Faceva  il  corrispondente  da Genova di una rivista importante come i
    Quaderni Rossi di  Raniero  Panzieri,  in  quegli  anni  guardata  con
    sospetto  ma poi riletta e appuntata da molti quadri sindacali dopo il
    1969.
    Paradossalmente fu proprio a partire dalla minuziosa conoscenza  della
    classe operaia genovese e delle sue trasformazioni interne,  che Faina
    prese la tangente che lo allontaner sempre pi dal corpo compatto  (e
    conformista, chiuso in se stesso) della sinistra cittadina.
    Negazione  di  un ruolo rivoluzionario specifico della classe operaia,
    avvicinamento alle  tesi  situazioniste  francesi,  rivendicazione  di
    tutto  ci  che  deviante,  trasgressivo,  sovversivo,  come elemento
    portante di un processo rivoluzionario che fa  a  meno  di  partiti  e
    rifugge   da  dittature  proletarie:  questo  l'approdo  del  profondo
    studioso di Marx...
    Un '68 vissuto tutto in provetta  all'interno  dell'universit,  tutto
    fatto  di  elaborazione  ed  elucubrazione  teorica  spesso a suo modo
    geniale,  sempre  culturalmente  approfondita,   ma  ormai  senza  pi
    comunicazione con il mondo delle origini di Faina (...).


    -  AA.VV.,  "Contributo  alla  conoscenza  di un militante comunista -
    Gianfranco Faina", Genova 1979, Dattiloscritto in Archivio P.M.
    - "Gianfranco Faina (1935-1981).  Elementi di una biografia politico -
    intellettuale",   in:  Primo  maggio  19-20,  Milano  inverno  1983-84
    (Archivio P.M.).


    - Enrico Pedemonte,  "Trenta  e  lode  in  estremismo",  Genova  1981.
    Frammenti.
    (...)  Faina  lascia  i  Quaderni  Rossi,  per  divergenze politiche,
    intorno al '63.  Aderisce per  un  periodo  al  circolo  Gobetti,  che
    raccoglieva intellettuali di varie tendenze, dai liberali ai marxisti.
    Nel 1963 ha un figlio,  Luca. Nel 1965 fonda il circolo Rosa Luxemburg
    con  sede  in  via  Buranello,   a  Sampierdarena.   Iniziano  qui   i
    collegamenti di Faina con esperienze di altri paesi: entra in contatto
    con la rivista trotzkista francese "Socialisme ou Barbarie" fondata da
    un  gruppo  di  fuoriusciti  dal  P.C.F.,   e  dai  gruppi  trotzkisti
    ufficiali. (...) C', all'universit,  l'incontro tra il circolo "Rosa
    Luxemburg"  e  gli  studenti  di  Balbi;  Faina  contatta un gruppo di
    studenti che escono dall'UGI (il gruppo universitario legato al P.C.I.
    e al P.S.I.) strappando le tessere,  e che in seguito  resteranno  per
    anni legati a Faina.  Il 3 dicembre 1967 l'occupazione ha termine; due
    giorni  dopo  viene  fondata,   come  fusione  tra  il  circolo  "Rosa
    Luxemburg" e questo gruppo di studenti,  la Lega studenti-operai,  con
    sede in via Carlo Rolando.  (...) Dal '74 in poi Faina sceglie di  non
    interessarsi pi dell'universit e quindi perde,  in quell'ambito,  la
    sua funzione di leader. Inizia a studiare sempre pi a fondo la realt
    dei fenomeni rivoluzionari nei paesi a capitalismo avanzato.
    Nel  1974  fonda  un  Comitato  di  difesa  della  22  Ottobre.  (...)
    L'universit  gli  interessa  sempre meno.  Infatti non partecipa alle
    attivit  didattiche  che  altri   professori   di   sinistra   fanno,
    decentrandosi  nel  territorio.  Il suo esame ,  per,  il pi scelto
    dagli studenti, tra i 137 che hanno a disposizione. Il professor Faina
    svolge 1000-1200 esami all'anno: c' chi  sostiene  che    una  delle
    valvole  di  scarico  della facolt.  Anche su questo problema ci sono
    ovviamente polemiche.  Alcuni sostengono  che  Faina  ha  il  "trenta"
    facile  ed  in  questo  modo  toglie seriet agli studenti.  "A Faina"
    affermano invece i suoi amici "in realt la didattica tradizionale non
    interessa: gli interessa  suscitare  tra  gli  studenti  un  dibattito
    culturale   sulle  realt  dei  paesi  a  capitalismo  avanzato,   per
    individuare le avanguardie rivoluzionarie al  di  fuori  degli  schemi
    della sinistra tradizionale (...).


    - Massimo Maraschi,  A Gianfranco,  carcere, Palmi 1981, in: Francesco
    Cirillo, "Sotto il cielo di Palmi",  Diamante 1983,  Edizioni Libreria
    Puntorosso.
    E' morto un amico, un compagno...
    sarebbe facile scrivere o dire cose retoriche
    ma non ci riesco
    e poi, non mi interessa
     morto un uomo
    e la cosa sembra incredibile
    nel sentire la notizia per radio.
    La morte esiste solo nella mancanza
    E ora mi manca
    la tua grande saggezza
    la tua ironia, il tuo sorriso
    e la tua dolcezza.
    Ma, forse,  troppo tardi...
    perch mi manchi (ci manchi)
    tutta la tua vita.
    Le cose invecchiano e muoiono...
    un uomo no.
    La vita di un uomo
     una musica delirante
    malinconica, gioiosa
    e dolcissima
    che da sempre appartiene
    a tutti gli uomini,
    a tutti quelli che non muoiono
    perch han voluto vivere.


    - "Un rivoluzionario genovese",  in: Enrico Fenzi, "Armi e bagagli. Un
    diario dalle Brigate Rosse", Genova 1987, Costa & Nolan. Frammenti.
    (...) Tra il Gianfranco  che  vedevo  nei  corridoi  e  nelle  stanze
    dell'Istituto  di  Storia  Moderna  dell'Universit di Genova,  in via
    Balbi,  e quello che si aggirava per il cortile  del  carcere  con  il
    mazzo  di carte in tasca,  in cerca di un socio qualsiasi con il quale
    accovacciarsi nell'angolo per la briscola o la scopetta (non c' molta
    differenza).  Sempre,  prima e poi,  l'ho visto portare in giro l'aria
    dinoccolata  e  sorniona  di  chi  ha  in  mente  qualcosa d'altro: un
    prestigiatore miope e curioso, a caccia dell'occasione buona per tirar
    fuori il coniglio dal cappello. (...)
    Devo dire almeno un'altra cosa, su di lui,  forse l'essenziale.  C'era
    nella sua amoralit,  nel suo accidioso dispetto, qualcosa di cocciuto
    e irriducibile: una moralit,  insomma,  che faceva di lui in  maniera
    solare,  indiscutibile,  un cosiddetto uomo di sinistra.  So bene cosa
    voglio  dire,   e  tutti  quelli  che  l'hanno  conosciuto  lo  sanno.
    Gianfranco  ha  versato  i  pi  violenti  e  dissacranti sarcasmi sul
    P.C.I., sui sindacati, sul movimento operaio e la sua storia,  e sugli
    operai medesimi,  e viveva realmente questo rapporto d'inimicizia.  Ma
    ci non l'ha mai portato fuori,  in maniera misteriosa ma  certa,  dal
    suo patrimonio genetico.
    Era lui stesso, nelle sue ossa, nella sua pelle, nei suoi abiti, nella
    sua  camminata,  una natura di classe fatta persona,  un irrimediabile
    proletario,  un vecchio rivoluzionario che Conrad avrebbe dipinto  con
    odio   e   ribrezzo,   nell'"Agente   segreto",   in  "Con  gli  occhi
    dell'Occidente".  In fondo,  la sua adesione alle B.R.  ha dato  forma
    estrema  a  questa contraddizione.  Che  pero tale solo a posteriori,
    nelle parole di chi prova a raccontare Gianfranco.  In lui  non  c'era
    contraddizione.   Era  cos,  e  basta.  Mobilissimo  eppure  immobile
    ("Tant', resta sempre uno di Sampierdarena", dicevano i suoi malevoli
    colleghi),  e stanco,  alla fine,  di  tanti  disperati  tentativi  di
    inventarsi un'altra storia (...).




    Testimonianze al Progetto memoria.

    -  Luigi Grasso,  Testimonianza al Progetto memoria,  Genova 1993,  in
    Archivio P.M. Frammenti.
    Il  movimento  del  '68,   che  a  Genova  pi  che  altrove  si  era
    identificato   con  la  critica  della  burocrazia  e  con  il  motivo
    libertario fondamentale dell'autorganizzazione  rivoluzionaria  e  del
    rifiuto di ogni delega,  esigenza allora diffusa ed espressa da molti,
    non  per immaginabile  nei  suoi  sviluppi  pi  concreti  e  rapidi
    all'infuori  di  quel  "Circolo  Rosa  Luxemburg"  alla cui fondazione
    Gianfranco aveva contribuito in modo decisivo.
    Il  nome  della  rivoluzionaria  polacca  era  un  programma  e   tale
    significato  gli  avevano  voluto  dare gli intellettuali e gli operai
    libertari ed antiautoritari che vi si riunivano.
    L'operaismo residuo di Faina e del "Circolo" era quindi di  segno  del
    tutto differente da quello dei vari (e diversi fra loro) gruppi allora
    esistenti e coi quali peraltro Faina collaborava e teneva rapporti, ed
    era  soprattutto  autorganizzazione operaia (e anche non operaia) come
    riscatto umano e  superamento  della  sottomissione  sociale  e  della
    "servit" secolare alla gerarchia e al mercato.
    Da una tale impostazione l'abbandono dell'operaismo era fatale,  ma le
    era  fatale  soprattutto  il  rifiuto  del  feticcio  fabbrichista   e
    dell'idea  che  "operaio"  fosse di per se stesso un valore positivo o
    portatore di chiss quale positivit e si  dovesse  fare  ad  esso  un
    riferimento perenne e canonico. (...)
    G.F.  stava comunque dentro la cultura di critica radicale che fondava
    quelle tematiche e quei personaggi e infatti dopo essere  passato  per
    la  difesa  reale  (e  non puramente nominale) dei diritti civili e di
    quelli delle minoranze (le donne,  e la sua simpatia per il  movimento
    femminista, la giovent abbandonata e l'immoralit del perbenismo, che
    si  diceva  allora  "borghese",  ma  che permeava tutta la maggioranza
    silenziosa finalmente non divisa,  col caso Borghini) Faina approd  a
    "Fare  della malattia un'arma" che fu il suo ultimo impegno politico e
    culturale prima della clandestinit. (...)
    Egli difendeva l'aspetto positivo  della  rivendicazione  del  diritto
    alla  ricchezza  e  all'uguaglianza  nel  godimento  massimo dei beni,
    rispetto ai poverismi di ogni genere,  ma vedeva anche come dentro  la
    logica   mercantile   ci   potesse   pericolosamente   comportare  la
    riproduzione delle gerarchie  e  finisse  talvolta  per  esprimere  il
    cinismo,  culto  del potere e del privilegio economico,  tendenza allo
    sfruttamento ed elogio della furberia  (anzich  dell'astuzia)  e  del
    particolarismo    (anzich    dell'individualismo    come   potenziale
    autoaffermazione armonica di tutte le personalit).
    Nel suo rapporto col carcere e i proletari prigionieri,  oltre che  il
    rifiuto  anarchico  del  carcere  e  della  penalit e soprattutto dei
    tribunali  popolari,   c'era  il  riconoscimento  che  una  parte  del
    proletariato   marginale   si   era   staccato   dalla   "criminalit"
    capitalistica  e  la  metteva  in   discussione   proprio   attaccando
    l'economia e lo Stato. (...)
    Tutta  la  cultura  ed  azione  politica  di  G.F.  era  poi intessuta
    dall'azionismo e dal principio dell'iniziativa diretta costante  degli
    individui  e  delle  classi,  tanto che il principio organizzativo del
    Maggio Francese,  il "Comitato d'azione" era stato da lui riproposto e
    teorizzato  all'Universit e che il cartello della nata e subito morta
    "Lega operai studenti" per  la  manifestazione  d'appoggio  al  maggio
    francese, vedeva scritto lo slogan "potere alla piazza".
    Infatti Faina credeva nella "piazza" e in tutto quello che era "grande
    fermata" del tempo e rioccupazione delle strade. (...)
    E  la  piazza  poteva  essere anche il contrario della "massa" e della
    "folla" intese come passivit,  casuale (ma non troppo) presenza delle
    persone   e   delle   cose  nei  luoghi  deputati  della  circolazione
    mercantile,  e al limite la traduzione  collettiva  del  luogo  comune
    repressivo  portato  alle  estreme  conseguenze del linciaggio o delle
    dimostrazioni comandate,  le "maggioranze silenziose" di destra  e  di
    sinistra.
    Il  confine non era certo visibile,  ma definiva per G.F.  una precisa
    differenza,  senza la quale non si capirebbe come egli  potesse  avere
    tanto  in  antipatia,  e  non  solo per I'uso che ne veniva fatto,  la
    "massa"  anonima,   e  ancor  pi  le  "masse"  di  sinistra   memoria
    socialcomunista.  (Quando erano parate,  e lo erano quasi sempre, G.F.
    partecipava ai  cortei  solo  per  il  loro  aspetto  (qualche  volta)
    divertente e di sagra paesana nel cuore di una citt). (...)
    Per G.F.  gli operai genovesi erano diventati "Operai,  palanche mai",
    che non era un commento salace  ma  affettuoso  e  bonario,  bens  un
    atteggiamento critico che egli non dismise mai e che col tempo si fece
    sempre pi forte. (...)
    Nell'appoggio  che gli studenti del movimento e gli operai e impiegati
    della Lega con G.F.  e altri avevano dato agli operai della Cressi  vi
    era  stata  solidariet  s,  ma  nessun  pietistico  "andare verso il
    popolo".   Persino  in  quell'ultima  spiaggia  del  suo   "operaismo"
    particolare  Gianfranco rifiutava i populismi e non faceva mistero del
    suo disincanto.  (...) "Ma perch fate questo per noi?" aveva  chiesto
    uno  di loro (...) "Perch?",  aveva detto Gianfranco,  e non lo aveva
    detto con un sorriso o con  quella  risata  autoironica  che  gli  era
    tipica,  ma  quasi  con  rassegnazione,  e certamente con un tono che,
    senza saperlo,  era un congedo dalla sua giovinezza comunista e da una
    qualsiasi  speranza  di "societ liberata" o positiva fiducia in essa:
    "Perch siamo dei masochisti".  Cos,  e non  un caso che  nei  detti
    memorabili  di  questa  vicenda  del  gennaio  1968  ricorresse per la
    seconda volta una metafora sessuale,  erano finiti per Gianfranco  gli
    anni  sessanta  e  l'esperienza  di vita e di partecipazione teorica e
    politica che si era anche chiamata "Classe Operaia" e in quel  momento
    si chiamava "Lega Operai Studenti". (...)
    E qui cominciava a rivelarsi quell'esigenza di maggiore durezza e quel
    sentire pi gravemente l'impegno rivoluzionario che le bombe di piazza
    Fontana  avevano  fatto  maturare  in  Gianfranco  e in altri e che si
    manifester decisivamente in  quella  vicenda  dei  pornovolantini  di
    pedagogia alternativa della primavera 1970.
    G.F.  non  voleva  essere  arrestato per cose che non sentiva pi come
    proprie,  ma  eventualmente,   se  proprio  un  giorno  avesse  dovuto
    accadere, per qualcosa che "fosse valsa la pena".
    Ma  dopo  lo  scioglimento di Ludd egli si era come appartato e si era
    dedicato molto allo studio del nichilismo russo, che aveva scelto come
    argomento per il suo corso di "Storia  dei  partiti  politici"  e  pi
    tardi, all'inizio del 1971, aveva partecipato alle iniziative a favore
    di Borghini,  il giovane la cui vicenda era esemplare della condizione
    dei ragazzi senza famiglia. (...)
    Allo stesso modo Faina non sopportava gli apparati anarchici, come non
    aveva sopportato quelli del P.C.I.,  ed era  ironico  ed  insofferente
    verso  certe  caratteristiche  di  seriosit  o di moralismo o di pura
    esteriorit.
    Parlando del capo degli anarchici di Imperia, che in quel momento egli
    stava guardando in una  fotografia,  disse  che  "gli  anarchici  sono
    sempre seri", quasi funerei, e che "non ridono mai".
    Nell'ambito  dell'area dell'organizzazione anarcorivoluzionaria di cui
    faceva parte, egli si occupava evidentemente del carcere,  e tanto pi
    quando  egli  stesso  si  era  trovato  in  quella  condizione  ma per
    l'appunto il suo interesse veniva da lontano e si era  manifestato  in
    passato anche in forme democratiche classiche,  come dimostrava il suo
    interesse per una  lista  elettorale  dei  carcerati,  che  era  stata
    ventilata nel 1972, nella fase conclusiva del "caso Valpreda".
    Il  suo  richiamo  verso  i  "dannati della terra" era tanto sincero e
    ricambiato, che in carcere egli preferiva spesso condividere gli spazi
    con detenuti di "malavita" (...).
    Ma G.F.  aveva avuto modo di misurarsi direttamente,  sia pure per una
    circostanza  molto  casuale  e  contingente,  con  la  tematica  della
    psichiatrizzazione e delle istituzioni totali; nel 1972,  quando aveva
    firmato un esposto denuncia per il caso di X, un professore suo amico,
    la  cui  vicenda kafkiana gli aveva dato modo di affrontare quel tema,
    dopo una serie di vicissitudini e scontri verbali con gli infermieri e
    i "medici" nel manicomio di Quarto. (...)
    Ma in tutto il periodo che va dal dicembre 1972 all'autunno  del  1973
    (e  poi come appendice nell'autunno del 1975) Faina si era dedicato ad
    una elaborazione  teorica  e  pratica  della  critica  e  del  rifiuto
    dell'istituzione  scolastica ed universitaria,  ripreso in parte dalle
    idee di Ivan Illic.  (...) Sul piano  culturale  per  i  primi  tempi
    dell'agitazione  avevano  visto  G.F.  muoversi  soprattutto nella sua
    veste di intellettuale e docente universitario e trovare interlocutori
    soprattutto nell'area dei professori e degli assistenti del Manifesto.
    (...)
    Pi tardi G.F.  aveva preso la strada di  Milano  e  non  ne  era  pi
    tornato.
    Ma non era mai stato clandestino, se non quando vi era stato costretto
    dall'emissione  di  un  mandato  di  cattura  nei suoi confronti,  nel
    novembre 1977, quando,  pur abitandoci e tenendoci i suoi corsi,  egli
    non  era  pi a Genova da tantissimo tempo e quasi non se la ricordava
    pi. (...)
    G.F.  aveva rifiutato di andarsene,  per un impegno  morale  verso  se
    stesso, e perch voleva seguire la propria strada di "resistente" come
    Rinaldo aveva fatto fra il 1943 e il 1945.
    Per  lui per,  e lo sapeva,  non vi sarebbe stato alcun 25 aprile,  e
    aveva scelto di essere come un partigiano,  proprio lui che  detestava
    l'antifascismo. (...)
    Rinaldo  per non aveva pi lasciato G.F.  e gli faceva visita tutti i
    giorni a Milano,  quando era caduto ammalato e si  trovava  ricoverato
    l.  Gli  aveva  dedicato  i suoi ultimi anni e si era ammalato ed era
    morto della sua stessa malattia.
    E i versi del poeta russo Lermontov che saranno poi  dedicati,  in  un
    manifesto  del 1988,  al ricordo di G.F.,  li aveva scritti lui in una
    lettera,  per dire che appunto quei versi gli ricordavano la figura di
    G.F. e gli davano il senso della sua vita irrequieta:
    "Sotto  di  lui  la  corrente riluce pi dell'azzurro / sotto di lui 
    tutto d'oro il carro del sole / ma lui ribelle ricerca la  tempesta  /
    perch solo nella tempesta c' la quiete".


    - Clara Ghibellini,  Enza Siccardi, Testimonianza al Progetto memoria,
    Genova 1995.
    Gianfranco era un compagno  speciale,  che  sapeva  unire  al  rigore
    rivoluzionario un notevole sense of humor.  Un celebre manifesto degli
    anni '70 raffigurava un compagno in catene,  con lo sguardo fiero e un
    sorriso  di  trionfo:  la didascalia diceva: una risata vi seppellir.
    Gianfranco era questo.
    Di fronte a lui non si poteva restare indifferenti: o lo si amava o lo
    si odiava.  Questo accadeva perch "politico" e "personale" erano  per
    lui una cosa sola: nei rapporti con gli altri privilegiava la simpatia
    all'intesa  ideologica;  aveva una grande capacit di penetrazione che
    lo portava a conoscere gli individui a fondo e a dividerli in  "buoni"
    o  "cattivi"  senza  sfumature  intermedie.  Con  i  buoni  instaurava
    rapporti di amore, destinati a durare e che niente o nessuno,  come la
    storia ha dimostrato,  riusciva a spezzare (non  stato mai tradito da
    nessuno dei suoi compagni o dei suoi amici).  La stessa radicalit  si
    manifestava nei confronti dei cattivi, che non gli ispiravano odio, ma
    disgusto.  E  proprio questo suo disgusto si traduceva in provocazione
    sarcastica.  Da qui la fama di provocatore,  creatagli  attorno  dalla
    "sinistra"  genovese,  pi o meno estrema,  e che colpiva anche i suoi
    compagni di fede e chi gli voleva bene. "Diffidare di Gianfranco e dei
    suoi amici" era uno slogan troppo spesso ripetuto a Genova negli  anni
    '70. Gianfranco non era un prodotto del '68. Gi all'inizio degli anni
    '60,  quando  ancora  all'universit  regnavano i baroni in gran parte
    reazionari, dava indicazioni in senso diametralmente opposto.
    L'ho conosciuto nel '63, quando era assistente di storia moderna.  Ero
    in  attesa  di  dare  l'esame  e parlavo fuori dall'aula con gli altri
    studenti.  Fra noi c'era una "prima della classe" che snocciolava nomi
    e date di storia contemporanea che per lo pi ignoravamo.  Come sempre
    accade in simili situazioni era riuscita  a  farci  cadere  tutti  nel
    panico. Per un attimo pensai di non presentarmi neppure. Poi la "prima
    della classe" entr nell'aula e dopo pochi minuti,  durante i quali si
    sentirono urla e  strepiti,  usc  piangendo.  La  circondammo  subito
    ansiosi di sapere cosa fosse accaduto.  La ragazza,  fra i singhiozzi,
    disse di non saperlo: il professor Faina si era arrabbiato  e  l'aveva
    cacciata  sentendole  dire  che  Mussolini  era  andato  al potere per
    evitare che l'Italia sprofondasse nel  caos  a  causa  della  violenza
    operaia. Io, figlia di un partigiano comunista che avevo sempre pagato
    a caro prezzo quella scomoda paternit, mi sentii rinfrancata e provai
    un  sentimento  di  simpatia  e  gratitudine  nei  confronti  di  quel
    professore che ancora non  conoscevo  e  che  rendeva  giustizia  agli
    antifascisti  come  mio  padre.  Quando  arriv  il mio turno,  entrai
    nell'aula e,  dopo essere passata sotto le forche caudine degli  altri
    docenti,  mi sedetti davanti a Gianfranco che cominci a guardarmi con
    la sua "faccia da schiaffi",  perch dall'aspetto certamente mi  aveva
    catalogata come la sua prossima vittima. Non appena lesse il mio nome,
    per,  mi  chiese se ero la figlia dell'avvocato Ghibellini,  al quale
    faceva ricorso  con  successo  per  ottenere  finanziamenti  destinati
    all'attivit  politica  a Balbi.  Mi domand allora di parlargli della
    teoria del plusvalore.  Lo accontentai e alla fine mi  disse:  "Brava!
    Complimenti!  Peccato  che  mi  esponga Marx come lo esporrebbe la sua
    fruttivendola".  E io replicai: "Sono molto fiera di esporre Marx  con
    un  linguaggio comprensibile a una proletaria".  "Touch,  Ghibellini,
    pu accomodarsi", e mi diede trenta. Da quel momento in poi Gianfranco
    per me  stato un compagno speciale.
    Dopo questo episodio lo incontrai alcune volte finch non mi  telefon
    durante un'occupazione di Balbi dicendomi di smettere di fare la mamma
    a  tempo  pieno.  Ricordo  che  andai  all'universit  e al momento mi
    entusiasmai di quello che vidi,  ma la routine quotidiana di madre  di
    famiglia  mi  riprese  nei suoi ingranaggi e di fatto non partecipai a
    quelle prime forme di lotta.  Solo a met degli anni '70,  quando  mio
    figlio non aveva pi bisogno della mia costante presenza potei offrire
    una  disponibilit  che  si  manifest principalmente nella difesa dei
    detenuti politici portata avanti dalla  Lega  dei  Diritti  dell'Uomo.
    Entrai  perci  a  far parte di questo organismo in cui erano presenti
    esponenti di varie realt rivoluzionarie genovesi.  La sezione  locale
    della  Lega  era  infatti abbastanza anomala rispetto alla Casa Madre,
    basti pensare che ne facevano parte,  oltre a Gianfranco,  alcuni  che
    poi  furono  inquisiti per banda armata,  e la componente marxista era
    preponderante.  A un certo momento si pose il  problema  di  espellere
    Gianfranco,  espulsione  i  cui  motivi  mi  rimangono tuttora oscuri,
    perch conoscendo  bene  chi  era  e  quello  che  stava  facendo  non
    esistevano a mio parere giustificazioni valide per determinare una sua
    espulsione.   Ripensando   oggi   all'episodio,   l'unica  spiegazione
    plausibile pu essere ricercata nella sua diversit politica.  Ricordo
    con  tristezza  una  riunione  in  cui  a maggioranza (con il mio voto
    ovviamente contrario) si decret l'allontanamento  di  Faina.  Occorre
    forse fare un passo indietro.  In una riunione precedente,  quando gi
    c'era sentore di una  sua  espulsione,  Gianfranco  aveva  mandato  un
    compagno a proporre alla Lega di esporsi per la difesa dei Comontisti,
    il   che   era   stato   vissuto  come  un'ennesima  provocazione  del
    "provocatore" per eccellenza.
    Quando ormai era latitante, ed era chiaro che prima o poi lo avrebbero
    arrestato, Enza ed io lo abbiamo incontrato a Milano e la nostra prima
    idea  stata di chiedergli perch non se  ne  andava  all'estero.  Una
    ragione  della sua permanenza in Italia fu espressa chiaramente ed era
    che gli ripugnava mettersi in salvo mentre i suoi compagni erano quasi
    tutti in carcere.  La nostra impressione    per  che  ci  fosse  una
    seconda ragione: Gianfranco aveva,  come molti compagni, puntato tutto
    sulla  "rivoluzione"  e  il  crollo  dell'utopia  gli  toglieva   ogni
    interesse  per il suo destino.  Era per lui inconcepibile trasformarsi
    nell'intellettuale rivoluzionario che all'estero frequenta  i  salotti
    della  borghesia illuminata,  esaltando le proprie eroiche imprese,  e
    svolgere il ruolo di leader che ex chatedra indica agli altri la linea
    da seguire.  In  pratica  pensiamo  avesse  accettato  l'arresto  come
    conclusione  inevitabile  della  storia di un uomo che da vent'anni si
    contrapponeva a ogni forma di potere.
    Al processo di Livorno era eccezionalmente allegro,  quasi che la cosa
    non  lo riguardasse e dalla gabbia si rivolgeva sorridente ai compagni
    arrivati da Genova indicando con le dita il numero di anni in pi  che
    l'arringa  politica del difensore gli avrebbe fatto appioppare.  Anche
    nel carcere di Volterra  era  molto  sereno  e  durante  il  colloquio
    scherzava e voleva essere messo al corrente dei pettegolezzi genovesi,
    preferendo  lasciar  perdere ogni discorso politico.  Si incup per un
    attimo solo quando gli chiesi dove avrebbe portato la  "strategia  del
    pentitismo":  a  quel  punto infatti rispose che avrebbe portato molto
    lontano, perch presto si sarebbero pentiti quasi tutti.
    E' vero che la galera distrugge comunque l'uomo,   anche  vero,  per
    che  alcuni la sopportano meno peggio degli altri e questo non dipende
    n dalla "forza morale" n dal "coraggio",   una questione di  "forma
    mentis".  Si  pu essere rivoluzionari,  ribelli,  o entrambe le cose:
    Gianfranco era un rivoluzionario ribelle.  Era un  anarchico  che  non
    voleva  sostituire norme con altre norme,  ma voleva abolire ogni tipo
    di norma,  in una  societ  totalmente  libera.  La  privazione  della
    libert   significava  non  soltanto  un  momento  di  sconfitta  come
    rivoluzionario, ma la negazione totale di quell'impulso insopprimibile
    alla libert che era in lui.
    E' indubbio che alla base dei tumori esistono fattori congeniti,  ma 
    anche  provato che l'elemento scatenante pu avere radici psicologiche
    e  in  quest'ottica  va  letto  il  tumore  polmonare  che  ha  ucciso
    Gianfranco in dieci mesi. Ricoverato all'istituto tumori di Milano, la
    magistratura  decise di dargli la libert provvisoria,  per cui gli fu
    tolta la sorveglianza dei carabinieri. Pur stando molto male, ne prov
    sollievo perch,  per lo meno,  aveva ottenuto di  morire  'in  pace',
    lontano dall'occhio vigile della benemerita.
    Ci  rendiamo  conto  che  quanto  abbiamo  detto  pu  sembrare un po'
    agiografico,  e provvediamo subito  a  mostrare  un  altro  volto  del
    compagno Faina. Era uno dei primi "puttanieri" di Genova, al punto che
    era  pi  semplice farsi elencare i nomi delle donne con cui non aveva
    scopato piuttosto che quelli delle donne a cui aveva concesso  i  suoi
    favori.  Per  portare  avanti  una vita amorosa cos intensa ricorreva
    alle pi spudorate menzogne, che venivano regolarmente scoperte perch
    Genova  una citt 'piccola',  dove ognuno  non  si  fa  mai  i  fatti
    propri.  Gli si deve riconoscere,  per, una straordinaria abilit nel
    portare avanti rapporti plurimi perch  non  si  sono  mai  verificate
    scenate fra le donne del suo harem,  moglie legittima a parte.  Le sue
    avventure avevano due tipi di protagoniste: le donne che gli piacevano
    e quelle che gli servivano per scopi politici.  A questo proposito era
    molto  rammaricato  di  non  essere  riuscito  a  dar  prova delle sue
    prestazioni a una leader femminista,  non  particolarmente  attraente,
    che  avrebbe  potuto  servirgli  per  mantenere  migliori rapporti con
    l'altra met del cielo genovese.  Esercitava il proprio fascino  anche
    su  compagni che talvolta si trasformavano in valletti,  zelanti nello
    sbrigare compiti speciali,  quali comprargli il giornale,  portargli a
    spasso il cane, eccetera...
    In un'epoca in cui essere rivoluzionari significava per molti vestirsi
    male,  mangiare  male  -  ma bere sempre,  abitare in case squallide e
    sporche,  Gianfranco non nascondeva il fascino discreto che gli abiti,
    la  tavola  e  l'arredamento  "borghesi"  esercitavano su di lui.  Era
    infatti  sempre  elegante,  pulito,   abitava  in  case  molto  belle,
    personali, non anonime.
    Ci  sono  assenze  pi  forti  delle presenze.  In questa fase storica
    certamente Gianfranco non avrebbe avuto  modo  di  realizzare  la  sua
    utopia,  per    indubbio  che se insegnasse ancora,  l'universit di
    Balbi non sarebbe avvolta nell'atmosfera grigia in cui oggi  immersa;
    il  suo  raggio  di  luce  sarebbe  forse  un  po'   affievolito,   ma
    rischiarerebbe  sempre  quell'edificio un tempo pieno di colori e oggi
    anonimo.


    - Riccardo D'Este, Testimonianza al Progetto memoria, Torino 1995.
    Di Gianfranco si  detto e scritto molto.  Era una persona assai nota
    e  credo che anche nel Progetto memoria ci siano abbastanza materiali.
    Perci non tento una biografia  che  sarebbe  assai  pi  complessa  e
    richiederebbe maggior spazio.
    Come  testimonianza,  voglio  ricordare  tre  cose  importanti del mio
    legame con Gianfranco.
    Ci siamo conosciuti essendo entrambi passati per i Quaderni  Rossi  ed
    approdati,  sin  dalla  fondazione,  in Classe Operaia.  Quando Classe
    Operaia ebbe una chiara svolta "entrista" nel P.C.I., Gianfranco,  con
    tutta  la "sezione" di Genova,  se ne usc quasi immediatamente.  Devo
    ammettere che io non feci lo stesso: assai  giovane,  affascinato  dai
    Tronti,  dagli Asor Rosa, dai Negri, dagli Alquati, cercai di condurre
    una  battaglia  all'interno,  che  Gianfranco  aveva  gi  visto  come
    impossibile.
    Non molto tempo dopo,  ruppi anch'io ed in questo modo i miei rapporti
    con Gianfranco ripresero sostanza.  Stavamo spesso insieme soprattutto
    a Genova. Nacquero cos il circolo Rosa Luxemburg e successivamente la
    Lega Studenti-Operai.
    Sicuramente  Gianfranco  stato uno dei "padri" della rivolta radicale
    in Italia.
    Quando, dopo un periodo di detenzione,  mi ritrovai libero ma senza un
    particolare lavoro,  Gianfranco ebbe un'idea veramente geniale: quella
    di farmi dare una cattedra all'universit di Genova, dove peraltro lui
    insegnava,  come professore di  critica  della  vita  quotidiana.  Non
    scherzava.   Lo  propose  all'assemblea  di  ateneo,  ottenendo  forti
    sostegni: l'ipotesi non pass per un solo voto.
    Questo episodio dimostra,  a mio  avviso,  non  solo  l'umanit  e  la
    solidariet di Gianfranco,  ma anche il suo modo radicalmente beffardo
    di trattare con le istituzioni.
    Ci staccammo quando lui  fond  a  Genova  le  Brigate  Rosse.  Questo
    perch,  da parte mia,  vi era disaccordo su quelle tesi, che peraltro
    lui  stesso  non  condivideva;   ma  l'ansia  di  fare,   la  passione
    suscitatagli  da  Baader  Meinhof  (su cui scrisse un testo esemplare:
    "Lampi di luci nelle tenebre") lo aveva spinto alla scelta della lotta
    armata. Le incongruenze con le tesi ufficiali delle B.R. fecero s che
    si   allontanasse   da   quell'organizzazione   e   che    costituisse
    successivamente  Azione  Rivoluzionaria,  che  sempre  si  defin come
    anarco  comunista.   Essendo  io  critico  anche  rispetto  a   questa
    organizzazione, perch troppo organizzazione, per un certo periodo non
    ci frequentammo pi. Ma non con disaffezione.
    Ci  ritrovammo  nel  carcere  di Cuneo;  Gianfranco mi raccont le sue
    ansie,  i suoi dubbi,  i suoi malesseri.  Diceva che non  avrebbe  mai
    scontato  la  pena che i tribunali gli avevano erogato (diciotto anni)
    mentre altre lo aspettavano.
    Quando io uscii, per scadenza termini,  gli lasciai il mio posto nella
    cella  comune  perch  era stufo di stare in cella singola,  mi chiese
    parecchie cose di cui non voglio dire,  ma soprattutto mi annunci che
    lui quella carcerazione non l'avrebbe fatta.  Col cazzo!  Visto che le
    evasioni non erano per niente facili capii subito quale sarebbe  stata
    la sua "evasione". L'anno dopo mor di cancro.
    Sono andato a trovarlo e la prima cosa che mi disse, forse consapevole
    della  malattia letale,  fu: "Allo Stato gliel'ho messa in culo".  Per
    Gianfranco,  amante appassionato della libert,  era meglio morire che
    acquietarsi come prigioniero.
    Uno dei compagni cardine della critica rivoluzionaria in questo paese,
    in questa seconda met di secolo.













    ROBERTO PECI.


    Note biografiche.

    - Roberto Peci nasce a Ripatransone (Ascoli Piceno), il 2 luglio 1956.
    - frequenta le scuole a San Benedetto del Tronto.
    - si diploma perito elettrotecnico.
    - lavora come riparatore T.v.
    - si sposa il 9 giugno del 1979.
    -  ha  due figli,  una dei quali nasce cinque mesi dopo la sua morte e
    porta il suo nome.
    - milita nelle Brigate Rosse.
    - viene arrestato il 26 ottobre 1979 e scarcerato pochi giorni dopo.
    - viene sequestrato da un nucleo delle Brigate Rosse - Fronte Carceri,
    a San Benedetto del Tronto, il 10 giugno 1981.
    - viene ucciso dal Fronte Carceri delle Brigate Rosse,  a Roma,  il  2
    agosto 1981.




    Scritture di Roberto Peci.

    -  Roberto  Peci,  Lettera  al fratello Patrizio durante il sequestro,
    luglio 1981,  in: Luigi Manconi,  Vittorio Dini,  "Il  discorso  delle
    armi, Brigate Rosse", Milano 1981, Savelli Editori.
    Caro Patrizio,  ti scrivo per chiarire certe cose perch ho letto sui
    giornali le  cose  che  tu  hai  detto.  Tu  sai  bene  che  non  puoi
    dichiararti  pentito  perch  prima  di  parlare  tu  hai voluto delle
    garanzie da parte dei carabinieri,  ed hai trattato perch non  volevi
    stare in galera, hai voluto da Dalla Chiesa (...) un tanto al mese per
    sopperire  alle  spese  che dovevi sostenere in carcere e quando hanno
    acconsentito alle tue richieste (una nuova  vita  all'estero  con  dei
    soldi) hai denunciato i compagni.  Dopo questo hai sempre fatto quello
    che volevano i carabinieri e sempre loro ti hanno guidato,  sempre  ti
    hanno consigliato prima di fare qualsiasi cosa,  come nella teoria "la
    lotta armata  finita". Sai benissimo che non sei stato tu a crederlo,
     solo una teoria di Dalla Chiesa.  Non sempre hai  detto  la  verit,
    come nella storia della (...) per coprire me non hai detto come stanno
    le cose. Oggi tu vai per la tua strada, fai sempre quello che vogliono
    i carabinieri,  non fai una cosa senza di loro, continui a dire che il
    pentimento  giusto, quando sai benissimo che non esistono pentiti, ma
    solo persone che trattano la propria libert, come sai benissimo che i
    pentiti sono stati tanti ma nessuno  pentito di quello che ha  fatto,
    ma    costretto  a passare per tale per uscire di galera con il pacco
    dono.  Non negare la verit di come stanno le cose,  anche  per  me  
    importante  che  tu  dica  la  verit,  quello  che  tu  hai  detto ai
    giornalisti di Torino non vuol dire niente.  (...)  Mi  trovo  in  una
    prigione  del  popolo perch anch'io senza volerlo ho detto delle cose
    che hanno danneggiato dei compagni.  L'ho fatto per uscire dalla lotta
    armata e quindi ho aiutato il progetto dei carabinieri.  Non pensi che
    (...) il progetto dei carabinieri sia miseramente  fallito?  Quindi  
    fallito anche il tuo atteggiamento ed anche la mia collaborazione.  La
    realt dimostra che non  giusto e non conviene,  non ti accorgi che 
    la lotta armata a vincere, non Dalla Chiesa?
    Se  mi vuoi aiutare,  ammetti che sono giuste le cose che ho scritto e
    fai in modo che il Movimento Rivoluzionario e il proletariato  possano
    avere  elementi concreti per esprimere la sentenza nei miei confronti.
    Solo la chiarezza sul ruolo che tu ed io abbiamo avuto  pu  aiutarmi.
    Aspetto di sentirti. Ciao Roberto.


    - Roberto Peci,  Dichiarazione durante il sequestro,  luglio 1981, in:
    Luigi Manconi, Vittorio Dini, "Il discorso delle armi, Brigate Rosse",
    Milano 1981, Savelli Editori.
    Quando  nel  1977  fui  arrestato,  pressato  dai  carabinieri,   fui
    costretto  a  dire  i  nomi di otto compagni che frequentavano la casa
    dove ci riunivamo,  forse in quel momento io non pensavo  di  arrecare
    danno  ai  compagni,  ma poi,  come i fatti dimostrano,  i carabinieri
    hanno  usato  questi  nomi  per  i  loro  affari   e   hanno   cercato
    ripetutamente di venire alla carica per saperne di pi. Questo  stato
    il  mio  primo  errore.  Il  maresciallo  Ceneri spesso mi chiamava in
    caserma con delle scuse per cercare di sapere  dove  si  trovasse  mio
    fratello.  La  ricompensa  di ci,  anche se non pattuita,  era che mi
    lasciavano in pace. I compagni mi isolarono subito,  e io,  che in fin
    dei conti mi ero tirato fuori dalla lotta armata,  tirai avanti.  Ecco
    che si dimostra che non esiste nessun pentimento,  nessuno si pente di
    ci  che  ha  fatto,  bens  cerca  di contrattare la propria libert.
    Invece che pentirsi esiste un vero e proprio mercato, di acquisto e di
    vendita,  dove i commercianti privilegiati  sono  i  carabinieri,  che
    cercano,  annientando psicologicamente, di far sembrare la trattazione
    un pentimento,  per poi gestire politicamente le cose.  Oggi mi  rendo
    conto  degli  errori  commessi,  e  anche  dei  problemi  arrecati  ai
    compagni. Quando nel 1979 mi arrestarono in seguito alla perquisizione
    armata alla Confapi,  anche se io non lo sapevo,  volevano lanciare un
    segnale  a  mio fratello,  per dimostrargli la loro buona volont e mi
    rilasciarono;  tutto questo perch mio  fratello  telefonando  a  casa
    dimostr chiaramente la sua debolezza,  piangendo e stando al telefono
    per  sei  minuti;  probabilmente  i  carabinieri  lo  localizzarono  e
    cominciarono a cercarlo, lo trovano verso dicembre, lo fotografano, lo
    perdono,  lo  ritrovano dopo un mese e lo arrestano.  Appena arrestato
    viene portato nella caserma di via Valfr dove il capitano... comincia
    a curarlo  e  a  minacciarlo  che  se  non  avesse  parlato  avrebbero
    arrestato  anche  me  e che se avesse parlato avrebbe avuto dei grandi
    vantaggi.  Patrizio rifiut di collaborare.  Dopo una settimana  viene
    portato  nel carcere di Cuneo,  dove continuarono i tentativi di farlo
    parlare; si aggiunge ai carabinieri in questo tentativo il maresciallo
    comandante delle guardie di Cuneo.  Patrizio rifiuta,  va al processo,
    torna  in  carcere  e dopo una decina di giorni manda a chiamare Dalla
    Chiesa che arriva subito e gli dice di essere disposto a  parlare,  ma
    Dalla Chiesa vuole una prova: via Fracchia.
    Dopo  tale  prova  il  generale  parte  per  Roma e chiede a Cossiga e
    Pertini cosa lo Stato pu offrire in cambio,  riceve garanzie  di  una
    uscita  di  prigione  veloce  con una legge che verr presto proposta.
    Ritorna da mio fratello,  che nel frattempo era stato riportato  nella
    caserma di via Valfr,  e gli dice che in circa sei mesi lo fa uscire,
    per i soldi,  problemi non ce ne sono perch li  stampano  loro.  Cos
    incomincia  a  parlare  con  i  carabinieri.  Poi  parla con i giudici
    Caselli e Bernardi che sembrano i pi  disposti  ad  aiutarlo;  i  due
    giudici  sono  entusiasti  della  cosa  e svolgono bene il loro ruolo,
    spingendolo a parlare e garantendogli il loro  interessamento  per  la
    buona riuscita della legge e del progetto politico, lo consigliano sul
    da farsi. Gli dicono cosa deve fare a livello politico.
    I  carabinieri  gli  forniscono  la spiegazione politica che deve dare
    sulla fine della lotta armata, sono sempre i carabinieri per mezzo del
    capitano... che gli controllano le interviste e tutte le dichiarazioni
    che arrivano all'esterno.
    Il capitano...  lo incontra di media tre volte al mese,  gli fa sempre
    esaminare documenti,  fotografie, qualsiasi cosa che concerne la lotta
    armata.
    Lo controllano,  gli fanno  fare  quello  che  vogliono,  l'intervista
    rilasciata  a  Panorama  addirittura gli viene corretta e reimpostata.
    Praticamente Patrizio  in mano ai  carabinieri  che  gli  fanno  fare
    quello  che  vogliono.  Quando  viene  trasferito  a Pescara intorno a
    Pasqua  dell'80,  mi  informa  che  per  me  ha  chiesto  garanzie  ai
    carabinieri:  infatti  alla Confapi,  azione che anch'io ho fatto,  mi
    sostituisce con un'altra persona che non c'entra niente.  A Pescara mi
    chiede dei favori in quanto aveva chiesto garanzie per la sua ragazza,
    mi chiese di avvertirla,  cosa che io feci. Cercai anche di contattare
    altri due compagni a suo nome per  dirgli  che  la  lotta  armata  era
    finita. Tutto ci a dimostrazione lampante di come i carabinieri hanno
    gestito la cosa,  in primo piano Dalla Chiesa, che avendo di fronte un
    individuo debole  riuscito a plagiarlo e a fargli dire tutto ci  che
    fa  comodo  allo  Stato;   successo a Patrizio,  normalissimo che gli
    altri pentiti siano  stati  usati  nello  stesso  modo.  Io  chiedo  a
    Patrizio  di  non  collaborare  pi  con i carabinieri perch la lotta
    armata  nella sua fase pi ampia e perch ci sono troppi compagni che
    stanno soffrendo per le tue confessioni,  affronta la  situazione  per
    quella  che  ,  non  mascherarla,  io per conto mio aspetto da questa
    prigione del popolo ci che verr,  spero solo nella  magnanimit  dei
    proletari  tutti.  Non  ho intenzione alcuna di difendere questo stato
    paralitico di espressione borghese,  che da quando  sono  nato  mi  ha
    sempre  emarginato,  accantonato  e  strumentalizzato.  Come   chiaro
    riconosco di aver fatto degli sbagli;  per questo faccio  autocritica,
    ed  invito  i  compagni a non collaborare,  spero che tutti si rendano
    conto di quanto  sbagliato  collaborare.  Oggi  la  volont  politica
    dello  Stato    di  dividere,   con  delle  mistificazioni,  tutti  i
    proletari,   un progetto politico chiaro,  non la  fine  della  lotta
    armata,  ma  un  chiaro  intento di far passare per pentiti coloro che
    hanno trattato con i carabinieri. Peci Roberto.
    P.S.  A proposito della frase "i soldi li stampiamo noi" Dalla  Chiesa
    trov a Patrizio un avvocato (Albanese) che pag con 2300000 lire,  da
    come mi risulta per una lettera che arriv a casa di mio padre  con  i
    ringraziamenti  dell'avvocato che noi non abbiamo mai pagato.  Poi gli
    forn 200000 lire mensili per le spese che  avrebbe  dovuto  avere  in
    carcere.



    Documenti  prodotti  da  organizzazioni  armate  per  la persona o per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Brigate Rosse - Fronte carceri, Comunicati numero 3 e numero 5 della
    "Campagna Peci", in: Luigi Manconi, Vittorio Dini,  "Il discorso delle
    armi, Brigate Rosse", Milano 1981, Savelli Editori. Frammento.
    (...)  Roberto  Peci    un  traditore  e  come tale va trattato.  Il
    processo proletario ha messo in  luce  fino  in  fondo  tutte  le  sue
    responsabilit: dal suo tradimento ha preso le mosse l'infame progetto
    che  la  controguerriglia  ha  pianificato  e  portato a termine nelle
    Marche e a Torino.  Lui  stato la pedina determinante dell'operazione
    che i C.C. hanno sviluppato contro la nostra organizzazione e l'intera
    classe operaia Fiat a partire dall'arresto di Patrizio Peci.
    Uno    stato catturato e processato dalle forze rivoluzionarie e oggi
    rende i conti,  con la condanna  a  morte,  a  tutto  il  proletariato
    (...).
    Documenti  prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento in
    cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati reperiti.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Patrizio Peci, "Io, l'infame", Milano 1983, Mondadori. Frammenti.
    Volevo molto bene a Roberto, forse pi che a chiunque altro.  Eravamo
    cresciuti  insieme,  ed essendo io pi grande di tre anni a lungo sono
    stato la sua guida,  il suo idolo,  quando eravamo ragazzini.  Temo di
    averlo  anche  condizionato  molto  nelle  scelte  politiche.  Eravamo
    diversi, come spesso capita tra fratelli - lui espansivo,  disordinato
    e  sempre  entusiasta,  io  pi  freddo,  preciso,  controllato  -  ma
    unitissimi.
    Aveva,  come me,  un ingenuo entusiasmo per la rivoluzione e forse nei
    primi tempi fu orgoglioso che fossi entrato nella lotta armata. Era un
    vero  comunista,  ma  anche un uomo tranquillo,  e alla fine decise di
    essere un comunista tranquillo.  Si spos con  una  compagna  (non  in
    chiesa,  ma solo perch lei volle cos,  lui ci sarebbe stato), decise
    di fare un figlio,  si era trovato un lavoro.  (...) Da piccolo voleva
    diventare calciatore,  come me,  ma anche lui si accorse di non essere
    bravo e allora cominci a fare l'arbitro.  Era bravo,  e avrebbe fatto
    carriera  se tutti i guai politici che avevamo non l'avessero convinto
    a smettere.  Ormai era tutto casa e lavoro.  Il suo  ultimo  colpo  di
    testa,  si  fa per dire,  era stato di andare ad aiutare i terremotati
    della Basilicata come elettricista.  Era il  suo  mestiere,  e  quando
    venne catturato stava lavorando, in calzoni corti (...).


    - "Una donna troppo sola",  intervista a Antonietta Girolami,  in: Noi
    donne, maggio 1985. Frammenti.
    Ora alla solitudine mi sono abituata, anzi  una bella cosa: non crea
    fastidi.  Anche se ogni tanto hai  voglia  di  parlare  con  qualcuno,
    magari di piangere. E non c' nessuno.
    "Ma  il viso le sorride subito nel parlare della sua bambina,  che ora
    ha tre anni e va all'asilo."
    E' l'unica cosa che ho...  lei ha gli occhi,  no,  anzi,  pi che  gli
    occhi lo sguardo del padre, quel modo che aveva lui di guardare...
    "Perch,  dopo,  gli  amici,  i compagni ti hanno abbandonata?  Glielo
    chiedo,  ma so che l'isolamento per lei e per Roberto  era  cominciato
    prima.  Esattamente  quando  Patrizio  Peci,  fratello di Roberto,  fu
    arrestato e cominci a parlare.  Il marchio dell'infamia su  tutta  la
    famiglia."
    Non so cosa mi aspettassi... Per nessuno mi ha detto: mi dispiace per
    quello  che    successo...  Avevano paura.  Paura di essere,  che so,
    contaminati.  Rappresentavo il ricordo di un incubo.  Oppure c'era  la
    curiosit. Passavo per strada, e magari in quel momento ero riuscita a
    pensare   ad   altro,   a  qualcosa  da  comprare  o  da  vedere,   ma
    all'improvviso qualcuno si dava di gomito e bisbigliava: vedi  quella,
    le hanno ammazzato il marito. E io stavo male due giorni...
    "Chiedo  ad  Antonietta chi l'abbia aiutata a ricostruirsi,  in questi
    anni."
    Qualcuno, qualche amico s.  E soprattutto la mia famiglia.  Ma non ce
    l'avrei mai fatta senza mia figlia.  E poi, non so, sembrer sciocco o
    irrazionale, ma mi sostiene la speranza di ritrovarmi con Roberto.  E'
    come se mi dicesse continuamente di tenere duro,  di andare avanti. E'
    lui forse la persona con cui parlo di pi.
    "Antonietta non vuole dimenticare. E non pu. Roberta le chiede sempre
    pi spesso del padre."
    Ho a lungo pensato come risponderle.  Poi le ho detto:  morto.  Degli
    uomini  cattivi  gli hanno fatto del male.  Speravo che bastasse a una
    bambina di tre anni.  Ma proprio pochi giorni fa mi ha chiesto: perch
    gli hanno fatto del male? Non sapevo che cosa dirle, allora ho cercato
    un cartone animato alla t.v. (...)
    "Il  Comune  di  San Benedetto  stato lento ad applicare la legge che
    tutela i familiari delle vittime del terrorismo.  C' stato anche  chi
    ha  obiettato che avendo gi usufruito della sovvenzione statale,  non
    c'era ragione che rivendicasse anche un  lavoro.  Quei  cento  milioni
    vissuti da tanti, come Antonietta, quasi come umiliazione estrema."
    Vorrei essere ricca, per poterli restituire tutti allo Stato.
    "E lo Stato  anzitutto Roma,  grande e ostile in quel mese di luglio,
    dove si rec, incinta, con la cognata,  nei giorni del sequestro.  Per
    chiedere aiuto ai politici (...).



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Archivio P.M., Testimonianza al Progetto memoria, Roma 1995.
    Roberto  non  l'ho  conosciuto profondamente,  ma ricordi simpatici e
    molto umani mi portano a voler scrivere di una persona che  ha  pagato
    con  la  sua  vita  per  scelte e ideali che forse non sentiva nemmeno
    troppo suoi.
    Roberto lo conosco frequentando il fratello Patrizio.  Era pi piccolo
    di  qualche  anno e aveva una piccola attivit di radiotecnico e tra i
    suoi impegni non c'era quello politico,  ma in quegli anni (primi anni
    '70)  non  era difficile esserne coinvolto in qualche modo;  erano gli
    anni dell'antifascismo militante, eccetera. Poi,  principalmente sotto
    l'influenza  del  fratello,  a cui era molto legato,  si  ritrovato a
    fare delle scelte nella vita militando anche nelle B.R.
    Un flash su tutto: un pomeriggio,  un ufficio gestione  della  piccola
    industria,  in  una  provincia italiana;  irruzione di quattro persone
    armate per fare una "perquisizione proletaria" delle B.R.; all'interno
    c' solo una ragazza che impaurita si rivolge  a  uno  degli  estranei
    dicendo: "Ho paura, non fatemi del male" e il giovane le risponde: "Io
    ho  pi paura di te" e la lascia tremante aggrappata al braccio di uno
    degli assalitori mentre gli altri perquisiscono,  facendo scritte  sui
    muri.
    Ecco questo era anche Roberto,  in una situazione gi forse pi grande
    di lui ma senz'altro sincero,  non perch fosse pavido,  anzi  era  lo
    spauracchio  dei  fascistelli  locali,  ma  esprimendosi  cos  voleva
    rassicurare quella ragazza esprimendogli anche le sue paure.





    GIORGIO SOLDATI.


    Note biografiche.

    - Giorgio Soldati, nasce a Rivoli (Torino), il 1 gennaio 1946.
    - frequenta le scuole a Rivoli.
    - si diploma geometra.
    - lavora come imbianchino e aiuta il padre, artigiano edile, a montare
    prefabbricati.
    - milita nei movimenti.
    - milita in Prima Linea, da cui esce nei primi mesi del 1980.
    - viene arrestato a Milano, il 12 novembre 1981.
    - viene ucciso da militanti di altre formazioni  armate,  nel  carcere
    speciale di Cuneo, il 10 dicembre 1981.



    Scritture di Giorgio Soldati.

    -  Giorgio  Soldati,  Lettera ai prigionieri del carcere di Cuneo,  28
    novembre 1981,  carcere speciale di Cuneo.  Frammenti in: Il  Corriere
    della Sera 28-12-81.
    (...)  Sono  stato torturato,  ho parlato,  ma ho cessato subito ogni
    forma di collaborazione.  (...) Non ho avuto e non posseggo ancora una
    giusta e chiara preparazione politica;  non ho avuto e non ho cercato,
    in prima  persona,  un  costante  dibattito  politico;  non  c'era  un
    programma  immediato  e  strategico n al nostro interno n diretto al
    movimento proletario;  per questo confermo di avere con  lo  Stato  un
    rapporto  di  guerra  e  di aver cessato ogni collaborazione.  Carcere
    speciale di Cuneo, 28 novembre 1981. Giorgio Soldati.



    Documenti prodotti da organizzazioni  armate  per  la  persona  o  per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Terrore rosso,  Volantino di rivendicazione dell'omicidio intitolato
    "Epitaffio per un coccodrillo  infame",  Carcere  speciale  di  Cuneo,
    dicembre 1981. Frammenti in: Il Corriere della Sera 28-12-81.
    (...)  Giorgio Soldati ci ha detto: "Dopo essere stato arrestato alla
    stazione di Milano e dopo essere stato torturato  per  oltre  tre  ore
    dalla Digos,  in una stanza dei loro uffici in Questura,  non ho retto
    al confronto  e  ho  parlato,  combinando  un  guaio  che  ha  causato
    l'arresto di altri compagni. Da quando ho combinato questo disastro mi
    sento  una  merda,  uno  che non  riuscito a far prevalere la propria
    identit politica,  la propria coscienza di classe davanti al nemico".
    (...)  Questo  verme proviene da quelle frange della lotta armata che,
    non avendo saputo adeguarsi ai compiti della nuova  fase,  cercano  di
    sopravvivere alla loro morte politica, preoccupandosi pi di se stesse
    che  dei  bisogni della classe.  Gli elementi pi deboli,  appena sono
    messi alle strette dal nemico, spesso accettano di collaborare, pronti
    magari, un minuto dopo, a versare lacrime di coccodrillo sulle 'merde'
    che sono e sui compagni che hanno  venduto  agli  sbirri.  (...)  Alla
    Digos  sono  bastati  un paio di schiaffi per fargli vuotare il sacco.
    Infatti,  a meno di due ore dall'arresto,  Soldati aveva gi  cantato.
    Proseguendo per tre giorni,  ha fatto cos arrestare sei compagni e ha
    fatto trovare cinque case.  (...) I coccodrilli infami possono  essere
    molto  utili  anche al movimento rivoluzionario.  La loro eliminazione
    rappresenta un segnale per tutti quei combattenti e reduci  scoppiati,
    incasinati, incerti. (...)
    Contro la delazione, la dissociazione e la resa. Terrore rosso.



    -  "Sul  percorso  politico di Soldati",  documento prodotto dalla sua
    area di provenienza,  Cuneo 1982,  in: Il Bollettino 5,  Milano  1982.
    Frammenti.
    (...)  Soldati  e  le  persone che si consegnano allo Stato in questo
    periodo  sono  proprio  quelle   figure   marginali   sottratte   alla
    sperimentazione  di  un  tipo  diverso  di  vincolo  collettivo  -  di
    costruzione di una identit collettiva - e inserite normalmente in una
    identit tutta spettacolare, da scambiare,  priva di legami e di unit
    concreta.  Tanto    vero  che  il  gruppo  si  dissolse appena furono
    rifiutati nell'area del  P.C.C.  Di  questi,  Soldati  rappresenta  il
    percorso di massima normalizzazione ed estraneazione,  nella affannosa
    ricerca di condizioni di  scambio,  di  riconoscimento  tutto  formale
    della propria esistenza.
    Il punto di rottura di Soldati nei confronti dello Stato non  infatti
    la  tortura  ma  la sua predisposizione alla vendita dei suoi legami e
    della sua storia - come appare  chiaramente  dal  "verbale"  dei  suoi
    interrogatori da lui stesso redatto e consegnato ai compagni nel campo
    di Cuneo, dopo il suo trasferimento dalle celle al quarto piano.
    E'  con  la stessa logica che egli affida alla "giustizia proletaria",
    scrivendo l'abiura pi immonda che sia mai stata scritta  rispetto  ai
    suoi  precedenti  percorsi,  rifiutando ogni rapporto con compagni che
    con lui avevano diviso  questi  stessi  percorsi,  facendo  di  questa
    abiura e di questo rifiuto la moneta del proprio riscatto.
    Tutto questo per noi  chiaramente il segno di un difetto profondo dei
    criteri  formali di recupero e del loro rovesciamento;   la crisi del
    criterio per  cui  i  soggetti  delegano  la  propria  prospettiva  di
    esistenza ed il loro esistere,  la loro identit ad un sistema formale
    di relazioni che li comanda (...).



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    -  Diego  Novelli,  Nicola  Tranfaglia,  "Vite sospese",  Milano 1988,
    Garzanti. Frammenti.
    D.G.  Sandro mi disse di non essere  pi  nell'organizzazione  e  che
    aveva  bisogno  di  una  sistemazione  materiale per potersi fermare a
    riflettere,  a prendere decisioni per i  futuro.  Fu  cos  che  senza
    esitazioni predisposi le condizioni per poterlo ospitare, chiedendo al
    mio  amico  Giorgio  Soldati  la  disponibilit del suo appartamento a
    Torino,  che  offriva  la  migliore  sistemazione.  (...)  Con  Sandro
    iniziammo  a  ragionare  sulla  possibilit  di  dotarci di una nostra
    progressiva autonomia: lui inizi ad illustrarci  pi  a  fondo  l'uso
    delle  armi  e  le  tecniche della lotta armata.  La nostra vita venne
    abbastanza  stravolta:  all'epoca  lavoravamo  in   una   impresa   di
    decorazioni  messa in piedi da me e da Giorgio,  che era geometra.  La
    situazione che si era determinata era anomala:  si  parlava  di  lotta
    armata,   si  maneggiavano  armi  e  continuavamo  nel  nostro  lavoro
    quotidiano. (...)
    Ma anche una certa diffidenza e prudenza verso gli stessi compagni  di
    detenzione  (che  in buona parte,  soprattutto nel primo periodo,  non
    conoscevo) e su questo ha  avuto  il  suo  peso  l'assurda  e  barbara
    uccisione  avvenuta in un altro carcere del mio amico fraterno Giorgio
    Soldati, ritenuto colpevole, da chi lo ha giudicato, di tradimento.


    - Mario Soldati, Dichiarazione pubblica, Cuneo 1987.
    Dopo cinque anni si    svolto  il  processo  per  coloro  che  hanno
    commesso  l'omicidio  di  mio figlio,  e anche per coloro che lo hanno
    permesso.  Io padre di Giorgio mi sono costituito parte  civile,  come
    unico   rappresentante   presente  della  famiglia,   non  contro  gli
    esecutori, come molte persone si sarebbero aspettate, compreso il P.M.
    Giraudo,  ma contro lo Stato nella persona dell'ultima ruota del carro
    che gentilmente lo Stato (...),  mi ha lasciato nelle mani.  Infierire
    sulla persona di D.,  giovane guardia carceraria in servizio al  tempo
    del delitto, sarebbe stato aggiungere ipocrisia al gi poco edificante
    comportamento  della  corte  nel  non accogliere le istanze presentate
    dall'avvocato Catalano per poter  ascoltare  coloro  che  quel  giorno
    erano  di  servizio,  dai  brigadieri  al maresciallo al direttore del
    carcere che volutamente hanno rimesso mio figlio fuori dall'isolamento
    ignorando che l'ultimo ordine di Laudi del 28/4 annullava tutti quelli
    precedenti.  Non si  voluto sentire neppure il dottor Laudi.  Eppure,
    malgrado  le  affermazioni del direttore del carcere di Cuneo,  che si
    vantava in un'intervista di poco tempo prima che il  suo  carcere  era
    uno dei pi sicuri essendo le guardie in rapporto di 1 a 1 circa con i
    carcerati,  nei  due mesi precedenti l'assassinio di Giorgio vi furono
    un tentativo e un'altro assassinio;  dov'era tutta  questa  sicurezza?
    (...)
    Ho l'impressione, che  quasi una certezza, che si sia agito con tutta
    leggerezza,   assenteismo,  lassismo,  menefreghismo  che  rasenta  il
    collaborazionismo.   Mio  figlio    stato  costretto  dallo  Stato  a
    collaborare  con  la  cosiddetta  giustizia  con  dei mezzi coercitivi
    illegali, poi,  dato che di quello che ha detto niente  stato messo a
    verbale,  l'hanno  mandato  nel  carcere  di  Cuneo  senza  l'adeguata
    protezione, ignorando l'ordine di non rimetterlo fuori dall'isolamento
    dell'unica persona di buon senso che aveva supposto  il  pericolo  che
    correva Giorgio, il dottor Laudi. (...)
    Il   processo   per  me    stato  un'altalena  di  emozioni  a  volte
    allucinanti,  come il documento letto da uno degli imputati,  a  volte
    con dei risvolti umani; non sicuramente il gelido dialogare tecnico, a
    volte  incomprensibile,  dei  testimoni  e  dei  giudici popolari.  Il
    documento letto integralmente da A., le parole di S., il comportamento
    degli altri detenuti,  l'ansia visibile  della  giovane  moglie  della
    guardia  D.,  le  arringhe  degli avvocati,  la requisitoria del P.M.,
    tutte cose che, per chi non  abituato, come me, che  parte in causa,
    frastornano.  Essere al cospetto di coloro che ti hanno  ammazzato  il
    figlio e che guardi negli occhi e loro abbozzano un mezzo sorriso come
    di  scusa,  il  rossore  nel parlare dell'omicidio davanti alla corte,
    sono tutte cose che non si cancelleranno tanto  facilmente  dalla  mia
    memoria.
    A  mio  modesto parere da questo processo sono emerse diverse cose: la
    pi importante per me che ero presente, e per tutta la mia famiglia, 
    stata la riabilitazione morale della memoria di mio figlio Giorgio, da
    parte di tutti quelli che hanno  parlato,  dal  P.M.  all'avvocato  di
    Stato, agli avvocati difensori, allo stesso A. che disse che di fronte
    alla grandezza morale di Giorgio si sentiva piccolo piccolo.
    Indubbiamente  la sopravvivenza dei genitori ai propri figli  la cosa
    pi brutta che possa capitare ma, sono sicuro di interpretare anche il
    pensiero di mia moglie,  preferiamo piangerlo morto ma coerente con  i
    suoi  principi  e  la sua moralit,  piuttosto che vivo ma traditore o
    delatore dei suoi compagni,  un pentito pagato dallo Stato per tradire
    i propri compagni con i denari di Giuda, che accentuano tutti i limiti
    della nostra giustizia.
    Un'altra  cosa  che  mi    piaciuta    stata  la  coerenza  corposa,
    tangibile,  del P.M.  alla costante ricerca della verit,  quella  mai
    detta  in  questo processo.  L'avvocatura di Stato ha avuto nel dottor
    Ferrero un degno e umano rappresentante.
    Il resto una routine normale troppo frettolosa.
    Devo dedurre una cosa personale: l'ultimo anello  della  catena  delle
    responsabilit,  l'agente  di  guardia D.,   stato prosciolto con mio
    sommo piacere;  non sarebbe stato giusto che colpe macroscopiche,  per
    tanti non punibili,  fortunatamente per pochi che per sono quelli che
    contano,  si fossero ritorte su di lui.  Resta l'amaro in bocca perch
    speravo  nella  giustizia:  il  P.M.  da  persona  corretta  quale  ha
    dimostrato di essere nel prosieguo del  processo,  ha  dichiarato  che
    cercava  di  coinvolgere  i  quattro  brigadieri  di servizio;  noi ci
    serviremo di tutti i mezzi a disposizione che abbiamo  ancora,  perch
    non    giusto  che sei persone passino da 21 a 23 anni in carcere per
    omicidio colposo e concorso in omicidio,  mentre  coloro  che  l'hanno
    permesso,   se  non  pilotato,  continueranno  a  beneficiare  di  una
    latitanza che puzza.



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Non ne sono state prodotte.











    LUCIO DI GIACOMO.


    Note biografiche.

    - Lucio di Giacomo nasce ad Enna, il 17 settembre 1958.
    - si trasferisce a Torino,  con  la  famiglia  d'origine,  all'et  di
    cinque o sei anni.
    - frequenta l'Itis per circa tre anni senza diplomarsi.
    - vive ad Orbassano (Torino).
    -  lavora  come operaio meccanico generico in varie 'boite' di Benasco
    (Torino).
    -  partecipa  all'esperienza  dei  Circoli  giovanili  e  alle   lotte
    studentesche.
    - fonda le Ronde Proletarie e milita in Prima Linea.
    -  milita successivamente nei Comunisti Organizzati per la Liberazione
    Proletaria.
    - viene ucciso dai carabinieri a  Monteroni  d'Arbia  (Siena),  il  21
    gennaio  1982,  in  un  conflitto  a  fuoco  in  cui muoiono anche due
    carabinieri: Giuseppe Savastano ed Euro Tarsilli.


    Scritture di Lucio Di Giacomo.

    - Non ne sono state reperite.



    Documenti prodotti da organizzazioni  armate  per  la  persona  o  per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - COLP,  "Al compagno Olmo",  senza luogo,  1982.  Presso il Centro di
    Documentazione del Corriere della Sera,  che non ci ha autorizzati  ad
    averne copia.



    Documenti  prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento in
    cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Diego Novelli,  Nicola  Tranfaglia,  "Vite  sospese",  Milano  1988,
    Garzanti. Frammenti.
    S.S. Decidemmo in quel momento di provare a proporre l'operazione (la
    liberazione  di  quattro  militanti  dal  carcere  di Rovigo) ai COLP,
    sapendo di poter contare sul loro atteggiamento, simile al nostro,  di
    approccio  emotivo  ed  affettivo  alla  liberazione  dei prigionieri;
    incontrai infatti  Lucio  di  Giacomo  e  gli  proposi  la  cosa.  Una
    settimana  dopo  ci  rivedemmo  e ci venne comunicata la loro adesione
    all'iniziativa.
    S.R. Nell'82,  quindi,  libera per 10 mesi,  dopo la tragedia di Siena
    dove  muore Olmo,  uno dei compagni che mi avevano liberata,  riprende
    una militanza serrata e senza orizzonti, tra continui arresti, torture
    e nuove delazioni.







    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Marco, Testimonianza al Progetto memoria, carcere, Alessandria 1993.
    Paradossalmente di Olmo non conosco  molto.  Posso  dirti  che  si  
    sempre  addossato  grandi  responsabilit,  "forzando"  un poco la sua
    natura gioviale  e  "caciarona".  L'ho  visto  sempre  molto  serio  e
    responsabile  nello  svolgimento  dei  suoi  compiti  ma mi pareva che
    quell'abito mentale gli fosse stretto.
    Lui  piuttosto un tipo brillante,  dalla parlantina e  dal  motteggio
    scherzoso,  facili.  E' un simpatico che deve fare,  troppe volte,  il
    serio.  Fra l'altro   un  generoso,  sempre  disponibile  ad  aiutare
    chiunque    abbia    qualche    difficolt.    Questo   suo   sentirsi
    responsabilizzato all'eccesso lo rende piuttosto teso, ma cerca sempre
    di non coinvolgere anche chi gli  pi vicino...  anche se non  sempre
    gli riesce.
    Bel  ragazzo,  anche  fisicamente,  fa strage di cuori!  (Ci sarebbero
    simpatiche storielle da raccontare!)
    Vive la sua vita di corsa, ma chi lo conosce non lo pu scordare... un
    sorriso 'enigmatico',  sempre pronto a scoppiare in  una  risata,  uno
    sguardo 'furbetto' e vivo e un cuore grande come una montagna. Ricordo
    di  una  baruffa  fra lui e la sua compagna: Olmo doveva,  a suo dire,
    stare a casa per mettere gi alcune  idee  per  un  documento  interno
    mentre,  in  seguito,  lei  era venuta a sapere che era "scappato" con
    Rocco  per  andare  a  giocare  a  pallone...  Una  scenata!  Lui  era
    bellissimo  da  vedere e sentire perch prima faceva il serio,  ma poi
    sbott con: "Ma io sono ancora  un  ragazzo!"  Furbetto  e  simpatico.
    Bravo compagno veramente!.


    - Ciro Longo, Testimonianza al Progetto memoria, Roma 1995.
    Ci  sono  cose  che  non  dimentichi mai nell'inevitabile accumularsi
    delle cose che hai visto,  vissuto,  attraversato nella vita.  Ci sono
    colori che non dimentichi mai, colori a cui hai dato ormai dei nomi.
    Il  nome che ho dato all'azzurro  Lucio;  era il colore che avevano i
    suoi occhi.
    Un azzurro inconsueto,  un azzurro che sembrava il colore degli  occhi
    dei bambini, quella tonalit particolare che di solito scompare con la
    crescita.
    Cos  ricordo  che  osservai  con  simpatia  questo  giovane  compagno
    conosciuto mentre raccontava qualcosa  con  un'aria  seriosissima,  in
    netto contrasto con quel singolare azzurro.
    Risi  di  cuore  di  l a poco quando,  esaurito l'argomento "serio" e
    messo un po' pi a suo agio,  Lucio cominci a scherzare storpiando le
    parole come fanno i ragazzini e l'elicottero da turismo che passava in
    quel momento nel cielo divenne il "riocottero".
    Un  modo di scherzare tutto suo,  caratteristico,  reiterato,  qualche
    volta persino irritante nel suo voler essere bimbescamente irridente.
    Forse  in  quel  gioco  c'era  quello  che  questo   compagno   voleva
    ostinatamente  conservare  dell'adolescente che non era potuto fino in
    fondo essere.
    Gi, in quegli anni si era, nel bene o nel male, "adulti" in fretta ed
    il "vecchio compagno" che incontrava  il  "giovane"  Lucio  non  aveva
    allora che ventidue anni, soltanto uno pi di Lucio, in realt.
    Cos quando mi  stato chiesto se volessi scrivere qualcosa in ricordo
    di  Lucio  ho  detto s pensando a queste due cose: il colore dei suoi
    occhi e quel suo modo di scherzare. Due cose scelte tra le mille altre
    che forse avrei potuto descrivere,  ma  due  cose  che  raccontano  il
    sorriso  di  una  persona  che  non  aveva  seppellito la sua dolcezza
    neanche allora, neanche nella vita drammatica che vivevamo, e,  s,...
    credo che gli farebbe piacere essere ricordato cos.






    UMBERTO CATABIANI.


    Note biografiche.

    - Umberto Catabiani nasce a Pietrasanta (Lucca), il 10 novembre 1950.
    - frequenta il liceo verso la fine degli anni '60.
    -  si  iscrive  alla  facolt  di  Scienze bancarie dell'Universit di
    Siena.
    - a Pietrasanta,  insieme ad altri,  d vita ad  esperienze  di  lotta
    contestualizzabili nell'ondata dei movimenti degli anni '70.
    - si sposa.
    - lavora con l'ANPI di Pietrasanta.
    - nel 1977,  viene arrestato mentre sta svolgendo il servizio militare
    di leva nella  Marina  Militare,  con  il  grado  di  sottocapo,  alla
    Capitaneria   di  Porto  Ferraio.   Gli  viene  contestata  in  questa
    circostanza l'appartenenza alla  Brigata  d'Assalto  Dante  di  Nanni,
    accusa  da  cui  sar tuttavia assolto in sede processuale,  insieme a
    tutti i  suoi  coimputati.  Fa  comunque  l'esperienza  delle  carceri
    speciali  (da  Lucca  viene  trasferito a Pianosa,  Palmi,  Nuoro) per
    cinque anni.
    - milita nella colonna toscana delle Brigate Rosse.
    - scarcerato a fine pena nella primavera del 1980 trascorre  un  breve
    periodo a Pietrasanta, dove lavora come cavatore di marmo.
    - sceglie poi la clandestinit,  a seguito di nuovi mandati di cattura
    emessi nei suoi confronti,  e milita nelle  Brigate  Rosse  -  Partito
    Comunista Combattente.
    - viene ucciso dai carabinieri a Vecchiano (Pisa), il 24 maggio 1982.



    Scritture di Umberto Catabiani.

    -  Umberto Catabiani,  Memoriale sul proprio percorso politico,  Lucca
    1978,  in: Atti del processo presso l'Ufficio Penale del Tribunale  di
    Lucca. Non reperito.



    Documenti  prodotti  da  organizzazioni  armate  per  la persona o per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.

    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati reperiti.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    -  Roberto Nicoli,  Documento allegato agli atti processuali,  Firenze
    31-10-85.
    (...) In quest'aula manca il nostro compagno  migliore,  il  compagno
    che aveva una conoscenza elevata del marxismo,  dunque era il compagno
    pi cosciente che il movimento  rivoluzionario  toscano  ha  espresso:
    Onore  per  il  compagno  "Andrea" proletario,  comunista combattente,
    membro della direzione  strategica  della  nostra  organizzazione.  La
    lotta  sarebbe stata qualificata,  pi determinata pi chiara ed anche
    le contraddizioni che sono esplose al nostro interno  sarebbero  state
    affrontate nel giusto modo e cos la risoluzione politica del problema
    sarebbe sfociata in qualcosa di concreto.
    Come  detto  in  precedenza  noi  non  abbiamo  fretta,  la  storia la
    scriveremo dopo,  quando avremo vinto,  quando la borghesia sar stata
    annientata dalle forze del proletariato rivoluzionario. Detto questo 
    chiaro  che  Umberto  non  meriterebbe  un  semplice proclama ma libri
    interi,  ma noi come comunisti non vogliamo enfatizzare nessuno perch
    noi  non  siamo  per  la  costruzione  dei miti,  ma siamo per la loro
    distruzione.  Come semplici proletari,  come compagni di  lotta,  come
    comunisti, noi vogliamo semplicemente ringraziare Umberto perch a noi
    ha  dato  veramente  tutto: ci ha offerto il suo sapere e ancora tante
    altre cose...
    Ma soprattutto noi non dimenticheremo mai il messaggio politico che ci
    ha regalato: ha consegnato nelle nostre mani tutta  la  sua  coerenza,
    tutta  la  sua  scientificit  di comunista;  questa sua coerenza l'ha
    dimostrata sia nella teoria che nella pratica...  Nel momento peggiore
    che  la nostra organizzazione ha trascorso lui era presente a lottare,
    contribuendo con tutta la sua scientificit di marxista;  quando si  
    trovato  braccato  dai  cacciatori  della  Digos  ha  combattuto.   La
    borghesia  chiaro che lo voleva  assassinare  e  cos  pur  sapendolo
    ferito gli ha sparato una raffica di mitra.
    Cercare  di  appropriarci della scientificit marxista per superare le
    difficolt che il movimento  rivoluzionario  sta  attraversando    il
    regalo  pi  bello  che possiamo fargli.  Appropriarci di tutta la sua
    coerenza comunista  il modo migliore per rendergli onore.  Combattere
    contro   lo  stato  imperialista  e  la  sua  barbarie  significa  far
    continuare a lottare Andrea insieme a noi.



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Stefano Petrella, Testimonianza al Progetto memoria,  carcere,  Roma
    1994.
    Ho  conosciuto Umberto Catabiani nei primi anni '70,  quando entrambi
    militavamo in Viva il Comunismo, gruppo della sinistra rivoluzionaria,
    di ispirazione marxista-leninista,  lui nel  comitato  toscano,  io  a
    Roma.
    Un  ricordo che ho di lui in quegli anni riguarda una manifestazione a
    Roma, nel '72 o '73,  conclusasi con violenti scontri con la polizia a
    Porta Portese,  lungo via Marmorata, fin sulla scalinata delle Poste e
    nel Parco della Resistenza. Ci trovammo casualmente vicini, durante la
    fuga,  e fui io ad  accompagnarlo  a  San  Lorenzo,  dove  si  stavano
    riorganizzando i compagni dopo gli scontri.
    Dopo  di  allora non ebbi pi sue notizie per molto tempo;  intanto il
    nostro vecchio gruppo politico si era sciolto e ognuno aveva fatto  le
    proprie scelte di vita, di militanza e di riflusso.
    Una mattina di agosto del '79, ero in traduzione dal carcere di Novara
    a quello di Pianosa. Ero nel furgone dei C.C. sulla banchina del porto
    di  Piombino,  in  attesa  di  essere  imbarcato sul traghetto.  Prima
    dell'imbarco fu  fatto  salire  un  altro  detenuto,  proveniente  dal
    carcere di Volterra ed anch'esso destinato a Pianosa.  Ci riconoscemmo
    a fatica, con una certa incredulit e con una grande commozione.
    Ho condiviso con Umberto la stessa cella,  alla Pianosa,  per circa un
    anno.  Lui era stato arrestato per le attivit della Brigata d'Assalto
    Dante di Nanni,  io per  le  B.R.  Ricordo  interminabili  discussioni
    politiche,  che  lui affrontava con la sua caratteristica perentoriet
    ed intransigenza.  Del resto era una  figura  di  militante  comunista
    molto  esigente prima di tutto con se stesso,  e ricordo lo scrupolo e
    la passione  che  ha  sempre  dedicato  allo  studio  e  al  dibattito
    politico, anche nelle ristrettezze del carcere.
    Quella  per noi fu anche l'occasione di riattraversare con il pensiero
    i nostri reciproci percorsi personali e politici.  Umberto  aveva  una
    formazione   politica   radicata  nella  tradizione  della  resistenza
    antifascista dell'Appennino tosco-emiliano,  anche  se  le  sue  prime
    esperienze  politiche  risalivano  al  '68,  agli scontri davanti alla
    "Bussola" di Viareggio nei quali rimase  ferito  lo  studente  Soriano
    Ceccanti.
    Devo dire per che,  ripensando a quei mesi tra il '79 e 1'80, le cose
    che ricordo con maggiore simpatia sono quelle che restituivano Umberto
    ad una  dimensione  meno  ufficiale  e  quindi  meno  rigida.  Ricordo
    soprattutto  le  lunghe serate trascorse a raccontare dei "suoi" monti
    della Garfagnana e della Lunigiana,  che conosceva come le sue  tasche
    ed ai quali,  pi che ad ogni altra cosa,  sentiva di appartenere.  Il
    suo sogno era di poter tornare l, un giorno.
    Nell'estate dell'80 ottenne il trasferimento al Centro Clinico di Pisa
    per un intervento chirurgico ad un  ginocchio  e  di  l  a  breve  fu
    scarcerato  per  "fine  pena".  Nello  stesso  periodo  fui scarcerato
    anch'io per "decorrenza termini".  Entrambi decidemmo  di  entrare  in
    clandestinit.












    ROCCO POLIMENI.


    Note biografiche.

    - Rocco Polimeni nasce a Reggio Calabria, il 5 novembre 1956.
    - frequenta le scuole medie superiori a Reggio Calabria.
    - si trasferisce a Milano nel 1979.
    -   lavora   come  tecnico  informatico,   all'ufficio  meccanografico
    dell'IVA.
    - il 21 aprile  1982,  inquisito  dopo  aver  ospitato  nella  propria
    abitazione   alcuni   latitanti   dei  Comunisti  Organizzati  per  la
    Liberazione  Proletaria,   per  non  farsi   arrestare,   sceglie   la
    clandestinit.
    - muore suicida a Milano, il 10 giugno 1982.



    Scritture di Rocco Polimeni.

    - Vedi Progetto memoria, "La mappa perduta", Roma 1994, Sensibili alle
    Foglie.
    Nota: Il Corriere della Sera, 13-6-82 riporta anche la frase "Compagna
    vita,  amore che si infrange sugli scogli" nel foglietto trovatogli in
    tasca.
    - Altre non sono reperibili.



    Documenti prodotti da organizzazioni  armate  per  la  persona  o  per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - COLP, Volantino, luglio 1982. Presso il Centro di Documentazione del
    Corriere della Sera, che non ci ha autorizzati ad averne copia.



    Documenti  prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento in
    cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Non ne sono state prodotte.



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Marco, Testimonianza al Progetto memoria, carcere, Alessandria 1993.
    Certo,  il messaggio di Rocco venne distrutto per scelta  collettiva,
    perch  ci pareva doveroso ricordarlo come  sempre stato,  generoso e
    leale. Quegli scritti,  invece,  parevano vergati da un'altra persona.
    Penso che non si riconoscesse nell'atto fatto... aveva cercato "un po'
    rudemente"  di  convincere una compagna ad avere un rapporto con lui e
    non penso si volesse molto bene in quei giorni.
    I compagni che erano con lui avevano provato a "tirarlo su" di morale,
    ma lui si  era  auto-isolato  e  scriveva,  scriveva...  pensieri  che
    scaturivano,  penso,  dal  suo  travaglio interiore.  Quelle righe sul
    comunismo penso siano il suo estremo  omaggio  ad  un  ideale  in  cui
    credeva... quasi a dire ricordatemi cos.
    Che  dire  d'altro,    difficile.  Fu  un  atto cos fuori dai nostri
    pensieri che ci colse impreparati. Noi tutti vivevamo la latitanza, la
    militanza,  privilegiando il rapporto  umano,  prima  che  politico  o
    militare,  e  quella decisione cos drastica ci lasci sgomenti...  Si
    poteva evitare? Forse... o forse no...  dipendeva molto da Rocco e lui
    ha deciso cos. Non ci rimane che rispettare la sua scelta.


















    ENNIO DI ROCCO.


    Note biografiche.

    - Ennio di Rocco nasce a Narni (Terni), il 22 agosto 1957.
    - si trasferisce a Roma con la famiglia d'origine da ragazzo.
    - frequenta l'Itis Galilei a Roma.
    - milita attivamente nel movimento studentesco romano.
    - milita nelle Brigate Rosse - Partito della Guerriglia.
    -  viene  arrestato  a Roma,  il 3 gennaio 1982,  nelle ore successive
    viene torturato, come denunciano, all'epoca dei fatti, i suoi legali.
    - viene ucciso da altri militanti reclusi,  nel cortile dell'aria  del
    carcere speciale di Trani, il 27 luglio 1982.



    Scritture di Ennio Di Rocco.

    - Non ne sono state reperite.


    Documenti  prodotti  da  organizzazioni  armate  per  la persona o per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Proletari Prigionieri per la costruzione dell'Organismo di Massa del
    campo di Trani,  Comunicato,  27 luglio 1982,  in:  Il  Bollettino  6,
    Milano 1982.
    Marted  27  luglio  un  nucleo di proletari prigionieri del Kampo di
    Trani ha giustiziato il traditore Ennio  Di  Rocco,  unico  e  diretto
    responsabile  degli  arresti avvenuti il 9 gennaio in tre basi B.R.  a
    Roma.  Questo traditore ha cos venduto al nemico un intero patrimonio
    di compagni,  armi,  strutture delle B.R., frutto di anni di lotte del
    proletariato metropolitano.  Inoltre questo traditore  ha  ricostruito
    per il nemico, azioni passate e programmi futuri delle B.R. Ennio, pur
    avendo  ammesso  tutte  queste  sue  responsabilit,   ha  tentato  di
    giustificarsi dicendo di aver tradito  sotto  tortura.  Per  questo  
    importante fare chiarezza!
    La  tortura  di  massa    uno  degli  aspetti principali del salto di
    qualit compiuto dalla controrivoluzione,  a partire dal gennaio  '82.
    Dopo   che   la   campagna   Peci   aveva   rappresentato  il  culmine
    dell'iniziativa di  profonda  disarticolazione  del  progetto  pentiti
    (centrato  sull'art.   4),  lo  Stato  ha  rilanciato  l'attacco  alla
    guerriglia dal suo  interno  ad  un  nuovo  e  pi  alto  livello:  la
    strategia   della   resa.   Questa  strategia  marcia  su  due  binari
    fondamentali.  Il primo  la nuova legge del giugno '82 che garantisce
    ad ogni traditore la contrattazione di un'adeguata ricompensa, secondo
    i  vari livelli di dissociazione e resa.  Il secondo binario  proprio
    l'uso della tortura di massa  come  nuovo  alibi  per  ogni  sorta  di
    tradimento.
    Un  pericoloso  puntello  a  questo  alibi  viene  da quelle posizioni
    all'interno dello stesso movimento rivoluzionario che si rifanno  alla
    linea della ritirata strategica.
    Questa  linea  subisce  totalmente il mito illusorio della strapotenza
    attuale dello Stato che attraverso la  tortura  di  massa  sarebbe  in
    grado  di distruggere totalmente qualunque livello di organizzazione e
    di coscienza proletaria,  tanto nel Partito,  che negli  Organismi  di
    massa  rivoluzionari,  che  nei  movimenti  di  massa del proletariato
    metropolitano.
    Questa tesi assurda  smentita proprio  dall'esperienza  dei  compagni
    arrestati  e  torturati da gennaio '82 in avanti.  Per questi compagni
    (che oltre tutto sono  la  maggioranza!)  quelle  stesse  pratiche  di
    tortura  che Ennio ha usato come alibi per il proprio tradimento hanno
    rappresentato,  al contrario,  l'occasione per rilanciare  l'offensiva
    contro lo Stato su un terreno di scontro pi avanzato. Questi compagni
    che  hanno  saputo  essere all'attacco anche nella nuova condizione di
    prigionieri e torturati, non sono eroi, superuomini,  ma semplicemente
    compagni  coscienti  fino  in  fondo che se le forme sono cambiate,  e
    sicuramente continueranno a cambiare,  la sostanza del progetto nemico
      sempre  la  stessa:  attaccare  la  guerriglia  dal suo interno per
    portare l'intero proletariato metropolitano al dominio e alla resa  in
    tutti  i  rapporti  sociali e in tutte le articolazioni del sistema di
    potere rosso.  Dunque,  per ogni proletario,  per ogni  comunista,  la
    scelta  tra due sole alternative: continuare a lottare o arrendersi e
    tradire la propria classe, i propri compagni di lotta.
    Annientando Ennio Di Rocco non abbiamo fatto altro che dare continuit
    alla  parola  centrale  della  campagna  Peci:  l'unico rapporto della
    Rivoluzione con i traditori  annientamento!
    Dare concretezza a questa  parola  d'ordine  nel  Kampo  di  Trani  ha
    significato  ancora  pi  impegno  contro il progetto del Ministero di
    Grazia e Giustizia che vuole questo blocco per proteggere,  coltivare,
    incentivare  attivamente  tutte  le possibili forme di dissociazione e
    resa.  Disarticolare questo progetto  condizione  indispensabile  per
    far s che le nostre lotte abbiano un respiro strategico, un contenuto
    di potere e costruiscano l'organizzazione di massa rivoluzionaria.  In
    questo senso,  l'annientamento di Ennio Di Rocco  solo una tappa  del
    nostro pi generale percorso di lotta per la conquista degli obiettivi
    di programma del proletariato prigioniero.
    Contro l'attacco dello Stato
    - liquidare l'art. 90 e affermare il potere di comunicare!
    - Liquidare la strategia della resa, continuare la campagna Peci
    - Organizzare e diffondere la liberazione del proletariato prigioniero
    in tutte le sue forme e in tutto il circuito della differenziazione!
    I  proletari  per  la costruzione dell'Organismo di massa del Kampo di
    Trani, 27 luglio 1982



    - Brigate Rosse - Partito Comunista Combattente,  "Dalle  pratiche  di
    tortura ai progetti di desolidarizzazione",  Nuoro, dicembre 1982, in:
    Il Bollettino 8, Milano 1983. Frammenti.
    (...) Sulla tortura e su un caso particolare.  (...) Ci riferiamo  ad
    una  quantit di fatti sciagurati,  che vanno dall'assassinio di Ennio
    di Rocco,  al clima mafioso di intimidazione e minacce;  dai  processi
    sommari  che  nuove  egregie eccellenze,  teorici della guerra sociale
    totale, pretendono di istruire, nell'intento di instaurare un clima di
    faide interne,  subito capito e colto al volo  dagli  strateghi  della
    borghesia imperialista; basti pensare alle dichiarazioni dell'indomani
    della   vicenda   Di  Rocco,   da  parte  di  Imposimato,   che  molto
    tranquillamente diceva che da quel momento chiunque "aveva fatto delle
    ammissioni  durante  un  interrogatorio  pesante  poteva   essere   un
    possibile  bersaglio da eliminare".  E - aggiungiamo noi - da parte di
    chi,   visto  che  lo  Stato  non    certo  nuovo  a  provocazioni  e
    all'apertura  del  carcere  di  Spoleto,  che materializza il clima di
    sospetto  sull'identit  politica  dei   compagni   che   ci   vengono
    trasferiti,  ma ancora non basta, uccisioni di guardie giurate al fine
    di mera pubblicistica di  organizzazione;  teorizzazioni  sull'attacco
    indiscriminato all'esercito.
    L'effetto  di  simili  azioni  rispetto  al  proletariato,     quello
    devastante delle provocazioni di Stato,  dello  sparare  nel  mucchio,
    pratica  estranea  da sempre al movimento rivoluzionario.  Pratica che
    oggettivamente concorre con lo Stato nel  tentativo  di  rappresentare
    l'avanguardia  comunista  ossessionata  dal tarlo dell'infiltrazione e
    del tradimento.  (...) L'episodio Di Rocco ha riproposto con  forza  e
    urgenza questo problema.  Chiamati direttamente in causa dal volantino
    che  ne  rivendica  l'esecuzione,   come  "puntello  oggettivo   della
    strategia  della  resa",  non  intendiamo  lasciare  spazio  a  simili
    provocatorie falsit.  Andiamo con ordine.  Quali sono in  sintesi  le
    tesi   che   sostengono  l'esecuzione  Di  Rocco,   pi  compiutamente
    argomentate nel comunicato numero 3 del Partito Guerriglia al processo
    Moro?
    a) Lo scontro di classe nella  metropoli  si  d  "qui  ed  ora"  come
    "inimicizia  assoluta tra le classi",  come "guerra sociale totale che
    attraversa tutti i rapporti  sodali";  dunque,  la  coscienza  diviene
    terreno  di  scontro  tra  ideologia borghese ed ideologia proletaria.
    Nello specifico la tortura,  agendo su questo campo di battaglia,  non
    farebbe altro che far emergere la parte dominante in ciascun militante
    e  proletario  senza  creare  nessuna nuova situazione,  ma unicamente
    rendendo evidente quello che gi c'era.
    b) Ne consegue che la tortura diventa  solo  un  alibi,  un  paravento
    dietro  cui  i  traditori,  che  comunque erano gi "borghesi dentro",
    tentano  di  nascondersi  per  infiltrarsi  di  nuovo  nel   movimento
    rivoluzionario.
    La visione del Partito Guerriglia dell'attuale scontro di classe nella
    metropoli  nega  tutta  la complessit delle contraddizioni esistenti.
    (...) Tornando allo specifico della tortura e alle contraddizioni  che
    induce nel momento rivoluzionario,  per il Partito Guerriglia non sono
    criteri politici di base ai quali   possibile,  giusto  e  necessario
    analizzare  le  diversit  dei  singoli  casi di cedimento per lottare
    contro le debolezze del movimento  rivoluzionario  in  modo  efficace.
    Dunque    di   nuovo   anche   qui   o   rivoluzionari   integrali   o
    controrivoluzionari organici.
    Affrontando  la  questione  della  torturati   questo   schema   viene
    riprodotto per intero, cosicch la presunta ripartizione del mondo tra
    "comunisti   integrali"   o   "controrivoluzionari  organici"  diventa
    schizofrenia dell'individuo.
    Dice il Partito Guerriglia "con l'avanzare dello  scontro  di  classe,
    dentro  ogni  proletario si riproduce lo scontro mortale tra le classi
    ed il borghese che  in lui  lotta,  si  riproduce,  si  dibatte  Cos
    mentre si fa sparire con la bacchetta magica il mondo reale,  la nuova
    situazione   concreta,    si    crede    pi    nell'interiorizzazione
    dell'ideologia, nelle ragioni psicologiche, che nei rapporti reali che
    si materializzano nella tortura.
    Infatti insiste il Partito Guerriglia: "L'obiettivo della tortura, non
      incidere  sulla  personalit del singolo;  bens sulla coscienza di
    classe.  In questo senso non esiste una soglia fisica o psichica oltre
    la quale pu e deve (sic!) avvenire il crollo..."
    E,  perla delle perle, continua: "La scienza del trattamento applicato
    dai torturatori  scienza inutile contro  la  forza  invisibile  della
    coscienza di classe".
    Mentre  la  coscienza  di classe in tal modo viene ridotta al ruolo di
    santino scaccia dolori,  si chiudono gli occhi davanti la  realt,  si
    nega  sfacciatamente  un  fatto concreto riducendolo ad un problema di
    interiorizzazione dell'una o dell'altra  ideologia.  Al  di  l  delle
    misure  che  si possono e si devono prendere nei confronti dei singoli
    per i loro errori,   evidente che gli arresti di massa,  l'attacco  a
    intere  esperienze  organizzate,   non  possono  essere  ridotti  alla
    debolezza di soggetti mal ideologizzati.
    Si ignorano le caratteristiche di arma, proprie della tortura, e la si
    riduce ad alibi del torturato singolo.  (...) Non    stata  certo  la
    tortura  a  fermare  la  vittoria  delle  rivoluzioni,  ma di certo la
    tortura pu disarticolare fino a distruggere  per  lunghi  periodi  le
    organizzazioni che non si adeguano a questo livello di scontro.
    Chi  non  si  pone  questo  problema  non  vuole  imparare  dall'amara
    esperienza.  (...) Secondo  le  tesi  del  P.G.  una  volta  data  per
    sconfitta  ed impercorribile per la borghesia la strada della tortura,
    rimane il problema dei torturati che in qualche  modo  abbiano  ceduto
    durante il trattamento.
    Come  viene  affrontata  la  contraddizione?  Intanto negando il fatto
    concreto: il trucchetto  semplice,  basta  dilatare  il  concetto  di
    tortura   "come   pratica   istituzionalizzata   dalla   cattura  alla
    detenzione".
    Dunque, ci fanno capire costoro: "Se si pu resistere in galera si pu
    resistere allo stesso  modo  sotto  i  bastoni  e  gli  elettrodi  dei
    torturatori", ogni qualit specifica dei fenomeni viene azzerata.
    Ne  consegue  che  altrettanto inesistente  il problema del cedimento
    sotto tortura,  che,  anche se parziale,  viene equiparato  alla  resa
    totale,  al  passaggio  organico  nelle  fila della controrivoluzione.
    (...) Rifugiandosi nell'ideologia, l'unica contromisura che riescono a
    tirare fuori  la magnanimit o meno del movimento rivoluzionario.
    Riduzione al puro aspetto militare  della  contraddizione  di  cui  in
    vario  modo  sono  portatori  coloro  che sotto tortura hanno avuto un
    cedimento parziale,  un errore madornale. (...) Ed infatti,  tornando
    alla  vicenda  Di Rocco,  egli una volta arrivato negli spedali lavora
    per molto tempo ad organizzare e dirigere le istanze di dibattito e di
    organizzazione proletaria.  Ci che  emerge  da  questa  situazione  
    l'incapacit di comprendere la complessit politica di tale questione.
    Di  Rocco  al  tempo  stesso  diviene  portatore di una contraddizione
    insopportabile per la sua organizzazione.
    Si  cos assistito ad un brusco dietro front che ha fatto passare  Di
    Rocco   dalla   categoria   del  "militante  perfetto"  a  quella  del
    "controrivoluzionario organico".
    Con tale impostazione si arriva all'unica soluzione possibile: la  sua
    eliminazione.
    Noi  pensiamo  che  la  tortura,  per  quanto  efficace  per estorcere
    informazioni,   poich  pu   mettere   nell'immediato   in   violenta
    contraddizione  la  resistenza individuale con l'esperienza collettiva
    accumulata,    non   pu   tuttavia   trasformare   da   sola   questa
    contraddizione,  e  i cedimenti parziali,  in passaggio organico nelle
    fila della controrivoluzione.
    Il Partito Guerriglia non solo nega tutte le contraddizioni  politiche
    che  l'uso  della tortura ha indotto nel movimento rivoluzionario,  ma
    usa l'episodio  Di  Rocco  per  attaccare  proditoriamente  la  nostra
    organizzazione.
    Accecati   da   un   infantile   estremismo   trionfalista   scaricano
    sull'individuo non soltanto i suoi propri errori,  ma  addirittura  la
    responsabilit  globale  dei  tracolli  di  una linea politica e di un
    impianto teorico errati e insufficienti.  Cercano  un  nemico  interno
    come  panacea  per  tutti  i  mali.  (...) Al contrario per noi aprire
    questo dibattito e mantenerlo vivo  indispensabile per  ridare  forza
    alla  lotta  e  al combattimento proletario,  per rilanciare una reale
    offensiva in grado di porsi concretamente sul terreno della  conquista
    delle  masse al progetto politico della guerriglia,  alla lotta armata
    per il comunismo (...).



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    - Frazione comunitaria, "Sul caso Ennio Di Rocco", Trani, agosto 1982,
    in: Il Bollettino 6, Milano 1982.
    Questo   il nostro contributo di riflessione in merito alla morte di
    Ennio  Di  Rocco,  torturato-delatore,  responsabile  dell'arresto  di
    numerosi  altri  compagni,  della  caduta  nelle mani del nemico di un
    apparato di sostegno della guerriglia,  ucciso nel campo di Trani  per
    avere  socializzato ai suoi torturatori il patrimonio di conoscenza in
    suo possesso, lacerando la sua identit.
    Ci che ormai nel linguaggio comune va sotto il termine "irriducibile"
    non  altro  che  il  radicamento  insopprimibile  del  nostro  essere
    rivoluzionario,  la  sua fondamentale alterit,  l'elemento soggettivo
    essenziale che un percorso di liberazione comunista valorizza,  di cui
    generalizza le ragioni e a cui da la voce un nuovo linguaggio,  di una
    nuova umanit che esprime i suoi  valori  dentro  un  orientamento  di
    senso  profondamente  correlato  alla  prassi  trasformativa  messa in
    campo.  E' in primo luogo contro questa fondamentale alterit,  per la
    quale  non esistono conciliazioni possibili,  che lo Stato getta sulla
    bilancia tutti i mezzi disponibili,  tutti  gli  strumenti  possibili,
    anche  la  tortura,   appunto!   seppure  in  questa  fase  utilizzata
    selettivamente,   stata presentata come  una  spettrale  oggettivit:
    limite invalicabile e micidiale alla tenuta dei combattenti catturati,
    capace  di  distruggerne  il  valore  di  appartenenza solidale ad una
    comunit  guerrigliera,  il  sentimento  di  fratellanza,   capace  di
    inserirsi in contraddizioni presenti. (...)
    Un  percorso  di  liberazione  collettivo  non pu non essere anche un
    grande discorso sull'individuo,  l'acquisizione anche in questo senso,
    di  passaggi  concreti,  tensioni,  energie collettive.  Ci sono mille
    ragioni che insorgono nella determinazione di resistenza soggettiva  e
    collettiva sulla soglia tortura e la motivano di un grande rapporto di
    appartenenza.  Tra  le prime ragioni il comportamento dei compagni che
    non si sono fatti piegare,  la  tenuta  di  chi  attraverso  l'inferno
    carcerario,  l'amore  per  i  compagni  e compagne che vivono le mille
    difficolt della lotta clandestina, la necessit di fare ognuno la sua
    parte per cooperare,  costi quel che costi,  alla ricostruzione di  un
    soggetto    collettivo    per    la    trasformazione   rivoluzionaria
    dell'esistente  societario,   alla  ricostruzione   di   un   progetto
    complessivo  di  liberazione.  Pure  avendo  presente tutta l'asprezza
    della  situazione,   non  possiamo  accettare  che  la   tortura   sia
    considerata  come  produttore  estremo  di  ulteriori equivalenti,  di
    comportamenti equivalenti, di soggetti equivalenti. Ci sono periodi in
    cui un uomo decide della sua vita nel breve volgere di una frazione di
    tempo.  In essa si da la pi  grossa  verifica  di  se  stessi,  della
    propria  determinazione e ostilit,  delle proprie motivazioni,  della
    disponibilit con cui ci si mette in gioco.  Ci appartiene totalmente
    a  questo  presente: un conflitto a fuoco o un trattamento bestiale in
    un appartamento di polizia o,  ancora,  un isolamento  allucinante  in
    carcere  con  pestaggi ripetuti,  appartengono al moderno paesaggio di
    questa nazione.  E' un paesaggio che va aggredito piuttosto che subto
    perch una soggettivit rivoluzionaria non pu fare a meno di misurare
    la sua tenuta pena il suo decadimento nell'impotenza,  nel considerare
    come reale l'assolutizzazione del potere della societ del capitale  e
    vincente  la campagna per la resa che lo Stato ossessivamente martella
    nella comunicazione  sociale.  La  tortura  non    parte  separata  o
    escrescente;  la  collaborazione  sotto tortura ha svolto anch'essa un
    ruolo  organico  nel  progetto  di  distruzione  delle  organizzazioni
    comuniste   e  di  annichilimento  della  speranza  di  trasformazione
    rivoluzionaria.  A Trani un  corpo  collettivo  di  prigionieri  si  
    interrogato  sul  significato della collaborazione sotto tortura,  sul
    largo ventaglio delle sue implicazioni e ha dato battaglia  perch  si
    sperimentasse  un'assunzione generale dei problemi e dei temi inerenti
    la questione.  Lo ha fatto dal  vivo  di  una  composizione  di  campo
    estremamente contraddittoria in cui una intera fascia di comportamenti
    rappresentava le lacerazioni e le devastazioni soggettive subte.  Pi
    che in altri campi a Trani  era  in  una  fase  avanzata  un  progetto
    articolato  di interiorizzazione,  nella collettivit prigioniera,  di
    una  promiscuit   coatta   con   posizioni   che   avevano   espresso
    compromissione e collaborazione con lo Stato. E' stata fondamentale la
    battaglia  politica condotta per imporre un affrontamento collettivo e
    un  attraversamento  di  tutta  la  composizione,   battendo  gestioni
    "privatizzate"  e  omert  di  gruppo,  sulle  quali  faceva  gioco il
    tentativo ministeriale di far abbassare la guardia  alle  soggettivit
    rivoluzionarie imprigionate. E' suicida permettere che prenda piede la
    dimensione  di  un  cattivo infinito dove giustificare o comprendere o
    recuperare le ragioni di  chi  ha  operato  gravi  rotture  dentro  la
    comunit proletaria al momento dell'arresto,  di chi ha permesso fosse
    sferzata la sua  stessa  identit.  Fare  chiarezza  non    stato  un
    percorso  semplice,  le  prime  esplosioni violente della collettivit
    prigioniera,  seppure contraddittoriamente,  hanno operato  in  questa
    direzione,   sono   state   un  segnale  preciso  di  ripresa,   hanno
    concretamente favorito la ripresa della discussione su tutti i temi ed
    innervato una pratica di lotta nel campo.  E' in questa situazione  di
    un  confronto  pi  ampio  tra  le  componenti  prigioniere  e  di  un
    approfondimento  comune  dei   gravi   problemi   che   il   movimento
    rivoluzionario si trova ad affrontare in questa fase, che si precisano
    i   termini   della   riflessione   generale  attorno  ai  temi  della
    collaborazione sotto tortura,  chiudendo il  varco  aperto  da  teorie
    giustificazioniste  da un lato,  e sapendo distruggere un'intelligenza
    tra alcune ammissioni strappate e il racconto della  parte  di  storia
    antagonista  in  cui  si    vissuto,  con la fornitura di elementi di
    conoscenza al nemico,  capace di  far  arretrare  ipotesi  di  ripresa
    dentro il percorso di liberazione comunista.
    E'  una  discussione  aperta  e  per  molti  suoi  aspetti  ancora  da
    sviscerare,  ma la sanzione su Di Rocco rappresenta un punto fermo  di
    iniziativa soggettiva su cui tutti devono esprimersi e confrontarsi.
    Non  ci  appartiene  il  ruolo  di  ostaggi  tenuti  nelle trappole di
    equivalenze e dei quali vengono contrattate le nostre sorti secondo le
    ipotetiche modificazioni del  quadro  politico  di  questo  paese.  Ci
    interessa  continuare  a  fare  la  nostra  parte  affinch  una nuova
    socialit,  ricca di umanit e di una qualit superiore  di  relazioni
    trasformative,  emerga  dentro  la radicalit di un percorso di guerra
    sociale.  La sanzione su E.  Di Rocco corrisponde ad  un  criterio  di
    giustizia  che  del resto non ci appartiene ma si colloca,  trovandone
    ulteriori ragioni,  all'interno delle iniziative contro il progetto di
    desolidarizzazione. (...)
    Non  ci  appartiene  invece  l'invenzione  di  un  diritto  proletario
    formalizzato  da  contrapporre  al  diritto  borghese   che   vogliamo
    distruggere;  collochiamo il nostro agire nell'orizzonte di una guerra
    di frontiera sostenuta da una  nuova  umanit  e  non  dentro  trincee
    assediate dalle linee di reimposizione del dominio del capitale.
    Non  c'  uomo che non sia in ogni momento,  ci che  stato e ci che
    sar.
    - Contro la strategia ed il  partito  della  resa  -  Per  la  ripresa
    dell'iniziativa guerrigliera ed il movimento sociale antagonista - Per
    la  distruzione delle galere e la liberazione - Per la costruzione del
    movimento prigioniero di liberazione.



    Testimonianze al Progetto Memoria.

    - Lodovico Basili,  Testimonianza al Progetto  memoria,  Roma,  agosto
    1993.
    Conobbi  Ennio Di Rocco nel 1971,  portava un eskimo blu ed uno zaino
    sempre a tracolla. Frequentavamo l'Itis 'G. Galilei' a Roma.
    Lui faceva di tutto per non diventare elettrotecnico. Io vi ero finito
    per sbaglio.
    Mi piace ricordare quella scuola conosciuta in citt fin dal 1960  per
    le  lotte  contro  il  governo Tambroni e D'Inzeo a cavallo davanti al
    portone per bloccare gli studenti.  Cos ci narravano  i  bidelli  pi
    anziani.
    Abitava  nel  quartiere  "rosso  e  proletario" di Casalbertone.  Alti
    casermoni dormitorio dai cortili animati da tante grida fino alle otto
    di sera.  Tipico quartiere della Roma degli anni '60.  Chi vi  abitava
    erano  prevalentemente edili.  Anche il padre di Ennio lo era ed egli,
    ogni tanto, per arrotondare, andava sui cantieri. Quello che pi aveva
    ereditato dagli edili era  il  piacere  di  bere.  Se  particolarmente
    ciucco,  era difficile da contraddire... ed improvvisamente si apriva,
    veniva gi quella parte di lui solitamente taciturna, quasi ombrosa.
    Un comune amico, forse quello a lui pi caro, lo chiamava Moricone per
    omonimia, di nome, con il compositore delle musiche dei film di Sergio
    Leone, Ennio Moricone.
    Credo che fu chiamato cos dopo la visione del film "Gi la testa".  A
    quei tempi non si poteva vedere quel film senza rimanerne affascinati.
    Ed  allora  "gi  la  testa  morico'..." spesso lo chiamavamo cos per
    divertirci.
    Un altro dei suoi migliori amici era un anarchico che  amava  cantare,
    con  voce  da  tenore,  l'aria  del "ridi pagliaccio" durante i cortei
    interni studenteschi dopo essersi coperto la testa con il cappuccio di
    una giacca a vento rossa e nera.
    Quando mi  stato chiesto di  ricordare  Ennio  Di  Rocco  ho  pensato
    subito  anche  a loro.  Tutti comuni compagni e amici di scuola.  Cos
    diversi anche nelle scelte che poi segneranno la vita di ognuno pi  o
    meno tragicamente.
    E  poi  i  ricordi  che ho di Ennio Di Rocco sono solo scolastici.  Ci
    frequentavamo  solo  l.   Un   anno   fummo   i   peggiori   studenti
    dell'Istituto:  secondo  quadrimestre...  tutti  non  classificati  in
    pagella.   Avevamo  occupato  un'aula  nell'istituto  e  noi   eravamo
    reperibili, per chiunque, solo l. Vivemmo con divertimento e passione
    le lotte di quegli anni.
    Ennio  Di  Rocco  fu  tra  i fondatori e animatore del nucleo politico
    studentesco e il suo impegno era sempre totale. Ricordo il suo impegno
    in specialmodo nelle lotte antifasciste e contro la repressione. Ci si
    accompagnava spesso a casa, la sera,  per paura che i fascisti fossero
    l ad aspettarci.
    Fuori  dalla scuola lui militava in un collettivo di quartiere a Villa
    Gordiani dando vita a molte iniziative di lotte  proletarie  a  fianco
    soprattutto delle occupazioni delle case.
    Finita la scuola lo persi di vista.
    Poi una sera, sei anni dopo, mentre ero in carcere a Novara, guardando
    il telegiornale,  appresi che lo avevano arrestato a Roma,  in centro,
    in via della Vite,  su di una macchina parcheggiata in modo da destare
    sospetti. Cos disse il telegiornale.
    Sperai  di  reincontrarlo presto.  A quei tempi era normale girovagare
    molto per le carceri speciali.
    Alcuni mesi dopo - ero nel  carcere  di  Cuneo  -  ricevetti  una  sua
    cartolina:  "E'  destino  che  i proletari si reincontrino,  spero che
    avvenga presto." Gli risposi che confidavo sarebbe accaduto.
    Un giorno, passato poco tempo dalla cartolina,  lessi un suo documento
    dove  scriveva delle torture che aveva subito e diceva (non ricordo le
    parole esatte) che fra il torturato e il torturatore c' un momento in
    cui ambedue vogliono farla finita. Il primo per far cessare il dolore,
    le torture e i ricatti, il secondo per estorcere confessioni.
    Stetti malissimo quando appresi della sua morte.  Ed ancora oggi provo
    un profondo malessere a ricordare quei momenti.
    Non  mi    stato facile scrivere queste poche righe,  non sapevo come
    fare, poi i ricordi...
    Solo una considerazione: forse la  nostra  bibliografia  sulle  storie
    degli uomini e delle donne che fanno le rivoluzioni era incompleta.


    - Stefano Petrella,  Testimonianza al Progetto memoria,  carcere, Roma
    1994.
    Ennio era un compagno  molto  conosciuto,  a  met  degli  anni  '70,
    soprattutto  negli  ambienti studenteschi di Roma-Sud.  Aveva promosso
    l'occupazione   dell'Itis   Galilei,    nel    75,    e    contribuito
    significativamente  alle lotte degli studenti proletari degli istituti
    tecnici e professionali, per il presalario.  E' proprio in quegli anni
    e in quelle lotte che faccio la sua conoscenza.  Dopo le scuole, Ennio
    inizia a lavorare in cantiere,  come  operaio.  Lo  rincontrer  nelle
    B.R., nell'estate dell'80.
    Ho tantissimi suoi ricordi che accompagnano un lungo arco di tempo, ma
    nessuno  potrebbe restituire un'immagine fedele di cosa  stata la sua
    vita. Voglio dire che  stato un compagno coerente fino alla fine, che
    credeva nelle sue scelte e che per esse si  sacrificato.
    Ennio  stato ucciso perch  il  fanatismo,  la  miseria  umana  e  la
    presunzione  personale  di  qualche  dirigente,  e  l'ignoranza  e  la
    vigliaccheria di  molti  altri  compagni,  portarono  a  dire  che  un
    militante arrestato e sottoposto a tortura,  che resiste alcuni giorni
    lasciando la possibilit ai suoi compagni di mettersi in salvo,  e che
    poi  cede  alle  torture rivelando indirizzi di basi che credeva ormai
    abbandonate,  andava considerato comunque un  traditore  e  ucciso.  A
    corollario  di  ci  venivano sostenute improbabili quanto mirabolanti
    bolle d'aria del tipo "rottura dell'io  collettivo",  "guerre  sociali
    totali", eccetera.
    Per questo  stato ucciso Ennio e con lui  morto un compagno generoso
    ed altruista.  Si  trattato di uno dei gesti pi abietti e scellerati
    della nostra storia.
    Mi piace pensare che nei suoi ultimi momenti di vita sia corso con  il
    pensiero  a  quei  suoi  viaggi  in moto nei paesi intorno a Roma,  in
    compagnia delle compagne e dei compagni a lui pi cari.


    -  Antonella  Fabbrini,  Testimonianza  al  Progetto  memoria,  Poggio
    Mirteto 1995.
    I  miei  ricordi  con  Ennio  sono  legati e risalgono ai tempi della
    scuola: anni  '74-'75.  Lo  conobbi  al  Galileo  Galilei  dove,  come
    accadeva  spesso  in  quegli  anni,  io  ed  altri  giovani  compagni,
    partecipavamo ad assemblee di movimento.  In quel  periodo  il  Sarpi,
    istituto scientifico che io frequentavo,  fu occupato,  e gli studenti
    del Galilei invitarono una nostra delegazione  a  partecipare  ad  una
    riunione.  L conobbi Ennio,  o per meglio dire il "Moricone" come gli
    amici lo chiamavano.  Strinsi subito con  lui  e  con  gli  altri  una
    sincera  amicizia,  che ci porter a conoscerci meglio per lungo tempo
    ancora.  Eravamo tutti molto  giovani.  Erano  gli  anni  delle  lotte
    studentesche,  eravamo  coloro  che  portavano  avanti la bandiera del
    "dopo '68",  della lotta,  e tutto questo,  l'aria che si respirava in
    quei tempi, ci faceva sentire "belli e giusti". Formammo un gruppo nel
    gruppo, Ennio io ed altri cinque o sei compagni pi affiatati; eravamo
    sempre  insieme.  Ricordo delle splendide mattine di sole primaverile,
    al ritorno dal liceo,  sui tram che portavano  da  Porta  Maggiore  al
    Prenestino,  dove  abitavamo  quasi tutti del nostro gruppo,  intonare
    "bandiera rossa" o altre canzoni di lotta,  noncuranti  degli  sguardi
    attoniti di chi ci stava intorno.
    Ci  sentivamo  "belli  e  giusti",  ripeto,  e  questo  ci dava grande
    complicit e forza.  Io ed Ennio eravamo sempre molto vicini;  ricordo
    dei  pomeriggi  lunghissimi  passati  con  lui a casa mia.  Mangiavamo
    pacchi enormi di biscotti spalmati di burro e marmellata, parlavamo di
    noi, di come avremmo voluto la nostra vita, dei nostri desideri, delle
    nostre amarezze.  Ennio era pi grande di me di pochi anni,  ne  aveva
    circa 18 ed io pi o meno 15,  ma bench cos giovane, lo ricordo come
    una persona molto matura,  attento a  tutto  ci  che  lo  circondava,
    sempre  disposto  al  dialogo ed al confronto.  Era sicuramente il pi
    serio tra noi,  forse anche un po' chiuso e schivo  di  carattere.  Ma
    molto  credo  dipendesse anche dai problemi che,  mentre per noi erano
    solo sentiti dire e letti nei volantini di lotta,  per  lui  erano  il
    quotidiano.  Di  famiglia  proletaria,  mi  raccontava  spessissimo di
    discussioni, liti, problemi in famiglia riguardanti la scarsa economia
    dei suoi.  Ricordo paventasse sempre la possibilit,  reale,  di dover
    lasciare la scuola per andare a lavorare. Si opponeva con tutte le sue
    forze a questa possibilit,  sia perch non voleva lasciare "noi" e il
    mondo  della  scuola,  sia  perch  non  voleva  diventare  "un  altro
    ignorante  nelle  mani  dei padroni".  "Opporr il mio intelletto alla
    loro forza economica" diceva sempre.  Di  grande  carattere  Ennio  ci
    credeva  veramente;  ricordo  un  episodio  molto simpatico,  legato a
    questo suo modo di vivere la militanza politica.  Ebbe una  volta  una
    discussione  in  famiglia,  sempre  inerente  al  bisogno  di  un  suo
    contributo economico alla famiglia.  Prepar addirittura un  volantino
    con  le  motivazioni  per cui lui non accettava il ricatto impostogli,
    ma,  ritenendo giuste e opportune  le  richieste  economiche  avanzate
    dalla  famiglia,  proponeva  loro  la  possibilit  di frequentare una
    scuola serale,  da lui stesso pagata,  per consentirgli di  continuare
    gli  studi e contemporaneamente di aiutare la famiglia.  Ne fece delle
    copie, lo distribu alla famiglia, ai parenti, agli amici,  e cominci
    a  muoversi  in  tal  senso.  Non so se  facile trovare tanta volont
    d'impegno e tanta seriet in se stessi a 18  anni.  Ma  questo  rigore
    spesso  lo  portava ad essere poco amabile,  era sempre troppo attento
    alla cosa giusta, ad essere migliore.
    Eravamo  cos  giovani  (oggi  lo  vedo  con  estrema  chiarezza)   ed
    affrontavamo  problemi a volte pi grandi di noi.  Ennio mi parlava di
    "avanguardie", di "internazionale comunista",  di "plusvalore",  ma io
    non  sempre lo capivo,  non sempre la mia mente si apriva con lui,  ma
    subivo il suo fascino, la sua sincerit, il suo vigore.
    Ancora un altro bel ricordo. Fu il giorno del mio compleanno. Ennio ed
    io ci concedemmo una cena a lume di candela  (della  torta!!)  in  una
    trattoria di San Lorenzo.  Lui, ad un certo punto, emozionatissimo, mi
    porse il suo regalo.  Io lo aprii,  era il "Capitale" di Marx.  Era il
    1975  ed io compivo solo 15 anni...  Mi parlava di noi,  mi diceva che
    saremmo diventati una vera "coppia comunista",  che avremmo fatto  dei
    figli giusti in un mondo giusto.  Era bello starlo ad ascoltare,  alla
    luce della candela della torta.
    Quando si usciva con tutti gli altri,  il nostro  stare  insieme  era,
    visto  alla luce di oggi,  dell'et adulta,  rispondente ai pi comuni
    canoni della nostra generazione.  Si andava a mangiare  la  pizza,  si
    ascoltava la musica rock, si suonava la chitarra, si cantavano canzoni
    di lotta.  Ma noi ci sentivamo diversi.  Con i compagni si parlava del
    mondo migliore che avremmo  voluto  costruire,  di  come  impostare  i
    rapporti tra noi,  perch fossero migliori,  di come comportarci nella
    vita per diventare quelle persone giuste che avremmo voluto essere.
    Ricordo andavamo spesso al cinema tutti insieme, Ennio sceglieva quasi
    sempre i films per noi,  e quasi sempre molto impegnati.  Al ritorno a
    casa, nel tram, facevamo delle vere e proprie riunioni, dissertando su
    questa   o  quell'altra  scena  della  pellicola.   Eravamo  veramente
    impegnati a voler accrescerci  dentro.  Abitavamo  quasi  tutti  dalle
    parti  della  Prenestina,  quartiere  di  Roma sud;  alcuni di noi gi
    vivevano da soli,  i pi grandi,  e ricordo che  Ennio,  negli  ultimi
    tempi che ci vedevamo, stava muovendosi in tal senso. Aveva trovato un
    appartamento a Casal Bertone,  vicino alla casa dei suoi, ed andammo a
    vederlo insieme.  Non so pi se decise di prenderlo o no,  ma  ricordo
    anche  in  questa piccola cosa,  la sua estrema determinazione.  Aveva
    deciso,  al tavolino,  con  se  stesso,  che  era  maturo  per  questa
    esperienza;  quindi,  pur trovando anche mille difficolt economiche e
    di rapporto con i suoi che non vedevano di buon occhio la  scelta,  la
    port  avanti con grande decisione.  Di lui questo ricordo molto bene:
    la sua voglia di andare,  il suo coraggio delle scelte,  anche se cos
    tanto  giovane.  Lo  persi di vista,  presto,  troppo presto perch la
    nostra amicizia diventasse bella come era nei  presupposti.  Ennio  si
    avvicin  alla  lotta armata,  come conseguenza,  a mio parere giusta,
    della sua impostazione di vita.
    Seppi  della  sua  morte  da  uno  speacker  della  televisione...  fu
    doloroso, molto doloroso per me.












    STEFANO FERRARI.


    Note biografiche.

    - Stefano Ferrari nasce a Milano, il 5 marzo 1955.
    - frequenta le scuole a Milano.
    - lavora come tecnico alla Snam di Agrate.
    - si sposa.
    - ha una figlia.
    -  molto  impegnato  nell'attivit  sindacale,  svolge  la  sua  prima
    militanza nei collettivi dell'Eni e tra il 1979 ed il  1981  fa  parte
    del Coordinamento Eni per i posti di lavoro.
    - milita nelle Brigate Rosse - Walter Alasia.
    - viene ferito mortalmente dalla polizia a Milano, il 23 luglio 1982.
    - muore in ospedale il 31 luglio 1982.



    Scritture di Stefano Ferrari.

    - Non ne sono state reperite.
    Documenti  prodotti  da  organizzazioni  armate  per  la persona o per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    - Comitato Familiari Proletari Detenuti,  "Volantino", Milano 24-7-82,
    in: Il Bollettino 6, Milano 1982.
    Venerd 23 luglio  1982,  in  via  Plinio  per  l'ennesima  volta  le
    cosiddette  forze  dell'ordine  sono  entrate  in  azione "nella lotta
    contro il terrorismo". Risultato: tre militanti delle B.R.  crivellati
    di proiettili.
    Contro Stefano Ferrari  stato sparato un solo colpo alle spalle,  che
    l'ha  raggiunto  con  precisione  da  killer  alla  scatola   cranica,
    provocando  una  paralisi della parte sinistra e uno stato di coma che
    si preannuncia lungo.
    M.P.  stato falciato da una raffica di proiettili al torace.
    V.S.  stato rincorso e colpito ripetutamente alle spalle.
    Non ci illudiamo che chi programma queste vere  e  proprie  esecuzioni
    sommarie  possa  avere  la  volont  di chiarire l'esatta dinamica dei
    fatti e accertare le eventuali responsabilit. I compagni, i proletari
    che hanno pagato con morti e feriti nelle piazze di tutta l'Italia  la
    loro volont di opporsi allo sfruttamento e alla repressione conoscono
    bene i metodi con cui viene ristabilito l'ordine borghese.
    Non   ci   interessa   quindi   raccogliere   impossibili   "prove"  e
    testimonianze in un ambito  di  intimidazioni  e  ricatto  poliziesco.
    Quello  che  ci  preme  sottolineare    che  proprio  nel pieno della
    diatriba magistratura-polizia e  relative,  pretese  indipendenze,  lo
    stato  borghese quando vuole annientare i suoi antagonisti salta a pi
    pari i tribunali  e  persino  le  torture  nei  suoi  commissariati  e
    caserme,  per procedere alla fucilazione sul campo. Altrettanto dicasi
    per la stampa di regime che anche in questa occasione non ha esitato a
    fare proprie le vergognose  versioni  ufficiali,  cos  come  fece  in
    occasione  del  massacro di via Fracchia a Genova e con l'assassinio a
    sangue freddo di Pezzoli e Serafini.
    Tutto questo,  alla faccia del dibattito pro o contro la pena di morte
    che nei mesi scorsi ha fatto versare fiumi d'inchiostro.
    Se, malgrado la volont omicida della polizia, i compagni non muoiono,
    si  apre  un'altra  persecuzione,  attuata  dalla presenza costante di
    poliziotti in ogni ambito dell'ospedale.  La motivazione pretestuosa 
    "proteggere"  i  medici.  In  realt    l'articolo  90  che  entra in
    ospedale:  una  serie  di  intimidazioni  e   pressioni   psicologiche
    esercitate non solo sui familiari dei compagni, ma anche sui familiari
    di tutti i degenti.  I familiari dei compagni,  poi,  sono costretti a
    subire perquisizioni corporali e addirittura a parlare  con  i  medici
    alla presenza della Digos.
    Si  pensava  con questo di creare isolamento nei confronti dei feriti.
    Si  avuto al contrario rabbia e proteste contro le forze di  polizia.
    Il  Comitato Familiari invita i lavoratori,  in particolare i compagni
    di lavoro dei feriti,  a dimostrare la loro solidariet di classe e il
    personale  medico  e  ospedaliero  a  vigilare  contro i soprusi della
    polizia,  per non rendersi complici di torture fisiche e psicologiche,
    e  a  prodigarsi  perch  siano  garantite  le  cure  e  lo  stato  di
    tranquillit psico-fisica dei compagni.
    Milano 24-7-82.
    Nota: I familiari chiedono, nel periodo del coma, di poter donare gli
    occhi di Stefano Ferrari ad un cieco,  ma  la  richiesta,  per  motivi
    burocratici, non pu essere ottemperata.




    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Non ne sono state prodotte.



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Cecco Bellosi, Testimonianza al Progetto memoria, Como 1994.
    Stefano Ferrari viene dal quartiere Gratosoglio. Il padre, Piersante,
      una  figura  molto  nota tra la popolazione carceraria: lo chiamano
    l'avvocato dei detenuti.  Piersante  giunto a San Vittore tanti  anni
    fa per un reato finanziario e da allora  stato un pendolare di piazza
    Filangieri.  Ha sempre messo a disposizione di tutti la sua conoscenza
    dei codici,  in particolare  di  quello  penitenziario:  centinaia  di
    istanze  motivate  sono  partite  dalla sua penna,  ben pi ferrata di
    quella di molti avvocati.
    Stefano,  quando si sposa,  si trasferisce al Giambellino;  lavora per
    anni alla Snam, poi alla Riva Calzoni, dove svolge attivit sindacale.
    E' curioso,  gli piace stare dentro le cose, i movimenti:  una vera e
    propria antenna  per  l'organizzazione;  gestisce  i  colloqui  con  i
    compagni  che  chiedono  di  entrare  nella  colonna,   si  muove  con
    disinvoltura. Nei primi mesi dell''82 deve entrare in clandestinit in
    seguito  alle  rivelazioni  di  alcuni  pentiti.   Accetta  la   nuova
    situazione,  ma  risente dell'impossibilit a vedere la figlia,  Mara,
    alla quale  molto  affezionato.  Ricordo  di  averlo  visto,  felice,
    giocare  con  lei  in  maschera  al Carnevale Ambrosiano in piazza del
    Duomo.  Diventa dirigente di colonna,  il 23 luglio viene ucciso dalla
    polizia (...).















    MAURIZIO BISCARO.

    Note biografiche.

    - Maurizio Biscaro nasce a Milano, il 4 maggio 1957.
    - frequenta il liceo classico a Milano.
    - si diploma all'Istituto Linguistico Internazionale come traduttore.
    - interprete in simultanea nel 1981.
    - lavora come precario.
    - collabora con la rivista Controinformazione.
    -  attivo nel consiglio di zona 13 per Democrazia Proletaria.
    - svolge il servizio militare nel 1977, nei cavalleggeri a Palmanova.
    - milita nel movimento dell'autonomia.
    - milita nelle Brigate Rosse - Walter Alasia.
    - muore cadendo dal sesto piano,  a Cinisello Balsamo,  il 13 novembre
    1982,   quando  i  carabinieri  vanno  nella  casa  in  cui  vive  per
    arrestarlo.





    Scritture di Maurizio Biscaro.

    -  Maurizio  Biscaro,  Osservazioni  sul consiglio di zona 13,  Milano
    1980.
    L'esperienza accumulata nell'ultimo anno in  fatto  di  rapporti  fra
    Consiglio di zona e popolazione locale mi sembra ponga al centro della
    discussione alcuni punti chiave,  che contemporaneamente rappresentano
    delle  debolezze  di   fondo   del   decentramento   comunale.   (...)
    Nell'insieme  il  C.d.z.    rappresentativo  dei  partiti,  ma,  e lo
    conferma l'episodicit della partecipazione di base,  non delle  masse
    (a  ulteriore  dimostrazione,  se  ce  ne  fosse  ancora bisogno,  del
    distacco sempre  maggiore  tra  partiti  e  popolazione,  compreso  il
    P.C.I.).  (...) Non a caso in quei rari momenti in cui si  verificata
    una certa partecipazione e tensione dal basso dei cittadini  verso  il
    C.d.z.  (non  certo  sollecitata  da  quest'ultimo),  il  consiglio ha
    invariabilmente  fornito  prove  penose  della  sua  inadeguatezza  e,
    soprattutto  della  sua  paura  di  un confronto vero e diretto con la
    popolazione. (...) Questa constatazione mi sembra che porti con s due
    conseguenze:  a)  per  quanto  riguarda  i  problemi  strutturali  dei
    quartieri  (quelli  cio  che  vanno al di l della sistemazione della
    panchina o dell'aiuola), il C.d.z.  non dispone di alcun potere reale.
    (...)  b)  Stando le cose in questi termini,  indicare il C.d.z.  come
    punto di riferimento e/o controparte delle mobilitazioni e delle lotte
    locali, scambiandolo per "l'istituzione della zona",  significa sviare
    le masse dai loro veri obiettivi (che di volta in volta possono essere
    il Comune, lo I.a.c.p., eccetera) e, in ultima analisi, ingabbiarle in
    un localismo privo di sbocchi (...).


    -  Maurizio  Biscaro,  Bozza  di  documento  programmatico  sul centro
    sociale, Milano 1981.
    1.  L'importanza e il valore di un'iniziativa che anche nella  nostra
    zona  cerchi  di  ricostruire  spazi  di  socialit  al servizio della
    popolazione,  non ha certo bisogno di essere sottolineata.  Eppure  il
    livello  di  pericolosa  disgregazione  sociale  che  accomuna  alcuni
    quartieri della nostra zona ed altre aree della periferia milanese, ci
    spinge a ribadire per l'ennesima volta i  termini  fondamentali  della
    questione.  Innanzitutto la caratteristica di quartiere dormitorio che
    la stessa struttura urbanistica ha imposto fin dall'inizio degli  anni
    '60  alla  nostra  zona,  con  tutte  le  conseguenze poi verificatesi
    (tendenza  all'emarginazione,   isolamento  dei   nuclei   famigliari,
    distruzione   dei   vecchi   legami   sociali  e  di  solidariet  che
    caratterizzavano, nel bene e nel male,  la vecchia periferia milanese,
    eccetera).   In   particolare   l'isolamento   e   la   difficolt  di
    comunicazione sociale,  persino con i propri  vicini  di  casa,  molto
    spesso  sta  oggi alla base di una progressiva individualizzazione dei
    problemi sociali,  per cui i singoli individui,  e,  nel migliore  dei
    casi,  i  singoli nuclei familiari (ma anche qui,  questo non  sempre
    vero: esiste ad esempio  una  significativa  spaccatura  generazionale
    all'interno delle famiglie stesse),  tendono a considerare come propri
    problemi personali,  problemi che invece hanno una dimensione sociale,
    in quanto problemi comuni. La cultura delle vecchie case a ringhiera e
    del  cortile  (o  sottocultura se si preferisce),  fra i tanti difetti
    aveva per il merito  di  socializzare  immediatamente  e  di  rendere
    collettivi  anche nella coscienza della popolazione,  tutti i problemi
    dei singoli abitanti. (...) Dall'altra parte, altri fenomeni,  ben pi
    gravi  e  assurti  alla  cronaca  (nera) forniscono quotidianamente il
    polso della situazione: soltanto fra viale Ungheria e  via  Bonfadini,
    nell'arco  di  cinque  anni,  una intera generazione  stata dimezzata
    dall'eroina,   comprendendo  i  morti  (dai  17  ai  27  anni)   e   i
    tossicodipendenti agli ultimi stadi. Ci dovr pur essere un motivo che
    spieghi  come  mai  tanti  giovani,   proprio  nel  nostro  quartiere,
    decidono,  pi o meno coscientemente,  che della vita non gli  importa
    pi  di  tanto?  Non  abbiamo  certo  la pretesa di indicare soluzioni
    miracolose a questo come agli altri problemi che riguardano  la  zona,
    anzi al contrario, riconosciamo pienamente la gravit della situazione
    ed  proprio per questo che rivendichiamo il diritto e,  perch no, il
    dovere,  di lavorare per modificare la  situazione.  Semplicemente  ci
    proponiamo  di lavorare per ricostruire spazi di socialit all'interno
    della popolazione  della  zona,  cio  di  riallacciare  rapporti  tra
    famiglie,  individui  e generazioni,  che oggi non solo non si parlano
    pi, ma nemmeno si conoscono. (...)
    2. Come ambito fisico e materiale all'interno del quale realizzare nel
    concreto queste iniziative abbiamo individuato  la  palazzina  di  via
    Zama, che gi era stata dedicata a centro sociale. (...)
    3.  La stessa costituzione della cooperativa e l'esecuzione dei lavori
    necessari  a   rendere   nuovamente   agibile   il   centro   sociale,
    costituiscono  un  momento  formativo per i giovani che vi prenderanno
    parte: sia dal punto di vista  del  senso  di  responsabilit  che  di
    quello della riscoperta dei valori di lavoro collettivo.
    4.  Programma del centro sociale.  Tracciare un programma estremamente
    particolareggiato delle future attivit del centro sociale sarebbe  da
    parte  nostra  velleitario e contemporaneamente antidemocratico (visto
    che  ancora  tanta  gente,  siano  essi  singoli  individui  o  gruppi
    organizzati  o  membri  di  partiti,  possono  e  devono  dare il loro
    contributo  creativo  alla  definizione   di   tutte   le   iniziative
    particolari  di  cui  si  senta  la necessit).  Ci limitiamo perci a
    parlare del metodo con cui intendiamo costruire il programma, fornendo
    esempi concreti presi da iniziative particolari  gi  in  discussione.
    Rispetto  al metodo generale che intendiamo seguire si pu dire che il
    centro sociale ha lo scopo di aggregare  la  popolazione  secondo  due
    criteri  fondamentali:  da  un lato la gestione creativa e comunitaria
    del tempo libero (dai bambini agli anziani), dall'altro la discussione
    e l'azione collettiva sui problemi  comuni  del  quartiere.  (...)  In
    particolare,  ad  esempio,  un  eventuale  corso  di  fotografia,  che
    raggrupper le persone della zona interessate per hobby alla  materia,
    dovr da una parte avere un livello tecnico adeguato per essere valido
    dal  punto di vista dell'hobby;  dall'altra parte dovr per avere uno
    sbocco sociale (ad esempio un'inchiesta fotografica su questo  o  quel
    problema della zona, oppure dibattiti con tecnici e professionisti del
    settore  sul  significato  e  sull'uso  sociale  che viene fatto della
    fotografia,  e cos via).  Lo stesso  si  pu  dire  per  molte  altre
    iniziative  culturali  (dibattiti,  cineforum,  corsi  di giornalismo,
    musica, danze,  eccetera) in maniera che l'arricchimento culturale non
    diventi  mai  un  tentativo  di  fuga specialistica ma al contrario si
    saldi sempre nella maniera pi organica possibile alla realt sociale.
    Il carattere sociale, poi,  rischierebbe ugualmente di venire meno nel
    caso  in  cui si stabilissero delle rigide divisioni o addirittura dei
    compartimenti stagni tra le diverse attivit o  fra  i  diversi  spazi
    materiali  concessi  a  questo  o  a quel gruppo o a questo o a quello
    strato di popolazione (ad esempio, da una parte i giovani,  dall'altra
    gli anziani,  oppure da una parte i danzatori, dall'altra i fotografi,
    eccetera). Tutte le iniziative devono essere comunque parte del lavoro
    generale del centro sociale, per cui, a fronte della massima autonomia
    delle  singole  iniziative,   ci  sembra  indispensabile  la   massima
    partecipazione  di  tutti  e  il  massimo sforzo da parte di tutti per
    realizzare un confronto continuo e uno scambio continuo di  esperienze
    che   coinvolga  tutti  gli  strati  del  quartiere  (giovani  anziani
    famiglie, lavoratori, studenti, eccetera).
    5. Un punto in particolare sui portatori di handicap e sulla possibile
    funzione del centro sociale per un loro inserimento.
    -  Altri  punti  particolari  (proposte   di   iniziative   eventuali,
    eccetera).



    Documenti  prodotti  da  organizzazioni  armate  per  la persona o per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti:  sono  stati  affissi  striscioni  dalle
    Brigate Rosse - Walter Alasia.

    Documenti  prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento in
    cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Vittoria Dilda  Biscaro,  L'ultimo  caduto  della  Walter  Alasia",
    Milano 1992; dattiloscritto in Archivio P.M. Frammenti.
    (...)  Torno  a  mio  figlio.  Passano gli anni,  lui cresce gracile,
    nervoso,  si porta dietro il trauma da parto.  Avrebbe  dovuto  essere
    ucciso e tirato fuori dal mio grembo a pezzi perch all'ultimo momento
    il ginecologo si  reso conto che ho l'osso iliaco storto e il bambino
    non  riusciva a venire fuori.  Mi hanno tagliata,  mi hanno messo met
    forcipe da sveglia perch dovevano lasciarmi le forze per  le  spinte,
    visto che non si poteva pi procedere al taglio cesareo.
    E' nato, e solo la Madonna sa come. Era il 4 maggio 1957. Seguono anni
    duri,  la  notte  si  svegliava  con  gli  incubi  e  i  vari pediatri
    consultati non capivano che cosa  avesse.  Uno  gli  ha  diagnosticato
    l'otite,  un  altro  disturbi  gastrointestinali e il pi catastrofico
    riteneva che avesse una lesione al cervello.  In compenso  questo  mio
    povero  bimbo  dimostrava  una intelligenza vivissima con un carattere
    difficile. Quando inizia la scuola, rivela una passione per la ricerca
    scientifica ed  bravo in tutte le materie.  Si  innamora  soprattutto
    della biologia e della chimica.  In prima media manda un suo lavoro al
    concorso della Philips ricevendo in premio l'abbonamento alle Scienze.
    E' una promessa e noi genitori, pieni di orgoglio commettiamo il primo
    errore.  Visti i voti bellissimi  alla  fine  della  terza  media,  lo
    iscriviamo  al  liceo classico,  mentre il ragazzo sentendosi attratto
    dagli  esperimenti  pratici  voleva  diventare  perito   chimico.   Ma
    scherziamo?  Un  ragazzo  cos intelligente come minimo deve avere una
    laurea!  Per premio,  visto che in inglese aveva il massimo  voto,  lo
    mandiamo   con  un'associazione  seria,   l'Atig,   a  Cambridge,   in
    Inghilterra, per perfezionare la lingua.
    Mi ritorna un figlio cambiato.  Per prima cosa mi dice che si vergogna
    di  essere  vestito  bene,  poi che ha praticato i "figli dei fiori" i
    quali gli hanno insegnato cosa vuol dire essere  generosi.  Da  allora
    mio figlio si taglia i pantaloni per farci le frange,  tiene i capelli
    lunghi,  insomma diventa un hippy.  Il '68  lui  lo  vive  da  ragazzo
    romantico.  Ammirava  i  ragazzi del Movimento Studentesco e spesso li
    seguiva nelle manifestazioni.  Per lui erano degli eroi ma,  in  mezzo
    alla calca, un giorno si piglia una manganellata da un poliziotto. Non
    deve  essere  stato  un gran colpo,  non mi ha chiesto di fargli degli
    impacchi e in  pi  si  sentiva  importante:  aveva  partecipato  alla
    guerriglia.  (...)  Siamo  nei primi anni settanta.  Il liceo classico
    Berchet era uno dei pi  quotati  di  Milano,  avendo  dei  professori
    eccezionali  e  nella classe del mio Maurizio c'erano i rampolli delle
    migliori famiglie della citt.  (...) Ogni tanto  marinava  la  scuola
    perch  voleva  stare  accanto ai facchini,  agli uomini di fatica che
    lavoravano all'ortomercato o trasportava cassette insieme a  loro.  Un
    giorno,  dopo  tanta fatica,  il capoccia gli mette in mano met della
    cifra  pattuita.   Maurizio  si  ribella  ed  incita  gli  altri  alla
    ribellione  dicendo che quello era lo sfruttamento dei padroni verso i
    lavoratori.  Una coltellata gli  ha  fatto  un  sette  nella  camicia,
    fortunatamente  senza  ferirlo.  Da  quel  momento per noi non c' pi
    stata pace,  perch si  scontrato altre volte e  pericolosamente  con
    questo  losco figuro (che Dio lo abbia in gloria perch  stato ucciso
    dalle forze  dell'ordine  in  un  conflitto  a  fuoco)  che  veniva  a
    spacciare  la  droga nella nostra strada.  Ho detto gi che nonostante
    tutti i miei riguardi perch Maurizio non si mescolasse con la feccia,
    lui era invece amico di tutti e anche degli  zingari  che  avevano  il
    loro accampamento dietro la mia via.
    Un certo Giuff,  zingarello, era diventato grande amico di mio figlio
    perch insieme giocavano al pallone.  Per,  visto che era nomade,  un
    bel  giorno  ha  dovuto partire per altri lidi.  Passano gli anni e un
    giorno si sono incontrati di nuovo.  Decidono,  ahim,  di  andare  in
    centro,  e precisamente a San Babila,  presidio dei fascisti, i quali,
    appena vedevano uno con l'eskimo o conciato da hippy,  menavano  botte
    da orbi e usavano anche armi improprie. Orbene, questi due provocatori
    vanno  in  bocca al lupo.  Infatti vengono circondati da tre o quattro
    fascisti che tirano fuori i coltelli, non immaginando che Giuff aveva
    pure lui il coltello e che lo maneggiava assai meglio di loro. Inoltre
    il mio Maurizio era cintura nera di karat.  Cos  finita in un fuggi
    fuggi dei fascisti che hanno avuto la peggio. (...)
    Al ritorno dalle vacanze decidiamo che il ragazzo deve finire l'ultimo
    anno di scuola per per prudenza gli facciamo cambiare liceo. (...) Un
    pomeriggio, era il periodo della morte di Allende, mio figlio mette le
    scarpe  da  tennis  e  se ne va in fretta prima che gli possa chiedere
    dove va. Ricordo che il tempo era brutto,  pioveva e mi seccava che si
    andasse  a  prendere un malanno.  Torna per la cena e mi dice che deve
    uscire di nuovo,  di non aspettarlo perch rientrer  tardi.  A  notte
    fonda rientra, bagnato come un pulcino.
    - Dove sei stato? Che hai fatto?
    -  Mamma io non ho fatto nulla,  per ho assistito ad una cosa grossa,
    domani lo saprai dalla televisione.
    In quella notte era  avvenuto  l'incendio  della  Face  Standard,  per
    protesta contro gli americani che avevano favorito la fine di Allende.
    (...)  Maurizio  si  rese  conto  che  i  compagni  non andavano bene,
    parlavano di rapine per finanziare il movimento e il mio  ragazzo  non
    voleva  passare  da ladro.  Insomma il comportamento degli autonomi lo
    aveva deluso.  (...) Io mi ricordo  che  ogni  giorno  aumentavano  le
    simpatie  o  il  proselitismo  a  causa  della  pubblicit  che alcuni
    giornali davano alle  azioni  terroristiche.  Titoloni  che  saltavano
    all'occhio,  mentre  si  tenevano  nascosti  i  documenti politici che
    leggevo tramite la stampa clandestina che portava a casa  mio  figlio.
    Lui  scriveva  per  Controinformazione,  soprattutto  sulla situazione
    dell'IRA che ben conosceva per essere stato spesso in Irlanda. Durante
    l'anno faceva qualche mese il muratore o come si  dice  a  Milano  "el
    magt"  e  metteva  da  parte  i  soldi per girare l'Europa durante le
    vacanze.  E' stato in Portogallo,  quando c' stata la rivoluzione dei
    garofani,  per  rendersi  conto che nulla era cambiato,  la musica era
    sempre la stessa.  La rivoluzione - diceva - non si pu  farla  con  i
    fiori.  Anche  in  Spagna  era stato ospite di ragazze basche.  Le sue
    vacanze erano politiche.  (...) Intanto  arrivata  la  cartolina:  lo
    Stato  lo  chiamava a fare il suo dovere.  Mi aspettavo l'obiezione di
    coscienza,  sarebbe stata in  carattere  col  personaggio,  invece  fa
    domanda  per  andare nei paracadutisti.  (...) Questo suo desiderio di
    imparare a paracadutarsi e ad usare  le  armi  nasceva  da  una  ormai
    radicata  speranza  della  rivoluzione.  Mi  dispiaceva che fosse cos
    lontano a fare il soldato e che  soffrisse  per  tante  cose  che  non
    andavano  ma per me  stato un periodo di calma.  Potevo dormire senza
    l'angoscia della perquisizione, senza il timore che mio figlio finisse
    morto ammazzato.  Si vede che io di pace non dovevo averne perch alla
    fine  del  servizio  militare,  quando  Maurizio torna,  mio marito si
    ammala e in breve muore.  Il vuoto che mi ha lasciato questo  compagno
    amato    stato  in  parte riempito dall'amore che ho riversato su mio
    figlio.  Maurizio si iscrive al liceo linguistico perch,  data la sua
    propensione per le lingue, desidera diventare traduttore ed interprete
    in  simultanea.  Se il ragazzo studia vuol dire che pensa anche al suo
    avvenire. Invece non ha mai abbandonato le sue idee,  ha continuato ad
    interessarsi di politica e ad incontrare i compagni.  Dopo gli anni di
    studio viene il giorno degli esami e mi porta  a  casa  un  bellissimo
    diploma. (...)
    Maurizio  inizia  un  lavoro  politico  con  i compagni del quartiere.
    Lavora insieme  a  Democrazia  proletaria.  Scrive  articoli,  prepara
    relazioni,  alcune sere va alle assemblee e si va avanti cos.  Per me
    la scuola e per lui lo studio di giorno e la politica,  che non  rende
    niente, la sera.
    Gli  domando se ha intenzione di farsi mantenere dalla madre per tutta
    la vita,  in attesa di una rivoluzione che non verr mai.  Discutiamo,
    lui  mi  parla  del  Che Guevara,  mi fa leggere un libro esaltante di
    questo eroe, che, per,  finito ammazzato. (...) Io con mio figlio ho
    parlato,  ho ricevuto le sue confidenze e ho tentato di convincerlo  a
    considerare  pericolose  illusioni  i  suoi  ideali ma,  alla fine,  
    riuscito lui a farmi condividere in parte i suoi ideali di  giustizia,
    di uguaglianza,  di fraternit.  Heinrich Bll,  il premio nobel della
    letteratura,  dice che non v' soltanto la violenza delle barricate  e
    quella  dei mitra,  ma c' anche la violenza della Banca,  la violenza
    della Borsa,  tante forme che alla fine risultano  una  prevaricazione
    per  l'uomo.  Praticamente    ci  che  mi rispondeva Maurizio quando
    criticavo certe azioni estremiste,  mi diceva con le parole  di  Marx:
    "Sono pi ladri i fondatori di una banca che i rapinatori".
    Comunque  io  potevo  comprendere questo desiderio di pulizia,  questa
    voglia  di  una  societ  pi  giusta,   questa   delusione   per   il
    comportamento dei partiti politici,  ma le azioni violente no,  quelle
    non le ho mai comprese, non le ho mai giustificate.  (...) Mi stupisce
    in quel periodo la sua prudenza.  Non si fa vedere in giro, non fa mai
    una fotografia e si fa crescere i baffi spioventi alla mongola.  E' un
    comportamento di persona che non vuol lasciare nulla dietro di s, non
    vuole essere identificata.  (...) Maurizio mi sta cercando.  E infatti
    lo vedo.  Sono molto brusca,  incattivita dal suo comportamento e  gli
    chiedo chi vuol prendere in giro!
    - Dove sei e con chi, si pu sapere?
    - Sono con le Brigate Rosse.
    Queste parole mi arrivano come uno schiaffo d'acqua gelida.
    - Verr a riconoscerti all'obitorio -  la mia raggelante profezia.
    Ora che Maurizio si  confessato viene spesso a casa,  di nascosto dai
    compagni. Cerca di non incontrare gente, e quando torno da scuola,  se
    non trovo lui in casa,  trovo un suo scritto.  (...) Le lettere che ci
    scrivevamo purtroppo le ho  distrutte  perch  temevo  da  un  momento
    all'altro una perquisizione,  ed ora vorrei averle perch erano belle,
    erano interessanti, anche se, per indicare l'organizzazione,  scriveva
    "L'azienda".   In   una  sua  lettera  mi  dava  la  notizia  del  suo
    innamoramento per una compagna di latitanza.  Fra tante ragazze che ha
    conosciuto  di bell'aspetto,  di buona famiglia,  va ad innamorarsi di
    una brigatista!  Cos ragionavo sul  momento.  Poi,  pensandoci  bene,
    dicevo a me stessa che tramite questa ragazza la sua vita di disperato
    forse  diventava  pi  sopportabile,  forse  riusciva  a godere ancora
    qualche gioia dell'amore e finivo  per  simpatizzare  con  questa  sua
    innamorata.  (...)  Dunque,  da quando mio figlio  clandestino con le
    B.R.,  ha preso su di s una quantit  enorme  di  sofferenza,  tra  i
    tradimenti  dei  compagni che hanno diviso insieme ideali e lotte,  la
    mancanza di covi, la fame. S,  dico proprio fame,  perch non avevano
    pi soldi e mio figlio li prendeva in prestito da me.  Malgrado questo
    dolore che lo  tormentava,  non  ha  avuto  il  coraggio  di  lasciare
    l'organizzazione.
    - Se la barca fa acqua, io non scappo come un topo - diceva.
    Prende un libro di poesie di Prvert dalla biblioteca e si confida:
    - Mamma ho bisogno di nutrire l'anima e l'intelletto.
    Sono le sue ultime parole.
    Lo accompagno all'ascensore.  Mi abbraccia. Ci scambiamo un bacio e io
    gli dico:
    - Tesoro attento a venerd,  c'  l'allineamento  degli  astri:  porta
    disgrazia.
    Sorride della mia superstizione e, scuotendo la testa, se ne va.
    Mercoled  faccio  un sogno strano.  Vedo mio figlio piccolino,  nudo,
    sull'armadio,  che sta cadendo.  Io sto stirando,  poso il ferro e  lo
    prendo al volo. Lui piange, prende il ferro e se lo mette sulla testa,
    vicino all'orecchio e dice:
    - Male, freddo, mamma.
    Mi  sveglio  e  non  riesco  pi  ad  addormentarmi.  (...)  La  notte
    successiva, in sogno, mi appare mio marito,  vestito di scuro,  seduto
    su  una  sedia,  che  piange  lacrime silenziose,  senza mai alzare la
    testa.  Ancora non penso che siano sogni premonitori.  Penso  che  mio
    marito soffra perch suo figlio  nelle Brigate Rosse.
    Intanto  arriva  venerd notte 13 novembre 1982.  (...) Verso le sei e
    mezza  suona  il  campanello.   So  gi  chi  pu  essere:   c'   una
    perquisizione in vista, quella  l'ora canonica. Domando:
    - Chi ?
    - Carabinieri, aprite!
    Prendo  fiato,  poi apro la porta.  Come bolidi s'infilano in casa col
    mitra spianato molti carabinieri in borghese.  Uno solo,  giovane,  in
    divisa,  che  viene  subito  mandato  via.  Girano  per tutta la casa,
    guardano in tutti gli angoli,  poi  il  comandante,  al  quale  faccio
    presente  di  avere  avuto  un  pre-infarto con implicita preghiera di
    usare un po' di riguardo per questa disgraziata madre,  mi fa sedere e
    mi interroga:
    - Ha una fotografia di suo figlio?
    -  No,  ho  solo  questa  che  gli   stata fatta da militare,  mentre
    cavalca.
    La guarda e poi mi chiede di telefonare.  Sono spaventatissima,  hanno
    individuato Maurizio e lo cercano.
    - Dov' suo figlio?
    - In Inghilterra per lavoro, ma per l'amor di Dio che cosa  successo?
    - Nulla,  signora, solo che suo figlio non  in Inghilterra. Chiami il
    suo avvocato perch dobbiamo fare una perquisizione.
    - No, non ho l'avvocato e non ne ho bisogno,  in casa non c' nulla di
    compromettente.
    Entrano  nella stanza del mio Maurizio e con un'occhiata il comandante
    fa capire ai suoi uomini che devono comportarsi educatamente.  Infatti
    come  spostano  gli  oggetti  li rimettono al loro posto.  Trovano gli
    scritti  di  mio  figlio.  Prendono  la  macchina  da  scrivere  e  un
    duplicatore  che  serviva a me per la stampa del giornalino di classe.
    Infine se ne vanno.  (...)  Luned  mattina,  molto  presto,  corro  a
    comperare i giornali. Al ritorno in cortile incontro un vicino di casa
    che sconsideratamente mi grida:
    -  E'  suo  figlio  quello  che  caduto dal sesto piano di Cinisello!
    (...)
    Arrivano intanto alcune mie colleghe. Parlano,  mi consolano e in quel
    momento  arriva  anche  l'alto  ufficiale  dei  carabinieri  che aveva
    comandato  il  blitz  di  Cinisello  e  che  era  venuto  a  farmi  la
    perquisizione.  Gli  dico: - Perch non mi ha detto che mio figlio era
    morto? Avrei autorizzato il prelievo dei suoi organi, perch lui,  che
    era generoso, ne sarebbe stato contento.
    Chiss,  forse non sarebbe stato possibile,  perch credo che il corpo
    del mio Maurizio sia rimasto a terra tutta la  notte  e  cio  fino  a
    quando  non    arrivato  il  magistrato  per  constatarne il decesso.
    Comunque l'ufficiale non ha aperto bocca, ma a me  sembrato che abbia
    pensato anche lui che la morte di un brigatista poteva salvare qualche
    vita.   (...)  Ho  cominciato  ad  attendere  una  chiamata   per   il
    riconoscimento  del  cadavere  che  era  stato portato all'obitorio di
    Monza.  Passano i giorni,  rotolano via lenti e dolorosi.  Nessuno  mi
    chiama. Non so chi mi riferisce che qualcuno a Radio Popolare dice che
    quel  povero cadavere  stato abbandonato,  nessuno si presenta per il
    riconoscimento. Ma cosa posso fare io, a chi mi presento?  Mentre sono
    disperata  a  pensare  al  da farsi,  un amico caro,  marito d'una mia
    collega,  mi propone di portarmi a Monza  dal  mio  Maurizio.  Abbiamo
    perduto  tutto  il  pomeriggio,  per  sono  riuscita  a  fare  questo
    riconoscimento.  Che triste bisogna!  (...) I giorni passano e non  si
    riesce a fare il funerale. L'impresa di pompe funebri mi dice:
    - Signora,  se fosse morto un cane avrebbero pi riguardo.  Attendiamo
    l'ordine non so da chi.
    Finalmente un giorno mi avvertono:
    - Domani il funerale.
    D disposizione di preparare un cuscino di garofani rossi  da  mettere
    sulla cassa e mi preparo a questa triste ed ultima funzione.
    - Signora, contrordine: il funerale non si pu ancora fare.
    Santo Cielo,  ma perch? Intanto una voce di giovane donna al telefono
    mi dice:
    - Senti noi compagni abbiamo gi pronti  i  fiori,  ma  finiranno  per
    sfiorire.  Tu  quando  sei sicura della data telefona a Radio Popolare
    cos avvertiamo tutti.
    Trascorrono altri giorni. Finalmente mi avvertono che il funerale avr
    luogo luned mattina.
    Il solito carissimo amico mi accompagna a Monza  a  prendere,  diciamo
    cos,  il  povero  Maurizio che ormai sta da troppi giorni nella cella
    frigorifera dell'obitorio.  C' una corona di fiori mandata  dai  miei
    scolari  che  per  il  carro funebre non pu trasportare:  proibito.
    Allora facciamo in modo di  trasportarla  noi,  arrivati  a  Lambrate,
    trovo  la  cassa  mortuaria  sotto  una  volta  del  cimitero,   sola,
    abbandonata.
    Con il mio arrivo si avvicinano molte persone,  tutte con un  garofano
    rosso  in  mano.  Gli  operai  che  avevano  diviso le fatiche con mio
    figlio, quando faceva il muratore, erano tutti l, con il pianto negli
    occhi.  Erano stati loro a trovare i fiori e lo sa Iddio dove,  perch
    al luned il cimitero  chiuso,  per cui non arrivano i mezzi pubblici
    e non ci sono i banchetti di fioristi.  Ma loro li avevano  trovati  e
    distribuiti  alle  persone  presenti.  Ed  erano  tante,  malgrado  le
    previsioni ed il desiderio delle autorit che avrebbero voluto fare le
    cose alla chetichella.  (...) Ad un certo punto,  dopo il  lancio  dei
    garofani nella fossa i compagni si sono riuniti,  col pugno alzato,  a
    cantare  sommessamente  l'Internazionale.  Allora,   in  quel  preciso
    istante,  molte persone,  di idee anche opposte, si sono avvicinate al
    gruppo e si sono unite con le loro voci al coro. (...)
    Mio figlio  morto, non pu parlare ma ha diritto alla mia parola,  ha
    diritto di non essere chiamato "terrorista" perch terrorista non lo 
    mai  stato,  ha diritto di essere ricordato per il suo rigore morale e
    per la sua coerenza.
    Faccio un esempio, quando doveva andare militare avrebbe potuto essere
    esentato perch mio marito aveva un amico  generale  al  quale  voleva
    rivolgersi. Maurizio si  inquietato solo alla proposta:
    -  I  figli  di povera gente,  che non hanno appoggi,  vanno a fare il
    soldato, cos ci vado anch'io.
    La mia mamma aveva diseredato  me  a  favore  di  mio  figlio.  Quando
    diciottenne  diventato proprietario dei due appartamenti dell'eredit
    mi ha detto:
    -  Mamma io sono contro la propriet e gli appartamenti non li voglio.
    Andr da un notaio a farti una procura, tu fanne quello che vuoi.
    E  cos  ha  fatto.  (...)  Fatto  il  funerale,  la  mia  pi  grande
    aspirazione  era  quella di buttarmi a capofitto nel lavoro,  di stare
    con i miei alunni e di essere forte per loro.  (...) Spesso pensavo  a
    quella Daniela di cui mio figlio si dichiarava innamorato, avrei tanto
    voluto  conoscerla,  parlarle,  ma come fare?  Fra tutte le brigatiste
    arrestate quale poteva essere? Cercavo di immaginarmela. Un mattino, e
    precisamente il 22 febbraio 1983,  mi arriva una lettera  dal  carcere
    speciale  di  Voghera.  Anche  questa lettera trascrivo perch ci sono
    parole sincere che mi hanno riportato un  pezzetto  di  vita  del  mio
    Maurizio.
    "Gentile  signora,  se  avessi  seguito l'istinto avrei scritto questa
    lettera  qualche  mese  fa  ma  un  sacco  di  preoccupazioni  che  mi
    rimbalzavano  nella  mente  di  volta  in volta,  mi hanno impedito di
    farlo.  La paura pi grande  quella di riaprire ferite  comunque  non
    rimarginabili,    di    far   riemergere   sentimenti   e   sensazioni
    incancellabili,   le  stesse  che   con   grande   sforzo   si   tenta
    quotidianamente di razionalizzare e nascondere e soffocare nei meandri
    pi  reconditi  del  pensiero  e  della  memoria.  Ho  amato  Maurizio
    profondamente e questo filo che mi accomuna a lei contiene  in  s  il
    motivo  che  mi  ha spinta a scriverle.  La mia intenzione  quella di
    renderla partecipe  dell'amore  genuino  nato  tra  me  e  Maurizio  e
    sviluppatosi nel tempo,  nella maniera pi felice possibile.  Ci siamo
    conosciuti, amati, plasmati giorno per giorno a vicenda, ci siamo dati
    e abbiamo dato insieme il massimo di noi stessi e ci che mi fa felice
    anche oggi  l'essere stata il soggetto di quell'amore, cos come lo 
    stata diversamente lei.  Vorrei trovare altre parole e suoni in  grado
    di  comunicare direttamente tutta la bellezza di quell'amore ma non le
    conosco e forse  non  esistono.  Sono  sicura,  per,  che  lei  sapr
    cogliere  da  questa  mia  il dolore che si sa esiste senza bisogno di
    dirglielo,  ma almeno un po' della gioia  vissuta.  Un  abbraccio  con
    tanto affetto."
    Dopo  questa  missiva  ci  siamo  scritte  per tutto il tempo in cui 
    rimasta in prigione.  Non solo ma ho ottenuto il permesso di andarla a
    trovare. Non saprei raccontare la prima volta, davanti a quell'immenso
    carcere bianco,  in mezzo ai campi,  con un carro armato che faceva il
    giro dell'isolato e tante guardie carcerarie  con  grossi  cani  lupo.
    Come sono entrata nel cortile, ho sentito un coro di voci:
    - Vittoria, Vittoria, ciao!
    Le voci venivano da lontano,  io non vedevo le ragazze,  ma forse loro
    vedevano me.  Mi sono sentita commuovere fino alle  lacrime.  Daniela,
    attraverso  il blindato (erano tutte in isolamento) aveva trasmesso la
    notizia della mia venuta.  (...) Erano in sei o sette dietro ai vetri.
    Le ho guardate tutte: belle,  carine, spavalde. Se pensavo di trovarle
    abbattute per via del carcere duro,  mi sbagliavo.  Non so  quanto  di
    studiato  ci fosse in loro per non affliggere i familiari,  ma in quel
    momento erano tutte irriducibili,  troppo coinvolte negli  avvenimenti
    tragici  di  quegli  anni.  Per cinque anni sono andata regolarmente a
    trovare Daniela,  prima a Voghera poi a San Vittore.  Mi sono legata a
    lei  come  se  fosse  mia figlia.  Pi volte le ho fatto capire che mi
    avrebbe fatto piacere  che  si  dissociasse  dalla  lotta  armata,  ma
    trovavo in lei tanta resistenza. Poi  stata una scelta sofferta e non
    facile,  che dimostra la profondit della riflessione critica, avviata
    da parecchi brigatisti.  (...) La certezza che nulla  finisce  con  la
    morte poich resta tutto impresso da qualche parte al di sopra di noi,
    persino le nostre voci, mi aiuta a continuare questo tribolato viaggio
    e  le  azioni generose,  le parole umane del mio Maurizio continuano a
    rivivere in me.
    - Non essere attaccata alle cose, mamma,  pensa ai sentimenti che sono
    pi importanti, pensa a chi non ha nulla.
    E altre volte, quando lo rimproveravo per avere regalato libri, dischi
    e un giorno anche la giacca, mi diceva:
    -  La cultura deve circolare,  a che servono libri ben allineati e ben
    tenuti in libreria? Cos i dischi.  Cara mamma,  non arrabbiarti ma ho
    regalato  tutti  i miei strumenti della chimica ad un ragazzo che vuol
    diventare perito chimico ed  povero.
    Io ero convinta che, sapendo che gran cuore aveva il mio Maurizio, gli
    altri ne approfittassero e brontolavo come la moglie  di  S.  Omobono,
    patrono di Cremona,  che dava tutto al prossimo.  (...) In casa, nella
    sua stanza che  rimasta come lui l'ha lasciata,  ho attaccato  ad  un
    mobile  un nastro rosso,  ricamato di giallo da una mano gentile,  nel
    quale c' scritto: "Nei nostri sogni, nelle nostre speranze, sempre! I
    compagni del processo Walter Alasia".
    L'ho trovato il giorno  dell'anniversario  della  morte  al  cimitero,
    legava  un  grosso mazzo di garofani rossi.  Dalla prigione i compagni
    l'hanno ricordato cos.  E allora il mio Maurizio non    morto,  vive
    nelle azioni mie,  vive per il ricordo meraviglioso che ha lasciato in
    chi lo ha conosciuto e amato.


    - Rosella Simone,  Poesia per Maurizio Biscaro e  per  Walter  Alasia,
    Milano 15-2-83.
    Almeno li avessi baciati...
    prima che andassero via
    quasi non sapendo fino a dove
    Almeno li avessi baciati...
    negli occhi tristi e sapienti
    sulle palme brucianti e gentili
    che avrebbero stretto
    per poco
    calci di pistole.
    Almeno li avessi baciati...
    sulla bocca giovane, rosa
    che sorrideva tremando e
    non diceva che tutto gi si sapeva.
    Io vado.
    Almeno li avessi baciati...
    avrei sulle labbra
    sapore di miele nuovo,
    di giovinezza orgogliosa
    sapore di glicine senza
    l'amaro della sconfitta.
    Almeno ti avessi baciato Maurizio
    mentre volavi gi
    avrei potuto ricordare
    di averti bevuto.
    Almeno ti avessi baciato Walter
    avrei ricordi pi miei
    di quelle bocche di sangue
    che i giornali hanno taciuto.
    Almeno vi avessi baciato...
    voi, cos saggi, da morire
    prima.






    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Bruno Bigoni, Testimonianza al Progetto memoria, Milano 1995.
    A Maurizio da Bruno.
    Il  Maurizio  che  ho  conosciuto  quello dell'infanzia e della prima
    adolescenza.   Ho  diviso  con  lui  soprattutto  alcuni  mesi  estivi
    trascorsi nelle montagne del Trentino. Lunghe camminate nei boschi, le
    serate  al  bar  del  paese e discussioni infinite su tutto ci che ci
    passava davanti agli occhi. Ed era molto. Gli scacchi infine, gioco in
    cui Maurizio era un vero maestro. Negli anni seguenti ci siamo persi e
    visti pochissimo. Saltuariamente negli ultimi anni della sua vita.  Il
    mio  parlare  di  lui    quindi solo una testimonianza molto privata,
    particolare e limitata,  legata ad alcuni momenti della sua vita e non
    vuole  assolutamente  cercare di dare un profilo esauriente,  n tanto
    meno un ritratto compiuto del suo carattere e della  sua  personalit,
    ma  un  semplice  e  affettuosissimo  ricordo  ormai  divenuto  per me
    prezioso.
    Ricordare Maurizio dopo cos  tanti  anni    visualizzare  frammenti,
    passaggi,  brevi immagini, l'attimo terribile della sua morte, del suo
    partire per sempre.  Tale era la mia capacit di "guardarlo" allora  e
    rivederlo oggi.
    Il   suo   sorriso  enigmatico,   la  sua  strana  allegria,   la  sua
    disponibilit e intelligenza.  La sua ironia che probabilmente sposava
    quell'ansia  interiore,  quella  insoddisfazione che lo divorava e gli
    rendeva (ma questo lo avrei capito solo dopo) la realt di quei  tempi
    (conflittuali  e  violenti)  ingiusta  e  inaccettahile a tal punto da
    decidere il suo sfortunato destino.  Ricordo il suo essere polemico  e
    costantemente contro le opinioni correnti,  i luoghi comuni, il facile
    parlare.
    La sua generosit e disponibilit,  ma anche i suoi  silenzi,  i  suoi
    occhi tristi,  mai soddisfatti;  quel guardarti interrogativo, a volte
    sprezzante,  come se volesse sfidarti.  L'attimo  dopo  sapeva  essere
    affettuoso e premuroso.  Con tutti,  senza falsit. Questo soprattutto
    ricordo di lui - la sua integrit.  Una  fermezza  cos  visibile  che
    spesso  metteva  in imbarazzo.  Le sue idee,  gi cos radicate (inizi
    anni '70) la visione della sua e della nostra vita.
    Il suo  viaggio  senza  ritorno,  la  sua  morte  cos  inaspettata  e
    definitiva  ha  lasciato  un  vuoto  nel  fondo  del mio cuore e tante
    domande senza risposta.


    - Rosella Simone, Testimonianza al Progetto memoria, Milano 1995.
    Aveva i baffi, ma anche quelli li portava con ironia.  Baffetti neri,
    sopra un viso da bambino.  Portava sempre la giacca e gli stivali, con
    un po' di tacco per crescere di qualche centimetro.
    Era la met degli anni settanta quando l'ho conosciuto.  Milano allora
    era  un  bel posto per chi credeva nella rivoluzione.  Lui ci credeva.
    Senza miti di eroi  e  di  cavalli  bianchi  per,  con  semplicit  e
    intelligenza.  Credo  che  a muoverlo fosse un sentimento di giustizia
    cos profondo,  stavo per dire innato,  da non essere mai bacchettone.
    Gli  piaceva ridere,  soprattutto dei suoi difetti.  Che non era tanto
    alto gi lo sapete,  e lui pensava di essere brutto;  la verit   che
    era  solo  un  ragazzo con qualche brufolo in una et di passaggio che
    per sembrare pi grande si era fatto crescere  i  baffi.  Era  timido,
    specie con le ragazze. E anche se era cintura nera di karat, capitava
    spesso  che  inciampasse nel camminare.  Ma non aveva paura di vivere;
    credo per che non fosse facile  per  lui  tenere  assieme  una  mente
    brillante,  un  cuore generoso,  un corpo di uomo.  Credo che i maschi
    abbiano di questi problemi.
    Lui ci rideva sopra, senza mai un velo di cattiveria.
    Mai l'ho sentito parlar male di qualcuno, o vantarsi di qualcosa.  Mai
    l'ho  visto  supponente,  e  all'epoca  ce  n'erano di arroganti.  Lui
    avrebbe potuto,  ma aveva un'intelligenza fina e  troppa  ironia,  per
    recitare una parte volgare.
    Io l'ho visto quasi sempre assieme a Marco e a Dario,  pi che amici e
    compagni di lotte, fratelli. Erano tutti e tre terribilmente giovani e
    molto diversi tra loro. Marco era la passione, leader carismatico gran
    parlatore; Dario per me, lo conoscevo meno, era il pi misterioso, uno
    di poche parole.  Maurizio era l'intellettuale,  quello che  scriveva.
    Scriveva anche articoli su Controinformazione;  era esperto di Irlanda
    e di strategie militari. Ma non aveva il gusto della guerra,  anche se
    riteneva che ribellarsi  giusto.
    So  che  amava  sua  madre,  che  trovava bellissima,  piena di vita e
    allegria. L'ammirava molto, lui che allegro fino in fondo non riusciva
    mai ad essere davvero. Coglieva il paradosso d'ogni cosa, e portava la
    sua mente e i suoi pensieri sempre al limite del dubbio. Ma poich era
    leale,  sin dentro il midollo,  non avrebbe mai spinto  altri  a  fare
    qualcosa  che  non  fosse  disposto  a fare.  Cos anche lui and alla
    guerra. Nome di battaglia: Bruno.
    Era generoso.  Si trattasse di denaro o di affetto.  Dava  quello  che
    aveva  e non chiedeva se c'era tornaconto.  Era generoso anche con me,
    molto pi vecchia di lui;  mi veniva a  trovare  e  ascoltava  le  mie
    ragioni,  le  mie  incazzature,  le mie felicit,  senza dare giudizi.
    Credo  che  fossimo  amici.  Allora  si  poteva,   le  generazioni  si
    mischiavano senza sottolineare distanze.
    Quando entr in clandestinit non lo vidi pi.  Lessi la sua morte sul
    giornale.  Andai al funerale.  C'erano i  garofani  rossi  e  cantammo
    l'Internazionale.  Ma erano gli anni ottanta,  tempo di tradimenti. Il
    cielo  era  livido  come  il  cuore  di  tutti  noi.   L  presenti  a
    testimoniare  che  quel  ragazzo  che  era  morto  era stato capace di
    sognare.
    Non aveva difetti? Ne aveva. Ma  morto giovane, non ho fatto in tempo
    a riconoscerli.

















    GAETANO SAVA.


    Note biografiche.

    - Gaetano Sava nasce a Belpasso (Catania), il 24 novembre 1953.
    - frequenta le scuole in orfanotrofio.
    - si trasferisce a Biella nell'adolescenza.
    - si sposa.
    - ha un figlio.
    - si occupa della compravendita di tappeti ma  svolge  anche  attivit
    extralegali.
    -  era  legato  al  Circolo  anarchico  di  Biella  del  quale  era un
    simpatizzante,  ed era amico di un militante dei Comunisti Organizzati
    per la Liberazione Proletaria.
    - viene ucciso dai carabinieri a Milano, il 17 settembre 1983.



    Scritture di Gaetano Sava.

    - Non ne sono state reperite.
    Documenti  prodotti  da  organizzazioni  armate  per  la persona o per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Non ne sono state prodotte.





    Testimonianze al Progetto Memoria.

    - Marco, Testimonianza al Progetto memoria, carcere, Alessandria 1993.
    Gaetano,   soprannominato   "Pupa"   dagli   amici,      un  ragazzo
    dall'infanzia "difficile";  la mamma,  rimasta sola,  non  riusciva  a
    tenerlo con s e lui aveva conosciuto,  fin da piccolo, orfanatrofio e
    'collegi'.
    Impara presto a darsi da fare...  lavoretti vari e poi scopre che  per
    avere  qualcosa  di  pi  la  scorciatoia    quella di rubare.  E' un
    furbetto e le cose le fa benino e non si lascia cogliere troppo spesso
    con le mani nel  sacco.  Si  specializza  in  truffe.  Come  molti  di
    "maletta"  di  quei  tempi,  simpatizza con i compagni anche se il suo
    motto  "Lavora, compagno, che io magno!"
    Un furbetto,  che per se c'era bisogno di un favore,  non  si  tirava
    indietro.  Purtroppo  ho saputo di recente che Antonella,  sua moglie,
    una ragazza straziata dal suo andare avanti,   morta di overdose dopo
    essere uscita dal carcere.  Il loro figlio ora vive con una sorella di
    Antonella.
    Quel giorno dello scontro a fuoco era venuto a Milano, senza che io lo
    sapessi, per chiedere se avevo bisogno di qualcosa.
    Era cos,  Pupa,  un ragazzo che molti  definirebbero  "delinquente  e
    malnato"  ma  che  era  generoso  ed  entusiasta  della vita...  e che
    provvedeva alla mamma ormai anziana e malata.
    Ho conosciuto tutti di quella famiglia perch ero di casa  da  loro  e
    per me e per altri compagni la porta era sempre aperta.



















    CIRO RIZZATO.

    Note biografiche.

    - Ciro Rizzato nasce a Milano, il 22 giugno 1961.
    - si diploma all'Itis di Milano.
    - lavora con il padre falegname.
    -  si  iscrive  alla  facolt  di  Scienze  Politiche  dell'universit
    Statale.
    - nel 1980 si  sposa  e  va  a  vivere  nella  casa  occupata  di  via
    Correggio, dove partecipa alle iniziative del movimento.
    -  sceglie  la  clandestinit  nel  novembre  del  1982,  quando viene
    formalmente inquisito per i Comunisti Organizzati per  la  Liberazione
    Proletaria.
    - viene ucciso dalla polizia francese a Parigi, il 15 ottobre 1983.



    Scritture di Ciro Rizzato.

    - Non ne sono state reperite.

    Documenti  prodotti  da  organizzazioni  armate  per  la persona o per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti, ma il suo nome viene ricordato in alcuni
    documenti da militanti che lo hanno conosciuto.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - La ballata per Ciro, in: Il Bollettino 11, Milano 1984.
    Cinque pallottole un urlo di puttana
    un porco flic di Mitterand con la mitraglia
    una strada qualunque di Parigi
    17 arrondissement dicono i giornali
    esultanti perch un altro ribelle
     morto massacrato sul selciato

    Cos per farlo finire di parlare
    di pensare l'utopia che  la nostra
    di libert di vita nuova
    cos per impedirgli di arrivare
    ai suoi ventitre anni di ragazzo

    Ragazzo di montagna forte e testardo
    capace di restare giorni interi a pensare
    a un gesto a una parola d'un compagno
    capace di lanciare nell'azione
    la speranza di trasformazione

    Un segnale una lezione della verit
    non c' errore o avventura
    se si decide di giocare la partita
    fino in fondo senza via d'uscita
    Cento compagni chinano la testa

    Davanti alla sua lunga bara
    La cravatta rossa porta il padre grave
    taciturno montanaro questo  il regalo
    per il figlio metropolitano che ha scelto
    di morire una sola volta nella vita

    Cinque pallottole un urlo di puttana
    un porco flic di Mitterand con la mitraglia
    una strada qualunque di Parigi
    17 arrondissement dicono i giornali
    esultanti perch un altro ribelle
     morto massacrato sul selciato.
    Milano, dicembre 1983.



    Testimonianze al Progetto Memoria.

    - Marco, Testimonianza al Progetto memoria, carcere, Alessandria 1993.
    Ciro  viene  anche chiamato,  oltre a Franco,  suo nome di battaglia,
    'mastro Geppetto',  perch ha un rapporto privilegiato con  il  legno.
    -Aiutava  suo  padre  a  fare  piccoli  lavori di falegnameria per gli
    abitanti del quartiere; per lui non era un lavoro, ma un divertimento.
    Ciro sempre sorridente,  con il suo  sguardo  luminoso  che  trasmette
    gioia di vivere, allegria...
    Ciro sempre pronto a discutere con la cocciutaggine dei montanari, che
    chiede  "perch"  su  ogni punto che non comprende bene.  E' capace di
    discutere e dialogare per ore,  ma alla fine,  quando  pensa  di  aver
    capito,    capace di cambiare idea e darti ragione...  ma deve essere
    certo di aver capito bene!
    Ciro con la voglia smisurata  di  conoscere  e  conoscere,  con  umile
    irruenza, gigante dal cuore buono, forte e tenace come la sua terra.
    Mi  parlava,  quando si era sui sentieri,  della sua famiglia,  di sua
    sorellina (Maria era per lui una bimbetta) delle sue montagne... della
    sua casa persa fra i boschi, rosa come rosa sono le rose.
    Ama le montagne,  la metropoli,  la gente alla quale si avvicina quasi
    con  timidezza,  per timore d'essere invadente,  ma con un sorriso per
    tutti e la mano tesa e franca.
    Ciro vive il tempo dell'innocenza per sempre.






    MANFREDI DE STEFANO.


    Note biografiche.

    - Manfredi De Stefano nasce a Salerno, il 23 maggio 1957.
    - si trasferisce ad Arona, con la famiglia d'origine, nel 1972.
    - frequenta l'Istituto Tecnico ad Arona.
    - dal 1973 lavora come operaio alla Ire di Varese.
    - nel 1976 si trasferisce in un paese in provincia di Varese.
    - viene licenziato per assenteismo dalla Ire nel 1977.
    - milita nel movimento e poi nella Brigata XXVIII marzo.
    - viene arrestato a Milano il 7 ottobre 1980.
    - muore per aneurisma mentre  in carcere a Udine, il 6 aprile 1984.



    Scritture di Manfredi.

    - Manfredi De Stefano, "Rinnegare un passato di lotta di classe per la
    'liberazione individuale'  controrivoluzionario", Milano 15-2-82, in:
    Il Bollettino 5, Milano 1982.
    Milano San Vittore.
    Con questa lettera intendo avviare un processo di autocritica  al  mio
    precedente  rapporto  con  la  giustizia  borghese.  Nel  corso  della
    istruttoria sommaria ho ammesso le mie responsabilit.  Ho  consegnato
    nelle  mani  del  nemico  di classe,  oltre alla mia storia personale,
    alcuni passaggi organizzativi del proletariato combattente.
    Con questo comportamento,  "dissociazione" la chiamano i borghesi,  ho
    contravvenuto ai pi elementari principi di solidariet comunista. Pi
    volte  mi  sono  chiesto cosa pu spingere un proletario a collaborare
    con il nemico,  con chi ha fondato la propria societ sull'oppressione
    e lo sfruttamento del proletariato. Penso che la risposta migliore sia
    in  queste  parole  del compagno Mao: "Un uomo senza cultura  come un
    sacco vuoto;  pieno di vento ti fa paura,  ma quando piove,  e  spesso
    piove  sulla  rivoluzione,  quel  sacco  te  lo ritrovi fradicio fra i
    piedi".
    Il cambiamento di posizione,  dall'ammissione alla  rottura  totale  e
    definitiva  del  rapporto con la giustizia borghese,  non  nato dalla
    volont di garantirmi la sopravvivenza nelle carceri.  Si tratta,  per
    quel che mi riguarda, di un processo di ricostruzione personale che ha
    avuto inizio nel momento in cui sono venuto a contatto con la frazione
    prigioniera del proletariato.  In carcere ho trovato una situazione di
    massa che mi ha riconquistato alla lotta.  Infatti per alcuni anni,  e
    precisamente  da  quando  mi  sono allontanato dalla fabbrica,  non ho
    avuto un diretto  rapporto  con  la  classe.  La  mancanza  di  questo
    rapporto  si  rivelata la causa delle degenerazioni con cui io,  come
    molti altri compagni,  ho militato  nella  lotta  armata.  Ci  mi  ha
    portato a personalizzare uno scontro che non mi apparteneva.  La lotta
    armata per il comunismo   infatti  la  lotta  per  la  liberazione  e
    l'emancipazione di milioni di uomini.
    Cos man mano che maturavo queste convinzioni,  mi sono inserito nelle
    lotte  del  proletariato  prigioniero.  La  lotta,  sia  pure  per  il
    raggiungimento  di obiettivi minimi,  si  rivelata come linfa vitale.
    Il cedimento personale dell'ottobre '80,  sebbene  abbia  lasciato  il
    segno  dentro di me,  non mi ha schiacciato.  Infatti durante il primo
    periodo  di  crescita  individuale,   ho  maturato  la  decisione   di
    ritrattare   le   precedenti   ammissioni,   di   rifiutare  qualsiasi
    interrogatorio,  di rinunciare alla difesa nei  processi.  Questo,  ne
    sono  cosciente,    stato  solo  il  primo passo per un mio eventuale
    reinserimento nel dibattito tra coloro che,  anche dentro le  carceri,
    lottano  per  la liberazione del proletariato,  per la costituzione di
    una societ senza classi.
    Accettare la trattativa,  barattare la propria storia,  rinnegare  una
    esperienza   collettiva   di   anni   di  lotta  di  classe,   per  il
    raggiungimento della "liberazione  individuale"  (individualistica)  
    controrivoluzionario.  Di  fatto con questo comportamento si legittima
    l'esistenza  di  una  societ  basata  sullo  sfruttamento   dell'uomo
    sull'uomo.
    La libert non la si conquista solo uscendo dal muro di cinta!
    Mi rendo conto che affermare tutto ci non basta. Le parole volano nel
    vento. E' nella pratica quotidiana di lotta e di vita che si legittima
    la propria esistenza.
    Sono stato un uomo senza cultura, senza una chiara e precisa coscienza
    di   classe.    Mi   sono   gonfiato   col   vento   dell'imbecillit,
    dell'arroganza, dell'esasperato militarismo,  ritrovandomi fradicio ai
    piedi  dei  compagni  e  del  proletariato,  con  la  sola  voglia  di
    recuperarmi alla lotta di liberazione. Il mio presente, il mio futuro,
    sono nelle mie mani.  Dipende da me,  dalla mia capacit di lottare  e
    dal  mio  vivere  quotidiano,  trasformarmi  da  sacco  vuoto  in uomo
    cosciente.
    Alla borghesia,  al suo miserabile mondo di sfruttamento,  pentimento,
    carcere, appartengo solo come prigioniero.
    Manfredi De Stefano
    15-2-82.



    Documenti  prodotti  da  organizzazioni  armate  per  la persona o per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    - Familiari e amici di Manfredi,  "In ricordo di Manfredi De Stefano",
    in: Controinformazione 28, Milano 1984.
    Dal carcere di via Spalato 30 - Udine: "Fino a ieri qui  nel  carcere
    di Udine eravamo in due a dividere lo spazio di una cella,  a dividere
    speranze, tensioni, progetti,  delusioni,  eravamo in due a dividere i
    nostri grandi e piccoli segreti,  piccole e grandi speranze. Oggi sono
    rimasto solo, Manfredi non c' pi, il suo numero di matricola, la sua
    qualifica di prigioniero politico, viene cancellata, resta nella cella
    la sua brandina vuota. Per loro  morto,  ora non sar pi un problema
    per i giudici,  le giurie, i servizi di sicurezza, i cancellieri, sar
    solo un fatto burocratico da sbrigare, da cancellare..."
    Manfredi De Stefano,  salernitano ventisettenne,   morto all'ospedale
    di Udine dopo esservi stato trasferito dal carcere della stessa citt.
    Sulla  sua  persona  e sulla sua morte la stampa nazionale e locale ha
    scritto solo infamie e basse insinuazioni nel tentativo di distruggere
    l'immagine e la dignit del  compagno  Manfredi  e  nel  tentativo  di
    accreditare un'immagine del carcere falsa e mistificante,  soprattutto
    in relazione all'emergere di nuove soggettivit che  in  esso  lottano
    per migliorarne le condizioni.
    Per questo ci teniamo a chiarire soprattutto che:
    - Manfredi non era il "killer" del giornalista W. Tobagi, il cui unico
    e  vero  assassino    in libert da mesi e le sue responsabilit sono
    oggi pagate da altri giovani;
    - Manfredi non  morto in seguito  ad  uso  di  sostanze  stupefacenti
    perch  mai  ne  ha fatto uso e ci era impossibile a chi da oltre tre
    anni subiva le ristrettezze del carcere duro.
    Manfredi  morto per cause naturali,  ma pur sempre in una istituzione
    totalitaria  e  di  per s innaturale e violenta (che indubbiamente ha
    accelerato lo sviluppo del suo male);  un'istituzione  dove  morire  
    all'ordine  del  giorno  in  seguito a violenze,  suicidi,  isolamento
    totale, e questo grazie ad una concezione afflittiva della pena,  tesa
    pi  alla  distruzione  dell'individuo,  alla  sua separazione da ogni
    ambito sociale e  affettivo,  che  al  suo  "recupero".  Tutto  ci  
    ulteriormente    aggravato    dall'applicazione    dell'articolo    90
    dell'ordinamento penitenziario, che priva il detenuto dei pi semplici
    diritti,  della differenziazione,  che "tipizza" i detenuti secondo  i
    reati,  le pene,  i comportamenti,  dei braccetti della morte in cui i
    detenuti  sono  come  sepolti  vivi,   una   carcerazione   preventiva
    mostruosamente lunga,  leggi che hanno cancellato il diritto e sancito
    che la repressione, il carcere,  e il conseguente annientamento fisico
    e  sociale  dell'individuo,  sono  le uniche risposte che questo Stato
    riesce a dare alle istanze di trasformazione che  ampi  settori  della
    societ esprimono.
    La storia di Manfredi, il suo impegno sociale, le sue contraddizioni e
    la  sua  stessa  morte,  sono  per  noi  che lo abbiamo conosciuto uno
    stimolo  in  pi  per  ottenere  l'abolizione  dell'art.   90,   della
    differenziazione, dei braccetti della morte e un trattamento pi umano
    nelle carceri,  e per conquistare per tutti i detenuti una prospettiva
    di liberazione e di vita.
    Contro il carcere che produce morte.
    Con amore e rabbia in ricordo di Manfredi.





    Testimonianze, ricordi poesie, manifesti.

    - Francesco Giordano,  "Lettera a Manfredi  per  ricordarlo",  Carcere
    speciale di Cuneo 1984, in: Controinformazione 28, Milano 1984.
    Cuneo, 17 aprile 1984.
    Caro Manfredi,
    sul  posto  dove  hanno ucciso la compagna Masi un cartello diceva che
    era triste morire di maggio,  ma anche  oggi  c'  il  sole,  i  prati
    cominciano a riempirsi di fiori, il cielo  di un azzurro meraviglioso
    e tu non ci sei pi; ora questo cielo  il tuo mondo.
    Non  sei  il  primo  compagno che "vedo" morire,  in questi anni ce ne
    hanno ammazzati molti e ogni volta abbiamo pianto.  Ogni  volta  siamo
    stati convinti che era necessario continuare a lottare per una societ
    migliore, per il comunismo.
    Ora  tu te ne sei andato in silenzio,  con te sono riusciti a non fare
    rumore, mentre gli avvoltoi ci provano a parlare di droga, come se non
    sapessero che anche di carcere si muore.
    "Nel nome del popolo italiano"  disse  quel  poveretto  quando  ti  ha
    condannato  a  28 anni e 8 mesi da passare in quell'orribile posto,  e
    nello stesso modo mand liberi i  due  infami,  sempre  nel  nome  del
    popolo italiano.
    Ti  ricordi  che  abbiamo  riso  insieme  della sua miseria ed eravamo
    contenti di essere diversi da tutti loro,  di  non  aver  tradito  noi
    stessi, tanto meno altri, le nostre idee per le quali abbiamo vissuto.
    Ti hanno fatto andare via,  ma sei riuscito, nonostante i molti che ti
    si sono messi contro, costretto da anni di isolamento,  sei rimasto un
    compagno  come  quando ti ho conosciuto,  molto pi cosciente,  perch
    dagli errori si impara a crescere.
    Quando ho avuto la notizia della tua morte non  riuscivo  a  crederci,
    speravo  che ci fosse ancora qualche possibilit,  un errore di chi mi
    ha dato la notizia.
    Non riuscivo a non saperti fra  noi,  poi  il  tempo  mi  ha  dato  la
    conferma e non mi  rimasto che accettare la realt.
    Un  compagno,  un fraterno compagno,  mi ha detto che quando uno muore
    pu ritornare fra noi,  sufficiente che tu lo voglia.
    Io non ci riesco a credere,  ma ti aspetto e se decidi di non tornare,
    comunque, non ti dimenticher mai.
    Cina.
    P.S. Ma lo sai che  successa una cosa straordinaria?
    Mi  sono  fermato a guardare la foto del "nostro Tot",  quella che mi
    hai regalato durante  il  processo,  e  sopra  non  c'era  pi  quella
    straordinaria "maschera", ma c'era il tuo volto.
    Ciao Manfredi.

    Testimonianze al Progetto memoria.

    -  Francesco Giordano,  Da Salerno alla I.R.E.  fino ad Udine,  Milano
    1993.
    Manfredi proviene da una famiglia di operai ed  il  secondo  di  tre
    fratelli. La sua giovinezza non  facile.
    Nel  1972,  con  la famiglia,  si trasferisce da Salerno ad Arona dove
    entra in contatto con una realt sociale molto diversa da  quella  del
    suo luogo d'origine.
    Frequenta  l'istituto  tecnico  di  Arona  ed inizia ad avvicinarsi al
    movimento studentesco,  prendendo lentamente coscienza della necessit
    di mutare questa societ.  E' in questo momento che inizia a leggere i
    primi libri sul marxismo e cos a formarsi  una  preparazione  teorica
    comunista.  Lascia  il  movimento  studentesco  e  si  avvicina  ad un
    organismo locale chiamato Sinistra  Operaia  Aronese,  proprio  perch
    questo intervento gli  pi congeniale e lo pone a contatto con quella
    classe cui appartiene ma che comincia concretamente a sentire sua.  Da
    questo organismo locale nasce,  nel 1972,  la prima sezione  di  Lotta
    Continua  di  Arona,  all'interno  della  quale,  bench giovanissimo,
    ricopre incarichi che possiamo definire direzionali.  Nel 1973 sceglie
    -  lui  dice  per  coerenza  -  di  abbandonare  gli studi ed inizia a
    lavorare in fabbrica, presso la I.R.E. di Varese.
    In fabbrica conosce i primi scontri con la linea  del  sindacato,  sia
    per  le  scelte  a  livello  locale  che nazionale.  Nel 1975,  dopo i
    preliminari congressi periferici,  partecipa al Congresso Nazionale di
    Lotta Continua e in quel periodo viene eletto nel Comitato Provinciale
    della stessa organizzazione.
    Nel  1976  si  trasferisce  in  un  paese del varesotto dove con altri
    compagni apre  una  sezione  di  L.C.  Fra  le  iniziative  intraprese
    organizzano delle lotte sul problema della casa.  Continua cos il suo
    impegno dentro l'organizzazione,  partecipando attivamente  alla  vita
    della  stessa  fino al congresso di Rimini che decreta lo scioglimento
    di L.C. come organizzazione.
    Da quel momento si impegna solamente nell'attivit politica aziendale.
    Il 29-7-77 viene licenziato dalla I.R.E. per assenteismo,  e da allora
    comincia  a  frequentare  quel  magma  che viene definito "movimento".
    Risale a quel tempo l'assunzione da parte di Manfredi di posizioni che
    lo porteranno a militare  nelle  formazioni  che  praticano  la  lotta
    armata.
    Manfredi  ha molto legato questa scelta alla sua precedente esperienza
    di fabbrica,  infatti ha scritto: "Ho sempre  creduto  in  uno  sbocco
    rivoluzionario  della lotta operaia,  in quanto da me ritenuto l'unico
    modo praticabile per la realizzazione di una vera  giustizia  sociale,
    senza pi l'esistenza delle classi".
    Da  tempo  Manfredi  aveva  smesso  di  riconoscere  il sindacato come
    espressione della classe operaia,  il ruolo del sindacato in  fabbrica
    era  visto  come  subordinato agli interessi del padrone anzich degli
    interessi operai.  Ad allontanarlo ancora di pi vi erano poi  episodi
    come  quello  della  consegna  alla  Questura  da  parte del sindacato
    dell'I.R.E.  di una lista di  nomi  di  compagni  che  potevano  avere
    contatti con formazioni armate.
    La prima azione cui partecipa  l'incendio dell'autovettura di un capo
    dell'I.R.E.  definito dagli oprerai un "cane da guardia" dell'azienda.
    Attraverso questa ed  altre  azioni  arriva  a  conoscere  quelli  che
    formeranno  la  Brigata  XXVIII  marzo,   (denominazione  che  ricorda
    l'uccisione di 4 compagni delle B.R.  in via Fracchia a Genova);  dopo
    una serie di azioni,  tutti i componenti vengono arrestati. Manfredi 
    fra questi,  ed inizia un percorso che lo porter a morire nel carcere
    di Udine, il 6 aprile 1984.


    - Francesco Giordano, Testimonianza al Progetto memoria, Milano 1993.
    Manfredi  nato a Salerno il 23 maggio 1957,  adesso avrebbe 36 anni,
    sarebbe un uomo maturo,  ed invece  morto nell'aprile '84 a  soli  27
    anni.  Quando   morto hanno parlato di droga ed altro,  poi la parola
    con cui hanno chiuso la vicenda  stata "aneurisma" (i familiari hanno
    chiesto pi volte un'autopsia senza ricevere risposta), ma tutti sanno
    che quella morte  stata un omicidio,  non concordato fra i tanti  che
    vi  hanno  partecipato,  ma  fu  un omicidio.  E se la giustizia fosse
    possibile in questo Paese, il codice penale avrebbe potuto serenamente
    trovare articoli e persone responsabili di quanto  successo. Ma forse
     mai stato trovato  un  solo  colpevole  dei  proletari  e  comunisti
    ammazzati  dallo Stato e dai suoi uomini?  Uno Stato da sempre vissuto
    di ipocrisie ed  questo  Stato  che  Manfredi,  coraggiosamente,  con
    semplicit,  con naturalezza ha voluto combattere. Io, ma anche altri,
    ho sempre pensato  che  Manfredi  non  stesse  bene  nella  scelta  di
    combattere  con  le  armi  questo  Stato,  certo    stata  una scelta
    dolorosa,  ma credo che giustamente egli pensasse  che  contro  questo
    Stato  tutto  fosse  lecito.  Viveva  in  una  famiglia  proletaria  e
    comunista, che tale  rimasta;  viveva profondamente a contatto con la
    sua classe e ne soffriva per le difficili condizioni di vita a cui era
    costretto:  fatica  a  trovare case,  istruzione e continua difesa del
    posto di lavoro.  Questa sofferenza  era  apertamente  visibile  nelle
    scelte  di Manfredi,  poi chi ha voluto,  ha potuto leggerle nella sua
    memoria difensiva durante il processo,  pochi  mesi  prima  della  sua
    morte. In una occasione ebbe a scrivere: "...Voglio ricostruire la mia
    storia,  senza  coinvolgere altre persone.  Determinate scelte si sono
    tradotte in una comunanza di vita che costituisce un mio patrimonio in
    cui  fermamente  credo  e  che  non  sono  disposto  assolutamente   a
    rinnegare.    Sono   pervenuto   a   queste   scelte   liberamente   e
    coscientemente,  convinto  di  percorrere  una  via  giusta  verso  la
    costruzione di una societ migliore e pi giusta".
    Mi  viene  da  pensare  che  l'impegno a voler spiegare il perch e il
    percome sia diventato comunista nascesse dal sentire di non  aver  poi
    altre  possibilit.  Dal giorno della sua morte porto in me due grandi
    dolori: il primo  per non aver potuto conoscere e meglio  frequentare
    un grande compagno;  e l'altro, che non ho mai potuto accettare,  che
    dopo l'arresto Manfredi fosse poco  rispettoso  verso  se  stesso.  Si
    lasci   colpevolizzare   senza  motivo,   solo  perch  fu  costretto
    all'isolamento da parte della magistratura da una parte,  e poi di chi
    si  diede  molto da fare per uscire al pi presto dal carcere vendendo
    altri e se stessi, dall'altra.  Il mio ricordo di Manfredi non  verso
    una  persona  che  non  c'  pi;  tutta la sua umanit,  semplicit e
    naturalezza la ritrovo nelle persone che hanno vissuto con lui fino  a
    quell'aprile: Maria e Giacomo, soprattutto.
    Mao  diceva  che  ci  sono  morti  che  pesano come piume e altre come
    montagne.  Proprio in questo ultimo decennio  ce  lo  hanno  insegnato
    altri:  per  questi  le piume sono i Manfredi mentre per noi lo sono i
    Gardini, per loro le montagne sono i Gardini, per noi i Manfredi.
    Aprile 1984: una  profonda  coltre  di  giorni  copre  tale  distanza,
    sembrerebbe molto difficile andare a ritroso con la memoria, ma quando
    comincio  a  muovermi in quella direzione mi accorgo che ad ogni passo
    trovo ricordi che sono robusti ganci  a  cui  aggrapparmi.  Ritrovo  i
    momenti in cui la persona di Manfredi  stata vicina e non solo quando
    mi  sono incontrato con chi lo ha conosciuto,  tuttora,  quando vado a
    trovarlo nel cimitero di Mercuraro.  Il suo ricordo mi  sempre  stato
    vicino  nelle  difficolt,  nello spingermi a superarle con coerenza e
    aiutandomi a cercare i motivi e le ragioni per farlo. Manfredi  stato
    nella sua breve vita capace di mostrare tanta coerenza e lo  ha  fatto
    con semplicit,  senza chiedere nulla, dava per scontato che occorreva
    essere cos. Non immaginava e non voleva altro modo di vivere.
    C' una poesia che non  stata scritta per Manfredi,  ma che ho sempre
    legato al suo volto.

    Et di pioggia

    Pioveva quel giorno
    e noi, giovani,
    correvamo felici,
    spavaldi, incoscienti.

    Tutto era con noi
    in quel tempo.

    La pioggia scendeva
    senza bagnarci,
    scorreva addosso
    come, poi ci accorgemmo
    gli anni.

    E forse, in quel tempo,
    eravamo pioggia noi stessi.

    Trovo  queste  parole  semplici e trasparenti e forse  per questo che
    faccio fatica a scindere da esse la persona di Manfredi.


    - Patrizia, Testimonianza al Progetto memoria, Vercelli 1995.
    Nel leggere il capitolo dedicato ai militanti deceduti,  mentre testa
    e pancia entrano in conflitto,  la memoria inizia un viaggio a ritroso
    nel tempo,  fermandosi all'anno 1983.  Anno in cui a Milano  nell'aula
    bunker  di  piazza Filangeri,  uomini e donne venivano imprigionati in
    varie gabbie insieme ai loro sogni, le loro idee, le ragioni,  le loro
    esperienze  di  lotte  che determinarono scelte e comportamenti.  Cos
    iniziava il processo Rosso-Tobagi.  Molti gi  si  conoscevano,  altri
    avranno la possibilit di conoscersi a partire da quell'aula in cui la
    mancanza  della  scritta "La legge  uguale per tutti" la diceva lunga
    sul futuro degli individui l presenti.  Manfredi l'ho  conosciuto  in
    quel processo.
    Ricordo  il  suo  impellente  bisogno  di  voler spiegare perch aveva
    rinnegato  il  suo  passato   di   lotta,   ma   ricordo   soprattutto
    l'altrettanto  impellente  bisogno  di  tessere  di nuovo dei rapporti
    umani,  cosciente che il tempo sarebbe stato l'arbitro per ritornare a
    vivere dentro.  Da quell'incontro nacque la promessa che alla fine del
    processo, una volta ritornati ai propri luoghi di detenzione,  avremmo
    continuato  a  sentirci epistolarmente.  Mantenemmo questa promessa in
    attesa di poterci rivedere al processo d'appello.  Purtroppo prima  di
    tale  scadenza  Manfredi  ha  avuto  un  tragico  appuntamento  con il
    destino.  Un destino che certamente non  stato clemente con lui,  che
    lo  ha  rubato  alla vita quando aveva ancora tanto da dare.  Manfredi
    come tanti altri compagni ha pagato il prezzo  pi  alto.  Per  ironia
    della  sorte  nel  giorno  in  cui  te  ne  andasti riuscisti a essere
    presente con l'ultima tua lettera. Arrivederci, nero a met.



    LAURA BARTOLINI.


    Note biografiche.

    - Laura Bartolini nasce a Bologna, il 29 marzo 1955.
    - lavora  come  contabile  al  Centro  Meccanografico  delle  Coop  di
    Bologna.
    -   quando   viene   arrestato   suo  fratello  per  l'esproprio  allo
    zuccherificio di Argelato nel 1974,  fonda  con  altri  l'Associazione
    Familiari Detenuti Comunisti ed attiva molte iniziative a sostegno dei
    detenuti.
    - viene uccisa dal gioielliere che stava espropriando,  a Bologna,  il
    14 dicembre 1984.



    Scritture di Laura Bartolini.

    - Laura Bartolini,  Esposto alla Procura della  Repubblica  di  Nuoro,
    Bologna 1978.
    La  sottoscritta  Laura  Bartolini nata a Bologna il 29-3-1955 ed ivi
    residente in via Murri, 40 espone:
    il giorno 25-11-1978 proveniente da  Bologna,  mi  recavo  al  Carcere
    Penale  di  Nuoro  per  far visita al detenuto F.  F.  con il permesso
    rilasciatomi dalle Autorit competenti e mi vedevo impedire l'ingresso
    al Carcere perch il F.  F.  era in isolamento,  mi risulta che questa
    sanzione  disciplinare  sia stata presa solo perch il F.  F.  e altri
    detenuti si rifiutavano di rientrare dall'ora  d'aria  per  protestare
    contro  il  trattamento  all'interno  del carcere e in protesta per il
    vetro divisorio. Ritengo il reclamo legittimo,  visto le condizioni in
    cui  vivono  i  detenuti  e  che noi famigliari andiamo denunciando da
    tempo e pertanto a mio avviso sono  sproporzionate  le  decisioni  del
    direttore  dottor  Massidda  nel  dare  al F.  F.  pi di 15 giorni di
    isolamento, quando mi risulta che il regolamento non ne preveda pi di
    10 se non esistono attivit in comune  e  comunque  il  colloquio  pu
    essere concesso ugualmente quando sussistono circostanze eccezionali.
    In  questo  caso  l'eccezionalit  era data in quanto io non essendo a
    conoscenza del fatto,  avevo affrontato un viaggio di tre  giorni  con
    tutti i disagi che comporta (fisici, economici).
    Ritengo  il comportamento del Direttore Massidda sia stato un abuso di
    potere.
    Chiedo pertanto a codesto ufficio di  procedere  qualora  ravvisi  gli
    estremi di reato.
    In fede. Laura Bartolini.


    - Laura Bartolini, Esposto al giudice di sorveglianza del Tribunale di
    Nuoro (e p. c. a diversi parlamentari), Bologna 14-12-1978.
    Egregio  Signore  Le  invio la copia di quanto esposto per metterLa a
    conoscenza di quanto mi  accaduto il giorno 25-11-78  al  carcere  di
    Nuoro  a  dimostrazione di quanto noi familiari andiamo denunciando da
    tempo per le continue provocazioni che subiamo.
    In attesa di un suo gentile riscontro distinti saluti.


    - Laura Bartolini,  Documento  a  firma  propria  "Per  l'associazione
    familiari detenuti comunisti", Bologna 25-11-78.
    L'Associazione  familiari  detenuti  comunisti denuncia quanto segue:
    una settimana fa circa al carcere  penale  di  Nuoro  i  detenuti  del
    braccio  speciale  si  rifiutavano  di rientrare dall'aria in segno di
    protesta contro il trattamento all'interno del  carcere  e  contro  il
    vetro  divisorio  chiedendo  al  direttore  Massidda  un colloquio per
    potergli esporre le loro richieste.  Il detenuto F.  F.  in seguito  a
    questo  stato messo in isolamento ed  per questo motivo che oggi 25-
    11-78 alla fidanzata del F.  F.   stato impedito di fare il colloquio
    con lo stesso bench  fosse  in  possesso  del  permesso  rilasciatole
    dall'autorit  competente.  Contemporaneamente  all'interno della sala
    colloqui  alcuni  detenuti  tentavano  di  bruciare  i  citofoni   per
    protestare contro l'isolamento del F. F.
    Denuncia  inoltre  che  il  22-11-78 le mogli di due detenuti venivano
    spintonate e malmenate da una decina di guardie carcerarie guidate dal
    maresciallo Tilocca mentre aspettavano di avere il colloquio  che  gli
    era  stato  concesso.  Tutto questo  abuso di potere che la direzione
    del carcere attua nei nostri confronti  e  rientra  nella  logica  che
    tende ad isolare sempre pi i detenuti dai familiari e contribuisce ad
    esasperarci con continue provocazioni.



    Documenti  prodotti  da  organizzazioni  armate  per  la persona o per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.




    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha trovato la morte.

    - Manifesto affisso sui muri di Bologna dopo la sua morte. Non  stato
    reperito.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    -  Colleghi di Laura Bartolini,  Lettera ai lettori,  in: Il Resto del
    Carlino 20-12-84.
    Ricordando Laura.
    C'eravamo chiusi nel silenzio per pudore.  Quel pudore che  si  ha  di
    fronte alla morte di chiunque. Ma ora che 'il mostro'  stato sbattuto
    in  prima  pagina,  come  da  copione,  tacere sarebbe cosa grave.  Ci
    renderemmo complici di chi ha bisogno dei mostri per tenere in vita le
    leggi  speciali,   le   carceri,   anch'esse   speciali,   le   misure
    dell'emergenza,  di chi ha bisogno di un alibi per reprimere,  per far
    passare una linea restauratrice.  Di chi  vuol  demonizzare  qualsiasi
    opposizione  sociale,   qualsiasi  forma  di  antagonismo,   qualsiasi
    aspirazione  rivoluzionaria,   qualsiasi  episodio  di   disperazione,
    etichettandoli con l'aggettivo infamante: terrorista.
    Noi conoscevamo Laura. Conoscevamo il suo dramma.
    Noi sapevamo di chi ha vissuto indirettamente,  attraverso il fratello
    Claudio, il trauma delle carceri speciali,  delle perquisizioni anali,
    dei vetri del parlatorio spessi un palmo, eccetera...
    Della  sua  insoddisfazione,  della  violenza  che  subiva ogni giorno
    dall'insensibilit, dall'indifferenza della gente, dal perbenismo...
    Noi sapevamo di chi  stretto nel corpo ammuffito di una citt che non
    sa pi capire.
    Ci nonostante, condanniamo fermamente,  senza ombra di dubbio o alone
    di ambiguit,  la sua azione,  (politica o non), le sue scelte, il suo
    gesto,  perch riteniamo che la lotta politica non  possa  prescindere
    dal  rispetto  delle  regole democratiche,  perch riteniamo sbagliata
    l'adozione di qualsiasi forma di violenza, di sopraffazione.
    Ma non possiamo anche non  condannare  chi,  come  l'orefice  (vittima
    anch'egli  di  una  cultura aberrante) antepone il valore delle cose a
    quello della vita.





    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Archivio P.M., Testimonianza al Progetto memoria, Firenze 1995.
    Di Laura ho frammenti di ricordi d'amicizia.  Ci conoscemmo andando a
    fare   i  colloqui  in  carcere  all'Asinara,   nell'associazione  dei
    familiari.  Lei era una ragazza normale,  tranquilla,  molto allegra e
    disponibile.  S'incazzava molto duramente quando andavamo ai colloqui,
    perch era l'epoca dell'Asinara,  non si  sapeva  mai  se  si  sarebbe
    riusciti a farlo o no,  il colloquio. Tutte le volte ce n'era una, per
    cui erano sempre  grandi  arrabbiature.  Lei  ci  veniva  sia  per  il
    fratello  che  per  il  fidanzato;  ci fu un periodo in cui riusciva a
    vederli con un unico viaggio, mezz'ora con uno,  mezz'ora con l'altro.
    Ma nei periodi neri, la costringevano a scegliere se farlo con l'uno o
    con l'altro, e allora doveva rifare il viaggio.
    Laura  aveva  l'ernia  al disco (credo che poi si sia fatta operare) e
    una mattina proprio era rimasta bloccata, non riusciva ad alzarsi.  Mi
    telefon, bloccata nel letto, e allora andai a trovarla a casa sua.
    Non  so  bene di lei,  della sua vita.  Forse prima era fidanzata,  ma
    quando arrestarono il fratello,  si  trov  a  fare  i  conti  con  lo
    scandalo  che  all'epoca  coinvolse la famiglia,  con il carcere...  E
    nell'ambiente in cui viveva le sue relazioni non ci si ritrovava  pi,
    e decise di lasciare questa persona,  per il modo in cui aveva reagito
    all'evento. A volte faceva battute ironiche su questo,  diceva "quando
    ero fidanzata, quando ero una brava ragazza..."
    Laura  la ricordo in un viaggio famoso,  per andare all'Asinara.  Dopo
    quattro giorni di  attesa  finalmente  ci  imbarcarono,  con  un  mare
    tremendo,  forza nove,  una cosa pazzesca;  non si vedeva niente, solo
    ondate di acqua. Eravamo io,  lei e altre donne che andavano a trovare
    i  detenuti.   Stettero  tutte  malissimo,  noi  due  resistemmo  fino
    all'ultimo,  cantando.  Alla fine cedemmo come tutte le altre,  perch
    quella  era  una  cosa di legno,  dove le onde ci passavano sopra,  ci
    inzuppavano.  Io  e  Laura  continuammo  a  cantare.   Il  viaggio  fu
    lunghissimo.  Cantammo tutto il repertorio di Battisti.  Fu un viaggio
    micidiale,   ma  c'era  quest'allegria.   Quando  arrivammo   io   ero
    completamente zuppa e Laura mi diede un suo maglione lunghissimo,  che
    s'era portata di  riserva,  e  con  quello  mi  cambiai  e  andammo  a
    colloquio.
    Laura era sempre molto curata, ben tenuta, ci teneva molto ai vestiti;
    andava  alla  "Piazzola"  di Bologna.  Ci raccontava sempre che questa
    roba la comprava al mercatino, la pagava pochissimo. La ricordo con un
    completino di lino rosso tutto ricamato....



    ANTONIO GUSTINI.


    Note biografiche.

    - Antonio Gustini nasce a Roma, il 24 ottobre 1956.
    - si trasferisce a Napoli nell'adolescenza.
    - si iscrive alla facolt di Agraria dell'universit di Perugia.
    - milita nel Collettivo Autonomo di Val Melaina a Roma.
    - milita nelle Brigate Rosse - Partito Comunista Combattente.
    - viene ucciso dalle guardie giurate di  scorta  al  furgone  che  sta
    espropriando, a Roma, il 14 dicembre 1984.



    Scritture di Antonio Gustini.

    - Non ne sono state reperite.




    Documenti  prodotti  da  organizzazioni  armate  per  la persona o per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Non ne sono state prodotte.





    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Cecilia Massara,  Testimonianza al Progetto memoria,  carcere,  Roma
    1992.
    Il suo nome di battaglia era Nicola, aveva studiato agraria a Perugia
    e frequentato il Collettivo autonomo di Val Melaina.
    Ha fatto il prestanome per le Brigate Rosse  dall'80  circa  al  1982,
    finch non gli  stato spiccato un mandato di cattura.
    La sua infanzia non  stata facile. Con l'imputazione di essere un po'
    troppo  vivace e ribelle,  ancora giovanissimo fu pi volte sottoposto
    ad elettroshock.
    Col padre,  un tipo piuttosto  violento  che  faceva  il  portinaio  a
    Montesacro,  la convivenza non fu mai idilliaca.  Dopo l'ennesima lite
    che si stava trasformando in vera e  propria  rissa,  Antonio  Gustini
    aveva preferito separarsi.
    Ha vissuto per un certo tempo con i nonni,  in campagna, vicino Napoli
    e in quel periodo sub anche molestie sessuali.
    Resosi  autonomo,   trov  un  lavoro  alle  ferrovie  come   manovale
    (manutenzione sui binari).
    Nel  dibattito  che  port  alla formazione delle B.R.-P.C.C.  egli si
    riconobbe e con questa formazione milit fino alla morte.

    PIETRO MARIA GRECO.


    Note biografiche.

    - Pietro Maria Walter Greco nasce a Mileto Porto (Reggio Calabria), il
    4 marzo 1947.
    - si trasferisce in Veneto alla fine degli anni sessanta.
    - nel 1979 si trasferisce a  Padova  e  si  iscrive  alla  facolt  di
    Statistica.
    - si laurea in Statistica.
    - lavora come insegnante di matematica in una scuola media di Padova.
    -  viene  inquisito  e  prosciolto  per  i  Collettivi Politici Veneti
    nell'inchiesta contro l'autonomia veneta nella primavera del 1980.
    - nel 1982 viene nuovamente inquisito.
    - va in esilio a Parigi.
    - viene ucciso dalla polizia a Trieste, il 9 marzo 1985.





    Scritture di Pietro Maria Greco.

    - Non ne sono state reperite.



    Documenti prodotti da organizzazioni  armate  per  la  persona  o  per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Documenti  prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento in
    cui ha incontrato la morte.

    - "Dai compagni di Pedro",  in:  Il  Bollettino  17-18,  maggio  1985,
    Milano. Frammenti.
    Pedro    stato  assassinato  dalle S.S.  del Ministero dell'Interno.
    Immenso  il dolore dei compagni che  lo  conoscevano  e  che  avevano
    avuto la fortuna di apprezzarne la straordinaria umanit e l'inesausta
    determinazione nella lotta.  Immenso il dolore di tutti noi, proletari
    e comunisti,  che ci siamo  visti  brutalmente  strappare  dal  nostro
    fianco  uno di noi.  Ma ora  il momento di trovare la forza di andare
    avanti,  di analizzare lucidamente i presupposti e le  conseguenze  di
    questa  morte,  perch  il  sacrificio di Pedro non sia stato inutile.
    Anzitutto non si possono considerare solo sinistre coincidenze i fatti
    politici precedenti l'esecuzione di Pedro. (...)
    Diventa allora pi chiara anche la dinamica dei fatti che  ha  portato
    all'assassinio  di  Pedro.  Perch  questo  compagno,  in  20  anni di
    militanza,  era stato soggetto a decine di provocazioni e sapeva  come
    comportarsi in caso di fermo. Perch gli anni di latitanza non avevano
    scalfito  la  sua  identit politica;  perch Pedro non era un uomo in
    fuga ma era uno come noi,  uno tra di noi.  La  verit    che  Pedro,
    uscendo  di  casa,   trovando  gli  agenti  appostati,   nascosti  nel
    sottoscala, mentre gli esplodevano contro i primi colpi di pistola, ha
    capito che su di lui volevano costruire  una  provocazione  contro  il
    Movimento.  Se  tutto  fosse  finito  l,  dentro  quell'atrio di quel
    palazzo,   non    difficile  immaginare  quale   sarebbe   stata   la
    mistificazione,  che  del  resto  era  gi  scritta nelle veline della
    Questura. Per questo Pedro ha reagito:  corso fuori in strada,  sotto
    i  colpi delle pistole,  a gridare tra la gente quello che gli stavano
    facendo, quello che stavano facendo al suo e al nostro movimento.
    Per questa sua determinazione estrema Pedro  vivo.
    Per questa sua determinazione testarda,  Pedro faceva paura  a  questo
    Stato.  Uno  Stato  che  da decenni si dibatte in una crisi che non ha
    soluzioni,  perch   la  crisi  strutturale,  storica,  del  modo  di
    produzione   capitalistico.   Uno   Stato   che   da   decenni   cerca
    disperatamente   di   ricostruire   i   margini    di    accumulazione
    ristrutturandosi  in  ogni  suo  aspetto,  finanziandosi attraverso il
    continuo  rastrellamento  di  reddito   proletario:   3   milioni   di
    disoccupati,  centinaia  e migliaia di licenziati,  di cassaintegrati,
    pensioni da fame,  riduzioni salariali,  tagli della contingenza,  dei
    servizi.
    Uno  Stato  che  (...).   Complessivamente  un  sistema,  un  modo  di
    produzione,  che non ha  pi  alcuna  legittimit,  che  produce  solo
    miseria e guerra, e che per questo non pu sopravvivere se non reprime
    brutalmente  ogni  forma  di determinazione antagonista al sistema dei
    partiti: dalle leggi  speciali  alle  fucilazioni  in  piazza,  a  via
    Fracchia, a Pedro.
    E'  chiaro  allora perch proprio Pedro.  Perch Pedro  un comunista.
    Perch Pedro con vent'anni di militanza alle spalle rappresentava  una
    continuit  che  si vorrebbe a tutti i costi interrompere con pentiti,
    dissociazione e repressione.  Perch  Pedro  sapeva  interpretare  con
    lucidit le contraddizioni di questo Stato,  di questo sistema,  e,  a
    partire  da  questo,  sapeva  coagulare  intorno  a  s  centinaia  di
    proletari  e  guidarli  nella  lotta  per  il loro superamento.  (...)
    Innanzitutto noi non chiediamo giustizia,  quella giustizia che lo  ha
    assassinato!  Non ci interessa la condanna dei suoi carnefici da parte
    di quella magistratura e di quello Stato che prima lo ha perseguito  e
    poi  lo  ha  condannato a morte.  Perch,  e non ci stancheremo mai di
    ripeterlo,  la sua morte  stata decisa e pianificata da questo  Stato
    che    fino in fondo fascista.  In questo senso la morte di Pedro non
    deve essere una morte inutile,  nel riprendere ovunque e con pi forza
    la  lotta;  questa coscienza deve animarci e questa coscienza dobbiamo
    sedimentare tra i proletari. (...)
    Questa  la consapevolezza immediata con cui migliaia di proletari del
    sud si sono stretti ieri nell'ultimo  saluto  a  Pedro  contro  questo
    Stato assassino.
    I  compagni di Pedro da Break-out,  foglio della Commissione Carcere e
    Repressione, Padova.


    - Franco Fortini,  "A Mino  Martinazzoli",  in:  Lettere  da  lontano,
    L'Espresso 16 novembre 1986.
    L'assoluzione  -  tale    la  sentenza di Trieste - di chi ha ucciso
    Greco non  sorprendente;  n l'indifferenza dei partiti politici,  da
    quelli  che difendono "la vita" a quelli non contrari al terrorismo in
    uniforme (tornava di Francia,  emigrato politico;  agenti in  borghese
    vanno  a prelevarlo;  fugge,  sparano,  lo ammazzano.  "Sembrava avere
    un'arma" dicono. Era disarmato. Due condanne a 8 mesi,  condizionale e
    non  iscrizione).  Quando  leggo  di sentenze come quelle non penso ai
    criteri dei giudici (lei,  ex ministro di giustizia ne sa pi di  me).
    Prima  di  tutto perch dei fatti so solo quel che se ne lesse.  E poi
    perch ho paura e sto molto attento a non violare  il  Codice  penale.
    (Quello  della  calunnia,  non ho pi l'et per temerlo).  Purtroppo o
    fortunatamente  vero per che i responsabili dei quali mi interesso -
    e dunque non delle uccisioni n della sentenza ma del loro significato
    - non sono coloro che hanno sparato n coloro che "ne hanno  benedette
    le  mani  con  un  sorriso",  come  tanti  anni fa ebbi a scrivere per
    l'uccisione di Serantini;  sono i politici e i loro portavoce ossia  i
    giornalisti  e  gli operatori della comunicazione che quei significati
    conferiscono o lasciano conferire. Lei, caro Martinazzoli,   di buone
    letture.  Mi permetta di rammentarle due versi di Baudelaire.  Il "tu"
    invocato  Satana ma, per un cristiano, potrebbe essere il Sommo Bene:
    "Tu che al proscritto dai lo sguardo calmo e nobile / che intorno a un
    patibolo danna un popolo intero".
    Non so  se  l'ucciso  fosse  colpevole  d'alcunch;  proscritto  senza
    dubbio, se tornava da una sua emigrazione politica. Condannato a morte
    da  alcuni  specialisti  fra  dipendenti  di  due o tre ministri con i
    quali, fino a poco tempo fa,  lei sedeva per il bene della Repubblica,
    Greco  non  era  su  un palco in attesa della lama o della corda.  Non
    aveva "le regarde calm et  haut".  Gridava:  "mi  vogliono  ammazzare,
    aiuto!" Ma il popolo intero che la sua morte condanna e danna, quello,
    s,  c'era.  Mi  basta  scendere la via per incontrarlo.  E' il nostro
    popolo, la gente che amiamo e stimiamo (tra le quali, permetta,  conto
    anche lei) apparentemente inseparabile da quella che, forse insieme ai
    pi, detesto e, debbo pur dirlo, odio e vorrei vedere ridotta non alla
    ragione  (che   impossibile ormai) n al pentimento (che non  in mio
    potere) ma all'impotenza almeno.  E' il popolo che ascolta distratto o
    ignora cronache come quella di Trieste; e si danna cos.
    Non  credo alla giustizia della storia,  che  di invendicati.  N che
    l'accumulo di sopraffazioni,  latrocini,  corruttele,  oppressioni dei
    deboli e beffe della giustizia, debba finire, prima o poi, col muovere
    le pietre e la gente.  Tutt'altro.  Chi non guarda pi i telegiornali,
    se proprio non si trova sulla traiettoria dei proiettili della  Digos,
    avr   altre   cose   cui   pensare   invece   della   intenzionale  o
    preterintenzionale  trasformazione,  grazie  a  quei  piombi,   di  un
    giovanotto in fantoccio da obitorio. Oggi, voglio dire, Nemesi sceglie
    vie  invisibili,  come  nelle  nostre viscere il fall-out atomico.  Il
    giusto ne  punito quanto il peccatore,  a riprova che in  ognuno  dei
    due  c'  una quota dell'altro.  Lentamente,  giorno dopo giorno,  una
    impercettibile diminuzione dell'ossigeno morale annichilisce  cellule,
    rabbercia  circuiti  vivari  e  precari.  Come  certe specie di anfibi
    adattati alle spelonche, che hanno ancora occhi ma senza uso o bisogno
    di vista,  cos intere generazioni possono convivere con una  crescita
    di tossico storico negli alveoli.
    E' quel che chiamiamo decadenza;  di popolo o di continente: sola vera
    punizione attribuibile al "Tribunale della Storia" di cui parl Hegel.
    Grazie a quest'ultimo, non dimentico che essa va di pari passo col suo
    contrario. Scopro, pieno d'ammirazione, prove della vitalit, qualit,
    coraggio,  severit di cui questa nazione  ricca  e  capace;  e  poi,
    quando tali forze positive siano, come oggi, offese e sprezzate, se ne
    cerchi  allora  al  di  l  dei  confini la amicizia vittoriosa...  La
    "denuncia" di quella cosa  che  non  oso  neanche  definire,  dico  la
    sentenza  di  Trieste,  mi  parrebbe stolta eloquenza senza seguito di
    azioni, foss'anche minime,  com' di scriverle questa lettera.  Perch
    lei,  caro Martinazzoli,  ha poteri che io non ho.  Mi creda, con ogni
    rispetto, suo Franco Fortini..


    - Avvocati di parte civile, Comunicato stampa, Padova 16 giugno 1988.
    Dopo la lettura dei giornali che hanno  riportato  la  notizia  delle
    lievi  condanne inflitte il 14-6-88 dalla Corte di Assise d'Appello di
    Trieste a due dei quattro agenti incriminati per l'omicidio di  Pietro
    Maria  Walter Greco,  ci sembra doveroso,  quali difensori delle parti
    civili, intervenire con alcune precisazioni.
    Innanzitutto il dispositivo della sentenza  molto chiaro e  riconosce
    la  volontariet  dell'azione che port alla morte del Greco: l'agente
    del Sisde Nunzio Maurizio Romano  s stato assolto, pur avendo ucciso
    volontariamente, per aver agito in stato di legittima difesa putativa,
    ovvero  nell'erroneo  convincimento  di  avere  corso  il  rischio  di
    un'aggressione,  che per non c' stata; l'agente della Digos Maurizio
    Bensa  stato condannato per eccesso colposo in  uso  legittimo  delle
    armi, in ordine per al delitto di omicidio volontario; l'agente Digos
    Mario  Passanisi    stato  amnistiato,  ma riconosciuto colpevole del
    reato di lesioni volontarie aggravate.
    E' stato quindi accertato  che  tutti  e  tre  hanno  sparato  volendo
    colpire: da qui la volontariet dell'azione, come ritenuto dai giudici
    d'Appello.
    In  ultimo,  colui  che  comandava il gruppo,  il vice-ispettore Digos
    Giuseppe Guidi (assolto con formula piena  in  primo  grado)    stato
    riconosciuto responsabile di omicidio colposo, reato contestatogli sin
    dall'inizio,   per  aver  diretto  nel  peggiore  dei  modi  possibili
    l'operazione che doveva condurre all'arresto di una persona  ricercata
    (ma disarmata).
    Pertanto    evidente  che  la  sentenza  di  Appello  ha radicalmente
    riformato quella di primo grado,  accogliendo le tesi sostenute  dalle
    Parti  civili  e dalla Pubblica accusa.  L'argomento su cui riflettere
    semmai, a questo punto,  quello relativo alla lieve entit delle pene
    inflitte,  soprattutto in relazione alla  richiesta  di  14  anni  per
    omicidio  volontario  per  Bensa  e Romano,  sostenuta dal Procuratore
    Generale.
    L'importanza che la  conclusione  di  questo  caso  giudiziario  venga
    correttamente  riportata  all'opinione pubblica discende dal fatto che
    si tratta del primo processo,  dalla promulgazione della  Legge  Reale
    nel 1975, svolto contro appartenenti alla Polizia di Stato o dell'Arma
    dei Carabinieri, conclusosi con una condanna.
    Avvocato  Paolo  Berti,  Avvocato  Roberto  Maniacco,  Avvocato Enrico
    Vandelli.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Anonimo, Manifesto, Padova 1985. Frammenti.
    Col sangue agli occhi!
    "I deboli non combattono,
    quelli pi forti lottano forse per un'ora,
    quelli ancora pi forti lottano per molti anni,
    ma quelli fortissimi lottano per tutta la vita
    costoro sono indispensabili..."
    Bertold Brecht.

    (...) Cosa dire di un compagno per noi indispensabile?
    Pedro  lo  ricordiamo  sempre  accanto  a  noi   dalle   lotte   degli
    universitari,  a partire dal '68,  alle lotte in mensa come lavoratore
    dell'Opera, a quelle dei precari della scuola.
    Per questo,  per la sua internit alle  istituzioni  di  movimento,  a
    quelle  stesse  lotte  che  ci  hanno unito e che tuttora ci uniscono,
    Pedro ha subito varie inquisizioni da parte di Kalogero  (inquisizioni
    suffragate solo dalle parole dei pentiti, puntualmente crollate).
    Ancora  una  volta in prima fila,  al primo posto,  pronto a pagare di
    persona, duramente,  con ulteriori anni di latitanza,  sospensione dal
    lavoro, riduzione del proprio reddito strappato con le unghie a questa
    societ di merda, per creare migliore qualit della vita.
    Pedro  38  anni,  Pedro  accanto ai giovani del centro sociale "Nuvola
    Rossa", accanto a quella che era la sua classe di appartenenza, quella
    degli sfruttati,  dei senza-casa,  dei senza reddito,  di chi  non  si
    lascia sconfiggere, di chi continua comunque a lottare.
    Lo  ricordiamo  durante  le  lotte  del  censimento  con noi proletari
    disoccupati, con noi per solidariet, per internit,  perch Pedro era
    cos.
    E cos lo vogliamo vivere,  nelle nostre lotte, non come un ricordo ma
    come una presenza sempre viva, in mezzo a noi,  indispensabile fino in
    fondo, ricordando anche il suo sforzo estremo.
    Ci  piace  immaginarlo  cos:  che  corre  fuori  dall'atrio  di  quel
    condominio-tomba di via Giulia a denunciare con voce forte,  ancora un
    volta,  purtroppo l'ultima per lui,  che lo Stato uccide ma che questa
    volta non sar possibile mistificare,  non sar  possibile  creare  la
    montatura, il 'mostro'. (...)
    Grazie  compagno  Pedro  per  quello  che  ci hai saputo dare,  grazie
    compagno per la forza che  ancora  ci  tiene  vivi,  incazzati  e  mai
    arresi, insieme a te e adesso anche per te.
    A pugno chiuso compagno nostro, col sangue agli occhi, tu ci mancherai
    molto perch tu sei per noi tutti uno degli indispensabili.


    -  I  compagni  di  Pedro (a cura di),  "Pedro 9 marzo 1985 Trieste Lo
    stato borghese uccide un militante comunista", Bologna 1995,  Editrice
    Associazione culturale Controinformazione internazionale. Frammenti.
    "Chi  era Pedro" Pietro Maria Walter Greco,  conosciuto da tutti come
    Pedro,  figlio di proletari calabresi di Melito Porto Salvo  arriva  a
    Padova  alla  fine  degli  anni  sessanta  per studiare.  Si iscrive a
    Statistica,  conseguir pi tardi la  laurea  che  gli  permetter  di
    lavorare  come  insegnante di matematica e con il suo lavoro sostenere
    la  famiglia  al  sud.  Dal  suo  arrivo  a  Padova  la  sua  presenza
    all'interno  del  movimento  di  lotta    instancabile.  Centinaia  e
    centinaia di proletari lo ricordano al proprio fianco nelle iniziative
    nei quartieri,  dove si sviluppava come  in  tutta  Italia,  un  forte
    movimento per il diritto alla casa;  occupazioni, autoriduzioni contro
    il caro affitto  unite  alla  lotta  per  i  servizi  nel  territorio.
    Significative  nel  1972  le  occupazioni  di  case  in via Tirana nel
    quartiere Savonarola.
    E ancora lo ricordano,  sempre in prima fila,  nelle mobilitazioni  di
    massa  e  nell'antifascismo  militante che hanno caratterizzato quegli
    anni contro le trame  nere,  le  stragi  fasciste,  fino  alla  grande
    manifestazione  del  tre  giugno  1975  che  contestava  il comizio di
    Almirante. Poi le lotte per le mense, gli spazi sociali,  la lotta sul
    posto di lavoro.
    La  sua  presenza piena di forza e determinazione,  la sua spontanea e
    grande capacit di coinvolgimento era troppo scomoda. (...)


    - I ragazzi del Nuvola Rossa,  "Corri Pedro verso la libert",  Padova
    1985.
    Tre  anni  fa  abbiamo  conosciuto  Pedro  nel  centro sociale "Nuvola
    Rossa".  (...) L'impegno di Pedro nell'occupazione di questo  stabile,
    il  suo  impegno  per  riempirlo  di iniziativa,   stato grosso.  Non
    passava giorno senza che Pedro insieme  ai  punks,  ai  giovani,  alle
    famiglie  del  quartiere  non  discutesse,  non parlasse delle cose da
    fare,  non desse il suo contributo materiale per dare  vita  a  questo
    spazio,  per riempirlo di contenuti politici.  Sempre in prima fila ad
    affrontare gli sgomberi della polizia senza alcuna paura di  esprimere
    le proprie idee.
    Con  lui  abbiamo  lavorato  duramente  per rendere accessibile quello
    stabile abbandonato al degrado,  con lui abbiamo  ascoltato  concerti,
    abbiamo  visto  rappresentazioni  teatrali,  assemblee  ed  altre cose
    ancora. (...)


    - Comitato precari e disoccupati ed alcuni rilevatori del censimento.
    (...) Ricordiamo Pedro che in questi anni ha sempre lottato con noi in
    prima  fila  per  il  diritto  al  reddito  garantito  per  tutti.  Lo
    ricordiamo  con  noi  al collocamento,  in piazza,  nei quartieri;  lo
    ricordiamo al censimento, appena tornato prosciolto da ogni accusa, da
    un anno di latitanza, senza pi lavoro n reddito. (...)


    - Gli occupanti del condominio  "Sereno",  "E'  stato  assassinato  un
    altro comunista".
    (...) Lui sempre presente,  lui sempre in prima fila,  lui con l'amore
    del suo agire comunista,  lui con noi: la nostra  storia.  Storia  non
    solo  politica,  costruita  s  sulle  nostre  idee,  ma  vissuta  nel
    quotidiano con davanti un piatto di pastasciutta, insieme, a discutere
    del nostro vivere comunista, di come affrontare la giornata successiva
    colma di lotte, rabbia, fermezza e amore. (...)


    - Claudio Latino, carcere Due Palazzi, 13 marzo 1985.
    Parlare di Pedro,  della sua vita,  della sua  figura  di  compagno  a
    questo  punto  struggente.  Molti lo hanno conosciuto e ancora di pi
    ne avranno sentito parlare. Senza retorica si pu dire che pochi hanno
    la sua capacit di comunicare e socializzare,  la sua carica e la  sua
    determinazione, la sua intelligenza e la sua coerenza.



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Non ne sono state prodotte.



















    WILMA MONACO.


    Note biografiche.

    - Wilma Monaco nasce a Roma, il 28 ottobre 1958.
    - frequenta il liceo linguistico a Roma.
    - si diploma in lingue nel 1976.
    - lavora come impiegata.
    - milita nei movimenti.
    - milita nel Movimento Proletario di Resistenza Offensivo.
    - milita nella Unione dei Comunisti Combattenti.
    -  viene uccisa dalla polizia a Roma,  il 21 febbraio 1986,  nel corso
    dell'attentato contro Da Empoli.



    Scritture di Wilma Monaco.

    - Non ne sono state reperite.


    Documenti prodotti da organizzazioni  armate  per  la  persona  o  per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Documenti  prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento in
    cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Anonimo, Composizione inviata al Progetto memoria da un internato in
    un Ospedale Psichiatrico Giudiziario, nel luglio 1993.
    II suo nome? Wilma!
    Ventisei le primavere. Il suo nome? Wilma!
    Ora solo un gelido inverno
    stende un velo pietoso.
    Una guancia sull'asfalto anonimo
    una guancia volta al cielo
    quasi a ghermir l'ultimo sole
    raccolte le spoglie in dignitosa umilt
    Quella guancia esangue  entrata ovunque!
    Ha condito l'insalata sulle italiche tavole...
    Che spettacolo! Che umanit!
    Dov'eri Roma patria di civilt?
    Dov'eri Cesare? Dov'eri Pietro?
    Ventisei le primavere...
    Ora solo un gelido inverno!
    Intorno a quella guancia ho visto un formicaio
    foto di gruppo: partita di caccia con cinghiale!
    Bastava un drappo, un fazzoletto,
    uno straccio unto da meccanico...
    bastava... per una guancia esangue.
    Ventisei le primavere...
    Il suo nome? Wilma!




    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Gianni Pelosi, Testimonianza al Progetto memoria, Roma 1993.
    Wilma nasce  a  Roma  nel  quartiere  di  Testaccio  da  una  modesta
    famiglia.  Si  diploma  in  Lingue ed  nella scuola che inizia il suo
    approccio alla politica.  Appena diplomata  resta  in  attesa  di  una
    collocazione   e   frequentando   i  luoghi  del  quartiere  riesce  a
    ricollocare il suo interesse politico.  In quel  periodo  ('77-'78)  a
    Roma  erano  proliferate decine di piccole organizzazioni che si erano
    riunite  sotto  la  sigla  del  M.P.R.O.   (Movimento  Proletario   di
    Resistenza  Offensivo),  coordinando iniziative su temi specifici come
    il problema della casa e del lavoro.
    Wilma si inserisce in uno di questi nuclei sviluppando appieno il  suo
    lavoro militante. Partecipa cos alle varie iniziative che, essendo di
    un  certo  valore,  permettono al gruppo di entrare subito in contatto
    con le B.R.,  con le quali l'organizzazione cui appartiene mantiene un
    rapporto critico. Nel giro di un anno il M.P.R.O. scompare e la stessa
    sorte tocca alle organizzazioni che lo avevano formato.
    Le  B.R.,  sfruttando  a loro favore il disgregamento di questa realt
    organizzata, raccolgono i singoli e i gruppetti attraverso la proposta
    della costruzione dei Nuclei Clandestini di  Resistenza.  Lei  diventa
    militante  di uno di questi nuclei e nello stesso periodo si inserisce
    maggiormente in realt di lotta  ed  emarginazione  non  pi  nel  suo
    quartiere originario, ma nel quartiere dove si  trasferita.
    Quando nell''82 l'Organizzazione subisce la poderosa ondata di arresti
    determinata  dal  fenomeno del pentitismo,  si svilupper un dibattito
    sul futuro dell'iniziativa armata che  investir  tutto  il  Movimento
    Rivoluzionario.
    A  Roma,  fuori dall'Organizzazione,  il dibattito si svilupper in un
    Coordinamento nel quale  confluiranno  tutte  le  organizzazioni  o  i
    singoli  presenti  nell'area  romana,  legati  al percorso della lotta
    armata. Wilma partecipa attivamente a tale dibattito che in realt non
    arriver mai ad una conclusione determinata e  non  produrr  passaggi
    politici  rilevanti;  dar  luogo  invece  ad un'ulteriore dispersione
    della quale Wilma stessa sentir il peso.
    La maggior parte dei partecipanti a questo Coordinamento si  riverser
    in  varie  istanze  di  lotta e cos far anche lei.  Parteciper alle
    lotte del Movimento Pacifista,  alle lotte contro l'installazione  dei
    missili  Nato  a  Comiso.  Nello  stesso lasso di tempo partecipa alle
    lotte dei disoccupati riuniti nelle Liste  di  Lotta  alle  quali  lei
    stessa  si  iscriver.  E'  questo  un periodo di evidente sbandamento
    politico dove  difficile per tutti ritrovare dei punti di riferimento
    e spesso si osciller tra la voglia di partecipare alle lotte di massa
    e il tentativo di riprodurre il  percorso  armato.  Anche  lei  subir
    questa  estenuante  tensione  tanto  che  si  avviciner,   alla  fine
    dell''83,    ad   un    piccolissimo    gruppetto    di    fuoriusciti
    dall'Organizzazione   provenienti  dalla  Brigata  Tiburtina.   Questi
    praticano un intervento nelle situazioni di movimento e  nello  stesso
    tempo  parlano  di  lotta  armata,  non  riproducendo in realt nessun
    percorso di quel tipo, passato o nuovo che sia, pur contando latitanti
    (in realt uno solo) tra loro. E' proprio a causa di questa situazione
    ambigua  che  nel  loro  gruppo  si  produce  un  delatore  il  quale,
    denunciandoli,  produce  l'arresto  del latitante e la latitanza degli
    altri componenti del gruppo, tra cui la stessa Wilma.
    Attraverso il periodo di latitanza entra  in  contatto  con  la  nuova
    formazione costituitasi alla fine dell''85 denominata U.d.C.C.  con la
    quale porter a termine  l'iniziativa  che  aveva  come  obiettivo  la
    gambizzazione di Antonio Da Empoli, nella quale cadde mortalmente.


    - Laura Monaco, Testimonianza al Progetto memoria, Roma 1995.
    Non    facile  parlare  di una sorella morta per degli ideali in cui
    credeva.
    Non tutti possono capire il motivo che l'ha spinta,  c'  tanta  gente
    ignorante  che non sa nemmeno di cosa stiamo parlando.  Io so solo che
    lei era una ragazza dolcissima,  semplice,  legata alla  famiglia,  in
    particolare   al   suo  fratellino  piccolo,   a  cui  dedicava  molte
    attenzioni.  Era senz'altro anche intelligente,  piena di personalit,
    cercava sempre di aiutare il prossimo e voleva cambiare il mondo.
    Questo mondo corrotto,  pieno di gente disposta a tutto per soldi, per
    potere, per successo.
    Lei ha sacrificato la sua vita pensando che  ci  che  faceva  potesse
    aiutare tanta gente che vive nella miseria. Voleva togliere il marcio,
    ma  tutti  noi  sappiamo  che    impossibile combattere una battaglia
    contro chi conta,  chi ha il potere in mano,  chi tira  le  redini  di
    questa  baracca  che  giorno  per giorno sprofonda sempre di pi.  Lei
    credeva in un  futuro  migliore  dove  non  ci  fossero  tutte  queste
    ingiustizie, tanto razzismo, tanto egoismo, tanta indifferenza.
    Io  tutto  questo  l'ho scoperto solo quand' morta,  e mi d fastidio
    anche ammetterlo,  ma anch'io sono stata indifferente a tante  cose  o
    forse solo presa da altri problemi.
    Una  cosa sola rimpiango,   di non aver sfruttato tutti i momenti per
    poter stare con lei e di lei conserver un bellissimo ricordo.





    DARIO BERTAGNA.


    Note biografiche.

    - Dario Bertagna nasce a Comerio (Bergamo), l'8 luglio 1950.
    - si diploma perito chimico.
    - lavora come impiegato presso una Ditta di produzione di  vernici  di
    Vimercate (Milano).
    - milita nei Reparti Comunisti d'Attacco.
    - viene arrestato a Milano, il 23 giugno 1980.
    -  muore  suicida nel carcere di Busto Arsizio (Varese),  il 17 luglio
    1988.



    Scritture di Dario Bertagna.

    - Dario Bertagna, Lettera al Bollettino, 27-8-84, carcere Fossano, in:
    Il Bollettino 14, Milano 1984.
    Per protestare contro il trasferimento di  un  detenuto  politico  da
    Fossano  a  Reggio  Emilia  il  compagno  Dario  Bertagna,  detenuto a
    Fossano,  ha inviato in data 27-4 una  lettera  al  Bollettino,  nella
    quale, tra l'altro, scrive:
    "Come  mai  allora  questo  trasferimento  improvviso  al manicomio di
    Reggio Emilia?  Le cose stanno  cos:  la  dottoressa  psichiatra  del
    carcere, dopo una sbrigativa visita, aveva diagnosticato che L. V. era
    schizofrenico.   Ma  vi  rendete  conto?  Una  persona  legge  quattro
    scartoffie riguardanti un carcerato,  lo visita in cinque minuti e  lo
    giudica  nientemeno  che  schizofrenico.  Mi  rendo  conto  che questa
    dottoressa probabilmente ha agito in  buona  fede  e  che  ancora  pi
    facilmente   le   responsabilit  maggiori  stanno  in  qualche  altro
    ingranaggio dell'apparato di potere.  Sta di fatto che questi  signori
    non  si  rendono  conto  che  non sono altro che dei meccanismi di una
    macchina mostruosa,  ingranaggi pi o meno determinanti,  ma  ciascuno
    facente  parte  di  un congegno degenerato che a sua volta degenera le
    singole parti.
    Sia chiaro comunque che  anche  singoli  proletari  possono  benissimo
    essere  incorporati  in questo brutale meccanismo e,  anche se saranno
    rotelle di poco conto, si renderanno pur sempre funzionali al sistema.
    Mi riferisco tra l'altro specialmente ai vari dissociati, di nome o di
    fatto o tutti e due.  Certo lo Stato non manda costoro a Reggio Emilia
    e magari concede loro anche qualche zuccherino.
    Facciamo  bene  i  conti  e  vedremo con chiarezza che schizofrenico 
    questo sistema e tutti i suoi ingranaggi e non certo  il  compagno  L.
    V.".



    Documenti  prodotti  da  organizzazioni  armate  per  la persona o per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    - I compagni del movimento e i familiari dei detenuti,  Volantino,  23
    luglio 1988, Busto Arsizio.
    Domenica scorsa, 17 luglio,  il compagno Dario Bertagna si  tolto la
    vita nel carcere di Busto Arsizio, dopo aver scontato 8 anni di galera
    per  reati  politici.  Malgrado  la  marginalit  delle responsabilit
    penali,  nel processo che ha deciso la messa in  libert  dei  pentiti
    come  Barbone  e  di  altri  imputati che hanno scelto la strada della
    collaborazione e dell'abiura,  Dario sub una condanna a  15  anni  di
    carcere.  E'  questa  l'ennesima  dimostrazione  di come le leggi e le
    prassi giuridiche nate dall'emergenza abbiano  legato  l'entit  della
    condanna  all'identit  politica  e  al  comportamento degli imputati,
    malgrado le autorit e gli intellettuali pi o meno di regime, insieme
    ai partiti,  abbiano ripetuto fino alla noia che "tutto  si    sempre
    svolto nella legalit e nel rispetto delle regole della democrazia".
    Dario non era n pentito n dissociato ed ha sempre lottato, con tutte
    le sue forze,  per salvaguardare la propria dignit umana e la propria
    identit politica.  Per 8  anni  ha  lottato  contro  la  macchina  di
    distruzione  che   il carcere,  in condizioni psicofisiche sempre pi
    instabili,  come i medici del carcere hanno avuto modo  di  constatare
    pi  volte.  La  sua  morte,  come tutte le morti avvenute in carcere,
    peser  come  un  macigno  anche  sui  responsabili  della  disastrosa
    gestione  dell'assistenza sanitaria,  su quanti permettono che passino
    giorni e settimane prima di un ricovero,  su chi  tra  la  salute  del
    detenuto e la sicurezza dell'istituzione sceglie sempre quest'ultima.
    Oltre  a  tutto  ci  preme  ricordare  che  non  pi  di un mese fa il
    Tribunale  di  sorveglianza  di  Torino  aveva  negato  a   Dario   la
    semilibert, nonostante gli 8 anni di galera scontati, le sue precarie
    condizioni  di  salute  e  l'ottenimento  di un posto di lavoro in una
    fabbrica del suo territorio.  In carcere non avevano  pesato  sul  suo
    conto gravi rapporti disciplinari o denunce. (...)
    Con  il  suo  ultimo  gesto  Dario  ha gridato ancora una volta il suo
    rifiuto a piegarsi al  patto  infame  che  impone  la  svendita  della
    propria dignit in cambio della scarcerazione.
    Noi siamo oggi davanti al carcere di Busto Arsizio e poi in piazza per
    ricordare  alla  gente  che  l'angolo di barbarie costruito negli anni
    dell'emergenza e nel quale sono gi morti  troppi  detenuti  non  deve
    continuare la sua opera di distruzione.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Non ne sono state prodotte.



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Angelo Cane, Testimonianza al Progetto memoria, Varese 1993.
    Alla  memoria di Dario,  Manfredi...  - e sono tanti - sempre nel mio
    cuore.
    Parlare di Dario  un non dimenticare  quegli  anni  che  tanta  parte
    hanno avuto nella mia vita.  E',  attraverso la sua memoria, ricordare
    un altro caro compagno della Pre,  morto per un ictus nel  carcere  di
    Udine - si chiamava Manfredi.
    Dario  me  lo  ricordo  al  processo  di  Milano,  attraverso le brevi
    discussioni che ci facevamo durante le pause dei processi;  notavo  in
    lui  la  grande  dignit  unita alla rabbia di sapere che qualcuno che
    conosceva come compagno lo aveva tradito muovendogli  accuse  che  non
    sussistevano;  era  facile  in  quegli  anni  svegliarsi  un  mattino,
    dichiararsi pentito e fare comminare anni di galera.
    Dario non lo accettava e me lo scriveva attraverso lettere e cartoline
    dalle varie carceri,  ultima quella del carcere di  Fossano  prima  di
    finire  in quello di Busto Arsizio.  Da Fossano,  Dario mi chiedeva la
    possibilit di un colloquio,  colloquio che mi veniva sempre rifiutato
    e,  alla  mia  rabbia  si aggiungeva il dolore di scrivergli che me lo
    rifiutavano.  Purtroppo ho cercato tra le lettere e le  cartoline  ma,
    come spesso capita,  non le ho trovate,  eppure so che ci sono! che le
    sue lettere fanno parte di un periodo storico di cui oggi si  tende  a
    perdere la memoria.
    E poi, la tragedia della telefonata arrivatami in ufficio: "Dario si 
    ucciso".  Era  un  giorno  di  luglio,  cos come era luglio (il primo
    luglio), quando apparve l'articolo del suo arresto.
    Ai funerali in paese c'era tanta gente. Io, in disparte,  non riuscivo
    a piangere.


    - Giulio Petrilli, Testimonianza al Progetto memoria, L'Aquila 1995.
    Ricordare  Dario    ricordare un compagno col quale ho condiviso dei
    momenti,  delle lotte,  dei sogni,  in una realt particolare come  il
    carcere di San Vittore, dal dicembre '80 alla met dell'83. Un momento
    di grandi lotte in uno dei carceri metropolitani pi particolari,  pi
    complessi. Dario l'ho conosciuto esattamente il 6 gennaio 1981, in una
    cella del secondo raggio,  la nostra cella  per  tanto  tempo,  poi  i
    trasferimenti ci hanno diviso.
    Ricordo quel pomeriggio del 6 gennaio, dopo diversi giorni nelle celle
    d'isolamento fui fatto salire su in sezione, stavo un po' sbandato tra
    arresto e isolamento, ma entrando in cella subito mi sentii a mio agio
    in  un  ambiente caldo;  eravamo in cinque,  un po' stretti ma stavamo
    bene.  E' l che conobbi Dario,  mi sembr subito cos come  poi  l'ho
    conosciuto  nel tempo: un ragazzo riservato ma estremamente dolce,  il
    suo aspetto rispecchiava il suo carattere,  con quel  sorriso  un  po'
    triste  negli  occhi  azzurri.  Ricordo  mi offr subito una birra,  e
    prepar insieme agli altri una bella cenetta;  e poi quelle birre  che
    hanno accompagnato tanti nostri pomeriggi e tante serate.  Ricordo che
    mi riemp di domande, sai appena arriva uno nuovo  un po' d'abitudine
    in carcere sentire i racconti della vita  fuori.  Lui  disse  che  era
    stato arrestato nel giugno precedente,  e che da poco si trovava a San
    Vittore.  In precedenza era stato a Fossano,  un carcere penale  e  mi
    raccont  della vita l,  delle diversit con San Vittore anche perch
    poi l al secondo raggio eravamo tutti  politici,  mentre  l,  con  i
    comuni c'era un'altra realt,  pi da logica carceraria.  Poi inizi a
    raccontarmi della sua vita fuori;  era tecnico di una piccola  azienda
    di elettrodomestici,  vicino a Milano;  mi raccont del paese vicino a
    Varese,  dove abitava e quando ne parlava si capiva che lui  preferiva
    vivere  l  e  non in una grande citt,  anche perch da piccolo aveva
    vissuto in un paesino  del  bergamasco.  Poi  mi  raccont  della  sua
    esperienza   politica  a  Milano,   la  sua  politicizzazione  passata
    attraverso  la  sindacalizzazione  nella  fabbrica  dove  lavorava,  i
    contratti, le lotte, l'inasprimento del padronato, la coscienza sempre
    pi  approfondita che lui andava maturando,  lo scontro con le logiche
    di totale mediazione, che lui chiamava 'arrendevolezza del vertice del
    sindacato',  il suo travaglio e la rottura completa con il  sindacato.
    La  sua  incredulit  nel raccontare che molti dirigenti d'industria e
    capi reparto tra i pi duri erano iscritti al P.C.I.  Lui  non  se  ne
    faceva  capace  che  chi imponeva la produttivit,  il sacrificio,  la
    logica di lottare,  ma portando sempre il profitto all'azienda,  erano
    quelle persone che a parole si dicevano comuniste. Questa cosa per lui
    era  totalmente  inammissibile,  da  l  matur  la scelta della lotta
    armata. E questa sua scelta, maturata proprio partendo dall'avversione
    verso la cultura statalista e produttivista del P.C.I., se l' portata
    dietro sempre, con coerenza fino alla fine.
    Dario era chiuso,  un po' introverso  ma  estremamente  determinato  e
    lucido;  io non concordavo alcune questioni del suo ragionamento ma in
    fondo ero con lui,  soprattutto in quegli anni a San Vittore.  Poi  le
    nostre  strade si sono divise,  ci siamo scritti qualche lettera,  lui
    non concordava la mia scelta critica al metodo della lotta armata  che
    secondo me non si adattava pi,  ma c' sempre stato dell'affetto. Poi
    siamo nati lo stesso giorno,  l'8 luglio  festeggiavamo  i  compleanni
    insieme,  sognavamo  insieme,  io  ci  scherzavo un po' su,  sulla sua
    rigidit.  Abbiamo studiato tanti  libri,  documenti,  insieme,  nelle
    lunghe  e  interminabili  discussioni e passeggiate nel cortile,  dove
    lui, tra una sigaretta e l'altra, si faceva chilometri a piedi,  molto
    spesso  da  solo,  assorto nel suo mondo.  E io scherzando gli dicevo:
    "Torna in terra, vieni a giocare a pallavolo, a correre". Con l'ironia
    e lo scherzo molto spesso  comunicavo  con  lui,  con  quel  suo  modo
    d'essere reticente nel parlare anche della sua vita privata,  dei suoi
    amori.  Con quel suo bene grande che voleva alla sorella,  che  spesso
    veniva  a  trovarlo,  portandogli  anche  dei  pacchi  che consumavamo
    insieme.
    Poi,  come spesso accade,  ci siamo persi.  E ci siamo ritrovati tanti
    anni  dopo,  nel  maggio dello scorso anno,  sfogliando una pagina del
    libro "La mappa perduta",  ho letto il suo nome  e  l'ho  rivisto  nel
    cuore,  in  quel suo grande cuore che non voleva mai manifestare,  che
    voleva quasi coprire, proteggere. con un po' di scontrosit.
















    GINO LIVERANI.


    Note biografiche.

    - Gino Liverani nasce a Bagnacavallo (Ravenna), il 1 gennaio 1932.
    - frequenta le scuole medie.
    - lavora come direttore alberghiero.
    - svolge il servizio militare nel 1952.
    - si sposa- ha un figlio nel 1974.
    - viene inquisito nel 1975 in un'inchiesta contro l'Autonomia.
    - milita nelle Brigate Rosse.
    - viene arrestato a Falconara Marittima (Ancona), il 15 novembre 1979.
    - esce per scadenza dei termini di custodia preventiva nel 1981.
    - va all'estero, latitante.
    - muore per un tumore al cervello a Managua  (Nicaragua),  nell'estate
    1988.





    Scritture di Gino Liverani.

    - Non ne sono state reperite.



    Documenti  prodotti  da  organizzazioni  armate  per  la persona o per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.





    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Non ne sono state prodotte.



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Archivio P.M., Testimonianze al Progetto memoria, Roma 1995.
    Gino  Liverani  era  sposato  e padre di un figlio.  Tra i suoi tanti
    lavori:  teatrante,   ballerino,   fotografo,   operatore  televisivo,
    bibliotecario, direttore d'albergo. Da ragazzo, tra il 1948 ed i primi
    anni  '50,  si  avvicina  ad  alcuni  gruppi  di ex-partigiani che non
    avevano accettato di "deporre le armi".  Dal  P.C.I.,  in  cui  milita
    negli  anni  '50,  viene  espulso nel 1962 proprio per la sua simpatia
    verso chi non rinunciava al "sogno armato".  Attraversa gli  anni  '60
    senza  legarsi a nessun partito o gruppo ma sempre molto attento a ci
    che avviene. Dopo la strage di piazza Fontana, nel 1969, viene fermato
    per "somiglianza" con Valpreda.
    Del resto,  tra i suoi  vari  lavori,  c'era  stato  anche  quello  di
    teatrante  e  ballerino,  il  che  rafforzava  la  somiglianza con una
    analogia. Nei primi anni '70 s'interessa al progetto di Feltrinelli di
    trasformare la Sardegna nella Cuba del Mediterraneo.  Prende  contatti
    con  alcuni  gruppi  sardi e per un certo periodo lavora a Cagliari in
    uno studio fotografico.  A met anni '70,  sempre in  Sardegna,  viene
    arrestato  in  seguito  ad  una  manifestazione  di dura contestazione
    contro papa Paolo Sesto.  Nella seconda met degli anni  '70  vive  ad
    Ancona, nelle Marche, dove insieme ad altri, tra il '77 e il '78, apre
    una radio di movimento: Radio Aperta. Nello stesso periodo lavora come
    addetto  alla  biblioteca  universitaria di Ancona.  Diventa militante
    delle B.R. - Comitato marchigiano nell'estate-autunno del 1978.
    Inquisito per "banda armata" una prima volta nel 1979, viene arrestato
    il 15 novembre dello stesso anno a Falconara Marittima dove lavora, da
    circa un anno, come direttore d'albergo in un Motel.
    Nel 1980 partecipa alla rivolta nel carcere di Trani.
    Esce per scadenza dei termini di custodia cautelare nel mese di agosto
    del 1981.
    Nel febbraio del 1982,  in  seguito  alla  collaborazione  di  Antonio
    Savasta, catturato nel quadro della vicenda Dozier, viene arrestato un
    militante  del  comitato  marchigiano delle B.R.  Alcuni,  per evitare
    l'arresto, decidono di andare a Parigi. Gino Liverani  fra questi.
    Trascorsi alcuni anni a Parigi,  un altro trasferimento,  questa volta
    in Nicaragua,  a Managua, dove lavora come operatore televisivo per la
    T.V. nicaraguense.
    Muore nell'estate del 1988 per un tumore al cervello.





















    PAOLO SIVIERI.


    Note biografiche.

    - Paolo Sivieri nasce a Castelmassa (Rovigo), il 2 ottobre 1954.
    - frequenta il liceo scientifico a Ostilia (Mantova).
    - consegue la maturit nel 1973-1974.
    - si trasferisce a Pisa nel 1978.
    - si iscrive all'universit di Pisa, facolt di Fisica.
    - milita nelle Brigate Rosse dal settembre 1978.
    - viene arrestato a Milano, il 1 ottobre 1978.
    -  viene  posto  in  carcerazione  cautelare  presso   il   padre,   a
    Castelmassa, l'11 febbraio 1987.
    - muore suicida a Castelmassa, il 25 gennaio 1989.



    Scritture di Paolo Sivieri.

    - Non ne sono state reperite.

    Documenti  prodotti  da  organizzazioni  armate  per  la persona o per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    -  Renato  Curcio,  Nicola Valentino,  Stefano Petrelli,  Nel bosco di
    Bistorco, Roma 1990, Sensibili alle foglie. Frammento.
    In quel carcere e in quel tempo si viveva  fin  dentro  le  ossa  una
    situazione   di   smarrimento  generale.   Crisi  profonda  di  tutto:
    riferimenti  esterni,  interni  e  "dentro"  ognuno.  Alla  spasmodica
    ricerca di una colpa o un nemico,  tutti sospettavano di tutti.  Non 
    difficile immaginare come il linguaggio dei reclusi fosse bloccato  su
    un unico registro d'angoscia.
    Fu allora che - chiss perch - gli venne recapitato un messaggio.  Si
    trov tra le mani un cappio.  Fu una suggestione folgorante cui  segu
    un'indecisione terribile. Scherzo? Minaccia? Invito?
    Il cripto-messaggio non si lasciava decifrare: uno choc.
    Passarono anni. Usc. L'impatto coi cambiamenti che il mondo aveva nel
    frattempo  compiuto  lo  sfibr.  E  davanti  alle nuove situazioni di
    difficolt non seppe risolvere la rinnovata angoscia che in  un  modo:
    con un nodo.
    Si  uccise  con  un  cappio  intorno  al collo.  La piovra assopita di
    quell'indecifrato messaggio si era risvegliata dal suo corpo  recluso.
    Era uscito, s, ma non era riuscito a liberarsi dalla suggestione.



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Agrippino Costa, Testimonianza al Progetto memoria, Roma 1995.
    Ho pensato anche a Paolo Sivieri, quando stavamo all'infermeria delle
    Nuove  di  Torino.  Lui  gi  si  viveva un po' in abulia,  era un po'
    apatico,  silenzioso,  muto.  Per  in  me  aveva  molta  fiducia,  mi
    accettava.   Cos   stavamo   insieme,   in   cortile.   Semplicemente
    passeggiavamo. L'avevo conosciuto prima, era diverso.
    Quando lo ritrovai l, non parlava pi, rifiutava di cibarsi.
    Con me aveva dei momenti rari di lucidit. Passeggiavamo....


    - Archivio P.M., Testimonianza al Progetto memoria, Milano 1995.
    Per Paolo Sivieri
    "...nel tempo degli di falsi e bugiardi", il togliersi la vita per un
    essere umano era meno doloroso che non il sopravvivere a prezzo  della
    libert  e  della  dignit.   Noi  che  viviamo  circondati  da  idoli
    infinitamente meno belli degli di di Virgilio,  forse abbiamo perduto
    anche  l'ultimo  palmo di anima consacrata dove seppellire un uomo che
    si  tolto la vita.
    Nella  tragedia  di  Paolo  c'  un  segno  di  antica  nobilt  e  di
    sentimento.  E di coraggio. Perch ce ne vuole, e tanto, per rifiutare
    la vita.  Per toglierla agli altri invece  sufficiente un po' di pelo
    sullo stomaco.
    Pi  che  la  durezza  della prigione,  la crudelt delle guardie,  il
    cinismo degli inquisitori, la paranoia dipinta di rosso,  incise su di
    lui  il  disincanto.  E quando si rese conto che non lo circondava pi
    nemmeno l'ombra di un sentimento,  allora scelse di andarsene  per  la
    sua via.  Allora,  in carcere,  e non quel giorno di alcuni anni dopo,
    quando, per il mondo, si uccise.  Nell'ultimo atto della sua tragedia,
    Paolo recise solo il filo della parca che reggeva un simulacro.  Ma la
    sua anima era lontana, forse presso "l'amor che move il sole e l'altre
    stelle".

















    NICOLA GIANCOLA.


    Note biografiche.

    - Nicola Giancola nasce ad Arsita (Teramo), il 1 febbraio 1951.
    - la famiglia d'origine (il padre  muratore,  la madre  domestica  ad
    ore,  due  fratelli  e  due  sorelle)  si trasferisce,  quand' ancora
    bambino, in Francia, in cerca di fortuna.
    - dopo pochi mesi tuttavia ritorna in Italia e  si  stabilisce  a  San
    Remo, dove Nicola cresce.
    - svolge il servizio militare nel 1971 a Milano.
    - nel 1972 si trasferisce autonomamente a Milano.
    -  lavora nel Servizio Assistenza Philips e partecipa attivamente alla
    vita operaia e sindacale.
    - partecipa alle iniziative contigue a Lotta  Continua  nel  quartiere
    Giambellino.
    - si sposa nel 1977 a Milano.
    - dal 1978-1979 milita nelle Brigate Rosse - Walter Alasia.
    - nell'agosto 1981 nasce sua figlia Jessica.
    - viene arrestato a Milano, il 24 febbraio 1982.
    -  muore d'infarto nel carcere di San Vittore a Milano,  il 22 gennaio
    1992.



    Scritture di Nicola Giancola.

    - Nicola Giancola, Cartolina a Jessica, carcere, Ascoli 16-2-86.
    "Mio figlio mi chiede: devo imparare la  matematica?  Perch,  vorrei
    dirgli.  Che  due  pezzi  di  pane sono pi di uno te ne accorgerai lo
    stesso.  Mio figlio mi chiede:  devo  imparare  il  francese?  Perch,
    vorrei dirgli.  Quella potenza declina.  E baster tu ti passi la mano
    sul ventre,  gemendo,  che ti si capir.  Mio figlio mi  chiede:  devo
    imparare la storia?  Perch, vorrei dirgli. Impara a ficcarti col capo
    per terra e forse sarai risparmiato. S,  impara la matematica,  dico,
    impara il francese, impara la storia!"
    (Bertold Brecht, Raccolta Steffin 1940)

    Figlia  mia  vorrei dirti (fra l'altro!) che la felicit non sta nella
    lotta. A non lottare, forse, si ha meno fastidi. Ma passivit  un po'
    come morire.  Lotta  vita.  La felicit  cosa viva!  Ciao fiorellino
    mio  sono triste perch sono lontano da te/voi.  Ma sono felice perch
    ho ancora la forza di lottare per tornare a stare con te/voi.
    Ti stringo e ti abbraccio tanto, tanto, tanto.
    Un bacio con tutto il bene che ti voglio.
     Tuo Nicopapi.
    1) PS: A chi vuoi bene tu,  voglio bene anch'io.  Ti d tanti baci  da
    distribuire! ciao.
    2)  PS:  Stefano  chiede se ti  piaciuto il disegno (e anch'io!) e ti
    manda un baciotto. Ciao.



    Documenti prodotti da organizzazioni  armate  per  la  persona  o  per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Documenti  prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento in
    cui ha incontrato la morte.

    - Controinformazione internazionale numero 7 - primavera  1992  -  gli
    dedica un interno di copertina, che riproduce il volantino distribuito
    al funerale, con una foto da un processo e una poesia.
    "E invece tu rimani chino sul parapetto
    come se aspettassi
    La campana suona ma non ti chiama
    Le sirene fanno gemere gli ardori
    di un altro clima
    Un'immagine
    Bisogna spezzare tutti i ceppi e partire
    con le mani avanti
    Poche parole
    per la morte di un amico
    Piangiamo Nicola Giancola
    uomo
    operaio
    avanguardia di lotta alla Philips
    militante rivoluzionario della Walter Alasia
    nei carceri speciali e Ascoli e San Vittore
    Piangiamo
    ma non trascurate la nostra rabbia"
    Compagne/i della Panetteria di Conte Rosso.


    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Non ne sono state prodotte.



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Adriana Roveretto, Testimonianza al Progetto memoria, Milano 1993.
    Nicola  tante cose,  nella memoria e nel cuore anche adesso. Ti dir
    di ricordi disseminati lungo il percorso del nostro rapporto,  'flash'
    della nostra vita e di lui,  perch  questo il mio modo di ricordare.
    Non chiedermi di date e di cronologie.
    Nicola  per me gli occhi di Jessica,  nostra figlia.  E io ancora non
    capisco  chi  si  sia preso il diritto di rubare gli occhi di Jessica.
    Nicola diceva che era Jessica ad essere i suoi occhi,  affacciati  sul
    mondo.
    Incontro Nicola nel '75, ad un processo di un suo compagno di fabbrica
    (per possesso illecito di un'arma, credo).
    La  passione  politica  anima  gi  in  quel  tempo il suo impegno nel
    quartiere (al Giambellino) e nella fabbrica (operaio alla Philips).
    Ci sposiamo presto, in comune, blue-jeans e camicetta rosa,  informali
    e felici.  Viviamo insieme il tempo dei sommovimenti sociali di quegli
    anni.
    Quando lo arrestano, gli agenti,  pensando di potermi usare come mezzo
    di pressione psicologica,  mi chiedono di portargli Jessica,  rifiuto,
    non si pu pensare di usare  una  bambina...  Forse,  non  mi  perdono
    neanche  oggi  di  aver  privato Nicola e Jessica del piacere di stare
    ancora un po' insieme...  Insieme  avevano  trascorso  gli  ultimi  15
    giorni prima dell'arresto,  io avevo momentaneamente ripreso il lavoro
    fra un periodo di aspettativa e l'altro... Insieme e con il piacere di
    potersi toccare,  doveva trascorrere  tanto  tempo,  anni,  prima  che
    questa possibilit si ripetesse.
    Anzi,  si ripresenta a distanza di un anno.  Quando gli viene accolta,
    dall'amministrazione carceraria, la richiesta di incontrare,  oltre il
    vetro,  la piccola che allora aveva circa un anno e mezzo.  E' compito
    degli agenti portare in braccio  la  piccola  urlante  e  terrorizzata
    lungo  corridoi  e  percorsi  labirintici dove non pu vedere n me n
    lui: pi che il piacere di incontrarsi fu un'esperienza straziante.
    Nicola rivendica ed assume la sua scelta,  vive con grande serenit  e
    coraggio tutte le conseguenze.
    Sai,  non l'ho mai visto non sorridere; lui diceva che tutto  vita, e
    viveva tutto con un grande sorriso negli occhi.
    Finch resta al carcere di San Vittore,  dove  possibile una maggiore
    socialit con gli altri detenuti,  gioca a fare il paterno,  cucinando
    torte fantastiche con forni inventati con mezzi di fortuna. E sar poi
    ad Ascoli,  alla fine degli anni ottanta,  quando la situazione  meno
    rigida,  che  far  assaggiare anche a noi,  che andiamo a trovarlo in
    comitiva (io,  Jessica,  parenti) i dolci e le pizzette  cucinate  per
    compensare  i lunghi viaggi:  sempre stato in carceri lontanissime da
    Milano, dove noi viviamo.
    Dal novembre 1982 e per parecchi anni Nicola resta a Cuneo ed  l che
    si assapora l'inizio del disgelo: le vetrate impenetrabili riescono  a
    diventare  fonte  di  giochi  per  Jessica  che  si  diverte a passare
    attraverso la finestrella per raggiungere Nicopapi  ed  inventare  con
    lui  giochi  nuovi;  a  poco  a  poco  diventa quasi naturale per lei,
    bambina,  dover indossare la tuta del carcere per poter passare di  l
    dal bancone divisorio, per stare con suo padre.
    Poi  Palmi,  Ascoli,  molti  chilometri di 'lontano',  e allora sono i
    disegni, le lettere,  i cartoncini colorati a portare messaggi d'amore
    tra Nicola e Jessica, tra Nicola e il mondo.
    Nicola fa disegni meravigliosi, (anche un ritratto a matita, perfetto,
    da una foto di Jessica piccolissima);   sempre pieno di idee, studia,
    scrive, fa ricerche,  sempre molto vivo,  attento,  partecipe,  anche
    quando  la  consunzione interna all'ambito della detenzione politica e
    la  drammatica  perdita  dei  genitori,   lo   feriscono   e   segnano
    profondamente.
    Sai, Nicola non  mai stato annientato dentro.
    Nicola vive. Negli occhi di Jessica.


    - Salvatore Roveretto, Testimonianza al Progetto memoria, Milano 1995.
    All'amico Nicola.
    1973.  Periferia di Milano,  zona Lorenteggio. Sono circa le sei di un
    freddo mattino d'inverno, davanti ai cancelli della Philips.
    C' tanta gente ed altra ne arriver: operai della Philips stessa e di
    altre fabbriche della  zona,  rappresentanti  sindacali  della  vicina
    sezione del Giambellino,  studenti delle vicine scuole, pensionati con
    lo stemma partigiano.
    Si sentono molti motivi e spiegazioni di partecipazione allo sciopero:
    politici, sociali... anche filosofici.
    Giovane studente di diciassette anni,  mi colpisce  il  fatto  che  le
    persone,  pur  essendo  presenti per gli stessi motivi di lotta,  sono
    divise in capannelli che discutono separatamente gli uni dagli  altri:
    lavoratori con lavoratori; studenti con studenti...
    Non  si  pu  non  notare  una persona che,  passando di capannello in
    capannello,  parla  ai  presenti  faccia  a  faccia,  senza  megafono,
    utilizzando  parole  semplici che rendono univocamente comprensibili a
    chiunque anche concetti che di per s non sono cos  tanto  facili  da
    capire,  soprattutto  per chi,  come me,  la "fabbrica" l'ha letta sui
    libri, ne ha sentito parlare e ne ha parlato, ma in fabbrica non ci ha
    mai vissuto.
    In particolare, ha un "modo di fare" semplice ma che va dritto ai veri
    problemi di fondo;  usa un linguaggio senza  fronzoli  o  paroloni  ma
    molto concreto; le espressioni del suo volto danno vigore e forza alle
    sue parole.
    Un'altra dote colpisce subito: sa ascoltare!
    E'  un  modo  di  fare  che aggrega;  unisce,  col passare dei minuti,
    lavoratori a studenti e questi a pensionati...
    E' un modo di fare che ci fa capire, sul concreto, che ad affrontare i
    problemi da una sola parte,  per quanto forti,  difficilmente  potremo
    trovare  una  realistica soluzione.  Il "tuo" problema,  in un qualche
    modo,  si riflette e determina impatti anche sul  "mio"  problema.  In
    molti,  tra i presenti, si sono resi conto che avevamo un denominatore
    comune: la nostra condizione, classe sociale.
    Per merito di questa persona,  posso cominciare  a  parlare  di  reale
    comprensione  dei  motivi  che  hanno  portato  allo  sciopero  ed  al
    picchetto;  per merito di questa persona,  credo  siano  in  molti  ad
    iniziare a capire cosa pu significare l'unit d'intenti, l'importanza
    di   una   concreta   partecipazione.   I  capannelli  di  persone  si
    trasformano; le persone si muovono, discutono,  si muovono.  Basta con
    le suddivisioni per categoria di appartenenza!
    La polizia  arrivata;  alcune macchine ed un paio di cellulari che si
    fermano ad una certa distanza.  Forse c' un po' di paura dato che  la
    polizia potrebbe cercare di rompere il picchetto;  certamente in tutti
    c' un po' di tensione,  soprattutto in quei "padri di  famiglia"  che
    poi  dovranno  spiegare a qualcuno che quello sciopero,  quella lotta,
    non  per "la pagnotta" ma  per  migliorare  la  qualit  della  vita,
    dentro  e  fuori  le fabbriche.  Gente comune che rivendica la propria
    dignit di lavoratore, pensionato, studente. Di essere umano.
    Un sindacalista (credo) prende il megafono e comincia ad  arringare  i
    presenti;  ci  vuol far sapere che "siamo forti" perch "i lavoratori"
    hanno risposto in tanti... che "i lavoratori" devono rimanere uniti...
    che "i lavoratori" non devono accettare provocazioni...
    Comincio a capire la differenza tra "partecipazione" e "presenza".
    Si avvicinano alcuni poliziotti,  certi in borghese.  Con  mio  grande
    stupore noto che "questa persona",  insieme ad altri tre o quattro, si
    stacca dal picchetto e si dirige verso di loro. Li seguo.
    E' stupefacente constatare la stessa semplicit,  chiarezza,  forza di
    espressione;  lo stesso naturale "modo di fare" anche nei confronti di
    chi non pu o non vuole capire.
    Non ci fu nessuno scontro con la polizia che si limit  a  rimanere  a
    distanza.
    Parlai molto con lui quella mattina;  e lui con me. Si chiamava Nicola
    Giancola; dalle montagne intorno al Gran Sasso a Milano, per lavorare.
    Era la prima volta che io vedevo lui e lui me,  ma  diventammo  subito
    amici, amici e... cognati.

    1992.  Carcere  di  San Vittore.  Saletta colloqui;  quella coi vetri,
    ricordo dell'ex articolo 90.  Sono circa le dieci di un freddo mattino
    d'inverno.
    La moglie,  la figlia, io e mio figlio lo stiamo attendendo. Ci spetta
    un'ora di colloquio; forse anche due.
    Quando entra  una reciproca festa,  ma di quelle vere che coinvolgono
    bambini ed adulti.
    Pur  nella  condizione  non  certo  allegra  nella  quale tutti noi ci
    troviamo, parliamo di molti argomenti, giochiamo,  ridiamo;  riusciamo
    persino a prenderci in giro.
    Mio  figlio  vuole  sempre  essere "attaccato su" dal "suo" zio Nicola
    (gioco  assolutamente  innocuo).   Sua  figlia  deve  far   sapere   i
    miglioramenti  fatti,  negli  ultimi  quindici  giorni,  in ginnastica
    artistica e nel disegno;  ascolta i suoi contributi e li vuole  subito
    applicare  su  quei  pochi foglietti di carta bianca che le guardie le
    consentono di tenere. Per loro c' sempre qualcosa: dei fogli di carta
    per poter fare dei giochi o disegnare con delle matite,  alcune  volte
    anche quelle colorate; caramelle o cioccolatini; giochini o pupazzetti
    di  carta  appositamente  preparati,  in  cella,  per  loro;  libri da
    sfogliare insieme...
    Discutiamo anche su alcuni aspetti politici e sindacali  di  attualit
    in quel periodo.
    Per  i  bambini,  non    una  cosa  "brutta"  frequentare il carcere;
    semplicemente vanno a "trovare il pap o  lo  zio  Nicola",  con  vera
    gioia.   Con   loro,   Nico   utilizza  parole  semplici  che  rendono
    univocamente comprensibile, anche ad un bambino,  il suo pensiero.  Un
    linguaggio privo di paroloni e molto concreto;  le espressioni del suo
    volto e delle sue mani danno  vigore  e  forza  al  suo  pensiero.  Ha
    colpito   subito   i   bambini  il  fatto  che  li  sappia  ascoltare,
    immedesimarsi, capire.
    E "toccano" la stessa semplicit, chiarezza, forza di espressione;  lo
    stesso  naturale  "modo  di fare" che aveva colpito me diciannove anni
    prima.
    Il carcere gli ha  tolto  la  libert  di  movimento,  non  quella  di
    pensiero. Non gli ha tolto gli affetti, la voglia di vita.
    E' stata l'ultima volta che io ho visto lui e lui me, da amici.

    Con  questi due episodi ho voluto descrivere la prima e l'ultima volta
    che ci siamo visti, abbiamo parlato.
    In mezzo,  ci sono circa diciannove anni durante i quali nulla  ci  ha
    mai  fatto perdere di vista,  allontanato.  Neanche il carcere.  N il
    carcere ha mai cancellato o assopito la sua forza  interiore,  le  sue
    convinzioni,  per  una vita migliore dentro e fuori la "fabbrica",  il
    carcere.  Chiunque l'abbia conosciuto non  pu  ragionevolmente  avere
    avuto impressioni differenti.
    Alcuni  giorni  dopo  il  nostro ultimo incontro,  per dargli l'ultimo
    saluto, siamo pi di cento persone. Tanti amici, compagni e non: dalla
    Sicilia, dalla Liguria, dalla Sardegna, dalla Lombardia, dall'Abruzzo,
    dal Lazio...
    E poi presenze morali dalle varie carceri nelle  quali  aveva  passato
    gli  ultimi  dieci  anni  della sua vita: San Vittore,  Cuneo,  Palmi,
    Ascoli...
    Bandiere rosse; canti sommessi; lacrime; rabbia.
    Vicino alla figlia e con in braccio mio figlio non riesco a  staccarmi
    da lui.  In pochi minuti ripercorro il tempo che ci ha visto amici. Lo
    saluto, tra le lacrime, con un bacio. Poi il pugno chiuso.
    Era l'ultima volta che io vedevo lui; lui non poteva vedere me.
    Nicola, grazie per aver arricchito la mia vita con la tua amicizia!.


    ERMANNO FAGGIANI.


    Note biografiche.

    - Ermanno Faggiani nasce a Varmo (Udine), il 16 marzo 1956.
    - frequenta le scuole medie.
    - lavora come operaio per un breve periodo.
    - milita nella Colonna 2 agosto.
    - viene arrestato a Udine, il 1 febbraio 1982.
    - nel 1991 usufruisce di un permesso da cui non fa ritorno.
    - viene ucciso dalla polizia spagnola, a Barcellona, il 17 marzo 1993.



    Documenti prodotti da organizzazioni  armate  per  la  persona  o  per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Documenti  prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento in
    cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Testimonianze, ricordi poesie, manifesti.

    - Non ne sono state prodotte.



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Sergio Segio,  Testimonianza al Progetto  memoria,  carcere,  Torino
    1995.
    La  prima  cosa che colpiva di lui erano le mani.  Grandi,  massicce,
    rassicuranti solo per gli amici. Tradivano le origini, o,  meglio,  le
    svelavano. Perch tradire  un verbo che non si coniuga con la vita di
    Ermanno.  Origini da famiglia contadina. Come gli ripetevo spesso, con
    lo scherzo dell'affetto,  con lui,  la rivoluzione  aveva  rubato  due
    valide spalle all'agricoltura.  Ma quelle origini, cui era intimamente
    affezionato,  che gli facevano vibrare la voce e illuminare gli  occhi
    quando  le  ricordava,  mentre  raccontava  con  nostalgia  fintamente
    distaccata episodi e aneddoti,  erano forse rivelate ancor pi dal suo
    carattere.  Fedele, aperto, sostanzialmente ingenuo. Ho sempre pensato
    di Ermanno che fosse  la  classica  persona  buona.  Mansueta,  quasi.
    Pensavo di lui,  delle sue mani sincere, che fosse la rappresentazione
    pi convincente, meno mistificabile, della bont di quel comunismo che
    sognavamo.  Della genuinit della ribellione,  del suo affondare nella
    storia concreta delle persone. Se mi veniva un dubbio sull'astrattezza
    del  nostro  sogno,  sulla  retorica  e ferocia di cui potevano essere
    sospettati,  non del tutto a torto,  i  nostri  discorsi  e  percorsi,
    pensare a lui mi riconciliava con il fatto che,  spiegata male,  agita
    peggio, alla radice, la motivazione c'era.
    Soprattutto dopo, quando ci siamo conosciuti,  nell'epoca del carcere;
    l'amicizia  e  la  conoscenza  con  Ermanno mi hanno confortato sempre
    nella convinzione che noi, certo, abbiamo sbagliato, ma,  "loro",  non
    avevano ragione.  La ragione era,  intera,  di chi, in un modo o in un
    altro,  cercava di costruire un mondo ed un destino diversi.  Il  modo
    non era indifferente,  ma questo lo scoprimmo dopo. Il fatto di averla
    sciupata ed invertita,  questa ragione storica,  non rendeva  tuttavia
    giusta  ed  accettabile  l'ingiustizia fondamentale dello sfruttamento
    dell'uomo sull'uomo.  Perch quello che aveva trasformato  Ermanno  da
    uomo  mansueto  in rivoluzionario era la ribellione allo sfruttamento,
    non le chiacchiere complici tra amici,  non la suggestione letteraria,
    non  la  passione  facilmente  esaltata  di studenti un po' annoiati o
    l'anomia metropolitana dei ghetti d'esclusione  e  rabbia.  Certo,  ad
    ognuno la sua ragione e le sue radici.  Ma le sue convincevano di pi,
    contenevano intatta la bont dei presupposti. Solo una ragione forte e
    indubbia avrebbe,  infatti,  potuto rubare le  sue  capaci  spalle  al
    destino dei campi,  all'odore della terra,  al sapore dei suoi frutti,
    preservati dall'intrusione chimica. Quando la madre o la sorella,  cui
    era  delicatamente  affezionato,   venivano  a  trovarlo  in  carcere,
    portavano,  negli stretti limiti di peso consentiti,  quegli  odori  e
    quei sapori: i pomodori sodi e sugosi,  gli asparagi tozzi con leggere
    tracce  di  sabbia,   il  radicchio  screziato,   amaro  e  tenero  e,
    soprattutto, quel loro formaggio, il "montasio", di cui Ermanno andava
    matto,  che centellinava e divideva solo con gli amici veri e stretti.
    In quelle occasioni,  passeggiando all'"aria" o tra  una  sigaretta  e
    l'altra dopo cena, il discorso andava sempre ai sapori e odori che non
    conosciamo  pi,  soppiantati da verdure di plastica,  da frutta tanto
    esteticamente bella quanto insipida, dai latticini di polistirolo.  Il
    radicchio  o  il  formaggio  gli  portavano  ogni volta un'epifania di
    ricordi,   come  le  "madeleines"  proustiane.   Lo  riportavano  alla
    campagna,  alle  bevute sonore con gli amici,  i ritorni incerti sulla
    bicicletta ondeggiante ma esperta dei sentieri in mezzo  al  mais,  ad
    altri invisibili. A quella notte passata in sonno ebbro in un fossato.
    Agli  amori generosi di ragazzi.  Alla gioia delle fiere,  del vociare
    della festa.
    Ma si ricordava immediatamente anche del dopo,  la nostalgia  non  gli
    era sufficiente a smarrire il senso e le ragioni del suo andare.
    Lui,  mansueto  e buono,  si era ribellato alla fatica dei campi,  pur
    amandoli profondamente.  Non si rassegnava ad alzarsi all'alba,  tanto
    che spesso, il padre, lo doveva, letteralmente, buttare gi dal letto.
    Poi,  e  questo  aveva  segnato  il  suo  destino,  si  era  ribellato
    all'umiliazione del lavoro salariato.  Nella piccola e media  fabbrica
    aveva  conosciuto  la  comunit  possibile  che nasce dalla condizione
    condivisa, quando la fatica diviene fatto politico.  Ma,  subito dopo,
    aveva  scoperto  la  diversit,  il  suo  essere incapace dell'atavica
    rassegnazione  contadina  allo   sfruttamento,   all'ingiustizia,   al
    consueto  ricatto  che,  tanto  pi  facilmente,  interviene in quelle
    aziende del profondo Friuli ignote alla  tradizione  del  sindacato  e
    alla forza delle braccia che sanno unirsi,  incrociarsi e contrattare.
    Perch sentiva il lavoro salariato,  appunto,  come umiliazione,  come
    rapina  della  sua esistenza.  La ribellione come carattere,  non come
    ideologia; in lui si traduceva, inizialmente, come resistenza passiva,
    come  sottrazione  individuale  alla  fatica  imposta;   poi  diveniva
    conflitto,  via  via pi aperto e irriducibile,  con il capo di turno,
    con chi pretendeva da  lui  la  disciplina  della  produzione.  Quando
    metteva  a  fuoco  il  suo "nemico" - non perch lo cercasse ma perch
    questi,  inevitabilmente gli si parava davanti - riusciva ad  odiarlo,
    senza cattiveria ma con profonda tenacia,  fedele negli affetti quanto
    nei rancori.
    Cos fece poi anche nell'epoca del carcere;  la ribellione al  sistema
    che  voleva  incatenarlo al lavoro o rieducarlo ai valori e discipline
    di una societ immutabile ed  ordinata,  doveva  trovare  per  lui  un
    volto,  un persona concreta,  in cui incarnarsi,  fosse capo reparto o
    secondino. Il conflitto era innanzitutto tra uomini,  poi tra ruoli e,
    infine,  tra  idee.  Anche  questo  mi  pareva far parte del carattere
    aperto di chi ha rapporto con la terra, colle cose semplici, col parto
    delle vacche,  con la logica inconfutabile della natura,  che sa anche
    educare alla durezza.
    Mi  parlava poi di Venezia,  che abbiamo entrambi amato e attraversato
    da clandestini, tutte due abitandola, pur senza,  allora,  conoscerci.
    Delle  calli  e delle nebbie in cui viveva gli scampoli della sua vita
    libera e dell'amore con la sua compagna, di lotta e d'affetto.
    Mentre il carcere cominciava ad aprire faticosamente spiragli, dopo il
    lungo letargo e l'apnea di speranze,  ho desiderato per  lui  che  ci
    significasse un suo ritorno alla terra,  alle radici,  alla sua Varmo,
    com'era stato in effetti per la sua compagna,  l'unica cui  mi  pareva
    veramente  e intensamente legato e che la libert aveva diviso,  com'
    avvenuto per troppi. Invece continuava per Ermanno un'inquietudine che
    non comprendevo o, forse, che capivo sin troppo bene.  E percepivo una
    corsa disordinata e,  di nuovo,  ingenuamente votata alla tragedia, al
    perdersi,  generoso e vano.  E sapevo,  e temevo per lui,  che sarebbe
    stato, questa volta, per sempre, senza pi nemmeno ragione collettiva,
    condivisione di sogni e di errori.
    Non  capivo,  io,  educato al culto delle parole del John Mallory,  il
    dinamitardo irlandese di "Gi la testa": "Fra il mestiere del ladro  e
    quello  di  rivoluzionario,  io scelgo quello che conosco meglio";  ma
    lui, in questo caso, era Juan Miranda, ribelle messicano pre-politico,
    e dunque tanto pi sincero;  ribelle per  condizione,  per  carattere,
    dunque  con  quella  serena  distanza  per  le  convinzioni  apposte a
    posteriori,  col disincanto per le parole che vestono e complicano  le
    cose,  quando  le  cose  sono  invece  nude e semplici.  Un destino da
    apolide,  scelto e,  in qualche modo,  inevitabile.  Un po' mi  faceva
    rabbia,  senza  abbandonare  il  rispetto per chi,  comunque,  paga di
    persona;  dopo la sua solitaria fuga,  ho  provato  anche  un  leggero
    risentimento,  non  per  il  silenzio,  che  capivo ed anzi mi avrebbe
    stupito negativamente il contrario,  ma per  una  vita  che  andava  a
    spendersi  inutilmente,  per  ragioni  che  non  si declinavano pi al
    plurale, per un prolungamento irragionevole d'un epoca passata. Ma lui
    ha pagato sino in fondo,  da buon contadino,  pur mancato,  non voleva
    lasciare  debiti.  Non so se avesse piena coscienza che le opportunit
    erano scadute o quanto di trascinamento  inerziale  abbia  subto.  Di
    certo  l'ha avuta un attimo prima della fine e,  di nuovo,   stato il
    pi generoso,  che sa andare sino in fondo,  fosse pure l'errore o  lo
    spreco.
    Quando  un  pomeriggio  mi  hanno chiamato da Radio Popolare per dirmi
    che, in Spagna, uno era preso e l'altro morto, ho pensato che solo lui
    poteva essere il secondo. Non mi potevo sbagliare, e cos  stato.











    CARLO PULCINI.


    Note biografiche.

    - Carlo Pulcini nasce a Monterosi (Viterbo), il 21 gennaio 1942.
    - frequenta le scuole a Monterosi.
    - inizia da ragazzo a  lavorare  per  contribuire  all'economia  della
    famiglia d'origine.
    - lavora come operaio.
    - viene inquisito per la Colonna Fabrizio Pelli.
    - milita nelle Brigate Rosse - Partito Comunista Combattente.
    - viene arrestato nel settembre 1988.
    - nel febbraio 1992 gli viene sospesa la pena per motivi di salute.
    - muore per un tumore ai polmoni, a Torino, il 23 marzo 1992.



    Scritture di Carlo Pulcini.

    - Non ne sono state reperite.

    Documenti  prodotti  da  organizzazioni  armate  per  la persona o per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    -  I  compagni  prigionieri  delle  B.R.-P.C.C.,  "Ricordo  per  Carlo
    Pulcini", in: Controinformazione internazionale, Milano 1992.
    Il 23 marzo,  a Torino,  Carlo  Pulcini,  militante  comunista  della
    guerriglia  morto.
    Si    concluso cos l'apporto alla rivoluzione di un compagno che nei
    suoi 50 anni di vita ha sempre combattuto,  prima nel movimento e  poi
    con le armi,  contro questo Stato e l'imperialismo, per la rivoluzione
    proletaria e il comunismo.
    Ha saputo mantenere la coerenza del rivoluzionario nella sua  attivit
    militante  fuori  e dentro il carcere,  dove ha passato gli ultimi tre
    ani della sua vita,  e questo deve essere di esempio per tutti  noi  e
    per i compagni che prenderanno il suo posto.
    Con  lui  onoriamo  tutti  i  combattenti  caduti  nella  lotta contro
    l'imperialismo.
    Per il comunismo.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Gian Luigi Nespoli,  Un comunista    morto,  il  comunismo  vive",
    Milano 1992, in: Controinformazione internazionale 7, Milano 1992.
    A Carlo Pulcini, compagno delle Brigate Rosse assassinato dal carcere
    imperialista.
    Se lo sguardo non va oltre il cortile
    del quartiere popolare di Porta Nuova,
    se la memoria s'arresta al cancello,
    alle scale consunte, indugia sulla magra
    erba dell'incerto giorno di marzo,
    se le parole tacciono sospese nell'aria
    del mattino, se i visi mi scrutano chiusi,
    allora un'onda invincibile mi assale,
    devo tenermi forte, salire le scale fra i volti
    noti e sconosciuti, entrare nel corridoio
    dei compagni muti, varcare la soglia.

    Troppo tardi sono giunto, compagno,
    troppo tardi per parlarti, per sentire la voce,
    troppo tardi per vederti posare il libro,
    conoscere il tuo passo incerto e chiaro,
    vedere nella penombra il tuo sguardo lucente,
    cercare una strada nelle tue parole.
    Troppo tardi sono giunto, compagno,
    per tessere con te il filo della storia
    personale e collettiva dei vent'anni.

    Oltre il vetro sei steso e qualcosa si spezza,
    qualcosa che non  rabbia e dolore,
    ma profondo, d'antico, d'ancestrale,
    qualcosa che negli anni indietro mi trascina
    ai primi campi di coscienza nella classe,
    alle prime rivolte, al rifiuto dei miti
    piccolo borghesi alla vigilia del settanta.
    Troppo tardi sono giunto, compagno,
    per darti la mano e dirti: sono qua
    perch la mia storia  un pezzo, un piccolo pezzo
    della tua, della nostra storia collettiva.

    Anche tu, Egidio, sei stato disteso dietro un vetro
    (o forse no, forse il vetro non s'usava ancora
    sulla bara), ma non t'ho visto, m'ero perso,
    ed oggi  come se ti vedessi qui,
    in questa casa operaia di Torino
    degli anni novanta, e il tuo viso, Egidio,
    si confonde, si sovrappone a questo,
    uno diventa e poi muta, si divide
    (tu non portavi la barba, Egidio, ed il naso
    d'aquila dava al tuo viso il profilo del poeta).
    Ma anche tu sei morto assassinato,
    bruciato dai macellai del potere che  lo stesso.
    E anche oggi, come ieri, troppo tardi son giunto.

    Giungere tardi  il mio destino, il mio vizio,
    un gioco vacuo, un fatuo spettacolo insensato
    che solo con la vita ho vinto,
    con la lotta, con la scuola della classe.
    Ma oggi, ecco, di nuovo giungo tardi
    e qualcosa si spezza, qualcosa
    che non  rabbia e dolore,
    qualcosa che dall'odio si fa amore,
    odio di classe, alto, risonante,
    amore che nel cuore e nel cervello
    si fa inarrestabile, struggente.

    Chiedo che ne  oggi delle lotte,
    delle vittorie, le sconfitte,
    dei due passi avanti ed uno indietro
    dei caduti, dei compagni murati
    nel cemento, delle maree della classe,
    delle strade invase di bandiere,
    delle esecuzioni dei carnefici,
    delle fabbriche, delle case occupate,
    delle notti dei fuochi, dei giorni brucianti
    e i tuoi occhi socchiusi oltre il vetro
    tacciono, ma la risposta  nei volti fermi,
    nei gesti calmi, negli sguardi dei compagni
    che sulle spalle levano il tuo corpo.
    Nulla; nulla  perduto, compagno,
    la memoria  un film che possiamo vedere
    ad ogni istante,  in noi, e nessuno
    pu cancellarla ormai.

    "Un comunista  morto, il comunismo vive",
    alziamo lo striscione nel mattino
    del quartiere deserto (ma un vecchio operaio,
    una donna, un ragazzo, si fermano,
    un saluto fanno, stupiti).
    Solo ora so che non son giunto tardi,
    non tardi per dirti che gli assassini
    della vita, i traditori, gli apostati,
    inutilmente s'affannano ad oscurare la memoria,
    che nessuno pu impedirti di vivere con noi,
    che nessuno canceller la tua storia che  la nostra.
    Milano 8 aprile 1992.



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Non ne sono state prodotte.


    CLAUDIO CARBONE.


    Note biografiche.

    - Claudio Carbone nasce ad Asmara (Eritrea), il 1 settembre 1947.
    -  figlio  di  emigrati  italiani  in  Eritrea,  si trasferisce con la
    famiglia d'origine a Torino, nel 1955.
    - frequenta le scuole in collegio a Torino.
    - viene messo in riformatorio nel 1957.
    - svolge attivit extralegali.
    - viene arrestato a Torino, il 7 gennaio 1975.
    - milita nei Nuclei Armati Proletari dentro alle carceri.
    -  nel  1987  ottiene  la  semilibert  presso  il  carcere  di  Lauro
    (Avellino).
    -  muore,  soffocato dalla sua dentiera,  nella sezione semiliberi del
    carcere di Lauro (Avellino), il 30 luglio 1993.





    Scritture di Claudio Carbone.

    - Claudio Carbone, Lettera aperta, carcere di Sulmona, 17 maggio 1976,
    in:   "Nuclei   Armati    Proletari",    Quaderno    numero    1    di
    Controinformazione, Milano 1976.
    Compagni,  tre trasferimenti improvvisi,  e l'ennesima perquisizione-
    angheria hanno smembrato il nostro piccolo collettivo,  tant' che sto
    scrivendovi  dalle  celle  d'isolamento  dove  mi trovo da tre giorni.
    "Naturalmente"  ogni  scritto,  sia  politico  che  privato,    stato
    sequestrato,  com'  stato sequestrato il vostro opuscolo ciclostilato
    sulla marginalit,  eccetera.  "Criminalizzazione" sta alla  lotta  di
    classe  rivoluzionaria,  come  la  "germanizzazione"  sta all'apparato
    penitenziario.  Non  dobbiamo  credere  per  che  si  tratti  di  una
    scopiazzatura pari pari,  Stammhein in Italia non sono possibili anche
    perch mancano qui da noi tutti i "presupposti" esterni  propri  della
    societ  tedesca  contemporanea.  Questo non vuol dire che i militanti
    prigionieri siano garantiti contro gli effetti di una repressione  che
    vuole le stesse cose, poich il tentativo di ottenerle in modi diversi
     gi iniziato.  Penso ad una ristrutturazione dei lager classici tipo
    Volterra, P. Azzurro,  l'Asinara,  Lecce eccetera,  con le "opportune"
    modifiche  alla  struttura architettonica,  e con l'accurata selezione
    del "personale adatto"  ad  applicarvi  un  "adeguato"  e  particolare
    regolamento di disciplina,  siano le intenzioni dello Stato a riguardo
    degli  attuali  prigionieri  politici  e   dei   suoi   simpatizzanti.
    Indagarne,  svelarne  la  tendenza,  vuol  dire  anticipare  il  fatto
    compiuto con una precisa denuncia politica d'opposizione;  batterla  
    cosa  che  dipende  dalla  forza  reale del Movimento Rivoluzionario e
    dalla sua lucidit in questa battaglia,  che presuppone l'abbandono di
    tutte  le  posizioni  preconcette  e  della  miopia politica che hanno
    impedito fino ad oggi la formazione di un'unica  linea  strategica  da
    opporre  in  questa e in altre battaglie al nemico di classe.  Fra gli
    obbiettivi principali della  "germanizzazione"  nostrana  c'  appunto
    quello  di  separare i detenuti politici o politicizzati dalla "massa"
    onde evitare quei fenomeni di politicizzazione che nei  nuovi  termini
    dello  scontro  di  classe  si traducono direttamente in adesione alla
    linea della lotta  armata  per  qualsiasi  delle  avanguardie  che  si
    politicizzi  in  questo  "clima".  Gli  effetti  di  una tale presa di
    coscienza sono gi noti al potere come una componente dei NAP,  quindi
    come  irrecuperabili  all'istituzionalizzazione  della  conflittualit
    della lotta di classe. Altra manovra della controrivoluzione  il varo
    di un'inattuabile e demagogica "riforma penitenziaria" che ha lo scopo
    evidente  di  guadagnare   tempo,   indispensabile   allo   studio   e
    all'attuazione  di  una "ristrutturazione reale" in armonia con quella
    generale delle strutture  dello  Stato.  La  "ristrutturazione  reale"
    dell'apparato  penitenziario  sar  contrabbandata  come  una serie di
    "perfezionamenti" e di  "modifiche"  dell'originaria  legge  354,  con
    l'avvallo  politico  di  tutte  le "forze democratiche" capitanate dal
    P.C.I.  Non sono aggiornato circa il dibattito in corso  sullo  slogan
    della  'democratizzazione' diretta,  n degli argomenti che i compagni
    hanno portato pro e contro questa tesi;  che credo  riprenda  con  due
    parole  nuove i contenuti di momenti di lotta gi propri del movimento
    dei detenuti.  Credo che si tratti di un  tentativo  di  rilancio  del
    sindacalismo dei detenuti come momento socializzante per una lotta pi
    direttamente  politica (dando per scontato che nessun compagno sano di
    mente possa credere nelle prigioni d'oro) e in questo senso credo  che
    l'obbiettivo  che  si  prefigge (l'agibilit di massa) abbia un ruolo,
    ancora da valutare pienamente. Non credo che l'agibilit d'avanguardia
    sia totalmente subordinata e  parallela  a  quella  di  massa;  e  pu
    concorrere  a  dimostrarlo  il  fatto che essa non  impedita nei suoi
    effetti neppure l  dove  i  lager  sono  molto  restrittivi  e  quasi
    totalmente  "inagibili".  Le  avanguardie migliori si sono formate nei
    vari carceri di punizione negli anni a cavallo fra il '69  e  il  '73,
    quando non era consentita neppure la lettura dell'Unit.  Sempre nello
    stesso periodo l'agibilit di massa era data anche  da  altri  fattori
    esterni,  non  esattamente riproducibili,  che si sommavano alla lotta
    durissima per ottenerla e comunque precaria e per tempi brevissimi. La
    piattaforma sindacale  sempre stata secondaria rispetto a quella  pi
    direttamente politica, che concerneva la contraddizione principale fra
    lo  Stato  e  i  detenuti:  la  libert dei secondi contro lo stato di
    prigionia e sfruttamento,  interesse principale del primo.  Il  grande
    tema  della  mobilitazione    sempre  stato  politico:  nuovi codici,
    amnistia,  diminuzione  delle  pene,  abolizione  della  'chiamata  di
    correo',  depenalizzazione di alcuni reati, commissione di proletari e
    antifascisti  con  permanenti  poteri  di  inchiesta  sulle   carceri,
    sanatoria  generale  a parziale rimedio dei danni compiuti dal "codice
    Rocco",  diritto  di  voto,  alle  libert  politiche  e  associative;
    eccetera  eccetera.  Su  questi  temi  non fu mai possibile articolare
    piattaforme,  ma solo attuare i  momenti  di  lotta  nelle  forme  che
    conoscete.  Motorino  di  tutto la sempre presente,  nonostante tutto,
    agibilit d'avanguardia,  che a sua volta era data e sostenuta in modo
    determinante da una globalit di fattori esterni.  Sempre in subordine
    le  richieste  circa  la   "riforma   penitenziaria"   anche   se   le
    manipolazioni  dell'informazione  borghese  la  facevano  e  la  fanno
    apparire come richiesta principale.  Rischi di una "completa  vittoria
    di una piattaforma puramente sindacale, sono quelli, esemplificati nei
    carceri-modello,   di   un'assuefazione   dei   proletari  detenuti  a
    condizioni relativamente  comode  "dell'espiazione  della  pena",  che
    spengano  la  spinta  della  contraddizione  principale  fra libert e
    reclusione. Libert quindi, come esigenza primaria della "base", lotta
    rivoluzionaria e comunista come unico mezzo reale per  concretizzarla.
    Non  si  pu  escludere a priori l'opportunit e la possibilit di una
    nuova mobilitazione di massa,  a condizione che si riesca a definire i
    nuovi  termini  della proposta.  Tutto il purismo rivoluzionario  gi
    insito  in  qualsiasi  forma  di  lotta  su  questi  temi.   Requisito
    principale  di una nuova strategia di lotta politica dei detenuti deve
    essere quello di legare  le  tematiche  specifiche  del  carcere,  del
    diritto  borghese,  dell'economia  extralegale,  ai  temi generali del
    retroterra sociale della popolazione detenuta;  piena  occupazione,  e
    problemi  del territorio devono entrare nelle richieste delle prossime
    battaglie  coinvolgendo  gli  interessi  generali   del   proletariato
    marginale;  rompendo l'immagine di una lotta che rivolge la sua azione
    principalmente  sugli  interessi  immediati  e  specifici   dei   suoi
    protagonisti.  Detenuto  quindi  che lotta sia per i suoi problemi che
    per quelli della sua famiglia nel ghetto.  Non si  obbietti  circa  la
    "maturit" del Lumpen necessaria a sostenere questa piattaforma; sulla
    loro "maturit" e disponibilit concreta ed immediata esistono gi dei
    sintomi che come sempre noi avanguardie non percepiamo o percepiamo in
    ritardo. Ovunque esistano dei comitati di quartiere od altri organismi
    di  base,  anche solo in odore d'impostazione comunista della lotta di
    classe,  una "novit" del genere rischia di far presa e di  costituire
    la  prima  ipotesi per il nuovo "potere esterno" indispensabile ad una
    nuova lotta di massa dei detenuti;  quel "potere" cio che non si  pu
    reprimere  allo  stesso  modo  di  una  rivolta  in carcere,  e che se
    realizzato diventa l'anima d'acciaio che permette a tutti  i  detenuti
    di  sostenere  e  di  battere  qualunque  tipo  di  repressione.  Sono
    assolutamente  d'accordo  sulla  definizione  di  pensiero  e   prassi
    rivoluzionaria;   ma  nel  caso  specifico  del  fronte  di  lotta  in
    questione,  la soggettivit organizzata dei  primi  non  coincide  per
    difetto  n  alla  mediet  realizzabile del suo referente di classe e
    tantomeno all'oggettivit storica  del  momento,  che  dati  gli  alti
    livelli  dello  scontro  indica quanto di pi si pu e si deve fare su
    questo fronte.  In questo senso quindi considero valida e centrata  la
    vostra  iniziativa,  e  non  me  ne  fotte  nulla  di perdere tempo in
    considerazioni circa la vostra  eventuale  "ingerenza"  o  "profetismo
    disarmato";  quello che mi interessa  capire se marciamo sulla stessa
    autostrada (e mi pare di s) senza badare ad eventuali sentieri che vi
    portino  o  vi  escano  per  le  diversit  delle  tattiche  e   delle
    situazioni.  Ancora,  le due agibilit non sono in contraddizione,  n
    debbono obbligatoriamente marciare insieme; per questi motivi quindi i
    compiti specifici  dell'avanguardia  organizzata  all'interno  non  ne
    risentono  negativamente se si prefiggono di individuare nella massa i
    militanti potenziali per compiti di lotta  rivoluzionaria  all'esterno
    nel breve e medio periodo.
    Ovvio che la situazione ottimale  data dalla coincidenza di entrambi;
    ma non si  quasi mai verificata se non per brevissimi periodi; e oggi
    deve ancora trovare le sue forme, adeguate alla "nuova realt". Ulrike
    Meinhof,   il  suo  assassinio,  qualunque  siano  le  circostanze,  e
    qualunque ipotesi ne esca dalle versioni pi o meno  ufficiali,    la
    celebrazione  della  sua  coerenza  e della validit del suo messaggio
    politico,  attuale,  vivo,  nella misura in cui anticipava un  modello
    possibile  a livello europeo di comportamento rivoluzionario,  reale e
    sempre pi presente nella pratica di lotta del  proletariato  europeo.
    Questa rivoluzione, sempre pi obbligatoriamente europea,  quella che
    la  RAF  seppe  vedere in anticipo;  la loro lotta  gi patrimonio di
    tutti noi cos come lo sono i momenti di quella vissuta sul territorio
    nazionale.  Quei compagni,  noi  abbiamo  il  privilegio  di  sentirli
    vicini,  simili a noi, come vicini e simili sentiamo i compagni caduti
    in Italia in questi anni.  E mentre  i  rivoluzionari  da  salotto  la
    piangono  nei  vari circoli sedicenti di sinistra,  a noi che l'amiamo
    come cosa viva non resta che continuare con pi odio e pi lucidit la
    lotta,  per rendere reali le cose  pi  importanti  della  sua  stessa
    persona, quelle in cui credeva. Ulrike  viva!
    So  che un compagno avvocato che fa parte del Comitato l'ha vista e le
    ha parlato fra gli ultimi; e penso che scriver qualcosa in proposito,
    che tutti, anch'io quindi, siamo interessati a leggere.
    A tutti voi saluti comunisti e buon lavoro.



    Documenti prodotti da organizzazioni  armate  per  la  persona  o  per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Documenti  prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento in
    cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Testimonianze, ricordi, poesie, manifesti.

    - Non ne sono state prodotte.
    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Archivio P.M., Testimonianza al Progetto memoria, Napoli 1994.
    Primo di tre figli di emigrati italiani rientra in Italia all'et  di
    8 anni. Viene educato, a Torino, in un collegio gestito da Gesuiti che
    utilizzano una delle didattiche pi avanzate a livello europeo.
    A 10 anni fugge da casa e,  per un errata interpretazione della norma,
    viene rinchiuso in riformatorio,  dove vive la sua prima esperienza di
    reclusione.
    Esperienza  che,  da quel momento,  segna la sua vita fino alla morte.
    Rimasto orfano di entrambi  i  genitori,  ricorre  ad  espedienti  per
    affrontare  e  risolvere  le  esigenze  quotidiane,  e  reincontra  la
    reclusione.
    Nell'estate 1973, in carcere,  da detenuto per reati comuni,  aderisce
    al  movimento politicizzato di protesta e fonda,  con altri,  i Nuclei
    Armati Proletari.
    Arrestato a Torino il 7  gennaio  1975  fa  esperienza  delle  carceri
    speciali.
    Nel  corso  della  detenzione  coltiva  gli  studi e promuove numerose
    iniziative di solidariet verso il mondo del carcere minorile.
    A Palmi consegue la maturit scientifica.  A  Firenze  si  iscrive  al
    Corso di laurea in filosofia, e supera 16 esami universitari.
    A Roma, presso La Sapienza, segue un corso di teologia.
    Trasferito  al carcere di Bellizzi Irpino si diploma Perito Agrario in
    funzione dei progetti di lavoro in semilibert previsti in  attuazione
    della legge Gozzini.
    Aderisce all"'Operazione Lieta" (dal nome di Lieta Valotti, volontaria
    bresciana  che  raccoglie in Brasile bambini abbandonati,  cercando di
    offrire loro prospettive di studio e di lavoro) devolvendo il  salario
    per l'adozione di alcuni bambini brasiliani.
    Successivamente  effettua  analoga  iniziativa  in favore dei figli di
    donne detenute in Per.
    Nell'estate 1986 organizza un concerto con Lucio Dalla,  il primo  nel
    carcere  di  Bellizzi;  e  alla  fine  dello  stesso anno organizza un
    congresso-incontro tra forze politiche, religiose e volontariato.
    Da vita insieme ad altri suoi compagni alla Comunit di  volontariato,
    che  successivamente  si  trasforma  in  Associazione,   (Comunit  di
    Servizio Sociale dei Detenuti) con la quale partecipa, nel 1987,  alla
    Mostra   d'Oltremare  esponendo  prodotti  artigianali  realizzati  in
    carcere.
    Prepara l'incontro con i ragazzi di  Nisida  e  del  Filangieri  nella
    Giornata universale dell'infanzia celebrata dall'Unicef a Napoli, il 4
    giugno 1990.
    Attiva la realizzazione del giornale "La strada" interno al carcere.
    Quando  il comune di Tufo offre in comodato un terreno per il progetto
    di trasformazione agraria dell'Associazione,  inizia un intervento  di
    disboscamento  e  spianamento  che consente l'utilizzo del terreno per
    due maneggi ed i relativi servizi.
    Nel 1987 ottiene la semilibert ed affianca  all'attivit  svolta  nel
    comune  di  Tufo  un  laboratorio  artigianale  di  ebanisteria ed una
    sartoria per capi in pelle.
    Successivamente    costituisce    un'Associazione,     la     Comunit
    dell'Agapanthropos,   composta   di  volontari,   ex  detenuti  ed  ex
    tossicodipendenti,     finalizzata     all'autoemancipazione     degli
    emarginati.


    -  Renato  Curcio,  Testimonianza al Progetto memoria,  carcere,  Roma
    1995.
    Di Claudio la prima cosa che ricordo  il sorriso furbetto sotto  una
    massa  di  capelli  ricci  e un po' crespi.  E poi i mille trucchi del
    "coatto nato in matricola" e cresciuto  tra  le  sbarre  del  minorile
    prima ancora che del carcere giudiziario e degli speciali.  Mi accolse
    per ci che "aveva saputo di me" circa i miei trascorsi genovesi nella
    zona dell'angiporto. Questo s, ai suoi occhi, appariva un merito. Lui
    ci teneva alle sue  radici  sociali,  a  mostrarle,  rivendicarle  con
    l'orgoglio  di  chi  su  di  esse  aveva  saputo costruire vicende non
    consuete.    Non   strettamente   d'ambiente,    voglio   dire,    non
    necessariamente  appiattite  sugli  stereotipi  correnti  della  'mala
    vita'.  Un po' emigrato - veniva da Asmara,  in Eritrea - abituato  ad
    arrangiarsi,  abilissimo  a  captare  i  pensieri  pi  reconditi  che
    frullavano nella testa dei suoi interlocutori, avrebbe avuto, come lui
    autoironicamente diceva di  se  stesso,  "un  brillante  destino  come
    truffatore".  E ad inventare truffe colossali,  cos, per gioco, nelle
    lunghe ore degli isolamenti carcerari, lui ci provava gusto.  Un gusto
    matto.  E  anch'io ad ascoltarlo,  devo dire,  mentre s'entusiasmava a
    raccontarle senza mai tralasciare neppure i particolari pi infimi. Fu
    la passione per la truffa a spingerlo  ad  affrontare  alcune  "Grandi
    truffe"  culturali  che,  a  suo  dire,  erano state perpetrate contro
    l'umanit.  La  religione  cattolica,  ad  esempio.   Che  egli  volle
    conoscere  a  fondo  intanto  perch  le  sue letture del materialismo
    storico lo invitavano a considerarla una specie di "oppiaceo";  e  poi
    perch  alcune  persone del mondo cattolico che aveva conosciuto negli
    anni della reclusione lo avevano  affascinato.  Quando,  a  Palmi,  mi
    annunci che avrebbe intrapreso studi di teologia la cosa non mi stup
    affatto.  La  sua  vocazione non era dovuta n all'ambizione dell'ateo
    che cerca di argomentare con cognizione di causa la sua posizione,  n
    alla   vulnerabilit   del   detenuto   che   sublima  le  sue  catene
    nell'ostinata ricerca di qualche trascendenza.  No,  era  il  congegno
    della  truffa  che  incendiava  la  sua  passione,  il  fatto che essa
    continuasse a funzionare nonostante i secoli e i millenni.
    Claudio era anche un uomo capace di  grandi  gesti  affettuosi.  Dagli
    altoparlanti  che  aveva  contribuito  a  piazzare  davanti  ad alcuni
    istituti penitenziari,  nel 1974,  alle mille battaglie per migliorare
    le  condizioni  di  vita dei carcerati,  all'adozione di bambini senza
    famiglia provenienti dal sud del mondo,  c' un filo di continuit che
    attraversa  le  perle  del  suo  mondo  emozionale.  Un  mondo ricco e
    semplice che escludeva la truffa.  Se infatti con le parole,  le idee,
    le  teorie  e  le concezioni del mondo si divertiva a giocare - il suo
    gioco preferito - con gli affetti  non  amava  farlo.  C'erano  troppi
    grumi di emozioni non sciolti al fondo del suo cuore,  grumi che forse
    lo hanno tormentato fino all'ultimo giorno.  Quando mi hanno detto che
    era  morto  soffocato dalla sua dentiera ho pensato che a quell'evento
    non era forse estranea un'ultima sua volont: quella  di  decidere  il
    momento  della  sua  morte  come in vita aveva deciso quelli della sua
    esistenza. La Grande Truffa doveva pur finire, dopo tutto, ma svelarne
    fino in fondo l'arcano, forse non era il caso.



    - Agrippino Costa, Testimonianza al Progetto memoria, Roma 1995.
    A volte emergono volti  di  compagni  amati,  occhi  indimenticabili,
    sguardi lontani eppure di una luce cos vicina,  cos palpabile,  come
    gli occhi di Claudio. Occhi vivi, allegri, intelligenti,  provocatori.
    Occhi  che  dicevano  pi  delle  parole.  Quegli  occhi  e  i miei si
    conoscevano dai nostri vent'anni.
    Lo chiamavano Ges.
    Lo ricordo quando  faceva  i  suoi  sermoni  da  hippy  al  parco  del
    Valentino,  a  Torino,  negli anni sessanta.  Le prime canne,  i blue-
    jeans,  i primi amori.  Poi anni dopo ci ritrovammo al terzo  braccio,
    alle Nuove di Torino.  Entrambi per piccoli furti,  piccole cose; tipo
    prendere una macchina per andare al mare con una pivella...
    Era un filosofo,  il mio amico Claudio.  Era un mulatto.  Era nato  ad
    Asmara, da madre italiana e padre eritreo. Erano tre fratelli, con tre
    storie che sembrano romanzi.
    Era  un  filosofo,   acuto,   straordinario,  incredibile.  Quando  ci
    ritrovammo al bunker,  all'Asinara,  tanti anni  dopo,  stavamo  nella
    stessa cella. Ma in tante celle ci siamo ritrovati...
    Mi  ricordo  di  un  suo  rapporto  epistolare con Ludovico Geymonant,
    famoso filosofo della sinistra. Era riuscito a incantare anche lui.
    Claudio era un tipo improbabile. Un tipo che  difficile definire.  Ci
    consideravano fratelli.  Ci chiamavano "I fratelli di Soledad",  forse
    perch entrambi avevamo folti capelli,  un po' come George  Jackson  e
    altri delle storie americane, delle "Black Panters".
    Insieme  abbiamo  compiuto  gli  stessi  percorsi  di  vita,  non dico
    identici,  ma molto simili.  Cresciuti sulla strada,  abbiamo  vissuto
    nella malavita, per alcuni versi. Anche se eravamo diversi, lui un po'
    filosofo, io un po' poeta. I nostri percorsi di vita, che ci portarono
    poi alla lotta armata, nascevano cos, da un gioco, da un'avventura...
    un po' per amore, un po' per sfida, un po' per paradosso. Lo ricordo a
    Perugia,  nel  '71,  uno  dei  nostri  incontri cos...  eravamo stati
    trasferiti in tante carceri perch ci ribellavamo.  E  a  Perugia,  in
    quell'epoca l,  gettammo le basi per quelli che sarebbero stati poi i
    NAP.  Ma allora noi li chiamavamo  "le  pantere".  Le  Pantere  Rosse.
    Un'imitazione  delle  Pantere Nere americane.  I nostri miti erano Che
    Guevara,  George Jackson,  pi per l'aspetto umano che  non  politico.
    Mao,  Ho Chi Min. S, leggevamo anche un po' Marx, ma... la nostra era
    un rivolta,  una ribellione un po' anarcoide,  un po' coi connotati di
    classe.  Poi ci fu l'incontro con Lotta Continua,  i primi leader, che
    ci indottrinarono. Noi eravamo proletari extralegali, vivevamo cos...
    Mi ricordo che ci  definimmo  "lumpen".  "Lumpen  proletariato",  come
    diceva Marx, proletario estrazione della metropoli.
    E' difficile parlare dei compagni morti. Sono ferite orribili.
    Mi ricordo i primi anni,  che furono anni pieni di fantasia,  pieni di
    speranza.  Gli anni che per noi significavano la rottura col  passato.
    Uscivamo da storie familiari travagliate,  storie penose.  Avevamo gi
    scontato pi volte il carcere, sia Claudio che io. E quindi, quando ci
    ritrovammo nel '71 a Torino con  i  ragazzi  di  Lotta  Continua,  che
    venivano  in  carcere  per  la prima volta e che in noi scoprivano dei
    fratelli (e noi scoprivamo in loro altrettanti fratelli),  ci parve di
    poter   fondare  qualcosa  di  nuovo  nella  nostra  vita,   di  darci
    un'identit,  di dare  una  motivazione  alla  nostra  esistenza.  Non
    eravamo  certo  dei  politici,  all'epoca,  anzi guardavamo un po' con
    sospetto questi bravi ragazzi dell'epoca (adesso alcuni di  loro  sono
    anche famosi,  giornalisti, parlamentari...) perch i percorsi di vita
    nostri e loro erano diversi chiaramente, ma vedevamo un'identit nella
    possibilit di un riscatto, attraverso la rivoluzione,  attraverso una
    lotta.  E infatti accadde poi questo,  che noi, che eravamo un po' gli
    "allievi" di questi dirigenti politici,  alla  fine  ci  distanziammo,
    perch le loro proposte rivoluzionarie non corrispondevano ai fatti. E
    infatti  poi  noi ci organizzammo.  Quando eravamo a Perugia,  Martino
    Zichittella,  Claudio,  io ed altri,  incontrarci  segn  una  svolta.
    Perch  veramente noi pensammo di costruire qualcosa in opposizione al
    potere,  e partendo proprio  dalle  nostre  forze.  Ci  chiamavamo  le
    Pantere Rosse.
    Claudio,  questo mio caro amico fratello compagno, era un filosofo, ma
    non solo un filosofo.  Aveva una capacit  non  comune  di  discorrere
    sulla vita,  una capacit di sognare,  di scavare dentro l'immaginario
    come nessun altro.  Per me sfiorava la follia,  era di  una  genialit
    quasi  perversa.  Era  abilissimo a contraffare i documenti.  Fu lui a
    insegnarmi la tecnica "dell'uovo caldo" per riprodurre i timbri. Aveva
    inventato un codice che resse per anni  alla  prova  della  Digos:  il
    codice dei NAP.  Al bunker dell'Asinara, fu lui a utilizzare il codice
    Morse,  battendo sui muri delle celle.  E fu sempre lui,  ancora prima
    che diventassimo "compagni",  a fare progetti grandiosi,  incredibili,
    che se fossero stati "brevettati" dalla malavita avrebbero certo avuto
    successo....


    - Archivio P.M., Testimonianza al Progetto memoria, Roma 1995.
    Morire soffocati da una dentiera ha in s qualcosa di incredibile, ma
    legato al nome di Claudio,  rende la cosa  possibile.  Perch  era  un
    vulcano in continua eruzione,  sempre a partorire idee per rapportarsi
    col  mondo  esterno  rompendo  l'isolamento  del  carcere  di  massima
    sicurezza  senza  per  fare  scelte  che  compromettessero la propria
    dignit di uomo e di  militante  rivoluzionario  (racconto  rientrando
    nella  mia memoria ad un anno e mezzo vissuto con Claudio in una cella
    del carcere di massima sicurezza di Palmi  (Reggio  Calabria)  tra  il
    1983  e  il  1985),  una  volta  preso  atto che il percorso di quella
    militanza era concluso e si cercava di guardarsi dentro e intorno  per
    ripunteggiare la propria vita.
    Quindi  un  periodo  di  vita  intensa,  con  idee  su idee sfornate e
    proposte principalmente da Claudio: corsi scolastici di  recupero  per
    la  maturit,  autogestione  della  biblioteca,  seminari  con persone
    esterne, eccetera; tutte cose che sembrano banali,  ma che all'interno
    del  circuito  di  massima sicurezza erano impensabili.  Poi a livello
    personale era irrefrenabile: dalla proposta di adottare a distanza dei
    bambini brasiliani dal carcere,  a quella di fare un movimento  laico-
    religioso:  "L'incudine  di Dio".  Tra l'altro dopo aver conseguito la
    maturit  scientifica  (in  un  anno)  era   riuscito   a   iscriversi
    all'Universit Gregoriana.
    Si  era cercato poi di creare dei laboratori di lavorazione di cuoio e
    pelle, trovando anche chi doveva poi commercializzarla.
    Naturalmente molte di queste idee rimasero idee; alcune riuscir poi a
    realizzarle anni dopo in un carcere campano,  tra l'altro  con  alcuni
    ragazzi che erano a Palmi.
    In  tutto  questo pullulare di idee e proposte c'erano poi i ritmi e i
    tempi del carcere speciale,  che in quei tempi gli spazi di  agibilit
    interni  erano  molto ristretti e quindi spesso,  per portare avanti o
    partecipare a queste idee di Claudio,  si stava  in  piedi  la  notte,
    aiutandosi  col  th  alla  brasiliana  (vera bomba) molto forte,  che
    faceva letteralmente sparire il sonno;  sperando poi di  addormentarsi
    prima  di  lui,  altrimenti col suo roboante russare non si poteva pi
    chiudere occhio.  E poi c'era questa cosa della dentiera che si doveva
    spesso  stare  a ricordargli di toglierla prima di coricarsi,  perch,
    con tutto quello che produceva a  lavoro  mentale,  a  volte  crollava
    improvvisamente.  La  dentiera  era  un  oggetto prezioso per Claudio,
    salvato in tempo da molte peripezie (pestaggi,  tensioni eccetera) del
    clima carcerario di quegli anni e che lui custodiva molto gelosamente.
    Dalla  cucina  era  meglio tenerlo lontano,  era gi arduo resistere a
    tutte quelle vulcaniche idee,  meglio non  rischiare  mal  di  stomaco
    ulteriori.
    E'  bello  ricordare  Claudio  in quel periodo,  persona veramente dal
    cuore d'oro, anche se specializzato a crear casini,  ma solo riuscendo
    a  immaginare  quei  tempi  in  quei  luoghi si pu sorridere a questa
    persona che per me    stato  bello  incontrare  in  questo  complesso
    viaggio.





    SERGIO SPAZZALI.


    Note biografiche.

    - Sergio Spazzali nasce a Trieste, il 16 agosto 1936.
    - si diploma al liceo classico Parini nel 1954, a Milano.
    - si laurea in giurisprudenza nel marzo 1960.
    - si sposa nel novembre del 1961.
    - nel 1963 nasce il primo figlio, Tommaso.
    - lavora come dirigente alla Rank Xerox negli anni 1968-1970.
    - nel 1969 nasce il secondo figlio, Antonio.
    -  lavora come insegnante all'Istituto tecnico per geometri De Nicola,
    a Sesto San Giovanni, nel 1971-1972.
    - viene trasferito ad  un  istituto  tecnico  di  Legnano  per  l'anno
    scolastico '72-'73.
    -  insegna all'istituto tecnico per il Turismo,  a Milano,  negli anni
    1973-1975.
    - viene arrestato a Varese  il  18  novembre  1975  e  scarcerato  per
    decorrenza termini.
    - milita nel Soccorso Rosso.
    - viene arrestato il 12 marzo 1977 e scarcerato dopo tre mesi.
    - viene arrestato il 19 aprile 1980 per le Brigate Rosse.
    - nel 1982 va in esilio.
    - muore a Miramas (Marsiglia), il 22 gennaio 1994.



    Scritture di Sergio Spazzali.

    -  Sergio  Spazzali,  Lettera  (non  pubblicata)  a  Il  Manifesto e a
    Liberazione, dall'esilio, ottobre 1992.
    Cari amici di Liberazione e del Manifesto,
    mi  tocca  di  avvertirvi  che  anche  solo  leggendo,  ed  ancor  pi
    pubblicando,   queste   poche  righe  correte  il  rischio  di  finire
    incatenati in galera. Se vi sembra pi logico,  smettete dunque subito
    e  bruciate  la  lettera.  Per  il caso contrario,  a vostro rischio e
    pericolo, continuo a scrivere.
    Le ragioni della pericolosit,  per  voi  e  per  chiunque  altro,  di
    entrare  in contatto con me,  direttamente o indirettamente,   che io
    sono ricercato da tutte le polizie del mondo in virt di una serie  di
    mandati  di  cattura internazionali emessi da non so pi quali procure
    generali della indecorosa Repubblica Italiana, (non molto tempo fa, un
    cittadino svizzero condannato in Italia con me nello stesso processo -
    condannato in contumacia - e che certamente si era  dimenticato  dello
    sventurato  avvenimento,    stato  arrestato  a  Bombay,  dove faceva
    dell'innocente turismo, dalla polizia indiana ed estradato in Italia),
    e ci a una decina di anni,  perch - con una sorpresa per me immutata
    nel  tempo  (e  che  ritengo  non  muter  mai) io sono considerato un
    terribile criminale.
    C' stato un tempo in cui ho considerato questo  fatto  una  onorevole
    conclusione  di  una  modesta  e  non  eclatante carriera di avvocato-
    impiegato-insegnante,    nonch,    di   marito-padre   di   famiglia,
    all'occasione amante, non particolarmente brillante. Il fatto  che ho
    avuto  molto  tempo per riflettere: un paio di anni in galera e molti,
    ormai molti anni di esilio.
    Ebbene mi compete di spiegarvi,  molto brevemente,  la ragione per cui
    io  godo  di  questa alta considerazione presso le polizie di tutto il
    mondo (ci vale non  solo  per  me,  ma  per  molti  altri  nelle  mie
    condizioni). Una volta la polizia di un paese in cui mi trovavo, mi ha
    letteralmente "deportato",  solo per qualche giorno in verit, insieme
    ad un manipolo di altri bravi giovani,  in un  paesino  isolato  sotto
    sorveglianza  di  un numero di poliziotti due o tre volte superiori al
    numero dei "deportati", nel timore, cos si diceva, che organizzassimo
    un attentato a Reagan che era in  quei  giorni  in  visita  da  quelle
    parti.  Poco dopo,  un mio vago conoscente, per ragioni ignote  stato
    espulso dallo stesso paese nel Burundi, proprio cos, nel Burundi dove
    gli alti tutsi esercitano la dittatura sui piccoli hutu.  (E si tratta
    solo di piccoli esempi).
    In  breve: a quanto pare quello di impedirmi (a me come a molti altri)
    di prendere parte,  seppure nei ruoli non certo eccelsi che  mi  hanno
    consentito  e  mi consentono le mie qualit e capacit,  alla lotta di
    classe  del  nostro  paese,   ha   costituito   un   obiettivo   degno
    dell'attenzione  di  numerosi  magistrati e poliziotti (il che,  in un
    certo senso,  dovrebbe tornarmi ad onore),  anche a costo  di  montare
    "palle" di ogni genere, di una verosomiglianza men che minima.
    Io  sono stato condannato (e sono ricercato) perch accusato (a torto)
    di aver tentato di  trasportare  sulle  mie  spalle  in  Italia  dalla
    Svizzera  dell'esplosivo,  per ragioni che nessuno ha saputo spiegare,
    esplosivo che in ogni caso in Italia non  mai arrivato.  Inoltre sono
    stato  condannato (e sono ricercato) perch accusato (a torto) di aver
    cercato di convincere un perfetto imbecille a diventare non gladiatore
    ma brigatista rosso (cosa che in ogni caso,  il  demente  non  ha  mai
    neppure  tentato  di  fare,  neanche alla lontana).  Infine sono stato
    condannato (e sono  ricercato)  perch  accusato  (a  torto)  di  aver
    informato  dei  brigatisti  rossi  e  non  dei gladiatori,  a che cosa
    corrispondessero le chiavi "trovate" in  tasca  ad  un  arrestato  non
    gladiatore.  (In  realt  chiavi  mai  trovate,  come nessuno si  mai
    occupato  di  stabilire  che  cosa  avrebbero  dovuto  aprire.  Ovvio,
    d'altronde,  perch  le  chiavi  in  questione  non  sono  mai neppure
    esistite).
    Ma le prove, cari amici,  le prove!  Tutte dichiarazioni di coimputati
    confessi  dei  pi  gravi  reati,  ma  pentitissimi come agnellini,  e
    pertanto,  oggi liberi come l'aria e coccolati dalle polizie di  tutto
    il  mondo.  Io  sono  qui a scrivere lettere dal mio eterno e precario
    esilio.
    Non molto tempo fa, i miei difensori hanno tentato di fare revisionare
    il "processo delle chiavi",  sulla base di una dichiarazione del  loro
    presunto  detentore,  secondo  la quale egli puramente e semplicemente
    non deteneva alcuna delle famose chiavi. L'istanza  stata respinta in
    considerazione del fatto che il dichiarante era stato mio  coimputato,
    che non mi conosceva neppure, e che  uno dei "pentiti mascalzoni" pi
    evidenti  della  nostra  miserevole storia.  Che ne dicono quelli che,
    davvero o per finta, credono nello stato di diritto?
    Non ignoro naturalmente la furia "giustizialista" che si  di  recente
    abbattuta sull'Italia. Non ho stati d'animo contro il dottor Di Pietro
    ed  ancor  meno  a  favore  della  famiglia  Craxi.  Tuttavia  non  mi
    dispiacerebbe sapere chi tira le fila di questa nuova megamacchina  di
    pentitismo.  Non  sar  per caso il solito principe gobbo che regola i
    conti in sospeso con suoi soci criminali?
    Quella del "pentitismo"  una  macchina  che  opera  senza  arresto  e
    divora infine quegli stessi che l'hanno fabbricata e gestita.
    In  verit  non    tutto.  Qualche  volta  sono  stato anche assolto.
    Ricercato per anni ed anni sulla base di un mandato di cattura che  mi
    colpiva,  insieme  a  centinaia  di altri bravi giovani,  (n bravo n
    giovane sono appellativi che competono a me personalmente),  per  aver
    promosso  la guerra civile in Italia,  sono/siamo stati tutti assolti,
    perch di questa tentata guerra civile malauguratamente (dico io)  non
    si trovava traccia. Che emozione cari amici, che emozione!
    Ma  non  basta  ancora.  Un  giudice,  della  cui salute mentale molti
    dubitano (sono certo che ha spiccato mandato di cattura contro Arafat,
    e suppongo anche contro il defunto Breznev,  contro  Deng,  eccetera),
    ed,  ovviamente,  sulla  base  di  dichiarazioni di un pentito (mio ex
    cliente che mi vergogno di aver a suo tempo tirato fuori dalla galera,
    sulla cui salute mentale  lecito nutrire seri dubbi),  mi ha rinviato
    a  giudizio per fatti letteralmente inesistenti e che se fossero anche
    mai  esistiti,   avrebbero  costituito   comunque   reati   largamente
    prescritti. Si dice che in sede di giudizio sono stato assolto. Grazie
    tante. Naturalmente il mio accusatore (reo confesso di gravi reati) ed
    il  suo  giudice,  sono liberi come l'aria,  ed io sono qui a scrivere
    lettere dal mio eterno e precario esilio.
    Ma, scusate, l'ultima e pi comica circostanza (fra quelle a me note),
    un altro giudice ha tentato (con scarso successo, bisogna dire) di far
    stabilire da un famoso linguista se i miei tipici (sic!) giri di frase
    corrispondessero o no ai  giri  di  frase  usati  in  certi  documenti
    "sovversivi".  Credo  che  il senso dell'umorismo del famoso linguista
    abbia in definitiva evitato che questo  capitolo  della  tragicommedia
    avesse seguito...  Ci sar di certo anche dell'altro,  di cui non sono
    informato.
    Naturalmente nel contempo sono stato privato,  vita  natural  durante,
    della   facolt   di  esercitare  la  professione  di  avvocato  e  di
    insegnante, e non godo del minimo diritto ad una pensione,  nonostante
    la mia relativamente tarda et. Vedete voi le conseguenze.
    Ma  ora  voglio  lasciar  perdere  questi (per me ) tuttora incombenti
    retroscena.
    Certo gli stravizi  finiranno  con  l'accelerare  la  conclusione  del
    naturalmente breve percorso.  E lo stravizio  il mio solo vizio.  Non
    saranno stati a farlo i processi,  le detenzioni,  le  condanne  e  le
    ricerche  poliziesche,  tutti fatti che,  (lo devo ammettere) oltre ad
    avermi infinitamente sorpreso,  mi hanno a tal punto (non sempre per)
    divertito da contribuire ad allungarmi la vita, invece di abbreviarla.
    Desidero brevemente informarvi delle acquisizioni intellettuali che mi
    sono state consentite da questo lungo periodo di riflessione.
    Devo  ammettere che,  in conclusione,  ed a modo mio,  anch'io mi sono
    pentito.
    Io non ho tentato di portare dell'esplosivo dalla Svizzera in  Italia.
    Ma  ogni  volta che leggo - specialmente in questi tempi - un giornale
    italiano, mi pento di non averlo fatto in tempo utile.
    Io non sono stato un  brigatista,  n,  ho  collaborato  con  le  B.R.
    altrimenti  che  difendendone  alcuni  militanti  davanti ai tribunali
    della prima repubblica. In definitiva mi pento quanto meno di non aver
    praticato una milizia politica pi attiva ed offensiva di  quella  che
    ho   effettivamente   praticato.   Sono   stato   incoerente  rispetto
    all'essenziale delle mie pi profonde convinzioni.
    Negli anni '70 (e perch non ora?)  non  solo  era  un  dovere  civico
    difendere  gli  interessi  della  classe  (operaia  e  proletaria)  da
    gladiatori,  allora chiamati con i pi svariati nomi e la cui attivit
    era  a  molti  ben  nota,  senza attendere le rivelazioni del principe
    gobbo (con la massima simpatia per i gobbi che  non  siano  principi).
    Dico  "non  solo" perch per chi la pensa nell'ordine di idee a cui mi
    onoro di appartenere indegnamente (cio per i  comunisti),  la  difesa
    senza l'attacco costituisce una pura inetta astrazione. Negli anni '70
    le condizioni soggettive (altra  la questione del giudizio da portare
    sulle condizioni oggettive) per coniugare la difesa con l'attacco sono
    state  certo  pi favorevoli di oggi;  (bench,  ieri oggi e domani le
    regole di fondo non  cambino)  e  non  averle  praticamente  sfruttate
    costituisce  una  responsabilit  per molti,  ad esempio per me.  Ogni
    considerazione va riservata a chi, con incerte fortune,  ha cercato di
    farlo.  Quali che siano le sue attuali dichiarazioni. La stanchezza ed
    il male di vivere non sono stati inventati (solo sfruttati) da giudici
    e poliziotti. Stanchezza e male di vivere meritano che non ci si perda
    in vane polemiche (con l'evidente eccezione  dei  tradimenti  e  delle
    falsificazioni interessate). Del resto le citt d'Italia sono piene di
    vie  e  piazze dedicate a Silvio Pellico,  che non  stato il primo n
    sar l'ultimo del genere.
    Negli anni '80 praticare efficacemente la  lotta  di  classe    stato
    certamente  pi  difficile.  Nessuno  ha  fatto  abbastanza.  Io certo
    pochissimo e  niente  del  tutto,  dominato  dalla  preoccupazione  di
    evitare  le imboscate di queste numerose polizie,  stolte nel cervello
    ma certo attrezzate nei mezzi materiali,  in modo,  per la mia modesta
    persona,   spropositato.   E   di  risolvere  gli  ovvii  problemi  di
    sopravvivenza.
    Gli  anni  '90,   ormai  in  corso,   presentano   dati   nuovi,   sia
    oggettivamente che soggettivamente. Vedremo. E lo vedremo non solo per
    quanto riguarda ciascuno di noi,  che oramai ha una certa et fisica e
    mentale,  ma soprattutto per i pi giovani,  ai quali  non    escluso
    possa  venire  qualche buona idea,  che (speriamo bene) anche i vecchi
    finiranno con l'adottare.
    Per intanto per me,  come per tanti  altri,  rinchiusi  nelle  galere,
    fuggiaschi qua e l,  incriminati in Italia in una precaria condizione
    di cittadini di secondo ordine, per le stravaganti dichiarazioni di un
    pentito qualunque,  per il fanatismo fascista di certi magistrati,  mi
    sembrerebbe  un  punto  di  partenza  non  rinunciabile,  anche se non
    essenziale per la storia della lotta di  classe,  ottenere  lo  stesso
    trattamento di un Licio Gelli (ben che io non abbia poesie da recitare
    in   T.V.)   o  di  un  gladiatore  qualunque  (magari  prossimo  alla
    sessantina).
    La Suprema Corte ha ripetutamente detto che una chiamata  in  correit
    senza  riscontri obbiettivi per un mafioso presunto non basta.  Perch
    per tanti (tra i quali mi metto)   invece  bastata  e  sta  bastando?
    Perch  se  per Licio Gelli la mancata estradizione dalla Svizzera per
    un certo processo, impedisce anche la stessa celebrazione del processo
    in Italia,  per altri non estradati (sempre  dalla  Svizzera)  per  un
    certo  altro  processo  (all'occorrenza  lo  stesso mio processo),  il
    processo    stato  fatto,  la  condanna  pronunciata  ed  il  mandato
    (internazionale)  emesso?  Noi  "criminalizzati rossi" dovremmo quanto
    meno ottenere un eguale trattamento giudiziario di quello riservato ai
    presunti mafiosi, criminali fascisti e gladiatori di ogni genere.
    Oppure i nostri giudici si torcono le mani per non averci giudicato, a
    suo tempo, incappucciati,  con microfoni deformanti della voce,  senza
    pubblico,  senza  difesa,  senza  appello,  come  fanno oggi i giudici
    militari peruviani nei confronti  dei  Guzman,  e  si  propongono  gli
    stessi  risultati sebbene conseguiti con altri mezzi?  Il paragone pu
    sembrare esagerato,  ma solo ognuno di noi sa quello che vale e  costa
    la sua vita.
    Ci  almeno secondo la logica dello stato "democratico" e "di diritto"
    e di quelli che mostrano di crederci.  Riconosco a priori  che  questa
    pretesa  ha  dell'insensato  (ho  nel  passato cercato a lungo,  e con
    fatica cercato di farla valere, non solo per me ma per molti altri, ma
    invano) e che serve solo (e anche poco) a dimostrare l'insensatezza  e
    la  reale  vocazione  criminale  dei  nostri  giudici,   poliziotti  e
    compagnia.  E' che certo non  a voi che queste questioni vanno poste.
    A voi che se deteneste anche la pi microscopica porzione di potere in
    questa disgustosa compagine sociale, non indirizzerei mai una lettera.
    Mi  lamento?  Ebbene s mi lamento.  Non nei confronti di uno stato di
    diritto,  in cui non ho  mai  creduto,  di  una  magistratura  la  cui
    "dipendenza"  ho  ben  conosciuto,  di  una  polizia  del cui risibile
    "servizio del popolo" non vale nemmeno la pena di parlare.  Mi lamento
    dei  compagni con i quali ho condiviso anni e anni di lotte,  che,  (a
    parte qualcuno,  veramente pochi) ora trovano comodo pensare  che  gli
    esilii  e  le  galere  sono  simpatiche  scelte  di vita e chi ci sta,
    presumibilmente ci si trova bene.  Voglio ricordare che non  cos.  E
    basta.
    Per  vostra  consolazione  ho  concluso,  sempre  che  non abbiate gi
    logicamente deciso di distruggere la lettera  dopo  la  lettura  delle
    prime righe. Chi vivr, vedr.
    Non ho grandi pretese,  n grande fiducia.  Non so, in verit, neppure
    se veramente mi interesserebbe molto tornare in Italia.  Probabilmente
    mi basterebbe poter usare il mio nome senza rischi e (perch no) anche
    poter  guadagnare  da  vivere come uno qualunque.  Naturalmente e come
    ogni rivoluzionario dabbene non ho rinunciato a  fare  la  rivoluzione
    per  il comunismo.  Insomma non sono un post-moderno.  Forse sono cose
    fra   di   loro   incompatibili.   E'   una   questione   che   merita
    approfondimento.  Forse mi basterebbe solo che qualcuno facesse almeno
    dello humor su tragi-commedie di questo genere.
    Vi ringrazio dell'attenzione e dell'eventuale  pubblicazione  (ottobre
    1992).







    Documenti  prodotti  da  organizzazioni  armate  per  la persona e per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Cellula per  la  costituzione  del  Partito  Comunista  Combattente,
    Volantino, senza luogo, febbraio 1994.
    Compagni e compagne, nella notte del 22 gennaio  morto in Francia il
    compagno  Sergio  Spazzali,   nome  di  battaglia  Pino,  fondatore  e
    dirigente della Cellula Comunista  per  la  costituzione  del  Partito
    comunista combattente.
    I  giornali  di  regime  hanno  svilito  il  suo  ruolo di militante e
    dirigente comunista,  descrivendolo come l'avvocato delle  B.R.,  oggi
    povero  esule  in Francia che si rabatta tra gli stenti,  e prepara il
    suo rientro in Italia ormai stufo di tale situazione.
    La militanza rivoluzionaria  di  Pino  smentisce  radicalmente  questa
    versione edulcorata di regime,  e ci rivela il suo impegno e dedizione
    alla  causa  dell'emancipazione   proletaria   e   della   rivoluzione
    comunista.  A  partire  dagli anni sessanta,  Pino rifiuta gli agi e i
    privilegi della casta avvocatizia,   sempre presente nelle lotte  del
    movimento,  operaio  e  studentesco,  presente  nei  gruppi  marxisti-
    leninisti del periodo,  presente nelle delegazioni in Cina e Corea del
    Nord,  fondatore del centro Franz Fanon.  Pino  animatore di Soccorso
    Rosso prima e del Comitato per la  difesa  dei  detenuti  politici  in
    Europa, a fianco dei compagni greci e spagnoli e nel sud del mondo con
    il  Movimento  per  la  Liberazione  dell'Angola,    parte attiva nel
    percorso del movimento rivoluzionario degli  anni  settanta,  avvocato
    degli  operai,  degli inquilini,  avvocato militante al servizio delle
    avanguardie  comuniste  combattenti.   Sino  alla  sua  scelta   della
    clandestinit in Francia, dove rifiuta ogni tipo di patteggiamento con
    lo  stato  francese  e si dedica totalmente a ricostruire una presenza
    comunista combattente in  Italia  e  in  Europa.  In  questo  contesto
    nell'85   tra i fondatori della Cellula Comunista per la costituzione
    del Partito comunista combattente  e  nell'89  della  rivista  per  il
    partito,  delle  quali   militante,  contribuendo attivamente al loro
    sviluppo fino alla sua morte.
    La stessa scelta del rientro in Italia  nulla  ha  a  che  vedere  con
    presunte  nostalgie  sulla  terra  natia,  ma  si tratta di una scelta
    politica collettiva.
    Per i comunisti rivoluzionari e i proletari coscienti la morte di Pino
     una di quelle morti che pesano  come  una  montagna;  in  noi,  suoi
    compagni  di  lotta  ed  amici,  la  sua morte lascia un vuoto umano e
    politico incolmabile.
    Ma non gioiscano le classi dominanti, sapremo far vivere Pino seguendo
    il suo esempio e  continuando  con  determinazione  la  lotta  per  la
    costituzione  del  P.C.C.   e  per  l'affermazione  della  rivoluzione
    comunista.
    Onore al compagno Pino. Pino vive nella lotta per il comunismo.



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    -  I  comunisti che hanno condiviso l'identit ed il percorso politico
    di Sergio,  "Sergio Spazzali resta  un  grande  comunista,  un  grande
    rivoluzionario, una presenza viva dentro al movimento rivoluzionario",
    Parigi, febbraio 1994.
    In  molti  abbiamo  conosciuto  la sua straordinaria ricchezza umana,
    caratterizzata da una forte determinazione e generosit per  la  causa
    proletaria  e  dalla  modestia con cui ha ricoperto fino all'ultimo un
    ruolo di primo piano nella battaglia politica per il Partito.
    Con modestia e generosit ha posto la sua enorme  esperienza  politica
    al  servizio  del  movimento  comunista,  soprattutto  in quest'ultimo
    difficile decennio,  in cui il peso del riflusso dei primi anni '80 ed
    altri  limiti hanno imposto un duro lavoro di resistenza e di paziente
    ricostruzione di posizione politica e  delle  condizioni  per  fare  i
    salti necessari.
    Da  alcuni articoli apparsi e dai discorsi interessati di qualche area
    politica,  si vorrebbe accreditare una visione  pietistica,  di  umana
    comprensione  per  colui che comunque tutti riconoscono come un grande
    militante  comunista  ma  anche  presunto  sconfitto,   esempio  della
    definitiva  deriva  di  un'esperienza  sconfitta  che non pu chiedere
    nulla pi che una onorevole resa.
    Di questa esperienza  non  resterebbe  pi  altro  che  il  drammatico
    protrarsi  di  stenti  e  di  difficili  condizioni  di  vita per quei
    militanti che,  in prigione o  in  esilio,  sono  rimasti  coerenti  e
    dignitosi.
    Certo, come compagni che fino agli ultimi giorni abbiamo condiviso con
    lui lo stesso percorso, rivendichiamo orgogliosamente l'appartenenza a
    questa  schiera di militanti che non si sono arresi e che continuano a
    pagare  a  caro   prezzo   l'appartenenza   alla   lotta   di   classe
    rivoluzionaria.  Prezzo che per noi,  come per lui,  significa galera,
    latitanza, precariet,  extralegalit e le immaginabili difficolt che
    ne derivano.
    Ma  non  resta  solo  questo!  E  soprattutto  ci  rifiutiamo a che si
    interessino "con  umana  comprensione"  a  queste  difficolt  proprio
    coloro  che  hanno  contribuito  a  determinarle,  coloro che in varia
    misura hanno partecipato ai successivi attacchi per  la  disgregazione
    del  movimento comunista,  coloro che hanno anteposto meschinamente il
    loro  interesse  personale   e   di   gruppo   alimentando   posizioni
    dissociative.
    Sergio Spazzali,  crediamo di poterlo dire senza ombra di dubbio,  non
    era mai stato nella condizione di quell'errante  anima  in  pena  che,
    proprio  mentre si accingeva a mettergli termine rientrando finalmente
    in patria,  improvvisamente muore dimenticato da dio e  dagli  uomini.
    Crediamo  che non si sia mai sentito nella condizione di chi,  vittima
    illustre  di  un  regime  repressivo,  ottuso  e  vendicativo,  ripara
    all'estero per mettersi al "sicuro".
    Come  non  ci  sembra  che  egli abbia mai concepito il suo impegno in
    funzione degli anni di galera che esso avrebbe comportato, cos non ci
    sembra che il suo interesse ultimamente fosse volto  alla  ricerca  di
    qualche  soluzione  che  gli permettesse di uscire dal "tunnel" in cui
    per disgrazia si era cacciato.
    Questa immagine  frutto di una  visione  rinunciataria  del  problema
    posto  dalla  repressione  dello Stato nei confronti delle avanguardie
    rivoluzionarie,  in quanto considera le singole  situazioni/condizioni
    (detenzione,   clandestinit,  latitanza...)  da  un  punto  di  vista
    puramente difensivo come  se  si  trattasse  unicamente  di  subire  o
    scongiurare    la    repressione   di   Stato   tralasciando   proprio
    quell'elemento che,  in realt,  fa s che queste situazioni risultino
    interne allo scontro di classe: il loro carattere offensivo.  Il fatto
    cio che a  monte  dell'attacco  repressivo  della  borghesia,  esiste
    l'attacco   politico   dei  rivoluzionari  e  che  dunque  non  esiste
    condizione materiale  (di  detenzione,  clandestinit,  eccetera)  che
    possa essere considerato "in s" di "ripiegamento".
    Ci   che  decide  del  carattere  offensivo  o  difensivo  di  queste
    condizioni ,  allora,  l'atteggiamento che si mantiene nei  confronti
    del  potere: contrapposizione o patteggiamento,  riaccettare con false
    autocritiche il  quadro  borghese  o  proseguire  nella  progettualit
    rivoluzionaria dentro lo scontro di classe.
    In  un  momento  in  cui  sono  ancora  diffusi  gli  atteggiamenti di
    patteggiamento da parte di una consistente frangia di ex  appartenenti
    al movimento rivoluzionario, la sua costante presenza rivoluzionaria 
    uno splendido esempio a cui guardare.
    Ad  uno  sguardo  anche  soltanto  superficiale,  appare evidente come
    l'impegno politico di Sergio al servizio della classe  proletaria  non
    sia mai stato limitato,  parziale,  estemporaneo,  contingente: questo
    perch le sue scelte,  le sue idee,  sono sempre state il risultato di
    una  ricerca basata in primo luogo sulla pratica delle sue convinzioni
    cos come sul confronto con quelle altrui, riconoscendo in ci il solo
    metodo e il solo criterio di validit di qualsiasi opinione  politica.
    Egli cercava, lo ripetiamo, la "verit" nella pratica e, nel confronto
    delle  idee,  alla  luce  di questo metodo si poneva il problema della
    formazione dell'avanguardia comunista,  nella pratica e nel  confronto
    con altri che,  con idee diverse, si ponevano lo stesso problema; egli
    considerava la soluzione di questo problema come  determinante  e  non
    vincolato  ad  ipotetiche  congiunture  favorevoli,  come  spesso si 
    sentito blaterare da pi parti.
    Tutti noi sappiamo che la convinzione della validit delle nostre idee
    non basta a garantire l'impegno di una vita  intera,  che  le  alterne
    vicende della lotta,  il suo andamento ciclico, i momenti estremamente
    difficili  che  si  attraversano,   mettono  a  dura  prova  anche  le
    acquisizioni pi solide,  le menti pi lucide,  le volont pi ferree.
    In questi momenti,  cos frequenti in questi anni,  si  pu  vacillare
    paurosamente  se  non  si possiede quella particolare qualit che  la
    coscienza di classe. Ebbene, chi ha conosciuto Sergio Spazzali non pu
    non riconoscergli l'acquisizione di questo elemento  cos  importante,
    egli  ha  fatto  propria  la  visione  proletaria rivoluzionaria dello
    scontro di classe in tutti gli aspetti  della  sua  vita,  ha  assunto
    completamente  la  difesa  degli  interessi  proletari fino al supremo
    obiettivo dell'abolizione dell'infame societ di classe.
    Con  questa  coscienza  di  classe,   Sergio  si    assunto  le  dure
    conseguenze  della  coerenza,  tenendo saldamente ferma la convinzione
    che il terreno da praticare,  la prospettiva da alimentare non  poteva
    che  essere  la  lotta  di  classe  finalizzata  alla presa del potere
    politico con le armi,  da parte di un proletariato che compia  il  suo
    percorso  di  costituzione  di  classe  indipendente e cosciente di se
    stessa e delle proprie  potenzialit  storiche.  Atti  questi  che  si
    pongono  come la premessa minima necessaria,  l'unica realistica,  per
    avviare una qualche trasformazione sociale durevole,  dentro un  vasto
    processo di transizione socialista al Modo di Produzione Comunista, al
    Comunismo.
    Questo    sempre  stato  il  quadro  di massima che lo ha,  che ci ha
    aiutati a orientarci nei percorsi accidentali della lotta politica  di
    questi anni. Lotta politica che, naturalmente,  ben complessa e fatta
    di  passaggi e necessit talvolta molto piccole.  Lotta politica che 
    stata molto oscura ed ingrata perch fatta soprattutto di difesa delle
    posizioni essenziali e fondanti  del  movimento  comunista  dal  fuoco
    incrociato  in cui la politica e la cultura borghese hanno canalizzato
    le contraddizioni ed i limiti dello stesso movimento, servendosi della
    grande schiera di traditori, dissociati, "innovatori" e "ripensatori".
    Lotta politica cui egli ha partecipato lontano dal vizio classista dei
    suddetti sempre pronti  a  ricercare  le  luci  della  ribalta  ed  il
    tornaconto  personale,  insomma  lontano  dalla  visione  borghese  di
    propriet privata nel campo intellettuale,  bens saldamente  ancorato
    ad una dimensione modesta e disciplinata del lavoro collettivo.
    Lotta   politica   che   nella   difesa  delle  posizioni  fondanti  -
    costituzione del proletariato in "classe per s",  Partito,  avvio del
    processo rivoluzionario fino al passaggio insurrezionale,  avvio della
    transizione socialista - da subito non poteva essere solo  difesa,  ma
    anche  costruzione  delle condizioni per operare politicamente come la
    Forza Rivoluzionaria del Proletariato.
    Quindi,  a maggior ragione,  si  rinforzavano  i  caratteri  di  lotta
    politica improntata ai principi del lavoro collettivo,  disciplinato e
    capace di sostenere l'immancabile pressione  della  Controrivoluzione.
    Sergio  aveva  scelto  di  non  accettare le "gratificanti" luci della
    ribalta della politica e della cultura borghesi in cui tanti  "ex"  si
    dibattono  come  squallidi  "parven";  aveva  mantenuto  il  rapporto
    organico con la classe,  affrontando le durezze dei percorsi  politici
    interni  alla  classe,  che  avvengono nella strutturale povert delle
    nostre sedi e dei  nostri  mezzi  e  nella  tensione  di  un  costante
    affrontamento con la controrivoluzione.
    Il  percorso  della  classe  per  costituirsi politicamente in Partito
    Comunista  sicuramente uno dei percorsi pi difficili che si  possano
    immaginare,   viste  le  continue  aggressioni  borghesi  e  le  tante
    contraddizioni interne.  Ma la realt  l: di fronte alla violenza  e
    profondit    della   grande   crisi   capitalista,    aggressioni   e
    contraddizioni perdono peso, il proletariato  spinto a lasciar cadere
    illusioni riformiste e retaggi del passato perch non ha tante  scelte
    se vuole affrontare la causa sempre pi evidente della propria tragica
    condizione;    la   Rivoluzione   Proletaria   torna   prepotentemente
    d'attualit.
    Oggi tutto ci sta riemergendo con forza,  si sta diradando la  nebbia
    ammorbante della collaborazione di classe, il pantano della corruzione
    interclassista:   le   forze   di   classe   si   stanno  polarizzando
    irresistibilmente  ed  il  lavoro  politico,  la  lotta  politica  dei
    comunisti,  riemerge  insieme  ai  rinnovati movimenti di massa,  alla
    nuova vigorosa ripresa di attivit delle  masse  proletarie,  come  il
    magma   che  prima  ribolliva  sotterraneamente  per  poi  fuoriuscire
    esplodendo dal vulcano.  Sergio faceva parte  di  quei  militanti  che
    prevedevano  ci  e  che  hanno  tenacemente  lavorato  come il magma,
    nell'oscurit del sottosuolo.  Per questo sono  state  grandi  le  sue
    qualit e grande,  molto grande il suo apporto al Movimento Comunista.
    La seriet ed il coraggio delle sue scelte, la coerenza ed il modo con
    le quali  sono  state  fino  alla  fine  della  sua  vita  perseguite,
    costituisce  un  esempio  cui  fare costantemente riferimento,  fino a
    quando all'ordine del giorno del movimento  comunista  vi  saranno  la
    conquista  del  potere  per  via rivoluzionaria e l'edificazione della
    societ senza classi.
    Salutiamo  Sergio  con  grande  affetto  e  con  grande   riconoscenza
    rivoluzionaria.
    Testimonianze, poesie, ricordi, manifesti.

    -  Rosella  Simone,  "Sergio  Spazzali: un comunista forte e gentile",
    Milano 1994.
    Quando si sono sposati, con rito civile,  Paola indossava un tailleur
    rosso.  E  in quei lontanissimi primi anni sessanta,  il matrimonio in
    comune e la sposa vestita di rosso erano  entrambi  fatti  scandalosi.
    Paola  Forti  e  Sergio Spazzali erano allora due giovani brillanti di
    sicuro avvenire.  Sergio era molto fiero della donna che   stata  sua
    moglie  e  che per la vita,  pur nelle sofferte scelte diverse,  gli 
    stata sempre  amica.  E  adesso  che    morto  in  esilio,  mi  piace
    incominciare  a  parlare di lui ricordandolo giovane e felice.  "Aveva
    tutti i numeri per essere un leader" ricorda l'avvocato Dino Leon.  Ma
    aggiunge:  "Era  anche  uno  che non aveva mai brigato per averlo,  il
    potere".  Quello che cercava era  altro.  Aveva  una  sua  idea  della
    felicit:  lottare.  Era  un comunista,  quello che cercava era altro.
    Voleva mettere il suo sapere al servizio della gente o, come si diceva
    una volta,  quando Lenin era  ancora  di  moda,  essere  in  "rapporto
    organico" con le masse.  Ma soprattutto era un uomo che cercava esseri
    umani.  Uomini  che  sognano  e  s'interrogano.  Che  vogliono  vivere
    l'utopia nel tempo presente.  Era insomma un uomo forte e gentile. Una
    specie rara. Uno che, con Rosa Luxemburg e con il Che,  sapeva che "un
    rivoluzionario deve possedere grandi sentimenti d'amore".  La sua vita
    dunque testimonia di  questa  ricerca,  non  senza  contraddizioni  ed
    errori.  Certamente  non  senza  dolore.  Ma  sempre anche con ironia.
    Cercando nel vino e nell'amore un po'  di  quiete  a  quel  demone  di
    verit  che  tormentava  la  sua  mente.  Analizzata  dall'ottica  del
    successo la sua vita fu un autentico, grandioso disastro.  Ma per chi,
    ancora,  voglia cambiare lo stato di cose presente, fu degna di essere
    vissuta.
    Studente di giurisprudenza come il fratello Giuliano, in onore e amore
    al  padre  avvocato,  milita  nell'UGI.  Laureato  entra  nel  partito
    socialista,  dove (in tempi certamente non sospetti)  un anticraxiano
    convinto,  della corrente di Lelio Basso.  Ai tempi dell'Algeria  con
    Giovanni  Pirelli  l'animatore  del Centro Franz Fanon (poi,  dal '72,
    Centro di ricerca dei modi di produzione).  Un  reseau  internazionale
    che  offre  ospitalit  ai  disertori  di una guerra ingiusta.  Con la
    scissione del P.S.I.  entra nel PSIUP.  Non    pi  avvocato,  adesso
    lavora come dirigente alla Rank Xerox.  Dura poco per. Lo licenziano,
    con proibizione perpetua di mettere piede in quegli uffici,  per  aver
    partecipato  e  organizzato  le  lotte  dei  dipendenti.  Passa dunque
    all'insegnamento.  A  Sesto  San  Giovanni  all'Istituto  tecnico  per
    geometri  De Nicola resiste tre anni,  poi lo trasferiscono a Legnano,
    punito per aver partecipato all'attivit politica e alle  lotte  degli
    studenti.   Fa   l'avvocato   solo   per   difendere  i  fermati  alle
    manifestazioni e,  da militante dell'Unione inquilini,  gli affittuari
    contro   lo   I.a.c.p.   "Era   un  personaggio  scomodo  anche  nella
    professione",  ricorda Franco Borrelli che con Sergio ha lavorato  per
    anni  al  C.r.m.p.  "Gli  altri  avvocati erano terrorizzati dalla sua
    irruenza, dalla sua professionalit". Non ha mai smesso il suo impegno
    internazionalista e proprio nel  Comitato  contro  la  tortura,  sorto
    sulla questione portoghese,  Sergio incontra Petra Krause,  e non sar
    poca cosa nella storia personale e politica d'entrambi.
    Lei era molto impegnata anche a denunciare l'isolamento in  cui  erano
    tenuti i detenuti della RAF in Germania.  Ma c'era poco ascolto, quali
    fossero gli effetti della "deprivazione sensoriale" su corpo  e  mente
    di  un prigioniero lo si incomincer a capire solo pi tardi.  Nel '74
    con la morte di Holger Meins.  Nel '76 con quella di  Ulrike  Meinhof.
    Nel '77 con i suicidi di Stammheim.  Nel '73,  finalmente,  otterr un
    incarico a Milano. Al Primo Istituto Tecnico per il turismo di Milano.
    Quello che poi diventer famoso come  il  "Varalli",  dal  nome  dello
    studente  di  quarta,  ucciso  nel  1975  con  un  colpo alla nuca dai
    fascisti mentre ritornava da una manifestazione.  Sergio arriva giusto
    in tempo per partecipare all'occupazione di una fabbrica dismessa, per
    protesta  contro  la  mancanza  di  aule  nella sede di via Verri.  Il
    Varalli  era  una  scuola  combattiva,   con  un   comitato   politico
    d'insegnanti, una sezione sindacale agguerrita e vicina agli studenti.
    Sergio  entra  nel consiglio d'Istituto,  fa parte del probiviri della
    C.G.I.L. di Milano,  a Roma nei congressi nazionali.  "Aveva rapporti
    e  discussioni intense con studenti,  professori e genitori",  ricorda
    Gabriella Buora,  collega e amica in pi di una battaglia.  "Era molto
    rigido  nei  principi  ma sapeva fare alleanze aiutato in questo dalla
    sua umanit, simpatia,  intelligenza".  Ma i tempi ormai si sono fatti
    molto  pi  aspri.  I  rompiscatole irriducibili devono essere messi a
    tacere. Incomincia per Sergio, come per molti altri, la lunga stagione
    degli arresti. Il primo  del novembre 1975. Imputato con Petra Krause
    ed altri del trasporto di  due  zaini  pieni  di  mine  attraverso  il
    confine italo svizzero. A San Vittore subisce insieme a P. M. e G. M.,
    imputati di B.R.,  un tentativo di accoltellamento.  Esce, ma solo per
    scegliere la  via  meno  facile:  fare  l'avvocato  dei  detenuti  nel
    Soccorso  Rosso di Franca Rame.  Viene arrestato di nuovo il 12 maggio
    1977 assieme a G.  C.  e  altri  nove.  Gli  inquirenti  ritengono  il
    Soccorso  rosso  responsabile  di  andare oltre la semplice assistenza
    legale.  Dopo tre mesi   in  libert  provvisoria,  riprende  a  fare
    l'avvocato. Inventa la figura dell'"avvocato del detenuto" impegnato a
    difendere  e  denunciare i diritti offesi e la dignit negata di chi 
    in carcere.  Naturalmente lo  arrestano  per  la  terza  volta.  Siamo
    nell'80.  Lo  accusa  Peci.  Lo condanneranno in appello,  dopo averlo
    assolto in prima istanza, a quattro anni con la formula pi strana che
    tribunale abbia inventato "concorso alla  attivit  partecipativa  dei
    suoi assistiti"! "Condannato senza indizi, trascurando prove a favore,
    facendo   manipolazioni  processuali"  sbotta  il  difensore  Gilberto
    Vitale.  Siamo nell'82 ed ha accumulato,  tra un  pentito  e  l'altro,
    tredici anni di carcere da scontare.  L'esilio non era pi una scelta,
    era un obbligo.  A cercare e trovare altri amici,  altri amori,  altri
    pensieri da pensare.  Ma anche molta solitudine e altrettanta povert.
    Non voleva pesare troppo sulla famiglia  che  non  ha  mai  smesso  di
    aiutarlo.  Adesso,  dopo dodici anni, avrebbe forse potuto tornare. Un
    reato era caduto in prescrizione,  un altro lo sarebbe stato in questi
    giorni.  Invece  morto in terra di Francia.  Da libero. Aveva scritto
    dall'esilio: "Io non sono stato brigatista,  n ho collaborato con  le
    B.R. altrimenti che difendendone alcuni militanti davanti ai tribunali
    della prima repubblica. In definitiva mi pento quanto meno di non aver
    praticato  una  milizia politica pi attiva ed offensiva di quella che
    ho  effettivamente   praticato.   Sono   stato   incoerente   rispetto
    all'essenziale delle mie pi profonde convinzioni...  perch,  per chi
    la  pensa  nell'ordine  di  idee  a  cui  mi  onoro   di   appartenere
    indegnamente  (cio  per  i  comunisti),  la  difesa  senza  l'attacco
    costituisce una pura inetta astrazione".

    - Vincenzo Guagliardo, "Lettera all'assemblea svoltasi alla sala della
    provincia di Milano in ricordo di Sergio Spazzali", carcere, Opera 27-
    1-94.
    Ho ricevuto una triste notizia: il mio amico Sergio Spazzali   morto
    durante  il  suo esilio in Francia e alla fine del mio sedicesimo anno
    di carcere,  frustrando la voglia che avevo di  rivederlo  un  giorno.
    Quando l'ho conosciuto,  durante la sua prima carcerazione,  nel 1976,
    era ancora un insegnante, contento di esserlo, al quale i suoi allievi
    mandavano spesso belle e intelligenti lettere piene di curiosit e  di
    solidariet. Venendo a conoscere tanti compagni in carcere di cui poco
    si sapeva e di cui tutto si diceva, e ricordandosi di avere una laurea
    in legge, egli ci disse al momento di uscire: "Visto che io vado e voi
    restate  qui,  mi  metto a fare l'avvocato,  nominatemi pure".  Rimasi
    piacevolmente  stupito  di  una  scelta  simile,   le  cui   complesse
    motivazioni  etiche  non  potevano sfuggirmi.  Ma questo bast a farlo
    rientrare in  carcere  negli  anni  del  "pentitismo":  viene  infatti
    accusato  di  far  parte delle B.R.  come me,  che a quei tempi lo ero
    effettivamente e dichiaratamente.  Sergio non era un B.R.;  ma commise
    "l'errore"  -  che  me lo rese ancor pi simpatico - di difendersi con
    orgoglio davanti al tribunale: lui,  compagno che aveva deciso di  far
    l'avvocato  soltanto  per la verit,  disse che compito dell'avvocato,
    fra Stato e imputato,  era quello di stare dalla parte di quest'ultimo
    contro  lo  Stato.  E che perci,  proprio perch come persona non era
    "ambiguo", suo dovere era quello di essere "contiguo" alla causa degli
    accusati. Il suo era un discorso troppo sottile per quegli anni rozzi,
    forse addirittura incomprensibile in questi anni solo pi  mercantili.
    E dunque venne condannato non per quel che era, ma per ci con cui era
    solidale  in  base a ragioni profonde che,  al di l delle sue diverse
    scelte da noi B.R.,  avevano a che fare  con  la  lunga  storia  degli
    oppressi e di cui non si pu rendere conto nello spazio di una lettera
    come questa.
    Sergio, uscito dal carcere per scadenza dei termini della carcerazione
    preventiva,   scelse  la  strada  dell'esilio,  della  latitanza,  per
    difendere la sua identit di compagno,  cio per cose che hanno a  che
    fare  con  la  dignit  di  ogni essere umano: non con questa o quella
    storia politica,  ma con qualcosa di pi profondo che meriterebbe  pi
    attenzione  da  parte  di  tutti  quelli  che  vogliono  un  effettivo
    mutamento  sociale.   Visse  questa  scelta  in  silenzio  e  via  via
    dimenticato  quasi da tutti.  Ma sono le scelte di quelli come lui che
    mi tengono su fra queste mura.  Spero che si capisca che il motivo per
    cui  Sergio  morto in esilio,  o per il quale altri come me resistono
    in carcere,  ha oggi a che fare - come dire?  - con la fedelt  a  dei
    valori  della  lotta all'oppressione che superano il carattere storico
    di questa o quella esperienza politica e la stessa politica.
    - Giuliano Naria,  "In attesa di  reato",  Milano  1991,  Spirali/Vel.
    Frammenti.
    II   mio  avvocato  era  Sergio  Spazzali,   una  delle  persone  pi
    intelligenti che abbia conosciuto. E un amico.  Nel 1967 eravamo nello
    stesso  gruppetto  filocinese:  la Federazione dei comunisti marxisti-
    leninisti. (...) Ho capito subito che Sergio mi guardava come se fossi
    l'Altro.  "Ehi",  ho detto "ci conosciamo.  Sono venuto a  Milano  pi
    volte.  Ti ricordi quando mi hai accompagnato all'autostrada? Era il 2
    gennaio 1968.  A capodanno,  dopo non so quale riunione,  siamo  stati
    insieme.  Era  scoccata  la  mezzanotte  e  vi siete levati in piedi a
    cantare l'Internazionale.  Io  sono  rimasto  seduto.  E  allora  Aldo
    Serafini,  che era segretario di non so cosa, forse della Federazione,
    aveva fatto un'allusione: 'Una volta ci si alzava in piedi.  Adesso  i
    giovani stanno cambiando tutto'.  Non ci avevo neppure fatto caso.  Se
    per voi era naturale alzarvi  in  piedi  per  me  era  naturale  stare
    seduto". Sergio ha capito che non ero l'Altro. E abbiamo sviluppato un
    vero rapporto (...).


    -  Gian  Luigi  Nespoli,  "Una lettera dall'esilio a Sergio Spazzali",
    Milano 1994.
    Ti riconosco, Sergio, quando scrivi
    nella tua ironica lettera in esilio,
    anch'io, a modo mio, sono un pentito,
    avrei dovuto farlo, non l'ho fatto,
    passare dalla difesa all'attacco.

    La tua voce risento nelle mattine
    grige di Milano, il tuo sorriso
    rivedo all'Alfa, alla Pirelli,
    il tuo grido risento,

    quella sera, con Feltrinelli,
    nel corteo all'assalto del Corriere,
    nel cordone dei compagni ti vedo
    a Quarto Oggiaro, al Gallaratese.

    I processi, le detenzioni, le condanne,
    scrivi, ti hanno divertito,
    la vita t'hanno allungato, invece di abbreviarla.
    Ti riconosco, Sergio, tu che pensavi

    che senza autoironia non c' autocritica,
    che il materialismo e la dialettica
    sono certo scientifici ma anche belli.

    Con Brecht dicevi lodiamo il dubbio,
    dicevi: chi ancora  vivo non dica: mai!
    Quel che  sicuro non  sicuro.
    Com', cos non rester.

    Oggi penso a te, Sergio, all'amico,
    al compagno con l'eterna Gauloise,
    alla tua memoria che  parte della mia,
    con te penso che una risata li seppellir.


    - Oreste Scalzone,  "La cerimonia degli addii  per  Sergio  Spazzali",
    Parigi 1994, dattiloscritto in Archivio P.M. Frammenti.
    Sergio.  Ha inseguito il suo sogno fino all'ultimo. Non gli hanno, of
    course, pubblicato una sorta di testamento annunciato,  che anticipava
    il  lutto  per  la  sua  propria  fine,  come  spesso,  annunciata,  e
    annunciatasi...
    Certo,   triste e non va occultato nel momento della cerimonia  degli
    addii.  Sergio  non  aveva  voluto  ritener  concepibile  che  la  sua
    permanenza in Francia potesse essere una 'contraddizione del  Politico
    e  del  giuridico'  effettivamente  compatibile  con  l'autonomia,  al
    limite,  delle sue passioni,  e questo era stato  piuttosto,  diciamo,
    proiettivo,  proiezione tendenziosa di aspettative e "soggettivissimi"
    stati di coscienza che finivano per deformare l'analisi;  e poi  aveva
    scritto,  verso la fine, a Liberazione e a Il Manifesto, "Compagni, se
    solo pensassi che voi avete una briciola di potere in questa  societ,
    non  vi  scriverei...".  Quelli  avevano  il  potere  di ri-dargli una
    seconda pi amara morte civile,  e non ci hanno pensato  due  volte  a
    cancellarlo,  per  punirlo  delle  im-penitenti  conclusioni della sua
    lettera.
    E, persino post-mortem gliel'hanno riconfermata, in un paese in cui la
    'contradictio in adjecto' estrema,  forse la pi  inquietante  per  un
    comunista  nel  senso  del  comunismo critico come inteso da Marx - un
    Giudice/comunista imperversa con  le  sembianze  di  un  significativo
    ibrido, quale quello incarnato da un Violante.
    L'ipocrisia  borghese avrebbe trovato delle ipocrite scuse in calce al
    "necrologio" di Primo, all'appello con cui si chiudeva.
    L'arroganza padronale e/o stalinista 'reale' avrebbe,  o cestinato,  o
    censurato  la  lettera di Primo,  o risposto con due righe in corsivo,
    No, perch..., o No, tout court,  o magari NO perch No.  Qui tutto si
    ibrida,  nel  demo-clerico-stalinopostmoderno,  spruzzato  di  cascami
    liofilizzati di "sessantottismo": e  si  arriva  all'abietto,  pi  al
    'demential'...
    Non    questione  di  risentimenti illividiti,  ma di dire ci che si
    pensa di ci che , in morte di un uomo di sogno, e di parola.
    Poco importa che i sogni fossero diversi. Che i nostri Marx rispettivi
    avrebbero stentato a riconoscersi come lontani parenti, gi allora. E,
    in fondo,  ognuno pensava dell'altro,  credo - poich ci riconoscevamo
    come,  comunque,  sovversivi;  o, diciamo una parola meno altisonante,
    ribelli;  o un'altra ancora,  rivoltosi - che l'altro fosse un po'  un
    "marxista immaginario"...
    Non  certo  sulla  lottarmata  era la querelle,  come tanti scandinavi
    'post festum' si sono,  sul filo del tempo,  auto-convinti (quel  ch'
    peggio,  perch tesse le ragnatele di nuove Buonefedi da auto-inganno)
    che fosse.  Epper lo era su quasi tutto il resto,  e non eran cose da
    poco.
    Epper  ancora:  per  disgrazia  e/o per fortuna su queste cose enormi
    contavamo cos poco, rispettivamente e assieme,  che ci fu risparmiato
    di  doverci magari sparare addosso,  o peggio,  con uguali e contrarie
    buonefedi, come ad altri era occorso a Barcellona e dintorni. (...)
    Su tante cose noi si  poteva  essere  'liberal',  non  foss'altro  che
    perch,  ancorch  esse  fossero capitali,  capitale non era la nostra
    incidenza relativa  su  di  esse,  e  dunque  la  sfera  della  nostra
    responsabilit,  legata  al  requisito  e  alla consapevole previsione
    della sua reale effettualit....
    Se bisogna pensare "purtroppo", e/o "per fortuna", vasta questione...
    Diciamo dunque, che credo che tra Sergio e 'gente' come me - cos come
    tra tanti e tanti ciascuno e molti - ognuno  pensasse  dell'altro  che
    era un rivoltoso,  un rivoluzionario "soggettivo" senz'altro,  fino al
    vizio di "far di virt,  necessit",  ma malcapitato  nelle  spire  di
    grandi malintesi.
    Una cosa che comunque ci legava era una condizione - intesa in tutti i
    doppisensi  -  di  "uomini di parola".  In ci,  il fatto che ci siamo
    occupati di guerriglia giudiziaria a difesa: lui prima di me,  e nelle
    forme  appropriate,  con 'cura ac studio',  con ruoli e deontologie in
    linea di principio istituzionalmente riconosciuti e codificati;  e  io
    pi  tardi,  sotto  la  coazione  una responsabilit di radice ptica-
    pratica,  per quadrar cerchi,  rifiutare 'terzi esclusi'  e  inventare
    tertium datur,  divenendo come un 'coatto' appassionatosi alla partita
    a scacchi bergmaniana di ogni guerriglia giudiziaria,  che non    mai
    solo  strumentale  anche solo se vuol essere efficace,  ed al contempo
    non  necessariamente ingenua e  supina  rispetto  a  mi(s)tificazioni
    genealogiche,  a  fondazioni pretese o accettate come 'metafisiche'...
    (...) Come se, fino in fondo: e che i fessi ti prendano pure,  chi per
    strumentale,  chi per ingenuo,  chi per 'formalista'...  Naturalmente,
    queste sono le interpretazioni pi brucianti;  ma si   visto  dove  e
    come  sono  finiti  -  o  meglio,  c'erano  gi arrivati anche loro da
    "sempre",  da ben prima - quelli che ad ogni passo citavano versetti e
    invocavano   anatemi   del   Dio   di  una  mostruosa  versione  della
    "rivoluzione",  nella forma dell'auto-contraddittoria  ibridazione  di
    "sostanzialismo" e rivoluzionariet.  (...) Ecco, Sergio ha tentato di
    districarsi in questo labirinto, con passione da rivoltoso, integra.
    Non si tratta del frusto de mortuis nisi bene. Men che mai ci passa in
    testa l'idea di avanzare ipoteche su una memoria.
    Non  certo solo un caso,  che non gi il  sottoscritto,  ma  uno  dei
    tanti  fraterni  nel  mondo che lo aveva ospitato - e che pensava come
    me,  anche se in 'variazione' diversa - che Stalin fosse forse il  pi
    grande controrivoluzionario del secolo,  sorrideva di quella sua sorta
    di icona, peraltro senza superiorit paternalistiche... (...)
    Non ho dubbi che uno della pasta di Sergio avrebbe  avuto  grandissime
    possibilit di finire,  se altroquando e altrove, nel goulag, anche se
    magari morendo col sorriso e una parola fraterna disinteressata al suo
    boia,  come Bucharin o Ochoa: non si sa se somma abnegazione o supremo
    schiaffo regale,  sul confine sottile fra il sublime e il demential di
    questa storia di chiaroscuri tra eroismi e miserie,  demoni  meschini,
    grandi abiezioni e riscatti...
    Avvocato  anche,   dicevo.   Nel  senso  di  caricato  della  tremenda
    responsabilit 'locale' di vincere quella partita a  scacchi,  con  in
    palio  la  morte  o  la  salvezza  di  un altro,  e al contempo con la
    corresponsabilit di non vincerla comunque,  pagando qualsiasi prezzo,
    magari consolidando anche un solo precedente a danno di qualcun altro,
    o di tanti.
    E  sapendo  -  e  gestendo  la contraddizione di essere obiettivamente
    anche,  sotto quella toga,  parte e ad esso necessaria - del rito  del
    processo,  dunque  della  legittimazione,  che  sapeva  (non  come  il
    semplicismo dell'estremismo volgare non a caso  rovesciatosi  nel  suo
    contrario apparente) - che sapeva non essere 'metafisicamente' fondata
    'in assoluto',  ma al tempo stesso non essere mero posticcio, orpello,
    bens cerchio da far quadrare anche per loro  -  certo,  con  tutti  i
    mezzi  ma  anche  con  alcuni limiti dati dal bordo oltre il quale c'
    'controproducenza': sapeva cio,  che la produzione e ri-produzione di
    legittimazione   risultato dei rapporti di forza,  ma che questi sono
    complessi,  e la legittimazione ne  elemento  costitutivo  quando  si
    pretende  alla sua detenzione in regime di monopolio,  quando la forma
    specifica che la forza assume si chiama legalit, che ne definisce una
    specificit,  diversa - e  per  molti  versi  pi  complessa  e  anche
    terribile - da quella esercitata dalla banda pi forte.
    Il  contro-rito  delle revoche,  nella sua partenza ragionativa (salvo
    considerazioni specifiche), Sergio lo conosceva bene.
    Credo che,  finch ha messo una toga,  non sia stato mai opportunista,
    n    mai    talmente   "rivoluzionario"   (cio,    melanconicamente,
    "rivoluzionarista"...) da non disturbare nessuno; da regalar 'manches'
    al potere giudicante (come altri,  tutti presi dall'esibizione e dalla
    pedagogia  di  un  "peggiorismo" che non  nemmeno ragionato al limite
    esposto alla critica di cinismo o "nichilismo" quanto lo   stato  per
    esempio  il  Marx  del  18  Brumaio;  ma  che oscilla tra narcisismo e
    compiaciuta o voluttuosa giubilazione del negativo...  solo che qui il
    gioco  non   condotto sulla propria pelle,  n in scena;  e i caduti,
    poi, non si rialzano dopo il 'finale di partita').
    Quando questo gioco di specchi e di massacro Sergio non  lo  ha  retto
    pi, da uomo di parola ha rovesciato il tavolo, e comunque si  alzato
    e se ne  andato. (...)
    Chiss  se  Sergio  avrebbe  fatto  l'errore  (o,   per  chi  cos  lo
    penserebbe,  se avesse avuto il  brechtiano  eroismo  di  giungere  al
    "sacrificio estremo dell'abiezione"), di fare il giustiziere oltre che
    il  Partigiano,  l'avvocato partigiano ( la "partigianeria" - che qui
    di quella si tratta,  non di partigianit -    tutta  diversa  quando
    accusa e quando difende!). Io non lo credo. Non credo proprio.
    Certo, l'ascaro dei furfanti, degli occultatori, di quelli che lo sono
    talmente dall'essere magari in buona fede, dunque capaci di tutto, non
    lo avrebbe fatto.
    E  ho ragione di creder proprio,  che si sarebbe preoccupato piuttosto
    di attaccare i nemici di domani,  i  poteri  che  montano,  invece  di
    correre in loro soccorso a tirar calci dell'asino.
    Credo proprio che Sergio - a parte i contenuti specifici, e il dove si
    mette "la barra",  questione tutta da vedere - avrebbe preferito avere
    il nemico di fronte,  che averlo alle spalle,  in culo e -  quel  ch'
    peggio - in testa, come un cancro nel cervello.
    La differenza, semmai, tra noi  che lui pensava in termini batterici,
    mentre il carattere  virale dunque pi complesso: ma  differenza che
    paga,  interpretando  un'altra  'figura'  che  tragicamente incarna il
    doppiosenso della parola "comunista": tant' che muore in  nome  e  in
    parte  notevole  come vittima (a cominciare da quella morte civile che
    non ha fatto vivere, pubblicandola,  la sua lettera che oggi prende un
    senso di testamento) di questo stesso bi-, e poli-, senso. (...)
    Sergio, della 'lega' nobile che son comunque restati rivoltosi.
    Nel suo caso,  l'equivoco  rimasto nel nome.  E se,  anzi,  poi che -
    come noi pensiamo da tanto  sempre pi - quello istituzionale e, come
    dire,  cerimoniale,  non ,  nel suo caso,  "consequentia  rerum",  il
    vecchio  Moro  di  Treviri lo avrebbe annoverato tra i comunisti,  nel
    senso che lui intendeva,  parlando di 'antelitteram',  da  Spartaco  a
    Jean Roux...
    Si  dice che quando si piange per qualcuno/a,  si piange sempre di s,
    si com-piange, in definitiva, se stessi. La cosa non  grave n empia,
    il grave sarebbe non dirlo se del caso, non dirselo, non saperlo o far
    come se...  Dunque,  il saluto con cui lo ricordo non  pu  non  tener
    conto un po' di esser scritto da uno, il giorno del suo compleanno, 47
    anni da quel battesimo 'in articulo mortis', il 26 gennaio del '47...
    Del '48,  poi,  che viene dopo,  si  detto "Mille volte maledetto dai
    borghesi"....



    Testimonianze al Progetto Memoria.

    - Non ne sono state prodotte.










    ALESSANDRA D'AGOSTINI.


    Note biografiche.

    - Alessandra D'Agostini nasce a Torino, il 10 luglio 1947.
    - consegue una Laurea, a Torino.
    - lavora come insegnante di ruolo.
    - viene inquisita il 12 marzo 1984 per  le  Brigate  Rosse  -  Partito
    della Guerriglia.
    - per sottrarsi all'arresto va in esilio a Parigi.
    - viene processata, con sentenza del 16 ottobre 1984, a Torino.
    -  viene  arrestata  a  Fresnes,  in  Francia,  il 20 settembre 1985 e
    rilasciata poco dopo.
    - muore di tumore, a Parigi, nell'agosto 1994.



    Scritture di Alessandra D'Agostini.

    - Alessandra D'Agostini, Lettera dall'esilio, Parigi 1984.
    Per Pap, Dego, Zancan e Guidetti Serra.
    Alcune premesse,  prive di rilevanza per il processo,  ma utili  spero
    per  comprendere  il  mio  punto di vista rispetto: processi,  difesa,
    dichiarazioni...
    La norma morale  molto pi vasta di  quella  giuridica  e  moltissime
    cose: la piet,  la liberalit, la umanit, la giustizia, la fede, non
    si trovano nelle tavole della legge...
    Personalmente non  credo  ai  processi  e  non  credo  alla  giustizia
    (neppure  a  una  giustizia  proletaria  che  non  sia espressione del
    superamento dei rapporti di forza) che si esprime attraverso le  leggi
    e   i  codici,   i  tribunali  e  le  condanne.   Questa  giustizia  
    semplicemente una necessit storica di difesa di ci che gi c' e  di
    ci che ancora non .  Con questo non voglio negare l'importanza della
    necessit e delle sue implicazioni ideologiche,  ma  voglio  piuttosto
    sottolineare  la  mia  estraneit  mentale a questo momento della vita
    sociale.  Credo che il processo sia un  momento  in  cui  parte  della
    societ  (piccola  o grande non interessa) esercita forza su uno o pi
    individui in nome di un principio o legge che appare trascenderla.  E'
    solo  la forza della societ che giudica.  Ora,  nel momento stesso in
    cui viene istituito il processo,  il gioco,  in un certo qual senso  
    gi fatto e segue il suo corso.
    Il  processo    un  momento  di debolezza e di dipendenza storico per
    l'accusato e la parte che rappresenta,  difficile quindi poterlo anche
    solo  lontanamente  pensare  come  momento  di  forza o luogo dove pu
    essere applicato altro che il rapporto di forza dato.  N credo che il
    tribunale  sia il luogo per far sentire la propria voce,  visto che ci
    arriva gi soffocata e manipolata.
    Credo che l'imputato (lasciato inalterato quanto sopra detto) debba  e
    possa  essere  difeso  in modo tecnico perch penso che all'interno di
    ogni linea di tendenza ci siano e si sviluppino delle contraddizioni e
    con esse si aprano spazi e possibilit che possono essere  utilizzati.
    (Ogni  societ  per  applicare  la "giustizia" pretende di "provare" i
    reati).
    Mi  oppongo  al  fatto  che  oggi  gli  avvocati  siano  costretti  ad
    avvalersi,  pur difendendo tecnicamente gli imputati, di dichiarazioni
    che finiscono per valere molto pi di un'ottima difesa. Sono contraria
    perch si ritorna in un ambito politico che   lo  stesso  ambito  che
    l'accusa  aveva  a  suo  tempo  rifiutato  e  che  ora  impone in modo
    mistificato perch di suo segno.
    In altre parole se il processo non pu essere  che  processo  politico
    perch  accettare  ci  che impone la controparte?  Penso che si possa
    essere battuti, processati, condannati,  ma che non si debba mai e per
    nessun  motivo  alimentare  la  parte  che  ci  condanna,   alimentare
    all'inverso il rapporto di forza che  si  stabilisce  al  momento  del
    processo.
    - E inoltre -
    Sono  contraria  al  mare  di  dichiarazioni  che seguitano a prodursi
    perch in esse vedo una delle pi abili messinscena del potere, in cui
    l'individuo,  gi privato della libert,  e quindi  in  uno  stato  di
    inferiorit,  viene  costretto  a  barattare  le  ultime  cose che gli
    rimangono.
    - E inoltre -
    Credo che le richieste di dichiarazioni di vario tipo siano una  forma
    di  ricatto,  in  quanto  ciascun  individuo  si trova solo con la sua
    coscienza a stabilire il limite oltre il quale non  pu  andare  senza
    dannarsi  storicamente,  e  fino  al quale pu spingersi per salvarsi.
    Sono contraria alle dichiarazioni perch in esse non si  rileva  altro
    che un nuovo confine ed un nuovo limite.
    Credo e penso che il comportamento pi serio sia, soprattutto oggi, il
    silenzio.
    Ora,  in questo processo,  con me vengono giudicati ragazzi pi o meno
    giovani, tutti comunque pi giovani di me e tutti in carcere.
    Io credo di trovarmi in una posizione socialmente ed  esistenzialmente
    molto privilegiata. Credo (vista la mia libert) che se su qualcuno si
    pu  far  pesare  un  po' pi di responsabilit sia su di me che lo si
    debba fare.  Invito i miei avvocati  a  tenerlo  presente,  li  invito
    inoltre  a indicarmi come farlo,  sapendo che da parte mia,  in questo
    senso, c' una completa disponibilit.
    Chiedo inoltre agli avvocati,  in termini radicali,  di difendermi  in
    modo  tecnico,  senza  far  appello ad alcuna forma di dissociazione o
    consimili.
    Mi riservo di farvi avere, al pi presto,  un mio possibile scritto da
    utilizzare al processo.
    A Dego e a pap mando un bacio grosso grosso. Vostra Dadi.
    Alla Guidetti Serra e a Zancan la mia stima.



    Documenti  prodotti  da  organizzazioni  armate  per  la persona o per
    l'evento in cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.



    Documenti prodotti da gruppi sociali per la persona o per l'evento  in
    cui ha incontrato la morte.

    - Non ne sono stati prodotti.
    Testimonianze ricordi poesie manifesti.

    - Non ne sono state prodotte.



    Testimonianze al Progetto memoria.

    - Non ne sono state prodotte.


    Nota.
    La  notizia  della morte di Alessandra D'Agostini  giunta al Progetto
    memoria quando questo libro era ormai in fase di chiusura.  La ricerca
    di  testimonianze per ricordarla ha quindi risentito dei margini molto
    stretti di tempo. Di questo ci scusiamo con tutti.






    COME NASCE IL PROGETTO MEMORIA.

    La ricerca che abbiamo chiamato Progetto Memoria  nasce  nel  1991  su
    iniziativa  di  alcuni  prigionieri politici,  per dotare di strumenti
    conoscitivi la  riflessione  collettiva  sull'esperienza  della  lotta
    armata  di  sinistra  che  ha  attraversato l'Italia dal 1969 al 1989,
    documentandone la consistenza, i contenuti ed i percorsi.
    Questa iniziativa si afferma grazie alla collaborazione di  decine  di
    persone  che  inviano  documenti,  atti,  informazioni,  testimonianze
    oppure contribuiscono a sostenere i costi  economici  del  lavoro.  La
    ricerca  si  serve di un ipertesto che prevede una distribuzione delle
    informazioni per archivi, collegati fra di loro attraverso dispositivi
    che consentono di richiamare rapidamente  l'uno  o  l'altro  aggregato
    d'informazioni. Il materiale sin qui raccolto  disponibile perci sia
    in  forma  cartacea  (atti  processuali,   documentazioni  relative  a
    organizzazioni o eventi particolari) che  elettronica  (essenzialmente
    l'elaborazione  dei  dati  socio  statistici  relativi  a  pi di 4000
    inquisiti e schede di riferimento per qualche centinaio di processi).
    "La mappa perduta"  il primo titolo della collana  Progetto  Memoria,
    nata   per   rendere  visibili  e  fruibili  socialmente  i  risultati
    conseguiti dal lavoro di ricerca e "Sguardi ritrovati" il secondo.  La
    pubblicazione  di questi volumi  stata possibile grazie all'impegno e
    alla fiducia di molte persone che hanno preacquistato e prevenduto per
    noi una o pi copie dei due libri.




















    COME PROSEGUE IL PROGETTO MEMORIA.

    La ricerca ha per oggetto gli inquisiti di sinistra per banda armata o
    associazione sovversiva:  la  loro  collocazione  sociale  e  la  loro
    elaborazione culturale all'interno dell'esperienza armata.
    Il  Progetto  Memoria  aggiorna  semestralmente  l'elenco  nominale  e
    numerico degli inquisiti tuttora detenuti,  considerando per  ciascuno
    il  tipo di pena inflitta in sede giudiziaria (se una pena temporale o
    un ergastolo),  la durata nel tempo di vita (calcolata sull'entrata in
    carcere)   e   la  forma  della  carcerazione  (totale,   semilibert,
    ammissione al lavoro  esterno  o  sospensione  pena).  La  ricerca,  a
    carattere storico,  documentario,  non pu infatti eludere il problema
    rappresentato dal permanere della condizione di non libert per  circa
    350  persone,  fra  esuli e prigionieri,  nonostante gli eventi cui le
    pene si riferiscono siano ormai storicizzati.  I ricercatori,  in  tal
    senso,  ritengono  doveroso  evidenziare  tale  irrisolto politico nei
    mondi che questo lavoro  incontra,  sostenendo  la  necessit  di  una
    soluzione  definitiva,  volta  alla liberazione di tutti i prigionieri
    politici, compreso il rientro degli esuli.
    Al fine di approfondire ed estendere l'informazione sin qui presentata
    con i primi due volumi, il Progetto Memoria sta lavorando alla ricerca
    dei documenti certamente attribuibili alle organizzazioni considerate,
    nella convinzione che sia un buon metodo avvicinarsi ad  un'esperienza
    partendo dall'elaborazione di senso che chi la vive ne da, nel momento
    in  cui  la vive.  In questa chiave i documenti,  gi citati nel primo
    volume,   "La   mappa   perduta",   alla   voce   Bibliografia   delle
    organizzazioni,  costituiscono  una preziosa traccia per la conoscenza
    del fenomeno armato.
    Ci proponiamo la pubblicazione, entro il settembre 1996,  di un volume
    che  consenta  un  incontro con la produzione teorica e politica delle
    formazioni  armate  inquisite  a  suo  tempo.  La  documentazione  che
    costituir  questo  terzo  volume  della  collana  viene selezionata a
    partire da alcuni  criteri  di  fondo  e  una  constatazione,  che  ci
    auguriamo  non  risulti  lesiva  della  completezza dell'informazione.
    Trattandosi di  documenti  d'epoca  non    infatti  sempre  possibile
    reperirli  e  in  taluni  casi  le  fonti che ancora ne dispongono non
    consentono al Progetto Memoria di accedervi.
    I criteri della selezione sono dettati dalla necessit di definire con
    esattezza  la  qualit  dei  documenti  da  pubblicare,   non  essendo
    naturalmente   possibile  proporli  tutti.   Si  tratta  piuttosto  di
    individuare quei documenti che hanno  definito  la  struttura  interna
    dell'organizzazione,  che  ne  hanno  sancito  passaggi  decisivi  (la
    nascita, le eventuali scissioni o lo scioglimento), o che, per forma e
    contenuto, l'hanno caratterizzata in maniera specifica.  Ed inoltre di
    contestualizzarli  a  partire  dagli snodi salienti della storia delle
    organizzazioni che li hanno prodotti.
    Ci proponiamo  con  questo  lavoro  di  rendere  fruibili  socialmente
    documenti  che  la  storia  ha  sin  qui  in diverso modo seppellito e
    occultato.  Riteniamo  che,  attraverso  il  linguaggio  e  lo  schema
    culturale,  i  riferimenti  concreti e simbolici,  possano emergere le
    specificit delle epoche,  delle culture e dei  contesti  attraversati
    dal   movimento   armato.   Altres   ci   sembra  importante  fornire
    informazioni e documentazioni interne ad una storia  ed  un'esperienza
    molto   parlate  e  in  diverso  modo  strumentalizzate,   ma  affatto
    conosciute,  tanto da chi ne  stato in qualche modo - e spesso  anche
    dolorosamente  -  toccato,  quanto  da  chi    nato al mondo in tempi
    successivi.
    Ringraziamo sin  da  ora  tutti  coloro  i  quali,  offrendo  il  loro
    contributo  (i  loro  saperi,  la  documentazione in loro possesso,  o
    altro) consentiranno a questa ricerca di proseguire.

