DOTTOR X
di ANONIMO
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO
REVISIONE DI AMEDEO MARCHINI
DOTTOR X  la storia dei primi passi di un medico giovane e pieno 
d'entusiasmo.  un diario scritto nei brevissimi intervalli di tempo 
che l'autore riusciva a carpire al suo lavoro, e ci si avverte
nella vivacit e nell'immediatezza del linguaggio.
Il protagonista ha annotato giorno per giorno le vicende occorsegli 
nell'importantissimo anno di internato in un grande ospedale: le 
giornate buone e quelle cattive, gli esiti felici e gli inevitabili
insuccessi, i rapporti coi colleghi e coi pazienti. Ne  risultato un
documento di eccezionale interesse, genuino e commovente, che ci
trasporta nel cuore della professione medica.
In un primo tempo, il giovane medico ci appare come un principiante
volenteroso, ma angosciato, che si sente stringere lo stomaco tutte 
le volte che viene richiesto il suo intervento. Lo seguiamo in tal 
modo attraverso i vari reparti dell'ospedale: medicina, ostetricia,
chirurgia, pediatria; vediamo accrescersi la sua abilit e la fiducia
in se stesso via via che egli affronta i pi svariati casi d'emergenza,
che possono andare da una lacerazione al cuoio capelluto a un improvviso
attacco cardiaco.
E, attraverso il suo scritto, apprendiamo come l'anno di internato sia 
il pi importante, nella carriera di un medico, quello che non soltanto 
crea la base della sua esperienza professionale, ma fa di lui un essere
pi saggio e comprensivo. Ecco la lezione che il lettore pu trarre
da questo diario avvincente e profondamente umano.
L'UOMO A PORTATA DI MANO
Questo  il diario dell'anno pi critico della pratica professionale 
di un medico: l'anno del suo internato in un ospedale.
Non si tratta di memorie n di ricordi, ma di un diario vero e proprio,
registrato su nastro durante i dodici mesi del mio internato, dieci
anni fa. Qualche parte di questo diario fu registrata in momenti di
stanchezza mortale; in altre parti si riflettono scoraggiamento, 
delusione, sdegno profondo o esultanza. Non c' niente,
in questo libro, che non sia realmente accaduto, bench molto di
quel che  accaduto non sia stato registrato per mancanza di tempo.
 un documento essenzialmente personale, ma sono convinto che
quel mio anno di internato rappresenti un valido esempio di quello
che  oggi, in generale, il periodo di pratica di un interno.
Quando registrai questi avvenimenti, non avevo la pi pallida idea
dell'uso che avrei potuto farne, ma sentivo che mi si presentava
un'occasione unica per documentare un'esperienza eccezionale. Nella
vita di un medico, nessun altro anno pu essere paragonato a quello
dell'internato, nessun altro periodo ha un'importanza cos vitale per
la maturazione del medico stesso, n esercita un influsso altrettanto
potente sulla sua intiera vita professionale. La pratica ospedaliera e
il libero esercizio della professione, in seguito, non sono nemmeno
lontanamente paragonabili all'internato. E, una volta finito quell'anno,
 tutto un mondo che si perde.
Che io sappia, nessun documento simile  mai stato pubblicato.
E non  diflficile capirne il motivo: il lavoro dell'interno  logorante,
letteralmente senza fine, e il poco tempo libero viene impiegato per
dormire. Soltanto la mia lunga esperienza in fatto di registratori ha
reso possibile la realizzazione di questo diario.
Il punto pi importante  quello del segreto professionale.  obbligo
morale e legale di chiunque si occupi di ammalati, proteggere le
confidenze e la vita privata dei pazienti. Nel pubblicare questo diario,
si  dunque fatto tutto il possibile per evitare che possano essere
identificati i nomi reali, i luoghi, le date e gli eventi. Di conseguenza,
quanto segue dovrebbe essere definito, dal punto di vista tecnico,
"narrativa" .
Ho preferito invece sfidare apertamente altri aspetti del "segreto
professionale". A protezione della pratica medica esiste un antico,
tacito codice di segretezza secondo il quale tutto quello che il profano
non sa  tanto di guadagnato: il lavoro del medico, che tipo d'uomo
sia, come diventi medico, tutto deve restare un segreto, per il pubblico.
Sono convinto che questo sia un atteggiamento errato e indegno
dell'arte medica, di coloro che la esercitano e che persistono 
nell'assumere questo atteggiamento.
Il primo risultato di questa segretezza faziosa  l'immagine che ci
si fa dell'interno. La generazione che ci ha preceduti vedeva in lui
il giovane eroe ardito e altruista, mentre, in tempi pi recenti, 
specie nei drammi alla televisione, lo si  dipinto come un cinico neofita
di una professione corrotta, impegnato a sedurre senza piet infermiere, 
e a svolgere attivit tutt'altro che professionali. L'interno
ride di tutte queste sciocchezze. Sa benissimo di non essere il puro
cavaliere senza macchia e senza paura, ma men che meno un mostro
di cinismo medico.
E allora, che cosa ? Quali sono i suoi veri sentimenti verso i
pazienti e verso se stesso, il suo lavoro e i suoi colleghi? Come si
diventa medico, e a costo di quali sacrifici?
Tutte queste sono domande alle quali bisogna dare una risposta.
Eppure, la sola persona che potrebbe veramente rispondere l'interno 
nel corso del suo periodo di addestramento - si  sempre tenuta in 
disparte, non sapendo, appunto, se fosse pi o meno opportuno 
rispondere. Ma ora, finalmente, si esigono risposte schiette, poich 
ogni anno il novantanove per cento della popolazione del nostro
Paese ha bisogno del medico e, nella stragrande maggioranza dei
casi, si parte dal presupposto che il medico prescelto sappia qualcosa
di medicina applicata. E, per fortuna, chi la pensa cos ha quasi
sempre ragione.
Ma come si pu essere certi della competenza professionale del 
nostro medico?
Negli ultimi due anni di studio, il futuro medico scrive duplicati di
storie cliniche, compie duplicati di esami fisici e giustifica le proprie
diagnosi davanti ai professori. Ma l'ultima parola non tocca mai a lui.
Alla fine dei corsi, egli  medico solo di nome. Soltanto durante
l'anno di internato, sudando e arrancando, assumer la forma e la 
sostanza di medico consapevole. Allora, per la prima volta, graver
sulle sue spalle il peso della responsabilit.
Molti lettori resteranno inorriditi di fronte a quella che sembrer
loro una percentuale altissima di morti e catastrofi tra i pazienti 
dell'ospedale che chiamer Graystone Memorial. In realt, la percentuale
dei decessi era ed  in quell'ospedale di gran lunga inferiore
alla media nazionale: la stragrande maggioranza dei pazienti se ne
tornava a casa pi sana e felice di quando era entrata. Questo diario
sembra talvolta suggerire il contrario, per un motivo molto facilmente
comprensibile: per forza di cose, non potevo registrare che il cinque 
per cento o anche meno di quel che accadeva, quindi non ho
quasi mai parlato dei casi pi semplici. Pare che io abbia scelto i
casi che mi hanno dato le maggiori soddisfazioni o quelli che mi
hanno procurato i dolori pi profondi... e naturalmente i pi dolorosi 
di tutti furono i casi che si conclusero con la morte del paziente.
L'interno , alla lettera, "quello che sta sempre a portata di mano", 
in un ospedale. Abita l dentro, o nelle immediate vicinanze,
e non pu nemmeno uscirne senza essersi prima accertato che
vi sia un altro interno a sostituirlo. Il suo stipendio varia dal
nulla assoluto all'elemosina. Io ricevevo lo stipendio relativamente
generoso di centoventicinque dollari il mese, per un lavoro
che variava dalle ottanta alle centoventi ore settimanali; disponevo 
di un letto gratuito, negli alloggi degli interni, ma mi pagavo i
pasti che consumavo alla mensa dell'ospedale, salvo gli spuntini
dopo le dieci di sera.
L'interno  affiancato nel suo lavoro da un collega pi esperto
che vive pure in ospedale, il "residente"; alle spalle di entrambi c'
un altro medico, appartenente al corpo medico dell'ospedale, di pi
lunga esperienza professionale, che pu essere il medico curante del
paziente, oppure quello che ha l'incarico di sovrintendere alla cura
dei degenti e al lavoro del personale sanitario del reparto.
Quest'ordine gerarchico protegge in una certa misura il paziente da
interventi inopportuni, ma la legge fondamentale del medico praticante,
"Primum, non nocere", viene per forza di cose accantonata durante il
difficile anno di internato. L'interno impara anche attraverso
i propri errori e osservando come essi vengano corretti, se  possibile,
dai medici pi esperti che vigilano sul suo lavoro.
Talvolta, l'interno fa davvero qualche danno. I suoi successi - i
casi in cui egli prende il provvedimento giusto al momento giusto,
salvando cos una vita - sono momenti preziosi per lui; ma, a causa
della sua inesperienza, egli pu anche sbagliare. E se i successi sono
presto dimenticati, non gli  invece concesso di scordare gli errori.
Questo diario, a esempio, non d un'idea esatta della violenta collera
che assal il dottor Fred Kidder la notte in cui il residente medico
e io per poco non gli uccidemmo un paziente, il vecchio Jerry
Dykeman, somministrandogli un farmaco che gli caus un arresto 
respiratorio. Il dottor Kidder (un ometto piccolo e bruno
che faceva pensare a una donnola) ci regal un'ora buona di 
osservazioni sarcastiche mentre noi eravamo impegnati a controllare
il respiro del vecchio Jerry all'autorespiratore, finch l'effetto della
medicina non fu smaltito. E Kidder ancor oggi non ci ha perdonato
la nostra ignoranza di principi di medicina che, a quanto pare, allora
entrambi praticavamo alla rovescia.
I medici non sono mai stati molto propensi a rendere nota questa
parte della formazione di un medico. Ne risulta che la gente non
si rende conto che i casi tipo Jerry Dykeman sono lo scotto che si
deve pagare per avere medici competenti e ben addestrati. Per
quanto ci possa fare spavento,  la pura verit. Bisogna capire
come un medico diventi tale e soprattutto quali siano i limiti umani
delle sue possibilit.
Una volta chiarito questo punto, si capir anche perch i medici
siano tanto gelosi della propria indipendenza e vedano con terrore
qualsiasi passo verso un controllo politico della loro opera; si 
capir perch essi considerino equi i loro compensi, anche se altissimi,
e perch si risentano cos amaramente delle critiche che vengono
loro mosse. Si capir pure perch essi facciano fronte comune contro 
gli attacchi, perch giudichino tanto severamente i medici incompetenti 
che si trovano nelle loro file, e nello stesso tempo siano cos
attenti prima di censurarli. Ogni medico  sempre assillato da questo
pensiero: la prossima volta potrebbe toccare a me.
Con la pubblicazione di questo mio diario, mi sono proposto di
creare una maggiore comprensione fra medici e pubblico. Forse esso
far inorridire alcuni lettori e ne far infuriare altri, ma se 
contribuir, seppure in misura minima, a chiarire gli aspetti di questa
grande e nobile professione, allora ne sar valsa la pena.
MEDICINA 1
Si suole dire, fra gli interni, che, se ti riesce di arrivare in
fondo al primo mese d'internato, puoi dire di avercela fatta.
Quanto possa risultare duro quel primo mese, dipender
dal reparto nel quale si comincer a lavorare e dal medico residente
che si avr come mentore e bambinaia.
Io fui sfortunato per un verso e fortunato per l'altro. Medicina 1
era il reparto pi pesante di tutto il mio ospedale, ma ebbi la buona
sorte di imbattermi in un residente di prim'ordine: il dottor Peter Carey.
La corsa affannosa cominci alla prima ora del mio primo giorno
di servizio e non cess fino al momento in cui passai a un altro 
reparto, e cio due mesi dopo. Gli interni e i residenti uscenti lavorano
fino alle otto antimeridiane del primo luglio, il giorno tradizionale
del "cambio della guardia" nella maggior parte degli ospedali. Al
suo arrivo, il nuovo interno si trova immediatamente sulle spalle la
responsabilit di una ventina di pazienti, dei quali deve imparare
a conoscere i problemi, mentre si occupa contemporaneamente delle
nuove accettazioni. Deve inoltre fare la conoscenza degli altri interni
e residenti, delle infermiere dei piani e dei supervisori di tutti e tre i
turni, nonch di un numero pauroso di assistenti.
E tutto questo nel giro delle prime quarantotto ore. Perch, dopo,
non avr pi il tempo materiale per farlo.
Io non me la sarei cavata senza Peter Carey, che finiva l'anno
di internato e iniziava il suo primo anno come residente proprio nel
giorno in cui io diventavo interno. E nonostante il suo aiuto, le prime
settimane passarono in una confusione spaventosa.
Il Graystone Memorial Hospital, dove ero interno,  un ospedale
privato di media grandezza, in una cittadina meridionale di circa 
duecentomila abitanti, ma l confluiscono pazienti da una zona la cui
popolazione supera il milione. A quel tempo, l'ospedale aveva soltanto
duecentodieci letti, cui se ne aggiungevano altri centosettantacinque 
nella vicina Divisione Pediatrica, ma la qualit dell'insegnamento 
e il valore del corpo sanitario erano di prima classe. Tutti i
pazienti erano affidati alle cure del loro medico privato e gli interni
e i residenti dovevano guadagnarsi la fiducia di questi ultimi, prima
che fosse loro concesso di assumersi molte responsabilit.
Il Graystone era un edificio a sei piani, ognuno dei quali era 
riservato a un particolare reparto. Al piano terreno si trovavano 
l'accettazione, l'archivio medico e il pronto soccorso, dove venivano 
visitati i pazienti esterni. Al primo e al quarto piano c'erano due 
reparti di medicina; il secondo era riservato alla chirurgia; al terzo 
erano ricoverati pazienti di medicina e di chirurgia. Al quinto piano 
si trovava la sala operatoria con tutti i servizi connessi e l'ultimo 
piano, con la sua stupenda vista della citt, del deserto e delle 
montagne nello sfondo, ospitava la sezione di ostetricia.
Ogni reparto era diviso in due ali, settentrionale e meridionale,
separate dalla guardiola delle infermiere e dalla stanza in cui si
tenevano le cartelle cliniche. E ogni piano era provvisto di altoparlanti,
pilastri del sistema di comunicazione e di chiamate dell'ospedale. Era
regola ferrea che ogni medico, qualunque cosa stesse facendo, rispondesse 
immediatamente (o facesse rispondere a suo nome) quando veniva chiamato.
Noi interni finivamo per odiare quegli strumenti, e rabbrividivamo 
ogni qualvolta udivamo il nostro nome. Uno dei miei ricordi pi vivi  
quello della voce tetra e nasale dell'annunciatore che chiamava 
qualcuno nel cuore della notte.
Nelle giornate di sole, il Graystone era un posto gaio e luminoso,
ma, nelle rare giornate grigie, era triste. La notte, esso assumeva
quell'aura irreale, fosca, di catastrofe incombente che grava sempre,
di notte, su tutti gli ospedali. Nei dodici mesi durante i quali esso fu
la mia casa, imparai a riconoscere il cigolo di ogni porta, lo 
scricchiolo di ogni ascensore in salita o discesa; dalla voce e dalle 
risa che echeggiavano nella tromba delle scale sapevo dire quale medico
stesse arrivando o andando a casa. Amavo quel posto, e insieme lo
odiavo. E ancora oggi provo per il Graystone pi amore e pi odio
di quanto mi abbia ispirato un qualsiasi altro mucchio di calce e di
mattoni che mi abbia ospitato.
In tutti i grandi ospedali esiste una netta distinzione fra le quattro
maggiori branche della pratica medica: medicina, chirurgia, ostetricia 
e pediatria. Per tradizione, il servizio medico  il servizio
diagnostico, dominio dello specialista di medicina interna, 
l'"internista", che si secca a morte quando i pazienti lo confondono 
con l'"interno". Anche il chirurgo deve essere un diagnostico, ma, per lo
pi, viene chiamato a consulto dall'internista soltanto quando sorgono 
problemi chirurgici.
Fra l'internista e il chirurgo esiste una rivalit di vecchia data.
Il chirurgo considera se stesso come colui che guarisce con un colpo
di bisturi e disprezza le "pillole, promesse, preghiere e autopsie"
dell'internista, il quale, a sua volta, si considera l'unico vero 
medico e risanatore e ricorre al chirurgo soltanto quando sia 
indispensabile tagliare e cucire.
L'ostetricia, una specialit pi recente della medicina e chirurgia,
ha fatto ormai tali progressi che la morte di una partoriente - un
tempo cosa abbastanza comune - costituisce oggi una grave tragedia
professionale, raramente giustificabile. La pediatria  l'orfanella
della professione: il pediatra  guardato con un certo disprezzo dai
colleghi delle altre specialit per le limitazioni che l'et dei suoi 
pazienti impone alla sua pratica. Ma  anche, sebbene controvoglia,
rispettato, perch i suoi piccoli pazienti sono di un genere tutto
particolare, con problemi particolari che, a dirla franca, spaventerebbero
a morte l'internista, il chirurgo e l'ostetrico.
I dodici mesi d'internato vengono suddivisi fra queste quattro specialit.
Io trascorsi quattro mesi in medicina, cinque in chirurgia,
due in pediatria e uno in ostetricia. In alcuni ospedali, l'interno 
presta servizio per un mese, ventiquattro ore su ventiquattro, al Pronto
Soccorso, ma al Graystone, poich eravarno a corto di personale,
questo servizio veniva semplicemente aggiunto ai nostri altri compiti.
Ogni ospedale ha la sua particolare gerarchia medica. Da noi, essa
era dominata dai medici della famosa Clinica Graystone, adiacente
all'ospedale, che contava circa venticinque luminari di tutte le 
specialit, escluse ostetricia e pediatria, per la maggior parte ricchi di
un'invidiabile fama internazionale. I pazienti di questi professori 
occupavano la maggior parte dei letti dell'ospedale, e i medici della
clinica si facevano la parte del leone per quel che riguardava il
tempo, l'opera e la devozione degli interni. Per molti medici "esterni",
specialmente praticanti di medicina generale, quelli della clinica
non erano altro che una banda bene organizzata di specialisti arroganti,
ma non v'era dubbio che, grazie alla clinica, la qualit del lavoro si 
manteneva, in tutto l'ospedale, a un livello notevolmente elevato.
Al gradino pi basso della scala gerarchica stavamo noi interni.
Anche a causa del modestissimo compenso, eravamo soltanto in cinque,
invece dei normali dieci o dodici, e dovevamo tenerci sempre a 
disposizione di questo e di quello, fino all'estremo limite della 
resistenza; inoltre, trovandoci continuamente nella posizione di 
ricevere lavate di capo, la nostra vita poteva diventare miseranda,
e spesso lo era. Anche a questo, per, c'era un limite: si pu
strapazzare un interno, ma fino a un certo punto; ne risultava per noi 
la curiosa sensazione di essere continuamente buttati a terra con una 
mano e gentilmente aiutati a rialzarci, con l'altra.
Il nostro lavoro aveva due facce: aiutare i medici curanti 
nell'assistenza ai loro malati e, nel corso del procedimento, apprendere
l'arte e la scienza medica. Seguivamo i pazienti dal giorno 
dell'ammissione a quello dell'uscita dall'ospedale, ne scrivevamo la 
storia clinica, tenevamo aggiornate le cartelle, prendevamo nota degli 
esami e delle medicazioni, provvedevamo in mille maniere diverse alle loro
necessit. Eravamo i primi a essere chiamati, quando accadeva un
guaio. Se eravamo in servizio notturno o di fine settimana, non potevamo
per nessun motivo lasciare l'ospedale, e in quei periodi pesava su di 
noi il carico pi grave della responsabilit perch, come ben
sa chiunque abbia a che fare con la professione medica, tutte le 
complicazioni pi gravi accadono inevitabilmente di notte o durante la
fine settimana.
Penso che nessuno lavori pi sodo, per un maggior numero di ore
consecutive e con responsabilit pi gravi dell'interno. Ma, nonostante
tutti i suoi triboli e la pressione ininterrotta che grava su di lui,
egli impara. Assorbe le nozioni attraverso la pelle. Apprende dolorose 
lezioni sui sotterfugi e le crudelt delle malattie che colpiscono
l'uomo. Inoltre, impara a essere umile, paziente, comprensivo e onesto.
Finito il periodo dell'internato, pu accadere che anche un medico
divenga avido, presuntuoso, arrogante, persino crudele. Pu darsi
che avvilisca la propria professione e arrivi al punto di giustificare,
in malafede, le proprie disonest. Cose di questo genere possono 
accadere in tutte le professioni. Ma  degno di nota il fatto che questo
avvenga molto raramente nella professione medica. Le lezioni che
un giovane medico impara durante l'anno di internato affondano radici 
nella sua intima essenza. Per la maggior parte, questi uomini
non potrebbero cambiare nemmeno se lo volessero.
Forse il diario che segue spiegher perch.
IL DIARIO
Luglio e agosto
Venerd, 1 luglio
Il primo incontro dei nuovi interni ebbe luogo nella sala di riunione 
della clinica Graystone, alle sette e mezzo di mattina,
affinch il consueto tran-tran ospedaliero potesse cominciare
alle otto, come di regola. Avrebbe dovuto essere un incontro di
aggiornamento, per presentare i nuovi interni al corpo sanitario,
assegnare gli incarichi e consentire a tutti un orientamento generale.
Ann, mia moglie, mi accompagn all'ospedale, e mi trovai nella sala
delle riunioni molto in anticipo sull'ora fissata. Dall'ufficio del 
personale avevo gi ricevuto la solita circolare per i nuovi arrivati, e 
indossavo gi la giacca bianca di interno, con la targhettina nera col
mio nome appuntata al risvolto.
Poco dopo, cominciarono ad arrivare gli altri: medici personali dei
ricoverati, in abito civile, altri medici in tenuta da ospedale, con la
targhetta recante il nome, e infine i medici della clinica, in lunghi 
camici candidi e con un'aria disgustosamente fresca e vivace, per 
quell'ora. Qualcuno indossava il camice da sala operatoria, ma pi tardi
seppi che, per la maggior parte, i chirurghi, a quell'ora, stavano gi
lavorando sodo, al quinto piano, e avevano semplicemente ignorato
la riunione.
Tutti si accalcarono per le presentazioni; credo che mi furono 
rovesciate addosso almeno tre dozzine di nomi, e non ne ricordo uno.
L'uno dopo l'altro, comparvero gli altri nuovi interni. Conoscevo;
soltanto Alec Ivy, che era stato mio compagno al Johns Hopkins.
Alec, un po' troppo saputello per i miei gusti, non mi era mai piaciuto
molto, ma quella mattina ci salutammo come fratelli che
non si vedessero da almeno vent'anni. Bisognava pure che ci piacessimo,
ora, perch in quell'anno saremmo vissuti tutti a gomito a gomito.
L'ordine nella sala fu subito ristabilito dal dottor Andrew Case,
della clinica Graystone, un omettino che incuteva rispetto e timore
con occhi neri e penetranti, occhiali senza montatura e un muso da
talpa. Con la sua voce autoritaria e tagliente, descrisse a grandi
linee l'organizzazione dell'ospedale, i nostri primi compiti e i
nostri orari.
Credo che nessuno di noi afferrasse gran che di quel discorso.
Ce ne stavamo l a sedere come allocchi, consci che, nella sala, tutti
guardavano noi e altrettanto consapevoli che, da qualche parte, sopra 
le nostre teste, ci aspettava un grande ospedale pieno di pazienti
e che, allo scoccare delle otto, noi cinque saremmo stati i soli 
interni in servizio.
All'universit, i nostri compiti nella cura degli ammalati erano
stati una sorta di esercizio intellettuale. Dovevamo soltanto guardare
e imparare, ma ora toccava a noi decidere che cosa fare... e a Dio
aiutare i pazienti se la nostra decisione era sbagliata! Tutta l'immensa
scienza accumulata all'universit ora non pareva pi tale.
Ci sentivamo dei pivellini, quali infatti eravamo, e avevamo molta,
molta paura.
La riunione fu sciolta e i convenuti, per la maggior parte, tornarono 
in ospedale. Io m'incamminai pian piano, senza sapere bene
dove sarei dovuto andare. Quando raggiunsi la porta dell'ospedale, i
piccoli altoparlanti alle pareti cominciarono a chiamare uno dopo
l'altro i medici:  Dottor Slater, dottor Slater; dottor Meadows,
dottor Meadows; dottor Brock, dottor Brock . E poi il mio nome,
bruscamente, due volte di seguito.
 Che cosa devo fare quando mi chiamano?  domandai a un residente 
che passava.
 Prendi un telefono e domandi: "Che cosa c'?" 
Trovai un telefono.  Ha una nuova accettazione alla 403, dottore 
mi annunci la centralinista.  Un paziente del dottor Case, con una
reazione allergica da penicillina. La vogliono subito di sopra. 
Mi avviai verso il terzo piano. Il mio anno di internato era cominciato.
Sabato, 2 luglio
Sono contento di avere comprato il registratore, perch, se
avessi dovuto scrivere a macchina queste note, sicuramente
non ce l'avrei mai fatta. Finch posso starmene disteso a dettare, 
e poi passare i nastri ad Ann perch li trascriva, forse tutto
funzioner, anche se Ann non  certo entusiasta di questo lavoro.
Si  limitata a dirmi:  Cerca di essere piuttosto breve, per; bisogna
che lavori anch'io, se vuoi mangiare . Io ho risposto:  Mmm ,
e tutto  finito l.
Sono da un giorno e mezzo in Medicina 1, e ho gi capito che sar
un lavoro molto duro. Non mi ero reso ben conto di quel che significhi
essere in numero inferiore al normale, tanto pi quando c' tanto 
lavoro che nemmeno la squadra di interni al completo riuscirebbe
a sbrigarlo. Per ben che vada, questo diario sar registrato a spizzichi
e bocconi; tuttavia, se riuscir a mettere in risalto gli avvenimenti 
pi importanti e a essere, nello stesso tempo, assolutamente
onesto, senza fare critiche inutili, forse potr ancora valerne la pena.
Venerd mattina, quando arrivai al terzo piano per vedere il mio
primo paziente, ebbi l'impressione di salire su una scala mobile che
filasse a cento chilometri l'ora. Una volta che si  messo piede sullo
scalino, non c' pi modo di scenderne.
Indubbio che il paziente avesse una reazione allergica da penicillina. 
Il dottor Case gli aveva fatto un'iniezione circa quindici
giorni prima e ora, tutt'a un tratto, il pover'uomo era cosparso,
da capo a piedi, di grandi chiazze rosse, con qualche disturbo alle
vie respiratorie per soprammercato. Aveva gi chiamato il dottor
Case e questi gli aveva consigliato il ricovero in ospedale. Sulla sua
cartella non v'era storia clinica n prescrizioni mediche, e il paziente
stava impazzendo per il prurito. Mi ci volle un'ora per scrivere la
storia e l'esame obiettivo, che buttai gi mentre lo visitavo, e lui
continuava a grattarsi dappertutto, senza tregua.
Sicuramente, il dottor Case desiderava che gli somministrassimo
subito qualche medicina, dissi al paziente, e quindi tornai nella
guardiola delle infermiere, spremendomi le meningi alla ricerca di
tutto quello che si poteva fare in casi del genere. Il mio uomo aveva
sofferto in precedenza di disturbi cardiaci; adesso il suo cuore batteva
all'impazzata e, poich la sua respirazione era faticosa, non mi fidavo
di ricorrere all'adrenalina. L'unico rimedio che mi veniva in mente
era il cortisone, ma non avevo la pi pallida idea della dose opportuna, 
e poi avevo una paura matta a usare quella roba, dopo tutte le precauzioni
che all'Universit ci avevano raccomandato in proposito.
Tentai di telefonare al dottor Case, in clinica, ma non era ancora
in ufficio. Cos, quando arriv un medico fisso dell'ospedale, gli chiesi
consiglio.  Bene, puoi sempre somministrargli un po' di Benadryl; non 
gli far alcun male, anche se aggiungi trenta centigrammi di adrenalina. 
Ma per il cortisone  meglio che aspetti il dottor Case. 
Scrissi la prescrizione e pregai l'infermiera di fare subito un'iniezione
all'uomo, poi mi accinsi a segnare le altre consuete disposizioni
per la cura. In quel momento, entr uno dei residenti, un tipo un
po' buffo con un principio di calvizie e il resto dei capelli tagliati a
spazzola, che si present come il dottor Pete Carey, mio residente
di Medicina 1.
Gli dissi del nuovo paziente.  Bene, andiamo a vedere come sta 
ribatt lui. Tornammo alla camera 403 e, in circa dieci minuti, Carey 
fece all'incirca quello che io avevo fatto in un'ora.  La prima
volta che qualcuno le si avvicina con una siringa  raccomand al
paziente,  gli dica che lei  fortemente allergico alla penicillina. Ci
vorr probabilmente una settimana per sistemare questo guaio...
se la buona sorte l'assiste. 
Mentre tornavamo alla guardiola della infermiere, Carey mi disse
che, probabilmente, avevo fatto bene ad aspettare per il cortisone
ma che senza dubbio il dottor Case lo avrebbe prescritto, perci ne
ordin una buona dose, da somministrare met per iniezione ipodermica 
e met endovena.
Frattanto, le infermiere del primo piano, saputo che ero il nuovo
interno di Medicina 1, presero a convergere su di me con una fila
di richieste disparate. Il dottor Gillies aveva ordinato una puntura
lombare al paziente della camera 203; al 221 c'era da fare una fleboclisi 
(tutti i medici del reparto ci avevano provato, ma nessuno era
riuscito a inserire l'ago); il paziente della 216 soffriva di torcicollo.
poi Carey fu chiamato e scapp via di corsa, raccomandandomi di
andare a cercarlo dopo pranzo, perch voleva mettermi al corrente
sul conto di alcuni pazienti, cio fare il "giro delle cartelle", come
lo defin lui. Io scesi per dare un'occhiata alla paziente della fleboclisi.
Era una piccola signora di ottant'anni, che aveva avuto un infarto
e che doveva essere nutrita per endovena perch non riusciva a
deglutire. Impiegai un quarto d'ora a passare col laccio emostatico
da un arto all'altro, alla ricerca di una vena possibile. Finalmente,
riuscii a inserire l'ago nella vena di un piede e a far passare il 
liquido.
Avevo appena terminato, quando udii il mio nome all'altoparlante:
al Pronto Soccorso c'era un infortunato con una lacerazione al cuoio
capelluto. Mi precipitai dabbasso e trovai un giovane muratore che
era stato colpito al capo da un mattone caduto dal vassoio di un
compagno. Il colpo gli aveva aperto una ferita lunga cinque centimetri,
che aveva sanguinato abbondantemente, ma l'uomo non era svenuto.
Mi ci volle mezz'ora per ricucirlo, mentre lui si lamentava amaramente 
per tutti quei bei capelli che ero stato costretto a radergli. Allora
mi venne in mente quel che era accaduto a un tizio che avevamo
visto al Johns Hopkins: mentre tornava a casa dopo una sutura
al cuoio capelluto, era stato colpito da emorragia cerebrale; era 
svenuto e, cadendo, si era fratturato il cranio. Era morto in seguito
alla frattura. Mi domandai se fosse il caso di ricoverare il mio muratore
per accertare l'eventuale esistenza di lesioni endocraniche, quando 
l'altoparlante mi chiam di nuovo e la centralinista mi domand
se sapevo che alle nove precise avrei dovuto trovarmi al quarto
piano per fare il giro col dottor Gillies (ora erano le dieci e mezzo).
Pregai dunque l'infermiera di portare il paziente a fare una radiografia 
al cranio e di trattenerlo poi per almeno un'ora l al Pronto Soccorso,
prima di lasciarlo andare per i fatti suoi.
Poi salii di corsa al quarto piano e trovai il dottor Gillies, un uomo 
alto e magro, con un accento raffinato e un altissimo concetto di
s, che stava finendo il suo giro mattutino di visite, accompagnato da
uno stuolo di giovani medici. Specialista delle malattie del fegato,
spiegava a un gruppo di residenti e di interni come distinguere fra
un'itterizia provocata da epatite virale e un'itterizia causata da un
calcolo che ostruisce il condotto biliare. Pensai di scusarmi per il
ritardo, ma, riflettei poi, avrebbe dovuto immaginarsi che dovevo
avere un motivo valido. Per continuai a sentirmi stupido: il mio
primo giorno di ospedale e non sapevo nemmeno che si facesse il giro!
Poco dopo, il dottor Gillies propose che si continuasse la discussione 
al bar dell'ospedale, davanti a una tazza di caff, ma Pete mi trasse
in disparte.  Sar meglio che lo lasciamo perdere, quel caff 
disse.  Abbiamo troppo da fare. C' quella puntura lombare alla
203. Ne hai gi fatta qualcuna? 
Ne avevo gi fatte durante il turno di anestesia, all'universit, ma
risposi: Sar meglio che stia a guardare te mentre fai questa.
Scendemmo di nuovo al primo piano. Mentre faceva la lombare, Pete 
mi istru su un altro paio di casi difficili, e aggiunse, con aria 
indifferente, che per quel pomeriggio si aspettavano almeno sei nuovi
ricoveri, una notizia che mi fece venire la pelle d'oca. Poi mi 
condusse a vedere altri due pazienti, dopo di che era mezzogiorno, e
decidemmo di ritrovarci dopo pranzo al primo piano, per finire
il giro regolamentare dei pazienti a noi affidati.
Dopo pranzo, Pete Carey e io osservammo insieme le cartelle cliniche 
di una ventina di degenti, ma Pete dichiar che, di quelli, si 
sarebbe occupato lui; io avrei dovuto occuparmi pi da vicino dei nuovi
ricoverati. Ne arrivarono otto, a cominciare dall'una e mezzo del
pomeriggio; e quando mi sentii chiamare quattro volte in un quarto
d'ora per l'arrivo di nuovi pazienti, sapendo che avrei dovuto dedicare
a ciascuno almeno un'ora per la prima visita, cominciai a domandarmi
perch mai, per le notti di guardia, ci mettevano a disposizione 
una camera con un letto!
Quando un interno redige una storia clinica, ci impiega un'eternit
perch non osa correre il rischio di trascurare il minimo particolare.
Si comincia col "sintomo principale" che ha portato il paziente 
all'ospedale, e si continua con la storia particolareggiata di tutti 
gli aspetti della malattia in corso. Quando questo campo  stato 
rastrellato e arato a fondo, si comincia la storia cronologica completa 
di tutte le malattie passate del paziente, di qualsiasi genere e tipo,
insieme con quella delle malattie principali dei suoi genitori, nonni, 
fratelli e sorelle. Poi viene il "ripasso generale", un'accurata indagine
alla ricerca di eventuali sintomi cardiaci, polmonari, nervosi, eccetera, 
che il paziente potrebbe aver trascurato di menzionare. Allora, e soltanto
allora, si pu passare al vero e proprio esame fisico... che pu condurre 
alla redazione di una nuova storia supplementare. Un clinico esperto
impara a scoprire tutto quel che gli abbisogna in quindici o venti 
minuti, ma il primo comandamento di un interno : "Non trascurerai di 
rivoltare nemmeno una pietruzza".
E tuttavia, a volte mi sembra che una diagnosi sia per met puro e
semplice azzardo e per met magia. Si redige una storia clinica e
si fa l'esame obiettivo con gli occhi bene aperti per scoprire le 
bandierine rosse del pericolo. Alla fine se ne scopre una da qualche parte
e si comincia a scavare in quella direzione. Mi  accaduto di passare 
attraverso quaranta diagnosi diverse nel giro di dieci minuti,
e di trovare ogni volta almeno un ottimo motivo per scartarle.
Con l'aggiunta di altre due chiamate dal Pronto Soccorso finii di
esaminare l'ultimo paziente alle nove e mezzo di sera. Tutt'a un tratto
subentr un'immensa quiete e Pete disse: Bene, ti passo le consegne 
e me ne vado a casa . (Abita proprio di fronte all'ospedale.)
 Ma chiamami, se c' qualcosa che ti preoccupa. 
Poi mi consigli di fare un ultimo giro in ogni piano, prima di andare 
a letto, per controllare che tutti dormissero. Mi sarei cos risparmiato
parecchie chiamate.  Queste infermiere ti stenderebbero morto, se 
glielo permettessi  disse.  Sono capaci di aspettare fino
a mezzanotte per un paziente al quale non sono stati prescritti
sonniferi, e alla fine ti chiamano per domandarti che cosa devono fare. 
Seguii il suo consiglio e feci il giro di tutti i piani, poi scesi alla
mensa, nel seminterrato, dove, cos mi avevano detto, c'era sempre
a nostra disposizione una cena gratuita. E cos era infatti: carne
fredda e una pentola bollente di avanzi cotti e ricotti. L'unico cliente
a quell'ora era un giovanotto che si present come il dottor Morton
Silver, un esterno. Masticava una fetta di salame e beveva caff, quando 
io comparvi.  Che giornata!  esclamai, e lui mi rispose con un
sogghigno. Erano le dieci e mezzo di sera.  Te ne vai a nanna,
ora? Sei fortunato. Io devo fare ancora sette visite private.  Prese
un altro pezzo di salame e se ne and masticando.
Quando risalii agli alloggi degli interni, al pianterreno, mi sentivo
assolutamente a pezzi, perci decisi di concedermi il lusso di una
bella doccia calda. Deliziosa! L'unico guaio fu che mi chiamarono
due volte mentre la facevo (c'era un altoparlante anche nel bagno,
porca miseria!) e in entrambi i casi perch prescrivessi sonniferi, e
tutte e due le volte le chiamate provenivano da piani che avevo 
appena visitato, proprio per controllare che a tutti i degenti fossero
stati prescritti sonniferi.
Poi, intorno all'una, cominciarono ad arrivare le chiamate notturne. 
Credo che, fra l'una e le quattro, tutti e tre i reparti di medicina 
chiamassero almeno un paio di volte, con perfetta sincronizzazione, 
cos da lasciarmi giusto il tempo di riaddormentarmi dopo una chiamata,
prima che arrivasse quella successiva. Si aveva l'impressione che le
infermiere del turno di notte (che arrivavano fresche, arzille e
giulive alle undici) fossero convinte che l'interno se ne stesse 
seduto buono buono vicino al telefono, in attesa di uno
squillo provvidenziale! Qualcuno mi aveva detto che l'interno appena 
arrivato doveva, fin dalla prima notte di turno, fare una bella
scenata per quelle chiamate, cos da levare loro la voglia di insistere,
altrimenti quelle brave donne avrebbero inventato ogni sorta di
pretesti per farlo correre tutta la notte.
Alle quattro di mattina mi chiam la capo infermiera per avvertirmi 
che il dottor Fuller aveva fatto ricoverare d'urgenza un malato, a
quanto pareva colpito da un grave collasso cardiaco con edema 
polmonare (aveva cio i polmoni pieni di liquido), e che desiderava fosse
subito visitato dall'interno e dal residente di Medicina 1, di cui
Fuller era primario. Mi infilai i calzoni e salii subito al quarto piano;
l trovai le infermiere che tentavano, alla lettera, di far risuscitare
il paziente, un uomo sulla sessantina, che stava seduto sul letto, 
sorretto da un cuscino, appena appena cosciente, e boccheggiante come
se ogni respiro dovesse essere l'ultimo. Aveva il viso grigiastro e
le labbra paonazze, e a tutta prima pensai che avesse avuto un attacco 
apoplettico, perch gli sgorgava dalle labbra una schiuma biancastra.
Poi mi resi conto che si trattava invece di un edema polmonare
in tutte maiuscole: il poveretto era tutto pieno di quella schiuma
che gli rigurgitava dai polmoni.
Qualcuno aveva avuto la presenza di spirito di portare nella camera 
l'apparecchio per l'aspirazione. Afferrai il tubo, lo ficcai in
una narice del malato e glielo spinsi gi per la trachea, poi cominciai
ad aspirare. Il cuore gli batteva a circa centoquaranta pulsazioni al
minuto (invece della media normale di settantadue), perci dissi 
all'infermiera di notte che sarebbe stato meglio chiamare immediatamente 
il dottor Carey. Applicai un laccio emostatico alle gambe del
malato, per tagliare fuori il circolo venoso, e ordinai che gli 
somministrassero immediatamente, endovena, una fiala di aminofillina, poi
gli domandai se gli avessero gi dato della digitale (il vecchio, 
classico rimedio cui si ricorre per sostenere un cuore ammalato), e 
l'uomo scosse la testa, disperato. Perci ordinai che, subito dopo 
l'aminofillina, gli si iniettassero, endovena, anche due fiale di digitale.
Le infermiere gli avevano applicato la maschera dell'ossigeno, e
essa si era spostata e ora stava somministrandogli ossigeno in un orecchio.
Decisi di levargliela e gliela sostituii con un catetere nasale e
aprii a pieno volume la valvola del gas.
Qualche momento dopo, comparve Carey, che ordin un centigrammo di 
morfina e aspir altro liquido dai polmoni del malato;
soltanto, lui faceva sul serio: credo che gli ficcasse il tubo nei 
polmoni per almeno una spanna. L'uomo cominci a riprendere colore,
e parve respirare un po' meno affannosamente e con minore fatica.
Pete e io restammo inchiodati accanto al suo letto per almeno
un'ora e mezzo, poi, alle cinque e mezzo, Pete decise di mettere il malato
sotto la tenda a ossigeno e di lasciarlo alle cure del dottor Fuller.
Ormai, erano quasi le sei e io avevo i nervi cos tesi che sarebbe
stato inutile tornare a letto. Scesi perci ai nostri alloggi, feci 
un'altra doccia e mi cambiai gli indumenti intrisi di sudore. Quando
entrai al bar - erano le sette - scoprii che vi si trovava gi una
decina di medici della clinica.
Avevo un'ora libera, prima del giro di visite mattutine, perci
andai a trovare cinque o sei pazienti che non avevo visto il giorno
precedente.
Infine, passai da Keller, l'uomo che aveva l'allergia. Soffriva
ancora di pruriti, ma in forma assai meno violenta, e il suo respiro
era tornato normale. Andai a dare un'occhiata anche a quello dell'edema
polmonare: dormiva come un pargoletto, sotto la sua tenda a ossigeno.
Pete e io eravamo entrambi liberi per la fine settimana: ci avrebbero 
sostituiti Alec Ivy e Randy Brock, il suo residente, un tipo sempre 
teso e preoccupato.
Ero completamente esausto e, quando, alle dieci e un quarto,
Ann venne a prendermi al parcheggio riservato agli interni per
portarmi a casa, fui ben felice di andarmene.
Marted, 5 luglio
Avr una partenza facile, in questo turno, credo, perch ieri
era festa e l'ospedale funzionava secondo lo schema dei
giorni festivi, vale a dire soltanto per i casi di emergenza.
Credo che Alec abbia avuto una fine settimana infernale; era grigio
quando sono arrivato io, ieri mattina alle otto. Mi ha fatto un veloce
rapporto sui miei pazienti, poi mi ha chiesto come avevo passato la
fine se1timana. Gli ho detto che avevo dormito tutta la giornata di
sabato, ero tornato a letto subito dopo cena e avevo fatto tutto un
sonno fino a domenica mattina. Poi Pete e io abbiamo fatto il giro.
Keller reagisce benissimo alla cura, e il malato con l'edema polmonare 
ha l'aria di essere ormai in grado di fare il chilometro lanciato.
Ieri, luned, non ci sono stati ricoveri fino alle quattro e un quarto,
poi ne sono arrivati tre d'un colpo solo. Ho scoperto che impiego
ancora da un'ora a un'ora e mezzo per fare tutto il lavoro relativo a
un'accettazione. Bisogna che trovi il modo di accelerare l'operazione;
Pete mi ha detto che a volte capitano da dieci a quindici ricoveri in
un solo pomeriggio.
Una delle pazienti entrate ieri pomeriggio  la signora Cora Baker,
una donna di quarant'anni, magra come uno stecco, con la pelle
cos tesa sugli zigomi che la sua faccia pare un teschio. Ha perduto
quasi trenta chili di peso nel giro di pochi mesi e riesce appena a 
sollevare la testa dal guanciale. Ce l'ha mandata il suo medico curante,
il dottor Orville Peterson, per stabilire una diagnosi precisa. Peterson
non l'aveva ancora vista, ma  evidente che si tratta di un bel
pasticcio. Pi andavo avanti con la storia clinica, meno capivo che
cosa non funzionasse nella paziente.
Al Johns Hopkins, casi come questo li chiamano TGEP: Tutti Gli
Esami Possibili. Quando ho detto a Pete che non sapevo nemmeno
da che parte cominciare, lui ha risposto che dovevo immaginare che
cosa volesse Peterson: radiografia del torace, conteggio dei globuli
e velocit di sedimentazione, glicemia, uremia e radiografia dello
stomaco, perci se avessi fatto fare al pi presto quegli esami non
avrei sbagliato di certo.
In serata, un paio di brutte lacerazioni mi tenne occupato al
Pronto Soccorso; poi, verso l'una del mattino, quando ero appena
andato a letto, mi cadde addosso una grana tremenda: una paziente
del dottor Flagg, che aveva partorito alle otto e mezzo, nel reparto
di ostetricia, era in preda a una forte emorragia. Il dottor Flagg era
in quel momento all'ospedale St. Christopher, impegnato in un difficile 
parto gemellare, e aveva pregato che qualche medico del Graystone si 
occupasse della sua paziente. Mi buttai gi dal letto e infilai
in fretta e furia i calzoni, cercando di ricordare quel che si doveva
fare a una donna che avesse un'emorragia cinque o sei ore dopo il
parto. Afferrai il Manuale di Merck che avevo sul tavolino della mia
camera, e cercai di trovare qualcosa, mentre aspettavo l'ascensore,
ma non riuscii nemmeno a imbroccare il capitolo giusto. Ero ancora
intontito di sonno, e quando arrivai al sesto piano ero quasi in
preda al panico.
La donna era bianca come una morta, le labbra avevano lo stesso 
colore delle guance. Era cosciente, ma non riuscii nemmeno a
controllarle la pressione sanguigna. Me ne stavo l come un allocco,
pensando: "Buon Dio, questa mi muore dissanguata mentre io sto
qui a tenerle la mano!"
Poi una delle infermiere di notte, che Dio la benedica, mormor:
 Dottore, ho portato i ceppi da choc, se le servono . Si tratta dei
blocchi di legno che si usano per sollevare i piedi in fondo al letto,
allo scopo, appunto, di contrastare gli effetti di uno choc. Mi resi
conto a un tratto che, in quel momento, non era dell'emorragia che
dovevo preoccuparmi; quella donna era in preda a uno choc.  Bene,
mettiamoli  risposi, e due infermiere ficcarono i ceppi sotto i piedi
del letto, che io tenevo sollevato, alzando i piedi della donna a un
angolo di trenta gradi. Poi, mandai un'infermiera a prendere tutto il
necessario per una fleboclisi, e intanto cercai di ricordare che cosa
bisognava fare nei casi di choc da parto. Ero mezzo morto di paura
e furibondo con me stesso. Avevo letto decine di relazioni, ma non
avevo mai assistito a un vero caso di choc, e in quel momento non mi
veniva in mente un accidente di niente.
Ben presto, l'infermiera torn con mille centimetri cubi di soluzione
glucosata al cinque per cento, in un flacone da fleboclisi e disse:
 Dottore, se ha intenzione di fare una trasfusione alla signora, forse
pu prelevarle il sangue per l'accertamento del gruppo sanguigno
e dell'RH prima di inserire la flebo . Una volta ancora aveva salvato 
la situazione: io non avevo nemmeno lontanamente pensato
alla trasfusione! Prelevai il sangue per l'accertamento, poi inserii la
fleboclisi.
Coi piedi sollevati, la donna pareva fosse un po' migliorata. Ordinai
all'infermiera di aggiungere alla soluzione glucosata un po'
di Pitocina (che fa contrarre l'utero).  Quanta ne devo mettere? 
domand l'infermiera.  Bene, quanto basta per bloccare questo utero 
risposi. Allora lei mi disse che di solito ne mettevano una fiala
in un flacone da mille centimetri cubi e io ribattei che andava benone,
e facesse pure cos.
Venne un infermiere a prendere il campione di sangue, poi finalmente
arriv il dottor Flagg, un omone grande e grosso che sembrava un 
peso massimo. Gli raccontai quel che avevo fatto, e lui mi
disse:  Molto bene, ma forse un po' di efedrina servirebbe ad 
accelerare le cose  e ordin anche quella. Infine aggiunse:  Bene, 
grazie dottore, mi scusi se l'ho disturbata .
Tremavo ancora, quando uscii dalla camera. Mentre aspettavo
l'ascensore e ascoltavo il russare sonoro di un paio di pazienti che
dormivano con la porta aperta, per la prima volta mi colp in piena
faccia il significato del mio lavoro come interno: ero responsabile di
quella gente e di quel che accadeva loro. Un'infermiera mi aveva
aiutato a uscire da quel guaio, ma se non ci fosse stato l qualcuno
che sapeva quel che si doveva fare, al momento giusto, quella donna
sarebbe morta nel giro di un quarto d'ora. E a un tratto mi colp
come una mazzata il pensiero che ci sarebbero stati migliaia di casi
come quello, e il medico curante forse sarebbe arrivato in tempo e
forse no, e che al mio fianco forse ci sarebbe stata un'infermiera brava
e intelligente, e forse no.
Mi venivano i brividi soltanto a pensarci. Dio vi aiuti, povera gente,
se mai doveste trovarvi nei pasticci con me accanto. Ma aiuti
anche me! Tornato in camera, tirai fuori un grosso testo di medicina 
e impiegai un'ora e mezzo a ripassarmi il capitolo sulla diagnosi
e il trattamento dello choc. Quando smisi, erano ormai le quattro.
Il marted mattina, salii molto presto al quarto piano, ma il reparto
era gi in movimento, con una quarantina di medici che si
davano un gran da fare. Dovetti quasi aprirmi la strada con la forza,
per arrivare allo scaffale delle cartelle cliniche. Domandai al dottor
Case che cosa intendesse fare col signor Keller e la sua allergia da
penicillina, e lui mi rispose che il paziente poteva andarsene a casa.
C'era gi anche il dottor Peterson, che stava leggendo la cartella
clinica di Cora Baker, la donna che aveva perduto tutti quei chili
di peso. Aveva riempito un'intiera pagina di prescrizioni, in aggiunta
a quel che avevo scritto io. Feci qualche insulso commento sul fatto
che la signora Baker mi pareva davvero ammalata, e il dottor Peterson,
fissandomi attraverso le lenti cerchiate d'oro, ribatt:  Bene
dottore, di solito lo sono, quando vengono qui da noi. Ci che conta
 che non lo siano pi quando se ne vanno, non le pare?  E riprese
a scrivere.
Per tutta la giornata vi fu un flusso continuo di nuove accettazioni.
Dovetti saltare il pranzo e riuscii a liberarmi soltanto alle sette e tre
quarti di sera. Di quel giorno non ricordo niente di preciso, tranne
una piccola vecchia signora, sorda come una campana, che mi costringeva 
a gridare come un dannato per farle capire qualcosa e poi,
ogni volta che gridavo, protestava:  Per l'amor del cielo, giovanotto,
non urli cos!  E parlava con voce cos squillante che sicuramente
dovevano sentirla benissimo anche quelli della sala operatoria. Non
riuscii mai a scoprire che cosa ci facesse, la vecchietta, all'ospedale.
Mercoled, 6 luglio
Ho passato la maggior parte del giorno a girare per i reparti
cercando di scoprire chi avevo ammesso ieri. Oggi, soltanto
tre nuovi ricoverati. Impiego sempre una quantit di tempo
per redigere le cartelle cliniche, ma almeno, adesso, l'idea di entrare
nella camera dei miei pazienti non mi spaventa pi.
Ho imparato che ci sono giri e giri. C' il "giro normale", che 
compito degli interni e dei residenti: vedere ciascun paziente almeno
una volta il giorno, annotare sulla cartella clinica i sintomi in corso
badare che si faccia quel che il medico curante ha prescritto, tenere
d'occhio le tabelle della temperatura, praticare le cure speciali, e
cos via. Ma se non ci si sbriga a completare il giro entro la mattina,
con le nuove accettazioni che si porteranno via il pomeriggio intiero,
si sar costretti a finire il giro a mezzanotte, cosa che non piace
a nessuno.
Poi c' il "giro-lezione", durante il quale si vedono i pazienti che,
secondo il medico del reparto, costituiscono un caso interessante, e
allora si pu stare a discutere anche per un'ora su un unico caso.
E infine c' il "grande giro", altamente istruttivo, guidato da qualche
luminare, coi medici del reparto, quelli degli altri reparti, gli 
studenti di medicina e tutta la compagnia che lo seguono in processione.
Con venti o venticinque pazienti in reparto, mi riesce difficile tener 
dietro a tutto. Mi sorprendo di continuo a pensare che di questo
o di quello si occuper il residente, ed  sempre un duro colpo quando 
mi rendo conto che sono io l'interno incaricato di tutto. Allora
mi si confondono le idee nel tentativo di decidere quali iniziative
posso assumermi o che cosa il medico curante vorrebbe si facesse del
paziente. Di una cosa sono sicuro: non mi accollo tutte le responsabilit 
che dovrei, coi pazienti. Oggi, a esempio, invece di fare il possibile 
per visitarli tutti, mi sono limitato a leggere attentamente le
cartelle di tre o quattro degenti, ho fatto loro una breve visita e ho
annotato i vari sintomi riscontrati.
Fra le nuove accettazioni di oggi, c'era un certo Sperling, un paziente 
del dottor Case, sofferente di un'anemia che va rapidamente
aggravandosi. Ero certo che si dovesse fargli immediatamente una
trasfusione (i suoi globuli rossi erano circa un terzo di quel che
avrebbero dovuto essere), ma Carey obiett che una trasfusione, fatta 
ora, potrebbe confondere i sintomi per un paio di mesi. Case
avrebbe certo voluto fare l'esame dello stomaco, del midollo osseo,
eccetera, prima di prendere provvedimenti per l'anemia. Suppongo
che questo metodo sia giusto, ma quell'uomo era debole come uno
straccio, faticava persino a respirare: non mi andrebbe di lasciarlo
a lungo in quelle condizioni, se fosse mio paziente.
Venerd, 8 luglio
Non sono pi nervoso come una settimana fa. Mi si forma
sempre un nodo allo stomaco, quando vedo un nuovo paziente, ma 
quando lo visito non mi sento pi sperduto come prima.
Oggi, abbiamo avuto una sola accettazione: il signor Casey, un
vecchietto di settantanove anni che ha avuto un infarto. All'infuori
di una paralisi parziale all'arto sinistro del corpo, non soffre di alcun
disturbo.  un vecchio simpaticissimo. Questa volta, invece di andare
da lui con carta e penna, per redigere la storia clinica, alla maniera
degli studentelli di medicina, l'ho interrogato e visitato, poi me ne
sono tornato a scrivere nella guardiola delle infermiere. Mi  sembrato 
che la cosa abbia funzionato benissimo: ricordavo quasi tutto
e invece di riempire le solite quattro pagine, me la sono cavata con tre.
(Sguardo retrospettivo: non avevo ancora capito, a quell'epoca, quale
incredibile quantit di particolari impari a ricordare un medico,
con la pratica. Mentre scorro questo diario, mi stupisco io stesso di
saper ricordare con esattezza le parole di questo o quel paziente,
il suo viso, e in qualche caso persino il colore del pigiama. E si tratta
di pazienti ai quali per anni non ho nemmeno pensato!)
Quanto al signor Casey, per prima cosa gli ho prescritto una dieta
poverissima di sale e ho richiesto una visita dell'oftalmologo.
Poi ho fatto la puntura sternale al signor Sperling, perch il dottor
Case possa decidere se si tratta o no di leucemia. Per questo procedimento
 necessario prima fare l'anestesia locale e poi, usando un
sottile ago seghettato, aprire un forellino largo un millimetro nello
sterno, cos che si possa aspirare con una siringa un campione di
midollo osseo. Ero rimbecillito dalla paura, la prima volta che ne
feci una, all'Hopkins, ma questa  andata benone. Pete  capitato
nella camera prima che avessi finito, ed  sembrato bene impressionato 
dal fatto che io avessi l'aria di sapere quel che stavo facendo.
Disgraziatamente, non devo certo avergli fatto lo stesso effetto
con un altro piccolo procedimento che ho tentato pi tardi. Avevano
ricoverato per ventiquattr'ore un giovanotto che aveva bisogno di
una puntura lombare. Non sapevo nemmeno con esattezza che cosa
cercasse il suo medico curante, ma a ogni modo, gli ho fatto la 
puntura lombare... o quanto meno ho tentato di farla. Ho cercato di
inserire l'ago per tre volte senza successo, mentre il paziente 
protestava con energia, quando  entrato Pete, che al primo colpo ha
centrato il canale midollare. Deve esserci sotto qualche trucco che
io non ho ancora imparato.
Mi aspetta la mia prima fine settimana di servizio: un turno ininterrotto
dalle otto antimeridiane di sabato fino alle cinque pomeridiane di luned.
Luned, 11 luglto
Sono cos stanco e disgustato che non mi si spezzerebbe certamente 
il cuore se fossi destinato a non vedere mai pi il Graystone Hospital. 
Credo di non avere avuto, da sabato mattina a luned sera, due ore 
consecutive senza che qualcuno mi chiamasse per qualche motivo.
Immagino di avere torto ad arrabbiarmi, ma queste infermiere
hanno lo stramaledetto vizio di tirarti gi dal letto alle due di 
mattina per un ricovero d'urgenza poi, quando arrivi, le trovi l 
fresche e allegre, che ti dicono:  Buon giorno, dottore! Come sta? 
E si offendono se rispondi con un grugnito e tiri dritto, con la testa
gonfia come un pallone e le borse sotto gli occhi! Tutta la fine 
settimana  stato un correre su e gi, come un matto, e quelle allegre 
infermiere di notte non hanno certo contribuito a migliorare la
situazione.
Comincio ad afferrare la differenza fra le chiamate "pulite" e quelle 
"sporche". Le chiamate pulite sono cosine rapide, piacevoli e 
interessanti, che si sbrigano in quattro e quattr'otto, senza tante 
difficolt. Le chiamate sporche, invece, sono quelle che possono 
intrappolarti per ore, a lavorare come un negro, in mezzo a preoccupazioni
di ogni genere.
Un bell'esempio di chiamata sporca lo ebbi il sabato, alle due di
notte, quando l'infermiera del secondo piano mi chiam perch andassi 
a dare un'occhiata a una piccola paziente del dottor Larry
Bowler, una bimba di quattro anni, appena operata alle tonsille.
Pareva che andasse tutto bene, quando, a un tratto, la piccola si
era messa a vomitare sangue e aveva avuto un collasso. Salii 
immediatamente e trovai la bimba in condizioni disastrose, e sua madre
seduta accanto al letto. Le infermiere avevano gi telefonato al dottor
Bowler, ma quando chiesi che prelevassero un po' di sangue alla
bambina, per fare l'accertamento del gruppo, e che le praticassero
subito una fleboclisi, mi risposero che sarebbe stato meglio se fossi
stato io, a farlo, perch con una bambina cos piccola non erano
certe di riuscire a trovare la vena.
Sudai per una buona mezz'ora, prima di poter estrarre il sangue
necessario, ma quanto a inserire la fleboclisi, non ci fu niente da
fare. La bimba, spaventata a morte, strillava e si dibatteva come
un'ossessa, cos che, alla fine, dovetti pregare la madre, oramai 
completamente fuori di s, di andarsene altrove ad aspettare, e ordinai
a due infermiere di immobilizzare la piccola. Per poco, non dovettero
sedercisi sopra, per tenerla ferma. Finalmente, potei avviare la 
fleboclisi. Poi, la bimba diede un guizzo, si rotol sul letto e rovesci
un fiotto di sangue sulla mia manica, sulle lenzuola, sul pavimento, 
sul camice delle infermiere, che si precipitarono a tenerle
la testa gi dal letto, per evitare il pericolo che aspirasse sangue
nei polmoni, mentre io mi attaccavo con tutte le mie forze a quel
benedetto ago, riuscendo, non so per quale miracolo, a tenerlo nella
vena.
Intanto era arrivato il sangue per la trasfusione. La feci fare subito, 
e la pressione della bambina sal rapidamente. Fu allora che
comparve il dottor Bowler, un omettino tutto pelle e ossa, con 
capelli rosso scuro, un mucchio di lentiggini e i pi gelidi e indisponenti
occhi azzurri che io abbia mai visto in vita mia. Dopo aver dato
un'occhiata alla gola della piccina, mi disse:  Ma, dottore, non ha
pensato che bastava farla portare subito in sala operatoria e darle
un paio di punti l dietro?  E se ne and, furibondo, a telefonare
all'anestesista perch facesse subito portare la piccola di sopra. Nelle
due ore che seguirono non feci che pensare, inorridito, sudando:
Mio Dio, se quella piccolina morisse ora! Forse avrei proprio 
dovuto portarla di sopra, anche se non ho mai fatto una tonsillectomia
e non ho la pi pallida idea di dove avrei dovuto mettere un punto
in caso di emorragia. Suppongo che avrei dovuto chiamare il chirurgo 
residente e mollare tutto sulle sue braccia, e invece non avevo
saputo pensare ad altro che al collasso di quella povera piccina e a
ficcarle in una vena quel maledetto ago!
Marted, 12 luglio
Oggi ho visitato una paziente del dottor Peterson, ammalata
di colite ulcerosa, una povera donnina dall'aria malinconica.
Carey dice che  il vero tipo della colitica, piccola
e tutt'ossa, con grandi occhi tristi e il petto sempre gonfio di 
profondi sospiri, terribilmente depressa e deprimente. Mentre la visitavo,
non ha fatto che ripetere che lei era una donna inutile, che aveva
trentasette anni, ma ne dimostrava cinquanta (il che era perfettamente
vero), e che sar dimessa dall'ospedale, ha aggiunto, ma solo per
tornarvi a brevissima distanza. Me la sono squagliata in tutta fretta.
Ho scoperto in seguito che il dottor Peterson la curava da tre o
quattro anni, senza ottenere alcun miglioramento durevole. L'unica
volta che, in quegli anni, la colite era parsa recedere, era 
subentrata l'ulcera gastrica.
Mercoled, 13 luglio
Una nota allegra: pare che "Coloro Che Tutto Possono" siano
stati profondamente stupiti dal fatto che gli interni, quest'anno, 
siano stati la met di quel che si aspettavano. Ne
 nata una grossa discussione, al consiglio di amministrazione,
poich  stata avanzata la tesi che, forse, lo stipendio di un interno
 troppo basso. Cos il consiglio ha votato un aumento, da 
settantacinque a centoventicinque dollari il mese.
Una vera fortuna, perch Ann e io, nelle ultime settimane, abbiamo 
tirato avanti faticosamente, senza un quattrino. Quando siamo
arrivati in questa citt, con tutte le nostre suppellettili accatastate in
un rimorchio a noleggio, il nostro patrimonio consisteva in trecento
dollari, o gi di l. L'appartamento ci costa soltanto sessantacinque
dollari di affitto il mese, ma ci siamo sentiti cascare il cuore quando
la padrona di casa ci ha richiesto due mesi di deposito, prima di
firmarci il contratto per un anno. E poi abbiamo scoperto che dovevamo 
comprarci pure una stufa! Ecco perch la notizia dell'aumento ha 
notevolmente rischiarato la mia giornata.
Marted, 19 luglio
Mi pareva di avere tralasciato soltanto un giorno o due di
scrivere su questo diario, e invece  gi passata quasi una
settimana.  incredibile come voli il tempo. Oramai, per
me non c' pi molta differenza tra il giorno e la notte, perch a
volte mi accade di lavorare per cinquanta ore di fila, dormendo
appena si offre l'occasione.
In questo momento, i nostri degenti presentano, in gran parte,
problemi diagnostici, pi che malattie veramente gravi. Il signor
Sperling, l'uomo afflitto da quella fortissima anemia,  appunto un
caso del genere. Gli esami di laboratorio sono risultati negativi, la
biopsia del midollo osseo  risultata negativa, eppure il nostro 
malato continua ad avere soltanto un terzo dei globuli rossi e 
dell'emoglobina necessari. Abbiamo pensato a tutte le malattie possibili:
leucemia, tubercolosi, e chi pi ne ha pi ne metta. Il dottor Case
ha chiamato a consulto Fred Kidder, il quale, cos m' sembrato, ha
qualche oscura idea in proposito, ma io non so assolutamente di
che cosa si tratti.
Poi c' il signor Casey, il paziente che ha avuto un colpo e quasi
ne faceva venire un altro a noi, quando la rituale radiografia del
torace ha messo in evidenza, in un polmone, una massa opaca di un
centimetro abbondante. Cos ora si pone il grosso problema:  un
carcinoma? E in questo caso, l'infarto gli  venuto perch il carcinoma 
si  esteso al cervello? A volte si ha proprio la sensazione di
starsene l, a torcersi le mani e a lambiccarsi il cervello, mentre si
aspetta che succeda qualche cosa.
Venerd  arrivato il primo assegno, quello relativo al periodo dal
primo al dieci luglio, per me: dollari 36,68. Evidentemente, l'ufficio
amministrativo non sa ancora dell'aumento.
La notte di venerd  stata tutta un susseguirsi di chiamate. Tanto
valeva che non mi disturbassi nemmeno a spogliarmi per andare a
letto. Pronto soccorso, sonniferi, di tutto un po'. Alle cinque di 
mattina, mi chiama un'infermiera del reparto ostetricia.  Dottore,
abbiamo una donna in travaglio, che  stata presa da un attacco
d'isterismo, e non riusciamo a calmarla  mi dice. Cos mi trascino
fuori del letto e vado su. Come entro nella camera, la partoriente
mi guarda con occhi omicidi e strilla:  Oh, tanto per parlare chiaro,
che cosa vuole, lei?  Non  isterica,  soltanto scorbutica e antipatica.
La visito, tirandomi addosso un sacco di contumelie a proposito 
della mia moralit, della mia virilit e delle mie abitudini sessuali, 
e scopro che la donna in questione non era affatto in travaglio,
e che perci non c'era nessun problema.
Immagino debba esserci qualche sistema migliore dell'andare fuori
dei gangheri, per trattare gente di quel tipo, ma se c', io non lo
conosco davvero. Si sente una quantit di ammalati dire che non
possono soffrire questo o quel medico; molte volte passano dall'uno
all'altro senza nemmeno darsi la pena di disdire un appuntamento.
Ma credo che gli ammalati non arrivino a capire il fatto semplicissimo 
che anche il medico non possa soffrire qualcuno di loro. Per
la maggior parte, i medici amano il prossimo, altrimenti non farebbero 
il mestiere che hanno scelto, ma sono pronto a scommettere
qualsiasi cosa che tutti, dal primo all'ultimo, hanno qualche paziente
che non possono soffrire. Eppure i pazienti sembrano convinti che
qualsiasi medico essi onorino della propria scelta debba automaticamente 
considerarli simpaticissimi.
M'ero proposto di approfittare della fine settimana libera per 
aggiornare questo diario, ma sabato, quando tornai a casa, ero ridotto
a un cencio, e si vedeva. Ann mise insieme uno spuntino freddo e
tir fuori un mio vestito vecchio.  Andiamo, bimbo  disse.  Si
va a prendere una boccata d'aria fuori citt .
Ci inerpicammo con l'auto lungo una strada di montagna, fra
pini, burroni e fiumiciattoli, e ci fermammo a fare una colazione
al sacco in riva a un torrentello, in un punto dove gli alberi erano
cos fitti che non si vedeva il cielo. Poi, ci rintanammo in un motel
e dormimmo fino alle dieci e mezzo della mattina seguente. La domenica
sera, dopo un'altra passeggiata fra i monti, rientrammo in
citt.  incredibile quel che possono fare il riposo e il cambiamento
di ambiente. Il luned mattina, guardavo con vera gioia alla settimana 
che avevo davanti a me.
Come arrivai all'ospedale, trovai nello schedario quindici nuovi nomi 
col cartellino di Medicina 1. Impiegai la maggior parte delle successive
ventiquattro ore a rimettermi al passo: ricominciare dopo una
fine settimana di vacanza  quasi come iniziare da capo l'internato.
Appresi che il dottor Case aveva finalmente diagnosticato la 
malattia di Cora Baker, la donna dimagrita cos rapidamente: 
stomatite aftosa, una disfunzione nell'assorbimento dei cibi, alla quale
si pu rimediare con la somministrazione delle vitamine B in dosi
massicce. Dopo un paio di giorni di cura, la paziente ha sempre 
l'aria di essere appena uscita dalla tomba, ma dichiara di sentirsi
gi molto meglio.
Il dottor Slater, primario di chirurgia, ha una paziente ammalata
di cancro, irrimediabilmente condannata, la signora Blomberg, che
soffre atrocemente. Oggi, Slater ha chiamato a consulto Cal Cornell,
il neuro-chirurgo, per decidere su un'eventuale resezione dei nervi
spinali, al fine di alleviarle i dolori. A quanto pare, Cornell non si 
mostrato entusiasta dell'idea e ha avuto a questo proposito un 
violento scontro col dottor Slater, nella stanza degli schedari. Io ho 
assistito soltanto all'ultima scena, ma Slater sembrava fuori della 
grazia di Dio: se ne  andato a grandi passi, dichiarando che se Cornell
non voleva fare quell'intervento, ci avrebbe pensato lui stesso. Cornell,
un gigante dall'aria cadaverica,  rimasto seduto l, per dieci
minuti, a fissare la cartella della signora Blomberg, borbottando fra
s e s; poi ha scaraventato la cartella sulla scrivania, senza nemmeno 
finire l'annotazione che aveva cominciato a scrivere.
Luned, 25 luglio
Sabato ebbi un caso veramente difficile. L'infermiera del reparto
mi chiam verso le due pomeridiane perch andassi a vedere una 
paziente del dottor Flagg, una ragazzina di quindici anni in preda 
a un'emorragia allarmante. Nessuno era riuscito a trovare il dottor Flagg.
Era una bambolina molto graziosa, coi capelli neri e lucidi e gli
occhi azzurri, impressionatissima per il fatto di trovarsi in ospedale
e di essere visitata da interni giovani e belli. Era anche in preda a
una forte emorragia vaginale.
Secondo la ragazza, l'emorragia in questione era cominciata come
un fulmine a ciel sereno circa una settimana dopo la fine del suo
ultimo periodo mensile, ma non ci fu verso di cavarle qualcosa che
potesse servirmi per individuarne la causa. Le sue risposte avevano
tutta l'aria di essere sincere, e quando le domandai se pensava di
poter essere in stato interessante, ribatt:  Ma no, dottore; lo vede
bene che non sono sposata!  Insistetti, domandandole se ci fosse
qualche pur remota probabilit e lei, fissandomi dritto negli occhi,
rise ed esclam: Be', non so proprio come avrebbe potuto accadere. 
Quando chiamai l'infermiera del reparto perch mi aiutasse a fare
un'esplorazione con un guanto sterile, la ragazza parve non avere
nulla in contrario, bench fosse evidente che la cosa non l'entusiasmava
troppo. Avrei potuto anche risparmiarmi la pena, perch non
riuscii a sentire niente, tanta era la paura di farle male.
Nel bel mezzo della faccenda, arriv il dottor Flagg. Con mano
leggera come un martello da fabbro, visit la ragazza, alla quale la
cosa non and visibilmente a genio, poi si rivolse all'infermiera e
disse:  Sar meglio farle subito un'ergotina e poi chiamare 
l'anestesista. Devo farle un raschiamento .
La ragazza era incinta di due mesi e aveva tentato di abortire.
Mi sentii un perfetto somaro; anche un idiota avrebbe dovuto sapere
che solo una cosa pu provocare un'emorragia di quel genere in una
ragazzina di quindici anni, checch ne dica lei.
Un altro caso difficile si present sabato sera: una bimba di tre
anni, Sharon Bibble, che avevano portato da una fattoria distante
centotrenta chilometri. Era bianca come uno spettro, e aveva grandi
macchie bluastre sulle gambe e sulle braccia, con una temperatura
di quasi quaranta gradi. Feci la mia diagnosi, potrei dire, ancora
prima di avvicinarmi al letto, e pi tardi il dottor Case la conferm:
leucemia. Cercammo di prelevarle un po' di sangue per averne la
conferma definitiva, e sudammo sette camicie per infilarle un ago
sotto la pelle: pareva moribonda, ma la forza per dibattersi non
le mancava di certo. Il secondo passo sar una biopsia del midollo
osseo; il terzo... lo sa Iddio. Tre settimane fa, Sharon stava 
benissimo, si tratta dunque di una forma galoppante e pu darsi che la
povera piccola abbia a lasciarci presto.
Mercoled, 27 luglio
Riandando con la mente a questo mese che sta per finire,
l'unico punto del quale ho da lamentarmi  la stanchezza,
costante, cronica, irriducibile. Il riposo a notti alterne e
una fine settimana di libert su due sembrano cose bellissime, ma
non riesco mai ad andarmene prima delle sette di sera e, quando
sono di turno, la giornata comincia alle otto di mattina e finisce 
all'una o alle due della mattina seguente. Dopo di che, se arrivo a
coricarmi, posso aspettarmi, quasi con certezza, un numero di 
chiamate variante da uno a sei, prima che arrivino le sei di mattina.
Ieri ho visto il dottor Case e insieme abbiamo guardato il risultato
del conteggio dei globuli fatto alla piccola Sharon.  affetta da leucemia
linfatica e il dottor Case dice che non  il caso di tormentarla
con l'esame del midollo osseo: non servirebbe a nulla. Ora inizier
una cura a base di cortisone; poi, fra un giorno o due, la riempir
di globuli rossi compressi, vale a dire sangue intiero dal quale 
stato centrifugato il siero, cos da poter somministrare al paziente il
massimo numero di globuli rossi nel minor volume possibile. E poi
si comincer, con questa piccina, la lunga parabola discendente.
Dopo, non ho fatto altro che correre su e gi per il resto della
giornata, e sono rimasto alzato quasi tutta la notte; cos ho passato
tutta la giornata di oggi a sentirmi stanco che pi non si potrebbe.
La tentazione di infischiarsene un po'  quasi irresistibile, ma  un
lusso che non ci si pu concedere.
Marted, 2 Agosto
Alle cinque e mezzo di stamane, mi hanno chiamato per
vedere un paziente del dottor Van Wert, il signor Mangano,
un uomo molto vecchio che ha avuto un infarto. Deve essere il 
patriarca di un clan molto influente, a giudicare dal numero
di figli, figlie, nipoti, sorelle e fratelli che hanno invaso l'ospedale
nella scia dell'ambulanza. Van Wert ha telefonato per avvertire che
Mangano ha una paralisi al lato destro, e che io non avrei avuto
gran che da fare, oltre a procurargli un'infermiera privata e a 
badare che respirasse bene.
Tutto  andato benone, sulle prime. Il vecchio signore era in s,
e capace di sorridermi col lato sinistro della faccia. Poi, proprio
mentre stavo finendo di visitarlo, ha emesso un grosso respiro strozzato,
si  stretto convulsamente il petto col pugno sinistro ed  diventato
tutto blu, mentre rantolava:  Oh, che male! Oh, che male! 
Ho sonato per l'infermiera e ho ordinato un'iniezione di morfina
e una bombola d'ossigeno. Il signor Mangano  un vecchietto ottantenne, 
tutto pelle e ossa, ma dotato di una resistenza eccezionale;
ricordo di aver pensato che, se mai avevo visto un caso classico di
trombosi coronaria in atto, era proprio quello. Nel giro di mezz'ora
la morfina ha cominciato a fare effetto, e l'ossigeno ha restituito al
malato un colorito quasi normale, perci ho chiesto alle signorine del
laboratorio di fargli subito un elettrocardiogramma.
Quando  arrivato il dottor Van Wert, il paziente stava ridiventando 
blu e la signorina del laboratorio stava giusto finendo
l'elettrocardiogramma. Il pover'uomo aveva avuto un infarto coi fiocchi
e ora l'elettrocardiogramma mostrava che aveva anche una trombosi
coronaria coi fiocchi. Dopo esserci affaccendati intorno a lui per 
oltre un'ora, con tutte le cure del caso, lo abbiamo affidato 
all'infermiera privata e ce ne siamo tornati in ufficio.  Bene, almeno 
respira ancora  ho detto, cammin facendo.  S, ma non per molto, temo,
figliolo. Per lei ha fatto tutto il possibile   stata la risposta
di Van Wert.
Poco dopo mi hanno chiamato per un ragazzo ricoverato al quarto
piano per epatite virale (una grave malattia infettiva del fegato): un
ragazzetto di diciassette anni che si chiama Rusty Barnes. Aveva
avuto l'influenza, un paio di settimane prima, ma non l'aveva detto
a nessuno, perch stava rimettendo in ordine una vecchia carretta
a quattro ruote motrici per una corsa di resistenza che doveva avere
luogo pochi giorni dopo, e aveva temuto che i suoi gli impedissero
di parteciparvi. Finch, questa mattina, la sua pelle e la cornea
degli occhi sono diventate di un bel giallo e il ragazzo ha cominciato
a spandere intorno a s uno strano odore dolciastro, l'odore 
caratteristico del respiro che si accompagna alle affezioni del fegato. 
Allora suo padre lo ha messo a letto e ha chiamato il dottor Kidder.
Ho impiegato molto tempo a farmi raccontare dal ragazzo tutti i
particolari del caso, pensando ai solventi aromatici e ai diluenti che
pu avere usato per la sua macchina, ma non ne ho ricavato alcun
indizio utile. Me lo stavo lavorando, quando  entrato il dottor
Peterson, che si occuper di questo caso, perch il dottor Kidder 
in ferie. Peterson ha visto il ragazzo e anche i genitori, che se ne
stanno l a torcersi le mani e a cacciarsi fra i piedi di tutti quanti.
Rusty  figlio unico e sua madre ha tutta l'aria della tipica matrona 
volitiva, mentre suo padre, un omino piccolo e timido, sembra
non rendersi ben conto di quel che sta succedendo. Il ragazzo dovr
essere isolato, naturalmente. Peterson, convinto che non si tratti
affatto di intossicazione da tetracloruro di carbonio o altra sostanza
velenosa, ma di vera e propria epatite virale, ha ordinato l'esame
completo delle funzioni del fegato.
Mi  sembrato che Peterson sia stato eccessivamente pessimista
quando ha detto ai genitori di Rusty che il ragazzo  ammalato
molto gravemente. A me non  parso tanto grave: l'ultima volta che
l'ho visto stava scherzando con un'allieva infermierae scartabellando
una rivista automobilistica.
Venerd, 5 Agosto
Con grande stupore generale, il signor Mangano  sopravvissuto
al suo primo giorno di degenza in ospedale. Non ha pi grandi
dolori, ma di tanto in tanto perde contatto con la realt.
C' una paziente che ho seguito molto, ma della quale non ho
ancora parlato: una piccola dolce, vecchia signora che si chiama
Hattie Stevens. Era stata ricoverata per disturbi allo stomaco durante
un turno del dottor Peterson, ma poi si era scoperto che aveva
un'ipertensione galoppante. Quand'era stata ricoverata, la sua 
pressione sanguigna era a duecentottanta di massima e centonovanta di
minima, con feroci mal di testa, disturbi alla vista e cos via.
Le avevo visitato con l'oftalmoscopio il fondo dell'occhio, e avevo
visto la retina tutta ricoperta di emorragie e di cicatrici residuate da
altre emorragie meno recenti. Peterson l'aveva imbottita di luminal
e di rauvvolfia, ma la pressione non si era spostata di una linea;
allora Peterson aveva chiamato il dottor Franklin, che  il braccio
destro del dottor Fuller, e, tutti insieme, avevamo messo in atto una
serie di misure sempre pi energiche per cercare di ridurre quella
benedetta pressione.
Oramai pensavo che tutto andasse per il meglio, perch finalmente
i mal di capo erano scomparsi, la pressione si era abbassata a un
livello ragionevole, l'azotemia andava scendendo, i disturbi della 
vista si erano di molto attenuati. Anche il dottor Franklin sembrava
soddisfatto, ma un giorno, uscendo dalla camera della signora Stevens,
mi disse:  Non si faccia troppe illusioni. Hattie  sull'orlo
della tomba, anche se sembra che reagisca positivamente alle cure .
Quell'uomo a volte mi stupisce. Sembra cos addormentato e apatico,
eppure io credo che in lui bruciasse una fredda rabbia, perch
Peterson aveva sprecato anche soltanto qualche giorno curando Hattie
con medicine non sufficientemente forti. La vecchia signora soffre
di una forma di ipertensione maligna e galoppante, mi ha spiegato
Franklin, e se non ricorriamo a mezzi rapidi ed energici, finir per
squagliarsi sotto il nostro naso. Vuole assolutamente che le manteniamo 
la pressione a non pi di centocinquanta, cominciando con
una cura a base di protoveratrina, un potentissimo ipotensivo e, se
non riusciamo a farcela nel giro di qualche giorno, dovremo pensare
a farmachi ancora pi potenti. Questo potr darle ancora uno
o forse due anni di vita relativamente tranquilla; senza cure non
camperebbe quindici giorni. Naturalmente non lo abbiamo detto a
Hattie; e del resto, dubito che ci crederebbe, se glielo dicessimo. Si
sente tanto meglio!
Il laboratorio ci ha mandato i risultati degli esami fatti a Rusty
Barnes. Mi sono venuti i brividi.  fuori di dubbio che il ragazzo ha
un'epatite gravissima. Il suo fegato ha gi subto tali danni che il
meccanismo di coagulazione del sangue  completamente dissestato,
e ora il nostro giovane paziente  tutto giallo di itterizia come una
zucca. E non  nemmeno pi tanto allegro; la temperatura oscilla
fra i trentanove e i quaranta gradi. Dice Peter che la fase acuta di
questa malattia pu protrarsi anche per settimane, continuando a
uccidere cellule epatiche. Meno male che il ragazzo ha un organismo 
sano e robusto. A scuola, l'anno scorso, era campione di pallacanestro, 
e ogni giorno ci tocca mandar via squadre intiere di amici che 
vorrebbero vederlo, e non riescono a capacitarsi che Rusty
soffra di una grave malattia infettiva.
Luned, 8 agosto
Una fine settimana addirittura crudele. Da sabato a mezzogiorno 
fino a stasera, abbiamo avuto complessivamente undici nuovi 
ricoveri di medicina e una quantit di degenti che sono stati malissimo.
Il problema pi grosso  stato quello di Rusty Barnes e dei suoi
genitori, che non hanno certo contribuito ad alleviarci il compito. Il
padre, in particolare,  sempre l a rompere l'anima a medici e 
infermiere. Da quando Rusty  stato ricoverato, ha voluto sapere per
filo e per segno che cosa gli facciamo: e perch non abbiamo ancora
cominciato le trasfusioni, e se siamo certi che quella sia proprio
l'endovenosa che fa al caso suo, eccetera, eccetera.
Il ragazzo ha un'infermiera privata per la notte e una per la mattina, 
ma poich non sono riusciti a trovargliene una per il pomeriggio, 
dalle tre alle undici di sera lo assistono i suoi genitori, il che, a
parer mio,  peggio che non avere assistenza alcuna. Il padre aggredisce
di continuo l'infermiera del reparto, e la madre pare convinta che 
il proprio compito sia quello di tenere costantemente sveglio Rusty: 
continua a supplicarlo perch le parli, proprio quando il
povero figliolo ha bisogno di riposo pi che dell'aria che respira.
Alla fine, Pete e io abbiamo domandato a Peterson se non fosse il
caso di limitare la presenza dei genitori in camera di Rusty, ma
Peterson ha risposto di no, di lasciarli venire, e cercare di essere
molto gentili con loro.
Sabato, sono arrivati i risultati dei nuovi esami di laboratorio fatti
a Rusty, e l'unica novit  che, se mai, sono un poco peggiorati;
la funzione epatica  ridotta quasi a zero. Fino a ora sono stati 
somministrati al ragazzo liquidi sufficienti a mantenere l'equilibrio, ma
sabato sera, mentre smaniava, quasi privo di conoscenza, si  strappato 
dal braccio l'ago di plastica, e si  dovuto correre a rimetterglielo, 
per poter somministrargli, endovena, nutrimento e sangue.
Poi, coi genitori del ragazzo che stavano l a guardarci, Pete e io
abbiamo sudato sette camicie per avviare la trasfusione. Io gli ho
infilato l'ago di plastica in una vena, mentre Pete gli teneva fermo
il braccio; ma poi, quando il sangue ha cominciato a defluire, 
nessuno di noi due si  ricordato di togliere il laccio emostatico. 
Siamo tornati a controllare dopo circa tre ore, e allora Pete ha commesso
l'errore di avvertirmi sottovoce che il laccio era ancora dove l'avevamo
messo. Il padre ha sentito, e subito ha cominciato a dare in
smanie. Ha visto qualche goccia di sangue sul lenzuolo e forse ha
pensato che il suo figliolo stesse per morire dissanguato. Non c'era
verso di rassicurarlo, bench, dall'aspetto del braccio di Rusty, 
apparisse chiaro che non era accaduto nessun guaio. Per  stata una
bella stupidaggine, da parte nostra!
Verso le undici di sera, Rusty ha ripreso ad agitarsi, cercando di
alzarsi dal letto, e si  strappato di nuovo l'ago. Ha la forza di un
torello e abbiamo dovuto metterci tutti insieme per impedirgli di
rotolarsi gi dal letto. Infine, abbiamo deciso di mettergli una 
supposta sedativa di paraldeide. Abbiamo convinto i genitori ad 
andarsene a casa, e Rusty ha dormito come un sasso. La domenica mattina,
un bel po' di tempo dopo che l'effetto del sedativo avrebbe
dovuto essere smaltito, il ragazzo era ancora immerso nel suo 
sopore, come una bestia macellata. Avevamo scelto la paraldeide 
perch, fra tutti i sedativi che ci erano venuti in mente, questo era 
l'unico che non esercitasse alcuna azione sul fegato, ma a mezzogiorno
Rusty era ancora in stato di incoscienza.
 strano davvero come le risposte ai problemi pi difficili saltino
fuori all'improvviso. Mi ero arrovellato per tutto il pomeriggio e la
sera, domandandomi perch mai Rusty avesse reazioni cos illogiche,
e perch diventasse sempre pi irritabile, anche quando era in preda 
al torpore. E, finalmente, domenica notte, mi resi conto a un
tratto che il suo fegato non funzionava pi per niente, e che 
praticamente, nonostante le dosi di vitamina K che gli somministravamo,
nel suo sangue non doveva pi esserci un filo di protrombina, la 
sostanza coagulante secrta dal fegato. Molto probabilmente, il sangue
gli si era riversato dai capillari nel cervello e nel sistema nervoso, e
quelle emorragie erano le maggiori responsabili del suo stato 
soporoso e della sua irritabilit.
Poi mi venne anche in mente che quel ragazzo non se la sarebbe
cavata: anche se fosse riuscito a superare l'epatite e le emorragie,
quando tutto fosse finito non gli sarebbe pi rimasto un pezzo di
fegato indenne. Ne ho parlato a Pete, stamattina, e anche lui  stato
d'accordo con me.
Rusty si  ingoiato la nostra fine settimana, ma abbiamo dovuto
occuparci pure di un paio di grossi problemi e di un certo numero
di guai minori. Ogni tre ore, Pete o io dovevamo andare a vedere
il povero, vecchio signor Mangano. Tirava avanti a malapena, zoppicando,
e i parenti erano l intorno al letto a recitare il rosario.
Domenica ha fatto un tuffo a capofitto: non riusciva pi a deglutire
nemmeno i liquidi, e le sue vene erano cos malridotte che non fui
capace di praticargli una fleboclisi.
Sabato, finalmente, a mezzanotte, riuscii ad andare a letto. All'una 
e mezzo mi chiamarono perch andassi a vedere un ammalato affetto 
da ipertensione, appena ricoverato al quarto piano. La capo
reparto del turno di notte mi aveva pregato di far presto, perch
l'uomo soffriva di terribili dolori al petto, perci m'infilai in tutta
fretta le scarpe e mi precipitai di sopra. Mi prese un colpo. Il malato
era secco nel suo letto, grigio come uno spettro, e l'infermiera che
stava tentando di misurargli la pressione mi spieg che, proprio in
quel momento, l'uomo aveva smesso improvvisamente di respirare,
bench, fino a cinque minuti prima, parlasse ancora con lei.
Poco dopo, per fortuna, l'uomo trasse un profondo sospiro e riprese
a respirare regolarmente. Ma non fu tuttavia possibile interrogarlo;
puzzava come una fabbrica di gin. Riuscii ad appurare soltanto
che era stato ricoverato, durante la settimana precedente, in
uno degli ospedali dei sobborghi, per quei dolori al petto, e che 
infine il suo medico lo aveva mandato da noi, perch il dottor Fuller
lo visitasse. Ma, a quanto pareva, era uscito dall'altro ospedale alle
dieci di sabato mattina, mentre era arrivato da noi a mezzanotte,
impiegando un giorno intiero per un tragitto che avrebbe potuto
richiedere al massimo un paio d'ore.
Allora scesi a prendere l'apparecchio per l'elettrocardiogramma e,
quando risalii, Jerry, l'infermiere, mi fece vedere una bottiglia di
whisky vuota per due terzi, che aveva trovato sotto il guanciale del
malato. L'uomo torn in s per un momento, e si lament di terribili
dolori, ma l'elettrocardiogramma pareva regolare. Ordinai la tenda
a ossigeno, che, a quanto~pareva, lo aiutava a respirare meglio, gli
feci un'iniezione di morfina e lo lasciai smaltire la sbornia nel sonno.
Penso che soffra di dolori anginosi in conseguenza della sua grave
intossicazione alcoolica. Non so per quanto tempo acconsentir a
stare in ospedale a disintossicarsi, e non me ne importa niente. Quando 
ebbi finito con lui, erano ormai le tre di mattina.
Alla fine della giornata di domenica, Pete e io eravamo talmente
stanchi che a cena, a mezzanotte, continuammo a ridere scioccamente 
come scolarette. Sembra orribile, lo so, ma si arriva a un tale
punto di stanchezza che, quando ci si mette a parlare dei propri
pazienti, si scopre una quantit di lati comici in quel che essi dicono
o in quel che noi stessi facciamo. Immagino che, in fondo, non vi sia
nulla di male, finch i malati o i loro parenti non ne vengono a
conoscenza, ma se ne prova ugualmente un po' di vergogna. Il fatto
 che non si riesce a dominarsi.
(Sguardo retrospettivo: ho imparato in seguito che, quando siano
stati sottoposti a uno sforzo eccessivo, capita praticamente a tutti
i medici di trovare qualcosa di morbosamente comico anche nelle
situazioni pi tragiche. Si mettono in burla gli sforzi di un chirurgo
per salvare un caso disperato, si fanno giuochi di parole su un 
problema delicato. Accade talvolta che alle brillanti battute finali 
assista qualche infermiera capitata l per caso, e le meno esperte 
inorridiscono al vedere uomini, che dovrebbero essere tutti dediti al
prossimo, sghignazzare a spese di un povero paziente.  una valvola di
sicurezza della quale ben pochi, fuori della professione, sospettano 
l'esistenza.)
A ogni buon conto, Ann ha trascorso un pomeriggio piacevolissimo, 
domenica.  stata invitata a un cocktail e a una cena a casa di
John Gillies, insieme con alcuni medici della clinica e le loro mogli.
Un paio di medici l'hanno tenuta sotto le loro ali protettrici. Non
so ancora bene quale sia la prassi sociale, sempre che esista, da 
seguire con questi colleghi, ma sarebbe piacevole stringere con 
qualcuno un'amicizia pi intima.
Il luned  stato altrettanto estenuante del sabato; siamo stati tanto 
impegnati con gli ammalati pi gravi, da non trovare il tempo
di vedere nemmeno la met degli altri pazienti. Il signor Mangano
era peggiorato ancora: respirava appena, e non rispondeva ai richiami.
Il dottor Gillies ha ordinato di praticargli l'aspirazione tracheale,
ma il povero vecchio Mangano non riusciva a capire che cosa intendessimo
fargli con quel tubo, si  agitato come un ossesso e ha corso il 
rischio di restare soffocato. Poi, nel tentativo di liberarsi del tubo,
mi ha fatto uno strappo nel camice. Finalmente,  venuto Pete a darmi 
una mano e, fra tutti e due, ce la siamo cavata alla meno peggio, 
mentre il figlio del vecchio gli teneva le mani.
Mercoled, 10 agosto
La notte di luned ho potuto dormire per qualche ora indisturbato,
a casa, ed  stato un bene, perch marted mi sono
imbarcato di nuovo in due giornate feroci. Sembrer forse
una sciocchezza, ma marted pomeriggio ho cercato per ben tre
volte di andare in bagno e ogni volta, avevo appena messo il piede
oltre la soglia, quando l'altoparlante mi chiamava per qualche cosa
che non poteva assolutamente aspettare.
Marted pomeriggio  morto il signor Mangano. Al suo capezzale
c'era come il solito il figlio, e fu lui a chiamare l'infermiera per 
dirle che gli pareva che il padre fosse spirato. Mi avvertirono, durante
il pranzo, e salii subito. Il figlio non fece alcun commento, ma sono
certo che era sconvolto perch il padre non aveva avuto assistenza
ininterrotta. Il signor Mangano era un vecchio coraggioso ed  
dispiaciuto enormemente a tutti che se ne sia andato.
Il dottor Peterson  andato a Chicago per un congresso e, durante 
la sua assenza, di Rusty si occupa il dottor Harry Smithers, il
quale afferma che questo ragazzo  davvero un caso stranissimo: 
la prima volta che gli capita di vedere un'itterizia cos forte. 
Abbiamo provato a iniettargli per via endovenosa tre litri di soluzione
glucosata il giorno, con l'aggiunta di vitamine, cortisone, aureomicina,
e via dicendo, ma niente gli giova. Immerso di continuo in un
irrequieto sopore, il ragazzo si agita nel letto, e alimentarlo diventa
un problema terribile.
E, oltre tutto, dobbiamo batterci anche coi genitori.  penoso:
ogni qual volta entra nella sua camera, la madre comincia a gridare,
supplicandolo di parlare, di dirle qualcosa, come se tutto avesse
a risolversi per il solo fatto che Rusty tornasse in s e le dicesse:
"Ciao, mamma". La si sente fino in fondo al corridoio, ma naturalmente 
il ragazzo non risponde.
Ieri sera tardi, l'infermiera mi ha chiamato per dirmi che Rusty
si era di nuovo fatto uscire l'ago di plastica dalla vena. Non riuscii
a trovare un'altra vena che avesse l'aria di poter trattenere un ago:
alla fine mi sono arreso e ho chiamato Pete che era appena andato
a letto. Discutemmo insieme il problema e Pete disse che avrei 
potuto lasciare che il liquido durante la notte, si infiltrasse a goccia
a goccia in profondit, nel muscolo di una coscia; ci pensammo
su e poi decidemmo di fare cos.
Ma non pensammo abbastanza. Al mattino, il dottor Smithers per
poco non buc il soffitto con la testa; ci url che una soluzione 
glucosata al dieci per cento era troppo concentrata per essere iniettata
a quel modo. Coi tessuti malandati di Rusty, eravamo stati fortunati
a non ritrovarci con una bella fetta di tessuto necrotizzato in quella
coscia. Era addirittura disgustato, e non so dargli torto.  la seconda
grossa asineria che commettiamo in questo caso.
E, tuttavia, pare che Rusty tenga duro. Nonostante il suo scalciare,
il chirurgo  riuscito a fargli un'incisione in una gamba e a innestargli 
in una vena un tubo di polietilene. Dio sa che cosa accadrebbe
stanotte se Rusty avesse a strapparsi anche quello!
Alec Ivy ci ha detto che il padre di Rusty lo ha abbordato per 
domandargli dove sono andati a finire Kidder e Peterson. Alec gli ha
risposto che il dottor Kidder  in ferie e il dottor Peterson  andato
a un congresso medico, ma che il dottor Smithers  un uomo in gamba. 
Sar, ha risposto il padre, e ha aggiunto che, a quanto gli sembrava,
nessuno qui sa quel che fa e nessuno pare nutrire alcuna speranza per
il ragazzo.
Questo  stato un colpo basso, secondo me. Sa il cielo se io e
Pete non ci siamo dedicati a questo caso con tutte le nostre forze; 
demoralizzante scoprire che i genitori non hanno fiducia in noi. 
D'altra parte, non vedo perch dovrebbero averne, visto che non abbiamo
nulla di costruttivo da offrire al ragazzo, all'infuori di liquidi vari,
elettroliti (Sostanze chimiche ionizzate, quali sodio, polassio, cloruri, 
necessarie all'equilibrio chimico dell'organismo.) e speranza.
L'alcoolizzato ricoverato per i dolori al petto  poi risultato 
effettivamente ammalato di trombosi coronaria. Oggi ha deciso che deve
assolutamente uscire dall'ospedale per andare a vedere i suoi bambini.
Franklin ha risposto picche, e cos l'uomo stamattina ha attaccato 
bottone con me. Ero sicurissimo che stava soltanto tentando il suo 
vecchio giuoco per poter andare fuori a cercarsi una bottiglia, ma alla
fine, pur controvoglia, si  deciso a darmi nome e numero di telefono
di qualcuno che pu andare a trovare i suoi bambini e portargliene
notizie, e, se Dio vuole, questo pomeriggio non insisteva pi per
essere dimesso.
La signora Hattie Stevens, la paziente con l'ipertensione galoppante,
tira avanti come pu. Abbiamo avuto un colpo, quando il reparto
farmacia ci ha informati che la sua nuova medicina, uno dei pi
recenti ed efficaci ritrovati, le coster dieci dollari il giorno; 
ora Franklin sta cercando di curarla con qualcosa che sia altrettanto 
efficace, ma che costi un po' meno. Non potr sopravvivere se non si 
riuscir a farle scendere rapidamente la pressione, ma non si potr
fargliela scendere se lei non trover i mezzi per mantenersi e comprare 
le medicine adatte, e se non si sottoporr a costante controllo
medico.  una donnina vivace e allegra, e non si rende conto della
gravit del suo male. Ci sentiamo come piccoli di quando entriamo 
da lei, per spiegarle quanto  malata; ma lei ci pianta gli occhi in
viso e dice:  Ma dottore, mi sento cos bene, io!  E forse  vero,
ma proprio per questo fa ancora pi pena.
Marted, il dottor Van Wert ha fatto ricoverare in ospedale un 
paziente molto interessante, Peter Morley, uno scapolo di trentasette
anni che  stato dirigente dell'IBM fino a cinque anni fa, quando gli si
 sviluppata la miastenia grave, una forma di paralisi muscolare 
progressiva.  una malattia terribile: tutti i muscoli volontari non 
rispondono pi, il paziente non  pi nemmeno in grado di camminare o
di compiere i gesti che vuole; gli riesce difficile persino respirare.
Dopo una dose di Prostigmin, che corregge temporaneamente l'alterazione 
neuromuscolare causa dei sintomi, tutto sparisce come d'incanto per 
un certo tempo. Il guaio  che la paralisi muscolare progressiva,
o miastenia grave,  come il diabete: quando ce l'hai, te la
devi tenere, e non si conoscono cure che la guariscano.
Morley ha dovuto aumentare continuamente la dose di Prostigmin;
e ora  costretto a prenderne ogni giorno una dose capace di uccidere
un cavallo, molto superiore alla dose massima che i fabbricanti del
farmaco raccomandano di non superare. Ora Van Wert lo ha fatto
ricoverare, per sottoporlo a un trattamento con un nuovo favoloso
farmaco, che dovrebbe essere pi potente e con effetto pi duraturo
del Prostigmin, ma che ha un margine pi esiguo fra la dose massima
non dannosa e la dose letale.
Quel poveretto  davvero in condizioni pietose.  intelligentissimo
e sarebbe molto simpatico, se non fosse cos ossessionato dal suo
terribile male, da vivere nel terrore costante di essere separato,
anche solo per poche ore, dalla sua medicina, il che per lui sarebbe
la fine. Mi ha confidato che andr in rovina, se questa nuova medicina 
non lo metter in grado di svolgere un lavoro redditizio.
Aveva l'aria di non fidarsi che le infermiere lo svegliassero alle
due di notte per dargli il Prostigmin, perci l'ho assicurato che sarei
salito io. Ho mantenuto la promessa, sperando di mostrargli che mi
interessavo di lui e non soltanto del suo male, e cos ha trascorso
una buona nottata.
Poi, oggi pomeriggio,  accaduta una cosa bizzarra. Provavo davvero 
molta comprensione per Morley, e lui pareva ricambiare la
mia simpatia, fino al momento in cui  entrato nella stanza il dottor
Cornell, il neurologo. Subito, Morley mi ha lasciato cadere come
una patata bollente e ha trasferito tutta la sua attenzione su Cornell,
come se qualcuno avesse girato un interruttore. Mi ha ignorato 
ostentatamente anche quando Cornell ha cercato di farmi partecipare alla
visita, perci me ne sono andato in silenzio, a finire il mio giro. 
evidente che le simpatie di Morley vanno alla persona che, in quel
momento, gli pare maggiormente in grado di aiutarlo.
Un bel colpo per il mio "ego", ma del resto credo che gli "ego"
esistano proprio per quello.
Sabato, 3 agosto
Gioved ho fatto il giro col dottor Franklin, che  arrivato
una mezz'ora pi tardi del solito. Abbiamo parlato quasi
sempre di Hattie Stevens. Con la nuova medicina, la sua pressione 
sta calando, ma nessuno  in grado di prevedere quanto durer.
Il nostro alcoolizzato sta inventando ogni sorta di pretesti per 
procurarsi una bottiglia. Durante le ore in cui l'ospedale  aperto ai
visitatori, capitano qui tipi dallo sguardo sfuggente e dalle tasche 
rigonfie, che chiedono di vederlo. Il dottor Franklin ha fatto piazza
pulita di tutti con un bel  Vietate le visite a qualsiasi ora , poi
si  girato verso di noi sorridendo:  Non so perch debba prendermela 
tanto  ha detto,  ma  l'unico mezzo sicuro per farlo uscire 
dall'ospedale. 
Strano tipo, questo dottor Franklin, giovane e in apparenza indifferente 
a tutto. L'ho pregato di darmi qualche spiegazione a proposito
di questi nuovi farmachi esotici ipotensivi che adoperiamo per la
signora Stevens, dato che non camper tre mesi se non potremo riportare 
la sua pressione al livello normale, e lui ha risposto, con un
grugnito:  Personalmente, non sono un fanatico delle pillole. Il
novantacinque per cento delle mie ricette  basato su una decina di
medicine, e sono i vecchi, fidati ferri del mestiere. Molti internisti
pensano che le pillole possiedano una sorta di potere magico, e ne
rimpinzano i loro pazienti. Questo  uno dei motivi per i quali i 
chirurghi si fanno beffe di noi, e nove volte su dieci hanno perfettamente
ragione .
Gioved, finito il giro, Pete e io andammo a dare un'occhiata a 
Rusty Barnes. Era sempre in stato comatoso e smaniava e scalciava
come il solito. Nessun miglioramento. Poi, alle dieci e mezzo, cominci 
un afflusso di nuovi pazienti e, alle quattro del pomeriggio,
avevamo sedici nuovi ricoverati di medicina. Alle cinque, quando
Alec Ivy se ne and, io dovevo ancora vederne nove. Ce li dividemmo 
fra me e Pete, pensando di sbrigarceli in serata.
Poi, verso l'ora di cena, l'infermiera di Rusty mi chiam per avvertirmi
che dalla fleboclisi usciva sangue. Salii a vedere: la fasciatura era 
inzuppata di sangue che usciva dall'incisione. Smithers aveva calmato 
il ragazzo con una dose massiccia di idrato di cloralio,
ma poi era arrivata sua madre che si era messa di nuovo a gridare,
cercando di svegliarlo. L'infermiera privata mi spieg che quel giorno
era il compleanno della signora, la quale le aveva confidato che
sicuramente Rusty si sarebbe svegliato per farle gli auguri.
Smithers ha informato i genitori che, anche se Rusty sopravvivesse,
soffrirebbe di cirrosi epatica per tutto il resto della sua vita e, 
probabilmente, dopo l'emorragia al cervello, la sua esistenza sarebbe
pi o meno quella di un vegetale. La madre sembra non rendersi
conto del significato di quelle parole: si allontana sempre pi dalla
verit, mentre il padre sembra pi forte. Da quando il dottor Smithers
gli ha parlato, mi sorride sempre quando mi vede passare. Anzi,
mi ha persino detto che dovrei sorridergli qualche volta, quando lo
incontro; a quanto pare, giro quasi sempre con una faccia da funerale.
Tornando a Rusty, il ragazzo cominci a gorgogliare respirando.
Ordinai l'apparecchio per l'aspirazione bronchiale e scoprii che il 
ragazzo aveva una forte emorragia polmonare. Rusty era perfettamente 
calmo, in quel momento; toss appena quando gli misi gi il tubo.
Mentre l'aspiravo, la signora Barnes ebbe una tremenda crisi
di nervi. L'infermiera la condusse via, nella stanza dell'archivio
dei medici, e le fece un'iniezione di luminal. Quando arriv Pete, il
ragazzo aveva gi smesso un paio di volte di respirare. Suggerii
di applicargli la macchina di Bennet, il respiratore automatico, e 
Pete  stato d'accordo con me. Ma, per quanto basti una minima aspirazione
da parte del paziente per far scattare la valvola e far affluire
l'ossigeno compresso, al povero figliolo era rimasto appena appena
il fiato sufficiente.
A mezzanotte, bisognava ormai che qualcuno azionasse la valvola
per lui a ogni respirazione, e l'infermiera di notte, anche lei sull'orlo
di una crisi di nervi, continuava a ripetere che Rusty doveva farcela 
a resistere fin dopo mezzanotte, e che non poteva morire proprio il 
giorno del compleanno di sua madre. Quando riusc a riprendere il
dominio di se stessa, le insegnai come far funzionare la valvola,
e dissi ai genitori che noi scendevamo per cercare di riposare un
poco, ma che saremmo risaliti subito, se ce ne fosse stato bisogno.
Erano entrambi al limite della resistenza, ma il padre disse che 
sarebbe andato tutto bene, lui era certo che non avrei lasciato morire
il suo Rusty.
Alle dodici e un quarto, mi chiamarono dal quarto piano e mi dissero 
che avrei fatto meglio a salire subito. Quando arrivai, l'infermiera
di Rusty non riusciva pi a misurargli la pressione. Cinque minuti 
dopo anche il battito del polso era scomparso. Rusty era morto.
Pregai un'infermiera di chiamare Pete Carey, ma non appena la
donna fu uscita, pensai che tanto valeva lo dicessi io stesso ai 
genitori. Quando uscii, vidi che il signor Barnes pregava. A noi medici
insegnano che bisogna comunicare le cattive notizie un poco alla
volta, ma non ne fui capace:  Mi dispiace  dissi,  ma  finita . La
madre si limit a scuotere la testa. Il padre si prese il viso fra le
mani e pianse, e io piansi con lui. Poi arriv Carey. Padre e madre 
entrarono in camera a vedere il ragazzo e uscirono di nuovo.
Pregai l'infermiera di portare un po' di caff: il signor Barnes ne
bevve una tazza e volle che ne bevessi anch'io.  Sa,  da tanto che
cerco l'occasione di bere una tazza di caff con lei  aggiunse.
Non me la sentivo proprio di chiedere l'autorizzazione per l'autopsia,
uno dei lati pi odiosi del nostro mestiere. Ma Pete affront
subito quell'argomento e, con mio grande stupore, la signora Barnes
dichiar che, sicuramente, era quello che il suo Rusty avrebbe
voluto; il marito fu d'accordo con lei, e cos firmarono. Poi, il signor
Barnes mi chiese un paio di pillole per dormire, da portarsi a casa. E
infine disse che desiderava gli fosse assicurato che, a chiunque fosse
stato in contatto con Rusty, sarebbero state somministrate 
gammaglobuline, Fer evitare il contagio, e noi lo assicurammo che avevamo
gi preso tutte le precauzioni necessarie.
Poi, il signor Barnes mi disse una cosa che mi colp profondamente.
Quello era il decimo giorno che il ragazzo aveva trascorso in ospedale.
Quando lo aveva fatto ricoverare, Kidder non nutriva pi
speranze di quante ne nutrissero Peterson o Smithers, ma aveva
detto ai genitori:  Ricordate, se riusciamo a fargli superare le 
prossime due settimane, potremo salvarlo . Sapeva che non era vero,
ma almeno aveva lasciato loro un po' di speranza.
Venerd sera stavo scendendo a cena con Pete, quando Fred
Kidder, rientrato da]le ferie, telefon per dire che ci aveva appena
mandato un paziente con un'insufficienza cardiaca e una vecchia
asma, e desiderava che gli dessi un'occhiaea. Era il vecchio Jerry
Dykeman. L'infermiera del reparto spieg che il malato respirava
con molta difficolt, perci Pete prescrisse telefonicamente una 
piccola dose di morfina, da iniettargli tramite iniezione ipodermica,
dopo di che ci precipitammo di sopra.
Dykeman era un vecchietto calvo e grinzoso e aveva nei bronchi
tali rantoli che si poteva sentirli da un capo all'altro della camera. Il
suo viso era grigio. Gli ascoltai il petto e pensai che avesse del 
liquido nei polmoni, ma Pete disse che forse era soltanto l'asma. Poi,
mentre discutevamo su quella sottigliezza clinica, il vecchio Jerry
smise tranquillamente di respirare.
C'era gi l la maschera per l'ossigeno: quando lo scrollammo un
po', il vecchio ansim un paio di volte, poi smise di nuovo. Allora
cominciammo entrambi a capire quel che era successo: gli avevamo
fatto un'iniezione di morfina, persuasi che si trattasse di insufficienza
cardiaca, mentre il suo vero guaio era probabilmente una bronchite
ostruttiva, aggiunta all'asma. E cos gli avevamo stroncato anche il
poco fiato rimastogli. Mentre Pete praticava al vecchio la respirazione
artificiale con la maschera per l'ossigeno, io telefonai a Kidder.
Cap quel che era successo ancor prima che finissi di parlargliene.
 Fatelo respirare finch arrivo io  tagli corto, e un momento dopo
era gi l. Fu di un sarcasmo feroce nei nostri confronti. Diede
un'occhiata al vecchio Jerry e disse:  Bene, adesso voi due dovrete
respirare per lui finch non avr smaltito l'effetto della morfina 
e usc a cercare un apparecchio di Bennett. (Oggi si usa un resuscitatore 
Bennett perfezionato, che scatta automaticamente anche se il paziente 
smette di respirare).
Collegammo quindi la maschera per l'ossigeno all'apparecchio, e
io azionai la valvola ogni quattro secondi per un'ora buona, mentre
Kidder era l a sorvegliarmi come un falco. Poi volle il conteggio dei
globuli, cos prese il mio posto per un po' e io corsi gi al laboratorio
a fare il conteggio. Infine, verso l'una, fece venire un'infermiera 
privata perch azionasse l'apparecchio, e lasci che Pete e io
andassimo a riposare un poco. Lui dorm su una lettiga in corridoio,
davanti alla camera del suo paziente e, per tutto il resto della notte,
l'infermiera respir per il vecchio Jerry.
Kidder tolse l'apparecchio alle sei e mezzo di mattina. Il vecchio
continu a diventare blu di tanto in tanto, ma alle otto, quando prese 
servizio Alec, respirava di nuovo per conto proprio, non proprio
come un mantice, ma insomma respirava. L'ultima cosa che Kidder
disse, con la sua voce nasale, prima di andarsene fu:  Ragazzi,
credo che non lo dimenticherete pi, ora: non somministrate mai
morfina a un malato di bronchite cronica, a meno che non vogliate
stare a respirare per lui tutta la notte! 
Sabato mattina il dottor Van Wert ha fatto il giro con noi. Morley,
il paziente con la miastenia grave,  molto migliorato grazie alla
nuova medicina, e forse potr andare a casa per la fine settimana.
Sono uscito alle dieci, per una meravigliosa lunga giornata e mezzo
di riposo. Pete Carey ha due settimane di permesso, perch si sposa,
cos io dovr lavorare con Milt Musser.  il capo residente medico 
e non ho mai avuto molto a che fare con lui, finora, ma, a quanto pare, 
la sua occupazione preferita  quella di andare in giro a fare 
osservazioni sarcastiche agli interni e alle infermiere. Staremo a vedere.
Gioved, 18 agosto
Luned  stata la giornata pi nera di tutto il mio internato. Tanto
per cominciare, Milt Musser non mi aiuta come faceva Pete.  un tipo 
alto, tutto pelle e ossa, con occhi bovini e uno strano modo di parlare,
lento e strascicato; il tipo che fa osservazioni feroci sul conto di
un medico e poi, quando lo incontra, lo chiama col nome di battesimo 
e lo saluta come se fosse il suo pi caro amico.
Abbiamo trentacinque ricoverati, ma luned sera sono stato tutto
preso da una sola persona, la signora Woodruff, paziente di un
medico esterno, il vecchio dottor Homer John. La signora aveva avuto
un infarto circa una settimana prima, e la sera di gioved la capo
infermiera mi chiam per dirmi che la donna lamentava forti dolori
al petto e difficolt di respiro. Aveva prescrizioni per entrambe le
complicazioni, ma io mi sento sempre a disagio con gli infarti, perci
salii di corsa. Scoprii che alla paziente era stato prescritto un
calmante del dolore da prendersi per via orale, perch le iniezioni
erano contrarie alle sue convinzioni religiose. L'infermiera mi disse
che la donna era scorbutica e aggressiva: non aveva neanche permesso 
che la bucassero con un ago per fare gli esami di laboratorio.
Ordinai subito la tenda a ossigeno, poi controllai il polso e mi vennero
i brividi: ducentoventi pulsazioni al minuto! Mentre l'infermiera
sistemava la tenda a ossigeno, feci alla malata un elettrocardiogramma,
per confrontarlo con quello precedente. Aveva proprio tutta
l'aria di trattarsi di un grave infarto, con la distruzione di un bel
cuneo di muscolo cardiaco. Eravamo al nono giorno dell'attacco,
cio, press'a poco, il momento in cui il pezzo di parete cardiaca
danneggiata si trova nelle condizioni peggiori, e le pulsazioni si
erano aggirate intorno a settantasei fino a quella sera. Chiamai il
dottor Musser, per avvertirlo che la malata era nei guai.
Quando lui arriv, tornammo a esaminare insieme l'elettrocardiogramma,
ma nessuno dei due riusc a capire se quella tachicardia
fosse causata dal ventricolo danneggiato, o se la paziente cominciasse
a soffrire di grave insufficienza cardiaca. Scendemmo a consultare
un paio di testi, il mio Burch e Winsor, e la terapia cardiaca di Stewart,
ma non trovammo niente che potesse risolvere i nostri dubbi. Era
chiaro che la malata aveva bisogno di digitale, ma negli ultimi giorni
aveva preso parecchia chinidina, e Milt temeva che ora l'aggiunta
della digitale potesse fermarle del tutto il motore. Suggerii di 
telefonare al dottor John, ma Milt sogghign.  Vale la pena! Quel
vecchio imbecille non sa nemmeno che cosa sia l'insufficienza 
cardiaca, figurati se sa come curarla! 
Finalmente, telefonammo a casa del dottor Franklin e gli domandammo 
che cosa si doveva fare.  Quanto tempo  passato da quando le  
stata somministrata la prima dose di digitale?  domand lui
di rimando, appena seppe che la malata aveva duecentoventi pulsazioni 
al minuto. Risposi che non gliene avevamo data affatto. Allora
disse di somministrargliene subito mezza dose, endovena e poi di
telefonargli ancora; avevamo avuto una bella fortuna se ia signora
Woodruff non era ancora morta! Le feci l'endovenosa, e questa volta
lei non protest. Ritelefonai a Franklin, che mi disse di controllare
il polso ogni ora e di somministrarle un'altra dose di digitale alle
due, e poi alle otto, se era ancora in vita.
Ne dubitavo molto. Ogni volta che andavo a vederla, sembrava
peggiorata. Alle due andai a somministrarle la seconda dose di digitale:
il polso era sceso a centosessanta, ma non riuscii a misurarle la
pressione. Era bianca bianca, non reagiva a niente e io pensai:
Ges, questa se ne sta andando! Ma riflettei che se Milt avesse
voluto chiamare il dottor John lo avrebbe fatto, perci me ne tornai
a letto, lasciando alle infermiere il compito di controllare e registrare
ogni ora il polso della malata.
La mattina dopo, con mio grande stupore, le pulsazioni erano
scese a settantadue, placide e forti, e oggi, gioved, la signora 
Woodruff  ancora con noi e, a quanto pare, il suo infarto non si  esteso,
il che  press'a poco un miracolo. Credo che ci siamo gingillati un
paio d'ore di troppo, prima di somministrarle la digitale, senza renderci 
conto che, senza digitale, la donna se ne sarebbe andata in
quattro e quattr'otto. Dal canto mio, tuttavia, avevo fatto quel che
dovevo fare, cos come il capo residente medico, e mi dispiacque
di dover cedere il caso ad Alec, marted mattina.
Mi sono sentito un vero cretino, ieri, dopo aver visitato un paziente 
del dottor Smithers, un vecchio che lamentava dolori al quadrante
superiore sinistro dell'addome. Il dolore si era attenuato con la 
somministrazione di nitroglicerina, ma nella storia clinica del malato
c'era traccia di dolori al petto, perci, alla fine, decisi che doveva
trattarsi di un'ulcera gastrica. Dopo un breve colloquio col malato,
Smithers torn e disse:  Credo che quell'uomo abbia l'angina pectoris . 
E aveva ragione, perch questo pomeriggio, proprio mentre
stavo andando via, Milt mi ha fermato.  Ehi  mi ha detto.  Il tuo
malato col mal di pancia ha avuto un infarto, oggi!  Sicch, avevo
proprio preso un granchio!
Ho avuto una piacevole sorpresa mercoled sera, quando ho incontrato 
Cora Baker, la malata di stomatite aftosa che era arrivata 
all'orlo della tomba nella mia prima settimana di internato.  a casa
da un mese, ormai, e sembra un'altra donna, sana e robusta. Girava
per l'ospedale, stringendo la mano a tutti.
La notte di mercoled  stata abbastanza tranquilla, con la sola 
eccezione di un caso piuttosto inconsueto. Mi ero appena infilato a letto,
quando l'infermiera dei primo piano mi chiam per dirmi che un
certo Muller, un paziente del quale si era occupato Alec Ivy, stava
male: la sua pressione era scesa di colpo da centosessanta a novanta,
e pareva avesse un principio di choc.
Dunque: mi infilai in gran fretta i calzoni e salii di corsa al primo
piano. Dalla cartella di Muller, risultava che l'uomo era in osservazione 
per una possibile leucemia cronica e che, per il mattino seguente, 
era in programma una biopsia del midollo osseo. L'infermiera
mi inform che erano gi pronti per lui due flaconi di sangue da 
cinquecento centimetri cubi e io pensai: Buon Dio, questo qui ha
un'emorragia intestinale o qualcosa del genere. Gli misurai ancora la 
pressione: niente da dire, era proprio novanta-quaranta, e il nostro
uomo respirava appena. E aveva gi in corso una fleboclisi.
Tornai nella stanza delle infermiere e guardai di nuovo la cartella
di Muller. Se la pressione gli sta scendendo a questo modo e c'
gi il sangue pronto, pensai, sar forse meglio che gli faccia subito
una trasfusione. Ma, con la trasfusione, mando in malora la biopsia
del midollo osseo che deve fare domattina!
Poi, osservando meglio la cartella, mi accorsi che troppe cose
non quadravano. Prima di tutto, non c'era traccia che qualcuno gli
avesse misurato la pressione. Poi, non trovai alcuna prescrizione 
relativa a fleboclisi, eppure gli avevo appena visto l'ago nel braccio.
In quella arriv Musser.  Milt, che diavolo si fa con questo qui? 
domandai.
Milt osserv a sua volta la cartella, e allora scoprimmo che, 
nell'esame obiettivo, Alec aveva descritto il malato come un uomo di 
sessantotto anni, calvo, piccolo e tozzo, mentre quello che avevo appena
visto io era uno scheletro coi capelli che gli ricadevano sopra gli 
orecchi.  Andiamo a vedere questo Muller  propose allora Milt. Bene, 
non appena accese la luce, scoprimmo che il nome in capo al letto
era Kasnowsky. L'infermiera aveva misurato la pressione del malato
del letto numero 4 invece che a quello del numero 3, e, quando
scostammo la tendina del numero 3, scoprimmo il piccolo, tozzo e
calvo signor Muller che ronfava come un elefante. La sua pressione
era centocinquanta-ottanta e l'uomo non mostrava la minima traccia
di choc; pareva invece seccatissimo per essere stato disturbato all'una
di notte da due medici e da un'infermiera col viso scarlatto.
In seguito seppi che la pressione di Kasnowsky era costantemente
a novanta e che il malato pareva in preda a choc da due settimane
almeno, senza alcun mutamento. Ecco dunque un esempio di quanto
possa essere tonta un'infermiera, e anche di quanto possa essere
tonto un medico svegliato nel cuore della notte, perch accorre
al capezzale di un malato del quale non ha mai nemmeno sentito parlare.
Gioved  stata una giornata senza complicazioni. Sono stato a vedere 
la signora Blomberg, ammalata di cancro.  ormai alla fine,
e fa una pena immensa. L'infermiera mi ha detto che il dottor Slater
ha dato ordine di sospendere le fleboclisi. Non ha voluto scriverlo
sulla cartella, ma vuole che ci passiamo parola. Non capisco bene
quale sia lo scopo di questo ordine, ma ne ho il sospetto; non so se
questa storia mi piaccia o no, ma in fondo credo di s, per il bene
della signora Blomberg.
Venerd, 9 agosto
Durante il pomeriggio, ho fatto un giro per vedere qualcun
altro dei vecchi pazienti. Hattie Stevens andr a casa domani,
probabilmente; la sua pressione va abbastanza bene,
per ora almeno. Il dottor Franklin la far venire in clinica due volte
la settimana, per un controllo.
Alle cinque, sono sceso a farmi una doccia, e alle sei Ann  venuta
a prendermi per andare a cena fuori.  la prima volta, in un mese.
Luned, 22 agosto
La sera di sabato  stata occupata da tre o quattro ricoveri
assolutamente insignificanti. Alcuni medici esterni si servono
del nostro ospedale come di un ripiego per evitare di farsi
seccare dai pazienti durante la fine settimana. Il dottor Isaacs ci aveva
mandato una bambina con un dolore a una spalla, e le infermiere del
primo piano mi hanno tirato gi dal letto perch salissi a vederla; ma
il dottor Isaacs aveva prescritto di darle subito dei sedativi, cos,
quando sono arrivato io, la piccola ronfava placida. Bene, se era cos
malata da dormire come un ghiro, poteva anche aspettare fino alla
mattina dopo. E la mattina dopo, eccola l, la mia bimbetta sveglia e
vispa, sana come un pesce. A quanto pare, si era svegliata strillando in
piena notte e i genitori avevano telefonato al dottor Isaacs, che aveva
risposto:  Portatela all'ospedale , poi si era girato dall'altra parte 
e si era rimesso a dormire. Ho scritto sulla cartella: "Soggetto normale,
nessuna malattia". E spero proprio che il dottor Isaacs la
veda, quando verr qui, anche se immagino che la cosa non lo
toccher gran che.
Domenica pomeriggio  venuta una ragazza, accompagnata dal
suo amico, che era piuttosto sbronzo. La ragazza aveva un bello
squarcio al cuoio capelluto, che si era fatto cadendo, almeno cos ha
detto. Mentre la medicavo, il suo amico si  addormentato sulla
sedia. Allora lei mi ha susurrato che era stato lui a ferirla col calcio
di una rivoltella. Le ho domandato se intendeva sporgere denuncia,
e lei ha risposto di s; l'ho accompagnata ai raggi a fare una lastra
del cranio, e le ho fatto telefonare alla polizia dal centralino 
dell'ospedale. I poliziotti erano addirittura estasiati: il giovanotto 
ha una fedina penale lunga un chilometro, comprendente, fra l'altro, furto
e spaccio di stupefacenti. Se lo sono portato via ancora addormentato,
e io ho rimandato a casa la ragazza.
Mercoled, 24 agosto
Credo di aver dimenticato di dire che la signora Blomberg
 morta domenica mattina.  stato un sollievo per tutti, la
fine di una lunga, durissima battaglia. Dopo quest'esperienza,
penso di cominciare a capire perch i medici odiano il cancro pi
di qualsiasi altra cosa al mondo. La povera signora era in preda a 
sofferenze invincibili, che si attenuarono soltanto quando il dottor 
Cornell accondiscese finalmente a eseguire una radicotomia posteriore
dorsale, a reciderle cio gli ultimi nervi sensoriali della spina 
dorsale. Ma, allora, si cre tutta una serie di altre complicazioni: 
nausea, diarrea, itterizia. E, oltre tutto, come diceva a proposito del
cancro uno dei miei vecchi professori dell'Hopkins, la cosa pi terribile
 vedere un carattere forte come quello della signora Blomberg,
quando viene raggiunto il limite estremo della sopportazione, 
disintegrarsi letteralmente sotto i nostri occhi.
Alla fine, la malata cadde in coma, per il cedimento del fegato, e
fu tenuta in vita unicamente con la somministrazione di liquidi per
via endovenosa. E quando il dottor Slater ordin verbalmente di
sospendere le fleboclisi, fu la fine: la signora mor due giorni dopo,
senza aver ripreso conoscenza. Un medico non pu sostituirsi a Dio, si
dice; un medico non deve mai arrendersi e gettare la spugna. Ma io
credo che, prima di fare una dichiarazione del genere, bisognerebbe
provare la gioia di assistere una paziente come la signora Blomberg:
una donna ridotta a un cadavere che respira e soffre. Non so se il
dottor Slater intendesse sostituirsi a Dio o se non facesse invece,
per interposta persona, soltanto una piccola parte del Suo lavoro.
Sharon Bibble, la piccola paziente leucemica di Andy Case,  tornata
a casa, per ora, imbottita come una salsiccia di globuli rossi
compressi e di cortisone. Una bambina cos seria! Credo che non
abbia sorriso una volta sola in tutto il tempo che  stata qui, anche
se pareva che io le riuscissi abbastanza simpatico. Ho domandato a
Case quanto tempo ci vorr prima che torni in ospedale, e lui si 
stretto nelle spalle.  Un mese, due, forse sei... chi lo sa!  Poi mi ha
guardato con un sorrisetto ironico.  Non sta pi a noi medici
decidere, amico mio.  nelle mani di Dio, ormai. 
Marted pomeriggio  entrato un paziente che mi ha insegnato
come le cose possano precipitare in quattro e quattr'otto. Sofferente
da lungo tempo di una grave ipertensione che gli aveva ormai 
compromesso gravemente cuore e reni, il signor Siding, di cinquantotto
anni, aveva ora una dichiarata insufficienza renale, con la conseguenza
di una seria anemia. Quando l'ebbe visitato, il dottor Van Wert 
dichiar che c'erano due sole cose da fare: curare l'anemia,
cos da poter avere qualche speranza di fargli scendere la pressione,
e cercare di ridurgli la pressione prima che la funzione renale fosse
definitivamente compromessa. Prescrisse una fleboclisi di soluzione 
fisiologica salina, seguita da una trasfusione di sangue, e se ne and.
Dal canto mio, pensando che fosse meglio intervenire al pi presto
possibile, ordinai di fare subito la trasfusione. Gli avevamo iniettato
s e no duecento centimetri cubi di sangue, quando il paziente ebbe
un improvviso collasso cardiaco. Il cuore galoppava a centoventi
pulsazioni il minuto, i polmoni si erano intasati di liquido e il
poveretto boccheggiava, in condizioni davvero critiche. Elencai 
mentalmente i provvedimenti che avrei dovuto prendere: ossigeno, morfina,
lacci emostatici alle gambe e alle braccia per alleggerire la pressione
sul cuore, somministrazione di aminofillina per favorire l'eliminazione
del liquido dai polmoni e aprire il passaggio all'aria. Ma avevo udito
dire da Van Wert che Siding soffriva di una vecchia bronchite 
ostruttiva; dunque, niente ossigeno, perch avrebbe potuto rendergli pi
difficile la respirazione. Quanto alla morfina, non avevo dimenticato
il vecchio Jerry Dykeman, sicch mi limitai a mettergli i lacci e a
somministrargli l'aminofillina; ma il paziente peggior sempre di
pi. Non pensai nemmeno a sospendere la trasfusione; non mi ero
reso conto che la prima causa di quella crisi era il sangue che 
defluiva troppo in fretta.
Il paziente diventava grigio e boccheggiava sempre di pi in cerca
di aria, quando finalmente mi decisi a far chiamare Milt. Milt sal,
diede un'occhiata al malato e imprec. Per prima cosa, fece sospendere 
la trasfusione, poi ordin la morfina, infine piant sul viso del
malato la maschera per l'ossigeno.  Che cosa avevi intenzione di
fare, di uccidere questo poveretto?  ringhi, e se ne and a grandi
passi a chiamare Van Wert.
Tutto era accaduto nel giro di venti minuti. Non sapevo che un
collasso cardiaco potesse marciare cos in fretta; immagino che il 
malato fosse gi sull'orlo di una crisi e che la pressione supplementare
della trasfusione troppo rapida fosse proprio quel che ci voleva. Quando 
arriv Van Wert, l'uomo respirava gi meglio e cominciava a
riprendersi. Van Wert prescrisse altra morfina e ascolt la mia triste 
storia.  Abbiamo una sola arma contro le crisi cardiache di
quest'uomo  disse poi, scotendo la testa.  Solfato di morfina fin
quando basta. Se gli blocca la respirazione, si ricorre a una macchina
Bennett e si respira per lui finch non si riprende o muore.
Ma morrebbe di sicuro, senza morfina.  Con mio immenso stupore,
il signor Siding super la notte; pareva un cencio, ma era ancora
vivo. Quanto a me, Dio mi aiuti, credo che non sbaglier pi a 
curare un collasso cardiaco da congestione.
Oggi, Van Wert ha prescritto al signor Siding un'altra trasfusione.
Gliel'abbiamo fatta molto lentamente e alle cinque, quando sono
andato via, la trasfusione era a met e il paziente stava veramente
bene. Van Wert dice che ogni giorno guadagnato  una vittoria.
Forse, potremo assicurargli ancora un paio d'anni di vita attiva.
Sono stato stupito di ritrovare ancora al terzo piano la bambina
mandata dal dottor Isaacs, ricoverata sabato sera per il "dolore alla
spalla", e tuttora senza il minimo sintomo di malattia.  una deliziosa 
bambina di due anni, bionda, con gli occhi azzurri e le guance
rosa.  molto socievole e si diverte un mondo, perch tutti la coccolano.
Ho avuto qualche altra informazione sul suo conto. Pare che sabato 
notte, quando l'hanno portata qui, i suoi genitori fossero entrambi
ubriachi. Non sono venuti nemmeno a vedere come stava fino a marted
sera tardi. Allora hanno cercato di portarla a casa, ma l'infermiera 
ha detto che prima dovevano telefonare al dottor Isaacs. I due
hanno risposto che s, l'avrebbero fatto, ma da quel momento non li
ha visti pi nessuno. Pare che non abbiano affatto telefonato a Ike, e
la piccina non  ancora tornata a casa. Si dice che i genitori peggiori
siano sempre meglio del migliore istituto, ma talvolta vien fatto di
dubitarne. Da principio me l'ero presa a morte con Isaacs per aver
fatto ricoverare la bambina, ma forse  stato soltanto un atto di bont.
Il dottor Isaacs (Ike)  uno dei medici pi anziani della citt, con
una clientela cos gigantesca che pu permettersi il lusso di tenersi
quattro studi e pagare due brillanti giovani che lo aiutino. I medici
della clinica non lo hanno affatto in simpatia, anche perch  trasandato,
con un sigaro eternamente fra i denti (dicono che, se non glielo 
impedissero, se lo porterebbe anche in sala operatoria); e
inoltre Isaacs ha troppi pazienti che lo trattano come un Dio, e
non darebbero un quattrino per i medici della clinica.
Ho sentito dire che, di tanto in tanto, la clinica cerca di istigare
l'ospedale ad abolire i privilegi concessi a Isaacs, ma l'ospedale se
ne guarda bene, perch Ike manda qui un fiume di pazienti. Residenti
e interni gli vogliono bene, perch affida loro i suoi interventi 
chirurgici e le sue partorienti. Tuttavia, a proposito di Ike, si racconta
la storiella che, ogni tanto, diventi matto e cerchi di far ricoverare
al Graystone la citt intiera, un rione alla volta: luned, lui era a
Desertview Heights, e cos Alec Ivy si  trovato impegolato con sette
dei suoi pazienti.
Oggi non c' stato niente di importante fino all'una e mezzo,
quando mi hanno chiamato perch andassi a vedere il signor Perez,
un uomo di trentatr anni, arrivato in aereo dal Messico e ricoverato
ieri in osservazione per disturbi ricorrenti, caratterizzati da violenta
accelerazione dei battiti cardiaci e da sudorazione copiosa, cui seguono 
poi violenti mal di capo. Tali attacchi, ha detto il paziente,
durano circa mezz'ora, ma sono andati facendosi sempre pi frequenti 
e, ultimamente, sono stati accompagnati da lievi dolori al
cuore. Perez  molto grasso e altrettanto piagnone. Se ne sta l a
commiserare se stesso, e guarda con sospetto chiunque gli passi 
vicino. Non aveva alcun disturbo, quando ho steso la sua cartella
clinica, ma ho lasciato ordine di chiamarmi subito, e di fargli un
elettrocardiogramma d'emergenza non appena sopraggiunga un attacco.
Gliene  venuto uno, infatti, e io mi sono precipitato da lui, ma
tutto gli era passato prima che potessero fargli l'elettrocardiogramma.
Tuttavia, l'infermiera mi ha detto che le pulsazioni erano oltre 
duecento al minuto e la pressione era salita a centosettanta. Questo
avrebbe dovuto far squillare in me il campanello d'allarme, ma non
ho avuto il minimo sospetto, finch Milt Musser non ha accennato
all'ipotesi che la causa del disturbo potrebbe risiedere in un tumore
della ghiandola surrenale; si tratta di una malattia molto rara, di
quelle che si studiano all'universit e che poi non si ha mai occasione
di incontrare nella pratica. Non ci avevo nemmeno pensato, cos
ho perduto un'ottima occasione per fare una diagnosi stupefacente.
Mi trovo molto meglio con Milt Musser, ora; mi aiuta quasi quanto
mi aiutava Pete, anche se non lo trovo altrettanto simpatico.  certo
un tipo strano. Talvolta si alza e se ne va mentre gli stai parlando,
oppure dice:  Ah, s, certo  mentre tu stai facendo osservazioni
molto importanti, e poi cambia bruscamente argomento. Ma quando
si degna di prestare la sua attenzione,  estremamente acuto, ed 
abile nell'insegnare. Oggi pomeriggio mi ha fatto una breve ma 
esauriente lezione sul modo di esaminare il tracciato di un 
elettrocardiogramma e, per la prima volta, ho capito tutto con molta 
chiarezza.  Tralascia i particolari di contorno  mi ha detto,
 e mettiti in testa le poche cose che devi cercare; allora sarai in 
grado di vedere subito nell'elettrocardiogramma quello che ti serve. 
I particolari li studierai dopo.  Mi sono domandato perch quei 
sapientoni dell'universit non spieghino le cose a questo modo.
Il dottor Fred Kidder  sempre un interrogativo.  piccolo, nero
e segaligno, con la voce nasale. Ci diamo del tu e andiamo abbastanza 
d'accordo, ma lui  sempre sarcastico, sia quando critica sia quando 
scherza, e non riesci mai a capire se  soddisfatto di te oppure
no.  capace di tirarti un colpo basso, e poi di riderci sopra (Ah. ah!)
come se avesse realmente inteso scherzare. Ma  il medico
pi brillante della clinica e la prossima primavera, quando andr
a lavorare con lui, dovr stare bene attento a tutti i minimi particolari.
Fred scopre sempre qualcosa che hai trascurato di fare e, accidenti a 
lui, tutte le volte che rileva una tua mancanza, pensi che
avresti dovuto accorgertene da solo!
(Sguardo retrospettivo. Conosco Fred da anni, ormai, ma queste
considerazioni sono valide ancora oggi. Per, ora lo capisco meglio.
 uno di quei perfezionisti nati, come se ne trovano di tanto in tanto
nella professione medica, cos brillante e fermo nelle proprie 
convinzioni che riesce quasi intollerabile averlo intorno. Ma quando ho
un malato di petto particolarmente difficile, lo mando sempre da
Fred, che in questo campo  uno dei cinque pi illustri clinici del
nostro paese.)
Nessuno dei medici ospedalieri coi quali ho lavorato finora ha permesso 
che la simpatia o l'antipatia personale influissero minimamente sui 
loro rapporti con me, in qualit di interno: nessun ripicco, nessuna
lotta sotterranea. Si sente che tutti considerano questo
un lavoro di squadra, e che non li ha mai nemmeno sfiorati il 
pensiero di scavare la terra sotto i piedi a un componente quella 
squadra, perch  un po' indietro.
E del resto, ora che comincio a essere pi sicuro di me stesso, mi
sento maggiormente parte dell'organizzazione, e so di dare anch'io
un contributo positivo. I vari medici mi lasciano un pi ampio
campo d'azione, e ormai so benissimo quali prescrizioni posso dare di
mia iniziativa e quando invece  meglio che aspetti il medico curante
Mercoled, 31 agosto
Ho avuto una fine settimana veramente piacevole. Ann e io
siamo partiti sabato verso mezzogiorno e ce ne siamo andati 
in montagna. Cieli limpidi e azzurri, grandi boschi di pini, 
torrentelli deliziosi. Abbiamo trovato un ottimo terreno per
il campeggio, e domenica mattina ci siamo spinti a piedi fino a uno
dei laghi pi alti, dove ho pescato una bella, grassa trota dorata.
lunga trentacinque centimetri.
Luned mattina, alle otto, ho ripreso servizio e si  cominciato
subito a pieno ritmo. Pete  tornato e ho dovuto aggiornarlo sui nuovi
pazienti. Una bella botta per uno che  appena tornato dopo quindici
giorni di luna di miele; in pratica, Pete si  ritrovato in un posto
nuovo e ha dovuto impararsi a memoria la storia clinica di trentacinque
nuovi pazienti. Poi sono cominciate le accettazioni; a mezzanotte 
eravamo arrivati a dieci. Ho dovuto correre soltanto per tenere 
dietro a queste.
Facendo il giro, ho saputo che il signor Siding era morto tranquillamente 
alle quattro e mezzo di luned mattina. Gli hanno fatto l'autopsia e 
fra l'altro si  scoperto che i reni gli si erano raggrinziti fino
a diventare non pi grandi di una ghianda.  morto di ipertensione
maligna, con collasso del cuore e dei reni; nessuna meraviglia che
non siamo riusciti a fare niente per lui. Hattie Stevens far prima o
poi la stessa fine, ma speriamo che, tenendo sotto controllo la sua
pressione a questo stadio, potremo ritardare ancora per un po' il 
saldo del suo conto, e farle guadagnare qualche anno di vita tranquilla
e attiva.
Marted sera, segnale di partenza con cento cose che mi sono
piombate addosso in un colpo solo. Alle cinque e mezzo del pomeriggio,
arriv al Pronto Soccorso un tassista che, in un incidente, aveva
sbattuto il torace contro il volante. Mi ci volle un'ora buona per
accertare che cosa avesse. Volevo fargli fare una radiografia del torace,
per vedere se c'erano fratture, ma la signorina della radiologia
era gi in procinto di andarsene a casa, e si prese tanta rabbia
perch la feci rimanere, che mi prepar una serie di lastre dalle
quali nemmeno il dottor Slater avrebbe capito un'acca. Non so che
cosa abbiano pensato i medici del reparto radiologia quando le
hanno viste, la mattina seguente: mi auguro soltanto che non abbiano
creduto che le avessi fatte io.
Pi tardi arriv un ragazzo con un piede fratturato, poi ci furono
altre sette accettazioni che non avevo ancora visto, cos che mi tocc 
correre su e gi, in lungo e in largo, cercando di sistemare i malati
prima di notte. Verso le undici dissi a Pete:  Finir per ammazzare 
qualcuno, se devo correre a questo modo ancora per un po'! 
Non credi che potrei lasciare qualche cartella per domani mattina ? 
 Ma certo  rispose lui,  va' a letto , e io ci andai, a 
mezzanotte... e all'una e tre quarti mi chiamarono dal Pronto Soccorso,
perch andassi a vedere uno che si era fatto cadere su un alluce
un barilotto di birra. Grandioso! Nessuna frattura, neanche molto
dolore, ma non poteva aspettare fino alla mattina dopo.
E cos ho finito la mia ultima notte di servizio, con circa due ore
di sonno: per tutta la notte, a intervalli di un'ora, mi hanno fatto 
correre su e gi a prescrivere sonniferi. Mi riesce difficile credere che
il mio turno sia finito; mi sembra di esserci stato per cinque anni!
Ora vedr i pazienti di medicina soltanto nei turni di notte e festivi.
Il reparto di ostetricia e ginecologia rappresenter, per me, un
cambiamento brusco e totale.
OSTETRICIA E GINECOLOGIA
Al tempo in cui c'ero io, il turno in ostetricia al Graystone
Memorial Hospital era uno dei peggiori, per un interno. In
ostetricia, come in tutti gli altri settori della medicina, si
impara lavorando. Ci sono libri di testo, naturalmente, e conferenze
e diagrammi e dimostrazioni, ma alla fine un medico impara a far
nascere i bambini facendo appunto nascere i bambini. Quando si
tratta di ospedali di carit, dove i pazienti non hanno un medico
privato, la cosa  abbastanza facile. Le ricoverate sono sotto la
responsabilit dell'interno e del residente, che lavorano sotto la guida
di medici pi esperti. Ma al Graystone non c'erano letti gratuiti
Quando si usava ricorrere all'anestesia totale, con la paziente
che dormiva al momento critico e il marito che aspettava in un'altra
stanza, anche le paganti potevano essere assistite nel parto da un
interno, con l'aggiunta, tutt'al pi, del medico privato della signora,
ma nessuno specialista. Per, con l'anestesia totale, venivano al mondo
bambini addormentati come le loro madri. Allora i bravi ostetrici
ripiegarono sul blocco a sella, sull'anestesia peridurale o su altri
sistemi di anestesia parziale; torn di moda il parto naturale, con la
paziente che vedeva con i propri occhi chi l'assisteva. A questo
modo, non soltanto l'interno fu privato di una pratica di vitale
importanza, ma l'ostetrico impar a sfruttare la sua posizione di
primo piano, introducendo una sfumatura di teatralit nella candida 
sala dalle potenti lampade al soffitto.
Alle mamme piacque moltissimo. Agli ostetrici piacque moltissimo.
Soltanto agli interni non piacque per niente.
In ostetricia, l'importanza del rapporto medico-paziente  pi sentita 
dal medico e dalla paziente di quanto non accada in qualsiasi
altro campo della professione. In sala parto non c' posto per gli 
estranei, e al Graystone l'interno era un estraneo.
Ma doveva pure imparare. E in qualche modo ci riusciva, come
si vedr nel seguente diario.
IL DIARIO - Settembre
Gioved, 1 settembre
Una cosa  certa: il passaggio da un reparto all'altro non avviene 
a suono di fanfara, qui dentro. Me ne restai semplicemente in piedi
tutta la notte a concludere il mio turno in Medicina 1, poi scesi 
al bar e ci trovai Alec Ivy che masticava panini, pi acido che 
mai.  Sicch, pare che sei in ostetricia, ora, eh?  disse. 
 Gi  risposi, e lui, dopo avermi squadrato con quel
suo particolare sorrisetto di commiserazione, aggiunse:  Da quel
che ho sentito, sar una bella fortuna se riuscirai a scoprire da che
parte nascono i bambini, l dentro! 
Finita la mia colazione da ventinove cents, salii alla stanza delle 
infermiere del sesto piano, dove si trovano le sale parto e travaglio,
ma non c'era niente da fare; perci rimasi a bere un caff con la
signorina Hardy, la capo infermiera. Verso le nove, arriv il dottor
Goodfellow, che, dopo avermi prodigato un sorriso cordiale e una 
cordiale stretta di mano, mi condusse nella stanza dei medici, per
istruirmi sul servizio in ostetricia, pregarmi di dargli del tu e dirmi
che gli ostetrici erano generosi ed espansivi, ma che i rapporti 
medico-paziente erano un po' diversi e che, di conseguenza, l'interno
avrebbe dovuto guadagnarsi la fiducia dell'ostetrico, prima che gli
fosse consentito di fare molto, e via di questo passo.
Tutto molto schietto, molto da "uomo a uomo", ma avevo gi
saputo da Pete che quei signori dell'ostetricia erano tutti cos pieni
di s ed egocentrici che nessun interno, finora, era arrivato a 
"guadagnarsi la loro fiducia". E inoltre, avevo gi udito Goodfellow 
usare lo stesso tono dolce e suadente per convincere una paziente che
il nero era bianco, se lo si guardava abbastanza a lungo.
Se non altro, ebbi modo di osservare Goodfellow per qualche minuto. 
Lui e il suo collega, Ben Boggs, si occupano di tre quarti circa
delle pazienti che vengono a partorire qui. Goodfellow ha senza
dubbio l'aspetto dello specialista dignitoso, ad alto livello: un bell'uomo
sulla cinquantina, capelli candidi e voce dai toni bassi e suadenti.
Van Wert osserv un giorno che, per le sue pazienti, Horace Goodfellow  
un dio, e Horace, forse, non saprebbe dar loro torto. A me
sembra un po' troppo soave, e il suo viso un po' troppo florido:
tre whisky ogni sera prima di cena, scommetto, e senza soda.
Il lavoro diagnostico  limitatissimo, in ostetricia, poich, per la
maggior parte, le pazienti presentano sintomi ovvii, e sono quasi tutte
sane come cavalli. Ma, nei casi di emergenza, l'interno deve supplire
fino all'arrivo dell'ostetrico, perci, quando sar di turno, dormir in
reparto, anzich negli alloggi degli interni.
Qui si passa dalla fame all'indigestione, dice Goodfellow. Potr 
capitarmi di stare a sedere con le mani in mano per un'intiera giornata,
perch non c' niente da fare, e poi vedermi arrivare otto pazienti in
un quarto d'ora, e tutte che tentano di partorire nello stesso momento.
Nel bel mezzo della conferenza di Goodfellow, la signorina Hardy
mise dentro la testa, per avvertirlo che era arrivata una sua paziente.
Andammo subito in sala travaglio a interrogarla. Era una primipara,
e il travaglio era appena cominciato, ma l'ostetrico decise di trattenerla
in ospedale. Gli ostetrici sono sempre un po' agitati quando
si tratta di una donna al suo primo parto, perch non ha ancora 
dimostrato di poter partorire normalmente. Pi tardi, arrivarono due
partorienti, una per Goodfellow e l'altra per il dottor Arnold Prince.
Partorirono entrambe nel pomeriggio, ma alle cinque, quando me ne
andai, la primipara era ancora allo stesso punto.
Venerd, 2 settembre
Ho assistito, oramai, a un numero sufficiente di parti per
capire come funzionano le cose, in ostetricia, e ho l'impressione 
che non imparer molto. A questi ostetrici piace avere accanto 
l'interno che li assiste, ma qui "assistere" significa soltanto 
stare l a guardare.
Il dottor Arnold Prince  venuto e andato diverse volte.  uno
degli ostetrici che godono le maggiori simpatie fra gli altri medici,
ma non  un sentimento del tutto disinteressato, perch egli assiste
gratuitamente (cortesia professionale) le mogli di parecchi di loro,
al punto che fatica a pagare l'affitto del suo studio privato. 
Goodfellow non si  visto molto, ma in compenso si  visto il suo collega,
che non mi piace neanche un po'. Boggs  basso e tarchiato, rude
quanto Goodfellow  mellifluo. Venerd mattina ha assistito nel
parto la primipara entrata gioved: tentava con tutto l'impegno di
scimmiottare le brillanti chiacchiere che Goodfellow fa, con tanto
garbo, in sala parto, ma non riusciva nemmeno a spiccicare una parola.
Al piano dell'ostetricia ci sono tre sale travaglio, accanto alla 
stanza delle infermiere; le due grandi sale parto divise dalla stanza di
sterilizzazione, e, relegata in un angolo, in fondo, la stanza dei 
medici, con docce, bagni, ripiani per i camici sterili e, sul retro, 
un'altra camera con qualche branda, e l'inevitabile telefono. L'interno di
turno pu dormire l, insieme con l'anestesista di turno e qualche
ostetrico occasionale che sta sudando sette camicie con una partoriente.
Se un'infermiera ha bisogno di un medico, poniamo alle due di
notte, bussa alla porta con un martello da fabbro, poi mette dentro la
testa e urla un nome con quanto fiato ha in gola, insieme con qualche
piacevole selezione di catastrofiche notizie che dovrebbero far balzare 
il malcapitato dal letto. Bisogna proprio essere morti di stanchezza 
per riuscire a chiudere occhio in quell'ambientino.
Venerd, secondo giorno del mio servizio, fu abbastanza tranquillo.
Dopo un D e R (dilatazione e raschiamento) in seguito ad aborto,
Boggs mi tese un cucchiaio ottuso perch provassi i movimenti del
procedimento. Capita spesso di dover fare questo intervento, che 
facilissimo, del resto.
(Sguardo retrospettivo: Semplice, s'intende; se tutto va bene; non
sapevo, allora, con quanta facilit nascano i guai. Sono sempre 
dell'idea che gli ostetrici avrebbero potuto preoccuparsi maggiormente
di insegnarci qualche tecnica tipo D e R, ma li capisco meglio, ora;
semplicemente, non avevano alcuna voglia di dover passare il resto
della giornata a rimediare il danno compiuto da qualche interno
troppo zelante.)
Luned, 5 settembre
Domenica mattina, di buon'ora, ho avuto un saggio dei guai
che possono capitare di tanto in tanto in questo reparto. si
arriva a pensare che il turno in ostetricia sia tutto roba di
ordinaria amministrazione e poi, proprio nel momento in cui giri
l'occhio dall'altra parte, ti capita una mazzata in testa. Stavo per 
addormentarmi, alle quattro e mezzo di mattina quando un'infermiera
di notte, certa Webber, batt violentemente alia mia porta, mise 
dentro la testa e url:  C' una donna che partorisce nell'atrio!  
Aggiunse che avevano gi telefonato al dottor Flagg, il quale desiderava 
che mi occupassi io della paziente, finch non fosse arrivato lui.
Quando trasportarono la donna gemente in sala parto, in barella,
vestita com'era, io stavo gi lavandomi le mani. Poi la signorina
Tuttle, una piccola, tranquilla infermiera di notte, mise dentro la
testa e disse:  Sa, questa donna  gi stata qui;  una placenta 
previa, e ha un'emorragia .
Bene, smisi subito di lavarmi e andai in sala parto. La donna aveva 
smesso di lamentarsi; ansimava soltanto, ora. La signorina Webber le
misur la pressione: arrivava s e no a cinquanta, e io pensai
che la paziente se ne sarebbe andata l, sotto i nostri occhi.  Non
vuole visitarla, dottore?  domand la signorina Tuttle.  Non ci
penso nemmeno.  risposi io.  Sollevatele i piedi coi blocchi da choc
e portatemi subito il necessario per una fleboclisi, e le provette 
sterili per il sangue. 
Quando ebbero finito di spogliarla, era ormai chiaro che non era
in travaglio, ma soltanto in preda a un'emorragia. Le prelevai il sangue
per l'accertamento del gruppo, ma la vena si afflosci prima che
potessi inserire l'ago della flebo, e non riuscii a trovarne un'altra,
ne fosse andato della mia vita. Dissi alle ragazze di portare 
immediatamente il sangue in laboratorio, e che qualcuno rimanesse laggi,
per portarmi subito il risultato. Quelli del laboratorio possono fare
l'accertamento del gruppo in dieci minuti, basta star loro alle calcagna.
La donna aveva perduto conoscenza, ormai, e la Webber non riusciva 
neanche pi a sentirle la pressione. Io ero sempre l a combattere
con quelle vene, quando arriv Pat Gallo, l'anestesista residente,
il quale, dopo aver dato un'occhiata alla poveretta, disse:  Bene, 
ficchiamole un ago in vena!  Butt per terra l'ago piccolo col quale
mi stavo accanendo, afferr una siringa con un grosso ago di plastica
e, tic tac, in un attimo l'infil in una vena della paziente, e avvi
la fleboclisi. La pressione sal subito un pochino, allora aggiungemmo
un'unit di plasma, e quando l'infermiere torn col sangue, la donna
aveva gi cominciato a reagire.
Anche l'emorragia si era attenuata un poco. Dissi qualcosa a proposito 
del ringraziare Iddio per il suo aiuto, e Gallo mi guard fisso.
 Di' un po', non hai tentato di visitarla, per caso?  Risposi che no,
grazie tante, me ne ero guardato bene. All'universit, ne avevo sentite
abbastanza di storie raccapriccianti a proposito di placente previe,
casi in cui la placenta si trova in basso, dentro l'utero, invece
che in alto. Un interno incauto, visitando la donna che sta per 
sgravarsi, potrebbe rompere la placenta e vedersi morire la paziente
sotto gli occhi, per dissanguamento. Non avevo dimenticato quella lezione.
Il dottor Flagg arriv all'incirca in quel momento, diede un'occhiata, 
e disse a Gallo di far preparare la sala operatoria per un taglio
cesareo. Si port gi la paziente e il dottor Flagg non perse tempo:
un quarto d'ora dopo che era arrivato, la paziente era gi liberata.
Il bambino pesava soltanto un chilo e mezzo, ma era vivo, e anche
la donna era salva, e dopo un po' io pure smisi di tremare, quanto
bastava per tenere a posto i divaricatori e dare un'occhiata a quel
che stava succedendo. Fin tutto bene, dunque, ma io mi domando
ancora che cosa diavolo avrei fatto se, putacaso, a Flagg si fosse
bucata una gomma per strada, o se Gallo non fosse arrivato al 
momento giusto.
Stavamo appena finendo, verso le sei e mezzo, quando il dottor
Prince mise dentro la testa, per annunciare che aveva anche lui un
taglio cesareo: una primipara con presentazione podalica (cio col
bambino che si presenta seduto, invece che a testa in gi), e Prince
non osava tentare il parto per via naturale, perch la donna era
molto esile. Cos, quando Flagg ebbe finito, aiutai Prince, e quando
l'intervento fu concluso erano ormai le undici. Anche questo and
bene; il bambino era sano e vispo, ma la madre aveva un bacino
tanto stretto che ben difficilmente avrebbe potuto sgravarsi di un
bambino in posizione normale, figurarsi poi di un bimbo in quella
posizione!
Frattanto si era accumulata per me una mezza dozzina di chiamate 
dai reparti di medicina, che mi tennero occupato per il resto
della mattinata e per tutto il pomeriggio di domenica. Dopo cena,
entrarono altre due donne in travaglio. A quel che mi dicono le
infermiere, lo schema abituale delle operazioni  il seguente le
donne entrano coi primi dolori verso le nove o le dieci di sera e 
partoriscono intorno alle quattro di mattina. E infatti una ha partorito
alle tre e l'altra alle quattro e mezzo. Mi hanno chiamato per 
"assistere" a entrambi i parti, ma una volta ancora non ho fatto altro che
guardare, senza muovere un dito. Tutto sommato, anche se non 
stato un lavoro frenetico, stamattina mi sento piuttosto abbacchiato.
Oggi  stata una lunga giornata di dolce far niente. In tutto il giorno,
una sola paziente: una donna che ha dato alla luce il quindicesimo 
figlio dopo due o tre contrazioni da niente, e che poi ha domandato 
perch non poteva rifare le valigie, con bambino e tutto, e tornarsene 
a casa.
Mercoled, 7 settembre
La mattina ho fatto il giro di alcune pazienti che hanno
gi partorito. L'unica a lamentarsi  stata una giovanissima
che piagnucolava perch le facevano male i punti.  una
paziente del dottor Goodfellow, che ha partorito venerd: una buffa
ragazzetta con le treccine, che in principio aveva voluto "il metodo
Read" (Il famoso metodo del "parto naturale" propugnato dal dottor Grantly
Dick Read e basato sull'accurato studio prenatale della meccanica della 
gravidanza, sugli esercizi fsici e della respirazione, per arrivare a un 
parto indolore senza l'uso di anestetici. Dal tempo in cui ero interno, il 
metodo Read  stato sostanzialmente modificato, soprattutto a opera
di Lamaze), ma che, dopo due o tre feroci ondate di dolori, aveva deciso
che, tutto sommato, quel metodo non era il suo ideale, e cos 
Goodfellow aveva dovuto chiamare in gran fretta l'anestesista e farle 
l'anestesia epidulare.
A quanto pare, non poche donne giovani sono entusiaste del parto
naturale, almeno finch non vengono in ospedale, ma i medici non se
ne preoccupano troppo. Il guaio  che, con tutta la pubblicit che si
 fatta al metodo Read, per una quantit di queste donne pare che
esso diventi una questione di orgoglio, di successo o di fiasco. Ma se
non hanno mai partorito senza anestesia, non hanno un'idea di quello
che le aspetta. E cos, quando scoprono che l'impresa non  affascinante
come pensavano, hanno la sensazione di arrendersi, se chiedono aiuto.
Il metodo Read  basato in parte sul principio che la madre debba 
essere cosciente durante il parto, che madre e padre debbano
essere uniti in quell'evento, e a questo non v' niente da obiettare.
Ma se l'ostetrico ricorre all'anestesia parziale invece che alla totale,
 difficile vedere che cosa ci sia da guadagnare col metodo Read.
Con l'anestesia epidurale, l'anestesista inietta novocaina nel canale
sacrale caudalmente al midollo spinale, rendendo cos insensibili i
nervi sensorii dell'utero, della vagina e del retto, e inattivi i nervi
motori dei muscoli del canale del parto, ma non i nervi motori
dell'utero. In questo modo, si ha un meraviglioso rilassamento
dei muscoli del canale del parto, cos che il nascituro non deve
lottare per tutto il tragitto contro muscoli contratti e la madre,
ben desta,  in grado di collaborare, e pu spingere senza avvertire
dolore. A me pare che l'anestesia lombare offra tutti i vantaggi 
del metodo Read, eliminando il dolore, perci non capisco
davvero che cosa possa offrire di pi il cosiddetto "parto naturale".
Ho domandato alla signorina Tuttle quante delle donne che partono 
con l'idea del metodo Read resistono poi fino alla fine. Forse
una su tre, ha risposto, e quelle che non ce la fanno ne traggono
poi un tale complesso di colpa e di inferiorit da averne talvolta
un vero e proprio trauma psicologico.
Finora ho visto soltanto due donne che hanno resistito fino all'ultimo.
Una era una bella ragazza sui ventitr anni, arrogante,
che non volle darmi nemmeno gli elementi per scrivere la storia
clinica, e si ribell persino a un controllo del cuore e dei polmoni.
Al mattino era in travaglio da un pezzo; e io diedi un'occhiata al
marito, un piccoletto che pareva avere una paura folle della moglie.
Questa non si lasci sfuggire un solo gemito: stringeva i denti e
spingeva e ansimava, soffrendo le pene dell'inferno, lanciava occhiate
feroci all'ostetrico, strappandosi di dosso le mani dell'infermiera. 
E per tutte le due ore di quel calvario, il povero marito se ne
stette l a sedere palpitando, come se temesse che a un tratto la
donna si voltasse ad allungargli un ceffone. Lei dunque riusc ad
attenersi al metodo Read fino in fondo e certamente fu un bene,
perch credo che, altrimenti, ne avrebbe avuto un brutto colpo.
La seconda che arriv felicemente in porto col metodo Read fu
una graziosa ragazzina sposata a un giovanotto superintelligente
con spessi occhialoni, che continuava a fare domande indiscrete.
La ragazza aveva contrazioni dolorosissime, ma non ne fu spaventata. 
Forse  un'osservazione sciocca, ma mi pareva che avesse
l'aria di dire: "Va bene,  doloroso, d'accordo, e con questo? Fra
poco sar finita e io avr il mio bambino, e allora perch agitarsi?"
la qual cosa mi sembra molto importante.
(Sguardo retrospettivo: Pi importante di quanto non credessi allora.
Ho aiutato a nascere una quantit di bambini, da quando
questo diario fu scritto, e ora sono certo che, nei casi normali, tutto
dipende pi da ci che accade sopra gli orecchi della donna che
non da ci che accade nel suo bacino; sono convinto che la paura
sia la prima responsabile dei travagli difficili. La donna che ha paura
passer dei guai, indipendentemenle dall'anestetico che si usa o che
non si usa; ma quella che arriva al travaglio calma e serena lo 
superer in un soffio, con o senza anestetico. Le donne che vogliono
legare le mani al loro medico con la storia del parto naturale, 
dovrebbero preoccuparsi prima di tutto di misurare bene le proprie forze.)
Ed eccomi finalmente al mio primo intervento. Avevamo una
paziente, la signora Carter, che sarebbe stata sottoposta ad anestesia
generale e, poich durante il parto avrebbe dormito, Goodfellow
l'avrebbe affidata a me. La signora non voleva essere sveglia n
durante il travaglio n al momento del parto, perci l'ostetrico aveva 
deciso di ricorrere al cosiddetto "sonno crepuscolare", che consiste
in pratica nel somministrare alla paziente morfina e scopolamina in 
dosi sufficienti e lasciarla fuori giuoco per tutta la durata
dell'operazione. La scopolamina non  un narcotico, ma una sostanza 
che provoca amnesia. Non allevia in alcun modo il dolore
ma, a cose fatte, la donna non ricorda pi nulla e crede di avere
avuto un parto tranquillo e normale.
Goodfellow era l a sorvegliare, ma lasci che fossi io a manovrare 
il forcipe, a estrarre il bambino e a ricucire l'episiotomia (un'incisione
che si pratica per evitare lacerazioni), limitando il proprio
intervento ad alcuni utilissimi consigli. Imparai di pi in quell'unico 
intervento di quanto non avessi imparato assistendo ad altri
dieci, fatti da lui. Il neonato era assonnato, ma cominci subito a
respirare. Quando la puerpera si svegli, le domandai come stava,
e lei rispose molto bene, grazie, ma aveva paura che i pompelmi
fossero andati a male; perci sa Iddio che cosa aveva sognato.
Venerd, 9 settembre
Gioved pomeriggio  entrata una paziente del dottor Marin
che ha chiesto l'anestesia totale, e Marin ha lasciato che la
facessi partorire io. Niente di emozionante; la donna era
al suo ottavo figlio e l'intiera operazione dur non pi di cinque
minuti. Ma, se non altro, ebbi il compito di controllare la testa
del bambino.
Pi tardi assistetti a un D e R eseguito da Boggs. La paziente affermava 
di aver abortito naturalmente, ma il cucchiaio di Boggs
non portava alla luce alcun frammento di tessuto che lo comprovasse; 
credo proprio che l'ostetrico fosse preoccupato per le possibilit che
la donna avesse avuto un aborto procurato. Finalmente reper un po'
di tessuto anormale; allora mi guard sorridendo, mentre diceva:
 Bene, bene, immagino che questo metter tranquilli i patologi! 
Non so a chi debbano rendere conto gli ostetrici quando ricevono
sospetti referti patologici, ma ci deve pure essere qualcuno che li
controlla.
(Sguardo retrospettivo: Qualcuno c', infatti; la Commissione Reperti,
un gruppo di medici dell'ospedale che esamina tutti i referti
patologici riguardanti i raschiamenti. Un referto sospetto basta perch 
il primario d'ostetricia faccia privatamente al medico responsabile
una bella lavata di capo, tale da fargli desiderare che la
cosa non si ripeta; se accade una seconda volta, il medico viene
pubblicamente redarguito al convegno mensile del personale medico 
dell'ospedale; la terza volta, viene espulso. Per questo i medici
non si gingillano con gli aborti procurati; potranno lasciarsi ingannare 
una volta, in buona fede, ma dovrebbero essere idioti integrali per
ricascarci.)
Marted, 13 settembre
Luned mattina, quando tornai al mio posto dopo il riposo di
fine settimana, il reparto era gi in movimento. Era appena
arrivata una paziente del dottor Flagg, una ragazzina di appena 
quindici anni, con un marito che ne dimostrava dodici. Sembra
che sia stato un matrimonio "obbligato", e la ragazza si comportava
come  logico si comporti una ragazzina quindicenne in circostanze
simili. Sembrava non rendersi conto di quel che succedeva, e suo marito 
pareva un'anima sperduta. Rest con lei in sala travaglio per la
maggior parte della giornata. Da principio, i due si tenevano le
mani e cinguettavano a non finire, ma poi la sposina fu sopraffatta
dai dolori, e l'imberbe marito rest l, costernato e sconvolto.
Verso mezzogiorno, l'infermiera commise un deplorevole errore:
lasci entrare la madre della ragazza. Doveva essere una visita di
pochi minuti, ma una volta che fu l, la madre non volle pi andarsene,
finch, un'ora dopo, fui praticamente costretto a buttarla fuori. 
Anche nelle migliori situazioni, se c' il marito, non c' posto
per una madre, in sala travaglio, perch le madri tendono fatalmente 
a compiangere la figlia a ogni nuova ondata di dolore, e gioiscono 
nel rammentare al loro piccolo tesoro che  tutta colpa del marito, 
se ora soffre tanto.
La nascita di un bambino  una questione che riguarda strettamente 
gli sposi, un'occasione unica per cementare l'amore e il matrimonio. 
Si consideri questo caso particolare: due ragazzi che si
sono trovati alle prese prima con una gravidanza indesiderata, poi
con un matrimonio forzato. Ora dovranno crescere d'un colpo solo.
E perch si rendano pienamente conto della responsabilit che implica 
una famiglia, quale modo migliore che lasciare il marito a sudare con 
la moglie per tutto il tempo del travaglio, cos che entrambi capiscano 
il vero significato dell'atto compiuto nove mesi prima?
La madre era furibonda perch l'avevo buttata fuori, ma dopo che lei 
se ne fu andata, la figlia si calm e pass attraverso tutte
le fasi del parto aggrappandosi alla mano del marito come fosse
questione di vita o di morte. Devo rendere a quel figliuolo il merito
che gli spetta: era bianco come un lenzuolo, ma continuava a confortare 
la moglie dicendole di star calma, che lui sarebbe rimasto
l con lei, e le si aggrappava con la stessa forza con la quale la 
ragazza si aggrappava a lui. Non avevo mai pensato al procedimento 
di mettere al mondo un figlio come a un atto d'amore, ma giuro che 
con quei due ragazzini fu proprio cos.
La giovanissima puerpera si sgrav alle sette di sera, ancora 
spaventata da morire. Le avevano fatto una bella anestesia epidurale,
perci non soffriva molto, ma il dottor Flagg la trattava col suo 
garbo da ippopotamo, senza nemmeno degnarsi di spiegarle che il
forcipe non le avrebbe fatto alcun male. Quando la poverina vide
quelle enormi pinze ricurve, per poco non si butt gi dal lettuccio.
Erano lei e il suo ragazzo, soli contro il mondo. Poi, a un tratto,
tutto fu finito, il bimbo urlava a pieni polmoni e il dottor Flagg
si pavoneggiava quasi avesse compiuto un miracolo. E non era
affatto vero. Il miracolo, quel giorno, lo avevano compiuto i due ragazzi.
La notte di luned, in medicina accadde un fatto increscioso, uno
di quegli episodi per i quali si pu trovare una giustificazione, ma
che, ci nonostante, lasciano sconvolti e disgustati di se stessi.
L'infermiera del quarto piano mi chiam per avvertirmi che il vecchio
signor Dorcas (un diabetico con scompenso cardiaco) aveva difficolt 
a respirare. Non lo avevo mai visto, ma ne avevo sentito parlare: per
generale consenso aveva vinto il titolo de "Il paziente che tutti 
vorremmo se ne andasse a casa".
Di tanto in tanto salta fuori un paziente che nemmeno il suo
medico curante riesce a sopportare, pazienti che i medici chiamano
"piaghe": di solito, vecchi scorbutici che ricusano di collaborare.
Il diabete del signor Dorcas galoppava, per il semplice motivo che
lui aveva deciso di non prendere pi insulina. Lo avevano portato
di forza in ospedale ma, una volta passato il pericolo immediato,
aveva iniziato una campagna accanita contro chiunque cercasse di
aiutarlo. Ricusava di prendere l'insulina, poi lasciava cadere sul
pavimento il vassoio con la colazione, perch, cos diceva lui, dato
che non aveva preso l'insulina, non poteva nemmeno mangiare.
Poi, quando cominciava a sentirsi male, prendeva l'insulina, ma
nascondeva il pranzo dentro la fodera del guanciale e diceva 
all'imermiera che lo aveva mangiato.
Infine, ura radiografia rivel un tumore al polmone, che fu asportato 
circa una settimana fa. Da allora, il signor Dorcas ha fatto accorrere 
l'interno almeno due o tre volte per notte. Hamilton era
stato da lui la notte precedente e se ne era andato disgustato alle
tre di mattina, dopo avere scritto sulla cartella che, se il signor
Dorcas avesse smesso di manovrare la valvola della sua tenda a
ossigeno, la sua respirazione ne sarebbe stata indubbiamente avvantaggiata.
Scesi a vedere il piccolo gnomo dal cranio e dagli occhietti a spillo.
Quando gli auscultai il petto (rifiut di mettersi a sedere perch
gli auscultassi la schiena), udii l'aria circolare in entrambi i polmoni,
ma l'infermiera disse che Dorcas aveva continuato a sonare il campanello,
perch non riusciva a respirare. Ordinai che gli lasciassero per tutta 
la notte la tenda a ossigeno, e prescrissi un sedativo.
Verso mezzanotte me ne andai a letto. Alle dodici e mezzo l'infermiera 
di notte mi chiam di nuovo per dirmi che il signor Dorcas era 
agitatissimo, e non riusciva a respirare. Non mi arrischiai a
fargli somministrare un altro sedativo, perci m'informai a proposito 
dell'ossigeno.  Ha chiuso la valvola lui stesso un'ora fa!  rispose 
l'infermiera e io ribattei che gliela riaprisse subito, in nome di Dio.
Allora lei mi domand se non volevo visitarlo di nuovo; al che io 
risposi che lo avevo appena visto un'ora prima e che cercasse di 
arrangiarsi da sola.
Alle due e mezzo l'infermiera mi chiam di nuovo, con voce isterica, 
destandomi da un sonno di piombo. Il signor Dorcas respirava male, 
sonava il campanello ogni due minuti; non potevo fare qualcosa, per 
piacere? Ma oramai ero cos nauseato del signor Dorcas e anche 
dell'infermiera, che mi sarei fatto venire un colpo piuttosto che 
levarmi dal letto per scendere da loro. Che gli desse un altro 
sedativo, gridai all'infermiera, e lei ribatt che Dorcas
aveva rifiutato di prendere il primo che avevo ordinato. Bene, quella 
fu la scintilla che diede fuoco alle polveri. Gli desse dodici 
centigrammi di Luminal per iniezione, sbottai, gli piacesse o no, perch
io non sarei sceso di certo soltanto per far piacere al signor Dorcas
o a lei.
Sbattei il ricevitore sulla forcella, e restai a fissare il soffitto, 
mentre l'agitazione mi cresceva dentro di minuto in minuto. Continuavo
a pensare che forse avrei fatto meglio a scendere e vedere che
cosa succedeva, ma poi pensavo che avrei trovato esattamente quel
che avevo trovato poche ore prima, e cio niente di nuovo. Cos
me ne rimasi l a occhi spalancati, imprecando all'indirizzo del 
signor Dorcas. Credo che fossi riuscito a intimidire l'infermiera, 
perch non ci furono pi chiamate fino alle sei e un quarto, quando la
voce fresca e trillante di un'altra infermiera mi avvert che, forse,
sarebbe stato meglio che scendessi subito: il signor Dorcas aveva
tutta l'aria di essere spirato.
Mi vestii in fretta, sudando freddo, e scesi a precipizio e, sicuro,
il signor Dorcas era proprio morto. L'infermiera di notte non disse
una parola: mi guard furibonda e se ne and a grandi passi. Io
me ne restai l, allo scrittoio, fissando la cartella del povero signor
Dorcas, mentre udivo la donna che raccontava alle colleghe come mi 
avesse pregato di scendere a vedere quel povero moribondo e come io,
per tutta risposta, l'avessi mandata a quel paese.
Vidi dalla cartella che, alle tre e mezzo, l'infermiera aveva finalmente 
chiamato Pete Carey, che, a sua volta, aveva ordinato un sedativo, ma 
si era, come me, rifiutato di andare a vedere il malato. Il dottor
Richards mi disse in seguito che Dorcas aveva un cancro all'ultimo 
stadio e che avrebbe potuto contare tutt'al pi su tre o quattro mesi 
di vita assai grama. Questo per non scusa affatto la mia negligenza.
(Sguardo retrospettivo: Ricordo ancor oggi il viso di quell'omino
nel suo letto, e la mia collera. E ricordo pure che nessuno parl di
negligenza, cosa che mi urt, credo, ancor di pi di tutto il resto.
Il perch lo so ora: ogni medico ha ben impressi nella mente gli
"incidenti" di questo genere capitati a lui. E se c' una paura che
assilla senza posa i medici, anche dopo molti anni di professione, 
proprio quella di essere indotti dalla collera, dall'esasperazione o 
dalla pigrizia a ingannarsi nel valutare una situazione. Anche se dieci
inutili chiamate notturne ti hanno fatto uscire dai gangheri, pu
sempre darsi che l'undicesimo paziente sia proprio quello che ha 
veramente bisogno di una visita urgente.)
Gioved, 15 settembre
Mercoled ho parlato con Goodfellow e con Arnold Prince di una mia idea,
che sarebbe quella di lasciare maggior libert d'azione all'interno, 
in ostetricia. L'idea mi era venuta una sera in cui il dottor Baldwin,
ansioso di andarsene a casa, mi aveva teso il portaghi, dicendo:
 Finisca lei di mettere questi due o tre punti , e non aveva neanche 
cominciato a ricucire un'episiotomia.
In quel momento mi era sembrata una seccatura, ma poi quel
fatto mi ha indotto a riflettere. Ho notato che gli ostetrici non sono
cos avversi a lasciar mano libera all'interno quando si tratta di un
parto normale, perch far nascere un bambino non  poi un'impresa 
tanto difficile. L'ostetrico pu restare ai piedi del lettuccio, 
reggendo un secchio per impedire che il neonato schizzi sul pavimento
e nel novanta per cento dei casi, tutto finisce benone per la madre
e per il bambino (bench, naturalmente, quando le cose vanno
male, in ostetricia, vanno male sul serio e in fretta). Ci che questa
gente teme, soprattutto,  che l'interno le rubi il mestiere, oppure
che la paziente faccia un can-can d'inferno perch vede che chi
l'assiste nel parto non  l'ostetrico che si pappa l'onorario. Ma
quanto a questo, oramai, mi sono fatto l'idea che la maggioranza
delle partorienti non sa affatto come vanno le cose in sala parto;
basta che l'ostetrico al quale si sono affidate sia l, e porga loro un
bel bambino vispo e urlante, e non vanno a cercare chi le ha aiutate 
a metterlo al mondo.
Ieri, dunque, offrii al dottor Prince la mia Brillante Idea, avanzando
la proposta che l'ostetrico affidi all'interno una incombenza
durante un parto e qualche altra incombenza durante un altro
parto. Una volta, a esempio, l'ostetrico potrebbe dire: "Dottore,
vuole applicare il forcipe, per favore?" come se si trattasse di un
fatto di ordinaria amministrazione. Un'altra volta potrebbe chiedere
all'interno di ricucire un'episiotomia. In questo modo, alla
fine del turno, l'interno avrebbe compiuto interventi equivalenti a
cinquanta o sessanta parti completi.
Prince succhi la pipa in silenzio per qualche minuto, poi rispose: 
 Non vedo perch non dovrebbe funzionare. A ogni modo, mi
lasci il tempo di pensarci . E pi tardi Goodfellow sugger di 
tentare un paio di volte e stare a vedere che cosa succedeva.
Poi, oggi, chiss come, si sono aperte le cateratte. Non ho mai
visto tante donne incinte in tutta la mia vita. Due ieri sera, che
dovevano partorire stamattina; poi, alle quattro di mattina, sono
stato chiamato per assistere il dottor Bensen in un parto, e ho 
scoperto che ne erano comparse altre due. Ho steso la loro cartella
clinica e alle cinque sono tornato a letto. Ma alle sei, la signorina
Tuttle ha bussato alla porta.  Dottore,  meglio che si alzi. Nel
giro di un'ora sono arrivate altre sette pazienti.  Mi sono buttato
gi dal letto: niente da dire, c'erano proprio sette donne incinte,
sparse un po' dappertutto. Ho lavorato come un matto; ce n'erano
che partorivano in sala travaglio, sulle lettighe in corridoio, in tutti
i posti possibili. In totale, undici parti fra le sei di mattina e le due
del pomeriggio.
Due volte, durante un parto, Goodfellow mi ha teso il forcipe.  Metta 
il forcipe, dottore, per piacere.  E nessuno ha fatto una grinza.
Poi abbiamo fatto l'anestesia epidurale a una paziente del dottor
McClintock, ma quando sono andato a controllare, mi sono accorto 
che non avrebbe aspettato l'arrivo del suo ostetrico, per partorire.
L'ho fatta portare subito in sala parto, mi sono sterilizzato
e vestito in tutta fretta. In quella  comparso il dottor McClintock.
 Gi a questo punto, mia cara?  ha detto alla paziente. Poi rivolgendosi
a me, ha aggiunto, con mio enorme stupore:  Perch non continua lei,
dottore?  Ho fatto tutto io, mentre lui chiacchierava con la paziente,
calma e allegra come un fringuello.
A cose finite, ho ringraziato il dottor McClintock.  Tutta questa
storia a proposito del risentimento delle pazienti, non esiste che nel
cervello degli ostetrici. Vada a parlare con questa donna, domani.
Scommetto dieci dollari che non sa neanche chi l'ha fatta partorire
e in ogni caso non gliene importa niente. 
Mercoled, 21 settembre
Alla riunione dei medici del reparto di ostetricia, Goodfellow ha 
avanzato la proposta di affidare all'interno una parte del lavoro in 
sala parto. L per l nessuno  sembrato troppo entusiasta, ma da quel 
momento quasi tutti i medici del reparto mi hanno lasciato fare qualcosa
di pi. Credo che ormai saprei cavarmela con una certa disinvoltura in 
un parto normale. Tutto sommato, il servizio  molto migliorato da quando
ho cominciato a smuovere un poco le acque.
Gioved, 29 settembre
 arr1vata una paziente del dottor Plotzman che sembrava
un cadavere ambulante.  incinta di sette mesi, ed era in
preda a un'imponente emorragia. Trentacinque anni,
quattro figli, la notte precedente aveva avuto dolori e vomito. Ora
l'utero era duro come un sasso, bench in continua contrazione.
Doveva trattarsi o di una placenta previa o di un distacco prematuro 
della placenta. Talvolta, per motivi che non si conoscono, la
placenta si stacca prima del tempo, riversa sangue nell'utero e 
uccide il bambino; ma pu anche provocare emorragie fatali per la
madre, se non si provvede in tempo. Ero quasi certo che si trattasse 
di distacco prematuro della placenta perci, quando arriv
Plotzman, mi sentii sollevato... finch lui non disse:  Secondo
lei, cosa si dovrebbe fare? Chiamare un ostetrico?   Sarebbe
una bella idea  risposi,  ma chi?   Oh, ci pensi lei  fu la risposta.
Lo guardai fisso. D'accordo dissi, ma avevamo bisogno prima di
tutto di una certa quantit di sangue.  Bene  fece lui.  Allora si
faccia portare il sangue.  Cos prelevai alla paziente il sangue per
l'accertamento del gruppo e dell'RH, e iniziai subito una fleboclisi,
mentre il dottor Plotzman se ne stava l a gironzolare intorno, dopo
aver mollato tutto sulle mie braccia.
Uscii a chiamare Ben Boggs, che arriv nel giro di pochi minuti,
e conferm che si trattava di un distacco prematuro della placenta.
Per, aggiunse, dato che la testa del nascituro si trovava gi nel
canale del parto, questo avrebbe contribuito a frenare l'emorragia,
dopo di che avremmo potuto provocare il travaglio con Pitocina,
finch non fossimo riusciti a liberare il bambino. E infatti l'emorragia 
rallent notevolmente, e la donna cominci ad avere attive
contrazioni di travaglio.
Frattanto, il dottor Plotzman sembrava contrariato perch avevo
chiamato Boggs. Questi gli domand a bruciapelo a chi avrebbe
preferito affidare quel caso, e Plotzman rispose che non lo sapeva,
facendo cos uscire dai gangheri Boggs, il quale sbott:  Benone,
continui lei, allora, e se si trova nei pasticci, chiami Goodfellow o
qualcun altro  e se ne and infuriato
And a finire che dovetti fare tutto io, ignorando Plotzman, che
se ne and nella stanza dei medici a leggere una rivista. Alla sera,
chiamai Goodfellow, che sugger di dare subito alla donna scopolamina, 
morfina e un sedativo, perch potesse rilassarsi e spingere in
gi il bambino. Poi se ne and a una riunione, dove avrei potuto
raggiungerlo telefonicamente in qualsiasi momento. Sarei dovuto
andarmene alle cinque, io, ma non potevo abbandonare quella
donna alla merc di Plotzman, perci rimasi. Quando fu sul punto
di sgravarsi, telefonai a Goodfellow; rispose che facessi io.  Non
credo che abbiano a sorgere difficolt  disse.  In ogni caso, se avr
bisogno di me, sar l in cinque minuti. 
Mi sterilizzai e liberai la donna senza alcuna difficolt. Il bambino,
naturalmente era morto, ma credo che la donna sopravviver.
Dovrei essere soddisfatto che ce l'abbia fatta, ma non posso levarmi
dalla mente il pensiero che  ancora viva a dispetto dei medici che
l'hanno curata.  stato un colpo, per me, vedere un medico con
un'ottima fama professionale andare a pezzi di fronte alla prima
difficolt, mentre Boggs e Goodfellow avevano le mani legate. Ce
la siamo cavata per il rotto della cuffia, ma una cosa  certa: 
nessuno pu andar fiero di se stesso.
Venerd, 30 settembre
Ho visto la paziente del dottor Plotzman, una dolce signora
che cerca di sopportare con molta dignit la perdita del
suo bambino. Ho chiesto alle infermiere di trasferirla al
piano inferiore, cos che non abbia a udire gli strilli degli altri
neonati nella stanza dei bambini.
Questa sera abbiamo avuto a cena Pete e sua moglie, e abbiamo
trascorso la serata parlando dell'ospedale e dei medici. O quanto
meno, ne abbiamo parlato io e Pete, perch le signore sono andate
fuori a guardare il giardinetto o che so io. Pete aveva l'aria stanca.
Non sa se avr voglia di restare al Graystone per un altro anno di
residenza, dopo avere passato questo mese a cercar di soddisfare
Kidder, Case e Rivers, i tre pi intransigenti perfezionisti che vi
siano alla clinica.
Domenica, 2 ottobre
Sabato sera Boggs ha fatto uno strappo alla regola e mi ha affidato 
la sutura interna di un'episiotomia. Non fossi stato
tanto furibondo, lo avrei trovato comico. Boggs andava a un
ricevimento: lo chiamassimo quando la partoriente stava per partorire,
disse, e lui sarebbe arrivato in cinque minuti. Lo chiamai verso le
nove e lui arriv come un turbine, con pi di un bicchierino nello 
stomaco. Con gran fatica si tolse lo smoking, indoss un camice sterile,
si precipit in sala parto e tir fuori il bambino. Poi mi domand in un
soffio come me la cavavo con le suture e in un altro soffio io risposi
che me la cavavo abbastanza bene. Allora Boggs si avvicin alla
paziente e disse:  Ora il dottore le d qualche piccolo punto l sotto,
dopo di che se ne and di corsa, e io feci la sutura al suo posto.
(Sguardo retrospettivo: Molto tempo dopo confidavo il mio disgusto
per Boggs a un ostetrico che aveva imparato alla sua scuola, e che
mi mostr sotto una luce migliore il carattere dell'uomo.  Ben pu
essere rude e grossolano  mi disse questo medico,  ma non ha
paura di nulla e di nessuno. Ero con lui quella volta che visit una
giovane donna con una insospettata placenta previa e for la placenta.
"Un bisturi" disse Ben e, in due minuti, aveva tagliato la
donna ed estratto il bambino. Nel giro di cinque minuti, quella
poveretta sarebbe morta dissanguata, e lui invece salv madre e
bambino. Qualsiasi altro ostetrico della nostra citt li avrebbe perduti
entrambi. )
Domenica sera, al pensiero che fossero trascorsi soltanto tre mesi
di "ferma", fui assalito da uno di quegli accessi di stanchezza e di
profonda depressione. Sedevo nella stanza dei medici, in Ostetricia,
e guardavo il sole che spariva dietro i monti quando, a un tratto,
mi sentii cos gi che mi sarei messo a singhiozzare, anche se sapevo 
che un po' di riposo sarebbe bastato a rimettermi in piena forma.
Alla fine, disperato, scesi a lavorare per un paio d'ore alle cartelle
delle pazienti, poi mi chiamarono perch una delle nostre ricoverate 
stava per partorire nel letto, e il suo medico non c'era. La feci
portare subito in sala parto. Avevo quasi finito di far nascere il
bambino, quando comparve il dottor McClintock, che non si prese
nemmeno il disturbo di sterilizzarsi; rest a contarla su alla puerpera,
mentre io suturavo l'episiotomia.
Alle cinque, un'infermiera venne a svegliarmi, per avvertirmi che
era arrivata una paziente del dottor Howard, pronta a partorire, e
che facessi il favore di salire, perch il dottor Howard era l ad
aspettare. Perci salii e feci partorire la donna. Intanto, si erano
fatte le sette, perci non tornai nemmeno a dormire; scesi a far
colazione e basta.
Finiva cos il mio turno in Ostetricia. Alle sette e tre quarti passai 
in clinica per la consueta riunione chirurgica del luned. Iniziavo
cos il turno in chirurgia.
CHIRURGIA 1
Divisione Slater
Quando ho finito di rileggere questo diario, a distanza di tanti anni, non
mi ero reso conto di quanto l'ombra del dottor Nathan Slater avesse
gravato su tutto il mio anno di internato, ma in modo particolare sui 
due mesi di pratica in Chirurgia 1. Bench fosse un temutissimo 
esaminatore regionale della Commissione Americana di Chirurgia, Slater 
era un omuncolo di aspetto tutt'altro che imponente: piccolo, volpigno,
asciutto e tutto nervi, con una strana voce nasale e tagliente.
Eppure, Nathan Slater torreggia sopra tutti i medici che conobbi al 
Graystone Hospital.
Nella sua veste di primario di chirurgia, il dottor Slater esercitava 
un potere assoluto su tutta la pratica chirurgica e sull'assistenza
medica. Era difficile giudicarlo benevolo nell'esercizio di quel suo
potere, ma indubbiamente Slater svolgeva il suo compito con onore,
dignit e misura. Forse, non provai mai una grande simpatia per
lui, ma una cosa  certa: egli modell i miei sentimenti e influ
sulla formazione della mia etica professionale, in misura ancor maggiore 
di quanto mi fosse sembrato allora.
L'ultima volta che incontrai Slater fu al Graystone, qualche anno
fa. Era diventato un po' pi piccolo, ancor pi raggrinzito, ma
sempre con la stessa impazienza irrequieta, la stessa voce nasale e
pungente, la stessa tensione pronta allo scatto che ricordavo cos
bene dall'anno del mio internato. E, soprattutto, ritrovai in lui
quell'incredibile somiglianza all'immagine classica della volpe saggia 
e astuta che tanto mi aveva colpito la prima volta che l'avevo
incontrato, in sala operatoria.
IL DIARIO
Ottobre e novembre
Luned, 3 ottobre
Questo reparto si chiama, ufficialmente, Chirurgia 1, ma medici
e infermieri lo chiamano Divisione Slater, per distinguerlo
dalla Chirurgia 2, della quale  primario il dottor Arthur
Emery. A quanto si dice, Slater ed Emery si odiano a morte. Emery
era un grande chirurgo quando Slater era ancora alle prime armi;
ora Emery comincia a essere vecchio e Slater  diventato un chirurgo 
di fama nazionale, ed  tanto se i due si rivolgono la parola.
Come interno di Chirurgia 1, il mio compito consiste nel redigere
le cartelle cliniche e nell'assistere agli interventi sui pazienti di
Slater prima e di Leo Richards poi. Slater fa per lo pi gli interventi 
di chirurgia addominale, mentre Richards fa per la maggior
parte operazioni al torace, sul cuore e sui vasi sanguigni.
Slater ha due residenti di chirurgia assegnati esclusivamente a lui:
Fred Olsen e Henry Ruggles, che tutti chiamano Hank. Fred  in
luna di miele, cos di me si occuper Hank, che  "Primo Assistente
di Slater", un titolo che tocca all'assistente favorito, scelto ogni
anno fra i residenti con anzianit quadriennale.
Trasportai la mia roba dal reparto di ostetricia agli alloggi degli
interni; salito in reparto, trovai che avevo una sola accettazione,
una ragazza di ventotto anni che Slater aveva gi operata in gennaio 
per una enorme cisti ovarica, dentro la quale si era scoperto
un disgerminoma, un tumore di tipo rarissimo del quale non v'
modo di accertare se la natura sia maligna o benigna; non si pu
fare altro che asportarlo e stare a vedere. Slater aveva fatto un 
repulisti generale della pelvi, ma ora la ragazza  tornata, con altre
neoformazioni addominali, la milza ingrossata, dolori alle reni e
tosse stizzosa.  una ragazza belloccia, ma ha il colorito grigiastro
e continua a dimagrire. Slater la operer mercoled e cos si potr
finalmente sapere se si tratta di cancro.
Mentre stavo preparando la cartella di questa ragazza,  venuto
Andy Case, che mi ha fatto fare la figura del somaro. Avevo concentrato
tutta la mia attenzione sulla terribile storia clinica di quel
benedetto addome e cos mi erano sfuggiti un soffio al cuore e una
lunga cicatrice sul petto della paziente.
 Secondo lei, dottore, di che genere  la lesione cardiaca di cui
soffre la signorina?  mi ha domandato Case, e io non ho saputo
rispondere altro che:  Be', mmm...  Case ha sorriso.  Stia bene
attento a non lasciarsi sfuggire i particolari, in chirurgia  mi ha
ammonito, e se ne  andato.
Ho poi scoperto che la ragazza era stata operata al cuore anni
prima, e che aveva tuttora un soffio cos forte che lo si udiva anche
senza stetoscopio. Credo che questo dei particolari possa essere 
davvero un problema. Fare la storia clinica in chirurgia  ben diverso
che in medicina, perch, in genere, il paziente viene mandato al
chirurgo per un problema ben determinato. Inoltre, bisogna sbrigarsi 
in fretta perch ne possono capitare anche dieci, dodici in un
giorno, e non mi  possibile cominciare finch non si  finito di operare. 
Ma, con tutto ci, un simile particolare non sarebbe dovusto sfuggirmi.
Smontato di servizio alle cinque e tre quarti, ho trovato Ann
che mi aspettava nell'atrio. Da quel che arguisco, nelle sere di
libert, probabilmente, il mio orario d'uscita varier fra le sette e
le dieci di sera. In ostetricia, uscivo sempre intorno alle cinque,
cos Ann veniva in ospedale dopo l'ufficio e mi aspettava. Ma ora
bisogner escogitare qualche altro sistema, altrimenti la poverina
finir col trascorrere buona parte delle sue serate nell'atrio 
dell'ospedale.
Mercoled, 5 ottobre
Ho aiutato uno dei chirurghi a fare la legatura di una vena varicosa. 
Mi  sembrato che facesse un sacco di storie inutili per un'operazione 
da niente come quella: spremere le vene di una persona e legarle.
(Sguardo retrospettivo: Ora so che quell'"operazioncina da niente"
pu costare la gamba al paziente, se il chirurgo non fa tante "storie
inutili" per essere certo di avere lavorato come si deve.)
In sala operatoria si lavora a ritmo sostenuto. Mentre l'interno
aiuta a riportare in camera il paziente gi operato, le infermiere
puliscono e preparano la sala operatoria per l'intervento successivo,
l'anestesista fa salire il nuovo paziente e comincia l'anestesia, mentre
il residente detta una relazione particolareggiata dell'intervento 
compiuto, da allegare alla cartella del paziente.
Queste relazioni devono essere dettate subito dopo l'intervento,
poi trascritte a macchina e firmate dal chirurgo, non dal residente.
Infine, esse vengono rivedute dalla Commissione d'Archivio dell'Ospedale.
Con questo sistema, si  certi di avere relazioni accurate e si evita 
il rischio di interventi equivoci. Se la descrizione patologica nella
relazione del chirurgo non concorda col referto del patologo che ha 
esaminato il tessuto asportato, il primario di chirurgia vuole 
conoscerne la ragione.
Ma non basta: c' ancora un altro modo per mettere alla prova
l'abilit diagnostica di un chirurgo: prima di por mano al bisturi,
egli deve scrivere la sua diagnosi preoperatoria su un grande registro 
che  posto nell'anticamera della sala operatoria. In colonne
affiancate, si trascriveranno pi tardi la relazione postoperatoria e
la diagnosi patologica. Pu accadere, s'intende, che la diagnosi 
primitiva risulti errata, ma se qualcuno asporta troppe appendici 
"acute", che in seguito il patologo trova invece normali, dovr spiegare
come mai le sue diagnosi siano tanto spesso errate e, se la sua 
spiegazione non avesse a soddisfare il primario di chirurgia, potrebbe
anche essere sospeso.
Ma, cosa che pu apparire strana, anche il chirurgo le cui diagnosi 
risultino troppo spesso esatte, pu essere richiamato! Gli esperti 
sostengono che, se almeno una su quattro delle appendici che
asporta non risulta normale, vuol dire che il chirurgo corre troppi
rischi coi pazienti che accusano dolori addominali: una diagnosi di
appendicite non la si trova bell'e fatta. Lo stesso vale per gli 
ostetrici: se uno fa tagli cesarei in misura superiore al cinque per cento
dei parti, questo significa che ha il "bisturi facile", ma se quella
percentuale  troppo bassa, significa che l'ostetrico corre rischi con
alcune pazienti.
Una delle nuove ricoverate  la signora London, una donnona
sempre allegra che pesa pi di centodieci chili, con un faccione da
bambina illuminato da grandi occhi azzurri. Dopo aver assistito a
una trasmissione di divulgazione medica alla televisione, nella quale
si parlava di cancro della mammella, si era tastata il grosso seno e
aveva scoperto un nodulo. Molte volte noduli di questo genere sono
di natura benigna, ma, in questo caso, Slater  certo che si tratti
di una forma maligna, e che gli toccher fare una mastectomia radicale,
cio l'asportazione di tutta la mammella e di molti altri tessuti 
che si trovano nella stessa area.
Stamattina, alle otto, mi sono trovato in sala operatoria con Hank
Ruggles. La prima paziente era la ragazza col sospetto cancro addominale. 
Ruggles ha fatto un'ampia incisione; poi ha lasciato il
posto a Slater, che ha asportato un nodulo per l'esame microscopico
mediante congelamento (Si tratta di una tecnica rapida che consente al
patologo di esaminare un frammento di tessuto e dare un giudizio mentre 
il paziente si trova ancora sul tavolo operatorio. Al Graystone, in fondo
al corridoio dov' situata la sala operatoria, si trova un piccolo 
laboratorio dove il patologo porta il frammento di tessuto in questione, 
lo congela con un getto di anidride carbonica gassosa, ne taglia
una fettina sottilissima, la colora e la esamina al microscopio, un 
procedimento che lo mette in grado di dare la sua risposta al chirurgo 
nel giro di dieci o quindici minuti. Non si tratta di un esame completo,
ma in genere  sufficiente perch il chirurgo sappia se si trova di
fronte a una forma maligna oppure no), e ha poi trovato tumori
metastatici in tutto l'addome della ragazza. Niente da fare dal lato 
chirurgico, ma Slater sembrava ottimista: sottoporr la ragazza alla 
rontgenterapia, alla quale il disgerminoma  sensibilissimo.
Senza dubbio, la ragazza ha tutto l'aspetto della malata di cancro, 
anche se non avverte disturbi specifici. Ha i lineamenti tirati,
il viso stanco, quel colore particolare della pelle che sono i sintomi
caratteristici della "malattia del secolo". All'inizio del mio internato,
non capivo che cosa si intendesse quando si diceva che un
paziente "aveva l'aspetto maligno", ma ora lo so. Talvolta, non
appena un paziente varca la soglia, ci si sente serpeggiare dentro
la premonizione che un male subdolo si nasconda in lui; si sente l;
nella stanza, la presenza di una cosa odiosa, omicida.
Slater ha fatto chiamare un radiologo perch vedesse che cosa
c'era nell'addome della ragazza, poi  passato nella stanza attigua,
mentre Ruggles e io suturavamo la ferita. Slater si ostina a usare
minuscoli punti metallici e cos, anche se l'intervento vero e proprio
ha richiesto non pi di una decina di minuti, si impiega un'ora e
mezzo per ricucire il paziente.
Poi  stata la volta della signora London, la donnona col nodulo
alla mammella. Slater le ha asportato il tumore con una parte del
tessuto circostante e ha mandato il tutto al piccolo laboratorio per
l'esame con congelamento. Poi ci siamo cambiati i guanti e abbiamo
ricoperto la paziente, perch le cellule cancerose del seno sono molto
prolifiche, e noi non volevamo correre il rischio di disseminarle in
una zona immune.
Quindici minuti dopo,  arrivato il referto patologico: si trattava
proprio di cancro, perci Slater ha fatto immediatamente la mastectomia
radicale.
Sabato, 8 ottobre
Sono rimasto qui seduto per cinque minuti buoni, cercando di
ricordare come siamo partiti gioved mattina in chirurgia.
Il guaio  che questo lavoro  cos impersonale! Di solito,
quando si entra in sala operatoria, non si vede altro che un addome
scoperto e pronto per l'incisione; del paziente non si vede nulla,
finch non si tolgono i lenzuoli. Ma allora ci si limita a riportarlo
dabbasso, a rimetterlo a letto, a scrivere le prescrizioni sulla sua
cartella, e a risalire in fretta in sala operatoria, per affrontare un
altro addome.
Ricordo l'ernia dello hiatus fatta col dottor Richards e con Phil
Barr, un giovane medico al suo primo anno di residenza. Leo, che
ha circa quarant'anni,  un tipo buffo, coi capelli grigi e le spalle
curve, ma  uno degli uomini pi simpatici di tutta la chirurgia.
L'ernia dello hiatus  situata in profondit, nel diaframma, e per
eliminarla si pu tentare di raggiungerla dall'addome oppure dall'alto,
aprendo il torace. Richards opt per questa seconda via, offrendomi
cos l'opportunit di vedere come si opera sul torace. Prese
il bisturi e, gi, un bel taglio dall'avanti all'indietro, fra due
costole, lungo circa trentacinque centimetri. Poi, l'infermiera tese a
me e a Barr una manciata di pinze emostatiche e, fra tutti e due,
pinzettammo e legammo centinaia di vasi sanguigni. Richards prese
una specie di grossa tenaglia che tronc di netto quindici centimetri
di osso della ottava costola ...cranch..., poi uno strumento che 
assomigliava a un'escavatrice, il divaricatore costale: un attimo dopo,
nel torace del paziente c'era una breccia operatoria di trentacinque
centimetri per quindici! Il mio compito era quello di scostare il
polmone, con le dita e con una spugna montata su un bastoncino,
mentre Richards e Barr lavoravano a ridurre l'ernia.
A un certo punto, ebbi un terribile tuffo al cuore. Richards mi
chiese di alzare un pochino il polmone; cos feci, e credetti di avere
provocato il singhiozzo al paziente, perch sentii contro i polpastrelli 
un sussulto spasmodico. Poi mi resi conto che era il cuore del
paziente che pulsava: lo stringevo praticamente nella mano. Osservai 
ben ben l'anatomia di un torace vivente: il polmone era teso
e roseo, con qualche macchia grigia, esattamente come deve essere
un polmone. La parte che io comprimevo era diventata paonazza
e raggrinzita, ma, appena lo lasciai libero, torn a distendersi e
riprese il suo colore roseo.
A questo punto, qualcuno si affacci alla porta e disse che il
chirurgo che stava operando nell'altra sala era nei guai per un'emorragia
interna della quale non riusciva a trovare la causa: il dottor
Richards poteva andare a dare un'occhiata? E, con mio immenso
stupore, questi rispose:  Ma certo! Qui ho quasi finito. Ragazzi,
perch non suturate voi?  E se ne and. Cos Barr cominci a un
capo della ferita e io dall'altro, e ricucimmo per bene il paziente:
erano passate cinque ore dal primo colpo di bisturi. A un inesperto
potr sembrare che nessuno possa sopravvivere con un buco di
quella fatta nella gabbia toracica, ma stasera sono stato a vedere
il paziente, gli ho fatto fare una radiografia del torace e pare che
tutto vada per il meglio.
Ieri mattina, venerd, alle sette e un quarto sono andato alla
riunione di clinica patologica. Una RCP assomiglia a un giuoco
degli indovinelli. Un clinico illustre presenta un caso difficile, scelto
nei suoi schedari, di solito una specie di sciarada della quale lui solo
conosce la soluzione; poi tutti gli altri, basandosi sui dati da lui
forniti, si scervellano per arrivare alla diagnosi: un'esercitazione
che pu risultare piuttosto ardua, con una quantit di medici in
gambissima che sezionano pezzo per pezzo quel che il presentatore
del caso ha fatto o trascurato di fare. Ieri mattina, il caso lo 
presentava Van Wert: la sua mente  acuta come la sua lingua, ma
ce n' voluto un bel po' prima che qualcuno azzeccasse la diagnosi.
Me ne stavo l a sedere, e pensavo a tutto quel che la gente dice
a proposito dell'incompetenza dei medici, e mi domandavo quanti
profani immaginassero seppur lontanamente che una sessantina di
illustri clinici della citt si riuniva qui, una volta la settimana,
di sua spontanea volont, alle sette e un quarto di mattina, con
l'unico scopo di tenersi in esercizio. Chiss se qualcuno ha la pi
pallida idea di tutte le cognizioni accumulate in anni di studio e di
esperienza, di tutta la sagacia che un medico come Ted Van Wert
mette all'opera ogni qual volta entra nel suo studio un paziente,
che magari ha soltanto il raffreddore. E, in tutto il Paese, ce ne
sono a migliaia come lui.
Al termine della riunione,  stata fatta la resezione gastrica a un
vecchio paziente. Tutta la parte superiore dello stomaco era ostruita 
da un cancro enorme, ma non v'erano sintomi che il maie si
fosse esteso al fegato o al pancreas. Slater sospir e poi si rivolse a
Ruggles:  Bene, Hank, tu che cosa faresti ? 
Hank si strinse nelle spalle.  Quest'uomo ha settantotto anni.
Cercherei di fare, come meglio si pu, un abboccamento secondario
per tagliar fuori l'ostruzione, e di sbrigarmela alla svelta prima che
questo ci muoia qui, sul tavolo. 
 E sbaglieresti  ribatt Slater.  Quest'uomo non camperebbe
tre mesi, con questa roba addosso. Se l'asportiamo, avr una propabilit
su un milione di cavarsela. Perci l'asporter, insieme con
tutto quello che potrebbe essere gi intaccato, stomaco, pancreas,
milza, colon trasverso, eccetera.  Guard il paziente e scosse la
testa.  Sar un rischio gravissimo, lo so; pu darsi che quest'uomo
non sopravviva nemmeno all'intervento, ma almeno avremo fatto
per lui tutto quel che era possibile. 
Furono oltre quattro ore di lavoro durissimo, forse il pi duro
che possa capitare a un chirurgo generico. Slater  svelto e abile,
ma  difficile sopportarlo per oltre quattro ore: nervoso come un
gatto, piantagrane, sempre pronto a strigliare qualcuno, eternamente 
insoddisfatto.
Per prima cosa, ha attaccato il residente anestesista, sepolto fra
i lenzuolini, all'estremit del tavolo operatorio, intento a somministrare
il gas al paziente. Ma, secondo Slater, il sangue del vecchio
era troppo scuro. Immagino che questa sia una vecchia, trita questione,
con Slater.  Dottore, questo sangue  troppo scuro, quaggi 
dice.  E certo che il passaggio dell'O2 sia a posto?   Be', quass
il paziente sembra di colorito normale, professore  risponde 
l'anestesista. Allora Slater sta zitto per cinque minuti, poi riattacca:
 Dottore, questo sangue pare spaventosamente nero, quaggi . E
si continua cos per un po', finch, nove volte su dieci, Slater dice:
 Dottore, forse sar meglio chiamare Don Morehouse, che venga
a dare un'occhiata...  Don, che  il capo anestesista, viene a dare
un'occhiata, armeggia un po' con le valvole, e finge di sistemare
qualcosa, dopo di che Slater sospira:  Bene, molte grazie, Don,
questo sangue va molto meglio, ora , e il sangue, in realt,  tale
e quale era prima.
Finita la piccola guerriglia con l'anestesista, ne comincia un'altra
con la passaferri. Maggie Wren  la passaferri che Slater stesso si 
scelta e lavora con lui da anni, ma ogni volta  la medesima storia.
Oggi si  spezzato il filo di una sutura.  Di che misura  questa
seta?  domanda Slater.  Io voglio il Quattro-0. 
 S,  il Quattro-0  risponde Maggie.
 Sei certa che non sia il Tre-0? Mi sembra troppo grossa per
essere il Quattro-0. 
 No, professore,  proprio il Quattro-0. 
 Ah, fammi vedere la bustina.  Maggie gli mette sotto il naso
la bustina, sulla quale  scritto Quattro-0. Ma Slater non si arrende.
 Mmm, proprio non capisco. Sembra cos grossa! 
E si continua cos, senza che lui smetta un attimo di lavorare.
In questo caso, io dovevo tenere i retrattori e non riuscivo a vedere
niente, perch fra me e il paziente c'era Slater. E cos lui e Hank
hanno lavorato per tre quarti d'ora a qualcosa che pareva li 
entusiasmasse al massimo grado, e a me pareva interminabile. E poi
c'erano ancora i centotrentacinque sottilissimi punti metallici della
sutura esterna, da legare e tagliare uno per uno. Infine Slater disse:
 Caso interessante, signori  e schizz via, per gettarsi su 
qualcos'altro da fare. E io mi reggevo a malapena in piedi!
Sto scoprendo lati sempre pi interessanti nella rivalit Slater-Emery. 
Oggi Maggie aveva i nuovi porta-aghi che afferrano molto
bene l'ago ricurvo da sutura. Hank li ha visti prima che arrivasse
Slater e ha osservato:  Ehi, ecco dei porta-aghi come si deve!  E
Maggie:  S, vorrei ordinarne degli altri, ma non oso, perch 
piacciono anche al dottor Emery .
Per i due chirurghi questi ripicchi da asilo infantile sono una
faccenda mortalmente seria. Guai scherzarci sopra alla presenza di
Slater, e guai ricordare a Emery che esiste un chirurgo di nome Slater.
Marted, 11 ottobre
Stamane: alle cinque e un quarto,  spirata la mia vecchia
amica Hattie Stevens, che era rientrata da qualche tempo
in ospedale. Il dottor Franklin non era riuscito a tenerle
la pressione al disotto di duecentottanta/duecento, e la povera
Hattie  andata precipitando rapidamente verso un'uremia mortale.
Avevo in mente di andare a salutarla fino da quando  rientrata
in ospedale, ma non l'ho fatto, non so nemmeno io perch. Era
una donnina cos dolce! Ho provato un grosso rimorso quando
sono salito a redigere il certificato di morte.
Sono tornato a letto alle sei e mezzo, e alle sette l'infermiera mi
ha chiamato per avvertirmi che il vecchio operato da Slater era
appena spirato; cos sono risalito per redigere il certificato di morte
anche per lui. Non capisco esattamente perch sia morto. Forse
soltanto perch l'intervento chirurgico gli ha prosciugato le ultime
riserve di forza vitale.
Hank e io abbiamo cambiato la fasciatura alla signora London,
la paziente grassa cui ora  rimasta una sola enorme mammella.
Hank, con viso perfettamente serio, le ha domandato se non si sente
pendere a sinistra quando cammina. Lei lo ha guardato fisso, e ha
incontrato lo sguardo impassibile di lui; allora ha fatto una risatina,
e Hank ha sorriso. Mi ha fatto piacere vedere che qualcosa la 
divertiva;  stata sempre tanto triste dal giorno dell'operazione! Se 
tutto va bene, luned potr tornare a casa.
Lunedi, 7 ottobre
Il mio turno di fine settimana  cominciato venerd mattina
ed  finito stasera; un turno che  durato pi di ottanta
ore filate. Domenica sera, Ann ha cenato in ospedale, altrimenti 
non l'avrei nemmeno vista.
Sabato mattina, mi alzai di buon'ora per fare il giro insieme con
Hank, ben deciso a visitare tutti con molta cura, e a discutere 
alcune cose che mi lasciavano perplesso, ma Slater butt all'aria i
nostri piani. Comparve assieme a Barr proprio mentre stavamo per
cominciare.  Bene, ragazzi, facciamo il giro  disse, e si avvi
lungo il corridoio a passo di carica.
I pazienti di Slater si trovano in parte al terzo e in parte al secondo
piano, perci lui comincia dal terzo, dove uno dei suoi subalterni ha
il compito di tenere le cartelle pronte e in ordine. Non
appena esce da una camera, Slater si trova fra le mani la cartella
del paziente successivo e fila lungo il corridoio, toc, toc, toc, come
un generale in un veloce giro d'ispezione. Quando arriva all'ultimo
paziente del terzo piano, il subalterno si precipita come un matto
al secondo, e arraffa le cartelle dei pazienti di quel piano, cos da
essere pronto a ficcare la prima fra le mani di Slater non appena
questi scende. E via di questo passo.
Messa cos, la cosa sembra tutta una stupida farsa, ma Hank
dice che Slater  di un'acutezza senza pari, non gli sfugge mai niente.
 Trascuri una piccolezza, e lui ti  subito addosso come un falco,
immancabilmente. Non gli piacciono le visite di cortesia alla gente,
ecco tutto.  Hank sorrise.  Questo  compito mio. Sono io che
curo le relazioni pubbliche. 
Il bello  che Slater  idolatrato dai suoi pazienti. Quelli se ne
stanno l tutto il giorno ad aspettare che venga a trovarli, e quando
lui piomba in camera per venticinque secondi,  come se Dio stesso 
fosse sceso a toccarli. Non credo che egli faccia loro niente di 
particolare:  la sua presenza, e basta.
Pare che, chiss per quale oscuro motivo, Slater mi abbia in simpatia. 
Il che  consolante perch, da quel che sento, egli, di solito,
non  molto tenero con gli interni, e io non ero nemmeno certo che
si fosse accorto della mia presenza.
Oggi abbiamo dimesso la signora London, dopo un'ultima medicazione. 
Studiavo con l'infermiera la possibilit di escogitare un tipo 
particolare di reggiseno che possa andare bene per la signora,
ma questa ha detto, tranquilla:  Non si preoccupi, caro, posso
farcela benissimo .
Mercoled, 19 ottobre
Il nostro anestesista, oggi, era Ole Bjornson. C' una vecchia
ruggine fra Ole e Hank, dal giorno in cui Ole interruppe
troppo presto l'anestesia, mentre Hank stava ancora ricucendo 
l'addome del paziente; i muscoli di costui si contrassero tanto,
che Hank non pot terminare la sutura, finch Ole non ebbe 
rianestetizzato quasi completamente quel poveretto. Da allora, Hank
non ha perduto occasione per punzecchiare Bjornson, e lo ha ribattezzato
Panciatesa.
Oggi, stavano usando uno dei nuovi apparecchi per l'anestesia,
che oramai fanno tutto tranne che pensare, e Hank ha osservato
che, un giorno, qualcuno inventer pure un apparecchio che consenta 
di fare a meno anche dell'anestesista. Cos lui non dovr pi
vedersi intorno gente come Panciatesa. Poco dopo, mentre stavamo
ricucendo un'operata di cisti, che era molto contratta, Hank ha
detto:  Senti, Panciatesa, cerca di rilassarmela un po', per piacere ,
e Panciatesa ha ribattuto:  Io non capisco, ci sono chirurghi che 
riescono a chiudere una pancia senza fare tante storie con l'anestesista!
La passaferri era Maggie Wren, che, tutt'a un tratto, ha esclamato: 
 Non mi pare che sia molto dignitoso chiamarlo Panciatesa!  Le 
abbiamo domandato come dovremmo chiamarlo, secondo lei, e lei ha 
risposto:  Be', a me pare che potreste almeno chiamarlo dottor 
Panciatesa . Sicch abbiamo continuato a chiamarlo dottor Panciatesa 
per tutto il giorno, facendo uscire ancor pi di senno la povera Maggie.
Immagino che i profani si scandalizzerebbero, se potessero udire
le battute che ci si scambia in sala operatoria. Si pensa che la 
chirurgia sia una faccenda triste e cupa, col chirurgo che dice 
seccamente:  Bisturi!  o  Pinza!  e tutto il resto immerso in un
drammatico silenzio, rotto soltanto dal tintinno sinistro degli 
strumenti. In realt, il chirurgo cerca di alleggerire la tensione con
frequenti, brevi osservazioni. Non  raro che si odano scambi di
battute come quello di oggi, quando Slater, scrutando una cisti
ovarica, ha osservato:  Visto? Proprio quel che mi immaginavo
dall'esame della pelvi. Grossa come un cavolo .  Be', un po' piccolina,
direi, per un cavolo  ha ribattuto Hank.  Un cavolo di Bruxelles,
volevo dire  ha tagliato corto Slater.
Dopo cena, ho incontrato Fred Olsen, tornato dal viaggio di
nozze. Da un punto di vista gerarchico  il mio capo, mi assegna
gli incarichi, eccetera. La sua storia assomiglia a un copione della
televisione: giovane, promettente chirurgo s'innamora di una bella
infermiera... amore segreto e fulmineo... improvvisa, drammatica
rivelazione dopo le nozze. In realt, questo "tipico romanzo ospedaliero"
non  tipico per niente. Fred era press'a poco l'unico medico scapolo
in tutto l'ospedale, e la ragazza era senz'altro l'unica infermiera 
veramente bella. Secondo lo schema tipico, lui avrebbe dovuto sposare
una dattilografa e lei un agente di cambio. I "tipici romanzi 
ospedalieri" fanno una gran figura alla televisione, ma nella
realt non accadono mai. (Be', quasi mai.)
Luned, 31 ottobre
Venerd sera, quando uscii dall'ospedale, Ann decise che,
perbacco, una volta tanto, ci saremmo presi una serata di
libert. Cos andammo al cinema e ci demmo alle spese
birra e panini imbottiti prima di tornare a casa. Proprio la serata
allegra e piena di imprevisti che la moglie di un medico aspetta con ansia.
Slater  andato a un congresso di chirurgia, e qui sarebbe tutto
tranquillo, non fosse per un caso entrato sabato sera, che ha messo
a soqquadro l'intiero reparto. Dovrebbe essere una cosa tenuta segreta,
ma non c' medico che non ne parli. La paziente  una cameriera di un 
bar, mandata qui dal dottor Frank Harlow, uno dei primi chirurghi della
citt. Harlow aveva telefonato in anticipo per far preparare un 
intervento d'urgenza, ma aveva detto chiaro e tondo che non voleva n 
interni n residenti: sarebbe venuto lui stesso. Non era ancora arrivato,
quando l'infermiera mi chiam per avvertirmi che la malata aveva dolori 
terribili, perci salii al piano dov'era ricoverata. Ma, prima ancora 
che potessi vederla, comparvero misteriosamente Hank e Harlow i quali, 
in termini vaghi ed elusivi, mi dissero che potevo fare a meno di 
sterilizzarmi.
Ero gi a cena, a mezzanotte, quando incontrai Hank. Era addirittura 
fuori della grazia di Dio, al punto che bestemmiava fra s
come un ottentotto. E mi raccont che cosa era successo. Pare che
alla donna sia stata praticata, circa una settimana fa, al St. Christopher 
Hospital, la legatura di una vena varicosa, e che l'intervento
sia stato fatto da un medico generico; Hank non ha voluto dirmene
il nome. Il giorno seguente, la gamba era gonfia e dolorante e la
donna aveva chiamato il medico. Questi le aveva detto che la legatura 
di una vena provocava sempre un po' di dolore e di gonfiore.
Un po' di pazienza e sarebbe passato tutto. Ma l'indomani la gamba
era peggiorata, perci la donna era andata allo studio del medico
Questi era troppo occupato e non l'aveva nemmeno visitata; si era
limitato a ordinarle chinino contro gli spasmi e a dirle:  Su, su,
buona donna, andr tutto bene .
Un paio di giorni dopo, i dolori rano aumentati a tal punto che
la donna era tornata allo studio del medico. Questa volta, lui aveva
dato un'occhiata alla gamba e vedendola bluastra e gelata, aveva
chiamato immediatamente Harlow. Nel fare la seconda operazione
alla donna, Hank e Harlow avevano scoperto che il medico aveva
legato l'arteria femorale invece di una vena, cos che la poveretta
era stata per quattro giorni senza circolazione arteriosa nella gamba.
Hank e Harlow avevano resecato il tratto di arteria isolato dalla
legatura, ne avevano ricucito insieme i due capi, poi avevano fatto
praticare alla paziente il blocco dello splanenico, che provoca la
dilatazione dei vasi sanguigni delle gambe. Non appena l'arteria fu
ricongiunta, la gamba torn rosea fino al ginocchio e dopo il blocco
dello splanenico riprese il colore normale fino alla caviglia. Ma il
piede rimase grigio come l'ardesia e ora pare che quella poveretta
lo debba perdere, per l'asineria di un medico.
Mi pareva inconcepibile che un medico avesse potuto prendere
un granchio simile, e ancora pi inconcepibile che avesse potuto
ignorare per quattro giorni le lamentele della donna. Ora questa
potrebbe intentargli una causa per danni e chiedere un risarcimento
di una sessantina di milioni, ma lei non lo sa. Hank dice che,
probabilmente, il medico verr sospeso per un certo tempo dal 
St. Christopher, ma non  del parere che si debba dire alla donna che 
stata vittima di un errore chirurgico dovuto a incompetenza, e aggravato 
dalla successiva negligenza di chi l'aveva operata. Io pensavo che 
lei farebbe bene a citarlo in tribunale e a strappargli fino
all'ultimo centesimo che le spetta, e che in questo tutti i medici
della citt dovrebbero schierarsi con lei, ma Hank ha ribattuto:
 Una volta anch'io ho messo un bel laccione di seta intorno a
un'arteria femorale, ma, un minuto prima che lo legassi, qualcuno
se ne accorse e me lo disse, evitandomi un mucchio di guai. Va' a
puntare il dito contro questo e quello, e una volta o l'altra potresti
trovarti anche tu nei pasticci, con cento dita puntate addosso .
Bene, non credo di essere d'accordo sul fatto di non dirlo alla
donna, ma non ne sono pi tanto sicuro come lo sarei stato prima
di venire in questo posto. In ogni caso, non credo che sar proprio
io ad andare da lei per dirle:  Ehi, ma lei deve citare quel tizio e
portargli via anche la camicia .
Luned mattina ho aiutato il dottor L. D. Kaiser a fare una tiroidectomia.
Kaiser non  un medico della clinica, ma tre anni fa era
"Primo Assistente" di Slater, e ora sta avviandosi alla pratica privata,
perci interni e residenti, appena possono, gli mandano clienti.
I medici pi giovani, alla clinica, sono stipendiati, e per gli anziani,
come Slater ed Emery, un paziente in pi o in meno non significa
proprio niente, mentre per Kaiser un intervento in pi pu significare 
pane e companatico per una settimana.  un sistema un po'
duro per fare pratica, perch queste cose, in genere, saltano fuori
intorno alle due di mattina, e un povero cristo si rotola gi dal letto
per trovarsi magari alle prese con una bazzecola. Ma, d'altro canto, 
pu darsi che il cliente che va dal chirurgo perch si  tagliato
un dito, ci torni poi per farsi operare di calcoli al fegato.
Venerd, 4 novembre
Stamane, la gamba della donna dell'arteria femorale  stata
amputata a met polpaccio, perch il piede andava in cancrena. 
Ora si tratta di vedere se la circolazione sanguigna
nel resto della gamba sar abbastanza buona, quando la donna
comincer a camminare con l'arto artificiale. Hanno cercato di 
amputare il pi basso possibile, ma non  da escludere che quella
poveretta debba perdere tutta la gamba.
Gioved, 10 novembre
Slater  tornato. In questa settimana ha gi avuto quindici
grossi interventi e altri sei sono in programma per domattina. 
Abbiamo avuto una tiroidectomia, un'isterectomia e una biopsia
della mammella che ha rivelato l'esistenza di un cancro a lento 
sviluppo. La donna guarir con la semplice asportazione
chirurgica, ma pu davvero ringraziare il Cielo, perch aveva notato
un nodulo gi tre mesi fa, e ha aspettato fino a ora sperando che
si riassorbisse da solo.
Un nuovo paziente, operato di diverticolosi un mese fa, ora ha febbre 
altissima e una massa compatta nell'addome, che ha tutta l'aria di
essere un ascesso. Bene, bisogna rendere merito a Slater.  Pu darsi
che si tratti di un ascesso da contaminazione  ha detto per prima
cosa.  Ma pu anche darsi che io gli abbia lasciato una spugna nella
pancia . Perci ha mandato subito Hank a cercare la relazione 
sull'intervento, e il paziente a fare una radiografia. Le spugne usate in
chirurgia portano sempre macchie opache ai raggi X, perci  facile
individuarle. Le lastre non hanno rivelato la presenza di macchie, ma
 stato bello che Slater abbia ammesso spontaneamente che una cosa
del genere sarebbe potuta accadere persino a lui. L'ascesso verr
drenato domattina.
Questa mattina ho assistito a un'esplorazione pelvica che ha dimostrato 
quanto possono essere stupide a volta le pazienti. Questa
donna aveva tentato ripetutamente e senza successo di avere un bambino, 
e le radiografie avevano rivelato l'ostruzione di entrambe le
salpingi, o dotti ovarici. L'intervento chirurgico aveva lo scopo di
individuarne la causa, e l'abbiamo individuata, eccome: gli ovidotti
erano stati resecati anni fa; un piccolo, insignificante particolare che
la donna aveva trascurato di menzionare!
Venerd, 11 novembre
Me ne sono andato alle cinque e mezzo, dopo un ultimo rapido giro con 
Hank e Fred, e ho cenato a casa. Ho parlato con Ann della necessit di 
limitare al massimo le spese, perch siamo ridotti al lumicino. Ann 
guadagna duecentocinquanta dollari netti il mese e io ho i miei 
centoventicinque, ma uno di questi giorni la nostra auto perder i pezzi
per strada, e non so davvero come potremo comprarcene un'altra. Ci sentiamo
entrambi disgustati e scoraggiati. Dobbiamo misurare il centesimo, persino
per andare al cinema, e le spese di benzina per un campeggio a fine 
settimana bastano a rovinare il bilancio di tre mesi.
Luned, 14 novembre
Sabato mattina, quando finimmo il giro, erano ormai le dieci e
tre quarti, dopo di che cominci una nutrita processione di
pazienti esterni. Una ragazzona alta e grassa che era stata
vittima di uno "scippo", aveva tentato di mollare un pugno allo
scippatore ma, sbagliato il colpo, aveva perduto l'equilibrio ed era
caduta, sbattendo la testa sull'orlo del marciapiede. La radiografia
mise in evidenza un'incrinatura del cranio all'altezza dell'attaccatura 
dei capelli; perci la ricoverammo in osservazione, per l'eventualit 
che si manifestassero segni di emorragie endocraniche. Aveva un livido
enorme sul fianco destro, ed era cos fuori di s che dovetti troncare
le sue urla di indignazione per scoprire se aveva dolore.
Stamattina, per, la ragazza stava benone, salvo che aveva un livido
enorme anche sul fianco sinistro.
Sabato sera, i medici della clinica e relative consorti improvvisarono 
uno spuntino per il corpo sanitario nel salone della clinica;
tutto molto carino, non fosse stato per il fatto che a me tocc bere
gazosa, mentre tutti gli altri diventavano euforici grazie all'ausilio 
di liquidi pi corroboranti. Fece una breve apparizione persino
Slater, e anche lui bevve gazosa, notai. Hank dice che quando si
trova in contatto telefonico con l'ospedale, Slater non beve neppure
una birra:  persuaso che anche una sola birra influisca sul discernimento
di un uomo, magari soltanto del due per cento; per, in un caso
d'emergenza che capitasse alle due di notte, quel due per cento
potrebbe significare la differenza fra la decisione giusta e quella
sbagliata.
Marted, 22 novembre
Luned, Slater ha fatto la scena pi strana cui io abbia mia
assistito. Il residente che fa pratica chirurgica deve anche
operare direttamente, ma questo rende nervosissimo Slater
che, alla minima difficolt, strappa i ferri di mano al residente e
finisce lui l'intervento. Ma ieri aveva una mano fasciata perch se
l'era pestata con un martello, perci lasci che Fred Olsen facesse una
colecistectomia.  Io star qui vicino  ha detto,  se mai ti dovessi
trovare in difficolt.  Quindi port uno sgabello vicino alla parete
della sala operatoria, e se ne rimase l a sedere, in camice e guanti 
sterili, girando ie spalle al tavolo operatorio. Aveva i brividi, il
sudore gli scorreva sul viso, ma lasci che Fred lavorasse in pace.
Quando Fred fu sul punto di rimuovere la colecisti, Slater si accost
al tavolo, diede un'occhiata alla dissezione, osserv che era
molto ben fatta, e se ne torn al suo sgabello. Olsen  residente da
tre anni ed  molto in gamba, eppure, dal suo comportamento, si
sarebbe detto che Slater avesse affidato sua madre in persona a un
pivellino alle prime armi.
Venerd, 25 novembre
Quando Pete Carey mi ha chiesto se Ann e io avevamo impegni per il giorno 
del Rendimento di Grazie, ho finalmente capito perch, da tre giorni,
qui dentro c' tanta fiacca.
Logico che nessuno si precipiti a farsi ricoverare in ospedale o a
farsi operare. Cos, il giorno del Rendimento di Grazie siamo stati
a cena dai Carey. Abbiamo chiacchierato fino a mezzanotte, di
medicina, naturalmente. E una cosa perfino ridicola: si cercava di
cambiare argomento, ogni tanto, ma si finiva poi sempre col ricadere
su questo o quel paziente. Le nostre mogli ne saranno addirittura
nauseate, ma tant': l'hanno sposata, la medicina!
Mercoled, 30 novembre
Questi sono gli ultimi giorni nel reparto di Slater! Quando ho
dato un'occhiata all'orario di luned per la sala operatoria,
quasi mi prendeva un colpo. Erano in programma ventun interventi, per
sedici dei quali dovevo ancora fare la cartella. I pazienti inciampavano
quasi l'uno sull'altro, alla mia porta, e per l'ora di pranzo ne avevo
fatto s e no la met.
Stamattina, poi, l'ospedale pullulava di chirurghi: una cinquantina
di personaggi illustri venuti nella nostra citt per partecipare a un
grande congresso di chirurgia, e invitati a osservare come vanno le
cose al Graystone. Slater, che stava facendo un'isterectomia, era
nervoso come un gatto. Trasform quell'intervento in uno spettacolo
sensazionale, come se un'isterectomia fosse un'operazione di alta 
chirurgia; poi si diede un gran da fare perch la paziente fosse portata
fuori al pi presto, e si mettesse mano in gran fretta al caso seguente,
una resezione gastrica. Tutto questo perch uno dei pi eminenti
specialisti in chirurgia del cuore, il dottor Hal Piedmont, si accingeva 
a fare a sua volta un intervento e, ovviamente, Slater non voleva
che gli osservatori piantassero in asso lui, per accorrere nella sala
dove operava Piedmont. Liquid l'isterectomia in un'ora e cinque minuti,
e alle nove e mezzo dava gi il primo colpo di bisturi alla resezione 
gastrica, mentre il paziente di Piedmont stava appena salendo con 
l'ascensore. E cos Slater non perdette nemmeno uno dei suoi spettatori.
Alle tre del pomeriggio avevamo finito, con la sala operatoria. Alle
cinque venne a prendermi Ann; tornammo a casa e cenammo con una bella
bistecca, in onore di Nathan Slater, eminente chirurgo.
Domattina comincio il turno in Chirurgia 2.
CHIRURGIA 2 e 3
Sezione Emery e Ortopedia
Per il secondo turno del mio servizio in chirurgia, ebbi
una crisi di profonda depressione. Ero stufo di stare in chirurgia, 
e le annotazioni nel mio diario divennero rade e brevi. Credo che
responsabili di quella stanchezza fossero in parte il cedimento di
nervi che tutti gli interni provano quando met dell'anno  ormai
trascorsa, il periodo delle feste (che  sempre "stagione morta"
nelle accettazioni in ospedale), e la mia prima esperienza
dell'infelice Natale di un medico praticante. (Da allora non  mai
accaduto una volta che il periodo delle feste natalizie non mi venisse
turbato da qualche caso d'emergenza. Tre pranzi di Natale furono
interrotti da donne che dovevano partorire; due volte mi chiamarono 
mentre ero in chiesa, la vigilia di Natale, per pazienti che avevano 
avuto un colpo.) Ma credo che la causa prima di quella depressione 
fosse il fatto che sentivo moltissimo la mancanza di Hank e di Fred Olsen,
e soprattutto della magnetica personalit di Slater.
Per questa ragione, bench copra un periodo di tre mesi, questa
parte del mio diario  molto breve. Giorni e notti passarono rapidi
in lavoro di ordinaria amministrazione, ma intanto imparavo. Giorno
per giorno, imparavo.
IL DIARIO
Dicembre, gennaio e febbraio
Sabato, 3 dicembre
 cominciato il mio turno con Emery. Quella sera stavo facendo una 
fleboclisi, quando l'infermiera del terzo piano mi preg di andare 
da un paziente del dottor Piedmont, al quale si era spostato l'ago 
della trasfusione. Il paziente era lui stesso un chirurgo, il dottor 
Paul Merritt, e insisteva perch fosse un medico a fargli quel lavoretto. 
I medici sono spesso i pazienti peggiori che esistano, ma avevo visto 
quel pover'uomo per un momento la sera di mercoled, e sapevo in quali
pietose condizioni si trovasse.
Tre anni prima, aveva sofferto di una grave forma di epatite
infettiva, si era ripreso, ma, come conseguenza, gli era venuta una
cirrosi epatica cos grave da bloccargli persino la grossa vena che 
porta il sangue dal tubo digerente al fegato. Questo aveva causato a sua
volta la comparsa di enormi vene varicose all'esofago, nel punto
in cui esso si inserisce nello stomaco, e il pover'uomo aveva gi
avuto cinque fortissime emorragie, e subto cinque gravi operazioni,
fatte da un illustre chirurgo di Boston, per arrestare l'emorragia.
Ora era stato ricoverato in preda a una nuova, grave emorragia,
che alla fine aveva potuto essere bloccata con l'aiuto di un orribile
strumento medievale di tortura, detto tubo di Blakemore, un aggeggio 
spaventoso costituito da una canna di gomma elastica del diametro di 
circa quindici millimetri e da una lunga sacca dilatabile a forma di 
salsiccia. Si spinge il tubo gi per la gola del paziente finch non 
 arrivato allo stomaco, poi si gonfia la sacca e si tira il tubo
finch una parte non si incunea nell'esofago; infine lo si aggancia
a una fune passata entro una puleggia, a capo del letto, e fissata
all'altro capo con un peso di circa un chilogrammo. La sacca piena
d'aria preme cos contro le vene dell'esofago e impedisce loro di 
sanguinare. Un provvedimento grandioso, in teoria, ma che in pratica
d al paziente la sensazione che stomaco ed esofago vogliano a tutti
i costi uscirgli dalla bocca.
Quando l'avevo visto io, mercoled sera, Merritt aveva l'aria
distrutta: un omettino rinsecchito, con la pelle gialla tesa sulle
ossa, la barba di tre giorni e un aspetto disperato, spettrale; 
giaceva nel suo letto con la testa piegata di lato, e quel grosso tubo
di gomma che gli usciva dal naso, e corda, puleggia e pesi in capo al
letto. Ma quel che mi colp soprattutto fu la sua aria di totale 
scoraggiamento. Era in programma per lui una nuova, grossa operazione,
che sarebbe consistita nella resezione dello stomaco e della parte
terminale dell'esofago, e nel collegamento del troncone con un'ansa
dell'intestino tenue, cos da eliminare la causa delle emorragie. Ma
poi il cibo sarebbe passato direttamente dall'esofago all'intestino
tenue. Gioved sera, quando salii da lui per rimettergli l'ago della
trasfusione, gli avevano tolto la sacca gastroesofagea e, a quanto
pareva, l'emorragia era cessata. Merritt, per, era evidentemente 
atterrito dalla paura che essa ricominciasse, e che si dovesse ficcargli
di nuovo nello stomaco quel maledetto affare. Non appena mi vide,
cominci subito a scusarsi per avermi disturbato.
Dopo parecchi tentativi (che non accrebbero certo la sua stima
per me), riuscii a introdurre l'ago in una vena e ad avviare di nuovo
la trasfusione. Poi, mentre ero ancora intento a quel lavoro, la
sua infermiera osserv, come per caso, che la pressione gli era scesa
da centosessanta e centotrentacinque nel giro di due ore. Ebbi un
tuffo al cuore: poteva significare che l'emorragia interna era 
ricominciata. Controllai io stesso la pressione: era scesa a centoventi. 
Allora pregai l'infermiera di telefonare subito a Piedmont per avvertirlo
che intendevo rimettere il tubo al suo paziente.
 Be'  dissi a Merritt,  credo che dovr ricacciarle gi questa roba  
e lui disse di s e, che Dio lo benedica, se ne stette buono buono, 
spiegandomi pazientemente di volta in volta quale lubrificante
usare, come spingere il tubo perch lui non si sentisse strozzare
troppo, quanta acqua dovevo fargli ingollare per aiutarlo a mandar
gi la sacca. Quando finalmente la sacca fu nello stomaco, mi disse
ancora quanta aria dovevo soffiarvi dentro, e io seguii le sue istruzioni,
poi tirai il tubo. Due pesi da mezzo chilo l'uno erano troppi
da principio, non li tollerava, disse; ne mettessi uno solo e poi 
appoggiassi l'altro piano piano, poco alla volta, quando i dolori fossero
cessati un poco. Poi mi consigli di agganciare al tubo l'aspiratore, 
spiegandomi che, a quel modo, si poteva sapere subito se nello stomaco 
aveva cominciato a riversarsi altro sangue.
Piedmont arriv alle due di mattina e mi preg di fargli preparare 
immediatamente la sala operatoria: aveva bisogno di due residenti e di
un interno, disse. Vennero Phil Barr e un altro residente e,
appena arriv, Phil domand a Piedmont se Merritt aveva qualche
probabilit di cavarsela.  Non faccia mai domande di questo genere 
rispose secco il chirurgo, scotendo la testa.
Entrammo in sala operatoria alle quattro di mattina, per un intervento
difficile e faticoso che sarebbe durato otto ore filate. Piedmont
apr il torace di Merritt, e prese semplicemente a versargli sangue
nelle vene a litri. E Merritt continuava a perderlo, e la sua pressione 
scendeva, e noi continuavamo a somministrargli sangue, pompandolo,
alla fine, sotto pressione. Le vene varicose dell'esofago, mentre le
pinzettavamo, non sembravano per nulla impressionanti: non avevano
certo l'aspetto delle cose malvage capaci di ridurre un uomo in quello
stato. Finalmente, Piedmont agganci all'esofago un'ansa dell'intestino
tenue, dopo di che non rimase che il lungo, paziente lavoro di sutura. 
Nel corso dell'intervento furono somministrati a Merritt undici litri 
di sangue. Spero di ritrovarlo vivo, quando riprender servizio 
luned mattina.
Marted, 6 dicembre
Ieri mattina ho saputo che Merritt era morto la mattina di domenica. 
Nonostante le trasfusioni, la sua pressione aveva continuato a scendere,
finch il poveretto se n'era andato.
Ieri mattina mi sono sterilizzato per un intervento con Emery, che
in pratica avrei incontrato per la prima volta. Dev'essere vicino alla
sessantina: alto, coi capelli grigi, il viso pieno di rughe, e spesse
lenti convesse che gli ingrandiscono gli occhi, creando l'impressione 
che sporgano dalla testa per fissarti. Lavora abilmente e in fretta, 
ma si agita troppo quando le cose non vanno esattamente come vorrebbe lui.
Tende la mano per avere una pinza, l'infermiera gli d una pinza curva,
e lui la butta via gridando: No, maledizione, voglio una pinza dritta!
E, naturalmente, se l'infermiera gli d una pinza dritta, urla perch 
la voleva curva.
Domenica, 25 dicembre
Non c' stato molto da fare negli ultimi giorni; con l'avvicinarsi del 
Natale il lavoro  molto diminuito.
Mercoled mattina, aiutai il dottor Ellis Martin in un intervento, 
un'operazione alla prostata fatta a un individuo con tutti i sintomi
che affliggono una quantit di uomini intorno ai cinquanta, sessanta anni. 
Martin disse che da anni cercava di convincerlo a farsi operare, e io
gli domandai come mai si fosse deciso proprio sotto Natale.
Una logica perfetta: la moglie del tizio doveva essere operata alla 
colecisti, perci lui aveva deciso che, dato che ormai doveva bazzicare
l'ospedale, tanto valeva che sbrigasse anche il proprio guaio.
(Sguardo retrospettivo: Una quantit incredibile di gente che rimanda 
per anni un'operazione non urgente, decide tutt'a un tratto di
farsela fare proprio alla vigilia di Natale o di Capodanno; e vuole
essere operata subito, non dopo qualche giorno.)
Venerd pomeriggio, chiamata in massa per tutti i medici dell'ospedale,
invitati a riunirsi nella sala di smistamento della posta, dove
trovammo Andy Case che distribuiva i doni di Natale dei medici della
clinica: un biglietto da dieci dollari per gli interni e uno da 
venticinque ai residenti. Un pensiero davvero gentile!
La vigilia di Natale, cominciai a lavorare alle otto di mattina,
dando il cambio ad Alec Ivy, che andava a sciare con la moglie. Alle
dieci e trenta mi accordai con un altro interno: io avrei fatto il
turno fino a sera, cos da lasciare a lui la giornata libera. Poi lui
mi avrebbe dato il cambio alle dieci e trenta di sera, perch potessi
andare in chiesa a mezzanotte e avere libero il giorno di Natale,
tornando poi a riprendere servizio alle nove di sera della domenica.
Marted, 3 gennaio
Questa settimana segna la fine del mio turno nel reparto del
dottor Emery. Non ho fatto altro che tenere i divaricatori:
un gancio nel muro sarebbe servito altrettanto bene allo
scopo. Nel servizio medico ci sono stati insuccessi deprimenti ed
errori stupidissimi, ma almeno ho imparato qualche cosa. Mi sono
trovato nella situazione di un animale in gabbia, e ora l'animale 
stanco e sfiatato.
Ma il secondo turno mi dar forse una nuova carica. La Chirurgia 3 
comprende gli ortopedici (o chirurghi delle ossa), il dottor Archie
Everett e il dottor Mel Tanner; i chirurghi generici esterni; inoltre,
in questo reparto, vengono effettuati anche interventi di neuro-chirurgia.
Archie Everett  il medico anziano: un ometto piccolo, coi
capelli grigi, che assomiglia a un orsacchiotto di pezza, gentilissimo 
coi collaboratori, ma burbero e irritabile in sala operatoria. Le
infermiere lo odiano con tutta l'anima.
Il lavoro di ortopedia consiste, per la maggior parte, in interventi
d'urgenza, riduzioni di fratture e cose del genere. Stamane abbiamo
avuto un vecchio di settant'anni, ammalato di diabete, con una gamba 
fratturata. E una guardia addetta a un incrocio vicino a una
scuola; uno di quei tipi in giacca giallo vivo e berretto con visiera
che si vedono a sei isolati di distanza. Ma un idiota gli  arrivato
addosso in macchina a tutta birra, e gli ha rotto una gamba. Gli
abbiamo fatto le radiografie, e lo abbiamo portato subito in sala
operatoria per ridurgli la frattura, molto brutta. Everett gli ha messo
un chiodo all'estremit superiore della tibia, gli ha fatto il gesso,
poi un'altra radiografia, e, siccome la riduzione della frattura non gli
piaceva affatto, gli ha tolto il gesso appena messo e ha ricominciato
tutto da capo. Finalmente ha deciso che andava tutto bene, ma, grazie
al vecchietto, quando sono riuscito ad andarmene erano ormai
le nove di sera.
Venerd, 6 gennaio
Per Emery io ero l'Uomo Invisibile, ma qui Frank Gloucester,
l'ortopedico residente, si aspetta che io faccia il mio bravo
giro e che mi occupi del lavoro di ordinaria amministrazione
senza rompere l'anima a lui. Mercoled, dopo aver ridotto una frattura 
della tibia e avere fatt le radiografie, Everett disse:  Perch
non mette lei il chiodo? Dopo potr fare il gesso insieme con
Frank . Mi indic dunque i punti di riferimento, sopra e sotto
la frattura, cui appoggiarsi per inserire il chiodo, e io eseguii
l'operazione. Il profano penser che piantare attraverso un osso
un chiodo di quasi tre millimetri di diametro, sia un'impresa
assai difficile e rischiosa, ma in realt basta prendere un'antiquata 
menaruola (cio un succhiello manovrato mediante un braccio piegato,
usando come succhiello lo speciale chiodo acuminato, spingere 
quest'ultimo dentro le parti molli finch non si incontra l'osso, 
e quindi trapanare fino a farne uscire la punta dall'altra parte; 
infine si tagliano le due estremit del chiodo, lasciandone sporgere 
dalla pelle quasi due centimetri per parte. Con due aggeggi di questo 
genere sopra e sotto la frattura, e il tutto fissato poi con un 
bendaggio gessato, l'osso fratturato non potrebbe spostarsi
nemmeno se lo volesse. Ma l'operazione ti fa passare le pene dell'inferno
finch non ti rendi conto che 1): il paziente non sente un bel
niente perch  addormentato; 2): continuer a non sentire niente
nemmeno quando si sveglier, e 3): non lo stai affatto rovinando
per tutto il resto dei suoi giorni.
Luned, 9 gennaio
Domenica, Everett fece ricoverare un bambino per una sospetta 
frattura dell'avambraccio. Il piccolo aveva il braccio cos 
evidentemente curvato a esse che decisi di portarlo subito 
in sala operatoria; Everett ci raggiunse l proprio mentre 
facevamo le radiografie. Il bimbo era un cosino delizioso di 
due anni, biondo e con gli occhi azzurri; il braccio
non gli faceva male, ma appariva orribilmente distorto, e pap
e mamma erano addirittura fuori di s. L'anestesista fece respirare 
il bambino dentro la mascherina del trimetilene (Gas che produce
un'anestesia rapida e profonda), finch non fu addormentato; Everett 
lasci che fossi io a ridurre la frattura. Era una frattura incompleta 
di entrambe le ossa dell'avambraccio, e l'avevo parzialmente ridotta
quando Everett, cui il braccio non pareva sufficientemente diritto, prese 
il mio posto. Fu una cosa sorprendente: con quel braccino minuscolo fra 
le mie zampe enormi, avevo avuto una paura matta di spezzarlo in due, 
perci mi ero dato un gran da fare per non essere troppo rude. Ma Archie
prese il braccio del piccino, cos, e trac trac, eccolo dritto come una 
freccia. Venti minuti dopo, il bimbo era gi nel suo lettino, col braccio
ingessato, e la sera stessa pap e mamma se lo riportarono a casa.
Mercoled, 1 gennaio
La cameriera cui era stata legata per errore l'arteria femorale  stata 
ricoverata di nuovo. Il dottor Harlow aveva fatto una seconda amputazione
sopra il ginocchio, ma la ferita non si  cicatrizzata. Ora tenteranno 
un innesto della cute, ma rimane la possibilit che si debba amputare 
una terza volta, ancora pi su. La povera donna  quasi all'estremo limite
della resistenza morale.  gi arrivata a un conto di oltre tremila 
dollari, fra spese d'ospedale e onorari medici, e per quanto
ne so io, si continua a farle credere che si tratti di una imprevedibile
complicazione avvenuta in seguito alla legatura di una vena, senza che 
vi sia colpa alcuna da parte del chirurgo che l'ha operata. E io 
continuo a domandarmi dove stia l'etica professionale, in un quadro 
del genere.
Oggi ho assistito a un paio di interventi fatti da Everett, fra
cui la vecchia guardia con la gamba spezzata. Le ossa fratturate non
erano rimaste allineate nemmeno coi chiodi, perci Archie gli ha aperto
la gamba e ha letteralmente avvitato insieme i frammenti. Ora, almeno, 
sono tutti al loro posto; che poi arrivino a rinsaldarsi, 
un altro paio di maniche.
Ho cominciato il turno di fine settimana con uno scontro
con l'infermiera dei raggi, una ragazza alta e magra che
si chiama Adeline. Era stata ricoverata una signora molto
grassa, investita e scaraventata a terra da un pedone, sul marciapiede;
e io ero certo che avesse un'anca o un femore fratturato,
cos chiamai Adeline perch venisse con la macchina portatile per
i raggi X, prima di togliere la signora dalla lettiga.
Mentre io ero in giro per il reparto, facendo qualcosa in attesa che
Adeline mi chiamasse, lei arriv, s'infil nel Pronto Soccorso, fece
qualche radiografia, e disse alla centralinista di avvertirmi che le
avrei trovate pronte gi in radiologia. Con questo se ne and a casa.
Trovai una lastra completamente bianca, un'altra sovresposta, cos
che si distingueva a fatica qualcosa che assomig]iava a un femore, e
una terza in cui si poteva a malapena individuare mezzo femore:
dell'anca e del bacino nessuna traccia. Telefonai ad Adeline perch
tornasse immediatamente in ospedale a fare altre lastre, e lei ribatt
che, insomma, non potevo pretendere di avere, con una macchina
portatile, delle radiografie del femore e del bacino. Replicai che si
poteva, eccome, e lei sbatt gi il ricevitore con un colpo che mi fece
rintronare l'orecchio.
Venti minuti dopo ricomparve. Le ci vollero dieci lastre per ricavarne
una decente, il che mi rivel come la donna avesse due fratture
del bacino. E il tutto con Adeline che diventava sempre pi insopportabile,
come se fossi stato io a sistemare le cose in modo che la signora
cadesse proprio un sabato pomeriggio, quando era di turno lei.
Impieg dall'una alle cinque per fare un lavoro che avrebbe richiesto
una decina di minuti, mentre io badavo che non sgattaiolasse via
di nuovo, o se la prendesse con la paziente.
Da quel momento fino a oggi,  stata tutta una corsa folle; persino
Frank Gloucester, che di solito  il pi pacifico di tutto l'ospedale,
prendeva fuoco per niente come uno zolfanello. All'una del mattino
di mercoled, dopo che mi ero affannato ben due ore per ottenere 
l'autorizzazione a fare l'autopsia a un vecchio, telefonai a Frank per 
avvertirlo; bench sia il residente ortopedico, si occupa anche della 
patologia. Bene, domattina la far rispose lui. Questo mi fece montare
la mosca al naso, perch di solito il residente fa l'autopsia di notte,
cos che, al mattino, si possa portare il cadavere all'obitorio.  Come,
non viene a farla ora? domandai dunque. E lui: Dottore, c' un limite
a tutto ribatt, e riappese.
Giovedi, 2 febbraio
Ultimo mese di servizio in chirurgia.
Questa settimana  accaduta una cosa che mi ha sollevato di
un chilometro il morale. Protagonista della vicenda  stata
la signora Gomez, una donna formosa di quarantacinque anni, con
i capelli tinti di uno sgargiante color arancione. Luned, la signora
era stata a farsi vedere dal dottor Marin, perch aveva scoperto un
nodulo nella mammella sinistra, e Marin l'aveva mandata il giorno
stesso dal dottor Jack Barley. Questi aveva sostenuto che fosse 
opportuno praticare una biopsia, e marted aveva fatto ricoverare la
signora in ospedale. Era certo che si trattasse di cancro.
Visitai la signora e sentii benissimo nella sua mammella sinistra
un nodulo grande all'incirca come una nocciola. Ma mi sembr di
sentirne anche un altro, pi piccolo, nella mammella destra perci
lo scrissi sulla cartella clinica e cercai di telefonare a Barley, ma non
riuscii a trovarlo. Allora, sul foglio delle prescrizioni scrissi a 
lettere cubitali: DOTTOR BARLEY: VEDERE NOTA DELL'INTERNO PRIMA 
DELL'OPERAZIONE, sperando che quelle parole funzionassero 
da bandierina rossa.
In ogni caso, trovai Barley la mattina seguente nello spogliatoio
della sala operatoria, poco prima che portassero dentro la signora
Gomez per la biopsia. "Ehi, figliolo" disse, "ma lo sa che quel nodulo
nella mammella destra era sfuggito sia a me sia a Marin?"
E aggiunse che avrebbe fatto la biopsia di entrambi. Questa mattina
incontro Fred Olsen, che mi dice: "Ah, sento che sei un eroe!"
E mi racconta che il nodulo pi grosso nella mammella sinistra della
signora Gomez era soltanto una cisti benigna, ma che quello piccolino,
nella mammella destra, era un fior di tumore maligno, e che Jack
aveva fatto l'asportazione radicale. Jack era del parere che la signora
avesse ottanta probabilit su cento di cavarsela, contro le trenta che
avrebbe forse avuto se quel nodulo fosse stato scoperto pi tardi,
quando si fosse ingrossato.
Marted, 4 febbraio
Nell'afflusso continuo di pazienti e la scarsit di rapporti
personali che abbiamo con la maggior parte di loro, diventa 
straordinariamente facile ricorrere a quella terminologia che, 
all'universit, mi faceva uscire regolarmente dalla grazia di Dio, 
cio considerare il paziente semplicemente come una Gamba, una 
Spalla o una Colecisti. Ricordo che all'Hopkins, i chirurghi portavano 
in sala, mettiamo, un vecchio, per presentarci un caso diffficile, 
e cominciavano cos:  signori, questo Stomaco fu ricoverato in
ospedale il cinque di novembre...  Se un chirurgo mi avesse presentato
a una folla di persone come "questo Stomaco", avrei certo afferrato 
il primo corpo contundente che mi fosse capitato sottomano e glielo
avrei sbattuto in testa. E ora, ecco che mi ritrovo a pensare a quel 
che abbiamo fatto a quella Colecisti, o al modo come Archie Everett 
ha rimesso in sesto quella Gamba.
Tutto questo, perch stavo per dire che i casi che abbiamo avuto
finora, in ortopedia, sembrano suddividersi in tre categorie: affezioni
della spina dorsale, per circa un terzo del totale; fratture, per una
buona met dei casi, e per il resto miscellanea varia: vecchie fratture
mal saldate o non saldate affatto, articolazioni anchilosate, protesi,
di vario genere. E invece avrei dovuto dire: pazienti con affezioni
alla schiena, eccetera...
Pare incredibile quel che si pu fare in alcuni casi di protesi. La
settimana scorsa, Everett oper un uomo che un anno fa, in una brutta
caduta, si era spezzato il collo del femore. La frattura non si era
saldata e la testa del femore era rimasta l, inerte, decomponendosi
a poco a poco. Everett apr il fianco dell'uomo, asport l'osso morto
e lo sostitu con un apparecchio di protesi, l'endoprotesi di Eicher,
una sfera di acciaio inossidabile lucidissimo, del diametro di circa
quattro centimetri, attaccata a un'asticciola pure di acciaio, della
forma e della grossezza di un arpione delle ferrovie. La sfera  
inclinata di trenta gradi, rispetto all'asticciola, in modo che questa
possa essere conficcata nell'osso e la sfera vada ad adattarsi 
perfettamente nell'acetabolo dell'anca, sostituendo la perduta testa del
femore. Oggi pomeriggio ho avuto il piacere di vestirmi finalmente per un
intervento con Calvin Cornell. Credo che Cornell provi un gusto
matto a mostrarsi pi rozzo che pu. Doveva fare un trapianto del
nervo ulnare e urlava come un matto con le infermiere che, dopo la
disinfezione pre-operatoria, avevano coperto con un telo il braccio
del paziente; eppure sa benissimo anche lui come Everett esiga che
tutto quel che si prepara per un intervento di ortopedia venga poi
ricoperto con teli, per evitare polvere o contatti di qualunque genere. 
Grid e brontol per un pezzo, poi si guard in giro con un sorrisetto
imbarazzato e mi disse:  Lei come si sente, stamattina?
Io sono di pessimo umore! 
Marted, 28 febbraio
Dopodomani mattina lascio la chirurgia; passer in pediatria,
per un altro turno di due mesi. Non posso certo dire che
mi dispiaccia lasciare la chirurgia.
Oggi  arrivato un tipo bizzarro. Un vecchio che si  fratturato la
mandibola mentre mangiava. Non provava nessun dolore, tanto che
non si sarebbe nemmeno accorto di quell'incidente, se la gente non
avesse cominciato a dirgli che aveva la faccia sbilenca. Ma, del resto,
il povero vecchio era piuttosto suonato: riusciva a ricordare il suo
nome soltanto dopo matura riflessione, e anche allora non era ben
certo di aver pescato il nome giusto. In breve mi trovai invischiato
in una conversazione perfettamente idiota, tipo quella di Alice con la
Regina di Cuori. Non so come mai, ma il mio vecchietto era senza
sopracciglia, perci gli domandai:  Che cosa  successo alle sue 
sopracciglia?  E lui:  Perch, che cosa c' che non va nelle mie
sopracciglia? Be', non ne ha affatto gli spiego io. Oh!, fa lui
e poi, dopo una pausa:  Bene, sicuro che non ne ho!  E su questa
battuta si concluse il mio servizio di chirurgia.
PEDIATRIA
Il passaggio dall'affollato ospedale generale ai luminosi, ariosi
corridoi della pediatria fu come un soffio di aria fresca. E
bench non vi sia niente di pi terribile di un bambino
veramente ammalato (e i bambini si ammalano pi in fretta e in
modo pi imprevedibile dei pazienti di qualsiasi altra et), la pediatria
mi piaceva, e che quel lavoro mi piacesse appare chiaro in questo
diario, nelle pagine relative ai mesi di marzo e aprile. In chirurgia,
l'interno non era nessuno. In pediatria, avevo almeno quella sensazione 
di compartecipazione che mi era mancata cos a lungo. La
cura dei piccoli pazienti gravava in maniera piuttosto pesante, dal
principio alla fine, sulle spalle degli interni e, dal mio turno in 
pediatria, imparai a rispettare profondamente il coraggio dei piccoli 
pazienti affidati alle nostre cure, e i medici che queste cure 
prodigavano loro, rispetto che dura tuttora.
IL DIARIO
Marzo e aprile
Gioved, 1 marzo
Stamattina ho attraversato la strada per andare all'Ospedale
dei Bambini, un edificio nuovo di zecca, capace di centottanta letti. 
Al contrario del Graystone, esso  prima di tutto un ospedale di 
carit, che accoglie pazienti provenienti da tutto lo Stato, con 
interni che provengono non soltanto dal Graystone, ma anche 
dall' Ospedale della Contea e dal St. Christopher. 
Fui ricevuto, insieme con gli altri interni, dal dottor Bernstein,
il residente anziano, che ci accompagn agli alloggi del personale, al
terzo piano, dov' situato un moderno soggiorno, con ampie finestre
panoramiche e, meraviglia delle meraviglie, un frigorifero stipato di
ogni ben di Dio! La camera degli interni, con cinque letti,  accanto
alla sala. Il dottor Bernstein ci ha detto che avremo ognuno le nostre
responsabilit personali, per quanto riguarda il lavoro di ordinaria
amministrazione, ma che i residenti lavoreranno a gomito a gomito
con noi. A esempio, se al Pronto Soccorso arriva un paziente esterno,
l'interno lo vede subito, ma, prima che venga presa qualsiasi
decisione, il residente lo visita di nuovo.
Ho sperimentato per la prima volta quanto tempo pu richiedere
questo lavoro oggi alle dodici e mezzo, quando l'infermiera del 
Secondo Est mi ha chiamato per avvertirmi che dovevo fare una
fleboclisi a un bambino di un anno. si  dovuto immobilizzarlo
dentro un lenzuolo, prima che potessi anche solo afferrargli il braccio.
Ho provato con l'ago da trasfusione pi piccolo, ma anche
quello era pi grosso delle sue vene; alla fine, per suggerimento
dell'infermiera, ho ritentato con uno degli aghi speciali per endovenose 
a bambini, aghi sottilissimi forniti di una piastrina di metallo
per fissarli alla pelle. Dopo ripetuti tentativi, sono finalmente riuscito
a inserirlo, anche se precariamente, in una vena del piede, e ad avviare,
lentissimamente, la fleboclisi.
La seconda esperienza del genere fu il prelevamento di sangue per
le analisi a un piccino di otto mesi. Non riuscivo in alcun modo a
trovare una vena, e mi tocc aspettare che venisse in mio aiuto il
residente, il quale mi insegn come prelevarlo dalla vena giugulare.
Per prima cosa si avvolge il bambino come una mummia dentro una
coperta, affinch non possa dibattersi, poi lo si stende supino sul 
lettuccio, con la testa rovesciata oltre l'orlo e piegata di fianco. Poi si
comincia a punzecchiarlo finch non si mette a strillare con quanto
fiato ha in corpo, perch solo cos la vena giugulare sporge dal collo in
modo che sia ben visibile.
Il residente mi stava vicino, spiegandomi con voce tranquilla quel
che dovevo fare; pareva persino divertito dalla mia evidente riluttanza
a piantare un ago lungo cinque centimetri nel collo di quel povero
piccolino. Ma, al tempo steSso, era molto affettuoso col bambino e,
quando ebbi finito, se lo prese in braccio, cullandolo e vezzeggiandolo.
Pareva che non ci fosse alcuna fretta; uscimmo dalla camera solo
quando il bambino riprese a gorgogliare, calmo e felice. Questa
 la parte pi importante dell'intiero procedimento mi spieg in
seguito. Se deve fare una cosa, trovi il tempo di fare anche l'altra.
Il residente si chiama Joe Shenk, ed  un ragazzo simpatico, tozzo e
robusto, con capelli neri, occhiali cerchiati di corno e un gran sorriso
cordiale. E possiede una dote che ho notata nei medici molto in
gamba: pu essere oberato di lavoro, ma se sta con te,  con te, pronto
a perdere la giornata intiera, se necessario, perch le cose vadano
per il giusto verso. E se proprio  troppo occupato, te ne spiega il
motivo. A una mia domanda ha risposto:  Ora non ho tempo per
spiegarglielo in modo esauriente, perci accantoniamo la questione,
per il momento. Ne riparleremo pi tardi. E sono certo che ne 
riparler, senza bisogno che sia io a ricordarglielo.
Nel pomeriggio, ho avuto soltanto due accettazioni di cui occuparmi,
ma qui, per ogni cartella clinica,  necessario raccogliere ogni
minimo particolare sul piccolo paziente, dal giorno del concepimento 
in poi. Uno dei nuovi arrivati era un piccino di otto mesi,
Joey McCarran; Shenk e io abbiamo interrogato a lungo i genitori,
per avere la sua storia clinica, una storia disseminata di foruncoli,
di una non meglio identificata malattia dei polmoni, di continui
disturbi gastrointestinali e infine di un grave eczema. Il bimbo
era un povero esserino tutto prurito, e le sole parti del suo corpo
che non fossero squamose o ricoperte di croste erano i radi, ruvidi
capelli e gli occhioni azzurri e tristi. Continu a frignare per tutta la
durata della visita.
Suggerii di applicargli impacchi caldo-umidi sulle parti infiammate
e di immobilizzargli le braccia, per impedirgli di grattarsi, finch non
avessimo scoperto di che cosa si trattava. Shenk fu d'accordo con me.
Esistono sempre larghe possibilit che in un eczema vi sia una notevole
componente psicosomatica, e quel piccino ha una madre nervosa e
una mezza cartuccia di padre che cercava disperatamente di raccontarci
le vicissitudini del piccino, mentre la madre lo contraddiceva
una frase s, una frase no.
Venerd, 2 marzo
Ho fatto il giro con Shenk e de Shaw, il primario di pediatria, 
un uomo di mezza et, smilzo e cordiale. Abbiamo visto anche 
Joey McCarran, e de Shaw ha raccomandato un consulto con lo 
specialista di dermatologia. Il bambino pareva molto migliorato, 
ma evidentemente non gli andava a genio d'avere le braccia 
immobilizzate. Se ne stava l seduto, a guardarci imbronciato di 
sotto le sue croste; voleva grattarsi, lui, ecco che
cosa voleva fare.
Abbiamo un bambino con una lesione congenita del cuore e lo
teniamo sotto la tenda a ossigeno. Ben pochi di questi difetti cardiaci 
si possono correggere, e, anche quando  possibile farlo, la
percentuale di pazienti che muoiono sotto i ferri  paurosa. Shenk
sembrava piuttosto rattristato circa l'avvenire di questo bambino.
(Sguardo retrospettivo: I progressi che sono stati fatti in questo campo 
sono addirittura strabilianti. Oggi quel bambino sarebbe operabilissimo,
grazie alla tecnica chirurgica "a cielo aperto" e alla moderna
macchina che, durante l'intervento, sostituisce cuore e polmoni, 
rendendo possibile la circolazione extracorporea del sangue. E questo lo
si deve a squadre di specialisti in chirurgia pediatrica, come quelle
che lavoravano disperatamente per giungere alla soluzione, all'epoca
in cui io mi trovavo al Graystone).
All'una c' stata una riunione di chirurgia riservata agli interni,
sul modo di trattare crisi acute delle vie respiratorie. Un bambino
non ha molte riserve, se qualcosa gli blocca la trachea, e talvolta
si rende necessario fare d'urgenza una tracheotomia, cio aprirgli nella
trachea un passaggio artificiale per l'aria. Se non la si fa, il bambino
pu morire nel giro di cinque minuti, il che significa che a un interno
pu capitare una volta o l'altra di dover decidere, sui due piedi, se 
bisogna farla o no; e in caso affermativo mettersi subito all'opera. Mi
vengono i sudori freddi soltanto a pensarci.
Sabato, 10 marzo
Una settimana massacrante. Fino a ora, immancabilmente,
tutte le sere che sono stato di turno, sono stato chiamato
un attimo prima di cena e mi  sempre toccato lavorare
sodo almeno fino a mezzanotte.  incredibile il numero di mamme
che se ne stanno a sedere per tutta la giornata a guardare il loro
bambino ammalato e poi, a mezzanotte, lo impacchettano in gran
furia e, fuori di s, te lo portano in Pronto Soccorso.
Nei turni di notte, lavoro con Harry Muldoon, che sta diventando
per me un vero amico.  un pezzo di marcantonio coi capelli ispidi,
gli orecchi a cavolfiore (era pugile dilettante) e ha sempre sul viso
un'espressione minacciosa. Credo che se fossi un pap con un bambino
ammalato e vedessi quel bruto venirmi incontro, mi porterei
via il mio piccolino di gran furia e correrei urlando a cercare rifugio
altrove. Ma Muldoon  tutt'altro che goffo, anche se, quando si
accinge a visitare un bimbo piccino, lo copre tutto con la sua zampona.
Adesso me la cavo un po' meglio, con certi procedimenti; riesco
quasi sempre bene nei prelievi di sangue dalla vena giugulare; ho
scoperto inoltre che, coi bambini di questa et, una puntura lombare
non  affatto difficile. Cerco col dito lo spazio giusto fra due vertebre,
appoggio sulla colonna vertebrale due dita come guida, uno sopra e
l'altro sotto il punto adatto, punto l'ago sulla pelle e zac!,  fatta!
si fa una quantit di punture lombari, qui, perch nei bambini
di questa et la meningite  una delle malattie pi diffuse.
L'eczema di Joey McCarran va molto meglio, ma il vero guaio 
che il piccino odia tutti quanti. Abbiamo tentato e ritentato di 
avvicinarci a quel bambino, ma nessuno c' riuscito. Nemmeno i suoi
genitori. Se ne sta l seduto come un piccolo gnomo e ci fissa serio
serio. Ho persuaso Shenk a chiamare a consulto uno psichiatra...
ammesso che uno psichiatra sia in grado di dare un parere su un
bambino di otto mesi.
Ieri ho avuto una tipica dimostrazione della rapidit con cui 
possono riprendersi i bambini. Era arrivato con l'autoambulanza un
bimbo di quattordici mesi, Jerry Johnson, e l'infermiera del Pronto
Soccorso mi chiam, informandomi che il piccino era praticamente
in fin di vita per la diarrea. Non sapevo quali nefasti effetti potesse
provocare nel giro di due giorni una fortissima diarrea in un bambino 
di quella et. Sembrava un cadaverino, cos vicino all'incoscienza 
totale da reagire appena agli stimoli, con la pelle dell'addome
prosciugata al punto che gli pendeva flaccida e grinzosa.
Feci una rapida incisione in una vena della caviglia, perch era
indispensabile somministrargli immediatamente una certa quantit di
liquido; prelevai un po' di sangue per gli esami, e cominciai subito a
idratare il piccolo. Due ore dopo, avevamo gi la risposta del laboratorio,
cos che Shenk e io fummo in grado di calcolare la quantit
di liquidi, eccetera, di cui il bimbo aveva bisogno per rifarsi di quel
che aveva perduto, e cominciammo subito. Durante la notte, andai a
vederlo ogni ora, per accertarmi che fosse sempre vivo, e oggi pomeriggio,
ventiquattr'ore dopo il ricovero, ti trovo il mio Jerry su un
seggiolone, vispo e arzillo, intento a fare un baccano d'inferno con
un cucchiaio. Sali, acqua e potassio erano bastati a farlo resuscitare:
una prova drammatica di quanto sia importante per l'organismo
l'equilibrio chimico. Credo che, quando lo portarono all'ospedale, a
quel bambino restasse s e no un'ora di vita.
Venerd, 16 marzo
Questa settimana ho avuto un successo diagnostico. Una bimbetta di 
quattordici mesi, Audrey Carter, era stata ricoverata per una febbre 
d'origine ignota. Il suo medico curante aveva pensato a una bronchite, ma 
la piccola aveva oltre quaranta gradi di febbre, il collo rigido e
dolorante (strillava come un'ossessa se appena tentavo di muoverle la 
testa), la gola arrossata e, a quanto pareva, i timpani molto infiamrnati.
Quando le feci la puntura lombare, scoprii che il liquido spinale era
torbido. Ne mandai una parte in laboratorio per la coltura, poi ne feci io
stesso uno striscio, lo colorai e scoprii che era zeppo di batteri 
somiglianti all'Hemophilus influentiae, un microrganismo poco comune che
causa la meningite, ma che  particolarmente subdolo e pericoloso perch 
 inattaccabile dalla penicillina. D'accordo con Shenk, attaccai subito 
con cloramfenicolo e sulfodiazina per fleboclisi, due antibatterici che 
pare siano molto efficaci contro l'Hemophilus, e infatti la piccola
reagisce bene; la temperatura  scesa, il collo non  pi cos rigido e
il liquido spinale  pi limpido. Penso che altri sette o otto giorni di
ospedale saranno sufficienti per rimettere Audrey in piedi, ma sono
particolarmente soddisfatto perch ho fatto una difficile diagnosi da
solo, senza l'aiuto di nessuno.
Ma bisogna sempre che ogni medaglia abbia il suo rovescio, tanto
perch non si abbiano a metter su troppe arie. Mi ero sentito molto
in gamba nel trattare bambini con vomito e diarrea (pare che ci sia
nella zona un'estesa epidemia di infezione virale), finch un bambinetto
di quindici mesi, Johnny Beck, non mi tir il peggior colpo
mancino che mi sia toccato da sei mesi a questa parte. Era un bel
bambino, coi capelli color lino, ma in condizioni disastrose, quasi
quanto Jerry Johnson quando lo avevo visto la prima volta. Shenk
mi raccomand di occuparmi io stesso di quel caso, per non trovarmi
poi nei pasticci; io feci fare gli esami di laboratorio, calcolai la
quantit di acqua e di sali di cui il bimbo avrebbe avuto bisogno
per le prossime ventiquattr'ore, e iniziai una fleboclisi.
Non appena cominci a entrargli un po' d'acqua nelle vene, il piccolo
si riprese, e subito si lament per la sete: perci dissi alle infermiere
che potevano dargli qualche sorso di acqua zuccherata per
via orale. Ma questa mattina il bambino stava tutt'altro che bene, e
oggi pomeriggio fu preso da una sorta di ballo di san vito, che gli
faceva sussultare spasmodicamente mani e piedi, e gambe e braccia.
Gli si palpava il fegato fino all'altezza dell'ombelico. Non riusciva a
star fermo nemmeno quel poco che sarebbe bastato per auscultargli
il cuore, ma ero certo che avesse un bel collasso cardiaco.
Be', chiamai subito Shenk; ero spaventato da morire. Joe scese
subito, e insieme cercammo di arrestare quelle convulsioni,
somministrandogli per via endovenosa gluconato di calcio e poi soluzione
salina, ma senza successo. Allora Shenk domand quanta acqua avesse
bevuto il bambino. Da un rapido controllo, risult che le infermiere
avevano continuato a dargliene "qualche sorso" per tutta la notte...
col mio permesso!... e che in totale il piccolo aveva ingurgitato 
almeno il doppio di quanto avrebbe dovuto. Sospendemmo immediatamente,
per otto ore, la somministrazione dei liquidi, e infatti il
bimbo miglior un poco. Gli iniettammo un sedativo per farlo dormire 
un poco, e calmargli le convulsioni, e a mezzanotte potemmo
somministrargli per via orale i liquidi necessari, accuratamente 
dosati. Stamattina filava a tutto gas: il fegato si era ridotto, il 
respiro normalizzato, la diarrea scomparsa.
Imprudentemente, gli avevo somministrato troppa acqua, e l'eccesso
di liquido che gli era entrato in circolo aveva provocato un
attacco di convulsioni. Bene, in qualche modo devi pure imparare
disse Shenk scotendo la testa. E anche questo  un errore nel quale
sicuramente non ricadr mai pi.
Luned, 19 marzo
Sabato mattina, mi  toccata una quantit di cose da fare. Per
una met buona della mattinata sono stato occupato a cambiare 
la medicazione al piccolo Ronnie Petroni, un bambino
di due anni che si era tirato in testa un tegame pieno di olio bollente,
procurandosi orribili ustioni di terzo grado. Il piccolo  stato 
sottoposto a numerosi trapianti, per accelerare la guarigione delle 
ustioni, un procedimento lungo e doloroso, e ora sta in un lettuccio 
di Stryker, una trappola che lo tiene immobile, ma che pu essere girato 
con lui dentro per evitare la formazione di piaghe da decubito.
Nonostante gli impacchi umidi, la medicazione si essicca e si appiccica. 
Da principio, cambiarla era cos doloroso che addormentavamo il bambino. 
In un secondo tempo, passammo alla morfina; ora gli si d soltanto un 
po' di luminal mezz'ora prima della medicazione. Ora l'operazione non  
pi tanto dolorosa, ma Ronnie non ci crede.  un omino oltremodo 
ragionevole. Non sorride mai, se ne sta l tranquillo e chiacchiera 
volentieri. S, ti dice, sa che non gli faremo male, e no, non pianger, 
e s, sa che lo facciamo per il suo bene... e poi, non appena gli metti
le mani addosso, comincia a urlare. Allora, gli domandi se gli fai male, 
e lui smette di piangere, e risponde che no, non gli facciamo male, ma 
subito dopo riprende a urlare pi forte di prima. Io credo che tutte 
queste tormentose, interminabili cure abbiano fatto a questo piccino 
qualcosa che non  visibile sulla sua pelle: a soli due anni ha conosciuto
una sofferenza della quale avrebbe dovuto ignorare l'esistenza, almeno 
fino a quando non ne avesse avuto qualche sentore, e la possibilit di 
erigere una difesa contro di essa. Mi domando se imparer mai pi a 
sorridere.
Nel frattempo, mi sono accorto di una cosa: non tutti i nostri
piccoli pazienti sono cari tesorucci. I primi giorni che trascorsi
in questo reparto pensavo che non si pu far colpa a un bambino
ammalato se  un po' dispettoso, ma ora non ne sono pi tanto sicuro; 
ora penso che anche a un bambino dispettoso pu succedere
di ammalarsi e di essere ricoverato in ospedale, dove ha carta bianca
per sfogare la propria cattiveria fino in fondo. La prima accettazione 
di sabato pomeriggio ne fu una prova. Era una bambina di
quattro anni, in tutto e per tutto il tesoruccio di mamm, e cominci
a strillare e a scalciare non appena mise piede in ospedale. Aveva
avuto un po' di diarrea, ma all'ospedale ce l'avevano portata 
soprattutto perch mamm aveva continuato a tormentare, ogni due
minuti, il suo pediatra, il dottor Bell, finch questi non aveva 
consigliato di far ricoverare la piccola.
Non era troppo disidratata, ma Bell voleva che le facessimo qualche
fleboclisi: mi tocc legarla al letto, urlante e scalciante, per poter
infilarle l'ago in una vena. Bell voleva pure che le somministrassimo 
qualche liquido per via orale, ma lei rifiut semplicemente di
bere. Telefonai a Bell per domandargli che cosa si dovesse fare, e lui
rispose di cacciarle una sonda nello stomaco e mandarle gi cinquecento
centimetri cubi di liquido nello spazio di mezz'ora.
E cos ebbi la gioia di ancorarla di nuovo al letto e di ficcarle
in gola la sonda, mentre lei urlava a squarciagola. Quando ebbi finito, 
avrei urlato io. L'infermiera le mand gi cinquecento centimetri
cubi di acqua e succo di frutta nel giro di mezz'ora, e nella mezz'ora
successiva la piccola peste vomit almeno duemila centimetri cubi di
liquido. Una bambina che ha tutto quel fiato per urlare e scalciare,
non pu essere davvero ammalata, pensai allora, perci dissi 
all'infermiera di lasciarla stare finch non le venisse sete, e allora
darle piccoli sorsi di liquido per via orale, se prometteva di
essere buona. Credo che il metodo abbia funzionato: domenica mattina 
Bell l'ha rimandata a casa.
Questa fine settimana, ho azzeccato un'altra diagnosi difficile: un
bambino di sei anni entrato con febbre alta, mal di capo, fotofobia 
(cio incapacit di sopportare la luce) e qualche sintomo di irritazione 
delle meningi. Fatti gli esami del caso, si fu tutti d'accordo che si 
trattava probabilmente di poliomielite e che, da un minuto all'altro, 
sarebbe potuta comparire la paralisi.
Sabato sera, l'infermiera mi chiam perch il ragazzino lamentava
forti dolori al collo, ma quando lo visitai, mi parve che non fosse
il collo che gli faceva male, ma l'angolo della mandibola: la guancia
destra era grossa il doppio della sinistra. Non gli dissi niente, 
altrimenti la diagnosi avrebbe potuto farsela lui stesso, non appena 
avesse smesso di frignare. Telefonai a de Shaw per dirgli che credevo 
di avere svelato il mistero, sennonch non avevo mai saputo che gli 
orecchioni avessero gli stessi sintomi della meningite, all'inizio. 
Oh s, rispose de Shaw; ma non della meningite, dell'encefalite piuttosto,
tanto che, a volte,  un vero problema, all'inizio, distinguere fra 
orecchioni, encefalite e poliomielite.
Domenica fu una giornata orribile. Vi furono un mucchio di ricoveri,
e io non feci che correre da un paziente all'altro. E Muldoon dovette
correre almeno quanto me: verso l'una e mezzo di notte, salii
fino alla sala di soggiorno per prendere una tazza di caff e trovai
il mio collega che russava su una poltrona, con la testa appoggiata a
una mano. Quando l'altoparlante prese a gracchiare:  Dottor Muldoon 
lui si svegli di soprassalto, alz gli occhi e bofonchi:  Piantala,
vengo!  e si avvi barcollando verso l'ascensore, senza nemmeno 
preoccuparsi di rispondere al telefono. Credo che non si fosse
neppur accorto di me.
Andai a letto alle due. Alle due e mezzo, l'infermiera di notte mi
chiam perch andassi a vedere un paziente del dottor Simon Sheffield. 
Il piccino aveva l'orticaria e la febbre, e ora aveva cominciato
a vomitare. Mi precipitai dabbasso, pensando che fosse successo
qualcosa di spaventosamente grave, e tutto quel che scoprii fu che
l'infermiera voleva soltanto sapere se doveva telefonare al dottor
Sheffield per riferirgli che il bambino aveva vomitato.  Ma lui
le ha detto di telefonargli?  domandai.  Cos ha detto  rispose lei.
Bene, e allora perch non gli telefona? feci io. Be', non sapeva
se doveva farlo o no. Cos, dopo avere sbattuto per un po' la testa
contro la scrivania, andai a vedere il bambino (che ora dormiva
come una marmotta), poi dissi all'infermiera di fare quel che le 
pareva, a me non ne importava un accidente, e me ne tornai a letto.
Joey McCarran, il piccino con quell'orribile eczema,  quasi guarito; 
sembra regredire solo quando viene a trovarlo sua madre... allora, 
povero piccolo, gli ci vogliono tre giorni di broncio e di grattate 
per rimettersi in sesto.
Domenica, 25 marzo
La vera benedizione di questo mio turno  stata la paziente
ponderatezza di Harry Muldoon.  stata una fortuna averlo
accanto, specie nel caso della piccola Klein. Jeannie Klein 
una graziosa ragazzina di otto anni, che il padre ci ha portato al
Pronto Soccorso marted sera, perch era stata male tutto il pomeriggio. 
Fu un successo diagnostico, per me, ma non potevo certo
essere soddisfatto di una diagnosi tanto penosa. La bambina si era
lamentata di mal di capo per tutto il pomeriggio; diceva che le 
facevano male persino gli occhi, le guance e il collo. Non riusciva pi
ad abbassare il mento fino a toccarsi il petto e aveva trentotto di
febbre: poco, per una meningite. Sudai sette camicie per arrivare a
esaminarle la gola: strillava e ricusava di girare la testa; le facevano
troppo male le guance, diceva. E pareva nervosa come un gatto.
Pensai che si trattasse dei primi sintomi della meningite.
La rivelazione venne verso le undici di sera, quando l'infermiera
del piano mi chiam.   meglio che venga a dare un'occhiata alla
piccola Klein, dottore.  cos nervosa che basta che io mi avvicini al
letto perch salti su, e quando ho fatto per levarle di bocca il 
termometro lo ha spezzato in due con un morso. 
Scesi subito a vedere Jeannie. Era pi che nervosa: per poco non
salt gi dal letto quando aprii la porta. La guardai, poi le diedi un
buffetto sulla guancia: la mandibola le si contrasse spasmodicamente,
facendole digrignare i denti. Domandai al padre se si fosse tagliata
o fatta male di recente, e lui rispose che s, aveva messo un piede 
sopra un chiodo, in cortile, circa una settimana prima, ma non aveva
detto niente fino a quel giorno, per paura che il dottore le facesse
la puntura. Eravamo nelle peste, dunque. Andai al telefono e tirai gi
dal letto il residente.   meglio che venga subito  dissi.  Credo che 
la piccola Klein abbia il tetano.  Fu l in un attimo. Temo proprio
che lei abbia ragione conferm lui, e chiam subito il residente di
chirurgia perch applicasse alla piccola un tubo da tracheotomia.
Cominciava cos una sfaticata che dur una settimana.  cos penosamente 
poco quel che si pu fare in casi del genere! Gli antibiotici
uccidono il microbo, ma  il veleno gi all'opera nell'organismo che
bisogna combattere. Si possono somministrare antitossine, e le 
somministrammo, in dosi massicce, provocando per tutta la notte 
un'acuta reazione del siero, ma le antitossine neutralizzano soltanto 
il veleno che non si  ancora fissato nel sistema nervoso centrale. Niente
pu intaccare quello che si  gi ancorato laggi, ed  quello che
uccide il paziente.
Gli spasmi di Jeannie andarono peggiorando per tutta la notte:
inchiodava a un tratto le mascelle, inarcava la schiena, ansava come
un mantice, diventava tutta blu. Quelle crisi duravano soltanto una
ventina di secondi, ma per la povera bambina erano venti secondi
d'inferno. Un movimento improvviso nella camera, una luce troppo
viva, un rumore qualsiasi bastavano per scatenarla. La imbottimmo
di sedativi; provammo i rilassanti muscolari, gli analgesici, ma era
come mandare dei bambini a fare il lavoro di un uomo. Soltanto
il curaro o l'anestesia generale avrebbero potuto bloccare quegli
spasmi, ma non si pu tenere una bambina sotto anestesia o sotto
gli effetti del curaro per dieci giorni di fila. Bene, siamo ancora qui a
lottare intorno a Jeannie.  ancora viva, ma non si pu dire che abbia 
fatto grandi progressi.
In mezzo a tutto questo, mi sento bruciare dentro una collera
fredda, ma sempre pi potente, contro i suoi genitori, che hanno 
permesso che succedesse una cosa simile. Jeannie aveva fatto una prima
iniezione antitetanica quando aveva due mesi, ma poi non si erano
pi preoccupati di portarla a fare le altre del ciclo infantile, n
quelle periodiche per l'immunizzazione. Ora hanno la gioia di sapere 
che, grazie alla loro trascuratezza, hanno cinquanta probabilit
su cento di ritrovarsi con una bambina morta e, se Jeannie muore,
di sapere che ha sofferto le pene dell'inferno per una settimana,
prima di andarsene.
Luned, 2 aprile
Gran parte della settimana  stata occupata da Jeannie Klein.
 ancora con noi, grazie a Dio, ma il grande interrogativo
 quello di vedere se sopravviver alla tossina o se la tossina 
sopravviver a lei. Gli effetti del veleno si attenuano molto,
molto lentamente, e gli spasmi muscolari, aggiunti all'impossibilit
di alimentarsi (la nutriamo quasi soltanto con la fleboclisi), 
esauriscono le sue forze. Se ce la far a resistere ancora per un poco, 
se la caver; ma se arriver troppo presto al limite della resistenza,
addio Jeannie!
Tutto l'ospedale ha fatto blocco intorno a questa bambina. Le
infermiere del piano si sono offerte spontaneamente, e gratuitamente, 
per turni speciali, in modo che Jeannie abbia sempre un'infermiera
solo per lei, ventiquattr'ore su ventiquattro; tutti i pediatri
della citt sono venuti a consulto, senza chiedere un dollaro di 
onorario; all'inizio della settimana scorsa, un anestesista  rimasto ad
azionare per lei il respiratore automatico per tutta la durata di una
violenta crisi. Il tetano  una malattia traditrice e assassina, ma non
senza speranza, e se Jeannie riuscir a superarla, la guarigione sar
completa.  una malattia in cui la vita o la morte del paziente
sono in gran parte nelle mani di coloro che lo assistono. E io credo
che l'ospedale stia facendosi molto onore.
Sabato mattina, telefon Terry Stone, il residente che star con
me durante la fine settimana, per avvertirmi che un certo medico
ci stava mandando con l'autoambulanza un bambino di sei anni
ammalato di meningite fulminante. Casi del genere richiedono un
pronto intervento con tutti i mezzi possibili: pochi minuti possono
significare la differenza tra la vittoria e la disfatta. Quando lo 
scaricarono dall'ambulanza, il bambino era privo di conoscenza, con
la schiena arcuata e la testa buttata all'indietro, nel classico 
atteggiamento dei malati di meningite. Era pallido come la morte, con
temperatura a quaranta e cinque, palesemente in preda a un collasso 
che andava rapidamente peggiorando. Terry gli diede un'occhiata, poi
escalm:  Bene, ora bisogna davvero che ci sbrighiamo! 
Cominciammo con l'introdurgli un catetere in una vena della
caviglia per somministrargli del liquido. Io feci subito gli esami,
che rivelarono la presenza di meningococchi, perci attaccammo
immediatamente con dosi massicce di penicillina, che avremmo
nuovamente somministrato a distanza di dodici ore. Dopo di che,
non ci rimase da fare altro che aspettare.  Se hai fede, prega 
disse Terry.
Domenica, nel bambino era avvenuto un miglioramento miracoloso. La 
temperatura era scesa a trentotto e cinque, il piccino era
cosciente e la sera chiese persino un po' di brodo. Era il mio primo
caso di meningite da meningococco, una malattia che pu uccidere
un paziente in meno di ventiquattr'ore, ma che lascia tuttavia buone 
probabilit di successo, se si interviene tempestivamente.
Questa mattina, cambiamento di piano: ora passo al Primo Ovest,
un reparto di medicina con bambini pi grandicelli. Il mio residente 
sar Stone, un bravo pediatra, fedele seguace del principio
secondo il quale i bambini vanno dimessi non appena abbiano ricevuto, 
come dice lui, il "massimo beneficio dall'ospedale."
Marted, 3 aprile
Stone mi ha accolto stamattina alle sette con la piacevole notizia
che avrei dovuto presentare il caso della meningite da meningococco 
alle otto e trenta, a un convegno di pediatria. Sono andato a vedere 
il bambino, che sta benone: pare proprio che sia completamente guarito, 
ma, alla fine della presentazione, de Shaw, Adair e altri cinque o 
sei medici presenti hanno fatto una bella risciacquata a me e a Terry: 
siamo stati fortunati che il bambino sia sopravvissuto per le prime 
sei ore, hanno detto, visto che eravamo stati tanto incauti da puntare 
tutto su una carta sola, la penicillina, mentre avremmo dovuto imbottirlo
anche di sulfamidici. Ma, mentre ce ne andavamo, Terry mi ha strizzato 
l'occhio.  Be', se non altro abbiamo potuto presentare un paziente 
vivo  ha detto, perci non mi sono sentito troppo deluso.
Pi tardi ho saputo che il bambino della meningite torner a
casa luned, e anche Jeannie Klein. C' dunque qualche caso 
disperato che siamo in grado di recuperare.
La profezia si  avverata. Molto prima che cominciassi il turno
in pediatria, qualcuno mi aveva detto che avrei potuto contare
almeno su un "aspirinofago" al quale pompare lo stomaco:
ebbene, mercoled sera mi  capitato. Mamm ci port una piccolina
di due anni, con la solita mesta storia: aveva trovato la piccina 
seduta, che masticava qualcosa, e le pastiglie di un tubetto di aspirina
sparse per tutto il pavimento del soggiorno; non sapeva se la bimba
ne avesse mangiate una o quattro dozzine. Cos mi tocc pompare
acqua dentro e fuori dello stomaco della piccina, per tre quarti
d'ora, cosa che a lei non piacque affatto. Quando fu svuotata ben
bene, se ne torn a casa. Pi triste, di sicuro. Pi saggia, non lo so.
Sabato, 21 aprile
Mercoled notte  accaduta una delle pi gravi tragedie
che siano mai occorse in questo mio internato, e il peggio
 che Stone e io abbiamo collaborato a provocarla. Stone
si preoccupa sempre moltissimo della famiglia dei pazienti, e la sua
decisione pareva perfettamente sensata. Il fatto  che risult 
terribilmente sbagliata. Un'infermiera ci aveva chiamati, piangendo, per
avvertirci di avere appena trovato il piccolo Georgie Michaels morto
nel suo lettino. Georgie, un negretto di due anni che era il beniamino
di tutto l'ospedale, avrebbe dovuto restare qui per molto tempo. Aveva 
un difetto congenito della trachea; un chirurgo della sua citt gli
aveva messo un tubo perch potesse respirare; poi il piccino era stato
portato in aereo al nostro reparto di pediatria per essere sottoposto a
tutta una lunga serie di interventi chirurgici. Era stato bene fino a
quella sera, quando, per qualche ignoto motivo, il tubo che aveva
in gola si era ostruito e lui era morto soffocato nel suo lettino, 
senza un lamento.
Terry era atterito all'idea di dover telefonare ai genitori del piccino,
che abitavano in una cittadina settentrionale distante circa
centocinquanta chilometri. Sedeva, si alzava, cambiava posto, 
aggirandosi come un'anima in pena, mentre studiavamo insieme che
cosa dire per telefono a quei poveretti. Le cattive notizie vanno date
con molto tatto, ce lo avevano detto milioni di volte, ma come si
poteva comunicare con tatto una notizia come quella? Alla fine, di
comune accordo, decidemmo di dire ai genitori che Georgie aveva
avuto un inatteso peggioramento, e che sarebbe stato meglio se
fossero venuti gi il pi presto possibile. La verit gliela avremmo
detta di persona.
Cos Terry telefon, alle otto, e quelli risposero che sarebbero
partiti immediatamente. Aspettammo che arrivassero... aspettammo 
e aspettammo. A mezzanotte, Terry telefon di nuovo, ma non
rispose nessuno. Pensammo a tutti gli incidenti che avrebbero 
potuto farli ritardare: una gomma a terra, uno sbaglio di direzione,
l'interruzione della strada. Finalmente, alle due, Stone telefon alla
polizia stradale e seppe che cosa era accaduto. Erano usciti di strada 
a una curva, fra i monti. La polizia disse che dovevano andare
almeno a centocinquanta all'ora, nell'ansia di arrivare all'ospedale.
Erano morti entrambi sul colpo.
Non so che cosa dire. So soltanto che in tutti gli ospedali capita
ogni tanto un tiro malvagio: si cerca di fare quel che sembra giusto, 
ma se invece quella decisione si rivela sbagliata,  sbagliata,
punto e basta.
MEDICINA 2
Fui contento, per molti motivi, di lasciare la pediatria e di tornare 
in mezzo alla familiare confusione del "mio" ospedale,
tanto pi che avrei ritrovato come residente Pete Carey.
Tornare in medicina fu come tornare a casa: il turno in Medicina 2
fu il migliore di tutto il mio internato. Sapevo quel che facevo, ora,
e conoscevo meglio le mie possibilit e i miei limiti. In Medicina 2
cominciai finalmente a scoprire che, pur fra tanti sacrifici e problemi,
la pratica medica offre ricompense e soddisfazioni delle quali,
fino ad allora, avevo avuto soltanto una vaga idea. E anche questo
fa parte dell'addestramento di un interno.
IL DIARIO
Maggio e giugno
Sabato, 5 maggio
Ricominciare ora un turno in medicina  ben diverso da quel
che era lo scorso mese di luglio. Ignoro ancora una quantit di 
cose, ma ora, almeno, so individuare subito un guaio, so dove 
rivolgermi per aiuto, e so quel che devo fare nel frattempo. 
E, quel che conta pi di tutto, ora so che ben poche cose possono 
sfuggirmi, il che elimina una delle principali fonti d'angoscia
esistenti all'inizio del mio internato. Una storia clinica e un esame
obiettivo mi portano via, ora, da trenta a quarantacinque minuti
al massimo, anche nei casi pi complessi, in confronto alle due ore
che impiegavo allora.
Questo dipende in parte dall'esperienza diagnostica, ma in gran
parte anche dal fatto che ora so riconoscere la forma di determinate
malattie, il significato di determinate cose che i pazienti mi dicono
e del modo in cui me le dicono. Vedo un malato con la pelle di un
colore giallastro e le occhiaie incavate, ed ecco una bandierina rossa
che sventola e qualcosa che mi dice: "Attento, questo ha un Brutto Male
nascosto da qualche parte". Ascolto un paziente che mi narra le fasi 
della sua malattia, lo guardo in viso mentre parla e capisco che sta
mentendo, e comincio a scavare finch non ne ho scoperto il perch.
Venerd, 11 maggio
Verso le sei e mezzo di marted sera, l'infermiera del quarto
piano mi chiam per avvertirmi dell'arrivo di una paziente
del dottor Howard Bensen, la signora Bonnino, che era in
preda a un attacco di asma. Il dottor Bensen aveva chiesto che andassi
a vederla subito.
Salii e mi ritrovai di colpo in pieno incubo. La signora Bonnino
era una simpatica donna di trentadue anni, incinta di sette mesi e
mezzo. Il marito era l con lei; a casa, con una baby-sitter, c'erano 
altri due bambini. La signora aveva avuto il primo attacco d'asma
qualche giorno prima. Bensen le aveva fatto un'iniezione di adrenalina 
e le aveva consigliato di farsi ricoverare in ospedale, ma l'iniezione 
l'aveva rimessa cos prontamente in sesto che lei, invece, se
n'era tornata dritta a casa. Poi aveva cominciato a respirare 
ancora peggio di prima e si era decisa a farsi ricoverare.
Era seduta sul letto, un po' piegata in avanti, come si mettono
di solito gli asmatici, e si vedeva benissimo che aveva grande difficolt 
a spingere l'aria fuori dei polmoni: la si sentiva ansare da un
capo all'altro della camera. Aveva il colorito grigiastro caratteristico 
delle persone che non riescono a inalare ossigeno a sufficienza. Quando 
la pregai di tossire, fu colta da un accesso che la fece diventare quasi 
nera in viso. Era in un bel pasticcio. Telefonai a Bensen, che mi 
rispose:  Bene, provi con l'adrenalina, o con quello che le pare meglio.
A volte, i sofferenti d'asma traggono vantaggi addirittura sorprendenti 
da un'iniezione di adrenalina, perci dissi alla signora
Bonnino:  Ora le faccio un'iniezione che le aprir il petto come
per incanto . Le feci l'iniezione e aspettai il miracolo.
E invece la signora peggior. Nel giro di cinque o dieci minuti,
erano evidenti in lei gli effetti secondari dell'adrenalina: accelerazione
del polso, senso di vuoto alla testa, cui si aggiunse un accesso
di tosse che non si riusciva a calmare. Le auscultai il petto e 
avvertii qualcosa di diverso nel suo respiro: espirava l'aria meglio di
prima, ma ora non riusciva a inspirarne abbastanza. Dissi all'infermiera
di andare a prendere immediatamente la bombola dell'ossigeno, e di 
applicare la maschera alla signora, mentre io la sistemavo appoggiandola
ben bene ai cuscini.
Mentre preparavo la maschera per l'ossigeno, mi venne il dubbio
orribile di essere stato fuorviato. Chi aveva detto che questa donna
aveva l'asma? Soltanto il dottor Bensen. Ora si faceva strada in me
il pensiero che potesse trattarsi invece di qualcos'altro. Vidi passare
Pete e lo pregai di venire a dare un'occhiata alla paziente. Lui
le auscult il petto, le controll il polso, poi le disse una sciocchezza
qualsiasi. Ma dopo mi trascin in un angolo della camera e, con
una strana espressione sul viso, mi susurr:  Questa donna non ha
l'asma. Questo  un collasso cardiaco. Ha i polmoni pieni di acqua.
Hai auscultato il bambino? 
 Io no. Che c'entra il bambino? 
 Sta' a sentire, questa donna  affamata di ossigeno, e se ha
fame di ossigeno lei, il suo bambino ne avr ancora di pi. 
Ges, pensai, e chi si era rcordato del bambino? Lo auscultai
e udii il battito cardiaco fetale, accelerato ma sostenuto. Mettemmo 
in azione il respiratore automatico e la signora ne ebbe subito
un po' di sollievo. Poi Pete mi consigli di somministrarle morfina,
aminofillina e digitale, mentre lui scendeva a telefonare a Bensen,
pregandolo di venire subito in ospedale.
Il resto della storia ce la raccont il marito. La signora era 
sempre stata bene, fino a una paio di mesi prima, quando s'era messa
a letto per una polmonite virale. si era alzata troppo presto, aveva
avuto una ricaduta, e Bensen l'aveva tenuta di nuovo a letto fino
a pochi giorni prima. Mi domandai se, rimanendo a letto per due
mesi, con un bambino in seno, non le fosse sopravvenuta una bella
tromboflebite in una gamba che, quando si era alzata, le aveva
spedito un embolo nei polmoni.
Quando arriv, il dottor Bensen fu palesemente sconvolto da quel
che vide. Parl al marito, persuadendolo a uscire dalla camera, e
poi rest l a guardarsi in giro sperduto, annuendo a tutto quello
che Pete e io suggerivamo per combattere il collasso cardiaco. 
Applicammo alla paziente lacci alle gambe e a un braccio, facendoli
rotare ogni dieci minuti. Ormai semi-incosciente, la signora cominci 
ad avere accessi di tosse parossistica. E intanto Bensen andava
auscultando ogni cinque o sei minuti il cuore del bambino e ripeteva: 
 Buon tono cardiaco, buon tono cardiaco... 
Ma la madre continuava a peggiorare, senza rimedio. Alle dieci,
fu chiaro che non saremmo riusciti a salvarla; ero persuaso che avessimo
a che fare con un embolo polmonare, oltre che con un collasso
cardiaco. Allora Bensen disse di chiamare Lou Franklin, il primo
assistente: gli telefonai mettendolo al corrente del caso, e lui 
consigli di dare alla paziente un po' di atropina e di farle un salasso,
mentre aspettavamo lui. N l'una n l'altro le arrecarono alcun
giovamento, ma il bambino, almeno, era ancora vivo.
Bensen mi preg di chiedere alla capo infermiera che facesse preparare 
i ferri per un eventuale intervento d'urgenza, e che li tenesse
pronti su un carrello fuori dell'uscio, cos che, se la madre fosse 
improvvisamente morta, lui potesse intervenire subito per salvare il
bambino. Intanto arriv Franklin, che visit la donna, poi disse a
Bensen:  Howie, probabilmente questa se ne va. Se vuoi salvare
il bambino,  meglio che glielo levi subito .
Bensen lo guard con tanto d'occhi.  Ma lei ha qualche probabilit di
cavarsela?  domand.
 Non credo  rispose Franklin.  Ma chi sa, potrebbe anche farcela. 
 Ma allora, se le faccio il taglio cesareo adesso, l'uccido di sicuro. 
 S, questo  certo. 
Bensen tirava in lungo, torcendosi le mani, infine, meglio di
niente, mi mand a prendere un camice. Alle undici e mezzo, dopo
cinque ore e mezzo di peggioramento continuo, il cuore della signora 
Bonnino cess di battere, e fu la fine. Allora Bensen mi fece
prendere il carrello coi ferri, oper la morta e tir fuori il bambino.
Il viso gli si rig di lacrime quando scopr che il piccino non respirava
pi, e che adesso ci restava da comunicare al padre la morte della 
mamma e quella del bambino.
Andai a letto, ma non mi riusc di dormire. Non potevo togliermi
dalla mente il pensiero che forse non avevamo fatto tutto quel che
si doveva, che forse avremmo potuto salvare quella donna. E avevo
sempre davanti agli occhi il viso di Howard Bensen inondato di
lacrime: un pover'uomo triste, inetto, disperato, istupidito. E anche 
pavido, diciamolo pure. Sapeva quel che avrebbe dovuto fare e non aveva 
avuto il coraggio di farlo. Sono certo che io lo avrei salvato, 
quel bambino!
O forse lo dico ora, perch del senno di poi son piene le fosse.
Spero soltanto di non trovarmi mai di fronte a una decisione del
genere. Chi mai pu essere certo di non sbagliare?
Venerd, 18 maggio
Marted  stata una giornata orribile: quattordici accettazioni, fra cui
un ragazzino di dieci anni sofferente da tempo di febbri, mal di gola, 
mal di capo e sangue dal naso, e ora pieno di puntolini sanguinanti
sparsi in tutto il corpo.
Appena lo vidi, fui certo che si trattasse di leucemia, e infatti lo
striscio di sangue rivel la presenza di un numero eccessivo di globuli
bianchi. Ma Andy Case, quando lo visit, si disse certo che si trattasse 
di mononucleosi infettiva, e la sua diagnosi fu confermata dagli
esami. Il ragazzo  maledettamente gi, ma Case dice che se la caver 
benone: basta che stia a letto finch il microbo non si sar stancato
e se ne sar andato.
La mononucleosi infettiva  una di quelle misteriose malattie
delle quali nessuno sa gran che, tranne che  benigna.  nota anche
come "malatt;a del bacio", perch compare spesso nei ragazzi delle
scuole superiori o dell'universit, in seguito a feste come il giorno del
Rendimento di Grazie o a Natale. Qualcuno osserv che la cosa sembrava 
assai improbabile, trattandosi di un ragazzino di dieci anni,
ma Case strizz un occhio e ribatt che, magari non era vero, comunque 
non si pu mai mettere la mano sul fuoco, in queste cose.
Dopo colazione, mi sono trovato coi dottori Jacob Compton e
Ned Stern per la loro consultazione settimanale sui casi di diabete
particolarmente difficili. Un ragazzo di tredici anni aveva fatto 
prendere loro uno spavento dell'altro mondo. Era venuto a farsi vedere
da John Gillies perch, in sei settimane, era paurosamente dimagrito.
Non aveva mai sofferto di diabete, ma Gillies gli fece fare gli
esami, e nel suo sangue fu trovato tanto di quello zucchero, che la
signorina del laboratorio pens che si trattasse di un paziente ormai 
in coma diabetico. Gillies e Stern furono d'accordo che, se quel
ragazzo non era in coma, ci sarebbe caduto ben presto, ma, quando 
telefonarono a casa sua, appresero che era partito coi familiari
per un viaggetto di fine settimana. Dovettero mobilitare la polizia
stradale di quattro contee per rintracciare la famiglia, e far portare
immediatamente il ragaZzo in ospedale, per tenerlo sotto controllo.
Luned, 28 maggio
Un altro periodo infernale: lavoriamo a perdifiato per tutto il
giorno e la sera fino a tardi. Tutto l'ospedale comincia ad
avvertire gli effetti della pressione eccessiva, tutti sentono il
bisogno di qualche parentesi un po' allegra. Negli ultimi giorni, abbiamo 
avuto un'inflazione di nomignoli scemi per i pazienti. C' a esempio 
la piccola Sharon Bibble, la piccina di quattro anni comparsa
l'agosto scorso con la leucemia, che ormai  diventata ospite permanente 
del terzo piano. quasi all'ultimo stadio, povera piccola, e cos
imbottita di cortisone che ha fatto il faccino da luna piena e ha il
pancino sporgente per l'ingrossamento del fegato e della milza. 
una bambinetta strana, con quel suo vestitino rosa inamidato, tutto
gale, e il paltoncino di tweed che, chiss perch, si ostina a portare.
Le infermiere hanno cominciato a chiamarla Bollicina perch 
sempre l, innocua ma un po' ingombrante come una vescichetta
piena d'acqua; eppure siamo tutti cos contenti di vederla fuori
del letto, a girare di qua e di l, che nessuno osa rimproverarla.
Pare che io abbia incontrato le sue simpatie; appena arrivo al
terzo piano, lei  l, al mio fianco. Non sorride mai e non mi permette
nemmeno di toccarla, ma, se siedo alla scrivania per fare
qualche annotazione su una cartella, lei mi si avvicina, e sta l a
guardarmi. Mi urta un po' i nervi starmene l a cercare la soluzione
di un problema diagnostico, avendo alle spalle quella bimba cos
seria e solenne, che scruta con tanta attenzione quello che sto facendo! 
Se mi giro a guardarla, fa un passo indietro; se le dico "ciao",
torna ad avvicinarsi. E sempre con quel faccino serio e grave.
Marted, 5 giugno
Ultimo mese d'internato. Mi stupisco io stesso vedendo come
mi riesce facile, ora, ricordarmi uno per uno tutti i miei
pazienti, incasellando nella mia mente storia clinica recente
e remota, esame obiettivo, esami di laboratorio e tutti gli altri dati
necessari. Credo di avere nella testa almeno trenta scompartimenti
che funzionano contemporaneamente, senza mai creare la minima
confusione. Ho letto da qualche parte che i medici devono avere una 
memoria di ferro per i particolari minimi, e credo proprio che sia vero.
Ho notato un cambiamento enorme nell'atteggiamento dei primari e degli
assistenti verso gli interni, in confronto agli inizi del nostro anno 
d'internato. Allora dovevamo aspettare il loro consiglio per mille cose
che ora invece facciamo di nostra iniziativa. Il dottor Isaacs, a esempio,
che un anno fa era addirittura gelido con me, ora mi lascia praticamente
carta bianca per tutti i suoi pazienti, e spesso, quando viene per il giro,
mi fa chiamare perch lo accompagni, se sono libero.
Bollicina era tornata a casa per una settimana, ma ora  di nuovo qui.
Ieri, mentre facevo due lombari,  stata a sbirciarmi gravemente da 
dietro il paravento; poi mi ha seguito da basso per guardarmi mentre
aggiornavo le cartelle. Case teme che le restino al massimo tre mesi di 
vita.  ammalata da quasi un anno, ormai, e finora aveva reagito bene 
alle cure, ma ora il suo organismo non produce pi globuli rossi; la 
teniamo in vita soltanto con le trasfusioni.
Sabato, 16 giugno
Bollicina  morta nel sonno, giovedi notte, senza accorgersene. La sera, 
la febbre le era salita fino a trentanove e quattro. L'infermiera mi
aveva chiamato alle undici e mezzo perch andassi a vederla: la 
temperatura le era appena calata e la piccola aveva detto di avere "fete", 
perci le diedi un po' di succo d'arancia. Si riaddolment subito e pochi 
minuti dopo esal un breve sospiro e smise di respirare. Avevo paventato
tanto quel momento, e invece era stato cos facile per lei! Meglio cos: 
almeno quello. Spero che, dove  andata, Bollicina possa imparare 
a sorridere.
Gioved, 21 giugno
Fa uno strano effetto essere cos vicini alla fine di un anno
che si pensava non dovesse terminare mai. Tanto pi strano in quanto 
non sono affatto desideroso che finisca, come lo ero invece un paio 
di mesi fa. Qualche volta, mi pare persino che questa specie di grande
manicomio cominci a piacermi.
Marted sera, c' stata la tradizionale cena che ogni anno i medici
della clinica offrono in onore degli interni e dei residenti dell'ospedale.
Cena ottima seguita da qualche discorso; poi ci fu consegnato
il diploma ufficiale nel quale si dichiarava che avevamo compiuto
il nostro anno d'internato al Graystone Memorial Hospital, e che
avevamo svolto il nostro lavoro con impegno e coscienza.
Dopo, parlammo dei nostri progetti, Pete Carey rimane qui per
un secondo anno come residente di medicina. Alec Ivy torna all'Est 
a fare il primo anno di residenza. Randy Brock va nell'Illinois
dove far anche lui un secondo anno di residenza. Hank Ruggles
diventa socio di Goodfellow e di Boggs, e io continuer a studiare per
prepararmi agli esami di Stato e quindi diventare praticante generico.
 stata una bella riunione. Credo che i medici della clinica sappiano
di essere insegnanti in gamba e si sentano soddisfatti se i giovani 
che escono di qui danno prova di essere diventati, grazie a loro, 
bravi medici.
Il resto della settimana  stato una girandola di lavoro. Ormai
accetto con fatalistica rassegnazione che ogni mio turno di guardia
notturna equivalga a una notte in bianco. Ieri notte fu la volta di
una fragile vecchia signora ottantacinquenne, malata da anni di
diabete. Era entrata ieri, in preda a choc insulinico. L'aveva vista
Compton, che aveva ordinato fleboclisi con insulina e zucchero,
avvertendomi per di non esagerare con lo zucchero per tirarla fuori
dallo choc, perch, altrimenti, sarebbe piombata dritto filato in un
attacco di acidosi. Quando sono andato a letto, ieri sera, la vecchia
signora stava abbastanza bene, ma alle tre e mezzo mi hanno avvertito 
che era di nuovo in preda a choc. Salgo a vederla, con molta cautela,
le inietto un pochino di soluzione zuccherina e quella si riprende di 
colpo. Conclusione: sono rimasto per tutto il resto della notte a 
tenerle la mano, mantenendola, fino all'ora di colazione appena 
appena al limite dello choc, e oggi pomeriggio, grazie al cielo,
tutto pareva filare per il meglio.
Sabato, 30 giugno
Ieri sera, mentre, verso le undici, facevo l'ultimo giro prima
di andare a letto, mi pareva impossibile che fosse la mia ultima 
notte d'internato. Avevo sperato che almeno potesse essere una notte 
tranquilla, ma no: verso le due e mezzo, Isaacs ci mand una donna 
con un edema polmonare, e dovetti trafficare per ore prima che fosse
fuori pericolo.
E ormai fuori splendeva gi il sole, una splendida mattina estiva,
e siccome Ann sarebbe venuta a prendermi alle otto, alle sette mi
gettai su una colazione di uova e pancetta, mentre ascoltavo Ted
Van Wert e Ned Stern che discutevano se il figlio di madre diabetica 
produca, nell'ultimo mese di gravidanza, insulina sufficiente
per s e per la madre. Le solite sottili discussioni dell'ora di 
colazione! Scesi ai nostri alloggi e mi cambiai; poi, alle otto, feci 
chiamare Alec per lasciargli le consegne e uscii nel parcheggio ad 
aspettare Ann. Il traffico del sabato mattina l'aveva fatta ritardare di
qualche minuto, ma non troppo: salii in auto e ce ne andammo alla 
chetichella.
POSCRITTO.
Bruscamente com'era cominciato trecentosessantacinque giorni prima, 
il mio anno d'internato era finito. Ricordo che, negli ultimi giorni,
Ann e io avevamo soltanto un pensiero: una vacanza e un po' di riposo.
Ma non fu possibile fare n questo n quella, perch tre settimane dopo
mi aspettavano gli esami di Stato. Non feci una scorpacciata di sonno e 
non partimmo per un viaggio. E, finalmente, ecco gli esami, una sorta di
incubo durato quattro giorni.
Ero certo che avrei fatto fiasco, invece fui promosso, e a tempo
debito ricevetti il diploma che mi autorizzava a esercitare la medicina
e la chirurgia entro i confini dello Stato.
Il Graystone Memorial Hospital  diventato irriconoscibile, ora.
 stato aggiunto un nuovo fabbricato e il numero dei letti  raddoppiato.
Ora vi fanno pratica sedici interni e l'incarico di residente al
Graystone  considerato un premio: i concorrenti per ogni posto 
disponibile sono sempre moltissimi.
Anche altre cose sono cambiate. John Gillies ha lasciato la clinica
per un altro incarico pi promettente. Arthur Emery va riducendo da anni
la propria attivit; non ha lasciato ancora del tutto la professione,
ma  opinione generale che lo far prima che siano trascorsi altri 
dieci anni. E dietro a Nathan Slater vanno facendosi strada quattro
nuovi chirurghi della clinica.
Quanti mutamenti! Una cosa sola non cambia: l'addestramento
dei giovani medici continua come prima. Nonostante tutti i nuovi
fabbricati e tutti i nuovi insegnanti, ogni primo luglio gli interni
sono sempre inesperti, spaventati e infelici come allora. E lavorano
sempre sodo, facendo le stesse cose, commettendo gli stessi errori
e riportando gli stessi successi di quando c'ero io. Ma intanto 
imparano... e la professione continua.
Il voluminoso dattiloscritto di Dottor X giacque per tre anni nel
buio di un armadio, in casa del suo anonimo autore, un medico americano,
mentre questi si faceva strada nel difficile mondo della professione
medica. La sua clientela si allargava, e cos la sua famiglia,
con tutti i problemi che entrambe, famiglia e clientela, implicavano.
Nel frattempo, il famoso dattiloscritto se ne stava l, quasi dimenticato.
Ma quando, finalmente, il suo autore lo riprese in mano, si sent
nuovamente immerso nel dramma che aveva vissuto e registrato giorno 
per giorno.
Passarono altri anni, prima che egli potesse trovare il tempo di
dedicarsi al suo libro per rielaborarlo, eliminare le inevitabili
ripetizioni e i casi simili fra loro. Comunque, il filo del racconto 
rimase intatto.
"Ora che ho visto il mio libro stampato, e che non  pi sotto
il mio controllo, mi vengono i sudori freddi" confessa l'autore. "Mi
rendo conto che, leggendolo, molti medici avranno forse reazioni
contrastanti, ma, nemmeno per un attimo, ho dubitato della necessit
di pubblicarlo."
C' un argomento sul quale il nostro medico ha cambiato idea
da quel lontano anno d'internato: le infermiere. "Da quando faccio
il medico generico, ho imparato a rispettare le brave infermiere"
dice oggi. "Credo che infermiere e interni siano inclini a considerarsi
a vicenda nemici naturali. Ma, con gli anni e l'esperienza, la mia
posizione si  nettamente modificata."
FINE.
