LA PENITENZA
di Ambrogio (Santo)

LIBRO PRIMO
Capitolo 1
1. Se il fine supremo delle virt  il progresso delle masse, la
mitezza, indubbiamente,  la virt che eccelle su tutte. Essa non
suscita il risentimento delle persone che giudica colpevoli, anzi, dopo
averle condannate, le mette in condizione di farsi perdonare.  la
sola, inoltre, che, emula del dono divino della redenzione universale,
ha esteso i confini della Chiesa, frutto del sangue del Signore,
esercitando un'azione moderatrice con consiglio salutare e di natura
tale che le orecchie degli uomini sono in grado di prestare ascolto, le
menti non fuggono lontano, gli animi non nutrono timore.
2. Chi infatti, si propone di correggere i difetti della fragilit umana
deve sorreggere e, in qualche modo, soppesare sulle sue spalle la
debolezza stessa, non gi disfarsene. Il pastore, quello ben noto del
Vangelo, non ha abbandonato la pecora stanca, ma se l' messa in spalla.
Salomone dice: "Non essere troppo giusto". La dolcezza ha il compito,
appunto, di lenire la giustizia. Con quale animo, infatti, si potrebbe
sottoporre alle tue cure chi hai in antipatia ed  convinto che sar non
gi oggetto di piet, bens di disprezzo da parte del suo medico?
3. Ges ha avuto misericordia di noi non per allontanarci, ma per
chiamarci a s.  venuto mite, umile. Ha detto: "Venite a me voi tutti
che siete affaticati e io vi ristorer". Il Signore, dunque, guarisce
senza eccezioni, senza riserve. A ragione, ha scelto discepoli che,
interpreti del suo volere, raccogliessero e non tenessero lontano il
popolo di Dio. Ovviamente, non sono da annoverare tra i discepoli di
Cristo coloro i quali pensano che la durezza sia da preferire alla
dolcezza, la superbia all'umilt e che, mentre invocano per s la divina
piet, la negano agli altri, come appunto fanno i dottori Novaziani che
si fregiano dell'appellativo di "puri".
4. Quale tracotanza maggiore della loro? La scrittura dice che "neppure
il neonato  immune da colpa"; David grida: "Mondami dal mio peccato".
Dunque, i Novaziani sono pi obbedienti al Signore di David, dalla cui
gente Cristo ha voluto nascere, in virt del mistero dell'Incarnazione?
Pi ligi verso Dio di David, alla cui posteriorit appartiene la reggia
celeste, il grembo, cio, della Vergine che ha ricevuto il Salvatore del
mondo? Quale crudelt maggiore del concedere la penitenza e, al tempo
stesso, di sbarrarle il passo? Negare il perdono, infatti, cosa
significa se non togliere ogni incentivo a pentirsi? Contrito di tutto
cuore pu essere soltanto chi nutre fiducia nella clemenza.

Capitolo 2
5. I Novaziani sostengono che non possono essere reintegrati nella
comunione dei fedeli coloro che sono caduti in apostasia. Se facessero
eccezione per il solo peccato di sacrilegio come non passibile di
condono, mostrerebbero durezza, ma sarebbero, almeno, coerenti con la
loro dottrina e in contrasto soltanto con gli insegnamenti divini. Il
Signore, infatti, ha condonato tutti i peccati senza alcuna eccezione. I
Novaziani, invece, alla maniera degli Stoici, pensano che tutte le colpe
si debbano valutare parimenti e che debba per sempre rinunciare ai
celesti misteri sia chi abbia sgozzato un gallo, come si dice, del
pollaio, sia chi abbia strangolato il proprio padre. Come, dunque,
possono escludere dai sacramenti la sola categoria dei rei di apostasia,
quando, per giunta, proprio i Novaziani affermano che  cosa assai
deplorevole estendere a molte persone il castigo che conviene a poche?
6. Essi dicono che onorano il Signore, giacch riconoscono il diritto di
condonare i peccati a lui solo. Coloro, invece, che violano
coscientemente la legge del Signore e sovvertono il magistero che egli
ha loro affidato offendono assai gravemente Dio. Cristo medesimo ha
detto nel Vangelo: "Riceverete lo Spirito Santo" e a chi "rimetterete i
peccati" sono a lui rimessi, "e a chi non li rimetterete, resteranno non
rimessi". Dunque, rende onore maggiore chi ubbidisce ai comandi o chi
disubbidisce?
7. La Chiesa ottempera all'uno e all'altro comando: a quello di non
rimettere la colpa e a quello dell'assolverla. L'eresia, invece, 
spietata nell'esecuzione del primo dei due imperativi, disubbidiente
nell'altro. Pretende legare ci che non intende sciogliere, non vuole
sciogliere ci che ha legato. Si condanna manifestamente da se medesima.
Il Signore, infatti, ha voluto che il diritto di assolvere e quello di
non assolvere siano del tutto identici. Ha garantito entrambi e a pari
condizioni.  ovvio che chi non possiede l'uno, non pu possedere
l'altro diritto. Infatti, in conformit agli insegnamenti di Dio, chi ha
il potere di condannare ha anche quello di perdonare. Logicamente,
l'affermazione dei Novaziani cade. Col negare a s la potest del
condonare sono costretti a rinunciare a quella del non assolvere. Come
potrebbe essere lecita l'una e non l'altra potest? A chi  stato fatto
dono di entrambe o  chiaro che sono possibili l'una e l'altra o nessuna
delle due. Alla Chiesa sono, dunque, lecite entrambe, all'eresia n
l'una n l'altra. A ben considerare, tale facolt  stata data, infatti,
ai soli sacerdoti. A ragione, pertanto, la Chiesa che ha ministri
legittimi si arroga l'uno e l'altro diritto, l'eresia non pu, al
contrario, farlo, poich non ha sacerdoti di Dio. Col non rivendicare le
due potest, l'eresia sentenzia nei propri riguardi, che, non avendo
ministri legittimi, non pu attribuirsi un loro diritto. Nella sfacciata
tracotanza  dato intravedere un'ammissione, sia pure timida.
8. Tieni anche presente: chi riceve lo Spirito Santo, riceve la potest
di assolvere e di non assolvere i peccati. Sta scritto: "Ricevete lo
Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non
li rimetterete, resteranno non rimessi". Dunque, chi non pu assolvere
non possiede lo Spirito Santo, dal momento che  lo Spirito Santo,
appunto, a far dono del ministero sacerdotale e la sua autorit  nel
condonare e nel non rimettere le colpe. Come perci i Novaziani
potrebbero rivendicare un dono di chi mettono in dubbio l'autorit, la
potest?
9. Che dire della loro enorme sfacciataggine? Lo Spirito di Dio 
incline alla piet, non gi alla durezza. Essi, al contrario, non
vogliono ci che egli dice di volere e fanno ci che egli afferma di non
gradire. Eppure il castigare si addice al giudice, il perdonare, invece,
all'indulgente. Tu che appartieni alla setta dei Novaziani saresti,
pertanto, pi tollerabile coll'assolvere che col non condonare. Col non
essere indulgente peccheresti di disubbidienza verso Dio, coll'usare
misericordia, elargiresti il perdono, dimostrando di provare, almeno,
piet di chi vive nell'afflizione.

Capitolo 3
10. Ma i Novaziani affermano che, eccettuate le colpe pi gravi,
concedono il perdono alle pi lievi. Non certo Novaziano, l'origine
prima della vostra eresia. Egli fu convinto che non dovesse concedersi
ad alcuno la possibilit di conseguire il perdono. Evidentemente non se
la sentiva di legare ci che non era poi in grado di sciogliere, e di
incorrere nel rischio che, una volta condannata la colpa, ci si
attendesse da lui il condono. Voi, dunque, mettete sotto accusa vostro
padre con questo modo di ragionare, con la distinzione, cio, che fate
tra peccati, a giudizio vostro, assolvibili e quelli che reputate
irrimediabili. Dio, per, che ha garantito a tutti clemenza e che ha
concesso ai sacerdoti, senza alcuna riserva, la potest del perdono, non
fa distinzioni. Soltanto, chi avr ecceduto nella colpa, ecceda
parimenti nel fare penitenza. Pi gravi i peccati, pi abbondanti
lacrime sono necessarie per lavarli. Non si pu, quindi, dare l'assenso
a Novaziano che rifiut a tutti il perdono, n a voi che, emulando e a
un tempo condannando il maestro, spegnete ogni ardore di piet quando
occorrerebbe maggiormente alimentarlo. La piet di Cristo ci ha
insegnato che pi gravi sono i peccati, pi validi sostegni necessitano
a sopportarne il peso.
11. Quale iniquit  questa del dovere rivendicare le cose possibili a
concedersi e riservare a Dio le impossibili? Che altro significa ci se
non scegliere per s le situazioni suscettibili di misericordia e
lasciare al Signore la materia tutta passibile di inflessibile castigo?
Privo di significato  per voi il passo biblico: "Resti fermo che Dio 
verace e ogni uomo mentitore, come dice la Scrittura: affinch tu sia
riconosciuto giusto nelle tue parole e trionfi quando sei giudicato".
Dio medesimo dice: "Voglio l'amore e non il sacrificio", affinch
comprendiamo che il Signore  largo di misericordia e non gi
inflessibile nel rigore. Come pu essere, perci, gradito a Dio il
sacrificio che gli offrite? Voi ripudiate la piet, egli, invece,
afferma di non volere la morte, ma l'emendamento del peccatore.
12. L'Apostolo, suo fedele interprete, dice: "Dio mand il proprio
Figlio in una carne simile a quella del peccato e, in vista del peccato,
ha condannato il peccato nella carne, perch la giustizia della legge si
adempisse in noi". Non dice "a somiglianza della carne", perch Cristo
ha assunto la realt della carne umana, non la parvenza. N dice "a
somiglianza del peccato", giacch "egli non ha commesso peccato" ma ha
preso le sembianze del peccato per la nostra salvezza.  venuto "a
somiglianza di carne del peccato", cio ha assunto la parvenza della
carne peccatrice. Perci "somiglianza", poich sta scritto: " uomo e
chi sa conoscerlo?". Era, cio, uomo nella carne in conformit alla
natura dell'uomo, e poteva essere conosciuto. Era uomo fornito di doti
trascendenti l'umana possibilit, l'uomo, pertanto, di cui  detto "chi
sa conoscerlo?". Aveva la nostra carne, ma era immune dai difetti di
questa.
13. Non era stato, infatti, generato come gli altri uomini
dall'accoppiamento del maschio e della femmina. Concepito dallo Spirito
Santo e dalla Vergine, aveva assunto un corpo mortale, non solo non
macchiato da alcuna colpa ma neppure sfiorato da quell'ignominioso
miscuglio di sostanze proprio della nascita o del concepimento. Noi
mortali nasciamo, infatti, all'insegna del peccato. Il nostro primo
vedere la luce  gi nella colpa, come leggiamo in David: "Ecco nella
colpa sono stato generato, nel peccato mi ha concepito mia madre". La
carne di Paolo era il corpo della morte, come egli dice: "Chi mi
liberer da questo corpo votato alla morte?". La carne di Cristo ha
condannato quel peccato dal quale il Signore, nascendo, fu immune, e
che, morendo, ha crocifisso, affinch nella nostra carne, ove prima era
macchia a causa della colpa, ci fosse giustificazione in virt della
grazia.
14. "Che diremo dunque in proposito" se non ci che l'Apostolo ha detto:
"Se Dio  per noi, chi sar contro di noi? Egli che non ha risparmiato
il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ha donato ogni
cosa insieme con lui? Chi accuser gli eletti di Dio? Dio giustifica.
Chi condanner? Cristo che  morto, anzi, che  risuscitato, sta alla
destra di Dio e intercede per noi?". Cristo, dunque, difende, Novaziano
accusa. L'uno ha redento gli uomini perch siano salvi, l'altro condanna
a morte. Il primo dice: "Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate
da me che sono mite", l'altro, al contrario, afferma: Non sono
misericordioso. Cristo dice: "Troverete ristoro per le vostre anime. Il
mio giogo, infatti,  dolce e il mio carico leggero", Novaziano, invece,
impone un grave peso, un duro giogo.

Capitolo 4
15. Le argomentazioni finora addotte sono sufficienti ad intendere in
quale misura Ges  propenso a perdonare. Tuttavia egli in persona ti
sia maestro. Volendoci, infatti, mettere in condizione di affrontare le
violenze della persecuzione, dice: "Non abbiate paura di quelli che
uccidono il corpo, ma non hanno il potere di uccidere l'anima; temete
piuttosto chi ha il potere di inviare l'anima e il corpo nella Geenna".
Pi avanti: "Chiunque mi riconoscer davanti agli uomini, anche io lo
riconoscer davanti al Padre mio che  nei cieli; chi, invece, mi
rinnegher davanti agli uomini, anche io lo rinnegher davanti al Padre
mio che  nei cieli".
16. Quando testimonia, lo fa per tutti, senza eccezione; quando rinnega,
non ripudia tutti. Sta scritto: "Chiunque mi riconoscer, anche io lo
riconoscer", cio testimonier tutti. Pi innanzi avrebbe dovuto dire:
"Chiunque, invece, mi rinnegher". Perch, non apparisse ripudiare
tutti, ha per aggiunto: "Chi, invece, mi rinnegher davanti agli
uomini, anche io lo rinnegher". Assicura a tutti la grazia, non
minaccia a tutti la punizione. Esalta quando  di pertinenza
dell'indulgenza, rimpicciolisce ci che  proprio della vendetta.
17. Cos sta scritto non solo nel libro del Vangelo di Ges che si
intitola secondo Matteo, ma si pu leggere anche in quello che va sotto
il nome di Luca. Ci perch tu sappia che entrambi si sono soffermati
sull'argomento, e a bella posta.
18. Abbiamo riportato quanto sta scritto. Ricapitoliamo ora il pensiero.
Dice: "Chiunque mi riconoscer", cio, chi mi testimonier, qualunque
genere di vita conduca, qualunque sia la sua condizione, trover in me
chi sapr ricompensarlo della testimonianza. Quando  detto "chiunque"
non si esclude dalla ricompensa nessuno che lo testimonier. Non
ugualmente chiunque rinnegher, sar rinnegato. Pu verificarsi che
qualcuno non reggendo alla tortura ripudi con la bocca, ma nel suo
intimo adori Dio.
19. Metteresti forse sullo stesso piano chi ripudia spontaneamente e chi
ha commesso sacrilegio indotto dai supplizi e non gi di sua volont? 
riprovevole sostenere che non  di alcun peso presso Dio la clemenza
che, invece, ha valore presso gli uomini, quando si tratta di atleti.
Spesso negli agoni dei pagani vediamo che il popolino ama incoronare
anche gli sconfitti, quando sia rimasto soddisfatto del loro modo di
condurre la gara e, soprattutto, abbia constatato con i propri occhi che
accidentalmente gli atleti sono stati privati della vittoria con raggiri
o inganni. Cristo tollerer che sia negato il perdono ai suoi atleti che
soltanto per un poco ha visti vacillare davanti ai supplizi della
tortura?
20. Non terr conto dei tormenti del supplizio, egli che, se ripudia,
non rinnega per l'eternit? David dice: "Dio non ci respinger per
sempre". Dovremo, dunque, prestare orecchio al seguace dell'eresia, il
quale, al contrario, afferma che Dio ripudia per sempre? David dice:
"Dio non toglier mai la sua misericordia di generazione in generazione
o si dimenticher di avere piet". Il profeta grida, e c' gente che va
insinuando che la divina piet pu essere suscettibile di dimenticanza?


Capitolo 5
21. Ma essi asseriscono di fare ragionamenti del genere, giacch, a loro
giudizio, ammettere che Dio perdoni persone contro le quali ha in
precedenza manifestato la sua ira significa attribuirgli natura
mutevole. Dunque? Ripudieremo gli oracoli del Signore e daremo credito
alle opinioni dei Novaziani? Dio deve essere stimato sulla base delle
sue parole, non delle affermazioni degli altri. Una prova convincente
della sua misericordia? Non forse, per bocca del profeta Osea, quasi
come rappacificato, perdona gente che poco prima minacciava? Dice: "Che
dovr fare di te, Efraim, che dovr fare di te, Giuda?". Pi innanzi:
"Come trattarti? Dovrei ridurti allo stato di Adma e di Zeboim?". 
adirato, eppure con sentimento, direi, paterno,  dubbioso circa la pena
da irrogare al peccatore. Il Giudeo  colpevole, Dio, tuttavia, vaglia
con scrupolo i fatti. Aveva detto: "Dovrei ridurti allo stato di Adma e
di Zeboim?", citt queste che, vicine a Sodoma, avevano avuto in sorte
analoga distruzione. Subito, per, aggiunge: "Il mio cuore si 
commosso, la mia piet  in preda al turbamento; non voglio agire
secondo l'impulso della mia ira".
22. Non  forse chiaro che Ges si sdegna con noi peccatori allo scopo
di convertirci mediante il terrore suscitato dalla sua collera? La sua
ira non comporta vendetta, bens suona preludio di indulgenza. Ha detto:
"Se piangerai contrito, ti salverai". Attende, pertanto, i nostri
sospiri, quelli temporali, per condonare gli eterni. Esige il nostro
pianto per elargire la misericordia. Nel Vangelo, mosso a piet dalle
lacrime della vedova, ne ha richiamato in vita il figlio. Vuole il
nostro pentimento per potere fare ricorso alla grazia, la quale si
fermerebbe stabilmente in noi, se non cadessimo nella schiavit del
peccato. Offendiamo Dio con le colpe, ed egli si adira affinch facciamo
atto di contrizione. Umiliamoci, dunque, per metterci in condizione di
meritare piet, non castigo.
23. Ti sia maestro Geremia, il quale dice: "Il Signore non ripudier per
sempre, ma se umilier avr anche piet secondo la sua grande
misericordia. Chi umilia contro il suo desiderio non ripudia certo i
figli degli uomini". Queste sono le parole che leggiamo nei Lamenti di
Geremia. Da esse e dalle seguenti desumiamo che il Signore umilia "sotto
i suoi piedi tutti coloro che sono incatenati sulla terra", affinch
possiamo sottrarci al suo castigo. Ma non umilia di tutto cuore il
peccatore sino a terra, giacch solleva "l'indigente dalla polvere" e
rialza "il povero dall'immondizia". Chi si ripromette di concedere il
perdono, non umilia di tutto cuore.
24. Dio non umilia con tutto il sentimento chi si  macchiato di colpa,
tanto meno, chi non ha peccato di tutto cuore. Ha detto a proposito dei
Giudei: "Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore  lontano
da me". In questa maniera potrebbe esprimersi nei riguardi di alcuni dei
lapsi: Mi hanno rinnegato con le labbra, ma sono insieme a me con il
cuore. La tortura li ha vinti, ma la slealt non ha avuto il
sopravvento. Non c', pertanto, valido motivo perch alcuni neghino loro
il perdono. Il persecutore medesimo, infatti, ne ha testimoniato la fede
al punto da tentare di distruggerla con i supplizi. Hanno ripudiato una
sola volta, ma testimoniano ogni giorno. Hanno rinnegato con la bocca,
ma testimoniano di continuo con i gemiti, con gli ululati, con le
lacrime, con le parole schiette, sincere. Hanno ceduto alla tentazione
del diavolo, ma temporaneamente. Il demonio si  dovuto allontanare da
loro non essendo riuscito a guadagnarli alla sua causa. Si  ritirato
innanzi al loro pianto, all'afflizione del pentimento. Li aveva
aggrediti come cosa altrui, li ha perduti quando erano sua preda.
25. Non  forse il caso medesimo che si verifica allorch gli abitanti
di una citt vinta sono trascinati prigionieri? Vengono menati in
schiavit, ma non certo di loro volont. Sono costretti ad emigrare in
terra straniera, con il cuore, per, non si allontanano dal paese,
portano con s, nell'animo, la patria e si adoperano in tutti i modi per
rientrarvi. Che dunque? Quando uomini, cos disposti, finalmente
ritornano, ci potrebbe essere chi suggerisca che non si debbano
degnamente accogliere, che si debbano, cio, tributare loro onori
minori, per la viva preoccupazione che il nemico abbia un qualche
pretesto per sfogare l'ira? Se tu perdoni chi  armato e ha opposto
forza a forza, non sei disposto ad essere indulgente verso chi aveva
come unica arma la fede?
26. Se chiediamo il parere del diavolo a proposito di codesti lapsi, non
pensi che direbbe: "Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo
cuore  lontano da me?" Come pu essere con me chi non ripudia Cristo?
Coloro che nel cuore ne custodiscono l'insegnamento, soltanto in
apparenza mi adorano. Io mi illudevo che professassero la mia dottrina.
Pi grave suona la condanna nei miei riguardi, allorch rinnegano teorie
delle quali hanno acquisito conoscenza.  certo che Cristo mena trionfo
pi grande quando li accoglie al loro ritorno. Tutti gli angeli
tripudiano. Infatti,  pi grande gloria per un peccatore convertito che
per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione. Si trionfa
su di me nel cielo, su di me nel mondo. Cristo non subisce danno quando
persone venute da me in lacrime ritornano nel seno della Chiesa,
sentendo di essa rimpianto. Senza dire che dietro il loro esempio corro
pericolo anche per i miei fidi. Potrebbero imparare che non c'
vantaggio a stare in un luogo in cui gli uomini non sono affatto
adescati dai beni immediati e che, invece, c' profitto grandissimo dove
i lamenti, le lacrime, i digiuni sono preferiti alle opulente
imbandigioni".

Capitolo 6
27. Voi, dunque, o Novaziani, li mettete al bando? Ci che altro
significa se non togliere loro la speranza del perdono? Il Samaritano
non abbandon chi era stato lasciato mezzo morto dai predoni. Cur le
sue ferite con l'olio e con il vino. Prima, per, vi vers solo l'olio
come lenimento. Caric il ferito sopra il suo giumento, trasportando su
di esso tutti i suoi peccati. N il pastore abbandon la pecorella
smarrita.
28. Voi, invece, esclamate: "Non mi toccare". A titolo di
giustificazione, dite: "Non  il nostro prossimo" con superbia maggiore
di quella del dottore della legge che voleva mettere alla prova Cristo.
Infatti, domand: "Chi  il mio prossimo?". Rivolge una domanda. Voi,
invece, rifiutate di prestare le cure a chi avreste dovuto. Ve ne siete
allontanati alla maniera del sacerdote e siete passati oltre noncuranti
come il levita. N date ospitalit nella locanda a colui per il quale
Cristo pag due denari e di cui ti ordina di diventare il prossimo, per
potergli pi agevolmente usare misericordia. Il tuo prossimo non  chi 
stretto a te dai vincoli di identica natura, bens chi  unito a te da
legami di piet. Tu ostenti, per, di non conoscerlo, innalzandoti
"gonfio di vano orgoglio nella mente carnale, senza essere stretto,
invece, al capo". Se ti tenessi stretto al capo, comprenderesti che non
devi abbandonare uno "per il quale Cristo  morto". Ti accorgeresti,
ancora, che tutto il corpo, col tenerlo strettamente unito e non con lo
smembrarlo, progredisce nella conoscenza di Dio, in virt del vincolo
della carit e mediante il riscatto del peccatore.
29. Quando depauperate la penitenza di ogni frutto, voi non dite altro
che questo: Nessuno che sia stato ferito entri nella nostra locanda.
Nessuno sia sanato nel grembo della Chiesa. Presso di noi non si
prestano cure agli ammalati. Siamo sani, per noi il medico  superfluo.
Infatti, Cristo in persona ha detto: "Non sono i sani che hanno bisogno
del medico, ma i malati".

Capitolo 7
30. Il novaziano si allontana con pretesti dalla tua Chiesa, o Ges, io,
invece, sono ad essa venuto tutto intero. Il novaziano dice: "Ho
comprato dei buoi", ma non si sobbarca al giogo soave di Cristo; impone
al suo collo un peso assai grave, insopportabile. Ha trattenuto, offeso,
ucciso i tuoi servi dai quali era stato invitato, giacch li ha
imbrattati con la macchia di un battesimo ripetuto. Invia, dunque, servi
ai crocicchi delle strade. Chiamo a raccolta buoni, cattivi. Fai entrare
nella tua Chiesa infermi, ciechi, zoppi. Ordina che la tua casa sia
riempita. Ammetti tutti alla tua cena. Chi tu inviterai, lo renderai
degno, se disposto a seguirti. A ragione  gettato fuori chi non avr
indossato la veste nuziale, l'abito cio della carit, della grazia. Fai
chiamare, ripeto, tutti a raccolta.
31. La tua Chiesa non si sottrae con pretesti alla tua cena. Il
novaziano rifiuta il tuo invito. Nessuno della tua famiglia dice: "Sto
bene, non mi occorre il medico", bens: "Guariscimi, o Signore, e io
sar guarito; salvami e sar salvato".  il simbolo della Chiesa la
donna che ti si  accostata alle spalle e ha toccato il lembo della tua
veste. "Pensava, infatti: Se riuscir anche solo a toccare il suo
mantello, sar guarita". La Chiesa mette a nudo le sue piaghe, domanda
che vengano curate.
32. Tu, o Signore, desideri guarirci tutti. Eppure non tutti si
sottopongono alle tue cure. Non certo il novaziano che ritiene di essere
sano. Tu dichiari di essere ammalato, ti fai compartecipe delle
infermit anche del pi piccolo dei fratelli. Dici: "Ero malato e mi
avete visitato". Il novaziano non  disposto a fare visita al pi
piccolo dei fratelli, nella cui persona tu desideri essere visitato. Tu
dici a Pietro che adduce pretesti perch non gli lavassi i piedi: "Se
non ti laver i piedi, non avrai parte con me". Come possono avere parte
con te i Novaziani i quali non accettano le chiavi del regno dei cieli,
giacch sostengono che i peccati non possono essere rimessi?
33. Eppure hanno ragione quando fanno affermazioni del genere. Non sono,
infatti, eredi di Pietro, dal momento che non ne possiedono la sede,
anzi la straziano con scisma sacrilego. Hanno per torto, quando
sostengono che non possono essere condannati i peccati in seno alla
Chiesa. A Pietro  stato detto: "A te dar le chiavi del regno dei
cieli, e tutto ci che legherai sulla terra sar legato nei cieli, e
tutto ci che scioglierai sulla terra, sar sciolto nei cieli". Paolo,
"lo strumento eletto" del Signore, dice: "A chi voi perdonerete
qualcosa, perdono anche io; infatti, anche io se ho perdonato qualcosa,
l'ho perdonata per amore vostro al cospetto di Cristo". Perch leggono
Paolo, se pensano che si  macchiato di sacrilegio con l'arrogarsi la
potest di Dio? Ma, in verit, egli ha rivendicato un dono elargitogli,
non si  impossessato di un bene non dovutogli.

Capitolo 8
34. Il Signore vuole che i suoi discepoli abbiano potere illimitato.
Esige che i suoi umili servi operino nel suo nome i miracoli che egli
compiva quando era uomo. Dice: "Compirete opere superiori a queste". Ha
concesso loro di risuscitare i morti. Pur potendo ridonare a Saulo l'uso
della vista, lo ha inviato da Anania suo discepolo, affinch in virt
della sua benedizione riacquistasse la facolt di vedere che aveva
perduta. Ha ordinato a Pietro di camminare con lui sulla distesa del
mare. Poich l'Apostolo appariva pauroso, lo ha biasimato. Con la
pochezza della fede, infatti, aveva sminuito la grazia elargitagli. Ha
concesso ai discepoli anche di essere la luce del mondo. Poich un
giorno sarebbe disceso dal cielo e ad esso sarebbe asceso, ha rapito in
cielo Elia, per restituirlo alla terra, quando gli fosse sembrato
opportuno. Poich avrebbe battezzato in Spirito Santo e fuoco, ha
preannunziato mediante Giovanni il sacramento del battesimo.
35. Ha elargito, insomma, ogni potere ai discepoli. Afferma in
proposito: "Nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove,
prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non
recher loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno".
Tutto ha concesso ai discepoli. La loro potest umana viene per meno,
allorch la grazia del dono divino  operante.
36. Perch mai, o Novaziani, imponete le mani e avete fede nell'effetto
della benedizione, se per caso un malato guarisce? Perch vi arrogate la
potest di purificare le persone dall'immondo contagio del demonio?
Perch battezzate, se non  possibile che i peccati siano rimessi per
opera dell'uomo? Nel battesimo, indubbiamente,  il condono di ogni
colpa. Che differenza c' se i sacerdoti in virt della penitenza o del
battesimo rivendicano la potest loro concessa? Si tratti dell'uno o
dell'altro sacramento, l'ufficio sacerdotale non muta.
37. Tu sostieni che nel battesimo  operante la grazia dei misteri. Non
forse nella penitenza? Il nome di Dio non  in essa operante? Che
dunque? Se vi conviene, fate vostra la grazia, altrimenti la rinnegate?
 un indizio di temeraria tracotanza, e non certo di santo timore, il
fatto che odiate le persone che vogliono fare penitenza. Si sa, non ve
la sentite di sopportare piagnistei di gente in lacrime. I vostri occhi
non tollerano vesti miserande, squallore di persone in gramaglie.
Ciascuno di voi, o delicati miei, con sguardo sprezzante, con cuore
tronfio, impronta gli accenti a schifiltosit e dice: "Non mi toccare,
perch sono puro".
38. Il Signore ha detto a Maria Maddalena: "Non mi toccare", ma non ha
aggiunto "perch sono puro". Ed era puro davvero! Tu, o seguace di
Novaziano, hai l'ardire di proclamarti senza macchia, tu che, ammesso
che lo fossi per merito delle tue opere, gi con il solo dichiarare di
esserlo ti insudiceresti di impurit? Isaia dice: "Me misero e
sventurato, poich sono un uomo dalle labbra impure e dimoro in mezzo a
un popolo dalle labbra impure!". Tu dici: "Sono puro", quando, come sta
scritto, "non lo  neppure un neonato"? David esclam: "Mondami dal mio
peccato". Eppure la grazia di Dio spesso lo perdon come persona assai
misericordiosa. Tu puro, che sei cos ingiusto da non avere piet e da
osservare "la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello" e da non
accorgerti "della trave che hai nel tuo occhio"? Chi  ingiusto  impuro
al cospetto di Dio. Quale iniquit maggiore del pretendere che ti siano
rimesse le colpe e che non si debbano, invece, condonare al supplice?
Quale ingiustizia pi grande del giustificarti da te medesimo di una
colpa per la quale condanni un altro, sebbene i tuoi peccati siano pi
gravi?
39. Ges, sul punto di annunziare la remissione dei peccati, a Giovanni
che gli dice: "Io devo essere battezzato da te e tu vieni da me" ha
risposto: "Lascia fare per ora, poich conviene che cos adempiamo ogni
giustizia". Il Signore  venuto dal peccatore. Egli che era immune da
colpa, ha domandato di ricevere il battesimo, pur non avendo bisogno di
purificazione. Chi potrebbe, dunque, sopportare persone come voi che
ritenete di non avere necessit di essere purificati ad opera della
penitenza, giacch dite di esserlo in virt della grazia, quasi che sia
ormai un assurdo per voi commettere peccato?

Capitolo 9
40. Ma replicheranno che sta scritto: "Se un uomo pecca contro un altro
uomo, si pregher Dio per lui, ma se un uomo pecca contro il Signore,
chi potr intercedere per lui?". Innanzi tutto, come ho affermato in
precedenza, ti lascerei anche muovere obiezioni del genere, se tu
escludessi dalla possibilit del pentimento i sacrileghi soltanto.
Tuttavia la domanda quale tormentoso dubbio potrebbe cagionare? Non sta
scritto: "Nessuno interceder per lui", ma "chi interceder", cio, si
pone il quesito chi possa pregare per lui in tale eventualit, non si fa
esclusione di sorta.
41. Nel salmo 14, 1 leggiamo: "O Signore chi abiter nella tua tenda?
Chi dimorer sul tuo santo monte?". Non gi nessuno vi abiter, bens il
virtuoso, n afferma che nessuno vi dimorer, ma il prescelto. A
conferma di questa verit, non molto dopo nel Salmo 23, 3 dice: "Chi
salir il monte del Signore, chi star sul suo luogo santo?". Cio, non
un uomo qualsiasi, di bassa levatura, ma di condotta esemplare, di
merito eccezionale. Perch ti convinca che quando  detto "chi" non
s'intende "nessuno", bens "qualcuno", dopo aver domandato: "Chi salir
il monte del Signore?", ha aggiunto: "Chi ha mani innocenti e cuore
puro, chi non ha ricevuto invano la sua anima." In altro passo: "Chi
dotato di sapienza intender queste parole?". Forse dice che nessuno le
comprende? Ancora, nel Vangelo: "Chi  l'amministratore fedele e saggio,
che il Signore ha posto a capo della sua servit per distribuire a
ciascuno, a tempo debito, la razione di cibo?". Perch ti sia chiaro che
ha alluso a persona esistente e non gi immaginaria, ha aggiunto: "Beato
quel servo che il padrone, arrivando, trover al suo lavoro". In questo
senso anche, secondo me,  detto: "Dio, chi  simile a te?"  da
escludere "nessuno", perch il "Figlio  l'immagine del Padre".
42. Non diversamente  da interpretare: "Chi interceder per lui?",
cio, qualcuno che meni vita senza macchia deve pregare per chi ha
commesso peccato contro il Signore. Quanto pi grave  la colpa, tanto
pi c' necessit di un valido patrocinio. Non uno qualsiasi della
folla, ma Mos preg per il popolo dei Giudei, allorch essi,
trascurando la fede giurata, adorarono la testa del vitello. Forse Mos
commise errore? Non direi, giacch merit che la sua preghiera fosse
esaudita. Cosa, d'altra parte, non avrebbe conseguito un uomo cos
predisposto che si sacrificava per il suo popolo dicendo: "Ora se tu
perdoni loro il peccato, rimettilo, altrimenti cancellami dal libro
della vita"? Puoi constatare che non alla maniera di un patrocinatore
molle, schifiltoso, si guarda dall'arrecare offesa, colpa questa che,
invece, il novaziano afferma di temere. Avendo a cuore la causa comune,
dimentico della propria, Mos non aveva paura di commettere peccato pur
di sottrarre, liberare i Giudei dal pericolo che loro derivava dall'aver
offeso Dio.
43. A ragione, dunque, sta scritto: "Chi interceder per lui?". Un uomo,
cio, della levatura di Mos disposto a sacrificarsi per i peccatori o
di Geremia che, nonostante Dio gli avesse comandato: "Tu non pregare per
questo popolo", lev ugualmente suppliche e ottenne il perdono. Del
resto, il Signore medesimo impietosito dall'intercessione del profeta e
dalla preghiera del veggente cos santo, rivolge la parola a
Gerusalemme. La citt, infatti, si era pentita dei peccati e aveva
pregato: "Signore onnipotente, Dio d'Israele, un'anima angosciata, uno
spirito tormentato grida verso di te. Ascolta, Signore, abbi piet". Dio
le ordina di spogliarsi delle vesti del dolore, di porre fine ai gemiti
della penitenza. Cos, infatti,  scritto alla fine del libro: "Deponi,
o Gerusalemme, la veste del lutto e dell'afflizione, rivestiti dello
splendore della gloria chi ti viene da Dio per sempre".

Capitolo 10
44. Dobbiamo trovare patrocinatori di tale specie quando si tratta di
colpe assai gravi. Se, infatti, persone qualsiasi esercitano la
mediazione, non  dato loro ascolto.
45. Non potr, quindi, avere alcun valore l'obiezione che fate,
ricavandola dall'epistola di Giovanni il quale dice: "Se uno vede il
proprio fratello commettere un peccato che non conduce alla morte,
preghi, e Dio dar la vita a chi commette un peccato che non conduce
alla morte. C' infatti un peccato che conduce alla morte, per questo
dico di non pregare". L'Evangelista non rivolgeva la parola a Mos, a
Geremia, ma a un popolo costretto a ricorrere al patrocinio di qualcuno
che preghi per le sue colpe; a un popolo che  pago di supplicare Dio
per i peccati pi leggeri, nel convincimento che la remissione dei pi
gravi si debba riservare soltanto alle preghiere degli uomini giusti.
Come Giovanni avrebbe potuto affermare che non si deve pregare per una
colpa che conduce alla morte, quando aveva letto nella scrittura che
Mos aveva pregato, e con successo, per la trasgressione della legge di
Dio commessa volontariamente dai Giudei e che anche Geremia aveva levato
suppliche al Signore?
46. Come Giovanni avrebbe potuto sostenere che non si deve pregare per
un peccato che conduce alla morte, egli che proprio nell'Apocalisse ha
scritto del comando impartito al Vescovo della Chiesa di Pergamo?
Scrive: "Hai presso di te seguaci della dottrina di Balaan, il quale
insegnava a Balak a provocare la caduta dei figli di Israele,
spingendoli a mangiare carni immolate agli idoli e ad abbandonarsi alla
fornicazione. Cos pure hai di quelli che seguono la dottrina dei
Nicolaiti. Ravvediti, dunque, altrimenti verr da te". Non vedi che Dio
esige la penitenza per garantire il perdono? Nell'Apocalisse, ancora,
dice: "Chi ha orecchi, ascolti ci che lo Spirito dice alle Chiese: al
vincitore dar da mangiare la manna".
47. Forse Giovanni ignorava che Stefano aveva pregato per i suoi
persecutori, i quali avevano in odio persino il nome di Cristo, e che
aveva detto a proposito dei lapidatori: "Signore, non imputare loro
questo peccato"? Ci  dato constatare in Paolo quale fosse l'effetto
della preghiera. Egli che era a guardia dei mantelli degli uomini che
scagliavano le pietre, non molto tempo dopo divent Apostolo in virt
della grazia di Cristo: eppure era stato un persecutore.

Capitolo 11

48. Poich il discorso verte sull'epistola cattolica di Giovanni,
indaghiamo se quanto egli ha detto nel Vangelo collimi con
l'interpretazione da voi data. Scrive: "Dio ha tanto amato il mondo, da
dare il suo Figlio unigenito, perch chiunque crede in lui non muoia, ma
abbia la vita eterna". Se tu desiderassi richiamare alla fede un lapso,
lo esorteresti a credere o a non credere? Indubbiamente, a credere. Ma
chi crede, secondo quanto il Signore sentenzia, avr vita eterna. Come
ti pu essere, dunque, vietato di pregare per una persona cui  dovuta
la vita eterna? Non  forse la fede un dono della grazia divina e
l'Apostolo, appunto, dove tratta della "diversit dei carismi" insegna
che "a uno  donata la fede per mezzo dello Spirito"? I discepoli dicono
al Signore: "Aumenta la nostra fede". Chi ha fede ha la vita; chi ha la
vita non  escluso dal perdono. Afferma: "Chiunque crede in lui non
muoia". Quando dice "chiunque" non c' limitazione, esclusione di sorta.
Non si fa eccezione per il lapso, sempre, s'intende, che si penta
convenientemente della colpa.
49. Sappiamo di tante e tante persone che dopo il peccato si sono
adeguatamente fortificate e hanno patito nel nome di Dio. Non possiamo
vietare che facciano parte della schiera dei martiri, se Ges lo ha loro
concesso. Abbiamo forse l'ardire di sostenere che non  stata restituita
la vita a chi Cristo ha donato la corona del martirio? Dopo la caduta a
numerosi peccatori  restituita, dunque, la corona, se patiscono il
martirio. Parimenti, sempre che credano,  concessa di nuovo la fede.
Fede che  un dono di Dio. Sta scritto: "Da Dio vi  stato concesso non
solo di credere in lui, ma anche di soffrire per lui". Forse chi riceve
la grazia di Dio, non ne ottiene la piet?
50. N  grazia unica, bens duplice, questa da cui scaturisce che chi
crede  anche disposto a soffrire per Ges. Chi crede ha, dunque, la
grazia, e anche un'altra, nel caso che la sua fede sia coronata dal
martirio. Pietro non fu privo della grazia prima del martirio; quando,
per, lo pat, consegu anche l'altra. Molte persone che non hanno avuto
la grazia di soffrire per amore di Ges, hanno avuto quella di credere
in lui.
51. Perci  detto: "Affinch chiunque crede in lui, non muoia".
Chiunque, cio, qualunque sia la condizione di vita, qualsivoglia il
peccato, se nutre fede non deve temere la morte. Pu verificarsi,
infatti, il caso che qualcuno discendendo da Gerusalemme a Gerico,
cadendo, cio, dall'agone del martirio nelle passioni della vita, negli
allettamenti del secolo, sia ferito dai predoni, vale a dire, dai
persecutori, e lasciato semivivo venga trovato dal Samaritano. Pu darsi
che costui che  il guardiano delle nostre anime - Samaritano significa,
appunto, custode - non passi oltre, ma lo curi, lo guarisca.
52. Forse non passa oltre, giacch scorge in lui qualche segno di vita
che lascia sperare nella guarigione. Non comprendete che anche il lapso
 semivivo, se la fede non  del tutto spenta in lui?  morto chi ha
per sempre bandito Dio dal cuore. Chi non lo ha scacciato del tutto, ma,
alla prova della tortura, lo ha soltanto temporaneamente misconosciuto,
 semivivo. Se, d'altra parte,  morto, perch affermi che deve
pentirsi, dal momento che ogni possibilit di guarigione gli  ormai
preclusa?  semivivo: versa, allora, l'olio, e, ancora, il vino che sia
mescolato con l'olio, un lenimento, insomma, che gli alimenti il calore
e, a un tempo, lo rimorda nella coscienza. Caricalo sul tuo giumento,
affidalo all'oste, paga due denari perch sia curato, sii per lui il suo
prossimo. Non lo sei se non fai opera di misericordia. Pu essere detto
"il prossimo" chi gli ha prestato assistenza, non gi inferto ferite
mortali. Se vuoi meritare l'appellativo di "prossimo", Cristo ti dice:
"Va' e anche tu fa' lo stesso".

Capitolo 12
53. Soffermiamoci su un altro passo del medesimo tenore: "Chi crede nel
Figlio ha la vita eterna, chi, invece, non crede nel Figlio, non vedr
la vita, ma l'ira di Dio rimane su di lui". Se l'ira di Dio rimane,
deve, ovviamente, avere avuto un inizio, e da qualche colpa, poich
prima quest'uomo non ha avuto fede. Appena, quindi, uno crede, la
collera di Dio, si allontana, la vita si avvicina. Credere in Cristo 
lucrarsi la vita. Infatti, "chi crede in lui non  condannato".
54. Ma i Novaziani replicano che chi crede in Cristo deve
scrupolosamente osservare il suo verbo. Affermano, infatti, che nella
Scrittura si leggono queste parole del Signore: "Io come luce sono
venuto al mondo, perch chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre.
Se qualcuno ascolter le mie parole e le osserver, io non lo condanno".
Egli non condanna, tu, invece, ti ergi a giudice? Il Signore dice:
"Affinch chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre", cio, sebbene
sia stato nell'oscurit, non vi resti per sempre, ma corregga l'errore,
si liberi della colpa, creda nei miei insegnamenti. Infatti, ho detto:
"Non ho piacere della morte del peccatore, bens che desista dalla sua
condotta". Ho gi affermato che "chiunque crede in me non  condannato".
Sono del medesimo parere. "Sono venuto, infatti, non gi per giudicare
il mondo, ma perch il mondo si salvi per opera mia". Volentieri
perdono, mi mostro indulgente senza esitazione, "voglio l'amore e non il
sacrificio", giacch il giusto attesta la sua devozione mediante il
sacrificio, il peccatore si procura la salvezza in forza della
misericordia. "Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori".
Nella legge  il sacrificio, nel Vangelo l'amore; " La legge fu data per
mezzo di Mos", la grazia in virt mia. Quale discorso pi limpido di
questo del Signore?
55. Pi innanzi dice: "Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha
chi lo condanna". Credi forse che chi non si  emendato recepisca le
parole del Signore? Non lo direi. Chi si corregge accoglie il verbo di
Cristo. La parola del Signore, infatti, vuole, appunto, significare che
ciascuno di sua volont deve allontanarsi dal peccato. Perci 
necessario che o tu ripudi il pensiero da lui espresso o che ne sia
pago, se non sei in grado di confutarlo.
56. Chi desiste dal peccato e rifugge dalle colpe deve osservare i
precetti del Signore. Non  da credere che egli esprimendosi come si 
detto si sia riferito a chi  stato sempre ubbidiente alla sua parola.
Se avesse inteso in questa maniera, avrebbe aggiunto "sempre". Dal
momento che non lo ha aggiunto, ovviamente, ha parlato di chi  stato
osservante delle parole che ha udito. Ha prestato loro ascolto per
correggere il suo errore. Ha custodito, pertanto, quello che ha udito.
57. Quanto sia cosa spietata che debba per sempre essere condannato chi
almeno dopo aver peccato ha osservato gli insegnamenti del Signore, pu
ben insegnartelo egli stesso che non ha rifiutato il perdono a gente che
non ha ubbidito alla sua legge. Sta scritto nel testo del Salmo: "Se
violeranno i miei statuti e non osserveranno i miei comandi, punir con
la verga il loro peccato e con flagelli la colpa, ma non toglier loro
la mia grazia". Il Signore promette a tutti misericordia.
58. Ma perch tu non creda che si tratta di piet indiscriminata, c'
distinzione tra gli uomini che sono stati sempre ubbidienti ai comandi
celesti e quelli caduti in colpa per errore o in forza delle
circostanze. Ancora, perch tu non pensi che il giudizio divino possa in
qualche modo essere limitato dal nostro argomentare, presta attenzione.
Il Signore dice: "Se un servo conoscendo la volont del padrone non ha
agito in conformit, ricever molte percosse, ne ricever, invece,
poche, se non l'ha conosciuta". Il Signore accoglie, dunque, entrambi,
purch abbiano fede, giacch "Dio castiga ogni figlio che accoglie".
Indubbiamente, non consegna alla morte chi punisce. Sta scritto "Il
Signore mi ha provato duramente, ma non mi ha consegnato alla morte".

Capitolo 13
59. Infine, Paolo insegna che non bisogna abbandonare persone che hanno
commesso peccato che cagiona morte, bens castigarle con i pani delle
lacrime e con la bevanda del pianto, in maniera, tuttavia, che
l'afflizione sia contenuta. Questo, appunto, significa: "e li
abbevererai di lacrime con misura", in modo, cio, che l'angoscia abbia
un limite, affinch il penitente non soccomba all'eccessiva tristezza.
Scrive ai Corinzi: "Che volete? Debbo venire a voi con il bastone, o con
amore e con spirito di dolcezza?". Il bastone non vuole significare
spietatezza. Egli aveva letto: "Tu lo batterai con la verga, salverai
per la sua anima dalla morte".
60. Quale significato avesse "venire con il bastone", ce lo insegnano la
sua invettiva contro l'immoralit, l'accusa dell'incesto, il biasimo
dell'orgoglio di cui erano gonfie persone che avrebbero dovuto, invece,
piangere, e, infine, il verdetto pronunziato contro il reo che era
escluso dalla comunione e dato in balia di Satana, per la morte della
carne e non dell'anima. Come il Signore non diede al diavolo alcun
diritto sull'anima di Giobbe, bens gli concesse la padronanza assoluta
del corpo, cos il reo  dato da Paolo a Satana per la distruzione della
carne, perch il serpente lambisse la sua terra, senza nocumento, per,
dell'anima.
61. Muoia, dunque, la nostra carne ai desideri, sia pure in catene, in
schiavit, non muova guerra alla legge dello spirito. Muoia, soggiacendo
a salutare servit, secondo l'esempio di Paolo. L'Apostolo torturava il
corpo per renderlo schiavo, con l'intento di dare maggiore credito alla
parola, se la legge della carne non sembrasse affatto essere in guerra
con quella dello spirito. La carne, infatti, muore quando la sua
saggezza si trasferisce allo spirito; non  pi allora sapiente nelle
cose materiali, ma nelle spirituali. Oh, mi fosse concesso di vedere la
mia carne ammalarsi, cos da non essere pi trascinato prigioniero della
legge del peccato e non vivere nella carne, bens nella fede di Cristo!
, pertanto, grazia pi grande nella infermit che nella salute del
corpo. Il Signore am intensamente Paolo, eppure non volle liberarlo
dalla malattia della carne. Allorch l'Apostolo gli domand di
allontanare l'infermit dal corpo, rispose: "Ti basta la mia grazia; la
potenza, infatti, si manifesta pienamente nella debolezza". Paolo
attesta di trovarsi maggiormente a suo agio nelle infermit: "Quando
sono debole  allora che sono forte". La virt dell'animo raggiunge la
perfezione, quando la carne  ammalata.
62. Abbiamo chiarito il pensiero di Paolo. Soffermiamoci sul significato
delle parole, per quale motivo, cio, ha detto di aver dato il reo "in
balia di Satana, per la morte della carne". La spiegazione  nel fatto
che il diavolo ci mette alla prova. Suole arrecare, infatti, infermit a
ciascuna delle membra e cagionare malattia all'intero corpo. Afflisse,
appunto, il santo Giobbe con orrenda piaga dai piedi alla testa, poich
il Signore gli aveva dato potest assoluta sulla carne, dicendo: "Eccolo
nelle tue mani! Soltanto, risparmia la sua anima". L'Apostolo esprime
analogo concetto, quando dice che ha dato un individuo "siffatto in
balia di Satana per la morte del corpo, affinch il suo spirito possa
ottenere la salvezza nel giorno del Signore nostro Ges Cristo".
63. Autorit grande, grazia insigne quella che pu imporre al demonio di
distruggersi da se medesimo! Si distrugge, infatti, quando da debole
rende forte l'uomo che egli desidera dolosamente abbattere con l'indurlo
in tentazione. Ne fiacca la carne, ma rinvigorisce lo spirito.
L'infermit del corpo caccia via il peccato, la dissolutezza rafforza,
invece, la colpa della carne.
64. Il diavolo rimane beffato, si morde con i suoi stessi denti. Arma
contro di s chi si era illuso di prostrare. Ferisce il santo Giobbe, ma
lo fornisce di armi migliori, giacch costui, pur avendo il corpo
ricoperto di orrenda piaga, soffr i morsi del diavolo, senza risentire
l'effetto velenoso. Fu, appunto, a lui opportunamente detto: "Potrai tu
pescare il dragone con l'amo, scherzerai con lui come con un uccello, lo
legherai cos come il fanciullo il passero, porrai su di lui la tua
mano".
65. Il demonio, puoi constatarlo, viene schernito da Paolo. Alla maniera
del fanciullo nella profezia, l'Apostolo introduce la mano nella bocca
dell'aspide, senza che il serpente gli arrechi danno. Lo trae fuori
dalle tenebre, fa del suo veleno un antidoto spirituale, trasformandolo
in farmaco. Il veleno  per la morte della carne, l'antidoto per la
salvezza dell'anima. Ci che  di danno al corpo, riesce di utilit allo
spirito.
66. Mangi pure il serpente la mia terra, addenti la carne, riduca a
brandelli il corpo. Il Signore dica di me: "Eccolo nelle tue mani!
Soltanto, risparmia la sua anima". Grande davvero  la potenza di Cristo
il quale impone la custodia dell'uomo al demonio che pure non ha altra
mira se non il nostro danno! Rendiamoci, dunque, propizio il Signore.
Quando Cristo regna, il diavolo si trasforma addirittura in guardiano
della preda. Ubbidisce, sia pure di cattivo animo, agli ordini divini e,
quanto vuoi spietato, esegue comandi improntati a misericordia.
67. Ma perch mai vado elogiando lo spirito di ubbidienza del demonio?
Egli sia sempre il cattivo per antonomasia, e Dio, che muta la malvagit
del diavolo in grazia per il nostro bene, sia sempre il buono. Satana
vuole fare danno, ma non pu, se Cristo lo vieta. Ricopre di piaghe la
carne, ma custodisce l'anima. Inghiotte la terra, preserva, per, lo
spirito. D'altra parte sta scritto: "Allora i lupi e gli agnelli
pascoleranno insieme, il leone e il bue si ciberanno di paglia, il
serpente di terra quasi fossi pane. E non cagioneranno, dice il Signore,
danno e distruzione sul suo santo monte".  questo il verdetto di
condanna del serpente: "Mangerai terra". Quale terra? Quella di cui 
detto: "Terra sei e terra tornerai".

Capitolo 14
68. Il serpente mangia questa terra, se Ges  misericordioso verso di
noi, cos che l'anima soffra per la debolezza della carne, ma non si
bruci a causa del calore del corpo e dell'ardore della membra. "
meglio sposarsi che ardere". C' una fiamma, infatti, che avvampa dentro
di noi. Dunque, affinch non ci bruciamo la veste dell'io interiore e la
vorace fiamma della dissolutezza non logori l'abito esterno dell'anima,
cio, la sua tunica di pelle, non dobbiamo tenere stretto il fuoco nel
grembo della mente, nel segreto del cuore. Occorre varcare la fiamma. Se
qualcuno, perci, incappa nel fuoco divampante dell'amore, spicchi un
salto e lo attraversi. Non trattenga l'impudico desiderio, avvincendolo
con i lacci dei cattivi pensieri. Non stringa a s i legami con i nodi
di una mente unicamente assorta dalla bramosia. Non rivolga troppo
spesso gli occhi alla appariscente bellezza di una prostituta. La
ragazza non sollevi lo sguardo al volto del giovane. Se ha per caso
guardato ed  rimasta colpita, lo sar ancora maggiormente, se curiosa
fisser gli occhi.
69. La consuetudine, almeno, ci sia maestra. La donna si vela il capo
perch il suo pudore sia salvaguardato tra la folla, perch il volto si
sottragga facilmente agli occhi del giovane.  necessario che si
ricopra del velo nuziale per non essere esposta a causa di occasionali
incontri a ferite infertele da altri o che sia essa a cagionare. La
piaga, comunque, in entrambi i casi,  lei a subirla. E se si vela il
capo perch non sia vista o sia essa a vedere - quando la testa 
coperta, il volto anche  nascosto -, ancora di pi deve ammantarsi del
velo del pudore, affinch, anche in mezzo alla folla, rimanga come
appartata.
70. Ammettiamolo pure: l'occhio si  casualmente posato. L'animo, per,
non si soffermi con desiderio. Non  colpa il vedere, ma dobbiamo
guardarci che da esso scaturisca il peccato. L'occhio corporale vede, il
pudore dell'animo, tuttavia, tenga a freno gli occhi del cuore. Abbiamo
il Signore maestro di spiritualit e, a un tempo, di dolcezza. Il
profeta ha detto: "Non guardare alla bellezza di una cortigiana". Il
Signore, tuttavia, ha affermato: "Chiunque guarder una donna per
desiderarla, ha gi commesso adulterio con lei nel suo cuore". Non ha
detto: "Chiunque guarder" ha commesso adulterio, ma "chiunque guarder
per desiderarla". Non vuole imporre limiti di sorta alla vista, bens fa
questione di sentimento. Santo  il pudore che ama tenere a freno gli
occhi del corpo, cos che spesso non vediamo addirittura ci che ci 
innanzi. Apparentemente l'occhio vede ogni cosa che gli si para davanti,
ma se non si aggiunge l'intenzione, questo nostro vedere, di cui la
carne ci d possibilit, riesce vano.
71. Dunque, vediamo con la mente pi che con il corpo. La carne abbia
pure veduto il fuoco, non teniamoci, per, la fiamma stretta in grembo,
nel segreto, cio, della mente, nell'intimo dell'animo. Non facciamo
penetrare il fuoco nelle ossa, non incateniamoci da noi stessi, non
parliamo con gente da cui emani ardente la fiamma della colpa. L'eloquio
della ragazza  nodo che avvince i giovani. Le parole dell'adolescente
sono lacci d'amore per la giovinetta.
72. Giuseppe fece esperienza di un fuoco del genere, allorch la femmina
desiderosa d'adulterio gli parl. La donna medit di adescarlo con le
sue parole. Ricorse alle malizie tutte delle labbra, non riusc, per,
ad imprigionare l'uomo casto. La voce del pudore, la seriet
dell'eloquio, le briglie della prudenza, l'ossequio della fede,
l'esercizio della castit, sciolsero i lacci che la donna intendeva
stringere. La svergognata non pot accalappiarlo con le sue reti. Tese
la mano e lo afferr alla veste per stringere il nodo. Le parole della
donna sfacciata sono le reti della cupidigia, la mano il vincolo della
sua passione. Non reti, non lacci ebbero ragione dell'uomo casto. Scosse
via la veste, il nodo fu sciolto. Non trattenne la fiamma nel grembo
della mente e imped, pertanto, che la carne si bruciasse.
73. Non comprendi, dunque, che il nostro animo  la fonte del peccato?
La carne  innocente, ma per lo pi  lo strumento della colpa.
Pertanto, non ti lasciare soggiogare dal desiderio che suscita la
bellezza. Il diavolo tende reti infinite, tagliole di ogni specie.
L'occhio della cortigiana  il laccio che accalappia l'amante. I nostri
occhi stessi sono reti. Sta scritto: "Non lasciarti adescare dai tuoi
occhi". Noi medesimi tendiamo le reti che ci avvolgono e stringono.
Siamo noi ad intrecciarci nodi. Perci, si legge: "Ciascuno  catturato
con le funi dei suoi peccati".
74. Ors, passiamo attraverso il fuoco dell'adolescenza, le fiamme
dell'et giovanile. Attraversiamo l'acqua, ma non indugiamo in essa, per
non restare sommersi nel profondo delle fiumane. Varchiamole, dunque,
cos da dire: "L'anima nostra  passata attraverso le acque impetuose".
Se uno, infatti, riesce a superarle  salvo. D'altronde, il Signore
afferma: "Se dovrai attraversare le acque, io sar con te, i fiumi non
ti sommergeranno". Il profeta dice: "Ho visto l'empio trionfante ergersi
al di sopra dei cedri del Libano; sono passato e non c'era pi". Passa,
dunque, attraverso le vanit del secolo e vedrai del tutto fiaccata la
tracotanza degli empi. Anche Mos, varcando i fiumi di questo mondo,
ebbe una visione sublime, e disse: "Passer attraverso, contempler
questo meraviglioso spettacolo". Se avesse perseverato nei vizi del
corpo, nelle fallaci passioni del secolo, non avrebbe contemplato i
misteri ineffabili.
75. Varchiamo, dunque, anche noi questo fuoco dell'incontinenza. Paolo
non ne ha avuto certo paura: se lo ha temuto,  stato soltanto per amore
nostro. Infliggendo, infatti, castighi al corpo, lo aveva messo in
condizione di non nutrire paura per s. Dice: "Fuggite la fornicazione".
Fuggiamo, dunque, lontano dalla lussuria che ci incalza, ci insegue, e
non  gi alle nostre spalle, bens in noi stessi. Guardiamoci dal
trascinarcela con noi, mentre cerchiamo in ogni modo di sfuggirle.
Siamo, s, disposti spesso a sottrarci a lei, ma se non la eliminiamo,
ce la portiamo con noi invece di disfarcene. Passiamole, dunque,
attraverso con un salto, perch non ci dica: "Camminate nelle fiamme del
vostro fuoco che avete acceso per voi". Come chi "porta il fuoco nel
petto si brucia le vesti", cos chi cammina sul fuoco non pu non
bruciarsi i piedi. Sta scritto: "Chi camminer sulla brace senza
scottarsi i piedi?".
76. Il fuoco  esiziale. Non alimentiamolo con la dissolutezza. La
lussuria si pasce di imbandigioni, si nutre di piacevoli raffinatezze,
si infiamma con le libagioni, divampa allorch siamo ubriachi. Ma ancora
pi funesti sono gli allettamenti delle parole che inebriano l'animo con
il vino, per cos dire, della vite di Sodoma. Guardiamoci, tuttavia,
anche dall'uso del vino che  a nostra disposizione e per il cui effetto
la carne diventa ebbra, la mente vacilla, l'anima tentenna, il cuore
ondeggia. Il precetto con cui Paolo esorta Timoteo: "Fa' uso di un po'
di vino a causa delle tue frequenti malattie", vuole significare che se
il vino, da un lato, quando il corpo  in balia delle passioni, ne
accresce il peccaminoso ardore, dall'altro, somministrato, invece,
quando la carne  resa gelida dalla malattia, d sollievo allo spirito.
Se il corpo  in preda del dolore, la mente  afflitta, la tua
tristezza, per, si muter in gioia.
77. Non avere, perci, timore, se la tua carne  data in pasto: la tua
anima non  divorata. David dice di non avere paura, poich, come
leggiamo, i nemici mangiavano la sua carne, non lo spirito: "Quando mi
assalgono i malvagi per straziarmi la carne, sono essi, i nemici che mi
tormentano, a inciampare e a cadere". Il serpente cagiona morte soltanto
a se stesso. Chi egli stritola gli  affidato perch lo faccia risorgere
dopo averlo abbattuto e la resurrezione dell'uomo diventi la sconfitta
della belva. Nella Scrittura Paolo ci addita in Satana l'autore della
distruzione e infermit della carne e del corpo: "Mi  stata messa una
spina nella carne, un inviato di Satana incaricato di schiaffeggiarmi,
perch io non vada in superbia". Paolo ha imparato a curare i malati con
le medicine medesime che hanno restituito a lui la vita.

Capitolo 15
78. Da buon maestro ha promesso l'uno o l'altro dei farmaci, ma ha
finito col fare dono di entrambi.  venuto "con il bastone", poich ha
allontanato dalla santa comunione chi si era macchiato di colpa. A
ragione, appunto,  detto che chi viene separato dal corpo di Cristo 
dato in balia a Satana. Ma  venuto anche "con amore e spirito di
dolcezza", sia perch ha abbandonato il reo nelle mani di Satana in
maniera, per, da salvarne l'anima, sia perch ha reintegrato nei
sacramenti chi prima aveva escluso.
79.  necessario, infatti, da una parte, che chi  caduto in colpa
grave resti segregato, perch "un poco di lievito" non faccia fermentare
"tutta la pasta", dall'altra, che il vecchio lievito sia purificato.
Occorre, cio, sia purificare in ciascuno l'uomo vecchio, l'uomo esterno
con le sue azioni, sia nella moltitudine chi ha messo radici nel peccato
e si  infangato di colpe di ogni specie. Opportunamente  detto che
bisogna purificarlo, non gi gettare via. Ci che  mondato serve
ancora: , infatti, purificato, affinch l'utile che presenta sia
separato dall'inutile. Ci che, invece,  gettato via non offre
possibilit d'impiego.
80. Gi da allora, perci, l'Apostolo ha ritenuto che il reo dovesse
essere reintegrato nei sacramenti, se manifestasse la volont di essere
mondato. A ragione dice "purificate". Chi  redento dal peccato e
mondato nell'animo in forza delle preghiere e del pianto di tutti,
consegue la purificazione mediante le opere dell'intero popolo ed 
lavato dalle lacrime del medesimo. Cristo, infatti, ha permesso che la
Chiesa, la quale merit in grazia del suo avvento che tutti fossero
salvi ad opera di uno solo, potesse riscattare uno solo ad opera di
tutti.
81. Questo  il significato del pensiero di Paolo, che le parole non
rendono chiaro. Riflettiamo ora sull'espressione usata dall'Apostolo:
"Purificate il lievito vecchio per essere pasta nuova, poich siete
azzimi". La Chiesa, da una parte, si addossa il peso del peccatore verso
il quale deve dimostrare piet con pianto, preghiera, afflizione. Deve,
cio, aspergersi, per cos dire, completamente del suo lievito, affinch
i residui di colpa nel penitente siano purificati ad opera di tutti, in
virt, direi, di un'azione collettiva di misericordia e di piet scevre
di debolezza. D'altra parte, poi, la Chiesa, come ce lo insegna la donna
del Vangelo, che di essa, appunto,  simbolo, mescola il fermento nella
farina, finch l'intera massa lieviti in modo che possa essere consumata
in tutta la sua purezza.
82. Il Signore mi ha insegnato nel Vangelo di quale lievito si tratti.
Dice: "Non capite che non alludevo al pane, quando vi ho detto:
Guardatevi dal lievito dei Farisei e dei Sadducei? Allora essi
compresero che egli non aveva detto che si guardassero dal pane, ma
dalla dottrina dei Farisei e dei Sadducei". Questo , dunque, il
lievito, l'insegnamento, cio, dei Farisei e il disputare dei Sadducei,
che la Chiesa intride nella sua farina, mitigando il significato
letterale troppo duro della legge mediante l'interpretazione spirituale
e frantumandolo con la macina delle sue argomentazioni. Trae, per cos
dire, dall'involucro del senso letterale quello pi profondo, ineffabile
dei misteri e infonde la fede nella resurrezione, in virt della quale
si celebra la piet di Dio e si crede che i morti risuscitino.
83. N mi sembra fuori luogo la similitudine a proposito del passo
evangelico, se  vero che regno dei cieli e riscatto del peccatore
costituiscono un tutt'uno. Buoni o cattivi, cospargiamoci della farina
della Chiesa, affinch tutti diventiamo nuova pasta. Il Signore, perch
nessuno temesse che la mescolanza di un lievito corrotto alterasse la
massa, ha detto: "Affinch siate nuova pasta, poich siete azzimi".
L'impasto, cio, vi restituir alla purezza perfetta della vostra
innocenza. Quindi, allorch proviamo piet, noi non siamo infangati
dalla colpa di un altro, bens dobbiamo ascrivere il riscatto del reo a
grazia concessaci, senza che la nostra primitiva purezza subisca
alterazioni. Perci, ha aggiunto: "Cristo nostra Pasqua,  stato
immolato". La passione di Ges ha arrecato universale beneficio, ha
donato la redenzione ai peccatori pentitisi delle ignominie perpetrate.
84. Nell'attendere alla penitenza, lieti in vista del riscatto,
"imbandiamo dunque" il buon cibo. Non vi  alimento pi soave della
dolcezza, della misericordia. All'imbandigione, alla gioia non si
mescoli invidia nei riguardi del peccatore redento, affinch il fratello
acrimonioso di cui parla il Vangelo non si escluda da se medesimo dalla
casa del padre. Mostr, infatti, risentimento verso chi era stato
accolto, giacch si augurava in cuor suo che fosse, invece, per sempre
bandito.
85. Voi Novaziani siete del tutto simili a costui, non potete negarlo.
Avete, infatti, rinunziato, come dite, a radunarvi nella Chiesa, poich
era stata data speranza ai lapsi di ritornare nel suo grembo in virt
della penitenza. Ma  pretesto specioso questo che avanzate. Novaziano,
in verit, tram lo scisma, in seguito al grave colpo della mancata
elezione a vescovo.
86. Non capite, dunque, che l'Apostolo ha fatto la profezia nei vostri
riguardi? Non dite a voi forse: "Siete gonfi d'orgoglio piuttosto che
esserne afflitti, in modo che si tolga di mezzo a voi chi ha compiuto
una tale azione"? Non c' dubbio che il reo allora  tolto di mezzo,
quando la colpa  cancellata. L'Apostolo non afferma che il peccatore
deve essere bandito dalla Chiesa, allorch consiglia di purificarlo.

Capitolo 16
87. Se l'Apostolo ha condonato la colpa, appellandovi a quale autorit,
voi sostenete, invece, che non si deve concedere il perdono? Chi pi
ubbidiente alla legge di Cristo, Novaziano o Paolo? L'Apostolo sapeva
che il Signore  misericordioso e che si mostra offeso dal rigore
eccessivo e non gi dalla clemenza dei discepoli.
88. Giacomo e Giovanni dicevano di invocare dal cielo il fuoco che
consumasse le persone non disposte ad accogliere il Signore. Ges, per,
li ha rimproverati, dicendo: "Non sapete di quale spirito siete. Il
Figlio dell'uomo, infatti, non  venuto per condurre alla perdizione le
anime degli uomini, ma per salvarle". Ha detto: "Non sapete di quale
spirito siete", poich erano del suo medesimo. A voi, invece, dice: Non
siete del mio spirito, giacch non emulate la mia clemenza, ripudiate la
mia piet, rinnegate la penitenza che volli venisse praticata nel mio
nome dai miei apostoli.
89. Invano dite di annunziare la penitenza, se non ne ammettete il
frutto. Le ricompense, gli utili, ci sono di stimolo al lavoro. Gli
uomini sono sollecitati a una qualche attivit o dai premi o dai frutti,
ed ogni impegno viene meno con la dilazione dei premi e dei frutti. Il
Signore, affinch la fede dei discepoli diventasse pi ardente in virt
dei profitti immediati, ha detto che chi, abbandonati tutti i propri
beni, lo seguisse, riceverebbe "sette volte tanto" nella vita presente e
nella futura. Ha promesso "in questa vita" per togliere ogni senso di
fastidio che potesse derivare dalla dilazione. Ha aggiunto "nella
futura", perch gi nella presente tu imparassi a credere che ti sono
dovute ricompense in quella a venire. Il provento di beni immediati 
garanzia di futuri.
90. Se, pertanto, chi  reo di colpe esercita la penitenza per amore di
Cristo, come pu essere ricompensato "in questa vita" se non lo
riammettete alla comunione dei fedeli?  mia volont che il colpevole
nutra speranza nel perdono, lo domandi con le lacrime, lo chieda con i
gemiti, lo invochi con il contributo di pianto di tutto il popolo, e
scongiuri perch gli sia usata clemenza. Se due, tre volte la sua
riammissione non  stata consentita, sia convinto di non avere innalzato
suppliche con il dovuto ardore. Versi lacrime pi copiose, si ripresenti
ancora pi miserabile nell'aspetto, abbracci i piedi, li lavi con il
pianto, non se ne distacchi, finch Ges dica di lui: "Gli sono
perdonati i suoi molti peccati, perch ha molto amato".
91. Ho conosciuto persone che nell'esercitare la penitenza hanno scavato
il volto con le lacrime, solcato le guance con il pianto irrefrenabile,
disteso a terra il corpo perch tutti lo calpestassero. Con il volto
scarno e pallido per il digiuno hanno rivelato fattezze di morte in un
corpo ancora vivo.

Capitolo 17
92. Attendiamo forse che essi da morti ottengano il perdono, se gi da
vivi hanno rinunziato alla vita? L'Apostolo dice: "Per quel tale  gi
sufficiente il castigo che gli  venuto dai pi, cosicch voi dovreste
piuttosto usargli benevolenza e confortarlo perch egli non soccomba a
eccessiva tristezza". Come "il castigo che gli  venuto dai pi" 
sufficiente alla punizione, cos la preghiera innalzata dai pi lo  al
perdono. Il Maestro di spiritualit, consapevole della nostra debolezza
e interprete della bont divina, esige che si rimetta il peccato. Vuole
che si presti opera di conforto, affinch il penitente non soccomba a
tristezza per la stanchezza cagionatagli da un lungo rinvio.
93. L'Apostolo ha , perci, concesso il perdono. N soltanto lo ha
elargito, ma ha voluto che l'amore di carit verso il peccatore fosse
pi intenso ancora. Chi  caro a Dio non  spietato, ma mite. N si 
limitato a perdonare, bens ha voluto che tutti lo imitassero. Ha detto
che  stato misericordioso per amore del prossimo, perch molti non si
rattristassero per una sola persona: "A chi voi avete perdonato, perdono
anche io, e lo faccio per voi davanti a Cristo, perch non cadiamo in
balia di Satana, di cui non ignoriamo le macchinazioni". Con accortezza
gira alla larga dal serpente chi  consapevole dei suoi tranelli
infiniti ed esiziali. Il demonio non trama che il male. Ci  sempre
intorno per cagionare morte. Dobbiamo, perci, stare all'erta, perch
quello che dovrebbe essere per noi il farmaco non diventi per lui
materia di trionfo. Faremmo il suo gioco, se chi potesse salvarsi
mediante il perdono, dovesse dannarsi a causa dell'afflizione eccessiva.
94. Perch fosse poi chiaro che allude al peccatore che ha ricevuto il
battesimo, ha aggiunto: "Vi ho scritto nella lettera di non mescolarvi
con gli impudichi di questo mondo". E pi avanti: "Vi ho scritto di non
mescolarvi con chi si dice fratello ed  impudico o avaro o idolatra". I
rei che aveva stretti al medesimo giogo in vista del castigo, ha voluto
che lo fossero anche al fine di ottenere il perdono. Aggiunge: "Con
questi tali non dovete neanche mangiare insieme". Quanta severit nei
riguardi degli ostinati, eppure quanta benevolenza verso coloro che
pregano! Contro gli uni si leva in armi giacch Cristo  stato offeso, a
favore degli altri invoca il soccorso del Signore.
95. Ma sta scritto: "Ho dato questo individuo in balia di Satana per la
morte della sua carne". Qualcuno, pertanto, potrebbe turbarsi e
domandare: "Come pu avere ottenuto il perdono, se la carne  morta del
tutto? Non  forse chiaro che l'uomo redento sia nel corpo che
nell'anima  anche salvato sia nell'uno che nell'altra? Possono, di
conseguenza, l'anima senza il corpo, o il corpo senza l'anima,
indissolubilmente legati come sono nell'azione, nell'opera, essere
partecipi del castigo o del premio?". Si risponda che nel passo in esame
"morte" non significa totale annientamento, bens castigo della carne.
Chi  morto al peccato vive in Dio. Le lusinghe, perci, della carne
cessano. Essa muore ai desideri per rinascere alla castit e alle opere
sante.
96. Quale esempio migliore di quello che ci offre la madre di tutti? La
terra, dal cui grembo siamo tratti, se interrompiamo l'assiduo lavoro
dei campi, appare squallida, muore quasi ai vigneti, agli oliveti in
essa piantati. Non perde, tuttavia, la linfa vitale, quella che potremmo
dire la sua anima. In seguito, infatti, se riprendiamo a coltivarla e
gettiamo i semi che maggiormente si adattano alla natura del terreno,
risorge, dando frutti pi rigogliosi. Non deve, dunque, sembrare strano
se  detto che la nostra carne muore. Dobbiamo, cio, intendere che non
ha per sempre cessato di vivere, ma  stata repressa la sua inclinazione
al peccato.

LIBRO SECONDO
Capitolo 1
1. Nel libro precedente abbiamo trattato non pochi argomenti che
incoraggiano a far penitenza. Poich, tuttavia,  possibile aggiungerne
ancora molti altri,  nostra intenzione proseguire nel banchetto cui 
stato dato inizio, perch non sembri che abbiamo lasciato rosicchiati
per met i cibi apprestati dal nostro argomentare.
2.  necessario esercitare la penitenza con zelo, ma anche con
tempestivit. Ci, ad evitare che il padre di famiglia della parabola
evangelica, il quale piant l'albero di fico nella sua vigna, non venga
a ricercare su di esso il frutto e, non trovandolo, dica al vignaiolo:
"Taglialo. Perch deve sfruttare il terreno?". L'albero verrebbe
abbattuto, se non lo impedisse il vignaiolo che dice: "O padrone,
lascialo ancora quest'anno, finch io gli zappi attorno e vi metta il
concime"; soltanto nel caso che il rimedio riesca inutile, il fico venga
allora reciso.
3. Spargiamo, perci, anche noi il concime su questo campo di cui siamo
i proprietari. Seguiamo l'esempio degli agricoltori operosi, i quali
senza vergogna nutrono la terra con grassa fanghiglia e cospargono i
campi di sporca cenere allo scopo di raccogliere pi abbondanti i
frutti.
4. L'Apostolo insegna come concimare, quando dice: "Stimo spazzatura
tutti i beni del mondo, al fine di guadagnare Cristo". Egli "sia nella
cattiva che nella buona fama" si  guadagnato di riuscire a lui gradito.
Aveva infatti letto che Abramo, mentre ammetteva di essere polvere e
cenere, si procur con la sublime umilt la grazia di Dio; cos anche
che Giobbe, sedendo in mezzo alla cenere, ottenne di nuovo tutto ci che
aveva perduto. Ancora, aveva letto il vaticinio di David: Dio solleva
"l'indigente dalla polvere" e rialza "il povero dall'immondizia".
5. Confessiamo, dunque, anche noi al Signore i nostri peccati senza
rossore. Certamente, incute vergogna il mettere a nudo le colpe, ma
questa vergogna, appunto, ara il suo podere, recide le spine eterne,
toglie via i pruni, fa prosperare i frutti che ritenevi morti per
sempre. Segui le orme di chi arando convenientemente il suo terreno si
procacci frutti eterni. L'Apostolo dice: "Insultati, benediciamo;
perseguitati, sopportiamo; calunniati, preghiamo; siamo diventati come
la spazzatura del mondo". Anche tu, se arerai in questo modo, spargerai
semi spirituali. Ara, per stroncare il peccato, per procurarti il
frutto. L'Apostolo ha arato per recidere nel suo io lo stato d'animo del
persecutore. Quale incoraggiamento pi grande ci poteva essere dato da
Cristo perch aspirassimo al nostro miglioramento, quanto il convertire
e assegnarci come maestro chi era stato persecutore?

Capitolo 2
6. Tuttavia, anche se confutati dal manifesto esempio di Paolo e dei
suoi scritti, i Novaziani si ostinano a muovere cavilli. L'autorit
della parola dell'Apostolo, affermano,  loro di garanzia. A prova,
adducono il passo della lettera agli Ebrei: "Quelli che furono una volta
illuminati, gustarono il dono celeste, diventarono partecipi dello
Spirito Santo e gustarono la buona parola di Dio e le meraviglie del
mondo futuro,  impossibile che, caduti, si rinnovino una seconda volta,
di nuovo crocifiggendo il Figlio di Dio e pubblicamente trionfando".
7. Sarebbe forse in Paolo incoerenza tra parola e azione? Egli ha
rimesso la colpa al peccatore di Corinto in virt della penitenza: come
avrebbe poi potuto ripudiare la sua decisione? Ovviamente, giacch mai
avrebbe potuto demolire il suo edificante insegnamento, dobbiamo
ritenere che non ha espresso un concetto antitetico, ma soltanto
diverso. Noi diciamo antitetico un pensiero che  in contrasto con se
stesso; diverso, invece, un pensiero che ha una sua ragione di essere.
Non , dunque, da considerare antitetico un concetto che non  in
opposizione bens a sostegno di un altro. Una volta trattato il tema
relativo alla necessit di perdonare chi esercitasse la penitenza,
l'Apostolo non poteva tacere di chi ritiene che il battesimo debba
ripetersi. Prima, quindi,  stato necessario rassicurarci che, se alcuni
cadessero in colpa postbattesimale, sarebbe stato loro perdonato,
affinch, disperando essi nell'indulgenza, la stolida illusione di
ripetere il battesimo non li conducesse fuori di strada.
Successivamente, ha creduto necessario convincerci con logica
argomentazione che il battesimo non deve essere rinnovato.
8. L'Apostolo si  riferito, dunque, al battesimo. Lo desumiamo
agevolmente dalle parole con cui ha espresso l'impossibilit "che,
caduti, si rinnovino in forza della penitenza". Ci rinnoviamo, infatti,
in virt del battesimo. Mediante questo sacramento nasciamo una seconda
volta, come asserisce lo stesso Paolo: "Siamo stati sepolti con lui
nella morte mediante il battesimo, perch, come Cristo fu risuscitato
dai morti per mezzo della gloria del Padre, cos anche noi possiamo
camminare in una vita nuova". In altro passo: "Dovete rinnovarvi nello
spirito della vostra mente e rivestire l'uomo nuovo creato secondo Dio".
Ancora: "La tua giovent sar rinnovata come quella dell'aquila".
L'aquila, infatti, dopo la morte rinasce dalle sue ceneri, cos come
noi, una volta morti al peccato, di nuovo, in virt del sacramento del
battesimo, nasciamo a Dio, di nuovo siamo creati. Uno solo, perci egli
insegna,  il battesimo. Appunto, in altro luogo afferma: "Una sola
fede, un solo battesimo".
9.  evidente, in chi viene battezzato  crocifisso il Figlio di Dio.
Mai la nostra carne avrebbe potuto cancellare il peccato, se non fosse
stata crocifissa in Cristo. Perci, sta scritto: "Tutti noi che siamo
stati battezzati in Ges Cristo, siamo stati battezzati nella sua
morte". Pi avanti: "Se, infatti, siamo stati completamente uniti a lui
con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua resurrezione;
sappiamo bene che il nostro uomo vecchio  stato crocifisso con lui".
Dice ai Colossesi: "Siete stati sepolti con lui nel battesimo, in lui
siete anche stati risuscitati". Cos sta scritto, affinch crediamo che
Cristo medesimo viene crocifisso in noi, perch in virt sua i nostri
peccati siano mondati ed egli, che  il solo a poter rimettere le colpe,
affigga alla croce il documento scritto del nostro debito. Trionfa in
noi sui Principati e Potest, giacch sta scritto: "Ha fatto pubblico
spettacolo dei Principati e Potest, trionfando su di loro in se
medesimo".
10. Dunque, ci che afferma nella lettera agli Ebrei: " impossibile
che, caduti, si rinnovino in forza della penitenza, una seconda volta
crocifiggendo il Figlio di Dio e trionfando pubblicamente", bisogna
credere che  stato detto a proposito del battesimo in cui crocifiggiamo
in noi il Figlio di Dio, affinch per opera sua il mondo sia crocifisso
a noi. E meniamo, in certo senso, un trionfo mentre assumiamo una morte
simile alla sua. Infatti "ha fatto pubblico spettacolo" sulla croce "dei
principati e Potest" e ha su di loro trionfato, affinch anche noi, a
somiglianza della sua morte, trionfassimo sui Principati, con il
sottrarci per sempre al loro giogo. Una sola volta Cristo  stato
crocifisso, una sola volta " morto al peccato": non ci sono, dunque,
pi battesimi, ma uno soltanto.
11. Che dire poi a proposito di questo insegnamento relativo ai
battesimi, del quale Paolo ha parlato nel passo che precede quello in
esame? Poich nella legge ne erano consentite varie forme, a ragione
biasima coloro che indagano le verit elementari del Verbo e trascurano
ci che  perfetto. Ci ammaestra che sono state completamente distrutte
tutte le specie di battesimi della legge e che uno  il battesimo nei
sacramenti della Chiesa. Pertanto, ci esorta ad abbandonare le verit
elementari del Verbo e a mirare al perfetto. Dice: "Questo intendiamo
fare, se Dio lo permette". Senza l'aiuto del Signore, nessuno pu
raggiungere la perfezione.
12. Potrei ancora dire a chi sostiene che il passo si riferisce alla
penitenza: "le cose impossibili all'uomo, non lo sono a Dio". Quando
vuole, il Signore pu perdonare i peccati, anche quelli che disperiamo
possano essere rimessi. Dunque, Dio pu rimettere ci che appare a noi
impossibile ad ottenersi. Sembrava anche cosa assurda che il peccato
fosse cancellato con il lavacro. Naaman Siro, appunto, non credette che
in questo modo potesse essere sanata la lebbra che lo tormentava. Dio,
per, che ci ha fatto dono di una cos grande grazia, diede concretezza
a ci che appariva irrealizzabile. Parimenti, sembrava impossibile che
venissero rimessi i peccati ad opera della penitenza. Eppure Cristo
concesse questa potest agli Apostoli ed essi la trasmisero all'ufficio
sacerdotale. L'impossibile  diventato realt. L'Apostolo, tuttavia, ci
fa comprendere con il suo veritiero argomentare che egli ha inteso
parlare del battesimo, perch nessuno avesse in animo di ripetere il
sacramento.

Capitolo 3
13. N, d'altra parte, l'Apostolo si sarebbe schierato contro
l'insegnamento cos limpido di Cristo, il quale a proposito del
peccatore che fa penitenza si  valso di una similitudine. Infatti, il
giovane "partito alla volta di un paese straniero", dilapid l'intero
patrimonio ricevuto dal padre, menando vita dissipata. Poi, costretto a
nutrirsi di ghiande, sent vivo il rimpianto dei pani del genitore.
Eppure fu ritenuto degno dell'anello, dei calzari e, per giunta, del
sacrificio di un vitello, sacrificio simbolo della passione del Signore
mediante la quale ci  stato elargito il sacramento celeste.
14. Bene a proposito  detto "partito alla volta di un paese straniero",
giacch si era tenuto lontano dai sacri altari. Il che significa, vivere
segregato dalla Gerusalemme celeste, dall'abitazione civica, per cos
dire, e familiare dei santi. Perci l'Apostolo afferma: "Dunque, non
siete pi stranieri n ospiti, ma siete concittadini dei santi e
familiari di Dio".
15. Sta scritto: "Dilapid il suo patrimonio". A proposito,  detto lo
"dilapid", giacch la fede del giovane vacillava nelle opere. La "fede"
 "fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si
vedono".  la solida base su cui poggia interamente la nostra speranza.
16. N appaia strano che languisse per fame chi sentiva mancanza del
cibo divino. Sentendone, appunto, privazione, disse: "Mi lever e andr
da mio padre e gli dir: Padre ho peccato contro il cielo e contro di
te". Non comprendete forse che ci  detto con chiarezza che se siamo
esortati a pregare, , appunto, per renderci meritevoli del sacramento?
Voi, Novaziani, vorreste, invece, privarci del frutto della penitenza?
Togli al timoniere la speranza dell'approdo: si aggirer senza meta nel
mezzo delle onde. Nega la corona al lottatore: neghittoso se ne star
sdraiato nell'arena. Priva il pescatore del provento della pesca: subito
smette di gettare le reti. Pertanto, chi soffre la fame della sua anima,
come potrebbe con devozione pregare Dio, se non avesse fede nel divino
nutrimento?
17. Il figliol prodigo dice: "Ho peccato contro il cielo e contro di
te". Confessa il peccato che cagiona morte, affinch non crediate che
sia a ragione ripudiato chi fa penitenza di una qualsiasi colpa. Ha
peccato "contro il cielo", cio, contro il regno celeste o contro
l'anima sua; ha commesso peccato mortale, e al cospetto di Dio al quale
 detto: "Ho peccato contro te solo e ho fatto ci che  male innanzi a
te".
18. Eppure cos prontamente si guadagna il perdono, che , al suo
ritorno, quando si trovava "ancora lontano", il padre muove a lui
incontro e "lo bacia" con il bacio simbolo della santa pace. Comanda che
"si porti la lunga veste", l'abito, cio, nuziale, senza il quale si 
scacciati dal banchetto. Gli "pone al dito l'anello", il pegno della
fede, il contrassegno dello Spirito Santo. Ordina che siano portati "i
calzari". Infatti, chi  sul punto di celebrare la Pasqua del Signore e
sta per mangiare l'agnello deve necessariamente avere il piede al riparo
dagli assalti degli spiriti del male e dai morsi del serpente. Comanda
che sia sacrificato "il vitello", poich "Cristo, nostra Pasqua,  stato
immolato". Ogni volta che assumiamo il sangue di Cristo, annunciamo la
morte del Signore. Come egli si  immolato per tutti una sola volta,
cos, ogni volta che ci sono rimessi i peccati, assumiamo il sacramento
del suo corpo, per riscattarci dalle colpe mediante il suo sangue.
19. La parola del Signore ha stabilito senza possibilit di equivoco che
la grazia del sacramento deve essere restituita alle persone che si sono
macchiate di colpe quanto vuoi infamanti, purch ne facciano ammenda con
cuore contrito e con confessione sincera.  ovvio, dunque, che voi
Novaziani non avete possibilit di legittimare la vostra condotta.

Capitolo 4
20. Siamo a conoscenza che siete soliti muoverci obiezioni, perch sta
scritto: "Qualunque peccato e bestemmia sar perdonata agli uomini, ma
la bestemmia contro lo Spirito Santo non sar perdonata. A chiunque
parler male del Figlio dell'uomo sar perdonato; ma la bestemmia contro
lo Spirito non gli sar perdonata n in questo secolo, n in quello
futuro". Eppure, sulla base di questo passo, ogni vostra obiezione 
distrutta, annientata. Sta scritto: "Qualunque peccato e bestemmia sar
perdonato agli uomini". Perch voi non perdonate? Perch stringete
legami che non sciogliete? Perch intrecciate nodi che non allentate?
Perdonate, almeno, gli altri ed emettete pure verdetto di condanna nei
riguardi di persone che voi sulla base del testo del Vangelo ritenete
che non possano mai pi ottenere clemenza, giacch hanno peccato contro
lo Spirito Santo.
21. Vediamo, per, quali persone sono queste che il Signore incatena,
considerando i passi che precedono quello in esame, cos da avere idee
pi chiare al riguardo. I Giudei dicevano: "Costui scaccia i demoni in
nome di Beelzebub, principe dei demoni". Ges ha risposto: "Ogni regno
discorde cada in rovina, e nessuna citt o famiglia discorde pu
reggersi. Ora se Satana scaccia Satana, egli  discorde con se stesso.
Come potr, dunque, reggersi il suo regno? E se io scaccio i demoni in
nome di Beelzebub, i vostri figli in nome di che li scacciano?".
22. Possiamo constatare che si allude alle persone che andavano dicendo
che Ges scacciava i demoni ad opera di Beelzebub. Il Signore ha loro
risposto che l'eredit di Satana era passata a chi paragonava il
Salvatore di tutti al demonio e riponeva la grazia di Cristo nel regno
del diavolo. Poich ci convincessimo che aveva alluso a questa
bestemmia, ha aggiunto: "Razza di vipere, come potete dire cose buone
voi che siete cattivi?". Pertanto afferma che non pu toccare il perdono
alle persone che cos bestemmiano.
23. Simone, depravato dalla pratica della magia, si era illuso di
potersi procurare con il denaro la grazia che Cristo dava mediante
l'imposizione della mano e l'infusione dello Spirito Santo. Pietro,
pertanto, gli dice: "Non v' parte n sorte alcuna per te in questa
cosa, perch il tuo cuore non  retto, davanti a Dio. Pentiti, dunque,
di questa tua iniquit e prega il Signore se mai ti sia perdonato questo
pensiero. Ti vedo, infatti, chiuso nei lacci dell'iniquit e in file
amaro". Puoi constatare che Pietro avvalendosi dell'autorit apostolica
condanna chi bestemmiava contro lo Spirito Santo nella folle vanit di
essere mago. Maggiormente lo reputa colpevole in quanto mostrava di non
avere pura consapevolezza della fede. Nonostante ci, non lo priv della
speranza del perdono, anzi lo invit al pentimento.
24. Il Signore, dunque, ha risposto alla bestemmia dei Farisei. Non
concede loro la grazia che proviene dalla sua potest e che consiste
nella remissione delle colpe. Essi, infatti, pensavano che il celeste
potere del Signore si fondasse sul soccorso del diavolo. Afferma anche
che erano soggetti allo spirito del male, poich gettavano il seme della
discordia nella Chiesa del Signore. Con le sue parole allude agli
eretici, agli scismatici di ogni tempo, ai quali nega il perdono. Se
ogni colpa ricade sul singolo che la commette, quella degli scismatici
fa risentire i suoi effetti su tutti. Soli si propongono di annullare la
grazia di Cristo, riducono a brandelli le membra della Chiesa per amore
della quale Ges ha patito e ci ha fatto dono dello Spirito Santo.
25. Infine, perch sappiate che parla dei rei di scisma, sta scritto:
"Chi non  con me,  contro di me, e chi non raccoglie con me,
disperde". A maggior chiarimento ha aggiunto: "Perci, dico a voi:
qualunque peccato o bestemmia sar perdonata agli uomini, ma la
bestemmia contro lo Spirito non sar perdonata". Quando dice: "Perci,
dico a voi", non ha manifestato forse il proposito che noi
comprendessimo ci soprattutto? A ragione ha aggiunto: "L'albero buono
produce buoni frutti, il cattivo, invece, frutti cattivi". Una comunit
di malvagi non pu produrre che frutti cattivi. L'albero, dunque,  la
Chiesa, i frutti dell'albero buono i figli della medesima.
26. Ritornate, dunque, nel grembo della Chiesa, se mai ve ne siete
allontanati sacrilegamente. Ai peccatori che si convertono  assicurato
il perdono. Sta scritto: "Chiunque invocher il nome del Signore, sar
salvato". Il popolo dei Giudei che diceva nei riguardi di Ges: "Egli ha
un demonio", "Scaccia i demoni nel nome di Beelzebub", e che ha
crocifisso il Signore,  chiamato al battesimo dalla parola di Pietro,
perch si alleggerisca dell'ignominioso peso di infamia cos grande.
27. Non dobbiamo stupirci se voi che ripudiate la vostra salvezza, la
neghiate agli altri, siano pure costoro che vi domandano di fare
penitenza gente della vostra risma. L'ineffabile misericordia del
Signore, a mio giudizio, non avrebbe rifiutato neppure a Giuda il
perdono, se avesse fatto atto di pentimento, non al cospetto dei Giudei,
ma di Cristo. Dice: "Ho peccato, poich ho tradito il sangue innocente".
La risposta: "Che ci riguarda? Veditela tu". Parlate forse diversamente
voi, quando chi ha commesso una colpa anche minore vi confessa il
proprio peccato? Che altro rispondete se non: "Che ci riguarda? Veditela
tu". Parole del genere comportano la corda, e il castigo  tanto pi
ferale quanto minore  la colpa.
28. Ma se essi non intendono convertirsi, fatelo almeno voi che,
commettendo colpe di natura diversa, siete precipitati in basso dalle
alte vette dell'innocenza e della fede. Abbiamo "un buon Padrone" che 
disposto a perdonare tutti. Ti ha invitato per bocca del profeta,
dicendo: "Io, io cancello i tuoi peccati e non ne conserver ricordo.
Tu, per, siine memore e lasciamoci giudicare".

Capitolo 5
29. Muovono, tuttavia, cavilli a proposito delle parole dell'Apostolo,
poich ha detto "se mai", e pensano che Pietro non abbia affatto
garantito la remissione dei peccati al penitente. Ma si soffermino un
po' a considerare di chi parla. Simone non credeva secondo fede, ma
tramava soltanto frodi. Anche il Signore a chi gli dice: "Ti seguir",
risponde: "Le volpi hanno le loro tane". Se, dunque, il Signore in
persona ha vietato che chi egli vedeva subdolo lo seguisse, quale
stupore che l'Apostolo non abbia assolto chi dopo il battesimo si 
allontanato da Dio e, come egli ha detto, era avvinto nei lacci
dell'infamia?.
30. Questa sia risposta sufficiente alle obiezione dei Novaziani. Io,
d'altra parte, sono dell'opinione che n Pietro abbia dubitato, n che,
trattandosi di questione cos importante, si debba togliere ad essa ogni
credito per il condizionamento causato da un solo vocabolo. Ammettiamo
che Pietro si sia mostrato reticente: non forse anche Dio che dice al
profeta Geremia: "Sta' nell'atrio della casa del Signore e riferisci a
tutte le citt di Giuda, che vengono per adorare nel tempio del Signore,
tutte le parole che ti ho comandato di annunziare loro; non tralasciare
neppure una parola: forse presteranno ascolto e torneranno"? Si affermi,
dunque, che Dio ignorava il futuro.
31. In verit con quel vocabolo non si esprime affatto l'idea del
dubbio.  da notare che un uso del genere  frequente nelle divine
Scritture, data la semplicit del loro linguaggio. Il Signore, ad
esempio, dice ad Ezechiele: "Figlio dell'uomo, ti invier alla casa di
Israele, da coloro che mi hanno amareggiato, essi e i loro padri sino ad
oggi, e dirai loro: Il Signore dice queste parole, se mai ascolteranno e
ne proveranno terrore". Dio ignorava se si sarebbero convertiti o meno?
L'espressione, quindi, non  sempre di chi dubita.
32. Del resto, anche gli antichi sapienti di questo mondo, i quali fanno
consistere tutta la loro valentia nella scrupolosa scelta delle parole,
non hanno impiegato in tutti i passi delle loro opere in senso
dubitativo il vocabolo che in latino suona "forte", in greco "tacha". Ad
esempio, affermano che il primo dei loro poeti dicesse: "La forse
vedova", nel senso: "Presto sar vedova". In altro passo: "Forse,
infatti, tutti gli Achei facendo impeto ti uccideranno". Non poteva
certo dubitare che se tutti gli Achei avessero fatto impeto contro un
solo uomo, questi non sarebbe stato sopraffatto dalla moltitudine dei
nemici.
33. Ma noi dobbiamo avvalerci di esempi nostri, non gi altrui. Trovi,
appunto, nel Vangelo che il Figlio medesimo fa dire al Padre, dopo che i
servi da lui inviati alla sua vigna erano stati feriti: "Mander il
Figlio mio dilettissimo, forse avranno rispetto di lui". In altro passo,
il Figlio dice a proposito della sua persona: "Voi non conoscete n me
n il Padre mio; se, infatti, conosceste me, forse conoscereste anche il
Padre mio".
34. Se Pietro, dunque, si  espresso mediante le parole medesime che Dio
ha usate senza che ne derivasse detrimento alla sua sapienza, perch non
ammettere che anche l'Apostolo le abbia impiegate senza che la sua fede
subisse limitazione? D'altronde, non avrebbe potuto avanzare dubbi sul
dono di Cristo, giacch il Signore gli aveva concesso la potest di
rimettere i peccati. Maggiormente, perci, gli incombeva l'obbligo di
non dare adito ai sottili cavilli degli eretici. Scopo, infatti, di
costoro  unicamente il rendere vana la speranza degli uomini, per
ingenerare nelle persone che sono in preda della disperazione la
persuasione che  necessario ripetere il battesimo.
35. Gli Apostoli, per, conformemente a quanto aveva loro insegnato
Cristo, si sono fatti maestri di penitenza, hanno assicurato il perdono,
hanno rimesso il peccato. Cos anche David, il quale ha detto: "Beati
coloro le cui colpe sono rimesse e i cui peccati sono coperti; beato
l'uomo cui il Signore non ha addebitato il peccato". Ha detto beato
colui la cui colpa  rimessa mediante il battesimo, e colui il cui
peccato  coperto dalle opere buone. Chi esercita la penitenza deve non
solo lavare la colpa con le lacrime, ma occultare con azioni migliori e
ricoprire quasi le infamie del passato, perch non gli sia addebitato il
peccato.
36. Copriamo, dunque, le nostre iniquit con le opere compiute dopo aver
peccato. Emendiamo le colpe con le lacrime, perch il Signore ci oda
mentre ci lamentiamo, cos come ascolt Efraim che piangeva. Dio
medesimo ha detto: "Ho prestato ascolto, ho udito Efraim rammaricarsi".
E ha ripetuto le parole medesime di Efraim che si lamentava: "Tu mi hai
castigato e io ho subito il castigo; come un torello non sono stato
domato". Il torello, infatti, ruzza, abbandona la greppia, perci Efraim
"come un torello, non  stato domato". Se ne sta lontano dalla greppia,
giacch ha abbandonato "la greppia del Padrone" e, seguendo Geroboamo,
ha adorato i vitelli. Calamit questa che il profeta Aronne aveva
vaticinato che sarebbe accaduta: il popolo, cio, dei Giudei sarebbe
caduto nell'apostasia. Perci, facendo penitenza dice: "Convertimi e io
mi convertir, poich tu sei il mio Padrone; poich mi sono pentito dopo
il mio smarrimento e, dopo che ti ho conosciuto, ho pianto sui giorni
della confusione; mi sono umiliato al tuo cospetto, giacch ho provato
l'onta ignominiosa e ti ho testimoniato".
37. Possiamo constatare che si debba esercitare la penitenza, con quali
parole, con quali lacrime. Egli chiam addirittura "giorni della
confusione" quelli del peccato. Regna, infatti, confusione quando Cristo
 ripudiato.
38. Umiliamoci, dunque, innanzi a Dio. Non rimaniamo nella soggezione
della colpa. Vergognamoci al ricordo dei nostri peccati e non meniamone
vanto quasi fossero bravura alla maniera di alcuni che si esaltano
perch il pudore  stato da loro debellato e la giustizia soffocata. La
nostra conversione sia tale che proprio noi che non conoscevamo Dio
possiamo testimoniare agli altri, e il Signore commosso da questo nostro
mutamento d'animo, risponda: "Dalla mia giovinezza tu sei, o Efraim, il
figlio mio caro, il figlio, per cos dire, prediletto. Me ne ricorder
sempre pi vivamente, giacch le mie parole sono impresse in lui.
Perci, ha detto il Signore, mi sono mostrato sempre sollecito nei suoi
riguardi e avr misericordia di lui".
39. Quale piet ci promette, lo dice pi innanzi: "Ho reso ebbra l'anima
tutta che era sitibonda e ho saziato l'anima tutta che era affamata:
perci, mi sono destato e ho guardato; il mio sonno mi pare soave".
Intendiamo chiaramente che il Signore garantisce a tutti i suoi
sacramenti. Perci, tutti facciamo ritorno a lui.

Capitolo 6
40. Ma se essi non intendono convertirsi, fatelo almeno voi, che
commettendo colpe di natura diversa, siete precipitati in basso dalle
alte vette dell'innocenza e della fede. Abbiamo un buon Padrone che 
disposto a perdonare tutti. Ti ha invitato, per bocca del profeta,
dicendo: "Io, io cancello i tuoi peccati e non ne conserver ricordo. Tu
per, siine memore affinch possiamo sottoporci a giudizio". Dice: "Io
non ne conserver il ricordo, tu, invece, siine memore", cio: "Non
richiamo alla memoria le colpe che ti ho rimesse, quasi avvolte, per
cos dire, nell'oblio. Invece, "Tu siine memore". Dice: "Io non ne
conserver il ricordo" in virt della grazia concessa, "Tu siine memore"
per il miglioramento conseguito. Siine memore e tieni presente che ti 
stato condonato il peccato, non perch, quasi persona senza macchia, ne
meni vanto e, col volerti giustificare, ti renda maggiormente colpevole.
Se desideri essere perdonato, confessa la tua colpa. Una confessione
fatta con cuore contrito scioglie i nodi del peccato.
41. Puoi vedere che cosa "Dio, il tuo Dio" pretende da te: che tu
conservi il ricordo della grazia avuta e non ne meni vanto "quasi che
non l'abbia ricevuta". Puoi constatare con quale garanzia di perdono ti
esorta ad attestare la colpa. Bada, perci, che coll'opporre resistenza
ai divini precetti non abbia a precipitare nella irreligiosit dei
Giudei. Ad essi il Signore dice: "Abbiamo intonato un canto per voi e
non avete danzato, abbiamo cantato nenie lamentose, e non avete pianto".
42. Un parlare comune questo, ma sublime il riposto significato. La
necessit , quindi, che non ci si lasci fuorviare dalla banale
interpretazione del passo e si creda che ci siano imposti istrionici
atteggiamenti di danza sfrenata e teatrali stravaganze: comportamento
questo peccaminoso anche nella prima adolescenza. Dio ha comandato la
danza che David esegu davanti all'arca del Signore. Tutto ci che
conferisce prestigio alla religione  consentito. Non si deve, perci,
provare vergogna di qualsiasi forma di ossequio che dia contributo alla
scrupolosa osservanza del culto di Cristo.
43. Non si parla, pertanto, della danza che si accompagna a lussuria
raffinata, ma che ci mette in grado di muovere il corpo senza indolenza
e di non lasciare che le membra impoltriscano a terra e perdano ogni
vitalit a causa dell'appesantito incedere dei passi. Paolo danzava
spiritualmente allorch agile entrava in lizza per il nostro bene. Egli
non apprezzava i traguardi raggiunti, desiderava nuove mete, puntava
diritto al premio di Cristo. Tu anche, sul punto di ricevere il
battesimo, sei esortato a levare le mani al cielo, ad avere pi agili i
piedi per poter ascendere all'eterno. Questa  la danza alleata della
fede e compagna della grazia.
44. Questo, dunque, l'arcano significato. "Abbiamo intonato per voi un
canto, quello del Nuovo Testamento, e non avete danzato", non avete
innalzato l'animo alla grazia spirituale. "Abbiamo cantato nenie
lamentose e non avete pianto", cio, non vi siete pentiti. Il popolo dei
Giudei giacque nell'abbandono appunto perch non fece penitenza e
rifiut la grazia: penitenza della quale era stato banditore Giovanni,
grazia di cui era stato elargitore Cristo. Questa la dona, per cos
dire, il Padrone, quella l'annunzia il servo. La Chiesa custodisce l'una
e l'altra.  cos in grado di conseguire la grazia e di non ripudiare
la penitenza. L'una, infatti,  dono di chi elargisce con generosit,
l'altra  rimedio atto a guarire chi ha peccato.
45. Geremia non ignor quale portentoso farmaco fosse la penitenza. Nei
Lamenti fece ad essa ricorso in favore di Gerusalemme. Con queste parole
ci fa vedere la citt che fa penitenza: "Amaramente ha pianto nella
notte, le lacrime scendono sulle guance; nessuno le reca conforto fra
tutti i suoi amanti. Le strade di Sion sono in lutto". Ha aggiunto: "Per
tali cose io piango" e "gli occhi miei si sono offuscati per le lacrime,
perch chi mi confortava  lontano da me". Possiamo notare che
Gerusalemme stimava dolorosissimo questo insieme di mali, perch mancava
chi la confortasse nell'afflizione. Come voi, dunque, o Novaziani,
pensate di togliere persino il conforto con il negare la speranza di una
penitenza fruttuosa?
46. Prestino attenzione le persone che fanno penitenza, come debbano
attendervi, con quale ardore d'animo, con quale interiore
sconvolgimento, con quale mutamento di cuore: "Guarda, o Signore, quanto
sono in angoscia; le mie viscere sono agitate" dal mio pianto, "il mio
cuore  sconvolto dentro di me".
47. Hai appreso quale debba essere l'ardore dell'animo, quale la fede
del cuore. Impara ora come debba regolarti nel comportamento esteriore.
Il profeta dice: "Gli anziani della figlia di Sion siedono a terra in
silenzio, hanno cosparso di cenere il loro capo, si sono cinti di sacco,
hanno fatto curvare a terra le vergine elette di Gerusalemme. I miei
occhi si sono consunti per le lacrime", si sono offuscati, "le mie
viscere sono sconvolte", la mia gloria " stata sparsa a terra".
48. Anche il popolo di Ninive cos pianse e riusc ad evitare il
preannunziato sterminio dei suoi abitanti. La penitenza  farmaco di
tale efficacia che abbiamo l'impressione che Dio medesimo muti
consiglio. Dipende, perci, da te soltanto il sottrarti al castigo. Il
Signore vuole essere pregato, esige fede, suppliche in suo onore. Tu sei
uomo, eppure pretendi di essere pregato per elargire il perdono. Pensi,
dunque, che Dio sia disposto a concederti misericordia senza che tu lo
solleciti?
49. Il Signore in persona pianse su Gerusalemme affinch, pur non
essendo essa disposta, ottenesse il perdono in virt delle lacrime di
Dio. Egli vuole che piangiamo per evitare il castigo.  scritto nel
Vangelo: "O figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su
voi stesse".
50. David, pianse e ottenne che la divina piet allontanasse la morte
dal popolo che periva. Allorch, infatti, gli fu proposto di scegliere
tra tre cose, opt per quella che gli permettesse maggiormente di fare
tesoro della piet del Signore. E tu ti vergogni di piangere le tue
colpe, quando David ha comandato persino ai profeti di versare lacrime
per il bene dei popoli?
51. Anche Ezechiele ebbe l'ordine di piangere su Gerusalemme e ricevette
il volume al cui inizio  scritto: "Lamenti, canti, guai". Due argomenti
tristi e uno piacevole. Chi, infatti, pianger di pi su questa terra,
sar salvo nella vita futura. "Il cuore dei saggi  in una casa in
lutto, il cuore degli stolti in una casa in festa". Il Signore in
persona dice: "Beati voi che piangete, perch riderete".

Capitolo 7
52. Versiamo, dunque, lacrime finch c' tempo, perch ci sia assicurata
l'eterna felicit. Temiamo il Signore, sollecitiamone la piet con il
confessare le nostre colpe. Poniamo rimedio ai nostri errori, riparo ai
falli, affinch non si dica anche di noi: "Ohim o anima, l'uomo pio 
scomparso dalla terra, non c' tra gli uomini chi  disposto ad
emendarsi".
53. Perch provi vergogna di confessare le tue colpe innanzi al Signore?
Egli dice: "Confessa le tue infamie, affinch sii giustificato". Agli
occhi di chi  tuttora nella colpa  fatto balenare il premio della
giustificazione. Infatti, chi ammette spontaneamente le colpe 
giustificato. "Il giusto nel proemio del suo discorso accusa se stesso".
Il Signore sa tutto, vuole, per, sentire la tua voce, non gi per
punire ma per perdonare. Non vuole che il diavolo si faccia gioco di te,
ti accusi di tenere celate le colpe. Previeni il tuo accusatore. Se ti
accusi da te stesso, non dovrai temere alcun accusatore. Se ti
denunzierai da te medesimo, morto che tu sia, risusciterai.
54. Cristo verr al tuo sepolcro. Se vedr che Marta, la solerte
massaia, versa lacrime per te e cos Maria, la quale piamente, come la
santa Chiesa, ascoltava la parola di Dio e "scelse per s la parte
migliore", prover piet. Vedendo che moltissimi piangono la tua morte
dir: "Dove lo avete deposto?", cio, in quale ordine di peccatori, in
quale grado di penitenti?. Lasciatemi vedere chi piangete, perch egli
in persona mi commuova con le sue lacrime. Che io veda se 
definitivamente morto al peccato di cui si invoca il perdono.
55. La gente gli dice: "Vieni e vedi". Che significa "vieni"? Venga la
remissione dei peccati, la vita dei morti, la loro resurrezione, "venga
il tuo regno" a questo peccatore.
56. Ges, dunque, verr e comander che sia tolta la pietra, che il reo
si  posta da se stesso sulle spalle. Cristo avrebbe potuto agevolmente
smuovere il sasso con una parola di comando. La natura insensibile non 
davvero sorda ai suoi ordini. Mediante l'occulta potenza di un miracolo
avrebbe potuto facilmente spostare la pietra sepolcrale. Alla sua morte,
infatti, moltissime tombe di morti si spalancarono, d'un tratto
essendosi smosse le pietre. Ma ordin agli uomini di togliere il sasso,
affinch, nella realt, da una parte, gli increduli credessero in ci
che era innanzi ai loro occhi e vedessero il morto risuscitare, nella
tipologia, d'altra parte, perch intendessero che ci elargiva la grazia
di liberarci dal peso dei peccati, i macigni, per cos dire, che
schiacciano i rei.  compito nostro smuovere i pesi,  ufficio di
Cristo ridonare la vita, fare uscire dai sepolcri le persone sciolte dai
lacci della colpa.
57. Vedendo il grave peso che opprime il peccatore, Ges versa lacrime.
Non permette che la Chiesa pianga da sola. Ha piet della prediletta e
dice a chi  morto: "Vieni fuori", cio, tu che sei immerso nel buio
della coscienza, nella sozzura dei misfatti, vieni fuori come da una
prigione di delinquenti, metti a nudo la tua colpa per ottenere
giustificazione. Infatti, "ci si confessa con la bocca in vista della
salvezza".
58. Se tu, chiamato da Cristo, ammetterai il tuo peccato, subito si
infrangeranno i serrami, si spezzeranno tutti i legami, anche se il
cadavere in putrefazione emani forte fetore. La salma di Lazzaro che era
morto da quattro giorni mandava cattivo odore nella tomba. Ma Cristo,
"la cui carne non vide corruzione" rimase per tre giorni nel sepolcro.
Non conobbe, infatti, i vizi della carne, la cui sostanza consta dei
quattro elementi originari. Il fetore del cadavere  forte quanto vuoi,
ma svanisce del tutto appena il santo profumo si spande. Ecco, il
defunto riacquista la vita. Si ordina alle persone che tuttora vivono
nel peccato di sciogliere i lacci, di liberare il volto del defunto dal
sudario con cui occultava la verit della grazia ricevuta. Viene
impartito il comando di togliergli il sudario dal viso, di denudargli il
volto, giacch il reo ha ricevuto il dono del perdono. Chi ha ottenuto
la remissione dei peccati non ha motivo di vergognarsi.
59. Tuttavia, nonostante la grazia ineffabile del Signore e il sublime
miracolo, frutto della sua divina munificenza, in un momento che doveva
essere di generale letizia, i sacrileghi erano in fermento. Tenevano
consiglio contro Cristo, tramavano l'uccisione di Lazzaro. Non vi
accorgete, dunque, che voi, o Novaziani, siete destinati ad essere i
degni successori di quei sacrileghi, gli eredi della loro spietatezza?
Anche voi siete sdegnati, promuovete riunioni contro la Chiesa. Vedete,
infatti, che nel suo grembo i morti ritornano alla vita, risuscitano,
quando il perdono dei peccati  stato loro elargito. Pertanto, per
quanto dipende da voi, volete uccidere, in forza dell'odio, le persone
risorte a nuova vita.
60. Ma Ges non revoca i benefici concessi. Li rende pi grandi con la
sua munificenza. Subito  tornato a visitare chi aveva risuscitato e,
per festeggiarne la resurrezione, lieto viene alla cena, che la Chiesa
gli ha imbandita. Chi era morto prende parte al banchetto, come appunto
sta scritto, tra i commensali di Cristo.
61. Le persone tutte che vedono con l'occhio puro della mente e che non
conoscono odio - la Chiesa vanta, appunto, figli di tale specie - si
meravigliano che chi ieri e l'altro ieri era nel sepolcro  ora tra
coloro che siedono a mensa insieme a Ges.
62. Maria in persona unge i piedi di Cristo. I piedi, giacch uno dei
deboli  stato strappato a morte. Tutti, infatti, formano il corpo di
Ges, ma senz'altro, alcuni sono le membra superiori. L'Apostolo che
diceva: "Voi cercate una prova che Cristo parla in me", era la bocca di
Cristo. Cos anche i profeti per mezzo dei quali il Signore annunziava
il futuro. Oh, fossi io degno di essere il suo piede e Maria mi
cospargesse del prezioso profumo, mi ungesse, mi rendesse indenne dal
peccato!
63. Il caso di Lazzaro si ripete ogni qual volta un peccatore, anche se
emani fetore,  reso mondo dal balsamo della fede preziosa. Fede che
consegue grazia cos grande, che quella casa in cui il giorno precedente
il morto mandava cattivo odore tutta intera  pregna di buon profumo.
64. La casa di Corinto mandava fetore, quando leggiamo: "Si parla di
adulterio tra voi quale neppure tra i pagani". C'era puzzo, giacch un
poco di lievito aveva alterato tutta la pasta. Tuttavia, comincia a
sentirsi il buon profumo, quando  detto: "Se avete perdonato qualcosa a
qualcuno, anche io la perdono; infatti anche io se ho perdonato
qualcosa, l'ho perdonata per il vostro bene nel nome di Cristo".
Pertanto, liberato il peccatore, ci fu grande gioia nella casa. La
dimora intera mand buon odore in virt del soave profumo della grazia.
Perci, consapevole di aver cosparso tutti del balsamo dell'apostolica
benedizione, egli dice: "Siamo innanzi a Dio il buon profumo di Cristo
fra quelli che si salvano".
65. Tutti sono lieti allorch il profumo si  sparso. Il solo Giuda non
 d'accordo. Cos anche ora chi  sacrilego, chi  traditore, si mostri
pure contrariato, muova biasimi. Ges, per, rimprovera Giuda, giacch
costui non intende quale medicina portentosa sarebbe stata la morte di
Cristo e non comprende il senso riposto di una sepoltura cos
importante. Il Signore, infatti, ha patito,  morto per riscattarci
dalla morte. Egli giudica prezzo sublime della sua passione l'essere il
peccatore assolto dalle colpe ed innalzato a ineffabile grazia, cos che
tutti vengano e dicano, levando lodi al Signore: "Mangiamo e facciamo
festa, perch costui era morto ed  tornato in vita, era perduto ed 
stato ritrovato". Se qualche pagano obietter: "Perch mangia insieme ai
pubblicani e ai peccatori?", gli rispondiamo: "Non sono i sani che hanno
bisogno del medico, ma i malati".

Capitolo 8
66. Fai vedere, dunque, al medico la tua piaga, perch tu sia curato. Se
non gliela mostrerai, egli la conosce, ma desidera ascoltare la tua
voce. Netta le tue cicatrici con le lacrime. In questa maniera, appunto,
la donna di cui  parola nel Vangelo, si  mondata dal peccato, dal
fetore della sua iniquit. Si  resa libera dalla colpa, nel lavare i
piedi di Ges con le lacrime.
67. Volesse il cielo, o Ges, che tu mi destinassi a lavare i piedi che
hai imbrattati mentre incedevi entro di me! Oh, potessi tu concedermi di
nettarli nel sudiciume con cui li ho infangati con il mio cattivo
operare! Ma donde attingere l'acqua viva con cui lavarli? Non ho a
disposizione l'acqua, bens le lacrime. Oh, potessi con esse purificare
me stesso, mentre lavo i tuoi piedi! Come fare, perch tu dica di me:
"Sono perdonati i suoi molti peccati, perch ha molto amato"? Ben di pi
avrei dovuto amare, lo ammetto, e fin troppo mi  stato condonato. Sono
stato, infatti, chiamato al sacerdozio dopo essere vissuto sino a quel
momento tra il frastuono delle cause forensi e le beghe paurose della
pubblica amministrazione.  mio timore, pertanto, apparire ingrato, se
dimostrer un amore minore, giacch molto di pi mi  stato condonato.
68. Ma non posso stimare tutti all'altezza della donna la quale,
meritatamente,  stata preferita anche a Simone che offriva il pranzo al
Signore. Essa ha, infatti, dato lezione alle persone che intendono
lucrarsi il perdono. Ha baciato i piedi di Cristo, li ha lavati con le
lacrime, asciugati con i capelli e cosparsi di olio profumato.
69. Il bacio simboleggia la carit. Il Signore ha detto: "Mi baci egli
con il bacio della sua bocca". I capelli cosa altro significano se non
che tu sappia che  necessario invocare il perdono dopo aver disprezzato
ogni prestigio che derivi dalle insegne delle alte cariche di questo
mondo, e che ti getti bocconi al suolo, e che, prostrato, cerchi piet?
L'unguento simboleggia il profumo del buon mutamento d'animo. David era
re, eppure diceva: "Ogni notte inonder di pianto il mio letto, irrorer
di lacrime il mio giaciglio". Merit, pertanto, una grazia ineffabile:
tra i suoi discendenti fu scelta la Vergine che doveva, partorendo, dare
alla luce Cristo. La peccatrice pentitasi, dunque, meritatamente per i
motivi detti  lodata nel Vangelo.
70. Tuttavia, se non siamo in grado di uguagliarla, Ges sa venire in
soccorso dei deboli. Se non c' la donna che possa apprestare il
banchetto, offrire l'unguento, portare con s "la fonte dell'acqua
viva", Cristo in persona viene alla tomba.
71. Volesse il cielo che ti degnassi di accostarti a questo mio
sepolcro, o Ges, e mi lavassi con il tuo pianto! I miei occhi, infatti,
si sono inariditi, le mie lacrime non bastano a lavare le mie colpe. Se
piangerai per me, sar salvo. Se sar degno che tu per un poco versi
lacrime per me, mi chiamerai fuori dalla tomba del corpo e dirai: "Esci
fuori". Pronunzierai queste parole, affinch i miei pensieri non siano
in catene nel carcere della carne, ma ne escano fuori verso Cristo,
possano spaziare alla luce, cos che io non mediti le opere delle
tenebre, ma della luce. Chi ha in animo di peccare, non altro desidera
che farsi schiavo della sua coscienza.
72. Chiama, dunque, fuori il tuo servo. Anche se avvinto dai legami del
peccato, con i piedi incatenati, con le mani strette da nodi, anche se
per sempre sepolto ai pensieri e alle "opere morte", se mi chiamerai,
uscir fuori libero. Sar "uno tra quelli che siedono a mensa" al tuo
banchetto. Tutta la tua casa emaner la fragranza del prezioso profumo,
se custodirai chi ti sei degnato di riscattare. Si dir: Costui non 
stato allevato nel seno della Chiesa, non  stato domato da fanciullo,
ma, a forza,  stato trascinato fuori dai tribunali, strappato dalle
follie del secolo. Avvezzo ad ascoltare la voce del banditore, si 
assuefatto al cantico del salmista. Ecco, tiene fede al sacerdozio, non
gi per suo merito, ma in virt della grazia di Cristo, e siede tra i
convitati della mensa celeste.
73. Preserva, o Signore, il tuo dono. Custodisci il bene che mi hai
elargito, anche se da esso rifuggissi. Ero consapevole, infatti, di non
meritare di essere chiamato vescovo, giacch mi ero votato al secolo. Ma
"per grazia" tua "sono ci che sono". Sono senza dubbio l'infimo di
tutti i vescovi, l'ultimo per merito. Tuttavia, poich mi sono
sobbarcato a qualche travaglio per la tua santa Chiesa, custodisci
questo frutto. Non permettere che chi gi sull'orlo della perdizione 
stato da te chiamato al sacerdozio, ora, che  tuo ministro, soccomba.
Mi hai chiamato, perch impari a condolermi di tutto cuore dei travagli
del peccatore. Virt questa davvero grande. Sta appunto scritto: "Non
gioire dei figli di Giuda nel giorno della loro sventura, non dire
parole altezzose nel giorno della loro angoscia". Mi hai chiamato,
perch, ogni volta che si tratta della colpa di un lapso, senta di lui
piet e non lo riprenda con durezza, bens provi dolore e pianga. Ci,
affinch, nel momento in cui verso lacrime su di un altro, pianga su me
stesso e possa dire: "Tamar  pi giusta di me".
74.  ammissibile che una giovinetta sia caduta nel peccato, ingannata
e tratta alla rovina dalle circostanze che sono incentivo al cattivo
operare. Per, se pecchiamo quando siamo avanti negli anni, la legge
della carne muove guerra in noi a quella dello spirito, ci rende schiavi
del peccato, ci induce a fare, insomma, ci che non vorremmo. La
giovinetta ha, almeno, come giustificazione gli anni, io nessuna. Essa
deve imparare, io insegnare. Perci, "Tamar  pi giusta di me".
75. Incolpiamo qualcuno di cupidigia del denaro? Domandiamo prima se non
abbiamo operato anche noi dimostrando la medesima bramosia. Allora
ognuno di noi dica: "Tamar  pi giusta di me". Infatti "l'attaccamento
al denaro  la radice dei mali": insensibilmente, come radice che si
estende sotto terra, fa il nostro corpo sua preda.
76. Ci siamo adirati contro qualcuno: un laico, e non un vescovo, pu
essere perdonato per aver agito sotto l'impulso dell'ira.
Rimproveriamoci da noi stessi, diciamo: "Chi  incolpato di essere
iracondo  pi giusto di me". Parlando cos ci metteremo nella
condizione che Ges o qualcuno dei discepoli non dica di noi: "Tu
osservi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi
della trave che hai nel tuo occhio? Ipocrita, togli prima la trave dal
tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio
del tuo fratello".
77. Non vergogniamoci, perci, di ammettere che la nostra colpa  pi
grave di quella di chi, a nostro giudizio, deve essere sottoposto ad
accusa. Cos, appunto, si  espresso Giuda che muoveva rimproveri a
Tamar: richiamandosi alla mente la propria colpa, dice: "Tamar  pi
giusta di me". Affermazione che ha un profondo senso riposto e, a un
tempo, suona insegnamento morale. Non fu attribuita colpa a Giuda,
giacch si accus da se stesso, prima che altri lo denunziasse.
78. Che io, dunque, non gioisca per la colpa di nessuno, bens ne provi
dolore! Sta scritto: "Non gioire troppo della mia sventura, mia nemica!
Se sono caduta, mi rialzer; se siedo nelle tenebre, il Signore sar la
mia luce. Sopporter lo sdegno del Signore, perch ho peccato contro di
lui, finch egli mi renda ragione. Emetter il verdetto su di me, mi
far uscire alla luce e vedr la sua giustizia. La mia nemica lo vedr,
sar coperta di vergogna, lei che mi diceva: Dove  il Signore Dio tuo?
I miei occhi la vedranno e sar calpestata come fango della strada".
Giustamente, poich chi esulta per la rovina degli altri, tripudia per
la vittoria del diavolo. Addoloriamoci, dunque, allorch sentiamo che 
andato in perdizione un uomo "per cui Cristo  morto" che non trascura
neppure "la pagliuzza nella messe".
79. Dio voglia che questa "pagliuzza nella messe", il vuoto gambo del
mio frutto, non sia gettata via da lui, ma raccolta! Infatti, dice:
"Ahim! Sono diventato come chi raccoglie la pagliuzza nella messe e chi
racimola alla vendemmia". Oh, possa egli mangiare in me almeno le
primizie della sua grazia, anche se i frutti ulteriori non debbano
riuscirgli graditi!

Capitolo 9
80. Sia, dunque, nostro convincimento che bisogna fare penitenza e che
ad essa tiene dietro il perdono. Una remissione, tuttavia, frutto di
fede e non, per cos dire, di un nostro credito. C' profondo divario
tra il rendersi meritevoli di qualche cosa e l'arrogarsene il diritto.
La fede ottiene in forza quasi di obbligazione scritta, la presunzione,
invece,  propria di chi  arrogante e non gi di chi domanda. Perch tu
sia nella condizione di ottenere ci in cui speri, prima devi far fronte
al tuo pegno. Comportati da onesto debitore, cos che per pagare la
cambiale non debba far ricorso ad altro prestito, bens possa
soddisfare, mediante le ricchezze che ti provengono dalla fede,
all'interesse del debito contratto a tuo nome.
81. Ha maggiore possibilit di pagare chi  debitore di Dio che
dell'uomo. Questi esige denaro in cambio di denaro, e il debitore non
sempre lo ha pronto. Dio si accontenta, invece, della buona disposizione
d'animo che  in tuo potere attestare. Non  povero chi  debitore del
Signore, tranne che non si renda indigente da se stesso. Non ha da
vendere, possiede, per, i mezzi con cui pagare. Le preghiere, le
lacrime, i digiuni, sono le ricchezze del buon debitore e beni pi
sostanziosi che se uno offra senza fede il denaro ricavato dalla vendita
di propriet.
82. Povero era Anania, allorch, venduto il podere, consegnava agli
Apostoli il denaro che, lungi dal liberarlo dal debito contratto innanzi
a Dio, doveva implicarlo in nodi stretti. Ricca era, invece, la vedova,
la quale mise due piccole monete nella cassa delle offerte. Di lei 
detto: "Questa vedova, povera, ha messo pi di tutti". Dio non domanda
denaro, ma schiettezza di fede.
83. La colpa, credo, pu essere mitigata mediante elargizioni ai poveri,
purch la fede aggiunga credito ai donativi. A che offrire le proprie
sostanze, se l'ardore di carit non si accompagna all'oblazione?
84. Alcuni non mirano che a soddisfare alla vanit personale, a
conseguire la fama che pu derivare dall'essere munificente.  loro
intento apparire persone virtuose agli occhi del popolino, poich hanno
elargito tutte le sostanze. Vanno in cerca del premio del secolo
presente, non mettono, per, in serbo quello del futuro. Se, infatti,
"hanno gi ricevuto la loro ricompensa" su questa terra, non possono
sperare in quella dell'aldil.
85. Altri, dopo aver donato i beni alla Chiesa in seguito a impulso
precipitoso e non gi a matura riflessione, hanno ritenuto opportuno di
revocare la donazione. Sia l'uno che l'altro modo di comportarsi non 
stato per loro redditizio, in quanto il primo, dettato da inconsulto
consiglio, l'altro, informato a sacrilegio.
86. Alcuni, poi, si pentono di aver spartito gli averi con i poveri. Ma
chi esercita la penitenza non deve affatto avere rincrescimento in
materia, perch non abbia a pentirsi di essersi pentito. Non pochi,
infatti, per timore dell'eterno castigo, consapevoli delle loro colpe,
domandano di fare penitenza e, una volta ammessi, si tirano indietro per
la vergogna di doverla esercitare pubblicamente. Essi, a mio parere,
hanno domandato di fare penitenza delle malefatte e la fanno, invece,
delle buone opere da loro compiute.
87. Alcuni, ancora, invocano la penitenza, ma allo scopo unico di essere
reintegrati nella comunione dei fedeli. Non desiderano mondarsi, ma
stringere con lacci il ministro di Dio. Non sgravano la loro coscienza,
fanno violenza a quella del sacerdote, cui  stato comandato: "Non date
le cose sante ai cani e non buttate le vostre perle davanti ai porci".
Si deve, cio, vietare che persone imbrattate di immonde iniquit siano
riammesse alla santa comunione.
88. Osservate queste persone: sono l a passeggiare. Indossano abiti
nuovi, mentre sarebbe stato loro conveniente essere in gramaglie,
lamentarsi per avere infangato la veste della grazia battesimale. Le
donne si sovraccaricano le orecchie di grosse, preziose perle: sono
costrette, addirittura, a piegare le nuche, mentre bene avrebbero dovuto
tenerle basse per amore di Cristo e non dell'oro, e versare, a un tempo,
lacrime su se stesse per aver perduto la perla preziosa, la celeste.
89. Altri sono convinti che pentirsi significhi escludersi dai divini
sacramenti. Sono giudici fin troppo spietati di se stessi. Si assegnano
il castigo, rifiutano il rimedio. Sarebbe stato, invece, opportuno che
si dolessero della pena inflittasi, poich a causa di essa rimangono
defraudati dalla divina grazia.
90. Altri, giacch  data speranza di fare ammenda delle colpe, credono
che sia loro implicitamente concessa facolt di continuare a peccare a
piacimento. Ma la penitenza  rimedio del peccato, non gi incentivo. Il
farmaco  necessario alla ferita, non viceversa. Domandiamo il rimedio
per curare la piaga, non gi desideriamo questa per avere modo di
applicarvi il medicamento. Fragile , d'altra parte, la speranza che si
affida al tempo. Ogni tempo  sempre incerto, n tutte le speranze gli
sopravvivono.

Capitolo 10
91. Forse qualcuno potrebbe tollerare che tu provi vergogna di invocare
Dio e non, invece, di pregare l'uomo, e che tu abbia ritegno di
supplicare il Signore, cui il tuo modo di operare non sfugge, e non,
invece, di fare palesi le tue colpe all'uomo, cui possono rimanere
nascoste? Non vuoi che, se preghi, ci sia gente che lo sappia e possa
riferirlo? Eppure, se si tratta di dare soddisfazione all'uomo, non ti
accosti forse a un gran numero di persone, le scongiuri perch
interpongano i buoni uffici, ti prostri alle ginocchia, baci i piedi,
metti innanzi i figli innocenti, perch invochino piet per il padre?
Ostenti, tuttavia, neghittosit a fare ci nella Chiesa, a supplicare
Dio, a ricercare il patrocinio dei fedeli, perch preghino per te. Nella
Chiesa si arreca disonore col non confessare le colpe, giacch tutti
siamo peccatori. In essa merita di pi chi  pi umile, ed  pi giusto
chi maggiormente disprezza se stesso.
92. La madre Chiesa pianga per la tua salvezza e lavi la tua colpa con
le lacrime. Cristo ti veda nella tua afflizione e dice: "Beati voi che
piangete, perch riderete". Egli gradisce che pi persone preghino per
una sola. Nel Vangelo, mosso a piet delle lacrime della vedova, poich
erano moltissimi a piangere per lei, ne richiam il figlio alla vita.
Esaud prontamente Pietro che pregava affinch Dorcade risuscitasse,
poich i poveri gemevano per la morte della donna. Perdon subito
l'apostolo che aveva versato amarissime lacrime. Se anche tu piangerai
in tal maniera, Cristo rivolger a te gli occhi e la colpa sar
cancellata. L'esercizio del dolore allontana la morbosa cupidigia del
peccare, la seduzione della colpa. Ci travagliamo per le iniquit
perpetrate e, intanto, teniamo lontane quelle che potremmo commettere.
Dalla condanna della colpa scaturisce una disciplina dell'innocenza.
93. Nulla, perci, ti distolga dall'esercitare la penitenza. Ne sei
partecipe con i santi, e voglia il cielo che tu riesca ad emulare il
loro pianto! David "si nutriva di cenere come di pane; mescolava il
pianto alla sua bevanda". Ora maggiormente gioisce, poich vers pi
abbondantemente le lacrime. Dice: "Fiumi di lacrime discesero dai miei
occhi".
94. Giovanni pianse molto e, come dice, gli furono rivelati i misteri di
Cristo. Non cos la donna che travolta dal peccato, non vers lacrime
come avrebbe dovuto: se la spassava, indossava abiti di porpora e
scarlatto, faceva sfoggio di molto oro e di pietre preziose.
Meritatamente, pertanto, si strugge nel travaglio di un pianto senza
fine.
95. Alcuni sono convinti che si possa pi volte fare penitenza. Essi
"sono presi da desideri indegni di Cristo". Se attendessero, infatti,
alla penitenza di tutto cuore, non crederebbero alla necessit di
doverla ripetere. "Uno solo  il battesimo", una sola  la penitenza,
quella, s'intende, che si fa in pubblico. Ogni giorno, infatti, dobbiamo
pentirci del peccato, ma, mentre la penitenza giornaliera  dei peccati
pi lievi, la pubblica  delle colpe di maggiore entit.
96. Mi sono imbattuto pi spesso in persone che hanno conservato la loro
innocenza che non in gente che abbia atteso a pentirsi con coerenza.
Credi forse che si possa parlare di penitenza l dove si intriga in
vario modo per ottenere cariche, regna il bere sfrenato, viene praticato
l'accoppiamento carnale? Bisogna dire con decisione addio al secolo,
abbandonarsi al sonno meno di quanto la natura esiga, alternarlo con
lamenti, romperlo a mezzo con gemiti, riservarlo alla preghiera. 
necessario, insomma, vivere come se fossimo per sempre morti al nostro
modo di condurre l'esistenza terrena. L'uomo deve rinnegare se stesso,
trasformarsi radicalmente, come la tradizione racconta a proposito di un
giovane. Costui, dopo aver amato una cortigiana, part alla volta di un
paese lontano. Cancellata che ebbe dall'animo la passione, ritorn e si
imbatt nella donna che aveva amata. Essa, meravigliata che il giovane
non le rivolgesse neppure la parola e pensando, quindi, di non essere
stata riconosciuta, incontratolo di nuovo, gli disse: "Sono io", e
l'altro: "Ma io non sono pi io".
97. Il Signore, perci, a ragione dice: "Chi vuole venire dietro a me,
rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua". I morti e sepolti
con Cristo non devono, quasi fossero ancora in vita, avere l'animo
rivolto alle cose di questo mondo. Paolo dice: "Non toccate, non
prendete tutte le cose destinate a scomparire con l'uso. L'uso di per s
della vita cagiona, infatti, la corruzione dell'innocenza.

Capitolo 11
98. La penitenza, dunque,  un bene. Se essa non esistesse, tutti
differirebbero la grazia del battesimo alla vecchiaia. A una ipotesi
assurda del genere, valga come risposta che  preferibile possedere un
qualcosa da rattoppare che non avere da ricoprirsi. Ma nemmeno gli abiti
rappezzati una sola volta possono ancora essere usati come nuovi,
quelli, invece, cuciti e ricuciti finiscono con il logorarsi del tutto.
99. Il Signore, quando dice: "Fate penitenza, perch il regno dei cieli
 vicino", ha sufficientemente ammonito coloro che rinviano la
penitenza. Ignoriamo in quale ora viene il ladro, non sappiamo se la
nostra anima ci sar richiesta la notte stessa. Dio scacci Adamo dal
paradiso subito dopo la colpa. Non frappose indugi, ma, perch facesse
penitenza, lo priv delle delizie e, immediatamente, lo rivest di una
tunica di pelle, non gi di seta.
100.Quale giustificazione c' perch tu debba rinviare? Forse quella di
commettere un maggior numero di peccati? Dunque, perch Dio  buono, tu
vuoi essere malvagio, e "ti prendi gioco dei tesori della sua bont e
pazienza"? La mitezza del Signore dovrebbe, al contrario, essere per te
incitamento a pentirti. Appunto, il santo David dice a tutti: "Venite,
adoriamo e prostriamoci innanzi a lui e piangiamo al cospetto di nostro
Signore che ci ha creati". Il medesimo David, come sai, versa lacrime
sul peccatore che  morto senza pentirsi. In un caso del genere non
rimane altro che provare forte dolore e piangere. Egli dice: "Figlio mio
Assalonne, figlio mio Assalonne"! Chi  definitivamente morto va pianto
senza alcuna riserva.
101 .A proposito degli esuli, che, raminghi dagli aviti confini fissati
dalla legge di Mos, si erano infangati dei peccati di questo mondo, odi
che canta: "Sui fiumi di Babilonia, l sedemmo e piangemmo al ricordo di
Sion". Il salmista vuole insegnare che la stirpe dei rei di apostasia
deve provvedere al ravvedimento, quando i colpevoli sono ancora in
condizione di avere tempo a disposizione e in situazione suscettibile di
mutamento. Perci, ricorre all'esempio dei Giudei trascinati in
miseranda schiavit come prezzo della colpa.
102. Non c' dolore maggiore di quello che prova chi nella schiavit del
peccato si ricorda dei supremi beni dai quali  decaduto, ha tralignato.
Si , infatti, allontanato dal meraviglioso, sublime proposito di
approfondire la conoscenza di Dio, per rivolgersi a ci che  materiale,
effimero.
103. Adamo pens di nascondersi, non appena avvert la presenza di Dio.
Tent di celarsi, quantunque lo ricercasse, lo chiamasse con parole che
dovevano trafiggere il cuore di lui che si nascondeva: "Adamo, dove
sei?". Cio, perch ti celi, perch ti occulti, perch eviti il Signore
che desideravi vedere? La colpa rimorde la coscienza al punto tale che,
anche senza il giudice, si punisce da se stessa e desidera occultarsi.
Non riesce, per, a celarsi agli occhi di Dio.
104. Nessuno che sia in colpa deve arrogarsi, quindi, il diritto, l'uso
illecito dei sacramenti. Sta scritto: "Hai peccato? Fermati". Lo dice
anche David nel salmo cui si  accennato: "Appendemmo le nostre cetre ai
salici di quella terra". Pi avanti: "Come cantare il cantico del
Signore in terra straniera?". Se la carne combatte con lo spirito ed 
riluttante a lasciarsi guidare dall'anima, ad ubbidirle,  terra
straniera che non  dissodata dal lavoro del contadino e non produce,
pertanto, i frutti della carit, della pazienza, della pace. Perci,
meglio fermarsi, quando non si  in grado di attendere alle opere della
penitenza, affinch nell'esercitarla non capiti di agire in modo da
dovere ancora ad essa far ricorso. Se, infatti, non  stata una sola
volta bene usata e opportunamente praticata, non si ricava alcun frutto
dalla penitenza cui si  atteso e ci  tolta la possibilit di valercene
successivamente.
105.Quando la carne oppone resistenza,  necessario, allora, che lo
spirito sia rivolto a Dio. Se le opere vengono meno, la fede porti
soccorso. Se le seduzioni della carne o le potest nemiche incalzano, lo
spirito sia assorto in Dio. Quando, infatti, la carne sferra il suo
attacco, corriamo i pericoli pi gravi. Eppure alcuni, con tutte le loro
forze, fanno violenza all'anima, tentando di privarla di ogni sostegno.
Perci,  detto: "Distruggete, distruggete, anche le sue fondamenta".
106.David, appunto, mosso a piet da lei esclama: "Figlia infelice di
Babilonia!". Senz'altro  sventurata, giacch  ormai figlia di
Babilonia, non pi di Dio. Invoca in suo favore l'intervento di chi
possa guarirla: "Beato chi afferrer i tuoi piccoli e li sbatter sulla
pietra". Beato, cio, chi spezzer contro Cristo i pensieri caduchi,
peccaminosi, e fiaccher tutti gli impulsi non conformi a ragione, in
virt di una cosciente autocritica: chi, ad esempio, in balia di un
amore adulterino possa tenere lontano lo struggente desiderio del
congiungimento carnale con una prostituta e rinunziare alla passione per
guadagnarsi Cristo.
107.Dunque, abbiamo appreso innanzi tutto che occorre fare penitenza, e
ci quando la bramosia di peccare si  spenta; ancora, che nella
schiavit del peccato dobbiamo essere rispettosi, non gi arroganti. A
Mos che desiderava sempre pi addentrarsi nella conoscenza del mistero
celeste,  detto: "Togliti i sandali dai piedi". A maggior ragione 
necessario, quindi, che noi liberiamo i piedi della nostra anima dai
legami del corpo e sciogliamo i passi dai nodi che ci avvincono a questo
mondo.


