/:/ Il lessico delle  Stanze .

   Da un punto di vista generale, possiamo dire che la presenza piut-
tosto rilevante di lessico dotto e letterario (latinismi, vocaboli attinti
alla tradizione aulica volgare)  un fatto anche a prima vista assai si-
gnificativo, specialmente se confrontata con la scarsezza di voci decisa-
mente caratterizzate in senso popolare. Anche da questo solo si com-
prende che il punto di tensione nel creare una lingua letteraria  per
il Poliziano soprattutto qui, nel lessico; per il Poliziano e per gli
scrittori contemporanei in volgare, poich nel '400, quando il senso
della struttura della lingua volgare era ancora agli albori, il lessico
appariva come il settore pi facilmente disponibile alla scelta stilistica
o, ancor pi, all'immissione di nuovi materiali nobilitanti. Questa
ultima tendenza  infatti la prevalente ed  rappresentata in modo
caratteristico dal latinismo; l'invadenza del lessico latino, chiaramen-
te avvertibile anche nelle Stanze, mostra che ad una maturazione
del piano letterario interna al volgare stesso si preferiva il ricambio
del vecchio materiale lessicale mediante un'importazione il cui tra-
mite era esclusivamente culturale, certo perch al volgare malgrado
tutto si guardava ancora con diffidenza
   In tale situazione, caotica in molti dei suoi aspetti per la troppo
vasta immissione di voci estranee al sistema linguistico, il Poliziano
s'adatta a meraviglia, costituendosi una letterariet personalissima
che viene pressoch a confondersi col suo mondo poetico. Non la
scelta sensibilissima entro un patrimonio lessicale noto (come nel Pe-
trarca), ma il recupero di materiali ignoti e disusati che gli giungono
appunto per un tramite esclusivamente culturale  difatti ad un tempo
il suo modo personale di poetare e il suo modo d'elevare ad un alto
livello letterario la sua poesia. Ed  cos che non solo il latinismo ma
anche il vocabolo aulico volgare (si pensi a molti dantismi) tende
ad inserirsi come qualcosa d'estraneo al tessuto linguistico tradizio-
nale e quasi assume anche esso l'aspetto d'un prestito; in questa estra-
neit dal contesto linguistico, in questa  rarit , in questa compren-
sibilit del vocabolo solo a patto d'aver coscienza delle sue riposte
origini culturali sta la particolare letterariet del testo polizianesco. Al-
tri metodi d'elevazione letteraria, che pur tentavano e tenteranno altri
cantori quattrocenteschi, ad es. il metaforeggiare arduo e complicato,
appena sfiorano il Poliziano; n tale problema poteva esser avviato
a soluzione, nel clima quattrocentesco, con l'accettazione d'un ge-
nere letterario (la tradizione delle Giostre e dei cantari in ottave sug-
gerisce solo una quantit minima di voci caratteristiche e alcuni fatti
ritmici che peraltro vanno piuttosto collegati con la tradizione stram-
bottistica). Nell'ambiente umanistico che assieme allo studio dell'an-
tichit classica coltivava l'ideale del poeta-filologo, era naturale che
al problema della lingua letteraria si cercasse una soluzione non gi
su un piano obiettivo, istituzionale, ma all'interno di ogni singolo
scrittore, nella sua pi o meno vasta e raffinata dottrina: in tale solu-
zione cui lo avviava la stessa congiuntura storica, il Poliziano scopr
al tempo stesso la propria vocazione estetica di ricercatore di rare e
squisite sostanze.
   La controparte di questa tendenza all'immissione delle parole rare
 la negligenza di costruire un tessuto letterario omogeneo (di esso
c' solo qualche accenno, ad es. nella fitta rete di metafore petrarche-
sche in quei luoghi dove la materia amorosa predomina: prime tracce
d'una koin poetica basata sul Petrarca rinvenibili fin dal '400); lati-
nismi pi o meno rari e voci di tradizione letteraria volgare punteggia-
no fittamente una trama lessicale che  in sostanza quella usuale, senza
una particolare sorveglianza. Su questo contesto di lessico usuale pu
spiccare qua e l qualche voce pi intensamente realistica (caso pi
chiaro: i pochi tecnicismi notati) che ha anche essa alla sua origine il
gusto del risalto; ma l'assenza di quel compiaciuto vagabondare per
zone di lingua popolare che molti poeti del '400 e il Poliziano stesso
delle Ballatette si permettevano, per amor di bizzarria o di gioconda
scherzosit, nelle loro composizioni volgari, ci avverte anche qui,
come nel settore fono-morfologico, che il poeta delle Stanze  con-
sapevole della esclusione di certi piani linguistici che l'uso d'una lin-
gua letteraria comporta, e che si sottopone volontariamente a tale
disciplina.
   Lo stesso stadio di coscienza letteraria si riscontra del resto nelle
opere di altri poeti tra i pi rappresentativi della cerchia di Lorenzo il
Magnifico, ad es. il Benivieni o Lorenzo stesso nella cui vasta produ-
zione, dalle Rime alle Selve all'Uccellagione,  riconoscibile la stessa
ricchezza, ma anche la stessa sorveglianza della gamma tonale e lin-
guistica. Riprendendo il discorso, diremo che tale coscienza nei suoi
elementi fondamentali non  diversa da quella che avr tra qualche
decennio P. Bembo: solo che l'ideale di lingua letteraria formulato
con grande chiarezza ma non senza qualche rigidit dal dotto venezia-
no, si fondava proprio su una distinzione dal piano linguistico usua-
le, mentre la sua indole di acuto e scrupoloso riformatore mal lo di-
sponeva ad apprezzare tentativi di restaurazione linguistica che pog-
giassero prevalentemente sulle qualit individuali dello scrittore, evi-
tando una soluzione organica pregiudiziale di tutti i problemi ad essa
connessi. Ed  per questo che a lui e ai suoi seguaci, gelosi cultori della
classicit trecentesca, la struttura fono-morfologica delle opere vol-
gari del Poliziano o di Lorenzo doveva apparire troppo vicina al  vol-
gar uso tetro  del fiorentino parlato (non a caso Tizzone Gaetano
da Pofi, due anni dopo la pubblicazione delle Prose, tenter di ren-
dere pi  bembesca  quella delle Stanze), la loro variet e ricchezza
lessicale doveva piuttosto apparire disorganicit e ibridismo.

GHINO GHINASSI:
Da Il volgare letterario nel Quattrocento e le  Stanze  del Poli-
ziano, Firenze, Le Monnier, 1957, pp. 144-145.


