Dante Alighieri, Rime
1I



DANTE ALIGHIERI A DANTE DA MAIANO

Savete giudicar vostra ragione,
o om che pregio di saver portate
per che, vitando aver con voi quistione
com so rispondo a le parole ornate.
Disio verace, u' rado fin si pone,
che mosse di valore o di bieltate,
imagina l'amica oppinione
significasse il don che pria narrate.
Lo vestimento, aggiate vera spene
che fia, da lei cui desiate, amore
e 'n ci provide vostro spirto bene:
dico, pensando l'ovra sua d'allore.
La figura che gi morta sorvene
 la fermezza ch'aver nel core.

Dante Alighieri, Rime
2II



DANTE ALIGHIERI A DANTE DA MAIANO

Qual che voi siate, amico, vostro manto
di scienza parmi tal che non  gioco;
s che, per non saver, d'ira mi coco,
non che laudarvi sodisfarvi tanto.
Sacciate ben (ch'io mi conosco alquanto)
che di saver ver' voi ho men d'un moco,
n per via saggia come voi non voco,
cos parete saggio in ciascun canto.
Poi piacevi saver lo meo coraggio,
e io 'l vi mostro di menzogna fore,
s come quei ch'a saggio  'l suo parlare:
certanamente a mia coscienza pare,
chi non  amato, s'elli  amadore
che 'n cor porti dolor senza paraggio.

Dante Alighieri, Rime
3III



DANTE ALIGHIERI A DANTE DA MAIANO

Non canoscendo, amico, vostro nomo,
donde che mova chi con meco parla,
conosco ben che scienz' di gran nomo,
s che di quanti saccio nessun par l':
ch si p ben canoscere d'un omo,
ragionando, se ha senno, che ben par l;
conven poi voi laudar sanza far nomo,
 forte a lingua mia di ci com parla.
Amico (certo sonde, acci ch'amato
per amore aggio), sacci ben, chi ama,
se non  amato, lo maggior dol porta;
ch tal dolor ten sotto suo camato
tutti altri, e capo di ciascun si chiama:
da ci ven quanta pena Amore porta.

Dante Alighieri, Rime
4IV



DANTE ALIGHIERI A DANTE DA MAIANO

Savere e cortesia, ingegno ed arte,
nobilitate, bellezza e riccore,
fortezza e umiltate e largo core,
prodezza ed eccellenza, giunte e sparte,
este grazie e vertuti in onne parte
con lo piacer di lor vincono Amore:
una pi ch'altra ben ha pi valore
inverso lui, ma ciascuna n'ha parte.
Onde se voli, amico, che ti vaglia
vertute naturale od accidente,
con lealt in piacer d'Amor l'adovra,
e non a contastar sua graziosa ovra:
ch nulla cosa gli  incontro possente,
volendo prender om con lui battaglia.

Dante Alighieri, Rime
5V



Se Lippo amico se' tu che mi leggi,
davanti che proveggi
a le parole che dir ti prometto,
da parte di colui che mi t'ha scritto
in tua balia mi metto
e recoti salute quali eleggi.
Per tuo onor audir prego mi deggi
e con l'udir richeggi
ad ascoltar la mente e lo 'ntelletto:
io che m'appello umile sonetto,
davanti al tuo cospetto
vegno, perch al non caler non feggi.
Lo qual ti guido esta pulcella nuda,
che ven di dietro a me s vergognosa
ch'a torto gir non osa,
perch'ella non ha vesta in che si chiuda;
e priego il gentil cor che 'n te riposa
che la rivesta e tegnala per druda,
s che sia conosciuda
e possa andar l 'vunque  disiosa.

Dante Alighieri, Rime
6VI



Lo meo servente core
vi raccomandi Amor, che vi l'ha dato,
e Merz d'altro lato
di me vi rechi alcuna rimembranza;
ch, del vostro valore
avanti ch'io mi sia guari allungato,
mi tien gi confortato
di ritornar la mia dolce speranza.
Deo, quanto fie poca addimoranza,
secondo il mio parvente:
ch mi volge sovente
la mente per mirar vostra sembianza;
per che ne lo meo gire e addimorando,
gentil mia donna, a voi mi raccomando.

Dante Alighieri, Rime
7VII



La dispietata mente, che pur mira
di retro al tempo che se n' andato,
da l'un de' lati mi combatte il core;
e 'l disio amoroso, che mi tira
ver' lo dolce paese c'ho lasciato,
d'altra part' con la forza d'Amore;
n dentro i' sento tanto di valore
che lungiamente i' possa far difesa,
gentil madonna, se da voi non vene:
per, se a voi convene
ad iscampo di lui mai fare impresa,
piacciavi di mandar vostra salute,
che sia conforto de la sua virtute.
Piacciavi, donna mia, non venir meno
a questo punto al cor che tanto v'ama,
poi sol da voi lo suo soccorso attende;
ch buon signor gi non ristringe freno
per soccorrer lo servo quando 'l chiama
ch non pur lui, ma suo onor difende.
E certo la sua doglia pi m'incende,
quand'i' mi penso ben, donna, che vui
per man d'Amor l entro pinta sete:
cos e voi dovete
vie maggiormente aver cura di lui;
ch Que' da cui convien che 'l ben s'appari,
per l'imagine sua ne tien pi cari.
Se dir voleste, dolce mia speranza,
di dare indugio a quel ch'io vi domando,
sacciate che l'attender io non posso;
ch'i' sono al fine de la mia possanza.
E ci conoscer voi dovete, quando
l'ultima speme a cercar mi son mosso;
ch tutti incarchi sostenere a dosso
de' l'uomo infin al peso ch' mortale,
prima che 'l suo maggiore amico provi,
poi non sa qual lo trovi:
e s'elli avven che li risponda male,
cosa non  che costi tanto cara,
ch morte n'ha pi tosto e pi amara.
E voi pur sete quella ch'io pi amo,
e che far mi potete maggior dono,
e 'n cui la mia speranza pi riposa;
ch sol per voi servir la vita bramo,
e quelle cose che a voi onor sono
dimando e voglio: ogni altra m' noiosa.
Dar mi potete ci ch'altri non m'osa,
ch 'l s e 'l no di me in vostra mano
ha posto Amore; ond'io grande mi tegno.
La fede ch'eo v'assegno
muove dal portamento vostro umano;
ch ciascun che vi mira, in veritate
di fuor conosce che dentro  pietate.
Dunque vostra salute omai si mova,
e vegna dentro al cor, che lei aspetta,
gentil madonna, come avete inteso:
ma sappia che l'entrar di lui si trova
serrato forte da quella saetta
ch'Amor lanci lo giorno ch'i' fui preso;
per che l'entrare a tutt'altri  conteso,
fuor ch'a' messi d'Amor, ch'aprir lo sanno
per volont de la vert che 'l serra:
onde ne la mia guerra
la sua venuta mi sarebbe danno,
sed ella fosse sanza compagnia
de' messi del signor che m'ha in balia.
Canzone, il tuo cammin vuol esser corto;
ch tu sai ben che poco tempo omai
puote aver luogo quel per che tu vai.

Dante Alighieri, Rime
8VIII



Non mi poriano gi mai fare ammenda
del lor gran fallo gli occhi miei, sed elli
non s'accecasser, poi la Garisenda
torre miraro co' risguardi belli,
e non conobber quella (mal lor prenda)
ch' la maggior de la qual si favelli:
per ciascun di lor voi' che m'intenda
che gi mai pace non far con elli;
poi tanto furo, che ci che sentire
doveano a ragion senza veduta,
non conobber vedendo; onde dolenti
son li miei spirti per lo lor fallire,
e dico ben, se 'l voler non mi muta,
ch'eo stesso li uccidr, que' scanoscenti.

Dante Alighieri, Rime
9IX



Guido, i' vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento,
e messi in un vasel ch'ad ogni vento
per mare andasse al voler vostro e mio,
s che fortuna od altro tempo rio
non ci potesse dare impedimento,
anzi, vivendo sempre in un talento,
di stare insieme crescesse 'l disio.
E monna Vanna e monna Lagia poi
con quella ch' sul numer de le trenta
con noi ponesse il buono incantatore:
e quivi ragionar sempre d'amore,
e ciascuna di lor fosse contenta,
s come i' credo che saremmo noi.

Dante Alighieri, Rime
10X



Per una ghirlandetta
ch'io vidi, mi far
sospirare ogni fiore.
I' vidi a voi, donna, portare
ghirlandetta di fior gentile,
e sovr'a lei vidi volare
un angiolel d'amore umile;
e 'n suo cantar sottile
dicea: "Chi mi vedr
lauder 'l mio signore".
Se io sar l dove sia
Fioretta mia bella a sentire,
allor dir la donna mia
che port'in testa i miei sospire.
Ma per crescer disire
mia donna verr
coronata da Amore.
Le parolette mie novelle,
che di fiori fatto han ballata,
per leggiadria ci hanno tolt'elle
una vesta ch'altrui fu data:
per siate pregata,
qual uom la canter,
che li facciate onore.

Dante Alighieri, Rime
11XI



Madonna, quel signor che voi portate
ne gli occhi, tal che vince ogni possanza,
mi dona sicuranza
che voi sarete amica di pietate,
per che l dov'ei fa dimoranza
ed ha in compagnia molta beltate,
tragge tutta bontate
a s, come principio c'ha possanza;
ond'io conforto sempre mia speranza,
la qual  stata tanto combattuta
che sarebbe perduta,
se non fosse che Amore
contro ogni avversit le d valore
con la sua vista e con la rimembranza
del dolce loco e del soave fiore
che di novo colore
cerchi la mente mia,
merz di vostra grande cortesia.

Dante Alighieri, Rime
12XII



Deh, Violetta, che in ombra d'Amore
ne gli occhi miei s subito apparisti,
aggi piet del cor che tu feristi,
che spera in te e disiando more.
Tu, Violetta, in forma pi che umana,
foco mettesti dentro in la mia mente
col tuo piacer ch'io vidi;
poi con atto di spirito cocente
creasti speme, che in parte mi sana
l dove tu mi ridi.
Deh, non guardare perch a lei mi fidi,
ma drizza li occhi al gran disio che m'arde,
ch mille donne gi per esser tarde
sentiron pena de l'altrui dolore.

Dante Alighieri, Rime
13XIII



Volgete li occhi a veder chi mi tira,
per ch'i' non posso pi venir con vui,
e onoratel, ch questi  colui
che per le gentil donne altrui martira.
La sua vertute, ch'ancide sanz'ira,
pregatel che mi laghi venir pui,
ed io vi dico, de li modi sui
cotanto intende quanto l'om sospira:
ch'elli m' giunto fero ne la mente,
e pingevi una donna s gentile
che tutto mio valore a' pi le corre;
e fammi udire una voce sottile
che dice: "Dunque vuo' tu per neente
a li occhi tuoi s bella donna trre?"

Dante Alighieri, Rime
14XIV



Deh, ragioniamo insieme un poco, Amore,
e tra'mi d'ira, che mi fa pensare;
e se vuol l'un de l'altro dilettare,
trattiam di nostra donna omai, signore.
Certo il viaggio ne parr minore
prendendo un cos dolze tranquillare,
e gi mi par gioioso il ritornare,
audendo dire e dir di suo valore.
Or incomincia, Amor, ch si convene,
e moviti a far ci ch' la cagione
che ti dichini a farmi compagnia,
o vuol merzede o vuol tua cortesia;
ch la mia mente il mio penser dipone,
cotal disio de l'ascoltar mi vene.

Dante Alighieri, Rime
15XV



Sonar bracchetti, e cacciatori aizzare,
lepri levare, ed isgridar le genti,
e di guinzagli uscir veltri correnti,
per belle piagge volgere e imboccare
assai credo che deggia dilettare
libero core e van d'intendimenti.
Ed io, fra gli amorosi pensamenti,
d'uno sono schernito in tale affare;
e dicemi esto motto per usanza:
"Or ecco leggiadria di gentil core,
per una s selvaggia dilettanza
lasciar le donne e lor gaia sembianza".
Allor, temendo non che senta Amore,
prendo vergogna, onde mi ven pesanza.

Dante Alighieri, Rime
16XVI



Com pi vi fere Amor co' suoi vincastri,
pi li vi fate in ubidirlo presto,
ch'altro consiglio, ben lo vi protesto,
non vi si pu gi dar: chi vuol, l'incastri.
Poi, quando fie stagion, coi dolci impiastri
far stornarvi ogni tormento agresto,
ch 'l mal d'Amor non  pesante il sesto
ver' ch' dolce lo ben. Dunque ormai lastri
vostro cor lo cammin per seguitare
lo suo sommo poder, se v'ha s punto
come dimostra 'l vostro buon trovare;
e non vi disviate da lui punto,
ch'elli sol pu tutt'allegrezza dare
e' suoi serventi meritare a punto.

Dante Alighieri, Rime
17XVII



Sonetto, se Meuccio t' mostrato,
cos tosto 'l saluta come 'l vedi,
e va' correndo e gittaliti a' piedi,
s che tu paie bene accostumato.
E quando se' con lui un poco stato,
anche 'l risalutrai, non ti ricredi;
e poscia a l'ambasciata tua procedi,
ma fa' che 'l tragghe prima da un lato;
e di': "Meuccio, que' che t'ama assai
de le sue gioie pi care ti manda,
per accontarsi al tu' coraggio bono".
Ma fa' che prenda per lo primo dono
questi tuo' frati, e a lor s comanda
che stean con lui e qua non tornin mai.

Dante Alighieri, Rime
18XVIII



De gli occhi de la mia donna si move
un lume s gentil che, dove appare,
si veggion cose ch'uom non p ritrare
per loro altezza e per lor esser nove:
e de' suoi razzi sovra 'l meo cor piove
tanta paura che mi fa tremare
e dicer: "Qui non voglio mai tornare";
ma poscia perdo tutte le mie prove:
e tornomi col dov'io son vinto,
riconfortando gli occhi paurusi,
che sentir prima questo gran valore.
Quando son giunto, lasso, ed e' son chiusi;
lo disio che li mena quivi  stinto:
per proveggia a lo mio stato Amore.

Dante Alighieri, Rime
19XIX



Ne le man vostre, gentil donna mia,
raccomando lo spirito che more:
e' se ne va s dolente ch'Amore
lo mira con piet, che 'l manda via.
Voi lo legaste a la sua signoria,
s che non ebbe poi alcun valore
di poter lui chiamar se non: "Signore,
qualunque vuoi di me, quel vo' che sia".
Io so che a voi ogni torto dispiace:
per la morte, che non ho servita,
molto pi m'entra ne lo core amara.
Gentil mia donna, mentre ho de la vita,
per tal ch'io mora consolato in pace,
vi piaccia agli occhi miei non esser cara.

Dante Alighieri, Rime
20XX



E' m'incresce di me s duramente
ch'altrettanto di doglia
mi reca la piet quanto 'l martiro,
lasso, per che dolorosamente
sento contro mia voglia
raccoglier l'aire del sezza' sospiro
entro 'n quel cor che i belli occhi feriro
quando li aperse Amor con le sue mani
per conducermi al tempo che mi sface.
Oim, quanto piani,
soavi e dolci ver' me si levaro,
quand'elli incominciaro
la morte mia, che tanto mi dispiace,
dicendo: "Nostro lume porta pace".
"Noi darem pace al core, a voi diletto",
diceano a li occhi miei
quei de la bella donna alcuna volta;
ma poi che sepper di loro intelletto
che per forza di lei
m'era la mente gi ben tutta tolta,
con le insegne d'Amor dieder la volta,
s che la lor vittoriosa vista
poi non si vide pur una fiata:
ond' rimasa trista
l'anima mia che n'attendea conforto,
e ora quasi morto
vede lo core a cui era sposata,
e partir la convene innamorata.
Innamorata se ne va piangendo
fora di questa vita
la sconsolata, ch la caccia Amore.
Ella si move quinci s dolendo
ch'anzi la sua partita
l'ascolta con pietate il suo fattore.
Ristretta s' entro il mezzo del core
con quella vita che rimane spenta
solo in quel punto ch'ella si va via;
e ivi si lamenta
d'Amor, che fuor d'esto mondo la caccia;
e spessamente abbraccia
li spiriti che piangon tuttavia,
per che perdon la lor compagnia.
L'imagine di questa donna siede
su ne la mente ancora,
l 've la pose quei che fu sua guida
e non le pesa del mal ch'ella vede,
anzi vie pi bella ora
che mai e vie pi lieta par che rida;
e alza li occhi micidiali, e grida
sopra colei che piange il suo partire.
"Vanne, misera, fuor, vattene omai".
Questo grida il desire
che mi combatte cos come sole,
avvegna che men dole,
per che 'l mio sentire  meno assai
ed  pi presso al terminar de' guai.
Lo giorno che costei nel mondo venne,
secondo che si trova
nel libro de la mente che vien meno,
la mia persona pargola sostenne
una passion nova,
tal ch'io rimasi di paura pieno;
ch'a tutte mie virt fu posto un freno
subitamente, s ch'io caddi in terra,
per una luce che nel cuor percosse:
e se 'l libro non erra,
lo spirito maggior trem s forte
che parve ben che morte
per lui in questo mondo giunta fosse:
ma or ne incresce a quei che questo mosse.
Quando m'apparve poi la gran biltate
che s mi fa dolere,
donne gentili a cu' i' ho parlato,
quella virt che ha pi nobilitate,
mirando nel piacere,
s'accorse ben che 'l suo male era nato;
e conobbe 'l disio ch'era creato
per lo mirare intento ch'ella fece;
s che piangendo disse a l'altre poi:
"Qui giugner, in vece
d'una ch'io vidi, la bella figura,
che gi mi fa paura;
che sar donna sopra tutte noi,
tosto che fia piacer de li occhi suoi".
Io ho parlato a voi, giovani donne,
che avete li occhi di bellezze ornati
e la mente d'amor vinta e pensosa,
perch raccomandati
vi sian li detti miei ovunque sono:
e 'nnanzi a voi perdono
la morte mia a quella bella cosa
che me n'ha colpa e mai non fu pietosa.

Dante Alighieri, Rime
21XXI



Lo doloroso amor che mi conduce
a fin di morte per piacer di quella
che lo mio cor solea tener gioioso,
m'ha tolto e toglie ciascun d la luce
che avean li occhi miei di tale stella
che non credea di lei mai star doglioso:
e 'l colpo suo, c'ho portato nascoso,
omai si scopre per soverchia pena,
la qual nasce del foco
che m'ha tratto di gioco,
s ch'altro mai che male io non aspetto;
e 'l viver mio (omai esser de' poco)
fin a la morte mia sospira e dice:
"Per quella moro c'ha nome Beatrice".
Quel dolce nome, che mi fa il cor agro,
tutte fiate ch'i' lo vedr scritto
mi far nuovo ogni dolor ch'io sento;
e de la doglia diverr s magro
de la persona, e 'l viso tanto afflitto,
che qual mi veder n'avr pavento.
E allor non trarr s poco vento
che non mi meni, s ch'io cadr freddo;
e per tal verr morto,
e 'l dolor sar scorto
con l'anima che sen gir s trista;
e sempre mai con lei star ricolto,
ricordando la gio' del dolce viso,
a che niente par lo paradiso.
Pensando a quel che d'Amore ho provato,
l'anima mia non chiede altro diletto,
n il penar non cura il quale attende;
ch, poi che 'l corpo sar consumato,
se n'ander l'amor che m'ha s stretto
con lei a Quel ch'ogni ragione intende;
e se del suo peccar pace no i rende,
partirassi col tormentar ch' degna,
s che non ne paventa;
e star tanto attenta
d'imaginar colei per cui s' mossa,
che nulla pena avr ched ella senta;
s che, se 'n questo mondo l'ho perduto,
Amor ne l'altro men dar trebuto.
Morte, che fai piacere a questa donna,
per piet, innanzi che tu mi discigli,
va' da lei, fatti dire
perch m'avvien che la luce di quigli
che mi fan tristo, mi sia cos tolta:
se per altrui ella fosse ricolta,
falmi sentire, e trarra'mi d'errore,
e assai finir con men dolore.

Dante Alighieri, Rime
22XXII



Di donne io vidi una gentile schiera
questo Ognissanti prossimo passato,
e una ne venia quasi imprimiera,
veggendosi l'Amor dal destro lato.
De gli occhi suoi gittava una lumera,
la qual parea un spirito infiammato;
e i' ebbi tanto ardir ch'in la sua cera
guarda', e vidi un angiol figurato.
A chi era degno donava salute
co gli atti suoi quella benigna e piana,
e 'mpiva 'l core a ciascun di vertute.
Credo che de lo ciel fosse soprana,
e venne in terra per nostra salute:
l 'nd' beata chi l' prossimana.

Dante Alighieri, Rime
23XXIII



Onde venite voi cos pensose?
Ditemel, s'a voi piace, in cortesia,
ch'i' ho dottanza che la donna mia
non vi faccia tornar cos dogliose.
Deh, gentil donne, non siate sdegnose,
n di ristare alquanto in questa via
e dire al doloroso che disia
udir de la sua donna alquante cose;
avvegna che gravoso m' l'udire:
s m'ha in tutto Amor da s scacciato
ch'ogni suo atto mi trae a ferire.
Guardate bene s'i' son consumato,
ch'ogni mio spirto comincia a fuggire,
se da voi, donne, non son confortato.

Dante Alighieri, Rime
24XXIV



"Voi, donne, che pietoso atto mostrate,
chi  esta donna che giace s venta?
sarebbe quella ch' nel mio cor penta?
Deh, s'ella  dessa, pi non mel celate.
Ben ha le sue sembianze s cambiate,
e la figura sua mi par s spenta,
ch'al mio parere ella non rappresenta
quella che fa parer l'altre beate".
"Se nostra donna conoscer non pi,
ch' s conquisa, non mi par gran fatto,
per che quel medesmo avvenne a noi.
Ma se tu mirerai il gentil atto
de li occhi suoi, conosceraila poi:
non pianger pi , tu se' gi tutto sfatto".

Dante Alighieri, Rime
25XXV



Un d si venne a me Malinconia
e disse: "Io voglio un poco stare teco";
e parve a me ch'ella menasse seco
Dolore e Ira per sua compagnia.
E io le dissi: "Partiti, va' via";
ed ella mi rispose come un greco:
e ragionando a grande agio meco,
guardai e vidi Amore, che venia
vestito di novo d'un drappo nero,
e nel suo capo portava un cappello;
e certo lacrimava pur di vero.
Ed eo li dissi: "Che hai, cattivello?"
Ed el rispose: "Eo ho guai e pensero
ch nostra donna mor, dolce fratello".

Dante Alighieri, Rime
26XXVI



DANTE A FORESE

Chi udisse tossir la malfatata
moglie di Bicci vocato Forese,
potrebbe dir ch'ell'ha forse vernata
ove si fa 'l cristallo, in quel paese.
Di mezzo agosto la truovi infreddata:
or sappi che de' far d'ogni altro mese...;
e non le val perch dorma calzata,
merz del copertoio c'ha cortonese.
La tosse, 'l freddo e l'altra mala voglia
no l'addovien per omor' ch'abbia vecchi,
ma per difetto ch'ella sente al nido.
Piange la madre, c'ha pi d'una doglia,
dicendo: "Lassa, che per fichi secchi
messa l'avre' 'n casa del conte Guido".

Dante Alighieri, Rime
27XXVII



DANTE A FORESE

Ben ti faranno il nodo Salamone,
Bicci novello, e' petti de le starne,
ma peggio fia la lonza del castrone,
ch 'l cuoio far vendetta de la carne;
tal che starai pi presso a San Simone,
se tu non ti procacci de l'andarne:
e 'ntendi che 'l fuggire el mal boccone
sarebbe oramai tardi a ricomprarne.
Ma ben m' detto che tu sai un'arte
che, s'egli  vero, tu ti puoi rifare,
per ch'ell' di molto gran guadagno;
e fa s, a tempo, che tema di carte
non hai, che ti bisogni scioperare;
ma ben ne colse male a' fi' di Stagno.

Dante Alighieri, Rime
28XXVIII



DANTE A FORESE

Bicci novel, figliuol di non so cui
(s'i' non ne domandasse monna Tessa),
gi per la gola tanta roba hai messa
ch'a forza ti convien trre l'altrui.
E gi la gente si guarda da lui,
chi ha borsa a lato, l dov'e' s'appressa
dicendo: "Questi c'ha la faccia fessa,
 piuvico ladron negli atti sui".
E tal giace per lui nel letto tristo,
per tema non sia preso a lo 'mbolare,
che gli appartien quanto Giosepp'a Cristo.
Di Bicci e de' fratei posso contare
che, per lo sangue lor, del malacquisto
sanno a lor donne buon' cognati stare.

Dante Alighieri, Rime
29XXIX



Voi che savete ragionar d'Amore,
udite la ballata mia pietosa,
che parla d'una donna disdegnosa,
la qual m'ha tolto il cor per suo valore.
Tanto disdegna qualunque la mira,
che fa chinare gli occhi di paura,
per che intorno a' suoi sempre si gira
d'ogni crudelitate una pintura;
ma dentro portan la dolze figura
ch'a l'anima gentil fa dir: "Merzede",
s vertuosa che, quando si vede,
trae li sospiri altrui fora del core.
Par ch'ella dica: "Io non sar umile
verso d'alcun che ne li occhi mi guardi,
ch'io ci porto entro quel segnor gentile
che m'ha fatto sentir de li suoi dardi".
E certo i' credo che cos li guardi
per vederli per s quando le piace,
a quella guisa retta donna face
quando si mira per volere onore.
Io non ispero che mai per pietate
degnasse di guardare un poco altrui,
cos  fera donna in sua bieltate
questa che sente Amor ne gli occhi sui.
Ma quanto vuol nasconda e guardi lui,
ch'io non veggia talor tanta salute;
per che i miei disiri avran vertute
contra 'l disdegno che mi d tremore.

Dante Alighieri, Rime
30XXX



Poscia ch'Amor del tutto m'ha lasciato,
non per mio grato,
ch stato non avea tanto gioioso,
ma per che pietoso
fu tanto del meo core
che non sofferse d'ascoltar suo pianto;
i' canter cos disamorato
contra 'l peccato,
ch' nato in noi, di chiamare a ritroso
tal ch' vile e noioso
con nome di valore
cio di leggiadria, ch' bella tanto
che fa degno di manto
imperial colui dov'ella regna:
ell' verace insegna
la qual dimostra u' la vert dimora
per ch'io son certo, se ben la difendo
nel dir com'io la 'ntendo,
ch'Amor di s mi far grazia ancora.
Sono che per gittar via loro avere
credon potere
capere l dove li boni stanno,
che dopo morte fanno
riparo ne la mente
a quei cotanti c'hanno canoscenza.
Ma lor messione a' bon' non p piacere,
perch tenere
savere fora, e fuggiriano il danno,
che si aggiugne a lo 'nganno
di loro e de la gente
c'hanno falso iudicio in lor sentenza.
Qual non dir fallenza
divorar cibo ed a lussuria intendere?
ornarsi, come vendere
si dovesse al mercato di non saggi?
ch 'l saggio non pregia om per vestimenta,
ch'altrui sono ornamenta,
ma pregia il senno e li genti coraggi.
E altri son che, per esser ridenti,
d'intendimenti
correnti voglion esser iudicati
da quei che so' ingannati
veggendo rider cosa
che lo 'ntelletto cieco non la vede.
E' parlan con vocaboli eccellenti;
vanno spiacenti,
contenti che da lunga sian mirati;
non sono innamorati
mai di donna amorosa;
ne' parlamenti lor tengono scede;
non moveriano il piede
per donneare a guisa di leggiadro,
ma, come al furto il ladro,
cos vanno a pigliar villan diletto;
e non per che 'n donne  s dispento
leggiadro portamento
che paiono animai sanza intelletto.
Ancor che ciel con cielo in punto sia
che leggiadria
disvia cotanto, e pi che quant'io conto,
io, che le sono conto
merz d'una gentile
che la mostrava in tutti gli atti sui,
non tacer di lei, ch villania
far mi parria
s ria ch'a' suoi nemici sarei giunto:
per che da questo punto
con rima pi sottile
tratter il ver di lei, ma non so cui.
Eo giuro per colui
ch'Amor si chiama ed  pien di salute,
che sanza ovrar vertute
nessun pote acquistar verace loda:
dunque, se questa mia matera  bona,
come ciascun ragiona,
sar vert o con vert s'annoda.
Non  pura vert la disviata,
poi ch' blasmata,
negata l 'v' pi vert richiesta,
cio in gente onesta
di vita spiritale
o in abito che di scienza tiene.
Dunque, s'ell' in cavalier lodata,
sar mischiata,
causata di pi cose; perch questa
conven che di s vesta
l'un bene e l'altro male,
ma vert pura in ciascuno sta bene.
Sollazzo  che convene
con esso Amore e l'opera perfetta:
da questo terzo retta
 vera leggiadria e in esser dura,
s come il sole al cui esser s'adduce
lo calore e la luce
con la perfetta sua bella figura.
Al gran pianeto  tutta simigliante
che, dal levante
avante infino a tanto che s'asconde,
co li bei raggi infonde
vita e vert qua giuso
ne la matera s com' disposta:
e questa, disdegnosa di cotante
persone, quante
sembiante portan d'omo, e non responde
il lor frutto a le fronde
per lo mal c'hanno in uso,
simili beni al cor gentile accosta;
ch 'n donar vita  tosta
co' bei sembianti e co' begli atti novi
ch'ognora par che trovi,
e vert per essemplo a chi lei piglia.
Oh falsi cavalier', malvagi e rei,
nemici di costei
ch'al prenze de le stelle s'assimiglia.
Dona e riceve l'om cui questa vole,
mai non sen dole;
n 'l sole per donar luce a le stelle,
n per prender da elle
nel suo effetto aiuto;
ma l'uno e l'altro in ci diletto tragge.
Gi non s'induce a ira per parole,
ma quelle sole
ricole che son bone, e sue novelle
sono leggiadre e belle;
per s caro  tenuto
e disiato da persone sagge,
ch de l'altre selvagge
cotanto laude quanto biasmo prezza;
per nessuna grandezza
monta in orgoglio, ma quando gl'incontra
che sua franchezza li conven mostrare,
quivi si fa laudare.
Color che vivon fanno tutti contra.

Dante Alighieri, Rime
31XXXI



Parole mie che per lo mondo siete,
voi che nasceste poi ch'io cominciai
a dir per quella donna in cui errai:
"Voi che 'ntendendo il terzo ciel movete",
andatevene a lei, che la sapete,
chiamando s ch'ell'oda i vostri guai;
ditele: "Noi siam vostre, ed unquemai
pi che noi siamo non ci vederete".
Con lei non state, ch non v' Amore,
ma gite a torno in abito dolente
a guisa de le vostre antiche sore.
Quando trovate donna di valore,
gittatelevi a' piedi umilemente,
dicendo: "A voi dovem noi fare onore".

Dante Alighieri, Rime
32XXXII



O dolci rime che parlando andate
de la donna gentil che l'altre onora,
a voi verr, se non  giunto ancora,
un che direte: "Questi  nostro frate".
Io vi scongiuro che non l'ascoltiate,
per quel signor che le donne innamora,
ch ne la sua sentenzia non dimora
cosa che amica sia di veritate.
E se voi foste per le sue parole
mosse a venire inver' la donna vostra,
non v'arrestate, ma venite a lei.
Dite: "Madonna, la venuta nostra
 per raccomandarvi un che si dole,
dicendo: Ov' 'l disio de li occhi miei?"

Dante Alighieri, Rime
33XXXIII



Due donne in cima de la mente mia
venute sono a ragionar d'amore:
l'una ha in s cortesia e valore,
prudenza e onest in compagnia;
l'altra ha bellezza e vaga leggiadria,
adorna gentilezza le fa onore:
e io, merz del dolce mio signore,
mi sto a pi de la lor signoria.
Parlan Bellezza e Virt a l'intelletto
e fan quistion come un cor puote stare
intra due donne con amor perfetto.
Risponde il fonte del gentil parlare
ch'amar si pu bellezza per diletto
e puossi amar virt per operare.

Dante Alighieri, Rime
34XXXIV



"I' mi son pargoletta bella e nova,
che son venuta per mostrare altrui
de le bellezze del loco ond'io fui.
I' fui del cielo, e tornerovvi ancora
per dar de la mia luce altrui diletto;
e chi mi vede e non se ne innamora
d'amor non aver mai intelletto,
ch non mi fu in piacer alcun disdetto
quando Natura mi chiese a Colui
che volle, donne, accompagnarmi a vui.
Ciascuna stella ne li occhi mi piove
del lume suo e de la sua vertute;
le mie bellezze sono al mondo nove,
per che di l su mi son venute:
le quai non posson esser canosciute
se non da canoscenza d'omo in cui
Amor si metta per piacer altrui".
Queste parole si leggon nel viso
d'un'angioletta che ci  apparita;
e io, che per veder lei mirai fiso,
ne sono a rischio di perder la vita:
per ch'io ricevetti tal ferita
da un ch'io vidi dentro a li occhi sui,
ch'i' vo piangendo e non m'acchetai pui.

Dante Alighieri, Rime
35XXXV



Perch ti vedi giovinetta e bella,
tanto che svegli ne la mente Amore,
pres'hai orgoglio e durezza nel core.
Orgogliosa se' fatta e per me dura,
po' che d'ancider me, lasso, ti prove:
credo che 'l facci per esser sicura
se la vert d'Amore a morte move.
Ma perch preso pi ch'altro mi trove,
non hai respetto alcun del mi' dolore.
Possi tu spermentar lo suo valore.

Dante Alighieri, Rime
36XXXVI



Chi guarder gi mai sanza paura
ne li occhi d'esta bella pargoletta,
che m'hanno concio s che non s'aspetta
per me se non la morte, che m' dura?
Vedete quanto  forte mia ventura,
che fu tra l'altre la mia vita eletta
per dare essemplo altrui ch'uom non si metta
in rischio di mirar la sua figura.
Destinata mi fu questa finita,
da ch'un uom convenia esser disfatto,
perch'altri fosse di pericol tratto;
e per, lasso, fu'io cos ratto
in trarre a me 'l contrario de la vita
come vert di stella margherita.

Dante Alighieri, Rime
37XXXVII



Amor, che movi tua vert da cielo
come 'l sol lo splendore,
che l s'apprende pi lo suo valore
dove pi nobilt suo raggio trova;
e come el fuga oscuritate e gelo,
cos, alto segnore,
tu cacci la viltate altrui del core,
n ira contra te fa lunga prova:
da te conven che ciascun ben si mova
per lo qual si travaglia il mondo tutto;
sanza te  distrutto
quanto avemo in potenzia di ben fare,
come pintura in tenebrosa parte,
che non si pu mostrare
n dar diletto di color n d'arte.
Feremi ne lo cor sempre tua luce,
come raggio in la stella,
poi che l'anima mia fu fatta ancella
de la tua podest primeramente;
onde ha vita un disio che mi conduce
con sua dolce favella
in rimirar ciascuna cosa bella
con pi diletto quanto  pi piacente.
Per questo mio guardar m' ne la mente
una giovane entrata, che m'ha preso,
e hagli un foco acceso,
com'acqua per chiarezza fiamma accende;
perch nel suo venir li raggi tuoi,
con li quai mi risplende,
saliron tutti su ne gli occhi suoi.
Quanto  ne l'esser suo bella, e gentile
ne gli atti ed amorosa,
tanto lo imaginar, che non si posa,
l'adorna ne la mente ov'io la porto;
non che da se medesmo sia sottile
a cos alta cosa,
ma da la tua vertute ha quel ch'elli osa
oltre al poder che natura ci ha porto.
E sua belt del tuo valor conforto,
in quanto giudicar si puote effetto
sovra degno suggetto,
in guisa ched  'l sol segno di foco;
lo qual a lui non d n to' virtute,
ma fallo in altro loco
ne l'effetto parer di pi salute.
Dunque, segnor di s gentil natura
che questa nobiltate
che avven qua giuso e tutt'altra bontate
lieva principio de la tua altezza,
guarda la vita mia quanto ella  dura,
e prendine pietate,
ch lo tuo ardor per la costei bieltate
mi fa nel core aver troppa gravezza.
Falle sentire, Amor, per tua dolcezza,
il gran disio ch'i' ho di veder lei;
non soffrir che costei
per giovanezza mi conduca a morte:
ch non s'accorge ancor com'ella piace,
n quant'io l'amo forte,
n che ne li occhi porta la mia pace.
Onor ti sar grande se m'aiuti,
e a me ricco dono,
tanto quanto conosco ben ch'io sono
l 'v'io non posso difender mia vita:
ch gli spiriti miei son combattuti
da tal ch'io non ragiono,
se per tua volont non han perdono,
che possan guari star sanza finita.
Ed ancor tua potenzia fia sentita
da questa bella donna, che n' degna:
ch par che si convegna
di darle d'ogni ben gran compagnia,
com'a colei che fu nel mondo nata
per aver segnoria
sovra la mente d'ogni uom che la guata.

Dante Alighieri, Rime
38XXXVIII



Io sento s d'Amor la gran possanza
ch'io non posso durare
lungamente a soffrire, ond'io mi doglio:
per che 'l suo valor si pur avanza,
e 'l mio sento mancare
s ch'io son meno ognora ch'io non soglio.
Non dico ch'Amor faccia pi ch'io voglio,
ch, se facesse quanto il voler chiede,
quella vert che natura mi diede
non sosterria, per ch'ella  finita:
ma questo  quello ond'io prendo cordoglio,
che a la voglia il poder non terr fede;
e se di buon voler nasce merzede,
io l'addimando per aver pi vita
da li occhi che nel lor bello splendore
portan conforto ovunque io sento amore.
Entrano i raggi di questi occhi belli
ne' miei innamorati,
e portan dolce ovunque io sento amaro;
e sanno lo cammin, s come quelli
che gi vi son passati,
e sanno il loco dove Amor lasciaro
quando per li occhi miei dentro il menaro:
per che merz, volgendosi, a me fanno,
e di colei cui son procaccian danno
celandosi da me, poi tanto l'amo
che sol per lei servir mi tegno caro.
E' miei pensier', che pur d'amor si fanno,
come a lor segno, al suo servigio vanno:
per che l'adoperar s forte bramo
che, s'io 'l credesse far fuggendo lei,
lieve saria; ma so ch'io ne morrei.
Ben  verace amor quel che m'ha preso,
e ben mi stringe forte,
quand'io farei quel ch'io dico per lui:
ch nullo amore  di cotanto peso
quanto  quel che la morte
face piacer, per ben servire altrui.
E io 'n cotal voler fermato fui
s tosto come il gran disio ch'io sento
fu nato per vert del piacimento
che nel bel viso d'ogni bel s'accoglie.
Io son servente, e quando penso a cui
qual ch'ella sia, di tutto son contento,
ch l'uom pu ben servir contra talento;
e se merz giovanezza mi toglie,
io spero tempo che pi ragion prenda,
pur che la vita tanto si difenda.
Quand'io penso un gentil disio, ch' nato
del gran disio ch'io porto,
ch'a ben far tira tutto il mio podere,
parmi esser di merzede oltrapagato;
e anche pi ch'a torto
mi par di servidor nome tenere:
cos dinanzi a li occhi del piacere
si fa 'l servir merz d'altrui bontate.
Ma poi ch'io mi ristringo a veritate,
convien che tal disio servigio conti:
per che, s'io procaccio di valere,
non penso tanto a mia proprietate
quanto a colei che m'ha in sua podestate,
ch 'l fo perch sua cosa in pregio monti;
e io son tutto suo: cos mi tegno,
ch'Amor di tanto onor m'ha fatto degno.
Altri ch'Amor non mi potea far tale
ch'eo fosse degnamente
cosa di quella che non s'innamora,
ma stassi come donna a cui non cale
de l'amorosa mente
che sanza lei non pu passare un'ora.
Io non la vidi tante volte ancora
ch'io non trovasse in lei nova bellezza;
onde Amor cresce in me la sua grandezza
tanto quanto il piacer novo s'aggiugne.
Ond'elli avven che tanto fo dimora
in uno stato, e tanto Amor m'avvezza
con un martiro e con una dolcezza,
quanto  quel tempo che spesso mi pugne,
che dura da ch'io perdo la sua vista
infino al tempo ch'ella si racquista.
Canzon mia bella, se tu mi somigli,
tu non sarai sdegnosa
tanto quanto a la sua bont s'avvene:
per ti prego che tu t'assottigli,
dolce mia amorosa,
in prender modo e via che ti stea bene.
Se cavalier t'invita o ti ritene,
imprima che nel suo piacer ti metta,
espia, se far lo puoi, de la sua setta,
se vuoi saver qual  la sua persona:
ch 'l buon col buon sempre camera tene.
Ma elli avven che spesso altri si getta
in compagnia che non  che disdetta
di mala fama ch'altri di lui suona:
con rei non star n a cerchio n ad arte,
ch non fu mai saver tener lor parte.
Canzone, a' tre men rei di nostra terra
te n'anderai prima che vadi altrove:
li due saluta, e 'l terzo vo' che prove
di trarlo fuor di mala setta in pria.
Digli che 'l buon col buon non prende guerra,
prima che co' malvagi vincer prove;
digli ch' folle chi non si rimove
per tema di vergogna da follia:
ch que' la teme c'ha del mal paura
perch, fuggendo l'un, l'altro assicura.

Dante Alighieri, Rime
39XXXIX



DANTE ALL'IGNOTO

Io Dante a te, che m'hai cos chiamato,
rispondo brieve con poco pensare,
per che pi non posso soprastare,
tanto m'ha 'l tuo pensier forte affannato.
Ma ben vorrei saper dove e in qual lato
ti richiamasti, per me ricordare:
forse che per mia lettera mandare
saresti d'ogni colpo risanato.
Ma s'ella  donna che porti anco vetta,
s 'n ogni parte mi pare esser fiso
ch'ella verr a farti gran disdetta.
Secondo detto m'hai ora, m'avviso
che ella  d'ogni peccato netta
come angelo che stia in paradiso.

Dante Alighieri, Rime
40XL



DANTE A CINO

I' ho veduto gi senza radice
legno ch' per omor tanto gagliardo
che que' che vide nel fiume lombardo
cader suo figlio, fronde fuor n'elice;
ma frutto no, per che 'l contradice
natura, ch'al difetto fa riguardo,
perch conosce che saria bugiardo
sapor non fatto da vera notrice.
Giovane donna a cotal guisa verde
talor per gli occhi s a dentro  gita
che tardi poi  stata la partita.
Periglio  grande in donna s vestita:
per l'affronto de la gente verde
parmi che la tua caccia non seguer de'.

Dante Alighieri, Rime
41XLI



DANTE A CINO

Perch'io non trovo chi meco ragioni
del signor a cui siete voi ed io,
conviemmi sodisfare al gran disio
ch'i' ho di dire i pensamenti boni.
Null'altra cosa appo voi m'accagioni
del lungo e del noioso tacer mio
se non il loco ov'i' son, ch' s rio
che 'l ben non trova chi albergo li doni.
Donna non ci ha ch'Amor le venga al volto,
n omo ancora che per lui sospiri;
e chi 'l facesse, qua sarebbe stolto.
Oh, messer Cin, come 'l tempo  rivolto
a danno nostro e de li nostri diri,
da po' che 'l ben  s poco ricolto.

Dante Alighieri, Rime
42XLII



Messer Brunetto, questa pulzelletta
con esso voi si ven la pasqua a fare:
non intendete pasqua di mangiare,
ch'ella non mangia, anzi vuol esser letta.
La sua sentenzia non richiede fretta
n luogo di romor n da giullare;
anzi si vuol pi volte lusingare
prima che 'n intelletto altrui si metta.
Se voi non la intendete in questa guisa,
in vostra gente ha molti frati Alberti
da intender ci ch' posto loro in mano.
Con lor vi restringete sanza risa;
e se li altri de' dubb non son certi,
ricorrete a la fine a messer Giano.

Dante Alighieri, Rime
43XLIII



Io son venuto al punto de la rota
che l'orizzonte, quando il sol si corca,
ci partorisce il geminato cielo,
e la stella d'amor ci sta remota
per lo raggio lucente che la 'nforca
s di traverso che le si fa velo;
e quel pianeta che conforta il gelo
si mostra tutto a noi per lo grand'arco
nel qual ciascun di sette fa poca ombra:
e per non disgombra
un sol penser d'amore, ond'io son carco,
la mente mia, ch' pi dura che petra
in tener forte imagine di petra.
Levasi de la rena d'Etiopia
lo vento peregrin che l'aere turba,
per la spera del sol ch'ora la scalda;
e passa il mare, onde conduce copia
di nebbia tal che, s'altro non la sturba,
questo emisperio chiude tutto e salda;
e poi si solve, e cade in bianca falda
di fredda neve ed in noiosa pioggia,
onde l'aere s'attrista tutto e piagne:
e Amor, che sue ragne
ritira in alto pel vento che poggia
non m'abbandona, s  bella donna
questa crudel che m' data per donna.
Fuggito  ogne augel che 'l caldo segue
del paese d'Europa, che non perde
le sette stelle gelide unquemai;
e li altri han posto a le lor voci triegue
per non sonarle infino al tempo verde,
se ci non fosse per cagion di guai;
e tutti li animali che son gai
di lor natura, son d'amor disciolti,
per che 'l freddo lor spirito ammorta:
e 'l mio pi d'amor porta;
ch li dolzi pensier' non mi son tolti
n mi son dati per volta di tempo,
ma donna li mi d c'ha picciol tempo.
Passato hanno lor termine le fronde
che trasse fuor la vert d'Ariete
per adornare il mondo, e morta  l'erba;
ramo di foglia verde a noi s'asconde
se non se in lauro, in pino o in abete
o in alcun che sua verdura serba;
e tanto  la stagion forte ed acerba
c'ha morti li fioretti per le piagge,
li quai non poten tollerar la brina:
e la crudele spina
per Amor di cor non la mi tragge;
per ch'io son fermo di portarla sempre
ch'io sar in vita, s'io vivesse sempre.
Versan le vene le fummifere acque
per li vapor' che la terra ha nel ventre,
che d'abisso li tira suso in alto;
onde cammino al bel giorno mi piacque
che ora  fatto rivo, e sar mentre
che durer del verno il grande assalto;
la terra fa un suol che par di smalto,
e l'acqua morta si converte in vetro
per la freddura che di fuor la serra:
e io de la mia guerra
non son per tornato un passo a retro,
n vo' tornar; ch, se 'l martiro  dolce,
la morte de' passare ogni altro dolce.
Canzone, or che sar di me ne l'altro
dolce tempo novello, quando piove
amore in terra da tutti li cieli,
quando per questi geli
amore  solo in me, e non altrove?
Saranne quello ch' d'un uom di marmo,
se in pargoletta fia per core un marmo.

Dante Alighieri, Rime
44XLIV



Al poco giorno e al gran cerchio d'ombra
son giunto, lasso, ed al bianchir de' colli,
quando si perde lo color ne l'erba:
e 'l mio disio per non cangia il verde,
s  barbato ne la dura petra
che parla e sente come fosse donna.
Similemente questa nova donna
si sta gelata come neve a l'ombra:
ch non la move, se non come petra,
il dolce tempo che riscalda i colli,
e che li fa tornar di bianco in verde
perch li copre di fioretti e d'erba.
Quand'ella ha in testa una ghirlanda d'erba,
trae de la mente nostra ogn'altra donna:
perch si mischia il crespo giallo e 'l verde
s bel, ch'Amor l viene a stare a l'ombra,
che m'ha serrato intra piccioli colli
pi forte assai che la calcina petra.
La sua bellezza ha pi vert che petra,
e 'l colpo suo non pu sanar per erba:
ch'io son fuggito per piani e per colli,
per potere scampar da cotal donna;
e dal suo lume non mi pu far ombra
poggio n muro mai n fronda verde.
Io l'ho veduta gi vestita a verde,
s fatta ch'ella avrebbe messo in petra
l'amor ch'io porto pur a la sua ombra:
ond'io l'ho chesta in un bel prato d'erba,
innamorata com'anco fu donna,
e chiuso intorno d'altissimi colli.
Ma ben ritorneranno i fiumi a' colli
prima che questo legno molle e verde
s'infiammi, come suol far bella donna,
di me; che mi torrei dormire in petra
tutto il mio tempo e gir pascendo l'erba,
sol per veder do' suoi panni fanno ombra.
Quandunque i colli fanno pi nera ombra,
sotto un bel verde la giovane donna
la fa sparer, com'uom petra sott'erba.

Dante Alighieri, Rime
45XLV



Amor, tu vedi ben che questa donna
la tua vert non cura in alcun tempo
che suol de l'altre belle farsi donna;
e poi s'accorse ch'ell'era mia donna
per lo tuo raggio ch'al volto mi luce,
d'ogne crudelit si fece donna;
s che non par ch'ell'abbia cor di donna,
ma di qual fiera l'ha d'amor pi freddo:
ch per lo tempo caldo e per lo freddo
mi fa sembiante pur come una donna
che fosse fatta d'una bella petra
per man di quei che me' intagliasse in petra.
E io, che son costante pi che petra
in ubidirti per bielt di donna,
porto nascoso il colpo de la petra
con la qual tu mi desti come a petra
che t'avesse innoiato lungo tempo,
tal che m'and al core ov'io son petra.
E mai non si scoperse alcuna petra
o da splendor di sole o da sua luce,
che tanta avesse n vert n luce
che mi potesse atar da questa petra,
s ch'ella non mi meni col suo freddo
col dov'io sar di morte freddo.
Segnor, tu sai che per algente freddo
l'acqua diventa cristallina petra
l sotto tramontana ov' il gran freddo,
e l'aere sempre in elemento freddo
vi si converte, s che l'acqua  donna
in quella parte per cagion del freddo:
cos dinanzi dal sembiante freddo
mi ghiaccia sopra il sangue d'ogne tempo,
e quel pensiero che m'accorcia il tempo
mi si converte tutto in corpo freddo,
che m'esce poi per mezzo della luce
l ond'entr la dispietata luce.
In lei s'accoglie d'ogni bielt luce;
cos di tutta crudeltate il freddo
le corre al core, ove non va tua luce:
per che ne li occhi s bella mi luce
quando la miro, ch'io la veggio in petra,
e po' in ogni altro ov'io volga mia luce.
Da li occhi suoi mi ven la dolce luce
che mi fa non caler d'ogn'altra donna:
cos foss'ella pi pietosa donna
ver' me, che chiamo di notte e di luce,
solo per lei servire, e luogo e tempo.
N per altro disio viver gran tempo.
Per, vert che se' prima che tempo,
prima che moto o che sensibil luce,
increscati di me, c'ho s mal tempo;
entrale in core omai, ch ben n' tempo,
s che per te se n'esca fuor lo freddo
che non mi lascia aver, com'altri, tempo:
che se mi giunge lo tuo forte tempo
in tale stato, questa gentil petra
mi vedr coricare in poca petra,
per non levarmi se non dopo il tempo
quando vedr se mai fu bella donna
nel mondo come questa acerba donna.
Canzone, io porto ne la mente donna
tal che, con tutto ch'ella mi sia petra,
mi d baldanza, ond'ogni uom mi par freddo:
s ch'io ardisco a far per questo freddo
la novit che per tua forma luce,
che non fu mai pensata in alcun tempo.

Dante Alighieri, Rime
46XLVI



Cos nel mio parlar voglio esser aspro
com' ne li atti questa bella petra,
la quale ognora impetra
maggior durezza e pi natura cruda,
e veste sua persona d'un diaspro
tal che per lui, o perch'ella s'arretra,
non esce di faretra
saetta che gi mai la colga ignuda;
ed ella ancide, e non val ch'om si chiuda
n si dilunghi da' colpi mortali,
che, com'avesser ali,
giungono altrui e spezzan ciascun'arme:
s ch'io non so da lei n posso atarme.
Non trovo scudo ch'ella non mi spezzi
n loco che dal suo viso m'asconda:
ch, come fior di fronda,
cos de la mia mente tien la cima.
Cotanto del mio mal par che si prezzi
quanto legno di mar che non lieva onda;
e 'l peso che m'affonda
 tal che non potrebbe adequar rima.
Ahi angosciosa e dispietata lima
che sordamente la mia vita scemi,
perch non ti ritemi
s di rodermi il core a scorza a scorza
com'io di dire altrui chi ti d forza?
Che pi mi triema il cor qualora io penso
di lei in parte ov'altri li occhi induca,
per tema non traluca
lo mio penser di fuor s che si scopra
ch'io non fo de la morte, che ogni senso
co li denti d'Amor gi mi manduca:
ci  che 'l pensier bruca
la lor vert , s che n'allenta l'opra.
E' m'ha percosso in terra, e stammi sopra
con quella spada ond'elli ancise Dido,
Amore, a cui io grido
merz chiamando, e umilmente il priego:
ed el d'ogni merz par messo al niego.
Egli alza ad ora ad or la mano, e sfida
la debole mia vita, esto perverso,
che disteso a riverso
mi tiene in terra d'ogni guizzo stanco:
allor mi surgon ne la mente strida;
e 'l sangue, ch' per le vene disperso,
fuggendo corre verso
lo cor, che 'l chiama; ond'io rimango bianco.
Elli mi fiede sotto il braccio manco
s forte che 'l dolor nel cor rimbalza;
allor dico: "S'elli alza
un'altra volta, Morte m'avr chiuso
prima che 'l colpo sia disceso giuso".
Cos vedess'io lui fender per mezzo
lo core a la crudele che 'l mio squatra;
poi non mi sarebb'atra
la morte, ov'io per sua bellezza corro:
ch tanto d nel sol quanto nel rezzo
questa scherana micidiale e latra.
Om, perch non latra
per me, com'io per lei, nel caldo borro?
ch tosto griderei: "Io vi soccorro";
e fare'l volentier, s come quelli
che ne' biondi capelli
ch'Amor per consumarmi increspa e dora
metterei mano, e piacere'le allora.
S'io avessi le belle trecce prese,
che fatte son per me scudiscio e ferza,
pigliandole anzi terza,
con esse passerei vespero e squille:
e non sarei pietoso n cortese,
anzi farei com'orso quando scherza;
e se Amor me ne sferza,
io mi vendicherei di pi di mille.
Ancor ne li occhi, ond'escon le faville
che m'infiammano il cor, ch'io porto anciso,
guarderei presso e fiso,
per vendicar lo fuggir che mi face;
e poi le renderei con amor pace.
Canzon, vattene dritto a quella donna
che m'ha ferito il core e che m'invola
quello ond'io ho pi gola,
e dlle per lo cor d'una saetta:
ch bell'onor s'acquista in far vendetta.

Dante Alighieri, Rime
47XLVII



Tre donne intorno al cor mi son venute,
e seggonsi di fore:
ch dentro siede Amore
lo quale  in segnoria de la mia vita.
Tanto son belle e di tanta vertute
che 'l possente segnore,
dico quel ch' nel core,
a pena del parlar di lor s'aita.
Ciascuna par dolente e sbigottita,
come persona discacciata e stanca,
cui tutta gente manca
e cui vertute n belt non vale.
Tempo fu gi nel quale,
secondo il lor parlar, furon dilette;
or sono a tutti in ira ed in non cale.
Queste cos solette
venute son come a casa d'amico:
ch sanno ben che dentro  quel ch'io dico.
Dolesi l'una con parole molto,
e 'n su la man si posa
come succisa rosa:
il nudo braccio, di dolor colonna,
sente l'oraggio che cade dal volto;
l'altra man tiene ascosa
la faccia lagrimosa:
discinta e scalza, e sol di s par donna.
Come Amor prima per la rotta gonna
la vide in parte che il tacere  bello,
egli, pietoso e fello,
di lei e del dolor fece dimanda.
"Oh di pochi vivanda",
rispose in voce con sospiri mista,
"nostra natura qui a te ci manda:
io, che son la pi trista,
son suora a la tua madre, e son Drittura;
povera, vedi, a panni ed a cintura".
Poi che fatta si fu palese e conta,
doglia e vergogna prese
lo mio segnore, e chiese
chi fosser l'altre due ch'eran con lei.
E questa, ch'era s di pianger pronta,
tosto che lui intese
pi nel dolor s'accese,
dicendo: "A te non duol de gli occhi miei?"
Poi cominci: "S come saper dei,
di fonte nasce il Nilo picciol fiume
quivi dove 'l gran lume
toglie a la terra del vinco la fronda:
sovra la vergin onda
generai io costei che m' da lato
e che s'asciuga con la treccia bionda.
Questo mio bel portato,
mirando s ne la chiara fontana,
gener questa che m' pi lontana".
Fenno i sospiri Amor un poco tardo;
e poi con gli occhi molli,
che prima furon folli,
salut le germane sconsolate.
E poi che prese l'uno e l'altro dardo,
disse: "Drizzate i colli:
ecco l'armi ch'io volli;
per non usar, vedete, son turbate.
Larghezza e Temperanza e l'altre nate
del nostro sangue mendicando vanno.
Per, se questo  danno,
piangano gli occhi e dolgasi la bocca
de li uomini a cui tocca
che sono a' raggi di cotal ciel giunti;
non noi, che semo de l'etterna rocca:
ch, se noi siamo or punti,
noi pur saremo, e pur torner gente
che questo dardo far star lucente".
E io, che ascolto nel parlar divino
consolarsi e dolersi
cos alti dispersi,
l'essilio che m' dato, onor mi tegno:
ch, se giudizio o forza di destino
vuol pur che il mondo versi
i bianchi fiori in persi,
cader co' buoni  pur di lode degno.
E se non che de gli occhi miei 'l bel segno
per lontananza m' tolto dal viso,
che m've in foco miso,
lieve mi conterei ci che m' grave.
Ma questo foco m've
gi consumato s l'ossa e la polpa
che Morte al petto m'ha posto la chiave.
Onde, s'io ebbi colpa,
pi lune ha volto il sol poi che fu spenta,
se colpa muore perch l'uom si penta.
Canzone, a' panni tuoi non ponga uom mano,
per veder quel che bella donna chiude:
bastin le parti nude;
lo dolce pome a tutta gente niega,
per cui ciascun man piega.
Ma s'elli avvien che tu alcun mai truovi
amico di virt , ed e' ti priega,
fatti di color' novi
poi li ti mostra; e 'l fior, ch' bel di fori,
fa disiar ne li amorosi cori.
Canzone, uccella con le bianche penne;
canzone, caccia con li neri veltri,
che fuggir mi convenne,
ma far mi poterian di pace dono.
Per nol fan che non san quel che sono:
camera di perdon savio uom non serra,
ch 'l perdonare  bel vincer di guerra.

Dante Alighieri, Rime
48XLVIII



Se vedi li occhi miei di pianger vaghi
per novella piet che 'l cor mi strugge,
per lei ti priego che da te non fugge,
Signor, che tu di tal piacere i svaghi:
con la tua dritta man, cio, che paghi
chi la giustizia uccide e poi rifugge
al gran tiranno, del cui tosco sugge
ch'elli ha gi sparto e vuol che 'l mondo allaghi;
e messo ha di paura tanto gelo
nel cor de' tuo' fedei che ciascun tace.
Ma tu, foco d'amor, lume del cielo,
questa vert che nuda e fredda giace,
levala su vestita del tuo velo,
ch sanza lei non  in terra pace.

Dante Alighieri, Rime
49XLIX



Doglia mi reca ne lo core ardire
a voler ch' di veritate amico:
per, donne, s'io dico
parole quasi contra tutta gente,
non vi maravigliate,
ma conoscete il vil vostro disire;
ch la belt ch'Amore in voi consente,
a vert solamente
formata fu dal suo decreto antico,
contra 'l qual voi fallate.
Io dico a voi che siete innamorate
che, se vertute a noi
fu data, e belt a voi,
e a costui di due potere un fare,
voi non dovreste amare
ma coprir quanto di bilt v' dato,
poi che non c' vert , ch'era suo segno.
Lasso, a che dicer vegno?
Dico che bel disdegno
sarebbe in donna, di ragion laudato,
partir belt da s per suo commiato.
Omo da s vert fatto ha lontana:
omo no, mala bestia ch'om simiglia.
O Deo, qual maraviglia
voler cadere in servo di signore,
o ver di vita in morte.
Vertute, al suo fattor sempre sottana,
lui obedisce e lui acquista onore,
donne, tanto che Amore
la segna d'eccellente sua famiglia
ne la beata corte:
lietamente esce da le belle porte,
a la sua donna torna;
lieta va e soggiorna,
lietamente ovra suo gran vassallaggio;
per lo corto viaggio
conserva, adorna, accresce ci che trova;
Morte repugna s che lei non cura.
O cara ancella e pura,
colt'hai nel ciel misura;
tu sola fai segnore, e quest' prova
che tu se' possession che sempre giova.
Servo non di signor, ma di vil servo,
si fa chi da cotal serva si scosta.
Vedete quanto costa,
se ragionate l'uno e l'altro danno,
a chi da lei si svia:
questo servo signor tant' protervo
che gli occhi ch'a la mente lume fanno,
chiusi per lui si stanno,
s che gir ne convene a colui posta,
ch'adocchia pur follia.
Ma perch lo meo dire util vi sia,
discender del tutto
in parte ed in costrutto
pi lieve, s che men grave s'intenda:
ch rado sotto benda
parola oscura giugne ad intelletto;
per che parlar con voi si vole aperto:
ma questo vo' per merto,
per voi, non per me certo,
ch'abbiate a vil ciascuno e a dispetto,
ch simiglianza fa nascer diletto.
Chi  servo  come quello ch' seguace
ratto a segnore, e non sa dove vada,
per dolorosa strada:
come l'avaro seguitando avere,
ch'a tutti segnoreggia.
Corre l'avaro, ma pi fugge pace:
oh mente cieca, che non p vedere
lo suo folle volere
che 'l numero, ch'ognora a passar bada,
che 'nfinito vaneggia.
Ecco giunta colei che ne pareggia:
dimmi, che hai tu fatto,
cieco avaro disfatto?
Rispondimi, se puoi, altro che "Nulla".
Maladetta tua culla
che lusing cotanti sonni invano;
maladetto lo tuo perduto pane,
che non si perde al cane:
ch da sera e da mane
hai raunato e stretto ad ambo mano
ci che s tosto si rif lontano.
Come con dismisura si rauna,
cos con dismisura si distringe:
questo  quello che pinge
molti in servaggio; e s'alcun si difende,
non  sanza gran briga.
Morte, che fai? che fai, fera Fortuna,
che non solvete quel che non si spende?
se 'l fate, a cui si rende?
Non so, poscia che tal cerchio ne cinge
che di l su ne riga.
Colpa  de la ragion che nol gastiga.
Se vol dire "I' son presa",
ah com poca difesa
mostra segnore a cui servo sormonta.
Qui si raddoppia l'onta,
se ben si guarda l dov'io addito,
falsi animali, a voi ed altrui crudi,
che vedete gir nudi
per colli e per paludi
omini innanzi cui vizio  fuggito,
e voi tenete vil fango vestito.
Fassi dinanzi da l'avaro volto
vert , che i suoi nimici a pace invita,
con matera pulita,
per allettarlo a s; ma poco vale,
ch sempre fugge l'esca.
Poi che girato l'ha chiamando molto,
gitta 'l pasto ver' lui, tanto glien cale;
ma quei non v'apre l'ale:
e se pur vene quand'ell' partita,
tanto par che li 'ncresca
come ci possa dar, s che non esca
dal benefizio loda.
I' vo' che ciascun m'oda:
chi con tardare e chi con vana vista,
chi con sembianza trista,
volge il donare in vender tanto caro
quanto sa sol chi tal compera paga.
Volete udir se piaga?
Tanto chi prende smaga
che 'l negar poscia non li pare amaro.
Cos altrui e s concia l'avaro.
Disvelato v'ho, donne, in alcun membro
la vilt de la gente che vi mira,
perch l'aggiate in ira;
ma troppo  pi ancor quel che s'asconde
perch a dicerne  lado.
In ciascun  di ciascun vizio assembro,
per che amist nel mondo si confonde:
ch l'amorose fronde
di radice di ben altro ben tira,
poi sol simile  in grado.
Vedete come conchiudendo vado:
che non dee creder quella
cui par bene esser bella,
esser amata da questi cotali;
che se belt tra i mali
volemo annumerar, creder si pne,
chiamando amore appetito di fera.
Oh cotal donna pera
che sua bilt dischiera
da natural bont per tal cagione,
e crede amor fuor d'orto di ragione.
Canzone, presso di qui  una donna
ch' del nostro paese;
bella, saggia e cortese
la chiaman tutti, e neun se n'accorge
quando suo nome porge,
Bianca, Giovanna, Contessa chiamando:
a costei te ne va' chiusa ed onesta;
prima con lei t'arresta,
prima a lei manifesta
quel che tu se' e quel per ch'io ti mando;
poi seguirai secondo suo comando.

Dante Alighieri, Rime
50L



DANTE A CINO

Io sono stato con Amore insieme
da la circulazion del sol mia nona
e so com'egli affrena e come sprona,
e come sotto lui si ride e geme.
Chi ragione o virt contra gli sprieme,
fa come que' che 'n la tempesta sona,
credendo far col dove si tona
esser le guerre de' vapori sceme.
Per nel cerchio de la sua palestra
liber arbitrio gi mai non fu franco,
s che consiglio invan vi si balestra.
Ben pu con nuovi spron' punger lo fianco,
e qual che sia 'l piacer ch'ora n'addestra,
seguitar si convien, se l'altro  stanco.

Dante Alighieri, Rime
51LI



DANTE A CINO

Degno fa voi trovare ogni tesoro
la voce vostra s dolce e latina,
ma volgibile cor ven disvicina,
ove stecco d'Amor mai non fe' foro.
Io, che trafitto sono in ogni poro
del prun che con sospir' si medicina,
pur trovo la minera in cui s'affina
quella virt per cui mi discoloro.
Non  colpa del sol se l'orba fronte
nol vede quando scende e quando poia,
ma de la condizion malvagia e croia.
S'i' vi vedesse uscir de gli occhi ploia
per prova fare a le parole conte,
non mi porreste di sospetto in ponte.

Dante Alighieri, Rime
52LII



DANTE A CINO

Io mi credea del tutto esser partito
da queste nostre rime, messer Cino,
ch si conviene omai altro cammino
a la mia nave pi lungi dal lito;
ma perch'i' ho di voi pi volte udito
che pigliar vi lasciate a ogni uncino,
piacemi di prestare un pocolino
a questa penna lo stancato dito.
Chi s'innamora s come voi fate,
or qua or l, e s lega e dissolve,
mostra ch'Amor leggermente il saetti.
Per, se leggier cor cos vi volve,
priego che con vert il correggiate,
s che s'accordi i fatti a' dolci detti.

Dante Alighieri, Rime
53LIII



Amor, da che convien pur ch'io mi doglia
perch la gente m'oda,
e mostri me d'ogni vertute spento,
dammi savere a pianger come voglia,
s che 'l duol che si snoda
portin le mie parole com'io 'l sento.
Tu vo' ch'io muoia, e io ne son contento:
ma chi mi scuser, s'io non so dire
ci che mi fai sentire?
chi creder ch'io sia omai s colto?
E se mi di parlar quanto tormento,
fa', signor mio, che innanzi al mio morire
questa rea per me nol possa udire:
ch, se intendesse ci che dentro ascolto,
piet faria men bello il suo bel volto.
Io non posso fuggir ch'ella non vegna
ne l'imagine mia,
se non come il pensier che la vi mena.
L'anima folle, che al suo mal s'ingegna,
com'ella  bella e ria,
cos dipinge, e forma la sua pena;
poi la riguarda, e quando ella  ben piena
del gran disio che de li occhi le tira,
incontro a s s'adira,
c'ha fatto il foco ond'ella trista incende.
Quale argomento di ragion raffrena,
ove tanta tempesta in me si gira?
L'angoscia, che non cape dentro, spira
fuor de la bocca s ch'ella s'intende,
e anche a li occhi lor merito rende.
La nimica figura, che rimane
vittoriosa e fera
e signoreggia la vert che vole,
vaga di se medesma andar mi fane
col dov'ella  vera,
come simile a simil correr sle.
Ben conosco che va la neve al sole,
ma pi non posso: fo come colui
che, nel podere altrui,
va co' suoi piedi al loco ov'egli  morto.
Quando son presso, parmi udir parole
dicer: "Vie via vedrai morir costui".
Allor mi volgo per vedere a cui
mi raccomandi; e 'ntanto sono scorto
da li occhi che m'ancidono a gran torto.
Qual io divegno s feruto, Amore,
sailo tu, e non io,
che rimani a veder me sanza vita;
e se l'anima torna poscia al core,
ignoranza ed oblio
stato  con lei, mentre ch'ella  partita.
Com'io risurgo, e miro la ferita
che mi disfece quand'io fui percosso,
confortar non mi posso
s ch'io non triemi tutto di paura.
E mostra poi la faccia scolorita
qual fu quel trono che mi giunse a dosso;
che se con dolce riso  stato mosso,
lunga fiata poi rimane oscura,
perch lo spirto non si rassicura.
Cos m'hai concio, Amore, in mezzo l'alpi,
ne la valle del fiume
lungo il qual sempre sopra me se' forte:
qui vivo e morto, come vuoi, mi palpi,
merz del fiero lume
che sfolgorando fa via a la morte.
Lasso, non donne qui, non genti accorte
veggio, a cui mi lamenti del mio male:
se a costei non ne cale,
non spero mai d'altrui aver soccorso.
E questa sbandeggiata di tua corte,
signor, non cura colpo di tuo strale:
fatto ha d'orgoglio al petto schermo tale
ch'ogni saetta l spunta suo corso;
per che l'armato cor da nulla  morso.
O montanina mia canzon, tu vai:
forse vedrai Fiorenza, la mia terra,
che fuor di s mi serra,
vota d'amore e nuda di pietate;
se dentro v'entri, va' dicendo: "Omai
non vi pu far lo mio fattor pi guerra:
l ond'io vegno una catena il serra
tal che, se piega vostra crudeltate,
non ha di ritornar qui libertate".

Dante Alighieri, Rime
54LIV



Per quella via che la bellezza corre
quando a svegliare Amor va ne la mente,
passa Lisetta baldanzosamente,
come colei che mi si crede trre.
E quando  giunta a pi di quella torre
che s'apre quando l'anima acconsente,
odesi voce dir subitamente:
"Volgiti, bella donna, e non ti porre:
per che dentro un'altra donna siede,
la qual di signoria chiese la verga
tosto che giunse, e Amor glile diede".
Quando Lisetta accommiatar si vede
da quella parte dove Amore alberga,
tutta dipinta di vergogna riede.
